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Timestamp: 2019-08-26 01:05:10+00:00

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La tutela delle vittime innocenti dei reati di tipo mafioso – Studio Legale Natale
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Published On - Maggio 1, 2018
Questo breve e modesto articolo vuole essere un’utile guida per le vittime innocenti dei reati di tipo mafioso e per i loro familiari.
Le vittime dei reati di tipo mafioso (e la società tutta!) ricevono la più importante delle tutele con la condanna penale dei responsabili di tali reati, nel quale le parti danneggiate dal reato hanno facoltà di costituirsi parte civile per ottenere il risarcimento dei danni non patrimoniali.
Com’è noto, però, per tali fattispecie criminose è assai improbabile che attraverso la costituzione di parte civile nel processo penale delle vittime o dei loro familiari si riesca ad ottenere un risarcimento dei danni, poiché i componenti delle organizzazione criminali, specie quelli che le dirigono, generalmente, risultano formalmente nullatenenti avendo reinvestito i loro immensi capitali a mezzo di prestanomi, siano essi persone fisiche o società.
Tanto vale anche nel caso in cui si decida di citare in un autonomo giudizio civile gli autori del reato per ottenere il risarcimento dei danni, patrimoniali o non patrimoniali.
Per tale motivo, ma anche per incentivare la volontà del cittadino di partecipare ad una rinascita culturale, civile e politica contro le mafie, nel nostro ordinamento sono stati introdotti strumenti giuridici e misure di assistenza che, pur ispirati a tale nobilissimo intento, sono previsti da un ordito normativo disarticolato e di difficile lettura, capace di disorientare anche i più fini dei giuristi.
In questa materia non è sufficiente conoscere quali siano i diritti delle vittime innocenti dei reati di tipo mafioso e dei loro familiari, compito assolto egregiamente dalle tante associazioni non profit che si occupino di tale materia e alle quali ci si può agevolmente rivolgere (evitate però i patronati che potrebbere solo danneggiarvi ulteriormente!), ma occorre conoscere come attuare quei diritti e, soprattutto, come difendersi ove non vengano riconosciuti dall’Autorità amministrativa.
Un aiuto in tal senso non è soltanto necessario per la farraginosità dei testi normativi, conseguenza della pessima tecnica legislativa utilizzata nella loro scrittura, ma anche perché quello che potremmo definire il “codice delle vittime della criminalità organizzata” è il risultato di leggi statali, regionali, regolamenti, circolari ministeriali e di enti vari (I.N.P.S., I.N.P.D.A.P. ecc.), susseguitesi in un arco temporale lunghissimo (la prima legge in materia è la n. 466 del 1980), testi sui quali con un’impareggiabile sciatteria si è intervenuto con rinvii ad altre fonti esterne (compreso il codice di procedura penale e il codice di procedura civile) e con l’innesto “chirurgico” nei testi originari di commi e lettere aggiuntivi che hanno reso difficilissima la loro l’interpretazione, proprio laddove lo spirito di chiarezza, che dovrebbe sempre informare la produzione normativa, si rende vieppiù imprescindibile.
Ma un aiuto, e ne sono fermamente convinto, risponde anche ad un dovere etico nei confronti di persone che hanno subito lutti e ingiustizie gravissime.
Secondo una ricerca condotta nel 2008 dall’associazione “Libera”, fondata da don Luigi Ciotti, le vittime innocenti delle mafie in Italia erano circa un migliaio. Ma oggi quel numero è lievitato enormemente grazie alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia che hanno permesso di far luce sugli omicidi delle vittime innocenti dei reati di tipo mafioso, che hanno subito pesanti invalidità o perso la vita, per la tragica fatalità di essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato, assassinate perchè scambiate per i veri obiettivi dei killers dei raid omicidiari, oppure perché erroneamente credute vicino a clan avversari.
In questo breve scritto si tratterà solo di queste ultime, tralasciando volutamente le vittime innocenti del terrorismo e delle forze dell’ordine.
Per renderne più immediata la comprensione e più scorrevole la sua lettura con il termine “beneficio” si farà riferimento alle elergizioni, indennizzi, risarcimento dei danni, assegni vitalizi ed esenzioni dal ticket sanitario; laddove, non sia inevitabile la specificazione del tipo di beneficio.
Ci si limiterà a trattare delle misure di sostegno previste solo dalla legge del 20 ottobre 1990, n. 302 e dalla legge del 22 dicembre 1999, n. 512 e loro successive modifiche ed integrazioni, e limitatamente alle disposizione di più immediato interesse per i potenziali destinatari dei benefici da esse previsti, ciò per due motivi: prima di tutto, perché queste legge prevedono i benefici più importanti a tutela delle vittime innocenti dei reati di tipo mafioso; in secondo luogo, perché diversamente occorrerebbe uno spazio ben più ampio di quello riservato ad un mero articolo indirizzato prevalentemente al lettore che non esercita la professione di avvocato.
Infine, con la locuzione “reati di tipo mafioso” si farà riferimento (e non potrebbe essere diversamente!), ai sensi dell’utimo comma dell’art. 416-bis del c.p., anche alla “camorra alla ‘ndrangheta e alle altre associazioni, comunque localmente denominate”.
“La civiltà di un Paese si misura non soltanto sulla capacità di individuare e condannare i responsabili dei reati, ma anche di tenere nella giusta considerazione i diritti delle vittime”.
Queste incoraggianti parole furono pronunciate nel 2009 dall’allora Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso, prima che diventasse Senatore e poi Presidente del Senato della Repubblica italiana fino al 2018.
Oggi quelle parole suonano come un’offesa intollerabile alla memoria delle vittime e dei loro familiari, che ancora piangono terribili lutti, perché nell’arco di pochi anni il Legislatore ha introdotto limiti incomprensibili ed irragionevoli alla concessione dei benifici alle vittime dei reati di tipo mafioso, prevedendone la loro applicazione in via retroattiva (circostanza gravissima perché essi troveranno applicazioni non solo per le domande presentate successivamente alla loro entrata in vigore, ma anche per quelle presentate prima che i suddetti limiti venissero introdotti), ha ridotto le risorse finanziare destinate a tali benefici e, cosa assolutamente inaccettabile, ha discriminato le vittime di quei reati con quelle del terrorismo di matrice politica per i reati consumati durante gli anni di piombo.
Inaccettabile, perché la legislazione che ha introdotto la tutela concessa alle vittime innocenti della criminalità organizzata è nata, ed è stata alimentata nel corso degli anni con ulteriori interventi normativi, con riferimento ad entrambe le tipologie di vittime.
I predetti limiti, però, non hanno inciso sulle vittime del terrorismo di matrice politica, ma solo sulle vittime dei reati di tipo mafioso, e la ragione per i cui si è ritenuto che tali vittime, sotto questo profilo, non siano uguali è facilmente intuibile.
Dalla seconda metà degli anni ’80 in Italia i reati di matrice politico-terroristica si sono ridotti drasticamente, mentre a partire dagli inizi di quegli anni quelli di tipo mafioso sono altrettanto drasticamente aumentati.
Introdurre limiti e ridurre risorse finaziarie solo per i benefici erogabili a favore delle vittime dei reati di tipo mafioso, risponde chiaramente all’obiettivo di risanare le finanze pubblica facendo economia sulla pelle di queste ultime.
Legge del 20 ottobre 1990, n. 302 – Norme a favore delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata.
I. L’accesso ai benefici previsti a favore delle vittime innocenti dei reati di tipo mafioso e dei loro familiari è strutturato in due fasi: la prima; sempre necessaria, è rappresentata dall’istanza di concessione e dal successivo accertamento delle condizioni di legge, attraverso un procedimento di competenza del Ministero dell’Interno che si conclude con un provvedimento amministrativo; la seconda, solo eventuale, innanzi al Giudice Ordinario (limitatamente ai benefici di cui si tratterà), in caso di diniego degli stessi.
La domanda per ottenere i benefici previsti dalla Legge del 20 ottobre 1990, n. 302 va presentata alla Prefettura della provincia in cui si rimasta ferita o sia deceduta la vittima innocente della criminalità organizzata.
Successivamente la Prefettura territorialmente competente invia la domanda dell’istante al Ministero dell’Interno – Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, Direzione Centrale per i diritti civili, la cittadinanza e le minoranze – che inizia l’istruttoria amministrativa.
Ai senti dell’art. 7 gli organi amministrativi competenti “decidono sul conferimento dei benefici sulla base di quanto attestato in sede giurisdizionale con sentenza, ancorché non definitiva, ovvero, ove la decisione amministrativa intervenga in assenza di riferimento alla sentenza, sulla base delle informazioni acquisite e delle indagini esperite”.
In caso di accoglimento della domanda il procedimento amministrativo si chiude con decreto del Ministero dell’Interno.
Questa legge, che ha subito dalla data della sua entrata in vigore innumerevoli modifiche ed integrazioni, all’art. 1, comma 2, rubricato “Casi di elargizione”, prevede, oltre all’esenzione dal pagamento de ticket per ogni tipo di prestazione sanitaria, un’elargizione di euro 200.000 “a favore di chiunque subisca un’invalidità permanente, per effetto di ferite o lesioni riportate in conseguenza dello svolgersi nel territorio dello Stato di fatti delittuosi commessi per il perseguimento delle finalità delle associazioni di cui all’articolo 416-bis del codice penale, a condizione che:
a) il soggetto leso non abbia concorso alla commissione del fatto delittuoso lesivo ovvero di reati che con il medesimo siano connessi ai sensi dell’articolo 12 del codice di procedura penale;
b) il soggetto leso risulti essere del tutto estraneo ad ambienti e rapporti delinquenziali, salvo che si dimostri l’accidentalità del suo coinvolgimento passivo nell’azione criminosa lesiva, ovvero risulti che il medesimo, al tempo dell’evento, si era già dissociato o comunque estraniato dagli ambienti e dai rapporti delinquenziali cui partecipava”.
Dunque, presupposto per ottenere l’elargizione è rappresentata dal fatto che il delitto sia stato commesso per il perseguimento delle finalità di cui all’art. 416-bis c.p.
L’art. 416-bis, comma 3, c.p. prevede che “L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali”.
Si pensi, solo a titolo di esempio, ad una sparatoria fra clan rivali per affermare la propria egomonia sul territorio al fine di affermare il controllo delle attività illecite e nella quale rimanga ferito o perda la vita un ignaro cittadino.
Sono necessarie, inoltre, due condizioni:
a) che la vittima non abbia in alcun modo “concorso alla commissione del fatto delittuoso” di cui sia rimasto vittima, ma anche che non abbia concorso alla commissione di “reati che con il medesimo siano connessi ai sensi dell’articolo 12 del codice di procedura penale”.
Ciò significa che la vittima (volendo semplificare al massimo a riscio di inesattezze: non vogliano i Colleghi) non dovrà avere in alcun modo legami con gli autori del delitto, né dovrà aver preso parte alla commissione di delitti che si ricollegano a quello nel quale sia rimasto ferito o abbia perso la vita.
La vittima dovrà “essere del tutto estraneo ad ambienti e rapporti delinquenziali”.
La ragione di tali limiti non può che essere condivisibile ed è facilmente intuibile.
Se la ratio della normativa è quella di attribuire il beneficio a chiunque si sia trovato inconsapevolmente coinvolto in episodi malavitosi rispetto ai quali sia totalmente estraneo (discorso che vale anche per i familiari di chi abbia perso la vita nella medesima circostanza), non sarebbe giusto destinare risorse pubbliche a chi abbia commesso dei reati o anche solo “fiancheggiato” associazioni criminali.
Queste condizioni sono state interpretate in modo molto restrittivo dalla giurisprudenza amministrativa, secondo il Consiglio di Stato nel parere n. 4660 reso l’8.04.2013, che ha confermato e consolidato l’orientamento di altre precedente pronunce, “Il beneficio deve essere, pertanto, negato ogni qual volta i trascorsi della vittima, le sue frequentazioni, il suo stile di vita (anche se non abbiano dato luogo a fatti penalmente rilevanti) siano tali da far sussitere il ragionevole dubbio della sua non totale estraneità agli ambienti della criminalità organizzata. Tale interpretazione è la sola praticabile a fronte delle notevole ampiezza della formula normativa e della finalità perseguita. La quale non tollera che misure solidaristiche dell’ordinamento finiscano per confluire direttamente o indirettamente, a vantaggio della criminalità”.
L’art. 3 della citata legge attribuisce, in presenza delle predette condizioni, la facoltà per la vittima, che in conseguenza del reato abbia subito “un’invalidità permanente pari almeno a 2/3 della capacità lavorativa, di optare, in luogo della elargizione in un’unica soluzione, per un assegno vitalizio commisurato all’entità della invalidità permanente, in riferimento alla capacità lavorativa […]”.
Sia per l’elergizione di euro 200.000, che per gli assegni vitalizi, l’art. 8 prevede che essi “sono soggetti ad una rivalutazione annuale in misura pari al tasso di inflazione accertato per l’anno precedente, sulla base dei dati ufficiali ISTAT, e sono esenti da IRPEF”.
II. In caso di morte della vittima del reato di tipo mafioso, l’art.4 prevede che l’elargizione di euro 200.000 e l’ esenzione dal pagamento di ticket per ogni tipo di prestazione sanitaria sia corrisposta ai congiunti più vicini alla vittima secondo l’ordine di parentela, nonché in loro mancanza ai “soggetti non parenti, né affini, né legati da rapporto di coniugio, che risultino conviventi a carico della persona deceduta negli ultimi tre anni precedenti l’evento ed ai conviventi more uxorio (disposizione quest’ultima che andrà riletta alla luce della legge Cirinnà del 2016!) ”.
Anche a questi ultimi è attribuita la facoltà di optare per l’assegno vitalizio in luogo dell’elargizione in un’unica soluzione.
In tal caso, l’art. 9-bis (introddotto dalla legge 23 dicembre 1996, n. 662) prevede che la condizione di estraneità alla commissione del reato che ha cagionato la morte della vittima e quella della totale estraneità ad ambienti e rapporti delinquenziali valga anche per questi soggetti.
Per i prossimi congiunti di colui che abbia perso la vita in conseguenza della commissione dei fatti delittuosi commessi per il perseguimento delle finalità delle associazioni di tipo mafioso di cui all’art. 416-bis c.p. e per i soggetti che risultino conviventi a carico della persona deceduta negli ultimi tre anni precedenti l’evento, nonché per i conviventi more uxorio, l’art. 2-quinquies della legge n. 186 del 2008 ha introdotti ulteriori limiti alla concessione dei benefici che il Ministero dell’Interno ha applicato retroattvamente anche alle istanze presentate in data anteriore alla sua entrata in vigore.
Tale disposizione prevede che i superstiti richiedenti i benefici non debbano essere coniugi, parenti, affini entro il 4° grado o conviventi di soggetti nei cui confronti risulti in corso un procedimento per l’applicazione o sia stata già applicata una misura di prevenzione prevista dal codice antimafia, o nei cui confronti risulti in corso un procedimento penale per uno dei delitti di cui all’art. 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale o sia già avvenuta una condanna per tali reati.
Quest’ultima disposizione prevede un lungo elenco di reati particolarmente gravi per i quali la fase delle indagini preliminare è condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo.
Tale disposizione, a parere di chi scrive, è palesamente incostituzionale, poiché si pone in netto contrasto con gli artt. 2 e 3 della Costituzione, tanto sotto il profilo del principio di uguaglianza tanto sotto quello della ragionevolezza. Difatti, essa trova applicazione solo in relazione alle vittime dei reati di tipo mafioso, ma non con riferimento a quelle del terrorismo.
Quale sarebbe, infatti, il principio di ragionevolezza che porta il legislatore a negare – o a revocare – i benefici a favore dei familiari di colui che è stato ucciso dalla criminalità organizzata e conservare tutti quelli previsti e già erogati a favore dei familiari delle vittime del terrorismo?
Ma c’è di più. La sua applicazione retroattiva viola il principio della irretroattività previsto dall’art. 11 delle preleggi.
Sul punto vi è un’autorevole insegnamento giurisprudenziale (sentenze della Corte di Cassazione S.U. nn. 5895/96; 2433/00 e 14073/02) di recente riaffermato con la sentenza della Cassazione civile, sez. I, 3 luglio 2013, n. 16620 nella quale la Suprema Corte ha ritenuto che: “Il principio della irretroattività della legge (art. 11 preleggi) comporta che la legge nuova non possa essere applicata, oltre ai rapporti giuridici esauritisi prima della sua entrata in vigore, a quelli sorti anteriormente ancora in vita se, in tal modo, si disconoscano gli effetti già verificatisi nel fatto passato o si venga a togliere efficacia, in tutto o in parte, alle conseguenze attuali o future di esso; la legge nuova è, invece, applicabile ai fatti, agli “status” e alle situazioni esistenti o sopravvenute alla data della sua entrata in vigore, ancorché conseguenti ad un fatto passato, quando essi, ai fini della disciplina disposta dalla nuova legge, debbano essere presi in considerazione in se stessi, prescindendosi totalmente dal collegamento con il fatto che li ha generati, in modo che resti escluso che, attraverso tale applicazione, sia modificata la disciplina giuridica del fatto generatore”.
Tale fondamentale sentenza esprime tutta la sua efficacia se si considera che:
per giurisprudenza consolidata l’erogazione della speciale elargizione prevista dalla legge n. 302 del 1990 e ss.mm.ii. in presenza delle condizioni di legge, costituisce un vero e proprio diritto soggettivo, essendo al riguardo la P.A. priva di ogni potestà discrezionale, sia con riguardo all’entità della somma che con riguardo ai presupposti per la erogabilità;
nel caso in cui, successivamente alla domanda di concessione siano mutati i presupposti per il conseguimento di quella elargizione, di tale mutamento non può tenersi conto, avendo la parte attrice già maturato il diritto soggettivo alla sua attribuzione, restando irrilevante la mancata conclusione del procedimento amministrativo, che generalmente avviene anche molti anni dopo la sentenza di condanna penale irrevocabile nei confronti dei responsabili dell’assassinio delle vittime innocenti, sebbene la legge preveda che i benefici possano essere erogati anche in assenza del passaggio in giudicato della sentenza di condanna penale;
in questo ambito, non si può far leva sugli effetti di un rapporto giuridico non ancora esaurito, trattandosi di questione che investeno esclusivamente i presupposti del diritto soggettivo.
D’altro canto, non si può ritenere che costituisca una disciplina transitoria la disposizione di cui all’art. 2-quinquies, comma 2, della L. 186 del 2008, nella quale si aggiunge che “Il sopravvenuto mutamento delle condizioni previste dagli articoli 1 e 4 della legge 20 ottobre 1990, n. 302, e successive modificazioni, comporta l’interruzione delle erogazioni disposte e la ripetizione integrale delle somme già corrisposte”.
Ciò in quanto essa non chiarisce quale sia il limite temporale di applicazione della legge anteriore e quello della nuova legge.
L’assenza di chiarezza e univocità è ancora più evidente se si pone mente al fatto che questa disposizione nel menzionare le condizioni, il cui mutamento “comporta l’interruzione delle erogazioni disposte e la ripetizione integrale delle somme già corrisposte” richiama gli artt. 1 e 4 della L. 302 del 1990 – che rispettivamente prevedono i casi di elargizione e l’estensione dell’elargizione anche ai superstiti ove la vittima del fatto delittuoso abbia perso la vita, ma non menziona, paradossalmente, l’art. 9-bis che disciplina proprio le condizioni che consentono ai superstiti la fruizione dei benefici.
E che tali argomentazioni logico-giuridiche non siano peregrine lo dimostra un’altra importante sentenza della Cassazione civile.
“In tema di elargizioni in favore delle vittime della criminalità organizzata (nella specie, di tipo mafioso), in presenza delle condizioni dettate dalla legge (e successive modificazioni ed integrazioni), gli aventi diritto al beneficio sono titolari di un vero e proprio diritto soggettivo alla sua erogazione attesa l’assenza di potestà discrezionali della P.A. con riguardo sia all’entità della somma che ai presupposti per la sua derogabilità, sicché il mutamento dei presupposti per il suo conseguimento sopravvenuti alla domanda di riconoscimento non rilevano (se non per l’avvenire) in quanto l’avente diritto è già titolare, in base alla legge, di una posizione soggettiva perfetta, sulla quale non influisce la mancata conclusione del procedimento amministrativo, finalizzato solo a certificare l'”an” ed il “quantum” del credito” (Cassazione civile, sez. VI, 20/10/2015, n. 21306).
III. In caso di decreto di rigetto ai benefici previsti dalla legge n. 302 del 1990 e ss.mm.ii., occorre citare Il Ministero dell’Interno – Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, Direzione Centrale per i diritti civili, la cittadinanza e le minoranze – in persona del Ministro pro tempore, domiciliato come per legge presso l’Avvocatura Generale dello Stato innanzi al Giudice ordinario e non innanzi al T.A.R.
Sulla competenza della Giudice ordinario è oramai consolidato l’orientamento in base al quale “Nell’ipotesi di riconoscimento alle vittime della criminalità organizzata dei benefici previsti dalla l. 302/1990 esulano profili di discrezionalità in senso tecnico-giuridico in capo alla p.a., chiamata ad una mera verifica circa il possesso, da parte dei richiedenti, dei requisiti normativamente previsti: in particolare, l’ amministrazione non ha potere né in punto di individuazione ed apprezzamento dei presupposti per l’erogazione dell’elargizione, interamente ed esaustivamente enucleati dalla legge, né in punto di dosimetria dei relativi benefici, il cui ammontare è, parimenti, stabilito in sede legislativa. Pertanto, nelle controversie concernenti il contributo previsto dalla l. 20 ottobre 1990 n. 302 va dichiarata la giurisdizione del g.o.” (T.A.R. Roma, (Lazio), sez. II, 09/01/2015, n. 244; T.A.R. Palermo, (Sicilia), sez. I, 11/11/2014; Tribunale Reggio Calabria, 18/07/2012; T.A.R. Roma, (Lazio), sez. II, 05/11/2009)
Legge 22 dicembre 1999, n. 512 – Istituzione del Fondo di rotazione per la solidatietà alle vittime di tipo mafioso.
I. L’art. 1 della legge n. 512 del 1999 prevede che “E’ istituito presso il Ministero dell’interno il Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso […]”.
Si tratta indubbiamente della misura di sostegno alle vittime dei reati di tipo mafioso e dei loro congiunti più importante tra quelle introdotte nel nostro ordinamento che, con decreto del Presidente della Repubblica del 19 febbraio 2014, n. 60, è stato unificato al Fondo di rotazione per la solidarieta alle vittime delle richieste estorsive e dell’usura (a norma dell’articolo 2, comma 6-sexies, del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10).
Questa legge consente alle vittime dei reati sopra citati e ai loro familiari, in caso do morte di morte della vittima, di ottenere le somme loro riconosciute a titolo di risarcimento dei danni con sentenze passate in giudicato direttamente dal Fondo di rotazione.
Il Fondo a sua volta si surroga, quanto alle stesse somme corrisposte, nei diritti di coloro che hanno ottenuto il risarcimento del danno verso il soggetto (o i soggetti) condannato. Tuttavia, tali somme rimangono a titolo definitivo a carico del Fondo nel caso in cui il soggetto condannato non possa rimborsare tali somme al Fondo.
II. Limitatamente alle vittime dei reati di tipo mafioso, l’art 4, comma 1, (così come modificato ed integrato sino ad oggi) prevede le condizioni per poter accedere al Fondo precisando che “Hanno diritto di accesso al Fondo, entro i limiti delle disponibilità finanziarie annuali dello stesso, le persone fisiche costituite parti civili nelle forme previste dal codice di procedura penale, a cui favore è stata emessa, successivamente alla data del 30 settembre 1982, sentenza definitiva di condana al risarcimento dei danni, patrimoniali e non patrimoniali, nonché alla rifusione delle spese e degli onorari di costituzione e difesa, a carico di soggetti imputati, anche in concorso dei seguenti reati:
a) del delitto di cui all’art. 416-bis del c.p.;
b) dei delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dal medesimo art. 416-bis c.p.;
c) dei delitti commessi al fine di agevolare l’attività delle associazioni di tipo mafioso”.
L’art. 4, comma 2, prevede, inoltre, che “Hanno altresì diritto di accesso al Fondo, entro i limiti delle disponibilità finanziarie annuali dello stesso, le persone fisiche costituite in un giudizio civile, nelle forme previste dal codice di procedura civile, per il risarcimento dei danni causati dalla consumazione dei reati di cui al comma 1, accertati in giudizio penale nonché i successori a titolo universale delle persone a cui favore è stata emessa la sentenza di condanna di cui al presente articolo”.
Con successive integrazioni e modificazioni, sono stati introdotti anche per tale misura di sostegno ulteriori limitazioni, ciò è avvenuto, in particolare, con la legge 7 luglio 2016, n. 122, che espressamente prevede all’art. 15, comma 3, che tali limitazioni si applichino retroattivamente alle istanze non ancora definite alla data di entrata in vigore della citata legge 122/2016.
Più esattamente, l’art 4, comma 3, 4 e 4-bis della legge 512 del 1999, esludono l’accesso al Fondo quando nei confronti delle persone indicate al comma 1 e 2, alla data della presentazione della domanda, essi risultino sttoposti ad un procedimento penale o sia stata già pronunciata sentenza definitiva di condanna per uno dei reati di cui all’art. 407, comma 2, lett. a) del codice di procedura penale, nonché quando nei loro confronti sia in corso un procedimento per l’applicazione o sia stata già applicato in via definitiva nei loro confronti una misura di prevenzione prevista dal codice antimafia, ovvero quando esse non risultino essere del tutto estraneo ad ambienti e rapporti delinquenziali, salvo che si dimostri l’accidentalità del loro coinvolgimento passivo nell’azione criminosa lesiva, ovvero risulti che le stesse, al tempo dell’evento, si erano già dissociate o comunque estraniate dagli ambienti e dai rapporti delinquenziali cui partecipavano.
L’accesso al fondo è negato anche quando tali condizioni si riferiscono al soggetto deceduto in conseguenza della consumazione dei reati previsti dal primo comma di tale articolo, “salvo che lo stesso abbia assunto, precedentemente all’evento lesivo che ne ha cagionato la morte, la qualità di collaboratore di giustizia ai sensi delle vigenti disposizioni di legge e non sia intervenuta revoca del provvedimento di ammissione ai programmi di protezione per cause imputabili al soggetto medesimo”.
III. Ricorrendo tali condizioni, il passo successivo è la domanda per l’accesso al Fondo, che avviene con due modalità distinte, a seconda della sede in cui venga richiesto il risarcimento dei danni.
Se in ordine ad uno dei reati di cui all’art. 4, comma 1, nel processo penale sia stata depositata la richiesta di rinvio a giudizio dei responsabili degli stessi reati, ai sensi dell’art. 5 “il giudice fa notificare al Fondo l’avviso del giorno, dell’ora e del luogo dell’udienza, con la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal Pubblico Ministero”.
Se la persona offesa si costituisca parte civile all’udienza preliminare, ovvero al dibattimento il giudice fa notificare al Fondo il relativo verbale”.
Nel giudizio civile, invece, è l’attore che, oltre a dover citare (ovviamente!) le persone condannate con sentenza penale passata in giudicato, “notifica al Fondo l’atto di citazione, prima della costituzione delle parti”.
Si badi il Fondo non è convenuto, sicché il Tribunale competente sarà quello del luogo in cui è stato consumato il reato, e non il foro della pubblica amministrazione ex art. 25 c.p.c. e l’atto di citazione andrà notificato al Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore, domiciliato come per legge presso l’Avvocatura Generale dello Stato al solo fine di renderlo edotto della pendenza della lite.
La sentenza del Giudice civile passata in giudicato che condanna i convenuti al risarcimento dei danni costituisce il titolo esecutivo per poter ottenere il pagamento dal Fondo.
Più esattamente, la copia autentica dell’estratto della sentenza di condanna passata in giudicato, ovvero dell’estratto della sentenza di condanna al pagamento della provvisionale, ovvero dell’estratto della sentenza civile di liquidazione del danno dovranno essere presentate direttamente o tramite posta elettronica certificata ovvero inviata a mezzo plico raccomandato con avviso di ricevimento al Prefetto della provincia nella quale il richiedente ha la residenza ovvero in cui ha sede l’autorita’ giudiziaria che ha emesso la sentenza di cui all’articolo 4, comma 1, della legge 22 dicembre 1999, n. 512.
Dalla presentazione della domanda al Prefetto inizia a decorrere il termine di 60 giorni dalla legge 512/1999 per la conclusione del procedimento.
Il Prefetto svolge una prima istruttoria, verificando la sussistenza dei presupposti e dei requisiti richiesti dalla legge, avvalendosi anche degli organi di polizia ed integrando eventualmente gli atti istruttori, ed entro 20 giorni dal ricevimento dell’istanza, invia la domanda e la relativa documentazione istruttoria al Comitato di solidarieta’ antimafia, unitamente ad un parere circa la sussistenza dei requisiti per l’accesso al Fondo e alla informativa circa l’eventuale avvenuta concessione all’istante, per lo stesso danno, di un altro indennizzo o risarcimento.
In ogni caso, dopo aver ricevuto la domanda, egli è tenuto a comunicare ai soggetti aventi diritto al risarcimento l’avvio del procedimento ed il nominativo del funzionario responsabile dell’istruttoria ed al Comitato di solidarieta’ antimafia le generalita’ del richiedente e la data di presentazione o di spedizione della domanda.
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