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Timestamp: 2017-10-19 20:04:54+00:00

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L’autorizzazione all’atto di appello
Il secondo comma dell’art. 52, del D.Lgs.n.546/92 dispone che gli uffici periferici dell’amministrazione finanziaria per poter proporre appello principale devono essere preventivamente autorizzati dalla sovraordinata direzione regionale competente (1), che funge da filtro ad impugnazioni inammissibili o infondate.<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Incidendo sulla capacità processuale dell’ufficio appellante, l’autorizzazione appartiene al novero delle questioni preliminari di rito. Conseguentemente, l’appello sprovvisto della predetta autorizzazione risulta viziato e, di conseguenza, inammissibile (2).
In tal senso, peraltro, si è orientata la giurisprudenza prevalente della Corte di Cassazione (3) che, in più occasioni, ha avuto modo di osservare come debba ritenersi inammissibile l’atto di appello privo della necessaria autorizzazione.
Circa l’onere della prova dell’avvenuta autorizzazione, la stessa giurisprudenza della Corte di Cassazione (4) ha consentito di poter fissare i seguenti principi:
· inammissibilità dell’autorizzazione tardiva;
· l’onere della prova dell’intervenuta autorizzazione grava sull’ufficio (5);
· il provvedimento di autorizzazione non deve essere notificato al contribuente ma risulterà sufficiente la sua produzione agli atti di causa;
· l’autorizzazione potrà essere prodotta, anche dopo la costituzione in giudizio, incontrando come termine ultimo per la sua produzione l’ultima udienza di discussione (6).
Invero, la vexata quaestio degli effetti processuali dell’atto di appello privo dell’autorizzazione ha ripreso vigore in conseguenza al deposito della Sentenza n. 604 del 14.01.2005 da parte delle Sezioni unite della Corte di Cassazione. Con tale ultimo provvedimento giurisdizionale la Suprema Corte (7) ha ritenuto che “la disposizione dell’art. 52, comma 2, del D. Lgs. n. 546/1992 deve essere non ritenuta non più suscettibile di applicazione nell’intervenuta operatività della normativa, di cui al D. Lgs. n. 300/99, che ha istituito le agenzie fiscali, attribuendo ad esse la gestione della generalità delle funzioni in precedenza esercitate dai dipartimenti e dagli uffici del Ministero delle Finanze e trasferendo alle medesime i relativi rapporti giuridici, poteri e competenze, da esercitarsi secondo la disciplina interna di ciascuna agenzia”. Conseguentemente, continua <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />la Corte, sono esclusi condizionamenti “al diritto delle Agenzie di impugnare in appello le sentenze delle commissioni tributarie provinciali ad esse sfavorevoli” (8).
In merito alle modalità della sottoscrizione del ricorso, si rileva che la disciplina della sottoscrizione del ricorso è esposta nel comma 3, dell’art. 18, del D.Lgs. n. 546/92. In conseguenza della obbligatorietà della assistenza tecnica, il ricorso deve essere sottoscritto dal difensore del ricorrente e contenere l’indicazione dell’incarico ai sensi dell’art. 12, comma 3. Resta residuale la ipotesi di sottoscrizione del ricorso da parte del contribuente ammessa esclusivamente nei casi, previsti dai commi 5 e 6 dell’articolo 12, in cui il ricorrente sia ammesso a stare in giudizio da solo (giudizi di valore inferiore € 2.582,00). La Circolare n. 98/E/1996 ha precisato che “nei casi in cui è richiesta l’assistenza tecnica obbligatoria tutta l’attività processuale deve portare di regola, la sottoscrizione del difensore del ricorrente per potersi ritenere giudizialmente ammissibile”. La sottoscrizione deve essere apposta tanto sull’originale quanto sulle copie destinate alle altre parti (9).
Si è affermato che per il giudizio tributario deve parlarsi di assistenza tecnica, mentre è facoltativa la rappresentanza (che è la norma nel processo civile), sicchè gli atti processuali devono essere sottoscritti dalla parte unitamente al difensore ovvero solo da quest’ultimo nel caso la parte gli abbia conferito la procura ex art. 83 C.p.c. (10). Nei casi in cui la parte sta in giudizio con il ministero di un difensore, questi deve essere munito di procura (procura alle liti, che può essere generale o speciale (11)). Si ricorda che il comma 4, dell’art. 18 citato, sancisce espressamente l’inammissibilità del ricorso in caso di mancata sottoscrizione del difensore tecnico (ed analogamente avviene per l’appello, in forza della previsione contenuta nell’art. 53, comma 1, del D. Lgs. n. 546/1992).
Come riportato anche in dottrina (12) la Suprema Corte ha invece riconosciuto che “in tema di contenzioso tributario la sottoscrizione del difensore con la quale viene autenticata la firma della parte apposta per il conferimento della procura in calce al ricorso deve intendersi quale sottoscrizione dello stesso“, derivando in tal caso l’ammissibilità dell’atto anche nell’ipotesi di controversia per la quale vige la regola dell’obbligatorietà della sottoscrizione del ricorso (13) dal momento che “la firma del difensore ha il duplice scopo di sottoscrivere l’atto stesso e di certificare l’autografia del mandato” (14).
Con la successiva decisione della Sezione Tributaria, 12 giugno 2000, n. 7966, la Cassazione ha affermato che il conferimento, nel corso del processo tributario, di una procura speciale ad un avvocato non era idonea a sanare l’iniziale difetto di assistenza tecnica previsto dall’art. 12 del D. Lgs. n. 546/1992 attinente all’esercizio dello ius postulandi e, quindi, alla validità ed efficacia dell’ atto introduttivo del giudizio. La sottoscrizione del ricorso da parte di un professionista non abilitato, a norma del D. Lgs. n. 546/1992, nella successiva pronuncia della Sezione Tributaria, 29 marzo 2000, n. 3845 veniva considerata radicalmente nulla, in quanto effettuata in carenza di potere, con la conseguenza della sanzione della inammissibilità del ricorso non suscettibile di alcuna sanatoria neppure sotto il profilo dell’ errore di fatto.
La Corte Costituzionale, nella sentenza n. 189 del 13 giugno 2000, pur dichiarando non fondata la questione di costituzionalità delle norme, ha osservato che a seguito delle intervenute modifiche legislative, il richiamo contenuto nell’art. 18, comma 3, del D. Lgs. n. 546/1992 al disposto del comma 5 dell’ art. 12, doveva intendersi, “con interpretazione in armonia con un sistema processuale che deve garantire la tutela delle parti in posizione di parità, evitando irragionevoli sanzioni che si risolvano a danno del soggetto che si intende tutelare“, nel senso di un richiamo complessivo al meccanismo dell’ordine da parte del giudice (Presidente della Commissione o della Sezione o del Collegio) alla parte privata di “munirsi di assistenza tecnica fissando un termine entro il quale la stessa parte è tenuta, a pena di inammissibilità, a conferire incarico ad un difensore abilitato“.
Le Sezioni Unite della Cassazione si sono recentemente pronunciate sul contrasto tra le decisioni della Sezione Tributaria (15), con la sentenza 2 dicembre 2004, n. 22601, nella quale è stato sancito che l’inammissibilità del ricorso presentato nel processo tributario per la mancata nomina del difensore consegue solo se, allo scadere del termine fissato per la nomina dello stesso, il ricorrente non abbia compiuto tale adempimento (16).
Si rileva, comunque, che il comma 3 dell’articolo 53 è rimasto immutato,norma che prevede che subito dopo il deposito del ricorso in appello, la segreteria della commissione tributaria regionale richieda alla segreteria della provinciale la trasmissione del fascicolo del processo, contenente anche copia autentica della sentenza (17).
Il giudice tributario ha il potere di verificare d’ufficio, sia in grado di appello che nel giudizio di cassazione, l’esistenza e la validità dell’autorizzazione – rilasciata agli uffici periferici dell’Amministrazione finanziaria – per proporre appello principale avverso le decisioni delle Commissioni tributarie provinciali, di cui all’art. 52, comma 2, del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, trattandosi di una condizione di ammissibilità del gravame. Peraltro, una volta che tale autorizzazione risulti depositata, il giudice non può, in assenza di specifica contestazione del contribuente appellato, sindacare – anche nel caso in cui essa rechi una sottoscrizione illeggibile – la riferibilità di tale autorizzazione all’organo competente, dovendo presumersi – fino a prova contraria – la sussistenza del relativo potere in capo al funzionario che l’abbia rilasciata. Ciò in quanto l’illeggibilità della sottoscrizione non comporta la nullità del documento essendo, comunque, consentita la possibilità dell’identificazione del soggetto indicato come autore dell’atto e l’individuazione della provenienza dall’organo cui è attribuita la competenza.
E’ questa la massima della sentenza n. 9600 del 13 marzo 2007, depositata il successivo 23 aprile 2007.
La Corte fissa due importanti principi:
· l’autorizzazione prevista dall’art. 52, comma 2, del D.Lgs. n. 546/1992, per la proposizione dell’appello principale da parte dell’ufficio finanziario periferico avverso le decisioni delle commissioni tributarie provinciali, costituisce un presupposto di validità del processo, la cui mancanza, incidendo sulla capacità di stare in giudizio della parte (o legitimatio ad processum), escludendola, determina l’inammissibilità dell’appello (Cass., SS.UU., 29 aprile 2003, n. 6633; Cass., 9 aprile 2003, n.5604; Cass. n. 10239 e 11321 del 2001. Sul punto i Supremi giudici richiamano una pronuncia a Sezioni Unite, ove è stato sancito “che il giudice tributario ha il potere di verificare d’ufficio, sia in grado di appello che nel giudizio di cassazione, l’esistenza e la validità dell’autorizzazione – rilasciata agli uffici periferici dell’amministrazione finanziaria – per proporre appello principale avverso le decisioni delle commissioni tributarie provinciali, di cui all’art. 52, comma 2, del D.Lgs. n. 546 del 1992, trattandosi di una condizione di ammissibilità del gravame. Infatti, sebbene involga il controllo dell’avvenuto rispetto delle norme amministrative di azioni disciplinanti l’iter burocratico inteso al rilascio dell’autorizzazione, tale decisione non impinge nel difetto di giurisdizione, in quanto il giudice tributario ha il potere di risolvere incidentalmente questioni attribuite alla competenza giurisdizionale di altro giudice, quando da tale risoluzione dipenda la decisione sull’oggetto del giudizio (Cass., SS.UU., n. 6633/2003)”;
· richiamando un precedente – sentenza n. 18878/2004 – la Corte afferma che ciò che determina l’inammissibilità del gravame dell’ufficio finanziario periferico per difetto di legittimazione processuale è la mancanza effettiva dell’atto di autorizzazione del responsabile del servizio del contenzioso della competente direzione regionale delle entrate, non la sua ritenuta irregolarità, o anche invalidità, nel qual caso la commissione regionale non solo può, ai sensi dell’art. 7, comma 3, del D.Lgs. n. 546/1992, ordinare il deposito dei documenti necessari per la decisione della controversia (tra cui la delega eventualmente conferita dal responsabile medesimo ad altro funzionario), ma deve invitare l’ufficio appellante a completare o a mettere in regola gli atti e i documenti che riconosce difettosi, a norma del primo comma dell’art. 182 del codice di procedura civile, incidendo la mancanza della delega e la non leggibilità della sottoscrizione dell’atto di autorizzazione, anche essa rilevata nella specie, sulla regolarità ed efficacia della costituzione della parte. D’altra parte, pur spettando al giudice il potere di verifica d’ufficio dell’esistenza delle condizioni di ammissibilità del gravame, tra cui l’autorizzazione in questione, “una volta questa depositata, non può il giudice, in assenza di specifica contestazione del contribuente (appellato), ed anche se l’atto è sottoscritto con sgorbio illeggibile, sindacarne la riferibilità all’organo competente al rilascio, dovendosi presumere, in tale assenza, e fino a prova del contrario in caso di contestazione (Cass. 6 giugno 2002, n. 8166), la sussistenza del relativo potere in capo al funzionario che l’ha rilasciata. Ciò senza contare infine che è da escludere l’invalidità della sigla non leggibile apposta in calce a un documento che rechi, come nella specie, l’indicazione della qualifica del funzionario competente a emanarlo, poiché tale modalità, consentendo in caso di necessità l’identificazione del soggetto indicato come autore dell’atto, quindi l’individuazione della provenienza dall’organo cui è attribuita la competenza, è da considerare equipollente alla firma per esteso (vd., in tema di atti amministrativi informatici, Cass. 15 ottobre 2003, n. 15448)”.
In tema di autorizzazione all’appello, giova segnalare come la Corte di Cassazione con sentenza n. 15048 del 05.08.2005 abbia già affermato che “la leggibilità della firma di un atto non è requisito essenziale ai fini dell’imputabilità della volontà dichiarativa al funzionario investito dei relativi poteri, a meno che non sussistano altri elementi tali da ingenerare dubbi circa la riferibilità del provvedimento”. Quindi, continua la Corte, “il presupposto dell’autorizzazione all’appello previsto dall’art. 52 del D. Lgs. n. 546/1992 ricorre anche quando la firma del relativo atto risulti illeggibile, purchè se ne possa desumere la riconducibilità a soggetto abilitato a sottoscriverlo per conto del responsabile dell’Ufficio competente”.
Sempre sul tema si richiama la sentenza n. 24972 del 6 ottobre 2005, depositata il 25 novembre 2005, secondo cui deve presumersi legittima la sottoscrizione di un atto (nel caso di specie, si trattava proprio di un’autorizzazione all’appello) da parte di un delegato del funzionario responsabile, sebbene la firma del delegato risulti illeggibile. Infatti, “questa Corte ha già avuto modo di affermare che in tema di contenzioso tributario, è da presumersi legittima, anche in relazione alla competenza a provvedere e fino a prova del contrario, l’autorizzazione alla proposizione dell’appello contro la sentenza di primo grado, rilasciata, in favore degli uffici finanziari periferici, dal responsabile del servizio del contenzioso della competente Direzione regionale delle entrate, ai sensi dell’art.52, comma 2, del D.Lgs. n. 546 del 1992, quand’anche questa sia stata sottoscritta in via vicaria, dal direttore di divisione reggente (Cass. n. 19673/2004, conf. n. 8166/2004). Il principio è stato enunciato in relazione ad una fattispecie analoga, relativa ad autorizzazione, contenente, sulla dicitura Il Responsabile del Servizio Contenzioso, una barra di solito usata per firmare l’atto in via vicaria, ritenuta legittima per non essere stata provata la mancanza di potere in capo al funzionario che ha rilasciato l’autorizzazione all’appello; la Corte ha anche richiamato la propria giurisprudenza in ordine alla legittimità dei provvedimenti redatti su moduli meccanizzati. In definitiva, quindi, l’autorizzazione all’impugnazione formalmente corretta e non contestata, non può essere disattesa. Pertanto, la sentenza impugnata deve essere cassata nella parte in cui, invece, ha ritenuto inammissibile l’appello in ragione della mancata esibizione dell’atto di delega e della illegibilità della firma del delegato, pur in assenza di contestazione della controparte”.
(2) Cfr. BUSCEMA, Inammissibile l’appello dell’ufficio privo del visto della Direzione Regionale, in Fiscoggi del 29.12.2004.
(3) Cfr. ex pluribus, Cassazione n. 9716/2004; Cassazione Sezioni Unite, n. 21709/2004.
(4) Cfr. Cassazione, sentenza n. 12702/2004.
(5) Cfr. Cassazione n. 6463/2002.
(6) Cfr. BUSCEMA, Prova possibile fino all’ultima udienza, in Fiscoggi del 151.09.2004.
(7) Cfr. ROMA, La legittimazione e la rappresentanza dell’agenzia delle entrate nel giudizio tributario: fonti normative e contrasti giurisprudenziali, in il Fisco, n. 2/2005, pag. 237.
(8) Cfr. BUSCEMA, La normativa processuale non prevede a

References: Sentenza 
 art. 83
 sentenza 
 art. 12
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza