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Timestamp: 2020-08-15 00:14:09+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 22115 del 04/09/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22115 del 04/09/2019
Cassazione civile sez. VI, 04/09/2019, (ud. 07/05/2019, dep. 04/09/2019), n.22115
sul ricorso 23590-2018 proposto da:
S.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA EMILIO FAA’ DI
BRUNO presso lo studio dell’avvocato MARTA DI TULLIO che lo
avverso la sentenza n. 90/2018 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,
partecipata del 07/05/2019 dal Consigliere Relatore Dott. EDUARDO
1. Con ordinanza ex artt. 702-bis e ss. c.p.c. resa il 28 febbraio 2017, il Tribunale di Perugia confermò il provvedimento reiettivo delle istanze di protezione – internazionale ed umanitaria emesso dalla competente Commissione Territoriale nei confronti del cittadino pakistano S.A., ed il gravame proposto da quest’ultimo contro tale decisione venne respinto dalla corte di appello della medesima città, con sentenza del 15 febbraio 2018, n. 90, pronunciata ex art. 281-sexies c.p.c., la quale: i) ritenne non credibili le sue dichiarazioni perchè estremamente generiche, così da indurre a concludere che egli fosse un migrante economico; ii) considerò, quanto alla situazione politica ed economica del Pakistan, che questo non fosse un Paese oggetto di direttive di non rimpatrio dell’UNHCR; iii) giudicò insussistenti i presupposti per la concessione della protezione sussidiaria ed umanitaria.
2. Contro la descritta sentenza S.A. propone ricorso per cassazione, affidato a sette motivi, resistiti, con controricorso, dal Ministero dell’Interno.
I) la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, per non essere state acquisite e valutate le informazioni circa la situazione del Paese di provenienza dell’appellante;
II) la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 17 e art. 2, lett. g), per avere la corte territoriale ritenuto insussistente, per il ricorrente, il rischio di subire un grave danno in caso di rientro nel suo Paese;
III) la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 2, lett. A, per essere la corte perugina venuta meno al suo obbligo di cooperazione istruttoria nel disattendere la domanda di riconoscimento della protezione sussidiaria;
V) la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e del D.Lgs. n. 251 del 2008, art. 32, comma 3, in relazione al mancato riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari;
VII) l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per non essersi la corte distrettuale minimamente pronunciata sui principi in tema di prova sanciti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3.
2. Gli esposti motivi sono suscettibili di una trattazione congiunta, atteso che quelli recanti violazioni legge sono tutti parzialmente affetti dal medesimo vizio di inammissibilità, per difetto di specificità, rivelandosi, per il resto, infondati, così come il settimo motivo, che lamenta un vizio motivazionale, alla stregua di argomentazioni comuni.
2.1. Invero, va immediatamente ricordato che costituisce principio pacifico quello secondo cui il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 deve essere dedotto, a pena di inammissibilità del motivo giusta la disposizione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 6, non solo con la indicazione delle norme assuntivamente violate, ma anche, e soprattutto, mediante specifiche argomentazioni intelligibili ed esaurienti intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate nonne regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità, diversamente impedendosi alla Corte regolatrice di adempiere al suo istituzionale compito di verificare il fondamento della lamentata violazione. Risulta, quindi, inidoneamente formulata la deduzione di errori di diritto individuati per mezzo della sola preliminare indicazione delle singole norme pretesamente violate, ma non dimostrati attraverso una critica delle soluzioni adottate dal giudice del merito nel risolvere le questioni giuridiche poste dalla controversia, operata mediante specifiche e puntuali contestazioni nell’ambito di una valutazione comparativa con le diverse soluzioni prospettate nel motivo e non tramite la mera contrapposizione di queste ultime a quelle desumibili dalla motivazione della sentenza impugnata (Dott., ex multis, Cass. n. 24298 del 2016; Cass. n. 5353 del 2007).
2.1.1. Nella specie, invece, le diverse censure rappresentate nei primi sei motivi si risolvono, in larghissima parte, nella generica indicazione di alcune disposizioni di legge che si assumono violate, senza una precisa identificazione delle affermazioni in diritto della sentenza impugnata che si assumono contrastanti con le norme regolatrici della fattispecie e senza l’illustrazione di motivate ragioni dell’ipotizzato contrasto e, quindi, in una mera ed apodittica contrapposizione delle tesi del ricorrente a quelle desumibili dalla sentenza impugnata.
2.2. Inoltre, le uniche argomentazioni difensive svolte tendono, sostanzialmente, ad una riconsiderazione della situazione imperversante nel contesto di origine del richiedente, recando valutazioni che, impingendo nel merito, sono inammissibili nel giudizio di legittimità, che non può essere surrettiziamente trasformato in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito, nel quale ridiscutere gli esiti istruttori espressi nella decisione impugnata, non condivisi e, per ciò solo, censurati al fine di ottenerne la sostituzione con altri più consoni alle proprie aspettative (cfr Cass. n. 21381 del 2006, nonchè la più recente Cass. n. 8758 del 2017).
2.2.1. Dette argomentazioni, infatti, investono la mancata acquisizione di informazioni sulla situazione socio-politica-economica del Paese di provenienza del ricorrente, la valutazione di non credibilità delle dichiarazioni di quest’ultimo, ritenuta espressione di un giudizio soggettivo ed arbitrario, non fondato su elementi oggettivi, il non essersi applicati i principi sull’onere della prova affermati costantemente dalla giurisprudenza sovranazionale e di legittimità con riferimento alla materia della protezione internazionale.
2.2.2. Rileva, però, il Collegio che, come ancora recentemente chiarito da Cass. n. 31481 del 2018 e da Cass. n. 16295 del 2018, in tema di valutazione della credibilità soggettiva del richiedente e di esercizio, da parte del giudice, dei propri poteri istruttori officiosi rispetto al contesto sociale, politico e ordinamentale del Paese di provenienza del primo, la valutazione del giudice deve prendere le mosse da una versione precisa e credibile, benchè sfornita di prova (perchè non reperibile o non richiedibile), della personale esposizione a rischio grave alla persona o alla vita: tale premessa è indispensabile perchè il giudice debba dispiegare il suo intervento istruttorio ed informativo officioso sulla situazione persecutoria addotta nel Paese di origine (cfr. Cass. n. 21668 del 2015; Cass. n. 5224 del 2013. Principio affatto analogo è stato, peraltro, ribadito dalla più recente Cass. n. 17850 del 2018). Infatti, le dichiarazioni del richiedente che siano intrinsecamente inattendibili, alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non richiedono un approfondimento istruttorio officioso, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (cfr. Cass. n. 16295 del 2018; Cass. n. 7333 del 2015). Inoltre, Cass. n. 30105 del 2018 ha sancito che il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, nel prevedere che “ciascuna domanda è esaminata alla luce di informa ioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo e, ove occorra, dei Paesi in cui questi sono transitati…”, deve essere interpretato nel senso che l’obbligo di acquisizione di tali informazioni da parte delle Commissioni territoriali e del giudice deve essere osservato in diretto riferimento ai fatti esposti ed ai motivi svolti in seno alla richiesta di protezione internazionale, non potendo, per contro, addebitarsi la mancata attivazione dei poteri istruttori officiosi, in ordine alla ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione, riferita a circostanze non dedotte.
2.2.3. Nella specie, la corte distrettuale ha espresso confermando l’analoga valutazione del tribunale – un giudizio negativo sulla credibilità del richiedente (cfr., amplius, pag. 3-4 della sentenza impugnata) sulla base di plurimi elementi ritenuti rilevatori dell’inverosimiglianza ed incoerenza della sua narrazione, in maniera del tutto conforme ai parametri cui l’autorità amministrativa e, in sede di ricorso, quella giurisdizionale, sono tenute ad attenersi ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5. Si tratta, come appare evidente, di accertamenti in fatto, che non possono essere in questa sede messi in discussione se non denunciando, ove ne ricorrano i presupposti (qui, invece, insussistenti), il vizio di omesso esame ex art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo introdotto dal D.L. n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012 (qui applicabile, risultando impugnato una sentenza resa il 15 febbraio 2018), come delimitato, quanto al suo concreto perimetro applicativo, da Cass., SU, n. 8053 del 2014.
2.2.4. In relazione, infine, alla censura di mancata valutazione del generale contesto politico e ordinamentale del Paese di provenienza, deve rilevarsi che, in ogni caso, la riferibilità soggettiva ed individuale del rischio di subire persecuzioni o danni gravi rappresenta un elemento costitutivo del rifugio politico e della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, ex lett. a) e b), escluso il quale dal punto di vista dell’attendibilità soggettiva, non può riconoscersi il relativo status (cfr. Cass. n. 31481 del 2018).
2.2.5. In ogni caso, la decisione oggi impugnata ha, sebbene sinteticamente, esaminato la situazione socio-politica del Paese di provenienza del richiedente, onde i motivi in esame sono insuscettibili di accoglimento, in quanto, sostanzialmente, sono volti ad ottenere la ripetizione del giudizio di fatto, attività qui preclusa in virtù della funzione di legittimità, mentre la stessa ritenuta non credibilità dell’odierno ricorrente è, di per sè, idonea al rigetto delle sue richieste, posta la ritenuta inattendibilità delle dichiarazioni effettuate dallo straniero ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, e considerato che, come si è già detto, la mancanza di attendibilità delle dichiarazioni del richiedente la protezione internazionale comporta che neppure sorga il dovere di ricerca di riscontri d’ufficio (cfr. Cass. n. 17850 del 2018; Cass. n. 16925 del 2018; Cass. n. 21668 del 2015; Cass. n. 5224 del 2013).
2.2.6. Circa, infine, la invocata protezione umanitaria, va soltanto rimarcato che la corte perugina ha affermato non essere state dedotte gravi ragioni di protezione o situazioni soggettive specifiche, e che questa Corte ha già avuto occasione di chiarire, nella recente sentenza n. 4455 del 2018 (successivamente riaffermandolo in Cass. n. 17072 del 2018 ed in Cass. n. 22979 del 2018), che, se assunto isolatamente, il contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani nel paese di provenienza non integra, di per sè solo ed astrattamente considerato, i seri motivi di carattere umanitario, o derivanti da obblighi internazionali o costituzionali, cui la legge subordina il riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria, in quanto “il diritto al rispetto della vita privata – tutelato dall’art. 8 CEDU (…) può soffrire ingerenze legittime da parte dei pubblici poteri per il perseguimento di interessi statuali contrapposti, quali, tra gli altri, l’applicazione ed il rispetto delle leggi in materia di immigrazione, particolarmente nel caso in cui lo straniero non goda di uno stabile titolo di soggiorno nello Stato di accoglienza, ma vi risieda in attesa che venga definita la sua domanda di determinazione dello status di protezione internazionale (cfr. Corte EDU, cent. 08.04.2008, ric. 21878/06, caso Nnyan.zi c. Regno Unito, par. 72 ss.)”.
2.3. Miglior sorte, infine, nemmeno toccherebbe alla richiesta di protezione umanitaria alla stregua del testo del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, come recentemente novellato dal D.L. n. 113 del 2018, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 132 del 2018, non recando la prospettazione del corrispondente motivo di ricorso alcun riferimento alle specifiche previsioni di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 19, commi 1 e 1.1, come modificato dal citato D.L. n. 113 del 2018.
3. Il ricorso, dunque, va respinto, restando le spese del giudizio di legittimità regolate dal principio di soccombenza, altresì rilevandosi che, risultando, dagli atti, l’avvenuta ammissione del ricorrente al patrocinio a spese dello Stato, non trova applicazione il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.
La Corte rigetta il ricorso, e condanna S.A. al pagamento delle spese di questo giudizio di legittimità, liquidate in Euro 2.100,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sesta sezione civile della Corte Suprema di cassazione, il 7 maggio 2019.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 281
 sentenza 
 art. 8
 art. 17
 art. 2
 art. 2
 art. 5
 art. 32
 art. 3
 sentenza 
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 Cass. 
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 Cass. 
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 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 3
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 8
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 art. 3
 art. 360
 sentenza 
 art. 14
 Cass. 
 art. 3
 Cass. 
 Cass. 
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 Cass. 
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 Cass. 
 Cass. 
 art. 32
 art. 19
 art. 13
 art. 1