Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-23355-del-19-09-2019
Timestamp: 2020-06-06 07:19:12+00:00

Document:
Sentenza Cassazione Civile n. 23355 del 19/09/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23355 del 19/09/2019
Cassazione civile sez. trib., 19/09/2019, (ud. 25/06/2019, dep. 19/09/2019), n.23355
sul ricorso iscritto al n. 28975/2012 R.G. proposto da:
HSBC BANK PLC, rappresentata e difesa dall’avv. Corrado Grande e
dall’avv. Massimo Antonini, elettivamente domiciliata presso il loro
studio in Roma, in via XXIV Maggio n. 43.
Lombardia, sezione n. 18, n. 62/18/12, pronunciata il 7/05/2012,
depositata il 12/06/2012.
generale De Renzis Luisa, che ha concluso chiedendo l’accoglimento
del primo motivo di ricorso e il rigetto degli altri;
udito l’avv. Marco Di Siena, per delega dell’avv. Corrado Grande;
udito l’avv. Mattia Cherubini per l’Avvocatura Generale dello Stato.
2. HBSC BANK PLC, con distinti ricorsi, impugnò innanzi alla CTP di Milano due avvisi di accertamento IRPEG, IRAP, per l’annualità 2003, e IRES, IRAP, per l’annualità 2004, che recuperavano a tassazione interessi passivi (Euro 147.634, per il 2003; Euro 143.302, per il 2004) su finanziamenti della “casa madre” a favore della “SO”, e perdite su crediti (Euro 9.609.545, per il 2003, ed Euro 3.330.382, per il 2004), quali componenti negativi indebitamente dedotti dalla stabile organizzazione benchè correlati a ricavi e ad attività riferibili alla “casa madre”.
3. Con il terzo motivo, denunciando, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 109 T.U.I.R., comma 5, “e segnatamente del principio di inerenza dallo stesso affermato”, la ricorrente censura la sentenza impugnata per avere ritenuto che la parziale indeducibilità degli interessi passivi e delle perdite su crediti trovasse la propria ratio nella violazione del principio d’inerenza dei costi, laddove, invece, tanto gli interessi passivi maturati dalla “SO” nei confronti della “casa madre”, quanto, a maggior ragione, le “perdite Parmalat” erano senz’altro inerenti perchè contraddistinti da un vincolo causale con l’attività (bancaria), produttiva di proventi imponibili (gli interessi attivi), nella misura in cui gli stessi avevano concorso, nelle annualità precedenti, a determinare la base imponibile.
5. Con il quinto motivo, denunciando, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 110 T.U.I.R., comma 7, la ricorrente censura la sentenza impugnata per avere ritenuto che su tale norma poggiasse la parziale indeducibilità degli interessi passivi e delle “perdite Parmalat”, trascurando che essa si limita a precisare che il corrispettivo delle operazioni infragruppo intrattenute da un’impresa residente con soggetti esteri deve essere coerente con il “valore normale” delle medesime operazioni, e non è correlata nè ad una funzione di contrasto alla sottocapitalizzazione delle imprese residenti, nè, a maggior ragione, ad una qualche forma di tutela del principio di libera concorrenza.
7. Con il settimo motivo, denunciando, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, “Omessa, carente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo del giudizio. L’apodittica affermazione della correttezza del metodo di determinazione del fondo di dotazione “figurativo” ai fini fiscali adottato dall’Agenzia delle entrate.”, la ricorrente censura la sentenza impugnata in quanto, sebbene la determinazione del fondo di dotazione figurativo, nel nostro ordinamento, non sia disciplinata da alcuna norma tributaria, non ha esposto le ragioni della ravvisata legittimità del metodo adottato dall’Amministrazione finanziaria per la sua quantificazione.
8. Con l’ottavo motivo, denunciando, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, “Omessa, carente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo del giudizio. Le incerte ragioni sottese al disconoscimento (parziale) dell’inerenza degli interessi passivi e delle perdite su crediti.”, la ricorrente censura la sentenza impugnata per avere ricondotto la base normativa della parziale indeducibilità degli interessi passivi e delle perdite su crediti alla concorrente violazione dell’art. 109 T.U.I.R., comma 5, dell’art. 110T.U.I.R., comma 7, trascurando che le due norme hanno ambiti applicativi reciprocamente incompatibili ed alternativi, sicchè la congiunta menzione di entrambe le disposizioni è un chiaro indice dell’incertezza dello sviluppo argomentativo della decisione della CTR.
9. Con il nono motivo, denunciando, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, “Omessa, carente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo del giudizio. L’apodittica affermazione della correttezza delle prospettazioni accertative dell’Agenzia delle entrate.”, la ricorrente censura la sentenza impugnata per non avere indicato, neppure sommariamente, le ragioni per le quali aveva condiviso i calcoli numerici compiuti dall’Agenzia, negando, invece, ogni validità alla tesi della contribuente che avrebbero potuto condurre a risultati assai diversi e ad essa più favorevoli.
Ricorda che, ai sensi dell’art. 7, par. 2, Convenzione tra Italia e Regno Unito contro le doppie imposizioni, stipulata il 21 ottobre 1988 (e ratificata con L. n. 329 del 1990), “quando un’impresa di uno Stato contraente svolge la sua attività nell’altro Stato contraente per mezzo di una stabile organizzazione ivi situata, in ciascuno Stato contraente vanno attribuiti a detta stabile organizzazione gli utili che si ritiene sarebbero stati da essa conseguiti se si fosse trattato di una impresa distinta e separata svolgente attività identiche o analoghe in condizioni identiche o analoghe e in piena indipendenza dall’impresa di cui essa costituisce una stabile organizzazione.”.
Rimarca che il Commentario OCSE (p. 18.3), in merito al detto art. 7, ha chiarito che la stabile organizzazione deve essere dotata “di una struttura patrimoniale appropriata sia per l’impresa, sia per le funzioni che esercita. Per tali ragioni, il divieto di dedurre le spese connesse ai finanziamenti interni – ossia quelli che costituiscono mere attribuzione di risorse proprie della casa madre – dovrebbe continuare ad applicarsi in via generale.”.
Con riferimento all’art. 110 T.U.I.R., comma 7, infine, questa Corte ha affermato che: “In tema di reddito d’impresa, il D.P.R. n. 917 del 1986, art. 110, comma 7, va inteso come attuativo del principio di libera concorrenza, esclusa ogni qualificazione dello stesso come norma antielusiva, sicchè la valutazione del valore normale delle operazioni poste in essere postula l’esame della loro sostanza economica, in una prospettiva di comparazione con analoghe operazioni effettuate tra imprese indipendenti e in libera concorrenza (…)” (Cass. 15/11/2017, n. 27018; conf.: 29/01/2019, n. 2387).
Occorre premettere che la ricorrente adduce il vizio della sviluppo motivazionale della sentenza impugnata perchè, per un verso, in assenza di una norma tributaria che disciplini il fondo di dotazione figurativo, si è reputato acriticamente corretto il metodo seguito dall’Amministrazione per quantificarlo; per altro verso, sono stati condivisi i calcoli compiuti dall’Agenzia, senza spiegare le ragioni per le quali è stata ritenuta valida la tesi erariale e, per converso, è stata disattesa l’impostazione difensiva della contribuente, che avrebbe potuto condurre ad un risultato a quest’ultima più favorevole.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 7
 art. 110
 sentenza