Source: https://www.commercialistatelematico.com/articoli/2008/03/neanche-la-svizzera-e-sicura-le-informazioni-elvetiche-sono-utilizzabili.html
Timestamp: 2018-10-16 16:58:47+00:00

Document:
Neanche la Svizzera è sicura: le informazioni elvetiche sono utilizzabili | Commercialista Telematico
Neanche la Svizzera è sicura: le informazioni elvetiche sono utilizzabili
Alcune recenti sentenze della Corte di Cassazione in tema di irrituale acquisizione degli elementi probatori (cd. prove irrituali) hanno reso nuovamente vivo e di attualità una tematica delicata, che investe aspetti precisi e particolari dell’attività di verifica, pur se l’atto che acquista rilevanza esterna è l’avviso di accertamento (eventuali vizi del processo verbale, che l’ha preceduto e su cui esso si fonda, possono essere fatti valere in sede di ricorso giurisdizionale contro l’accertamento):
· con la sentenza n. 15230 del 2 luglio 2001, depositata il 3 dicembre 2001, <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />la Sezione tributaria della Suprema Corte ha statuito che il decreto del Procuratore della Repubblica, autorizzativo della perquisizione del domicilio del contribuente previsto dagli artt. 52, comma 2, del D.P.R. n.633/72 e 33, comma 1, del D.P.R. n.600/73, è un atto che, inserendosi in un tipico procedimento amministrativo, partecipa direttamente della natura amministrativa del procedimento considerato, condizionandone la legittimità ed è, perciò, sindacabile dal giudice civile e da quello tributario, e deve essere motivato. Il richiamo all’esistenza di una o più fonti confidenziali anonime denuncianti l’esistenza di violazioni tributarie non integra, da solo, effettiva, sufficiente e congrua motivazione dell’autorizzazione, rendendola illegittima; conseguentemente, prosegue la sentenza, gli avvisi di accertamento e di rettifica motivati con riferimento a dati acquisiti dall’Amministrazione finanziaria a seguito di accessi nell’abitazione del contribuente non legittimamente autorizzati, sono invalidi ed in suscettibili di produrre effetti;
· con la sentenza n. 16424 del 17 ottobre 2002, dep. il 21 novembre 2002, le Sezioni unite civili hanno affermato che la denuncia anonima non è uno dei “gravi indizi“, richiesti dalla norma, in grado di autorizzare la perquisizione domiciliare: “l’accesso all’abitazione non può essere il primo atto ispettivo dopo una denuncia anonima, occorrendo un minimo d’indagine e di riscontro, per acquisire la cognizione di fatti, sia pure dotati di semplice valore indiziario”…”La soluzione non può mutare se la dichiarazione anonima o confidenziale di fonte non identificata risulti a posteriore attendibile, in ragione del rinvenimento presso il domicilio del contribuente delle prove della violazione in base ad essa ipotizzata, dato che la legge consente la perquisizione solo se l’inchiesta dell’ufficio tributario – o della guardia di finanza – sia già pervenuta a risultati definibili come gravi indizi – cioè abbia raggiunto un quid pluris rispetto alla mera ipotesi dell’infrazione tributaria -, e quindi esprime un inequivoco rifiuto per l’ingresso autoritativo nell’abitazione del contribuente a titolo meramente esplorativo, vale a dire allo scopo di accertare fatti al momento totalmente sconosciuti o prospettabili sulla scorta di pura supposizione“);
· con la sentenza n. 8344 del 10 aprile 2001 (depositata il 19 giugno 2001) la Corte di Cassazione ha affermato che nel procedimento tributario, “salvi i casi espressamente previsti, rileva esclusivamente l’attendibilità delle prove e non i modi in cui sono state acquisite, talché, ove l’acquisizione non sia conforme alle regole all’uopo previste, tale irregolarità non determina l’inutilizzabilità delle prove stesse in quanto, per un verso, l’inutilizzabilità è categoria giuridica valida solo per il processo penale e, per l’altro, non è giusto che la negligenza di chi ha acquisito le prove ricada sull’Amministrazione finanziaria a fronte di una prova oggettivamente valida”;
· con la sentenza n. 8273 del 31 ottobre 2002 (depositata il 26 maggio 2003) la Corte di Cassazione ha statuito che in materia tributaria non vige il principio, presente invece nel codice di procedura penale, secondo cui è inutilizzabile la prova acquisita irritualmente, e pertanto gli organi di controllo possono utilizzare tutti i documenti dei quali siano venuti in possesso, salvo la verifica della attendibilità, in considerazione della natura e del contenuto dei documenti stessi, e dei limiti di utilizzabilità derivanti da eventuali preclusioni di carattere specifico;
· con la sentenza n. 11283 del 25 febbraio 2003 (depositata il 18 luglio 2003) la Sezione tributaria della Corte di Cassazione, tornando sull’argomento, ha affermato che il giudice tributario ha il potere-dovere, oltre che di verificare la presenza nel decreto autorizzativo di una motivazione – sia pure concisa o per relationem mediante recepimento dei rilievi dell’organo richiedente – circa il concorso di gravi indizi del verificarsi dell’illecito fiscale, anche di controllare la correttezza – in diritto – del relativo apprezzamento, verificando che faccia riferimento ad elementi cui l’ordinamento attribuisce valenza indiziaria, negando la legittimità dell’autorizzazione emessa esclusivamente sulla scorta di informazioni anonime, valutando il fondamento della pretesa fiscale senza tenere conto di quelle prove;
· con la sentenza n. 20253 del 19 ottobre 2005, la Corte di Cassazione ha affermato che “il contribuente ha il diritto di contestare innanzi al giudice tributario – il quale, di converso, ha il dovere (procedendo anche agli opportuni accertamenti anche fattuali) di decidere il punto – la legittimità ex art. 52 del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (richiamato dall’art. 33 del D.P.R. 29 settembre 1973 n. 600) dell’acquisizione, da parte degli uffici erariali e/o della Guardia di Finanza (quest’ultima nell’esercizio dei compiti di collaborazione con detti uffici ad essa demandati), del materiale probatorio e/o documentale posto a fondamento dell’avviso di accertamento… . A maggior ragione, la contestabilità in giudizio di una perquisizione personale illegittima va affermata in favore del contribuente quando il perquisito è un terzo, non essendo concepibile che l’eventuale atteggiamento inattivo e/o rinuncia del terzo perquisito possa riverberarsi in danno del contribuente il quale non ha nessun potere neppure di concorrere alla formazione di detto atteggiamento”;
· con la sentenza n. 12017/2007 la Cassazione osserva che l’art. 52, comma 2, del D.P.R. n. 633/1972 consente la perquisizione dell’abitazione della persona soggetta a verifica fiscale, previa autorizzazione del Procuratore della Repubblica, da rilasciarsi solo in presenza di gravi indizi in ordine alla presunte violazioni oggetto di indagine. “In assenza di una regolare autorizzazione la perquisizione non è valida, secondo quanto affermato anche dalla giurisprudenza di legittimità, e la documentazione acquisita nel corso della verifica fiscale non è utilizzabile ai fini dell’accertamento delle violazioni tributarie”. Per la Corte, “le irregolarità verificatesi nel corso di tale procedimento amministrativo, pertanto, se incidono sulla validità dell’accertamento tributario nei confronti del soggetto sottoposto alla verifica fiscale, non rendono inutilizzabile la notitia criminis che emerga nel corso della verifica stessa”. L’enunciato principio di diritto, peraltro, è stato reiteratamente affermato dalla Suprema Corte che ha precisato sul punto che in materia di illeciti tributari gli elementi raccolti durante gli accessi, le ispezioni e le verifiche compiute dalla Guardia di finanza “sono sempre utilizzabili quale notitia criminis. Infatti a tali accessi non è applicabile la disciplina prevista dal codice di rito per l’attività di polizia giudiziaria e, trattandosi di atti amministrativi e non giudiziari, la mancanza o l’irregolarità formale dell’autorizzazione può essere considerata causa di invalidità dell’accertamento fiscale, ma non riverbera i suoi effetti sull’accertamento penale” (Sez. III, 199511307, P., RV 202943; conforme, Sez. III, 199801668, R., RV 209572)”. Inoltre, con riferimento al sequestro della documentazione contabile rinvenuta dalla Guardia di finanza nel corso dell’accesso presso l’abitazione dell’imputato, è stato già definitivamente affermato dalla Corte che “in tema di sequestro, l’accertata illegittimità della perquisizione non produce alcun rilievo preclusivo, qualora vengano acquisite cose costituenti corpo di reato o a questo pertinenti, dovendosi considerare che il potere di sequestro, in quanto riferito a cose obbiettivamente sequestrabili, non dipende dalle modalità con le quali queste sono state reperite, ma è condizionato unicamente all’acquisibilità del bene e all’insussistenza di divieti probatori espliciti o univocamente enucleabili dai sistema (Sez. VI, 200406842, Sc., RV 227880; conforme, SS.UU. n. 199605021, S., RV 204644)”. Pertanto, conclude la Corte, “ la sentenza impugnata ha esattamente affermato che le decisioni adottate nel procedimento tributario in ordine alla regolarità della verifica fiscale eseguita presso l’abitazione di G.M. sono prive di rilevanza al fine di ritenere inutilizzabili la notitia criminis, che ha formato oggetto della testimonianza resa dal verbalizzante, peraltro assunta ritualmente in dibattimento nel contraddittorio delle parti, ed il sequestro della documentazione contabile afferente alle operazioni delle quali è stata accertata l’inesistenza, dovendosi applicare nel procedimento penale i diversi principi di diritto sopra enunciati”.
Nell’attività istruttoria gli effetti invalidanti dell’acquisizione degli elementi probatori, in mancanza di “una esplicita norma che colleghi questi ultimi all’infrazione di una specifica e ben individuata disposizione, sarebbero ostacolati in virtù della stessa disciplina dell’accertamento che, conferendo all’Amministrazione finanziaria la potestà di ricostruire l’effettiva posizione fiscale del contribuente sulla base di tutti gli elementi che, a qualsiasi titolo ed a prescindere dalla fonte di provenienza, siano entrati nella sfera di conoscenza dell’Amministrazione medesima, implicitamente escluderebbe l’inammissibilità degli elementi stessi, anche in caso di inosservanza delle disposizioni procedurali che ne regolano le modalità di acquisizione. Effettivamente, appare difficile non riconoscere come la normativa in tema di accertamento e rettifica delle dichiarazioni permetta al Fisco ampie possibilità di utilizzare ogni dato indicativo di una maggiore capacità contributiva (1)”.
I diversi orientamenti espressi dalla Cassazione, pur non univoci, ci inducono a sostenere che la linea di confine fra l’ammissibilità e l’inammissibilità delle prove irritualmente acquisite dipende dalla presunta gravità della violazione, il cui giudizio viene demandato, di volta in volta, al giudice.
A nostro avviso, tuttavia, nell’attività istruttoria, i presunti effetti invalidanti dell’acquisizione degli elementi probatori, in assenza di preclusioni specifiche, non rinvenibili né nel dettato normativo né nell’ordinamento tributario, sono ostacolati dalle stesse norme sull’accertamento che consentono all’Amministrazione finanziaria la potestà di ricostruire la posizione reddituale del contribuente sulla base di tutti gli elementi che, a qualsiasi titolo ed a prescindere dalla fonte di provenienza, siano entrati nella sfera di conoscenza dell’Amministrazione medesima:
· l’art. 36 del D.P.R. n. 600/1973, che prescrive che “ i soggetti pubblici incaricati istituzionalmente di svolgere attività ispettive o di vigilanza nonché gli organi giurisdizionali civili e amministrativi che, a causa o nell’esercizio delle loro funzioni, vengono a conoscenza di fatti che possono configurarsi come violazioni tributarie devono comunicarli direttamente ovvero, ove previste, secondo le modalità stabilite da leggi o norme regolamentari per l’inoltro della denuncia penale, al comando della Guardia di finanza competente in relazione al luogo di rilevazione degli stessi, fornendo l’eventuale documentazione atta a comprovarli”;
· l’art. 37, comma 1, del D.P.R. n. 600/1973, che afferma che “gli uffici …procedono….al controllo delle dichiarazioni ….attraverso …le informazioni di cui siano comunque in possesso”;
· l’art. 38, comma 3, del D.P.R. n. 600/1973, che statuisce che ‹‹ l’incompletezza, la falsità e l’inesattezza della dichiarazione, salvo quanto stabilito dall’art. 39, possono essere desunte…dai dati e dalle notizie di cui all’articolo precedente ›› (da individuarsi nell’art. 37);
· l’art. 39, commi 1 e 2, del medesimo D.P.R. n. 600/1973 che, rispettivamente, in tema di rettifica analitica ed induttiva dei redditi determinati in base a scritture contabili, contemplano la possibilità di rilevare l’incompletezza, la falsità o l’inesattezza degli elementi indicati in dichiarazione da altri atti e documenti in possesso dell’ufficio, nonché di determinare induttivamente il reddito d’impresa sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza;
· l’art. 41, commi 1 e 2, del D.P.R. n. 600/1973, che consente agli uffici di procedere all’accertamento d’ufficio nei casi di omessa presentazione della dichiarazione o di dichiarazioni nulle, “sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza”;
· gli artt. 41-bis del D.P.R. n. 600/1973 e 54, co. 5, del D.P.R. n. 633/1972, che permettono agli uffici di procedere ad accertamento qualora dai dati in possesso dell’anagrafe tributaria, risultino elementi che consentono di stabilire l’esistenza di un reddito non dichiarato o il maggiore ammontare di un reddito parzialmente dichiarato che avrebbe dovuto concorrere a formare il reddito imponibile;
· l’art. 55 del D.P.R. n. 633/1972, in tema di accertamento induttivo ai fini Iva, che permette, così come ai fini delle imposte sui redditi, la determinazione dell’imponibile complessivo e dell’aliquota applicabile sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza.
Ed è proprio l’art. 37 del D.P.R. n. 600/73 la norma richiamata dalla Corte di Cassazione nella recentissima sentenza n. 4608 del 24 settembre 2007 (dep. il 21 febbraio 2008) quale presupposto per l’accertamento sintetico di cui all’art. 38, comma 4, del D.P.R. n. 600/1973: sono utilizzabili le informazioni e documenti contenuti in una rogatoria internazionale formulata dalla magistratura elvetica alla magistratura italiana, in quanto l’inutilizzabilità in un procedimento amministrativo di accertamento tributario delle informazioni e dei documenti di fonte svizzera, in relazione alle riserve poste dalla Confederazione Svizzera all’adesione alla Convenzione europea di assistenza giudiziaria internazionale in materia penale del 1959, riguarda solo le informazioni fornite dalle autorità elvetiche su richiesta delle autorità italiane, mentre non riguarda – e non può riguardare- “il diverso caso in cui siano le Autorità Svizzere a chiedere la collaborazione di quelli italiane e nel quadro della loro richiesta forniscono (indirettamente) alle autorità italiane elementi utili per procedere ad accertamenti fiscali; e quindi non sussistano i presupposti di una limitazione alla utilizzabilità delle informazione (indirettamente) fornite. Ques’ultimo caso, si è realizzato nel caso di specie ove l’Autorità elvetica ha chiesto l’aiuto di quella italiana in ordine ad una presunta frode nella fatturazione di formaggi, esponendo dati che la nostra Amministrazione poteva utilizzare liberamente ”.
(1) SCREPANTI, Irrituale acquisizione di elementi probatori. Utilizzabilità ai fini dell’accertamento e responsabilità dei verificatori, in “ il fisco “, n.33/2001, pag. 11046

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 52
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza