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Timestamp: 2017-08-23 00:37:34+00:00

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Niente addebito al marito violento se parli di bambini alienati? | il ricciocorno schiattoso
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Niente addebito al marito violento se parli di bambini alienati?
Pubblicato il 29 marzo 2016	di il ricciocorno schiattoso
A questo proposito i commentatori dicono: «La retta comprensione di un fatto, e il fraintendimento di questo stesso fatto, non si escludono a vicenda per intero». (Franz Kafka, “Il Processo”).
Una breve premessa: in Italia vige il cosiddetto sitema giuridico noto come “civil law” (che si contrappone alla “common law”), sistema nel quale le sentenze non possono valere come leggi. L’elemento distintivo della civil law è la presenza di codici, che disciplinano in astratto tutti i casi che possono esser portati davanti al giudice: legislatore e legge codificata rappresentano i cardini del sistema, mentre il giudice assume un ruolo marginale, occupandosi dell’accertamento dei fatti e dell’applicazione di quanto dettato dalla norma astratta. Una sentenza altro non è che l’applicazione della legge ad un fatto concreto: essa non vale nei confronti di chi sia restato estraneo al processo, perché definisce solo quella determinata lite e non altre.
Poiché una sentenza della Corte di Cassazione non è legge, non è vincolante nel nostro sistema, tuttavia, nel caso delle sentenze della Suprema Corte di Cassazione, le sue pronunce sono considerate fonti autorevoli che si possono citare davanti a un giudice. Questo non significa che il giudice sarà costretto ad applicarle nel caso contingente, ma è molto probabile che ne terrà conto, consapevole del fatto che il suo ignorarle porterebbe in seguito le parti in causa a fare un nuovo al ricorso, per finire così di fronte alla Cassazione.
In rete troviamo diversi siti che pubblicano e commentano le sentenze della Cassazione, fra i quali questo:
Leggiamo nell’articolo che
“Con tale pronuncia, infatti, i giudici hanno rigettato le richieste di una donna che voleva una declaratoria di addebito della separazione in capo al marito, che a suo dire sarebbe stato responsabile di violenze, ingiurie e mancanza di rispetto.
Era emerso però che la donna aveva contribuito ad allontanare la figlia dal padre instaurando con la ragazza un rapporto definito dal Tribunale in primo grado “simbiotico-funzionale”, trasmettendo così alla giovane tutte le sfiducie dalla stessa nutrite verso il papà.
In sostanza, pur essendo state ritenute provate dai giudici di merito le affermazioni della donna relative a violenze, ingiurie e mancanza di rispetto, la condotta della stessa che di fatto di ha alienato la figura paterna dalla vita della figlia, hanno condotto i magistrati a respingere la domanda di addebito della separazione.”
Dalla lettura di questo articolo sembrerebbe che, nonostante fosse stato dimostrato in Tribunale che la donna era vittima di violenza domestica, e quindi che l’uomo fosse stato ritenuto colpevole di maltrattamenti in famiglia, i giudici abbiano deciso di respingere la domanda di addebito della separazione (ricordiamo che ai sensi dell’articolo 151 secondo comma del codice civile, il giudice, pronunziando la separazione, può dichiarare a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio, una volta dimostrato che tale condotta abbia reso la convivenza intollerabile e che gli effetti dell’addebito hanno conseguenza esclusivamente sul piano patrimoniale).
Se questo fosse vero – e vedremo che non lo è – questa sentenza sarebbe la perfetta dimostrazione di quanto affermato anni fa dall’Avvocato Richard Ducote: PAS “is a defense lawyer’s dream”, traduco: la PAS (quella teoria per mezzo della quale si pretende di dimostrare che uno dei genitori, nel contesto di controversie giudiziarie in sede di divorzio, sarebbe in grado di manipolare i propri figli al punto da “alienarli” dalla controparte) è il sogno di ogni avvocato difensore, visto che l’appellarsi ad essa permetterebbe ad un soggetto colpevole di violenza intrafamiliare di trasformarsi da reo (soggetto attivo del reato) in vittima, trovandosi così magicamente condonate tutte le sue malefatte.
La sentenza, la cui lettura è comunque interessante per chi si occupa di violenza domestica, in realtà non afferma affatto quanto sostenuto in questo articolo. La questione è molto più complessa.
Nel caso di questa coppia, in effetti, inizialmente il Tribunale di Milano aveva accolto la richiesta di addebito della separazione della moglie
rilevando che erano state provate le affermazioni della (omissis) relative a violenze fisiche, ingiurie e mancanza di rispetto nei suoi confronti
ma successivamente la Corte di appello
in parziale riforma dell’impugnata sentenza, respingeva la domanda di addebito
ritenendo che “meritavano accoglimento” le obiezioni del marito, il quale aveva presentato ricorso sostenendo che non di violenza unilaterale si trattava, bensì di
reciproci episodi di intolleranza.
I motivi per cui il Tribunale ha stabilito che non si poteva accusare l’uomo di violenza sono i seguenti: i testimoni prodotti non potevano vantare che una conoscenza indiretta dei fatti contestati, ovvero ne erano stati informati dal medesimo soggetto che sosteneva di essere vittima (la moglie), cosicché la rilevanza delle loro dichiarazioni era da considerarsi nulla; per ciò che riguarda i referti medici che comprovavano “due ecchimosi e un lieve gonfiore ad una guancia” sofferti dalla donna, essi sono stati considerati insufficienti a “dimostrarne la dipendenza da contegni del coniuge”, poiché l’unica persona che poteva sostenere di essere stata picchiata proprio da lui era lei soltanto, non essendovi alcun testimone diretto delle aggressioni.
Detto in modo più semplice: la donna è stata picchiata, è vero, e sostiene di essere stata picchiata dal marito, ma è lei a sostenerlo, quindi non possiamo accettare la sua versione dei fatti; potrebbe averla picchiata chiunque altro, potrebbe essersi picchiata da sola, per quanto ne sappiamo. Nel dubbio, la giustizia è sempre pro-reo.
Tecnicamente, quindi, non è vero che la Cassazione ha stabilito che la violenza subita da un coniuge non può essere considerata causa di addebito quando contestualmente si rileva che la condotta della vittima risulta ostativa alla conservazione del rapporto fra il genitore violento e la prole; ciò che ha fatto la Cassazione è stato confermare la sentenza di appello, che stabiliva che non si poteva parlare di violenza, ma si doveva parlare di conflittualità di coppia.
L’articolo però non sbaglia del tutto nell’interpretare la sentenza.
La prima sentenza, quella che aveva accolto la richiesta di addebito e aveva considerato provate le violenze del marito, stabiliva che
a dispetto del riconoscimento che il marito si era reso colpevole nei confronti della donna di violenza fisica e psicologica, la bambina era affidata ad entrambi, seppure con collocamento presso la madre; questo dimostra che i giudici, in sede di separazione, non considerano l’essere maltrattanti nei confronti del partner una caratteristica in grado di intaccare significativamente le competenze genitoriali di una persona;
si rendeva necessario un ammonimento alla madre, invitata a “non ostacolare ulteriormente i rapporti del padre con la figlia“; quello che il Tribunale si aspettava, da parte di una donna vittima di violenza da parte del coniuge, era un comportamento collaborativo, finalizzato alla piena condivisione della genitorialità.
Quello che ci dice questa prima sentenza è sostanzialmente quello che, a proposito dell’atteggiamento delle istituzioni nei confronti della violenza domestica, racconta Lundy Bancroft:
Si dice alle madri, “Se il padre dei vostri figli è violento o maltrattante, verso di voi o nei confronti dei vostri figli, dovete lasciarlo, per fare in modo che i vostri figli non siano esposti al suo comportamento.” Ma nel momento in cui la madre lascia un uomo violento, la società molte volte sembra fare un brusco dietro-front, e afferma: “Ora che ti sei separata da un uomo maltrattante, è necessario che i tuoi figli lo incontrino. Solo ora è necessario che li lasci da soli con lui, ora che non puoi più essere lì con loro a controllare se va tutto bene.”
Ciò che spesso i Tribunali richiedono alle donne, anche quando sono disposti a riconoscerle vittime di violenza domestica, è di accettare un’equa ripartizione della responsabilità genitoriale con il loro carnefice, nella convinzione che un uomo maltrattante possa essere comunque un padre “sufficientemente buono”, senza nessuna considerazione del benessere psicologico o dei pericoli nei quali potrebbe incorrere la vittima diretta della violenza, in questo caso la donna, e senza nessuna consapevolezza dei danni che la genitorialità di un uomo violento può procurare allo sviluppo dei bambini.
La volontà di preservare il rapporto genitore-figlio anche in presenza del riconoscimento della violenza agita contro il partner, testimonia che il mancato riconoscimento della “violenza assistita“, ovvero del fatto che la violenza domestica, anche quando non è direttamente agita contro i bambini, si configura comunque come un evento traumatico in grado di produrre danni analoghi a quelli di un abuso diretto, ha una grande influenza nel costrutto teorico della cosiddetta “alienazione”.
La convinzione che il rapporto di un figlio con un genitore maltrattante possa essere sano e produttivo di esiti positivi comporta la necessaria colpevolizzazione del genitore che la letteratura sull’argomento definisce “protettivo”; se quel bambino non sta bene, se quel bambino manifesta disagio o sofferenza, se quel bambino si rifiuta di avere rapporti con una persona violenta, non prendere in considerazione gli effetti del suo essere testimone della violenza su una persona fondamentale nel suo sviluppo conduce alla ricerca di altre cause, e quindi a puntare il dito verso la vittima diretta di quelle violenze.
Ecco che la madre, come leggiamo nella sentenza, diventa responsabile di aver
“portato la ragazza a condividere tutte le [sue] sfiduce verso il padre”
perché di fatto una donna vittima di violenza non ha il diritto di nutrire sfiducia nei confronti delle competenze genitoriali dell’uomo che è stato violento con lei.
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2 risposte a Niente addebito al marito violento se parli di bambini alienati?
hmmm … rileggerò investendo il tempo che la storia si merita.
Sembra una storia complicata (non complessa). Ma a primo impatto, si possono isolare degli elementi molto chiari e molto concreti per future storie simili (e non so se ancora non sia possibile riprendere la causa e crearne una nuova.
(i) Uno degli elementi è la definizione di violenza – che guarda caso nelle scienze sociali rientra nel (fa parte del) concetto di ‘potere’. Legati al concetto di potere sono pure altri concetti — come autorità, che pure ha un numero ‘indefinito di referenti e connotazioni (e.g., autorità che scaturisce da potere politico legittimo, dal sistema di leggi, dalle tradizioni orali e scritte, dal carisma, ecc.) Questa sentenza mi sembra ignorare tutto ciò — la ricchezza globale di questo grappolo di concetti. (Per una prima ‘passata’ del concetto vedi Steven Lukes — una delle menti più buone nelle scienze sociali (http://www.treccani.it/enciclopedia/potere_(Enciclopedia_delle_scienze_sociali)/
Chiaramente, ogni disciplina — inclusa la psicologia — avrà le sue angolature su cosa sia il potere …
Il fenomeno che trovo interessante nella storia della sentenza è che — dal poco che ho letto — si menziona violenza senza nessuna analisi del tipo di violenza che è in gioco — se legittima per autorità’, o per tradizione, o per tradizione nell’istituzione della famiglia o altro. Più spesso, il concetto di violenza è legato al concetto di forza asimmetrica – e la forza può essere psicologica, fisica, strutturale (Vedi Lukes.) Invece, nella sentenza si è annacquato tutto quanto per arrivare a una definizione di violenza con forze simmetriche. Mettendo in rilievo la conflittualità di coppia dentro un matrimonio / famiglia (non necessariamente, perché’ ci sono molte forme di coppia e di famiglie), la sentenza arriva a neutralizzare, e quindi eliminare, la dimensione di forza e le sue manifestazioni. Violenza sì, ma bilaterale. L’avvocato della moglie-madre non sembra chiedere al Giudice di considerare dati empirici che potrebbero rigettare / corroborare l’ipotesi — perché’ ciò che è nella sentenza è una pura ipotesi — la simmetria / asimmetria del potere, della forza, della violenza, specialmente dentro l’istituzione della famiglia. La letteratura / ricerca in quest’area è immensa. Non sono un esperto dell’istituzione della famiglia — ma molti amici miei lo sono.
(ii) L’ipotesi che il potere, forza, violenza, ecc., siano asimmetrici nel tempo e nello ‘spazio’ (di stati / nazioni, ecc.) è, metodologicamente, testabile — testabile nel senso che è refutabile. E le centinaia di migliaia di ricerche empiriche — per usare un linguaggio appropriato — hanno testato l’ipotesi di asimmetria. Eppure le ricerche empiriche (diacroniche e sincroniche) non hanno refutato l’ipotesi di asimmetria nelle varie discipline di teoria politica, sociologia, social psychology, scienze politiche, economia politica, ecc., al livello macro, meso e micro. Implicitamente, le ricerche hanno dimostrato l’incongruenza di qualsiasi teoria / ipotesi di potere simmetrico, che poi viene facilmente legato all’autorità simmetrica e alla violenza simmetrica.
C’è qualcuno tra i converti alla teoria del potere-autorità-violenza- simmetrica nel contesto della famiglia che ha dimostrato (o vorrebbe dimostrare la congruenza empirica dell’ipotesi di simmetria … e così sfatare / rigettare l’ipotesi di asimmetria. Dovrebbero essercene tanti tra i PASISTI italioti.
(iii) C’è un elemento empirico — preciso e chiaro — che si potrebbe usare in futuro (a meno che non sia possibile farlo anche ora nel presente) per testare l’ipotesi di simmetria / asimmetria della violenza nel caso specifico di questa storia. Il giudice compra la storia (ipotesi) della simmetria perché’ non c’è evidenza diretta della violenza fisica del (ex)marito sulla faccia della (ex(moglie). Logicamente c’è un po’ di ‘verità’ nell’argomento: nessuno sa (ha visto) chi / cosa abbia creato il gonfiore / rossore; potenzialmente c’è un numero infinito di spiegazioni causali, tra cui l’ipotesi che la donna-moglie se lo sia procurato da solo (perché’ no?).
— Qual è (o sarebbe potuto essere) l’elemento a cui accenno: un semplice test DNA. È semplice. Il costo è diventato irrisorio, e tende ad avere una precisione che si avvicina asintoticamente all’infinito. La domanda è se le organizzazioni mediche / ospedalieri — e anche i semplici dottori di famiglia — hanno accesso alle tecnologie per il test. Non ci sarebbe bisogno che tutte le strutture mediche abbino i loro laboratori. Basta semplicemente fare dei prelievi e poi mandarli a centri (provinciali / regionali) dove si farebbero le analisi. MI sembra che le strutture del pronto soccorso siano i posti dove la persona che ha subito violenza fisica dovrebbe andare immediatamente …
Ho parlato di complessità, e non di una questione complicata, probabilmente perché avevo in mente un passo della sentenza che, riferendosi allo stato della minore coinvolta e citando la psicoterapeuta che parlava di “legame simbiotico”, ci dice che “è difficle individuare cosa sia di [la bambina]e cosa della madre”.
Ognuno di noi è più o meno suggestionabile, è più profondo è il legame con la persona che abbiamo accanto, più il suo stato psichico ci condiziona. Ma come stabilire in che misura lo stato emotivo di un altro influenza la nostra volontà di agire al punto da poterla non definire più “nostra” e in che modo è possibile stabilire l’esistenza della volontà dell’altro di manipolare?
In una famiglia nella quale uno dei genitori è violento, è plausibile che vi sia un legame di causa ed effetto fra la violenza agita e un sentimento di rifiuto del figlio nei confronti del genitore violento, generato dall’effetto traumatico del comportamento maltrattante; è plausibile, nel senso che è possibile che accada, ma potrebbe anche non accadere: non tutti i bambini testimoni di violenza perdono il desiderio di mantenere un legame affettivo col genitore maltrattante.
Allora, come è possibile stabilire se quel sentimento di rifiuto sia stato generato dall’esperienza traumatica o se piuttosto l’altro genitore, quello vittima di violenza, non si sia adoperato a generare ansia nel minore? Come posso stabilire se quel bambino è stato “persuaso” a provare ansia e angoscia o se questi sentimenti si sono generati spontaneamente a causa della genitorialità del maltrattante? O se, posto che siano vere entrambe le cose, uno dei due fattori prevale sull’altro?
Se la madre versava in uno stato caratterizzato da (cito dalla sentenza) “nuclei depressivi ed angosciati” e questo stato – come stabiliva la prima sentenza – era stato presumilmente causato dalla violenza subita, possiamo criminalizzare una vittima di violenza perché la sua angoscia ha in qualche modo influenzato i sentimenti della figlia, impedendole di desiderare di mantenere un rapporto con il padre?
E posto che vi sia la volontà di insegnare ad un bambino ad avere paura di un soggetto che è stato violento, ma non ha mai agito con violenza nei confronti del bambino, in che misura è un’azione da condannare?
E’ davvero deprecabile e “malsano” desiderare di allontanare un bambino da un genitore maltrattante, che rischia di diventare un modello comportamentale per il minore?
Come posso prevedere che genere di effetti avrà il rapporto con un genitore maltrattante, che effetti avrà il non averne alcuno, o se il genitore maltrattante può in un futuro diventare pericoloso anche per il bambino? Una risposta certa a domande del genere non la abbiamo, perché ogni essere umano è un caso a se stante, come uniche e irripetibili sono le relazioni che si instaurano fra i diversi esseri umani.
Per questo, a mio avviso, è “comodo” derubricare la violenza a conflitto: perché rende più semplice una questione che non è semplice affatto.

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