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Timestamp: 2019-07-15 22:17:31+00:00

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genitori | Responsabile Civile
Divorzio: accolto l’accordo dei genitori sui tempi di visita del minore
Nel caso di sostanziale parità nei tempi di visita di entrambi i genitori con il proprio figlio, essi provvederanno al mantenimento del minore ognuno per conto proprio, ferma restando la ripartizione delle spese straordinarie al 50% ciascuno
È quanto ha deciso il Tribunale di Catania (sentenza n. 2651/2019) in ordine alla richiesta di cessazione degli effetti civili del matrimonio di due coniugi già separati legalmente..
I coniugi avevano concordato le seguenti condizioni: “ il minore trascorrerà con la madre dal lunedì al giovedì mattina; trascorrerà col padre dal giovedì al lunedì mattina; nonché ad anni alterni durante le festività natalizie il figlio trascorrerà una settimana con l’un genitore, in concomitanza del Natale, e una settimana con l’altro, in concomitanza col Capodanno; durante le vacanze pasquali, ad anni alterni, tre giorni con l’un genitore, in concomitanza con la Pasqua e tre giorni con l’altro, in concomitanza del Lunedì dell’Angelo; durante le ferie estive il diritto di entrambi in genitori di tenere con sì il figlio per un periodo, anche non continuativo, non inferiore a 30 giorni, da concordare entro l’inizio del periodo estivo; il diritto di entrambi i genitori di tenere per almeno 4 ore con sé il figlio nel giorno de suo compleanno.
Ebbene l’adito tribunale siciliano ha accolto l’accordo formulato dai due coniugi e “attesa la sostanziale parità nei tempi di visita di entrambi i genitori – ha disposto che essi – provvederanno al mantenimento del minore ognuno per conto proprio, ferma restando la ripartizione delle spese straordinarie al 50% ciascuno”.
EX CONIUGE RICCO, LEGITTIMO AUMENTARE L’ASSEGNO DI MANTENIMENTO
Genitori incapaci di risolvere le loro problematiche: minore adottabile
L’assenza di una prospettiva di risoluzione delle problematiche dei genitori può incidere negativamente sul diritto della figlia di contare sull’apporto affettivo, educativo dei propri genitori
I giudici della Cassazione hanno confermato lo stato di adottabilità della minore.
La Corte d’Appello di Caltanissetta – sezione Minorenni – aveva confermato la sentenza emessa dal Tribunale per i Minorenni di Messina, in ordine alla dichiarazione dello stato di adottabilità di una minore.
La decisione era fondata sulla provata indisponibilità dei genitori ad affrontare e superare le rispettive problematiche personali e sanitarie, nonché sulla inadeguatezza al recupero della propria capacità genitoriale in tempi compatibili con il diritto della figlia a godere di adeguate cure familiari.
La Prima Sezione Civile della Cassazione (sentenza n. 16499/2019) ha condiviso la motivazione della sentenza impugnata.
Al riguardo, è stato affermato che “la situazione di abbandono che, ai sensi della L. n. 184 del 1983, art. 8, è presupposto necessario per la dichiarazione dello stato di adottabilità del minore, comportando il sacrificio dell’esigenza primaria di crescita in seno alla famiglia biologica, è configurabile non solo nei casi di materiale abbandono del minore, ma ogniqualvolta si accerti l’inadeguatezza dei genitori naturali a garantirgli il normale sviluppo psico-fisico, così da far considerare la rescissione del legame familiare come strumento adatto ad evitare al minore un più grave pregiudizio ed assicurargli assistenza e stabilità affettiva. Rientra quindi nello stato di abbandono anche una situazione di fatto obiettiva del minore, che, a prescindere dagli intendimenti dei genitori, impedisca o ponga in pericolo il suo sano sviluppo psicofisico, per il non transitorio difetto di quell’assistenza materiale e morale necessaria a tal fine” (Sez. 1, Sentenza n. 1838 del 26/01/2011).
È stato anche chiarito che la finalità di consentire al minore di crescere, nei limiti del possibile, nell’ambito della propria famiglia d’origine, sancita dalla L. 4 maggio 1983, n. 182, art. 1, (nel testo novellato dalla L. 28 marzo 2001, n. 149), impone di verificare, prioritariamente, se possa essere utilmente fornito un intervento di sostegno diretto a rimuovere situazioni di difficoltà e di disagio familiare e, solo ove risulti impossibile prevedere il recupero delle capacità genitoriali entro tempi compatibili con la necessità del minore di vivere in uno stabile contesto familiare, è legittimo e corretto l’accertamento dello stato di abbandono (Sez. 1, Sentenza n. 6137 del 26/03/2015).
Come premesso, il concetto di abbandono, non è circoscrivibile alla sola situazione di abbandono materiale – non a caso l’art. 8 della legge cit. si esprime in termini di “assistenza morale e materiale” ma ricorre ogni qualvolta l’inadeguatezza genitoriale sia irreversibile e di entità tale da compromettere il sano sviluppo psico-fisico del minore, privando il minore di quel calore affettivo, di quell’aiuto psicologico, di quella guida indispensabile per la corretta formazione della sua personalità, di talché la rottura del legame diventa l’unico strumento per evitare al minore medesimo un maggiore pregiudizio”.
Quanto al caso in esame, la corte territoriale aveva accertato l’inadeguatezza di entrambi i genitori ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti della figlia minore.
Nella specie, era emerso che nonostante i plurimi interventi di diverse strutture (servizi sociali, Consultorio Familiare, servizi sanitari), entrambi avessero rifiutato di aderire al programma loro proposto, manifestando resistenza a qualunque modificazione del loro stile di vita.
Al riguardo, entrambi avevano mantenuto un atteggiamento di negazione delle loro problematiche sanitarie, di cui risultano rispettivamente portatori (l’una, patologie psicopatologiche, l’altro, dipendenza da alcool incidente nelle relazioni con la moglie e con il nucleo familiare), non sottoponendosi ai controlli e non adeguandosi alle proposte terapeutiche, disattendendo, anzi, ripetutamente le indicazioni dei Servizi, così impedendo non solo l’avvio della risoluzione delle rispettive patologie e dipendenze, ma anche la sola formulazione di una prognosi di recupero in tempi ragionevolmente contenuti.
Ebbene tanto è bastato alla Corte d’Appello per formulare il giudizio di adottabilità della minore, ora confermato in via definitiva.
MADRE E PADRE DISABILI: DICHIARATO LO STATO DI ADOTTABILITA’ DEL MINORE
Genitori in conflitto: sanzionata la madre che impedisce i rapporti padre-figli
Sempre più minori contesi dai loro genitori in conflitto. Esiste tuttavia, il diritto di “usufruire in modo equilibrato, serenamente, di entrambe le figure genitoriali “. È quanto risulta da una recente pronuncia del Tribunale di Verona, n. 379/2019
Con ricorso presentato ai sensi dell’art. 709 ter, comma secondo, c.p.c., il padre di due minori contestava il perdurante comportamento ostruzionistico della madre volto ad impedire, a seguito della pronuncia di separazione giudiziale tra i due, i rapporti tra questi ultimi e il loro genitore.
Nella specie, il ricorrente lamentava che la madre dei minori, pur dopo l’affidamento ai Servizi sociali dei figli, avesse continuato ad ostacolare le proprie visite “frapponendo pretestuosi quanto insussistenti improvvisi impedimenti e/o motivazioni meramente apparenti per negare ai figli gli incontri settimanali con il medesimo”, rifiutandosi di consegnarli i minori nei giorni ad esso accordato e durante le vacanze estive.
A tali ripetuti ostacoli, il ricorrente aveva dapprima contattato i Carabinieri senza tuttavia riuscire nell’intento finale di portali con se in vacanza.
Ebbene, secondo l’adito tribunale, siffatto contegno contestato alla parte convenuta, era da intendersi contrario sia alla corretta esplicazione delle modalità di affidamento dei figli, nonché idoneo a pregiudicare il diritto di questi ultimi ad usufruire in modo equilibrato, serenamente, di entrambe le figure genitoriali.
Per tali motivi il Tribunale di Verona, con la sentenza in commento, ha deciso di accogliere il ricorso formulato ai sensi del citato articolo 709 ter, comma secondo n. 3 c.p.c., e condannare la convenuta al pagamento della somma complessiva di 1.500,00 euro a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale nei confronti dell’ex marito.
Nella stessa sentenza ha altresì ammonito la predetta ad astenersi dal porre in essere condotte future idonee ad ostacolare il diritto dei minori di poter coltivare un rapporto continuativo ed equilibrato con il padre.
REVRSIBILITA’ PER L’EX CONIUGE E ASSEGNO DI DIVORZIO: CHIARIMENTI
Alienazione parentale: genitori in conflitto e il ruolo dei giudici di merito
Qualora un genitore denunci comportamenti dell’altro genitore, affidatario o collocatario, di alienazione parentale, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità in fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, comprese le presunzioni
A seguito della separazione giudiziale tra due coniugi, la corte d’appello di Venezia aveva confermato la decisione primo grado che aveva disposto l’affidamento del minore in via esclusiva al padre, previo immediato allentamento dalla casa ove viveva con la madre e collocazione dello stesso, per un semestre, presso una comunità dedita alla cura e al sostegno dei minori in Treviso, stabilendo per il periodo successivo la collazione esclusiva presso l’abitazione paterna.
La ragione di siffatta decisione derivava dal giudizio, condiviso dai giudici di merito, espresso dal c.t.u. riguardo alla madre del minore, definita un “soggetto anelastico, scarsamente propensa a mettersi in discussione, … caratterizzato da un atteggiamento preconcetto”, e scarsamente collaborativo.
Tale atteggiamento aveva inciso nella determinazione della c.d. alienazione parentale del figlio nei confronti del padre.
La donna –si legge nella sentenza impugnata – aveva attuato un preciso «progetto di esclusione del genitore alienato, mediante la sostituzione del padre biologico con il nonno materno». Ed infatti nel minore era stato riscontrato un atteggiamento di completo rifiuto nei confronti del padre.
In tale contesto, la corte d’appello aveva ritenuto il rischio si incorresse in una violazione del principio di bigenitorialità, venendo privato il minore, al di fuori di cause giustificatrici, dell’apporto affettivo e culturale che l’altro genitore poteva recare al figlio; cosicché il provvedimento temporaneo, di affidamento del minore in via esclusiva al padre risultava necessario al fine di porre le condizioni per la concreta attuazione del principio di bigenitorialità come pure la temporanea interposizione di un soggetto terzo, quale la struttura residenziale dedicata alla cura ed al sostegno del minore.
Il giudizio sull’alienazione parentale
I giudici della Cassazione hanno ribadito che, in tema di affidamento dei figli minori, il giudizio prognostico che il giudice, nell’esclusivo interesse morale e materiale della prole, deve operare circa le capacità dei genitori di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione determinata dalla disgregazione dell’unione, va formulato tenendo conto, in base ad elementi concreti, del modo in cui i genitori hanno precedentemente svolto i propri compiti, delle rispettive capacità di relazione affettiva, nonché della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente sociale e familiare che è in grado di offrire al minore, fermo restando in ogni caso, il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, i quali hanno il dovere d cooperare nella sua assistenza, educazione e istruzione (Cass. n. 18817/2015; n. 22744/2017).
In una recente pronuncia, peraltro, la Cassazione (Cass. n. 6919/2016), ha affermato, con riguardo ad un’ipotesi di alienazione parentale, il seguente principio di diritto: «in tema di affidamento di figli minori, qualora un genitore denunci comportamenti dell’altro genitore, affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sè, indicati come significativi di una PAS (sindrome di alienazione parentale), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità in fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, ed a motivare adeguatamente, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena» .
Il giudice di merito, a tal fine, può utilizzare i comuni mezzi di prova tipici e specifici della materia (incluso l’ascolto del minore) e anche le presunzioni (desumendo eventualmente elementi anche dalla presenza, laddove esistente, di un legame simbiotico e patologico tra il figlio e uno dei genitori).
Ebbene, nel caso in esame, la corte d’appello aveva motivato sulle ragioni del rifiuto del padre da parte del figlio ed avevano dato rilevo ad alcuni comportamenti della madre, ritenuti come unicamente volti all’allontanamento fisico e morale del figlio minore dall’altro genitore; ma non avevano tuttavia, spiegato per quale ragione l’affidamento in via esclusiva al padre, previo collocamento temporaneo dello stesso in una comunità o casa – famiglia, fosse l’unico strumento utile ad evitare al minore un più grave pregiudizio ed ad assicurare al medesimo assistenza e stabilità affettiva, sempre nell’ottica di assicurare l’esercizio del diritto del minore ad una effettiva bigenitorialità.
La decisione di escludere, per un semestre, la madre dalla vita del figlio non è stata perciò, condivisa.
MATERNITA’ SURROGATA: GENITORIALITA’ NEGATA AD UNA COPPIA OMOSESSUALE
Minore condizionato da uno dei genitori: legittimo non ascoltarlo
Legittimo il rifiuto del giudice della separazione di ascoltare il minore qualora le sue volontà risultino fortemente condizionate dalle scelte dei genitori
Nell’ambito del procedimento di separazione tra due coniugi, la Corte d’appello di Venezia aveva confermato la collocazione del minore presso la madre nella città di Treviso; aveva, invece, rigettato la richiesta di trasferimento presso la casa paterna sita a Milano.
Ebbene, con ricorso per Cassazione il genitore lamentava la nullità della pronuncia per violazione di legge. Ed invero, la corte territoriale, di fronte alla sua richiesta di ascolto diretto del minore e di rinnovazione della CTU, non solo non vi aveva provveduto, ma non aveva neppure illustrato le ragioni per le quali non aveva inteso dare seguito a tale richiesta.
In altre parole, il ricorrente si doleva del fatto che la Corte di merito avesse omesso di prendere in considerazione la volontà del figlio, favorevole ad un rientro a Milano per vivere con il padre e la sua nuova famiglia, già manifestata nel corso della CTU, e di motivare le ragioni della non condivisione nell’adozione del provvedimento impugnato.
Come noto «L’audizione dei minori, è divenuta un adempimento necessario, nelle procedure giudiziarie che li riguardino, ed in particolare in quelle relative al loro affidamento ai genitori. (…) Costituisce pertanto violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo il mancato ascolto che non sia sorretto da espressa motivazione sull’assenza di discernimento che ne possa giustificare l’omissione, in quanto il minore è portatore di interessi contrapposti e diversi da quelli del genitore, in sede di affidamento e diritto di visita, e per tale profilo, è qualificabile come parte in senso sostanziale». (Cass. Sez. U. n. 22238/2009) e che l’audizione del minore infradodicenne capace di discernimento può avvenire direttamente da parte del giudice ovvero, su mandato di questi, di un consulente o del personale dei servizi sociali, salvo che il giudice non ritenga, con specifica e circostanziata motivazione, l’esame manifestamente superfluo o in contrasto con l’interesse del minore medesimo.
Come è stato chiarito … «l’ascolto del minore di almeno dodici anni, e anche di età minore, ove capace di discernimento, costituisce una modalità, tra le più rilevanti, di riconoscimento del suo diritto fondamentale ad essere informato e ad esprimere le proprie opinioni nei procedimenti che lo riguardano, nonché elemento di primaria importanza nella valutazione del suo interesse», anche se le sue dichiarazioni non vincolano il giudice nell’adozione dei provvedimenti nel superiore interesse del minore.
Ebbene, per i giudici della Cassazione la decisione impugnata aveva fatto corretta applicazione dei principi sopra enunciati.
Il minore era stato già ascoltato in primo grado a cura del CTU e le sue dichiarazioni erano state poste a fondamento dei provvedimenti adottati, insieme alle altre risultanze istruttorie.
Inoltre, risultavano espresse le ragioni per cui la Corte d’appello aveva disatteso il desiderio manifestato dal figlio di rientrare a Milano dal padre: segnatamente, era stato evidenziato che tale desiderio appariva conseguire al comportamento tenuto dal primo in opposizione alla madre, comportamento tale da indurre il minore «a schierarsi nel conflitto tra i genitori a favore del padre» ed a «manifestare l’insistente desiderio del suo rientro a Milano e la sua impossibilità di inserirsi nell’ambiente materno e da coinvolgerlo in un ruolo ed in scelte e decisioni che competono agli adulti».
Per tali motivi, i giudici della Cassazione hanno ritenuto prive di pregio le doglianze difensive.
IL TRATTAMENTO COGNITIVO-COMPORTAMENTALE AL MINORE LO PAGA L’ASL
Percorso di supporto alla genitorialità: il giudice può ordinarlo
Legittimo il provvedimento del giudice che dispone l’obbligo per i genitori di seguire un percorso di supporto alla genitorialità nel preminente interesse del minore
Contro la sentenza del Tribunale di Trieste che aveva disposto a seguito della separazione giudiziale di due coniugi, l’affidamento della loro figlia minore ad entrambi e il conseguente obbligo di seguire un percorso di supporto alla gentorialità e di sostegno per la minore, presso il consultorio familiare territorialmente competente, questi ultimi proponevano ricorso prima in appello e poi in Cassazione.
Ma il motivo non è stato accolto, in quanto manifestamente infondato, dal momento che il giudice di merito si era limitato a ritenere opportuno che i genitori provvedessero ad una mediazione familiare per superare le difficoltà riscontrate, disponendo l’obbligo dei « genitori di sottoporsi ad un percorso psicoterapeutico individuale».
Del resto, in tema di provvedimenti riguardo ai figli nella separazione personale dei coniugi, in merito all’art. 155 c.c., la Suprema Corte di Cassazione ha già chiarito che è permesso al «giudice di fissare le modalità della loro presenza presso ciascun genitore e di adottare ogni altro provvedimento ad essi relativo, attenendosi al criterio fondamentale rappresentato dal superiore interesse della prole, che assume rilievo sistematico centrale nell’ordinamento dei rapporti di filiazione, fondato sull’art. 30 Cost. L’esercizio, in concreto, di tale potere, dunque, deve costituire espressione di conveniente protezione (art. 31 Cost.) del preminente diritto dei figli alla salute e ad una crescita serena ed equilibrata e può assumere anche profili contenitivi dei rubricati diritti e libertà fondamentali individuali, ove le relative esteriorizzazioni determinino conseguenze pregiudizievoli per la prole che vi presenzi, compromettendone la salute psico-fisica e lo sviluppo»; e come aggiunge tale decisione, «tali conseguenze, infatti, oltre a legittimare le previste limitazioni ai richiamati diritti e libertà fondamentali contemplati in testi sovranazionali, implicano in ambito nazionale il non consentito superamento dei limiti di compatibilità con i pari diritti e libertà altrui e con i concorrenti doveri di genitore fissati nell’art. 30 Cost., comma 1, e nell’art. 147 c.c.» (Cass. n. 9546/2012).
Tali principi sono stati più volte confermati dalla giurisprudenza di legittimità. Del resto anche l’art. 12, comma 4, della legge 4 maggio 1983, n. 184 sull’adozione autorizza prescrizioni penetranti ai «genitori ed ai parenti», per assicurare l’assistenza al minore, proprio quale c.d. sostegno alla genitorialità, al fine di rimediare alle situazioni di probabile abbandono ed anzi superare le medesime: ciò palesando la piena compatibilità di tali disposizioni con il rispetto dell’altrui diritto soggettivo genitoriale, in questa materia subordinato al preminente interesse del minore.
Pertanto, non è illegittima la decisione del giudice della separazione che disponga l’obbligo per i genitori di intraprendere un percorso di sostegno alla genitorialità e di supporto alla minore, avendo assunto a parametro di riferimento l’interesse preminente del minore, interesse che, “all’esito dell’insindacabile valutazione discrezionale delle risultanze istruttorie compiuta dai giudici di merito, è stato ritenuto a rischio di pregiudizio per la conflittualità genitoriale, sulla quale è possibile positivamente incidere, prevendendo altri gravi danni al minore”.
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La culpa in educando presuppone la coabitazione col figlio
Si discute in materia di culpa in educando dei genitori per il fatto illecito dei propri figli
Ai sensi dell’articolo 2048, il padre e la madre, o il tutore sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, che abitano con essi. Ebbene con la sentenza in commento, i giudici della Cassazione hanno ribadito il principio per cui “in mancanza del requisito della coabitazione, non può ritenersi sussistente la responsabilità diretta del genitore (per culpa in educando) per fatto illecito del figlio, di cui all’art. 2048 c.c.”
Un minorenne alla guida di un motoveicolo di proprietà del padre, cagionava la morte di un passante rimasto vittima dell’incidente.
Ebbene, quest’ultimo, a detta dei ricorrenti, era l’unico responsabile del sinistro, per aver tenuto una condotta di guida inidonea a salvaguardare il traffico dei pedoni in uscita dalla chiesa, come quello della povera vittima, che a seguito dell’impatto aveva riportato un gravissimo trauma cranico e dopo 282 giorni di permanenza in ospedale, in stato di coma vegetativo subentrato alle lesioni, moriva.
Si costituivano in giudizio, i genitori del minore, contestando in toto l’addebito mosso dagli attori e chiedendone il rigetto integrale.
Nel 2013 il Tribunale di Milano pronunciava sentenza di condanna al risarcimento del danno del padre del minore, avendo accertato la responsabilità esclusiva di quest’ultimo nella causazione del sinistro.
Quanto alla madre, il giudice milanese respingeva la domanda ritenendo che non ne ricorrevano i presupposti poiché la stessa, separata da diversi anni dal marito, non conviveva con il minore e non avrebbe potuti esercitare alcun controllo sull’utilizzo del motociclo dalla parte del figlio, peraltro abilitato ad esercitarsi nella guida del mezzo.
La decisione, confermata in appello, veniva impugnata dagli originari attori con ricorso per cassazione.
Tra gli altri motivi, i ricorrenti denunciavano l’errata esclusione della responsabilità materna, dal momento che anche a voler ritenere provata la non convivenza tra i genitori del minore, la madre non avrebbe dovuto essere sottratta a tale responsabilità per non aver fornito la prova della correttezza della educazione impartita.
Ma per i giudici della Cassazione il motivo era palesemente infondato.
Secondo consolidato orientamento giurisprudenziale, la responsabilità del genitore per il danno cagionato dal fatto illecito del figlio minore non emancipato, a norma dell’art. 2048 c.c., è subordinata al requisito della coabitazione, perché solo la convivenza può consentire l’adozione di quelle attività di sorveglianza e di educazione, il cui mancato assolvimento giustifica la responsabilità medesima (Cass. Sez. II, n. 2195/197).
Risultavano poi irrilevanti, ai fini della configurazione della responsabilità della madre non convivente, sia la circostanza che il minore fosse in possesso del foglio rosa e non della patente, sia le risultanze della relazione dei servizi sociali.
Di conseguenza, la sentenza impugnata è stata confermata e condannati i ricorrenti alla refusione delle spese processuali sostenute dai convenuti.
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Spese per cure mediche non documentate: accolto il risarcimento
Anche le spese non documentate, per spostamenti e permanenza, in diverse città per cure mediche, sostenute dai genitori della vittima di un incidente stradale, devono essere risarcite
Dopo il giudizio d’appello era stata rideterminata la misura del contributo causale della vittima nella causazione del sinistro stradale in cui fu coinvolta, pari al 50%.
La corte d’appello di Firenze aveva accolto il ricorso proposto dalla compagnia assicurativa convenuta in giudizio; per tali ragioni aveva rideterminato in egual misura, anche il risarcimento in favore della vittima, sia in relazione ai danni non patrimoniali già liquidati dal primo giudice, sia dei danni patrimoniali, ad eccezione della somma di 2.000 euro chiesta dai genitori della parte lesa, relativa a spese non documentate, ritenute perciò, come tali, non rimborsabili, e quindi escluse dal risarcimento.
Dalla ricostruzione dei fatti era emerso che la donna, mentre era alla guida di un ciclomotore di proprietà del padre, era rimasta coinvolta in un sinistro stradale con un autocarro di proprietà di una impresa commerciale, assicurato con la compagnia citata in giudizio.
In conseguenza del sinistro la vittima – rimasta in coma per cinque giorni – subiva gravi lesioni, consistite in: trauma cranico commotivo con edema cerebrale diffuso, frattura bilaterale del bacino, ferite lacero contuse sul viso ed infine frattura di un dente.
Nel complesso, l’interessata stimava i postumi di invalidità permanente – incidenti a suo dire anche sulla capacità lavorativa specifica – nella misura del 36-38%.
La domanda giudiziale e il processo
Su tali basi, pertanto, ella – e i genitori, che lamentavano oltre al danno non patrimoniale conseguente al sinistro che aveva coinvolto la figlia, pure quello patrimoniale, consistito nella distruzione del ciclomotore e nelle spese mediche sostenute per la cura della ragazza – citavano in giudizio il conducente del mezzo e l’assicurazione per sentirli condannare al risarcimento dei danni.
Istruita la causa anche mediante lo svolgimento di CTU medico-legale, l’adito Tribunale, riconosciuta nella misura del 25% la corresponsabilità della danneggiata nella causazione del sinistro e nel 22%, il postumo di invalidità permanente, liquidava, nel complesso, la somma di Euro 86.065,97 in suo favore, comprensiva del risarcimento del danno derivante da lesione permanente dell’integrità psicofisica e da inabilità temporanea e assoluta, nonché del danno biologico.
Veniva, invece, respinta la domanda di risarcimento per diminuzione della capacità lavorativa specifica, mentre il danno odontoiatrico, veniva riconosciuto in Euro 4.500, oltre rivalutazione e interessi.
Tutte le somme riconosciute venivano decurtate del 25%, tale essendo stata riconosciuta, dal primo giudice, la misura del suo contributo nella causazione del sinistro.
Ai genitori della vittima, veniva liquidato, equitativamente, il danno non patrimoniale, – già decurtato del 25% – di Euro 6.000,00 per ciascuno di essi, per riparazioni del ciclomotore e spese mediche sostenute per la figlia, in Euro 5.559,78.
All’esito del giudizio d’appello, come anticipato, la Corte fiorentina accoglieva parzialmente il ricorso della compagnia assicurativa ed elevava al 50% la misura della corresponsabilità della parte lesa, riducendo in misura corrispondente il risarcimento del danno non patrimoniale alla stessa dovuto, escludendo, invece, la risarcibilità del danno non patrimoniale lamentato dai genitori, ed espungendo – dal computo dei danni patrimoniali ad essi spettanti, anch’essi ridotti in ragione della riconosciuta maggiore corresponsabilità della vittima primaria nella causazione del sinistro, – la somma di Euro 2.000,00, per spese che avrebbero dovuto essere documentate.
Sulla vicenda si sono pronunciati anche i giudici della Cassazione, con la sentenza n. 8421/2019 in commento.
Interessante è l’analisi dell’affermazione conclusiva del giudice dell’appello che aveva escluso il risarcimento del danno non patrimoniale patito dai genitori della vittima, e ciò sul rilievo che postumi di invalidità permanente residuati alla stessa per la loro entità e tipologia – non fossero “tali da richiedere la prestazione di assistenza (morale e/o materiale), nè da incidere, compromettendolo, sullo svolgimento della relazione parentale”.
Ma così facendo, a detta degli Ermellini, la Corte fiorentina non avrebbe tenuto conto della complessa morfologia del tipo di danno, ignorandone la componente innanzitutto, “morale“.
Al riguardo, è stato già affermato che “in tema di risarcimento del danno non patrimoniale conseguente alla lesione di interessi costituzionalmente protetti, il giudice di merito, dopo aver identificato la situazione soggettiva protetta a livello costituzionale, deve rigorosamente valutare, sul piano della prova, tanto l’aspetto interiore del danno (c.d. danno morale), quanto il suo impatto modificativo “in pejus” con la vita quotidiana (il danno c.d. esistenziale, o danno alla vita di relazione, da intendersi quale danno dinamico-relazionale), atteso che oggetto dell’accertamento e della quantificazione del danno risarcibile – alla luce dell’insegnamento della Corte costituzionale (sent. n. 235 del 2014) e del recente intervento del legislatore (artt. 138 e 139 C.d.A., come modificati dalla legge annuale per il Mercato e la Concorrenza del 4 agosto 2017 n. 124) – è la sofferenza umana conseguente alla lesione di un diritto costituzionalmente protetto, la quale, nella sua realtà naturalistica, si può connotare in concreto di entrambi tali aspetti essenziali, costituenti danni diversi e, perciò, autonomamente risarcibili, ma solo se provati caso per caso con tutti i mezzi di prova normativamente previsti” (Cass. Sez. 3, sent. 17 gennaio 2018, n. 901)
Peraltro, è stato anche di recente affermato che “in tema di risarcimento del danno ai prossimi congiunti di persona che abbia subito, a causa di fatto illecito costituente reato, lesioni personali”, spetta a costoro “anche il risarcimento del danno morale concretamente accertato in relazione ad una particolare situazione affettiva della vittima, non essendo ostativo il disposto dell’art. 1223 c.c., in quanto anche tale danno trova causa immediata e diretta nel fatto dannoso”, fermo restando che, trattandosi di “una sofferenza interna del soggetto, esso, da una parte non è accertabile con metodi scientifici e, dall’altra, come per tutti i moti dell’animo, solo quando assume connotazioni eclatanti può essere provato in modo diretto, non escludendosi, però, che, il più delle volte, esso possa essere accertato in base a indizi e presunzioni che, anche da soli, se del caso, possono essere decisivi ai fini della sua configurabilità” (Cass. Sez. 3, sent. 3 aprile 2008, n. 8546).
La rimborsabilità delle spese mediche non documentate
La circostanza che le spese per spostamenti e permanenza, in diverse città, ove i ricorrenti si erano recati per ragioni di cura della propria figlia, fossero “documentabili”, senza essere state però specificamente documentate nel loro ammontare, non costituisce ragione per negarne il rimborso, salvo che non si escluda la ricorrenza di quelle trasferte, e ciò alla stregua del principio secondo cui, in presenza di sinistri “che abbiano costretto il leso ed i suoi familiari a numerosi e ripetuti ricoveri, purché questi ultimi siano documentati, il giudice può liquidare il danno consistito nelle erogazioni per viaggi di cura e spese mediche anche in assenza della prova dei relativi esborsi, ai sensi dell’art. 1226 c.c.” (Cass. Sez. 3, sent. 19 gennaio 2010, n. 712).
Per tali motivi, la sentenza impugnata è stata parzialmente cassata, con rinvio alla Corte di Appello di Firenze, in diversa composizione, per un nuovo esame.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 8
 Sentenza 
 art. 1
 Sentenza 
 sentenza 
 articolo 709
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza