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Timestamp: 2018-01-20 09:10:04+00:00

Document:
Corte Costituzionale Sentenza n° 253
Corte Costituzionale - Sentenza n° 253/2004
Custodia cautelare all’estero
La custodia cautelare all’estero in conseguenza di una domanda di estradizione presentata dallo Stato deve essere computata anche agli effetti della durata dei termini di fase previsti dall’art. 303, commi 1, 2 e 3, del codice penale.
Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 253 del 21 luglio 2004, dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’art. 722 cod. proc. pen. per contrasto con l’art. 3 della Cost. in quanto prevedeva un’irragionevole disparità di trattamento dell’imputato detenuto all’estero in attesa di estradizione rispetto all’imputato in custodia cautelare in Italia.
La Corte Costituzionale, composta dai signori:
Visto l’atto di costituzione della parte privata; udito nell’udienza pubblica dell’8 giugno 2004 il Giudice relatore Guido Neppi Modona; udito l’avvocato Francesca Conte per la parte privata.
1. Con ordinanza in data 8 ottobre 2003 la Corte di cassazione ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 13 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 722 del codice di procedura penale, "nella parte in cui prevede che la custodia cautelare all’estero dell’estradando non rileva ai fini del computo dei termini di fase".
- che il difensore dell’imputato aveva proposto ricorso per cassazione deducendo la violazione e l’errata applicazione degli artt. 303, 304 e 722 cod. proc. pen., osservando, anche alla luce delle recenti decisioni interpretative della Corte costituzionale, "le quali si riverberano necessariamente sulla interpretazione ed applicazione dell’art. 722 cod. proc. pen.", che a seguito del regresso del procedimento conseguente all’annullamento con rinvio in primo grado, risultava superato il doppio del termine di fase, e cioè tre anni.
D’altro canto, l’interpretazione seguita dalla Corte costituzionale, a partire dalla sentenza n. 292 del 1998 e sino all’ordinanza n. 243 del 2003, per la quale il doppio del termine di fase va calcolato "addizionando periodi di detenzione, anche eventualmente sofferti in fase diversa da quella in cui il procedimento è regredito", non sarebbe "pacificamente applicabile alla fattispecie […] in esame, dovendosi ritenere, alla luce della giurisprudenza di legittimità prima citata, che il doppio del termine di fase debba calcolarsi a far tempo dal momento in cui l’interessato abbia varcato la soglia di un istituto penitenziario nazionale".
La disciplina censurata - conclude la Corte di cassazione - sembra pertanto porsi in contrasto, dopo le menzionate decisioni della Corte costituzionale, "con i principi di cui agli artt. 3 e 13 della Carta costituzionale, nella parte in cui prevede che la custodia cautelare all’estero non rilevi ai fini del computo dei termini di fase".
2. Si è costituito in giudizio l’imputato sottoposto a misura cautelare, concludendo per l’accoglimento della questione.
La difesa della parte privata ricorda che la Corte di cassazione ha sempre ritenuto la norma censurata aderente ai principi costituzionali e rileva che tale orientamento giurisprudenziale - se poteva essere ritenuto coerente con l’indirizzo secondo cui la detenzione dell’imputato all’estero, conseguente a domanda di estradizione presentata dallo Stato italiano, non costituisce legittimo impedimento a comparire - risulta definitivamente superato da una recente decisione con la quale le Sezioni unite hanno equiparato la situazione dell’imputato detenuto in Italia a quella dell’imputato detenuto a fini estradizionali all’estero. Si imporrebbe pertanto "una rivisitazione in bonam partem" della disciplina denunciata, conforme ai principi di cui agli artt. 3 e 13 Cost.: e ciò tanto più nel caso di specie, in cui "lo Stato richiesto (l’Olanda) aveva già concesso l’estradizione allo Stato richiedente (l’Italia) e [l’imputato] aveva, per tabulas, espresso la precisa volontà di presenziare in Italia".
Le argomentazioni poste dalla Corte costituzionale a fondamento della sentenza n. 292 del 1998 e delle successive ordinanze indurrebbero a "ritenere invalicabile il limite del doppio dei termini di fase previsti dall’art. 303, comma 1, cod. proc. pen." sia per il detenuto all’estero che per il detenuto in Italia e "costituzionalmente obbligata in forza del valore espresso dall’art. 13 Cost." l’interpretazione secondo cui la custodia cautelare perde efficacia allorché tale limite sia stato superato per qualsiasi causa, anche se l’imputato è detenuto all’estero in attesa di estradizione.
3. Nell’udienza pubblica la difesa della parte privata ha ribadito e sviluppato le osservazioni svolte nella memoria di costituzione.
1. La questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte di cassazione ha per oggetto l’art. 722 del codice di procedura penale, nella parte in cui prevede che la custodia cautelare subita all’estero in conseguenza di una domanda di estradizione presentata dallo Stato italiano non rileva ai fini del computo dei termini di fase.
Alla luce di tale indirizzo giurisprudenziale, secondo la Corte di cassazione il doppio dei termini di fase dovrebbe essere calcolato a far tempo dal momento in cui il detenuto ha "varcato la soglia di un istituto penitenziario italiano", e pertanto al caso in esame non sarebbe "pacificamente" applicabile la disciplina relativa al computo dei termini di fase in caso di regresso del procedimento, secondo l’interpretazione seguita dalla Corte costituzionale a partire dalla sentenza n. 292 del 1998.
3. Il testo attualmente in vigore dell’art. 722 cod. proc. pen. è frutto delle modifiche introdotte dall’art. 10 del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito nella legge 7 agosto 1992, n. 356. Il testo originario prevedeva che la detenzione all’estero a fini estradizionali fosse computata nella durata della custodia cautelare secondo le regole generali, e quindi anche ai fini della decorrenza dei termini di fase, ferma restando la sospensione nella fase del giudizio durante il tempo in cui il dibattimento fosse sospeso o rinviato per impedimento dell’imputato (tale ritenendosi, secondo la relazione al Progetto preliminare del codice, la carcerazione subita all’estero a seguito di una domanda di estradizione), nonché la proroga prevista dall’art. 305 cod. proc. pen. ove la custodia dell’imputato nel territorio dello Stato fosse necessaria per il compimento di attività probatorie.
Nella relazione al decreto-legge n. 306 del 1992 il computo del periodo di detenzione all’estero solo ai fini della durata complessiva della custodia cautelare è giustificato dal "fatto che le fasi precedenti alla procedura di estradizione sfuggono alla disponibilità dello Stato italiano" e che da vari paesi che offrono all’Italia cooperazione internazionale era "venuta la richiesta di poter usufruire di maggior tempo per lo svolgimento delle procedure estradizionali".
4. Le vicende legislative degli artt. 722 e 304, comma 6, cod. proc. pen.; la decisione di questa Corte che, con riferimento all’art. 3 Cost., ha affermato, al fine di ritenere sussistente il legittimo impedimento a comparire, che la detenzione dell’imputato all’estero, concretando comunque "un fatto materiale di impossibilità a comparire", non può essere "assunta a ragionevole presupposto di una diversità di trattamento" rispetto alla detenzione in Italia (sentenza n. 212 del 1974); la recente pronuncia (n. 21035 del 2003) con cui le Sezioni unite della Corte di cassazione, conformemente a precedenti relativi alla piena fungibilità tra la custodia cautelare sofferta in Italia e quella subita all’estero, hanno affermato che anche la detenzione all’estero a fini di estradizione costituisce legittimo impedimento a comparire, in quanto a nulla rileva che l’imputato non abbia prestato il consenso all’estradizione, sono tutti elementi che concorrono a dimostrare l’illegittimità costituzionale della disciplina censurata.

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