Source: http://studiolegaleriva.it/public/transazione-impugnazione-risoluzione-recesso
Timestamp: 2019-06-20 10:27:44+00:00

Document:
La Transazione: 2. impugnazione, risoluzione e recesso - Studio Legale Riva
2. impugnazione, risoluzione e recesso
Possibilità di impugnazione e cause di risoluzione
In linea di principio la transazione non può essere impugnata dalla parte che si convinca che avrebbe potuto affrontare vittoriosamente un giudizio sulla lite, invece di accettare di comporla: ben si comprende, perciò, che l'art. 1969 cod. civ. stabilisca che non si può impugnare una transazione invocando un errore di diritto relativo alle questioni che sono state oggetto di controversia fra le parti.
Tuttavia, se una parte era consapevole non solo di aver torto, ma addirittura che la lite era, da parte sua, temeraria, l'altra può chiedere l'annullamento dell'accordo transattivo (art. 1971 cod. civ.). Com'è facile intuire, in ipotesi siffatte l'onere probatorio non sarà facilmente assolvibile da quella tra le parti che abbia interesse ad agire per l'annullamento (Cass. 3/4/2003, n. 5139, richiede in proposito la totale infondatezza della pretesa fatta valere e la mala fede).
Altre ipotesi di annullamento della transazione raggiunta tra le parti, sono previste dagli artt. 1973, 1974 e 1975 cod. civ.
Trattasi dei casi in cui la transazione sia stata stipulata in base a documenti che in seguito sono stati riconosciuti falsi (art. 1973 c.c.); oppure per l'esistenza di un precedente giudicato ignoto ad una o ad entrambe le parti (art. 1974 cod. civ.) od, infine, qualora la transazione riguardi un determinato affare, allorché posteriormente all'accordo transattivo vengano alla luce documenti che provino che una delle parti non aveva alcun diritto (art. 1975 cod. civ. 2° comma).
Quest'ultima ipotesi di annullabilità non è tuttavia ritenuta applicabile ai contratti di transazione riguardanti generalmente tutti gli affari intercorsi tra le parti, a meno che i documenti successivamente scoperti non siano stati occultati da una di esse.
La natura e la funzione della transazione giustificano anche la norma che ne esclude l'impugnabilità per causa di lesione (art. 1970 cod. civ.). Difatti, per valutare se vi sia stata lesione a carico di una delle parti occorrerebbe previamente accertare quale fosse realmente la situazione giuridica contestata, accertamento che la transazione mira ad evitare.
Infine, è nulla la transazione relativa ad un contratto illecito, ancorché le parti abbiano transatto della nullità di questo (art. 1972 cod. civ.).
Diversamente, negli altri casi di nullità del titolo sul quale è stato raggiunto l'accordo transattivo, la transazione è semplicemente annullabile e l'impugnazione può essere proposta solo dalla parte che ignorava la causa di nullità (art. 1972, 2° comma cod. civ.).
Inadempimento ed ipotesi di risoluzione
L'unica causa di risoluzione esplicitamente disciplinata in tema di transazione è l'inadempimento (art. 1976 c.c.). La risoluzione per inadempimento restituisce il rapporto oggetto dell'accordo transattivo nella situazione giuridica preesistente.
In ordine alle altre cause di risoluzione del contratto previste in via generale dal Codice civile, si ritiene senz'altro ammissibile la risoluzione per mutuo consenso dei contraenti (art. 1372 c.c.), la risoluzione per impossibilità totale (art. 1463 c.c.) e si riconosce pure la possibilità di recedere dal contratto, per la parte che non abbia interesse ad un adempimento parziale, nel caso di sopravvenuta impossibilità parziale (art. 1464 c.c.).
Il prevalente orientamento ammette infine l'applicabilità al contratto di transazione anche dell'art. 1467 c.c. per l'ipotesi di sopravvenuta eccessiva onerosità della prestazione di una delle parti.
La risoluzione ed il recesso sono due tra le più importanti modalità di cessazione dei rapporti contrattuali.
In primo luogo va detto che il recesso, al contrario della risoluzione, non trova una sua disciplina specifica nelle norme sul contratto in genere, ma è regolato nella quasi totalità dei contratti tipici. In termini generali si parla di recesso nell'art. 1373 cod. civ., in ordine agli effetti del contratto, tra le cause di scioglimento previste dalla legge, dove si precisa che qualora sia attribuita ad una delle parti la facoltà di recedere, questa potrà essere esercitata fino a che il contratto (a prestazioni istantanee) non abbia avuto un principio di esecuzione. Fa eccezione al predetto principio di carattere generale l'ipotesi in cui il contratto sia a esecuzione continuata o periodica, dove il recesso può essere esercitato in qualunque momento ed è però privo di efficacia, come d'altronde la risoluzione (art. 1458 cod. civ.), per le prestazioni già eseguite o in corso di esecuzione.
Ancora, in termini di efficacia del recesso, l'art. 1373 c.c. prevede l'ipotesi che a fronte del diritto di recesso riconosciuto ad una delle parti sia previsto un corrispettivo, e subordina l'efficacia dell'atto unilaterale di recesso all'avvenuta prestazione del corrispettivo (salvo che le parti si siano accordate diversamente).
Altra differenza di carattere generale è costituita dall'efficacia, retroattiva (Cass. 11/03/03 n. 3555) nei casi di risoluzione (salva l'ipotesi dei contratti ad esecuzione continuata o periodica) e sempre ex nunc per quanto attiene all'atto di recesso.
Inoltre la risoluzione, eccettuati i casi di risoluzione di diritto per l'operatività di una clausola risolutiva espressa o in caso di inadempimento con l'utilizzo dello schema della diffida ad adempiere ex art. 1454 c.c. (Cass. 28/06/01 n. 8844), presuppone comunque l'intervento di una pronuncia di carattere costitutivo da parte dell'autorità giudiziaria, mentre gli effetti del recesso conseguono alla dichiarazione di volontà della sola parte recedente.
Esaminate queste caratteristiche di carattere generale passo all'analisi delle varie forme di risoluzione e recesso riscontrabili nella disciplina di parte generale e nella regolamentazione dei singoli tipi contrattuali.
La risoluzione è prevista nella disciplina generale del contratto quale modalità di cessazione degli effetti dello stesso e si può suddividere in tre ipotesi principali a seconda delle motivazioni sulle quali la stessa si basa.
La prima e di gran lunga la più frequente nella prassi contrattuale è costituita dalla risoluzione per inadempimento, prevista dagli artt. 1453 e ss. cod. civ., con ulteriori tre sotto categorie (dotate di peculiari caratteristiche): la diffida ad adempiere (art. 1454 c.c.), il termine essenziale (art. 1457 c.c.) e la clausola risolutiva espressa (art. 1456 c.c.).
Altre ipotesi di risoluzione sono quelle contemplate nella disciplina generale dell'impossibilità sopravvenuta di cui agli artt. da 1463 a 1466 c.c. e dell'eccessiva onerosità sopravvenuta (artt. 1467 - 1469 c.c.).
Infine, sempre in termini di normativa generale, va menzionata la cosiddetta eccezione di inadempimento e la possibilità riconosciuta a ciascuna delle parti, nei contratti a prestazioni corrispettive, di sospendere l'esecuzione della propria prestazione qualora si verifichino mutamenti sostanziali nelle condizioni patrimoniali dell'altra parte.
La disciplina generale della risoluzione per inadempimento è contenuta nell'art. 1453 c.c. che stabilisce come nei contratti a prestazioni corrispettive (contratti bilaterali - o plurilaterali con comunanza di scopo ex art. 1459 cod. civ.- laddove quindi si riscontri una correlazione diretta tra le prestazioni oggetto delle obbligazioni reciprocamente assunte dalle parti con il vincolo contrattuale) in caso di inadempimento di una delle parti alle proprie obbligazioni contrattuali, l'altra può a sua scelta richiedere l'adempimento o la risoluzione del contratto, sempre salvo il risarcimento del danno subito.
Si pone a questo punto il problema di quando il ritardo possa dirsi tale da legittimare la risoluzione e correlativamente sino a che punto sia ammissibile l'adempimento tardivo Cass. 19/11/02 n. 16291). La disciplina della risoluzione non si occupa direttamente di queste problematiche, anche se precisa, in parte risolvendo il problema dei limiti dell'adempimento tardivo, che la domanda di risoluzione preclude il successivo adempimento.
In tema di ritardo molto si è discusso in dottrina sulla necessità della costituzione in mora ai fini della qualificazione del ritardo quale base per ottenere una pronuncia di risoluzione, anche se appare valutabile anche il ritardo puro e semplice ancorché caratterizzato dalla eccedenza dei normali limiti di tollerabilità. In ordine alla costituzione in mora la dottrina (Sacco) ha tuttavia effettuato una serie di utili distinzioni, precisando che, laddove non sia previsto, neppure implicitamente, un termine per l'adempimento, la costituzione in mora (costituita da una intimazione o richiesta esplicita di adempimento effettuata per iscritto, ex art. 1219 c.c.)risulta necessaria affinché possa configurarsi una ipotesi di inadempimento. Costituzione in mora che, una volta effettuata, ha come effetto da un lato l'aumento della gravità dell'inadempimento e dall'altro l'eliminazione di ogni equivoco in ordine all'eventuale tolleranza del creditore della prestazione.
In ordine poi al secondo comma dell'art. 1460 c.c., si ritiene in dottrina (Sacco) che debba considerarsi contrario a buona fede il rifiuto di adempiere basato su di un inadempimento non grave Cass. 07/01/04 n. 58). Motivo di questa qualificazione è l'evidente fine ritorsivo connesso a tale utilizzo dell'eccezione.
Con la diffida ad adempiere (art. 1454 c.c.) la parte intima al contraente inadempiente di adempiere entro un termine, di norma non inferiore a 15 giorni, decorso il quale il contratto dovrà considerarsi risolto di diritto Cass. 28/06/01 n. 8844).
In questi casi, a meno che il ritardo nell'adempimento risulti non imputabile all'altra parte, l'infruttuosa scadenza del termine, il verificarsi dell'inadempimento e la previsione specifica di un termine definito espressamente come essenziale configurano l'ipotesi di risoluzione di diritto del contratto Cass. 17/04/02 n. 5509).
La clausola risolutiva espressa si inserisce nel più ampio quadro della cessazione dei rapporti contrattuali, ed in particolare nella regolamentazione della risoluzione per inadempimento, costituendo una deroga di carattere negoziale ai suoi principi generali.
A questo proposito la Cassazione (Cass. 17/03/00 n. 3102) ha precisato che, in presenza di una clausola risolutiva espressa, qualunque indagine tesa a stabilire se l'inadempimento sia sufficientemente grave da giustificare l'effetto risolutorio deve considerarsi irrilevante.
L'intervento del giudice avrà quindi, al contrario di quanto avviene in applicazione del meccanismo ordinario di risoluzione per inadempimento, mero fine di accertamento di una risoluzione già avvenuta di diritto (Cass. 10/11/98 n. 11282), a seguito dell'inadempimento di una delle parti e della manifestazione di volontà dell'altra, che subendolo è divenuta titolare, in forza della clausola risolutiva espressa, di una sorta di diritto potestativo di recesso unilaterale per inadempimento Cass. 03/07/00 n. 8881).
E' pacifico in giurisprudenza (Cass. 21/06/00 n. 8429) che la clausola risolutiva espressa non può considerarsi come una clausola vessatoria ai fini della doppia sottoscrizione di cui all'art. 1341 c.c., qualora inserita in condizioni generali di contratto od in un contratto per adesione. Ciò in quanto non costituirebbe una clausola particolarmente onerosa, non potendo essere ricondotta tra quelle che sanciscono limitazioni alla facoltà di opporre eccezioni, aggravando la condizione di uno dei contraenti, poiché la possibilità di richiedere la risoluzione del contratto sarebbe insita nel contratto stesso a norma dell'articolo 1453 cod. civ., e detta clausola non farebbe altro che rafforzare tale facoltà.
L'eccessiva onerosità
Nella disciplina dei contratti in generale il codice civile dedica al problema dell'eccessiva onerosità della prestazione gli artt. 1467, 1468 e 1469 cod. civ., individuando due rimedi, in taluni casi alternativi, e cioè la risoluzione del contratto e l'offerta di equa modifica delle condizioni contrattuali, che l'altra parte può effettuare per evitare la risoluzione.
Va detto anzitutto che per sua natura l'eccessiva onerosità di una delle prestazioni, o dell'unica prestazione qualora si verta in tema di contratti con obbligazioni a carico di una sola delle parti, è configurabile solo nell'ipotesi in cui la stessa sia in qualche modo differita e cioè nel caso in cui intervenga dopo un certo periodo di tempo rispetto alla conclusione del contratto, poiché altrimenti sarebbe esclusa in radice la possibilità che la prestazione divenga eccessivamente onerosa.
L'art. 1467 parla infatti di contratti ad esecuzione continuata, periodica o differita, dove vi sia dunque una ripetizione di prestazioni nel tempo o il differimento della loro esecuzione, per consentire appunto che possa realizzarsi l'eccessiva onerosità rispetto al momento di conclusione del contratto.
In queste ipotesi, laddove la prestazione di una delle parti sia divenuta eccessivamente onerosa a causa di avvenimenti straordinari e imprevedibili (Cass. 23/02/01 n. 2661), quest'ultima potrà richiedere la risoluzione del contratto con gli effetti (anche retroattivi) previsti dall'art. 1458 c.c.
La medesima disposizione precisa che la domanda di risoluzione è preclusa qualora l'eccessiva onerosità rientri nell'alea normale del contratto. Oltre a ciò la risoluzione può altresì essere evitata dall'altra parte (ed in ciò sta l'elemento alternativo alla definitiva cessazione di effetti del contratto) qualora offra di modificare equamente le condizioni contrattuali al fine di riequilibrare le rispettive prestazioni.
Qualora si verta invece in tema di contratti con assunzione di obbligazioni ad opera di una soltanto delle parti (art. 1468 c.c.) il rimedio risolutorio non è ammesso. In tali ipotesi infatti l'unico rimedio esperibile è la richiesta di riduzione della prestazione da parte del contraente obbligato o una modificazione nelle sue modalità di esecuzione, tale da ricondurla ad equità.
E' infine esclusa (art. 1469 c.c.) l'applicabilità degli art. 1467 e 1468 per i contratti aleatori, sia per loro natura che in funzione della volontà delle parti.
Occorre a questo punto soffermarsi brevemente sul contenuto dell'art. 1469 c.c. per ricordare una tesi dottrinale (Sacco) che, al fine di stabilire cosa debba intendersi per "contratti aleatori", opta per un'interpretazione che comporta la necessità per il giudice di esaminare l'evento sopravvenuto per accertare se, in concreto, il contratto avesse o meno accollato tale rischio al danneggiato che agisce per ottenere la risoluzione o la riduzione della prestazione.
L'onerosità della prestazione che, qualora sia dovuta ad eventi straordinari ed imprevedibili, consente l'esperibilità dei rimedi anzidetti, deve però essere valutata in maniera obbiettiva, prescindendo quindi dalla situazione soggettiva del debitore.
Dal punto di vista pratico, al fine di porre in essere i rimedi previsti per l'eccessiva onerosità è necessario un impulso di parte. Difatti, le norme esaminate presuppongono che i rimedi vengano esercitati in via processuale con la proposizione di una domanda di risoluzione, alla quale segue l'eventuale offerta di riduzione del contratto ad equità (che non può tuttavia essere imposta alla parte nei cui confronti è presentata la domanda di risoluzione).
Mi riferisco in particolare al contratto di somministrazione (art. 1569 c.c., utilizzato in via analogica anche nel contratto atipico di concessione di vendita), al mandato, nell'ipotesi di revoca del mandato oneroso a tempo indeterminato (art. 1725 c.c., 2° comma) e di rinunzia del mandatario (art. 1727 c.c.), al contratto di agenzia a tempo indeterminato (art. 1750 c.c.), al comodato (art. 1810 c.c. - dove è previsto un regime particolare in ragione delle caratteristiche del contratto), alla commissione (art. 1734 c.c.), al contratto d'opera (art. 2227 c.c.) ed al contratto d'opera intellettuale (art. 2237 c.c.).
Nel contratto di agenzia, anche a seguito della modifica apportata all'art. 1750 c.c. dal D.Lgs. 303/1991 emesso in attuazione della direttiva 86/653, sono previsti in maniera precisa termini minimi di preavviso, variabili da 1 a 6 mesi, in funzione della concreta durata del rapporto. E' comunque lasciata alla libera disponibilità delle parti la fissazione di termini di preavviso di maggiore durata, con l'unico limite costituito dalla necessità che il preponente osservi termini di preavviso non inferiori rispetto a quelli previsti per l'agente. Nella disciplina del contratto di agenzia, come è noto, la regolamentazione non è tuttavia contenuta solo nel codice civile, ma altresì nella contrattazione collettiva di diritto comune ed erga omnes, che prevede in tema di preavviso termini differenti rispetto a quelli dell'art. 1750 c.c., con conseguenti potenziali problemi di applicabilità, soprattutto con riferimento al cosiddetto agente monomandatario (rimando sul punto per approfondimenti all'esame della singola voce).
Differenti modalità operative di recesso e risoluzione in caso di inadempimento
Tuttavia, anche qualora si prediliga l'utilizzo di rimedi solutori stragiudiziali, quali ad esempio la diffida ad adempiere, il termine essenziale e la clausola risolutiva espressa, potrà ciò nonostante risultare comunque necessario ricorrere al giudice (più probabilmente ad opera di chi subisce la risoluzione di diritto) al fine di ottenere una sentenza non più costitutiva, ma dichiarativa dell'intervenuta risoluzione, oltre ad una condanna al risarcimento del danno subito.

References: art. 1454
 art. 1459
 Cass. 
 art. 1219
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 1467
 sentenza