Source: http://www.amcorteconti.it/articoli/gagliardi_intervento.htm
Timestamp: 2015-11-25 06:09:30+00:00

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L�INTERVENTO ADESIVO DIPENDENTE DEL TERZO NEL PROCESSO CONTABILE. ASPETTI PROBLEMATICI IN ORDINE ALLA SUA OPERATIVITA�, di Massimo Gagliardi, magistrato della Corte dei conti
SOMMARIO: 1.PREMESSA 2.FUNZIONE GIURISDIZIONALE E LESIONE ERARIALE-IL RUOLO DEL P.M. NEL PROCESSO INQUISITORIO E IN QUELLO DISPOSITIVO ATTENUATO IN AMBITO CIVILISTICO 3.L�INTERVENTO VOLONTARIO DEL TERZO NEL PROCESSO A CONNOTAZIONE DISPOSITIVA. -CENNI 4.BREVE ANALISI DELLA GIURISPRUDENZA CIVILISTICA IN MATERIA DI INTERVENTO VOLONTARIO ADESIVO DIPENDENTE 5.L�INTERVENTO E GLI INTERESSI TUTELATI DAL PROCESSO DI RESPONSABILITA� AMMINISTRATIVA 6.LA PRASSI ERMENEUTICA PROCESSUALE PREVALENTE IN ORDINE ALLA OPERATIVITA� DELL�ART.47 RD.N.1038/1933 7.ANALISI DELLE PROBLEMATICHE SOSTANZIALI IN ORDINE ALL�AMMISSIBILITA�DELL�INTERVENTO ADESIVO DIPENDENTE NEL GIUDIZIO DI RESPONSABILITA�. CONCLUSIONI
Con ordinanza collegiale, pronunciata nel corso dell� udienza dibattimentale del 6.4.06, la Sezione giurisdizionale Molise della Corte dei conti, ha respinto l�istanza volta a spiegare intervento adesivo di terzo � ex art. 105 c.p.c. 2� c., a vantaggio della parte pubblica, affermando che:�nel giudizio di responsabilit� amministrativo-contabile,la funzione del P.M. � da ritenere esclusiva ed assorbente in ordine all�azionabilit� di ogni pretesa risarcitoria concernente danni alla pubblica finanza�. Nel caso di specie,tale statuizione veniva suffragata sia dalla netta contrariet� al dispiegamento del predetto intervento adesivo del terzo, esplicitata in udienza dal Requirente (parte attrice adiuvata) che dalla genericit� motivazionale dedotta a fondamento dell�iniziativa processuale di cui trattasi dall�interveniente.
La Sezione ha sostanzialmente affermato la propria legittimazione ad esprimere,alla luce degli elementi versati in giudizio,un vaglio di meritevolezza dell�interesse ad agire del terzo,espressivo quest�ultimo ad un tempo sia di una posizione pur sempre subordinata a quella della parte attrice che di un percepibile, autonomo fondamento giuridico.
In particolare, il predetto esame di congruit� ha trovato la sua ragion d�essere proprio nella lettera della legge,allorch� all�art.105,ultimo comma,la stessa prescrive che. � Pu� altres� intervenire per sostenere le ragioni di alcuna delle parti ,quando vi ha un proprio interesse�.
Ne consegue che il controllo di meritevolezza risulta essere stato ponderato alla stregua dell�art.100 c.p.c.(� Per proporre una domanda o per contraddire alla stessa � necessario avervi interesse�).
Al riguardo va osservato che il predetto organo giurisdizionale ha cos� preso una posizione netta sulla questione dedotta in giudizio (peraltro poco esplorata in dottrina) in controtendenza rispetto alla giurisprudenza contabile esistente in materia.
Non vi � dubbio che per una corretta esegesi dell�istituto in parola, tipizzato nel codice di procedura civile, occorre adottare ogni opportuna cautela interpretativa, necessariamente in chiave evolutiva e sistematica dell�apparato normativo vigente che tenga conto della novella costituzionale dell�art. 111 e che non si appiattisca nell�acritica ricezione nel processo contabile della previsione dell�art. 105 c.p.c. nonch� dell�art. 47 del R.D. n. 1038/33 (regolamento di procedura per i giudizi innanzi alla Corte dei Conti) che non � ingeneroso ritenere affetto dall�usura del tempo (�Chiunque abbia interesse nella controversia pu� intervenire in causa con atto notificato alle parti e depositato nella Segreteria della Sezione. L�intervento pu� essere anche ordinato dalla Sezione d�ufficio, o anche su richiesta del Procuratore generale o di una delle parti.�).
Pertanto, non appaia ultroneo, in questa sede, prospettare alcuni cenni preliminari necessari per una pi� compiuta disamina della fattispecie di cui trattasi.
2. FUNZIONE GIURISDIZIONALE E LESIONE ERARIALE � IL RUOLO DEL P.M. NEL PROCESSO INQUISITORIO E IN QUELLO DISPOSITIVO ATTENUATO IN AMBITO CIVILISTICO.
E� del tutto evidente, ma non per questo va sottaciuto nell�economia del presente lavoro, il carattere distintivo della tutela giurisdizionale il cui �UBI CONSISTAM� va rinvenuto nella <<natura sostitutiva>> che la caratterizza.
Essa si sostanzia nella funzione, per cos� dire vicaria, dell�organo giurisdizionale rispetto alla condotta attesa della P.A., pur prevista dalle norme sostanziali e sulla cui mancata conformit� al parametro normativo sostanziale, viene poi incardinato il giudizio. In tal guisa, il congegno processuale � volto a garantire indirettamente quella medesima tutela degli interessi, voluta dalla disposizione codificata che � preclusa all�esercizio del diritto all�autodifesa[1] da parte della stessa amministrazione lesa.
Il predetto assunto esprime in linea larghissima il carattere ontico della giurisdizione, massimamente evidente nella dimensione civilistica della �composizione delle liti�, tra parti equiordinate che volontariamente accedono allo strumento processuale.[2]
Ci� premesso, il concetto di giurisdizione contiene altres� un ulteriore valore, (rectius: un particolare fine) che pu� consistere nell�attuazione della sanzione, ossia una sorta di precetto secondario presente nelle norme sostanziali e concretantesi in un �meccanismo di reazione che l�Ordinamento giuridico mette in moto non appena si verifica il fenomeno della violazione del precetto primario�.
E� del tutto innegabile che un simile connotato caratterizzi quegli ambiti giurisdizionali a prevalente impronta inquisitoria, come � proprio della giurisdizione contabile di responsabilit�, dove �,di contro, inattivo il �principio della disponibilit� della tutela giurisdizionale� in ossequio del quale il titolare del diritto sostanziale, che si assume vulnerato, � facultato nella richiesta di tutela dello stesso in quanto rientrante nella disponibilit� del diritto sostanziale[3].
Dunque siamo in presenza in tal caso di una natura, per cos� dire, �doppiamente sostitutiva�, atteso che l�esercizio dell�azione processuale, a garanzia dell�Erario, non muove dal soggetto leso ma piuttosto da un organo terzo (la Procura contabile), latamente rappresentativo dello stesso e dominus della tutela pubblicistica che cos� viene attivata.
In tale circostanza il diritto sostanziale esiste ed � abbisognevole di garanzia, ma non appartiene a chi ne chiede la protezione (il Requirente contabile) che pur dispone dell�azione, (rectius della �legitimazione ad agire�), operando quindi, sotto tale profilo, in una condizione di astrattezza.
Orbene, nella richiamata ottica comparatistica, se si pone a raffronto la funzione del P.M. nell�ambito del sistema civilistico ad impulso di parte, pu� agevolmente cogliersi il distinguo tra procedimento inquisitorio puro e procedimento dispositivo, situandosi il processo civilistico in talune ipotesi peculiari (contraddistinte dall�intervento del P.M.), nell�alveo di un sistema dispositivo attenuato, ove la disponibilit� dell�oggetto del processo, di regola massima, trova un limite nell�esercizio di quei diritti che, in misura pi� o meno intensa, sono indisponibili.
Pertanto, l�Ordinamento acconsente cos� alla separazione delle iniziative processuali dalla titolarit� del diritto sostanziale, fino al limite della stessa proposizione della domanda, per il perseguimento dell�interesse pubblico[4].
Il legislatore ha cos� conseguito il fine della sottrazione al privato della esclusiva nell�esercizio di quei diritti che abbiano un pi� elevato indice di indisponibilit� in quanto connessi ad interessi obiettivi dell�Ordinamento posti cos� nella sfera del P.M.. Quest�ultimo, appare investito dalla legge della titolarit� dell�azione, con grado differenziato di intensit� ed in una posizione in tutto assimilabile a quella della parte.
Se ci� � vero in ambito civilistico nella ipotesi residuale sopra tracciata, a fortiori, il ruolo del P.M. sar� assolutamente prevalente ove massima � la forza cogente del principio inquisitorio (per quanto rileva nell�economia del presente lavoro: il giudizio di responsabilit� contabile) con inevitabili ricadute nella delimitazione dell�oggetto dedotto in giudizio (�thema decidendum�), della �vocatio in ius� e, pi� genericamente, della partecipazione di soggetti processuali ulteriori (intervenienti).
3. L�INTERVENTO VOLONTARIO DEI TERZI NEL PROCESSO A CONNOTAZIONE DISPOSITIVA. - CENNI
L�art. 105 c.p.c. statuisce che:
�ciascuno pu� intervenire in un processo tra altre persone per far valere in confronto di tutte le parti o di alcune di esse un diritto relativo all�oggetto o dipendente dal titolo dedotto nel processo medesimo.
Pu� altres� intervenire per sostenere le ragioni di alcuna delle parti, quando vi ha un proprio interesse�.
Il fenomeno del litisconsorzio, da intendersi come presenza di una pluralit� di parti nel processo, pu� discendere dalla previsione dell�art. 103 c.p.c. (�litisconsorzio facoltativo�) e quindi, in tal caso, coevo all�insorgere del processo, ovvero intervenire in un momento successivo, mediante lo strumento del litisconsorzio necessario, contemplato dall�art. 102 c.p.c. , (attraverso l�ordine di integrazione del contraddittorio) oppure spiegando, ai sensi del sopra menzionato art. 105 c.p.c., intervento volontario, su istanza di parte (art. 106 c.p.c.), od anche per ordine del giudice (art. 107 c.p.c.: intervento coatto).
La dottrina processualistica afferma che l�interveniente volontario o coatto assume, per il solo fatto di essere intervenuto, la qualit� di parte[5], fermo restando che resta impregiudicata la questione relativa al profilo della legittimazione, ossia della verifica giudiziale in ordine alla connessione oggettiva tra l�azione in corso e quella che il terzo vuole esercitare o che si vuole esercitare contro di lui.
Orbene, se � indubbio che la sentenza non pu� che incidere tra le parti in causa e solo con riguardo ad esse, cionondimeno il terzo pu� subire le conseguenze indirette della statuizione giudiziale, per fronteggiare le quali, prima che venga emessa la pronuncia, egli pu� spiegare intervento volontario che si struttura come una sorta di opposizione di terzo anticipata (art. 404 c.p.c.).
L�intervento pu� rivestire �forma principale�, allorch� il terzo fa valere il suo diritto in confronto di tutte le parti; pu� assumere il carattere litisconsortile (cd. Adesivo autonomo) qualora lo eserciti solo in confronto di alcune di esse; ovvero �adesivo dipendente�, laddove il terzo intervenga per sostenere le ragioni di alcuna delle parti e dunque, diversamente dai casi precedenti, non per sostenere un proprio diritto.
Ma non vi � dubbio che l�aspettativa, per quanto giuridica, di un vantaggio che spinge il terzo a proporre un siffatto intervento, non pu� non ricondursi ad una posizione di diritto sostanziale non autonoma ma pur sempre giuridicamente rilevante per il suo collegamento con la posizione della parte processuale cui si aderisce.
La posizione del terzo interveniente bench�, come detto, non autonoma, assurge al rango di interesse ad agire, cos� fondando una sorta di legittimazione secondaria. Un simile meccanismo processuale non esclude, peraltro, un controllo giudiziale sulla specifica legittimazione del terzo che � intervenuto che certo rientra nei poteri decisori dell�organo giurisdizionale ex art. 272 c.p.c..
4. BREVE ANALISI DELLA GIURISPRUDENZA CIVILISTICA IN MATERIA DI INTERVENTO VOLONTARIO ADESIVO DIPENDENTE.
Un breve excursus della giurisprudenza della Suprema Corte � idoneo a focalizzare alcuni tratti caratterizzanti l�istituto in parola.
Al riguardo, la sentenza n. 12758/93 della Cass. Civ. Sez. II�, precisava che: �l�interesse richiesto per la legittimazione all�intervento adesivo dipendente ex art. 105, 2� comma c.p.c., deve essere non di mero fatto, ma giuridico, nel senso che tra adiuvante e adiuvato deve sussistere un vero e proprio rapporto giuridico sostanziale, tale che la posizione soggettiva del primo in questo rapporto possa essere pregiudicata dal disconoscimento delle ragioni che il secondo sostiene contro il suo avversario in causa ( conforme sul punto Cass. Civ. Sez.III� sent. 1111/03). Con sentenza n. 1106/95, la Cass. Civ. Sez. Prima, stabil� che:� l�intervento adesivo dipendente, non richiede la titolarit� di un diritto nei confronti delle parti originarie del processo, ma � consentito in presenza di un interesse giuridicamente rilevante ad un esito della controversia favorevole alla parte adiuvata.
La Cass. Civ. Sez. Seconda, con sentenza n. 6201/97, precis� che: �E� titolare di un interesse giuridicamente tutelabile, il socio di una societ� di capitali, convenuto in giudizio per accertare la simulazione di un contratto di acquisto con essa stipulato, perch� l�accoglimento di tale domanda, depauperando il patrimonio sociale diminuisce il valore dei suoi diritti di partecipazione alla societ� ed incide quindi sulle quote ad esso spettante; pertanto il socio � legittimato ad esperire intervento adesivo dipendente per sostenere le ragioni della societ� ed a impugnare in via autonoma la sentenza che invece esclude tale suo interesse�. Con successiva sentenza n. 1873/99, la Cass. Civ. Sez. Prima, ha ancor pi� chiarito la natura della posizione soggettiva legittimante l�intervento adesivo affermando che: �Non � configurabile un diritto soggettivo o un interesse legittimo del cittadino o di Enti, alla conservazione delle leggi in vigore; deve pertanto escludersi che un singolo cittadino o un Ente possano adire in proposito il Giudice o intervenire ad adiuvandum in un procedimento, atteso che la legittimazione ad agire (e quindi il relativo interesse) si radica sempre su di una situazione sostanziale. Pertanto il potere di azione o di intervento, sia pure solo adesivo, pu� configurarsi unicamente se l�interesse di cui si invoca la protezione sia giuridico e non di mero fatto�.
In punto di delimitazione della legittimazione ad agire ex art. 105 c.p.c., la Cass. Civ. Sez. Terza, con sentenza n. 14901/02, ha statuito che: �Il divieto che, a norma dell�art. 105 c.p.c., il terzo pu� far valere in un processo pendente tra altre parti in conflitto con esse (intervento adesivo autonomo),deve essere relativo all�oggetto, ovvero dipendente dal titolo e quindi individuabile rispettivamente con riferimento al petitum o alla causa petendi.
Al di fuori di tali limiti, l�inserimento nel processo di nuove parti non � ammesso�. (in senso conforme Cass. Sez. Terza, sent. n. 13063/04; Cass. Civ. Sez. Seconda, sent. n. 7641/05). In materia fallimentare, la Cass. Civ. Sez. Prima, con sent. n. 18147/02, ha affermato che: �il principio secondo cui dopo la dichiarazione di fallimento del debitore, la legittimazione a proporre le azioni a tutela della massa (tra cui la revocatoria fallimentare) spettante, in via esclusiva, al curatore se esclude � per un verso � la legittimazione del singolo creditore ad esperire le azioni predette (e ad intervenire in via principale nel giudizio all�uopo promosso dal curatore) non impedisce tuttavia, per altro verso, l�intervento adesivo dipendente del creditore nello stesso giudizio che fonda la sua legittimazione su un rapporto giuridico dipendente da quello oggetto del processo e potrebbe subire l�efficacia riflessa della sentenza, (il che si verifica, appunto, per il creditore del fallito, il cui credito � soddisfatto nell�ambito del concorso, proprio della procedura fallimentare), in misura che dipende anche dall�esito delle azioni di massa proposte dal curatore�. Sulle finalit� perseguite dal terzo attraverso lo strumento dell�intervento e sulle condizioni per il suo esercizio, la Cass. Civ. Sez. Seconda, con sentenza n. 181/04, ha affermato che: �l�art. 105 c.p.c. che consente l�intervento adesivo volontario di chiunque abbia nella causa un proprio interesse, non rende ammissibile nella controversia proposta da un singolo contribuente, l�intervento dell�ente esponenziale di una determinata categoria di persone, atteso che l�interesse dell�interventore non si atteggerebbe ad interesse giuridicamente rilevante e qualificato, determinato dalla sussistenza di un rapporto giuridico sostanziale fra adiuvante e adiuvato e dalla necessit� di impedire che nella propria sfera giuridica possono ripercuotersi conseguenze dannose derivanti da effetti riflessi o indiretti del giudicato�.
Alla luce della soprariferita rassegna giurisprudenziale emergono, con chiarezza, alcuni dati certi sul piano ricognitivo dell�istituto di che trattasi, sussumibili essenzialmente nell�irrinunciabile natura dell�interesse sotteso all�intervento del terzo che non pu� che essere giuridico e non di mero fatto e che dunque deve proporsi il perseguimento della tutela da un pregiudizio mediato, dipendente dal rapporto che lega il diritto dell�interveniente a quello di una delle parti, individuabile con riferimento al petitum o alla causa petendi, assimilabile quindi ad un rapporto giuridico sostanziale fra adiuvante e adiuvato.
5. L�intervento e gli interessi tutelati dal processo di responsabilit� amministrativa
La tematica dell�intervento nel processo di responsabilit� amministrativa � destinata a diventare sempre pi� attuale, in considerazione della nuova con-
figurazione che sta acquistando il giudizio relativo. Non v�� dubbio che l�istituto processuale esaminato contribuisce a chiarire la funzione e gli obiettivi di tutela attualmente fondanti il processo erariale.
Ed, infatti, la questione circa l�ammissibilit� o meno di un intervento richie-
de, previamente, che ci si interroghi in ordine al fatto se quell�interesse fatto
valere dal potenziale interventore rientri o meno tra quelli tutelati dal giudi-
zio di responsabilit�; ne consegue, che dare ingresso ad un determinato in-
tervento equivale a dire che l�interesse di riferimento rientra nell�oggetto del processo di responsabilit� amministrativa-contabile.
� appena il caso, poi, di specificare come il maggiore ampliamento della no-
zione di danno erariale, la rilevanza degli interessi collettivi sul piano della giustiziabilit�, la sempre pi� marcata c.d. �esternalizzazione� dell�azione amministrativa e il conseguente allargamento della giurisdizione contabile,
che tende, oramai, a coinvolgere anche enti privatistici (quale ad esempio una s.r.l. beneficiaria di fondi pubblici), sono tutti elementi che lasciano in-
travedere, in prospettiva, come sempre pi� frequente il tentativo di interveni-
re nel processo: pi� ampio, infatti, � l�oggetto del giudizio pi� aumentano in
modo direttamente proporzionale gli interessi coinvolti e, quindi, i soggetti potenzialmente interessati allo svolgimento del processo. Si spiega, quindi, come attualmente accanto all�orientamento tradizional-
mente favorevole all�intervento adesivo della p.a. danneggiata, inizi ad intra-
vedersi un approccio giurisprudenziale pi� critico rispetto al problema e me-
no favorevole alla operativit� di tale istituto processuale: lo scopo � quello di evitare che attraverso l�istituto dell�intervento, il processo amministrativo di responsabilit� si appesantisca eccessivamente perdendo quella snellezza e
celerit� processuale che da sempre lo caratterizza in senso positivo rispetto al processo civile.
Preoccupazione non peregrina atteso che una volta ammesso l�intervento vo-
lontario adesivo della p.a. statale danneggiata, occorre chiedersi quali siano i margini di intervento degli enti locali o anche associazioni portatrici di inte-
ressi collettivi e, in ipotesi,anche di enti diversi da quelli danneggiati.
Ed, ancora, se tali potenziali interventori possano spiegare solo intervento adesivo o anche quello ex art. 105, 2� comma, c.p.c., cio� essere portatori di una propria autonoma pretesa risarcitoria.
Infine, oltre all�intervento volontario, occorre chiedersi se � ammissibile - e in che limiti - che l�intervento sia provocato anche per ordine del giudi-
ce d�ufficio o su richiesta di una delle parti del processo.
Problematiche, come si vede, di enorme respiro e di difficile soluzione, atte-
sa anche la, per cos� dire, pochezza normativa in materia: esiste una sola norma, infatti, che regola l�intervento, cio� l�art. 47 r.d. 13.8.1933, n. 1038,
laddove il richiamo alle norme del codice di procedura civile ex art. 26
� ovviamente molto generale e presuppone la previa verifica di
compatibilit�.
6. La prassi ermeneutica processuale prevalente in ordine alla operativit� dell�art. 47 r.d. n. 1038/1933
L�intervento nel giudizio di responsabilit� amministrativa contabile � esplici-
tamente previsto e regolato dall�art. 47, r.d. n. 1038/1933 che, sostanzial-
mente, ricalca la formula utilizzata dal codice di procedura previgente a
quello emanato nel 1940: <<Chiunque abbia interesse nella controversia pu� intervenire in causa con atto notificato alle parti e depositato nella se-
greteria della sezione. L�intervento pu� essere anche ordinato dalla sezione d�ufficio, o anche su richiesta del procuratore generale o di una delle parti>>.
La norma � pur nella sua sinteticit� e apparente neutralit� � � normalmente interpretata nel senso di dare libero ingresso all�intervento volontario c.d.
adesivo, cio� quello attualmente previsto dall�art. 105, 2� comma, c.p.c.: in
specie si ammette l�intervento da parte della p.a. statale danneggiata. Tutta-
via, nulla dice il testo normativo in ordine all�altro tipo di intervento, vale a
dire quello riconducibile all�art. 105, 1� comma, c.p.c. (c.d. intervento prin
cipale), con il quale l�interventore fa valere un proprio autonomo diritto (nel
la specie, sarebbe di natura risarcitoria) dipendente dalla fattispecie dedotta nel giudizio di riferimento. Ancora, la ampiezza della formula pone la pro-
blematica relativa alla identificazione dei soggetti potenziali interventori, e,
quindi, come prima si evidenziava, se, oltre all�intervento della p.a. danneg
giata, possa ritenersi ammissibile la partecipazione anche degli enti locali e
delle associazioni rappresentative di interessi collettivi pure danneggiati o ancora soggetti diversi non danneggiati
Pu� osservarsi che un primo limite viene individuato nella necessit� della
presenza di un interesse ad agire ai sensi dell�art. 100, c.p.c.: l�intervento
adesivo,cio�, deve essere giustificato da un interesse attuale, concreto e giu-
ridicamente rilevante.
Ci�, inevitabilmente, gi� determina la impossibilit� di intervenire per il citta-
dino in quanto tale, in quanto, per un verso, egli � tito-
lare di un mero interesse diffuso (anche detto significativamente adespota) e,
quindi, giuridicamente irrilevante, mentre, per altro verso, proprio per que-
sto l�intervento non potr� essere sorretto dal descritto requisito processuale prescritto dall�art. 100 c.p.c.
Deve dirsi che, in buona sostanza, per quanto detto, appare difficile immagi-
nare la ammissibilit� di un intervento da parte di soggetti che non siano i ti-
tolari dell�interesse pregiudicato dall�azione illecita perseguita nell�ambito
del processo di responsabilit�.
Ci� spiega, in primo luogo, perch�, nella prassi, di norma, l�interventore ade-
sivo � proprio la p.a. che il P.M. assume essere stata pregiudicata dalla con-
dotta asserita come contra legem.
E sul punto,come gi� anticipato, si opta in senso positivo, tant�� che in dot-
trina si rileva come <<la giurisprudenza ha affrontato la questione
dell�intervento dell�amministrazione ad adiuvandum del Pubblico Ministero,
generalmente ammesso sulla scorta del comune interesse ad ottenere il ri-
sarcimento del danno subito dalla stessa amministrazione interveniente>>
(Chiarenza-Evangelista, in
La nuova Corte dei conti: responsabilit�, pen-
sioni, controlli,Giuffr�, 2004, a cura di Tenore, p. 508; in giurisprudenza,
cfr. Corte Conti, sez. II, 16.3.2000, n. 87/A, Corte conti, sez. Lombardia, 3.7.2003, n. 817/03). A tale conclusione, devono solo aggiungersi le seguenti specificazioni: in primo luogo, come detto, vi sar� sempre bisogno di un interesse ad agire; in
secondo luogo, � evidente che l�intervento adesivo non potr� mai legittimare
una duplicazione del risarcimento; in buona sostanza, se la p.a. danneggiata interventrice abbia gi� ottenuto in sede civile il risarcimento del danno o di parte del danno, � evidente, che, anche in caso di intervento volontario ade-
sivo nell�ambito del giudizio di responsabilit� amministrativa, si applicher� il principio comunemente ritenuto operativo: vale dire, il principio, per cui il giudice contabile deve tener conto del risarcimento gi� liquidato eventual-
mente dal giudice ordinario, decurtando la relativa somma.
Mentre, per altro verso, rende legittimo domandarsi se possono intervenire a
tale titolo anche gli enti locali o le associazioni portatrici di interessi collet-
tivi: il problema non � teorico, posto che ormai si accoglie una nozione allar-
gata di danno comprensivo non solo della lesione dell�<<interesse pubblico
generale all�equilibrio economico e finanziario dello Stato>>, assumendo
rilevanza anche i danni <<a beni che non appartengono al patrimonio dello
Stato-persona, ma a tutti i membri indifferenziati della collettivit� organiz-
zata>>, sicch� la nozione di danno � tale da ricomprendere <<ogni com
promissione di interessi generali del corpo sociale>> (Tenore, in La nuova
Corte dei conti: responsabilit�, pensioni, controlli, a cura di Tenore, cit., p.
30-31). Deve, perci�, chiedersi se pu� avere dignit� processuale la richiesta
di intervento proposta dall�ente � pubblico o privato di natura associativa � portatrice dell�interesse leso di rilievo territoriale o comunque riferibile ad un ente esponenziale titolare dell�intesse collettivo relativo.
La risposta al quesito � subordinata alle seguenti condizioni: 1)
l�ammissibilit� di un�azione risarcitoria anche per la lesione di interesse di
una comunit� territoriale significa che quell�interesse ha rilievo per l�ordinamento contabile, sicch� pu� dirsi che l�ente locale e/o l�associazione
portatrice di quell�interesse sia titolare di quell�interesse richiesto dall�art.
47 r.d. n. 1038/1933; 2) l�art 1, comma 1 bis, L. n. 20/1994, laddove prevede
la c.d. compensatio lucri cum damno, impone al giudice di prendere in consi
derazione anche il vantaggio della comunit� amministrata: il che, significa, a
contrario, che inevitabilmente la norma presuppone che sia stato leso anche
l�interesse di quella comunit�, atteso che la predetta compensatio, presuppo-
ne identit� tra soggetto danneggiato e avvantaggiato (non avendo, altrimenti,
senso logico, ancor prima che giuridico, ricorrere a tale meccanismo equita-
tivo); infine, � rilevante che la norma impone e non si limita a dare una
facolt� al giudice di compensare: sicch� pare possa dirsi che l�interesse della comunit� amministrata � preso direttamente in considerazione dal giudizio di
responsabilit�, in misura tale da imporre al giudice di compensare gli even-
tuali vantaggi, con la ulteriore conseguenza di un possibile, ipotetico
intervento volontario adesivo da parte dell�ente esponenziale; 3) soprattut-
to, infine, suggerisce l�ammissibilit� dell�intervento dell�ente loca-
le/esponenziale o associazione di riferimento, una lettura costituzionale del
sistema; l�ammissibilit� di tale intervento, infatti, discende non solo dall�art.
24 Cost. (ed, infatti, posto il monopolio del P.M. in ordine all�azione eraria-
le, l�intervento risulta l�unico modo per la p.a. danneggiata di far sentire la
sua voce all�interno del processo), ma anche ed in special modo dagli artico-
li 114, 1� comma e 118, ult. comma: sarebbe, infatti, manifestamente in con-
trasto con il principio di equiordinazione istituzionale ammettere l�intervento
della sola amministrazione statale e non anche degli enti locali e sarebbe, al-
tres�, contro il principio di sussidiariet� orizzontale negare l�intervento alle
associazioni di diritto privato portatrici dell�interesse collettivo pregiudica-
to, atteso che la possibilit� di intervenire nei giudizi �, ovviamente, uno dei
momenti fondamentali attraverso cui l�associazione privata pu� far valere
l�interesse pubblico collettivo di cui � titolare, sicch� impedirne l�ingresso
processuale significherebbe frustrare in modo significativo la volont� costi-
tuzionale di riconoscere una sorta di primazia al privato in tutte le sue forme
nella cura di interessi della collettivit� (cfr., infatti, l�art. 118, ult. comma,
Cost. secondo cui <<Stato, Regioni, Citt� metropolitane, Province e Comu-
ni favoriscono l�autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo
svolgimento di attivit� di interesse generale, sulla base del principio di sus-
sidiariet�>>).
L�art. 1, comma 1 bis, L. n. 20/1994, infine, parrebbe aprire un�altra possibi-
lit�, ai fini della configurabilit� di un intervento su ordine del giudice,
d�ufficio o provocato dalla richiesta di parte: in particolare, non pare azzar-
dato ritenere che, posta la doverosit� della compensatio, il convenuto possa chiedere al giudice di ordinare l�intervento dell�amministrazione danneggiata che abbia, per�, anche conseguito un vantaggio: ci� al fine evidente di acqui-
sire una pienezza dibattimentale ed istruttoria il pi� soddisfacente possibile.
Del tutto diversa �, invece, la questione relativa alla possibilit� di un inter-
vento ex art. 105, 1� comma, c.p.c.: la tematica cio� dell�ammissibilit� di un
intervento attraverso il quale la p.a. interventrice faccia valere una propria pretesa risarcitoria autonoma e distinta da quella azionata dalla pubblica ac
cusa.
Sul punto, deve dirsi che la dottrina tende ad escludere nettamente questa
possibilit�: ammettere, infatti, l�ingresso di autonome pretese risarcitorie nell�ambito del giudizio di responsabilit� amministrativo/contabile signifi-
cherebbe, in sostanza, ammettere la esperibilit� di un�azione risarcitoria
all�interno del processo relativo: con ci�, quindi, stravolgendo il vero og-
getto e la tradizionale funzione del giudizio in esame, volto a ripristinare
comunque un interesse pubblico leso e non funzionale alla tutela di pretese
in buona sostanza di natura squisitamente civilistica (sul punto, cfr. Chiaren-
za-Evangelista, in La nuova Corte dei conti: responsabilit�, pensioni, con-
trolli, cit. p. 506, ove esplicitamente si esclude la operativit� dell�art. 105, 1� comma perch� incompatibile <<sia con il diritto sostanziale al risarcimento
del danno erariale sia con la struttura del relativo processo>>).
Ci� premesso, la giurisprudenza contabile � restia a consentire forme di intervento del terzo nei giudizi su citazione del P.M. segnatamente allorch� essa si articoli quale intervento ad opponendum della pretesa attrice,in quanto il PM. assorbe la legittimazione processuale degli enti rappresentati che quindi ne risultano privi(cfr. Corte dei Conti Sez.II n.159/92; Sez. Lombardia sent. N.479/95 e 136/95).
Cionondimeno,con riguardo all�ammissibilit� di un intervento ad opponendum e/o ad adiuvandum,atteso l�inquadramento dogmatico del ruolo del P.M.,agente nel giudizio,�non pi� come unico ed esclusivo rappresentante dell�ente,ma quale organo dello Stato-Comunit�,posto a tutela dell�interesse patrimoniale pubblico�non osterebbe alcun argomento logico-giuridico alla legittimazione all�intervento dell�ente nei termini sopra riferiti(cos� Sciascia,op.cit.).
La giurisprudenza contabile anche in tema di intervento litisconsortile (adesivo autonomo) ne esclude, relativamente ai giudizi su citazione del P.M., l�ammissibilit� per ragioni del tutto analoghe a quelle espresse in relazione all�intervento principale, proprio perch� esso estende i limiti oggettivi della controversia nell�ambito di un giudizio a forte connotazione pubblicistica.
Un excursus pi� particolareggiato della giurisprudenza contabile, avvalora in linea di massima l�esegesi dell�art. 105 c.p.c., cos� come tratteggiata dalla dottrina, patrocinando la piena ammissibilit� dell�intervento adesivo dipendente.[6]
Beninteso, l�ammissibilit� dell�intervento adesivo, � subordinata alla individuazione dell�interesse dell�interveniente �ad attivare questo mezzo processuale a tutela di una posizione sostanziale che verrebbe toccata dagli effetti riflessi della sentenza pronunciata fra le parti originarie� (cos� Corte dei conti Sez. I� sent. n. 183/89).
In altra ipotesi � stata recisamente esclusa l�ammissibilit� dell�intervento adesivo ad adiuvandum da parte di un ente a vantaggio dei propri amministratori convenuti in giudizio �in quanto il Comune appare come il soggetto la cui sfera patrimoniale si pretende lesa dal comportamento dei convenuti ed in capo al quale � sorto quindi il diritto pieno al risarcimento, ma tale situazione soggettiva di diritto sostanziale, di cui il Comune stesso � titolare, non ricade per� nella sua disponibilit�, perch� l�ordinamento statuale ne demanda l�azionabilit� sul piano giurisdizionale al Procuratore Generale presso la Corte dei conti, che � pertanto istituzionalmente obbligato ad agire in via esclusiva a tutela dell�integrit� del patrimonio pubblico (Corte dei conti Sez. II� sent. n. 206/91).
A fronte del sopramenzionato orientamento favorevole si collocano, sul fronte opposto, alcune pronunce della giurisprudenza contabile di cui � opportuno dare contezza.
Con sentenza della Sez. Prima n. 237/92, si escludeva l�ammissibilit� dell�intervento della Regione Piemonte in quanto la stessa: �� tenuta a collaborare pro veritate in posizione di neutralit� e di obiettivit� e non per sostenere una specifica azione accusatoria svolta nei confronti di determinati soggetti in un giudizio promosso dal P.G. con richiesta di risarcimento in favore della stessa Regione�. Nella stessa decisione si precisava altres� che l�interesse della parte interveniente doveva essere distinto da quello fatto valere dalla Pubblica Accusa ed in ogni caso non doveva trattarsi di un interesse di mero fatto (in senso conforme Sez. Lazio sent. n. 682/99). In altra decisione si negava l�ammissibilit� dell�intervento adesivo dipendente allorch� lo stesso mirava, surrettiziamente, ad introdurre domande nuove rispetto a quelle del P.M. ( Sez. Toscana sent. n. 558/96).
Sempre con riferimento all�amministrazione danneggiata veniva, in altra circostanza, dichiarata l�inammissibilit� dell�intervento adesivo dipendente in quanto la P.A. �non essendo titolare di un rapporto giuridico connesso o dipendente da quello dedotto in giudizio non ha alcun ulteriore e distinto interesse rispetto alla pretesa risarcitoria azionata dal P.M. contabile�.
(Sez. Seconda, sent. N. 229/99).
Come si vede la questione � di enorme complessit� e delicatezza.
Deve, per�, osservarsi, che, a parere di chi scrive ed in prospettiva, sar� que-
sta una delle problematiche che verosimilmente si porr� all�attenzione nelle
aule di giustizia contabile.
Ed, infatti, qualora si ammetta in un ampia accezione l�intervento, � fatale
che � per effetto della c.d. esternalizzazione dell�azione della p.a. e conse-
guente estensione della giurisdizione contabile e del concetto di danno era-
riale, il processo di responsabilit� vedr� coinvolti potenzialmente sempre pi� numerosi interessi eterogenei. Non �, quindi, irrazionale immaginare che la prassi tender�, per cos� dire, a forzare il tradizionale oggetto del processo in esame, per le stesse ragioni per cui si � assistito per anni a quello che diffusamente � stato definito un vero e
proprio abuso dello strumento della costituzione di parte civile nel processo
penale, abuso a cui il codice di procedura del 1989 ha tentato � con limitato
successo - di porre riparo.
Si allude in tutta evidenza al fatto che il processo erariale, come quello pena-
le, � caratterizzato dalla presenza del P.M., sicch� non � peregrino immagi-
nare che il danneggiato voglia intervenire nel processo di responsabilit�, al fine di utilizzare le maggiori potenzialit� investigative dell�organo accusato-
rio, scaricando sullo stesso le relative � e spesso non irrilevanti � spese.
Le ultime riflessioni testimoniano come, per un verso, sarebbe quanto mai op
portuno un intervento legislativo volto a disciplinare in modo rigoroso e, so-
prattutto, a tracciare confini definiti all�ammissibilit� dell�intervento; mentre,
per altro verso, rendono evidenti le ragioni che fanno da sfondo concettuale
all�orientamento minoritario tendenzialmente contrario alla ammissibilit� di
un intervento. La preoccupazione � chiaramente quella di esporre il processo di responsabi-
lit� amministrativa ad un rischio di elefantiasi, il che, in una prospettiva co-
stituzionale, non pare del tutto accettabile: ed, infatti, la celerit�, economicit�
ed efficienza del processo sono anch�essi beni riconducibili all�art. 97 Cost.
e sono funzionali, in buona sostanza, all�obiettivo, pure di rilievo costituzio-
nale, del c.d. giusto processo formalizzato dall�art. 111 Cost.
7.ANALISI DELLE PROBLEMATICHE SOSTANZIALI IN ORDINE ALL�AMMISSIBILITA� DELL�INTERVENTO ADESIVO DIPENDENTE NEL GIUDIZIO DI RESPONSABILITA� � CONCLUSIONI.
L�esame delle questioni emerse dal vaglio degli orientamenti giurisprudenziali di cui si � data contezza nei precedenti paragrafi, non pu� non richiedere un ulteriore e conclusivo approfondimento che prenda le mosse dalla sentenza della Consulta n. 455/97.
Con tale decisione la Corte Costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimit� dell�art. 105 comma 2� c.p.c. nella parte in cui, nell�interpretazione consolidata della giurisprudenza di merito, non riconosce all�interventore adesivo dipendente il potere di autonoma impugnazione della sentenza che vede soccombente la parte adiuvata.
Invero, il Giudice remittente[7] aveva osservato che, in tale circostanza, considerare il terzo interveniente sfornito del potere di autonoma impugnativa, significa precludergli la tutela adeguata del proprio interesse in forza del quale si � determinato all�intervento; per converso (e paradossalmente) nel caso in cui rimanesse estraneo al processo, ben potrebbe, in un secondo autonomo giudizio, dimostrare l�esistenza di ragioni per una diversa conclusione in ordine al rapporto pregiudiziale.
Ci� premesso, la Corte Costituzionale, disattendendo le argomentazioni del giudice a quo, ha sostenuto che il legislatore, con la disciplina contenuta nell�art. 105 c.p.c., ha inteso differenziare l�intervento principale e litisconsortile, dall�intervento adesivo dipendente. Peraltro, l�intervento ad adiuvandum non realizza un ampliamento oggettivo della lite e, dunque, attesa la diversit� ontologica fra le tipologie di intervento di terzo, sono del tutto ammissibili i ridotti poteri processuali che la giurisprudenza annette all�ipotesi dell�art. 105 comma 2 c.p.c., del tutto compatibili con la carenza di potest� dispositive sulla lite in capo al terzo.
In ogni caso, non pu� sottacersi, continua la Consulta, che �all�interventore adesivo dipendente va riconosciuto un potere d�impugnazione nell�ipotesi in cui la sentenza contenga provvedimenti che incidano in modo diretto e immediato nella sfera giuridica del medesimo; trattasi di un applicazione del fondamentale principio �dell�interesse ad agire� e, pi� specificamente, dell�interesse ad impugnare, in forza del quale l�ammissibilit� del gravame � in stretta correlazione alla soccombenza, sicch�, ove l�interventore adesivo dipendente abbia subito un concreto pregiudizio per effetto di statuizioni contenute nella sentenza (che su di lui incidono direttamente e sfavorevolmente), egli � certamente legittimato a proporre impugnazione, a differenza di colui che solo indirettamente � pregiudicato dalla pronuncia, contro la quale non pu� quindi avere alcuna potest��.
Il predetto orientamento ha trovato un�eco sostanzialmente concorde in giurisprudenza[8] diversamente che in dottrina.
Il convincimento pi� restrittivo, dunque, muove dal rilievo che colui che sia intervenuto nel processo esclusivamente per sostenere le ragioni di alcuna delle parti pu� sviluppare le proprie difese nell�ambito unicamente di quanto proposto dalla parte adiuvata.
Ne consegue che, in caso di acquiescenza di quest�ultima (ovvero di rinunzia), tale potere non trasmigra in capo al terzo che non � parte originaria[9].
Esigenza di completezza della rassegna giurisprudenziale in materia, consiglia di dare conto di un indirizzo giurisprudenziale (invero minoritario) che riconosce, il potere di impugnazione in via autonoma all�interventore adesivo[10].
Vi �, infine, un terzo orientamento (che pu� ricondursi alla sopramenzionata sentenza della Consulta) che, pur non rinnegando le posizioni restrittive di cui si � dato conto, attribuisce all�interveniente ad adiuvandum il potere di impugnare in via autonoma la sentenza sul punto della propria condanna alle spese processuali, ovvero di tutte quelle statuizioni della decisione che incidono sfavorevolmente e direttamente sull�interventore[11].
Come dianzi accennato, del tutto diversa � la posizione della dottrina su questo tema.
Un primo orientamento, pur riconoscendo che il potere di impugnazione non pu� che attribuirsi a colui che, in quanto parte processuale, � fornito della titolarit� del diritto sostanziale, dedotto in giudizio, ritiene bastevole, ai predetti fini, la sola titolarit� del diritto di azione.
La potest� di interposizione di gravame del terzo interventore recede solo nel caso in cui la parte adiuvata soccombente manifesti la volont�, anche tacitamente, di accettare il regolamento recato dalla sentenza in quanto espressivo di una sorta di negozio transattivo su cui il terzo non pu� incidere in alcun modo[12].
Una posizione mediata in dottrina prospetta l�ammissibilit� di autonoma impugnazione del terzo interveniente ad adiuvandum, ma solo nel caso in cui egli sia dotato di legittimazione straordinaria ad agire in via principale e quindi, per tale ragione, provvisto di identici poteri rispetto alle parti processuali[13].
Vi � infine un orientamento pi� avanzato che riconosce, senza limitazione alcuna, il potere di iimpugnazione autonoma in capo all�interventore, da qualificarsi come parte processuale autonoma con facolt� coincidenti con quelle della parti principali potendo l�interveniente contestare fatti o proporre eccezioni, esercitando poteri di impulso (cos�, A. CHIZZINI, Riv. Dir. Proc. Civ. 1996 I p. 335).
Appare infatti indubbio che se il terzo interviene nel processo per la tutela del proprio interesse non pu� la parte originaria, laddove esprima accettazione della sentenza, disporre cos� dell�interesse del terzo, ivi compresa la potest� di gravame della statuizione, � con cui si consuma il suo pregiudizio�[14].
D�altro canto, apertamente si ammette in dottrina e giurisprudenza che nei casi di garanzia propria, il garante intervenuto abbia tutti i poteri spettanti alla parte, compreso quello di autonoma impugnativa.
Orbene, tale fattispecie, proprio perch� del tutto analoga a quella dell�intervento adesivo, rende pienamente ammissibile, sotto tale versante, una identit� di disciplina[15].
Una simile conclusione � avvalorata, su un piano logico-giuridico, dalla titolarit�, rispetto all�interveniente, di un rapporto giuridico in rapporto di pregiudizialit�-dipendenza con il rapporto giuridico dedotto in lite dalle parti principali, con conseguente ed ineluttabile efficacia, quanto meno riflessa, della sentenza sul rapporto dipendente.
Pertanto, l�interveniente sar� soggetto al giudicato, rimanendo esposto, nell�eventuale successivo giudizio sul proprio rapporto, al vincolo del � ne bis in idem�, cos� pronunciato, relativamente al rapporto pregiudiziale.
Appare, quindi, del tutto incontestabile l�assunto che qualora si consideri il terzo interveniente sfornito di potest� impugnativa autonoma, le ragioni stesse di tutela, sottese alla previsione dell�art. 105 c.p.c. 2� c., sarebbero prive di ogni fondamento e comunque non esercitabili.
Come perspicuamente osservato dalla dottrina[16] il terzo, piuttosto che effettuare l�intervento, potrebbe pi� utilmente, avvalersi di altri strumenti di tutela, rimanendo estraneo alla lite (�opposizione di terzo� art. 404 c.p.c. ss).
Diversamente opinando, laddove si aderisca all�orientamento della Consulta, l�intervento adesivo � inidoneo ad approntare un�effettiva difesa del terzo che, per converso, � esposto all�immutabilit� dell�accertamento giudiziale su cui gli � precluso influire.
A conferma della sostenibilit� del predetto argomento, milita la considerazione che nel caso di impugnativa proposta da una delle parti principali, la giurisprudenza prevalente riconosce che in tale ipotesi si configura un litisconsorzio processuale necessario, esteso al terzo interveniente per l�inscindibilit� della sua posizione[17].
Se in primo grado, quindi, il modello di riferimento � quello del cumulo soggettivo facoltativo (posto che il terzo non introduce una propria causa), in sede di gravame il cumulo soggettivo diviene necessario.
Pertanto, anche sotto questo diverso profilo, la legittimazione, per quanto straordinaria, del terzo interveniente ad adiuvandum, non � subordinata, in caso di gravame, all�atto di impulso di una delle parti principali, potendosi anche egli considerare, a pieno titolo, come parte originaria.
Egli quindi agir�, in tal caso, mosso dalla finalit� di ottenere un favorevole accertamento sul rapporto pregiudiziale, facendo valere un diritto altrui (quello della parte adiuvata) e nonostante l�inerzia di quest�ultima e pur nel rispetto del divieto di amplificare l�ambito oggettivo della lite[18].
Ci� premesso , qualunque sia la tesi che si intende patrocinare nell�ambito della giurisprudenza contabile su tale tematica, le predette conclusioni non sembra possano essere disattese anche laddove si ritenga di aderire all�orientamento pi� restrittivo recato dalla sentenza n. 455/97 della Consulta, che pur riconosce al terzo interventore il potere di impugnazione qualora la statuizione giudiziale contenga elementi che incidono in modo diretto e immediato nella sua sfera giuridica.
Tuttavia � incontestabile che il giudizio di responsabilit� contabile sia correlato alla tutela di diritti indisponibili, in quanto espressione dell�interesse pubblico generale dell�ordinamento, con conseguente incardinamento dell�azione di responsabilit� esclusivamente attribuite al P.M. contabile.
Quest�ultimo � legittimato alla determinazione dell�oggetto della domanda, nonch� all�esercizio dei poteri di impulso di ogni conseguente azione che non possono essere introdotti nel processo di responsabilit� per il tramite di altri differenti soggetti.
E dunque, proprio in ossequio al carattere cd. inquisitorio di siffatto modello processuale, risulta estranea ed incompatibile con la sua natura, riconoscere al terzo interveniente ad adiuvandum una legittimazione autonoma all�impugnativa (sia pure nei limiti pi� angusti sopraindicati che fatalmente ne snaturerebbe l�assetto processuale in secondo grado) e, a fortiori, il possibile esercizio di altri strumenti processuali riconosciuti alle parti originarie che pure, parte della dottrina, come indicato, reputa ammissibili.
Allo stesso tempo, pur nell�accezione di semplice corollario e in una diversa prospettiva, il novellato art. 111 Cost. (�giusto processo�) rafforza, vieppi� il ruolo di terziet� del Giudice � sia in ordine al perimetro tracciato dalla parte pubblica inerente il �thema decidendum� che sotto il profilo soggettivo, in ordine all�accesso al giudizio di parti diverse da quelle individuate originariamente dal P.M. contabile, rivestendo quest�ultimo il ruolo - pressocch� esclusivo � di dominus dell�azione con potere interdittivo rispetto all�ingresso di ulteriori soggetti processuali.
[1] Chiovenda, Istituzioni di diritto processuale civile II Roma, 1936 p. 7 n. ;
Montesano, Le tutele giurisdizionali dei diritti, Bari, 1981 p.16;
[2] Cos� MANDRIOLI, Dir. Process. Civ. I 2005 Giappichelli pag. 13.
Mandrioli, Appunti sulla sanzione in jus 1956 p. 86 ss..
Mandrioli, Svolgimenti sulla sanzione in jus, 1956 p. 362 ss.
[3] CARNACINI, �Tutela giurisd. e tecnica del processo�, in Studi in onore di REDENTI II, Milano 1951 p. 695 ss.
[4] VIGNOLO, �Principio inquisitorio e impulso d�ufficio nel processo di interdizione in RIV. DIR. CIV. 1975, p. 337 ss.
[5] Cos� Mandrioli op. cit.
[6] Corte dei conti Sez. II, sent. n. 1/84; 125/89; 164/92; 108/92; 250/92; 252/92; 191/98.
Sez. Puglia sent. N. 11/93 ; Sez. Toscana sent. N. 558/96 ; Sez. Lombardia sent. N. 136/95; 31/94 Sez. Veneto sent. n.439/96; Sez. I� ord. N. 78/97;
[7] Corte d�Appello Torino, ord. 26/11/96 in G.U. n. 5/97
[8] Cass. 6/4/77 n. 1306; Cass. 13/9/55 n. 2585; Cass. 21/6/61 n1483; Cass.16/1/69 n. 1990; Cass. 13/3/87 n. 2620; Cass. 14/1/97 n. 287.
[9] Cass. 8/8/90 n. 7997; Cass. 13/8/91 n. 8816; Cass. 7/9/93 n. 9385; Cass. 16/4/94; n. 3616; Cass. 14/7/94 n. 6600; Cass. 24/10/95 n. 11064.
[10] Cass. 8/7/76 n. 2588; Cass. 27/3/79 n.1767.
[11] Cass. 3/5/88 n. 3309; Cass. 15/6/91 n. 6798; Cass. 22/2/96 n. 1410; Cass. 14/5/97 n. 4208; Cass.9/7/97 n. 6201.
[12] FABBRINI, Contributo alla dottrina dell�intervento adesivo Milano 1964
[13] Cos� PROTO PISANI, Dell�esercizio dell�azione in Commentario al c.p.c. I� Torino 1973 p. 1165
[14] Cos� SATTA: Commentario al Cod. Proc. Civ. I� Milano 1964
REDENTI Dir. Proc. Civ. II� Milano, 1985; CHIZZINI, L�intervento adesivo II� Padova 1992; ATTARDI Dir. Proc. Cic. Padova 1994.
[15] GIOVANNONI �In tema di legittimazione ad impugnare dell�interventore adesivo dipendente: necessit� di rivedere l�orientamento giurisprudenziale� nota a Cass. 16/4/94 n. 3616.
[16] BONFANTI DAVIDE: � Intervento adesivo dipendente e potere di autonoma impugnazione della sentenza in Riv. Dir: Proc. Civ. 1999, 54 pag. 295.
[17] Cass. 26/7/96 n. 6760.
[18] Cass. D. BONFANTI op.cit..

References: art. 105
 art. 105
 sentenza 
 art. 272
 sentenza 
 Cass. 
 art. 105
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
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 Cass. 
 art. 105
 Cass. 
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 Cass. Sez. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 105
 art. 26
 art. 105
 sentenza 
 sentenza 
e contrario
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 404
 sentenza 
 art. 111
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
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 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
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 Cass. 
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 Cass. 
 Cass.