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Timestamp: 2020-01-19 16:10:54+00:00

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Fonte magister.blogautore.espresso.repubblica.it 11/03/2018
Dopo il caso del piccolo Charlie Gard, ecco ora quello di Alfie Evans, di 22 mesi, colpito da una rarissima malattia inguaribile, che una sentenza dell'alta corte di giustizia di Londra del 20 febbraio ha autorizzato a far morire anticipatamente, sospendendo ventilazione e nutrizione.
Come per Charlie, anche per Alfie i suoi genitori, Tom Evans e Kate James, cattolici, resistono con tutte le forze a che questa sentenza sia eseguita. E a loro sostegno si è levata una marea di preghiere e di appelli, molti dei quali indirizzati anche personalmente a papa Francesco.
C'è infatti un doppio elemento dirompente, in questa vicenda.
Il primo è che il giudice londinese Anthony Hayden ha incluso nella sentenza, a sua giustificazione, un passo del messaggio sul fine vita che papa Francesco ha inviato il 7 novembre 2017 a monsignor Vincenzo Paglia, presidente della pontificia accademia per la vita.
Il secondo è che né da Francesco, né da qualsiasi altra autorità vaticana è uscita la minima parola di dissociazione dall'utilizzo strumentale di quel messaggio del papa a giustificazione della sentenza che condanna a morte il piccolo Alfie.
Non solo. Intervistato e messo alle strette il 9 marzo da "Tempi", monsignor Paglia ha dato ragione al giudice londinese in tutto, anche nell'uso che ha fatto delle parole di papa Francesco:
> Alfie Evans. Per monsignor Paglia si tratta di "sospendere una situazione di accanimento terapeutico"
E come non bastasse, nell'intervista Paglia ha assolto anche la legge sul fine vita recentemente approvata in Italia, appellandosi – contro i giudizi più severi emessi dal presidente della conferenza episcopale italiana Gualtiero Bassetti – a due "auctoritates" a lui care che invece l'hanno giudicata positivamente: il consiglio direttivo dell’Unione giuristi cattolici italiani, con presidente il professor Francesco D'Agostino, e il gruppo di studio sulla bioetica della rivista dei gesuiti di Milano "Aggiornamenti Sociali", animato da padre Carlo Casalone, già provinciale d'Italia della Compagnia di Gesù, e da Maurizio Chiodi, il teologo moralista divenuto noto per la sua rilettura di "Humanae vitae" favorevole all'uso dei contraccettivi.
Sul fronte opposto, invece, una sola voce – e marginale – si è levata finora ai livelli alti della Chiesa di Roma contro la sentenza di Londra e il suo uso strumentale delle parole del papa.
È quella del cardinale novantenne Elio Sgreccia, bioeticista di fama internazionale, già presidente dal 2005 al 2008 della pontificia accademia per la vita e oggi suo membro solo "ad honorem", non certo allineato al nuovo corso dell'accademia stessa, da quando papa Francesco l'ha messa nelle mani di monsignor Paglia e ne ha rifatto l'organico.
L'8 marzo il cardinale Sgreccia ha pubblicato sul suo blog "Il dono della vita" un commento della vicenda del piccolo Alfie scritto da don Roberto Colombo, docente di biochimica alla facoltà romana di medicina e chirurgia dell'Università Cattolica:
> Il bambino Alfie Evans e le autentiche cure palliative
Il commento di don Colombo è antitetico a quello di Paglia e denuncia la scorrettezza dell'utilizzo delle parole di papa Francesco fatto dal giudice di Londra a sostegno della sua sentenza.
E il cardinale non solo lo ospita, ma scrive in testa al commento stesso: "Pubblico e sottoscrivo". Con tanto di firma: "+ Elio Card. Sgreccia".
Ecco riprodotto qui di seguito l'ultimo dei quattro punti del commento.
[…] 4. Sorprende il fatto che nel verdetto della corte di giustizia londinese venga citato per esteso, a sostegno della motivazione della sentenza, un ampio brano del messaggio di papa Francesco del 7 novembre scorso, ad introduzione del quale il giudice afferma – parafrasando alcune espressioni del Santo Padre, di cui elogia il "supplemento di saggezza" – che "non adottare o sospendere misure sproporzionate può evitare un trattamento eccessivamente scrupoloso [over-zealous]".
In cosa esattamente consisterebbe, nel caso di Alfie, il "trattamento eccessivamente scrupoloso" non viene precisato dal magistrato. A ben vedere, però, in nessuna delle parole del papa da lui citate (e in nessun passo del messaggio o di altri testi di papa Francesco e del magistero cattolico precedente) tale riconosciuto "supplemento di saggezza" considera come uno scrupolo deprecabile il continuare a fornire al malato inguaribile il supporto fisiologico che gli consente di vivere.
Al contrario, un simile sostegno vitale non terapeutico – "nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria" (Congregazione per la dottrina della fede, "Risposta a quesiti della conferenza episcopale statunitense circa l’alimentazione e l’idratazione artificiali", 2007) – non può mai venire lecitamente interrotto. Farlo significherebbe anticipare intenzionalmente con un atto omissivo la morte del paziente, pur inevitabile nel tempo, e questo non rientra negli scopi delle cure palliative né in altro compito della medicina. Peraltro, sono gli stessi medici che hanno esaminato Alfie e i referti delle indagini diagnostiche strumentali eseguite su di lui a constatare uno "stato semi-vegetativo", condizione clinica che lo avvicina – per alcuni aspetti e pur con le differenze del caso pediatrico – a quella oggetto del discernimento operato dalla congregazione per la dottrina della fede nella risposta ai vescovi degli Stati Uniti, che riguarda i pazienti in stato vegetativo.
Se è vero, come ricorda una parte del messaggio del papa non citata dal giudice britannico, che dobbiamo "sempre prenderci cura" del malato "senza accanirci inutilmente contro la sua morte", nello stesso paragrafo il Santo Padre ci ricorda il dovere morale di curarlo "senza abbreviare noi stessi la sua vita". Perché "l’imperativo categorico" – sono sempre le sue parole, anch’esse non riportate nella sentenza – "è quello di non abbandonare mai il malato", di non scartare alcuna vita umana condannandola ad una morte anticipata perché giudicata (con che diritto?) non degna di essere vissuta.
Come ha ricordato nel luglio dello scorso anno, su questo stesso sito, il cardinale Elio Sgreccia a proposito di quella "sorta di 'accanimento tanatologico' nei confronti del piccolo Charlie" che stava volgendo al suo drammatico epilogo, "inquieta la leggerezza con cui si accetta il paradigma della qualità della vita, ovvero quel modello culturale che inclina a riconoscere la non dignità di alcune esistenze umane, completamente identificate e confuse con la patologia di cui sono portatrici o con le sofferenze che ad essa si accompagnano.
Giammai un malato può essere ridotto alla sua patologia, giacché ogni essere umano non cessa, un solo istante e ad onta della sua condizione di malattia e/o di sofferenza, di essere un universo incommensurabile di senso che merita in ogni istante l’attenzione china di chi vuole incondizionatamente il suo bene e non si rassegna a considerare la sua come un’esistenza di serie B per il solo fatto di versare nel bisogno, nella necessità, nella sofferenza. Un’esistenza alla quale si farebbe un favore cancellandola definitivamente".
Se una sentenza intende giustificare un ulteriore passo verso la “cultura dello scarto e della morte” non lo faccia usando strumentalmente alcune parole del papa, il cui significato, nel testo stesso e nel contesto del magistero della Chiesa, si muove nella direzione opposta, quella della “cultura dell’accoglienza e della vita”, di ogni vita umana che ha origine da Dio e da Lui solo è fatta giungere al termine dell’esistenza terrena.
Per maggiori dettagli sulla vicenda, con tutti i suoi riflessi in Vaticano e in Italia, è illuminante questo articolo di Assuntina Morresi su "Tempi" del 9 marzo:
> Cari cattolici, dobbiamo rassegnarci ad avere anche noi i nostri Alfie?

References: sentenza 
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