Source: http://www.nascitacostituzione.it/05appendici/05p2generali/03/013.htm
Timestamp: 2018-02-22 18:40:55+00:00

Document:
La nascita della Costituzione - Appendici - Parte II Titoli IV, VI - Discussione generale - 15 novembre 1947
[Il 15 novembre 1947 l'Assemblea Costituente prosegue la discussione generale dei seguenti Titoli della Parte seconda del progetto di Costituzione: Titolo IV «La Magistratura», Titolo VI «Garanzie costituzionali».]
Ha facoltà di parlare per la Commissione l'onorevole Conti.
Conti. Mi limiterò ad una breve discussione, per dar modo ai colleghi, assenti ma presenti, di partire alle 11 per Napoli e di continuare, naturalmente, il viaggio per altri lidi... non già verso questa meta.
Essendo l'Assemblea in queste condizioni è più facile raccogliersi. Non c'è lo stimolo della folla e non si è portati a dare scandalo. Con l'annunzio di un po' di scandalo, saremmo probabilmente riusciti a condurre qua dentro diversi deputati. Io mi astengo dallo scandalo per progetto, per sistema, per costume e quindi mi adatto a qualsiasi numero di ascoltatori.
Dirò subito, a proposito della discussione che si è fatta qua dentro — discussione ampia, elevata, dirò subito che non posso ritenere che essa debba essere troppo tra le nuvole; una discussione di idee astratte in sede politica non mi piace. Noi siamo qui per fare una legge, per dare un'organizzazione all'amministrazione della giustizia. Se questo è l'intento, evidentemente noi dobbiamo occuparci di problemi pratici. Non dico che non siano problemi pratici quelli che sono stati trattati qui dentro; ma insomma, lo sviluppo delle trattazioni è stato alquanto dottrinario, teorico, astratto in certi momenti. Abbiamo udito bellissime lezioni di diritto e di procedura penale, che saranno probabilmente ripetute quando i Codici verranno in discussione avanti alla Camera e al Senato della Repubblica.
Non è dunque con un discorso astratto che vi intratterrò.
Io desidero richiamare la vostra attenzione sul modo di organizzare l'amministrazione della giustizia, sulla struttura costituzionale dell'ordinamento della giustizia in Italia. Non mi sottrarrò a dire la mia opinione, quasi come dichiarazione di voto, intorno a problemi che sono stati esaminati.
Si è parlato della giuria. Sono favorevole? Sono contrario? Io riassumo il mio modo di vedere intorno all'istituto della giuria nei termini seguenti: io sono contrario alla giuria. Le discussioni che si sono fatte intorno all'origine della giuria sono pregevolissime. È vero; la giuria è sempre sorta in tempo di libertà; ma, tra i tempi in cui la giuria sorse e i tempi nostri, sono passati molti anni e la democrazia vaga, nebulosa, la democrazia di ispirazione giacobina dell'89 e degli anni seguenti, non è più. Ben altra è oggi la situazione storica, politica, sociale. L'ultimo secolo ha segnato un grande sviluppo della società; conseguentemente si presentano in modo diverso molti problemi e anche quelli giuridici. È quindi evidente la necessità di organizzare la giustizia in modo utile e razionale. Non voglio intendere, così dicendo, che la giuria debba essere scartata, debba essere relegata fra le istituzioni del tutto superate.
C'è un altro problema che ha appassionato: abbiamo anche udito le grida delle nostre colleghe. La donna nella Magistratura. La vogliamo o non la vogliamo? Anche nell'esame di questo problema mi pare si debba essere sereni e tranquilli. Queste povere donne non danno alcun fastidio in nessuna parte. Si disputa perché c'è un pregiudizio misogino da una parte e c'è un'esaltazione femminista dall'altra. Io mi porrò nel mezzo. No, nella Magistratura? Sì, nella Magistratura?
Io dirò ni. Che cosa voglio intendere di dire col mio ni? Voglio intendere che le donne potranno anche aspirare alla carriera giudiziaria; sta a vedere se riusciranno, sta a vedere se, entrando nella Magistratura, potranno veramente rendere un servigio utile. Non mi pare che si possa preventivamente dire di no.
Io credo che avverrà quel che è avvenuto per tutte le altre affermazioni di diritto della donna. Quarant'anni or sono si voleva la donna avvocata! E avevamo intorno Teresina Labriola: era la sola pretendente, allora.
Dopo il caso di Teresina Labriola, quante sono le donne avvocate? Pochissime: sì e no una in ogni grande sede giudiziaria.
Bertini. E poco accreditate!
Nobili Tito Oro. Ma se l'onorevole Conti le ha avute anche nello studio suo!
Conti. Io no!
Nobili Tito Oro. Sì, la figlia del collega Del Bello. E la riuscita è stata buona.
Conti. Ma è stata una frequenza del mio studio addirittura fugace... due settimane. Non ho potuto insegnare niente; ho imparato molte cose: per esempio, che, se hanno attitudini, le donne possono far bene e gareggiare con gli uomini.
Ad ogni modo, io vedo il problema in questi termini: non si devono chiudere le porte. Le donne entreranno in Magistratura; vedranno che essere in Magistratura significa avere molte preoccupazioni e che esercitarne le funzioni non è per esse agevole, e per gli altri tranquillante, in certi periodi della loro vita. È proprio questo l'argomento che in dottrina si oppone all'ammissione delle donne in Magistratura. Si dice che sia imprudenza, per la loro subordinazione fisiologica, che si assumano le donne in Magistratura. In verità, e mi sia consentito il dirlo, anche molti uomini hanno ricorrenze: ci sono moltissimi i quali in certi periodi sono assolutamente intrattabili. Le donne potranno entrare in Magistratura, ma non ci entreranno: questa è la mia convinzione. Comunque, non si deve in una Costituzione moderna chiudere le porte all'ingresso delle donne. D'altra parte, è stato detto che se potranno entrare ed entreranno, bene saranno applicate alla Magistratura dei minorenni. Credo che questa sarebbe un'applicazione utilissima. Si può pensare ad un'altra applicazione utile: ai servizi di cancelleria.
Bertini. Ci sono già, fuori ruolo.
Conti. Tanto meglio! È stato dibattuto un altro argomento: quello dell'unicità della giurisdizione. Unicità della giurisdizione. Vorreste forse rinunciare a questo grande principio?
Questione della Cassazione: Cassazione unica. Qui la mia dichiarazione deve essere netta e molto chiara. Io sono un regionalista convinto e ardente; sono, anzi, federalista convintissimo, ma io dico che la Cassazione unica è una necessità assoluta. Proprio in un ordinamento a base regionale, la Cassazione unica si impone: l'unità del diritto deve essere affermata da una voce sola.
Altra questione, quella dell'iscrizione dei magistrati ai partiti politici. Nessuna limitazione alla libertà, nessuna limitazione di diritti io potrò mai approvare. Non approvo il divieto del progetto. La coscienza dei magistrati deve risolvere il problema. E mi pare, sulle questioni proposte, di aver detto abbastanza.
Adesso vado alla questione essenziale, alla questione grossa: e non la guardiamo con prevenzioni di nessun genere: la questione dell'indipendenza della Magistratura, dell'autonomia della Magistratura.
Parliamo dell'indipendenza della Magistratura.
Io faccio questa affermazione: l'indipendenza della Magistratura non si vuole da molti, perché si vuole il magistrato assoggettabile al potere esecutivo! (Approvazioni dei deputati Merlin Umberto e Bertini). Tutti i democratici che per anni e anni sono passati qui dentro — ministri e deputati — hanno parlato di Magistratura libera, indipendente, autonoma, ma ne hanno parlato ipocritamente. Nessuno ha voluto la Magistratura davvero indipendente, neppure e, direi, specialmente, ministri arcidemocratici e radicali.
Indipendenza della Magistratura. Si scherzò! Le sentenze si comandavano anche allora, al tempo dei «sinistri», peggio di prima, peggio del tempo dei «destri». Abbiamo avuto Sottosegretari di Stato che hanno appestato l'amministrazione della giustizia con la loro influenza. In tempo fascista incontrai un giorno al Tribunale di Roma un ex Sottosegretario di Stato, già di etichetta democratica, tutto sdegnato perché doveva davanti alla prima sezione civile del Tribunale discutere una causa avendo avversario Arturo Rocco, il fratello del ministro. «Guarda un po', io devo adesso discutere col fratello del ministro!» esclamò, vedendomi.
Egli credeva che io mi sdegnassi con lui. Lo calmai rispondendo: Non ricordi le porcherie che tu hai fatto qua dentro e altrove quando eri al Governo?
Egli era stato un corruttore, tra i più attivi, della Magistratura!
Indipendenza della Magistratura: la vogliamo! Io sono un difensore tra i più accaniti dell'indipendenza interna ed esterna dei magistrati. Appena ci fu possibilità di dire una parola su questo problema la dissi. Dopo il 25 luglio, essendo stata agitata da un giornale (non ricordo se dal Giornale d'Italia o dal Messaggero) la questione della Magistratura, un mio amico (più personale che politico), l'onorevole Mazzolani, scrisse una lettera per dire che la Magistratura durante il fascismo ne aveva fatte di tutti i colori. Io intervenni con una lettera dicendo: L'indipendenza della Magistratura è sacrosanta e si deve fin d'ora affermare che, nella ricostruzione dello Stato italiano, si deve finalmente creare il potere giudiziario, non riconosciuto e non contemplato dallo Statuto albertino: che si deve creare una Magistratura autonoma e indipendente, liberata dal dominio, sempre invece imposto, del potere esecutivo.
Potere giudiziario, indipendenza della Magistratura! Collochiamo il magistrato sul terreno della responsabilità personale! Vogliamo il magistrato libero e responsabile! (Approvazioni dei deputati Merlin Umberto e Bertini).
Non si può non andare a questa soluzione se vogliamo veramente provvedere agli interessi del Paese!
Vogliamo finalmente costituire in Italia l'organizzazione della Magistratura, l'amministrazione della giustizia. Questo il Paese vuole fortissimamente. Credetemi (ma a chi lo dico? Ai competenti?): oggi se vi è una istituzione non stimata nel nostro Paese, essa è la Magistratura. Ad essa non si crede.
Bubbio. Non è vero.
Conti. È verissimo.
Bubbio. Non bisogna esagerare.
Bertini. Ci sono troppi faccendieri.
Bubbio. Per noi è santa.
Conti. Purtroppo è santa a parole: ma oggi non è così. Se non diciamo parole franche non guariremo mai i nostri mali; se non parleremo con parole franche non ripareremo mai i nostri guai. La Magistratura non è stimata e non è stimata — non mi fate ripetere — perché episodi di tutti i giorni danno anche oggi motivi a non avere fiducia. Nove decimi dei magistrati sono onestissimi; v'è un decimo che diffama tutti.
Un pretore che riceve un sacchetto di farina o un dono qualsiasi è un ribaldo; quel pretore diffama tutta la Magistratura italiana. Un giudice il quale si corrompe, macchia la purezza di tutta la Magistratura italiana. Potrei citare dolorosi episodi. Non facciamo, dunque, storie, onorevole Bubbio. Siamo sinceri e per il nostro amore riscattiamo e onoriamo con l'opera la Magistratura.
Ho sentito tante parole di esaltazione. Sì, signori. Io ho conosciuto magistrati di fronte ai quali mi inginocchierei; grandi magistrati. Io sono ancora in corrispondenza con un uomo, che è al suo novantaduesimo anno di età, che voglio ricordare qui essendo stato ricordato il suo compagno di martirio. Il collega Mancini ha ricordato il sostituto procuratore generale Tancredi, un uomo di alta statura morale. Io voglio ricordare il suo compagno, il magistrato Mauro Del Giudice, presidente della sezione d'accusa di Roma e istruttore del processo Matteotti. Un santo. Fu promosso procuratore generale a Catania per il suo allontanamento dall'ufficio che teneva col polso suo di galantuomo, di austero inflessibile magistrato. Conosco altri magistrati, i quali hanno tenuto la toga durante il fascismo con grande fierezza; magistrati che si sono dichiarati repubblicani fin dai primi momenti del fascismo; magistrati che durante il fascismo sono stati perseguitati, che sono stati esclusi dalle promozioni, che sono stati umiliati. Sì, signori, ma ci sono gli immeritevoli della stima degli onesti.
Ne ho conosciuti, durante l'esercizio della professione, alcuni ai quali ho tolto il saluto con grande mio dolore, perché avevo avuto per molto tempo l'illusione che essi fossero dei galantuomini: dovetti riconoscere che erano dei ribaldi. Mi sono trovato dinanzi ad un alto magistrato di Cassazione il quale, dopo tre sentenze di merito che avevano escluso l'ammissibilità della prova testimoniale in materia di responsabilità civile, regolata dall'articolo 1153, ebbe il coraggio di sostenere davanti alla Suprema Corte l'ammissibilità della prova testimoniale, e un altro alto magistrato ebbe il coraggio di scrivere la sentenza, raccogliendo il fascicolo della causa che il relatore integerrimo, con la solidarietà di tutti i colleghi, aveva rifiutato.
Tanta abiezione per favorire l'amante di quel Teruzzi che fu uno dei peggiori elementi del fascismo. Quei magistrati non esitarono a lacerare le più belle pagine della giurisprudenza italiana. Ma lasciamo questo esame doloroso. La verità è che la Magistratura in Italia bisogna risanarla.
Ma io devo dire una parola di difesa altrettanto ferma e piena di convinzione.
La Magistratura non è colpevole per degenerazione organica. Essa è stata indotta al male. Durante la dominazione della monarchia, il potere esecutivo ha dominato la Magistratura in modo indegno, sempre. E mi rincresce di dispiacere all'amico onorevole Bergamini, agli amici i quali hanno ancora nel cuore un certo affetto — non so se oggi si tratta più di affetto — un certo legame con la monarchia e con la Casa Savoia. Devo dare un dispiacere a questi amici che stimo tanto. È stato proprio il regime sabaudo quello che si è distinto nella corruzione della Magistratura, nella sopraffazione della Magistratura. Bisogna non richiamarsi soltanto ai discorsi di Giuseppe Zanardelli. Ho sentito rievocare quei discorsi sull'avvocatura da tutti gli oratori. Nessuno ha tenuto presente che Zanardelli fu uomo di grandissima eloquenza. Dio ne scampi e liberi dall'eloquenza che è quasi sempre accompagnata dalla retorica. Io sono un nemico degli oratori, specialmente degli oratori politici...
Uberti. Ma è un oratore anche lei!
Conti. Zanardelli era un grande oratore ed è riuscito a far divenire quasi popolari i suoi discorsi. Ma ora basta con la retorica e con le storie addomesticate. Cerchiamo la rude cronaca. La storia ad usum delphini bisogna gettarla via.
Io sto facendo uno sforzo nel parlare così. Per il mio sentimento dovrei dire presso a poco quello che è stato detto coi richiami ai discorsi di Zanardelli: per servire la verità, non debbo incitare i sentimentali.
La Magistratura, o signori, in Italia è stata assoggettata sempre al potere esecutivo. E non soltanto dopo l'unità. Si è cominciato in Piemonte, prima del 1859. E volete un'eresia? Questa scuoterà le fibre di molti devoti a una grande figura che io ammiro per tanti altri aspetti. Ammiro l'economista, l'agricoltore, l'uomo dalle idee chiarissime su tanti problemi, su tante questioni: Camillo Cavour. Ma quanta falsità nelle presentazioni storiche di quest'uomo, posto vicino a Mazzini, a Garibaldi, con un pastrocchio scolastico che bisogna finalmente spastrocchiare, permettetemi il vocabolo!
Cavour è stato uno dei corruttori della Magistratura italiana. Ha imposto procedimenti vessatori della stampa e sentenze di condanna. Egli agì sulla Magistratura nel processo per l'insurrezione genovese del 1857, preparata per assecondare il tentativo di Pisacane nel regno di Napoli. Allora Cavour volle il sequestro quasi quotidiano del giornale L'Italia del Popolo perché quel giornale doveva essere soppresso, doveva morire a tutti i costi. Volle la condanna di Bartolomeo Savi, che era il direttore di quel giornale, volle la condanna a morte di Mazzini.
Vi sono qui onorevoli colleghi di destra, i quali rimproverano poca fierezza dell'Italia d'oggi nella politica internazionale. Oggi questi colleghi fanno dell'irredentismo: tutti i giorni parlano di Trieste. Dimenticano che gli uomini della loro parte furono i più severi repressori dell'irredentismo italiano, quando l'irredentismo in Italia era propugnato dal Partito repubblicano e Trieste e Trento erano nel cuore d'ogni repubblicano.
Il servilismo nella politica internazionale è cosa monarchica. (Interruzione del deputato Perrone Capano). Dovete imparare molte cose; soprattutto dovete imparare a fare ossequio alla verità! (Interruzione del deputato Perrone Capano).
Tutto quello che si è scritto e detto per esaltare la monarchia è falsità. (Applausi a sinistra). Io ho qui uno studio della Jessy Withe, moglie di Alberto Mario, una delle vittime del processo del 1857. Fu in prigione con Alberto Mario, del quale era allora fidanzata. In questo studio si riportano documenti interessantissimi. Si dimostra l'odio di Cavour per Mazzini. Qui c'è una lettera del 3 luglio 1856 della marchesa Pallavicini a suo marito nella quale la marchesa dice, addolorata, che «Cavour detesta Mazzini». La marchesa comunicava al marito che il Cavour voleva la fucilazione «senza pietà» di Giuseppe Mazzini.
Credo che quella della marchesa Pallavicini sia una testimonianza autorevole. «Non potendo per il momento eseguire questo pietoso disegno né contentare l'imperatore che pretendeva l'immediata soppressione dell'Italia del Popolo, non lasciava passare settimana senza che l'intendente di Genova ricevesse da lui incitamenti ad agire contro il coraggioso giornale. E ciò prima che l'attentato di Orsini desse colore all'accusa che gli Italiani miravano ad estinguere la vita dell'imperatore». «Il Governo francese — diceva Cavour — si lagna sulla tolleranza che si accorda ai mazziniani ed alla loro stampa».
Bubbio. Ma non dimentichiamo che era in corso la preparazione del Risorgimento.
Conti. Ma il Risorgimento non si preparava sopprimendo chi voleva l'unità che, nel 1857, Cavour non aveva neppur concepito. Ma proseguiamo: «Onde non perdere la sua amicizia (quella di Napoleone III), la sola sulla quale possiamo fare assegno nelle attuali condizioni dell'Europa, è necessario fare qualche cosa a questo riguardo. Quello che più gioverebbe sarebbe ridurre al silenzio il monitore di Mazzini l'Italia del Popolo. Per raggiungere questo scopo non esiterei a impiegare tutti i mezzi in mio potere. La prego di occuparsene senza indugio, concertandosi con l'avvocato Genne onde vedere se questo alto funzionario credesse potere colpire quel giornale con frequenti e quasi quotidiani sequestri. Se fra gli scrittori del giornale vi sono emigrati, bisogna dar loro immediatamente lo sfratto, qualunque sia la natura degli articoli dovuti alla loro penna. Anche l'appendicista teatrale deve essere cacciato. Il solo fatto di scrivere in quello scellerato giornale, deve rendere l'emigrato indegno della nostra ospitalità. Esso è un'onta ed un pericolo per la società; il distruggerlo è eminentemente patriottico. Se la Signoria Vostra può compierlo, acquisterà titolo grande alla mia particolare riconoscenza».
Ho letto parte di una lettera di Cavour.
«E il degno fisco — dice la Mario — fece quanto stette in lui per secondare le calde istanze dell'intendente. Sequestrò quasi quotidianamente il giornale; mise in prigione un gerente dopo l'altro». Il giornale morì.
Ho voluto mettere questo punto fermo; e mi dispiace di dispiacere a qualcuno, specialmente all'amico onorevole Bubbio.
Bubbio. Io difendo il Piemonte.
Conti. Vedete dove si va a finire con la retorica! Che c'entra il Piemonte? Per non essere da meno io difendo del Piemonte Angelo Brofferio. Finì male anche lui, perché, quando Vittorio Emanuele II, con le sue arti, riuscì a rovinarlo dandogli l'incarico di scrivere la Storia del Parlamento subalpino, cedette.
La corruzione della Magistratura, il dominio per il quale la Magistratura è stata costretta a vivere la sua vita dolorosa e mortificata, sono continuati durante tutto il regno sabaudo nel nostro Paese.
Ricordate i processi scandalosi, organizzati o manovrati dai Governi. Sono tanti. Non voglio di certo fare qui una storia dettagliata di tali processi. Basta ricordarne uno che è espressione di tutta una fase della vita italiana: il processo Lobbia. Contro quel denunziatore delle azioni delittuose di loschi uomini politici nella regìa dei tabacchi fu organizzato l'assassinio. Per salvare i consorti sostenitori del Governo si arrivò ad indurre la Magistratura ad elevare imputazione di simulazione di reato contro il Lobbia, e si impose ai magistrati l'istruzione del processo. Ma in quel momento si ebbero due grandi esempi di indipendenza e di fierezza di magistrati. Nelli e Borgnini, sdegnosi di servire i governanti, gettarono alle ortiche la toga, dichiarando al Ministro di non voler essere strumento della perfidia governativa. Pur troppo quei due integerrimi magistrati furono sostituiti da colleghi i quali ebbero, in premio della loro abiezione, rapida carriera.
Leggiamo pure, onorevoli colleghi, i discorsi di Zanardelli; ma ricordiamo anche questi e tanti altri episodi.
Ma intorno al trattamento della Magistratura si deve riferire il giudizio di uomini di indiscussa probità.
Ecco il giudizio del senatore Adeodato Bonasi.
Egli della sorte disgraziata della Magistratura scriveva, nel 1884, queste lapidarie parole che suffragano le prime parole che ho rivolto all'Assemblea: «Affinché la Magistratura possa compiere l'altissimo ufficio, due condizioni sono indispensabili, e cioè che il mandato affidatole corrisponda alla razionale ampiezza della sua funzione: che la sua indipendenza sia così intera ed assoluta, da sottrarla ad ogni timore e ad ogni lusinga del potere. In Italia le parti politiche che si sono finora conteso il campo hanno entrambe contribuito a sodisfare alla prima condizione, ma purtroppo hanno gareggiato altresì nel disconoscere la seconda. Quanto alla seconda condizione «destra» e «sinistra», o non hanno avuto conoscenza dei mezzi indispensabili per costringere e mantenere la Magistratura all'altezza del suo ministerio, o, avendoli, hanno postergato le esigenze della giustizia agli interessi di parte. La «sinistra», finché era minoranza, declamava contro il servaggio della Magistratura ed accusava il Governo di abusarne a scopo partigiano; la «destra», divenuta a sua volta minoranza, ha rimandato l'accusa ai proprî avversari rincarandola».
Questa è la verità, questa la sorte della Magistratura.
Vi ho parlato del Cavour e delle sue inframmettenze nell'amministrazione della giustizia. Volete conoscere inframmettenze di Ministri di tempo meno remoto? Vedo dinanzi a me uomini a me carissimi. Ho innanzi agli occhi l'amico Porzio, che è un conoscitore delle cose che dico. Egli per i suoi sentimenti non direbbe forse le cose amare che dico io, ma egli sa e mi è testimonio.
Udite che cosa disse in un discorso Napoleone Colajanni, nella tornata del 6 maggio 1904, occupandosi alla Camera dell'amministrazione della giustizia in Italia. Colajanni si occupava specialmente del problema dell'amministrazione della giustizia in Sicilia. Non vi riferisco quello che poté dire di questo problema nella disgraziata Isola, difesa tanto strenuamente, quanto inutilmente da Diego Tajani che, nei suoi discorsi parlamentari, denunziò più volte con sdegno l'azione dei Savoia, peggiore di quella dei Borboni. Occupandosi dell'amministrazione della giustizia Colajanni disse queste parole che leggo sul resoconto stenografico: «All'onorevole Giolitti devo ricordare un altro episodio che dimostra cosa sia talvolta la Magistratura italiana. Un giorno si venne a domandare l'autorizzazione a procedere in giudizio contro l'attuale Presidente del Consiglio. Uno scandalo! Una indegnità, ed io non attesi che l'onorevole Giolitti tornasse al potere per levarmi da questi banchi, anche a costo di provocare l'indignazione del collega Morandi. Ebbene, allora ci fu un Ministro Guardasigilli tanto ingenuo da dire: ma datemi il tempo di formare l'ambiente nel tribunale per farlo condannare.
«Voci (le solite voci che vociferavano anche allora): Costa! (si alludeva al Ministro Costa).
«Mazza. (Era un deputato di allora): Che Costa! Fu Calenda dei Tavani.
«Colajanni. Fu Calenda, che diamine! (Commenti)».
Questa è stata, onorevoli colleghi, la vita della Magistratura, la misera vita della Magistratura. Ho detto prima: vita imposta dai Savoia. Ho avuto occasione altra volta di difendere i Borboni in confronto dei Savoia: è tutto dire! Ebbene, debbo dire che i Borboni hanno avuto della Magistratura un altissimo concetto e l'hanno sempre rispettata. Per i reati politici, tribunali speciali: ma la Magistratura civile e quella criminale nel Regno di Napoli, o signori, è stata la più alta Magistratura che l'Italia abbia potuto ammirare. Ricordate i grandissimi magistrati del tempo borbonico: i Mirabello... gli Arabia,
Porzio. ...e i Niccolini! E i Poerio!
Conti. ...i Niccolini e i Poerio! tanti altri ancora. Ricordatevi soprattutto del carattere autoritario del Re di Napoli. Ebbene, egli fu rispettoso della Magistratura. Io ricordo che nel 1925, innanzi al Senato, il senatore Cannavina, di grande probità e di alto ingegno, in un discorso molto eloquente, ricordò un significativo episodio. Leggo il resoconto stenografico della seduta 14 maggio 1925, del Senato: «Onorevole Ministro, io ho poco altro da dire. Tanti anni fa (io non ero ancora nato, e molto meno l'onorevole Ministro, essendo giovane e certo molto meno innanzi di me negli anni), un principe potentissimo, forse anche per relazioni di parentela presso una delle tante corti che allora infestavano e tiranneggiavano l'Italia divisa, ricevendo la notizia, di ritorno dalla consueta passeggiata a cavallo, della pronunzia di una sentenza che non era quella che egli avrebbe desiderata, si presentò, calzato cogli stessi stivali lordi di polvere e col frustino in mano, nella casa del presidente del Collegio che aveva pronunziato la sentenza, e con fare burbanzoso, gli domandò come mai si fosse pronunciata una sentenza a lui contraria. Quel grande magistrato, perché grande dimostrò di essere anche dopo, con molta dignità rispose alla domanda villana, aver egli emesso la sentenza che rispondeva ai dettami della propria coscienza; quindi, essendo in casa propria, additò, con pari dignità e con altrettanto decoro ed austerità, la via dell'uscita. L'indomani, quel magistrato presentò al re le sue dimissioni motivate. Il principe non ebbe a soffrire, per usare la frase adoperata da chi narra il fatto, neppure un dolore di testa per l'atto villano; i tempi non lo consentivano; ma di quel valoroso e integro magistrato non furono accettate le dimissioni, che anzi, invitato a riprendere servizio, fu promosso da presidente di camera, come allora si chiamavano i presidenti di sezione, a presidente del collegio. Quel principe era il principe d'Ischitella; quel magistrato chiuse la carriera venerato da tutti quale presidente di camera di una delle Corti di cassazione del Regno: era il Niutta. Quel Governo era il Governo dei Borboni, il quale perseguitava, per ragioni politiche, costituendo tribunali speciali, ma rispettava la integrità della Magistratura nella sua altissima funzione».
Io ricordo un altro episodio. Fu condannato a morte, dal tribunale speciale di Sicilia, Francesco Bentivegna. Il povero Bentivegna aveva prodotto ricorso alla Corte Suprema. All'udienza, chiamato il ricorso di Bentivegna, il procuratore generale dice: «L'esame di questo ricorso è inutile: la sentenza è stata eseguita. Bentivegna è morto». Ed il Presidente di rimando: «Per noi Bentivegna è vivo». E la sentenza fu annullata.
Signori, è doloroso, ma di fronte a queste manifestazioni di veramente grandi figure della Magistratura nostra, di fronte a questi esempi di fierezza e di austerità, di altezza morale, noi abbiamo purtroppo visto imposizioni e casi di debolezza e di servilismo. Preferisco di non parlare lungamente di queste cose. Del periodo prefascista qualche cosa ho detto: mi sono limitato ad accenni.
Può interessarci ancora il periodo fascista.
Di quel periodo possiamo ricordare atteggiamenti dolorosi della Magistratura. Ricordo una polemica per un giudizio di Guglielmo Ferrero che, parlando della Magistratura, — eravamo nel 1923-24 — disse così: «Qualche volta la Magistratura è estrosa, isterica, indulgente e feroce, o indulgente a capriccio, che sotto il mantello nasconde falsi pesi e qualche volta sa barattare i buoni coi cattivi, senza che il pubblico, che guarda e non vede, se ne accorga; ogni tanto cede agli intrighi di loggia, di sacrestia o di alcova; è schiava della carta su cui scrive e del privilegio accordato a lei che il suo inchiostro dica su quella carta la verità e non vuole mai, per puntiglio, per odio o per amore, rivedere quello che ha scritto, anche se l'ha scritto in fretta».
Questo era il giudizio molto severo di Guglielmo Ferrero.
Bertini. Eccessivo.
Conti. Eccessivo il giudizio, onorevole Bertini, ma suggerito dalla asprezza dei tempi nei quali fu scritto, e quando v'erano magistrati che avevano il coraggio di pubblicare opuscoli come questo che vi mostro, dovuto al Presidente di sezione della Corte di cassazione Antonio Marongiu.
Bertini. Ricordo che pronunciò sentenze gravissime a carico di persecutori di antifascisti.
Conti. Questo magistrato volle dimostrare che la Magistratura si era «resa conto» del tempo, come aveva voluto il Ministro Rocco.
Egli esibiva, oltre al resto, questa massima della Corte di Cassazione, come una perla: «Non è vietato al cittadino di interessarsi delle cose concernenti la vita pubblica della Nazione...».
Bertini. Aspettava di essere nominato senatore, ma poi non lo fu.
Conti. «...È vietato soltanto — diceva — (quanta finezza) d'intralciare l'opera sapiente del Governo fascista». (Commenti).
Leggo un'altra massima: «La più grande e geniale concezione che nel reggimento degli Stati, registri la storia moderna è l'ordinamento corporativo, nella creazione del quale ha culminato la rivoluzione fascista». Onorevoli colleghi, di fronte a questi documenti non possiamo essere ipocriti sino al punto di dire tutte le cose che sono state dette qui dentro. Basta con le ipocrisie, andiamo avanti con animo forte, compiamo questa fatica che deve essere benefica per il nostro Paese. Noi dobbiamo creare un'organizzazione salda e sicura della giustizia. Essa sarà amministrata dagli uomini, si capisce, ma noi dobbiamo contribuire tutti a dare in questa Costituzione un ordinamento che assicuri l'autonomia e l'indipendenza dell'ordine giudiziario, l'indipendenza dei magistrati che sapranno esserne degni nello Stato repubblicano.
Lo so, onorevoli colleghi, scettici e dubbiosi. Quando avremo la Magistratura autonoma e indipendente, si creeranno filoni, si useranno piccole reti, si apriranno viottoli e stradette per giungere nei luoghi più sacri. Lo so: non sono giunto ai miei 65 anni, per essere tanto ingenuo...
La Repubblica (ho avuto occasione di dirlo altre volte) non può sorgere in un attimo. La sua azione moralizzatrice, educatrice non può svolgersi che lentamente. Ma non mancherà: e con l'educazione degli uomini, con la trasformazione degli spiriti nella libertà si avranno tanti frutti fecondi. L'ordinamento giudiziario dobbiamo crearlo ex novo: risentirà subito effetti restauratori non essendo più sopraffatto dal potere esecutivo.
Una voce a destra. Bisogna pagarli i magistrati!
Conti. Pagarli: brutta parola, ma parlerò anche di questo. Ora dico che la base di tutto è l'indipendenza, è l'autonomia. Il testo della Costituzione progettato dalla Commissione è un testo che si avvicina all'ideale. Con l'ordinamento proposto si può fare molto. Lasciamo i magistrati tranquilli, non diamo loro il pretesto di essere cattivi amministratori di giustizia; rendiamoli liberi con la loro responsabilità. Dobbiamo metterci in condizione (questa è forse una lacuna del progetto e bisognerà provvedervi), mettiamoci in condizione di poter discutere dal di fuori la Magistratura.
Non è vero che il Parlamento debba essere inerte in suo confronto; non è vero che autonomia ed indipendenza significhino l'impossibilità di elevare anche accuse contro la Magistratura.
A questo proposito bisogna chiarire che la funzione, l'organizzazione, l'ufficio, del Ministro della giustizia non saranno ridotte: il Ministero dovrà sempre avere la possibilità di far valere i diritti dell'opinione pubblica, e la forza dello Stato deve intervenire contro l'eventuale tentativo di una deviazione della Magistratura dalle vie giuste. Questo deve essere il nostro proposito. Non mi intrattengo nell'esaminare la portata del progetto a questo riguardo. Sono pratico: al progetto ci avvicineremo man mano che si discuteranno gli emendamenti e tutte le norme che sono proposte dovranno essere discusse opportunamente.
Il progetto dev'essere migliorato anche in questa parte; si ricordi sempre che la Magistratura ha diritto alla sua indipendenza ed alla sua autonomia.
Dio mio, ci sono colleghi, molti colleghi i quali dicono, dicevano, dissero — anche nelle sedute della sezione della Sottocommissione che doveva preparare il progetto — dicevano e dicono: ma Pilotti!? Non ce n'è uno solo di Pilotti, purtroppo!
Sissignore, Pilotti ed altri sono ostili alle istituzioni repubblicane: ma tanti altri magistrati sono repubblicani convinti, tanti altri comprendono che la Repubblica è affermazione del diritto, che la legge davvero è uguale per tutti.
Chi sa quando tutti i magistrati comprenderanno? Ma dobbiamo, possiamo tradire i principî perché la Cassazione vuole essere ostile, perché alcuni magistrati vogliono essere ostili! Dobbiamo forse allarmarci di ciò? Dio mio! noi li bocceremo in diritto costituzionale (Ilarità); diremo che sono dei grandi giuristi; ma che sono asini nel considerare le cose politiche.
Dovremmo dire la stessa cosa anche nei confronti di italiani i quali non comprendono ancora il valore della grande conquista che l'Italia ha fatto con la Repubblica, i quali non hanno capito che questa è possibilità di sviluppo della nostra vita sociale o politica, di progresso di tutte le istituzioni. La Repubblica vuol dire che sono abbattuti gli ostacoli al progresso morale e politico degli italiani. V'è chi parla senza riflessione di guerra civile; è facile rispondere che, proprio se non fossimo ora in regime repubblicano, avremmo oggi le squadre armate che partirebbero dal Quirinale per opporre resistenza al progresso del Paese.
Non si parli di guerra civile, perché non sono possibili le cospirazioni della casa reale con gli altri fautori della politica forte, della politica armata contro i lavoratori. Non sarà possibile più il fascismo in Italia. Non sarà più possibile perché non ci saranno più le forze dello Stato ad organizzarlo, perché il fascismo fu organizzato dallo Stato monarchico, fu organizzato da casa Savoia, dai principi di casa Savoia. (Vivi applausi).
Armiamoci invece della nostra più grande serenità e procediamo verso la costituzione di una grande, indipendente, autonoma Magistratura.
Ma — me lo permettano i colleghi — dalle nuvole dove molti hanno vagato, scendiamo al pratico e vediamo come potrà funzionare questa grande istituzione. Ho sentito domandare da alcuni: Ma non esisterà, dunque, più il Ministro della giustizia? Ma che modo è questo di veder le cose!
Se potessi fare quel che penso, io vorrei che domani non ci fossero più Ministeri e specialmente così pletorici e così sovraccarichi di faccende come ci sono ora. Ma che cosa sarà questo Ministero della giustizia? Niente, si dice. Il povero ministro dovrà andare al palazzo di Via Arenula per guardare le mura e tornare a casa tutto sconsolato perché non sarà più il Ministro arbitro della giustizia. Niente affatto, signori. Con l'organizzazione della Magistratura che è in progetto, il Ministro avrà sempre molte cose da fare: ed egli sarà l'altissimo, vigilante preside all'amministrazione della Giustizia.
Al Ministero resteranno assegnate le importanti funzioni che oggi esercita, meno una. Avrà innanzitutto il compito dell'interpretazione legislativa, darà pareri sull'interpretazione delle leggi; farà funzionare le commissioni di studi legislativi, continuerà la collaborazione alla preparazione di provvedimenti legislativi e di regolamenti; avrà sempre rapporti con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e coi vari Ministeri, col Senato e con la Camera, ecc.
Al Ministero funzionerà sempre l'ufficio per la pubblicazione delle leggi e dei decreti, della Gazzetta Ufficiale; per l'esame degli atti da pubblicarsi nella Gazzetta Ufficiale; per la raccolta delle leggi; per le registrazioni alla Corte dei conti; e funzioneranno la direzione e redazione della Gazzetta Ufficiale.
Al Ministero funzionerà, sempre l'ufficio di disciplina delle professioni. Dovrà istituirsi un nuovo ufficio per i rapporti con la Magistratura. Ecco una disposizione che sarà forse necessaria nel nostro progetto.
Dovrà sempre funzionare l'Ispettorato generale per l'ispezione degli uffici giudiziari, degli archivi notarili e, in genere, degli uffici dipendenti e vigilati dal Ministero.
Un ufficio dovrà cessare al Ministero della giustizia: l'Ufficio, superiore del personale che dovrà essere affidato alla stessa Magistratura.
Dovrà essere conservata la direzione generale degli affari civili e del notariato; degli archivi notarili; delle spese di giustizia; dei servizi degli ufficiali giudiziari e degli uscieri di conciliazione; dei locali e archivi giudiziari.
Non vi posso trattenere su questo punto; ma non vogliamo pensare anche a questa grande necessità e al dovere di dare all'amministrazione della giustizia in ogni luogo sedi degne? In Italia si amministra la giustizia in sedi indegne. È proprio dalle piccole cose, onorevoli colleghi, che si deve cominciare a restaurare il prestigio della giustizia.
Ma a proposito di prestigio voglio subito fare una recisa affermazione: voglio dire che bisogna provvedere al trattamento economico dei magistrati in modo serissimo. Se non si penserà a risolvere questo problema, sarà vana ogni riforma. Il magistrato deve avere assegni (mi rifiuto di usare il vocabolo stipendio) superiori di gran lunga a quelli percepiti dai più alti funzionari dello Stato. E guai se non sarà così. Il magistrato deve essere tranquillo: deve vivere in condizioni di agiatezza. E non deve essere considerato un impiegato, un funzionario, un dipendente dello Stato: deve riconoscersi nel magistrato un mandatario della giustizia, fuori di tutti i quadri. L'orribile condizione dei magistrati deve finire. E basta con le promesse. È tempo questo di attuazioni serie, di riforme profonde.
Insisto su questo tema, onorevoli colleghi, dicendo che questo problema deve essere risolto in modo integrale. Qui a Roma, signori, dove è la Suprema Corte di cassazione, anche io ritengo che il primo presidente debba aver dimora in uno dei più bei palazzi di Roma. Quando il Presidente della Repubblica si trasferirà al Quirinale, il palazzo Giustiniani dovrebbe essere destinato al Primo presidente della Corte di cassazione, al Procuratore generale della Repubblica. I magistrati tutti devono avere abitazioni decorose.
Voi m'intendete. Così parlando io penso a una vera elevazione della condizione anche economica dei magistrati. Essi debbono potersi vestire, come il Machiavelli, degli abiti migliori quando si apprestano nei loro studi a stilare le loro sentenze! Oggi non possono scegliere abiti.
Ma io debbo ritornare a parlare, per concludere, del Ministero della giustizia. Oltre le direzioni e gli uffici che ho enumerato, ricordo la direzione degli affari penali e del casellario; ricordo, in modo speciale, la direzione generale per gli istituti di prevenzione e di pena (eccoti soddisfatto, amico Merlin!); per i fabbricati e locali carcerari; per le manutenzioni e contratti; per i detenuti e i condannati; per misure di sicurezza detentive e preventive; per le carceri mandamentali.
Come vedete, o signori, il Ministero della giustizia non finirà! La funzione del Ministro sarà di grande importanza. E lo sarà soprattutto dal punto di vista politico. Questo è un punto sul quale desidero dire una parola chiarissima.
Sì, autonomia, indipendenza della Magistratura. Sì, Consiglio Superiore della Magistratura: sì, e composto anche in maggioranza di magistrati: io vorrei che esso fosse composto in maggioranza di magistrati. Tutta la libertà, tutta l'indipendenza! Ma non pensano neanche essi, i magistrati, che si possa costituire una casta chiusa e impenetrabile! La Magistratura non deve essere una casta chiusa, non può essere una casta chiusa! Bisognerà provvedere con una parola della Costituzione, con leggi opportune, al momento della organizzazione — per via di legge — dell'ordinamento giudiziario, bisognerà provvedere in modo che tra l'organizzazione autonoma della Magistratura, tra il Consiglio Superiore della Magistratura e il Ministro sia stabilito formalmente un rapporto costante, attuata una relazione costante. Bisogna stabilire l'obbligo di rapporti periodici, bisogna stabilire che vi sia la comunicazione di tutti gli atti e provvedimenti del Consiglio Superiore della Magistratura, anche di quelli non necessariamente dovuti; che da parte del Consiglio della Magistratura si senta la sovranità dello Stato, si comprenda, si senta, si voglia che il Ministro di grazia e giustizia deve avere l'alta vigilanza su tutto l'ordinamento giuridico, e diritto di tenere gli occhi sulla Magistratura, che potrà in ogni momento essere esposta al giudizio del Paese.
L'indipendenza e l'autonomia deve consistere nel taglio netto di quel cordone ombelicale per il quale il Magistrato era soggetto all'autorità e al prepotere del Governo. Questa deve essere l'indipendenza; ma, per il resto, deve sempre esservi una grande relazione fra Magistratura e Stato, una grande relazione cordiale, che mi auguro sempre più cordiale, ogni giorno di più cordiale, man mano che la Magistratura capirà che è la Magistratura della Repubblica italiana, non è più un organo esecutivo e subordinato, ma è una voce che dice la parola della giustizia al popolo italiano; man mano che capirà che si tratta di ridare al popolo italiano questo conforto dopo tante ingiustizie: il conforto che la giustizia in Italia è finalmente una cosa seria!
Onorevoli colleghi, spero di non avervi trattenuto troppo, ma queste sono le idee che ho voluto chiaramente esprimervi. Siamo tranquilli! Quando voteremo gli emendamenti, non lasciamoci trasportare da faziosità, da preconcetti, da risentimenti, da rancori. Non restauriamo il Paese facendo una gran volta senza i sostegni necessari per la sua solidità. Noi dobbiamo costruire una volta capace di sostenere tutti i pesi e di resistere ad ogni evento. (Vivi applausi — Molte congratulazioni).
Rammento ai presentatori degli ordini del giorno che il Regolamento stabilisce un limite di tempo per lo svolgimento di essi.
Rubilli. Onorevoli colleghi, se non mi è riuscito di prendere la parola nella discussione generale, che si è chiusa ieri, prima che si arrivasse al mio turno, non mi dispiace affatto, perché la discussione è stata tanto elevata e tanto ampia che non vi era affatto bisogno della mia parola; meglio da parte mia apprendere ed ammirare, anziché parlare. Mi dispiace per una sola cosa, perché avrei desiderato richiamare tutta l'attenzione dell'Assemblea sulle condizioni veramente miserevoli dell'amministrazione della giustizia dal punto di vista finanziario: magistrati mal pagati, locali per lo più angusti e indecenti, mobili sudici, personale di cancelleria insufficiente per numero; talora poi si arriva al punto che manca persino la carta. I processi sono scritti sulle carte annonarie fuori uso, e qualche volta ci è dato di assistere allo spettacolo di un magistrato che esce dalla camera di Consiglio e gira per vari uffici nella ricerca affannosa di mezzo foglio di carta per scrivere il dispositivo della sentenza. Il Ministro del tesoro non si spaventa neppure se si deve provvedere a 22 o 23 Parlamenti regionali, ma quando ha la richiesta anche di mille lire per l'amministrazione giudiziaria ci pensa 8 giorni e molto frequentemente le nega. Tutte le economie sono fatte sul bilancio della giustizia. Ad onta di ciò l'amministrazione giudiziaria in Italia funziona e funziona bene, per i sacrifici, l'abnegazione, le virtù e i meriti degli uomini che vi sono preposti, non esclusi gli avvocati. Questo avrei desiderato semplicemente dire e dimostrare meglio, se io avessi potuto prendere la parola nella discussione generale. Ed avrei aggiunto che l'indipendenza dei magistrati non si discute neanche, è assiomatica, intimamente connessa alla Giustizia, ma deve essere indipendenza dall'alto e dal basso, dai poteri costituiti e dalla folla, che deve rispettare le sentenze dei giudici. Ad ogni modo, per ora io debbo limitarmi all'ordine del giorno, e l'ordine del giorno che ho presentato consta di due parti. Per la prima parte io non chiedo all'Assemblea che un'affermazione chiara, precisa la quale risponda non solo alla mia coscienza, ma, come credo, anche alla coscienza pubblica. Io chiedo che si dichiari in sede di legge costituzionale, ora che si stabiliscono specialmente i diritti e le guarantige fondamentali di ogni cittadino, cioè nella sede più appropriata e più opportuna, che la giustizia penale è ritenuta preminente di fronte a qualsiasi altra mansione o espressione giudiziaria.
Altro è trattare di questioni patrimoniali, di una somma maggiore o minore da attribuire ad un cittadino, per esempio, altro è parlare di una servitù o di un possesso più o meno minuscolo, o insomma di un qualsiasi interesse privato, altro è un grande interesse pubblico come è quello rappresentato dall'amministrazione della giustizia penale.
Ora quello che avviene è completamente diverso da ciò che io sostengo, perché si verifica indiscutibilmente il contrario. Ogni preminenza è data all'amministrazione della giustizia civile per le grandi ed anche per le piccole cause.
Entrate dove si raccoglie una prova civile e voi troverete una bella stanza prima d'ogni altro, e vedrete un giudice serio, solenne, impettito, il quale ascolta con encomiabile calma, come si conviene del resto, le dichiarazioni dei testimoni, non più di sette o otto in una giornata, e forse anche meno. I verbali sono completamente in regola, tutte le domande sono accolte con una pazienza straordinaria, con una forma che veramente appaga l'animo e la coscienza. Andate invece a vedere che cosa avviene presso gli uffici del giudice istruttore in materia penale. Dinnanzi alla sua porta voi trovate sempre venti o trenta testimoni ed il giudice passa da un processo all'altro, da una materia all'altra. Non legge mai ai testimoni i verbali che ha raccolti, scrive lui in fretta, e per lo più non si fa assistere neppure da un cancelliere; molto volte è tale il lavoro da espletare che affida proprio al cancelliere il compito d'istruire almeno in parte un procedimento penale. E poi si arriva in tribunale o in Corte d'assise e si vede il testimone alle prese col Presidente nelle inevitabili contestazioni, perché non si sa se egli veramente abbia detto quello che sta scritto o quello che riferisce in udienza. Il Magistrato non ha colpa, perché avrebbe bisogno d'un collega con cui dividere il lavoro. Siete entrati mai in una prima sezione civile delle Corti di appello? Sembra di entrare in un'aula di accademia con un consesso di dotti. Il Presidente con grande solennità siede sulla sua poltrona ed è circondato da dieci-dodici consiglieri. E l'opinione pubblica dice che sono i migliori magistrati della Corte di appello. Andate in sezione penale: il numero appena ristretto e sufficiente per decidere le cause, e se per caso si ammala o è in ritardo uno dei consiglieri, l'udienza si apre due ore dopo e si va cercando affannosamente qualcuno che sostituisca il consigliere assente. Lo stesso avviene, fatte le debite proporzioni, nei tribunali. I capi di un Collegio giudiziario disdegnano assolutamente la materia penale. Non appare mai in udienza il Presidente del tribunale, non appare mai il Procuratore della Repubblica. Il Procuratore della Repubblica manda i suoi giovani dipendenti. Che cosa è adunque l'udienza penale? Credono di abbassare la dignità se vi partecipano e menomare il loro prestigio. Eppure la presenza, sia pure saltuaria, dei Capi del Collegio nei dibattimenti di prima istanza sarebbe utilissima, perché eleverebbe il tono, il prestigio, la dignità dell'udienza, ed affermerebbe meglio la solennità della giustizia di fronte al pubblico che numeroso frequenta le aule nei dibattimenti penali; in pari tempo sarebbe anche di guida sapiente ai magistrati più giovani. Io oserei dire che anche il Primo Presidente della Corte di cassazione potrebbe talora degnarsi, senza vergognarsene, di dare uno sguardo sapiente ed autorevole ad una sentenza che ha condannato un imputato all'ergastolo, o comunque a pena grave. Non vi sarebbe niente di male, ed egli dedicherebbe assai bene un po' del suo tempo ad una delle più elevate mansioni giudiziarie.
Invece, la giustizia penale è considerata come una bassa materia, mentre dovrebbe maggiormente appassionare, richiamando la più diligente attenzione. Vi esorto colleghi a pronunziarvi solennemente in questo senso. (Applausi).
Bisogna pur comprendere, e dovrebbero comprenderlo i magistrati, che la più alta funzione si verifica in loro appunto quando amministrano la giustizia penale. Che importa discutere e scervellarsi per vedere se una finestra deve stare un palmo più avanti o più indietro? Che cosa importa perdere talora qualche settimana per vedere se un albero appartenga al padrone di un fondo oppure all'altro proprietario in confine? Bisogna stare invece attenti, usare tutte le forze della coscienza e dell'intelligenza, quando si tratta di discutere della libertà e talvolta anche della vita d'un cittadino, perché la privazione della libertà non si sa mai quali conseguenze possa avere per l'imputato e la sua famiglia. Allora soltanto è grande la missione del giudice. Allora egli si eleva al disopra dell'umanità; assurge ad un livello più alto e diverso dagli altri uomini, e si arroga quasi un'aureola divina, perché egli solo si assume il diritto di giudicare il proprio simile e punirlo. (Approvazioni).
Io ho la massima riverenza per la cultura classica, per la dottrina, per ogni fonte del sapere, ma non credo che il mondo debba rimanere sempre legato alle antiche irremovibili tradizioni. Il mondo — lo sappiano pure i magistrati — è sempre in movimento; e fa faticata interpretazione di una frase di Ulpiano o di una parola di Papiniano sulla quale si studia, si riflette e s'indaga forse per parecchi giorni è cosa cui rimane insensibile il popolo; mentre il popolo si commuove, se dubita che a torto si sia condannato un innocente o prosciolto un colpevole, ed anche se si sia dato qualche anno di più o qualche anno di meno di reclusione.
Bisogna dunque dirlo una buona volta la giustizia penale deve essere preminente, ad essa devono essere dedicati e preposti i migliori magistrati. Non intendo fare distinzione fra migliori e peggiori. Io sono abituato a non dir male di nessuno e a dire bene di tutti quanti. Per me i magistrati hanno lo stesso valore. Ma vi è differenza fra i più anziani, i più esperti, quelli che hanno acquistato maggiore pratica nell'amministrazione della giustizia, ed i giovani, i novellini, quello di prima nomina, i quali quasi sempre o per lo meno con maggiore frequenza sono mandati alle udienze penali.
Credo di avere espresso con chiarezza e con precisione il mio concetto.
S'intende però che i magistrati hanno anche il diritto di pensare alla carriera ed alle promozioni; all'uopo occorrerà seguire criteri diversi da quelli sinora in uso. Le sentenze civili, con ampio e spesso facile sfoggio di dottrina e di giurisprudenza, tratto in gran parte dalle studiate ed elaborate difese dei patroni delle parti, non hanno un valore decisivo, mentre difficile è la direzione d'un grave dibattimento penale e pesante il lavoro del giudice istruttore che fa sentenze semplici, quasi scheletriche, ma talora non dorme la notte per meditare sulle indagini raccolte e decidere se un imputato sia colpevole o innocente.
Passo ora alla seconda parte dell'ordine del giorno: il giudizio della Corte di assise. Se n'è parlato molto, è vero; ma, onorevoli colleghi, non ci stanchiamo di parlarne ancora. Perché, specialmente per quanto riflette la Corte di assise, la giustizia penale è davvero una cosa tremenda; bisogna dedicarvi ogni attenzione, ogni energia, affinché essa risponda sicuramente alle esigenze della nostra coscienza e della coscienza del popolo che in regime democratico ha al riguardo i suoi innegabili diritti.
Vi dico immediatamente che per la Corte di assise io vedo, sì, il problema di giurati, che è grave, importante ed anche nella divergenza delle opinioni manifestate dà luogo sempre ad una grande perplessità; ma vi è ancora un altro problema, se non più grave, egualmente grave, il problema dei Presidenti, il problema dei rappresentanti il pubblico ministero. Perché per la Corte di assise occorrono attitudini non comuni, occorrono magistrati che siano educati e specializzati allo scopo di potere attendere ad una mansione irta delle più grandi difficoltà, che sappiano nei più complessi dibattiti fronteggiare anche i più grandi avvocati, i quali non sono pochi in Italia; e quindi, in confronto a loro, che sappiano resistere efficacemente, quando bisogna resistere, e cedere solamente quando la legge lo consenta o lo imponga.
Ora, non so se possono valere le impressioni che noi abbiamo, amico Giovanni Porzio, non so se possano soccorrerci le esperienze che ci vengono date dal lungo esercizio professionale e ritenere che la nostra non sia una illusione.
Porzio. Credo di sì.
Rubilli. Ebbene, se ricordiamo i primi anni di professione e li paragoniamo coi tempi d'oggi, ci pare che man mano la pianta del Presidente di Corte di assise si vada diradando ed anche quella dei Procuratori generali non per colpa di alcuno o per deficienza di persone, ma perché si tratta di un lavoro che richiede doti le quali non sempre si trovano anche in uomini di cultura elevata.
L'accertamento sicuro della verità è in gran parte legato alla guida accorta e serena di un Presidente.
Avviene lo stesso anche nella professione forense. Vi sono tanti avvocati penali intelligenti e valorosi i quali pur non si azzardano a cimentarsi nelle Corti di assise. Trattasi di un ambiente diverso da tutti gli altri ambienti giudiziari, ed è perciò che dovrebbe esservi presso ogni Corte di appello un nucleo di magistrati che si vada addestrando unicamente per i servizi di Corte d'assise. Grave errore mandare alle Assise un sostituto procuratore generale per una sessione e poi adibirlo in altri incarichi, e farvelo ritornare solo a lunghi intervalli; tutta l'accusa, specialmente se non vi è costituzione di parte civile, è affidata al procuratore generale di fronte agli sforzi di energiche difese di grandi difensori. Ho visto in Corte di assise magistrati dapprima incerti, poi dopo qualche anno di costante, non saltuario lavoro, apparire ben diversi, ed assai bene allenati anche in contrasto con avvocati della più alta fama. Occorre che essi acquistino l'abito professionale per le Corti d'assise.
Presidente Terracini. Onorevoli colleghi, prima di dare la parola a un altro presentatore di ordine del giorno, vorrei pregare i colleghi di cercare con qualche sforzo di attenersi alle norme che regolano la nostra discussione. Noi abbiamo udito tutti con diletto l'onorevole Rubilli ed anche con interesse, ma l'onorevole Rubilli ha parlato di molte cose che non avevano nulla a che fare col suo ordine del giorno. Anzi, se l'ordine del giorno Rubilli aveva un significato, era proprio questo: non parliamo di queste cose; ne parleremo in sede legislativa. In realtà l'onorevole Rubilli ci ha anticipato il discorso che avremmo udito con grande interesse, quando egli sarà nuovamente eletto deputato della nuova Camera.
Io vorrei che i colleghi stessero veramente all'impegno che assumono, quando scelgono un modo di intervento, e non cerchino di trovare, invece, con esso dei mezzi per eludere le disposizioni del Regolamento. Ed a questo proposito vorrei leggere, me lo consentano a titolo di informazione e un po', direi, di nota piacevole, un vecchio resoconto della Camera che ho sott'occhio per indicare come si conducevano i nostri predecessori secondo le tradizioni del nostro Parlamento. Risaliamo dunque alla seduta del 6 maggio 1904.
Certo, non vi assisteva alcuno dei qui presenti, nemmeno dei più anziani, suppongo.
L'onorevole Donadio, un'ottima persona, sul processo verbale chiese dunque quel giorno la parola. E leggo ciò che disse. «Ieri, mentre parlavo, a causa dell'interruzione del collega Nofri, non udii il Presidente, quando mi fece presente che erano passati i cinque minuti prescritti dal Regolamento e continuai a parlare. Siccome non vorrei che questo atto potesse nemmeno lontanamente suonare come meno che rispettoso verso la Camera, ho chiesto la parola sul processo verbale per scusarmi e pregare che del fatto non sia preso nota dal resoconto».
Santa ingenuità! Onorevoli colleghi, di fronte a tanta ingenuità, non cerchiamo di essere troppo furbi noi! Fra la norma del Regolamento e l'arbitrio c'è evidentemente una via di mezzo, e noi l'accettiamo sempre; ma evidentemente non è una via di mezzo, posti i venti minuti concessi dal Regolamento parlare, come ottimamente ha parlato l'onorevole Rubilli, un'ora intera! Ricordiamocelo, altrimenti non riusciremo a concludere i nostri lavori.
Presidente Terracini. L'onorevole Bosco Lucarelli ha presentato il seguente ordine del giorno:
«L'Assemblea Costituente afferma che la Carta costituzionale debba limitarsi a stabilire l'indipendenza del potere giudiziario come garanzia dei diritti dei cittadini, rinviando alle leggi sull'ordinamento giudiziario e sui Codici di procedura ogni altra disposizione».
Bosco Lucarelli. Ero e sono convinto che la Carta costituzionale dovrebbe affermare semplicemente l'indipendenza del potere giudiziario come garanzia dei diritti dei cittadini, rinviando alle leggi sull'ordinamento giudiziario e ai Codici di procedura ogni altra disposizione. Ma questo mio concetto, in fondo, è stato condiviso, in tema di esame di singole disposizioni durante la discussione generale, da autorevoli colleghi di tutte le parti dell'Assemblea. Però, pare che l'Assemblea non è orientata verso una pregiudiziale, la quale tolga senz'altro dalla discussione queste singole disposizioni. Quindi noi avremo di fatto che alle singole disposizioni vi saranno da questa o da quella parte, da questo o da quel gruppo delle proposte di sospensiva. E allora io, per non far perdere tempo all'Assemblea per una pregiudiziale, che non troverebbe consensi, ritiro il mio ordine del giorno.
Presidente Terracini. Rinvio ad altra seduta il seguito dello svolgimento di ordini del giorno relativi al IV e VI Titolo del progetto di Costituzione.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza