Source: https://www.laleggepertutti.it/132577_la-madre-non-puo-impedire-al-padre-di-riconoscere-il-figlio
Timestamp: 2018-12-10 03:18:58+00:00

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13 settembre 2016 | Autore: Raffaella Mari
> Donna e famiglia Pubblicato il 13 settembre 2016
Anche se il padre ha una condotta violenta e non è ritenuto, dalla compagna, degno di riconoscere il bambino nato dal rapporto tra i due, non può opporsi al riconoscimento del minore.
La madre non ha alcun potere di impedire al padre di riconoscere il proprio figlio, anche se questi ha una condotta violenta e moralmente non irreprensibile; il diritto del papà di riconoscere come proprio il bambino nato da una relazione (sia essa “di fatto” o conseguente al matrimonio) è intangibile salvo che, da ciò, derivi, per il minore un danno grave e irreversibile. In particolare, la madre può opporsi al riconoscimento paterno solo in presenza di motivi particolarmente gravi ed irreversibili, tali da far ravvisare la probabilità (e non la semplice possibilità) di una forte compromissione dello sviluppo psichico-fisico del minore stesso. È quanto chiarito dalla Corte di Appello di Roma con una recente sentenza [1].
Ogni padre ha non solo il diritto, ma anche il dovere di riconoscere il proprio figlio: un obbligo al quale non può sottrarsi neanche se c’è inizialmente il consenso della madre. In caso contrario, infatti – come abbiamo chiarito nell’articolo “Se il papà del figlio scappa” – una volta divenuto maggiorenne, il figlio potrebbe chiedergli il risarcimento del danno, così come la madre ha la possibilità, in ogni momento, di agire contro l’uomo per pretendere che questi provveda al riconoscimento e paghi la sua parte di spese per il mantenimento del minore (leggi “Si può obbligare il padre a riconoscere il figlio?”).
A fronte di tale dovere, come detto, corrisponde anche un vero e proprio diritto intangibile, il cui esercizio non può essere impedito neanche se c’è l’opposizione della madre fondata su giusti motivi, come ad esempio uno stile di vita dell’uomo particolarmente riprovevole. Anche in tali casi, infatti, prevale sempre l’interesse del minore a conoscere le proprie origini: minore che, in assenza del riconoscimento, si vedrebbe privato dell’importante apporto sentimentale e materiale per la propria crescita e per il proprio equilibrio psico-fisico, garantiti dalla presenza di entrambe le figure genitoriali.
Così, tanto per fare un esempio (che trova peraltro riscontro proprio nel caso deciso dalla Corte romana), anche il padre detenuto, con problemi di droga ed una personalità violenta, ha diritto a riconoscere il proprio figlio e i suoi precedenti penali non possono costituire né un ostacolo, né un motivo di opposizione da parte della madre. Solo un grave pregiudizio per il minore al riconoscimento paterno potrebbe portare il giudice a impedire l’esercizio di tale diritto. Ma non è il caso di specie. Secondo la sentenza in commento, infatti, gli elementi emersi a carico del padre – ossia la sua personalità violenta ed il disinteresse mostrato nei primi anni di vita della piccola – non sono di una gravità tale da «far ritenere come pregiudizievole per la minore il riconoscimento da parte del padre naturale».
I giudici ricordano, in particolare, l’esigenza di «valorizzare l’interesse prioritario della minore ad acquisire uno stato che completi la sua personalità nella integrale dimensione psico – fisica rispetto al quale perdono valenza i singoli episodi riferiti dalla resistente, che non assumono una portata tale da screditare la figura del richiedente al punto da negare l’interesse del minore all’invocato riconoscimento».
A prevalere, dunque, sull’eventuale opposizione della madre al riconoscimento del figlio da parte del padre deve essere sempre «il diritto del bambino ad identificarsi come figlio di una madre e di un padre e ad assumere così una precisa e completa identità».
[1] C. App. Roma, sent. n. 2996/16 del 12.05.2016.
Corte d’Appello di Roma – Sezione civile – Sentenza 12 maggio 2016 n. 2996
Sezione Minorenni – Civile
Mariagiulia DE MARCO Presidente relatore
Anna Maria PAGLIARI Consigliere
Marina TUCCI Consigliere
Silvia BORELLA Consigliere on.
Sandro MONTANARI Consigliere on.
nel procedimento iscritto al n. 5300 del ruolo generale degli affari diversi dell’anno 2015 promosso con appello avverso la sentenza del Tribunale per i Minorenni di Roma emessa il 21.1.2015 e depositata il 24.2.2015 da
Co.Ba., appellante, in proprio e nella qualità di esercente la potestà sulla figlia minore Co.Ev., nata (…), elettivamente domiciliata in Roma, viale (…), nello studio dell’avv. Fr.Co., che la rappresenta e difende come da procura a margine del ricorso in appello;
Pr.Cr., appellata, elettivamente domiciliato in Roma, piazza (…), nello studio dell’avv. Gi.Ma., che lo rappresenta e difende come da procura in calce al ricorso di primo grado;
con la partecipazione del Procuratore Generale in sede, che ha chiesto la conferma della sentenza;
Il Tribunale per i Minorenni di Roma con sentenza in data 21.01.2015/9.2.2015
– ha accolto la domanda dei Pr. facondo luogo al consenso mancante della madre della minore Ev., nata (…), e ordinando all’Ufficiale di Stato Civile di provvedere alla trascrizione sui registri di nascita;
– ha condannato Co.Ba. alle spese processuali.
Premette il tribunale che non era in discussione la paternità naturale dei ricorrente, riconosciuta dalla madre nella comparsa di costituzione, sicché l’istruttoria si era incentrata sull’accertamento relativo all’interesse della minore al riconoscimento.
L’opposizione della madre della minore avevano riguardato la presunta inadeguatezza, inaffidabilità e violenza della figura patema che, secondo la Co., avrebbe mantenuto un disinteresse sostanziale per la figlia avendo interesse solo a riaffermare il proprio potere sulla madre della bambina. Infatti, un precedente ricorso presentato per gli stessi motivi, dopo il riavvicinamento con lei, era stato abbandonato dal ricorrente.
Erano stati effettuati accertamenti a mezzo del servizio sociale che concludeva che non vi fossero motivi per negare il ripristino della relazione del padre con la figlia e che non vi fossero clementi di pregiudizio dovuti a questi e che fosse opportuno, anzi, per la bambina riprendere al più presto il rapporto con il padre e i nonni paterni.
Ha ritenuto il Tribunale non essere emerse caratteristiche negative del ricorrente che secondo la madre dovrebbero impedire, nell’interesse della piccola Ev., il suo riconoscimento da parte del padre naturale. Anzi, tenuto conto proprio dell’interesse della minore alla presenza di una figura paterna, che potrebbe ampliare il raggio delle sue conoscenze e delle persone tenute al suo sostentamento e ad assicurare la sua buona crescita, tenuto conto anche delle grandi difficoltà della signora a svolgere le funzioni genitoriali senza mezzi e risorse sufficienti, con problemi di disagio per gli altri bambini che già si stanno manifestando, ha ritenuto che il riconoscimento della paternità di Ev. da parte del padre naturale possa essere un vantaggio per la bambina, considerato che i comportamenti del predetto, che avrebbero dovuto comportare il diniego del riconoscimento, non sono stati affatto provati.
Propone appello la Co. chiedendo:
– in via preliminare, annullare o porre nel nulla la sentenza perché emessa in relazione a fatti e persone del tutto estranei a quelli sottesi al presente giudizio e, pertanto, affetta da nullità;
– in subordine, rigettare le richieste formulate dal ricorrente accogliendo integralmente l’opposizione al riconoscimento in quanto pienamente fondata in fatto in diritto nonché sfornita di prova per tutti i motivi indicati;
– in via subordinata e istruttoria, disporre procedersi a nuova istruttoria, e ad accertamenti volti a verificare, nell’interesse della minore Ev., la sussistenza dei presupposti di stabilità e sicurezza per la stessa della persona del ricorrente, ovverosia accertamenti atti a verificare la condizione psicologica di equilibrio e/o capacità del predetto allo svolgimento della delicata funzione di padre nonché la pendenza di procedimenti penali a suo carico ovvero la sussistenza di condanne; per l’effetto, accertata l’inopportunità e la carenza di interesse per la minore al riconoscimento, riformare la sentenza rigettando la richiesta dell’appellato;
– con condanna del resistente alle spese di entrambi i gradi di giudizio.
Lamenta l’insufficienza degli elementi sui quali il tribunale ha fondato la propria valutazione, in particolare sull’unica relazione redatta dai servizi sociali, non avendo il collegio potuto
giovarsi dell’ulteriore relazione richiesta riguardante l’appellante e la figlia minore a causa della mancata risposta dei servizi e della mancata comparizione degli stessi in udienza.
Quanto all’eccezione preliminare svolta osserva che la sentenza si riferisce a fatti e persone diverse delle parti processuali facendo riferimento a tale signor Ma., persona del tutto estranea alla vicenda – vedi pagina 3 della parte motiva -. Pertanto la sentenza deve ritenersi nulla in quanto emessa nei confronti di persone diverse.
Lamenta che il tribunale non abbia dato la giusta valutazione agli elementi in atti deponenti per i tanti episodi di violenza posti in essere dal Pr. ai danni dell’appellante, anche alla presenza di terze persone e degli altri figli della predetta. Violenza e aggressività tali da imporre al personale medico intervenuto per curarlo, a seguito di un episodio di autolesionismo che ebbe luogo in carcere, la sottoposizione del predetto ad Un trattamento sanitario obbligatorio. Inoltre, in tale occasione, come già avvenuto in passato e documentato, l’appellato aveva manifestato anche in danno di terzi atteggiamenti pericolosi e tali da giustificare un intervento sanitario aggressivo e altrimenti vietato dal l’ordinamento.
Precisa che l’appellato è stato oggetto di reiterati denunce, tutte allegate in atti. Pertanto ritiene errata la valutazione del giudice che ha ritenuto che la Co. non abbia fornito prova dell’aggressività dell’appellato e degli episodi a suo carico.
Richiama l’episodio, cui fa riferimento la relazione del servizio sociale del 20/9/2013, riguardo ad un litigio tra i due durante il quale erano intervenute le forze dell’ordine e il Pr. aveva ingaggiato una colluttazione con un agente, fatto per il quale doveva scontare una pena in carcere. Quindi, neanche l’intervento delle forze dell’ordine aveva potuto garantire la sicurezza della famiglia dell’appellante. Ulteriori episodi di violenza sono stati precisati nelle note conclusive autorizzate di primo grado, a causa dei quali l’appellante riportava addirittura lesioni permanenti.
Fa presente che l’appellato è un padre che nulla ha mai fatto per la figlia, di cui solo ora pretende il riconoscimento. Il giudice ha del tutto trascurato di considerare che dalla nascita della bambina il predetto non ha mai svolto alcuna funzione paterna, non ha mai contribuito in alcun modo alla crescita della stessa né sotto il profilo umano né tanto meno economico. Si è sempre mantenuto lontano dalla bambina limitandosi solo a tentare più volte un ricongiungimento con la madre, sempre dando luogo ad episodi di violenza e aggressività anche nei confronti degli altri figli dell’appellante.
Lamenta che la sentenza abbia tenuto conto delle peraltro non meglio comprensibili “criticità” della Co. e dell’aiuto che la predetta potrebbe ricevere dall’appellato e dalla di lui famiglia nel caso di riconoscimento della bambina piuttosto che sulla convenienza e l’interesse della minore al riconoscimento da parte del padre.
Fa presente che nella sua famiglia è stato raggiunto un perfetto equilibrio e tutte le difficoltà già segnalate sono state superate, come riportato nella relazione dei servizi sociali.
Fa presente che la piccola Ev., che fino ad oggi mai ha palesato segni di disagio, amorevolmente seguita dalla mamma e dal suo nucleo familiare, improvvisamente si
troverebbe a dover affrontare un nuovo contesto familiare dal quale mai ha ricevuto affetto e del quale mai è stata parte, non risultando peraltro il padre portatore di valori ed atteggiamenti positivi, avendo in varie occasioni assunto atteggiamenti violenti sfociati in gravi aggressioni anche nei confronti dei pubblici ufficiali, Né alcuna valutazione può formularsi sui genitori affidatari del Pr., soggetti estranei al giudizio che peraltro pare che nulla possano fare per contenerne l’aggressività.
Ritiene che, provata la natura violenta e prevaricatrice dell’appellato, il capriccio del predetto, a distanza di lungo tempo dalla nascita della minore, non possa prevalere sulle esigenze della bambina a crescere in un ambiente sereno e tranquillo.
All’udienza del 19/1/2016 la corte ha rinviato all’udienza del 3/5/2016 con termine all’appellante per la notifica dell’appello unitamente al verbale di udienza alla controparte entro il 25.2.2016 assegnando termine all’appellato fino al 5/4/2016 per costituirsi e all’appellante fino a 15 giorni prima dell’udienza per repliche. E’ stata richiesta al servizio sociale di aggiornamento delle condizioni della minore.
Si è costituito il Pr.Cr. chiedendo:
– il rigetto dell’appello e la conferma integrale della sentenza;
– in via istruttoria, si oppone alle richieste dell’appellante ritenendo che l’attività svolta in primo grado sia sufficiente a supportare la richiesta di riconoscimento del figlio naturale e che ulteriori approfondimenti sulla capacità e le attitudini genitoriali dell’appellato potranno essere fatti nel successivo momento dell’effettivo esercizio della responsabilità genitoriale.
Rappresenta l’appellato che il procedimento ha tratto origine da un ricorso da lui presentato per il riconoscimento della figlia naturale stante il rifiuto della di lei madre di prestare il consenso. Altro analogo procedimento era già stato introdotto ad ottobre 2011 e la madre della minore, comparsa all’udienza del 4 giugno 2012, si era impegnata, a prestare il suo consenso al riconoscimento, così inducendo il Pr. a rinunciare alla richiesta. Avendo la predetta invece negato il consenso era stato costretto ad introdurre il preseti le giudizio.
Ritiene infondato il motivo col quale si deduce la nullità della sentenza in quanto relativa ad altro soggetto, essendo erroneamente indicato, in due passaggi del provvedimento, tale “Ma.” anziché il ricorrente Pr.
Ribadisce che tale errore materiale non inficia il contenuto della decisione che contiene non solo il corretto nominativo delle parti processuali ma anche elementi qualificanti ed individualizzati la fattispecie, come il riferimento al precedente ricorso poi abbandonato, l’attestazione della Ca., il riferimento agli altri tre figli dell’appellante, l’assenza di figure maschili all’interno del nucleo familiare della madre nonché la grande difficoltà di quest’ultima a svolgere la funzione genitoriale, come riscontrate dai servizi sociali. Tali argomentazioni non lasciano alcun dubbio sulla riferibilità della sentenza al caso in esame.
Osserva che l’appellante ha ritenuto l’inopportunità del riconoscimento della minore da parte del padre per l’indole aggressiva del medesimo, che potrebbe compromettere lo sviluppo
psicofisico della minore, ma non ha mai chiarito la ragione per cui anche gli altri tre figli, nati da precedenti relazioni, siano privi di un padre.
Osserva che la Co. interpreta il ruolo di madre in senso unilaterale e possessivo, esclude a priori la figura paterna in spregio al valore della bigenitorialità, riproducendo nella sua esistenza la vissuta problematica esperienza familiare evidenziata dai servizi sociali, rappresentando come i figli della predetta vivessero con la madre e la nonna senza la presenza di figure maschili di riferimento.
Precisa che l’indole violenta e aggressiva, dedotta dall’appellante, non trovi riscontri negli atti e nella realtà, essendo tutte le denunce presentate dalla Co. col legate alla crisi e alla fine del loro rapporto sentimentale c presentate a seguito dell’attivazione della procedura di riconoscimento di Ev.
Fa presente di essere cresciuto all’interno di una famiglia affidatala irreprensibile, madre insegnante di lettere e padre colonnello dell’aureonautica militare, che avevano già stabilito un significativo rapporto affettivo con la piccola Ev. Ha conseguito il diploma di maturità classica, ha svolto lavori di animatore di feste per bambini, di addetto alla sicurezza, di agente immobiliare, di barista, di cameriere nonché attività di volontariato presso la Ca. diocesana di Roma. Durante la convivenza con la Co. ha espletato la funzione patema nei confronti di tutti i bimbi componenti il nucleo familiare, fornendo loro assistenza materiale e morale, potendo contare anche sulla disponibilità dei suoi genitori affidatari. Ciò fino a quando la Co. non aveva deciso di chiudergli la porta di casa attuando lo stesso comportamento di esclusione della figura paterna già attivato nei confronti degli altri figli.
Afferma di non avere mai tenuto comportamenti aggressivi o violenti né nei confronti della Co. né nei confronti dei minori, di non avere mai subito trattamenti sanitari obbligatori ne di avere mai posto in essere condotte autolesionistiche. Il ricovero presso l’ospedale (…) era avvenuto a seguito di un incidente che gli aveva causato la recisione di cinque tendini, cinque nervi, tre vene e diversi flessori della mano destra, con conseguente menomazione e necessità di quattro interventi chirurgici e sedute di fisioterapia.
Rappresenta che la figura del padre naturale è stata analizzata e valutata dal servizio sociale in termini fondamentalmente positivi, ritenendolo in grado di costituire un valido appoggio per la crescita della minore in un rapporto ovviamente tutto da ricostruire.
Ritiene che, essendo la sentenza immune da vizi logico – interpretativi e coerente rispetto gli elementi emersi in corso di istruttoria, la stessa debba essere pienamente confermata.
Quanto all’opportunità e convenienza del riconoscimento osserva che il tribunale ha posto grande attenzione alla figura dell’appellante, considerata l’esistenza di una procedura aperta d’ufficio nei confronti della Co. per l’incuria evidenziata nella gestione della prole e per la particolare circostanza dell’esistenza di altri tre figli lasciati tutti senza un padre.
Ritiene che correttamente il provvedimento impugnato faccia riferimento alla copiosa letteratura sulla positività, per l’evoluzione di un individuo, di punti fermi relativi alle sue origini, in guisa che un genitore possa essere del tutto inadeguato ma comunque la sua
esistenza ed identificazione consente al minore di costruire una propria identità in maniera più equilibrata per la sua crescita. Ribadisce che l’appellato non sia risultato in concreto persona così negativa da suscitare dubbio sull’utilità per la bambina di averlo come padre.
Ritiene che gli episodi violenti, cui si fa riferimento all’atto di impugnazione, siano inammissibili in quanto introdotti soltanto nella fase del gravame, risultano riferiti strumentalmente e sono privi di qualsiasi riscontro probatorio.
Ribadisce che se non dovesse risultare idoneo all’esercizio della responsabile genitoriale si potrà ricorrere agli strumenti previsti limitativi e interditevi a ciò preposti.
Precisa di non essere mai stato cacciato da alcuna, comunità e che la sua volontà di riconoscere la piccola Ev. non può definirsi un capriccio ma un diritto naturale, considerato che l’unica ragione del suo allontanamento dalla figlia è stata la pretestuosa volontà della madre.
Acquista relazione aggiornata delle condizioni della minore, all’udienza del 3.5.2016, sulle conclusioni dei procuratori delle parti che si sono riportati ai rispettivi atti e del P.G., che ha chiesto la conferma della sentenza, la Corte ha riservato la decisione.
Preliminarmente va disattesa l’eccezione di nullità della sentenza in quanto, come emerge dalla mera lettura dell’atto, la parte della stessa nella quale si fa riferimento a tale sig. Ma. deve intendere essersi effetto di un mero refuso e tale da non inficiare minimamente il contenuto motivazionale e l’iter argomentativo seguito dal giudice per pervenire alla decisione, che la Corte ritiene di dover pienamente condividere in quanto rigorosamente fondata sulle risultanze in alti. Così come già affermato dal primo giudice non si ritiene che siano emersi clementi a carico del Pr. di tale gravità da far ritenere come pregiudizievole per la minore il riconoscimento da parte del padre naturale, considerato che, peraltro, Ev. sa di avere un papà, che la bimba ha frequentato, insieme ai fratelli, a loro volta figli naturali di padri che non li hanno riconosciuti, perlomeno sino ai 2 anni di età, così come ha frequentato anche i familiari del predetto, che con la bimba hanno instaurato un rapporto affettuoso, prima dell’interruzione della relazione tra le parti, come evidenziato dalla presenza delle numerosissime foto della bimba nella loro casa, dal Iettino e dai giochi della medesime e dalla sofferenza mostrata dei nonni per il distacco dalla piccola, a loro dire ingiustificato. Ritiene la Corte che in questa sede debba essere valorizzato l’interesse prioritario della minore ad acquisire uno stato che completi la sua personalità nella integrale dimensione psico – fisica rispetto al quale perdono valenza i singoli episodi riferiti dalla resistente, che non assumono una portata tale da screditare la figura del richiedente al punto da negare l’interesse del minore all’invocato riconoscimento.
Dunque, premesso l’indiscutibile interesse preminente dei minore alla propria identità personale, come misura ed elemento di definizione del medesimo, atteso il diritto del bambino ad identificarsi come figlio di una madre e di un padre e ad assumere così una precisa e compieta identità, ne consegue che il secondo riconoscimento, ove vi sia opposizione dell’altro
genitore che per primo vi ha proceduto, può essere sacrificato, anche alla luce degli artt. 3 e 7 della Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989, resa esecutiva con la legge 27 maggio 1991, n. 176, solo in presenza di motivi gravi ed irreversibili, tali da far ravvisare la probabilità di una forte compromissione dello sviluppo psichico – fisico del minore, il riconoscimento del figlio naturale minore, già riconosciuto da un genitore, è diritto soggettivo primario dell’altro genitore, costituzionalmente garantito dall’articolo 30 Costituzione: in quanto tale, esso non si pone in termini di contrapposizione con l’interesse del minore, ma come misura ed elemento di definizione dello stesso, atteso il diritto del bambino ad identificarsi come figlio di una madre e di un padre c ad assumere così una puntuale e completa identità.
Secondo le deduzioni dell’appellante il pregiudizio per il riconoscimento della figlio da parte dell’appellato sarebbe da individuarsi nel suo stile di vita, atteso il disinteresse, mantenuto negli anni, per la bambina nonché la personalità violenta del predetto, che per di più ha commesso vari reati per i quali ha scontato anche un periodo di detenzione.
Ebbene, al riguardo, la Corte di legittimità ha escluso che la contrarietà del riconoscimento l’interesse del minore possa essere di per sé ravvisata “in una condotta morale non esente da censure, anche sotto il profilo di una precedente disinteresse verso il figlio, di chi chiede il nuovo riconoscimento, ferma restando l’influenza di tali elementi al diverso fine dell’affidamento del minore medesimo” – Cassazione civile, sezione l, 4.2.1993, n. 1412 -. Inoltre, neanche lo stato di tossicodipendenza pregresso del genitore ovvero le condotte non esemplari del medesimo, anche nel caso di pregiudizi penali, possono di per sé sole considerarsi elementi ostativi all’interesse del minore al riconoscimento anche da parte dell’altro genitore. Ogni indagine al riguardo va condotta con riferimento alla situazione in atto e quindi, non può essere basato solo su considerazioni attinenti a comportamenti od atteggiamenti in precedenza tenuti dal genitore che intende effettuare il secondo riconoscimento – Cassazione civile, sezione 1,13 dicembre 1989, numero 5575 -.
In via normale e presumibile, dunque, l’interesse del minore è nel senso di acquisire anche il riconoscimento del secondo genitore, sia sotto il profilo sentimentale, sia per ì connessi diritti all’istruzione, educazione e mantenimento, con la conseguenza che la legittimità o meno del rifiuto può essere affermata solo in presenza di specifici e seri motivi che evidenzino la contrarietà del riconoscimento stesso all’indicato interesse, considerato per di più che l’esistenza di entrambe le figure genitoriali amplia la sfera dei rapporti affettivi del minore, ne arricchisce la personalità, completandola e conferendole equilibrio, materiale e psichico.
Ebbene, nel caso in esame, premesso che l’altro genitore è quello che ognuno ha scelto per il proprio figlio, il rifiuto dell’appellante al riconoscimento da parte del padre deve ritenersi, piuttosto che c fondato sulle precedenti condotte di vita, paterne, che come già detto non giustificano di per sé sole il mancato riconoscimento, frutto e conseguenza dei cattivi rapporti tra le parti dopo l’intervenuta rottura della relazione. Deve, infatti, osservarsi che fino a quel momento il Pr. non solo ha potuto essere il padre della sua bambina, ma ha potuto anche fare da padre agli altri tre figli dell’appellante, tutti nati da padri dai quali non sono stati riconosciuti – secondo l’appellato per l’opposizione della Co.-. Di tanto è ragione in quanto
riferito dai servizi sociali in relazione anche ai rapporti instaurati dalla Co. con la famiglia del Pr., che ha accolto con affetto e disponibilità sia Barbara che gli altri suoi figli, nutrendo per loro lo stesso affetto che hanno poi provato per la piccola Ev. – nella loro casa vi sono anche le foto dei fratellini di Ev. -.
Dunque, ad oggi, l’opposizione della Co. deve ritenersi assolutamente ingiustificata, considerato il diritto della bambina ad entrambi i genitori per una serena ed equilibrata crescita psico – fisica e l’arricchimento che la stessa riceverebbe da un punto di vista affettivo, oltre che materiale, dalla presenza anche del nucleo familiare paterno, composto da persone irreprensibili, che rappresenterebbero per Ev. un’opportunità irrinunciabile – la nonna è un’insegnante di lettere in pensione e il nonno è un colonnello dell’aeronautica militare anche lui attualmente in pensione -. Si i tratta di un nucleo valido e positivo, che ha accolto in casa, in affidamento familiare, l’appellato quando aveva solo sci anni di età, assicurandogli affetto e sostegno, anche nei momenti in cui il predetto ha avuto difficoltà e problemi che lo hanno condotto a commettere dei reati.
Quanto al Pr. lo stesso, nel corso dell’indagine da parte dei servizi sociali, ha mostrato consapevolezza dei reati commessi, dei quali si è assunto ogni responsabilità, rimproverandosi anche di aver coinvolto i suoi genitori in tutte le vicende che lo hanno visto protagonista. E oggi preoccupato che il trascorrere del tempo potrebbe rendergli sempre più difficile assolvere ai suoi doveri di padre. Avendo vissuto in prima persona l’abbandono da parte della madre, non ritiene che Ev. debba vivere la sua stessa esperienza.
Già del resto nel 2011 aveva avanzato al tribunale analoga richiesta, poi abbandonata dopo la promessa della Co. di prestare il consenso al riconoscimento, come rappresentato da lui, ovvero per essersi le parti riappacificare, come rappresentato da lei. Proprio tale precedente iniziativa prova l’infondatezza dell’allegazione dell’appellante del disinteresse del padre per la bambina. Del resto, ha ben evidenziato il tribunale le difficoltà e carenze dell’appellante, genitore inadeguato dei suoi quattro bambini senza un padre, bambini che come risulta dalle relazioni in atti presentano una condizione di incuria e gravi disturbi e difficoltà legate alla sostanziale incapacità materna di farsi integralmente carico di loro, situazione migliorata solo a seguito dell’intervento del servizio sociale, che ha assicurato sostegno alla madre e la presenza di un educatore domiciliare, monitorando, le condizioni dei minori e favorendo un’adeguata alimentazione, la regolare frequentazione ” scolastica nonché un’adeguata assistenza anche da un punto di vista medico, attese le gravi carenze in precedenza evidenziate, che hanno riguardato anche l’ambiente abitativo e l’accudimento dei bambini.
La “legittimazione” del Pr. al riconoscimento richiesto consentirà, altresì, l’ingresso di una figura maschile all’interno del nucleo della Co., costituito esclusivamente datele dalla madre, oltre che dai quattro bambini, fornendo ad Ev. – e forse indirettamente anche ai suoi fratellini – l’apporto di una genitorialità piena, che tale può ritenersi solo se è esercitata da un papà e da una mamma, presenze indispensabili per una crescita equilibrata, ciò a prescindere dall’adeguatezza genitoriale dell’uno o dell’altra, che potranno essere oggetto di successiva valutazione da parte del giudice ai fini dei provvedimenti da adottare sia riguardo alle modalità di affidamento sia riguardo all’esercizio della responsabilità, potendo eventuali
condotte pregiudizievoli dell’uno o dell’altra comportare l’adozione di misure limitative ovvero ablative, qualora necessarie nell’esclusivo interesse dei minori, questi ultimi già con precedente pio v vedi mento del tribunale, successivamente revocato, affidati al servizio sociale di Roma proprio per le condizioni di disagio, di trascuratezza igienico – sanitarie e scolastica. Va conclusivamente richiamata anche la relazione del servizio sociale ne giudizio di primo grado, che ha concluso per l’opportunità di un immediato ripristino dei rapporti tra a bambina e il papà non essendo stati ravvisati elementi di pregiudizio.
L’esito della controversia comporta la condanna dell’appellante alla rifusione delle spese del presente grado sostenute dall’appellato, spese che si liquidano come da dispositivo.
definitivamente pronunciando sull’appello proposto da Co.Ba. nei confronti di Pr.Cr. avverso la sentenza del Tribunale per i Minorenni di Roma in data 21.1.2015 depositata il 9.2.2015, ogni altra istanza ed eccezione disattesa, così provvede; rigetta l’appello; condanna Co.Ba. alla rifusione delle spese processuali del presente grado sostenute da Pr.Cr., spese che si liquidano in Euro 6.000,00 oltre spese generali al 15%, IVA e CA come per legge.
Così deciso in Roma il 3 maggio 2016. Depositata in Cancelleria il 12 maggio 2016.
22 Dic 2015 | di Maria Elena Casarano
Si può impedire al padre di riconoscere il figlio?
Il padre ha diritto a riconoscere il figlio anche se la madre si oppone

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