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Timestamp: 2018-11-18 03:34:50+00:00

Document:
N. 10522/2018 REG.PROV.COLL.
N. 05421/2018 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 5421 del 2018, proposto da
Sabrina Lucantoni, rappresentata e difesa dall'avvocato Paola Masi, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio fisico eletto presso il suo studio in Marino, corso Vittoria Colonna, 146;
Ministero della Difesa, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, domiciliata in via digitale come da pubblici registri, con domicilio fisico, via dei Portoghesi, 12;
dell'ordinanza di assegnazione somme pronunciata in data 30.06.2017 dal Giudice dell'Esecuzione del Tribunale di Velletri nella procedura esecutiva di pignoramento presso terzi di cui al R.G. n. 598/2017.
Relatore nella camera di consiglio del giorno 10 ottobre 2018 il dott. Fabrizio D'Alessandri e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Con ricorso ex art 112 e seguenti c.p.a., notificato il 24 aprile 2018, l’Avv. Sabrina Lucantoni chiede l’ottemperanza del Ministero della Difesa dell’ordinanza di assegnazione di somme ex art. 553 c.p.c., pubblicata in data 30.6.2017 dal Giudice dell’Esecuzione del Tribunale di Velletri nella procedura di pignoramento presso terzi di cui al R.G. n. 598/2017, nei confronti della quale non risulta presentata opposizione, come da attestazione della cancelleria del Tribunale di Velletri del 30.3.2018.
La procedura esecutiva di pignoramento presso terzi da cui è derivata l’ordinanza di assegnazione posta in ottemperanza è stata azionata per l’ottemperanza del decreto ingiuntivo n. 2621/2016 emesso in data 13.11.2016 dal Tribunale di Velletri, munito di formula esecutiva in data 30.11.2016.
Al riguardo parte ricorrente premette che:
- l’ordinanza di assegnazione è stata notificata regolarmente all’Amministrazione in data 20.10.2017;
- il titolo risulta divenuto esecutivo e definitivo per mancata opposizione o reclamo;
- nonostante i numerosi solleciti di pagamento inoltrati a mezzo PEC, non è intervenuto l’adempimento da parte dell’Amministrazione, che non ha provveduto al pagamento delle somme dovute in forza della citata ordinanza.
Con l’odierno ricorso la ricorrente chiede, pertanto, che venga disposta l’ottemperanza dell’ordinanza di assegnazione, ordinando all’Amministrazione il compimento degli atti necessari alla sua piena esecuzione, fissando un termine ultimo per l’adempimento non superiore ai 30 giorni, oltre alla condanna alle spese di giudizio.
La ricorrente chiede, altresì, la nomina di un Commissario ad acta in ipotesi di ulteriore inottemperanza dell’Amministrazione resistente.
L’Amministrazione intimata si è costituita in giudizio resistendo al ricorso.
Alla Camera di Consiglio del 10.10.2018 il ricorso è stato trattenuto in decisione, previo avviso, ai sensi dell’art. 73, comma 3, c.p.a., della possibilità di definire il giudizio con pronuncia in rito per effetto del riscontro di profili di inammissibilità rilevati d’ufficio inerenti al mancato passaggio in giudicato.
1) Il ricorso si rivela inammissibile.
2) La manifesta inammissibilità del ricorso consente di prescindere dalla questione della mancata completezza del contradditorio per non essere stato notificato il ricorso anche al debitore originario, stante anche che in ogni caso tale omessa notifica non comporta l’inammissibilità del ricorso ma solo l’esigenza di integrare il contraddittorio.
L’art. 114, comma 1, c.p.a., prescrive, infatti, che il ricorso per l’ottemperanza venga notificato a tutte le parti del giudizio definito con il provvedimento della cui esecuzione si tratta.
Nel caso di giudizio di ottemperanza avente a oggetto l’esecuzione di un’ordinanza di assegnazione, il ricorso deve essere notificato a tutte le parti della procedura di pignoramento presso terzi del cui provvedimento conclusivo si chiede l’esecuzione e, pertanto, oltre che all’amministrazione-terzo pignorato, anche al privato debitore originario (Cons. Stato, sez. V, 26 maggio 2015, n. 2667).
Il giudizio di pignoramento presso terzi si svolge, infatti, necessariamente anche nei confronti del debitore, atteso che, ai sensi dell’art. 543, comma 1, c.p.a., «il pignoramento di crediti del debitore verso terzi o di cose del debitore che sono in possesso di terzi, si esegue mediante atto notificato al terzo e al debitore a norma degli articoli 137 e seguenti».
In assenza di mancata notifica al debitore originario il contradditorio non può dirsi completo ma il ricorso non è, tuttavia, inammissibile perché nel giudizio di ottemperanza manca una norma analoga a quella contemplata per il rito ordinario dall’art. 41, comma 2, c.p.a., secondo cui la notifica ad almeno uno dei controinteressati rende inammissibile il ricorso (T.A.R. Campania Napoli, Sez. VIII, ord. 21 marzo 2018, n. 1734; Cons. Stato, sez. III, 28 ottobre 2013, n. 5162).
Solo la mancata notifica all’amministrazione rende, infatti, il ricorso inammissibile e l’omessa notifica alle altre parti del giudizio da cui deriva il giudicato da ottemperare comporta solo che debba essere integrato contraddittorio, ex art. 27 del c.p.a.
Invero, l’integrazione del contradditorio, necessaria qualora sia stata omessa la notifica a una delle parti del giudizio da cui deriva il giudicato, si configurerebbe nel caso di specie contraria al principio di economia processuale, stante la manifesta inammissibilità del ricorso, in conformità di quanto disposto dall’art. 49, comma 2, c.p.a., ai sensi del quale “l'integrazione del contraddittorio non è ordinata nel caso in cui il ricorso sia manifestamente irricevibile, inammissibile, improcedibile o infondato…”.
3) Per quanto riguarda l’ammissibilità del ricorso, a seguito della decisione dell’Adunanza Plenaria del 10 aprile 2012, n.2, viene ormai pacificamente ammessa in giurisprudenza l’esperibilità del rimedio dell’ottemperanza nei confronti delle ordinanze di assegnazione somme del giudice ordinario, purché il provvedimento si sia consolidato per non essere stato opposto nei termini dai soggetti intervenuti nel processo esecutivo (Cons. Stato, Sez. V, 26 maggio 2015, n. 2667; Cons. Stato, Sez. V, 20 novembre 2013, n. 5484).
L’ordinanza di assegnazione consiste, infatti, in un provvedimento avente natura decisoria (dell’esistenza del credito e del suo ammontare nonché della sua spettanza al creditore esecutante) e attitudine ad acquistare una stabilità assimilabile al giudicato.
L’ordinanza di assegnazione, quindi, ove non più soggetta all’opposizione agli atti esecutivi di cui all’art. 617 c.p.a., acquisisce effetti stabili ed è proprio questa caratteristica di intangibilità che consente la sua equiparazione alla sentenza passata in giudicato, permettendo l’esperibilità del giudizio di ottemperanza.
Nel caso di specie sussiste un’attestazione della cancellaria del Tribunale di Velletri del 30.3.2018 che certifica la mancata proposizione di opposizione all’ordinanza di assegnazione tale da far conseguire effetti stabili al citato provvedimento nonché, secondo l’indicata giurisprudenza, la sua equiparazione alla sentenza passata in giudicato ai fini della proponibilità del giudizio di ottemperanza.
Nei documenti depositati, tuttavia, non si rinviene un’analoga prova dell’intervenuta definitività, per mancata opposizione, del decreto ingiuntivo per la cui esecuzione è stato adottato il decreto di assegnazione azionato in sede di ottemperanza (prova normalmente raggiunta mediante la certificazione di mancata proposizione di opposizione da parte della cancelleria del giudice civile). Anzi, dal testo dell’ordinanza del 16.6.2018 del Tribunale di Velletri - depositata in giudizio dalla stessa ricorrente - che ha rigettato la richiesta di sospensione della provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo n. 2621/2016 in questione, si evince come quest’ultimo sia stato dichiarato provvisoriamente esecutivo e sia stato opposto dinanzi al medesimo Tribunale di Velletri, con atto di citazione notificato il 7.2.2018, nel procedimento di cui al R.G. 857/2017; né consta che tale giudizio si sia concluso con sentenza passata in giudicato.
Il decreto ingiuntivo è, quindi, privo del carattere della definitività necessaria affinché possa essere equiparato a una sentenza del giudice ordinario passata in giudicato ai fini del giudizio di ottemperanza.
Secondo consolidatissima giurisprudenza, infatti, per quanto riguarda i decreti ingiuntivi del giudice ordinario, il rimedio dell’ottemperanza viene ritenuto ammissibile esclusivamente per i decreti non opposti o confermati in sede di opposizione, non potendosi dubitare solo in tali ipotesi della sussistenza di un giudicato (ex multis Tar Lazio, Latina, Sez. I, 23 luglio 2014, n. 649; Cons. Stato, Sez. V, 20 aprile 2012, n.2334; Cons. Stato, Sez. V, 19 marzo 2007, n. 1301). Tanto è vero che la parte agente deve dare in sede di giudizio di ottemperanza la prova dell’intervenuta definitività del decreto ingiuntivo.
In sostanza, quindi, nel caso di specie, pur sussistendo un’ordinanza di assegnazione non opposta, ovverosia un provvedimento stabile, astrattamente assimilabile al giudicato e qualificabile quale titolo “ottemperabile”, la stessa ordinanza è stata adottata sulla base di un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo, come tale privo del carattere di definitività e, in ultima analisi, dell’autorità di cosa giudicata.
Al riguardo, la questione che si pone in punto di diritto è se ai fini dell’esperibilità del giudizio di ottemperanza per un provvedimento di natura esecutiva, come l’ordinanza di assegnazione di somme all’esito di un pignoramento presso terzi, è sufficiente che quest’ultima abbia acquisito definitività, oppure è necessario che anche il titolo di merito posto alla base del procedimento esecutivo (nel caso di specie un decreto ingiuntivo) abbia acquisito una stabilità equiparabile al passaggio in giudicato.
In altri termini, la questione è stabilire se ai fini del giudizio di ottemperanza è necessario che l’intera situazione fatta valere e decisa in giudizio dal giudice ordinario abbia acquisito una stabilità tale da risultare intangibile e non consentire un successivo diverso esito sostanziale mediante l’esperimento di mezzi ordinari d’impugnazione che possano rimettere in discussione il contenuto della pronuncia avente contenuto di accertamento e condanna.
Al riguardo, l'art. 112, comma 2, lett. c) del codice del processo amministrativo limita la proponibilità del giudizio di ottemperanza per l'esecuzione dei provvedimenti del giudice ordinario alle “sentenze passate in giudicato ed altri provvedimenti ad esse equiparati del giudice ordinario, al fine di ottenere l'adempimento dell'obbligo della pubblica amministrazione di conformarsi, per quanto riguarda il caso deciso, al giudicato”.
La norma in esame, come anche la disciplina precedente al codice del processo amministrativo, fissa per l’esecuzione in sede di ottemperanza delle sentenze del giudice ordinario il presupposto imprescindibile del passaggio in giudicato della decisione. La medesima norma ammette la possibilità di azionare anche provvedimenti del giudice ordinario aventi natura formale diversa dalla sentenza (ordinanze e decreti), ma con il limite invalicabile che si deve trattare di provvedimenti equiparabili a una pronuncia passata in giudicato.
L’esigenza della stabilità del giudicato per l’esecuzione dei provvedimenti del giudice ordinario, oltre a non essere mai stata messa in discussione dal legislatore e dalla giurisprudenza, è stata ribadita anche dalla Corte Costituzionale che dichiarato manifestamente infondate le censure di incostituzionalità della normativa processuale amministrativa nella parte in cui non consente l'utilizzazione del giudizio di ottemperanza con riguardo alle sentenze del giudice ordinario esecutive, ancorché non passate in giudicato (Corte Cost., ord., 25,3,2005, n. 122; Corte Cost., ord., 8.2.2006, n. 44).
La categoria dei provvedimenti del giudice ordinario equiparati alle sentenze passate in giudicato non è specificamente disciplinata in alcuna norma e si presenta quale categoria “aperta”, in base alla definizione volutamente estesa e atecnica dell’indicato art. 112 comma 2, lett. c).
L’individuazione di questi provvedimenti è stata affidata all’opera della giurisprudenza, con gli inevitabili dubbi che comporta la necessità operativa di “riempire” di contenuto tali formule generali.
Tali provvedimenti sono stati riconosciuti come equiparati alla sentenza passata in giudicato in base al profilo alla valenza decisoria e, soprattutto, alla definitività del provvedimento giurisdizionale più che alla vera e propria valenza di giudicato formale e sostanziale, ai sensi rispettivamente dell’art. 324 c.p.c. e dell’art. 2909 c.c., in linea di principio riguardanti le sentenze (entrambi gli articoli si riferiscono formalmente ai provvedimenti aventi forma di sentenza).
In sostanza affinché possa azionarsi il giudizio di ottemperanza, il comando giudiziale da eseguire deve essere contenuto in un provvedimento che non sia più suscettibile di impugnazioni o opposizioni, ma anche che esprima un accertamento definitivo e stabile del diritto fatto valere e della condanna della pubblica amministrazione alla sua attuazione (T.A.R. Campania, Napoli, sez. IV, 13 febbraio 2014, n. 997).
In tal senso viene riconosciuta valenza di provvedimento equiparato alle sentenze passate in giudicato ai decreti ingiuntivi (come anzidetto), una volta divenuti definitivamente esecutivi, ai sensi dell’art. 647 c.p.c. (per mancata opposizione o per definitivo rigetto della stessa); alle ordinanze adottate all’esito del procedimento sommario di cognizione, ai sensi deli artt. 702 bis, ter e quater c.p.a. (ex multis TAR Campania, Napoli, Sez. VII, 21 novembre 2016, n. 5373, Sez. VIII, 26 settembre 2016, n. 4421, T.A.R. Sicilia, Palermo, Sez. II, 1 aprile 2016, n. 834, Sez. III, 26 marzo 2015, n. 762; T.A.R. Liguria, sez. I, 11 febbraio 2016, n. 135); ai decreti decisori della Corte d’Appello Civile che condannano lo Stato italiano, ex art. 3, L. 24 marzo 2001, n. 89 (la cosiddetta “Legge Pinto”), a corrispondere un indennizzo titolo di equa riparazione per la violazione del termine ragionevole del processo, ai sensi della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (ex multis Cons. Stato, sez. IV, 28 ottobre 2013, n. 5182; Cons. Stato, sez. IV, 16 marzo 2012, n. 1484; Cons. Stato, sez. IV, 4 aprile 2012, n. 2001; Cons. Stato, sez. IV, 26 marzo 2012, n. 1758); alle ordinanze di convalida di sfratto (T.A.R. Campania Salerno Sez. I, 17-03-2006, n. 299 ; T.A.R. Campania Salerno Sez. I, 11-02-2002, n. 106; Cons. Stato Sez. IV, 19 dicembre 2000, n. 6843).
Mentre diversi dubbi riguardano provvedimenti quali le misure cautelari del giudice ordinario ex art. 700 c.p.c., non solo qualora sia in corso il giudizio di merito (in tal caso è infatti palese la loro provvisorietà) ma anche qualora le stesse abbiano conseguito una certa “stabilità” a seguito della mancata instaurazione del giudizio di merito o della sua estinzione (contro l’esperibilità del giudizio di ottemperanza milita l’orientamento maggioritario: T.A.R. Sicilia Catania, sez. II, 25 maggio 2016, n. 1383; Cons. Stato Sez. IV, 22 novembre 2016, n. 4894; T.A.R. Basilicata Potenza Sez. I, 22 luglio 2015, n. 449; Tar Veneto, sez. III, 12 novembre 2014, n. 1389; Tar Campania Napoli, sez. IV, 12 giugno 2014, n. 3256; favore dell’esperibilità: T.A.R. Lazio Roma, Sez. III quater 6 marzo 201,7 n. 3158, T.A.R. Lazio Roma, Sez. III bis, 25 ottobre 2016, n. 10584); le denunce di nuova opera ex art. 1171 c.c. e di danno temuto di cui all’art. 1172 c.c. (contro la possibilità di agire in ottemperanza T.A.R. Lazio Roma Sez. II,, 13 dicembre 2016, n. 12419; T.A.R. Sicilia Catania, sez. II, 25 maggio 2016, n. 1383; T.A.R. Molise Campobasso Sez. I, 11 marzo 2016, n. 133; T.A.R. Sicilia, Catania, sez. I, 21 gennaio 2014, n. 175); le ordinanze possessorie, qualora, una volta terminata la fase interdittale le stesse abbiano acquisito stabilità per non essere stata iniziata l’azione di merito (per l’esperibilità del giudizio di ottemperanza: T.A.R. Lombardia, Brescia, sez. I, 3 maggio 2014, n. 463; T.A.R. Campania Salerno Sez. II, 17 luglio 2017, n. 1224); i verbale di conciliazione formati in sede giurisdizionale dinanzi al Tribunale civile in funzione di giudice del lavoro rilasciati in forma esecutiva (in senso favorevole: T.A.R. Lazio Roma, Sez. I ter, 23 luglio 2014, n. 8067; T.A.R. Puglia, Bari, sez. II, 19 ottobre 2006, n. 3719; T.A.R. Liguria, sez. I, 20 maggio 2000, n. 656; in senso contrario: T.A.R. Lazio, Latina, sez. I, 26 novembre 2013, n. 898).
Come anzidetto quello che accomuna i casi in cui viene riconosciuta l’equiparazione alla sentenza passata in giudicato e concessa la proponibilità del giudizio di ottemperanza sono, oltre la natura giudiziale del provvedimento, la definitività e stabilità della pronuncia del giudice ordinario.
Stante queste premesse, il Collegio ritiene che, affinché possa azionarsi il giudizio di ottemperanza, il comando giudiziale da eseguire deve essere contenuto non solo in un provvedimento che non sia più formalmente suscettibile di impugnazioni o opposizioni, ma in una pronuncia che esprima anche un accertamento definitivo e stabile del diritto fatto valere riferibile all’intera vicenda considerata, tale non poter più essere messo in discussione da ulteriori pronunce del giudice che possano travolgere il titolo azionato in ottemperanza.
La particolarità dell’ordinanza di assegnazione di somme è quella di essere una pronuncia che, seppure può avere degli aspetti di merito cognitorio, si presenta come l’esito finale di un procedimento di esecuzione.
Secondo il Collegio, l’equiparazione al giudicato per i provvedimenti adottati in una procedura esecutiva non può identificarsi nel mero aspetto, tipico del giudicato formale ex art. 324 c.p.c., di non essere il provvedimento più soggetto a rimedi di impugnazione ordinari, ma deve basarsi anche sulla stabilità sostanziale della pronuncia, intesa come stabilità della posizione giuridica incisa.
Non è, infatti, possibile accedere al rimedio dell’ottemperanza per un provvedimento del giudice ordinario emesso all’esito di un processo di esecuzione, quale il pignoramento presso terzi, che per quanto non opposto con i rimedi esperibili nel giudizio esecutivo, non sia basato su una sentenza conclusiva di un processo di cognizione passata in giudicato o su un provvedimento ad essa equiparato. L’ordinanza adottata in sede di esecuzione non basata su una sentenza o altro provvedimento passato in giudicato presenta di per sé il carattere dell’instabilità, in quanto è soggetta alla possibilità di rimare travolta a seguito del giudizio di impugnativa del titolo giudiziario sottostante, con la necessità della restituzione (sebbene nei confronti del debitore principale nel caso di ordinanza di assegnazione) di quanto conseguito.
Gli atti del processo esecutivo, infatti, perdono efficacia nel caso in cui venga annullato o riformato in sede di impugnativa il titolo di merito sulla base del quale la procedura esecutiva è basata, e comunque in caso di suo annullamento o riforma si impone la reintegrazione della posizione precedente; sicché l’atto del processo esecutivo, sia pure quello finale, non può dirsi aver acquisito una stabilità e definitività sostanziale tale da poter essere equiparato a una sentenza del giudice ordinario passata in giudicato.
Opinare in senso diverso, e consentire di agire in base a un titolo comunque dotato di un certo grado di instabilità sostanziale rispetto l’accertamento del diritto sottostante, comporterebbe la possibilità di riportare in auge quelle argomentazioni - che hanno trovato seguito in una serie di decisioni a giurisprudenziali ormai superate dal nuovo orientamento (Tar Lazio, Roma, Sez. II, 8 luglio 2009, n.6667; Tar Sicilia, Palermo, Sez. I, 5 luglio 2006, n. 1575; T.A.R. Sicilia, Catania, sez. II, 30 giugno 2009, n. 1202; T.A.R. Campania, Napoli, sez. V, 10 ottobre 2008 n. 14692, T.A.R. Campania, Napoli, sez. V, 13 novembre 2009, n. 7373) - che si esprimevano in senso contrario all’ammissibilità dell’azione di ottemperanza per le ordinanze di assegnazione di somma ex art. 553 c.p.c., in quanto si tratta di una “esecuzione di una esecuzione”. Così ragionando si permetterebbe, infatti, di accedere al rimedio, anch’esso di carattere esecutivo dell’ottemperanza, anche per provvedimenti diversi da pronunce conclusive di un processo di cognizione dotati della stabilità del giudicato, ovverosia anche per provvedimenti emessi in un processo d’esecuzione, che non assicurano la stabilità dell’accertamento sostanziale del diritto sottostante.
Alla luce di tali considerazioni, il Collegio ritiene che in caso di mancato passaggio in giudicato dei titoli azionati in via esecutiva dinanzi al giudice ordinario, con particolare riferimento nel caso di specie alla mancata definitività del decreto ingiuntivo, le ordinanze di assegnazione di somme del giudice ordinario dell’esecuzione ex art. 553 c.p.c. non possono essere equiparate sotto il profilo del carattere decisorio e della stabilità alle sentenze passate in giudicato. Corollario, sul piano processuale di quanto anzidetto è che la parte che agisce in ottemperanza per un’ordinanza di assegnazione di somme deve provare, oltre alla definitività del provvedimento di assegnazione, anche il passaggio in giudicato del titolo per la cui esecuzione è stato azionato il pignoramento presso terzi, corrispondente nel caso del decreto ingiuntivo alla sua definitività.
4) Per queste ragioni il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.
La peculiarità della questione trattata e l’assenza di specifici precedenti costituiscono gravi e ed eccezionali motivi per disporre la compensazione delle spese di lite.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima Bis) dichiara il ricorso inammissibile.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 10 ottobre 2018 con l'intervento dei magistrati:

References: art. 553
 art. 27
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 112
 sentenza 
 art. 3
 art. 700
 art. 1171
 sentenza 
 art. 324
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 553
 art. 553