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Timestamp: 2018-10-19 22:12:58+00:00

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08 | luglio | 2012 | Silvia Berruto Blog
Archivio per 8 luglio 2012
DIAZ. LA CASSAZIONE HA CONFERMATO LE 25 CONDANNE DEL 2010. Intervista a Lorenzo Guadagnucci
Un’amara, e impossibile, serenità sussiste dalle 19,10 circa del 5 luglio sera in molti Italiani e non nei confronti di una verità giudiziaria che evidenzia ancora responsabilità impunite.
Per una sentenza incompleta. O improbabilmente completa.
Comunque la si voglia intendere.
La sentenza della Cassazione del 5 luglio 2012, storica, coraggiosa e importante, risente tuttavia di una scelta politica allargata di non aver voluto l’introduzione del reato di tortura nel codice penale.
Il comportamento materiale dei poliziotti sarebbe stato sanzionato se fosse stato previsto dal codice, il reato di tortura che è imprescrittibile.
E invece è stato prescritto.
Impunite restano, in definitiva, le violenze fisiche accertate.
Innumerevoli sono state le dichiarazioni, non sostenibili, e irricevibili lette nelle ultime ore.
Riprendo le parole del capo della Polizia Antonio Manganelli riportate il 7 luglio dal Corriere della Sera.
Antonio Manganelli afferma, cito testualmente: “Ora, di fronte al giudicato penale, è chiaramente il momento delle scuse. Ai cittadini che hanno subito danni ed anche a quelli che, avendo fiducia nell’Istituzione-Polizia, l’hanno vista in difficoltà per qualche comportamento errato ed esigono sempre maggiore professionalità ed efficienza.”
La morte di Carlo Giuliani, 63 feriti e 93 arresti arbitrari, l’omicidio sfiorato di Mark Covell, sommati ad un numero imprecisato di violenze e di violenti non censiti, non possono essere certo derubricati a comportamenti eufemisticamente errati.
Segnalo alcuni estratti e titoli di articoli che restituiscono l’immagine di una politica e di una società silenti, non solo per il dovuto rispetto verso la sentenza ma anche per l’imbarazzo e la difficoltà di molti – avvocati, dirigenti di polizia, politici, giornalisti e cittadini – a rassegnarsi al giudicato.
Forse anche perché troppo in-aspettato.
Se ne vanno da pregiudicati Gratteri e Caldarozzi – afferma, in un un articolo apparso sul Corriere della Sera del 7 luglio, Giovanni Bianconi : “L’addio dei due superpoliziotti certi di aver subito un’ingiustizia” – in attesa di decidere se trascorrere agli arresti domiciliari o in affidamento “in prova” ai servizi sociali la pena residua dopo l’indulto.
Se alcuni sono certi di aver subito un’ingiustizia, una buona notizia, come dice Enrico Deaglio nel suo commento “Giustizia è fatta” su Il Secolo XIX del 6 luglio, l’ha ricevuta la Polizia di Stato. “Il fatto che i cittadini possano ottenere giustizia di fronte agli abusi della polizia è infatti la base della fiducia dei cittadini nella loro polizia. E speriamo che sia così”.
Pesante come un macigno resta l’impunità di tutti quei poliziotti che, non essendo stati “riconosciuti”, resteranno impuniti per il reato di lesioni gravi.
Questa non è un’opinione ma lo stato delle cose che si desume dalla sentenza, dai fatti acclarati e dalle testimonianze dirette.
Tra le dichiarazioni, a proposito, cito quella di Vittorio Agnoletto, riportata nel suo commento apparso su Il Manifesto del 6 luglio, ha scritto: “Non possiamo però dimenticare che la stragrande maggioranza degli autori delle violenze alla Diaz non è stato individuato: avevano il volto coperto dal fazzoletto e dal casco.
Alcune centinaia di poliziotti ha agito contemporaneamente al di là e contro la legge”.
Dopo una lunga ed estenuante attesa di giustizia, durata di 11 anni, oltre che della sentenza della Quinta Sezione Penale della Cassazione di giovedì scorso, dopo che a fianco una lucida disillusione con altre e altri abbiamo voluto sempre e caparbiamente mantenere alti il rispetto e lo spazio, giustamente dovuti, alla ricerca della verità che i pubblici ministeri, troppo spesso soli, isolati e oggetto di pressioni hanno coraggiosamente portato avanti, dopo aver scelto di essere sempre a fianco delle vittime, anche col sostegno al Comitato Verità e Giustizia per Genova, oggi provo una amara serenità (talmente breve che già è svanita) e un senso di indignazione invasiva e pervasiva.
Indelebile e permanente.
Con questi sentimenti di indignazione per l’assenza dei nomi dei mandanti, e dunque dei mandanti, per le immunità e le impunità che connotano indelebilmente “quelle forze – non riconosciute e quindi non identificate – dell’ordine, con una formula rétro” oggi riesco a parlare un po’ più a lungo con Lorenzo Guadagnucci, giornalista del Quotidiano Nazionale, che alla Diaz c’era e che è stato picchiato dai poliziotti.
SB. Lorenzo ti chiedo un commento sulla sentenza della Cassazione del 5 luglio 2012 sul caso ormai universalmente noto come la “perquisizione alla scuola Diaz” del 21 luglio 2001.
LG. La sentenza passata in giudicato chiude una vicenda che insegna molte cose. 1) Solo la magistratura ha preso sul serio l’enorme violazione dei diritti umani e costituzionali avvenuta a Genova durante il G8. 2) La polizia di stato, sotto la direzione di Gianni De Gannaro prima e Antonio Manganelli poi, ha dimostrato d’essere inadeguata sotto il profilo democratico e costituzionale: anziché avviare un’opera di verifica e sanzione dei propri errori e arbitrii, ha ingaggiato uno scontro istituzionale contro la magistratura. 3) I governi che si sono succeduti (Berlusconi, Prodi, Berlusconi e per pochi mesi Monti) hanno colpevolmente avallato l’atteggiamento della polizia di stato, permettendo perfino la permanenza dei dirigenti in ruoli di comando nonostante le condanne in secondo grado. 4) La sentenza del 5 luglio 2012 è la premessa necessaria per una svolta verso modalità d’azione più democratiche e più trasparenti, ma nemmeno una sentenza storica come questa è sufficiente per arrivare a un cambiamento autentico. Ora servirebbe una vigorosa azione riformatrice.
SB. La sospensione dei diritti democratici per quattro giorni nel luglio 2001, il pestaggio di 93 manifestanti innocenti, il tentativo, quasi riuscito, dell’omicidio di Mark Covell, la falsa ricostruzione dei fatti e il boicottaggio dell’inchiesta sono, e restano, fatti storici e incontestabili.
Rispetto a questi fatti acclarati, come si colloca l’annunciato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo da parte di Piergiorgio Junca, avvocato difensore di Spartaco Mortola e di Carlo di Sarro?
LG. Questo ricorso annunciato, se fosse vero e non una semplice provocazione dettata dalla rabbia del momento e destinata a rientrare, andrebbe interpretato come un’impressionante travisamento della realtà. Forse certi avvocati, come certi politici e certi dirigenti di polizia (e anche certi giornalisti che hanno commentato con malcelato disappunto la sentenza del 5 luglio 2012) sono così concentrati su se stessi e sulle dinamiche di carriera e di potere, da non vedere più le cose nel loro vero contesto. Non si accorgono che proprio durante l’operazione Diaz furono violati i diritti umani di decine di persone e si rischiò di ucciderne qualcuna. Non si accorgono che proprio la sentenza del 5 luglio salverà l’Italia da ricorsi e procedure di infrazione per avere permesso violazioni dei diritti umani senza prendere provvedimenti (non ne hanno presi né i capi della polizia né i ministri degli Interni che si sono succeduti in questi anni: Gianni De Gennaro e Antonio Manganelli; Claudio Scajola, Giuseppe Pisanu, Giuliano Amato, Roberto Maroni, Annamaria Cancellieri).
SB. Dopo il riconoscimento di parte dei reati, anzi del solo falso, e la prescrizione del reato di lesioni gravi, si chiude ma non si conclude il G8 di Genova.
Il 13 luglio prossimo la Cassazione si esprimerà su 10 manifestanti condannati in appello.
E’ necessario un processo per Carlo Giuliani; è improrogabile esigere e ricevere, per quello che vale, le scuse tardive, ma non formali, da parte dello Stato e della Polizia di Stato; è necessario battersi ancora per ottenere i codici di riconoscibilità degli agenti sulle divise; è indispensabile l’introduzione nel codice penale del delitto di tortura e la creazione di un organismo di vigilanza e di controllo sulle forze dell’ordine, sorta di autorità autonoma e indipendente.
Come pensi dovremo agire da attivisti responsabili ?
LG. Colpisce, all’indomani delle sentenza, la totale afasia e incapacità d’intervento dei partiti tradizionali. Nessuno che abbia tratto conseguenze politiche da quanto avvenuto. Oggi gli attivisti che si sono occupati di queste vicende dovebbero riunirsi e proporre un piano d’azione, che dovrebbe includere a mio avviso: la richiesta di dimissioni di Manganelli e De Gennaro; un progetto di riforme legilslative: legge sulla tortura, riconoscibilità degli agenti in servizio d’ordine pubblico; cancellazione della riserva del 100% ai volontari militari per i concorsi in polizia; cancellazione del reato di devastazione e saccheggio. Andrebbe poi preparato il terreno per una riforma democratica complessiva delle forze di sicurezza. In quale contesto avanzare queste proposte? Intanto il 20 e 21 luglio a Genova, alle giornate di memoria del G8 2001 e poi nei luoghi più caldi dell’attivismo, a cominciare dalla Val Susa.
SB. Il 20 marzo 2012, sul tuo blog “Distratti dalla libertà”, hai scritto “DIAZ, anche un’assoluzione vi condannerà” poi due sere fa, il 5 luglio, dopo il pronunciamento della sentenza, mi sembra tu abbia rilanciato verso la possibilità di una riconciliazione.
Certamente necessaria.
Come immagini si possa realizzare ?
LG. Credo che il primo passo necessario, per chiudere la vicenda Genova G8 facendo un passo avanti, comporti la realizzazione di quanto detto al punto 3. Quindi dimissioni e avvio delle riforme.
leggi anche L’intervista a Lorenzo del 30 maggio 2010

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