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Timestamp: 2019-09-23 06:55:40+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 30189 del 22/11/2018 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30189 del 22/11/2018
Cassazione civile sez. III, 22/11/2018, (ud. 23/10/2018, dep. 22/11/2018), n.30189
sul ricorso 28000/2015 proposto da:
B.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MONTE SANTO
25, presso lo studio dell’avvocato DANILO GRANITO, rappresentato e
difeso dall’avvocato B.P. difensore di sè medesimo;
domiciliato in ROMA, VIA ORTI DELLA FARNESINA 126, presso lo studio
dell’avvocato GIORGIO STELLA RICHTER, che lo rappresenta e difende
unitamente agli avvocati ANTONELLA TRENTINI, GIULIA CARESTIA BASSI
EQUITALIA CENTRO SPA già EQUITALIA POLIS SPA, in persona del
procuratore speciale Dott. BA.GI., elettivamente
domiciliato in ROMA, VIA FLAMINIA 135 presso lo studio dell’avvocato
MAURIZIO CIMETTI che lo rappresenta e difende unitamente
all’avvocato GIUSEPPE PARENTE giusta procura speciale in calce al
MINISTERO ECONOMIA FINANZE (OMISSIS), AGENZIA DELLE ENTRATE
avverso la sentenza n. 101/2015 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,
23/10/2018 dal Consigliere Dott. PAOLO PORRECA.
B.P. conveniva in giudizio l’Agenzia delle entrate, il concessionario esattoriale Gest Line s.p.a., il Ministero dell’economia e finanze, il comune di Bologna, esponendo di aver subito danni patrimoniali e non patrimoniali a seguito di un’illegittima iscrizione ipotecaria, per pretesi crediti fiscali, contributivi e conseguenti alla violazione di norme del codice stradale. Specificava che l’illegittimità dell’iscrizione della garanzia reale derivava dalla sua mancata previa comunicazione, dal fatto che sottendeva cartelle di pagamento non notificate o per debiti prescritti o già pagati ovvero, in un caso, oggetto di un annullamento in sede giudiziale; dalla mancata compensazione con uno sgravio fiscale. Aggiungeva di aver pagato il preteso per ottenere la cancellazione dell’ipoteca, di conseguenza abbandonando il giudizio introdotto davanti al giudice tributario.
Il tribunale rigettava la domanda dopo aver affermato la giurisdizione del giudice ordinario, osservando, in particolare, che l’annullamento giudiziale si riferiva a una violazione amministrativa diversa da quella correlata all’iscrizione; che le cartelle risultavano validamente notificate; che l’iscrizione ipotecaria non necessitava della previa intimazione di pagamento di cui al D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 50, comma 2, poichè prevista in relazione all’esecuzione forzata, e non in rapporto ad atti prodromici a quella e aventi natura cautelare.
La corte di appello confermava la decisione di prime cure, nel contraddittorio con tutti gli appellati e originari convenuti, in uno al Lloyd’s di Londra, compagnia assicuratrice chiamata dal comune sin dal pregresso grado, aggiungendo, per quanto qui ancora importa, che:
– all’accertata notifica delle cartelle non era seguita impugnazione, non esperita davanti al giudice del lavoro per le pretese contributive ed essendo stata abbandonata quella davanti al giudice tributario;
– lo sgravio fiscale invocato dal B. non era relativo ai crediti per cui era stata iscritta l’ipoteca;
– la compensazione in materia tributaria era ammessa, nei confronti dell’erario, solo in casi tassativi e nella specie insussistenti;
– l’ipoteca era stata iscritta rispettando la disciplina “ratione temporis” applicabile quanto alle soglie quantitative minime e agli importi massimi dell’iscrizione stessa; e sebbene la giurisprudenza aveva infine riconosciuto la necessità del previo avviso dell’iscrizione al contribuente anche prima delle espresse previsioni introdotte dal D.L. 13 maggio 2011, n. 70, art. 7, comma 2, quale convertito dalla L. 12 luglio 2011, n. 106, al momento dell’apposizione della garanzia oggetto di lite la condotta del concessionario era stata conforme alla corrente interpretazione delle norme vigenti;
– l’ipoteca era stata cancellata per intervenuto pagamento, e non vi era prova alcuna dei danni, anche considerando la mancata formulazione di idonee istanze istruttorie in prime cure e la tardività, oltre che inammissibilità nei contenuti, di quelle avanzate in appello;
– le spese processuali erano state correttamente compensate dal tribunale per la metà solo tra l’attore e il concessionario in uno al Ministero, in quanto resistenti in punto di giurisdizione.
Avverso questa decisione ricorre per cassazione B.P. formulando nove motivi e depositando memoria.
Resistono con controricorso il comune di Bologna, ed Equitalia centro s.p.a., già Equitalia Polis s.p.a., a sua volta già Gest Line s.p.a..
1. Con il primo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 602 del 1973, artt. 50, 76, 77, art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, artt. 101,113,132,276 c.p.c., art. 118 disp. att. c.p.c., nonchè del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, D.L. 4 luglio, n. 223, L. 7 agosto 1990, n. 241, L. 27 luglio 2000, n. 212 e dell’art. 6 CEDU, poichè la corte di appello avrebbe errato nell’omettere di ritenere illegittima l’iscrizione ipotecaria non preceduta da alcun avviso, nonostante si fondasse su cartelle irritualmente notificate oltre un anno prima, affermando che la condotta del concessionario era coerente con la corrente interpretazione delle norme vigenti nel tempo, mentre avrebbe dovuto dare applicazione alla nomofilachia successiva e poi consolidata.
Con il secondo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 602 del 1973, artt. 50,76,77, in uno all’omessa motivazione, poichè la corte di appello avrebbe mancato di considerare che delle sette cartelle sottese all’iscrizione, una era stata notificata dopo la stessa iscrizione, e altre cinque oltre un anno prima, con conseguente obbligo d’intimazione di pagamento ex art. 50 citato e illegittimità dell’iscrizione per mancato raggiungimento della soglia quantitativa minima, al tempo di 1.549,37 Euro, posto il valore dell’unica cartella notificata prima e nell’anno, al netto dello sgravio Irpef ottenuto e dedotto.
Con il terzo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2043,2059 c.c., in uno all’omessa motivazione, poichè la corte di appello avrebbe mancato di valutare le risultanze probatorie inerenti alla disconosciuta prova dei danni subiti, e in particolare la comunicazione con cui Unicredit Banca avrebbe revocato il fido di 25 mila Euro con richiesta di rientro immediato dello scoperto di oltre 7 mila Euro, a seguito dell’iscrizione ipotecaria illegittima, fermo il pregiudizio consistente nell’aver dovuto pagare crediti inesistenti o prescritti ovvero compensati da sgravi, per limitare danni ulteriori, e nell’aver dovuto spendere tempo e sostenere costi per difendersi. Inoltre, sarebbe stato omesso l’esame di altra documentazione rilevante ai fini in parola, e in specie volta ad attestare ricadute negative sulla salute, sull’attività professionale oltre che sull’affidabilità bancaria, fermo quanto poteva comunque presuntivamente evincersi, ed equitativamente liquidarsi, a seguito del fatto stesso dell’iscrizione ipotecaria illegittima.
Con il quarto motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 8,artt. 2946,2048 c.c., D.P.R. n. 602 del 1973, art. 26, in uno all’omessa motivazione, poichè la corte di appello avrebbe errato omettendo di valutare la prescrizione delle pretese, al momento delle assunte notifiche degli accertamenti e delle cartelle, ovvero, in ogni caso, dopo quelle notifiche e sino all’iscrizione; così come sarebbe stato omesso l’esame degli effetti della compensazione con i crediti fiscali legittimata dallo sgravio, generico, comunicato al concessionario, e comunque concernente l’Irpef.
Con il quinto motivo si prospetta la violazione del D.P.R. n. 602 del 1973, artt. 76 e 77, in uno all’omessa motivazione, poichè relativamente alla cartella richiamata anche nella seconda censura, la corte di appello avrebbe omesso di considerare la sua notifica successiva all’iscrizione ipotecaria.
Con il sesto motivo si prospetta la violazione degli artt. 2043,2059 c.c., D.P.R. n. 602 del 1973, artt. 76 e 77, in uno all’omessa motivazione, poichè la corte di appello avrebbe omesso di considerare che l’ipoteca era stata iscritta per oltre il limite del doppio del credito, stante l’annullamento del credito del comune in sede giudiziale, l’importo della cartella notificata dopo l’iscrizione e quello dello sgravio.
Con il settimo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., artt. 175,116,104,232 c.p.c., in uno all’omessa motivazione, poichè la corte di appello avrebbe errato nel disattendere le istanze di prova sui danni subiti che, diversamente da quanto affermato dalla sentenza gravata, erano state formulate in primo grado e reiterate, sia pure più specificatamente, in appello.
Con l’ottavo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., in uno all’omessa motivazione, poichè la corte di appello avrebbe errato nel disattendere la censura diretta a ottenere la compensazione totale e non solo parziale delle spese processuali inerenti al primo grado, in ragione sia della vittoria del deducente in punto di giurisdizione, sia della particolarità della materia trattata e del susseguirsi di pronunce giurisprudenziali.
Con il nono motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., in uno all’omessa motivazione, poichè la corte di appello avrebbe erroneamente posto a carico del deducente le spese del Lloyd’s nei confronti del quale non aveva svolto domanda, tanto che in prime cure vi era stata sul punto compensazione delle stesse.
2. La notifica del ricorso al Ministero è stata effettuata all’avvocatura distrettuale invece che generale, con conseguente nullità (Cass., Sez. U., 15/01/2015, n. 608), ma l’esito di rigetto del ricorso assorbe la necessità di disporre il rinnovo, in coerenza con il principio di ragionevole durata del processo (Cass., 21/05/2018, n. 12515).
Si esaminano i motivi secondo l’ordine logico e non numerico.
2.1. Il primo, secondo e quinto motivo, da vagliarsi congiuntamente per connessione, sono in parte inammissibili, in parte infondati.
2.2. Deve premettersi che nel ricorso per cassazione, il motivo di impugnazione che prospetti una pluralità di questioni precedute unitariamente dalla elencazione delle norme che si assumono violate, e dalla deduzione del vizio di motivazione, è inammissibile, richiedendo un inesigibile intervento integrativo della Corte che, per giungere alla compiuta formulazione del motivo, dovrebbe individuare per ciascuna delle doglianze lo specifico vizio di violazione di legge o del vizio di motivazione (Cass., 20/09/2013, n. 21611).
La suddetta inammissibilità può dirsi sussistente, logicamente, a patto che la descritta mescolanza di motivi sia inestricabile (cfr. anche Cass., 17/03/2017, n. 7009). Infatti deve al contempo farsi applicazione del principio per cui la circostanza che un singolo motivo sia articolato in più profili di doglianza, ciascuno dei quali avrebbe potuto essere prospettato come un autonomo motivo, non costituisce, di per sè, ragione d’inammissibilità dell’impugnazione, dovendosi ritenere sufficiente, ai fini dell’ammissibilità del ricorso, che la sua formulazione permetta di cogliere con chiarezza le doglianze prospettate onde consentirne, se necessario, l’esame separato esattamente negli stessi termini in cui lo si sarebbe potuto fare se esse fossero state articolate in motivi distinti (Cass., Sez. U., 06/05/2015, n. 9100).
L’esame dei motivi ora in scrutinio così come dei successivi – che richiamano in modo cumulativo disposizioni correlate a violazioni di legge e il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – avverrà nei suddetti limiti, al di fuori dei quali residua dunque l’inammissibilità delle censure.
2.3. La corte territoriale ha osservato che sebbene le Sezioni Unite di questa Corte (Cass., Sez. U., 19/04/2014, n. 19667) avessero infine chiarito l’obbligo del previo avviso partecipativo di natura generale, quindi operante, prima della novella apportata nel 2011 al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 77, anche rispetto all’iscrizione ipotecaria effettuata dall’erario, la condotta dell’esattore, nel momento dell’iscrizione qui in discussione (avvenuta nel 2002) “era” stata “in linea con la corretta interpretazione delle norme all’epoca vigenti” e, pertanto, “non censurabile” (pag. 19 della sentenza gravata).
La corte di merito ha cioè evidenziato che la giurisprudenza secondo cui il previo avviso regolato dal D.P.R. n. 602 del 1973, art. 50, comma 2, era funzionale all’espropriazione, non agli atti ad essa preordinati e da quella distinti per la differente funzione cautelare (Cass., 20/06/2012, n. 10234, e Cass., 19/09/2012 n. 15746, richiamata dalle Sezioni Unite appena citate, al punto 4) era stata superata solo molto dopo l’iscrizione oggetto dell’odierno processo, sicchè non poteva ritenersi integrato, evidentemente sotto il profilo soggettivo, l’illecito aquiliano che costituiva “causa petendi” della domanda in scrutinio.
Questa “ratio decidendi” non è stata idoneamente censurata, atteso che non viene in questione l’oggettività dell’interpretazione nomofilattica successivamente maturata, bensì la censurabilità anche soggettiva della condotta dell’esattore al momento in cui fu posta in essere (peraltro dopo le Sezioni Unite del 2014, sopra richiamate, sono intervenute altre e diverse precisazioni nomofilattiche, secondo cui, in materia tributaria, non può invece ritenersi sussistente, in difetto di specifiche ed espresse enunciazioni legislative, un generale obbligo di contraddittorio o partecipazione preventivi, eccetto che per i tributi armonizzati dalla disciplina Eurounitaria, quale tipicamente l’Iva: cfr., Cass., Sez. U., 09/12/2015, n. 24823).
La corte di appello ha sottolineato che le medesime Sezioni Unite del
2014 avevano chiarito la natura innovativa e non retroattiva del comma 2-bis dell’art. 77, introdotto dal D.L. n. 77 del 2011, convertito dalla L. n. 106 del 2011, proprio perciò utilizzato a supporto solo interpretativo della conclusione per cui, prima di tale novella, l’obbligatorietà del previo avviso discendeva comunque da principi generali (ferme restando, come appena ricordato per completezza ricostruttiva, le successive evoluzioni giurisprudenziali sul punto).
In relazione alla quinta censura, va rilevato altresì che:
– come si sta per vedere nello scrutinio del quarto motivo, non è stata impugnata idoneamente la statuizione per cui lo sgravio fiscale addotto dal ricorrente, non poteva avere rilevanza posto che la compensazione in materia tributaria opera solo in casi tassativi e qui insussistenti;
– non vi è stata un’omessa considerazione in ordine alla notifica della cartella inerente alla pretesa comunale per violazione al codice stradale (indicata come non effettuata prima dell’iscrizione), atteso che la corte di merito ha osservato che di tale cartella (indicata come la numero 3, alle pagg. 6 e 8 della motivazione) un documento dello stesso attore aveva attestato la notifica nel 2001, superando il mancato rinvenimento della relata che aveva indotto l’esattore a una nuova notifica a scopo cautelativo nel 2003 (come pure rilevato nel controricorso da parte del concessionario, alla pag. 32): tale accertamento non è stato oggetto di specifica censura, e le affermazioni sulla notifica successiva all’iscrizione ipotecaria non si sono rapportate, inammissibilmente, a tale statuizione della sentenza di appello, spiegandone, in tesi, la non pertinenza o erroneità secondo il catalogo dei vizi denunciabili in questa sede, in ossequio al principio di specificità e autosufficienza delle censure.
2.4. Il quarto e sesto motivo, da esaminare congiuntamente per connessione, sono in parte inammissibili, in parte infondati.
La corte territoriale, riguardo alla prescrizione, ha osservato (specie a pag. 10 della sentenza gravata) che la questione era da ritenersi superata per la mancata impugnazione delle cartelle davanti ai giuridici tributario (il cui giudizio, com’è pacifico, era stato dapprima introdotto e poi abbandonato dal ricorrente), quanto alle pretese fiscali, e ordinario del lavoro, quanto alle pretese contributive, ferma restando la specifica (a pag. 7 della pronuncia) per cui la pretesa relativa alla violazione del codice stradale asseritamente oggetto di annullamento giudiziale, era risultata diversa da quella oggetto del giudizio pretorile invocato.
Tale “ratio decidendi” e tali accertamenti in fatto non sono stati oggetto di specifica e idonea censura.
Il ricorrente deduce, nel corpo del motivo, che avrebbe comunque dovuto rilevare il tempo successivo alle date delle notifiche, sicchè tra queste e quella dell’iscrizione sarebbe comunque nuovamente decorsa altra prescrizione. Sostiene altresì di aver ritualmente eccepito la sostenuta prescrizione sia in primo che secondo grado.
Sul punto il motivo viola il principio di autosufficienza, poichè, a fronte della sentenza gravata che discorre solo della prescrizione antecedente la notifica delle cartelle le cui pretese si erano appunto cristallizzate per mancata impugnazione, non riporta l’affermata formulazione, nei due gradi di merito, della specifica eccezione di prescrizione afferente al decorso del tempo successivo alla notifica delle cartelle menzionate (cfr., Cass., 18/06/2018, n. 15991, in cui si chiarisce che l’eccezione di prescrizione deve sempre fondarsi su fatti allegati dalla parte, restando escluso che il giudice possa accogliere l’eccezione sulla base di un fatto costituivo diverso: come qui sarebbe il diverso lasso temporale considerato).
Quanto alla compensazione con i crediti da sgravio fiscale, la corte territoriale ha rimarcato che essa opera nei casi tassativi previsti dalla legge, nell’ipotesi assenti, e il ricorrente, che pure non contesta la premessa (pag. 22, primo capoverso del ricorso), risponde adducendo che lo sgravio operava in quanto generico, in materia di irpef e già comunicato all’esattore, senza indicare quindi alcuna previsione normativa legittimante.
2.5. Il terzo e settimo motivo sono quindi, per logica, assorbiti.
2.6. L’ottavo e il nono motivo sono manifestamente infondati.
La corte territoriale ha correttamente motivato la parziale compensazione in primo e secondo grado (secondo la disciplina dei giusti motivi “ratione temporis” vigente, atteso che la citazione è del 2004) in relazione alla parziale soccombenza in punto di giurisdizione (con la specifica che il comune di Bologna, escluso da tale compensazione, in prime cure sul punto si era rimesso alla decisione del tribunale).
Va peraltro ribadito il principio secondo cui il sindacato di questa Corte, sul punto, è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese in questione non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa, per cui vi esula, rientrando nel potere discrezionale del giudice di merito, la valutazione dell’opportunità di compensarle in tutto o in parte, sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca che in quella di concorso di altri giusti motivi (Cass., 17/10/2017, n. 24502). E, parimenti, la valutazione delle proporzioni della soccombenza reciproca e la determinazione delle quote in cui le spese processuali debbono ripartirsi o compensarsi tra le parti, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2, rientrano nel potere discrezionale del giudice di merito, che resta sottratto al sindacato di legittimità, non essendo egli tenuto a rispettare un’esatta proporzionalità fra la domanda accolta e la misura delle spese poste a carico del soccombente (Cass., 20/12/2017, n. 30592).
Infine, quanto alle spese giudiziali sostenute dal terzo chiamato in garanzia, una volta rigettata la domanda principale, il relativo onere va posto a carico della parte soccombente che ha provocato e giustificato la chiamata in parola, in applicazione del principio di causalità, e ciò anche se l’attore soccombente non abbia formulato alcuna domanda nei confronti del terzo (Cass., 08/02/2016, n. 2492), salva la palese infondatezza della chiamata che comporta l’applicabilità del principio di soccombenza nel rapporto processuale instauratosi tra chiamante e chiamato, anche quando l’attore sia, a sua volta, soccombente nei confronti del convenuto chiamante, atteso che quest’ultimo sarebbe stato soccombente nei confronti del terzo anche in caso di esito diverso della causa principale (Cass., 21/04/2017, n. 10070). Palese infondatezza qui neppure ipotizzata.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese processuali dei controricorrenti liquidate, per ciascuno, in Euro 8.000,00, oltre a Euro 200,00 per esborsi, oltre al 15 per cento di spese forfettarie, oltre accessori legali.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 50
 art. 7
 art. 360
 art. 118
 art. 50
 art. 8
 art. 26
 sentenza 
 art. 77
 sentenza 
 art. 50
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 13