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Timestamp: 2019-08-22 02:56:05+00:00

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Art. 337 codice penale - Resistenza a un pubblico ufficiale - Brocardi.it
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Dispositivo dell'art. 337 Codice penale
(2) L'art. 4 del d.lgs. Lgt. 14 settembre 1944, n. 288 prevede una causa di giustificazione speciale secondo la quale la norma in esame risulta inapplicaile qualora il p.u. o l'i.p.s. abbia dato causa al fato preveduto, eccedendo con atti arbitrari i limi delle sue attribuzioni.
Spiegazione dell'art. 337 Codice penale
Il delitto in esame viene pacificamente descritto come plurioffensivo, in quanto lesivo sia del buon andamento della P.A., sia della libertà di autodeterminazione ed incolumità della persona fisica che esercita le pubbliche funzioni, anche il privato che, richiesto, gli presti assistenza. A tale ultima figura va infine equiparato anche il privato che proceda all'arresto in flagranza ai sensi dell'art. 383 c.p.p..
La fattispecie non punisce la resistenza meramente passiva, non potendosi essa farsi rientrare nei concetti di violenza o minaccia.
Massime relative all'art. 337 Codice penale
Cass. pen. n. 52725/2017
In tema di resistenza a pubblico ufficiale, integra un unico reato e non il concorso formale omogeneo di reati, la violenza o la minaccia nei confronti di più pubblici ufficiali od incaricati di pubblico servizio, posta in essere nel medesimo contesto fattuale per impedire il compimento di uno stesso atto di ufficio o di servizio, atteso che il bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice è il regolare svolgimento dell'attività della P.A. e non l'integrità fisica del pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 52725 del 20 novembre 2017)
Cass. pen. n. 40952/2017
È configurabile l'esimente della reazione ad atti arbitrari del pubblico ufficiale qualora il privato opponga resistenza ad un pubblico ufficiale che pretende di eseguire presso il suo domicilio una perquisizione finalizzata, ai sensi dell'art. 4 legge 22 marzo 1975, n.152, alla ricerca di armi e munizioni fondata su meri sospetti e non su dati oggettivi certi, anche solo a livello indiziario, circa la presenza delle suddette cose nel luogo in cui viene eseguito l'atto. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto immune da vizi la mancata convalida dell'arresto per il reato previsto dall'art. 337 cod. pen. all'imputato per essersi opposto alla perquisizione disposta dopo la contestazione di una contravvenzione al codice stradale, senza che fossero emersi indizi significativi circa il possesso di armi o di oggetti atti ad offendere).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 40952 del 7 settembre 2017)
Cass. pen. n. 39341/2017
In tema di resistenza a pubblico ufficiale, integra un unico reato e non il concorso formale omogeneo di reati, la minaccia nei confronti di più pubblici ufficiali od incaricati di pubblico servizio, posta in essere nel medesimo contesto fattuale per impedire il compimento di uno stesso atto di ufficio o di servizio. (Fattispecie in cui l'imputato pronunciava espressioni minacciose nei confronti di due poliziotti per allontanarli dal proprio bar e impedire loro di concludere un controllo amministrativo).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 39341 del 22 agosto 2017)
Cass. pen. n. 35227/2017
La resistenza o la minaccia adoperate nel medesimo contesto fattuale per opporsi a più pubblici ufficiali non configura un unico reato di resistenza ai sensi dell'art. 337 cod. pen., ma un concorso formale omogeneo di reati e dunque tanti distinti reati quanti sono i pubblici ufficiali operanti, giacché la resistenza, pur ledendo unitariamente il pubblico interesse alla tutela del normale funzionamento della pubblica funzione, si risolve in distinte offese al libero espletamento dell'attività funzionale di ciascun pubblico ufficiale.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 35227 del 18 luglio 2017)
Cass. pen. n. 6069/2015
Ai fini della configurabilità del reato di resistenza a pubblico ufficiale non è necessario che la violenza o la minaccia sia usata sulla persona del pubblico ufficiale, ma soltanto che sia stata posta in essere per opporsi allo stesso nel compimento di un atto di ufficio, con la conseguenza che è sufficiente anche la violenza sulle cose, la quale non è però configurabile quando la condotta si traduce in un mero atteggiamento di resistenza passiva. (Fattispecie in cui la Corte ha escluso la sussistenza del reato in relazione a condotta consistita nel puntare i piedi e le mani su di un'auto della polizia per evitare di essere caricato sulla stessa e di essere così condotto negli uffici di p.s.).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6069 del 10 febbraio 2015)
Cass. pen. n. 52005/2014
Gli ufficiali ed agenti della Polizia di Stato sono considerati in servizio permanente nel senso che non cessano dalla loro qualifica di pubblici ufficiali pur se liberi dal servizio, essendo anche in tali circostanze tenuti ad esercitare le proprie funzioni, ove si verifichino i presupposti di legge. (Fattispecie relativa al delitto di cui all'art. 337 c.p., posto in essere con calci e strattoni in danno di un poliziotto, nonostante questi, in tenuta da spiaggia, si fosse tempestivamente qualificato).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 52005 del 12 dicembre 2014)
Cass. pen. n. 38786/2014
In tema di resistenza a pubblico ufficiale, il dolo specifico si concreta nella coscienza e volontà di usare violenza o minaccia al fine di opporsi al compimento di un atto dell'ufficio, mentre del tutto estranei sono lo scopo mediato ed i motivi di fatto avuti di mira dall'agente.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 38786 del 23 settembre 2014)
Cass. pen. n. 18957/2014
La verifica dell'arbitrarietà dell'atto del pubblico ufficiale, necessaria ai fini del riconoscimento dell'esimente di cui all'art. 4 D.Lgs. 14 settembre 1944, n. 288, (attualmente, art. 393 bis, cod. pen.) è legata al rapporto di proporzione ed adeguatezza intercorrente tra l'iniziativa assunta e la situazione che la legittima, nel senso che quanto maggiore è la sproporzione dell'atto rispetto alla finalità legittimante, tanto maggiore è il sopruso utile a scriminare la reazione violenta. (In motivazione, la Corte ha evidenziato che, ai fini della verifica della eventuale arbitrarietà delle attività di identificazione compiute dalla polizia nei confronti di una persona, i presupposti fattuali che legittimano l'iniziativa sono diversi se il soggetto da identificare è sottoposto ad accertamento con immediatezza nel luogo in cui si trova, o, invece, è invitato a seguire gli agenti in caserma, o, ancora, è assoggettato ad accompagnamento coattivo ex art. 349 cod. proc. pen.).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 18957 del 8 maggio 2014)
Cass. pen. n. 14567/2014
È configurabile l'esimente della reazione ad atti arbitrari del pubblico ufficiale qualora il privato opponga resistenza ad un ufficiale o agente di polizia giudiziaria che pretende di eseguire una perquisizione finalizzata alla ricerca di armi ed esplosivi operando sul fondamento di meri sospetti e non sulla base di un dato oggettivo certo, anche solo a livello indiziario, circa la disponibilità di tali oggetti da parte del destinatario dell'attività coercitiva di ricerca.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 14567 del 27 marzo 2014)
Cass. pen. n. 4392/2014
È configurabile l'esimente della reazione ad atti arbitrari nel caso dell'agente di polizia che, dopo la richiesta (subito adempiuta) di declinare le generalità rivolta ad un soggetto in auto, tenti con violenza di costringere quest'ultimo ad uscire dalla vettura, senza addurre giustificazioni ulteriori rispetto alle già avanzate richiesta, ed in assenza di elementi indicativi della pericolosità della persona o della commissione di attività illecite. (Fattispecie relativa a contestazione di resistenza a pubblico ufficiale).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4392 del 30 gennaio 2014)
Cass. pen. n. 49478/2013
Il reato di ingiuria non rimane assorbito in quello di resistenza a pubblico ufficiale, del quale non costituisce elemento costitutivo, nonostante la condotta ingiuriosa sia diretta allo scopo di opporsi all'azione del pubblico ufficiale, essendo tale intenzione irrilevante ai fini dell'integrazione dell'elemento psicologico del reato di cui all'art. 594 cod. pen., che invece si riduce alla consapevolezza del soggetto agente di utilizzare espressioni socialmente interpretabili come offensive.
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 49478 del 9 dicembre 2013)
Cass. pen. n. 24554/2013
Il delitto di resistenza a pubblico ufficiale assorbe soltanto quel minimo di violenza che si concretizza nella resistenza opposta al pubblico ufficiale che sta compiendo un atto del proprio ufficio, non anche degli ulteriori atti violenti che, esorbitando da tali limiti, cagionino al medesimo lesioni personali, nel qual caso è configurabile il reato di lesioni personali aggravato dall'essere stato commesso in danno di un pubblico ufficiale, che può concorrere con il primo. (Fattispecie in cui, dopo un iniziale spintonamento, l'imputato aveva continuato ad aggredire e strattonare un agente di polizia che gli aveva chiesto di fornire generalità e di seguirlo in ufficio).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 24554 del 5 giugno 2013)
Cass. pen. n. 10136/2013
Non integra il delitto di cui all'art. 337 cod. pen. la condotta consistente nel mero divincolarsi posto in essere da un soggetto fermato dalla polizia giudiziaria per sottrarsi al controllo, quando lo stesso si risolva in un atto di mera resistenza passiva, implicante un uso moderato di violenza non diretta contro il pubblico ufficiale. (Fattispecie in cui la S.C. ha riqualificato il fatto ai sensi degli artt. 594 e 612 cod. pen.).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10136 del 4 marzo 2013)
Cass. pen. n. 7928/2012
L'esimente della reazione agli atti arbitrari del pubblico ufficiale (art. 4 del D.Lgt n. 288 del 1944) è integrata ogni qual volta la condotta dello stesso pubblico ufficiale, per lo sviamento dell'esercizio di autorità rispetto allo scopo per cui la stessa è conferita o per le modalità di attuazione, risulta oggettivamente illegittima, non essendo di contro necessario che il soggetto abbia consapevolezza dell'illiceità della propria condotta diretta a commettere un arbitrio in danno del privato. (Nella specie, la Corte ha ritenuto integrata la scriminante rispetto al delitto di cui all'art. 336 c.p., per essere stato il fatto commesso contro un pubblico ufficiale che aveva negato illegittimamente l'accesso ad atti amministrativi).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7928 del 29 febbraio 2012)
Integra il delitto di cui all'art. 337 c.p., e non quello previsto all'art. 336 dello stesso codice, la condotta di chi usi violenza o minaccia per impedire al pubblico ufficiale di compiere un atto del proprio ufficio mentre questi lo sta compiendo e non prima che inizi la sua esecuzione.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 37749 del 22 ottobre 2010)
Cass. pen. n. 32852/2009
Il delitto di favoreggiamento concorre con il delitto di resistenza a pubblico ufficiale nel caso in cui l'aiuto al ricercato si risolva nell'uso della violenza o minaccia al pubblico ufficiale, poiché, con lo stesso comportamento, vengono violati interessi giuridici diversi.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 32852 del 12 agosto 2009)
Cass. pen. n. 44976/2008
Non integra il delitto di resistenza di cui all'art. 337 c.p.p. la condotta ingiuriosa posta in essere, nei confronti di un pubblico ufficiale, quando essa non riveli alcuna volontà di opporsi allo svolgimento dell'atto d'ufficio e risulti priva del nesso di causalità psicologica tra l'offesa arrecata e le funzioni esercitate, ma rappresenti piuttosto l'espressione di uno sfogo di sentimenti ostili e di disprezzo, da inquadrare nell'ipotesi di oltraggio già prevista dall'art. 341 c.p. e abrogata dall'art. 18 della L. 25 giugno 1999, n. 205. (Fattispecie in cui l'imputato, senza porre in essere alcun comportamento violento o minaccioso, si è limitato ad ingiuriare gli agenti operanti in occasione di un controllo sulla sua autovettura ).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 44976 del 3 dicembre 2008)
Cass. pen. n. 38566/2008
È configurabile il reato di resistenza a pubblico ufficiale, e non quello previsto dall'art. 336 c.p., nella condotta di colui che minaccia un agente di polizia per opporsi all'esecuzione di un sequestro, quando dopo l'apprensione materiale della res sia ancora necessario provvedere alla compilazione degli atti conseguenti al sequestro.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 38566 del 10 ottobre 2008)
Cass. pen. n. 37352/2008
Ai fini dell'integrazione del delitto di cui all'art. 337 c.p., è necessario il verificarsi di atti positivi d'aggressione o di minaccia che impediscano al pubblico ufficiale di compiere l'atto del proprio ufficio, rimanendo al di fuori della fattispecie un comportamento di mera disobbedienza o resistenza passiva. (Fattispecie in cui l'imputata non aveva spontaneamente aderito all'invito rivoltole di seguire gli agenti di P.S. presso il Commissariato, ma era rimasta aggrappata al braccio di uno di essi e, quindi, introdotta di peso nell'autovettura di servizio ).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 37352 del 1 ottobre 2008)
Cass. pen. n. 36162/2008
È configurabile la scriminante di cui all'art. 4 del D.Lgs.lgt. n. 288 del 1944 nel caso di resistenza opposta ad un pubblico ufficiale nell'esecuzione della misura dell'accompagnamento coattivo di cui all'art. 349 c.p.p. in difetto dei presupposti previsti dal quarto comma di detto articolo, costituiti dal rifiuto del soggetto di farsi identificare ovvero dalla sussistenza di sufficienti elementi per ritenere la falsità delle generalità o dei documenti di identificazione da lui forniti.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 36162 del 19 settembre 2008)
Cass. pen. n. 35845/2008
In tema di resistenza a pubblico ufficiale, non ha carattere arbitrario, al fine della configurabilità della scriminante prevista dall'art. 4 del D.L.vo 14 settembre 1944 n. 288, la richiesta effettuata dai carabinieri alla persona, già identificata, trovata in possesso di stupefacente, di seguirli in caserma per le operazioni di sequestro, trattandosi di richiesta funzionale alla compilazione dei relativi verbali e agli adempimenti connessi.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 35845 del 18 settembre 2008)
Cass. pen. n. 32906/2007
Integra il delitto di resistenza a pubblico ufficiale la condotta di chi si frapponga fisicamente tra forze dell'ordine postesi all'inseguimento di un pregiudicato per catturarlo e quest'ultimo (nella specie realizzata da più persone in concorso mediante la creazione di una «barriera umana»).
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 32906 del 17 agosto 2007)
Cass. pen. n. 2803/2007
Non è configurabile la circostanza aggravante di cui all'art. 61 n. 6 c.p. nella condotta del latitante che commette il reato di resistenza a pubblico ufficiale per opporsi all'esecuzione della misura cautelare.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 2803 del 25 gennaio 2007)
Cass. pen. n. 41936/2006
Nel reato di resistenza a pubblico ufficiale la violenza consiste in un comportamento idoneo ad opporsi, in maniera concreta ed efficace, all'atto che il pubblico ufficiale sta legittimamente compiendo, sicchè deve rispondere di tale reato il soggetto che, alla guida di un'autovettura, anziché fermarsi all'alt intimatogli dagli agenti di polizia, si dia alla fuga ad altissima velocità e, al fine di vanificare l'inseguimento, ponga in essere manovre di guida tali da creare una situazione di generale pericolo.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 41936 del 21 dicembre 2006)
Cass. pen. n. 38952/2006
La legittima reazione ad atti arbitrari del pubblico ufficiale, prevista dall'art. 4 del D.Lgt. 14 settembre 1944 n. 288, ha natura di causa di giustificazione che esclude il carattere antigiuridico della condotta. (Fattispecie relativa ad imputazioni di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali aggravate dal fine di commettere il primo reato (art. 61 n. 2 c.p.), nella quale la Corte, esclusa la antigiuridicità del delitto di resistenza per il ricorrere della causa di giustificazione, ha ritenuto conseguentemente insussistente la contestata aggravante e osservato che il reato era procedibile a querela).
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 38952 del 24 novembre 2006)
Cass. pen. n. 36009/2006
In tema di resistenza a pubblico ufficiale, è applicabile la scriminante di cui all'art. 4 del D.L.vo 14 settembre 1944, n. 288 anche in presenza di un comportamento sconveniente e prepotente del pubblico ufficiale, dovendosi qualificare come «atto arbitrario» il consapevole travalicamento da parte del pubblico ufficiale dei limiti e delle modalità entro cui le pubbliche funzioni devono essere esercitate. (In applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto scriminata la condotta di un automobilista che aveva opposto resistenza ad un vigile urbano che, con arroganza e fare autoritario, lo aveva afferrato per un braccio per condurlo presso gli uffici della polizia municipale al fine di identificarlo e contestargli formalmente la violazione del divieto di sosta).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 36009 del 27 ottobre 2006)
Cass. pen. n. 35376/2006
La resistenza o la minaccia adoperata nel medesimo contesto per opporsi a più pubblici ufficiali non configura un unico reato di resistenza ai sensi dell'art. 337 c.p., ma tanti reati di resistenza — che possono essere uniti dal vincolo della continuazione — quanti sono i pubblici ufficiali in azione, giacché l'azione delittuosa si risolve in altrettante e distinte offese al libero espletamento dell'attività da parte di ogni pubblico ufficiale coinvolto.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 35376 del 23 ottobre 2006)
Cass. pen. n. 10899/2006
In tema di resistenza a pubblico ufficiale, la minaccia può essere integrata anche attraverso il ricorso a mezzi indiretti, purché la pubblica funzione ne risulti impedita o soltanto ostacolata. (Nella specie, la Corte ha ritenuto che la minaccia fosse integrata dalla presenza sui luoghi oggetto di verifica di cani ringhianti di proprietà dell'imputato, costituenti ostacolo alle operazioni peritali).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10899 del 28 marzo 2006)
Cass. pen. n. 28347/2004
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 28347 del 23 giugno 2004)
Cass. pen. n. 17701/2004
Sussiste l'elemento soggettivo del delitto di resistenza a pubblico ufficiale allorchè l'autore del fatto sia consapevole che il soggetto contro il quale è diretta la violenza o la minaccia rivesta la qualità di pubblico ufficiale e stia svolgendo un'attività del proprio ufficio. (In applicazione del tale principio, la S.C. ha ritenuto irragionevole e apodittica la motivazione della corte di merito, che ha cassato senza rinvio, circa la prova della sussistenza di tale elemento conoscitivo senza possibilità di errore, in capo ad un tifoso ritenuto responsabile del suddetto delitto, in quanto, durante una partita di calcio, lanciando sassi contro la tifoseria avversaria, aveva colpito alcuni agenti di polizia in abito borghese presenti sul posto, i quali si erano frapposti tra i due gruppi antagonisti allo scopo di impedire le violenze).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 17701 del 16 aprile 2004)
Cass. pen. n. 7176/2004
Nel delitto di resistenza a pubblico ufficiale il dolo specifico si concreta nel fine di ostacolare l'attività pertinente al pubblico ufficio o servizio in atto, di talchè il comportamento che non risulti tenuto a tale scopo, per quanto eventualmente illecito ad altro titolo, non integra il delitto in questione. (Fattispecie nella quale la Corte ha ritenuto che minacce rivolte al pubblico ufficiale al solo fine di esprimere rabbia e preoccupazione per le conseguenze dell'atto d'ufficio in corso di compimento dovessero essere qualificate come delitto di minaccia aggravata ai sensi degli art. 612 comma primo e 61 n. 10 c.p.).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7176 del 19 febbraio 2004)
Cass. pen. n. 4929/2004
Il delitto di resistenza a pubblico ufficiale può essere integrato anche da una condotta autolesionistica dell'agente, quando la stessa sia finalizzata ad impedire o contrastare il compimento di un atto dell'ufficio ad opera del pubblico ufficiale. (Fattispecie nella quale l'imputato, richiesto di esibire documenti di identificazione dei quali era privo, si è procurato volontariamente lievi lesioni ad un braccio).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4929 del 6 febbraio 2004)
Cass. pen. n. 1272/2004
Quando la violenza esercitata nei confronti di un pubblico ufficiale, al fine di opporglisi mentre compie un atto dell'ufficio, eccede il fatto di percosse e volontariamente provoca lesioni personali in danno dell'interessato, si determina un concorso tra il delitto di resistenza e quello di lesioni, e per quest'ultimo sussiste l'aggravante della connessione teleologica, a nulla rilevando che reato mezzo e reato fine siano integrati dalla stessa condotta materiale.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1272 del 20 gennaio 2004)
Cass. pen. n. 39454/2003
L'ipotesi di reato di cui all'art. 337 c.p. e quella di cui all'art. 6 bis, primo comma, della legge n. 401 del 1989, possono concorrere ove con uno o più atti si realizzino entrambe, in quanto si tratta di ipotesi di reato strutturalmente ben diverse atteso che, mentre la prima contempla atti di violenza e minaccia diretti ad opporsi a un atto di un pubblico ufficiale o di un incaricato di un pubblico servizio, la seconda punisce il fatto di lanciare corpi contundenti o altri oggetti in modo da creare un pericolo per le persone, nei luoghi ove si svolgono manifestazioni sportive. (Fattispecie in cui un soggetto aveva lanciato un seggiolino contro un agente di P.S. che stava compiendo un atto del suo ufficio e, nel contempo, aveva lanciato oltre al seggiolino anche altri oggetti contundenti in modo da creare un pericolo per le persone presenti allo stadio, così determinando la lesione di due beni giuridici diversi).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 39454 del 20 ottobre 2003)
Cass. pen. n. 37042/2003
Quando il comportamento di aggressione all'incolumità fisica del pubblico ufficiale non abbia la finalità di opporsi allo svolgimento dell'atto di ufficio e quando manchi un nesso di causalità psicologica tra l'offesa arrecata e le funzioni esercitate dal pubblico ufficiale, la condotta violenta non integra il delitto di resistenza a pubblico ufficiale, ma rappresenta piuttosto l'espressione di uno sfogo di sentimenti ostili e di disprezzo nei confronti del pubblico ufficiale; esso va pertanto inquadrato nell'ipotesi di oltraggio già prevista dall'art. 341 c.p., abrogato dall'art. 18 della L. 25 giugno 1999, n. 205.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 37042 del 26 settembre 2003)
Cass. pen. n. 37041/2003
Per integrare il delitto di resistenza a pubblico ufficiale è sufficiente che l'uso della violenza e della minaccia intralci l'atto di ufficio o servizio svolto dal pubblico ufficiale e l'autore del reato abbia come obiettivo di indurre questi ad astenersi dal compimento dell'atto. (Nel caso di specie, durante l'operazione di identificazione di un soggetto rinvenuto in stato di ebbrezza, alcune persone, spalleggiandosi reciprocamente con atteggiamenti minacciosi e violenti, avevano cercato di strappare dalle mani dell'agente di polizia il documento di identità, consegnato spontaneamente dalla persona in via di identificazione, per impedire il completamento dell'atto di ufficio).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 37041 del 26 settembre 2003)
Cass. pen. n. 35448/2003
Nel reato di resistenza a pubblico ufficiale la violenza o minaccia deve consistere in un comportamento idoneo ad opporsi all'atto che il pubblico ufficiale sta legittimamente compiendo, in grado di ostacolarne la realizzazione; sicché, in mancanza di elementi che rendano evidente la messa in pericolo per la pubblica incolumità e l'indiretta coartazione psicologica dei pubblici ufficiali, non deve rispondere di tale reato il soggetto che, alla guida di un'autovettura, non essendosi fermato con il segnale «rosso», aveva tentato di sottrarsi all'inseguimento degli agenti, viaggiando ad elevata velocità.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 35448 del 12 settembre 2003)
Cass. pen. n. 35125/2003
L'atto di divincolarsi posto in essere da un soggetto fermato dalla polizia giudiziaria configura violenza ai fini della sussistenza del reato di cui all'art. 337 c.p. e non mera resistenza passiva quando non costituisce una sorta di reazione spontanea ed istintiva alla costrizione operata dal pubblico ufficiale ma un vero e proprio impiego di forza diretto a neutralizzare l'azione del pubblico ufficiale ed a sottrarsi alla presa, guadagnando la fuga.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 35125 del 4 settembre 2003)
Cass. pen. n. 34089/2003
L'esimente prevista dall'art. 4 del D.L.L. 14 settembre 1944 n. 288 non si identifica con l'attenuante della provocazione, ma richiede presupposti e condizioni ben diverse. Essa è inapplicabile in relazione alle sole modalità esecutive dell'adempimento di un dovere funzionale del pubblico ufficiale, richiedendo la commissione di un “atto arbitrario”, tanto che non sussiste contraddizione tra la concessione dell'attenuante della provocazione e l'esclusione dell'esimente speciale, essendo diversi, sul piano oggettivo e soggettivo, i presupposti che condizionano la configurabilità dei due istituti. E invero, nella provocazione, è sufficiente che si sia prodotto uno stato di eccitazione psichica conseguente alla percezione di un comportamento ingiusto posto in essere dalla vittima del reato, mentre per l'esimente dell'atto arbitrario del pubblico ufficiale è necessario dmostrare che il comportamento di costui, causa della reazione offensiva, si sia posto completamente al di fuori della sua funzionale attività e abbia manifestato, nel contempo, una pervicace intenzione di eccedere dalle proprie attribuzioni per perseguire mere finalità vessatorie. (Fattispecie in tema di resistenza a p.u.).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 34089 del 8 agosto 2003)
Cass. pen. n. 31716/2003
Nel reato di resistenza a pubblico ufficiale la violenza consiste in un comportamento idoneo ad opporsi, in maniera concreta ed efficace, all'atto che il pubblico ufficiale sta legittimamente compiendo, sicché deve rispondere di tale reato il soggetto che, alla guida di un'autovettura, anziché fermarsi all'alt intimatogli dagli agenti della Polizia, si dia alla fuga ad altissima velocità e, al fine di vanificare l'inseguimento, ponga in essere manovre di guida tali da creare una situazione di generale pericolo.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 31716 del 28 luglio 2003)
Cass. pen. n. 24623/2003
In tema di rapporti tra le ipotesi delittuose previste dagli artt. 336 e 337 c.p. allorquando la violenza o la minaccia realizzata dall'agente nei confronti del pubblico ufficiale è usata durante il compimento dell'atto d'ufficio, per impedirlo, si ha resistenza ai sensi dell'art. 337 c.p., mentre si versa nell'ipotesi di cui all'art. 336 c.p. allorquando la violenza o la minaccia è portata contro il pubblico ufficiale per costringerlo ad omettere un atto del suo ufficio anteriormente all'inizio di esecuzione.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 24623 del 5 giugno 2003)
Cass. pen. n. 21267/2003
Il reato previsto dall'art. 6 della legge 13 dicembre 1956, n. 1409 che commina le pene stabilite dall'art. 1100 c.n. per la commissione di atti di resistenza contro unità della guardia di finanza, può concorrere con il reato di cui all'art 337 c.p. (resistenza a pubblico ufficiale), atteso che pur essendo la violenza elemento costitutivo di entrambi i reati, essa è esercitata ai sensi del citato art. 337 nei confronti di un pubblico ufficiale ed il bene tutelato è costituito dalla libertà morale di colui che riveste tale qualità, mentre l'altra si estrinseca contro una nave da guerra nazionale o contro unità del naviglio della guardia di finanza ed il bene tutelato è rappresentato dal normale esercizio della polizia marittima.
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 21267 del 15 maggio 2003)
Cass. pen. n. 9691/2003
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9691 del 3 marzo 2003)
Cass. pen. n. 39685/2002
In materia di atti arbitrari del pubblico ufficiale, ai fini della sussistenza dell'esimente di cui all'art. 4 del decreto legislativo luogotendenziale n. 288 del 1944, non basta che il pubblico ufficiale ecceda dai limiti delle sue attribuzioni, ma è necessario altresì che tenga una condotta improntata a vessazione, sopruso, prevaricazione, prepotenza nei confronti del privato destinatario. (Nella specie la Corte ha ritenuto scriminato il comportamento del soggetto che ha opposto resistenza ad un pubblico ufficiale, il quale lo aveva privato della libertà personale oltre il tempo necessario all'identificazione, ai sensi dell'art. 11 D.L. n. 59 del 1978 convertito con modificazioni nella L. n. 191 del 1978, al fine di vessarlo e di fornire una dimostrazione della propria forza e della propria supremazia).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 39685 del 23 novembre 2002)
Qualora l'aggressione all'incolumità fisica del pubblico ufficiale non sia un di più rispetto alla condotta violenta o minacciosa atta a rendere configurabile il reato di resistenza, ma coincida con l'elemento oggettivo di tale reato e sia stata posta in essere soltanto allo scopo di ledere la suddetta incolumità, l'agente dovrà rispondere solo del reato costituito dalla lesione, consumata o tentata, di detto ultimo bene, e non anche del reato di resistenza (fattispecie in tema di tentato omicidio).
Cass. pen. n. 7014/2000
Perché l'atto del pubblico ufficiale possa dirsi arbitrario ai fini del riconoscimento della scriminante di cui all'art. 4 D.L.vo Lgt. 14 settembre 1944, n. 288, non basta che esso sia posto in essere contra legem, ma è necessaria la consapevolezza di tale illegittimità da parte sia del pubblico ufficiale sia del privato. (Fattispecie in tema di resistenza a pubblico ufficiale posta in essere in occasione di un arresto in flagranza eseguito in mancanza dei presupposti di legge; della cui illegittimità non erano consapevoli né il pubblico ufficiale né l'arrestato).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7014 del 14 giugno 2000)
Cass. pen. n. 2944/2000
Non può essere definita «resistenza passiva», come tale inidonea a rendere configurabile il reato di cui all'art. 337 c.p., la formazione, da parte di manifestanti, di una «catena umana» costituita da una doppia fila di persone che si contrappongano alle forze dell'ordine anche mediante spintoni e calci, onde impedire loro di aprire un varco per il transito di veicoli, senza che in contrario possa rilevare né l'asserita limitazione dei suddetti atteggiamenti violenti ai soli soggetti che si trovino in seconda fila né il fatto che le forze dell'ordine abbiano comunque realizzato in pochi minuti il loro obiettivo, atteso (a quest'ultimo proposito) che il reato di resistenza si consuma nel momento stesso in cui viene posta in atto la violenza o la minaccia e non occorre che l'azione consegua pienamente il suo obiettivo, essendo sufficiente che essa ostacoli attivamente il compimento, da parte del pubblico ufficiale, di un atto del suo ufficio.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 2944 del 9 marzo 2000)
Cass. pen. n. 8667/1999
In tema di resistenza a pubblico ufficiale, la condotta penalmente rilevante deve intendersi rappresentata da qualsivoglia attività omissiva o commissiva che si traduca in atteggiamento, anche talora implicito, purché percepibile ex adverso, che impedisca, intralci, valga a compromettere, anche solo parzialmente e temporaneamente la regolarità del compimento dell'atto di ufficio o di servizio da parte del pubblico ufficiale o dell'incaricato di un pubblico servizio e ciò indipendentemente dal fatto che l'atto di ufficio possa comunque essere eseguito. (Fattispecie in tema di lesioni arrecate al pubblico ufficiale che procedeva all'arresto).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 8667 del 7 luglio 1999)
Cass. pen. n. 3428/1999
In tema di reato di resistenza a un pubblico ufficiale, di cui all'articolo 337 c.p., qualora la funzione pubblica sia esercitata da una pluralità di pubblici ufficiali attraverso singole azioni che si integrano a vicenda, la pluralità delle contrapposte reazioni — minacciose o violente — con cui l'autore della resistenza intenda bloccare le predette complesse funzioni rientra nel paradigma del reato continuato.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 3428 del 31 marzo 1999)
Cass. pen. n. 404/1999
In tema di resistenza a pubblico ufficiale, qualora l'attività violenta o minacciosa sia posta in essere da un terzo che intenda contrastare l'accompagnamento coattivo di una persona (già identificata) da parte dei carabinieri in una caserma, assumendo l'illegittimità del comportamento dei pubblici ufficiali, non può, comunque, trovare applicazione la scriminante della reazione ad atti arbitrari, in quanto la locuzione usata dal legislatore nell'art. 4 del D.L.vo Lgt. 14 settembre 1944, n. 288, secondo la quale “Non si applicano le disposizioni degli artt. 336, 337, 339, 341, 342, 343 c.p. quando il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio ovvero il pubblico impiegato abbia dato causa al fatto preveduto negli stessi articoli, eccedendo con atti arbitrari, i limiti delle sue attribuzioni”, determina una correlazione indefettibile tra persona che può invocare la scriminante e la vittima dell'arbitrio, nel senso che le due figure debbono essere necessariamente riconducibili al medesimo soggetto e presuppone un rigoroso rapporto causale fra la condotta arbitraria del pubblico ufficiale e la reazione da parte di colui che l'ha subita.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 404 del 14 gennaio 1999)
Cass. pen. n. 5995/1997
Integra gli estremi del delitto di resistenza a pubblico ufficiale la condotta della persona che, sottoposta a controllo a bordo di un natante, si dia alla fuga recidendo la cima con la quale la propria barca era stata agganciata a quella dei pubblici ufficiali legittimamente intervenuti per un controllo.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5995 del 20 giugno 1997)
Cass. pen. n. 2716/1997
Il criterio distintivo tra il reato di cui all'art. 337 e quello previsto dalla prima ipotesi dell'ultimo comma dell'art. 341 c.p., è costituito dallo scopo della minaccia; che, nel primo caso, è diretta ad impedire od ostacolare il compimento di un atto proprio delle funzioni del pubblico ufficiale, mentre nel secondo caso costituisce una semplice manifestazione di disprezzo e di disistima, diretta a ledere l'onore e il prestigio del pubblico ufficiale medesimo.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 2716 del 21 marzo 1997)
Cass. pen. n. 167/1997
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 167 del 12 febbraio 1997)
Cass. pen. n. 9208/1996
È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 337 c.p., sollevata, in riferimento agli artt. 3, 27, terzo comma, e 97, primo comma, Cost., nella parte in cui prevede il limite minimo edittale di sei mesi di reclusione. Contrariamente a quanto può dirsi a proposito del delitto di oltraggio, che è stato oggetto di declaratoria di incostituzionalità, nella parte relativa alla determinazione di analogo minimo edittale, ad opera della sentenza n. 341 del 1994 della Corte costituzionale, nel reato di resistenza non viene in considerazione il diritto del pubblico ufficiale al rispetto della propria dignità e libertà privata, bensì il diritto-dovere della pubblica amministrazione di non subire intralci nell'assolvimento dei suoi compiti. Il livello della pena minima edittale stabilita per questo reato è pertanto congruamente correlato all'esigenza di punire adeguatamente l'offesa arrecata alla pubblica amministrazione da un tentativo diretto a impedire con violenza o minaccia l'attuazione della sua volontà.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9208 del 22 ottobre 1996)
Cass. pen. n. 8299/1996
Nel reato di resistenza a pubblico ufficiale la violenza o la minaccia deve consistere in un comportamento potenzialmente idoneo ad opporsi all'atto che il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio sta legittimamente compiendo e deve in modo concreto palesare il proposito di interdire od ostacolare il suo compimento, sicché deve rispondere di tale reato il soggetto che, alla guida di una autovettura, dopo essersi fermato a seguito dell'ordine ricevuto, invece di esibire i propri documenti, come richiesto, si sia dato alla fuga per impedire la propria identificazione trascinando per un tratto di strada il pubblico ufficiale che cercava di trattenerlo aggrappandosi allo sportello.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 8299 del 5 settembre 1996)
La materialità del delitto di resistenza al pubblico ufficiale è integrata anche dalla violenza cosiddetta impropria, la quale, pur non aggredendo direttamente il suddetto soggetto, si riverbera negativamente nell'esplicazione della relativa funzione pubblica, impedendola o semplicemente ostacolandola. Solo la resistenza passiva, in quanto negazione di qualunque forma di violenza o di minaccia, rimane al di fuori della previsione legislativa di cui all'art. 337 c.p. (Affermando siffatto principio la Cassazione ha ritenuto che configuri il reato di resistenza la condotta di chi, privo di patente di guida, per sfuggire alla polizia, non ottemperi all'intimatogli «alt» e diriga il proprio veicolo contro gli agenti, li eviti e prosegua in corsa spericolata nonostante l'inseguimento immediato dei medesimi).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7061 del 15 luglio 1996)
Cass. pen. n. 756/1996
In tema di resistenza a pubblico ufficiale, la violenza o la minaccia deve risultare un mezzo potenzialmente idoneo ad opporsi all'atto che il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio sta compiendo, anche se il colpevole non sia riuscito nel suo intento, e deve avere natura positiva ed istrinsecarsi in un'attività contro il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio, che palesi in modo concreto il proposito di interdire od ostacolare a quest'ultimo il compimento del proprio ufficio o servizio. Ne consegue che, a carico del comandante e del motorista di un peschereccio, correttamente è stata ritenuta l'idoneità di una repentina e deliberata manovra di navigazione, velocità sostenuta e in rotta di collisione con un elicottero dei carabinieri stazionante a pelo d'acqua, a costituire la grave minaccia intesa a ostacolare l'espletamento dell'attività di ufficio dei carabinieri, essendo la stessa diretta a costringere i militari operanti a desistere dalla loro azione di controllo in atto, per evitare il pericolo di avaria dell'aeromobile e i danni per la incolumità dei componenti dell'equipaggio dell'elicottero.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 756 del 26 gennaio 1996)
Cass. pen. n. 9490/1995
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9490 del 8 settembre 1995)
Cass. pen. n. 9119/1995
In tema di resistenza a pubblico ufficiale il dolo specifico si concreta nella coscienza e volontà di usare violenza o minaccia al fine di opporsi al compimento di un atto dell'ufficio, mentre del tutto estranei sono lo scopo mediato ed i motivi di fatto avuti di mira dall'agente.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9119 del 25 agosto 1995)
Cass. pen. n. 1464/1994
Agli effetti del reato di cui all'art. 337 c.p., costituisce violenza qualsiasi energia fisica esercitata volutamente per impedire il compimento dell'atto da parte del pubblico ufficiale. Integra, pertanto, il delitto di resistenza l'azione di colui che mediante spintoni riesce a sottrarsi, sia pure momentaneamente, alla presa dell'agente di polizia nel tentativo di disfarsi, con la fuga, della droga che reca con sé.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1464 del 8 febbraio 1994)
Cass. pen. n. 6864/1993
L'esimente di cui all'art. 4, D.L.vo Lgt. 14 settembre 1944, n. 288, postulando che il pubblico ufficiale «abbia dato causa al fatto ... eccedendo con atti arbitrari i limiti delle sue attribuzioni», presuppone, da un lato, un rapporto causale tra la reazione dell'agente e la condotta arbitraria del pubblico ufficiale e che non può, quindi, farsi consistere di una mera occasionalità dovendo costituire la ragione determinante della condotta offensiva, dall'altro lato, l'illegittimità dell'azione del pubblico ufficiale, improntata ad uno scopo di vessazione e di sopraffazione che, esaurendosi di una finalità esclusivamente personale dello stesso pubblico ufficiale, intercorre il rapporto con l'ufficio pubblico in cui è inserito ed in forza del quale è conferita la qualifica pubblica.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6864 del 9 luglio 1993)
Cass. pen. n. 11897/1992
L'art. 337 c.p. (resistenza a un pubblico ufficiale) non esige, a differenza dell'art. 336 stesso codice (violenza o minaccia a un pubblico ufficiale), che la violenza o la minaccia sia usata sulla persona del pubblico ufficiale, ma richiede soltanto che sia usata per opporsi allo stesso nel compimento di un atto o di un'attività del suo ufficio. Ne consegue che, a concretare il delitto di resistenza, è sufficiente anche la mera violenza sulle cose, quando sia indirizzata a turbare, ostacolare o frustrare il compimento dell'atto di ufficio. (Nella specie, relativa a rigetto di ricorso, l'imputato sosteneva la non configurabilità del reato di cui all'art. 337 c.p., che sarebbe stato ravvisato dai giudici di merito nel solo fatto di avere strappato un biglietto dalle mani dei carabinieri, dandosi alla fuga, e tentando di ingoiarlo o comunque strapparlo).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 11897 del 12 dicembre 1992)
Cass. pen. n. 8666/1992
Integra il reato di resistenza a pubblico ufficiale la condotta del conducente di automezzo che, senza fermarsi all'alt degli agenti di polizia stradale, ne speroni violentemente e a forte velocità l'autovettura di servizio, al fine di non consentire loro l'espletamento di un atto d'ufficio.
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 8666 del 3 agosto 1992)
Cass. pen. n. 7445/1992
Integra gli estremi del concorso morale nel delitto di cui all'art. 337 c.p. il comportamento di chi, vedendo altri opporre una resistenza attiva ad un pubblico ufficiale (nella specie: carabiniere in borghese che peraltro si era qualificato ed aveva mostrato il tesserino di carabiniere) per impedirgli di compiere un suo dovere, rafforzi l'altrui volontà di aggredirlo ponendo in dubbio, ad alta voce, la detta sua qualità.
L'ignoranza della qualificazione giuridica (pubblico ufficiale) della persona offesa non vale ad escludere l'elemento psicologico del delitto di resistenza quando l'agente debba necessariamente sapere che essa esercita, in atto, una determinata funzione pubblica. Ne consegue che nel caso in cui un carabiniere proclamatosi tale, cerchi di tutelare l'ordine pubblico, ostacolando il tentativo di un tifoso di invadere il campo da gioco, colui che gli opponga resistenza, o induca altri a farlo, non può legittimamente affermare che esuli, dal proprio comportamento, la volontà cosciente di usare violenza al pubblico ufficiale, assumendo di non avere compreso che si trovava alla presenza di un pubblico ufficiale nell'esercizio di una funzione tipica del di lui ufficio.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7445 del 26 giugno 1992)
Cass. pen. n. 12268/1990
In tema di resistenza a un pubblico ufficiale, per la configurabilità del delitto, la violenza o la minaccia possono essere esercitate con qualsiasi mezzo, purché idoneo ad impedire o comunque turbare l'attività del pubblico ufficiale, ponendo al tempo stesso in pericolo la sua incolumità fisica.
(Cassazione penale, Sez. Feriale, sentenza n. 12268 del 6 settembre 1990)
Cass. pen. n. 2020/1989
Ad integrare l'elemento oggettivo del delitto di resistenza a pubblico ufficiale è sufficiente la violenza cosiddetta impropria, che può essere esercitata anche su persona diversa dal soggetto passivo o sulle cose e che comprende nella sua lata accezione ogni comportamento idoneo ad impedire o ad ostacolare l'esplicazione della pubblica funzione. (Nella specie l'autore del reato aveva minacciato di ferirsi con i vetri di una bottiglia per ottenere che gli agenti di custodia del carcere ove egli era detenuto non compissero l'atto di consegna della sua persona ai carabinieri incaricati della traduzione presso altro istituto penitenziario).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 2020 del 11 febbraio 1989)
Cass. pen. n. 8421/1988
L'azione violenta posta in essere subito dopo la sottrazione della cosa nei confronti di agenti di polizia prontamente intervenuti, integra gli estremi del reato di rapina impropria. Tale reato concorre con quello di resistenza a pubblico ufficiale, trattandosi di violazione di due diverse disposizioni della legge penale con una unica azione, in tal caso si realizza perciò un'ipotesi di concorso formale eterogeneo di reati.
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 8421 del 28 luglio 1988)
Cass. pen. n. 5297/1988
Nel reato di rapina impropria, quando l'azione violenta è strumentale anche al conseguimento della impunità, la qualità di agente di polizia nel destinatario della violenza, qualità nota al soggetto attivo, qualifica la direzione della volontà come strumentale al superamento dell'ostacolo consistente nella attività del pubblico ufficiale e concorre, pertanto, con il reato di rapina impropria, quello di resistenza a pubblico ufficiale.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 5297 del 30 aprile 1988)
Cass. pen. n. 13343/1986
Per la configurabilità del delitto di resistenza a pubblico ufficiale non è necessario che sia intaccata la libertà di azione del P.U., essendo sufficiente l'uso di violenza o minaccia per opporsi al compimento da parte dello stesso di un atto d'ufficio o di servizio, indipendentemente dall'effetto positivo o meno di tale azione e dal concreto verificarsi di un impedimento che ostacoli il compimento di uno degli atti predetti.
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 13343 del 29 novembre 1986)
Cass. pen. n. 10490/1984
Il reato di evasione aggravata e quello di resistenza a pubblico ufficiale sono compatibili tra loro, in quanto diversi sono i beni giuridici tutelati dalle norme che li prevedono. Ne consegue che è ipotizzabile il concorso materiale tra i due reati, poiché la violenza o minaccia diretta verso il pubblico ufficiale è caratterizzata dalla qualità del soggetto passivo contro cui è indirizzata l'azione violenta o intimidatrice e dalla finalità di tutela della pubblica amministrazione cui è rivolto l'art. 337 c.p., mentre la violenza o minaccia adoperata per procurarsi l'evasione rientra nella previsione generica dei reati di percosse e di lesioni e qualifica come aggravato il reato di evasione, che ha il fine di salvaguardare la decisione dell'autorità giudiziaria.
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 10490 del 23 novembre 1984)
Resistenza a pubblico ufficiale per chi non si ferma allo stop dei carabinieri mettendo a repentaglio l'incolumità dei passanti - 09/08/2017
"Resistenza a pubblico ufficiale" per l'uomo che minaccia ai Carabinieri di darsi fuoco - 31/05/2017
Non commette resistenza a pubblico ufficiale il soggetto che si limita a scappare - 12/04/2017

References: Articolo 337

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 art. 393
 art. 349
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 art. 612
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 art. 337
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