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Rinuncia All'impugnazione - Cassazione Penale 25/03/2016 N° 12603 - Legge semplice
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Rinuncia All’impugnazione – Cassazione Penale 25/03/2016 N° 12603
Rinuncia all’impugnazione – Cassazione penale 25/03/2016 n° 12603 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com
Testo completo della Sentenza Rinuncia all’impugnazione – Cassazione penale 25/03/2016 n° 12603:
avverso la ordinanza del 09/10/2014 del Tribunale di Catania;
udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale Dott. STABILE Carmine, che ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio dell’ordinanza impugnata;
udito il difensore, avv. Antonio Isoldi, in sostituzione dell’avv. Santa Monteforte, che ha concluso riportandosi alla memoria scritta.
1. C.M. il (OMISSIS) si costituì e venne sottoposto a fermo perchè indiziato del delitto di omicidio volontario.
Il 19 settembre 2014 nominò difensore di fiducia l’avv. Salvatore Suriano.
Con ordinanza del 22 settembre 2014, il G.i.p. del Tribunale di Catania convalidò il fermo ed applicò al C. la misura cautelare della custodia in carcere per il delitto contestatogli.
Il difensore di fiducia avv. Salvatore Suriano propose richiesta di riesame.
Fissata l’udienza di riesame per il 9 ottobre 2014, l’indagato, alle ore 8.57 di tale giorno, rilasciò all’Ufficio Matricola della Casa circondariale in cui era detenuto dichiarazione con la quale rinunciava alla presenza in udienza chiedendo che questa avesse “regolare corso essendo difeso e rappresentato dall’avvocato Salvatore Suriano del foro di Catania”.
Aperta l’udienza e datosi atto a verbale dell’assenza dell’indagato per rinuncia, il difensore di fiducia avv. Suriano dichiarò di rinunciare al riesame.
Il Tribunale del riesame, di conseguenza, con ordinanza adottata in udienza dichiarò inammissibile la richiesta di riesame.
2. Avverso questa ordinanza ha proposto ricorso per cassazione, per conto dell’indagato, il suo nuovo difensore di fiducia avv. @Santa Monteforte@, eccependone la nullità e chiedendone l’annullamento.
Deduce che, secondo la costante giurisprudenza di legittimità, sviluppatasi proprio in tema di riesame e di procedimento ex art. 309 c.p.p., la rinuncia, anche parziale, all’impugnazione formulata dal solo difensore dell’interessato, non munito di procura speciale, non ha alcun effetto processuale, neppure nell’ipotesi in cui la richiesta di riesame sia stata proposta dal difensore.
Ne deriva, secondo la difesa, la nullità dell’ordinanza impugnata perchè il primo difensore non era munito di procura speciale per procedere validamente alla rinuncia al giudizio di riesame e perchè non può essere equiparata ad una rinuncia all’impugnazione la mera assenza dell’indagato per rinuncia a presenziare all’udienza.
Consegue altresì – non essendo legittimamente intervenuta alcuna valida pronuncia nel termine di dieci giorni dalla ricezione degli atti, come prescritto dall’art. 309 c.p.p., comma 9, – l’inefficacia della misura cautelare adottata ai sensi del medesimo art. 309, successivo comma 10.
3. La Prima Sezione penale, cui il ricorso era stato assegnato, con ordinanza del 5 giugno 2015, lo ha rimesso alle Sezioni Unite, evidenziando l’esistenza di un contrasto tra un orientamento interpretativo maggioritario, secondo il quale il difensore dell’indagato o imputato non munito di procura speciale non può validamente rinunciare all’impugnazione da lui autonomamente proposta, ed un orientamento minoritario, favorevole invece a riconoscere il potere di rinuncia al difensore che abbia promosso autonomamente l’impugnazione, anche se non munito di procura speciale.
L’ordinanza di rimessione ricorda come quest’ultimo indirizzo (espresso per la prima volta da Sez. 6, n. 2115 del 08/06/1992, Di Vito, Rv. 192850) si basa soprattutto sul diverso ruolo, partecipativo e non di mera difesa tecnica, attribuito al difensore dal vigente codice di procedura, così come desumibile, principalmente, dall’art. 99 c.p.p., comma 1. Questa interpretazione, rimasta per lungo tempo isolata, è stata di recente ripresa da Sez. 1, n. 48289 del 18/06/2014, Tiberia, Rv. 261151, la quale ha di nuovo affermato che il difensore di fiducia è legittimato a rinunciare validamente, ai sensi dell’art. 589 c.p.p., comma 2, all’impugnazione da lui autonomamente proposta nell’interesse del condannato o dell’imputato, senza necessità di munirsi di apposita procura speciale. Secondo questa decisione, l’indirizzo maggioritario non terrebbe adeguatamente conto dell’autonomo potere di impugnazione riconosciuto espressamente al difensore dell’imputato dall’art. 571 c.p.p., comma 3, nell’ambito del suo ruolo partecipativo; potere avente natura dispositiva sulle sorti del processo perchè in grado di produrre effetti sostanziali anche pregiudizievoli per il rappresentato (come il sorgere del diritto del pubblico ministero di proporre appello incidentale). Di conseguenza, se il difensore, mediante il proprio autonomo potere di impugnazione, può determinare anche effetti negativi per l’assistito, deve essergli pure riconosciuto un parallelo autonomo potere di caducarne gli effetti con la rinuncia all’impugnazione da lui proposta.
Non sarebbe di ostacolo a questa conclusione l’art. 589 c.p.p., comma 2, laddove prevede che “le parti private possono rinunciare all’impugnazione, anche per mezzo di procuratore speciale”, poichè tale disposizione potrebbe ragionevolmente leggersi come riferita all’iniziativa personale dell’imputato di rinunciare all’impugnazione proposta da lui stesso o dal suo difensore, senza che si sia voluto anche vietare a quest’ultimo la rinuncia all’impugnazione da lui autonomamente proposta. Non vi sarebbero poi particolari rischi per l’imputato, perchè rimane, da una parte, il dovere deontologico del difensore di fare sempre gli interessi del proprio assistito e di informarlo e, dall’altra parte, la facoltà dell’imputato, ex art. 99, comma 2, di togliere effetto all’atto di rinuncia del difensore.
L’ordinanza di rimessione ricorda poi che il contrario orientamento maggioritario, già espresso dalle Sezioni Unite (ord. n. 6 del 31/05/1991, Catalano, Rv. 188163), è stato poi seguito da numerosissime decisioni sezionali.
Alcune di queste negano che il difensore possa essere ricompreso tra le parti private menzionate dall’art. 589 c.p.p., comma 2; altre riconoscono efficacia alla rinuncia fatta dal difensore in udienza ma alla presenza dell’imputato; altre ancora ribadiscono che non ha efficacia processuale la rinuncia, anche parziale, all’impugnazione formulata dal solo difensore non munito di procura speciale; altre che l’atto di rinuncia non costituisce espressione dell’esercizio del diritto di difesa e richiede quindi la manifestazione inequivoca della volontà dell’interessato, espressa personalmente o per mezzo di procuratore speciale.
L’ordinanza della Prima Sezione evidenzia infine come potrebbe essere rilevante per la soluzione della questione proposta la diversa questione relativa alla possibilità di duplice impugnazione della sentenza contumaciale intervenuta dopo la riforma dell’art. 175 c.p.p., comma 2.
Ricorda che la sentenza delle Sezioni Unite n. 6026 del 31/01/2008, Huzuneanu, Rv. 238472, aveva affermato l’intangibilità del principio di unicità del diritto di impugnazione, da cui consegue che, anche se proposta dal difensore, l’impugnazione continua ad essere l’impugnazione “dell’imputato”. Questo principio, tuttavia, a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 317 del 2009, è stato in vario modo intaccato da diverse pronunce di legittimità.
L’ordinanza si chiede pertanto se il superamento del principio di unicità dell’impugnazione non incida anche sulla questione oggetto del presente processo.
4. In data 17 settembre 2015 il Primo Presidente ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissandone per la trattazione l’odierna udienza camerale.
1. La questione di diritto per la quale il ricorso è stato rimesso alle Sezioni Unite è la seguente: “Se il difensore dell’indagato o imputato non munito di procura speciale possa validamente rinunciare all’impugnazione da lui autonomamente proposta”.
2. Come ricorda l’ordinanza di rimessione, l’assolutamente prevalente orientamento della giurisprudenza di legittimità ha sempre generalmente escluso che il difensore, non munito di procura speciale, sia legittimato a rinunciare all’impugnazione, anche se da lui autonomamente proposta.
Già nel vigore del previgente codice di rito, la giurisprudenza unanime di questa Corte (reiterando l’interpretazione seguita anche nel sistema del codice di procedura penale del 1913: v. Cass., 31/05/1929, Golfieri; Id., 21/05/1920, Pepe) era pressochè costante nell’affermare – sulla base del secondo periodo del primo comma dell’art. 206 (“possono rinunciare all’impugnazione proposta le parti private anche a mezzo di procuratore speciale”) – che al difensore non munito di procura speciale non era consentito rinunciare all’impugnazione (o a qualche motivo di essa), anche quando egli stesso l’avesse proposta (cfr., da ultimo, Sez. U, n. 6 del 31/05/1991, Catalano, Rv. 188163; Sez. 6, n. 1802 del 25/11/1988, dep. 1990, Intravaia, Rv. 183269, per il caso di rinuncia ad uno dei motivi).
Si faceva eccezione esclusivamente per l’ipotesi che la rinuncia fatta in udienza dal difensore privo di procura speciale fosse stata accettata o almeno non ricusata dal suo assistito; richiedendosi però espressamente la presenza in udienza dell’interessato e la mancanza di opposizione da parte sua (v., tra le tante, anche per l’ipotesi di rinuncia a qualcuno dei motivi di impugnazione, Sez. 3, n. 1629 del 13/11/1979, dep. 1980, Cantaro, Rv. 144233; Sez. 2, n. 7603 del 27/02/1990, Leone, Rv. 184485; Sez. 6, n. 13911 del 14/10/1986, Barbieri, Rv. 174550; Sez. 5, n. 4202 del 26/02/1979, Stefanoni, Rv. 141923; Sez. 4, n. 4638 del 04/12/1975, dep. 1976, Zulli, Rv. 133232; Sez. 1, n. 10108 del 23/04/1974. Aravecchia, Rv. 128890), così da rendere inoperante la rinuncia nel caso di processo contumaciale (Sez. 3, n. 1021 del 07/05/1971, Tattini, Rv. 118888).
L’eccezione era prevalentemente giustificata con la tesi che in tal caso il difensore agiva come mero nuncius e non quale soggetto titolare di un vero e proprio potere rappresentativo, sicchè la provenienza della dichiarazione di rinuncia doveva comunque imputarsi alla parte, che col suo comportamento inequivoco esprimeva una implicita volontà di ratifica.
Subito dopo l’entrata in vigore del codice di rito del 1988, il consolidato orientamento negativo venne confermato dalle Sezioni Unite con la citata ord. n. 6 del 31/05/1991, Catalano, Rv. 188163, che riaffermò il principio secondo cui “al difensore che non agisce quale procuratore speciale non compete la facoltà di rinunciare all’impugnazione, anche quando egli stesso abbia proposto il gravame”; principio poco dopo ribadito, con specifico riferimento alle disposizioni del nuovo codice, tra le altre, da Sez. 4, n. 6117 del 05/02/1992, Cersosimo, Rv. 190399, per il caso di difensore munito di procura speciale ex art. 122, ma rilasciata in relazione ad altro procedimento pure pendente presso lo stesso ufficio e fissato per la stessa udienza; Sez. 6, n. 1034 del 27/03/1992, Patanè, Rv. 190176; Sez. 6, n. 4368 del 09/12/1992, dep. 1993, De Camillis, Rv. 192950, quest’ultima in tema di rinuncia al ricorso ex art. 311 c.p.p..
3. Il principio venne messo in discussione da Sez. 6, n. 2115 del 08/06/1992, Di Vito, Rv. 192850, la quale, innanzitutto, osservò che l’ammissione della validità di una rinuncia fatta dal difensore in udienza, alla presenza del rappresentato che non si opponga, era poco coerente con la premessa della titolarità esclusiva del potere di rinuncia in capo al diretto interessato. Ciò sia per la dubbia ipotizzabilità di un contegno concludente avente rilievo processuale, sia per la difficoltà di assegnare al silenzio un valore legale tipico rispetto ad un’attività di carattere strettamente tecnico. La sentenza ricordò che alcune decisioni avevano ammesso un potere del difensore di rinunciare solo ad uno o più motivi di impugnazione e, quindi, facendo leva sul potere autonomo del difensore di proporre impugnazione, affermò che il potere di rinuncia non poteva essere limitato quantitativamente, bensì esteso ad ogni motivo di doglianza che il difensore fosse legittimato a far valere. In altre parole, una volta riconosciuto al difensore il potere di rinunciare parzialmente all’impugnazione pur in assenza del contributo volitivo del suo assistito, era poi contraddittorio commisurare tale potere ad una approssimativa distinzione tra rinuncia totale e rinuncia parziale, “magari discriminando fra censure di rito e censure di merito, tra motivi attinenti alla responsabilità dell’imputato, per un verso, e motivi concernenti il quantum della pena o l’applicazione o il giudizio di prevalenza ovvero di equivalenza fra circostanze e così via, per un altro verso, tra doglianze riferite all’interesse penale dell’imputato e doglianze riferite alla sua responsabilità civile”.
La sentenza Di Vito ricordò quindi che la soluzione negativa adottata dalla prevalente giurisprudenza era condivisa dalla unanime dottrina, ora richiamando l’espressione lessicale “parte privata” assunta dall’art. 206 del previgente c.p.p. (attuale art. 589, comma 2), ora escludendo che il potere rappresentativo del difensore comprenda l’esercizio di una potestà abdicativa, ora distinguendo tra esercizio del diritto e rinuncia al diritto stesso. Contestò anche l’argomento fondato sull’art. 571, comma 4, che conferisce all’imputato il potere di togliere effetto all’impugnazione proposta dal difensore, così accordando una prevalenza alle ragioni dell’autodifesa rispetto a quelle della difesa tecnica, osservando che questa norma non implica l’esclusione del titolare del diritto di impugnazione dall’esercizio di un autonomo atto abdicativo, specie nell’ambito di un rapporto di natura fiduciaria.
La sentenza rimarcò poi che il favor imputati che opera nel momento della presentazione della impugnazione, ampliando l’area dei soggetti legittimati a proporla, deve poter operare inversamente anche nel momento della rinuncia, perchè questa non sempre si risolve in un atto da cui derivano effetti in danno (come, anche senza considerare l’appello incidentale, nel caso di impugnazione manifestamente infondata per evitare la condanna alle spese, o di impugnazione avverso la concessione di un beneficio).
Non sarebbe poi decisivo l’argomento letterale costituito dall’uso (nell’art. 589, comma 2) dell’espressione “parti private” e dalla riserva contenuta nella correlativa espressione “procuratore speciale, perchè il lessico parte privata può ricomprendere sia l’interessato sia il suo difensore, mentre il richiamo al procuratore speciale può alludere all’attribuzione di poteri abdicativi a soggetti diversi dal difensore. Assumerebbe invece rilievo il più incisivo ruolo di partecipazione, e non di mera assistenza tecnica, assegnato al difensore nel nuovo processo penale, come si desume essenzialmente dall’art. 99, comma 1, che gli attribuisce le facoltà e i diritti che la legge riconosce all’imputato. E se è vero che l’ultima parte della disposizione prevede che l’estensione dei diritti e delle facoltà opera solo se “essi non siano riservati personalmente” all’imputato, è anche vero che dalla prima parte si ricava un criterio ermeneutico idoneo anche per verificare i limiti di operatività della riserva. In ogni caso, nel nuovo sistema il difensore è qualificato come titolare del potere di impugnazione, il che fa cadere l’ostacolo all’esercizio di un autonomo potere di rinuncia, mentre non avrebbe rilievo l’art. 589, comma 2, che sarebbe solo il frutto di una tralaticia riproduzione della previgente norma (come dimostrerebbe l’indistinto riferimento alle “parti private” a fronte di una concreta operatività solo nei confronti dell’imputato, dato che le altri parti private stanno in giudizio a mezzo di difensore comunque munito di procura speciale ex art. 100 c.p.p., comma 1). La disposizione, quindi, non può precludere al difensore il potere di rinunciare all’impugnazione da lui proposta. Del resto, il difensore è legittimato a proporre autonomamente ricorso per saltum in cassazione, scelta che postula la rinuncia al gravame di merito.
4. L’orientamento espresso dalla sentenza Di Vito rimase peraltro per lungo tempo del tutto isolato.
Già la di poco successiva sentenza della Sez. F., n. 1865 del 09/09/1993, Palladino, Rv. 195346, dopo aver richiamato adesivamente il precedente consolidato orientamento, affermò che il diverso principio affermato dalla sentenza Di Vito è “difficilmente sostenibile a fronte del dato testuale” dell’art. 589 c.p.p., e, quindi, ribadì la regola che il difensore dell’imputato non può validamente rinunciare all’impugnazione, anche se da lui stesso proposta, senza mandato speciale da rilasciarsi nelle forme previste dall’art. 122 c.p.p.
Questa posizione dominante è stata seguita da una lunghissima serie di pronunce conformi, sia delle singole sezioni sia delle Sezioni Unite, tra le quali possono ricordarsi: Sez. 1, n. 198 del 14/01/1994, Djordsevic, Rv. 196648, secondo cui la rinuncia del difensore non munito di mandato ad hoc non è valida, in quanto l’art. 589, comma 2, sancisce specificamente che le parti private – tra le quali non è da ricomprendere il difensore – possono rinunciare all’impugnazione o con dichiarazione rilasciata personalmente, o a mezzo di procuratore speciale (nello stesso senso: Sez. 6, n. 1084 del 12/03/1996, Cioffi, Rv. 205767; Sez. 1, n. 2779 del 30/04/1996) ovine, Rv. 204893; Sez. 1, n. 1067 del 15/02/2000, Grillà, Rv. 216082; Sez. 6, n. 9303 del 31/05/1994, De Santi, Rv. 199435, la quale – contestando proprio una delle premesse da cui era partita la sentenza Di Vito – afferma che anche la rinuncia all’impugnazione limitata a taluno dei motivi dedotti è dall’art. 589 riservata all’imputato).
La sentenza Sez. U, n. 18 del 05/10/1994, dep. 1995, Battaggia, Rv. 199805 – occupandosi della legittimazione del difensore dell’imputato latitante o evaso a proporre la dichiarazione di ricusazione in nome e per conto del suo assistito, e raffrontando il potere di rappresentanza riconosciuto al difensore dall’art. 165 c.p.p., comma 3, (secondo il quale l’imputato latitante o evaso è rappresentato “ad ogni effetto” dal difensore) con quello, generale, di cui all’art. 99, comma 1 – osservò come quest’ultima disposizione esclude comunque i casi in cui facoltà e diritti siano dalla legge riservati personalmente all’imputato, con la conseguenza che la rappresentanza del difensore non può comunque estendersi all’esercizio di quei poteri processuali che, avendo natura dispositiva, non rientrano nell’ambito della vera e propria attività difensiva e possono pertanto essere ricondotti unicamente alla volontà dell’imputato, richiedendo di conseguenza una sua manifestazione di volontà personale o a mezzo di procuratore speciale. E come esempio di questi poteri processuali dispositivi, riconducibili esclusivamente alla volontà dell’imputato, le Sezioni Unite indicarono espressamente (oltre ai casi di richiesta di giudizio abbreviato o di applicazione della pena) proprio il caso di rinuncia all’impugnazione.
Diverse decisioni hanno in seguito precisato che la dichiarazione di rinuncia, parziale o totale, all’impugnazione può essere fatta soltanto personalmente dalla parte privata oppure a mezzo del difensore munito di procura speciale, che deve, ai sensi dell’art. 122 c.p.p., contenere la specifica determinazione dell’oggetto per cui è conferita e dei fatti ai quali si riferisce (Sez. 6, n. 7381 del 09/07/1997, Manzo, Rv. 209748; Sez. 6, n. 29731 del 16/06/2003, Romano, Rv. 225495; Sez. 5, n. 6948 del 18/05/2000, Sclavini, Rv. 216368, che ritenne invalida una rinuncia ad alcuni motivi perchè nella nomina – conferita al difensore per ogni atto di sua competenza compresa la facoltà di proporre ogni genere di istanza difensiva ed ogni utile impugnazione – nulla si precisava sulla facoltà di rinunciare ad uno o più motivi di impugnazione al fine di patteggiare la pena in appello). Si è altresì precisato che, anche in caso di procura speciale a rinunciare, il difensore non può delegare un sostituto ex art. 102, poichè la procura deve intendersi affidata intuitu personae proprio per la natura del particolarissimo atto dispositivo in vista del quale sono conferiti i poteri, che esulano da quelli tipici inerenti al mandato difensivo di cui all’art. 99 cod. pro pen. (Sez. 5, n. 4253 del 05/03/1999, Carioti, Rv. 213093).
Anche successivamente la giurisprudenza ha ripetutamente confermato il principio secondo cui, ai sensi dell’art. 589 c.p.p., comma 2, non è valida la rinuncia all’impugnazione (anche se da lui proposta) formulata da difensore privo di procura speciale, in quanto si tratta di un atto abdicativo di un diritto già utilmente esercitato “per conto” del soggetto rappresentato, alla cui sfera vanno ricondotti i relativi effetti processuali e dal cui consenso non può quindi prescindersi ai fini della caducazione degli stessi (Sez. 3, n. 24341 del 08/04/2003, Salleo, Rv. 224933; principio costantemente ribadito, tra le altre, da Sez. 1, n. 6636 del 01/12/1999, dep. 2000, De Cesare, Rv. 215330; Sez. 4, n. 23609 del 18/03/2004, Hamemi, Rv. 228784; Sez. 6, n. 42181 del 27/11/2006, Ferrieri Caputi, Rv. 235302; Sez. 1, n. 44612 del 16/10/2008, Frioni, Rv. 241569; Sez. 5, n. 4429 del 27/11/2009, dep. 2010, Mbaye, Rv. 246152; Sez. 1, n. 29202 del 23/05/2013, Maida, Rv. 256792; Sez. 1, n. 2952 del 23/10/2013, dep. 2014, Tripodi, Rv. 258268).
5. Dopo oltre venti anni dalla sentenza Di Vito del 1992, il contrasto è stato di recente riproposto da Sez. 1, n. 48289 del 18/06/2014, Tiberia, Rv. 261151, la quale ha invece ritenuto che “il difensore di fiducia è legittimato a rinunciare validamente, ai sensi dell’art. 589 c.p.p., comma 2, all’impugnazione da lui autonomamente proposta nell’interesse del condannato o dell’imputato, senza necessità di munirsi di apposita procura speciale rilasciata dal suo assistito”. La sentenza sostiene di condividere la tesi all’epoca espressa dalla sentenza Di Vito e – richiamando uno dei principali argomenti di questa – ritiene che il prevalente orientamento contrario non si confronterebbe adeguatamente con la titolarità del diritto autonomo di impugnazione che, nell’ambito del ruolo partecipativo, e non di mera assistenza, attribuito alla difesa tecnica nel processo penale, è espressamente riconosciuto al difensore dell’imputato dall’art. 571 c.p.p., comma 3, e che implica l’esercizio di un potere dispositivo sulle sorti del processo in grado di produrre effetti sostanziali anche pregiudizievoli per il rappresentato (come la possibilità di appello incidentale del pubblico ministero). Non sarebbe di ostacolo a questa conclusione l’art. 589 c.p.p., comma 2, che potrebbe essere ragionevolmente interpretato nel senso che non si sia inteso escludere al difensore di rinunciare all’impugnazione da lui autonomamente proposta. Nè vi sarebbero particolari rischi per l’imputato, atteso il dovere deontologico del difensore di fare sempre gli interessi del rappresentato e di informarlo, sicchè non sarebbe immaginabile – specialmente in caso di mandato difensivo fiduciario – che una decisione così rilevante venga assunta senza essere stata previamente concordata con l’assistito, che peraltro ha la facoltà, ai sensi dell’art. 99 c.p.p., comma 2, di togliere effe all’atto di rinuncia del difensore, fino a che non intervenga il provvedimento del giudice.
Non appare propriamente conforme a questa soluzione la sentenza Sez. 1, n. 49231 del 01/10/2014, Lushi, n. m., la quale ha anch’essa affermato l’efficacia della dichiarazione di rinuncia all’impugnazione formulata dal difensore di fiducia dell’imputato in relazione al gravame da lui proposto, ma ciò non perchè il difensore avrebbe un autonomo potere di rinunciare all’impugnazione, bensì più semplicemente perchè, in virtù del rapporto fiduciario che connota il mandato difensivo, dovrebbe presumersi, in assenza di elementi da cui desumere, anche implicitamente, l’esistenza di una contraria volontà della parte rappresentata, “che la scelta del difensore di rinunciare al ricorso per cassazione sia stata concordata dal difensore con l’imputato e corrisponda alla volontà di quest’ultimo” (che tuttavia resta titolare della facoltà di togliere effetto all’atto del difensore).
6. Dopo la sentenza Tiberia, e prima dell’ordinanza di rimessione, la giurisprudenza è peraltro tornata a ribadire il consolidato orientamento maggioritario. Può qui ricordarsi la sentenza Sez. 2, n. 5378 del 05/12/2014, dep. 2015, Preiti, Rv. 262276, secondo cui è inefficace l’atto di rinuncia al ricorso per cassazione sottoscritto dal solo difensore non munito di procura speciale, in quanto la rinuncia non costituisce espressione dell’esercizio del diritto di difesa.
Soprattutto merita di essere richiamata la più recente e articolata sentenza Sez. 3, n. 33032 del 16/04/2015, dep. 28/07/2015, Chessa, (di cui l’ordinanza di rimessione del 5 giugno 2015 non ha potuto, ovviamente, tenere conto), che conferma l’orientamento consolidato, sulla base di una motivata e specifica contestazione dei principali assunti su cui si basa l’orientamento minoritario. Innanzitutto la sentenza osserva che contrasta con la lettera delle disposizioni l’assunto che l’art. 99 c.p.p., comma 1, e art. 571 c.p.p., comma 3, attribuirebbero al difensore autonomi poteri dispositivi del rapporto processuale, sicchè il potere di rinuncia all’impugnazione andrebbe inteso come conseguenza del potere di proporre autonoma impugnazione.
Infatti, mentre l’art. 99, nulla dice in proposito, la rinuncia è disciplinata dall’art. 589, comma 2, che fa letteralmente riferimento alla sola rinuncia proposta dalle parti private, anche a mezzo di procuratore speciale. L’art. 571, comma 3, poi si limita ad attribuire al difensore dell’imputato il potere di proporre impugnazione, senza nulla prevedere in punto di rinuncia, mentre il successivo comma 4 si riferisce espressamente alla rinuncia del solo imputato, prevedendo che quest’ultimo può togliere effetto all’impugnazione proposta dal difensore nei modi previsti per la rinuncia. La lettera delle disposizioni manifesta dunque che la volontà del legislatore è stata quella di attribuire espressamente al difensore soltanto il potere di impugnazione e non anche quello di rinunciare all’impugnazione proposta.
La sentenza Chessa contesta poi l’assunto che l’art. 589, comma 2, andrebbe interpretato nel senso che si riferirebbe soltanto all’impugnazione proposta dalle parti private e non anche a quella autonomamente proposta dal difensore dell’imputato; e ciò perchè la presunta distinzione tra l’impugnazione dell’imputato e quella del difensore appare smentita dalla considerazione unitaria delle impugnazioni fatte nell’interesse dell’imputato, che si desume dal sistema e che fa perno sul concetto, parimenti unitario, di “parte processuale”.
La sentenza infine ritiene inconferente l’argomento che l’esistenza di un autonomo potere di rinuncia all’impugnazione in capo al difensore non potrebbe danneggiare l’imputato. Ciò perchè il rilievo dell’esistenza di un obbligo per il difensore di concordare con l’imputato ogni scelta processuale rilevante, ivi compresa la rinuncia all’impugnazione, non è comunque probante in quanto non supera l’argomento che la rinuncia non è una semplice espressione della difesa tecnica, ma un atto dispositivo del rapporto processuale spettante unicamente all’imputato. Allo stesso modo non è probante il rilievo che l’imputato, in forza dell’art. 99, comma 2, avrebbe la facoltà di togliere effetto ad una eventuale rinuncia formulata dal difensore.
7. Per completare l’esame della giurisprudenza, deve anche ricordarsi che, nella vigenza del precedente codice di rito, si escludeva generalmente un autonomo potere del difensore di rinuncia all’impugnazione, non solo totale, ma anche parziale (v., fra le altre, per la invalidità di una rinuncia ad alcuni dei motivi, Sez. 6, n. 1802 del 25/11/1988, dep. 1990, Intravaia, Rv. 183269; Sez. 6, n. 13911 del 14/10/1986, Barbieri, Rv. 174550). Si rinvengono tuttavia due decisioni che, sia pure in un ambito molto ristretto, riconobbero un potere di rinuncia limitato ad alcuni specifici motivi di gravame. Con la prima (Sez. 3, n. 8503 del 21/06/1974, dep. 1975, De Mai, Rv. 130732) si ritenne valida la rinuncia del difensore all’eccezione di nullità per mancato interrogatorio dell’imputato, perchè ciò rientrava esclusivamente nella discrezionalità tecnica del ministero difensivo. Con la seconda (Sez. 6, n. 2014 del 24/11/1983, dep. 1984, Guarino, Rv. 162964), si ritenne valida – sempre perchè ritenuta rientrante nella discrezionalità del difensore – la rinuncia ad eccepire alcune nullità processuali di carattere relativo.
Anche dopo l’entrata in vigore del codice di procedura del 1988, la giurisprudenza ha prevalentemente ritenuto che il difensore non munito di procura speciale non è legittimato a rinunciare neppure parzialmente all’impugnazione. Parte delle decisioni che hanno affermato il principio riguardano l’ipotesi (ora non più attuale) di rinuncia in appello ai motivi sulla responsabilità al fine di poter patteggiare la pena (Sez. 4, n. 6117 05/02/1992, Cersosimo, Rv. 190399; Sez. 6, n. 7381 del 09/07/1997, Manzo, Rv. 209748; Sez. 5, n. 4253 del 05/03/1999, Carioti, Rv. 213093; Sez. 5, n. 6948 del 18/05/2000, Sclavini, Rv. 216368; Sez. 6, n. 29731 del 16/06/2003, Romano, Rv. 225495). Ma, anche al di là di questa ipotesi, altre decisioni hanno escluso in via generale l’efficacia di una rinuncia parziale, anche se l’impugnazione era stata proposta dallo stesso difensore (Sez. 1, n. 2952 del 23/10/2013, dep. 2014, Tripodi, Rv. 258268), o hanno ritenuto invalida una rinuncia parziale del solo motivo concernente il mancato riconoscimento dell’ipotesi lieve di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, (Sez. 6, n. 9303 del 31/05/1994, De Santi, Rv. 199435), o una rinuncia ai motivi del gravame cautelare con esclusione di quelli concernenti le esigenze cautelari (Sez. 1, n. 7764 del 27/01/2012, Santonastaso, Rv. 252080), o alla sola parte di impugnazione relativa alla responsabilità per alcuni dei delitti contestati (Sez. 2, n. 478 del 04/12/1998, dep. 1999, Danubio, Rv. 212250). Non manca peraltro qualche isolata decisione che, dopo l’abrogazione dell’istituto del patteggiamento in appello, ha ritenuto valida una rinuncia in appello ai motivi sulla responsabilità (Sez. 5, n. 3820 del 10/01/2013, Ignomeriello, Rv. 254567, la quale però si premura di evidenziare che la corte di appello aveva ugualmente motivato sull’infondatezza di detti motivi).
8. L’unica eccezione che, già nella giurisprudenza relativa al previgente codice di rito, si faceva alla regola dell’irrinunciabilità, da parte del difensore senza procura speciale, all’impugnazione ancorchè da lui proposta, riguardava l’ipotesi di dichiarazione di rinuncia fatta in udienza alla presenza dell’imputato e in mancanza di opposizione da parte sua. Eccezione questa sempre confermata anche nella vigenza del codice di procedura del 1988 ed in tempi più recenti. Si è così ribadito che è valida ed efficace la rinuncia all’impugnazione effettuata da difensore privo di specifico mandato, qualora essa avvenga mediante dichiarazione fatta dal difensore in udienza alla presenza dell’imputato, il quale non si sia opposto, valendo tale presenza senza opposizione come implicita ratifica della volontà espressa dal difensore (Sez. 2, n. 478 del 04/12/1998, dep. 1999, Danubio, Rv. 212250; conf. Sez. 5, n. 4429 del 27/11/2009, dep. 2010, Mbaye, Rv. 246152; Sez. 6, n. 7381 del 09/07/1997, Manzo, Rv. 209748; Sez. 6, n. 7960 del 28/04/1993, Marchetti, Rv. 194899).
9. Ritengono la Sezioni Unite che le argomentazioni addotte dalle (poche) decisioni contrarie non sono idonee a far modificare il costante indirizzo seguito dalla assolutamente prevalente giurisprudenza di questa Corte nell’affermare il principio – fondato su ragioni dogmatiche oltre che su una interpretazione normativa sia letterale sia sistematica – secondo cui il difensore, non munito di procura speciale, non è legittimato ad operare una valida rinuncia, totale o parziale, all’impugnazione, quand’anche da lui proposta.
Questa conclusione – come meglio più avanti si vedrà – si fonda essenzialmente sulla considerazione che la rinuncia (secondo alcuni: la revoca), totale o parziale, all’impugnazione non è solo espressione di una attività concernente l’aspetto strettamente tecnico del diritto di difesa, e come tale rientrante nella discrezionalità professionale del difensore, ma costituisce un atto abdicativo di un diritto ormai già automaticamente sorto in capo al soggetto (imputato, indagato o altra parte privata) che ne è l’unico titolare, anche se l’impugnazione venne proposta non da lui personalmente ma, sempre però per suo conto e nel suo esclusivo interesse, dal difensore. Vale quindi il generale principio che la rinuncia, in quanto dichiarazione estintiva dell’efficacia dell’atto di impugnazione già proposto, implica una legittimazione attuale a disporre dei diritti e facoltà che con esso sono venuti in essere, sicchè, ordinariamente, il legittimato all’esercizio del potere abdicativo non può identificarsi in una persona diversa dal soggetto attivo del diritto stesso.
La conclusione si fonda, inoltre, anche su un argomento letterale, costituito dal testo dell’art. 589 c.p.p., comma 2, il quale attribuisce il potere di rinunciare all’impugnazione già proposta alle “parti private”, espressione questa che, secondo una diffusa interpretazione, non ricomprende il difensore. L’uso di questa locuzione va perciò interpretato come espressione della volontà del legislatore di escludere che il difensore, privo di procura speciale, possa validamente rinunciare all’impugnazione sia se da lui stesso proposta, sia se proposta dalla parte personalmente o a mezzo di altro procuratore speciale.
rinuncia-allimpugnazione

References: sentenza 
 Sentenza 
 art. 309
 art. 309
 art. 99
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 122
 art. 311
 sentenza 
 sentenza 
 art. 589
 sentenza 
 art. 100
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 102
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 571
 sentenza 
 sentenza 
 art. 73