Source: http://progettobarruel.hostfree.pw/novita/12/Cornoldi_Teosofia_Rosmini_II.html
Timestamp: 2018-03-20 00:02:20+00:00

Document:
R.P. Giovanni M. Cornoldi d.C.d.G.: La Teosofia del Rosmini (II).
La Civiltà Cattolica, anno XXXII, serie XI, vol. VII (fasc. 745, 28 giu. 1881) Firenze 1881, pag. 35-51.
La verità e la carità debbono sempre nelle lotte scientifiche andare congiunte e, così d'accordo, che mentre quella ferisce l'errore, questa stringa a sè l'errante: e poichè il vero e l'amore sono le forme naturali, e perciò dilette, della mente e del cuore, in tali lotte, così eseguite, non deve restare men lieto il vincitore del vinto. La carità, inoltre, vuole che per combattere l'errore non lo si finga in altri, perchè l'averlo, avvenga che non sia sempre colpa, è sempre difetto. Da siffatta norma non ci siamo mai deliberatamente partiti, e, nella presente discussione, le seguiremo con piena accuratezza, pesando con severa bilancia e discernendo ciò che ci è di certo da quello che, rasentando la certezza, non esclude un qualche dubbio.
E, mettendo mano a ricercare se il Rosmini nella sua teorica della umana conoscenza pecchi per eccesso concedendo all'uomo quaggiù un modo d'intendere che sarebbe soprannaturale, ed abbracciando, in realtà, l'ontologismo, è mestieri che in via sintetica richiamiamo al lettore alcuni principii già sopra da noi esposti, i quali voglionsi ora avere chiari e presenti. Prima cosa, se v'ha chi pensi che la visione corporea si faccia soltanto per la unione della facoltà con l'oggetto visibile, senza che dalla facoltà stessa altro si produca; per certo tra essa visione corporea e la cognizione intellettuale non vi sarà che una somiglianza imperfetta, buona sì perchè non altra migliore, ma da prendersi cum mica salis come dice il proverbio. E di vero nella conoscenza intellettuale non due, ma tre cose debbonsi considerare. La prima è l'intelletto conoscente, la seconda è l'intelligibile che a lui si unisce, la terza è il verbo che procede dal conoscente informato dall'intelligibile: nel verbo è l'intelligibile conosciuto. Se la cognizione è immediata e non astratta, sarà pure immediata l'unione dell'intelligibile coll'intelletto; se è mediata ed astratta, l'intelligibile non si unirà per sè stesso ma mediante una specie che lo rappresenti. E poichè le cose corporee, perchè materiali, non possono nell'essere loro singolare unirsi all'intelletto, immateriale facoltà, non può questo generando un verbo conoscerle se, invece di loro, non gli si uniscano le specie intelligibili che le rappresentino. Proprio in questo punto è la genesi dei sistemi ideologici: mercecchè gli uni con l'Aquinate ti dicono che queste specie rappresentatrici delle varie cose non sono innate, non sono infuse, non si affacciano all'intelletto quasi avessero una propria sussistenza o sussistessero in altro ente, ma sono formate da un lume che dicesi intelletto agente e ch'è naturale facoltà dell'uomo, onde questi è imagine di Dio. Nella quale sentenza coteste specie considerate soggettivamente sono modificazioni accidentali dell'intelletto; considerate oggettivamente sono le cose in quanto esistono nelle loro similitudini immateriali. Questi filosofi non ammettono essere naturale quaggiù l'unione immediata del nostro intelletto con gli spiriti, cioè con gli angeli e con Dio, e però affermano che alla conoscenza di quelli e di questo dobbiamo analogicamente ascendere dalla conoscenza delle cose corporee. Per contrario altri sentono altramente. Costoro non concedono, come parte della essenza umana, il lume della ragione; ma dicono che questo è Dio, il quale si affaccia all'umano intelletto; e l'umano intelletto vede in Dio le idee di tutte le cose e così le conosce. Laonde concedono una immediata unione dell'intelletto umano con Dio. I secondi sono detti ontologi dai primi, e i primi ora sono detti soggettivisti dai secondi.
Nè il sistema dell'ontologismo sta come in un punto indivisibile: varii ne sono i gradi. L'uno viene, dai suoi seguaci, detto moderato; conseguentemente ve ne sarà un altro immoderato. In quello, Dio quaggiù si presenterebbe all'intelletto umano solo in quanto si riferisce alle cose; cioè quale idea delle medesime: cotalchè l'intelletto non potrebbe direttamente, in forza della prefata unione, generare un verbo nel quale il conosciuto fosse Dio, ma sì più tosto quelle cose, le cui divine idee si congiungono con la mente. Riflessamente sì che potrebbe essere in altro verbo conosciuto Dio, argomentando che quelle idee con le quali è l'intelletto congiunto non possono essere modificazioni del nostro intelletto, a guisa di suoi accidenti, nè possono avere propria sussistenza, ma debbono essere in un ente spirituale che ha tutta la pìenezza dell'essere, ed una sua appartenenza. I professori dell'ontologismo moderato non v'aggiungono, generalmente, la immediata manifestazione di Dio quale creatore; eppure l'atto creativo in quanto è tale, ha solo rispetto alle cose, e la sua veduta parve necessaria al Gioberti per lo conoscimento delle cose contingenti se pure vogliasi conosciuta la loro esistenza. Da molti si ama rilegare la intuizione dell'atto creativo all'ontologismo immoderato, il quale senza tanto scrupoleggiare insegna che noi quaggiù vediamo immediatamente, non una sola appartenenza divina, ma lo stesso Dio. Tuttavolta nessuno si dia a credere che tra filosofi ci fossero di così grossieri da darsi a credere che noi naturalmente veggiamo Dio qual sommo vero e quale sommo bene, con quella pienezza che appagherebbe la tendenza della natura al bene infinito: conciossiachè nessuno è così mentecatto da giudicarsi comprensore beato, mentre è oppresso quaggiù da tanti mali, e sente un vuoto nel cuore di un bene infinito, cui implicitamente, è vero, ma pure in ogni azione tende.
Poste le quali cose crediamo apporci al vero affermando che il Rosmini è ontologo; e comechè a tale sentenza possiamo esser condotti, anche con certezza, dalla considerazione delle altre sue opere e notantemente del Rinnovamento della filosofia, tuttavia, restringendoci alla sola Teosofia, secondo il proposito da noi fatto, non troviamo un qualche valido argomento da rimanere perplessi. Ma noi non diremo già che egli professi l'ontologismo immoderato, sì il moderato; propugnando egli la immediata visione di Dio solo in quanto è idea delle cose, o della sua idealità, essendo egli ben alieno dall'affermare che noi veggiamo Dio nell'essere suo reale, a fortiori in quanto egli è uno nella natura e trino nelle persone. Questo lo deduce nella maniera da noi accennata, con quel raziocinio ch'è proprio di chi segue l'ontologismo. Ma se altri è meno vituperevole perchè è moderato, anzichè immoderato, nel vizio; tuttavia questa moderazione, non varrà mai a dirlo innocente: e così l'essere il Rosmini caduto in un sistema filosofico meno perverso, non gli basterà punto ad essere detto seguace sincero della verità. E che sia riprovevole e falso l'ontologismo moderato, l'abbiamo già nei passati articoli dimostrato ad evidenza, nè accade di ritornarvici. Ogni intuizione di Dio è naturalmente impossibile nella vita presente, perchè travalica le forze naturali e spetta ad un ordine soprannaturale: ed anzi abbiamo dimostrato con l'Aquinate essere impossibile la intuizione di Dio, in quanto idea, separata dalla intuizione di Dio nell'essere suo reale; di che viene non essere soltanto l'ontologismo moderato contrario a filosofia e teologia, ma essere eziandio assurdo in sè stesso. Nè da quella contrarietà e da questa assurdità lo rende immune il non essere stato, pognamolo pure, formalmente condannato dalla Chiesa, nè, l'essere stato ammesso da qualche celebre filosofo cattolico: perchè la condanna della Chiesa non costituisce gli errori ma gli suppone; ed uomini, per varii capi, nobili e chiari possono tal fiata anche in buona fede cadere in errori, senza che per questa caduta si accattino celebrità, o loro si tolga quella lode che meritano per la sapienza e l'ingegno loro addimostrati nella difesa del vero.
Che sia affatto certo che il Rosmini insegni l'ontologismo moderato, primamente ci viene chiarito dalle sue manifestissime affermazioni nell'articolo precedente da noi recate. Al paragrafo V abbiamo veduto in quale maniera pensi il Rosmini che l'anima sensitiva diventi intellettiva. Egli di molti principii sensitivi raggruppatisi per l'organismo del corpo umano, ne fa, per sintesi, un solo principio sensitivo perfetto, al quale, appena formato, si presenta, o si affaccia o si manifesta l'essere atto di ogni ente e di ogni entità. Nel ricevere la intuizione dell'essere l'anima sensitiva diviene intellettiva. Ma quest'essere che dal Rosmini è detto, sotto varii rispetti, lume della ragione, idea od essere ideale, indeterminato, iniziale e virtuale (§ VI) è forse qualche cosa di così intrinseco all'anima che ne costituisce l'essenza o ne sia una modificazione accidentale? Non mai. Questo è il soggettivismo reietto dal filosofo roveretano come diametralmente opposto al suo sistema. È forse quest'essere un inconcepibile insussistente, cotalchè se la mente umana, che lo intuisce, non ci fosse, punto non esisterebbe? Neppure, perchè ha (§ VIII) prima di tutto e necessariamente un esistere in sè. Che se non è il nulla: se non è il soggetto intelligente: se non è una modificazione dell'anima: che mai sarà? Guardane i caratteri (§ IX) e il saprai. È necessario, è eterno, è uno, è semplice, è universale, nel senso di totale, non lasciando cosa alcuna fuori di sè. Ma questi sono caratteri divini: dunque quell'essere è Dio. Adagio a ma' passi! L'essere (§ X) in sè intuìto da me è soltanto ideale, è oggettivo; e Dio è l'essere assoluto non solo oggettivo, ma soggettivo insieme e morale, quindi ciò che intuisco è come parte dell'essere compiuto. Anzi ciò che intuisco è l'essere oggettivo in quanto idea, e perciò è una parte sola dell'assoluto oggetto che teologicamente parlando dicesi Verbo, è una appartenenza del Verbo: e perchè nel Verbo è pur tutto l'essere assoluto, ed il Verbo è Dio, perciò l'oggetto del mio intuito si dovrà dire una appartenenza di Dio. Dunque egli è chiaro che il Rosmini non oscuramente, ma apertissimamente professa quell'ontologismo moderato, che è pure riprovevole e filosoficamente e teologicamente, nel quale si afferma l'unione immediata dell'umano intelletto con ciò che è in Dio e da Dio stesso non è nè può essere realmente distinto.
E appunto per questo egli ha per valida questa argomentazione (§ X) a priori della esistenza di Dio. «L'essere virtuale e iniziale, ossia l'essere intuìto per natura, è necessario. Ma egli non è un ente (qui vuol dire un ente compiuto); è dunque qualche cosa di un ente. Ma quest'ente di cui quell'essere è qualche cosa, non può essere un ente contingente, perchè il contingente è l'opposto del necessario. Dunque l'essere intuìto dall'uomo deve necessariamente essere qualche cosa d'un ente necessario ed eterno, causa creante, determinante e finiente tutti gli enti contingenti: e questo è Dio.» Quest'argomentazione nulla ha che fare con la a posteriori ch'è tratta da ciò che è effetto di Dio, e piuttosto sarebbe simile a quella di chi così discorresse: Io sento certi accidenti: cotesti non sono un nulla: non sono me stesso: non sono una mia modificazione: non possono per sè soli avere sussistenza: dunque sono una appartenenza di un essere col quale fanno un tutto compiuto e del quale, perciò medesimo, voglionsi considerar come parte. Dicevamo testè sento e non veggo, perchè se trattasi di visione è mestieri adoperare la similitudine in quel senso, in cui possa veramente esprimere l'idea rosminiana. Conciossiachè la luce modificata dall'oggetto, cui rende con questa modificazione visibile, non è qualche cosa d'intrinseco nè dello stesso oggetto, nè dell'uomo, e non si può dire accidente nè di questo nè di quello: e talvolta l'occhio potrebbe vedere l'oggetto nel lume derivato da esso, comechè esso oggetto più non esistesse. Nè punto sarebbe impossibile che noi vedessimo stelle che da gran tempo più non esistessero. Per contrario quell'essere che, nella teorica rosminiana, è l'oggetto del naturale nostro intuito, è luce intellettuale ma per sì fatto modo intrinseca a Dio, che dalla sua essenza e dalla sua sostanza non si distingue realmente.
Sebbene per le testimonianze allegate nell'articolo precedente sia manifestissimo che, secondo il Rosmini, l'essere intuìto è divino, non già nella metaforica significazione di questa parola ma nella propria, cioè come è divino il Verbo od è divina la onnipotenza ecc., tuttavolta possiamo confermare la nostra sentenza da tutto ciò che dice il Rosmini nel libro che ha per titolo Il divino nella Natura. Fin dal primo capitolo ei discorre così. «Il mio intendimento non è di trattare di Dio in quanto si trova dalla mente coll'aiuto di qualche argomentazione; e dicendo il divino nella natura, non prendo questa parola divina a significare un effetto non divino (attenda bene il lettore a queste parole) d'una causa divina. Per la stessa ragione non è mia intenzione di parlare d'un divino, che sia tale per partecipazione: poichè non c'è dubbio che si può chiamare, in qualche modo, divino tutto ciò che partecipa di quello ch'è divino per sè, e in questo significato fu chiamata divina la mente e l'animo umano. Mi propongo dunque un'altra questione, cioè: se nella sfera del creato si manifesti immediatamente all'umano intelletto qualche cosa di divino in sè stesso, cioè tale che alla divina natura appartenga. Ora io sono d'avviso che si deva risolvere questa importante questione affermativamente.» Non crediamo che il Rosmini possa esprimersi in una maniera più aperta, per volere renderci affatto certi ch'egli professa l'ontologismo, se all'ontologismo si ascriva la sentenza del vedere immediatamente, non già Dio nella sua totalità, cosa che in fine dei conti non cadde nella mente nè del Malebranche nè del Gioberti nè di verun ontologo, ma bensì le idee archetipe o le ragioni delle cose, come già dicevamo. Ed è proprio questo l'ontologismo combattuto dall'Aquinate, come abbiamo ad evidenza dimostrato, questo è l'ontologismo reietto da tutta la Scuola, questo è quello che cadde sotto la censura delle Romane Congregazioni: e così doveva esserlo, non solo perchè assurdo, ma perchè travalica i confini della natura e ad essa ascrive ciò che spetta all'ordine soprannaturale.
Se al vero ci apponiamo, la precipua discrepanza che corre tra il Malebranche e il Rosmini, per quanto si attiene all'intuito, sta in ciò, che quegli più sincero e meno sofistico ti dà la sua sentenza spiccata e chiara, questi al contrario meno sincero e più sofistico si ravvolge in un labirinto di parole ambigue, temendo che l'avversario scocchi il dardo dov'è la parte vulnerabile del suo sistema. Il Malebranche ammette che l'oggetto dell'umano intelletto è l'essere indeterminato, sono le idee archetipe e le divine ragioni di tutte le cose, nè punto negando che tutto ciò che è di Dio è Dio, con franca lealtà, degna di lode, dice apertamente che l'uomo quaggiù vede immediatamente col suo intelletto in Dio tutte le verità, tutte le cose e che anzi intuisce Dio. Il Rosmini s'impunta ostinatamente a negare che l'uomo possa quaggiù vedere col suo intelletto Dio, e fraseggiando sopra l'essere ideale, sopra l'essere indeterminato, sopra l'essere che pure spetta alla natura divina ma che tuttavia non può dirsi Dio, trae in inganno i meno accorti, i quali si danno leggermente a credere, per ciò solo, che la sentenza di questo sia opposta alla sentenza di quello.
Ma la questione non istà punto nelle parole; sarebbe puerile e indegna di un filosofo; sta nella cosa: e qualora il Rosmini ammetta che l'intelletto immediatamente intuisce ciò che realmente non si distingue da Dio ed è perciò Dio stesso, deve, come sopra dimostrammo, concedere che nel suo sistema essenzialmente è concessa la immediata intuizione di Dio. Come si difende il Rosmini dalla punta di siffatto argomento? La sua difesa torna in sua offesa, e poichè dalla medesima dipende la finale decisione di tale controversia, la rechiamo sotto gli occhi del saggio lettore tal quale ei la dettò, postillandola all'uopo con qualche nostra osservazioncella. La troviamo in una maniera sintetica riportata nel suo trattato del Divino nella natura (ch'è il quarto volume della Teosofia) in una nota alla pag. 356.
«Nell'Imparziale di Faenza (n. 49 e 50, anuo 1845) io stesso, dice il Rosmini, pubblicai una risposta alle difficoltà che mi proponeva Vincenzo Gioberti, alla quale non fu più replicato, ed essa condotta a forma di sillogismi è come segue:» Da questo prologhetto tu ben vedi lettore che il Rosmini afferma essere la dottrina esposta nella sua Teosofia quella stessa che propose e sostenne fino al 1845 nelle sue opere precedenti, onde viene che la reità, se pur v'è, della Teosofia è la stessa che macchia le filosofiche trattazioni del Rosmini universalmente conosciute; e che come sostiene l'ontologismo nella Teosofia, così lo sostenne fin da principio, benchè altri, arreticato dalle sue sofisme ne abbia dubitato, o l'abbia scambiato con una falsa ma non tanto pericolosa, nè tanto alla teologia avversa teorica delle idee innate, e potissimamente della idea innata dell'ente. Quasi che quella nozione od idea dell'ente trascendentale e comune che, secondo l'Aquinate e i suoi seguaci, è astratta da' fantasmi, fosse, secondo il Rosmini, da Dio impressa (come accade negli Angeli, considerati nell'ordine della natura, rispetto alle specie intelligibili), nella creazione dell'Anima umana. Continuamoci nella citazione.
«I. Difficoltà, contro la proposizione rosminiana: L'essere ideale non è Dio. — »
«Sillogismo I. Il Rosmini dice, che l'Essere ideale, qual risplende per natura nella mente umana, è un'appartenenza di Dio. — Ma ogni appartenenza di Dio, è Dio. — Dunque l'essere ideale è Dio.»
«Risposta. Distinguo la minore. — Ogni appartenenza di Dio è Dio, se la si considera in Dio, e non la si precide da tutto il resto che forma la Divinità, concedo; se la si precide dal resto che forma la Divinità, nego: ed allora si dà il titolo di appartenenza di Dio, per indicare appunto che unita al resto che forma la divinità è Dio; ma non così, precisa dal resto.»
«Istanza — Prosillogismo. Iddio non si può dividere perchè è un ente semplicissimo. — Ma la recata distinzione divide Iddio. — Dunque una tale distinzione fa quello che non si può, è falsa.»
«Risposta. Distinguo la maggiore, ed anco la minore. Distinguo la rnaagiore. — Iddio non si può dividere realmente, concedo: mentalmente, nego. Infatti colla mente umana si dividono i suoi attributi, la sapienza, la giustizia, la potenza ecc. E così si divide l'idea dell'essere, che gli scolastici chiamano l'essere comunissimo, da Dio sussistente.»
«Di più, distinguo la maggiore ancora così: — Se da Dio si divide qualche suo attributo, o qualche cosa che la mente umana concepisca in lui, per modo che si pretenda, che quella cosa così divisa o precisa sia ancora Dio; la divisione non si può fare. Ma se si dice che quella cosa così precisa non è Dio, ma un essere mentale ed universale che si chiama un'appartenenza di Dio, per indicare il fonte, onde la mente l'ha tolta: questa distinzione si può fare.»
«Distinguo poi la minore cosi: — La recata distinzione divide Dio mentalmente, o in modo che a ciò, che si precide da Dio, non si applica più la denominazione di Dio, il che si può fare senza inconveniente, concedo; la recata distinzione divide Iddio realmente, ovvero mentalmente, ma in modo da applicare la denominazione di Dio a ciò che si considera come preciso da Dio, il che non si può fare, nego.»
«Sillogismo II. Ogni cosa è o Dio, o una creatura. — Ma l'ente ideale non è una creatura, perchè gli si danno gli attributi dell'eternità, immutabilità ecc. Dunque l'ente ideale è Dio.»
Risposta. Distinguo la maggiore e la minore. Distinguo la maggiore così. Ogni cosa che realmente sussiste è o Dio, o una creatura, lo concedo, benchè S. Tommaso osservi che le forme e gli accidenti sono piuttosto concreati che creati, dicendosi le sole sostanze propriamente create: proprie vero creata sunt subsistentia, S. I. XLV, IV; — ogni cosa ideale lo nego: perchè le relazioni per esempio fra Dio e la creatura, hanno un termine increato ch'è Dio, e un termine creato ch'è la creatura, onde non possono dirsi propriamente create, ma più tosto conseguenti alla creazione. E così l'idea, ossia l'essere ideale, ch'è il mezzo del conoscere, è un'entità precisa mentalmente da Dio, e quindi la mente lo considera sotto due relazioni: o in quanto ritiene dell'Essere divino da cui fu preciso, e in tanto non è creatura, ma ritiene delle qualificazioni divine, benchè niuna qualificazione, come nè pure niun attributo preciso da Dio, si possa dire Dio, perchè gli manca ciò, che è a Dio essenziale, cioè l'essere completo e d'ogni parte infinito; o in quanto è preciso, e in tanto si può chiamare creatura a quel modo che una tal denominazione conviene a tutto ciò che ebbe principio o per la creazione, o in conseguenza della creazione; come S. Tommaso chiama la verità, che risplende nell'intelletto umano creata (S. I, XVI, VII).»
«Distinguo la minore così: L'ente ideale non è una creatura in quanto ritiene dell'Essere divino da cui fu preciso, lo concedo: benchè non gli possa perciò competere la denominazione di Dio, perchè da Dio niente si può dividere colla mente che vi rimanga Dio, giacchè se si potesse far ciò, si porrebbe la divisione in Dio stesso. L'ente ideale è creatura in quanto è preciso da Dio nel modo detto, lo concedo pure, perchè ciò non significa altro se non che la precisione ha avuto principio, quando ha avuto principio l'uomo.»
Il Rosmini nel proporre le difficoltà fa passare il suo avversario come uomo di facile contentatura: per certo incalzando l'argomentazione il roveretano, per usare la frase delle scuole, rimarrebbe proprio in sacco. In sostanza il primo sillogismo dice questo: voi non potete ammettere la intuizione immediata di una sola appartenenza di Dio senza ammettere in Dio una divisione che ripugna alla sua semplicità. La ragione di ciò è che, come in principio dicevamo, non si può intuire questa appartenenza di Dio senza che essa stessa, a guisa di specie intelligibile unendosi all'intelletto nostro lo informi. Ma la sola appartenenza non si può unire, ripugnandovi la somma semplicità dell'essere divino, ed è giuocoforza, che per avere così fatta intuizione l'essere stesso di Dio, a guisa di specie intelligibile, si unisca all'intelletto creato. Che se la essenza divina così si unisce, in tal caso non si avrà intuizione della sola divina idealità, ma si avrà l'intuizione di Dio. Ciò è stato da noi dimostrato ed è al tutto conforme alla dottrina sinceramente teologica e a' principii filosofici di San Tommaso.
Ma per compiacere il Rosmini poniamo che la sola appartenenza divina, cioè che la sola divina idealità, o l'essere ideale o le idee archetipe si uniscano quali specie intelligibili all'umano intelletto. Oh davvero, che in tale caso è necessario ammettere una qualche reale divisione tra essa appartenenza divina e la divina essenza, tra questa e la divina idealità, e l'essere ideale, e le idee archetipe. Se tra il Padre e il Verbo non ci fosse reale distinzione, al tutto, non solo si dovrebbe dire che Dio s'è incarnato (a cagione della identità della divina natura con ciascuna delle tre persone), ma eziandio che il Padre stesso si è incarnato: ed appunto è vero il dire che il Verbo solo si è incarnato: perchè fra le tre persone v'è reale distinzione. Pertanto l'avversario ha tutta la ragione di obbiettare al Rosmini che nel suo sistema si guasta la divina semplicità, nè costui può schermirsi affatto affatto.
Tuttavia per non dichiararsi vinto, s'appiglia (cosa usata da chi propugna l'errore) alle sofisme, che sono le reti alle quali vengono presi gl'incauti. Facendo egli a fidanza sopra la poca levatura de' suoi lettori applica all'intuizione immediata un discorso che solamente può essere vero qualora si applichi alla cognizione (e non intuizione) mediata, che viene insegnata dagli scolastici. Infatti perchè nella nostra astratta cognizione noi possiamo avere di molti concetti inadeguati di Dio, concependone i varii suoi attributi, possiamo ben dire che il concetto astratto della divina sapienza non è il concetto di Dio; quindi diciamo che la sapienza sola non è Dio: pure affermando che in sè la divina sapienza è Dio perchè in sè la divina sapienza non si distingue realmente dalla divina essenza. Per la stessa ragione, discorrendo sopra i nostri concetti, diciamo che l'essenza divina non è il Padre o non è il Verbo; sebbene in sè la divina essenza sia il Verbo, sia il Padre; perchè non corre veruna reale distinzione tra ogni persona e la divina essenza. Per contrario non solo, discorrendo sopra i nostri concetti, ma eziandio in sè dobbiamo dire che il Padre non è il Verbo, perchè tra questo e quello v'è in sè reale distinzione. È chiaro che le distinzioni o le astrazioni nella cognizione, quale viene insegnata dagli scolastici, non portano veruna distinzione in Dio contraria alla sua semplicità, ma la portano invece le distinzioni e le astrazioni nella immediata intuizione rosminiana.
Sebbene la cosa sia chiarita recheremo un'altra similitudine che sarà alla portata di tutti. Giustamente si dice nella filosofia che i sensi non percepiscono la sostanza delle cose, ma i soli accidenti; ossia che il proprio oggetto de' sensi sono le qualità. Per esempio; tu non vedi la sostanza del pomo, ma il colore, la figura, la grandezza ecc. E di vero, tu avresti la stessissima sensazione, rispetto all'occhio se con la cera fosse il pomo perfettamente imitato. Ma se non vi fosse reale distinzione tra la sostanza e cotesti accidenti, e fossevi assoluta identità, sarebbe ella possibile di questi soli la visione? Non mai: vedendo li accidenti, necessariamente e sempre si vedrebbe la stessa sostanza. Se non che qui si tratta di visione: altramente dobbiamo discorrere di cognizione mentale astratta. Perchè sebbene a parte rei, vi fosse (per falsa supposizione) la predetta identità tra sostanza ed accidenti, di modo che riuscisse impossibile la visione di quella, disgiunta dalla visione di questi; tuttavia nella cognizione mentale astratta si potrebbe avere un concetto preciso degli accidenti, il quale non fosse l'identico formale concetto della sostanza. Egualmente dobbiamo dire ch'è affatto impossibile intuire un'appartenenza di Dio, o l'essere ideale divino, o le idee archetipe, senza intuirne l'essenza, perchè non v'è alcuna distinzione reale tra questa e le cose anzidette: ma è possibile formare distinti concetti formali inadeguati di queste e di quella. Laonde sproposita al digrosso il Rosmini anco quando dice, parlando della sua intuizione, (e di questa sola può parlare nel suo sistema) che «colla mente umana si dividono i suoi attributi, la sapienza, la giustizia, la potenza ecc.», perchè non potendosi questi intuire immediatamente senza che la divina essenza, a guisa di specie intelligibile, informi l'umana mente, riesce assurda l'intuizione dell'uno senza l'intuizione dell'altro.
Gli scolastici nella cognizione astratta dei divini attributi poteano ammettere la predetta divisione; ma la cognizione da loro insegnata era agli antipodi della intuizione rosminiana ed ontologica. E qui cade in taglio appuntare anche il Rosmini per una cattiva o maliziosa insinuazione, come suolsi dire, ch'ei fa rispetto agli scolastici. Egli dice: «e così si divide l'idea dell'essere che gli scolastici chiamano l'essere comunissimo, da Dio sussistente.» A prima giunta parrebbe che qui avessero in verità la stessa significazione le parole idea dell'essere e le altre l'essere comunissimo: eppure l'hanno disparatissima ed anzi contraria affatto. L'idea dell'essere è presa dal Rosmini qui nel senso che conviene al suo sistema e significa — l'essere ideale — Iddio in quanto idea — l'idealità divina ecc. cioè il divino ch'è nella natura di Dio, un'appartenenza di Dio, che col resto dà l'ente compiuto. Ma è tale l'ente comunissimo degli scolastici? La nozione più universale nella quale analiticamente si sciolgono tutte le altre nozioni e con le quali sinteticamente si formano; cioè la nozione ch'è prima nella sintesi ed ultima nell'analisi, è secondo essi la nozione dell'ente; questa dà il concetto di ciò ch'è. E perchè ogni cosa, vuoi sostanza vuoi accidente, è, dicesi nozione comunissima e trascendentale; la quale trascendendo tutti i generi, non contenuta da alcuno, meritamente trascendentale vien detta. Cotesta nozione presa soggettivamente è un accidente di ogni intelletto; presa oggettivamente rappresenta ogni cosa, solo in quanto è. L'ente poi comunissimo extra mentem altro non è che ciò che risponde in ogni cosa alla nozione medesima. Per lo che se altri dicesse che l'ente comunissimo degli scolastici è l'idea dell'essere rosminiana, attribuirebbe ad essi il panteismo, affermando implicitamente che l'ente comunissimo, da loro ammesso, è un'appartenenza divina, è il divino nella natura. Adunque in quella insinuazione il Rosmini falsa la sentenza degli scolastici e fa loro grave ingiuria.
Fin qui abbiamo mostrato con quanta inettezza il Rosmini si sia proposta la difficoltà nel primo sillogismo, ed abbia ad essa risposto, e come dalla difficoltà stessa ei sia sopraffatto. Ma non tutto ciò era necessario allo scopo inteso in questo articolo. Infatti dopo di avere dimostrato che certamente il Rosmini è ontologo, perchè, sebbene protesti di non ammettere un naturale intuito di Dio, pure ammette l'intuito di ciò che non è realmente distinto dalla divina essenza, intuito che nell'ordine naturale assolutamente non si può concedere; dovevamo dimostrare che, nella difesa che assume egli della propria sentenza, non vale a purgarsi dall'accusa di ontologo. E di ciò chi può dubitare? Egli, nelle risposte sillogistiche sopra allegate, tutt'altro che scusarsi dall'ammettere la immediata intuizione di una appartenenza divina realmente indistinta da Dio, la sostiene apertamente, dichiarando che con ciò non si può dire ch'egli ammetta reale divisione tra quella appartenenza e Dio, oppure tra essa e la divina essenza. E questo anche solo per noi basta. Veniamo all'altro sillogismo.
Nel secondo sillogismo che a sè propone il Rosmini l'avversario intende provare che l'essere ideale rosminiano è Dio, ed usa il dilemma: o è creatura o Dio; non creatura, dunque Dio. — Egli è manifesto che l'avversario qui considera l'essere ideale in sè; e non ha forse il diritto di considerarlo così? L'ha per certo; glielo concede lo stesso Rosmini, e tra le testimonianze che recammo (VIII) nell'art. antecedente evvi ancor questa: «Esistere dunque all'intuito non è un esistere puramente relativo alla mente intuente, ma è prima di tutto e necessariamente un esistere in sè; come se la mente non fosse; in sè dunque comparisce l'essere all'intuito.» Così parla e così deve parlare il Rosmini. Ma qui serrato alla gola dal proposto dilemma, arzigogola, saltella, si dibatte e dimena ed a sproposito vuolsi riparare sotto lo scudo dell'Aquinate.
Di vero l'essere ideale in sè è qualche cosa? Che cosa è? Che sia qualche cosa secondo la stessa mente del Rosmini non v'ha dubbio: anzi esso è la prima produzione di Dio. Che anzi i seguaci del Rosmini ripetono ch'è prodotto per la divina astrazione e di più ad esso riferiscono le parole dell'Angelico Deus cognoscendo se cognoscit naturam universalem entis: che anzi sbalestrando alla grossa v'ha chi afferma che questa sentenza dell'Aquinate è in sostanza la medesima che l'altra: «Prima rerum creatarum est esse» ed affermando che l'essere delle cose non può dirsi giammai creato (e noi dimostrammo con l'Aquinate ch'è proprio l'essere delle cose prodotto e creato), giudica che l'essere indicato in questa ultima sentenza sia l'essere ideale prodotto per la divina astrazione. Di ciò abbiamo già ragionato, nè occorre più intrattenerci, contenti di avvertire che quest'essere ideale è qualche cosa, che anzi è qualche cosa in Dio. Ma che cosa è in Dio? È una divina appartenenza ci risponde il Rosmini, anzi è una appartenenza del Verbo (X): «l'essere intuìto dall'uomo deve necessariamente essere qualche cosa d'un ente necessario ed eterno... e questo è Dio.» Ed ancora «l'essere assoluto nella sua forma obiettiva dicesi Verbo divino, perciò l'essere iniziale (e vedemmo che in sè è lo stesso che l'ideale) considerato nella sua obiettività è qualche cosa dell'essere assoluto nella forma obiettiva, ossia del Verbo divino.» Inoltre «l'essere in se intuìto da me, convien necessariamente che sia un'appartenenza dell'essere in sè, e non tutto l'essere in sè: un qualche cosa astratto da questo. Ora, come tutto ciò ch'è nell'essere in sè realmente sussistente è in sè, così anche l'essere veduto dall'intuito è in sè, ma come parte dell'essere compiuto: è dunque in sè come parte astratta da quello ch'è assolutamente in sè (Dio).» Ma già il lettore ben sa che l'astrazione del Rosmini è l'intuizione immediata di ciò che è unito ad altro senza l'intuizione di questo, e sa che l'astrazione scolastica è agli antipodi della rosminiana intuizione. Adunque questa parte di Dio intuìta imniediatamente, senza che la mente intuisca tutto il resto che fa l'essere compiuto, che sarà?
Di essa appunto, perchè ideale, si dovrà dire quello che delle idee archetipe insegna la teologia, che cioè è Dio stesso in quanto similitudine delle cose. «Cum ipse Deus, dice l'Aquinate, sit similitudo et species omnium rerum, duplex conversio intellectus potest fieri in ipsum, vel absolute, secundum quod est res quaedam (e questo è l'essere reale assoluto del Rosmini), vel in quantum est similitudo omnium rerum (e questo è l'essere ideale pessimamente tradotto al sistema rosminiano): et utroque modo seipsmu Deus cognoscit, et supra se convertitur, quamvis non diversa sed una operatione» (I Dist. art. 2). Da ciò si vede che l'idealità in Dio è una semplice relazione. Ma ogni relazione o è reale o è di ragione: sarebbe reale se l'essere Iddio idea aggiugnesse qualche cosa di reale in Dio stesso: sarebbe di ragione se nulla di reale aggiugnesse. Ed è ciò che avviene. Ma egli è impossibile intuire la relazione senza intuire il fondamento della medesima, laonde della prefata relazione di ragione il fondamento essendo Dio stesso non la si può intuire senza intuire Dio. E perciò dice l'Angelico: «Non est possibile quod aliquis videat rationes creaturarum in ipsa divina essentia, ita quod eam non videat, tum quia ipsa divina essentia est ratio omnium eorum, quae fiunt; ratio autem idealis non addit supra divinam essentiam nisi respectum ad creaturam (e questa è relazione di ragione): tum etiam quia prius est cognoscere aliquid in se, quod est cognoscere Deum ut est obiectum beatitudinis, quam cognoscere illud per comparationem ad alterum, quod est cognoscere Deum secundum rationes rerum in ipso existentes. Et ideo non potest esse quod prophetae videant Deum secundum rationes creaturarum, et non prout est obiectum beatitudinis» (Sum. th. II, II 173, art. 1). Da questi concetti quanto belli altrettanto veri, fiorisce la verità dell'argomentazione proposta al Rosmini. Imperocchè se l'essere reale è in sè anche indipendentemente dalla mente intuente, come afferma il Rosmini, è necessario dire ch'esso è Dio: perchè Dio stesso è idea. Non dice il Rosmini, per isfuggire la forza dell'argomento, che l'essere ideale è una mera relazione di ragione; nel caso che lo dicesse non potrebbe per certo essere di per sè solo oggetto dell'intuito, perchè ogni relazione e, quasi diremmo, a fortiori quella di ragione, non si può intuire immediatamente, se non intuendo il suo fondamento, il quale è Dio o la divina essenza. Per la qual cosa non potendo ammettersi la seconda parte del dilemma, cioè che l'essere ideale sia veramente una creatura, è mestieri affermare che in sè è Dio.
Ma chi passerà per buona la sentenza di Rosmini che l'essere ideale possa dirsi con ragione per ciò solo creatura, che la sua intuizione precisiva ebbe principio dall'uomo? Tutt'al più si potrebbe dire temporanea; ma non già creatura, perchè di per sè questo vocabolo applicato all'essere ideale indica che è tratto dal nulla. È un'appartenenza divina tratta dal nulla? Se vuolsi dare un predicato che denoti l'incominciamento dell'essere ideale, dovrebbesi questo desumere da quella cui dice il Rosmini astrazione divina, ond'è prodotto in Dio l'essere ideale stesso. Ma da questa avrebbe tutt'altro che il nome di creatura od anche di temporaneo. Se non che v'è forse sotto una celata ragione, onde vien detto creatura, la quale qui non vuolsi toccare. Il citare poi in proprio favore l'Angelico, che distingue la verità increata dalla creata, è un'altra insinuazione contro il santo Dottore, quasi che ei la chiamasse creata perchè nel tempo, come dicono gli ontologi, è intuita dalla mente umana od angelica. È certo, è certissimo, è dimostrato a tutta evidenza che così non la pensava l'Aquinate. La verità creata non è la verità increata intuìta dall'uomo, ma è la simlitudine di questa, la quale similitudine non è niente affatto una divina appartenenza, ma sta nella mente creata, come in proprio soggetto.
Adunque il Rosmini assai male risponde alla difficoltà propostasi nel secondo sillogismo; ed è fuor d'ogni dubbio ch'ei non purgasi dalla taccia di quell'errore, che ontologismo fu detto. Il quale errore, comechè non vogliasi da qualche cavillatore dire ontologismo, non perderà giammai il carattere suo proprio o la propria essenza di errore, come già negli articoli precedenti abbiamo dimostrato. Riprovevole è pertanto il sistema rosminiano, perchè infetto di questo errore che tutto lo contamina; e riprovevole è pure la Teosofia, che lo svolge e in mille modi lo ripete. Facciamo un po' di sosta per ora per non abusare troppo della pazienza del lettore, ritenendolo soverchiamente in cose di sottile e faticoso comprendimento.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
in fine
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2
 art. 1
 sentenza