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Timestamp: 2017-11-24 01:45:41+00:00

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Posted at 5:40 pm by tieniinmanolaluce, on agosto 9, 2017
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Posted at 1:46 pm by tieniinmanolaluce, on maggio 26, 2017
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Posted at 9:34 am by tieniinmanolaluce, on maggio 2, 2017
Tra le tre e le cinque del pomeriggio dell’11 aprile 1300, lunedì di Pasqua, ci troviamo nella terza cornice[1] a cui si accede, come per le altre, attraverso una scala, anche se meno ripida: il luogo è avvolto in un fumo denso, scuro e acre, tanto che si avanza alla cieca.
Il custode è l’Angelo della pace (che già era custode nella precedente cornice accanto all’Angelo della misericordia[2]).
I peccatori puniti nel canto (come in quello precedente del resto) sono gli iracondi che hanno come pena appunto quella di camminare avvolti da un denso fumo, nero e pungente per gli occhi e soffocante per la gola; recitano l’Agnus Dei (la preghiera della messa) e considerano esempi di misericordia e di ira punita, che appaiono loro sotto forma di visioni.
In vita si lasciarono prendere dai fumi dell’ira: ora camminano nel fumo denso e nero e siccome non conobbero misericordia, ora cantano l’Agnus Dei, implorando pace.
I personaggi descritti nel canto sono Marco Lombardo[3] e Gherardo da Camino[4]
Il tema generale principale concerne la teoria del libero arbitrio, per cui le cause della corruzione sono imputabili agli uomini e in particolare alla scomparsa dei due “soli” (le due guide: il Papa e l’Imperatore).
ELEMENTI PRINCIPALI IN PARTICOLARE:
1) Il discorso di Marco Lombardo. Si tratta di uno dei brani più importanti di tutta la Commedia per la comprensione del pensiero e dell’ispirazione dantesca. Qui il tema teologico, quello morale e quello politico si incrociano, a dimostrazione di come essi stiano necessariamente uniti in una visione globale della realtà umana come era quella di D.; d’altra parte il discorso di Marco Lombardo vuole rispondere ad una domanda di fondamentale importanza: quale è la causa del male nel mondo? Da notare è anche la posizione di rilievo data a questo incontro, che è collocato proprio nella parte centrale del poema.
Questi sono i momenti e i concetti principali in cui si articola:
il male del mondo è da ricercare nell’uomo, che riceve sì il primo movimento delle sue azioni dalle influenze celesti, ma poi può decidere le proprie azioni e scelte grazie al dono più alto che Dio gli ha dato, cioè il libero arbitrio;
l’anima nasce dall’amore infinito di Dio e tende naturalmente alle varie forme dell’amore, ma non sa ben distinguere fra i veri piaceri e quelli fallaci;
per aiutare l’uomo a trovare la strada del vero amore, tanto in cielo quanto in terra, furono fatte le leggi e creati i due poteri, temporale e spirituale;
da qui prende il via la celeberrima teoria dei due soli, teoria politica tipicamente medievale cui è da riferire l’intero pensiero dantesco, e ad essa si collega la consueta polemica con l’abdica­zione dell’imperatore ai suoi doveri e con l’arrogante corruzione pontificia, in termini molto simili a quelli del canto VI (nella valletta dei Principi);
la nostalgia per i tempi antichi in cui la nobiltà e cortesia ancora vivevano nelle terre dell’Italia settentrionale, mentre oggi vi è solo la malvagità, e sono pochi coloro che ancora conservano le virtù degli avi.
Si tratta della tipica visione mitizzata del passato di cui c’è già un esempio nel canto XIV con la rievocazione (affidata a Guido del Duca) degli uomini nobili antichi di Romagna e ci sarà un altro esempio anche nel Paradiso (canto XVI) con Cacciaguida che rievocherà le antiche famiglie della Firenze sobria e pudica.
6. La celebrazione del <<buon Gherardo>>. Al termine di un discorso tanto significativo, Marco Lombardo cita come unici esempi di sopravvissuta virtù i tre vecchi Corrado da Palazzo[5], Gherardo da Camino e Guido da Castello[6]; già solo questo è sufficiente a fare risaltare in modo fuori dal consueto la dignità di questi tre vivi virtuosi in un mondo in cui tutto è corruzione. Ma poi D. insiste sulla figura di Gherardo, giocando sull’impossibilità di scambiarlo per un altro, e proiettandone quindi la figura in un’aura quasi di santità che fanno del nobiluomo trevigiano uno dei personaggi per antonomasia dell’opera, pur essendo appena citato.
Il fumo che avvolge i due poeti nella terza cornice è così denso e scuro da far pensare al buio infernale o ad una notte senza stelle, ed è talmente acre che D. non riesce a tenere gli occhi aperti ( e riconosce implicitamente questo peccato come uno dei più legati alla sua persona), ed è costretto ad appoggiarsi alla spalla offertagli da Virgilio.
Nell’oscurità si sentono voci che implorano pace e misericordia, cantando in perfetta concordia l’Agnus Dei. Su richiesta del discepolo, V. gli spiega che a cantare sono le anime dei penitenti che scontano qui il peccato d’ira (vv. 1-24). vanno sciogliendo il nodo dell’ira.
Una delle anime avendo sentito la domanda di D. ed essendo quindi nel dubbio se D. sia vivo o meno, lo apostrofa per sapere chi sia: V. esorta D. a parlare e a chiedere se quella è la giusta direzione verso il passo del perdono.
D. risponde come ha richiesto Virgilio e narra all’anima brevemente il suo viaggio dall’Inferno al Purgatorio, poi chiede a sua volta all’anima di presentarsi.
L’altro allora gli risponde di essere Marco Lombardo, esperto del mondo e amante della virtù, che nessuno ora vuole seguire; gli conferma che la via percorsa è esatta, e lo prega di ricordarlo nelle sue preghiere quando sarà in Paradiso.
D. promette di pregare per lui e poi gli espone un dubbio che già prima si era presentato alla sua mente: qual è la causa del male e della corruzione che appesta il mondo, come già Guido Del Duca e ora lo stesso Marco hanno lamentato? È da attribuire alle influenze celesti o all’uomo stesso? (vv. 25-63)
Dopo aver tratto un profondo respiro, Marco Lombardo si lamenta della cecità del mondo, che fa risalire ogni cosa ai cieli. se tutto avvenisse per influenza celeste, sarebbe distrutto il libero arbitrio, né ci sarebbe una giustizia che premia il bene e castiga il male.
I cieli imprimono all’uomo inclinazioni iniziali: quindi tocca a lui distinguere e scegliere, con l’aiuto della libera volontà che, se ben allineata, vincerà qualunque battaglia con le inclinazioni disordinate dei cieli.
È vero che gli uomini sono sottoposti a Dio, ma sono liberi: Dio ha creato in loro la mente, che i cieli non possono dominare. Perciò, se il mondo devia dal bene, la causa e solo degli uomini (vv. 64-84).
Marco continua nella sua esposizione: l’anima, creata da Dio, che è felicità assoluta, tende naturalmente a ciò che le dà gioia; questa inclinazione, tuttavia, va guidata: perciò è necessario costituire delle leggi ed avere un sovrano che le faccia rispetta­re.
Ma se le leggi ci sono, ora non c’è chi sappia applicarle: il cattivo esempio del papa trascina con sé l’umanità tutta.
Roma, cioè la cristianità, ordinò il mondo a pace e concordia, e questo perché era solita avere due soli, due sovrani dipendenti unicamente da Dio, e l’uno era preposto alla felicità terrena, l’altro a quella celeste.
Ora però i due soli si sono spenti a vicenda: l’autorità spirituale si è unita a quella temporale, perdendo d’efficacia e contravvenendo alla volontà divina (vv. 85-114)
A conferma del suo discorso, Marco ricorda la corruzione della Lombardia, dove in passato, prima delle lotte tra Federico II e la Chiesa, albergavano cortesia e valore.
Solo più tre vecchi virtuosi ancora vi si trovano, suonando a rimprovero per le generazioni presenti, ma si trovano così a disagio che desiderano di ricongiungersi al più presto a Dio.
Tra questi è il buon Gherardo, sulla cui figura D. insiste per sottolinearne le virtù. Ma ora Marco Lombardo non può più seguirli, poiché il chiarore che trapela annuncia la fine della nuvola di fumo da cui egli non può uscire; quindi troncato il discorso, Marco torna indietro (115-145).
[1] Sono puniti nelle prime tre cornici coloro che ebbero amore per il male (superbi, invidiosi, iracondi).
[2] Nei canti X-XI-XII il custode è stato l’Angelo dell’umil­tà; nei canti XIII-XIV l’Angelo della misericordia; nel canto XV appunto gli Angeli della misericordia e della pace; nel canto XVI l’Angelo della pace.
[3] Uomo di corte vissuto nella metà del secolo XIII. Famoso per le sue doti di rettitudine e nobiltà d’animo, altero e pungente con i potenti, viaggiò di corte in corte nell’Italia settentrionale (e fu chiamato lombardo più per questo che non per la nascita di cui non si hanno notizie sicure). Per D. è il portavoce ideale della sua concezione etico-politico e religiosa.
[4] Capitano generale di Treviso dal 1283 al 1306 (e in precedenza di Belluno e di Feltre), uomo retto e valoroso, per cui è qui chiamato il buon Gherardo. Padre della scostumata Gaia e di Rizzardo, ricordato per la sua morte violenta nel canto IX del Paradiso. Fu in ottimi rapporti con Azzo VIII d’Este e probabilmente ebbe un ruolo nella morte di Jacopo del Cassero. D. sembra ignorare tutto ciò o comunque non ne tiene conto, come non tiene contro del suo guelfismo di parte nera. Fu protettore di letterarti ed artisti (già lodato da D. nel Convivio) e pare che sia stato conosciuto da D. personalmente.
[5] Fu vicario di Carlo I d’Angiò, podestà di Firenze nel 1276 e capitano di parte guelfa nel 1277; fu poi podestà di Brescia e di Piacenza. I commentatori antichi esaltano le sue doti di liberalità e le sue virtù cavalleresche.
[6] Forse ghibellino ed esule in Verona, dove D. può averlo conosciu­to; D. ne parla anche nel Convivio (IV, XVI, 6).
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Posted at 9:08 am by tieniinmanolaluce, on aprile 13, 2017
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Posted at 10:13 am by tieniinmanolaluce, on febbraio 20, 2017
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Posted at 10:09 am by tieniinmanolaluce, on febbraio 20, 2017
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Posted at 10:00 am by tieniinmanolaluce, on febbraio 20, 2017
Il papà della psichiatria sociale ha un nome: si chiama Eric Berne.
Iniziato il tirocinio da psicanalista negli anni 40’ Eric Berne cominciò a pensare ad uno strumento veloce per fare diagnosi (1940-43) sotto la guida di Paul Federn (primo allievo di Freud).
Ciò gli fu utile perché come psichiatra militare nel 1945 aveva a disposizione soltanto 45 secondi per fare una diagnosi e per stabilire dunque se i soldati avessero superato i traumi della guerra e potessero quindi tornare alle proprie famiglie.
Nacque così in ambito freudiano la psichiatria sociale che ricomprende la più conosciuta Analisi Transazionale, ossia lo studio delle transazioni comunicative che due o più individui si scambiano.
Che cosa si intende per psichiatria sociale?
È un sistema di nozioni che ci aiutano:
A) a capire come siamo fatti,
B) come ci relazioniamo e come potremmo relazionarci meglio,
C) a migliorarci, entro certi limiti, in autonomia,
D) a curarci tramite un terapeuta formato.
Per capire come siamo fatti dobbiamo partire dal presupposto che il nostro IO può considerarsi tripartito e si può suddividere, in altre parole, in tre stati: IO GENITORE, IO ADULTO ed IO BAMBINO.
Questi stati dell’IO ci accompagnano dalla nascita alla morte; che sono presenti ce ne accorgiamo ad esempio dal cambio di tono di voce.
Che le cose stiano così lo possiamo verificare con un semplice esempio.
Sto guidando su una strada trafficata. Controllo continuamente la strada, i veicoli che ho intorno e i cartelli stradali: sono nello stato dell’Io Adulto ossia mi confronto col qui ed ora cercando di prevedere quel che può accadere per meglio fronteggiarlo.
Un’auto mi taglia la strada: mi spavento e rallento per evitare l’urto; la paura è una reazione al qui ed ora e dunque sono ancora nello stato dell’io Adulto.
Mentre l’auto si allontana scuoto la testa, faccio una smorfia con la bocca per disapprovare e dico ad alta voce: «A certa gente bisogna togliere la patente! »
Ora sono nello stato dell’Io Genitore: quando ero piccolo e sedevo accanto a mio padre che guidava l’ho visto varie volte scrollare la testa e fare smorfie di disapprovazione nei confronti degli altri guidatori e pure dire quella frase.
Arrivo in studio, sono in ritardo di qualche minuto: devo finire un atto urgente. In ascensore il cuore mi manca e sono preso dal panico, porto una mano alla bocca, strabuzzo gli occhi e sudo lievemente. Inclino la testa da una parte e muovo nervosamente un piede nell’attesa del piano.
Sono nell’Io bambino: provo le stesse emozioni che provavo quando arrivavo tardi a scuola e temevo la punizione della maestra; il panico però non è così giustificato in questa realtà.
Il cliente o il giudice non mi puniranno ora, come faceva il maestro e dunque provo paura perché mi assalgono vecchi ricordi anche se posso non esserne consapevole.
Poi penso: «Ma oggi è mercoledì, non giovedì, ho ancora 24 ore per finire l’atto»
Mi rilasso, sorrido, tolgo la mano da vicino alla bocca. Il mio è un sorriso da uomo adulto, non la risatina di un bambino spaventato. Sono tornato nell’Io adulto.
La tripartizione trova ispirazione nella famosa topica (rappresentazione della psiche) freudiana che immagina la mente umana come composta da IO, SUPER IO ed ES (inconscio).
In che cosa si differenzia Berne da Freud? soprattutto per il fatto che in base alla prospettazione freudiana non ci sono elementi esterni che possano indicare lo stato dell’IO di un ipotetico interlocutore; in Berne invece ci sono invece degli indicatori precisi, come abbiamo visto dall’esempio, che permettono di capire in che stato sia il soggetto osservato.
A che cosa mi serve conoscere lo stato dell’Io del mio interlocutore? A rapportarmi più efficacemente con lui.
E che cosa mi serve sapere che stato dell’Io preferenzialmente utilizzo io? A capire come sono fatto, se mi confronto con la realtà qui ed ora in modo diretto e da adulto, o se formulo pensieri, emozioni e attuo comportamenti che sono in qualche modo da mettersi in relazione con la mia parte genitoriale o bambina.
Si chiama analisi strutturale quella che mi permette appunto di capire che meccanismi mentali uso di preferenza. A che cosa può servirmi?
Lo scopo dell’analisi strutturale dell’Io è quella di aiutare l’Adulto a tenere sotto controllo il Bambino che è in me.
È importante tenerlo sotto controllo poiché la psicosi nasce dal fatto di utilizzare il Bambino come «sé reale».
L’Adulto, in altre parole, è come un muscolo che deve essere allenato affinché possa decidere di utilizzare il Genitore o il Bambino a sua discrezione.
Chi riesce a separare gli stati dell’Io ed a utilizzarli al momento opportuno affronta i suoi problemi
Ma la separazione va distinta dall’organizzazione degli Stati dell’Io che non risolve i problemi.
Perdonatemi l’esempio brutale, ma ci serve per capire.
Caio è un professionista di grande notorietà che fa il suo lavoro con grande bravura e risultato; nessun cliente né collega si è mai lamentato di lui.
Al venerdì Caio dice a tutti, compresi i suoi familiari, che va «a pescare» sul lago di Como dove possiede una villetta.
In realtà Caio non va a pescare. Dal venerdì alla domenica non fa altro che drogarsi.
La domenica torna a casa come se niente fosse e il lunedì ricomincia a fare il professionista di successo.
Caio separa gli stati dell’Io o li organizza?
Caio li organizza semplicemente.
Lui non ha cognizione del fatto che ogni venerdì lascia campo al suo Bambino negativo.
Al venerdì il suo Bambino diventa il «sé reale».
Ciò perché il papà di Caio è morto quando lui era molto piccolo e quindi Caio non si è potuto costruire dentro un genitore forte.
Ha un genitore fittizio che fa fare al Bambino ciò che vuole.
Un genitore assente per qualsivoglia motivo non si può ricostruire in modo efficace.
Caio quando è Bambino pensa di essere Adulto.
Se qualcuno che fosse a conoscenza del suo “segreto” gliene chiedesse conto risponderebbe con una razionalizzazione: “io non sono un drogato e smetto quando voglio” oppure “tutto ciò mi serve per rilassarmi, ma nessuno può mettere in dubbio che io non sia per questo un professionista impeccabile”.
In altre parole lo stato dell’IO BAMBINO di Caio si difende facendogli pensare che sta ragionando da ADULTO.
Questa tripartizione degli stati dell’IO è cosa acclarata.
Freud agli inizi del 900’ ci presenta due rappresentazioni della psiche (topiche): 1) Io, Super-io ed es (o id), 2 Conscio, subconscio, inconscio.
Berne appunto distingue a metà del secolo tra a) Esteropsiche, neopsiche e l’archeopsiche da cui derivano Genitore, Adulto e Bambino.
McLean nel 1989 ci racconta il cervello come suddiviso in tre parti: a) Rettiliano, b) Paleomammaliano c) Neomammaliano.
Nel 2010 Siegel riprende la teoria di McLean e nel 2014 Dehane ci racconta che in realtà i confini dell’IO sono forse più sfumati, in quanto a funzionamento, ma non mette in dubbio le teorie del passato.
Abbiamo detto che la psichiatria sociale è utile per comprendere come ci relazioniamo e come potremmo relazionarci meglio.
Per intenderci sul punto di “come ci relazioniamo” è necessario comprendere che esiste un modello di funzionamento della psiche: in altre parole quando comunichiamo se lo facciamo da GENITORE possiamo comportarci, sentire o pensare da GENITORE AFFETTIVO o da GENITORE NORMATIVO: questi due stati possono a loro volta essere positivi o negativi; quando invece comunichiamo da ADULTO, lo stato è unico e può essere soltanto positivo o negativo; se parimenti comunichiamo con lo stato dell’Io BAMBINO possiamo attivare il BAMBINO ADATTATO od il BAMBINO LIBERO.
Perché una comunicazione si mantenga in una interazione dovremmo far sì che le parti negative del nostro funzionamento si attivino il meno possibile.
Il BAMBINO ADATTATO (o ribelle) rispetta ciò che dall’esterno gli viene imposto.
Il bambino è cioè compiacente, remissivo, aderisce senza discussione a ciò che gli viene comandato perché ha capito che gli conviene (comportamenti automatici) oppure si ribella (ciò costituisce adattamento)
È positivo (OK), se ripropone da adulto comportamenti che sono adeguati alla nostra situazione da adulti (mi soffio il naso col fazzoletto, chiedo per favore).
È negativo (non OK) quando ripropone comportamenti che non si confanno alla situazione da adulto (metto il broncio) perché da bambino gli davano risultati (un adulto chiede invece direttamente ciò che vuole); oppure ad es. quando balbetta o arrossisce in pubblico (da piccolo è stato ripreso mentre parlava in pubblico) quando potrebbe farne a meno, perché è in grado di esprimersi fluidamente
Il BAMBINO LIBERO (o naturale): è quello che decide in autonomia di fare o non fare qualcosa che non viene censurato dagli adulti. Il bambino libero cioè non basa la sua scelta su una ponderazione, ma sul mero istinto e sulla spontaneità.
È ok, quando pone in essere comportamenti vantaggiosi (se ad esempio da bambino ho deciso di reprimere la rabbia e da adulto ciò mi ha portato in terapia, sono bambino libero ok quando sfogo la rabbia sul cuscino dell’analista).
È non ok, quando pone in essere comportamenti palesemente negativi (es. mi metto a ruttare ad un pranzo di gala; è vero soddisfo pulsioni non censurate, ma è anche vero che da adulto le conseguenze saranno peggiori).
Funziono da GENITORE quando da adulto mi comporto in modo da copiare i miei genitori; e posso essere
1) GENITORE NORMATIVO: critica e dà le norme, comanda, vieta; oppure 2) GENITORE AFFETTIVO: che accudisce, mostra affetto, protegge e dà i permessi.
Il GENITORE NORMATIVO è ok quando il suo comportamento mira a proteggere o a promuovere il benessere o a dare rispetto (“Non fumare che ti fa male, non attraversare la strada che vai sotto le macchine”).
È non ok quando svaluta l’altro (“Hai fatto di nuovo un errore!”).
Il GENITORE AFFETTIVO è ok quando si prende cura dell’altro con rispetto autentico (“Vuoi aiuto in quel lavoro? Fammelo sapere”); è non ok quando svaluta l’altro: «Dai qui, faccio io!»
Il GENITORE AFFETTIVO diventa negativo anche quando è iperprotettivo (es. la mamma fa mettere il maglione al bambino perché lei ha freddo; ciò che passa è una svalutazione: “Tu non sei capace di chiedere circa i tuoi bisogni”).
Funziono da ADULTO quando mi confronto con la realtà e adotto la strategia che essa richiede, opero un compromesso tra quello che voglio io e quello che vuole l’altro, cerco alternative per soddisfare i miei interessi ecc.
Non sempre l’ADULTO è considerabile positivo: quando si difende dalle emozioni il suo comportamento è negativo. Le emozioni dell’ADULTO sono comunque sempre adeguate a ad affrontare la situazione immediata.
Questi concetti tracciano una strada per comprendere quale è la migliore strategia comunicativa.
Intanto quando comunichiamo non ci rivolgiamo ad un interlocutore, ma ad un suo stato dell’IO: ad es. al suo ADULTO, o al suo GENITORE AFFETTIVO o al suo BAMBINO ADATTATO.
Perché lo facciamo? Perché vogliamo una risposta precisa e la nostra speranza è che sia proprio quello stato dell’IO a cui ci indirizziamo che ci risponda. Purtroppo però la risposta non dipende da noi, ma dall’altro; ci sono però delle accortezze che fanno sì che otteniamo quel che desideriamo.
In comunicazione è importante fornire un messaggio in modo tale da poter prevedere lo stato dell’IO che fornirà la risposta: come si può fare? Bisogna capire appunto quale è lo stile comunicativo prevalente del nostro interlocutore.
Se ad esempio ci troviamo di fronte un OSSESSIVO-COMPULSIVO (e noi legali lo siamo tutti in parte: la definizione come quelle che seguono riguarda il solo adattamento psicologico e non una malattia mentale) sapremo che preferisce rispondere come GENITORE NORMATIVO, mentre se avremo di fronte un ISTRIONICO al contrario preferirà che ci indirizziamo al suo BAMBINO.
Detto in soldoni con l’ossessivo-compulsivo dovremo inizialmente parlare di diritto, di nome e di doveri e con l’Istrionico invece potremmo fare riferimento ad es. alla bella giornata o alle sensazioni che determina il brutto tempo.
Se lo stile prevalente del nostro interlocutore è in armonia con il nostro ciò determina che la nostra interazione sia soddisfacente: se ad es. io sono un PARANOIDE tendo come sentire prevalente a voler proteggere il mio partner ossia a pormi nei suoi confronti da GENITORE, ma lui deve essere d’accordo ossia accettare che io mi rivolga al suo BAMBINO ADATTATO e rispondermi da tale. Se il mio partner avrà un adattamento ISTRIONICO, ben difficilmente accetterà questo “vettore comunicativo”, ossia non mi risponderà mai da BAMBINO a GENITORE e dunque la nostra relazione potrebbe rivelarsi fallimentare, per non dire pericolosa per il mio partner che cercherà di sottrarsi al mio controllo con tutte le sue forze.
Perché in una interazione tra due persone si sviluppi un comunicazione continua le transazioni (messaggio a cui corrisponde una risposta) devono essere complementari, ossia mi deve rispondere lo stato dell’IO che ho contattato, oppure sono io che in caso di risposta interruttiva devo essere in grado di cambiare stato dell’IO.
S. Brown, L’analisi transazionale e la psicopatologia delle comunicazioni
Libri di Eric Berne:
1) A che gioco giochiamo? Bompiani
2) Analisi transazionale e psicoterapia, Astrolabio
3) Intuizioni e stati dell’io, Astrolabio
4) Ciao…E poi?, Bompiani
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Posted at 6:57 am by tieniinmanolaluce, on settembre 22, 2016
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Posted at 1:05 pm by tieniinmanolaluce, on giugno 5, 2016
Arenzano, il paese dove sono nato, ha di sicuro radici preromane.
I Liguri secondo alcuno furono addirittura i primi abitatori della penisola italica (i primi insediamenti ritrovati a Ventimiglia risalgono a 300.000 anni fa) e le popolazioni antiche non furono altro che il felice esito delle loro migrazioni.
Secondo altri furono originati da una popolazione celtica (Ceilt = abitante delle foreste) proveniente dalla Gallia e lo stesso termine Liguria deriverebbe dal’unione di due vocaboli celtici: Lly-gour (gente stabilita presso il mare) e Lly-gor (gente stabilita presso la montagna): ipotesi questa assai suggestiva e rispondente alla nostra condizione in fondo.
Secondo altri la derivazione fu greca o asiatica.
Comunque sia tra le popolazioni liguri quella arenzanese dovrebbe rientrare tra i Genuates (nome latino) che appunto dimoravano nel golfo di Genova: i Genuates abitavano la costa sino a Vado.
In età romana Arenzano era detto fundus Arentianum: si trattava di una città non fortificata.
Il nome di Arentianum traversò tutto il Medioevo. Si pensi che ancora nell’epoca di Mezzo Varazze era detta Vicus Virginis, Voltri Vulturium, Sestri Segesta.
Queste sono le frammentarie notizie che ho raccolto sulla vita degli Arentianenses dal Medioevo in poi.
Nel 1241 i Ghibellini pisani che si erano schierati con Federico II contro papa Innocenzo IV incendiarono sia Cogoleto, sia Arenzano. Genova reagì ed in tre giorni armò 80 galee che misero in fuga le armate imperiali e quelle di Pisa. Lo stemma del Grifone (simbolo della Repubblica genovese) il quale preme un’Aquila (stemma dell’Impero) ed un Lupa (emblema dei Pisani) nacque a seguito di questa vicenda.
Nel 1376 fu costruito un ponte tra Arenzano e Cogoleto per permettere a santa Caterina da Siena di andare a Varazze.
Nel 1400 Orlando Fregoso attaccò Arenzano con un grande esercito e fu battuto dal generale Bartolomeo Grimaldi.
Nel 1667 Capitan Francesco Grondona di Arenzano muore insieme a 400 uomini in una tempesta mentre cercava di attraversare lo stretto di Cadice.
Nel 1611 fu fondato in Arenzano un convento dei Cappuccini. Nel 1833 se ne ha ancora notizia, probabilmente stava davanti al mare perché le navi attraccavano a poca distanza dalla porta di entrata.
Ho inoltre conoscenza dell’uso della dizione moderna “Arenzano” almeno a partire dal 1659.
Nel 1703 venne fondata la Chiesa parrocchiale, intitolata a ss. Martiri Nazario e Celso. Aveva una forma ottangolare, sorretta dai soli pilastri laterali, ed aveva una grande capacità. Era ornata da lavori a stucco e dorature ed aveva (almeno nel 1833) una cappella magnifica tutta incrostata di marmo, dedicata a San Giovanni Battista
Nel 1740 Arenzano viene definita da un testo dei Cappuccini oppidum e dunque all’epoca era città fortificata; l’appellativo di civitas era riservato invece alle sole Savona e Sarzana, Genova veniva invece nominata con l’appellativo di Respublica.
Nel 1748 Arenzano fu bombardato da una nave da guerra inglese: non ci furono però danni a persone o cose (all’epoca la nostra cittadina era difesa dai Francesi).
Nel 1798 Arenzano, possedeva circa 2000 anime, era capoluogo del “II Cantone” (uno dei 156 cantoni in cui era divisa la Liguria) ed era sottoposto alla giurisdizione della Cerusa, un torrentello di Voltri che divide ancora oggi la riviera di Ponente da quella di Levante.
Sempre nel 1798 vi era ad Arenzano un giudice di pace di seconda classe. Solo Voltri aveva un giudice di pace di prima classe (e dunque dopo due secoli ospitò la pretura). Si chiamava Giuseppe Rapallo.
Il 1° giugno 1798 il Consiglio dei Sessanta deliberò d’urgenza la legge sull’”Organizzazione del Potere Giudiziario, e Amministrativo”[1]. Nel 1798 si vennero a trovare dunque in Liguria più di 200 Giudici di Pace[2] che venivano appunto eletti unitamente ai loro assessori[3] dall’assemblea cantonale[4] convocata dal “commissario di governo per ordine del direttorio esecutivo”[5].
Il giudice di pace doveva dunque avere trent’anni e durava in carico un anno, ma poteva essere rieletto[6] e risiedeva nel comune capo-cantone[7].
Poteva appartenere alla prima o alla seconda classe: tale appartenenza ne determinava la competenza che era più ristretta nella seconda classe e consisteva nel presiedere il tribunale di famiglia in relazione agli incapaci, nel giudicare senza formalità inappellabilmente tutte le controversie sino a 50 lire (tra le 50 e le 300 il giudizio era appellabile) e le cause da danni campestri
I giudici di pace “provvedevano ad impiegare la loro mediazione, ed ufficio per la conciliazione di tutte le controversie eccedenti la loro competenza; e vertenti fra cittadini, dei quali almeno il reo è domiciliato nella rispettiva loro giurisdizione”[8]; quindi si trattava di conciliazione preventiva obbligatoria.
Erano di seconda classe i giudici di pace del luogo ove risiedeva il tribunale che però era itinerante e quindi si passava facilmente da un classe all’altra[9].
I giudici di pace di prima classe invece avevano una competenza giurisdizionale sino a lire 1000, ma i giudizi erano appellabili, esercitavano la volontaria giurisdizione e la giurisdizione del lavoro sino a qualsiasi somma e si occupavano anche dei procedimenti possessori, delle apposizioni di termine, degli attentati ai corsi d’acqua dei mulini e all’agricoltura. Avevano una competenza penale per i delitti sino ad otto giorni di carcere o a 15 di “arresto in casa”[10].
Nelle cause di competenza del giudice di pace, potremmo dire, che non vi era un confine netto tra processo e conciliazione: <<fa egli citare la parte; forma un processo verbale, sommario di quanto le parti hanno a lui esposto; riceve anche il giuramento decisorio, che una parte a delazione dell’altra avesse accettato; descrive distintamente i punti, su de’ quali si è tra le parti convenuto>>[11].
Il processo verbale di conciliazione veniva sottoscritto dal giudice e dalle parti che sapessero scrivere o da loro testimoni che però partecipavano alla sola lettura del “convegno”[12].
Cosa curiosa è che la legge non prevedeva un totale fallimento della conciliazione anche se l’effetto dedotto era poi il medesimo di una completa disfatta; si prevedeva dunque che “Se non riesce a conciliare interamente le parti, trasmette al Tribunale della giurisdizione copia autentica del sopraddetto verbale con un certificato testificante, che la parte è stata inutilmente chiamata all’Ufficio di pace”[13].
Se una parte veniva citata due volte e non si presentava al tentativo il giudice di pace redigeva altro certificato testante, “che la parte è stata inutilmente chiamata all’Ufficio di pace”[14].
Non si ammetteva in giudizio la presenza di “Curiali o Avvocati”, a meno che non avessero questa qualità le stesse parti in causa; in tal ultimo caso se una parte non aveva tale qualità poteva dotarsi di “Curiale od Avvocato”[15].
Vi erano poi diverse questioni dispensate dal tentativo: gli affari che interessavano la Nazione, i Comuni, l’ordine pubblico, quelli ove si ricorreva all’esecuzione parata[16] o che dipendevano da titoli di credito ed altri affari giudicati dal tribunale di commercio, gli affari per cui non era data la facoltà di transigere.
Nel 1800 Arenzano fu teatro della guerra tra Francesi ed Austriaci: il generale Massena rischio qui di perdere la vita.
Nel 1823 si attesta la mancanza un ponte di collegamento sul torrente Lerone: gli abitanti che volessero arrivare ad Arenzano via terra dovevano passare dei monti e lo stesso accadeva per andare a Voltri visto che la strada era assai ammalorata.
Nel 1824 una nave di Livorno chiamata Concordia fece naufragio e il suo equipaggio fu salvato dai cittadini arenzanesi.
Nel 1833 la popolazione era di 3250 anime. Si dà notizia, oltre a quello dei Cappuccini, di un antico convento dei padri somaschi di cui si conservava solo una villa lungo il mare della strada provinciale ed una chiesa dedicata S. Maria Maddalena. A quella data c’erano inoltre due piccole chiese di confraternite ed alcune cappelle rurali. Tra i palazzi l’unico ragguardevole era Villa Pallavicini.
Vi era poi un piccolo forte in zona Pizzo che però non aveva una grande importanza strategica.
Sempre nel 1833 vi erano un filatoio di seta e alcune cartiere che davano lavoro a ben 250 operai.
In quest’anno i due confini del Paese erano costituiti torrente Lerone e dal rivo Lorea. Nel paese scorrevano il torrentello S. Martino ed il Cantarena. Il primo ponte fu costruito sul S. Martino nel 1832.
Nel 1837 vi fu una brutta epidemia di colera.
Nel 1844 il marchese Pallavicini di Genova dichiara di aver stabilito in Arenzano uno stabilimento metallurgico. Del resto Arenzano possedeva cave di pietra e miniere di rame.
Arenzano era raggiungibile solo a cavallo, e ancora nel 1854 ci voleva circa un’ora e 15 minuti da Voltri (oggi questo è il tempo a piedi).
Nel 1857 la stazione di posta di Arenzano non era utilizzabile e così fu spostata a Voltri. Per anni dai resoconti parlamentari si evince che sarebbe stato necessario collegare Genova ad Arenzano attraverso una rete viaria importante, ma ci furono diverse resistenze dei parlamentari (del resto i lavori imponenti iniziarono soltanto nel 1977…).
Nel 1858 la popolazione di Arenzano era di 3334 abitanti (1616 maschi e 1718 femmine); nel 1862 si registrò un incremento a 3491 abitanti (1715 machi e 1776 femmine): c’era dunque una densità di 141.10 abitanti a km quadrato; e dunque dal 1833 non vi furono poi incrementi significativi.
Nel 1863 si attesta che gli elettori del comune erano 71, ma dovevano andare a votare a Voltri.
Nel 1863 Arenzano aveva un proprio ufficio postale ed un telegrafo.
Nel 1867 le attività più fiorenti erano quella della seta, della carta e dei tessuti di cotone. Chi non si occupava di queste attività si dedicava all’agricoltura: grano, patate, mais, legumi, ulivi, limoni, melarance.
Sempre nel 1867 viene citato un ospedale per gli infermi. Il giardino della Villa Pallavicini era considerato delizioso.
Sempre in quest’anno vi era una guarnigione di soldati (Guardia nazionale) di 73 soldati attivi e 200 riservisti; poteva mobilitare 111 militi.
Nel 1870 Arenzano, secondo la tariffa del dazio sul consumo, era di quinta classe perché aveva una popolazione inferiore agli 8000 abitanti; il che significa che le bevande e le carni avevano un’aliquota più bassa (la metà di quelli di 1° classe). Questa tassazione favorevole permetteva ai cittadini di Arenzano di poter costruire bastimenti di qualità ad un prezzo inferiore a Varazze che già nel 1859 era comune di quarta classe con oltre 8137 anime. Così almeno riferisce un resoconto del 1865.
Si consideri che tra il 1816 ed il 1862 si costruirono ben 249 bastimenti; tra il 1862 ed il 1871 i bastimenti furono 68.
Nel 1865 vengono citate poi diverse fabbriche di carta che venivano alimentati dal ruscello Leirone e dal Cantarano.
Nel 1867 Arenzano aveva una superficie di 2474 ettari (24,74 km quadrati) e dunque era leggermente più estesa di oggi (24,6 km quadrati)
Tra i cognomi arenzanesi uno notissimo già nel 1500 e dunque dal Rinascimento era Robello. Tal Pellegrina Robello sposò Bernardo un nipote di Cristoforo Colombo il cui padre era peraltro di Cogoleto (ci sono atti notarili che attestano tutto ciò).
Il cognome Calcagno invece viene richiamato con riferimento ai proprietari di cartiere in Voltri ed Arenzano già nell’Ottocento[17].
[1] Cfr. RACCOLTA DELLE LEGGI ED ATTI DEL CORPO LEGISLATIVO DELLA REPUBBLICA LIGURE DA’17. GENNAIO 1798. ANNO PRIMO DELLA LIGURE LIBERTÀ, Volume I, Stamperia Padre e Figlio Franchelli, Genova, 1798, p. 208 ess.
[2] Sotto il governo provvisorio esistevano anche gli Ispettori di pace che formavano un comitato autorizzato “a decidere le differenze civili, che non eccedevano la somma di lire venti” colla facoltà di far eseguire le loro deliberazioni, mediante esecuzione forzata. Questi Ispettori che erano sostanzialmente degli arbitri erano pure autorizzati a punire con la pena correzionale di tre giorni d’arresto “le mancanze leggiere contro il buon ordine”. Cfr. il Supplemento alla Gazzetta Nazionale Genovese n. 26 del 9 dicembre 1797 in http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ATO00184798_41157&teca=MagTeca+-+ICCU
[3] Ossi agli esperti di diritto che lo consigliavano e lo sostituivano in caso di morte od incapacità provvisoria. Il loro consiglio non era vincolante, poteva sollecitarlo il giudice od anche le parti (art. 41 legge 1° giugno 1798 , n. 111) .
[4] Essa riuniva i rappresentanti di più comuni in cui era diviso il cantone ed era presieduta dal giudice di pace.
[5] Art. 23 legge 1° giugno 1798, n. 111.
[6] Art. 28 legge 1° giugno 1798, n. 111.
[7] Art. 35 legge 1° giugno 1798, n. 111.
[8] Art. 31 legge 1° giugno 1798, n. 111.
[9] Art. 33 legge 1° giugno 1798, n. 111.
[10] Art. 32 legge 1° giugno 1798, n. 111.
[11] Art. 44 legge 1° giugno 1798, n. 111.
[12] Art. 45 legge 1° giugno 1798, n. 111.
[13] Art. 47 legge 1° giugno 1798, n. 111.
[14] Art. 47 legge 1° giugno 1798, n. 111.
[15] Art. 51 legge 1° giugno 1798, n. 111.
[16] Riguardava le cambiali.
[17] Bibliografia
Petro, Bizaro Sentinati, Senatus Populique Genuensi, 1579, Christophori Plantini
Della storia di Genova dal trattato di Worms fino alla Pace di Aquisgrana, Libri quattro, Leida 1750.
Storia generale e ragionata della Repubblica di Genova dalla sua origini sino a noi, Tomo III, Genova, 1795, Franchelli.
Bullarium Capucinorum, tomus primus, Roma, 1760, Tipografia Giovanni Zempel.
Jacopo Durandi, il Piemonte cispadano antico, Torino, 1774, Stamperia Giambatista Fontana
RACCOLTA DELLE LEGGI, ED ATTI DEL CORPO LEGISLATIVO DELLA REPUBBLICA LIGURE DAL 17 GENNAIO 1978, ANNO PRIMO DELLA LIGURE LIBERTÀ, VOLUME I, Franchelli Padre e Figlio, 1798.
RACCOLTA DELLE LEGGI, ED ATTI DEL CORPO LEGISLATIVO DELLA REPUBBLICA LIGURE DAL PRIMO LUGLIO 1978, ANNO SECONDO DELLA LIGURE LIBERTÀ, VOLUME II, Franchelli Padre e Figlio, 1798.
Costituzione del Popolo Ligure del 1798, Anno seconda della Repubblica Ligure, Genova, Stamperia francese e Italiana.
Collezione di proclami, avvisi, editti dal 28 aprile 1799, tomo terzo, 1799, Milano, Pirotti e Maspero tipografi e librai.
Vieusseux, Antologia, Aprile-Maggio-Giugno 1823, tomo decimo, 1833, Firenze, Tipografia di Luigi Pezzati
Gazzetta di Milano del 1824.
Giacomo Navone, Passeggiata per la Liguria occidentale fatta nell’anno 1827 dal signor Giacomo Navone, Carlo Puppo Stampator Vescovile, 1832.
Dizionario geografico-storico-statistico commerciale degli Stati di S.M. di Sardegna, volume I, 1833. Maspero libraio.
Giacomo Serra, La storia dell’antica Liguria e di Genova, tomo I, 1835, capolago, Tipografia Elvetica.
Guida del navigante nel littorale della Liguria, Genova, 1855.
Giovambatista Adriani, Monumenti Storici-Diplomatici, 1858, Torino, Ribotta.
C. Marmocchi, Dizionario di geografia universale, contenente gli articoli più necessari della geografia fisica secondo le idee nuove, 1862, S. Franco.
Carlo Borda, Manuale dizionario di amministrazione municipale, provinciale e delle opere pie, volume II, 1866, Torino, Sebastiano franco e figli Editori.
Dizionario corografico, volume primo, 1867, Milano, Vallardi.
Giornale degli studiosi di lettere scienze, arte e mestieri, Anno III, 1° semestre, 1871.
Alberto Errara, L’Italia industriale: studi. Con particolare riguardo all’Adriatico Superiore (regno d’Italia e Impero Austro-Ungarico). Industrie marittime, 1873, E. Loescher.
Alessandro Garelli, I salarj e la classe operaia italiana, Torino, 1874, Libreria Angelo Penato.
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Posted at 5:35 pm by tieniinmanolaluce, on aprile 23, 2016
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Posted at 12:45 pm by tieniinmanolaluce, on gennaio 27, 2016
Nel giorno della memoria mi pare opportuno ripubblicare qui questo breve saggio (la condizione degli ebrei nelle leggi e costituzioni di sua maestà vittorio amedeo ii2)
[11] Le Leggi Razziali emanate in Italia tra il 5 Settembre 1938 e il 29 Giugno 1939, ricalcano essenzialmente quelle promulgate in Germania. Il primo documento ufficiale da cui sono poi scaturite è il Manifesto sulla purezza della razza pubblicato il 14 Luglio 1938. Segue il Comunicato della Segreteria del PNF sulla Razza Italiana; è del 5 Settembre 1938 il Regio Decreto per la difesa della razza nella scuola, del 7 Settembre 1938 il Regio Decreto sugli Ebrei stranieri, del 6 Ottobre 1938 la Dichiarazione sulla razza votata dal Gran Consiglio del Fascismo, del 15 Novembre 1938 il Regio Decreto sull’integrazione in testo unico delle norme già emanate per la difesa della razza nella scuola italiana, del 17 Novembre 1938 il Regio Decreto per la difesa della razza Italiana, del 29 Giugno 1939 il Regio Decreto sulla disciplina dell’esercizio delle professioni da parte di cittadini di razza Ebraica, Cfr. Per approfondire il testo di questi documenti v. http://cronologia.leonardo.it/ugopersi/leggi_razziali_italia/leggi_razziali_italia.htm
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Posted at 10:09 am by tieniinmanolaluce, on gennaio 25, 2016
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