Source: http://www.ivorossi.it/sito-nuovo/la-politica/388-l-accordo-fra-lo-stato-e-le-regioni-emilia-romagna-lombardia-e-veneto-in-attuazione-dell-articolo-116-terzo-comma-della-costituzione-4
Timestamp: 2018-09-20 00:04:09+00:00

Document:
Sei qui: Home » La politica » L'accordo fra lo Stato e le regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto in attuazione dell'articolo 116, terzo comma, della Costituzione
Con questo atto, che arriva dopo alcuni tentativi solo accennati a cavallo fra il 2007 e il 2008, e a ben diciassette anni dalla cosiddetta riforma costituzionale del Titolo V, le regioni ritornano a rivendicare un ruolo da protagoniste nella vita della Repubblica, riportando al centro questioni, quali quelle del regionalismo e delle autonomie, messe in discussione dalla crisi economica post 2010 che ha contribuito ad un accentramento delle funzioni. La ricostruzione dei passaggi cruciali e delle riflessioni che hanno portato all’accordo, di cui si da conto in questa sede, riflette il punto di vista della delegazione del governo ed in particolare del sottosegretario alla Presidenza Gianclaudio Bressa e del Dipartimento per gli Affari regionali e le autonomie che ha coordinato il negoziato con le regioniIl negoziato sul quesito referendario del Veneto e le decisioni della Corte.
Il percorso negoziale, che introduce all’accordo del 28 febbraio, ha avuto un suo iniziale prodromo a partire dal 2016, quando in data 15 marzo la Regione Veneto ha presentato formale richiesta di “attivare il negoziato con il Governo al fine del referendum regionale per il riconoscimento di ulteriori forme di autonomia …”. La richiesta, formulata sulla base delle disposizioni previste dalla l.r. n. 15/2014, se da una parte sembra fare riferimento alle materie da trasferire ai sensi dell’articolo 116 terzo comma, dall’altra rimanda alla richiesta di “definire il contenuto del referendum medesimo, secondo quanto previsto dall’art. 1 della legge regionale n. 15/2014”.
Giova ricordare come in data 19 giugno 2014 il Consiglio regionale del Veneto avesse approvato due leggi regionali: una richiedente un “referendum consultivo sull’autonomia del Veneto” (l.r. n. 15/2014) e una seconda di “Indizione del referendum consultivo sull’indipendenza del Veneto” (l.r. n. 16/2014) con il seguente quesito “Vuoi che il Veneto diventi una Repubblica indipendente e sovrana? Si o No?”. Si tratta di due leggi, in particolare quella riguardante la consultazione sull’indipendenza, che il governo impugna davanti alla Corte costituzionale, che in proposito si pronuncerà nel 2015 con sentenza n. 118..
Il ricorso preventivo alla consultazione popolare attraverso il referendum è una strada che il Veneto ha fatto propria fin dai primi anni novanta del novecento. Vale la pena di ricordare l’approvazione, avvenuta nel 1991, di una delibera legislativa avente per oggetto: “Referendum consultivo in merito alla presentazione di proposta di legge statale per la modifica di disposizioni concernenti l’ordinamento delle Regioni”. Si tratta di un atto che pur non producendo alcun effetto sostanziale - a seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale pronunciata da parte della Corte costituzionale con sentenza n. 470 del 1992 – segnala da una parte la tensione che cominciava a covare e a manifestarsi – a poco più di vent’anni dalla istituzione delle regioni - sul riparto delle competenze fra lo Stato e le regioni, e dall’altra l’assunzione di modalità partecipative della comunità regionale al fine di esercitare la pressione politica sul Parlamento nazionale.
La stessa regione, pochi anni dopo nell’ottobre del 1998, ritorna sulla questione approvando una legge avente per oggetto: “Referendum consultivo in merito alla presentazione di proposta di legge costituzionale per l’attribuzione alla Regione Veneto di forme e condizioni particolari di autonomia”, proposta che come nel caso precedente la Corte costituzionale dichiarerà incostituzionale con sentenza 496 dell’ottobre 2000, ma che contiene, rispetto alla precedente richiesta del 1991 – prefigurante una modifica dell’ordinamento generale delle regioni – una significativa innovazione introducendo, per la prima volta, la prospettiva della possibile differenziazione fra le regioni stesse. Si tratta di una innovazione di non poco conto, perché abbandonando il criterio dell’uniformità si immagina possa esistere una differenziazione fra le regioni a statuto ordinario. E che la proposta faccia breccia lo testimonia l’attenzione della stessa commissione bicamerale per le riforme, in cui la proposta verrà ripresa e sviluppata durante il dibattito sulla riforma costituzionale. L’emendamento che introduce a quello che diventerà il terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, primo firmatario l’onorevole Bressa, si può dire rifletta il dibattito aperto dalla proposta veneta che senza rompere il riparto fra regioni a statuto ordinario e speciali, innova quanto ad artiolazione possibile delle regioni ordinarie.
In questo senso si può intravedere una linea di continuità fra l’iniziativa veneta del 1991 con quella del 2014, ed un parallelo filo rosso che lega il presentatore della riforma dell’articolo 116 al negoziato e all’accordo dallo stesso sottoscritto il 28 febbraio.
Se le sentenze del 1992 e del 2000 avevano dichiarato incostituzionali le richieste di referendum venete, con sentenza n. 118/2015 la Corte costituzionale, pronunciandosi sulle due leggi (l.r. n. 15 e l.r. n. 16 del 2014) dichiara l’illegittimità della legge regionale di indizione del referendum sull’indipendenza del Veneto, in quanto proponendo “prospettive di secessione in vista della istituzione di un nuovo soggetto sovrano… appare del tutto incompatibile con i principi supremi dell’unità e dell’indivisibilità della Repubblica”.
Quanto invece alla legge 15/2014, la stessa sentenza, nel mentre dichiara l’illegittimità costituzionale dei quesiti nn. 2, 3, 4 e 5, che richiedevano: a) la previsione di una trattenuta dei tributi per una percentuale non inferiore all’ottanta per cento, b) la eliminazione dei vincoli di destinazione, c) la trasformazione del veneto in una regione a statuto speciale), autorizza invece “il referendum consultivo previsto dalla disposizione regionale impugnata … con il quesito: vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?.... in quanto precede ciascuno degli atti e delle fasi che compongono il procedimento costituzionalmente previsto”.
Dichiarando la costituzionalità del referendum consultivo sull’autonomia, in quanto “anteriore ed esterno” al procedimento di cui all’articolo 116 terzo comma, la Corte innova rispetto alla sua precedente giurisprudenza, ed è su questo presupposto che la Regione Veneto il 15 marzo 2016 chiede l’apertura di una ulteriore fase negoziale sul contenuto del quesito e sugli “ambiti di maggiore autonomia da riconoscere ..”, quasi a voler riprendere i contenuti dichiarati non ammissibili da parte della Corte.
A questa richiesta, con nota del 16 maggio 2016, il Ministro per gli Affari regionali e le autonomie comunica la sua disponibilità ad “avviare la procedura negoziale e di carattere concertativo … finalizzata ad individuare/delimitare i confini delle materie nell’ambito delle quali la differenziazione regionale sarebbe abilitata ad operare”.
3.Prime linee di indirizzo in vista dell’apertura del negoziato.
E’ a seguito della richiesta regionale - non esistendo una norma quadro di applicazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione – che il governo, su iniziativa del Dipartimento per gli affari regionali e le autonomie promuove un confronto con tutte le amministrazioni centrali con l’obiettivo di concertare una procedura entro cui inscrivere il negoziato, circoscrivendo allo stesso tempo l’ambito della discussione e definendo le coordinate procedurali per il raggiungimento dell’Intesa, in primis con la Regione Veneto, ma in prospettiva con tutte le regioni che ne dovessero in seguito fare richiesta.
In questo ambito vengono stabilite nel luglio 2016 alcune linee di indirizzo utili a orientare le successive trattative con le regioni. L’assenza di precedenti ha subito messo in evidenza la particolare delicatezza e la complessità delle questioni da affrontare e delle possibili incognite. Unico precedente di devoluzione di competenze richiamabile apparivano i decreti Bassanini, maturati però in un contesto molto diverso, frutto di una volontà unilaterale dello Stato, e in un quadro di uniformità e di uguali competenze trasferite.
Ma appunto di una volontà unilaterale si trattava, mentre per l’acquisizione di una autonomia differenziata la Costituzione stabilisce che la richiesta debba provenire dalle singole regioni, su materie scelte in base a specifiche esigenze e dunque fuoriuscendo dall’impostazione fondata sul criterio dell’uniformità che è stato il tratto distintivo di tutta la stagione del regionalismo iniziata negli anni ’70. Introdurre concretamente la differenziazione - il riconoscimento che le regioni a statuto ordinario non sono tutte uguali e che dunque possono essere loro attribuite competenze diversificate - ha imposto un salto di qualità che ha obbligato l’amministrazione ad affrontare questioni inedite, fino ad allora affrontate solo sul piano astratto e in via del tutto generale.
La prima bozza di indirizzi circa i possibili confini del negoziato, redatta dal Dipartimento affari regionali e sottoposta al confronto fra le amministrazioni centrali, ha individuato i contenuti e i caratteri che avrebbero dovuto caratterizzare le richieste regionali, ed in particolare veniva stabilito che:
qualunque richiesta di differenziazione (sia riguardante competenze amministrative o legislative) avrebbe dovuto fondarsi su una motivata e ragionevole giustificazione, legata alle specificità che caratterizzano la regione richiedente;
lo spostamento della competenza legislativa, pur nell’ambito di un procedimento speciale quale quello dell’art. 116, avrebbe dovuto indicare ragioni chiaramente verificabili, tali da giustificarsi anche rispetto a un eventuale sindacato di ragionevolezza;
eventuali maggiori risorse, che sulla base dell’intesa transitano in capo alla Regione, dovranno essere strettamente e direttamente collegate alle funzioni ulteriori;
Gli indirizzi formulati scontano una iniziale rigidità nella definizione del perimetro della trattativa e nelle giustificazioni delle ragioni, in cui viene sottolineata più volte l’esigenza che ogni richiesta debba essere esplicitamente individuata e circoscritta nel contenuto, così come che la ragionevolezza della differenziazione, dimostrata e dimostrabile, debba essere fondata su una specificità territoriale caratterizzante la regione richiedente.
L’avvio della riflessione propedeutica al negoziato, oltre a mostrare una forte prudenza, (non va dimenticato che questa avviene contestualmente al dibattito in vista del referendum di riforma costituzionale del 4 dicembre 2016) riflette alcuni indirizzi contenuti nella proposta di revisione del titolo V della Costituzione, ed in particolare gli interventi sugli artt. 116 e 117, laddove la proposta di riforma prevedeva l’introduzione della “condizione di equilibrio fra le entrate e le spese del proprio bilancio.”.
Se da una parte con la predisposizione dell’atto d’indirizzo vengono poste le basi per l’avvio della trattativa, dall’altra i primi scambi con la Regione Veneto più che sul merito dell’autonomia rivendicata, che rimane sullo sfondo, riguardano inizialmente il cosiddetto election day, ovvero la data di celebrazione del referendum che nelle richieste della regione (nel frattempo supportata anche dalla Regione Lombardia) si sarebbe dovuta far coincidere con le elezioni amministrative che si susseguiranno numerose nel corso del 2016 e nella primavera 2017. In quella fase probabilmente la richiesta dell’election day, oltre alle ragioni legate ai costi della consultazione, appare anche legata alla preoccupazione di una possibile scarsa affluenza al voto.
Si tratta dunque di una fase in cui prevale il confronto politico sui dettagli procedurali, piuttosto che un confronto vero e proprio sul merito.
L’indizione del referendum consultivo da parte delle due regioni, con l’indicazione del 22 ottobre 2017 quale giornata di chiamata alle urne, chiude una fase dai contorni sfuggevoli per rimandare al dopo consultazione l’apertura della nuova stagione dell’autonomismo differenziato.
Ed è proprio nello stesso periodo in cui le regioni Veneto e Lombardia preparano la sfida referendaria, quale condizione per l’accesso ad una maggiore autonomia, che la Regione Emilia-Romagna avvia un confronto interistituzionale finalizzato al raggiungimento del medesimo obiettivo seguendo la strada della richiesta diretta, così come prevista dal terzo comma dell’articolo 116.
4.L’autonomia differenziata e il risveglio del regionalismo.
L’obiettivo del regionalismo differenziato, che le regioni Veneto e Lombardia interpretano attraverso la strada referendaria e l’Emilia-Romagna seguendo un profilo in cui prevalgono i rapporti fra le istituzioni rappresentative, ha avuto il merito di riaprire un dibattito più generale sul regionalismo che era andato appannandosi nel corso degli anni a causa della crisi finanziaria e degli scandali aperti da innumerevoli inchieste giudiziarie. Si assiste ad una ripresa della discussione sul ruolo delle regioni nell’assetto della Repubblica, non solo per iniziativa delle tre regioni, che per prime avviano le procedure perviste dall’articolo 116 terzo comma, ma anche per iniziativa di altre istituzioni regionali che sembrano rispondere con preoccupazione alla “spiazzante” fuga solitaria del cuore produttivo del paese. L’accelerazione, rompendo il criterio dell’uniformità fino a quel momento assunto come principio cardine, mette in evidenza una sorta di frattura fra le regioni, con un gruppo di testa a dettare il passo e un gruppone di regioni costrette ad inseguire.
Proprio questo dualismo ha portato alcuni commentatori a immaginare e a teorizzare un sistema a due velocità con le regioni del nord a fare da locomotiva e con le altre necessariamente al traino di quelle di punta. Complessivamente si passa in poco tempo da un ruolo politicamente subalterno delle regioni, ridotte sulla difensiva da un’ondata centralizzatrice, ad una ripresa di iniziativa autonomistica, sia pur ancora territorialmente non omogenea.
Eppure da ben sedici anni le regioni avevano a disposizione lo strumento per acquisire nuovi e maggiori spazi di autonomia e ottenere maggiori competenze, lasciato invece in letargo nonostante il grande fervore federalista della fine degli anni novanta avesse generato un clima regionalistico decisamente favorevole.
Se la riforma costituzionale del 2001 chiudeva la fase rivendicativa e apriva quella dell’autonomismo differenziato, per assistere alle prime prove di autonomismo si dovrà attendere il 2007/8 per iniziativa delle regioni Lombardia e Veneto. Ma quelle che inizialmente sembrano iniziative destinate a dare attuazione all’articolo 116 riformato, in realtà si trasformano in temporanee fiammate destinate e spegnersi rapidamente. Infatti già nei primi mesi del 2008, a seguito delle dimissioni del governo Prodi, i temi del regionalismo differenziato sembrano non godere più dello stesso interesse fino a scomparire dal dibattito per rientrare nell’alveo tradizionale del rapporto con lo Stato. Il governo Berlusconi che si formerà a seguito delle elezioni della primavera 2008, non riprenderà il percorso avviato, e nemmeno le regioni, cui compete l’iniziativa, sembrano più spingere in questa direzione nonostante la sintonia politica determinatasi fra l’esecutivo statale e quelli regionali.
In questo senso l’iniziativa avviata negli ultimi mesi del 2017, nonostante i pochi mesi restanti della legislatura, ha dunque il merito di far riaprire il dibattito sullo stato delle autonomie e sulle risposte da dare ai differenti contesti territoriali, anche se più che alle competenze rivendicate gli accenti sembrano rivolgersi verso la dimensione fiscale del negoziato.
E’ in questo nuovo contesto del dibattito sul regionalismo che si inseriscono nei primi giorni di gennaio 2018 le richieste delle regioni Piemonte e Liguria, che vanno ad aggiungersi ad una richiesta del Presidente della Campania che in data 26 ottobre 2017, scrive al Presidente del Consiglio dei Ministri comunicando “formalmente la richiesta di apertura di una tavolo per discutere bilateralmente o nell’ambito della Conferenza delle Regioni la rinegoziazione di 23 competenze della Regione e del relativo riparto di risorse.”.
5.Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto e il referendum per l’indipendenza della Catalogna.
Le proposte formulate dalle tre regioni, come è già stato accennato, seguono percorsi assai diversi e riflettono esigenze e aspirazioni inevitabilmente differenziati.
L’Emilia-Romagna giunge alla formulazione della proposta dopo un itinerario politico e istituzionale piuttosto articolato in cui al centro dell’iniziativa vi è il coinvolgimento sistematico di tutte le realtà istituzionali (Province e Comuni) e sociali presenti sul territorio regionale (rappresentanti delle categorie datoriali, sindacali e culturali). Si tratta di una metodologia che riflette la peculiare cultura territoriale di questa regione, che sui processi partecipativi, più di altre, ha fondato la sua cultura istituzionale. Contrariamente alle altre due regioni, che hanno scelto come modello partecipativo lo strumento dei referendum consultivi, la regione Emilia-Romagna segue invece la strada di un processo implementativo, in cui la proposta viene costruita assieme ai portatori di interesse. La selezione delle materie per aree strategiche, che riflettono aspirazioni ed esigenze concrete del sistema regionale, è il prodotto risultante di questo lavoro. Anziché ricorrere ad una richiesta generalizzata di materie, la proposta presentata nella prima fase, si limita a quelle ritenute funzionali al miglioramento delle performance della regione, con ciò assumendo un indirizzo più aderente allo spirito dell’articolo 116 Costituzione.
Diversi sono i casi del Veneto e della Lombardia, che arrivano alla formulazione della richiesta a seguito dei referendum celebrati in data 22 ottobre 2017. Ci arrivano con uno strumento d’indirizzo analogo a quello dell’Emilia-Romagna, ma con genesi completamente diverse, come ricordato precedentemente. E solo dopo la celebrazione del referendum, in cui la richiesta aveva al centro una autonomia assunta in senso lato, il Veneto approva una proposta di legge Statale di iniziativa regionale contenente “percorsi e contenuti per il riconoscimento di ulteriori e specifiche forme di autonomia per la Regione del Veneto…”.
La Lombardia arriva al medesimo appuntamento con un percorso decisamente più breve e diretto, con la indizione di una consultazione popolare in cui, nel formulare la richiesta, inserisce l’esigenza di una maggiore autonomia “nel quadro dell’unità nazionale”. Questa sottolineatura, presente anche in tutti i documenti dell’Emilia-Romagna, non risulta presente invece negli atti del Veneto.
La ragione della sua assenza va con tutta evidenza ricondotta al contesto in cui la proposta di referendum sull’autonomia era maturata in precedenza, che come abbiamo ricordato era accompagnata da una parallela proposta di “indipendenza” (vedi l.r.16/2014). In questo senso risulta comprensibile come la proposta veneta non potesse contemplare l’indicazione del “quadro dell’unità nazionale”. E questo riferimento al possibile distacco dall’Italia sarà presente in tutto il dibattito veneto pre referendum, un dibattito influenzato anche dalla contemporaneità con l’analogo referendum per l’indipendenza della Catalogna. Il parallelo fra le due situazioni e aspirazioni sarà una costante di tutto il dibattito referendario, anche per la quasi contemporanea sovrapposizione dei due appuntamenti: il 1 ottobre quello per l’indipendenza della Catalogna e il 22 ottobre quelli sull’autonomia in Lombardia e Veneto.
La partecipazione al voto, smentendo le previsioni e le preoccupazioni della vigilia di una possibile scarsa adesione, registra nel Veneto una percentuale di votanti pari al 57%, con una adesione del 39% in Lombardia. In entrambe le consultazioni la prevalenza dei Sì sarà quasi plebiscitaria, aprendo la strada al via libera al negoziato fino a qual momento solo annunciato.
6.Verso la possibile Intesa.
L’esito del voto referendario, sia per i promotori che nel corso degli anni si erano limitati ad agitare le questioni federali in chiave identitaria e di consenso politico atteso piuttosto che al merito, ma anche per coloro che avevano derubricato la richiesta come questione a valenza locale, finisce per diventare una sorta di spartiacque fra un autonomismo astratto ed uno chiamato a fare i conti con competenze vere e con una dimensione finanziaria compatibile con le richieste.
Il governo, contrariamente alle timidezze passate, affronta l’appuntamento con decisione, consapevole della necessità di aprire una nuova stagione del regionalismo e forte dei lavori istruttori avviati fin dal 2016, in più con la consapevolezza della delicatezza delle questioni da affrontare, del contesto nazionale ed europeo in cui queste si inseriscono e della necessità di procedere ad una ricostruzione di un rapporto più fecondo con le regioni.
La prima regione a formalizzare al Presidente del Consiglio dei Ministri la richiesta è l’Emilia-Romagna, e lo fa con il suo Presidente - proprio a pochi giorni dal voto referendario veneto e lombardo - a seguito dell’atto di indirizzo approvato dal Consiglio Regionale con una risoluzione il 5 ottobre 2017.
Il negoziato fin dall’avvio ha registrato una straordinaria disponibilità reciproca delle parti: del governo con le regioni e fra le stesse regioni fra di loro, e ciò nonostante fossero presenti a tutti i possibili divergenti interessi elettorali. Tutte le parti hanno concorso con la consapevolezza, che pur nel brevissimo tempo a disposizione, fosse necessario comunque cercare le strade del possibile accordo, anche con l’obiettivo, più volte ribadito, di consegnare al nuovo governo e alle camere che si sarebbero a breve insediate, un lavoro da cui fosse difficile tornare indietro. In questo senso va letta la disponibilità del Presidente dell’Emilia–Romagna a sedersi al tavolo del governo solo dopo l’approvazione da parte del Consiglio regionale lombardo del mandato al Presidente ad avviare la trattativa. Così come in tal senso può essere letta l’apertura del negoziato con il Veneto sulla base di un atto, ovvero la presentazione della richiesta sotto forma di proposta di legge statale da presentare alle camere, che avrebbe potuto essere considerato poco aderente allo spirito dell’articolo 116 terzo comma e della necessaria Intesa fra governo e regione. Tutti segnali di disponibilità e di attenzione che da soli testimoniano la maturazione intervenuta attorno ad una questione per troppo tempo rimasta nel limbo delle pure intenzioni.
Nella stessa direzione del raggiungimento di un primo accordo può essere interpretata anche la decisione di concentrarsi su un numero limitato di funzioni da trattare, nonostante le iniziali richieste fossero ben diverse e decisamente più consistenti. Il poco tempo a disposizione ha in questo caso giocato un ruolo decisivo piegando le aspettative alle ragioni del risultato.
E che si sia trattato di un negoziato a cui tutti attribuivano grande importanza è testimoniato dalla riservatezza che ha caratterizzato i tre lunghi mesi in cui si è svolta la trattativa. E in una stagione in cui tutto finisce nel tritacarne dell’informazione sensazionalistica, il fatto che il testo reso pubblico sia stato solo quello finale, può essere considerata una cartina di tornasole di quanto fosse importante per tutti centrare l’obiettivo.
7.Natura del testo del possibile accordo.
L’avvio del negoziato è stato caratterizzato dalla consapevolezza che il raggiungimento di una Intesa fra lo Stato e la Regione interessata, e la sua traduzione in disegno di legge da sottoporre alle Camere per l’approvazione a maggioranza assoluta dei suoi componenti, non poteva tecnicamente, prima ancora che politicamente, contare sui tempi necessari per il completamento di un iter tutto da costruire e allo stesso tempo decisamente complesso. In più vi era la consapevolezza che un governo arrivato alla fine della legislatura rischiava di non possedere la legittimazione necessaria: fatti che hanno introdotto la questione della natura dell’atto a cui si stava lavorando, che ragionevolmente avrebbe dovuto dar conto del tenore del confronto con le regioni, dei risultati acquisiti e l’impegno congiunto delle parti politiche a considerarlo un punto di riferimento per l’eventuale prosieguo del confronto nella legislatura successiva. In questo senso sono state valutate diverse ipotesi di possibili documenti finali: a) dalla ricostruzione descrittiva del lavoro svolto, dando atto delle condivisioni realizzate; b) ad un documento preliminare di inquadramento generale, che rispondesse alla necessità di colmare il vuoto normativo sull’attuazione del 116 terzo comma; c) all’accordo quadro che desse conto dell’Intesa politica raggiunta; d) alla semplice pre-intesa, fino a giungere all’Intesa vera e propria.
In più, considerando che in una prima fase Emilia-Romagna e Lombardia, ed in seguito anche il Veneto, avevano manifestato l’interesse a costruire insieme il processo, e che l’accordo alla fine ha previsto e condiviso una parte comune, è emerso l’interrogativo se il risultato raggiunto dovesse essere sottoscritto congiuntamente dalle tre regioni oppure, come è poi successo, se esso dovesse essere sottoscritto distintamente da ciascuna delle tre regioni.
Oltre agli aspetti relativi alla natura dell’atto, sempre alla luce della consapevolezza del poco tempo a disposizione, è emerso l’interrogativo se fosse prudente circoscrivere il confronto ad una discussione riguardante i principi di fondo a cui ispirarsi, unitamente al metodo da seguire e al procedimento da definire, oppure se affrontare con le amministrazioni anche il merito delle funzioni da trasferire.
Quanto al principio guida, fin dall’inizio è apparso chiaro che il punto cardine dell’atto dovesse essere il riferimento al principio della leale collaborazione e alla sussidiarietà a cui devono essere ispirati i rapporti fra gli enti costitutivi della Repubblica, così come ribadito dalla Corte costituzionale in alcune sue sentenze.
Quanto alle materie, nella fase preliminare è prevalsa una discussione in cui da parte delle regioni si è manifestata l’esigenza politica di non trascurare nessuna delle richieste effettuate, dall’altra, da parte dello Stato, di procedere con criteri metodologici fondati sulla gradualità e sulla sperimentazione degli effetti, criteri che suggerivano di concentrarsi su un numero limitato di materie. Il poco tempo a disposizione e la comune esigenza di arrivare ad un primo accordo ha consentito di trovare su cinque materie una prima condivisione.
8.Competenze legislative e/o amministrative, coinvolgimento degli enti locali e procedura di approvazione.
Nella fase che ha preceduto l’avvio del negoziato la discussone ha valutato se l’attribuzione di nuove competenze avesse dovuto riguardare solo le funzioni amministrative, da trasferire oppure da assegnare, o se invece, e in che misura, alle regioni potessero o dovessero essere trasferite competenze legislative piene sulle materie individuate. L’iniziale prudenza a immaginare l’assegnazione di competenze legislative, limitate originariamente alle sole funzioni indispensabili per l’esercizio delle competenze amministrative assegnate, è stata via via superata nel corso dell’analisi delle singole materie, in relazione alla natura delle stesse e all’efficacia del loro esercizio da parte delle regioni. L’esplorazione più puntuale del contenuto delle funzioni da assegnare alle regioni ha consentito successivamente di stabilire se oltre alle competenze amministrative fosse necessario trasferire la competenza legislativa piena.
Altra questione bisognosa di definizione e di approfondimento ha riguardato il ruolo degli enti locali, che l’articolo 116 indica come attori che nella formulazione della richiesta si prevede debbano essere obbligatoriamente sentiti ancorché il loro parere non sia vincolante. Sulla questione è stato necessario soffermarsi perché diverse sono state le modalità di coinvolgimento attuate dalle tre regioni. Infatti, mentre la proposta presentata dall’Emilia-Romagna ha potuto contare su una lunghissima fase di gestazione in cui gli enti locali sono stati sistematicamente coinvolti e hanno contribuito alla definizione del testo finale, nel caso di Lombardia e Veneto il coinvolgimento si è manifestato solo nella fase precedente la formalizzazione della richiesta. Altra questione affrontata ha riguardato il momento in cui gli enti locali debbano essere sentiti, se nella formulazione della richiesta oppure se il loro parere debba essere reso a valle del negoziato con il governo, questione che congiuntamente si è convenuto di considerare come attività preventiva, anche se, a discrezione delle regioni, non si può escludere un coinvolgimento in continuo degli enti locali anche durante e a valle della trattativa.
L’approvazione da parte delle Camere, “a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di Intesa fra lo stato e la regione interessata”, ha obbligato a considerare la possibile emendabilità del testo dell’Intesa da parte delle Camere: ipotizzando che l’Intesa raggiunta fra l’esecutivo statale e quello regionale dovesse essere considerata come non emendabile e dunque da approvare o da respingere nella sua interezza. In questo senso, considerata la natura dell’Intesa sottoscritta ai sensi dell’articolo 116, si è condiviso che l’approvazione da parte delle Camere possa avvenire ”in conformità al procedimento, ormai consolidato in via di prassi, per l’approvazione delle intese tra lo Stato e le confessioni religiose, di cui all’articolo 8, terzo comma, della Costituzione”. Questo significa che il testo su cui i due esecutivi raggiungono l’Intesa possa essere approvato, oppure respinto con l’eventuale indicazione delle proposte emendative da sottoporre a nuova Intesa fra le parti, ma non modificato.
La necessità inoltre di arrivare all’approvazione dell’intesa a maggioranza assoluta delle Camere, dunque con una procedura rinforzata rispetto alle leggi ordinarie, segnala la necessità che l’Intesa, pur riguardando solo il rapporto fra lo Stato e una sola regione, debba godere di un largo consenso di rappresentanti anche di aree territoriali non coinvolte direttamente, questione che in un paese in cui prevale una notevole frammentazione non può essere considerata questione di poco conto.
9.Le disposizioni generali.
Il testo dell’Accordo sottoscritto stabilisce all’articolo uno i principi generali per l’attribuzione alla regione di una autonomia differenziata in cui il principio di leale collaborazione è assunto quale fondamento delle relazioni presenti e future fra le istituzioni coinvolte. Inscrive inoltre l’accordo all’interno dei principi costituzionali in materia di autonomia finanziaria delle Regioni, nonché del rispetto dell’equilibrio di bilancio e dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento europeo. E’ importante sottolineare come lo stesso articolo, considerate le premesse che avevano caratterizzato la discussione prima dei referendum del 22 ottobre 2017, ribadisca “la consapevolezza del carattere unitario e indivisibile” della Repubblica. In questo senso si può affermare che l’accordo ha avuto il merito di riportare il confronto, che in taluni momenti era sembrato prendere pieghe anti unitarie, all’interno della condivisa cornice repubblicana.
10.La Durata dell’Accordo e il monitoraggio degli esiti.
Gli articoli due e tre stabiliscono in dieci anni la durata temporale dell’Intesa e le procedure per la sua revisione o cessazione. Si tratta di un articolo importante perché afferma che l’attribuzione delle competenze non avviene in via definitiva, bensì a tempo (10 anni), previa verifica dei risultati raggiunti. In sostanza lo Stato si riserva la possibilità, qualora “situazioni di fatto o di diritto ne giustifichino la revisione”, e qualora a seguito di verifica si accertino condizioni che rendano necessari la rinegoziazione dell’intesa o il suo rinnovo, di provvedere in tal senso, fino a prevedere anche la stessa cessazione definitiva dell’intesa. E’ questo un passaggio delicato quanto importante, perché riafferma la titolarità dello Stato nell’attribuzione di competenze aggiuntive alle regioni.
L’articolo tre stabilisce che la procedura per l’attivazione di verifiche appartiene sia allo Stato, per il tramite della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per gli Affari regionali e le autonomie, sia alla Regione stessa, e che le procedure devono essere concordate fra le parti.
11. Risorse finanziarie per l’esercizio dell’autonomia.
Centrale in tutto il negoziato, come era facilmente prevedibile alla luce del dibattito che in Veneto e Lombardia ha preceduto il referendum, è stata la questione delle risorse, intese come trattenimento da parte delle regioni di una quota dei tributi erariali riscossi dal territorio. Le risorse rivendicate più che riferibili alle funzioni richieste in gestione diretta sono apparse, soprattutto nel dibattito giornalistico, come richieste a se stanti. Portabandiera della questione finanziaria è stata in particolare la regione del Veneto, che non a caso fin dalla legge di indizione del referendum aveva previsto fra i quesiti proposti - ma dichiarati illegittimiti da parte della Corte costituzionale - la trattenuta di “una percentuale non inferiore all’’ottanta per cento dei tributi pagati annualmente dai cittadini veneti” e in altro quesito, il “mantenimento di almeno l’ottanta per cento dei tributi riscossi nel territorio regionale”. Nel corso del dibattito politico che ha preceduto il referendum si è assistito ad un crescendo di peso della questione fiscale con le risorse trattenibili che sono lievitate dagli iniziali otto decimi dei tributi a nove decimi, percentuale analoga alla quota d’imposta trattenuta nelle vicine Provincie autonome di Trento e Bolzano. Il riferimento alle province autonome di Trento e Bolzano riprende sul piano sostanziale il quesito presentato sempre con la l.r. n. 15/2014 con cui veniva richiesto: “vuoi che la Regione del Veneto diventi una regione a statuto speciale?”. Quesito che la Corte costituzionale aveva dichiarato illegittimo in quanto, come affermato nella sentenza 118 del 2015, si tratta di “scelte di livello costituzionale” precluse ai referendum regionali.
Più sfumata la posizione della regione Lombardia, che nell’indicare le risorse che con l’esercizio di una maggiore autonomia sarebbero state trattenute a livello regionale, si limita ad individuare valori indicativi, ancorché rilevanti, senza per questo metterli in relazione a percentuali del gettito. Il riferimento lombardo alla trattenuta di un valore vicino alla metà del residuo fiscale generato nel territorio regionale, molto lontano dai nove decimi del vicino Veneto, sembra voler lasciare intravvedere le possibili politiche pubbliche che le risorse aggiuntive avrebbero potuto rendere possibili.
Da parte sua la proposta della Regione Emilia-Romagna si limita ad indicare nella spesa ad oggi sostenuta dallo Stato nel territorio regionale (al momento unico parametro di riferimento), il criterio per la quantificazione delle risorse necessarie allo svolgimento delle funzioni assegnate. Non a caso il dibattito fra gli stakeholder regionali, più che sulle questioni finanziarie, si concentra durante tutta la fase istruttoria sulle materie da richiedere in rapporto alla loro ricaduta funzionale sul particolare tessuto regionale.
L’articolo 4 dell’accordo, non solo per la delicatezza delle questioni poste, ma alla luce del dibattito pubblico che ha caratterizzato la fase pre-referendum, è sicuramente quello che ha impegnato di più il confronto fra le parti.
Si tratta di un articolo in cui, non potendo per ragioni temporali esplorare in modo compiuto le dotazioni necessarie all’esercizio delle funzioni precedentemente gestite a livello statale, e dunque da attribuire alle regioni, la scelta è caduta sulla definizione delle coordinate volte a inquadrare e ad individuare successivamente le dotazioni necessarie per l’esercizio delle funzioni da trasferire o assegnare alle regioni.
12. Risorse finanziarie e Commissione Paritetica Stato-Regione.
Nel corso del negoziato, la consapevolezza delle difficoltà di arrivare in tempi brevi alla definizione di numeri certi quanto alle risorse necessarie e allo stesso tempo dei sentieri stretti posti dai vincoli di finanza pubblica, governo e regioni hanno scelto di affidare ad una Commissione paritetica Stato-Regione la determinazione delle “modalità per l’attribuzione delle risorse finanziarie, umane e strumentali necessarie all’esercizio di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. Le modalità e i limiti dell’azione della commissione paritetica, da istituirsi consensualmente, in analogia alle commissioni paritetiche per l’attuazione degli statuti delle regioni a statuto speciale, sono stati puntualmente disciplinati nei commi a, b, c dello stesso articolo.
Il comma c in particolare, sui cui torneremo, rinvia alla determinazione dei fabbisogni standard come termine di riferimento per l’attribuzione delle risorse, determinazione che, anche se non viene indicato nell’articolo 4, non potrà che essere definita congiuntamente fra lo Stato e le regioni tutte, in quanto non del fabbisogno astratto di una singola regione si tratta ma dei fabbisogni delle funzioni statali proiettati in ogni singolo territorio. In questo senso l’accordo estende i sui effetti, per le funzioni che saranno di volta in volta richieste in gestione diretta, anche ad altri ambiti territoriali regionali, aprendo un focus sulla spesa dello Stato mai immaginato prima. Analogamente al processo di determinazione dei fabbisogni standard degli enti locali territoriali, con medesime modalità dovranno essere determinati congiuntamente i fabbisogni necessari ad ogni singolo territorio regionale per l’esercizio delle funzioni statali. Solo una volta determinati i fabbisogni puntuali, la commissione paritetica Stato – Regione potrà essere messa nelle condizione di stabilire la dotazione regionale necessaria per l’esercizio delle funzioni trasferite.
Si può immaginare che lo strumento per arrivare a questo risultato, avvalendosi delle competenze tecniche sviluppate in questi anni, che ormai hanno raggiunto ottimi livelli di identificazione e misurazione dei fabbisogni e dei costi necessari, possa essere individuato da una speciale commissione paritetica che veda coinvolta da una parte la rappresentanza della Conferenza delle Regioni e dall’altra dello Stato ed in particolare del Ministero dell’economia e delle finanze.
13. Determinazione delle risorse finanziarie necessarie all’esercizio delle funzioni assegnate.
L’accordo ha previsto che l’attribuzione delle risorse finanziarie debba avvenire in termini di “compartecipazione o riserva di aliquota al gettito di uno o più tributi erariali maturati sul territorio regionale”, rendendo in questo modo l’autonomia finanziaria un elemento stabile e duraturo, non soggetto alle previsioni di volta in volta negoziate in occasione della legge di bilancio. Non si tratta dunque di un trasferimento di risorse dallo Stato alle Regioni ma di una compartecipazione permanente in grado di consentire una più corretta programmazione delle politiche pubbliche sulle materie assegnate. Lo stesso riferimento al gettito maturato e non al riscosso, riflette i più aggiornati rapporti finanziari fra lo Stato e le Regioni a statuto speciale, orientamento che ha ispirato i più recenti patti finanziari sottoscritti.
Se la compartecipazione indica le modalità di finanziamento delle funzioni, l’accordo, al comma 1, lettera b, puntualizza le misure per definire le dotazioni finanziarie da assegnare, stabilendo che le stesse siano determinate assumendo come primo parametro iniziale la “spesa sostenuta dallo Stato nella regione”, ribadendo allo stesso tempo che questa modalità debba essere assunta in via provvisoria e transitoria, in quanto “criterio da superare in via definitiva”. In sostanza la spesa storica, allo stato unico parametro assumibile viene ribadita in quanto parametro dotato di una sua certezza, stabilendo allo stesso tempo che si tratta di una entità da superare, per evitare che le eventuali distorsioni della spesa prodotta fino ad oggi sui vari territori possa riprodursi all’infinito e cristallizzarsi, con ciò riducendo i possibili effetti migliorativi sulla spesa complessiva e sulle efficienze possibili.
Proprio in un’ottica di superamento della spesa storica, il successivo comma 1 lettera b, introduce il criterio della determinazione delle risorse finanziarie necessarie all’esercizio delle funzioni assegnate in termini di fabbisogni standard, da determinarsi “entro un anno dall’approvazione dell’Intesa e, che progressivamente, entro cinque anni, dovranno diventare il termine di riferimento”. Si introduce dunque, sia pur in una fase successiva, il concetto dei fabbisogni standard quale criterio dotato di una sua oggettività nella misurazione e dunque determinazione della spesa dello Stato riferibile alle proprie funzioni, necessari per determinare la quota di gettito da assegnare alla Regione per l’esercizio delle funzioni assegnate. Se fino ad oggi questi criteri, introdotti con la legge delega in materia di federalismo fiscale, n. 42 del 2009, erano stati limitati agli enti territoriali, con l’accordo si fa un rilevante salto di qualità arrivando ad introdurli, sia pur per il futuro e per le materie richieste dalle regioni ai sensi dell’art. 116 terzo comma della Costituzione, nella possibile determinazione della spesa dello Stato. Valutarne la portata, allo stato attuale, è decisamente arduo, anche se gli effetti si può immaginare possano essere significativamente positivi. Lo stesso comma 1, lettera C stabilisce che fra i parametri da assumere nella determinazione dei fabbisogni dovranno essere considerati la “popolazione residente”, il “gettito maturato nel territorio regionale in rapporto ai rispettivi valori nazionali, fatti salvi gli attuali livelli di erogazione dei servizi”. Proprio questo riferimento agli “attuali livelli di erogazione dei servizi”, che devono essere fatti salvi, appare un chiaro riferimento alle prestazioni attualmente in essere, che non possono essere messe in discussione in diminuzione rispetto ai valori attuali. Questo riferimento alla salvaguardia degli attuali livelli nell’erogazione dei servizi sembra una risposta alla preoccupazione che una differenziazione nella gestione delle funzioni fra lo Stato e le Regioni, e fra le regioni stesse, possa far venir meno uno dei pilastri dell’uguaglianza fra i cittadini sancito dalla Carta costituzionale.
Fra le richieste avanzate dalle regioni, in particolare dalla Lombardia, va segnalata la previsione - qualora la determinazione dei fabbisogni standard avesse registrato delle difficoltà allo stato non prevedibili - del ricorso alla determinazione della spesa media riferita alla funzione quale indicatore per misurare l’entità delle risorse necessarie all’esercizio delle funzioni. Tale ipotesi non è stata assunta in quanto avrebbe inciso pesantemente sui saldi delle funzioni considerate.
Il comma 2 dell’articolo 4 stabilisce che l’esercizio da parte della Regione delle nuove competenze, sia in termini di dotazioni finanziarie, umane, strumentali e organizzative, decorre solo dopo l’avvenuta determinazione delle risorse necessarie ottenute con il criterio dei fabbisogni standard.
14. Investimenti.
Se l’articolo 4 definisce le modalità con cui finanziare la spesa corrente delle funzioni trasferite o assegnate alla Regione, l’articolo 5 indica la volontà delle parti di favorire una programmazione certa dello sviluppo degli investimenti, attraverso modalità da determinarsi congiuntamente, al fine di consentire alle regioni l’accesso a fondi finalizzati allo sviluppo infrastrutturale del paese, o anche attraverso forme di crediti d’imposta. L’articolo non definisce in modo puntuale criteri di spesa, ma si limita ad indicare una comune volontà delle parti a definire modalità certe di finanziamento. Si può da questo punto di vista considerarlo un articolo che introduce alla possibilità di finanziare in modo differenziato anche gli investimenti, anche se rimane un’indicazione generica senza precisazione puntuale della fonte del finanziamento.
15. Le materie, la quantità e la qualità delle funzioni attribuibili.
Il tema delle materie da attribuire alle regioni, e soprattutto quello del loro numero sono stati oggetto – come già accennato - di una discussione più legata ad aspetti simbolici che sostanziali. Il numero di 23 materie, assunto dal Veneto come indicazione rivendicativa non negoziabile, è diventato una sorta di numero strategico, con l’effetto di rendere qualsiasi numero inferiore una sorta di limitazione della volontà popolare espressa dai cittadini di quella regione. La valutazione condivisa da parte di Emilia-Romagna e Lombardia di concentrare la discussione su un numero minore di funzioni, per di più all’interno di aree omogene di interesse, che inizialmente il Veneto ha avvertito quasi come una sorta di cedimento e di rinuncia all’esercizio di una autonomia piena, è stata assunta da tutte e tre le regioni come condizione necessaria visto il poco tempo a disposizione. Tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, tutela della salute, istruzione, tutela del lavoro e rapporti con l’Unione Europea, sono diventati gli obiettivi minimi da raggiungere, “restando impregiudicato”, come viene ribadito nel documento sottoscritto, il prosieguo e la possibilità di estendere le materie in un momento successivo. Si può dire che il realismo dei protagonisti ha evitato inutili bracci di ferro senza con questo rinunciare a proseguire il negoziato in un secondo momento; necessariamente con un nuovo governo.
16. Le cinque materie.
La discussione sulle materie richieste ha inevitabilmente risentito del limitato tempo a disposizione per un esame approfondito fra le regioni e le compagini ministeriali, e in questo senso l’esito può essere considerato solo un primo step di un lavoro necessariamente più complesso. Non a caso nelle premesse dell’accordo viene sottolineato come le regioni interessate abbiano condiviso “l’opportunità di circoscrivere il negoziato, in questa prima fase del confronto …. solo ad alcune materie d’interesse comune”, ribadendo che la scelta deve intendersi dettata dalla “fase conclusiva della legislatura statale e la conseguente ristrettezza dei tempi per la conduzione del negoziato su tutte le materie oggetto di richiesta”.
Questa possibilità di estendere il negoziato in un successivo momento tiene conto della diversa formulazione, numerosità e articolazione delle richieste delle singole regioni, che solo per opportunità sono state affrontate unitariamente e restringendo le materie affrontabili. Non a caso il diverso tenore degli accordi evidenzia i diversi obiettivi iniziali e le diverse sensibilità territoriali manifestate.
In questo senso le cinque materie di interesse comune possono essere considerate delle prime esplorazioni delle funzioni, su cui governo e regioni dovranno necessariamente ritornare per un più compiuto esame.
L’esperienza maturata nel corso del negoziato ha evidenziato come ogni funzione faccia storia a sé, e di come la suddivisione per materie appaia del tutto riduttiva rispetto alla complessità delle politiche pubbliche. Nonostante queste premesse l’esigenza di raggiungere un risultato ha fatto il miracolo di portare tutte le parti a svolgere con grande ragionevolezza un confronto altrimenti in salita.
La limitatezza del tempo da una parte e la complessità delle questioni insite nella gestione delle materie e sulla loro riarticolazione, non hanno comunque impedito di tracciare un primo solco possibile di competenze da trasferire, in alcuni casi in una versione necessariamente contratta, in altri, dove le questioni probabilmente erano più mature, decisamente più articolata e incisiva. Se vi è un filo rosso che lega le materie ridisegnate nei cinque allegati dell’accordo, questo può essere individuato nell’aver esplorato e indicato le possibili soluzioni a problemi di rapporto fra lo Stato e le regioni, tutte le regioni, che non avevano trovato risposte adeguate nel rapporto fra ministero e conferenza delle regioni. In questo senso l’articolo 3 dell’allegato Salute, in particolare per quanto riguarda l’accesso alle scuole di specializzazione per la formazione del personale medico - di cui nei prossimi anni è prevista una carenza nell’ordine di qualche migliaio di figure professionalizzate - definisce il terreno per una possibile soluzione innovativa, affidata alle regioni che più di altre avvertono l’urgenza della soluzione. Altro aspetto che l’accordo ha messo in evidenza è il superamento della diffidenza dello Stato nei confronti delle regioni: prova ne sia l’autonomia prevista relativamente all’espletamento delle funzioni attinenti al sistema tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione, in cui vengono garantiti il rispetto dei livelli essenziali di assistenza e dei vincoli di bilancio, e fermo restando il rispetto dell’equilibrio economico-finanziario. Il riferimento al rispetto dei vincoli di bilancio richiama ad un impegno e ad una compartecipazione da parte delle regioni, sia sul versante finanziario sia sul versante dei livelli essenziali delle prestazioni da garantire su tutto il territorio nazionale, che stanno a fondamento del principio di responsabilità, autonomia ed uguaglianza fra i cittadini della Repubblica.
Con la sottoscrizione dell’accordo si può affermare si sia scritto il preambolo di un nuovo capitolo dell’autonomismo e della responsabilità delle regioni italiane. Se prima del 28 febbraio la differenziazione era una aspirazione invocata e mai esplorata, oggi si può dire che il governo, nel frattempo insediatosi, possa continuare il lavoro facendo tesoro del solco già tracciato. E il fatto che altre regioni, oltre alle prime tre battistrada, stiano istruendo le proprie proposte da presentare al governo, è la prova che la sfida è aperta, e se correttamente interpretata, può essere un modo per cambiare l’Italia.
17.1 Accordo Regione Veneto
- l’art. 118 della Costituzione richiama, in materia di ripartizione delle competenze amministrative tra Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, i principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza che il legislatore statale e i legislatori regionali sono tenuti a rispettare nell’attribuire le funzioni amministrative ai livelli territoriali di governo richiamati nell’art. 114 della Costituzione quali elementi costitutivi della Repubblica;
- l’art. 119 della Costituzione prevede l’autonomia finanziaria dei Comuni, delle Province, delle Città metropolitane e delle Regioni, fermo restando il rispetto dell’equilibrio di bilancio e dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento europeo. Il medesimo articolo stabilisce anche che le risorse derivanti dalle fonti di finanziamento in esso contenute consentono a Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni di finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite;
- stabilisce che «Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata»;
- prevede, altresì, che sull’iniziativa regionale siano sentiti gli enti locali e che tale Intesa rispetti i principi stabiliti dall’art. 119 della Costituzione;
É compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
- la legge regionale del Veneto 19 giugno 2014, n. 15, recante «Referendum consultivo sull’autonomia del Veneto», pubblicata nel B.U.R. Veneto 24 giugno 2014, n. 62;
- l’esito del referendum consultivo svoltosi in Veneto in data 22 ottobre 2017, in attuazione della citata legge regionale del Veneto n. 15/2014;
- la delibera della Giunta regionale del Veneto 23 ottobre 2017, n. 1680, con la quale è stata prevista l’istituzione della «Consulta del Veneto per l’autonomia», ed alla quale è stata data attuazione con i successivi decreti del Presidente della Giunta regionale 26 ottobre 2017, n. 175 e 27 ottobre 2017, n. 177, rispettivamente aventi ad oggetto: «Costituzione della Consulta del Veneto per l’autonomia ...» e «Nomina nuovi componenti della Consulta del Veneto per l’autonomia, ad integrazione di quanto previsto dal Decreto n. 175 del 26 ottobre 2017 ...»;
- la deliberazione del Consiglio regionale 15 novembre 2017, n. 155, che ha approvato la proposta di legge statale n. 43, già varata dalla Giunta regionale del Veneto il 23 ottobre 2017 con delibera n. 35, e recante «Proposta di legge statale da trasmettere al Parlamento nazionale, ai sensi dell’articolo 121 della Costituzione dal titolo: “Iniziativa regionale contenente, ai sensi dell’articolo 2, comma 2, della legge regionale 19 giugno 2014, n. 15, percorsi e contenuti per il riconoscimento di ulteriori e specifiche forme di autonomia per la Regione del Veneto, in attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione” d’iniziativa della Giunta Regionale del Veneto. (Progetto di legge statale n. 43)»;
- la deliberazione 15 novembre 2017, n. 154, con la quale il Consiglio regionale ha conferito al Presidente della Giunta regionale ampio mandato «... per l’avvio e la conduzione del negoziato e la informativa al Consiglio regionale», nell’interesse della regione Veneto;
- la nota del 20 novembre 2017 con cui il Presidente della Giunta regionale ha trasmesso la Proposta di legge statale al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri in materia di Affari regionali, formulando istanza per l’avvio del negoziato ai sensi dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione;
- e considerato che il Presidente del Consiglio dei Ministri ha preso atto di tale richiesta e, ritenendola compatibile con quanto previsto dall’art. 116, terzo comma, della Costituzione, ha incaricato il Sottosegretario di Stato per gli Affari regionali e le Autonomie di dare avvio al negoziato, avvalendosi a tal fine della collaborazione del Dipartimento per gli Affari regionali e le Autonomie;
- la nota del Sottosegretario di Stato per gli Affari regionali del 27 novembre 2017, di convocazione per il giorno 1 dicembre 2017 del Tavolo politico istituzionale con la regione Veneto per l’avvio del negoziato, e le successive note di convocazione dei Tavoli tecnici bilaterali presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per gli Affari regionali e le Autonomie, pervenute alla regione Veneto anche per le vie brevi;
- che in data 1° dicembre 2017, in Roma, presso il Dipartimento per gli Affari regionali e le Autonomie della Presidenza del Consiglio, è stato formalmente avviato il negoziato ai sensi dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione.
- che è stata condivisa dalla regione Veneto e dalle altre regioni interessate l’opportunità di circoscrivere il negoziato, in questa prima fase del confronto, stante la fase conclusiva della legislatura statale e la conseguente ristrettezza dei tempi per la conduzione del negoziato su tutte le materie oggetto di richiesta, solo ad alcune materie d’interesse comune, quali la tutela e valorizzazione dell’ambiente e dell’ecosistema, la tutela della salute, l’istruzione, la tutela del lavoro e i rapporti internazionali e con l’Unione europea, restando comunque impregiudicata la possibilità di proseguire il negoziato, quanto alle materie oggetto del presente Accordo, nonché di estenderlo alle altre materie in un successivo momento;
- che il negoziato si è sviluppato attraverso successivi incontri istituzionali tra le Parti nonché attraverso i lavori dei Tavoli tecnici bilaterali del 5, 6, 7, 13 e 20 dicembre 2017 e del 10 e 19 gennaio 2018 aperti al confronto e al dialogo anche con le altre regioni che hanno richiesto l’attribuzione dell’autonomia differenziata;
- che le Parti hanno condiviso di procedere definendo un comune percorso metodologico, che costituisce il criterio generale anche per il prosieguo del negoziato, e che richiede:
a) ricognizione - mappatura delle competenze amministrative e legislative relative alle materie, agli ambiti di materie e ai gruppi di materie di cui all’art. 117 della Costituzione siccome richiamati dall’art. 116, terzo comma, della Costituzione, con attenzione particolare alle materie tra loro compenetrate e/o inscindibilmente connesse, come (a titolo esemplificativo e non esaustivo) individuate dalla Corte costituzionale nella pronuncia n. 278 del 2010;
b) ricognizione delle criticità derivanti dalle attuali consistenze delle competenze amministrative e legislative quali rilevate nella sede dell’esame di cui sopra, sub a.), ai fini di sviluppare le capacità e le potenzialità espresse dai modelli di trattazione presenti ed elaborati nella regione Veneto;
c) individuazione delle specifiche esigenze regionali;
d) che l’individuazione delle nuove competenze e il soddisfacimento delle specifiche esigenze regionali di cui sub c) determina - in attuazione dell’art. 119, secondo e terzo comma, della Costituzione, nonché dell’art. 14 della Legge 5 maggio 2009, n. 42, rubricato «Attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione» a mente del quale: «Con la legge con cui si attribuiscono, ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, forme e condizioni particolari di autonomia a una o più regioni si provvede altresì all’assegnazione delle necessarie risorse finanziarie, in conformità all’articolo 119 della Costituzione e ai princìpi della presente legge» - la necessità di riconoscere alla Regione quote di compartecipazione al gettito dei tributi erariali riferibili al territorio, che le Parti si riservano di individuare sia dal punto di vista qualitativo sia quantitativo, nella successiva fase della trattativa;
e) individuazione delle forme di finanziamento per far fronte ai fabbisogni finanziari indotti dall’individuazione delle «ulteriori» competenze riconosciute alla regione Veneto superando definitivamente il criterio della spesa storica;
f) concomitante instaurazione di Tavoli tecnici bilaterali (Stato - Regione) volti alla disamina delle richieste di maggiore autonomia, e istituzione di una Commissione paritetica Stato-Regione disciplinata dall’Intesa, a cui demandare funzioni di raccordo e monitoraggio.
L’approvazione da parte delle Camere dell’Intesa che sarà sottoscritta ai sensi dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, avverrà in conformità al procedimento, ormai consolidato in via di prassi, per l’approvazione delle intese tra lo Stato e le confessioni religiose, di cui all’art. 8, terzo comma, della Costituzione.
Art. 1 – Oggetto e contenuto dell’Accordo.
1. Il presente Accordo ha ad oggetto i principi generali, la metodologia e le materie per l’attribuzione alla Regione Veneto di autonomia differenziata, ai sensi dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, nel rispetto dei principi posti dagli artt. 117, 119 e 81 della Costituzione e del principio di leale collaborazione, cardine fondamentale delle relazioni tra istituzioni che, ai sensi dell’art. 114 della Costituzione, sono enti costitutivi della Repubblica, nella consapevolezza del suo carattere unitario e indivisibile.
2. L’attribuzione di forme e condizioni particolari di autonomia corrisponde a specificità proprie della Regione richiedente e immediatamente funzionali alla sua crescita e sviluppo.
1. L’Intesa di cui all’art. 116, terzo comma, della Costituzione, ha durata decennale e può in qualunque momento essere modificata di comune accordo tra lo Stato e la Regione, qualora nel corso del decennio si verifichino situazioni di fatto o di diritto che ne giustifichino la revisione.
Due anni prima della scadenza dell’Intesa, Stato e Regione avviano la verifica dei risultati fino a quel momento raggiunti, al fine di procedere al rinnovo, all’eventuale rinegoziazione o alla cessazione definitiva dell’Intesa.
2. All’esito a tale verifica e a seguito di conseguente e successiva Intesa tra Stato e Regione, il Governo presenta alle Camere un disegno di legge contenente le eventuali modifiche da apportare alla legge approvata sulla base della originaria Intesa e necessarie al recepimento di quanto concordato.
Art. 3 – Verifiche e monitoraggio.
1. Lo Stato, per il tramite della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per gli Affari regionali e le autonomie, si riserva di disporre verifiche su aspetti specifici o settori di attività oggetto dell’Intesa. A tal fine concorda con il Presidente della Regione le modalità più opportune. La stessa facoltà è riconosciuta alla Regione.
Art. 4 – Risorse.
di compartecipazione o riserva di aliquota al gettito di uno o più tributi erariali maturati nel territorio regionale, tali da consentire la gestione delle competenze trasferite o assegnate, in coerenza con quanto disposto dall’art. 119, quarto comma, della Costituzione;
di spesa sostenuta dallo Stato nella Regione (quale criterio da superare in via definitiva), riferita alle funzioni trasferite o assegnate;
di fabbisogni standard, che dovranno essere determinati entro un anno dall’approvazione dell’Intesa e che progressivamente, entro cinque anni, dovranno diventare, in un’ottica di superamento della spesa storica, il termine di riferimento, in relazione alla popolazione residente e al gettito dei tributi maturato nel territorio regionale in rapporto ai rispettivi valori nazionali, fatti salvi gli attuali livelli di erogazione dei servizi.
Art. 5 – Investimenti.
1. Stato e Regione, al fine di consentire una programmazione certa dello sviluppo degli investimenti, potranno determinare congiuntamente modalità per assegnare, anche mediante forme di crediti d’imposta, risorse da attingersi da fondi finalizzati allo sviluppo infrastrutturale del Paese.
Art. 6 – Materie.
1. Al fine di rafforzare la funzione pubblica delle politiche attive e nel rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni, di cui all’art. 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione, come definiti dal Decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 150, alla Regione è riconosciuta autonomia legislativa e organizzativa in materia di politiche attive del lavoro.
2. Per garantire una qualità delle prestazioni a sostegno del lavoro in linea con i migliori standard europei, alla Regione saranno riconosciute risorse finanziarie stabili, con le procedure di cui all’art. 4 dell’Accordo.
2. Le funzioni di vigilanza sono esercitate in raccordo con il competente Ispettorato Territoriale del Lavoro.
1. Alla Regione spetta la programmazione dell’offerta di istruzione regionale, definendo la relativa dotazione dell’organico e l’attribuzione alle autonomie scolastiche attraverso un Piano pluriennale adottato d’intesa con l’Ufficio Scolastico Regionale, fermo restando l’assetto ordinamentale statale dei percorsi di istruzione e delle relative dotazioni organiche.
2. A tal fine la Regione può costituire un fondo regionale per consentire l’integrazione dell’organico di cui all'art. 1, comma 69, della Legge 13 luglio 2015, n. 107, nonché ulteriori posti in deroga. Detti posti sono assegnati, per ciascun anno scolastico, ai sensi della normativa vigente in materia di contratti a tempo determinato.
1. È attribuita alla Regione la competenza legislativa a disciplinare, nel rispetto delle prerogative dell’Ufficio Scolastico Regionale e dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, le modalità organizzative e attuative idonee a realizzare un Sistema integrato di istruzione professionale e di istruzione e formazione professionale, in conformità al Decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 61, e in coerenza con l’offerta di istruzione regionale, anche attraverso l’utilizzo delle dotazioni organiche aggiuntive a seguito dell’istituzione del fondo regionale di cui all’art. 1, comma 2, del presente Allegato.
1. Ferma restando la disciplina in materia di riconoscimento dei titoli di istruzione tecnica superiore e nel rispetto della competenza statale al rilascio dei relativi titoli, alla Regione è attribuita, fatto salvo quanto previsto dalle regole di gestione finanziaria e contabile, la competenza a definire l’organizzazione delle fondazioni ITS per lo sviluppo delle relazioni fra autonomie scolastiche e formative, istituzioni universitarie e sistema delle imprese. Alla Regione spetta, altresì, la definizione di specifici standard organizzativi e gestionali, d’intesa con l’Ufficio Scolastico Regionale, anche in relazione al raccordo fra istruzione tecnica superiore e formazione universitaria professionalizzante.
1. Nel rispetto dell'autonomia delle istituzioni universitarie e in coerenza con la programmazione delle Università, ai sensi dell’art. 1-ter del Decreto-legge 31 gennaio 2005 n. 7, convertito dalla Legge 31 marzo 2005, n. 43, alla Regione è attribuita la competenza a programmare, d’intesa con le Università, l’attivazione di un’offerta integrativa di percorsi universitari per favorire lo sviluppo tecnologico, economico e sociale del territorio, nel rispetto dei requisiti di sostenibilità dei corsi di studio universitari e della disciplina giuridica sui docenti universitari.
2. A tale fine, la Regione può costituire un Fondo integrativo pluriennale Regionale per la Didattica.
2. Fermo restando il rispetto delle esigenze delle strutture sanitarie e l’organizzazione logistica delle medesime, la Regione può avviare percorsi finalizzati alla stipula di contratti a tempo determinato di “specializzazione lavoro” per i medici, alternativi al percorso delle scuole di specializzazione.
3. La Regione definisce le modalità per l’inserimento dei medici titolari del suddetto contratto di specializzazione lavoro all’interno delle strutture del Servizio Sanitario Nazionale, fermo restando che il contratto in esame non può dare in alcun modo diritto all’accesso ai ruoli del Servizio Sanitario Nazionale, né all’instaurazione di alcun rapporto di lavoro a tempo indeterminato con lo stesso, se non interviene una ulteriore procedura selettiva a tal fine dedicata.
1. Nel rispetto dei livelli essenziali di assistenza e dei vincoli di bilancio, e fermo restando il rispetto dell’equilibrio economico-finanziario, alla Regione è attribuita una maggiore autonomia nell’espletamento delle funzioni attinenti al sistema tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione.
1. La Regione, nell’adottare eventuali decisioni basate sull’equivalenza terapeutica, tra medicinali contenenti differenti principi attivi, qualora l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) non intervenga con motivate e documentate valutazioni, ai sensi dell’art. 15, comma 11-ter del Decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito con modificazioni, dalla Legge 7 agosto 2012, n. 135, può sottoporre all’AIFA un documento recante valutazioni tecnico-scientifiche concernente l’equivalenza terapeutica tra diversi farmaci.
2. L’AIFA entro 180 giorni dal ricevimento del documento si pronuncia motivatamente nel merito adottando un parere obbligatorio e vincolante sull’intero territorio nazionale. In caso contrario la Regione utilizza il documento presentato per assumere le determinazioni basate sull’equivalenza terapeutica.
Allegato: Tutela dell’Ambiente e dell’Ecosistema
1. Nella materia tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, in conformità all’art. 118 della Costituzione, la Regione può, con proprie leggi, disporre l’allocazione delle funzioni amministrative ad essa attribuite dall’art. 4 del presente Allegato.
2. La Regione può disporre, altresì, l’allocazione delle funzioni amministrative che la legge dello Stato non attribuisce a organi o enti di livello statale, ad esclusione delle funzioni fondamentali dei Comuni, delle Province e delle Città metropolitane definite ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lett. p), della Costituzione.
1. Nella materia tutela dell’ambiente e dell’ecosistema la Regione può, con proprie leggi e regolamenti, disciplinare l’organizzazione e lo svolgimento delle funzioni amministrative ad essa attribuite, anche attraverso propri enti e agenzie strumentali, nel rispetto delle norme procedimentali statali attinenti ai livelli essenziali delle prestazioni, ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lett. m), della Costituzione.
2. Nella materia tutela dell’ambiente e dell’ecosistema la Regione può, con proprie leggi, stabilire norme di principio concernenti l’organizzazione e lo svolgimento delle funzioni amministrative attribuite a Comuni, Province e Città metropolitane, nel rispetto delle norme procedimentali statali attinenti ai livelli essenziali delle prestazioni, ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lett. m), della Costituzione.
1. Nella materia tutela dell’ambiente e dell’ecosistema la Regione, sulla base di specifiche esigenze riferibili al proprio territorio, può proporre l’adozione di regolamenti e di atti amministrativi generali di competenza dello Stato o di organi ed enti di livello statale.
3. I documenti di cui al comma 2 sono trasmessi all’organo o ente competente, il quale avvia l’istruttoria entro trenta giorni dandone comunicazione formale alla Regione al fine di consentirne la partecipazione al procedimento.
4. Decorso inutilmente il termine di cui al comma 3, la Regione può promuovere la conclusione di un accordo in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano, ai sensi dell’art. 4 del Decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, al fine di determinare i tempi e le modalità di adozione dell’atto.
1. Nella materia tutela dell’ambiente e dell’ecosistema sono attribuite alla Regione le funzioni amministrative elencate nella Tabella A.
2. Nella materia tutela dell’ambiente e dell’ecosistema sono altresì attribuite alla Regione le funzioni amministrative provinciali e comunali elencate nella Tabella B, per le quali non opera il richiamo alle funzioni fondamentali di cui all’art. 1, comma 2, del presente Allegato.
3. Le funzioni di cui alla Tabella B sono esercitate dagli enti che ne sono titolari alla data di entrata in vigore della legge approvata sulla base dell’Intesa fino alla diversa disciplina adottata dalla Regione ai sensi dell’art. 1, comma 1, del presente Allegato.
1 Funzioni amministrative di prevenzione e ripristino ambientale di cui agli articoli 304, 305 e 306 del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, al di fuori dei siti di interesse nazionale e fatti salvi gli obblighi dell’operatore. La Regione, entro ventiquattro ore dall’avvenuta conoscenza dell’evento lesivo, informa il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare in merito alle iniziative assunte dall’operatore per evitare o fronteggiare il danno ambientale. I provvedimenti con i quali la Regione ordina o adotta le misure di prevenzione e ripristino ambientale sono comunicati tempestivamente al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. In caso di inerzia della Regione, le predette funzioni amministrative sono esercitate dal Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare nei modi previsti dagli articoli 304, 305 e 306 del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152
2 Individuazione degli ambiti territoriali ottimali per il superamento della frammentazione della gestione integrata dei rifiuti urbani
3 Indirizzi agli ambiti territoriali ottimali per l’ottimizzazione della raccolta differenziata dei rifiuti urbani e omogeneizzazione dei costi del servizio
4 Individuazione delle aree non idonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento dei rifiuti in ragione delle caratteristiche del territorio, in conformità ai criteri generali stabiliti al livello statale
Procedure di bonifica dei siti di interesse nazionale di cui all’articolo 252 del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, con l’esclusione dell’individuazione dei siti e limitatamente a: controlli, vigilanza, sanzioni, individuazione del soggetto responsabile della contaminazione e piani di intervento per l’inquinamento diffuso nelle aree ricadenti nei siti di interesse nazionale
1 Parere finalizzato a stabilire norme integrative per il controllo degli scarichi degli insediamenti civili e produttivi allacciati alle pubbliche fognature, per la funzionalità degli impianti di pretrattamento e per il rispetto dei limiti e delle prescrizioni previsti dalle relative autorizzazioni (art. 107, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
2 Parere, nel contesto delle attività di pianificazione delle autorità di bacino, per definire gli obiettivi su scala di distretto cui devono attenersi i piani di tutela delle acque, nonché le priorità degli interventi; parere ai fini dell’adozione del Piano di tutela delle acque (art. 121, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
3 Autorizzazioni allo scarico in corpo idrico superficiale (art. 124, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
4 Controllo degli scarichi (art. 128, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
5 Irrogazione delle sanzioni amministrative pecuniarie di cui all’articolo 133, comma 8, del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (art. 135, comma 1, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
6 Controllo e verifica degli interventi di bonifica ed il monitoraggio ad essi conseguenti in materia di gestione dei rifiuti (art. 197, comma 1, lett. a, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
7 Controllo periodico su tutte le attività di gestione, di intermediazione e di commercio dei rifiuti, ivi compreso l’accertamento delle violazioni delle disposizioni di cui alla parte quarta del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (art. 197, comma 1, lett. b, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
8 Verifica e controllo dei requisiti previsti per l’applicazione delle procedure semplificate, con le modalità di cui agli articoli 214, 215 e 216 del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (art. 197, comma 1, lett. c, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
9 Individuazione, sulla base delle previsioni del piano territoriale di coordinamento e delle previsioni di cui all’articolo 199, comma 3, lettere d) e h), del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, delle zone idonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento dei rifiuti, nonché delle zone non idonee alla localizzazione di impianti di recupero e di smaltimento dei rifiuti (art. 197, comma 1, lett. d, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
10 Controllo sulle attività di raccolta, trasporto, stoccaggio e condizionamento dei fanghi di depurazione, nonché delle attività di utilizzazione dei predetti fanghi in agricoltura (art. 7, D.Lgs. 27 gennaio 1992, n. 99)
11 Ispezione preventiva ai fini dell’avvio delle attività di incenerimento e coincenerimento dei rifiuti (art. 237-duovicies,, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
12 Parere ai fini dell’approvazione del piano di monitoraggio in materia di bonifica dei siti contaminati (art. 242, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
14 Identificazione del soggetto responsabile al fine di dar corso agli interventi di bonifica di siti contaminati, su segnalazione degli interessati non responsabili (art. 245, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
15 Accertamento in merito al completamento degli interventi di bonifica di siti contaminati, di messa in sicurezza permanente e di messa in sicurezza operativa, nonché alla conformità degli stessi al progetto approvato, sulla base di relazione tecnica predisposta dall’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente territorialmente competente (art. 248, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
16 Irrogazione delle sanzioni amministrative pecuniarie in materia di gestione dei rifiuti e di bonifica dei siti contaminati (art. 262, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
17 Controlli in materia di inquinamento acustico (art. 14, Legge 26 ottobre 1995, n. 447)
18 Controlli in materia di inquinamento elettromagnetico (art. 14, Legge 22 febbraio 2001, n. 36)
Addendum sui rapporti internazionali e con l’Unione Europea
Il Governo della Repubblica e la Regione Veneto si impegnano a rafforzare le forme di partecipazione delle autonomie territoriali al consolidamento dell’Unione Europea e all’intensificazione delle relazioni transfrontaliere e della cooperazione transfrontaliera delle collettività e autorità territoriali.
Il Governo della Repubblica e la Regione Veneto si impegnano a rafforzare la partecipazione della Regione alla formazione degli atti normativi comunitari, nelle materie oggetto di autonomia differenziata di cui all’art.116, terzo comma, della Costituzione. Il Governo della Repubblica e la Regione Veneto attivano forme di consultazione specifica della Regione negli ambiti delle materie oggetto di autonomia differenziata, anche promuovendo innovazioni legislative.
Il Governo sostiene la cooperazione transfrontaliera e favorisce la strategia della Commissione europea supportata dalla Risoluzione del Parlamento europeo del 16 gennaio 2018 in ordine al rafforzamento e allo sviluppo delle Strategie Macroregionali (SMR) e dei programmi di azione che fanno parte della Strategia Obiettivo 2014-2020
Il Governo si impegna a presentare un disegno di legge recante l’autorizzazione alla ratifica dei Protocolli aggiuntivi alla Convenzione quadro europea sulla cooperazione transfrontaliera delle collettività e autorità territoriali, stipulata nell’ambito del Consiglio d’Europa a Madrid il 21 maggio 1980 e ratificata dall’Italia con legge 19 novembre 1984, n. 948, al fine di consentire alla Regione di operare più incisivamente nell’ambito della cooperazione transfrontaliera, nel rispetto dei limiti procedurali e costituzionali.
Presidente della Regione Veneto Sottosegretario per gli Affari Regionali e le Autonomie
Luca Zaia Gianclaudio Bressa
17.2 Accordo Regione Emilia-Romagna
Il presente Accordo viene sottoscritto tra il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega agli Affari regionali e le Autonomie Gianclaudio Bressa e il Presidente della Giunta della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini.
- l’art. 118 della Costituzione richiama, in materia di ripartizione delle competenze amministrative tra Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, i principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza che il legislatore statale e i legislatori regionali sono tenuti a rispettare nell’attribuire le funzioni amministrative ai livelli territoriali di governo richiamati nell’art. 114 della Costituzione quali elementi costituivi della Repubblica;
- l’art. 119 della Costituzione prevede l’autonomia finanziaria dei Comuni, delle Province, delle Città metropolitane e delle Regioni, fermo restando il rispetto dell’equilibrio di bilancio e dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento europeo. Il medesimo articolo stabilisce anche che le risorse derivanti dalle fonti di finanziamento in esso contenute consentono a Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni di finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite.
- stabilisce che alle Regioni ordinarie possono essere attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia nelle materie di competenza concorrente e, fra le materie riservate alla competenza legislativa esclusiva statale, sull’organizzazione della giustizia di pace, sulle norme generali sull’istruzione e sulla tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali;
- nel corso del 2017 e del 2018 le Regioni Emilia–Romagna, Lombardia e Veneto, con pronunce formali dei loro organi, hanno dato avvio all’attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione per l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia;
- segnatamente, in data 3 ottobre 2017, 14 novembre 2017 e 12 febbraio 2018 l’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna ha approvato rispettivamente, le Risoluzioni n. 5321, n. 5600, n. 6124 e n. 6129 per impegnare il Presidente della Giunta regionale ad avviare il negoziato col Governo ai fini dell’Intesa prevista dall’art. 116, terzo comma, della Costituzione, specificando anche i temi che avrebbero dovuto essere oggetto prioritario di negoziazione;
- in data 7 novembre 2017, a seguito del referendum consultivo regionale svoltosi il 22 ottobre, il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato una risoluzione per l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia con riferimento a tutte le materie di cui all’art.116, terzo comma, della Costituzione;
- in data 15 novembre 2017, a seguito del referendum consultivo regionale svoltosi il 22 ottobre, il Consiglio regionale del Veneto ha deliberato una proposta di legge statale di iniziativa regionale per ottenere l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia sulla base di quanto previsto dall’art. 116, terzo comma, della Costituzione;
- i Presidenti delle Regioni sopra menzionate, con comunicazione indirizzata al Presidente del Consiglio dei Ministri, hanno chiesto di avviare il procedimento previsto dall’art. 116, terzo comma, della Costituzione, chiedendo a tal fine di convocare specifici incontri tecnici e politici utili alla definizione dei contenuti del presente Accordo;
- il Presidente del Consiglio dei Ministri ha preso atto di tali richieste e, ritenendole compatibili con quanto previsto dall’art. 116, terzo comma, della Costituzione, ha incaricato il Sottosegretario di Stato per gli Affari regionali e le autonomie di dare avvio al negoziato, avvalendosi a tal fine della collaborazione del Dipartimento per gli Affari regionali e le autonomie;
- in data 17 novembre a Bologna, e 21 novembre a Milano, sono state indicate come di prioritario interesse regionale le seguenti materie: tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali, valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali, tutela del lavoro, ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi, commercio con l’estero, tutela della salute, rapporti internazionali e con l’Unione Europea delle Regioni, istruzione, coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, previdenza complementare e integrativa, grandi reti di trasporto e navigazione, protezione civile, governo del territorio, ordinamento sportivo.
- è stata condivisa dalle Regioni interessate l’opportunità di circoscrivere il negoziato, in questa prima fase del confronto, stante la fase conclusiva della legislatura statale e la conseguente ristrettezza dei tempi per la conduzione del negoziato su tutte le materie oggetto di richiesta, ad alcune materie d’interesse comune quali la tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, la tutela della salute, l’istruzione, la tutela del lavoro e i rapporti internazionali e con l’Unione europea, restando comunque impregiudicata la possibilità di estendere il negoziato ad altri aspetti relativi alle materie oggetto del presente Accordo e non ancora definiti col medesimo nonché alle altre materie in un momento successivo.
A conclusione di questo primo confronto, ispirato dal principio di leale collaborazione, le Parti convengono che debba essere riconosciuta la rilevanza del percorso intrapreso, rispetto al prosieguo dello stesso tra le Istituzioni, anche successivamente al prossimo rinnovo degli organi Statali.
Si conviene altresì che l’approvazione da parte delle Camere dell’Intesa che sarà sottoscritta ai sensi dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, avvenga in conformità al procedimento, ormai consolidato in via di prassi, per l’approvazione delle intese tra lo Stato e le confessioni religiose, di cui all’art. 8, terzo comma, della Costituzione.
1. Il presente Accordo ha ad oggetto i principi generali, la metodologia e le materie per l’attribuzione alla Regione Emilia-Romagna di autonomia differenziata, ai sensi dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, nel rispetto dei principi posti dagli artt. 117, 119 e 81 della Costituzione e del principio di leale collaborazione, cardine fondamentale delle relazioni tra istituzioni che, ai sensi dell’art. 114 della Costituzione, sono enti costitutivi della Repubblica, nella consapevolezza del suo carattere unitario e indivisibile.
di fabbisogni standard, che dovranno essere determinati entro un anno dall’approvazione dell’Intesa, e che progressivamente, entro cinque anni, dovranno diventare, in un’ottica di superamento della spesa storica, il termine di riferimento, in relazione alla popolazione residente e al gettito dei tributi maturati nel territorio regionale in rapporto ai rispettivi valori nazionali, fatti salvi gli attuali livelli di erogazione dei servizi.
1. Stato e Regione, al fine di consentire una programmazione certa dello sviluppo degli investimenti, potranno determinare congiuntamente modalità per assegnare, mediante meccanismi di compartecipazione o riserva di aliquota, risorse da attingersi da fondi finalizzati allo sviluppo infrastrutturale del Paese.
2. La Regione può costituire un fondo regionale al fine di consentire l’integrazione dell’organico di cui all'art. 1, comma 69, della Legge 13 luglio 2015, n. 107, nonché ulteriori posti in deroga. Detti posti sono assegnati, per ciascun anno scolastico, ai sensi della normativa vigente in materia di contratti a tempo determinato.
1. É attribuita alla Regione la competenza legislativa a disciplinare, nel rispetto delle prerogative dell’Ufficio Scolastico Regionale e dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, le modalità organizzative e attuative idonee a realizzare un Sistema integrato di istruzione professionale e di istruzione e formazione professionale, in conformità al Decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 61, e in coerenza con l’offerta di istruzione regionale, anche attraverso l’utilizzo delle dotazioni organiche aggiuntive a seguito dell’istituzione del fondo regionale di cui all’art. 1, comma 2, del presente Allegato.
1. Nel rispetto dell'autonomia delle istituzioni universitarie e in coerenza con la programmazione delle Università, ai sensi dell’art. 1-ter del Decreto-legge 31 gennaio 2005, n. 7, convertito dalla Legge 31 marzo 2005, n. 43, alla Regione è attribuita la competenza a programmare, d’intesa con la Conferenza Regione Università, l’attivazione di un’offerta integrativa di percorsi universitari per favorire lo sviluppo tecnologico, economico e sociale del territorio, nel rispetto dei requisiti di sostenibilità dei corsi di studio universitari e della disciplina giuridica sui docenti universitari.
a) la costituzione di un Fondo pluriennale regionale per le residenze universitarie, da gestire attraverso ER.GO, Azienda regionale per il diritto allo Studio Universitario partecipata da Regione e Università;
c) la costituzione di un Fondo pluriennale per il Diritto allo Studio Universitario, al fine di rendere disponibili in modo stabile incentivi economici e servizi integrati.
1. Nel rispetto dei vincoli di bilancio, anche al fine di valorizzare le risorse umane del Servizio Sanitario Nazionale, alla Regione è attribuita, quale misura essenziale per il funzionamento dell’assetto organizzativo delle strutture sanitarie, una maggiore autonomia finalizzata a rimuovere i vincoli di spesa specifici, con particolare riguardo alle politiche di gestione del personale, di cui al comma 3-bis dell’art. 17 del Decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98.
2. Fermo restando il rispetto delle esigenze delle strutture sanitarie e dell’organizzazione logistica delle medesime, la Regione può avviare percorsi finalizzati alla stipula di contratti a tempo determinato di “specializzazione lavoro” per i medici, alternativi al percorso delle scuole di specializzazione.
3. La Regione definisce le modalità per l’inserimento dei medici titolari del suddetto contratto di specializzazione lavoro all’interno delle strutture sanitarie del Servizio Sanitario Nazionale, fermo restando che il contratto in esame non può dare in alcun modo diritto all’accesso ai ruoli del Servizio Sanitario Nazionale, né all’instaurazione di alcun rapporto di lavoro a tempo indeterminato con lo stesso, se non interviene una ulteriore procedura selettiva a tal fine dedicata.
1. La Regione, nell’adottare eventuali decisioni basate sull’equivalenza terapeutica, tra medicinali contenenti differenti principi attivi, qualora l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) non intervenga con motivate e documentate valutazioni, ai sensi dell’art. 15, comma 11-ter del Decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, può sottoporre all’AIFA un documento recante valutazioni tecnico-scientifiche concernente l’equivalenza terapeutica tra diversi farmaci.
1. Ferme restando le funzioni istituzionali che le vigenti disposizioni attribuiscono all’Agenzia italiana del farmaco (AIFA), la Regione:
1) definisce qualitativamente e quantitativamente le forme della distribuzione diretta dei farmaci destinati alla cura di pazienti che richiedono un controllo ricorrente, anche tramite il coinvolgimento delle farmacie di comunità con le quali condivide opportuni strumenti di monitoraggio dell’appropriatezza nell’uso dei farmaci;
2) assicura l’erogazione diretta da parte delle Aziende sanitarie dei medicinali necessari al trattamento dei pazienti in assistenza domiciliare, residenziale e semiresidenziale;
1 Programmazione triennale degli interventi di difesa del suolo e della costa regionali
2 Programmazione triennale degli interventi finalizzati alla bonifica dei siti contaminati di interesse regionale, nonché alla rimozione dell’amianto
3 Programmazione triennale degli interventi finalizzati alla conservazione e valorizzazione delle aree protette regionali e dei siti della Rete Natura 2000
4 Programmazione triennale degli interventi finalizzati all’attuazione delle misure previste dal Piano di tutela delle acque
5 Programmazione triennale degli interventi finalizzati all’attuazione delle misure previste dai Piani di risanamento della qualità dell’aria
6 Sottoscrizione di accordi con altre Regioni per consentire l’ingresso nel proprio territorio dei rifiuti che derivano dal trattamento dei rifiuti urbani non differenziati destinati agli impianti di smaltimento situati nel territorio regionale, con la possibilità di fissare un’addizionale progressiva e proporzionata ai quantitativi
7 Sottoscrizione, con enti pubblici, imprese, soggetti pubblici o privati ed associazioni di categoria, di accordi e contratti di programma che abbiano ad oggetto la gestione, anche sperimentale, di attività ed impianti finalizzati a trattare, ai fini di una loro valorizzazione, rifiuti e acque reflue
8 Individuazione degli ambiti territoriali ottimali per il superamento della frammentazione della gestione integrata dei rifiuti urbani
3 Controllo e verifica degli interventi di bonifica ed il monitoraggio ad essi conseguenti in materia di gestione dei rifiuti (art. 197, comma 1, lett. a, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
4 Controllo periodico su tutte le attività di gestione, di intermediazione e di commercio dei rifiuti, ivi compreso l’accertamento delle violazioni delle disposizioni di cui alla parte quarta del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (art. 197, comma 1, lett. b, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
5 Verifica e controllo dei requisiti previsti per l’applicazione delle procedure semplificate, con le modalità di cui agli articoli 214, 215 e 216 del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (art. 197, comma 1, lett. c, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
6 Individuazione, sulla base delle previsioni del piano territoriale di coordinamento e delle previsioni di cui all’articolo 199, comma 3, lettere d) e h), del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, delle zone idonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento dei rifiuti, nonché delle zone non idonee alla localizzazione di impianti di recupero e di smaltimento dei rifiuti (art. 197, comma 1, lett. d, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
7 Ispezione preventiva ai fini dell’avvio delle attività di incenerimento e coincenerimento dei rifiuti (art. 237-duovicies,, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
8 Parere ai fini dell’approvazione del piano di monitoraggio in materia di bonifica dei siti contaminati (art. 242, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
9 Emissione ordinanza, nei confronti del responsabile della potenziale contaminazione di un sito, con ordine a provvedere ai sensi del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, su segnalazione di una amministrazione (art. 244, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
10 Identificazione del soggetto responsabile al fine di dar corso agli interventi di bonifica di siti contaminati, su segnalazione degli interessati non responsabili (art. 245, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
11 Accertamento in merito al completamento degli interventi di bonifica di siti contaminati, di messa in sicurezza permanente e di messa in sicurezza operativa, nonché alla conformità degli stessi al progetto approvato, sulla base di relazione tecnica predisposta dall’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente territorialmente competente (art. 248, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
12 Controlli in materia di inquinamento acustico (art. 14, Legge 26 ottobre 1995, n. 447)
13 Controlli in materia di inquinamento elettromagnetico (art. 14, Legge 22 febbraio 2001, n. 36)
14 Controllo sulle attività di raccolta, trasporto, stoccaggio e condizionamento dei fanghi di depurazione, nonché delle attività di utilizzazione dei predetti fanghi in agricoltura (art. 7, D.Lgs. 27 gennaio 1992, n. 99)
15 Irrogazione delle sanzioni amministrative pecuniarie in materia di gestione dei rifiuti e di bonifica dei siti contaminati (art. 262, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
Il Governo della Repubblica e la Regione Emilia-Romagna si impegnano a rafforzare le forme di partecipazione delle autonomie territoriali al consolidamento dell’Unione Europea e all’intensificazione delle relazioni transfrontaliere e della cooperazione transfrontaliera delle collettività e autorità territoriali.
Il Governo della Repubblica e la Regione Emilia-Romagna si impegnano a rafforzare la partecipazione della Regione Emilia-Romagna alla formazione degli atti normativi comunitari, nelle materie oggetto di autonomia differenziata di cui all’art.116, terzo comma, della Costituzione.
Il Governo della Repubblica si impegna a sostenere l’azione della Regione Emilia-Romagna nella politica europea in materia di Strategie macroregionali, di cui alla risoluzione del Parlamento europeo del 16 gennaio 2018, anche supportando il ruolo svolto dalla Regione quale autorità capofila nello sviluppo della regione EUSAIR.
Il Governo assicura un maggiore coinvolgimento della Regione nelle controversie di diritto europeo che la riguardano direttamente, con particolare riferimento agli eventuali contenziosi nelle materie oggetto dell’autonomia differenziata ad essa riconosciuta, ferma la responsabilità dello Stato per qualunque infrazione del diritto dell’Unione europea.
Presidente della Regione Emilia Romagna Sottosegretario per gli Affari Regionali e le Autonomie
Stefano Bonaccini Gianclaudio Bressa
17.3 Accordo Regione Lombardia
Considerato, altresì, che l’art.116, terzo comma, della Costituzione:
- segnatamente, in data 3 ottobre 2017, 14 novembre 2017 e 12 febbraio 2018 l’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna ha approvato una risoluzione per impegnare il Presidente della Giunta regionale ad avviare il negoziato col Governo ai fini dell’Intesa prevista dall’art. 116, terzo comma, della Costituzione, specificando anche i temi che avrebbero dovuto essere oggetto prioritario di negoziazione;
- in data 7 novembre 2017, a seguito del referendum consultivo regionale svoltosi il 22 ottobre, il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato la risoluzione n. X/1645 per l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia con riferimento a tutte le materie di cui all’art.116, terzo comma, della Costituzione;
- è stata condivisa dalle Regioni interessate l’opportunità di circoscrivere il negoziato, in questa prima fase del confronto, stante la fase conclusiva della legislatura statale e la conseguente ristrettezza dei tempi per la conduzione del negoziato su tutte le materie oggetto di richiesta, ad alcune materie d’interesse comune quali la tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, la tutela della salute, l’istruzione, la tutela del lavoro e i rapporti internazionali e con l’Unione europea, restando comunque impregiudicata la possibilità di estendere il negoziato ad altri aspetti relative alle materie oggetto del presente Accordo e non ancora definiti col medesimo, nonché alle altre materie in un momento successivo, in particolare per le materie di interesse delle autonomie locali, quali il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario ed il governo del territorio.
L’approvazione da parte delle Camere dell’Intesa, che sarà sottoscritta ai sensi dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, avverrà in conformità al procedimento, ormai consolidato in via di prassi, per l’approvazione delle intese tra lo Stato e le confessioni religiose, di cui all’art. 8, terzo comma, della Costituzione.
1. Il presente Accordo ha ad oggetto i principi generali, la metodologia e le materie per l’attribuzione alla Regione Lombardia di autonomia differenziata, ai sensi dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, nel rispetto dei principi posti dagli artt. 117, 119 e 81 della Costituzione e del principio di leale collaborazione, cardine fondamentale delle relazioni tra istituzioni che, ai sensi dell’art. 114 della Costituzione, sono enti costitutivi della Repubblica, nella consapevolezza del suo carattere unitario e indivisibile.
1. L’Intesa di cui all’art. 116, terzo comma, della Costituzione ha durata decennale e può in qualunque momento essere modificata di comune accordo tra lo Stato e la Regione, qualora nel corso del decennio si verifichino situazioni di fatto o di diritto che ne giustifichino la revisione.
2. All’esito di tale verifica e a seguito di conseguente e successiva intesa tra Stato e Regione, il Governo presenta alle Camere un disegno di legge contenente le eventuali modifiche da apportare alla legge approvata sulla base della originaria Intesa, e necessarie al recepimento di quanto concordato.
di fabbisogni standard, che dovranno essere determinati entro un anno dall’approvazione dell’Intesa e che progressivamente, entro cinque anni, dovranno diventare, in un’ottica di superamento della spesa storica, il termine di riferimento, in relazione alla popolazione residente e al gettito dei tributi maturati nel territorio regionale in rapporto ai rispettivi valori nazionali, fatti salvi gli attuali livelli di erogazione dei servizi.
1. Al fine di rafforzare la funzione pubblica delle politiche attive e nel rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni di cui all’art. 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione, come definiti dal Decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 150, alla Regione è riconosciuta autonomia legislativa e organizzativa in materia di politiche attive del lavoro tenuto conto anche dell’art. 18 del citato Decreto Legislativo n. 150/2015.
1. Nel rispetto dell'autonomia delle istituzioni universitarie e in coerenza con la programmazione delle Università, ai sensi dell’art. 1-ter del Decreto-legge 31 gennaio 2005, n. 7, convertito dalla Legge 31 marzo 2005, n. 43 alla Regione è attribuita la competenza a programmare, d’intesa con le Università, l’attivazione di un’offerta integrativa di percorsi universitari per favorire lo sviluppo tecnologico, economico e sociale del territorio, nel rispetto dei requisiti di sostenibilità dei corsi di studio universitari e della disciplina giuridica sui docenti universitari.
1. Nel rispetto dei vincoli di bilancio alla Regione è attribuita una maggiore autonomia finalizzata a rimuovere i vincoli di spesa, stabiliti su ambiti specifici da normativa statale, con particolare riguardo alle politiche di gestione del personale, di cui al comma 3-bis dell’art. 17 del Decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito con modificazioni, dalla Legge 15 luglio 2011 n. 111.
1. Nel rispetto dei vincoli di bilancio, al fine di rendere il sistema più coerente con le specifiche esigenze del territorio, è attribuita alla Regione una maggiore autonomia in materia di determinazione del numero dei posti dei corsi di formazione per i Medici di Medicina Generale edi accesso alle scuole di specializzazione, ivi compresa la programmazione delle borse di studio per i medici specializzandi e la loro integrazione operativa con il sistema aziendale.
2. Allo scopo la Regione stipula specifici accordi con le Università presenti sul territorio regionale; tale specifica autonomia è riferita, fermo restando il rispetto delle esigenze delle strutture sanitarie e l’organizzazione logistica delle medesime, all’esigenza di avviare percorsi finalizzati alla stipula di contratti a tempo determinato di “specializzazione lavoro” per i medici, alternativi al percorso delle scuole di specializzazione.
3. La Regione definisce le modalità per l’inserimento dei medici titolari del contratto di specializzazione lavoro, all’interno delle strutture del Servizio Sanitario Nazionale, fermo restando che il contratto in esame non può dare in alcun modo diritto all’accesso ai ruoli del Servizio Sanitario Nazionale né all’instaurazione di alcun rapporto di lavoro a tempo indeterminato con lo stesso, se non interviene una ulteriore procedura selettiva a tal fine dedicata.
1. Nel rispetto dei livelli essenziali di assistenza e dei vincoli di bilancio e fermo restando il rispetto dell’equilibrio economico-finanziario, alla Regione è attribuita una maggiore autonomia nell’espletamento delle funzioni attinenti al sistema tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione.
1. Nel rispetto dei livelli essenziali di assistenza e al fine di garantire un assetto organizzativo della rete ospedaliera, dei servizi territoriali e le relative forme di integrazione e di modalità di erogazione più coerenti alle esigenze specifiche della Regione, e ferma restando la necessità di valutare gli esiti del monitoraggio dell’attuazione della Legge Regionale 11 agosto 2015 , n. 23, recante “Evoluzione del sistema sociosanitario regionale”, alla Regione è attribuita una maggiore autonomia in ordine alla definizione del sistema di governance delle Aziende sanitarie e degli Enti del Servizio Sanitario Regionale, con particolare riguardo agli organi e alla direzione strategica,ferme restando le disposizioni nazionali in materia di selezione della dirigenza sanitaria.
1. La Regione, nell’adottare eventuali decisioni basate sull’equivalenza terapeutica, tra medicinali contenenti differenti principi attivi, qualora l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) non intervenga con motivate e documentate valutazioni, ai sensi dell’art. 15, comma 11-ter del Decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito con modificazioni dalla Legge 7 agosto 2012, n. 135, può sottoporre all’AIFA un documento recante valutazioni tecnico-scientifiche concernente l’equivalenza terapeutica tra diversi farmaci.
3. Le funzioni di cui alla Tabella B sono esercitate dagli enti che ne sono titolari alla data di entrata in vigore della legge approvata sulla base dell’Intesa, fino alla diversa disciplina adottata dalla Regione ai sensi dell’art. 1, comma 1, del presente Allegato.
2 Codecisione, d’intesa con gli enti gestori delle aree protette, per l’accertamento e l’adozione delle determinazioni relative ai prelievi faunistici e agli abbattimenti selettivi necessari a ricomporre squilibri ecologici nelle aree protette regionali, di cui all’articolo 22, comma 6, della legge 6 dicembre 1991, n. 394
4 Sottoscrizione di accordi con altre Regioni per consentire l’ingresso nel proprio territorio dei rifiuti che derivano dal trattamento dei rifiuti urbani non differenziati destinati agli impianti di smaltimento situati nel territorio regionale, con la possibilità di fissare un’addizionale progressiva e proporzionata ai quantitativi
5 Controllo e verifica degli interventi di bonifica ed il monitoraggio ad essi conseguenti in materia di gestione dei rifiuti (art. 197, comma 1, lett. a, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
6 Controllo periodico su tutte le attività di gestione, di intermediazione e di commercio dei rifiuti, ivi compreso l’accertamento delle violazioni delle disposizioni di cui alla parte quarta del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (art. 197, comma 1, lett. b, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
7 Verifica e controllo dei requisiti previsti per l’applicazione delle procedure semplificate, con le modalità di cui agli articoli 214, 215 e 216 del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (art. 197, comma 1, lett. c, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
8 Individuazione, sulla base delle previsioni del piano territoriale di coordinamento e delle previsioni di cui all’articolo 199, comma 3, lettere d) e h), del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, delle zone idonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento dei rifiuti, nonché delle zone non idonee alla localizzazione di impianti di recupero e di smaltimento dei rifiuti (art. 197, comma 1, lett. d, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
9 Controllo sulle attività di raccolta, trasporto, stoccaggio e condizionamento dei fanghi di depurazione, nonché delle attività di utilizzazione dei predetti fanghi in agricoltura (art. 7, D.Lgs. 27 gennaio 1992, n. 99)
10 Ispezione preventiva ai fini dell’avvio delle attività di incenerimento e coincenerimento dei rifiuti (art. 237-duovicies,, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
11 Parere ai fini dell’approvazione del piano di monitoraggio in materia di bonifica dei siti contaminati (art. 242, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
12 Emissione ordinanza, nei confronti del responsabile della potenziale contaminazione di un sito, con ordine a provvedere ai sensi del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, su segnalazione di una amministrazione (art. 244, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
13 Identificazione del soggetto responsabile al fine di dar corso agli interventi di bonifica di siti contaminati, su segnalazione degli interessati non responsabili (art. 245, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
14 Accertamento in merito al completamento degli interventi di bonifica di siti contaminati, di messa in sicurezza permanente e di messa in sicurezza operativa, nonché alla conformità degli stessi al progetto approvato, sulla base di relazione tecnica predisposta dall’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente territorialmente competente (art. 248, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152)
16 Controlli in materia di inquinamento acustico (art. 14, Legge 26 ottobre 1995, n. 447)
17 Controlli in materia di inquinamento elettromagnetico (art. 14, Legge 22 febbraio 2001, n. 36)
Il Governo della Repubblica e la Regione Lombardia si impegnano a rafforzare la partecipazione della Regione alla formazione degli atti comunitari e all’attuazione e all’esecuzione degli accordi internazionali e degli atti dell’Unione europea, in particolare nelle materie oggetto di autonomia differenziata di cui all’art. 116, terzo comma, della Costituzione, nel rispetto delle norme di procedura stabilite dalla legge dello Stato, che disciplinano le modalità di esercizio del potere sostitutivo in caso di inadempienza.
Il Governo e la Regione Lombardia convengono che è obiettivo della Repubblica, e quindi anche delle regioni che ne sono componenti essenziali, favorire il processo di integrazione europea e lo sviluppo della regione euromediterranea e della regione alpina.
Presidente della Regione Lombardia Sottosegretario per gli Affari Regionali e le Autonomie
Roberto Maroni Gianclaudio Bressa
[1] Questo lavoro ricostruttivo da conto dei passi compiuti verso l’applicazione dell’articolo 116 terzo comma della Costituzione, un lavoro reso possibile dalla determinazione e dalla passione del sottosegretario agli Affari regionali e alle autonomie Gianclaudio Bressa, che a distanza di sedici anni dalla presentazione e approvazione dell’emendamento che darà vita al comma citato, si è trovato a realizzare le fondamenta di una costruzione che rendesse praticabile l’esercizio dell’autonomia regionale. In questo lavoro è stato affiancato e supportato dal Capo Dipartimento agli Affari regionali e le autonomie Antonio Naddeo, da Eugenio Gallozzi e Ivo Rossi dello stesso Dipartimento, dal responsabile dell’Ufficio Legislativo, consigliere Gerardo Mastrandrea, e dai consulenti giuridici, Prof. Franco Pizzetti e Prof. Marco Olivetti. Hanno fornito preziosi contributi anche la Prof.ssa Chiara Cacciavillani, il Prof. Sandro De Nardi, il Prof. Paolo Balduzzi e il Prof. Paolo Costa.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 

Art. 1

Art. 3

Art. 4

Art. 5

Art. 6