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Timestamp: 2018-02-25 23:15:22+00:00

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Fronte Verso, conoscere il diritto è un diritto. Ottobre 2017. | Protagoniste in Rete
Fronte Verso, conoscere il diritto è un diritto. Ottobre 2017.
1) Quando il superlavoro uccide: responsabilità del datore di lavoro. 2) Obbligazioni Cirio: la banca deve conoscere i rischi connessi ai prodotti finanziari che tratta. 3) Diritto del singolo all’oblio o diritto della collettività ad essere informata? 4) Non è punibile chi, in condizioni di miseria ed emarginazione entra in un’abitazione per cercarvi riparo di notte. 5) Nessun risarcimento se il bambino nasce con una malformazione non comunicata ai genitori nel corso delle analisi prenatali
Avv. Antonio Pascucci, Avv. Marina Pagnussat, Avv. Giovanni Motta, Avv. Elisabetta Silva, Avv. Anna Losurdo, Avv. Maria Pistorio, Avv. Cristina Poma, Avv. Paola Cerullo, Avv. Simonetta D’Amico, Avv. Paola Ponte, Avv. Giuseppe Poli
Anno V, n. 9, indice newsletter ottobre 2017
1) Quando il superlavoro uccide: il datore di lavoro è responsabile per la morte del dipendente causata dal troppo lavoro.
2) Risparmi, Banche & Diritti. Obbligazioni Cirio: la banca deve conoscere i rischi connessi ai prodotti finanziari che tratta e deve trasferire tale conoscenza ai clienti/investitori
3) Diritto del singolo all’oblio o diritto della collettività ad essere informata? La Cassazione nega il diritto all’oblio quando la notizia ha rilevanza pubblica anche se da essa derivi discredito, come nel caso della morte di un giovane ad opera delle armi del figlio dell’ultimo Re d’Italia.
4) Non è punibile chi, in condizioni di miseria ed emarginazione entra in un’abitazione per cercarvi riparo di notte. La Cassazione annulla, in ragione della scarsa rilevanza del fatto, la condanna per violazione di domicilio.
5) Nessun risarcimento se il bambino nasce con una malformazione non comunicata ai genitori nel corso delle analisi prenatali
1) Quando il superlavoro uccide: il datore di lavoro è responsabile per la morte del dipendente causata dal troppo lavoro
Cass. civ. Sez. lavoro, Sent. n. 14313 dell’8 giugno 2017
Un’Azienda Sanitaria Provinciale siciliana, a causa della carenza di personale, sottopone un dipendente, un tecnico di radiologia, a un enorme carico lavorativo presso i diversi servizi di radiologia, ecografia e tomografia computerizzata, con turni di reperibilità superiori rispetto a quelli previsti dal contratto collettivo.
Nel settembre del 1998 il dipendente muore improvvisamente a soli trent’anni per un arresto circolatorio, causato da una cardiopatia rimasta silente fino al decesso.
La moglie, ravvisando nel sovraccarico lavorativo la causa della morte del marito si rivolge al Giudice del lavoro per ottenere dalla Azienda Sanitaria sia l’equo indennizzo, previsto dalla legge quando il decesso o l’inabilità del pubblico impiegato derivino da una causa di servizio, sia il risarcimento del danno per la perdita del coniuge.
Il Tribunale di Nicosia accoglie tutte e due le richieste della vedova. Di diverso avviso la Corte d’Appello di Caltanissetta, che conferma la decisione del primo giudice per il solo indennizzo, non riconoscendo il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale in quanto l’Azienda Ospedaliera:
a) si era trovata a dover fronteggiare un’emergenza determinata da una forte carenza dell’organico;
b) il lavoratore, ignaro della patologia che lo affliggeva, aveva svolto le prestazioni lavorative senza mai lamentarsi del sovraccarico lavorativo; di conseguenza lo stesso datore di lavoro non era a conoscenza dello stato di salute del proprio dipendente e della sua non compatibilità con l’intensità lavorativa richiesta.
Pertanto, secondo la Corte d’Appello, nel caso in esame non era ravvisabile una colpa del datore di lavoro per violazione delle norme di diligenza previste dall’ordinamento a tutela della salute del lavoratore.
La vedova ricorre in Cassazione che annulla la sentenza della Corte d’Appello affermando la responsabilità dell’Azienda sanitaria per il decesso del dipendente poiché:
- le leggi vigenti impongono all'imprenditore l'obbligo di adottare tutte quelle misure che, secondo la particolarità del lavoro in concreto svolto dai dipendenti, si rendano necessarie a tutelare l'integrità fisica dei lavoratori;
- quando viene fornita la prova della conseguenzialità tra la nocività dell’ambiente di lavoro e il danno subito, ricade sul datore di lavoro l'onere di provare sia di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno sia che la malattia del dipendente non è ricollegabile alla inosservanza di tali obblighi;
- nel caso in esame, la Cassazione rileva che è stato provato e accertato che il lavoratore, per scelte organizzative imputabili all’Azienda ospedaliera, è stato per anni sottoposto a un sovraccarico di lavoro attraverso turni massacranti, eccedenti i limiti contrattuali e legali;
- ai fini della sussistenza della responsabilità datoriale, è irrilevante che il lavoratore sovraccaricato non si sia lamentato attenendosi scrupolosamente alle direttive aziendali nello svolgimento delle prestazioni lavorative richieste.
1. La Corte di appello di Caltanissetta, con sentenza del 26 gennaio 2011, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Nicosia, ha rigettato la domanda proposta da L.G.M., in proprio e quale genitore esercente la potestà sulla figlia minore R.A., avente ad oggetto il riconoscimento del danno non patrimoniale da perdita parentale, ed ha confermato l'impugnata sentenza nella parte in cui il decesso di R.G. era stato riconosciuto dipendente da causa di servizio e l'Azienda sanitaria provinciale di Enna era stata condannata al pagamento dell'equo indennizzo nella misura liquidata dal Giudice di primo grado, pari ad Euro 77.903,28, oltre alla maggior somma tra interessi legali e rivalutazione monetaria dalla data di maturazione del credito al soddisfo.
2. La ricorrente, nella qualità di erede di R.G., tecnico di radiologia dipendente dalla Azienda sanitaria provinciale di Enna presso il P.O. (OMISSIS), aveva adito il Giudice del lavoro prospettando che il decesso del coniuge, avvenuto il (OMISSIS), era imputabile all'enorme carico di lavoro cui il predetto era stato sottoposto nel corso dell'intero rapporto lavorativo ed aveva chiesto il pagamento dell'equo indennizzo, ai sensi del D.P.R. n. 461 del 2001, nella misura corrispondente alla I categoria della tabella A di cui al D.P.R. n. 834 del 1981, nonché il risarcimento del danno non patrimoniale, quantificato in Euro 100.000 per ciascuna erede o nella diversa misura equitativamente determinata.
3. Espletata attività istruttoria e disposta c.t.u. medico-legale, il Giudice del lavoro del Tribunale di Nicosia aveva accolto entrambe le domande. La sentenza era stata impugnata dall'Azienda sanitaria provinciale di Enna che aveva contestato, con il primo motivo, le risultanze della c.t.u. medico-legale in ordine alla riconosciuta dipendenza del decesso da causa di servizio; con il secondo motivo, la sussistenza della responsabilità ex art. 2087 c.c.; con il terzo motivo, il riconoscimento degli interessi legali sulle somme liquidate a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale con decorrenza dalla data del fatto anzichè dalla data della domanda giudiziale.
4. La Corte di appello ha rigettato il primo motivo, osservando che:
- dal complessivo tenore della consulenza tecnica d'ufficio era dato evincere che il decesso si era verificato per "infarto acuto del miocardio - arresto cardiocircolatorio" e che vi era un nesso tra l'attività lavorativa e l'infermità che aveva condotto il dipendente al decesso; difatti, il Consulente tecnico d'ufficio aveva affermato che "il continuo surmenage lavorativo" al quale era stato sottoposto il R. nel corso della documentata attività lavorativa quale tecnico di radiologia aveva assunto il ruolo di concausa diretta e preponderante dell'infarto;
- tali conclusioni, assistite da congrua motivazione, non erano state specificamente contestate dall'Azienda appellante, che sì era limitata a richiamare i verbali resi in sede amministrativa delle commissioni mediche competenti, già presi in considerazione dal predetto C.t.u., oltre ad articoli di riviste mediche, privi di rilievo nel caso concreto;
Un risparmiatore acquista obbligazioni Cirio per € 141.030 presso la locale banca di credito cooperativo, ma si svela un pessimo investimento a causa dell’insolvenza della Società.
Il risparmiatore cita in giudizio la banca sostenendo di non aver ricevuto dalla stessa indicazioni adeguate sulle caratteristiche dei titoli e sui rischi dell'operazione. Chiede quindi che i contratti sottoscritti siano dichiarati nulli e che si accerti il grave inadempimento della banca con il conseguente risarcimento del danno.
Il Tribunale accoglie la domanda, ma la Corte d’Appello stravolge la sentenza di primo grado, affermando che spetta al risparmiatore/investitore provare il nesso causale tra la violazione della norma da parte dell’intermediario e il danno subito, tanto più alla luce:
- della dimensione locale della banca, che in quanto tale non poteva essere in possesso delle informazioni necessarie a prevedere l’insolvenza di Cirio
- dell’esperienza pregressa dell’investitore, che in passato aveva già acquistato titoli per oltre un milione di euro, e perciò non era certamente uno sprovveduto.
Contro la sentenza della Corte d’Appello l’investitore ricorre alla Corte di cassazione, che invece gli dà ragione e spiega che:
- l’intermediario finanziario (in questo caso una banca), nello svolgimento del suo servizio, deve rispettare precise norme di comportamento, stabilite nel Testo unico della finanza e nel Regolamento Consob, che gli impongono, tra l’altro, di raccogliere le informazioni necessarie sui prodotti finanziari e di trasferirle all’investitore, in modo che quest’ultimo sia sempre adeguatamente informato;
- le suddette informazioni devono riguardare tanto la conoscenza concreta del prodotto, quanto quella del mercato dove esso è collocato: a questo scopo può essere necessario acquisire parametri di valutazione come il rating (la solvibilità di chi emette i titoli) e l’offering circular (il prospetto informativo specifico relativo in particolare alla solidità dell’emittente, al rendimento, alle scadenze etc.);
- la banca si è limitata a consegnare al ricorrente il documento contenente l’indicazione dei rischi generali, delle informazioni di base, che dovevano essere colmate col contenuto concreto riferito allo specifico acquisto di prodotti finanziari, e così ha violato gli obblighi di correttezza, diligenza e trasparenza imposti dalla normativa vigente;
- la dimensione locale dell’intermediario, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte d’Appello, non ha nessun rilievo, perché la banca non avrebbe dovuto proporre l’acquisto di titoli senza possedere le informazioni necessarie, la cui mancanza, quindi, si manifesta ingiustificata e colpevole.
(OMISSIS) ha convenuto in giudizio la (OMISSIS) deducendo di aver acquistato (OMISSIS) per Euro 104.030 in data (OMISSIS) senza indicazioni sulle caratteristiche del titolo ed i rischi dell’operazione ne’ consegna dell’offering circular, ne’ segnalazione sull’inadeguatezza dell’operazione; di aver acquistato il (OMISSIS) altri titoli identici per Euro 25.000 e il (OMISSIS) per ulteriori 12.000 Euro, ad appena due mesi dal default. Ha richiesto, di conseguenza, la dichiarazione di nullita’ degli ordini ed in subordine l’accertamento del grave inadempimento dell’intermediario ed il risarcimento del danno nella misura dell’investimento eseguito od in quella inferiore accertata.
Il Tribunale ha accolto la domanda risarcitoria ed ha condannato l’intermediario al pagamento di Euro 101.344,74, detratta la somma incassata dall’attore nel 2006.
La Corte d’Appello ha integralmente riformato la pronuncia di primo grado rigettando la domanda. Ha svolto preliminarmente la seguente premessa: la violazione di norme comportamentali, intendendo per tali anche quelle che regolano il compimento delle singole operazioni d’investimento, da’ luogo ad un inadempimento contrattuale idoneo a giustificare una domanda risarcitoria.
Sull’investitore, pertanto, grava l’onere di provare il nesso causale tra la violazione della norma comportamentale ed il danno. Piu’ esattamente esso deve provare che se avesse avuto complete informazioni da parte dell’intermediario, sarebbe stato dissuaso dal porre in essere l’investimento incentivato e non avrebbe acquistato i titoli.
In ordine ai motivi di appello la Corte ha rilevato:
l’appellato aveva gia’ eseguito investimenti per oltre un milione di Euro; aveva come obiettivo la “redditivita’ con elementi di rivalutabilita’”, aveva un’esperienza media in materia d’investimenti e una propensione al rischio media. Lo stesso aveva ricevuto il documento sui rischi generali che conteneva una chiara distinzione tra titoli di capitale e titoli di debito nonche’ la precisazione secondo la quale “quanto maggiore e’ la rischiosita’ tanto maggiore e’ l’interesse che l’emittente corrisponde all’investitore”.
Lo stesso appellato aveva eseguito in precedenza investimenti in obbligazioni bancarie con tassi elevati e aveva in essere due gestioni patrimoniali di cui una caratterizzata da investimenti di azionariato internazionale ed un’altra bilanciata. Aveva inoltre utilizzato largamente i pronti contro termine. Ne consegue che il (OMISSIS) era un investitore interessato non tanto a depositare passivamente ma ad utilizzare il denaro come fonte di reddito.
Sentenza n. 22265/2017 Cassazione Penale in data 03.08.2017
Un giornalista e un direttore di un noto quotidiano nazionale sono stati condannati dal Tribunale Penale di Milano per il reato di diffamazione a seguito di una querela di un noto personaggio pubblico, che in un articolo scritto dagli imputati veniva indicato come “quello che usò con disinvoltura il fucile all’isola di Cavallo, uccidendo un uomo”.
La sentenza viene impugnata avanti la Corte di Appello di Milano, che invece assolve gli imputati perché il fatto non sussiste in quanto sia il giornale sia il giornalista avevano usato correttamente il diritto di cronaca.
La Corte di Appello motiva la pronuncia rilevando che il cronista si è limitato a riportare un fatto storicamente accaduto, ovvero l’uccisione di un uomo avvenuta nell’isola di Cavallo nel 1978, e che nell’articolo non è stata attribuita al presunto diffamato un’azione omicida volontaria ma solo evidenziati profili di imprudenza nel maneggio di un’arma, la quale, peraltro era stata detenuta illegalmente.
La decisione della Corte di Appello di Milano viene impugnata avanti la Corte di Cassazione che l’ha confermata affermando quanto segue:
- il riferimento nell’articolo in questione alla disinvoltura nell’utilizzo di un fucile non può ritenersi un’espressione sproporzionata rispetto ad un fatto increscioso, la morte di un uomo, causato proprio dall’impiego di un fucile,
- sussiste la rilevanza pubblica della notizia poiché il ricorrente è il figlio dell’ultimo re d’Italia e all’epoca dei fatti in contestazione era reduce da vicende giudiziarie balzate agli onori della cronaca,
- il “diritto all’oblio” sulle proprie vicende personali che fa capo ad ogni persona si deve confrontare con il diritto alla collettività ad essere informata ed aggiornata su fatti da cui dipende la formazione dei propri convincimenti, anche quando da essa derivi discredito alla persona che è titolare di quel diritto.
- non vi è falsità della notizia diffusa con l’articolo incriminato, infatti dalla sentenza emessa dalle autorità francesi e dal contenuto delle intercettazioni telefoniche raccolte all’epoca non è stata esclusa la responsabilità del ricorrente. Sebbene non sia stata provata la volontarietà della condotta, dalla sua arma sono stati esplosi alcuni colpi, uno dei quali ha ucciso un uomo al di fuori di ogni ipotesi di legittima difesa.
dalla parte civile (OMISSIS);
avverso la sentenza del 08/06/2016 della CORTE APPELLO di MILANO;
udita la relazione svolta dal Consigliere SETTEMBRE ANTONIO;
L'avv. (OMISSIS) illustra alla Corte le doglianze mosse alla sentenza impugnata e' insiste per l'accoglimento del ricorso;
deposita conclusioni scritte e nota spese delle quali chiede la liquidazione.
L'avv. (OMISSIS) chiede l'inammissibilita' del ricorso.
1. (OMISSIS) ed (OMISSIS) sono stati - su querela di (OMISSIS) - citati a giudizio, e condannati in primo grado, il primo per il reato di cui all'articolo 595 c.p., ed il secondo per il reato di cui agli articoli 57 e 595 c.p., per aver pubblicato nell'edizione del (OMISSIS) del quotidiano "(OMISSIS)" un articolo, a firma di (OMISSIS), in cui (OMISSIS) veniva indicato - in occasione della cerimonia inaugurale tenuta per la riapertura della reggia di (OMISSIS), a cui (OMISSIS) partecipo' - come "quello che uso' con disinvoltura il fucile all'isola di (OMISSIS), uccidendo un uomo". Ad (OMISSIS) e' stato contestato di aver omesso - nella qualita' di direttore responsabile l'esercizio del dovuto controllo sul contenuto della pubblicazione.
2. La Corte l'appello di Milano, andando di contrario avviso rispetto al Tribunale, ha assolto i due imputati perche' il fatto non sussiste, ritenendo correttamente esercitato il diritto di cronaca. Scrivendo dell'uccisione di un uomo all'isola di (OMISSIS) l'articolista si e' limitato - dice la Corte d'appello - a descrivere un fatto storicamente accaduto, che non e' stato smentito dalla pronuncia, resa sull'accaduto, dall'Autorita' Giudiziaria francese. La sentenza emessa dalla detta Autorita', infatti, e' priva di qualsiasi riferimento alla morte di (OMISSIS), certamente avvenuta nel lontano 1978, e non contiene alcuna formula assolutoria nei confronti del (OMISSIS), di cui, anzi, e' stata affermata la responsabilita' per i reati di detenzione e porto abusiva di arma da fuoco.
Cassazione, sezione V penale n. 40827 del 7 settembre 2017
Una persona senza fissa dimora si introduce in un’abitazione privata per avere un riparo notturno dal freddo invernale. Il tribunale di Brescia la condanna per furto mentre la Corte d’Appello di Brescia riformula il reato in violazione di domicilio e la condanna a tre mesi e dieci giorni di reclusione.
Ritenendo ingiusta la condanna, seppur più mite, il senzatetto si rivolge alla Corte di Cassazione, che accoglie il ricorso perché:
- le particolari condizioni di miseria ed emarginazione dell'imputato e la considerazione dei motivi a delinquere, limitati alla necessità di trovare un alloggio notturno per ripararsi nel periodo invernale, sono tali da escludere una forte capacità delinquenziale e rendono applicabile la valutazione di particolare tenuità del fatto e portano quindi all’annullamento della sentenza della Corte d’Appello.
T.I. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza, emessa in data 17 giugno 2015, con la quale, in parziale riforma della sentenza, emessa in data 15/12/2014 dal Tribunale di Brescia, previa riqualificazione del fatto originariamente ascritto, ex art. 624 bis c.p., nella fattispecie di cui all'art. 614 c.p. e disapplicata la recidiva contestata, era stata inflitta all'esponente la pena di mesi tre e giorni 10 di reclusione, per essersi introdotto nell'abitazione di G.L., in (OMISSIS) il (OMISSIS).
Parte ricorrente lamenta: 1) mancanza o illogicità di motivazione, ex art. 606 codice di rito, lett. e), posto che, in grado d'appello, era stata disapplicata la recidiva contestata al prevenuto, in considerazione delle particolari condizioni di emarginazione in cui era maturato il reato e dell'esigenza del medesimo, soggetto senza fissa dimora, di reperimento di un alloggio notturno.
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Sentenza n. 9251/2017 Cassazione Civile in data 20.05.2017
I genitori di un minore nato privo della mano sinistra si rivolgono al Tribunale di Monza per chiedere, in proprio e come rappresentanti del figlio, il risarcimento dei danni dovuta alla mancata informazione di tale malformazione, che avrebbe dovuto essere loro comunicata con l’ecografia morfologica fatta nel corso della 21° settimana di gravidanza.
Il Tribunale di Monza respinge la richiesta e tale decisione viene confermata anche dalla Corte di Appello di Milano. I genitori si rivolgono quindi alla Corte di Cassazione che espone quanto segue:
- in tema di responsabilità medica da nascita indesiderata, come nel caso in questione, il genitore che agisce per il risarcimento del danno deve provare che la madre avrebbe esercitato la facoltà di interrompere la gravidanza, ricorrendone le condizioni di legge.
- a tal fine gli elementi di prova possono consistere in un consulto medico finalizzato a conoscere: lo stato di salute del nascituro; le eventuali precarie condizioni psico-fisiche della madre; le sue precedenti manifestazioni di pensiero favorevoli alla scelta abortiva. Sul medico grava invece l’onere di provare che comunque la donna non avrebbe abortito.
- la legge sulla interruzione volontaria di gravidanza dispone che dopo i novanta giorni, può essere compiuta esclusivamente quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna o siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a malformazioni del nascituro, che determino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna; pertanto, le eventuali malformazioni o anomalie del feto rilevano solo se possono provocare un danno alla salute della gestante e non in sé e per sé considerate con riferimento al nascituro.
I Giudici di merito hanno correttamente valutato che la mancanza della mano sinistra non è idonea ad incidere sulla salute e sulla vita della madre e, al contempo, la mancanza della mano non può essere considerata come una rilevante anomalia o malformazione.
Per tutte queste ragioni anche la Corte di Cassazione respinge il ricorso.
Con sentenza del 2/5/2011 la Corte d'Appello di Milano ha respinto il gravame interposto dai sigg. Z.L. e P.V. in relazione alla pronunzia Trib. Monza 15/10/2007, di rigetto della domanda dai medesimi proposta - in proprio e quali legali rappresentanti del figlio minore Ma. - nei confronti della sig. M.A. e della società Centro Politerapico s.r.l. di risarcimento dei danni lamentati in conseguenza della mancata rilevazione da parte della prima, in sede di ecografia morfologica eseguita presso quest'ultima il (OMISSIS) nel corso della 21^ settimana di gravidanza della Z., della malformazione del nascituro, venuto alla luce il (OMISSIS) "completamente privo della mano sinistra".
Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito i sigg. Z. e P., in proprio e nella qualità, propongono ora ricorso per cassazione, affidato a 4 motivi, illustrati da memoria.
Resiste con controricorso la M., che ha presentato anche memoria.
L'altra intimata non ha svolto attività difensiva. MOTIVI DELLA DECISIONE
Con il 1^ motivo i ricorrenti denunziano "violazione e falsa applicazione" della L. n. 194 del 1978, art. 6, lett. b).
Si dolgono che, nel riprendere le "palesemente illogiche e contraddittorie" argomentazioni della CTU, la corte di merito abbia escluso la sussistenza nella specie di una situazione idonea a legittimare l'eventuale scelta di interruzione della gravidanza erroneamente ritenendo che il grave pericolo per la salute psichica della donna debba coincidere con il "rischio suicidario con un'approssimazione vicina al 100%", laddove il "grave pericolo per la vita della donna è il presupposto richiesto dalla L. n. 194 del 1978, art. 6, lett. a, ed è anche il requisito previsto dal successivo art. 7, comma 3 qualora il feto abbia possibilità di vita autonoma; ma non è affatto condizione per l'applicabilità del'art. 6, lett. b)".
Con il 2 motivo denunziano "violazione e falsa applicazione" degli artt. 1218, 1223 e 1225 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

References: Cass. 
 sentenza 
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 sentenza 
 art. 2087
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Sentenza 
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 art. 624
 art. 606

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 art. 6
 art. 6
 art. 7