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Timestamp: 2014-07-30 19:12:47+00:00

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lavoro | articolo37
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“Riordinando l’archivio fotografico dell’Udi Bologna, istituito dall’associazione nel 1982 ed una delle fonti documentali più importanti per la storia delle donne a Bologna nel secondo dopoguerra – racconta Eloisa Betti, assegnista di ricerca dell’Università di Bologna ed una delle donne del gruppo di lavoro del progetto – abbiamo ritrovato numerose immagini di donne al lavoro, ma al tempo stesso abbiamo avuto la sensazione di una perdita della memoria del lavoro femminile. Nella provincia di Bologna il ruolo delle donne nel lavoro è stato particolarmente significativo fin dall’immediato dopoguerra, il tasso di occupazione femminile nell’industria è stato a lungo il più alto d’Italia e le donne lavoravano in numerosi settori produttivi dall’agricoltura, all’industria al terziario. Tuttavia, la memoria di questa grande partecipazione e del contributo delle donne allo sviluppo economico del territorio è scarsamente presente nella memoria collettiva della cittadinanza e non è stata sufficientemente valorizzata dalla storiografia ufficiale. Nasce così l’idea di lanciare questa campagna di raccolta di foto a Bologna, ma soprattutto nei comuni della provincia. Per questo serve coinvolgere le donne del territorio: chiediamo foto di chi ha lavorato tra il 1945 e il 1982 perché diventino oggetto di studio dei lavori delle donne. Alla raccolta delle foto si affiancheranno delle video interviste ed un laboratorio di scrittura con Alba Piolanti perché le donne siano invogliate a raccontarsi”.
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Pubblicato il 4 giugno 2012 da articolo37	0
Qualche settimana fa sono stata intervistata da Frequenze di genere, programma radiofonico in onda su Radio Città Fujiko.
Abbiamo parlato di donne e lavoro, di questo blog e delle storie che sto raccogliendo, ma anche della bellissima esperienza delle Nuove Professioni delle Donne insieme a Francesca Sanzo e Girl Geek Dinners Bologna.
Grazie a Frequenze di Genere e buon ascolto!
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Pubblicato il 2 giugno 2012 da articolo37	0
Mentre oggi alcuni continuano ad interrogarsi se la parata del 2 giugno sia più o meno opportuna (perché non pensarci anche negli anni passati?), altri a pochi giorni dagli Europei di calcio si (pre)occupano delle sorti dello sport nazionale per eccellenza, io preferisco dedicare qualche minuto alla relazione annunale della Banca d’Italia (qui il testo integrale e qui una riflessione del blog 27ora del Corsera), presentata due giorni fa.
Cosa dice il rapporto sul 2011 di Bankitalia? Ecco alcuni dati dal capitolo “Il ruolo delle donne nell’economia italiana” (i grassetti sono miei):
In Italia restano ampi i divari nella partecipazione di donne e uomini alla vita economica, nonostante i progressi negli ultimi decenni. Nel 2011 il Paese continua a collocarsi tra i più arretrati nella graduatoria dell’indice Global Gender Gap (al 74° posto su 145 paesi; 21° posto tra quelli dell’Unione europea), penalizzato soprattutto dalla componente “partecipazione e opportunità economiche” (90° posto), mentre è più contenuto il divario in termini di “risultati scolastici” (48° posto). I ritardi riguardano l’accesso al mercato del lavoro, il livello delle retribuzioni, la carriera, il raggiungimento di posizioni apicali e l’iniziativa imprenditoriale.
Le cause della bassa partecipazione sono di varia natura. La carenza dei servizi volti a conciliare vita professionale e familiare continua a essere un freno alla partecipazione al mercato del lavoro nei primi anni di vita dei figli. All’interno della famiglia, anche tra le coppie in cui entrambi i coniugi lavorano, i carichi domestici e di cura gravano in misura sproporzionata sulle donne. Differenze nelle attitudini tra donne e uomini, quando non riconosciute, possono indurre discriminazioni involontarie.
Evidenze internazionali mostrano i possibili benefici di una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro, nelle posizioni di vertice, nelle amministrazioni. A una più elevata presenza di donne tra gli amministratori pubblici corrispondono livelli di corruzione più bassi e un’allocazione delle risorse orientata alla spesa sanitaria e ai servizi di cura e di istruzione. Una maggiore occupazione femminile si associa all’acquisto di beni e servizi, specie quelli di cura, altrimenti prodotti all’interno della famiglia, stimolando l’espansione di un mercato in Italia poco sviluppato; può determinare un aumento del numero di famiglie con redditi da lavoro e una riduzione del rischio di povertà, con una crescita complessiva del PIL.
In Italia il tasso di occupazione femminile nella fascia di età 15-64 è nel 2011 pari al 46,5 per cento, 21 punti percentuali più basso di quello maschile. Il divario sfiorava i 31 punti nel 1993 e ha continuato a ridursi anche durante la crisi, con un calo dell’occupazione più accentuato tra i maschi. Il tasso di occupazione femminile è pari al 55,1 per cento al Centro Nord e al 30,8 nel Mezzogiorno; il divario territoriale si è gradualmente ampliato dal 1993 a oggi in conseguenza di una dinamica occupazionale più sostenuta nel Centro Nord. Il differenziale di genere è più elevato nel Sud, di quasi nove punti percentuali rispetto al Centro Nord; è massimo nella fascia di età 35-54 anni ed è inversamente proporzionale al titolo di studio.
Le donne italiane sono particolarmente sottorappresentate nelle posizioni di lavoro apicali.
La quota di imprese femminili risulta più elevata nel Mezzogiorno, raggiungendo i valori massimi in Molise, in Basilicata e in Abruzzo (30,1, 27,8 e 27,7 per cento, rispettivamente) per effetto della rilevanza delle imprese femminili nel settore agricolo. Lombardia (20,2 per cento), Trentino-Alto Adige ed Emilia Romagna (entrambe al 20,7 per cento) registrano invece le incidenze più basse.
Pur se meno accentuata, permane la tradizionale concentrazione delle laureate italiane nelle discipline umanistiche (47 per cento tra le donne con almeno 45 anni, 33 tra quelle più giovani); le più giovani mostrano una maggiore predilezione per le discipline economiche e giuridico-sociali, per architettura e ingegneria.
In Italia la ridotta partecipazione delle donne al mercato del lavoro si associa a bassi tassi di fecondità(1,4 figli per donna, come in Germania, contro 2,0 in Francia e in Danimarca nel 2008). (…) L’impatto negativo della fecondità si concentra nel periodo in cui i figli sono piccoli; permane in termini di qualità del lavoro (qualifica, tipologia di orario e di contratto) e di continuità delle carriere.
Nel confronto internazionale l’Italia si caratterizza per la diffusione di pregiudizi valoriali non favorevoli alla presenza femminile nell’economia e nella società.
Mentre in molte altre economie avanzate uomini e donne lavorano lo stesso numero complessivo di ore – i primi lavorano più per il mercato, le seconde più in casa – in Italia gli uomini lavorano molto meno, perché le donne dedicano più ore al lavoro domestico, anche rispetto alle altre europee.
Nostre analisi mostrano che il lavoro riduce in misura contenuta il tempo trascorso dalle madri con i figli: le madri lavoratrici comprimono il loro tempo libero e quello impiegato in attività domestiche; allo stesso tempo, quando le madri lavorano, aumenta il tempo che i padri dedicano ai figli. Il lavoro delle madri, quindi, sembra favorire una maggiore condivisione nell’accudire i figli.
La disponibilità di strumenti di conciliazione tra lavoro e famiglia influenza la decisione di quanto e dove lavorare. A causa della diversa ripartizione dei carichi tra i generi, le carenze dell’offerta di servizi di cura, specie per i più piccoli e gli anziani non autosufficienti, tendono a incidere soprattutto sulle scelte di partecipazione delle donne. Ad esempio, per le donne la disponibilità di asili nido si correla positivamente con le ore di lavoro.
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Pubblicato il 8 marzo 2012 da articolo37	0
(…) La finiamo qui, senza aggiungere il conteggio di quante donne hanno approfittato della rivoluzione risorgimentale per alzare anche la bandiera della “loro” libertà, ma soprattutto per “fare” l’Italia con le idee, il contributo personale, le azioni. Ricordiamo solo che nel 1861 in Italia circolava un centinaio di riviste e rivistine femminili. Gran parte delle prime notti erano stupri. Se una restava vedova ed era incinta, si ritrovava la tutela di un “curatore del ventre” perché la legge la riteneva inaffidabile per natura. Se studiava la ritenevano strana e, comunque, le vietavano le cattedre e il potere. Se condivideva le lotte del lavoro, i sindacati la mettevano davanti a tutti perché si presumeva che il regio esercito non avrebbe sparato sulle donne. Chiesero il voto (e la Repubblica romana lo aveva accolto nella sua Costituzione): lo ebbero dopo la seconda guerra mondiale. La storia, infatti, non ricorda mai che non è fatta solo dai maschi.
Queste parole sono di Giancarla Codrignani e sono tratte dall’articolo “150 anni: anche noi credevamo…”, scritto nel marzo 2011 e poi pubblicato nel suo libro “Stiano pure scomode, signore” (Editrice Cooperativa Libera Stampa – 2011).
Questo è l’#8marzoperme.
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