Source: https://www.iusexplorer.it/Rivista/Rivista_Italiana_di_Medicina_Legale/Il_suicidio_in_carcere_Analisi_cri?IdDatabanks=144&IdDocMaster=8138217
Timestamp: 2020-07-05 18:56:51+00:00

Document:
IL SUICIDIO IN CARCERE. ANALISI CRIMINOLOGICA E PROSPETTIVE POLITICO-CRIMINALI - Rivista Italiana di Medicina Legale e del Diritto in campo sanitario
Autori: Polimeni Valeria
Titolo: IL SUICIDIO IN CARCERE. ANALISI CRIMINOLOGICA E PROSPETTIVE POLITICO-CRIMINALI
Pagine: pp. 75-93
Keywords: carcere, suicidio, fattori di rischio, prevenzione
Il suicidio nella realtà penitenziaria italiana è in forte aumento. Questo dato allarmante, fornito dalle più recenti statistiche ufficiali, è la dimostrazione più evidente dell’attuale invivibilità delle carceri italiane e ciò soprattutto se si tiene conto del netto scarto tra il tasso di suicidio nella popolazione penitenziaria e quella libera. A fronte di una situazione così preoccupante – al punto da far temere una nuova condanna per l’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo –, estremamente necessari si rivelano efficaci piani di intervento preventivo. Tuttavia, considerata l’unicità di ogni gesto suicidario (e la sua conseguente mai totale prevedibilità), la via più efficiente ed efficace per ridurre l’alto numero di suicidi sembra essere quella che, attraverso la mobilitazione di risorse di tipo culturale, favorisce una nuova cultura dell’esecuzione penale e, dunque, un ripensamento della pena. Si tratta di traguardi fortemente auspicati dopo il documento finale degli Stati Generali, che dovranno tuttavia ancora farsi attendere, vista la recente riforma dell’ordinamento penitenziario, la quale – in linea con le scelte politiche in materia penale dell’attuale Governo – continua a privilegiare la tradizionale concezione carcerocentrica della pena.
IL SUICIDIO IN CARCERE. ANALISI CRIMINOLOGICA E PROSPETTIVE POLITICO-CRIMINALI
1) Invero, secondo uno studio dell’OMS, senza adeguati strumenti di prevenzione, le morti per suicidio nel 2020 potrebbero raggiungere la spaventosa cifra di 1,53 milioni nel mondo. A. Bonsignore - T. Tacchella - F. De Stefano - F. Ventura, La casistica dei suicidi osservati nel settorato genovese dal 2006 al 2010 e review della letteratura, in questa Rivista, fasc. 2, 2014, pp. 467 ss.; WHO (World Health Organization): Global Health Observatory data repository, Suicide rates, age standardized. Data by region, 2016, pubblicato in data 22 agosto 2018. Disponibile online al sito www.who.int.
2) Eurostat, Cause of death statistics-methodology. Statistics Explained, pubblicato nel maggio 2017. Disponibile online al sito www.ec.europa.eu/eurostat/statistics.
3) Istat, Indagini sulle cause di morte, 2017. Disponibile online al sito www.istat.it. Nel 2015 si registra, infatti, un valore di 10.4 per la popolazione maschile, a fronte del 2.8 per quella femminile e di 23.1 per 100.000 abitanti nel Nord Italia, a fronte del 4.5 per le Regioni del Sud.
4) I. MerzagoraBetsos, L’insano gesto: carcere e suicidio, in G. Concato - S. Rigione (a cura di), Per non morire di carcere. Esperienze di aiuto nelle prigioni italiane tra psicologia e lavoro di rete, F. Angeli, Milano, 2005, pp. 205 ss.
5) www.ristretti.it, Ristretti Orizzonti – Sito di cultura e informazione dal carcere.
6) www.antigone.it, Antigone – Per i diritti e le garanzie nel sistema penale.
7) Dipartimento Amministrazione Penitenziaria – Elaborazione del Centro Studi di Ristretti Orizzonti. Disponibile online al sito www.ristretti.it/areestudio/statistiche; Antigone, Un anno in carcere – XIV Rapporto sulle condizioni di detenzione. Suicidi e autolesionismo, maggio 2018. Disponibile online al sito www.antigone.it.
8) A titolo esemplificativo si veda quanto avvenuto negli istituti penitenziari di Trieste (nell’ottobre 2018) e di Napoli (nel luglio 2018). Cfr. Quotidiano online Il Piccolo, disponibile su www.ilpiccologelocal.it; Quotidiano online La Repubblica. Disponibile su www.repubblica.it.
9) Cfr. sito online Ministero della giustizia www.giustizia.it. Si legge, infatti, in una nota del Ministero della Giustizia: « Desta preoccupazione il crescente numero di suicidi che si stanno verificando all’interno delle carceri, un fenomeno che impone un’attenta riflessione sulle cause e sulle origini che stanno alla base di questi gesti. Così il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede e il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini, hanno disposto l’avvio di una mirata attività ispettiva orientata a raccogliere tutti gli indispensabili elementi informativi – cause, dinamiche e modalità dei fatti – in riferimento ad ogni suicidio avvenuto dal 1 gennaio 2018 e rispetto ad ogni ulteriore evento futuro della stessa natura. L’iniziativa si inquadra nella maggiore attenzione impressa dall’amministrazione sulle condizioni dei detenuti ».
10) Dipartimento Amministrazione Penitenziaria – Elaborazione del Centro Studi di Ristretti Orizzonti. Disponibile online al sito www.ristretti.it/areestudio/statistiche; A. Ferraro, Carcere e suicidi, in Le Notizie di Ristretti, pubblicato il 6 ottobre 2017. Disponibile online al sito http://www.ristretti.org/Le-Notizie-di-Ristretti/carcere-e-suicidi.
11) Elaborazione del Centro Studi di Ristretti Orizzonti sui dati del Ministero della Giustizia, del Consiglio d’Europa e dell’U.S. Department of Justice – Bureau of Justice Statistics, Suicidi in carcere: confronto statistico tra l’Italia, i Paesi europei e gli Stati Uniti, giugno 2010. Disponibile online al sito www.ristretti.it.
12) G. Torrente, Non devono morire, in Antigone - Torna il carcere, XIII Rapporto, pubblicato nel 2017. Disponibile online al sito http://www.antigone.it/tredicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/.
13) Con ciò intendendosi quella percentuale di eventi non conosciuta – e, dunque, non registrata – rispetto al totale degli eventi stessi nella loro dimensione reale. T. Bandini - U. Gatti - D. Malfatti - M. I. Marugo - A. Verde, Criminologia. Il contributo della ricerca alla conoscenza del crimine e della reazione sociale, vol. I, Giuffrè, II ed., Milano, 2003-2004, pp. 36 ss.
14) Tra le principali cause dell’estensione di tale cifra oscura vi è la difficoltà spesso riscontrata dai medici-legali nell’attività di accertamento della causa di morte rispetto alla diagnosi differenziale tra omicidio, incidente e suicidio (non sono rari, infatti, i certificati di morte contenenti come causa del decesso « morte improvvisa », « cause sconosciute », « incidente » o, ancora, « eventi con intento indeterminato »; trattasi di casi di suicidi ignorati o dissimulati, in cui mancano dati probatori certi circa le reali dinamiche della vicenda). A.A. Leenars, Suicide and human rights: A Suicidologist’s Perspective, in Violence, Health and Human Rights, 2003, vol. 6, pp. 128 ss.; D. De Leo, Can We Rely on Suicide Mortality Data?, in Crisis, 2015, vol. 36(I), pp. 1 ss.; Istat, I suicidi in Italia. Tendenze e confronti, come usare le statistiche, 8 agosto 2012. Disponibile online al sito http://www.istat.it. A. Cazzaniga - C.M. Cattabeni - R. Luvoni - R. Zoja, Medicina legale e delle assicurazioni, UTET giuridica, XIII ed., Milano, pp.154 ss. e pp. 335 ss.
15) Dossier Morire di carcere 2009-2016, dati rielaborati dall’associazione Openpolis in www.openpolis.it, Minidossier: Dentro o fuori: il sistema penitenziario italiano tra vita in carcere e reinserimento sociale. La vita in carcere: sovraffollamento, suicidi e carcerazione preventiva, novembre 2016, pp. 21 ss. Disponibile online al sito www.ristretti.it.
16) Istat, I detenuti nelle carceri italiane, anno 2013, pubblicato il 19 marzo 2015. Disponibile online al sito www.istat.it/archivio/.
17) G. Torrente, Non devono morire, cit.
18) Dossier Morire di carcere 2009-2016, cit.
19) Invero, per molto tempo è prevalsa la tendenza medica di considerare il soggetto con idee suicidarie alla pari di un malato mentale. Tra i sostenitori di tale filone di pensiero è doveroso citare lo psichiatra francese J. Esquirol, il quale considerava il suicidio un sintomo di un disturbo psichiatrico (J. Esquirol, Les maladies mentales considerèes second les rapports medical, hygienique et medico-legales, 1938, come citato in F. Bruno - G.A. Roli - S. Costanzo, Il suicidio, in F. Ferracuti (a cura di), Trattato di criminologia, medicina criminologica e psichiatria forense. VII - Criminologia dei reati omicidiari e del suicidio, Giuffrè, Milano, 1988, pp. 275 ss.). L’ovvia conseguenza di tale impostazione era quella di dare prevalenza esclusivamente ai fattori endogeni personali e psicopatologici del soggetto (si è parlato, infatti, di medicalizzazione del fenomeno suicidario). Successivamente ha cominciato però ad affermarsi una diversa concezione sociologica che, indipendentemente dalle capacità di adattabilità e dalle condizioni personali, prende in considerazione anche i fattori esogeni situazionali e ambientali. In particolare, da alcuni studi per lo più inglesi e americani è emerso che la diversa intensità del carattere tipicamente afflittivo e desocializzante di ogni istituto penitenziario incide in modo significativo sul comportamento dei detenuti e quindi anche sull’eventuale commissione di atti tragici: una realtà carceraria angusta e disumana aumenta le sofferenze e la vulnerabilità dei detenuti, esponendoli a un maggior rischio di commettere suicidi o atti autolesionistici. Al contrario, un carcere con un’appropriata distribuzione dei ruoli e delle responsabilità tra gli operatori e con un ambiente meno istituzionale e più rilassato può determinare un diverso tipo di risposta da parte del detenuto, il quale sarà probabilmente meno sofferente rispetto all’ambiente in cui vive e meno dedito alla commissione di eventi tragici. A. Liebling, The Meaning of Ending Life in Prison, in Journal of Correctional Health Car, 2017, vol. 23 (I), pp. 20 ss.; C. Tartaro - M. P. Levy, The impact of jail environment on inmate suicide, in American Jails, 2010, pp. 24 ss.; Presidenza del Consiglio dei Ministri - Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB), Il suicidio in carcere: orientamenti bioetici, 2010. Disponibile online al sito www.bioetica.governo.it. Si segnala, infine, che in questa teoria si intravede l’eco di un approccio definito comportamentismo o psicologia dello stimolo-risposta che osserva la reazione dell’uomo di fronte agli stimoli provenienti dall’ambiente che lo circonda. Da questa premessa, secondo J.B. Watson – il principale fautore di questo filone di pensiero –, il comportamento umano può essere influenzato e quindi indirizzato dalle condizioni ambientali, nel senso che le risposte degli individui deriverebbero non tanto dalle diverse caratteristiche personali di ognuno, quanto dal modo in cui si agisce sull’ambiente. Sembrerebbero, dunque, confermate le teorie per cui agire in modo positivo sull’ambiente (qui carcerario), attraverso i cosiddetti rinforzi positivi determinerebbe nella maggior parte dei casi – bisogna infatti evitare qualsiasi forma di determinismo – una risposta positiva del soggetto (qui detenuto). G. Ponti - I. Merzagora Betsos, Compendio di criminologia, Cortina Editore, V ed., Milano, 2008, pp. 192 ss.
20) Il principale studioso di tali realtà fu E. Goffman, sociologo empirico che nel 1961 scrisse un’importante opera dal titolo Asylums: Essays on the social situation of mental patients and other inmates, Einaudi, Torino, 2010 (cfr. in particolare pp. 20 ss.). L’intrinseco carattere desocializzante del carcere si collega evidentemente alla natura totalitaria di quest’ultimo: quanto più il soggetto sarà stato assorbito nella cultura della nuova istituzione di riferimento, tanto più sarà difficile per lui, una volta fuori dal carcere, riadattarsi alla cultura della società libera. Secondo tale teoria allora, il carcere, invece di rieducare – come dovrebbe, ai sensi dell’art. 27, co. 3, Cost. –, potrebbe condurre proprio al risultato opposto, e cioè all’apprendimento, da parte del soggetto, dei principi delle culture criminali. D. Clemmer, La comunità carceraria, in E. Santoro, Carcere e società liberale, Giappichelli, II ed., Torino, 2004, pp. 211 ss.; F. Vianello, Il carcere. Sociologia del penitenziario, Carocci, Roma, 2012, pp. 65 ss.
21) Questo processo è stato definito da Goffman « disculturazione »: quel lento processo che porta il detenuto a perdere gradualmente la propria cultura e le proprie risorse personali – che fino ad allora gli avevano restituito una certa immagine di sé –, quanto più lunga è la pena detentiva da espiare. E. Goffman, Asylums: Essays on the social situation of mental patients and other inmates, cit., pp. 43 ss. e p. 100.
22) Inteso come meccanismo di sopravvivenza spesso adottato dal detenuto in sostituzione alla perdita del proprio ‘Sé’, al momento dell’ingresso in carcere; esso consiste in un inconsapevole processo di acculturazione della realtà carceraria, in quanto il nuovo detenuto assimila il gergo, le tradizioni, il comportamento dell’istituzione di riferimento, fino a diventare, appunto, « prigionizzato ». D. Clemmer, La comunità carceraria, cit., pp. 211 ss.
23) La cultura propria della popolazione detenuta può in effetti considerarsi a pieno regime una sottocultura, poiché si colloca all’interno della cultura generale, ma se ne discosta per usanze e codici comportamentali propri. In questo senso si è parlato di codice del detenuto, una sorta di fonte – non scritta – di regolamentazione dei rapporti tra i detenuti. A. Carnevale - A. Di Tullio, Medicina e carcere. Gli aspetti giuridici e criminologici, sanitari e medico-legali della pena, Giuffrè, Milano, 2006, pp. 94 ss.; G. Sykes, The society of captives, 1958, come citato in W. Sirisutthidacha - D. Tititampruk, Patterns of Inmate Subculture: a qualitive study of thai inmates, in International Journal of Criminal Justice Sciences, 2004, vol. 9, pp. 94 ss.
24) L. Filippi - G. Spangher - M. F. Cortesi, Manuale di diritto penitenziario, Giuffrè, IV ed., Milano, 2016, pp. 40 ss.
25) Tra cui D.A.P. – Ufficio del capo del dipartimento, circolare 21 dicembre 2015, n. 0425948, La conoscenza della persona attraverso i processi organizzativi. Indicazioni per meglio prevenire le situazioni di criticità: « [...] È di tutta evidenza che l’ingresso in carcere e la permanenza negli istituti penitenziari, il distacco dalla propria quotidianità, l’allontanamento dalla famiglia, l’incertezza per il proprio futuro in relazione alla vicenda giudiziaria che ha causato la detenzione possono condurre l’individuo a superare la soglia di adattamento alle difficoltà personali ed ambientali, mostrando una particolare vulnerabilità ». Disponibile online al sito www.giustizia.it.
26) Allegato 1: Linee di indirizzo per la riduzione del rischio autolesivo e suicidario dei detenuti, degli internati e dei minorenni sottoposti a provvedimento penale, in Accordo della conferenza unificata 19 gennaio 2012, n. 5 - Accordo ai sensi dell’art. 9 d.lgs. n. 281 /1997sul documento proposto dal Tavolo di consultazione permanente della sanità penitenziaria. Disponibile online al sito www.giustizia.it.; L. Manconi, Così si muore in galera. Suicidi e atti di autolesionismo nei luoghi di pena, in Politica del diritto, fasc. 2, 2002, pp. 315 ss. Disponibile online al sito Il Mulino-Rivisteweb, www.rivisteweb.it.
27) Consiglio d’Europa – Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CTP), Detenuti posti in isolamento – Estratto del 21° Rapporto Generale del CTP, 2011. Disponibile online al sito www.coe.int.
28) Osservatorio Permanente sulle morti in carcere, Detenuto del 41 bis si impicca nel carcere di Opera, sesto suicidio in cella da inizio mese, pubblicato nel maggio 2013. Disponibile online al sito www.ristretti.it.; A. Tibullo, Salute e carcere, in Archivio Penale, 2017, n. 2. Disponibile online al sito: http://www.archiviopenale.it/salute-e-carcere/articoli/15192.
29) Per un approfondimento circa gli interventi della recente riforma dell’ordinamento penitenziario in materia v. infra par. 3 “ I limiti della c.d. riforma Orlando e il persistere di una monocultura detentiva”.
30) M. Miravalle - G. Torrente, La normalizzazione del suicidio nelle pratiche penitenziarie. Una ricerca sui fascicoli ispettivi dei Provveditorati dell’amministrazione penitenziaria, in Politica del diritto, fasc. 1, 2016, pp. 217 ss.
31) Sul cd. « trauma da liberazione »: Dignitas, Percorsi di carcere e giustizia, dicembre 2002, n. 1. Disponibile online al sito www.ristretti.it/areestudio/informazione/redazioni/dignitas/01.pdf; Stati Generali dell’esecuzione penale – documento finale, La fase post-penitenziaria, 18 aprile 2016, pp. 73-74. Disponibile online al sito www.giustizia.it/resources/cms/documents/documento_finale_SGEP.pdf.; F. Binali, Fine pena...inizio di pene nuove. Come nel gioco dell’oca si ritorna indietro, si ricomincia, si riparte da zero, in I Ricominciati. Disponibile online al sito http://www.ristretti.it/giornale/numeri/52004/ricominciati-htm.
32) S. Ubaldi, Il suicidio in carcere, pubblicato nel 1997, in L’altro diritto: centro di documentazione su carcere, devianza e marginalità. Disponibile online al sito http://www.altrodiritto.unifi.it/ricerche/asylum/ubaldi/.
33) Regione Toscana - Centro Regionale per la salute in carcere, Linee di indirizzo sulla gestione dei casi a rischio suicidario in carcere, settembre 2009. Disponibile online al sito www.ristretti.it.
34) G. Ponti - I. Merzagora Betsos, Compendio di criminologia, cit., pp. 403-404; L. Baccaro - F. Morelli, Morire di carcere, in Criminalia, 2009, pp. 435-447.
35) A. Liebling, The Meaning of Ending Life in Prison, cit.
36) G. Meroni, Nelle carceri 42 mila detenuti con disturbi mentali, 6 ottobre 2016. Disponibile online al sito http://www.ristretti.org/Le-Notizie-di-Ristretti/nelle-carceri-42mila-detenuti-con-disturbi-mentali. La maggior parte delle patologie presenti in carcere è rappresentata infatti da disturbi psichici: nel 2014 in sei istituti penitenziari presi a campione oltre il 41% dei detenuti è affetto da disturbi mentali; cfr. Dipartimento dell’Agenzia Regionale di Sanità della Toscana, La salute dei detenuti in Italia: i risultati di uno studio multicentrico, cap. 3 – Lo stato di salute della popolazione detenuta, aprile 2015, pp. 56 ss. Disponibile online al sito www.ars.toscana.it.
37) M. Cafiero, Carcere e droga: il percorso a ostacoli, in Ristretti Orizzonti. Aree studio: Carcere e droga. Disponibile online al sito http://www.ristretti.it/areestudio/droghe/dibattito/cafiero.htm.; G. Camera, Liberi, detenuti in carcere e ristretti in struttura dedicate: diverse prospettive del diritto alla salute, in A. Massaro (a cura di), La tutela della salute nei luoghi di detenzione. Un’indagine di diritto penale intorno a carcere, REMS e CPR, Roma Tre Press, Roma, 2017, pp. 137 ss.; M. Esposito (a cura di), Malati in carcere: analisi dello stato di salute delle persone detenute, F. Angeli, Milano, 2007, pp. 328 ss.
38) F. Cecchini, La tutela del diritto alla salute in carcere nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, 23 gennaio 2017, in Diritto Penale Contemporaneo. Disponibile al sito online https://www.penalecontemporaneo.it/d/5181-la-tutela-del-diritto-alla-salute-in-carcere-nella-giurisprudenza-della-corte-europea-deidiritti-; A. Massaro, Salute e sicurezza nei luoghi di detenzione: coordinate di un binomio complesso, in A. Massaro (a cura di), La tutela della salute nei luoghi di detenzione. Un’indagine di diritto penale intorno a carcere, REMS e CPR, cit., pp. 94 ss.
39) A riprova del restrittivo atteggiamento giurisprudenziale in materia si riportano, a titolo esemplificativo, alcune pronunce. Cass. pen., sez. I, 9 aprile 2018, in CED n. 37062, Rv. 273699: « Il giudice chiamato a decidere sul differimento dell’esecuzione della pena o, in subordine, sull’applicazione della detenzione domiciliare per motivi di salute deve effettuare un bilanciamento tra le istanze sociali correlate alla pericolosità del detenuto e le condizioni complessive di salute di quest’ultimo con riguardo sia all’astratta idoneità dei presidi sanitari e terapeutici disponibili, sia alla concreta adeguatezza della possibilità di cura ed assistenza che nella situazione specifica è possibile assicurare al predetto valutando anche le possibili ripercussioni del mantenimento del regime carcerario in termini di aggravamento del quadro clinico »; in Cass. pen., sez. I, 14 gennaio 2011, in CED n. 4750, Rv. 249794, il Tribunale di Sorveglianza di Torino ha rigettato l’istanza di differimento della pena avanzata da un ergastolano, ritenendo che la sindrome ansioso-depressiva – come accertata in capo al detenuto –, pur avendo causato al soggetto disturbi di adattamento, isolamento ed eccessivo dimagrimento, tanto da indurlo a compiere diversi tentativi di suicidio, non possedesse il carattere di gravità necessario per l’accoglimento della richiesta e che – pur riconoscendo in capo al medesimo un elevatissimo rischio suicidario – le sue condizioni di salute ben potevano essere gestite all’interno dell’istituto, collocando il soggetto in appositi reparti di osservazione; F. Della Casa - G. Giostra (a cura di), Ordinamento penitenziario commentato, Wolters Kluwer, V ed., Padova, 2015, pp. 132 ss.; F. Ceraudo, L’organizzazione sanitaria penitenziaria in Italia, in F. Ferracuti (a cura di), Trattato di criminologia, medicina criminologica e psichiatria forense, cit., pp. 175 ss.
40) In particolare, sul caso Cucchi cfr. F. D’alessandro, La Cassazione sul caso Cucchi: ancora un discostamento dalla sentenza Franzese per malintesi fini di giustizia sociale, in Riv. it. dir. proc. pen., 2018, fasc. 1, pp. 301 ss., in cui, si analizza in chiave critica la seconda pronuncia, emessa dalla Suprema Corte, di annullamento con rinvio della sentenza di assoluzione nei confronti di alcuni sanitari che ebbero in cura il giovane pochi giorni prima del suo decesso. Le critiche sono rivolte principalmente alla distorsione, operata dalla Cassazione, del concetto di probabilità logica, dettata probabilmente da « logiche di senso comune » (« [...] non si può fare a meno di constatare come molte delle criticità sin qui riscontrate trovino verosimilmente origine nella “precomprensione”, da parte della Suprema Corte, dell’inaccettabilità di una decisione che comunichi l’idea che, nel caso di specie, nessuno ha sbagliato »). Tra i casi di « morti di carcere » diversi dal suicidio, oltre a Stefano Cucchi, il caso di Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi e di molti altri, sulle cui morti rimane ancora in molti casi un velo di mistero circa le reali cause del decesso (trattasi infatti di casi classificati spesso come morti per cause naturali, per cause da accertare o per arresto cardiaco): L. Manconi - V. Calderoni, Quando hanno aperto la cella. Stefano Cucchi e gli altri, come citato in E. Dolcini, Carcere, surrogati del carcere, diritti fondamentali, ricordando Vittorio Grevi, in Riv. it. dir. proc. pen., fasc. 1, 2012, pp. 33 ss.
41) A titolo esemplificativo: Trib. Milano, sez. IX, 8 aprile 2014, mass. (parzialmente riformata in App. 11 dicembre 2014), in cui si è affermata la responsabilità penale di una psicologa della casa circondariale di San Vittore, per non aver impedito la morte di un detenuto, impiccatosi il 12.08.2009, perché accusata di non aver valutato correttamente l’intensità del rischio suicidario del soggetto e, conseguentemente, di non aver adottato le misure di protezione necessarie. Disponibile in Diritto Penale Contemporaneo, online al sito https://www.penalecontemporaneo.it/d/3037-suicidio-di-detenuto-in-carcere-e-responsabilita-civile-del-ministero-della-giustizia-per-carenze-.
42) A titolo esemplificativo, si può citare il caso Bosco, detenuto del carcere di Pavia che riuscì nel suo intento suicida grazie all’utilizzo di una bombola del gas, non diligentemente fornitagli dall’amministrazione detentiva, condannata infatti poi a risarcire la famiglia del detenuto. I detenuti muoiono e l’amministrazione viene condannata a risarcire i danni, pubblicato il 2 marzo 2010. Disponibile online al sito www.poliziapenitenziaria.it.
43) Si pensi ad un attuale caso di cronaca che vede indagati undici agenti di polizia penitenziaria di San Vittore, accusati di aver picchiato un detenuto tunisino (Ismail Ltaief) per impedirgli di testimoniare nel processo a Velletri (il recluso, infatti, era chiamato a testimoniare nel processo contro alcuni agenti del carcere di Velletri da lui accusati di peculato nel 2011 – periodo in cui il soggetto era detenuto in tale istituto –). In questa vicenda giudiziaria le violenze e i pestaggi inflitti sembrano aver innescato qualche intento suicidario nel detenuto, che infatti ha già tentato il suicidio più volte. Quotidiano online Il Giorno Milano, 17 novembre 2018. Disponibile online al sito www.ilgiorno.it.
44) C. Mazzucato, Opinioni a confronto: sovraffollamento carcerario e differimento dell’esecuzione penale, in Criminalia, 2014, pp. 462 ss.
45) Antigone, Un anno in carcere – XIV Rapporto sulle condizioni di detenzione. Suicidi e autolesionismo, cit.; D. Aliprandi, Carcere, l’allarme dei Garanti: suicidi e sovraffollamento, pubblicato il 20 ottobre 2018. Disponibile online al sito http://www.ristretti.org/Le-Notizie-di-Ristretti/carcere-lallarme-dei-garanti-suicidi-sovraffollamento.
46) Dati disponibili sul sito online www.giustizia.it.
47) E. Dolcini, Carcere, problemi vecchi e nuovi, in Diritto Penale Contemporaneo, 19 novembre 2018. Disponibile online al sito https://www.penalecontemporaneo.it/d/6332-carcere-problemi-vecchi-e-nuovi.
48) Corte EDU, sez. II, causa Torregiani e altri, c. Italia, 8 gennaio 2013: M. Montagna, Art. 3 CEDU e sovraffollamento carcerario. La giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo ed il caso dell’Italia, in Riv. dir. pubbl. it. comp. e eur. - Focus Human Rights, n. 2. Disponibile online al sito http://www.federalismi.it/nv14/articolo-documento.cfm?Artid=22424&content=Art.+3+CEDU+e+sovraffollamento+carcerario.+La+giurisprudenza+della+Corte+europea+dei+diritti+dell%E2%80%99uomo+ed+il+caso+dell%E2%80%99Italia&content_author=Mariangela+Montagna; C. Mazzucato, Opinioni a confronto: sovraffollamento carcerario e differimento dell’esecuzione penale, cit., pp. 462 ss. Sull’obbligo dello Stato di garantire un sistema sanzionatorio penale rispettoso della dignità umana, ancora prima di tale famosa sentenza, cfr. un’altra pronuncia della Corte EDU, sez. II, causa Sulejmanovic c. Italia, 16 luglio 2009: G. Forti, Dignità umana e persone soggette all’esecuzione penale, in Diritti Umani e Diritto Internazionale, 2013, vol. 7, fasc. 2, pp. 237 ss.; L. Eusebi, Ripensare le modalità di risposta ai reati traendo spunto da C. Eur. Dir. Uomo 19 giugno 2009, Sulejmanovic c. Italie, in Cass. Pen., 2009, vol. 49, fasc. 12, pp. 4938 ss. In particolare, già allora, cogliendo l’occasione di tale sentenza, la dottrina prospettava alternative concrete al modello monodetentivo italiano, anche nel tentativo di offrire utili soluzioni al problema del sovraffollamento carcerario italiano e delineando altresì strategie preventive « meno simboliche e più efficaci rispetto a quelle tipiche del diritto penale tradizionale » (« La ristrutturazione del sistema sanzionatorio penale quale esito di un affrancamento dallo schema retributivo non risponde, pertanto, solo all’esigenza di offrire modalità più realistiche e più rispondenti alla dignità umana [...]piuttosto appare altresì indispensabile per evitare il collasso di tale sistema e per garantire, nel contempo, la sua capacità di produrre prevenzione »).
49) A titolo esemplificativo si veda l’articolo « Rivolta dei detenuti nel carcere di Sanremo contro il sovraffollamento, quattro ore di violenza », pubblicato il 14 ottobre 2018 sul Quotidiano online La Stampa, disponibile online al sito www.lastampa.it.
50) Ci si riferisce al rapporto del CPT del Consiglio d’Europa del 8 settembre 2017, in cui, a seguito dell’analisi dello stato degli istituti penitenziari italiani nell’anno 2016, l’Italia era stata richiamata al rispetto della sentenza Torregiani, a fronte delle rilevanti criticità emerse da tale sopralluogo. Documento disponibile online al sito www.archiviopenale.it.
51) Essa è nota anche come « riforma Orlando », dal nome del suo principale promotore, Andrea Orlando, ex Ministro della Giustizia; la riforma ha introdotto modifiche in materia penale, processuale penale e penitenziaria. Per quel che concerne l’ordinamento penitenziario cfr., in attuazione della l. 103/2017, i tre decreti di riforma in materia di esecuzione penale minorile (d.lgs. n. 121/2018), assistenza sanitaria (d.lgs. n. 123/2018) e vita detentiva e lavoro (d.lgs. n. 124/2018), disponibili al sito online www.gazzettaufficiale.it.
52) Così scriveva, infatti, Dolcini all’esito del lungo iter degli Stati Generali: « Lungo questo percorso alcune proposte degli Stati generali sono state ridimensionate o addirittura messe da parte: tuttavia, ciò che si attende ora dal Governo è, e rimane, un provvedimento importante, in grado di dare impulso al sistema sanzionatorio penale nella direzione indicata dai principi costituzionali di umanità della pena e della rieducazione del condannato »; E. Dolcini, La riforma penitenziaria Orlando: cautamente, nella giusta direzione, in Diritto Penale Contemporaneo, fasc. 2, 2018, pp. 175 ss.
53) E. Dolcini, Carcere, problemi vecchi e nuovi, cit.
54) Il lavoro penitenziario rappresenta uno dei fattori che maggiormente può impedire la commissione gesti suicidari perché non solo occupa la mente e il tempo del detenuto, ma è in grado anche di responsabilizzarlo, favorendo il suo percorso di reinserimento sociale. F. Ferracuti (a cura di), Trattato di criminologia, medicina criminologica e psichiatria forense, XI- Carcere e trattamento, Giuffrè, Milano, 1988, pp. 182 ss.
55) G. Forti, Bagliori nel ‘vetro’ giuridico del mare della misericordia, in JUS, 2017, fasc. 2, pp. 111 ss.
56) In tale modo di concepire la prevenzione in ambito penale si riflette l’avvertita necessità di una « riorganizzazione unitaria » del sistema sanzionatorio penale, affinché quest’ultimo sia incentrato, più che sul calcolo della quota di dolore da infliggere al reo, sull’esigenza di ricomporre la frattura che tale reato inevitabilmente ha causato nei confronti della vittima e della società. L. Eusebi, « Gestire » il fatto di reato. Prospettive incerte di affrancamento della pena « ritorsione », in C. E. Paliero - F. Viganò - F. Basile - G. L. Gatta (a cura di), La pena, ancora fra attualità e tradizione. Studi in onore di Emilio Dolcini, Giuffrè, Milano, 2018, pp. 223 ss.; L. Eusebi, La colpa e la pena: ripensare la giustizia, in Paradoxa, 2017, vol. XI (4), pp. 43 ss.; C. Mazzucato, Opinioni a confronto: sovraffollamento carcerario e differimento dell’esecuzione penale, cit., pp. 462 ss.
57) Cfr. punto 12 del contratto di Governo, alla voce « Ordinamento Penitenziario »; il testo del Contratto per il Governo del cambiamento è stato pubblicato in La Repubblica. Disponibile online al sito www.repubblica.it.
58) L. 1 dicembre 2018, n. 132, di « Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113, recante disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell’interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Delega al Governo in materia di riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle Forze di polizia e delle Forze armate ». Disponibile online al sito www.gazzettaufficiale.it.
59) G. Mentasti, Decreto-sicurezza: i profili penalistici, in Diritto Penale Contemporaneo, 2018. Disponibile al sito online https://www.penalecontemporaneo.it/d/6291-decreto-sicurezza-i-profili-penalistici.
60) Tale sperimentazione è attualmente rimasta circoscritta alla Polizia locale, con esclusione – almeno per ora – della polizia penitenziaria, anche se già le premesse, quanto le forti insistenze da parte del Sappe (Sindacato della Polizia Penitenziaria), fanno presagire la concreta e non così remota possibilità di una estensione anche al personale penitenziario; i rischi (innanzitutto di abuso dell’arma) che ne deriverebbero sarebbero molteplici e molto gravi, così come denunciato dal Garante Nazionale dei Diritti dei detenuti; Quotidiano online La Repubblica, Sicurezza: via alla sperimentazione del taser per le forze dell’ordine, 4 luglio 2018. Disponibile al sito online www.repubblica.it.
61) La prima ipotesi riguarda il trattenimento presso i c.d. hotspots per una durata massima di 30 giorni, mentre la seconda si riferisce al trattenimento presso i Cpr, per un periodo massimo di 180 giorni, nei casi di identificazione dello straniero particolarmente complessa: cfr. G. Mentasti, Decreto-sicurezza: i profili penalistici, cit. Questa disciplina – qui brevemente accennata – è stata finora oggetto di forti critiche; alcune di esse sono state recentemente avanzate anche dal Garante Nazionale dei diritti dei detenuti, sulla convinzione che tali strutture di trattenimento, pur non essendo formalmente considerate istituti penitenziari, costituiscano di fatto delle vere e proprie carceri, in quanto nella sostanza creano delle situazioni di privazione della libertà senza il rispetto delle adeguate garanzie, contrastando, quindi, con il principio costituzionale dell’inviolabilità della libertà personale.
62) G. Mentasti, Il decreto sicurezza diventa legge. Le modifiche introdotte in sede di conversione, in Diritto Penale Contemporaneo, 2018. Disponibile su Penale Contemporaneo, https://www.penalecontemporaneo.it/d/6393-il-decreto-sicurezza-diventa-legge-le-modifiche-introdotte-in-sede-di-conversione. Infine, in tema di sicurezza e ordine pubblico, il decreto ha posto il divieto di accesso a determinate aree urbane per i condannati a certi tipi di reati (alcuni reati contro il patrimonio e violazioni in materia di stupefacenti) ed ha introdotto nuove contravvenzioni o illeciti amministrativi, in particolare nei casi di esercizio molesto dell’accattonaggio ed esercizio non autorizzato dell’attività di parcheggiatore o guardiamacchine.
63) D. Garland, La cultura del controllo. Crimine e ordine sociale nel mondo contemporaneo, Il Saggiatore, Milano, 2004, pp. 55 ss. e pp. 221 ss. In particolare la cultura del controllo potrebbe essere spiegata, secondo lo studioso, in base alla circostanza che al periodo di crescita economica che ha caratterizzato gli anni settanta, non è corrisposta un’altrettanta espansione in ambito politico-culturale; di conseguenza, si è avvertita la necessità di contrastare le conquiste liberali della modernità e la complessità sociale che ne è derivata attraverso il ricorso a politiche di controllo.
64) D. Garland, La cultura del controllo. Crimine e ordine sociale nel mondo contemporaneo, cit. pp. 65 ss. e 289 ss.
65) D. Garland, La cultura del controllo. Crimine e ordine sociale nel mondo contemporaneo, cit., p. 64, e pp. 244 ss. Il senso di insicurezza delle società moderne viene spiegato da Garland – con riferimento, lo si ripete, a quella inglese e americana – alla luce di quella evoluzione che ha visto la criminalità espandersi dai suoi luoghi originari (e cioè ambienti poveri e disagiati), fino a divenire un fenomeno caratteristico della realtà contemporanea anche nella classe media; conseguentemente, la criminalità viene considerata un problema causato dall’assenza di adeguati e sufficienti controlli (da qui nascono, infatti, le nuove teorie criminologiche del controllo).
66) Il riferimento è alla c.d. vittimizzazione secondaria o danno secondario derivante dal reato, cioè quell’insieme di effetti pregiudizievoli per la vittima provocati dal contatto con il sistema istituzionale e, in particolare, con quello della giustizia penale. Tipicamente si fa rientrare in tali casi il ruolo marginale riservato alla persona offesa nel processo penale rispetto a quello dell’imputato. Cfr. G. Forti, l’immane concretezza. Metamorfosi del crimine e del controllo penale, Cortina Editore, Milano, 2000, pp. 268 ss. Sul punto si segnala altresì la risoluzione n. 40/34 adottata nel 1985 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite « Dichiarazione dei principi base della Giustizia per Vittime di Crimini e di Abusi di Potere ».
67) Con ciò intendendo quel fenomeno per cui gli interventi in materia di politica criminale non sarebbero più surrogati da studi empirico-criminologici, corroborati da effettivi tassi di criminalità, ma sarebbero invece dettati esclusivamente dall’intento politico di raccogliere il maggior numero possibile di consensi dell’opinione pubblica. D. Garland, La cultura del controllo. Crimine e ordine sociale nel mondo contemporaneo, cit., pp. 73 ss. e pp. 258 ss. Sul carattere spesso populistico e « schizofrenico » della legislazione penale italiana cfr. L. Eusebi, L’insostenibile leggerezza del testo: la responsabilità perduta della progettazione politico-criminale, in Riv. it. dir. proc. pen., 2016, vol. LIX, fasc. 4, pp. 1669 ss.
68) D. Garland, La cultura del controllo. Crimine e ordine sociale nel mondo contemporaneo, cit., pp. 75 ss. D’altronde nella stessa presentazione del libro (redatta da Adolfo Ceretti) si avverte una forte analogia tra quanto descritto da Garland e quanto accade in Italia, rimarcando come, nonostante secondo l’autore il « futuro non sia inevitabile », non vi siano molte speranze per un futuro migliore.
69) Parole dell’attuale Ministro degli Interni Matteo Salvini, che lo scorso novembre, tramite social media, ha affermato: « Carceri piene? Non si fa uscire nessuno, no svuota carceri, no indulti! Ne costruiremo di nuove con i soldi risparmiati dalla riduzione degli sbarchi ». Disponibile al sito online Le Notizie di Ristretti www.ristretti.org.
70) Non solo nel loro uso « deflazionistico », ma anche in quello « strategico », nel senso cioè di misure in cui l’obbiettivo rieducativo non sia solo apparente (perché in realtà simulato dal diverso scopo di sfollamento delle carceri), ma venga realmente perseguito, concretizzando così al contempo il principio del sistema detentivo come extrema ratio; gli strumenti sanzionatori alternativi allora, soprattutto se estesi anche alla fase di cognizione, si porrebbero come baluardo della « prevenzione generale reintegratrice », perché il recupero del reo – possibile solo attraverso il ricorso a tali misure – rappresenta il modo migliore di fare prevenzione. Cfr. L. Eusebi, Riforma penitenziaria o riforma penale? Considerazioni in margine al disegno di legge delega sulla riforma dell’ordinamento penitenziario, in Diritto Penale e Processo, 2015, vol. XXI (11), pp. 1333 ss. In questa stessa direzione si collocano in effetti le ultime riforme in materia di sanzioni, tra cui la l. 67/2014, scaturita dai lavori della Commissione Palazzo, che ha introdotto l’istituto di messa alla prova anche per gli adulti con i nuovi artt. 168 bis c.p. e 464 bis c.p.p. e seguenti e ha determinato per la prima volta la comparsa nel processo penale di « condotte riparatorie » e di quelle « volte a promuovere, ove possibile, la mediazione con la persona offesa » (cfr. sul punto F. Palazzo, Fatti e buone intenzioni. A proposito della riforma delle sanzioni penali, 2014, in Diritto Penale Contemporaneo, disponibile su https://www.penalecontemporaneo.it/d/2827); è doveroso citare anche le riforme relative alla depenalizzazione – salve le espresse eccezioni – dei reati puniti con la sola pena pecuniaria (cfr. d.lgs n.7/2016 e d.lgs. n. 8/2016) e, infine, l’istituto della non punibilità per particolare tenuità del fatto ex art. 131 bis c.p. (d.lgs. n. 28/2015).
71) Impedire a priori, per certi tipi di reato, di accedere ai benefici penitenziari, ha come primaria conseguenza quella di sfavorire l’adesione dei detenuti condannati per quei fatti di reato al progetto di risocializzazione e rieducazione, in modo « controproducente » rispetto agli obbiettivi di prevenzione generale. Sulla necessità di superare la rigida logica degli automatismi nel sistema dell’esecuzione penale cfr., da ultimo, sentenza della Corte Costituzionale n. 149/2018 ed altresì L. Eusebi, Ostativo del fine pena. Ostativo della prevenzione. Aporie dell’ergastolo senza speranza per il non collaborante, in Riv. it. dir. proc. pen., 2018, vol. LX, fasc. 4, pp. 1515 ss.
72) Nella politica criminale la prevenzione dei reati può assumere, infatti, tre diverse forme: quella primaria, che si occupa di limitare le opportunità che favoriscono il verificarsi di crimini e per questo detta « situazionale », quella secondaria che interviene sulla figura del potenziale reo, e, infine, quella terziaria che interviene sul reo condannato attuando la cosiddetta prevenzione speciale, cioè quella che, mirando alla finalità rieducativa della pena, vuole evitare il verificarsi della recidiva. Esiste poi un più recente tipo di prevenzione, denominato « nuova prevenzione », che si caratterizza per l’utilizzo di strumenti di dialogo, per le caratteristiche dei soggetti coinvolti (che non sono le classiche istituzioni statali ma agenti locali, volontariato, servizi sociali) e anche per i suoi destinatari (non solo gli autori di crimini, ma l’intera comunità). Tale tipo di prevenzione, che presuppone un certo tipo di relazione tra ambiente e comportamenti delinquenziali, è dunque una prevenzione di tipo sociale, perché sfrutta le relazioni sociali, approfittando del condizionamento positivo che esse possono esercitare sull’individuo, nel senso cioè di influenzarlo nel desistere dalla commissione di reati. G. Forti, L’immane concretezza. Metamorfosi del crimine e controllo penale, cit., pp. 106 ss.
73) D. Gunnel - S. Frankel, Prevention of suicide: aspirations and evidence, in BR Med J, 1994, vol. 308, pp. 127 ss.; C. Tartaro - M. P. Levy, The impact of jail environment on inmate suicide, cit.
74) Si è ipotizzato di potenziare i colloqui telefonici e visivi e istituire specifici « permessi di affettività », facilitando, soprattutto, i rapporti tra detenuti e figli: circolare D.A.P.- Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento, 26 aprile 2010, n. 0177644, Nuovi interventi per ridurre il disagio derivante dalla condizione di privazione della libertà e per prevenire i fenomeni autoaggressivi. Disponibile online al sito www.ristretti.it; Stati Generali dell’esecuzione penale - Documento finale, cit., pp. 18 ss.; C. Bargiacchi, Esecuzione della pena e relazioni familiari. Aspetti giuridici e sociologici, in L’altro diritto: Centro di documentazione su Carcere, Devianza e Marginalità, 2002. Disponibile online al sito http://www.altrodiritto.unifi.it/ricerche/misure/bargiacc/.
75) WHO (World Health Organization), IASP (International Association for Suicide Prevention) – Management of Mental and Brain Disorders Department of Mental Health and Sunstance Abuse, La prevenzione del suicidio nelle carceri, 2007. Disponibile online al sito www.ristretti.it; Allegato 1: Linee di indirizzo per la riduzione del rischio autolesivo e suicidario dei detenuti, degli internati e dei minorenni sottoposti a provvedimento penale, in Accordo della conferenza unificata 19 gennaio 2012, n. 5, cit; Circolare D.A.P.- Direzione generale dei detenuti e del trattamento, 28 ottobre 2016, n. 0356262: Prevenzione dei suicidi negli istituti penitenziari – dislocazione in cella singola. Disponibile online al sito www.ristretti.it.
76) D. Pajardi (a cura di), Oltre a sorvegliare e punire: esperienze e riflessioni di operatori su trattamento e cura in carcere, Giuffrè, Milano, 2008, p. 7 e pp. 61 ss.; V. Grevi (a cura di), Diritti dei detenuti e trattamento penitenziario, Zanichelli, Bologna, 1981, p. 194.
77) La formazione del personale di polizia penitenziaria sembrerebbe quella che desta maggiore preoccupazione: proprio in forza del diretto contatto tra polizia penitenziaria e detenuti, la dottrina ritiene gravissima la mancanza di una sua adeguata preparazione, tanto che è presente in molti l’idea che il fallimento della funzione rieducativa del carcere sia da attribuire proprio al malfunzionamento dell’Amministrazione penitenziaria e all’impreparazione dei suoi operatori. F. Barbieri, Handle with care: il personale penitenziario e la sua formazione, in Ristretti: Aree studio – La formazione del personale. Disponibile online al sito http://www.ristretti.it/areestudio/territorio/antigone/rapporti/formazione.htm.; M. Martinelli, Le condotte autolesivo ed il suicidio nelle carceri: ruolo della polizia penitenziaria e strategie preventive, in Quaderni ISSP, La prevenzione dei suicidi in carcere. Contributi per la conoscenza del fenomeno, fasc. 8, 2011, pp. 135 ss. Disponibile online al sito www.giustizia.it.
78) Stati Generali dell’esecuzione penale - Documento finale, cit., p. 86 e p. 92; P. Buffa, Il suicidio in carcere: diffondere la riflessione per migliorare la prevenzione, in Quaderni ISSP, La prevenzione dei suicidi in carcere. Contributi per la conoscenza del fenomeno, fasc. 8, 2011, pp. 29 ss.; E. Palmisano, La gestione del detenuto con disagio psichico e il progetto M.E.D.I.C.S., in Rassegna penitenziaria e criminologica, fasc. 3, 2015, pp. 25 ss. Disponibile online al sito www.rassegnapenitenziaria.it.
79) L. Baccaro - F. Morelli, Morire di carcere, cit., p. 446.
80) P. Buffa, Alcune riflessioni sulle condotte auto aggressive poste in essere negli istituti penali italiani (2006-2007), in Rassegna Penitenziaria e Criminologica, fasc. 3, 2008, pp. 7 ss.
81) G. Forti, L’immane concretezza. Metamorfosi del crimine e controllo penale, cit., pp. 106 ss.
82) Presidenza del Consiglio dei Ministri- Conferenza Unificata, Allegato sub A « Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie nel sistema penitenziario per adulti » in Accordo, ai sensi dell’articolo 9 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, tra il Governo, le Regioni e Province autonome di Trento e Bolzano e gli Enti locali sul documento recante « Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie nel sistema penitenziario per adulti », 27 luglio 2017, in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, Serie generale - n. 189, 14 agosto 2017, pp. 92-99.
83) Tra tali forme di intervento collaborativo si annoverano il « Servizio nuovi giunti », il G.O.T., gruppo di osservazione e trattamento che, dietro la coordinazione dell’educatore, è chiamato a redigere un trattamento personalizzato per il detenuto e, infine, il D.A.R.S. (detenuti ad alto rischio suicidario) che, attivato in via sperimentale nel 2001 nel carcere di San Vittore, offre colloqui giornalieri ai detenuti a rischio suicidario. D. Antonucci - R. De Simone, Il progetto “Milano DARS”, in G. Concato - S. Rigione (a cura di), Per non morire di carcere, cit., pp. 126 ss.
84) L. Snow - K. Biggar, The Role of Peer Support in Reducing Self-Harm in Prisons, in G. E. Dear (a cura di), Preventing suicide and other self-harm in prisons, Palgrave Macmillan, Basingstoke, New York, 2006, pp. 153 ss.
85) G. Sartarelli, Riflessioni sulla formazione e sul ruolo dell’educatore penitenziario, in Rassegna penitenziaria e criminologica, fasc. 1/3, 1998, pp. 215 ss.
86) Consiglio d’Europa, Raccomandazione R(2006)2 del Comitato dei Ministri agli Stati membri sulle Regole penitenziarie europee, di cui la rule 90: Sensibilizzazione dell’opinione pubblica; Stati Generali dell’esecuzione penale – Documento finale, cit., p. 23 e p. 90; sull’importanza di tale figura cfr. anche C. Mazzucato, Opinioni a confronto: sovraffollamento carcerario e differimento dell’esecuzione penale, cit., pp. 462 ss.
87) L. Eusebi, La riforma ineludibile del sistema sanzionatorio penale, in Riv. it. dir. proc. pen., 2013, vol. LVI, fasc. 3, pp. 103 ss.; L. Eusebi, Ripensare le modalità di risposta ai reati traendo spunto da C. Eur. Dir. Uomo 19 giugno 2009, Sulejmanovic c. Italie, cit., pp. 4938 ss.
88) Sono le parole di Josè, un detenuto più volte evaso da diverse carceri brasiliane e poi arrivato nell’istituto Apac di Itaùna, dove ha smesso una volta per tutte di fuggire. Apac: un carcere senza carcerieri, 14 febbraio 2018, disponibile online al sito www.avsi.org.
89) Stati Generali dell’esecuzione penale – Documento finale, cit., pp. 77 ss. e pp. 98 ss.: « [...] Riuscire a fare in modo che la collettività conosca i veri termini del problema carcere, informandola correttamente e compiutamente, significa, infatti, offrirle gli antidoti contro quegli allarmismi che gabellano per irrinunciabili presidi a tutela della sicurezza pubblica le restrizioni dei diritti dei reclusi, smantellando – dati alla mano – il luogo comune che si traduce nello slogan “più carcere, più sicurezza”; significa prepararla a giudicare e a sollecitare le scelte di politica penitenziaria con maggiore consapevolezza ».
90) L. Eusebi, Riforma penitenziaria o riforma penale? Considerazioni in margine al disegno di legge delega sulla riforma dell’ordinamento penitenziario, cit., pp. 1333 ss.; L. Eusebi, La riforma ineludibile del sistema sanzionatorio penale, cit., pp. 103 ss.
91) C. Mazzucato, Appunti per una teoria “dignitosa” del diritto penale a partire dalla restorative justice, in C. Mazzucato - A. Barletta - L. Eusebi - S. Gentile - L. Maganzani - G. Monaco - D. Rinoldi, Dignità e diritto: prospettive interdisciplinari, in Quaderni Dipartimento di scienze giuridiche, Università Cattolica del Sacro Cuore, Piacenza, n. 2/2010, pp. 99 ss.
92) In questa prospettiva si inseriscono, sul solco della cd. giustizia riparativa (restorative justice), le più recenti riflessioni penalistiche, secondo le quali la pena dovrebbe abbandonare i criteri della correspettività ed essere concepita, invece, come un « progetto » in grado di riparare, appunto, gli effetti negativi prodotti da quello specifico reato: « [...]anche nell’ipotesi in cui non possa rinunciare a restrizioni della libertà personale, [...] pur sempre in veste di strumento entro l’ambito di una visione programmatica unitaria dell’intervento sul reato commesso, e non come zoccolo duro della logica retributiva [...] ma che, nello stesso tempo, consenta anche una restituzione di chance da parte della società verso i tanti condannati provenienti da contesti di deprivazione economica, umana o sociale ». L. Eusebi, « Gestire » il fatto di reato. Prospettive incerte di affrancamento della pena « ritorsione », cit., pp. 223 ss.; C. Mazzucato, Oltre la punizione ecco la giustizia riparativa, in Vita e Pensiero, 2016, vol. XCIX, fasc. 4, pp. 104 ss.; G. Giostra, La riforma penitenziaria: il lungo e tormentato cammino verso la Costituzione, in Diritto Penale contemporaneo, fasc. 4, 2018, pp. 119 ss.; L. Eusebi, La colpa e la pena: ripensare la giustizia, cit., pp. 43 ss.; C. Mazzucato, Appunti per una teoria “dignitosa” del diritto penale a partire dalla restorative justice, in C. Mazzucato - A. Barletta - L. Eusebi - S. Gentile - L. Maganzani - G. Monaco - D. Rinoldi, Dignità e diritto: prospettive interdisciplinari, cit., pp. 99 ss.
93) La più volte menzionata necessaria extrema ratio degli strumenti penali negli interventi di politica criminale comprende dunque anche, in una prospettiva interdisciplinare – per citare il programma di Marburgo di Franz Von Liszt –, la mobilitazione di risorse di tipo culturale. G. Forti, L’immane concretezza. Metamorfosi del crimine e controllo penale, cit., pp. 91 ss.
94) Invero, in un passo del documento finale degli Stati Generali sull’esecuzione penale si afferma: « La cultura media italiana è tutt’oggi fortemente ancorata al modello sanzionatorio del carcere, sia per atavica adesione ad un’idea retribuzionista e afflittiva della pena, sia per la crescente insicurezza sociale che spinge a rinserrare entro le mura di un penitenziario gli autori dei reati, nell’illusione di rinchiudervi anche pericoli e paure. L’informazione e la politica in gran parte assecondano strumentalmente questa mentalità e spesso contribuiscono al suo radicamento fra la gente, facendo leva sulle reazioni emotive, utili ad aumentare lettori, ascolti e preferenze elettorali, ma dannose ai fini della costruzione di una società realmente consapevole degli effetti delle scelte di politica penale ». Stati Generali dell’esecuzione penale – Documento finale, cit., pp. 98 ss.; L. Eusebi, La colpa e la pena: ripensare la giustizia, cit., pp. 43 ss.; L. Eusebi, Misericordia: ‘superamento’ del diritto o ‘dimensione’ della giustizia?, in G. Colombo, La misericordia e la sue opere, Vita e Pensiero, Milano, 2016, pp. 121 ss.; C. Mazzucato, Oltre la punizione ecco la giustizia riparativa, cit., pp. 104 ss.: « Si tratta, a nostro modo di vedere, di fare un passo ulteriore e ripensare del tutto, in termini razionali, coerenti e coraggiosamente innovativi i modelli stessi del “fare giustizia”, tentando sul serio una ardita, ma ineludibile, fedeltà all’idea che la giustizia – inclusa la giustizia con il compito più difficile, cioè la giustizia penale – non possa coincidere con un male da subire e patire [...] ».
95) V. Grevi (a cura di), Diritti dei detenuti e trattamento penitenziario, cit., p. 194.
96) È quanto sosteneva, più di sessanta anni fa, Piero Calamandrei nella sua rivista Il Ponte, quando riconosceva l’assoluta importanza per la società – e soprattutto per i politici – di aver avuto conoscenza diretta delle carceri italiane, per rendersi realmente conto cosa significhi (non) vivere in carcere: « In Italia il pubblico non sa abbastanza – e anche qui molti deputati tra quelli che non hanno avuto l’onore di sperimentare la prigionia, non sanno che cosa siano certe carceri italiane. Bisogna vederle, bisogna essere stati, per rendersene conto. [...] Vedere! Questo è il punto essenziale. [...] Solo così si potrà sapere come veramente si vive nelle carceri italiane ». Il Ponte – Rivista mensile di politica e letteratura, anno V, n. 3, marzo 1949, Carceri: esperienze e documenti, in Rassegna Penitenziaria e Criminologica, 2002, pp. 225 ss.
97) G. Forti, Dignità umana e persone soggette all’esecuzione penale, cit., pp. 237 ss., in cui si afferma che il parametro di riferimento per una « costruzione della dignità umana » potrebbe proprio essere la figura del detenuto.
98) Documento conclusivo della Giornata Nazionale di studi « Persone, non reati che camminano. Ripensare la pena », 25 maggio 2007, Casa di Reclusione di Padova. Disponibile online al sito www.ristretti.it.
99) L. Eusebi, Ripensare le modalità di risposta ai reati traendo spunto da C. Eur. Dir. Uomo 19 giugno 2009, Sulejmanovic c. Italie, cit., pp. 4938 ss.
100) Sull’approccio critico al modello di giustizia retributiva come « moltiplicatore del male » cfr. L. Eusebi, La colpa e la pena: ripensare la giustizia, cit., pp. 43 ss.: « L’alternativa è costituita da una giustizia che – semplicemente (ma sarebbe una svolta epocale) – consista nel rispondere alle realtà negative, o giudicate tali, attraverso progetti, vale a dire secondo modalità di segno opposto al negativo che s’intenda contrastare »; trattasi di un modello alternativo che, peraltro, trova fondamento negli artt. 3 e 27, co. 3 della nostra Costituzione, e che si pone, dunque, nettamente in posizione critica rispetto alla visione hegeliana della pena retributiva come negazione del reato, costituente a sua volta quest’ultimo negazione della legge; cfr. anche L. Eusebi, Misericordia: ‘superamento’ del diritto o ‘dimensione’ della giustizia?, cit., pp. 121 ss. e C. Mazzucato, Oltre la punizione ecco la giustizia riparativa, cit., pp. 104 ss.: « Si tratta di un’idea che può contribuire a cambiare la cultura della giustizia penale, dopo secoli in cui ha prevalso il paradigma retributivo-punitivo, ancora dominante, secondo cui giustizia sarebbe rispondere al male (del reato) con il male (della pena). [...] L’idea nuova è di rispondere al reato con l’incontro, libero e volontario, tra chi quel reato lo ha commesso e chi lo ha subìto ».

References: Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 Art. 3
 Cass. 
 sentenza 
 art. 131
 sentenza