Source: https://www.laleggepertutti.it/146251_assicurazione-bisogna-dichiarare-la-cardiopatia
Timestamp: 2018-09-23 15:20:31+00:00

Document:
Assicurazione, bisogna dichiarare la cardiopatia
La polizza infortuni e malattie opera solo se l’assicurato dichiara, all’atto della firma del contratto, tutte le patologie di cui soffre che potrebbero aumentare il rischio, come i problemi di cuore.
Mai essere reticenti in sede di stipulazione di una polizza assicurativa sul rischio infortuni e malattie: difatti, se il contraente omette di dichiarare all’assicuratore una patologia di cui soffre, anche se lì per lì insignificante, potrebbe vedersi negato il diritto al risarcimento. È il caso, ad esempio, della cardiopatia secondo quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di ieri [1].
Il codice civile stabilisce [2] che le dichiarazioni inesatte e le reticenze del contraente, relative a circostanze tali che l’assicuratore non avrebbe dato il suo consenso o non lo avrebbe dato alle medesime condizioni se avesse conosciuto il vero stato delle cose, sono causa di annullamento del contratto quando il contraente ha agito con dolo o con colpa grave. In ogni caso l’assicuratore deve impugnare il contratto entro tre mesi da quando ha conosciuto l’inesattezza della dichiarazione o la reticenza, dichiarando al contraente di volere esercitare l’impugnazione: se non lo fa, il risarcimento resta dovuto.
Pertanto, in tema di contratto di assicurazione, qualora dagli accertamenti di fatto si scopra che l’assicurato abbia fornito dichiarazioni inesatte e reticenti, il contratto è suscettibile di annullamento. Il che significa che non verrà più pagato il risarcimento. Sarà il giudice del primo grado (e la sua decisione non può essere rimessa in discussione in Cassazione) a valutare se le dichiarazioni sono state davvero inesatte e se esse hanno implicato una modifica del rischio.
[2] Art. 1892 cod. civ.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 14 dicembre 2016 – 11 gennaio 2017, n. 416
G.D. agì in giudizio nei confronti di HDI Assicurazioni S.p.A. chiedendone la condanna – in virtù di una polizza con essa stipulata – al pagamento delle rate residue di un contratto di mutuo che egli aveva contratto, a titolo di indennizzo, per essersi verificato l’evento assicurato.
La domanda principale fu rigettata dal Tribunale di Treviso, che ac­colse invece la domanda riconvenzionale.
Resiste con controricorso HDI Assicurazioni S.p.A.
Il collegio ha disposto che sia redatta motivazione in forma semplifi­cata.
1. Con il primo motivo del ricorso si denunzia «violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2697 c. c., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 4 c.p.c. (l’art. 2697 c. c. è norma di carattere non so­stanziale ma procedurale, disciplinando l’onere della prova, e di conseguenza la sua violazione deve essere impugnata ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 4 c) p. c.) nonché omesso esame circa il fatto, decisivo per il giudizio e già oggetto di discussione tra le parti, che ai fini di polizza l’unico momento storico rilevante per va­lutare la sussistenza del buono stato di salute e delle malattie o le­sioni gravi necessitanti un trattamento medico regolare e continuato è la conclusione del contratto, in relazione all’art. 360, primo com­ma, n. 5 c.p.c.».
Con il secondo motivo del ricorso si denunzia «violazione elo falsa applicazione degli artt. 1363 ss. c. c., nonché dell’art. 1892 c. c., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3 c.p.c.».
Con il terzo motivo del ricorso si denunzia «omesso esame circa il fatto, decisivo per il giudizio ed oggetto di discussione tra le parti, che le dichiarazioni sottoscritte dal sig. D. sono contenute in un modulo predisposto da HDI Assicurazioni S.p.A., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 5 c, p. c., nonché violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1370 c. c., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3 c. p. c. ».
I motivi del ricorso sono connessi e vanno quindi trattati congiun­tamente, costituendo distinte articolazioni di una censura sostan­zialmente unitaria, con la quale il ricorrente contesta l’accertamento dei giudici di merito in ordine alla inesattezza delle dichiarazioni da lui rese in sede di stipulazione della polizza.
La corte di appello ha accertato in fatto che il D. era consa­pevole di essere affetto da una grave malattia (cardiopatia post in­fartuale) non dichiarata in sede di stipulazione della polizza, che ri­chiedeva trattamento medico regolare e continuato, e che la sua re­ticenza in ordine a tale circostanza, espressamente prevista nella polizza, era determinante nella formazione del consenso dell’assicuratore.
Sulla base di tale accertamenti di fatto, ha ritenuto sussistente la fattispecie prevista dal primo comma dell’art. 1892 c.c., applicando correttamente i principi di diritto affermati in materia da questa Corte (ed in particolare quelli per cui «in tema di contratto di assi­curazione, la reticenza dell’assicurato è causa di annullamento ne­goziale quando si verifichino cumulativamente tre condizioni: a) che la dichiarazione sia inesatta o reticente; b) che la dichiarazione sia stata resa con dolo o colpa grave; c) che la reticenza sia stata de­terminante nella formazione del consenso dell’assicuratore; il giudi­zio sulla rilevanza delle dichiarazioni inesatte o sulla reticenza del contraente, implicando un apprezzamento di fatto, è riservato al giudice di merito ed è censurabile in sede di legittimità solo se non sia sorretto da una motivazione logica, coerente e completa»; così Cass., Sez. 3, Sentenza n. 25582 del 30/11/2011, Rv. 620624; conf.: Sez. 3, Sentenza n. 16769 del 21/07/2006, Rv. 591763; Sez. 3, Sentenza n. 16406 del 13/07/2010, Rv. 614110) I suddetti accertamenti di fatto non sono censurabili nella presente sede, in quanto fondati sulla valutazione delle prove legittimamente acquisite, senza alcuna omissione nell’esame dei fatti storici rilevan­ti, e supportati da motivazione non apparente né insanabilmente contraddittoria (cfr. Cass., Sezioni Unite, 7 aprile 2014 n. 8053 e n. 8054; conf.: Cass. 27 novembre 2014 n. 25216; 9 luglio 2015 n. 14324).
La effettiva sostanza delle censure avanzate dal ricorrente è dunque quella di una contestazione degli accertamenti di fatto operati dai giudici di merito, mediante la richiesta di una nuova e diversa valu­tazione del materiale istruttorio, il che non è ammissibile in sede di legittimità.
Per le spese del giudizio di cassazione si provvede, sulla base del principio della soccombenza, come in dispositivo. Dal momento che il ricorso risulta notificato successivamente al termine previsto dall’art. 1, co. 18, della legge n. 228 del 2012, de­ve darsi atto della sussistenza dei presupposti di cui all’art. 13, co. 1-quater, del D.P.R. n. 115 dei 2002, introdotto dall’art. 1, co. 17, della citata legge n. 228 del 2012.
– condanna il ricorrente a pagare le spese del giudizio di legit­timità in favore della società controricorrente, liquidandole in complessivi € 7.200,00, di cui € 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 dei 2002, inserito dall’art. 1, comma 17, della legge n. 228 del 2012, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contribu­to unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del com­ma 1-bis dello stesso art. 13.

References: sentenza 
 Art. 1892
 sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Cass. 
 art. 13