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Timestamp: 2017-04-29 05:24:28+00:00

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Il diritto del figlio nato da parto anonimo e il diniego posto dalla madre :: Diritto & Diritti
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Giarrizzo Mauro Il diritto del figlio nato da parto anonimo e il diniego posto dalla madre
E la chiave di volta per l’interprete non può che partire dall’art. 12[11], rubricato << Interpretazione della legge.>> In detto articolo c’è scritto: <<Nell'applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore.>>
Dispose, altresì, il Legislatore datato ulteriore nozione:<<Se una controversia non può essere decisa con una precisa disposizione, si ha riguardo alle disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe; se il caso rimane ancora dubbio, si decide secondo i princìpi generali dell'ordinamento giuridico dello Stato.>>
Dunque, lo stesso sistema giuridico italiano, soprattutto dopo la sentenza della CEDU e la sentenza della Corte Costituzionale che, ha espunto il divieto ex art. 28, comma 7° legge 184/83, in talune Corti ha funzionato senza l’intervento di un principio di diritto, poiché il medesimo sistema giuridico è stato in grado di poter dare una soluzione logico-deduttiva alla legittima pretesa richiesta di terzi che invocavano rimedio. In talaltre Corti, no! Si descrive l’omesso intervento legislativo per giustificare un principio di diritto che lo stesso ordinamento appronta! Che dire… Ad avviso dello scrivente, come già sottolineato, il sistema è in grado di produrre effetti giuridici che sanno porre rimedio senza che la Suprema Corte di Cassazione potesse adottare un principio di diritto che già è scritto nello stesso Ordinamento con l’art. 12 disposizione preliminari al codice civile. Il Supremo Collegio doveva intervenire, nella fattispecie esaminata, integrando e creando un percorso logico - giuridico capace di condurre, l’operatore del diritto di merito, sul sentiero già esiste, l’art. 12 disposizione preliminari al codice civile , soprattutto dopo che lo stesso sistema democratico previsto dalla Carta Costituzionale ha espunto il comma 7° dell’art. 28, legge 184/83, e con rigetto della pretesa del Sig. Procuratore Generale.
[2] http://www.camera.it/_bicamerali/leg14/infanzia/leggi/legge184%20del%201983.htm Diritto del minore ad una famiglia (Titolo così sostituito dall'art. 1, L. 28 marzo 2001, n. 149), Titolo II, Dell'adozione- Capo IV - Della dichiarazione di adozione – art. 28. 1. Il minore adottato è informato di tale sua condizione ed i genitori adottivi vi provvedono nei modi e termini che essi ritengono più opportuni. 2. Qualunque attestazione di stato civile riferita all'adottato deve essere rilasciata con la sola indicazione del nuovo cognome e con l'esclusione di qualsiasi riferimento alla paternità e alla maternità del minore e dell'annotazione di cui all'articolo 26, comma 4. 3. L'ufficiale di stato civile, l'ufficiale di anagrafe e qualsiasi altro ente pubblico o privato, autorità o pubblico ufficio debbono rifiutarsi di fornire notizie, informazioni, certificazioni, estratti o copie dai quali possa comunque risultare il rapporto di adozione, salvo autorizzazione espressa dell'autorità giudiziaria. Non è necessaria l'autorizzazione qualora la richiesta provenga dall'ufficiale di stato civile, per verificare se sussistano impedimenti matrimoniali. 4. Le informazioni concernenti l'identità dei genitori biologici possono essere fornite ai genitori adottivi, quali esercenti la potestà dei genitori, su autorizzazione del tribunale per i minorenni, solo se sussistono gravi e comprovati motivi. Il tribunale accerta che l'informazione sia preceduta e accompagnata da adeguata preparazione e assistenza del minore. Le informazioni possono essere fornite anche al responsabile di una struttura ospedaliera o di un presidio sanitario, ove ricorrano i presupposti della necessità e della urgenza e vi sia grave pericolo per la salute del minore. 5. L'adottato, raggiunta l'età di venticinque anni, può accedere a informazioni che riguardano la sua origine e l'identità dei propri genitori biologici. Può farlo anche raggiunta la maggiore età, se sussistono gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica. L'istanza deve essere presentata al tribunale per i minorenni del luogo di residenza. 6. Il tribunale per i minorenni procede all'audizione delle persone di cui ritenga opportuno l'ascolto; assume tutte le informazioni di carattere sociale e psicologico, al fine di valutare che l'accesso alle notizie di cui al comma 5 non comporti grave turbamento all'equilibrio psico-fisico del richiedente. Definita l'istruttoria, il tribunale per i minorenni autorizza con decreto l'accesso alle notizie richieste. 7. L'accesso alle informazioni non è consentito se l'adottato non sia stato riconosciuto alla nascita dalla madre naturale e qualora anche uno solo dei genitori biologici abbia dichiarato di non voler essere nominato, o abbia manifestato il consenso all'adozione a condizione di rimanere anonimo. 8. Fatto salvo quanto previsto dai commi precedenti, l'autorizzazione non è richiesta per l'adottato maggiore di età quando i genitori adottivi sono deceduti o divenuti irreperibili.
[4]https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_20_1.page;jsessionid=R8GJq9YoJeyXZDq7wagQN-JN?facetNode_1=1_2(2012)&facetNode_2=0_8_1_4&facetNode_3=1_2(201209)&contentId=SDU792405&previsiousPage=mg_1_20 Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo del 25 settembre 2012 - Ricorso n.33783/09 - Godelli c. Italia.
Autore Giarrizzo Mauro Qui la sentenza n. 1946/2017 - 25/1/2017 - Corte di Cassazione - Civile, Sezioni Unite
Il diritto del figlio nato da parto anonimo trova limite insuperabile nel diniego posto dalla madre a seguito di interpello. Nella sentenza in commento la Corte di Cassazione, a Sezione Unite n.1946, il 25/01/2017, emette il seguente principio di diritto:<<In tema di parto anonimo, per effetto della sentenza della Corte Costituzionale n. 278 del 2013, ancorché il legislatore non abbia ancora introdotto la disciplina procedimentale attuativa, sussiste la possibilità per il giudice, su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini e di accedere alla propria storia parentale, di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione, e ciò con modalità procedimentali, tratte dal quadro normativo e dal principio somministrato dalla Corte costituzionale, idonee ad assicurare la massima riservatezza e il massimo rispetto della dignità della donna; fermo restando che il diritto del figlio trova un limite insuperabile allorché la dichiarazione iniziale per l’anonimato non sia rimossa in seguito all’interpello e persiste il diniego della madre di svelare la propria identità[1]>>. La fattispecie è da inquadrarsi nella legge n. 184 del 4/5/1983, rubricata “Diritto del minore ad una famiglia”[2], art. 28, comma 7°. Comma dichiarato, dalla Corte Costituzionale, incostituzionale ed espunto dall’Ordinamento lo stesso giorno della pubblicazione della sentenza sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. Norma, quindi, inesistente nel diritto vivo e non applicabile da alcun Giudice di merito. La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, è arrivata, a detto principio, su sollecitazione del Procuratore Generale della medesima Corte, ai sensi e per gli effetti dell’art. 363[3], primo comma, c.p.c., quale enunciazione nell’interesse della legge. Il Consigliere Estensore, nella sentenza in commento, analizza il contrasto di giudicati interni; sviluppa il suo ragionamento sui principi di diritto enucleati dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 278/2013; relaziona sui principi della sentenze della CEDU del 25/09/2012[4] e conclude con il suddetto principio di diritto. Ad avviso di chi commenta, la sentenza non crea principio di diritto, poiché esso è pienamente rappresentato all’interno dell’intero ordinamento giuridico che conferisce tutela ai diritti soggettivi. Infatti, con la sentenza della Corte Costituzionale 278/2013 si
si espunge, dall’ordinamento, il limite che era stato posto dal legislatore con l’art. 28, settimo comma, chiudente la possibilità di poter accedere al diritto di avere informazioni sui propri genitori. Diritto che veniva escluso anche in presenza del divieto di un solo genitore. Caduto detto vincolo, è il Giudice di Merito a dover scegliere, tra tutte le norme dell’ordinamento, la tutela migliore per il bilanciamento degli opposti interessi. Arrivare a chiedere alla Suprema Corte di Cassazione a Sezione Unite di poter decidere su una questione già possibile di soluzione pare inutile. E per tracciare un solco giuridico unitario per i Giudici di Merito, poiché non vi è una norma specifica ma un semplice disegno di legge giacente in Parlamento per la fattispecie del singolo diritto, si scomodano le Sezioni Unite, per crearlo. L’Estensore della sentenza, nel dare atto dei vari contrasti di giudicato, li conferma quali diversi indirizzi giuridici, rammentati anche nella memoria del Sig. Procuratore Generale della medesima Corte. Trova, però, valente soluzione nelle <<linee guida di altri Tribunali per i minorenni[5]>> che <<prevedono la convocazione, da parte del Giudice, del rappresentante dell’Ufficio provinciale della pubblica tutela, che consegna la busta chiusa contenente il nominativo della madre[6]>>. Capacità che i Tribunali, avrebbero potuto/dovuto creare, stante il fatto che la fattispecie, complessa, appartiene al diritto di Famiglia, branca molto delicata dello stesso Ordinamento. Linee guida, quindi che, quanto meno, sarebbe stato opportuno avere presso ogni Tribunale dei Minori. Linee guide quali itinerari esplicitati dallo stesso Ordinamento. Ma le linee guida non dovrebbero essere delle raccomandazioni redatte a partire dalla letteratura scientifica e dal parere di esperti? E non dovrebbero essere uniformi in tutto il territorio della Repubblica Italiana? E mi chiedo: non è forse troppo stressante, per gli operatori della giustizia dell’Italia
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