Source: https://www.diritto.it/disapplicazione-delle-sanzioni-per-incertezza-interpretativa-il-vademecum-della-cassazione/
Timestamp: 2020-01-26 23:53:37+00:00

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Sommario: 1. Premessa – 2. Fattispecie – 3. La soluzione dei giudici di legittimità – 4. Conclusioni
La cassazione, infatti, definisce il principio secondo il quale l’incertezza normativa oggettiva può essere desunta dal giudice attraverso la rilevazione di una serie di fatti indice tra cui la mancanza di prassi amministrativa che possa consentire una corretta interpretazione nonché applicazione della norma, ovvero, il contrasto tra prassi amministrativa e orientamento giurisprudenziale. Il verificarsi di una delle suddette ipotesi (che verranno trattate nel dettaglio in seguito) comporta l’impossibilità di individuare con sicurezza ed in maniera univoca la norma giuridica da applicare nel caso concreto, e comporta la creazione di uno scudo, appunto, nei confronti del contribuente, in relazione all’irrogazione di sanzioni da parte dell’amministrazione finanziaria.
Il primo motivo attiene, secondo la società, la violazione e falsa applicazione del d. Lgs. N. 504 del 1992, art. 7, comma 1, lett. I, poiché la commissione tributaria regionale di roma avrebbe errato nel ritenere che mancasse il requisito soggettivo per ottenere l’esenzione in esame in quanto le società per azioni sono per definizione imprese commerciali e poichè il beneficio in questione si applica ai soli fabbricati sia utilizzati e, cumulativamente, posseduti dell’ente non commerciale interessato. Più precisamente, il suddetto articolo stabiliva, nel testo vigente all’epoca del giudizio, che fossero esenti dall’ici gli immobili utilizzati dai soggetti di cui al testo unico delle imposte sui redditi, art. 87, comma 1, lettera c), destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché alle attività di cui alla l. 20 maggio 1985, n. 222, art. 16, lett. A). A sua volta, il tuir, all’art. 87, comma 1, lett. C), menzionava gli enti pubblici e privati, diversi dalle società residenti nel territorio dello stato, che non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali.
Tuttavia, la doglianza risulta essere infondata, in quanto la giurisprudenza di legittimità è stata molto chiara nel ritenere che l’esenzione dall’ici, di cui alla norma citata, è di stretta interpretazione, dovendosi applicare soltanto nelle ipotesi tipiche e tassative indicate. Tale esenzione, inoltre, non spetta nel caso di utilizzazione indiretta, benchè assistita da finalità di pubblico interesse.
Il secondo motivo attiene alla tematica che desta interesse in questa sede. Invero, la società ricorrente lamenta l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio nonché la violazione e falsa applicazione del d. Lgs. N. 546 del 1992, art. 8[1], e del d. Lgs. N. 472 del 1997, art. 6[2]. Dette norme attengono alla non applicabilità di sanzioni non penali previste dalle leggi tributarie quando la violazione derivi da obiettive condizioni di incertezza per quanto concerne la portata e l’ambito di applicazione delle disposizioni alle quali si riferisce (invero, l’art. 6 enuclea anche altre cause di non punibilità).
Più precisamente, come si è già avuto modo di accennare, per i giudici della corte, con la locuzione “incertezza normativa oggettiva” nel panorama del diritto tributario, si suole intendere l’impossibilità di definire con certezza ed in maniera univoca, al termine di un procedimento interpretativo corretto sotto il profilo metodologico, la norma giuridica nel cui ambito il caso di specie è sussumibile. Preme sottolineare che tale profilo deve essere tenuto ben distinto dalla soggettiva ignoranza incolpevole del diritto (il cui accertamento compete esclusivamente al giudice, non potendo essere demandato all’amministrazione), come si rileva dal d. Lgs. N. 472 del 1997, art. 6, il quale opera un distinguo tra le due ipotesi, pur ricollegandovi i medesimi effetti.
[1] Rubricato “Errore sulla norma tributaria” , il quale prevede che “La commissione tributaria dichiara non applicabili le sanzioni non penali previste dalle leggi tributarie quando la violazione è giustificata da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione delle disposizioni alle quali si riferisce”.
[2] In relazione alle cause di non punibilità. Esso sancisce che “1. Se la violazione è conseguenza di errore sul fatto, l’agente non è responsabile quando l’errore non è determinato da colpa. Le rilevazioni eseguite nel rispetto della continuità dei valori di bilancio e secondo corretti criteri contabili e le valutazioni eseguite secondo corretti criteri di stima non danno luogo a violazioni punibili. In ogni caso, non si considerano colpose le violazioni conseguenti a valutazioni estimative, ancorché relative alle operazioni disciplinate dal D.Lgs. 8 ottobre 1997, n. 358, se differiscono da quelle accertate in misura non eccedente il cinque per cento. 2. Non è punibile l’autore della violazione quando essa è determinata da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione delle disposizioni alle quali si riferiscono, nonché da indeterminatezza delle richieste di informazioni o dei modelli per la dichiarazione e per il pagamento. 3. Il contribuente, il sostituto e il responsabile di imposta non sono punibili quando dimostrano che il pagamento del tributo non è stato eseguito per fatto denunciato all’autorità giudiziaria e addebitabile esclusivamente a terzi. 4. L’ignoranza della legge tributaria non rileva se non si tratta di ignoranza inevitabile. 5. Non è punibile chi ha commesso il fatto per forza maggiore. 5-bis. Non sono inoltre punibili le violazioni che non arrecano pregiudizio all’esercizio delle funzioni di controllo e non incidono sulla determinazione della base imponibile, dell’imposta e sul versamento del tributo”.
di Villani Maurizio 13 marzo 2019
di Graziotto Fulvio 26 giugno 2018

References: art. 7
 art. 87
 art. 16
 art. 8
 art. 6
 art. 6