Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-3169-del-07-02-2017
Timestamp: 2020-07-05 11:35:00+00:00

Document:
Sentenza Cassazione Civile n. 3169 del 07/02/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3169 del 07/02/2017
Cassazione civile, sez. lav., 07/02/2017, (ud. 11/10/2016, dep.07/02/2017), n. 3169
sul ricorso 21286-2015 proposto da:
C.R. C.E. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in
ROMA, VIA LUDOVICO PASTOR, 12, presso lo studio dell’avvocato MATTEO
DI PERNA, rappresentato e difeso dall’avvocato CHRISTIAN PADALINO,
F.P.T. INDUSTRIAL S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale
TAMAJO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARIANO
MORGESE, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 2519/2014 della CORTE D’APPELLO di BARI,
depositata il 16/01/2015 R.G.N. 3079/2012;
11/10/2016 dal Consigliere Dott. NEGRI DELLA TORRE PAOLO;
udito l’Avvocato CHRISTIAN PADALINO;
Con sentenza n. 2519/2014, depositata il 16 gennaio 2015, la Corte di appello di Bari, in accoglimento del gravame di FPT Industrial S.p.A. e in riforma della sentenza del Tribunale di Foggia, respingeva il ricorso, con il quale C.R. aveva chiesto che venisse dichiarato illegittimo il licenziamento allo stesso intimato, in data (OMISSIS), dalla datrice di lavoro (all’epoca IVECO S.p.A.) per avere pubblicamente denigrato la società e i suoi dirigenti mediante interviste rilasciate al quotidiano locale “(OMISSIS)” in cui formulava accuse di comportamenti persecutori nei suoi confronti e di violazione delle norme a tutela della sicurezza del lavoro.
La Corte, premesso che già le sole dichiarazioni riportate nell’articolo dell’11/7/2008 rappresentavano una irreparabile lesione del vincolo fiduciario, rilevava come della effettiva riferibilità di esse all’appellato dovesse considerarsi raggiunta la prova, alla stregua di ciò che lo stesso lavoratore aveva affermato nel ricorso introduttivo, delle precisazioni rese dal direttore del quotidiano a seguito di richiesta di rettifica, della deposizione della giornalista che aveva raccolto le dichiarazioni e firmato l’articolo; osservava, quindi, che tale comportamento era tale da costituire giusta causa di recesso ai sensi dell’art. 25 CCNL metalmeccanici, e adeguato presupposto della sanzione irrogata, integrando una fattispecie delittuosa (diffamazione a mezzo stampa), da cui era derivato un grave vulnus all’immagine e alla reputazione della società datrice di lavoro, nonchè una violazione dei fondamentali doveri di diligenza e di fedeltà, cui è tenuto il dipendente.
Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza il C. con cinque motivi; la società ha resistito con controricorso.
Con il primo motivo il ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c. e art. 2697 c.c., censura la sentenza impugnata per avere la Corte territoriale fondato le proprie conclusioni su di una confessione del lavoratore in realtà inesistente e su mere presunzioni e valutazioni soggettive.
Con il secondo il ricorrente censura la sentenza per “apparente” e carente motivazione della valutazione delle prove e della decisione, laddove il giudice di appello ha ritenuto la sussistenza in re ipsa di conseguenze dannose, patrimoniali e non patrimoniali, che sarebbero derivate al datore di lavoro dalla condotta contestata.
Con il terzo motivo il ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., censura la sentenza impugnata per avere omesso di pronunciare in ordine alla provata insussistenza di un vulnus al vincolo fiduciario che deve intercorrere fra le parti del rapporto di lavoro e, in particolare, per non avere considerato, pur a fronte di chiare risultanze probatorie in tal senso, che non solo tale vincolo non era mai venuto meno per effetto della pubblicazione dell’articolo sul quotidiano locale “(OMISSIS)” in data 11 luglio 2008, ma si era rafforzato, dopo la pronuncia di reintegra da parte del giudice di primo grado, con l’affidamento di compiti di maggiore responsabilità.
Con il quarto motivo il ricorrente denuncia l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio e oggetto di discussione fra le parti ovvero il riscontro, determinante ai fini del decidere, della mancata prova del fatto – reato da parte del datore di lavoro con riguardo, in particolare, all’effetto della negazione del vizio di sproporzione della sanzione espulsiva irrogata.
Con il quinto il ricorrente censura la sentenza per violazione e falsa applicazione degli artt. 112, 115 e 421 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., con particolare riferimento alla carente ed illogica motivazione circa le conclusioni tratte dalle risultanze istruttorie oltre alla parziale ed erronea interpretazione della prova orale fornita dalla teste T.D., nonostante che la stessa fosse risultata incapace a testimoniare.
Si deve preliminarmente rilevare l’inammissibilità delle produzioni documentali, di cui alla memoria ex art. 378 c.p.c., per il ricorrente, riguardando le stesse profili di fondatezza dei motivi di impugnazione del tutto estranei al ristretto perimetro applicativo disegnato dall’art. 372 c.p.c., il quale esclude la possibilità di dare ingresso nel giudizio di legittimità ad atti e documenti non prodotti nei precedenti gradi di merito, fatta eccezione esclusivamente per “quelli che riguardano la nullità della sentenza impugnata e l’ammissibilità del ricorso e del controricorso”: cfr. in tal senso, fra le più recenti, Cass. n. 10967/2013.
Ciò posto, si rileva che il ricorso è inammissibile.
Risultano anzitutto inammissibili, sotto un primo e generale profilo, i motivi di ricorso terzo e quinto, laddove viene dedotto il vizio di violazione e falsa applicazione (art. 360, n. 3) dell’art. 112 c.p.c.: è, infatti, del tutto consolidato l’orientamento, per il quale l’omessa pronunzia integra una violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato che deve essere fatta valere esclusivamente a norma dell’art. 360 c.p.c., n. 4, (cfr., fra le molte, Cass. n. 26598/2009).
Al di là di tale profilo, e nella sostanza, è peraltro da rilevare come i motivi in esame tendano scopertamente a sollecitare un riesame nel merito della controversia, posto che in tale direzione, oltre agli inequivoci sviluppi espositivi, è già la rubrica sia del secondo, nella quale è sintetizzata una censura di omessa pronuncia “in ordine alla provata insussistenza” di una lesione del vincolo fiduciario e cioè di fatto si lamenta che il giudice di merito, pur a fronte di evidenze probatorie in senso contrario, abbia ritenuto sussistente tale lesione; sia la rubrica del terzo motivo, in cui è richiamata una censura di motivazione carente e illogica e di cattivo “governo” del materiale di prova.
Tuttavia, anche nel vigore del vizio motivazionale anteriore alla riforma del 2012, questa Corte, nel definire i limiti del controllo di legittimità del percorso argomentativo seguito dal giudice di merito, aveva sempre affermato, con indirizzo del tutto costante, come fosse prerogativa di quest’ultimo individuare le fonti del proprio convincimento, assumere e valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliere dal complesso delle risultanze del processo quelle ritenute più idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi.
Si richiama, al riguardo, fra le altre, Cass. n. 6288/2001, la quale ha ribadito che “il vizio di omessa o insufficiente motivazione, deducibile in sede di legittimità ex art. 360 c.p.c., n. 5, sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia e non può invece consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, perchè la citata norma non conferisce alla Corte di legittimità il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice del merito al quale soltanto spetta di individuare le fonti del proprio convincimento e, a tale scopo, valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, e scegliere tra le risultanze probatorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione”.
Tali considerazioni devono riproporsi anche per i motivi primo, secondo e quarto, con i quali viene censurata la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle prove compiuta dal giudice di secondo grado e contestualmente invitato questo giudice di legittimità ad una loro diversa lettura: come è reso manifesto, fra le altre espressioni adoperate nel ricorso, dal rilievo, secondo il quale sarebbe “ora nella disponibilità” della Corte di cassazione “l’esatta prova contraria” rispetto a quella considerata dal giudice di merito e posta a sostegno della sua decisione; ovvero dal rilievo, contenuto nella memoria ex art. 378 c.p.c., secondo il quale “il Supremo Collegio è tenuto a decidere iuxta alligata et probata partium” e, quindi, ben potrebbe vedere e comprendere ciò che nel giudizio di appello non è stato visto nè compreso, conclusivamente dovendo “cancellare gli errori di valutazione del materiale istruttorio” che hanno condotto alla decisione impugnata (pag. 5).
I motivi, in cui il ricorso si articola, risultano ora del tutto estranei al modello legale del nuovo vizio “motivazionale”, di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, quale risultante a seguito delle modifiche introdotte con il D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134, pur a fronte di sentenza depositata in data 16/1/2015 e, pertanto, in epoca successiva all’entrata in vigore (11 settembre 2012) della novella legislativa.
In particolare, risulta egualmente estranea al “nuovo” vizio motivazionale anche la censura di cui al quarto motivo, il quale, pur (parzialmente) rubricato in modo conforme alla sintesi definitoria del vizio, come presente nella disposizione introdotta nel 2012, non assolve, in realtà, alcuno degli oneri precisati dalla giurisprudenza di questa Corte a Sezioni Unite, nè sotto il profilo della necessaria enucleazione di un fatto “storico” e della dimostrazione della sua “decisività”, nè sotto il profilo degli altri oneri che devono accompagnare la sua deduzione, costituendo chiaramente “il riscontro, determinante ai fini del decidere, della mancata prova del fatto – reato da parte del datore di lavoro con particolare riguardo all’effetto della negazione del vizio di sproporzione della sanzione espulsiva irrogata” non già indicazione della omissione di un fatto ma critica attinente ad una valutazione erronea del materiale probatorio da parte del giudice di merito, che si sarebbe risolto ad ascrivere al lavoratore la condotta integrante reato, al medesimo contestata, e altresì a negare la ricorrenza del difetto di proporzione tra quest’ultima e la sanzione, pur in mancanza di un quadro probatorio che potesse convalidare tali conclusioni.
In definitiva, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.
Il ricorrente, ammesso al patrocinio a spese dello Stato, non è tenuto, nonostante la declaratoria di inammissibilità dell’impugnazione, al versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, (cfr., fra le altre, Cass. n. 18523/2014).
Si rileva inoltre che l’ammissione al gratuito patrocinio non comporta, come affermato da Cass. n. 10053/2012, che siano a carico dello Stato le spese che l’assistito dal beneficio sia condannato a pagare all’altra parte risultata vittoriosa, perchè gli onorari e le spese di cui al D.P.R. citato art. 131, sono solo quelli dovuti al difensore della parte ammessa al beneficio, che lo Stato, sostituendosi alla stessa parte, si impegna ad anticipare.
Si deve precisare, per completezza, che la competenza sulla liquidazione degli onorari al difensore per il ministero prestato nel giudizio di cassazione spetta, ai sensi dell’art. 83 del suddetto decreto, come modificato dalla L. 24 febbraio 2005, n. 25, art. 3, al giudice di rinvio oppure a quello che ha pronunciato la sentenza passata in giudicato a seguito dell’esito del giudizio di cassazione.
La Corte dichiara il ricorso inammissibile; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 100,00 per esborsi e in Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese generali al 15% e accessori di legge.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2697
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 378
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 360
 art. 378
 sentenza 
 art. 13
 Cass. 
 Cass. 
 art. 131
 art. 3
 sentenza