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Pubblichiamo integralmente la Sentenza con cui la Corte costituzionale boccia la Regione Sardegna nel tentativo di sdemanializzare gli usi civici [di Redazione] | Sardegna Soprattutto
Pubblichiamo integralmente la Sentenza con cui la Corte costituzionale boccia la Regione Sardegna nel tentativo di sdemanializzare gli usi civici [di Redazione]
By sardegnasoprattutto	/ 13 maggio 2017	/ Società & Politica	/ No Comments
Pubblichiamo integralmente la Sentenza con cui la Corte Costituzionale boccia parti della legge 5 del 2016 della Regione Sardegna, che il Governò impugnò nel giugno del 2016, comprese quelle che sdemanializzavano gli usi civici.
In sequenza sono risultati illegittimi alcuni commi dell’art. 1 con cui si estendeva agli enti strumentali della Regione, alle unioni dei Comuni e ai consorzi industriali provinciali, oltre che a quelli di bonifica, l’impignorabilità dei fondi destinati a realizzare opere pubbliche delegate dalla Regione. Sono inoltre illegittimi alcuni commi dell’articolo 4 che sdemanializzavano gli usi civici, perché ciò viola il principio di copianificazione tra Stato e Regione. Infine è stata bocciata la norma che prevedeva per i piccoli comuni l’esenzione dalle sanzioni imposte qualora si fosse violato il patto di stabilità per il 2015.
La Sentenza è di grande importanza per quanto concerne i comportamenti che si prevede avrà il governo per quanto riguarda le Delibere della giunta regionale del mese di marzo relative al governo del territorio. In un passo della Sentenza della Corte costituzionale si legge infatti “la sovrapposizione fra tutela del paesaggio e tutela dell’ambiente si riflette in uno specifico interesse unitario della comunità nazionale alla conservazione degli usi civici, in quanto e nella misura in cui concorrono a determinare la forma del territorio su cui si esercitano, intesa quale prodotto di ‘una integrazione tra uomo e ambiente naturale’ (sentenza n. 46 del 1995)”» (sentenza n. 210 del 2014).
La Sentenza dà speranza a quanti sono impegnati nel difendere il paesaggio sardo nella sua unitarietà contro ogni tentativo di svenderlo alla speculazione edilizia. Questo sito è impegnato nella difesa del PPR e dei valori che vi sono contenuti da ogni tentativo di smontarlo che è l’obiettivo della giunta Pigliaru. Insieme ad associazioni e comitati che premettono a tutto gli interessi della Sardegna e del suo sviluppo sostenibile ci attiveremo in ogni sede perché questi principi vengano tutelati. Ecco perché riteniamo fondamentale quanto contenuto in questa Sentenza. Chiunque voglia dare il suo contributo può farlo in questo sito che è aperto a tutti. (NdR)
Sentenza 103/2017 (ECLI:IT:COST:2017:103) Giudizio: Presidente: GROSSI – Redattore: CAROSI Udienza Pubblica del 21/02/2017; Decisione del 21/02/2017 Deposito del 11/05/2017; Pubblicazione in G. U Norme impugnate: Artt. 1, c. 12°, 4, c. 24°, 25°, 26° e 27°, e 8, c. 13°, della legge della Regione autonoma Sardegna 11/04/2016, n. 5. Massime: Atti decisi: ric. 34/2016
SENTENZA N. 103 ANNO 2017 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE COSTITUZIONALE composta dai signori: Presidente: Paolo GROSSI; Giudici : Alessandro CRISCUOLO, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS, Nicolò ZANON, Franco MODUGNO, Augusto Antonio BARBERA, Giulio PROSPERETTI, ha pronunciato la seguente SENTENZA nel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 1, comma 12, 4, commi 24, 25, 26 e 27, e 8, comma 13, della legge della Regione autonoma Sardegna 11 aprile 2016, n. 5, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione per l’anno 2016 e per gli anni 2016-2018 (legge di stabilità 2016)», promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri con ricorso notificato il 13-16 giugno 2016, depositato in cancelleria il 21 giugno 2016 ed iscritto al n. 34 del registro ricorsi 2016. Udito nell’udienza pubblica del 21 febbraio 2017 il Giudice relatore Aldo Carosi; udito l’avvocato dello Stato Gianni De Bellis per il Presidente del Consiglio dei ministri.
1.2.– In secondo luogo, il Presidente del Consiglio dei ministri impugna l’art. 4, commi 24, 25, 26 e 27, della legge reg. Sardegna n. 5 del 2016. In particolare, il ricorrente sostiene che il comma 24 prevederebbe una riapertura dei termini per la richiesta di sclassificazione dei beni di uso civico; il comma 25 inserirebbe un’ulteriore ipotesi in cui consentirla ed i commi 26 e 27 provvederebbero direttamente alla sclassificazione di alcuni beni di uso civico, sottraendoli al relativo regime.
Tali disposizioni contrasterebbero con l’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost. e con gli artt. 135, 142 e 143 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137), con cui il legislatore statale avrebbe esercitato la propria competenza esclusiva in materia. In particolare, l’art. 143 del d.lgs. n. 42 del 2004 – che disciplina il piano paesaggistico la cui elaborazione è affidata, dall’art. 135 del medesimo decreto, congiuntamente a Stato e Regione – prevede al comma 1, lettera c), che esso debba comprendere la «ricognizione delle aree di cui al comma 1 dell’articolo 142, loro delimitazione e rappresentazione in scala idonea alla identificazione, nonché determinazione di prescrizioni d’uso intese ad assicurare la conservazione dei caratteri distintivi di dette aree e, compatibilmente con essi, la valorizzazione».
Tra le aree interessate dal richiamato art. 142, comma 1, del d.lgs. n. 42 del 2004 rientrano quelle «assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici» (lettera h). Con le norme censurate la Regione autonoma Sardegna sarebbe intervenuta unilateralmente anziché attraverso la pianificazione condivisa, senza che al riguardo possa soccorrere la competenza legislativa regionale in materia – si tratterebbe di quella sugli usi civici riconosciuta dall’art. 3, primo comma, lettera n), della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale per la Sardegna) – atteso che essa incontra il limite delle norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica quali le evocate disposizioni del codice dei beni culturali e del paesaggio, così come già affermato da questa Corte (si cita la sentenza n. 210 del 2014). Di qui la violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., nonché dell’art. 118 Cost. per il mancato rispetto del principio di leale collaborazione, stante la «connessione indissolubile tra materie di diversa attribuzione».
In secondo luogo, il Presidente del Consiglio dei ministri impugna l’art. 4, commi 24, 25, 26 e 27, della citata legge regionale. In particolare, il ricorrente sostiene che il comma 24 prevederebbe una riapertura dei termini per la richiesta di sclassificazione dei beni di uso civico prevista dall’art. 18-bis della legge della Regione autonoma Sardegna 14 marzo 1994, n. 12 (Norme in materia di usi civici. Modifica della legge regionale 7 gennaio 1977, n. 1 concernente l’organizzazione amministrativa della Regione sarda); il comma 25 inserirebbe un’ulteriore ipotesi in cui consentirla ed i commi 26 e 27 provvederebbero direttamente alla sclassificazione di alcuni beni di uso civico, sottraendoli al relativo regime.
Tali disposizioni contrasterebbero con l’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost. e con gli artt. 135, 142 e 143 del d.lgs. n. 42 del 2004, che prevedono l’elaborazione congiunta tra Stato e regione del piano paesaggistico e dispongono che esso comprenda anche «le aree assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici». Con le norme censurate la Regione autonoma Sardegna sarebbe intervenuta unilateralmente anziché attraverso la pianificazione condivisa, senza che al riguardo possa soccorrere la competenza legislativa regionale in materia di usi civici, atteso che essa incontra il limite delle norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica, quali sarebbero le evocate disposizioni legislative statali. Di qui la violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., nonché dell’art. 118 Cost., per il mancato rispetto del principio di leale collaborazione.
Secondo il ricorrente, il comma 24, disponendo una riapertura dei termini per la richiesta di sclassificazione dei beni di uso civico prevista dall’art. 18-bis della legge reg. Sardegna n. 12 del 1994, ed il comma 25, inserendo un’ulteriore ipotesi di sclassificazione, contrasterebbero con l’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., e con gli artt. 135, 142 e 143 del d.lgs. n. 42 del 2004, i quali sono espressione della competenza esclusiva dello Stato in materia ambientale.
Tale competenza, ricomprendendo la pianificazione e la tutela delle aree «assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici» (art. 142, comma 1, lettera h, del d.lgs. n. 42 del 2004), sarebbe invasa dalla Regione autonoma Sardegna e violata in relazione ai «principi fondamentali che sorreggono la materia della tutela del paesaggio». Ciò anche in relazione al profilo della pianificazione paesaggistica (viene in tal senso richiamato l’art. 143 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, il quale sarebbe norma di grande riforma economico-sociale).
Il principio di favore della conservazione della destinazione pubblica è strettamente legato alla «connessione inestricabile dei profili economici, sociali e ambientali, che configurano uno dei casi in cui i principi combinati dello sviluppo della persona, della tutela del paesaggio e della funzione sociale della proprietà trovano specifica attuazione, dando origine ad una concezione di bene pubblico […] quale strumento finalizzato alla realizzazione di valori costituzionali […]. È la logica che ha ispirato questa Corte quando ha affermato che “la sovrapposizione fra tutela del paesaggio e tutela dell’ambiente si riflette in uno specifico interesse unitario della comunità nazionale alla conservazione degli usi civici, in quanto e nella misura in cui concorrono a determinare la forma del territorio su cui si esercitano, intesa quale prodotto di ‘una integrazione tra uomo e ambiente naturale’ (sentenza n. 46 del 1995)”» (sentenza n. 210 del 2014).
Tutte le disposizioni impugnate violano, infatti, il principio della copianificazione previsto dall’art. 143 del d.lgs. n. 42 del 2004, norma di grande riforma economico-sociale (ex plurimis, sentenza n. 210 del 2014).
Al riguardo, deve essere condiviso l’assunto dell’Avvocatura generale dello Stato secondo cui l’attività di ricognizione e delimitazione delle aree d’uso civico vincolate ai sensi dell’art. 142 del citato Codice «costituisce uno dei contenuti minimi del piano paesaggistico (art. 143, comma 1, lett. c, del codice) e deve essere svolta congiuntamente dallo Stato e dalla Regione (art. 135 del codice)».
La richiamata norma interposta, nel prevedere un articolato regime sanzionatorio, non contempla affatto l’eccezione disposta dal legislatore regionale. Dal confronto tra le due disposizioni risulta che la disposizione regionale impugnata consente invece ad una parte dei «piccoli comuni sardi» di non essere soggetti al relativo regime sanzionatorio derivante dal mancato rispetto del patto di stabilità interno.

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