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Timestamp: 2017-09-26 03:49:30+00:00

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ing. mag. Domenico NOCITI: febbraio 2011
A2) Per quanto riguarda: il non presentarsi nelle ore a lui assegnate nelle classi 3a e 4a del corso B della sezione elettrotecnica dal 22.9.2003 fino al 16.1.2004, di cui al capo A) dell’imputazione della sentenza impugnata, si precisa che nell’atto di appello è stato fatto presente che, in base al D.M. (Istruzione) del 09/03/94, pubblicato nella G.U. n° 100 del 02/05/94, Supplemento Ordinario n° 68, recante: “Sostituzione degli orari e programmi di insegnamento vigenti” ecc., la cattedra di Tecnologie, Disegno e Progettazione (in sintesi: T.D.P.) è costituita da 4 ore nella III classe, 5 ore nella classe IV e 5 ore nella classe V di un sol corso, per complessive 14 ore di insegnamento a fronte. Inoltre, nello stesso quadro orario di COSTITUZIONE CATTEDRE del medesimo D.M. è riportata per T.D.P. la norma speciale curriculare [di deroga a quella generale di cui al comma 6 dell’art. 26 del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (C.C.N.L.) relativo al personale del comparto scuola, sottoscritto il 24/07/2003 e pubblicato nella G.U. n° 188 del 14 agosto 2003, S.O. n° 135], secondo cui “il docente al quale è affidata la cattedra completerà l’orario in attività di organizzazione didattica nell’ambito dell’area di progetto”, le cui ore nel programma dell’attività denominata AREA DI PROGETTO, riportato nel medesimo D.M., sono indicate come attività extrascolastica (visite guidate, stages, campi scuola, ecc.). Per completare l’orario obbligatorio d’insegnamento, definito in 18 ore settimanali dal suddetto C.C.N.L., necessitano 4 ore settimanali da effettuare nella suddetta attività di organizzazione obbligatoria, in quanto tale è stata ritenuta dal suddetto D.M. l’attività da cui trae origine, cioè l’AREA DI PROGETTO. Tenuto conto che le settimane di un intero anno scolastico di almeno 200 giorni di lezione risultano almeno 200/6 = 33, dove 6 rappresenta i giorni di lezione di ciascuna settimana, e moltiplicando le almeno 33 settimane con le 4 ore suddette di completamento, si ottengono per un intero anno scolastico almeno 132 ore, che, a loro volta, ripartite tra le tre classi del corso-cattedra in proporzione all’orario d’insegnamento settimanale a fronte di ciascuna di esse, si scompongono in almeno 38 ore per la classe III, 47 ore per la classe IV e 47 ore per la classe V per un intero anno scolastico da effettuarsi preferibilmente con moduli intensivi, trattandosi, per l’appunto, di attività extrascolastica. Dato che nell’indirizzo de quo vi sono due corsi interi, ciò comporta due cattedre complete o, se si preferisce, rese complete dalla suddetta disposizione speciale nell’organico di diritto per la disciplina de qua. Alle precedenti due cattedre ordinarie di T.D.P. si aggiunge l’unica ordinaria già prevista nell’organico de quo di Sistemi elettrici automatici, composta con 4 ore nella classe III, 4 ore nella classe IV, 5 ore nella classe V del corso A e 5 ore nella classe V del corso B, per complessive 18 ore settimanali, cosi da ottenere tre cattedre ordinarie, come previsto dal suddetto D.M., e con orario non inferiore al suddetto orario d’obbligo. La quarta cattedra della classe di concorso e di abilitazione 35/A - Elettrotecnica ed applicazioni è stata già prevista nell’organico di diritto, riconducendo a 18 ore, in base all’art. 35, comma 1, della legge 289 del 27/12/2002, la cattedra della disciplina Elettrotecnica (che nel suddetto quadro forma cattedra inferiore alle suddette 18 ore settimanali) con 6 ore nella classe III e 6 ore nella classe V di un corso e 6ore nella classe III dell’altro corso. Le rimanenti due cattedre si ottengono nella maniera seguente, che consente di mantenere la continuità didattica in Impianti Elettrici in ciascuno dei due corsi: la quinta (cattedra) con 3 ore di Impianti Elettrici nella classe IV e 5 ore di Impianti Elettrici nella classe V di un corso e 5 ore di Elettrotecnica nella classe IV del corso A e 5 ore di Elettrotecnica nella classe IV del corso B; mentre la sesta (cattedra) con 3 ore di Impianti Elettrici nella classe IV e 5 ore di Impianti Elettrici nella classe V dell’altro corso, con 6 ore di Elettrotecnica nella classe V dell’altro corso e 4 ore di Sistemi elettrici automatici nella classe III o nella classe IV dell’altro corso. Infine residuano 4 ore di Sistemi elettrici automatici, rispettivamente, nella classe IV o nella classe III dell’altro corso. A ciò si sarebbe dovuto adempiere, oltre che per la normativa suddetta, anche per effetto della C.M. (Istruzione) n° 58, prot. n° 1881 del 09/07/2003 (M.I.U.R. - Dip. Serv. Nel Terr. - Uff. Supporto e Collab. Con il Capo Dip. - Uff. 2). “Anno scolastico 2003/04 - Adeguamento dell’organico alle situazioni di fatto”, che al punto 4, ultimo periodo, dispone che: “Qualora si riveli indispensabile per il miglior funzionamento delle istituzioni scolastiche, anche sotto il profilo della continuità didattica, le SS.LL. valuteranno l’opportunità di intervenire sugli assetti orari costituiti, riarticolandone la composizione”. Invece è successo che nell’organico di diritto formato dal Dirigente del Centro Servizi Amministrativi di Cosenza, su delega del Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale, le 4 ore residue di Sistemi elettrici automatici sono andate a finire nella cattedra di T.D.P. del corso B in sostituzione delle 4 ore di Attività di organizzazione didattica nell’ambito dell’Area di progetto. Per questo motivo nell’organico di diritto compaiono solo 6 cattedre (senza ore residue), di cui solo quella di 14 ore, formata secondo l’attuale assetto ordinamentale, doveva completare con la suddetta attività extrascolastica dell’AREA DI PROGETTO. Stabilito che al sottoscritto competeva la cattedra ordinaria di 14 ore di insegnamento frontale di T.D.P., le ore relative alla predetta Attività di organizzazione didattica dovevano essere assegnate al sottoscritto con la relativa programmazione di competenza dei relativi Consigli di classe, in base al detto D.M. Di conseguenza, addirittura, la competenza del Dirigente Scolastico per la conferma del sottoscritto alle classi era limitata solo alle dette 14 ore di insegnamento a fronte del corso A, perché le dette ore di completamento risultavano implicitamente assegnate, dato che, come visto, erano ore da svolgere nelle stesse tre classi del corso A. Non essendo perciò stata assegnata (confermata) al sottoscritto la propria cattedra di T.D.P. di 14 ore nel solo corso A (tenuta in continuazione dal sottoscritto dal lontano anno scolastico 1994/95), prevista anche dall’organico di diritto, lo stesso ha inteso eseguire l’ordine di servizio di assegnazione (conferma) delle classi del Dirigente Scolastico limitatamente a detto corso A. Nel ricorso in appello è stato eccepito, inoltre, che nella sentenza di 1° grado risulta che: “L’annotazione a tergo del provvedimento di assegnazione delle classi conferma quanto dichiarato dal Castriota in merito al rifiuto del Nociti di insegnare nelle classi III B e IV B”. Visto che in fase di notifica di detto ordine di servizio di assegnazione il sottoscritto si era premurato, per i motivi suddetti, di non effettuare lezione nel corso B, il Castriota avrebbe potuto nominare subito altro docente titolare o supplente nelle suddette classi, senza che ciò avesse comportato alcuna interruzione, invece di nominarlo dopo “oltre un mese”, come risulta nella sentenza di 1° grado. Comunque, nelle dette classi III e IV del corso B in detto periodo, rispettivamente, 3 ore settimanali su 4 e 4 ore settimanali su 5 sono state effettuate dal solo titolare compresente insegnante tecnico-pratico (I.T.P.) Giuseppe Cariati, mentre la restante ora settimanale di solito è stata effettuata da personale docente a disposizione, con la conseguenza che nel periodo precedente alla nomina del supplente le suddette due classi del corso B mai, o quasi mai, sono rimaste senza docente e ciò non ha sollecitato il Preside ha nominare subito il docente supplente o altro docente titolare (in considerazione della mancanza del docente titolare in queste classi), facilmente reperibile, considerata l’enorme disoccupazione in questo settore di attività. In merito all’affermazione contenuta nella sentenza di 1° grado, secondo cui «Il preside» … «si era ben guardato dall’assegnargli le quinte classi, dopo che, una volta, il professore si era rifiutato di redigere il documento finale, previsto dalla normativa e che costituisce la base per la “costruzione” della terza prova scritta dell’esame di maturità (v., a tale proposito, sentenza del Tribunale di Castrovillari n. 541 dell’8.07.2003, emessa nei confronti dell’imputato per il reato di cui agli art. 81 cpv. e 340 c.p., relativamente a detti fatti», è stato eccepito nell’atto d’appello che con ciò il preside ha voluto sanzionare il comportamento del sottoscritto, non assegnandogli (confermandogli) la quinta classe, senza la conclusione del relativo procedimento disciplinare e, soprattutto, con una sanzione non prevista dalla vigente normativa, quale quella di non assegnare (confermare) l’intero corso, la cui assegnazione (conferma) è espressamente prevista dal suddetto D.M. del 09/03/94. Nella sentenza di 1° grado risulta che: «Il provvedimento di assegnazione era stato notificato, prima dell’inizio dell’anno scolastico, al Nociti che,tuttavia, aveva rifiutato di insegnare nelle classi della sezione B (v. provvedimento prot. N. 4331 del 23.09.2003, e annotazione sottoscritta dall’imputato), esplicitando, a tergo del documento stesso, le ragioni, da ravvisarsi nel suo impegno nell’“area di progetto”, la quale, però, era stata abolita (v. relativo verbale n. 237 della riunione del collegio dei docenti del 14.05.2003)». Essendo, tra l’altro, il detto verbale n. 237 inesistente nell’ordinamento giuridico, in quanto l’Area di progetto non è abolibile (art. 3, comma 2, D.M. Pubblica Istruzione, n. 234 del 26/6/00, pubblicato in G.U. n° 198, Serie generale, del 28/8/00), ma revocabile soltanto con D.M., con la conseguenza che la suddetta deliberazione del Collegio dei docenti può essere ritenuta una comunicazione con cui si invitano i Consigli di classe, che hanno l’obbligo di applicare questa parte del D.M. (Istruzione) 09/03/94 di tipo normativo e non provvedimentale, di compiere l’omissione di non effettuare l’Area di progetto, a cui il Preside si sarebbe dovuto opporre invece di promuoverla ed avvallarla, anche nella particolare fattispecie l’interruzione del pubblico servizio nel corso B, imputato al sottoscritto nel suddetto capo A), non sussiste o, quanto meno, non è previsto dalla legge come reato. “Ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 340 c.p., non è necessario il dolo intenzionale essendo sufficiente che l’agente operi con la consapevolezza che il proprio comportamento, anche in via di mera possibilità, determini l’interruzione o il turbamento di un pubblico servizio o di un servizio di pubblica necessità (Nella fattispecie la Corte ha ritenuto che non sussistesse l’elemento psicologico richiesto, in quanto l’imputato si era premurato di avvertire il reparto presso cui lavorava affinché fossero adottate le opportune determinazioni per sostituirlo, sicché difettava in lui la consapevolezza, anche solo a livello di mera possibilità, che il servizio sarebbe stato turbato)” {Cass. pen., sez. VI, 22 settembre 2003, n. 36354 (ud. 26 maggio 2003), Manna [RV 227032]}. Si veda anche: “Il reato di interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di pubblica necessità, di cui all’art. 340 c.p., è reato di evento la cui consumazione richiede un pregiudizio effettivo della continuità o della regolarità di un servizio pubblico o di pubblica necessità. Ne consegue che la mera inosservanza di istruzioni interne o di ordini di servizio, potenzialmente rilevante sotto il profilo disciplinare, è priva di rilievo sotto il profilo penale quando non produttiva dell’evento di danno richiesto dalla norma in questione” {Cass. pen., sez. VI, 21 agosto 2006, n. 29351 (ud. 3 maggio 2006), Parisi. Conforme, Cass. pen., sez. VI, 7 luglio 1999, n. 8651 (ud. 18 maggio 1999), P.G. in proc. Frangella ed altro [RV 214198]}. Alla luce di quanto in precedenza dedotto ed eccepito in appello, appare carente, sia sotto l’aspetto ampiamente omissivo che sotto l’aspetto della manifesta illogicità, l’affermazione della sentenza impugnata, secondo cui nessuna valenza «può essere assegnata alla affermata illiceità della decisione del Collegio dei docenti, adottata nell’adunanza del 14.5.2003, con la quale era stata abolita l’Area di progetto obbligatoria, nonché all’asserita incompetenza del Dirigente Scolastico all’assegnazione delle ore di completamento, atteso che tali situazioni, ove provate, avrebbero potuto al più dar luogo ad un contenzioso di natura amministrativa».
A3) La Corte di merito ha ritenuto che «la normativa richiamata nell’atto di impugnazione è diretta a disciplinare i rapporti interni alla P.A. ed eventualmente l’accertamento di illeciti disciplinari commessi dai dipendenti», liquidando con queste quattro chiacchiere, ampiamente omissive e manifestamente illogiche, le considerazioni tecniche eccepite nell’atto di appello, secondo cui il ritardo di cui al capo A) della sentenza impugnata non è stato rilevato in modo obiettivo e da personale competente, visto che l’accertamento dell’orario di lavoro mediante forme di controlli obiettivi e di tipo automatizzato, di cui all’art. 22, comma 3, secondo periodo, della legge n° 724 del 23/12/94, all’epoca dei fatti non era previsto per i docenti, che hanno continuato a prendere la presenza apponendo la firma negli appositi spazi del registro di classe, mentre agli atti dell’Istituto de quo non risulta nessun ritardo da parte del sottoscritto. Nelle sommarie informazioni testimoniali gli alunni non hanno fatto altro che ripetere genericamente (si riportano la frasi più usate) che il prof. Nociti “non si è mai presentato in aula una volta in orario” o “era solito presentarsi in aula in ritardo” o “non arrivava mai puntuale” o si presentava “in classe in ritardo” o “in aula in ritardo” o “arrivava in classe sempre in ritardo” o “arrivava in aula sempre in ritardo”, manifestando, così, un astio ed un ricatto nei confronti del sottoscritto che ha consentito di nascondere il loro comportamento indisciplinato, evidenziato dal sottoscritto nei rispettivi diari di classe, semplicemente dietro un dito. Risulta, invece, nella sentenza di 1° grado e richiamato nell’atto d’appello, che: “Dalle deposizioni di Alessandria Carmine, De Luca Giuseppe, De Tommaso Domenico, Diana Antonio, Arcidiacono Giacinto Andrea, Bellusci Luigi, Calcagno Marco e Pellicano Simone, è invero emerso che il prof. Nociti, durante la sue due ore, consecutive, di lezione, si presentava regolarmente in ritardo, talvolta anche di mezz’ora o un’ora”. Dal confronto di queste dichiarazioni si può scartare lo sporadico ritardo di mezz’ora o un’ora, che non è emerso nelle sommarie informazioni testimoniali, anche perché il ritardo di un’ora poteva essere dovuto ad un permesso concesso dal Preside al sottoscritto non a conoscenza degli alunni, che non avendo indicata la data non possono essere ritenuti attendibili. La stessa inattendibilità si deve ritenere per gli altri ritardi in mancanza di data certa, dato che gli stessi alunni dichiaranti potevano risultare assenti negli eventuali giorni relativi a detti ritardi indicati genericamente. Dopotutto, ai sensi dell’art. 53, comma 1, del C.C.N.L. relativo al personale del comparto scuola, sottoscritto il 24/7/03 e pubblicato nella G.U. n° 188 del 14/8/03, S.O. n° 135, norma estensiva, “il ritardo sull’orario di ingresso al lavoro comporta l’obbligo del recupero”. A questo proposito non è condivisibile la motivazione della sentenza impugnata in parte qua, manifestamente illogica, secondo cui il precedente art. 53, comma 1, «mira a disciplinare il normale svolgimento dei rapporti fra l’Amministrazione e il pubblico dipendente», dato che non tiene conto che con il recupero viene meno “l’evento di danno richiesto dalla norma in questione”, cioè dall’art. 340 c.p. {cfr. Cass. pen., sez. VI, 21 agosto 2006, n. 29351 (ud. 3 maggio 2006), Parisi. Conforme, Cass. pen., sez. VI, 7 luglio 1999, n. 8651 (ud. 18 maggio 1999), P.G. in proc. Frangella ed altro [RV 214198]}. Non è, inoltre, condivisibile l’operato della Corte di merito, che ritiene sufficiente, per la mancanza, sia nel decreto di citazione a giudizio sia nella sentenza di 1° grado, dei ritardi in aula alle date delle segnalazioni (lettere) in essa sentenza indicate, oltre alle date con i rispettivi ritardi eventualmente verificatisi in giorni diversi dai precedenti, e per la mancanza nel decreto di citazione a giudizio delle suddette date delle segnalazioni (lettere), «la indicazione dello specifico e circoscritto periodo del commesso reato», cioè dal 22/9/2003 al 16/01/2004. Così ritenendo, la detta Corte, oltre a confermare l’omissione delle indicazioni dei singoli presunti ritardi, confonde manifestamente questi singoli ritardi dell’attività didattica avvenuti nel detto periodo con lo stesso intero periodo di attività didattica. Ciò comporta anche l’inosservanza delle norme processuali a pena di nullità. “Nel caso di condanna in contumacia sussiste nullità della sentenza per difetto di contestazione ex art. 522 comma 1 c.p.p. qualora nel decreto di citazione a giudizio sia stato contestato un fatto con una data diversa da quella risultante nel processo verbale di contestazione mai notificato all’imputato. (Nella specie il pretore anziché osservare le disposizioni dell’art. 521 comma 2 codice di rito, si era limitato a rettificare in sentenza la collocazione temporale della contravvenzione nell’anno 1989 in luogo dell’anno 1981 così com’era stato contestato)” (Cass. pen. 06/12/90, Origlio, Arch. nuova proc. pen., 1991, 636). Nulla la Corte di merito dice sull’eccezione secondo cui il ritardo in aula, come nella fattispecie, ma non in ufficio, comporta che la prestazione è resa fuori dall’aula, anche sottoforma di attesa, nel caso in cui, come nella fattispecie, vengono frapposti da parte dei relativi alunni impedimenti di vario genere, di cui vi è annotazione nei relativi registri di classe.
A4) Anche le affermazioni secondo cui «trattandosi di condotte che per le modalità poste in essere (caratterizzate da reiterazione e da apprezzabile durata di tempo) hanno certamente determinato … un’incidenza negativa di significativa valenza sulla concreta operatività globale del servizio e, in particolare, sullo svolgimento del programma ministeriale relativo alla materia d’insegnamento e inevitabili ripercussioni anche sulle altre discipline tecniche connesse, con inevitabili conseguenze negative sull’apprendimento e sulla formazione dei ragazzi, utenti del servizio “scuola”» e «la libertà di insegnamento non può comportare che il docente non svolga le lezioni, non provveda a spiegare agli alunni gli argomenti oggetto del programma ministeriale e neppure a sollecitarne lo studio sui libri di testo, condotte omissive certamente poste in essere dal NOCITI nel periodo indicato in imputazione» sono manifestamente illogiche, dato che viene del tutto rovesciato il comportamento omissivo, che, sul presupposto di veridicità di quanto precede, sostenuto dalla Corte, è da attribuire all’Amministrazione, che, avendo il potere di sospendere cautelarmente al manifestarsi delle dette condotte, non lo ha esercitato. Ma è proprio il mancato esercizio di questo potere da parte dell’Amministrazione che avrebbe dovuto indurre la Corte di merito alla riflessione secondo cui i fatti sopra elencati rientrano tutti nell’ambito della libertà di insegnamento e dell’autonomia professionale nello svolgimento dell'attività didattica.
A5) Nell’atto d’appello è stato eccepito che: «Per quanto riguarda il suddetto passare il tempo della lezione a riprendere con la videocamera gli alunni della classe 3a A elettrotecnica invece di tenere regolarmente lezione, di cui al capo A) della sentenza impugnata, c’è da dire che portare la videocamera in classe ed eventualmente usarla come supporto didattico assieme al diario di classe al fine di poter riprendere il comportamento indisciplinato degli alunni, sia su supporto cartaceo, quale è il detto diario, sia su supporto magnetico per mezzo della videocamera de qua, non solo non produce alcun evento dannoso nei confronti dell’ufficio o del servizio pubblico o di pubblica necessità necessario perché il fatto possa assumere la configurazione giuridica p. e p. dall’art. 340 c.p. {Cass. pen., sez. VI, 21 agosto 2006, n. 29351 (ud. 3 maggio 2006), Parisi. Conforme, Cass. pen., sez. VI, 7 luglio 1999, n. 8651 (ud. 18 maggio 1999), P.G. in proc. Frangella ed altro [RV 214198]}, ma, addirittura, rientra tra i compiti istituzionali della funzione docente, la quale è ampliamente tutelata sia dalla garanzia della “libertà di insegnamento intesa come autonomia didattica e come libera espressione culturale del docente”, sia dalla garanzia della “autonomia professionale nello svolgimento dell'attività didattica” (art. 1, commi 1 e 3, D. Lgs. n° 297 del 16/4/1994), come pure dall’art. 7, comma 2, del D. Lgs. n° 165 del 30/3/2001, che dispone che: “Le amministrazioni pubbliche garantiscono la libertà di insegnamento e l'autonomia professionale nello svolgimento dell’attività didattica, scientifica e di ricerca”. Perciò anche nella particolare fattispecie il fatto imputato al sottoscritto nel suddetto capo A) non sussiste o, quanto meno, non è previsto dalla legge come reato. Inoltre, l’art. 24 della legge n° 93 del 29/3/1983, che poneva alcune limitazioni all’uso di tali apparecchiature per il controllo a distanza, è stato disapplicato dall’art. 142, comma 1, del C.C.N.L. del Comparto Scuola, sottoscritto in data 24/7/2003. Infine, l’uso di tali apparecchiature non solo è consentito per le finalità di cui all’art. 13, comma 5, lett. b), del D. Lgs. n° 196 del 30/6/2003, ma, addirittura, l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali, in un comunicato del 17/12/2003, ha ritenuto “doveroso ricordare a presidi e operatori scolastici che l’uso di videocamere e macchine fotografiche non ha niente a che vedere con le norme sulla privacy”, in quanto le loro immagini non sono destinate alla diffusione, ma sono raccolte per ricordo ad uso personale e familiare, ed è quindi pienamente legittimo e, di conseguenza, non produttivo dell’evento di danno richiesto dalla norma di cui all’art. 340 c.p. {Cass. pen., sez. VI, 21 agosto 2006, n. 29351 (ud. 3 maggio 2006), Parisi. Conforme, Cass. pen., sez. VI, 7 luglio 1999, n. 8651 (ud. 18 maggio 1999), P.G. in proc. Frangella ed altro [RV 214198]}. Risulta in sentenza che: “nelle altre due classi a lui assegnate, il Nociti” … “dedicandosi, durante le ore di lezione, a riprendere gli studenti con la videocamera“. Perciò, anche per la classe 4a A elettrotecnica, nonostante non vi sia né imputazione e né condanna, vale quanto sopra eccepito per la classe 3a A elettrotecnica». La motivazione della Corte all’eccezione che precede oltre a essere manifestamente illogica, è anche carente, dato che si limita ad affermare che: «nel riprendere con la video camera gli alunni della 3a A, invece di tenere la lezione,» ha certamente determinato «un’incidenza negativa di significativa valenza sulla concreta operatività globale del servizio scolastico e, in particolare, sullo svolgimento del programma ministeriale relativo alla materia di insegnamento e inevitabili ripercussioni anche sulle altre discipline tecniche connesse», intromettendosi nello svolgimento del programma ministeriale, con ciò non osservando le norme giuridiche riguardanti la libertà di insegnamento e l’autonomia professionale nello svolgimento dell'attività didattica, e non dando contezza delle inevitabili ripercussioni sulle altre discipline tecniche connesse, che, sia nel ricorso in appello, sia in altra parte del presente è stato dimostrato non esservi.
B1) Nonostante nell’atto d’appello è stato fatto presente che: “Innanzitutto si premette che il D.M. 09/3/94 suddetto, recante: “Sostituzione degli orari e programmi di insegnamento vigenti” ecc., dispone, tra l’altro, che : “Tecnologie elettriche, Disegno e Progettazione (T.D.P.) è una disciplina di sintesi, principalmente mirata al conseguimento” … di “fornire capacità specifiche di rivisitazione e riorganizzazione di contenuti appresi in altre discipline, necessari per condurre in modo completo un progetto specifico”, in modo insensato (manifestamente illogico), nella motivazione della sentenza impugnata si afferma di «inevitabili ripercussioni anche sulle altre discipline tecniche connesse». Nell’atto di appello è stato fatto presente che lo stesso D.M. dispone che: “La natura interdisciplinare di questo insegnamento richiede in particolare specifico lavoro di coordinamento del consiglio di classe”. Nella motivazione della sentenza impugnata, oltre a quella di 1° grado, non si da conto e, quindi, vi è omissione del fatto che nell’attività didattica de qua vi sia stato «specifico lavoro di coordinamento del consiglio di classe». Nell’atto di appello è stato fatto presente che lo stesso D.M. dispone che: “Possono essere utili … le letture” e che: “L’attività di progettazione si deve avvalere di numerosi supporti didattici. * Il Laboratorio, organizzato in modo flessibile, dovrà disporre di letteratura tecnica del settore, di manuali per la normativa vigente (in particolare CEI) che dovrà essere rigorosamente rispettata, di listini e di specifiche di prestazione di componenti, di componenti, di strumenti adeguati alle diverse fasi della progettazione, dall’analisi del problema alla stesura della documentazione d’uso. * Brevi unità didattiche e schede di documentazione, non necessariamente organizzate o discusse nelle ore di T.D.P., consentiranno di introdurre, richiamare e puntualizzare le conoscenze pluridisciplinari necessarie per la conduzione del progetto. * Conferenze, visite ad aziende e letture di approfondimento consentiranno allo studente di completare la preparazione, inquadrando l’attività strettamente scolastica in una visione più sistematica dei problemi tecnologici e tecnico-economici”. Nonostante sia stato fatto presente quanto precede nell’atto di appello, nella sentenza impugnata, imputazione compresa, si accusa fino alla noia il sottoscritto di non aver spiegato gli argomenti della lezione, i quali potevano essere spiegati (discussi) in altre discipline. Ciò premesso, nel diari o registri delle classi 3a e 4a A, che, tra l’altro, sono stati acquisiti agli atti del processo in copia non autenticata, sono stati registrati, come precisato nell’impugnazione della sentenza di primo grado, i compiti assegnati, non necessariamente spiegati, che gli alunni dovevano svolgere in classe e/o a casa. Nell’atto d’appello è stato precisato, inoltre, che siccome nei detti registri, in particolare nella colonna relativa all’“Argomento delle lezioni”, ecc., dove la parola “lezioni” sta ad indicare “incontri”, l’argomento, che tra l’altro risulta riportato e spiegato in forma scritta nei libri di testo, è stato scritto senza precisare se sia stato (o non sia stato) spiegato, ciò, anche in base ai programmi ministeriali in precedenza richiamati, non può essere interpretato che sia stato spiegato, per cui senza questa interpretazione il falso ideologico non sussiste. La motivazione di quanto precede è stata completamente omessa nella sentenza impugnata. “In tema di falso documentale, non è punibile, per inidoneità dell’azione, la falsità che si riveli in concreto inidonea a ledere l’interesse tutelato dalla genuinità del documento, cioè che non abbia la capacità di conseguire uno scopo antigiuridico” (Cass. pen. 12 marzo 1998, n. 3134).
B2) Nella sentenza impugnata è detto dalla Corte che nel capo B della rubrica risulta sufficientemente descritta la condotta illecita oggetto della contestazione con la «descrizione della condotta (effettuata con indicazione del contenuto delle annotazioni, che falsamente attestavano l’espletamento di attività didattica mai posta in essere dal NOCITI)». In rubrica nello stesso capo è scritto, escludendo le classi 3a e 4a B per l’immediata comunicazione, risultante in atti, del sottoscritto all’amministrazione di non effettuare ivi lezione, che il sottoscritto «attestava falsamente nel giornale di classe relativo alle classi 3^ e 4^ A» «di avere regolarmente tenuto lezione e di aver proceduto alla trattazione degli argomenti riportati». Da questa «indicazione del contenuto delle annotazioni», riportata tra virgolette, non si possono ricavare le annotazioni medesime, per poter stabilire se le stesse siano false. Il sottoscritto eccepisce la carente motivazione manifestamente illogica per quanto riguarda questa parte della sentenza impugnata, perché l’omissione sia nella sentenza impugnata e che nel relativo decreto di citazione a giudizio di tutte le espressioni del diario o registro di classe che sono state ritenute viziate di falso ideologico, non solo non consente di poterle verificare, di poterne valutare la loro falsità, ma addirittura non consente neanche di poterne valutare la loro irrilevanza ai fini della falsità ideologica. “In tema di falso ideologico in atto pubblico, per la cui sussistenza si richiede che trattasi di atto destinato a provare la verità dei fatti cui esso si riferisce, la falsità dell’attestazione non può essere riconosciuta prescindendo dal contesto normativo in base al quale va definito il significato dell’enunciato, potendo questo variare al punto che un’attestazione, apparentemente falsa nel suo astratto significato letterale, risulti invece veridica se interpretata con riferimento al suddetto contesto; interpretazione, questa, non censurabile in sede di legittimità se sorretta da adeguata e logica motivazione” (Cass. pen. 17 novembre 1999, n. 13248). Vi è inoltre assoluta mancanza di motivazione di quanto eccepito nell’atto di appello, secondo cui “non essendo state riportate, né nella sentenza impugnata, né nel relativo decreto di citazione a giudizio, tutte le espressioni del diario o registro di classe che sono state ritenute viziate di falso ideologico, detta omissione determina nullità assoluta sia del detto decreto che della sentenza impugnata per il reato di cui all’art. 479 c.p., per mancanza del fatto”.
[5]^a^b
Nel ricorso non è stata fatta la lamentela del"la mancata concessione delle attenuanti generiche".
[9]^In questa parte della sentenza la Corte se l'è defilata con "generiche citazioni giurisprudenziali contenute nel ricorso nonché da considerazioni metagiuridiche", che è un modo di dire per tacere su quanto, invece, risulta eccepito nel ricorso de quo.
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 art. 81
 sentenza 
 Cass. 
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 art. 53
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
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 art. 522
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