Source: https://www.brocardi.it/codice-di-procedura-civile/libro-primo/titolo-iii/capo-iv/art92.html
Timestamp: 2018-02-19 04:03:53+00:00

Document:
Art. 92 codice di procedura civile - Condanna alle spese per singoli atti. Compensazione delle spese - Brocardi.it
Tu sei qui: Fonti > Codice di procedura civile > LIBRO PRIMO - Disposizioni generali > Titolo III - Delle parti e dei difensori > Capo IV - Delle responsabilità delle parti per le spese e per i danni processuali > Articolo 92
Articolo 92 Codice di procedura civile
Dispositivo dell'art. 92 Codice di procedura civile
Il giudice, nel pronunciare la condanna di cui all'articolo precedente, può escludere la ripetizione delle spese sostenute dalla parte vincitrice, se le ritiene eccessive o superflue (1); e può, indipendentemente dalla soccombenza, condannare una parte al rimborso delle spese, anche non ripetibili, che, per trasgressione al dovere di cui all'articolo 88, essa ha causato all'altra parte [disp. att. 151 2] (2).
Se vi è soccombenza reciproca (3) ovvero nel caso di assoluta novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti, il giudice può compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero. [Se vi è soccombenza reciproca o concorrono altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti ] (4).
Se le parti si sono conciliate, le spese si intendono compensate, salvo che le parti stesse abbiano diversamente convenuto nel processo verbale di conciliazione [disp. att. 88].
(1) Generalmente si considerano eccessive o superflue quelle spese che la parte avrebbe potuto limitare o evitare rispetto allo scopo da raggiungere. Sono eccessive ad esempio le spese derivanti dalla nomina di più difensori o consulenti tecnici di parte anche se la complessità della causa non era tale da richiederla. Sono invece definite superflue quelle spese totalmente inopportune ed inutili che avrebbero potuto essere evitate senza pregiudicare l'esito della lite (come ad esempio l'uso della carta bollata per un atto per il quale non era richiestaai fini del raggiungimento dello scopo prefissato). L'eccessività o la superfluità della spesa deve essere valutata al momento in cui la spesa è stata effettuata, e tale valutazione spetta al giudice che discrezionalmente deciderà se le spese sostenute per il compimento dei singoli atti siano o meno superflue o eccessive.
(2) Una deroga al criterio della soccombenza si verifica nel caso in cui la parte vincitrice venga condannata a causa della trasgressione del dovere di lealtà e probità. In tal caso infatti viene riconosciuto anche al soccombente il diritto al rimborso.
(3) La soccombenza reciproca si verifica quando vengono rigettate sia la domanda principale che quella riconvenzionale oppure nell'ipotesi in cui vengono accolte solo alcune delle domande (proposte da un'unica parte) o alcuni capi dell'unica domanda proposta (c.d. soccombenza parziale). In tale ultimo caso il giudice di merito decide, in virtù di una valutazione insindacabile in sede di legittimità, quale delle parti deve essere condannata alle spese e se ed in quale misura debba farsi luogo a compensazione parziale.
(4) Il secondo comma è stato prima aggiornato con le modifiche introdotte dalla Legge 18 giugno 2009, n. 69. I "giusti motivi" della precedente formulazione sono stati sostituiti dalle "gravi ed eccezionali ragioni", che hanno un significato più restrittivo, qualificando così la compensazione come evento eccezionale.
Oggi il comma è stato nuovamente riformato ad opera del D.L. 12 settembre 2014, n. 132, convertito, con modificazioni, dalla legge 10 novembre 2014, n. 162.
La norma in esame ha l'intento di temperare il rigore previsto dal principio della condanna alle spese, in presenza di particolari circostanze e di evidente buona fede del soccombente. La norma sancisce, infatti, il principio della compensazione delle spese per giusti motivi.
Massime relative all'art. 92 Codice di procedura civile
Cass. n. 21083/2015
Cass. n. 14546/2015
In tema di spese giudiziali, le "gravi ed eccezionali ragioni", da indicarsi esplicitamente nella motivazione, che ne legittimano la compensazione totale o parziale, devono riguardare specifiche circostanze o aspetti della controversia decisa, non potendosi ritenere sufficiente il mero riferimento a ragioni di giustizia o al diverso esito del giudizio di primo grado.
Cass. n. 11301/2015
L'art. 92, secondo comma, cod. proc. civ. (come sostituito dall'art. 45, comma 11, della legge 18 giugno 2009, n. 69), nella parte in cui prevede la possibilità di compensare le spese di lite allorché concorrano "gravi ed eccezionali ragioni", non consente di disporre la compensazione in parola in base al carattere ufficioso del rilievo dell'interruzione della prescrizione ed all'esiguità della pretesa creditoria, atteso che, quanto al primo profilo, esso integra un normale esito dell'attività valutativa del giudice, mentre, quanto al secondo, specialmente ove l'importo delle spese fosse tale da superare quello del pregiudizio economico che la parte avesse inteso evitare agendo in giudizio per fare valere il proprio diritto, tale statuizione si tradurrebbe in una sostanziale soccombenza di fatto della parte vittoriosa, con lesione del principio costituzionale di cui all'art. 24 Cost., nonché della regola generale dell'art. 91 cod. proc. civ.
Cass. n. 24634/2014
Ai sensi dell'art. 92, secondo comma, cod. proc. civ. nella formulazione vigente "ratione temporis", introdotta dall'art. 45, comma 11, della legge 18 giugno 2009, n. 69, può essere disposta la compensazione delle spese in assenza di reciproca soccombenza soltanto in presenza di "gravi ed eccezionali ragioni", la cui configurabilità è esclusa, peraltro, dalla mera "peculiare natura" della declaratoria di improcedibilità dell'appello. (Nella specie, il giudice di merito, nel dichiarare improcedibile l'appello avverso una sentenza di opposizione agli atti esecutivi, notoriamente inappellabile, aveva compensato le spese del giudizio di gravame per la "peculiare natura" della pronuncia).
Cass. n. 16037/2014
In tema di spese giudiziali, le "gravi ed eccezionali ragioni", da indicarsi esplicitamente nella motivazione, che ne legittimano la compensazione totale o parziale, devono riguardare specifiche circostanze o aspetti della controversia decisa, non potendosi ritenere sufficiente il mero riferimento alla "natura processuale della pronuncia", che, in quanto tale, può trovare applicazione in qualunque lite che venga risolta sul piano delle regole del procedimento.
Cass. n. 319/2014
In tema di spese processuali, l'art. 92, secondo comma, cod. proc. civ. ne legittima la compensazione, ove non sussista reciproca soccombenza, solo in presenza di "gravi ed eccezionali ragioni esplicitamente indicate nella motivazione", che non possono essere ravvisate nella oggettiva "opinabilità della soluzione accolta", in quanto la precisa individuazione del significato di un testo normativo in relazione alla fattispecie concreta a cui deve essere applicato costituisce il nucleo della funzione giudiziaria, sicché l'ordinario esercizio nell'esegesi del testo normativo non può essere valutato come evento inusuale, almeno finché non siano specificamente identificate le ragioni per le quali la soluzione assegnata al dubbio interpretativo assurga (per la sua contrarietà alla consolidata prassi applicativa, ovvero per la del tutto insolita connotazione lessicale e sintattica del tessuto letterale della norma) a livello di eccezionale gravità.
Cass. n. 1371/2013
Ai fini della compensazione delle spese processuali, i "giusti motivi", di cui all'art. 92 c.p.c. (nel testo applicabile "ratione temporis"), possono fondarsi sull'affidamento riposto dal soccombente nelle risultanze di un pubblico registro (nella specie, affidamento riposto dal prefetto, che, per una violazione del codice della strada, aveva sanzionato il proprietario risultante dal P.R.A., nonostante egli avesse ceduto il veicolo, già prima dell'infrazione, con trasferimento non trascritto).
Cass. n. 1023/2013
Cass. n. 13460/2012
In tema di spese giudiziali, nei giudizi instaurati dopo l'entra in vigore della legge 28 dicembre 2005, n. 263, il giudice può procedere a compensazione parziale o totale tra le parti in mancanza di soccombenza reciproca solo se ricorrono "giusti motivi" esplicitamente indicati nella motivazione, atteso il tenore dell'art. 92, secondo comma, cod. proc. civ., come modificato dall'art. 2, comma primo, lett. a), della legge citata.
Cass. n. 2572/2012
L'art. 92, secondo comma, c.p.c., nella parte in cui permette la compensazione delle spese di lite allorché concorrano "gravi ed eccezionali ragioni", costituisce una norma elastica, quale clausola generale che il legislatore ha previsto per adeguarla ad un dato contesto storico-sociale o a speciali situazioni, non esattamente ed efficacemente determinabili "a priori", ma da specificare in via interpretativa da parte del giudice del merito, con un giudizio censurabile in sede di legittimità, in quanto fondato su norme giuridiche. In particolare, anche la novità delle questioni affrontate integra la suddetta nozione, se ed in quanto sia sintomo di un atteggiamento soggettivo del soccombente, ricollegabile alla considerazione delle ragioni che lo hanno indotto ad agire o resistere in giudizio e, quindi, da valutare con riferimento al momento in cui la lite è stata introdotta o è stata posta in essere l'attività che ha dato origine alle spese, sempre che si tratti di questioni sulle quali si sia determinata effettivamente la soccombenza, ossia di questioni decise. (Nella specie, la S.C. ha cassato, decidendo poi nel merito, la statuizione sulla compensazione delle spese per aver il TSAP dichiarato l'inammissibilità del ricorso per difetto di legittimazione e di interesse processuale del ricorrente, senza affrontare alcuna questione "nuova").
Cass. n. 316/2012
Cass. n. 26987/2011
In tema di spese giudiziali, le "gravi ed eccezionali ragioni", da indicarsi esplicitamente nella motivazione, in presenza delle quali, ai sensi dell'art. 92, secondo comma, c.p.c. (nel testo introdotto dall'art. 2 della legge 28 dicembre 2005, n. 263), il giudice può compensare, in tutto o in parte, le spese del giudizio non possono essere tratte dalla struttura del tipo di procedimento contenzioso applicato né dalle particolari disposizioni processuali che lo regolano, ma devono trovare riferimento in specifiche circostanze o aspetti della controversia decisa. (In applicazione del principio, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata che aveva dichiarato compensate le spese in un giudizio di opposizione avverso l'irrogazione di sanzione amministrativa, sul presupposto della limitata attività difensiva della parte, correlata alla natura della controversia).
Cass. n. 15413/2011
In materia di spese processuali la compensazione è subordinata alla presenza di gravi ed eccezionali ragioni che il giudice è tenuto ad indicare esplicitamente nella motivazione della sentenza. (Fattispecie in cui è stato ritenuto insufficiente il mero richiamo alla formula generica "in considerazione delle questioni trattate", non altrimenti specificate e senza che vi fosse soccombenza reciproca tra le parti).
Cass. n. 25250/2010
In materia di spese processuali, il provvedimento di compensazione per giusti motivi delle spese del giudizio di primo grado è adeguatamente motivato ove si fondi sull'ingiustificato rifiuto della proposta transattiva, proveniente dalla controparte, per una somma superiore a quella successivamente riconosciuta dal giudice d'appello, assumendo rilievo tale condotta quale comportamento processuale idoneo a fondare la decisione sulle spese, restando inapplicabili le condizioni di validità dell'offerta, di cui all'art. 1208 c.c., che operano esclusivamente nell'ambito dei principi sull'adempimento delle obbligazioni.
Cass. n. 21521/2010
L'art. 92, secondo comma, c.p.c., nel testo introdotto dall'art. 2 della legge 28 dicembre 2005, n. 263, dispone che il giudice può compensare le spese, in tutto o in parte, se vi è soccombenza reciproca o concorrono altre "gravi ed eccezionali ragioni", esplicitamente indicate nella motivazione. La compensazione delle spese è dunque subordinata alla presenza di gravi ed eccezionali ragioni e tale esigenza non è soddisfatta quando il giudice abbia compensato le spese "per motivi di equità", non altrimenti specificati.
Cass. n. 20324/2010
Nei giudizi soggetti alla disciplina dell'art. 92, secondo comma, c.p.c., come modificato dall'art. 2, primo comma, lett. a), della legge 28 dicembre 2005, n. 263, ove non sussista reciproca soccombenza, è legittima la compensazione parziale o per intero delle spese processuali soltanto quando i giusti motivi a tal fine ravvisati siano dal giudice esplicitamente indicati.
Cass. n. 7766/2010
Cass. n. 22381/2009
La nozione di soccombenza reciproca, che consente la compensazione parziale o totale tra le parti delle spese processuali (art. 92, secondo comma, c.p.c.), sottende - anche in relazione al principio di causalità - una pluralità di domande contrapposte, accolte o rigettate e che si siano trovate in cumulo nel medesimo processo fra le stesse parti ovvero anche l'accoglimento parziale dell'unica domanda proposta, allorchè essa sia stata articolata in più capi e ne siano stati accolti uno o alcuni e rigettati gli altri ovvero quando la parzialità dell'accoglimento sia meramente quantitativa e riguardi una domanda articolata in un unico capo.
Cass. n. 22122/2009
Cass. n. 7523/2009
In tema di regolamento delle spese processuali, nel regime anteriore alla novella dell'art. 92 c.p.c. recata dall'art. 2, comma 1, lett. a), della legge 28 dicembre 2005, n. 263, rientra tra i poteri discrezionali del giudice di merito disporne la compensazione, in tutto o in parte, anche nel caso di soccombenza di una parte. Tale statuizione, ove il giudicante abbia fatto esplicito riferimento all'esistenza di "giusti motivi", non necessita di alcuna esplicita motivazione e non è censurabile in cassazione, salvo che lo stesso giudice abbia specificamente indicato le ragioni della sua pronuncia, dovendosi, in tal caso, il sindacato di legittimità estendere alla verifica dell'idoneità in astratto dei motivi posti a giustificazione della pronuncia e dell'adeguatezza della relativa motivazione. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza merito che, nel dichiarare l'illegittimità del licenziamento disciplinare solamente per mancanza di proporzionalità tra i comportamenti contestati, ed effettivamente esistenti, e la sanzione espulsiva, aveva statuito che "la valutazione complessiva della condotta dell'appellato posta in essere durante l'intero arco del rapporto di lavoro" integrava i giusti motivi di compensazione).
Cass. n. 20598/2008
Nel regime anteriore a quello introdotto dall'art. 2, comma 1, lett. a ) della legge 28 dicembre 2005 n. 263, il provvedimento di compensazione parziale o totale delle spese «per giusti motivi » deve trovare un adeguato supporto motivazionale, anche se, a tal fine, non è necessaria l'adozione di motivazioni specificamente riferite a detto provvedimento purché, tuttavia, le ragioni giustificatrici dello stesso siano chiaramente e inequivocamente desumibili dal complesso della motivazione adottata a sostegno della statuizione di merito (o di rito ). Ne consegue che deve ritenersi assolto l'obbligo del giudice anche allorché le argomentazioni svolte per la statuizione di merito (o di rito ) contengano in sé considerazioni giuridiche o di fatto idonee a giustificare la regolazione delle spese adottata, come a titolo meramente esemplificativo nel caso in cui si dà atto, nella motivazione del provvedimento, di oscillazioni giurisprudenziali sulla questione decisiva, ovvero di oggettive difficoltà di accertamenti in fatto, idonee a incidere sulla esatta conoscibilità a priori delle rispettive ragioni delle parti, o di una palese sproporzione tra l'interesse concreto realizzato dalla parte vittoriosa e il costo delle attività processuali richieste, ovvero, ancora, di un comportamento processuale ingiustificatamente restio a proposte conciliative plausibili in relazione alle concrete risultanze processuali.
Cass. n. 16212/2008
La pronuncia del giudice di integrale compensazione delle spese, ai sensi dell'articolo 92 c.p.c., non si estende a quelle di registrazione della sentenza, ancorché qualificabili come giudiziali. La suddetta pronuncia, quindi, non implica che dette spese rimangano a carico della parte anticipataria e si sottraggano alla regola legale della solidarietà passiva dei contendenti e della loro divisibilità per quote eguali nei rapporti interni.
Cass. n. 14563/2008
Cass. n. 20017/2007
Cass. n. 16205/2007
In tema di spese processuali, integra gli estremi della violazione di legge (articolo 92, secondo comma, c.p.c.), denunciabile e sindacabile anche in sede di legittimità, la decisione di compensazione delle spese del giudizio giustificata da generici «motivi di opportunità e di equità» quando le ragioni in base alle quali il giudice abbia accertato e valutato la sussistenza dei presupposti di legge per esercitare il potere di compensazione delle spese non emergono né da una motivazione esplicitamente specifica né, quanto meno, da quella complessivamente adottata a fondamento dell'intera pronuncia, cui la decisione di compensazione delle spese accede.
Cass. n. 15882/2007
La modifica dell'art. 92, comma secondo, c.p.c., da parte della legge 28 dicembre 2005, n. 263, il cui art. 2 ha introdotto l'obbligo del giudice di indicare i motivi della compensazione delle spese di lite, vale soltanto nei procedimenti instaurati dopo la sua entrata in vigore. Per i giudizi instaurati precedentemente è ammissibile la compensazione per giusti motivi senza obbligo di specificazione degli stessi e tale decisione non è censurabile in sede di legittimità, salvo i casi in cui sia accompagnata da ragioni palesemente o macroscopicamente illogiche, tali da inficiare, per la loro inconsistenza o evidente erroneità, lo stesso processo formativo della volontà decisionale espressa sul punto dal giudice di merito.
Cass. n. 4854/2007
In tema di spese processuali, l'art. 2, comma 1, lettera a), della L. 28 dicembre 2005, n. 263 ha sostituito il secondo comma dell'art. 92 c.p.c., il quale, nel testo novellato, dispone che “se vi è soccombenza reciproca o concorrono altri giusti motivi, esplicitamente indicati nella motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti”. Tale norma non ha, peraltro, portata retroattiva, prevedendo espressamente il comma 4 dello stesso articolo che la disposizione del comma 1 entra in vigore il 1° gennaio 2006, applicandosi ai procedimenti instaurati successivamente a tale data. Pertanto, con riguardo a quelli precedenti, continua a trovare applicazione la giurisprudenza di legittimità formatasi nel vigore della normativa preesistente, secondo la quale le ragioni in base alle quali il giudice abbia accertato e valutato la sussistenza dei presupposti di legge per la compensazione delle spese possono anche emergere dalla motivazione complessivamente adottata a fondamento dell'intera pronuncia, cui la decisione sulle spese accede. (Mass. redaz.).
Cass. n. 4388/2007
Cass. n. 5783/2006
Cass. n. 4755/2004
Cass. n. 13427/2003
Al sensi del'art. 92, primo comma, c.p.c., la violazione del dovere di lealtà e probità stabilito dall'art. 88 dello stesso codice giustifica, indipendentemente dalla soccombenza, la condanna della parte, che è venuta meno a tale dovere, al rimborso delle spese processuali che l'altra parte ha dovuto sostenere a causa del comportamento illecito. Pertanto non viola il principio della soccombenza il giudice che pone a carico della parte vittoriosa le spese del giudizio, ove accerti — con apprezzamento discrezionale non sindacabile in sede di legittimità, se congruamente motivato in relazione alla logica e alla realtà processuale — che questo è stato reso necessario dal comportamento tenuto dalla parte vittoriosa in violazione del predetto dovere.
Cass. n. 5976/2001
Cass. n. 15353/2000
Cass. n. 9400/1999
Cass. n. 1743/1996
Cass. n. 9597/1994
Cass. n. 7101/1994
Cass. n. 2653/1994
In caso di accoglimento parziale della domanda il giudice può, ai sensi dell'art. 92 c.p.c., ed in applicazione del cosiddetto principio di causalità, escludere la ripetizione di spese sostenute dalla parte vittoriosa ove le ritenga eccessive o superflue, ma non anche condannare la parte stessa vittoriosa ad un rimborso di spese sostenute dalla controparte, indipendentemente dalla soccombenza, poiché tale condanna è consentita dall'ordinamento solo per la ipotesi eccezionale (e la cui ricorrenza richiede specifica espressa motivazione) che tali spese siano state causate all'altra parte per via di trasgressione al dovere di cui all'art. 88 c.p.c. Ne consegue che qualora la parte attrice sia rimasta vittoriosa in misura più o meno significativamente inferiore rispetto all'entità del bene che attraverso il processo ed in forza della pronuncia giurisdizionale si proponeva di conseguire, e la parte convenuta abbia adottato posizioni difensive concilianti o di parziale contestazione degli avversari assunti, possono ravvisarsi — secondo il discrezionale apprezzamento ad opera del giudice, del loro vario atteggiarsi — i giusti motivi atti a legittimare la compensazione, pro quota o per intero, delle spese tra le parti e non anche un'ipotesi di soccombenza reciproca.
Cass. n. 2124/1994
Cass. n. 6831/1991
Cass. n. 2174/1986
Cass. n. 1111/1986
Nel procedimento di divisione, le spese di causa vanno poste a carico della massa per gli atti che servono a condurre, nel comune interesse, il giudizio alla sua conclusione, mentre valgono i principi generali della soccombenza per le controversie verificatesi tra i condividenti. (Nella specie, in base al surriportato principio, si è ritenuto che la corte del merito aveva correttamente compensato le spese inerenti alla divisione dei buoni fruttiferi, avvenuta senza contestazione, e, posto, invece, a carico della parte soccombente, le spese del giudizio attinente alla proprietà di un libretto bancario).
Cass. n. 5928/1980
Nelle controversie in materia di previdenza ed assistenza obbligatoria, il lavoratore non è soggetto all'anticipazione delle spese per atti disposti dal giudice (nella specie, consulenza tecnica d'ufficio), dovendo le stesse o essere addossate all'ente assicuratore o essere anticipate dall'erario a norma dell'art. 10 della legge 11 agosto 1973, n. 533, senza che il lavoratore sia costretto a chiedere l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato sicché, ove per un'erronea applicazione dell'art. 90 c.p.c., tale anticipazione sia stata disposta, deve essere ordinata la restituzione del relativo importo. Pertanto, nei confronti del lavoratore, non può trovare applicazione il disposto dell'art. 92, comma primo, parte prima, c.p.c., che esclude dalla ripetizione le spese sostenute dalla parte vincitrice se le ritiene eccessive o superflue, né il disposto del secondo comma dello stesso art. 92 circa la compensazione fra le parti delle stesse spese.
Cass. n. 3716/1980
Le spese della consulenza di parte, la quale ha natura di allegazione difensiva, vanno comprese fra le spese processuali al cui rimborso la parte vittoriosa ha diritto, sempre che il giudice non ne rilevi l'eccessività o la superfluità, ai sensi del primo comma dell'art. 92 c.p.c.
relativi all'articolo 92 Codice di procedura civile
Argomento: Articolo 92 Codice proc. civile - Condanna alle spese per singoli atti. Compensazione delle spese | Quesito Q201719984
venerdì 24/11/2017 - Piemonte
nell’anno 2007 sono stato citato in giudizio da 5 vicini di casa (marito/moglie+ padre/figlio+ singolo) per la “costituzione di servitù coattiva di passaggio carraio” su fondi di mia proprietà. Nell’anno 2014, il Giudice ha stabilito che la domanda non è meritevole di accoglimento, condannando gli attori in solido tra loro al pagamento di tutte le spese processuali:
spese del mio avvocato ( € 7.500,00 + spese 15% + iva+ cpa)
spese del CTU a carico solidale fra loro ( € 1.500,00 + iva+ cp)
Ma, in relazione alle spese del mio CTP (€ 1.950 + iva +cp) per totali € 2.400,00, il Giudice non si è pronunciato in sentenza. Preciso che il pagamento al mio CTP è avvenuto in data 5.12.2014 e la sentenza è stata emessa il 9.12.2014. Non so se il mio avvocato le abbia potute (o non le abbia volute) quantificare nella nota spese conclusiva.
“ Le spese per le consulenze tecniche (d’ufficio e di parte) gravano sul soccombente (CASS. CIV. 1771/2014)”- “ In relazione alle spese del c.t. di parte, si richiama la giurisprudenza di questa Corte secondo la quale tali spese rientrano tra quelle al cui rimborso ha diritto la parte vittoriosa. “
Domanda: come si può agire per recupere la somma di € 2.400,00 pagata al mio CPT? (possibilmente la via più veloce con il minor costo possibile a mio carico)
L’invio di una raccomandata con la richiesta di rimborso, con espresso avvertimento, che decorsi ….. gg dal ricevimento, si procederà giudiziariamente con ulteriore aggravio di spese, diritti e onorari di causa, che possibilità di successo avrebbe?
In tal caso, la richiesta può essere inviata anche ad uno solo degli attori richiedendo la somma totale o devono essere inviate 5 richieste di € 480,00 per ogni attore?
Come da lei osservato, la giurisprudenza della Corte di Cassazione è costante nel ritenere che "le spese sostenute per la consulenza tecnica di parte, la quale ha natura di allegazione difensiva tecnica, rientrano tra quelle che la parte vittoriosa ha diritto di vedersi rimborsate, a meno che il giudice non si avvalga, ai sensi dell'art. 92, primo comma, c.p.c., della facoltà di escluderle dalla ripetizione, ritenendole eccessive o superflue" (Cass. 3-1-2013 n. 84; Cass. 16-6-1990 n. 6056; Cass. 11-6-1980 n. 3716).
Nel caso di specie, dunque, occorrerebbe verificare, innanzitutto, se il Giudice abbia ritenuto di escludere il rimborso delle spese di ctp, ai sensi del succitato art. 92 c.p.c. primo comma, in quanto "eccessive o superflue".
Nel caso in cui il Giudice abbia semplicemente omesso (dimenticato) di pronunciarsi circa il rimborso della spesa, senza motivare in alcun modo tale silenzio, potrebbe valutare di impugnare la sentenza di primo grado, relativamente a tale omessione di pronuncia.
In via preventiva, comunque, potrebbe inviare una raccomandata alla controparte, evidenziando alla stessa (I) che il giudice ha omesso di pronunciarsi circa le spese di ctp, (II) che le stesse, per costante giurisprudenza, sono a carico della parte soccombente e (III) chiedendo, dunque il relativo rimborso, con l'avvertimento che, in mancanza, si procederà ad impugnare l'emanata sentenza, con ulteriore aggravio di spese.
Precisiamo, inoltre, che potrà chiedere il pagamento a ciascuna delle parti soccombenti per l'intero, in quanto la condanna alle spese processuali è normalmente a carico delle stesse "in solido" tra loro. Sarà, poi, la parte che abbia provveduto al pagamento integrale a potersi rivalere nei confronti delle altre, per le rispettive quote di competenza.
Argomento: Articolo 92 Codice proc. civile - Condanna alle spese per singoli atti. Compensazione delle spese | Quesito Q201718853
G. M. chiede
sabato 06/05/2017 - Toscana
“l'avvocato al momento del conferimento dell'incarico mi aveva quantificato il costo dell'intera causa in euro 4.000 oltre( oneri ed accessori (contributo unificato -iva ecc) per un totale di euro di e 4,873.20 con due email inviatemi dall 'avvocato stesso.
Mi sono stati pero'richiesti dall'avvocato durante il corso della causa ulteriori importi e che ho bonificato che hanno portato il totale da me versato a euro 7.296.40.
Quindi ho versato in piu' euro 2.423,20.
La causa e' andata a sentenza di primo grado e che dice :-
dichiara compensate le spese del giudizio per il 50% e per l'effetto condanna l'azienda sanitaria e il dott P. a rimborsare le spese di lite a L.P.,quota che si liquida in e 239,65 per spese ,euro 1.500 per ctp ,euro 5.000,00 per onorari oltre iva cpa e 15% per spese generali.
pone il costo della ctu interamente a carico delle parti convenute.
Ho diritto quindi a riavere indietro quanto versato in piu' e cioe' 2423,20 avendo stabilito l'avvocato stesso il costo dell'intera causa dalla denuncia iniziale fino a sentenza?
Con la conclusione del procedimento, il Giudice provvede anche in ordine alla determinazione delle spese processuali, ponendole generalmente a carico della parte soccombente ed in favore, dunque, della parte vincitrice.
La liquidazione giudiziale dei compensi e delle spese legali dovute dalla parte soccombente, sulla base dei parametri legislativi di cui al decreto ministeriale n. 55/2014, mira ad evitare che la parte vittoriosa si auto attribuisca compensi sperequati rispetto all'attività svolta.
E’ ben possibile che, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., quando “vi è soccombenza reciproca ovvero nel caso di assoluta novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti”, il giudice deroghi alla regola della soccombenza e compensi le spese in tutto od in parte, di modo tale che ognuno provveda al pagamento delle spese della propria difesa.
Dallo stralcio della sentenza riportato, se ne ricava che il giudice, in relazione al procedimento da lei intrapreso, abbia deciso di compensare, pareggiando, solo il 50% delle spese, addossando l’altro 50% alle parti convenute.
Dunque il 50% delle spese sostenute dalla parte parzialmente vincitrice verranno pagate dalle soccombenti, mentre l’altro 50% verrà corrisposta dalla stessa parte parzialmente vincitrice.
Le soccombenti dovranno poi sobbarcarsi il peso, altresì, delle proprie spese legali, dei consulenti di parte ed interamente l’onorario del consulente tecnico d’ufficio.
Il giudice, nel determinare i compensi dovuti in base al decreto ministeriale 55/2014, ha implicitamente determinato il compenso che il suo avvocato avrebbe potuto richiederle in € 10.000 per onorari, oltre spese generali (15%), iva (22%) e contributo per la cassa previdenziale forense (4%) - c.p.a. -, ed al consulente tecnico di parte ben 3.000 euro.
Dunque, le parti convenute dovevano corrispondere 5.000 euro per le spese legali (più oneri ed accessori), e 1.500 euro per il consulente tecnico.
I rimanenti 5.000 euro, oltre alle spese generali (€ 750,00), c.p.a avvocati (€ 230,00), ad iva (€ 1.315,60), per un totale di € 7.295,60, sarebbero rimasti a carico della parte vincitrice.
Tuttavia nel caso specifico è intervenuto un accordo tra l’avvocato ed il cliente che aveva determinato in minus, rispetto alla liquidazione del giudice, i compensi dovuti per l’attività prestata e che nulla prevedeva in ordine all’eventuale liquidazione giudiziale degli stessi.
In questi casi, per comprendere se possa prevalere la determinazione giudiziale e non invece l'accordo delle parti, bisogna tener distinti i rapporti avvocato-cliente dai rapporti tra parte soccombente-parte vincitrice e suo avvocato.
Con riferimento a questi ultimi la Cassazione ha infatti affermato più volte che “la liquidazione delle spese nel rapporto interno tra avvocato e cliente non vincola il giudice nell'ambito della liquidazione delle spese tra quest'ultimo e la sua controparte nel giudizio.
Infatti, la misura degli onorari dovuti dal cliente al proprio avvocato prescinde dalle statuizioni del giudice contenute nella sentenza che condanna la controparte alle spese ed agli onorari di causa e deve essere determinata in base a criteri diversi da quelli che regolano la liquidazione delle spese fra le parti (Cass. n. 1264/99).”
“Tale principio - continua la Suprema Corte - e' perfettamente rovesciabile nel senso che non e' possibile neppure l'inverso, ossia che la determinazione in un'autonoma sede contenziosa del compenso dovuto dal cliente al proprio avvocato vincoli i terzi e il giudice della causa cui si riferisce l'attivita' giudiziale svolta, il quale e' il solo titolare del potere di regolare e quantificare le spese relative”. (Cass. 17739/2016)
Dunque, quando vi è una determinazione giudiziale dei compensi e questi siano stati posti, per l'intero od in parte, a carico della parte soccombente, allora l’avvocato vincitore avrà diritto ad ottenere quanto a lui liquidato.
Se ad esempio il giudice avesse liquidato € 10.000 euro di spese legali ponendole interamente a carico della parte soccombente, il cliente non avrebbe potuto trattenere la differenza e pagare al proprio legale solamente gli onorari previsti dall’accordo.
L’avvocato avrebbe diritto all’intero compenso liquidato, a prescindere dall’accordo con il cliente.
Per la parte delle spese compensate, e quindi con riferimento al rapporto tra assistito e suo avvocato, invece, deve ritenersi valido ed efficace l’accordo sui compensi professionali preso a monte del giudizio.
Nella sentenza n. 1264/99 la Cassazione ha infatti affermato che “la misura degli onorari dovuti dal cliente al proprio avvocato prescinde dalle statuizioni del giudice contenute nella sentenza che condanna la controparte alle spese ed agli onorari di causa e deve essere determinata in base a criteri diversi da quelli che regolano la liquidazione delle spese fra le parti”.
Dunque, a parere di chi scrive, il suo avvocato ha diritto di ricevere una parte del compenso pari ad € 5.000 dalla controparte, in base a quanto liquidatogli dal giudice, ed ha altresì diritto di ricevere un’altra parte del compenso dal suo cliente, nella misura determinata per accordo delle parti pari ad € 4.000, oltre iva c.p.a e spese generali per un totale di € 5.836,48.
Stando a quanto sinora affermato, ha diritto perciò alla restituzione della sola differenza tra quanto corrisposto (€ 7.296,40) e quanto dovuto (€ 5.836,48), per € 1.459,92 .
Argomento: Articolo 92 Codice proc. civile - Condanna alle spese per singoli atti. Compensazione delle spese | Quesito Q201615276
domenica 17/01/2016 - Campania
“Sono stato citato in giudizio per un fatto di cui ero completamente estraneo. Ho dovuto costituirmi e alla fine ho vinto la causa. Il giudice ha deciso per la compensazione delle spese. Il mio legale, che mi ha difeso egregiamente, mi ha presentato una parcella di € 5.000,00.Non ritengo giusto tale decisione da parte del Giudice e pertanto vorrei sapere se mi conviene fare appello sulla compensazione. Grazie”
Nel processo di cognizione le spese di lite seguono il principio della soccombenza (art. 91 co. 1 c.p.c.): vanno poste a carico della parte che soccombe, che è quella le cui domande non sono accolte ovvero quella che non abbia avanzato domande e veda accolte quelle di controparte. Questo principio non rappresenta una sanzione per la parte bensì la naturale conseguenza del fatto che abbia perso nel giudizio.
Il codice individua però anche una serie di temperamenti al principio, tra cui quello dello stesso art. 91 co. 1 c.p.c. (per cui se viene accolta la domanda in una misura non superiore all'eventuale proposta conciliativa fatta la parte che ha rifiutato detta proposta è condannata al pagamento delle spese maturate dopo la proposta stessa). Inoltre, ai sensi dell'art. 92 co. 1 c.p.c. il giudice può condannare una parte a rimborsare all'altra le spese che le abbia causato per violazione del dovere di probità e lealtà ex art. 88 del c.p.c..
La compensazione delle spese è esplicitamente ammessa dall'art. 92 co. 2 c.p.c. (comma riformato con d.l. 132/2014 ma con novella applicabile ai procedimenti introdotti a decorrere dal trentesimo giorno successivo all'entrata in vigore della legge di conversione del decreto, quindi si deduce non applicabile al caso sottoposto). Nella formulazione anteriore al 2014 la disposizione stabiliva che "Se vi è soccombenza reciproca o concorrono altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti" (a sua volta, il comma era stato modificato dalla l. 69/2009 con formulazione applicabile ai giudizi instaurati dopo il 4/7/2009, data di entrata in vigore della legge).
Il giudice, quindi, può stabilire la compensazione sia in caso di soccombenza reciproca che quando sussistono gravi ed eccezionali ragioni, le quali vanno anche esplicitate nella motivazione. Questi profili, dunque, dovranno essere considerati dal richiedente per valutare l'opportunità di proporre appello avverso la decisione di compensare le spese.
Dall'esame della giurisprudenza possono trarsi alcuni principi in materia. Ad esempio, secondo una recente pronuncia le gravi ed eccezionali ragioni "devono trovare riferimento in specifiche circostanze o aspetti della controversia decisa che il Giudice è tenuto ad indicare esplicitamente e specificamente nella motivazione della sentenza" (Cass. 21083/2015). In altra occasione la Corte ha stabilito che tali ragioni "non possono essere tratte dalla struttura del tipo di procedimento contenzioso applicato né dalle particolari disposizioni processuali che lo regolano, ma devono trovare riferimento in specifiche circostanze o aspetti della controversia decisa" (Cass. 26987/2011; nel caso di specie la Corte ha cassato la sentenza che aveva compensato le spese a causa della limitata attività difensiva della parte, dovuta alla natura della controversia). La stessa Corte ha affermato che le gravi ed eccezionali ragioni "non possono essere ravvisate nella oggettiva "opinabilità della soluzione accolta", in quanto la precisa individuazione del significato di un testo normativo in relazione alla fattispecie concreta a cui deve essere applicato costituisce il nucleo della funzione giudiziaria, sicché l'ordinario esercizio nell'esegesi del testo normativo non può essere valutato come evento inusuale, almeno finché non siano specificamente identificate le ragioni per le quali la soluzione assegnata al dubbio interpretativo assurga (per la sua contrarietà alla consolidata prassi applicativa, ovvero per la del tutto insolita connotazione lessicale e sintattica del tessuto letterale della norma) a livello di eccezionale gravità" (Cass. 319/2014).
Prima della novella del 2009 (quindi nella formulazione della norma applicabile ai giudizi instaurati prima del 4/7/2009) l'art. 92 c.p.c. consentiva la compensazione in presenza di "gravi motivi", concetto da ritenersi più ampio rispetto a quello di ragioni gravi ed eccezionali. Anche in ordine ad esso la giurisprudenza si era pronunciata più volte statuendo, ad esempio, che i gravi motivi si potevano evincere anche dal tenore complessivo della pronuncia, in relazione a profili di complessità sia sostanziale che processuale (Cass. 7766/2010), ovvero che potevano essere motivati sulla base di "oscillazioni giurisprudenziali sulla questione decisiva, ovvero di oggettive difficoltà di accertamenti in fatto, idonee a incidere sulla esatta conoscibilità a priori delle rispettive ragioni delle parti, o di una palese sproporzione tra l'interesse concreto realizzato dalla parte vittoriosa e il costo delle attività processuali richieste, ovvero, ancora, di un comportamento processuale ingiustificatamente restio a proposte conciliative plausibili in relazione alle concrete risultanze processuali" (Cass. 20598/2008).
Infine, come detto, l'esistenza delle gravi ed eccezionali ragioni ovvero dei giustificati motivi deve essere motivata dal giudice nella sentenza. In tal senso la Cassazione ha statuito che dette ragioni devono essere desumibili in modo inequivoco e chiaro dalla motivazione, anche se non è necessario adottare motivazioni specifiche in punto di compensazione (Cass. S.U. 20598/2008).
Argomento: Articolo 92 Codice proc. civile - Condanna alle spese per singoli atti. Compensazione delle spese | Quesito Q201512477
martedì 24/02/2015 - Calabria
“In una sentenza di primo grado si legge:
Considerata l'obbiettiva controvertibilità di alcune delle questioni affrontate, la natura della causa e le qualità della parti si ritengono sussistenti i giusti motivi per la compensazione integrale delle spese di giudizio tra tutte le parti di causa.
Causa civile n. .../2010, sentenza .../2014.
Chiedo se quanto sopra in sentenza, sia esplicitamente indicato in tenore dell'art. 92 comma 2, atteso le gravi ed eccezionali ragioni, o sia una sentenza con motivazioni generiche e quindi appellabile.”
Consulenza legale i 26/02/2015
Il secondo comma dell'art. 92 c.p.c. è stato riformato dal D.L. 12 settembre 2014, n. 132 (convertito, con modificazioni, dalla legge 10 novembre 2014, n. 162), che ha sostituito l'espressione "altre gravi ed eccezionali ragioni" con "nel caso di assoluta novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti": la nuova disposizione è, però, applicabile solo ai procedimenti introdotti a decorrere dal trentesimo giorno successivo all'entrata in vigore della legge di conversione del decreto.
Nel caso in esame, quindi, si deve fare applicazione del secondo comma così come formulato dalla legge 18 giugno 2009, n. 69: "Se vi è soccombenza reciproca o concorrono altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti".
Escludendo che nel caso di specie si sia avuta soccombenza reciproca, si analizzerà il presupposto delle "gravi ed eccezionali ragioni". La Corte di Cassazione ha avuto modo di esprimersi sulla materia in alcune occasioni.
Con sentenza n. 2572 del 2012, la Suprema Corte ha affermato che la disposizione del secondo comma dell'art. 92 "si pone come norma 'elastica', configurabile quando una disposizione di limitato contenuto (ascrivibile alla tipologia delle cosiddette clausole generali) delinea un modulo generico che richiede di essere specificato in sede interpretativa. [...] nelle individuazione delle gravi ed eccezionali ragioni la cui concorrenza autorizza all'esercizio del potere discrezionale di compensare le spese, il giudice di merito è dunque chiamato ad integrare il contenuto della norma [...] La ragione addotta nella specie per giustificare la disposta compensazione - novità delle questioni - si inscrive in un ambito da sempre valutato a tali fini dalla giurisprudenza di legittimità - sia pure formatasi con riguardo alla precedente versione dell'art. 92 -, la quale ha ritenuto giusto motivo di compensazione la "dubbiezza della lite" (v. già Cass. n. 197 del 1948), l'obiettiva incontrovertibilità delle questioni di diritto trattate (v. Cass. n. 340 del 1976 e n. 2885 del 1979), la "peculiarità", "complessità", o, appunto "novità" delle predette questioni (v. Cass. n. 4918 del 1985, n. 9597 del 1994, n. 8210 del 2003, n. 18352 del 2003 e n. 4854 del 2007, ma vedi anche Cass. n. 14563 del 2008, secondo la quale non costituisce giusto motivo di compensazione la "peculiarità della fattispecie"). [...] La novità delle questioni è dunque ragione idonea a giustificare la compensazione delle spese se ed in quanto sintomo di un atteggiamento soggettivo del soccombente ricollegabile alla considerazione delle ragioni che lo hanno indotto ad agire o resistere in giudizio".
Con sentenza n. 21951/2014, la Cassazione ha reputato insufficientemente motivata la sentenza laddove affermava laconicamente "compensa le spese di lite per il 50% in considerazione della posizione difensiva assunta dall’Amministrazione nel costituirsi nella procedura", senza altro aggiungere o specificare.
Nell'ordinanza n. 319 del 9.1.2014, la Corte così si esprimeva: "In tema di spese processuali, l'art. 92, secondo comma, cod. proc. civ. ne legittima la compensazione, ove non sussista reciproca soccombenza, solo in presenza di "gravi ed eccezionali ragioni esplicitamente indicate nella motivazione", che non possono essere ravvisate nella oggettiva "opinabilità della soluzione accolta", in quanto la precisa individuazione del significato di un testo normativo in relazione alla fattispecie concreta a cui deve essere applicato costituisce il nucleo della funzione giudiziaria, sicché l'ordinario esercizio nell'esegesi del testo normativo non può essere valutato come evento inusuale, almeno finché non siano specificamente identificate le ragioni per le quali la soluzione assegnata al dubbio interpretativo assurga (per la sua contrarietà alla consolidata prassi applicativa, ovvero per la del tutto insolita connotazione lessicale e sintattica del tessuto letterale della norma) a livello di eccezionale gravità".
Alla luce della giurisprudenza citata, va analizzata anche la sentenza indicata nel quesito, che deve essere esaminata, naturalmente, nella sua interezza.
La motivazione della compensazione può essere congrua e completa, se effettivamente, dal tenore dell'intero provvedimento e delle domande introdotte nel processo si può evincere che siano state affrontate questioni dubbie, nuove, tali che vi fosse una obiettiva incertezza circa la loro risoluzione (questioni, quindi, che non abbiano semplicemente richiesto al giudice di esplicare la normale attività esegetica che gli è demandata!); se, al contrario, le espressioni "obbiettiva controvertibilità di alcune delle questioni affrontate" e "natura della causa" sono formule vuote, di stile, non facendo riferimento ad alcunché di concreto nel processo che si è svolto, la motivazione può dirsi insufficiente.

References: Articolo 92

Articolo 92

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 
 art. 2

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 
 art. 92

Cass. 
 Articolo 92
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 92
 sentenza 
 Articolo 92
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Articolo 92
 art. 91
 art. 88
 sentenza 
 Articolo 92
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza