Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-25114-del-24-10-2017
Timestamp: 2020-05-26 01:19:16+00:00

Document:
Sentenza Cassazione Civile n. 25114 del 24/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25114 del 24/10/2017
Cassazione civile, sez. III, 24/10/2017, (ud. 13/06/2017, dep.24/10/2017), n. 25114
sul ricorso 19943-2015 proposto da:
THETIS SRL, in persona del suo amministratore p.t. B.R.,
B.A., elettivamente domiciliati in ROMA, PIAZZALE CLODIO
13 C/0 ST POLITANO & ASSOCIATI, presso lo studio dell’avvocato
ROSELLA ZOFREA, che li rappresenta e difende giusta procura in calce
avverso la sentenza n. 3474/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
PEPE Alessandro, che ha concluso per l’accoglimento del 1, 2 e 3
motivo, rigetto del 4;
udito l’Avvocato RANIERO VALLE per delega non scritta;
La Thetis s.r.l. in persona del legale rappresentante B.A. e quest’ultima anche in proprio convennero innanzi al Tribunale di Roma il Ministero della giustizia, esponendo che in data 7 ottobre 1992 un cancelliere del Tribunale di Ferrara, nella qualità di tenutario del registro delle imprese ai sensi del D.P.R. 29 dicembre 1969, n. 1127, aveva rilasciato un certificato di vigenza dei poteri statutari dell’amministratore della società dell’epoca, tale D.M., omettendo di riferire che allo stesso, a norma dell’art. 17 dello statuto regolarmente depositato, erano conferiti solamente poteri di ordinaria amministrazione, mentre per quelli di straordinaria amministrazione e per l’alienazione dei beni sociali era necessaria l’espressa autorizzazione dell’assemblea dei soci; che in forza di tale certificazione, il D., con atto pubblico dell’11 dicembre 1992, vendette alla Antonella s.r.l. un terreno al prezzo di lire 600.000.000; che la Thetis s.r.l., accortasi dell’alienazione fraudolenta, tentò inutilmente di recuperare il terreno nei confronti dell’acquirente – che a sua volta l’aveva ceduto a terzi – ma la relativa domanda venne rigettata per la buonafede di questi.
Tanto premesso, chiesero al Ministero della giustizia, in forza del rapporto di immedesimazione organica del cancelliere autore della certificazione, il risarcimento dei danni per la perdita del bene e il suo mancato sfruttamento commerciale, nonchè il risarcimento del danno morale in capo alla B..
Il Tribunale di Roma, con sentenza del 26 ottobre 2007, rigettò la domanda della B. e accolse quella della Thetis s.r.l., condannando il Ministero al pagamento dell’importo di Euro 848.048,00 a titolo di danno emergente per perdita del bene 700.000,00 per il mancato guadagno, oltre accessori dalla pubblicazione al saldo.
La sentenza venne appellata in via principale dal Ministero della giustizia e in via incidentale dalla Thetis s.r.l. e dalla B..
Con sentenza del 23 maggio 2014, la Corte d’appello di Roma, riformando la decisione di primo grado, rigettò interamente le domande degli attori.
Contro tale decisione ricorrono per cassazione la Thetis s.r.l. e la B., allegando quattro motivi. Resiste con controricorso il Ministero della giustizia. Tutte le parti hanno depositato memorie ai sensi dell’art. 378 cod. proc. civ..
Con il primo motivo si deduce la violazione o falsa applicazione degli artt. 2699 e 2700 cod. civ., dell’art. 100 disp. att. cod. civ. nel testo introdotto dal D.P.R. 29 dicembre 1969, n. 1127, nonchè della L. n. 89 del 1913, art. 49 (legge notarile).
Con il secondo motivo si deduce la violazione o falsa applicazione degli artt. 2043,2056,1225,1227 e 2909 cod. civ., degli artt. 115 e 116cod. proc. civ. e dell’art. 41cod. pen..
Con il terzo motivo si deduce la violazione o falsa applicazione degli artt. 1123,1227,2043 e 2056 cod. civ. e degli artt. 112,115 e 116 cod. proc. civ..
I tre motivi sono strettamente connessi e possono essere esaminati congiuntamente.
Il capo della sentenza impugnato concerne l’esclusione del nesso causale fra l’incompletezza della certificazione rilasciata dalla cancelleria del Tribunale di Ferrara e il danno patito dalla società ricorrente. La Corte d’appello, dopo aver definitivamente accertato che effettivamente il certificato di vigenza era “generico e non puntuale nella attestazione dei poteri dell’amministratore”, perveniva al risultato di cui sopra osservando che tale certificato non era “direttamente strumentale alla stipulazione di atti di compravendita o comunque di disposizione del patrimonio sociale, in quanto esso può essere richiesto e ottenuto a diversi fini”, laddove l’erronea indicazione dei dati riportati nel certificato di vigenza si sarebbe potuta considerare fonte di responsabilità dei danni conseguenti al suo uso “solo ove esso costituisca presupposto necessario (e sufficiente) per la realizzazione dell’attività (o dell’atto) causativo del danno”. Tale efficacia causativa diretta prosegue la corte territoriale sarebbe stata esclusa sia dal controllo demandato al notaio, sia per le attività poste in essere dal falso rappresentante della società, al quale soltanto dovrebbe addebitarsi l’appropriazione del prezzo della compravendita.
I ricorrenti osservano che il certificato di vigenza previsto dall’art. 100 disp. att. cod. civ. nella versione vigente ratione temporis ha valore di atto pubblico ed quindi fidefacente fino a querela di falso e che, di conseguenza, il notaio, ai sensi dell’art. 49 della legge notarile, non aveva altra verifica da compiere che prendere atto della pienezza dei poteri di colui che si presentava come legale rappresentante della società.
Inoltre, la corte territoriale avrebbe errato nel ritenere che l’illecita appropriazione del prezzo da parte del D. avesse avuto efficacia causale autonoma nella verificazione del danno, in quanto l’evento dannoso di cui si chiedeva il ristoro era costituito dalla perdita del bene e delle sue potenzialità di sfruttamento economico, non del prezzo della compravendita.
In ogni caso, la corte d’appello avrebbe errato nell’applicazione dei principi generali in tema di nesso di causalità, poichè va assegnata efficienza causale ad ogni antecedente che ha contribuito alla produzione dell’evento; il nesso di derivazione eziologica non può dirsi interrotto nè dalla condotta omissiva del notaio, nè da quella commissiva del D., per le ragioni sopra esposte: in difetto dell’esibizione del certificato rilasciato dal Tribunale di Ferrara, l’atto non sarebbe stato rogato dal notaio, nè stipulato dalla controparte, la cui buona fede è stata accertata in altro giudizio.
Non avrebbe alcun rilievo neppure la circostanza che il certificato poteva essere reso anche per altri fini, in quanto tale circostanza non esclude il fatto obiettivo che, nella specie, l’atto venne utilizzato per l’alienazione fraudolenta dell’immobile. La circostanza non rileverebbe neppure sotto il profilo della prevedibilità del danno, poichè tale criterio non si applica alla responsabilità extracontrattuale.
L’art. 100 disp. att. cod. civ. prevedeva che il registro delle imprese, fino alla sua effettiva istituzione presso le camere di commercio, fosse tenuto dalla cancelleria del tribunale. L’attestazione rilasciata dalla cancelleria circa la persona fisica investita della qualità di rappresentante legale di una società e l’ampiezza dei poteri rappresentativi di certificato di vigenza), faceva stato, a norma dell’art. 2193 cod. civ., nei confronti dei terzi.
Conseguentemente il notaio, in presenza di tale documentazione fidefacente, non aveva alcun altro onere di verifica.
Ciò posto, sul piano della causalità materiale corretta l’affermazione dei ricorrenti secondo cui il certificato era condizione necessaria e sufficiente per la stipulazione del contratto di compravendita del terreno.
In applicazione del criterio civilistico della causalità adeguata, il certificato di cancelleria si pone infatti in rapporto eziologico diretto con l’evento-danno, costituito dalla sottrazione dell’immobile dal patrimonio della società: il rogito è stato possibile solo grazie al certificato incompleto e lacunoso.
La circostanza che il D. si sia poi illecitamente appropriato del prezzo della compravendita, non vale a determinare l’interruzione del nesso causale.
Infatti, il danno lamentato dalla società ricorrente è costituito dalla vendita dell’immobile in sè considerata, ossia dalla fuoriuscita dello stesso dal patrimonio sociale, non anche dal mancato incasso del prezzo. Rispetto a tale primo evento dannoso, la successiva appropriazione indebita del prezzo della compravendita da parte del D. è quindi, dal punto di vista eziologico, irrilevante.
Occorre tuttavia puntualizzare che, ove il D. avesse regolarmente riversato nelle casse della società il prezzo della compravendita, si sarebbe avuta una compensatio lucri cum damno, poichè la perdita dell’immobile sarebbe stata parzialmente compensata dall’incasso del prezzo.
Tale compensazione non si è avuta, a causa della condotta appropriativa illecita del D.. Tale condotta costituisce un evento che dà luogo a una serie causale del tutto indipendente da quella innescata dal rilascio della certificazione inesatta e incompleta. Il D., infatti, avrebbe potuto appropriarsi del prezzo tanto se avesse realmente avuto i poteri rappresentativi attestati nel certificato ma dei quali in realtà era carente, tanto qualora fosse stato debitamente autorizzato ad alienare il terreno, a norma di statuto, dall’assemblea dei soci. In sostanza, l’appropriazione indebita sarebbe stata possibile in ogni caso, a prescindere dall’erroneo contenuto del certificato di vigenza e dal fatto che il D. fosse un falsus procurator.
Consegue che, sul piano della causalità materiale, l’evento-danno riferibile al negligente operato del cancelliere del Tribunale di Ferrara è costituito dalla perdita del terreno, dal cui valore – comprensivo delle potenzialità di sfruttamento economico occorre però sottrarre l’importo del quale, con autonoma condotta illecita, si è appropriato il D..
In ordine all’entità del risarcimento dei danni derivati fatto illecito, il requisito della prevedibilità del danno, correlato all’elemento psicologico di esso (art. 1225 cod. civ. inapplicabile alla responsabilità extracontrattuale, in quanto non richiamato dall’art. 2056 cod. civ., avendo scelto il legislatore di non commisurare il risarcimento al grado della colpa (Sez. 3, Sentenza n. 6725 del 30/03/2005, Rv. 581678; conf. Sez. 2, Sentenza n. 19045 del 03/09/2010, Rv. 614174).
Consegue che sul piano della colpevolezza della condotta, non occorre domandarsi se il cancelliere che aveva rilasciato il certificato di vigenza potesse prevedere l’uso che ne sarebbe stato fatto, nè l’entità dei danni così cagionati alla società.
Con il quarto motivo si deduce la violazione dell’art. 2059 cod. civ. e art. 185 cod. pen., nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo, perchè alla B. è stato negato il diritto al risarcimento del danno morale. In realtà, il motivo si sostanzia solamente nella censura di un vizio carenza di motivazione, non più previsto fra i motivi di ricorso dall’art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 5, a decorrere dalle sentenze pubblicate dopo l’11 settembre 2012. Sotto ogni altro profilo, il motivo è carente di specificità.
In conclusione, la sentenza impugnata va cassata in relazione ai motivi accolti, nei termini sopra esposti.
accoglie il ricorso, ai sensi di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 49
 sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 art. 185
 sentenza 
 sentenza