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Timestamp: 2017-09-26 12:40:30+00:00

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Il danno da perdita del rapporto parentale, o danno dei famigliri per morte del congiunto Art. 2059. Danni non patrimoniali. Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge. | Avvocato a Bologna - Studio Legale Bologna Avvocato Sergio Armaroli
Il danno da perdita del rapporto parentale, o danno dei famigliri per morte del congiunto
Integra di per sé un danno risarcibile ex art. 2059 c.c. – giacché lede un interesse della persona costituzionalmente rilevante, ai sensi dell’art. 2 Cost. – il pregiudizio recato al rapporto di convivenza, da intendere quale stabile legame tra due persone connotato da duratura e significativa comunanza di vita e di affetti, anche quando non sia contraddistinto da coabitazione. In caso, invece, di relazione prematrimoniale o di fidanzamento che – a prescindere da un rapporto di convivenza attuale al momento dell’illecito – era destinato successivamente ad evolvere (e di fatto si sia evoluto) in matrimonio, il risarcimento del danno non patrimoniale trova fondamento nell’art. 29 Cost., inteso come norma di tutela costituzionale non solo della famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio, ma anche del diritto del singolo a contrarre matrimonio e ad usufruire dei diritti-doveri reciproci inerenti le persone dei coniugi, nonché a formare una famiglia quale modalità di piena realizzazione della propria vita individuale.
Tale pregiudizio si colloca nell’area dell’art. 2059 c.c. nel cui alveo rientrano i danni di natura non patrimoniale
E’ agevole infatti rilevare perche’ il danno da perdita del congiunto deve essere commisurato al valore che la persona perduta aveva rispetto al danneggiato, e non alle conseguenze economiche del risarcimento che il danneggiato ne ritrarra’. Si tratta, invero, di un danno non patrimoniale, rispetto al quale, ontologicamente, un risarcimento patrimoniale e’ sempre una fictio, non idonea a restituire/compensare, bensi’ soltanto ad attestare nell’unica modalita’ giuridicamente possibile il valore della persona perduta. E il valore di ogni persona e’ intrinseco alla sua umanita’, per cui non puo’ subire alcuna deminutio in base ad elementi che su tale umanita’ non incidono: tale d’altronde e’ la ratio del principio costituzionale di uguaglianza condivisibilmente richiamato dall’arresto del 2014. Dismettendo proprio nell’incipit della legge fondamentale le discriminazioni – id est, le distinzioni giuridicamente illogiche – che pesantemente intridevano in precedenza le strutture normative (sesso, razza, religione, posizione personale e sociopolitica), il legislatore costituzionale ovviamente inibisce una liquidazione risarcitoria come quella adottata nella impugnata sentenza, per cui alla persona in se’ si impone come parametro per il risarcimento per equivalente della sua perdita il valore della moneta con cui viene concretizzato nel luogo dove risiede chi tale perdita ha subito. Anche a prescindere, quindi, dai noti canoni del diritto internazionale e sovranazionale inibitori delle discriminazioni perche’ attinenti al valore umano (v. per tutti, sempre in un caso di danno non patrimoniale dei congiunti per perdita di marito e padre, Cass. sez. 3, 17 aprile 2013 n. 9231), l’impostazione “valutaria” del risarcimento del danno sposata dalla corte territoriale risulta radicalmente illegittima. La determinazione del danno, nel caso di specie, dovra’ essere effettuata soltanto sulla base, come gia’ sopra si e’ accennato, del genere e del contenuto specifico del legame che univa le persone perdute alle persone rimaste (ovvero, in relazione alla perdita di comunione di vita e di affetti nonche’ della integrita’ familiare: v., p.es., Cass. sez. 3, 9 maggio 2011 n. 10107 e l’assai recente Cass. sez. 3, 20 agosto 2015 n. 16992), nell’ambito, allo stato del diritto vivente, dei canoni uniformanti rappresentati dalle tabelle del Tribunale di Milano, salve naturalmente le eventuali esigenze di peculiare personalizzazione.
sentenza 7 ottobre 2016, n. 20206
(OMISSIS) nato il (OMISSIS) e per le figlie maggiorenni (OMISSIS) nata il (OMISSIS) e (OMISSIS) nata il (OMISSIS); per il figlio minore (OMISSIS) rappresentato dalla stessa madre che esercita la patria potesta’, tutti eredi di (OMISSIS), (OMISSIS) nato il (OMISSIS) e per i figli (OMISSIS) nato il (OMISSIS) e (OMISSIS) nato il (OMISSIS) tutti eredi di (OMISSIS), (OMISSIS) nato il (OMISSIS) per le figlie (OMISSIS) nata il (OMISSIS) e (OMISSIS) rappresentata dalla madre che esercita la patria potesta’; prima moglie e figlie di (OMISSIS), (OMISSIS) e per i figli minori rappresentati dalla stessa (OMISSIS) e (OMISSIS); seconda moglie e figli, tutti eredi di (OMISSIS), domiciliati ex lege presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentati e difesi dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del ricorso;
(OMISSIS) SPA in persona del legale rappresentante pro tempore elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso;
(OMISSIS) S.P.A. gia’ (OMISSIS) nella qualita’ di impresa designata dal Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada in persona del procuratore Dr. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso;
avverso la sentenza n. 225/2012 della CORTE D’APPELLO di BARI, depositata il 01/03/2012;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 09/06/2016 dal Consigliere Dott. CHIARA GRAZIOSI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE RENZIS Luisa, che ha concluso per l’accoglimento del 1 motivo di ricorso, assorbito il 2.
La Corte d’appello di Bari, con sentenza del 15 febbraio – 1 marzo 2012, a seguito di appello principale proposto da (OMISSIS) S.p.A. e di appello incidentale proposto da (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), in proprio e quali legali rappresentanti dei figli minori, avverso sentenza del Tribunale di Foggia, sezione distaccata di Manfredonia, del 2 ottobre 2006 – riguardante un sinistro stradale in cui erano deceduti i coniugi e padri degli appellanti incidentali quali terzi trasportati in uno dei due veicoli coinvolti -, accoglieva l’appello principale laddove lamentava il mancato adeguamento (in senso qui diminutivo) del risarcimento al luogo dove vivevano i danneggiati (nella causa in esame, in (OMISSIS)) e accoglieva l’appello incidentale per mancata applicazione delle tabelle del Tribunale di Milano nella determinazione del danno da perdita di congiunto, cosi rideterminando il quantum di tale danno e disponendo la devalutazione della somma dal sinistro e il calcolo degli interessi legali sulla somma rivalutata anno per anno fino alla pronuncia di primo grado.
Hanno presentato ricorso (OMISSIS), in proprio e per il figlio minore (OMISSIS), le sue figlie frattanto divenute maggiorenni (OMISSIS) e (OMISSIS), (OMISSIS) e i figli frattanto divenuti maggiorenni (OMISSIS) e (OMISSIS), (OMISSIS), in proprio e per la figlia minore (OMISSIS), e la figlia frattanto divenuta maggiorenne (OMISSIS), (OMISSIS) improprio e per le figlie minori (OMISSIS) e (OMISSIS), sulla base di due motivi: il primo denuncia violazione dell’articolo 3 Cost., violazione e falsa applicazione del Decreto Legislativo n. 209 del 2005, articoli 125 e 126, nonche’ violazione della L. n. 218 del 1995, articolo 61, per avere il giudice d’appello commisurato al luogo di residenza dei danneggiati l’entita’ del risarcimento; il secondo motivo denuncia omessa o insufficiente motivazione ex articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere il giudice d’appello devalutato il quantum del danno a partire dal sinistro, disponendo poi il calcolo degli interessi legali sulla somma rivalutata anno per anno fino alla pronuncia di primo grado.
Si difende con controricorso (OMISSIS) S.p.A., che chiede che il ricorso sia dichiarata inammissibile o comunque rigettato.
Si difende con controricorso anche (OMISSIS) S.p.A., come compagnia designata per il FGVS, che richiede il rigetto del ricorso.
Sia i ricorrenti, sia (OMISSIS) S.p.A. hanno depositato memoria ex art 378 c.p.c..
3.1 Nell’impugnata sentenza la corte territoriale ha accolto il terzo motivo dell’appello principale, per cui la liquidazione del danno avrebbe dovuto tener conto del Paese di residenza dei danneggiati, cioe’ il (OMISSIS), ove il valore dell’Euro sarebbe stato superiore che in Italia, per cui i danneggiati avrebbero ricevuto un risarcimento superiore a quello che sarebbe stato loro concesso se in Italia fossero stati residenti. La corte si e’ fondata sull’insegnamento di Cass. sez. 3, n. 14 febbraio 2000 n. 1637, massimata come segue: “Nella determinazione equitativa del danno morale puo’ tenersi conto anche della realta’ socio economica in cui vive il danneggiato al fine di adeguare a tale realta’ l’importo che si ritiene dovuto ai fini riparatori del danno. Cio’ pero’ presuppone la definizione di una somma di denaro assunta come equa per la riparazione del danno in base al potere di acquisto medio e la successiva operazione di valutazione di corrispondenza di tale importo al particolare potere di acquisto del denaro nella zona in cui esso e’ presumibilmente destinato ad essere speso. Consegue che il giudice di merito il quale nella valutazione equitativa del danno morale abbia fatto riferimento al contesto socio-economico dell’area territoriale in cui vive il danneggiato come fattore giustificativo della determinazione del danno e’ tenuto a dare puntuale conto dell’incidenza del potere di acquisto nella zona indicata sulla base di parametri numericamente accettabili, quali gli indici del costo della vita nelle varie aree del territorio nazionale”. Il giudice d’appello ha ritenuto che si tratti di un indirizzo giurisprudenziale preferibile ad altra giurisprudenza richiamata, peraltro di merito, per cui l’adeguamento del risarcimento al contesto socio-economico dove vive il danneggiato ha funzione compensativo-satisfattiva, e non risarcitoria, e deve altresi’ tenersi conto della possibilita’ che il danneggiato sposti la sua residenza. Sarebbe infatti – osserva la corte territoriale – “assai improbabile che i cittadini senegalesi che hanno agito nel presente giudizio siano in grado di scegliere un diverso luogo di residenza rispetto a quello attuale, nel prossimo futuro” e il differente potere d’acquisto non puo’ pertanto non incidere sulla determinazione del quantum risarcitorio.
3.2 La pronuncia del 2000 cui si rifa’ la corte territoriale, peraltro, non esaminava un caso riguardante danneggiati stranieri, bensi’ una fattispecie in cui il giudice dl secondo grado – la Corte di L’Aquila – aveva confermato il quantum di un danno morale da perdita di congiunto, in sostanza, per il mero fatto che le persone danneggiate risiedevano nella provincia di Chieti, sostenendo che il pretium doloris “assume sempre connotazioni economiche, per cui va ragguagliato alla realta’ socio-economica in cui vivono le danneggiate”. Essendo stato quindi presentato ricorso lamentando che la liquidazione del danno morale era inadeguata, in quanto deve escludersi ogni riferimento a localizzazioni geografiche, questa Suprema Corte ha preso le mosse proprio dall’affermazione che “non e’ errato ritenere che, nella determinazione equitativa della somma volta al risarcimento del danno morale subiettivo, debba tenersi conto anche delle realta’ socio-economiche in cui vive il danneggiato”. Dato atto che il risarcimento ha “funzione meramente surrogante e compensativa delle sofferenze indotte dal fatto illecito” (rilievo finalizzato a escluderne l’ovvia assenza di natura sanzionatoria), prosegue dunque il giudice di legittimita’ osservando che, “se l’entita’ delle soddisfazioni compensative ritraibili dalla disponibilita’ di una somma di denaro e’ diversa a seconda dell’area nella quale il denaro e’ destinato ad essere speso, non l’entita’ delle soddisfazioni deve variare, ma la quantita’ di denaro necessario a procurarle. Tale condizionamento, per cosi’ dire, valutano non ha ostato, pero’, nel caso di specie, alla cassazione della sentenza d’appello, sulla base dell’ulteriore argomentazione che, per aumentare o diminuire in correlazione alle particolari condizioni socio-economiche dell’area geografica dove vive il danneggiato, occorre comunque, quale presupposto, la determinazione di un valore monetario su cui operare tali adeguamenti, nel caso assente.
3.3 Quando fu pronunciata la sentenza in questa sede impugnata, non vi era stato alcun altro arresto di legittimita’ concernente la questione in esame poco dopo il deposito della sentenza (16 marzo 2012) vi ritorno’ la sentenza n. 7932 del 18 maggio 2012, ancora di questa sezione Terza Civile. In un caso in cui il danneggiato non era italiano bensi’ rumeno, fu chiaramente esclusa ogni incidenza sul quantum del danno non patrimoniale della residenza del danneggiato. Cio’ sulla base del fatto che l’illecito aquiliano si compone di tre elementi essenziali – condotta illecita (dolosa o colposa), danno e nesso causale tra essi – le cui circostanze soltanto possono incidere sulla aestimatio del danno, “mentre il luogo dove il danneggiato abitualmente vive, e presumibilmente spendera’ od investira’ il risarcimento a lui spettante, e’ invece un elemento esterno e successivo alla fattispecie dell’illecito, un posterius, come tale ininfluente sulla misura del risarcimento del danno” (cosi’ l’appena citata sentenza, in motivazione).
Piu’ recentemente, Cass. sez. 3, 13 novembre 2014 n. 24201, a proposito di un risarcimento ai congiunti di un tunisino deceduto in Italia per il danno morale da perdita, ha riesaminato la questione, raffrontando l’arresto del 2000 con quello del 2012, e manifestando adesione a quest’ultimo, a cui favore ha aggiunto due ulteriori elementi di sostegno: da un lato, l’obbligo di non discriminare gli stranieri racchiuso nell’articolo 3 Cost. (al riguardo richiamando le sentenze nn. 252/2001 e 106/2008 della Corte Costituzionale); e, dall’altro, la necessita’ di una certezza risarcitoria nel senso della uniformita’, emersa soprattutto dalla nota pronuncia che ha individuato la relativa concretizzazione dell’equita’ nelle tabelle di Milano (Cass. sez. 3, 7 giugno 2011 n. 12408).
3.4 Non vi e’ alcun motivo per riesumare la posizione assunta nell’ormai risalente pronuncia del 2000, la quale non ha trovato, come si e’ appena visto, alcuna sequela nella giurisprudenza successiva di questa Suprema Corte. Fondamentale risulta il rilievo, operato dalla sentenza del 2012, che la condizione socio-economica del danneggiato e’ un elemento esterno rispetto all’illecito aquiliano. E’ infatti un posterius rispetto a tale illecito l’utilizzazione del risarcimento, e dunque il valore di quest’ultimo non e’ determinabile ai fini della sua utilizzazione, bensi’ in relazione alle intrinseche caratteristiche del danno rispetto al quale e’ diretto a restaurare la sfera giuridica della persona lesa. Ne’, d’altronde, potrebbe opporsi che per determinare il danno morale da perdita di congiunto si valutano comunque circostanze esterne al fatto illecito, cioe’ il tipo di legame e la sua concreta conformazione che avvinceva al defunto il danneggiato. E’ agevole infatti rilevare perche’ il danno da perdita del congiunto deve essere commisurato al valore che la persona perduta aveva rispetto al danneggiato, e non alle conseguenze economiche del risarcimento che il danneggiato ne ritrarra’. Si tratta, invero, di un danno non patrimoniale, rispetto al quale, ontologicamente, un risarcimento patrimoniale e’ sempre una fictio, non idonea a restituire/compensare, bensi’ soltanto ad attestare nell’unica modalita’ giuridicamente possibile il valore della persona perduta. E il valore di ogni persona e’ intrinseco alla sua umanita’, per cui non puo’ subire alcuna deminutio in base ad elementi che su tale umanita’ non incidono: tale d’altronde e’ la ratio del principio costituzionale di uguaglianza condivisibilmente richiamato dall’arresto del 2014. Dismettendo proprio nell’incipit della legge fondamentale le discriminazioni – id est, le distinzioni giuridicamente illogiche – che pesantemente intridevano in precedenza le strutture normative (sesso, razza, religione, posizione personale e sociopolitica), il legislatore costituzionale ovviamente inibisce una liquidazione risarcitoria come quella adottata nella impugnata sentenza, per cui alla persona in se’ si impone come parametro per il risarcimento per equivalente della sua perdita il valore della moneta con cui viene concretizzato nel luogo dove risiede chi tale perdita ha subito. Anche a prescindere, quindi, dai noti canoni del diritto internazionale e sovranazionale inibitori delle discriminazioni perche’ attinenti al valore umano (v. per tutti, sempre in un caso di danno non patrimoniale dei congiunti per perdita di marito e padre, Cass. sez. 3, 17 aprile 2013 n. 9231), l’impostazione “valutaria” del risarcimento del danno sposata dalla corte territoriale risulta radicalmente illegittima. La determinazione del danno, nel caso di specie, dovra’ essere effettuata soltanto sulla base, come gia’ sopra si e’ accennato, del genere e del contenuto specifico del legame che univa le persone perdute alle persone rimaste (ovvero, in relazione alla perdita di comunione di vita e di affetti nonche’ della integrita’ familiare: v., p.es., Cass. sez. 3, 9 maggio 2011 n. 10107 e l’assai recente Cass. sez. 3, 20 agosto 2015 n. 16992), nell’ambito, allo stato del diritto vivente, dei canoni uniformanti rappresentati dalle tabelle del Tribunale di Milano, salve naturalmente le eventuali esigenze di peculiare personalizzazione.
Il primo motivo del ricorso deve pertanto essere accolto, con conseguente logico assorbimento del secondo; la sentenza, pertanto, deve essere cassata, con rinvio alla Corte d’appello di Bari, in diversa composizione, cui si rimette anche quanto attiene alle spese del grado di legittimita’.
il pregiudizio da perdita del rapporto parentale va allegato e provato specificamente dal danneggiato ex art. 2697 c.c. (Cass. 20 agosto 2015, n. 16992), sicché correttamente la Corte di merito ha comunque escluso tale danno, ritenendo che non trattasi di danno in re ipsa, ed evidenziando nel caso di specie l’assenza di allegazioni in relazione ad una particolare sofferenza patita dalla piccola C. per la breve vita della congiunta. 4. Con il quarto motivo, lamentando “violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c.”, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata in riferimento alla operata parziale compensazione delle spese nella misura della metà in ragione dell’innovatività delle richiamate pronunce delle Sezioni Unite di questa Corte del 2008, ritenendo i predetti che, stante l’intervenuto nuovo orientamento della giurisprudenza di legittimità, nessuna condanna alle spese avrebbe dovuta essere pronunciata nei loro confronti, essendosi attenuti alla precedente giurisprudenza della S.C..
sentenza 23 giugno 2016, n. 12985
S.F. e F.C. , entrambi anche quali genitori esercenti la potestà sulla minore S.M. , convenivano dinanzi al Tribunale di Milano, Sezione distaccata di Legnano, l’A.O. Ospedale Civile di (…), la Gestione Liquidatoria della disciolta U.S.S.L. (…) e il dott. N.M. per sentirli condannare, in solido tra loro, al risarcimento dei danni patiti e patiendi dalla minore e dai genitori istanti, in seguito all’imperita assistenza prestata dal detto sanitario alla minore e alla madre in occasione del parto avvenuto il (omissis) presso il nosocomio di (…).
All’udienza del 1 febbraio 2002 il difensore degli attori dichiarava il decesso di S.M. e depositava la comparsa di costituzione ex art. 302 c.p.c. per S.F. , F.C. e S.C. (sorella di M. ), quali successori ex lege della minore deceduta.
Gli appellanti censuravano inoltre la sentenza impugnata nella parte in cui il Tribunale aveva considerato nuova la domanda di risarcimento del danno subito iure proprio dalla minore S.C. , in ragione della lesione del rapporto parentale con la sorella defunta e quantificavano il pregiudizio in parola nella complessiva somma di Euro 1.500.000.
La Corte di appello di Milano, con sentenza del 14 giugno 2010, rigettava l’appello confermando integralmente la sentenza impugnata, compensava tra le parti le spese processuali di quel grado per la metà e condannava gli appellanti soccombenti alla restante metà
Avverso la sentenza della Corte di merito S.F. e F.C. , in proprio ed in qualità di genitori esercenti la potestà genitoriale sulla minore S.C. , hanno proposto ricorso per cassazione articolato in quattro motivi.
La Gestione Liquidatoria (per l’esercizio 1997) della disciolta Unità Socio Sanitaria Locale n. XX e N.M. hanno resistito con controricorso contenente ricorso incidentale condizionato basato su un unico motivo.
Con il primo motivo si denuncia “violazione degli artt. 2043 e 2059 c.c. e dell’art. 115 c.p.c., nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in relazione all’art. 360, n. 3 e n. 5, c.p.c.”.
I ricorrenti lamentano che la Corte di merito abbia considerato il risarcimento liquidato dal Tribunale, sia iure hereditatis che iure proprio, esaustivo ed abbia ritenuto che sarebbe stato onere degli appellanti dimostrare non solo l’inadeguatezza del liquidato risarcimento in relazione al particolare atteggiarsi della compromissione di valori della persona non considerati da quel risarcimento ma anche la sussistenza di pregiudizi di natura esistenziale e catastrofica e con riferimento al rapporto parentale. Denunciano la riduttività del criterio indennizzatorio adottato dal Tribunale e fatto proprio dalla Corte di merito in relazione ai danni sofferti da S.M. e dai suoi congiunti, in proprio e nella qualità di eredi, e chiedono la riliquidazione dei danni sulla base dei criteri indicati nei precedenti gradi di giudizio o sulla base di criteri equitativi fondati sulla gravità del fatto.
Dalla sentenza impugnata risulta che la Corte di merito ha, invece, valutato tutte le circostanze del caso concreto e si è attenuta ai principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità con le note sentenze delle Sezioni Unite della S.C. dell’11 novembre 2008 e in particolare, tra esse, della n. 26972, e ha congruamente e logicamente motivato l’operato rigetto dell’impugnazione proposta. Né peraltro risultano efficacemente censurate in questa sede le affermazioni della Corte di merito in relazione al lamentato danno esistenziale, catastrofico e per lesione del rapporto parentale con la sorella subito dalla piccola C. , con particolare riferimento al ritenuto mancato assolvimento, da parte degli appellanti, attuali ricorrenti, non solo dell’onere di allegazione e prova di tali danni ma anche e soprattutto dell’onere di dimostrare l’inadeguatezza del risarcimento liquidato in primo grado in relazione al particolare atteggiarsi della compromissione di valori della persona (vittima primaria e i prossimi congiunti della prima) non considerato da quel risarcimento.
Con il secondo motivo si lamenta “violazione e falsa applicazione degli artt. 1223, 1226 e 2056 c.c., nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in relazione all’art. 360, n. 3 e 5, c.p.c.”.
I ricorrenti precisano che la figlia è sopravvissuta per 1457 gg e quindi già in primo grado avevano chiesto a titolo di inabilità temporanea Euro 291.400,00 e lamentano che la Corte di merito abbia rigettato tale richiesta in base ad un orientamento medico-legale secondo cui non sarebbe configurabile un danno da inabilità temporanea in dipendenza di lesioni irredimibili ed assumono che tale motivazione dimostrerebbe che la Corte territoriale non avrebbe tenuto conto né delle argomentazioni svolte dagli appellanti né delle citazioni tendenti a dimostrare la sussistenza di altro diverso orientamento.
Si rileva al riguardo non solo la sostanziale genericità del mezzo all’esame ma anche l’assenza dei dedotti vizi della sentenza impugnata, evidenziandosi, quanto ai lamentati vizi ex art. 360 n. 5 c.p.c., che sul punto la Corte di merito ha motivato e tale motivazione è “reale” e non meramente apparente, contrariamente a quanto sembrano sostenere (v. p. 29 del ricorso) i ricorrenti. Questi ultimi, peraltro, non hanno contestano lo stato menomativo stabile e non remissibile della piccola M. accertato dai Giudici del merito – che hanno evidentemente fatto riferimento, nel liquidare il danno biologico, all’invalidità permanente – e sostengono una tesi accedendo alla quale si darebbe luogo ad una non consentita duplicazione risarcitoria del medesimo pregiudizio (Cass. 19 dicembre 2014, n. 26897), come pure evidenziato dalla Corte territoriale.
Con il terzo motivo si lamenta “violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c. e dell’art. 2059 c.c., nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in relazione all’art. 360, n. 3 e n. 5, c.p.c.”. I ricorrenti censurano la sentenza impugnata in relazione alla confermata esclusione del risarcimento della lesione del rapporto parentale in capo a C. , sorella della piccola defunta M. , evidenziando che la Corte di merito ha operato tale rigetto rilevando che tale danno non è in re ipsa e non può, pertanto, essere riconosciuto in assenza di specifiche allegazioni volte a provare la sofferenza del soggetto reclamante e che è estremamente problematica la configurabilità del pregiudizio in parola in termini di sussistenza del nesso causale tra evento e danno, considerato che le lesioni e il successivo decesso della piccola M. non avrebbero inciso su un rapporto parentale in atto, essendo nata l’istante dopo la scomparsa della sorella.
3.1. La doglianza è inammissibile per quanto attiene alla censura della ratio decidendi basata sull’erroneo rilievo della non incidenza delle lesioni e del decesso della piccola M. sul rapporto parentale con la sorella minore C. per essere nata questa dopo la scomparsa della sorella, atteso che effettivamente C. è, invece, nata prima della morte di M. . Trattasi, infatti, di errore revocatorio, non denunciabile nel giudizio di cassazione.
Nel resto il motivo non può essere accolto, atteso che il pregiudizio da perdita del rapporto parentale va allegato e provato specificamente dal danneggiato ex art. 2697 c.c. (Cass. 20 agosto 2015, n. 16992), sicché correttamente la Corte di merito ha comunque escluso tale danno, ritenendo che non trattasi di danno in re ipsa, ed evidenziando nel caso di specie l’assenza di allegazioni in relazione ad una particolare sofferenza patita dalla piccola C. per la breve vita della congiunta. 4. Con il quarto motivo, lamentando “violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c.”, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata in riferimento alla operata parziale compensazione delle spese nella misura della metà in ragione dell’innovatività delle richiamate pronunce delle Sezioni Unite di questa Corte del 2008, ritenendo i predetti che, stante l’intervenuto nuovo orientamento della giurisprudenza di legittimità, nessuna condanna alle spese avrebbe dovuta essere pronunciata nei loro confronti, essendosi attenuti alla precedente giurisprudenza della S.C..
E invero il provvedimento di compensazione parziale o totale delle spese per giusti motivi, pur nel regime anteriore a quello introdotto dall’art. 2, comma 1, lett. a) della legge 28 dicembre 2005, n. 263 -applicabile nel caso all’esame, trattandosi di giudizio iniziato nel 2001 – deve trovare un adeguato supporto motivazionale, anche se, a tal fine, non è necessaria l’adozione di motivazioni specificamente riferite a detto provvedimento purché, tuttavia, le ragioni giustificatrici dello stesso siano chiaramente desumibili dal complesso della motivazione adottata, e fermo restando che la valutazione operata dal giudice di merito può essere censurata in cassazione se le spese sono poste a carico della parte totalmente vittoriosa ovvero quando la motivazione sia illogica e contraddittoria e tale da inficiare, per inconsistenza o erroneità, il processo decisionale (Cass., ord., 2 dicembre 2010, n. 24531; Cass. 6 ottobre 2011, n. 20457; Cass. 19 giugno 2006, n. 15317 del 19/06/2013).
Il ricorso principale, alla luce di quanto sopra evidenziato, deve essere rigettato.
Al rigetto del ricorso principale consegue l’assorbimento dell’esame del ricorso incidentale condizionato all’accoglimento del primo e del terzo motivo del ricorso per primo indicato.
ostituiscono invero massime ormai consolidate nella giurisprudenza della Corte:

References: Art. 2059
 art. 2059
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 

sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 61
 articolo 360
 sentenza 
 Cass. sez. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. sez. 
 sentenza 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 art. 2697
 sentenza 

sentenza 
 art. 302
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 sentenza 
 art. 2697
 sentenza 
 Cass. 
 Cass.