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Timestamp: 2017-11-23 09:15:22+00:00

Document:
GIUDIZIO DI LEGITTIMITÀ E CESSAZIONE DELLA MATERIA DEL CONTENDERE.
Giust. civ., fasc.3, 2006, pag. 661
Classificazioni: PROCEDIMENTO CIVILE - Cessazione della materia del contendere
La sentenza in oggetto torna a qualificare il tema della cessazione della materia del contendere. Il caso sottoposto alla decisione della Corte riproduce i tratti archetipici delle fattispecie sulla cui base la giurisprudenza ha edificato tale figura.
Per comprendere le motivazioni che inducono il giudice ad una tale pronuncia è necessaria la trattazione di una serie di questioni, alle quali la giurisprudenza di legittimità, solo negli ultimi anni, ha dato risposte univoche.
In primis la cessazione della materia del contendere, prima facie, non è prevista esplicitamente né dal codice di rito né da legge speciale alcuna; ciò potrebbe portare a non considerarla tra gli istituti dell'ordinamento processuale (1). Ma il codice di procedura civile disciplina, prevede, diverse formule le quali, nel loro complesso, assolvono funzioni tra le quali si ricomprende il soddisfacimento degli interessi che la prassi giudiziaria sottende alla richiesta e all'adozione di un provvedi mento dichiarativo della cessazione della materia del contendere (2). Inoltre, la natura di istituto processuale viene riconosciuta dalla prassi giurisprudenziale (3) ormai consolidata.
Quindi, in tema di cessazione della materia del contendere, più che al disposto normativo, è necessario, per individuare i casi in cui il giudice è obbligato ad una pronuncia di cessazione della materia del contendere e per una sua corretta definizione, riferirsi al formante giurisprudenziale.
Si verifica cessazione della materia del contendere quando sia sopravvenuta una situazione che abbia eliminato la posizione di contrasto fra le parti ed abbia di conseguenza fatto venire meno, oggettivamente, la necessità della pronuncia del giudice.
L'istituto in esame non deve essere confuso con l'assenza di interesse ad agire, quando la situazione di contrasto tra le parti sia venuta meno prima dell'instaurazione della lite, qualunque ne sia la causa, per un atto volontario o un evento fattuale, in quanto in tal caso il giudice non può dichiarare la cessazione della materia del contendere neppure se le parti concordemente lo richiedano, essendo tale pronuncia connessa alla carenza sopravvenuta di interesse, e deve, al contrario, rilevare, eventualmente di ufficio, sempre che non vi osti un esplicito o anche implicito giudicato preclusivo, la mancanza originaria di interesse ad agire, dichiarando inammissibile la domanda.
Importante chiarire se il superamento del contrasto tra le parti comporti il potere-dovere del giudice di dichiarare la cessazione della materia del contendere o se questa sia subordinata all'esistenza di un accordo o di un'espressa manifestazione di volontà delle parti processuali in tal senso.
La giurisprudenza (4) subordinava la dichiarazione di cessazione della materia del contendere alla sussistenza di un accordo delle parti circa l'esistenza del fatto di cessazione; nello stesso tempo, però, affermava che la stessa, incidendo sul diritto sostanziale, imponeva al giudice di darne atto anche d'ufficio tutte le volte che, indipendentemente da una formale rinunzia al giudizio o al merito delle pretese dedotte nel giudizio stesso, il fatto dell'avvenuta cessazione della materia del contendere risultasse acquisito al processo.
In proposito si affermava che non potesse correttamente dichiararsi la cessazione della materia del contendere nel caso in cui la deduzione di essa provenisse da una sola parte (5), con la conseguente necessità di verificarne la fondatezza (6).
La dottrina, naturalmente, non mancava di osservare che era contraddittorio ammettere, da un lato, il rilevo di ufficio e pretendere, dall'altro, l'accordo delle parti, segnalando che il potere di ufficio dovrebbe prescindere sia dall'accordo che dalla volontà delle parti.
Risolvendo la questione, la giurisprudenza, con indirizzo ormai unitario, afferma che la cessazione della materia del contendere deve essere pronunciata in ogni stato e grado del giudizio, anche d'ufficio, «quando, successivamente alla proposizione dell'atto introduttivo, sia stata ritualmente acquisita al processo, ovvero risulti concordemente ammessa dalle parti una situazione dalla quale emerga l'avvenuta cessazione di ogni contrasto tra le stesse (7)» e la questione viene ad assumere rilievo pregiudiziale rispetto anche alla questione di giurisdizione (8).
Ciò è avvalorato dall'art. 27, n. 2, l. 6 dicembre 1971 n. 1034 sull'istituzione dei tribunali amministrativi regionali, il quale prescrive che per i ricorsi per i quali tutte le parti concordemente richiedano che sia dichiarata cessata la materia del contendere, si segue il procedimento in camera di consiglio.
Questa disposizione lascia chiaramente intendere che, anche in caso di contrasto fra le parti, il tribunale deve pronunciare con sentenza la cessazione della materia del contendere, ove accerti la sopravvenienza della fattispecie di cui al comma 7 dell'art. 23: annullamento o riforma dell'atto impugnato da parte dell'amministrazione competente entro il termine per la fissazione dell'udienza; naturalmente in tal caso non verrà applicato il procedimento in camera di consiglio.
Non vi è motivo perché questo principio non possa essere considerato principio di diritto applicabile anche in materia civilistica per gli altri casi di cessazione della materia del contendere: ad esempio, essa deve essere dichiarata anche quando, nel contrasto fra le parti, venga accertato che, dopo l'inizio del processo, si è consensualmente risolto il contratto, di cui l'attore aveva chiesto la risoluzione per l'inadempimento dell'altra parte.
Quindi, si è superato l'ostacolo del riconoscimento o accordo delle parti sulla cessazione di ogni contenzioso e si è dato maggior potere al giudizio del magistrato. Si è giunti a tale conclusione poiché il fenomeno, di natura processuale, viene parificato ad una sopravvenuta carenza di interesse alla decisione e, quindi, rilevabile in ogni stato e grado, salvo il giudicato interno.
Infatti è stato ritenuto che il giudice ha il potere di individuare la portata giuridica del fatto «cessazione» ed emettere autonomamente la relativa pronuncia, ove il fatto sia interno al processo e quindi suscettibile di valutazione diretta da parte dell'organo giudicante (9).
La Suprema Corte si è pronunciata nel senso che non è di ostacolo alla relativa declaratoria neanche la perdurante esistenza di una situazione di conflitto in ordine alle spese, poiché il giudice provvede sulle stesse secondo il principio della soccombenza virtuale (10).
Dottrina e giurisprudenza, in mancanza di un'espressa previsione normativa sul punto, si sono pronunciate nel tempo in modo difforme in merito alla formula da adottare per la dichiarazione della cessazione della materia del contendere e per la qualificazione della sentenza che la pronuncia.
La giurisprudenza maggioritaria ha individuato nella pronuncia di cessazione della materia del contendere una pronuncia avente carattere processuale (11).
Infatti, il sopraggiungere delle nuove circostanze estinguerebbe il dovere del giudice di pronunciare sulla fondatezza della domanda introduttiva del processo (12) in quanto verrebbe meno l'interesse ad una pronuncia dell'organo giurisdizionale (13).
La pronuncia di cessazione della materia del contendere costituisce, in seno al rito contenzioso ordinario, una fattispecie di estinzione del processo, creata dalla prassi giurisprudenziale, espressa in una sentenza dichiarativa dell'impossibilità di procedere alla definizione del giudizio per il venir meno dell'interesse delle parti alla naturale conclusione del giudizio stesso.
Quindi, l'emanazione di una sentenza di cessazione della materia del contendere comporta, da un lato, la caducazione di tutte le pronunce emanate nei precedenti gradi di giudizio e non passate in cosa giudicata e, dall'altro, l'inidoneità ad acquistare efficacia di giudicato sostanziale sulla pretesa fatta valere in quanto l'efficacia di giudicato è limitata al solo aspetto del venir meno dell'interesse alla prosecuzione del giudizio, con l'ulteriore conseguenza che il giudicato può dirsi formato solo su tale circostanza, ove la relativa pronuncia non sia impugnata con i mezzi propri del grado in cui risulta emessa (14).
Contro tale pronunzia la parte può dolersi, in sede di impugnazione, solo contestando l'esistenza del presupposto per emetterla, risultandole invece precluso per difetto di interesse ogni altro motivo di censura (15).
L'intrinseco carattere processuale della decisione consente di eludere il divieto ex art. 372 c.p.c. di produzione di ulteriori documenti nell'ambito del procedimento di cassazione.
La produzione di documenti volti a dare prova del fatto sopravvenuto, transazione, morte di una parte, o altra causa di cessazione della materia del contendere, è consentita purché incida su uno dei presupposti della controversia o su tutta la materia che ne costituisce l'oggetto ovvero sia diretta a fondare la dimostrazione della sopravvenienza di un fatto che impedisca l'utile prosecuzione del giudizio, per essere venuto meno l'interesse a una decisione giudiziale della controversia (16).
In tal senso la semplice dichiarazione dei difensori, trattandosi di atto di disposizione del diritto in contesa e, dunque, di atto che esula dal semplice mandato ad litem non avrebbe alcuna incidenza sull'iter processuale (17).
Per tale motivo è consentita la produzione dei documenti comprovanti il fatto estintivo sopravvenuto alla proposizione del ricorso, tenuto conto che l'art. 372 c.p.c. ne consente il deposito purché riguardino, oltre che la nullità della sentenza impugnata, l'ammissibilità del ricorso o del controricorso. Infatti la giurisprudenza può dirsi ormai costante nell'ammettere, con interpretazione talora estensiva dell'art. 372 c.p.c., la produzione, nel corso del giudizio di cassazione, di documenti concernenti l'avvenuta cessazione della materia del contendere (18).
In relazione alla formula da adottare, è agevole rilevare che, tra le varie formule applicate, la più frequente è quella che dà semplicemente atto della cessazione della materia del contendere (19), sottolineando appunto il carattere processuale della sentenza.
Non sono però mancate pronunce che ritenevano detta dichiarazione una pronuncia sul merito dell'azione impugnata (20) o una pronuncia di rigetto della domanda proposta in giudizio la quale, comunque, incideva sul merito della controversia (21).
Ormai la qualifica di pronuncia di carattere processuale è univoca, ma diverse sono le espressioni che di volta in volta i giudici usano per dichiararla: sopravvenuta inammissibilità dell'impugnazione per sopravvenuta cessazione della materia del contendere (22), improcedibilità (23), improseguibilità del ricorso (24). Infine, un indirizzo minoritario (25) ma confortato da autorevole dottrina, preoccupato di evitare il pericolo che le formule processuali esposte determinino il passaggio in giudicato della sentenza impugnata, si pronuncia per la cassazione senza rinvio (26). In detto caso, esplicitamente, la cessazione della materia del contendere che sopravvenga nel corso del processo di impugnazione, eliminando l'interesse alla decisione, lungi dal rendere inammissibile o improcedibile l'impugnazione proposta prima che la materia del contendere sia cessata, autorizza una pronunzia sull'impugnazione stessa che, pur senza entrare nel merito di quanto deciso nei gradi precedenti, rimuova le sentenze già pronunziate nel corso del giudizio, eliminando le decisioni emesse sulla base di una domanda che ha cessato di essere attuale.
La decisione oggetto del nostro excursus si riferisce al tipico caso in cui, in pendenza del procedimento dinanzi la Corte di cassazione, la sentenza impugnata venga annullata dal giudice a quo in accoglimento dell'opposizione di terzo ex art. 404 c.p.c.
In primis correttamente il Supremo Collegio, sottolineando implicitamente il carattere processuale di tale pronuncia, ha affermato che «la decisione sulla declaratoria di cessazione della materia del contendere è pregiudiziale».
L'interesse al ricorso sussistente al momento della proposizione era venuto meno, in quanto l'annullamento della sentenza oggetto del procedimento era stato già ottenuto con la sentenza della Corte d'appello pronunciatasi sull'opposizione di terzo. Inoltre, ad abundantiam, le parti, concordemente, avevano richiesto la cessazione della materia del contendere e perfino la compensazione delle spese.
La Corte ha deciso sul presupposto che non fosse pendente ricorso per cassazione avverso la sentenza che rimetteva le parti innanzi il giudice di prime cure, sentenza la cui impugnabilità per cassazione nulla incideva sul fatto che comunque l'interesse al ricorso fosse venuto meno.
Certamente caso più complesso sarebbe stato quello in cui fosse pendente ricorso per cassazione avverso la sentenza pronunciata ex art. 404 c.p.c. In tale evenienza il Supremo Collegio non avrebbe potuto decidere in modo così semplicistico, ma avrebbe dovuto valutare l'opportunità di sospendere tale giudizio in quanto strettamente dipendente alla pronuncia della stessa Corte avverso la sentenza della Corte d'appello che rimetteva al giudice di prime cure per difetto di contraddittorio; naturalmente diverso sarebbe stato anche l'atteggiamento processuale delle parti.
La cassazione, inoltre, ha dichiarato il ricorso inammissibile in quanto «non era più sorretto dall'interesse su cui esso originariamente si fondava» nel presupposto della cessazione della materia del contendere.
Ormai è pacifico che nel caso di annullamento o di revocazione della sentenza già oggetto di impugnazione, il procedimento nel quale tale pronuncia sia stata impugnata viene meno per cessazione della materia del contendere.
Però a nostro parere e di parte della dottrina (27), questi due casi non possono essere considerati alla stessa stregua di quelli in cui si ha effettiva cessazione della materia del contendere in quanto l'atto sopravvenuto alla proposizione dell'atto introduttivo del giudizio comporta un superamento delle questioni di merito.
La cessazione della materia del contendere ab initio si aveva quando, nel corso del processo, si verificavano nuovi fatti che incidevano sul rapporto sostanziale dedotto in giudizio e, procurando l'estinzione della situazione giuridica posta a base della domanda dell'attore, incidevano contemporaneamente sul processo, elidendo oggettivamente la materia per la quale si contendeva e determinando la chiusura del processo stesso senza una decisione di merito.
Tanto nell'uno quanto nell'altro caso l'evento posto dalla cassazione a fondamento dell'asserita cessazione della materia del contendere non incide, infatti, sul rapporto sostanziale controverso, provocandone l'estinzione.
L'accoglimento del ricorso per regolamento di competenza o della domanda di revocazione esplica i suoi effetti rispettivamente nel giudizio d'appello e nel giudizio di cassazione, eliminando la sentenza impugnata e quindi l'oggetto del potere di impugnazione esercitato dall'appellante o dal ricorrente per cassazione, ma non incide in alcun modo sul diritto sostanziale fatto valere nei rispettivi giudizi in merito alla cui esistenza un altro organo giurisdizionale è chiamato a pronunciarsi in un'ulteriore fase del medesimo processo (o già si è pronunciato quando la sentenza che accoglie la domanda di revocazione abbia deciso anche il merito della causa).
In realtà ci si trova qui di fronte ad una sopravvenuta estinzione del potere dell'appellante o del ricorrente per cassazione d'impugnare la sentenza ormai eliminata in altra sede. Il fatto sopravvenuto non determina la definizione dell'intero processo per cessazione della materia del contendere, ma soltanto l'esaurimento, nell'ambito del processo stesso, di una singola fase di impugnazione con la correlativa pronuncia di una sentenza con la quale il giudice dell'impugnazione si limita a rigettare la domanda dell'impugnante per la sopravvenuta mancanza di un presupposto per una decisione in merito alla impugnazione stessa.
Il caso in oggetto difficilmente può farsi rientrare nel quadro della cessazione della materia del contendere.
Sia nel caso di revocazione che di annullamento l'evento posto dalla cassazione a fondamento dell'asserita cessazione non incide infatti sul rapporto sostanziale controverso, provocandone l'estinzione. La stessa giurisprudenza, nel momento in cui ha qualificato tale istituto come avente carattere estintivo, certamente non ha potuto riferirsi solamente all'aspetto meramente processuale, ma anche all'elemento sostanziale dell'intera vicenda. La revocazione o l'annullamento della sentenza eliminano la sentenza impugnata e, quindi, l'oggetto del potere d'impugnazione esercitato dall'appellante o dal ricorrente per cassazione, ma non incidono in alcun modo sul diritto sostanziale fatto valere nei rispettivi giudizi in merito alla cui esistenza un altro organo giurisdizionale è chiamato a pronunciarsi in un'ulteriore fase del medesimo processo.
In tali casi si verifica una sopravvenuta estinzione del potere dell'appellante o del ricorrente per cassazione d'impugnare la sentenza ormai eliminata in altra sede ed il fatto sopravvenuto non determina la chiusura dell'intero processo per cessazione della materia del contendere, come avviene ad esempio nel caso tipico della transazione, ma soltanto l'esaurimento nell'ambito del processo stesso di una singola fase di impugnazione con la correlativa pronuncia di una sentenza con la quale il giudice dell'impugnazione si limita a rigettare la domanda dell'impugnante per la sopravvenuta mancanza del presupposto per una decisione in merito all'impugnazione stessa.
Ciò premesso la sentenza giustamente ha dichiarato il ricorso inammissibile, ma in sede di motivazione pecca nel ricondurre tale fattispecie alla cessazione della materia del contendere.
Quindi l'istituto non può essere generalizzato, ma l'organo giudicante deve valutare, caso per caso, per la formulazione di una pronuncia di cessazione della materia del contendere, se sussista carenza di interesse al proseguimento del giudizio dovuta ad una cessazione della materia del contendere anche sotto il profilo meritorio e fattuale e non solamente il difetto di interesse alla prosecuzione di una singola fase processuale, per cui è più corretta la sola affermazione di inammissibilità.
(1) Cfr. Cass. 15 giugno 1996 n. 5516. Riferimenti normativi inerenti la cessazione della materia del contendere risultano nella l. 6 dicembre 1971 n. 1034 sull'istituzione dei tribunali amministrativi regionali il cui art. 23, comma 7, stabilisce che il suddetto tribunale «dà atto della cessata materia del contendere e provvede sulle spese» quando «entro il termine per la fissazione dell'udienza, l'amministrazione annulla o riforma l'atto impugnato in modo conforme alla istanza del ricorrente», mentre il successivo art. 27, n. 2, prescrive il procedimento in camera di consiglio per i ricorsi per i quali le parti concordemente chiedono che sia dichiarata la cessazione della materia del contendere; nella riforma del contenzioso tributario (art. 21, comma 2, d.P.R. 26 ottobre 1972 n. 636) la rinnovazione dell'atto impugnato fa cessare la materia del contendere sui motivi che hanno determinato l'emanazione dell'ordinanza di sospensione nonché sui motivi che risultano accolti dall'atto rinnovato; l'art. 46 d. lgs. 31 dicembre 1992 n. 546 comprende la cessazione della materia del contendere tra le cause di estinzione del giudizio, dichiarata con decreto del presidente o con sentenza della commissione.
(2) La giurisprudenza individua come fatti idonei a determinare la cessazione della materia del contendere l'integrale adempimento o, più in generale, il completo soddisfacimento della pretesa dell'attore (Cass. 29 aprile 1974 n. 1218; Cass. 9 luglio 1997 n. 6226), il riconoscimento dell'avversa pretesa (Cass. 29 aprile 1974 n. 1216; Cass. 9 maggio 1975 n. 1809; Cass. 12 dicembre 1975 n. 4151), la rinuncia all'azione come rinuncia alla domanda di merito (Cass. 9 gennaio 1981 n. 190; Cass. 22 febbraio 1982 n. 1112), la successione di leggi (Cass. 8 luglio 1960 n. 1813), lo scioglimento consensuale del contratto di cui è stata chiesta la risoluzione per inadempimento (Cass. 14 novembre 1977 n. 4923), la morte di uno dei coniugi nel processo di separazione personale (Cass. 12 maggio 1981 n. 1442; Cass. 3 febbraio 1990 n. 740; Cass. 4 aprile 1997 n. 2944) o di cessazione degli effetti civili del matrimonio (Cass. 28 gennaio 1980 n. 661; Cass. 18 agosto 1992 n. 9592; Cass. 19 giugno 1996 n. 5664), oppure dell'interdicendo nel processo di interdizione (Cass. 22 febbraio 1989 n. 1001), ovvero del soggetto ingiunto in materia di sanzione amministrativa pecuniaria (Cass. 21 febbraio 1991 n. 1873; Cass. 29 maggio 1993 n. 6048; Cass. 5 aprile 1996 n. 3196) o del magistrato in sede di procedimento disciplinare (Cass., sez. un., 5 marzo 1993 n. 2674; v. anche per l'ipotesi di collocamento a riposo del magistrato incolpato, Cass. 26 maggio 1995 n. 5806); la transazione stipulata fra le parti dopo l'inizio del processo, che costituisce l'ipotesi di gran lunga prevalente e quasi l'archetipo dell'intera elaborazione del termine (Cass. 27 febbraio 1998 n. 2197; Cass. 18 maggio 1998 n. 4963; Cass. 6 giugno 1998 n. 5594, Cass. 22 gennaio 1997 n. 622); l'estinzione da rinuncia; l'estinzione per inattività delle parti e la conciliazione giudiziale (Cass. 9 ottobre 1974 n. 2714).
(3) Cass. 19 gennaio 1954 n. 92.
(4) Cass. 3 agosto 1977 n. 3455; Cass. 22 gennaio 1997 n. 622; Cass. 23 aprile 2001 n. 6002.
(5) La cessazione della materia del contendere presuppone che le parti si diano reciprocamente atto del sopravvenuto mutamento della situazione sostanziale dedotta in giudizio e sottopongono conclusioni conformi in tal senso al giudice (nella fattispecie, la Suprema Corte ha escluso che si fosse verificata la cessazione della materia del contendere nel corso del giudizio di legittimità, in quanto il solo controricorrente aveva dedotto che l'avvenuto pagamento degli importi da lui richiesti al ricorrente aveva eliminato la posizione di contrasto tra le parti in causa). Cass., sez. un., 26 luglio 2004 n. 13969.
(6) Cass. 27 settembre 1979 n. 4990; Cass. 18 novembre 1986 n. 6782; Cass. 27 settembre 1979 n. 4990; Cass. 22 aprile 1981 n. 2359; Cass. 14 giugno 1982 n. 3613; Cass. 4 luglio 1983 n. 4477; Cass. 20 novembre 1980 n. 6183; Cass. 11 gennaio 1990 n. 46.
(7) Cass. 1 dicembre 1992 n. 12826; Cass. 7 maggio 1993 n. 5286; Cass. 16 settembre 1995 n. 9781; Cass. 15 maggio 1998 n. 4919; Cass. 26 maggio 1999 n. 5097; Cass. 27 aprile 2000 n. 5390; Cass., sez. un., 28 settembre 2000 n. 1048.
(8) Cass., sez. un., 11 dicembre 2003 n. 18956 afferma che la cessazione della materia del contendere non solo impedisce la decisione della causa nel merito per il venir meno dell'interesse delle parti alla naturale conclusione del giudizio, ma, per la sua peculiare efficacia, dirimente delle decisioni rese e preclusiva di ogni possibilità dell'ulteriore corso del processo, risulta anche di impedimento alla pronuncia di statuizioni sulla giurisdizione, pertanto la questione di cessazione della materia del contendere assume rilievo pregiudiziale rispetto a quella di giurisdizione. Picardi, Codice di procedura civile, Milano 2004, 1177; sulla natura pregiudiziale di tale pronuncia l'autore dichiara che non può pronunciarsi cessazione della materia del contendere nel caso in cui sia accertata la nullità assoluta dell'atto introduttivo del giudizio e la sua conseguente inidoneità alla valida instaurazione del rapporto giuridico processuale, essendo in tal caso preclusa al giudice la cognizione di ogni altra questione di rito e di merito su cui intervenire con una valida pronuncia giurisdizionale (Cass. 24 luglio 1987 n. 6446).
(9) Cass. 27 aprile 1994 n. 4017.
(10) Cass. 7 giugno 2000 n. 7687; Cass. 14 aprile 1995 n. 4278; Cass. 1° aprile 2004 n. 6393; Cass. 28 marzo 2001 n. 4442. Sostanzialmente nel medesimo senso, Cass. 19 aprile 1997 n. 3075, in Giur. it., 1998, 18, ha altresì precisato che la declaratoria di cessazione degli effetti civili del matrimonio non esime il giudice dal provvedere sulle spese dell'intero giudizio, valutando se sussistano giusti motivi di totale o parziale compensazione, ovvero attribuendo dette spese all'una o all'altra parte in base, appunto, al criterio della c.d. «soccombenza virtuale» (cfr., in sede di merito, Trib. Roma 11 novembre 1999, in Giur. rom., 2000, 228).
(11) Cass. 22 gennaio 1997 n. 622; Cass. 20 maggio 1998 n. 5029; Cass., sez. un., 9 luglio 1997 n. 6226.
(12) Cass. 23 gennaio 1978 n. 156; Cass. 26 giugno 1978 n. 2990; Cass. 9 agosto 1973 n. 2280, in Foro it., 1973, I, 2975; Cass. 18 aprile 1988 n. 3038.
(13) Cass. 6 marzo 1970 n. 573, in questa Rivista, 1970, I, 855; Cass. 6 maggio 1971 n. 1287, ivi, 1972, I, 1468; Cass., sez. un., 24 maggio 1972 n. 1646, ivi, 1379.
(14) Cfr. Cass. 1° giugno 2004 n. 10478, in questa Rivista, 2004, I, 1968; Cass. 6 maggio 1998 n. 4583 (in Giur. it., 1999, 495; in Arch. civ., 1998, 1237); in dottrina, cfr. Auletta, Quando si dice che un accordo è meglio di una causa vinta: la moltiplicazione dei diritti dell'attore per effetto della dichiarazione di adesione del convenuto all'originaria pretesa contro di lui (nota a Cass., sez. un., 28 settembre 2000 n. 1048), in questa Rivista, 2000, I, 2824. In senso contrario, Cass. 27 maggio 1998 n. 5242 e Cass. 11 marzo 1997 n. 2161, secondo le quali la pronuncia di cessazione della materia del contendere ha il carattere di una decisione di merito e, più precisamente, di rigetto. In dottrina, accede all'opinione contraria, Sassani, Cessazione della materia del contendere (diritto processuale civile), in Enc. giur. Treccani, VI, Roma 1988, 4, cui adde, Scala, La cessione della materia del contendere nel processo civile, Torino 2001; Panzarola, Cessazione della materia del contendere (diritto processuale civile), in Enc. dir., Aggiornamento, VI, Milano 2002, 926.
(15) Cass., sez. un., 9 luglio 1997 n. 6226.
(16) Picardi, op. cit., 1446.
(17) Cass. 17 luglio 1999 n. 7580.
(18) Cass. 16 giugno 2004 n. 11324; Cass. 7 dicembre 2004 n. 22972.
(19) Cass. 5 maggio 1983 n. 3092; Cass. 21 febbraio 1991 n. 1873; Cass. 18 giugno 1991 n. 6881; Cass. 8 maggio 1992 n. 5497; Cass. 18 agosto 1992 n. 9592; Cass. 1° dicembre 1992 n. 12826; Cass. 22 gennaio 1997 n. 622; Cass. 20 maggio 1998 n. 5029.
(20) Cass. 21 agosto 1998 n. 8285; Cass. 21 agosto 1998 n. 8285.
(21) Cass. 11 marzo 1997 n. 2161.
(22) Cass. 14 maggio 1984 n. 3178; Cass. 14 maggio 1981 n. 3178; Cass. 19 ottobre 1985 n. 5152; Cass. 16 giugno 1996 n. 5664; Cass. 27 ottobre 1997 n. 10567.
(23) Cass. 23 marzo 1984 n. 1938; Cass. 6 dicembre 1985 n. 6147; Cass. 27 febbraio 1995 n. 2243.
(24) Cass. 23 marzo 1984 n. 1938; Cass. 24 gennaio 1981 n. 568, in Dir. giur., 1982, 425; Cass. 13 gennaio 1978 n. 1356; Cass. 24 gennaio 1981 n. 568.
(25) Cass. 4 aprile 1997 n. 2944.
(26) Cass. 23 luglio 1993 n. 8255; Cass. 18 febbraio 1994 n. 1614; Cass. 4 aprile 1997 n. 2944; Cass. 9 aprile 1997 n. 3075.
(27) Garbagnati, Cessazione della materia e giudizio di cassazione, in Riv. dir. proc., 1982, 601 ss.

References: sentenza 
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 art. 372
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 art. 404
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