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Timestamp: 2017-11-20 13:49:04+00:00

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﻿ Cassazione ordinanza n. 7900 del 28 marzo 2013 - frode IVA - Studio Cerbone
Cassazione ordinanza n. 7900 del 28 marzo 2013 – frode IVA
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L’Agenzia delle entrate ricorre contro la società C. srl per la cassazione della sentenza con cui la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, confermando la sentenza di primo grado, ha annullato tre avvisi di accertamento con i quali l’ufficio aveva contestato la registrazione di fatture di acquisto relative ad operazioni soggettivamente inesistenti, conseguentemente rideterminando il valore della produzione ai fini Irap e il reddito imponibile ai fini Irpeg e, quindi, recuperando l’indebita detrazione dell’Iva e la maggior imposta per Irap e Irpeg per gli anni d’imposta 2003 e 2004.
La Commissione Tributaria Regionale ha motivato la propria decisione argomentando che, se era possibile “concludere legittimamente che la società fornitrice della ricorrente fosse dedita esclusivamente all’emissione di fatture relative ad operazioni inesistenti” (pag. 3 della sentenza), non era stato tuttavia “dimostrato il coinvolgimento della ricorrente nel meccanismo di evasione messo in atto dalla fornitrice” (pag. 4 della sentenza).
Il ricorso si fonda su un solo motivo con il quale si censura la violazione degli articoli 17, 19 e 21 d.p.r. 633/72 e dell’articolo 2697 c.c. in cui il giudice territoriale sarebbe incorso trascurando il principio, che da dette norme deriverebbe, che qualora sia accertata l’emissione di fatture soggettivamente inesistenti non grava sull’Amministrazione finanziaria l’onere di provare la partecipazione del contribuente alla frode poste in essere dalla fornitrice cd. “cartiera”, ma grava sul contribuente l’onere di provare di avere incolpevolmente ignorato detta frode.
Il motivo – che denuncia esclusivamente la violazione della disciplina dell’Iva e pertanto non investe la statuizione di annullamento della ripresa fiscale per Irap e Irpeg – appare infondato.
Questa Corte si è di recente soffermata specificamente sul riparto dell’onere probatorio tra Fisco e contribuente in ordine al coinvolgimento dell’acquirente nelle frodi “carosello” poste in essere dal fornitore, enunciando, nella sentenza 10414/11, i seguenti principi: “nel caso, come il presente, di apparente regolarità contabile della fattura, dotata dei requisiti di legge, l’onere della prova grava sull ‘Ufficio, nel senso che questi deve provare 1) gli elementi di fatto della frode, attinenti il cedente, ovvero la sua natura di “cartiera”, la inesistenza di una struttura autonoma operativa, il mancato pagamento dell’IVA come modalità preordinata al conseguimento di un utile nel meccanismo fraudolento e simili; 2) la connivenza nella frode da parte del cessionario, non necessariamente però con prova “certa” ed incontrovertibile, bensì con presunzioni semplici, purché dotati del requisito di gravità precisione e concordanza, consistenti nella esposizione di elementi obiettivi – che possono coincidere con quelli sub) 1 – tali da porre sull’avviso qualsiasi imprenditore onesto e mediamente esperto sulla inesistenza sostanziale del contraente, il quale non può non rilevarla e peraltro deve coglierla, per il dovere di accortezza e diligenza insito nell’esercizio di una attività imprenditoriale e commerciale qualificata.
Qualora, con giudizio di fatto rimesso al giudice del merito, la Amministrazione abbia fornito una prova nei termini di cui sopra, l’onere a carico della medesima si intende assolto e grava sul contribuente l’onere della prova contraria.
L’onere di provare la connivenza del cessionario nella frode del cedente grava dunque sull’Amministrazione (che può fornire tale prova anche mediante presunzioni semplici, le quali possono derivare anche dalle medesime risultanze di fatto attinenti al cedente); nella specie la sentenza gravata si è attenuta a tale principio di diritto, perché ha annullato gli avvisi di accertamento sulla base del giudizio di fatto che non fosse stato dimostrato (vale a dire: che l’Ufficio non avesse assolto al proprio onere di dimostrare, nemmeno con presunzioni semplici) “il coinvolgimento della ricorrente nel meccanismo di evasione messo in atto dalla fornitrice”; giudizio di fatto non censurato dalla difesa erariale con il mezzo di cui all’articolo 360 n. 5 cpc.
Si propone il rigetto del ricorso..» che la parte intimata non è costituita;
che la relazione è stata comunicata al Pubblico Ministero e notificata alla ricorrente;
che non sono state depositate memorie difensive.
Il Collegio, a seguito della discussione in camera di consiglio, condivide le argomentazioni esposte nella relazione.
In definitiva, riaffermati i principi sopra richiamati, il ricorso va respinto.
Non vi è luogo alla regolazione delle spese del giudizio di legittimità, non essendosi l’intimato costituito.
Documento usato errato ma operazione reale, non si è in presenza di evasione – Cassazione sentenza n. 16453 del 2013
Cassazione sentenza n. 4539 del 22 febbraio 2013 – disconoscimento credito
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CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 29565 depositata i

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