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Timestamp: 2020-01-28 01:17:29+00:00

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STUPEFACENTI: la Corte Costituzionale dichiara illegittimo l'art. 73 comma 1 nella pena minima edittale di otto anni. - Studio Legale Zuco
13 marzo 2019 12 marzo 2019 Avv. Alessandro ZucoGiurisprudenza
Corte Costituzionale, sent. n. 40 del 23 gennaio 2019 (dep. 8 marzo 2019)
Pres. Lattanzi, Est. Cartabia
DIRITTO COSTITUZIONALE. DIRITTO PENALE. Illegittimità costituzionale dell’art. 73, comma 1, d.p.r. n.309/90.
La Corte Costituzionale dichiara dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 73, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), nella parte in cui in cui prevede la pena minima edittale della reclusione nella misura di otto anni anziché di sei anni.
La Corte costituzionale, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 73, comma 1, D.P.R. 309/1990 nella parte in cui prevede la pena minima edittale della reclusione nella misura di otto anni anziché sei.
La devoluzione della questione di legittimità costituzionale era stata promossa da un’ordinanza della Corte d’Appello di Trieste 17 marzo 2017 (reg. ord. n. 113 del 2017) per èresunto contrasto con gli artt. 3, 25 e 27 della Costituzione nella parte in cui, ai sensi della sentenza n. 32/2014 delle Corte Costituzionale, era prevista la pena minima edittale di otto anni anziché di quella di sei anni introdotta con l’art. 4-bis del decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 272, convertito, con modificazioni, nella legge 21 febbraio 2006, n. 49.
Le questioni addotte sono state ritenute fondate (ad eccezione della lamentata violazione dell’art. 25 Cost.) in quanto “che la divaricazione di ben quattro anni venutasi a creare tra il minimo edittale di pena previsto dal comma 1 dell’art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990 e il massimo edittale della pena comminata dal comma 5 dello stesso articolo «ha raggiunto un’ampiezza tale da determinare un’anomalia sanzionatoria» (cfr. C. Cost., sent. n. 179/2017).
L’art. 73 originario prevedeva infatti la differenziazione tra droghe pesanti e droghe leggere, con una diversità sanzionatoria tra le due fattispecie (rispettivamente reclusione da 8 a 20 anni per il comma 1 e reclusione da 2 a 6 anni per il comma 4), ed estendeva tale distinzione anche ai fatti di lieve entità, con la previsione, al comma 5 dell’art. 73, di un’attenuante ad effetto speciale cosiddetta autonoma o indipendente, punita con la reclusione da 1 a 6 anni per le droghe “pesanti” e con la reclusione da 6 mesi a 4 anni per le droghe “leggere”, oltre alle rispettive sanzioni pecuniarie.
L’art. 4 bis del d.l. n. 27/2005, aveva eliminato la distinzione fondata sulle tipologie di sostanze stupefacenti, determinando la pena della reclusione da 6 a 20 anni e la multa per fatti di non lieve entità, e la pena della reclusione da 1 a 6 anni e la multa per fatti di lieve entità a cui fosse applicabile la relativa attenuante.
Successivamente, l’art. 2, comma 1, lettera a), del d.l. n. 146/2013 convertito, con modificazioni, nella legge 21 febbraio 2014, n. 10, aveva previsto la sostituzione del comma 5 dell’art. 73, prevedendo come fattispecie autonoma di reato la circostanza attenuante del fatto di lieve entità e riducendo il limite massimo di pena a 5 anni di reclusione.
Con sentenza n. 32/2014 era poi stato dichiarato incostituzionale l’art. 4 bis del d.l. n. 27/2005, senza però riguardare la fattispecie di cui al comma 5 dell’art. 73, che dopo tale sentenza ha ripreso il suo vigore nella sua formulazione originaria.
Con emanazione del con il d.l. n. 36/ 2014, convertito, con modificazioni, nella legge n. 79/2014, è stato diminuito il massimo edittale per i fatti di lieve entità (ovvero 4 anni di reclusione oltre la multa).
Per quanto riguarda la fattispecie di lieve entità prevista dal comma 5 dell’art. 73, la Corte di Cassazione si era espressa costantemente nel senso ritenere sussistente tale ipotesi soltanto nei casi di “minima offensività penale” della condotta, ricavabile dai dati quantitativi, qualitativi e da ogni altro parametro previsto dalla disposizione normativa. Circostanza peraltro non facile poiché portatrice nel campo applicativo di discrimine tra le due fattispecie di reato previste, considerando che che il minimo edittale del fatto di non lieve entità sia pari al doppio del massimo edittale del fatto lieve con conseguente violazione dei principi di eguaglianza, proporzionalità, ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost., oltre che del principio di rieducazione della pena di cui all’art. 27 Cost. .
La Suprema Corte ha ribadito anche che la sproporzionatezza delle pene irrogabili comporti una violazione degli artt. 3 e 27 Cost. poiché le pene «esigono di contenere la privazione della libertà e la sofferenza inflitta alla persona umana nella misura minima necessaria e sempre allo scopo di favorirne il cammino di recupero, riparazione, riconciliazione e reinserimento sociale» in vista del «progressivo reinserimento armonico della persona nella società, che costituisce l’essenza della finalità rieducativa» della pena.
Per tali motivi, è risultata appropriata la richiesta di ridurre a sei anni di reclusione la pena minima per i fatti di non lieve entità di cui al comma 1 dell’art. 73 del D.P.R. n. 309/90.
Diverso è il caso della lamentata violazione di cui all’art. 25 Cost. in tema di riserva di legge. Lamentando l’illegittimità dell’inasprimento della pena per le fattispecie non lievi (secondo il comma 1 dell’art. 73) a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 32/2014, è stato prospettata una potenziale violazione di legge perché la Corte Costituzionale sarebbe intervenuta in malam partem. Tale questione però, risolvendosi in un tentativo di impugnazione di una sentenza della Corte Costituzionale, contrasta con l’art. 137 della Costituzione secondo cui contro le decisioni della Corte costituzionale non è ammessa alcuna impugnazione; inoltre, si è argomentato che non vi è riscontro nella giurisprudenza costituzionale per cui sarebbe preclusa alla Corte Costituzionale un intervento in materia penale con effetti meno favorevoli, senza escludere un intervento anche in malam partem derivato dalla semplice rimozione di disposizioni costituzionalmente illegittime. In questo caso, eliminando norme costituzionalmente illegittime, l’intervento della Corte Costituzionale rappresenta una mera conseguenza indiretta della dell’automatico ripristino di altra norma precedentemente emanata dal legislatore.
composta dai signori: Presidente: Giorgio LATTANZI; Giudici : Marta CARTABIA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS, Nicolò ZANON, Franco MODUGNO, Augusto Antonio BARBERA, Giulio PROSPERETTI, Giovanni AMOROSO, Francesco VIGANÒ, Luca ANTONINI,
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Taggato art. 25 cost. art. 27 cost., art. 3 cost. principio di uguaglianza, art. 73 comma 1, art. 73 comma 4, art. 73 comma 5, attenuante ad effetto speciale, C. Costo. n. 32/2014, circostanza attenuante, condannato, corte Cost. n. 40/2019, corte costituzionale, corte d'appello, corte di cassazione, d.l. n. 27/2005, d.l. n. 36/2014, d.p.r. n. 309/90, diritto penale, diritto processuale penale, droghe leggere, droghe pesanti, fattispecie autonoma, giurisprudenza, Legge n. 79/2014, lieve entità, malam partem, minima offensività penale, ord. n. 113/2017, ordinanza, pena minima edittale, procedura penale, questione di legittimità costituzionale, reclusione, recupero, reinserimento sociale, rieducazione, riparazione, stupefacenti, trieste

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