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Timestamp: 2020-07-06 05:47:37+00:00

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Cassazione civile Sez. I n. 16751/2007 - testo integrale Sentenza
Cassazione civile Sez. I n. 16751/2007
Cassazione · procedimento · questioni di diritto · funzione nomofilattica
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"Il ricorso è inammissibile, per le modalità con le quali è stato proposto il quesito conclusivo di esso, che non interpella questa Corte in ordine alla errata applicazione di un principio di diritto dalla Corte di merito sul concetto di stato di abbandono, indicandone un altro corretto che si proponga di affermare in questa sede in applicazione della funzione nomofilattica della Cassazione (su tale configurazione del quesito cfr. Cass. 22 giugno 2007 n. 14682 e 19 ottobre 2006 n. 22499), ma prospetta solo un errato esame dei fatti dai quali la Corte di merito ha desunto che la piccola G. è abbandonata e la natura non transitoria di tale situazione."
Con sentenza del 23 febbraio 2006, il Tribunale per i minorenni di Venezia respingeva la opposizione di F.M. al Decreto 9 novembre 2005, che aveva dichiarato lo stato di adottabilità, ai sensi della L. 4 maggio 1983, n. 184, art. 15, della figlia dell'opponente F.G., nata a (OMISSIS) il (OMISSIS), per essere la stessa in stato di abbandono derivato dalla tossicodipendenza dei genitori, che aveva prodotto pesanti effetti:
per il padre, la dipendenza dall'alcool che gli aveva consentito solo lavori precari, e per la madre S.M., una vita raminga con un nuovo compagno, senza possibilità di recupero della funzione genitoriale per nessuno dei due.
Secondo l'opponente mancavano i presupposti della dichiarazione di adottabilità della minore, essendo momentanea e connessa all'infedeltà della moglie la sua ricaduta nell'alcolismo, superata da lui con una disintossicazione, dopo la quale egli si era sostituito alla moglie nell'assistenza e cura dei figli, inseriti in una comunità di accoglienza.
Il Tribunale rilevava il carattere non transitorio della comune inadeguatezza dei genitori a seguire la minore, della quale doveva rilevarsi lo stato di abbandono, neppure contestato dalla S., che aveva accettato l'adottabilità della bimba. Doveva negarsi anche per il F., nonostante la sua disponibilità a sottoporsi a terapie, una prognosi favorevole al recupero della funzione genitoriale, non essendo sufficiente a tal fine il costante affetto verso i figli da lui mostrato, in difetto di un impegno costante e affidabile verso i minori. In particolare, modesti e poco significativi erano stati i contatti del F. con G., in un contesto di sostanziale delega ad altri delle responsabilità genitoriali nei soli quattro anni di vita della bimba. Nell'appello avverso la sentenza del Tribunale per i minori che aveva rigettato l'opposizione, il F. deduceva che non si erano approfondite in primo grado le ragioni del suo distacco dalla bimba, connesso alla crisi del suo rapporto con la moglie e conseguente alla depressione da cui era stato colpito, e affermava che, grazie anche alla sua relazione con un'altra donna, madre di due figli, egli ormai si sentiva in grado di riassumere le sue funzioni genitoriali nei confronti della piccola.
Secondo la sezione per i minorenni della Corte d'appello di Venezia, che rigettava il gravame con sentenza del 21 luglio 2006 notificata il 1 agosto successivo, mancando la sicurezza del pieno recupero della validità psicofisica del F. compromessa dalle passate esperienze di lui, non poteva operarsi una scelta ancora attendistica o dilatoria, che avrebbe aggravato la situazione di G., prolungando lo stato di abbandono e precarietà in cui era sempre vissuta.
La comune tossicodipendenza dei coniugi F.- S. li aveva resi incapaci di occuparsi della figlia e tale strutturale debolezza del F., aggravata dagli abusi alcoolici e da un debolezza costituzionale del soggetto, aveva reso impossibile all'uomo di proporre un progetto di vita valido per sè e per i figli.
Anche a voler ritenere possibile la improbabile ripresa psico-fisica del F., la mancanza di significativi rapporti dell'uomo con la minore, rendeva poco verosimile una relazione soddisfacente del padre con la bambina, dovendosi quindi confermare le riserve e argomentazioni già espresse dal Tribunale, a fondamento della dichiarazione di adottabilità.
Le informazioni ricevute a giugno 2006 dai Servizi sociali del Comune di Monselice, sulle ricadute negli abusi di sostanze alcooliche del F., accompagnate da condotte d'isolamento, autoemarginazione e passività dell'uomo, avevano reso impossibile la ricerca di un lavoro stabile e impedito la continuazione dei rapporti dell'uomo con gli altri suoi due figli.
Doveva anzi rilevarsi che il rientro della figlia V. nel nuovo nucleo familiare del F. aveva reso ancor più instabile la posizione dell'uomo e più frequenti le sue ricadute.
L'appellante, secondo il Servizio territoriale della U.S.L., aveva avuto lenti miglioramenti nella patologia depressiva, che erano comunque in pericolo, per avere egli sospeso la partecipazione al gruppo multifamiliare di auto-aiuto nel quale era inserito. Ad avviso della Corte d'appello, nella descritta situazione del F., doveva rilevarsi che G., dopo la lunga istituzionalizzazione subita e le gravi carenze affettive sopportate nei primi quattro anni di vita, sembrava avere acquisito, nel gruppo familiare in cui era stata inserita con l'affidamento, l'inizio d'una stabilità affettiva che troppo a lungo le era stata negata.
Lo stesso F. aveva peraltro chiesto un affidamento eterofamiliare, per le difficoltà di inserire la bimba nell'attuale suo nucleo costituito con la nuova compagna e i figli di lei.
In conclusione, per "l'estrema labilità delle prospettive esistenziali del F., la complessiva disorganizzazione delle sue abitudini di vita, la tendenza - connaturata alla sua personalità - a delegare a terzi la soluzione della problematiche che concernano la sua esistenza", la Corte Territoriale, compensando le spese del grado, ha confermato il rigetto dell'opposizione del F., ad evitare alla piccola G. la ripresa di una fase di incertezza, con il rischio di nuove destabilizzazioni, in attesa di un improbabile e difficile recupero delle attitudini genitoriali dell'uomo.
Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso di un unico motivo notificato alla sola curatrice della minore il 6 ottobre 2006 F. M. e l'intimata non svolge attività difensiva.
1. Il ricorso non è stato notificato al P.G. presso la sezione minorile della Corte d'appello di Venezia, legittimato processualmente quale parte necessaria del giudizio di secondo grado.
Peraltro nel caso non vi è l'esigenza di ordinare l'integrazione del contraddittorio nei confronti di detto P.G., la cui richiesta di rigetto dell'appello è stata integralmente accolta dalla sentenza impugnata notificata correttamente a tutte le parti, a cura della cancelleria, in data 1 agosto 2006. Pur non avendo ricevuto il P.G. presso il Giudice a quo la notificazione del ricorso per Cassazione del F., notificato tempestivamente, in data 6 ottobre 2006, alla sola curatrice speciale della minore F.G., deve ritenersi che nella fattispecie restino soddisfatte le esigenze di presenza in giudizio di tutte le parti, già in causa in sede di merito, con partecipazione alla presente fase del giudizio del pubblico ministero in questa sede ai sensi dell'art. 379 c.p.c., in luogo del Procuratore generale presso la Corte Territoriale pretermesso, nei confronti del quale non deve quindi essere disposta la integrazione del contraddittorio (così Cass. 28 febbraio 2007 n. 4764 e 16 luglio 2004 n. 13169, tra altre).
2. L'unico motivo di ricorso denuncia violazione della L. 4 maggio 1983, n. 184, artt. 1 e 8, come modificata dalla L. 28 marzo 2001, n. 149, non essendosi tenuto conto delle circostanze sopravvenute, comprovanti la natura provvisoria dell'inidoneità del ricorrente a prendersi cura della figlia minore G.. Secondo il ricorrente la Corte veneziana rimarca i soli elementi negativi della sua personalità, rilevandone le "peculiarietà caratteriali", come la "debolezza, della personalità" e la "disorganizzazione che connota le abitudini di vita", e in tal modo evidenziando la mancanza di ogni rapporto tra padre e figlia, cosicché sarebbe un azzardo e non un mero rischio per la minore allontanarla dalla famiglia affidataria per restituirla all'instabile padre.
Secondo il ricorrente, effettivamente è mancato un suo reale rapporto con la piccola G., ma ciò è accaduto perchè non vi è stata la possibilità di instaurarlo per cause oggettive, quali la depressione e i rapporti tesi tra lui e la moglie, mentre la piccola rimaneva in un istituto, dove si tendeva a evitare incontri deleteri tra i coniugi per le tensioni tra loro, impedendo così al F. di vedere in modo regolare la figlia rimasta con la madre.
Le positive circostanze sopravvenute, in ordine alla depressione e alla dipendenza dall'alcool e da stupefacenti del F., non si sono valutate, così come non si sono considerati i rapporti dell'uomo con i figli della sua attuale compagna, che confermano che la minore non può ritenersi abbandonata. La Corte di merito, pur rilevando un quadro meno drammatico di quello precedente per il F., ritiene lo stesso non dotato di attitudini di cura, organizzative e progettuali, a garanzia di un sereno sviluppo della bambina che, invece, nella famiglia affidataria, sta raggiungendo a fatica un nuovo equilibrio, senza rilevare che l'adozione è solo una extrema ratio, in quanto è in contrasto con il diritto della piccola di vivere con la sua famiglia biologica ai sensi della L. n. 184 del 1983, art. 1. La soluzione di un affidamento temporaneo eterofamiliare è stata proposta dal F. solo in via subordinata e come propedeutica a un futuro reinserimento di G. nel nucleo familiare del padre, potendo eventualmente i servizi seguire tale sviluppo dei rapporti della bambina con il genitore naturale e promuoverne l'evoluzione.
I miglioramenti del F. in relazione alle indicate patologie e dipendenze, possono escludere la mancanza di cure materiali e morali a base del rilevato stato di abbandono di G., potendosi superare le momentanee difficoltà di rapporti tra padre e figlia, con adeguati strumenti di sostegno e di aiuto.
La Corte è incorsa in un palese difetto di motivazione non indicando fatti decisivi sui quali possa fondarsi il dispositivo della dichiarata adottabilità della bambina.
Il quesito posto a questa Corte alla conclusione del ricorso, ai sensi dell'art. 366 bis c.p.c., attiene al giudizio sullo stato di abbandono della minore da parte del padre e chiede se esso, come individuato dalla sentenza impugnata, giustifichi la declaratoria di adottabilità ovvero violi la citata L. n. 184 del 1983, artt. 1 e 8, come poi modificata dalla L. n. 149 del 2001. 2. Il ricorso è inammissibile, per le modalità con le quali è stato proposto il quesito conclusivo di esso, che non interpella questa Corte in ordine alla errata applicazione di un principio di diritto dalla Corte di merito sul concetto di stato di abbandono, indicandone un altro corretto che si proponga di affermare in questa sede in applicazione della funzione nomofilattica della Cassazione (su tale configurazione del quesito cfr. Cass. 22 giugno 2007 n. 14682 e 19 ottobre 2006 n. 22499), ma prospetta solo un errato esame dei fatti dai quali la Corte di merito ha desunto che la piccola G. è abbandonata e la natura non transitoria di tale situazione.
Il richiamo al diritto della minore a crescere e ad essere educata nella sua famiglia (L. n. 184 del 1983, art. 1) e allo stato di abbandono di cui all'art. 8 della stessa Legge non consente di individuare l'esplicito quesito imposto dall'art. 366 bis c.p.c., in modo da consentire una pronuncia di questa Corte che contenga la scelta di accoglimento o rigetto del principio di diritto indicato dal ricorrente e che dovrebbe surrogare quello erroneamente adottato in sede di merito (sulla necessità che il quesito debba consentire un accoglimento o rigetto dello stesso, con enunciazione del principio di cui all'art. 384 c.p.c., Cass. S.U. 26 marzo 2007 n. 7258).
Il ricorrente conclude il suo ricorso domandando in sostanza un riesame di merito alla Corte di legittimità per accertare "se nel caso de quo sussistano gli elementi e in particolare lo stato di abbandono, giustificanti lo stato di adottabilità della minore F.G.", cioè ponendo un quesito di fatto in luogo di quello di diritto, in chiara violazione dell'art. 366 bis c.p.c., per il quale l'interpello conclusivo deve consistere nella prospettazione della violazione di legge con l'indicazione dell'errore di diritto denunciato e la richiesta di enunciare il corretto principio di diritto disapplicato nel merito, in modo specifico e riferibile alla concreta fattispecie (Cass. 5 gennaio 2007 n. 36).
In sostanza non si è domandato di accertare se le qualificazioni giuridiche degli elementi di fatto accertati dalla Corte Territoriale siano state errate alla luce dei principi applicabili alla fattispecie, ma di ripetere l'accertamento di fatto operato in sede di merito, come è di certo precluso a questa Corte, anche indipendentemente dall'art. 366 bis c.p.c..
In conclusione il ricorso deve dichiararsi inammissibile e nulla deve disporsi per le spese, non avendo l'intimata resistito in questa sede.
Cassazione Procedimento Questioni di diritto Funzione nomofilattica

References: Sentenza

 Cass. 
 sentenza 
 art. 15
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 Cass. 
 art. 1
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 Cass.