Source: http://www.ilcommercialistainrete.com/2015/11/
Timestamp: 2017-06-23 18:58:47+00:00

Document:
Il Commercialista in Rete: 11/2015
Detrazione per lavori condominiali.
Registro: non c’è solidarietà nel litisconsorzio facoltativo.
In un procedimento instaurato tra una pluralità di soggetti, uniti in litisconsorzio facoltativo per tutelare un diritto loro spettante singolarmente, e un’amministrazione dello Stato, l’imposta di registrazione della sentenza grava pro-quota sul singolo in quanto va riferita distintamente a ciascun rapporto giuridico.
È quanto chiarito dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 95/E del 19 novembre 2015, a seguito di un dubbio interpretativo sulla corretta applicazione della “prenotazione a debito” dell’imposta di registro in un procedimento concluso con la compensazione delle spese di giudizio.
Va premesso che la prenotazione a debito, applicata alle sentenze in cui un’amministrazione dello Stato è parte processuale, prevede l’annotazione a futura memoria delle spese di registrazione da parte dell’amministrazione, non avendo senso un’anticipazione in favore di se stessa.
Nel caso in esame, le parti istanti chiedono se sono tenute al pagamento dell’intera imposta dovuta per la registrazione della sentenza o solo della metà (o della quota di compensazione) e, inoltre, se devono rispondere solidalmente al pagamento dell’imposta o se ciascuno è responsabile per la propria parte.
L’Agenzia ricorda, in primo luogo, che nei procedimenti in cui è parte un’amministrazione statale si registrano a debito, ovvero senza contemporaneo pagamento dell’imposta, “le sentenze, i provvedimenti e gli atti che occorrono nei procedimenti contenziosi nei quali sono interessate le amministrazioni dello Stato” (articolo 59, comma 1, lettera a), del Tur). Inoltre, l’articolo 159 del Tur prevede che, in caso di compensazione delle spese di giudizio, “… se la registrazione è chiesta dall’amministrazione, l’imposta di registro della sentenza è prenotata a debito per la metà o per la quota di compensazione ed è pagata per il rimanente dall’altra parte…”.
Di conseguenza, si può senz’altro affermare che nei procedimenti in cui è parte un’amministrazione statale e che si concludono con la compensazione delle spese giudiziarie, l’imposta di registro è prenotata a debito per la metà o per la quota di compensazione, mentre il residuo dell’imposta va corrisposta dall’altra parte processuale. Questa conclusione, afferma l’Agenzia, trova applicazione anche al caso in esame, in cui è il cancelliere a chiedere la prenotazione a debito per la metà o per la quota di compensazione dell’imposta di registro.
Riguardo il secondo quesito, l’Agenzia rileva che ciascuna delle parti unite in litisconsorzio ha agito in difesa di un proprio rapporto giuridico, che va tenuto distinto da quello degli altri partecipanti anche se hanno proposto il ricorso congiuntamente e sono accomunate dalla stessa causa.
Il ragionamento dell’Agenzia è supportato da alcune pronunce della Corte suprema: “…in caso litisconsorzio facoltativo, pur nell’identità delle questioni, permane autonomia dei rispettivi titoli, dei rapporti giuridici e delle singole causae petendi con la conseguenza che le cause, per loro natura scindibili, restano distinte, con una propria individualità…” (Cassazione, sentenza 11149/2006). E ancora, nella pronuncia 4805/2011, la Cassazione ha ribadito che: “L’esigenza di tenere distinte, ai fini dell’applicazione dell’imposta di registro, le varie statuizioni della medesima sentenza – in quanto riferibili a distinti rapporti giuridici e quindi ad autonome cause riunite…”.
In conclusione, anche alla luce dei principi affermati dai giudici di legittimità, l’Agenzia ritiene che nell’ambito del litisconsorzio facoltativo ciascuna parte agisca per tutelare un diritto autonomo. Di conseguenza, per una corretta applicazione dell’imposta di registro della sentenza, ogni partecipante non risponderà solidalmente del pagamento dell’imposta dovuta per la registrazione della sentenza, ma sarà responsabile solo della quota riferibile alla propria posizione giuridica.
Compensi agli amministratori: la deducibilità esige la delibera.
La deducibilità ai fini Ires dei compensi erogati agli amministratori è ammessa solo laddove tali emolumenti siano stati deliberati esplicitamente dai soci in assemblea, non essendo sufficiente la semplice approvazione del bilancio nel quale i compensi sono iscritti.
È questo l’interessante principio che si ricava dalla sentenza della Cassazione n. 21953 del 28 ottobre 2015, che conferma, sulla questione, l’orientamento della giurisprudenza favorevole alla posizione dell’Agenzia delle Entrate.
Con avviso di accertamento, l’Agenzia delle Entrate recuperava a tassazione, ai fini Irpeg e Iva, i compensi versati ad alcuni amministratori da parte di una società di capitali, in quanto non determinati nello statuto né deliberati preventivamente dall'assemblea e, quindi, ritenuti privi dei requisiti di certezza e obiettiva determinabilità.
La delibera adottata nel caso di specie doveva ritenersi affetta da nullità insanabile, per difformità assoluta rispetto allo schema legale del procedimento di formazione della volontà dell'ente collettivo (che, secondo la giurisprudenza di legittimità – ex multis, Cassazione 9901/2007 – non ammette equipollenti) “atteso che la entità del compenso viene – di fatto – ad essere (auto)determinata dagli stessi amministratori (dovendo esclusivamente ad essi imputarsi la redazione del bilancio)”.
Il procedimento di formazione della volontà assembleare, in materia di determinazione dei corrispettivi agli amministratori, potrebbe essere riconosciuto valido – nel caso in cui il compenso fosse stato liquidato in sede di delibera di approvazione del bilancio di chiusura dell'esercizio annuale – soltanto se un'assemblea totalitaria fosse stata chiamata a discutere, in tale occasione, anche su tale specifico argomento posto all'ordine del giorno.
Per rafforzare ulteriormente il concetto, i giudici precisano che la determinazione del compenso/corrispettivo per lo svolgimento di incarichi di amministrazione nella società di capitali, nel caso in cui non sia prestabilita nell'atto costitutivo ovvero in apposita delibera dell'assemblea, “non può evidentemente essere compiuta unilateralmente dal creditore, ma richiede necessariamente – in base a norma imperativa – il consenso manifestato dalla società mediante una formale deliberazione dell'assemblea dei soci”.
Nel caso di specie, non era stata fornita la prova che, in sede di convocazione dell'assemblea dei soci, indetta per l'approvazione del bilancio esercizio, fosse stata specificamente inserita, tra gli oggetti posti all'ordine del giorno, anche la determinazione del compenso da liquidare agli amministratori o che tale questione fosse stata, comunque, espressamente discussa in un'assemblea che prevedeva la partecipazione totalitaria dei soci.
Ne deriva, secondo i giudici di legittimità, la mancanza dei requisiti di certezza e di oggettiva determinabilità dell'ammontare del costo, richiesti dall'articolo 75 del Tuir (vigente ratione termporis), “sia in considerazione della invalidità del titolo di spesa, sia in difetto di indicazione nell'atto costitutivo dei criteri di liquidazione, non essendo stato preventivamente stabilito l'importo dei compensi dalla delibera dell'assemblea dei soci”.
Ai fini Ires, l'articolo 95, comma 5, del Tuir, recita: “I compensi spettanti agli amministratori delle società ed enti di cui all'art. 73, comma 1, sono deducibili nell'esercizio in cui sono corrisposti”.
Le norme che regolano la deducibilità dei costi in questione non si rifanno, quindi, al generale principio di competenza, ma seguono il criterio di cassa.
Più precisamente, i compensi erogati dalla società ai propri amministratori sono deducibili nell'esercizio in cui avviene il pagamento, regola quest'ultima che garantisce, tra l'altro, la simmetria temporale tra deduzione in capo all’erogante e tassazione del percettore.
Tuttavia occorre rifarsi non solo alla normativa tributaria, ma anche a quella civilistica.
L'articolo 2389 del codice civile stabilisce che gli emolumenti devono necessariamente essere deliberati dall'assemblea dei soci, salvo che non siano già stabiliti all'interno dello statuto.
Il compenso deve essere, quindi, approvato sulla base di una discussione consapevole, così da garantire il diritto di informazione dei soci.
Sulla questione sono strettamente intrecciati gli aspetti civilistici e quelli più propriamente fiscali, soprattutto per la definizione dei requisiti per la deducibilità del costo.
Non a caso, la giurisprudenza della Corte suprema, confermata dalla pronuncia in commento, ha ripetutamente sostenuto che i compensi erogati agli amministratori di società di capitali sono deducibili, se non sono stabiliti nello statuto, soltanto se approvati dall’assemblea dei soci, come richiesto dall’articolo 2389, primo comma, del codice civile.
Sul punto è emblematica la sentenza 21933/2008, a sezioni unite, con cui la Cassazione ha ritenuto che “debba essere preferito l'orientamento che ritiene necessaria l'esplicita delibera assembleare di determinazione e che nega che tale delibera possa considerarsi implicita in quella di approvazione del bilancio”.
A essa ha fatto seguito, più di recente, la sentenza 17673/2013 secondo cui, qualora il compenso non sia stabilito nello statuto, è necessaria un’esplicita delibera assembleare, che non può considerarsi implicita in quella di approvazione del bilancio, attesa la natura imperativa e inderogabile della previsione normativa, discendente dall'essere la disciplina del funzionamento delle società dettata anche nell'interesse pubblico al regolare svolgimento dell'attività economica.
In particolare “l'approvazione del bilancio contenente la posta relativa ai compensi degli amministratori non è idonea a configurare la specifica delibera richiesta dall'art. 2389, salvo che un'assemblea convocata solo per l'approvazione del bilancio, essendo totalitaria, non abbia espressamente discusso e approvato la proposta di determinazione dei compensi degli amministratori” (Cassazione, sentenza 5349/2014).
L'assenza di specifica delibera assembleare determina quindi l’indeducibilità dei compensi erogati per difetto del requisito di certezza e obiettiva determinabilità del costo (Cassazione, sentenza 20265/2013).
In conclusione, alla luce del costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, appare ormai chiaro che la deducibilità, ai fini Ires, dei compensi degli amministratori sia sottoposta alla condizione che gli stessi vengano debitamente e specificatamente deliberati dai soci: in altri termini, solo il rispetto della regola “civilistica” conferisce al costo quel carattere di certezza e obiettiva determinabilità cui l’articolo 75 (ora 109) del Tuir subordina la relativa deducibilità fiscale.
Codice fiscale numerico provvisorio.
Cos'è un codice fiscale numerico provvisorio? In quali casi viene attribuito? Può essere attribuito a un'associazione o a un comitato?
Il numero di codice fiscale provvisorio può essere attribuito al ricorrere di determinate circostanze (ad esempio, a stranieri extracomunitari nell'ambito delle procedure di regolarizzazione). Tale codice è costituito da una espressione numerica di undici cifre: le prime sette rappresentano il numero di matricola del soggetto, le cifre dall'ottava alla decima identificano l'ufficio che attribuisce il numero di codice fiscale provvisorio e l'undicesimo è il carattere numerico di controllo. Il codice fiscale numerico provvisorio viene rilasciato all’utente in caso di impossibilità ad attribuire quello definitivo; l'interessato sarà poi tenuto a chiedere il codice definitivo entro sei mesi dalla data di emissione di quello provvisorio.
L'attribuzione di un codice fiscale provvisorio è possibile anche nei confronti di soggetti diversi dalle persone fisiche; in tal caso, ha struttura uguale a quella del numero di codice fiscale definitivo (asticolo 10 del Dm 23 dicembre 1976).
Anagrafe nazionale: vantaggi per i cittadini e per tutta la PA.
A Montecitorio, si è tenuta una conferenza stampa presso la Commissione parlamentare di vigilanza sull’Anagrafe tributaria, presieduta da Giacomo Antonio Portas, cui hanno partecipato, oltre al direttore dell’Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi: il ministro dell’Interno, Angelino Alfano; il sottosegretario del ministero dell’Economia e delle Finanze, Pier Paolo Baretta; il direttore generale dell’Agenzia per l’Italia digitale, Antonio Samaritani, e il presidente e amministratore delegato di Sogei, Cristiano Cannarsa.
Donazioni via internet.
PayPal è uno strumento usato nel commercio elettronico, che consente di inviare e ricevere pagamenti tramite Internet mediante l’utilizzo di un conto corrente virtuale, collegato a un conto reale o a una carta di credito. Il conto PayPal può essere usato anche per ricevere donazioni che, se di modico valore, non sono soggette all'imposta sulle successioni e donazioni (circolare 3/2008, paragrafo 2). La donazione deve essere facoltativa, senza un importo minimo fissato, e non deve costituire condizione necessaria per accedere ai contenuti del sito; in caso contrario, si trasformerebbe in pagamento e, in quanto tale, in fonte di reddito per il ricevente.
Rivalutazione di beni omogenei.
La rivalutazione dei beni appartenenti a una categoria omogenea deve riguardare tutti i beni e non solo alcuni di essi, derivando dalla violazione di tale obbligo (e cioè dall’esclusione di alcuni beni dalla rivalutazione) il disconoscimento, ai fini fiscali, della rivalutazione per tutti gli altri beni della stessa categoria.
Lo ha chiarito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 21349 del 21 ottobre 2015.
L’avviso è stato ritenuto illegittimo dai giudici di primo grado e il successivo appello dell’ufficio è stato rigettato dalla Commissione regionale.
Quest’ultima ha ritenuto che la mancata rivalutazione dei cespiti da parte della società fosse suffragata da motivazioni legittime e sufficienti.
ha evidenziato le modalità di effettuazione della rivalutazione seguendo la lettera dell’articolo 11 (deve riguardare tutti i beni appartenenti alla stessa categoria omogenea - comma 1; i valori rivalutati iscritti in bilancio e in inventario non possono superare i valori effettivamente attribuibili ai beni con riguardo alla loro consistenza, alla loro capacità produttiva, all’effettiva possibilità di economica utilizzazione nell’impresa, né i valori correnti e le quotazioni rilevate in mercati regolamentati italiani o esteri - comma 2; gli amministratori e il collegio sindacale devono indicare e motivare nelle loro relazioni i criteri seguiti e devono attestare che non vengono superati i valori di riferimento indicati nel comma 2 - comma 3
I giudici di legittimità hanno ritenuto che ulteriore finalità della legge, poi, è quella di garantire che non venga alterata la capacità di rappresentare fedelmente la reale situazione patrimoniale e finanziaria dell’impresa.
La scelta volontaria dell’imprenditore di rivalutare tutti i beni appartenenti alla stessa categoria omogenea, infatti, soddisfa la necessità di garantire la veridicità e la correttezza di tale situazione. Ma senza possibilità di giustificare la mancata rivalutazione del bene solo in sede di controllo fiscale e, tra l’altro, con mere dichiarazioni.
Non basta, infatti, affermare che il bene è obsoleto fisicamente ed economicamente, che viene tenuto in azienda “di riserva” solo per far fronte a eventuali emergenze e che è utilizzato saltuariamente nella produzione.
Disabili: installazione condizionatore.
Un climatizzatore, acquistato da un contribuente affetto da sclerosi multipla, rientra tra i sussidi tecnici e informatici per cui si può beneficiare dell’Iva al 4%?
Due nuove causali per finanziare le casse dei consulenti del lavoro.
nel campo “codice ente”, il valore “0005”
nel campo “codice sede”, la sigla della provincia di iscrizione all’Albo dei consulenti del lavoro (vedi “Tabella T2 - sigla delle province italiane” sul sito delle Entrate)
La libera prestazione di servizi va tenuta stretta in cassaforte.
A seguito di numerose denunce, la Commissione europea diffidava il Belgio in quanto riteneva sussistente una disparità di trattamento lesiva della libera circolazione dei capitali, tutelata a livello comunitario. In particolare, si rilevava che le società di investimento con sede legale in Belgio godevano dell’esclusione della ritenuta alla fonte sugli interessi derivanti dai titoli da esse amministrati e gestiti nonché dai titoli depositati o accreditati su conti correnti accesi presso istituti bancari belgi; di tale esclusione non beneficiavano, invece, le società straniere svolgenti le medesime attività finanziarie, le quali erano gravate da imposta sul reddito di capitale del 21% sotto forma di ritenuta alla fonte.
La descritta disparità di trattamento avrebbe avuto l’effetto di favorire gli investimenti effettuati dalle società belghe, incoraggiando, peraltro, un folto numero di mutuatari a richiedere finanziamenti da società nazionali. La fase precontenziosa
A fronte della diffida della Commissione, il Belgio rendeva i chiarimenti richiesti e proponeva l’adozione di misure maggiormente rispettose della disciplina comunitaria, così confermando implicitamente i rilievi mossi dall’organo di controllo europeo. Tuttavia, dopo l’emanazione di un parere ad hoc, la Commissione registrava il mancato rispetto degli impegni presi e, per tale ragione, proponeva ricorso alla Corte di giustizia.
Le censure della Commissione e le risposte della Corte Ue
La prima censura, relativa alla presunta violazione dell’articolo 63 Trattato sul funzionamento dell'Unione europea viene superata a piè pari dalla Corte, sulla scorta dell’applicazione del principio dell’onere della prova, in quanto la Commissione sostanzialmente non era riuscita a dimostrare la disparità di trattamento cui sarebbero soggette le imprese d’investimento straniere in determinati casi; in particolare, si tratterebbe di casi limite, come redditi da obbligazioni, buoni di cassa e titoli assimilati o redditi da depositi in contanti.
La rarità di verificazione di tali ipotesi non consentirebbe - continuano gli eurogiudici - di valutare l’incidenza della ritenuta discriminazione fiscale.
La seconda censura, invece, coglie nel segno e i giudici ritengono che il Belgio abbia effettivamente violato gli articoli da 56 a 63 Tfue sulla libera circolazione dei capitali.
Aspetti della libera circolazione di capitali
Sotto tale ultimo profilo, la Corte rileva che effettivamente prevedere l’esenzione dalla ritenuta alla fonte per i soli titoli, certificati di deposito, obbligazioni e simili che generano interessi negoziati esclusivamente presso società belghe comporta un aumento della pressione fiscale sugli investimenti condotti da società di investimento e banche stabilite in altri Paesi UE.
Tale circostanza è idonea a incentivare gli investimenti nazionali a scapito di quelli esteri, e, a fronte di situazioni oggettivamente comparabili, si creano distorsioni nella concorrenza non giustificate da motivi di interesse generale.
L’articolo 56 Tfue richiede, infatti, l’abolizione di tutte le restrizioni alla libera prestazioni di servizi imposta dal fatto che il prestatore è stabilito in uno Stato membro diverso da quello in cui il servizio e prestato; il medesimo articolo riconosce il diritto alla libera concorrenza non solo a tutela del prestatore ma anche del destinatario del servizio.
Come sancito dal trattato Tfue e confermato dalla costante giurisprudenza della Corte di giustizia, la libertà di stabilimento e la libera prestazione dei servizi assicurano la mobilità delle imprese e dei professionisti all’interno dell’Unione europea.
Ai sensi dell'articolo 54 del Tfue, i professionisti e i lavoratori autonomi nonché le società che operano legalmente in uno Stato membro possono, dunque, esercitare un'attività economica in un altro Stato membro su base stabile e continuativa (libertà di stabilimento, ex articolo 49 Tfue) oppure offrire e fornire i loro servizi in altri Stati membri su base temporanea pur restando nel loro paese d'origine (libera prestazione dei servizi, ex articolo 56 Tfue).
Ciò presuppone non soltanto l'abolizione di ogni discriminazione basata sulla nazionalità ma anche, al fine di poter realmente usufruire di tale libertà, l'adozione di misure volte a facilitarne l'esercizio, compresa l'armonizzazione delle norme nazionali di accesso o il loro riconoscimento reciproco.
In tal senso è ormai orientata la Corte di giustizia e la sentenza oggi in commento non è che l’ultima tappa di un lungo e tortuoso percorso.
C-589/2014
Il verbale della Gdf non contestato legittima il maggiore imponibile.
L’Amministrazione finanziaria, nell’attività di contrasto e accertamento dell’evasione fiscale, può avvalersi, senza effettuare ulteriori riscontri, dei dati contenuti nel verbale della Guardia di finanza che non siano stati contestati dal contribuente.
Sono perciò utilizzabili nell’accertamento tutte le dichiarazione del contribuente o del suo legale rappresentante, le quali costituiscono prova – non già indiziaria, ma diretta – del maggior imponibile eventualmente accertato.
Sono questi i principi che si desumono dalla sentenza n. 20979 del 16 ottobre 2015, con cui la Cassazione, ribadendo i propri precedenti giurisprudenziali (cfr sentenza 5628/1990 e 1286/2004), ha attribuito valore di confessione stragiudiziale all’accettazione da parte del contribuente, in contraddittorio con i verbalizzanti, di una data percentuale di ricarico.
L’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per cassazione, avverso una sentenza della Ctr della Campania che, in accoglimento dell’appello del contribuente, aveva annullato un avviso di accertamento volto al recupero di maggiori imposte dirette, con correlata imposizione sul valore aggiunto (le rettifiche delle singole componenti reddituali erano state operate, con applicazione di una diversa percentuale di ricarico).
Secondo i giudici di appello, infatti, erano inutilizzabili, sic et sempliciter, le considerazioni sviluppate dalla Guardia di finanza nel processo verbale di constatazione, poiché l’applicazione della diversa percentuale di ricarico, posta a fondamento delle pretese erariali, era stata desunta dai verbalizzanti da un documento extra contabile (un tabulato riportante la situazione delle merci destinate alla rivendita e giacenti in azienda dedotta dai dati contabilizzati) non allegato al processo verbale, né agli atti di causa.
La Cassazione, nell’accogliere il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, ha dato continuità ai principi di diritto enunciati nelle pronunce 20009/2009, 28316/2005, 9320/2003 e 7964/1999.
Nella sentenza in commento, la Corte ha ribadito il principio logico-giuridico che l’accettazione da parte del contribuente, in contraddittorio con i verbalizzanti, di una data percentuale di ricarico può essere apprezzata come confessione stragiudiziale risultante dal processo verbale sottoscritto che, quindi, è sufficiente a legittimare l’accertamento dell’ufficio.
In particolare, nel caso di specie, dalle parti salienti del processo verbale di constatazione trascritte nel ricorso, risultava con sufficiente chiarezza che il volume d’affari della società contribuente fosse stato determinato considerando la percentuale di ricarico concordata in contraddittorio con l’amministratore unico della società.
Il concordamento, dunque, emergeva dal processo verbale della Guardia di finanza, sottoscritto senza riserve dell’amministratore unico della società e costituente atto fidefacente sino a querela di falso, riguardo alla effettività delle operazioni dei verbalizzanti e di quanto accaduto e/o dichiarato alla loro presenza.
L’argomentazione utilizzata dalla Cassazione per legittimare l’accertamento è stata, dunque, quella secondo cui ogni dichiarazione del legale rappresentante può costituire prova non già indiziaria, bensì diretta, del maggior imponibile accertato nei confronti della società e dunque non bisognevole, in quanto tale, di ulteriori riscontri.
In ordine a quest’ultimo aspetto va precisato che, secondo la consolidata giurisprudenza citata, sono utilizzabili le dichiarazioni del legale rappresentante rilasciate in sede di verifica, non essendo violato in tali casi il divieto di prova testimoniale contenuto nell’articolo 7 del Dlgs 546/1992, a causa dell’immedesimazione organica che lega il rappresentante legale alla società rappresentata: tale elemento, infatti, esclude che il primo possa essere qualificato testimone in riferimento ad attività poste in essere dalla seconda.
Pertanto, dichiarata la legittimità dell’utilizzazione di tali dichiarazioni, la giurisprudenza di legittimità ha specificato nelle pronunce indicate, come le stesse siano qualificabili come confessione stragiudiziale, quindi come prova diretta che non necessita di altri riscontri sul fatto su cui verte, a differenza di quanto avviene invece per gli elementi indiziari.
In altri termini, le dichiarazioni sfavorevoli del legale rappresentante della società farebbero piena prova contro la società stessa, per il combinato disposto degli articoli 2733 e 2735 del codice civile.
Il reddito ricostruito non risana l’assenza delle scritture contabili.
In tema di distruzione o occultamento delle scritture contabili, è irrilevante, ai fini della configurabilità del reato, la possibilità di ricostruzione in via presuntiva del reddito di impresa. Non è necessario, infatti, che si verifichi in concreto una impossibilità assoluta di ricostruire il volume d’affari o dei redditi, essendo sufficiente anche una impossibilità relativa che sussiste anche se a tale ricostruzione si possa pervenire aliunde (cfr. ex multis Cass. pen. sez. 3, 11.5.1989 n. 7065). Secondo la giurisprudenza della Corte di cassazione, proprio perché la norma intende assicurare la trasparenza fiscale del contribuente, è irrilevante che delle operazioni non documentate venga effettuata la ricostruzione ab externo, attraverso riscontri incrociati, presso i soggetti economici cui si riferiscono quelle operazioni (cfr. Cass. pen. sez. 3 n. 3057/2008).
Sentenza n. 41830 del 19 ottobre 2015 (udienza 17 settembre 2015)
Cassazione penale, sezione III – Pres. Franco Amedeo – Est. Amoresano Silvio – Pm. Mazzotta Gabriele
Occultamento o distruzione di documenti contabili – D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10 – Configurabilità del reato in caso di ricostruzione del reddito
Inammissibili i motivi di invalidità contestati solo in seconda battuta.
L’eccezione di invalidità dell’atto impositivo sottoscritto dal funzionario incaricato non può essere fatta valere per la prima volta in Cassazione. Trattandosi di “eccezione in senso stesso”, essa non è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del processo e può essere fatta valere soltanto dal contribuente in sede di ricorso introduttivo.
È quanto ribadito dalla Corte suprema con l’ordinanza 21307 del 20 ottobre 2015.
La vicenda trae origine dall’impugnazione dinanzi al giudice tributario di un avviso di accertamento sintetico emesso per il periodo d’imposta 2004 ai fini delle imposte dirette, con il quale veniva rideterminato in aumento il reddito dichiarato, alla luce degli indici sintomatici di maggiore capacità contributiva quali il possesso di molteplici auto e di plurime abitazioni principali e secondarie.
Il giudice di primo grado accoglieva il ricorso, annullando la ripresa impositiva.
Di contrario avviso la Ctr, che accoglieva l’appello dell’Amministrazione finanziaria ritenendo che il contribuente non avesse assolto l’onere probatorio imposto dall’articolo 38 del Dpr 600/1973.
Ricorreva in Cassazione il contribuente, facendo valere la violazione e falsa applicazione del richiamato articolo 38 nonché il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione.
Depositava, altresì, memoria illustrativa facendo valere, per la prima volta in sede di giudizio di legittimità, l’eccezione di invalidità dell’atto impositivo in quanto sottoscritto dal funzionario incaricato.
Accogliendo nel merito i motivi di ricorso, la Corte suprema ha cassato la sentenza di secondo grado con rinvio alla Ctr in diversa composizione per un nuovo giudizio.
I giudici di Cassazione, invero, hanno dichiarato inammissibili i motivi nuovi formulati dal contribuente con la memoria illustrativa depositata in corso di causa.
In particolare, la Corte suprema ha ritenuto che “i nuovi motivi a sostegno dell’assunto di invalidità dell’atto amministrativo impugnato (certamente innovativi rispetto al contenuto del ricorso per cassazione e dello stesso ricorso introduttivo di primo grado, alla luce di quanto nella predetta memoria si assume) e cioè la contestazione del potere di firma in capo al soggetto firmatario dell’atto per cui è lite … siccome incaricato di funzioni dirigenziali e non dirigente a seguito di concorso pubblico” sono inammissibili.
Con la decisione in esame, i giudici hanno ribadito quanto già affermato dalla giurisprudenza di legittimità (Cassazione, sentenze 25508/2013, 20984/2015 e 18448/2015), per cui i vizi di invalidità dell’atto impugnato, tra cui rientrerebbe il difetto di sottoscrizione dell’atto firmato dal funzionario incaricato per effetto della sentenza della Corte costituzionale 37/2015, costituiscono “eccezioni in senso stretto” e, in quanto tali, non rilevabili d’ufficio dal giudice in ogni stato e grado del processo; devono essere fatti valere soltanto dal contribuente in sede di ricorso introduttivo del primo grado di giudizio, da proporre entro il termine di sessanta giorni dalla notifica dell’atto impugnato.
La ratio del decisum risiede nell’esigenza di garantire la certezza delle situazioni giuridiche “tanto più cogente nella materia delle entrate tributarie” e della previsione di un termine di decadenza per l’impugnazione degli atti tributari.
Come precisato dalla Corte suprema, altresì, l’oggetto del giudizio tributario è circoscritto ai motivi di ricorso fatti valere dal contribuente e può essere modificato esclusivamente con la presentazione di motivi aggiunti “nel solo caso di deposito di documenti non conosciuti ad opera delle altre parti o per ordine della commissione”.
Considerato, pertanto, che l’ordinamento tributario costituisce un sottosistema del diritto amministrativo, con il quale è in rapporto di “species ad genus”, potendo, quindi, trovare applicazione le norme generali sugli atti del procedimento amministrativo soltanto nei limiti in cui non siano derogate o non risultino incompatibili con le norme speciali di diritto tributario, che disciplinano gli atti del procedimento impositivo, ostando alla generale estensione del regime normativo di diritto amministrativo, la scelta operata dal legislatore, nella sua piena discrezionalità politica, di ricomprendere nella categoria unitaria della “nullità tributaria” indifferentemente tutti i vizi ritenuti tali da inficiare la validità dell'atto tributario, riconducendoli, indipendentemente dalla peculiare natura di ciascuno, nello schema della invalidità-annullabilità, detti vizi devono essere tempestivamente fatti valere dal contribuente mediante impugnazione da proporsi, con ricorso, entro il termine di decadenza previsto dall’articolo 21 del Dlgs 546/1992, in difetto del quale, il provvedimento tributario – pure se affetto da vizio “nullità” – si consolida, divenendo definitivo e legittimando l'Amministrazione finanziaria alla riscossione coattiva della imposta.
Nel caso di specie, la Corte suprema ha aggiunto che “quand’anche si trattasse, invero, di argomenti deducibili, indipendentemente dalle preclusioni che regolano il rito tributario (artt. 18 e 24; 57 del D.Lgs. n. 546/1992), essi sarebbero stati comunque introdotti in violazione dei principi che regolano il rito in Cassazione, non potendo in nessun caso la Corte apprezzare le circostanze di fatto che costituiscono il presupposto sostanziale degli assunti del contribuente, il cui onere di allegazione e prova in ordine a detti fatti appare comunque manifesto e imprescindibile”.
Registro: non c’è solidarietà nel litisconsorzio f...
Compensi agli amministratori: la deducibilità esig...
Anagrafe nazionale: vantaggi per i cittadini e per...
Bonus prima casa: senza condono, termini di accer...
Due nuove causali per finanziare le casse dei cons...
Attività sportiva dilettantistica: la fiscalità de...
La libera prestazione di servizi va tenuta strett...
Il verbale della Gdf non contestato legittima il m...
Invio telematico dichiarazione dei redditi. Gli er...
Il reddito ricostruito non risana l’assenza delle ...
Inammissibili i motivi di invalidità contestati so...

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 49
 articolo 56
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 

Sentenza 
 art. 10
 articolo 38
 sentenza 
 sentenza