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Timestamp: 2020-07-02 09:25:40+00:00

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Cass., sez. III, ord. 10 ottobre 2017 n. 23658 (Pres. Vivaldi, rel. Olivieri) - ProcessoCivileTelematico.it
Giurisprudenza / Novembre 6, 2017 Novembre 6, 2017
G.I. SPA *** già I.A. SPA, in persona dei procuratori speciali V.P. e G.D., elettivamente domiciliata in ROMA, ***, presso lo studio dell’avvocato F.R., che la rappresenta e difende giusta procura in calce al ricorso;
G.C., elettivamente domiciliato in ROMA, ***, presso lo studio dell’avvocato A.D., che lo rappresenta e difende giusta procura a margine del controricorso;
avverso la sentenza n. 6210/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 13/11/2014;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 18/05/2017 dal Consigliere Dott. STEFANO
La Corte di appello di Roma, con sentenza in data 13.11.2014 n. 6210, rigettava l’appello proposto da G.I. s.p.a. n.q. di impresa designata ex art. 286 Dlgs n. 209/2005 per la liquidazione dei sinistri a carico del Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada, e confermava la decisione di prime cure con la quale la predetta società era stata condannata al risarcimento dei danni subiti da C.G. in conseguenza del sinistro stradale verificatosi in Roma il 28.2.2006 , avendo riportato mentre era alla guida della propria autovettura gravi lesioni personali a causa del tamponamento determinato da un “grosso autoveicolo” che si era immediatamente allontanato senza che i testi escussi fossero stati in grado di identificare la targa.
La Corte territoriale ha rilevato che il verbale di sopralluogo dei VV.UU., dal quale emergeva che nessuno dei testi escussi risultava presente sul luogo, costituiva elemento di prova inutilizzabile ai fini della verifica di attendibilità dei testi Sig. e Sin. – i quali avevano dichiarato di aver assistito all’incidente mentre erano a bordo dei rispettivi autoveicoli e non aver potuto rilevare il numero di targa del veicolo investitore -, atteso che il documento non risultava depositato nel fascicolo di parte di G.I. s.p.a., dovendo intendersi la mancata produzione come volontà implicita della parte di non avvalersi del mezzo di prova, non essendo peraltro consentito al Giudice di appello di sopperire alla inerzia della parte, atteso che il codice di rito disciplinava l’esercizio di poteri di acquisizione ex officio esclusivamente nelle ipotesi previste degli artt. 347, comma 3, c.p.c. e dell’art. 123 bis disp. att. c.p.c., norme entrambe inapplicabili al caso di specie. Ritenuto quindi di disporre quale unico elemento rilevante di prova, delle sole dichiarazioni dei testi escussi in primo grado, valutate come intrinsecamente attendibili, la Corte d’appello accertato l’evento storico come descritto nell’atto introduttivo, condannava la società n.q. di impresa designata a risarcire i danni come liquidati dal primo giudice.
La sentenza di appello non notificata è stata impugnata per cassazione da G.I. s.p.a. n.q. di impresa designata con tre motivi, illustrati da memoria ex art. 380 bis.1 c.p.c..
Resiste con controricorso l’intimato C.G., eccependo la inammissibilità del ricorso per vizio di nullità della procura speciale ad litem.
Terzo motivo: violazione e falsa applicazione degli artt. 165, 166, 359, 115 e 166, 347co1 ed 88 c.p.c.; dell’art. 2697 c.c.; violazione dei principi del giusto processo ex art. 111 Cost.
L’assunto difensivo, volto ad ipotizzare la esistenza di un obbligo, posto a carico della controparte, di deposito in grado di appello del proprio fascicolo di primo grado, non trova riscontro nelle norme processuali (è appena il caso di rilevare come la costituzione in grado di appello, ex art. 347 comma 1 c.p.c. che rinvia agli artt. 165 e 166 c.p.c. mediante deposito del proprio fascicolo di parte attiene al fascicolo contenente l’atto di appello e la sentenza appellata ovvero la comparsa di risposta, dunque soltanto gli atti predisposti per quel grado di giudizio, e non anche il fascicolo di parte del precedente grado di giudizio), e si pone in evidente contrasto con la consolidata giurisprudenza di questa Corte che ha enunciato il principio di diritto -al quale il Collegio intende dare seguito- secondo cui l’appellante è tenuto a fornire la dimostrazione delle singole censure, atteso che l’appello, non è più, nella configurazione datagli dal codice vigente, il mezzo per passare da uno all’altro esame della causa, ma una “revisio” fondata sulla denunzia di specifici “vizi” di ingiustizia o nullità della sentenza impugnata: ne consegue che è onere dell’appellante, quale che sia stata la posizione da lui assunta nella precedente fase processuale, produrre, o ripristinare in appello se già prodotti in primo grado, i documenti sui quali egli basa il proprio gravame o comunque attivarsi, anche avvalendosi della facoltà , ex art. 76 disp. att. cod. proc. civ., di farsi rilasciare dal cancelliere copia degli atti del fascicolo delle altre parti, perché questi documenti possano essere sottoposti all’esame del giudice di appello, per cui egli subisce le conseguenze della mancata restituzione del fascicolo dell’altra parte, quando questo contenga documenti a lui favorevoli che non ha avuto cura di produrre in copia e che il giudice di appello non ha quindi avuto la possibilità di esaminare (cfr. Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 28498 del 23/12/2005; id. Sez. 3, Sentenza n. 18205 del 28/08/2007; id. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 6018 del 15/03/2011; id. Sez. L, Sentenza n. 1462 del 22/01/2013; id. Sez. U, Sentenza n. 3033 del 08/02/2013; id. Sez. 3, Sentenza n. 11797 del 09/06/2016).
La circostanza che l’appello sia proposto dall’originario convenuto (anziché dall’originario attore), rimasto soccombente, non determina alcuna violazione del riparto dell’onere probatorio, essendo pur sempre onerato il convenuto appellante della prova dei fatti positivi che sorreggono i motivi di gravame (non è pertinente al riguardo la obiezione mossa dalla ricorrente secondo cui si determinerebbe in tal modo una “inversione” dell’onere probatorio, riversandosi sul convenuto-appellante la prova dei “fatti negativi” : premesso, infatti, che all’esito del primo grado sussiste già un accertamento giudiziale dei fatti costitutivi della pretesa, e che oggetto della critica del convenuto appellante sono le ragioni poste a fondamento di tale accertamento, ne segue che l’appellante non dovrà affatto fornire la prova negativa -come erroneamente ritenuto dalla ricorrente- della inesistenza dei fatti costituivi della pretesa, ma dovrà evidentemente investire, denunciandone la erroneità, gli argomenti del Giudice di merito che ai fatti -come dimostrati in giudizio dal danneggiato- ha inteso attribuire valenza dirimente ai fini dell’accertamento della pretesa. Orbene, nel caso in cui la critica mossa all’accertamento compiuto nella sentenza impugnata, venga ad essere fondata sulla prova documentale di un fatto, omesso od erroneamente apprezzato dal primo Giudice, ne segue che l’appellante che impugna la decisione, facendo valere quel fatto, è tenuto ad assicurare -nel materiale sottoposto al riesame del Giudice del gravame- anche il mezzo di prova di quel fatto, non venendo pertanto in questione alcuna inversione probatoria, ma solo una questione di “completezza” del motivo di gravame in relazione all’onere di allegazione e dimostrazione di un fatto specifico che si intende criticare), non determinandosi alcuna indebita sovrapposizione, contrariamente a quanto assume la ricorrente, tra “fatto costitutivo della pretesa” (della prova del quale è onerata la parte che agisce in giudizio) e “fatto posto a fondamento del motivo di gravame” (della prova del quale è onerata la parte appellante), e non apparendo corretta la equazione tra mancata prova del fatto che assiste il motivo di gravame ed “automatica” presunzione “juris tantum” di esistenza dei fatti costitutivi della domanda -laddove con tale asserzione si intenda ipotizzare una illegittima “relevatio ab onere probandi” del soggetto cha ha agito in giudizio-, atteso che tra i due termini della relazione viene ad interporsi l’accertamento giudiziale nel merito della pretesa, compiuto dal Giudice di prime cure, fondato sui fatti rappresentati in giudizio in quanto sottoposti alla verifica istruttoria ed alla valutazione di quel Giudice, accertamento che, se non idoneamente inficiato dalle ragioni critiche esposte dall’appellante -e quindi dalla dimostrazione della diversa rappresentazione di quei fatti allegata dall’appellante- è destinato ad essere confermato dalla decisione di appello.
a) la scelta del convenuto in primo grado o dell’appellato di costituirsi o meno in giudizio (e quindi di produrre o meno i documenti allegati al fascicolo processuale) è un diritto incondizionato attribuito dall’ordinamento alla parte, dal quale non è possibile derivare alcuna “sanzione” sul piano della regola del riparto dell’onere della prova, né sul piano di una tutela di legittimo affidamento della controparte “alla costituzione in giudizio” dell’avversario
b) non si dà violazione del principio di riparto dell’onus probandi, fondato sul criterio di “vicinanza della prova”, la cui applicazione alla fattispecie è del tutto inconferente: il criterio in questione, infatti, che costituisce applicazione dell’art. 2697 c.c., ha per oggetto i fatti costitutivi, estintivi, impeditivi o modificativi della pretesa. Nella specie la questione della individuazione della parte tenuta a fornire la prova, è stata già risolta nel primo grado con la produzione del documento disvelato e reso in tal modo ostensibile agli altri soggetti del processo (i quali sono legittimati a richiederne la estrazione e possono quindi disporne la materiale apprensione in copia), venendo pertanto meno in grado di appello un problema di “acquisizione istruttoria” del documento in possesso esclusivo dell’altra parte, residuando invece soltanto una esigenza di “completamento” dell’oggetto del gravame da sottoporre alla cognizione del Giudice di appello (ossia di definizione del “devolutum”) attraverso la materiale allegazione di quello stesso documento nella misura in cui si rende indispensabile a supportare la critica mossa dall’appellante alla sentenza di primo grado
c) non vi è alcuna simmetria tra la ipotesi in esame (omessa produzione del documento -prodotto in primo grado e contenuto nel relativo fascicolo della controparte non depositato in grado di appello- di cui l’appellante intende avvalersi) e quella, invece, in cui il documento, prodotto in primo grado dalla parte rimasta soccombente e che richiede con l’appello una nuova valutazione della prova documentale, non si rinvenga al momento della decisione tra gli atti del giudizio (o meglio all’interno del fascicolo di primo o secondo grado depositati dall’appellante) in quanto risulti smarrito o sottratto per fatto non imputabile alla parte: in questo caso, infatti, la vicenda processuale non è più fisiologica (come nel caso in cui la presenza del fascicolo -in cui è contenuto il documento- dipende dalla scelta discrezionale della parte che lo ha prodotto, di costituirsi o meno in giudizio, ovvero di ritirare il proprio fascicolo con l’intento di non depositarlo nuovamente prima della decisione), ma riveste carattere patologico, in quanto alcun addebito può esser formulato alla parte che provi l’avvenuto deposito del documento ed il mancato ritiro del proprio fascicolo processuale, occorrendo in tal caso ripristinare lo “status quo ante” mediante la ricostruzione degli atti o documenti dispersi, anche attraverso l’ordine “ex officio” di deposito di copie di tali atti o documenti eventualmente in possesso della controparte
d) il dovere di lealtà e probità processuale ex art. 88 c.p.c., non può “ex se” fondare l’asserito obbligo della controparte di costituirsi nel giudizio di appello depositando il proprio fascicolo di primo grado contenente il documento, in ipotesi, decisivo a fondare il motivo di gravame dell’appellante. Ed infatti, se alla parte è data scelta di costituirsi o meno in giudizio, e se la produzione del fascicolo di primo grado non è ricompresa tra gli adempimenti necessari ai fini della costituzione nel giudizio in grado di appello (art. 347 commi 1 e 2 c.p.c.), non sembra possibile ravvisare una violazione della norma deontologica dagli indicati comportamenti processuali, tanto più considerando che nella specie non viene in questione una esigenza di “fair play” determinata dalla potenziale lesione del principio di parità delle armi ex art. 111, comma 2, Cost., laddove si consideri che, una volta ritualmente acquisita in giudizio -ai sensi degli artt. 165, 166 c.p.c. e dell’art. 87 disp. att. c.p.c.- la prova documentale, questa è a disposizione anche delle altre parti legittimate a richiedere e farne copia ex art. 76 disp. att. c.p.c.. Analogamente infondato è il rilievo che tenta di agganciare allo scopo dell’accertamento della “verità sostanziale” -cui è tendenzialmente orientata la pronuncia resa all’esito del processo civile- un obbligo del Giudice di disporre “ex officio” l’acquisizione del fascicolo di primo grado, non depositato -all’atto della propria costituzione- dalla parte appellata: lo scopo tendenziale cui è diretto l’accertamento processuale non può, infatti, travalicare i limiti imposti dal principio dispositivo, come stabiliti dal diritto positivo, laddove l’attività “ex officio” del Giudice di appello, diretta a definire l’ambito dell’oggetto della cognizione, è espressamente limitata alla acquisizione del solo “fascicolo di ufficio” del giudizio di primo grado (art. 347, comma 3, c.p.c.. Diversamente dall’art. 123 bis disp. att. c.p.c. che, nel caso di impugnazione di sentenze non definitive, attribuisce al Giudice anche il potere discrezionale di “ordinare alla parte interessata di produrre copia di determinati atti”). Inconferente è poi il richiamo all’art. 345 u.c. c.p.c. -nel testo applicabile “ratione temporis” -successivo alla modifica introdotto dall’art, 46 comma 18 della legge 18 giugno 2009 n. 69, ed anteriore alla modifica introdotta dall’art. 54 comma 1 lett. Ob) DL 22 giugno 2012 n. 83 conv. in legge 7 agosto 2012 n. 134- che conferisce al Giudice il potere di ufficio di ammettere anche nuove prove documentale ritenute indispensabili, non potute produrre nel precedente grado di giudizio per fatto non imputabile alla parte, non vertendosi nel caso di specie in tema di “novità” della prova, né essendo tanto meno allegato e dimostrato che la mancata produzione del documento (verbale di PG) sia dipesa da un “fatto non imputabile” alla parte appellante.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del Dpr 30 maggio 2002 n. 115, inserito dall’art. 1 comma 17 della I. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis, dello stesso articolo 13 .
Così deciso in Roma il 18/05/2017

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 286
 sentenza 
 art. 380
 art. 111
 art. 347
 sentenza 
 sentenza 
 art. 76
 cass. Sez. 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 88
 art. 111
 art. 76
 articolo 13