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Dipendente, tempo parziale, tempo pieno, rifiuto, licenziamento, illegittimità | Sindacato FSI
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Dipendente, tempo parziale, tempo pieno, rifiuto, licenziamento, illegittimità
Sentenza 8 giugno – 15 novembre 2012, n. 20016 (Presidente Vidiri – Relatore Napoletano)
La Corte di Appello di Firenze, confermando la sentenza di primo grado, accoglieva la domanda di S.C., proposta nei confronti della società CO.LI, avente ad oggetto l’impugnativa del licenziamento intimato da detta società in ragione del rifiuto di svolgere attività lavorativa a tempo pieno come richiesto per esigenze organizzative aziendali.
La Corte del merito ponendo a base del decisum la massima di questa Corte, di cui alla sentenza n. 9130 del 2010, riteneva che il motivo oggettivo di licenziamento, ai sensi dell’art. 3 della legge n. 604 del 1966, richiedeva che le ragioni inerenti all’attività produttiva siano tali, nella loro oggettività e non in forza di un atto del datore di lavoro che presenti margini di arbitrarietà, di determinare, con stretto nesso di consequenzialità, l’inutilizzabilità della posizione lavorativa. Conseguentemente, affermava la predetta Corte, le esigenze produttive sopravvenute, lungi dall’implicare la soppressione della posizione lavorativa, imponendone invece il potenziamento escludevano la sussistenza di un giustificato motivo oggettivo a fronte di un rifiuto del lavoratore (anteriore alla specifica disciplina dettata al riguardo dall’art. 5 del D.Lgs. 25 febbraio 2000, n. 61, che ne escludeva espressamente la configurabilità) di trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno, essendo in tal caso il licenziamento dovuto ad una determinazione dell’imprenditore di preferenza, per mera convenienza economica, del rapporto a tempo pieno in luogo di una pluralità di rapporti a tempo parziale.
Avverso questa sentenza la società ricorre in cassazione sulla base di cinque motivi.
Preliminarmente va respinta l’eccezione, sollevata da parte resistente, d’inammissibilità del ricorso prospettata in ragione, e della omessa indicazione dell’identità del soggetto che rappresenta la società, e della mancata specificazione nella procura del ruolo della persona che ha conferito il mandato.
Infatti secondo questa Corte nel ricorso per cassazione proposto da persona giuridica, la mancata indicazione, rispetto alla persona fisica che abbia sottoscritto la procura in calce – pur specificata nella sua identità -, della qualifica che le attribuisca la rappresentanza legale della persona giuridica determina – ove tale elemento non sia desumibile neanche da altri arti del processo – la nullità della procura e quindi l’inammissibilità del ricorso (per tutte V. Cass. S.U. 28 aprile 1999 n. 276).
Nella specie dagli atti del giudizio ed in particolare della sentenza di appe1lo e dal ricorso in appello si desume che il legale rappresentante della società attuale ricorrente è F.C. il quale firma la procura a margine del ricorso per cassazione.
Con il primo motivo la società, deducendo violazione di legge e di norme collettive con riferimento alla clausola n. 5, comma 2°, della Direttiva 97/81 CE e all’art. 3 della legge n. 604 del 1966, pone il seguente quesito: se l’aver sostenuto, da parte della Corte d’Appello di Firenze, che il licenziamento intimato all’appellata non sarebbe giustificato dalla necessità di utilizzare una unità lavorativa a tempo pieno, non essendo esigibile il ricorso ad un ulteriore rapporto part-time in considerazione della difficoltà di reperire una prestazione lavorativa per sole due ore giornaliere, sia per ragioni economiche sia per non perdere la professionalità della dipendente assunta in sostituzione della medesima appellata, comporti la violazione e/o erronea applicazione della clausola n. 5, co. 2, della Direttiva 97/81 CE ritenuta in linea con la richiamata massima della sentenza n. 9310/2001 di codesto Supremo Collegio e dell’art. 3 della legge n. 604 del 1966’’.
Con la seconda censura la società ricorrente, denunciando di legge e di norme collettive in relazione all’art. 3 della legge n. 604 del 1966, formula seguente quesito: “se laddove risulti provato che le esigenze aziendali comportino la necessità di una prestazione di lavoro a tempo pieno e questa non possa essere offerta dalla lavoratrice part-time in presenza di difficoltà obiettiva di reperire una seconda prestazione di lavoro part-time in misura di due ore al giorno, costituisca violazione dell’art. 3 legge 15 luglio 1911 n. 604 l’avere ritenuto illegittimo il licenziamento comunicato per giustificato motivo oggettivo a fronte del rifiuto della lavoratrice di trasformare il proprio orario di lavoro da full time a part time”.
Con la terza critica la società prospetta vizio di motivazione della sentenza impugnata.
Con il quarto motivo la società ricorrente, allegando violazione di legge e di norme collettive in relazione all’art. 3 della legge n. 604 del 1966 ed agli artt. 115, 421 e 437 cpc e conseguente omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, pone il seguente quesito: “se costituisca violazione degli artt. 115, 421 e 437 cpc il fatto di non aver valutato una circostanza acquisita ag1i atti che sulla base della comune esperienza, avrebbe consentito al Giudice di merito di pervenire ad altra decisione rispetto a quella attuata”.
Con l’ultima censura la società ricorrente, assumendo violazione di legge e di norme collettive con riferimento all’art. 41 della Cost., formula il seguente quesito di diritto: “se l’aver ritenuto da parte della Corte di Appello di Firenze – omissis – che, allorquando le esigenze produttive sopravvenute, lungi dall’implicare la soppressione della posizione lavorativa ne impongano, invece, il potenziamento, non sussiste il giustificato motivo oggettivo di licenziamento a fronte di un rifiuto del lavoratore di trasformazione del rapporto di lavoro a tempo parziale in rapporto a tempo pieno, essendo, in tal caso, il recesso datoriale dovuto ad una determinazione dell’imprenditore di preferenza, per mera convenienza economica, del rapporto di lavoro a tempo pieno in luogo di una pluralità economica, del rapporto di lavoro a tempo pieno in luogo di una pluralità a tempo parziale, limiti dell’imprenditore medesimo nella gestione della propria azienda comportando ergo violazione dell’art. 41 della Costituzione”.
Preliminarmente rileva la Corte che, come ribadito di recente anche da Cass. S.U. 5 luglio 2011, n. 14661, il quesito di diritto, previsto dall’art. 366 bis cpc, ha lo scopo precipuo di porre in condizione la Cassazione, sulla base della lettura del solo quesito, di valutare immediatamente il fondamento della dedotta violazione (Cass. 8 marzo 2007 n. 5353) ed a tal fine è imposto al ricorrente di indicare, nel quesito, anche l’errore di diritto della sentenza impugnata in relazione alla concreta fattispecie (Cass. S.U. 9 luglio 2008 n. 18759), in modo tale che dalla risposta – negativa od affermativa – che ad esso si dia, discenda in maniera univoca l’accoglimento od il rigetto del ricorso (Cass. S.U. 28 settembre 2007 n. 20360).
In tale prospettiva questa Corte ha affermato che, a norma dell’art. 366 bis cpc, non potendosi desumere il quesito dal contenuto del motivo a integrare il primo con il secondo, pena la sostanziale abrogazione del suddetto articolo, e inammissibile il motivo di ricorso per cassazione il cui quesito di diritto si risolva in un’enunciazione di carattere generale o astratto, priva di qualunque indicazione sul tipo della controversia e sulla sua riconducibilità alla fattispecie in esame, tale da non consentire alcuna risposta utile e definire la causa nel senso voluto dal ricorrente (Cass. S.U. 11 marzo 2008 n. 6420); ovvero quando, essendo la formulazione generica e limitata alla riproduzione del contenuto del precetto di legge, è inidoneo ad assumere qualsiasi rilevanza ai fini della decisione del corrispondente motivo, mentre la norma impone al ricorrente di indicare nel quesito l’errore di diritto della sentenza impugnata in relazione alla concreta fattispecie (Cass. S.U. 89 luglio 2008 n. 18739 cit.).
Pertanto questa Corte ha rimarcato che il quesito di diritto di cui all’art. 366 bis cpc deve comprendere l’indicazione sia della regula iuris adottata nel provvedimento impugnato, sia del diverso principio che il ricorrente assume corretto e che si sarebbe dovuto applicare in sostituzione del primo con la conseguenza che la mancanza anche di una sola delle due suddette indicazioni rende il ricorso inammissibile (Cass. S.U. 30 settembre 2008 n. 24339 e Cass. 19 febbraio 2009 n. 4044).
Né può ritenersi soddisfi la prescrizione di cui all’art. 366 bis cpc la mera indicazione del fatto su cui si appunta la critica concernente il vizio di motivazione, atteso che oltre al mero fatto il ricorrente deve indicare, in una sintesi riassuntiva simile al quesito di diritto, le ragioni che rendono, in caso d’insufficienza, inidonea la motivazione a giustificare la decisione, in caso di omissione, decisivo il difetto di motivazione e in caso di contraddittorietà, non coerente la motivazione (Cfr. Cass. 25 febbraio 2009 n. 4556, Cass. S.U. 18 giugno 16528 e Cass. S.U. 1° ottobre 2007 n. 2063).
Così ancora, il ricorso per cassazione nel quale si denunzino con un unico articolato motivo d’impugnazione vizi di violazione di legge e di motivazione in fatto, e bensì ammissibile, ma esso deve concludersi “con una pluralità di quesiti, ciascuno dei quali contenga un rinvio all’altro, al fine di individuare su quale fatto controverso vi sia stato, oltre che un difetto di motivazione, anche un errore di qualificazione giuridica del fatto” (Cass. S.U. 5 luglio 2011 n. 14661).
Né può demandarsi a questa Corte di estrapolare dai singoli quesiti di diritto e dalla parte argomentativa quali passaggi siano riferibili al vizio di motivazione e quali al violazione di legge, diversamente sarebbe elusa la ratio dell’art. 366 bis cpc.
Nella specie rileva la Corte che il terzo motivo del ricorso, con il quale si deduce vizio di motivazione non è accompagnato da alcuna sintesi riassuntiva, ed il quarto motivo pur contenendo la contemporanea deduzione della violazione di legge e del vizio di motivazione si conclude con un solo quesito sicché non consente, in difetto di una pluralità di quesiti, d’individuare quali siano le critiche riferibili alla violazione di legge e quali al vizio di motivazione.
Conseguentemente i richiamati motivi vanno ritenuti inammissibili per violazione dell’art. 366 bis cpc.
Tanto premesso rileva il Collegio che tutte le altre censure sono infondate.
Invero le stesse muovono dal presupposto “della inesigibilità del ricorso ad un ulteriore rapporto part-time in considerazione della difficoltà di reperire una prestazione lavorativa per solo due ore giornaliere”. Tuttavia tale presupposto non risulta affatto accertato nella sentenza impugnata. Conseguentemente non possono trovare ingresso in questa sede le cesure in esame che, rivendicano la detta inesigibilità, contestano la correttezza giuridica della soluzione adottata dal giudice di appello.
Peraltro questa Corte ha già, condivisibilmente, affermato che in tema di lavoro a tempo parziale, il tenore inequivocabile dell’art. 5, quarto comma, del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726, convertito con modificazioni dalla legge 19 dicembre 1984, n. 863 – che vietava la prestazione di lavoro supplementare rispetto a quello concordato, salvo diversa previsione dei contratti collettivi, anche aziendali, espressamente giustificata con riferimento a specificare esigenze organizzative – esclude, con riguardo al periodo anteriore alla sua abrogazione da parte dell’art. 12 del d.lgs. 25 febbraio 2000, n. 61, la possibilità di attribuire rilievo, sul piano interpretativo, alla direttiva CE n. 97/81 del Consiglio, del 15 dicembre 1997, alla quale non può d’altronde riconoscersi, anteriormente all’attuazione da parte del d.lgs. n. 61 cit., efficacia diretta nei rapporti tra privati (c.d. efficacia orizzontale, essendo detta efficacia limitata, per le direttive comunitarie sufficientemente precise ed incondizionate, ai rapporti tra autorità dello Stato inadempiente e i soggetti privati (c.d. efficacia verticale) (Cass. 14 settembre 2009 n. 19771).
Così come ha, altresì, ritenuto che nell’ipotesi di licenziamento motivato da determinate esigenze relative ad una riorganizzazione aziendale finalizzata ad una più economica gestione mediante la trasformazione di alcuni rapporti da tempo pieno a tempo parziale, ai fini della sussistenza o meno del giustificato motivo obiettivo di recesso nel caso di rifiuto della trasformazione, rileva la presenza della cosiddetta clausole elastiche, che (ora legittime a deteriminate condizioni secondo il d.lgs. n. 61 del 2000) erano vietate ai sensi dell’art. 5 del d.l. n. 726 del 1984 (convertito nella legge n. 863 del 1984), applicabile “ratione temporis”, il quale – nel quadro di una rigorosa predeterminazione della collocazione temporale dell’orario di lavoro – escludeva la possibilità di attribuire al datore di lavoro la facoltà di disporre unilateralmente variazioni dei tempi della prestazione (Cass. 16 luglio 2005 n. 14215).
D’altro canto se, ai fini della legittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, vi deve essere anche uno stretto nesso di conseguenzialità e necessità tra esigenze produttive ed eliminazione del rapporto lavorativo, tanto comporta che la sussistenza di tale nesso è sottoposta alla verifica giudiziale la quale però, non intacca l’autonomia dell’imprenditore, in quanto egli rimane pur sempre libero di assumere le scelte – insindacabili nella loro opportunità – ritenute maggiormente idonee ai fini della gestione dell’impresa.
In altri termini quello che viene in considerazione, ai fini di cui trattasi, non è l’opportunità della determinazione datoriale, quanto piuttosto l’effettività della ragione posta a fondamento della scelta e il nesso di questa con il singolo rapporto di lavoro coinvolto dalla scelta.
Sulla base delle esposte considerazioni il ricorso, in conclusione, va rigettato.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento in favore di ciascun resistente della somma di € 40,00 per esborsi, oltre € 3.000,00 per onorario ed oltre IVA, CPA e spese generali

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