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Timestamp: 2019-07-15 18:09:34+00:00

Document:
Studio Bernieri e Parterns
Entità collegate
Pubblicato il 15 luglio 2019 da Teleconsul Editore S.p.A.
Pubblicato il 11 luglio 2019 da Teleconsul Editore S.p.A.
Pubblicato il 2 luglio 2019 da Teleconsul Editore S.p.A.
ListaPosPA, l’aggiornamento del tracciato Uniemens da ottobre 2019
Per i dipendenti pubblici, in considerazione che alcuni contratti di comparto hanno previsto l’inclusione nel computo del TFR di emolumenti non utili ai fini del TFS, è stato necessario prevedere un adeguamento del tracciato Uniemens – ListaPosPA, introducendo i necessari elementi per dichiarare tali emolumenti e i relativi contributi da calcolare in misura pari all’aliquota di computo (Inps, messaggio 01 luglio 2019, n. 2440).
Come noto, per i dipendenti pubblici in regime di trattamento di fine rapporto (TFR), il relativo contributo è dovuto nella stessa misura e sulla stessa base contributiva prevista per il trattamento di fine servizio (TFS) ed è a totale carico delle amministrazioni di appartenenza degli interessati. Per gli Enti locali e per quelli del comparto Sanità tale contributo ammonta al 6,10% della retribuzione utile calcolata nella misura dell’80% (per una aliquota effettiva pari al 4,88%), mentre per le Amministrazioni statali il contributo ammonta al 9,60% della retribuzione utile calcolata nella misura dell’80% (per una aliquota effettiva pari al 7,68%). Ai sensi, poi, dell’Accordo quadro nazionale in materia di trattamento di fine rapporto e di previdenza complementare per i dipendenti pubblici, ulteriori voci retributive possono essere considerate nella contrattazione di comparto. Di qui, considerato che alcuni contratti di comparto hanno di fatto previsto l’inclusione nel computo del TFR di emolumenti non utili ai fini del TFS, è stato necessario prevedere un adeguamento del tracciato Uniemens – ListaPosPA, introducendo i necessari elementi per dichiarare tali emolumenti e i relativi contributi da calcolare in misura pari all’aliquota di computo (6,91%):
– il campo <ImponibileTFRUlterioriElem>, nel quale vanno dichiarate le voci retributive ritenute utili dalla contrattazione di comparto ai fini TFR in misura pari al 100% delle stesse;
– il campo <ContributoTFRUlterioriElem>, nel quale va indicato il totale dei contributi nella misura pari al 6,91% dell’imponibile di riferimento indicato nel campo suddetto.
La compilazione degli elementi deve avvenire a decorrere dalle retribuzioni erogate dal mese di ottobre 2019.
Pubblicato il 1 luglio 2019 da Teleconsul Editore S.p.A.
Enti pubblici e lavoratori dello spettacolo: obblighi contributivi limitati a IVS e NASpI
L’Inps, con circolare n. 98 del 28 giugno 2019, effettua una complessiva ricognizione dell’assetto degli obblighi contributivi derivanti dai rapporti di lavoro instaurati da enti pubblici (art. 1, co. 2, D.Lgs. n. 165/2001), con soggetti appartenenti alle categorie professionali da iscrivere al Fondo pensioni lavoratori dello spettacolo.
Come noto, l’obbligo assicurativo presso il Fondo pensioni lavoratori dello spettacolo (FPLS) insorge per effetto del mero svolgimento di una delle attività artistiche, tecniche o amministrative analiticamente riportate nell’elenco tassativo di cui all’art. 3 del D.Lgs. C.P.S. n. 708/1947 (artisti lirici, attori di prosa, registi, sceneggiatori, maestranze teatrali, etc.), adeguato con il D.M. n. 17445 del 15 marzo 2005, prescindendosi dagli ulteriori tratti distintivi del datore di lavoro (natura imprenditoriale, forma pubblica o privata, etc.). Ai fini dell’iscrizione presso l’assicurazione IVS dei lavoratori dello spettacolo e del conseguente l’obbligo del soggetto che ne utilizza le prestazioni (sia in regime di subordinazione che in regime di autonomia) al versamento della relativa contribuzione, è sufficiente l’appartenenza dei medesimi lavoratori ad una delle previste categorie professionali (Corte di Cassazione, sentenza n. 12824/2002). Orbene, in tale ottica, anche le Amministrazioni Pubbliche (art. 1, co. 2, D.Lgs n. 165/2001), qualora nello svolgimento della loro attività si avvalgano di soggetti appartenenti alle predette qualifiche professionali, hanno l’obbligo di versare la contribuzione dovuta ai fini IVS al FPLS.
Per quanto concerne malattia e maternità, per la generalità dei lavoratori dipendenti delle Pubbliche Amministrazioni, durante l’evento viene corrisposto dal datore di lavoro il trattamento economico fondamentale (in caso di malattia) (art. 71, D.L. n. 112/2008), nonché il trattamento economico previsto dalle disposizioni normative e contrattuali (per la maternità) (art. 2, co. 2, e art. 57, D.Lgs n. 151/2001), con conseguente esonero dall’obbligo contributivo relativo alle assicurazioni economiche di malattia e di maternità per i lavoratori dello spettacolo con rapporto di lavoro subordinato, sia a tempo determinato che indeterminato, diversamente da quanto previsto per la generalità delle imprese dello spettacolo. Viceversa, per i rapporti di rapporto autonomo instaurati tra enti pubblici e lavoratori rientranti nelle predette categorie, non potendosi applicare le norme previste per il pubblico impiego vale la disciplina prevista nel settore dello spettacolo, per cui in favore degli “iscritti” al FPLS l’assicurazione economica di malattia opera in regime sostitutivo dell’assicurazione generale. In sostanza, i lavoratori autonomi dello spettacolo beneficiano della tutela assicurativa della malattia e della maternità, con conseguente obbligo contributivo a carico del datore di lavoro sia privato che pubblico.
Secondo la disciplina che regola l’assicurazione contro la disoccupazione NaSPI, in considerazione della natura giuridica pubblica del datore di lavoro, la tutela assicurativa opera unicamente in favore del personale dipendente a tempo determinato (art. 2, co. 2, L. n. 92/2012). Pertanto, solo per tali lavoratori (subordinati a tempo determinato) è dovuto dal datore di lavoro pubblico il contributo ordinario NASpI, mentre in assoluto non è dovuto il contributo addizionale, operando nella fattispecie una espressa esclusione (art. 2, co. 29, lett. d), L. n. 92/2012).
Con riguardo agli assegni per il nucleo familiare, gli enti pubblici, nonché le Provincie e i Comuni, sono esonerati dall’applicazione della normativa della cassa unica assegni familiari quando per legge, regolamento o atto amministrativo corrispondano al personale dipendente un trattamento per carichi di famiglia non inferiore a quello dalla disciplina vigente in materia di ANF (art. 79, D.P.R. n. 797/1955).
Per la disciplina relativa al Fondo di Tesoreria Inps (art. 1, commi 755 e ss., L. n. 296/2006), essa trova applicazione solo nei confronti dei lavoratori dipendenti del settore privato; ne consegue l’esclusione dal relativo obbligo contributivo per i dipendenti delle Pubbliche Amministrazioni, salvo che i rapporti di lavoro degli enti pubblici siano costituiti e regolamentati dal diritto comune, da cui deriva l’applicazione ai lavoratori della normativa sul TFR (art. 2120 c.c.), i medesimi vengono inclusi nel campo di applicazione della disciplina sempreché sussistano gli ulteriori requisiti previsti dalle norme istitutive del Fondo di Tesoreria (ad esempio, il limite dimensionale nell’organico).
In relazione alla contribuzione presso il Fondo di garanzia (art. 2, L. n. 297/1982), la natura di ente pubblico esclude, da un lato, la qualifica imprenditoriale dell’ente medesimo e, dall’altro, l’assoggettabilità alle disposizioni di cui alla Legge Fallimentare (R.D. n. 276/1942; D.Lgs n. 14/2019). Non sussistono, pertanto, i requisiti necessari per ritenere operante la tutela relativa all’intervento del Fondo di garanzia per il trattamento di fine rapporto, ancorché possa essere applicata ai lavoratori dipendenti degli enti pubblici la disciplina sul TFR (Inps, circolare n. 122/1993).
Infine, sulla base della natura giuridica pubblica, le Pubbliche Amministrazioni sono soggetti datoriali a cui non si applica la normativa relativa al fondo di integrazione salariale e, pertanto, non sussistono i relativi obblighi contributivi.
Premesso quanto sopra, è stata quindi disposta una classificazione uniforme dei datori di lavoro in argomento, con l’istituzione del nuovo codice statistico contributivo “1.18.10”, che va associato al codice ATECO 2007 “90.04.00”. Tale variazione di inquadramento avverrà d’ufficio e produrrà effetti, nel rispetto del principio della non retroattività, a decorrere dal periodo di paga giugno 2019.
Pubblicato il 25 giugno 2019 da Teleconsul Editore S.p.A.
Esposizione ad amianto su navi italiane
Circa l’operatività del sistema presuntivo dell’origine professionale in ipotesi di malattia tabellata, la giurisprudenza di cassazione ritiene che quando la malattia è inclusa nella tabella, al lavoratore basta provare la malattia e di essere stato addetto alla lavorazione nociva (anch’essa tabellata) perché il nesso eziologico tra i due termini sia presunto per legge (sempre che la malattia si sia manifestata entro il periodo anch’esso indicato in tabella).
La Corte d’appello di Genova ha rigettato l’appello proposto contro la sentenza del Tribunale della Spezia di rigetto della domanda tesa ad ottenere la rendita per malattia (asbestosi) messa in relazione causale con la prolungata azione della esposizione ad amianto su navi anche straniere nel periodo compreso tra il 1962 ed il 1986. Secondo tale Corte, dalla c.t.u era emersa una esposizione ad amianto su navi italiane, per cui era operativa la copertura assicurativa Ipsema (oggi gestita dall’Inail) solo dal 1957 al 1962; da ciò la Corte territoriale ha tratto la conclusione che il lavoro su navi estere avrebbe assunto il valore di causa sufficiente ad escludere il nesso eziologico, essendo quelle derivanti dall’esposizione su navi italiane percentuali irrilevanti a far raggiungere la soglia di indennizzabilità.
Avverso tale sentenza ricorre per cassazione il lavoratore: con l’unico motivo di ricorso, in particolare, si denuncia la violazione della regola dell’equivalenza causale fissata nell’articolo 41 del codice penale, centrale nella disciplina delle malattie professionali e degli infortuni sul lavoro per cui nessun peso poteva essere attribuito dalla Corte territoriale alla maggior durata dei periodi di servizio presso navi estere rispetto a quelle italiane, trattandosi (come accertato dalla consulenza tecnica d’ufficio) al più di concause tutte equivalenti sul piano causale.
I risultati della consulenza tecnica vanno utilizzati all’interno della disciplina assicurativa del rischio professionale oggetto del giudizio ed, in particolare, viene in rilievo il T.U. n. 1124 del 1965, art. 144, che prevede che “Nell’assicurazione obbligatoria per le malattie professionali contemplate dall’art. 3 del presente decreto è compresa l’asbestosi, contratta nell’esercizio dei lavori specificati nella tabella, allegato n. 8, e che risultino fra quelli previsti dall’art. 1 (..)” e che l’art. 1 include a sua volta nell’assicurazione obbligatoria prevista dal D.P.R. n. 1124 del 1965 (al n. 11) gli addetti alla navigazione marittima, senza distinzione di mansioni; la tabella n. 8 prevede genericamente come causa di asbestosi tutte le lavorazioni che comportano l’impiego e l’applicazione di amianto e di materiali che lo contengono o che comunque espongono ad inalazione di polvere di amianto e si tratta di una definizione generica, onnicomprensiva di tutte le lavorazioni che comportano il contatto nei termini previsti con la sostanza nociva, e ciò a prescindere dalle previsioni normative, quali il D.Lgs. 15 agosto 1991, n. 277, che impongano per determinati settori l’adozione di cautele specifiche e che non si applichino alla navigazione marittima per le peculiarità che la caratterizzano. La Cassazione ha, pure, affermato che la normativa di riferimento depone univocamente per l’inclusione tra le malattie tabellate dell’asbestosi anche se contratta nella navigazione marittima, né sussisterebbero ragionevoli giustificazioni ad un’eventuale esclusione di tale settore di attività.
La questione giuridica si inserisce, dunque, nell’ambito della vicenda interpretativa che riguarda l’operatività del sistema presuntivo dell’origine professionale in ipotesi di malattia tabellata: secondo la giurisprudenza di cassazione quando la malattia è inclusa nella tabella, al lavoratore basta provare la malattia e di essere stato addetto alla lavorazione nociva (anch’essa tabellata) perché il nesso eziologico tra i due termini sia presunto per legge (sempre che la malattia si sia manifestata entro il periodo anch’esso indicato in tabella).
La presunzione in questione non è assoluta, restando la possibilità per l’INAIL di provare una diagnosi differenziale, ma occorre che tale prova attinga ad un fattore causale dotato di efficacia esclusiva.
La sentenza impugnata, laddove ha disconosciuto, senza spiegarne le ragioni, l’efficacia causale del periodo di esposizione all’amianto svolto su navi italiane nell’insorgere della silicosi, non ha seguito i principi sopra esposti. Pertanto, il ricorso è accolto e la sentenza cassata, con rinvio alla Corte d’appello di Genova, in diversa composizione, che si atterrà, nell’ulteriore esame del merito della controversia, a tutti i principi su affermati;
Pubblicato il 24 giugno 2019 da Teleconsul Editore S.p.A.
I chiarimenti Inps in merito al corretto inquadramento, ai fini dell’assoggettamento a contribuzione agricola unificata, delle società, delle cooperative e delle organizzazioni di produttori che svolgono, in connessione o meno con l’attività principale, attività diverse dalla coltivazione dei fondi, dalla selvicoltura e dall’allevamento di animali (art. 2135, c.c.); si forniscono altresì precisazioni in merito alle imprese non agricole che assumono alle proprie dipendenze operai agricoli (Inps, circolare 20 giugno 2019, n. 94).
Come noto, l’Inps dispone la classificazione dei datori di lavoro ai fini previdenziali ed assistenziali, applicando per il settore dell’agricoltura il criterio dello svolgimento delle attività di coltivazione dei fondi, selvicoltura e allevamento di animali (art. 2135, c.c.) (art. 49, L. 9 marzo 1989, n. 88). Pertanto, tutti i soggetti datori di lavoro, qualunque sia la forma giuridica e la struttura economica con la quale operano (ditta individuale, società, società cooperativa, consorzi, organizzazione di produttori), che svolgono in via principale una delle predette attività, sono tenuti, per gli operai assunti alle proprie dipendenze, all’assolvimento degli obblighi relativi alla contribuzione agricola unificata. Parimenti, sono da inquadrare nel sistema della contribuzione agricola unificata i datori di lavoro che svolgono, in connessione con l’attività principale (art. 2135, co. 3, c.c.):
– ulteriori attività, quali la manipolazione, la conservazione, la trasformazione, la commercializzazione e la valorizzazione di prodotti agricoli, ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento di animali;
– le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda, normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità.
Le attività connesse, dunque, devono essere svolte dallo stesso imprenditore, persona fisica o persona giuridica, che esercita l’attività principale della coltivazione, dell’allevamento e della silvicoltura, nel rispetto del criterio della prevalenza (prodotti propri e risorse proprie).
Ciò premesso, sussistono comunque ulteriori ipotesi in cui la normativa sancisce l’attribuzione della qualifica di imprenditore agricolo anche a quei soggetti che svolgono una delle attività connesse del processo produttivo in modo svincolato dalle attività principali della coltivazione, dell’allevamento e della silvicoltura.
Per quanto concerne le cooperative di imprenditori agricoli ed i loro consorzi, questi si considerano imprenditori agricoli quando utilizzano per lo svolgimento delle attività connesse, prevalentemente prodotti dei soci, ovvero forniscono prevalentemente ai soci beni e servizi diretti alla cura ed allo sviluppo del ciclo biologico (art. 1, co. 2, D.Lgs n. 228/2001). In tale caso, la natura di imprenditore agricolo è riferita esclusivamente alle cooperative di imprenditori agricoli e ai loro consorzi, la cui compagine sociale è composta integralmente da soggetti già in possesso della qualifica agricola, non essendo rilevante che la cooperativa o il consorzio esercitino una delle attività agricole principali.
Le imprese cooperative e loro consorzi, che trasformano, manipolano e commercializzano prodotti agricoli e zootecnici propri o dei loro soci ricavati dalla coltivazione dei fondi, dalla silvicoltura e dall’allevamento di animali, sono inquadrati nei settori dell’industria o del commercio, quando per l’esercizio di tali attività ricorrano normalmente ed in modo continuativo ad approvvigionamenti dal mercato di prodotti agricoli e zootecnici in quantità prevalente rispetto a quella complessivamente trasformata, manipolata e commercializzata (art. 1, L. 15 giugno 1984, n. 240). Si tratta, essenzialmente, di cooperative di natura industriale o commerciale inquadrabili nei relativi settori previdenziali, salvo che l’attività di trasformazione, manipolazione e commercializzazione sia svolta in quantità prevalente su prodotti agricoli e zootecnici propri o conferiti dai soci (produttori agricoli iscritti nella relativa gestione previdenziale). In ogni caso, nei confronti delle medesime, limitatamente alla cassa integrazione, alla cassa unica assegni familiari e all’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, trovano comunque applicazione le regole del settore dell’industria.
Ancora, si considerano imprenditori agricoli, le società di persone e le società a responsabilità limitata, costituite da imprenditori agricoli, che esercitano esclusivamente le attività dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione di prodotti agricoli ceduti dai soci (art. 1, co. 1094, L. 27 dicembre 2006, n. 296). Anche a tal riguardo, ricorrendo la condizione che tutti i soci della società rivestano la qualifica di imprenditori agricoli, le attività connesse di servizi, intendendosi per tali anche quelle prestazioni dirette alla fornitura di beni e servizi rese a favore dei soci imprenditori agricoli, sono da ricondurre al principio generale della connessione e le società devono ritenersi inquadrabili nel settore dell’agricoltura.
Per quanto riguarda poi le organizzazioni di produttori agricoli (art. 3, D.Lgs. 27 maggio 2005, n. 102), esse devono assumere una delle seguenti forme giuridiche societarie:
– società di capitali aventi ad oggetto sociale la commercializzazione dei prodotti agricoli, il cui capitale sociale sia sottoscritto da imprenditori agricoli o da società costituite dai medesimi soggetti o da società cooperative e loro consorzi;
– società cooperative agricole e loro consorzi;
– società consortili (art. 2615-ter, c.c.), costituite da imprenditori agricoli o loro forme societarie.
L’organizzazione deve quindi essere costituita da soggetti in possesso della qualifica di imprenditore agricolo, anche se la compagine sociale può essere integrata con soggetti che non siano tali (D.M. 28 agosto 2014, n. 9084). Ai fini dell’inquadramento previdenziale degli organismi in parola, anche per essi, che hanno come scopo principale la commercializzazione della produzione dei produttori aderenti, valgono i principi succitati (art. 1, co. 2, D.Lgs n. 228/2001).
Evidentemente, per tutte le tipologie di imprese esaminate, è necessario che le attività siano svolte direttamente dalla cooperativa o dalla società, con i propri mezzi aziendali e con la direzione ed il controllo degli operai occupati; si esclude invece l’inquadramento nel settore dell’agricoltura per le società o società cooperative che, al di fuori dell’ambito organizzativo e operativo dell’impresa, si limitano ad assumere la manodopera per poi metterla a disposizione dei soci, peraltro potendo configurarsi in questi casi la violazione della normativa sul distacco (art. 30, D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276) ed in materia di somministrazione di manodopera.
Infine, quanto alle imprese che, pur non rivestendo la qualifica di imprese agricole per la natura dell’attività economica esercitata, assumono alle proprie dipendenze lavoratori che, agli effetti delle norme di previdenza e assistenza, sono assicurati come lavoratori agricoli dipendenti (ad esempio, gli addetti alla sistemazione e manutenzione agraria e forestale), l’elencazione delle attività è tassativa (art. 6, L. 31 marzo 1979, n. 92; Inps, circolare n. 126/2009). Si tratta di imprese che operano in settori economici diversi, quali commercio o servizi, che svolgono, oltre alle attività oggetto dell’impresa, una o più delle seguenti attività:
– lavori di forestazione, in appaltato o concessione;
– attività di manutenzione degli impianti irrigui, di scolo e di somministrazione delle acque ad uso irriguo o per lavori di forestazione (nel caso di consorzi);
– cura e protezione della fauna selvatica ed all’esercizio controllato della caccia;
– attività di raccolta di prodotti agricoli, nonché attività di cernita, di pulitura e di imballaggio dei prodotti ortofrutticoli, purché connesse a quella di raccolta;
– lavori e servizi di sistemazione e manutenzione agraria e forestale, di imboschimento, di creazione, sistemazione e manutenzione di aree a verde, se addetti a tali attività.
Peraltro, le imprese non agricole, commerciali o di servizi, che intendono iscrivere gli operai alla gestione agricola spesso operano in virtù di un contratto di appalto, ma ciò non esclude che esse debbano essere dotata di un’effettiva struttura imprenditoriale con la predisposizione di mezzi, risorse e organizzazione. In mancanza, si può configurare l’ipotesi di assunzione di lavoratori al solo scopo di inviarli presso le aziende utilizzatrici, integrando la fattispecie della mera somministrazione di manodopera. Per quanto sopra, non solo non sono iscrivibili nella gestione agricola i lavoratori addetti alle attività richiamate (art. 6, L. 31 marzo 1979, n. 92), dipendenti di cooperative o di società che svolgono attività caratterizzate dall’esecuzione in appalto di fasi di lavorazioni o singole operazioni del processo produttivo, avulse da un’impresa organizzata per svolgere attività commerciali o di servizi, ma addirittura si configurano le fattispecie della somministrazione irregolare di manodopera.
Pubblicato il 20 giugno 2019 da Teleconsul Editore S.p.A.
Il lavoratore ha facoltà di chiedere in giudizio l’accertamento dell’obbligo contributivo del datore di lavoro e la sua condanna al versamento dei contributi nei confronti dell’Ente previdenziale, purchè anche il medesimo Ente sia stato convenuto in giudizio e per i contributi non sia sopraggiunta la prescrizione (Corte di Cassazione, ordinanza 30 maggio 2019, n. 14853)
Una Corte d’appello territoriale, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di prime cure, aveva accolto la domanda di un lavoratore il quale chiedeva che venisse accertata la sussistenza del rapporto di lavoro intercorso per un dato periodo con una Società, con la conseguente condanna di quest’ultima al pagamento delle differenze retributive ed alla regolarizzazione della posizione contributiva.
Ricorre così in Cassazione la Società, contestando che Corte territoriale avesse erroneamente condannato la Società a regolarizzare la posizione contributiva del lavoratore senza aver disposto l’integrazione del contraddittorio nei confronti dell’Inps.
Per la Suprema Corte il motivo è fondato. Secondo costante orientamento, infatti, l’interesse del lavoratore al versamento dei contributi previdenziali di cui sia stato omesso il pagamento integra un diritto soggettivo alla posizione assicurativa, che non si identifica con il diritto spettante all’Istituto previdenziale di riscuotere il proprio credito, ma è tutelabile mediante la regolarizzazione della propria posizione. Ne consegue che il lavoratore ha la facoltà di chiedere in giudizio l’accertamento dell’obbligo contributivo del datore di lavoro e sentirlo condannare al versamento dei contributi, che sia ancora possibile giuridicamente versare, nei confronti dell’ente previdenziale. Tuttavia, è necessario che entrambi siano stati convenuti in giudizio, atteso il carattere eccezionale della condanna a favore di terzo, che postula una espressa previsione, restando altrimenti preclusa la possibilità della condanna del datore di lavoro al pagamento dei contributi previdenziali a favore dell’ente previdenziale che non sia stato chiamato in causa.
Pubblicato il 14 giugno 2019 da Teleconsul Editore S.p.A.
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References: sentenza 
 art. 57
 sentenza 
 sentenza 
 art. 144
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Provvedimento n.