Source: https://www.laleggepertutti.it/209062_indagini-polizia-tributaria-sul-patrimonio-dellex-coniuge
Timestamp: 2018-10-19 18:58:21+00:00

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Indagini polizia tributaria sul patrimonio dell'ex coniuge
24 maggio 2018 | Autore: Valentina Finotti
Indagini patrimoniali nel procedimento di divorzio. Quando può intervenire la polizia tributaria? Quali sono i suoi poteri per accertare la situazione economico – patrimoniale del coniuge, e quali capitali occulti è in grado di “scoprire”?
La Cassazione ha stabilito che se nel procedimento di divorzio non emerge in modo chiaro la reale entità del complessivo patrimonio di un coniuge e vi sono elementi obiettivi per credere che esso sia superiore a quello formalmente dichiarato, il giudice ha ottimi motivi per procedere a un accertamento. Anzi, di fonte alla richiesta dell’altro coniuge di disporre indagini patrimoniali attraverso la polizia tributaria, il giudice può rispondere negativamente solo motivando adeguatamente il rigetto e dando conto della ragione per cui l’indagine sarebbe superflua [1].
1 Cosa prevede la legge sulle indagini di polizia tributaria nel divorzio?
2 In quali casi il giudice ordina le indagini di polizia tributaria nel divorzio
3 Quali sono i poteri della polizia tributaria e quali indagini può compiere?
4 I poteri d’indagine della polizia tributaria nei confronti delle società fiduciarie
5 Cosa fare in pratica se il coniuge nel procedimento divorzile occulta il proprio patrimonio
Cosa prevede la legge sulle indagini di polizia tributaria nel divorzio?
La legge sul divorzio [2] prevede che i coniugi sin dall’introduzione del giudizio debbano presentare le ultime dichiarazione dei redditi, oltre a ogni altra documentazione relativa al loro patrimonio personale e comune [3].
Il giudice, infatti, deve avere ben chiara la complessiva situazione patrimoniale dei due coniugi per poi decidere sull’eventuale assegno divorzile o su quello di mantenimento per i figli.
Il giudice può obbligare le due parti a rendere:
le dichiarazione dei redditi degli ultimi tre anni;
una dichiarazione sostitutiva di atto notorio [4] che contenga tutti gli elementi rilevanti ai fini della ricostruzione del reddito e del patrimonio (proprietà immobiliari; proprietà di beni mobili registrati; collaboratori domestici; spese per mutui e finanziamenti) [5].
Di regola è il coniuge interessato a ottenere l’assegno divorzile o quello di mantenimento per i figli che si preoccupa di dimostrare al giudice quale sia l’entità patrimoniale dell’altro coniuge.
Tuttavia ben può accadere che uno dei coniugi si sottragga all’obbligo di fornire al giudice in modo chiaro ed esaustivo i documenti che rappresentano la propria complessiva situazione economica e nemmeno l’altro coniuge sia in grado di provarla.
Ecco, dunque, che la legge prevede che ciascuno dei due coniugi possa chiedere al giudice di disporre indagini attraverso l’ausilio della polizia tributaria, al fine di ricostruire nel modo più veritiero possibile il complessivo patrimonio dell’altro [6].
La possibilità di attivare la polizia tributaria è prevista dalla legge come estrema soluzione, prima il giudice dovrà avvalersi degli altri mezzi “ordinari” di prova. Per esempio: il giudice potrà chiedere, anche senza bisogno di domanda delle parti del giudizio, informazioni alla Pubblica amministrazione [7] o, ancora, ordinare al datore di lavoro di esibire la documentazione che permetta di risalire alla situazione patrimoniale e reddituale che uno dei coniugi cerca di tenere nascosta [8].
In quali casi il giudice ordina le indagini di polizia tributaria nel divorzio
Secondo la sentenza della Cassazione in commento il giudice non è obbligato dalla legge a disporre le indagini di polizia tributaria anche a fronte di una richiesta in tal senso di uno dei coniugi: egli, pertanto, esercita un potere discrezionale.
Tuttavia il giudice non potrà respingere la richiesta del coniuge di disporre le indagini di polizia tributaria senza avere motivato in modo specifico e dettagliato (con una sorta di “motivazione rafforzata”) la sua decisione quando vi siano insieme queste due condizioni:
ci sono elementi precisi e puntuali che fanno emergere una maggiore capacità patrimoniale dell’altro coniuge rispetto a quella che ha dichiarato in giudizio. Così, ad esempio, se il coniuge dichiara un reddito mensile di 3.000,00 euro e si concede annualmente l’acquisto di vetture di lusso, di appartamenti ecc., che consumerebbero interamente il preteso stipendio annuale, o comunque lo diminuirebbero al di sotto della soglia di sopravvivenza;
quando non sia possibile in alcun modo raggiungere la dimostrazione della maggiore capacità patrimoniale del coniuge con gli “ordinari” mezzi di prova (es. ordine di esibire le dichiarazioni dei redditi; ordini ai terzi di esibire documenti in loro possesso che riguardino la situazione patrimoniale del coniuge; perizia tecnica d’ufficio). In questo caso l’indagine di polizia tributaria è addirittura necessaria per il giudice chiamato a decidere la controversia: egli difficilmente potrà rigettare la richiesta senza incorrere in un vizio di decisione [9].
Quali sono i poteri della polizia tributaria e quali indagini può compiere?
La polizia tributaria grazie ai suoi poteri incisivi e penetranti potrà aiutare il giudice a superare le difficoltà di prova riguardanti la posizione economico – patrimoniale del coniuge.
Inoltre poiché la legge non definisce in modo preciso quali siano i poteri della polizia tributaria essi sono considerati in modo “ampio” dalla giurisprudenza [10]: l’importante è che si riescano a raccogliere tutti gli elementi che dimostrino la verità o meno di quanto dichiarato formalmente dal coniuge.
Ad esempio la polizia tributaria è in grado di risalire all’iscrizione a circoli esclusivi e costosi, alla frequenza dei viaggi compiuti dal coniuge, o di ricostruire le variazioni di automobili effettuate negli ultimi anni. È evidente per esempio che se può cambiare un’autovettura di lusso ogni anno, il coniuge ha una disponibilità economica notevole, eventualmente superiore a quella dichiarata.
Il giudice potrà verificare proprio con questi elementi se le dichiarazioni fiscali presentate dal coniuge corrispondono al suo effettivo tenore di vita.
I poteri d’indagine della polizia tributaria nei confronti delle società fiduciarie
Un altro esempio importante è quello del coniuge che nasconde il proprio patrimonio attraverso una società fiduciaria.
Ad esempio il coniuge potrebbe conferire a una società “fiduciaria” l’incarico di gestire i propri beni. Tali beni all’esterno sembreranno appartenenti alla società fiduciaria nonostante la sostanziale titolarità in capo al coniuge nella veste di “fiduciante”.
Attraverso il “mandato fiduciario”, il coniuge non comparirà nemmeno negli investimenti successivi che la società fiduciaria farà, utilizzando esclusivamente il proprio nome (senza che risulti quello del coniuge/fiduciante). La società incaricata potrà, ad esempio, vendere o locare immobili del coniuge/fiduciante o acquistare per lui obbligazioni [11].
Fortunatamente, nonostante si ritenga che esista in capo alle società fiduciarie l’obbligo di segreto sull’identità del fiduciante, detto obbligo non può essere opposto all’amministrazione finanziaria che compie indagini nell’ambito del procedimento divorzile [12].
Infatti, il segreto fiduciario cede di fronte agli interessi superiori e pubblicistici costituiti dalla tutela della famiglia e della prole [13].
Ecco, dunque, che la polizia tributaria può chiedere alle società fiduciarie di acquisire i seguenti dati:
l’identità del soggetto per conto del quale ha detenuto, amministrato o gestito i beni (compresi strumenti finanziari e partecipazioni in imprese), purché tali beni siano precisamente individuati con l’indicazione del periodo temporale di interesse;
l’esistenza di qualsiasi rapporto intrattenuto con il fiduciante o operazione per lui effettuata [14].
Cosa fare in pratica se il coniuge nel procedimento divorzile occulta il proprio patrimonio
Quanto risulta dalle dichiarazioni dei redditi non è vincolante per il giudice chiamato a decidere sui rapporti patrimoniali conseguenti al divorzio. Ciò significa che il giudice può basarsi su altre prove per ricostruire le capacità patrimoniali dei coniugi [15].
Pertanto il coniuge che vuole contestare la verità di quanto risulta dalle dichiarazioni presentate dall’altro dovrà fornire al giudice documenti (o chiedere che siano sentiti testimoni) da cui risulti presumibile che il patrimonio della controparte è ben superiore a quello dichiarato, così smascherando la lacunosità e poca credibilità delle informazioni patrimoniali rese dall’altro coniuge.
Si dovrà trattare di documenti (o prove testimoniali), da cui emerga in modo evidente e preciso una maggiore disponibilità patrimoniale del coniuge anche se attraverso essi non è possibile dimostrarla puntualmente: da ciò la necessità che il giudice si avvalga di professionisti, ossia della polizia tributaria, per accertare questo patrimonio occulto.
[1] Cass., ord. n. 4292/2017 del 20 febbraio 2017.
[2] Legge 1.12.1970, n. 898.
[3] Art. 4, comma 6, l. 1970/898.
[4] Ai sensi del d.p.r. del 28 dicembre 2000, n. 445.
[5] Trib. Roma, 25 novembre 2011; Trib. Monza, 10 gennaio 2012; Trib. Torino, 20 maggio 2013.
[6] Art. 5, comma 9, l. 1970/898.
[7] Art. 213 c.p.c.
[8] Art. 210 c.p.c.
[9] Cass. sent. n. 23263/2016 del 15 novembre 2016; Cass. sent. n. 2098/2011 del 28 gennaio 2011; Cass. sent. n. 14336/2013 del 6 giugno 2013.
[10] Trib. Reggio Emilia, ordinanza 14.1.2005.
[11] Trib. Modena, 14 febbraio 2008.
[12] Consiglio di stato, parere del 1 luglio 2003, n. 2345.
[13] Trib. Reggio Emilia, ordinanza del 27 marzo 2006: «il ‘segreto fiduciario’ deve essere considerato un ‘segreto privato’ (inteso come obbligo di non divulgare ad altri una determinata notizia) il quale, tuttavia, cede (o deve essere attenuato) di fronte a esigenze pubblicistiche che presiedono a interessi di rango costituzionale più elevato rispetto alla tutela della riservatezza, della libertà di iniziativa economica e del patrimonio. Alla protezione dei beni giuridici di elevatissimo grado (artt. 30 e 31 della Costituzione) mirano le indagini sui patrimoni che il giudice, nelle cause separazione/divorzio, può disporre, anche d’ufficio (nell’interesse materiale della prole) e anche nei confronti dei terzi»
[14] Art. 32 d.p.r. n. 600 del 1973, modificato dalla legge n. 311 del 2004.
[15] Cass. sent. n. 11953/1995 del 18 novembre 1995.

References: sentenza 
 Art. 4
 Art. 5
 Art. 213
 Art. 210
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Art. 32
 Cass.