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Timestamp: 2018-06-18 00:18:29+00:00

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Cassazione, 1 marzo 2012, n. 3230 marito tace la sua impotenza, la moglie lo tradisce…a chi è addebitabile la separazione?
La moglie proponeva domanda di separazione dal coniuge, con addebito a quest’ultimo per averle taciuto, sino ad un anno e mezzo dopo le nozze, la propria impotentia generandi. Il marito, dal canto suo, chiedeva che la separazione fosse addebitata alla moglie, che lo aveva tradito con altro uomo. Il Tribunale di Firenze, all’esito del giudizio, accoglieva la domanda della signora e addebitava la separazione al marito.
La Corte d’Appello di Firenze, investita del gravame del soccombente, ribaltava la decisione di primo grado, addebitando la separazione alla moglie a causa del suo adulterio e dell’incertezza, di contro, se il marito avesse taciuto o meno la propria incapacità di procreare.
La Corte di Cassazione, tuttavia, cassava la sentenza, in quanto i giudici di merito non avevano dato peso alla mancata risposta dell’uomo all’interrogatorio formale, nonché ad alcune testimonianze, e perché avevano, di converso, valorizzato eccessivamente l’adulterio della moglie in sé considerato, senza indagarne la decisività ai fini della dissoluzione del legame fra i coniugi. La Corte d’Appello, quale giudice di rinvio, tornava sui suoi passi e rigettava, quindi, l’appello, confermando la sentenza di primo grado con l’addebito della separazione al marito.
Ma la questione torna nuovamente all’attenzione del Collegio, investito del ricorso del marito. La Cassazione, con sentenza n. 3230, depositata l’1 marzo 2012, rigettando il ricorso, ha osservato che correttamente i giudici d’appello, lungi dal minimizzare l’adulterio della moglie, hanno individuato la causa della crisi coniugale nel comportamento reticente assunto dal marito, il quale, come emerso nell’istruttoria espletata, aveva taciuto alla moglie, sino a un anno e mezzo dopo le nozze, la propria incapacità di procreare. La decisione, esente da censure e conforme a diritto secondo la Corte, si basa, quindi, sull’anteriorità della causa della frattura tra i coniugi, individuabile non già nell’adulterio, bensì nel silenzio sulla impotenza che ha provocato immediate ripercussioni sulla psiche della moglie, la quale, giunta al matrimonio non più giovanissima, desiderando una maternità non più procrastinabile vi ha dovuto definitivamente rinunciare, perché il tempo a sua disposizione è velocemente trascorso.
Corte di Cassazione, Sezione Prima Civile, 1 marzo 2012, n. 3230
Con ricorso del 6 agosto 1997 la sig.ra C.F. propose davanti al Tribunale di Firenze domanda di separazione dal coniuge, Dott. D.N.G.Z. , con addebito a quest’ultimo per averle, tra l’altro, taciuto la propria impotentia generandi. Il convenuto si costituì e chiese che la separazione fosse invece addebitata alla moglie, che lo aveva tradito con un altro uomo.
La Corte di cassazione, su ricorso della sig.ra F. , cassò la sentenza di appello perché, ai fini della prova che solo dopo un anno e mezzo dal matrimonio il marito aveva informato la moglie della propria impotentia generandi, non aveva dato peso alla mancata risposta del primo all’interrogatorio formale, nonché ad alcune testimonianze in quanto testimonianze de relato, e perché aveva, di converso, valorizzato eccessivamente l’adulterio della moglie in sé considerato, senza indagarne la decisività ai fini della dissoluzione del legame fra i coniugi.
1. - Con il primo motivo del ricorso principale si denuncia violazione degli artt. 384, 394 e 345 c.p.c., nonché vizio di motivazione. Viene censurata la mancata assunzione di due testi di prova contraria - i sigg.ri Lu.Zu. e Ma.Za. - sulla circostanza che il marito avesse taciuto alla moglie la propria incapacità di procreare: testi ammessi ma poi non escussi dal Tribunale e quindi riproposti dall’appellante.
1.1. - La sentenza impugnata contiene, sul punto in discussione, come si è visto, quattro distinte ed autonome rationes decidendi.
La prima osservazione è inammissibile perché non corrisponde alla ratio decidendi. Non è affatto vero che la Corte di rinvio si sia limitata a rinviare alla valutazione già espressa di giudici di primo e secondo grado; vero è, invece, che essa, pur sottolineando le valutazioni dei giudici di primo e secondo grado, non si è affatto sottratta, poi, al dovere di esprimere un suo autonomo giudizio, avendo invece affermato che il materiale probatorio già acquisito era sufficiente essendo state sentite sul punto la madre e la sorella dell’appellante-La seconda osservazione è inammissibile perché - a tacer d’altro - ancora una volta non viene affrontata quella ratio, ma si propongono temi irrilevanti (come la ovvia sussistenza di una richiesta dell’appellante di integrare l’istruttioria svolta in primo grado) od oscuri (come nella seconda parte della censura in esame, sopra riportata testualmente, della quale è evidente l’inconcludenza, non essendo dato di cogliere il senso di un arresto dell’assunzione di ulteriori mezzi di prova, per superfluità, che venga disposto dopo l’assunzione degli stessi).
2. - Con il secondo motivo del ricorso principale, denunciando vizio di motivazione, si censura l’accertamento che il marito aveva taciuto alla moglie, sino a un anno e mezzo dopo le nozze, la sua incapacità di procreare.
La sentenza impugnata fonda tale accertamento sulla mancata risposta del convenuto all’interrogatorio formale richiesto dall’attrice, non giustificabile con gli impegni professionali addotti dall’interessato, data l’importanza dell’atto giudiziario programmato da mesi, e sulle testimonianze di tre amici di famiglia -concordi nel dichiarare di aver appreso la circostanza e di aver visto piangere per tale ragione la sig.ra F. , che si vedeva negata la prospettiva della maternità - e della madre della stessa; mentre i testi di parte convenuta - la madre e le sorella del Dott. G.Z. - avevano espresso più che altro supposizioni basate sull’affetto per il loro congiunto, che non potevano superare le certezze offerte dai primi tre testi, indifferenti, la valenza probatoria delle cui dichiarazioni de relato era stata espressamente ribadita dalla Corte di cassazione nella sentenza rescindente.
a) che le testimonianze de relato sono, si, ammesse dalla giurisprudenza di legittimità in tema di comportamenti intimi e riservati delle parti, ma la medesima giurisprudenza ha cura di sottolineare la necessità che il giudice motivi sulla sussistenza di elementi di riscontro intrinseci o estrinseci, mentre l’unico di tali elementi effettivamente addotto dal giudice di rinvio - la mancata risposta del G.Z. all’interrogatorio formale - era inidoneo, sia perché, se la Corte di cassazione avesse ritenuto determinante tale silenzio, avrebbe senz’altro deciso la causa nel merito senza disporre il giudizio di rinvio, sia per la gratuità dell’affermazione della Corte sulla maggiore importanza della separazione rispetto al congresso di medicina cui egli doveva partecipare quale relatore;
2.1. - È opportuno sgomberare subito il campo da quest’ultima censura, inammissibile per la decisiva ragione (riferita, per la verità, dallo stesso ricorrente, che però non ne trae le dovute conclusioni) che la Corte di merito ha espressamente dichiarato di considerare la circostanza “irrilevante” perché la sig.ra F. “aveva accettato la situazione” sposando ugualmente il Dott. G.Z.
3. - Con il terzo motivo del ricorso principale, denunciando violazione degli artt. 151 e 143 c.c. e vizio di motivazione, si censura la valutazione della Corte d’appello sull’efficienza causale del comportamento addebitato al marito - l’aver taciuto la propria incapacità a generare - nella rottura del legame tra i coniugi. Il ricorrente esclude che tale comportamento fosse stata la causa scatenante della separazione, che la sig.ra F. si era risolta a chiedere soltanto un anno e mezzo dopo la scoperta del fatto.
3.1. - Anche tale motivo, risolvendosi in una critica di merito, è inammissibile.
4. - Del quarto e del quinto motivo, con cui nuovamente si denuncia violazione degli artt. 151 e 143 c.c. e vizio di motivazione, è opportuno l’esame congiunto, attesa la loro connessione.
4.1. - Il quarto ha ad oggetto l’efficienza causale dell’adulterio della moglie nella rottura del rapporto tra i coniugi. Il ricorrente lamenta che la Corte d’appello ne abbia minimizzato l’importanza sul rilievo che dopo quell’unico episodio i coniugi “continuarono a vivere alquanto normalmente, per cui si deve ritenere il fatto assorbito nella dinamica del rapporto coniugale”: affermazione ingiustificata sia perché dopo tale episodio, verificatosi nell’ottobre 1996 e culminato in un violento litigio con intervento della polizia e seguito da altri litigi, i coniugi si separarono di fatto nel febbraio dell’anno successivo, sia perché l’unicità di quell’episodio è irrilevante, date le modalità del medesimo (descritte in ricorso).
4.2. - Il quinto motivo ha ad oggetto la comparazione dei comportamenti dei due coniugi, sulla quale si denuncia l’assoluto difetto di motivazione da parte del giudice di rinvio e si ribadisce quanto già osservato anche con gli altri motivi di ricorso sull’inefficienza - o mancanza di prova dell’efficienza - causale del mendacio del marito e la decisività, per converso, dell’adulterio della moglie.
4.1. - Entrambi i motivi sono inammissibili.
Giova premettere la ratio della decisione impugnata, la quale, più che sulla minimizzazione dell’adulterio della moglie, si basa sull’anteriorità ad esso della frattura tra i coniugi, “in un matrimonio partito subito male per le bugie di lui”, dovuta al “grande e definitivo rilievo” dell’”effetto che il silenzio sulla impotenza ha provocato sulla psiche della moglie”, la quale, “giunta al matrimonio non più giovanissima, desiderando una maternità non più procrastinabile [...] vi ha dovuto definitivamente rinunciare, perché il tempo a sua disposizione è velocemente trascorso…”.
5. - Con il sesto motivo del ricorso principale si denuncia violazione degli artt. 112, 132 e 161 c.p.c. Il ricorrente osserva che con l’atto di appello aveva denunciato la nullità della sentenza di primo grado per omessa trascrizione delle conclusioni del convenuto e omessa pronuncia sulla sua domanda riconvenzionale di addebito della separazione alla moglie; che la questione non era stata poi riproposta nel giudizio di cassazione perché la Corte d’appello aveva accolto il gravame; che il giudice di rinvio aveva, su quel motivo di appello, statuito che il Tribunale, accogliendo la domanda della moglie, aveva implicitamente respinto la domanda del marito. Lamenta, quindi, che la Corte di rinvio, limitandosi a confermare la sentenza di primo grado, abbia “praticamente convalidato una sentenza nulla”, attesa l’erroneità dell’affermazione dell’implicito rigetto della domanda riconvenzionale per effetto dell’accoglimento della domanda principale: fra le contrapposte domande dei coniugi di addebito della separazione, infatti, non sussiste rapporto di alternatività, ben potendo l’addebito gravare su entrambi.
5.1. - Anche quest’ultimo motivo è inammissibile.
La dedotta ragione di nullità della sentenza di primo grado non rientra fra quelle per le quali si impone, ai sensi degli artt. 353 e 354 c.p.c., la rimessione della causa al giudice di primo grado. Il giudice d’appello - e dunque il giudice di rinvio - aveva il dovere di pronunciare comunque nel merito della domanda asseritamente trascurata; e tanto ha fatto, nella specie, la Corte di rinvio, che ha chiaramente e motivatamente escluso l’addebitabilità della separazione alla sig.ra F. .
6. - Il ricorso principale va dunque dichiarato inammissibile attesa l’inammissibilità di tutti i suoi motivi.
Pubblicato da Il mio diritto alle 10:44

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