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GIUDICE DI PACE - SENTENZE - APPELLO - LEGITTIMAZIONE DEL PROCURATORE GENERALE - SUSSISTENZA - Corte di cassazione penale Roma - sentenza n. 22531/05 del 15/06/2005
GIUDICE DI PACE - SENTENZE - APPELLO - LEGITTIMAZIONE DEL PROCURATORE GENERALE - SUSSISTENZA
sentenza 22531/05 del 15/06/2005
SENTENZA N. 22531 UD. 31/5/2005 - DEPOSITO DEL 15/06/2005
Legittimato a proporre appello contro le sentenze del giudice di pace, nei casi consentiti al “pubblico ministero” dall'art. 36 comma 1 d.lgs 28/8/2000 n. 274, è non solo il procuratore della Repubblica presso il tribunale nel cui circondario ha sede il giudice di pace, ma anche il procuratore generale della Repubblica presso la corte d’appello del relativo distretto (massima a cura dell'Ufficio del Massimario, presso la Corte di Cassazione).
Testo Completo: Sentenza n. 22531 del 31 maggio 2005 - depositata il 15 giugno 2005
(Sezioni Unite Penali, Presidente N. Marvulli, Relatore B. Rossi)
La Corte osserva in fatto e in diritto:
1 – Con sentenza del 10-12-2002 il Giudice di Pace del circondario di Firenze ha assolto Luciano Campagna dalle imputazioni dei reati di lesioni personali volontarie e di minacce, commessi il 3-4-2002 in danno di Mara Alice MORAIS PEREIRA, “perché il fatto non sussiste”.
L’appello spiegato contro tale decisione dal Procuratore Generale della Repubblica è stato dichiarato inammissibile dal locale tribunale con ordinanza del 4/8-1-2004, emessa ai sensi dell’art. 591/1, lett. A, c.p.p..
Ha ritenuto il giudice di merito che il difetto di legittimazione a impugnare del Procuratore Generale emergesse con chiarezza dal decreto legislativo 28-8-2000, n. 274 e dal principio affermato da una giurisprudenza ormai consolidata da tempo, secondo cui quando la legge conferisce il diritto d’impugnazione al Pubblico Ministero senza ulteriori precisazioni, come ora fa anche l’art. 36 del decreto citato, deve intendersi legittimato ad agire esclusivamente l’organo che svolge le funzioni di rappresentante della pubblica accusa presso il giudice che ha emesso il provvedimento contestato, vale a dire il Procuratore della Repubblica del circondario.
Ricorre per cassazione il Procuratore Generale della Repubblica di Firenze osservando che l’espressione “Pubblico Ministero”, usata dal legislatore, deve intendersi riferita così al Procuratore della Repubblica, come al Procuratore Generale e che a mente dell’art. 2 del decreto legislativo anche nel procedimento che si svolge dinanzi al Giudice di Pace trova applicazione la regola generale sancita dall’art. 570, c.p.p..
Aggiunge il ricorrente che l’ordinamento non esige la coincidenza tra il rappresentante dell’accusa nel singolo processo e il soggetto titolare del diritto d’impugnazione.
Investita della cognizione del gravame, la quinta sezione penale di questa Corte Suprema, ritenendo la questione sollevata dal ricorrente di “speciale importanza” e foriera di possibili contrasti, con ordinanza del 17-3-2005, ha rimesso gli atti alle sezioni unite penali per la decisione.
Elencando gli argomenti a favore dell’una e dell’altra opinione, la quinta sezione richiama, anzitutto, la disciplina dettata dal testo originario dell’art. 512, n. 3 del codice di rito abrogato per le pronunce pretorili appellabili soltanto dal rappresentante del Pubblico Ministero nel dibattimento e dal Procuratore della Repubblica competente a stare in giudizio in secondo grado dinanzi al tribunale e prospetta la possibilità di una sua applicazione anche alle sentenze del Giudice di Pace, in considerazione dell’evidente analogia tra le due situazioni.
Rileva, in secondo luogo, che, pur ammettendo il sistema processuale vigente l’eventualità di uno sdoppiamento tra Pubblico Ministero impugnante e Pubblico Ministero requirente nel giudizio, la disposizione di carattere generale contenuta nell’art. 570/1 del codice di procedura penale vigente va comunque letta, tenendo conto della riserva nella stessa espressa con l'inciso “nei casi stabiliti dalla legge”, che può essere riferita anche all’art. 36 della legge istituitiva del Giudice di Pace.
L’ordinanza di rimessione ritiene, inoltre, non risolutiva, date le sue peculiari finalità, la norma dell’art. 585/2, lett. D, c.p.p., la quale prevede la comunicazione al Procuratore Generale dei provvedimenti emessi in udienza da qualsiasi giudice della sua circoscrizione diverso dalla Corte d’Appello; segnala la molteplicità delle soluzioni date dalla giurisprudenza al problema e lo scarso apporto della dottrina.
Il Procuratore Generale presso questa Corte, sposando la tesi accolta dalla pronuncia gravata, ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.
2 – La questione da risolvere, dunque, è se il diritto di proporre appello contro le sentenze del Giudice di Pace nei casi consentiti dall'art. 36 del D.lvo 28-8-2000, n. 274, oltre che al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale nel cui circondario ha sede il giudice predetto, spetti anche al Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello del relativo distretto.
Il dubbio scaturisce, secondo la sezione rimettente, dal tenore letterale della disposizione dianzi citata che indica il rappresentante della pubblica accusa legittimato a proporre appello con la generica espressione di “Pubblico Ministero”.
Le poche pronunce di legittimità emesse su questo specifico tema hanno, però, già risolto il problema nel senso di ammettere un potere concorrente del Procuratore della Repubblica e del Procuratore Generale, ravvisando un primo argomento a favore di tale scelta nel testo dell’art. 593 c.p.p., che disciplinando i “casi di appello”, parla anch’esso di pubblico ministero, senza ulteriori precisazioni, essendo stata, evidentemente, tale formula ritenuta dal legislatore sufficiente a individuare i soggetti legittimati, nonostante l'abrogazione del successivo art. 594, che contemplava, in modo esplicito, la legittimazione del Procuratore della Repubblica di grado superiore (cfr. sul punto, tra le molte: Cass. sez. IV, 29-10-2003 n. 4659; sez. IV 21-10-2003, n. 46057; sez. IV, 12-7-2004, n. 34198; sez. IV, 21-9-2004, n. 44508). Un secondo argomento, nella finalità che ispira la norma dell’art. 585/2, lett. D, c.p.p., dettata per garantire al Procuratore Generale la possibilità di esercitare il suo controllo sui provvedimenti emessi in udienza da qualsiasi giudice della sua circoscrizione diverso dalla Corte d’Appello e, correlativamente, la facoltà d’impugnare con l’appello (o, all’occorrenza, con il ricorso immediato per cassazione ai sensi dell’art. 569/1 c.p.p.) anche le decisioni del Giudice di Pace (cfr. Cass. Sez. IV, 23-2-2004, n. 16916).
L’orientamento contrario è rappresentato, invece, da un’unica pronuncia di legittimità – la stessa ordinanza di rimessione del quesito - alle sezioni unite – che tende a valorizzare, come s’è già visto nella parte introduttiva, alcuni rilievi emersi in dibattiti su argomenti sostanzialmente diversi, ma ritenuti in qualche modo idonei a invalidare o, quanto meno a indebolire l’opinione dominante, in corso di definitivo consolidamento.
Tra loro, uno, in particolare, evidenziato anche da buona parte della dottrina, spiccatamente propensa a contestare il potere del Procuratore Generale, deriva dalla constatazione dell’esistenza nel nostro sistema di un principio – affermato, del resto, ripetutamente dalla giurisprudenza di legittimità sotto l’imperio del codice di rito abrogato secondo cui, salvo espresse deroghe, competente a impugnare è solo e sempre il Pubblico Ministero istituito presso il giudice che ha emanato il provvedimento ovvero presso il giudice avente giurisdizione di merito a livello superiore.
Il richiamo alla regola sulla simmetria processuale si riscontra, peraltro, anche nella giurisprudenza di legittimità formatasi in epoca più recente con riferimento ad alcuni casi particolari nei quali l’applicazione degli artt. 568 e 570 del nuovo codice aveva dato luogo, come, in precedenza era accaduto per i corrispondenti artt. 190 e 191 del vecchio, a qualche incertezza.
Questa giurisprudenza, infatti, ha ribadito che il Pubblico Ministero “ripete” la sua competenza dal giudice presso il quale esercita le sue funzioni e applicando il principio in materia di misure cautelari, ha escluso che il Procuratore Generale sia legittimato a impugnare i provvedimenti emessi dal tribunale del riesame ai sensi degli artt. 309 e 310 c.p.p. (cfr., sez. un. pen. 20-6-1990, n. 5; sez. un. 3-11-1990, n.11; sez. un. 20-11-1996, n. 12). Più precisamente, ha ritenuto che la soluzione adottata, cui si contrappongono rarissime decisioni contrarie (Cass. sez. III, 11-12-1996, n. 4253; sez. I, 25-10-1993, n. 4425), trovasse fondamento proprio nelle disposizioni (artt. 2 e 70, Ord. Giud.; 51 c.p.p.) che regolano l’istituzione e le attribuzioni dei vari uffici del Pubblico Ministero, lette alla luce di quelle che presiedono all’esercizio del diritto d’impugnazione genericamente inteso (art. 568/3 c.p.p.) e nelle sue diverse estrinsecazioni in capo a singoli soggetti (Cass. sez. un. pen. 19-1-2000, n.3).
A conclusioni analoghe la giurisprudenza assolutamente prevalente è pervenuta in materia esecutiva. Anche qui, ha ritenuto che la precisazione contenuta nel primo comma dell'art. 570 c.p.p., correlata al dettato dell’art. 666/6 c.p.p., inducesse a escludere la legittimazione del Procuratore Generale, al quale non può riconoscersi un potere di surroga pari a quello esercitabile nel processo di cognizione (tra le molte: Cass. sez. I, 2-2-1999, n. 943; sez. I, 8-2-1999, n. 1119; sez. I, 3-7-1998, n. 3987; sez. VI, 21-6-2001, n. 30200; sez. III 19-2-2003, n. 20242; sez. I, 13-6-2003 n. 30168).
3 - Dal quadro fin qui tracciato emerge, dunque, con sufficiente chiarezza che la questione sollevata dalla sezione rimettente ha già trovato soluzione affermativa in una giurisprudenza di legittimità compatta e coerente la quale, nonostante il tempo relativamente breve trascorso dall’istituzione del Giudice di Pace, ha, nondimeno, avuto modo di esprimersi in una serie di pronunce tutte conformi. Emerge, altresì, che la paventata insorgenza di possibili deviazioni dall’indirizzo finora seguito o di travagli dialettici non appare per nulla giustificata, giacchè le voci qualificate come dissonanti, in realtà, attenendo ad ambiti diversi e a situazioni disomogenee non confrontabili tra loro, tali non sono e tali non possono essere ritenute.
E’ lecito, invece, affermare che l’assetto della materia delle impugnazioni desumibile dalle decisioni adottate da questa Corte dall’entrata in vigore del nuovo codice e, più specificamente, dall’istituzione del Giudice di Pace coincide perfettamente con lo schema normativo ricavabile dall’analisi da una serie di disposizioni logicamente connesse, a cominciare dall’art. 570 c.p.p., che contiene i principi basilari.
Queste disposizioni, in considerazione del loro tenore, che non si presta a equivoci, non consentono interpretazioni astruse e neppure divagazioni extra legem, basate su valutazioni suggestive giustificate da considerazioni di politica giudiziaria ovvero dal confronto con modelli preesistenti o, ancora, con altri istituti rispetto ai quali sono state accolte soluzioni diverse.
Va, infatti, anzitutto sottolineato che quello attribuito alla competenza del Giudice di Pace non è un procedimento speciale, ma un ordinario processo di cognizione, rivolto, come tale, all’accertamento dei fatti e della punibilità dell’accusato nonché alla determinazione dell’eventuale trattamento sanzionatorio. Esso è improntato, quindi, a finalità del tutto simili a quelle perseguite con i procedimenti che si svolgono dinanzi ai giudici competenti per reati di maggiore impatto sociale, dai quali si distingue essenzialmente per la semplicità dele forme e per l’intento conciliatorio da cui è permeato.
E proprio in considerazione di questa sua natura il legislatore ha ritenuto allo stesso applicabili “le norme contenute nel codice di procedura penale”, fatta eccezione per alcune procedure particolari, non compatibili, tassativamente elencate nell’art. 2 del decreto legislativo n. 274/2000, tra le quali non è compresa quella relativa al riconoscimento e all’esercizio del diritto d’impugnazione.
In questa specifica materia deve farsi esclusivo riferimento alle norme dettate dal titolo primo del libro nono del codice di rito e, tra queste in primo luogo, all’art. 570, che disciplina le “impugnazioni del Pubblico Ministero” con l’uso di una formula onnicompresiva, riferibile sia al Procuratore della Repubblica che al Procuratore Generale ed attribuendo al secondo il potere di proporre impugnazione contro i provvedimenti emessi dai giudici del distretto, anche quando il Pubblico Ministero del circondario abbia già compiuto in merito la sua valutazione positiva o negativa.
Ed è certo che, almeno dal punto di vista soggettivo, non può attribuirsi alcuna efficacia limitativa all’espressione “nei casi stabiliti dalla legge” inserita nel primo comma della disposizione, giacchè, tenuto conto del contesto, essa ha chiaramente una valenza oggettiva ovvero riferibile, al più, ai casi di procedimenti speciali cui si è già accennato e, in particolare, ai procedimenti incidentali, che per le loro spiccate peculiarità, impongono delle deroghe alle regole generali con riflessi anche sul regime delle impugnazioni.
D’altra parte, la legittimazione del Procuratore Generale è puntualmente confermata da altre norme, non meno esplicite, quali quelle dettate dagli artt. 548/3 e 585/2, lett. D, c.p.p., che precisano le modalità di esercizio del diritto d’impugnazione, prescrivendo gli adempimenti necessari a far conoscere al suo titolare “i provvedimenti emessi in udienza da qualsiasi giudice” della circoscrizione diverso dalla Corte d’Appello. Completa il quadro l’art. 608/4 c.p.p., il quale stabilisce che il Procuratore Generale può sempre ricorrere anche nei casi previsti dall’art. 569, vale a dire nei casi in cui è consentito alla parte che “ha diritto di appellare la sentenza di primo grado…” di adire immediatamente il giudice di legittimità.
Appare evidente, allora, che gli argomenti contrari alla tesi della legittimazione del Procuratore Generale finiscono tutti per urtare ineluttabilmente contro il dettato normativo in questo caso niente affatto oscuro o ambiguo.
Anche quelli che – come si è evidenziato – non mancano di ragionevolezza e plausibilità, ma che nel sistema vigente hanno un valore puramente teorico e possono solo considerarsi di auspicio ad un intervento legislativo quanto mai opportuno, che conformemente alla ratio cui è ispirato il processo condotto dal Giudice di Pace, semplifichi anche la materia delle impugnazioni. Magari, proprio ispirandosi al modello già sperimentato per le sentenze pretorili (anteriormente alla riforma introdotta dalla legge 31-7-1984, n. 400) dal codice di rito abrogato (art. 512), in aderenza a quel principio “tradizionale” del nostro ordinamento che lega la competenza del Pubblico Ministero a quella del giudice presso cui è costituito e che l’individuazione del tribunale quale giudice d’appello delle sentenze emesse dal Giudice di Pace (art. 39. D.lvo n. 274/2000) renderebbe pienamente compatibile anche con il nuovo procedimento.
Ma fuori di questa prospettiva “de iure condendo”, nessuna ulteriore e più pregnante rilevanza può conferirsi alle considerazioni fatte anche e principalmente dalla dottrina a sostegno dell’opinione favorevole ad una limitazione del diritto d’impugnazione al solo Procuratore della Repubblica, perché – va ribadito – lo stato attuale della normativa non lo permette.
Deve, in conclusione, affermarsi, che il ricorso per cassazione spiegato dal Procuratore Generale di Firenze avverso l’ordinanza del locale tribunale è ammissibile (l’erronea indicazione nell’atto del titolo del reato contestato al Campagna è irrilevante alla luce del contenuto dell’appello esperito dallo stesso organo contro la pronuncia di primo grado nel quale le vere imputazioni sono analiticamente esaminate) e fondato.
Ne deriva, ai sensi dell’art. 620, lett. D, c.p.p. l’annullamento senza rinvio del provvedimento gravato con conseguente restituzione degli atti al competente Tribunale di Firenze per il giudizio d'appello.
la Corte Suprema di Cassazione, sezioni unite penali, visti gli artt. 606, 611, 620, c.p.p., annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata e dispone trasmettersi gli atti al Tribunale di Firenze per il giudizio d’appello.

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