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Risultati della ricerca per “il sistema delle falesie lecchesi” – Alessandro Gogna
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Risultati della ricerca per: il sistema delle falesie lecchesi
Pubblicato il 6 Luglio 2015 20 Ottobre 2016 di Administrator — Lascia un commento
Tag: arrampicata, CAI, comunità montana, divieto, esproprio, guide alpine, proprietari, riqualificazione
Pubblicato il 13 Gennaio 2015 20 Ottobre 2016 di Administrator — Lascia un commento
L’alpinismo non è delle guide alpine 3
Alpinismo, arrampicata e tecniche non sono delle guide alpine – 3a puntata (3-5)
§ 19. Salviamo gli amatorial-dilettanti!
Dunque, ribadito che non mi pronuncio sull’opportunità o meno di apertura della professione ad altri soggetti e su chi abbia ragione tra g.a.-m.a. e vari loro competitors, la prospettiva è che, se verrà approvata una legge costruita sulle esigenze di esse e/o di chi sia con loro in contesa economica od eventualmente in accordi, cioè, comunque, di professionisti o imprenditori o di chi intenda operarvi, dunque in quella più generale visione e pratica mercantile che ormai vuole connotare ogni particolare ambito di vita, essa finisca usata, quantomeno come riferimento giuridico autoritario, anche su coloro che tali caratteri od intenti non abbiano né vogliano avere.
Con danno sia per la realtà delle situazioni sia per la correttezza di soluzioni e modi auspicabili per la formazione della volontà popolare espressa attraverso la legge e poi tradotta nei casi concreti.
In questo senso, però, la mia osservazione sull’introduzione della relazione (“superamento / trasformazione dell’amatoriale” in “professione”) non è sufficiente: fosse stato solo per essa, si sarebbe potuto pensare ad una svista o ad una questione di lana caprina.
§ 20. “Coppia separata”: gli artt. 1 e 13 delle proposte di legge.
Infatti, a decisiva conferma del problema, viene la lettura “combinata” di due articoli della proposta Saltamarini (al solito: entrambi uguali, anche nella Di Centa-Quartiani; simili nella Fosson).
1 A) “Tecniche alpinistiche, sci-alpinistiche ed escursionistiche che richiedono per la progressione l’impiego di tecniche e di materiali alpinistici”,
l’articolo 1 (base del vero e proprio testo legislativo),
che dispone,
“1. La presente legge detta i principi fondamentali in materia di ordinamento delle professioni del turismo montano, abilitate all’insegnamento delle tecniche alpinistiche, sci-alpinistiche ed escursionistiche che richiedono per la progressione l’impiego di tecniche e di materiali alpinistici, nonché all’accompagnamento in ascensioni in roccia, neve e ghiaccio, in escursioni sul territorio montano e in ambiente ipogeo.
Guida alpina Angelo Giovanetti
2. Le figure professionali di guida alpina-maestro di alpinismo, di accompagnatore di media montagna e di guida vulcanologica sono disciplinate dalla legge 2 gennaio 1989, n. 6. … “.
Omessi rilievi linguistici sull'”… l’insegnamento delle tecniche… che richiedono… l’impiego di tecniche…”,
intanto, si ricordi:
– così la norma ha inquadrato la generale materia oggetto del suo intervento, cioè (solo) la disciplina delle c.d. “professioni del turismo montano”; e per esse detterebbe “principi fondamentali”;
– col “… richiedono per la progressione l’impiego di tecniche e di materiali alpinistici…”, ha confermato la formula delimitatoria della cit. legge 1989, n. 6, istitutiva della professione di g.a.-m.a.;
– il riferimento alle “professioni”, se non vi fosse rischio di confusioni applicative con l'”amatoriale”, basterebbe a fare escludere l’applicabilità, anche solo riflessa, agli ambiti “non professionistici” (o “non professionali” o “non con professionalità”).
Però, il problema diretto è cosa intendano ora stabilire ed ulteriormente dettagliare nell’ambito delle “professioni del turismo montano”; e pure qui – ricordato quanto già detto – si pone, tra altro, una ripartizione:
– circa quella tradizionale di guida “alpina” – maestro di “alpinismo”, entrambe le proposte ne confermano l’esistenza e l’impianto, mediante il soprariportato rinvio alla legge istitutiva 1989, n. 6 (della quale vi sarebbe la modifica);
– circa una delle possibili figure professionali (l’istituzione di esse è riservata alla legge dello Stato: vd. art. 1 delle proposte, in adempimento della giurisprudenza costituzionale: post), provvede per quella del maestro di “arrampicata” (il cui governo resterebbe al Collegio nazionale delle g.a.-.m.a.).
1. B) Ma cosa sono “alpinismo” e “arrampicata” per le proposte di legge?
“materiale alpinistico e tecniche alpinistiche”
l’articolo 13 (in cauda venenum).
Torna l’eluso quesito.
Chi appena pratica la materia sa che definirli è proibitivo, specie per l’alpinismo (vi entrano fattori ambientali e soprattutto spirituali, che non consentono generalizzazioni): non l’ha mai saputo fare nessuno, meno che meno a fini giuridici, salvi ovviamente furberie e pasticci, ancorché non casuali. Discorsi che valgono, oltre per quanto accennato su “amatoriale”, “ludico”, “non agonistico”, pure per le correlate nozioni di “montagna” e “sport”.
L’art. 13 della proposta Saltamarini (uguale a quello della proposta Di Centa-Quartiani. Anche stavolta, questa norma è tenuta lontana dall’art. 1: per i lettori poco attenti?), pone le fondamenta per una risposta – obliqua – a quella domanda:
“(Materiale alpinistico e tecniche alpinistiche)
Per materiale alpinistico si intende il materiale compreso nell’elenco approvato dal collegio nazionale periodicamente aggiornato.
Per tecniche alpinistiche si intendono le tecniche individuate dai testi tecnici del collegio nazionale e oggetto di insegnamento nei corsi di formazione e di aggiornamento“
– queste formule riecheggiano quella che sulle “specializzazioni” era già stata adottata nell’art. 10 della legge 1989, n. 6, sopratrascritto, ed il loro modo di procedere con la “scorciatoia interna” che sopra ho evidenziato;
– non vi è qui accenno alla “montagna”, essendo il tutto incentrato su un non definito “alpinistico”, riferito solo a materiali e tecniche;
– come sopra evidenziato, c’è la delimitazione “zone con caratteristiche alpine”; ma essa, nelle stesse proposte, è stata prevista agli artt. 4 solo per escludere che lì possano esercitare gli istituendi “maestri d’arrampicata”].
§ 21. Combinazioni?
L’aspirante legislatore nazionale, tenuta ferma la suddistinzione tra “accompagnamento” ed “insegnamento” e la relativa “riserva” legale
[rivedi l’art. art. 2 della legge 1989, n. 6, sopratrascritto],
con la combinazione degli artt. 1 e 13 della proposta Saltamarini intende risolvere il busillis giuridico / definitorio mediante il riferimento alla progressione con impiego di materiali e di tecniche alpinistici e con l’individuazione dei concetti di questi.
Ma chi definisce quali sono i “materiali alpinistici” e le “tecniche alpinistiche”?
Le g.a.-.m.a., attraverso il loro Collegio nazionale.
§ 22. Che modi!
Eccoci al problema del convivere e legiferare più o meno democratici, e, in radice, a quello politico.
Il legislatore nazionale, incapace o non attento o callido nel fare una legge:
– la “commissiona” ad altri in via di “sussidiarietà”, mediante un rinvio della competenza;
– in questo rinvio “in bianco” non dà predeterminazioni dell’ambito da normare;
– attribuisce tale compito ad un ente, esercitante funzioni pubbliche ma rappresentativo di una privata professione (anche in contesa con altre professioni, con professioni contigue o emergenti e spesso pure con non professionisti), che le norme dovrebbe dare ai propri iscritti e solo per circostanziare l’oggetto della propria professione, e non a chi g.a.-m.a. non è, cioè tutta la restante numerosa platea dei praticanti l’alpinismo o l’arrampicata o l’escursionismo.
Dei quali tutti loro si guardano dal chiedere l’opinione o meno che meno il consenso, e, in radice, dal farsi accorgere
[utile considerare in parallelo che – invece – secondo il recente “Codice di giustizia sportiva della FIGC, Decreto del Commissario ad acta del 30 Luglio 2014, approvato con deliberazione del Presidente del CONI n. 112/52 del 31.7.2014”, sub Titolo I (Fonti della disciplina) e … Titolo I bis (Norme di comportamento):
Doveri e obblighi generali. …
Sono tenuti alla osservanza delle norme contenute nel presente Codice e delle norme statutarie e federali anche i soci e non soci cui è riconducibile, direttamente o indirettamente, il controllo delle società stesse, nonché coloro che svolgono qualsiasi attività all’interno o nell’interesse di una società o comunque rilevante per l’ordinamento federale.”…].
Si osservi che un aspetto simile al sopradetto – ma in meno – era già emerso circa il rapporto tra collegi professionali e Regioni sulla competenza a fare le leggi, con puntuale dichiarazione di illegittimità nella cit. sentenza Corte costituzionale n. 372/1989*,
[allora riferita alla stessa cit. legge 1989, n. 6, ne basta qualche passo:
* “…Tale disciplina – nelle sue diverse articolazioni – determina una indebita compressione del ruolo riservato alle Regioni in materia di istruzione professionale, dal momento che affida l’organizzazione dei corsi professionali, di abilitazione o di aggiornamento, agli stessi organi dell’ordinamento professionale rappresentati dai collegi delle guide, escludendo, di contro, la presenza regionale (come nel caso dell’art. 9), ovvero limitandola alla sola vigilanza (come nel caso dell’art. 7) o, al massimo, all’intesa con gli stessi collegi (come nel caso dell’art. 22). La giurisprudenza di questa Corte, in precedenti occasioni, non ha mancato di sottolineare come, in materia di istruzione professionale, la definizione dei programmi e l’organizzazione dei corsi spetti alla sfera delle attribuzioni regionali, salva la presenza di possibili forme di coordinamento e controllo centrale dirette a garantire standards minimi quantitativi e qualitativi, relativi ai corsi, nonché verifiche relative alla fase della valutazione finale del risultato della frequenza ai corsi, ove questa comporti il rilascio di titoli abilitanti su scala nazionale (…). Questo non conduce, peraltro, a escludere la possibilità che, ai fini dell’organizzazione dei diversi corsi professionali e della definizione dei criteri didattici e dei programmi, sia dato spazio adeguato anche all’apporto collaborativo degli organismi rappresentativi della categoria professionale (si tratti dei collegi professionali o del Club alpino italiano, già investito, in materia, delle competenze di cui all’art. 2 della legge 24 dicembre 1985, n. 776, richiamate anche dagli artt. 20 e 26 della legge in esame): tale apporto – ben giustificato in relazione al peculiare contenuto tecnico e di esperienza proprio delle materie oggetto dei corsi professionali di cui é causa – potrà essere definito, in forme appropriate, tanto in sede di eventuale formulazione di nuovi principi da parte della legge statale quanto in sede di legislazione regionale.”].
Fermo restando che gli aspetti delle proposte da me censurati non concernono l’organizzazione od i programmi ma le ricadute esterne del generale strumento normativo (artt. 1 + 13) architettato con l’occasione dell’istituzione di una figura professionale
[quest’ultima competenza è esclusiva della legge statale, come pure tali proposte prevedono nei loro rispettivi articoli 2:
“Individuazione di nuove figure professionali.
L’individuazione di nuove figure professionali del turismo montano e la fissazione dei pertinenti requisiti fondamentali spettano allo Stato, che istituisce con legge i rispettivi elenchi speciali, la cui tenuta è affidata ai collegi regionali delle guide di cui all’articolo 13 della legge 2 gennaio 1989, n. 6…”.].
§ 23. Imperium e “piccoli passi” (“funzionalismo alpinistico”?).
Quando sopra scrivevo che l’alpinismo professionale non è sviluppo o trasformazione dell’amatoriale, rivendicavo autonomia e libertà per coloro che non vogliono sapere di soldi nello svolgimento della propria attività né comunque essere toccati da cose altrui.
Pretese anacronistiche e stupide? Dobbiamo economicizzarci? Magari per farci poi fornire, istruire, accompagnare o spennare da altri?
Ma l’intento ora risulta più chiaro: chi come sopra individua i “materiali alpinistici” e le “tecniche alpinistiche”, ricordato quanto ho detto circa l’applicazione legale che prevedibilmente ne faranno gli “operatori non alpinistici”, non dispone ed impone per sé, ma per tutti: cioè anche per coloro che stanno e vogliono stare fuori dall’ambito o dai confini, non solo tra professionisti – non professionisti e tra alpinismo – arrampicata ma pure tra alpinisti – arrampicatori da una parte e non alpinisti – non arrampicatori dall’altra (cosa è, chi va con ciaspole per strade allunate annusando polenta? Dove vanno messi gli escursionisti?)
[su questi ultimi, si noti che la legge della Regione Abruzzo 16 settembre 1988, n. 86, ha aggiunto la roboante apposita professione dell'”accompagnatore di media montagna-maestro d’escursionismo”.
Se guardiamo fuori dai nostri riferimenti, la legge della Regione Valle d’Aosta 21 gennaio 2003, n. 1, ha invece istituito la professione di “maestro di mountain bike”.
E così via].
Non si pensi ad una preoccupazione eccessiva: se in Italia verrà approvata una definizione per legge di alpinismo, arrampicata e relative tecniche, sarà applicata erga omnes.
Guida alpina Gianluca Bellin
§ 24. Continua l’astuzia della proposta Saltamarini
(uguale nelle proposte Di Centa-Quartiani e Fosson), la quale si spiega, con la relazione a commento dell’art. 13, dappresso.
“Materiale alpinistico” = “elenco” (delle g.a.-m.a).
“L’articolo 13 interviene in merito alla definizione del concetto di ‘materiale alpinistico’. L’elenco, già predisposto dal collegio nazionale dal 2007, costituisce un importante punto di riferimento in occasione di perizie, cause legali e controversie di vario genere. L’inserimento nella presente proposta di legge permette di ‘ufficializzare’ uno strumento già largamente utilizzato”.
Dunque, alfine e neppure nel testo proprio di legge (una relazione di legge in sé non è legge; ma conta, come ha dimostrato il cit. riferimento nella sentenza della Corte costituzionale), l’aspirante legislatore, quantomeno nel sottofondo, ha gettato la maschera:
non si tratta di porre norme di concetto o super partes ma di delegare l’orientamento e la delimitazione di un ambito, non quello definitorio alpinistico o arrampicatorio (“Lotta con l’Alpe” od altri ipotizzabili) su cui normalmente i praticanti si impegnano a declamare ma quello sugoso pragmatico / giuridico delle “perizie, cause legali e controversie di vario genere”, così al contempo affermando il campo proprio e limitando quello altrui (professionale o no, a seconda dei casi), anche con le correlate “riserve” di esercizio legale, le sanzioni (penali, amministrative) e le ulteriori conseguenze civilistiche e sociali, nonché con possibilità di ulteriori sviluppi.
Sarebbe l’ordinario compito della legge; ma qui vogliono che l’individuazione dell’oggetto materiale della norma sia affidata ad uno solo dei soggetti praticanti alpinismo ed arrampicata, per giunta non l’unico significativo, mentre in un Paese democratico non dovrebbe essere che un’attività svolta da centinaia di migliaia di persone sia per qualche santo definita da chi rappresenta la parte di poco più di un migliaio.
C’è altro, a conferma del cattivo pensiero.
Di che consiste, questo “… elenco, già predisposto dal collegio nazionale dal 2007… importante punto di riferimento in occasione di perizie, cause legali e controversie di vario genere”, il cui inserimento nella presente proposta di legge permetterebbe di “‘ufficializzare’… uno strumento che sarebbe “già largamente utilizzato”?
Leggiamolo nel sito Internet del Collegio nazionale delle g.a-m-a., come comparso in versione 08/11/2009 (le citt. proposte fanno riferimento alla versione 2007, però lo stesso art. 13 ha preimpostato una potestà evolubile):
° Piccozza – imbragatura – casco – ramponi
° Chiodi da roccia e da ghiaccio
° Martello da rocciatori
° Corde – cordini – fettucce – dadi -friends – eccentrici
° Dispositivi di ancoraggio
° Dispositivi assicuratori (freni, discensori, bloccanti meccanici)
° Dissipatori
° Kit da ferrata
° Moschettoni con e senza ghiera
° Staffe
° Ciaspole o racchette da neve
° Sci con attacchi a sci-alpinismo e pelli di foca
° Arva – pala – sonda da neve
° Martello da roccia e da ghiaccio”.
Non pignoliamo (esempio: quale la differenza tra “Martello da rocciatori” e “Martello da roccia e da ghiaccio”?).
Il fatto però è che – lì dentro – mediante inclusione di materiali, hanno investito l’intera gamma del praticabile: dalla roccia (martello, ecc.), al ghiaccio (martello, ecc.), al misto (idem), alla vie ferrate (kit da ferrata) o ai sentieri attrezzati (moschettoni con o senza ghiera), finanche appunto alle dette passeggiate su strade con ciaspole sotto la luna annusando polenta.
Senza distinzioni di difficoltà e/o modalità d’impiego nè alcun altra delimitazione (non sia il mio un suggerimento ad elaborarne di elusive).
Senza limitazioni all'”occasione” del “maestro d’arrampicata”, poiché queste indicazioni comprendono chi vuole fare alpinismo od escursionismo, comunque pure in “… zone con caratteristiche alpine e delle aree innevate…”.
Senza qui (art. 13) fare distinzioni tra professionisti e non professionisti, per modo che l'”obliqua” definizione del preteso “concetto” (sic) di “materiale alpinistico” varrà di riflesso per dilettanti, volontari, liberi praticanti, tutti!
Esce una considerazione ulteriore.
Il normale praticante alpinista non legge le proposte di legge e meno che meno la relazioni di presentazione, e, se mai gli fosse capitato davanti l'”elenco”, avrà pensato, senza capirne lo scopo, ad una lista qualsiasi, tipo quella da spesa; ma con esso alcuni (pochi) hanno pre-disposto lo strumento, l’hanno ufficializzato, l’hanno fatto finire in proposte legislative, il tutto in vista del maturare di una normativa e di fatti che intanto indefessi spingono avanti di soppiatto;
§ 25. Riserva di “metodi” / “teorie”?
“Tecniche alpinistiche” = “testi tecnici” e “corsi di formazione e aggiornamento”.
Proseguendo, e ricordato che, come da art. 2 della legge 1989, n. 6, ciò che individua i contenuti della professione di g.a.-m.a. sono l’accompagnamento e l’insegnamento riferiti a “tecniche alpinistiche” (oltre che “sci-alpinistiche” ed in genere alla “montagna”), ancora più irrazionale, pesante ed invasiva risulta la prospettiva emergente – in stile ed effetti analoghi al caso precedente – dalla lettura dello stesso art. 13 ove, e sempre prescindendo da diretti riferimenti alla montagna, statuisce che:
“Per tecniche alpinistiche si intendono le tecniche individuate dai testi tecnici del Collegio nazionale e oggetto di insegnamento nei corsi di formazione e di aggiornamento”.
– il cit. parametro dell’elenco dei “materiali” almeno è di facile individuabilità ed intelleggibilità, pure se l’inclusione di ciascuno di essi porterebbe a fare scontrare tra loro i rilievi di arbitrarietà ed il principio del mala lex sed lex;
– ma il rinvio, per giunta del tutto indeterminato, ai “testi tecnici del Collegio nazionale e oggetto di insegnamento nei corsi di formazione e di aggiornamento”, creerebbe problemi di non univocità e non stabilità di questi riferimenti medesimi, e, soprattutto, imporrebbe una soluzione non giustificabile sul piano stesso della tecnicità e della giuridicità. Oltre che francamente arrogante.
Qui non si tratta solo dei singoli materiali che farebbero l’alpinismo e/o arrampicata, ma della loro scelta e del “metodo” / “metodi” e “teorie” sul loro impiego (quale l’esatta assicurazione? con “mezzo-barcaiolo”, col Gri-Gri, altro?).
E ciò può valere per la “gestualità” (mi sovvengono le antiche polemiche pedagogiche sull’”appoggibilità” del ginocchio o l'”incrociabilità” dei piedi nell’arrampicata su roccia…).
Come se queste cose siano “riservabili”, ed in base ad una legge, od in qualunque altro modo.
Inoltre, tutto si vuole sia normativamente “detto” dalle g.a.-m.a. e solo da esse o da qualcuna di esse, per le relative conseguenze (economiche e) legali.
C’è compatibilità di tali soluzioni coi principi costituzionali (eguaglianza, libertà di pensiero, libertà d’arte e scienza, libertà d’insegnamento e d’apprendimento, di circolazione, riserva di legge su prestazioni imposte, ecc.), oltreché, più semplicemente, con la prassi ed il buon senso?
Onde percepire la gravità ed assurdità della pretesa, si pensi alle possibili divergenze di soluzioni proposte da un manuale adottato dalle g.a.-m.a. e da uno adottato dalle scuole C.a.i. o da altri; e, in nuce, all’incongruenza del voler modulare soluzioni normative sulle opinioni di chi venga di volta in volta a gestire un settore operativo che in verità è aperto a tutti (non necessariamente sprovveduti)
[esempio, a proposito della consigliabilità di imbragature “basse” o “combinate” o “intere / complete”: il “Sicurezza” delle g.a.-m-a. 2003 pag. 21 era nel primo senso, l’Alpinismo su roccia delle scuole CAI 2007 propende per il secondo, pagg. 76 ss; e deve contare pure il parere di esperti singoli, come Il manuale dell’alpinismo. Materiali e tecniche dell’alpinismo moderno, di Franco Perlotto, Sperling & Kupfer, 1994, pag. 76, che sostiene le prime, o Il manuale dell’alpinista. Escursionismo, trekking, arrampicate:…, di Giancarlo Corbellini, ed. Piemme, 1993, pag. 102-103, che contempla solo le seconde e le terze].
Per non parlare delle epoche di produzione successive, dell'”istituzionalità” o no delle fonti di produzione, dei diversi destinatari di riferimento (clienti / allievi, o liberi praticanti, o professionisti, altri), delle soluzioni eclettiche, ecc.
Quid iuris, in caso di rilevanza giuridica in un sinistro? O, peggio: potrà essere “fermato” su una via o sentiero ferrato chi non porta casco e/o set d’arrampicata o li impiega male? E poi, su questa via, anche quelli all’ultima moda, magari artificiosa e solo produttiva di desideri?
[sull’ultimo punto, in generale, per temi analoghi e relative spinte, Serge Latouche, Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata, ed. Bollati Boringhieri, 2013.
Vd. post, tra i commenti in punto GPS, ad esempio quello sui “…formidabili gioiellini elettronici con un display più ampio (rispetto ai precedenti modelli) per me risultano una vera tentazione…”].
Si aggiunga che molte soluzioni tecniche (idem quanto a materiali) sono perfettamente valide ancorché non contemplate o preferite da un manuale od in corsi, per cui verrebbero in discussione anche i gusti
[caso di chi si autoassicura in sosta con l'”asola” o “nodo delle guide” semplice, piuttosto che col “nodo barcaiolo” unico allo scopo contemplato nel cit. manuale Alpinismo su roccia, pagg. 114-321].
§ 26. Constatazioni e domande sulle nuove g.a.-m.a. – imprenditrici (educatrici, ecc.): non più “professione di nicchia” (pro e contro).
Che parte hanno e fanno le g.a.-m.a. – nel contemporaneo – non solo in questo caso?
A me pare che, sempre tali chiamandosi e firmandosi, continuino ad usare il “valore d’immagine” dell’antico mestiere / professione, ma che ormai siano attaccate ai poteri economici e pubblici e pensino ed agiscano pure da imprenditori, nel senso del prendersi anche un po’ tutto del profittevole resto, se del caso incuranti di passare sopra a qualcuno
[esempi a caso: Angelo Seneci in Gli sport outdoor, una risorsa turistica: farne un’opportunità e non un problema, da “guida alpina, Direttore Rock Master e consulente esperto in Turismo Outdoor”, Gogna Blog; o la fresca Accademia della montagna trentina, presieduta da g.a.-m.a. la quale non limita il proprio focus ad “accompagnamento” + “istruzione” ed opera su più fronti in sinergia con l’ambiente universitario, di altri imprenditori, ecc.].
Estensione d’ambito che in anni recenti è stata puntualmente formalizzata e sostenuta dalla legislazione, nel solco delle mercatizzazioni e delle “valorizzazioni” di cui all’art. 117 Costituzione riformato nel 2001
[ad esempio, la Legge Regione Veneto 3 gennaio 2005, n. 1 e successive modifiche (“Nuova disciplina della professione di guida alpina e di accompagnatore di media montagna”):
“Art. 20. Promozione e diffusione delle attività di montagna.
Le guide alpine e gli aspiranti guida e gli accompagnatori di media montagna sono soggetti impegnati a promuovere e diffondere le attività di montagna, nonché a incentivare il turismo montano e a creare flussi di visitatori nazionali e esteri nel territorio regionale veneto. A tal fine possono cercare collaborazioni, anche attraverso accordi e convenzioni, con altri soggetti istituzionali, pubblici e privati, nazionali od esteri che, del pari, operano con finalità sportive, ricreative, educative e turistiche.
Per i fini indicati al comma 1, la Giunta regionale è autorizzata a concedere al direttivo del collegio regionale delle guide contributi: …”.].
Possono (fino ad un certo punto). Ma, a parte il fatto che così facendo non sfuggiranno dalle diverse sostanze ed alle legali responsabilità del rinnovato statuto giuridico d’appartenenza (ormai non solo quello della tradizionale professione), hanno il dovere di essere chiare nei confronti del “gestito” “popolo alpinistico” e magari di chi vota le leggi, nonché, per certi casi, di non prevaricare.
Non è più “di nicchia”, la gloriosa professione di g.a.-m.a.: connotata, rispetto ad altre note, da caratteri anomali, pure per numeri piccoli e per privilegi, cerca e trova nuove alleanze battendo strade espansive, vincolando altri.
§ 27. Episodio o “macchia a cascata d’olio” (non solo g.a.-m.a.)? Tutto sub “sicurezza” (e nuovi “funzionari” o “ausiliari”).
Quanto sopra si colloca in un trend, variegato, diffuso e volto ad ulteriori obbiettivi, come risulta da alcuni esempi:
1 = sci da pista: altri vigilantes (proposta di legge Senatrice Lanzillotta, anno 2014)
Un’altra proposta di legge, per lo più circa gli sport non agonistici, da ultimo comunicata alla presidenza l’11 marzo 2014 col n. 1367 a nome della Senatrice Lanzillotta e recante “Modifiche alla legge 24 dicembre 2003, n. 363, in materia di sicurezza nella pratica degli sport invernali da discesa e di fondo”, procede a fare diventare tutori dell’ordine sportivo (c.d. “vigilanti privati” per l’art. 15*) alcuni soggetti privati e professionisti della montagna – imprese gerenti impianti sciistici o maestri di sci – mediante la loro parziale assimilazione operativa alle tradizionali Forze di polizia; infatti,
*art. 15 comma 1 lettera a) della proposta Lanzillotta:
– comincia, introducendo il comma 1-bis nell’art. 21 della cit. vigente legge 2003, n. 363,
“Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano… istituiscono… specifiche figure a cui affidare, mediante convenzioni con i gestori, che si avvalgono a tal fine anche della collaborazione dei maestri di sci, i compiti di soccorso e di vigilanza, anche al fine di irrogare le sanzioni; … (nota: per altre evenienze, post);
– continua, introducendovi il comma 1-sexies,
“Ai soggetti incaricati di svolgere i compiti di vigilanza, privi della qualifica di pubblico ufficiale, sono attribuiti i poteri di contestazione e riscossione immediate, nonché la redazione e sottoscrizione del verbale di accertamento con efficacia di cui agli articoli 2699* e 2700** del codice civile”
[* art. 2699 codice civile:
“Atto pubblico.
L’atto pubblico è il documento redatto, con le richiese formalità, da un notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato ad attribuirgli pubblica fede nel luogo dove l’atto è stato formato”;
** art. 2700 codice civile:
“Efficacia dell’atto pubblico.
L’atto pubblico fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti”.].
Ciò – per inciso – benché la relazione di presentazione delle proposta medesima avesse affermato: “Viene, in fine, confermato il ruolo dei maestri di sci, non quali soggetti accertatori delle violazioni, ma per la segnalazione agli addetti alla vigilanza di tutti i comportamenti non corretti (e non solo di quelli attinenti alla velocità, come al momento previsto)”
[riporto infatti a raffronto la per ora vigente legge 2003, n. 363, che la proposta Lanzillotta vuole in punto come sopra modificare:
“Art. 21. “(Soggetti competenti per il controllo)
Ferma restando la normativa già in vigore in materia nelle regioni, la Polizia di Stato, il Corpo forestale dello Stato, l’Arma dei carabinieri e il Corpo della guardia di finanza, nonché i corpi di polizia locali, nello svolgimento del servizio di vigilanza e soccorso nelle località sciistiche, provvedono al controllo dell’osservanza delle disposizioni di cui alla presente legge e a irrogare le relative sanzioni nei confronti dei soggetti inadempienti.
Le contestazioni relative alla violazione delle disposizioni di cui all’articolo 9, comma 1, avvengono, di norma, su segnalazione di maestri di sci.”].
Dunque, la proposta mira – sembra senza voler fare acquisire la qualifica (nemmeno i doveri e le responsabilità…) di “pubblici ufficiali” o di “persone incaricate di un pubblico servizio” (vd. altrimenti gli artt. 357* e 358** del codice penale) e richiamando le note figure cittadine degli accertatori di illeciti da circolazione stradale*** – a fare sì che alcuni privati abbiano poteri di redigere verbali di accertamento, di contestare illeciti e di riscuotere le relative sanzioni, a carico dei normali praticanti sportivi
[* art. 357 codice penale:
“Nozione di pubblico ufficiale.
Agli stessi effetti è pubblica la funzione amministrativa disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi e caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della pubblica amministrazione o dal suo svolgersi per mezzo di poteri autoritativi o certificativi”;
** art. 358 codice penale:
“Nozione della persona incaricata di un pubblico servizio.
Agli effetti della legge penale, sono incaricati di un pubblico servizio coloro i quali, a qualunque titolo, prestano un pubblico sevizio.
Per pubblico servizio deve intendersi un’attività disciplinata nelle stesse forme della pubblica funzione, ma caratterizzata dalla mancanza dei poteri tipici di questa ultima, e con esclusione dello svolgimento di semplici mansioni di ordine e della prestazione di opera meramente materiale”;
*** va detto che nella giurisprudenza penale è stata esclusa, in capo ai c.d. “ausiliari del traffico” stradale dipendenti privati, la ricorrenza delle qualifiche di pubblico ufficiale o di persona incaricata di pubblico servizio; pertanto, essi non rispondono dei reati di falso in atto pubblico e simili, esempio sentenza Corte di cassazione penale 14 giugno 2013, n. 26222.
Quella di “… far assurgere le guide alpine a ‘pubblico ufficiale’ al di sopra di una certa quota e su terreni ‘alpinistici’, affinché esse possano avere il giusto valore nel contenere certi comportamenti sconsiderati, evitando quelle imbarazzanti situazioni in cui, come è capitato a esempio al sottoscritto, si viene mandati a quel paese in nome della tanto nominata eppure poco conosciuta libertà per avere consigliato, a una inesperta famigliola, di non avventurarsi su un ghiacciaio senza corda e gli adeguati attrezzi”, era una proposta della g.a.-m.a. Giovanni Groaz, Alpinismo: quale libertà?, in Lo Scarpone novembre 2011, pag. 39].
E’ corretto? I normali praticanti sportivi ne sapevano o sanno qualcosa? Ne arriveranno poi altri, di vigilantes privati, magari comprendendovi g.a.-m.a. e volontari?
Ci si rende conto, e non solo quanto ai “professionisti del turismo montano”, che così ne viene ulteriormente modificata la natura e l’identità: da solo professionisti praticanti, a funzionari od ausiliari, occhiuti su altri;
2 = “sci fuori pista” e “sci-alpinismo” (astenersi!).
La stessa proposta Lanzillotta – ancora strumentalizzando il mantra / business della “sicurezza” e benché diversamente intitolata (visibilmente, non tratta nè sci fuori pista né sci-alpinismo), investe pure questi ambiti, con l’art. 12 e nel relativo passaggio della relazione illustrativa, a modifica dell’art. 17 sempre della legge 2003, n. 363.
Infatti, circa l’obbligo di dotazione di “cosiddetti ARTVA”, abroga l’inciso della vigente legge “laddove, per le condizioni climatiche e della neve, sussistano evidenti rischi di valanghe” (prima però cura dichiararlo “imperfetto”: se c’è evidente rischio, non si va!), e prescrive per tale caso il dovere secco di astensione dall’attività
[si pensi alla conseguente possibilità di impedire e sanzionare l’escursionista per la sola mancanza dell’apparecchiatura, a prescindere da un sinistro e da ogni sua eventualità; ed all’automaticità di coinvolgimenti amministrativi e giudiziari nel caso in cui si sia davvero verificato, magari per altra causa];
3 = vie ferrate: anche là, il “tutor”!
Franco Brevini (Le 10 ferrate più belle d’ Italia, Corriere della Sera del 07.8.2012), premesso che “i puristi storcono il naso e lamentano la profanazione della montagna”, evidenziava che “Anche il Soccorso alpino si è mosso per una campagna di prevenzione, «Sicuri in ferrata»: i tutor hanno trascorso alcune giornate sulle ferrate più frequentate, controllando se gli escursionisti indossassero il casco e l’imbragatura e si servissero dei set da ferrata… Quelli non attrezzati nel modo corretto vengono scoraggiati a proseguire”.
A parte il fatto che così ad essere profanate sarebbero le persone autosufficienti e non le montagne, mi rammarico di tanti che continuano a non accorgersi del problema: col tempo – pare un’altra applicazione della politica europea dei “piccoli passi” alias “funzionalismo economico” – avremo pure i controllori da roccia, pubblici e privati (tra essi non voglia mettersi il C.a.i., per farci del bene);
4 = g.a.-m.a. e bivacchi abbandonati: diffide e operazioni in danno di proprietari inadempienti.
Una particolare funzione potestativa è stata attribuita alle g.a.m.a. della Valle d’Aosta, in forza della legge regionale 20 aprile 2004, n. 4 e recenti integrazioni con legge regionale 28 dicembre 2011, n. 33:
“Art. 5bis
(Obblighi di conservazione e pulizia dei bivacchi)
I proprietari dei bivacchi che beneficiano delle agevolazioni di cui alla presente legge sono tenuti ad assicurare la pulizia periodica e la conservazione delle strutture.
Nei casi di accertata inosservanza degli obblighi di cui al comma 1, le società locali di guide alpine di cui all’articolo 19 della l.r. 7/1997, previa diffida a provvedere entro un congruo termine, possono disporre le operazioni necessarie in danno dei proprietari inadempienti.”;
5 = rilevatori elettronici, videosorveglianza, ecc.: “Grande Fratello Montano”.
Ancora nella cit. proposta Lanzillotta (sullo sci da pista ma – ormai l’abbiamo notato – vale extra):
– art. 15 comma 1-quater,
“… può essere prevista la sperimentazione di sistemi elettronici di identificazione dello sciatore, di registrazione delle sanzioni irrogate e di videocontrollo delle piste, anche al fine di prevenire le violazioni della presente legge, con particolare riferimento a quelle previste dall’articolo 9”
[nota: quest’ultimo concerne il dovere di “collocare l’attrezzatura fuori dal piano sciabile, in modo da non recare intralcio o pericolo ad altre persone”].
L'”identificazione” dello sciatore a mezzo di sistemi elettronici (esempio nell’accedere all’impianto sciistico), con videocontrollo e registrazioni, già riguarderà di fatto ciascuno, qualunque cosa faccia o non faccia; ma,
– art. 15 comma 1-bis,
“… possono altresì procedere, previo accordo con i gestori, a forme di sperimentazione, anche ulteriori rispetto a quelle previste dal comma 1-quater, per migliorare la prevenzione dei rischi della pratica degli sport invernali”.
Pertanto, la proposta, che parte dal poco (poiché i maleducati lasciano pericolosamente gli sci sulla pista intanto che vanno a bere il caffè…, ecco un videocontrollo contro il “… collocare l’attrezzatura fuori dal piano sciabile, in modo da non recare intralcio…”, anche se riprenderà chiunque), già si proietta su tutto e tutti;
6 = “raccomandazioni” e “istruzioni” (tecnologie ed altro), prima.
Se ed intanto che qualcuno fa leggi, non conviene nè serve stabilire un obbligo di impiego di materiali o tecniche.
In genere, iniziano con raccomandazioni comportamentali, a volte utili, preferibilmente fatte sostenere da enti istituzionali o soggetti autorevoli, in ambiti didattici o comunque di prevenzione e/o magari solo voluttuari, le quali però varranno fuori da questi confini
[prendo ad esempio l’apparecchiatura GPS, ma considerando che in questo periodo fenomeni analoghi si constatano pure per altro (AIRBAG per sci-alpinismo, GeoResQ per tutti, ecc.), a campione:
– le aziende di produzione e commercializzazione, si avvalgono di rilevatori volontari (per accordi ad esempio tra Garmin e C.a.i. vd. Internet);
– l’alpinista estremo Simone Moro sostiene sui media che il GPS è “fondamentale sicurezza”;
– su Internet e sul territorio proliferano informazioni, convegni ed inviti stentorei (esempio, “Tutto quello che bisogna assolutamente sapere su un GPS outdoor da escursionismo”: ivi sono sintomatici alcuni commenti, come quelli di Cristina: “…volevo regalare un GPS al fidanzato perché gli è venuto il trip di segnarsi i posti dove trova i funghi …” o di Paolo Ornella, già riportato, “… il fatto che risultino dei formidabili gioiellini elettronici con un display più ampio (rispetto ai precedenti modelli) per me risultano una vera tentazione:…”);
– la Regione Piemonte istituisce il “Catasto Regionale dei percorsi escursionistici” avvalendosi di “metodologie di rilevamento con strumenti GPS dei dati informativi sui percorsi inclusi nella Rete escursionistica regionale”, vd. in “Deliberazione della Giunta Regionale n. 37 – 11086 del 23 marzo 2009. Approvazione della Rete escursionistica regionale e del Catasto regionale dei percorsi escursionistici”, Internet;
– il Servizio valanghe italiano organizza un corso 2012 di cartografia digitale e utilizzo del GPS aperto a tutti coloro che intendono organizzare “correttamente” le escursioni in ambiente;
– le g.a.-m.a. tengono corsi di addestramento all’utilizzo di tali materiali e tecniche;
– il CAI evidenzia in corsi e manuali tecnici l’importanza dell’utilizzo di questa strumentazione ai fini di sicurezza, soddisfazione e divertimento [“Montagna da vivere…” cit., pag. 299 ss, nonché, per il recente sistema GeoResQ, pag. 945-496. Ivi ne è sostenuto l’uso al contempo per la caratteristica del “… saper progettare un itinerario e condurlo in modo autonomo…” (mah!), pag. 270-271];
Altri aspetti nel mio Sicurezza in montagna diventa ‘ipertecnologica’?, Gogna Blog].
Si tenga presente: non sto discutendo dell’utilità o meno di certe attrezzature o tecniche ma di come da una prassi, sovente provocata, si formano norme che possono finire a vincolare ciascuno, ciò che in fondo sostanzialmente interessa chi produce e vende;
7 = “obblighi” (correlati “scaricabarili”, amministrativi o ex lege), poi.
E’ così già arrivata l’imposizione al praticante dell’obbligo di dotarsi di alcuni strumenti, e dunque, prima, d’acquistarli, e di adottare alcune tecniche; ancora con possibili ricadute, in difetto, ex art. 43 c. p.
Ciò, pure, ove non sia dato capire se davvero vogliono sia fatta “sicurezza” o piuttosto credere di esonerare da responsabilità chi ha realizzato o gestisce l’impianto (e chi gli aggeggi li compra e porta con sè magari solo – come si dice – per “pararsi” legalmente).
Comunque sia, è bizzarra la pretesa di imporre pubblicamente al praticante il modo di avvalersi di impianti, e, al contempo, di non volerne portare le conseguenti responsabilità legali
[esemplarmente, per la ferrata “Sasse” a filo di Lago d’Idro, inaugurata nel 2013, a carico dell'”alpinista (?) e fruitore” è prevista l'”attrezzatura obbligatoria” costituita da casco e set di ferrata (lì hanno dimenticato pinne e salvagente). Con l’ormai classico avviso scaricabarile: “La ‘Ferrara Sasse è stata attrezzata adottando materiali e criteri in conformità alle leggi vigenti per quanto riguarda la sicurezza; tuttavia vista la pericolosità intrinseca di questa attività sportiva, ogni responsabilità per danni a se stessi, ad altri e a cose è a carico del singolo alpinista (?) e fruitore”. Internet.
Cenni al punto in Luoghi d’arrampicata…” cit.].
In conseguenza dell’avvenuta “mercatizzazione” del “sistema falesie” e del voluto o sperato – ove non sia anche sfruttato – tramonto della tradizionale mentalità autoresponsabile dell’alpinista, risulta accentuato il problema legale per chi realizza e gestisce impianti del genere; e dunque è sorta la necessità di avere a sostegno tecnici tranquilizzatori
[prof. avv. Carlo Bona, “Gli aspetti giuridici della fruizione turistica della montagna”, in atti del convegno L’arrampicata sportiva – un’opportunità per il territorio, marzo 2013, rinvenibile in Le possibilità di sviluppo delle falesie del Lecchese e in Progetto di valorizzazione delle falesie lecchesi, Gogna Blog.
Diversa e complessa l’esposizione dell’avvocato Massimo Viola, in Rischio e rischio residuo lungo le vie e i sentieri di comunicazione 2, sempre Gogna Blog.
Cenni ancora in Luoghi d’arrampicata… cit.; nonché nei miei La sicurezza ‘messa’, anche in montagna: è l’era MinS! e ‘FRUIRE’ la montagna: no, grazie!, Gogna Blog].
Si noti che – a volte – il legislatore invero già ha escluso certe responsabilità legali in capo a certi concessionari e gestori (ecc.), cosa che rende ancora meno giustificabile come possano esservi loro preoccupazioni almeno per quanto avvenga fuori od indipendentemente da essi; ad esempio,
per l’art. 17 comma 1 della cit. vigente legge 2003, n. 363:
“(Sci fuori pista e sci-alpinismo)
Il concessionario e il gestore degli impianti di risalita non sono responsabili degli incidenti che possono verificarsi nei percorsi fuori pista serviti dagli impianti medesimi.”…;
[l’esonero previsto dallo stesso articolo verrebbe ampliato dall’art. 12 della cit. proposta Lanzilotta, così:
“Il concessionario, il gestore degli impianti di risalita e i comuni non sono responsabili degli incidenti che possono verificarsi nei percorsi fuori pista serviti dagli impianti medesimi e segnalati ai sensi del comma 2-bis”;…”.].
Mentre, quali esempi di una prassi legislativa ormai diffusa, affermante un principio che – ad essere seri – non dovrebbe nemmeno essere discutibile:
– per articoli vari (23, 25, 29 e 39) della legge Provincia di Trento 15 novembre 2007, n. 20,
sono assoggettabili a “manutenzione e controllo” le “vie alpinistiche”, cioè gli “itinerari che possono richiedere una progressione anche in arrampicata, segnalati solo da tracce di passaggio o ometti in pietra, attrezzate dei soli ancoraggi per agevolare l’assicurazione degli alpinisti”, e … “Per la realizzazione o la modifica di strutture alpinistiche… è richiesta l’autorizzazione della Provincia…”; però, “L’iscrizione nell’elenco e l’esercizio dell’attività di controllo e manutenzione non escludono i rischi connessi alla frequentazione dell’ambiente montano”;
– per l’art. 2 bis comma primo legge cit. Regione Valle d’Aosta 21 gennaio 2003, n. 1 e successive modifiche,
“(Pratica della mountain bike)
La percorrenza con la mountain bike di sentieri e strade non classificate come statali, regionali o comunali, avviene a completo rischio e pericolo degli utenti.”…
Il tutto a prescindere dal problema se le legislazioni regionali o provinciali ed i provvedimenti amministrativi possano incidere sugli ambiti di “giurisdizione e norme processuali, ordinamento civile e penale…”, che sarebbero invero esclusivi di quella statale
[art. 117 comma 1 lettera l) Costituzione, modificato nel 2001];
8 = prestazioni alpinistiche imposte (art. 23 Costituzione?).
E’ in questo retroterra che si radica il tentativo, a volte realizzato, di imporre al praticante alpinistico l’obbligo di avvalersi di altrui prestazioni professionali, in specie dalle g.a.-m.a.
[però si potrebbero fare pensieri sul limite argomentabile dall’art. 23 Costituzione:
“Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”].
Basta da un lato in generale ricordare il già segnalato titolo del maldestro articolo di Mariolina Iossa Maestri alpini e divieti. Arriva il codice della neve. Presto norme severe contro i turisti delle valanghe. Le guide. Con condizioni buone si può sciare fuoripista solo con una guida alpina, non a caso pubblicato su un importante quotidiano commerciale quale il Corriere della Sera; e dall’altro citare qualche esempio di una serie di minuti provvedimenti che tale intento / pratica hanno auspicato od applicato:
a = le note ordinanze del Sindaco di Livigno sull’obbligo di accompagnamento da parte di g.a.-m.a. in certe pericolose condizioni sci-alpinistiche (vd. in Il diritto va in montagna cit.);
b = la normativa amministrativa a proposito della pratica dell’eliski accompagnato da g.a.-m.a., oltre ad altre, della Vallecamonica-Adamello (Legalizzazione dell’eliski e scorretta informazione, Gogna Blog);
c = i pareri di alcune g.a.-m.a. prestigiose a proposito del rilascio di “patentini”, corsi d’obbligo per neofiti, o simili (Hans Kammerlander, Giovanni Groaz cit., altri)
d = il dibattito parlamentare, con l’intervento del Sen. Antonio Fosson, nel senso che “… Il rischio nella pratica degli sport di montagna non può essere eliminato completamente, ma può essere ridotto se affrontato con professionisti, non da turisti soli e inesperti: alcuni percorsi di sci alpinismo devono essere affrontati solo se vi è un professionista come accompagnatore” (in Incidenti montagna: Fosson, non sanzioni su sci fuori pista, da Sito ufficiale della Regione Autonoma Valle d’Aosta, 10/02/2010, e altrove, Internet);
e = l’accessibilità turistica ai vulcani italiani, ove si alternano provvedimenti che la consentono, la condizionano all’accompagnamento di guida vulcanologica (in generale prevista della legge istitutiva delle g.a.-m.a. 1989, n. 6, cit.) o addirittura la vietano (in argomento rimando all’appena pubblicato Etna libero 1, intervista a Marco Albino Ferrari con ulteriori fonti nello stesso cliccabili, Gogna Blog). Ecc.
Sarebbe auspicabile che in punto libera frequentazione della montagna sia definita, dichiarata e nei fatti mantenuta la posizione ufficiale delle g.a.-m.a.
http://www.alessandrogogna.com/2015/02/07/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-5/
Tag: CAI, Carlo Bonardi, giurisprudenza, guide alpine, saggio
Pubblicato il 23 Luglio 2014 20 Ottobre 2016 di Administrator — Lascia un commento
Le possibilità di sviluppo delle falesie del Lecchese
Possibilità di sviluppo per le strutture di accoglienza del territorio, in previsione di un incremento turistico legato all’outdoor
Il presente post è tratto dalla relazione che Ruggero Meles fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio. Vedi anche: http://www.alessandrogogna.com/?s=Progetto+di+valorizzazione+delle+falesie+lecchesi e http://www.alessandrogogna.com/?s=il+sistema+delle+falesie+lecchesi
L’idea di un convegno sull’arrampicata sportiva nel lecchese è nata inizialmente per far conoscere alle Amministrazioni questo particolare fenomeno, che sta portando migliaia di persone sulle falesie della Provincia e che, in altre zone prealpine simili alla nostra, ha generato consistenti benefici economici.
Sulla Falesia di Galbiate. Foto Archivio: Alessandro Ronchi
Parallelamente, grazie a un progetto della Comunità Montana Lario Orientale – Valle San Martino, si concretizzerà a breve una prima riattrezzatura del Corno del Nibbio ai Piani dei Resinelli.
La metodologia che sarà seguita nell’attuazione dei lavori, è frutto dell’esperienza maturata con gli interventi già realizzati nell’anno 2002 e che hanno interessato un centinaio di itinerari in Grigna Meridionale e Medale.
Da queste importanti premesse è nata l’idea di pensare e presentare altre opportunità offerte dal nostro territorio, in ambito sportivo, prendendo sempre l’arrampicata sportiva come immagine e volano, per uno sviluppo di un turismo specialistico “outdoor”, con un doveroso occhio di riguardo alla sostenibilità.
Nonostante sia l’escursionismo l’attività outdoor di gran lunga più rappresentativa sulle montagne lecchesi, l’arrampicata, spesso erroneamente definita come sport “estremo” in nome di una inutile spettacolarizzazione, ha invece dimostrato nel corso di questi ultimi quindici anni caratteristiche di attività estremamente popolare. Rappresenta, inoltre, per il nostro territorio un elemento distintivo, data la presenza di numerosissime strutture rocciose concentrate in un’area relativamente ristretta attorno alle città di Lecco e Valmadrera e in Valsassina.
L’arrampicata su roccia, è una delle principali chiavi di lettura della storia dell’alpinismo lecchese che si è sviluppata in una particolarissima situazione ambientale di forti contrasti tra la città ed i suoi immediati dintorni: un magnifico ambiente naturale in parte ancora incontaminato. Se, quindi, una parte importante della notorietà internazionale del comprensorio lecchese è dovuta all’ambiente, all’alpinismo ed ai suoi protagonisti, va anche rimarcato che questi ultimi sono e sono stati, fin dagli anni ‘20/’30 del secolo scorso, soprattutto dei rocciatori.
Anche se siete in buona parte amministratori e arrampicatori da falesia vi sarà capitato di trovarvi in cima alla Grignetta o al Resegone o più semplicemente sul Coltignone ai Piani Resinelli o sul monte Barro in una sera limpida di inverno. Guardando verso la pianura si vedono accendersi a poco a poco le luci dell’ormai unica grande città che da Milano si espande fino a Lecco, Varese, Bergamo e oltre…
Le uniche macchie scure che si vedono corrispondono alle montagne o ai laghi.
Lo storico francese Jacques Le Goff faceva notare come una volta, nel Medio Evo, si recintassero le città per proteggerle dal mondo naturale e di come invece adesso si recintino i parchi naturali per proteggerli dal mondo antropizzato.
E’ importante che queste macchie scure rimangano così come sono: un luogo dove noi e gli abitanti della grande pianura possiamo ancora perderci su un sentiero, giocare sulle rocce, sederci sotto un albero a guardare le formiche, correre in bicicletta, volare con un parapendio oppure nuotare, remare, sentire il vento che gonfia le vele.
La nostra terra è una “terra di mezzo” tra la grande area urbana e l’area alpina. Qualcosa di simile a quello che hanno descritto i nostri amici trentini, anzi ancora più unica perché più vicina alle grandi aree metropolitane.
Una precoce rivoluzione industriale ha segnato il nostro territorio in questi due ultimi secoli, la grande fabbrica e la piccola e media officina sono entrate nel nostro DNA dando lavoro e benessere, ma anche facendo passare in secondo piano questa straordinaria natura che ci circonda e che si mostra anche solo guardando dalle finestre di questo salone.
I dati sul turismo in montagna forniti dall’Assessorato al Turismo della Provincia di Lecco mostrano con chiarezza le enormi possibilità di crescita in questo settore evidenziando come in questi ultimi anni vi sia stata addirittura una flessione del turismo interno a causa della crisi economica.
Così come il Corno Nibbio è stato riscoperto come parete d’arrampicata da Comici negli anni Trenta, allo stesso modo occorre reinventare il nostro territorio.
Siamo partiti dall’arrampicata considerandola il primo tassello di un mosaico che mostri le possibilità di sviluppo sostenibile che l’outdoor, il “fuori dalle porte” di casa o delle città, può offrire al nostro territorio.
Siamo partiti da questa pratica perché fa parte, assieme al ferro, della nostra tradizione.
Come abbiamo visto, l’arrampicata sportiva attira sul nostro territorio un gran numero di appassionati; come diceva Pietro Corti, sarà necessario verificare i numeri, studiare e quantificare il flusso e pensare alle possibilità di accoglienza, non in una logica di sfruttamento estremo che in breve ucciderebbe quello di cui vuole nutrirsi, ma in una logica di rispetto e, quando possibile, di miglioramento dell’esistente.
Marco Ballerini su Calypso, Antimedale (metà anni ’80)
Sia nelle relazioni di oggi sia nei momenti di colloquio informale che abbiamo avuto in questi giorni, i relatori trentini hanno più volte evidenziato analogie tra il nostro territorio e il loro come per esempio:
– il clima insubrico che permette attività all’aperto per molti mesi dell’anno;
– la presenza storica di attività ricreative sportive in particolare su roccia, su terra, in acqua e aria quali: escursionismo, arrampicata, mountain bike, parapendio, canoa, vela, canottaggio e, anche se, ancora in fase meno sviluppata, wind surf.
Va giudicata come estremamente positiva la presenza al convegno dei gestori degli ostelli (Eremo Barro, Oggiono, Olginate) oltre che delle associazioni dei rifugi. Mentre dovranno essere nuovamente contattati gestori di B&B, Camping e alberghi così come è significativa la presenza e il coinvolgimento di rappresentanti delle istituzioni: Comunità Montana, Distretto Culturale, Regione, Provincia, Amministrazioni Comunali, amministratori del Parco Regionale del Barro e rappresentanti della Camera di Commercio.
Per evitare che questo rimanga solo un convegno prendiamo l’impegno di risentirci a breve e tentare di costruire con le strutture di accoglienza e le istituzioni un polo di accoglienza che si riconosca nel marchio “Larioest – arrampicata sportiva” e tentare di far conoscere le potenzialità del nostro territorio, anche in chiave Expo Milano 2015. Accoglienza e attività outdoor, ma con la massima cura al rispetto del territorio perché Expo Milano 2015 è un obiettivo importante, ma l’esposizione passerà mentre le nostre montagne e il lago hanno accolto i nostri antenati, ci accompagnano nella nostra vita e osserveranno i nostri figli e nipoti.
Come Distretto Culturale lavoriamo da alcuni anni con Michelangelo Pistoletto, il grande artista che ha inventato il simbolo del “Terzo Paradiso” ormai diffuso in tutto il mondo e che è stato esposto lo scorso anno sulla piramide del Louvre.
Pistoletto dice con questo simbolo: c’è stato un primo paradiso che è quello naturale, ed è ormai irrimediabilmente perduto.
C’è stato un secondo paradiso, quello artificiale, in cui l’uomo pensava di risolvere tutto grazie alla tecnologia e anche questo ha dimostrato i suoi limiti.
Il terzo paradiso sarà la fusione armonica di questi due paradisi con un incontro tra il territorio naturale, l’uomo e la sua tecnologia. Il nostro territorio ha le potenzialità per diventare un laboratorio dove sperimentare il Terzo Paradiso.
Cito adesso il sociologo Aldo Bonomi, che da un paio d’anni sta collaborando col Distretto Culturale del Monte Barro. Il Distretto raduna nove comuni più vari enti che operano intorno a questa piccola montagna circondata da ogni lato da territori antropizzati ed elevata a simbolo di nuove relazione tra gli uomini e tra uomo e natura.
Bonomi divide la società in tre grandi categorie: i rancorosi e purtroppo nel mondo dell’alpinismo lecchese ce ne sono stati tanti nel passato e hanno mostrato l’incapacità di mettersi d’accordo, la difficoltà a lasciar perdere il proprio particolare e capire che un gruppo, tante volte, è una cosa bellissima al suo interno, ma esclude tutti quelli che sono fuori.
Una volta don Agostino Butturini, il creatore del gruppo Condor mi ha detto: “Facevo fatica a chiamarlo ‘Gruppo Condor’ perché il gruppo è una cosa bella, ma tende a escludere quelli che non ne fanno parte…”.
Aldo Bonomi dice che ci sono appunto i rancorosi e poi c’è la società degli operosi che sono persone che fanno; capaci di costruire e di fare, ma che non hanno una visione ampia delle situazioni. Infine c’è la società di cura, la gente che si “prende cura”, che è capace di progettare un territorio, di prendersi cura di questo territorio.
Lui dice: “Attenzione!!. I rancorosi parlano, si lamentano, ma non agiscono. Ma quando si saldano agli operosi allora rischiamo momenti terribili”.
Bisognerà fare in modo che chi vuole prendersi cura del territorio collabori con chi opera e che si crei una sinergia che può davvero cambiare la realtà.
Per evitare che questo rimanga solo un convegno bisognerà che le persone presenti diano il via a interventi che rispettino persone e ambienti superando la visione di un turismo esclusivamente “di consumo”. La realtà di Arco presentata da Seneci e da Veronesi racconta di un turismo che si rivolge a un’utenza più consapevole del bisogno di “benessere” che può e deve conciliarsi con uno sviluppo economico sostenibile.
Tag: arrampicata sportiva, attrezzatura, gestione, Lecchese, turismo sostenibile
Pubblicato il 18 Giugno 2014 20 Ottobre 2016 di Administrator — Lascia un commento
Progetto di valorizzazione delle falesie lecchesi
di Renato Corti (Servizio Agricoltura e Foreste CMLOVSM)
Il presente post è tratto dalla relazione che Renato Corti fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.
Già a partire dal 2010 la Provincia di Lecco ha istituito un Tavolo per la Montagna, finalizzato a raccogliere proposte dal mondo dei frequentatori della montagna, con la volontà di tradurlo in interventi concreti. A seguito di quella iniziativa è stato determinato di fare qualcosa in favore delle falesie per l’arrampicata sportiva.
– La volontà di intervenire sulle falesie lecchesi è stata espressa dal mondo degli arrampicatori, o almeno da una parte rappresentativa di essi.
– La Comunità Montana Lario Orientale Valle San Martino è stata individuata come “capofila” per la realizzazione dell’ambizioso progetto per avere in passato attuato un analogo intervento con la riazttrezzatura di circa 130 itinerari alpinistici su roccia sulla Grigna Meridionale e sulla Corna di Medale.
In effetti esiste qualche analogia tra i due progetti, insieme a importanti differenze dovute al tipo di terreno, al metodo di “apertura” degli itinerari, alle difficoltà tecniche medie ed alla filosofia di fondo che caratterizza l’arrampicata in montagna e l’arrampicata sportiva in falesia, due attività profondamente diverse, come vedremo più avanti.
Quindi, se il progetto Grignetta e Corna di Medale ha considerato modalità di intervento adatte alla montagna, un progetto per il miglioramento delle falesie di arrampicata lecchesi, quello di cui parliamo oggi, deve assumere presupposti e modalità propri.
Accesso al Nibbio, situazione attuale. Foto: Renato Corti
– Motivazioni: il territorio lecchese ha un patrimonio notevolissimo di strutture naturali adatte per l’attività che possiamo definire il “diletto arrampicatorio”, che consiste in pareti a carattere alpinistico dislocate sulla Grignetta e la Corna di Medale, e strutture più modeste per dimensioni e collocazione che possiamo classificare falesie.
Tutto questo, si è tradotto in passato e si traduce oggi, in maniera esponenziale, in frequentazione sportiva che diventa “attrazione turistica” per i frequentatori non locali, spesso stranieri. Per fare un esempio: quando il sottoscritto, che abita a Galbiate, si reca 50 volte l’anno ad arrampicare alla falesia omonima, compie una attività sportiva. Se la stessa cosa la fa una persona che viene da Francoforte, si chiama turismo finalizzato all’arrampicata.
Riconosciamo dunque alle strutture di arrampicata almeno questa doppia valenza.
– Origini: l’apertura di nuovi itinerari su roccia si svolgeva fino ad un recente passato con modalità perlopiù univoche, sempre partendo dal basso e posizionando man mano gli ancoraggi di protezione, secondo un’etica classica che esalta lo spirito di avventura.
Oggi i metodi e di conseguenza le “etiche” si differenziano molto.
– Utilizzo dei materiali: ci sono oggi molte analogie tra i materiali utilizzati per l’apertura o la riattrezzatura degli itinerari in montagna o in falesia.
– Affidamento dei lavori: l’intervento pubblico non può che essere affidato a Guide Alpine, cioè professionisti ufficialmente abilitati a tale esercizio in base a una normativa. Questo comunque nulla toglie alle capacità tecniche dei chiodatori volontari, che hanno fino a oggi realizzato il patrimonio di itinerari di cui il territorio dispone.
– Metodologia del progetto: la Comunità Montana Lario Orientale Valle San Martino ha affrontato a suo tempo il progetto di riattrezzatura degli itinerari alpinistici di Grignetta e Medale ricercando nell’ambiente degli alpinisti locali la maggior condivisione possibile, a partire dai primi salitori allora ancora viventi, depositari di una innegabile paternità morale delle vie da loro aperte. Fra i tanti cito due nomi a tutti noti: Riccardo Cassin e Walter Bonatti. Dal primo, a lavori conclusi, abbiamo avuto un personale apprezzamento.
La condivisione è stata ricercata comunque anche tra gli alpinisti in attività, attraverso tavoli di confronto sui criteri di intervento a cui hanno partecipato chiodatori, scalatori e Guide Alpine interessati a partecipare al dibattito e disponibili a dare il proprio contributo in termini di pareri e consigli. Da questi incontri è nato un gruppo di lavoro che ha affiancato la CM per tutta la durata dei lavori.
Anche per il progetto di sistemazione delle falesie si sta procedendo con simile approccio.
L’intervento sulle falesie
Entriamo ora nel merito dell’intervento specifico sulle falesie.
Esistono innanzitutto alcune indicazioni che possiamo considerare come criticità, che indichiamo sinteticamente in quanto verranno approfondite in seguito, grazie anche al confronto con l’esperienza del territorio di Arco di Trento.
– Non esiste oggi in Italia, per quanto ci è dato di sapere, una normativa tecnica di riferimento per la realizzazione di falesie di arrampicata su strutture naturali, come esiste invece in Francia. In assenza di tale riferimento emergono interrogativi sia dal punto di vista tecnico che sotto il profilo delle responsabilità in caso di incidenti.
– Le proprietà delle aree dove si trovano le falesie lecchesi sono quasi esclusivamente private. Su questo tema, sia per la possibilità effettiva di fare degli interventi in termini autorizzativi, sia in termini di responsabilità, è necessario avere dei riferimenti e fare chiarezza.
– La quasi totalità delle falesie attualmente esistenti sono state attrezzate e pulite da volontari che, dopo avere individuato le strutture naturali adatte, vi hanno poi tracciato gli itinerari (in alcuni casi con intuizione eccezionale), spendendo centinaia di ore di faticoso lavoro per pulire la roccia da erba e sassi mobili, provare i movimenti e collocare protezioni e punti di calata.
Questo non va dimenticato, e a loro deve andare la gratitudine della comunità degli scalatori.
Nel nostro territorio esistono delle eccezioni come: 1) la riattrezzatura delle vie sportive nel comprensorio dello Zucco Angelone – Sasso di Introbio, effettuata in un passato ormai non recente su meritoria iniziativa del Comune di Introbio, e naturalmente 2) la già citata riattrezzatura di Grigna Meridionale e Corna di Medale (in questo caso il progetto ha riguardato itinerari di stampo alpinistico) su iniziativa della Comunità Montana del Lario Orientale nel 2002, Anno Internazionale delle Montagne. In entrambi i casi con il finanziamento di Regione Lombardia.
– In molte falesie sono sotto gli occhi di tutti i segnali di obsolescenza degli ancoraggi quindi, la loro minore affidabilità e la necessità di manutenzione, determinano il progressivo abbandono di queste aree da parte degli arrampicatori. Gran parte delle falesie infatti è stata attrezzata a partire dalla fine degli anni ’80 fino a tutti gli anni ’90, e solo poche di esse beneficiano di una qualche forma di manutenzione, sempre, prevalentemente, a titolo volontaristico.
Si rende evidente ora la necessità di intervenire con sollecitudine e, negli anni successivi, di mantenere una verifica periodica e programmata.
Alla base del Nibbio. Foto: Renato Corti
– Realizzare un’analisi della situazione delle principali falesie del comprensorio lecchese;
– Individuare i criteri generali di intervento (condivisione);
– Individuare una serie di priorità di intervento (condivisione);
– Individuare anche criteri “mirati”, per adattare l’intervento stesso a seconda della condizione di ogni singola falesia (condivisione);
– Proporre un regime di gestione delle falesie in termini di manutenzione;
Linee generali di intervento
– Si interviene esclusivamente su strutture attualmente frequentate e su itinerari esistenti. Non si realizzano nuovi itinerari;
– Si interviene sostituendo tutti gli ancoraggi ed i punti di calata avendo cura di rimuovere gli ancoraggi originali e di coprire i buchi delle vecchie perforazioni;
– Correggere, se necessario, il posizionamento delle protezioni nei punti critici: di solito i primi 2 o 3 ancoraggi partendo da terra o da cenge, terrazzi ecc. Si cercherà comunque, pur dando la massima priorità al miglioramento delle condizioni della chiodatura degli itinerari, di non stravolgerne il “carattere” originale;
– Effettuare la pulizia della parete da vegetazione ed eventuali sassi mobili;
– Sistemare il terreno alla base della parete, dove partono gli itinerari, con piccoli interventi quali: gradinature, piazzole (creandone di nuove o migliorando quelle già esistenti), pulizia della vegetazione: per alcune falesie di maggiore frequentazione si può prevedere anche la realizzazione di ulteriori elementi di arredo;
– Posizionamento di pannelli informativi;
– Sistemazione dei sentieri di accesso e posizionamento di segnaletica adeguata;
– Prevedere opportuna comunicazione.
Valorizzazione della falesia del Corno del Nibbio Settentrionale
– Sono stati stabiliti e condivisi i criteri generali, coinvolgendo nelle valutazioni un ampio gruppo di scalatori e chiodatori del territorio.
– E’ stata stabilita la priorità di intervenire al Corno del Nibbio Settentrionale, situato ai Piani dei Resinelli in Comune di Ballabio, a 200 metri di distanza dal confine del Comune di Lecco. La scelta è motivata sia dal carattere storico e dal prestigio della falesia, frequentata fin dagli anni ’30 del XX secolo, che dall’oggettiva bellezza della roccia e dal valore tecnico degli itinerari.
Esempio di sistemazione a cura della Comunità Montana. Foto: Renato Corti
– Materiale da utilizzare per le protezioni e gli ancoraggi di sosta: fix inox 12 mm e gruppo sosta collegato da catena con anello e moschettone di calata in acciaio. Non si utilizzano fittoni resinati.
Modalità di intervento sulla chiodatura degli itinerari in parete
A Intervenire solo su itinerari esistenti, senza creare nuovi itinerari o varianti;
B sostituire tutte le protezioni e le soste di calata, tagliando a filo i monconi delle vecchie protezioni e chiudendo tutti i fori (anche quelli vecchi) con resina;
C correggere la posizione delle prime protezioni, alla partenza delle vie, o di quelle sopra eventuali cenge e terrazzi lungo i “tiri”, aggiungendone di nuove dove necessario, rispettando il più possibile le posizioni originali degli ancoraggi successivi;
D spostare alcune soste, dove possibile, per consentire il concatenamento dei secondi tiri, tenendo in considerazione una lunghezza massima per la calata a “moulinette” compatibile con la corda da 80 metri. Queste possibilità vengono opportunamente segnalate nei pannelli informativi.
Modalità di intervento sulla sistemazione della base della parete
A Sistemazione dei sentieri di accesso e posizionamento di segnaletica adeguata;
B sistemazione delle aree dove staziona l’assicuratore, tramite la realizzazione di gradoni con travi squadrate di castagno;
C pulizia generale dell’area;
D posizionamento di pannelli informativi.
Ci auguriamo che le modalità di approccio al problema possano portare a soluzioni efficaci ed utili alla valorizzazione delle falesie in tutto il territorio lecchese.
postato il 19 giugno 2014
Tag: alpinismo, arrampicata sportiva, cultura, frequentazione montagna, progetto, sicurezza
Pubblicato il 9 Giugno 2014 20 Ottobre 2016 di Administrator — Lascia un commento
Il Sistema Falesie Lecchesi
di Pietro Corti
Il presente post è tratto dalla relazione che Pietro Corti fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.
L’arrampicata sportiva è un fenomeno che ha rivoluzionato il mondo verticale, dunque anche quello del Lecchese. Espongo in estrema sintesi cos’è l’arrampicata sportiva, mettendola a confronto con l’arrampicata classica per meglio comprendere la portata di questo fenomeno.
E’ importante capire di cosa si sta parlando perchè le differenze tra queste due attività hanno cambiato radicalmente l’approccio all’arrampicata in tutto il mondo, con sviluppi di ordine tecnico ed economico, impensabili all’epoca in cui tutto ha avuto inizio.
La Bastionata del Lago di Lecco con evidenziato il Lariosauro. Foto: Larioclimb
L’arrampicata classica si basa sull’avventura, e la salita di una parete o di uno spigolo roccioso non si esaurisce nel gesto tecnico, necessario per superare la difficoltà. Bisogna fare i conti infatti con altre variabili, spesso incontrollabili o difficilmente gestibili, che obbligano al superamento dei propri timori e chiamano in gioco l’esperienza individuale. L’aspetto psicologico diventa quindi un elemento determinante per la buona riuscita dell’ascensione.
Alcuni esempi: gli ancoraggi presenti in parete, di solito chiodi tradizionali da fessura, possono essere di dubbia affidabilità e spesso lo scalatore deve decidere in pochi attimi se aggiungere altri punti di protezione, o se assumersi il rischio di avanzare, cosciente di non essere adeguatamente “protetto”.
L’ambiente in cui ci si muove inoltre (pareti di qualche centinaio di metri di dislivello in ambiente alpino) obbliga ad affrontare pericoli oggettivi di vario genere, quali principalmente: la caduta di pietre od il sopravvenire del maltempo, che può rendere necessarie complicate ritirate. Altri elementi caratteristici sono l’isolamento, la lunghezza dell’itinerario, la possibilità di dover affrontare sezioni di roccia friabile: tutte situazioni che aumentano lo stress fisico e psicologico.
L’arrampicata sportiva, la cui filosofia originale si fonda sull’innalzamento della difficoltà, ha invece un contenuto quasi esclusivamente tecnico che consiste nel superamento di un itinerario nel miglior stile, cioè “in libera”. Questa attività rappresenta una evoluzione della breve epoca del Free Climbing, con il quale ha in comune il concetto di base che l’ancoraggio serve solo per fermare un’eventuale caduta e non va usato come appiglio/appoggio per la progressione.
L’aggettivo “sportiva” si riferisce alle poche ma precise regole che determinano con chiarezza il livello della prestazione.
Lo scalatore deve concentrarsi sui movimenti per trovare il giusto mix di forza/resistenza per salire la parete utilizzando le asperità naturali, accettando il “volo”, uno dei principali tabù dell’arrampicata classica, come normale eventualità. L’ancoraggio deve essere quindi affidabile al 100% per non costituire un freno psicologico. Oltre a questo, vengono ricercate le condizioni per eliminare i pericoli oggettivi, quali la roccia friabile e il rischio del maltempo.
Anche il metodo di “apertura” della via è radicalmente diverso; nell’arrampicata classica il nuovo itinerario viene salito dal basso, affrontando di volta in volta le incognite della ricerca della via migliore, invece, in arrampicata sportiva, il tiro viene “chiodato” od “attrezzato”, calandosi dall’alto e fissando le protezioni (ancoraggi ad espansione, Spit-Fix, o chimici, i Resinati).
Questo gioco delle differenze, comunque, non vuole certo stabilire una classifica tra quale delle due attività sia la più importante. Anche perché le salite negli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso di alcuni giganti della “libera” lasciano ancora oggi tutti a bocca aperta.
Con il passare del tempo, inoltre, si è molto diversificato il pubblico che frequenta la falesia, il tipico terreno dove si svolge l’arrampicata sportiva. Nel primo periodo, fino alla fine degli anni ’80, gli scalatori sportivi provenivano prevalentemente dall’alpinismo e dall’arrampicata classica e dovevano così affrontare il radicale cambio di mentalità imposto dall’arrampicata sportiva. Per molti, soprattutto alcuni famosi alpinisti dell’epoca, non è stato facile rimettersi in gioco per misurarsi con itinerari di lunghezza ridicola rispetto alle severe salite alpine, ma con difficoltà tecniche di gran lunga superiori.
Costoro dovettero cercare dentro di sé una motivazione del tutto nuova, per riuscire ad acquisire una mentalità sportiva che imponeva rigore e rispetto delle regole del gioco. Ecco quindi il principale elemento psicologico (oltre al superamento della naturale paura del volo) che ancora oggi rappresenta una discriminante tra gli scalatori normali ed i migliori.
In seguito le falesie accolsero visitatori nuovi e, soprattutto, con l’avvento di un’etica di chiodatura meno severa come vedremo più avanti, il numero dei frequentatori è aumentato a dismisura, con provenienze dagli ambienti più disparati tanto che, ormai moltissimi scalatori, non conoscono la montagna, ed alcuni non hanno mai toccato nemmeno la roccia, scalando solo sulle grandi strutture artificiali indoor.
Nel frattempo, grazie anche allo sviluppo delle conoscenze sull’allenamento specifico, il livello tecnico si è alzato fino al 9b+, traducibile più o meno come XII grado e si è potuto constatare quanto questo sport sia praticabile con ottimi (ma anche strabilianti) risultati da persone “over 50” o da ragazzini di 10 anni che già riescono a muoversi sull’8a, il X grado.
Morcate, Sponda orientale Lago di Lecco. Foto: Pietro Buzzoni
I protagonisti della storia dell’arrampicata lecchese
La tradizione dell’arrampicata, prima che dell’alpinismo, è molto radicata nel nostro territorio, e un filo diretto unisce gli scalatori del passato a quelli di oggi. A moltissimi di noi è capitato di stringere gli stessi appigli afferrati con forza ed eleganza dai nostri predecessori sulle rocce delle montagne lecchesi, ma con loro abbiamo in comune soprattutto l’emozione che proviamo alzando lo sguardo verso le pareti.
Con l’avvento dell’arrampicata sportiva è nata anche una nuova figura, quella del “chiodatore”, che disegna con la fantasia i movimenti sulla roccia vergine, per poi realizzare i nuovi itinerari pulendo erba e sassi mobili e fissando gli ancoraggi. Questo convegno ci sembra quindi un’ottima occasione per rendere omaggio pubblicamente a tutti i chiodatori del territorio, alcuni dei quali hanno dedicato anni a questa attività. Ringraziamo la categoria attraverso il veterano Delfino Formenti, che opera a livello di volontariato da quasi 30 anni; a lui e ad Alessandro Ronchi, quest’ultimo sostenuto a suo tempo dal CAI di Vimercate, si deve l’attrezzatura di 16 falesie in Provincia di Lecco per un totale di 830 itinerari: circa il 45% del totale attuale.
Oltre a loro vogliamo ricordare anche gli altri, iniziando dai pionieri che hanno attrezzato le prime falesie della Provincia fin dall’inizio degli anni ’80: Marco Ballerini e Stefano Alippi, e poi Giuseppe Bonfanti, Christian Brenna, Pietro Buzzoni, Valerio Casari, Pierantonio Cassin, Domenico Chindamo, Paolo Crippa, Roberto Crotta, Beppe Dallona, Flavio De Stefani, Saverio De Toffol, Lele Dinoia, Massimo Disarò, Rino Fumagalli, Marco Galli, Lele Gerli, Claudio Gorla, Roberto Lainati, Matteo Maternini, Christian Meretto, Gino Notari, Luca Passini, Virgilio Plumari, Norberto Riva, Gianni Ronchi, Aldo Rovelli, Giacomo Rusconi, Adriano Selva, Andrea Spandri, Paolo Vitali.
Il nuovo terreno di gioco: le falesie
L’aver ricordato i chiodatori ci porta a presentare le falesie della Provincia di Lecco. Per quanto accennato sopra, l’avvento dell’arrampicata sportiva ha portato non solo una rivoluzione tecnica ed etica, ma ha stimolato la ricerca e lo sviluppo di un terreno di gioco nuovo, quasi del tutto ignorato dalle generazioni precedenti di scalatori.
L’arrampicata classica si svolge infatti prevalentemente in montagna, e il territorio della Provincia di Lecco è famoso per le guglie della Grigna Meridionale e le grandi pareti della Grigna Settentrionale, che rappresentano il tipico ambiente “alpino” severo, isolato ed impervio. Alcune strutture di più comodo accesso venivano invece utilizzate in primavera, in vista delle “campagne” estive, per rifarsi la mano e l’occhio sull’arrampicata. Erano le rare “palestre di roccia”: il Nibbio, la Corna di Medale, le torri al Passo del Fo’ al Resegone, alcune paretine nei dintorni di Valmadrera e Civate o, fuori Provincia, il Sasso d’Erba.
L’arrampicata sportiva nasce invece proprio sulle strutture considerate “minori”: comode da raggiungere, di roccia compatta, quasi del tutto prive di pericoli oggettivi. Gli itinerari sono brevi, in genere una singola lunghezza di corda dai 20 ai 30/35 metri, ma mettono a dura prova lo scalatore che talvolta per venirne a capo deve effettuare diversi tentativi. La scalata diventa un appassionante rebus per individuare la giusta sequenza di movimenti mani/piedi o le posizioni di riposo e richiede intuito, grinta e determinazione nell’affrontare sezioni particolarmente intense, al limite del volo. Una pratica troppo scomoda da realizzare su una via di più “tiri”.
Il Sasso d’Introbio
Questa ricerca è iniziata anche da noi intorno al 1979/1980, quando Marco Ballerini (alpinista e maestro di sci e raffinato scalatore lecchese) intuisce che, le piccole pareti alte poche decine di metri di cui è disseminato il territorio, possono diventare il terreno ideale per alzare il livello tecnico delle difficoltà, senza dover fare troppi chilometri. La prima struttura della Provincia (ed una delle prime in tutta la Lombardia) ad essere interpretata in ottica sportiva è il Sasso di Introbio in Valsassina, a pochi chilometri a nord di Lecco.
Proprio al Sasso Marco Ballerini “Bàllera” attrezza con fix ad espansione e trapano, calandosi dall’alto, i primi itinerari sportivi, raggiungendo subito l’VIII grado inferiore.
Dopo il Sasso di Introbio è la volta della Bastionata del Lago e dell’Antimedale, anch’essi chiodati con criteri molto selettivi, cioè protezioni assai distanziate tra loro, che rendono i passaggi più difficili sempre “obbligati” e richiedono di mettere in conto voli di discreta lunghezza. Un forte deterrente per chi proveniva dall’arrampicata classica … Infatti in queste prime falesie non c’era mai troppa ressa! L’arrampicata sportiva esplode invece come fenomeno di massa intorno ai primi anni ’90 quando, accanto all’apertura di “tiri” sempre più difficili, un ristrettissimo numero di scalatori/chiodatori inizia con passione e competenza a pulire da erba e sassi mobili nuove falesie, attrezzando anche itinerari su difficoltà più contenute e con ancoraggi un po’ più ravvicinati. E’ un ulteriore, radicale cambiamento di approccio alla scalata, che porta migliaia di persone sulle falesie.
La storia dell’arrampicata sportiva nel Lecchese inizia sul Sasso di Introbio in Valsassina, frequentato fin dal 1974 da un sacerdote scalatore, Don Agostino Butturini, con un gruppo di ragazzini della scuola media del collegio Volta di Lecco: i mitici “Condor”. Dopo pochi anni il milanese Ivan Guerini, quello del settimo grado sul Precipizio degli Asteroidi in Val di Mello, sale le vie del “Don” al Sasso senza utilizzare i chiodi per la progressione.
Poi arriva il “Ballera”, e questo merita un capitolo a sé.
Oggi in provincia di Lecco, dopo poco più di 30 anni, oltre alle 20 aree di arrampicata di carattere alpino con circa 300 itinerari, considerando quelli più frequentati, si contano una cinquantina di falesie. Dovessimo tracciare una carta di identità del SISTEMA FALESIE LECCHESI, potremmo scrivere (Fonte:http://larioclimb.paolo-sonja.net/index.html; non è stato conteggiato un ristretto numero di falesie non ancora completate od in stato di abbandono):
– 47 falesie, alte dai 20 ai 150 metri circa. Su queste ultime si sviluppano vie fino a 4, 5 lunghezze di corda, ma perlopiù si scala su “monotiri” di 20/35 metri. Negli ultimi anni la tendenza è quella di allungare il più possibile l’itinerario, sfruttando la lunghezza media della corda da falesia, generalmente di 70 – 80 metri.
– 1.850 itinerari di arrampicata sportiva, per circa 2.100 lunghezze di corda.
La situazione comunque è in continua evoluzione e mentre stiamo scrivendo siamo al corrente di numerosi lavori in corso.
La roccia è di buona/ottima qualità, spesso molto diversa da una zona all’altra.
Lo “stile lecchese” è la scalata su muri verticali o leggermente strapiombanti a liste e tacche, gocce e buchetti dove predomina una arrampicata tecnica e di continuità, spesso di difficile lettura, che richiede forza nelle dita e precisione di piedi. Ogni tanto si incontrano brevi sequenze esplosive per le dita, mentre non sono molto diffusi gli strapiombi. Quindi, anche se non del tutto assente, la caratteristica principale del territorio non è certo l’arrampicata atletica.
Lo spettro delle difficoltà tecniche è molto ampio, compreso tra il livello 4 ed il livello 8. Ogni scalatore sportivo, dal principiante al più preparato, può così trovare validissimi obiettivi. Mancano solo, per ora, gli itinerari sul livello 9, oggi considerati “di punta”. E questa è una sfida per le nuove generazioni che avranno il compito di individuare linee naturali che possano alzare anche nel lecchese l’asticella delle difficoltà.
Gli avvicinamenti sono comodi e generalmente brevi, da un minuto ad un massimo di tre quarti d’ora di cammino. La caratteristica prevalente delle falesie lecchesi è quella di essere inserite in un contesto paesaggistico di prim’ordine con cime dalle quote modeste (tuttavia scoscese e disseminate di formazioni rocciose) che creano ambienti selvaggi quasi incontaminati a brevissima distanza dai centri abitati e il lago, che si insinua tra le montagne come un fiordo norvegese.
Sottolineiamo allora con vigore l’importanza della salvaguardia di questo preziosissimo patrimonio ambientale, già abbondantemente intaccato da insediamenti urbani, strade, complessi industriali, cave.
La distribuzione delle falesie è caratterizzata da una maggiore densità di strutture rocciose nelle vicinanze di Lecco e Valmadrera, tutte con vista a lago, mentre la Valsassina offre situazioni più alpine, oltre all’area di arrampicata più grande del territorio: lo Zucco Angelone-Sasso di Introbio, con circa 350 itinerari distribuiti in diversi settori.
Altra caratteristica delle nostre falesie è quella di non essere particolarmente estese, a paragone di alcuni enormi complessi rocciosi in Italia ed in Europa, ma il visitatore è abbondantemente ripagato da un menù minerale molto ampio e variegato.
Ogni falesia presenta comunque particolarità specifiche, ed ognuna è in grado di “interagire” con il territorio. Per esempio il Comune di Galbiate ne ospita una sola a Camporeso, ma in questa specie di stadio naturale adatto alla scalata contiamo ben 162 itinerari.
Le principali criticità delle falesie del territorio
Voglio accennare alle principali criticità delle falesie in Provincia di Lecco. Ogni eventuale progetto turistico legato all’arrampicata (ed in particolare all’arrampicata sportiva) non può ignorare la situazione attuale.
Da qualche stagione si assiste a un notevole incremento della frequentazione di alcune falesie; infatti il maggiore interesse verso le attività outdoor e la proliferazione delle sale indoor cittadine ha portato migliaia di persone ad avvicinarsi all’arrampicata (che spesso viene vista come un economico diversivo). Le falesie più popolari in certi periodi sono quindi ben oltre il loro limite di capienza.
Questa situazione genera un impatto ambientale negativo.
Il problema sarebbe modesto in quanto l’arrampicata è una attività poco invasiva, a patto che il comportamento individuale sia rispettoso del territorio. Cosa che purtroppo non sempre si riscontra.
Altre questioni emergenti sono la manutenzione dei sentieri d’accesso, il rapporto con i proprietari dei fondi privati e, non ultima, la questione dei parcheggi.
Il problema più urgente tuttavia è rappresentato dall’obsolescenza del materiale in parete, che in certe falesie, può rappresentare un potenziale pericolo. La manutenzione, o addirittura la completa riattrezzatura è una questione sempre più attuale e la richiodatura è comunque un intervento tecnicamente complesso che va effettuato da operatori di grande competenza (condividendo il più possibile i criteri di azione con la comunità degli scalatori).
La Parete Stoppani
Riattrezzare una falesia, infine, non può limitarsi agli itinerari di arrampicata, ma deve considerare anche lo stato della base delle pareti. Dove il terreno è particolarmente sconnesso e scosceso si possono creare occasioni di incidenti perchè chi sta “assicurando” il compagno che scala si trova in posizione precaria. Si rendono allora necessarie opere di vario genere, soprattutto piccoli terrazzamenti, per correggere le situazioni più a rischio.
Non ultimo, segnaliamo anche l’importanza di una adeguata informazione, sia sul posto che in Rete, per dare una completa visuale sulle possibilità nel territorio.
Le relazioni vanno inoltre costantemente aggiornate, sfruttando le possibilità offerte dalle nuove tecnologie di comunicazione, per far “vivere” l’informazione stessa mantenendola sempre attuale.
Tag: arrampicata sportiva, falesia, Lecchese

References: § 19

§ 20
 art. 1

§ 21
 art. 2

§ 22
 sentenza 

§ 23

§ 24
 sentenza 
 art. 13

§ 25
 art. 2
 art. 13

§ 26

§ 27
 art. 2699
 art. 2700
in fine
 art. 357
 art. 358
 sentenza 
 art. 15
 art. 15
 art. 43