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Timestamp: 2019-03-22 09:18:08+00:00

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DIRIGENZA MEDICA N. 2/2019 by Anaao Assomed - Issuu
d!rigenza medica 7
Le scorciatoie illegittime per reclutare medici nel sistema sanitario pubblico 10 Progetto Anaao
Verso una Sanità Orientata dalle Donne: una proposta rivolta alle donne in Medicina
Dirigenza Medica - Il mensile dell’Anaao Assomed - Anno XVIII - n. 2 - 2019 - Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% - DCB Roma - www.anaao.it
Il mensile dell’Anaao Assomed
LPI E LISTE D’ATTESA
NUMERI I dati sulla libera professione intramoenia recentemente pubblicati nella Relazione del Ministero della Salute al Parlamento
Pat Carra per l’Anaao Assomed
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d!rigenza medica
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Medici in fuga: l’allarme e l’abitudine Ci si abitua a tutto. Un antico modo di dire che oggi è diventato un dato di fatto. Ci si abitua alle lamentele, alle proteste, finanche agli insulti e alla violenza. Sta succedendo questo anche all’allarme lanciato dai medici sulla carenza di personale? Sembra proprio di si. Per trovare il primo alert bisogna risalire al 2010, quando l’Anaao sul suo mensile pubblicava, facile Cassandra, uno dei primi studi sulla decimazione della popolazione medica per il futuro prossimo. Erano ancora gli anni di poco internet e pochi social, ma nonostante questo, la potenza dei numeri riuscì a superare il muro del silenzio. Sono trascorsi quasi 10 anni e quel patrimonio di numeri, aggiornato di continuo dall’Associazione, si è materializzato e il segno meno per i medici è diventato una realtà sotto gli occhi di tutti, addetti ai lavori e non. Lo dimostra la rassegna stampa del mattino che raccoglie i molti SOS lanciati da più parti. E non passa giorno che giornali, trasmissioni tv, telegiornali e radio con i loro autorevoli editorialisti non si facciano megafono delle difficoltà di questa professione tra carenza di personale, le pessime condizioni in cui i medici e tutto il personale sono costretti a lavorare, le sirene del privato che per ovvie ragioni attirano giovani e meno giovani, tra le aggressioni sempre più frequenti e i pensionamenti visti ormai solo come ﬁne pena. Ebbene, nonostante il timbro acuto di questo allarme e la frequenza con cui viene lanciato, la sua eco non sembra arrivare a destinazione. Anzi, laddove si intravede una possibile soluzione, ecco subito qualche “manina” che interviene per cancellare prontamente l’illusione. È accaduto con il decreto sempliﬁcazioni che avrebbe dovuto rappresentare una boccata d’ossigeno per le assunzioni, da tempo invocate. E invece, nulla di fatto. Nessuno ci ascolta, ha detto Carlo Palermo in una recente intervista. È vero. Ci si abitua a tutto. Anche agli allarmi che forse dopo un po’ non si sentono più. Èd è questa la sconﬁtta più grande del cambiamento, diventato solo un mantra stucchevole per chi sperava che cambiare signiﬁcasse migliorare, evolversi. Uguale destino attende la sanità pubblica, difesa solo a parole da quanti sono forse troppo distratti da un progetto diverso per il nostro sistema sanitario, con ogni probabilità già scritto. Ma non è certo la sconﬁtta dei tanti, tantissimi medici che pur nelle difficoltà, continuano a lavorare con fatica e abnegazione per garantire la nostra salute. E che, ci auguriamo, continueranno ad alzare la voce, sperando che l’eco arrivi a destinazione. SP
Intramoenia Palermo: “Usare incassi intramoenia di Stato e Regioni per ﬁnanziare nuove assunzioni” I dati sulla libera professione intramoenia (LPI) dei medici dipendenti del SSN, recentemente pubblicati (Relazione del Ministero della Salute al Parlamento, 2019) e riferiti al 2016, hanno il grande merito di fare piazza pulita delle tante leggende metropolitane messe artatamente in giro al solo scopo di impedire a medici dotati di elevate conoscenze professionali e soﬁsticate capacità tecniche di stare su un mercato, quello della spesa ”out of pocket” in campo sanitario, che evidentemente qualcuno vuole riservare solo al privato, “puro” o “sociale” esso sia. L’analisi della serie storica dei ricavi complessivi della LPI, conferma sostanzialmente il trend in diminuzione a decorrere dal 2010. I ricavi per questa tipologia di prestazioni passano da 1,264 miliardi di € del 2010 a 1,120 miliardi del 2016 (variazione 2016 su 2010 pari a -12%) corrispondenti ad una spesa pro-capite, calcolata sulla popolazione residente, di 21 €/anno per il 2010 e di 18,5 nel 2016. 2
carlo palermo Segretario Nazionale Anaao Assomed
È evidente come la crisi economica che ha attanagliato dal 2009 il nostro Paese abbia progressivamente eroso il mercato della LPI. Solo nel 2016, con il miglioramento delle condizioni economiche del Paese, si è avuta una lievissima inversione di tendenza (+ 2 milioni di introiti rispetto al 2015). Anche la gestione approssimativa del settore da parte delle aziende sanitarie con incrementi ingiustiﬁcati dei costi sostenuti, gli oneri aggiuntivi previsti dalla Legge Balduzzi, la tassazione Irpef elevata, l’Irap scaricata sul cittadino e perﬁno, come se tutto ciò non bastasse, la tassazione imposta da alcune regioni per recuperare quota parte del mancato gettito derivante dalla non reintroduzione dei ticket sulla specialistica, alla ﬁne rappresentano un mix che rischia di portare fuori mercato la LPI rendendola non competitiva rispetto all’offerta del privato orientata sempre di più verso il low cost. Eppure stiamo parlando di un settore che in tutta evidenza rappresenta un va-
lore aggiunto per le aziende sanitarie. Queste, infatti, traggono dalla LPI una apprezzabile fonte di ﬁnanziamento in un’epoca di vacche magre. La quota incassata dalle aziende è passata da 164 milioni di € nel 2010 a 239 milioni nel 2016 (+32%). Sulla quota rimanente, 881 milioni di €, versata dalle aziende ai professionisti con ritardi che spesso superano i 6 mesi, lo Stato incassa per la tassazione Irpef circa 380 milioni di €. In sintesi questo canale di entrate alimenta i ﬂussi di cassa aziendali con denaro fresco, contribuisce all’ammortamento degli investimenti effettuati attraverso un maggiore utilizzo delle strutture e delle tecnologie, anche con orari prolungati serali, determina possibili utili aziendali e rappresenta un’attività a imposizione ﬁscale certa. Ci si aspetterebbe una agevolazione della LPI attraverso processi di sburocratizzazione, di riduzione dei costi generali e vantaggi ﬁscali come la ﬂat tax concessa ai privati. Così non è, e così non sarà. E molti medici ospedalieri oggi incominciano a preferire il rapporto di lavoro non esclusivo per la ridotta imposizione ﬁscale sui proventi annuali ﬁno a 65.000 € (15% invece del 43% di chi lavora in esclusiva per il SSN), che arriva a compensare ampiamente la rinuncia all’indennità di esclusività, oramai svilita nei suoi valori economici fermi all’anno 2000. Passiamo ora alla vexata questio del presunto rapporto negativo tra LPI e liste di attese. I ricoveri in regime di libenumero 2 - 2019
I dati sulla libera professione intramoenia
ra professione sono stati nel 2016 circa 27.600 a fronte di 8.285.000 in regime ordinario o di day hospital. Pertanto, in libera professione è stato effettuato lo 0,33% di tutti i ricoveri in strutture pubbliche nel 2016. Per quanti sforzi mentali uno possa fare non si capisce come un numero così piccolo possa inﬂuenzare le importanti attese presenti nel nostro sistema sanitario, per esempio in tutta la chirurgia di bassa complessità o per l’impianto di protesi in campo ortopedico. Siamo sicuri che il rilevante taglio delle risorse destinate al ﬁnanziamento del SSN dal 2009 al 2016, oltre 30 miliardi secondo le Regioni e sostanzialmente confermati dalla Corte dei Conti, non incidano sui diritti dei cittadini? Il taglio del personale (- 8.000 medici e - 50.000 infermieri dal 2009 al 2016, senza contare gravidanze e malattie di lunga durata non sostituite) non degrada l’organizzazione dei servizi e non prolunga le liste d’attesa? La non corrispondenza tra bisogni crescenti dei cittadini e ﬂussi ﬁnanziari centrali si traduce nelle singole aziende sanitarie in fatti molto concreti: oltre al blocco del turn over, abbiamo le limitazioni degli acquisti di beni e servizi (farmaci, protesi, device, kit diagnostici, kit chirurgici....), l’obsolescenza delle tecnologie mediche, il degrado delle strutture, i ridotti investimenti in formazione del personale. Nessuno ha mai sentito parlare di taglio delle sedute operatorie a ﬁne anno per mantenere in equilibrio i bilanci aziendali riducendo le spese? E la falcidia dei posti letto (-71.000 negli ultimi 15 anni)? Quanto pesa tutto ciò sui tempi d’attesa? Meno del diritto a effettuare la libera professione? Se passiamo all’analisi dei DRG più richiesti, ai primi posti troviamo il parto cesareo (3268 ricoveri in LPI) e il parto per via vaginale (1352 ricoveri in LPI) e ancora una volta mi riesce arduo comprendere come si possano determinare attese con queste particolari prestazioni. L’unica attesa percepibile in tali contesti è quella dei genitori, fratellini e nonni per il nuovo arrivo. Sul versante delle attività ambulatoriali, il rapporto tra regime libero professionale e istituzionale è dell’8 % con oltre 60 milioni di prestazioni in regime istituzionale a fronte di circa 5 milioni in libera professione per le 34 tipologie oggetto di monitoraggio, tra visite e indagini diagnostiche. La visita LPI più richiesta è quella ginecologica con 541.369 prestazioni. Anche in questo caso è la scelta della donna per un professionista di ﬁducia che porta a preferire il regime libero professionale con percentuali superiori alla media (27% del totale delle prestazioni). Seguono la visita cardiologica (15%) e la visita ortopedica numero 2 - 2019
Perché non utilizzare quanto Stato e Regioni incassano ogni anno dalla LPI per ﬁnanziare un ampio e duraturo programma di riduzione delle attese attraverso un incremento delle assunzioni e dell’utilizzo orario degli ambulatori specialistici, delle attrezzature tecnologiche e delle sale operatorie?
Ricavi 2010
1,264mld 21Euro/anno
spesa pro-capite
Ricavi 2016
1,120mld 18,5Euro/anno spesa pro-capite
(12%). Le leggi vigenti garantiscono il diritto dei medici a esercitare una professione liberale e il diritto del cittadino a scegliersi un medico di propria ﬁducia in un periodo critico della propria vita. Il SSN offre i servizi, la singola prestazione chirurgica o diagnostica, ma non può sempre garantire quale medico la eseguirà, per ovvi motivi organizzativi, resi ancora più critici dal sistematico de-ﬁnanziamento del SSN che ha caratterizzato questi anni di crisi economica. La libera professione permette questa scelta e sono le donne che in particolare accedono a questo canale. Questi diritti soggettivi sono sanciti da leggi, contratti, regolamenti e sentenze della Corte costituzionale (sentenza n. 371 del 2008) e non possono essere stracciati con una semplice “intesa” Stato/Regione come è stato fatto con il recente Piano nazionale per il governo delle liste d’attesa 2019/2021. Senza nemmeno preoccuparsi di rapportare l’eventuale prolungamento dei tempi istituzionali massimi alla dotazione organica in essere, riferendosi in modo assolutamente aspeciﬁco e volutamente ambiguo a volumi di attività. I dati illustrati dimostrano ancora una volta come l’attività istituzionale sia ampiamente prevalente su quella liberoprofessionale con rapporti molto lontani dai limiti massimi (LPI =100% dei volumi prestazionali istituzionali di équipe) indicati dalle leggi e dai contratti. La LPI, piuttosto, contribuisce a contenere il fenomeno delle liste d’attesa permettendo l’accesso a un canale sostenuto dal lavoro aggiuntivo dei professionisti, spesso a costi calmierati e a imposizione ﬁscale certa. Non solo, la LPI rappresenta per le aziende sanitarie una delle possibilità per acquisire con il proprio personale prestazioni aggiuntive a
quelle istituzionali, anche in regime di ricovero, intercettando e introitando denaro che altrimenti andrebbe ad alimentare il settore privato e offrendo agli utenti la possibilità di accedere a prestazioni diagnostiche e terapeutiche sicure e di qualità, poiché garantite dal SSN. Non contesto che la percezione dei cittadini che attendono mesi, se non anni, per accedere ad una prestazione sanitaria, in diverse realtà del nostro Paese, possa essere quella di un diritto negato, ma occorre rimuovere i fattori determinanti le attese e non spingere per l’abolizione della LPI. Rimango convinto che i determinanti maggiori dei tempi d’attesa vadano ricercati nel pesante sotto ﬁnanziamento del SSN, nei ritardi del sistema di organizzazione ed erogazione delle prestazioni in regime istituzionale e nei cambiamenti demograﬁci, epidemiologici e sociologici dei nostri tempi che spingono la domanda di prestazioni sanitarie. Inﬁne una proposta concreta. Perché non utilizzare quanto Stato e Regioni incassano ogni anno dalla LPI, oltre 600 milioni di €, e quanto previsto dalla Legge di Bilancio 2019, 350 milioni di €, per ﬁnanziare un ampio e duraturo programma di riduzione delle attese attraverso un incremento delle assunzioni e dell’utilizzo orario degli ambulatori specialistici, delle attrezzature tecnologiche e delle sale operatorie? Lo strumento contrattuale è quello della libera professione in favore dell’azienda. La deﬁscalizzazione della remunerazione dei professionisti, come già fatto per il settore privato, incentiverebbe questa forma di produttività aggiuntiva portando, oltre che alla riduzione dei tempi di attesa, ad un recupero della fuga di pazienti e risorse economiche verso il privato.
La relazione al Parlamento Salgono dopo anni di calo, seppur di poco, i ricavi totali che raggiungono quota 1,120 miliardi (+2 mln), ma continua a scendere il numero di medici che fa intramoenia. Ma un medico emiliano guadagna quattro volte più di uno calabrese. Cresce anche il ricorso al Cup. E ancora, la visita ginecologica si conferma la più richiesta. Non solo, in 8 Regioni su 21 erano ancora presenti studi privati non collegati in rete o convenzioni con strutture private non accreditate, modalità di esercizio non più contemplate dalla normativa.
Sono questi alcuni dei dati che emergono dall’ultima Relazione al Parlamento del Ministero della Salute sullo stato di attuazione dell’esercizio dell’attività libero-professionale intramuraria nel 2016 trasmessa al Parlamento nelle scorse settimane. Crescono i ricavi per le aziende. Dal punto di vista dei guadagni, tornano a salire gli incassi complessivi che nel 2016 hanno raggiunto 1,120 miliardi contro 1,118 miliardi del 2015. Ai medici sono andati 881 milioni (nel 2015 erano 890) mentre alle aziende sono rimasti 238 milioni (228 nel 2015) a confermare un trend di crescita (nel 2011 i ricavi per le aziende erano di 176 mln).
Graﬁco 1
Ricavi e costi ALPI (valori in migliaia di euro) Fonte: Sistema Informativo Sanitario, dati e consuntivo modello CE 1.256.865
1.228.555
1.151.810
176.904
1.143.401
1.120.360
1.118.203
216.816 228.077
238.748 800.000
1.079.961
933.372
926.585
890.126
881.612
600.000 400.000 400.000 200.000
n Compartecipazione (costi)
Graﬁco 2
n Saldo n Ricavi
Guadagno medio per medico (Euro/anno) – 2016
9.552 Basilicata
9.403 Puglia
9.409 Campania
23.796 13.964
Media Italia 17.142
21.549 14.448
Stabili i compensi dei medici ma con forti variabilità. Mediamente, le stime del compenso annuo del professionista che eroga prestazioni Alpi si attestano sui circa 17.142 euro, valore sostanzialmente stabile negli anni. Ma con un’oscillazione importante e con un gap ampissimo tra Nord e Sud del Paese: in Emilia Romagna il guadagno è di 23.796 euro l’anno ma non arriva a 6mila euro in Calabria. A livello nazionale, la parte dei ricavi per l’attività di intramoenia proveniente dall’area delle prestazioni specialistiche si attesta nel 2016 al 70% circa, in netta crescita rispetto al dato 2015 (68%) ed in generale rispetto al dato degli anni precedenti. La spesa pro capite. Approfondendo l’analisi per tipologia di ricavi, relativamente all’area delle prestazioni
specialistiche e sempre con riferimento all’anno 2016, valori di spesa pro-capite superiori alla media nazionale, che si attesta su 18,5 euro, si registrano in Emilia-Romagna (29,9, euro/anno), Toscana (28,9 euro) e Piemonte (25,5 euro). Fanalino di coda, ancora una volta è la Calabria con appena 5,3 euro, tallonata dalla Pa Bolzano (5,4 euro) e dalla Sicilia (7,2 euro). Ecco i principali risultati dell’analisi degli adempimenti regionali: vediamo qual è la fotograﬁa scattata al livello regionale 17 Regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria, Valle D’Aosta e Veneto) hanno provveduto ad emanare/aggiornare le linee guida regionali, rimanendo sostanzialmente
stabili rispetto ai risultati della rilevazione 2015. In 13 Regioni/Province Autonome (Basilicata, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Piemonte, P.A. Bolzano, P.A. Trento, Toscana, Umbria, Valle D’Aosta e Veneto) tutte le Aziende hanno dichiarato di aver attivato l’infrastruttura di rete. In 6 Regioni/Province Autonome (Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Veneto, P.A. Bolzano e P.A. Trento) tutte le Aziende garantiscono ai dirigenti medici spazi idonei e sufﬁcienti per esercitare la libera professione, mentre negli altri contesti la maggior parte delle Aziende ha fatto ricorso all’attivazione del programma sperimentale. 10 Regioni (Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Liguria, Lombardia, Puglia, Piemonte, Sardegna, Sicilia) hanno autorizzato l’attivazione del programma sperimentale con una diminuzione del numero delle Regioni da 12 nel 2015 a 10 nel 2016. Continua il calo del numero dei medici che fanno intramoenia. In media, nel Ssn il 47,3% dei dirigenti medici, a tempo determinato e a tempo indeterminato con rapporto esclusivo, esercita la libera professione intramuraria. Nel corso degli ultimi quattro anni, il numero complessivo di Dirigenti medici che esercita l’Alpi è diminuito sia in termini assoluti sia in termini percentuali (rispetto al totale dei dirigenti dipendenti di Aziende del Ssn). In particolare, il numero di medici che esercitano l’Alpi è passato da 59mila unità del 2012, pari al 48% del totale 30 medici, a 51.430 unità nel 2016 (il 43,3% del totale Dirigenti medici del Ssn), con un decremento di 7.570 unità (-13% punti percentuali). Nel 2016, in media, nel Ssn, il 47,3% dei Dirigenti medici, a tempo determinato e a tempo indeterminato con rapporto esclusivo, esercita la libera professione intramuraria (pari al 43,5% del totale Dirigenti Dalla relazione emerge un’estrema variabilità del fenomeno tra le Regioni, sia in termini generali di esercizio dell’attività libero professionale intramoenia, sia in termini speciﬁci di tipologia di svolgimento della stessa con punte che superano quota 56% nelle Marche (63%), in Liguria (59%), nel Lazio (57%) e in Provincia Autonoma di Trento (60%). Viceversa, il rapporto tra medici che esercitano l’Alpi numero 2 - 2019
Graﬁco 3
Spesa pro-capite per prestazioni in Intramoenia (Euro/anno) – 2015 vs 2016 Fonte: Sistema Informativo Sanitario. Spesa calcolata su popolazione residente al 1° gennaio, fonte Istat
29,3 28,9
30,0 29,9
19,3 19,0
24,1 23,7
7,2 7,2 4,9 5,3
9,3 7,6 8,0
Media Italia 18.5 11,7 12,6
24,0 24,1
15,7 17,5
20,3 20,4
21,6 21,8
23,6 23,5
22,7 21,7
Dalla relazione emerge un’estrema variabilità del fenomeno tra le Regioni, sia in termini generali di esercizio dell’attività libero professionale intramoenia, sia in termini speciﬁci di tipologia di svolgimento della stessa
Medici che esercitano ALPI
sul totale dei medici in esclusività, tocca valori minimi in Regioni come la Sardegna (28%), la Sicilia (34%), la Calabria (35%), l’Umbria (36%) e la Provincia Autonoma di Bolzano (16%). Utilizzo del Cup. A livello nazionale, si osserva la crescita costante del numero di prenotazioni effettuate attraverso il sistema Cup (84% ad aprile e 85% ad ottobre 2015, 87% ad aprile e 89% ad ottobre 2016). Come già emerso nel 2015, anche nel 2016 sono 10 le Regioni (Abruzzo, Basilicata, FriuliVenezia Giulia, Marche, PA di Trento, Puglia, Toscana, Umbria, Valle D’Aosta e Veneto) che utilizzano quasi esclusivamente l’agenda gestita dal Cup. In costante incremento la percentuale di utilizzo dell’agenda gestita dal Cup nella Regione Campania (25% ad aprile e 46% ad ottobre 2015, 56% ad aprile e 60% ad ottobre 2016). Un progresso che sottolinea il sempre più diffuso utilizzo del sistema: ad eccezione della Regione Molise, infatti, tutte le restanti Regioni/PA utilizzano nel 2016 l’agenda gestita dal sistema Cup per più del 60% delle prenotazioni. Inﬁne, a livello nazionale, si riscontra il permanere della presenza di tempi di attesa per le prestazioni in Alpi molto bassi e tendenzialmente prossimi a zero (la maggior parte di prenotazioni ricade nella categoria di attesa tra 0 ed i 10 giorni). In testa alla classiﬁca delle prestazioni erogate in intramoenia si conferma la visita ginecologica. Anche nel 2016 la visita ginecologica è la prestazione ambulatoriale più erogata in Alpi, seguita dalla visita cardiologica e da quella ortopedica. Per l’attività istituzionale invece, le prestazioni più erogate sono l’elettrocardiogramma, la visita oculistica, la visita ortopedica e la visita cardiologica. Quasi l’80% dei medici esercita l’Alpi esclusivamente all’interno degli spazi aziendali. In media circa il 79,5% dei Dirigenti medici esercita l’Alpi esclusivamente all’interno degli spazi aziendali (inclusi gli spazi in locazione che, ai ﬁni della rilevazione, erano da considerarsi propriamente spazi aziendali), il 12,4% circa al di fuori della struttura ed il 8,1% svolge attività libero professionale sia all’interno che all’esterno delle mura aziendali (ad esempio attività in regime ambulatoriale svolta presso il proprio studio professionale ed attività in regime di
% MEDICI ALPI SU TOTALE MEDICI
% MEDICI ALPI SU MEDICI RAPP.ESCLUSIVO
ricovero svolta all’interno degli spazi aziendali). La quota di medici che esercita la libera professione esclusivamente all’interno degli spazi aziendali è progressivamente cresciuta negli ultimi quattro anni (da 59,4% dell’anno 2012 a 79,5% dell’anno 2016) e, di contro, la percentuale di intramoenia esercitata “esclusivamente” o “anche” al di fuori dalle mura si è praticamente dimezzata passando dal 40,6% (Alpi esterno e Alpi interno ed esterno”), del 2012, al 20,5% nel 2016. In sintesi, nel 2016 si evidenzia ancora una signiﬁcativa criticità per quel che concerne l’esercizio della libera professione al di fuori delle mura aziendali tanto che, alla ﬁne dell’anno in 8 Regioni su 21 erano ancora presenti studi privati non collegati in rete o convenzioni con strutture private non accreditate, modalità di esercizio non più contemplate dalla normativa. L’intramoenia allargata. Per quanto riguarda il ricorso all’intramoenia allargata, con le rilevazioni del 2016 si confermano nove Regioni/PA (Abruzzo, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Marche, PA di Bolzano, PA di Trento, Toscana, Valle D’Aosta e Veneto) che
non si avvalgono più dell’attività in intramoenia allargata. In alcune Regioni (Lombardia, Molise e Sardegna) si osserva una tendenza alla diminuzione del ricorso all’attività in intramoenia allargata per il monitoraggio di ottobre 2016, dove la percentuale di utilizzo risulta essere inferiore di qualche punto percentuale rispetto a quella rilevata nell’aprile 2016. È possibile notare come il ricorso all’intramoenia allargata stia negli anni diminuendo in maniera costante (dal 16% di aprile 2014, al 14 di ottobre 2015, ﬁno al 13% di ottobre 2016). Permangono comunque delle differenze nel ricorso all’allargata nelle diverse regioni. Aumentano gli universitari che esercitano l’Alpi. Dal 2015 al 2016, a fronte di un contingente pressoché costante di professori e ricercatori pari a circa 6.300 universitari operanti presso le strutture del Ssn, aumenta di 304 unità il numero di coloro che esercitano l’Alpi (da 3.837 del 2015 a 4.141 del 2016). Ne consegue che, rispetto al totale, la quota di universitari che esercita la libera professione intramuraria sale dal 60,9% del 2015 al 65,4% del 2016.
Rilevazione Aran sulle deleghe sindacali
Anaao Assomed Sempre in testa per la dirigenza L’Anaao Assomed si conferma di gran lunga il principale sindacato della dirigenza medica e sanitaria con un numero di iscritti più che doppio rispetto alla seconda sigla e con un incremento della percentuale sulle deleghe totali (24,41%) e del peso in termini di rappresentatività (26,54%) La buona notizia arriva dai dati Aran, pubblicati sul sito dell’Agenzia, che certiﬁcano le deleghe sindacali a dicembre 2017. “Si tratta per il nostro Sindacato – commenta il Segretario Nazionale Carlo Palermo – di una conferma importante, considerando il calo dell’occupazione della dirigenza medica e sanitaria particolarmente marcato per il rigido blocco del turnover di questi anni, che ne rinforza il ruolo di principale organizzazione sindacale della dirigenza del Servizio sanitario nazionale, ruolo da sempre rivestito. L’Associazione risponde con l’impegno e la forza dei numeri alla necessità dei medici e dirigenti sanitari di un sindacato in grado di farsi interprete del ruolo e dell’identità professionale ed anche di farsi protagonista della proposta di nuove offerte di rappresentanza della categoria, per evitare che le difficoltà del pianeta salute, ed i tentativi di soluzione, vengano scaricati sui cittadini e sul lavoro professionale.
La Cosmed si conferma la principale confederazione della dirigenza pubblica Dalla certiﬁcazione Aran sulla rappresentatività al 31 dicembre 2017, valida per la contrattazione 2019-2021, la Cosmed si conferma di gran lunga la principale Confederazione della dirigenza pubblica. Le sigle aderenti alla Cosmed (Anaao-Assomed, Aaroi-Emac, Fvm, Fedirets, Anmi Assomed-Sivemp Fpm, Aiic) incrementano nel complesso il numero degli iscritti e tutte le sigle aderenti aumentano la percentuale di rappresentatività. Le deleghe complessive delle sigle aderenti Cosmed salgono a 34.785 (884 in più rispetto al 2015), nonostante i sindacalizzati della dirigenza si siano ridotti di circa 6.300 unità. Complessivamente su 92.479 dirigenti sindacalizzati, Cosmed rappresenta oggi il 37,56% (nel 2015 il 34,25%). Se poi si escludono le sigle non rappresentative e non aggregate a Confederazioni, la percentuale sale al 43,45%. Il tutto in un contesto difficile con una riduzione degli organici della Dirigenza che non ha inciso sul tasso di sindacalizzazione.
Le deleghe complessive delle sigle aderenti Cosmed
34.785 Rispetto al 2015
+884 Rappresenza Cosmed dei dirigenti sindacalizzati
37,56% Nel 2015
34,25% numero 2 - 2019
Quando la coperta è sempre troppo corta le misure per ottemperare a esigenze organizzative rischiano di incorrere in soluzioni estreme che rispondono solo parzialmente alle reali necessità e all’effettiva qualità dei servizi da garantire È il caso delle dilaganti soluzioni “tampone” messe in atto negli ospedali e nelle aziende sanitarie per fronteggiare, barando, la cronica e ingravescente carenza di medici specialisti, soprattutto per il Pronto Soccorso, reclutando medici con contratti atipici, ormai denominati “medici in affitto”. Specchietti per le allodole, soprattutto, piuttosto che reali manovre risolutive, col rischio inevitabile di ricadere in problemi giuridici con responsabilità su più livelli, ma soprattutto senza offrire garanzie per un’effettiva copertura del rischio clinico in una struttura pubblica, anzi aggravandolo. Il Dicastero della Salute annuncia controlli almeno in Trentino-Alto Adige in base a quanto riportato dal quotidiano “Alto Adige” il 26 gennaio scorso, ma Anaao Assomed ha già denunciato in più occasioni tali illegittimità, sia alle Direzioni generali delle Aziende ed Enti del Ssn che sulla stampa.
Le scorciatoie illegittime per reclutare medici nel sistema sanitario pubblico Sono quattro gli artiﬁzi principali di cui continuano ad abusare ospedali e aziende sanitarie per reclutare medici aggirando i vincoli normativi:
1. Cooperative di servizi
mirko schipilliti Commissione Nazionale EmergenzaUrgenza Anaao Assomed
L’esempio più eclatante è il ricorre a medici – sia specialisti che non specialisti – offerti da cooperative di servizi. Con sentenza 1571/2018 il Consiglio di Stato ha tuttavia dichiarato illegittimi i contratti che hanno in realtà “ad oggetto una somministrazione di personale - attività, quest’ultima, ex lege riservata alle Agenzie per il Lavoro iscritte nell’apposito Albo presso il ministero del Lavoro”. Per di più, come hanno evidenziato i legali di Anaao, “la Corte di Cassazione è intervenuta a dettagliare in modo ancor più speciﬁco gli indici sintomatici della non genuinità di un affidamento formalmente qualiﬁcato come ‘appalto’, ma in realtà dissimulante una somministrazione di personale” volta a integrare di fatto quello
dipendente, dissimulando contratti di somministrazione di manodopera, la cui stipula è peraltro consentita solo ad apposite agenzie di somministrazione lavoro iscritte in apposito albo. Ma c’è dell’altro. Questo tipo di reclutamento sfugge completamente a un normale sistema di lavoro dedicato espressamente alla tutela della salute, poiché: a) non è prevista alcuna veriﬁca preliminare su chi verrà chiamato a lavorare, salvo, forse, eventuali visioni di curricola; b) non può esistere alcun controllo sull’effettiva “lucidità” di tali medici, spesso divisi fra più ospedali e servizi risultando impossibile una garanzia sui riposi secondo normativa europea (medici che per esempio ﬁniscono il turno notturno e passano a lavorare in altra sede o che superano sistematicamente il monte orario massimo settimanale normalmente previsto per un dipendente); c) la responsabilità di equipe viene indebitamente condizionata dalla presenza di medici “di passaggio” con d!rigenza medica
rapporto occasionale di lavoro; d) è di fatto una delega al privato ripagato con soldi pubblici per la gestione di un servizio pubblico. Nell’ottobre scorso Anaao ha formalmente diffidato tutte le Aziende ed Enti del Ssn contro questa prassi illecita.
2. Contratti “flessibili” e danno erariale conseguente. Non brilla per nulla nemmeno la scelta di bypassare le disposizioni normative assumendo medici con contratti “ﬂessibili”, in particolare Co.Co.Co. o libero-professionali con partita Iva. L’art. 7, co. 5-bis, del D.Lgs. 165/2001 aggiornato al DL 75/2017, dispone che “è fatto divieto alle amministrazioni pubbliche di stipulare contratti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione siano organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro. I contratti posti in essere in violazione del presente comma sono nulli e determinano responsabilità erariale”. Non solo, poiché il successivo comma 6 precisa che il ricorso a tali contratti di collaborazione “per lo svolgimento di funzioni ordinarie o l’utilizzo dei soggetti incaricati ai sensi del medesimo comma come lavoratori subordinati è causa di responsabilità amministrativa per il dirigente che ha stipulato i contratti”. Anche tali soluzioni – peraltro a risparmio per aziende e ospedali – mascherano infatti veri e propri rapporti di dipendenza, e non possono essere utilizzate per le attività ordinarie. La Corte dei Conti, Sezione regionale di controllo per la Basilicata ha ribadito il principio della cosiddetta “autosufficienza” dell’organizzazione degli enti che devono svolgere funzioni e servizi di loro competenza solo mediante il personale in servizio con conseguente illegittimità dei contratti che violano tali presupposti (deliberazione del 12 giugno 2008, n. 23). Il ricorso a rapporti autonomi coordinati è quindi precluso, perché “l’utilizzo di queste ultime non risulta conforme alla logica sottostante alla legge ﬁnanziaria 2008, che è quella di limitare l’instaurazione di rapporti di lavoro parasubordinato e/o ﬂessibile per l’esercizio di attività amministrative ordinarie” (Corte dei conti, Sezione regionale di controllo per la Lombardia, deliberazione del 4 marzo 2008, n. 37).
Si tratta quindi anche di danno eraria-
L’applicazione le. È inoltre evidente che anche per questi “medici in affitto” non è assolutadel concetto di mente possibile essere certi del rispet“esperto” in to della normativa europea sui riposi o ambito ospedaliero e in che di fatto non incidano negativamente sulla responsabilità di equipe. particolare nell’Emergenza- 3. D.Lgs 165/2001, art. 7 co. 6. Urgenza deve Ritorna l’abusato art. 7 co. 6 del DL rispettare 165/2001, secondo cui “per speciﬁche standard di esigenze cui non possono far fronte con qualità elevati e personale in servizio, le amministrazioben deﬁniti. Può ni pubbliche possono conferire esclusiconsiderarsi vamente incarichi individuali, con con“esperto” e tratti di lavoro autonomo, ad esperti di “altamente particolare e comprovata specializzaqualiﬁcato” un zione anche universitaria”. Oltre a inmedico trodurre il termine di “esperti” e di neolaureato “comprovata specializzazione”, nei prearruolato in un supposti di legittimità la norma ribaPronto Soccorso? disce ulteriormente che la prestazione deve essere “altamente qualiﬁcata” (art. 7, co. 6, c). Come abbiamo già denunciato, gli enti sanitari si appoggiano in modo improprio e paradossale a questo articolo, poiché l’applicazione del concetto di “esperto” in ambito ospedaliero e in particolare nell’Emergenza-Urgenza deve rispettare standard di qualità elevati e ben deﬁniti. Può considerarsi “esperto” e “altamente qualiﬁcato” un medico neolaureato arruo-
lato in un Pronto Soccorso? Andrebbe aggiunto che spesso si delega ulteriormente a questi medici la gestione dei cosiddetti codici “minori” (bianchi e verdi), secondo una visione fuorviante, poiché è proprio fra questi che si nascondono le insidie e i casi spesso più difficili da interpretare per il medico di Pronto Soccorso, nonché il maggior numero di sinistri. Il codice colore è solo una sorta di semaforo di priorità d’accesso, non un indice di appropriatezza di accesso al Pronto Soccorso. Servono veri medici “esperti”. Quindi, invece di reclutare “esperti” per attività non ordinarie, si arruolano ﬁnti esperti per attività ordinarie. L’interpretazione di questo articolo da parte delle amministrazioni sanitarie risulta così totalmente forzata e soggettiva, per non dire fantasiosa.
4. Pensionati Il conferimento a medici in pensione di incarichi retribuiti per attività ospedaliera nella pubblica amministrazione è altresì illegittimo. Il D.Lgs 90/2014 come convertito con modiﬁcazioni nella L. 114 modiﬁcando l’art. 5 co. 9 della L. 135/2012 vieta infatti di assegnare incarichi di consulenza, o dirigenziali, “a soggetti già lavoratori privati o pubblici collocati in quiescenza”, come già numero 2 - 2019
Il Ssn pubblico ospedaliero non sta continuando a reggersi di certo per mezzo di decisioni politiche e amministrative, ma solo grazie alla preparazione, la competenza e l’abnegazione della dirigenza medica e sanitaria
previsto dall’art. 5 co. 9 del D.Lgs 95/ 2012, che come poi appunto modiﬁcato, precisa ulteriormente che per i pensionati “incarichi e collaborazioni sono consentiti esclusivamente a titolo gratuito e per una durata non superiore a un anno non prorogabile né rinnovabile presso ciascuna amministrazione”. Non sono previste pertanto ulteriori deroghe. Tali principi sono stati ribaditi dalla Corte dei Conti Lombardia con deliberazione 180/2018, richiamando anche la deliberazione 35/2014/Prev della Corte dei Conti - Sezione Centrale di controllo di legittimità sugli atti del Governo e delle Amministrazioni dello Stato. Negli ultimi anni i governi hanno tentato di sanare alcune di queste anomalie, con lo scopo di contribuire – anche se con ulteriori soluzioni “tampone” – a incrementare le stabilizzazioni di personale precario, anche in Pronto Soccorso: Col Dpcm 6 marzo 2015, art. 6, co. 4 (“Disciplina delle procedure concorsuali riservate per l’assunzione di personale precario del comparto sanità”) e le successive indicazioni condivise dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, si disponeva la possibilità di accesso ai concorsi per la stabilizzazione presso i servizi di emergenza e urgenza delle Aziende sanitarie, anche senza specializzazione in medicina d’urgenza, purché con almeno cinque anni di prestazione continuativa antecedenti alla scadenza del bando di concorso, con termine ultimo per bandire le procedure al 31/12/2018. La norma era confusa, perché non stanumero 2 - 2019
biliva chiaramente a quali tipologie contrattuali fare riferimento; oltretutto, la Conferenza delle Regioni, precisava che fosse comunque necessaria una specializzazione, anche non equipollente. Il D. Lgs 75/2017, art. 20, co. 2 (l’ormai famosa legge “Madia”, per il “superamento del precariato nelle pubbliche amministrazioni”), con successive decisioni applicative della Conferenza delle Regioni del 15/2/2018, ha stabilito una ﬁnestra temporale entro cui includere il personale già reclutato con contratto di lavoro ﬂessibile al ﬁne di una sua stabilizzazione, pur sempre vincolato ai criteri di ammissione secondo la normativa vigente, ovvero con necessità di specializzazione. Si tratta di poter bandire concorsi riservati, ma in misura non superiore al 50% dei posti disponibili, per chi abbia lavorato con tali tipologie contrattuali per almeno tre anni, anche in sedi e periodi differenti, sempre con la medesima mansione, in un periodo di otto anni antecedente al 31/12/2017, già in contratto successivamente alla data di entrata in vigore della legge 124/2015 (data ﬁssata al 28/08/2015) e con priorità di accesso per chi fosse stato in servizio alla data in vigore del D.Lgs 75 (22/06/2017). Dopo la contestata Legge di bilancio 2019 appena varata, è stato bocciato per il DL sempliﬁcazioni l’emendamento che proponeva di ammettere ai concorsi per la stabilizzazione nei servizi di emergenza-urgenza anche chi non fosse in possesso di specializzazione, purché vi avesse già lavorato an-
che con contratti di lavoro ﬂessibile per un periodo di almeno quattro anni negli ultimi dieci anni, con scadenza delle procedure concorsuali ﬁssata al 31/12/2019. Una sanatoria temporanea, che seppure discutibile sotto alcuni aspetti avrebbe potuto quantomeno stabilizzare non poche situazioni lavorative fra le numerose criticità presenti nei Pronto Soccorsi. Inﬁne, sono doverose alcune considerazioni conclusive, sia a tutela dei pazienti che dei dirigenti medici e sanitari, anche in relazione alla necessità di ridurre al minimo il rischio clinico, di cui la politica pare non interessarsi abbastanza: 1. la legge tutela i cittadini e la loro salute, la sicurezza di tutti; gestire continuamente e in modo recidivo la salute attraverso deroghe illegittime, o di sanatoria in sanatoria, rappresenta sempre e comunque un costante grave pericolo; 2. di risposta, le Amministrazioni recitano sempre la solita litania: “dobbiamo garantire i servizi”. Rispondiamo molto semplicemente: e perché non riorganizzare i servizi non in base alle teoriche aspettative di progetti organizzativi privi di risorse adeguate, ma in base alle risorse stesse? Siete davvero sicuri che tutti i pazienti che si recano in un Pronto Soccorso ne abbiano veramente bisogno? Non sarebbero altri i servizi cui doverli affidare?; 3. medici non opportunamente formati non possono ritenersi esaurientemente competenti nella diagnosi differenziale e nella gestione delle criticità di vario ordine e grado in ambiente ospedaliero, specie nell’emergenza-urgenza. Ciò deve dissuadere ad arruolare chi non sia in possesso di una formazione ben strutturata. Il Ssn pubblico ospedaliero non sta continuando a reggersi di certo per mezzo di decisioni politiche e amministrative, ma solo grazie alla preparazione, la competenza e l’abnegazione della dirigenza medica e sanitaria. Quanto potrà durare ancora? d!rigenza medica
Al via il progetto Anaao di formazione femminile
Verso una Sanità Orientata dalle Donne: una proposta rivolta alle donne in Medicina L’Anaao Assomed ha da tempo intravisto le prospettive dell’imminente sorpasso femminile in Sanità, insieme alla necessità di attrezzarsi per il futuro, costituendo, dopo il 24 Congresso Nazionale, l’Area Formazione Femminile. Si è svolto il 7-8-9 febbraio a Milano il primo laboratorio residenziale, un’esperienza di formazione a carattere intersettoriale, con modalità interattive mutuate dalla pedagogia medica Hot topics alla luce della differenza Il futuro della sanità, perennemente fuori dall’agenda politica, ed in sofferenza per l’assenza di politiche, si gioca oggi, mentre è in corso il più grande cambiamento demograﬁco da quasi un secolo a questa a parte: la femminilizzazione della Medicina. Curiosamente, il momento della massima svalutazione del Ssn coincide con la più grande ondata di mano d’opera sanitaria femminile. Le donne scelgono la professione di cura come prima, e forse più congeniale, opzione, mentre gli uomini la stanno abbandonando perchè meno prestigiosa, anche economicamente. Ma per la professione medica non passa solo da qui l’urgenza di un necessario recupero di autorevolezza. Recupero non facile né scontato, ma che toccherà gioco forza alle donne, in maggioranza nei prossimi anni, mettere in atto.
sandra morano Coordinatrice Area Formazione Femminile Anaao Assomed
Ecco alcuni hot topics, frutto del dibattito sulla crisi del ruolo medico e della sua svalorizzazione. Per ognuno di questi riportiamo quello che potrebbe essere, alla luce della differenza, il punto di vista delle donne, apparentemente assenti, in realtà occupate a tenere insieme tutto il mondo della cura, dalla corsia alla casa, dalle responsabilità agli affetti. Alla loro instancabilità, alla loro ostinazione, è rivolto l’invito a trasformare il protagonismo in quella autorità di cui tutti abbiamo bisogno.
Medici: una necessaria ridefinizione della identità Prima è arrivata la ”statalizzazione”del- professionale Il lavoro 4.0.
la professione, che l’ha inglobata nella funzione pubblica, poi l’organizzazione, affidata a tecnici prestati dall’Economia, che ha guardato più ai conti che alla relazione, più ai numeri che alle persone. Dalla gestione aziendale allo spacchettamento di competenze, il passo è breve: una “temparizzazione” strisciante ha nei fatti già cambiato il la10
voro del medico, allargando pericolosamente il divario tra l’etica della cura ed il mercato di prestazioni ad altissima specializzazione. Il passaggio ad un rapporto “spot” col paziente, ampiamente diffuso, si preﬁgura come inevitabile snodo verso l’utilizzo dei robot nei reparti. In questa trasformazione non c’è traccia della presenza e della voce femminile, che potrebbe viceversa contenere in sè inaspettate soluzioni alla crisi attuale.
“L’inestimabile lavoro di cura” (Anna Rosa Buttarelli) deve essere rivalutato - e poi riportato alla sua originaria autorità - in primis dagli stessi protagonisti. Che oggi hanno il compito di ripensare una professione appaltata all’attuale “commissariamento gestionale” con l’obiettivo di controllarne i perimetri, i tempi, la mission. Nessuna pro-
fessione meglio della nostra potrà mai lavorare verso l’incontro con la sofferenza, le emozioni, la vita e la morte. Dobbiamo ricordare a noi stessi che la relazione con l’altro è alla base delle nostre scelte perﬁno esistenziali, è il nostro capitale umano, sociale e professionale, un diritto e un privilegio non sostituibile, non rinunciabile nè negoziabile. All’indomani di una lenta ma inesorabile trasﬁgurazione, è necessario ora recuperare il tempo perso a rivestire di panni industriali un lavoro che, pur nei più futuristici contesti scientiﬁci, è fatto di arte, di soggettività, di empatia. Ancora più importante recuperare un’analisi, condotta con lo sguardo delle donne, del loro prezioso contributo sia scientiﬁco sia esperienziale, della diversa identità di cui sono portatrici nel passaggio dal protagonismo alla coerenza coi codici materni, con la procreazione, l’accoglienza e l’ascolto.
L’area Formazione Femminile è il progetto ambizioso di costruire una comunità in cui tutte le donne in Medicina si possano sentire accolte e possano lavorare insieme per una sanità orientata dalle donne
Chi cura e chi vive sul lavoro di cura Il luogo della cura, qualunque sarà, non può prescindere da chi fa quel lavoro. Negli anni una vastissima gamma di specialisti provenienti dalle scienze ingegneristiche, economiche, sociali, della comunicazione, hanno costruito sul nostro lavoro sistemi paralleli che ci controllano e ci condizionano. Ognuno con lo scopo di insegnare ai medici il modo migliore di fare il medico, tutti alla ricerca di un posto al sole nel percorso che si dispiega dall’incontro col paziente alla sua dimissione, dal malessere al benessere. Forse dopo tanti anni di contaminazione manageriale per poter parlare ai pazienti e lavorare nelle corsie è l’ora di una sintesi hegeliana sugli esiti del commissariamento del nostro lavoro: abbiamo ancora bisogno di guida? “Deve mantenere l’autorità sul lavoro chi il lavoro lo fa, non chi campa sul lavoro altrui. Chi svolge il lavoro conosce la qualità, il valore, le competenze e le esperienze che servono per svolgerlo al meglio” (Anna Rosa Buttarelli). La capacità di ripristinare dignità attorno a questo sistema va oltre la pur legittima richiesta di rispetto ed equità. Alle donne, che da sempre si prendono cura delle persone, delle relazioni, dell’ambiente, toccherà concorrere a ricostruire l’antica autorevolezza, tradurre le loro esperienze e peculiarità in proposte e strumenti in grado di cambiare il mondo.
Sfiduciati. la nascita della cultura paura-rischio
Quel che resta dei luoghi La svolta epocale che si proﬁla nei prossimi anni è già entrata nei luoghi della cura, nelle storiche strutture risalenti al secolo scorso o alla sua seconda metà, dove i lavoratori passano la maggior parte della propria vita, una volta sentendosi forse al sicuro, oggi a disagio e in pericolo. Costruite quasi sempre senza una visione patient centered, men che meno clinician centered, sono destinate a scomparire, o a decentrare la quotidianità/cronicità verso una vaga dimensione “territoriale”. Allo stesso tempo già ospitano il pensiero e la realtà della robotica. Cambiano i luoghi della cura, geometrie e architetture, dove le tecnologie avanzate, la tracciabilità logistica, la sostenibilità energetica, il supporto digitale e l’edilizia ospedaliera si organizzano in sinergia con l’attività dell’uomo per meglio soddisfare i bisogni di salute di società in continuo cambiamento. Ma come cambia la vita di chi ci lavora?
La paura, e un irreversibile avvelenamento del rapporto tra curanti e curati, ha pervaso non solo le corsie ma anche la società. Da dove è partito questo circolo vizioso? Il dr. Google, chiamato spesso in causa, in realtà entra di striscio in questa crisi, che è soprattutto di comunicazione. Le aggressioni ai me-
dici, nervo scoperto di un sistema in rotta di collisione, sono percepite come un nostro problema e non come la caduta di un importante pezzo di tessuto sociale. Che ha ﬁnito per generare nella classe medica comportamenti e rivendicazioni “in difesa”. Della dignità offuscata, e degli stessi luoghi di lavoro, delle non più incrollabili certezze, delle non più attraenti condizioni. Operatori che si sentono oramai come operai in una linea di produzione, a rischio di perdere la capacità professionale di discernere. Ma il medico è forse l’unica ﬁgura ad essere fonte di invidia proprio perchè insostituibile, per il rapporto speciale e privilegiato con l’altro, nella com-passione come nella guarigione. Occorre immaginare nuovi contenitori dei rapporti di lavoro rispettosi della differenza, prepararsi alla condivisione della scelta piuttosto che ﬁdare nel Consenso Informato, coltivare la relazione e l’esercizio del dubbio, ritornare a convivere con l’incertezza e la fallibilità.
La formazione medica Da anni autarchicamente uguale a se stessa, continua a sfornare medici pronti più per l’Europa che per il Ssn, a sua volta svuotato di appeal e indebolito dalle sirene della privatizzazione, nella folle corsa verso l’autodistruzione, che ha già rovinato quello di paesi come la UK. L’esposizione alle Humanities è oggi all’attenzione delle più prestigiose scuole di Medicina perché diminuiscono la frustrazione e il burn out nei curanti, inﬂuiscono sugli esiti e sulla qualità delle cure, nonchè sui costi e sulla soddisfazione del paziente. Abbiamo bisogno di coltivare le Humanities, così come di praticare percorsi di cura ed organizzativi non neutrali, di costruire prospettive di ricerca e pratiche women oriented.
d! Legge 161/2014
Sogno o realtà? Lo stato dell’arte
L’entrata in vigore della legge europea 161/2014, che prevede il riposo di 11 ore tra un turno di lavoro e l’altro dovrebbe regolamentare i turni di lavoro del personale sanitario. Dovrebbe, perché in tutta Italia vi è stata una non omogenea applicazione delle disposizioni vigenti Ripercorriamo insieme le tappe salienti della vicenda. In primis l’Unione Europea con la Direttiva 93/104/Ce del 23 novembre 1993 (modiﬁcata dalla Direttiva 22 giugno 2000, n.2000/34/Ce) ha disposto degli standard che uniformassero gli orari di lavoro di tutti i comparti economici. Successivamente la Direttiva del 4 novembre 2003 n. 2003/88/Ce ha disciplinato alcuni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro in particolare turni di lavoro diurno e notturno, ferie, riposi. L’attuazione delle direttive europee 93/104/Ce e 2000/34/Ce arriva in Italia con il D.lgs. 66/2003 Con la Legge 244 del 2007 (legge Finanziaria per il 2008) si apporta una modiﬁca al D.lgs. 66/2003, stabilendo che “le disposizioni di cui all’articolo 7 dello stesso decreto legislativo (ovvero quelle sul riposo giornaliero – 11 ore di riposo consecutive ogni ventiquattro ore), non si applicano al personale del ruolo sanitario del Servizio sanitario nazionale, per il quale si fa riferimento alle vigenti disposizioni contrattuali in materia di orario di lavoro, nel rispetto dei principi generali della protezione della sicurezza e della salute dei lavoratori”. E ancora il Legislatore nel 2008 (art. 41, co. 13, della L. 133/2008) aveva escluso l’applicazione per i dirigenti sanitari della normativa di legge sull’orario di lavoro contenuta nel D.lgs. n. 66/2003 attuativo delle Direttive europee direttive 93/104/Ce e 2000/34/Ce. In particolare l’art. 41, comma 13 della legge citata prevede che al personale dirigenziale dell’area sanitaria, in ragione del ruolo professionale ricoperto, non vengano applicate le disposizioni degli articoli 4 e 7 del decreto legislativo 2003, n. 66. La contrattazione collettiva ga12
marco deplano Responsabile Anaao Giovani Sardegna
rantisce che il lavoro sia organizzato in sicurezza e con possibilità di garantire adeguati riposi. Praticamente venivano disattese le disposizioni europee! Tuttavia, la Corte di Giustizia Ce ha stabilito che la suddetta esclusione violava la disciplina comunitaria. Pertanto, lo Stato italiano, con la Legge n. 161/2014, ha stabilito che a decorrere dal 25 novembre 2015 trovano applicazione anche per i dirigenti sanitari i limiti di legge all’orario di lavoro giornaliero e settimanale. Il mancato rispetto delle disposizioni e dei limiti contenuti nel D.lgs. 66/2003 può determinare l’applicazione delle pesanti sanzioni amministrative a carico dell’Azienda, comminate dai competenti Uffici della Direzione Territoriale del lavoro. In Italia però ancora oggi, a distanza di anni, tali disposizioni non vengono rispettare omogeneamente. Perché? Non sono applicabili? Il rispetto delle normative europee ha
imposto un radicale cambiamento dei turni di lavoro causando notevoli disagi da parte del personale interessato in primis e poi anche dei pazienti perché i servizi assistenziali sono stati sicuramente riorganizzati e purtroppo in molti casi anche sospesi. L’equazione pochi medici e turni più lunghi e rigidi è un’equazione dal risultato catastroﬁco per la sanità Italiana per altro già colpita in lungo e in largo dal blocco del turnover. Tale risultato è stato anche messo in evidenza da un’importante ricerca effettuata dalla Fiaso in collaborazione con Cergas e l’Università Bocconi dove si riscontra una strettissima (ma non sempre ovvia) correlazione tra personale, turni di lavoro e servizi erogati. In Italia la presa di coscienza e ancor peggio la messa in pratica della legge in questione è stata confusa e frammentaria. Di recente è stata pubblicata una classiﬁca nella quale il Ssn è al 4°posto nel mondo in termini di efficienza. Efficienza vuol dire in questo caso risparnumero 2 - 2019
anaao giovani In questo momento vi è un numero di “camici grigi” (medici nel limbo tra la laurea e la specializzazione) inoccupati che non possono accedere al percorso di formazione specialistica per cui sarebbe auspicabile non l’abolizione del numero chiuso in facoltà ma l’eliminazione dei vincoli per entrare in scuola di specializzazione mio. Ma a quale prezzo? Personale non adeguato numericamente, risparmio su strumentazione e medicinali. Purtroppo vi sono molti fattori oltre il rispetto della legge, che negativizzano sia la qualità di vita dei lavoratori del Ssn e la qualità e quantità dei servizi offerti ai pazienti: blocco del turnover, riduzione degli incarichi di struttura, marcato invecchiamento degli organici aziendali. Inizialmente sono stati trovati stratagemmi di fortuna come effettuare turni di 12 ore diurne e notturni di 11, integrando l’orario con prestazioni aggiuntive, inversione di inizio turno e suddivisione per i turni di pronta disponibilità. Per la Sanità Italiana non è sufficiente la sola e mera razionalizzazione di numeri e spese ma è assolutamente necessaria l’adozione di strategie di analisi e intervento non solo strutturali e strumentali ma soprattutto umane. È necessario salvaguardare la funzionalità degli operatori tenendo contro del progressivo invecchiamento del personale in servizio aziendale con l’innalzamento dell’età pensionabile. È doveroso integrare alla perfezione il rapporto tra sfera privata e lavorativa salvaguardando le esigenze familiari ma anche quelle dell’ambiente di lavoro. Sarebbe basilare valorizzare la speciﬁcità del lavoro femminile in sanità. Sarebbe auspicabile migliorare il rapporto operatore/paziente in termini di empowerment e miglior partecipazione alle cure, maggior efficace terapeutica e riduzione dei contenziosi medico legali magari incrementando e migliorando la comunicazione Aziende sanitarie e mass media. Si è deﬁnito il concetto di Salute Organizzativa come la capacità di un’azienda sanitaria di essere non solo efficace e produttiva ma anche di crescere e svilupparsi promuovendo e mantenendo un livello di benessere ﬁsico e psicologico, alimentando costruttivamente la convivenza sociale di chi vi lavora. Promozione della salute organizzativa in questi tempi di crisi signiﬁca analizzare, gestire e realizzare norme di good practice aziendali atte a migliorare qualità di lavoro, dei servizi erogati evitando malesseri da entrambe le parti, eliminando criticità correggibili. Lavorare in serenità e sicurezza è fonnumero 2 - 2019
Un medico ospedaliero su due supera i limiti di orario previsti dalla legge, ﬁno a 5 notti al mese nel meridione
Ogni giorno la cronaca mette in evidenza tali aspetti che non sono altro che il manifestarsi di un disagio e malessere psicologici sia di chi lavora sia di chi si rivolge alle aziende sanitarie
damentale considerando che l’individuo trascorre a lavoro la maggior parte della sua giornata e se vi sono condizioni di lavoro ottimali la rendita e il proﬁtto saranno maggiori. Infatti si è notato che nelle aziende dove le condizioni di lavoro sono aumentati il tasso di assenteismo legato a malattia, la demotivazione, il mancato impegno e carenza di ﬁducia mentre diminuisce la propositività al miglioramento, la qualità dei servizi e le lamentele dei cittadini. Quotidianamente la cronaca mette in evidenza tali aspetti che non sono altro che il manifestarsi di un disagio e malessere psicologici sia di chi lavora sia di chi si rivolge alle aziende sanitarie. La riduzione della qualità di vita lavorativa diventa anche onerosa per le aziende sanitarie in quanto sono in primis i lavoratori che contribuiscono attivamente all’organizzazione e al successo dell’azienda. Non essendo rispettate ovunque le normative europee vigenti in merito ai turni di lavoro e il mancato adeguamento degli stipendi dei dirigenti sta causando un depauperamento delle risorse umane nel Ssn in quanto i medici scelgono di poter gestire il proprio lavoro con adeguate retribuzioni. Questo aggrava ulteriormente la già precaria situazione del Ssn in quanto spesso e volentieri i medici non vengono sostituiti e chi rimane non viene di certo gratiﬁcato… anzi! Chi rimane spesso deve subire orari di lavoro ai limiti della schizofrenia, con ore in plus non pagate, impossibilità a fruire non solo delle ferie ma anche dei ﬁsiologici riposi. Ovviamente diventa anche pressoché impossibile potersi aggiornare, formazione professionale obbligatoria per altro. Non sono parole dure buttate a caso perché quotidianamente assistiamo a queste situazioni limite. Recentemente è balzato alla cronaca il fatto in cui un’azienda sanitaria siciliana ha dovuto risarcire gli eredi di due medici morti a causa del troppo lavoro usurante in impieghi usuranti. La Corte di Cassazione ha riconosciuto che turni successivi usuranti in ospedali dove vi è carenza organica possono uccidere operatore sanitario e la colpa ri-
cade sul datore di lavoro anche se la parte offesa non presenta ufficiale lamentela. Oppure nel Lazio ben 18 chirurghi hanno presentato denuncia al Tribunale del lavoro per l’inadempienza dei turni di lavoro. Di accadimenti come questi sono centinaia sulla carta stampata immaginiamoci quanti sono realtà. Probabilmente quella conosciuta è la punta dell’iceberg. Anche l’Anaao ha effettuato uno studio in merito a questa problematica su un campione di mille medici. Un medico ospedaliero su due supera i limiti di orario previsti dalla legge, ﬁno a 5 notti al mese nel meridione. I tassi di occupazione dei posti letto elevatissimo con dimissioni spesso affrettate (6 medici su 10) e uno scarso coordinamento ospedale/territorio. Inoltre in molte regioni italiane è stato fatto un processo di riorganizzazione delle aziende sanitarie locali con una centralizzazione dei servizi, chiusura posti letti e addirittura commissariamento con unico comune denominatore che è il risparmio, specie sul personale che si ritrova quotidianamente a sostenere incarichi di lavoro maggiori con minori risorse. L’unica soluzione che permette a lungo termine di garantire prestazioni efficienti e personale adeguatamente riposato per poter lavorare in sicurezza è senza dubbio quella di assumere personale sbloccando il turnover. Sicuramente saranno necessarie risorse economiche aggiuntive ma a lungo termine si avrà una sanità più efficiente e dunque meno dispendiosa. In questo momento vi è un numero di “camici grigi” (medici nel limbo tra la laurea e la specializzazione) inoccupati che non possono accedere al percorso di formazione specialistica per cui sarebbe auspicabile non l’abolizione del numero chiuso in facoltà ma l’eliminazione dei vincoli per entrare in scuola di specializzazione. Inoltre incentivi ai medici già operativi affinché non abbandonino il pubblico impiego per andare nel privato. È auspicabile in tal senso che il Governo prenda provvedimenti urgenti al ﬁne di arginare questo problema che è strettamente collegato ad altri gravi carenze organico-organizzative affinché il SSN torni a nuova vita. d!rigenza medica
d! La bioinformatica nell’era della medicina traslazionale e personalizzata Le tecnologie di sequenziamento ad alte prestazioni (Next Generation Sequencing, NGS) sono ormai diventate di uso comune nella ricerca biomedica, ma trovano sempre più spazio nella diagnostica, contribuendo fortemente alla realizzazione della medicina traslazionale e gettando le basi per la futura medicina “personalizzata”. Tra le varie applicazioni del NGS occupano un posto di rilievo il sequenziamento dell’intero genoma umano, l’analisi dell’espressione genica in cellule umane esposte a determinati stimoli, l’analisi metagenomica per identiﬁcare la componente microbiologica (microbioma) e virologica (viroma) di vari ecosistemi, nonché di diversi distretti corporei. Ovviamente, questo non sarebbe possibile senza il continuo progredire delle tecniche di sequenziamento NGS, il quale ha portato a una riduzione dei costi, sia in termini di tempo che di denaro. Infatti, se nel 2001 il primo sequenziamento del genoma umano ha richiesto una spesa di circa 3 miliardi di dollari e un decennio per l’analisi dei dati, oggi i sequenziatori NGS presenti in commercio e i computer ad alte prestazioni (HPC) portano questi numeri a meno di 1000 Euro e un solo giorno per l’analisi dei dati. Tuttavia, lo sviluppo tecnologico in questo senso sembra essere inarrestabile, visto l’elevato numero di dispositivi sempre più performanti che vengono immessi sul mercato. Negli ultimi 25 anni ha fatto il suo ingresso tra le scienze della vita una nuova disciplina che unisce la biologia molecolare con la matematica, la statistica e l’informatica, ovvero la bioinformatica. Il focus di questa disciplina è l’analisi della mole enorme di dati prodotti da sequenziamento massivo, dell’ordine delle decine di gigabyte per singolo campione, e si concentra sullo sviluppo e l’applicazione di software specializzati nell’acquisire, gestire, analizzare e/o visualizzare questi big data biologici. Ad oggi il suo ruolo nella medicina è considerato complementare (se non equivalente) alla biostatistica, in cui l’utilizzo di software specializzati, linguaggi di programmazione e computer ad alte prestazioni la fanno da padrone. 14
maria rosaria capobianchi Laboratorio di Virologia, Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “L. Spallanzani” IRCCS, Roma
I metodi sviluppati in ambito bioinformatico giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo delle biotecnologie ed è per questo motivo che in molto Paesi si assiste ad ingenti piani d’investimento in questa direzione. Già alla ﬁne degli anni Settanta si cominciava a parlare di organizzare ed immagazzinare dati biologici, ma serviva uno sforzo informatico per sfruttarne le potenzialità. La banca dati dell’EMBL (European Molecular Biology Laboratory) nasce nel 1980, mentre nel 1986 viene fondato negli Stati Uniti il National Center for Biotechnology Information (NCBI), depositario della banca dati GenBank, parte integrante del NIH e destinatario di investimenti volti al suo mantenimento. Nel 1996 si assiste alla creazione dell’EBI (European Bioinformatics Institute di Hinxton, Cambridge) che è oggi tra i punti di riferimento più importanti della bioinformatica mondiale. L’EBI è destinatario di ingenti ﬁnanziamenti da parte della Commissione europea, dai Governi dei 21 Stati membri dell’EMBL e dai più prestigiosi centri di ricerca europei. In Italia il numero di strutture sanitarie che affrontano sﬁde relative ai big data biologici per scopi diagnostici e di ricerca, sta aumentando rapidamente. Dal momento che il contributo della bioinformatica alla medicina sta diventando così rilevante, sorge la necessità di deﬁnirne gli ambiti e i contenuti, così come il percorso formativo di questa disciplina. Il termine “bioinformatico” è spesso usato per descrivere qualcuno che lavora in vari ambiti della biologia o medicina utilizzando degli strumenti informatici, ma originariamente questo termine descriveva lo studioso della complessità dei sistemi biologici attraverso strumenti informatici. Gli obiettivi generali della bioinformatica possono essere generalmente classiﬁcati in tre ambiti: sviluppo di nuovi algoritmi analitici, usando linguaggi di programmazione, modelli matematici e simulazioni in silico; costruzione e gestione di database computazionali attraverso la raccolta e l’organizzazione di dati medici e biologici; data mining, interpretazione e analisi dei dati per estrapolare il signiﬁcato biologico dai dati grezzi. Il raggiungimento di tutti questi obiettivi richiede numerose competenze in ambito informatico, ma anche, e soprattutto, una profonda comprensione nei diversi aspetti delle scienze della vita. Come si pone la nuova ﬁgura professionale del bioinformatico nei confronti dei ruoli convenzionali previsti dal sistema sanitario? Ad oggi all’interno del Sistema Sanitario Nazionale non è prevista una ﬁgura professionale con un ruolo di-
rigenziale riconducibile al bioinformatico. Il mantenimento di questa professionalità all’interno delle strutture ospedaliere è affidato esclusivamente alla capacità dei dirigenti di reperire fondi per la ricerca, oppure ad attitudini dilettantistiche dei dirigenti di estrazione biologica, chimica, ﬁsica o simile. La difficoltà più grande sembra essere l’identiﬁcazione dei requisiti minimi per l’integrazione di questa nuova classe di operatori sanitari altamente specializzati nel Sistema Sanitario Nazionale. Infatti, attualmente la maggior parte di coloro che si avvicinano alla bioformatica provengono da vari ambiti universitari (scienze biologiche, matematica, ﬁsica, informatica) ed acquisiscono le proprie abilità “sul campo” o attraverso una formazione post-laurea (corsi di formazione, master di II livello, ecc.). In Italia, pochi atenei offrono corsi di laurea incentrati su questo settore e non esiste ancora una scuola di specializzazione. In molti casi il dottorato di ricerca, oppure un’esperienza presso rinomati centri di ricerca all’estero, sono un valore aggiunto per la formazione di un bioinfomatico competente, specialmente se si tratta di approcci innovativi. La natura multidisciplinare della bioinformatica richiede che i praticanti siano disposti ad acquisire continuamente nuove conoscenze, come linguaggi di programmazione o comprensione di processi biologici, utili a affrontare le problematiche per l’ottenimento del risultato. Le continue richieste per la gestione di casi clinici sempre più complessi sono una sﬁda per le abilità dei bioinformatici, ma allo stesso tempo rendono difficile riuscire a standardizzare le metodiche utilizzate nei diversi casi. Tuttavia, la profonda comprensione dei dati può contribuire alla risoluzione di casi molto complessi nella pratica clinica, come testimoniato dalla analisi metagenomica in NGS su pazienti con patologie a sospetta eziologia infettiva. In ultima analisi, il bioinformatico è una professionalità che sta acquisendo progressivamente importanza nelle applicazioni, per il momento classiﬁcate come avanzate, della diagnostica di laboratorio; visto che questa ﬁgura sarà sempre più richiesta in futuro, è opportuno che il percorso formativo del bioinformatico sia deﬁnito secondo standard predeﬁniti, in base al ruolo che si intende far assumere a questa ﬁgura emergente nel panorama delle nuove professionalità sanitarie, al ﬁne di garantire che il Sistema Sanitario Nazionale possa cogliere a pieno i beneﬁci e possa essere in posizione trainante nella rivoluzione della medicina personalizzata fondata sui big data. numero 2 - 2019
anaao abruzzo
L’Anaao Abruzzo dona il numero verde al Centro Antiviolenza La Fenice Sono state oltre cento le adesioni per la cena in favore del Centro Antiviolenza “La Fenice” di Teramo che ha consentito di donare alla struttura un numero verde dedicato
Un’iniziativa promossa dalle donne dell’Anaao Abruzzo - in collaborazione con La Fenice e la Commissione Pari Opportunità della Provincia di Teramo e alla quale hanno partecipato tra gli altri anche il sindaco di Teramo Gianguido D’Alberto e il vice prefetto Roberta Di Silvestro - che ha riscosso un successo notevole tra i rappresentanti dell’organizzazione, ma anche tra amministratori e cittadini. “Abbiamo ottenuto un numero di adesioni inaspettato – commenta Gabriella Marini, segretario aziendale di Teramo per l’Anaao Abruzzo – anche da parte di chi non ha potuto partecipare alla cena. Per dare la possibilità a tutti di offrire il proprio contributo all’iniziativa, terremo aperta la raccolta delle adesioni anche questa settimana. Ringrazio di cuore tutte le colleghe e i collenumero 2 - 2019
ghi e tutti i partecipanti, è stata un’emozione poter offrire questo sostegno a una struttura che aiuta le donne in difficoltà”. “Una bellissima serata di solidarietà – aggiunge il segretario regionale dell’Anaao, Alessandro Grimaldi – e la dimostrazione di un grande salto di qualità del nostro sindacato che vede sempre più protagoniste le donne. L’Anaao peraltro è da sempre impegnata nella difesa del diritto alla salute delle fasce più deboli della popolazione attraverso la difesa del sistema sanitario nazionale”. La cena è stata preceduta da un incontro, condotto dalla Presidente della Cpo di Teramo Tania Bonnici Castelli, in cui l’Anaao ha premiato le proprie iscritte impegnate in attività e percorsi assistenziali in favore delle donne. Questa la rosa delle premiate: Maria Assunta Ceccagnoli, Presidente del comitato unico di garanzia per le pari opportunità dell’Asl di Pescara e attualmente anche presidente dell’Ordine dei medici di Pescara; Maria Teresa Scognamiglio, oncologa all’ospedale di Or-
tona; Giovanna Micolucci, direttore sanitario dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila che - insieme a Simonetta Santini Direttore sanitario dell’Asl Avezzano-Sulmona-L’Aquila, Sandra Di Fabio Direttore del reparto di neonatologia dell’Aquila e Rita Tennina, biologa al San Salvatore - ha promosso nello stesso presidio il “Percorso rosa” e iniziative in favore delle donne. E ancora è stato premiato il gruppo di Teramo di cui fanno parte Anna Marcozzi Primario di Ginecologia, Flavia Di Giangiacomo, responsabile facente funzione del Pronto soccorso e le dottoresse Carmela Di Sante del Pronto Soccorso, Marisa Zaccagnini Pediatria, Gabriella Rapini Responsabile unità operativa semplice di Psichiatria, Chiara Caucci Neuropsichiatria infantile, che ha attivato il “Codice rosa” in ambito emergenziale sotto la direzione della dottoressa Rita Rossi, attualmente Direttore sanitario in un’altra Asl. Inﬁne sono state premiate: Gabriella Lucidi Pressanti, Primario del servizio trasfusionale a Teramo, e Gina Quaglione, Responsabile unità operativa semplice di Anatomia patologica a Teramo. All’incontro hanno partecipato, per la Provincia, la consigliera delegata alle Pari Opportunità Ambra Foracappa, la responsabile del servizio Annapaola Di Dalmazio, e le operatrici del Centro Antiviolenza La Fenice. Presente anche la presidente della Cpo di Giulianova Marilena Andreani. d!rigenza medica
d! Specializzandi. La Cassazione dirime i dubbi Con una serie di sentenze (dalla n. 1062 alla n. 1066), la terza sezione della Corte di Cassazione dirime i numerosi dubbi sugli “specializzandi”.
Cassazione Civile Sentenze emesse il 17 gennaio 2019 (da n. 1062 a 1066) Sezione III Il testo della sentenza è pubblicata su www.anaao.it
Come noto, la (allora) Comunità Europea nel 1975 volle dettare norme uniformi per “agevolare l’esercizio effettivo del diritto di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di medico”, e lo fece con due direttive: la direttiva 75/362/Cee e la direttiva 75/363/Cee del 16 maggio. Con la prima direttiva veniva sancito l’obbligo per gli Stati membri di riconoscere l’efficacia giuridica dei diplomi rilasciati dagli altri Stati membri per l’esercizio della professione di medico; la seconda dettò i requisiti minimi necessari affinché il suddetto riconoscimento potesse avvenire; tra i requisiti si annoveravano la durata minima del corso di laurea e la frequentazione a tempo pieno di una “formazione specializzata”. Entrambe le direttive furono modiﬁcate nel 1982 dalla Direttiva 82/76/Cee del Consiglio. Quest’ultima in un allegato conteneva le “caratteristiche della formazione a tempo pieno (...) dei medici specialisti”; nello stesso allegato viene sancito il principio per cui la formazione professionale “forma oggetto di una adeguata rimunerazione”. La direttiva 82/76/Cee venne approvata dal Consiglio il 26.1.1982 e notiﬁcata agli Stati membri 29.1.1982. In base al dettato della Direttiva
gli Stati membri avrebbero dovuto conformarsi “entro e non oltre il 31 dicembre 1982”. Pertanto: A. l’ordinamento comunitario attribuì ai medici specializzandi il diritto alla retribuzione a far data dal 29.1.1982; B. gli stati membri avevano tempo sino al 31.12.1982 dello stesso anno per dare attuazione al precetto comunitario; C. ne consegue che “qualsiasi formazione a tempo pieno come medico specialista iniziata nel corso dell’anno 1982 deve essere oggetto di una remunerazione adeguata”, così come stabilito dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea, con sentenza 24 gennaio 2018, in causa C-616/16, Presidenza del Consiglio c. Pantuso. La stessa sentenza ha precisato che, per coloro che hanno iniziato i corsi di specializzazione durante l’anno 1982, la remunerazione adeguata deve essere corrisposta per il periodo di formazione a partire dal 1° gennaio 1983 ﬁno alla conclusione, dal momento che prima di tale data gli Stati membri avevano la facoltà di dare o non dare attuazione alla direttiva. La Corte ha distinto tre categorie di specializzandi: la prima comprensiva degli specializzandi che hanno iniziato la specializzazione prima del 29 gennaio 1982 (data di entrata in vigore della direttiva 82 del 1976) i quali non hanno diritto ad alcuna remunerazione; la seconda, comprensiva degli specializzandi che hanno iniziato la specializzazione nel corso dell’anno 1982, i quali hanno diritto alla remunerazione a partire dal 1 gennaio 1983; la terza comprensiva degli specializzandi che hanno iniziato la specializzazione dopo il 1 gennaio 1983, i quali hanno diritto alla remunerazione per l’intera durata del ricorso. Tra l’altro la giurisprudenza prevalente ritiene che l’indennizzo debba essere riconosciuto soltanto ai medici che abbiano frequentato uno dei corsi elencati negli articoli 5 e 7 della direttiva 75/362/CEE. L’elencazione è tassativa. In particolare l’articolo 5 elenca le specializzazioni comuni a più di due Stati membri e il successivo articolo 7 della stessa Direttiva stabilisce l’equipollenza in almeno due Stati membri tra le ulteriori specializzazioni. Nell’ordinanza 1064 del 2019, viene ribadito che né la chirurgia d’urgenza e di pronto soccorso, né la medicina dello sport, né la medicina legale e delle assicurazioni, né la c.d. “superspecializzazione” in pediatria compaiono formalmente nell’elenco di cui agli artt. 5 e 7 della c.d. Direttiva “Riconoscimento”, ovvero la Direttiva 362/75/Cee, né negli artt. 4 e 5 della Direttiva 75/363/Cee: ecco perché la Corte di Appello ha negato l’indennizzo ai ricorrenti che si erano specializzati in queste materie. Nulla di nuovo sul fronte prescrizione. Le sentenze citate ribadiscono il consolidato orientamento giurisprudenziale in base al quale l’azione risarcitoria è riconducibile allo schema della responsabilità per inadempimento contrattuale e, come tale, soggetta all’ordinario termine decennale di prescrizione, il quale deve considerarsi iniziato a decorrere dal 27 ottobre 1999 ovvero dalla data di entrata in vigore della legge 19 ottobre 1999, n. 370, con la quale si è riconosciuto il diritto ad una borsa di studio unicamente in favore dei medici specializzandi ammessi alle scuole negli anni 19831991 e destinatari delle sentenze passate in giudicato del Tribunale amministrativo regionale del Lazio. Come più volte ribadito, entro il 27 ottobre 2009 il medico che rivendica il diritto al risarcimento per tardiva trasposizione della normativa europea da parte dello Stato, avrebbe dovuto compiere un atto interruttivo della prescrizione, con una lettera di diffida o richiesta stragiudiziale dei danni alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e/o ai ministeri competenti, oppure con l’introduzione di un giudizio ordinario. numero 2 - 2019
DIRIGENZA MEDICA N. 2/2019
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References: sentenza 
 art. 7
 art. 7
 art. 6
 art. 20
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 articolo 7