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Timestamp: 2020-05-25 06:19:21+00:00

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Assegno di mantenimento: quanto rileva la documentazione fiscale?
1 Aprile 2015 | Autore: Maria Elena Casarano
Nel giudizio di separazione, il giudice non deve prendere in considerazione i soli documenti fiscali agli atti, ma deve valutare anche una serie di altri elementi economici; solo una visione globale e veritiera delle disponibilità patrimoniali dei coniugi può permettere la determinazione di una misura congrua dell’assegno di mantenimento.
Diciamo la verità: quando nei giudizi di separazione o divorzio si discute sulla misura dell’assegno di mantenimento è difficile che la situazione economica risultante agli atti corrisponda a quella reale.
Marito e moglie hanno il più delle volte interesse ad occultare le loro reali redditi, l’uno allo scopo di veder ridotto l’importo dell’assegno dovuto e l’altra per vederselo riconosciuto in percentuale maggiore.
Ma quali sono i parametri a cui deve rifarsi il giudice?
Ha dato risposta a questa domanda una recente pronuncia della Cassazione [1].
In particolare, la Corte ha chiarito che, al fine di valutare la congruità dell’assegno di mantenimento, il magistrato non deve rapportarsi solo ai dati reddituali risultanti dalla documentazione fiscale esibita in giudizio, ma deve tenere conto della situazione economica complessiva dei coniugi.
Nello specifico la Suprema Corte ricorda che, nello stabilire la misura dell’assegno di mantenimento, il giudice deve:
– partire dal presupposto che il provvedimento di assegnazione della casa coniugale [2] non deve rappresentare una sostituzione o una componente dell’assegno di mantenimento, ma solo garantire la continuità dell’habitat familiare ai figli minori o maggiorenni non economicamente autonomi [3];
– parametrarsi al tenore di vita goduto dai coniugi durante la vita matrimoniale per avere a riferimento la qualità e la quantità delle esigenze del beneficiario dell’assegno;
– considerare le capacità economiche dell’obbligato valutando non solo i redditi “ufficiali” (per quanto elevati risultino), ma anche tutte quelle circostanze oggettive non indicate in modo specifico, né determinabili a priori, ma da individuarsi in tutti quegli elementi apprezzabili in termini economici, diversi dal reddito, suscettibili di incidere sulle condizioni economiche delle parti [4]; si pensi al possesso di beni di lusso o allo svolgimento di costosi viaggi o hobbies.
In altre parole, al fine di determinare l’entità dell’assegno, il magistrato deve tener conto anche degli altri elementi di ordine economico dai quali risulti uno stile di vita incompatibile con le entrate dichiarate; allo scopo egli, può attribuire ai documenti esibiti anche un solo valore indiziario [5] disponendo di un ampio potere di valutazione delle prove.
L’esercizio di tale potere, che si sostanzia in special modo nella facoltà di disporre indagini patrimoniali tramite la polizia tributaria (in deroga alle regole generali che prevedono che l’onere della prova sia a carico di chi propone la domanda giudiziale), rientra nella discrezionalità del giudice, il quale non è tenuto ad avvalersene se ritenga provata la situazione economica delle parti.
Pertanto, sottolinea la Corte, la mancata motivazione da parte del giudice sul rifiuto di esercizio di tale potere di indagine non è censurabile in Cassazione ove sia pur implicitamente desumibile che il magistrato abbia ritenuto sufficienti i dati istruttori acquisiti in giudizio [6].
[1] Cass. ord. n. 2445/15 del 9.02.2015.
[2] Art. 337 sexies e 156 cod. civ .
[3] Cass. sent. n. 6769/07 del 22.03.2007.
[4] Cass. sent. n. 17199 dell’11.07. 2013 e. n. 9915 del 24.04.2007.
[5] Cfr. Cass. sent. n.11517/2014 e sent. 3905/2011.
[6] Cass. sent. n. 16575 del 18.06.2008.

References: Cass. 
 Art. 337
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.