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Timestamp: 2018-09-20 21:55:39+00:00

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Corte di Cassazione Sezioni Unite n° 18356/09 – danno non patrimoniale – liti bagattellari -danni non risarcibili- 19.08.09. - - Giudice di Pace
Corte di Cassazione Sezioni Unite n° 18356/09 – danno non patrimoniale – liti bagattellari -danni non risarcibili- 19.08.09. -
“Come è noto queste Sezioni Unite, con quattro contestuali sentenze di contenuto identico (nn. 26972, 26973, 26974 e 26975 in data 11 novembre 2008) hanno di recente proceduto ad una rilettura in chiave costituzionale del disposto dell'art. 2059 cc, da leggersi come norma che regola i limiti e le condizioni di risarcibilità dei pregiudizi non patrimoniali sul presupposto dell'esistenza di tutti gli elementi costitutivi dell'illecito richiesti dall'art. 2043 c.c., e cioè: la condotta illecita, 'ingiusta lesione di interessi tutelati dall'ordinamento, il nesso causale tra la prima e la seconda, la sussistenza di un concreto pregiudizio patito dal titolare dell'interesse leso. In tale prospettiva la peculiarità del danno non patrimoniale viene individuata nella sua tipicità, avuto riguardo alla natura dell'art. 2059 c.c., quale norma di rinvio ai casi previsti dalla legge ovvero ai diritti costituzionali inviolabili presieduti dalla tutela minima risarcitoria, con la precisazione in quest'ultimo caso, che la rilevanza costituzionale deve riguardare l'interesse leso e non il pregiudizio conseguentemente sofferto e che la risarcibilità del pregiudizio non patrimoniale presuppone, altresì, che la lesione sia grave e che il danno non sia futile”.
Sentenza 19 agosto 2009, n. 18356 (pres. Carbone, rel. Mensitieri)
Con citazione notificata il 9 novembre 2004 C.C. conveniva in giudizio dinanzi al giudice di pace di Benevento la RAI Radiotelevisione Italiana spa deducendo che in data 21.10.2004 le era stato inviato da tale società sollecito di pagamento del canone televisivo;
che tale sollecito era stato preceduto da altri due inviati il 29 aprile e il 3 maggio dello stesso anno ai quali era stato risposto compilando questionario - cartolina specificandosi che il suo nucleo familiare già provvedeva a pagare annualmente il canone il cui abbonamento era intestato ad uno dei componenti effettivi e conviventi della famiglia;che la ricezione continua di detti solleciti, nonostante le risposte inviate, le creava danni da disagio, discredito, ansia e stress.
Osserva parte ricorrente che essendo l'A.F. sostanzialmente destinataria degli effetti della sentenza del giudice di pace essa doveva assumere nel giudizio il ruolo di necessario contraddittore. In realtà l'A.F. era il vero ed effettivo soggetto titolare del rapporto d'imposta mentre la RAI, mera "longa manus" era priva di legittimazione sostanziale. L'A.F. doveva considerarsi pertanto parte necessaria del giudizio in cui si verteva sulla legittimità o meno dell'invio di comunicazioni che facevano parte del procedimento tributario di accertamento della debenza di un'imposta che andava a beneficio diretto del bilancio dello Stato.
Mentre essa RAI, recapitando gli avvisi in parola, dai quali peraltro nessun obbligo o sanzione scaturiva a carico dei destinatari, si limitava a svolgere un'attività doverosa, di carattere materiale e meramente strumentale rispetto alle funzioni di accertamento e riscossione del canone di abbonamento televisivo, di esclusiva competenza dell'A.F..
I due motivi, da esaminarsi congiuntamente stante la loro stretta connessione, sono inammissibili.
Essi, invero, pur formalmente deducendo violazione di norme processuali e di principi informatori del diritto, esulano dalle censure consentite in sede di legittimità avverso le sentenze emesse secondo equità dal giudice di pace.
Merita puntualizzare che non è in discussione la "legitimatio ad causam", che è istituto processuale ricollegabile al principio di cui all'art. 81 c.p.c., e riferibile al soggetto che ha il potere di esercitare l'azione in giudizio ovvero nei cui confronti tale azione può essere esercitata, bensì si eccepisce l'effettiva titolarità passiva della pretesa risarcitoria, sul presupposto dell'estraneità al fatto dedotto in giudizio.
Trattasi di una questione che comporta una disamina e una decisione attinente al merito della controversia e non alle regole procedurali, con la conseguenza che, in relazione ad essa, non è esperibile il ricorso per cassazione, ammesso - avverso le sentenze pronunciate, come quella in esame, dal giudice di pace secondo equità - oltre che per violazione delle regole procedurali, solo per violazione di norme costituzionali e comunitarie di rango superiore alle norme ordinarie o dei principi informatori della materia e per carenza assoluta, mera apparenza o radicale ed insanabile contraddittorietà della motivazione e non anche per violazione o falsa applicazione di legge ex art. 360 c.p.c., n. 3, (vedi sul punto la citata sentenza n. 12885/2009).
Osserva la ricorrente che essendo assorbenti i rilievi svolti attinenti a questioni meramente processuali doveva considerarsi superflua una dettagliata analisi della gravata sentenza nella parte relativa al merito della controversia, dovendo questa Suprema Corte cassare senza rinvio.
Rileva, comunque, nel merito che il giudice "a quo" avrebbe potuto qualificare in termini di illiceità anche ex art. 2043 c.c., o sulla base di un più generale principio equitativo al quale tale norma si riporta, la comunicazione di essa RAI soltanto qualora avesse motivatamente dimostrato che tale comunicazione avesse caratteristiche tali da integrare un"aggressione alla sfera psico-fisica di una persona normale".
Il motivo di ricorso riguarda il punto della decisione che ha riconosciuto il risarcimento a titolo di danno esistenziale identificato nella costrizione indotta ripetutamente ad occuparsi delle problematiche attinenti all'obbligatorietà dell'abbonamento alla televisione e nel turbamento della quiete e tranquillità psichica della C., destinataria di immotivate diffide, con prospettazione reiterata di accertamenti e sanzioni, produttiva di un clima di intimidazione arbitraria, causa di disagio, ansia e stress.
Come è noto queste Sezioni Unite, con quattro contestuali sentenze di contenuto identico (nn. 26972, 26973, 26974 e 26975 in data 11 novembre 2008)hanno di recente proceduto ad una rilettura in chiave costituzionale del disposto dell'art. 2059 cc, ritenuto principio informatore del diritto, come tale vincolante anche nel giudizio di equità, da leggersi - non già come disciplina di un'autonoma fattispecie di illecito, produttiva di danno non patrimoniale, distinta da quella di cui all'art. 2043 c.c. - bensì come norma che regola i limiti e le condizioni di risarcibilità dei pregiudizi non patrimoniali (intesa come categoria omnicomprensiva, all'interno della quale non è possibile individuare, se non con funzione meramente descrittiva, ulteriori sottocategorie) sul presupposto dell'esistenza di tutti gli elementi costitutivi dell'illecito richiesti dall'art. 2043 c.c., e cioè: la condotta illecita, 'ingiusta lesione di interessi tutelati dall'ordinamento, il nesso causale tra la prima e la seconda, la sussistenza di un concreto pregiudizio patito dal titolare dell'interesse leso.
La Corte, accoglie il quinto motivo del ricorso, rigetta gli altri;cassa, in relazione al motivo accolto l'impugnata sentenza e decidendo nel merito rigetta la domanda di risarcimento danni proposta da C.C.. Compensa tra le parti le spese dell'intero giudizio.
Depositato in Cancelleria il 19 agosto 2009.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2043
 sentenza