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Cassazione - Sezione prima - sentenza 2 ottobre - 14 novembre 2008, n. 27237
Difficile sollevare eccezioni all'esame ematologico in sede di giudizio di accertamento della paternità
(Sezione prima, sentenza n. 27237/08; depositata l' 8 novembre)
E’ ormai principio consolidato, per la corte Suprema, che il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisca un comportamento valutabile ai sensi dell’art.116, secondo comma, cod. proc. civ. La possibilità di desumere argomenti di prova dal comportamento processuale dei soggetti coinvolti spiega l’importanza indiziale rivestita dal rifiuto del preteso padre di sottoporsi agli accertamenti biologici ai fini della dimostrazione di fondatezza della domanda di accertamento di paternità. Lo ha ribadito la Corte di cassazione con la sentenza 27237/08 (qui leggibile come documento correlato).
Compatibilità tra l’esame biologico e le norme sulla privacy. Non può costituire una giustificazione del diniego di sottoposizione al test la considerazione che quest’ultimo violi la legge sulla riservatezza. Occorre, infatti, considerare che l’uso dei dati sensibili nell’ambito del giudizio è rivolto meramente a fini di giustizia ed, inoltre, il sanitario chiamato dal giudice a compiere l’accertamento è tenuto tanto al segreto professionale che al rispetto della legge anzidetta.
Tutela della personalità e libera determinazione della parte. E’ stato rilevato che la sottoposizione al prelievo non è coattiva, ma è lasciata alla libera accettazione dell’interessato. Rovescio della medaglia è che l’eventuale ingiustificato rifiuto, costituendo un comportamento processuale, consente al giudice di trarne elementi di convinzione.
Conformità ai principi costituzionali. L’esame ematico in sede di giudizio di accertamento di paternità appare del tutto conforme al disposto dell’art. 30, comma 4, Cost., che demanda alla legge di determinare i modi per la ricerca della paternità; nonché, all’art. 13, comma 2, Cost., che prevede che nessuna ispezione, perquisizione o restrizione della libertà personale è consentita, se non nei casi previsti dalla legge e su atto motivato dell’autorità giudiziaria, dal momento che l’art. 269, comma 2, c.c., in attuazione di detti disposti costituzionali stabilisce che la prova della paternità può essere data con qualsiasi mezzo, tra cui può ben comprendersi anche l’esame ematico.
Il giudice delle leggi ha, inoltre, già avuto occasione di accertare che il prelievo ematico (di ordinaria amministrazione medica) non lede la dignità o la psiche della persona (art. 2 Cost.) né mette in pericolo la vita, l’incolumità o la salute, né tanto meno costituisce un trattamento sanitario obbligatorio (art. 32 Cost.). (g.gio.)
Presidente Luccioli - Relatore Ragonesi
Con ricorso depositato il 10.11.2003, S. S., madre di S. A., nato a omissis il omissis, chiese al Tribunale per i minorenni di Cagliari che venisse dichiarata ammissibile l'azione per la dichiarazione giudiziale di paternità naturale che intendeva proporre nei confronti di C. P..
Dedusse che aveva avuto con il C. una relazione sentimentale durata circa 10 anni, nota agli amici comuni ed ai rispettivi parenti. Nell'anno omissis la ricorrente era rimasta in stato di gravidanza ma il C. si era progressivamente allontanato e dal settimo mese di gravidanza aveva anche interrotto la relazione. In data omissis era nato il piccolo A., riconosciuto solo dalla madre, mentre il C. aveva mostrato un totale disinteresse verso il bambino, diffondendo notizie diffamatorie sulla ricorrente cosi da mettere in dubbio la paternità.
All'udienza fissata per la comparizione delle parti, il C. si costituì in giudizio, negando che vi fosse stata una relazione affettiva tra lui e la ricorrente, essendosi trattato di semplice amicizia, e chiedendo il rigetto del ricorso.
Al termine della sommaria istruttoria, con decreto 29.3.2004 il Tribunale dichiarò ammissibile l'azione di dichiarazione giudiziale di paternità che la S. intendeva proporre nei confronti del C..
Il decreto di ammissibilità divenne definitivo in mancanza di impugnazione.
Con ricorso depositato il 30.7.2004, la S. chiese che venisse dichiarata la paternità naturale del figlio A. in capo al C..
Ribadiva di aver avuto con il resistente una relazione sentimentale durata circa dieci anni, interrotta in occasione della circostanze dedotte nella fase sommaria.
II C., costituitosi, contestò la procedibilità o ammissibilità del ricorso e, nel merito, ne chiese il rigetto.
La causa, istruita con ammissione di consulenza ematologia, con assunzione di prova testimoniale e produzioni documentali, venne decisa dal Tribunale con sentenza del 23.11.2006/19.1.2007, con la quale sì dichiarò che S. A., nato a omissis il omissis era figlio di C. P. e si pose a carico di quest'ultimo un assegno per il mantenimento del minore.
Avverso la predetta sentenza proponeva appello il C. che veniva rigettato dalla Corte d'appello di Cagliari sez min con sentenza del 28.11.07.
Avverso quest'ultima ricorre per cassazione il C. sulla base di quattro motivi cui resiste con controricorso la S..
Con il primo motivo il ricorrente contesta le conclusioni che la Corte d'appello ha tratto dalla prova testimoniale laddove ha ritenuto che da questa fosse risultata una frequentazione tra esso e la S. risalente negli anni e sulla base di questo dato, in assenza di elementi probatori specifici, ha ritenuto il carattere sentimentale di tale frequentazione e che da essa fosse nato il piccolo A..
Con il secondo motivo si assume l'erroneità della valutazione da parte della Corte d'appello della prova testimoniale in base alla quale ha ritenuto provato che quattro mesi prima della nascita del piccolo A. esso ricorrente e la S. avevano trascorso le vacanze di natale presso la sorella di quest'ultima in omissis; circostanza smentita da altri testi.
Con il terzo motivo contesta che il giudice di merito abbia tratto elementi di giudizio dal suo rifiuto di sottoporsi al test ematico in quanto tale rifiuto era giustificato dallo stato di turbamento che tale esame gli provocava.
Con il quarto motivo assume l'erroneità della pronuncia che stabilisce il pagamento dell'assegno di mantenimento del minore dalla domanda anziché dal passaggio in giudicato della sentenza dichiarativa della paternità.
Il primo motivo del ricorso è inammissibile.
Lo stesso risulta proposto sotto il profilo della violazione di legge, in particolare perché la Corte d'appello avrebbe desunto l'esistenza di una relazione sentimentale in assenza di presunzioni gravi, precise e concordanti.
Il quesito posto a corredo di detto motivo non risulta tuttavia adeguato.
Le Sezioni Unite di questa Corte hanno precisato che a norma dell'art. 366 “bis” cod. proc. civ. è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione il cui quesito di diritto si risolva in un'enunciazione di carattere generale e astratto, priva di qualunque indicazione sul tipo della controversia e sulla sua riconducibilità alla fattispecie in esame, tale da non consentire alcuna risposta utile a definire la causa nel senso voluto dal ricorrente, non potendosi desumere il quesito dal contenuto del motivo o integrare il primo con il secondo, pena la sostanziale abrogazione del suddetto articolo (Cass. sez. un. 6420/08; Cass. 21153/07).
Nel caso di specie il quesito chiede se “la prova della sola frequentazione tra la madre e l'asserito padre, in assenza di ulteriori elementi obiettivi univoci e concordanti” costituisce presunzione idonea ai sensi degli artt. 269 e 2729 c.c. a fondare l'accertamento della paternità naturale.
Lo stesso, infatti, non solo è del tutto generico e privo di alcun riferimento specifico al caso di specie, ma dà artificiosamente per acquisito il fatto che la sentenza avesse accertato soltanto l'esistenza di una mera frequentazione tra le parti e che non fossero risultati in giudizio altri elementi indiziari; circostanza invece smentita da parte dello stesso motivo, ove ci si duole in punto di fatto che le risultanze probatorie poste dalla Corte d'appello a base della decisione non fossero invece idonee a provare l'esistenza del detto rapporto sentimentale.
Il quesito per essere correttamente posto, avrebbe pertanto dovuto far necessariamente riferimento alle circostanze accertate dalla Corte d'appello per chiedere se le stesse potessero considerarsi presunzioni rispettose dei criteri di cui agli artt. 269 e 2729 c.c.
Anche il secondo motivo, proposto ai sensi dell'art. 360 comma 5, appare in violazione dell'art. 366 bis c.p.c. Lo stesso, infatti, avrebbe dovuto contenere la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rendeva inidonea a giustificare la decisione; in altri termini doveva rappresentare un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscrivesse puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (Cass. sez. un. 20603/07).
La mancanza di detta sintesi rende il motivo inammissibile.
Questa Corte ha ripetutamente affermato che il rifiuto ingiustificato di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice ai sensi dell'art. 116, secondo comma, cod. proc. civ., potendo questi desumere argomenti di prova dal comportamento processuale dei soggetti coinvolti, e, in particolare, dal rifiuto del preteso padre di sottoporsi agli accertamenti biologici, e potendo persino trarre la dimostrazione della fondatezza della domanda esclusivamente dalla condotta processuale del preteso padre, globalmente considerata e posta in opportuna correlazione con le dichiarazioni della madre (Cass. 6694/06; Cass. 13276/06; Cass. 3563/06; Cass. 13776/01).
Ciò premesso, i rilievi in diritto sviluppati nel motivo di ricorso non consentono di individuare un ambito di giustificazione del rifiuto opposto dal ricorrente al test ematico con riferimento a possibili violazioni della legge sulla riservatezza e della tutela della personalità del ricorrente e della sua libertà.
Questa Corte ha già osservato che il rifiuto di cui sopra non può ritenersi giustificato con il mero richiamo a possibili violazioni della legge n. 675 del 1996 sulla tutela della riservatezza, tenuto conto sia del fatto che l'uso dei dati nell'ambito del giudizio non può che essere rivolto a fini di giustizia e sia del fatto che il sanitario chiamato dal giudice a compiere l'accertamento è tenuto tanto al segreto professionale che al rispetto della legge anzidetta (Cass. 13766/01).
Quanto alla tutela della personalità e della libera determinazione della parte, è sufficiente rilevare che la sottoposizione al prelievo non è coattiva, ma è lasciata alla libera accettazione dell'interessato. D'altra parte, l'eventuale rifiuto ingiustificato, costituendo un comportamento processuale, rientra nella generale previsione dell'art. 116 comma 2° c.p.c., che consente al giudice di trarre elementi di convinzione da detto comportamento e non può certo costituire un elemento di coazione nei confronti della libera scelta del soggetto.
Sotto tale profilo si rivela manifestamente infondata la questione di costituzionalità sollevata dal ricorrente proprio in considerazione del fatto che il prelievo non riveste carattere coattivo onde nessuna violazione della libertà personale è ipotizzabile, essendo lasciata alla parte la scelta se sottoporsi o meno al prelievo.
Non può, a tale proposito, non osservarsi che l'esame ematico in sede di giudizio di accertamento di paternità appare del tutto conforme al disposto dell'art. 30 comma 4 Cost., che demanda alla legge di determinare i modi per la ricerca della paternità, nonché dell'art. 13 comma 2 Cost., che prevede che nessuna ispezione, perquisizione o restrizione della libertà personale è consentita se non nei casi previsti dalla legge e su atto motivato dell'autorità giudiziaria, dal momento che l'art. 269 comma 2 c.c., in attuazione di detti disposti costituzionali stabilisce che la prova della paternità può essere data con qualsiasi mezzo, tra cui può quindi comprendersi anche l'esame ematico (v C. Cost. 54/86; C. Cost. 194/96).
Il giudice delle leggi ha, inoltre, già avuto occasione di affermare che il prelievo ematico (di ordinaria amministrazione nella pratica medica) non lede la dignità o la psiche della persona (art. 2 Cost.) né mette in pericolo la vita, l'incolumità e la salute né tanto meno costituisce un trattamento sanitario obbligatorio (art. 32 Cost.) (C. Cost. 194/96).
Il quarto motivo infine è inammissibile.
La censura secondo cui l'obbligo per l'altro genitore di concorrere alle spese di mantenimento del figlio fin dal momento della nascita possa essere fatto valere solo dopo il passaggio in giudicato della sentenza dichiarativa della paternità non risulta essere stata proposta con l'atto d'appello. Nella sentenza impugnata, infatti, non si rinviene traccia di tale questione, avendo il giudice di seconde cure rigettato il relativo motivo di appello ritenendo congruo l'importo liquidato in via equitativa, né il ricorrente lamenta una omessa motivazione sul punto in riferimento ad una doglianza proposta nella fase di merito.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate in euro 3500,00 per onorari, oltre euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali e accessori di legge.

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