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Timestamp: 2018-02-18 03:17:48+00:00

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Novità fiscali del 29 settembre 2011, presunzioni, pagamenti dalla P.A. e tanto altro...
Novità fiscali del 29 settembre 2011, presunzioni, pagamenti dalla P.A. e tanto altro…
in Consulenza del lavoro, Diario quotidiano
1) Presunzioni bancarie sui versamenti: per il fisco valgono per tutti i contribuenti
2) Pagamenti della Pubblica Amministrazione ai privati: blocco accentuato
3) Società fittizia: caso in cui la spesa è deducibile
4) Sanatoria sugli omessi versamenti Iva: è incompatibile con la Ue
5) Obbligo di versamento del contributo di finanziamento dell’indennità economica di malattia: circolare Inps
6) Fondo di solidarietà per il sostegno del reddito: istruzioni contabili dall’Inps
7) CNDCEC: rinnovo “allineato” dei collegi dei revisori degli ordini territoriali
8) Periodo di comporto: il conto lo deve tenere il lavoratore
Vanno tassati i versamenti sul conto corrente bancario privi di giustificazione, e ciò vale non soltanto per i professionisti e gli imprenditori ma anche per i collaboratori e per qualunque altro contribuente.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19692 del 27 settembre 2011, che ha dato ragione all’Amministrazione finanziaria avverso un ricorso presentato dall’amministratore di una azienda che percepiva redditi da questa sulla base di un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa.
Tale soggetto sosteneva che il fisco non potesse controllargli i movimenti bancari poiché non era ne un professionista ne un imprenditore.
Tra l’altro, il tutto è scaturito da una indagine della Guardia di finanza presso l’istituto bancario dove il contribuente aveva acceso due conti, era scattato un accertamento del maggior reddito sulla base di ingenti versamenti, non giustificati dallo stesso contribuente.
In realtà, ha motivato nella propria sentenza la Corte Suprema, “gli artt. 32 e 38 D.P.R. n. 600/ 1973 hanno portata generale e pertanto riguardano la rettifica delle dichiarazioni dei redditi di qualsiasi contribuente, quale che sia la natura dell’attività dagli stessi svolta e dalla quale quei redditi provengano, la qual cosa in particolare è da ritenersi per quanto relativo all’applicabilità della presunzione di cui all’art. 32, comma 1, n. 2”.
Quindi, afferma la Cassazione, nessuno può “impedire all’ufficio di desumere per qualsiasi contribuente che i versamenti operati sui propri conti correnti, e privi di giustificazione, costituiscano reddito, dovendosi ritenere tale attività accertativa pienamente consentita dalla norma in esame e assolutamente ragionevole”.
Tuttavia, se i versamenti in banca possono essere usati dal fisco come base dell’accertamento sintetico per qualunque contribuente lo stesso non può dirsi per i prelievi che sono indice di maggior reddito solo degli imprenditori.
Il giudice di legittimità ha poi fornito altre due precisazioni e cioè che per la verifica in banca è sufficiente l’autorizzazione dell’istituto e poi che, in tale ipotesi, il contraddittorio con il contribuente non è obbligatorio.
La Ragioneria generale dello Stato, con la circolare n. 27/Rgs del 23 settembre 2011, ha fornito nuovi chiarimenti sui versamenti dovuti dalla pubblica amministrazione ai privati e sul blocco dei pagamenti sopra a € 10.000,00.
E’ necessario procedere ad un controllo preventivo con Equitalia e verificare che il creditore non abbia con l’Erario cartelle di pagamento sospese, anche se il credito deriva da una sentenza o da un provvedimento esecutivo.
Se le somme sono assegnate dal giudice dell’esecuzione i controlli dovranno riguardare il creditore assegnatario e non quello originario.
Nessun blocco dei pagamenti, invece, in caso di contributi e finanziamenti alle imprese previsti da leggi o in esecuzione di progetti cofinanziati dall’Unione europea.
La Ragioneria, dunque, è intervenuta in primo luogo sulla possibilità che il blocco del pagamento possa operare anche nel caso in cui l’obbligazione della Pa non nasca da un contratto ma da un altro atto conforme ai principi dell’ordinamento giuridico.
In sostanza, può accadere che l’obbligazione al pagamento derivi, pur in assenza di un contratto scritto, ad es. da un risarcimento per fatto illecito o per pagamenti indebiti o per responsabilità precontrattuale. Anche in presenza di una sentenza passata in giudicato l’amministrazione è tenuta alla verifica preventiva con Equitalia e all’eventuale blocco del pagamento.
Sul fronte dei trasferimenti alle imprese sotto forma di incentivi, la Ragioneria ricorda che le amministrazioni dovranno procedere a una valutazione caso per caso.
E l’obbligo della verifica preventiva con Equitalia decade davanti al fatto che l’incentivo erogato alle imprese risulta finalizzato “al raggiungimento degli obiettivi ritenuti prioritari per il soddisfacimento del benessere della collettività”.
Con un modello allegato alla circolare le singole amministrazioni interessate potranno chiedere ad Equitalia di sapere se il creditore sia ancora inadempiente con l’Erario.
La Corte di Cassazione con la sentenza n. 19786 del 2011, si è soffermata sull’ipotesi in cui la società sia fittizia, ma la spesa possa comunque essere dedotta dal reddito, ha, infatti, stabilito che sono deducibili le spese che le imprese sostengono per pagare prestazioni professionali delle quali hanno effettivamente usufruito anche se a fatturarle sia stata una società fittizia.
Tuttavia, occorre il rispetto delle seguenti condizioni:
– L’ammontare della cifra deve essere certa e precisa;
– un soggetto terzo, diverso da quello che ha fatturato, deve avere effettivamente reso il servizio richiesto;
– il tipo di prestazione i cui costi si vogliono detrarre deve essere inerente all’attività esercitata dal contribuente.
Nel caso di specie, la Cassazione ha respinto il ricorso di una società di servizi che fornisce modelle per le sfilate o i servizi fotografici.
Tale società voleva detrarre dei costi che una società inglese effettuava per rifornirla delle ragazze.
Ma, tramite documentazione delle autorità britanniche, è emerso che la società inglese era fittizia e non vi era alcuna traccia di attività di reclutamento di modelle svolta da altri.
In pratica, il contribuente non ha fornito la prova di aver ricevuto un simile servizio nemmeno da soggetti diversi da quello che aveva emesso le false fatture.
Pertanto, ha concluso la Suprema Corte, ai fini della determinazione del reddito di impresa, anche i costi relativi a operazioni soggettivamente inesistenti possono essere dedotti, purché il contribuente ne dimostri l’effettiva sussistenza, l’ammontare e l’inerenza.
Per il giudice di legittimità è incompatibile con la Ue la sanatoria sugli omessi versamenti Iva.
Anche la sanatoria degli omessi versamenti Iva, prevista dalle norme sui condoni del 2002, risulta incompatibile con la direttiva comunitaria.
L’indicazione è giunta dalla Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19681 del 27 settembre 2011. La decisione ha richiamato il pronunciamento della Corte di giustizia, 17 luglio 2008, causa C-132/06, sull’incompatibilità dei condoni Iva italiani con le disposizioni comunitarie.
La Cassazione ha sostenuto che la sentenza dei giudici europei ha una portata generale, estesa a qualsiasi misura nazionale con la quale lo Stato membro rinuncia in modo generale o indiscriminato al pagamento di quanto dovuto per l’Iva. Con la precedente sentenza n. 20068/2009 la stessa Corte di Cassazione ha stabilito che anche la definizione delle liti pendenti disciplinata all’articolo 16 della Legge 289/2002 rientrava nell’incompatibilità con i precetti comunitari. Questo anche se, poi, con la sentenza n. 3676/2010 e con la successiva n. 19333 del 22 settembre 2011, è stato stabilito che la definizione delle liti pendenti non comporta una rinuncia dell’Amministrazione finanziaria all’accertamento dell’imposta, ma permette semplicemente la definizione di una lite in corso con il contribuente, così da ridurre il contenzioso in atto.
Ora, la Cassazione precisa, comunque, che la definizione dei ritardati od omessi versamenti (articolo 9-bis della legge 289/2002) risulta in contrasto con la direttiva comunitaria e, pertanto, deve essere disapplicata.
Ciò poiché le misure con cui lo Stato membro rinuncia a una corretta applicazione e riscossione dell’Iva devono ritenersi incompatibili con la disciplina comunitaria anche in relazione alle sanzioni per le violazioni che regolano gli obblighi di dichiarazione e versamento dell’Iva (con la sanatoria degli omessi versamenti del 2002 decadevano le sanzioni dovute).
Le sanzioni, infatti, osserva la Cassazione, hanno lo scopo di determinare il corretto adempimento di un obbligo nascente dal diritto comunitario.
La neo sentenza n. 19681, infine, si é occupata dell’efficacia della sanatoria degli omessi versamenti per le imposte dirette e, in particolare, del perfezionamento del “perdono”.
La Corte ha osservato che per tale sanatoria non veniva stabilito, diversamente, ad esempio, dal condono tombale e dall’integrativa semplice, che il perfezionamento si otteneva con il pagamento della prima rata e che l’omesso versamento delle rate successive non determinava l’inefficacia della definizione.
Pertanto, se il pagamento non è avvenuto nei termini previsti (in unica soluzione o ratealmente), la sanatoria degli omessi versamenti é priva di effetti.
A decorrere dal 1° maggio 2011, anche i datori di lavoro, che hanno corrisposto per legge o per contratto collettivo (anche di diritto comune) il trattamento economico di malattia, sono obbligati a versare la contribuzione di malattia come stabilito dall’art. 31 della legge n. 41/1986.
L’Inps, con la circolare n. 122 del 28 settembre 2011, ha fornito i criteri di applicazione sull’obbligo di versamento del contributo di finanziamento dell’indennità economica di malattia.
In particolare, sui criteri di applicazione dell’art. 20, comma 1, del D.L. 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni nella legge 6 agosto 2008,n. 133, come modificato dall’art. 18, comma 16, del D.L. 6 luglio 2011, n.98, convertito con modificazioni nella legge 15 luglio 2011, n. 111.
Sull’obbligo di versamento del contributo di finanziamento dell’indennità di malattia si è sviluppato un notevole contenzioso, basato sulla disposizione recata dall’art. 6, comma 2, della legge n. 138/1943 il quale esonera l’INPS dal pagamento dell’indennità di malattia quando il relativo trattamento economico venga corrisposto per legge o per contratto collettivo dal datore di lavoro.
La Corte Costituzionale, con sentenza n. 48 dell’8 febbraio 2010, nel dichiarare non fondata la questione di legittimità costituzionale.
Per effetto della norma, venuto meno l’esonero ex art. 20 comma 1 del DL n. 112/2008, a partire dal 1° maggio 2011, l’obbligo di versamento del contributo di malattia è riaffermato in via generale per tutti i datori di lavoro indicati nella tabella G di cui alla legge n. 41/86, con riferimento ai lavoratori aventi diritto all’indennità economica di malattia.
A tal fine, l’Inps ha chiarito che la norma non estende il campo di operatività della normativa in materia di trattamento economico di malattia, ma si limita a ripristinare l’obbligo di contribuzione in relazione a tutti i lavoratori i quali fossero già inclusi nell’ambito di applicazione della stessa in base alla normativa previgente; essa è infatti tesa unicamente a rimuovere l’eventuale possibilità di esonero legata all’obbligo per il datore di lavoro (derivante da norma di legge o da contrattazione collettiva) di corrispondere nei casi di malattia una prestazione di valore non inferiore a quella prevista dalla legge.
Dall’interpretazione combinata della norma è, pertanto, emerso che l’esonero dall’obbligo di versamento della contribuzione di malattia si applica, fino al 30 aprile 2011, relativamente ai datori di lavoro che abbiano corrisposto l’indennità giornaliera, a ciò tenuti da una norma di legge o dalla contrattazione collettiva (nazionale ovvero territoriale).
Le eventuali istanze di annullamento di note di rettifica ovvero le richieste di sgravio di cartelle esattoriali emesse per il recupero della contribuzione di malattia in argomento, potranno trovare accoglimento solo in relazione a periodi antecedenti il 1° maggio 2011 e dopo attenta verifica dei presupposti fondanti l’esonero dal versamento della predetta contribuzione.
Infine, l’Inps precisa che la norma stabilisce la irripetibilità della contribuzione comunque versata per i periodi anteriori al 1° maggio 2011.
Per conseguenza, non potranno essere accolte le istanze di rimborso relative ai versamenti effettuati per periodi antecedenti il 1° maggio 2011, sebbene presentate dai datori di lavoro che abbiano assicurato ai propri dipendenti un trattamento economico sostitutivo dell’indennità giornaliera di malattia.
Istituzione del “Fondo di solidarietà per il sostegno del reddito, dell’occupazione e della riconversione e riqualificazione professionale del personale dipendente dalle imprese assicuratrici”.
Su tale disciplina, l’Inps, con la circolare n. 123 del 28 settembre 2011, ha fornito le istruzioni contabili.
Il Decreto ministeriale 21 gennaio 2011, n. 33 (in G.U. n. 73 del 30/03/2011), adottato ai sensi dell’art. 17, c. 3 della legge 23 agosto 1988, n. 400, ha istituito presso l’Inps il “Fondo di solidarietà per il sostegno del reddito, dell’occupazione e della riconversione e riqualificazione professionale del personale delle imprese assicuratrici”, dettandone il relativo Regolamento.
Il Fondo ha lo scopo di attuare interventi per il sostegno del reddito nei confronti dei lavoratori delle imprese cui si applica il contratto collettivo di settore.
Viene rilevato a tal proposito che, avendo come base la contrattazione collettiva relativa al personale non dirigente, il fondo di solidarietà si applica con esclusivo riferimento al suddetto personale. Il Fondo gode di autonoma gestione finanziaria e patrimoniale.
Il Fondo, nell’ambito ed in connessione con processi di ristrutturazione, di situazioni di crisi, di riorganizzazione aziendale, di riduzione o trasformazione di attività o di lavoro, ha lo scopo di fornire alle imprese che applicano il contratto collettivo del settore delle assicurazioni uno strumento di supporto, che favorisca il mutamento ed il rinnovamento delle professionalità e realizzi politiche attive di sostegno del reddito e dell’occupazione.
Nell’ambito dei processi di ristrutturazione o di situazioni di crisi aziendale, il Fondo provvede:
– a contribuire al finanziamento di programmi formativi di riconversione o riqualificazione professionale, anche in concorso con gli appositi Fondi nazionali o comunitari;
– al finanziamento di specifici trattamenti a favore dei lavoratori interessati da riduzioni dell’orario di lavoro o da sospensione temporanea dell’attività lavorativa, anche in concorso con gli appositi strumenti di sostegno previsti dalla legislazione vigente;
all’erogazione, in forma rateale, di assegni straordinari per il sostegno del reddito riconosciuti ai lavoratori ammessi a fruirne nell’ambito dei processi di agevolazione all’esodo, per un periodo massimo di 60 mesi sino alla fine del mese antecedente a quello previsto per la decorrenza della pensione.
Il Fondo, nei casi di riduzione dell’orario di lavoro o di sospensione temporanea dell’attività lavorativa, nonché per i periodi di erogazione dell’assegno straordinario per il sostegno del reddito versa, altresì, la correlata contribuzione figurativa di cui all’art. 2, c. 28, lett. b) della legge 23/12/1996, n. 662.
Le prestazioni del Fondo sono finanziate dai seguenti contributi.
La neo circolare dell’Inps è poi passata ad illustrare:
– Le modalità di compilazione del flusso Uniemens;
– contributo straordinario (contribuzione correlata all’assegno straordinario);
– istruzioni contabili.
Il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili con la nota informativa n. 65 del 28 settembre 2011 ha precisato che le elezioni dei nuovi Collegi dei Revisori si dovranno tenere contestualmente alle elezioni dei Consigli degli Ordini in carica nel periodo 1 gennaio 2013 – 31 dicembre 2016.
Tutto ciò sulla base della delibera assunta nella seduta del 21 settembre scorso, causata dalla mancanza di una norma transitoria che disponga anche per i collegi dei revisori la durata del primo mandato in 5 anni, rischiando così (ove non fosse stata assunta tale delibera) il disallineamento delle elezioni tra Collegi dei Revisori e dei Consigli dell’Ordine, in aperto contrasto con le previsioni dell’art. 24, comma 1 del D.Lgs. n. 139/2005.
Il datore deve valutare nel complesso la sequenza di episodi morbosi per prognosi di incompatibilità.
Spetta al lavoratore in malattia tenere il conto dei giorni di assenza e non è compito del datore avvertirlo che il periodo di conservazione del posto (comporto) è in scadenza.
Nel licenziamento disciplinare vi è l’esigenza dell’immediatezza del recesso, per garantire il diritto di difesa dell’incolpato, mentre in quello per il superamento del periodo di comporto l’interesse del lavoratore alla certezza della vicenda contrattuale va contemperato con le esigenze dell’impresa che deva valutare nel complesso la sequenza di episodi morbosi del lavoratore ai fini di una prognosi di incompatibilità della sua presenza in rapporto agli interessi aziendali.
(Corte di Cassazione, sentenza n. 19234 del 2011)
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