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Timestamp: 2019-11-12 14:35:56+00:00

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GrNet.it • Spending review. Adesso tocca ai Tar
Spending review. Adesso tocca ai Tar
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Inviato: sab giu 14, 2014 11:30 pm
Dal 1° ottobre bisognerà recarsi alla sede di Palermo.
Catania dice addio alla sede del Tribunale amministrativo regionale.
A stabilirlo è stato ieri il Consiglio dei ministri, che su proposta del Presidente, Matteo Renzi, ha approvato un pacchetto di misure che riformano la Pubblica Amministrazione, dall’organizzazione degli uffici alle riforme costituzionali.
Nell’ambito della soppressione di enti e uffici, il Governo ha stabilito la chiusura, a decorrere dal 1° ottobre, delle nove sezioni distaccate, attualmente operative in Italia, dei tribunali amministrativi regionali.
Tra queste la sede etnea del Tar, che chiuderà dunque i battenti: le controversie amministrative di tutta l’isola verranno trattate dai giudici del tribunale amministrativo di Palermo.
Oltre Catania, chiuderanno gli uffici di Pescara, Reggio Calabria, Salerno, Parma, Latina, Brescia, Lecce e Bolzano.
Una decisione, quella adottata dal Governo, che non ha avuto riscontri positivi da parte dei vertici del Tar catanese: “Una scelta che risponde forse più ad esigenze di immagine – ha commentato il presidente facente funzioni del Tar di Catania, Salvo Veneziano -: si vuole mostrare di voler tagliare, ma in realtà non si avranno benefici nè economici nè in termini di efficienza, soprattutto per le grandi sedi”.
Veneziano ha ricordato inoltre come nel capoluogo etneo, che può contare attualmente su quattro sezioni del tribunale contro le tre palermitane, i contenziosi siano superiori alla sede di Palermo.
Re: Spending review. Adesso tocca ai Tar
Inviato: dom giu 15, 2014 5:31 pm
RECORD DI ARRETRATI PER IL TRIBUNALE ETNEO
Renzi chiude il Tar di Catania
Trasferiti 54mila ricorsi pendenti
Notizia del 15 giugno 2014
La sezione distaccata del Tar di Catania è destinata a scomparire. Lo prevede uno della sessantina di articoli del dl sulla Pubblica amministrazione varato venerdì scorso dal consiglio dei ministri che dall’1 ottobre prossimo mette i lucchetti alle sezioni distaccate dei tribunali amministrativi in Italia con relativo trasferimento di personale e risorse finanziarie. Ed anche di ricorsi pendenti.
Su questo fronte la situazione di Catania è la più esplosiva. Al Tar del capoluogo etneo gli arretrati segnano punte limite, secondo in Italia solo dopo il Tar del Lazio con i suoi 54.445 ricorsi pendenti. Entro il 15 settembre il governo dovrà predisporre il decreto con le regole del trasferimento alla sezione regionale centrale del tribunale amministrativo di Palermo. Quando il decreto diventerà operativo, tutti i nuovi ricorsi confluiranno al Tar centrale.
La decisione del consiglio dei ministri ha già prodotto reazioni. La soppressione delle sezione staccate dei Tar, sostiene il presidente facente funzioni, Salvatore Veneziano, “risponde forse più esigenze di immagine del governo, di volere tagliare: ma i benefici di efficienza e economici sfumano, soprattutto per le grandi sedi”. Veneziano, ricorda che nel capoluogo etneo “il numero di sezioni, quattro contro tre, e i contenziosi sono superiori alla sede di Palermo”.
Inviato: mer lug 23, 2014 4:23 pm
La I Commissione Affari Costituzionali della Camera ha approvato ieri un emendamento all’articolo 18 del DL 90/2014.
Il decreto legge prevedeva in origine l’immediata soppressione di tutte le sezioni staccate dei Tribunali Amministrativi Regionali, tranne Bolzano.
L’emendamento fa ora salve tutte le sezioni distaccate del Tar che si trovano nelle sedi di Corti d’Appello.
Si tratta di Salerno, Reggio Calabria, Lecce, Brescia e Catania. Rinviata inoltre di un anno la prevista soppressione delle altre sedi (Latina, Pescara, Parma).
Questo il testo dell’emendamento approvato.
Inviato: mer lug 23, 2014 4:49 pm
da nabboni
panorama ha scritto: TAR. “Salvi” Catania, Lecce, Salerno, Brescia e Reggio Calabria
Renzi è tutto fumo, magari tra un anno apriranno i TAR a Crotone, Lodi, Piacenza, Lucca, etc.
Inviato: gio ago 28, 2014 12:11 pm
non solo Tar ma anche,
http://www.unmondoditaliani.com/riforma ... 140826.htm" onclick="window.open(this.href);return false;
Inviato: sab set 13, 2014 8:53 pm
Giustizia: Napolitano firma il decreto sul civile. Taglio delle ferie: 30 giorni anziché 45
http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2014 ... reto.shtml" onclick="window.open(this.href);return false;
-	Giuseppe FRIGO “
-	Paolo GROSSI “
-	Giorgio LATTANZI “
-	Aldo CAROSI “
-	Marta CARTABIA “
-	Sergio MATTARELLA “
-	Mario Rosario MORELLI “
-	Giancarlo CORAGGIO “
-	Giuliano AMATO “
-	Silvana SCIARRA “
-	Daria de PRETIS “
-	Nicolò ZANON “
A sostegno di tali istanze, il Governo deduce che: a) la normativa oggetto dei quesiti, disciplinando l’esercizio della funzione giudiziaria di primo grado e la stessa organizzazione della magistratura ordinaria, costituisce una legge costituzionalmente necessaria, la cui vigenza è indispensabile per assicurare il funzionamento e la continuità degli organi costituzionali e a rilevanza costituzionale, nonché per garantire una tutela minima a diritti e situazioni che tale tutela esigono secondo la Costituzione, e non può, perciò, essere puramente e semplicemente abrogata (sono citate le sentenze della Corte costituzionale n. 12 del 2014, n. 16 del 2008, n. 48, n. 47, n. 46 e n. 45 del 2005, n. 49 del 2000, n. 35 del 1997 e n. 32 del 1993);
b) l’abrogazione per via referendaria di detta normativa, la quale determinerebbe «non solo l’abrogazione della nuova conformazione territoriale della competenza dei singoli uffici giudiziari, ma anche degli uffici stessi, istituiti attraverso le norme che si intendono colpire», non comporterebbe la reviviscenza della precedente disciplina (sentenze n. 12 del 2014, n. 13 del 2012, n. 28 e n. 24 del 2011), di tal ché «all’esito favorevole del voto referendario conseguirebbe l’assenza di qualsivoglia normativa in grado di garantire, pur nell’eventualità di inerzia legislativa, la costante operatività della funzione giudiziaria, con lesione del diritto costituzionalmente garantito della tutela dei diritti dinanzi all’autorità giudiziaria (art. 24 Cost.) secondo le regole del giusto processo (art. 111 Cost.)» (è nuovamente citata la sentenza n. 12 del 2014, la quale avrebbe evidenziato anche la configurazione del referendum abrogativo quale «atto libero e sovrano di legiferazione popolare negativa che non può direttamente costruire una [nuova o vecchia] normativa»), con conseguente inammissibilità dei referendum; c) i quesiti difettano «della necessaria omogeneità», atteso che, anche a volere prescindere dalla sostanziale differenza intercorrente tra i tribunali e le relative procure della Repubblica e le sezioni distaccate di tribunale, le disposizioni delle quali si richiede l’abrogazione hanno soppresso uffici giudiziari relativi ad àmbiti territoriali molto diversi per dimensione, numero di abitanti e realtà socio-economica nella quale si inserivano e che è possibile che ‒ come già sottolineato dalla sentenza n. 12 del 2014 ‒ il cittadino valuti in modo diverso l’accorpamento dei vari tipi di uffici giudiziari e intenda esprimersi a favore della soppressione di alcuni e del mantenimento di altri, situazione in cui, pertanto, sarebbe difficile sostenere che la libertà di voto sia effettivamente rispettata nei termini indicati dalla Corte costituzionale sin dalla sentenza n. 16 del 1978 (a quest’ultimo riguardo, sono citate anche le sentenze della stessa Corte n. 47 del 1991, n. 65 e n. 64 del 1990 e n. 27 del 1981 e viene, inoltre, affermato che la molteplicità e la diversità degli uffici giudiziari interessati dai quesiti «non garantiscono l’autenticità dell’espressione della volontà popolare, anche in ragione del fatto che in molti casi il voto del cittadino potrebbe essere fortemente condizionato da specifici interessi localistici in grado di obliterare qualsiasi considerazione sulla bontà della disposizione complessivamente intesa»); d) i quesiti non soddisfano «i requisiti di chiarezza, univocità e puntualità» in quanto hanno ad oggetto diversi testi legislativi di «indiscutibile complessità» e si presentano «di non facile comprensione», con conseguente pregiudizio della libertà di voto del cittadino anche sotto tale aspetto.
Inviato: dom mag 05, 2019 5:47 pm
ricorso Accolto ( di questi ne stanno diverse sentenze in questi ultimi tempi) - ( sarà discriminazione rispetto al altro genere umano? Chi si e chi no )
1) - promozione alla qualifica di dirigente generale del 10.12.2013 del dipartimento di pubblica sicurezza, a soli fini giuridici, senza alcuna determinazione riguardo al trattamento economico, agli effetti pensionistici, previdenziale e di fine servizio derivanti dall’interruzione del rapporto di pubblico impiego.
2) - Il ricorso merita accoglimento, come da analoghi precedenti della Sezione (cfr. TAR Lazio, sez. 1 quater N. 09442/2018) da cui il Collegio non ha motivo di discostarsi, anche dopo il recente intervento
della Corte Costituzionale che con sentenza n. 200 del 15 novembre 2018 ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 9, comma 21, terzo periodo, del decreto-legge 31 maggio 2010, n.78, convertito, con modificazioni, in legge 30 luglio 2010, n. 122, e dell’art.16, comma 1, lettera b), del decreto-legge 6 luglio 2011, n.98, convertito, con modificazioni, in legge 15 luglio 2011, n. 111, come integrato dall'art. 1, comma 1, lettera a), primo periodo, del d.P.R. 4 settembre 2013, n. 122 (Regolamento in materia di proroga del blocco della contrattazione e degli automatismi stipendiali per i pubblici dipendenti, a norma dell'articolo 16, commi 1, 2 e 3, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111), sollevate, in riferimento all’art. 3 della Costituzione, dalla Corte dei Conti con l’ordinanza del 13 gennaio 2017, nella parte in cui «dette norme non hanno previsto, nei confronti dei soggetti che sarebbero cessati dal servizio nell'arco temporale della "cristallizzazione", la valorizzazione in quiescenza, a decorrere dalla data di cessazione del blocco, degli emolumenti pensionabili derivanti dalle progressioni di carriera conseguite durante il blocco stesso».
3) - Né può influire su tale ricostruzione - tenuto conto che ai sensi dell'art. 1866 del d.lgs. n. 66 del 2010 e dell'art. 53 del d.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1092 (Approvazione del testo unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato), la base pensionabile si determina con riferimento allo stipendio e agli emolumenti retributivi pensionabili integralmente percepiti in attività di servizio- il fatto che anche la Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per il Friuli Venezia Giulia, con la recente sentenza n.112/2018 del 12.12.2018, proprio alla luce dell’interpretazione data dalla Corte Costituzionale all’art.9, co. 21, del D.L. n. 78/2010, abbia testualmente ritenuto che “…non è revocabile in dubbio che per i dipendenti pubblici collocati in quiescenza nel periodo di blocco degli incrementi retributivi, la liquidazione del trattamento di pensione debba essere commisurata alla retribuzione “spettante” secondo la disciplina applicabile ratione temporis…”.
SENTENZA sede di ROMA, sezione SEZIONE 1Q, numero provv.: 201905498 ,
N. 05498/2019 REG. PROV. COLL.
N. 03177/2014 REG. RIC.
sul ricorso numero di registro generale 3177 del 2014, proposto da Luigi Gianfico, rappresentato e difeso dall'avvocato Maurizio Barca, con domicilio fisico ex art.25 c.p.a. eletto presso il suo studio in Roma, Piazzale Clodio, 12;
Ministero dell'Interno, Ministero dell'Economia e delle Finanze, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentati e difesi dall'Avvocatura Generale dello Stato, domiciliataria ex lege in Roma, via dei Portoghesi, 12;
del provvedimento, disposto, tra le altre fonti, ai sensi e per gli effetti della Legge 23 dicembre 2005 n. 266 art. 1, comma 260, lettera b) — del Decreto Legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito con modificazioni nella Legge 30 luglio 2010, n. 122 e del Decreto Legge 26 marzo 2011, n. 27, convertito con modificazioni nella legge 23 maggio 2011, n. 74, di promozione alla qualifica di dirigente generale del 10.12.2013 del dipartimento di pubblica sicurezza, a soli fini giuridici, senza alcuna determinazione riguardo al trattamento economico, agli effetti pensionistici, previdenziale e di fine servizio derivanti dall’interruzione del rapporto di pubblico impiego.
del diritto del ricorrente al riconoscimento e percezione — sino al soddisfo - anche degli effetti economici derivanti ex lege dal decreto di promozione oggetto dell'odierno gravame, avente natura di provvedimento amministrativo con effetti economici di natura pensionistica e previdenziale, con corresponsione delle correlate somme dovute anche a titolo di trattamento di fine servizio.
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno e di Ministero dell'Economia e delle Finanze;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 2 aprile 2019 la dott.ssa Ines Simona Immacolata Pisano e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Con il ricorso in epigrafe il dr. Luigi Gianfico ha proposto ricorso, deducendone l’illegittimità sotto vari profili, per l'annullamento del decreto ministeriale datato 10.12.2013, conosciuto in data 18 dicembre 2013, nella parte in cui gli ha conferito la promozione alla qualifica di dirigente generale di pubblica sicurezza, a decorrere dal 31 dicembre 2013 (giorno precedente alla collocazione a riposo per raggiunti limiti di età, del 1°gennaio 2014) esclusivamente ai fini giuridici, ai sensi del decreto legge n. 78 del 31 maggio 2010, convertito in legge 30 luglio 2010 n. 122.
In particolare, parte ricorrente con un articolato motivo di censura ha dedotto violazione dell'art. 1, comma 260 della legge n. 266 del 2005 ed erronea applicazione dell'art. 9, comma 21 del D.L. n.78 del 2010, conv. dalla Legge n. 122 del 2010, argomentando come nel caso in esame il richiamo al Decreto Legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito con modificazioni nella Legge 30 luglio 2010, n. 122, illegittimamente inserito e contenuto nel preambolo del provvedimento oggetto dell'odierno gravame, abbia l'evidente finalità di attribuire illegittimamente i soli effetti giuridici all'atipica progressione di carriera del Dirigente Superiore della Polizia di Stato, prevista invece ex lege — con i previsti effetti pensionistici e previdenziali, così determinando un'evidente e macroscopica disparità di trattamento da una parte rispetto ai Colleghi di pari qualifica dirigenziale del ricorrente che hanno usufruito, antecedentemente al 1° gennaio 2011, del trattamento di quiescenza ex lege 266/2005, pertanto con promozione alla qualifica superiore il giorno precedente il collocamento in quiescenza, ma con l'attribuzione dei legittimi, connessi benefici di carattere sia giuridico che economico, dall'altra rispetto ai Colleghi di pari qualifica dirigenziale interessati, ex post, dal trattamento di quiescenza solo con decorrenza 1 gennaio 2014.
Inoltre, il provvedimento impugnato sarebbe lesivo del legittimo affidamento riposto dal ricorrente medesimo suí diritti acquisiti e consolidati, derivanti dall'applicazione della Legge 266/2005 oltre che viziato da travisamento dei fatti posti a fondamento della sua adozione e illogicità manifesta, che si evincerebbe anche in ordine al contestuale richiamo, nel preambolo del provvedimento impugnato, della fonte normativa di cui alla legge 266/2005, mai abrogata dalla Legge di conversione n. 122/2010 del Decreto Legge a 78/2010, con evidente contrasto di principi e la conseguente adozione formale di un decreto non supportato da una logica, razionale ed esaustiva motivazione.
In via subordinata, ha eccepito l’illegittimità costituzionale dell’art. 9, comma 21, della Legge n.122/2010 nella parte in cui ha imposto il “congelamento” dei precedenti benefici economici previsti dalla Legge n.266/2005.
In via subordinata, ha eccepito l’illegittimità costituzionale dell’art. 9, comma 21, della Legge n.122/2010, nella parte in cui ha imposto il “congelamento” dei precedenti benefici economici previsti dalla Legge n.266/2005.
L’amministrazione si è costituita con articolata memoria per avversare il ricorso.
Argomenta in particolare l’amministrazione che il ricorrente è stato promosso alla qualifica di dirigente generale di pubblica sicurezza a decorrere dal giorno precedente alla cessazione dal servizio, senza però aver mai potuto fruire dei conseguenti benefici economici sul trattamento di quiescenza e di previdenza in quanto, essendo stato collocato a riposo nel corso del 2013, in applicazione dell'articolo 9, comma 21, del decreto legislativo n. 78 del 2010, la sua progressione in carriera ha prodotto effetti solo ai fini giuridici.
In particolare, il Dr. Gianfico, vantando un'anzianità di almeno cinque anni nella qualifica di dirigente superiore della Polizia di Stato, ha regolarmente beneficiato (ex art. 1, comma 260, lettera b, della legge n. 266 del 2005) dell'automatica promozione alla qualifica di dirigente generale di pubblica sicurezza, a decorrere dal 31.12.2013, giorno precedente la cessazione dal servizio, vedendosi poi attribuire l'assegno "una tantum" (spettante, come già detto, solo in costanza di rapporto lavorativo) soltanto per quell'ultimo ed unico giorno di servizio (31.12.2013) in cui ha virtualmente ricoperto, nell'anno 2013, le funzioni della superiore qualifica di dirigente generale.
Tuttavia, l'art. 9, comma 21, del decreto legislativo n. 78 del 2010, avendo previsto il riconoscimento ai soli fini giuridici delle progressioni di carriera, comunque denominate, disposte negli anni 2011, 2012 e 2013, ha impedito che la promozione a dirigente generale conferita al dott. Gianfico esplicasse i propri effetti (sia durante che dopo il periodo del blocco) anche ai fini retributivi, della buonuscita e del trattamento previdenziale. Conseguentemente, la pretesa del ricorrente sarebbe infondata.
Il ricorso merita accoglimento, come da analoghi precedenti della Sezione (cfr. TAR Lazio, sez. 1 quater N. 09442/2018) da cui il Collegio non ha motivo di discostarsi, anche dopo il recente intervento
In particolare, il Collegio non rinviene nella richiamata decisione alcun elemento per supportare la tesi sostenuta dall’amministrazione, secondo cui i principi ivi affermati essendo validi - secondo la Consulta - per tutti i dipendenti pubblici (promossi e cessati durante il blocco) che abbiano non solo conseguito la promozione alla qualifica superiore, ma anche svolto per un certo periodo le relative funzioni, varrebbero a maggior ragione per quei lavoratori pubblici che, come l’odierno ricorrente, abbiano beneficiato (sempre durante il blocco) della promozione “alla vigilia”, a decorrere dal giorno precedente a quello della cessazione dal servizio, senza quindi mai assumere gli incarichi ed i compiti connessi a tale progressione di carriera.
Nella fattispecie presa in esame dalla Consulta, infatti, il ricorrente ha lamentato di non aver avuto il trattamento economico del grado di ammiraglio ispettore capo - promozione conseguita il 30 agosto 2012, in vigenza del blocco del correlato incremento stipendiale disposto dalle norme censurate- nonché degli incrementi retributivi derivanti dalle progressioni di carriera maturate in data precedente al proprio collocamento a riposo ma durante il periodo del blocco (concluso al 31 dicembre 2014), e di aver avuto la pensione determinata in relazione alla base pensionabile correlata al trattamento economico inferiore al grado rivestito alla data di cessazione dal servizio.
Si tratta, quindi, di questione inerente all’applicazione dell’art.9 del D.L. n.78/2018 alla progressione di carriera maturata dal dipendente pubblico in costanza del blocco.
Nel presente ricorso invece, come già evidenziato in precedenti della Sezione riguardanti casi del tutto analoghi, il provvedimento impugnato costituisce, al contrario, effetto di una erronea applicazione dell’art. 9, comma 21, secondo e terzo periodo del D.L. n. 78/2010 – che riguarda esclusivamente le promozioni conseguite a seguito di una valutazione e strumentali a vere e proprie progressioni in carriera, con correlato esercizio di funzioni in mansioni superiori nell’ambito del rapporto di lavoro in atto disposte negli anni interessati - anche all’ipotesi di promozione attribuita il giorno prima del pensionamento di cui all’art.1, comma 260, lett.b), della legge n.266 del 2005 che, come la Sezione ha già avuto modo di chiarire, riguarda una fattispecie ben diversa, trattandosi di promozione che discende direttamente dalla legge, senza alcuna valutazione né tanto meno alcun confronto comparativo tra concorrenti, con attribuzione automatica il giorno antecedente il collocamento a riposo in quiescenza del dirigente superiore, in possesso della necessaria anzianità nella qualifica prevista ex lege.
A tale beneficio il legislatore stesso ha voluto, con una norma speciale, collegare peculiari effetti, sotto l’aspetto giuridico del conseguimento della effettiva qualifica superiore di dirigente generale e, sotto l’aspetto economico, della attribuzione dello stipendio di dirigente generale (sia pure limitatamente all’ultimo giorno di servizio, alla vigilia del collocamento a riposo, anticipato), quale esigenza perequativa e ristoro economico per essere rimasti per il periodo di 5 anni in un grado soppresso (dal d.lgs. n. 165 del 2001 per tutta la Pubblica Amministrazione), con incidenza diretta sul trattamento pensionistico, che si giustifica proprio in ragione di tali effetti, in quanto altrimenti sarebbe del tutto svuotato di significato.
Il congelamento di che trattasi, riferito soltanto agli anni specificamente individuati - 2011, 2012 e 2013 - non può, perciò, che riguardare unicamente gli effetti economici di tali ultime promozioni, come anche evidenziato dalla stessa Amministrazione riguardo tale blocco intervenuto e giustificato nel suo complesso dalle notorie esigenze di contenimento della spesa pubblica e non anche fattispecie regolate da una disciplina speciale, quale è quella delle c.d. “promozioni alla vigilia”.
Peraltro, proprio in ragione di tale limitazione temporale della mancata esplicazione degli effetti economici, la norma in questione era stata già in passato ritenuta costituzionalmente legittima e giustificata dalla finalità di temporanea “cristallizzazione” del trattamento economico dei dipendenti pubblici interessati per le predette esigenze (cfr. Corte Costituzionale, sentenza n. 154/2014, che ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 9, comma 21, secondo e terzo periodo, del D.L. n. 78/2010 sollevata in riferimento agli artt. 2, 3, 36, 53 e 97 Cost., sul presupposto delle caratteristiche della norma e del “carattere eccezionale, transeunte, non arbitrario, consentaneo allo scopo prefissato nonché temporalmente limitato dei sacrifici richiesti” ai dipendenti in attività di servizio), laddove il mantenimento degli effetti economici della promozione attribuita al ricorrente conseguente alla non applicazione alla stessa del sopravvenuto art. 9, comma 21, del D.L. n. 78/2010 si giustifica in ragione del carattere speciale e peculiare della norma di cui al citato art. 1, comma 260, della legge n. 266/2005, in applicazione del principio “lex specialis derogat generali”.
Né può influire su tale ricostruzione - tenuto conto che ai sensi dell'art. 1866 del d.lgs. n. 66 del 2010 e dell'art. 53 del d.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1092 (Approvazione del testo unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato), la base pensionabile si determina con riferimento allo stipendio e agli emolumenti retributivi pensionabili integralmente percepiti in attività di servizio- il fatto che anche la Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per il Friuli Venezia Giulia, con la recente sentenza n.112/2018 del 12.12.2018, proprio alla luce dell’interpretazione data dalla Corte Costituzionale all’art.9, co. 21, del D.L. n. 78/2010, abbia testualmente ritenuto che “…non è revocabile in dubbio che per i dipendenti pubblici collocati in quiescenza nel periodo di blocco degli incrementi retributivi, la liquidazione del trattamento di pensione debba essere commisurata alla retribuzione “spettante” secondo la disciplina applicabile ratione temporis…”.
Infatti, nella fattispecie esaminata nel presente ricorso, la disciplina della retribuzione spettante ratione temporis è, appunto, quella dettata dall’art.1, comma 260, lett.b), della legge n.266 del 2005, successivamente abrogata, che anche per un solo giorno ha voluto riconoscere, con una norma ad hoc, ai dipendenti “promossi alla vigilia” allo status giuridico di dirigenti generali della Polizia di Stato anche il corrispondente trattamento economico.
Conseguentemente il ricorso è fondato e deve essere accolto, con annullamento in parte qua dei provvedimenti impugnati e obbligo per l’Amministrazione dell’Interno resistente di attribuire al ricorrente gli effetti economici derivanti dalla sua promozione a dirigente generale e per gli adempimenti conseguenti.
Le spese di giudizio seguono la soccombenza e sono poste a carico del Ministero dell’Interno resistente con liquidazione come in dispositivo e sono compensate per il Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima Quater), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei sensi e per gli effetti di cui in motivazione.
Condanna il Ministero dell’Interno resistente al pagamento delle spese di giudizio in favore del ricorrente da liquidare in euro 1.500,00 (millecinquecento) oltre oneri e diritti come per legge.
Spese di giudizio compensate per il Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Inviato: dom mag 05, 2019 5:54 pm
Nei mesi scorsi ho letto altre sentenze del genere
SENTENZA sede di ROMA, sezione SEZIONE 1Q, numero provv.: 201905496 ,
N. 05496/2019 REG. PROV. COLL.
N. 05685/2017 REG. RIC.
sul ricorso numero di registro generale 5685 del 2017, proposto da Salvatore Margherito, rappresentato e difeso dall'avvocato Maurizio Barca, con domicilio fisico ex art.25 c.p.a. eletto presso il suo studio in Roma, via Italo Panattoni 4;
Ministero dell'Interno Presso Avvocatura Generale dello Stato non costituito in giudizio;
Ministero dell'Economia e delle Finanze Presso Avvocatura Generale dello Stato non costituito in giudizio;
del provvedimento di promozione alla qualifica di Dirigente Generale del 27 maggio 2013, disposto, tra le altre fonti, ai sensi e per gli effetti della Legge 23 dicembre 2005 n. 266 art. 1, comma 260, lettera b) - del Decreto Legge 31 maggio 2010 n. 78 e del Decreto Legge 26 maggio 2011 n. 27;
di ogni suo atto presupposto, connesso e/o consequenziale, in particolare del provvedimento ob relationem del 27 marzo 2017 - Prot. n. 105064 - conosciuto dal ricorrente in data 28 marzo 2017, adottato dalla Prefettura di Roma - Ufficio Territoriale del Governo - con il quale si confermava - con esaustive motivazioni a supporto - l'applicazione del blocco economico per il quadriennio 2011/2014 anche per il personale Dirigenziale della Polizia di Stato, ai sensi e per gli effetti di cui alla Legge122/2010.
Con il ricorso in epigrafe il ricorrente, Dott. Salvatore Margherito, già in servizio d’Istituto con la qualifica di Dirigente Superiore della Polizia di Stato, collocato in quiescenza, con decorrenza 1 gennaio 2013, per aver raggiunto il relativo limite temporale di 63 anni previsto ex lege per la permanenza in servizio, ha proposto ricorso, deducendone l’illegittimità sotto vari profili, per l’annullamento del decreto del provvedimento in epigrafe con cui è stata disposta ai soli fini giuridici la promozione alla qualifica di dirigente generale, a decorrere dal 1 marzo 2013 (giorno precedente la cessazione dal servizio), senza alcuna determinazione riguardo al trattamento economico (agli effetti pensionistici, previdenziale e di fine servizio derivanti dall’interruzione del rapporto di pubblico impiego).
Inoltre, il provvedimento impugnato sarebbe lesivo del legittimo affidamento riposto dal ricorrente medesimo sui diritti acquisiti e consolidati, derivanti dall'applicazione della Legge 266/2005 oltre che viziato da travisamento dei fatti posti a fondamento della sua adozione e illogicità manifesta, che si evincerebbe anche in ordine al contestuale richiamo, nel preambolo del provvedimento impugnato, della fonte normativa di cui alla legge 266/2005, mai abrogata dalla Legge di conversione n. 122/2010 del Decreto Legge a 78/2010, con evidente contrasto di principi e la conseguente adozione formale di un decreto non supportato da una logica, razionale ed esaustiva motivazione.
L’amministrazione non si è costituita in giudizio e nell’odierna udienza la causa è stata trattenuta in decisione.
Le spese di giudizio seguono la soccombenza e sono poste a carico del Ministero dell’Interno con liquidazione come in dispositivo.
Condanna il Ministero dell’Interno al pagamento delle spese di giudizio in favore del ricorrente da liquidare in euro 1.500,00 (millecinquecento) oltre oneri e diritti come per legge.
Inviato: dom mag 05, 2019 5:59 pm
SENTENZA sede di ROMA, sezione SEZIONE 1Q, numero provv.: 201905495 ,
N. 05495/2019 REG. PROV. COLL.
N. 05997/2014 REG. RIC.
sul ricorso numero di registro generale 5997 del 2014, proposto da Dante Consiglio, rappresentato e difeso dall'avvocato Maurizio Barca, con domicilio fisico ex art.25 c.p.a. eletto presso il suo studio in Roma, Piazzale Clodio, 12;
Ministero dell'Interno, Ministero dell'Economia e delle Finanze, rappresentati e difesi dall'Avvocatura dello Stato, domiciliataria ex lege in Roma, via dei Portoghesi, 12;
del provvedimento del 24 gennaio 2014 conosciuto in data 19 febbraio 2014 disposto, tra le altre fonti, ai sensi e per gli effetti della Legge 23 dicembre 2005 n. 266 art. 1, comma 260, lettera b) — del Decreto Legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito con modificazioni nella Legge 30 luglio 2010, n. 122 e del Decreto Legge 26 marzo 2011, n. 27, convertito con modificazioni nella legge 23 maggio 2011, n. 74, con cui è stata disposta ai soli fini giuridici la promozione alla qualifica di dirigente generale a decorrere dal 19 febbraio 2014 (giorno precedente la cessazione dal servizio), senza alcuna determinazione riguardo al trattamento economico, agli effetti pensionistici, previdenziale e di fine servizio derivanti dall’interruzione del rapporto di pubblico impiego.
Con il ricorso in epigrafe il dr. Dante Consiglio, dirigente generale della Polizia di Stato in quiescenza, ha chiesto l’annullamento, deducendone l’illegittimità sotto vari profili, del provvedimento in epigrafe con cui è stata disposta ai soli fini giuridici la promozione alla qualifica di dirigente generale, a decorrere dal 19 febbraio 2014 (giorno precedente la cessazione dal servizio), senza alcuna determinazione riguardo al trattamento economico agli effetti pensionistici, previdenziale e di fine servizio derivanti dall’interruzione del rapporto di pubblico impiego.
In particolare, parte ricorrente con un articolato motivo di censura ha dedotto violazione dell'art. 1, comma 260 della legge n. 266 del 2005 ed erronea applicazione dell'art. 9, comma 21 del d.l. n.78 del 2010, conv. dalla L.n. 122/2010, argomentando come nel caso in esame il richiamo al d.l. 31 maggio 2010, n. 78, convertito con modificazioni nella L.30 luglio 2010, n. 122, ad avviso di parte ricorrente illegittimamente inserito e contenuto nel preambolo del provvedimento oggetto dell'odierno gravame, abbia l'evidente finalità di attribuire illegittimamente i soli effetti giuridici all'atipica progressione di carriera del dirigente superiore della Polizia di Stato, prevista invece ex lege con i relativi effetti pensionistici e previdenziali.
In tal modo, si verrebbe a determinare una macroscopica disparità di trattamento da una parte rispetto ai colleghi di pari qualifica dirigenziale del ricorrente che hanno usufruito, antecedentemente al 1° gennaio 2011, del trattamento di quiescenza ex lege 266/2005 (quindi con promozione alla qualifica superiore il giorno precedente il collocamento in quiescenza, ma con l'attribuzione dei legittimi, connessi benefici di carattere sia giuridico che economico); dall'altra, rispetto ai colleghi di pari qualifica dirigenziale interessati, ex post, dal trattamento di quiescenza solo con decorrenza 1° gennaio 2014.
Inoltre, il provvedimento impugnato sarebbe lesivo del legittimo affidamento riposto dal ricorrente medesimo sui diritti acquisiti e consolidati, derivanti dall'applicazione della L. n. 266/2005 oltre che viziato da travisamento dei fatti posti a fondamento della sua adozione e da illogicità manifesta, che si evincerebbe anche in ordine al contestuale richiamo, nel preambolo del provvedimento impugnato, della fonte normativa di cui alla legge 266/2005, mai abrogata dalla L. di conversione del d.l. 78/2010 n. 122/2010, con evidente contrasto di principi e conseguente adozione di un decreto non supportato da una logica, razionale ed esaustiva motivazione.
In via subordinata, ha eccepito l’illegittimità costituzionale dell’art. 9, comma 21, della L. n.122/2010 nella parte in cui ha imposto il “congelamento” dei precedenti benefici economici previsti dalla L. n.266/2005.
L’amministrazione si è costituita con articolata memoria per avversare il ricorso, depositando precedenti di reiezione (Tar Lazio, n.6702/2014).
Nell’odierna udienza, viste le ulteriori memorie delle parti, la causa è stata trattenuta in decisione.
Inviato: dom mag 05, 2019 6:01 pm
Mi fermo qui, perché ne stanno altre e uguali.
Inviato: ven lug 12, 2019 9:52 pm
Trattamento economico del personale della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia
1) - domanda di liquidazione di una indennità di buonuscita commisurata anche al servizio prestato con contratto a tempo determinato di diritto privato e alla retribuzione da ultimo percepita in forza di tale contratto.
2) - art. 7, commi 28, 29 e 30, della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 29 dicembre 2015, n. 33 (Legge collegata alla manovra di bilancio 2016-2018)
Sarebbe ragionevole l’autonoma disciplina riservata all’integrazione dell’indennità di buonuscita per i periodi di servizio di ruolo presso la Regione.
Per i periodi di servizio prestato con «contratto a tempo determinato di diritto privato», si applicherebbe la diversa disciplina del trattamento di fine rapporto. Non sarebbero violati i molteplici parametri costituzionali evocati dalla Corte rimettente.
Nella vicenda oggi sottoposta al vaglio di questa Corte, le previsioni censurate si applicano a fattispecie che si sono perfezionate in data antecedente al 13 gennaio 2016, data di entrata in vigore della legge reg. Friuli-Venezia Giulia n. 33 del 2015 (art. . Nel giudizio principale viene dunque in rilievo l’incidenza retroattiva che contraddistingue la disciplina in esame e su tale peculiare profilo si incentrano le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal rimettente.
7.3.– L’intento di vincolare la decisione di cause già pendenti, che coinvolgono un numero esiguo e agevolmente individuabile di parti, contrasta con la nozione stessa di motivi imperativi di interesse generale, orientati piuttosto a finalità di ampio respiro (sentenze n. 127 del 2015 e n. 1 del 2011).
Quanto alla tutela dell’equilibrio del bilancio della Regione, appaiono del tutto generici i riferimenti dei lavori preparatori ai risparmi di spesa, che il legislatore friulano si ripromette di conseguire con l’introduzione della disciplina sottoposta all’odierno scrutinio.

References: sentenza 
 sentenza 
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SENTENZA 
 art.25
 art. 1
 art. 1
 sentenza 
 art. 9
 art. 1
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SENTENZA 
 art.25
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SENTENZA 
 art.25
 art. 1
 art. 7