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Timestamp: 2019-07-17 23:31:17+00:00

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RESPONSABILITÁ DELL’APPALTATORE: sussiste anche per le opere di ristrutturazione – Forum Iuris
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RESPONSABILITÁ DELL’APPALTATORE: sussiste anche per le opere di ristrutturazione
Cassazione civile, Sezioni Unite, sentenza n.7756 del 27/03/2017 [Leggi provvedimento]
“L’art. 1669 c.c. è applicabile, ricorrendone tutte le altre condizioni, anche alle opere di ristrutturazione edilizia e, in genere, agli interventi manutentivi o modificativi di lunga durata su immobili preesistenti, che (rovinino o) presentino (evidente pericolo di rovina o) gravi difetti incidenti sul godimento e sulla normale utilizzazione del bene, secondo la destinazione propria di quest’ultimo”.
Questa la massima della Corte di Cassazione che, con sentenza a Sez. Unite n. 7756 del 27 marzo 2017, si è pronunciata circa l’ambito oggettivo e la natura giuridica di quella speciale ipotesi di responsabilità che si aggiunge agli artt. 1667 e 1668 c.c. in tema di appalti, prevedendo una garanzia per il committente nel caso in cui l’opera, costruita entro dieci anni, appaia rovinata o con gravi difetti.
Nel caso di specie i condomini citavano in giudizio la società venditrice e la ditta appaltatrice che, su incarico della prima, aveva eseguito lavori di ristrutturazione edilizia, per ottenere, ex art. 1669 c.c., il risarcimento dei danni manifestatisi in seguito.
Le due convenute, soccombenti in solido in primo grado, vedevano poi riformare la sentenza a loro vantaggio in sede d’appello. Il giudice di seconde cure aveva, infatti, escluso l’applicabilità di tale norma perché operante esclusivamente per vizi attinenti alle nuove costruzioni e non nel caso in cui la ditta avesse solo eseguito interventi postumi di ristrutturazione (con cambiamento della destinazione d’uso da ufficio ad abitazione).
I condomini, pertanto, proponevano ricorso per Cassazione che, ravvisando un contrasto giurisprudenziale sul tema, aveva rimesso la questione al Primo Presidente per assegnarla alle Sez. Unite.
La norma in questione, per inquadrare la responsabilità dell’appaltatore, si riferisce innanzitutto alla realizzazione di opere destinate alla lunga durata (beni immobili), nei casi in cui, entro il termine di 10 anni dalla loro ultimazione, presentino pericolo di rovina o gravi difetti.
Primo problema affrontato dalla sentenza è stato quindi quello di capire cosa abbia inteso il legislatore con l’utilizzo delle espressioni: “pericolo evidente di rovina” e “gravi difetti”.
La Cassazione chiarisce che il pericolo evidente di rovina è quello che si rivela esternamente per segni visibili ed esteriori, quali le modificazioni o alterazioni verificatesi negli elementi essenziali della statistica dell’edificio.
Tuttavia, osservano i giudici, bisogna concentrare l’attenzione sui “gravi difetti”.
Al riguardo, precedenti giurisprudenziali, facevano riferimento a quei difetti idonei a determinare una situazione di apprezzabile menomazione della possibilità di godimento del bene, rispetto alla funzione economica e pratica e secondo la sua intrinseca natura[1].
Il riferito indirizzo, eccessivamente restrittivo, è stato tuttavia superato dai più recenti arresti giurisprudenziali, i quali, ritengono che, per “gravi difetti”, vadano intesi, oltre a quelli che incidono sugli elementi essenziali della struttura immobiliare, anche le parti secondarie ed accessorie dell’opera, quando tali carenze siano idonee a comprometterne la funzionalità complessiva[2].
L’ambito applicativo della garanzia dell’art. 1669 c.c., è stato quindi ampliato rispetto ad alcuni difetti come quelli riguardanti: la pavimentazione interna ed esterna di una rampa di scale e di un muro di recinsione (Cass. 2238/2012); di opere di pavimentazione ed impiantistica (Cass. 1608/00); delle infiltrazioni d’acqua determinate da carenze dell’impermeabilizzazione (Cass. 117/00); dell’umidità dipendente da difetto di adeguata coibentazione termica (Cass. 21351/05).
La questione principale della sentenza è però capire se l’appaltatore risponda ex art. 1669 c.c. solo se il pericolo per l’edificio derivi da lavori di nuova costruzione o anche da opere di ristrutturazione su fabbricati preesistenti.
Ovviamente una risposta positiva sul punto finirebbe per ampliare la portata della garanzia.
L’indirizzo prevalente in giurisprudenza era, già in passato, quello che, maggiormente estensivo, riteneva applicabile la norma in oggetto ai casi di ricostruzione o costruzione di una nuova parte dell’immobile, anche alla presenza di interventi manutentivi-modificativi, destinati ad una lunga durata nel tempo, escludendo solo le opere di ristrutturazione ordinaria e quelle non destinate alla lunga durata.
La Cassazione, con la sentenza in esame, sposa proprio quest’orientamento, ritenendo indifferente che i vizi riguardino una costruzione interamente nuova oppure un’opera ristrutturata, essendo irragionevole prevedere un differente trattamento tra una fabbricazione iniziale e una ristrutturazione edilizia[3].
Operando, infatti, un’attenta esegesi della norma, si può notare come il termine “costruire” non significhi “edificare per la prima volta” ma “assemblare parti convenientemente disposte” dal latino “cum struere” ossia “ammassare insieme”.
Si conclude quindi che il legislatore intendeva riferirsi ad un’attività costruttiva che ricomprendesse sia quella originaria sia quella di ristrutturazione.
La Cassazione, inoltre, individua, ai fini della responsabilità ex art. 1669 c.c., la previsione di difetti su lavori “di ristrutturazione di più ampio respiro edilizio”[4] specificando che non devono manifestarsi in un singolo e limitato intervento ma lasciando all’interprete il compito di individuare, volta per volta, quali di essi sia idoneo a generare la responsabilità per l’appaltatore.
Altra questione affrontata dalla Cassazione, nella parte finale della motivazione, concerne poi la vexata quaestio della natura giuridica di tale forma di responsabilità.
Se per quanto riguarda l’art. 1667 c.c., l’orientamento maggioritario propende con facilità per la tesi contrattuale, più controversa appare invece la soluzione circa l’art. 1669 c.c..
La Suprema Corte opera in questo caso un’interpretazione sistematica e teleologica della norma partendo da una ricostruzione storico-evolutiva.
L’art. 1669 c.c. deriva, infatti, dal Codice napoleonico ed è stato trasposto nel codice del 1865 e poi in quello odierno, allo scopo di garantire il pacifico godimento degli immobili secondo la propria destinazione.
Inizialmente il baricentro della norma sembrava essere rivolto verso la necessità di tutelare l’interesse generale alla sicurezza dell’attività edificatoria allo scopo di preservare l’incolumità dei cittadini.
Si configurava, quindi, come una responsabilità extra-contrattuale che scaturiva da un contratto ma ne travalicava i confini, riconosciuta a tutela di qualsiasi terzo danneggiato[5].
Era pertanto speciale rispetto a quella generale dell’art. 2043 c.c., caratterizzata da una presunzione di responsabilità dell’appaltatore e con un regime liberatorio più gravoso rispetto a quest’ultima in cui spettava al danneggiato provare il nesso causale e la colpa del danneggiante.
Oggi le Sezioni Unite passano dall’ottica pubblicistica-aquiliana a quella privatistica-contrattuale.
In questo modo emerge maggiormente la finalità della norma di tutelare il normale godimento dell’immobile da parte del committente.
Se si guarda il dato sistematico, infatti, si nota come la norma si collochi nella disciplina contrattuale dell’appalto e non in quella della responsabilità extra-contrattuale.
Non poco rilevante è inoltre la scelta di indicare, tra i legittimati attivi all’azione ex art.1669 c.c., alcuni soggetti specifici e individuati come il committente o i suoi aventi causa, e non “chiunque” come nella disciplina ex art. 2043 c.c..
Per quanto riguarda il riferimento degli aventi causa, non sussistendo rispetto al committente alcun tipo di rapporto negoziale diretto, si potrebbe ipotizzare il riconoscimento di una responsabilità da contatto sociale qualificato, frutto della violazione di quei generici obblighi di protezione gravanti sull’appaltatore in virtù della particolare attività svolta.
Alla luce di tali considerazioni, le Sezioni Unite accolgono il ricorso e cassano la sentenza impugnata, con rinvio per le spese ad altra Sezione della Corte d’Appello.
[1] Si veda Cassazione sentenza n.19868/09.
[2] Si veda Cassazione sentenza n. 8140/04.
[3] Non a caso, la norma si riferisce ad un “difetto di costruzione”.
[4] In modo diverso rispetto alla nozione urbanistica di “ristrutturazione” che emerge dall’art. 3 D.P.R. 380/01
[5] Si veda Cassazione a Sez. Unite sent. n. 2284/2014.
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