Source: http://www.obiettivo-magistrato.com/2019/06/24/la-c-d-domanda-di-lavoro-quale-minaccia-alla-quale-non-segua-un-danno-altrui-recupero-della-distinzione-tra-i-delitti-di-estorsione-e-di-violenza-privata-e-riqualificazione-del-reato/
Timestamp: 2019-10-17 06:43:02+00:00

Document:
La c.d. domanda di lavoro quale minaccia alla quale non segua un danno altrui: recupero della distinzione tra i delitti di estorsione e di violenza privata e riqualificazione del reato - Obiettivo Magistrato - Corso Caringella
La c.d. domanda di lavoro quale minaccia alla quale non segua un danno altrui: recupero della distinzione tra i delitti di estorsione e di violenza privata e riqualificazione del reato
Cass., Sez. II Penale, 20 giugno 2019, n. 27556
Uno dei prevenuti proponeva ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Palermo, che ne aveva confermato la condanna alla pena di legge disposta dal giudice di prime cure in quanto ritenuto colpevole del delitto di concorso in tentata estorsione di cui al combinato disposto degli artt. 56, 110 e 629 c. p..
Con uno dei motivi di ricorso, l’imputato censurava infatti, ex art. 606, comma 1, lett. b) c.p.p., la sussunzione del fatto di reato ascrittogli nella fattispecie del concorso in tentata estorsione, atteso che l’assenza della forza intimidatrice delle frasi riferite e del danno ingiusto prospettato alla presunta vittima, quale la richiesta di assunzione presso un cantiere di lavoro effettuata da un soggetto precedentemente licenziato, avrebbe impedito di ritenere integrata la minaccia quale elemento costitutivo del reato de quo.
Il Collegio della Seconda Sezione penale ritiene parzialmente fondato il motivo di ricorso e dispone l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata con riferimento alla posizione del ricorrente, in ragione della necessità di riqualificare il fatto commesso quale delitto di violenza privata, sanzionato dall’art. 610 c.p..
La ricognizione della precedente giurisprudenza di legittimità consente infatti di recuperare il discrimen tra il delitto di estorsione e quello di violenza privata, identificato nel danno arrecato o meno alla vittima del reato dalla minaccia posta in essere dall’agente, in disparte il carattere ingiusto del profitto al quale tende l’attività intimidatoria.
Deve ritenersi esclusa, dunque, la condotta estorsiva laddove la minaccia realizzata dall’agente, pur rivolta ad un ingiusto profitto, non arreca alcun danno alla vittima del reato; chiamata quest’ultima, nella fattispecie, a retribuire attività effettive in ragione della limitazione dell’autonomia contrattuale e negoziale posta in essere dall’agente all’uopo di acquisire una posizione lavorativa regolare e tale da integrare gli estremi del delitto di violenza privata ex art. 610 c.p..
1.1 Con sentenza in data 22 dicembre 2017, la Corte di appello di Palermo, confermava la
pronuncia del Tribunale di Trapani del 21 giugno 2016 che aveva condannato alle pene di
legge Amico Giovanni in quanto ritenuto colpevole del delitto di concorso in tentata estorsione
di cui al capo D) della rubrica, Caronia Benedetto e Mazzarese Salvatore perché entrambi
colpevoli di concorso in abuso di ufficio agli stessi contestato al capo O) della rubrica.
Avverso detta sentenza proponevano ricorso per cassazione gli imputati tramite i rispettivi difensori di fiducia; l’Amico lamentava:
– violazione dell’art. 606 lett. b) cod.proc.pen. quanto alla ritenuta sussistenza del contestato
delitto di concorso in tentata estorsione, in assenza di qualsiasi minaccia idonea a fungere da
elemento costitutivo del reato, mancando la forza intimidatrice delle frasi riferite ed il danno
ingiusto prospettato alla presunta vittima poiché le richieste formulate dall’imputato avevano
sempre ad oggetto l’assunzione presso il cantiere di lavoro ed il pagamento delle spettanze per
l’attività regolarmente svolta.
2.1 II ricorso proposto nell’interesse dell’imputato Amico Giovanni è fondato nei termini che
verranno esposti.
Parzialmente fondato è invece il quarto ed ultimo motivo con il quale si deduce l’insussistenza
del danno ingiusto prospettato per effetto della attività intimidatoria; invero, sebbene con
doppia valutazione conforme i giudici di merito hanno specificato come la minaccia posta in
essere dal ricorrente unitamente ai correi in più occasioni non fosse finalizzata ad ottenere il
pagamento delle spettanze mai saldate, bensì proprio ad impedire la prosecuzione delle attività
lavorative da parte della ditta e ad ottenere la riassunzione dei lavoratori presso il cantiere da
cui erano stati pochi giorni prima licenziati, tale condotta non appare integrare la contestata
ipotesi di tentata estorsione, bensì la differente e meno grave fattispecie di violenza privata. In
particolare la giurisprudenza di questa corte nel delineare le differenze tra le due figure di
reato ha precisato che si configura il delitto di violenza privata e non quello di estorsione se la
minaccia posta in essere dall’agente, pur essendo diretta al conseguimento di un ingiusto
profitto, non arreca alcun danno alla vittima del reato (Sez. 6, n. 38661 del 28/09/2011,
Rv. 251052); così che ove la condotta intimidatoria abbia ad oggetto la richiesta di assunzione
presso un cantiere di lavoro effettuata da un soggetto precedentemente licenziato, non può
ritenersi sussistere la più grave fattispecie di tentata estorsione poiché l’agente non mira ad
imporre alcun danno ingiusto al datore di lavoro chiamato a retribuire la prestazione che si
intende effettivamente prestare ed assicurare. La c.d. “domanda di lavoro”, ove abbia ad
oggetto attività regolarmente svolte e non l’imposizione di c.d. guardianie o presenze imposte
dal crimine organizzato miranti ad attuare in concreto il controllo del territorio, anche se effettuata con atteggiamenti intimidatori, avendo ad oggetto richieste di assunzione per lo
svolgimento di attività lavorativa, non prospetta un danno ingiusto a carico del datore di lavoro
chiamato a retribuire attività effettive ma si limita ad imporre la propria volontà su quella altrui
così integrando la fattispecie di cui all’art. 610 cod.pen.. E nel caso in esame, i giudici di
merito, con valutazione conforme, hanno sempre ricostruito la condotta dell’Amico nei termini
di insistente ed anche minacciosa richiesta di essere riassunto presso il cantiere della ditta
SIMACO, dalla quale era stato precedentemente licenziato e ciò al fine di svolgere regolare
attività lavorativa ed ottenere la retribuzione dovuta. Siffatta richiesta di assunzione appare
priva dei connotati tipici dell’estorsione, così come dedotto nel quarto motivo di ricorso, poiché
il soggetto agente non mira ad imporre alcun ingiusto profitto con altrui danno, quanto a
limitare l’autonomia contrattuale e negoziale altrui imponendo l’acquisizione di una posizione
lavorativa regolare.
Alla luce delle predette considerazioni, pertanto, l’impugnata sentenza deve essere annullata
limitatamente alla posizione di Amico Giovanni, perché il fatto commesso va riqualificato ai
sensi dell’art. 610 cod.pen. con rinvio ad altra sezione della corte di appello di Palermo.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente a Caronia Benedetto e Mazzarese
Salvatore perché il fatto commesso riqualificato ex art. 18, comma 5-bis, D.Lvo. 276/2003 non
è previsto dalla legge come reato. Annulla la sentenza impugnata con riferimento ad Amico
Giovanni perché il fatto commesso va riqualificato come violazione dell’art. 610 cod.pen., con
rinvio ad altra sezione della corte di appello di Palermo.
corso caringellaobietivo magistratoviolenza privata

References: sentenza 
 art. 606
 sentenza 
 art. 610
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 18
 sentenza