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Timestamp: 2019-02-17 14:46:07+00:00

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Danno da tardata assunzione va commisurato alle retribuzioni perdute Cassazione civile, sez. III, ordinanza 13/04/2018 n° 9193 | Sindacato FSI
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Danno da tardata assunzione va commisurato alle retribuzioni perdute Cassazione civile, sez. III, ordinanza 13/04/2018 n° 9193
Ordinanza 29 gennaio – 13 aprile 2018, n. 9193
POSTE ITALIANE SPA, (OMISSIS), in persona dell’Amministratore Delegato e legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, V.LE MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO, che la rappresenta e difende giusta procura a margine del ricorso;
G.M.T., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GERMANICO, 211, presso lo studio dell’avvocato MONICA FIORE, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato CARMELO FIORE giusta procura a margine del controricorso;
-) essendo orfana di padre, deceduto per infortunio sul lavoro, ella aveva diritto, ai sensi della L. 2 aprile 1968, n. 482, art. 12 ad essere collocata nella graduatoria dei vincitori;
Ha resistito con controricorso illustrato da memoria G.M.T..
1.1. Col primo motivo di ricorso la Poste Italiane lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione degli artt. 409, 420, 426, 427 e 439 c.p.c..
Sostiene che la Corte d’appello avrebbe erroneamente rigettato il motivo di gravame col quale la società appellante sosteneva che il giudizio venne illegittimamente celebrato col rito ordinario, anzichè con quello previsto per le controversie di lavoro.
Soggiunge che questo errore ha vulnerato il suo diritto di difesa, perchè se il giudizio fosse stato celebrato col rito del lavoro, “la domanda avanzata dalla signora G. non avrebbe potuto trovare accoglimento”, dal momento che l’attrice nei suoi scritti difensivi non aveva compiutamente allegato tute le circostanze di fatto necessarie e decisive ai fini dell’accoglimento della domanda.
La domanda proposta dall’attrice era una ordinaria domanda di risarcimento del danno da fatto illecito, e correttamente venne istruita col rito ordinario, come già deciso da questa Corte, in fattispecie molto simile (Sez. U, Sentenza n. 790 del 17/11/1999, secondo cui “riguardo alla domanda con cui un invalido, in base alla decisione definitiva resa dal giudice amministrativo di annullamento della delibera di diniego dell’assunzione, chieda nei confronti di un ente pubblico non economico (…) il risarcimento del danno effetto della ritardata assunzione (…), viene in evidenza una situazione che precede la costituzione del rapporto di pubblico impiego; nè in senso contrario assume alcun rilievo il fatto che come parametro del danno sia indicato l’ammontare delle retribuzioni perse a causa della non tempestiva instaurazione del rapporto di impiego”).
1.3. Inoltre l’errore nella scelta del rito da parte del giudice di merito non è motivo di nullità del procedimento, nè della sentenza, a meno che il ricorrente non denunci che quell’errore abbia causato un vulnus ai propri diritti di difesa, e nel caso di specie tale vulnus non esiste.
Infatti, anche a volere ritenere per ipotesi che la domanda proposta da G.M.T. dovesse istruirsi col rito del lavoro, la Corte d’appello avrebbe dovuto in questo caso ordinare la conversione del rito, fissando alle parti i termini di legge per l’integrazione delle rispettive memorie, ai sensi degli artt. 426 e 439 c.p.c., come già stabilito da questa corte (“qualora il Tribunale, investito di una controversia soggetta al rito delle controversie di lavoro (…), abbia erroneamente continuato ad applicare le norme del codice di procedura civile per le cause con il rito ordinario, senza applicare l’art. 426 c.p.c., e disporre il passaggio dal rito ordinario a quello speciale, a tale sentenza non e affetta da nullità assoluta ma al giudice di appello residua solo l’obbligo di disporre il passaggio dal rito ordinario al rito speciale ai sensi dell’art. 439 c.p.c.” (così la sentenza capostipite, ovvero Sez. L, Sentenza n. 3519 del 28/05/1980; in seguito ex multis, nello stesso senso Sez. 3, Sentenza n. 5433 del 20/08/1983).
2.1. Col secondo motivo la ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione dell’art. 115 c.p.c. e art. 2697 c.c..
La Corte d’appello, nell’interpretare il provvedimento amministrativo di accoglimento del ricorso straordinario al Capo dello Stato proposto da G.M.T., ha ritenuto che tale provvedimento implicitamente avesse accertato il diritto della ricorrente ad essere inclusa nella graduatoria dei vincitori di concorso, per l’ovvia considerazione che, altrimenti, il ricorso amministrativo non si sarebbe potuto accogliere.
2.4. Il motivo sostiene poi, come accennato, che la Corte d’appello non avrebbe potuto accogliere la domanda attorea, dal momento che l’attrice non aveva provato la sussistenza degli ulteriori requisiti (oltre la sua condizione di orfana) cui la legge subordina l’accesso privilegiato al lavoro: ed in particolare se la pianta organica della Poste Italiane avesse o non avesse già impiegato il 15% di dipendenti rientranti nelle categorie privilegiate previste dalla L. n. 485 del 1968, cit..
Fatto costitutivo della pretesa attorea era, oltre ovviamente la commissione del fatto illecito, la sua qualità di avente diritto all’assunzione privilegiata, ai sensi della ricordata L. n. 482 del 1968.
2.5. Infine, nella parte in cui lamenta che la sentenza impugnata avrebbe erroneamente ritenuto dimostrata l’esistenza del danno, il motivo è manifestamente infondato con riferimento ai due parametri normativi invocati (art. 2697 c.c. e art. 115 c.p.c.).
3.1. Col terzo motivo la ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione degli artt. 112 e 115 c.p.c..
4.1. Col quarto motivo la ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360, n. 3, la violazione dell’art. 2043 c.c..
Soggiunge che il danno patito dall’attrice si sarebbe potuto liquidare in misura pari alle retribuzioni perdute solo se l’attrice, al momento della domanda, già fosse titolare del diritto alla retribuzione Ma poichè il rapporto di lavoro non era stato mai costituito, il diritto leso non era il diritto alla retribuzione ma il diritto all’assunzione, e la lesione di tale ultimo diritto non si sarebbe potuto liquidare in misura pari alle retribuzioni perdute.
La liquidazione del danno lamentato dall’attrice non poteva che avvenire in via equitativa, ex art. 1226 c.c.; la liquidazione equitativa è rimessa all’apprezzamento del giudice di merito, ed è insindacabile in sede di legittimità salvo il caso di manifesta irrazionalità.
(b) in caso di lesione del diritto all’assunzione, sorge per il danneggiato il diritto al risarcimento di un danno che non può essere pari alla retribuzione, perchè “di lucro cessante può parlarsi laddove il lucro vi sia stato e sia cessato in conseguenza del fatto illecito; mentre in questo caso la mancanza di un rapporto di lavoro esclude che sia esistito un originario guadagno, derivante dal rapporto di lavoro con la P.A., cessato per fatto illecito della stessa (come nel diverso caso, correttamente evidenziato nella sentenza impugnata, in cui si sia verificata l’illegittima interruzione di un rapporto di lavoro già perfezionato ed in corso)” (così Cass. 26282/07, in motivazione).
5.1. Le spese del presente grado di giudizio vanno a poste a carico della ricorrente, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, e sono liquidate nel dispositivo.
(-) condanna Poste Italiane s.p.a. alla rifusione in favore di G.M.T. delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 6.500, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2, importi tutti che si distraggono in favore dell’avv. Carmelo Fiore, il quale ha dichiarato ex art. 93 c.p.c., comma 1, di aver anticipato le spese e di non aver riscosso gli onorari.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Terza Sezione civile della Corte di cassazione, il 29 gennaio 2018.

References: art. 12
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 art. 2697
 sentenza 
 art. 115
 art. 1226
 sentenza 
 Cass. 
 art. 2
 art. 93