Source: http://imesipalermo.blogspot.it/2015/10/
Timestamp: 2017-06-29 08:54:20+00:00

Document:
I numeri del conflitto: L'Osservatorio Siriano per i
della gravità della situazione. Dal 18 marzo 2011, data d'inizio del conflitto,
paesi arabi così come dall'Europa) e 91.678
proprio Paese. Secondo l'Alto
E' proprio nella capitale austriaca che ieri e l’altro ieri (29 – 30 Ottobre 2015)
Giordania, Germania, Francia, Egitto, Italia, Gran Bretagna, Oman, Iraq e Libano, oltre all'inviato speciale del Segretario
generale delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura, e l'Alto
rappresentante per la politica estera dell'UE, Federica Mogherini, per dare il
punti d’unione. Il capo della politica estera dell'Unione europea, Federica
Mogherini, ha descritto i negoziati svoltisi a Vienna "storici" e
"molto consistenti": "Abbiamo
affrontato le principali questioni che erano sul tavolo [...] ma abbiamo
trovato un terreno comune per continuare i colloqui", sottolineando
che benché la riunione non sia stata "facile", ha avuto il merito di
riunire "per la prima volta, tutti
gli attori intorno a un tavolo e, direi, in un'atmosfera molto costruttiva [...]
Quindi c'è speranza che si avvii un processo politico sotto gli auspici delle
Nazioni Unite". Tuttavia rimangono differenze significative tra
Laurent Fabius ha dichiarato: "Ci
con la stessa configurazione, tra due settimane". Il
- ha chiarito il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov - Solo il popolo siriano può decidere sul futuro politico di Assad”.
russi non vedono Assad con un ruolo nel futuro della Siria - ha detto
Brennan - La questione è quando e come
le linee guida che orienteranno l’esito delle negoziazioni, eccoli: 1) Sono fondamentali l’unità della
secolare. 2) Le istituzioni dello Stato
resteranno intatte. 3) I diritti di tutti i siriani
devono essere protetti senza distinzioni religiose o di appartenenza etnica. 4) È imperativo accelerare gli
sforzi diplomatici per mettere fine alla guerra. 5) Si garantirà l’accesso umanitario
altri gruppi terroristici. 7) Si chiede all’Onu di convocare
dall’Onu. 8) Questo processo politico deve
essere diretto dai siriani e i siriani decideranno il futuro del loro Paese. 9) I Paesi partecipanti e l’Onu
Diploma in Studi Internazionali Diploma in Studi Internazionali L'Istituto Mediterraneo di Studi Internazionali promuove la prima edizione del Diploma in "Studi Internazionali", un percorso di approfondimento delle principali tematiche internazionali rivolto agli studenti dei corsi di laurea triennale e specialistica e non solo.
La partecipazione al ciclo di seminari "Scenari di crisi" permetterà agli studenti di conseguire il Diploma in "Studi Internazionali". Il Diploma è articolato in 5 moduli di tre ore ciascuno. Un appuntamento al mese con docenti ed esperti delle maggiori tematiche internazionali.
· La crisi siriana: Putin e Obama due leader a
confronto - 10 dicembre
peso della religione: il conflitto
isreaelo-palestinese - 10 marzo
· Consegna diplomi
Risvolti geopolitici di un conflitto internazionale: dentro la questione siriana #Pensatodavoi
Il conflitto siriano va contestualizzato all’interno della
‘guerra fredda’ per l’egemonia nel Golfo Persico (di fondamentale importanza
geopolitica e geoenergetica) che vede opposte due potenze regionali con i loro
alleati: Arabia Saudita e Iran. Tale conflitto pochi mesi dopo lo scoppio della
rivolta ha subito un processo di internazionalizzazione: vi sono coinvolte le
principali potenze regionali e mondiali e in Siria si sono riversati migliaia
di miliziani jihadisti provenienti da decine di paesi diversi (attualmente
l’autoproclamato califfato controlla una parte consistente del paese).
L’incipit di un editoriale di “Limes” del 2013 fa proprio riferimento al fatto
che in Siria «si combatte la prima guerra mondiale locale»[i]
con il rischio che si possa trasformare in una «guerra mondiale mediorientale».
Per tale ragione è impossibile analizzare il conflitto siriano e i risvolti
geopolitici dell’ultimo periodo senza contestualizzarli all’interno delle
complesse dinamiche mediorientali.
L’Arabia Saudita, interessata ad estendere la propria
influenza politica e religiosa nella regione, punta a frantumare l’asse che
unisce Iran, Siria, Hezbollah nel sud del Libano e il governo sciita irakeno;
per tale ragione, congiuntamente con le altre monarchie del Golfo, ha sostenuto
attivamente gruppi jihadisti per rovesciare il regime di Assad. La Turchia,
vaneggiando ambizioni neo-ottomane, ha favorito indiscriminatamente l’ingresso
di combattenti stranieri attraverso il confine turco-siriano. Le potenze
occidentali – USA e Francia in testa – hanno supportato i loro alleati regionali (è infatti noto, come ha
puntualizzato lo stesso Kissinger, il legame spesso sottinteso che unisce Washington,
Arabia Saudita e Israele[ii]),
favorendo la destabilizzazione e la disintegrazione della Siria.
L’Arabia Saudita ha unito la storica alleanza con gli USA
(basata sullo scambio petrolio/sicurezza) alla volontà di imporsi come leader
del mondo islamico facendosi ‘garante’ manu
miltari dello status quo nella
regione, impegnandosi a frenare possibili contagi della cosiddetta “primavera
araba” nella Penisola Arabica[iii].
In Bahrein (paese a maggioranza sciita) nel 2011 ha silenziato la nascitura
‘primavera’ mandando propri carri armati, timorosa di rivolgimenti politici ai
propri confini; ha sostenuto nel 2013 il golpe in Egitto e ha recentemente
assunto il ruolo guida della coalizione sunnita contro i ribelli Houthi (vicini
all’Iran) in Yemen. Mentre in Siria e in Yemen ha agito in accordo con il Qatar
(senza nascondere una certa rivalità[iv]),
in Egitto e Libia le strade delle due petromonarchie si sono separate.
La formazione del cosiddetto califfato dell’IS è quindi
diretta conseguenza del caos prodotto dalla guerra in Iraq (che ha incrementato
lo scontro tra sunniti e sciiti) e del supporto più o meno diretto alla
variegata galassia internazionale dei “ribelli”, finalizzato al rovesciamento
del governo siriano (che ha visto unite in modalità differenti petromonarchie e
potenze occidentali). Adesso l’IS, sfuggito di mano ai propri sponsor del
Golfo, va sempre più configurandosi come un attore regionale potenzialmente
destabilizzante a cui diversi gruppi si affiliano. Gli Stati Uniti hanno preferito de facto una situazione di stallo senza vincitori né vinti nel
conflitto che vede l’epicentro nel “Syraq”, piuttosto che favorire una vittoria
schiacciante di una delle parti (più di due) in lotta. Una vittoria di Assad
sarebbe innanzitutto una vittoria di Iran ed Hezbollah, acerrimi nemici dei
principali alleati americani in Medio Oriente: sauditi e israeliani, già
imbronciati per l’accordo sul nucleare iraniano. I molto blandi bombardamenti
della coalizione a guida statunitense hanno infatti avuto al massimo il risultato
di contenere l’IS, nulla di più.
Un filo rosso lega la crisi mediorientale a quella ucraina:
il ritorno della Russia nello scenario internazionale avvenuto con la fermezza
diplomatica mostrata da Putin nel conflitto siriano. Gli equilibri globali stanno
mutando notevolmente: la straordinaria crescita della potenza cinese, la
rinascita di una Russia rialzatasi dall’umiliazione subita negli anni di Eltsin
(la storica francese Hélène Carrère d'Encausse ha parlato a tale proposito di
«ritorno della potenza»[v])
e in generale l’ascesa dei Brics stanno configurando un assetto globale
multipolare in cui l’egemonia statunitense è in fase declinante. In Medio
Oriente la Russia si sta caratterizzando sempre più come un attore esterno di
primo piano, capace di intessere relazioni diplomatiche costruttive con diversi
Stati della regione e di incunearsi con un pragmatico realismo dove gli Stati
Uniti perdono egemonia. L’Iran ha
mostrato pieno supporto ai raid “anti-Isis” della Russia e il governo irakeno, evidentemente deluso
dall’inconcludente coalizione a guida americana, si è mostrato anch’esso
favorevole all’azione russa. Lo stesso Egitto di al-Sisi si sta destreggiando
tra l’alleanza con l’Arabia Saudita e il riavvicinamento con Mosca; il ministro
degli esteri egiziano ha infatti espresso il proprio supporto all’operazione
militare del Cremlino. D’altra parte l’Egitto di al-Sisi vede nella fratellanza
musulmana il principale nemico interno e questa politica si rispecchia anche
negli scenari libico (dove ha forti interessi egemonici) e siriano. L’attivismo diplomatico e il recente intervento militare
della Russia nella questione siriana non si spiegano soltanto con la volontà di
mantenere i residui dell’influenza sovietica nell’area mediterranea e
mediorientale ma anche (soprattutto) con motivazioni strettamente legate
all’unità della Federazione. La Russia teme un Medio Oriente caotico in cui
organizzazioni jihadiste impazzano in territori ormai privi di statualità alle
porte del Caucaso (in Siria affluiscono molti miliziani ceceni e il jihadismo
di ritorno è un grave pericolo anche per la Russia). Il Medio Oriente è un’area in deflagrazione in cui mire
geopolitiche si uniscono a contrapposizioni politiche, settarie, tribali e
territoriali. Le questioni geopolitiche e geoenergetiche prevalgono sul pur
influente discorso settario (si pensi all’importanza strategica degli stretti
di Hormuz e di Bab el-Mandeb). «Il conflitto attualmente in corso è tanto
religioso quanto geopolitico» scrive Kissinger che ovviamente auspica un nuovo
ordine regionale a guida americana[vi].
Quale sarà il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente nel
futuro? Gli USA hanno adottato un atteggiamento altalenante e contraddittorio
nel corso delle cosiddette “primavere arabe” messo bene in luce da Roberto
Iannuzzi in “Geopolitica del collasso”. Iannuzzi puntualizza correttamente come
il Medio Oriente continuerà ad essere la fonte petrolifera principale del
pianeta, affermando che l’atteggiamento contradditorio di Washington è «il
risultato di un declino dell’influenza americana e della sua minore capacità di
plasmare gli eventi» e che tale declino è una conseguenza sia «della crisi
economica in cui versa l’America, sia dell’esito disastroso delle guerre dell’era
Bush in Iraq e Afghanistan»[vii].
Dopo la conclusione della parentesi eltsiniana e di ciò che
essa rappresentava sia in politica interna che in politica estera, una Russia
nuovamente attiva nello scenario mediorientale ha colmato i vuoti lasciati dalla
superpotenza statunitense. Dai recenti eventi siriani emerge una conferma del
riavvicinamento tra Russia ed Egitto, un rinsaldamento dell’intesa (non priva
di competizione per l’influenza nella regione) russo-iraniana e un
allontanamento con la Turchia, che certamente non vede di buon occhio l’agenda
mediorientale di Mosca. Al solido asse Mosca-Damasco-Teheran si aggiungono
quindi inaspettate nuove buone relazioni con Egitto e Iraq. E’ bene
sottolineare che Russia e Iran non hanno mai escluso una transizione politica
(che escluda i gruppi terroristici) in Siria con il consenso di Assad. Il punto
fondamentale, come fa notare Alberto Negri, è il mantenimento delle strutture
militari e di intelligence[viii],
necessarie a garantire stabilità al paese che altrimenti rischierebbe di
scivolare in una riedizione dello scenario libico. Anche la Cina (in modo
maggiormente defilato) sostiene la Russia, con cui ha rafforzato una
partnership non troppo stabile ma certamente inedita e in via di
consolidamento. Immutate restano le velleitarie ma ugualmente distruttive
ambizioni neocoloniali dei franco-britannici, evidentemente non sazi del
disastro libico ad essi largamente imputabile.
Il mutamento degli equilibri in Medio Oriente e le
implicazioni che ne derivano a livello globale rappresentano i primi
‘smottamenti’ post-unipolari di un mondo in via di cambiamento.
Vedi La perla di Lawrence, in «Limes,
rivista italiana di geopolitica», 2/2013.
H. Kissinger, Ordine Mondiale,
Milano, Mondadori, 2015, p. 134.
Per una sintetica storia del regno saudita si veda F. Petroni, Alla radice delle ossessioni arabo-saudite,
in «Limes, rivista italiana di geopolitica», 9/2014.
Cfr. R. Soubrouillard, Il Qatar rientra
nei ranghi, in «Limes, rivista italiana di geopolitica», 9/2013.
H. Carrère d’Encausse, La Russia tra due
mondi, Roma, Salerno editrice, 2011, p. 10.
H. Kissinger, Ordine Mondiale , op.
cit. p. 145.
R. Iannuzzi, Geopolitica del collasso.
Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale, Roma,
Castelvecchi, 2014, p. 264.
A. Negri, L’Iran potrebbe liquidare
Assad, ma non gli alauiti, «Istituto per gli studi di politica
internazionale», 06/10/2015.
Ruanda: l'esilio dei poveri e il Lager di Gikondo #Pensatodavoi
Ruanda: l'esilio dei poveri e il Lager di Gikondo A poco più di vent’anni dal
genocidio, il Ruanda continua a far parlare di sé. La “Svizzera d’Africa”, come
ama definirlo qualcuno, il paese che fa dell’ordine e della modernità i
pilastri della propria politica, sembra nascondere in realtà un volto molto più
inquietante di quanto si possa pensare. Fin dalla sua ascesa al potere, infatti, il
Presidente della Repubblica Paul Kagame, ha promesso progresso e prosperità a
un paese martoriato dalla guerra civile e dagli spargimenti di sangue; il
progresso tuttavia ha un costo, direttamente proporzionale al beneficio che si
cerca di ottenere e che, nel bene o nel male, va pagato. A pagarlo non è stato
però Kagame, né la classe dirigente del paese, bensì la fascia più povera e
misera della popolazione. Brulat diceva che nulla costa tanto come essere
poveri, eppure al danno si è aggiunta la beffa e, oltre che poveri, in poco
tempo i ruandesi si sono ritrovati emarginati, se non addirittura reclusi. Secondo le stime recentemente rese
note da Human Rights Watch nel rapporto “Why not call this place a
prison? Unlawful detention and ill treatment in Rwanda’s Gikondo Transit
center”, nel centro di Kwa Kabuga, a Gikondo, dal 2011 al 2015 sono state
detenute illegalmente più di mille persone, che il governo di Kigali ama
definire gli “indesiderabili”. Queste cifre riguardano però soltanto il secondo
periodo di attività del centro, che risulta aver ospitato centinaia di prostitute,
senzatetto, orfani, disoccupati e chissà quanta altra gente disperata già dal
2005. Mentre le autorità hanno fatto tutto il possibile per presentare il
centro di detenzione come un luogo sicuro, in cui la permanenza è di carattere
temporaneo (centro di transito e sistemazione di breve periodo, lo definisce il
Ministro della Giustizia Johnstone Busingye) e i cui scopi sono puramente
rieducativi e riabilitativi, in realtà la viva voce degli intervistati rivela
tutta un’altra verità. I cittadini, che possono rimanere nel centro anche per
diversi mesi, denunciano violenze e maltrattamenti, oltre che condizioni
igienico-sanitarie riprovevoli; non vengono neppure messi al corrente delle
accuse loro rivolte o dei motivi che hanno causato la detenzione.
delle autorità sembra essere quello di “ripulire” il volto di Kigali, di
eliminare qualunque elemento visto come una minaccia a un ordine apparente.
Come afferma lo stesso direttore della sezione Africa di Human Rights Watch
“Kigali viene spesso decantata per la sua pulizia e il suo ordine, ma la sua
popolazione più povera sta pagando il prezzo di questa immagine positiva. Il
contrasto tra le strade immacolate del centro di Kigali e le pessime condizioni
di Gikondo non potrebbe essere più marcato”.
Ecco dunque il prezzo, ed ecco
i benefici. Non resta che capire fino a che punto Kagame sia pronto a spingersi
pur di reggere in piedi il suo sempre più fatiscente castello di carte. Quel
che è certo è che scelte politiche azzardate e forzate hanno già dato vita in
Ruanda a una delle pagine più tristi della storia del mondo moderno e le
conseguenze di quei gravi avvenimenti continuano a far sentire ancora oggi il
proprio peso, soprattutto attraverso la voce di una vasta sacca di popolazione
insoddisfatta e in miseria. Può dunque un paese riprendersi da ferite tanto
profonde semplicemente rimuovendo con un’operazione di defezione quasi
chirurgica il “problema”? Confinare la miseria dentro quattro mura la renderà
meno reale? La risposta sembrerebbe scontata; eppure, finché il centro di
detenzione di Gikondo resterà in piedi, sarà la prova dell’ennesima visione
distorta della politica di un paese in crisi latente.
a cura dell'avvocato Rosario Fiore Un tema divenuto di rilievo nazionale è quello relativo all'abbattimento di opere abusive all'interno della Valle dei Templi di Agrigento. L'ordine di demolizione dell'opera abusiva viene adottato con provvedimento del Pubblico Ministero, che per
legge deve dare esecuzione alle sentenze divenute irrevocabili. Partiamo dal qualificare giuridicamente l'ordine di demolizione contenuto in una sentenza penale
irrevocabile. Al riguardo, la Suprema Corte di Cassazione, in una recente sua pronuncia, (CORTE DI CASSAZIONE
PENALE Sez. 3^, 10/01/2012, Sentenza n. 190 ) ci insegna che “ secondo la consolidata giurisprudenza di
questa Corte l'ordine di demolizione adottato dal giudice ai sensi dell'art. 7 legge 28 febbraio 1985, n. 47, al
pari delle altre statuizioni contenute nella sentenza definitiva, è soggetto all'esecuzione nelle forme previste
da codice di procedura penale, avendo natura di provvedimento giurisdizionale, ancorché applicativo di
sanzione amministrativa".
L'ordine di demolizione, dunque, benchè contenuto in un provvedimento giurisdizionale, ha natura
amministrativa: in virtù di questa sua consolidata qualificazione, l'ordine di demolizione di un manufatto
abusivo viene eseguito anche a distanza di molto tempo da quando la sentenza penale è divenuta
irrevocabile, anche quando ad esempio, col decorso del tempo di cui agli articoli 172-173 c.p., il reato si è
In buona sostanza, è prassi giudiziaria eseguire un ordine di demolizione anche in presenza di un reato ormai
estinto per decorso del tempo, atteso che l'ordine di demolizione non ha natura di sanzione penale ma, come
sopra evidenziato, ha natura amministrativa.
Questa impostazione, tuttavia, non è condivisibile. In una sua recentissima pronuncia, la Corte Europea dei diritti dell'uomo è ritornata sul tema del divieto del
ne bis in idem, offrendo anche interessanti spunti di riflessione sulla natura sostanzialmente “penale” delle
sanzioni amministrative: mi riferisco, in particolare, alla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo,
Sez. II, del 4 marzo 2014 (causa Grande Stevens ed altri e. Italia). In particolare, alla luce della prassi già consolidata, la Corte ha chiarito che è necessario considerare, per la
qualificazione, tre criteri che hanno carattere alternativo e non cumulativo: la qualificazione giuridica della
misura sul piano interno, la natura della misura ed il grado di severità della sanzione. Nella fattispecie che ci occupa, l'ordine di demolizione, incidendo pesantemente ed irrimediabilmente sulla
proprietà di un soggetto, non può essere considerata mera “sanzione amministrativa”, in quanto è indubbio il
suo carattere altamente punitivo, alla stregua di una vera e propria sanzione penale.
Se così è, ossia se si riconosce il carattare di sanzione penale all'ordine di demolizione, appare chiaro che lo
stesso, ove si riferisca ad una sentenza di condanna la cui pena si è estinta per decorso del tempo, debba
essere dichiarato estinto in guisa dell'articolo 172 c.p., poiché diversamente si avrebbe una violazione
dell'art. 4 del Protocollo 7 della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo, sottoscritto il 22.XI. 1984, e rubricato "Diritto di non essere giudicato o punito due volte". Come ben sappiamo, la Convenzione EDU è un complesso normativo pattizio, le cui norme si collocano
nell'ordinamento interno in una posizione intermedia tra la Costituzione e la legge ordinaria: in tal senso, si
ricorderanno le famose “sentenze gemelle” della Corte Costituzionale, nn. 348 e 349 del 2007, in cui la
Corte, ben conscia delle incertezze che sin dalle sue prime pronunce hanno caratterizzato
l’individuazione del rango della Cedu, afferma che la Cedu è una norma di rango “sub-
costituzionale”, di rango cioè subordinato alla Costituzione, ma sopraordinato alla legge: in buona
sostanza, la Cedu è una fonte interposta che rende concretamente operativo il parametro costituito
dall’art. 117, I comma, la cui violazione costituisce presupposto per una declaratoria di illegittimità
costituzionale di ogni norma interna ad essa contraria. Nel caso di specie, sarebbe viziata da illegittimità costituzionale la norma che prevede la possibilità
per il giudice di ordinare la demolizione dell'abuso, senza specificare la natura “penalistico-
sanzionatrice” dell'ordine medesimo. Ne deriva, ad avviso dello scrivente, che nell'eventuale incidente di esecuzione promosso innanzi al
competente Tribunale ed in presenza di un reato estinto per decorso del tempo, il ricorrente potrà eccepire la
illegittimità costituzionale dell'art. 31, comma 9, del D.P.R. 380/2001, che ha sostituito l'articolo 7 della
richiamata Legge 47/85, nella parte in cui non prevede, violando l'articolo 117 Costituzione, che l'ordine di
demolizione contenuto nella sentenza di condanna è soggetto ai termini di estinzione ordinari di cui agli
articoli 172 e 173 c.p.. Il Giudice dell'esecuzione, ravvisata la manifesta fondatezza della questione, previa sospensione dell'ordine
di demolizione, investirà sul punto la Corte Costituzionale.

References: sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza