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Timestamp: 2020-04-10 11:42:27+00:00

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PROF. ADERNÒ: PROFILI GIURIDICI...
Fabio Adernò *
E PROSPETTIVE DI APPLICABILITÀ DEL MOTU PROPRIO
AL RITO AMBROSIANO.
Prima di iniziare questa relazione desidero ringraziare il Circolo Culturale “Cardinale Newman” di Seregno, nella persona del suo stimatissimo presidente, il Prof. Andrea Sandri, che ha voluto invitarmi a relazionare su un tema che da anni molto mi sta a cuore.
Tuttavia le ben note difficoltà – aggravatesi forse dopo la promulgazione dell’istruzione “Universae Ecclesiae” – non hanno reso possibile la serena applicazione della mens che il Pontefice felicemente regnante [Joseph Ratzinger-Benedetto XVI] ha voluto esprimere nel M.P. “Summorum Pontificum”, del 7 luglio 2007 ed entrato in vigore il 14 settembre successivo.
Eccoci qui, dunque, a offrire un contributo di ordine scientifico alla vexata quæstio dell’applicabilità del Motu Proprio al Rito Ambrosiano.
La Lettera Apostolica “Motu Proprio data” Summorum Pontificum 1 [Di seguito SP] appartiene al genere delle Leggi ecclesiastiche di cui al can. 8 CIC.
Nello specifico essa è, insieme, legge universale, poiché diretta a tutta la Chiesa 2 [“Il motu proprio è rivolto e coinvolge tutta la Chiesa Cattolica latina” (A. Montan, M.P. “Summ. Pont.” Annotazioni, in Apollinaris 2009/LXXXII, p. 425).], ma è parimenti una legge speciale perché individua una forma “speciale” o “straordinaria” del Rito 3 [Altre linee, non condivise da chi scrive, si addentrano in esegesi forse discutibili sull’aggettivo “straordinario” riferito al Rito antico. “Il Messale di S. Pio V è espressione “straordinaria” della lex orandi della Chiesa Cattolica di Rito latino: la formula si comprende in composizione a espressione ordinaria. Il vocabolario della lingua italiana spiega che è straordinario ciò che eccede i limiti del nomale o del comune e si determina nel senso che si ha una eccezionalità rispetto all’ordine o alla prassi consueta. In latino ricorrono come sinonimi di extraordinarius gli aggettivi insolitus, rarus, singularis, inusitatus. L’uso del Messale antico è espressione straordinaria perché presuppone una certa misura di formazione liturgica, richiede la conoscenza della lingua latina, può essere usato a determinate condizioni, quelle stabilite del motu proprio (Lettera ai Vescovi, primo punto). Anche per questo dovrebbe essere di uso raro, singolare, insolito”: così Montan, loc. cit., p. 429. Il termine “straordinario”, invece, sebbene forse possa risultare un po’ infelice, rientra a nostro avviso nella volontà del Santo Padre di tracciare una “via pacificationis” tra le due forme rituali che, fino al MP sono state contrapposte e sovrapposte. Definire il Rito antico come “straordinario” è qualificarlo in senso positivo, nella dignità e nel rispetto di coloro i quali fruiscono della forma “ordinaria” ma che possono – e sarebbe auspicabile lo facessero, così come si augura il Papa nella Lettera ai Vescovi a riguardo del “mutuo arricchimento” delle due forme rituali – anche apprezzare le ricchezze della antica forma liturgica, che per secoli si è conservata pressoché immutata: straordinario, dunque, nella santità e nella sacralità; straordinario perché non corrisponde a tutt’oggi ad una diffusione “ordinaria”.], e disciplina, quindi, una ‘materia speciale’.
Anzi – per inciso – il sottoscritto ritiene – pur non volendo qui entrare nel merito di una questione che rischierebbe di trascinarci in onerosi sofismi canonistici – che l’aver voluto sottolineare che il Messale antico non fosse mai stato abrogato – quando invece si sarebbe dovuta sottolineare una forse più storicamente coerente “nullità dell’abrogazione” (ma sarebbe stato davvero un atto che avrebbe suscitato un vespaio inverecondo) – indebolisca la vis iuridica della Legge Pontificia di cui qui discettiamo, vis che è, come dicevamo, universale et quidem speciale, emanata dal Sommo Pontefice in forza del suo Supremo Ministero, siccome sancito dal can. 838 §§ 1 e 2 CIC: « Sacrae liturgiae moderatio ab Ecclesiae auctoritate unice pendet… Apostolicae Sedis est sacram liturgiam Ecclesiae universae ordinare… ». 4 [A proposito della antica Liturgia, nel M.P. Summorum Pontificum, in riferimento all’edizione del Messale Romano del B.to Giovanni XXIII del 1962 – richiamata in vigore dallo stesso M.P. – all’art. 1 si legge: “numquam abrogatam”. Questa, senza voler procedere a puntigliose formalistiche esegesi della mens del Legislatore, ci pare piuttosto un paterno e benevolo inceptum practicum del Supremo Legislatore, generosamente rivolto a favore dei fruitori dell’antico Rito, onde sottrarli ad un non improbabile ostracismo ecclesiale: va infatti ricordato il contenuto del can. 20 che prevede l’istituto della abrogazione implicita allorquando una legge posteriore riordina ex integro tutta la materia, come è inequivocabilmente avvenuto nel caso in ispecie. Inoltre, nella Cost. Ap. Missale Romanum di Paolo VI (3 aprile 1969), è dato leggere la seguente clausola abrogativa «Nostra haec autem statuta et praescripta nunc et in posterum firma et efficacia esse et fore volumus, non obstantibus, quatenus opus sit, Constitutionibus et Ordinationibus Apostolicis a Decessoribus Nostris editis, ceterisque praescriptionibus etiam peculiari mentione et derogatione dignis». Lo stesso Paolo VI, nell’Allocuzione concistoriale del 24 maggio 1976, così tra l’altro aveva affermato: «Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino». Affermare poi che il Messale non fosse mai stato abrogato, inoltre, risulterebbe in palese contraddizione con quanto si legge al n. 5 dell’Istr. Universae Ecclesiae, allorquando si ricorda che fu necessario, uno «speciale indulto emanato dalla Congregazione per il Culto Divino Quattuor abhinc annos del 1984» che «riconcesse la facoltà di usare il Messale Romano edito da Giovanni XXIII; anzi lo stesso Pontefice Giovanni Paolo II con il Motu Proprio Ecclesia Dei esortò i Vescovi perché fossero generosi nel dare tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo chiedevano». È evidente che, in assenza di abrogazione, non sarebbe stato necessario indulto alcuno, onde poter celebrare con il Messale del 1962.]
Tuttavia la forma del MP ingenerò alcune perplessità esegetiche per via di alcune espressioni in esso contenute, tanto da richiedere la produzione di un altro documento di natura esplicativa, cioè l’Istruzione “Universae Ecclesiae” emanata il 30 aprile 2011, per il cui valore giuridico si rimanda al can. 34. 5 [Cf. J. Garcia Martin, CMF, “Le norme generali del CIC”, 1999, p. 174.]
I principi applicativi fondamentali, contenuti tanto nel M.P. quanto nella Istruzione –, dopo aver stabilito la netta e precisa distinzione tra ciò che attiene al Rito ed è, quindi, strutturalmente connesso con la celebrazione o comunque accessorio ad essa: poiché “accessorium sequitur principale” (Messa, Sacramenti con l’eccezione prevista explicite per l’Ordine, Sacramentali, Liturgia delle Ore), e ciò che al Rito non pertiene immediatamente, né lo segue, poiché di mera natura disciplinare (come può essere, ex.gr., il digiuno eucaristico) (cf. can. 2) – statuiscono, in forza del detto carattere di Legge speciale che il M.P. riveste (cf. Art. 1 MP; etiam art. 5, § 3), insieme con la riviviscente efficacia delle Rubriche del Messale riformato dal B.to Giovanni XXIII 1962, la deroga (per speciem derogatur generi; speciale mandatum derogat generali) di tutti i provvedimenti legislativi, inerenti alla celebrazione, emanati dal 1962 in poi e pertanto incompatibili con le Rubriche di cui sopra.
Coloro infatti che ricevono gli Ordini minori e il Suddiaconato – secondo la normativa vigente – a ragione del diritto liturgico ne ricevono anche gli effetti di natura giuridica che in essi sono stati sempre contenuti, poiché quei gesti sacramentali non sono certamente sterili “cerimonie teatrali”, ma contengono in sé tutta la storia della Chiesa; tali Ordini minori non possono essere equiparati ai vigenti Ministeri Istituiti, coi quali intercorre solo una analogia di natura strumentale, poiché essi « non sono più riservati ai candidati al sacramento dell’Ordine »: 6 [Paolo VI, M.P. Ministeria quaedam, 15 agosto 1972, III.] non si può considerare come un gesto privo di valore – oltre che ontologico-sacramentale, si diceva, anche precipuamente giuridico – il conferimento degli Ordini minori e dell’Ordine maggiore del Suddiaconato a coloro i quali appartengono agli Istituti di Vita Consacrata e alle Società di Vita Apostolica dipendenti dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei.
Allo stesso modo, e per lo stesso principio generale dell’unico Rito, non risulta coerente che la Pont. Comm. Ecclesia Dei si occupi ancora di quesiti liturgici o questioni rituali, poiché sarebbero di competenza della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 7 [Cf. Giovanni Paolo II, Cost. Ap. Pastor Bonus, artt. 62-70.] all’interno della quale magari sarebbe auspicabile vi si costituisse – a ragione unicamente della perizia ratione materiae – una sorta di “sectio altera”.
Il mantenere, infatti, la competenza anche sulla forma di celebrazione – e non solo sull’applicabilità della Legge, atteso il ben noto ostracismo –, ad avviso del sottoscritto crea una confusione non da poco, perché si configurano sempre coloro i quali – chierici, religiosi e laici – sono attaccati all’antico Rito quasi come una sorta di “specie protetta”, quando invece siamo certi che lo spirito del SP è ben altro, cioè basato sulla restituzione di un grande tesoro alla Chiesa Universale, e non una concessione di mero e benigno paternalismo nei confronti di gruppi di nostalgici: se così fosse stato sarebbe bastato l’indulto del 1988.
2. L’APPLICABILITÀ DEL RITO AMBROSIANO.
Com’è noto, la Liturgia ambrosiana si inserisce fieramente in quella fioritura, tra le origini del Cristianesimo e il VII sec., di tradizioni liturgiche come quella aquileiese, campano-beneventana e ravennate. E ne è anche l’unica superstite. 8 [Si veda, per approfondimento: M. Navoni (a cura di), Dizionario di Liturgia Ambrosiana, Milano 1966; Id., Il Duomo di Milano e la Liturgia Ambrosiana, Milano 2005; Id., L’anno liturgico ambrosiano. Brevi meditazioni, Milano 1993;M. Mauri (a cura di), La tunica variegata. Conversazioni sul Rito ambrosiano, Milano 1995.]
La codificazione del Rito avviene proprio tra VI e VII secolo, quando il Vescovo S. Simpliciano (+ 401) porta a compimento l’Ufficio Ambrosiano iniziato da S. Ambrogio.
Ci sembra dunque una questione oziosa e di mero formalismo – se non anche di deleterio positivismo, inapplicabile all’Ordinamento canonico, ben noto per la sua peculiarissima elasticità – sostenere che il MP si riferisca unicamente al Rito romano qua talis e non anche agli altri Riti latini; inoltre appare ancora più pervicace l’ostinazione su tale linea dopo la promulgazione dell’istruzione, che quantunque abbia omesso in modo accidentale di sottolineare la vigenza del MP anche per il Rito ambrosiano, di certo non formula espressamente proibizione alcuna per tale linea esegetica, e dunque, servando il principio che « privilegia sunt amplianda, odiosa sunt restringenda » e « Odia restringi et favores convenit ampliari » (R.J. 15), non è pensabile che una legge universale come il SP possa trovare un ostacolo nella Liturgia latina ambrosiana né tantomeno nelle sue rispettabilissime e venerabili consuetudini.
L’appartenenza del Rito ambrosiano ai Riti latini appare indubbia. Anzi, un grande ambrosiano nell’animo, venerato pastore di questa gloriosa Archidiocesi, quale fu Achille Ratti, nativo di queste terre brianzole, divenuto Papa col nome di Pio XI, ebbe a dire che « Il carattere distintivo del rito ambrosiano è precisamente quello di essere il rito romano antico, cosicché esso ha il merito di attestare ai nostri giorni in modo vivo e vissuto il rito della Chiesa Romana antica ». Tale allocuzione è riportata nella voce composta da F. Langoni nell’Enciclopedia Cattolica alla voce “Liturgia ambrosiana”, e così continua: « Questa definizione, data da Pio XI, è essenzialmente vera nel delineare l’origine della l.a. come liturgia romana, ma non esclude che a formare la l.a. abbiano concorso molte influenze orientali e gallicane ». 9 [F. Langoni, in Enciclopedia Cattolica, v. Liturgia Ambrosiana, vol. I, p.1008.]
E così pure nel Dizionario pratico di Liturgia Romana – a cura dell’allora mons. Enrico Dante, maestro delle cerimonie pontificie – si legge che « Si distinguono i riti occidentali (o latini) e i riti orientali. Riti occidentali, tuttora esistenti, in senso pieno o in senso più limitato sono: il r. romano, il r. milanese o ambrosiano, il r. mozarabico…’». 10 [R. Lesage, in Dizionario pratico di Liturgia Romana, Roma, 1956, p. 384. Al riguardo, cf. anche D. Bouix, Tractatus de Iure Liturgico, Parisiis 1873, pp. 268 ss.]
Inoltre, come già ebbe a sottolineare in tempi assolutamente non sospetti – siamo infatti nel 1930 – mons. Ernesto Teodoro Moneta Caglio, 11 [Mons. Ernesto T. Moneta Caglio (1907-1995), fu Studioso di Liturgia e Canto ambrosiano, per oltre trent’anni preside del Pontificio Istituto Ambrosiano di Musica Sacra, Promotore del Movimento Ceciliano e di Scholae Cantorum, fu Canonico maggiore e Primicerio del Capitolo Metropolitano del Duomo di Milano, Responsabile della Biblioteca capitolare, Consultore per la Liturgia al Concilio Vaticano II e insignito della dignità prelatizia di Protonotario Apostolico.] in un suo brillante articolo sui principi del Diritto Liturgico ambrosiano, « i due riti romano ed ambrosiano appartengono alla stessa famiglia… pertanto in quei punti nei quali la legislazione ambrosiana è manchevole ci si deve uniformare alla legge generale (che nel nostro caso è la liturgia romana) ». 12 [E.T. Moneta Caglio, Principi di diritto liturgico ambrosiano, Le fonti, Ambrosius (1930), p. 179.]
Se prima dell’entrata in vigore del primo Codice di Diritto Canonico (promulgato nel 1917 da Benedetto XV) si poteva supporre una certa autonomia normativa liturgica in capo agli Ordinari e, segnatamente, a quelli che per consuetudine ne avevano conservata la prassi, con l’avvento del Codice Piano-Benedettino ciò non è più ammissibile, poiché al can. 1257 si fermò il principio per cui « Unius Apostolicae Sedis est tum sacram ordinare liturgiam, tum liturgicos approbare libros ».
« Il canone è inequivocabile – scrive Moneta Caglio – gli Ordinari non hanno quindi più il potere di pubblicare nuovi libri liturgici: le loro facoltà in proposito si limitano a poter concedere l’imprimatur alle nuove edizioni dei libri liturgici già esistenti, qualora concordino pienamente con gli originali approvati (can. 1390) ».
Va inoltre sottolineato che il titolo di “Capo Rito” pertiene all’Arcivescovo di Milano come per ciascun Vescovo i titoli di « grandi sacerdoti… principali dispensatori dei misteri di Dio… moderatori... promotori... custodi di tutta la vita liturgica nella Chiesa loro affidata » (can. 835 § 1; etiam 838 §4), e che solo a ragione della peculiarità della forma rituale esso può assumere un valore diversificato ma non certo iperbolico.
L’autonomia normativa dei riti latini diversi dal Romano va tuttavia sempre ad esso riferita per quanto concerne l’applicabilità di consuetudini a disposizioni avverse: la consuetudine che riconosceva all’Ordinario milanese poteri in materia liturgica riteniamo non sia opponibile al can. 1257 CIC ’17, perché si fonderebbe solo sugli Atti di S. Carlo (1560-1584) e degli Arcivescovi Gaspare Visconti (1584-1595), Federico Borromeo (1595-1631), Giuseppe Pozzobonelli (1743-1783) e del Beato Andrea Carlo Ferrari (1894-1921), i quali atti, essendo eccessivamente distanti tra loro, non riescono a formare una linea consuetudinaria continuativa tale da opporre forza di legge.
In esso, al § 3, si concede alle Conferenze episcopali la competenza sulla preparazione delle edizioni in lingua volgare, che tuttavia, prima della pubblicazione – a cura delle stesse Conferenze – devono ricevere l’autorizzazione della Santa Sede; ma d’altro canto il § 2 è esplicito nel dire che « è di competenza della Sede Apostolica ordinare la sacra liturgia della Chiesa Universale ».
Il concetto di rivalutazione e tutela della Tradizione va ben oltre il Rito stricto sensu perché è un concetto di ben più ampio respiro, tanto che chi scrive, anche se pienamente conscio dei motivi pastorali che vi sottendono, ritiene che sia auspicabile una riscoperta anche di quegli elementi che furono espunti dall’edizione tipica del 1962 (mi riferisco soprattutto ai tesori liturgici della antica Settimana Santa precedente la riforma dei Riti del 1954), proprio per un arricchimento davvero armonico di tutta la Tradizione liturgica della Chiesa latina.
Se è vero che, servatis servandis, l’Ambrosiano è la forma più antica del Rito romano, non può la Chiesa di S. Ambrogio e di S. Carlo e del Beato Shuster irrigidirsi davanti al riconoscimento che il Papa fa di un diritto del genere.
« Novum in Vetero latet; Vetum in Novo patet ». La tradizione è un concetto dinamico, come ha ricordato Pio XII: 13 [Pio XII, Discorso al Patriziato e alla Nobiltà romana, 26 giugno 1944, in Discorsi e radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, V, Quinto anno di Pontificato (2 marzo 1943-1 marzo 1944), Città del Vaticano, pp. 177-182.] l’atto di consegnare – tradere – implica un moto in avanti; ma si consegna qualcosa che si ha, che si è custodito… e lo si consegna al prossimo… e quella stessa cosa consegnata, arricchita da quanto di buono chi l’ha ricevuta ha saputo dare, verrà a sua volta consegnata ad altri, e così fino alla fine dei tempi.
* Avvocato Rotale presso Tribunale Apostolico della Rota Romana.

References: Art. 1
 art. 5
 § 3
 § 1
 §4
 § 3
 § 2