Source: http://gruppodifirenze.blogspot.it/
Timestamp: 2016-10-26 05:49:35+00:00

Document:
Scriviamo al
Presidente del Consiglio e al Ministro Giannini per fermare il decreto sulla
Vedrà tra non molto la luce il decreto legislativo sulla
valutazione, i cui punti essenziali sono
stati anticipati di recente. In poche parole avanti tutta col principio base
della pedagogia ministeriale: rendere
tutto più facile, evitare agli alunni verifiche serie e eliminare ogni timore
che l’assenza di impegno comporti conseguenze negative. In sintesi:
- Abolizione del voto numerico nel primo ciclo e ritorno alla gloriose
letterine A, B, C, D, E, facendo però in modo, come
riferisce “Il Sole 24 Ore, di “scongiurare la traduzione automatica delle lettere
in numeri (si annunciano nuove griglie e criteri di valutazione). Ovviamente saranno gli alunni stessi a chiedere ai
docenti: “B vuol dire 8?”. Lo scopo: “Evitare di limitare l’azione valutativa
alla mera registrazione del successo o dell’insuccesso. L’idea è quella di
lavorare insieme [?] ad una valutazione ‘per l’apprendimento’ e non ‘dell’apprendimento’
”. Si fa passare l’idea che gli insegnanti del primo ciclo siano finora stati semplici
notai dei risultati ottenuti, senza nessuna preoccupazione o strategia per
motivare gli allievi e farne emergere le potenzialità. Inoltre la valutazione “per
l’apprendimento” (o formativa) si può fare benissimo anche con i voti, mentre
quella “dell’apprendimento” (o sommativa) è doppiamente necessaria: serve per
dare un’informazione sintetica e non camuffata all’allievo e per certificarne
gli apprendimenti, come impone il valore legale del titolo di studio. - Abolizione delle
bocciature nella scuola primaria.
Si è trattato finora di casi talmente rari, che si stenta a trovare dei dati in
proposito. In Emilia siamo intorno al 2 per mille. Al Ministero sono
proprio sicuri che in questi pochissimi casi
non sia stata la decisione migliore per i bambini, del
resto in genere condivisa con i genitori? E non suggerisce il buon senso che anche la remota possibilità di non essere ammessi può
aiutare gli alunni pigri o scarsamente motivati a impegnarsi di più? Nella scuola media, invece, le bocciature
saranno consentite solo in casi eccezionali. Ma eccezionali già lo sono; e
certo non decise alla leggera. - Semplificazione (leggi “facilitazione”) degli esami
di Stato. Negli
ultimi anni si è spesso menato scandalo
per le cinque prove scritte dell’esame
di terza media. Troppo faticose per i poveri preadolescenti (notoriamente a
corto di energie). E dunque si faranno due soli scritti, di cui uno “in ambito
linguistico” che potrà includere una parte in lingua straniera (sic!), la
seconda di tipo logico-matematico. Il colloquio “dovrà uscire dai semplici
canoni nozionistici e disciplinari” (ce lo sentiamo ripetere da almeno
quarant’anni) e dovrà accertare il possesso anche “delle indispensabili
competenze trasversali”. Ciliegina: via il presidente esterno delle
commissioni, così si fa tutto in famiglia. E, con lodevole coerenza, negli esami ex di maturità tornerebbero
le commissioni tutte interne, e sarà eliminata la terza prova.
C’è infine da scommettere che il voto di condotta non uscirà indenne dal “riformismo” di Stefania Giannini e del lodatore delle
occupazioni Faraone. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di parlarne. Un
cambiamento avvolto nell’opaca antilingua ministeriale: “Il comportamento sarà
valutato sulla base di indicatori relativi allo sviluppo delle competenze
personali, sociali e di cittadinanza". Rimarrà la possibilità di ripetere l'anno con il 5 in condotta per gravi o ripetuti comportamenti scorretti?
Di fronte alla crescente egemonia del facilismo quale via
alla scuola “inclusiva”, che è in realtà escludente dei ragazzi socialmente svantaggiati,
dobbiamo ancora una volta tentare qualcosa. Nei giorni scorsi ci siamo rivolti al presidente Renzi e al ministro Giannini. Ma difficilmente basterà. Proponiamo quindi a tutti coloro che ritengono necessaria una scuola più
qualificata, cioè anche più esigente, di inviare brevi (civili) messaggi al
Presidente Renzi, alla Ministra Giannini e al sottosegretario Faraone. Con preghiera di mandare anche a noi il vostro messaggio aggiungendo il nostro indirizzo in copia nascosta (sigla "ccn" a sinistra dello spazio in basso per gli indirizzi). Ciascuno lo scriva come meglio crede: può essere un
sintetico “Sono contrario all’annunciato decreto sulla valutazione” oppure una
presa di posizione più argomentata. Ma la
pluriennale deriva deresponsabilizzante è troppo grave per non avvertire
l’esigenza di far sentire la propria voce. Scrivendo e facendo circolare il più
possibile questa proposta. Seguiamo la massima kantiana “Fai quello che devi,
accada quel che può”. INDIRIZZI DI POSTA: Presidente Renzi: matteo@matteorenzi.it - segreteriausg@governo.it Ministro
Giannini: segreteria.particolare.ministro@istruzione.it Sottosegretario
Faraone: segreteria.faraone@istruzione.it
DOPO LA LETTERA A RENZI SU VOTI, ESAMI E RIPETENZE. CONFRONTO DI OPINIONI SUL "CORRIERE FIORENTINO" Fa discutere la lettera aperta di
alcuni prof a Renzi, pubblicata ieri dal "Corriere Fiorentino", sul
merito a rischio col decreto che riduce le bocciature. Le ragioni di favorevoli
Ieri alcuni rappresentanti del «Gruppo di Firenze
per la scuola del merito e della responsabilità» hanno inviato da questo
giornale un appello a Renzi in vista dell’emanazione del decreto legislativo
sulla valutazione scolastica. Il decreto sembrerebbe abbassare i requisiti di
impegno richiesti agli studenti. Se ne dovrebbe discutere nel merito. Vorrei
qui sottolineare un punto della lettera che ritengo centrale. Il richiamo al
«contributo di responsabilità e impegno degli allievi», che riecheggia una nota
frase di Obama: «Possiamo avere gli insegnanti più appassionati, i genitori più
attenti e le scuole migliori: nulla basta se voi non tenete fede alle vostre
responsabilità». Gli studenti, i giovani, non sono tutti uguali.
All’Alberghiero Saffi un’attenta platea di studenti maggiorenni ha ascoltato
Paolo Caretti e Carlo Fusaro, noti costituzionalisti, spiegare le ragioni del
«No» e del «Sì». «Abbiamo capito che bisogna leggere un po’ più cose per essere
in grado di dare questo voto». Una bella lezione di educazione civica. Un
esempio da diffondere, che dimostra come si possa discutere con attenzione del
referendum costituzionale, senza insultarsi a vicenda. Al Machiavelli Capponi e
al Galileo gruppi minoritari di studenti hanno messo in scena la solita vecchia
farsa delle occupazioni, senza rispettare il costituzionale diritto allo studio
e il democratico volere della maggioranza, e infrangendo senza remore la
legalità. Gli occupanti hanno attirato per qualche giorno l’attenzione dei
media e hanno ricevuto dichiarazioni di disponibilità di alcuni amministratori
e politici. A «Leggere per non dimenticare» Anna Benedetti ha presentato un
saggio di Filippo La Porta, Indaffarati,
che si distingue dal ben noto Sdraiati
di Michele Serra, perché coglie il chiaroscuro nelle nuove generazioni. Giovani
da un lato abulici, «sdraiati», disinteressati a ogni impegno culturale.
Dall’altro pieni di passione per le cause che li coinvolgono, per il
volontariato, per cooperare e condividere le proprie esperienze di vita, e sempre
«indaffarati» in tante attività.
«LASCIATE I VOTI E LE BOCCIATURE» FA DISCUTERE
Voti e bocciature, è il caso di abolirli? Tra gli
insegnanti e i presidi c’è chi fa una distinzione forte tra la primaria e le altre
scuole, c’è chi li concepisce solo vincolati a precisi criteri condivisi. Ma un
concetto esce da ogni riflessione: voti e bocciature non possono essere
considerati punizioni, solo strumenti di formazione. Dopo la lettera
indirizzata al premier Renzi, pubblicata ieri su Corriere Fiorentino, scritta
dal «Gruppo di Firenze per la scuola del merito e delle responsabilità», il
dibattito è aperto, in vista del decreto legislativo sulla valutazione.
«Dobbiamo purtroppo constatare che anche questo provvedimento è ispirato al
principio base della pedagogia ministeriale degli ultimi decenni: facilitare
sempre di più il percorso scolastico, minimizzare o ridurre a un pro forma i
momenti di verifica», scrivono il dirigente dell’alberghiero Saffi Valerio
Vagnoli e altri docenti fiorentini.
La pensa come loro Gianni Camici, presidente
provinciale dell’Associazione nazionale presidi: «Non mi sembra ragionevole
togliere le bocciature, che alla scuola primaria, ma anche secondaria di primo grado sono solo una possibilità residuale. Il voto lo considero un fattore di chiarezza, certo deve essere dato secondo criteri spiegati e condivisi».
Viene invece considerato troppo sintetico e
riduttivo il voto numerico alle scuole primarie all’istituto Ghiberti, come
spiega la preside Annalisa Savino e la stessa riflessione la fa Lucia Bacci
dell’istituto comprensivo Compagni Carducci: «Alla scuola primaria il voto non
è formativo, i risultati negativi possono generare sfiducia, nuocere
all’autostima. Diverso è il discorso alla medie dove gli studenti hanno un’età
tale da comprendere che il voto serve a evidenziare i punti critici, che va
inteso come auto consapevolezza sul metodo di studio, in vista delle
E se il voto numerico non fosse che una
«tradizione» comprensibile a tutti? Alessandro Bussotti preside dell’istituto
comprensivo Poliziano aggiunge: «È soprattutto il frutto di un lavoro sui
criteri condivisi dai docenti di quella materia e dai docenti dell’istituto,
deve essere chiaro cosa significa avere un 6 o un 8». Riflette sulla
possibilità di includere in una valutazione anche il progresso fatto il preside
del Marco Polo, Ludovico Arte: «L’essere arrivato da un 4 a un 6 ha un
significato diverso dell’essere rimasti a 6 anche se il voto sarà lo stesso»,
dice il dirigente che si trova d’accordo con una abolizione anche più estesa
delle bocciature: «Alla fine del percorso lo studente potrebbe avere un
certificato che indichi solo quali competenze ha raggiunto».
Interviene nel dibattito aperto dal «Gruppo di
Firenze» anche il sottosegretario all’istruzione Gabriele Toccafondi contrario
alla logica del sei politico come anche all’abolizione per legge delle
bocciature. «Lettere o numeri, non fa molta differenza, quello che conta è la
“sensibilità” del contesto scolastico e il buon senso degli insegnanti, ma un
appello al buon senso deve essere indirizzato anche ai genitori: non si può
essere sempre sindacalisti e avvocati in difesa dei nostri figli. Renzi ha
ragione quando richiama al rispetto per il ruolo degli insegnanti».
A difendere il decreto legislativo a cui si
riferisce il «Gruppo di Firenze» è la senatrice Francesca Puglisi, responsabile
della commissione scuola del Pd: «Non si intende ridurre a un “proforma” i
momenti di verifica scolastica. Anzi, crediamo che la valutazione debba essere
un momento di formazione di ciascuno studente». Ma la valutazione «deve
attestare i livelli di conoscenza raggiunti senza limitarsi a “registrare” i
successi o gli insuccessi». Puglisi attribuisce la perdita del rispetto sociale
per gli insegnanti anche ai messaggi sbagliati dati in passato «in pasto»
all’opinione pubblica. «Ricordate? “Con la cultura non si mangia”, “Signorina,
sposi un uomo ricco e sarà felice”, gli “insegnanti fannulloni” — continua
Puglisi. Matteo Renzi, nel recente viaggio a Washington, ha voluto portare con
sé le eccellenze italiane per dimostrare ai nostri ragazzi che con l’impegno
rigoroso e la fatica nulla è impossibile». Infine l’invito: «Il decreto
legislativo non è ancora chiuso — dice la senatrice — aspettiamo anche la
proposta del “Gruppo di Firenze” per migliorarlo».
«HO RIPETUTO L’ANNO, ME LO MERITAVO E MI RIMISI IN
«Sono stato bocciato in terza liceo. Ma anche se
sul momento pensai che era stata colpa dei professori brutti e cattivi,
ovviamente me lo ero meritato». Il giornalista fiorentino Nicola Remisceg
sorride al ricordo di quella bocciatura, cui andò incontro quando studiava al
liceo scientifico Gramsci, in via del Mezzetta. E oggi, a distanza di molti
anni, con due figli al liceo, l’autore e videomaker del programma televisivo Le
Iene ripensa a quell’episodio e ammette che una parte del suo successo è nata
proprio da lì. Fu una bocciatura giusta?
«La presi male, ma i miei professori fecero bene:
non studiavo, anzi non avevo mai studiato, e in terza fu un po’ l’anno clou. A
maggio smisi persino di andare a scuola. Poi quello stop mi è tornato utile».
«Il giramento di scatole nel vedere i miei ex
compagni che andavano avanti, mentre io restavo indietro, mi ha messo fretta:
mi sono messo in riga ed è stato tutto più facile, mi sono diplomato senza
problemi». Dopo il diploma, è arrivata anche la laurea.
«Sì, in antropologia culturale. Ma c’è un altro
aspetto: quando ripetei la terza, per un anno campai di rendita, in classe si
facevano tutte cose che avevo già sentito. E avevo più tempo. Fu allora che
cominciai a divertirmi facendo i miei primi video, le mie prime video storie.
Lì è nata quella passione…».
Una bocciatura come trampolino di lancio, per
arrivare fino a Le Iene… «Non è comunque bello perdere un anno, specialmente a
quell’età. All’università è più facile, lo assorbi meglio. Ne avrei fatto
volentieri a meno». E oggi è ancora giusto bocciare?
«Io ho due figli che vanno al liceo, non auguro
loro di fare la mia stessa fine. D’altronde hanno risultati un po’ altalenanti,
ma vanno benino. Non dovrebbero essere a rischio, o almeno lo spero».
La politica ora si interroga sull’opportunità di
eliminare la bocciatura. Non è la strada da prendere?
«Sarebbe sbagliato eliminare le bocciature: quando
inizi un percorso gli obiettivi vanno raggiunti; se non lo fai, è normale che
tu debba ripartire dal punto di partenza. È così che funziona nella vita».
E se i figli si lamentano degli insegnanti, di chi
è giusto prendere le parti?
«Del professore, sempre. Io sono figlio di una
maestra, che viene da una dinastia di maestre: ho imparato che l’insegnante va
rispettato, ho visto la passione che ci metteva, lei, le sue sorelle, mia
nonna... E se un professore ti dà un 4 vuol dire che te lo sei meritato».
Quando inizi un percorso gli obiettivi vanno
raggiunti, se non lo fai è normale che tu debba ripartire dal via. È la vita.
Nevio Santini, 68 anni, è un ex allievo di don
Lorenzo Milani. Uno di quei tanti ragazzi che a partire dagli anni ‘50
animarono e si formarono alla scuola di Barbiana. La scuola dell’«I care»,
tradotto del «Mi sta a cuore»: il motto che contraddistingue quell’esperienza
didattica e pedagogica, nata e maturata a Vicchio, nel Mugello, dove don Milani
arrivò nel 1954. Una scuola dove al posto dei compiti c’era la scrittura
collettiva, dove invece delle punizioni e della bocciature ci si allenava al
Santini, alcuni docenti fiorentini hanno fatto
appello, dalle pagine del Corriere Fiorentino al presidente del Consiglio
Matteo Renzi affinché riveda le misure — abolizione alle primarie e riduzione
alle medie delle bocciature, un numero minore di prove finali — previste nel
decreto legislativo sulla valutazione scolastica.
«Peccato. Io per ora vedo di buon occhio questo
decreto. Mi sembra un passo, il primo, verso un modello di scuola diverso».
Presidi e professori sostengono che eliminando i
voti e la possibilità di bocciare si fa un danno sia ai ragazzi che ai docenti.
«Perché hanno una concezione sbagliata della
bocciatura. Basta cambiare paradigma. Ogni volta che si boccia un ragazzo non
si compie un atto negativo solo nei confronti del destinatario del
provvedimento ma del gruppo classe all’interno del quale è inserito». Cosa
«Vede, la missione di ogni insegnante, così come lo
intendeva don Milani, non è preoccuparsi del primo ma dell’ultimo e insegnare al primo della classe — il secchione lo
chiameremo oggi — ad aiutare il compagno che è rimasto indietro. Bocciandolo,
il professore non permette ai ragazzi di comprendere il valore dell’aiuto
La bocciatura impedisce di misurarsi con il valore
della solidarietà?
«Sì, in sostanza è così. Agli svogliati devi dare
uno scopo, così vedrai che si appassionano, ripeteva don Milani». Quindi non è
un metodo educativo? «No, affatto».
In una scuola che spesso si trova a dover gestire
le ingerenze dei genitori e le sentenze della magistratura, alcuni docenti
pensano che questo decreto possa contribuire a deresponsabilizzare i ragazzi. È
«No, non credo. È vero che la scuola è cambiata. E
insieme ad essa i rapporti tra insegnanti e genitori. Ma i ragazzi, in fondo,
sono sempre gli stessi. I professori devono agire pensando di avere davanti
delle anime a cui mostrare il mondo. Un po’ come faceva il don Lorenzo».
La missione di ogni insegnante, come diceva don
Milani, è insegnare al primo ad aiutare chi è rimasto indietro.
Di fronte a una platea
di duecentosettanta studenti dell’Istituto alberghiero “Saffi” di Firenze
(quelli maggiorenni che potranno votare il 4 dicembre), i
professori Paolo Caretti e Carlo Fusaro, noti studiosi della Costituzione, hanno
spiegato le ragioni del “no” (il primo) e quelle del “sì” (il secondo). Con passione,
certo, ma neppure una volta utilizzando le armi della faziosità che dominano
nel dibattito televisivo e sui “social”: la caricatura, il processo alle
intenzioni, il sarcasmo (solo qualche garbata ironia, siamo in Toscana), la
denigrazione dell’interlocutore, tanto meno l’insulto. Insomma, una doppia lezione di educazione civica: sulle modifiche alla Costituzione, ma anche su come si può discutere rispettando l’interlocutore. Un esempio che altre scuole potrebbero seguire, anche
considerando quello che alcuni dei ragazzi hanno ammesso: di saperne molto
Il servizio sul “Corriere
Fiorentino”: http://jmp.sh/Twtu163 Pubblicato da
È proprio di ieri la notizia che il Ministero della pubblica
istruzione toglierà di mezzo i voti alle elementari e alle medie, sostituendoli
(grande novità) con le lettere, e che verranno resi più facili gli esami finali
di terza media e di maturità. Sarà inoltre vietato bocciare nella primaria e
reso eccezionalissimo alle medie. La notizia girava da tempo tra gli addetti ai
lavori, a conferma che ad ogni cambio di governo nella scuola si deve sempre
cambiare qualcosa nel senso di scoraggiare la serietà. Certi mutamenti vengono
anche da lontano, da certo egualitarismo sessantottino, che da noi, al
contrario di altri Paesi, è eterno e sempre verde.
Questa ideologia è
ben sintetizzata in un articolo apparso a firma di Giuseppe Caliceti sul “Manifesto”
di ieri e nel quale l'autore, sotto forma di dialogo con la propria figlia, si
lascia andare a una inesorabile requisitoria contro il merito, visto come
trionfo dell'ingiustizia perché privilegio delle classi sociali più
avvantaggiate e perché coltivare il merito a scuola significherebbe addirittura
riconoscersi in una visione della società simile a quella nazista e fascista.
Per questo giornalista-insegnante, il concetto di merito si traduce sempre in
quello di meritocrazia in senso negativo, che per lui ha sempre “la funzione
principale e strategica di stroncare sul nascere ogni tipo di naturale invidia
e rivincita sociale...”. Ove l'invidia per Caliceti è naturalmente “un'aspirazione
sana e naturale” come, mi verrebbe da dire, ci insegnavano certi film muti
sovietici degli anni Venti del secolo scorso.
Purtroppo da decenni
la parola merito trova sempre minor considerazione proprio nel luogo deputato a
farlo trionfare: la scuola, appunto. Svillaneggiato e ritenuto diseducativo, per
non dire demonizzato, sta facendo proprio per questo sprofondare, non solo nei
test invalsi, il ruolo essenziale della nostra scuola. Che non è più quello
degli anni cinquanta e sessanta che era finalizzato a creare e a selezionare una classe dirigente destinata a
perpetuarsi poiché i capaci e i meritevoli di famiglie povere erano tutelati
solo a parole in qualche principio della nostra Costituzione ben lontano
dall’essere attuato: se volevano studiare, per loro non c'era che il seminario
o qualche triste collegio. Da quando la scuola si è finalmente aperta a classi
sociali fino ad allora escluse e destinate a replicare la loro bassa condizione
economica e culturale, si è innestato una sorta di cancro pedagogico che
bandisce istanze come merito e responsabilità, senza peraltro curarsi troppo
della qualità culturale della scuola; e finisce proprio per privilegiare la
trasmissione dei poteri, delle professioni, delle cadreghe a livello
familistico, nel senso mafioso del termine. Mai come in questi anni a scuola è
stata così timida nel mettere i suoi studenti in condizione di trarre fuori il
meglio di loro stessi, delle loro attese, delle loro curiosità e delle loro
vocazioni. Inoltre, davvero non c’è nessuna differenza tra chi fa il proprio
dovere e chi no, tra chi studia e chi non lo fa, tra chi copia e chi imbroglia,
tra chi rispetta i compagni e chi fa il bullo? Ora che la gran parte dei nostri
ragazzi, per fortuna, potrebbe veramente aspirare a una mobilità sociale e
culturale un tempo impossibile, mettere al bando il merito, l'impegno e la
serietà negli studi serve invece a garantire il trionfo dei più furbi, dei più
potenti e infine proprio dei privilegiati. (“Corriere Fiorentino, 21 settembre
È recentissima una sentenza del Tribunale di Torino che
permette agli alunni della primaria e della media di fare il pranzo a scuola
con un panino o altro cibo portato da casa, invece che con quello della mensa
scolastica. Una questioncella, si dirà, rispetto ai gravi problemi di questo
inizio di anno scolastico. In realtà la sentenza che accoglie le richieste dei
genitori contrari alla mensa “uguale per tutti” conferma una visione del mondo
da parte di molti adulti assai refrattaria a educare i loro figli alla
necessità di misurarsi con la realtà. Forse c’è qualche speranza di venire a
capo del caos degli organici, delle “reggenze” che appaiono e scompaiono
lasciando sbigottiti centinaia e centinaia di docenti che nel giro di pochi
giorni si trovano a misurarsi con due o tre dirigenti diversi o il balletto dei
docenti che vanno e vengono con i loro bagagli da una regione all'altra; minori
speranze le nutriamo sulle conseguenze negative che la sentenza torinese avrà
su molti genitori, sempre più disponibili ad accontentare, come diceva mia
madre, le voglie dei loro figli.
L'apparente libertà di poter mangiare a scuola ciò che mamma
o babbo preparano a casa, rappresenta a mio parere la conferma di quanto sia
profondamente radicata la convinzione che per nostri figli nessun sacrificio è
ammissibile e sostenibile, come quello di potersi sfamare con quanto propongono
le mense scolastiche. Che generalmente non fanno concorrenza ai migliori
ristoranti, ma cucinano con le attenzioni dovute a bambini che hanno esigenze particolari,
sia per motivi religiosi che di salute, e sono sottoposte peraltro a controlli
igienico-sanitari puntuali e approfonditi. È naturale che ogni mensa scolastica
sia sempre migliorabile e che non si dovranno assolutamente negare i pasti a
coloro che non hanno soldi per poterli pagare. Ma i genitori che hanno
sostenuto il lungo iter giuridico torinese non appartengono a quest'ultima
realtà, e credo non occorra spiegarne i motivi. Sono probabilmente espressione
di una visione del mondo che nessuna riforma scolastica, nessuna buona scuola,
nessun avvio dell'anno scolastico finalmente privo di problemi potrà mai
accontentare. Rappresentano a mio parere una categoria, purtroppo sempre più
numerosa, convinta che non ci debba essere nessun attrito tra i loro figlioli e
la realtà che li circonda e che non si debba chiedere loro un pur minimo
sacrificio: in questo caso quello di mangiare lo stesso cibo dei loro compagni,
dei loro docenti e spesso dei loro stessi dirigenti scolastici. Si perde oltre
a tutto un’occasione per esplorare altri sapori e profumi rispetto a quelli
domestici, con il rischio di ingabbiare i bambini in scelte ripetitive e anche
troppo rassicuranti. Anche questo è parte dell’educazione. Insomma, nessun
avvio dell'anno scolastico potrà mai essere un buon inizio, se non cominciamo a
misurarci anche con questi problemi affrontandoli a partire dalle sedi opportune.
Prima fra queste quella ministeriale, che da decenni invece rifiuta perfino di
parlare di quello che dovrebbe essere il ruolo dei genitori anche all'interno
delle scuole, così come si rifiuta perfino di accennare a tematiche che dovrebbero
rappresentare le fondamenta di qualsiasi sistema educativo: rispetto delle
regole, lealtà nel non copiare, impegno nello studio, premio del merito,
quest'ultimo assolutamente fondamentale per poter permettere a coloro che
partono da situazioni socialmente svantaggiate di potersi elevare nella vita
senza ricorrere ad altri sistemi che sono purtroppo diffusi in un paese in cui,
per dirla con Oriana Fallaci, non governano purtroppo le leggi ma le persone!
*Pubblicato
oggi sul “Corriere Fiorentino”
Sulla fortissima selezione nelle
prove scritte del maxi-concorso per entrare nella scuola ha scritto ieri un
ampio intervento Gian Antonio Stella, basandosi su uno studio di “Tuttoscuola”.
affastella, in modo non sempre logico, tutta una serie di temi e considerazioni (alcune condivisibili,
altre molto meno), ma il problema di gran lunga più serio che si pone al
mondo della scuola, e in primo luogo al governo e al parlamento, è racchiuso in
alcune citazioni tratte dall’analisi di “Tuttoscuola”. Secondo la quale dalle
prove scritte emerge “una scarsa capacità di comunicazione scritta, in termini
di pertinenza, chiarezza e sequenza logica e una carenza nell’elaborare un
testo in modo organico e compiuto”, al punto che alcuni commissari si sono
chiesti “se si trattasse di candidati stranieri che non padroneggiavano bene la
nostra lingua, salvo poi verificare che erano italianissimi». Inoltre dai testi
dei candidati “si ricava anche un campionario di risposte incomplete, errori e
veri e propri strafalcioni, che sorprendono in maniera più acuta per il tipo di
concorso in questione, ovvero una selezione tra chi si candida a insegnare alle
nuove generazioni». Sembra di rileggere le ripetute e inascoltate lamentele di
tanti docenti universitari inorriditi dagli scritti dei loro studenti e persino
dei loro laureandi per le macroscopiche carenze nelle “competenze di base”. Non c’è però da meravigliarsene.
Dato che, come riferisce “Tuttoscuola”, l’età media dei candidati è di 37-38
anni, questo significa che una buona parte di loro ha frequentato le elementari
e le medie dagli anni ’70 in poi, quando
cioè si stavano già dispiegando sugli apprendimenti gli effetti delle pedagogie
permissive, egualitariste e puerocentriche a oltranza. Col sostegno di non
pochi “esperti” si abbandonavano quasi del tutto lo studio della grammatica, la
correzione degli errori (per non demotivare i bambini; e comunque mai con la
matita rossa!), l’esercizio della calligrafia, vissuto da molti come
“repressivo” della spontaneità infantile, le poesie a memoria, le date della
storia, i nomi della geografia. Per non parlare della condanna della bocciatura
anche come extrema ratio utile a sostenere impegno e serietà nello studio. Una
scuola, insomma, sempre meno esigente sul “profitto”, mentre contestualmente
veniva messa sotto accusa la disciplina e si squalificavano le sanzioni come
retaggio di un passato autoritario anche per comportamenti gravemente incivili.
Si tratta però di una tolleranza che non ha pregiudicato solo la formazione
umana e civica di milioni di ragazzi, ma anche l’apprendimento stesso che può
avvenire solo in un clima di attenzione e di concentrazione. E questo vale a
maggior ragione per gli allievi socialmente svantaggiati.
Nonostante un simile contesto politico-culturale, in questi decenni
moltissimi insegnanti hanno cercato di difendere, potremmo quasi dire a mani
nude, i valori dell’impegno, del merito, della responsabilità, nonché l’importanza
di acquisire sicure competenze di base. Sarebbe ora che diventassero questi i
cardini di una nuova politica scolastica. (GR)
“PILLOLE DEL SAPERE”, LA SENTENZA DELLA CORTE DEI CONTI CHE LA GIANNINI NON PUÒ IGNORARE ["ilsussidiario.net", 3 agosto 2016]
Nei giorni scorsi “Il Tempo” informava
che la Corte dei Conti ha condannato tre ex alti dirigenti ministeriali a
risarcire lo Stato per la faccenda delle cosiddette “pillole del sapere”, una
ventina di filmati didattici di tre-quattro minuti da diffondere nelle scuole, che
furono commissionati alla società “Interattiva Media”. Costarono la cifra
astronomica di 769 mila euro, circa 39 mila l’uno. E pensare che c’era un
istituto tecnico disposto a farle gratis. L’affidamento fu fatto senza gara e
senza che nessuno si preoccupasse di verificare se altre aziende fornissero
prodotti analoghi a minor prezzo. Quanto alla qualità, sono stati giudicati un
po’ da tutti didatticamente inadeguati. Di conseguenza Giovanni Biondi, ex capo dipartimento della Programmazione del Ministero,
dovrà risarcire 35 mila euro allo
Stato; Antonio Giunta La Spada, già direttore dell’Agenzia Nazionale per lo
Sviluppo dell’Autonomia Scolastica (Ansas) 90 mila euro; Massimo Zennaro, capo
della Direzione generale per lo studente, poi portavoce della ministra Gelmini,
10 mila euro. Totale 135 mila euro. Non sono, come ci si aspetterebbe, 269
mila, in quanto non sono stati chiamati in giudizio altri soggetti che pure
hanno contribuito al danno erariale, cioè funzionari del ministero e
dell’Ansas. Per questo sono state sottratte dall’importo le quote
“astrattamente addossabili a tali soggetti”.
Com’è noto, fu un’inchiesta di “Report”
(che definì i filmati “le pillole della vergogna”) a far aprire un’indagine
penale e una contabile. La prima è finita in un “non luogo a procedere”, ma va
detto, come ricorda “Il Tempo”, che per i giudici contabili proprio la sentenza
di proscioglimento fa emergere manifesti profili di “mala gestio” e che
l’archiviazione fu dovuta a “gravi carenze nell’attività di indagine da parte
del P.M. penale”. La Corte dei Conti, oltre a rilevare “un meccanismo di spesa al
di fuori della normativa vigente, volto a instaurare un rapporto esclusivo con
un imprenditore privato e a depauperare le pubbliche finanze”, è drastica anche
sulla qualità dei prodotti: “palesemente scadente, come riconosciuto anche dal
giudice penale”. Se non bastasse, in precedenza la commissione indipendente
istituita dal Ministero si era espressa negativamente sui filmati: “Lo spirito
che permea questi prodotti non è didattico”. E più avanti: “Il 50% degli
argomenti trattati sembrano più pubblicità progresso che materiali didattici”. Tanto premesso (come dicono i testi
ministeriali), si dà il caso che il dottor Biondi nel 2013 è passato a
presiedere niente meno che l’Indire, cioè l’Istituto Nazionale per la Documentazione,
l’Innovazione e la Ricerca Didattica, l’ente che si occupa istituzionalmente
anche delle materie oggetto dell’inchiesta e della condanna, cioè della
progettazione e realizzazione di supporti didattici. Non sappiamo se la sentenza
della Corte dei Conti verrà appellata o meno, e dunque se è da considerare
definitiva. Dato però che l’iniziativa del presidente Biondi è stata più volte
censurata sia nel metodo (procedure e danno erariale) che nel merito (qualità e
utilità dei prodotti ai fini della didattica), viene da chiedere al Ministro
Giannini: è ancora opportuno che continui a ricoprire quel ruolo? Giorgio
L'articolo del "Tempo". Pubblicato da
saputo da colleghi e amici che anche quest’anno in certe sedi d’esame il
presidente si è preoccupato fin dalla prima riunione di “tranquillizzare” tutta
la commissione affermando che nessuno sarebbe stato bocciato. E pare che
qualcuno sia stato anche più esplicito: “Mi raccomando di non bocciare
nessuno”. Forse per compensare la frustrazione di adempiere a una funzione resa
così quasi inutile, ecco che tutto l'esame spesso si è concentrato
sul riproporre ossessivamente le ritualità che da decenni si ripetono
anche se anacronistiche, come quella di disporre i banchi per gli scritti in
lunghi corridoi, in barba alla temperatura e alle più elementari misure di
sicurezza. A quanto pare è anche irrinunciabile integrare l’apparato di
sorveglianza con docenti non facenti parte della commissione, ma messi a
disposizione dalla scuola. Dato che la commissione è composta da ben sette
persone, viene il sospetto che la cosa sia funzionale a dare un giorno libero
ai commissari e non a rendere più stringente la sorveglianza. Spesso ci si
dimentica che i docenti a disposizione per la sorveglianza dovrebbero servire
solo nel caso in cui le commissioni d'esame, come accadeva però molti anni fa, fossero
cosa che rattrista e fa arrabbiare, specie se la si vede in un docente, è
l’allergia alle assunzioni di responsabilità. Un commissario interno mi ha riferito che una sua collega
esterna si lamentava, a quanto pare giustamente, dell’impreparazione nella sua
materia che stava riscontrando in una classe. Quando però le ha chiesto di far
pervenire al dirigente scolastico una relazione in proposito, la proba docente
ha smesso di lamentarsi, cominciando a trovare gli ultimi candidati senz’altro
preparati. E della relazione neanche l'ombra… Vogliamo mica rischiare di andare
incontro a qualche grana! E
poi di tutto un po’, come nel finale dei fuochi di artificio: membri interni di
matematica che avrebbero svolto per conto dei loro allievi parte del compito;
classi intere presentate con un punto di credito aggiuntivo in omaggio; più
ragazzi mandati in bagno contemporaneamente durante gli scritti; colloqui
affrontati da candidati di fronte a membri della commissione intenti a guardare
il cellulare e perfino a leggere il giornale (ancora gli studenti di quella
commissione se la ridono con malcelata amarezza). Insomma, certi "maestri
di vita" non ce la fanno proprio a sentirsi dei professionisti e a
comportarsi come tali, neanche nei giorni in cui il mondo della scuola potrebbe
riscattarsi un po' dal grigiore e dalla mediocre comicità con il quale certo cinema italiano lo rappresenta. E fa specie che da decenni nessuna
autorità nazionale dica una parola sulla necessaria serietà degli esaminandi e
degli esaminatori. Valerio Vagnoli
A Firenze l'Istituto
alberghiero "Saffi", in forte carenza di aule, dovrebbe
utilizzarne alcune libere nella scuola media "Guicciardini".
Ma una parte dei genitori si oppone. Il dirigente dell'alberghiero
interviene in proposito sul "Corriere Fiorentino".
Per trovare aule agli
studenti del Saffi altrimenti destinati a cambiare indirizzo, siamo
andati in piazza; e per difenderli dalle offese dirette e indirette
che in questi giorni piovono loro addosso siamo decisi fino in fondo
a far valere i loro diritti. Il plurale beninteso si riferisce, oltre
che al sottoscritto, anche al personale docente e non docente della
scuola che dirigo. Fa specie che dei genitori (ma solo loro?) si
smarriscano umanamente di fronte a un caso del tutto normale e già
sperimentato in numerose scuole fiorentine: in mancanza di aule è
naturale che si faccia riferimento a edifici scolastici che ne hanno
invece disponiblità. Senza andare lontani nel tempo, basti ricordare
che fino a pochissimi anni fa i ragazzini della media Calvino hanno
convissuto per oltre un decennio con i ragazzi più grandi
dell'alberghiero Buontalenti. Attualmente in un edificio adattato col
tempo a scuola, l'Istituto dei ciechi, convivono senza alcun problema
studenti delle medie e di due diversi istituti professionali, l'Elsa
Morante e appunto il Saffi. In tempi anch'essi non lontanissimi non
esitai un attimo nell'accogliere al Poggio imperiale la richiesta
della collega dell'Istituto d'Arte di ospitare alcune loro classi in
palestra. E, sempre in qualità di reggente dell'Educandato, nel
progetto di apertura di una fattoria didattica che avrebbe utilizzato
l'ampio podere in uso alla medesima scuola (pubblica), avevo preteso che lo spazio venisse aperto anche alle altre scuole del centro
storico, senza distinzione di età, nella consapevolezza che tra le
tante cose che mancano nel sistema scolastico italiano vi è proprio
il contatto e il confronto tra ragazzi di esperienze ed età diverse,
e forse vi è anche scarsa autentica educazione alla solidarietà.
Dispiace che certi genitori della Guicciardini si arrocchino nella
difesa di un edificio che non è solo loro ma che, appartenendo alla
comunità, potrebbe risolvere i gravi problemi presenti in un' altra
scuola; il Saffi, appunto, che è fra l'altro frequentato anche da ex
studenti della stessa Guicciardini. Che ogni convivenza crei, oltre arricchimenti reciproci, anche dei problemi è del tutto normale e
nessuno si sente di metterlo in discussione. Quello che mettiamo
assolutamente in discussione è il pregiudizio che traspare nei
confronti degli studenti del Saffi, almeno in alcune dichiarazioni
di genitori, rispetto alle quali non sono state prese le distanze da
chi ci si aspettava che venissero prese, in primo luogo dai
responsabili della scuola, compreso il Consiglio d'istituto. I
nostri studenti non sono diversi rispetto a qualsiasi altro studente
della loro età: non sono né migliori né peggiori degli altri, sono
ragazze e ragazzi non piovuti da un altro pianeta ma dalla nostra
città, dalla provincia e anche da più lontano con la voglia
disperata ed entusiastica di tutti gli adolescenti e di tutti i
giovani di sentirsi accolti, capiti, guidati. Se degli adulti,
peraltro a loro volta genitori, non hanno neanche questa
consapevolezza c'è da preoccuparsi. E non poco se si pensa che tutto
ciò accade in un quartiere che a partire dalla Madonnina del Grappa,
ci ha regalato in passato degli esempi grandissimi di solidarietà e
attenzione alla crescita, quanto più possibilmente serena, proprio
Alberghiero "Aurelio Saffi"
Tra i firmatari la scrittrice Paola Mastrocola, il linguista Luca Serianni, Giovanni Belardelli, storico e editorialista del “Corriere della Sera”, Adolfo Scotto Di
Luzio, storico della
pedagogia, il politologo Vittorio Emanuele Parsi, Rino Di Meglio, coordinatore nazionale
della Gilda degli Insegnanti.
Alcuni giorni fa il sottosegretario Faraone ha
preannunciato che verrà “liberalizzato” l’uso del cellulare in classe,
superando il divieto stabilito nel 2007 dal ministro Fioroni. Continuare a
insistere su questa misura sarebbe addirittura “luddismo”. Meglio insegnare “un
uso consapevole” di questi strumenti. Ma conoscendo la realtà della scuola,
moltissimi sono convinti che questo incauto provvedimento, se attuato, farà
molti danni, rendendo più facile copiare, distrarsi durante lezioni e magari
perseguitare un compagno o una compagna
Per questo oltre duemila fra
insegnanti e dirigenti (per la precisione 2066, tra cui anche alcuni cittadini
non docenti interessati alla serietà della scuola) hanno deciso di
sottoscrivere la seguente lettera al
Ministro dell’istruzione Stefania Giannini:
nei giorni scorsi il sottosegretario Faraone ha annunciato che
sarà abolito il divieto di usare il cellulare il classe, una misura del
ministro Fioroni, che giustamente si preoccupava di evitare motivi di
distrazione e di disturbo. Un divieto che oggi è più che mai attuale data la
diffusione tra i ragazzi degli smartphone, tanto più attraenti dei cellulari di
allora. Tutti abbiamo avuto modo di constatare quanto essi possano
monopolizzare la loro attenzione; e non c’è alcuna seria motivazione didattica
o educativa per un cambio di rotta che costituirebbe un forte incentivo alla
distrazione e all’uso improprio di questi strumenti (copiare, giocare,
praticare il bullismo via internet, schernire un docente). D’altra parte, per
l’uso didattico dell’informatica, è bene usare strumenti assai più indicati
come i tablet e le Lim.
Riteniamo quindi indispensabile
che il vigente divieto venga mantenuto (e rispettato) nell’interesse degli
stessi studenti e del lavoro degli insegnanti. Tra i firmatari segnaliamo (in ordine
alfabetico)
ADOLFO SCOTTO DI LUZIO, docente
di storia della pedagogia;
ADRIANO PROSPERI, docente di storia moderna collaboratore di
“Repubblica”;
AMEDEO QUONDAM, docente emerito di letteratura italiana; EMILIO PASQUINI, docente emerito di letteratura italiana; GIORGIO ALLULLI, dirigente dell’
Isfol, esperto di formazione professionale;
GIOVANNI BELARDELLI, storico
e editorialista del “Corriere della Sera”; GIULIO FERRONI, docente di
letteratura italiana; LORENZO STRIK LIEVERS, docente
di didattica della storia, già senatore della Repubblica;
LUCA SERIANNI, linguista e
accademico dei Lincei; MARCELLO DEI, docente di sociologia e autore di Ragazzi si copia. A lezione di imbroglio
nella scuola italiana;
docente di neuropsichiatria infantile; PAOLA MASTROCOLA, insegnante,
scrittrice e collaboratrice del “Sole24Ore”; PAOLA TONNA, coordinatrice
dell’Apef (Associazione Professionale Europea Formazione)
PAOLO PADOIN, già Prefetto
di Firenze; PIER VINCENZO ULERI, docente
di Scienza della politica;
REMO BODEI, docente di filosofia all'University of California, Los Angeles (UCLA); RENZA BERTUZZI, Responsabile di
redazione di “Professione Docente”, organo della Gilda degli insegnanti; RINO DI MEGLIO, coordinatore
nazionale della Gilda degli insegnanti; ROBERTO TRIPODI, presidente dell’Associazione Scuole
Autonome della Sicilia;
VITTORIO EMANUELE PARSI, politologo
e editorialista del “Sole24Ore”.

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