Source: http://www.goleminformazione.it/commenti/la-cassazione-apparentemente-favorisce-i-bamboccioni.html
Timestamp: 2019-09-16 11:21:35+00:00

Document:
Avvocati Magistrati Società Lavoro
“I figli trovano un lavoro con regolare contratto: con i contributi e busta paga nemmeno troppo 'leggera'. Ma questo non basta a riossigenare chi è tenuto a versare l'assegno alla ex moglie per provvedere alle esigenze dei ragazzi. L'avvertimento arriva dalla Cassazione con la sentenza 14123/2011 della prima sezione civile. Per mettere fine all'esborso mensile, infatti, l'impiego - dicono i supremi giudici - deve essere consono alle aspettative maturate con il titolo di studio, anche quando si tratta di un modesto diploma da ragioniere, non di una laurea prestigiosa. Per di più la retribuzione dei figlioli, anche se è quella prevista dalla legge, deve essere di una certa consistenza. Per fare l'esempio del caso affrontato dalla Suprema Corte, 600 euro per un lavoro fisso part-time, mentre si vive ancora con la mamma sotto un tetto già pagato, non esimono il padre, anche se è un povero pensionato, dal versare il contributo per la figlia”
Per capire se una sentenza deve meravigliare o meno è sempre opportuno cercarne le motivazioni. La motivazione della sentenza è una conquista della civiltà (fu introdotta per la prima volta dal ministro della Giustizia del Regno delle Due Sicilie). In questo caso la Cassazione così spiega: “L'obbligo di versare il contributo per i figli maggiorenni cessa solo quando il genitore provi che hanno raggiunto l'indipendenza, percependo un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali condizioni di mercato. Per converso se il genitore dimostra che il figlio si è sottratto volontariamente allo svolgimento di una attività lavorativa adeguata, può sospendere il mantenimento”. E per finire: “l’autosufficienza deve essere accertata anche sulla base di una corrispondenza, quanto meno tendenziale, fra le capacità professionali acquisite e le reali possibilità offerte dal mercato del lavoro, tenendo naturalmente conto, dell'assenza di colpevoli inerzie o rifiuti ingiustificati e, soprattutto, dell'entità dei proventi dell'attività esercitata nella ragionevole attesa di una collocazione nel mondo del lavoro adeguata alle capacità professionali e alle proprie aspirazioni, se ed in quanto concretamente e meritevolmente coltivate, nonché prive di qualsiasi carattere velleitario”.
A dimostrare l’inutilità della meraviglia – che si risolve in una disinformazione per la quale tutto diventa slogan e frasi fatte – c’è la giurisprudenza precedente. La Corte d'Appello di Catania, il 28 ottobre 2009 così ha deciso in una causa simile: “In tema di mantenimento della prole, la decisione della figlia maggiorenne di intraprendere gli studi universitari in età più avanzata, rispetto alla normalità, non può ritorcersi a suo danno, dovendo i genitori assecondare le inclinazioni e aspirazioni dei figli, tranne che venga dimostrato che il cambio di scelte mascheri, in realtà, la volontà di non lavorare, né di studiare (nella specie, la figlia maggiorenne, dopo aver svolto, per un periodo di tempo molto limitato, alcuni lavori precari, si era iscritta all'Università e, nel corso di un solo anno accademico, aveva sostenuto ben nove esami, a dimostrazione dell'impegno profuso negli studi”.
E pochi mesi dopo, il 14 aprile del 2010, la sentenza 8954 (prima sezione civile), così afferma: “In tema di assegno di mantenimento dei figli, dall'art. 30 Cost., (artt. 147, 148 e 155 c.c., art. 6 legge sul divorzio) si trae il precetto che i figli maggiorenni ma tuttora dipendenti non per loro colpa dai genitori hanno diritto a conseguire il mantenimento da costoro, fino al momento in cui raggiungano una propria indipendenza economica, ovvero versino in colpa per non essersi messi in condizione di conseguire un titolo di studio o di procurarsi un reddito mediante l'esercizio di un'idonea attività lavorativa. E che detto diritto non consiste nella mera corresponsione degli alimenti, ma assume eguale consistenza ed ampiezza di quello attribuito dal menzionato art. 155 c.c. ai figli minorenni cui la loro posizione va assimilata… non essendo sufficiente il mero godimento di un reddito quale che sia, occorre altresì la prova della sua adeguatezza ad assicurare al figlio la completa autosufficienza economica. La relativa valutazione resta affidata al giudice di merito”.
La tutela garantita ai figli viene rafforzata dalle sentenze che, invece, hanno autorizzato il genitore a sospendere il mantenimento. Su tutte, ne citiamo due: la sentenza 23590/2010 della prima sezione civile e la sentenza 12477/2004 della seconda civile della Cassazione. Entrambe dicono la stessa cosa: “Il genitore non è tenuto a versare all'ex coniuge l'assegno per il figlio maggiorenne convivente quando quest'ultimo, ancorché allo stato non autosufficiente economicamente, abbia in passato iniziato a espletare un'attività lavorativa, così dimostrando il raggiungimento di un'adeguata capacità e determinando la cessazione del corrispondente obbligo di mantenimento da parte del genitore, senza che assuma rilievo il sopravvenire di circostanze ulteriori le quali, se pur determinano l'effetto di renderlo privo sostentamento economico, non possono far risorgere un obbligo di mantenimento i cui presupposti siano già venuti meno”.

References: sentenza 
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 art. 6
 art. 155
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