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Gli Articoli Di StoriadossierUploaded by StoriadossierRelated InterestsWaste ManagementIncinerationWasteDirective (European Union)RecyclingRating and Stats0.0 (0)Document ActionsDownloadShare or Embed DocumentEmbedView MoreCopyright: Attribution Non-Commercial (BY-NC)Download as PDF, TXT or read online from ScribdFlag for inappropriate contentFebbraio-Marzo 2010Gli articoli di Storiadossier
Selezione di articoli liberamente tratti dal blog di StoriaDossier [http://storiadossier.blospot.com] Italia bacchettata dall’U.E. sulla vicenda “emergenza rifiuti in Campania”. 07-03-2010
Il nostro governo non ha adottato tutte le misure necessarie allo smaltimento mettendo in pericolo salute e ambiente biasimo nei confronti del governo italiano, l’Europa “ci ha bacchettati”[1] per l’emergenza rifiuti a Napoli. Nello specifico, il governo italiano, non ha adottato tutte le misure necessarie allo smaltimento dei rifiuti nella regione Campania. Con tale comportamento si è attentato alla salute pubblica e recato sostanziale pregiudizio all'ambiente. Questo il succo della sentenza emessa dalla Corte di Giustizia UE, nella quale è stato inoltre sottolineando che con tale atteggiamento, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi previsti dalla direttiva sui rifiuti. In un percorso ormai trentennale, la normativa europea in materia, ha l'obiettivo di tutelare la salute umana e l'ambiente, stabilendo tra l’altro che gli Stati membri «hanno il compito di assicurare lo smaltimento e il recupero dei rifiuti, nonché di limitare la loro produzione promuovendo, in particolare, tecnologie pulite e prodotti riciclabili e riutilizzabili. Essi devono in tal modo creare una rete integrata ed adeguata di impianti di smaltimento, che consenta all'Unione
alle solite, quando si tratta di recepire una direttiva europea, specie in campo ambientale, l’Italia è sempre l’ultima nazione a farlo, ma quando lo fa (è doveroso sottolinearlo) riesce anche a disattenderle. Non di rado infatti, il nostro paese è stato richiamato dagli organi europei per inadempienze legislative, a volte anche gravi. L’ultima “defaliance” in campo ambientale, è emersa il 4 marzo, quando con l’ennesima sentenza di
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nel suo insieme e ai singoli Stati membri di garantire lo smaltimento dei rifiuti». Come conseguenza immediata, il congelamento di 500 milioni di euro. Ma questo è soltanto l'inizio; Ciò che è più grave è che la Corte europea, ha evidenziato con tale sentenza, il perenne deficit strutturale di impianti e ancor di più di una pur elementare organizzazione che potesse assicurare il recupero e lo smaltimento di rifiuti. Se uno Stato membro, come nel caso di specie l'Italia, rileva la Corte, ha scelto di organizzare la copertura del suo territorio su base regionale «i quantitativi ingenti di rifiuti ammassati nelle strade, nonostante l'assistenza di altre regioni italiane e delle autorità tedesche, dimostrano un deficit strutturale di impianti, cui non e' stato possibile rimediare. L'Italia ha peraltro ammesso che, alla scadenza del termine stabilito nel parere motivato, gli impianti esistenti e in funzione nella regione erano ben lontani dal soddisfare le sue esigenze reali». ogni regione deve allora assicurare il recupero e lo smaltimento dei suoi rifiuti il più vicino possibile al luogo in cui vengono prodotti sulla base del criterio di prossimità. Nella regione Campania. Scuse e giustificazioni ma non regge! A nulla sono valse le giustificazioni raffazzonate dei legali rappresentanti riguardo all’alibi della Camorra, secondo i giudici europei infatti «né l'opposizione della popolazione, né gli inadempimenti contrattuali e neppure l'esistenza di attività criminali costituiscono casi di forza maggiore che possono giustificare la violazione
degli obblighi derivanti dalla direttiva e la mancata realizzazione effettiva e nei tempi previsti degli impianti». Per questo la Corte conclude che l'Italia, «non avendo creato una rete adeguata ed integrata di impianti di recuperoe di smaltimento dei rifiuti nelle vicinanze del luogo di produzione e non avendo adottato tutte le misure necessarie per evitare di mettere in pericolo la salute umana e di danneggiare l'ambiente nella regione Campania, è venuta meno agli obblighi che le incombono in forza della direttiva Rifiuti». Conoscono il significato della parola “vergogna”? Nel corso della causa, i rappresentanti per la Repubblica italiana hanno avuto il coraggio di sostenere che la gestione dei rifiuti in Campania non ha avuto conseguenze pregiudizievoli per l'ambiente e per la salute umana . La Corte ha inoltre rilevato che la direttiva fissa obiettivi di protezione dell'ambiente e di tutela della salute umana, e non specifica il contenuto concreto delle misure che devono essere adottate lasciando agli Stati membri un certo potere discrezionale. Ma tale facoltà «ha una funzione preventiva nel senso che gli Stati membri non devono esporre la salute umana a pericolo nel corso di operazioni di recupero e smaltimento dei rifiuti». Il governo italiano, fortunatamente, non ha contestato l’indiscusso dato di fatto che alla scadenza del termine fissato nel parere motivato, 55 000 tonnellate di rifiuti riempivano ancora le strade, e che altre 110 000 o forse 120 000 tonnellate di rifiuti, erano ancora in attesa di essere
trattate presso i siti comunali di stoccaggio. Non ha contestato neppure l’indiscutibile dato che le popolazioni esasperate erano arrivate a provocare incendi dei cumuli di spazzatura, nel tentativo di eliminarli. Danni paesaggistici, ambientali (si pensi alla diossina ed alle altre emissioni in atmosfera), i rifiuti hanno creato un concreto pericolo per l'ambiente. Anche il governo ha dovuto ammettere la pericolosità della situazione per la salute umana, esposta ad un rischio certo. Ma non finisce qui; la vicenda giudiziaria del nostro paese, infatti anche dopo la sentenza della Corte, la Commissione europea, può proporre un altro ricorso, chiedendo l’applicazione di sanzioni pecuniarie nel momento in cui la Repubblica Italiana non si fosse conformata alla sentenza. Legambiente: «Una sentenza meritata». «Quindici anni di commissariamento della regione non sono serviti a null’altro che a sprecare circa 3 miliardi di euro per avere, ad oggi, impianti di trattamento inadeguati, centinaia di siti da bonificare in tutta la regione, emergenze sanitarie da affrontare e multe salate da pagare». «Eppure – afferma Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente - proprio in Campania ci sono 150 comuni che hanno saputo affrontare la questione rifiuti in modo efficace e utile. 150 comuni che hanno attivato la raccolta differenziata e raggiunto gli obiettivi previsti dalla legge. Salerno, in particolare, si è distinta per efficacia e concretezza nell’aver attivato, unico
capoluogo della regione, la raccolta porta a porta in tutta la città». Purtroppo tale vicenda, va soltanto a ingrossare il già corposo curriculum delle infrazioni comminate dal Parlamento Europeo al governo italiano, soprattutto in campo ambientale.
Piccola cronologia dei mancati recepimenti alle direttive europee. Riportiamo qui di seguito, alcune fra le sentenze più importanti che hanno condannato l’Italia nel corso degli anni, per un inadempienza cronica circa il recepimento delle direttive europee in campo ambientale. Corte di giustizia Ue sentenza del 20.09.2007 causa C304/2005; Italia condannata per inottemperanza della direttiva europea 92/43/CE relativa alla conservazione degli Habitat naturali e seminaturali del parco dello Stevio (in pratica il governo aveva autorizzato l’ampliamento di alcune piste da sci, in occasione dei campionati mondiali di sci alpino del 2005, in barba alle misure di tutela ambientale imposte dalla direttiva europea) Sentenza della Corte (Terza Sezione) 18.12.2007 Causa C-194/05;
Violazione della direttiva europea 75/442/CEE, relativa ai rifiuti e sentenza 91/156/CEE (l’Italia aveva escluso dall’ambito di applicazione della disciplina nazionale sui rifiuti le terre e le rocce da scavo destinate all'effettivo riutilizzo per reinterri, riempimenti, rilevati e macinati, escludendo quelli provenienti da siti inquinati e da bonifiche con concentrazione di inquinanti superiore ai limiti di accettabilità stabiliti dalle norme vigenti, la Repubblica Italiana è venuta meno agli obblighi che le incombono in forza della direttiva del Consiglio 15 luglio 1975, 75/442/CEE. Sentenza della Corte (Terza Sezione) 18.12.2007 Causa C-195/05; Inadempimento delle direttive 75/442/CEE e 91/156/CEE — Nozione di «rifiuti» — Scarti alimentari originati dall'industria agroalimentare destinati alla produzione di mangimi — Residui derivanti dalle preparazioni nelle cucine di cibi destinati alle strutture di ricovero per animali di affezione (il Ministero dell’Ambiente italiano, aveva diramato una circolare che recava chiarimenti in materia di definizione di rifiuto, tali da escludere dall'ambito di applicazione della disciplina sui rifiuti gli scarti alimentari originati dall'industria agroalimentare destinati alla produzione di mangimi. Inoltre, per mezzo dell'art. 23 della legge 31 luglio 2002,n. 179, recante disposizioni in materia ambientale, ha escluso dall'ambito di applicazione della normativa sui rifiuti i residui derivanti dalle preparazioni nelle cucine di qualsiasi tipo di cibi solidi, cotti e crudi, non entrati nel circuito distributivo di somministrazione,
destinati alle strutture di ricovero per animali di affezione, venendo meno agli obblighi che le incombono in forza dell'art. 1,lett. a), della direttiva del Consiglio 15 luglio 1975, 75/442/CEE, sui rifiuti, come modificata dalla direttiva del Consiglio 18 marzo 1991, 91/156/CEE. Sentenza della corte (Terza Sezione) 18.12.2007 Causa C 263/05; Inadempimento delle Direttive 75/442/CEE e 91/156/CEE – Nozione di «rifiuti» – Sostanze o oggetti destinati alle operazioni di smaltimento o di recupero – Residui di produzione che possono essere riutilizzati. No ne fanno una giusta! E per finire è giusto parlare anche dei termovalorizzatori, questi eco-mostri che nell’immaginario collettivo servono a produrre energia dalla mondezza, in realtà sono antieconomici, altamente inquinanti (non esistono filtri per le nano particelle che scindono), e non producono energia (casomai ne recuperano una piccola parte dal processo di combustione, ma a quale prezzo?). Inoltre, nonostante per legalizzarli hanno dovuto cambiare i caratteri della norma che regolamentava i Certificati Verdi, aggiungendo la fonte di energia – assimilata-. Anche su questo la Corte europea non ha tardato a manifestare un ormai monotono biasimo nei confronti dei nostri “rappresentanti”. Il 15 febbraio 2007, infatti, il Parlamento europeo ha approvato, a larga maggioranza, la Risoluzione 2006/2175(INI) su una strategia tematica per il riciclaggio di rifiuti, che sembra scritta apposta per sconfessare
le “invenzioni” italiane contenute nel testo unico ambientale n. 152/06. Per i seguenti motivi: La gerarchia comunitaria: favorire riutilizzo e riciclaggio, rispetto al recupero energetico L’attuale decreto legislativo 152 del 2006, impropriamente definito “Testo unico ambientale” (ma che di fatto omette di disciplinare diverse situazioni ambientali p.e. il trattamento dell’amianto) nell’art. 181, che ricalca l’art. 4 del D.lgs 22/1997, ha eliminato il comma 2 di quest’ultimo, secondo cui il riutilizzo, il riciclaggio e il recupero di materia prima debbono essere considerati “preferibili rispetto alle altre forme di recupero”. Questo secondo la relazione governativa per procedere alla ridefinizione delle priorità nella gestione dei rifiuti in conformità a quelle stabilite dalla normativa comunitaria, senza porre gradi di gerarchia fra il recupero di materia prima secondaria ed il recupero energetico. Ma non sanno leggere? In realtà è proprio il contrario, poiché, la gerarchia comunitaria ha da sempre posto il riciclaggio ed il recupero come materia in posizione prevalente rispetto al recupero energetico, come tra l’altro evidenziato nella risoluzione del Parlamento europeo sopra citata. Quest’ultima sottolinea l'importanza centrale della gerarchia dei rifiuti, stabilendo delle priorità d'azione in ordine decrescente riportate di seguito: – prevenzione; – riutilizzo; – riciclaggio materiale;
– altre operazioni di recupero, ad esempio il recupero di energia; _ smaltimento; come regola generale della gestione dei rifiuti finalizzata a ridurre la produzione di rifiuti e le ripercussioni negative sulla salute e sull'ambiente risultanti dalla produzione e gestione dei rifiuti>> (punto 15). Mistero: perché il governo italiano che ha allora emanato il D. Lgs 152/06 tentando di fatto di negare questa consolidata gerarchia comunitaria. Verrebbe da pensare che l’interesse per la promozione e la realizzazione di termovalorizzatori, va oltre la gerarchia delle fonti e oltre il concetto di legge come fonte apicale di comportamenti. I presupposti legislativi contenuti nel c.d. Testo Unico Ambientale, sono palesemente “condicio sine qua non” per l’esistenza degli impianti termovalorizzatori nel nostro paese che nella sostanza non riciclano e riutilizzano nulla, ma piuttosto inceneriscono rifiuti recuperando una parte di energia, tanto da inserire addirittura la “termovalorizzazione” dei rifiuti tra le fonti di energia rinnovabile. Oggi il Parlamento europeo ribadisce ancora una volta che, a livello comunitario, prima di questa opzione vengono, appunto, il riciclaggio ed il recupero materiale dei rifiuti. Ed è lo stesso Parlamento ad evidenziare le fasi della prevenzione e del riutilizzoriciclaggio materiale, in quanto solo in tal modo si rientra nell’ottica dei cicli della natura. Non a caso, peraltro, si conclude sottolineando la fondamentale importanza, a questi fini, della raccolta differenziata (punto 27) e di fissare
norme minime comuni per il recupero ed il riciclaggio a livello dell’Unione europea (punto 26). La definizione ed il depotenziamento della nozione di “rifiuto” Come è noto, l’attuale testo unico riprende integralmente la invenzione italiana dell’art. 14 D.L. 8 luglio 2002 n. 138, convertito con L. 8 agosto 2002 n. 178, il quale, proponendo una “interpretazione autentica della definizione di « rifiuto »”, in sostanza ne restringeva l’ambito alle sole operazioni di smaltimento e di recupero elencate nei due allegati comunitari recepiti dal D.Lgs. n. 22/1997 come allegato B e C; derivandone, nel secondo comma, che non si trattava di rifiuti se gli stessi possono essere e sono effettivamente e oggettivamente riutilizzati nel medesimo o in analogo o diverso ciclo produttivo o di consumo anche dopo aver subito un trattamento preventivo. Ebbene, la Risoluzione in esame sottolinea che la modifica delle definizioni dovrebbe intervenire unicamente per motivi di chiarimento e non per indebolire le norme sulla tutela dell'ambiente o per incoraggiare l'accettazione da parte del pubblico di un concetto (ad esempio moderando la connotazione negativa dei termini "rifiuti" o "smaltimento") >> (punto 7). E, proprio per evitare che, come ha fatto l’Italia, qualche altro Stato membro provi a cambiare la definizione di rifiuto, aggiunge che le decisioni politiche, quali le definizioni di rifiuti, recupero e smaltimento, non devono essere adottate a livello di comitatologia bensì mediante codecisione>> (punto 8), quindi al massimo livello politico comunitario.
Nella sostanza, dichiara di opporsi a una declassificazione generale dei rifiuti che possa condurre a un trattamento ambientale inadeguato e all'assenza di tracciabilità dei flussi di rifiuti; sottolinea che le procedure per la declassificazione dei rifiuti possono essere prese in considerazione solo per casi eccezionali di flussi di rifiuti omogenei, quali compost, aggregati riciclati, carta e vetro di recupero>> (punto 10). In sostanza, l’attuale testo unico italiano fa scomparire quasi del tutto i rifiuti industriali recuperabili che diventano “materie prime secondarie”, “sottoprodotti”, “combustibili” o “prodotti”. Tanto è vero che, ai sensi dell’art. 183, lett.h, si intende come recupero: le operazioni che utilizzano rifiuti per generare materie prime secondarie, combustibili o prodotti , attraverso trattamenti meccanici, termici, chimici o biologici, inclusa la cernita, e in particolare, le operazioni previste nell'allegato C alla parte quarta del presente decreto>>; anzi la disciplina in materia di gestione dei rifiuti non si applica ai materiali, alle sostanze o agli oggetti che, senza necessità di operazioni di trasformazione, già presentino le caratteristiche delle materie prime secondarie, dei combustibili o dei prodotti individuati ai sensi del presente articolo, a meno che il detentore se ne disfi o abbia deciso, o abbia l'obbligo, di disfarsene.>> (art. 181, comma 13). La Risoluzione del Parlamento europeo, come ovvio e come già più volte precisato dalla giurisprudenza comunitaria, dice, invece, esattamente
il contrario. Infatti sottolinea che i rifiuti che cessano di essere qualificati tali possono acquisire questo status solo qualora il flusso di rifiuti in questione sia stato sottoposto ad un'operazione completa di riutilizzo, riciclaggio o utile impiego – il che non esclude la possibilità che un'operazione di utile impiego finisca col produrre nuovi rifiuti – e risulti conforme alle norme concordate a livello europeo, risultando idoneo all'impiego per scopi prefissati, e dopo che siano state adottate e applicate norme in materia di tracciabilità>> (punto 11). Ed ancora più drasticamente esige che tutti i rifiuti destinati al recupero di energia o all'incenerimento rimangano rifiuti, ai quali va applicata la direttiva 2000/76/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 dicembre 2000, sull'incenerimento dei rifiuti>> (punto 12). Anzi, a proposito di incenerimento, esprime forti riserve sul proposto metodo di calcolo dell'efficienza energetica e sul fatto che esso va applicato unicamente agli inceneritori urbani; chiede alla Commissione di rivedere la direttiva sull'incenerimento dei rifiuti al fine di fissare norme ambientali omogenee (in materia di emissioni ed efficienza energetica) per l'incenerimento e il coincenerimento dei rifiuti>> (punto 14). Dai sintetici cenni di cui sopra, appare, quindi, evidente che, in tema di rifiuti, il Parlamento europeo segue una linea di tendenza politica esattamente opposta a quella oggi vigente in Italia sia per quanto attiene l’ambito di applicazione della normativa sia per
quanto attiene le scelte di strategia. E, se pure è vero che una risoluzione del Parlamento europeo non è vincolante, è anche vero che trattasi di manifestazione di volontà dell’organo massimamente rappresentativo a livello comunitario in una problematica normativa, quale quella dei rifiuti, dominata dalle scelte dell’Unione europea. Resta solo da dire che, pur dopo il cambio di maggioranza e di governo, e pur essendo ormai passato quasi un anno, queste evidenti storture del testo italiano non sono ancora state corrette, ed anzi, risulta che esse sono difese anche da consistenti settori della attuale maggioranza. Tanto è vero che una prima, elementare bozza di modifica correttiva in tal senso, elaborata dal Ministero dell’ambiente, sembra essersi persa nelle nebbie politichesi.
[1] Ha bacchettato noi poiché quando viene condannata la Repubblica Italiana, le spese sono a carico della parte soccombente e quindi gravano sul collettività, cioè noi.
Pubblicato da Marco Lucisani
Siti freeware, notizie dirette dalle fonti, liberamente. Ecco la riscossa della libera giornalisti liberi di creare un blog o un verità. Fino a quando? social network sul quale scrivere Non è certo una novità quella che su difficilmente può assimilare, norme e internet si trovi proprio di tutto, proprio regolamenti costrittivi, come la legge così, nel bene e nel male, la rete è un sulla stampa e sull’editoria, proprio vero e proprio “mercatino delle pulci”, perché è un luogo di raduno dove la dove trovare tante cose più o meno gente può esprimere la propria belle, più o meno lecite, più o meno opinione. vere. Ed è questo probabilmente che non va E pensare che internet, nasce giù alla politica, se la libertà e all’indomani della guerra fredda, come l’uguaglianza rappresentano per un sistema logistico di collegamento sistema oligarchico, un terribile campamilitare in un ipotetico (ma all’epoca nello di allarme, il pensiero è la fine del tutt’altro che remoto) conflitto nucleare sistema stesso. tra l’allora U.R.S.S. e gli onnipresenti Per fare un esempio, se domani U.S.A. verrebbe reso pubblico un sistema di Da allora, è il caso di dirlo, ne è passata di acqua sotto i ponti; il sistema inizialmente progettato per l’esercito americano, è divenuto paradossalmente il mezzo più democratico che la nostra civiltà abbia mai conosciuto o almeno di cui abbia memoria. Sul web, dicevamo, c’è proprio di tutto e non di rado internet è stato preso di mira dagli attacchi di chi, a torto o a ragione, intravede nel suo utilizzo mille insidie. Certo internet non è il posto perfetto, il paradiso terrestre nel quale educare i propri figli, ma come ogni cosa, deve essere visto per ciò che è: un mezzo di comunicazione molto potente, dove tutti quelli che vi possono navigare hanno pari diritti e doveri. Il web proprio perché espressione di una libertà di parola e di pensiero, che sta ormai scomparendo anche nei paesi democratici per definizione, trasporto, che non prevede l’utilizzo di un bene di difficile reperibilità (il petrolio) ma che al contrario si basasse sull’utilizzo di energie contenute in composti di facile reperibilità e in grande abbondanza (aria, acqua, luce) e quindi non monopolizzabili, un sistema impostato sul monopolio fallirebbe miseramente, poiché non si potrebbe creare un mercato monopolizzato su un bene a tutti disponibile. Qui entra in gioco una caratteristica dei nostri tempi, la tecnologia. Questa scienza, che sicuramente è destinata a perfezionarsi ulteriormente e incessantemente, consente già da molto tempo di poter ricavare energie alternative al petrolio, questo perché in linea di massima ogni corpo possiede un energia intrinseca, la scelta casomai ricade sulla facilità in cui tale energia può essere estrapolata, trasformata per soddisfare le nostre necessità.
Ingegneri, tecnici e non di rado, semplici appassionati, sono riusciti nel corso degli anni a creare apparecchiature (a volte anche concettualmente semplici) capaci di produrre energia e cosa più importante, la maggior parte di tali dimostrazioni non sono bufale, come invece si sforzano di affermare i debunkers. Basta andare su Youtube, per vedere realizzato il sogno dell’uomo, dinamo che producono energia da campi magnetici naturali, auto che funzionano con l’acqua del rubinetto, fusione fredda fatta con una batteria, due bacchette di conduttore ed un bicchiere d’acqua e ancora altro, possono essere visti durante il loro funzionamento nei tantissimi video che ormai hanno spopolato la rete. Così come sono anche visibili, gli effetti devastanti che i vaccini antinfluenzali hanno prodotto su persone sane*, oppure le sconvolgenti verità sui veri motivi circa le varie guerre che in nome della libertà, un occidente sempre più nazista sta fomentando nelle altre nazioni, in casa altrui. E per finire, è necessario ricordare con gratitudine chi ci ha fatto finalmente comprendere perché abbiamo un debito pubblico e chi sono i nostri padroni. Guerre, epidemie, strategie medianiche, manipolazioni dell’informazione, leggi garantiste, hanno un solo obiettivo; fare crescere il potere delle multinazionali diminuendo nel contempo la libertà delle masse fino ad annullarla. Questi sono i risultati a cui arriviamo attraverso l’analisi dei fatti, che solo
grazie ad internet, abbiamo potuto conoscere. Perciò non credo di fomentare falsi allarmismi sostenendo che la rete (così come la conosciamo noi) si trova in pericolo, e non è nemmeno da aspettarsi che si tenti di chiudere il web, cosa tra l’altro troppo difficile da realizzare, basterà fare qualche “legge” ad hoc per limitare di fatto la libertà di espressione e di parola che ormai soltanto qui possiamo ancora manifestare efficacemente.
* In Italia, per esempio sono stati acquistati dal Ministero della Sanità, ben 24 milioni di dosi di vaccini, sperimentali. Vale a dire non efficacemente testati. Considerando che sono stati acquistati al prezzo di circa 7 euro la dose, si può calcolare che il ministero ha bruciato circa 160 milioni di euro, a meno che tali vaccini non sarebbero di nuovo necessari tra uno o due anni al massimo, in ogni caso prima della scadenza del prodotto. In tal caso anche l’interrogazione della Corte dei Conti sul contratto estremamente vantaggioso fatto dal Ministero alla Novartis, troverebbe comunque una giustificazione. Ma per rendere possibile tutto ciò sarebbe necessaria una nuova pandemia, stavolta più convincente della prima (chi vuol intendere intenda).
Il Comune di Colonna ed i 500 euro per l'adozione dei randagi. Nel nostro ultimo articolo "Quando il cuore lascia il posto al portafogli", avevo pubblicato una lettera inviatami da una nostra iscritta che denunciava l'iniziativa del Comune di Colonna, riferita all'erogazione di 500 euro per adottare un cane randagio. A seguito di tale iniziativa, gli uffici comunali sono state invase da molteplici email di protesta e pertanto, il comune di Colonna ha ritenuto opportuno pubblicare presso il proprio sito, un comunicato stampa volto a chiarire il malinteso che si era generato, poichè nello stesso, veniva specificato che l'importo era riferito "alla fornitura gratuita di cibo fino alla concorrenza di 500 euro a favore di chi voglia adottare uno dei cani di proprietà di questo comune e attualmente ospiti dei canili convenzionati". Il comunicato proseguiva inoltre specificando che "L’erogazione del contributo per il mantenimento del cane è subordinata al trasferimento della proprietà dell’animale in favore dell’adottante, che dovrà impegnarsi, oltre a garantire la custodia e l’allevamento del cane secondo le normative vigenti, a favorire i controlli che il Comune intenderà effettuare per assicurarsi del buon stato di salute del cane." Infine lo stesso comunicato conclude " Per quanto attiene i cani catturati ma ancora da trasferire ai canili, occorre precisare che questi potranno essere adottati già nella fase di trasferimento presso il servizio veterinario che curerà l’istallazione del microchip e la profilassi obbligatoria, a patto però che il cane sia già intestato al Comune di Colonna. Questa procedura è stata adottata proprio per scoraggiare eventuali malintenzionati". Al di là del giusto chiarimento fatto dal Comune di Colonna che mi appare doveroso riportare su questo blog, resta il fatto che tale vicenda è la palese dimostrazione di come internet rappresenti un validissimo mezzo di informazione e soprattutto di espressione sociale. Pertanto ritengo fondamentale che tale strumento venga tutelato e difeso da parte nostra da quei soggetti che cercano in tutti i modi di distruggere la comunicazione sociale sulla rete, come hanno già validamente fatto con l'informazione radio televisiva ed i giornali. Dobbiamo difendere ad ogni costo il nostro diritto di libertà di espressione e di comunicazione. Pubblicato da Marco Lucisani Data: sabato 6 marzo 2010 Etichette: cani, comune di colonna, informazione, internet
Un progetto, quello di storiadossier, teso alla collaborazione collettiva per comprendere la verità. L'informazione è ormai in mano alle grandi società finanziarie... ...E con essa anche l'economia e la politica; di fronte a tali giganti, noi poveri mortali non siamo altro che formiche. Sono loro che hanno bisogno di noi, sempre! Proprio per questo, oggi più che mai è necessario risvegliare la consapevolezza del maggior numero di persone possibile poiché questi giganti, padroni assoluti, hanno sempre bisogno di noi, delle formiche. Ne hanno bisogno per indebitarci, per produrre, consumare, costruire; per destabilizzare interi sistemi e renderli più deboli e quindi abbordabili. Hanno bisogno dei nostri sacrifici, del nostro lavoro, dell'inconsapevole forza sociale, che solo tanti individui coesi, possono sviluppare, hanno bisogno di tutto ciò che possiamo produrre; dall'agricoltura all'edilizia, alla difesa, alla ricerca scientifica; senza di noi sono soltanto degli incapaci, degli impediti. L'informazione: lo strumento che ci addomestica. "Abbiamo dovuto mascherare Antica Babilonia come operazione umanitaria perché altrimenti dal Colle non sarebbe mai arrivato il via libera". Dichiarazione di Gustavo Selva al quotidiano Libero Il potere ha bisogno del popolo per costruire, combattere e se necessario morire per i loro interessi. Proprio per questo è fondamentale per la sopravvivenza del loro potere, che noi crediamo in qualche modo alle loro cause, pensando che siano anche nostre. Diventa allora indispensabile mascherare delle operazioni a dir poco banditesche, per poter convincere noi, l'opinione pubblica, che ciò che si sta facendo è giusto e necessario. Ecco svelata allora la necessità di gestire l'informazione, plasmandola secondo le esigenze. Serve inserire aziende in medio oriente? Lotta al terrorismo! Ci si vuole impossessare delle risorse di una nazione? Violazione delle direttive internazionali! Le case farmaceutiche devono fare affari? Pandemia mediatica! Questi sono soltanto alcuni esempi che si sono verificati in un passato recente, ma per realizzare ognuno di questi progetti, è necessaria una notevole quantità di risorse umane, di uomini e donne che sviluppino, ognuno per attraverso le proprie mansioni, un progetto finalizzato unicamente al benessere dei nostri signori. La consapevolezza è il primo passo, per poter comprendere. Se solo consideriamo che l'economia attuale, orbita intorno alla popolazione mondiale (specie quella del mondo consumista) e che sono le nostre piccole scelte di ogni giorno a muovere
un economia, si badi bene, impostata sul debito. Noi svolgiamo prestazioni in cambio di debiti. Produciamo beni, servizi, prodotti, con l'unico scopo di ricevere in cambio denaro, denaro che ha semplicemente un valore nominale, un valore teorico basato sul fatto che tutti accettiamo una banconota a corso legale, identificandola come moneta. Una moneta che per essere prodotta ha un costo superiore al proprio valore nominale e che genera quindi un debito che nel tentativo di essere sanato aumenta esponenzialmente, tendendo all'infinito. La religione, l'oppio dei popoli e l'ancora del potere. Come se non bastasse, hanno preferito tacere sulle origini del cristianesimo, soprattutto del cattolicesimo, in Italia religione di stato (laico), per non dire che guerre sante, stermini, sacrifici, espiazioni e penitenze, sono servite soltanto ad aumentare il potere di uomini senza scrupoli che pur conoscendo la verità, ne hanno impedito la divulgazione con strumenti quali: l'ignoranza, la superstizione e la violenza. Basta! È l'unica risposta possibile di fronte a tutto quello che sta avvenendo intorno a noi. È necessario essere consapevoli che ogni nostra scelta economica e sociale, si ripercuote sui costumi sociali
dei nostri simili. Iniziare ad essere consapevoli equivale a stimolare gli altri a destarsi dall'illusione di libertà e benessere che da troppo tempo ci sta intrappolando.
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 Art. 54