Source: https://www.laleggepertutti.it/122759_avvocati-alluomo-niente-indennita-di-maternita
Timestamp: 2019-06-25 18:39:56+00:00

Document:
Avvocati: all'uomo niente indennità di maternità
Avvocati: all’uomo niente indennità di maternità
Al libero professionista diventato padre la Cassa non paga l’indennità di maternità nei giorni in cui non può lavorare allo studio o in udienza.
All’avvocato uomo, divenuto padre, non spetta l’indennità di maternità in alternativa alla madre: l’indennità resta, infatti, a esclusivo vantaggio della professionista donna. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1] che riprende la stessa linea interpretativa sposata qualche settimana fa (leggi “Indennità di maternità: non spetta all’avvocato padre”).
Secondo l’interpretazione dei giudici supremi, la posizione dell’avvocato padre, dopo la nascita del figlio, non è assimilabile a quella della madre: questo perché le norme sull’indennità di maternità sono poste direttamente a protezione della filiazione biologica e pertanto hanno come scopo la tutela della salute della madre nel periodo precedente e successivo al parto. Non si può quindi forzarne l’interpretazione fino a ricomprendervi anche la posizione del padre, che in tale fase ricopre una posizione diversa, che non richiede la protezione del suo stato di salute.
Sulla scorta di tali principi è stata negata, a un padre avvocato, la corresponsione dell’indennità di maternità [2] in relazione alla nascita del figlio e in alternativa alla madre. Viene così rigettata la tesi secondo cui l’indennità di maternità spetterebbe anche al padre libero professionista, in alternativa alla madre, in base ad una semplice opzione dei genitori.
Peraltro la Corte Costituzionale ha già affrontato la questione di costituzionalità della norma in commento [2] con riferimento ai principi di eguaglianza tra coniugi ed al rispetto della vita familiare nella parte in cui non prevede il diritto del padre libero professionista di percepire, in alternativa alla madre biologica, l’indennità di maternità. Ma la Consulta ha rigettato la questione ritenendola non fondata; secondo i giudici delle leggi, l’indennità di maternità attiene unicamente alla tutela della maternità biologica, in quanto rivolta a tutelare la salute della madre in gravidanza e il periodo (protetto) di puerperio. In tale prospettiva l’indennità di maternità compete solo alla madre biologica.
Questa interpretazione è, peraltro, anche in linea con la giurisprudenza europea [3] in tema di parità di trattamento dei coniugi.
Insomma la maternità è cosa da donne. Secondo la Corte di Cassazione la posizione del padre, dopo la nascita del figlio, non è assimilabile a quella della madre e pertanto al primo non spetta l’indennità di maternità.
[1] Cass. sent. n. 11129/2016 del 30.05.2016.
[2] Ex art. 70 d.lgs n. 151/2001 (e successive modifiche).
[3] La Direttiva 41/2010 UE sull’applicazione del principio di parità di trattamento fra gli uomini e le donne che esercitano un’attività lavorativa autonoma, sancisce (artt. 2 e 8) che l’indennità di maternità spetti alla sola madre – lavoratrice autonoma o coniuge/convivente di lavoratore autonomo – laddove ella partecipi abitualmente all’attività autonoma del padre, senza essere né socia né salariata, svolgendo compiti identici o complementari a quelli del padre.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 3 marzo – 30 maggio 2016, n. 11129
Presidente Nobile – Relatore Balestrieri
Con sentenza n. 710/2008 il Tribunale di Firenze condannava la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense (CNPAF) al pagamento, in favore dell’avvocato F.P. L., dell’indennità di maternità di cui all’art. 70 d.lgs. 26.3.2001 n.151 (come modificato dagli artt. 7 d.lgs. n. 115 /2003 e 1 d.lgs.n. 289/2003), in relazione alla nascita del figlio in data 8.5.2006, quantificandone l’importo in Euro 21.448,33, oltre accessori.
Con sentenza depositata l’11 febbraio 2011, la Corte d’appello di Firenze, in riforma della pronuncia gravata, rigettava la domanda proposta dal F. in primo grado, compensando le spese del doppio grado.
Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso il F. , affidato ad unico motivo. Resiste la Cassa con controricorso.
Entrambe le parti hanno depositato memoria. La difesa della Cassa ha presentato osservazioni scritte sulle conclusioni del P.M..
ricorrente denuncia la violazione dell’art. 6 del Trattato di Lisbona ex art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c.. Violazione di norme di diritto con riferimento alla violazione delle norme legislative “mentazionali” disciplinanti la fattispecie in esame, in particolare gli artt. 2, 3, 23 e 33 della Carta di Nizza.
Lamenta che con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (1.12.09), la sentenza impugnata avrebbe avuto gli strumenti per ovviare alle riconosciute lacune dell’ordinamento interno, avendo l’art. 6 del Trattato incluso le disposizioni della Carta di Nizza nell’ambito materiale del diritto dell’Unione, sicché ove sia rivendicato in giudizio un diritto fondamentale garantito dal diritto comunitario, deve procedersi ad una valutazione della compatibilità tra legislazione nazionale e diritto comunitario con potere di disapplicazione della legge interna in contrasto con esso.
Deduce l’ingiustificata discriminazione tra la posizione del padre e quella della madre nella tutela della genitorialità, nonché il deficit di tutela della compagine familiare derivante dalla impossibilità di conseguire alcuna indennità di maternità nel caso in cui la madre, per la sua posizione lavorativa, non abbia titolo per chiederne.
Quanto alla discriminazione di genere rammenta che l’art. 2 della Carta di Nizza (recte: nella versione consolidata quale risultante dal Trattato di Lisbona del 2009, G.U.U.E. del 26.10.2012) sancisce che: “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, sulla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.
Evidenzia ancora che l’art. 23 (Carta Nizza, versione consolidata) precisa con chiarezza il portato generale degli assunti di principio di cui agli articoli introduttivi: “la parità tra uomo e donna deve essere assicurata in tutti i campi compresi in tema di lavoro. È garantita la protezione della famiglia sul piano giuridico economico e sociale”, ed inoltre che l’art. 33 sancisce che: “è garantita la protezione della famiglia sul piano giuridico, economico e sociale; al fine di poter conciliare vita professionale e vita familiare ogni persona ha il diritto…a un congedo di maternità retribuito ed a un congedo parentale dopo la nascita o l’adozione di un figlio”.
Invoca dunque l’art. 52, comma 5, della medesima Carta, che recita: “le disposizioni della presente Carta che contengono principi possono essere attuate da atti legislativi e esecutivi adottati dalle istituzioni organi e organismi dell’Unione e da atti di Stati membri allorché essi danno attuazione al diritto dell’Unione, nell’esercizio delle loro rispettive competenze. Esse possono essere invocate dinanzi ad un giudice solo ai fini dell’interpretazione e del controllo di legalità di detti atti”.
2.- Deve pregiudizialmente respingersi l’eccezione di inammissibilità del ricorso, sollevata dalla Cassa controricorrente, derivante, in tesi, dalla novità delle doglianze inerenti la violazione del diritto dell’Unione Europea.
Deve infatti rimarcarsi che nel giudizio di cassazione, la verifica della compatibilità del diritto interno con quello comunitario, come nei casi dello “ius superveniens” e della modifica normativa determinata dalla dichiarazione di illegittimità costituzionale, può essere esaminata dalla Corte anche d’ufficio, salvo che siano necessari nuovi accertamenti di fatto (ipotesi non ricorrente nel caso di specie), cfr., ex Cass. 15.3.2010 n. 6231, Cass. 13.5.2010 n. 11642, Cass. 23.1 07 n. 1474.
In sostanza, come già affermato da Cass. sez. un. 18.12.2006 n. 26948, il potere-dovere del giudice di conformarsi al diritto comunitario nella decisione della controversia,comporta la necessaria disapplicazione delle regole processuali di diritto interno che, precludendo in sede di legittimità l’esame di questioni non specificamente dedotte dal ricorrente e l’introduzione di nuove questioni di fatto, impediscono la piena applicazione delle norme comunitarie.
Ne consegue che anche l’istanza di rimessione alla Corte di giustizia dell’U.E. può essere proposta per la prima volta in sede di legittimità, ed anche nel giudizio di rinvio, la cui natura chiusa determina solo una preclusione endoprocessuale inidonea ad ostacolare l’applicazione del diritto comunitario, Cass. 13.3.2010 n. 5842, Cass. 5.2.2011 n. 4690.
3.-Nel merito il ricorso è infondato.
3.1- Deve innanzitutto rimarcarsi che proprio l’art. 52, comma 5, della CDFUE (versione consolidata del 2012), invocato dal ricorrente, chiarisce che le disposizioni che contengono principi, quali certamente quelli di cui ai menzionati artt. 2 e 3, 23 e 33 della Carta, non sono direttamente cogenti per gli Stati membri ma possono essere attuate da atti legislativi e esecutivi adottati dalle Istituzioni organi e Organismi dell’Unione e da atti di Stati membri allorché essi danno attuazione al diritto dell’Unione.
L’art. 51 CDFUE del resto stabilisce: “1. Le disposizioni della presente Carta si applicano alle istituzioni, organi e organismi dell’Unione nel rispetto del principio di sussidiarietà, come pure agli Stati membri, esclusivamente nell’attuazione del diritto dell’Unione. Pertanto, i suddetti soggetti rispettano i diritti, osservano i principi e ne promuovono l’applicazione secondo le rispettive competenze e nel rispetto dei limiti delle competenze conferite all’Unione nei trattati. 2. La presente Carta non estende l’ambito di applicazione del diritto dell’Unione al di là delle competenze dell’Unione, né introduce competenze nuove o compiti nuovi per l’Unione, né modifica le competenze e i compiti definiti nei trattati”. L’art.52, comma 3, ancora chiarisce: “Laddove la presente Carta contenga diritti corrispondenti a quelli garantiti dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali, il significato e la portata degli stessi sono uguali a quelli conferiti dalla suddetta convenzione. La presente disposizione non preclude che il diritto dell’Unione conceda una protezione più estesa”.
Ne consegue che “per stabilire se una misura nazionale rientri nell’attuazione del diritto dell’Unione ai sensi dell’articolo 51, paragrafo 1, della Carta occorre verificare se la normativa nazionale in questione abbia lo scopo di attuare una disposizione del diritto dell’Unione, quale sia il suo carattere, e se essa persegua obiettivi diversi da quelli contemplati dal diritto dell’Unione, anche se è in grado di incidere indirettamente su quest’ultimo, nonché se esista una normativa di diritto dell’Unione che disciplini specificamente la materia o che possa incidere sulla stessa” (ex allis, CGUE 6 marzo 2014, C-206/2013, Siragusa).
La CGUE ha altresì affermato che: “da una costante giurisprudenza della Corte risulta sostanzialmente che i diritti fondamentali garantiti nell’ordinamento giuridico dell’Unione si applicano in tutte le situazioni disciplinate dal diritto dell’Unione, ma non al di fuori di esse. A tal proposito la Corte ha già ricordato che essa, per quanto riguarda la Carta, non può valutare una normativa nazionale che non si colloca nell’ambito del diritto dell’Unione” (cfr. sentt. 22 ottobre 2002, Roquette Frères, C-94/00, Racc. pag. 1-9011, punto 25; 18 dicembre 2008, Sopropè, C-349/07, Racc. pag. 1-10369, punto 34; 15 novembre 2011, Dereci e a., C-256/11).
In sostanza: i diritti fondamentali garantiti nell’ordinamento giuridico dell’Unione si applicano in tutte le situazioni disciplinate dal diritto dell’Unione, ma non al di fuori di esse; in mancanza di norme di diritto dell’Unione o degli Stati membri, i principi contenuti nella CEDU (e lo stesso dicasi per la CDFUE), non sono direttamente invocabili in giudizio. Ne deriva la necessità che sussista una competenza Europea concretamente esercitata perché sia applicabile la Carta di Nizza, sia quanto ai diritti che per i cosiddetti principi.
Né risulta pertinente il richiamo alla sentenza CGUE 19.1.2010 (in causa n. 555/07, Kukudekdevici) che ha solo ribadito il potere del giudice nazionale di disapplicare la normativa nazionale in contrasto (non semplicemente coi principi dell’Unione, ma) col diritto dell’Unione quale espresso concretamente nelle direttive (nella specie la Direttiva n.78 /2000 in materia di non discriminazione in base all’età), non essendo nella specie neppure invocato, a prescindere dall’inconferente richiamo alla Direttiva 2010/18/UE, il diritto dell’Unione che consentirebbe poi di applicare i principi della Carta (CDFUE).
3.3- Né a sostegno dell’odierno ricorso potrebbe porsi la detta Direttiva n. 2000/78/CE (relativa alla parità di trattamento in materia di occupazione e accesso al lavoro, e delle condizioni di lavoro), né la Direttiva n. 41/2010 UE (sull’applicazione del principio di parità di trattamento fra gli uomini e le donne che esercitano un’attività lavorativa autonoma), neppure invocata dal ricorrente, che stabilisce che gli Stati membri adottino misure tese a garantire che alle lavoratrici autonome e alle coniugi (o conviventi) di lavoratori autonomi possa essere concessa un’indennità di maternità, spettante dunque alla sola madre lavoratrice autonoma (diritto che la nostra legislazione nazionale già prevede, artt. 66 e seguenti e, per quanto qui interessa, art. 70, del d.lgs n. 151/2001).
La Direttiva infatti, ed in sintesi, sancisce (artt. 2 e 8), che detta indennità spetti alla sola madre (lavoratrice autonoma o coniuge ovvero, nella misura in cui ciò sia riconosciuto dal diritto nazionale, convivente – di lavoratori autonomi), laddove essa (coniuge o convivente) partecipi abitualmente all’attività autonoma del padre, senza esserne salariata o socia, svolgendo compiti identici o complementari (condizioni difficilmente rinvenibili nella professione forense, che richiede una specifica abilitazione per il suo espletamento).
3.5- Occorre ancora considerare che il ricorrente non chiarisce per quale ragione, per quanto qui interessa, l’art. 70 del d.lgs n. 151/2001, non emanato in attuazione di principi comunitari ai sensi dell’art. 52 comma 5 CDFUE, sarebbe in contrasto con i principi della Carta di Nizza invocati, stabilendo essi quanto segue: l’art. 33, intitolato alla vita familiare e professionale, stabilisce che: “Al fine di poter conciliare vita familiare e vita professionale, ogni individuo ha il diritto di essere tutelato contro il licenziamento per un motivo legato alla maternità e il diritto a un congedo di maternità retribuito e a un congedo parentale dopo la nascita o l’adozione di un figlio”. Dunque la tutela ivi prevista per conciliare vita professionale e vita familiare, e segnatamente l’evento filiazione, prevede, per quanto qui interessa, il diritto “a un congedo di maternità retribuito e a un congedo parentale dopo la nascita o l’adozione di un figlio”, marcando così una distinzione tra la tutela della madre (congedo di maternità) e quella del padre (cui può competere solo il congedo parentale dopo la nascita del figlio), coerentemente, del resto, con l’art. 23, secondo comma, della Carta di Nizza che stabilisce, più esattamente di quanto richiamato dal ricorrente (che si limita a riportare il primo comma): “Il principio della parità non osta al mantenimento o all’adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato”, evidentemente quello femminile.
3.6- La differente posizione della madre avvocato, rispetto a quella del padre che svolge identica attività lavorativa, non risulta dunque in contrasto né con la nostra Costituzione (come stabilito dalla Corte Cost., sent. n. 285 /10, che ha evidenziato che l’uguaglianza tra i genitori previste dalla disciplina nazionale è riferita a istituti in cui l’interesse del minore riveste carattere assoluto o, comunque, preminente – ad es. in caso di adozione – e, quindi, rispetto al quale le posizioni del padre e della madre risultano del tutto fungibili tanto da giustificare identiche discipline; diversamente, le norme poste direttamente a protezione della filiazione biologica, oltre ad essere finalizzate alla protezione del nascituro, hanno come scopo la tutela della salute della madre nel periodo anteriore e successivo al parto, risultando, quindi, che, in tali casi, la posizione di quest’ultima non è assimilabile a quella del padre) né con i principi comunitari; né questi possono essere invocati dinanzi al giudice nazionale ai fini dell’interpretazione e del controllo di legalità di atti legislativi esecutivi di principi comunitari, non avendo, peraltro, l’art. 70 in questione tale natura. Occorre poi considerare che l’indennità economica prevista per le donne avvocato, per le quali non è ovviamente previsto un periodo di astensione obbligatoria dal lavoro (essendo questo anzi consentito stante la peculiarità della professione e del rapporto fiduciario con i clienti), assolve la funzione dell’astensione dal lavoro prevista per le lavoratrici dipendenti, consentendo una riduzione o anche una sospensione dell’attività lavorativa, tutelando così infine la salute della donna in maternità, tutela non esportabile sic et simpliciter al padre avvocato, coniuge di lavoratrice autonoma.
In materia va peraltro evidenziato che l’art. 5 del d.lgs. 15 giugno 2015 n. 80, di attuazione dell’art. 1, commi 8 e 9, della L. 10.12.2014 n. 183, ha apportato all’art. 28 d.lgs. n. 151/2001 (in tema di congedo di paternità) le seguenti modifiche (eliminando, sia pure con effetto non retroattivo, le relative disparità di trattamento tra lavoratori autonomi non professionisti e subordinati): a) dopo il comma 1 sono inseriti i seguenti: “1-bis. Le disposizioni di cui al comma 1, si applicano anche qualora la madre sia lavoratrice autonoma avente diritto all’indennità di cui all’articolo 66, 1-ter. L’indennità di cui all’articolo 66 (per le lavoratrici autonome) spetta al padre lavoratore autonomo, previa domanda all’INPS, per tutta la durata del congedo di maternità o per la parte residua che sarebbe spettata alla lavoratrice in caso di morte o di grave infermità della madre ovvero di abbandono, nonché in caso di affidamento esclusivo del bambino al padre”.
La Corte rigetta il ricorso. Compensa le spese del presente giudizio di legittimità.

References: sentenza 
 Cass. 
 art. 70
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. sez. 
 Cass. 
 Cass. 
 CGUE 
 CGUE 
 sentenza 
 art. 70