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Timestamp: 2019-06-24 13:58:42+00:00

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Sergio Armaroli Senza categoria 7 Novembre 2014	 3 Luglio 2016
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Per realizzare la finalità indicata dal primo comma, il giudice che pronuncia la separazione personale dei coniugi adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli. Prende atto, se non contrari all’interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole. La potestà genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione e alla salute sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la potestà separatamente. Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:
2) il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori; 3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore; 4) le risorse economiche di entrambi i genitori; 5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.
La potestà è esercitata in comunione dai coniugi; le decisioni di maggiore importanza relative ad educazione, istruzione e salute sono assunte tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni dei figli ai sensi dell’art. 147 c.c.; in caso di disaccordo provvede il giudice. La locuzione “affidamento condiviso” che il legislatore utilizza sia nell’intitolazione della legge sia nella rubrica del successivo art. 155 bis, rimanda ad un’idea di compartecipazione dei genitori nei compiti di cura e crescita della prole; letteralmente condividere significa “spartire insieme con altri”, di conseguenza ciascun genitore dovrà spartire con l’altro la cura e i compiti educativi del figlio e anche, di regola, l’esercizio condiviso della potestà genitoriale, come regime di responsabilizzazione dei genitori allo scopo di garantire il diritto dei figli ad un rapporto continuativo con entrambi.
L’art. 155, comma 2 prevede che, al fine di garantire la finalità indicata al primo comma e, quindi, di garantire il diritto del figlio minore a mantenere un rapporto continuativo ed equilibrato con entrambi i genitori, il giudice che pronuncia la separazione personale dei coniugi adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa; valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati ad entrambi i genitori, oppure stabilisce a quali di essi sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore fissando altresì la misura ed il modo in cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, alla istruzione e all’educazione dei figli; prende atto, se non contrari all’interesse del minore, degli accordi interventi tra i genitori.
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Sulla questione di diritto sollevata dal ricorrente questa Corte si e’ gia’ pronunciata (Cass. 2008/16593), osservando che “…nel quadro della nuova disciplina relativa ai provvedimenti riguardo ai figli dei coniugi separati, di cui ai citati artt. 155 e 155 bis c.p.c., come modificativamente e integrativamente riscritti dalla L. n. 54 del 2006, improntata alla tutela del diritto del minore (gia’ consacrato nella Convenzione di New York del 20 novembre 1989 resa esecutiva in Italia con L. n. 176 del 1991) alla c.d. bigenitorialita’ (al diritto, cioe’, dei figli a continuare ad avere un rapporto equilibrato con il padre e con la madre anche dopo la separazione), l’affidamento condiviso (comportante l’esercizio della potesta’ genitoriale da parte di entrambi ed una condivisione, appunto, delle decisioni di maggior importanza attinenti alla sfera personale e patrimoniale del minore) si pone non piu’ (come nel precedente sistema) come evenienza residuale, bensi’ come regola, rispetto alla quale costituisce, invece, ora eccezione la soluzione dell’affidamento esclusivo.
Alla regola dell’affidamento condiviso puo’ infatti derogarsi solo ove la sua applicazione risulti pregiudizievole per l’interesse del minore. Non avendo, per altro, il legislatore ritenuto di tipizzare le circostanze ostative all’affidamento condiviso, la loro individuazione resta rimessa alla decisione del giudice nel caso concreto da adottarsi con provvedimento motivato, con riferimento alla peculiarita’ della fattispecie che giustifichi, in via di eccezione, l’affidamento esclusivo…”.
Perche’ possa derogarsi alla regola dell’affidamento condiviso, occorre quindi “…che risulti, nei confronti di uno dei genitori, una sua condizione di manifesta carenza o inidoneita’ educativa o comunque tale appunto da rendere quell’affidamento in concreto pregiudizievole per il minore…” (come nel caso, ad esempio, di un’obiettiva lontananza del genitore dal figlio, o di un suo sostanziale disinteresse per le complessive esigenze di cura, di istruzione e di educazione del minore), con la conseguenza che “…l’esclusione della modalita’ dell’affidamento esclusivo dovra’ risultare sorretta da una motivazione non piu’ solo in positivo sulla idoneita’ del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneita’ educativa del genitore che in tal modo si escluda dal pari esercizio della potesta’ genitoriale e sulla non rispondenza, quindi, all’interesse del figlio dell’adozione, nel caso concreto, del modello legale prioritario di affidamento…”.
Da tali principi, applicabili anche ai casi di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, in virtu’ del richiamo operato dalla L. n. 54 del 2006, art. 4, comma 2 la Corte di merito, nella specie, non si e’ discostata. Infatti, in relazione alla violazione dell’obbligo di corrispondere l’assegno di mantenimento in favore dei figli minori, i giudici di appello hanno congruamente motivato, osservando che D.I. e’ rimasto totalmente inadempiente e pertanto “…non ha manifestato, sin dal lontano marzo 1996, alcuna volonta’ di fronteggiare i bisogni materiali dei propri figli, magari offrendo loro quanto era nelle sue possibilita’ materiali…”, in quanto “… l’obbligo di un genitore di provvedere al mantenimento dei figli implica il dovere di soddisfare primariamente le esigenze dei figli stessi e quindi di anteporre le esigenze di questi alle proprie…”.
Di conseguenza, sempre secondo la Corte di merito, la eventuale esiguita’ del reddito a disposizione non giustifica la totale inadempienza, protratta per molti anni, da parte del genitore e tale inadempienza “…incide, con riferimento ai figli, non solo sul piano strettamente materiale, impedendo loro la possibilita’ di sfruttare al meglio le proprie potenzialita’ formative, ma incide, ancora di piu’, sotto il profilo morale…” essendo sintomatica della mancanza di qualsiasi impegno da parte del genitore inadempiente diretto a soddisfare le esigenze dei figli “… e quindi della carenza di responsabilizzazione nei loro confronti e di inidoneita’ del detto genitore a contribuire a creare per i propri figli quel clima di serenita’ familiare necessario per una sana ed equilibrata crescita”.
Quanto al discontinuo esercizio del diritto di visita, la Corte di merito, dopo aver posto in evidenza la mancanza di prova in ordine agli ostacoli asseritamente frapposti dalla madre dei minori all’esercizio di tale diritto, ha osservato, con adeguata e logica argomentazione, che il comportamento del D.I., gia’ gravemente inadempiente all’obbligo di mantenimento dei figli, e’ altamente sintomatico della sua inidoneita’ “…ad affrontare quelle maggiori responsabilita’ che un affido condiviso comporta anche a carico di quel genitore con il quale il figlio non stia stabilmente…” e determina concretamente una situazione di contrarieta’ all’interesse del minore ostativa per legge (art. 155 bis c.c., comma 1) ad un provvedimento di affidamento condiviso, “…non valendo ad offrire ai figli quell’ambiente familiare stabile e sereno a cui gli stessi hanno pure diritto”.
Alla stregua delle considerazioni che precedono, devono ritenersi insussistenti sia la dedotta violazione degli artt. 155 e 155 bis c.c., che i prospettati vizi di motivazione della sentenza impugnata, considerato altresi’ che le ulteriori censure sollevate dal ricorrente si risolvono in doglianze di merito, non consentite in sede di giudizio di legittimita’, in ordine alla valutazione delle risultanze processuali ed all’accertamento dei fatti di causa da parte della Corte di appello.
Sentenza 17 dicembre 2009, n. 26587
1. Con sentenza del 5 marzo 2008 la Corte di appello di Catanzaro, – pronunciando sull’appello proposto da A.B.L. nei confronti di D.I.A.S. avverso la sentenza del Tribunale di Vibo Valentia in data 5 giugno 2007, che, nel giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio tra i suddetti coniugi, aveva affidato ad entrambi i genitori i figli minori e l’esercizio della relativa potesta’, ponendo a carico del D. I. l’obbligo di corrispondere in favore della A., quale contributo per il mantenimento dei figli, la somma mensile di Euro 600,00 – affidava i figli minori alla madre, attribuendole in via esclusiva la potesta’ di genitore, provvedendo a regolamentare gli incontri dei figli medesimi con il padre, ponendo al carico del D. I. l’obbligo di contribuire, nella misura della meta’, al pagamento delle spese straordinarie dei figli per esigenze scolastiche, extrascolastiche e mediche e confermando nel resto la sentenza impugnata.
1a. A fondamento della decisione la Corte di merito osservava, per quel che rileva nel presente giudizio di cassazione, che l’affidamento esclusivo dei figli ad uno dei genitori doveva considerarsi come una eccezione alla regola dell’affidamento condiviso, da applicarsi rigidamente soltanto nelle ipotesi in cui esista una situazione di gravita tale da rendere detto affidamento condiviso contrario all’interesse dei figli, valutandosi tale contrarieta’ esclusivamente in relazione al rapporto genitore – figlio e quindi con riferimento a carenze comportamentali di uno dei genitori, di gravita’ tale da sconsigliare l’affidamento al medesimo per la sua incapacita’ di contribuire alla realizzazione di un tranquillo ambiente familiare. Nel caso di specie i giudici di appello rilevavano la totale inadempienza del padre, sin dal 1996, all’obbligo di versare l’assegno di mantenimento stabilito dal tribunale e la discontinuita’, desumibile dalla sentenza di separazione dei coniugi in data ****, con la quale il D. I. aveva inteso esercitare il proprio diritto di visita, valutando detti comportamenti come altamente sintomatici della inidoneita’ del padre ad affrontare le maggiori responsabilita’ che un affidamento condiviso comportava, cosi’ da determinare proprio quella situazione di contrarieta’ all’interesse del minore richiesta dalla norma per derogare all’affidamento condiviso.
2. Per la cassazione di tale sentenza ricorre il D.I. sulla base di due motivi. Resiste con controricorso l’ A..
1. Con il primo motivo il ricorrente – denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 155 e 155 bis c.c. – deduce che la Corte di appello non ha tenuto conto che la sua inadempienza all’obbligo di mantenimento dei figli derivava dalla esiguita’ dei redditi di cui egli disponeva e dalla consapevolezza che i figli stessi erano comunque adeguatamente mantenuti dalla moglie, grazie anche all’aiuto dei suoi genitori, e che la discontinuita’ nell’esercizio del diritto di visita era dovuto al comportamento della madre, che aveva sempre ostacolato i rapporti tra padre e figli. Soggiunge il ricorrente che il mancato pagamento dell’assegno di mantenimento e la discontinuita’ dell’esercizio del diritto di visita non costituiscono fatti di gravita’ tale, da giustificare la deroga al principio generale dell’affidamento condiviso.
2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia vizio di motivazione e si duole che la Corte di merito non abbia tenuto conto delle ragioni per le quali egli non ha adempiuto all’obbligo di versare l’assegno di mantenimento in favore dei figli ed ha esercitato con discontinuita’ il diritto di visita.
3. I due motivi, che possono essere esaminati congiuntamente in quanto attinenti a questioni strettamente connesse, sono privi di fondamento.
3.1. Da tali principi, applicabili anche ai casi di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, in virtu’ del richiamo operato dalla L. n. 54 del 2006, art. 4, comma 2 la Corte di merito, nella specie, non si e’ discostata. Infatti, in relazione alla violazione dell’obbligo di corrispondere l’assegno di mantenimento in favore dei figli minori, i giudici di appello hanno congruamente motivato, osservando che D.I. e’ rimasto totalmente inadempiente e pertanto “…non ha manifestato, sin dal lontano marzo 1996, alcuna volonta’ di fronteggiare i bisogni materiali dei propri figli, magari offrendo loro quanto era nelle sue possibilita’ materiali…”, in quanto “… l’obbligo di un genitore di provvedere al mantenimento dei figli implica il dovere di soddisfare primariamente le esigenze dei figli stessi e quindi di anteporre le esigenze di questi alle proprie…”. Di conseguenza, sempre secondo la Corte di merito, la eventuale esiguita’ del reddito a disposizione non giustifica la totale inadempienza, protratta per molti anni, da parte del genitore e tale inadempienza “…incide, con riferimento ai figli, non solo sul piano strettamente materiale, impedendo loro la possibilita’ di sfruttare al meglio le proprie potenzialita’ formative, ma incide, ancora di piu’, sotto il profilo morale…” essendo sintomatica della mancanza di qualsiasi impegno da parte del genitore inadempiente diretto a soddisfare le esigenze dei figli “… e quindi della carenza di responsabilizzazione nei loro confronti e di inidoneita’ del detto genitore a contribuire a creare per i propri figli quel clima di serenita’ familiare necessario per una sana ed equilibrata crescita”.
3.2. Quanto al discontinuo esercizio del diritto di visita, la Corte di merito, dopo aver posto in evidenza la mancanza di prova in ordine agli ostacoli asseritamente frapposti dalla madre dei minori all’esercizio di tale diritto, ha osservato, con adeguata e logica argomentazione, che il comportamento del D.I., gia’ gravemente inadempiente all’obbligo di mantenimento dei figli, e’ altamente sintomatico della sua inidoneita’ “…ad affrontare quelle maggiori responsabilita’ che un affido condiviso comporta anche a carico di quel genitore con il quale il figlio non stia stabilmente…” e determina concretamente una situazione di contrarieta’ all’interesse del minore ostativa per legge (art. 155 bis c.c., comma 1) ad un provvedimento di affidamento condiviso, “…non valendo ad offrire ai figli quell’ambiente familiare stabile e sereno a cui gli stessi hanno pure diritto”.
4. Alla stregua delle considerazioni che precedono, devono ritenersi insussistenti sia la dedotta violazione degli artt. 155 e 155 bis c.c., che i prospettati vizi di motivazione della sentenza impugnata, considerato altresi’ che le ulteriori censure sollevate dal ricorrente si risolvono in doglianze di merito, non consentite in sede di giudizio di legittimita’, in ordine alla valutazione delle risultanze processuali ed all’accertamento dei fatti di causa da parte della Corte di appello.
Il ricorso deve essere pertanto rigettato e le spese processuali, da liquidarsi come in dispositivo, seguono la soccombenza.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che si liquidano in Euro 3.200,00, di cui Euro 3.000,00 per onorari, oltre a spese generali e accessori di legge.
Depositato in Cancelleria il 17 dicembre 2009.
La legge n. 54/2006 sull’affido condiviso, che ha sostituito il precedente affidamento congiunto, ha introdotto un’ importante riforma nel diritto di famiglia, e in particolare ha innovato profondamente la disciplina della separazione e del divorzio sancendo principi che aprono la strada ad un nuovo intendere i rapporti tra genitori e figli anche dopo la separazione.
AFFIDO CONDIVISO BOLOGNA, SEPARAZIONE CONSENSUALE BOLOGNA
affido condiviso legge
affido condiviso regole
affido condiviso sentenze
affido condiviso assegno di mantenimento
art 709 ter cpc
Sentenza – Affido condiviso e alta conflittualità tra ex coniugi Suprema Corte di Cassazione – Prima Sezione Civile Sentenza 15 ottobre 2013 – 31 marzo 2014, n. 7477 Presidente Luccioli – Relatore Campanile
Veniva in particolare rilevato, quanto all’affidamento della figlia S. , che i conflitti fra i genitori non erano ostativi alla conferma dell’affidamento condiviso, con domiciliazione della stessa presso la madre. Si osservava, ancora, che nell’ambito dell’accesa conflittualità fra i coniugi non era possibile individuare, in relazione alle domande avanzate reciprocamente ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c., precise responsabilità e che le circostanze poste alla base delle domanda di addebito della C. (un episodio di violenza sessuale privo, ad avviso della Corte, di adeguato supporto probatorio, il carattere violento del P. e l’imposizione, nel menage coniugale, dell’ingerenza della madre del medesimo), si innestavano in una situazione di conflittualità generata – come dimostrato dalla brevità della convivenza – da una forte incompatibilità di carattere.
1.4 – Per la cassazione di tale decisione la C. propone ricorso, affidato a quattro motivi, cui il P. resiste con controricorso. Sono state presentate osservazioni scritte alle conclusioni del P.G. ai sensi dell’art. 379 c.p.c..
2 – Con il primo motivo si deduce omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c., con riferimento al rigetto della domanda di addebito proposta dalla C. . Si sostiene che la Corte di appello abbia trascurato, nel rigettare la domanda di addebito della separazione proposta dalla ricorrente, l’esame dei seguenti fatti decisivi e controversi: la pesante invadenza della suocera nella casa coniugale, non solo non contrastata, ma, anzi, voluta dal marito, il carattere violento dello stesso, la violenza sessuale subita dalla moglie in data 12 settembre 2009. 2.1 – La censura è interessata da vari profili di inammissibilità. 2.1.1 – In primo luogo viene in considerazione la formulazione in forma ellittica dell’indicazione del fatto controverso. Infatti, secondo la giurisprudenza di questa Corte, anche a Sezioni unite, in relazione al vizio di motivazione, l’illustrazione del motivo, ai sensi dell’abrogato art. 366 bis c.p.c., nella specie applicabile ratione temporis, deve contenere (cfr., ex multis: Cass. S.U. n. 20603/2007; Sez. 3 n. 16002/2007; n. 8897/2008) un momento di sintesi – omologo del quesito di diritto – che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità. 2.1.2 – Lo stesso motivo, poi, proponendo una diversa lettura delle prove acquisite (richiamate, per altro, in maniera frammentaria), e addirittura invocando l’autorità di un mero decreto di rinvio a giudizio emesso in sede penale sulla base delle dichiarazioni della sola C. , non attinge la ratio decidendi della sentenza impugnata, che, prescindendo dalle suindicate circostanze – salvo il rilievo sulla carenza probatoria in ordine all’atto di violenza sessuale – è incentrata su una incompatibilità di carattere dei coniugi, che, superando “il livello stesso di ragionevolezza e di prudenza che la cultura, anche professionale, dei due interessati autorizza a presumere”, anche in assenza di “un serio approfondimento della conoscenza reciproca”, è emersa, come si desume dalla “troppo breve durata della convivenza coniugale”.. “conflittualmente alle prime difficoltà della vita quotidiana”. 3. Con il secondo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., nonché vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3 e n. 5, c.p.c, la ricorrente si duole dell’incongrua determinazione del contributo per il mantenimento della figlia minore, nonché della violazione del principio della corrispondenza fra il chiesto e il pronunciato. 3.1 – Viene formulato il seguente quesito di diritto: “Dica la Corte se il giudice di merito possa discostarsi dalle domande formulate dalle parti in causa, laddove specialmente emerga una convergenza, e il tutto fra l’altro senza motivazione al riguardo. (Nel caso di specie, a fronte delle indicazioni della parti, convergenti sulla misura dell’assegno di mantenimento per la minore di Euro 500,00 mensili – per la madre come misura minima e per il padre come misura massima – senza tra l’altro alcuna motivazione al riguardo, la Corte ha deciso per Euro 400,00 mensili, fissando altresì una diversa decorrenza in appello)”. 3.2 – Il motivo è infondato sotto vari profili. Premesso che non si comprende come l’accoglimento parziale di una domanda possa concretare violazione del principio di cui all’art. 112 c.p.c. (in termini, cfr. Cass., 17 maggio 1974, n. 1477), va rilevato che nel quesito sembra proporsi una sorta di operazione aritmetica fra le due contrapposte domande relative alla determinazione dell’assegno, priva di qualsiasi rilievo sul piano giuridico. 3.2.1 – Con riferimento alla natura della statuizione, deve richiamarsi il costante insegnamento di questa Corte secondo cui nei giudizi di separazione e di divorzio i provvedimenti necessari alla tutela degli interessi morali e materiali della prole, tra i quali rientrano anche quelli di attribuzione e determinazione di un assegno di mantenimento a carico del genitore non affidatario, non sono governati né dal principio di disponibilità, né da quello della domanda, attese le preminenti finalità pubblicistiche relative alla tutela e alla cura dei minori, che, pertanto, possono essere adottati anche d’ufficio (Cass., 10 maggio 2013, n. 11218; Cass., 20 giugno 2012, n. 10174; Cass., 28 agosto 2006, n. 18627; Cass., 24 febbraio 2006, n. 4205; Cass., 22 novembre 2000, n. 15065). 4 – La terza censura, con la quale, denunciando omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c, la C. si lamenta della conferma dell’affidamento condiviso, nonostante l’esasperata conflittualità esistente fra i genitori, è inammis-sibile non solo per la inadeguata formulazione, come sopra evidenziata, del c.d. “momento di sintesi”, ma anche perché non attinge l’essenza della motivazione impugnata, secondo la quale “un affidamento esclusivo, a favore dell’uno o dell’altra, con le conseguenti ripercussioni sul piano dell’esercizio della potestà, non garantirebbe un decantare della litigiosità, né per la minore un avvenire migliore”. 5 – Con il quarto motivo si deduce violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 155 bis c.c. e 709 ter c.p.c.), nonché vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3 e n. 5, c.p.c. Si sostiene che la Corte di appello avrebbe dovuto tener conto del rigetto dei ricorsi proposti dal P. nel corso del giudizio ai sensi dell’art. 709-ter c.p.c., ai fini delle valutazioni ai sensi dell’art. 155 c.c.. 5.1 – Viene formulato il seguente quesito: “Dica la Corte laddove: in corso di causa siano proposti ricorsi ex art. 709-ter c.p.c. volti all’ottenimento dell’affidamento esclusivo del minore; i ricorsi siano decisi in sentenza unitamente al giudizio principale con la reiezione degli stessi, in quanto manifestamente infondati; il giudice debba tenerne conto, per il combinato disposto degli artt. 155-bis c.c. e/o art. 709-ter c.p.c. ai fini della determinazione dei provvedimenti da adottare nell’interesse del minore e delle conseguenze di cui all’art. 96 c.p.c. nei confronti del ricorrente”. 5.2 – Premessa l’inammissibilità della censura proposta sotto il profilo motivazionale, per violazione della disposizione di cui all’art. 366-bis c.p.c.; rilevata altresì la genericità del riferimento alla responsabilità aggravata (per altro non configurabile in presenza di soccombenza reciproca), cui è riservato un fugace accenno nel solo quesito, deve affermarsi l’intrinseca infondatezza della deduzione secondo cui, mentre si ribadisce che il provvedimento in materia di affidamento della prole deve essere adottato con riferimento all’interesse esclusivo della medesima, si richiede che siano desunti elementi di valutazione dal comportamento, anche processuale, di un genitore nei confronti dell’altro, di per se stesso privo di rilievo ai fini della relativa statuizione, ancorché sintomatico di aspra conflittualità, ove non risulti che la stessa ponga in serio pericolo (circostanza neppure indicata nel quesito) l’equilibrio e lo sviluppo psico-fisico dei figli, in maniera tale da pregiudicare il loro interesse (Cass., 29 marzo 2012, n. 5108). 6 – In conclusione, il ricorso deve essere rigettato, con condanna della C. al pagamento delle spese processuali, liquidate come in dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate in Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 del d.lgs. n. 196 del 2003.
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References: art. 155
 art. 4
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 art. 709
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