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Timestamp: 2020-02-28 05:59:58+00:00

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Giuseppe Vaciago - R&P Legal - Studio Associato
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Pubblicato in TMT - Cybersecurity
Transparency International Italia: al via la “mappatura” della corruzione
La divisione italiana di Transparency International, ovvero la più grande organizzazione a livello globale che si occupa di prevenire e contrastare la corruzione, ha comunicato l’avvio del progetto “Mappiamo la corruzione”, volto a scovare e conoscere i casi di corruzione (realizzata o tentata) nel territorio nazionale. Si tratta di una vera e propria banca dati alimentata dai dati e dalle informazioni fornite direttamente dagli utenti. Il messaggio lanciato da Transparency è che “Ogni giorno, sfogliando i quotidiani, locali e nazionali, scopriamo che i casi legati alla corruzione non mancano. E questo ci fa pensare che la corruzione sia davvero un cancro che si diffonde per tutto il Paese, fermandone lo sviluppo sociale ed economico”. Attraverso la mappa della corruzione ci si potrà informare su casi specifici e trovare tutti gli aggiornamenti al riguardo. È infatti possibile conoscere lo stato di avanzamento delle diverse fasi del caso, dall’indagine all’eventuale condanna, e sapere se si tratta di procedimenti in corso, assoluzioni, archiviazioni oppure prescrizioni.
Niente condanna per l’ente che non ha tratto un vantaggio dalla condotta dell’imputato/legale rappresentante
Il Tribunale di Fermo ha assolto la società imputata in relazione al reato colposo (lesioni per violazione della normativa antinfortunistica) per il quale era altresì imputato il suo legale rappresentante.
Il Tribunale, dopo aver escluso che la condotta colposa ascritta all’imputato (condannato) sia stata il frutto di una violazione deliberata delle regole cautelari finalizzata al perseguimento dell’interesse della società (nei termini di effettivo risparmio di costi d’impresa a scapito della sicurezza dei lavoratori), quanto al contrario il risultato di una semplice sottovalutazione dei rischi o di una cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie, ha ritenuto non sussistente la responsabilità dell’ente.
Espunto l’autoriciclaggio dai presupposti della responsabilità dell’ente. Anzi, no.
Il D.Lgs. 90/2017, nel ridisegnare la disciplina dell’antiriciclaggio, è intervenuto altresì a modificare altre previsioni normative. Tra queste, ai sensi dell’art. 5, il legislatore sembrava aver riscritto l’art. 25-octies del D.lgs. 231/2001, omettendo però di richiamare, tra i reati presupposto della 231, l’autoriciclaggio (art. 648-ter.1 c.p.). Che si trattasse di un mero difetto di coordinamento tra le varie modifiche intervenute era parso subito evidente. Tanto che, con apposito avviso di rettifica, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 28 giugno (a soli sei giorni dall’entrata in vigore della riforma), il legislatore ha posto rimedio alla svista ed ha riportato l’art. 25-octies d.lgs. 231/2001 alla sua formulazione originale, comprendente anche l’autoriciclaggio. Più di un dubbio, tuttavia, si nutre rispetto all’efficacia di tale strumento normativo (la rettifica, disciplinata dall’art. 8, comma 2 del DPR n. 1092/1985) rispetto ai fatti commessi prima della pubblicazione della rettifica, dubbi che dovranno essere chiariti dalla giurisprudenza.
L’Ispettorato Nazionale del Lavoro pubblica la nuova versione “integrata” del D.Lgs. 81/2008
Non si tratta di un aggiornamento sul piano normativo, bensì di un approccio integrato alla materia della sicurezza e della salute del lavoratore. Il testo appena pubblicato rappresenta infatti l’aggiornamento della precedente versione pubblicata nell’aprile del 2016 e contiene, oltre al necessario e fondamentale quadro della normativa vigente, anche le diverse circolari interpretative, i decreti interministeriali di attuazione nonché ogni ulteriore fonte integrativa d’ausilio all’interprete e agli operatori di settore.
Direttiva Seveso: l’UE pubblica le linee guida per la prevenzione uniforme dei grandi incidenti chimici
La Commissione Europea ha pubblicato un Manuale per l'applicazione standardizzata della Direttiva Seveso che mira a prevenire gli incidenti chimici cd. rilevanti, ossia quelli le cui conseguenze possono essere amplificate in ragione della vicinanza a siti pericolosi. In particolare, dette linee guidano si prefiggono lo scopo di guidare gli Stati Membri nelle loro decisioni per ridurre gli impatti dei grandi incidenti negli stabilimenti soggetti alla disciplina prevista dalla Direttiva Seveso, recepita in Italia con il D.Lgs. 105/2015, fornendo scenari comuni ed utili per le autorità preposte per valutare i rischi associati ai siti ove sono stoccate sostanze pericolose, tenendo conto della loro vicinanza a zone residenziali, infrastrutture per i trasporti o altri spazzi pubblici in genere.
Anac: pubblicate la relazione annuale 2016 e la presentazione del Presidente Cantone
Sul sito internet dell’Autorità Nazionale Anticorruzione sono state pubblicate la relazione annuale riferita all’attività di prevenzione della corruzione svolta nel corso del 2016, e la relazione con la quale, in data 6 luglio 2017, il Presidente Raffaele Cantone ha presentato detto documento al Parlamento, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Mancata svalutazione di crediti inesigibili e falso in bilancio
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 29885/2017 del 9 maggio 2017 (dep. 15 giugno 2017), ha ribadito l’importanza dei principi contabili nella predisposizione del bilancio di una società. Tali principi, infatti, secondo la Suprema Corte, rappresentano dei criteri tecnici generalmente accettati che consentono una corretta appostazione e lettura delle voci del bilancio. Da essi è possibile discostarsi solo fornendo una adeguata informazione e giustificazione.
Nel caso sottoposto al vaglio della Corte di Cassazione un credito inesigibile dal 2007 non era stato svalutato del 90% nel bilancio della società, come invece stabilito dai principi contabili, determinando così una lesione degli interessi dei creditori, dei soci e, in generale, dei terzi.
Codice degli Appalti e qualificazione degli operatori
Lo scorso 20 maggio è entrato in vigore il D.lgs. 56/2017, ovvero il Correttivo al nuovo Codice degli Appalti che ha apportato modifiche ad oltre 130 articoli della normativa. Tra le modifiche si segnala la modifica dell’art. 80 del D.Lgs. 50/2016, ovvero la norma che disciplina i motivi di esclusione di un operatore economico dalla partecipazione a una procedura d'appalto o concessione. Si segnala, in particolare, che il correttivo ha ampliato le cause di esclusione alle condanne per false comunicazioni sociali (artt. 2621 e 2622 c.c.). Con la conseguenza della quasi completa sovrapponibilità tra l’elenco dei reati che valgono quali motivi di esclusione e l’elenco dei cosiddetti reati presupposto D.Lgs 231/2001.
Compliance 231 - Rassegna Giugno 2017
Lo schema di Legge di delegazione europea 2016 trascura gli aspetti penalistici della riforma del market abuse
Il Consiglio dei Ministri del 28.4.2017 ha licenziato lo schema di d.d.l. di delegazione europea 2016 nel quale, all’art. 7, è contenuta la delega al Governo per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del Regolamento UE n. 596/2014 relativo agli abusi di mercato. Si segnala tuttavia che l’adeguamento della normativa interna ed, in particolare, del D.Lgs. 58/1998 (c.d. TUF), trascura ogni rimando alla disciplina penalistica degli abusi di mercato (abuso di informazioni privilegiate e manipolazione del mercato – artt. 184 e 185 TUF – entrambi richiamati all’art. 25-sexies D.Lgs. 231/2001) contenuta nella Direttiva 2014/57/UE (c.d. MAD II), che pure andrebbe ad incidere in maniera rilevante sul predetto Testo Unico. Si tratta di una scelta meditata da parte del Consiglio dei Ministri, considerato che la relazione illustrativa al provvedimento da ultimo approvato afferma espressamente che, per quanto riguarda le sanzioni penali e amministrative pecuniarie previste dalla normativa europea “l’attuale relativa disciplina sanzionatoria di riferimento è contenuta nella parte V del TUF. Nell’ordinamento interno, le condotte dolose previste dalla direttiva risultano già oggetto di previsione sanzionatoria”.
Antiriciclaggio: approvato il decreto che recepisce la IV Direttiva UE
Il Consiglio dei Ministri del 24 maggio 2017 ha approvato in via definitiva il decreto legislativo di “Attuazione della direttiva (UE) 2015/849 relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio o finanziamento del terrorismo, che modifica il regolamento (UE) n. 648/2012 e che abroga la direttiva 2005/60/CE e la direttiva 2006/70/CE (decreto legislativo – esame definitivo)”. I destinatari della disciplina antiriciclaggio sono le persone fisiche e giuridiche che operano in ambito finanziario nonché i professionisti tenuti all’osservanza di specifiche obblighi di verifica della clientela e di segnalazione delle operazioni sospette di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. Il decreto, nel razionalizzare il complesso degli adempimenti posti a carico dei destinatari della normativa (eliminando tra l’altro formalità in ordine alla conservazione dei dati e dei documenti, ritenuti eccessivi e come tali anticompetitivi), prevede un sistema sanzionatorio basato su misure effettive, proporzionate e dissuasive, da applicare alle persone (fisiche e giuridiche) responsabili delle violazioni ivi contenute nonché il divieto di compimento delle operazioni qualificate come sospette di riciclaggio fino a quando non è effettuata la relativa segnalazione.
Il decreto, inoltre, istituisce il Registro dei titolari effettivi di persone giuridiche e trust, corredato dalla centralizzazione, in un’apposita sezione del registro delle imprese, delle informazioni sulla titolarità effettiva dei trust produttivi di effetti fiscali.
Proposta di Legge in tema di delitti contro specie di fauna e flora protette
Il 16 marzo 2017 è stata presentata al Senato una proposta di legge che prevede, tra l’altro, modifiche anche al D.Lgs. 231/2001. Il provvedimento intende avviare una riflessione sui reati contro le specie di flora e di fauna protette, con l’introduzione del nuovo articolo 452-sexies.1 al codice penale che punisca chiunque prelevi in natura, catturi, riceva o acquisti, offra in vendita o venda uno o più esemplari di specie animali protette, nonché ne cagioni la morte o la distruzione, importi, esporti, riesporti sotto qualsiasi regime doganale, faccia transitare, trasporti nel territorio nazionale, ovvero ceda, riceva, utilizzi, esponga o detenga uno o più esemplari di specie di fauna protette; nonché chiunque a qualunque titolo, utilizzi esemplari appartenenti a specie di flora o fauna protette per la produzione o il confezionamento di oggetti, prodotti derivati anche destinati all’alimentazione, pelli, pellicce, capi di abbigliamento o articoli costituiti od ottenuti, in tutto o in parte, da parti dei medesimi, esemplari di fauna sottoposti a procedimento tassidermico e di imbalsamazione, nonché chiunque importi, esporti, riesporti, trasporti, venda, offra in vendita.
Correlativamente, è proposta l’introduzione di un nuovo art. 25-undecies.1 al D.Lgs. 231/2001 che prevede a carico dell’ente la sanzione pecuniaria fino a 500 quote oltre alle sanzioni interdittive previste dall’art. 9 co. 2 del Decreto.
La Corte di Assise di Taranto ammette la costituzione di parte civile nei confronti dell’ente imputato ai sensi del D.Lgs. 231/2001
Il provvedimento, adottato nell’ambito del processo c.d. “Ambiente svenduto”, riguardante uno dei filoni della vicenda relativa al caso ILVA e che vede imputate, oltre a numerose persone fisiche, anche le società del Gruppo (Riva FIRE s.p.a, Ilva s.p.a e Rive Forni Forni Elettrici s.p.a.), si pone in aperto contrato sia con la dottrina maggioritaria sia, soprattutto, con la giurisprudenza. A proposito di quest’ultima, salvo qualche decisione di merito che ha ammesso la costituzione di parte civile nei confronti dell’ente imputato, la giurisprudenza di legittimità ha sempre negato l’ammissibilità dell’azione civile nei confronti della persona giuridica in particolare, stante il mancato espresso richiamo della disciplina della parte civile nel corpo del D.Lgs. 231/2001.
Secondo i Giudici di Taranto, invece, il mancato richiamo da parte del legislatore dovrebbe essere interpretato nel senso che questo non ha voluto predisporre una disciplina speciale per la costituzione di parte civile, essendo questa comunque possibile grazie al rinvio generale al codice di procedura penale contenuto nel combinato disposto degli artt. 34 e 35 del Decreto.
L’ente è responsabile quando il reato-scopo oggetto de delitto associativo non è ricompreso nel catalogo previsto dal D.Lgs. 231/2001?
Nella Ordinanza emessa dalla Corte di Assise di Taranto nell’ambito del processo c.d. “Ambiente svenduto”, già commentata riguarda alla presa di posizione sull’ammissibilità della costituzione di parte civile nei confronti dell’ente imputato ai sensi del D.Lgs. 231/2001, è contenuto un altro interessante spunto anche in questo caso in contrasto con l’orientamento giurisprudenziale prevalente. Come è noto, proprio nell’ambito di un diverso filone riguardante la vicenda ILVA, la Cassazione aveva stabilito che la contestazione del reato associativo avente ad oggetto delitti-scopo estranei al catalogo dei reati presupposto è inidonea a coinvolgere la responsabilità dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001, ciò in quanto violerebbe il principio di tassatività del sistema sanzionatorio a cardine dell’intera disciplina (Cass., sez. VI, 20.12.2013 n. 3635). Nella sentenza in commento, se pur in maniera incidentale, i Giudici di Taranto hanno invece affermato il principio contrario partendo dal dato letterale dell’art. 24 ter D.lgs. 231/2001 che nulla dice sulla natura (di presupposto o meno della responsabilità dell’ente) del delitto-scopo dell’associazione a delinquere.
In Commissione al Senato il d.d.l. in tema di Misure Antimafia che amplia la responsabilità degli enti
L’art. 26 del d.d.l. di riforma del sistema della misure antimafia, attualmente in discussione in Commissione al Senato, prevede, tra l’altro, la modifica dell’art. 25-duodecies D.Lgs. 231/2001 (“Impiego di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare”). In particolare, prevede l’aggiunta di ulteriori ipotesi di reato che comportano la responsabilità amministrativa dell’ente in relazione al reato di trasporto o di ingresso illegale di stranieri nel territorio dello Stato o di favoreggiamento della permanenza illegale di stranieri (art. 12 D.Lgs. 286/1998). Il d.d.l. in esame prevende, inoltre, a carico dell’ente, l’applicabilità delle misure interdittive previste dall’art. 9 D.Lgs. 231/2001.
Compliance 231 - Rassegna Maggio 2017
La riforma del reato di corruzione tra privati.
Il 14.4.2017 è entrato in vigore il nuovo reato di corruzione tra privati, modificato dal D.Lgs. 38/2017. I soggetti punibili sono stati ampliati e ricomprendono ora tutti quanti svolgono funzioni manageriali ed anche coloro che pongono in essere la condotta per interposta persona. Estesa anche la condotta punibile, la riforma introduce la condotta di “sollecitazione” di denaro o altra utilità; parallelamente, al terzo comma e in tema di corruzione passiva viene introdotta la condotta di “offerta” dei medesimi beni.
La finalità del reato è quella di compiere od omettere un atto in violazione degli obblighi dell’ufficio o di fedeltà e non è più richiesta la prova di un danno per la società. E’ rimasta invece la procedibilità a querela di parte, salvo che dal fatto derivi una distorsione della concorrenza.
Sezioni Unite: il reato di malversazione concorre con quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche
I giudici di merito avevano condannato gli imputati per il reato di cui all’art. 316-bis c.p. (per aver destinato beni dell’azienda, acquistati con fondi pubblici, a finalità diverse da quelle per cui erano stati erogati) e, contestualmente, prosciolto i medesimi per il più grave reato di truffa per il conseguimento della medesima sovvenzione pubblica (art. 640-bis c.p.). La difesa sosteneva che tra le due fattispecie sussistesse un concorso apparente di norme e che, quindi, il reato di malversazione dovesse ritenersi assorbito nel reato di truffa (prescritto). Le Sezioni Unite (sent. n. 20664 depositata il 28.4.2017), nel confermare la condanna, hanno chiarito che le due fattispecie sono interdipendenti e alla realizzazione dell’una non consegue necessariamente la realizzazione dell’altra. I due reati, inoltre, si consumano in momenti fisiologicamente diversi e sono posti a tutela di beni giuridici differenti.
La sentenza non si occupa di analizzare le conseguenze per gli enti ai sensi del D.Lgs. 231/2001 (considerato che nel caso in esame non era stato contestato alcun illecito alla società); tuttavia, considerato che entrambe le ipotesi di reato comportano il coinvolgimento dell’ente, sussistendone i presupposti anche a carico della società potranno essere contestate entrambe le fattispecie, con tutte le ricadute in tema sanzionatorio.
La Cassazione delinea i confini dell’autoriciclaggio
La sentenza in esame, per quanto non recentissima, rappresenta una delle prime applicazioni giurisprudenziali della norma introdotta con la L. 186/2014 ed ha il pregio di fissare alcuni limiti all’applicazione delle norma valevoli anche con riferimento alla responsabilità dell’ente ex D.Lgs. 231/2001.
Secondo la Corte non integra il delitto di autoriciclaggio il versamento del profitto di furto su un conto corrente o su carta prepagata intestati allo stesso autore del reato presupposto poiché: 1) deve considerarsi economica (secondo la indicazione fornita dall' art. 2082 c.c.) soltanto quella attività finalizzata alla produzione di beni ovvero alla fornitura di servizi ed in essa non rientra certamente la condotta contestata; né tantomeno può ritenersi un'attività "finanziaria" intesa come ogni attività rientrante nell'ambito della gestione del risparmio ed individuazione degli strumenti per la realizzazione di tale scopo; 2) ai fini dell’integrazione del reato, rilevano solo le condotte idonee ad "ostacolare concretamente l'identificazione della loro provenienza delittuosa", ovvero quelle condotte caratterizzate da particolare capacità dissimulatoria, finalizzate ad occultare l'origine illecita del denaro o dei beni oggetto del profitto, ipotesi questa non ravvisabile nelle condotte in esame.
Inammissibile la costituzione di parte civile da parte della società imputata ex D.Lgs. 231/2001 nei confronti degli imputati persone fisiche
Nell’ambito di un procedimento penale relativo a vicende di falso contabile e altre infedeltà patrimoniali poste in essere dagli amministratori di un importantissimo istituto bancario, il Tribunale di Milano non ha ammesso la costituzione di parte civile della società, parimenti imputata ai sensi del D.Lgs. 231/2001, nei confronti degli imputati persone fisiche. Secondo i giudici medeghini, la società non può assumere la posizione di soggetto imputato nell’ambito del giudizio che si svolge nei suoi confronti e, contestualmente, il ruolo di parte civile nei confronti delle persone fisiche e ciò neanche nel caso in cui la società abbia definito separatamente la sua posizione e, dopo l’emersione dei fatti oggetto di reato, abbia provveduto a modificare radicalmente l’assetto organizzativo e a sostituire nella sua integrità i membri del Consiglio di Amministrazione e tutti i soggetti che rivestivano ruoli apicali all’interno della società.
Responsabilità dell’ente in tema di reati ambientali; la delega di funzioni
Con una recente decisione (n. 9132/2017), relativa alla contravvenzione di gestione illecita di rifiuti in difformità rispetto alle autorizzazioni vigenti (art. 256 co. 1-4 D.L.gs. 152/2006 e art. 25-undecies D.L.gs. 231/2001) la Cassazione ha chiarito che: 1) la responsabilità degli amministratori in materia di gestione dei rifiuti “deriva non solo dai principi fissati dal D.Lgs. 152/2006 (che pone a carico dei soggetti coinvolti nella produzione, distribuzione, utilizzo e consumo di beni da cui originano i rifiuti, il dovere di cooperare nella gestione del ciclo dei rifiuti), ma più direttamente dal fatto che titolare dell'attività è la persona giuridica da essi rappresentata definita come "produttore del prodotto" e/o comunque "detentore" del rifiuto ai sensi dell’art. 183 D.Lgs 152/2006; 2) poiché la legge individua nella persona giuridica il soggetto direttamente responsabile della gestione del ciclo del rifiuto, ai fini della rilevanza penale della delega di funzioni è necessaria la compresenza di precisi requisiti: a) la delega deve essere puntuale ed espressa, con esclusione in capo al delegante di poteri residuali di tipo discrezionale; b) il delegato deve essere tecnicamente idoneo e professionalmente qualificato; c) la delega deve riguardare anche i correlativi poteri decisionali e di spesa; d) l'esistenza della delega deve essere giudizialmente provata in modo certo. Dall’accertamento della mancanza di detti requisiti, la Cassazione deduce l’assenza di un’efficace delega e conclude: “La mancanza di deleghe di funzioni, nei termini sopra indicati, è fatto che di per sé prova la mancanza di un efficace modello organizzativo adeguato a prevenire la consumazione del reato da parte dei vertici societari”.
La decorrenza del termine iniziale della misura cautelare interdittiva
Il termine iniziale di decorrenza della misura cautelare interdittiva del divieto di contrattare con la P.A. deve essere individuato nella data di notifica dell’ordinanza cautelare dell’ente, essendo irrilevante l’adempimento successivo, che non ha effetto costitutivo ma di mera pubblicità notizia, della comunicazione del provvedimento ad altri soggetti deputati a verificare l’effettivo rispetto della misura interdittiva.
Lo ha stabilito in una recente sentenza la Suprema Corte (sez. VI, n. 15578/2017) che, rigettando la tesi contraria proposta dal giudice di merito che ancorava il decorso della misura dalla comunicazione ai sensi dell’art. 84 D.Lgs. 231/2001 al soggetto terzo deputato al controllo su eventuali elusioni del divieto da parte dell’ente, chiarito che l’esigenza di conferire effettiva efficacia alla misura è garantita dalla fattispecie di reato prevista dall’art. 23 D.Lgs. 231/2001 in caso di inottemperanza del divieto di contrarre con la pubblica amministrazione.
Al Senato un disegno di riforma in materia di sicurezza e salute dei lavoratori (DDL 2489)
Rilevante ai fini del D.Lgs. 231/2001 è la proposta di modifica contenuta all’art. 17 nel quale, riprendendo i requisiti già descritti all’articolo 30 del Testo Unico, fissa le caratteristiche che il modello di organizzazione e gestione della salute e sicurezza sul lavoro deve avere per poter avere efficacia esimente rispetto alla responsabilità ex D.Lgs. 231/2001. In particolare, deve essere improntato: a) al rispetto degli standard tecnico-strutturali di legge relativi a attrezzature, impianti, luoghi di lavoro, agenti chimici, fisici e biologici; b) alle attività di valutazione dei rischi e di predisposizione delle misure di prevenzione e protezione; c) alle emergenze, al primo soccorso, alla gestione degli appalti, alle riunioni periodiche di sicurezza, alle consultazioni dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e alle altre attività di natura organizzativa; d) alle attività di sorveglianza sanitaria; e) alle attività di informazione e formazione dei lavoratori; f) alle attività di vigilanza con riferimento al rispetto delle procedure e delle istruzioni di lavoro in sicurezza da parte dei lavoratori; g) all’acquisizione di documentazioni e certificazioni obbligatorie per legge; h) alle periodiche verifiche dell'applicazione e dell'efficacia dette procedure adottate. Deve inoltre prevedere idonei sistemi di registrazione dell'avvenuta effettuazione delle attività sopra descritte nonché, compatibilmente con le dimensioni dell’ente e dell’attività svolta, un'articolazione di funzioni che assicuri le competenze tecniche e i poteri necessari per la verifica, valutazione, gestione e controllo del rischio, e un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello, assicurando un idoneo sistema di controllo sull'attuazione del medesimo modello e sul mantenimento nel tempo delle condizioni di idoneità delle misure adottate.
Sulla natura delle sanzioni interdittive previste dal D.Lgs. 231/2001
Con la sentenza n. 45472/16 la Corte di Cassazione, sulla scorta di un precedente consolidato orientamento e soprattutto di una precedente decisione a Sezioni Unite in tema di confisca (Cass., SU. n. 26654/2008), ha ribadito che, in tema di responsabilità da reato degli enti, le sanzioni interdittive devono essere considerate vere e proprie sanzioni principali e non già mere sanzioni accessorie. Sicché, in caso di sentenza di patteggiamento ai sensi degli artt. 444 ss. c.p.p., tali sanzioni interdittive devono essero oggetto di un espresso accordo processuale tra le parti in ordine al tipo e alla durata delle stesse e non possono essere applicate dal giudice in violazione dell’accordo medesimo.
Pubblicato il primo rapporto dell’ENAC sul c.d. Whistleblowing
http://www.anticorruzione.it/portal/public/classic/AttivitaAutorita/Anticorruzione/SegnalIllecitoWhistleblower/_presentPrimoMonitoraggioNaz
L’ANAC ha reso noti i risultati del primo monitoraggio sul whistleblowing, confrontando la realtà italiana con le esperienze in particolare dei Paesi membri dell’OCSE.
Il documento analizza l’attività di reporting relativa ad un campione di 34 pubbliche amministrazioni e 6 società partecipate al fine di individuare alcune caratteristiche del “segnalante”, la tipologia delle condotte illecite denunciate e gli esiti della “denuncia”.
È emerso in primo luogo un vuoto di tutela nei confronti del segnalante, se si esclude l’accordo di collaborazione tra ANAC con Libera (www.libera.it) e Transparency Italia (www.transparency.it), situazione che rende l’Italia inadempiente rispetto a diverse fonti internazionali.
Infine, il rapporto ANAC si sofferma ad esaminare il ruolo del Responsabile della Prevenzione della Corruzione (R.P.C.), rilevandone il sostanziale fallimento dovuto, in particolare, alle interferenze dei vertici dell’amministrazione e dell’organo di indirizzo politico e al ricorrente conflitto di interessi tra l’R.P.C. e i suoi superiori gerarchici considerando che molte delle segnalazioni riguardano proprio tali ultimi soggetti.
I risultati di un’indagine condotta sui Modelli Organizzativi 231 e anticorruzione
Sono stati pubblicati i risultati di una recente indagine condotta da CONFINDUSTRIA, in collaborazione con TIM, sulla effettiva diffusione dell’adozione del Modello 231 e sull’approccio verso i fenomeni corruttivi nell’ambito delle PMI. I risultati confermano che, mentre tutte le grandi imprese (con più di 250 dipendenti e fatturato superiore a 250 milioni di Euro) hanno adempiuto alla normativa fissata dal D.Lgs. 231/2001, la grande maggioranza delle piccole e medie imprese (che costituiscono il tessuto del sistema imprenditoriale italiano), pur a fronte della percepita importanza di intervenire in questo settore, non hanno adottato un modello (adempimento praticamente sconosciuto tra le imprese con meno di dieci dipendenti). Oltre la metà dei Modelli sono stati adottati tra il 2008 e il 2013, a conferma che un’importante spinta in questo senso è arrivata dall’estensione della responsabilità dell’ente ai delitti in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro.
Emerge peraltro che, in larga parte, all’adozione del Modello non è comunque seguita un’effettiva implementazione del sistema sanzionatorio disciplinare, con evidenti ricadute sull’effettiva idoneità del Modello.
Infine, con riguardo ai fenomeni corruttivi, emerge che una larga parte delle imprese, alla possibile evidenza di pratiche o richieste illecite, non contempla l’idea di presentare una denuncia, verosimilmente per il timore, in presenza di reati già commessi, di essere coinvolta nel procedimento penale avviato su iniziativa della stessa società.
La Corte di Giustizia dell’Unione Europea nell’aprile del 2014 (C‑293/12 e C‑594/12) ha dichiarato invalida la direttiva Europea 2006/24 che determina le regole sulla “data retention” con le quali viene disciplinata la conservazione dei dati di traffico da parte dei provider per motivi di giustizia. Il Tribunale di Padova, nel marzo di quest’anno, ha rigettato l’istanza della difesa che chiedeva l’inutilizzabilità dei dati di traffico sulla base di tale precedente europeo, ha ritenuto, con un’argomentazione poco condivisibile, che, se nel caso di specie sono state ritenute ammissibili le intercettazioni, non si vede perché non possano essere ritenuti utilizzabili i “tabulati”.
Link Penale Contemporaneo
Non è ammissibile il deposito della lista testi via PEC in un procedimento penale
La Corte di Cassazione ha statuito il principio per cui non è ammissibile il deposito della lista testi via PEC a differenza di quanto avviene nel procedimento civile. Se risulta ineccepibile il principio, in quanto non è previsto dal codice di procedura penale, è legittimo chiedersi se sia corretto nel 2017 non implementare a livello normativo tale facoltà. In attesa di una riforma in tal senso, si ricorda che possibile spedirla via telegramma.

References: sentenza 
 articolo 452
 art. 25
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2082
 art. 25
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza