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Timestamp: 2017-09-23 09:02:25+00:00

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UNIONI CIVILI: DISCUSSIONE ALLA CAMERA DELL’8 GIUGNO 2015 – Sì alla famiglia
UNIONI CIVILI: DISCUSSIONE ALLA CAMERA DELL’8 GIUGNO 2015
da Sì alla famiglia | Giu 15, 2015 | sì jus |
Pubblichiamo il resoconto della seduta d’Aula dell’8 giugno sulle mozioni concernenti “Iniziative in materia di trascrizione dei matrimoni contratti all’estero tra persone dello stesso sesso”.
Seduta n. 437 di lunedì 8 giugno 2015
Discussione sulle linee generali della mozione Scotto ed altri n. 1-00719 concernente iniziative in materia di trascrizione dei matrimoni contratti all’estero tra persone dello stesso sesso (ore 16).
PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca la discussione sulle linee generali della mozione Scotto ed altri n. 1–00719 (Vedi All. A) concernente iniziative in materia di trascrizione dei matrimoni contratti all’estero tra persone dello stesso sesso (Vedi l’allegato A – Mozioni).
Avverto che sono state altresì presentate le mozioni Bechis ed altri n. 1–00885 (Vedi All. A) e Lupi ed altri n. 1–00887 (Vedi All. A) che, vertendo su materia analoga a quella trattata dalla mozione all’ordine del giorno, verranno svolte congiuntamente. I relativi testi sono in distribuzione.
È iscritto a parlare l’onorevole Melilla, che illustrerà anche la mozione n. 1–00719 (Vedi All. A), di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.
GIANNI MELILLA. Signor Presidente, si tratta di una mozione molto importante, naturalmente i tempi sono stati un po’, rispetto all’attualità del problema, bypassati per tante altre questioni che nel frattempo sono intervenute, però si tratta di una mozione ancora attuale, importante e significativa per capire il livello dei diritti civili del nostro Paese e su cui è importante secondo me che ci sia una riflessione. Tutto parte dalla notizia della procura della Repubblica di Milano che aprì un fascicolo contro ignoti a seguito della presentazione di un esposto sulla vicenda delle trascrizioni nella città di Milano dei matrimoni contratti all’estero da persone dello stesso sesso. Si tratta di una questione importantissima che peraltro coinvolge altri municipi in cui ci sono stati sindaci che si sono assunti questa responsabilità, è intervenuto il Ministero dell’interno con violenza e secondo noi con un comportamento che viola la legge. Quindi non sono secondo noi i sindaci ad aver violato la legge ma il Ministero dell’interno, tramite le prefetture, che invece ha creato le condizioni per un grave abuso di legge. Il Governo ha affermato di non voler tenere in considerazione le motivazioni, peraltro molto giuste secondo noi, espresse dalla procura della Repubblica di Udine che invece ha portato avanti una tesi completamente diversa da quella di Milano. Ha ribadito che i prefetti avrebbero il potere di cancellare le trascrizioni in virtù del fatto che le funzioni di stato civile sono attribuite dallo Stato e sono esercitate solo in via indiretta e subordinata dal sindaco nell’ambito del comune.
Il Governo infatti, secondo questa tesi, ritiene che il potere di annullamento da parte del prefetto sia una tipica manifestazione di una sovraordinazione gerarchica e concreta, un rimedio di ordine amministrativo. A tale proposito, ha fatto riferimento la sentenza del Consiglio di Stato n.3076 del 2008, relativa a provvedimenti sindacali in materia di sicurezza urbana che il Governo definisce «analoghe fattispecie». Tuttavia, non può non essere rilevato che tale conclusione non appare a noi di Sinistra Ecologia Libertà di indirizzo corretto, dal momento che non si tratta affatto di analoghe fattispecie. Il caso citato dal Governo nella risposta ad una nostra interpellanza, infatti, riguarda ordinanze aventi carattere di natura provvedimentale, mentre le trascrizioni sono evidentemente atti dichiarativi, per i quali la legge prevede esclusivamente il ricorso giurisdizionale, di cui all’articolo 95 del Regolamento di stato civile. A rafforzare tale certezza vi è l’articolo 12 del Regolamento di stato civile, il quale recita: «Gli atti di stato civile sono chiusi con la firma dell’ufficiale dello stato civile competente. Successivamente alla chiusura, gli atti non possono subire variazioni». Non avrebbe rilievo quindi il profilo della subordinazione, o meno, del sindaco quale ufficiale di stato civile essendo chiaro il dettato legislativo. Inoltre, l’articolo 100 del Regolamento dispone: «I tribunali della Repubblica sono competenti a disporre le rettificazioni e le correzioni di cui ai precedenti articoli anche per gli atti dello stato civile ricevuti da autorità straniere trascritti in Italia e a provvedere per la cancellazione di quelli indebitamente trascritti. È paradossale, peraltro, che venga ignorato il corretto dato normativo, in quanto nel massimario per l’ufficiale di stato civile del Ministero dell’interno, adottato con decreto ministeriale del 2012 compare, al paragrafo 15, »cancellazione di un atto«: »quando si voglia procedere alla cancellazione di un atto indebitamente registrato negli archivi dello stato civile, considerato che non può esserne effettuata la materiale cancellazione, la legge prescrive che si faccia ricorso ad iniziativa del pubblico ministero, alla procedura di rettificazione di cui agli articoli 95 e 96 del decreto del Presidente della Repubblica n.396 del 2000, rimettendo la competenza a decidere esclusivamente all’autorità giudiziaria«.
A fugare ulteriormente ogni dubbio, soccorre il decreto ministeriale del 5 aprile 2002, il quale, nel prescrivere le formule tassative di annotazione così recita: »Con provvedimento del tribunale, l’atto di cui sopra è stato così rettificato, inserendo specificamente le rettificazioni, così come sono disposte”. Non compare cioè in alcun modo un potere costituito in capo al Ministro, al prefetto o a qualsiasi altro ufficiale di stato civile di intervenire sopra i registri, manomettendone così l’autenticità. È evidente dunque che la circolare del Ministero dell’interno, prima, e l’intervento dei prefetti, poi, a Milano, come in altri comuni, non appaiono corretti sotto il profilo giuridico perché violano la legge e vanno a ledere prerogative e compiti propri della procura della Repubblica, ex articolo 75 dell’ordinamento giudiziario.
Rispondendo all’interpellanza urgente sopra citata, il Governo ha anche concluso di non rinvenire i presupposti per il ritiro della circolare famigerata, di cui noi invece chiediamo l’immediato ritiro.
Tuttavia, alla luce degli inconfutabili elementi di diritto evidenziati, la circolare appare ai firmatari del presente atto di indirizzo del tutto illegittima e dunque lo è ancora continuare a mantenerla in vigore.
Con tale circolare, viene integrata una grave violazione della Costituzione, competenze dell’ordinamento giudiziario, nonché della legge, ordinamento dello stato civile, in sede di applicazione di norme, con riferimento alle sole persone omosessuali.
I sindaci hanno applicato quindi, secondo noi in maniera corretta, il Regolamento di stato civile che prevede la trascrizione come atto di pubblicità e certificazione e non come atto costitutivo.
Appare altresì assolutamente lecita la condotta dei sindaci che, nel rispetto della legge, non si sono attenuti alla circolare ministeriale, in quanto, come insegna la costante giurisprudenza, l’interpretazione delle disposizioni contenute nelle circolari non vincola né i sindaci né i giudici e, cosa più importante, non costituisce fonte di diritto. Per questo noi chiediamo al Governo di ritirare con urgenza la circolare ministeriale n.40o/ba-030/011 del 7 ottobre 2014, emanata dal Ministro dell’interno.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l’onorevole Binetti, che illustrerà la mozione n. 1–00887 (Vedi All. A), di cui è cofirmataria. Ne ha facoltà.
PAOLA BINETTI. Signor Presidente, non si può illustrare una mozione che ha per oggetto iniziative in materia di trascrizione dei matrimoni contratti all’estero tra persone dello stesso sesso, prescindendo dal suo contenuto specifico, che presenta forti implicazioni sul piano delle convinzioni politiche e personali: cosa sia realmente il matrimonio e, sul piano della contestualità politico-parlamentare, tenere conto che domani in Senato inizia in Aula il dibattito sul DDL Cirinnà.
Sempre domani al Parlamento europeo si voterà la risoluzione sulla strategia dell’Unione europea per la parità tra uomini e donne. Il testo è stato approvato dalla Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere lo scorso 6 maggio e, pur emendata dalle proposte più controverse della relazione originale, appare ancora fortemente destabilizzante rispetto alla famiglia e alle sue prerogative specifiche.
Non credo che sia un caso che tutto ciò converga in uno stesso strettissimo arco di tempo, in cui bisogna anche ricordare la nascita del Comitato «Difendiamo i nostri figli» e la sua presa di posizione pubblica a favore della famiglia, volta a fermare la colonizzazione ideologica della teoria del gender nelle scuole. Anche Papa Francesco, proprio oggi intervenendo, ha voluto ribadire il suo «no» alla teoria del gender, dicendo il suo sì alla difesa della complementarità tra uomo e donna, messa in discussione dalla cosiddetta ideologia gender, in nome di una società più libera e più giusta.
Troppi elementi di diverso valore morale, politico e culturale, tutti in uno stesso momento convergenti, che non permettono di affrontare il dibattito sulla trascrizione delle unioni civili senza tenerli contestualmente presenti.
Quando nel mese di ottobre 2014 il Ministro dell’interno ha emanato la circolare sul tema della trascrizione nei registri dello stato civile dei matrimoni celebrati all’estero tra persone dello stesso sesso, ha certamente tenuto conto di due fatti essenziali: in Italia non esiste il matrimonio tra persone dello stesso sesso e, nonostante la stessa legge Cirinnà faccia una sorta di copia-incolla tra il suo DDL e la disciplina sui matrimoni, lei stessa si affanna a spiegare come si tratti di un istituto, diverso, nuovo, non riferibile al matrimonio.
Sarebbe, quindi, del tutto pretestuoso riconoscere in Italia qualcosa che in Italia non esiste e sembra almeno che neppure nella mente dei più ottimisti rispetto alla legge Cirinnà esisterà in un prossimo futuro.
Appare, quindi, del tutto coerente la richiesta del Ministro dell’interno di comunicare ai prefetti che devono rivolgere ai sindaci formale invito al ritiro di tali disposizioni ed alla loro cancellazione. In caso di inerzia da parte dei sindaci si deve procedere al successivo annullamento d’ufficio degli atti suddetti illegittimamente adottati.
Il codice civile italiano, all’articolo 107, almeno per ora e speriamo che così rimanga anche in futuro, prevede che la diversità di sesso dei nubendi rappresenti un requisito necessario affinché il matrimonio produca effetti giuridici nell’ordinamento interno. Neppure il diritto europeo contempla una soluzione diversa – mi riferisco all’articolo 9 della Carta di Nizza – che rimette ai legislatori nazionali le scelte in ordine alla disciplina del matrimonio. Occorre infatti sottolineare che il requisito della diversità di sesso, previsto dall’articolo 107 del codice civile, è tradizionalmente e costantemente annoverato dalla dottrina e dalla giurisprudenza tra i requisiti indispensabili per l’esistenza del matrimonio. Infatti, il nostro ordinamento tende a disciplinare alcuni effetti che sono diretta conseguenza di un rapporto di convivenza tra persone di sesso diverso: filiazione, diritti successori, legge in tema di adozioni e così via.
Vale, inoltre, la pena ribadire che la nostra Costituzione, all’articolo 29, primo comma, prevede che: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio» e nel secondo comma aggiunge che: «il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». L’Assemblea Costituente, a suo tempo, non prese in considerazione le unioni omosessuali, ma volle riferirsi al matrimonio nel suo significato tradizionale.
I padri costituenti, nell’elaborazione dell’articolo 29 della Costituzione, tennero presente la nozione di matrimonio definita dal codice civile entrato in vigore nel 1942, che stabiliva, e tuttora stabilisce, che i coniugi debbano essere persone di sesso diverso. In questo senso va anche il secondo comma della norma, che, affermando il principio di eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, evidentemente fa riferimento alla loro diversità sul piano sessuale e alla pari dignità e all’uguaglianza di diritti nel rapporto coniugale.
La nostra Costituzione, dopo avere affrontato la natura del matrimonio, si occupa della tutela dei figli, all’articolo 30, assicurando parità di trattamento anche a quelli nati fuori dal matrimonio, sottolineando, quindi, ancora una volta, la potenziale finalità procreativa che differenzia il matrimonio dall’unione omosessuale.
Riguardo a potenziali conflitti di ruolo tra lo Stato e i comuni in materia di riconoscimento di unioni civili, il Governo, nel rispondere all’interpellanza n. 2–00794, ha chiarito come la normativa vigente attribuisca inequivocabilmente la funzione di stato civile alla competenza dello Stato, che esercita la sua competenza in ambito territoriale attraverso il sindaco quale ufficiale di Governo. Per cui, il sindaco è tenuto, ai sensi dell’articolo 9 del decreto del Presidente della Repubblica n.396 del 2000, ad uniformarsi alle istruzioni che vengono impartite dal Ministero dell’interno, che si avvale dei prefetti per esercitare la necessaria vigilanza sugli uffici dello stato civile.
Quindi, il prefetto esercita un suo potere proprio in virtù delle norme previste dal nostro ordinamento e il Ministro dell’interno, con la circolare del 7 ottobre 2014, ha semplicemente sensibilizzato i prefetti a rivolgere un formale invito ai sindaci perché ritirassero eventuali direttive emanate in materia di trascrizione dei matrimoni di persone dello stesso sesso celebrati all’estero e ne cancellassero gli effetti.
Nel nostro Paese, vale la pena ribadirlo, anche sulla base delle considerazioni svolte, non è possibile che ci si sposi tra persone dello stesso sesso. Quindi, nel caso ciò avvenga in qualsiasi forma, i matrimoni contratti non possono essere trascritti nel registro dello stato civile italiano, semplicemente perché non è consentito dalla legge, ma, probabilmente, non lo sarà nemmeno consentito, in quanto matrimonio, dalla prossima legge Cirinnà, sempre nel caso che venisse approvata e non fosse fortemente rivista, rivisitata e modificata.
I diritti soggettivi di ciascun individuo, indipendentemente dal proprio status familiare, devono avere un pacifico riconoscimento. La libertà di vita affettiva è per tutti e la protezione di ogni persona in tali relazioni è doverosa, ma questo non significa attribuire o estendere un presunto «diritto al matrimonio per tutti».
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l’onorevole Piazzoni. Ne ha facoltà.
ILEANA CATHIA PIAZZONI. Grazie Presidente, onorevoli colleghi, prima di affrontare nello specifico il tema della mozione oggetto di questa discussione, vorrei fare una breve considerazione sul progresso e su come esso, grazie alle storie, alle lotte e all’impegno di donne e uomini, possa divenire motore inarrestabile di cambiamento culturale, di riconoscimento e affermazione di diritti.
Nella giornata di ieri ricorreva il 61o anniversario dalla morte di Alan Turing, una delle menti più brillanti della nostra contemporaneità, padre dell’informatica e dell’intelligenza artificiale, la cui scienza si è rivelata decisiva, in uno dei momenti più drammatici della storia recente, per le sorti dell’umanità intera e l’affermazione della democrazia contro l’oscurantismo totalitario.
Alan Turing moriva suicida all’età di 41 anni per le persecuzioni subite da parte delle autorità britanniche in ragione della sua omosessualità. Oggi, quel Paese, che discriminava le persone omosessuali, condannandole al carcere e a terribili umiliazioni, è una delle nazioni europee ad avere riconosciuto piena uguaglianza di diritti a tutte le coppie, a prescindere dall’orientamento sessuale.
Oltre al Regno Unito, Spagna, Francia, Svezia, Portogallo, Norvegia, Belgio e Paesi Bassi hanno adottato leggi che ammettono il matrimonio tra persone dello stesso sesso e non si può non ricordare il recente e storico referendum con cui l’Irlanda ha adeguato in tal senso il proprio ordinamento.
Un processo di cambiamento lento, ma deciso, dove purtroppo l’Italia sconta un colpevole ritardo e che in questi ultimi anni ha coinvolto, come detto, numerosi Paesi dell’Unione europea, gettando le basi per un futuro quadro legislativo omogeneo.
La vicenda trattata dalla mozione in oggetto ci pone davanti al fatto di come sia inammissibile per uno Stato fondatore dell’Unione europea trovarsi nella condizione di non sapere come comportarsi di fronte alla semplice presa d’atto di quanto negli altri Paesi, non solo europei, è ormai una realtà consolidata.
Credo che non sia necessario qui richiamare i tanti atti che hanno portato a un conflitto di competenza che vede coinvolti i sindaci, il Governo e l’autorità giudiziaria, in merito alla trascrivibilità nel registro dello stato civile dei matrimoni contratti all’estero tra persone dello stesso sesso.
Vale la pena qui mettere in luce come la trascrivibilità in oggetto non produca gli effetti della relazione giuridica definita «coniugio», tipico del matrimonio. La produzione di questi effetti non è legata alla trascrizione, ma è determinata dalla legge applicabile al rapporto matrimoniale.
Nel caso di matrimonio tra persone dello stesso sesso residenti in Italia, la legge è quella italiana. In base alla legge attuale del nostro Paese, due persone dello stesso sesso in nessun caso possono essere considerate coniugate e a me pare che sia questo il tema oggi all’ordine del giorno.
Non intendo ripercorre la cronologia degli impegni disattesi, delle promesse non rispettate, delle occasioni mancate o, peggio ancora, dell’indifferenza e del tatticismo sulla pelle migliaia di cittadini italiani che ancora oggi non vedono affermati diritti basilari, mentre in Europa, come abbiamo visto, si procede a passo spedito verso una società migliore, paritaria, più giusta, perché questo Parlamento ha la responsabilità e la possibilità di rimediare.
È già stato approvato dalla Commissione giustizia del Senato il disegno di legge Cirinnà, con cui potremmo avere finalmente il riconoscimento pubblico dei diritti e doveri tra i soggetti vincolati dall’unione civile tra persone dello stesso sesso, il riconoscimento del secondo genitore e della reversibilità, insieme a tutti i diritti sociali. Il disegno di legge interviene anche, come è giusto, sui matrimoni stipulati all’estero che saranno riconosciuti come unioni civili.
È questo l’obiettivo che dobbiamo raggiungere, a cui chiamiamo tutti i gruppi presenti in Parlamento che abbiano a cuore il superamento di un vuoto legislativo e di una violazione di diritti fondamentali che da troppi anni mette il nostro Paese in una situazione imbarazzante nei confronti dei partner europei. È un obiettivo fondamentale che non si è mai riusciti a raggiungere a causa di una contrarietà ideologica che sembra davvero appartenere a un tempo remoto, ma anche all’incapacità di un lavoro comune in ambito parlamentare.
È evidente che in assenza di un riconoscimento pieno, l’esistenza di un matrimonio contratto all’estero deve pur poter rilevare, sia come presupposto per chiedere la tutela di interessi omogenei a quelli delle coppie coniugate eterosessuali, in base a quanto stabilito dalla Corte costituzionale nella sentenza n.138 del 2010, sia in relazione al diritto comunitario dove queste unioni sono da considerarsi diritto civile e umano fondamentale, come da pronuncia del Parlamento europeo del marzo scorso.
Tornando al merito della trascrivibiltà, osservando le pronunce giurisdizionali appare chiaro come siano venute meno le ragioni di intrascrivibilità legate all’ordine pubblico, senza alcun dubbio. È, tuttavia, altrettanto evidente come la Corte costituzionale abbia evidenziato come spetti al Parlamento, nell’esercizio della sua piena discrezionalità politica, individuare con atto di rango legislativo le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni omosessuali, riconosciute tra le formazioni sociali di cui all’articolo 2 della Costituzione, in grado di favorire il pieno sviluppo della persona umana nella vita di relazione.
Il nostro prioritario compito, colleghi, è rendere i nostri cittadini certi dei propri diritti e doveri. Non possiamo venire meno alle nostre responsabilità e scaricare il problema (che sia chiaro, è un problema solo a causa del Parlamento, che non è ancora intervenuto) di un contrasto tra la normativa italiana e quella della maggior parte dei Paesi occidentali, sui cittadini, i sindaci, i prefetti e i tribunali.
La politica che si rifiuta di intervenire per rendere chiara la situazione giuridica dei propri cittadini, su questioni peraltro evidenti, di fatto, accettate e riconosciute ampiamente dalla società, dichiara il proprio fallimento, la propria inutilità.
Noi abbiamo la possibilità di rimediare ai tanti errori che ci hanno portato fin qui. È l’ultima chiamata per non perdere il treno del progresso della civiltà.
Prendo atto che il rappresentante del Governo si riserva di intervenire in sede di parere sulle mozioni.
MOZIONI SCOTTO ED ALTRI N.1-00719, BECHIS ED ALTRI N. 1-00885 E LUPI ED ALTRI N. 1-00887 CONCERNENTI INIZIATIVE IN MATERIA DI TRASCRIZIONE DEI MATRIMONI CONTRATTI ALL’ESTERO TRA PERSONE DELLO STESSO SESSO
la stampa, in data 20 gennaio 2015, ha dato notizia che la procura della Repubblica di Milano ha aperto un fascicolo contro ignoti a seguito della presentazione di un esposto sulla vicenda delle trascrizioni nella città di Milano dei matrimoni contratti all’estero da persone dello stesso sesso;
nel mese di ottobre 2014, il Ministro dell’interno adottava la circolare n.40o/ba-030/011/DAIT con la quale chiedeva ai prefetti di invitare i sindaci a cancellare le trascrizioni effettuate e, in caso di non ottemperanza all’invito, di procedere essi stessi a cancellarle d’ufficio «ai sensi del combinato disposto dell’articolo 21-nonies della legge n.241 del 1990 e dell’articolo 54, commi 3 e 11, del decreto legislativo n.267 del 2001»;
la vicenda dell’intervento del prefetto in via sostitutiva è stata esaminata dalla procura della Repubblica di Udine, a seguito di un esposto che chiedeva di valutare se la cancellazione della trascrizione da parte del prefetto della provincia integrasse ipotesi di reato;
la procura della Repubblica di Udine, pur non rilevando ipotesi di reato, precisava che la cancellazione di un matrimonio trascritto non può essere disposta da un’autorità amministrativa – che sia il Ministro, il prefetto o lo stesso sindaco – ma solo dall’autorità giudiziaria, alla quale la legge affida la relativa competenza, in base all’articolo 95 del regolamento di stato civile (decreto del Presidente della Repubblica n.396 del 2000);
rispondendo all’interpellanza urgente n.2-00794, il Governo ha affermato di non voler tenere in considerazione le motivazioni espresse dalla procura della Repubblica di Udine e ha ribadito che i prefetti avrebbero il potere di cancellare le trascrizioni, in virtù del fatto che le funzioni di stato civile sono attribuite dallo Stato e sono esercitate solo in via indiretta e subordinata dal sindaco nell’ambito del comune;
il Governo ritiene, dunque, che il potere di annullamento da parte del prefetto sia una tipica manifestazione di una sovraordinazione gerarchica e concreta un rimedio di ordine amministrativo; a tal proposito, ha fatto riferimento alla sentenza del Consiglio di Stato n.3076 del 2008, relativa a provvedimenti sindacali in materia di sicurezza urbana, che il Governo definisce «analoghe fattispecie»;
tuttavia, non può non esser rilevato che tale conclusione non appare ai firmatari del presente atto di indirizzo corretta, dal momento che non si tratta affatto di «analoghe fattispecie»: il caso citato dal Governo, infatti, riguarda ordinanze aventi natura provvedimentale, mentre le trascrizioni sono evidentemente atti dichiarativi per i quali la legge prevede esclusivamente il ricorso giurisdizionale di cui all’articolo 95 del regolamento di stato civile;
a rafforzare tale certezza vi è l’articolo 12, comma 6, del regolamento di stato civile, il quale recita: «Gli atti dello stato civile sono chiusi con la firma dell’ufficiale dello stato civile competente. Successivamente alla chiusura gli atti non possono subire variazioni». Non avrebbe rilievo, quindi, il profilo della subordinazione o meno del sindaco quale ufficiale di stato civile, essendo chiaro il dettato legislativo;
inoltre, l’articolo 100 del regolamento dispone: «I tribunali della Repubblica sono competenti a disporre le rettificazioni e le correzioni di cui ai precedenti articoli anche per gli atti dello stato civile ricevuti da autorità straniere, trascritti in Italia ed a provvedere per la cancellazione di quelli indebitamente trascritti (…)»;
è paradossale, peraltro, che venga ignorato il corretto dato normativo, in quanto nel massimario per l’ufficiale di stato civile del Ministero dell’interno, adottato con decreto ministeriale nel 2012, compare al paragrafo 15.1.1 (pagina 166): «cancellazione di un atto. Quando si voglia procedere alla “cancellazione di un atto indebitamente registrato” negli archivi dello stato civile, considerato che non può esserne effettuata la materiale cancellazione, la legge prescrive che si faccia ricorso a iniziativa del pubblico ministero (eventualmente su segnalazione dello stesso ufficiale di stato civile) alla procedura di rettificazione di cui agli articoli 95 e 96 del decreto del Presidente della Repubblica n.396 del 2000, rimettendo la competenza a decidere esclusivamente all’autorità giudiziaria. Il relativo decreto deve essere opportunamente annotato sui registri dello stato civile»;
l’articolo 69, comma 1, lettere e) ed i), del regolamento, inoltre, indica tra gli atti di cui è possibile fare annotazione nel registro degli atti di matrimonio solo le «sentenze con le quali si pronuncia l’annullamento della trascrizione dell’atto di matrimonio» ed i «provvedimenti di rettificazione», ma non altri atti (come le circolari ministeriali o i decreti prefettizi) con il medesimo effetto;
a fugare ulteriormente ogni dubbio soccorre il decreto ministeriale del 5 aprile 2002 (recante «Approvazione delle formule per la redazione degli atti dello stato civile»), il quale, nel prescrivere le formule tassative di annotazione (tali secondo gli articoli 11, comma 3, e 12, comma 1, del regolamento di stato civile), così recita all’allegato A con la formula n.190, unica dedicata alla rettificazione: «Annotazione di provvedimento di rettificazione (articoli 49, 69 e 81 del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n.396). Con provvedimento del Tribunale di … n…. in data … l’atto di cui sopra è stato così rettificato: (inserire specificamente le rettificazioni così come sono state disposte)…». Non compare cioè in alcun modo un potere costituito in capo al Ministro, al prefetto o a qualsiasi altro ufficiale di stato civile di intervenire sopra i registri, manomettendone così l’autenticità;
è evidente, dunque, che la circolare del Ministro dell’interno, prima, e l’intervento dei prefetti, poi, a Milano come in altri comuni, non appaiono corretti sotto il profilo giuridico, perché violano la legge e vanno a ledere prerogative e compiti propri della procura della Repubblica ex articolo 75 dell’ordinamento giudiziario;
rispondendo all’interpellanza urgente sopra citata, il Governo ha anche concluso di non rinvenire i presupposti per il ritiro della circolare n.40o/ba030/011/DAIT del 7 ottobre 2004. Tuttavia, alla luce degli inconfutabili elementi di diritto evidenziati, la circolare appare ai firmatari del presente atto di indirizzo del tutto illegittima e, dunque, lo è anche continuare a mantenerla in vigore;
con tale circolare, infatti, viene integrata una grave violazione della Costituzione (competenze dell’ordinamento giudiziario), nonché della legge (ordinamento di stato civile) in sede di applicazione di norme con riferimento alle sole persone omosessuali;
appare, altresì, assolutamente lecita la condotta dei sindaci che, nel rispetto della legge, non si sono attenuti alla circolare ministeriale n.40o/ba-030/011/DAIT del 7 ottobre 2014, in quanto, come insegna la costante giurisprudenza, l’interpretazione delle disposizioni contenute nelle circolari non vincola né i sindaci né i giudici e, cosa più importante, non costituisce fonte del diritto (per tutte: Corte di Cassazione, sentenza n.5137 del 2014; Consiglio di Stato, sentenza n.5506 del 2000),
a ritirare con urgenza la circolare ministeriale n.40o/ba-030/011/DAIT del 7 ottobre 2014, emanata dal Ministro dell’interno.
a seguito della pronuncia del tribunale di Grosseto, che ha disposto la trascrizione di un matrimonio tra persone dello stesso sesso contratto all’estero alcuni sindaci, insieme ad alcuni funzionari comunali, si sono interrogati sui presupposti giuridici e sulla effettiva legittimità di effettuare quella trascrizione;
a tal fine, è necessario inquadrare l’istituto della trascrizione del matrimonio nel nostro sistema e prendere in considerazione quanto stabilito dalla Corte di cassazione nella sentenza n.4184 del 2012;
appare necessario chiarire la reale portata dei decreto del tribunale di Grosseto, che ha disposto la trascrizione del matrimonio tra persone dello stesso sesso contratto nello Stato di New York. Fino alla sentenza della Cassazione n.4184 del 2012, gli ostacoli alla trascrizione del matrimonio tra persone dello stesso sesso erano prevalentemente due:
b) la sua contrarietà all’ordine pubblico;
quanto alla questione dell’inesistenza del matrimonio tra persone dello stesso sesso, la Cassazione ha chiarito che in base al disposto dell’articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (Carta di Nizza) e dell’articolo 12 della Convenzione europea dei diritti umani (CEDU), come interpretato dalla Corte europea dei diritti umani, nella nozione di matrimonio rientra anche il matrimonio tra persone dello stesso sesso;
il «presupposto naturalistico della fattispecie» ossia la diversità di sesso dei nubendi, non è più necessario per configurare l’esistenza giuridica del matrimonio. Quanto alla contrarietà all’ordine pubblico del matrimonio tra persone dello stesso sesso – rilevante sia in base all’articolo 18 del decreto del Presidente della Repubblica n.396 del 2000, Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello Stato civile, sia in base all’articolo 65 della legge n.218 del 1995, in materia di diritto internazionale privato – essa va esclusa. In base alla sentenza della Corte di cassazione n.4184 del 2012 «l’intrascrivibilità di tale atto [matrimonio tra persone dello stesso sesso] dipende non già dalla sua contrarietà all’ordine pubblico» (par. 2.2.3., motivazione in diritto), bensì dalla possibilità di riconoscere gli effetti di questo atto di matrimonio all’interno del nostro Paese;
secondo la Cassazione – lo si ribadisce – è invece possibile riconoscere l’esistenza e la validità di tali matrimoni in quanto la nozione di matrimonio alla luce di ben due Carte sovranazionali, quali sono la Carta di Nizza e la CEDU, che fanno pienamente parte del nostro ordinamento giuridico, si è modificata fino a comprendere anche quello tra persone dello stesso sesso;
la trascrivibilità del matrimonio tra persone dello stesso sesso celebrato all’estero si deve valutare alla luce dell’ordine pubblico internazionale: come posto in rilievo dalla Cassazione, 26 aprile 2013, n.10070 (nel richiamare anche Cassazione, 6 dicembre 2002, 17349 e Cassazione, 23 febbraio 2006, n.4040), il concetto di ordine pubblico a fini internazionalprivatistici si identifica con quello indicato con l’espressione «ordine pubblico internazionale», da intendersi «come complesso di principi fondamentali caratterizzanti l’ordinamento interno in un determinato periodo storico o fondati su esigenze di garanzia, comuni ai diversi ordinamenti, di tutela dei diritti fondamentali dell’uomo» (Cassazione n.19405 del 2013). In base a quanto stabilito dalla Cassazione nella citata sentenza, si può affermare che l’ordine pubblico internazionale non è la protezione esterna dei principi generali dell’ordinamento italiano desumibili dalle norme vigenti nel nostro Paese e dalla Costituzione, bensì la sintesi dei principi fondamentali caratterizzanti il nostro ordinamento giuridico che è inserito in «un sistema plurale» di fonti rispetto al quale «non si può ignorare la sinergia che proviene dall’interazione delle fonti sovranazionali con quelle nazionali» segnatamente la Carta di Nizza e la CEDU, parti integranti del nostro ordinamento ai sensi degli articoli 10, 11 e 117 della Costituzione (Cassazione n.19405 del 2013);
la nozione di matrimonio che noi riteniamo conforme a diritto nel nostro ordinamento giuridico – secondo quanto affermato in conclusione dalla Cassazione nella sentenza n.4184 del 2012 – comprende anche il matrimonio tra persone dello stesso sesso, in sintonia con quanto previsto dalla Carta di Nizza e dalla CEDU, non è più possibile ritenere contrario all’ordine pubblico internazionale italiano il matrimonio tra persone dello stesso sesso celebrato all’estero di cui si chieda la trascrizione in Italia;
l’unico ostacolo alla trascrizione è l’inidoneità del matrimonio tra persone dello stesso sesso a produrre effetti nel nostro ordinamento. In altri termini, secondo la Cassazione pur essendo esistente e valido, il matrimonio tra persone dello stesso sesso non produrrebbe effetti in Italia. Tale aspetto della sentenza della Cassazione è stato superato dal tribunale di Grosseto, facendo notare come il matrimonio tra persone dello stesso sesso non sia privo di efficacia, perché produce effetti nell’ordinamento in cui è stato celebrato, Aggiunge poi – il tribunale di Grosseto – che la diversità di sesso non è requisito espressamente previsto per contrarre matrimonio nel nostro codice civile;
la funzione della trascrizione del matrimonio secondo la giurisprudenza della Corte di cassazione in tema di trascrivibilità in Italia di matrimonio celebrato all’estero, ciò che è preminente è la constatazione della validità del matrimonio da trascrivere in base al principio locus regit actum dal momento che: le norme di diritto internazionale privato…, attribuiscono ai matrimoni celebrati all’estero tra cittadini italiani ovvero tra italiani e stranieri immediata validità e rilevanza nel nostro ordinamento, sempre che essi risultino celebrati secondo le forme previste dalla legge straniera – e quindi spieghino effetti civili nell’ordinamento interno dello Stato straniero (Cassazione civile, n.10351 del 1998);
a questo primo requisito se ne aggiunge un secondo, ossia la sussistenza dei requisiti per contrarre matrimonio ai sensi dell’articolo 115 del codice civile. Secondo il tribunale di Grosseto, tra i requisiti previsti espressamente dal codice civile per celebrare matrimonio non vi è la differenza di sesso tra i nubendi. L’assenza di un tale riferimento nel passato veniva intesa come un vuoto normativo dovuto alla «tradizionale» necessità della differenza di sesso tra i nubendi. In tal senso, si è espressa la Corte costituzionale nella sentenza n.138 del 2010, pur non escludendo la possibilità che legislativamente venga superato il tratto caratterizzante del matrimonio consistente nella differenza di sesso tra i nubendi, ricavabile da un’interpretazione sistematica del codice civile;
secondo la Consulta, il requisito della differenza di sesso, a suo avviso necessario per la validità del matrimonio, si desumerebbe da un’interpretazione sistematica delle norme codicistiche in materia matrimoniale. Tale interpretazione della Consulta, peraltro espressa in una sentenza di rigetto e quindi vincolante soltanto nel giudizio a quo, va ora riconsiderata alla luce delle precisazioni contenute nella sentenza della Corte di cassazione n.4184 del 2012;
la nozione di matrimonio va riconsiderata seguendo seguendo le indicazioni della Carta di Nizza e della CEDU, come interpretata dalla Corte di Strasburgo. Pertanto, mentre in passato la differenza di sesso era considerata condizione necessaria per il cittadino italiano al fine di contrarre validamente matrimonio, al contrario oggi – pur nel silenzio del codice civile – la differenza di sesso è irrilevante per l’enucleazione di una nozione di matrimonio nel nostro Paese;
nel caso di matrimonio tra due persone dello stesso sesso celebrato all’estero nei Paesi in cui è possibile, l’atto matrimoniale è valido tanto all’estero tanto in Italia, poiché la differenza di sesso, va più considerata una condizione necessaria per contrarre matrimonio ai sensi dell’articolo 115 del codice civile. In definitiva, rispettate le forme del Paese di celebrazione e constatata la validità del matrimonio tra persone dello stesso sesso, occorre trascrivere tale matrimonio;
più volte la Cassazione ha dichiarato trascrivibili i matrimoni tra persone di sesso diverso celebrati all’estero anche quando potevano essere considerati nulli o annullabili o semplicemente inefficaci, poiché la trascrizione – per giurisprudenza costante della Cassazione – «non ha natura costitutiva, ma meramente certificativa e scopo di pubblicità di un atto già di per sé valido» dal momento che essa è «diretta unicamente a rendere pubblico che il cittadino ha contratto all’estero un matrimonio ritenuto valido dall’ordinamento locale»;
in base alla sentenza n.4184 del 2012, per il matrimonio tra persone dello stesso sesso sembra doversi operare un’eccezione all’interpretazione corrente delle norme in materia di trascrizione: un matrimonio siffatto non sarebbe trascrivibile in quanto inidoneo radicalmente a produrre effetti nel nostro Paese. Vedremo come questa affermazione sia smentita dai fatti e dall’iscrizione del nostro ordinamento nel sistema del diritto europeo;
l’idoneità del matrimonio a produrre effetti in Italia, nell’Unione europea e in paesi extra Unione europea. Il matrimonio tra persone dello stesso sesso produce effetti nel nostro ordinamento tutte le volte in cui occorra far applicazione di norme di fonte europea, nel rispetto di quanto stabilito dall’articolo 9 della Carta di Nizza. È quanto ha precisato il tribunale di Reggio Emilia, con decreto del 13 febbraio 2012, in un caso di ricongiungimento familiare tra un cittadino italiano e un cittadino non comunitario coniugati all’estero. A seguito di quella pronuncia il Ministero dell’interno ha emanato una circolare diretta a tutte le questure italiane in forza della quale ormai sono decine le coppie formate da persone dello stesso sesso, di cui una cittadina non comunitaria, che hanno ottenuto il ricongiungimento familiare. Dunque, non è vero che il matrimonio tra persone dello stesso sesso non produca effetti nel nostro ordinamento. Produce effetti nel nostro ordinamento tutte le volte in cui lo status coniugale sia il presupposto per l’applicazione in Italia di norme di fonte europea per le quali la differenza di sesso tra i coniugi non è più un requisito per la validità e l’efficacia del matrimonio stesso ai sensi dell’articolo 9 Carta di Nizza;
dal punto di vista del diritto europeo e del diritto internazionale privato italiano, sono diverse le ragioni per le quali occorre disporre la trascrizione del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il matrimonio tra persone dello stesso sesso produce effetti quando uno dei due coniugi non è un cittadino comunitario, poiché consente l’ottenimento del ricongiungimento familiare, facendo applicazione in Italia di norme di origine europea. Seguendo la logica della Corte di cassazione, un tale matrimonio è sicuramente trascrivibile. Ma se è così, non trascrivere il matrimonio quando i coniugi siano entrambi cittadini italiani, comporterebbe a loro carico una discriminazione fondata (non sull’orientamento sessuale, bensì) sulla cittadinanza: si riserverebbe ai cittadini italiani un trattamento peggiore rispetto a cittadini di Paesi non comunitari. Quindi, data la sicura trascrivibilità del matrimonio tra un cittadino italiano e un cittadino non comunitario, a mente della sentenza della Cassazione n.4184 del 2012, occorre trascrivere anche un matrimonio tra due italiani o tra due cittadini europei o tra un italiano e un cittadino europeo, onde evitare una discriminazione fondata sulla cittadinanza;
nel far applicazione del diritto europeo, quando il presupposto della norma è la sussistenza dello stato coniugale, non sarà rilevante la differenza di sesso dei nubendi, pena la violazione dell’articolo 9 della Carta di Nizza. Pertanto, quando si tratterà di dare effetti in Italia a norme di origine europea, il matrimonio tra persone dello stesso sesso avrà efficacia nel nostro Paese;
poiché lo stato coniugale è possibile provarlo solo servendosi dell’atto di matrimonio iscritto (o trascritto come nel caso che andiamo analizzando) nel registro dei matrimoni dall’ufficiale dello stato civile, eccetto i casi di distruzione o smarrimento, trascrivere il matrimonio tra persone dello stesso sesso celebrato all’estero significa dare la possibilità di provare l’esistenza dello status coniugale e godere di tutti i benefici e le tutele derivanti dall’applicazione in Italia di norme europee;
tenendo conto della funzione certificativa della trascrizione, occorre considerare che il diritto di libera circolazione delle persone nell’Unione europea comporta anche il diritto di circolare con il proprio status, nel nostro caso coniugale. Non si può trascurare di considerare, infatti, che cittadini italiani dello stesso sesso che hanno contratto matrimonio all’estero potrebbero circolare in quei Paesi europei in cui il matrimonio tra persone dello stesso sesso è valido ed efficace. In tali casi, sarà necessario per loro dare la prova del loro status e la certificazione che la trascrizione garantisce sarà un presupposto necessario per poter godere pienamente del loro diritto di libera circolazione in quanto cittadini europei;
a nostro avviso la trascrizione del matrimonio tra persone dello stesso sesso cittadini italiani appare possibile in quanto tale matrimonio non è da considerare in contrasto con l’ordine pubblico internazionale alla luce del sistema plurale delle fonti che caratterizza l’ordinamento italiano. Inoltre la stessa trascrizione appare necessaria al fine di:
a) evitare una discriminazione fondata sulla cittadinanza ai danni dei coniugi dello stesso sesso, che siano cittadini italiani, in quanto il matrimonio tra persone dello stesso sesso di cui un cittadino non comunitario è certamente trascrivibile in quanto esistente, valido, non contrario all’ordine pubblico e efficace nel nostro Paese, dal momento che il cittadino non comunitario in forza del suo status coniugale può ottenere il ricongiungimento familiare con il proprio coniuge;
b) evitare una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale tutte le volte in cui lo status coniugale sia presupposto necessario per l’applicazione in Italia di norme di fonte europea, dal momento che l’articolo 9 della Carta di Nizza non contempla la differenza di sesso come requisito necessario per esercitare il diritto a sposarsi;
ad adottare atti normativi in conformità a disposizioni sovraordinate in base al principio di gerarchia delle fonti in modo che il diritto soggettivo dei cittadini non sia conculcato da atti che, ad avviso dei firmatari del presente atto, violano norme e principi sovraordinati agli atti amministrativi interni all’amministrazione statale.
nel mese di ottobre 2014 il Ministro dell’interno ha emanato la circolare sul tema della trascrizione nei registri dello stato civile dei matrimoni celebrati all’estero tra persone dello stesso sesso. La circolare rivolta ai prefetti della Repubblica ed ai commissari del Governo per la provincia di Trento e di Bolzano prevede, in particolare, che: ove risultino adottate direttive da parte dei sindaci in materia di trascrizione nei registri dello stato civile dei matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati all’estero e nel caso in cui gli stessi sindaci abbiano dato esecuzione alle suddette trascrizioni, i prefetti devono rivolgere ai sindaci formale invito al ritiro di tali disposizioni ed alla loro cancellazione. In caso di inerzia da parte dei sindaci si deve procedere al successivo annullamento d’ufficio degli atti suddetti illegittimamente adottati;
la circolare è sostanzialmente corretta, in quanto, ai sensi dell’articolo 27, comma primo, della legge n.218 del 1995, la capacità matrimoniale e le altre condizioni per contrarre matrimonio sono regolate dalla legge nazionale di ciascun nubendo al momento del matrimonio. Si sottolinea, al proposito, che il codice civile italiano (articolo 107) prevede che: «la diversità di sesso dei nubendi rappresenti un requisito necessario affinché il matrimonio produca effetti giuridici nell’ordinamento interno»;
è inoltre da sottolineare che il requisito della diversità di sesso, previsto dal citato articolo 107 del codice civile, nonché da altre disposizioni dello stesso codice, è tradizionalmente e costantemente annoverato dalla dottrina e dalla giurisprudenza tra i requisiti indispensabili per l’esistenza del matrimonio. Infatti, l’istituto del matrimonio nel nostro ordinamento si configura come un istituto pubblicistico diretto a disciplinare determinati effetti che il legislatore tutela come diretta conseguenza di un rapporto di convivenza tra persone di sesso diverso (filiazione, diritti successori, legge in tema di adozioni);
la Costituzione, all’articolo 29, primo comma, prevede che: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio» e nel secondo comma aggiunge che: «il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Si deve pertanto ribadire che la norma suddetta, anche durante il dibattito sviluppatosi nell’Assemblea Costituente, non prese in considerazione le unioni omosessuali, ma al contrario intese riferirsi al matrimonio nel significato tradizionale di detto istituto;
i Costituenti, nell’elaborazione dell’articolo 29 della Costituzione, discussero di un istituto che aveva una precisa conformazione ed un’articolata disciplina nell’ordinamento civile. Pertanto, in assenza di diversi riferimenti è inevitabile concludere che essi tennero presente la nozione di matrimonio definita dal codice civile entrato in vigore nel 1942, che stabiliva e tuttora stabilisce che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso. In tal senso, è orientato anche il secondo comma della disposizione citata che, affermando il principio di eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, ebbe riguardo proprio alla posizione della donna cui intendeva attribuire pari dignità e diritti nel rapporto coniugale;
occorre, inoltre, sottolineare come la Corte costituzionale, dopo aver trattato del matrimonio abbia ritenuto necessario occuparsi della tutela dei figli (articolo 30), assicurando parità di trattamento anche a quelli nati fuori dal matrimonio, sia pur compatibilmente con i membri della famiglia legittima. La giusta e doverosa tutela, garantita ai figli naturali, nulla toglie al rilievo costituzionale attribuito alla famiglia legittima ed alla potenziale finalità procreativa che vale a differenziare il matrimonio dall’unione omosessuale;
il Governo, tra l’altro, nel rispondere all’interpellanza 2-00794, ha chiarito come la normativa vigente attribuisca inequivocabilmente la funzione di stato civile alla competenza dello Stato. La normativa attuale, infatti, prevede che le funzioni di stato civile vengano svolte dallo Stato che esercita la competenza in ambito territoriale attraverso il sindaco quale ufficiale di Governo. In tale veste il sindaco è tenuto, ai sensi dell’articolo 9 del decreto del Presidente della Repubblica n.396 del 2000, ad uniformarsi alle istruzioni che vengono impartite dal Ministero dell’interno nella sua qualità di organo avente la titolarità primaria in materia. Parimenti sintomatica è la disposizione che prevede che la vigilanza sugli uffici dello stato civile spetta al prefetto;
pertanto, in una relazione del tipo di quella appena evidenziata, risulta del tutto appropriato l’esercizio da parte del prefetto di annullamento che è tipica manifestazione di una sovraordinazione gerarchica. Quindi il prefetto esercita un suo potere proprio in virtù delle norme previste dall’ordinamento;
il Ministro dell’interno, con la circolare del 7 ottobre 2014, ha sensibilizzato i prefetti a rivolgere un formale invito ai sindaci sia al ritiro di eventuali direttive emanate in materia di trascrizione dei matrimoni di persone dello stesso sesso celebrati all’estero, sia alla cancellazione delle conseguenti trascrizioni, qualora effettuate, proprio perché in contrasto con la normativa statale interna e, quindi, non solo con la norma primaria, ma anche con le circolari;
ad intraprendere nel solco della circolare del Ministro dell’interno del 7 ottobre 2014, ogni opportuna iniziativa volta a garantire la corretta tenuta dei registri dello stato civile, al fine di evitare che, in sede di trascrizione degli atti di matrimonio, siano poste in essere attività in contrasto con la disciplina normativa dell’istituto del matrimonio medesimo, fondata sulla diversità di sesso dei coniugi, secondo il dettato dell’articolo 29 della Costituzione e il consolidato orientamento dalla Corte costituzionale e dalla Corte di cassazione.

References: sentenza 
 articolo 75
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e contrario
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 articolo 107