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Timestamp: 2018-05-25 22:04:39+00:00

Document:
Sentenza n. 257.2011
Sent. n. 257/1/11 del 3 giugno 2011
(emessa il 16 maggio 2011)
della Comm. trib. Reg. Toscana
Pres. Cicala
Rel. Pichi
A seguito della morte del sig. B. R. avvenuta in data 20.04.1998, gli eredi accettavano l'eredità con beneficio di inventario, previo inventario e nomina del Notaio liquidatore.
In data 25.07.2005 la Cerit notificava agli eredi la cartella esattoriale n. 1573629 per il pagamento di euro 20.619,46 si che gli stessi eredi e unitamente al Notaio notificavano alla Cerit e all'Agenzia delle Entrate, la richiesta di annullamento delle cartelle esattoriali.
La Cerit S.p.A., in data 28.02.2006, notificava il fermo amministrativo per tre auto intestate rispettivamente ai tre eredi.
In data 09.05.2008 l'Equitalia Cerit (subentrata alla Cerit) avvertiva il sig. R. B. di aver iscritto ipoteca su di un suo bene immobile per euro 52.577,92.
Il sig. B. R. impugnava il provvedimento ipotecario davanti alla Commissione Tributaria di Firenze contro la società Equitalia al fine di annullare l'ipoteca.
Si costituiva l'Equitalia concludendo "Voglia la Commissione rigettare il ricorso in quanto infondato in fatto ed in diritto e conseguentemente dichiarare la legittimità dell'operato della Equitalia nonché la carenza di legittimazione passiva della stessa in materia di formazione del ruolo, respingere le domande tutte così come avanzate da parte del ricorrente".
La Commissione Tributaria Provinciale di Firenze, con sentenza n. 36/19/09 del 02.12.2008, accoglieva il ricorso e condannava la convenuta al pagamento delle spese ritenendo l'ipoteca, sui beni personali degli eredi, illegittima in quanto vi era in atto l'accettazione con beneficio.
La Equitalia presentava appello alla Commissione Tributaria Regionale chiedendo la dichiarazione di carenza della sua legittimazione passiva relativa alla illegittimità della iscrizione a ruolo nonché l'annullamento della condanna alle spese.
Si costituiva il contribuente concludendo per la conferma della sentenza di primo grado e condanna dell'appellante alle spese legali del II grado.
L'Equitalia premetteva ed asseriva che la sentenza di I grado aveva condannato l'Agente della Riscossione sul motivo che la procedura di iscrizione a ruolo era viziata mentre la successiva attività di iscrizione ipotecaria era legittima.
Tale ricostruzione non è corretta in quanto la sentenza aveva annullato l'iscrizione di ipoteca richiesta dalla Equitalia in quanto si era in presenza di accettazione con beneficio.
Infatti la sentenza correttamente ricordava e statuiva, anche se in maniera succinta, che in caso di accettazione dell'eredità con beneficio di inventario, l'A.F. può procedere alla riscossione nei limiti dei beni devoluti agli eredi, che al termine della fase liquidatoria e non verso i beni personali dagli eredi.
Occorre ricordare che dopo l'inventario deve essere iniziata la liquidazione dell'eredità in funzione dei debiti ascritti sia ai sensi dell'art. 495 c.c. sia ai sensi dell'art. 498 c.c.. Nel caso concreto è stato nominato un Notaio per la liquidazione dell'eredità ai sensi dell'art. 498 c.c..
I crediti tributari, come quelli ordinari, devono essere comunicati al liquidatore il quale deve predisporre la cosiddetta "graduazione" prevista dall'art. 501 c.c., e procedere alla di liquidazione previa eventuale vendita dei beni mobili ed immobili su autorizzazione della magistratura competente.
I pagamenti da parte della massa ereditaria con beneficio di inventario, devono essere fatti con i termini codicisti e di procedura civile senza nessuna soprattassa.
Invece, secondo l'Equitalia, l'erede è responsabile nei limiti dei valori dei beni ereditati "senza che a fronte di tale accettazione venga comunque esclusa la sua posizione debitoria personale".
Così argomenta Equitalia ritenendo che sia legittimo eseguire ipoteche sui beni personali degli eredi pur nei limiti dell'attivo ereditario non facendo venir meno il beneficio di inventario la responsabilità personale dell'erede.
L'appellante sosteneva, altresì, che il Concessionario non può entrare nel merito della legittimità dell'iscrizione ipotecaria, ma si limita a procedere alla riscossione coattiva del credito senza alcuna facoltà di interrompere o sospendere la propria attività esecutiva fino all'avviso di sgravio dell'Ente impositore.
L'Equitalia, infine, concludeva per la dichiarazione di inammissibilità delle contestazioni delle attività svolte dopo la notifica della cartella esattoriale ed in particolare le attività cautelari ed esecutive.
Così impostata la difesa dell'operato della Equitalia, l'appello deve essere respinto.
È pacifico che sui beni personali degli eredi accentanti con beneficio di inventario, non è possibile aggressione da parte dei creditori del de cuius. E tale principio deve essere applicato da Equitalia che non è un "computer" né un "automa" che esegue gli ordini senza coscienza e scienza, bensì un Ente preposto all'incasso dei crediti in base alle leggi e dei regolamenti cioè previo esame della regolarità dell'ordine impartito dagli Enti Pubblici richiedenti; nonché valutazione dei limiti entro cui l'ordine stesso può essere eseguito.
Infatti l'Equitalia ha l'obbligo di controllare la regolarità formale e sostanziale dei ruoli nonché predisporre le cartelle esattoriali e ad eseguire la procedura esecutiva seguendo le leggi. Equitalia è obbligata a verificare la sussistenza del credito presupposto all'esecuzione, predisponendo, anche in autotutela, l'eventuale prescrizione o decadenza del titolo.
La grave negligenza nell'adempimento di questi doveri può dar luogo a responsabilità ex art. 96, III comma c.p.c. ; che deriva dal mancato uso di un minimo di diligenza e controllo della legittimità dei propri atti.
L'Equitalia è sottoposta alla trasparenza e alla correttezza nell'attività di riscossione, a quanto stabilito dal Codice del Consumo, in ordine alla correttezza, buona fede e diligenza nei rapporti con le controparti.
Dagli atti risulta che una volta comunicato il credito dell'Agenzia delle Entrate, l'Equitalia era stata avvertita che gli eredi avevano accettato con beneficio di inventario.
L'Equitalia doveva immediatamente controllare presso il Tribunale e l'Agenzia delle Entrate la conferma della segnalazione avuta e, di conseguenza, soprassedere ad ogni ulteriore attività compresa quella cautelare ed esecutiva.
Il Concessionario ha palesato, con estrema superficialità, un comportamento contrario al principio di trasparenza, di coscienza e di conoscenza sulla legittimità del tributo accertato. E questo comportamento trova sanzione nell'art. 96 c.p.c.
A seguito della riforma del codice di procedura civile, nell'art. 96 è stata introdotta la possibilità per il Giudice di condannare il soccombente al pagamento di una somma equitativa determinata (Cass. 03.03.2010 n. 5069).
L'art. 96 c.p.c. stabilisce che, se la parte soccombente abbia agito e resistito in causa con mala fede o colpa grave, la condanna alle spese e al risarcimento del danno liquidandolo d'ufficio.
Con l'aggiunta dell'art. 45, comma 12 Legge 69/2009, è stato stabilito che il Giudice, anche d'ufficio, possa condannare il soccombente al pagamento a favore della controparte di una somma di denaro determinata in via equitativa.
Il nuovo comma ha altresì escluso la necessità , per la condanna, della sussistenza del dolo o della colpa grava ed i vincoli a carico del giudicante. In quando la norma intende prevalentemente tutelare "il danno ingiusto processuale" subito dalla parte a seguito del comportamento processuale della controparte. . Per altro nel caso di specie sussiste un'evidente negligenza dell'appellante.
Ritiene, poi, il Collegio di aderire al filone giurisprudenziale secondo cui Giudice competente su tale valutazione di danno, è il giudice della causa. E dunque nel caso di specie il giudice tributario.
"Infatti tale domanda può essere conosciuta e decisa nella sua probabilità soltanto dal Giudice competente per il merito, perché nessun Giudice può giudicare la temerarietà processuale meglio di quello stesso che decide sulla domanda che si assume temeraria, ma anche perché la valutazione della responsabilità processuale è così strettamente collegata con la decisione di merito da comportare la possibilità, ove fosse separatamente condotta di un contrasto di giudicati" (Commissione Tributaria Regionale Puglia sez. VII n. 11 dell'11.01.2011; Cassazione 06.08.2010 n. 18344; Cassazione n. 24538/2009; CTR Lazio sentenza n. 179/14/10 del 14.04.2010).
Si deve cioè riconoscere che il principio della effettività della tutela giudiziaria dei diritti (art. 24 Cost.) impedisce di separare l'accertamento del fatto processuale fonte di responsabilità dalla condanna al ristoro pecuniario del contribuente. Sia per la stretta connessione fra le due operazioni logiche, sia perché imporre al contribuente (o all'ente impositore) di promuovere un secondo giudizio determinerebbe un onere eccessivamente gravoso, oltre che snaturare la portata della norma che prevede l'intervento sanzionatorio possa essere emesso dal giudice anche d'ufficio.
Si veda ad esempio Cass. 28 aprile 2010, n. 10230 secondo cui l'opposizione alla dichiarazione di fallimento e l'azione di responsabilità aggravata, introdotta ai sensi dell'art. 96 c.p.c., con riguardo all'iniziativa assunta con l'istanza di fallimento, sono legate da un nesso d'interdipendenza da cui consegue la competenza funzionale, esclusiva ed inderogabile del giudice della predetta opposizione su entrambe e l'improponibilità in separato giudizio dell'azione risarcitoria (nella specie, la suprema corte ha confermato la pronuncia di secondo grado che aveva dichiarato inammissibile, in ordine ad entrambe le domande, l'impugnazione proposta oltre i termini, più ristretti, previsti per l'opposizione alla dichiarazione di fallimento).
Ed ancora Cass. 6 maggio 2010, n. 10960: chi intende chiedere il risarcimento del danno per l'eseguita esecuzione forzata illegittima può agire soltanto, ai sensi dell'art. 96, 2º comma, c.p.c. (quale norma speciale rispetto all'art. 2043 c.c.), dinanzi al giudice dell'opposizione all'esecuzione, funzionalmente competente sia sull'an che sul quantum; pertanto, è inammissibile una domanda di condanna generica, con riserva di agire in un separato giudizio per il quantum, che, per espressa previsione normativa, può essere liquidato anche d'ufficio.
In tema di responsabilità aggravata, l'art. 96 c.p.c. - che sanziona l'uso strumentale del processo in vista di scopi diversi da quelli per cui è preordinato, contemplando una tutela di tipo aquiliano con carattere di specialità rispetto all'art. 2043 c.c. - non detta una regola sulla competenza, giacché disciplina un fenomeno endoprocessuale, quale quello dell'esercizio, da parte del litigante, del potere di formulare un'istanza collegata e connessa all'agire o al resistere in giudizio, che non può configurarsi come potestas agendi esercitabile fuori del processo in cui la condotta generatrice della responsabilità aggravata si è manifestata e, quindi, in via autonoma, consequenziale e successiva, davanti ad altro giudice, salvo i casi in cui la possibilità di attivare il mezzo sia rimasta preclusa in forza dell'evoluzione propria dello specifico processo dal quale la stessa responsabilità aggravata ha avuto origine (Cass. 6 agosto 2010, n. 18344); Cass. 20 novembre 2009, n. 24538: l'azione di risarcimento danni ex art. 96 c.p.c. non può, di regola, essere fatta valere in un giudizio separato ed autonomo rispetto a quello dal quale la responsabilità aggravata ha avuto origine; ne consegue che competente a decidere sull'an e sul quantum della relativa domanda, qualora riguardi l'instaurazione illegittima di un procedimento di esecuzione forzata, è il giudice dell'opposizione alla stessa.
In materia analoga si veda Cass. civ., sez. III, 17 marzo 2009 n. 6439: la corte di cassazione è competente ad ordinare, ai sensi dell'art. 89 c.p.c., la cancellazione delle espressioni sconvenienti ed offensive contenute nei soli scritti ad essa diretti, con la conseguenza che è inammissibile il motivo del ricorso per cassazione con cui si chieda la cancellazione delle frasi del suddetto tenore contenute nelle fasi processuali anteriori, essendo riservata la relativa statuizione al potere discrezionale del giudice di merito, insindacabile in sede di legittimità; per la stessa ragione non è proponibile per la prima volta in cassazione la richiesta di risarcimento danni per responsabilità aggravata, prevista dall'art. 96 c.p.c., quando venga riferita al comportamento delle parti tenuto nelle fasi precedenti del giudizio.
Per quanto attiene alla materia tributaria, si può richiamare la sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione n. 14499 del 16 giugno 2010: in base al principio di concentrazione della tutela, le Commissioni Tributarie possono riconoscere al contribuente non soltanto il rimborso delle imposte indebitamente versate, ma pure gli accessori come gli interessi ovvero il maggior danno o l'importo eventualmente pagato per la prestazione di cauzioni non dovute. Cui si affianca la sentenza n. 14704 del 18 giugno 2010: è devoluta al giudice tributario la controversia con cui il contribuente contesti la legittimità di un pignoramento presso terzi adducendo che il credito tributario (per IRPEF ed ILOR è inesistente o/e prescritto e chiedendo il risarcimento dei danni, patrimoniali, non patrimoniali e per responsabilità aggravata.
Il comportamento della Equitalia, tenuto anche in appello deve essere dunque sanzionato per aver determinato un danno esistenziale ed economico all'erede inconsapevole, costringendolo a tutelare i suoi diritti in sede giudiziaria nel disagio insito nella ricerca di un difensore tecnico.
In conclusione il gravame dell'appellante deve essere respinto in quanto il fermo auto prima e l'ipoteca dopo sono interventi cautelari eseguiti senza verificare la legittimità e l'attualità della pretesa tributaria nonché la natura dell'apertura della successione.
Il relativo pregiudizio viene liquidato in via equitativa in euro 10.000.
Le spese seguono la soccombenza con applicazione dell'art. 96 c.p.c..
Respinge l'appello. Condanna l'Equitalia a pagare al sig. B. R. le spese del presente giudizio che tassa e liquida in euro 3.000,00 oltre accessori e condanna, altresì, ex art. 96 comma 3° c.p.c., la l'Equitalia a pagare a favore dell'appellato la somma di euro 10.000,00 oltre interessi dalla sentenza al saldo.
Firenze, 16.05.2011

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 art. 96
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