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Timestamp: 2020-07-14 23:55:26+00:00

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18 Maggio 2014 | Autore: Angelo Greco
Rivoluzionato il diritto a essere dimenticati: cambia il ruolo di Google, ma soprattutto le regole per chi vuole eliminare un link dal motore di ricerca.
Dopo la rivoluzione di qualche giorno fa determinata dalla sentenza della Corte di Giustizia in materia di diritto all’oblio – sentenza che ha ritenuto Google “proprietario” dei dati personali degli utenti e, quindi, anche responsabile della loro privacy (leggi l’articolo: “Rivoluzione nel diritto all’oblio: Google responsabile dei link che violano la privacy”) – sono profondamente cambiate le regole per ottenere la rimozione del proprio nome da un sito internet.
O meglio: alle vecchie regole se ne accompagnano di nuove. Perché è certo che la recente sentenza non ha pregiudicato la possibilità (sino ad oggi utilizzata) di diffidare direttamente il giornale “responsabile” della pubblicazione della pagina con il nostro nome. Ma, ora, a tale facoltà si accompagna anche quella di chiedere a Google la “de-indicizzazione” del contenuto incriminato.
La prima delle due garanzie – l’azione diretta nei confronti del giornale – è la conseguenza di uno dei principi elaborati dalla nostra giurisprudenza: ossia quello secondo cui il diritto di cronaca, per essere lecito, richiede che la notizia, oltreché vera e di pubblico interesse, sia anche attuale. E di certo, lasciare una pagina web per molto tempo su Google – e con essa anche il richiamo al soggetto interessato – viola questo terzo requisito. Pertanto l’illecito resta pur sempre imputabile, in prima battuta, al giornale stesso. È quest’ultimo, infatti, il primo responsabile del persistere della pubblicazione.
È anche vero che, a riguardo, secondo la Cassazione [1] il giornale può ben lasciare online la pagina, limitandosi a eliminare i cosiddetti “tag”, responsabili cioè del linkaggio della pagina all’indicizzazione sui motori di ricerca. In altre parole, con la cancellazione dei tag, la pubblicazione, seppur continua a rimanere nell’archivio del giornale, non è più reperibile su Google, digitando il nome del soggetto interessato.
La seconda delle due garanzie – quella appunto introdotta con la sentenza della Corte di Giustizia, che consente di rivolgersi a Google e di chiedere la cancellazione del link – presenta, ad oggi, non poche problematicità. Lasciando da parte i problemi di carattere giuridico che la pronuncia solleva – problemi legati alla contraddizione rispetto al principio, già sancito dalla UE, della neutralità dell’intermediario (e di cui ho già parlato in precedenti articoli) – mi voglio soffermare, questa volta, sulle difficoltà di carattere tecnico-pratico.
1 A chi inviare la diffida?
2 In quale lingua?
3 Che fare in caso di silenzio
4 Dopo quanto tempo?
5 Nel dubbio…
6 La nuova sentenza, però, può avere dei vantaggi
7 Chiamare in causa Google per i suggerimenti di parole
8 Fidarsi di programmi e programmatori?
A chi inviare la diffida?
Come ben sappiamo, una diffida a una società, a un’amministrazione, a una persona fisica è un atto che può avere effetti solo in quanto correttamente “notificato”, ossia portato a conoscenza del destinatario. È quindi necessario individuare il luogo effettivo ove si trova l’ufficio competente a “smaltire” le richieste degli utenti. Cosa affatto semplice con Google. Pensare, infatti, di potersi “lavare le mani”, inviando una semplice email – che peraltro non ha alcun valore di prova scritta – sarebbe da ingenui.
Allo stesso modo, non vedo come anche una raccomandata, spedita nella sede legale di Mountain View (California), possa sortire effetti migliori (immagino un numero di lettere talmente elevato da far impallidire anche Santa Claus).
Anche questo potrebbe essere un problema da non sottovalutare, almeno dal punto di vista logistico. Perché, comunque, a meno di non individuare un ufficio legale in Italia, le diffide dovrebbero essere tutte scritte in lingua inglese. Cosa non sempre alla portata di tutti (almeno qui in Italia).
Che fare in caso di silenzio
Secondo la sentenza della Corte di Giustizia, qualora Google non risponda, ci si può rivolgere alternativamente al tribunale ordinario (ritengo quello di residenza dell’interessato, conformemente a quanto stabilito da tutte le sentenze della nostra giurisprudenza in materia di diffamazione e lesione della privacy) o al Garante della Privacy.
E qui sorge un ulteriore problema.
L’Authority per la Privacy italiana si è sempre dichiarata incompetente sulle richieste di cancellazione dei nominativi da internet (cosiddetto “diritto all’oblio”), in quanto non strettamente connesso al diritto alla privacy (il campo delle due materie, infatti, non è affatto coincidente).
Che succederà, dunque, in questo caso? Il nostro Garante dovrà rassegnarsi all’ampliamento di poteri “ordinatogli” dalla sentenza oppure ci dovremo rivolgere al Garante europeo della protezione dei dati? Anche questo non viene confermato dalla Corte di Lussemburgo.
La sentenza della Corte di Giustizia non chiarisce neanche dopo quanto tempo, dall’invio della lettera, in caso di silenzio di Google, si possa agire davanti al Tribunale o al Garante. Insomma: quanti giorni di tempo ha il motore di ricerca per procedere alla cancellazione? Nessuno, al momento, può dirlo con certezza.
Persistendo tutti questi dubbi, ritengo che la cosa migliore sia ancora conformarsi alle vecchie regole e procedere secondo il “classico” modus operandi di quegli studi legali che hanno, sino ad oggi, trattato il diritto all’oblio. Non si può neanche escludere che Google, fortemente penalizzato da questa pronuncia, non prenda contromisure di altro genere.
Infatti, la sentenza della Corte di Giustizia rischia di portare a una eccessiva deresponsabilizzazione del giornale e una eccessiva responsabilizzazione del motore di ricerca, il che potrebbe rendere del tutto antieconomico il modello di business di Google e soci. Senza contare che, così facendo, si va a incidere anche, almeno in potenza, sull’esercizio della libertà di espressione e di informazione.
Siamo sicuri che un soggetto privato che però svolge, di fatto, sul web una funzione pubblica, sia in grado di operare, in maniera neutrale, quel bilanciamento di interessi che viene teorizzato dalla Corte tra diritto alla privacy e diritto ad essere informati, valutando quando e a che condizioni l’esercizio del diritto di cronaca deve prevalere sul diritto all’oblio?
La nuova sentenza, però, può avere dei vantaggi
Alla luce di tutto ciò, credo che la sentenza della Corte di Giustizia avrà, almeno in un primo momento, scarse conseguenze sotto il profilo operativo e, pertanto, tutto potrebbe rimanere come prima, con lo studio legale che diffida il giornale e non la società di Mountain View.
Ma, a ben vedere, vi sono alcuni casi in cui la chiamata – per così dire – “in garanzia” di Google potrebbe risultare utile. Chi si occupa da anni di diritto all’oblio conosce, infatti, le difficoltà che sorgono quando la richiesta di rimozione di un contenuto “illecito” vada inoltrata al titolare di un blog che – come quasi sempre succede con piattaforme come Blogspot – rimane del tutto anonimo o irreperibile (ne ho parlato nell’articolo “Oblio su internet e libertà di stampa”).
A quel punto, posto che l’avvocato non ha strumenti per risalire all’identità del blogger, dovrebbe ricorrere all’autorità giudiziaria (ma non è detto che quest’ultima, stravolgendo la natura del processo civile, si sostituisca agli obblighi istruttori di parte) o alla polizia postale (ed anche quest’ultima potrebbe giustamente ritenersi incompetente per una questione di carattere civilistico, quale appunto è il diritto ad essere dimenticati).
Dunque, per tutti quei casi in cui il proprietario del sito o del blog rimane anonimo – internet consente anche questo – o irreperibile, la diffida a Google rimarrebbe l’ultima spiaggia. E certo ciò colmerebbe una lacuna che sino ad oggi è risultata difficilmente valicabile.
Chiamare in causa Google per i suggerimenti di parole
Infine, un’ultima riflessione. L’interessato potrebbe immediatamente agire contro Google qualora, nella stringa di ricerca, attraverso la funzione “Suggest” (o anche detta “Autocomplete”), appaiano, nel momento della digitazione del suo nome, altre parole dal contenuto diffamatorio (per es. “Mario Rossi + frode” oppure “Mario Rossi + associazione a delinquere”, oppure “+ mafioso”, e altre parole simili).
Alcuni tribunali italiani hanno, infatti, condannato più volte Google per il predetto servizio “Autocomplete” quando lo stesso implichi delle lesioni alla reputazione dell’utente. In tal caso, quest’ultimo potrebbe dunque diffidare il motore di ricerca affinché elimini tali suggerimenti automatici. L’inerzia di Google potrebbe far scattare la sua responsabilità e la possibilità di agire in tribunale.
Fidarsi di programmi e programmatori?
Si stanno moltiplicando “app” e servizi gestiti da programmatori e non da Studi legali per la cancellazione dei dati.
Si tratta, ad ogni modo, di espedienti che non garantiscono sempre un risultato perfetto.
Google infatti – così come ogni altro motore di ricerca – ha degli algoritmi segreti, che non rivela a nessuno, in base ai quali il motore valuta le posizioni da accordare alle singole pagine web all’interno delle ricerche. Ciò significa che non necessariamente i link più recenti saranno anche i primi all’interno delle pagine di Google. Ci sono tanti altri parametri che vengono valutati dal motore di ricerca americano. Pertanto, anche a voler produrre nuove pagine con il nome dell’interessato, non è detto che queste riescano a scavallare quelle già presenti sul web.
[1] Cass. sent. n. 5525 del 5.04.2012.

References: sentenza 
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 Cass.