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Timestamp: 2019-04-24 10:49:13+00:00

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separazione | Responsabile Civile
Frequentazione infrasettimanale con il figlio minore: è indispensabile
La Cassazione ha accolto il ricorso di un padre avverso la sentenza dei giudici dell’appello che avevano vietato, senza idonea motivazione, la frequentazione infrasettimanale con la sua figlia minore
“Per garantire il superiore interesse del minore non è sufficiente che le autorità giudiziarie prevedano la possibilità per il bambino di incontrare il proprio genitore o avere contatti con lui, ma includono l’insieme delle misure preparatorie che in concreto permettono di raggiungere questo risultato, quali la frequentazione assidua tra genitore e figlio”.
A seguito della separazione giudiziale tra due coniugi, il Tribunale di primo grado affidava la figlia minore, ad entrambi i genitori, con collocamento presso la madre, stabilendo che il padre potesse vederla e tenerla con sé, salvo diverso accordo con l’ex coniuge, a fine settimana, ossia ogni quindici giorni, e prevendendo un assegno di mantenimento a carico di quest’ultimo in favore della figlia di 600 euro.
In secondo grado, la corte d’appello confermava le modalità di visita del genitore e riduceva l’importo del predetto assegno di mantenimento ad euro 450.
Ma la vicenda giungeva in Cassazione, su ricorso del padre, il quale si doleva del fatto che il provvedimento impugnato non prevedesse tempi di permanenza infrasettimanali tra lui e la figlia, e quindi di frequentazione con la minore in misura tendenzialmente paritetica rispetto a quelli di permanenza presso il genitore collocatario, sì da consentire, nell’ottica di una congrua assiduità dei rapporti, anche l’esercizio della comune responsabilità genitoriale.
La tenera età della figlia, nata nel 2014 non sarebbe stata, poi, di ostacolo all’incremento del tempo di frequentazione tra padre e figlia; al riguardo, da tempo, la giurisprudenza ha riconosciuto che certamente il tempo di permanenza tra genitore e figlio influisce sull’instaurarsi di un solido legame tra i due.
La Corte d’appello aveva inoltre, omesso di motivare sulla presunta inidoneità genitoriale del ricorrente tale da giustificare i ristretti tempi di visita con la minore.
Il principio di bigenitorialità secondo la giurisprudenza
E’ principio ormai noto che nell’interesse superiore del minore deve sempre essere assicurato il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, nel dovere dei primi di cooperare nell’assistenza, educazione ed istruzione.
L’orientamento è confortato anche dalla giurisprudenza di fonte convenzionale, laddove la Corte Edu, chiamata a pronunciarsi sul rispetto della vita familiare (di cui all’art. 8 CEDU) e, pur riconoscendo all’autorità giudiziaria ampia libertà in materia di diritto di affidamento, ha evidenziato la necessità di un più rigoroso controllo sulle “restrizioni supplementari”, tali intendendo quelle apportare dalle autorità al diritto di visita dei genitori, e sulle garanzie destinate ad assicurare la protezione effettiva del diritto dei genitori e dei figli al rispetto della loro vita familiare.
Le restrizioni supplementari
«Per un genitore e suo figlio, stare insieme costituisce un elemento fondamentale della vita famigliare»: è quanto ha ribadito dalla Corte Edu, in una recente pronuncia del 2015; con l’ulteriore precisazione che per garantire effettività della vita familiare o privata nei termini di cui all’art. 8 CEDU non è sufficiente che gli Stati membri prevedano la possibilità per il bambino di incontrare il proprio genitore o avere contatti con lui, ma includono l’insieme delle misure preparatorie che, non automatiche e stereotipate, permettono di raggiungere questo risultato.
In tale ordine di misure, vi è la preliminare esigenza di ravvicinare il genitore al figlio, perché il trascorre del tempo può avere delle conseguenze irrimediabili sulle relazioni tra il fanciullo e quello dei genitori che non vive con lui (Core Edu Lombardo c/ Italia).
Ebbene, in siffatto contesto interpretativo, i giudici della Cassazione non hanno potuto evitare di censurare la sentenza impugnata, dal momento che con motivazione del tutto assente e solo alla luce della esistente conflittualità tra i due coniugi, aveva escluso una frequentazione infrasettimanale con il padre; in tal modo, violando il principio della bigenitorialità, nei termini anzidetti.
Il ricorso per tali motivi, è stato accolto con rinvio alla corte d’appello per un nuovo esame della fattispecie.
Animali domestici: con la separazione arriva l’affido condiviso
Chi l’ha detto che in caso di separazione tra i coniugi o ex conviventi, l’affidamento condiviso possa essere disposto soltanto per i figli minorenni? In attesa di un intervento legislativo che superi la lacuna, sempre più giudici di merito stanno applicando l’istituto anche agli animali domestici
Il Tribunale ordinario di Sciacca, nella persona del suo Presidente, in data 19 febbraio 2019, ha pronunciato un singolare decreto all’esito della causa di separazione tra due coniugi. Dopo l’esito negativo del tentativo di conciliazione tra le parti, dal quale era emersa l’insanabile rottura del loro legame coniugale e dopo aver disposto in favore della moglie un assegno di mantenimento a carico del marito, tenuto conto della durata del matrimonio, dell’età delle parti, della loro capacità lavorativa e dei loro redditi, si è trovato a dover decidere dell’affidamento dei loro animali domestici.
Ed in vero, in assenza di accordi condivisi e partendo dal presupposto che il sentimento per gli animali costituisce un valore meritevole di tutela anche in relazione al benessere dell’animale stesso, ha deciso per l’assegnazione del gatto al coniuge che, dalla sommaria istruttoria, era apparso più idoneo ad assicurare il miglior sviluppo possibile dell’identità dell’animale stesso e, il cane, indipendentemente dall’intestazione risultante nel microchip ad entrambe le parti, è stato affidato a settimane alterne ad entrambi gli ex conviventi, con spese veterinarie e straordinarie pure divise al 50%.
La sentenza non si pone certamente come unica nel suo genere.
Sono diverse le pronunce di merito che hanno disposto l’affidamento condiviso di animali domestici. Ciò in quanto sono “sempre più frequenti i casi in cui i coniugi o, comunque, le persone che in regime di convivenza hanno posseduto un animale domestico si rivolgono al giudice” (Trib. Roma, 8.11.2016).
Ebbene, in assenza di diversa pattuizione tra le parti, non spetta che al giudice definire a chi vada affidato l’animale domestico.
Il regime giuridico in grado di tutelare l’interesse materiale, morale e affettivo del cane o del gatto e di contemperarlo al tempo stesso con l’interesse affettivo dei due coniugi o ex conviventi, è soltanto l’affidamento condiviso.
Ciò non deve meravigliare soprattutto se si considera che l’animale, come recita il Trattato di Lisbona entrato in vigore il 13 dicembre 2017 è un “essere senziente”.
Obblighi di assistenza familiare: l’acquisto di viveri non esclude il reato
L’acquisto di viveri e prodotti di genere alimentare per i propri figli non risparmia l’imputato dalla condanna per il delitto di violazione degli obblighi di assistenza famigliare di cui all’art. 570 c.p.
I giudici della Cassazione hanno confermato la sentenza di condanna per l’uomo che per alcuni mesi dopo la separazione si era limitato ad acquistare prodotti alimentari per i propri figli contravvenendo ai suoi obblighi di mantenimento.
Per tale reato l’uomo era stato già condannato alla pena di 4 mesi di reclusione e 400 euro di multa.
L’uomo aveva fatto più volte appello alla clemenza dei giudici di merito, adducendo a sua difesa di trovarsi in difficoltà economiche tanto da dover ricorrere all’aiuto di enti assistenziali e che comunque dopo la separazione aveva provveduto a mantenere i suoi figli, tutti di età inferiore ai diciotto, comprando lori dei viveri.
Ma anche per i giudici della Cassazione tali argomentazioni non erano sufficienti ad escludere il reato.
Ed invero – come già rilevato dai giudici di merito – la minore età dei discendenti, destinatari dei mezzi di sussistenza, rappresenta “in re ipsa” una condizione soggettiva dello stato di bisogno, che obbliga entrambi i genitori a contribuire al loro mantenimento, assicurando loro i mezzi di sussistenza (Sez. VI n. 53607/2014).
Senonché nel corso del giudizio di merito era stato accertato che anche l’ex coniuge fosse in evidente stato di indigenza e perciò, costretta a fare lavori saltuari e a ricorrere all’aiuto di terzi per provvedere alle esigenze dei propri figli.
I doveri dei genitori verso i propri figli
L’art. 147 del codice civile disciplina i doveri dei genitori verso i propri figli, prevedendo espressamente che “il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni”.
Ne deriva che l’obbligo di mantenimento dei figli non si esaurisce in un obbligo meramente alimentare, avendo una portata assai più ampia.
Peraltro i giudici della Cassazione in più occasioni hanno ribadito il principio per cui neppure lo stato di disoccupazione del genitore separato lo esonera da tale obbligo di contribuzione.
In questo senso si pone anche la pronuncia in commento che ha confermato la condanna i via definitiva a carico del ricorrente.
FIGLIA MAGGIORENNE RIFIUTA DI VEDERE IL PADRE: IL MANTENIMENTO NON SI TOCCA
Addebito della separazione per il coniuge che abbandona il tetto coniugale
La Corte di appello di Venezia aveva pronunciato la separazione con addebito al marito in ragione del suo “unilaterale” abbandono del domicilio coniugale, accompagnato dall’interruzione della erogazione dei contributi economici per la famiglia
In ragione dell’addebito, l’uomo veniva condannato al versamento di un assegno di mantenimento in favore della moglie di euro 400,00 mensili e di 800,00 euro per le due figlie, oltre la partecipazione al 50% delle spese straordinarie per queste ultime.
L’uomo, perciò, decideva di ricorrere ai giudici della Cassazione.
Tra gli altri motivi, lamentava l’errata valutazione del nesso di causalità tra l’abbandono del tetto coniugale e l’irreversibile crisi coniugale che, a suo a dir,e sarebbe stata effetto, e non già causa, della preesistente intollerabilità della vita coniugale.
Ma l’assunto difensivo non ha convinto i giudici della Cassazione i quali, hanno confermato la decisione pronunciata in appello.
L’abbandono del tetto coniugale, domicilio della coppia, contravviene a uno dei doveri derivanti dal matrimonio indicati nell’art. 413 c.c. (il dovere di coabitazione).
Attualmente esso non è più configurato come reato ma può comportare, in taluni casi, l’addebito della separazione. Ad esempio, qualora, l’abbandono da parte di uno dei due coniugi sia privo di giustificazioni.
Ma perché ciò accada non è sufficiente asserire il mero fatto dell’abbandono; occorre che il giudice valuti, alla stregua delle circostanze del caso concreto, la presenza di un nesso causale con il fatto che esso abbia determinato la crisi della coppia e, dunque, la sopraggiunta intollerabilità a proseguire la convivenza.
Se al contrario la parte interessata riesce a dimostrare in giudizio che il suo abbandono sia stato non la causa ma la conseguenza di una crisi coniugale già in atto o di un comportamento intollerabile dell’altro partner, vengono meno i presupposti per ottenere o subire l’addebito della separazione.
Vale la pena ricordare che è sempre su istanza di parte che il giudice può pronunciarsi in materia di addebito e che tale richiesta è possibile solo in caso di separazione giudiziale, non anche in quella consensuale.
CONIUGE VIOLENTO: GLI E’ SEMPRE ADDEBITABILE LA CAUSA DELLA SEPARAZIONE
Rideterminazione dell’assegno di mantenimeno dopo la morte del nonno
In materia di rideterminazione degli obblighi di mantenimento dei figli minori, il giudice della separazione non è tenuto a rispettare il principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato
La Cassazione ha confermato la sentenza di rideterminazione della somma disposta a carico dell’ex coniuge dopo la morte del suocero.
Il giudice della separazione aveva disposto l’affidamento della figlia alla madre e l’obbligo di versamento a suo carico di un assegno mensile di 2.000 euro, di cui 800 a titolo di mantenimento della moglie e 1.200 quale contributo per il mantenimento della figlia minore, oltre alle spese straordinarie da sostenere nel suo interesse nella misura del 70%.
Il giudice adito aveva anche disposto una serie di interventi programmati con i Servizi sociali del Comune di residenza, al fine di fornire supporto psicologico al nucleo familiare e soprattutto, per consentire alla figlia un buon reinserimento nelle attività extrascolastiche e nel rapporto con i coetanei.
Ma l’uomo, padre della piccola e marito della donna convenuta in giudizio, presentava appello contro il predetto decreto chiedendo la conferma delle statuizioni economiche già concordate fra le parti in sede di separazione consensuale omologata.
Secondo gli accordi, infatti, egli avrebbe dovuto corrispondere un assegno perequativo destinato al mantenimento della figlia di 300 euro mensili oltre alle spese straordinarie; nessun versamento in favore della moglie; la conferma dell’affidamento condiviso ad entrambi i genitori con previsione del diritto del padre di vedere la figlia senza la madre, salvo diverso accordi, durante la settimana e durante i periodi festivi in giorni prefissati.
Inoltre chiedeva la condanna al risarcimento dei danni per la violazione, da parte della madre, degli obblighi concernenti l’esercizio del suo diritto di visita e in caso di opposizione di quest’ultima, che il giudice disponesse il collocamento della figlia presso di sé.
Ebbene, i giudici della corte d’appello adita hanno respinto il reclamo proposto dall’uomo e confermato le statuizioni economiche già previste a suo carico dal primo giudice.
In effetti – rilevava la corte giudicante – dopo la morte del suocero le condizioni economiche della moglie erano di gran lunga peggiorate, non potendo ella più fare affidamento sul consistente aiuto economico che il padre elargiva in favore della figlia, nonché sua nipote.
D’altra parte, sebbene ella fosse in possesso di titoli di studio (laurea e abilitazione alla attività di giornalista), che in astratto potevano garantirle un reddito sufficiente alle sue esigenze di vita, la realtà era ben altra … ed in effetti, ella all’età di cinquanta anni non aveva mai maturato alcuna esperienza lavorativa.
La vicenda dei due coniugi separati e della loro figlia giungeva dunque sino ai giudici di Piazza Cavour.
A contestare la sentenza pronunciata dai giudici dell’appello era, ancora una volta, il coniuge obbligato all’assegno di mantenimento.
Ma anche in ultima istanza, i giudici della Cassazione hanno confermato la decisione impugnata, adducendo che, in effetti, la morte del suocero aveva rappresentato una circostanza sopravvenuta che ben giustificava il mutamento delle statuizioni civili in favore della moglie e della figlia, dal momento che il suo decesso aveva portato ad un rilevante cambiamento delle loro condizioni economiche, venendo meno la loro principale fonte di sostentamento economico.
Un aspetto interessante che il ricorrente fa oggetto di impugnazione è la commessa violazione del principio di corrispondenza tra domanda di parte e statuizione del giudice della separazione. Ed in effetti, col ricorso introduttivo (ex art. 710 c.p.c.), la donna aveva chiesto che le fosse corrisposta la somma di 1.800 euro mensili, mentre il tribunale di primo grado l’aveva liquidata in 2.000 euro mensili.
Ebbene, la Cassazione ricorda che in materia di determinazione degli obblighi di mantenimento dei figli minorenni, vale il principio di diritto per cui il giudice non è soggetto al principio della domanda di parte (Cass. n. 3908/2009; n. 10780/1996).
SEPARAZIONE E NUOVA UNIONE CIVILE: REVOCATO L’ASSEGNO DI MANTENIMENTO
Ancora una controversia concernente l’addebito di separazione tra due coniugi, risolta dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 1715/2019
L’uomo, obbligato dal giudice di primo grado a versare gli alimenti alla ex moglie, deduceva dinanzi ai giudici dell’appello l’illegittimità di tale statuizione dal momento che quest’ultima aveva intrattenuto una relazione sentimentale con un altro uomo in costanza di matrimonio. Meritava pertanto, l’addebito della separazione.
Ma i giudici della corte territoriale non erano per nulla d’accordo; al contrario a loro detta, doveva ritenersi del tutto inesistente il nesso causale tra la separazione e la relazione extraconiugale della donna, posto che tale rapporto era cominciato quando già tra i due, era in atto una irreversibile crisi coniugale.
La corte d’appello aveva, perciò, deciso di disporre comunque in favore della donna il diritto a percepire l’assegno di mantenimento gravante sul marito, in considerazione del fatto che la stessa non percepiva altri redditi per la sussistenza.
Si instaurava così il giudizio dinanzi al Supremo Collegio.
I giudici della Cassazione non possono fare a meno di rilevare che i motivi di ricorso addotti dal ricorrente circa l’inesistenza dei presupposti per cui l’ex coniuge avrebbe avuto diritto all’assegno di mantenimento, vista la sua relazione extraconiugale, sono inammissibili. La relazione era nata quando già i due avevano cominciato a parlare di separazione vista la loro incompatibilità caratteriale e il solo protrarsi della convivenza non aveva certo consentito di superare quel clima di tensione.
Secondo i giudici di merito, la crisi del matrimonio era da addebitare unicamente alla incompatibilità caratteriale dei due coniugi, che nel tempo aveva reso irreversibile la rottura del rapporto.
Tale decisione, insindacabile in sede di legittimità, non poteva che essere condivisa anche perché del tutto coerente con la giurisprudenza della Cassazione secondo cui la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto rende irrilevante la successiva inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale ai fini della dichiarazione di addebito della separazione (Cass. sent. n. 16859/2015).
PERDE IL DIRITTO ALL’ASSEGNO DI DIVORZIO PERCHE’ HA UN NUOVO COMPAGNO

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 art. 710
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