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Timestamp: 2018-05-21 12:51:08+00:00

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Tribunale di Bergamo – Sez. lavoro – Sentenza di annullamento estratti i ruolo e relative cartelle di pagamento
Ci pregiamo di allegare la sentenza emessa dal Tribunale di Bergamo – Sez. lavoro in data 22.06.2017, in una causa personale dell’avv. Ziletti, con la quale è stato ACCOLTO parzialmente il ricorso proposto avverso Equitalia e ANNULLATO ben 26 delle 38 cartelle esattoriali impugnate e relativi estratti di ruolo, per un importo pari ad euro 408.218,23, di seguito il relativo commento:
“SENTENZA DI ANNULLAMENTO DI ESTRATTI DI RUOLO E RELATIVE CARTELLE DI PAGAMENTO PER IL COMPLESSIVO IMPORTO DI EURO 408.218,23
Siamo lieti di rappresentarVi la sentenza di cui all’allegato ottenuta sul Tribunale di Bergamo-Sez. Lavoro in data 22.06.2017 dall’Avv. Andrea Ziletti, che ha portato grande giovamento al cliente, in quanto, a fronte di una somma richiesta pari ad euro 645.385,85, È EMERSO PER IL CLIENTE STESSO UN VANTAGGIO PARI COMPLESSIVAMENTE AD EURO 408.218,23.
Il Tribunale ha accolto parzialmente il ricorso e annullato 26 delle 38 cartelle impugnate.
La causa definita dal Tribunale adito aveva ad oggetto 38 cartelle di pagamento, dettagliatamente indicate nel ricorso, cartelle emesse sul presupposto del mancato pagamento di contributi previdenziali INPS, per le annualità 2008, 2009, 2010, 2011, 2012, 2013, 2014 e 2015, per un carico complessivo di Euro 645.385,85.
Attraverso il ricorso si è eccepita, innanzitutto, l’omessa notifica delle cartelle di pagamento, atti presupposti a qualsiasi procedura di riscossione coattiva.
In materia, l’art. 25, comma 1, del Dpr. n. 602/1973, disciplinante le modalità di riscossione, prevede espressamente che l’Agente della Riscossione debba notificare la cartella di pagamento al debitore iscritto a ruolo.
La citata legge pone, dunque, in capo all’Agente della riscossione il preciso onere di notificare l’iscrizione a ruolo portata dalla cartella di pagamento.
E’ di tutta evidenza, quindi, che, in mancanza della notifica di un atto presupposto, l’azione amministrativa tesa alla riscossione dei contributi risulta viziata.
Ciò deriva dalla semplice circostanza che, essendo il procedimento di riscossione improntato al principio di “tipicità” degli atti, l’attuazione della pretesa deve avvenire seguendo le regole positivizzate dal legislatore.
Da tale vizio risulta inequivocabilmente la decadenza in cui è incorsa Equitalia Spa in relazione al potere di riscuotere i tributi oggetto del ricorso.
Stante la mancanza di notifica delle cartelle esattoriali, si è altresì contestata l’inesistenza, o comunque la nullità o l’annullabilità, delle relative iscrizioni a ruolo.
Sulla base di tali presupposti, la sentenza in commento ha annullato alcuni avvisi di addebito impugnati in quanto l’INPS non ha provato l’avvenuta notifica degli stessi, essendosi limitata a produrre in giudizio fogli riepilogativi: secondo il Tribunale adito tali documenti non hanno alcuna valenza probatoria, risultando invece essenziale l’esibizione delle cartoline di ricevimento attestanti la congruità ed esattezza del procedimento di notificazione.
Si è, poi, eccepita la prescrizione dei contributi previdenziali dovuti all’Inps i quali, a partire dal 1996, è ormai diventata di cinque anni. Inoltre, come rilevato dalla stessa sentenza in commento, la cartella esattoriale, anche se irrevocabile, non è equiparabile a un titolo giudiziale e quindi è inidonea a determinare la decennalità della prescrizione ex art. 2953 c.c.
Quindi, considerate le annualità oggetto di richiesta da parte di Equitalia S.p.a. ovvero le annualità 2009/2010, il Giudice adito ha accertato l’intervenuta prescrizione dei crediti dovuti all’Inps stante l’assenza di atti interruttivi nei termini e secondo modalità di legge entro il quinquennio (ex art. 3 legge 335/1995).
Il Tribunale ha quindi accolto il ricorso e annullato parte degli atti impugnati.”
Tribunale di Bergamo Sez. Esecuzione mobiliari – Sospensione esecuzione
Sospensione esecuzione presso terzi del valore di euro 1.041.364,94
Decreto emesso in data 25.10.2016 dal Tribunale di Bergamo – nella persona del Giudice dell’esecuzione – in relazione a un pignoramento presso terzi effettuato da Equitalia in forza di presunti crediti erariali e relative sanzioni amministrative, per la somma complessiva di euro 1.041.364,94.
Il Giudice, inaudita altera parte, in forza di una sommaria delibazione del fumus di fondatezza del ricorso, ha sospeso il pignoramento fissando contestualmente l’udienza di comparizione per la discussione.
A fondamento della decisione il Giudice ha ritenuto fondati i motivi di ricorso.
In particolare, ha ritenuto evidentemente sussistere il vizio di notifica delle cartelle e dei prodromici atti, in quanto mai notificati alla società contribuente.
Il Giudice ha, altresì, rilevato il fatto che l’Agente della riscossione ha omesso di notificare l’intimazione di pagamento, prevista ai sensi dell’art. 50 del d.p.r. n. 602/73, che si qualifica come atto necessario e preventivo rispetto all’esecuzione forzata.
Il Tribunale adito ha, quindi, condiviso la tesi proposta dalla ricorrente in merito alla decadenza dal potere di riscossione dei crediti relativi agli anni d’imposta 2008, 2009 e 2010, in quanto la relativa pretesa è stata avanzata in violazione dell’art. 25 del d.p.r. n. 602/73.
Ne discende anche la decadenza dal potere di notificare qualsivoglia ulteriore atto impositivo.
Il Giudice ha, infine, rilevato la prescrizione delle sanzioni tributarie comminate in relazione ai tributi afferenti gli anni 2006, 2007, 2008, 2009 e 2010.
Ai vizi sopra elencati, vale precisare che la ricorrente ha allegato in giudizio apposito elaborato peritale redatto da SDL in ordine all’illegittimità degli interessi e aggi di riscossione applicati da Equitalia.
Quanto al requisito del periculum in mora, si è rilevato che dall’esecuzione può derivare alla ricorrente un danno grave e, soprattutto, irreparabile, in considerazione dell’ingente somma richiesta, che risulta evidentemente incompatibile con la capacità finanziaria della stessa. In particolare, sono stati depositati i bilanci della società ricorrente dai quali emerge l’avverso andamento economico della medesima – e, quindi, le difficoltà economico finanziarie in cui essa versa -, in considerazione anche delle ingenti perdite subite. Inoltre, si è dato atto che, sulla base delle medesime cartelle indicate nell’atto di pignoramento opposto, Equitalia ha eseguito altre tre pignoramenti presso terzi: è evidente il comportamento del tutto scorretto da parte dell’Agente della riscossione il quale, procedendo con più atti di pignoramento verso lo stesso contribuente e per le medesime cartelle, ha costretto lo stesso a svolgere più atti di opposizione con enorme dispendio di denaro.
Causa seguita dall’avv. Andrea Ziletti
È con soddisfazione che Vi inviamo una sentenza emessa dal Tribunale di BERGAMO che accoglie le nostre domande relativamente ad un contratto di leasing supportato da perizia SDL e patrocinata in giudizio dall’Avv. Sabrina Breda (foro di Padova) di cui di seguito abbiamo il piacere di riportarvi direttamente i suoi commenti:
Trattasi di contratto di leasing ove il tasso di mora supera da solo il tasso soglia usura.
Il Giudice sanziona il leasing alla restituzione non solo degli eventuali interessi di mora pagati dal cliente, ma anche degli interessi corrispettivi.
Nella sentenza viene disattesa la maggiorazione di 2,1% prevista dalla Banca d’Italia che il Giudice ha reputato essere illegittima
Il giudice ha così statuito la restituzione all’attrice di tutti gli interessi corrispettivi pagati, in quanto non erano stati pagati interessi moratori.
Condanna altresì la banca al pagamento delle spese legali.
Si riportano brevi stralci della sentenza:
La normativa è chiara, e non dà adito ad alcun dubbio: l’usura, sia penale che civile, sussista alla condizione che gli interessi, superiori al tasso soglia, e perciò usurari, siano dati ovvero anche solo promessi o convenuti.
Ai fini della valutazione circa l’usurarietà si devono considerare tutte le componenti del credito, escluse soltanto le tasse e le spese, e quindi anche gli interessi moratori.
L’assunto della convenuta, secondo cui nella fattispecie concreta non sarebbe configurabile l’usura, dato che non sono mai stati applicati interessi moratori, non è quindi condivisibile.
La legge stabilisce un’unica soglia media delle remunerazioni, a qualsiasi titolo convenute, e dunque valuta insieme tutti gli interessi, siano essi corrispettivi e/o moratori; pur non disconoscendone la diversa funzione, essa ha inteso porre un limite massimo e perentorio, entro il quale ricomprendere tutti ci costi del credito, pertanto, ogni pattuizioni eccedente configura usura.
Appurato che gli interessi moratori rilevano ai fini dell’usura, e appurato che il tasso soglia da prendere in considerazione è quello stesso fissato dalla legge per gli interessi corrispettivi, si tratta, a questo punto, di stabilire le conseguenze dell’eventuale superamento del limite.
Anche su questo fronte si contrappongono due indirizzi: quello che predica la conversione forzosa del mutuo usurario in mutuo gratuito (ad esempio Corte d’Appello Venezia 18 febbraio 2013), e quello invece che ritiene la nullità (c.d. parziale) della sola clausola relativa agli interessi moratori, con conseguente debenza in ogni caso degli interessi corrispettivi (ad esempio Tribunale Milano 8 marzo 2016).
Il Giudice ha ritenuto di aderire al primo orientamento con le motivazioni ivi indicate.
Tribunale di Bergamo – Sospesa Esecutività di Estratti di Ruolo e Cartelle Esattoriali impugnati
Trattasi di ordinanza emessa dal Tribunale di Bergamo – Sez. Lavoro in una causa avverso estratti di ruolo e cartelle esattoriali relativi a contributi previdenziali.
Il Giudice ha concesso la sospensione dell’esecutività dei provvedimenti impugnati in considerazione dei motivi di impugnazione.
In particolare, il ricorrente lamentava la prescrizione del credito richiesto da Equitalia sul presupposto che la prescrizione dei contributi previdenziali dovuti all’Inps e agli altri istituti di previdenza è ormai diventata, a partire dal 1996, di cinque anni.
Inoltre, quali ulteriori motivi di impugnazione, si è dedotta la decadenza dal potere di riscossione dei contributi, la mancata notifica delle cartelle di pagamento, la mancata chiarezza della pretesa e la mancanza del dettagliato conteggio di interessi, delle sanzioni ed aliquote in violazione dell’art 7 l. 27.7.2000 n.212.
Tribunale di Bergamo – Banca condannata al Pagamento per Indeterminatezza del Tasso applicato
Sentenza emessa dal Tribunale di Bergamo in data 24 maggio 2016, in una causa relativa ad un conto corrente nella quale si chiedeva, sulla base di perizia SDL, la restituzione delle somme illegittimamente incamerate dall’Istituto di Credito a seguito dell’applicazione di interessi usurari, anatocistici e c.m.s. non dovute.
Il Giudice ha condannato la Banca convenuta a pagare a favore di parte attrice la somma di euro 8.321,51 (così come quantificato dal CTU) oltre interessi legali dalla domanda al saldo, ritenendo non pattuito correttamente il tasso debitore applicato al conto corrente per indeterminatezza.
In particolare, la sentenza rileva che “con riferimento alla contestazione relativa alla mancanza di determinazione del tasso pattuito, il CTU ha verificato che “per il periodo anteriore all’08.07.2002 la pattuizione pro tempore vigente, quella indicata nel contratto di conto corrente (“Massimo 20,25% nominale annuo”) non è stata ritenuta determinata; ne è derivata l’applicazione del tasso sostitutivo BOT come indicato nel quesito (tale questione rileva solo per l’ipotesi che non si applichi la prescrizione)”.
Prosegue pertanto il Giudice: “Si ritiene di condividere la conclusione in punto di indeterminatezza della pattuizione alla quale è giunto il consulente del giudice, atteso che come si evince dalla lettura del contratto di conto corrente con allegata scheda condizioni prodotta da parte convenuta sub doc. 2, il tasso debitore è stato previsto nel “Massimo 20,25% nominale annuo”)”.
In punto di prescrizione, invece, il Giudicante ha statuito che l’eccezione della Banca convenuta è priva di pregio in quanto “è rimasta relegata in termini assolutamente generici, dal momento che la banca si è limitata ad obiettare come la pretese di scomputo avanzate da parte attrice non potessero coinvolgere gli addebiti risalenti a oltre dieci anni l’instaurazione del giudizio, non tenendo conto da un lato dell’orientamento giurisprudenziale consolidato nel senso di ritenere come la prescrizione dell’azione di ripetizione dell’indebito decorra come regola generale dalla chiusura del rapporto di conto corrente, quale rapporto unitario, e non dalla data di ciascuna annotazione in conto”; dall’altro lato il Giudice, richiamata la sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 24418/2010, la quale distingue tra rimesse solutorie e ripristinatorie, ha rilevato che “la difesa della convenuta non ha articolato l’eccezione alle somme indebite che sarebbero state pagate dalla correntista in costanza di rapporto, limitandosi a eccepire la prescrizione genericamente con riferimento a tutte le annotazioni risalenti a oltre il decennio”.
Anche le spese del CTU sono state poste a carico interamente della banca.
Tribunale di Bergamo – Sospesa Provvisoria Esecuzione di Decreto Ingiuntivo
Trattasi di un procedimento per opposizione a D.I. seguito dagli avv.ti Monica Mandico e Biagio Riccio, afferente ad un Leasing immobiliare, per il quale i predetti difensori già avevano attivato un separato e antecedente procedimento (ancora pendente) di accertamento negativo delle somme e nullità contrattuali. Tuttavia la banca, in modo subdolo, era riuscita ad ottenere un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo, senza informare il Giudice della pendenza del giudizio di merito sulla medesima domanda.
La questione risulta di particolare interesse stante l’ingiunzione al pagamento dei canoni per l’importo di €. 135.000,00 e alla consegna del bene, per risoluzione del contratto di leasing.
L’atto difensivo è stato redatto tenendo conto di alcuni argomenti messi in evidenza, così come di seguito indicati:
1) Figura peculiare del leasing traslativo: contratto di vendita con riserva di proprietà. Necessità di restituire all’utilizzatore i canoni scaduti, detratto l’equo compenso.
Come testé premesso, l’ambito di riferimento normativo applicabile alla relazione fra le parti è quello della locazione finanziaria. Il contratto di cui si discute e da cui trae origine il presunto credito è, per l’appunto, una locazione finanziaria di natura traslativa (c.d. leasing traslativo), ove è previsto, in via generale, che il bene, in relazione alla sua natura, all’uso programmato ed alla durata del rapporto, si caratterizzi per la presenza, alla scadenza contrattuale, di un valore residuo particolarmente rilevante per l’utilizzatore, tanto che l’eventualità di un suo trasferimento definitivo rappresenta l’evoluzione tipica di tale relazione. Invero, nella fattispecie, al fine di ulteriormente fondare quanto testé asserito, e visto che la società, comunque ha versato canoni per € 839.369,84, si fa presente che il quantum corrisposto non debba semanticamente considerarsi come corrispettivo per l’utilizzazione del bene, ma come una corresponsione anticipata di parte del prezzo per il suo acquisto alla prevista scadenza del contratto (in tal senso, cfr. ex multis, Cass. civ., n° 6188/2004).
Come noto: “Nell’ambito del leasing finanziario sono individuabili due tipi di leasing: il primo (leasing di godimento), pattuito con funzione di finanziamento, rispetto a beni non idonei a conservare un apprezzabile valore residuale alla scadenza del rapporto e dietro canoni che configurano esclusivamente il corrispettivo dell’uso dei beni stessi; il secondo (leasing traslativo), pattuito con riferimento a beni atti a conservare alla scadenza un valore residuo superiore all’importo convenuto per l’opzione e dietro canoni che scontano una quota del prezzo in previsione del successivo acquisto” (Cass. civ., n° 18229/2003).Se vale tale premessa, il naturale corollario è l’applicazione analogica, ad un contratto “innominato”, della disciplina positiva di cui all’art. 1526 c.c., in materia di “vendita con riserva di proprietà”.“Ai contratti non espressamente disciplinati dal codice civile (contratti atipici o innominati) possono legittimamente applicarsi, oltre alle norme generali in materia di contratti, anche le norme regolatrici dei contratti nominati, quante volte il concreto atteggiarsi del rapporto, quale risultante dagli interessi coinvolti, faccia emergere situazioni analoghe a quelle disciplinate dalla seconda serie di norme. (Il principio è stato affermato dalla Suprema corte con riferimento a una vicenda di leasing cosiddetto traslativo cui è stata ritenuta applicabile la norma che disciplina la risoluzione del contratto di vendita con riserva di proprietà ex articolo 1526 del c.c.)” (Cass. civ. Sez. III, n° 18229/2003, cit.). (Cass., SSUU, 24/08/1993, n° 8919).
L’individuazione della norma di riferimento, dunque, assume valore pregnante proprio per quanto concerne gli aspetti della risoluzione contrattuale. Infatti, il citato art. 1526 c.c. stabilisce che: “se la risoluzione del contratto ha luogo per l’inadempimento del compratore, il venditore deve restituire le rate riscosse, salvo il diritto all’equo compenso per l’uso della cosa”.
Se è vero questo, nella fattispecie, prima di stabilire l’eventuale diritto della compagine concedente ad ottenere il rilascio del bene, oltre al pagamento dei canoni residui, si tratta di acclarare il preliminare diritto della opponente ad ottenere la restituzione dei canoni già riscossi, attesa la natura traslativa del leasing de quo.
Il ricorso è da confutare proprio nella parte in cui nulla dice circa la sorte dei canoni già corrisposti.
Controparte, infatti, artatamente, dimentica che la comparente ha comunque onorato il pagamento di gran parte di essi. Come noto, la giurisprudenza di legittimità e la migliore dottrina, al cospetto di un contratto di leasing di natura traslativa, pongono l’accento sulla necessità di inglobare tale istituto nella figura del contratto di vendita con riserva di proprietà.
Si applica, pertanto, al caso scrutinato, l’art. 1523 c.c. a tenor del quale “il compratore acquista la proprietà della cosa con il pagamento della ultima rata di prezzo”. In caso di risoluzione contrattuale, tuttavia, per inadempimento del compratore, ex art. 1526 c.c., il venditore deve restituire le rate riscosse, salvo il diritto all’equo compenso per l’uso della cosa oltre al risarcimento del danno”, se provato. (Cfr. Cass. Civ., n° 73/2010).Va de plano, pertanto, che deve ritenersi nulla la clausola contrattuale in ragione della quale la concedente possa richiedere oltre la restituzione del bene, anche il pagamento dei canoni residui.
2) Infondatezza del diritto della concedente a conseguire il pagamento dei canoni residui. Riconoscimento del diritto della opponente ad ottenere la loro restituzione, detratto l’equo compenso. Fondamento della riconvenzionale. Ad oggi, pertanto, nella relazione dare-avere, residua, tra gli altri, un fondamentale elemento di incertezza, ex adverso non quantificato: l’indennità di cui al secondo comma dell’art. 1526 c.c., la quale, in ogni caso, non potrebbe essere superiore al valore che si otterrebbe sommando i canoni residui.
In tal senso, di illuminante chiarezza, soprattutto nella sua parte motiva, è la sentenza n° 4969/2007.
Si tratta di una pronuncia il cui incipit si individua in una azione proposta da una società concedente, relativa proprio ad un contratto di locazione finanziaria. La parte convenuta (utilizzatrice), ritualmente costituitasi, aveva chiesto la riduzione della penale contrattualmente prevista (corrispondente al pagamento dei canoni da scadere) e, in via riconvenzionale, la condanna della s.p.a. concedente alla restituzione della somma determinata ai sensi dell’art. 1526 c.c., relativa ai canoni in precedenza corrisposti. Il giudice competente ha condannato la concedente a corrispondere all’impresa utilizzatrice un’ingente somma di denaro, pari alla differenza tra i canoni percepiti e quanto ad essa spettante a titolo di equo compenso. A seguito dei tre gradi di giudizio, la Suprema Corte ha confermato tutto quanto stabilito dai giudici di merito: “Il giudice, nell’esercizio del potere di riduzione del suo ammontare, deve tenere conto del guadagno che il concedente si attendeva dal contratto, se l’utilizzatore avesse adempiuto alla propria obbligazione di pagamento dei canoni. In concreto, l’ammontare dell’equo compenso potrà legittimamente superare, nella sua concreta determinazione, il solo corrispettivo del temporaneo godimento del bene predetto, mentre, recuperato, da parte del concedente, il capitale monetario impegnato nell’operazione in vista del corrispondente guadagno mediante il detto compenso e il residuo valore del bene, il risarcimento del danno [rectius, corresponsione dei canoni da scadere, indicizzazione e capitale residuo indicizzato e/o clausola penale] non si presta ad essere commisurato all’intera differenza necessaria per raggiungere il guadagno atteso. Ciò perché, con l’anticipato recupero del bene e del suo valore, il concedente è di norma in grado di procurarsi, attraverso il reimpiego di quel valore, un proporzionale utile, che deve conseguentemente essere calcolato in detrazione rispetto alla somma che l’utilizzatore stesso avrebbe ancora dovuto corrispondere se il rapporto fosse proseguito.Quanto al primo profilo, ha applicato la disposizione dell’art. 1526 c.c. la cui legittima applicazione al contratto di leasing «si fonda essenzialmente sull’argomento che il regolamento degli interessi sotteso all’art. 1526 c.c., anche se previsto per un contratto tipico, costituisce espressione di un principio generale dell’ordinamento, volto ad evitare l’ingiustificato arricchimento di quella parte che ha predisposto il regolamento convenzionale».E, per incidens, la corte formula un giudizio di congruità in ordine ai diversi interessi perseguiti dalle parti con il contratto […].Pertanto la valutazione del giudice va condotta sul piano dell’equilibrio delle prestazioni, con riferimento al margine di guadagno che il concedente si riprometteva di trarre dalla esecuzione del contratto” (Cass. Civ., 24/03/2001, n° 4208).
Evidentemente questa difesa, sulla scorta di tali asserzioni, chiede che l’Onorevole Giudice, in via riconvenzionale, determinato l’equo compenso da riconoscere alla concedente, condanni la controparte alla corresponsione del valore derivante dalla differenza fra i canoni dalla medesima già riscossi e da restituire all’opponente, pari ad €839.369,84, e l’equo compenso.
Codesta richiesta è vieppiù avvalorata dal fatto che il Giudice deve tener conto che la concedente può vendere il bene e, dunque, lucrare un’ulteriore differenza. La stessa attività di allocazione del medesimo sul mercato deve concretarsi, perciò, sotto un puntuale e costante controllo giudiziale.
Alla luce delle considerazioni esposte, pertanto, previa restituzione dei canoni già riscossi dalla concedente, si ritiene necessario (ed all’uopo si formula rituale istanza) nominare un Consulente Tecnico d’Ufficio, il quale valuti il bene al suo effettivo ed attuale valore, riallocandolo sul mercato secondo modalità e criteri di vendita assolutamente trasparenti, nell’interesse di entrambe le parti. Il tutto, come ovvio, sotto la supervisione dell’onorevole Giudice.
3) Iniquità e imposizione di tassi usurari al contratto di leasing
Nell’analizzare l’operazione finanziaria di leasing immobiliare, intrattenuta con la banca convenuta, si evincono i seguenti dati:
Negli articoli 8, 15 e 16 del contratto veniva statuito che in caso di risoluzione per inadempimento dell’utilizzatore, questi dovrà consegnare l’immobile libero da persone e cose, e dovrà versare al concedente ogni somma collegata al rapporto, per corrispettivo, interessi, spese, nonché il pagamento in un’unica soluzione di tutte le somme maturate per canoni periodici, oltre interessi legali, interessi di mora. Inoltre, la pattuizione, stabilisce che il concedente avrà diritto di richiedere, a titolo di penale, salvo maggior danno, il pagamento di una somma pari all’importo dei corrispettivi, non ancora maturati dalla data di risoluzione fino alla scadenza originaria del contratto di locazione finanziaria attualizzati al tasso in vigore al momento della stipula del costo diminuito di un punto percentuale.
Sulla scorta di alcune soltanto delle voci di costo sottoscritte dalla Società Utilizzatrice, odierna parte istante, è emerso che sono state convenute condizioni contrattuali usurarie sotto diversi profili, così come riportato nell’elenco che segue, che è stato redatto tenendo conto di quanto indicato nel Decreto MEF del 24.09.2009 pubblicato in G.U. – Applicazione dal 1°ottobre fino al 31 dicembre del 2009 – ( Allegato in atti), che riporta i seguenti dati:
Categoria di operazione : Leasing; Classe di importo: oltre 50.000;Tasso medio su base annua: 5,53%- Tasso soglia ( ai fini della determinazione degli interessi usurari ai sensi dell’art.2 della Legge n. 108/96 i tassi rilevati devono essere aumentati della metà): 8,295%.
Orbene, nell’analizzare il rapporto oggetto del presente giudizio, devono considerarsi le voci di costo in aggiunta al tasso di leasing dichiarato. Per l’effetto, dai valori contenuti in contratto, esso risulta esoso ed iniquo, rispetto alla meritevolezza del credito, ma soprattutto, nel caso di specie si realizza il superamento del tasso soglia di riferimento, come da D.M. sopra riportato. In merito agli oneri pattuiti , si precisa che le spese dell’atto notarile di acquisto del bene da parte della società ——spa, che per contratto erano a carico della societa’ Utilizzatrice , sono state da questa pagate in aggiunta al corrispettivo del leasing, oltre alla spese notarili sostenute da parte attrice per l’acquisto del bene a seguito dell’estinzione anticipata.
A quanto segnalato è stato annesso il costo del riscatto, pari ad € 200.000,00 = 10% , che si aggiunge al totale della locazione e che non può essere escluso dal calcolo, non potendo dubitarsi del suo carattere remunerativo, nell’accezione dell’art. 644 cpc. Che parla di “ remunerazioni a qualsiasi titolo”.Non può, dunque, essere evocato come controverso, il fatto che il riscatto vada a sommarsi alla quota del corrispettivo, che è compresa in ciascuno dei canoni di leasing che l’utilizzatore ha pagato per conseguire la proprietà del bene, posto che la causa in concreto del leasing immobiliare traslativo, a differenza del leasing di godimento, è rappresentata dall’acquisto del bene da parte dell’utilizzatore alla scadenza del contratto. Inoltre, va da sé che in base a tali pattuizioni il tasso corrispettivo pagato dall’attrice è stato superiore a quello indicato nel contratto pari a —-%. A parte dovrà essere considerato il tasso di mora, per il quale è stato convenuto in aggiunta il ——% per ciascun insoluto, come previsto dalle condizioni particolari del contratto. In base a tali pattuizioni il tasso di mora, considerato i vari addendi, così come stabilito nel contratto e come emerge dalla lettera del ricorso per D.I. opposto, è superiore al tasso quale soglia usuraria del periodo.
Alla luce delle suddette contestazioni e sussistendo il fumus boni iuris e il periculum in mora il Giudice adito ha sospeso l’esecuzione provvisoria del decreto ingiuntivo.
Tribunale di Bergamo – Ordine di Cancellazione della Segnalazione a Sofferenza
Si procede alla pubblicazione di significativo provvedimento ottenuto dal prof. Avv. Michele Rondinelli presso il Tribunale di Bergamo in una causa vertente contestazioni relativamente ad un contratto di locazione finanzaria.
In particolare, il giudice ha ordinato all’istituto di credito controparte (e contumace) di attivarsi affinchè venga revocata la segnalazione a sofferenza della società ricorrente e – contestualmente – ha condannato il medesimo alla rifusione delle spese di lite.
Tribunale di Bergamo – CTU per Rideterminazione Rapporto dare/avere
In allegato ordinanza con cui il Tribunale di Bergamo, in integrale accoglimento delle istanze istruttorie di parte attrice, ha disposto CTU per l’esatta rideterminazione dei rapporti inter partes, con riferimento a rapporti di conto corrente e di mutuo fondiario.
Particolarmente significativa appare la decisione del Giudice di disporre la verifica di pattuizioni usurarie, nell’ambito del contratto di mutuo, con precipuo riferimento anche agli interessi moratori.
Avv. Giuseppe de Simone
Tribunale di Bergamo – Ammissione CTU su Mutui Ipotecari e Conto Corrente
In allegato l’ordinanza con cui il Tribunale di Bergamo, a scioglimento della riserva assunta, ha disposto CTU contabile onde appurare le contestazioni sollevate da parte attrice in merito ai due rapporti di mutuo ipotecario in essere ed al conto corrente accesso presso la stessa Banca.
Tribunale di Bergamo – Ammissione CTU e Conferimento Incarico
Si procede alla pubblicazione di n.2 ordinanze ottenute dall’avv. Giovanni Rao presso il Tribunale di Bergamo, con le quali il giudice ha disposto consulenze tecniche d’ufficio conferendo – contestualmente – conferimento dell’incarico.

References: Sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 art. 2953
 art. 3
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Sentenza 
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 Cass. 
 articolo 1526
 art. 1526
 art. 1526
 Cass. 
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