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Timestamp: 2020-02-29 09:35:43+00:00

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di Francesco Trapella
PAROLE CHIAVE: carcere - rimpatrio - immigrazione - contraddittorio - prova contraria - libertà di espressione - ragionevole durata del processo
Severità del trattamento carcerario
(Corte e.d.u., 31 ottobre 2019, Ulemek c. Croazia)
La Corte di Strasburgo torna sui rapporti tra la severità del trattamento carcerario e la violazione dell’art. 3 Cedu.
La permanenza in vinculis è sempre connotata da un certo grado di durezza: la privazione della libertà personale cagiona in chi la subisce un fisiologico disagio, che può esprimersi in forme diverse a seconda delle peculiarità individuali; per supportare i soggetti più fragili e per curare le evenienze più estreme va assicurata ai reclusi assistenza specializzata, sia fisica che psicologica.
Ogni contesto che conduca la sofferenza del detenuto al di là del consueto, però, integra un trattamento degradante e merita la censura del giudice europeo (ex multis, Corte e.d.u., 12 marzo 2009, Aleksandr Makarov c. Russia, §§ 94-98). Nel corso degli anni la Corte ha rimarcato realtà variegate, in contrasto con i parametri convenzionali: nel particolare frangente ora in esame, l’art. 3 Cedu è infranto se lo spazio concesso a ciascun prigioniero non basta ad assicurargli un’esistenza dignitosa (es. Corte e.d.u., 6 novembre 2012, Longin c. Croazia, §§ 60-61), se non sono assicurate adeguate cure a chi ne abbisogni (es. Corte e.d.u., 29 novembre 2007, Hummatov c. Azerbaijan o, più recente e relativa al nostro Paese, Corte e.d.u., 25 ottobre 2018, Provenzano c. Italia), se l’istituto penitenziario versa in cattive condizioni igieniche (es. Corte e.d.u., 2 dicembre 2010, K. Russia e, in pari data, S.K. c. Russia) o, ancora, se il personale di sorveglianza s’atteggia con i carcerati in modo da lederne l’integrità fisica o morale (es. Corte e.d.u., 18 ottobre 2001, Indelicato c. Italia).
È parso utile ricordare, sia pure per tratti generali, gli orientamenti della Corte europea sulla vita carceraria, così da meglio apprezzare la pronuncia che s’annota.
Nel caso di specie, il ricorrente lamentava le condizioni della propria detenzione nella permanenza dei due istituti di Zagabria e di Glina, in Croazia.
Per il primo, la Corte evoca Longin c. Croazia: in quella pronuncia del 2012, i giudici strasburghesi rilevavano l’inadeguatezza del carcere della capitale croata nei primi anni del nuovo millennio. Le medesime criticità vengono evidenziate nella sentenza ora in nota: ad ogni detenuto era concesso uno spazio di 3 metri quadri (talora, anche meno) e in ogni cella era collocato un numero di prigionieri che rendeva impossibile tra loro una convivenza tollerabile.
L’esame della Corte si limita sostanzialmente a prendere atto che si tratta dello stesso penitenziario già esaminato in Longin e dello stesso periodo nel quale furono rilevate le problematiche appena accennate: ne deriva l’accoglimento del ricorso e il riconoscimento della violazione dell’art. 3 Cedu.
A diverse conclusioni i giudici pervengono per la denuncia sulla permanenza del ricorrente nel carcere di Glina. Lì l’istante aveva sufficiente libertà di movimento, anche perché le celle non erano mai chiuse a chiave e i reclusi ben potevano muoversi, impegnandosi in attività diverse dalla permanenza nella stanza di pernottamento: possibilità, questa, di cui il ricorrente approfittò. E tanto basta - sostiene la Corte - per escludere, nel concreto, l’infrazione dell’art. 3 Cedu, indipendentemente dalla misura delle singole celle.
I giudicanti strasburghesi esaminano, poi, il periodo nel quale l’istante fu collocato in uno speciale regime di isolamento: nemmeno in quel caso s’intravede la lesione del parametro convenzionale, atteso che fu lo stesso detenuto a richiedere di essere separato dai propri compagni, adducendo timori per la propria incolumità; in casi come questo è dovere dell’autorità indagare sulla denuncia del prigioniero e collocare quest’ultimo in un contesto nel quale sia tutelata la sua salute psico-fisica (sul punto, Corte e.d.u., 19 dicembre 2017, Peňarada Soto c. Malta, in partic. §76; Corte e.d.u., 9 ottobre 2012, X c. Turchia, §§ 37-54).
Da ultimo, il ricorrente invocava l’intervento della Corte per un presunto diniego di cure mediche dentistiche. A tacere del fatto che quello incontrò l’odontoiatra ben nove volte durante la propria permanenza a Glina, manca la prova che il supporto sanitario offertogli non fosse adeguato (ciò che, invece, va provato proprio da chi adisce la Corte: cfr. Corte e.d.u., 23 marzo 2016, Blokhin c. Russia, §§ 135-140), donde l’impossibilità di intravedere la violazione dell’art. 3 Cedu.
La pronuncia, in definitiva, impone una riflessione sul grado di severità del trattamento carcerario: fermo che l’esperienza detentiva non può essere solo vocata all’intento punitivo, ma deve anche rieducare e fornire al recluso gli strumenti per il suo reinserimento nella società, non può esorbitarsi quello che, in apertura, è stato descritto come il fisiologico livello di stress che la permanenza in carcere provoca a chi la subisce. Se si va oltre, si sottopone il detenuto ad un trattamento inutilmente afflittivo e, con evidenza, incapace di favorirne la risocializzazione.
Il tema interessa il nostro Paese, almeno sotto due profili.
Il primo: è del 9 ottobre scorso la notizia che la Corte strasburghese non ha accolto il ricorso del governo italiano contro Corte e.d.u., 13 giugno 2019, Viola c. Italia (2), confermando la contrarietà del c.d. ergastolo ostativo rispetto all’art. 3 Cedu. I giudici europei fondavano la propria posizione sull’esigenza che ogni pena - anche la più pesante per chi la patisce - sia informata ad un’esigenza rieducativa e, in presenza di circostanze fattuali che inducano a ritenere cessata o diminuita la pericolosità sociale del condannato, gli consentano l’accesso a misure in tutto o in parte alternative alla permanenza in istituto.
Il secondo: dopo Corte e.d.u., 8 gennaio 2013, Torreggiani c. Italia, il nostro Paese si è dotato di una serie di strumenti funzionali a diminuire il numero dei detenuti; ebbene, a distanza di quasi sette anni, la cifra complessiva dei reclusi nelle carceri nostrane sta salendo oltre il livello di guardia. È noto - e la Corte lo ha rimarcato pure con la pronuncia ora in nota - che il sovraffollamento integra un trattamento inumano e degradante; di qui, l’esigenza di una riforma di largo respiro, che sappia scongiurare nuove condanne all’Italia per avere infranto il parametro dell’art. 3 Cedu.
Come agevolmente si nota, il rischio di censure alle carceri nostrane esiste: ampio e variegato è lo spettro delle possibili violazioni riconosciute dalla Corte. La sentenza annotata le ha esemplificate correttamente: ci si augura che questa - come tante altre che un semplice esame sul database della Corte permetterà di individuare - serva di monito al legislatore nostrano per avviare una vera, organica riforma dell’esecuzione penale, al di là dei piccoli ritocchi cui gli ultimi interventi ci hanno abituato.
Rimpatri ed incolumità dello straniero
(Corte e.d.u., 5 novembre 2019, A.A. c. Svizzera; Corte e.d.u., 14 novembre 2019, N.A. c. Finlandia)
L’immigrazione è tema di attualità, in Italia come negli altri Paesi europei. S’impongono soluzioni che sappiano coniugare l’interesse dello Stato di destinazione al controllo degli ingressi e al mantenimento della pubblica sicurezza con i diritti del migrante, specie allorquando questi voglia sfuggire da un contesto di guerra o di persecuzione (proprio su questo bilanciamento, Corte e.d.u., 23 marzo 2016, F.G. c. Svezia, in partic. § 111).
I giudici strasburghesi invitano le autorità nazionali ad un apprezzamento rigoroso delle conseguenze del rimpatrio di chi paventi un pericolo per sé, tornando al Paese d’origine (Corte e.d.u., 24 febbraio 2008, Saadi c. Italia, § 128). Con un maggiore grado di precisione, l’oggetto dell’esame è duplice: da una parte, va considerata la situazione in cui versa lo Stato da cui proviene l’interessato; dall’altra, occorre un vaglio puntuale dei materiali che il migrante porta a fondamento dei timori per la propria vita o per la propria integrità psico-fisica. Si badi: non sono previste restrizioni sul tipo di prova da sottoporre all’esame dell’autorità interna; l’unico requisito è che si tratti di elementi in grado di attestare un pericolo tale che l’espulsione del richiedente ne causerebbe la morte od un trattamento inumano e degradante (ancora F.G. c. Svezia, § 115).
Ferma la premessa, nel periodo più recente la Corte è tornata su questi argomenti in due pronunce che, data l’affinità di impostazione, si esaminano congiuntamente.
La prima (Corte e.d.u., 5 novembre 2019, A.A. c. Svizzera) tratta il caso di un cittadino afghano che, dopo essersi convertito al cristianesimo, riparava in Svizzera e chiedeva asilo alla Confederazione elvetica.
I giudici strasburghesi hanno ben chiaro il contesto afghano (v. § 46 dell’arresto in nota, ma pure Corte e.d.u., 11 luglio 2017, E.P. e A.R. c. Paesi Bassi) e scendono nel dettaglio della situazione personale del ricorrente per rispondere alla sua istanza. Vista la conversione dell’interessato dall’islam al cristianesimo, c’è un astratto pericolo che il suo ritorno in Afghanistan lo renda oggetto di persecuzioni religiose e, quindi, di un trattamento contrario all’art. 3 Cedu. Era compito del tribunale amministrativo fe­derale elvetico - dice la Corte - condurre un esame approfondito sul punto, sulla scorta delle indicazioni che pure in questa nota si sono velocemente richiamate. Ciò non è stato fatto, e tanto integra il pericolo di una violazione dell’art. 3 Cedu nell’ipotesi in cui il ricorrente sia rimpatriato in Afghanistan.
Si noti incidentalmente come il ricorso alla Corte europea sia stato utilizzato come strumento idoneo ad impedire una futura violazione del parametro convenzionale; d’altro canto, la decisione in parola è stata utile per riprendere gli orientamenti dei giudici europei sul rapporto tra i rimpatri dei richiedenti asilo e l’obbligo per gli Stati di osservare correttamente l’art. 3 Cedu.
Analoghe questioni sono sviluppate nella seconda delle pronunce in esame: Corte e.d.u., 14 novembre 2019, N.A. c. Finlandia.
Un cittadino iracheno, già vittima di due attentati per motivi religiosi, si era rifugiato in Finlandia e lì aveva chiesto asilo. L’istanza veniva rigettata, nonostante l’uomo avesse riferito delle persecuzioni subite in Iraq. Tornato nel Paese d’origine, poi, veniva ucciso.
Dinanzi al ricorso del figlio, la Corte esprime il seguente principio di diritto: sussiste l’obbligo per l’autorità nazionale, chiamata a decidere sull’espulsione dello straniero, di accertarsi che il ritorno nel proprio Paese non lo esponga ad un pericolo di vita o di trattamenti inumani e degradanti; diversamente, c’è violazione degli artt. 2 e 3 Cedu.
Torna, insomma, il discorso dell’esame che gli Stati sono chiamati a compiere sui rischi che il richiedente asilo correrebbe dopo l’eventuale rimpatrio: un esame severo che, nel caso di specie, era mancato; così è motivata la condanna alla Finlandia.
L’iter suggerito dal giudice europeo è di interesse anche per lo studioso nostrano, impegnato a cadenze regolari ad esaminare gli arresti resi dalla Corte contro l’Italia per vicende connesse all’immigra­zione, ai rimpatri e ai respingimenti (ex multis, Corte e.d.u., Grande Camera, 15 dicembre 2016, Khlaifia c. Italia).
Per tutt’altro verso, la decisione del 14 novembre scorso rileva per meglio inquadrare la definizione di vittima secondo i giudici strasburghesi. Di fronte ad un fatto di morte, i familiari non sono solo vittime indirette: essi sono toccati in modo immediato dal comportamento contrario all’art. 3 Cedu e gravate, quindi, dalla sofferenza derivante dalla violazione che ha colpito il loro congiunto (così, il § 91 della decisione in commento, che richiama Corte e.d.u., 1° marzo 2018, Selami e altri c. ex Repubblica jugoslava di Macedonia e Corte e.d.u. e Corte e.d.u., 21 ottobre 2013, Janowiec e altri c. Russia). Si tratta di un’indica­zione senz’altro utile ad implementare i cataloghi nazionali dei diritti di chi subisce attività criminali; nel nostro Paese, una primissima avvisaglia in tale direzione s’è avuta con il recente “Codice rosso” (l. 19 luglio 2019, n. 69), allorché interviene sull’art. 572 c.p., inserendo un nuovo comma che include nel novero delle persone offese dal reato di maltrattamenti pure i figli che assistono alle violenze tra i familiari. Insomma, non è vittima solo il titolare del bene giuridico offeso dal reato, ma anche chi trae patimento dal contesto delittuoso per l’esservi coinvolto un parente o per l’avervi assistito o preso parte involontariamente.
(Corte e.d.u., 12 novembre 2019, Adamčo c. Slovacchia)
Il contraddittorio è il veicolo attraverso il quale alle parti è garantita l’equità del processo. Forte di questa affermazione, che deriva direttamente dall’art. 6 Cedu, la Corte censura la condotta mantenuta dall’autorità slovacca nel processo a carico dell’odierno ricorrente.
Due sono le questioni esaminate.
La prima: all’istante non erano state notificate le osservazioni redatte dall’accusa, prima, contro il suo appello e, poi, contro il suo ricorso per motivi di legittimità. Ignorando il contenuto di quelle note, alla difesa era impedito di interloquire su di esse dinanzi ai giudici delle impugnazioni.
In assenza di fondate ragioni per limitare il diritto del ricorrente a ricevere le osservazioni dell’ac­cusa (necessarie, come sostenuto in Corte e.d.u., 13 gennaio 2015, Trančíková c. Slovacchia), secondo la Corte sussiste violazione dell’art. 6 Cedu (sull’applicabilità della norma in casi analoghi a quello in esame, Corte e.d.u., 2 ottobre 2014, Hansen c. Norvegia o Corte e.d.u., 21 gennaio 2014, Valchev e altri c. Bulgaria): è mancato, nel caso di specie, il presupposto fondamentale del processo adversary, ossia la possibilità per le parti di agire su un piano paritario, anche avendo piena conoscenza del contenuto del fascicolo. Come a dire che, come all’accusa va notificato l’appello della difesa, così quest’ultima deve essere resa edotta delle note svolte dalla Procura. E a nulla vale il rilievo - puntualmente mosso dal governo slovacco nel caso de quo - che al ricorrente era data comunque la possibilità di esaminare il fascicolo di causa: non si può rimettere ad un suo sforzo autonomo il rimedio all’infrazione delle sue stesse garanzie processuali.
Si passi alla seconda questione esaminata. Il ricorrente era condannato anche sulla base delle decisive dichiarazioni del teste M. Questi, improvvisamente divenuto ostile alla difesa, forniva una versione dei fatti diversa dall’iniziale, in ragione di un accordo sottoscritto con l’accusa per ottenere alcuni benefici in un diverso processo nel quale era accusato di gravi reati.
La Corte torna su alcuni suoi noti precedenti: una sentenza di condanna non può basarsi esclusivamente sui dicta di un teste che la difesa non abbia potuto controesaminare; per la stessa ragione, qualora il loquens, prima, fornisca informazioni a favore dell’imputato e, poi, muti versione nel corso del processo, deve assicurarsi all’accusato la possibilità di rivolgere al dichiarante nuove domande e, più in generale, di portare prove in giudizio, a confutazione delle nuove tesi sostenute (su questi temi, è richiamata Corte e.d.u., 17 gennaio 2017, Habran e Dalem c. Belgio).
Ancora, i giudici europei chiamano le autorità nazionali ad un controllo sulle ragioni dell’eventuale mutamento di versione da parte del teste: se - come nel caso di specie - questi è stato raggiunto dalla promessa di vantaggi in altro processo, l’esame richiesto alla corte interna dev’essere di particolare severità al fine di evitare che l’imputato patisca l’altrui ritrattazione, unicamente motivata da un personale tornaconto, con epiloghi la cui gravità è facile ad intuirsi (così, Corte e.d.u., 9 dicembre 1999, Erdem c. Germania).
Insomma, l’arresto in nota rileva per alcune riflessioni sull’art. 6 Cedu che interessano - ed è ovvio - pure il nostro Paese.
Ribadita l’importanza del contraddittorio e la regola che ne deriva, per cui una condanna non può derivare unicamente da dicta testimoniali assunti senza l’interlocuzione con la difesa (su questo tema, ex multis, Corte e.d.u., 26 marzo 1996, Doorson c. Paesi Bassi, ma pure Corte e.d.u., 27 marzo 2001, Lucà c. Italia; sempre sulla sole or decisive rule, pure Corte e.d.u., 15 dicembre 2011, Al Khawaja e Thaery c. Regno Unito), in caso di improvvisa ostilità del teste, il giudice dello Stato è tenuto a garantire all’imputato la possibilità di difendersi contro la nuova versione del dichiarante e ad esaminare le ragioni della mutata esposizione testimoniale. Ogni opposto contegno, da parte della corte interna, lede l’art. 6 Cedu.
Diritti dell’imputato dinanzi alla modifica dell’imputazione
(Corte e.d.u., 7 novembre 2019, Gelenidze c. Georgia)
Ragioni analoghe a quelle che la Corte espone in Adamčo c. Slovacchia portano alla condanna del­l’autorità georgiana per violazione dell’art. 6 Cedu nel caso in esame.
Afferma la Corte che il diritto di difesa non si limita a conoscere i fatti che vengono addebitati al­l’imputato, ma pure la loro qualificazione giuridica (Corte e.d.u., 1° marzo 2001, Dallos c. Ungheria; Corte e.d.u., 21 febbraio 2002, Sipavičius c. Lituania; Corte e.d.u., 20 aprile 2006, I.H. e altri c. Austria; Corte e.d.u., 7 gennaio 2010, Penev c. Bulgaria); in tal modo, se, in corso di processo, essa muta, l’accusato va tempestivamente informato e gli va assegnato un termine per adeguare la propria strategia all’accusa modificata.
Nel caso di specie, il prosecutor variava l’addebito durante il giudizio di appello, al termine dell’u­dienza, e la corte non poneva la difesa nella condizione di interagire sulla nuova incriminazione (su questo punto, Corte e.d.u., 26 febbraio 2019, Ujlaki e Piscóti c. Ungheria, che richiama l’autorità nazionale all’obbligo di spiegare all’imputato che ha diritto a riorganizzare la propria difesa in rapporto alla nuova contestazione).
Quel che la Corte europea rileva è che, da una parte, il prosecutor ha esposto il nuovo addebito assai tardi, in un momento nel quale all’imputato non era più concesso di intervenire; d’altra parte, però, il decisore georgiano si è discostato dai moniti europei (espressi, ad esempio proprio in Ujlaki e Piscóti c. Ungheria) e non ha riaperto la discussione, così non permettendo alla difesa di argomentare sulle modifiche dell’accusa.
Si sceglie di esaminare questi rilievi subito dopo quelli di Adamčo c. Slovacchia, trattandosi di pronunce riferibili all’art. 6 Cedu. Ne esce un’idea assai ampia del diritto di difesa connesso alla nozione di giusto processo secondo il parametro convenzionale; si potrebbe, infatti, enunciare un generale principio di diritto per cui, ogni volta in cui occorrano modifiche ad evenienze processuali di rilievo per la posizione dell’imputato, questi deve essere posto nella condizione di argomentare sul novum. Tanto vale se un teste cambia versione in corso di giudizio e se, pure, l’imputazione viene modificata dal pubblico ministero nel volgere dell’udienza: ogni differente conclusione - s’è visto - offende i principi di equità (meglio: di giustezza) processuale, puntualmente esposti dall’art. 6 Cedu.
Libertà di espressione e processo penale
(Corte e.d.u., 29 ottobre 2019, Hatice Çoban c. Turchia)
Un esponente politico turco veniva accusato e, poi, condannato per avere reso dichiarazioni a favore del PKK. La decisione del giudice turco si fondava su alcuni report giornalistici e su una relazione di polizia giudiziaria, attestanti la simpatia dell’imputato verso le frange estreme della resistenza curda.
Il ricorrente adiva la Corte strasburghese poiché individuava discrepanze tra quello che da lui veniva riferito - cioè, un semplice appello al mondo politico turco a risolvere tempestivamente la questione curda - e quanto riportato dalla polizia e dalla stampa, le esponeva alle corti interne e quelle si astenevano dall’assumere le dichiarazioni di coloro che parteciparono al comizio dell’imputato e che avrebbero potuto avvalorarne la versione. Di qui, l’iniquità del procedimento e la violazione - riconosciuta dalla Corte europea - dell’art. 10 Cedu.
La pronuncia si pone in quel filone di arresti a tutela della libertà di espressione, in cui la Corte estende il più possibile tale diritto, riconosciuto a giornalisti e a politici, e collocato alla base di ogni società democratica (recente, e riguardante il nostro Paese, Corte e.d.u., 7 marzo 2019, Sallusti c. Italia). Proprio data l’importanza della posta in gioco, laddove si tratti di esaminare in processo dichiarazioni sediziose od altrimenti capaci di disturbare l’ordine e la sicurezza pubblici, il giudice è tenuto ad un esame dei fatti il più possibile completo: ciò che, nel caso in nota, non ebbe luogo.
(Corte e.d.u., 21 novembre 2019, Papargyriou c. Grecia)
Un’ultima nota su una recentissima pronuncia in materia di ragionevole durata del processo; le lungaggini nel rito sono argomento che tocca da vicino anche il nostro Paese, come hanno dimostrato le statistiche sulle prescrizioni maturate durante le indagini e nel corso del giudizio di primo grado presentate al congresso dell’Unione Camere Penali Italiane di Taormina del 18-20 ottobre 2019.
Ebbene, nella sentenza in commento, la Corte ha affermato che viola l’art. 6 Cedu la mancata previsione di rimedi contro l’eccessiva lunghezza dei procedimenti penali; nel computo della durata va intesa non solo la fase propriamente giudiziale, ma pure quella preliminare, vocata a comprendere se sia opportuno agire contro l’imputato. Nel caso di specie, si trattava di un procedimento durato complessivamente dieci anni e nove mesi, con grave allungamento della fase pre-processuale: ciò basta ad una pronuncia di condanna, aggravata dal fatto che l’ordinamento ellenico, almeno nell’assetto attuale, manchi di rimedi alla disfunzione esaminata.
Mutatis mutandis, tornando alle statistiche rammentate in apertura, se il 53% delle prescrizioni maturate in Italia, nel 2017, sono occorse durante la fase investigativa, è abbastanza ovvio immaginare che si sia trattato di procedure esorbitanti i regolari tempi dell’indagine e destinate, perciò, ad infrangere il parametro della ragionevole durata, espresso dall’art. 6 Cedu.

References: sentenza 
 §76
 sentenza 
 § 111
 § 128
 § 115
 § 46
 § 91
 sentenza 
 sentenza