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Timestamp: 2020-08-12 14:26:08+00:00

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Il decreto legge Rilancio, con gli articoli 120 e 125, ha introdotto i crediti d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro e per la sanificazione e l’acquisto di dispositivi di protezione individuali (Dpi). L’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 20/E del 10 luglio 2020, ha fornito i primi chiarimenti di carattere interpretativo e di indirizzo operativo agli uffici periferici.
Il credito di imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro (Art. 120 D.L. 34/2020)
Il credito di imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro viene riconosciuto ad un’ampia platea di operatori, a fronte delle spese sostenute per gli interventi che si sono resi necessari al rispetto delle prescrizioni sanitarie e delle misure di contenimento del Coronavirus. Beneficiari del credito di imposta sono gli operatori con attività aperte al pubblico, ad esempio bar, ristoranti, alberghi, cinema e teatri. L’art. 120 al primo comma fa riferimento ‘ai soggetti che esercitano attività d’impresa, arte o professione in luoghi aperti al pubblico, alle associazioni, alle fondazioni e agli altri enti privati, compresi gli enti del Terzo settore’. Rientrano tra i beneficiari, non essendo prevista alcuna distinzione tra le attività in funzione del regime fiscale adottato, i soggetti in regime forfettario, i soggetti in regime di vantaggio e gli imprenditori e le imprese agricole, sia che determinino per regime naturale il reddito su base catastale, sia quelle che producono reddito d’impresa.
Le spese in relazione alle quali spetta il credito d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro sono suddivise in due gruppi: quello degli interventi agevolabili e quello degli investimenti agevolabili. I primi sono quelli necessari al rispetto delle prescrizioni sanitarie e delle misure finalizzate al contenimento della diffusione del Covid-19. Vi rientrano quelli edilizi necessari per il rifacimento di spogliatoi e mense, per la realizzazione di spazi medici, di ingressi e spazi comuni, nonché per l’acquisto di arredi di sicurezza. Gli investimenti agevolabili sono quelli connessi ad attività innovative tra cui sono compresi quelli per l’acquisto di strumenti e tecnologie necessarie allo svolgimento dell’attività lavorativa e per l’acquisto di termoscanner. Sono compresi anche gli acquisti di strumenti o tecnologie che possono garantire ai lavoratori lo svolgimento dell’attività in sicurezza, pensiamo ai sistemi di videoconferenza o gli investimenti necessari per lo smart working.
L’ammontare del credito di imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro corrisponde al 60% delle spese ammissibili sostenute nel 2020 per un massimo di 80mila euro. Quindi l’ammontare del credito non può eccedere il tetto di 48mila euro. Poiché la legge fa riferimento alle spese sostenute nel 2020 sono agevolabili anche quelle avvenute nel corso dell’anno, prima del 19 maggio 2020, ossia prima dell’entrata in vigore del decreto Rilancio.
Ai fini dell’imputazione delle spese per gli esercenti arti e professioni e per gli enti non commerciali occorre fare riferimento al criterio di cassa, ossia alla data dell’effettivo pagamento, indipendentemente dalla data di avvio degli interventi e degli investimenti. Per le imprese individuali, per le società, per gli enti commerciali e per gli enti non commerciali in regime di contabilità ordinaria, il riferimento è al criterio di competenza e, quindi, alle spese da imputare al periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2020, indipendentemente dalla data di avvio degli interventi e dalla data dei pagamenti. Il calcolo del credito spettante andrà effettuato sulla spesa agevolabile al netto dell’Iva, laddove dovuta. L’Iva indetraibile va inclusa nel costo fiscale dei beni cui commisurare il credito d’imposta.
esclusivamente in compensazione; o, in alternativa
E’ bene precisare che sia l’utilizzo del credito in compensazione tramite modello F24, sia la cessione a soggetti terzi possono avvenire solo successivamente al sostenimento delle spese agevolabili. Il beneficiario o i cessionari potranno utilizzare il credito in compensazione solo a decorrere dal 1°gennaio 2021 e non oltre il 31 dicembre 2021. L’Agenzia delle Entrate provvederà, con una risoluzione, ad istituire un apposito codice tributo per l’utilizzo in compensazione del credito d’imposta tramite modello F24.
Il credito d’imposta per la sanificazione e l’acquisto di dispositivi di protezione (Art. 125 D.L. 34/2020)
Per contrastare la diffusione dell’epidemia il decreto Rilancio prevede l’assegnazione di un credito d’imposta in favore di taluni soggetti beneficiari, nella misura del 60% delle spese per la sanificazione degli ambienti e degli strumenti utilizzati e per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale (Dpi) e di altri dispositivi idonei a garantire la salute dei lavoratori e degli utenti. L’art. 125 del decreto estende la platea dei beneficiari agli enti non commerciali, compresi gli enti del terzo settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti. Inoltre include tra le spese agevolabili termometri, termoscanner, tappeti e vaschette decontaminanti e igienizzanti e per di più aumenta dal 50 al 60% il credito d’imposta previsto in precedenza come pure il limite massimo fruibile che da 20mila sale a 60mila euro.
L’ambito soggettivo è circoscritto ai seguenti soggetti:
imprenditori individuali, snc e sas;
enti e società indicati nell’art. 73, comma 1, lettere a) e b) del Tuir;
stabili organizzazioni di soggetti non residenti di cui alla lettera d) del comma 1, dell’art. 73 del Tuir;
persone fisiche e associazioni di cui all’art. 5, comma 3, lettera c) del Tuir che esercitano arti e professioni;
La norma non prevede alcuna distinzione in ordine al regime fiscale adottabile dai soggetti beneficiari per cui vi rientrano i soggetti in regime forfetario, quelli in regime di vantaggio, gli imprenditori e le imprese agricole, sia quelle che determinano per regime naturale il reddito su base catastale, sia quelle che producono reddito d’impresa. Possono fruire del credito d’imposta anche chi svolge attività commerciali non esercitate abitualmente o attività di lavoro autonomo non esercitate abitualmente.
Il bonus previsto dall’articolo 125 del decreto Rilancio spetta per le spese sostenute nel 2020 per la sanificazione degli ambienti e per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale e di altri dispositivi atti a garantire la salute dei lavoratori e degli utenti. Il comma 2 dell’art. 125 fa un elenco, individuando due categorie di spese:
quelle sostenute per la sanificazione degli ambienti in cui è esercitata l’attività lavorativa o per la sanificazione degli strumenti utilizzati nell’ambito dell’attività;
quelle sostenute per l’acquisto di: mascherine, guanti, visiere, occhiali protettivi, tute, calzari, prodotti detergenti e disinfettanti, termometri, termoscanner, tappeti e vaschette decontaminanti e igienizzanti; barriere e pannelli protettivi (plexiglass) ivi comprese le spese di installazione.
Per quanto concerne le spese per le attività di sanificazione degli ambienti e degli strumenti utilizzati nell’ambito delle attività, la circolare chiarisce che l’attività di sanificazione può essere svolta anche in economia dal soggetto beneficiario, avvalendosi dei propri dipendenti o collaboratori, sempre nel rispetto dei Protocolli vigenti. In tal caso l’ammontare della spesa agevolabile può essere determinata moltiplicando il costo orario del lavoro del soggetto impegnato in tale compito per le ore effettivamente impiegate. L’ammontare delle spese di sanificazione degli ambienti e degli strumenti deve, in ogni caso, essere congruo rispetto al valore di mercato per tali interventi. Le realtà che ordinariamente sostengono spese di sanificazione, pensiamo agli studi odontoiatrici o ai centri estetici, possono considerare le spese sostenute nel periodo 1°gennaio – 31 dicembre 2020 ai fini della determinazione del credito d’imposta.
I dispositivi di protezione individuali come mascherine chirurgiche, Ffp2 e Ffp3, guanti, visiere, occhiali protettivi, tute e calzari per fruire del credito d’imposta devono essere conformi ai requisiti di sicurezza previsti dalla normativa europea. E’ necessario, pertanto, che i soggetti interessati conservino la documentazione attestante la conformità ai fini di eventuali controlli.
Considerato che la finalità del legislatore è quella di contenere l’epidemia da Coronavirus, le spese per gli acquisti dei materiali sopra elencati sono in ogni caso agevolabili anche quando usate non in ambito sanitario, sempre a patto che siano sostenute nel 2020.
Il credito d’imposta per la sanificazione e l’acquisto di dispositivi di protezione non può superare la misura di 60mila euro per ciascun beneficiario, nel limite complessivo di 200 milioni di euro per l’anno 2020. Il limite massimo di 60mila euro è riferito all’importo del credito d’imposta e non a quello delle spese ammissibili. Ne deriva che tale agevolazione spetterà nella misura del 60% delle spese ammissibili sostenute, ove l’ammontare complessivo delle stesse sia inferiore o uguale a 100mila euro. Il credito spettante sarà sempre pari al limite massimo di 60mila euro anche nel caso in cui le spese siano superiori a 100mila euro. Come già anticipato le spese devono essere sostenute nel 2020, anche antecedentemente alla data del 19 maggio 2020, data di entrata in vigore del decreto Rilancio.
Ai fini dell’imputazione delle spese, per le persone fisiche, compresi gli esercenti arti e professioni, e per gli enti non commerciali occorre fare riferimento al criterio di cassa, e cioè alla data dell’effettivo pagamento. Per le imprese individuali, per le società, per gli enti commerciali e per gli enti non commerciali in regime di contabilità ordinaria il riferimento è al criterio di competenza e, quindi, alle spese da imputare al periodo di imposta in corso al 31 dicembre 2020.
Il credito d’imposta per la sanificazione e per l’acquisto di dispositivi di protezione è utilizzabile:
entro il 31 dicembre 2021, può essere ceduto, anche parzialmente, ad altri soggetti, ivi compresi istituti di credito e altri intermediari finanziari.
L’Agenzia delle Entrate emanerà una risoluzione per istituire un apposito codice tributo da utilizzare nel modello F24 per consentire l’utilizzo in compensazione del credito d’imposta. Per l’utilizzo del credito in dichiarazione dei redditi, occorre fare riferimento alla dichiarazione relativa al periodo d’imposta in cui la spesa per la sanificazione degli ambienti di lavoro e per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale è stata sostenuta. Inoltre per utilizzare il predetto credito d’imposta nella dichiarazione dei redditi è necessario che le spese risultino sostenute nel 2020. Il credito spettante e i corrispondenti utilizzi andranno indicati nel quadro RU della dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta nel quale la spesa si considera sostenuta. L’eventuale credito residuo potrà essere riportato nei periodi d’imposta successivi ma non potrà essere richiesto a rimborso. Il credito d’imposta per la sanificazione e l’acquisto di Dpi può essere anche ceduto e la cessione è esercitabile ‘a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto e fino al 31 dicembre 2021’.
Il credito d’imposta per la sanificazione e l’acquisto di dispositivi di protezione non concorre alla formazione del reddito ai fini delle imposte sui redditi e del valore della produzione ai fini Irap. Inoltre non concorre ai fini del rapporto di deducibilità degli interessi passivi e ai fini del rapporto di deducibilità dei componenti negativi.
Il credito d’imposta previsto dall’art. 120 del decreto Rilancio è fruibile nel rispetto delle condizioni e dei limiti previsti dalla Comunicazione della Commissione europea del 19 marzo 2020, C(2020) 1863 final. Ciò non vale anche per il credito d’imposta di cui all’articolo 125 del decreto legge n. 34/2020.
(Vedi circolare n. 20 del 2020)
L’articolo 122 del decreto Rilancio ha previsto che, fino al 31 dicembre 2021, i soggetti beneficiari dei crediti d’imposta per i canoni di locazione degli immobili rientranti nella categoria catastale C/1 e per i canoni di locazione, leasing o concessione di immobili ad uso non abitativo o affitto d’azienda, possano, in luogo dell’utilizzo diretto, optare per la cessione, anche parziale, degli stessi crediti ad altri soggetti, ivi inclusi istituti di credito e altri intermediari finanziari. Lo scorso luglio l’Agenzia delle Entrate ha definito le modalità di comunicazione della cessione dei suddetti crediti d’imposta e l’utilizzo degli stessi da parte dei cessionari. Nei casi in cui i cessionari utilizzino in compensazione i crediti d’imposta è necessario che: il modello F24 sia presentato online tramite i servizi telematici delle Entrate e se l’importo del credito utilizzato in compensazione risulta superiore all’ammontare disponibile, il relativo modello F24 sarà scartato. I crediti d’imposta utilizzabili in compensazione dai cessionari sono quelli risultanti dalle comunicazioni inviate dai cedenti all’Agenzia delle Entrate. Affinché i crediti possano essere utilizzati in compensazione è necessario che il cessionario proceda all’accettazione dei crediti medesimi tramite l’apposita ‘Piattaforma cessione crediti’ disponibile nell’area riservata del sito dell’Agenzia delle Entrate. Per consentire ai cessionari di utilizzare in compensazione i crediti d’imposta ricevuti l’Amministrazione finanziaria, con la risoluzione n. 39/E del 13 luglio 2020, ha istituito i codici tributo ‘6930’ e ‘6931’. Il primo è denominato ‘Botteghe e negozi – Utilizzo in compensazione del credito da parte del cessionario – art. 122 del dl Rilancio’; il secondo ‘6931’ denominato ‘Canoni di locazione immobili non abitativi e affitto di azienda – utilizzo in compensazione del credito da parte del cessionario – art. 122 del dl Rilancio’.
(Vedi risoluzione n. 39 del 2020)
Con la risoluzione n. 40/E del 15 luglio 2020 l’Agenzia delle Entrate risponde ad una Fondazione di un teatro di rilevanza nazionale che chiedeva chiarimenti in merito alle erogazioni liberali, disposte dai titolari di voucher, intenzionati a rinunciare agli stessi al fine di sostenere la Fondazione in questo periodo di gravissima emergenza causata dall’epidemia da Coronavirus. La Fondazione chiedeva se la trasformazione dei voucher in erogazioni liberali potesse beneficiare della c.d. Art-bonus. L’Art-bonus si caratterizza per un credito d’imposta, nella misura del 65% delle erogazioni effettuate in denaro da persone fisiche, enti non commerciali e soggetti titolari di reddito d’impresa a favore di fondazioni lirico-sinfoniche, teatri, festival, istituzioni concertistico-orchestali ecc. Il credito d’imposta è riconosciuto anche quando le erogazioni liberali in denaro sono effettuate per interventi di manutenzione, protezione e restauro dei beni culturali pubblici. Il credito d’imposta, infatti, spetta per le erogazioni liberali a favore di interventi di manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici e per sostegno di istituti e luoghi di cultura di appartenenza pubblica, di fondazioni lirico-sinfoniche, teatri, festival, centri di produzione teatrale e di danza, istituzioni concertistico-orchestrali. Le erogazioni liberali possono essere utilizzate anche per realizzare nuove strutture, restaurare quelle esistenti e svolgere interventi di manutenzione di beni culturali pubblici. Il credito d’imposta c.d. Art-bonus è ripartito in tre quote annuali di pari importo. Le persone fisiche fruiscono del credito d’imposta nella dichiarazione dei redditi ed iniziano a godere della prima quota nella dichiarazione dei redditi relativa all’anno in cui è stata effettuata l’erogazione liberale. La quota annuale non utilizzata può essere riportata nelle dichiarazioni dei periodo d’imposta successivi senza alcun limite temporale. Il credito d’imposta non spetta per le erogazioni liberali effettuate in contanti, ma solo per quelle tracciabili ovvero con versamenti bancari/postali, con carte di credito, di debito o prepagata. Inoltre, nel caso di pagamento con assegno bancario o circolare ovvero nell’ipotesi in cui dalla ricevuta del versamento bancario o postale o dall’estratto conto della società che gestisce la carta di credito, la carta di debito o la prepagata non sia possibile individuare il soggetto beneficiario dell’erogazione liberale, il contribuente deve essere in possesso della ricevuta rilasciata dal beneficiario dalla quale risulti la modalità di pagamento utilizzata. Infine è necessario che dalla documentazione attestante il versamento sia possibile individuare il carattere di liberalità del pagamento. Il decreto ‘Cura Italia’, modificato di recente dal decreto Rilancio, ha previsto che a seguito delle sospensioni di spettacoli, eventi e manifestazioni di qualsiasi natura, ivi inclusi quelli cinematografici e teatrali, causa Covid, i titolari dei biglietti possono, entro 30 giorni dall’entrata in vigore del presente decreto, presentare apposita istanza di rimborso al soggetto organizzatore dell’evento il quale provvede all’emissione di un voucher di pari importo al titolo di acquisto, da utilizzare entro 18 mesi dall’emissione. Se ne ricava che i titolari di biglietti di eventi o spettacoli cinematografico-teatrali, annullati a seguito dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, non hanno diritto alla restituzione della somma pagata per assistere allo spettacolo, ma possono presentare un’istanza di rimborso al soggetto organizzatore dell’evento. Costui provvederà all’emissione di un voucher di pari importo al titolo di acquisto, da utilizzare entro 18 mesi dall’emissione. In merito al caso sottoposto l’Agenzia delle Entrate conferma che la Fondazione rientra tra i soggetti destinatari delle erogazioni liberali ammesse al riconoscimento del credito d’imposta Art-bonus e ritiene che la rinuncia al voucher possa qualificarsi come erogazione liberale in denaro ammissibile all’agevolazione fiscale in oggetto. L’applicabilità dell’Art-bonus è tuttavia condizionata all’esplicito riconoscimento della causale dell’importo ricevuto a titolo di donazione, circostanza che appare assolta dall’emissione di un’apposita attestazione, nei confronti dei destinatari del voucher che vi rinuncino. Dunque, la rinuncia all’ottenimento del voucher rappresenta, in sostanza, un’erogazione liberale valida ai fini del riconoscimento del beneficio dell’Art-bonus se posta in essere nei modi descritti.
(Vedi risoluzione n. 40 del 2020)
Per svolgere l’attività di sostituto medico in continuità assistenziale (c.d. guardia medica) è necessario l’iscrizione all’albo professionale. Tale attività è riconducibile all’esercizio di una attività professionale abituale. Ne consegue che il soggetto interessato è obbligato all’apertura della partita Iva e all’emissione della fattura nei confronti dell’Azienda Sanitaria, nonché a dichiarare il compenso percepito tra i redditi di lavoro autonomo. E’ quanto espresso dall’Agenzia delle Entrate nella risoluzione n. 41/E del 15 luglio 2020. Un contribuente chiedeva di conoscere quale fosse la misura della ritenuta d’acconto applicabile sui compensi erogati dalle Asl per lo svolgimento della sua attività professionale di guardia medica. La richiesta di chiarimenti derivava dall’incertezza su quale categoria reddituale inserire i compensi percepiti. L’Amministrazione finanziaria osserva che l’esercizio della professione medica, salvo quella effettuata nell’ambito di un rapporto di lavoro dipendente, rientra nella previsione normativa di cui all’art. 53, comma 1, del Tuir e, pertanto, il reddito da esse rilevante si configura come reddito di lavoro autonomo. In merito all’attività di continuità assistenziale svolta da medici con incarico a tempo indeterminato, il Ministero delle Finanze, con la risoluzione 5 febbraio 1999 n. 14, ha ritenuto che gli emolumenti corrisposti dalle Asl ai predetti medici siano da qualificarsi quali redditi di lavoro dipendente e, conseguentemente, non soggetti ad Irap. La risoluzione citata non può, tuttavia, essere estesa al caso in esame. Inoltre, come sostenuto dall’istante, le guardie mediche, iscritte in un apposito albo professionale, sono sprovviste degli istituti contrattuali tipici del rapporto di lavoro dipendente, come le ferie o il Tfr. Inoltre, l’incarico assegnato ai sostituti per l’espletamento dell’attività di continuità assistenziale è a tempo determinato o provvisorio, dal momento che può cessare in ragione del rientro, anche anticipato, del medico titolare dell’incarico a tempo indeterminato. Sulla base di tali circostanze, la tipologia di rapporto che si instaura tra l’Azienda e il medico sostituto che, come detto, deve essere iscritto all’albo professionale, dal punto di vista fiscale è inquadrabile quale rapporto di lavoro autonomo. Al fine di definire correttamente la qualificazione fiscale dei compensi percepiti dal soggetto istante, il documento di prassi amministrativa fa ulteriori considerazioni in materia di Irpef e Iva. Per quanto concerne le imposte sui redditi, l’art. 53, comma 1, del Tuir definisce redditi di lavoro autonomo ‘quelli che derivano dall’esercizio di arti e professioni. Per esercizio di arti e professioni si intende l’esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di attività di lavoro autonomo diverse da quelle considerate nel capo VI, compreso l’esercizio in forma associata di cui alla lett. c) del comma 3 dell’art. 5’. Ai sensi, invece, dell’art. 67, comma 1, lettera l) del Tuir ‘ i redditi derivanti da attività di lavoro autonomo non esercitate abitualmente’ rientrano nella categoria dei ‘redditi diversi’. Ai fini Iva, il Dpr n. 633/1972 prevede l’applicazione dell’imposta sul valore aggiunto ‘sulle cessioni di beni e sulle prestazioni di servizi effettuate nel territorio dello Stato nell’esercizio di imprese o nell’esercizio di arti e professioni’; per esercizio di arti e professioni l’art. 5, comma 1, del medesimo Dpr ‘intende l’esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di qualsiasi attività di lavoro autonomo da parte di persone fisiche’. Occorre, dunque, verificare, caso per caso, se sussistono i requisiti sopra indicati e, conseguentemente, se nella fattispecie in esame, il soggetto interessato sia obbligato a dichiarare i compensi fra i redditi professionali ai sensi dell’art. 53 del Tuir, nonché l’obbligo di fatturazione con Iva. In linea generale, i requisiti di professionalità e abitualità sussistono ogni qualvolta un soggetto ponga in essere con regolarità, sistematicità e ripetitività una pluralità di atti economici coordinati e finalizzati al conseguimento di uno scopo. Non si realizzano, invece, solo nei casi in cui vengano posti in essere atti economici in via meramente occasionale. Come indicato nella risoluzione 19 ottobre 2015 n. 88/E, l’abitualità dell’esercizio professionale è insita nella volontaria iscrizione del professionista nell’albo, costituente titolo per l’affidamento di compiti in modo ricorrente. L’iscrizione all’albo, richiesta per poter esercitare l’attività, risulta indicativa, infatti, della volontà del professionista di porre in essere una pluralità di atti coordinati e finalizzati all’esercizio della professione. Nella fattispecie in esame, considerato che l’iscrizione all’albo professionale costituisce il titolo necessario per poter svolgere l’attività di sostituto medico in continuità assistenziale, l’Agenzia ritiene che tale attività sia riconducibile all’esercizio di una attività professionale abituale. Ne consegue che l’istante sarà obbligato ad aprire la partita Iva e ad emettere fattura nei confronti della Asl, nonché a dichiarare il compenso percepito tra i redditi di lavoro autonomo. La risoluzione ricorda che il contribuente, qualora ricorrano le condizioni richieste, potrà fruire del regime forfetario che prevede l’applicazione di una imposta unica sostitutiva delle imposte sui redditi, delle addizionali regionali e comunali e dell’Irap, ed esclude la rivalsa dell’Iva nei confronti dei committenti.
(Vedi risoluzione n. 41 del 2020)
L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 42/E del 16 luglio 2020, ha istituito i codici tributo per il versamento delle somme dovute a titolo di recupero degli aiuti di Stato dichiarati incompatibili dalla Commissione Europea con la decisione C(2015) 5549 final del 14 agosto 2015. I codici tributo, da utilizzare nei modelli di pagamento ‘F24’ e ‘F24 Enti pubblici’ sono: ‘5061’ denominato ‘Recupero aiuti di Stato sisma 2009 – CAPITALE’ e ‘5062’ denominato ‘Recupero aiuti di Stato sisma 2009 –INTERESSI’. Qualora il contribuente volesse utilizzare in compensazione i crediti verso la pubblica amministrazione italiana, dovrà utilizzare l’apposito modello ‘F24 crediti PP.AA.’ indicando: gli importi da versare, utilizzando i codici tributo sopra riportati; gli estremi identificativi della certificazione del credito e l’importo del credito compensato.
(Vedi risoluzione n. 42 del 2020)
Con la risoluzione n. 36/E del 26 giugno 2020 l’Agenzia delle Entrate fornisce precisazioni in merito al regime fiscale applicabile al premio di risultato introdotto dal legislatore con la Legge di Stabilità 2016. La risoluzione torna, in realtà, su un tema già trattato nell’interpello 456 del 31 ottobre 2019 relativo al premio di risultato per l’anno 2018, erogato in esecuzione di un contratto integrativo stipulato a giugno dello stesso anno. Qui le Entrate avevano ribadito che i criteri di misurazione utili alla determinazione del regime fiscale agevolato stabiliti dall’accordo sindacale devono essere determinati sempre con ragionevole anticipo rispetto a una produttività futura non certa o determinabile in parte sostanziale al momento della sigla dell’accordo. Alla luce di tale premessa, nel caso specifico, l’Agenzia, visto che l’accordo era stato stipulato a giugno, aveva stabilito che la misura dell’imposta al 10% poteva essere applicata solo nella misura del 50% del premio di risultato. Giova ricordare che la misura reintrodotta dal 2016 prevede un sistema di tassazione agevolata consistente nell’applicazione di un’imposta sostitutiva dell’Irpef nella misura pari al 10% per i premi di risultato erogati a dipendenti del settore privato. Rispetto al passato, il beneficio fiscale non è più riservato alla c.d. ‘retribuzione di produttività’ ma ai soli premi di risultato ‘di ammontare variabile, la cui corresponsione sia legata ad incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione, misurabili e verificabili sulla base dei criteri definiti’. Sono pertanto escluse dall’imposta sostitutiva voci come le maggiorazioni di retribuzione o gli straordinari corrisposti a seguito di un processo di riorganizzazione del lavoro. Caratteristica dei premi di risultato è la variabilità delle somme che non deve essere intesa come gradualità dell’erogazione in base al raggiungimento dell’obiettivo definito nell’accordo aziendale o territoriale, ma quale aspetto futuro e incerto connesso all’erogazione del premio, condizionata dal raggiungimento dell’obiettivo. La funzione incentivante della norma fa sì che il regime fiscale di favore possa applicarsi una volta raggiunti gli obiettivi incrementali previsti e comunque sempre successivamente alla stipula del contratto. Da ciò deriva che la data di stipulazione del contratto aziendale o territoriale non determina automaticamente la riduzione dell’importo agevolabile sotto il profilo fiscale del premio di risultato. La risoluzione fa un esempio di un contratto aziendale sottoscritto il 28 marzo 2019 che prevede un premio di risultato annuale di 1.200 euro. In tal caso è applicabile il regime fiscale agevolato per l’intero importo del premio di risultato (1.200 euro), a nulla rilevando la circostanza che il contratto aziendale sia sottoscritto dopo l’inizio del periodo congruo, nell’esempio, a marzo 2019, in cui osservare l’incremento degli obiettivi di produttività. Ad analoghe conclusioni non si perviene qualora un contratto aziendale sottoscritto a febbraio 2019 non risponda ai requisiti richiesti dalle norme in esame e venga successivamente modificato con un contratto integrativo. Qualora nel contratto aziendale/territoriale sia specificato che il raggiungimento dell’obiettivo incrementale risulti, anche per circostanze eccezionali, incerto e non garantito alla data della sua sottoscrizione, si ritiene che l’azienda possa corrispondere il premio di risultato stabilito nel contratto a nulla rilevando, anche qui, la data di sottoscrizione.
(Vedi risoluzione n. 36 del 2020)
Istituzione dei codici tributo per la restituzione spontanea dei contributi a fondo perduto previsti dal decreto Rilancio
L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 37/E del 26 giugno 2020, ha istituito i codici tributo per la restituzione spontanea, tramite il modello ‘F24 Versamenti con elementi identificativi’ del contributo a fondo perduto non spettante previsto dall’articolo 25 del decreto Rilancio a favore di soggetti esercenti attività d’impresa e di lavoro autonomo, titolari di partita Iva. I codici tributo sono tre: ‘8077’ denominato ‘Contributo a fondo perduto – Restituzione spontanea – CAPITALE – art. 25 dl n. 34/2020’; ‘8078’ denominato ‘Contributo a fondo perduto – Restituzione spontanea – INTERESSI – art. 25 dl n. 34/2020’; ‘8079’ denominato ‘Contributo a fondo perduto – Restituzione spontanea – SANZIONE – art. 25 dl n. 34/2020’.
(Vedi risoluzione n. 37 del 2020)
Guida alla dichiarazione dei redditi delle persone fisiche relativa all’anno d’imposta 2019: deduzioni, detrazioni e crediti d’imposta rilevanti per la compilazione della dichiarazione e per l’apposizione del visto di conformità
Con la circolare n. 19/E dell’8 luglio 2020 l’Agenzia delle Entrate aggiorna la Guida alla dichiarazione dei redditi delle persone fisiche per Caf, professionisti, uffici finanziari e contribuenti. Il documento tiene conto delle novità normative e interpretative intervenute relativamente all’anno d’imposta 2019 lasciandone inalterato l’impianto generale, al fine di consentirne una più agevole consultazione. Tali novità riguardano le compensazioni, le spese sanitarie, istruzione e alcune nuove detrazioni fruibili per spese per la realizzazione di infrastrutture di ricarica di veicoli elettrici e per la ‘pace contributiva’. Per quest’ultima la detrazione è pari al 50% della spesa sostenuta e spetta sull’ammontare effettivamente versato nel corso dell’anno e va ripartita in cinque quote annuali di pari importo. Viene confermata l’esposizione argomentativa che segue l’ordine dei quadri relativi al modello 730/2020 e che consente, pertanto, di individuare rapidamente i chiarimenti di interesse. Tale modalità di consultazione non è utile soltanto a Caf e professionisti, ma anche ai singoli contribuenti per risolvere dubbi interpretativi. In caso di 730 presentato a un Caf o a un professionista abilitato, non è necessario richiedere uno specifico visto di conformità anche se il credito da scomputare supera i 5mila euro. Inoltre, dal 2019, non sono più detraibili le spese per l’acquisto di alimenti a fini medici speciali, inseriti nella sezione A1 del Registro nazionale di cui all’art. 7 del decreto del ministero della Sanità 8 giugno 2001. Sulle spese sanitarie è previsto un paragrafo relativo a patologie esenti dalla partecipazione alla spesa sanitaria pubblica. Detraibili al 19% le spese di istruzione il cui tetto massimo, per quest’anno, ammonta a 800 euro per studente. La circolare richiama i documenti di prassi ancora attuali e fornisce nuovi chiarimenti non solo alla luce delle modifiche normative intervenute, ma anche delle risposte ai quesiti posti dai contribuenti in sede di interpello o dai Caf e dai professionisti abilitati. Il maxi-documento di prassi amministrativa contiene, inoltre, l’elencazione dei carteggi, comprese le dichiarazioni sostitutive, che i contribuenti devono esibire e che il Caf o il professionista abilitato deve verificare al fine dell’apposizione del visto di conformità e conservare. In merito agli oneri documentali, nel 2019 è stato introdotto l’obbligo di fatturazione elettronica ma, nonostante questo, non viene meno per il contribuente il dovere di conservare la fattura cartacea. Così, oltre alla documentazione relativa alle spese detratte, il contribuente sarà tenuto a conservare la fattura cartacea consegnata dall’emittente e verificare che la copia cartacea e la fattura elettronica coincidano. Le novità prevedono, in caso di visto di conformità infedele su una dichiarazione modello 730, il pagamento di un importo pari al 30% della maggiore imposta riscontrata da parte del responsabile dell’assistenza fiscale e, in solido con quest’ultimo, del Caf. In sede di controllo documentale l’Agenzia delle Entrate potrà richiedere la prova del pagamento e potrà verificare la sussistenza dei requisiti soggettivi per fruire delle diverse agevolazioni fiscali. A tal fine si allega un elenco esemplificativo delle dichiarazioni che possono essere rese dal contribuente per attestare le condizioni soggettive rilevanti ai fini del riconoscimento di oneri deducibili, detraibili o crediti d’imposta, la cui falsità comporta responsabilità penali.
(Vedi circolare n. 19 del 2020)
Obbligo di invito al contraddittorio – Decreto Rilancio – Chiarimenti
Venerdì, 17 Luglio , 2020
Il decreto legge Rilancio ha introdotto l’obbligo di invito al contraddittorio nell’ambito del procedimento di accertamento con adesione. Inoltre ha disposto una proroga automatica di 120 giorni del termine di decadenza per la notificazione dell’atto impositivo qualora, tra la data di comparizione indicata nell’invito e quella di decadenza dell’Amministrazione finanziaria dal potere di notificazione dell’atto impositivo intercorrano meno di 90 giorni, in deroga al termine ordinario di legge. Nei confronti del contribuente al quale è stato notificato un avviso di accertamento è stata poi disposta la preclusione della possibilità di presentare l’istanza con la quale chiedere all’ufficio la formulazione di una proposta di accertamento con adesione, qualora l’avviso notificato sia stato preceduto da un invito al contraddittorio obbligatorio. In alcune ipotesi specificatamente previste, infatti, la legge stabilisce l’obbligo di notificare al contribuente un invito per l’avvio del procedimento di accertamento con adesione. Tale notifica deve avvenire prima dell’emissione di un avviso di accertamento ai fini delle imposte dirette e dell’Iva. L’obbligo dell’avvio del procedimento di accertamento con adesione trova applicazione per gli avvisi emessi a partire dal 1°luglio 2020.
Negli anni non sono mancate le istruzioni agli uffici periferici delle Entrate per assicurare ai contribuenti momenti di confronto preventivi rispetto ad eventuali pretese impositive. L’obbligo del contraddittorio va visto anche in funzione preventiva, ossia per evitare il contenzioso. Nell’accertamento con adesione, infatti, l’ufficio valuta gli elementi forniti dal contribuente per determinare la pretesa tributaria. Il confronto anticipato con il contribuente assume un ruolo centrale nell’assicurare la corretta pretesa erariale e nello spingere il contribuente verso la compliance. A tale scopo gli uffici sono invitati ad attivare il contraddittorio preventivo anche laddove lo stesso non è obbligatorio. Il contribuente, da parte sua, è libero di partecipare o meno al procedimento in quanto l’obbligo sussiste unicamente in capo all’Amministrazione che è tenuta a convocare il contribuente per fornire chiarimenti o esibire documenti. Come sopra espresso il contribuente non è obbligato a partecipare al procedimento, pertanto, la mancata risposta all’invito dell’ufficio non è sanzionabile. All’ufficio resta, ovviamente, la possibilità di procedere alla notifica degli avvisi di accertamento sulla base delle informazioni in suo possesso. In caso di mancata adesione l’avviso di accertamento deve essere specificamente motivato e deve tenere conti dei documenti prodotti dal contribuente.
L’invito al contraddittorio obbligatorio è applicabile esclusivamente per la definizione degli accertamenti in materia di imposte sui redditi e relative addizionali, contributi previdenziali, ritenute, imposte sostitutive, Irap, Ivie, Ivafe e Iva. L’introduzione del nuovo istituto obbliga gli uffici a verificare in fase di istruttoria se, per lo specifico procedimento accertativo, sussista l’obbligo di avviare l’iter dell’adesione tramite invito al contraddittorio. In merito l’invito, ancorché obbligatorio, mantiene le ordinarie finalità, propedeutiche all’instaurazione del contraddittorio per la definizione dell’accertamento. La mancata attivazione del contraddittorio comporta l’invalidità dell’atto impositivo ‘qualora, a seguito di impugnazione, il contribuente dimostri, in concreto, le ragioni che avrebbe potuto far valere se il contraddittorio fosse stato attivato’, salvo i casi di particolare urgenza o di fondato pericolo per la riscossione e quelli di ‘partecipazione del contribuente prima dell’emissione di un avviso di accertamento’. In questi ultimi casi l’invalidità dell’avviso di accertamento, emesso senza aver prima invitato il contribuente al contraddittorio obbligatorio, è rimessa alla valutazione del giudice ordinario al quale spetta il compito di stabilire se l’osservanza di tale obbligo avesse potuto produrre un diverso risultato. Parliamo della c.d. ‘prova di resistenza’ in base alla quale il contribuente deve fornire la prova che l’omissione del contraddittorio gli ha impedito di far emergere elementi ‘non puramente fittizi’ che avrebbero potuto indurre l’ufficio a valutare diversamente gli atti in suo possesso.
Esclusione dall’applicazione dell’istituto
L’obbligo di avvio del procedimento di adesione su iniziativa dell’ufficio è escluso nei ‘casi in cui sia stata rilasciata copia del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo’. Significa che in presenza di un processo verbale ‘di chiusura delle operazioni’ redatto da parte degli organi di controllo, l’ufficio non è tenuto ad avviare il procedimento con adesione. Seppur non obbligatorio per legge, è opportuno che l’ufficio attivi il contraddittorio anche nei casi di attività accertativa correlata agli esiti di un processo verbale di ‘chiusura delle operazioni’, al fine di addivenire quanto più possibile alla corretta individuazione della pretesa tributaria.
L’applicazione del nuovo istituto dell’invito obbligatorio è esclusa nel caso in cui l’ufficio procede all’emissione di avvisi di accertamento o di rettifica parziale.
L’accertamento parziale consente all’ufficio di determinare la pretesa tributaria, senza pregiudizio per l’eventuale ulteriore azione accertatrice, in deroga al principio di unicità dell’accertamento tributario statuito. Ai fini Iva è prevista l’esclusione dell’invito obbligatorio solo con riferimento agli accertamenti parziali basati su elementi ‘certi e diretti’.
Ai fini delle imposte dirette gli uffici sono invitati ad attivare preventivamente il contraddittorio con il contribuente nei casi di determinazione della pretesa basati su elementi presuntivi. Pertanto, solo in casi di particolare urgenza o di fondato pericolo per la riscossione l’ufficio è legittimato ad emettere l’avviso di accertamento o rettifica senza rispettare l’obbligo di invito al contraddittorio. L’obbligo di notifica dell’invito al contraddittorio è inoltre escluso negli altri casi di ‘partecipazione del contribuente prima dell’emissione di un avviso di accertamento’.
Obbligo di ‘motivazione rafforzata’
Nel caso di mancata adesione, l’avviso di accertamento emesso dall’ufficio deve essere specificatamente motivato con riferimento ‘ai chiarimenti forniti e ai documenti prodotti dal contribuente’. L’esito del contraddittorio con il contribuente costituisce quindi parte della motivazione dell’accertamento: non basta per gli uffici valutare gli elementi forniti dal contribuente, dovranno invece argomentare le ragioni del relativo mancato accoglimento. L’onere motivazionale degli uffici investe anche i chiarimenti forniti dal contribuente come le sue giustificazioni. Gli uffici, come chiede la norma, sono invitati a dare conto della fondatezza o meno di quanto chiarito e prodotto dal contribuente in sede di contraddittorio anche nelle ipotesi di invito attivato facoltativamente.
Qualora tra la data di comparizione, indicata nell’invito notificato al contribuente dall’ufficio, e quella di decadenza dell’attività di controllo intercorrono meno di 90 giorni, il termine di decadenza per la notificazione dell’atto impositivo è automaticamente prorogato di 120 giorni. Tale proroga non si applica solo ai casi in cui l’ufficio è obbligato ad avviare l’iter dell’accertamento, ma anche a tutte le ipotesi in cui l’ufficio abbia ritenuto opportuno avviarlo facoltativamente, in base agli elementi a sua disposizione.
I presupposti di operatività della proroga sono la notifica di un invito a comparire per la definizione dell’accertamento e la circostanza che tra la data di comparizione indicata nell’invito e quella di decadenza dell’amministrazione dal potere di notificazione dell’atto impositivo intercorrano meno di 90 giorni, prescindendo dalla circostanza in base alla quale vi sia o meno un obbligo per l’ufficio di avviare l’iter dell’adesione.
Il procedimento con adesione può essere attivato anche su istanza del contribuente a seguito della notifica di un avviso di accertamento, soltanto nel caso in cui quest’ultimo non sia stato preceduto da un invito a comparire per il contraddittorio con l’ufficio. Tale preclusione, già prevista per l’invito attivato dagli uffici in via facoltativa, è stata estesa anche all’avviso di accertamento preceduto dall’invito al contraddittorio obbligatorio.
La nuova disciplina trova applicazione dal 1°luglio 2020. Pertanto, a partire da tale data, prima di emettere un avviso di accertamento, se la fattispecie accertativa rientra nelle ipotesi in cui è applicabile il contraddittorio obbligatorio, gli uffici devono aver assicurato al contribuente la possibilità di confrontarsi in contraddittorio tramite l’invito a comparire. Ovviamente la data in cui il contribuente ha ricevuto l’invito a comparire può essere anche antecedente al 1°luglio 2020 in quanto gli effetti invalidanti si realizzano con riferimento agli atti emessi a partire da tale data.
(Vedi circolare n. 17 del 2020)
Istituzione del codice tributo per l’utilizzo in compensazione del credito d’imposta per i beneficiari del bonus vacanze
Il decreto legge Rilancio riconosce un credito a favore dei nuclei familiari con Isee non superiore a 40mila euro, utilizzabile dal 1°luglio al 31 dicembre 2020 per il pagamento delle vacanze presso le strutture ricettive nazionali. Il credito è utilizzabile nella misura dell’80% sotto forma di sconto sul corrispettivo dovuto e per il restante 20% come detrazione d’imposta in sede di dichiarazione dei redditi. L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 33/E del 25 giugno 2020, ha istituito il codice tributo ‘6915’ denominato Bonus Vacanze per l’utilizzo in compensazione, tramite modello F24, del credito d’imposta spettante in relazione agli sconti praticati in favore dei beneficiari. E’ bene ricordare che per avvalersi del tax credit gli interessati devono utilizzare l’app ‘Io’ e verificare la disponibilità della struttura ricettiva. Tra queste sono compresi anche gli agriturismi e i bad&breakfast.
(Vedi risoluzione n. 33 del 2020)
Detrazioni per ecobonus e sismabonus – Applicabilità agli interventi eseguiti da titolari di reddito di impresa su immobili diversi da quelli strumentali
L’Agenzia delle Entrate dedica la risoluzione n. 34/E del 25 giugno 2020 alle detrazioni per interventi di riqualificazione energetica e di messa in sicurezza degli edifici eseguiti da titolari di reddito di impresa su immobili diversi da quelli strumentali. Possono avvalersi dell’ecobonus e del sismabonus anche i titolari di reddito di impresa (persone fisiche, società di persone, società di capitali) che effettuano interventi su immobili posseduti o detenuti, a prescindere dalla qualificazione di detti immobili come ‘strumentali’, ‘beni merce’ o ‘patrimoniali’. Analogo riconoscimento va operato agli interventi antisismici eseguiti su immobili da parte di titolari di reddito d’impresa. Dunque, possono fruire del sismabonus anche i titolari di reddito d’impresa che sostengono le spese per gli interventi antisismici su ‘costruzioni adibite… ad attività produttive’. ‘Per costruzioni adibite ad attività produttive l’Agenzia delle Entrate intende le unità immobiliari in cui si svolgono attività agricole, professionali, produttive di beni e servizi, commerciali o non commerciali’. Con la risoluzione n. 22/E/2018 l’Amministrazione finanziaria ha riconosciuto l’agevolabilità degli interventi riguardanti immobili ‘non utilizzati direttamente a fini produttivi da parte della società ma destinati alla locazione’. La norma in commento non pone alcun vincolo di natura soggettiva od oggettivo al riconoscimento del beneficio, in quanto scopo della norma è quello di favorire la messa in sicurezza degli edifici per garantire l’integrità delle persone prima ancora che del patrimonio. I due regimi, ecobonus e sismabonus, possono dunque essere fruiti da titolari di reddito di impresa sugli immobili posseduti o detenuti, a prescindere dalla loro destinazione perché a prevalere è l’interesse pubblico al risparmio energetico e alla messa in sicurezza degli stabili. Devono dunque ritenersi superate le indicazioni fornite nei documenti di prassi (risoluzioni n. 303/E del 15 luglio 2008 e n. 340/E del 1°agosto 2008) che circoscrivevano l’applicabilità della predetta agevolazione escludendola o limitandone ad una quota percentuale per le società esercenti attività di costruzione e ristrutturazione edilizia che intervenivano su immobili merce.
(Vedi risoluzione n. 34 del 2020)
Istituzione dei codici tributo per l’utilizzo in compensazione da parte dei sostituti d’imposta del credito maturato per effetto dell’erogazione del trattamento integrativo ai lavoratori dipendenti e assimilati
Il decreto legge n. 3/2020 convertito, con modificazioni, nella legge n. 21 del 2 aprile 2020 ha previsto il riconoscimento ai lavoratori dipendenti e assimilati di una somma a titolo di trattamento integrativo che non concorre alla formazione del reddito. Tale somma è pari a 600 euro per l’anno 2020 e a 1.200 euro a decorrere dall’anno 2021. I sostituti d’imposta sono tenuti a riconoscere in via automatica il suddetto trattamento integrativo ripartendolo tra le retribuzioni erogate a decorrere dal 1°luglio 2020, ovvero dalla prima retribuzione utile e comunque entro i termini di effettuazione delle operazioni di conguaglio. Lo stesso decreto n. 3/2020 prevede che i sostituti d’imposta sono tenuti a compensare il credito maturato per effetto dell’erogazione del trattamento integrativo. Per consentire loro l’utilizzo in compensazione del suddetto credito, l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 35/E del 26 giugno 2020, ha istituito i codici tributo dei modelli F24 e F24 ‘enti pubblici’ (F24 EP). Per il modello F24 il codice tributo è ‘1701’ denominato ‘Credito maturato dai sostituti d’imposta per l’erogazione del trattamento integrativo – articolo 1, comma 4, del decreto legge 5 febbraio 2020 n. 3’. Per il modello F24 ‘enti pubblici’ (F24 EP) il codice tributo è ‘170E’ denominato ‘Credito maturato dai sostituti d’imposta per l’erogazione del trattamento integrativo – articolo 1, comma 4, del decreto legge 5 febbraio 2020 n. 3’.
(Vedi risoluzione n. 35 del 2020)

References: art. 122
 art. 122
 art. 25
 art. 25
 art. 25
 articolo 1
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