Source: https://www.laleggepertutti.it/293825_morso-del-cane-il-proprietario-e-responsabile
Timestamp: 2019-08-24 05:56:40+00:00

Document:
Cosa potrebbe succedere al proprietario di un cane se un passante, magari un bambino, dovesse accarezzarlo e l’animale, per tutta risposta, lo mordesse all’improvviso e in modo imprevedibile? Quali responsabilità avrà il padrone se dimostra di aver adottato tutte le cautele necessarie ad evitare l’aggressione, tenendo magari il cane al guinzaglio e controllandolo a vista? Se il morso dovesse essere la reazione a un comportamento errato dell’estraneo – che magari ha toccato il quadrupede sul muso o gli ha passato la mano contropelo – di chi sarà la colpa? Basterebbe dimostrare che, in passato, l’animale è sempre stato docile e non ha mai fatto del male a nessuno? A tutte queste domande ha risposto di recente la Cassazione [1]. La Corte ha spiegato come si interpreta l’articolo del Codice civile dedicato appunto al danno causato da animali. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di vedere se, in caso di morso del cane, il proprietario è responsabile.
1 Responsabilità del padrone del cane
2 La funzione di garanzia del proprietario del cane
3 Aree di sgambamento per cani: diligenza e prudenza del padrone
4 La responsabilità non è solo del proprietario
5 Se il morso è causato da imprudenza della vittima
Responsabilità del padrone del cane
La funzione di garanzia del proprietario del cane
Stabilita la natura della responsabilità del proprietario dell’animale per i danni da questi determinati, vediamo qual è il suo ruolo nella vicenda e come può evitare tali conseguenze legali.
Gli animali sono spesso incontrollabili e, peraltro, non rispondono legalmente delle proprie condotte. Per cui la legge ha scelto di imputare tali conseguenze al proprietario: il padrone di un cane ha quindi una posizione di garanzia nei confronti della collettività. In forza di tale potere/dovere egli deve adottare tutte le cautele necessarie per prevenire le reazioni del proprio animale.
Quest’obbligo non viene meno neanche nelle cosiddette aree di sgambamento, quelle cioè appositamente predisposte dai Comuni e destinate a far correre liberamente i cani all’aria aperta. Secondo la Cassazione, infatti, anche all’interno delle aree destinate ai cani il padrone deve portare con sé la museruola e non deve mai perdere il contatto visivo con l’animale, in modo da potere intervenire tempestivamente ove quest’ultimo assuma atteggiamenti pericolosi o aggressivi.
Ernesto porta il proprio cane Rocky in un’area di sgambamento, una sorta di giardinetto comunale nel quale ognuno può condurre il proprio animale per correre in libertà. D’un tratto Rocky vede un bambino e inizia a rincorrerlo per giocare. Il piccolo però, per timore, si mette a scappare. Questo fatto fa spaventare l’animale stesso che, per reazione, lo morde. Dieci giorni di prognosi per riprendersi dalla ferita e dallo spavento. Erneso, ritenendo di essere nel giusto perché il proprio animale si trovava in una zona destinata, appunto, allo sgambamento, si difende sostenendo di non avere alcuna responsabilità – risarcitoria e/o penale – per l’evento. Ma il suo avvocato non riesce a convincere i giudici che lo condannano ugualmente.
Leggi Morso del cane: chi è responsabile?
Aree di sgambamento per cani: diligenza e prudenza del padrone
I Comuni o le Asl predispongono di solito un regolamento comportamentale per chi si vuol avvalere delle aree di sgambamento. Regolamento che dovrà essere conosciuto e letto attentamente da chi si avventura in tali luoghi. Nel caso della Lombardia, ad esempio, si stabilisce l’obbligo dei proprietari di tenere a disposizione la museruola e di essere sempre presenti all’interno dell’area per controllare costantemente il comportamento dell’animale. Il contatto visivo padrone-cane, quindi, non deve essere mai interrotto. L’animale è, di per sé, un essere imprevedibile e, per quanto di natura mansueta, non si può mai escludere che faccia le bizze o, per le ragioni più imponderabili, che assuma atteggiamenti aggressivi verso altri animali o persone.
La responsabilità non è solo del proprietario
La responsabilità – civile o penale – per i danni causati dall’animale non è solo del proprietario ma di chiunque abbia con questi una relazione di fatto. Tale è ad esempio il dog-sitter o anche il marito o la moglie del proprietario formale dell’animale.
Luca ha appena sposato Mariella, proprietaria da due anni di un husky. Il cane va a vivere insieme alla coppia. Quando Mariella è al lavoro, il marito porta il cane a passeggio; ma un giorno l’animale morde un passante procurandogli una grave ferita. Il danneggiato fa causa a Luca e sporge contro di lui anche una querela per lesioni. Luca si difende sostenendo che, all’anagrafe canina, il titolare dell’animale è Mariella, per cui lui non ha alcuna responsabilità. Ma i giudici giustamente lo condannano: non rileva infatti la proprietà dell’animale ma la detenzione di fatto. È chi custodisce il quadrupede – a prescindere dal fatto che ne sia o meno il proprietario – che deve adottare ogni possibile cautela per scongiurare possibili condotte lesive, persino quando quest’ultimo si trovi all’interno di un’abitazione.
Secondo la Cassazione [2], però non è responsabile del cane chi, pur stando a stretto contatto con lui, non vi ha un’apprezzabile relazione. Non basta vivere con il cane per essere responsabile dei danni che cagiona. È necessario avere, se non la proprietà, almeno un’apprezzabile relazione con l’animale.
La parrocchiana di una chiesa ha un cane di proprietà che vive sempre nel sagrato. Ogni tanto il sacerdote gli dà da mangiare ma è tutto ciò che fa per la bestiola. Per il resto se ne prende cura la donna. Un giorno il cane morde un uomo che fa causa al prete. Secondo la Corte però quest’ultimo non è responsabile perché non ha con lui un rapporto apprezzabile nonostante la convivenza.
Per gli Ermellini è vero che il Codice civile conﬁgura una responsabilità oggettiva a carico del proprietario o dell’utilizzatore dell’animale e che il danneggiato deve limitarsi a provare il rapporto di causa-effetto tra il comportamento dell’animale e il danno subito, ma è altresì vero che la responsabilità resta imputata a chi si trova in relazione con l’animale perché ne è proprietario o perché ha comunque un rapporto di custodia sul medesimo. Nell’esempio di prima, è stato accertato che il parroco non aveva un’apprezzabile relazione, anche solo di fatto, con l’animale che potesse giustiﬁcare la sua responsabilità per omessa custodia del medesimo.
Se il morso è causato da imprudenza della vittima
Secondo la Cassazione, il comportamento imprudente della vittima può, tutt’al più, determinare un concorso di colpa con il proprietario ma non arrivare ad escluderne la responsabilità, a meno che il danno non sia il frutto di «comportamenti caratterizzati da abnormità e da assoluta eccentricità». Si pensi a un bambino che tira la coda al cane o gli tira un pugno sul muso.
[1] Cass. sent. n. 31874/19 del 18.07.2019.
[2] Cass. sent. n. 19506/19 del 19.07.2019.
Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 27 giugno – 18 luglio 2019, n. 31874
Il giudice di prime cure aveva condannato la G. , riconosciutele le circostanze attenuanti generiche, alla pena complessiva di 500 Euro di multa, oltre spese processuali, con condanna generica al risarcimento dei danni cagionati alla costituita parte civile, oltre alle spese di assistenza e di rappresentanza di quest’ultima, avendola ritenuta responsabile del reato previsto e punito dall’art. 590 c.p., in relazione all’art. 672 c.p., perché cagionava lesioni personali a P.D. consistite in “morso cane coscia posteriore sinistra” dalle quali derivava una malattia nel corpo giudicata guaribile in giorni 10 s.c..
All’odierna ricorrente venivano contestati profili di colpa generica (negligenza, imprudenza, imperizia), in uno con un profilo di colpa specifica (la violazione della norma di cui all’art. 672 c.p.) perché, in qualità di proprietaria e conduttrice di un cane di sesso femminile, razza pastore tedesco, identificato da microchip n. (omissis) , rispondente al nome di “(omissis) ” omettendo di custodirlo con le debite cautele, non mantenendone il costante controllo e non munendolo di museruola, non impediva che lo stesso, circolando libero nell’area cani di via (omissis) nel comune di (omissis) aggredisse P.D. , accompagnato da familiare maggiorenne, procurandogli le lesioni sopra descritte. In (omissis) il (omissis) .
Per il difensore della ricorrente la ricostruzione dei fatti operata dal giudice di prime cure è corretta, ma la lettura in diritto degli stessi, con riferimento al già menzionato nesso, sarebbe invece insostenibile, per come riportata in entrambi i gradi di giudizio di merito. Ciò in quanto un’area dei giardinetti riservata ai cani, e a tal fine recintata con impedimenti a che gli stessi escano o persone entrino, è tale proprio per consentire agli animali di circolare liberi all’aperto, ancorché sempre sotto il controllo dei padroni. È ovvio, ed è l’id quod plerumque accidit prosegue il ricorso – che tale controllo avviene ed è necessario per evitare danni che possano avvenire per un caso fortuito ed imprevedibile, come, ad esempio il cane che salta il recinto e si avventa sulle persone fuori dallo stesso, ovvero infanti che entrano perché non accompagnati da chi li ha in custodia.
Il giudice del gravame del merito – ci si duole- nell’impugnata sentenza qualifica invece come “violativa delle regole cautelari” desunte dal regolamento vigente nell’area cani la condotta dell’odierna imputata, ritenendo che le stessa avrebbe lasciato “del tutto incustodito all’interno dell’area cani” il suo quadrupede e di conseguenza non si sarebbe potuta avvedere “del rischio promanante dall’ingresso nel parco del piccolo D. e della R. “.
1. Ritiene il Collegio che i motivi siano inammissibili in quanto il difensore ricorrente, non senza evocare in larga misura censure in fatto non proponibili in questa sede, si è nella sostanza limitato a riprodurre la stessa questioni già devoluta in appello, ovvero l’affermata interruzione del nesso di causalità in ragione dell’imprevedibilità dell’agire della nonna della persona offesa, che aveva lasciato incustodito il nipotino nell’area deputata allo sgambamento dei cani – e da quei giudici puntualmente esaminate e disattese con motivazione del tutto coerente e adeguata, senza in alcun modo sottoporle ad autonoma e argomentata confutazione. Ed è ormai pacifica acquisizione della giurisprudenza di questa Suprema Corte come debba essere ritenuto inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi che riproducono le medesime ragioni già discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame, dovendosi gli stessi considerare non specifici. La mancanza di specificità del motivo, infatti, va valutata e ritenuta non solo per la sua genericità, intesa come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, dal momento che quest’ultima non può ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificità che conduce, a norma dell’art. 591 c.p.p., comma 1, lett. c), alla inammissibilità della impugnazione (in tal senso Sez. 2, n. 29108 del 15/7/2011, Cannavacciuolo non mass.; conf. Sez. 5, n. 28011 del 15/2/2013, Sammarco, Rv. 255568; Sez. 4, n. 18826 del 9/2/2012, Pezzo, Rv. 253849; Sez. 2, n. 19951 del 15/5/2008, Lo Piccolo, Rv. 240109; Sez. 4, n. 34270 del 3/7/2007, Scicchitano, Rv. 236945; Sez. 1, n. 39598 del 30/9/2004, Burzotta, Rv. 230634; Sez. 4, n. 15497 del 22/2/2002, Palma, Rv. 221693). E, ancora di recente, questa Corte di legittimità ha ribadito come sia inammissibile il ricorso per cassazione fondato sugli stessi motivi proposti con l’appello e motivatamente respinti in secondo grado, sia per l’insindacabilità delle valutazioni di merito adeguatamente e logicamente motivate, sia per la genericità delle doglianze che, così prospettate, solo apparentemente denunciano un errore logico o giuridico determinato (Sez. 3, n. 44882 del 18/7/2014, Cariolo e altri, Rv. 260608).
1. in primis, su una contestazione, invero blanda, della colpa contestatale, laddove la G. sostiene di avere adempiuto ad ogni obbligo di diligenza – sub specie di vigilanza e controllo – nella conduzione del proprio pastore tedesco, all’interno dell’area cani, ivi compresi quelli promananti dal “Decalogo Aree Cani” adottato dalla Regione Lombardia in concerto con l’Ordine dei Medici Veterinari e l’ASL (…) – Dipartimento Veterinario;
Nel caso in esame, la difesa dell’imputata sostiene che la condotta della R. , nonna-custode del piccolo D. (consistita nell’accompagnare il nipote all’interno dell’area cani perdendolo, poi, di vista nei pochi istanti che precedettero l’aggressione del pastore tedesco) debba essere considerata improbabile e del tutto imprevedibile perché vietata dal “Decalogo Aree Cani” che proibirebbe l’accesso alle persone prive di cane al seguito – e perciò tale da elidere ogni connessione causale tra la gestione del proprio animale e la reazione dello stesso alla vista del minore, poi esitata nei morsi e nelle conseguenti lesioni personali.
Il decalogo in questione, adottato di concerto dalla Regione Lombardia – ASL (…)/Dipartimento Veterinario e dall’Ordine dei Medici Veterinari della Provincia di Milano recita:
– Art. 7 “Il proprietario deve sempre avere il controllo del cane. Tenete il cane al guinzaglio finché non siete all’interno dell’area e chiudete il cancello di accesso. Lo stesso va fatto all’uscita. Il proprietario deve avere a disposizione la museruola. Non fate vivere l’uso della museruola al vostro cane come una punizione: cercate di abituarlo in modo graduale premiandolo con una carezza o un bocconcino quando gliela mettete”.
Nel caso di specie, secondo la logica motivazione del provvedimento impugnato, nessun dubbio residua in ordine alla violazione delle suddette norme prudenziali da parte dell’imputata, la quale – sì come concluso dal giudice di prime cure all’esito di un’istruttoria dibattimentale imperniata sulle credibili dichiarazioni della R. , peraltro rafforzate nella loro pregnanza dalle concordanti affermazioni degli altri testi e dalla mancata partecipazione al processo della G. , che ha rinunciato ad arricchire il costrutto probatorio di una versione alternativa degli accadimenti – ha incautamente omesso di esercitare sul proprio pastore tedesco, ogni forma di controllo, lasciandolo del tutto incustodito all’interno dell’area cani, perdendone il contatto visivo e non essendo, per l’effetto, in grado di avvedersi del rischio promanante dall’ingresso nel parco del piccolo D. e della R. , nonché di richiamare l’animale e ricondurlo a sé, eventualmente applicando una museruola (di cui – va ribadito-era sprovvista in violazione del succitato art. 7 del Decalogo Aree Cani) per scongiurare il pericolo di morsi.
7. La recente Sez. 4, n. 51448 del 17/10/2017, Polito, Rv. 271329, alla cui articolata e condivisibile motivazione si rimanda, ha chiarito perché in un caso come quello che ci occupa trovi applicazione la sanzione penale e non la norma depenalizzata di cui all’art. 672 c.p. (che punisce, oggi con una sanzione amministrativa, “chiunque lascia liberi, o non custodisce con le debite cautele, animali pericolosi da lui posseduti, o ne affida la custodia a persona inesperta”,” chi, in luoghi aperti, abbandona a se stessi animali da tiro, da soma o da corsa, o li lascia comunque senza custodia, anche se non siano disciolti, o li attacca o conduce in modo da esporre a pericolo l’incolumità pubblica, ovvero li affida a persona inesperta” e “chi aizza o spaventa animali, in modo da mettere in pericolo l’incolumità delle persone”.
Tuttavia, rilevano entrambi i giudici di merito come, conformemente ai più recenti arresti di questa Corte di legittimità sul punto (e conferente in tal senso appare il richiamo alle sentenze 15493/2016 e 25689/2016), vada ritenuto che, all’esito di un giudizio ex ante, l’imputata potesse e soprattutto, dovesse, prevedere, nel momento e nel luogo dei fatti, i possibili e non improbabili sviluppi causali della propria incauta custodia, essendo proprietaria, peraltro, di un cane potenzialmente pericoloso tanto per le sue caratteristiche naturali quanto perché evidentemente – non addestrato.
Nel medesimo senso, raffrontando, ex post, i surriferiti eventi astrattamente prevedibili e quello in concreto verificatosi, per il giudice del gravame del merito non può che reputarsi il ferimento del piccolo D. quale concretizzazione assolutamente pronosticabile del rischio (incorporato nelle norme cautelari violate preposte al suo scongiuramento) promanante dalla condotta della G. , rispetto alla quale il comportamento della R. – peraltro né negligente (non potendosi esigere che l’anziana controllasse ogni anfratto dell’area cani prima di accedervi), né proibito, stante l’assenza, contrariamente a quanto sostenuto dall’odierna ricorrente, di un divieto di accesso alle persone non accompagnate da cani – non può reputarsi causa sopravvenuta elidente il nesso di causalità ai sensi dell’art. 41 c.p., poiché, per quanto non completamente avulso dalla condotta colposa dell’imputata (la stessa giurisprudenza di legittimità ha, a più riprese, sostenuto l’applicabilità delle norma anche nei casi, frequenti, di condotte interdipendenti), non è stato connotato dai necessari attributi di tipicità, improbabilità ed eccezionalità, non avendo ingenerato un rischio del tutto nuovo, incommensurabile ed incongruo rispetto a quello originario attivato dalla prima condotta.

References: Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 Art. 7
 art. 7