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Timestamp: 2020-01-29 09:28:59+00:00

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News | Collegio Campano
settembre 7, 2018 Senza categoria No comments
ottobre 26, 2016 Senza categoria No comments
Ecco come è regolamentato dal codice delle assicurazioni l’indennizzo delle lesioni macropermanenti e quello delle lesioni micropermanenti
Lesioni macropermanenti | Lesioni micropermanenti | Il coinvolgimento dell’Inail | Giurisprudenza
Il risarcimento delle lesioni all’integrità psico-fisica di un soggetto, nel nostro ordinamento, viene valutato utilizzando metodi che variano a seconda del contesto in cui il danno è stato cagionato.
In particolare, se le lesioni derivano da sinistri stradali si fa riferimento alle previsioni di cui agli articoli 138 e 139 del codice delle assicurazioni, mentre negli altri casi occorre ricorrere alla valutazione in via equitativa di cui all’articolo 1226 del codice civile, il quale stabilisce che “se il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare, è liquidato dal giudice con valutazione equitativa”.
Se poi il danno si è verificato durante l’orario di lavoro o in itinere (definizione sulla quale ci soffermeremo più avanti),esso viene liquidato facendo riferimento all’articolo 13 d.lgs 38/2000, che contiene le disposizioni in materia di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali.
Come anticipato, il risarcimento dei danni conseguenti a circolazione stradale che si estrinsecano in una lesione permanente all’integrità psico-fisica del soggetto coinvolto trova la sua fonte di disciplina nel codice delle assicurazioni.
Più nel dettaglio, nel caso in cui i postumi permanenti riportati in conseguenza del sinistro siano valutati in misura pari o superiore al 10% il criterio di liquidazione è fissato dal legislatore all’articolo 138. Tale norma prevede la predisposizione, con decreto del Presidente della Repubblica, di una tabella unica su tutto il territorio nazionale che disciplini le menomazioni attribuendo ad ogni singolo punto di invalidità un valore pecuniario e tenga conto dei coefficienti di variazione corrispondenti all’età del soggetto leso.
L’articolo 138 detta anche i principi e i criteri che dovrebbero ispirare la redazione della tabella unica nazionale, precisando che:
– per danno biologico, ai suoi effetti, si intende la “lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito”;
– nei fissare i valori economici deve farsi riferimento al sistema a punto variabile in funzione dell’età e del grado di invalidità;
– il valore economico attribuito a ciascun punto è funzione crescente della percentuale di invalidità e l’incidenza della menomazione sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato cresce in modo più che proporzionale rispetto all’aumento percentuale assegnato ai postumi;
– il valore economico attribuito a ciascun punto è invece funzione decrescente dell’età del soggetto;
– il danno biologico temporaneo inferiore al cento per cento deve determinarsi considerando la percentuale di inabilità riconosciuta per ciascun giorno;
– l’ammontare del danno può essere aumentato sino al 30% se la menomazione incide su aspetti dinamico-relazionali del danneggiato in maniera rilevante.
Nonostante i numerosi tentativi, anche recenti, la tabella ministeriale non ha tuttavia ancora preso forma, con la conseguenza che il parametro di riferimento per il calcolo del risarcimento delle lesioni macropermanenti è rappresentato dalle Tabelle predisposte dai vari tribunali, in particolare da quella del Tribunale di Milano.
La situazione è diversa in caso in cui le lesioni all’integrità psico-fisica riportate da un soggetto a seguito di un sinistro stradale siano di entità inferiore al 10%.
In tal caso, infatti, l’articolo 139 del codice delle assicurazioni detta dei criteri più certi per il calcolo del risarcimento.
Il procedimento base è molto simile a quello fissato per le macropermanenti, in quanto alla quantificazione del danno si perviene attraverso una serie di operazioni matematiche così articolate: a) moltiplicando il valore monetario del singolo punto d’invalidità per il grado di invalidità permanente; b) moltiplicando tale risultato per un coefficiente determinato dalla legge ed infine c) applicando al risultato ottenuto il cd. demoltiplicatore ossia una riduzione proporzionale all’età della vittima.
La predetta norma, tuttavia, a differenza dell’articolo 138, detta già gli importi del punto base e di ogni singolo giorno di inabilità assoluta, da rivalutare annualmente tenendo conto della variazione dell’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati accertata dall’ISTAT.
L’ultimo aggiornamento è quello di cui al decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 19 luglio 2016, i cui importi sono applicabili a partire da aprile 2016 e sono di euro 46,10 per ogni giorno di inabilità assoluta e di euro 790,35 per il primo punto di invalidità.
Per i punti successivi occorre fare riferimento al coefficiente moltiplicatore fissato dalla legge, che è di 1,1 per un punto percentuale di invalidità pari a 2, di 1,2 per un punto percentuale di invalidità pari a 3, di 1,3 per un punto percentuale di invalidità pari a 4, di 1,5, per un punto percentuale di invalidità pari a 5, di 1,7 per un punto percentuale di invalidità pari a 6, di 1,9 per un punto percentuale di invalidità pari a 7, di 2,1 per un punto percentuale di invalidità pari a 8 e di 2,3 per un punto percentuale di invalidità pari a 9.
L’articolo 139 precisa poi cosa debba intendersi per danno biologico, utilizzando la stessa definizione dell’articolo 138, ma precisando che in ogni caso “le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente”.
Infine si sottolinea che anche l’ammontare del danno biologico liquidato per le lesioni micropermanenti, al pari di quello liquidato per le lesioni macropermanenti, può essere aumentato dal giudice qualora ciò risulti opportuno alla luce di un equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato, questa volta però in misura non superiore ad un quinto.
Il coinvolgimento dell’Inail
In alcuni casi, gli incidenti stradali si definiscono in itinere: si tratta delle ipotesi in cui essi si verificano durante il percorso che si compie per recarsi da casa a lavoro o viceversa, da un luogo di lavoro a un altro o, se manca la mensa aziendale, dal luogo di lavoro a quello di consumo del pasto.
Se si verifica un incidente in itinere nel risarcimento del danno interviene anche l’Inail, con la conseguenza che la denuncia va inviata anche a tale istituto e non solo alla compagnia assicuratrice competente.
Le tabelle Inail, tuttavia, prevedono degli importi più bassi rispetto a quelli fissati per la RC Auto, non tengono in nessun conto l’incidenza del danno morale e non possono considerarsi satisfattive del diritto al risarcimento del danno biologico.
La compagnia, pertanto, in tali casi non è tenuta a corrispondere l’intero risarcimento ma deve comunque pagare il cd. danno differenziale, ovverosia quello determinato sottraendo l’importo delle prestazioni liquidate dall’Inail dall’importo del danno complessivo.
Ecco alcune sentenze rilevanti in materia di lesioni micropermanenti e macropermanenti
“Al di fuori del circoscritto ed eccezionale ambito delle micropermanenti, l’aumento personalizzato del danno biologico è circoscritto agli aspetti dinamico relazionali della vita del soggetto in relazione alle allegazioni e alle prove specificamente addotte, del tutto a prescindere dalla considerazione (e dalla risarcibilità) del danno morale” (Cass. n. 7766/2016)
“In caso di incidente stradale il danno morale, conseguente alle lesioni, va sempre provato, sia pure per presunzioni, non sussistendo alcuna automaticità parametrata al danno biologico patito. E ciò è tanto più vero nel caso di lesioni minori (micropermanenti), laddove non sempre vi è un ulteriore danno in termini di sofferenza da ristorare. Dunque, se in linea di principio neanche con riguardo alle lesioni di lieve entità si può escludere il c.d. danno morale dal novero delle lesioni meritevoli di tutela risarcitoria, per valutare e personalizzare il danno non patrimoniale, si deve però tener conto della lesione in concreto subita” (Cass. n. 339/2016)
“Il valore vincolante della definizione legislativa del danno biologico risultante dagli artt. 138 e 139 del d.l.vo 7 settembre 2005, n. 209 (c.d. codice delle assicurazioni), non avente carattere innovativo in quanto sostanzialmente ricognitiva e confermativa degli indirizzi giurisprudenziali in materia, impone, nella liquidazione del danno, un obbligo motivazionale congruo ed adeguato, che dia conto, ai fini del risarcimento integrale del danno alla persona e della sua personalizzazione, sia delle componenti a prova scientifica medico-legale, sia di quelle relative all’incidenza negativa sulle attività quotidiane (c.d. inabilità totale o parziale), sia di quelle che incidono sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato (che attengono anche alla perdita della capacità lavorativa generica e di attività socialmente rilevanti ovvero anche meramente ludiche, ma comunque essenziali per la salute o la vita attiva)” (Cass. n. 3906/2010)
Fonte: La liquidazione del danno in caso di incidente stradale
dicembre 1, 2015 Senza categoria No comments
Si potrà dire addio ai risarcimenti per colpi di frusta e per tutte le lesioni di lieve entità, c.d. “micropermanenti”, subite a seguito di sinistri stradali, se non sono provate da accertamenti strumentali. Un addio consacrato dalla Consulta, con l’ordinanza n. 242/2015 depositata il 26 Novembre 2015 che ha legittimato una volta per tutte la novella apportata dal c.d. Cresci Italia all’art. 139 del Codice delle Assicurazioni private.
In allegato l’Ordinanza della Consulta.
novembre 17, 2015 Senza categoria No comments
Avv. Paolo Accoti – Per danno da fermo tecnico, argomentando dalla giurisprudenza formatasi in materia, s’intende comunemente il pregiudizio subito dal proprietario dell’autovettura danneggiata a causa della impossibilità di utilizzarla durante il tempo necessario alla sua riparazione.
Questo perché, l’autoveicolo, anche durante la sosta forzata, continua a generare spese – si pensi alla tassa di circolazione ovvero al premio della polizza assicurativa – comunque sopportate dal proprietario, oltre al naturale deprezzamento di valore.
Come dicevamo questo orientamento era da considerarsi superato, siccome risalente e nonostante – anche di recente – fosse stato condiviso da una parte minoritaria della giurisprudenza di legittimità (Trib. Torre Annunziata, 25/02/2015; Trib. Ragusa, 29/03/2014; Giudice di pace Perugia, 15/07/2013), sembrava definitivamente accantonato dalla Suprema Corte, con la citata pronuncia della III sezione civile, datata 26 giugno 2015, n. 13215.
Tuttavia, come nel migliore “film giallo”, dove il colpo di scena è sempre dietro l’angolo, preannunciata dall’ordinanza della Sez. VI – 3, del 17/07/2015, n. 15089 – per la quale: “la liquidazione equitativa attiene pur sempre al quantum del risarcimento e non all’an, per cui ad essa si può fare ricorso in presenza della sicura esistenza dell’an. In altre parole, il fatto che un soggetto sia stato privato della vettura per un certo periodo di tempo comporta, in astratto, la ragionevole probabilità che un danno vi sia stato; ma non comporta anche che tale danno sia da ritenere per ciò solo dimostrato, perchè altrimenti si tratterebbe di un danno in re ipsa, con una sorta di capovolgimento dell’onere della prova. Ben si può, invece, fare ricorso, ai fini della dimostrazione del danno, ai criteri presuntivi, stante la piena dignità di prova che questa Corte ha riconosciuto alle presunzioni, proprio ai fini della dimostrazione dell’esistenza di un danno risarcibile (v. Sezioni Unite, sentenza 24 marzo 2006, n. 6572, nonchè sentenza 16 giugno 2014, n. 13665)” – è intervenuta la medesima III sezione civile della Suprema Corte, in data 14/10/2015, con la sentenza n. 20620, la quale, tornando nuovamente sulla questione si è discostata – ancora una volta – dal principio del danno da fermo tecnico in re ipsa che, oramai, si riteneva fosse da considerarsi consolidato.
A seguito di incidente stradale con danni solo a cose, il danneggiato, non soddisfatto del risarcimento ottenuto, evocava in giudizio – tra gli altri – la compagnia di assicurazioni, per vedersi riconosciuta l’intera obbligazione risarcitoria.
Riferisce quindi del primo e, a questo punto, più remoto orientamento per il quale, il danno da fermo tecnico può essere liquidato “anche in assenza di prova specifica, rilevando a tal fine la sola circostanza che il danneggiato sia stato privato dei veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso a cui esso era destinato”, fondato sul deprezzamento del veicolo e sulle voci di spesa comunque presenti, anche in caso di mancato utilizzo dello stesso, quali la tassa di circolazione e il premio di assicurazione, cui si contrappone quello che esclude una automaticità della risarcibilità per il solo fatto dell’incidente occorso, risultando invece necessaria una “esplicita prova” tanto dell’effettiva impossibilità di utilizzazione del mezzo, quanto del fatto che il proprietario dello stesso avesse concretamente necessità di servirsene ricorrendo, pertanto, a mezzi sostitutivi.
4) Analogo discorso per la spesa relativa al premio assicurativo “inutilmente pagato”, vuoi perché il rischio risulta comunque sussistente anche quando lo stesso è inutilizzato ovvero in riparazione, ben potendo provocare danni a terzi (ad esempio in caso di incendio o in fase di collaudo), sia perché comunque il proprietario potrebbe, anzi dovrebbe, richiedere la sospensione della polizza e ove non lo facesse non potrebbe imputare a terzi questa sua negligenza;
5) Altrettanto erronea è la circostanza relativa al deprezzamento dei veicolo. Questo, infatti, discende dalla necessità della riparazione e non dalla sua durata. Lo stesso, peraltro, non è una conseguenza obbligata del fermo tecnico, semmai, sará da accertare caso per caso, si pensi, a titolo di esempio, che “la riparazione d’un veicolo obsoleto e malandato potrebbe addirittura fargli acquistare un valore superiore a quello che aveva prima del sinistro”.
In assenza di questi presupposti e, pertanto, in mancanza della prova, ma anche – nel caso oggetto di giudizio – di allegazione dei sopra detti pregiudizi subiti da parte attrice, consegue il rigetto della relativa domanda.
Pur nella consapevolezza che tale voce di danno risulta quasi sempre di modesto valore, rispetto a quello relativo alla riparazione dell’autovettura coinvolta nel sinistro stradale ma che, tuttavia, lo stesso può aumentare esponenzialmente nel caso di necessità di noleggio di un veicolo sostitutivo (magari necessario alla propria attività lavorativa), in virtù dello stridente e, per quanto visto sopra, assoluto contrasto giurisprudenziale, risulta improcrastinabile l’intervento risolutorio delle Sezioni Unite.
Tanto anche in relazione alle spese, comunque da sostenere nel periodo di non utilizzo, quali la tassa automobilistica (per la quale è pur vero che deve essere pagata a prescindere dal suo utilizzo, ma è altrettanto vero che un conto è l’inutilizzo volontario, altra cosa è l’inutilizzo forzato conseguenza del sinistro), la spesa assicurativa (che ben può essere sospesa ma che, tuttavia, per come ricordato dalla stessa sentenza in commento, a quel punto esporrebbe il proprietario a responsabilità personali solidali in caso di danno a terzi in ipotesi di incendio ovvero di danni durante il collaudo) e quella per il deprezzamento del veicolo (in considerazione del fatto che un veicolo incidentato, a prescindere dall’epoca di costruzione, rimarrà sempre tale e, conseguentemente, meno appetibile in caso di compravendita, specie in ipotesi di danni importanti, ad esempio al telaio (chassis) dell’autovettura che, quand’anche mirabilmente riparato, non potrà mai ritornare perfetto come in origine).
1) La risarcibilità del danno da fermo tecnico senza necessità di specifica prova e con valutazione equitativa (in relazione al tempo delle riparazioni, all’epoca di costruzione e al valore dello stesso), con riferimento alle spese sopra viste (tassa automobilista, costi assicurativi, deprezzamento) sopportate dal proprietario del veicolo anche nel periodo di inutilizzo;
Fonte: Focus sulla risarcibilità del danno da fermo tecnico a seguito di incidente stradale. Il contrasto giurisprudenziale: il danno è o non è in re ipsa?
ottobre 7, 2015 Senza categoria No comments
I magistrati denunciano le criticità del processo digitale accentuate dalla riforma del d.l. n. 83/2015
Giudici “ridotti” a cancellieri e con meno tempo per studiare la causa. È questo l’effetto delle modifiche apportate al processo civile telematico dalla recente riforma estiva (d.l. n. 83/2015 e relativa l. di conversione n. 132/2015) che ha esteso la possibilità di depositare telematicamente tutti gli atti, anche introduttivi del processo. A lanciare l’allarme è l’Associazione Nazionale Magistrati con un documento ufficiale pubblicato sul sito istituzionale, che denuncia un appesantimento delle responsabilità e del lavoro delle toghe, costrette anche a compiti di cancelleria (dovendo controllare, per ogni fascicolo d’udienza, se il deposito degli atti e dei documenti è avvenuto, provvedere all’apertura, alla stampa degli allegati e all’inserimento degli stessi nel relativo fascicolo; tutto ciò, a seguito della riforma, per ogni atto e documento del processo) che ne sviliscono la funzione giurisdizionale e soprattutto tolgono tempo allo studio della causa.
Una brusca accelerata, dunque, quella del legislatore, in una materia cui andava garantita “una scansione temporale” nell’attuazione dell’innovazione tecnologica, cui l’Anm premette di dichiararsi “pienamente favorevole” e che non ha fatto altro che ampliare ed evidenziare “drammaticamente” i problemi già esistenti e denunciati all’indomani dell’obbligatorietà del deposito telematico degli atti.
Ciò impone, sostengono i magistrati, il mantenimento del “doppio binario”: il fascicolo cartaceo non può, infatti, essere abbandonato ma il mantenimento non può certo gravare sul magistrato e va dunque disciplinato, con decreto, come peraltro previsto dalla l. n. 132/2015 e annunciato proprio quest’estate dal ministro della giustizia.
Insufficiente al riguardo, infatti, conclude l’Anm è il ricorso ai protocolli siglati con l’avvocatura per il deposito delle “copie di cortesia”, le quali spesso vengono depositate in una cassetta intestata al magistrato, al quale spetta poi da solo, provvedere al reperimento e all’inserimento nei fascicoli.
Per cui, i magistrati auspicano un’interlocuzione sulle tematiche esposte e chiedono a gran voce l’adozione tempestiva del regolamento che preveda “le misure organizzative idonee a risolvere il problema dell’acquisizione della copia cartacea degli atti, senza alcun onere per il magistrato”, assicurando altresì a tutti gli uffici giudiziari “un’assistenza informatica on line in tempo reale e un’assistenza informatica qualificata in loco”.
Di: Marina Crisafi
settembre 24, 2015 Senza categoria No comments
28/08/2015 La sentenza del Tar Lazio Bloccato il ruolo dei periti assicurativi dall’albo dei Ctu (consulenti tecnici di ufficio). A dirlo il Tar del Lazio che in una sentenza (9947/15) ha accolto il ricorso promosso dal Collegio dei periti industriali di Frosinone con l’intervento ad adiuvandum dello stesso Consiglio nazionale di categoria e del Consiglio nazionale degli ingegneri, implicitamente affermando (come prevede la legge) che in quell’elenco possono essere inseriti solo i professionisti iscritti a un ordine o un collegio professionale. La vicenda prende le mosse da un reclamo proposto dai periti industriali di Frosinone contro il presidente del tribunale di Cassino che, secondo i ricorrenti, aveva permesso l’iscrizione di sei periti assicurativi all’Albo dei Ctu senza che questi fossero in possesso dei requisiti previsti dalla legge, cioè l’iscrizione a un ordine o collegio professionale. In sostanza per il tribunale in questione era sufficiente far parte del ruolo nazionale dei periti assicurativi, istituito con la legge n. 166/92 e recepito dal dlgs 209/2005. Dopo aver presentato reclamo davanti alla Corte d’appello di Roma, che ha confermato la decisione del tribunale di Cassino, i periti industriali di Frosinone decidono di andare però davanti al giudice amministrativo. Secondo il tribunale capitolino «la decisione di non espungere dall’albo dei Ctu di Cassino i periti assicurativi è stata assunta da un collegio illegittimamente composto, attesa la presenza nello stesso di un rappresentante dell’Isvap». Secondo la legge, infatti, l’albo dei Ctu è formato da un comitato, chiamato a decidere sui titoli e i requisiti per il mantenimento dell’iscrizione, costituito dal presidente del tribunale, dal procuratore della repubblica, da un professionista designato dall’ordine o dal collegio della categoria a cui appartiene chi ne richiede l’iscrizione e da un rappresentante della camera di commercio nel caso di periti estimatori. Nel caso specifico la convocazione era stata estesa anche ad un rappresentante designato dall’Isvap la cui presenza per il Tar è illegittima. E, seppure non ha un’influenza concreta, è sufficiente la mera presenza all’interno del comitato per invalidare l’intero processo decisionale. La conseguenza diretta è che i periti assicurativi non possono essere assimilati agli iscritti a un ordine o collegio professionale, i cui rappresentanti sono gli unici soggetti individuati dalla legge e legittimati a partecipare alle adunanze del comitato. Viene quindi ribadito, hanno affermato i consigli nazionali di periti industriali e ingegneri, «il ruolo degli ordini professionali, istituiti per legge come rappresentanti di una data categoria, contro i tentativi di ridimensionarne la funzione, o di confonderli con altri organismi, privi di rappresentanza degli iscritti».
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