Source: https://www.scribd.com/doc/31136918/La-Dottrina-Porno-giuridica
Timestamp: 2016-09-25 11:11:10+00:00

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personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». La difficile gestione giuridica dell’osceno e del comune senso del pudore in realtà è la risultante di una difficile gestione culturale di questi. […] (“Osceno e comune senso del pudore: Antropologia della pornografia”, di D. Stanzani e V. Stendardo). REPORT ON OBSCENITY AND PORNOGRAPHY Nel 1969, dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America stabilì il principio porno-liberale secondo cui chiunque nel privato della propria casa poteva vedere e consumare tutto ciò che gli pareva, il Congresso degli Stati Uniti incaricò la President's Commission on Obscenity and Pornography, creata dal Presidente Lyndon B. Johnson, di studiare la pornografia e compilare un rapporto su: i problemi costituzionali e definizionali relativi ai controlli sull’oscenità; il traffico e la distribuzione di materiali osceni e pornografici; gli effetti di tali materiali, particolarmente sulla gioventù, e la loro relazione con il crimine e altre condotte antisociali. Il rapporto, noto come “Report of the Commission on Obscenity and Pornography”, pubblicato nel 1970, raccomandava: una massiccia campagna di educazione sessuale, il finanziamento di ricerche sugli effetti della pornografia, la restrizione del possibile accesso dei bambini a materiali pornografici, mentre si pronunciò contro ogni restrizione per gli adulti. Stabilì inoltre che l’oscenità e la pornografia non erano da ritenersi problemi sociali, che non vi era alcuna evidenza che l’esposizione a tali materiali provocasse danni agli individui e che le iniziative legali e politiche messe in atto creavano problemi più che risolverli. Il rapporto fu aspramente criticato e rifiutato dal Congresso con una larga maggioranza. In particolare, il Senato contestò che: non vi fossero evidenze tali da far ritenere l’esposizione a materiali sessualmente espliciti come possibile causa di comportamenti criminali sia tra i giovani che gli adulti; che la maggioranza degli americani adulti ritenesse che si debba permettere a tutti gli adulti di leggere o vedere qualsiasi materiale sessualmente esplicito; che l’eliminazione delle proibizioni governative riguardo i materiali sessualmente espliciti indirizzati agli adulti non avrebbero effetti negativi sul pubblico di altri libri, riviste o film; che non vi fossero evidenze tali da far ritenere l’esposizione a materiali sessualmente espliciti come possibile influenza negativa sulle attitudini morali riguardanti il sesso e le condotte sessuali. Infine, esprimeva parere fortemente contrario ala proposta di abrogazione della legislazione federale, statale e locale che proibiva la vendita di materiali sessualmente espliciti ad adulti consenzienti. Nel suo rapporto di dissenso, il senatore Charles H. Keating Jr. accusò la maggioranza della commissione di promuovere «una posizione di completa anarchia morale». Anche il Presidente Richard Nixon, succeduto a Johnson nel 1969, rifiutò categoricamente il rapporto. THE WILLIAMS COMMITTEE REPORT Negli anni Settanta, il filosofo Bernard Arthur Owen Williams, definito dal Times il «filosofo morale inglese più brillante e importante del suo tempo», venne chiamato a presiedere la Commissione dell'Oscenità e della Censura dei Film. In una relazione del Comitato del
1979, nota come “The Williams Committee Report “, Williams faceva notare che: «Data la quantità in circolazione di esplicito materiale sessuale e considerate le relative asserzioni spesso formulate circa i suoi effetti, è sorprendente rilevare nella cronaca dei casi di violenze e omicidi a sfondo sessuale l'assenza di alcun richiamo alla pornografia come possibile causa scatenante di tali reati». Williams, influenzato dal pensiero liberale di John Stuart Mill, si rifece al suo principio di libertà - l'unico caso in cui si può interferire sulla libertà d'azione è quando la libertà di uno provochi danno a qualcun altro - sviluppando l'idea della "condizione di danno", in base alla quale «nessuna condotta deve essere soppressa per legge a meno che non si possa dimostrare che arrechi danno a qualcuno». Dunque, giunse alla conclusione che nella pornografia non è riscontrabile alcunché di dannoso: […] il ruolo della pornografia non è determinante nell'influenzare la società [...] pensarla diversamente in merito significherebbe ingrandire il problema della pornografia a tal punto da far perdere di vista i problemi ben più gravi che assillano oggi la società […]. La commissione decretò che: fin tanto che i ragazzi fossero protetti dal vedere materiale pornografico, gli adulti possono ritenersi liberi di leggere e vedere pubblicazioni pornografiche a loro piacere; le leggi esistenti sarebbero dovute essere sostituite con un nuovo statuto in modo da restringere la disponibilità dei materiali pornografici, evitando così di offendere le persone ragionevoli e di renderli accessibili ai bambini; che tali restrizioni fossero applicate non solo a materiali contenenti nudità e/o sessualmente espliciti, ma anche quelli in cui siano rappresentate, direttamente o indirettamente, scene di violenza, di crudeltà e di orrore oppure funzioni sessuali, fecali o urinarie o ancora gli organi genitali. Riguardo la definizione di pornografia, la commissione stabilì che «una rappresentazione pornografica presenta due caratteristiche: ha una certa funzione o intenzione, quella di eccitare sessualmente lo spettatore, e anche un certo contenuto, l’esplicita rappresentazione di rapporti sessuali (organi, posture, attività, ecc.)». Riguardo la differenza tra oscenità e pornografia, la commissione indicò la parola “osceno” come un termine soggettivo che si riferisce alla reazione delle persone alla visione di un dato materiale, e che «esprime principalmente una versione intensa o estrema di ciò che abbiamo chiamato offensività, enfatizzando l’elemento maggiormente avversivo in questa nozione, l’idea che un oggetto possa essere ripugnante o disgustoso». La pornografia, viene invece considerata dalla commissione «una espressione più oggettiva che si riferisce ad un certo tipo di scrittura, di raffigurazione, ecc… che tende ad essere oscena, ma che non necessariamente lo è sempre… che tende ad essere offensiva, ma che non lo è universalmente… ancor meno deve inevitabilmente essere fortemente offensiva od oscena». Riguardo il rapporto tra oscenità e arte, il rapporto dice che «l’opera d’arte può essere percepita come offensiva e anche come esteticamente interessante, ma nel caso in cui le due percezioni siano distinte. Saranno opere che prima vengono considerate come offensive, specie da quei spettatori che manterranno una certa distanza, ma che perderanno questo carattere da coloro che invece si faranno coinvolgere». Tuttavia, la commissione riconosce che «sarebbe sciocco negare che alcune opere rimarranno sempre altamente offensive od oscene».
SALO’ 11 novembre 1975. La prima Commissione di Censura, all'unanimità, boccia “Salò o le 120 giornate di Sodomia”. Il film di Pier Paolo Paolini «porta sullo schermo immagini così aberranti e ripugnanti di perversione sessuale che offendono sicuramente il buon costume e come tali sopraffanno la tematica ispiratrice del film sull'anarchia di ogni potere». Il produttore Alberto Grimaldi si appella, ma l'opera postuma di Pier Paolo Pasolini non potrà essere proiettata il 20 novembre a Milano dove era prevista la prima nazionale. In compenso, essendo il film italofrancese, sarà regolarmente proiettato il 22 novembre al Festival internazionale di Parigi. Nei giorni che seguono, molti intellettuali e la stampa, quasi all'unanimità, insorgono contro la decisione e da più parti si accusa il Ministro allora in carica, Sarti, di avere influenzato l'operato della Commissione. L'ufficio stampa del ministero smentisce e ricorda che c'è appunto la possibilità di ricorrere entro 20 giorni alla Commissione di appello. 22 novembre 1975. Il film di Pier Paolo Pasolini, distribuito dalla United Artists, viene proiettato in una sala affollatissima degli Champs-Elysèes durante una rassegna ufficialmente dedicata al regista italiano. La proiezione è riservata alla stampa ma non è possibile frenare l'afflusso dei "non addetti ai lavori". Gli spettatori applaudono ogni qual volta appare il nome dell'autore durante lo scorrere dei titoli di testa. Le Monde parla di "trionfi dell'Italia". Giovanni Bertolucci, Gillo Pontecorvo, Francesco Rosi, Luigi Comencini, Ennio Lorenzini, Liliana Cavani, Pasquale Squitieri, Laura Betti e Sonia Savange tengono una conferenza stampa contro la censura in Italia. 9 dicembre 1975. Il Salone Pier Lombardo e il Club Turati organizzano a Milano, per un pubblico di soci e di invitati, una serata dibattito sul tema "la censura in Italia" che termina con la proiezione del film. Intervengono Piero Ottone, Domenico Pulitano, Giovanni Testori e Carlo Ripa di Meana. 18 dicembre 1975. 37 giorni dopo il "no" della prima commissione di censura, “Salò o le 120 giornate di Sodoma” viene assolto in appello. Il film potrà essere proiettato in Italia senza nessun taglio, con il solo divieto ai minori di 18 anni. La decisione è presa dopo una discussione che batte un record nella storia della censura italiana: un'ora e 59 minuti di riunione dei 14 componenti le due commissioni di censura che sono state chiamate a giudicare l'opera collegialmente, come sempre accade in seconda istanza. 10 gennaio 1976. Il film viene proiettato nei cinema Majestic, Nuovo Arti e Ritz di Milano. Il giorno dopo, l'Associazione Nazionale Alpini ne chiede il sequestro. Superato l'ostacolo della censura ora Salò dovrà passare le maglie della giustizia. 1 gennaio 1976. Il sostituto procuratore della Repubblica di Milano ordina il sequestro del film: «È osceno nell'espressione delle componenti figurative e discorsive». Roccantonio D'Amelio, in quell'occasione rinvia anche a giudizio per direttissima Alberto Grimaldi e quindici giorni dopo lo condanna, in base all' articolo 528 (oscenità), a due mesi di reclusione. Il film viene confiscato dopo appena tre giorni di proiezione e scompare dal circuito pubblico. Passa un anno, durante il quale Alberto Grimaldi ricorre in Corte d'Appello. Nel frattempo, la vicenda scompare dai giornali. Produttore e magistratura si accordano sul taglio di quattro sequenze e Grimaldi viene assolto dalla Prima sezione penale della Corte d'Appello perché il fatto non costituisce reato. Il film è libero di circolare nella nuova versione "ridotta". Si discute a lungo se sia il caso o meno di far circolare la copia tagliata,
ma Grimaldi decide di sì. 10 marzo 1977. Dopo una vicenda giudiziaria durata 13 mesi, Salò esce nelle stesse sale di Milano dalle quali era stato sequestrato. Nel frattempo, il film ha suscitato grande impressione in Francia e in Inghilterra, dove circola liberamente, e ha vinto, nel maggio 1976, il premio Rizzoli ad Ischia. 11 marzo 1977. A Roma, una trentina di fascisti assalgono e danneggiano il cinema Rouge et Noir, dove si proietta il film, gridando che offende la memoria della Repubblica di Salò. Uno dei giovani viene arrestato, altri tre sono denunciati a piede libero. 6 giugno 1977. Evangelista Boccuni, pretore di Grottaglie, un comune a circa 20 chilometri da Taranto, sequestra il film con procedura d'urgenza su tutto il territorio nazionale: «Offende il comune senso del pudore», dice il dispositivo. Il produttore invia un esposto al procuratore generale della Cassazione. Assistito dall' avvocato di Maio, contesta l'operato del magistrato di Grottaglie e minaccia di costituirsi parte civile in un eventuale procedimento penale per ottenere il risarcimento dei danni. Mentre accade tutto ciò, Salò viene sequestrato anche a Londra. 26 ottobre 1977. La corte di Cassazione dà incarico alla procura della Repubblica di Potenza di valutare il comportamento del pretore di Grottaglie. Inizia così un'inchiesta che vede coinvolti altri produttori e altri magistrati. La storia si conclude il 16 febbraio 1978, allorché la Corte di Cassazione pronuncia una sentenza secondo cui non solo il film può circolare liberamente ma può essere reintegrato anche dei quattro tagli effettuati in sede di ricorso in appello e può quindi esser visto nella sua versione integrale. Ciò nonostante, da quel giorno, non se ne sa più nulla. “Salò Una Storia Italiana”, di Glauco Benigni, Repubblica, 25 agosto 1985 ULTIMO TANGO A PARIGI 29 gennaio 1976. “Ultimo tango a Parigi”, di Bernardo Bertolucci, che vede come protagonista Marlon Brando, viene condannato dalla Corte di Cassazione ad essere fisicamente distrutto, in ogni sua copia, negativi compresi, poiché, al termine di un processo durato quattro anni, si è stabilito che, lungi dal soddisfare "i requisiti di artisticità", esso consiste in uno spettacolo osceno, contrario ai principi della morale e del buon costume. La censura, con la sentenza di oscenità del 1976, di fatto legittima unicamente una lettura dell’opera in chiave pornografica, operando una triplice negazione: del film come opera d’arte, dello spettatore come individuo capace di leggere il film come opera d’arte e quindi della ricezione stessa del film, precludendone la visione e con essa qualunque decodifica, compresa (paradossalmente) quella di spettacolo osceno. In seguito al dissequestro del 1987, si compie invece il percorso opposto, con il riconoscimento della dignità artistica dell’opera, delle capacità critiche dello spettatore e dunque della fruizione tout court su grande e piccolo schermo. Nell’emettere la sentenza di non-oscenità, il giudice istruttore del Tribunale di Roma, Paolo Coltella, si affida ad una perizia, attestante il valore artistico del film, stilata da un docente universitario di Metodologia della Critica e dello Spettacolo (Maurizio Grande) e da due affermati critici cinematografici (Fausto Giani e Claudio Trionfera). Si è dovuti arrivare alla soglia degli anni Novanta, per stabilire che un giudizio morale nei confronti di un’opera cinematografica non può prescindere da un giudizio estetico, attento
al messaggio complessivo di quest’ultima al di là delle singole sequenze, che possono apparire oscene soltanto scindendole dalla funzione che rivestono nell’intero racconto filmico. Nella tassonomia usata da Alfredo Baldi nel classificare i tagli sui film dal 1947 al 1962, e contenuta nel saggio "20 km di censura", vengono considerate le categorie di violenza, offesa e vilipendio (a persone, istituzioni o stati), eros (pudore, morale, buon costume), macabro-impressionante-ripugnante, sociale (droga, prostituzione, miseria), eros-violenza, istigazione a delinquere - disprezzo della legge, offesa alla religione e ai suoi ministri, pubblicità, turpiloquio, politico, non individuabile la "ratio". È interessante notare, scorrendo questo elenco, che (più o meno forzatamente) le scene di “Ultimo Tango” lo coprono pressoché per intero. Dalla famigerata sequenza di sodomia non consenziente ai numerosi nudi di Jeanne (Maria Schneider), dal costante linguaggio scurrile al disprezzo di Paul (Marlon Brando) per i preti, i militari e la società nel suo complesso, dalla figura della vecchia prostituta (Giovanna Galletti) agli insulti di Paul al capezzale della moglie defunta (Veronica Lazare), fino ad arrivare all’efferato delitto finale. Nel 1973, con le leggi sul divorzio e l’aborto dietro l’angolo, in secondo grado (dopo una prima assoluzione), il film era stato messo sotto sequestro dal Tribunale di Bologna: […] prevale la tesi della distruzione dei valori morali […] che resta intenzione evidente del creatore del film […]. Tre anni dopo, la Cassazione conferma in via definitiva la condanna. Il film ottiene il visto di censura con un taglio di otto secondi (marginali riduzioni nelle scene del primo amplesso e della sodomia), che verrà reintegrato solamente nell’edizione DVD in cofanetto, distribuita dalla Eagle Pictures nel 2002 per il trentennale. La riabilitazione di “Ultimo Tango” rappresenta un segnale decisivo, più che del degrado dei costumi, di una mentalità più aperta e sensibile alle espressioni originali dell’arte. A questo proposito, una significativa coincidenza aveva segnato l’uscita di “Ultimo Tango”, nel 1972, lo stesso anno in cui appare “Gola Profonda” di Gerard Damiano, considerato il primo film pornografico commerciale moderno. Come rileva Roberto Silvestri [31], senza peraltro nominare il lungometraggio con Linda Lovelace, i “nude movies” dei decenni precedenti erano limitati ad oscuri film giapponesi, agli sperimentalismi di Yoko Ono, a qualche regista underground americano come Russ Meyer e alle rarità in bianco e nero degli anni Venti e Trenta. In questo senso, si può forse rileggere nel modo più corretto l’interminabile persecuzione subita da “Ultimo Tango” come un irrazionale tentativo di cancellare un punto di non ritorno, «una riga oltre la quale sta la terra desolata delle "luci rosse"» [32]. Per rimanere in Italia, basta citare la parabola di Tinto Brass, che dopo film originali e intelligenti come “Il Disco Volante” (’64) e “Col Cuore in Gola” (’67) sceglie, deliberatamente e con successo, proprio alla fine degli anni Sessanta, di adottare gli stilemi pornografici come parte integrante della propria cifra stilistica, fino all’hard-core più esplicito (“Così Fan Tutte”, 1992). Del resto, la versione integrale di “Ultimo Tango” negli USA è “X-rated”, cioè bollata esattamente come “blue movie” [33]. Eppure, a ben vedere, l’opera di Bertolucci rappresenta quasi l’antitesi di un film pornografico. Laddove in quest’ultimo viene mortificata ogni tappa della sua realizzazione, dal copione al montaggio, dalla regia alla produzione, dall’interpretazione alla fotografia e via dicendo, per esaltare l’atto sessuale in sé e per sé, in “Ultimo Tango” il percorso è opposto: gli amplessi e le nudità della Schneider sono soltanto un tassello del mosaico narrativo. Ha ragione Fernaldo di Giammatteo, dunque, quanto afferma che «la censura nazionale […] non s’avvede che la sfida [del film] è ripiegata su se stessa, e non minaccia nessuno. Il nuovo linguaggio che Bertolucci dispiega sullo schermo […] è il linguaggio dell’inconscio» [34]. In altre parole, “Ultimo Tango” sconta la classica maledizione di tutte le opere in largo anticipo rispetto ai propri tempi. La censura almeno in due sensi ha giovato alla pellicola: oltre ad ingigantirne la popolarità, ha stimolato un’attenzione critica senza precedenti nei suoi confronti, permettendo alle nuove generazioni di accostarsi ad essa, non come a uno dei tanti filmetti di contestazione più o meno osé degli anni Settanta, ma come a una
"summa del cinema d’autore" [35], dove confluiscono in modo innovativo le esperienze più disparate. Chessa richiama quelle della Nouvelle Vague, del cinéma-vérité e del cinema hollywoodiano, ma l’elenco potrebbe estendersi a Jean Renoir, al neorealismo tout court, al Fellini de “La Dolce Vita” e di “Otto e Mezzo”, allo stesso Pasolini, ex maestro di Bertolucci sul set di “Accattone”. “Ultimo Tango a Parigi Anatomia di un film scandalo”, di Stefano Bombardini ARTE E OSCENITA’ […] Secondo la giurisprudenza è atto osceno qualsiasi manifestazione di concupiscenza, sensualità, inverecondia sessuale, compiuta su altri o su se stesso, che offende così intensamente il sentimento della morale sessuale ed il pudore da destare, in chi possa assistervi, disgusto e repulsione. Con una norma del genere, il legislatore opera, di fatto, un rinvio a norme sociali extragiuridiche, per loro natura mutevoli da persona a persona. Il legislatore precisa che l'offesa al pudore deve essere avvertita "secondo il comune sentimento", espressione anche questa piuttosto vaga: il parametro per valutare l'oscenità deve essere ciò che avverte l' “uomo medio”, non chi è particolarmente pudico né chi è particolarmente impudico. Nel giudicare sull’oscenità di un’opera artistica, l’iter logico che il giudice deve percorrere consiste quindi nell’accertare, innanzitutto, se concretamente esiste il carattere osceno, poi, se il valore artistico prevale sulla tutela del comune senso del pudore. Qui subentra un altro problema: individuare con esattezza la nozione di arte, compito piuttosto arduo, tanto più che lo stesso art. 529 c.p. nel definirla è indubbiamente generico (di qui ben si comprendono gli opposti giudizi espressi su una stessa opera). Parte della dottrina sostiene che tali incoerenze scaturiscono dall’aver applicato l’estetica crociana ad opere contemporanee. Infatti, anche se ad essa va riconosciuto il merito di aver teorizzato che l’arte deve essere valutata in modo autonomo dai condizionamenti morali, per deliberare su opere contemporanee è indispensabile ricorrere allo strutturalismo, cioè considerare che, a livello semantico, la parola può essere sostituita dal gesto e da un linguaggio specifico, quale può essere il sesso. In sostanza, si richiede un’interpretazione prudente dell’oscenità e la sostituzione del concetto di opera d’arte con quello di messaggio a funzione estetica: si ritiene che in ciò risiede la soluzione a sentenze inique. Oltre al carattere artistico, è possibile non giudicare un’opera cinematografica oscena quando viene proiettata con particolari modalità, tali da non determinare l’offesa al pudore. La giurisprudenza di merito ha infatti valutato non lesivo del comune senso del pudore un film erotico alla cui visione gli spettatori si siano consapevolmente e volontariamente sottoposti. Successivamente, la giurisprudenza ha disposto che la proiezione di pellicole aventi contenuto osceno, qualora avvenga in sale cinematografiche a ciò destinate, non viola l’art. 528 c.p. se il genere di proiezione è indicato all’ingresso del locale (sempre che ne sia impedito l’accesso ai minori degli anni diciotto). L’orientamento della Cassazione ha trovato seguito nella decisione della magistratura penale di Bologna , la quale ha dichiarato non ravvisabile l’offesa al pudore nell’ipotesi in cui il film venga proiettato in sala
c.d. a luci rosse, i cui fruitori richiedono la visione di tal genere di spettacolo e pertanto non possono esserne turbati, salvo che le immagini proiettate «superino gli ordinari limiti di tolleranza dei frequentatori e contengano estremi di violenza e perversione che costituiscono un surplus inatteso e raccapricciante». Di particolare interesse è anche un’altra decisione della magistratura con la quale sono stati ritenuti non punibili, ai sensi dell’art. 528 c.p., gli autori di un’opera cinematografica oggettivamente oscena quando è assicurato sia il rispetto del divieto della visione in presenza di minori, sia dalla pubblicizzazione, attraverso i mezzi di informazione di massa, del genere di film realizzato. L’impunità è riconosciuta sia perché l’osceno non è offerto al pubblico in modo indiscriminato, sia perché il giudice di merito, nell’esaminare il rapporto tra arte e oscenità, aderisce all’indirizzo secondo cui tra di esse vi è conciliabilità, la presenza dell’una non esclude aprioristicamente l’esistenza dell’altra in una stessa opera. Tale posizione è motivata dal fatto che l’art 529 c.p., dopo aver precisato al primo comma la nozione di osceno, nel secondo ipotizza che un’opera “non si considera”» oscena perché opera d’arte o di scienza, ma che è intrinsecamente offensiva del pudore in quanto non può essere procurata a persona minore degli anni diciotto. Con la stessa sentenza è stato disposto che nel valutare se è “opera d’arte” una pellicola cinematografica che contiene immagini obbiettivamente oscene, non si può condannare l’autore per aver scelto una tematica scabrosa, e ciò in virtù della libertà dell’arte (art. 33 Cost.); piuttosto, bisogna accertare se il regista abbia oltrepassato intenzionalmente e con compiacimento i limiti imposti dallo svolgimento della delicata tematica, con scene superflue ed eccessive, rispetto a quelle indispensabili per rendere in modo tangibile l’ambiente storico-sociale che egli ha voluto rappresentare. Nella sostanza, l’opera a sfondo osceno, per assurgere a dignità di opera d’arte e non essere giudicata oscena ai sensi dell’art. 528 c.p., deve contenere l’oscenità nei limiti imposti dall’arte stessa. Di conseguenza è da ritenersi oscena un’opera che si soffermi, senza alcuna necessità o ragione giustificatrice, su fatti ed episodi della vita sessuale; ovvero, come sostiene parte della giurisprudenza, un’opera nella quale le singole situazioni caratterizzate da oscenità sono di segno talmente preminente e determinante rispetto alla narrazione da imporre un carattere erotizzante all’intera opera, facendo apparire quest’ultima un semplice pretesto rispetto ad esse. In dottrina è stato osservato che la prima parte della sentenza in esame, seppure presumibilmente in linea con l’odierna concezione della vita umana e sociale, non appare altrettanto vicina al contenuto della norma dell’art. 528 c.p., il quale è finalizzato a contrastare il diffondersi del malcostume; di conseguenza, sembra ragionevole sostenere che è trascurabile il rispetto di determinate modalità che regolano l’accesso agli spettacoli, visto che il numero dei fruitori resta comunque indeterminato. Forse, per ovviare alle incongruenze tra l’art. 528 c.p. e la sua concreta applicazione, sarebbe auspicabile che la norma, considerata ormai inattuale da più parti, venisse modificata in modo tale da individuare con chiarezza i nuovi limiti, al di là dei quali si incorre nella lesione del sentimento del pudore. […] (“Rapporti tra Pubblicazioni e Spettacoli Osceni il Bene Giuridico nella sua Evoluzione Storica”).
PORNO-GIURISPRUDENZA L’avvento della pornografia legale, da “Gola Profonda” in poi, senza alcun dubbio ha ridefinito la coscienza collettiva, l’inconscio collettivo, forzando i limiti del comune senso del pudore. Due film del regista pornofilosofo Renato Polselli ben incarnano il porno-Zeitgeist, il porno-Spirito del porno-Tempo. In “Rivelazioni di uno Psichiatra sul Mondo Perverso del Sesso”, del 1973, Bolsellli, che si firma con lo pseudonimo Ralph Brown, il porno-professore Straford illustra ai suoi porno-studenti un campionario di deviazioni sessuali: masochismo, sadismo, zoofilia, necrofilia. Poi commissiona agli stessi una ricerca sul campo. Borselli, con la scusa e la pretesa di denunciare la diffusione di una mentalità pornografica, crea, paradossalmente, un film pornografico spazzatura che proprio quella mentalità va ad alimentare. [...] L'argomento mi affascinava e sentivo molti discorsi sballati in proposito [...] Dato che avevo un passato di studi psicanalitici, mi dedicai alla cosa e decisi di fare un film con scarsissimi mezzi, esemplificandovi dentro tutti i casi che avevo studiato [...] (M.Gomarasca, D.Aramu, “Renato Polselli: il mio cinema blasfemo”, Nocturno Book, n°7, 2001). [...] Anche per questo film venimmo denunciati io, il distributore nazionale, quello regionale, il padrone della sala e persino l'attacchino, poveraccio, che aveva affisso il manifesto. Lo ricordo come fosse adesso, si vede, nella locandina, una ragazza seduta, in mutandine, su una sedia, a seno nudo ma coperto dai lunghi capelli. Nella denuncia si diceva che il turgore del sesso della ragazza turbava i minori. Pensate l'ignoranza, il turgore del sesso in una donna [...] (“Moana e le altre”, in Dizionario dei Film Italiani, Giusti, 2004). Non contento, Polselli si supera con “Oscenità”, del 1980: in una riunione che dovrebbe essere una specie di terapia di gruppo, un gruppo di persone che hanno "approfittato" della bella Mireille spiegano le loro ragioni perverse, mediate dall'aiuto dello psichiatra Ravaioli. Segue immancabile excursus sui comportamenti perversi. Nel film, oltre i dialoghi barocchi pseudo-psicanalitici che sfociano nel ridicolo, si assiste all'accoppiamento di una prostituta con un mulo, a stupri, frustate, a pannocchie usate come dildo, pisciate, luci psichedeliche, pedofilia, in un crescendo di oscenità del tutto gratuite che il regista tenta pateticamente di giustificare come il resoconto visuale di una indagine freudiana, con una carica perfino femminista. [...] Venne respinto dalla censura perché, come tanti altri miei lavori, portava avanti un discorso contro il potere e contro i tabù che quest'ultimo è interessato a perpetuare e consolidare all'interno della società. In particolare in Oscenità [...] mi scagliavo contro l'oscurantismo della Chiesa Cattolica, ma la censura, come ho già detto, mi bocciò il film e
io fui costretto a modificarlo e a farne un prodotto “femminista”, a favore delle donne e del diritto a non essere vessate dal maschio" (da Nocturno, in Dizionario del Cinema Italiano, Giusti, 2004). Il contrasto alla diffusione della pornografia è un concetto entrato a far parte del nostro codice penale solo recentemente, con la legge 3 agosto 1998 n. 269 (“Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno ai minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù”), che, nel recepire la normativa internazionale, sancisce l’obbligo, per il nostro Paese, di proteggere i minori contro ogni forma di sfruttamento e di violenza sessuale, al fine di assicurarne la sanità dello sviluppo fisico, psicologico, spirituale, morale e sociale. Il complesso di norme penali mira dunque, almeno in teoria, a preservare il minore contro «l’aggressione subdola e dilagante della perversione sessuale e del suo sfruttamento a fini di lucro». La legge si è resa necessaria per cercare di contrastare la preoccupante portata generale del fenomeno rafforzando i diritti dei minori. Il legislatore afferma che «alla base della legge vi è infatti un dato di civiltà che vogliamo comunicare: essa non prevede solo l’individuazione di nuove pene per nuovi reati. È una concezione della persona che la guida: “la persona è un fine e mai un mezzo”». Si sottolinea, in particolare, come lo sfruttamento sessuale dei bambini possa essere qualificato come una nuova forma di schiavitù, ed essere ricondotto al diritto internazionale. In precedenza, la pornografia era valutata in base alla nozione di comune sentimento del pudore, inteso come un bene “collettivo”, soggetto al mutare del tempo e dei costumi, e, ovviamente, alla difesa della libertà individuale (il famoso Primo Emendamento), per cui qualsiasi comportamento, se tenuto con riservatezza e senza esercitare violenza nei confronti del prossimo, è lecito e non ha alcuna rilevanza penale. […] in un sistema democratico, il concetto penalistico di buon costume, assunto dalla Costituzione come limite alla libertà di manifestazione del pensiero, non può identificarsi con una determinata dottrina etica, ma deve coniugarsi con la libertà di ciascuno in materia sessuale […] “il comune sentimento del pudore” si può tradurre in norma incriminatrice soltanto nella misura in cui la detenzione di materiale pornografico comporti un limite intollerabile alla libertà dalle molestie provocate dal dover assistere, contro la propria volontà, ad atti o rappresentazioni di contenuto osceno […] la Corte Costituzionale in proposito dichiara che «l’osceno attinge il limite dell’antigiuridicità penale, quindi della sua stessa punibilità, solo quando sia destinato a raggiungere la percezione della collettività, il cui sentimento del pudore può solo in tal modo essere posto in pericolo o subire offesa» […]. La Corte Costituzionale dunque non riscontra capacità offensiva e lesiva del comune senso del pudore in atti o in oggetti che, pur avendo in sé un significato osceno, si esauriscono nella sfera privata e non costituiscono oggetto di comunicazione verso un numero indeterminato di persone. Secondo criteri tutt’altro che rigoristici, volti a favorire una mera politica porno-economica, la dottrina porno-giuridica individua il “palesemente osceno” solo nelle rappresentazioni relative ad atti sessuali completi e scoperti: il nudo integrale, anche se rappresentato in più soggetti, anche se riprodotto in atteggiamenti “sguaiati”, non è da considerarsi né “osceno” né “indecente”. […] Ormai la fattispecie di nuova creazione relativa al «palesemente osceno», così come interpretata dalla magistratura di merito, sta determinando la completa eliminazione di ogni rigorosità […] Tutto ciò opera nella società un processo involutivo da considerarsi come l’inizio della più vergognosa liberalizzazione del “malcostume”, nel più provocante dispregio di fondamentali principi contenuti nella Carta costituzionale […]. Per quanto riguarda le norme di protezione del senso del pudore dei minori e della loro morale, stabilito che il minore è influenzato da complessi rapporti sociali e da informazioni particolarmente diffuse, l’orientamento della Cassazione ha confermato
quanto sostenuto dalla porno-giurisprudenza, ovvero che «la moderna sensibilità dei minorenni deve essere valutata in relazione ad una realtà sociale in continua evoluzione e i cui cambiamenti condizionano la personalità degli adolescenti». La S.C. (Cass., sez . VI, 14 ottobre 1975) ha quindi precisato che «l’offesa al pudore del minore deve essere vagliata con riferimento all’adolescente medio dei tempi moderni, cioè a quel giovane che conduca una normale vita familiare e di relazione, libero sia da eccessi di moralismo, sia da riprovevoli sfrenatezze. Tale apprezzamento non deve però avvenire presupponendo che la mentalità e la psicologia dei giovani mutino a tal punto da rimanere totalmente investite da tendenze riprovevoli». Per quel che riguarda la tutela del diritto alla privacy e il correlativo diritto alla libertà sessuale del singolo possessore di materiale pornografico, l’art. 600 quater c.p. identifica la condotta di detenzione di materiale pornografico nei seguenti termini: «Chiunque al di fuori delle ipotesi previste nell’art. 600 ter, consapevolmente si procura o dispone di materiale pornografico prodotto mediante lo sfruttamento sessuale dei minori degli anni diciotto è punito con la reclusione fino a tre anni o con la multa non inferiore a tre milioni». Ancora oggi, punire il mero detentore di materiale pornografico va contro la tradizione del nostro diritto penale, che ha sempre tendenzialmente rispettato la privacy del domicilio dei cittadini ed ha dunque tendenzialmente permesso ogni attività, senza vittime in carne ed ossa, che si svolgesse nell’intimità del focolare domestico. La stessa logica porno-liberale che in materia di prostituzione conduce alla punibilità di sfruttatori, agevolatori, favoreggiatori della prostituzione stessa, ma non del cliente della prostituta. Una tale logica non sembra condivisibile: se un fenomeno del “vizio” viene ritenuto degno di essere represso penalmente, occorre colpirlo in tutte le direzioni e a tutti i livelli, pena l’inefficacia dello strumentario penale. Di conseguenza, se si vuole punire la “prostituzione come tale”, lo si deve fare anche sanzionando penalmente il cliente; se si vuole punire la “pornografia come tale”, si deve punire anche il detentore in quanto tale. La legge n.269/98, pur perseguendo, tra le varie finalità, quella di contrastare la pornografia, in realtà non si preoccupa di dare una definizione generale di essa. […] A distanza di sei anni dall’emissione della legge n. 269/98, né la giurisprudenza né la dottrina si trovano concordi nell’accogliere una definizione unitaria di ciò che è pornografico […] Pur essendo stata decantata dalla stampa come legge contro la pedofilia […] in concreto essa non offre, al fine di proteggere il minore, una tutela del tutto esauriente. Ad esempio non colpisce coloro che introducono o immettono in rete il materiale pornografico, non incrimina il cliente che soggiace con il minore, e, per di più, le pene previste per coloro che cedono ad altri, anche a titolo gratuito, materiale pedo-pornografico, sono le stesse pene detentive che sanzionano i reati fiscali. La legge inoltre non prevede, ad esempio, che il provider, cioè colui che offre spazi gratuiti o a pagamento per costruire pagine web, adotti un codice di autodisciplina o autoregolamentazione per rilasciare gli spazi, così come non è contemplata la possibilità che possa esistere un registro telematico dei proprietari di queste pagine web. L’assenza di forme di controllo consente di rimanere nell’anonimato ovvero di aprire un sito web anche a nome di un’altra persona, tanto più che difficilmente al momento della registrazione, per ottenere lo spazio viene richiesto un documento d’identità comprovante le generalità del richiedente […] essa non prevede che il pedofilo già condannato possa essere schedato, né che la persona già indagata venga schedata ed inserita in una banca dati messa a disposizione della magistratura inquirente e delle forze dell’ordine, né tanto meno che le foto dei bambini che si trovano in internet possano essere catalogate. Nonostante i contenuti della Raccomandazione n.190/99, non si può non rimproverare al nostro legislatore […] la mancata configurazione nel nostro ordinamento penale delle fattispecie dei reati di pedofilia e di pedofilia in internet, né il non adoperarsi con azioni di prevenzione per combattere e contrastare questa ormai troppo
dilagante piaga […] se da una parte con la legge 269/98 si è provveduto ad acconsentire ed attrezzare le forze di polizia di strumenti atti e validi per la creazione di siti trappola, allo scopo di individuare e contrastare i siti dei pedofili, paradossalmente, con la stessa legge, non si consente alle stesse forze di polizia di poter conservare le prove e il corpo del reato […] (“Rapporti tra Pubblicazioni e Spettacoli Osceni il Bene Giuridico nella sua Evoluzione Storica”). PORNOGRAFIA ESTREMA PORNO-LIBERALISMO ABUSO RAPPORTO PEDOFILIA FREE MARCEL VERBOETM LA COSPIRAZIONE DEL SILENZIO
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La Dottrina Porno-giuridica by Alessio Mannucci736 viewsEmbedDownloadDescriptionLo scrittore sudafricano John Michael Coetzee nel saggio “Pornografia e Censura” (1996) ricorda i principi che regolano la produzione e il consumo pornografico in regime liberale: 1 - ognuno, senza...Lo scrittore sudafricano John Michael Coetzee nel saggio “Pornografia e Censura” (1996) ricorda i principi che regolano la produzione e il consumo pornografico in regime liberale: 1 - ognuno, senza eccezione, ha diritto alla libertà d'espressione; 2 - questa libertà non può essere limitata a meno che non sia dimostrato che il suo esercizio produce danno agli interessi degli altri (dove danno va inteso in senso stretto); 3 - la pornografia è comunque una transazione privata tra chi la produce e chi la consuma... Interests: Types, Research, HistoryRead on Scribd mobile: iPhone, iPad and Android.Copyright: Attribution Non-Commercial (BY-NC)Download as DOC, PDF, TXT or read online from ScribdFlag for inappropriate contentShow moreShow less

References: e contrario
 articolo 528
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 529
 sentenza 
 sentenza