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Timestamp: 2020-01-21 21:12:31+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 16702 del 06/07/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16702 del 06/07/2017
Cassazione civile, sez. II, 06/07/2017, (ud. 04/05/2017, dep.06/07/2017), n. 16702
sul ricorso 28080-2013 proposto da:
F.C.T. (OMISSIS), C.I. (OMISSIS),
C.P. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DEL CORSO
4, presso Io studio dell’avvocato MASSIMO MANFREDONIA, che li
AUTO BAR ESSO DI M.A. & C SAS, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA SABOTINO 45, presso lo studio dell’avvocato
MARCO STEFANO MARZANO che la rappresenta e difende con l’avvocato
GIANFRANCO SPINELLI giusta procura a margine del controricorso;
avverso la sentenza n. 885/2013 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,
depositata il 25/06/2013;
04/05/2017 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;
La Auto Bar Esso di M.A. &amp; C. s.a.s. conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Lamezia Terme, F.C.T., C.P. e C.I., quali eredi del defunto C.G., affinchè fossero condannati al risarcimento dei danni a causa della evizione parziale subita dalla società, in relazione al bene acquistato dal dante causa dei convenuti, giusta atto di compravendita per notar N.F. del 18 gennaio 2001.
Nella contumacia dei convenuti, ed all’esito dell’istruttoria, il Tribunale adito accoglieva la domanda proposta e condannava i convenuti, in ragione di un terzo pro capite, ed insieme per l’intero, al pagamento della somma di Euro 4.597,98 per la riduzione del prezzo, di Euro 66.000,00 per danno emergente e di Euro 113.660,16 per mancato guadagno, affermando che a tanto erano tenuti i convenuti in quanto eredi puri e semplici del defunto venditore.
A seguito di appello avanzato dai convenuti, la Corte d’Appello di Catanzaro con la sentenza n. 885 del 25 giugno 2013, dichiarava la nullità della sentenza impugnata per la mancata integrazione del contraddittorio nei confronti di C.V., e rimetteva la causa dinanzi al giudice di primo grado. Osservava, infatti che andava accolto il motivo di appello avanzato dai convenuti, i quali avevano evidenziato che non era stata evocata in giudizio in primo grado anche C.V., altra figlia del defunto venditore, la cui esistenza non si rilevava dalla certificazione anagrafica prodotta dall’attrice, in quanto la medesima era sposata e residente in un’abitazione diversa da quella del de cuius.
Pertanto, poichè la qualità di erede anche di C.V. non era contestata ed emergeva dalla documentazione in atti, la sentenza impugnata era da ritenersi affetta da nullità in quanto emessa a contraddittorio non integro, dovendo partecipare al giudizio tutti i successori del venditore.
Inoltre a nulla valeva opporre che la C. non fosse stata pregiudicata dalla mancata partecipazione al giudizio, atteso che il pregiudizio derivante dalla violazione del litisconsorzio prescinde dalle ragioni patrimoniali e concerne l’impossibilità di poter esercitare il proprio diritto di difesa.
Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso F.C.T., C.P. e C.I., sulla base di un motivo.
La Auto Bar Esso S.a.s. ha resistito con controricorso, proponendo a sua volta ricorso incidentale affidato a due motivi.
1. Carattere pregiudiziale rivestono ad avviso della Corte i motivi di ricorso incidentale, dei quali appare quindi necessaria la disamina in via prioritaria, rispetto a quella del ricorso principale, che intanto si profila come ammissibile laddove fossero accolti i motivi di ricorso incidentale.
2. Il primo motivo di ricorso incidentale denunzia la violazione e falsa applicazione degli artt. 81 e 102 c.p.c., nonchè degli artt. 180, 167 e 183 c.p.c. (nel testo vigente anteriormente alla riforma del 2005, entrata in vigore il 1 marzo 2006), dell’art. 345 c.p.c..
Si deduce che la legittimazione ad agire o a resistere in giudizio, che attiene alla verifica della regolarità del contraddittorio, compiuta sulla base della sola domanda e non sulla scorta degli esiti della lite, si distingue dalla diversa questione relativa al riscontro dell’effettiva titolarità attiva o passiva della situazione giuridica dedotta in giudizio, che attiene invece al merito della lite.
Pertanto, mentre la prima può essere rilevata in ogni fase del processo, la seconda non è rilevabile d’ufficio, ma deve essere dedotta nei tempi e nei modi previsti per le eccezioni di parte. Pertanto, la Corte d’Appello non poteva permettere agli appellanti, allorquando erano già abbondantemente maturate le preclusioni assertorie, di dedurre la questione concernente la mancata partecipazione al giudizio della coerede C.V..
Ed, invero, parte ricorrente incidentale non contesta la correttezza dell’affermazione del giudice di appello secondo cui in caso di esercizio della garanzia per evizione nei confronti degli eredi dell’originaria parte venditrice, si verrebbe a determinare un’ipotesi di litisconsorzio necessario tra tutti i coeredi, sicchè tale affermazione non appare suscettibile di essere posta in discussione in questa sede, atteso lo specifico tenore del motivo di impugnazione in esame.
La censura si sostanzia nell’affermazione secondo cui la deduzione dell’esistenza di un altro litisconsorte costituisce questione che attiene alla titolarità passiva del rapporto giuridico dedotto in giudizio, e come tale assoggettata al regime delle preclusioni assertive, dovendo essere oggetto di una specifica contestazione, sotto forma di eccezione, già nel corso del giudizio di primo grado, e ciò a differenza di quanto invece deve affermarsi in punto di legittimazione, intesa quale corrispondenza necessaria dal lato attivo ovvero passivo di colui che rispettivamente si afferma titolare attivo del rapporto controverso ovvero titolare passivo del medesimo rapporto, sulla base della stessa prospettazione offerta nell’atto introduttivo del giudizio.
La doglianza è del tutto priva di fondamento.
Ed, invero, la censura, quanto alla differenziazione tra legittimazione e titolarità del rapporto, con specifico riferimento al differente regime del loro rilievo, fa richiamo ad un’opinione giurisprudenziale che deve ormai reputarsi superata a seguito dell’intervento delle Sezioni Unite che hanno affermato che la carenza di titolarità, attiva o passiva, del rapporto controverso è rilevabile di ufficio dal giudice se risultante dagli atti di causa (Cass. S.U. n. 2951/2016), in quanto la titolarità della posizione soggettiva, attiva o passiva, vantata in giudizio è un elemento costitutivo della domanda ed attiene al merito della decisione, sicchè spetta all’attore allegarla e provarla, salvo il riconoscimento, o lo svolgimento di difese incompatibili con la negazione, da parte del convenuto.
Ma a prescindere dal richiamo a tale arresto, che ha profondamente immutato rispetto al quadro giurisprudenziale al quale mostra di far riferimento parte controricorrente nelle proprie difese, addivenendo quindi ad una soluzione che non risulta sostanzialmente preclusiva della possibilità dì poter rilevare anche in grado di appello le questioni concernenti l’effettiva titolarità del rapporto giuridico dedotto in giudizio, appare del tutto erroneo il ragionamento della parte laddove mostra di voler estendere al diverso profilo del litisconsorzio necessario le soluzioni in passato adottate per la verifica della titolarità del rapporto processuale.
Ed, invero, in presenza di un’ipotesi di litisconsorzio di carattere sostanziale, quale deve reputarsi essere quello ritenuto sussistente dalla Corte di appello, la necessaria partecipazione al giudizio di tutti i soggetti interessati, il cui mancato rispetto è suscettibile di rilievo anche in sede di legittimità (e quindi ben oltre i limiti previsti per le eccezioni delle parti, come invece intende sostenere la società intimata) e d’ufficio (così ex multis Cass. n. 18127/2013), comporta che l’omessa integrazione del contraddittorio investe la stessa validità della pronuncia, adottata, che sebbene passata formalmente in cosa giudicata si ritiene che sia inutiliter data, poichè la violazione del precetto di cui all’art. 102 c.p.c. determina l’oggettiva inidoneità della decisione a produrre effetti nei confronti di tutti i soggetti coinvolti in una situazione giuridica unitaria e plurilaterale (così da ultimo Cass. n. 18496/2015).
In realtà, ed a parziale correzione della motivazione del giudice di appello, la nullità della sentenza di primo grado, in quanto pronunziata senza la partecipazione al giudizio di tutti gli eredi del venditore, a prescindere dal fatto che la stessa comunque non poteva produrre effetti immediatamente pregiudizievoli per l’erede pretermessa, in quanto non colpita da un capo condannatorio, discende piuttosto che dalla violazione del diritto di difesa della medesima, dalla radicale inidoneità della pronuncia adottata senza la partecipazione di tutti i litisconsorti necessari, a produrre validamente i suoi effetti anche nei confronti dei soggetti partecipanti al giudizio, occorrendo invece per la formazione del giudicato sostanziale idoneo ad immutare irreversibilmente la realtà sostanziale dedotta in giudizio, che al giudizio debbano partecipare tutti i litisconsorti.
3. Il secondo motivo del ricorso incidentale denunzia invece la violazione dell’art. 342 c.p.c., come novellato dalla L. n. 134 del 2012 di conversione del D.L. n. 83 del 2012. Si sostiene che nella fattispecie troverebbe applicazione il nuovo testo della norma indicata, il quale impone determinati requisiti di forma e sostanza per la formulazione del motivo di appello.
Il motivo di appello principale, volto a dedurre la violazione del litisconsorzio non si confronta con tale previsione mancando la ricostruzione di fatto operata dal Tribunale al fine di evidenziare quali fossero le modifiche che si intendeva ottenere dalla statuizione del giudice di primo grado.
Il motivo è del pari privo di fondamento.
Rilievo preliminare ed assorbente riveste la considerazione per la quale, attesa la rilevabilità d’ufficio del difetto di integrità del contraddittorio, una volta emersa la prova dell’esistenza di un soggetto che ad avviso della Corte distrettuale, e senza che in merito a tale qualificazione sia stata mossa una specifica censura, rivestiva la qualità di litisconsorte necessario e che non aveva preso parte al processo di primo grado, si imponeva la declaratoria di nullità della sentenza del Tribunale, e ciò anche a prescindere dalla valida formulazione di un motivo di appello.
A ciò deve aggiungersi che secondo la giurisprudenza della Corte (cfr. Cass. n. 12280/2016), sebbene relativa alla precedente formulazione dell’art. 342 c.p.c., affinchè un capo di sentenza possa ritenersi validamente impugnato, non è sufficiente che nel gravame sia manifestata una volontà in tal senso, occorrendo, al contrario, l’esposizione di una parte argomentativa che, contrapponendosi alla motivazione della sentenza impugnata, con espressa e motivata censura, miri ad incrinarne il fondamento logico-giuridico, anticipandosi in tal senso quanto poi disposto dal legislatore.
Tuttavia e proprio con specifico riferimento a fattispecie sottoposta alla vigente previsione normativa, e precisamente alla novellata formula dell’art. 434 c.p.c., che, in materia di processo del lavoro, ricalca in maniera quasi integrale la previsione di cui all’art. 342 c.p.c., questa Corte ha specificato che (cfr. Cass. n. 2143/2015) l’art. 434 c.p.c., comma 1, nel testo introdotto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. c) bis convertito, con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, in coerenza con il paradigma generale contestualmente introdotto nell’art. 342 cod. proc. civ., non richiede che le deduzioni della parte appellante assumano una determinata forma o ricalchino la decisione appellata con diverso contenuto, ma impone al ricorrente in appello di individuare in modo chiaro ed esauriente il “quantum appellatum”, circoscrivendo il giudizio di gravame con riferimento agli specifici capi della sentenza impugnata nonchè ai passaggi argomentativi che la sorreggono e formulando, sotto il profilo qualitativo, le ragioni di dissenso rispetto al percorso adottato dal primo giudice, sì da esplicitare la idoneità di tali ragioni a determinare le modifiche della decisione censurata. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto correttamente formulato un ricorso in appello, in cui le singole censure – attinenti alla ricostruzione del fatto e/o alla violazione di norme di diritto – erano state sviluppate mediante la indicazione testuale riassuntiva delle parti della motivazione ritenute erronee e con la analitica indicazione delle ragioni poste a fondamento delle critiche e della loro rilevanza al fine di confutare la decisione impugnata; in senso conforme si veda anche da ultimo Cass. n. 17712/2016).
Tali considerazioni che impongono l’adesione ad un approccio non meramente formalistico alla previsione di cui si denunzia la violazione, inducono quindi a ritenere, sulla scorta della disamina della formulazione del motivo di appello, così come consentita direttamente a questa Corte, attesa la natura del vizio denunciato, di poter escludere la fondatezza della dedotta violazione della previsione in tema di specificità del motivo di appello, e ciò anche alla luce della peculiare natura del vizio della sentenza di primo grado denunziato, consistente appunto nella avvenuta pretermissione di un litisconsorte necessario, essendo evidente che trattasi di vizio che investe la validità della decisione nella sua interezza, e che implica quale conseguenza, imposta dalla stessa legge (art. 354 c.p.c.) la declaratoria di nullità della pronuncia impugnata con la conseguente rimessione al giudice di primo grado.
4. Il rigetto del ricorso incidentale implica poi che il ricorso principale debba essere dichiarato inammissibile per evidente difetto di interesse.
Lamentano i ricorrenti che con l’atto di appello si era denunziata la nullità della pronuncia del Tribunale, oltre che per difetto di integrità del contraddittorio (motivo poi accolto dal Tribunale) anche per la nullità della notifica dell’atto di citazione.
Su tale motivo la Corte d’Appello non si sarebbe pronunciata in violazione dell’art. 112 c.p.c. e ciò malgrado la denunzia delle due non fosse stata avanzata in maniera alternativa bensì concorrente.
Tuttavia va rilevato che trattasi di censure di invalidità che, ove ritenute fondate, avrebbero portato all’adozione di una statuizione di identico contenuto, e cioè alla declaratoria di nullità della sentenza impugnata con rimessione al giudice di primo grado ex art. 354 c.p.c., sicchè una volta ravvisata la sussistenza della violazione della regola del litisconsorzio necessario, non appare comprensibile quale giustificato interesse sorregga la richiesta di accertare altresì la nullità della notifica dell’atto introduttivo.
In tal senso, e nel controricorso al ricorso incidentale, gli appellanti sostengono che tale interesse andrebbe ravvisato nel fatto che il riscontro della nullità delle notifiche degli atti introduttivi del giudizio, a differenza della violazione della previsione di cui all’art. 102 c.p.c., determinerebbe l’impossibilità di poter ricondurre qualsivoglia effetto all’originaria notifica, e ciò rileverebbe ai fini della litispendenza nonchè ai fini dell’effetto interruttivo – sospensivo della prescrizione.
Orbene, e premesso che quanto alla litispendenza occorre fare riferimento alla previsione di cui all’art. 291 c.p.c. ed al fatto che il rimedio al vizio di nullità della notifica, quale conseguenza anche della pronuncia di rimessione della causa al giudice di primo grado, fa retroagire con efficacia ex tunc gli effetti dell’atto invalidamente notificato, quanto alla prescrizione trattasi di eccezione che non risulta essere stata proposta sinora nel presente giudizio, dovendosi ritenere che ove la questione si riproponga in sede di riassunzione, ben potrà il giudice adito verificare se, sia pure ai fini del riscontro dell’estinzione del diritto fatto valere, le notifiche dell’atto di citazione siano o meno affette dalle invalidità dedotte dai ricorrenti, non avendo il giudice di appello adottato alcuna statuizione sul punto, essendo pervenuto all’accoglimento del secondo motivo di appello in sostanziale applicazione del principio della ragione più liquida, e senza quindi minimamente occuparsi della questione della validità della notifica dell’atto di citazione.
5. Atteso il rigetto del ricorso principale ed incidentale si ritiene che sussistano i presupposti per la compensazione delle spese del presente giudizio.
6. Poichè il ricorso principale ed incidentale sono stati proposti successivamente al 30 gennaio 2013 e sono stati, il primo dichiarato inammissibile ed il secondo rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto al testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, il comma 1-quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte dei ricorrenti principale e della ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso principale e rigetta il ricorso incidentale;
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti principali e della ricorrente incidentale del contributo unificato dovuto per il ricorso principale ed incidentale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 2 Sezione civile della Corte suprema di Cassazione, il 4 maggio 2017.

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 art. 54
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 art. 354
 art. 1
 art. 13
 art. 13
 art. 1
 art. 13