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Timestamp: 2018-07-22 02:52:23+00:00

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CONFCONSUMATORI - Pagina 367 di 379 - ASSOCIAZIONE DI CONSUMATORI, PER I CONSUMATORI
Febbraio 2004 – Il Giudice di Pace di Mascalucia (CT), con due sentenze depositate rispettivamente il 3/2/2004 (n. 34/04 Sent.) e il 10/2/2004 (n. 48/04 Sent.), ha dato ragione ai consumatori che si erano rivolti all’Associazione. La vicenda, come si ricorderà, ha preso le mosse dal provvedimento n. 8546 del 28.07.2002 dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che ha accertato l’esistenza di un’ intesa restrittiva della concorrenza da parte di 39 compagnie assicuratrici, alle quali fu commutata una multa di 700 miliardi delle vecchie lire. Nonostante l’emanazione del cosiddetto decreto "salva compagnie", Confconsumatori ha ritenuto che esistevano comunque i presupposti per intraprendere un’azione legale.
Il Giudice ha condannato due compagnie assicuratrici al risarcimento in favore dei consumatori di una somma determinata equitativamente, nonchè al pagamento delle spese del giudizio .
Tali provvedimenti costituiscono un importante elemento di novità e un significativo passo in avanti nella battaglia fra i consumatori e le assicurazioni.
Authority sul Risparmio all’acqua di rose
Firenze, 6 febbraio 2004 – La Confconsumatori ritiene strumento utile ed in astratto idoneo l’Authority proposta dal Governo.
Purtroppo però dall’esame del disegno di legge appare evidente che si tenta di disegnare un altro organismo di controllo all’acqua di rose, esclusivamente di facciata senza effettivi poteri di controllo e la possibilità di sanzioni pesanti ed immediate . Manca ancora una volta il soggetto tutelato nel ddl governativo. Ovvero il consumatore, assente da Bankitalia (regno dei banchieri), Consob (commissione di finanzieri), la novità principale "mancata" doveva essere il consumatore e quindi voce a chi rappresenta i cittadini. Ci si aspettava un’Authority composta da soggetti provenienti dal mondo consumeristico e non dal settore bancario-finanziario in palese conflitto di interessi . Manca poi la previsione di un preciso quadro sanzionatorio e modalità che consentano l’irrogazione praticamente immediata di sanzioni pesanti.
Si continua a non intervenire per eliminare manifeste incompatibilità tra la funzione di revisore e quella di certificatore, non introducendo una norma che consenta agli azionisti di minoranza la designazione di sindaci e certificatori e soprattutto non intervenendo in quel malcostume che vede gli stessi soggetti sindaci a vita di società e magari revisori di altre compagini collegate. Mancano poi totalmente i concreti strumenti di affermazione dei diritti dei consumatori come le class action , ormai da anni sospirate dalle associazioni, promesse dal Governo ad ogni trattativa ma ancora lettera morta. Viene inoltre dimenticato il consiglio nazionale dei consumatori ed utenti quale sede "politica-istituzionale" per le scelte in materia economica.
Ci auspichiamo che l’iter parlamentare porti i nostri politici a migliori scelte, al fine di non creare altri carrozzoni come Banca d’Italia, Consob e ISVAP (tanto per cambiare settore), rivelatisi inefficaci come strumenti di prevenzione e del tutto inutili dal punto di vista sanzionatorio.. In sostanza Confconsumatori desidera un’authority a difesa esclusiva degli interessi dei consumatori, lontana dalle lobby affaristiche e dalla politica stessa , altrimenti meglio sarebbe risparmiare ed abolire sia la Consob che la Banca d’Italia (questa almeno per le funzioni di controllo).
Il coordinatore regionale Avv. Marco Festelli
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Qui puoi leggere in merito il Provvedimento n.12276 del 24 luglio 2003 dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.
La rinegoziazione di un mutuo
1/3 La lunga marcia dei consumatori contro le banche Aveva chiesto all’Istituto San Paolo di Torino di rinegoziare il prestito divenuto usurario, ma la banca aveva risposto "picche": "Niente da fare: se vuole modificare il tasso deve pagare una penale di 36 milioni…"
Solo alcuni istituti hanno acconsentito alla modifica dei contratti stipulati prima della legge che ha introdotto le soglie massime senza spese a carico dei risparmiatori: i banchieri più arroganti, invece, hanno continuato a pretendere interessi ben al di sopra della soglia usuraria, infischiandosene delle norme nel frattempo entrate in vigore.
A questo punto la nostra risparmiatrice, perché di una gentile e tenace signora si tratta, ha fatto causa alla banca con il nostro aiuto. A darle una mano è la Cassazione che stabilisce la nullità della pattuizione di interessi superiori al tasso usurario, anche se al momento della stipulazione dei mutui tali interessi non erano considerati usurari.
Tutto a posto? Neanche per idea. A cambiare ancora le carte in tavola arriva la legge "salvausura" che contraddice la sentenza della Cassazione. Tutto finito? Per fortuna no. Alcuni Giudici sollevano la questione di legittimità costituzionale della legge "salvausura": la legge, infatti, riserva un ingiustificato trattamento di favore per banche ed enti creditizi, danneggiando soprattutto il piccolo risparmiatore.
La sospensione del procedimento della consumatrice è dunque un ulteriore segnale dell’attenzione della Magistratura verso gli interessi del contraente debole. Attendiamo fiduciosi la pronuncia della Corte costituzionale.
2/3 Mutui agevolati: bocciato dal T.A.R. del Lazio il ricorso dell’ABI
Se la legge "salva usura" o "salva banche" – così fu definita da noi e da altre associazioni consumeristiche la l. 28 febbraio 2001 n. 24, introdotta dal legislatore su richiesta di tutti gli istituti di credito dopo che la Corte di Cassazione aveva iniziato a colpire i mutui usurari – è stata "salvata" dalla Consulta, l’A.B.I. non è riuscita, invece, a colpire la l. n. 133/99 e il decreto ministeriale attuativo della medesima, il D.M. 110/00.
Il T.A.R. del Lazio, con sentenza n. 6175 in data 8.7.02, ha infatti respinto il ricorso presentato dall’Associazione bancaria italiana e da alcune banche per sospendere l’applicazione di tali provvedimenti tramite l’annullamento del decreto del Ministro del Tesoro del 24 marzo 2000 n. 110. Sentenza, questa, seppur arrivata con un considerevole ritardo – l’attesa è durata tre anni -, tale da consentire allo Stato e ai mutuatari un notevolissimo risparmio.
Varrà allora la pena ricordare come stanno le cose in materia.
I mutui agevolati, come noto, sfuggono all’applicazione della l. 24/01 con i tassi ivi previsti. Gli stessi sono soggetti ad altra disposizione, l’art. 28 l. n. 133/99, ai sensi del quale "Gli enti concedenti contributi agevolati…, nonché le persone fisiche e giuridiche destinatarie dei contributi, possono, in via disgiuntiva, chiedere all’istituto mutuante la rinegoziazione del mutuo nel caso in cui il tasso d’interesse applicato ai contratti di finanziamento stipulati risulti superiore al tasso effettivo globale medio per le medesime operazioni, determinato ai sensi dell’art. 2 della legge 7 marzo 1996 n. 108, alla data della richiesta, al fine di ricondurre il tasso di interesse ad un valore non superiore al citato tasso effettivo globale medio alla predetta data…". Articolo, quello citato, cui ha fatto seguito il D.M. 24 marzo 2000 n. 110 con la seguente norma (art. 1): "Gli istituti interessati, accertata la procedibilità della richiesta, individuano la misura del tasso di cui all’art. 2 della legge 7 marzo 1996 n. 108 in vigore alla data di presentazione della domanda, procedono alle conseguenti modifiche del tasso applicato al mutuo e ne danno comunicazione al mutuatario e all’ente. Il nuovo tasso viene praticato a decorrere dal primo intero rateo di interessi maturato successivamente alla data di presentazione della domanda di rinegoziazione…".
Ciò detto, non resta che invitare tutti i consumatori che hanno contratto mutui agevolati previsti dalle leggi richiamate dal citato art. 28 – solo a questi si applica infatti tale disposizione – a chiedere al più presto la rinegoziazione, così da poter godere, oltre che dell’aiuto dello stato o di un altro ente pubblico, anche del tasso medio (oggi del 5,64%) da praticarsi secondo la legge antiusura n. 108 del 1996 e i relativi decreti ministeriali.
Da ricordare, peraltro, che la rinegoziazione può essere domandata una sola volta e sempre che si sia in regola con le rate: chi è moroso dovrà regolarizzare la sua posizione.
Da aggiungere che tale operazione comporta un costo per il cliente: una commissione non superiore allo 0,50% del capitale residuo alla data dell’1 luglio 1999. Il pagamento della medesima non potrà comunque annullare il beneficio derivante al mutuatario. In altre parole, se la commissione è uguale o maggiore del ricavo riconducibile alla rinegoziazione, essa resterà a carico dell’istituto di credito.
3/3 Altre considerazioni in materia di mutui usurari
Dopo esser stata salvata dalla Consulta, la legge "salva usura" o "salva banche" – così fu definita da noi e da altre associazioni consumeristiche la l. 28 febbraio 2001 n. 24 – continua a suscitare problemi e a produrre danni.
Non va infatti trascurato che secondo la Corte Costituzionale – così si legge nella sua sentenza 25 febbraio 2002 n. 29 – il d.l. n. 394/00 e la legge che l’ha convertito riguarderebbero anche gli interesse moratori. Con l’effetto che, se fu convenuto un tasso variabile, il debitore moroso, come sta accadendo a diversi associati della Confconsumatori, si troverà a dover corrispondere interessi ultrausurari, finanche del 20%, non potendo egli invocare i nuovi limiti stabiliti da tali fonti normative.
Che fare allora – hanno chiesto diversi iscritti che, tra l’altro, contrassero mutui ipotecari per importi non superiori a cento milioni di vecchie lire? Continuare a versare rilevantissime somme a banche, che appena hanno potuto farlo, non hanno certo aspettato ad applicare le disposizioni sulla mora contenute nel relativo atto pubblico?
A parere di chi scrive l’unica via è quella di richiamare l’art. 1384 c.c. e chiedere al giudice di ridurre equitativamente la relativa clausola penale, di ridurre, cioè, con effetto ex tunc gli interessi moratori entro i limiti stabiliti dai decreti trimestrali emanati in esecuzione della l. 7 marzo 1996 n. 108. Indubitabile, infatti, che la relativa pattuizione contrattuale contenga una clausola penale, prevedendo la medesima per il caso d’inadempimento, in deroga al disposto dell’art. 1224 c.c., interessi superiori a quelli che il cliente avrebbe dovuto corrispondere, superiore, oltretutto, al cosiddetto "tasso soglia".
In altre parole, se i privati – intendendo stabilire una disciplina del danno da ritardo nelle obbligazioni pecuniarie diversa rispetto a quella dettata dalla legge – prevedono la liquidazione forfetaria di un risarcimento, maggiore anche rispetto a quello che la seconda parte del primo comma dell’art. 1224 fissa nella misura degli interessi convenzionali regolanti l’adempimento tempestivo, la relativa clausola in nulla si distingue dalla fattispecie codicistica di cui all’art. 1382. Dal che discende la possibilità di richiamare il parametro dell’equità a norma del successivo art. 1384; parametro che consentirà l’applicazione della l. n. 108/96, dovendosi ritenere inique le applicazioni di tassi superiori a quelli contemplati dai relativi decreti ministeriali.
In questo senso, del resto, si è pronunciata anche la giurisprudenza, più precisamente il Trib. Roma 1 febbraio 2001, il quale ha affermato che "La clausola che in un contratto di mutuo preveda per il ritardo nella restituzione del capitale il pagamento di interessi moratori in misura superiore al tasso soglia previsto dalla legge sull’usura deve essere qualificata come clausola penale e il giudice può d’ufficio provvedere alla riduzione, ai sensi dell’art. 1384 c.c., essendo l’ammontare manifestamente eccessivo".
Così, d’altra parte, si sono mossi alcuni nostri associati. Attendiamo fiduciosi l’esito del giudizio, invitando tutti coloro che hanno problemi analoghi a rivolgersi presso i nostri uffici.
Per quanto ci riguarda non riteniamo, infatti, che la sentenza della Corte Costituzionale possa impedire l’applicazione dell’art. 1384. Invero, la circostanza che la c.d. legge "salva usura" si riferisca anche agli interessi moratori, non impedisce di qualificare la relativa pattuizione come una clausola penale con tutte le conseguenze che ne derivano.
2002 – Alcune importanti innovazioni in materia di garanzia per la vendita di beni di consumo
Con il recente Decreto Legislativo n. 24 del 2 febbraio 2002 (clicca qui per leggere il testo), lo Stato Italiano ha recepito, in materia di vendita e di garanzie di beni di consumo, alcuni principi statuiti a livello comunitario.
Tale normativa segna un ulteriore e decisivo passo a favore di una maggior tutela del consumatore. Innanzitutto una precisazione: la normativa, e la relativa tutela, si applica a tutti i consumatori, con la sola esclusione di coloro che effettuano acquisti per scopi imprenditoriali o professionali; pertanto, per fare un esempio, si applicherà a chiunque compri un pennello o della vernice, ad eccezione però di chi svolge attività di imbianchino.
Il decreto sancisce l’obbligo del venditore di consegnare beni conformi al contratto di vendita e chiarisce che tale conformità va valutata non solo con riferimento all’uso normale del bene, alla descrizione fatta dal venditore, alle caratteristiche pubblicizzate ed a quelle di beni dello stesso tipo sui quali può ragionevolmente formarsi il convincimento del consumatore, ma anche con riferimento a particolari usi richiesti dal consumatore stesso, purché espressi chiaramente al venditore e da questi accettati, anche con fatti concludenti.La normativa vincola pertanto il venditore alle informazioni pubblicitarie ed alle dichiarazioni in generale effettuate al consumatore durante tutte le fasi precedenti all’acquisto.
In linea generale (salvo alcune piccole e marginali eccezioni) la normativa sancisce il principio di responsabilità del venditore in caso di difetti di conformità del prodotto venduto. In tal caso inoltre, con portata notevolmente innovativa, offre al consumatore la possibilità di scegliere tra le seguenti possibilità: la riparazione del bene acquistato, la sua integrale sostituzione, una riduzione del prezzo od infine la risoluzione del contratto.
La decisione spetta sempre al consumatore, con l’unico limite che non potrà pretendere la sostituzione del bene qualora questa sia eccessivamente onerosa per il venditore (in tal caso spetterà solo la riparazione). Naturalmente sia la riparazione che la sostituzione saranno a carico integrale del venditore.
Ugualmente importante è il principio secondo il quale sia la riparazione che la sostituzione devono avvenire entro un termine congruo dalla richiesta e non devono arrecare notevoli inconvenienti al consumatore. Quale ulteriore garanzia viene offerta al consumatore la possibilità di chiedere la riduzione del prezzo o la risoluzione del contratto anche qualora la riparazione o sostituzione non sia stata effettuata entro un termine congruo. In buona sostanza la normativa, seppur riferendosi ad un concetto certamente variabile (la "congruità" del tempo necessario per le riparazioni), ha comunque posto un freno alla discrezionalità del venditore nell’effettuare tali riparazioni.
Il Decreto Legislativo afferma inoltre che la responsabilità del venditore sussiste qualora il difetto di conformità si manifesti entro due anni dalla vendita; il periodo di garanzia, spettante per legge su ogni acquisto, viene pertanto innalzato a due anni. In tal caso il consumatore ha comunque l’obbligo di denunciare, a pena di decadenza, il difetto al venditore entro due mesi dalla scoperta.
Pertanto su ogni acquisto effettuato dopo l’entrata in vigore del Decreto Legislativo (e dunque dopo il 23 marzo 2002), spetterà comunque una garanzia legale per due anni (a prescindere dalla durata della garanzia "convenzionale" offerta dal venditore). L’unico vincolo per il consumatore, come detto, sarà quello di denunciare il difetto tempestivamente, ossia entro due mesi dalla scoperta.
Avv. Piero Catelani – Firenze
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References: provvedimento n. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 28
 sentenza 
 art. 1384
 sentenza