Source: https://www.leggioggi.it/2013/08/05/la-riforma-delle-province-dopo-la-sentenza-della-corte-costituzionale-riordino-territoriale-e-citta-metropolitane/
Timestamp: 2018-09-23 18:55:23+00:00

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La riforma delle province dopo la sentenza della corte costituzionale. Parte II
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Segue l’articolo “La riforma delle province dopo la sentenza della corte costituzionale. Parte I”
Oggetto della dichiarazione di incostituzionalità sono anche le disposizioni di cui all’art. 17 del D.L. n. 95/2012, mediante le quali era stato disposto il riordino territorialedella totalità delle Province delle Regioni a statuto ordinario, salve le province nel cui territorio si trova il comune capoluogo di regione, e quelle confinanti solo con province di regioni diverse da quella di appartenenza e con una delle istituende città metropolitane.
I commi da 2 a 4 del menzionato art. 17 disciplinavano le scansioni procedurali del suddetto riordino, il quale sarebbe dovuto avvenire alla stregua dei requisiti minimi della dimensione territoriale e della popolazione residente, individuati da apposita deliberazione del Consiglio dei Ministri.
Sulla base di tali requisiti, il Consiglio delle autonomie locali – CAL (o, in mancanza, analogo organo di raccordo tra regione ed enti locali) doveva trasmettere alla Regione un’ipotesi di riordino delle province presenti nel territorio regionale. Le Regioni, anche in mancanza della suddetta ipotesi, avrebbero a loro volta trasmesso al Governo una proposta di riordino delle province. Il riordino era disposto con atto legislativo di iniziativa governativa, sulla base delle proposte regionali pervenute, ovvero previo parere in Conferenza unificata in loro assenza.
È opportuno rammentare che, sulla base della predetta disciplina, numerose Regioni avevano provveduto a trasmettere al Governo delle proposte di riordino formulate sulla base delle ipotesi di riordino dei rispettivi CAL (ovvero degli organi di raccordo tra Regione ed enti locali).
Lo Stato aveva quindi adottato il D.L. n. 188/2012, mediante il quale era stato disposto l’accorpamento delle Province che non rispettavano i predetti requisiti minimi di dimensione territoriale e popolazione residente, riducendo a 51 il numero degli enti provinciali (numero comprensivo anche delle istituende città metropolitane).
Tale decreto legge è, tuttavia, decaduto per mancata conversione in legge. Successivamente, l’art. 1, comma 115, della L. n. 228/2012 ha prorogato al 31 dicembre 2013 il termine di conclusione della menzionata procedura di riordino.
La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della totalità delle previsioni recate dall’art. 17 del D.L. n. 95/2012.
Pertanto, viene espunta dall’ordinamento anche l’intera disciplina relativa alla procedura di riordino territoriale delle Province, la quale peraltro non era giunta a compimento in ragione della mancata conversione in legge del menzionato D.L. n. 188/2012.
Del resto, come si è già avuto modo di osservare, nello stesso comunicato si legge espressamente che “il decreto-legge, atto destinato a fronteggiare casi straordinari di necessità e urgenza, è strumento normativo non utilizzabile per realizzare una riforma organica e di sistema quale quella prevista dalle norme censurate nel presente giudizio”.
Conseguentemente, rimane immutato il numero delle Province finora esistenti nell’ambito delle singole Regioni. Parimenti immutate sono le circoscrizioni territoriali provinciali, per la modifica delle quali sarà necessaria l’osservanza della particolare procedura disciplinata dall’art. 133, comma 1, Cost.4.
Ed infatti tale disposizione costituzionale viene espressamente richiamata dal comunicato della Corte costituzionale quale parametro violato dalle disposizioni di cui all’art. 23 del D.L. n. 201/2011 e agli artt. 17 e 18 del D.L. n. 188/2012.
In ultimo, la dichiarazione di illegittimità costituzionale resa nota con il menzionato comunicato stampa del 3 luglio u.s. riguarda altresì l’art. 18 del D.L. n. 95/2012.
L’art. 18 aveva introdotto una nuova disciplina delle modalità di istituzione delle città metropolitane.
Le Province di Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria dovevano essere soppresse, con contestuale istituzione delle relative città metropolitane, il 1° gennaio 2014.
Il territorio della città metropolitana doveva coincidere con quello della provincia contestualmente soppressa, fermo restando il potere dei comuni interessati di deliberare, con atto del consiglio, l’adesione alla città metropolitana o, in alternativa, a una provincia limitrofa.
Era istituita la Conferenza metropolitana composta dai sindaci e dal presidente della provincia, con il compito di elaborare e deliberare lo statuto della città metropolitana entro il novantesimo giorno antecedente alla scadenza del mandato del presidente della Provincia o del commissario, ove anteriore al 2014 ovvero nel caso di scadenza del mandato del presidente successiva al 1º gennaio 2014, entro il 31 ottobre 2013.
La deliberazione di approvazione dello Statuto andava adottata a maggioranza dei due terzi dei componenti della Conferenza e, comunque, con il voto favorevole del sindaco del comune capoluogo e del presidente della Provincia.
In caso di mancata approvazione dello statuto entro il 31 ottobre 2013, il sindaco metropolitano sarebbe stato di diritto il sindaco del comune capoluogo, fino alla data di approvazione dello statuto della città metropolitana.
Alla città metropolitana venivano attribuite:
Da ultimo, l’art. 1, comma 115, della L. n. 228/2012 ha sospeso l’applicazione del menzionato art. 18 del D.L. n. 95/2012 fino al 31 dicembre 2013.
La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 18 del D.L. n. 95/2012 nella sua interezza.
Conseguentemente, viene caducata la previsione relativa alla soppressione delle Province espressamente richiamate ed alla contestuale istituzione delle relative città metropolitane. Allo stesso modo, vengono espunte dall’ordinamento le disposizioni relative agli organi di tale ultimo ente locale, alle funzioni e risorse dello stesso, allo statuto.
La dichiarazione di incostituzionalità del menzionato art. 18 sembrerebbe poter determinare la reviviscenza delle disposizioni dallo stesso espressamente abrogate, relative all’istituzione delle città metropolitane. Si tratta, in particolare, dei citati artt. 23 e 24, commi 9 e 10, della L. n. 42/2009 (recanti previsioni transitorie per la disciplina di prima attuazione degli enti locali da ultimo richiamati, fino alla data di entrata in vigore di apposita legge ordinaria che ne disciplini le funzioni fondamentali, gli organi e il sistema elettorale), nonché degli artt. 22 e 23 del D.Lgs. n. 267/2000 (recanti la disciplina ordinaria per la loro istituzione).
Il d.d.l. costituzionale per l’abolizione delle Province, approvato dal Governo il 5 luglio scorso, è privo di logica e di coerenza rispetto all’ambizioso disegno complessivo di riforma sollecitato dal Governo stesso.
Il d.d.l. costituzionale del Governo ignora i principi fondamentali della Costituzione stessa.
Questo, beninteso, non significa immodificabilità dell’attuale sistema; significa che, in materia di delimitazione e/o soppressione delle circoscrizioni provinciali (ma il discorso può riguardare anche le Regioni ed i Comuni), allo Stato è preclusa la possibilità di stabilire d’imperio la loro identificazione territoriale e, di conseguenza, anche la loro cancellazione.
E’ stata talmente diffusa la foga demagogica nel sostenere la soppressione o il riordino delle Province, che si sono del tutto ignorate le funzioni oggi svolte dalle stesse.
La riserva alla legge dello Stato per la definizione di funzioni, le modalità di finanziamento e l’ordinamento delle Città metropolitane, ente di governo delle aree metropolitane;
Il mantenimento delle città metropolitane negli articoli 118, 119 e 120 della Costituzione, così garantendo a tali Enti funzioni amministrative e autonomia finanziaria e copertura costituzionale rispetto a possibili interventi sostitutivi.
L’intervento spot del Governo quindi non appare accettabile.
L’apertura del confronto sulle riforme costituzionali dovrebbe invece comprendere l’intera organizzazione dello Stato, senza soluzioni acquisite a prescindere da un disegno complessivo.
Occorre dunque che sulla riforma delle Province e dell’intero assetto delle istituzioni locali si apra un confronto serio, che parta dalla Costituzione, e che affronti fuori dagli slogan e con i conti in mano una questione tanto importante per il Paese.
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gudo antonio 5 agosto 2013 at 15:47
Solo le sentenze per Silvio Berlusconi vanno RISPETTATE dicono ma per le PROVINCE i ministri dicono no. Il Ministro Delrio pensa solo abolire le province ma chi lo ha votato questo signore o sta li per i soldi .Basta con le Province pensate ai vosrti stipendi, 8000+ Comuni. 20 Regioni che sono succhia sangue per noI . la Sprema Corte dovrebbe iNTERVENIRE sul Governo e fargli capire che le Province fanno parte della Costituzione Italiana e le Regioni sono state istituite nel 1970 AMEN

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 17
 art. 18
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