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Timestamp: 2018-01-21 10:28:25+00:00

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L'ossessione di Nitto (e un consiglio per lui) - Toghe - Blog - Repubblica.it
L'ossessione di Nitto (e un consiglio per lui)
Nonostante sia stato sconfessato dall’uomo che oggi è il più vicino a Berlusconi nel Pdl — parliamo dell’avvocato Niccolò Ghedini —il senatore Francesco Nitto Palma insiste. Sulla storia degli illeciti disciplinari vuole a tutti i costi avere ragione e continua a sponsorizzare la sua proposta. Da quando, martedì 28 maggio, se n’è avuta la prima notizia, se l’è presa sistematicamente con chi lo ha avversato. Il giorno dopo ha criticato l’Anm che «contraddice se stessa», salvo poi dichiarare che lui e il presidente del sindacato delle toghe Rodolfo Maria Sabelli «hanno lo stesso interesse». Il giorno dopo ancora ha veicolato il messaggio che la sua ipotesi è in linea pure con il Csm, anzi che è basata addirittura sulle delibere dello stesso Consiglio. Cerca di prendere in castagna il vice presidente Michele Vietti. Con fare insidioso, gli ricorda che «le due fattispecie disciplinari inserite nel mio ddl erano già previste in quella riforma Castelli che venne varata con l'accordo dell'allora onorevole Vietti, all'epoca sottosegretario di Stato del ministero della Giustizia». Vietti pare proprio non pensarla così. Eccolo ammettere che nella disciplina degli illeciti disciplinari «manca una norma di chiusura che consenta di sanzionare i comportamenti che, pur non rientrando nelle fattispecie tipizzate, ledono il decoro e la dignità della magistratura». Ma subito dopo aggiunge che un intervento di questo genere deve produrre una norma «generale e astratta, non riferendosi a casi specifici e sufficientemente definiti, ma anche non prestarsi ad interpretazioni troppo estensive e pericolosamente generiche».
Questo è il punto che Palma — di certo non a caso — non capisce o non vuol capire o fa finta di non capire. L’illecito disciplinare che lui disegna è per l’appunto “generico”. Quindi pericoloso, un «vulnus» come ha detto l’Anm. Perché si presta a colpire indiscriminatamente nel mucchio. Basta leggere il testo. Per Palma è illecito disciplinare «il rendere dichiarazioni che, per il contesto sociale, politico o istituzionale in cui sono rese, rivelano l’assenza dell’indipendenza, della terzietà e dell’imparzialità richieste per il corretto esercizio delle funzioni giurisdizionali». E ancora: deve essere illecito disciplinare «ogni altro comportamento idoneo a compromettere gravemente l’indipendenza, la terzietà e l’imparzialità del magistrato, anche sotto il profilo dell’apparenza, nel contesto sociale o nell’ufficio giudiziario in cui il magistrato esercita le proprie funzioni». È evidente come la formula generica e vaga vada in opposta direzione rispetto a quanto raccomanda Vietti.
Ma a Palma — perché studi bene la questione — ci permettiamo di consigliare una fondamentale lettura. Un libro appena pubblicato da due toghe della Cassazione, Pasquale Fimiani e Mario Fresa, quest’ultimo un ex Csm nella scorsa consigliatura, ex componente della sezione disciplinare, e oggi tra i magistrati che alla Suprema corte si occupano proprio di inchieste disciplinari. Parliamo di gente che sa di che si sta parlando. E il libro lo dimostra. Titolo: Gli illeciti disciplinari dei magistrati ordinari (Giappichelli editore), ben 489 pagine, con la presentazione del procuratore generale del palazzaccio Gianfranco Ciani. Un volume scientifico e tecnicamente molto impegnativo. La cui tesi di fondo, come si può evincere dalla premessa, è che «la rimodulazione delle singole fattispecie incriminatrici, con l’introduzione di clausole di chiusura specifiche» deve essere «tale da individuare con sufficiente certezza il disvalore deontologico che il sistema intende perseguire e sanzionare». Illeciti specifici dunque, ben individuabili, non vaghe formulazioni. Prorpio l'opposto, quindi, di quelle indicazioni generiche e vaghe ipotizzate da Nitto.
Nelle conclusioni, dopo aver analizzato minuziosamente contenuto, carenze e possibili correzioni del decreto legislativo 109 del 23 febbraio 2006, Fimiani e Fresa dicono ancora che «norme non chiare e circoscritte possono dar luogo a orientamenti giurisprudenziali ondivaghi, che ledono i fondamentali principi di eguaglianza dinanzi alla legge e alla certezza del diritto». Il decreto va migliorato, scrivono i due autori, «nell’interesse sia dei magistrati, sia della collettività». Ma il principio ispiratore deve essere quello di prevedere delle fattispecie di illecito «dai contorni chiari ed inequivoci». Per una ragione che Fimiani e Fresa mettono come premessa obbligatoria: «L’attuale sistema disciplinare non può più consentire un ritorno al passato e non può tollerare, se non a prezzo di concreti rischi di lesione delle garanzie dei magistrati e della giurisdizione, la reintroduzione di una clausola generale di chiusura del sistema tipizzato, vaga e imprecisata, che altro non consentirebbe se non la reintroduzione di quell’illecito atipico che si è voluto abrogare».
Spendendo 49 euro forse Nitto potrebbe evitare di andare giusto nella direzione opposta.
Maddale Na 2 giugno 2013 alle 08:55
Gent.mo Sig. Egidio (ore 23,08), come La capisco! Sono state adoperate ben 602 parole (benedetti siano i computers che ti forniscono anche il conteggio delle parole dei documenti) per spiegare, e neanche con particolare chiarezza, a noi comuni mortali che cosa è la prova logica.
Vediamo ora che cosa pensa dell'argomento ancora una volta l'IMPAREGGIABILE AVVOCATO GIULIANO PISAPIA (ricorda? Uno che sin da bambino, era figlio di un famoso giurista denominato Padre del nuovo codice di procedura penale, mangiava diritto e democrazxia a cena, pranzo e colazione).
Riporto qui un'intervista rilasciata dall'Avv. Pisapia al Corriere della Sera il 6/10/1998.
L'INTERVISTA Pisapia: ma la prova logica non fa parte della nostra cultura giuridica "Il processo penale si basa sul principio della certezza Il libero convincimento non è arbitrio" MILANO - La premessa del presidente della commissione Giustizia della Camera, Giuliano Pisapia, è tanto di metodo quanto di stile. "Non ho potuto leggere le motivazioni e gradirei non entrare nel merito del giudizio sulla colpevolezza o innocenza di Berlusconi. Parlerei piuttosto di principi che devono valere per ogni cittadino". Le leggo uno dei principi affermati dai giudici di Milano: "Ampio spazio deve essere riservato alla prova logica. A quella prova, cioè, basata sul buon senso, sulle regole di comune esperienza". "Alla luce del principio di certezza del diritto e della garanzia costituzionale della presunzione di innocenza, la prova logica non fa parte, né può far parte, della nostra cultura giuridica. E questo per un motivo fondamentale". Quale? "La prova logica - e lo dice il termine stesso - risente di un approccio necessariamente soggettivo. Quel che è logico per me, può non esserlo per altri. E questo è in evidente contrasto con il principio di certezza su cui è fondato il processo penale. Cerco di essere ancora più chiaro: la pericolosità nell'evocazione della prova logica sta nel rischio che non ad una prova si riferisca il giudice, ma ad un'interpretazione di fatti storicamente accertati che, in via deduttiva, portano il giudice a conclusioni che si definiscono prove. Ma questo non solo non è ammissibile, è anche in aperto contrasto con il codice". Perché? "Perché il secondo comma dell'articolo 530 prevede che nel caso di prove contraddittorie o insufficienti il giudice pronunci l'assoluzione. Ora, escludere in nome della logica la possibilità che il dibattimento porti dinanzi al giudice prove contraddittorie o insufficienti di fatto elimina l'ipotesi prevista dal codice". Esiste anche il libero convincimento del giudice. "Certo. Ma il libero convincimento non può mai essere arbitrio dell'intima convinzione del giudice. Insomma, non può essere il metro di valutazione del quadro indiziario". In tema di principi, il tribunale fa un'altra affermazione: "Si è accreditata l'ipotesi accusatoria laddove essa è risultata l'unica spiegazione possibile di dati concreti, o per mancata prospettazione di ipotesi difensive alternative o per non attendibilità delle stesse". "Anche questo è un punto delicatissimo. L'ipotesi, lo dice il nome, è qualche cosa che precede il processo. Per potersi trasformare in certezza processuale, in prova, non basta che veda cadere un'ipotesi alternativa che le si oppone. Anche perché su questa linea dovremmo concludere che chi non è in grado di difendersi bene, perché non ne è capace o perché non se lo può permettere, è destinato a sicura condanna. Insomma, e' vero che qualcuno dice che l'ipotesi è l'anticamera del sospetto e che il sospetto è l'anticamera della verità. Ma questo è un sillogismo che dovrebbe fare inorridire chiunque abbia a cuore lo stato di diritto".
egidio 2 giugno 2013 alle 10:10
stanotte ho avuto un incubo (quel post di ieri mi ha distrutto). C'erano Boccassini e il giudice Messina che mi indagavano per "sistema prostitutivo minorile incestuoso" (ieri ho regalato venticinque euro a mia figlia). Ma stamattina sto un po' meglio. Anzi riesco perfino ad articolare una supplica da inoltrare al giudice Messina.
c'e' modo e modo di esprimere una opinione. Le faccio un esempio. Si puo' dire:
"anteponendo la preliminare necessita' d'assicurarsi che lo sforzo richiesto all'interlocutore per la ricognizione della domanda non ottunda in modo irreparabile le pecularieta' cognitive e le possibilita' di autodeterminazione del sistema cerebrospinale dei mammiferi superiori, e nella fattispecie, del sottoscritto, laonde si profila indispensabile una verifica epistemologica della congruita' della richiesta al fine di vanificarne le latenti distorsioni, va tuttavia stigmatizzata l'inconsistenza del subdolo apparecchio difensivo proditoriamente sottinteso nel quesito, in quanto palesemente finalizzato alla derubricazione dell'addebito in questione"
e si puo' dire:
"non ti voglio dare la risposta. Berlusconi e' un farabutto e basta".
Il senso e' lo stesso. Ma il modo non e' indifferente. Eh no, caro giudice. Non lo vuol fare per rispetto del lessico giurico? Ma allora lo faccia per pieta' del lettore, lo faccia per quello che vuole, ma la supplico, per carita': sia piu' conciso!
Con devastante stima."
gentile 2 giugno 2013 alle 10:39
@ Egidio,
Caro commentatore , mi dispiace per la zoppicatura che si presenta sul lato sinistro, non si preoccupi non e' grave
sara' l ' Ernia che puo' essere sollevata con il "Diclofenak" applicabile anche per la Lumbalgia e Ischialgia.
Tutto questo glielo posso passare perche' sono stato anch'io malgrado la terapia costretto ad operarmi all' Ernia,
ma di caso in caso la patologia puo' cambiare e con lei l'applicazione della medicina, terapia , intervento ( Infusivo)
NEUROCHIRURGICO s'intende e non come "NEUROGIURIDICO".
Per quanto riguarda invece gli interrogativi e le decisioni che Lei mette in evidenza , mi permetto di commentare sulla seconda domanda di cui Lei si porge e porge nel commento del' 1 giugno 2013 ore 22,53.: DI COSA E' VITTIMA LO STATO QUANDO UNA....a) E MAROCCHINA O EGIZIANA b) .E' UNA MINIRENNE... c) VA A LETTO CON QUALCUNO?. Dobbiamo parlare seriamente o rompere le relazioni diplomatiche con il Marocco?
Di rompere le relazioni diplomatiche con il Marocco, l'Olanda fece il tentativo alcuni anni fa' , sul fraudolento sistema degli Assegni Famigliari e Indennita' di Sostegno al Reddito per gli Extracomunitari... ma a sollevare il dubbio del Pubblico Ministero sulla questione come una minorenne possa soggiornare in un Paese Estraneo al suo , di diversa Cultura Sociale, Religiosa, Politica e Giudiziaria e qualcosa che provoca l' Opinione Pubblica.
Difatti : a) Come si trova una Marocchina o Egiziana MINORENNE in Italia?... b) era scappata di casa dal Marocco o
dall'Egitto all'insaputa dei suoi genitori e famigliari? c) Come ha potuto rimanere in Italia da minorenne e da DONNA
e dopo massimo tre mesi di Ospitalita' , senza essere stata accompagnata e riportata dai suoi genitori o famigliari o prossimi congiunti, dalla Autorita' Giudiziaria Italiana, in Marocco o in Egitto come di regola e prevenzione di casi di minorenni , e come stabilito dalle nostre Norme di Ordine Costituzionale , Giudiziario e Comunitario?. e infine :
Chi l'ha portata in Italia, invitata o ospitata da chi? pur sapendo di ospitare e nascondere in realta' una straniera e peggio ancora una minorenne?...
Vede Sig. Egidio, anche io faccio il buffone spesso , anzi lo sono costantamente oltre essere fesso, ritenuto da
qualsiasi cittadino del terzo mondo, solo per aver avuto la Disgarasia di essere nato Italiano.
Auguri di una rapida guarigione e lunga vita Le auguro associando anche a lei una buona domenica
lokiasd 2 giugno 2013 alle 11:01
1) Non so, si tratta di indagare, interrogare, fare il processo insomma.
2) e 6) allora, a parte il vulnus dato dal mancato rispetto della legge seguendo la sua "teoria" niente contravvenzioni al Codice della Strada perchè non vi sono vittime, basta processi per estorsione/ricatto/pizzo se nessuno si lamenta, basta processi per corruzione o concussione
3) A meno di non ricorrere alla tortura come penserebbe di "costringere il colpevole a confessare"? Tra l'altro chi se ne importa se confessa o no.
4) ".. o ci sono e si procede o non ci sono.." appunto si fa il processo per vedere se le intercettazioni, i versamenti, le telefonate sono prove o un "abbaglio collettivo"
5) "....un pm serio chiede l’archiviazione, uno non serio vive di indimostrabili fantasie (come volevasi dimostrare)."
Ovvero non si è dimostrato alcunchè. Tra l'altro se non c'era nulla di "strano" perchè la nota persona fece la nota telefonata dicendo la nota balla sulla parentela?
egidio 2 giugno 2013 alle 12:36
Cara Maddale Na,
cosa vuole, la sintesi e' dote esclusiva di chi ha le idee chiare. Quanto a Giuliano Pisapia, io sono tutt'altro che di sinistra, ma l'ho sempre stimato molto (anzi, penso proprio l'avrei votato, se fossi stato milanese). E lei mi da' ulteriore conferma della mia opinione: non conoscevo quell'intervista - e la ringrazio di averla riportata - ma la chiarezza e la professionalita' con cui il nostro si esprime mi sembrano esemplari. Insomma, si direbbe proprio che questa "prova logica" non sia nient'altro che il peggiore ossimoro che si possa coniare mescolando l'evidenza che dovrebbe avere una "prova" seria con la "logica" che quell'evidenza, per l'appunto dalle prove, pretende.
rino olivotti 2 giugno 2013 alle 12:40
... mi ricordo che Montanelli scriveva " se butto giù un articolo ed il lettore non lo capisce è evidente che la colpa è mia"
egidio 2 giugno 2013 alle 13:17
Caro Iokiasd,
lei vuol darmi torto dandomi ragione: una contravvenzione al codice della strada, per l'appunto, per es. un eccesso di velocita', non si puo' fare se manca una prova inconfutabile come la misura di uno strumento preciso come un autovelox o un tutor, alla faccia di tutte le elucubrazioni che puo' fare una Boccassini sul "sistema di prostitute" verso cui quel maiale d'un automobilsta stava correndo. Non le pare?
p.s.: cosa c'entra la tortura? Vuol torturare Berlusconi? Dica, per caso lei e' comunista?
alexandertwo 2 giugno 2013 alle 13:57
@ Gentile sig. Ludovico Sforza (h. 03,22).
Grazie per il suo documentato, puntuale e approfondito excursus sull'iter attraverso il quale si è arrivati all' approvazione dei dettati costituzionali quì esaminati, nel loro definitivo, e tuttora vigente, testo.
Da ciò mi sembra potersi indubbiamente radicare il concetto che questo compito di rimuovere gli ostacoli che............, oltre che in capo ai cittadini, uti singuli, sia posto (e forse in misura più pregnante) quale dovere/obbligo nei confronti di tutte le epressioni istituzionali della "Repubblica", comprendendovi, quindi, Parlamento, Governo, Magistratura, Pubbliche Amministrazioni, Enti ed Autonomie Locali, ecc..
Ed è da sottolineare che il precetto costituzionale si spinge a caratterizzare con precisione quegli "ostacoli" da rimuovere, giungendo a comprendervi anche quelli che "di fatto" (e, quindi, non solo formalmente) "limitando la libertà e l'uguaglianza".........."impediscono" il pieno sviluppo............".
Quindi non sono ritenuti affatto sufficienti meri interventi "di facciata", ma necessitano misure consone a raggiungere scopi effettivi e reali.
Appare quindi paradossale (ed inquietante ?) che più di uno si scagli contro il Dott. Messina, che giustamente ci ricorda che quell'obbligo/dovere di rimozione, alla Magistratura, perviene "direttamente" dal precetto costituzionale, quella Magistratura che, anche in questo campo, ha dovuto farsi carico - a mio parere - pure di azioni di supplenza di quelle altre Istituzioni pubbliche rimaste "belle addormentate nel bosco".
E magari sono quegli stessi cittadini che, magari, non "fanno una piega" e non si scandalizzano per il fatto che queste altre Istituzioni (in primis, Parlamento e Governo) ben poco o nulla hanno fatto in questa direzione o, peggio ancora, soprattutto negli ultimi decenni, hanno varato provvedimenti che - sostanzialmente neil'applicazione concreta - tali ostacoli li hanno addirittura......ampliati.
Ma chi sa, se di questo "traguardo", forse, alla fin fine, quei cittadini non siano anche un po'.......contenti e soddisfatti?
egidio 2 giugno 2013 alle 14:13
lei mi rincuora. Dice che e' solo una lombalgia passeggera? Eppure, guardi, ieri mi sentivo bene. Stavo leggendo il post del giudice quando, a un certo punto, non mi ricordo se sulla "forza esplicativa dei vizi della motivazione..." o sulla "motivazione dei vizi della forza esplicativa..," insomma mi e' scoppiato un fastidio, ma un fastidio che non le dico, giusto all'altezza del piloro...non so come la forza esplicativa d'un rigurgito...e poi appena mi sono alzato per andarmi a coricare, zac! quella fitta alla gamba. Ma oggi sto meglio (ho pure scritto una supplica). La tengo aggiornata.
Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 2 giugno 2013 alle 15:18
Segnalo che il valore precettivo dell’art. 3 della Costituzione ha, tra le sue conseguenze, anche la necessità che il giudice interpreti qualsiasi norma di legge in senso “costituzionalmente orientato”.
Sulla differenza tra norme c.d. “programmatiche” e norme “precettive” della Costituzione, che caratterizzò un momento storico della giurisprudenza italiana, segnalo uno spunto di riflessione:
http://www.diritto-manuali.com/site/index.php?option=com_easyfaq&task=cat&catid=27&Itemid=70
Sull’intervento della Magistratura italiana, segnalo, sempre come semplice spunto di riflessione, anche il link che segue:
http://impariamolacostituzione.wordpress.com/2010/03/27/articolo-3/
All’Avvocata Ele M., ad alexandertwo e a tutti i lettori che hanno ritenuto minimamente utili i miei commenti, segnalo un antico insegnamento che può essere loro utile nella vita e nella professione:
“Non bisognerà discutere con chiunque, né bisognerà esercitarsi con il primo venuto.
In realtà quando si discute con certe persone le argomentazioni diventano necessariamente scadenti.
Quando ci si trova di fronte ad un interlocutore che cerca con ogni mezzo di uscire apparentemente indenne dalla discussione, lo sforzarsi con ogni mezzo di concluderla sarà magari giusto, ma non risulterà comunque elegante” (Aristotele in “Topici).
Ele. M. 2 giugno 2013 alle 15:44
Un giorno lontana dal Blog e mi sono persa.... il compleanno del caro Rino Olivotti !!!!!!
Uffa, mi dispiace che i miei auguri arrivino in ritardo!
Spero, comunque, che stia trascorrendo una piacevole domenica con i Suoi familiari a cui auguro di cuore di riuscire a godere appieno del Suo amore, della Sua cultura, del Suo spirito ogni giorno.
Ludovico Sforza 2 giugno 2013 alle 16:12
@ Gentili Maddale Na, Egidio, Esule e .....
Mi duole farvi notare che ancora, nelle Vostre discussioni, siete legati al provinciale modo di pensare che i Giudici siano funzionari pubblici investiti di poteri che devono esercitare, non nel loro personale interesse o della Categoria, ma nell'interesse dell'Ente a cui appartengono la potestà a loro assegnata attenendosi alle direttive e normative volute per quell'Ente dal Potere Legislativo che la Costituzione ha imposto, per garanzia del Cittadino, separato nel renderli autonomi.
Non riuscite a ravvedere negli argomenti che trattate, ad esempio nel concorso esterno in associazione mafiosa, la profondità "della natura creativa dell'attività interpretativa" che rende i Magistrati più determinati " nello sfidare il legislatore" e la Magistratura " un avamposto istituzionale " " in forza del quale i magistrati oggi possono disapplicare le leggi nazionali" ?
da Il Ponte Numero: settembre Anno: 2009
rivista di politica economica e cultura fondata da Piero Calamandrei
intervento di Sergio Mattone esponente " storico" di Md.
".Come definire la professionalità dei magistrati, in presenza dell’art. 3 capoverso della Costituzione ....in forza del quale i magistrati oggi possono disapplicare le leggi nazionali?"
Ele. M. 2 giugno 2013 alle 18:53
@ Rino Olivotti 31.5. ore 21.55
Caro Sig. Olivotti,
il discorso sugli avvocati non so da che punto prenderlo.
Da una parte sono tentata di provarci; dall'altra, sapendo che forse non riuscirò a fare un discorso oggettivo e sistematico (conoscendomi), sono tentata di lasciar stare.
Se è vero che appena mi sono laureata ho avuto la fortuna sfacciata (una delle più grandi della mia vita) di entrare per puro caso in uno studio eccezionale operante nell'ambito del "diritto civile" (pur se mi è stato subito insegnato che "il diritto è uno"..); non sono mai stata immune dal fascino del diritto penale. Ma ho capito ben presto che il penale non avrebbe mai potuto essere il mio mondo (pur se, lo dico mettendo da parte ogni modestia, credo che se ad un certo punto avessi desiderato "cambiare" area, se mi ci fossi applicata, mi sarebbe riuscito bene).
Questo per due motivi: a) credo che non sarei riuscita ad assumere "certe" difese; b) già mi sveglio la notte per le più banali questioni "di soldi", figuriamoci cosa sarebbe successo se avessi dovuto combattere per la libertà di qualcuno.
Insomma, nel dna, non ho quel "cip" dell'assoluto distacco professionale indispensabile per un penalista.
Ovviamente, ho imparato che il "cip" del distacco è essenziale anche facendo l'avvocato civilista; quindi, negli anni e con l'esperienza, di certo l'ho acquisito: ma non del tutto. Quindi, dentro di me, sempre negli anni, ho dovuto fare un ulteriore "passaggio": accettare la mia natura e non tentare di cambiarla, ma provare ad introdurre dei correttivi ad altri aspetti della mia personalità per fare in modo di esercitare al meglio possibile (per le mie capacità e potenzialità) questa professione. Ad esempio "lavorando" costantemente sulla "mania del controllo" che altresì mi affligge (ora va meglio...) e che, siccome perfetti non siamo né saremo mai, ingenera insicurezza.
Insomma, non La tedio ancora sulla mia natura, ma concludo il ragionamento "su di me" solo per dirLe che, in generale, ognuno di noi come persona è frutto di un percorso umano e professionale e che, quindi, anche nelle professioni che svolgiamo, non ci può essere una "tipizzazione".
Men che meno, peraltro, nel mondo degli Avvocati. Giacché l'evoluzione sociale di questa professione ci ha portati ad un punto in cui il concetto di avvocato è talmente generico (ce n'è di ogni tipo in termini di formazione, esperienza, collocazione lavorativa, impegno, ambizioni, specializzazione, atteggiamento, etc. ....) che non dice in sé più nulla.
Detto questo, a priori, non può di certo affermarsi che l'avvocato buono e bravo è quello che scarta tout court un caso perché vi intravede una condotta del potenziale assistito contraria ad un proprio imperativo morale.
Anche perché, Le assicuro!, talvolta le situazioni che ci vengono prospettate non sempre sono "chiare" da quel punto di vista...
Se così fosse, l'avvocato buono e bravo dovrebbe difendere solo "chi ha ragione": andando, tuttavia, così, in contrasto, sia, con il compito di fondo che un avvocato ha, cioè quello di perorare gli interessi del suo cliente; sia con un'altra realtà intrinseca nell'esistenza stessa del sistema giustizia (e dei relativi operatori), cioè quella che la "ragione" e il "torto" non sono oggettivi.
Quindi, con assoluta onestà intellettuale, io, pur essendo una che, come ho detto prima, "ha fatto pace con la sua natura" e non intende per nessun motivo calpestarla (ed è proprio per questo motivo che, dopo aver lavorato in prestigiosi e notissimi studi legali altrui, pur senza alcuna "certezza", ad un certo punto della mia vita ho fatto "armi e bagagli" ed ho cominciato a lavorare per conto mio....), non so dirLe così su due piedi se avrei accettato o meno la difesa della Sua controparte (che certo, per quello che oggi comprendo dalle Sue parole, indipendentemente da ogni valutazione giuridica e professionale, ha tutta la mia umana antipatia!).
E' vero, nella mia pur breve carriera (...in questa professione se non ha potenti agganci a 40 anni sei ancora un giovane avvocato qualunque: ma a me sta benissimo così, chiariamolo!) di casi ne ho rifiutati e continuerò a farlo, ma il mio personale discrimine non è tanto oggettivo, quanto - molto più - soggettivo. E' una questione di pelle e spirito.
Ciò non toglie che comunque, e qui arriviamo al punto, indipendentemente dalla "scelta" che si fa nell'abbracciare o meno una causa, si possa essere in ogni caso onesti.
Infatti, l'onestà di un avvocato (mi spiace deluderla, ma è così...), in linea di massima (ovviamente non parlo dei casi in cui un avvocato appoggi o collabori con un cliente nella commissione di un reato: questa è altra storia), non dipende dal caso che sceglie di seguire.
Per me onestà professionale, in assoluto, non è necessariamente difendere un cliente solo quando si pensi che ha ragione; ma è come lo si difende e come ci si relaziona con lui.
Io, questo posso dirlo con certezza, ai miei clienti dico sempre "le cose come stanno" (ovvio, dal mio punto di vista, che può essere fallace...), e non induco mai qualcuno a pensare di avere ragione se a mio avviso non ce l'ha. E non suggerisco al mio cliente condotte che reputo soggettivamente "ingiuste".
Ciononostante, faccio il mio lavoro e, rispettando i principi che Le ho appena detto, non mi sento in dovere di evidenziare discrasie normative ai danni del mio cliente (anche perché se lo facessi verrei meno al mandato conferitomi) e non mi sento disonesta per questo. Né reputo disonesto il collega che propone interpretazioni normative che pure non condivido. Non mi piace che distorca volutamente i fatti o riferisca falsità: ma, anche quando accade, non è detto che ciò dipenda dall'avvocato...
Detto ciò, mio caro sig. Olivotti, passando ad altro profilo della Sua, Le dico che se Lei invece di vivere in un luogo di provincia avesse vissuto in una "megalopoli giudiziaria" (ho appena inventato questa espressione impropria, ma capisca cosa intendo), non è detto che nella Sua vicenda sarebbe cambiato molto. E' (realisticamente) possibile, ma non è detto.
Salvo "casi strani", l'esito della causa dipende: a) dalle evidenze concrete del caso; b) dal lavoro processuale che è stato fatto.
Posto che tutti gli avvocati possono sbagliare, anche i grandi nomi (glielo garantisco al 100%), se sulle evidenze concrete del Suo caso il professionista a cui Lei ha affidato la Sua difesa ha lavorato bene (e anche qui Le posso garantire che moltissimi avvocati emeriti sconosciuti lavorano molto bene), e dalle cose che Lei "sa" della Sua questione non vedo perché dovrebbe dubitare di questo, anche se il Suo avvocato non ha un nome altisonante, alla fine di questa Sua vicenda processuale, comunque vada, Lei non dovrà rimpiangere nulla.
Secondo me, sig. Olivotti, Lei dovrebbe convincersi di una cosa: l'impianto normativo che disciplina la trascrizione non è studiato per favorire le doppie alienazioni, ma per attribuire certezza giuridica (tra l'altro) alle compravendite immobiliari. E NESSUN avvocato, per quanto possa aver intelligentemente sollevato questioni inerenti la concreta applicazione di questa disciplina in ordine al Suo caso, può ribaltare il sistema. Sistema che, chiaramente, non è perfetto e che potrebbe essere migliorato: ma non è intrinsecamente studiato per favorire le truffe!
Che l'istituto della trascrizione possa essere strumentalizzato da un ipotetico truffatore è chiaro! Ma ogni norma di legge può esserlo! Perché la legge non può disciplinare specificamente ogni caso possibile, quindi è evidente che un avvocato cercherà di fornire un'interpretazione del sistema normativo a favore del suo assistito, e che quest'ultimo, se ha consapevolmente posto in essere una condotta che violi i diritti di qualcun altro, avrà cercato di farlo in modo tale da "tutelarsi" il più possibile!
Quindi, in verità, il Suo prendersela con il sistema normativo (per quanto possano esserci tante questioni "problematiche" anche all'interno di esso), non potrà mai darLe soddisfazione alcuna.
Dal 2009 assisto un signore, che oggi ha circa 85/86 anni, "vittima" di un "inadempimento" contrattuale (risalente a 27 anni fa); a causa del quale - anche grazie (questa volte giuro che è proprio vero!!!!!!!) alla anomala e quantomeno "palesemente superficiale" "solerzia" di un giudice proprio all'inizio della vicenda - ha perso una fiorente azienda; una moglie; credibilità sociale.
La questione è stata oggetto di tantissimi processi civili e penali e di una campagna stampa per lui assai dannosa.
Di tutte queste vicende si sono occupati moltissimi giudici e fior fiore di avvocati.
Questa persona ha dedicato gli ultimi 27 anni della sua vita solo a questa storia: divenuta sua unica ragione di esistere.
Conosce ogni carta, ricorda ogni udienza, potrebbe ripetere come se fossero state pronunciate stamattina le parole che ognuno (giudici, avvocati, ufficiali giudiziari, giornalisti, funzionari amministrativi a vario titolo coinvolti) hanno pronunciato negli ultimi 27 anni.
Processualmente la vicenda non è ancora finita (c'è ancora, molto probabilmente, la Cassazione); ma, pochi giorni fa, è finalmente riuscito ad entrare in possesso del "risarcimento" (intrinsecamente cospicuo) che gli è stato riconosciuto.
Quando ho appreso telefonicamente la notizia, Le giuro, sono stata pervasa da una gioia infinita: pensando a come dovesse, finalmente, sentirsi il mio cliente.
Questo signore è poi venuto da me per "fare il punto della situazione"; mi aspettavo un uomo (non dico felice) ma per lo meno "soddisfatto".
E invece era frastornato e spento, molto di più di tutte le volte in cui, arrabbiato, era venuto da me per ripetermi per l'ennesima volta cosa già dette; per pormi dubbi già affrontati; per portarmi carte che avevo già letto (per essere sicuro che nel mare di documenti non mi fossero "sfuggite").
Ci sono rimasta un po' male, e lui mi ha detto che.....che quello che in realtà voleva non lo aveva ancora avuto e (nonostante a quel punto io, presa dall'entusiasmo, nel tentativo di dargli un po' di carica, gli aabbia fatto presente che avrei cercato anche di aiutarlo a "diffondere" la notizia della sua vittoria...) non lo avrebbe avuto mai. Cioè che "tutti i responsabili" di quella assurda situazione "pagassero personalmente".
Cosa in sé, effettivamente, quasi impossibile.
Ora, sig. Olivotti, Le ho raccontato questo per dirLe che esistono sempre due piani: quello meramente "personale" e quello, pur soggettivo, ma di tipo "processuale".
La giustizia si occupa solo del secondo di questi piani, che tra loro spesso, "nel bene e nel male", non coincidono.
Quindi, ognuno di noi, dovrebbe essere in grado di avere chiara questa distinzione e vivere a ragion veduta: cercando, da un lato, nella quotidianità, di considerare che quello che facciamo può rilevare in modo diverso sul piano personale e su quello giuridico; dall'altro lato, che, talvolta, se facciamo delle scelte ignorando il secondo aspetto, potremmo essere un giorno in qualche modo "delusi" ed accettare consapevolmente il rischio.
Anni fa mio padre e mia madre mi raccontarono una certa cosa che a mio padre era stato chiesto di fare da un suo parente (del tutto lecita: sia chiaro!!!!!!) chiedendomi che ne pensassi.
Io mi sentii in dovere di rappresentare loro i possibili futuri "rischi" che fare quella cosa presentava per mio padre.
Momenti tremendi perché, ovviamente, le mie considerazioni non erano molto "piacevoli".
Tuttavia, alla fine, riuscii nello scopo: semplicemente quello di far capire loro come stavano le cose da un punto di vista giuridico; specificando che facevo ciò (peraltro su loro richiesta) solo perché ne fossero consapevoli, non perché la mia spiegazione dovesse necessariamente cambiare le decisioni di mio padre.
Né io né mia madre sapemmo, alla fine, come si comportò mio padre all'epoca (era uno di poche parole...); ma un giorno, un bel po' di tempo dopo, quando "un problema" con quel parente effettivamente sorse, chiesi a mio padre se si fosse pentito per quello che lui, poi, aveva fatto (avendomi allora riferito di averne infine accolto le richieste).
Lui mi disse di aver fatto quello che gli era stato chiesto perché rientrava nei desiderata di mia nonna (già scomparsa tempo addietro) e che non si era pentito di averlo fatto anche se, dal canto suo, questo parente non intendeva rispettare analoghe volontà di mia nonna in suo favore creando dunque un rilevante "vulnus" a mio padre. Mio padre mi precisò, quindi, che innanzi al "problema" insorto voleva da me solo un consiglio "pratico" (non giuridico) perché la situazione sostanziale determinata da questa divergenza di condotte gli consentisse comunque di valorizzare ciò che "aveva", dimenticando ciò che "avrebbe potuto/dovuto avere" in base ai desiderata di mia nonna che gli veniva negato "perché non stava scritto da nessuna parte" (come non lo era la volontà di mia nonna che papà aveva comunque eseguito in favore del suo parente).
Non mi sono neppure sognata di dire a mio padre che aveva sbagliato, anzi.
Abbiamo "aggiustato" al meglio le "nostre cose" e ho aiutato mio padre a risolvere ogni questione pendente con il parente.
Da poco mio padre è morto, e io mi sento in pace: non m'importa un fico secco se qualcun altro ci ha "tolto" qualcosa, perché so che mio padre è stato onesto, ha agito sempre in buona fede ed ha consapevolmente anteposto il suo senso di giustizia alla possibile giustizia processuale.
Quindi, sig. Olivotti, Lei fa BENISSIMO a combattere anche per ottenere una giustizia processuale (cavolo, ha perso la sua casa! E' doveroso che Lei combatta in Tribunale!) ma nessuna sentenza Le darà mai vera "soddisfazione" e la Sua vita non è quella causa né quella casa!
La Sua vita e quello che lascerà fra mille anni ai Suoi figli è Lei, il Suo modo di essere, le cose in cui crede.
Non importa se l'applicazione delle norme di legge (giusta o sbagliata) dovesse "consacrare" la fregatura che ha subito dal famoso venditore: Lei si è fidato, potrà non aver tenuto conto dei risvolti processuali che avrebbe subito se la persona di cui si è fidato è stata disonesta, ma Lei è stato onesto e fedele a se stesso e questo basta.
Non se la prenda con il legislatore, con i giudici e con gli avvocati....non è giusto e non serve a nulla... giuro!
Qui siamo in Provincia di Belluno, gli avvocati sono quasi quattrocento, e seppure la litigiosità
non manchi, quelli “di nome” saranno una decina.
Paniz in testa a tutti. Primo contribuente della Provincia. E’ tutto dire
Su poco più di duecentomila abitanti, ci si scanna per i bagatellari che, però, rendono.
E la deontologia è una astrazione.
Ma Ele è diversa. Ele è onesta e perde delle ore a scrivere ad un cocciuto montanaro che
si incaponisce perché, come Lodovico, vorrebbe cambiare non la testa dei Giudici
ma l’intero Codice Civile.
Mentre il primo caso non è proponibile, ammesso e non concesso che la terzietà
sia un fatto e non una utopia, nel secondo è possibile far tutto.
Ogni avvocato degno di questo nome, deve dimostrare la vergognosa discrasia fra
1376 e 2644 e non rifugiarsi nel dogmatismo della “condizione risolutiva espressa”.
Deve rivedersi la mole di sentenze favorevoli al contraente debole e proporre rimedi
sia attraverso il 2901, il 2058, il 2043,il 2345 suggeritomi da Lei ma soprattutto sulla
nullità del primo contratto non trascritto, cui mancano tutte le condizioni previste dal C.C.
e degli altri strumenti che l’ordinamento – pentitosi – gli offre .
La miriade di Autori che in tutte le pubblicazioni giuridiche invertono la tendenza
a considerare la trascrizione l’atto tombale del negozio in frode dovranno pur insegnare
Non si tratta di una elaborazione particolarmente difficoltosa ma è necessaria la
intima convinzione che ogni doppio alienante è un truffatore.
Ogni altro aggettivo
a difesa di un atteggiamento ladresco non fa onore al difensore che diventa, per certi
versi un complice.
Ma per darsi da fare in questo modo, davanti ad una Corte d’Appello, serve un avvocato
bravo, competente ,convinto, convincente ed….. onesto. Esiste ?
Se esiste costa molto.
Tutto il resto, carissimi Lodovico ed Elle M diventa assolutamente relativo per chi
è costretto,come il sottoscritto, ad assoggettarsi a qualsiasi Sentenza poiché gli vengono
a mancare forze e pecunia.
Ele. M. 2 giugno 2013 alle 18:56
@Olivotti @ Milella
mi scuso se in calce all'ultima mia indirizzata a Lei è rimasta trascritta parte del Suo post: lo avevo copiato per facilitarmi nel formulare la mia risposta e ho dimenticato di cancellarlo! Se volesse intervenire la dott.ssa Milella a farlo prima di pubblicare il mio le sarei molto grada e potrebbe omettere di pubblicare questo!
Ludovico Sforza 2 giugno 2013 alle 18:58
@ Gentili Maddale Na, Egidio, Esule e.....
Ah, colpa dei fatidici 40, ho scordato di dire come a serio sostegno della loro " Creatività interpretativa " molti siano diventati esperti anche nel creare profili in Facebook, taggare video in youtube, maneggiare link e essere dei self image maker in rete.
La Corte Costituzionale con sentenza n. 224 del 2009, ha dichiarato essere un valore di particolare rilievo l' "imparziale esercizio delle funzioni giudiziarie, dovendo il cittadino essere rassicurato sul fatto che l’attività del magistrato, sia esso giudice o pubblico ministero, non sia guidata dal desiderio di far prevalere una parte politica»
"I magistrati, per dettato costituzionale (artt. 101, secondo comma, e 104, primo comma, Cost.), debbono essere imparziali e indipendenti e tali valori vanno tutelati non solo con specifico riferimento al concreto esercizio delle funzioni giudiziarie, ma anche come regola deontologica da osservarsi in ogni comportamento al fine di evitare che possa fondatamente dubitarsi della loro indipendenza ed imparzialità."
"regola deontologica da osservare in ogni comportamento" quindi anche fuori dalle funzioni giudiziarie.al fine di tutelare il prestigio dell’ordine giudiziario agli occhi della pubblica opinione.
Forse la Corte con lungimiranza aveva intravisto l'arrivo della " Creatività Interpretativa" e lo sviluppo della rete.
rino olivotti 2 giugno 2013 alle 19:20
non mi ero dimenticato di parlarne ma quando ho scritto a Lei e ad Ele non mi pareva giusto farlo.
Mi riferisco alla salute del Prof. Corradini - Broussard.
Posso solo riferire che è uscito dall' ospedale da tempo e che sta lentamente riprendendosi.
Mi risponde, quando può, la moglie Signora Franca alle mie richieste di notizie.
Mi dice che la... salita è dura, ma mi sembra - da come ne parla - essere cautamente ottimista..
Che è quell'ottimismo che vorrà trasmettere Lei Sforza e tutti , dico tutti, quelli che hanno in questo blog letto ed
imparato qualcosa dal Nostro Professore .
Io colgo l'occasione ,oggi, per mandargLi settantotto (78)
alexandertwo 2 giugno 2013 alle 19:50
@ Gentile Dott. Messina (h. 15,18).
La ringrazio per le sue utilissime segnalazioni, segnatamente quella riguardante l'antico insegnamento, che - a mio avviso - appare particolarmente "azzeccato" per............determinati contesti..
egidio 2 giugno 2013 alle 20:33
Cari giudice Messina e Milella,
lo spirito del mio post del 1 giugno ore 11.25 era quello di mostrare come, alle volte, si possa tentare di affrontare una questione liberandosi da pregiudizi e condizionamenti di parte e utilizzando solamente un poco di "buona volonta' e buon senso". Ed io, pur sofferente come voi d'un personale pregiudizio, con buona volonta' e buon senso ci ho provato.
Quanto al resto, be', cos'altro dire? Si parla tanto, si scrive altrettanto, ci si scorna con le chiacchiere, se ne riempiono intere directory nei blog (e scaffali in certi tribunali), ma alla fin fine, gira e rigira, si finisce sempre li': una questione ben riassunta ed inquadrata, poche righe circostanziate, una domanda precisa (come ad esempio quella di quel mio post) ed i sommi sacerdoti della morale e della legge - depositari e custodi delle migliori virtu' della tradizione nostrana e dei suoi prodotti piu' tipici, come il moralismo d'occasione, la giurisprudenza del pretesto, e il pecorino sardo - si squagliano tutti con una scusa.
Con ingiustificata stima.
p.s.: ho da farvi una confessione. Vedano, noialtri perfidi ed immorali postnazisti del centrodestra s'ha un mucchio di difetti - oh se non se n'ha - ma, tuttavia, pure un minuscolo pregio: la capacita' di cogliere all'istante la solidita' delle argomentazioni altrui. Di conseguenza proviamo, non dico di no, piacere nello scambio delle opinioni: ma l'acme del godimento lo raggiungiamo quando il nostro interlocutore rifiuta il confronto. Solo in quel momento, infatti, siamo sicuri d'aver colto nel segno e d'essere con tutta probabilita' noi dalla parte della ragione.
Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 2 giugno 2013 alle 21:03
Lo stralcio virgolettato dell'articolo di Sergio Mattone, pubblicato sulla rivista Il PONTE 2009, va letto in maniera più completa.
Riporto il passo nell'interesse dei Lettori.
".. a noi compete comunque procedere senza esitazioni di sorta nel coerente esercizio della giurisdizione, che connota innanzitutto il nostro status di magistrati.
Un esercizio che deve essere preceduto, peraltro, dall’assunzione di una piena consapevolezza della natura «creativa» dell’attività interpretativa – «una verità banale», come aveva affermato tempo addietro Cappelletti e come di recente ci ha ricordato Roberto Romboli (L’attività creativa di diritto da parte del giudice, «Questione giustizia», n. 6, 2008, p. 210) – e dell’assoluta legittimità – in piú di un’occasione affermata ormai anche dalla Corte di cassazione – di una saldatura, in sede ermeneutica, tra norme ordinarie e principi costituzionali, ove siano in gioco i diritti inviolabili della persona.
Una consapevolezza che deve renderci piú determinati nello sfidare il legislatore, anteponendo costantemente il primato della Costituzione, delle fonti comunitarie e internazionali, e delle sentenze delle Corti europee, alla legge ordinaria e tentando di far sí che questa prassi – questa modalità essenziale della giurisdizione del terzo millennio – divenga il nucleo fondamentale della professionalità del magistrato e, quindi, dell’attività di formazione permanente, negli uffici giudiziari e fuori di essi (rinunciando a un certo accademismo che ancora connota talune iniziative assunte in questo ambito)".
Come è agevole notare, la parola "disapplicazione" (che, peraltro, come sanno gli studenti di diritto amministrativo, è un termine di notevole importanza e complessità e che, quindi, va utilizzato in modo corretto e con massima cognizione di causa), NON è stato mai scritta da Sergio Mattone.
Quanto all'idea della Magistratura come "avamposto istituzionale", l'espressione è del prof. Stefano Rodota.
Il passo, sempre rinvenibile nell'articolo di Sergio Mattone, è il seguente:
"..In primo luogo, dunque, la crisi della magistratura.
In proposito un utile dato per avviare il discorso può essere rappresentato da un’osservazione, come sempre felice, di Stefano Rodotà, il quale ha di recente ribadito che la magistratura è «un avamposto istituzionale» nella società; che una serie di situazioni – serie, calde, difficili – trovano immediatamente il loro primo interlocutore nella giustizia; che la nuova dimensione emersa da alcune recenti sentenze (che si caratterizzano per la capacità di ragionare per principi e di confrontarsi anche con quanto avviene al di fuori del nostro paese) è in grado, tradurrei io in soldoni, di “spiazzare” la stessa cultura politica (Vecchi e nuovi problemi nel rapporto tra magistratura e società, «Questione giustizia», n. 5, 2008, p.167).
Mi sembra importante questo rilievo, perché ritengo, non da oggi, che nell’attuale situazione di discredito della magistratura, al cui radicarsi, per la verità, abbiamo offerto in questi ultimi anni poderosi contributi, anche per opera di giudici e pubblici ministeri a noi vicini, soltanto la spinta da parte di tutta Md all’affermarsi di una giurisprudenza adeguata ai bisogni di equità e di giustizia sociale che i cittadini esprimono in un silenzio sempre piú ostile, di fronte alla generale flessibilità del diritto voluta in ogni ambito dalle forze di governo, possa aspirare a tradursi in uno strumento di riattivazione del dialogo con le aree piú avvertite della cittadinanza e della stessa loro ricomposizione attraverso il riconoscimento condiviso dei valori enunciati in sede giurisdizionale.."
Anche in questo caso, come è agevole notare, non solo non è mai citata la parola "disapplicazione" delle leggi, ma si fa espresso riferimento ai "bisogni di equita e di giustizia sociale" dei cittadini (e, quindi, non della categoria dei magistrati) come finalità della giurisdizione.
un esule 2 giugno 2013 alle 21:05
Signor Sforza, io non ho la sue conoscenze, e, anche se senza risultato, cerco solo di applicare ai temi del blog il buon senso.
Anche davanti a raccolte di brocardi e di sentenze della cassazione.
rino olivotti 2 giugno 2013 alle 21:07
Cara e gentilissima Ele, i Suoi auguri allungano la mia personalissima soddisfazione per avere trovata una
Amica come Lei ed accorciano almeno per qualche mese l'amarezza di constatare che i giorni, i mesi e gli anni
passano e non c'è cavillo giuridico che possa cambiare il corso del tempo.
Ma se ci fosse, -anche se non è nel Suo stile - son certo che Ele, me lo tirerebbe fuori.
Il che sul piano professionale sarà poco fattibile, ma su quello umano, come dico sempre, non ha prezzo.
Ricambio di cuore l'abbraccio che vorrà trasmettere al Suo bambino.
E come sempre l'augurio di una felicissima notte.
egidio 2 giugno 2013 alle 21:07
Per chi e' in vena di citazioni: "certe volte e' meglio tacere dando l'impressione di non avere le idee chiare, che parlare e togliere ogni dubbio" (quadretto appeso nella salumeria "il Salsicciotto", di Michele Spotorno, via Garibaldi 21, Crispiano (TA))
Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 2 giugno 2013 alle 21:09
In un commento, è stato riportato lo stralcio virgolettato dell’articolo di Sergio Mattone, pubblicato sulla rivista Il PONTE 2009. Lo stralcio va letto in maniera più completa e lo riporto nell’interesse dei Lettori.
“.. a noi compete comunque procedere senza esitazioni di sorta nel coerente esercizio della giurisdizione, che connota innanzitutto il nostro status di magistrati.
Una consapevolezza che deve renderci piú determinati nello sfidare il legislatore, anteponendo costantemente il primato della Costituzione, delle fonti comunitarie e internazionali, e delle sentenze delle Corti europee, alla legge ordinaria e tentando di far sí che questa prassi – questa modalità essenziale della giurisdizione del terzo millennio – divenga il nucleo fondamentale della professionalità del magistrato e, quindi, dell’attività di formazione permanente, negli uffici giudiziari e fuori di essi (rinunciando a un certo accademismo che ancora connota talune iniziative assunte in questo ambito)”.
Come è agevole notare, la parola “disapplicazione” (che, peraltro, come sanno gli studenti di diritto amministrativo, è un termine di notevole importanza e complessità e che, quindi, va utilizzato in modo corretto e con massima cognizione di causa), NON è stata scritta da Sergio Mattone.
Quanto all’idea della Magistratura come “avamposto istituzionale”, l’espressione è del prof. Stefano Rodota.
Il passo, sempre rinvenibile nell’articolo di Sergio Mattone, è il seguente:
“..In primo luogo, dunque, la crisi della magistratura.
Mi sembra importante questo rilievo, perché ritengo, non da oggi, che nell’attuale situazione di discredito della magistratura, al cui radicarsi, per la verità, abbiamo offerto in questi ultimi anni poderosi contributi, anche per opera di giudici e pubblici ministeri a noi vicini, soltanto la spinta da parte di tutta Md all’affermarsi di una giurisprudenza adeguata ai bisogni di equità e di giustizia sociale che i cittadini esprimono in un silenzio sempre piú ostile, di fronte alla generale flessibilità del diritto voluta in ogni ambito dalle forze di governo, possa aspirare a tradursi in uno strumento di riattivazione del dialogo con le aree piú avvertite della cittadinanza e della stessa loro ricomposizione attraverso il riconoscimento condiviso dei valori enunciati in sede giurisdizionale..”
Anche in questo caso, come è agevole notare, non solo non è mai citata da Sergio Mattone la parola “disapplicazione” delle leggi, ma egli ha fatto espresso riferimento ai “bisogni di equita e di giustizia sociale” dei cittadini (e, quindi, non della categoria dei magistrati) come finalità della giurisdizione.
un esule 2 giugno 2013 alle 21:13
non ho finito il post....
grazie comunque per segnalare a tutti la storia della nostra costituzione, argomento da me mai avvicinato.
alexandertwo 2 giugno 2013 alle 23:34
@ Gentile Dott. Messina (h. 21,03).
Ancora un suo gradito intervento per "mettere i puntini sulle i" e anche per....... fare "giustizia" di altre imprecisioni.
Nel commento da Lei esaminato, infatti, non avevo rinvenuto - naturalmente per mia colpa - un filo logico ed un nesso causale tra quanto è riportato "virgolettato" e tutta la restante parte.
Stavo quindi cercando di risalire, purtroppo inutilmente, al testo completo dell'intervento del dott. Mattone. Ora, dopo aver letto quanto da Lei cortesemente riportato, credo di aver compreso le ragioni della "zoppia" del post "incriminato".
Ad abundantiam, dalla osservazione - ivi citata - precedentemente resa dal prof. Rodotà, non può che rinnovarsi il rammarico e la delusione per il fatto che una persona di tale livello non sia stata chiamata - questa volta per "miopia" dei politici - a ricoprire incarichi di prestigio, nell'attuale travagliata situazione, a vantaggio e nell'interesse di tutti i cittadini italiani.
Fiore 3 giugno 2013 alle 01:41
Ma che si deve sentire, mica è fare politica questa. Ma ci credete proprio tutti analfabeti?
"la spinta da parte di tutta Md all’affermarsi di una giurisprudenza adeguata ai bisogni di equità e di giustizia sociale che i cittadini esprimono in un silenzio sempre piú ostile"
Silezio ostile, ma se milioni di Italiani urlano incavolati neri per vostra causa! L'equità e la giustizia sociale ce la potete dare solamente se vi rimboccate le maniche nel lavoro e la smettete con le vostre ambizioni di entrare in politica e con le beghe delle vostre correnti destre e sinistre. Ma per piacere meno parole e più fatti. Ci avete sfinito e ridotto agli ultimi posti della classifica e a provare oltre alla rabbia anche la vergognai. State cheti e lavorate, lavorate e lavorate che siete pagati (da noi) per questo e non per ciacolare in giro o fare politica.
Luigi d'Alessandro 3 giugno 2013 alle 02:10
a alexandertwo
Fortuna per Lei che non sia vissuto nel ventennio, perché con la disposizione d'animo che ha a fare il portatore d'acqua sarebbe diventato Qualcuno. Si documenti e vedrà che i Giudici dei tribunali dell'epoca erano riconosciuti come l'avamposto delle istituzioni. Quando l'ideologia entra nella Magistratura o da destra o da sinistra c'è da tremare. Legga, studi e se riesce, dopo cerchi di parlare del suo.
Ludovico Sforza 3 giugno 2013 alle 02:59
a Allexandertwo
Questo è parte del testo ripreso dalla rivista il Ponte, se l'articolista ha messo un virgolettato sbagliato sulle parole attribuite a Mattone è problema suo e non mio che le ho riportate e comunque che siano sue o di altri ma fatte sue, non cambia ciò che ho scritto e credo che di zoppie se guarda bene, togliendosi le lenti colorate ne dovrebbe vedere altre ben più evidenti.
-- Come definire la professionalità dei magistrati, in presenza dell’art. 3 capoverso della Costituzione e del principio di supremazia affermato dalla Corte di giustizia europea, in forza del quale i magistrati oggi possono disapplicare le leggi nazionali? Greco affronta la questione tenendo presente la sentenza della Corte di cassazione .....
Mattone tratta dell’assunzione della piena consapevolezza «della natura creativa dell’attività interpretativa», della saldatura, in sede ermeneutica, tra norme ordinarie e principi costituzionali. Questa consapevolezza rende i magistrati piú determinati nello “sfidare il legislatore”, anteponendo costantemente il primato della Costituzione, delle fonti comunitarie e internazionali, e delle sentenze delle Corti europee, alla legge ordinaria e tentando di far sí che questa modalità essenziale della giurisdizione del terzo millennio divenga il nucleo fondamentale della professionalità del magistrato. La magistratura è «un avamposto istituzionale». Occorre ragionare in base ai principi e confrontarsi con quanto avviene al di fuori del nostro paese. In questo modo i magistrati... --"
lokiasd 3 giugno 2013 alle 05:09
lei vuol darmi torto dandomi ragione: una contravvenzione al codice della strada, per l’appunto, per es. un eccesso di velocita’, non si puo’ fare se manca una prova inconfutabile come la misura di uno strumento preciso come un autovelox o un tutor, alla faccia di tutte le elucubrazioni che puo’ fare una Boccassini sul “sistema di prostitute” verso cui quel maiale d’un automobilsta stava correndo. Non le pare?
sig. egidio non ciurli nel manico: il punto del contendere era la sua affermazione che "se non c'è una vittima che si dichiara tale non c'è il reato"
e io le richiedo: nel superamento del limite di velocità dove è la vittima (e comunque l'infrazione può essere accertata in altri modi)? e i processi per concussione, corruzione, estorsione, se quelli che pagano non si dichiarano vittime che si fa? si smette di fare i processi?
P.S. "cosa c’entra la tortura? Vuol torturare Berlusconi? Dica, per caso lei e’ comunista?"
E' lei che dice che se il colpevole non ammette il reato non c'è processo e io le richiedo:
Come pensa di costringerlo a confessare?
un esule 3 giugno 2013 alle 08:45
A nessuno, dopo Beccaria, puo' essere chiesto di confessare. Stiamo scherzando?
alexandertwo 3 giugno 2013 alle 09:09
@ Gentile sig. Ludovico Sforza (h. 02,59).
Sia cortese, non si adombri; lo avevo riconosciuto io per primo, ed in anticipo, che la "zoppia" da me rilevata nel suo commento era da imputare solo a "mia colpa".
Porti pazienza, e - sempre che non la consideri una "imposizione" - abbia la bontà di soffermarsi anche su altre mie considerazioni, forse, "ben più evidenti", non crede ?
alexandertwo 3 giugno 2013 alle 09:42
@ Gentile sig. Luigi d'Alessandro (h. 02,10).
Mi perdoni, ma credo che in un regime dittatoriale, dove ognil libertà di pensiero, di espressione e di contradditorio è vietata e punita, una "qualificazione", come quella da lei "riportata", della Magistratura, abbia un valore giuridico e culturale addirittura inferiore a quello di una "boutade". Contrariamente a quanto può accadere in una democrazia con libertà di esprimere opinioni diverse e anche contrapposte (Ovviamente questa è soltanto una MIA opinione).
La ringrazio, comunque, del suo suggerimento, di leggere e di studiare, che ho subito messo in pratica. Purtroppo, però, non ho ancora trovato suoi interventi che possano essermi di valido ausilio a questo riguardo. Poichè, però, la ricerca è stata, giocoforza, temporalmente breve, non dispero da un ulteriore approfondimento della stessa io possa avere maggior successo.
Sarà mia riconoscente cura tenerla informata.
alexandertwo 3 giugno 2013 alle 13:02
@ Gentile sig.a Ele. M. ( 2giugno, h. 18,53).
Molto, molto interessante il suo intervento, e non solo per le considerazioni più strettamente di ordine giuridico, ma anche per quelle "altre", su una delle quali vorrei in particolare soffermarmi.
Lei, giustamente e molto saggiamente, ha fatto presente al suo clente 85enne - insoddistatto del "solo" risarcimento economico che aveva finalmente ottenuto in una causa civile - la differenza tra il "piano personale" ed il "piano processuale" degli eventi, specificandogli che la giustizia (umana) può riguardare solo questo secondo piano.
L'aspirazione del suo cliente affinchè tutti i responsabili della sua dolorosa "odissea" (non solo economica, mi pare di aver compreso) potessero essere chiamati a pagare "anche personalmente", si pone infatti in contrasto con l'evoluzione della civiltà umana, non solo giuridica, che non consente più l'applicazione dei vecchi principi "risarcitori", quali, ad esempio, "occhio per occhio dente per dente", oppure "chi di spada ferisce ..........."
Ciò, infatti, sarebbe giustamente ora considerato abnorme per controversie di "giustizia civile", ma, pur se più dolorosamente per le vittime, anche per quelle situazioni che più gravemente hanno dlle implicazioni di ordine penale.
Questa evoluzione della civiltà, che la si accetti con "piacere" o meno, ha portato, nella modulazione della pena nei confronti del responsabile, ad una conclusione di fondo che, rispetto al passato "più buio", comporta in generale un maggior "favor rei".
Cercavo di calare queste considerazioni con riferimento al caso concreto segnalato nel mio commento del 1° giugno scorso (ore 16,45), anche alla lure delle ulteriori notizie emerse sulla condotta incredibilmente "pericolosa" della omicida ( guida del SUV a velocità intorno ai 100 kmh, come segnalato dall'automobilista "inseguitore" che, avvedutosi della tragedia, non è riuscito a raggiungerla - per fermarla - malgrado andasse ad una velocità superiore agli 80 kmh.).
Ed allora sono riandato alla sua ulteriore osservazione, espressa dopo aver illustrato la vicenda occorsa a suo padre; e cioè, che nessuna sentenza potrà dare alla vittima una "vera" soddisfazione.
Ciò è assolutamente vero, verissimo, anche se è di una durezza e di una difficoltà da accettare "sovrumane" (forse).
Nessuna sentenza, di "questa giustizia", potrà far tornare in vita la povera studentessa e nessun "risarcimento" (di qualsiasi genere) o condanna della rea (per quanto dura e pesante) potrà mai lenire il dolore e la disperazione dalla stessa provocati nei parenti e negli amici, della ragazza, con l'essere la responsabile di questa "assurda" morte.
lokiasd 3 giugno 2013 alle 17:20
sig esule nessuno può essere COSTRETTO a confessare, ma a chiunque si può chiedere di confessare.
Anzi si può anche "incentivare" la confessione con sconti di pena o altri "benefit" (se confessi ti fai 5 anni invece che 10 ad esempio)
lokiasd 3 giugno 2013 alle 17:21
Che poi il punto era che secondo il sig. egidio se non vi era la confessione dell'imputato non vi era reato e non vi sarebbe dovuto essere il processo.
Ele. M. 3 giugno 2013 alle 17:50
@ Alexandertwo oggi 13.02
Ma forse qualcosina, nel sistema della giustizia umana, si potrebbe cambiare se accelerassimo i processi....
Quantomeno per ottimizzare un sistema che, in quanto umano, è intrinsecamente limitato.
Ele. M. 3 giugno 2013 alle 20:02
@ dott. Messina 2.6. ore 15.18
Deviazione dal tema:
...che si fa quando quell'interlocutore è il proprio coniuge....?
...ah! Forse nel matrimonio si può essere anche ineleganti.....
Ovviamente non sprechi il Suo tempo a riflettere su questa battuta... e, ovviamente, grazie.
Anche se a volte (con riferimento al contesto "serio" in cui si colloca la meravigliosa citazione) io mi sento un po' in colpa quando "mi arrendo"....
egidio 3 giugno 2013 alle 21:34
lei ha una la curiosa attitudine di attribuire ad altri cio' che dice lei ("la tortura" dell'imputato, "se non vi era la confessione dell’imputato non vi era reato e non vi sarebbe dovuto essere il processo", ecc. li ha scritti lei, non io). Lungi da me l'idea di disturbare questo suo divertimento riferendole come, invece, la penso io.
Dino Lampazzi 3 luglio 2013 alle 12:55
alexandertwo
Renzi attacca i 'capicorrente' del Pd "Contro di me tiro al piccione, non ci sto".
E secondo Lei l'esercito di Silvio non è quello che ci vuole contro i residuati bellici del vecchio Pci e i suoi accoliti? Se tanto mi dà tanto, che si pretende, un dialogo raffinato in punta di forchetta?

References: in fine
 sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
in fine
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