Source: https://www.brocardi.it/codice-di-procedura-civile/libro-quarto/titolo-i/capo-iv/art703.html
Timestamp: 2019-08-19 12:52:17+00:00

Document:
Art. 703 codice di procedura civile - Domande di reintegrazione e di manutenzione nel possesso - Brocardi.it
Tu sei qui: Fonti > Codice di procedura civile > LIBRO QUARTO - Dei procedimenti speciali > Titolo I - Dei procedimenti sommari > Capo IV - Dei procedimenti possessori > Articolo 703
Articolo 703 Codice di procedura civile
Dispositivo dell'art. 703 Codice di procedura civile
Le domande di reintegrazione e di manutenzione nel possesso [c.c. 1168, 1169, 1170](1) si propongono con ricorso al giudice competente a norma dell'articolo 21 (2).
Il giudice provvede ai sensi degli articoli 669bis e seguenti, in quanto compatibili(3).
Se richiesto da una delle parti, entro il termine perentorio di sessanta giorni decorrente dalla comunicazione del provvedimento che ha deciso sul reclamo ovvero, in difetto, del provvedimento di cui al terzo comma, il giudice fissa dinanzi a sé l'udienza per la prosecuzione del giudizio di merito. Si applica [[n669novies]], terzo comma(4).
(1) La tutela possessoria viene concessa non solo al possessore ma anche al proprietario che può disporre materialmente della cosa. Con tali azioni il proprietario infatti potrà promuovere una tutela più rapida ed efficace, rivolta ad ottenere l'immediata reintegrazione o cessazione della turbativa sulla base della semplice prova dello spoglio o della molestia subìti senza dover necessariamente assolvere alla probatio diabolica del duo diritto di proprietà.
(2) La competenza del giudice nella cui circoscrizione è avvenuto il fatto denunciato è una competenza funzionale e perciò inderogabile ai sensi dell'art. 28 del c.p.c., fatta eccezione per l'ipotesi di deroga eccezionale prevista dal disposto di cui all'art. 704.
(3) La norma è stata oggetto della riforma apportata dalla l. 80/2005 che ha attenuato il vincolo di strumentalità tra la fase cautelare e quella di merito. Infatti, il procedimento si articola oggi in una prima fase cautelare caratterizzata da un accertamento sommario e da una seconda fase di merito, solo eventuale, ovvero rimessa alla volontà della parte interessata, la quale può promuovere entro 60 giorni dalla comunicazione del provvedimento pronunciato in sede di reclamo o, in mancanza di gravame, emesso in prime cure.
(4) Nel caso in cui non venga instaurato il giudizio di merito, il provvedimento cautelare non perde efficacia. Tuttavia, la perdita di efficacia si verifica quando non viene versata la cauzione o nel caso in cui venga dichiarata con sentenza, anche se non passata in giudicato, l'inesistenza del diritto perla cui cautela era stato concesso il provvedimento provvisorio.
La norma apre la sezione dedicata alla tutela del possesso, quale situazione di fatto ovvero potere sulla cosa che si manifesta in un'attività corrispondente all'esercizio del diritto di proprietà o altro diritto reale. Le azioni a difesa del possesso si distinguono in azione di reintegrazione e azione di spoglio, la cui disciplina si riscontra agli artt.1168 e 1170 c.c. e viene sancita sulla falsa riga delle azioni di nunciazione.
Massime relative all'art. 703 Codice di procedura civile
Cass. civ. n. 3629/2014
È inammissibile il ricorso straordinario per cassazione avverso l'ordinanza sul reclamo nel procedimento possessorio a struttura eventualmente bifasica, delineata dall'art. 703 cod. proc. civ., come modificato dal d.l. 14 marzo 2005, n. 35, conv. in legge 14 maggio 2005, n. 80, atteso che, in caso di prosecuzione del giudizio di merito, l'ordinanza rimane assorbita nella sentenza, unico provvedimento decisorio, mentre, in caso contrario, l'ordinanza stessa acquista una stabilità puramente endoprocessuale, inidonea al giudicato, o determina una preclusione "pro iudicato" da estinzione del giudizio.
(Cassazione civile, Sez. VI-2, ordinanza n. 3629 del 17 febbraio 2014)
relative all'articolo 703 Codice di procedura civile
Norma di riferimento: Articolo 703 Codice proc. civile - Domande di reintegrazione e di manutenzione nel possesso | Quesito Q201720128
“Il 26 settembre u.s. le proprietarie del fondo dominante che hanno visto accolto il loro ricorso (ex art. 1168 c.c.) per la perdita del diritto di passaggio sul mio fondo servente, hanno incaricato un loro dipendente ad aprire un varco attraverso la rete di recinzione del mio fondo (confinante con la SS113), per recarsi con un trattore nel loro fondo confinante col mio. (vedi allegati via e-mail)
Né in fase introduttiva né durante le udienze è stata prodotta dalle ricorrenti alcuna concessione o autorizzazione rilasciata dall’ANAS a favore dei loro dante causa per un ipotetico passo carraio (semplicemente perché non è mai esistita) . Inoltre nel punto in cui è stata divelta la rete insiste un ciglione in calcestruzzo alto circa 30 cm. (posizionato dall’ANAS) che corre lungo tutto il confine con la SS113 e che non permette un accesso con mezzi meccanici.
Durante il transito con questi trattori sono stati arrecati anche danni alle mie colture.
Chiedo se le proprietarie del fondo dominante hanno diritto a passaggio con mezzi meccanici (danneggiando quindi la recinzione) o solo pedonale attraverso il cancello avente circa mt.1 di larghezza, e se posso procedere nei loro confronti con una querela (art. 392 c.p.), o lo devo fare esclusivamente contro chi ha materialmente perpetrato l’abuso (il loro incaricato).
Per rispondere al quesito è indispensabile prendere in esame alcuni passi essenziali dell’ordinanza emessa ex artt. 1168 c.c. e 703 c.p.c., passi che per comodità di lettura qui si riportano.
A pag. 3 della parte motiva si dice:
“Non appare, pertanto, dubitabile che le ricorrenti abbiano esercitato il possesso corrispondente all’esercizio della servitù, avendo dimostrato che sia loro sia il loro dante causa da molto tempo avevano esercitato il passaggio sia a piedi sia con un trattore attraverso il cancello posto al confine tra la proprietà dei resistenti e la SS 113”
A pag. 4, nel P.Q.M. si dice:
“…accoglie la domanda e, per l’effetto, ordina ai resistenti …. di reintegrare immediatamente le ricorrenti nel possesso della servitù di passaggio oggetto di causa mediante la consegna delle chiavi del cancello posto al confine tra la loro proprietà e la SS 113…”.
Da quanto sopra riportato si deduce:
a) il riconoscimento di una servitù di passaggio sia a piedi che con un trattore (e quindi mezzi meccanici) da esercitare esclusivamente attraverso il cancello che separa la proprietà dei resistenti dalla strada statale;
b) l’ordine di reintegrare le ricorrenti nell’esercizio di quella servitù mediante consegna della chiavi che consentono l’apertura del cancello.
Quindi, a prescindere dal fatto che la servitù sia solo pedonale o anche di passo carraio, ciò che risulta indubitabile è che il passaggio debba esclusivamente esercitarsi attraverso il cancello e con l’apertura di esso, non essendo per implicito consentito che a quel sentiero si possa accedere in altro modo, e soprattutto che per esercitare il possesso vantato e riconosciuto in giudizio ci si possa sentire legittimati ad aprire un varco nella rete di recinzione del fondo servente.
Ma l’evento più grave e censurabile è il fatto che, ottenuto un provvedimento favorevole, le ricorrenti abbiano deciso di mettere in esecuzione autonomamente e ad libitum quel provvedimento.
Accade spesso nella pratica che, a seguito dell’ottenimento favorevole di un’ordinanza cautelare, nulla di fatto si risolva, restando il dictum del Giudice un semplice documento, che non trova spontanea attuazione.
In assenza di volontario ed autonomo adempimento, si rende dunque necessario che la parte che ha ottenuto il provvedimento debba richiedere l’attuazione coattiva del medesimo, fase di cui si occupa una specifica norma del codice di procedura civile, ossia l’art. 669 duodecies c.p.c., il quale dispone che “…l'attuazione delle misure cautelari aventi ad oggetto obblighi di consegna, rilascio, fare o non fare avviene sotto il controllo del giudice che ha emanato il provvedimento cautelare il quale ne determina anche le modalità di attuazione e, ove sorgano difficoltà o contestazioni, dà con ordinanza i provvedimenti opportuni, sentite le parti…”.
Ciò significa che se la parte a cui è rivolto l’ordine del giudice non vi adempie spontaneamente, l’altra parte in cui favore è stata emessa l’ordinanza dovrà, per il tramite del suo legale, rivolgersi all’ufficiale giudiziario territorialmente competente e chiedere che sia questi, nella qualità di ausiliario del Giudice, a portare ad esecuzione coattiva quanto disposto dall’autorità giudiziaria.
Qualora poi, in sede di accesso dell’ufficiale giudiziario, insorgano difficoltà, quale potrebbe essere quella di stabilire se l’apertura del cancello debba essere tale da consentire l’accesso solo a piedi o anche con mezzi meccanici, sarà lo stesso ufficiale giudiziario a trasmettere il proprio verbale al Giudice che ha emanato il provvedimento cautelare, chiedendogli che dia con ordinanza i provvedimenti più opportuni, se necessario anche dopo aver sentito le parti.
E’ in questo momento che il Giudice potrebbe stabilire ed ordinare l’apertura di un varco più ampio, che possa richiedere l’eliminazione di una parte della recinzione, al fine di consentire l’accesso di un mezzo meccanico quale può essere un trattore.
Tutto ciò, si sottolinea, deve avvenire solo a seguito di un accesso dell’ufficiale giudiziario, unico soggetto legittimato a dare esecuzione al provvedimento del Giudice e sotto il controllo di quest’ultimo.
Il fatto di non aver seguito la procedura sopra descritta e di non essersi avvalsi di tale pubblico ufficiale, configura senza alcun dubbio una ipotesi di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, qualificato come delitto contro l’amministrazione della giustizia e disciplinato dall’art. 392 c.p.
Si ritiene dunque pienamente giustificato agire sul piano penale con una querela, la quale, in virtù del principio secondo cui la responsabilità penale è personale (art. 27 comma 1 Cost.), andrà presentata contro l’autore materiale del fatto (ossia l’incaricato), essendo identificabile in costui il soggetto attivo del reato, ossia il soggetto che ha posto in essere il comportamento vietato dalla norma incriminatrice.
Nel corpo della querela sarà opportuno precisare che essa deve intendersi presentata anche contro chiunque a titolo di concorso, anche solo morale, abbia dato un contributo alla realizzazione del reato, ed a tal titolo si potrà giungere a far valere la responsabilità penale anche nei confronti di colui o di coloro che hanno disposto l’apertura del varco (i titolari della servitù), con danneggiamento della recinzione e di alcune colture.
Sotto il profilo civilistico potrà invocarsi l’applicazione della norma di cui all’art. 2049 c.c., la quale fa risalire la responsabilità del fatto illecito posto in essere dal commesso o dipendente al padrone o committente, e ciò a titolo di responsabilità extracontrattuale.
Per quanto concerne, infine, la sussistenza o meno di una autorizzazione per l’apertura di un passo carrabile su strade non comunali, trattasi di problema che non involge i rapporti di natura privatistica tra le parti, ma esclusivamente i rapporti tra l’ANAS (ente che si occupa della gestione del tratto di strada in questione) ed il soggetto che vuole esercitare il passaggio.
La sussistenza o meno di tale autorizzazione poteva essere presa in esame dal Giudice al fine di decidere in quale tipo di servitù ordinare la reintegra della parte ricorrente, ma di ciò non sembra che lo stesso abbia voluto tener conto, riconoscendo la preesistenza di un passaggio a piedi e con un trattore, e ciò seppure la parte resistente abbia portato tale circostanza alla sua attenzione.
Norma di riferimento: Articolo 703 Codice proc. civile - Domande di reintegrazione e di manutenzione nel possesso | Quesito Q201512257
venerdì 30/01/2015 - Abruzzo
“Seguito Quesito n. 11722/2014
Una società ha lottizzato, nel 1990, un terreno ricavandone tre edifici autonomi, ciascuno con proprio regolamento di condominio ed amministratore.
Una di queste palazzine (i cui confini non sono contigui ai miei) autonomamente si è allacciata alla fogna da me acquistata e giacente all'interno del mio giardino recintato. Resistendo alla ns. “domanda di reintegrazione e di manutenzione del possesso (art. 703 cpc)”, per la quale aveva specifica procura, l'avvocato di parte oltre a contestare il ns. petitum, ha travalicato tale delega ottenuta dalla palazzina condominiale discussa chiedendo al Giudice “anche” l'azione petitoria.
1. Può un legale che ha ottenuto procura per rappresentare e difendere il condominio nel giudizio ex art. 703 cpc modificare, in via riconvenzionale, la domanda per la quale non ha ottenuto specifica delega dal condominio (la procura recita: "Il sottoscritto ... incarica l'avv. ... a rappresentare e difendere il medesimo nel giudizio ex art. 703 promosso dinnazi al tribunale di ... contro ..., conferendo al medesimo procuratore e difensore ogni più ampio potere consentito dalla legge, ivi compreso quello di conciliare e transigere [...]")?
2. Può una palazzina, facente parte di un complesso di tre fabbricati costruiti dalla ditta venditrice, porre autonomamente in essere (senza alcun coinvolgimento delle altre due palazzine costituenti il lotto edificato) un'azione petitoria di confini disposti dalla ditta lottizzante mediante la costruzione del muro di recinzione nell'anno 1990 ?
3. Il legale della controparte ha ottenuto Procura limitatamente all'appello avverso la sentenza definitiva e non quella parziale. Devo dedurre che tale mancanza rende definitiva la Sentenza parziale?
4. La superficie del ns. lotto è stata nel 2013 sottoposta a “verifica straordinaria” da parte dell'Agenzia del Territorio che ne confermato la superficie (e, di conseguenza i confini). Tale certificazione può inficiare la domanda del condominio ?
La procura alle liti consente al difensore di esercitare nel processo i poteri che gli spettano per legge. Inoltre, essa serve ad informare la controparte e l'ufficio dell'avvenuto incarico, anche ai fini delle comunicazioni e notificazioni che vanno effettuate al difensore.
Il conferimento della procura presuppone un autonomo e distinto contratto di mandato in virtù del quale il difensore assume l'incarico di rappresentare la parte in giudizio. Mentre la procura ad litem costituisce un negozio unilaterale con il quale il difensore viene investito del potere di rappresentare la parte in giudizio con le forme previste dall’art. 83 del c.p.c., il mandato sostanziale costituisce un negozio bilaterale (contratto di patrocinio) con cui il professionista viene incaricato di svolgere la sua opera professionale in favore della parte, secondo la schema proprio del mandato (Cass. civ. sentenze n. 13963/2006, n. 10454/2002).
Nel caso di specie, quindi, se la proposizione della domanda petitoria faceva parte dell'oggetto del mandato al difensore, non può dirsi che questi abbia "travalicato" i limiti della delega.
Il riferimento al giudizio "ex art. 703" contenuto nella procura può intendersi in modo generico come una espressione atta ad identificare il processo per il quale veniva conferito l'incarico, senza per questo limitare i poteri dell'avvocato, al quale, anzi, è stato conferito "ogni più ampio potere conferito dalla legge", tra cui quello di approntare la migliore difesa possibile.
Gli atti che il difensore non può compiere in assenza di un espresso potere sono solo quelli che importano disposizione del diritto in contesa (art. 84, secondo comma, c.p.c.), come la rinuncia alla domanda riconvenzionale, la dichiarazione di non voler proseguire la causa, la rinuncia alle spese del giudizio, etc.
Per rispondere precisamente a tale domanda si dovrebbero conoscere tutti i distinti atti di proprietà degli acquirenti e la conformazione dei luoghi.
In ogni caso, va ricordato che l'azione petitoria di regolamento di confini (art. 950 del c.c.) compete ai proprietari di fondi confinanti; se il fondo o i fondi sono in comproprietà, ciascuno dei comproprietari è legittimato attivamente e passivamente, senza bisogno della partecipazione necessaria al processo degli altri comproprietari. Oltre al proprietario, è legittimato attivo anche chiunque agisca come titolare di un diritto reale (servitù, enfiteuta, usufruttuario, usuario).
Il presupposto dell'azione è che vi sia oggettiva incertezza dei confini, anche soggettiva (quindi anche se vi sia una delimitazione apparente, visibile). A ciascuna delle due parti in giudizio compete la prova della rispettiva estensione del fondo.
E' evidente che, esistendo un muro di recinzione dal 1990, è molto probabile che la questione possa essere risolta con un acquisto per usucapione, sempre che non siano intervenuti atti di interruzione del termine ventennale. L'eccezione di usucapione della zona di confine non snatura l'azione, perché pone in contestazione la esistenza, la validità e la efficacia del titolo di proprietà dell'attore, ma oppone una situazione sopravvenuta.
Il giudice ha la possibilità di decidere solo su alcune domande, emettendo una sentenza parziale (art. 277, secondo comma, c.p.c.). La sentenza parziale, sebbene sia una sentenza non definitiva, è suscettibile di passare in giudicato laddove non venga impugnata.
L'art. 340 del c.c. sancisce che in relazione alle sentenze previste dagli artt. 278 e 279, secondo comma n. 4), c.p.c. (cioè le sentenze parziali anche di merito), la parte soccombente possa riservarsi di fare appello (entro determinati limiti temporali). Se la riserva non è stata fatta, né è stato proposto l'appello immediato, la sentenza parziale non definitiva passa in giudicato (cioè non è più suscettibile di essere impugnata con i mezzi di impugnativa ordinari).
L'accertamento eseguito dall'Agenzia del Territorio non tiene in considerazione eventi rilevanti dal punto di vista civilistico (come una avvenuta usucapione). Quindi, la verifica straordinaria posta in essere dall'ente pubblico potrà al più essere utilizzata dalle parti come prova indiziaria di alcuni fatti che esse vogliono provare (il convenuto nel giudizio di regolamento dei confini potrà cercare di convincere il giudice della fondatezza della sua pretesa argomentando anche dall'esito della verifica dell'Agenzia). Non si tratta però di una prova che possa determinare in maniera certa l'esito del giudizio.
Norma di riferimento: Articolo 703 Codice proc. civile - Domande di reintegrazione e di manutenzione nel possesso | Quesito Q201411722
giovedì 13/11/2014 - Marche
“Una palazzina attigua la mia proprietà si è allacciata alla rete fognante interna la mia recinzione mentre ero fuori per motivi di lavoro. Diffidati ad interrompere l'opera ha risposto l'amministratore scrivendomi “dovendo procedere al rifacimento di una linea fognante non più funzionante mi è stato riferito dell'esistenza di tubi fognanti prima del suo confine. Abbiamo proceduto allo scavo ma non abbiamo trovato alcunché. Pertanto abbiamo cercato di contattarla per chiederle l'autorizzazione all'ingresso nella sua proprietà. Nel frattempo abbiamo proceduto a ricercare lo scarico individuandolo proprio sotto il suo cancello di ingresso ed abbiamo effettuato l'allaccio”.
In Giudice di 1° grado (previo parere del CTU) ha ritenuto illegittimo questo comportamento.
Appella il Giudizio la controparte “per non corretta applicazione dell'art. 703 c.p.c”. Infatti ritiene siano stati violati (dal Giudice) gli art. 669/sexties, 669/novies nonché l'art. 703 cpc all'epoca vigenti (2004) in quanto avendo il G.I. rigettato il ricorso per questioni di rito avrebbe dovuto provvedere sulle spese della fase cautelare lasciando alle parti la richiesta di fissazione dell'udienza di merito. Invece ha fissato direttamente l'udienza di prima trattazione“.
Nella comparsa di risposta devo controbattere questa tesi.
Nel merito lo scrivente non ha reperito precedenti giurisprudenziali ma solo dottrinari :
“il giudice può emettere svariati provvedimenti che vanno dall’ordine di restituzione del bene sottratto, alla distruzione di opere che impediscono il pieno godimento del possesso o ne comprimano l’esercizio, alla ricostruzione di opere danneggiate o distrutte, etc..
Il legislatore del 2005 ha dovuto apportare tale modifica in quanto precedentemente l’art.703 c.p.c. si limitava a dichiarare applicabili gli art.669bis e ss., generando così nella dottrina 2 diversi orientamenti:
1. un primo orientamento intendeva l’applicazione delle norme sul procedimento cautelare uniforme come NON INTEGRALE, più precisamente intendeva come non applicabile a questi particolari procedimenti l’art.669octies (art. sulla strumentalità rigida), in quanto il procedimento possessorio non ha funzione cautelare; secondo tale orientamento il procedimento possessorio avrebbe quindi dovuto concludersi dopo la prima fase a cognizione sommaria ( il possesso non è un diritto soggettivo quindi non necessiterebbe di una tutela a cognizione piena ed esauriente) e solo il reclamo sarebbe stato possibile avverso l’ordinanza possessoria. Inoltre negli altri procedimenti sommari con funzione decisoria non vi è identità di situazioni giuridiche da tutelare nelle 2 diverse fasi, ma nella 1° fase si tutela il fumus del diritto, nella 2° fase si tutela il diritto vero e proprio; invece se il procedimento possessorio si articolasse in 2 fasi si avrebbe in ogni fase la tutela di una identica situazione giuridica: la situazione possessoria.
2. Un secondo orientamento invece riteneva che l’applicazione della disciplina dei procedimenti cautelari in generale dovesse essere integrale (incluso l’art.669octies) e così colui che avesse ottenuto l’ordinanza possessoria avrebbe dovuto introdurre il processo a cognizione piena ed esauriente.
Entrambi questi orientamenti hanno trovato applicazione in sede giurisprudenziale.
Il legislatore del 2005, con la nuova formulazione dell’art.703c.p.c, ha adottato entrambi gli orientamenti , lasciando alle parti la scelta tra l’uno o l’altro e quindi sul se proseguire o meno il procedimento con le forme del processo a cognizione piena
Nel caso esposto abbiamo un giudizio possessorio ex art. 703 instaurato nel 2004 e rigettato in rito; successivamente, vi è stato l'inizio di un giudizio di merito a cognizione piena che ha visto l'attore vincente in primo grado; oggi pende l'appello.
L'art. 703 del c.p.c. è stato modificato a norma dell'art. 2, comma 3, lett. e) bis, n. 7.1) del D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito con modificazioni nella l. 14 maggio 2005 n. 80. La disposizione è entrata in vigore il 1 marzo 2006 e si applica ai procedimenti instaurati successivamente a tale data.
Ciò premesso, va quindi confermato che per risolvere il quesito proposto si deve guardare alla disciplina del giudizio possessorio e quella del procedimento cautelare precedente alla riforma del 2006.
E' utile quindi indicare la formulazione delle norme interessate dal quesito al momento dell'instaurazione del giudizio nel 2004:
Art. 703, comma secondo: "Il giudice provvede ai sensi degli artt. 669 bis ss.".
Art. 669 septies, comma secondo, "Provvedimento negativo": "Se l'ordinanza di incompetenza o di rigetto è pronunciata prima dell'inizio della causa di merito, con essa il giudice provvede definitivamente sulle spese del procedimento cautelare".
Art. 669 octies, primo comma, "Provvedimento di accoglimento": "L'ordinanza di accoglimento, ove la domanda sia stata proposta prima dell'inizio della causa di merito, deve fissare un termine perentorio non superiore a trenta giorni per l'inizio del giudizio di merito, salva l'applicazione dell'ultimo comma dell'art. 669 novies".
Art. 669 novies, primo comma, "Inefficacia del provvedimento cautelare": "Se il procedimento di merito non è iniziato nel termine perentorio di cui all'art. 669 octies, ovvero se successivamente al suo inizio si estingue, il provvedimento cautelare perde efficacia".
L'impianto normativo disciplinante il procedimento cautelare vigente nel 2004 prevedeva che, in caso di accoglimento della domanda cautelare, si instaurasse un vincolo di strumentalità fra la tutela ottenuta in via "provvisoria" e il giudizio di merito: questo doveva essere tempestivamente iniziato, pena la perdita di efficacia del provvedimento cautelare.
In caso di rigetto della domanda, invece, sia in rito che nel merito, salvo il diritto a proporre reclamo, il giudice doveva statuire sulla spese: nulla si diceva sull'introduzione della causa di merito.
Circa l'art. 703, si era aperto un dibattito sull'applicabilità in ogni caso (sia rigetto che accoglimento) dell'art. 669 octies, il quale prevedeva in realtà, come detto, la fissazione del termine perentorio per l'avvio del giudizio di merito solamente in caso di accoglimento della domanda.
Difatti, anche se il codice di rito richiamava tout court (nel secondo comma dell’articolo 703), il procedimento cautelare uniforme di cui agli articoli 669 bis e seguenti, tale disciplina non era interamente compatibile con la struttura bifase del procedimento possessorio: in particolare, non sembrava applicabile l’articolo 669 septies, che di fatto precludeva la fase di merito in caso di provvedimento negativo, né l’articolo 669 octies che imponeva, in caso di ordinanza di accoglimento del ricorso, l’avvio di un giudizio di merito autonomo.
La Corte di Cassazione, con sentenza del 24.2.1998 n. 1984, resa a Sezioni Unite, ha risolto il contrasto giurisprudenziale relativo all’incidenza, sul procedimento possessorio, della legge 353/1990, affermando: "Sulla natura del possesso sono state espresse molte opinioni in dottrina e giurisprudenza, essendosi ritenuto che esso sia una mera situazione di fatto, un diritto soggettivo, un interesse occasionalmente protetto ovvero un’aspettativa [...] ma indipendentemente dall’adesione all’una o all’altra di queste opinioni, è certo che l’ordinamento giuridico concedendo al possessore le azioni di reintegrazione (articolo 1168 del Codice Civile) e di manutenzione (articolo 1170 del Codice Civile) gli ha riconosciuto il diritto alla conservazione integra del potere sulla cosa contro il suo spoglio o turbativa, prevedendo in tal modo una tutela che non può essere contenuta nei limiti ristretti del procedimento cautelare, ma deve essere attuata con un giudizio a cognizione piena da concludersi con un provvedimento suscettibile di passaggio in cosa giudicata, secondo la garanzia assicurata ai diritti soggettivi dall’articolo 24 della Costituzione [...]. La tesi secondo cui il possesso, essendo una situazione di fatto, non richiederebbe la tutela assicurata dal giudizio a cognizione ordinaria, non può, perciò, essere condivisa, giacché ad essere protetta non è la situazione possessoria, intesa come semplice fatto naturalistico, ma il diritto alla sua conservazione e integrità [...] il diritto da garantire in modo ampio esiste e si identifica con quello alla conservazione del possesso pacifico della cosa e alla cessazione dello spoglio e delle molestie".
Quindi, la Suprema Corte così conclude: "Le modifiche introdotte dalla l. 26 novembre 1990 n. 353, ed in particolare, la nuova formulazione dell'art. 703 c.p.c., non incidono sulla struttura del procedimento possessorio che resta caratterizzato da una duplice fase, la prima, di natura sommaria, limitata all'emanazione dei provvedimenti immediati, la seconda, a cognizione piena, avente ad oggetto il merito della pretesa possessoria, e da concludersi con sentenza soggetta alle impugnazioni ordinarie, non rilevando in contrario il testuale rinvio agli articoli 669 bis e seguenti contenuto nel comma 2 del cit. art. 703, che ha lo scopo di consentire l'estensione delle norme sui procedimenti cautelari a quelli possessori, esclusivamente nei limiti consentiti dalle caratteristiche e dalla struttura di questi ultimi. Pertanto, concesse o negate dal pretore, con ordinanza, le misure interdittali, il giudizio deve proseguire innanzi allo stesso giudice all'udienza da questi all'uopo fissata, per l'esame del merito della pretesa possessoria e dell'eventuale domanda accessoria di risarcimento del danno, restando estranea al delineato schema procedimentale la introduzione di una fase di merito mediante la notifica di una nuova citazione ai sensi dell'art. 669 octies dello stesso codice".
Tale sentenza ha messo a tacere tutte le diverse ed opposte tesi sorte in giurisprudenza ed è stata perlopiù seguita anche dai giudici di merito, salve alcune eccezioni che però non sono particolarmente rilevanti.
Nel caso di specie, quindi, si ritiene che il giudice che nel 2004 fissò l'udienza di merito a seguito del rigetto dell'istanza cautelare, abbia correttamente fatto applicazione dei principi contenuti nella richiamata sentenza a Sezioni Unite della Corte di cassazione e, quindi, che l'appello sia infondato.

References: Articolo 703

Articolo 703

Cass. 
 Articolo 703
 art. 1168
 Articolo 703
 art. 703
 art. 703
 sentenza 
 Sentenza 
 art. 703
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Articolo 703
 art. 669
 art.669
 art. 703

Art. 703

Art. 669

Art. 669

Art. 669
 sentenza 
 sentenza 
 art. 703
 sentenza 
 sentenza