Source: https://studiolegaleramelli.it/2019/09/24/commette-il-reato-di-accesso-abusivo-lagente-abilitato-allaccesso-nel-sistema-informatico-che-abusi-delle-proprie-funzioni-per-perseguire-scopi-personali/
Timestamp: 2020-08-13 17:58:22+00:00

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Commette il reato di accesso abusivo l’agente abilitato all’accesso nel sistema informatico che abusi delle proprie funzioni per perseguire scopi personali. – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Si segnala ai lettori del blog la sentenza n.38685/2019 – depositata il 19.09.2019, resa dalla VI Sezione Penale con la quale la Cassazione dando continuità all’insegnamento delle Sezioni Unite (sentenza 41210/2017), ha ritenuto rientrante nel perimetro punitivo dell’art. 615 ter cod. pen. la condotta dell’agente che, sebbene abilitato da apposite credenziali, acceda al sistema protetto per ragioni personali estranee rispetto a quelle dell’ufficio a lui assegnato.
La Corte di appello di Ancona confermava la sentenza di condanna resa dal Giudice dell’udienza preliminare dello stesso Tribunale all’esito del giudizio abbreviato nei confronti dell’imputato, tratto a giudizio nella qualità di sovraintendente della Polizia di Stato per rispondere di plurimi delitti, segnatamente falso materiale in atto pubblico fidefaciente, peculato e accesso a sistema informatico, perché abilitato all’accesso alla banca dati relativa alla “gestione delle armi” si introduceva abusivamente nel sistema distruggendo e cancellando i dati registrati relativi alla avvenuta consegna per la rottamazione del fucile a questi assegnato.
Avverso la sentenza emessa dalla Corte distrettuale interponeva ricorso per cassazione l’imputato, che censurava il provvedimento de quo articolando plurimi motivi di impugnazione, lamentando per quanto di interesse, vizio motivazionale e violazione di legge in ordine alla ritenuta sussistenza dell’elemento soggettivo del reato di cui all’art 615-ter cod. pen.
Il Supremo Collegio ha accolto il ricorso limitatamente al trattamento sanzionatorio, annullando con rinvio la sentenza impugnata, rigettando nel resto le censure promosse dall’imputato.
Di seguito si riportano i passaggi estratti del compendio motivazionale della sentenza in commento, di particolare interesse per gli operatori di diritto che si occupano di reati informatici
(i) La ricostruzione della condotta dell’agente viziata dallo “sviamento” per scopi personali del potere connesso alla qualità di pubblico ufficiale.
“La sentenza sarebbe viziata, si assume, nella parte in cui ha ritenuto configurabile il reato per avere [omissis]operato l’accesso al fine di compiere una operazione illecita – quella di cancellare dalla banca dati un file correttamente inserito senza tuttavia valorizzare il dato obiettivo, e cioè che l’imputato fosse legittimato ad operare all’interno del sistema di registrazione dati (SDI); si sostiene che la eventuale commissione di fatti di reato posta in essere successivamente all’accesso legittimamente compiuto non sarebbe circostanza idonea ad invalidare la legittimità dell’accesso stesso.
La tipicità del reato sarebbe legata alla commissione solo di condotte oggettivamente prive di titolo abilitativo ovvero “obiettivamente estranee all’insieme delle azioni che il suo titolo abilitativo concede
Si tratta di affermazioni che non tengono conto di quanto chiarito dalle Sezioni unite della Corte di cassazione, secondo cui assume rilievo la situazione nella quale l’accesso o il mantenimento nel sistema informatico dell’ufficio a cui è addetto il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio, seppur avvenuto a seguito di utilizzo di credenziali proprie dell’agente ed in assenza di ulteriori espressi divieti in ordine all’accesso ai dati, si connoti, tuttavia, dall’abuso delle proprie funzioni da parte dell’agente, rappresenti cioè uno sviamento di potere, un uso del potere in violazione dei doveri di fedeltà che ne devono indirizzare l’azione nell’assolvimento degli specifici compiti di natura pubblicistica a lui demandati.
Secondo la Corte di cassazione, «sotto lo schema dell’eccesso di potere si raggruppano tutte le violazioni di quei limiti interni alla discrezionalità amministrativa, che, pur non essendo consacrati in norme positive, sono inerenti alla natura stessa del potere esercitato».
Lo sviamento di potere è una delle tipiche manifestazioni di un tale vizio dell’azione amministrativa e ricorre quando l’atto non persegue un interesse pubblico, ma un interesse diverso (di un privato, del funzionario responsabile, ecc.). Si ha quindi “sviamento di potere” quando nella sua attività concreta il pubblico funzionario persegue una finalità diversa da quella che gli assegna in astratto la legge sul procedimento amministrativo (art. 1, legge n. 241 del 1990) (così, Sez. U, n. 41210 del 18/05/2017, Savarese, Rv. 271061).”
(ii) Il principio di diritto enunciato in ordine alla sussistenza del reato di cui all’art 615-ter cod. pen.:
“Dunque integra il delitto previsto dall’art. 615-ter, secondo comma, n. 1, cod. pen. lacondotta del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio che, pur essendo abilitato e pur non violando le prescrizioni formali impartite dal titolare di un sistema informatico o telematico protetto per delimitarne l’accesso, acceda o si mantenga nel sistema per ragioni ontologicamente estranee rispetto quelle per le quali la facoltà di accesso gli è attribuita. (Sez. U, n. 41210 del 18/05/2017, cit.).
I giudici hanno fatto corretta applicazione dei principi in questione, non essendovi dubbi che nella specie [omissis], pur essendo abilitato ad accedere al sistema informatico, operò per finalità esclusivamente egoistiche e personali, del tutto scisse da quelle istituzionali per le quali l’accesso era a lui garantito ed in ragione delle quali il potere era stato a lui attribuito; [omissis] fece accesso al sistema ed operò al suo interno per realizzare un interesse esclusivamente privatistico, un segmento di condotta funzionale a consentire di giustificare la successiva cessione del fucile nei suoi riguardi e, dunque, ad occultare oggettivamente un fatto preclusivo di quella cessione, e cioè che quel fucile fosse già stato consegnato dal precedente titolare che dunque non aveva più nessun potere di fatto su quell’arma.”
Art. 615-ter cod. pen., Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico:
[I] Chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, è punito con la reclusione fino a tre anni.
3) se dal fatto deriva la distruzione o il danneggiamento del sistema o l’interruzione totale o parziale del suo funzionamento ovvero la distruzione o il danneggiamento dei dati, delle informazioni o dei programmi in esso contenuti.
[III]. Qualora i fatti di cui ai commi primo e secondo riguardino sistemi informatici o telematici di interesse militare o relativi all’ordine pubblico o alla sicurezza pubblica o alla sanità o alla protezione civile o comunque di interesse pubblico, la pena è, rispettivamente, della reclusione da uno a cinque anni e da tre a otto anni.
[IV]. Nel caso previsto dal primo comma il delitto è punibile a querela della persona offesa; negli altri casi si procede d’ufficio.
Quadro giurisprudenziale in ordine al reato di accesso abusivo a sistema informatico di cui all’art 615-ter cod. pen.:
Cassazione penale sez. II, 29/05/2019, n.26604:
Il delitto di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico risulta integrato dalla condotta di colui che pur essendo abilitato acceda o si mantenga in un sistema informatico protetto, violando le disposizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’accesso. Tale fattispecie non si confonde o sovrappone a quella di frode informatica, tutelando, le due figure, beni giuridici differenti.
Cassazione penale sez. V, 25/03/2019, n.18284:
Integra il reato di cui all’articolo 615-ter del Cp, la condotta di colui che accede abusivamente all’altrui casella di posta elettronica, trattandosi di uno spazio di memoria, protetto da una password personalizzata, di un sistema informatico destinato alla memorizzazione di messaggi, o di informazioni di altra natura, nell’esclusiva disponibilità del suo titolare, identificato da un account registrato presso il provider del servizio. Né, in senso contrario, potrebbe risolversi l’offensività della condotta entro il perimetro declinato dagli articoli 616 e 635-bis del Cp, che tutelano, rispettivamente, il contenuto della corrispondenza la protezione fisica degli apparati informatici, sanzionando però condotte ultronee e successive rispetto alla abusiva introduzione in sistema informatico protetto. Per l’effetto, quindi, in ipotesi di accesso abusivo a una casella di posta elettronica protetta da password, il reato di cui articolo 615-ter del Cp concorre con il delitto di violazione di corrispondenza, in relazione alla acquisizione del contenuto delle mail custodite nell’archivio, e con il reato di danneggiamento di dati informatici, nel caso in cui, all’abusiva modificazione delle credenziali d’accesso, consegue l’inutilizzabilità della casella di posta da parte del titolare.
Cassazione penale sez. un., 18/05/2017, n.41210:
Integra il delitto previsto dall’art. 615-ter, comma 2, n. 1, c.p. la condotta del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio che, pur essendo abilitato e pur non violando le prescrizioni formali impartite dal titolare di un sistema informatico o telematico protetto per delimitarne l’accesso (nella specie il Registro informatizzato delle notizie di reato, c.d. Re.Ge.), acceda o si mantenga nel sistema per ragioni ontologicamente estranee e comunque diverse rispetto a quelle per le quali, soltanto, la facoltà di accesso gli è attribuita. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto immune da censure la condanna ad un funzionario di cancelleria, il quale, sebbene legittimato ad accedere al Registro informatizzato delle notizie di reato, conformemente alle disposizioni organizzative della Procura della Repubblica presso cui prestava servizio, aveva preso visione dei dati relativi ad un procedimento penale per ragioni estranee allo svolgimento delle proprie funzioni, in tal modo realizzando un’ipotesi di sviamento di potere) .
Cassazione penale sez. V, 06/06/2017, n.52572:
Colui che si introduce nell’altrui casella di posta elettronica, pur conoscendone la password di accesso, commette il reato di cui all’art. 615-ter c.p. qualora l’accesso sia abusivo perché idoneo a violare le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’ingresso da parte di terzi.
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