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Timestamp: 2016-10-27 01:10:17+00:00

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6/2/2015 - Studio Ducoli
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/ VENERD&Igrave;, 06 FEBBRAIO 2015
ravvedibile con
Invio delle Certificazioni Uniche
/ Alfio CISSELLO e Simonetta LA
Qualora, in sede di verifica delle
operazioni poste in essere nel
2014, l’esportatore abituale si
accorga di essersi avvalso della
facolt&agrave; di acquistare beni e/o servizi senza IVA oltre il limite consentito (c.d. “splafonamento”),
opera la sanzione dal 100% al
200% dell’imposta, di cui all’art. 7
comma 4 del DLgs. 471/97.
L’Agenzia delle Entrate ha diverse volte illustrato le modalit&agrave; con
cui l’esportatore abituale pu&ograve; sanare la menzionata violazione,
anche evitando di coinvolgere il
Il tutto deve essere visto alla luce
della L. 190/2014, che, modificando l’art. 13 del DLgs. 472/97,
ha reso possibile, per i tributi amministrati dall’Agenzia delle Entrate, il ravvedimento operoso
senza particolari limiti temporali,
sino alla notifica dell’accertamento.
Con la circ. [...]
Approvato il software per la trasmissione telematica all’Agenzia delle
Entrate, entro il prossimo 9 marzo
Da ieri &egrave; disponibile sul sito dell’Agenzia delle
Entrate il software da utilizzare per compilare e
inviare in via telematica le Certificazioni Uniche 2015, relative ai redditi corrisposti nel 2014.
Il nuovo modello di Certificazione Unica 2015,
approvato lo scorso 15 gennaio, dovr&agrave; essere
trasmesso all’Agenzia, direttamente dal sostituto d’imposta o tramite un intermediario abilitato, entro il 9 marzo 2015 (primo giorno lavorativo successivo all’ordinaria scadenza del 7
marzo, che quest’anno cade di sabato), per permettere all’Agenzia stessa di acquisire i relativi
dati in tempo utile per rendere disponibili, entro il 15 aprile 2015, i modelli 730/2015 precompilati.
Il software “Certificazione Unica 2015” consente:
- la compilazione delle Certificazioni Uniche
2015 relative ai redditi di lavoro dipendente e
assimilati, ai redditi di lavoro autonomo, alle
provvigioni e ai previsti redditi diversi;
- la creazione del relativo file da inviare telematicamente.
Per eseguire il software &egrave; necessario utilizzare la
Java Virtual Machine versione 1.7, che consente all’utente di usufruire delle applicazioni
Nello scorporo dei terreni, da verificare la vita utile
residua del fabbricato
Non punibile l’omessa trasmissione al Fisco della
Oggi a Cosenza il convegno nazionale sui revisori
Operativi gli aumenti per tutti gli iscritti alla Gestione
direttamente dal web, avendo la certezza di
utilizzare sempre la versione pi&ugrave; aggiornata
ed evitando complesse procedure di installazione o aggiornamento.
L’obbligo di trasmissione telematica
all’Agenzia delle Entrate delle Certificazioni
Uniche riguarda quindi anche le tipologie
reddituali per le quali non &egrave; prevista la predisposizione del modello 730 precompilato.
Tuttavia, nel caso in cui la Certificazione
Unica attesti, nei confronti del medesimo
contribuente-sostituito, solo redditi di lavoro dipendente e assimilati, ovvero solo redditi di lavoro autonomo, provvigioni e redditi
diversi, deve essere inviata all’Agenzia delle
Entrate esclusivamente la parte della Certificazione Unica relativa alle tipologie reddituali erogate.
Per inviare il flusso telematico occorre compilare l’apposito frontespizio, in cui vanno indicati:
- i dati anagrafici del soggetto tenuto alla comunicazione delle Certificazioni Uniche (sostituto d’imposta e rappresentante firmatario
della comunicazione);
- il numero delle [...]
Sindaci “legati” alla
societ&agrave; in attesa della
loro sostituzione
Anche dopo le modifiche introdotte negli artt.
2400 e 2401 c.c. dalla riforma del diritto societario vige pure per i sindaci che abbiano
rassegnato le proprie dimissioni la proroga
dell’incarico fino a quando gli stessi non possano essere sostituiti.
A stabilirlo &egrave; il Tribunale di Catania nell’ordinanza del 13 novembre scorso (solo recentemente edita) che interrompe il processo di
consolidamento della ricostruzione secondo
la quale, invece, la [...]
Splafonamento ravvedibile con autofattura
In tal modo si evita di coinvolgere il cedente, chiedendo la nota di variazione in
/ Alfio CISSELLO e Simonetta LA GRUTTA
Qualora, in sede di verifica delle operazioni poste in essere
nel 2014, l’esportatore abituale si accorga di essersi avvalso della facolt&agrave; di acquistare beni e/o servizi senza IVA oltre il limite consentito (c.d. “splafonamento”), opera la sanzione dal 100% al 200% dell’imposta, di cui all’art. 7 comma 4 del DLgs. 471/97.
L’Agenzia delle Entrate ha diverse volte illustrato le modalit&agrave; con cui l’esportatore abituale pu&ograve; sanare la menzionata
violazione, anche evitando di coinvolgere il cedente.
Il tutto deve essere visto alla luce della L. 190/2014, che,
modificando l’art. 13 del DLgs. 472/97, ha reso possibile,
per i tributi amministrati dall’Agenzia delle Entrate, il ravvedimento operoso senza particolari limiti temporali, sino
alla notifica dell’accertamento.
Con la circ. 12/2010 (&sect; 3.7) l’Agenzia delle Entrate ha specificato che il ravvedimento operoso pu&ograve; avvenire con emissione di un’autofattura, tramite una procedura che, sotto
certi versi, ricalca quella contemplata per la regolarizzazione del cessionario in merito alle omesse/irregolari
fatturazioni del cedente (disciplinata dall’art. 6 comma 8 del
DLgs. 471/97).
Per prima cosa, nel momento in cui l’esportatore abituale si
accorge di avere “splafonato”, deve emettere un’autofattura in duplice esemplare, contenente gli estremi identificativi di ciascun fornitore, il numero progressivo di protocollo
delle fatture ricevute, l’ammontare eccedente il plafond e
l’imposta che avrebbe dovuto essere applicata.
Occorre poi versare l’imposta, gli interessi legali e le sanzioni ridotte con modello F24 (alla luce del “nuovo” ravvedimento operoso, la riduzione della sanzione ex art. 7
comma 4 del DLgs. 471/97 pu&ograve; andare da 1/9 a 1/5 del
minimo, a seconda di quando esso avviene).
Fatto ci&ograve;, &egrave; necessario presentare l’autofattura all’ufficio
competente (determinato quindi con riferimento al domicilio fiscale dell’esportatore), e annotarla, munita dell’apposito visto di regolarizzazione, nel registro degli acquisti, per
poter esercitare la detrazione.
Occorre infine indicare l’imposta nel rigo VE24 (“Variazio-
/ EUTEKNEINFO / VENERD&Igrave;, 06 FEBBRAIO 2015
ni ed arrotondamenti d’imposta”) della dichiarazione, anteponendo il segno positivo, e comprendere tale versamento,
ivi inclusi gli interessi, nel rigo VL29 (“Ammontare versamenti periodici, da ravvedimento, interessi trimestrali, acconto”).
L’imponibile e l’imposta risultanti dalla predetta autofattura
devono essere indicati nel quadro VF, nel rigo corrispondente all’aliquota applicata (righi da VF1 a VF11), con la
conseguenza che l’importo della fattura del fornitore o della
bolla doganale rispettivamente emessa o rilasciata in regime
di non imponibilit&agrave; non deve essere indicato nel rigo VF12
(“Acquisti e importazioni senza pagamento d’imposta, con
utilizzo del plafond”).
Ove ci&ograve; fosse gi&agrave; avvenuto, il contribuente dovrebbe ravvedere pure la violazione da dichiarazione infedele, di cui
all’art. 5 comma 4 del DLgs. 471/97; egli, a ben vedere, ha
presentato una dichiarazione IVA con un’imposta inferiore
a quella dovuta, in ragione dello “splafondamento”.
Anche in tal caso, la sanzione va dal 100% al 200% della
maggiore imposta, e la riduzione della stessa, a seconda del
momento in cui avviene il ravvedimento, va da 1/9 a 1/5 del
La procedura descritta ha il pregio di non coinvolgere il cedente, cosa che avverrebbe se si optasse per l’altra modalit&agrave;
di regolarizzazione indicata dall’Agenzia delle Entrate, che
presuppone la richiesta di una nota di variazione in aumento (si veda la circ. n. 50/2002, &sect; 24.2).
Niente sanzioni con regolarizzazione tempestiva
Si segnala che, per la Cassazione del 12 giugno 2002 n.
8362, la tempestiva rettifica della dichiarazione d’intenti
inviata all’Agenzia delle Entrate e al fornitore, ove viene comunicato che le fatture avrebbero dovuto essere emesse in
regime di imponibilit&agrave;, unita alla richiesta di una nota di
variazione al cedente escludono l’irrogabilit&agrave; delle sanzioni,
posto che il rischio per l’Erario di perdita di entrate fiscali &egrave;
cos&igrave; scongiurato.
Invio delle Certificazioni Uniche ai nastri di
Approvato il software per la trasmissione telematica all’Agenzia delle Entrate, entro il
prossimo 9 marzo
Da ieri &egrave; disponibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate il
software da utilizzare per compilare e inviare in via telematica le Certificazioni Uniche 2015, relative ai redditi
corrisposti nel 2014.
Il nuovo modello di Certificazione Unica 2015, approvato lo
scorso 15 gennaio, dovr&agrave; essere trasmesso all’Agenzia, direttamente dal sostituto d’imposta o tramite un intermediario abilitato, entro il 9 marzo 2015 (primo giorno lavorativo
successivo all’ordinaria scadenza del 7 marzo, che quest’anno cade di sabato), per permettere all’Agenzia stessa di acquisire i relativi dati in tempo utile per rendere disponibili,
entro il 15 aprile 2015, i modelli 730/2015 precompilati.
- la compilazione delle Certificazioni Uniche 2015 relative
ai redditi di lavoro dipendente e assimilati, ai redditi di lavoro autonomo, alle provvigioni e ai previsti redditi diversi;
Per eseguire il software &egrave; necessario utilizzare la Java Virtual Machine versione 1.7, che consente all’utente di usufruire delle applicazioni direttamente dal web, avendo la
certezza di utilizzare sempre la versione pi&ugrave; aggiornata ed
evitando complesse procedure di installazione o
L’obbligo di trasmissione telematica all’Agenzia delle Entrate delle Certificazioni Uniche riguarda quindi anche le tipologie reddituali per le quali non &egrave; prevista la predisposizione del modello 730 precompilato. Tuttavia, nel caso in
cui la Certificazione Unica attesti, nei confronti del medesimo contribuente-sostituito, solo redditi di lavoro dipendente e assimilati, ovvero solo redditi di lavoro autonomo,
provvigioni e redditi diversi, deve essere inviata all’Agenzia
delle Entrate esclusivamente la parte della Certificazione
Unica relativa alle tipologie reddituali erogate.
Per inviare il flusso telematico occorre compilare l’apposito
frontespizio, in cui vanno indicati:
- i dati anagrafici del soggetto tenuto alla comunicazione
delle Certificazioni Uniche (sostituto d’imposta e rappresentante firmatario della comunicazione);
- il numero delle certificazioni trasmesse, suddivise tra
certificazioni lavoro dipendente e assimilato e certificazioni
lavoro autonomo, provvigioni e redditi diversi;
- i dati relativi all’impegno alla trasmissione telematica assunto da un intermediario incaricato.
L’invio all’Agenzia delle Entrate comprende anche l’eventuale “quadro CT”, relativo alla comunicazione della “se/ EUTEKNEINFO / VENERD&Igrave;, 06 FEBBRAIO 2015
de telematica” (propria o di un intermediario incaricato) per
la ricezione dall’Agenzia stessa delle comunicazioni relative ai conguagli derivanti dalla liquidazione dei modelli 730
(modelli 730-4), qualora non sia gi&agrave; stata effettuata in passato. Se, invece, devono essere comunicate variazioni, occorre continuare ad utilizzare il modello approvato con il
provvedimento dell’Agenzia del 22 febbraio 2013.
Il flusso telematico pu&ograve; essere suddiviso inviando, oltre al
frontespizio e all’eventuale quadro CT:
- le certificazioni dei dati relativi ai redditi di lavoro dipendente e assimilati;
- separatamente rispetto alle certificazioni dei dati dei redditi di lavoro autonomo, delle provvigioni e dei redditi diversi.
Pertanto, nel caso di coinvolgimento di pi&ugrave; professionisti
nella gestione delle certificazioni (es. consulente del lavoro
per i dipendenti e dottore commercialista per i lavoratori
autonomi), ognuno di essi pu&ograve; trasmettere in via telematica
le Certificazioni Uniche di propria competenza.
- ordinari, con cui si trasmettono i dati richiesti;
- sostitutivi, con i quali si opera la completa sostituzione di
una comunicazione gi&agrave; inviata e acquisita dal sistema telematico (va barrata l’apposita casella del frontespizio);
- di annullamento, con cui si richiede l’annullamento di una
comunicazione precedentemente trasmessa e acquisita dal sistema telematico (va barrata l’apposita casella del
frontespizio).
Gli invii sostitutivi e/o di annullamento devono essere oggetto di un apposito flusso “separato”; se il flusso contiene
anche invii ordinari, tale anomalia comporta lo scarto
dell’intera fornitura.
Per ogni certificazione omessa, tardiva o errata &egrave; prevista
l’applicazione di una sanzione di 100 euro, senza possibilit&agrave;, in caso di violazioni plurime, di applicare il “cumulo giuridico” ai sensi dell’art. 12 del DLgs. 472/97.
Nei casi di errata trasmissione, la sanzione non si applica
se la sostituzione o l’annullamento della certificazione errata &egrave; effettuato entro i cinque giorni successivi alla scadenza.
Nell’ambito del “Forum Lavoro” tenutosi lo scorso 28 gennaio, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che la trasmissione
della certificazione corretta dovr&agrave; avvenire entro gioved&igrave; 12
marzo 2015, ossia entro cinque giorni dalla scadenza ordinaria del 7 marzo.
Infine, ieri &egrave; stato pubblicato anche il software di controllo.
Nello scorporo dei terreni, da verificare la
vita utile residua del fabbricato
Gi&agrave; nel bilancio 2014 si dovr&agrave; rideterminare l’ammontare dell’ammortamento annuale
/ Fabrizio BAVA, Donatella BUSSO e Alain DEVALLE
In un precedente intervento (si veda “Fondo ammortamento
riferibile al terreno da riclassificare a un fondo di bonifica”
del 4 febbraio) &egrave; stata inquadrata la problematica dello scorporo del terreno sottostante il fabbricato e della conseguente riclassificazione del fondo ammortamento riferibile al terreno, da effettuare nel bilancio 2014 in applicazione del
nuovo OIC 16. Tale problematica dovr&agrave; essere affrontata da
tutte quelle imprese che in contabilit&agrave; presentano ancora un
unico conto per i fabbricati.
Sul piano operativo, &egrave; necessario individuare quale soluzione contabile adottare. In prima battuta, &egrave; necessario stornare dal valore del fabbricato la quota parte riferibile al terreno e riclassificare il fondo ammortamento, per la quota parte
riferibile al terreno, ad un fondo rischi di bonifica.
Successivamente, per&ograve; si dovr&agrave; verificare la vita utile residua del fabbricato e rideterminare, gi&agrave; nel bilancio 2014,
l’ammontare dell’ammortamento annuale, nei casi in cui si
ritenga corretto il completamento del processo di ammortamento nel rispetto della vita utile residua inizialmente stimata.
A chiarimento di ci&ograve; si consideri il seguente esempio:
- costo storico del fabbricato pari a 100;
- fondo ammortamento al 1&deg; gennaio 2014 pari a 70;
- vita utile pari a 10 esercizi (si &egrave; ipotizzata pari a 10 esercizi solo per agevolare la comprensione del procedimento);
- valore del terreno al momento dell’acquisto del
fabbricato, determinato attraverso una perizia, pari a 20.
Il fondo riferibile al fabbricato viene determinato proporzionalmente al valore del terreno: (20/100) = 20%; allo stesso modo il valore del fondo ammortamento riferibile al terreno &egrave; dato dal 20% di 70, pari a 14. Lo scorporo viene effettuato movimentando il conto terreno per 20 e, in contropartita, riducendo il valore del fabbricato del medesimo importo. Si dovr&agrave;, inoltre, riclassificare il fondo ammortamento
per un importo corrispondente al 20% del valore complessivo (70), pari a 14, ad un “Fondo rischi per bonifica/ripristino sito”. Infine, per consentire di completare il processo di
ammortamento nel rispetto della vita utile originaria, il valore netto contabile del fabbricato post scorporo del terreno
viene cos&igrave; rideterminato: (80 – 56) = 24; il nuovo
ammontare dell’ammortamento dell’esercizio &egrave; pertanto pari
a: (24 / 3) = 8.
Talvolta, inoltre, si possono presentare alcune complicazioni, ad esempio, in presenza di fabbricati rivalutati nei precedenti esercizi, oppure nei confronti dei quali sono state sostenute spese incrementative di valore. Nel primo caso, ovvero con riferimento alla rivalutazione, si dovr&agrave; verificare se
quest’ultima ha riguardato o meno anche la quota riferibile
al terreno, mentre, nel secondo caso, le spese incrementative di valore saranno sempre da riferire esclusivamente al
fabbricato (con alcune eccezioni, quali le spese per la copertura di un piazzale e cos&igrave; via).
Da verificare anche l’ammontare del fondo di recupero
Nel momento in cui si procede allo scorporo del terreno ed
alla riclassificazione del fondo ammortamento riferibile allo
stesso, &egrave; opportuno aggiornare le stime effettuate, verificando la vita utile residua del fabbricato, il suo valore residuo,
nonch&eacute; l’ammontare del fondo di recupero ambientale.
A proposito di questo ultimo aspetto, il nuovo OIC 31 dedica alcuni paragrafi (98-102) al fondo di recupero ambientale. &Egrave; pertanto opportuno che le imprese, che hanno continuato ad ammortizzare il terreno fino al bilancio 2013 sulla
base di quanto previsto dal vecchio OIC 16, verifichino se &egrave;
necessario continuare ad accantonare annualmente costi da
iscrivere nel fondo recupero ambientale e se l’ammontare del
fondo che si viene a creare distintamente nel bilancio 2014
rappresenti o meno una stima attendibile dei costi di bonifica/smantellamento. Di fatto, &egrave; opportuno che si proceda ad
un aggiornamento delle stime, che, in accordo con quanto
stabilito dall’OIC 29, deve essere applicato prospetticamente, ovvero da quando la stima &egrave; aggiornata.
Sindaci “legati” alla societ&agrave; in attesa della
Il Tribunale di Catania ed il giudice del registro presso il Tribunale di Roma si
schierano a favore dell’orientamento della prorogatio in caso di dimissioni
Anche dopo le modifiche introdotte negli artt. 2400 e 2401
c.c. dalla riforma del diritto societario vige pure per i sindaci che abbiano rassegnato le proprie dimissioni la proroga
dell’incarico fino a quando gli stessi non possano essere
A stabilirlo &egrave; il Tribunale di Catania nell’ordinanza del 13
novembre scorso (solo recentemente edita) che interrompe
il processo di consolidamento della ricostruzione secondo la
quale, invece, la rinunzia all’incarico da parte del sindaco (o
dei sindaci) presenterebbe sempre efficacia immediata, non
solo quando sia possibile l’automatica sostituzione con un
sindaco supplente, ma anche quando la sostituzione non sia
possibile per mancanza (o insufficienza) di sindaci supplenti.
E tale interruzione appare tanto pi&ugrave; netta se si considera che
nel senso proposto dal Tribunale di Catania si &egrave; espresso
anche il giudice del registro presso il Tribunale di Roma, con
decreto del 28 luglio scorso (anch’esso edito solo di recente).
Ricapitolando, la soluzione dell’efficacia immediata delle dimissioni &egrave; stata sostenuta, tra le altre decisioni, dalle sentenze del Tribunale di Bari del 2 febbraio 2013, del Tribunale di
Milano del 2 agosto 2010 e del Tribunale di Napoli del 15
ottobre 2009. Nel medesimo senso si sono espressi anche il
Comitato Triveneto dei Notai (nelle massime H.E.1 e
I.D.3), le Norme di comportamento del collegio sindacale
predisposte dal CNDCEC (criteri applicativi della norma
1.6) e la Fondazione Nazionale dei Commercialisti, con un
documento pubblicato lo scorso 1&deg; dicembre. In senso contrario, invece, si sono espressi: il Tribunale di Napoli del 4
dicembre 2013, il Tribunale di Milano del 3 febbraio 2010 n.
1385 e il Tribunale di Mantova del 25 luglio 2009. Le decisioni dei Tribunali di Catania e di Roma, citate in premessa,
vengono ora a rinforzare quest’ultima interpretazione.
La questione – ricordano i giudici catanesi – era gi&agrave; controversa anteriormente alla riforma del diritto societario. Il
DLgs. 6/2003, poi, ha espressamente previsto la prorogatio
dei sindaci nel caso di scadenza del termine della carica,
senza per&ograve; specificare se essa valga anche nel caso di rinuncia. Tale novit&agrave; &egrave; stata letta, da taluni, come conferma della
tesi che esclude la prorogatio in caso di rinuncia. D’altra
parte, rispetto all’organo di controllo, diversamente da quanto accade per l’organo amministrativo (ex art. 2385 c.c.), le
esigenze di continuit&agrave; sono meno rigide, dal momento che
&egrave; la stessa legge a prevedere che, salvo particolari situazioni,
l’attivit&agrave; dei sindaci sia svolta rispettando una determinata
periodicit&agrave; (cfr. l’art. 2404 c.c.). Il sistema poi, in ultima
analisi, risolve la questione con lo scioglimento della societ&agrave;
priva dell’organo di controllo.
A giudizio di altri, invece, la novit&agrave; normativa introdotta dalla riforma del diritto societario sarebbe irrilevante ai fini in
esame, vigendo comunque un principio generale volto ad
assicurare la continuit&agrave; di funzionamento dell’organo di
controllo. E, quindi, la circostanza secondo cui il collegio
sindacale non sarebbe chiamato ad un impegno quotidiano e
ad una costante presenza fisica – peraltro discutibile in situazioni di criticit&agrave; e di fibrillazione societaria – non dimostrerebbe affatto che sia tollerabile l’interruzione del funzionamento del detto organo di controllo. Rilevanti, inoltre, sono
reputati i rischi di deresponsabilizzazione correlati alla tesi
della cessazione immediata. I sindaci dimissionari, infatti,
non avrebbero pi&ugrave; alcun dovere verso la societ&agrave;, non potendo n&eacute; convocare l’assemblea per la loro sostituzione, in caso
di inerzia degli amministratori (ex art. 2406 comma 1 c.c.),
n&eacute;, in caso di mancata delibera, chiedere al Tribunale la nomina del liquidatore giudiziale (ex art. 2487 comma 2 c.c.).
Se, poi, l’assemblea, regolarmente convocata dagli amministratori, non dovesse deliberare, gli amministratori stessi sarebbero a loro volta esenti da responsabilit&agrave; per l’accaduto.
Per queste ragioni il Tribunale di Catania dichiara di preferire la tesi della prorogatio della carica dei sindaci fino alla loro sostituzione (ovvero, se presenti, fino alla effettiva comunicazione delle dimissioni ai sindaci supplenti).
Tali ragioni, poi, sono sostanzialmente alla base anche del
provvedimento del giudice del registro presso il Tribunale di
Roma, che osserva come l’istituto della prorogatio rappresenti il portato dell’interesse a garantire la continuit&agrave; del
collegio sindacale. Ci&ograve; in quanto l’attivit&agrave; di vigilanza ad esso affidata non pu&ograve; essere saltuaria, ma permanente e continuativa (e, quindi, priva di interruzioni), e svolta dall’organo nella sua completezza (e, quindi, evitando qualsiasi
menomazione nella sua composizione minima).
A fronte di ci&ograve; – conclude il giudice romano in relazione al
caso di specie – qualora non si dovesse addivenire alla sostituzione assembleare dei sindaci, la rinuncia posta in essere
dall’intero collegio non &egrave; idonea a produrre i propri effetti
con la sostituzione da parte dei due supplenti; in tale ipotesi,
infatti, comunque non si assicura la costituzione dell’organo con un minimo di tre componenti. E, a maggior ragione,
l’operativit&agrave; immediata delle dimissioni &egrave; esclusa nel caso in
cui, oltre ai sindaci effettivi, presentino le dimissioni anche
i sindaci supplenti.
Non punibile l’omessa trasmissione al Fisco
della lettera d’intento
Si tratta di una violazione che non incide sulla determinazione dell’imposta e non
arreca pregiudizio all’azione di controllo
L’art. 20 del DL 175/2014 ha traslato dal cedente al cessionario l’obbligo di trasmissione telematica delle dichiarazioni d’intento all’Agenzia delle Entrate. La previsione normativa si applica alle dichiarazioni d’intento relative alle
operazioni senza applicazione d’imposta effettuate dal 1&deg;
Nel regime previgente, invece, ai sensi dell’art. 1, comma
1, lett. c) del DL 746/1983, era il cedente a dover trasmettere all’Amministrazione finanziaria le dichiarazioni d’intento
ricevute. In caso di omessa trasmissione trovava applicazione il previgente art. 7, comma 4-bis del DLgs. 471/1997, che
prevedeva una sanzione dal 100% al 200% dell’imposta,
ovvero la stessa stabilita dal precedente comma 3 per le
operazioni in regime di non imponibilit&agrave; effettuate in
assenza di dichiarazione d’intento.
La C.T. Reg. di Milano, con la sentenza n. 5601/19/2014, ha
esaminato il caso di una spa che aveva ricevuto una regolare dichiarazione d’intento dal cliente esportatore abituale e
l’aveva annotata nell’apposito registro, ma non l’aveva trasmessa telematicamente all’Agenzia delle Entrate. Quest’ultima, quindi, aveva irrogato la sanzione del 100%
dell’imposta sulla base delle sopra richiamate norme.
I giudici di merito hanno valutato l’eccezione sollevata dal
contribuente circa la sussistenza di cause di non punibilit&agrave;
per la violazione commessa, come previsto dall’art. 6, comma 5-bis del DLgs. 472/1997, a mente del quale non sono
punibili le violazioni che non arrecano pregiudizio all’esercizio delle azioni di controllo e non incidono sulla determinazione della base imponibile, dell’imposta e sul versamento del tributo.
L’Amministrazione finanziaria, in proposito, con la circolare n. 77/2001 (&sect; 3.1), aveva chiarito che, ai fini della non punibilit&agrave; della commessa violazione, le condizioni negative
appena richiamate devono intendersi alternative e non concorrenti, con la conseguenza che non pu&ograve; configurarsi una
violazione meramente formale ove manchi in concreto
Peraltro, gli Uffici devono valutare in concreto a posteriori,
nei singoli casi specifici, se gli illeciti commessi abbiano determinato pregiudizio all’esercizio dell’azione di controllo.
Secondo il collegio d’appello, nel caso devoluto alla sua cognizione, la violazione consistente nell’omessa trasmissione telematica della dichiarazione d’intento ricevuta non ave-
va minimamente inciso sulla determinazione dell’imposta e,
inoltre, non aveva arrecato alcun pregiudizio all’azione di
controllo, atteso che, pur omettendo la trasmissione della dichiarazione, la societ&agrave; l’aveva regolarmente annotata
nell’apposito registro e aveva altres&igrave; indicato le relative forniture nella dichiarazione IVA. Pertanto, in presenza delle
condizioni previste dalla sopra riportata disposizione,
doveva ritenersi sussistente la causa di non punibilit&agrave;.
Nell’interessante parte conclusiva della motivazione, poi, i
giudici di merito sembrano paventare la possibile applicazione del favor rei per il caso di specie, poich&eacute;, come gi&agrave;
sopra ricordato, l’art, 20 del DLgs. 175/2014 – all’epoca della decisione non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale – ha
abolito l’adempimento a carico del cedente, trasferendolo al
cessionario. Secondo il collegio, quindi, sarebbe applicabile
l’art. 3, comma 2 del DLgs. 472/1997, in base al quale, salvo diversa previsione di legge, nessuno pu&ograve; essere assoggettato a sanzioni per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce violazione punibile.
Dubbi sulla possibile applicazione del favor rei nel caso
In proposito, l’Amministrazione finanziaria, con la circolare
n. 180/1998, aveva chiarito che la disposizione poc’anzi riportata trova applicazione sia nei casi in cui la legge posteriore si limiti ad abolire la sola sanzione, lasciando in vita
l’obbligatoriet&agrave; del comportamento prima sanzionabile, sia
nell’ipotesi in cui venga eliminato un obbligo strumentale
e, quindi, solo indirettamente la previsione sanzionatoria.
Nel caso di cui trattasi, effettivamente l’art. 20 del DLgs.
175/2014 ha eliminato l’obbligo di invio della dichiarazione a carico del cedente e, quindi, sarebbe applicabile il favor rei previsto dalla sopra richiamata disposizione.
Al riguardo, tuttavia, sussistono dei dubbi, dato che l’art. 3,
comma 2 del DLgs. 472/1997 fa comunque salva la “diversa previsione di legge” e, in effetti, l’art. 20 citato, al terzo
comma, dispone che le modifiche al regime de quo operano
dalle dichiarazioni d’intento relative alle operazioni senza
applicazione dell’imposta effettuate a decorrere dal 1&deg; gennaio 2015. Ci&ograve;, per l’appunto, potrebbe integrare la “diversa
previsione di legge” che la norma individua quale volont&agrave; di
deroga legislativa al principio del favor rei.
Oggi a Cosenza il convegno nazionale sui
L’evento organizzato da CNDCEC e Fondazione per ribadire l’importanza del ruolo,
“ultimo baluardo di legalit&agrave;” a tutela dei cittadini
Il revisore dei conti degli enti locali non &egrave; solo un organo di
controllo contabile, ma un “imprescindibile baluardo di legalit&agrave;” a tutela dei cittadini. Un concetto che i rappresentanti dei commercialisti hanno espresso in pi&ugrave; di un’occasione e
che ribadiranno questo pomeriggio, nel corso di un Convegno nazionale dedicato al tema.
L’evento &egrave; in programma a Cosenza (sala Quintieri del ridotto del Teatro Rendano, ore 15), scelta non a caso da CNDCEC e Fondazione a seguito di alcuni episodi che hanno
visto protagonisti i Collegi dei revisori della Regione
Calabria e del Comune di Palmi (i primi esautorati con
effetto immediato dall’incarico, i secondi costretti alle
dimissioni, dopo aver negato il loro via libera ad alcune
delibere approvate dall’organo politico).
“A seguito di questi gravissimi episodi – spiega il numero
uno dei commercialisti, Gerardo Longobardi –, volevamo
dare un segnale di vicinanza ai tanti colleghi che svolgono
questa delicata attivit&agrave;. Ma anche un segnale alla societ&agrave; civile, in modo da far passare il messaggio che i revisori non
possono essere considerati come un costo della politica ma
come un’opportunit&agrave; per affermare i principi di legalit&agrave; e
trasparenza”.
A maggior ragione, aggiunge Giorgio Sganga, Presidente
della Fondazione di categoria, se si considera “l’esiguit&agrave; del
compenso e dei rimborsi spese (che non possono superare il
50% dell’emolumento, ndr). In alcuni casi, si tratta di cifre
talmente irrisorie che lasciano pensare che il problema non
siano i costi, ma proprio il controllo sugli organi politici. Il
convegno di Cosenza servir&agrave; per ribadire anche questo: il revisore dei conti &egrave; un organo terzo e indipendente che, con
il suo operato e la sua professionalit&agrave;, tutela gli interessi dei
Questo, dunque, il messaggio che dovr&agrave; arrivare dal convegno di Cosenza, durante il quale si torner&agrave; a parlare anche
delle criticit&agrave; prodotte dai provvedimenti normativi che hanno rivoluzionato le modalit&agrave; di nomina dei revisori, introducendo il metodo dell’estrazione a sorte su base regionale.
Tematiche gi&agrave; al centro di una lettera che, qualche mese fa,
il Vicepresidente del CNDCEC, Davide Di Russo, indirizz&ograve;
al Premier Matteo Renzi (si veda “Revisori degli enti locali,
il CNDCEC scrive al Governo” del 20 ottobre 2014),
sottolineando tutte le “incongruenze dell’attuale quadro
“A fronte di un esponenziale aumento delle responsabilit&agrave;
del revisore – spiega Di Russo – c’&egrave; bisogno di adeguare il
sistema compensi, assolutamente non decoroso per il ruolo
svolto. Ma andrebbe fatta chiarezza anche sul percorso di
crescita dei professionisti alla prima esperienza (i commercialisti chiedono che il primo incarico sia obbligatoriamente
in collegio e non da revisore unico, ndr) e sull’incarico
all’interno delle Unioni di Comuni (la normativa prevede
che il revisore unico dell’Unione possa svolgere il medesimo ruolo anche per i Comuni associati, ndr). Su queste tematiche abbiamo aperto un canale di comunicazione con il
Ministero dell’Interno, riscontrando una grande apertura”.
Apertura confermata da Giancarlo Verde, Direttore centrale
della Finanza locale del Ministero dell’Interno, anch’egli invitato a prendere parte al convegno di questo pomeriggio: “&Egrave;
innegabile – sottolinea Verde – che, nel corso degli anni, la
figura del revisore sia cambiata molto. Quindi, forse &egrave; il
caso di rivedere le funzioni e il ruolo di questo organo, che
rappresenta davvero un baluardo di legalit&agrave;”.
Una revisione che, molto probabilmente, verr&agrave; realizzata
nell’ambito dell’adozione di un nuovo Testo Unico degli
enti locali: “Il Ministero – aggiunge Verde – ha assunto l’incombenza politica di rivedere l’intero ordinamento degli
enti locali”. In questo senso, il Sottosegretario Gianpiero
Bocci sta portando avanti un “progetto di legge delega che
dovrebbe essere collegato alla Finanziaria di quest’anno e,
dunque, potrebbe essere discusso in primavera”.
Qualcosa, per&ograve;, si prover&agrave; a fare sin da subito, quantomeno
per risolvere le criticit&agrave; di carattere operativo: “Ad esempio
– spiega Verde –, stiamo pensando alla possibilit&agrave; di aprire
pi&ugrave; finestre temporali per consentire l’iscrizione, in modo
da evitare a chi non ci &egrave; riuscito la prima volta (ad oggi
l’unica, ndr) di dover aspettare un intero anno per potersi
iscrivere all’elenco. In pi&ugrave;, lavoriamo per semplificare le
modalit&agrave; di comunicazione dei corsi di formazione seguiti
dai revisori e, a breve, sar&agrave; possibile scaricare il certificato
d’iscrizione direttamente on line, anzich&eacute; doverlo richiedere
via PEC”.
“Piccole cose – ricorda Verde – ma non banali, per chi ha a
che fare con questa attivit&agrave;”.
Per quelle pi&ugrave; grandi, invece, bisogner&agrave; aspettare l’adozione
del nuovo Testo Unico degli enti locali, con la consapevolezza che su tanti aspetti, “necessario adeguamento dei compensi” su tutti, l’apertura ministeriale non sia solo di
Operativi gli aumenti per tutti gli iscritti alla
Con la circolare 27, l’INPS ha definito la contribuzione 2015: incremento dell’aliquota
anche per i liberi professionisti iscritti in via esclusiva
Dopo aver definito i valori di riferimento per la contribuzione di artigiani e commercianti (circolare n. 26/2015), ieri, 5
febbraio 2015, l’INPS ha pubblicato la circolare n. 27, recante “Aliquote contributive, massimale e minimale di reddito
per l’anno 2015” per gli iscritti alla Gestione separata, ex
art. 2, comma 26 della L. 335/1995.
Come gi&agrave; rilevato su Eutekne.info (si veda “Aliquote Gestione separata, aumenti per tutti gli iscritti” del 2 gennaio
2015), in relazione a tutti gli iscritti alla suddetta Gestione,
le aliquote contributive previdenziali (di finanziamento e di
computo) aumentano.
Resta, con riguardo alla misura delle medesime, la tradizionale distinzione tra:
- soggetti iscritti alla sola Gestione separata e non pensionati;
- soggetti iscritti anche ad altre forme di previdenza obbligatoria o titolari di pensione.
Per contro, la distinzione, all’interno di tali categorie, tra lavoratori “parasubordinati” – ossia lavoratori a progetto e
categorie “assimilate” (collaboratori coordinati e continuativi, associati in partecipazione che apportano solo lavoro,
venditori a domicilio, lavoratori autonomi occasionali) – e
lavoratori autonomi professionali titolari di partita IVA (i
c.d. professionisti “senza Cassa”) rileva, come sempre, sotto il profilo del riparto dell’onere contributivo e del soggetto
obbligato al versamento della contribuzione, ma non pi&ugrave; ai
fini dell’applicazione di una differente aliquota.
Lo stesso Istituto conferma, infatti, che:
- per i lavoratori “parasubordinati”, l’obbligo del pagamento dei contributi – da effettuare entro il 16 del mese successivo a quello di effettiva corresponsione del compenso
tramite modello F24 – resta posto in capo al committente (o
all’associante in caso di associazione in partecipazione), sia
per la quota a proprio carico, che rimane pari a 2/3 (o al
55% per l’associante), sia per la quota a carico del lavoratore, pari ad 1/3 (o al 45%);
- per quanto concerne i professionisti privi di Cassa previdenziale di categoria, l’onere contributivo resta completamente a carico degli stessi (fatta salva la facolt&agrave; di addebitare in fattura al committente una rivalsa del 4% dei compensi lordi) e deve essere assolto, con modello F24, alle
scadenze per il pagamento delle imposte sui redditi (saldo
2014, primo e secondo acconto 2015).
A differenza di quanto accaduto nel 2014 grazie al “blocco”
previsto dalla L. 147/2013 a favore dei liberi professionisti
iscritti in via esclusiva alla Gestione separata, quest’anno
anche tali soggetti risultano invece interessati dall’incremento dell’aliquota.
- per gli iscritti non assicurati presso altre forme pensionistiche obbligatorie n&eacute; pensionati – siano essi collaboratori
“parasubordinati” o lavoratori autonomi con partita IVA –
l’aliquota contributiva previdenziale per il 2015 &egrave; elevata al
30%, cui va aggiunto il contributo dello 0,72% a titolo assistenziale (per il finanziamento delle prestazioni di maternit&agrave;,
ANF, malattia e congedo parentale), per un totale del
30,72%;
- relativamente agli iscritti gi&agrave; pensionati o assicurati anche presso altre forme previdenziali obbligatorie, l’aliquota
2015 &egrave; stabilita in misura pari al 23,50% (a tali soggetti non
si applica alcun contributo aggiuntivo assistenziale).
Le suesposte aliquote sono applicabili fino al raggiungimento del massimale annuo di reddito imponibile, unico per tutti gli iscritti e pari, per l’anno in corso, a 100.324 euro.
Viene, poi, fissato il minimale per l’accredito contributivo.
Va, infatti, tenuto presente che, nella Gestione separata, non
&egrave; previsto un vero e proprio “minimale” di reddito, cio&egrave; un
importo della base imponibile fino al quale i contributi sono
comunque dovuti, indipendentemente dalla percezione di un
reddito inferiore. &Egrave;, tuttavia, stabilito un importo minimo di
contributi da versare al fine di maturare un’anzianit&agrave; contributiva coincidente con tutto l’anno solare in cui sia stata
svolta l’attivit&agrave; soggetta a contribuzione. In caso contrario, i
mesi di contributi da accreditare sono ridotti in proporzione alla somma versata.
Tale minimale si determina applicando le aliquote della Gestione separata al minimale di reddito per artigiani e commercianti, pari, nel 2015, a 15.548 euro. Ne consegue che,
nell’anno corrente, detto valore &egrave; pari a 4.776,35 euro o a
3.653,78 euro, a seconda che si versino i contributi sulla base dell’aliquota del 30,72% o del 23,50%.
Si ricorda, infine, che, in virt&ugrave; del c.d. principio di “cassa allargata”, le aliquote contributive 2014 (28,72% e 22%) rimangono applicabili in relazione ai compensi corrisposti ai
lavoratori a progetto e ai collaboratori coordinati e continuativi – i cui redditi sono assimilati a quelli di lavoro dipendente – fino al 12 gennaio 2015, per prestazioni effettuate entro il 31 dicembre 2014.
Sequestro preventivo legittimo anche in caso
di concordato
Per la Cassazione, se la procedura fallimentare deve cedere di fronte a una confisca
obbligatoria, a maggior ragione ci&ograve; vale per il concordato preventivo
La sentenza della Cassazione n. 34110 del 1&deg; agosto 2014
affronta la questione della sottoponibilit&agrave; a sequestro preventivo dei beni appartenenti a soggetto ammesso alla procedura di concordato preventivo.
Il tema &egrave; spinoso, ma non &egrave; nuovo, ed gi&agrave; stato risolto – con
riguardo al fallimento – dalle Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 29951/2004. Il punto &egrave; delicato perch&eacute;
si contrappongono interessi che sono entrambi astrattamente degni di tutela. Da una parte, le esigenze del procedimento penale, ma, dall’altra, esigenze pure meritevoli per la loro natura (almeno parzialmente) pubblicistica.
La pronuncia delle Sezioni Unite pervenne alla conclusione
della poziorit&agrave; del sequestro preventivo finalizzato alla
confisca facoltativa di beni derivanti da attivit&agrave; illecita e appartenenti a impresa fallita, “a condizione che il giudice,
nell’esercizio del suo potere discrezionale, dia motivatamente conto della prevalenza delle ragioni sottese alla confisca rispetto a quelle attinenti alla tutela dei legittimi interessi dei creditori nella procedura fallimentare”. Nel caso, per&ograve;,
di sequestro preventivo finalizzato alla confisca obbligatoria, esso resta del tutto insensibile alla procedura fallimentare, “prevalendo l’esigenza di inibire l’utilizzazione di un bene intrinsecamente e oggettivamente “pericoloso” in vista
della sua definitiva acquisizione allo Stato”.
Altrettanto dicasi del sequestro probatorio, in quanto &egrave; preminente l’interesse all’accertamento dei reati. Per contro il
sequestro conservativo deve cedere di fronte alla apprensione dei beni da parte degli organi concorsuali in virt&ugrave;
dell’art. 51 L. fall., che impedisce l’avvio o la prosecuzione
di azioni esecutive individuali.
Nel caso della decisione in commento, il GIP del Tribunale
di La Spezia, adito in relazione a plurime violazioni
dell’art. 10-bis del DLgs. 74/2000 (omesso versamento di
ritenute certificate), disponeva il sequestro preventivo per
equivalente di beni appartenenti a un’impresa ammessa a
concordato preventivo omologato. Il tribunale del riesame
accoglieva, per&ograve;, l’impugnazione della difesa, annullando il
decreto, motivando con la asserita preminenza del diritto dei
creditori, tra cui l’Erario, al rispetto della par condicio.
Su ricorso del Procuratore della Repubblica, la Cassazione
ha ribaltato tale conclusione, affermando la legittimit&agrave; del
sequestro. La Corte ha osservato che nel concordato preventivo si ha soltanto uno spossessamento attenuato, poich&eacute; il soggetto ammesso alla procedura conserva non solo la
propriet&agrave;, ma anche la amministrazione dei beni, salvi i limiti derivanti dalla procedura. Inoltre, il concordato &egrave; suscettibile di risoluzione per inadempimento e di revoca nei casi
previsti dall’art. 173 L. fall.
Quella concordataria &egrave;, dunque, una situazione instabile. E
lo &egrave; anche perch&eacute;, si afferma, il tribunale non &egrave; competente
a sindacare la fattibilit&agrave; del piano. Di modo che – si pu&ograve;
chiosare – l’omologazione del concordato incarna una flessione “debole” sulla tenuta e sull’esito della procedura.
Situazione concordataria instabile
La Corte omette di citare la sentenza delle Sezioni Unite, ma
in recondita sintonia argomenta che se la procedura fallimentare deve cedere di fronte all’evenienza di una confisca
obbligatoria, a maggior ragione ci&ograve; deve valere per il concordato preventivo, che ha minore pregnanza pubblicistica e
pu&ograve; esitare nella dichiarazione di fallimento. La pronuncia
conclude, pertanto, nel senso della legittimit&agrave; del sequestro
preventivo dei beni dell’unico socio della societ&agrave; ammessa al
concordato preventivo, trattandosi nella specie di sequestro
finalizzato alla confisca obbligatoria per equivalente
prevista per i reati fiscali dall’art. 1, comma 143 della L.
244/2007.
Ragionieri “fuori” dal registro degli
Il Consiglio nazionale denuncia che, in base a quanto disposto dal DM 202/2014,
rimarrebbero esclusi in quasi 35 mila
Al momento, quasi 35 mila ragionieri non hanno la possibilit&agrave; d’iscriversi agli Organismi di composizione della
crisi da sovraindebitamento. Con un comunicato stampa,
ieri il CNDCEC ha “lanciato l’allarme”.
In merito, si ricorda infatti che il DM n. 202/2014, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 27 gennaio scorso, regolamenta i
requisiti d’iscrizione nel registro degli organismi di composizione della crisi da sovraindebitamento (OCC) di cui
all’art. 15 della L. 3/2012, istituito al Ministero della
Nel dettaglio, l’art. 3, comma 3 del decreto definisce il contenuto del registro, costituito, in primo luogo, dalla sezione
A, formata da:
- organismi di diritto iscritti, su semplice domanda, a norma del successivo art. 4, comma 2 del DM 202/2014, ovvero gli organismi di conciliazione costituiti presso le Camere
di Commercio e gli ordini professionali degli avvocati, dei
commercialisti ed esperti contabili e dei notai, anche quando sono associati tra loro;
- elenco dei gestori della crisi, ossia le persone fisiche che,
individualmente o collegialmente, svolgono la prestazione
inerente alla conduzione delle procedure di composizione
della crisi da sovraindebitamento e di liquidazione del patrimonio del debitore.
Il registro si compone, inoltre, di una sezione B, nella quale
sono iscritti, a domanda, gli organismi costituiti da Comuni,
Province, Citt&agrave; metropolitane, Regioni e istituzioni
universitarie pubbliche, nonch&eacute; l’elenco dei gestori della
Per quanto concerne il procedimento di accesso all’elenco,
il responsabile della tenuta del registro – il direttore generale della giustizia civile o una persona con qualifica dirigenziale o, ancora, un magistrato, entrambi delegati dal direttore – deve verificare l’assenza di cause di ineleggibilit&agrave; e decadenza di cui all’art. 2382 c.c., oltre alla sussistenza dei requisiti di qualificazione professionale dei gestori della crisi iscritti negli elenchi di cui alle sezioni A e B, che consistono, in primo luogo, nel possesso di una laurea magistrale o
di un titolo equipollente in materie economiche o giuridiche.
Su quest’ultimo aspetto si concentra il CNDCEC: “Tra i requisiti per l’iscrizione al registro – spiegano nella nota i
Consiglieri nazionali della categoria delegati alla materia,
Felice Ruscetta e Maria Rachele Vigani – c’&egrave; il possesso di
laurea magistrale, o di titolo di studio equipollente, in materie economiche o giuridiche. Si tratta di una norma che, ci
auguriamo involontariamente, taglia fuori automaticamente le decine di migliaia di ragionieri iscritti agli albi dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, privi s&igrave; di laurea
quinquennale, ma di certo non di una specifica e ampiamente riconosciuta formazione per una simile attivit&agrave; professionale”.
Il CNDCEC auspica che l’ambiguit&agrave; normativa venga
Questa situazione, per Ruscetta e Vigani, &egrave; “paradossale e
contraddittoria” dal momento che, in base alle disposizioni
transitorie dello stesso DM (art. 19), “per i tre anni successivi alla sua entrata in vigore – affermano – i professionisti appartenenti agli ordini professionali dei notai, degli avvocati e dei commercialisti sono esentati dall’attivit&agrave; di formazione obbligatoria, purch&eacute; documentino di essere stati
nominati, in almeno quattro procedure, curatori fallimentari, commissari giudiziali, delegati alle operazioni di vendita nelle procedure esecutive immobiliari ovvero per svolgere i compiti e le funzioni dell’organismo o del liquidatore. Si
tratta di incarichi per i quali i ragionieri hanno l’abilitazione. Il decreto, dunque, si contraddice palesemente, dal
momento che, nelle norme transitorie, considera abilitati alla
funzione di compositore delle crisi quegli stessi ragionieri
che di fatto esclude nel momento in cui fissa i requisiti”.
L’auspicio dei commercialisti e che “si trovi una soluzione
che chiarisca questa evidente ambiguit&agrave; normativa e che si
parta al pi&ugrave; presto con il registro. Il DM pubblicato il 27
gennaio &egrave; giunto con tre anni di ritardo rispetto alla data
prevista per la sua emanazione. Ci auguriamo – concludono
Ruscetta e Vigani – che il Ministero della Giustizia ponga
ora al pi&ugrave; presto in essere le condizioni perch&eacute; al registro ci
si possa iscrivere in tempi rapidi e certi, definendo le procedure per accedervi. Come Consiglio nazionale dei commercialisti, siamo gi&agrave; al lavoro, con l’ausilio della nostra
Fondazione ADR commercialisti, per fornire ai nostri iscritti istruzioni e linee guida sulla gestione concreta dei casi di
sovraindebitamento. L’interesse che riscontriamo tra i
colleghi sul tema &egrave; altissimo”.
Possibile che non si sappia ancora come
emettere una fattura sulle manutenzioni?
chi scrive &egrave; una semplice impiegata di un piccolo studio.
Credo che la situazione in cui versa l’apparato normativo
fiscale sia lo specchio di quella che &egrave; la situazione del nostro Paese.
Non &egrave; semplicemente ammissibile che, al 5 di febbraio, la
parte produttiva del Paese, le aziende e i professionisti che
dovrebbero assisterle, non sappiano ancora come emettere
una fattura. Non dico sia la cosa pi&ugrave; semplice del mondo,
ma l’emissione di una fattura &egrave; la base del lavoro di uno studio da commercialista. Cosa c’&egrave; di pi&ugrave; semplice? Ma, se si
tratta di manutenzione di impianti in edifici, magari alla Pubblica Amministrazione, non sappiamo farlo, e c’&egrave; un limite a
quello che possiamo raccontare ai clienti, i quali – giustamente – potrebbero domandarsi se siamo in grado di fare il
E non andiamo neppure a toccare il tasto dei nuovi regimi
contabili, apparentemente studiati per evitare il commercialista come la peste, talmente semplici che nemmeno si sa
se resteranno in vigore.
Non dovrebbero essere i giornalisti, la Fondazione Nazionale dei Commercialisti e i tecnici a interrogarsi su siti e giornali cercando di far quadrare un cerchio impossibile. Dovrebbe essere chi fa le leggi a far s&igrave; che le interpretazioni
(che, a rigore, nemmeno dovrebbero essere necessarie!)
giungano agli interessati in tempi umanamente accettabili.
Continuiamo ad assistere alla nascita di sempre nuovi
adempimenti che gravano indiscriminatamente su tutti con
un peso sempre pi&ugrave; insopportabile. Si inventano continuamente nuovi obblighi, comunicazioni, conservazioni sostitutive decennali ai limiti dell’assurdo, costringendo tutti a dotarsi di tecnologie modernissime per stare al passo con le
pretese fiscali.
Non si possono imporre al bar all’angolo o al piccolo elettricista gli stessi obblighi previsti per una multinazionale. E il
peso dell’incertezza, che paralizza le attivit&agrave; per mesi in attesa di un chiarimento invocato da tutti, non aiuta. Peccato
che, dall’altra parte della barricata, se tardi di un giorno ti
mettono in croce. Siamo arrivati al punto che, leggendo la
parola semplificazione, gi&agrave; cominciamo a tremare. E a
Questo sistema deve cambiare. Non &egrave; pi&ugrave; possibile pensare di andare in fretta, al passo coi tempi, limitandosi a fare
una legge raffazzonata il 29 di dicembre per poi stravolgerla,
forse, in primavera. Questo non porta avanti il Paese, lo fa
arretrare.
Siamo in crisi, ma tutto ci&ograve; non ci aiuta certo ad uscirne.
Allora viene da chiedersi: cosa bisogna fare per cambiare
questo andazzo?

References: art. 7
 art. 2385
 art. 2406
 art. 2487
 art. 7
 sentenza 

art. 2
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 4