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Timestamp: 2020-06-05 13:42:19+00:00

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pedone | investito | valutazione responsabilità | sentenza | cassazione |
Pedone investito Valutazione della responsabilità Corte di Cassazione
Pedone investito Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 9 giugno – 19 ottobre 2016, n. 21072 Presidente Amendola – Relatore Graziosi
II primo motivo denuncia, ex articolo 360, primo comma, n.3 c.p.c., violazione e falsa applicazione dell’articolo 2054 c., per avere il giudice d’appello ritenuto che il pedone fosse stato l’unico responsabile del sinistro stradale, mentre l’articolo 2054, primo comma, c.c. grava il conducente della prova liberatoria: e ciò sarebbe stato ignorato dalla corte territoriale, che non ha verificato la condotta di guida del camionista. Tale condotta sarebbe stata colposa, come dimostrerebbero il restringimento della carreggiata per parcheggio di veicoli, la scarsa illuminazione del luogo e il danneggiamento dell’auto parcheggiata, tutti elementi che porterebbero alla colpa esclusiva del camionista. Non sarebbe poi vero che il sinistro non fosse stato evitabile dal camionista per il comportamento del pedone, comportamento niente affatto pericoloso.
Sarebbe poi contraddittoria la motivazione per non avere affermato una causalità esclusiva della condotta del camionista. Tutte le circostanze sarebbero state lette “a favore del pedone”, dando luogo ad una motivazione squilibrata, a favore del camionista. La lenta e regolare velocità che secondo il giudice d’appello avrebbe potuto mettere in allarme il pedone non avrebbe potuto creare un affidamento di sicurezza, e inoltre non sarebbe stata dimostrata la posizione dei tre pedoni (oltre
al L., Z. e B.) così da desumerne l’imprudenza del ricorrente e la prudenza degli altri due. In ogni caso, il livello di avvedutezza dei pedone non esonererebbe il conducente.
I due motivi sono stati susseguentemente esposti per evidenziare l’opportunità di accorparli per il vaglio: entrambi – benché il secondo (logicamente, considerata la natura del vizio che denuncia) si focalizzi con maggiore intensità su specifici elementi fattuali, peraltro non direttamente, ma in relazione al vizio motivazionale che denuncia e che nel caso di specie è disciplinato dall’articolo 360, primo comma, 5 c.p.c. nel testo anteriore all’articolo 54 d.l. 22 giugno 2012 n. 83, convertito con modifiche nella I. 7 agosto 2012 n. 134 — censurano la sentenza per avere incentrato l’accertamento esclusivamente sulla condotta del pedone, senza ricostruire e valutare la condotta del camionista, così giungendo alla violazione dell’articolo 2054, primo comma, c.c., che impone al conducente, per essere esonerato da ogni responsabilità per il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo, l’onere di provare “di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno”. Si tratta, come è ben noto alla luce di consolidata giurisprudenza di legittimità, di una presunzione juris tantum (da ultimo Cass. sez. 3, 18 novembre 2014 n. 24472; Cass. sez. 3, 5 marzo 2013 n. 5399; cfr. pure Cass. sez. 3, 4 febbraio 2016 n. 2173). Se è vero che tale presunzione non preclude l’indagine sull’eventuale concorso di colpa del pedone investito ex articolo 1227, primo comma, c.c. – concorso che sussiste qualora il comportamento di quest’ultimo sia stato pericoloso e imprudente (v. p.es. Cass. sez. 3, 13 novembre 2014 n. 24204 e Cass. sez. 3, 13 marzo 2009 n. 6168) -, ciò non significa che l’esistenza di un comportamento imprudente dei pedone esoneri dall’accertamento necessario per superare la presunzione di cui all’articolo 2054, primo comma, c.c. in ordine alla condotta del conducente (sempre tra gli arresti più recenti, v. l’assai chiara Cass. sez. 3, 5 marzo 2013 n. 5399, cit. : “L’accertamento del comportamento colposo del pedone investito da veicolo non è sufficiente per l’affermazione della sua esclusiva responsabilità, essendo pur sempre necessario che l’investitore vinca la presunzione di colpa posta a suo carico dall’art. 2054, primo comma, c.c., dimostrando di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno. Pertanto, anche nel caso in cui il pedone – nell’atto di attraversare la strada in un punto privo di strisce pedonali – abbia omesso di dare la precedenza ai veicoli che sopraggiungevano ed abbia iniziato l’attraversamento distrattamente, sussiste comunque una concorrente responsabilità del conducente il veicolo investitore, ove emerga che costui abbia tenuto una velocità eccessiva o non adeguata alle circostanze di tempo e di luogo”; e sulla stessa linea Cass. sez. 3, 24 novembre 2009 n. 24689; Cass. sez. 3, 8 agosto 2007 n. 17397; Cass. sez. 3, 21 aprile 1995 n. 4490). Tutto ciò deriva, logicamente, dalla configurabilità di una concorrenza di responsabilità tra conducente e pedone, che può essere esclusa soltanto – operando a carico del conducente, appunto, una presunzione – tramite l’accertamento di una condotta del pedone investito che sia talmente imprevedibile, in rapporto a tutte le circostanze nel cui contesto accade l’investimento, da “sconnettere” in toto il sinistro dalla serie causale rapportabile alla condotta del conducente.
Per comprendere, allora, come il giudice d’appello ha applicato l’articolo 2054, primo comma, c., occorre a questo punto esaminare la motivazione della sentenza impugnata.
Anzitutto la corte territoriale dà atto che il primo motivo d’appello “attacca frontalmente” l’avere il giudice di prime cure ritenuto il pedone totalmente responsabile dei sinistro nonostante che il conducente avesse “iniziato la manovra lentamente, così tranquillizzando le persone che si trovavano ferme a parlare accanto all’autovettura”, ma poi avesse “improvvisamente sterzato verso destra, in maniera brusca, così da non dare scampo al L.”, e nonostante altresì che “anche l’auto parcheggiata a fianco era stata danneggiata dal camion”; e accanto a queste censure di fatto, il primo motivo d’appello aveva richiamato proprio la giurisprudenza per cui negli incidenti che coinvolgano un pedone, il suo comportamento colposo non sarebbe sufficiente per l’affermazione della sua colpa esclusiva, “essendo sempre necessario che l’investitore vinca la presunzione a suo
carico, dimostrando non solo di aver fatto tutto il possibile per evitare il verificarsi dell’evento dannoso, ma anche che non vi sarebbe stata alcuna possibilità di evitare da parte sua l’incidente”. Dopo avere così puntualmente estratto il nucleo della doglianza dell’appellante, la corte territoriale opera la sua valutazione.
La corte, d’altronde, incentra la sua attenzione sulla pretesa condotta causativa del sinistro tenuta dal pedone: “considerata la situazione dei luoghi (caratterizzata dal parcheggio di autoveicoli sulle banchine laterali ed all’interno della strada, e quindi da un oggettivo restringimento della carreggiata praticabile, nonché dalla scarsa illuminazione e dall’ora notturna), mentre i movimenti (anche laterali) dell’autoarticolato potevano essere agevolmente prevedibili dal (anche per la sua esperienza professionale), la posizione di costui era obiettivamente pericolosa, perché la presenza di una persona in quella situazione non era normalmente intuibile per l’autista, né poteva essere ragionevolmente scorto a distanza, per la carenza di luce, sicché il sinistro va ricondotto all’errore di valutazione dell’infortunato”.
Peraltro, questi rilievi vengono effettuati proprio per dimostrare l’esistenza di una condotta del pedone che sarebbe causa – e per di più esclusiva – del sinistro. La corte prosegue il suo accertamento fattuale senza orientarsi direttamente sulla condotta del conducente del camion, schivando, a ben guardare, tale necessaria indagine con la qualificazione di irrilevanza del danneggiamento dell’auto (come già sopra si è visto) e richiamando il rapporto dei carabinieri con la planimetria ad esso allegata, per dedurne soltanto che “la strada era a doppio senso di marcia,
rettilinea e pavimentata, la visibilità era scarsa e l’illuminazione artificiale insufficiente” e che l’auto del teste Z. si trovava all’interno della carreggiata (anche se quest’ultimo aveva dichiarato il contrario).
La corte conclude con qualche considerazione di diritto, osservando che infondato è il gravame perché non è “esatto affermare che anche l’accertamento del comportamento colposo di un pedone investito da un veicolo non possa essere sufficiente per l’affermazione della sua colpa esclusiva, dovendo l’investitore dimostrare non solo di aver fatto tutto il possibile per evitare il verificarsi dell’evento dannoso, ma anche che non vi fosse alcuna possibilità di evitare l’incidente”. Ciò perché, secondo il giudice d’appello, la prova liberatoria ex articolo 2054 c.c. “non deve essere necessariamente data in modo diretto, cioè dimostrando di avere tenuto un comportamento esente da colpa e perfettamente conforme alle regole del codice della strada, ma può risultare anche dall’accertamento che il comportamento della vittima sia stato il fattore causale esclusivo dell’evento dannoso, comunque non evitabile da parte del conducente attese le concrete circostanze della circolazione e la conseguente impossibilità di attuare una qualche idonea manovra di emergenza”; e “il – attraverso il comportamento imprudente e contrario alle norme della circolazione (art. 190 CdS), che vietano ai pedoni la sosta sulla sede stradale – ha posto in essere una condotta imprevedibile ed anormale, e l’autista del camion si è trovato nell’oggettiva impossibilità di avvistarlo e comunque di osservarne tempestivamente i movimenti”.

References: sentenza 
 sentenza 
 articolo 360
 sentenza 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 articolo 1227
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 sentenza 
 articolo 2054
e contrario