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I criteri distintivi tra l'azione di restituzione e l'azione di rivendicazione | Avv. Paolo Alfano
I criteri distintivi tra l’azione di restituzione e l’azione di rivendicazione
da Paolo Alfano | Feb 17, 2011 | Giurisprudenza civile, Procedura civile | 0 commenti
Cass. civ. Sez. II, Sent., 09-12-2010, n. 24921
1. – Preliminarmente, il ricorso principale ed il ricorso incidentale (condizionato) devono essere riuniti, essendo entrambe le impugnazioni riferite alla stessa sentenza.
2. – Con il primo motivo (violazione dell’art. 2697 cod. civ. e art. 112 cod. proc. civ., nonchè vizio di motivazione su punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., nn. 3 e 5), il ricorrente in via principale censura il capo della sentenza che ha confermato l’accoglimento della domanda di rilascio, essendo mancata da parte del convenuto la prova del titolo della sua detenzione. Avrebbe errato la Corte territoriale a ritenere che, pur in mancanza di prova atta a sostenere la fondatezza dell’azione restitutoria di natura personale, la domanda andasse comunque accolta in mancanza di dimostrazione da parte del convenuto del titolo della sua detenzione. La sentenza impugnata avrebbe incidentalmente riconosciuto un diritto di proprietà il cui accertamento non era stato richiesto.
In tema di difesa della proprietà, l’azione di rivendicazione e quella di restituzione, pur tendendo al medesimo risultato pratico del recupero della materiale disponibilità del bene, hanno natura e presupposti diversi: con la prima, di carattere reale, l’attore assume di essere proprietario del bene e, non essendone in possesso, agisce contro chiunque di fatto ne disponga onde conseguirne nuovamente il possesso, previo riconoscimento del suo diritto di proprietà; con la seconda, di natura personale, l’attore non mira ad ottenere il riconoscimento di tale diritto, del quale non deve, pertanto, fornire la prova, ma solo ad ottenere la riconsegna del bene stesso, e, quindi, può limitarsi alla dimostrazione dell’avvenuta consegna in base ad un titolo e del successivo venir meno di questo per qualsiasi causa, o ad allegare l’insussistenza ab origine di qualsiasi titolo. In tale seconda ipotesi, la difesa del convenuto che pretenda di essere proprietario del bene in contestazione, non è idonea a trasformare in reale l’azione personale proposta nei suoi confronti, atteso che, per un verso, la controversia va decisa con esclusivo riferimento alla pretesa dedotta, e, per altro verso, la semplice contestazione del convenuto non costituisce strumento idoneo a determinare l’immutazione, oltre che dell’azione, anche dell’onere della prova incombente sull’attore, imponendogli una prova ben più onerosa – la probatio diabolica, della rivendica – di quella cui sarebbe tenuto alla stregua dell’azione inizialmente introdotta (Cass., Sez. 2^, 26 febbraio 2007, n. 4416; Cass., Sez. 2^, 27 gennaio 2009, n. 1929).
A tale principio si è correttamente attenuta la Corte territoriale, la quale ha accertato che la Ma. – esclusiva proprietaria del terreno su cui venne realizzata la casa di abitazione – non ha esperito alcuna azione di rivendica, ma ha esercitato un’azione personale deducendo l’insussistenza di un titolo di detenzione del bene da parte del convenuto, che attualmente la occupava, laddove questi non ha dimostrato il titolo giuridico che lo legittimava alla detenzione del bene nei confronti dell’attrice ed ha fallito nella pretesa di vedersi riconosciuta la comproprietà dell’immobile.
3. – Con il secondo mezzo del medesimo ricorso (violazione dell’art. 177 cod. civ., in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., n. 3) ci si duole che la Corte d’appello abbia negato il diritto del M. a riceve indennizzo o comunque ad essere riconosciuto creditore per le spese relative alle opere di costruzione eseguite tra la data del matrimonio ed il 1934 (data in cui venne stipulata tra le parti la convenzione di separazione dei beni), sull’assunto che in base alle risultanze istruttorie lo stesso non sarebbe risultato in tale arco di tempo percettore di redditi. Sostiene il ricorrente che, benchè la costruzione realizzata durante il matrimonio sul suolo di proprietà esclusiva di uno dei coniugi appartenga soltanto a quest’ultimo, in forza della normativa dell’accessione, e pertanto non formi oggetto della comunione legale, ciononostante la tutela del coniuge non proprietario operi sul piano obbligatorio, spettando a costui un diritto di credito relativo alla metà del valore dei materiali e della manodopera impiegati nella costruzione. Avrebbe errato la Corte di merito a dare rilievo alla provenienza del denaro utilizzato per gli acquisti.
Con il terzo motivo il ricorrente in via principale denuncia violazione degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. e dell’art. 2697 cod. civ., nonchè vizio di motivazione nella parte in cui si è riconosciuta la proprietà in capo alla Ma. del denaro utilizzato dal M. per effettuare i pagamenti per la costruzione della casa.
Il quarto mezzo prospetta violazione degli artt. 1362 e 1262 cod. civ. e dell’art. 179 cod. civ., e vizio di motivazione “nella parte in cui si è implicitamente dichiarata la natura personale degli acquisti della Ma. precedenti al 1984 sulla base della dichiarazione scritta in data 8 novembre 1983 e della deposizione del teste m.”. 3.1. – Tutti e tre i motivi – i quali, stante la loro connessione, possono essere esaminati congiuntamente – sono infondati, per la parte in cui non sono inammissibili.
Questa Corte ha precisato che, in caso di costruzione realizzata su un suolo di proprietà esclusiva di uno dei coniugi in regime di comunione dei beni, al coniuga non proprietario che abbia contribuito all’onere della costruzione spetta, ai sensi dell’art. 2033 cod. civ., il diritto di ripetere nei confronti dell’altro coniuge le somme spese, stante la natura meramente obbligatoria dei suoi diritti (Cass., Sez. 2^, 11 agosto 1999, n. 8585; Cass., Sez. 1^, 14 aprile 2004, n. 7060; Cass., Sez. 1^, 4 febbraio 2005, n. 2354).
La sentenza impugnata, confermando la statuizione di primo grado, ha escluso che, nel periodo considerato, il M. abbia contribuito, in qualche modo, alla realizzazione della costruzione. A tal fine, la Corte ha fatto leva: sul fatto che il M., all’epoca studente universitario, non esercitava alcuna attività lavorativa ed era nullatenente; sulla circostanza che la Ma., più grande di età rispetto al marito di circa quindici anni e svolgente una propria attività lavorativa, ha impiegato, per la realizzazione dei primi stadi di costruzione del predetto immobile, somme di denaro di cui aveva la disponibilità, derivanti sia dalla vendita di un fondo rustico, sia dai proventi della propria attività, sia dai risparmi della madre. La Corte territoriale ha dato altresì rilievo, al pari del primo giudice, alla dichiarazione in data 8 novembre 1983, con cui il M. ha riconosciuto che la costruzione era stata realizzata con i soldi della moglie.
La sentenza impugnata riposa su una motivazione congrua ed esente da vizi logici e giuridici.
Nè nel ragionamento della Corte di merito vi è traccia del mancato (o insufficiente) esame di punti decisivi della controversia.
Condividendo la motivazione della sentenza del Tribunale, la Corte d’appello ha infatti fatto propria la scelta del primo giudice di non includere nel novero delle risultanze processuali decisive le prove testimoniali valorizzate dal M., perchè l’effettuazione, da parte di questo, dei pagamenti in favore degli artigiani che realizzarono la costruzione non significa che “il denaro versato sia di proprietà di chi effettua materialmente il pagamento”.
Le censure articolate dal ricorrente si risolvono nella prospettazione di una diversa soluzione del merito della causa e nella pretesa di contrastare apprezzamenti di fatto che sono inalienabile prerogativa del giudice di merito e la cui motivazione al riguardo non è censurabile se – come nel caso di specie – sufficiente ed esente da vizi logici ed errori di diritto.
L’esame del ricorso incidentale condizionato resta assorbito.
La Corte, rivaliti i ricorsi, rigetta il ricorso principale e dichiara assorbito il ricorso incidentale condizionato; condanna il ricorrente in via principale al rimborso delle spese processuali sostenute dalla controricorrente, liquidate in complessivi Euro 2.200,00 di cui Euro 2.000,00 per onorari, oltre a spese processuali e ad accessori di legge.

References: Cass. 
 art. 112
 sentenza 
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