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Timestamp: 2017-08-18 18:29:17+00:00

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T.A.R. Campania Napoli, Sezione I, 3 luglio 2013
Sulla denuncia di danno ambientale con la quale si richiede l''intervento statale del Ministero a tutela dell''ambiente ai sensi dell’art. 309 del D.lgs. 152 del 2006
SENTENZA N. 3373
1. Come si è precisato nella già menzionata sentenza n. 676 del 2012, “La denuncia di danno ambientale con la quale si richiede l'intervento statale a tutela dell'ambiente ai sensi dell’art. 309 d.lgs. 152/06 determina, infatti, a carico del Ministero dell’Ambiente un obbligo di «valuta [re] le richieste di intervento e le osservazioni ad esse allegate afferenti casi di danno o di minaccia di danno ambientale» che non deve confondersi con l’assunzione doverosa e vincolata di azioni di precauzione, prevenzione o ripristino, imponendo semplicemente la verifica della effettiva ricorrenza dei presupposti per l’azione statale, salva ogni discrezionalità sulle misure più opportune da intraprendere a termini di legge: vale a dire l’obbligo di avvio di un procedimento che si chiude, come precisa la direttiva comunitaria, con una motivata «decisione di accogliere o rifiutare la richiesta di azione» formulata dal privato istante. E’ in questo senso che «il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio … informa senza dilazione i soggetti richiedenti dei provvedimenti assunti al riguardo» (art. 309 cit.), cioè dando loro comunicazione della decisione sulla denuncia, delle relative ragioni e, solo nel caso di esito positivo della stessa, degli interventi conseguentemente assunti”
2. Come stabilito dall’art.301 del codice dell’ambiente, l’applicazione del principio di precauzione “concerne il rischio che comunque possa essere individuato a seguito di una preliminare valutazione scientifica obiettiva”. A sua volta, il successivo art. 303 dispone che la parte sesta del suddetto testo normativo – recante norme in materia di tutela risarcitoria contro i danni all’ambiente – non si applica, tra l’altro, all’ipotesi prevista alla lettera h) ossia “al danno ambientale o alla minaccia imminente di tale danno causati da inquinamento di carattere diffuso, se non sia stato possibile accertare in alcun modo un nesso causale tra il danno e l’attività dei singoli operatori”. La necessità che venga accertato il rapporto eziologico tra l’evento e la condotta è conforme al principio comunitario “chi inquina paga” posto a base della già citata direttiva comunitaria del 21 aprile 2004, secondo quanto disposto dall’art. 1, principio il quale esclude che del danno ambientale possa essere chiamato a rispondere un soggetto la cui condotta non sia causalmente connessa con il rilevato inquinamento. In questo senso depone infatti il 13° Considerando della direttiva, ove si chiarisce che: "A non tutte le forme di danno ambientale può essere posto rimedio attraverso la responsabilità civile. Affinché quest'ultima sia efficace è necessario che vi siano uno o più inquinatori individuabili, il danno dovrebbe essere concreto e quantificabile e si dovrebbero accertare nessi causali tra il danno e gli inquinatori individuati. La responsabilità civile non è quindi uno strumento adatto per trattare l'inquinamento a carattere diffuso e generale nei casi in cui sia impossibile collegare gli effetti ambientali negativi a atti o omissioni di taluni singoli soggetti". Il principio è ripreso dall'art. 4 (Eccezioni), comma 5, della direttiva, che condiziona l'applicazione della normativa comunitaria al danno ambientale o alla minaccia imminente di tale danno causati da inquinamento di carattere diffuso alla concreta possibilità di accertare un nesso causale tra il danno e le attività di singoli operatori. Un'ulteriore delimitazione della responsabilità ai sensi della direttiva deriva inoltre dal successivo art. 8, comma 4, lett. b), secondo cui gli Stati possono altresì consentire che l'operatore non sia tenuto a sostenere i costi delle azioni di riparazione, nel caso in cui il danno ambientale sia stato causato da un'emissione, da un'attività o qualsiasi altro modo di utilizzazione di un prodotto nel corso di un'attività, che l'operatore dimostri non essere state considerate probabile causa di danno ambientale secondo lo stato delle conoscenze scientifiche e tecniche al momento del rilascio dell'emissione o dell'esecuzione dell'attività.
3. Sia la normativa comunitaria che quella nazionale richiedono che sia l'effettivo responsabile del danno a sopportare i costi della prevenzione e della riparazione del danno.
Con denuncia di danno ambientale depositata presso la Prefettura di Napoli in data 11 febbraio 2011, ai sensi dell’art. 309 del d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, l’associazione Legambiente Campania Onlus e la dott.ssa Annamaria Sannino, residente in Boscoreale – descrivendo una grave situazione di inquinamento della falda acquifera del sottosuolo posto a valle dell’impianto di discarica di rifiuti solidi urbani sito nel territorio del Comune di Terzigno (NA), denominata “Cava Sari”, e di grave deterioramento della qualità dell’aria nel territorio circostante, ascrivibili a condotte illecite poste in essere dai soggetti preposti alla gestione dei luoghi – hanno chiesto al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare (di seguito, per brevità, Ministero dell’Ambiente) «di provvedere all'adozione delle misure di precauzione, di prevenzione o di ripristino previste dalla parte sesta del Decreto Legislativo n. 152/2006, ordinando ai responsabili la immediata cessazione delle condotte dannose, anche a mezzo della sospensione cautelativa della gestione e la messa in sicurezza della discarica che insiste nell’area c.d. “Cava Sari"' irrogando le sanzioni di legge».
Con l’atto introduttivo del ricorso in epigrafe, notificato il 31 maggio 2011 e depositato il 14 giugno 2011, le ricorrenti hanno impugnato il silenzio serbato dal Ministero dell’Ambiente sulla predetta denuncia.
Con la sentenza n.676 dell’8 febbraio 2012, questa Sezione:
- ha preliminarmente disatteso le eccezioni di incompetenza e difetto di legittimazione sollevate dalla difesa erariale in quanto – in disparte il rilievo che la prima è “superata dallo ius superveniens, in forza della recente novella dell’art. 135 co. 1 lett. e) c.p.a. ad opera del d.lgs. 15 novembre 2011, n. 195” – nella specie “non si controverte di provvedimenti in materia di gestione dei rifiuti, ma dell’inosservanza da parte del Ministero di un obbligo di legge a suo carico, i cui esatti termini occorrerà di seguito precisare.”;
- ha accolto la domanda avverso il silenzio inadempimento e, per l’effetto, ha dichiarato l’obbligo del Ministero dell'Ambiente di provvedere sulla denuncia di danno ambientale presentata dalla parte ricorrente nel termine di giorni novanta dalla notificazione, a cura di parte, della decisione;
- ha respinto la domanda di risarcimento del danno asseritamente subito dalle ricorrenti.
Con motivi aggiunti notificati il 17 luglio 2012 e depositati il 31 seguente, le ricorrenti hanno impugnato il provvedimento datato 19 aprile 2012 con cui il dirigente della Divisione VIII della predetta amministrazione statale ha rigettato la richiesta di intervento.
A sostegno della domanda impugnatoria hanno dedotto quattro motivi, così formulati in rubrica:
1) difetto di motivazione – violazione del principio comunitario di precauzione (art. 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea);
2) difetto assoluto di motivazione – violazione dell’art. 3 L. 241/1990;
3) violazione di legge (art. 10-bis della legge 241/1990);
4) difetto assoluto di istruttoria – travisamento dei fatti – incompetenza.
Con ordinanza collegiale n.1160 depositata il 27 febbraio 2013 è stata disposta l’acquisizione a cura del Ministero dell’Ambiente della documentazione richiamata nel suindicato provvedimento.
Eseguito l’incombente, la parte ricorrente ha depositato memoria con cui ha insistito nella domanda di accoglimento del ricorso.
All'udienza pubblica del 19 giugno 2013, sentito il difensore delle ricorrenti, come da verbale, la causa è stata trattenuta in decisione.
1. Come si è anticipato nella parte in fatto – posto che il ricorso avverso l’iniziale silenzio serbato sull’istanza delle ricorrenti è stato già definito con sentenza di questa Sezione n.676 dell’8 febbraio 2012 – l’oggetto della presente decisione verte sull’azione impugnatoria introdotta con motivi aggiunti avverso il provvedimento, datato 19 aprile 2012, con cui il Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ha rigettato la richiesta di intervento ex art. 309 del d.lgs. 3 aprile 2006, n.152. Peraltro, l’irrituale proposizione dell’azione nella forma dei motivi aggiunti – poichè notificati (il 17 luglio 2012) quando il giudizio ex art. 117 c.p.a. risultava già definito con la suddetta sentenza – non pregiudica l’ammissibilità della domanda, sussistendo i requisiti di forma e di sostanza per convertire la domanda in un autonomo ricorso da trattarsi con il rito ordinario.
2. A supporto della denuncia di danno relativa all’inquinamento della falda acquifera, l’associazione Legambiente Campania Onlus e la dott.ssa Annamaria Sannino hanno posto i risultati di analisi fisico-chimiche riferite al periodo ottobre 2009/maggio 2010 effettuate dalla Provincia di Napoli e i dati di verifiche eseguite successivamente dall’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Campania (ARPAC) in data 29.10.2010, le quali hanno accertato sforamenti delle soglie massime di concentrazione di fluoruri, manganese, zinco, nichel, alluminio, boro nonché la presenza di idrocarburi policiclici aromatici (IPA) con concentrazioni di benzo(a)pirene superiori alla norma. Quanto alla compromissione della qualità dell’aria, le instanti hanno denunciato che, a far data dall’estate 2010, il territorio circostante la discarica è stato invaso “da forti miasmi”, anch’essi segnalati dall’ARPAC (cfr. note dell’8.11.2010 e del 23.11.2010).
A sostegno della domanda giudiziale la difesa attorea ha esibito in giudizio anche una relazione tecnica a firma del dott. M. Moscariello (datata 10.11.2011 ed espletata su incarico del Comune di Boscoreale).
3. Va precisato che il contenuto dell’obbligo dell’amministrazione di provvedere risulta chiaramente determinato nella pronuncia testè richiamata nei termini di seguito indicati.
Giova premettere che il citato art. 309 del d.lgs. 152/2006 prevede, al comma primo, che «le regioni, le province autonome e gli enti locali, anche associati, nonché le persone fisiche o giuridiche che sono o che potrebbero essere colpite dal danno ambientale o che vantino un interesse legittimante la partecipazione al procedimento relativo all'adozione delle misure di precauzione, di prevenzione o di ripristino previste dalla parte sesta del presente decreto possono presentare al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio, depositandole presso le Prefetture - Uffici territoriali del Governo, denunce e osservazioni, corredate da documenti ed informazioni, concernenti qualsiasi caso di danno ambientale o di minaccia imminente di danno ambientale e chiedere l'intervento statale a tutela dell'ambiente a norma della parte sesta del presente decreto». L’articolo prosegue, al comma terzo, stabilendo che «il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio valuta le richieste di intervento e le osservazioni ad esse allegate afferenti casi di danno o di minaccia di danno ambientale e informa senza dilazione i soggetti richiedenti dei provvedimenti assunti al riguardo».
La previsione testé riportata costituisce attuazione dell’art. 12 della direttiva comunitaria del 21 aprile 2004 n. 2004/35/CE del Parlamento europeo e del Consiglio sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale. La disposizione comunitaria, dopo aver definito i presupposti che legittimano a chiedere all’autorità competente di agire e precisato che «la richiesta di azione è corredata di tutti i dati e le informazioni pertinenti a sostegno delle osservazioni presentate in relazione al danno ambientale in questione» (art. 12 § 2), prevede ai §§ 3 e 4 quanto segue:
«3. L'autorità competente tiene conto delle richieste di azione e delle osservazioni ad esse allegate che mostrino con verosimiglianza l'esistenza di un caso di danno ambientale. In tali circostanze l'autorità competente dà la possibilità all'operatore interessato di far conoscere le proprie opinioni circa la richiesta di azione e le osservazioni allegate. 4. Quanto prima, e comunque conformemente alle pertinenti disposizioni della legislazione nazionale, l'autorità competente informa le persone di cui al paragrafo 1, che hanno presentato osservazioni all'autorità, della sua decisione di accogliere o rifiutare la richiesta di azione e indica i motivi della decisione».
Come si è precisato nella già menzionata sentenza n. 676 del 2012, “La denuncia di danno ambientale con la quale si richiede l'intervento statale a tutela dell'ambiente ai sensi dell’art. 309 d.lgs. 152/06 determina, infatti, a carico del Ministero dell’Ambiente un obbligo di «valuta [re] le richieste di intervento e le osservazioni ad esse allegate afferenti casi di danno o di minaccia di danno ambientale» che non deve confondersi con l’assunzione doverosa e vincolata di azioni di precauzione, prevenzione o ripristino, imponendo semplicemente la verifica della effettiva ricorrenza dei presupposti per l’azione statale, salva ogni discrezionalità sulle misure più opportune da intraprendere a termini di legge: vale a dire l’obbligo di avvio di un procedimento che si chiude, come precisa la direttiva comunitaria, con una motivata «decisione di accogliere o rifiutare la richiesta di azione» formulata dal privato istante. E’ in questo senso che «il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio … informa senza dilazione i soggetti richiedenti dei provvedimenti assunti al riguardo» (art. 309 cit.), cioè dando loro comunicazione della decisione sulla denuncia, delle relative ragioni e, solo nel caso di esito positivo della stessa, degli interventi conseguentemente assunti.”
4. Tanto premesso, con l’atto ora in discussione l’autorità statale, sulla base delle risultanze acquisite – in particolare, della relazione del Corpo Forestale dello Stato datata 20 marzo 2012 – ha riscontrato negativamente la denunzia di danno ambientale. Il dirigente preposto alla Divisione VIII della Direzione generale per la tutela del territorio e delle risorse idriche ha rilevato che nella richiamata relazione “si è dato conto che, considerata la fenomenologia inquinante lamentata ed esaminate le relazioni effettuate dalla Provincia di Napoli, dall’ARPAC e dai tecnici incaricati dalla Procura della Repubblica di Napoli a seguito dell’apertura di un’indagine giudiziaria sul denunciato danno ambientale, i risultati delle relazioni acquisite hanno escluso l’esistenza di un inquinamento delle falde sottostanti la discarica riconducibile all’attività di gestione della discarica “Cava Sari”. Il superamento delle soglie di contaminazione riscontrato, infatti, va piuttosto ricondotto alle caratteristiche litologiche dell’area vulcanica in cui scorre la falda monitorata; quanto agli inquinanti organici rinvenuti in maniera occasionale, si è accertata la natura antropica degli stessi ma sono state escluse significative evidenze, mentre in relazione al deterioramento della qualità dell’aria non è stato riscontrato alcun elemento inquinante significativo.”
5. Ad avviso del Collegio la determinazione in argomento è esente dai denunciati profili di illegittimità.
5.1. Invero, come stabilito dall’art.301 del codice dell’ambiente, l’applicazione del principio di precauzione “concerne il rischio che comunque possa essere individuato a sèguito di una preliminare valutazione scientifica obiettiva”. A sua volta, il successivo art. 303 dispone che la parte sesta del suddetto testo normativo – recante norme in materia di tutela risarcitoria contro i danni all’ambiente – non si applica, tra l’altro, all’ipotesi prevista alla lettera h) ossia “al danno ambientale o alla minaccia imminente di tale danno causati da inquinamento di carattere diffuso, se non sia stato possibile accertare in alcun modo un nesso causale tra il danno e l’attività dei singoli operatori”.
La necessità che venga accertato il rapporto eziologico tra l’evento e la condotta è conforme al principio comunitario “chi inquina paga” posto a base della già citata direttiva comunitaria del 21 aprile 2004, secondo quanto disposto dall’art. 1, principio il quale esclude che del danno ambientale possa essere chiamato a rispondere un soggetto la cui condotta non sia causalmente connessa con il rilevato inquinamento.
In questo senso depone infatti il 13° Considerando della direttiva, ove si chiarisce che: "A non tutte le forme di danno ambientale può essere posto rimedio attraverso la responsabilità civile. Affinché quest'ultima sia efficace è necessario che vi siano uno o più inquinatori individuabili, il danno dovrebbe essere concreto e quantificabile e si dovrebbero accertare nessi causali tra il danno e gli inquinatori individuati. La responsabilità civile non è quindi uno strumento adatto per trattare l'inquinamento a carattere diffuso e generale nei casi in cui sia impossibile collegare gli effetti ambientali negativi a atti o omissioni di taluni singoli soggetti".
Il principio è ripreso dall'art. 4 (Eccezioni), comma 5, della direttiva, che condiziona l'applicazione della normativa comunitaria al danno ambientale o alla minaccia imminente di tale danno causati da inquinamento di carattere diffuso alla concreta possibilità di accertare un nesso causale tra il danno e le attività di singoli operatori.
Un'ulteriore delimitazione della responsabilità ai sensi della direttiva deriva inoltre dal successivo art. 8, comma 4, lett. b), secondo cui gli Stati possono altresì consentire che l'operatore non sia tenuto a sostenere i costi delle azioni di riparazione, nel caso in cui il danno ambientale sia stato causato da un'emissione, da un'attività o qualsiasi altro modo di utilizzazione di un prodotto nel corso di un'attività, che l'operatore dimostri non essere state considerate probabile causa di danno ambientale secondo lo stato delle conoscenze scientifiche e tecniche al momento del rilascio dell'emissione o dell'esecuzione dell'attività.
In definitiva, sia la normativa comunitaria che quella nazionale richiedono che sia l'effettivo responsabile del danno a sopportare i costi della prevenzione e della riparazione del danno.
5.2. Venendo alla concreta fattispecie, appare anzitutto corretta, in mancanza di altri più precisi riferimenti, l’assunzione dei parametri rilevati dall’ARPAC con i controlli di maggio e giugno 2009 quali “bianco” della falda acquifera (posta al di sotto di una massa rocciosa stratificata ad una profondità di circa 150 metri dal fondo della discarica) ossia quali “valori di fondo” cui fare riferimento per i successivi controlli, atteso che l’effettivo conferimento dei rifiuti in discarica ha avuto inizio solo a seguito dell’OPCM n. 136 del 10.6.2009, come peraltro riconosciuto dalle stesse ricorrenti nella denuncia di danno ambientale (alla prima pagina).
Può reputarsi altresì, che la successiva attività di monitoraggio sulla qualità e composizione delle acque di falda svolta dall’ASIA Napoli s.p.a. gestore dell’impianto, dalla Provincia di Napoli - Settore Ambiente e dall’ARPAC (fino al mese di dicembre 2011) – pur con le criticità segnalate nella citata relazione a firma del dott. Moscariello (per l’incompleta attuazione del protocollo predisposto dal Tavolo tecnico istituito presso la Prefettura di Napoli) – abbia fornito comunque dati complessivamente sufficienti ed attendibili ai fini di un corretto esercizio della valutazione rimessa alle cure dell’intimata amministrazione statale.
5.3. La determinazione in contestazione risulta poi adeguatamente supportata sulla base delle conclusioni raggiunte nell’ambito dei vari studi acquisiti nel corso dell’istruttoria (oltre a quella già sopra citata, sono state esaminate la relazione del prof. Pietro Bruno Celico, ordinario di idrogeologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, redatta su incarico dell’ASIA, datata 19.11.2010, e la perizia a firma congiunta del dott. Fabio Corti, geologo, e del dott. Arthur Alexanian, chimico industriale, espletata su incarico della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Nola).
Deve anzitutto rilevarsi che nella relazione del dott. Moscariello – esibita in giudizio dalla parte ricorrente – lungi dal reputarsi dimostrato il nesso di causalità, si osserva (a pagina 8) che la preesistenza nell’area di altre discariche, la mancanza di un adeguato studio preliminare e i dubbi sulla corretta ubicazione dei piezometri “non consentono di formulare ipotesi precise sullo stato di qualità ambientale della falda acquifera sottostante la SARI e sull’eventuale perdita di percolato dell’invaso.” Ivi si dà anche atto (a pagina 9) che i microinquinanti organici tossici (PCB, benzo(a) pirene, aldrin, etc.), la cui presenza è stata segnalata nelle già citate iniziali indagini, “non sono stati registrati nei successivi controlli analitici eseguiti dall’ARPAC.”
Mette poi conto evidenziare che la relazione di sintesi del prof. Celico individua chiaramente la genesi naturale degli elevati valori delle concentrazione di fluoruri, ferro, manganese, nichel e zinco, riscontrati pressoché in continuità, in quanto riconducibili all’origine vulcanica delle rocce con le quali entra in contatto l’acquifero vesuviano ed alla particolarità dei circuiti sotterranei, ivi puntualmente descritte. Lo studio si sofferma poi sul superamento di altri parametri – quali l’aldrin, la sommatoria PCB e il cadmio – e, pure segnalando l’origine antropica dei primi due, evidenzia il carattere occasionale dei relativi rinvenimenti (dettagliatamente descritti); circa le possibili provenienze di tali inquinanti, sottolinea che essi, comunque, “non possono essere associati alla discarica perché, in relazione alle direttrici di flusso della falda: - o si trovano solo a monte di “Cava Sari; o si trovano lateralmente alla stessa cava; - o si trovano a valle, ma con rinvenimenti una tantum che possono essere associati ad uno scarico puntuale e non certo alla perdita (necessariamente continua) di una discarica.” Lo studioso conclude la relazione dichiarando che “tutte le evidenze portano ad affermare che, allo stato delle conoscenze, non esistono elementi che possano far minimamente sospettare l’esistenza di un inquinamento della falda idrica dovuto alla discarica”.
A non dissimili conclusioni pervengono (alle pagine 85 e ss.) anche i suindicati periti incaricati della c.t.u. disposta in ambito penale (allegato n.22, della documentazione depositata dall’amministrazione il 15.4.2013), nel corso della quale sono stati effettuati ulteriori campionamenti (nel 2011), che hanno confermato “una sostanziale stabilità nel tempo di tutti gli elementi analizzati, sia che superino o non superino le CSC (Concentrazione Soglia di Contaminazione – D. Lgs. 152/06), a riprova della loro naturale presenza nelle acque di falda”. Anche l’indagine isotopica, effettuata attraverso analisi su alcuni elementi considerati “traccianti specifici” (ione cloruro e isotopi dell’idrogeno, dell’ossigeno e del carbonio), “seppure condotta su pochi punti di misura per la scarsità di pozzi presenti nelle immediate vicinanze della discarica, non evidenzia una presenza di processi di mescolamento fra la falda profonda ed il percolato di discarica […]”.
5.4. La determinazione ministeriale merita di essere confermata anche nella parte in cui fa proprie le risultanze relative alla qualità dell’aria contenute nella già menzionata relazione del Corpo Forestale dello Stato (pagine 9-11), sulla base dell’attività di monitoraggio condotta dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e dall’ARPAC. (mediante l’impiego di due laboratori mobili posizionati nei comuni di Terzigno e di Boscoreale) nonché dall’ASIA Napoli S.p.a.. Dalla relazione dell’ISPRA (all. 23), riferita ai risultati dei rilevamenti effettuati nell’arco temporale ottobre/dicembre 2010, si evince che “Durante tale periodo i valori di SO2, NO2, CO e benzene sono rimasti nei limiti di legge, che invece sono stati superati per sei volte dalla concentrazione di PM10, in condizioni, però, di scarso rimescolamento atmosferico ed in accordo con quanto misurato in altre centraline dell’area di Napoli e Caserta dell’ARPAC”. Anche la relazione dell’ARPAC (all. 24), relativa al periodo novembre/dicembre 2010, ha evidenziato che “non sono stati riscontrati superamenti dei limiti di legge, anche quando, in condizioni di alta pressione e di scarso rimescolamento atmosferico, sono stati invece rilevati degli sforamenti dalle centraline dell’area urbana di Napoli e da quella della zona acerrana”.
La documentazione fornita dal gestore (all. 25-27) ha altresì evidenziato che, diversamente da quanto riportato nella denuncia, nella quale si parla di “forti e penetranti fetidi miasmi” senza tuttavia fare riferimento a parametri oggettivamente misurabili, “le caratteristiche costruttive della discarica hanno permesso di captare precocemente il biogas prodotto, che viene poi smaltito mediante torce di combustione ad alta temperatura”, per cui è stato stimato che “in atmosfera si libera un quantitativo limitato del metano prodotto, pari a 1/10 […] e che non vi sono fughe di gas laterali”. Come rilevato dal Coordinatore territoriale per l’ambiente del Corpo Forestale dello Stato nella parte finale della relazione, a seguito di sopralluogo, “attualmente la problematica inerente alle molestie olfattive […] si è notevolmente ridimensionata […] presumibilmente anche per effetto dell’azione di tre nebulizzatori”.
6. In conclusione, il Collegio ritiene che, alla stregua di tutti gli elementi istruttori raccolti, la domanda formulato coi motivi aggiunti si palesa infondata e va, pertanto, respinta.
La novità e complessità delle questioni trattate giustifica, peraltro, la compensazione delle spese di lite tra le parti, fatto salvo il contributo unificato, che per legge resta a carico della parte ricorrente soccombente.
definitivamente pronunciando sul ricorso per motivi aggiunti, come in epigrafe proposto, lo respinge.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del 19 giugno 2013 con l'intervento dei magistrati:

References: SENTENZA 
 sentenza 
 art. 303
 art. 8
 sentenza 
 sentenza 
 art. 309
 art. 117
 sentenza 
 art. 309
 § 2
 sentenza 
 art. 303
 art. 8