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Timestamp: 2018-02-22 12:22:20+00:00

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Le ferie del dirigente....
Le ferie del dirigente.
Il dirigente che, pur avendo il potere di attribuirsi il periodo di ferie senza alcuna ingerenza da parte del datore di lavoro, non lo eserciti e non fruisca del periodo di riposo annuale, non ha diritto all’indennità sostitutiva a meno che non provi di non avere potuto fruire del riposo a causa di necessità aziendali assolutamente eccezionali ed obiettive.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 9 maggio – 10 ottobre 2017, n. 23697
4. Quanto alle ferie non godute, il giudice di appello, richiamata giurisprudenza di questa Corte, ha evidenziato che l’appellante aveva piena autonomia decisionale "nella determinazione del se e del quando" godere del riposo annuale, sicché per pretendere la monetizzazione delle ferie non godute avrebbe dovuto dimostrare la ricorrenza di eccezionali ed obiettive esigenze aziendali che ne avevano impedito la fruizione. In assenza di allegazione e di prova al riguardo il diritto al pagamento dell’indennità sostitutiva doveva essere limitato alla sola annualità in corso al momento del licenziamento.
1.1 Con il primo motivo del ricorso principale la s.r.l. (omissis) denuncia, ai sensi dell’art. 360 n. 3 cod. proc. civ., violazione o falsa applicazione di norme di diritto e di contratti collettivi di lavoro, in relazione all’art. 2119 cod. civ. ed al C.C.N.L. 25 novembre 2009 per i dirigenti di aziende industriali. Sostiene la società ricorrente che la Corte territoriale avrebbe dovuto "riempire di contenuto concreto" la clausola generale e quindi, sulla base di fattori esterni relativi alla coscienza generale nonché di principi tacitamente richiamati dalla disposizione sopra indicata, indicare quale dovesse essere il parametro valutativo. Nel far ciò il giudice di appello avrebbe dovuto considerare l’intensità del vincolo fiduciario che caratterizza il rapporto di lavoro dirigenziale e che deriva dal ruolo ricoperto in seno all’azienda dal dirigente.
1.2. Il secondo motivo del ricorso principale è formulato ai sensi dell’art. 360, n. 3 cod. proc. civ. per violazione e falsa applicazione degli artt. 1362, 1366, 1375, 2104, 2106 e 2119 c.c., dell’art. 2 Cost., dell’art. 1 del C.C.N.L. 25/11/2009 per i dirigenti di aziende industriali. Ad avviso della ricorrente la Corte territoriale avrebbe compiuto una errata sussunzione della fattispecie concreta nel parametro normativo della norma elastica, perché, diversamente da quanto ritenuto dal giudice di merito, sicuramente integra giusta causa di licenziamento il rifiuto del dirigente di svolgere l’attività connessa al ruolo assegnatogli, accompagnato dalla contestuale richiesta di acquisizione della maggioranza delle quote sociali. La condotta addebitata di "ammutinamento" emergeva con evidenza dal contenuto della documentazione prodotta, sicché la Corte territoriale non poteva escludere la sussistenza di una giusta causa di recesso, avendo il M. palesemente violato il dovere di diligenza, attraverso un comportamento contrario ai principi di correttezza e buona fede.
1.3. Con la terza censura il ricorso principale denuncia, ex art. 360 nn. 4 e 5 cod. proc. civ., violazione dell’art. 116 cod.proc.civ., nullità della sentenza impugnata, omesso esame circa un fatto decisivo che è stato oggetto di discussione tra le parti. La società si duole del "completo scollamento logico/letterale/intenzionale tra i documenti letti e il relativo passaggio motivazionale della sentenza" e, dopo avere trascritto nel ricorso il contenuto della documentazione, torna ad insistere sulla evidenza della "volontà di ammutinamento e di boicottaggio totale" che avrebbe ispirato la condotta tenuta dal M. , di gravità tale da giustificare la immediata cessazione del rapporto. Nella sintesi del motivo si sostiene che il giudice del merito avrebbe omesso di motivare sui fatti rappresentati nei documenti 10-11-12, richiamati nella lettera di contestazione, decisivi perché idonei a provare la indisponibilità assoluta del dirigente a collaborare con i vertici aziendali.
1.4. Il quarto motivo censura il capo della sentenza relativo all’indennità sostitutiva di ferie non godute riconosciuta dalla Corte territoriale per il solo anno 2010 e addebita alla sentenza impugnata la "violazione o falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti collettivi nazionali di lavoro con riferimento al dirigente (artt. 10, 1 e 2 comma, e 17 5 comma d.lgs. n. 66 del 2003,; art. 2109 2 e 3 commi, 2697 c.c. e 36 Cost.)". La ricorrente principale sostiene, in sintesi, che il principio in forza del quale al dirigente l’indennità sostitutiva può essere liquidata solo in presenza di oggettive ed eccezionali esigenze aziendali ostative alla fruizione, doveva indurre il giudice di appello ad escludere il diritto anche in relazione all’anno 2010.
2.1. Il ricorso incidentale denuncia, con il primo motivo, "violazione e falsa applicazione della disciplina in materia di diritto alle ferie ed indennità sostitutiva (art. 2109 c.c., art. 10 del d.lgs. n. 66 del 2003, e del d.lgs. 213/2004 in attuazione delle Direttive 93/104/CE e 2000/34/CE) in relazione all’art. 2697 c.c., agli artt. 3, 32 e 36 Cost., all’art. 7 della direttiva UE 2003/88 e delle pronunce della Corte di giustizia". Premesso che il diritto alle ferie annuali retribuite è riconosciuto come inderogabile, oltre che dalla Carta Costituzionale, dal diritto dell’Unione, il ricorrente incidentale richiama le pronunce della Corte di Giustizia con le quali è stato affermato che al termine del rapporto le ferie non godute devono essere monetizzate, a prescindere dalla qualifica rivestita dal lavoratore, con conseguente illegittimità di disposizioni o prassi nazionali che limitino il diritto, prevedendo condizioni non richieste dalla direttiva. Aggiunge che l’art. 10 del d.lgs. n. 66 del 2003, riproduce esattamente la norma comunitaria e, quindi, non legittima ulteriori condizioni, di esclusiva derivazione giurisprudenziale, quale è quella della assenza del potere del dirigente di determinarsi nella fruizione delle ferie.
2.2. Il capo della sentenza relativo al rigetto della domanda di pagamento dell’indennità sostitutiva è censurato anche con il secondo motivo del ricorso incidentale per "contraddittoria motivazione su fatti decisivi e contestati che, qualora diversamente e correttamente considerati, avrebbero condotto ad una decisione diversa e opposta". Il M. si duole della errata valorizzazione delle deposizioni rese dai testi i quali, in realtà, non erano stati in grado di riferire nulla sull’asserito potere del dirigente di autodeterminarsi quanto al godimento delle ferie. Aggiunge che l’onere della prova grava sul datore di lavoro, in quanto la giurisprudenza di legittimità esclude una presunzione, per tutti i dirigenti, di piena autonomia decisionale.
2.3. La terza censura, formulata sempre ai sensi dell’art. 360 n. 5 cod. proc. civ., denuncia "contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, quanto alla ritenuta ingiustificatezza del licenziamento". In sintesi il ricorrente incidentale rileva che la Corte, dopo avere ritenuto tutte le condotte contestate insussistenti o, comunque, non idonee a giustificare il licenziamento, non poteva negare, se non incorrendo in un assoluto contrasto logico con le premesse, l’indennità supplementare. Aggiunge che la sentenza impugnata, sia pure incidentalmente, ha accertato il difetto di specificazione delle contestazioni poste alla base del recesso datoriale, sicché la indennità rivendicata doveva essere riconosciuta anche per il mancato rispetto dei principi del procedimento disciplinare.
A detto assorbente rilievo si deve aggiungere che la Corte territoriale, sia pure mediante l’integrale trascrizione del principio di diritto affermato da Cass. n. 11691 del 2005, ha fornito una precisa definizione del concetto di giusta causa nel rapporto dirigenziale, evidenziando che la stessa "consiste in un fatto che, sia in relazione alla sua oggettività sia con riferimento alle sue connotazioni soggettive, determina una grave lesione della fiducia del datore di lavoro nel proprio dipendente, tale da non consentire la prosecuzione neppure temporanea del rapporto, tenuto conto, altresì, della natura di quest’ultimo e del grado di fiducia che esso postula" (negli stessi termini con riferimento al rapporto di lavoro dirigenziale Cass. 10.4.2012 n. 5671).
Il giudice di appello ha in tal modo indicato il parametro valutativo assunto ed ha correttamente interpretato la nozione legale di giusta causa perché la definizione fornita dalla decisione sopra richiamata, sebbene sintetica, è in linea con l’orientamento consolidato di questa Corte secondo cui "la giusta causa di licenziamento deve rivestire il carattere di grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro e, in particolare, dell’elemento fiduciario, dovendo il giudice valutare, da un lato, la gravità dei fatti addebitati al lavoratore, in relazione alla portata oggettiva e soggettiva dei medesimi, alle circostanze nelle quali sono stati commessi e all’intensità del profilo intenzionale, dall’altro, la proporzionalità fra tali fatti e la sanzione inflitta, per stabilire se la lesione dell’elemento fiduciario, su cui si basa la collaborazione del prestatore di lavoro, sia tale, in concreto, da giustificare la massima sanzione disciplinare" (Cass. 18.9.2012 n. 15654 e negli stessi termini Cass. 26.4.2012 n. 6482).
5. Quanto, poi, al vizio di sussunzione, denunciato nel secondo motivo, va premesso che in linea generale lo stesso "consiste o nell’assumere la fattispecie concreta giudicata sotto una norma che non le si addice, perché la fattispecie astratta da essa prevista - pur rettamente individuata e interpretata - non è idonea a regolarla, o nel trarre dalla norma in relazione alla fattispecie concreta conseguenze giuridiche che contraddicano la pur corretta sua interpretazione." (Cass. 26.9.2005 n. 18782 e Cass. 23.9.2016 n. 18715).
In particolare, con riferimento alla nozione di giusta causa, poiché, come si è visto, gli elementi da valutare sono molteplici e attengono ai profili oggettivi e soggettivi della condotta, il giudizio complessivo espresso dal giudice del merito è necessariamente frutto di selezione e valutazione comparativa, per cui un vizio di sussunzione può essere validamente denunciato solo qualora la parte ricorrente non si limiti ad invocare "una diversa combinazione dei parametri ovvero un diverso peso specifico di ciascuno di essi" ma denunci "che la combinazione e il peso dei dati fattuali, così come definito dal giudice del merito, non consente comunque la riconduzione alla nozione legale di giusta causa di licenziamento".
Nel caso di specie la società ricorrente, nel denunciare il vizio di sussunzione, insiste, oltre che sulla particolare natura del vincolo fiduciario che lega il datore di lavoro al dirigente, su circostanze di fatto che la Corte territoriale in parte ha escluso, ritenendo non provata la indisponibilità del M. a svolgere qualsiasi attività, ed in parte ha ritenuto non idonee a giustificare il recesso, sottolineando, come si è detto nello storico di lite, che la valutazione del contenuto della corrispondenza intercorsa fra le parti doveva essere effettuata alla luce della "problematica situazione interpersonale e societaria".
6. Ad analoghe conclusioni si giunge in relazione alla terza censura, attraverso la quale la società ricorrente tenta di ricondurre alla violazione dell’art. 116 cod. proc. civ. ed al vizio di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio lo "scollamento logico rispetto ai fatti rappresentati nei documenti di provenienza del dirigente" della motivazione, ma in concreto sollecita una diversa valutazione della produzione documentale.
La giurisprudenza di questa Corte è consolidata nell’affermare che la deduzione della violazione dell’art. 116 cod. proc. civ. è ammissibile ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 4, cod. proc. civ., solo qualora si alleghi che il giudice, nel valutare una risultanza probatoria, non abbia operato, in assenza di specifica indicazione normativa, secondo il suo "prudente apprezzamento", ed abbia preteso di attribuire alla stessa il valore che il legislatore riferisce ad una differente risultanza probatoria (ad esempio il valore dell’atto pubblico ad un documento non proveniente da pubblico ufficiale), nonché, qualora la prova sia soggetta ad una specifica regola di valutazione, abbia valutato la stessa secondo la regola di giudizio di cui al richiamato art. 116 cod. proc. civ. (Cass. 20.12.2007 n. 26965; Cass. 19.6.2014 n. 13960; Cass. 10.6.2016 n. 11892; Cass. 27.12.2016 n. 27000).
All’esito delle modifiche apportate all’art. 360 cod. proc. civ. dal d.l. n. 83 del 2012 "il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c. (che attribuisce rilievo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e presenti carattere decisivo per il giudizio), né in quello del precedente n. 4, disposizione che - per il tramite dell’art. 132, n. 4, c.p.c. - dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante". (Cass. n. 11892/2016 cit.).
Infatti, in relazione alle sentenze pronunciate dopo l’entrata in vigore del d.l. 22.6.2012 n. 83, convertito nella legge 7.08.2012 n. 134, l’errore commesso nella valutazione delle risultanze di causa è rilevante solo qualora si sia tradotto nell’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione fra le parti, che il ricorrente è tenuto a denunciare, nel rigoroso rispetto delle previsioni degli artt. 366, primo comma, n. 6, e 369, secondo comma, n. 4 cod. proc. civ., indicando il "fatto storico" il cui esame sia stato omesso, il "dato", testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il "come" e il "quando" tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua "decisività" (Cass. S.U. 7.4.2014 n. 8053).
Nel caso di specie il ricorrente, pur denunciando nella rubrica l’omesso esame di fatti decisivi ai fini del giudizio, in realtà si duole della errata valutazione del contenuto dei documenti prodotti, che avrebbero attestato la "indisponibilità assoluta del lavoratore ad ogni forma di collaborazione", indisponibilità che, invece, la Corte territoriale ha escluso (pag. 16 e 17 della motivazione), esaminando il carteggio intercorso fra le parti, le deposizioni testimoniali, le buste paga attestanti che nel periodo in contestazione il M. aveva effettuato trasferte all’estero e prestato attività lavorativa anche nel periodo natalizio.
La censura confonde il "fatto", come si è detto esaminato dalla Corte territoriale, con il mezzo istruttorio destinato a provarlo, la cui omessa considerazione non rileva ai fini della configurabilità del vizio di cui all’art. 360 n. 5 cod. proc. civ.. Il motivo, pertanto, si risolve in un’inammissibile critica della valutazione delle risultanze processuali effettuata dal giudice di appello, alla quale ne contrappone una difforme, sollecitando un’indagine di merito non consentita in questa sede.
7.1. Occorre premettere che la direttiva 93/104/CE, poi confluita nella direttiva 2003/88/CE, al 2 comma dell’art. 7, prevede che "Il periodo minimo di ferie annuali retribuite non può essere sostituito da un’indennità finanziaria, salvo in caso di fine del rapporto di lavoro".
7.3. Quanto poi alle condizioni che devono ricorrere affinché possa trovare applicazione l’orientamento giurisprudenziale al quale si è qui ritenuto di dare continuità, questa Corte ha anche affermato che "ex art. 2697 cpv. c.c. il potere - in capo al dirigente - di scegliere da se stesso tempi e modi di godimento delle ferie costituisce eccezione da sollevarsi e provarsi a cura del datore di lavoro, mentre l’esistenza di necessità aziendali assolutamente eccezionali e obiettive, ostative alla fruizione di tali ferie, integra controeccezione da proporsi e dimostrarsi a cura del dirigente". (Cass. 14.3.2016 n. 4920).
Si tratta, quindi, di un accertamento di merito non censurabile in sede di legittimità, se non nei ristretti limiti concessi dalla nuova formulazione dell’art. 360 n. 5 cod. civ. civ. che, come si è già detto al punto 5, consente di denunciare solo l’omesso esame del "fatto decisivo", da non confondersi con la mancata o l’errata valutazione del mezzo istruttorio destinato a provarlo.
Il giudice di appello, infatti, ha correttamente applicato il principio di diritto già affermato da questa Corte, alla stregua del quale "ai fini dell’eventuale riconoscimento dell’indennità supplementare prevista per la categoria dei dirigenti, occorre fare riferimento alla nozione contrattuale di giustificatezza che si discosta, sia nel piano soggettivo che su quello oggettivo, da quello di giustificato motivo ex art. 3, legge n. 604 del 1966, e di giusta causa ex art. 2119 cod.civ., trovando la sua ragione d’essere, da un lato, nel rapporto fiduciario che lega il dirigente al datore di lavoro in ragione delle mansioni affidate - suscettibile di essere leso anche da mera inadeguatezza rispetto ad aspettative riconoscibili "ex ante" o da importante deviazione dalla linea segnata dalle direttive generali del datore di lavoro, ovvero da comportamento extralavorativo incidente sull’immagine aziendale a causa della posizione rivestita - e, dall’altro, nello stesso sviluppo delle strategie di impresa che rendano nel tempo non pienamente adeguata la concreta posizione assegnata al dirigente nella articolazione della struttura direttiva dell’azienda". (Cass. 13.12.2010 n. 25145).
La sentenza impugnata, pertanto, è conforme a detto principio nella parte in cui evidenzia che "le profonde divergenze tra l’appellante.. e la madre... in ordine alla gestione ed al futuro della società, concretavano valide e non pretestuose ragioni di cessazione del rapporto lavorativo..." posto che, come si è detto, anche la mancata condivisione delle strategie di impresa può rendere giustificato il recesso ed escludere il diritto alla indennità supplementare.
Invero, qualora una determinata questione giuridica - che implichi un accertamento di fatto - non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che proponga tale questione in sede di legittimità, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione innanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale scritto difensivo o atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di cassazione di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa (cfr. fra le tante Cass. 22.4.2016 n. 8206).
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto dei presupposti della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale e del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale e per quello incidentale, a norma del cit. art. 13 comma 1 bis.

References: sentenza 
 art. 360
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2109
 art. 10
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 116
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 2697
 art. 3
 art. 2119
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 13
 art. 13