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Timestamp: 2018-03-19 03:19:09+00:00

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R. P. G. Perrone S.J.:La regola di fede protestante, considerata teologicamente, si dimostra menare al razionalismo.
Da:Il Protestantesimo e la Regola della Fede, vol. I, Milano-Genova 1854, pag. 208-220
PARTE I. SEZIONE II. CAPO III.
Articolo III. La stessa regola [cioè la regola protestante di fede, N.d.R.], considerata teologicamente, si dimostra menare al razionalismo.
Che sia il razionalismo. — Come il razionalismo s'ingeneri dal protestantesimo. — Analisi della regola del protestantesimo. — Con essa si distrugge il soprannaturalismo. — Si manomette la morale. — Si fa del cristianesimo una scuola filosofica. — Il socinianismo. — Il razionalismo volgare. — Il razionalismo filosofico o gnostico. — Perchè da principio non si conoscesse appieno il razionalismo racchiuso nella nuova regola di fede. — Ridicolezza de' polemici volgari del protestantesimo. — Orrori a cui fu tratto il protestantesimo per lo svolgimento logico della sua regola.
Il razionalismo, sì volgare come scientifico o filosofico, è la tomba delle credenze religiose o della fede cristiana. La umana ragione si fa per esso arbitra e giudice suprema della rivelazione, o, per parlare con maggior precisione di termini, sostituisce sè stessa alla rivelazione col distruggerla ed annullarla, con toglierne perfin la nozione. Il soprannaturalismo per esso non ha più luogo; gli sottentra il naturalismo puro. I libri santi e le dottrine nei medesimi contenute, non sono più l'opera di Dio, ma sì un dei frutti della ragione elevata alla più alta potenza. Ebbene: il razionalismo nacque ad un parto col protestantesimo; anzi dobbiam dire che questo n'è il principio generatore, e quello la prole sua naturale.
Una sottile analisi del protestantesimo ci convincerà della verità di quanto abbiamo affermato, tuttochè paia a primo aspetto un'asserzione avventata. Chi in fatti riflette al rigido dommatismo di Lutero; alla ferma fede da lui richiesta per la giustificazione; alle formole sì franche e si ricise del sassone riformatore; all'impegno ed energia nel difenderle, alle disfide, alle disputazioni sostenute contro i mantenitori o introduttori di dottrine diverse dalle sue, si farà maraviglia come possa pronunziarsi con verità essere nati ad un parto il protestantesimo ed il razionalismo, anzi essere quello di questo il principio generativo. Ma la difficoltà non è che apparente. Emerge essa dal confondersi il fatto col diritto, il principio coll'applicazione. Lutero, affin di giustificare la sua defezione o ribellione dalla chiesa, statuì come punto di dipartenza il principio che la sola scrittura dallo spirito di ciascuno intesa e interpretata costituisce la regola di fede, e che per conseguente ognuno era in diritto di esaminare e quindi ammettere come di fede quanto nella bibbia avesse trovato doversi credere, e per converso rigettare quanto giudicasse a quella non appartenere.
Su questo principio cominciò egli a dommatizzare senza verun riguardo nè all'autorità della chiesa, nè alla testimonianza dei padri, nè al senso tradizionale dell'antichità cristiana. A chi poi gli opponeva queste fonti, egli rispondeva di tratto esser tutto questo parola dell'uomo, mentre non si dee credere che alla pura parola di Dio: motto che fu poi ripetuto da tutte le generazioni protestanti, e noi poc'anzi l'udimmo dalle labbra del vescovo protestante Nixon. Ma si stette egli poi fedele al suo principio? Nulla meno. Egli, che avea proclamata la pura parola di Dio, cioè la bibbia, per unica regola di fede e annunziata la libertà di esame, diede la propria interpretazione sua qual norma del credere, e sostituì la sua autorità all'autorità della chiesa, imponendo tirannescamente a' suoi seguaci il suo proprio dommatismo. Nel che ognun vede incoerenza patente di questo gran riformatore.
Tal è il fatto o l'applicazione personale del principio fattane dal fondatore del protestantesimo; or veggiamo il diritto ed il principio in sè stesso. La bibbia adunque dalla ragione individuale interpretata, e il libero esame della medesima costituisce la regola, il diritto, il principio, com'io denominai, del protestantesimo. Ora egli è appunto di questa regola, diritto e principio che io affermo contenersi in esso come in germe, il razionalismo, il sepolcro della fede e della stessa rivelazione. Ciò non m'è difficile il dimostrare sì nella teorica come nella pratica.
E quanto alla teorica, chi non vede, che fissato una volta che la regola del credere e dell'operare è la scrittura interpretata secondo la intelligenza di ciascuno, ossia della ragione individuale, ne conseguita che ognuno si fa giudice della propria fede? E invero a chi spetta in siffatta ipotesi il giudicare se una espressione vada intesa nel senso letterale ovvero nel senso figurato? Se abbia ad interpretarsi di consiglio o di precetto? Se un fatto abbia ad aversi come prodigioso ovvero come naturale? Alla ragione individuale unicamente. E per recare un qualche esempio; le parole di Cristo presso s. Giovanni: Io e il Padre siamo una cosa sola, debbono intendersi di unità sostanziale, ovvero di unità morale? Le parole della divina istituzione della eucaristia: Questo è il mio corpo, sono a intendersi a rigor di lettera, oppure in senso figurato, ed anche sol di un rito mnemonico o rammemorativo? Così quell'altre: A chi vi toglierà la veste dategli anche il mantello, contengono un precetto, od un consiglio? Il rito del battesimo è egli perpetuo, ovvero a tempo determinato? E così dicasi di cento e cento altri passi dalla retta intelligenza de' quali dipende un domma, un sacramento, una grave obbligazione. Il decidere su questi punti con la regola di che parliamo, dipende dalla interpretazion di ciascuno. Dissentendo poi questi, come debbe di necessità accadere, circa la intelligenza di tai passi, che si dovrà credere? Chi deciderà la controversia? Torno a ripetere, la ragion di ciascuno.
Nè qui il tutto consiste. Dovendo la ragione individuale esser giudice, ella, imbattendosi in alcun passo il quale contenga un qualche vero, che punto non intende, perchè eccede l'oggetto su cui solo può pronunziare, che farà? Per l'un de' lati vede che inteso come suona, dovrebbe essa ammettere come vero ciò che l'urta, un mistero che non comprende, un'almeno apparente contraddizione; per l'altro lato troppo ben conosce che non si può rigettare quanto trovasi registrato apertamente nel divin codice. Adunque a che attenersi? Giudice supremo com'ella è di sua fede, invece di assoggettare sè alla scrittura e alla rivelazione coll'ammettere e credere un mistero che punto non intende, anzi che l'urta come contrario a' suoi naturali dettami, assoggetta la scrittura o la rivelazione a sè; quindi la interpreta di guisa, che nulla presenti che non sia appien conforme a quanto ella intende. Per tal forma il mistero e il soprannaturalismo debbon cedere al razionalismo.
Più ancora: se la ragione è quella che debbe in ultimo appello pronunziar la sentenza definitiva intorno al senso della scrittura, qualor si avvenga in qualche passo che troppo si opponga alle propensioni, alle tendenze di sua corrotta natura, lo interpreta per modo, che siffatta opposizione e contrarietà svanisca, a tal che possa tranquillamente adagiarsi alle inclinazioni della medesima. Che se s'incontra in alcun tratto che paia favorir le sue passioni, l'afferra e se ne fa un sostegno per potere agir più liberamente. In questi casi la scrittura diventa nociva e micidiale per l'uomo determinato a vivere a seconda de' suoi desiderii, nè più nè meno di quel che facessero non pochi sì degli antichi come de' moderni filosofi rispetto ai dettami della ragione. Venne questa tratta a forza, dirò così, perchè servisse con distorte e violente teorie a farsi patrona de' più obbrobriosi misfatti. Per simil guisa la scrittura abbandonata alla interpretazione privata d'ogni individuo si fa servir di velo alle più turpi e ignominiose passioni. Così non la fede soltanto, ma la morale eziandio vien manomessa per la regola che serve di base al protestantesimo [1].
Si dirà che questi sono abusi della regola la quale di sua natura non conduce a tali eccessi. Concedasi pure esser questi meri abusi; ma io chieggo: concederà egli, chi sostiene e adopera di tal forma, che sieno abusi, o non piuttosto sosterrà che sono interpretazione legittima della pura parola di Dio, ch'egli così vede, che egli così intende? Chi potrà convincerlo del contrario in forza della sua regola? Non è ella la ragione individuale quella che dee giudicare? Niuno logicamente gli potrà contraddire. Ed ecco come per tai logici processi si viene a sovvertire e sconvolgere la economia del cristianesimo con ispogliarlo di tutti i veri soprannaturali, di tutti i misteri, di tutti gli eventi straordinari, che superano cioè l'ordinario corso della natura, e però di tutti i vaticinii o profezie le quali si spiegano dalla ragione individuale quali felici conghietture e nulla più. Si spoglia pure dei documenti morali, o almeno si toglie loro la base, che è la fede ne' misteri, i quali somministrano per la osservanza de' precetti i motivi più forti e più gagliardi.
Che addiviene del cristianesimo qualor gli si tolgano i misteri della incarnazione e della redenzione? I dommi del futuro risorgimento de' corpi e della eternità delle pene? Diventa uno scheletro, una larva, un'ombra. Diventa una scuola filosofica. Ebbene: abbandonata la scrittura alla intelligenza e alla interpretazione individuale, essi crollano e rovinano. Imperocchè non è già la ragione che di per sè sola col leggere la bibbia abbia tai misteri e tai dommi trovati, ma unicamente gli ebbe dal senso tradizionale mantenuto e propagato pel magistero sempre vivente della chiesa. Diasi la scrittura senz'altra spiegazione e commento al più saggio de' mandarini cinesi ignaro al tutto della religione cristiana, vi troverà egli nel senso in cui si credono nel cristianesimo il mistero di un Dio fatto uomo, di un sol soggetto riunente in sè la dualità delle nature divina ed umana? Vi troverà egli quest'uomo Dio morto per la espiazione de' peccati di tutto il genere umano, in sacrifizio di redenzione? Io per me nol penso; e tanto meno il penso in quanto che veggo uomini allevati e nutriti fin dalla infanzia in queste idee del cristianesimo, versatissimi nello studio della scrittura, forniti di doti non ordinarie d'ingegno e di erudizione, che pur non li veggono. Diranno i protestanti esser questi di mala fede; ma come il proveranno? Cert'è che essi il niegano ed assicurano d'esser così persuasi e convinti dietro un'accurata e profonda investigazione della scrittura medesima, che anzi questo è il risultamento dell'esame coscienzioso fattone, del loro studio biblico. Io sono nell'intima convinzione che Lutero, e lo stesso dicasi degli altri così detti riformatori come già più volte inculcai, non avrebbe di per sè trovati tai dommi nella bibbia, se non gli avesse appresi dalla chiesa in un col latte. Sono in ciò i protestanti simili a que' filosofi, ovvero increduli, del secolo XVIII, i quali dopo di aver fin dalla infanzia appresi gl'insegnamenti della morale cristiana, pretesero fare astrazione da essi, e dar da sè, quai maestri indipendenti, lezioni di etica sublime, senz'avvedersi della influenza che le passate reminiscenze esercitavano sulla lor mente.
E che sia di fatto così basti il riflettere che ben di molti tra i protestanti hanno col tempo e colle loro investigazioni smarriti questi dommi fondamentali del cristianesimo, come è noto, e tosto inoltre dimostrerò. Ora io chieggo, come avrebbero essi di per sè trovati colla loro ragione nella bibbia misteri siffatti, se già ricevuti e professati, li han poscia colla loro ragione esploratrice e col loro biblico studio smarriti? Or qual è la via per cui pervennero a tale smarrimento? La regola appunto di fede adottata del protestantesimo, la ragione interprete e giudice suprema del senso della scrittura. Per questa via Lutero, trovando assurda la nozione di transostanziazione nella eucaristia, rigettò un tal domma; per questa via Zwinglio e Calvino trovando assurda la reale e sostanzial presenza del corpo e sangue del Redentore nella stessa, rigettarono parimenti quest'altro domma: per questa via, trovando Muncer assurdo che i fanciulli i quali non han l'atto del credere potessero essere rigenerati col battesimo, rigettò egli pur questo domma. Sì appunto per questa via medesima, trovando Socino assurdo il domma della trinità delle persone divine distinte in numerica unità di essenza; quella della incarnazione, per cui due distinte nature sussistessero in una sola persona, assurdo quello della redenzione operata per la morte di un innocente, come se Dio avesse bisogno di tai vittime per riconciliarsi coll'uomo colpevole, assurdo il pensare che per una colpa passaggiera avesse una creatura ad esser tormentata eternamente, rigettò, eliminò dal cristianesimo d'un sol colpo tutti questi dommi fondamentali. Non è già che nella scrittura non trovinsi testi e numerosi e chiari abbastanza per costatarne la lor verità, ma la ragione individuale, suprema interprete di essa, o non volle vederli o se li vide gl'intese in altro senso, li estenuò, cotalchè nulla più contenessero di quanto avea vista di cozzare con lei, e li recò a livello di sua portata.
Insomma egli è irrepugnabile che per lo stesso motivo onde i primi riformatori diedero o attribuirono alla scrittura un senso diverso da quello che ella ha secondo l'interpretazione tradizionale della chiesa rispetto alla eucaristia, al battesimo ed altre verità cattoliche, per questo e non altro i sociniani diedero o attribuirono un diverso senso a tutti que' passi ne' quali contengonsi i misteri e dommi testè passati a rassegna con gli altri tutti. Egli è adunque al tutto in forza della regola del protestantesimo che furono disconosciuti e negati [2].
Veggiam ora l'ultimo passo che rimaneva a farsi pel transito dal socinianismo al più abbietto razionalismo. Se premendo le orme segnate da' primi riformatori, cioè di quelli che in virtù della regola o principio da sè proclamato riformarono la chiesa, i sociniani in virtù della regola stessa riformarono la riforma, i razionalisti alla lor volta riformarono la riforma della riforma. Infatti prendendo essi la norma stessa, la loro ragione trovò assurda la immediata comunicazione della divinità coll'uomo. Trovarono essi superflua una rivelazione soprannaturale quando Dio già avea abbastanza provveduto all'uomo colla rivelazione interna, universale, comune, non che a tutto il genere umano, ma ben anco speciale a ciascun individuo. Trovarono che questa rivelazione interna, ossia la ragione, è suscettiva di perfezionamento e di progresso sempre ulteriore e indefinito, e però che basta a sè stessa. Trovarono che di fatto a certe epoche determinate sotto gli auspizi di felici combinazioni e mediante l'impulso d'uomini dotati di genio superiore alla comune de' lor contemporanei, cotesta ragione fe' fare all'umana specie progressi maravigliosi. Tra questi uomini così privilegiati dalla natura e suscitati dalla divina provvidenza, a tenore della esigenza de' tempi in segnalarsi, debbonsi annoverare un Mosè e un Confucio, quindi un Gesù e un Maometto, e in fine un Lutero e altri grandi lor pari. Tutti benemeriti in sommo grado dell'uman genere. I libri loro furono scritti sotto la ispirazione di genio siffatto; e però in quella stessa guisa che noi diciamo ispirati i poeti, che chiamiamo divino Platone e Tullio, così del pari doversi chiamar divini ed ispirati i libri santi. Diffatto essi contengono documenti morali assai buoni; nè vi manca la sua poesia, la sua parte mitologica. Vi si trovano miti storici, miti poetici, miti morali. Il primo mito è quello della creazione dell'uomo; un secondo si ha nella formazion della donna; un terzo nella caduta dell'uomo, e così mano mano, fino al vangelo, il quale parimenti è dovizioso in miti, l'annunziazion della Vergine di Nazaret, il nascimento del Cristo, i racconti prodigiosi, la risurrezione, la salita al cielo, e vadasi dicendo [3].
Egli è ben vero che dopo questo razionalismo volgare un altro ne surse scientifico e filosofico dal seno stesso della riforma. Kant n'è stato il primo promotore, e venne perfezionato dallo Schelling, quindi dal Fichte e dall'Hegel. Fichte, come già si disse, si ripromise nell'affollata scuola di creare Dio. Hegel poi il propose nello sviluppo dell'idea, la quale si svolge nella storia. La storia per conseguente altro non è che Dio, o l'idea svolgente sè stessa con legge immutabile e inflessibile come la geometria. L'uomo non è che la manifestazione di questo Dio nel suo più alto grado, la quale passeggiera manifestazione ritorna nel grande oceano d'ond'ebbe origine perdendo ogni personalità, e in questo senso soltanto l'uomo è veramente immortale. La storia biblica del vecchio e del nuovo testamento fa parte di siffatto svolgimento perpetuo [4].
Dopo ciò potrà egli ancor parlarsi di fede, di misteri, di dommi, di morale? Potrà ancor parlarsi di rivelazione, d'ispirazione, di scrittura, di cristianesimo? E in verità i nostri razionalisti sostengono che il filosofo debbe dal proprio fondo, ossia dalla propria ragione unicamente trar fuori la sua religione. Ella basta a sè stessa senza che le sia d'uopo ricorrere ad alcun amminicolo esterno. La religione positiva, com'essi dicono, o rivelata, solo debbe lasciarsi pel non filosofo, cioè per quelli che pel grado loro di coltura non si lievano tanto da potersela formar da sè, ossia pel volgo, al quale convien lasciare la bibbia e un culto esterno qualunque qual supplemento alla incapacità di lui [5].
Or questa tomba di ogni credenza, come si vede, questo sepolcro del cristianesimo è una logica inferenza, una rigorosa conclusione e della teorica e della pratica dell'opera del protestantesimo, o per meglio dire, della regola di fede per cui nacque il protestantesimo, si sorresse e si svolse. Ne' primordi non si palesò quest'intimo nesso e questa dipendenza, perchè i protestanti teneri troppo in sulle prime mosse, ed impregnati tuttora senz'avvedersene del principio cattolico, attenevansi, almeno nella pratica quasi per abito, in gran parte all'andamento cattolico. Ben avrebbero essi provato immenso orrore al sospicar anco da lungi l'abisso, la voragine che si andavano scavando con la lor regola, e se in qualche lucido intervallo si affacciava loro alla mente, ne distoglievano tosto il pensiero. Non apprezzarono di subito tutta la forza del loro principio, e per questa cieca inconsiderazione appunto essi ammisero il dommatismo quale fu loro imposto dai loro capi. Di qui pure ebbero origine le tante professioni di fede ne' lor frequenti congressi, colloqui o sinodi raffazzonate; di qua i loro litigi interminabili, le loro divergenze di setta, la intolleranza loro con tutte le conseguenze che ne rampollano. Si accorgevan bene a quando a quando che la lor fede era vacillante, che mobile era il suolo su cui posavano, e che ogni vento, che alquanto gagliardo soffiasse, minacciava rovina al mal fermo edificio; ma pur non s'avvedevano per anco del precipizio rovinoso che lor si preparava. Non compresero, per dirlo in breve, la natura del protestantesimo. Vi voleva il tempo, quel severo scopritore delle cose, che mettesse all'aperto tutto il male che il protestantesimo racchiudeva in seno; che facesse germogliare, esplicare e venire a maturità que' frutti che conteneva sol come in seme al suo nascimento. Tre secoli appunto di logiche deduzioni fecero alfin palese fino all'evidenza tutta la mostruosità della regola che esaminiamo [6]. Ora in tutte parti i protestanti liberali e razionalisti confessano aperto che i loro maggiori non ebber compresa la vera natura del protestantesimo, che si sono ingannati a partito quando ci han voluto imporre il fardello delle confessioni di fede positive, formolarie e dei libri simbolici. Così nella Elvezia, così nell'Olanda, così in Francia, così in Germania, e così pure nell'Inghilterra ove il socinianismo ed il razionalismo van pigliando piede [7]. Non vi è altro sincero e genuino protestantesimo fuori di quello che venne in questi ultimi tempi definito: il poter di credere ciò che si vuole, e l'operar ciò che si crede.
Ciò premesso, non giungono forse sino al ridicolo que' polemici volgari del protestantesimo, che ogni dì mandano fuori lor trattatelli per impugnar la chiesa cattolica riguardo ad alcuni dommi secondari e adiafori alla sostanza della religione? Li vedi tutti intenti a mettere in uggia il cattolicismo per la invocazione de' santi, per la venerazione che professa alle immagini e alle sacre reliquie; dopo che essi non solo han rigettato ogni simbolo, ma ben anco scavate le fondamenta del cristianesimo. Non li assomiglieresti cotesti vani declamatori a quelli, i quali, mentre hanno un fuoco divoratore nella propria casa che tutto avvampa, arde e distrugge, nulla di ciò solleciti, volgessero tutta la lor sollecitudine ed ansia verso la casa di un lor vicino per alcune tele di ragno pendenti delle pareti? Peggio poi se tele siffatte non esistessero che o nella loro immaginazione o negli occhi loro. Ma tant'è, l'uomo spesse volte è ingegnoso nell'illudere sè medesimo.
Per le persone istruite e versate nella polemica religiosa non vi ha nulla di quanto abbiam detto che non conoscano, ma non così per le meno versate in tal genere di studio. Queste potrebbero forse venire in sospetto che vi abbia della esagerazione in alcuni punti almeno toccati di sopra. Pur mi son tenuto a gran pezza al disotto del vero. È cosa certa che il protestantesimo trasformatosi in razionalismo in forza di sua regola è precipitato in tali eccessi da far rabbrividire chiunque non abbia al tutto smarrito ogni avanzo di fede. La religione cristiana si è mutata in una mera filosofia, la ragione ha preso il luogo della rivelazione. Il Cristo sparì.
Dacchè Marheinecke, celebre predicatore di Berlino, pretese spiegare nei suoi discorsi i dommi luterani per mezzo della filosofia idealistica egeliana, Strauss ne fece l'applicazione allo intiero cristianesimo. Egli che nella vita di Gesù già si era provato, sebben tentennando, a ristabilire un Cristo nella religione, dopo di aver annullato quello della storia per mezzo della critica. Avea egli affermato che i cristiani de' primi secoli avevano rivestito di una forma storica l'immagine del Messia, che era viva in essi, e però avea già parlato nel senso degli egeliani, che affermano che lo spirito umano, come per presentimento di lor filosofia avvenire, aveva data una forma istorica ai dommi del peccato originale, della Trinità e dell'Uomo-Dio. Strauss accusato per questo passo nel campo della filosofia, il confessò, persistendo non di meno a credere che pur vi rimaneva un dato positivo nella storia del cristianesimo [8]. Ma poscia nella sua dommatica si è tolto l'impegno di addimostrare che la filosofia divenuta quanto prima la sovrana, il Cristo di Hegel cancellerà per sempre la memoria del Cristo evangelico.
Ed ecco come, seguendo logicamente la regola protestante, si perdettero i misteri, si perdettero i dommi tutti, ed anche la nozione stessa di fede, di maniera che potè già lo stesso Harms protestante rimproverare alla riforma, che si ponno scrivere sull'ugna del dito le dottrine generalmente riconosciute [9]. E più esplicitamente ancora Smaltz: Il protestantesimo, scrisse, ha spinto sì innanzi il suo gusto delle riforme, ch'esso or più non offre che una serie di zeri senza cifra numeratrice [10]. Nè qui si stette, ma il protestantesimo passò a trasformarsi non solo in razionalismo, ma in un cotal filosofismo che assorbì il cristianesimo tutto e ridusse ad una mera idea l'autore medesimo del cristianesimo. Le altre empietà che ne conseguirono sarà d'altro luogo il riferirle. Frattanto basti quanto abbiam discorso a pruova evidente dell'assunto.
[1] Qui ben cade in acconcio quanto riferisce il Lingard nella Storia d'Inghilterra (tom, III, ch. 18, pag. 386. Paris 1843), intorno agli ultimi istanti di Cromwell, tenace del domma calvinistico della inammissibilità della grazia. «Il protettore Cromwell, scrive egli, aspettava a White-hall l'ora in cui rendere a Dio la sua bell'anima. Veggendo senza dubbio errare intorno al suo letto l'ombra insanguinata del suo re e quelle di tante migliaia d'inglesi e d'irlandesi immolati alla sua ambizione e alla glorificazione del puro vangelo, si volge verso uno de' suoi cappellani: Ditemi, Sterry, è egli possibile il decader dallo stato di grazia? — Ciò non è possibile, risponde il ministro. Allora disse il moribondo: Io sono in sicurezza; imperocchè io so che sono stato una volta in istato di grazia. In questa convinzione egli impiegò ciò che gli restava di vita e di forze a pregare, non per sè, ma pel popolo di Dio.
[2] «Lutero, ben disse il Newman nell'Hist. du développement, mosse da una doppia base, poichè il suo dommatico principio era contraddetto dal suo diritto di privato giudizio, e il suo principio sacramentale dalla sua teoria della giustificazione. L'elemento sacramentale non mostrò mai segni di vita; ma alla morte sua, quello ch'ei rappresentava nella sua persona, come insegnatore, cioè il principio dommatico, guadagnò l'ascendenza, ed ogni espressione di lui sopra punti controversi divenne norma per le sette delle quali in ogni tempo la più vasta (cioè la luterana) fu infine coestesa (quasi) con la chiesa stessa. Questa quasi idolatrica venerazione fu forse accresciuta per la scelta fatta ne' libri simbolici della sua chiesa di dichiarazioni di fede, la cui sostanza nel tutto assieme era sua.» (Son parole di Pusey sul razionalismo tedesco, pag. 21 In nota). «Poscia ebbe luogo una reazione. Il privato giudizio fu restituito al suo primato. Callisto mise la ragione, Spener la così detta religione del cuore in luogo della esattezza dommatica. Il pietismo per il presente prevale; ma il razionalismo si sviluppò in Wolfio, che professò di provare tutte le dottrine ortodosse, per un processo di ragionamento, di premesse a livello con la ragione. Presto si conobbe che lo strumento che Wolfio aveva usato per la ortodossia, potea con uguale plausibilità usarsi contr'essa: nelle sue mani avea provato il Credo; in quelle di Semler, d'Ernesti e d'altri distrusse l'autorità della scrittura. In che dunque dovea farsi consister la religione ora? Seguì una sorta di pietismo filosofico, o piuttosto il pietismo di Spener, e l'original teoria della giustificazione funne analizzata più interamente, e uscirono varie teorie di panteismo, il che era da principio nel fondo della dottrina di Lutero e nel suo personale carattere. E questo sembra essere lo stato del luteranismo al presente, sia che lo si guardi nella filosofia di Kant, sia nell'aperta incredulità di Strauss, come nelle religiose professioni della nuova chiesa evangelica di Prussia. Applicando questo esempio all'argomento a cui illustrare è stato addotto, direi che l'equabile e ordinato andamento, e natural successione delle opinioni per cui il credo di Lutero è stato cambiato nella filosofia incredula o eretica de' suoi presenti rappresentanti, è una pruova che quel cambiamento non fu perversione o corruzione, ma fedele sviluppo dell'idea originale.» Fin qui il Newman, con che sparge luce a quanto abbiam trattato in quest'articolo.
[3] Intorno a questo sistema mitico può leggersi con frutto il Ranolder, Hermeneuticae biblicae generalis principia rationalia, christiana et catholica. Quinque-ecclesiis 1838. Appendix Pseudo-interpretationis species, § 75 e segg.
[4] Vedasi intorno a tale razionalismo la elaborata opera del Chassay, Défense du christianisme historique, sec. edit., ou Christe et l'évangile. Quest'opera, come già avvertii, è piena di preziosi documenti che scoprono l'andamento del razionalismo tedesco e francese dalla sua origine fino a quest'ultimi anni. È da leggersi la bella e ben ragionata prefazione del celebre autore. — Vedi parimente l'opuscolo dello Steininger, profess. di Treveri, Examen critique de la philosophie allemande. Treves 1840. — Amand Saintes, Hist. critique du rationalisme en Allemagne. Paris 1841. — A. Ott., Hegel et la philosophie allemande. Paris 1844.
[5] Per dare uno schizzo dello stato in cui non ha guari si pervenne la Prussia basterà riferire quello che scrisse un corrispondente dell'Univers il 18 luglio 1844: «Berlin est le centre de la science protestante, qui, comme vous le savez, croit être arrivée au point de se trouver bien non seulement indépendante de toutes croyances religieuses, mais encore bien au dessus de toute vérité révélée. La philosophie du célèbre Hegel a fait, sous ce rapport, un mal immense, et que l'on n'a pas encore bien apprécié, que l'on sent cependant, et que le roi lui-même n'ignore aucunement. La philosophie de Berlin prétendait que la raison humaine était parvenue à un degré de développement et de maturité, qui la mettait en etat de parvenir, par ses propres forces, à la connaissance de toutes les vérités que l'homme avait autrefois acceptées comme venant d'une source supérieure, et lui étant communiquées par la révélation. Il soutenait, que la raison humaine pénétrait bien plus dans l'intelligence la plus intime de ces vérités, que ne l'auraient jamais pu faire les hommes qui, étant éclairés eux-mêmes d'une lumière surnaturelle, avaient tâché de les expliquer.
La religion et la philosophie, disait-il, ont le même objet; mais la seconde est bien plus supérieure á la première.... Ces idées ont été adoptées par la plus part des hommes distingués et savants de Berlin; voilà ce qui explique pourquoi ils n'expriment ni haine, ni aversion pour ceux, qui tiennent encore à des doctrines religieuses positives; ils prennent ces hommes en pitié, tout en honorant en eux leurs bonnes intentions. — Vous avez encore besoin d'une religion révélée, d'un culte extérieur, de cérémonies, vous disent-ils, c'est très-bien, nous comprenons parfaitement l'état dans lequel vous vous trouvez, car nous y étions aussi; mais vous en sortirez peut-être, si vous pénétrez plus avant dans les études philosophiques, si la lumière de la science éclaire enfin votre raison.»
[6] Qui pure il Newman, nella sua Hist. du développement, bene osservò che «Il principio è miglior cimento dell'eresia che la dottrina. Gli eretici son fedeli a' lor principii; ma cambiano qua e là, avanti e indietro in opinione: perchè assai opposte dottrine ponno essere esemplificazioni del medesimo principio. Così gli antiocheni ed altri eretici alle volte furono ariani, alle volte sabelliani, altre volte nestoriani, altre volte monofisiti, quasi alla ventura per fedeltà al lor capitale principio comune, che non v'ha mistero in teologia. Così i calvinisti divennero unitari per il principio del privato giudizio. Le dottrine della eresia sono accidenti e presto corrono a un termine; i suoi principii son sempre permanenti.
«Il protestantesimo veduto nel suo più cattolico aspetto è dottrina senza principii; veduto nel suo eretico aspetto è principio senza dottrina. Molti parlatori, per esempio, usano eloquente e splendido linguaggio sulla chiesa e le sue caratteristiche: alcuni di loro non realizzano quel che dicono, ma usano alte parole e affermazioni generali sulla fede e verità primitive e scisma ed eresia a cui non attaccano alcun senso definito; mentre altri parlano di unità, universalità e cattolicità, e usano le parole nel loro proprio senso e per le loro proprie idee.
«Il corso delle eresie è sempre certo: è uno stato intermedio tra la vita e la morte o ciò che è simile alla morte: o se non risulta in morte, è risoluto in qualche nuovo, forse contrario, corso di errore, che non presenta alcuna ragione di esser connesso con quello. E in questo modo un principio eretico starà molti anni in vita, correndo prima in un senso, poscia in un altro.» Sect. 3, § 1 e seg.
[7] Ved. Amand Saintes, Hist. critique du rationalisme en Allemagne. Paris 1841, pag. 314 e segg.
[8] Ved. gli scritti di lui polemici nella terza parte.
[9] Ecco le sure parole: «L'on peut écrire sur l'ongle du doigt les doctrines généralement reconnues.» Presso l'Hoeninghaus, La réforme contre la réforme, tom. I, ch. 1, pag. 12.
[10] «Le protestantisme a poussé si loin son goût des réformes, qu'il n'offre plus maintenant qu'une série de zéros sans chiffre numérateur.» Ibid., pag. 37.

References: e contrario
 sentenza 
in fine
 § 75
e contrario
 § 1