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Timestamp: 2017-07-26 08:42:36+00:00

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RIFORMA ORLANDO: COME CAMBIA IL GIUDIZIO IN CASSAZIONE
Di Marco Maria Monaco - 16 giugno 2017
Sommario: 1. La limitazione dei casi di ricorso – 2. Le modifiche al procedimento camerale – 3. Decisione delle Sezioni Unite – 4. Poteri più ampi per l’annullamento senza rinvio – 5. La nuove sanzioni per l’inammissibilità.
1. La limitazione dei casi di ricorso
L’impianto generale della riforma ha, per quanto riguarda il giudizio in cassazione, lo scopo di ridurre il carico della Suprema Corte.
Attraverso alcuni correttivi si è evidentemente voluto e si spera di ridurre il numero dei ricorsi e, ci si augura, di migliorare la qualità degli stessi.
In prima battuta, quindi, sono state introdotte, rectius modificate, le norme che prevedevano la ricorribilità, in alcuni casi di provvedimenti diversi dalle sentenze pronunciate all’esito del dibattimento o, comunque, da autorità diverse dalla corte d’appello.
a. A seguito della abrogazione del comma 6 dell’art. 409, e con l’introduzione del comma 3 del nuovo articolo 410-bis c.p.p., la competenza in materia di impugnazione del provvedimento di archiviazione sarà completamente diversa. Nei casi di nullità tassativamente previsti dai commi 1 e 2 dello stesso art. 410-bis c.p.p., infatti, l’interessato sarà legittimato a proporre reclamo innanzi al tribunale in composizione monocratica e non più ricorso per cassazione. Avverso l’ordinanza emessa in tale sede, peraltro, non sarà proponibile alcuna impugnazione e, quindi, alla persona offesa/interessato non rimarrà, qualora ve ne siano i presupposti, altra strada che ricorrere al diverso istituto della richiesta di riapertura delle indagini di cui all’art. 414 c.p.p.
b. Il nuovo articolo 428 c.p.p -nel quale ai commi 1 e 2, primo periodo, è stata sostituita la parola “cassazione” con “appello”; il secondo periodo del comma 2 è stato soppresso; il comma 3 è stato completamente sostituito e sono stati aggiunti i commi 3-bis e 3-ter- ha riformato nuovamente il regime di impugnazione della sentenza di non luogo a procedere.
Dall’entrata in vigore della riforma il mezzo di impugnazione avverso la sentenza pronunciata ex art. 428 c.p.p., nel quale pure resta una competenza residuale della Corte di Cassazione, sarà in via principale costituito dall’appello.
La competenza per l’impugnazione del procuratore della Repubblica e del procuratore generale e dell’imputato, infatti, sarà attribuita alla corte d’appello dal nuovo comma 3.
Ai sensi del comma 2, dal quale è stato soppresso il secondo periodo [Nella parte in cui prevedeva che la persona offesa costituita parte civile poteva proporre ricorso per cassazione per tutti casi di cui all’art. 606 c.p.p.] la persona offesa è legittimata a proporre, esclusivamente e direttamente, ricorso per cassazione solo nei casi di nullità previsti dall’art. 419 comma 7 c.p.p.
Avverso la “sentenza di non luogo a procedere pronunciata in grado di appello”, cioè la sentenza con la quale la corte territoriale ha confermato quella del giudice dell’udienza preliminare, ai sensi del comma 3-bis, possono ricorrere per cassazione solo l’imputato ed il procuratore generale.
In questo caso, però, il ricorso può essere basato solo sui motivi di cui alle lettere a), b) e c) del primo comma dell’art. 606, comma 1 c.p.p. e non, opportunamente, per la mancata assunzione di una prova decisiva ovvero per vizio di motivazione [La limitazione ai soli vizi di stretta legittimità appare opportuna e coerente con il sistema. Oltre a ridurre il carico per eventuali ricorsi pretestuosi, infatti, è in linea con la fase processuale nella quale si inserisce e con l’effettiva incidenza che ha la sentenza, revocabile in caso vengano reperite fonti di prova che da sole o unitamente a quelle già acquisite possano determinare il rinvio a giudizio].
La riforma non sembra aver previsto la modifica dell’art. 607 c.p.p. nel quale le parole “ovvero contro la sentenza inappellabile di non luogo a procedere”, contenute alla fine del comma 1, devono ormai intendersi come un refuso.
Diversamente dalla disciplina precedente, infine, la Corte di cassazione decide con le forme di cui all’art. 611 c.p.p., cioè in camera di consiglio c.d. non partecipata, in cui il contraddittorio è esclusivamente cartolare.
c. All’art. 448 c.p.p. è stato inserito il comma 2-bis che limita i casi di ricorso avverso la sentenza di applicazione di pena. Il pubblico ministero e l’imputato possono proporre ricorso per cassazione solo i. per motivi attinenti l’espressione della volontà dell’imputato, ii. per un difetto di correlazione tra la richiesta e la sentenza, iii. qualora sia stata attribuita al fatto una erronea qualificazione giuridica, iv. se la pena o la misura di sicurezza irrogata sono illegali.
In via transitoria la nuova disciplina non si applica ai procedimenti in cui la richiesta di applicazione di pena sia stata presentata prima dell’entrata in vigore.
Ai sensi dell’art. 130 comma 1-bis c.p.p., ora inserito, la Corte, investita dell’impugnazione, inoltre, è comunque competente a rettificare eventuali imprecisioni in tema di specie e quantità della pena per errore di denominazione o di computo.
d. Il comma 1-bis aggiunto all’art. 608 c.p.p. limita il potere del pubblico ministero di proporre ricorso per cassazione. Ai sensi di tale norma, infatti, il ricorso non può essere proposto dall’organo dell’accusa avverso la sentenza della corte di appello che abbia confermato una sentenza di proscioglimento per motivi diversi di quelli previsti dalle lettere a), b) e c) dell’art. 606 c.p.p. In questo caso si è ritenuto che la “doppia conforme di assoluzione” imponga di escludere ogni possibile “incursione” nel merito da parte della Corte e che l’oggetto del processo, quanto meno nella parte afferente la completezza o meno del compendio probatorio e la valutazione della prova della responsabilità dell’imputato, non possa né debba essere più messo in discussione. In tale specifico caso, dopo due sentenze di proscioglimento di merito, d’altro canto, non appare neanche in astratto potersi dubitare dell’esistenza di un ragionevole dubbio circa la colpevolezza dell’imputato (verrebbe da dire che si sia raggiunta una ragionevole certezza circa l’innocenza dello stesso).
Diversa soluzione si è ritenuto di adottare, e quindi non è stata apportata alcuna modifica sul punto, per la c.d. doppia conforme di condanna. In questo caso, ben diverso da quello oggetto di intervento legislativo, infatti, non può operare il criterio decisorio del ragionevole dubbio ed una limitazione dei mezzi di impugnazione che impedisca una ultima e qualificata verifica circa la completezza dell’istruttoria dibattimentale e della correttezza della decisione cui i giudici di merito sono pervenuti, è apparsa in antitesi con il sistema. Non infrequenti, d’altro canto, sono le pronunce della Suprema Corte che, riconosciuta l’evidente erroneità dell’iter argomentativo seguito in primo e secondo grado, hanno disposto l’annullamento senza rinvio di “doppie conformi di condanna” con la formula perché il fatto non sussiste [Cfr. Cass. Sez. Pen. Sez. III, 15 aprile 2014, n. 40327/14, Domegan] ovvero perché non l’imputato non lo ha commesso [Cfr. Cass. Pen. Sez. I, 11 novembre 2015, n. 18149/16, 5, Korkaj; Cass. Sez. Pen. Sez. I, 26 giugno 2014, n.41735/14, Iaria], oppure dichiarato estinto il reato per prescrizione dopo avere attribuito una diversa qualificazione giuridica ai reati contestati [Cfr. Cass. Pen. Sez. III, 15 gennaio 2016, n. 31415/16, Ganzer ed altri].
e. La soppressione delle parole “Salvo che la parte non vi provveda personalmente” dal comma 1 dell’art. 613 c.p.p. determina una sostanziale, sotto certi profili la più rilevante, limitazione alla possibilità di presentazione dei ricorsi. La nuova formulazione della norma ridisegna di fatto la disciplina di “accesso” alla impugnazione di legittimità.
Con l’entrata in vigore della modifica, infatti, l’atto di ricorso per cassazione e tutti gli atti successivi non potranno essere più redatti e presentati personalmente dall’imputato e dovranno essere sottoscritti, a pena di inammissibilità, da un difensore iscritto nell’albo speciale della corte di cassazione.
f. L’abrogazione dell’art. 625-ter c.p.p., in pratica sostituito dall’art. 629-bis c.p.p., sottrae alla corte la competenza per la rescissione del giudicato. La soluzione adottata, considerato che spesso in tale giudizio è necessaria una valutazione anche “in fatto”, appare opportuna.
2. Le modifiche al procedimento camerale
Con la interpolazioni inserite negli articoli 325 e 610 c.p.p. sono stata apportate alcune significative modifiche al procedimento camerale.
a. Al comma 3 dell’art. 325 c.p.p. è stato inserito il riferimento al comma 5 dell’art. 311 c.p.p. che stabilisce che la decisione debba essere assunta all’esito di una camera di consiglio celebrata con le forme dell’art. 127 c.p.p., cioè con la facoltà dei difensori di partecipare.
Il legislatore intende in questo modo fornire una sorta di interpretazione autentica che consenta di superare il principio di diritto stabilito da Cass. Sez. Un. 17 dicembre 2015, n. 51207/15, Maresca, seconda il quale i ricorsi in materia di misure cautelari reali devono essere decisi con il rito di cui all’art. 611 c.p.p. [Per una analisi sul punto si rinvia a Guerini, Ricorso per cassazione avverso le misure cautelari reali: per le sezioni unite trova applicazione il procedimento camerale non partecipato, in www.penalecontemporaneo.it.]
b. L’inciso “con riferimento al contenuto dei motivi di ricorso”, inserito nel quarto periodo del comma 1 dell’art. 610 c.p.p., si riferisce al contenuto che dovrà avere l’avviso della fissazione dell’udienza comunicato alle parti.
Norma questa che si presuma alleggerirà il lavoro della cancelleria della “apposita sezione” (la Settima Penale), che non dovrà così farsi carico del rilascio della copia dei moduli redatti all’esito dello “spoglio” iniziale dei ricorsi.
c. Il comma 5-bis aggiunto all’art. 610 c.p.p. e le parole “e senza formalità” aggiunte al comma 3 dell’art. 625-bis c.p.p. introducono un terzo tipo di procedimento camerale.
Ai sensi del nuovo comma 5-bis, infatti, la Corte dichiara in alcuni specifici casi l’inammissibilità del ricorso “senza formalità di procedura”. La corte opererà in tale modo nel caso in cui il ricorso:
i. sia stato presentato da soggetto non legittimato (art. 591, comma 1, lett. a);
ii. abbia ad oggetto un provvedimento non impugnabile (art. 591, comma 1 lett. b);
iii. Non siano state osservate le disposizioni relative alla forma (art. 582 c.p.p.), alla presentazione (art. 583 c.p.p.), ai termini (art. 585 c.p.p.) o siano state impugnate direttamente ordinanze emesse nel dibattimento (art. 586 c.p.p.) (art. 591, comma 1 lett. c);
iv. sia avverso una sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti, per motivi diversi da quelli espressamente e tassativamente previsti dal modificato art. 448, comma 2-bis c.p.p.
A questi casi deve aggiungersi anche l’eventuale impugnazione avverso la sentenza pronunciata dalla corte d’appello ai sensi dell’art. 599-bis c.p.p.. Per il “concordato anche con rinuncia ai motivi” il legislatore ha così introdotto un regime specifico, prevedendo quale unico mezzo di impugnazione esperibile il ricorso straordinario ex art. 625-bis c.p.p., intendendo in questo modo circoscrivere il controllo della Corte ai soli errori materiali o di fatto che hanno investito l’accordo raggiunto dalle parti, così come formalizzato dalla corte territoriale.
Ad oggi, in assenza di ulteriori indicazioni normative, non è possibile prevedere come si svolgerà il rito “senza formalità di procedura” in cassazione. L’individuazione di una forma “senza formalità” è di fatto rimessa alla Corte stessa, ed alle indicazioni che fornirà il Primo Presidente. In via di mera ipotesi si può immaginare la fissazione di camere di consiglio “interne”, per le quali non sarà previsto l’avviso ai difensori, nelle quali il collegio sarà chiamato a verificare/ratificare la decisione assunta dal consigliere addetto allo spoglio preliminare dei ricorsi.
3. Decisione delle Sezioni Unite
Le modifiche apportate all’art. 618 c.p.p. delineano in modo nuovo e diverso il rapporto tra le sezioni semplici e le Sezioni Unite.
Ad oggi, infatti, il comma 1 dell’art. 618 c.p.p., utilizzando il verbo “può”, lascia alla discrezionalità di ogni singola sezione la valutazione circa la necessità o meno di rimettere la questione oggetto di contrasto, ovvero possibile contrasto, alle Sezioni Unite. Disciplina allo stato applicabile anche nel caso in cui il contrasto sia con una precedente decisione delle stesse sezioni unite.
Con l’introduzione del comma 1-bis, invece, questa discrezionalità, cioè la possibilità che una sezione, quanto meno in astratto, possa addivenire ad una decisione difforme da quanto stabilito dalle sezioni unite, verrà meno. Ai sensi del nuovo art. 618 c.p.p. le sezioni della Corte, se dovessero ritenere di “non condividere il principio di diritto (in precedenza) enunciato”, saranno sempre tenute a rimettere alle Sezioni Unite la decisione del ricorso. L’uso del verbo al tempo indicativo presente “rimette” non lascia adito a dubbi circa la natura obbligatoria della disposizione. In questo modo, quindi, si riconosce una natura in un certo qual senso vincolante alla interpretazione (il principio di diritto enunciato) contenuta nella decisioni delle Sezioni Unite. Sarà senza dubbio interessante come le sezioni della Corte interpreteranno la norma, che ha lo scopo di garantire al meglio la funzione nomofilattica, per la violazione della quale non è prevista alcuna sanzione ovvero rimedio.
Il comma 1-ter ora introdotto, infine, riconosce alle Sezioni Unite il potere di enunciare in ogni caso il principio di diritto, anche se il ricorso deve essere dichiarato inammissibile per una causa sopravvenuta (la rinuncia al ricorso). Con tale disposizione si è evidentemente voluto attribuire alle Sezioni Unite la discrezionalità di pronunciarsi qualora reputino necessario dirimere comunque il contrasto giurisprudenziale oggetto del provvedimento della sezione.
4. Poteri più ampi per l’annullamento senza rinvio.
Sempre al fine di rinforzare la funzione nomofilattica della Corte la nuova formulazione della lettera l) del comma 1 dell’art. 620 c.p.p. amplierà le ipotesi di annullamento senza rinvio.
Le interpolazioni inserite, infatti, da una parte, sembrano consentire alla Corte un maggiore spazio di manovra quanto alla possibilità di rideterminare la pena e, dall’altra -stabilendo che la stessa avrà il potere di decidere qualora “non siano necessari ulteriori accertamenti di fatto”- riconoscono alla Corte il potere di sostituirsi al giudice di merito, impedendo così allo stesso di discostarsi dal principio di diritto enunciato.
5. La nuove sanzioni per l’inammissibilità.
Le modifiche apportate al comma 1 dell’art. 616 c.p.p. ed il comma 1-bis aggiunto allo stesso, rafforzano la natura afflittiva della condanna al pagamento della somma a favore della cassa delle ammende in caso di dichiarazione di inammissibilità.
Se il comma 1-bis si limita ad introdurre un criterio di adeguamento automatico della somma, infatti, la modifica apportata al comma 1 introduce per la prima volta una proporzionalità, “può essere aumentata fino al triplo”, tra la sanzione e la “causa di inammissibilità del ricorso”. Elemento questo che, questo sembra essere l’auspicio del legislatore, prevedendo una quantificazione del “disvalore” dell’atto di ricorso, dovrebbe agire sull’amor proprio di chi si accingerà a redigere ricorsi palesemente infondati o pretestuosi.

References: articolo 410
 art. 410
 articolo 428
 sentenza 
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 art. 428
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 sentenza 
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 Cass. Sez. 
 Cass. 
 Cass. Sez. 
 Cass. 
 Cass. Sez. 
 sentenza 
 art. 448
 sentenza 
 art. 625
 art. 618