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Timestamp: 2018-03-18 17:21:58+00:00

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Corte Costituzionale, sentenza 24 ottobre - 20 novembre 2017, n. 241 | Studio Legale Aquilani
GU 1a Serie Speciale - Corte Costituzionale n.47 del 22.11.2017
La Corte Costituzionale dichiara l'illegittimità dell’ultimo periodo dell'art. 152 disp. att. c.p.c., che prescrive, a pena di inammissibilità del ricorso, di indicare il valore della prestazione dedotta in giudizio (C. Cost. n. 241/2017)
Sentenza 241/2017 (ECLI:IT:COST:2017:241)
Udienza Pubblica del 26/09/2017; Decisione del 24/10/2017
Deposito del 20/11/2017; Pubblicazione in G. U. 22/11/2017 n. 47
Norme impugnate: Art. 152 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile, come modificato dall'art. 38, c. 1°, lett. b), n. 2), del decreto-legge 06/07/2011, n. 98, convertito, con modificazioni, nella legge 15/07/2011, n. 111.
Atti decisi: ord. 203/2015
L'art. 152 disp. att. c.p.c. si limitava a prevedere, nella sua formulazione originaria, l'esonero del lavoratore dalle spese di soccombenza nelle controversie previdenziali.
La formulazione era la seguente: "Il lavoratore soccombente nei giudizi promossi per ottenere prestazioni previdenziali non è assoggettato al pagamento di spese, competenze ed onorari a favore di istituti di assistenza e previdenza, a meno che la pretesa non sia manifestamente infondata e temeraria".
Il regime delle spese di soccombenza è stato poi modificato dall'art. 42, comma 11, DL. n. 269/03, conv. in L. 326/2003, il quale ha sostituito il contenuto dell'art. 152 disp. att. c.p.c. col seguente testo: "Nei giudizi promossi per ottenere prestazioni previdenziali o assistenziali la parte soccombente, salvo comunque quanto previsto dall’articolo 96, primo comma, del codice di procedura civile, non può essere condannata al pagamento delle spese, competenze ed onorari quando risulti titolare, nell’anno precedente a quello della pronuncia, di un reddito imponibile ai fini IRPEF, risultante dall’ultima dichiarazione, pari o inferiore a due volte l’importo del reddito stabilito ai sensi degli articoli 76, commi da 1 a 3, e 77 del decreto legislativo 30 maggio 2002, n. 113. L’interessato che, con riferimento all’anno precedente a quello di instaurazione del giudizio, si trova nelle condizioni indicate nel presente articolo formula apposita dichiarazione sostitutiva di certificazione nelle conclusioni dell’atto introduttivo e si impegna a comunicare, fino a che il processo non sia definito, le variazioni rilevanti dei limiti di reddito verificatesi nell’anno precedente. Si applicano i commi 2 e 3 dell’articolo 79 e l’articolo 88 del citato decreto legislativo n. 113 del 2002".
L’art. 52, co. 6, l. n. 69/2009 ha ulteriormente ritoccato l’art. 152 disp. att. c.p.c., aggiungendovi, in fine, una prescrizione che non riguarda il beneficio dell'esenzione dalle spese di soccombenza, ma i parametri di liquidazione delle spese (al fine di disincentivare il c.d. abuso del processo per questioni bagatellari): "Le spese, competenze ed onorari liquidati dal giudice nei giudizi per prestazioni previdenziali non possono superare il valore della prestazione dedotta in giudizio".
Successivamente (ed ecco che si arriva alla questione affrontata nella sentenza in esame) l'art. 38, comma 1, lettera b), n. 2, del D.L.98/2011, conv. con modd. dall'art. 1 L. 111/2011, a garanzia della suddetta esigenza di proporzionalità fra le spese liquidate e la materia del contendere, ha aggiunto il seguente ultimo periodo all'art. 152 disp. att. c.p.c.: "A tale fine la parte ricorrente, a pena di inammissibilità di ricorso, formula apposita dichiarazione del valore della prestazione dedotta in giudizio, quantificandone l'importo nelle conclusioni dell'atto introduttivo".
Tale disposizione, nella sua laconicità, lasciava alcuni dubbi all'interprete ed agli operatori: infatti, ci si è da subito chiesti se la prestazione dedotta in giudizio, da ratificare nelle conclusioni del ricorso, si identificasse con i ratei maturati alla data del deposito del ricorso, o con i ratei presumibilmente maturati in corso di causa, oppure (e questa è l'interpretazione adottata dalle SS. UU. della Cassazione nel 2015, con le ordinanze n. 10454 e n. 10455) fosse da parametrarsi ad un numero fisso di ratei astrattamente prestabilito per tutte le fattispecie.
E poi, ci si interrogava anche sulla estrema severità della sanzione (addirittura l'inammissibilità del ricorso) che il novellatore del 2011 ha scelto di adottare, al fine di punire la mancata indicazione dell'entità della prestazione dedotta in giudizio: omissione che si sarebbe ben potuto sanzionare intervenendo sul provvedimento di liquidazione delle spese, visto che la finalità della novella del 2009 era solo quello di disincentivare la convenienza delle c.d. liti previdenziali bagatellari (cfr. Gentile, S.L., Il processo previdenziale, Milano, 2010, 618).
Ma sanzionando con l'inammissibilità qualsiasi ricorso mancante della dichiarazione sul valore della prestazione dedotta in giudizio (che, in realtà, è poi implicitamente individuabile tra le righe di ogni "esposizione del fatto" che obbligatoriamente, ex art. 414 c.p.c., il ricorso deve contenere), si finiva per colpire (e nella misura più radicale, e cioè con la negazione dell'esame nel merito del diritto azionato) anche i titolari di pretese tutt'altro che bagatellari: si colpiva cioè nel mucchio, in misura irreparabile, senza distinzioni.
La storia di questa disposizione, modificativa delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile, si è conclusa lo scorso 20 novembre con il deposito della sentenza n. 241/2017 della Consulta, che ne ha dichiarato l'illegittimità costituzionale.
A leggere il dispositivo di sentenza, sembrerebbe che la decisione riguardi l'intera ultima disposizione dell'art. 152 disp. att. c.p.c.
Quindi, sebbene la Corte Costituzionale, nella parte motiva della sentenza abbia individuato il vizio di incostituzionalità nella irragionevole sproporzionalità della sanzione (inammissibilità del ricorso), sembrerebbe che non sia solo quest'ultima a cadere sotto la scure della Consulta, ma che con essa venga espunto anche il correlato onere (sebbene utile al giudice per rilevare agevolmente l'eventuale esiguità del petitum) di dichiarare nelle conclusioni il valore della prestazione dedotta in giudizio.
Marco Aquilani - ultima revisione 26.11.2017

References: sentenza 

Sentenza 
 Art. 152
in fine
 sentenza 
 art. 414
 sentenza 
 sentenza