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Timestamp: 2019-07-16 03:02:44+00:00

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L'esponente chiarisce che l'oggetto dell'impugnazione è circoscritto alla valutazione operata dai giudici di merito, in relazione al diritto vantato dalla parte civile P.L.A. , al risarcimento del danno morale derivante dalla morte del fidanzato, T.C. . Osserva che la Corte territoriale, a fronte di specifica doglianza sul punto di interesse, si è limitata a ridurre l'importo liquidato dal Tribunale a titolo di provvisionale. La ricorrente ritiene che l'errore di valutazione in cui è incorso il Tribunale riguardi l’an debeatur e considera che tale errore non è stato emendato in sede di gravame di merito. Osserva che la difesa non intende contestare la parificazione riconosciuta dalla giurisprudenza tra coppie sposate e coppie di fatto, nell'ambito del diritto al risarcimento da parte del convivente. Tanto chiarito, sottolinea che, nel caso di specie, non vi era alcuna convivenza tra la parte civile L. ed il defunto T. , all'epoca del fatto semplici fidanzati. Ritiene che, conseguentemente, l'onere della prova gravante sulla parte civile debba essere valutato in modo rigoroso; e che non possano trovare applicazione presunzioni in favore del partner non convivente, rispetto alla prova della sussistenza di un saldo vincolo affettivo, la cui lesione risulta meritevole di risarcimento.
INCIDENTE MORTALE RICONOSCIUTO IL DANNO ALLA FIDANZATA NON CONVIVENTE
. La Corte di Appello di Milano, con sentenza in data 8.10.2012, in parziale riforma della sentenza di condanna resa dal Tribunale di Milano il 10.10.2011, nei confronti di H.S.J.H. – chiamato a rispondere del reato di cui all’art. 589, cod. per., per avere cagionato, in concorso con B.G. , separatamente giudicato, la morte del pedone T.C. , per colpa consistita nella violazione della disciplina in materia di circolazione stradale, nei termini indicati in rubrica – riduceva l’entità della provvisionale disposta a favore della parte civile P.L.A. , rideterminando il relativo ammontare in Euro 15.000,00 e confermava nel resto
L’esponente chiarisce che l’oggetto dell’impugnazione è circoscritto alla valutazione operata dai giudici di merito, in relazione al diritto vantato dalla parte civile P.L.A. , al risarcimento del danno morale derivante dalla morte del fidanzato, T.C. . Osserva che la Corte territoriale, a fronte di specifica doglianza sul punto di interesse, si è limitata a ridurre l’importo liquidato dal Tribunale a titolo di provvisionale. La ricorrente ritiene che l’errore di valutazione in cui è incorso il Tribunale riguardi l’an debeatur e considera che tale errore non è stato emendato in sede di gravame di merito. Osserva che la difesa non intende contestare la parificazione riconosciuta dalla giurisprudenza tra coppie sposate e coppie di fatto, nell’ambito del diritto al risarcimento da parte del convivente. Tanto chiarito, sottolinea che, nel caso di specie, non vi era alcuna convivenza tra la parte civile L. ed il defunto T. , all’epoca del fatto semplici fidanzati. Ritiene che, conseguentemente, l’onere della prova gravante sulla parte civile debba essere valutato in modo rigoroso; e che non possano trovare applicazione presunzioni in favore del partner non convivente, rispetto alla prova della sussistenza di un saldo vincolo affettivo, la cui lesione risulta meritevole di risarcimento.
Danno biologico – Liquidazione – utilizzo delle tabelle di Milano – Necessità – Sussiste
Cass. Civ., sez. VI, ordinanza4 gennaio 2013 n. 134
Per la liquidazione del danno biologico si debbono applicare le Tabelle del Tribunale di Milano, a meno che circostanze specifiche non giustifichino l’abbandono di tale criterio. Quanto alle sentenze di merito nelle quali il giudice abbia liquidato il danno biologico adottando criteri diversi, tale difformità può essere fatta valere in sede di legittimità solo a condizione che la questione sia stata posta nel giudizio di merito.
Ritardata attivazione del servizio pubblico in favore del disabile – Danno non patrimoniale – Sussiste – Responsabilità del Comune
Tar Marche, Ancona, sez. I, sentenza 11 gennaio 2013 n. 23 (Pres. Morri, est. Capitano)
Il genitore di un figlio disabile, al quale venga negata l’erogazione di un servizio assistenziale previsto dalla legge solo per ragioni burocratiche e che sia per questo costretto a prestare personalmente l’assistenza, subisce un pregiudizio a livello psicologico e morale, sia per lo stress legato alla necessità di adeguare le proprie attività lavorative e personali alla mutata situazione, sia per la sensazione di avere subito una profonda ingiustizia, tanto più ingiustificata e inaccettabile in quanto colpisce un figlio che versa in situazione di disabilità.
Risarcimento del danno non patrimoniale – Aspetti relazionali del vulnus arrecato alla sfera dell’essere – Risarcibilità – Sussiste – cd. Aspetto relazionale della sofferenza
Cass. Civ., sez. III, sentenza 8 gennaio 2013 n. 194 (Pres. Amatucci, est. Travaglino)
Nella complessiva liquidazione del danno non patrimoniale, devono essere considerati anche gli aspetti relazionali del vulnus arrecato alla sfera dell’essere, oltre che del sentire, del danneggiato, dovendosi dunque esaminare partitamente le ripercussioni che l’evento ha ingenerato nel rendere più difficili e complessi i modificati modelli relazionali con suoi interlocutori, ivi compresi i familiari. Merita, pertanto, ristoro anche l’aspetto relazionale della sofferenza
PERDITA DEL RAPPORTO PARENTALE – DIRITTO AL RISARCIMENTO DEL DANNO NON PATRIMONIALE PER I FAMILIARI SUPERSTITI – LIQUIDAZIONE DI UNA QUOTA DEL BIOLOGICO – LIQUIDAZIONE UGUALE PER CIASCUNO DEI SUPERSTITI – INADEGUATEZZA – SUSSISTE
Cass. Civ., sez. III, sentenza 17 aprile 2013 n. 9231 (Pres. Carleo, rel. Chiarini)
In caso di danno da perdita del rapporto parentale, poiché la liquidazione, necessariamente equitativa, deve esser circostanziata, se per ragioni di uniformità nazionale il giudice di merito adotti le tabelle del Tribunale di Milano – i cui parametri devono esser attualizzati al momento della decisione (Cass. 7272 del 2012) – per l’individuazione della concreta somma attribuibile nel range tra il minimo ed il massimo, ovvero anche oltre tale limite se il vulnus familiare è di particolare gravità per alcuni dei superstiti (Cass. 28423 del 2008), egli deve esplicitare se e come ha considerato tutte le concrete circostanze per risarcire integralmente il danno non patrimoniale subito da ciascuno (Cass. 14402 del 2011), e perciò va esclusa ogni liquidazione di tale pregiudizio in misura pari ad una frazione dell’importo liquidabile a titolo di danno biologico del defunto, perché tale criterio non rende evidente e controllabile l’iter logico attraverso cui il giudice di merito sia pervenuto alla relativa quantificazione, né permette di stabilire se e come abbia tenuto conto di tutte le circostanze suindicate (Cass. 2228 del 2012), così come è erronea una liquidazione uguale per tutti gli aventi diritto o globale con successiva ripartizione interna tra costoro (Cass. 1203 del 2007).
PERDITA DEL RAPPORTO PARENTALE – DIRITTO AL RISARCIMENTO DEL DANNO MORALE E DA PEGGIORAMENTO DELLA VITA – SUSSISTE – DIRITTO AL RISARCIMENTO EPR CIASCUNO DEI DANNEGGIATI-FAMILIARI DELLA VITTIMA – SUSSISTE
Secondo gli artt. 8 e 12 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo ogni persona ha il diritto al rispetto della vita privata e familiare, a fondare una famiglia e alla formazione morale e sociale della prole, che ha diritto alla cura e al supporto genitoriale. La Costituzione Italiana garantisce la piena tutela dei diritti fondamentali di cui agli artt. 2, 29, 30, 31: integrità morale, vita matrimoniale, solidarietà familiare, rapporto parentale. L’art. 1 della Carta di Nizza, contenuta nel Trattato di Lisbona, ratificato dall’Italia con legge 190 del 2008, afferma che la dignità umana ha la sua massima espressione nell’integrità morale e biologica. Perciò da un lato va ribadito che, in caso di fatto illecito plurioffensivo, ciascuno danneggiato è titolare di un autonomo diritto al risarcimento di tutto il danno, morale (cioè la sofferenza interiore soggettiva sul piano strettamente emotivo, nell’immediatezza dell’illecito, ma anche duratura nel tempo nelle sue ricadute, pur se non per tutta la vita), e dinamico-relazionale (altrimenti definibile “esistenziale”), consistente nel peggioramento delle condizioni e abitudini, interne ed esterne, di vita quotidiana (Cass. 20972 del 2012). Quindi, se l’illecito abbia gravemente compromesso il valore persona, come nel caso della definitiva perdita del rapporto matrimoniale e parentale, ciascuno dei familiari superstiti ha diritto, in proporzione alla durata e alla intensità del vissuto, alla composizione del restante nucleo che può prestare assistenza morale e materiale, avuto riguardo sia all’età della vittima primaria che a quella dei familiari danneggiati, alla personalità individuale di costoro, alla loro capacità di reazione e sopportazione del trauma, ed ad ogni altra circostanza del caso concreto – che deve esser allegata e provata, ancorché presuntivamente, secondo nozioni di comune esperienza, essendo danni – conseguenza, spettando alla controparte la prova contraria di situazioni che compromettono l’unità, la continuità e l’intensità del rapporto familiare – ad una liquidazione comprensiva di tutto il pregiudizio non patrimoniale subito (Cass. 1410, 24015 del 2011).
VITTIMA DELL’ILLECITO – SOPRAVVIVENZA DELLA VITTIMA, PER 9 ORE, PRIMA DELLA MORTE – RISARCIBILITÀ DEL DANNO DA AGONIA (DANNO CD. CATASTROFALE) – DIFFERENZE CON IL DANNO TANATOLOGICO ED IL DANNO BIOLOGICO TRASMESSO JURE HEREDITATIS – SUSSISTE – CONDIZIONI DI RISARCIBILITÀ – LASSO TEMPORALE – PRECISAZIONI
Cass. Civ., sez. III, sentenza 21 marzo 2013 n. 7126 (Pres. Petti, rel. Barreca)
Il danno c.d. catastrofale è quel danno non patrimoniale conseguente alla sofferenza patita dalla persona che, a causa delle lesioni sofferte, nel lasso di tempo compreso tra l’evento che le ha provocate e la morte, assiste alla perdita della propria vita (cfr., da ultimo, Cass. n. 8360/10, n. 19133/11). Siffatta definizione comporta che tale ultimo danno, per un verso, debba essere distinto dal danno c.d. tanatologico (danno connesso alla perdita della vita come massima espressione del bene salute); per altro verso, si distingua dal danno biologico rivendicato iure hereditatis dagli eredi di colui che, sopravvissuto per un considerevole lasso di tempo ad un evento poi rivelatosi mortale, abbia, in tale periodo, sofferto una lesione della propria integrità psico-fisica autonomamente considerabile come danno biologico (cfr. Cass. n. 28423/08, n. 458/09), quindi accertabile con valutazione medicolegale e liquidabile alla stregua dei criteri adottati per la liquidazione del danno biologico vero e proprio. Il danno catastrofale si configura ed è risarcibile iure hereditatis soltanto quando la persona sia sopravvissuta per un lasso di tempo apprezzabile in condizioni di lucidità tali da consentirle di percepire la gravità della propria condizione e di soffrirne, in modo che il diritto al risarcimento di tale voce di danno sia entrato nel patrimonio della vittima al momento del decesso e si possa quindi trasmettere agli eredi (Nel caso di specie, la Cassazione conferma il risarcimento riconosciuto in un caso in cui la vittima era rimasta in vita per nove ore, prima di morire e dagli atti risultava che l’attesa della morte era stata cosciente).
Danno esistenziale – Risarcibilità – Esclusione
Cass. Civ., sez. III, sentenza 12 febbraio 2013 n. 3290 (Pres. Uccella, rel. Cirillo)
Nel nostro ordinamento non esiste l’autonoma categoria del danno “esistenziale”, in quanto, ove in essa si ricomprendano i pregiudizi che scaturiscono dalla lesione di interessi di rango costituzionale della persona, ovvero derivanti da fatti-reato, essi sono già risarcibili ai sensi dell’art. 2059 cod.
La giurisprudenza di legittimità, invero, ha chiarito che il danno non patrimoniale deve essere inteso nella sua accezione più ampia di danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica. In particolare, le Sezioni Unite (Cass. Civ. Sez. U n. 26972/2008) hanno ritenuto risarcibile il danno non patrimoniale inteso nella sua più ampia accezione, ivi compreso, appunto, il danno morale, che può essere permanente o temporaneo (circostanze delle quali occorre tenere conto in sede di liquidazione, ma irrilevanti ai fini della risarcibilità) e può sussistere sia da solo, sia unitamente ad altri tipi di pregiudizi non patrimoniali (ad es., derivanti da lesioni personali o dalla morte di un congiunto). In tale prospettiva, di ritenuta risarcibilità dei pregiudizi di natura non patrimoniale conseguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona, si è chiarito che il riferimento ai “prossimi congiunti” della vittima primaria, quali soggetti danneggiati “iure proprio” a cagione del carattere plurioffensivo dell’illecito, deve essere inteso nel senso che, in presenza di un saldo e duraturo legame affettivo tra questi ultimi e la vittima, è proprio la lesione che colpisce tale peculiare situazione affettiva a connotare l’ingiustizia del danno ed a rendere risarcibili le conseguenze pregiudizievoli che ne siano derivate (se ed in quanto queste siano allegate e dimostrate quale danno-conseguenza), a prescindere dall’esistenza di rapporti di parentela o affinità giuridicamente rilevanti come tali.
La giurisprudenza ha da ultimo precisato che, affinché si configuri la lesione di un interesse a rilevanza costituzionale, la convivenza non deve intendersi necessariamente come coabitazione, quanto piuttosto come “stabile legame tra due persone”, connotato da duratura e significativa comunanza di vita e di affetti. E si è osservato che, in tale prospettiva, i riferimenti costituzionali non sono da cogliere negli artt. 29 e 30 della Costituzione, così che detto legame debba essere necessariamente strutturato come un rapporto di coniugio, ed a questo debba somigliare, quanto piuttosto nell’art. 2 Cost., che attribuisce rilevanza costituzionale alla sfera relazionale della persona, in quanto tale (cfr. Cass. Civ. Sez. 3, Sentenza n. 7128 del 21/03/2013, Rv. 625496 e in motivazione).
Sul piano probatorio, che pure qui viene in rilievo, si è poi considerato: che colui che rivendica il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale in conseguenza della morte della persona a cui è legato da relazione affettiva, deve allegare e dimostrare l’esistenza e la natura di tale rapporto, la sua stabilità, intesa come non occasionalità e continuità nel tempo, tale da assumere rilevanza al momento di verificazione del fatto illecito; che spetta al danneggiato, che chiede il risarcimento del danno non patrimoniale attinente alla propria sfera relazionale, dare la prova dell’esistenza e della natura di tale rapporto, potendo tuttavia questa essere fornita con ogni mezzo, ed anche mediante elementi presuntivi; e che spetta al giudice di merito accertare, alla stregua delle circostanze del caso concreto, e degli elementi, anche presuntivi, addotti dalla parte, l’apprezzabilità della relazione affettiva, a fini risarcitori (Cass. Civ. Sez. 3, Sentenza n. 7128 del 21/03/2013, cit.).
Sentenza 16 ottobre – 10 novembre 2014, n. 46351
(Presidente Romis – Relatore Montagni)
1. La Corte di Appello di Milano, con sentenza in data 8.10.2012, in parziale riforma della sentenza di condanna resa dal Tribunale di Milano il 10.10.2011, nei confronti di H.S.J.H. – chiamato a rispondere del reato di cui all’art. 589, cod. per., per avere cagionato, in concorso con B.G. , separatamente giudicato, la morte del pedone T.C. , per colpa consistita nella violazione della disciplina in materia di circolazione stradale, nei termini indicati in rubrica – riduceva l’entità della provvisionale disposta a favore della parte civile P.L.A. , rideterminando il relativo ammontare in Euro 15.000,00 e confermava nel resto.
2. Avverso la predetta sentenza della Corte territoriale ha proposto ricorso per cassazione il difensore del responsabile civile Zurich Insurance plc.
Con unico motivo la parte denuncia la violazione di legge, il vizio motivazionale e l’erronea applicazione degli artt. 74 cod. proc. pen. e 2697 cod. civ.; ciò, con riferimento sia alla risarcibilità del danno subito dalla fidanzata della vittima, non convivente, sia rispetto alla non corretta applicazione della disciplina dell’onere della prova, nel caso di richiesta risarcitoria ex art. 185 cod. pen.
Tanto chiarito, la ricorrente rileva che P.L.A. aveva l’onere di provare: l’esistenza di un rapporto di fidanzamento con la vittima; la saldezza e profondità del legame, tale da rendere l’interruzione del medesimo rapporto meritevole di risarcimento.
L’esponente rileva che la parte civile si è limitata ad affermare il proprio status di fidanzata della vittima, nell’atto di costituzione. E considera che la parte civile avrebbe dovuto provare che si trattava di un rapporto affettivo che superava la soglia di rilevanza richiesta dalla giurisprudenza per il riconoscimento del risarcimento del danno, in caso di interruzione mortis causa. Osserva che la stessa giurisprudenza che tutela la convivenza more uxorio rappresenta una conferma del principio che limita il diritto al risarcimento alla lesone dei rapporti affettivi più elevati. La ricorrente ritiene che erroneamente i giudici di merito hanno considerato che l’irrilevanza del requisito formale del matrimonio incida anche sul profilo probatorio, giungendo ad affermare che il diritto al risarcimento spetti a chiunque affermi di essere il partner della vittima.
La parte osserva che la Corte di Appello, nel ridurre sensibilmente l’entità della somma liquidata a titolo di provvisionale, ha illogicamente omesso di argomentare circa la natura del legame affettivo di cui si tratta, ritenuto meritevole di tutela, sebbene in assenza di convivenza.
1. Il ricorso del responsabile civile impone le considerazioni che seguono.
Occorre brevemente richiamare i principi che, secondo diritto vivente, informano la materia della risarcibilità del danno morale, in favore dei congiunti del soggetto leso.
Al riguardo, risulta acquisito il principio in base al quale ai prossimi congiunti della persona che ha subito lesioni, a causa del fatto illecito altrui, spetta anche il risarcimento del danno morale concretamente accertato, in relazione ad una particolare situazione affettiva intercorrente con la vittima. In tal caso, il congiunto è legittimato ad agire “iure proprio” contro il responsabile (Cass. Civ. S.U. n. 9556/02).
2. Tanto chiarito, deve osservarsi che i giudici di merito, sul punto relativo all’an debeatur, rispetto alla richiesta di risarcimento avanzata dalla fidanzata della vittima, hanno disatteso i principi di diritto ora richiamati. Segnatamente, la Corte di Appello, a fronte della specifica doglianza che era stata dedotta dal responsabile civile in sede di gravame, ha rilevato che il riconoscimento di una provvisionale in favore della fidanzata della vittima si giustificava con la brusca ed improvvisa interruzione della relazione affettiva, che aveva provocato un danno morale risarcibile. Il Collegio, invero, pure travisando il contenuto della doglianza, si è limitato a considerare che l’entità della provvisionale disposta dal Tribunale in favore di P.L.A. doveva essere ridotta, giacché non risultava provata la sussistenza di un rapporto di convivenza “more uxorio” tra i due giovani, omettendo del tutto di analizzare la questione di fondo, relativa alla natura del rapporto affettivo di cui si tratta, argomento che costituisce il presupposto logico, rispetto al riconoscimento di una somma a titolo di provvisionale, ai sensi dell’art. 539, comma 2, cod. proc. pen., come sopra chiarito. Deve allora osservarsi che la motivazione della sentenza impugnata risulta affatto carente, sia rispetto alla verifica di fondatezza della pretesa risarcitoria avanzata dalla parte civile P. , sia in riferimento alla quantificazione del danno in favore della medesima P. , valutazione che non risulta basata su alcun conferente elemento di prova. Nel rideterminare la somma assegnata a titolo di provvisionale, infatti, la Corte territoriale ha considerato che i due giovani (parte civile e vittima) non risultavano conviventi; ed ha quindi stabilito l’ammontare della provvisionale in misura pari alla metà di quanto assegnato ai fratelli della vittima, che di converso avevano a lungo convissuto con la vittima.
3. Si impone, per quanto detto, l’annullamento della sentenza impugnata, in riferimento alle richiamate statuizioni che riguardano l’azione civile, con rinvio, ai sensi dell’art. 622 cod. proc. pen., al giudice civile competente per valore in grado di appello.
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