Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-8312-del-31-03-2017
Timestamp: 2020-08-13 06:55:10+00:00

Document:
Sentenza Cassazione Civile n. 8312 del 31/03/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8312 del 31/03/2017
Cassazione civile, sez. III, 31/03/2017, (ud. 19/12/2016, dep.31/03/2017), n. 8312
sul ricorso 1597-2015 proposto da:
D.M.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLA
BALDUINA 7, presso lo studio dell’avvocato CONCETTA TROVATO, che la
rappresenta e difende unitamente all’avvocato CLAUDIO DE GREGORIO
EQUITALIA CENTRO SPA, in persona della dott.ssa ELENA VENDITTI,
elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE GORIZIA N 52, presso lo
studio dell’avvocato ALBERTO CESARE JANNONI SEBASTIANINI,
rappresentata e difesa dall’avvocato PAOLO DI GIOVANNI giusta
avverso la sentenza n. 441/2013 del TRIBUNALE di PESCARA, depositata
il 26/03/2013;
19/12/2016 dal Consigliere Dott. COSIMO D’ARRIGO;
ricorso incidentale (S.U. N, 1914/16) ed assorbimento di quello
principale; ex artt. 358 e 384 c.p.c., inammissibilità
dell’appello; condanna alle spese della D..
Il Tribunale di Pescara, con sentenza pubblicata il 26 marzo 2013, decidendo sull’opposizione proposta da D.M.A. avverso la procedura esecutiva immobiliare avviata ai suoi danni dall’agente di riscossione Equitalia Pragma s.p.a., ha dichiarato la carenza di giurisdizione sui profili relativi al merito dell’imposizione fiscale e ha rigettato il motivo di opposizione relativo alla dedotta nullità della notificazione dell’avviso di vendita, con contestuale richiesta di risarcimento dei danni.
Con ordinanza del 8 ottobre 2014, la Corte d’appello di L’Aquila ha dichiarato inammissibile il gravame proposto dalla D., relativo alle sole questioni decise nel merito dal giudice di primo grado (senza contestazione della declaratoria di parziale difetto di giurisdizione).
La D. propone ricorso per cassazione sia della sentenza di primo grado, sia dell’ordinanza della Corte d’appello, deducendo due motivi di gravame. Equitalia Centro s.p.a. (che, nel frattempo, ha incorporato per fusione Equitalia Pragma s.p.a.) resiste con controricorso.
La censura formulata dalla D. con l’atto d’appello e riproposta in questa sede concerne la regolarità formale dell’avviso di vendita. Si tratta, quindi, di un’opposizione agli atti esecutivi, ai sensi dell’art. 617 c.p.c..
Consegue che la sentenza di primo grado non era appellabile, secondo quanto disposto dall’art. 618 c.p.c., comma 2.
Il solo rimedio esperibile sarebbe stato quello del ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., comma 7.
L’omesso esperimento dell’unico strumento di impugnazione consentito dalla legge ha determinato il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado.
E’ parimenti inammissibile l’impugnazione proposta avverso l’ordinanza della Corte d’appello.
La questione dell’autonoma impugnabilità dell’ordinanza ex art. 348-ter c.p.c. e dei relativi limiti è stata recentemente affrontata dalle Sezioni Unite di questa Corte (Sez. U, Sentenza n. 1914 del 02/02/2016, Rv. 638368).
In particolare, l’art. 348-ter c.p.c., comma 3, prevede che, quando è pronunciata l’inammissibilità, contro il provvedimento di primo grado può essere proposto ricorso ordinario per cassazione. Non è invece previsto alcuno specifico mezzo di impugnazione dell’ordinanza che dichiara l’inammissibilità dell’appello. Ci si domanda, dunque, se avverso quest’ultima sia esperibile il ricorso straordinario per cassazione – ai sensi dell’art. 111 Cost., comma 7, – per vizi propri del provvedimento, cioè nell’ipotesi di violazione della legge processuale commessa non dal giudice di primo grado, bensì da quello d’appello.
Per l’accesso al ricorso straordinario è necessario che il provvedimento da impugnare abbia carattere decisorio e definitivo. Sul primo aspetto non sorge alcun dubbio, mentre il requisito della definitività – suscettibile di diverse interpretazioni – potrebbe dar luogo a conclusioni divergenti.
Le Sezioni Unite, però, hanno messo in evidenza che una lettura restrittiva, che conduca a escludere l’ordinanza di cui all’art. 348-ter c.p.c. dall’ambito di esperibilità del ricorso straordinario ex art. 111 Cost., non si giustifica anzitutto in considerazione della garanzia costituzionale, rafforzativa dell’effettività della tutela giurisdizionale tutelata dall’art. 24 Cost., comma 1 di cui il ricorso medesimo è espressione, quale “norma di chiusura” del sistema delle impugnazioni. Il ricorso straordinario, infatti, non rappresenta soltanto un momento di presidio della funzione nomofilattica della Corte di cassazione, ma costituisce anche un modello di tutela del singolo cittadino contro le violazioni della legge commesse dai giudici di merito.
Introdurre uno sbarramento alla ricorribilità ex art. 111 Cost. dell’ordinanza di inammissibilità renderebbe incensurabile l’eventuale error in procedendo in cui sia incorso il giudice d’appello, che ovviamente non potrebbe essere dedotto nel ricorso per cassazione avverso la sentenza di primo grado. A ragionare diversamente si giungerebbe ad affermare l’insindacabilità della correttezza della decisione e dell’eventuale disparità di trattamento tra coloro che hanno potuto fruire dell’appello e coloro cui invece è stato negato l’accesso al giudizio di secondo grado.
Anche alla luce di tali considerazioni, le Sezioni Unite hanno quindi affermato l’impugnabilità ex art. 111 Cost. dell’ordinanza di inammissibilità prevista dall’art. 348-ter c.p.c., per vizi propri consistenti in una violazione della normativa processuale.
In particolare, sono gli stessi artt. 348-bis e 348-ter c.p.c. a prevedere una serie di regole la cui violazione può senz’altro essere denunciata con il ricorso straordinario.
Anzitutto, l’ordinanza può essere pronunciata solo all’udienza di cui all’art. 350 c.p.c., prima di procedere alla trattazione e sentite le parti: la pronuncia dell’ordinanza oltre il suddetto termine ovvero senza aver sentito le parti dà luogo ad un error in procedendo che non potrebbe essere fatto valere altrimenti che attraverso il ricorso straordinario.
L’ordinanza non può essere adottata per le cause in cui è obbligatorio l’intervento del pubblico ministero e per quelle che in primo grado si sono svolte secondo il rito sommario di cognizione. Anche la violazione di tali regole deve essere fatta valere impugnando l’ordinanza mediante ricorso straordinario.
L’art. 348-bis c.p.c. precisa che l’ordinanza in questione non può essere pronunciata nei casi in cui deve essere dichiarata con sentenza l’inammissibilità o l’improcedibilità dell’appello. Consegue che l’inammissibilità dell’appello per ragioni di carattere processuale dichiarata erroneamente adottata con ordinanza, è impugnabile con ricorso ordinario per cassazione, poichè il provvedimento ha comunque natura sostanziale di sentenza.
Agli errores in procedendo sopra indicati si deve poi aggiungere la violazione di ulteriori prescrizioni implicite, non espressamente risultanti dagli artt. 348-bis e 348-ter c.p.c., ma indirettamente ricavabili dal sistema. In particolare, la condizione sostanziale perchè possa farsi luogo alla declaratoria d’inammissibilità dell’appello con ordinanza è che l’impugnazione non abbia una “ragionevole probabilità di essere accolta”. Le Sezioni Unite, tuttavia, hanno chiarito che – a prescindere dal grado di fondatezza dell’appello non può essere dichiarata inammissibile con ordinanza l’impugnazione fondata su ius superveniens o su fatti sopravvenuti. Ciò in quanto il giudizio prognostico sfavorevole espresso dal giudice d’appello nell’ordinanza ex art. 348-ter c.p.c. si sostanzia nella conferma di una sentenza ritenuta “giusta” per essere l’appello prima facie destituito di fondamento e non potrebbe pertanto intervenire rispetto a norme o fatti che non siano stati considerati dal giudice di primo grado.
Inoltre, sono denunciabili tutti gli errores in procedendo riferibili ad ogni tipo di provvedimento giudiziario, ovviamente nei limiti della compatibilità logica e/o strutturale dei medesimi con il contenuto tipico della decisione espressa nell’ordinanza de qua. Le Sezioni Unite hanno inteso fare riferimento, in particolare, ai vizi di omessa pronuncia, ultrapetizione ed extrapetizione.
Con particolare riferimento al vizio di omessa pronuncia, è stato chiarito che esso va tenuto distinto dalla mancanza di motivazione, in quanto ad integrare gli estremi del primo non basta la mancanza di una espressa statuizione del giudice, essendo necessaria la totale pretermissione del provvedimento che si palesa indispensabile alla soluzione del caso concreto, e dovendosi pertanto escludere il suddetto vizio quando la decisione, adottata in contrasto con la pretesa fatta valere dalla parte, ne comporti il rigetto o la non esaminabilità pure in assenza di una specifica argomentazione. Peraltro, poichè l’ordinanza ai sensi dell’art. 348-ter c.p.c. non può essere adottata se non per mancanza di ragionevole probabilità di accoglimento di tutti i motivi d’appello (e di tutti gli appelli proposti avverso la medesima sentenza), non risulta neppure configurabile un’omessa pronuncia riguardo a singoli motivi di appello, potendo eventualmente porsi soltanto un problema di motivazione della decisione complessivamente assunta. Problema che, com’è noto, è configurabile – ed è quindi deducibile anche con il ricorso straordinario – solo quando la motivazione dell’ordinanza scenda sotto il “minimo costituzionale”, non essendo più previsto il vizio di omessa o insufficiente motivazione originariamente previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Infine, costituiscono vizi propri dell’ordinanza (e non della sentenza di primo grado) gli eventuali errori commessi dal giudice d’appello in tema di spese processuali.
Così inquadrata la problematica dell’autonoma impugnabilità dell’ordinanza dichiarativa dell’inammissibilità dell’appello, deve rilevarsi che non risulta ascrivibile fra i vizi propri del provvedimento – quelli, per intenderci, denunciabili con ricorso straordinario – l’avere il giudice di appello ritenuto l’insussistenza di una ragionevole probabilità di accoglimento dell’impugnazione per ragioni diverse da quelle effettivamente fondate.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 5.8000,00, di cui Euro 200,00 per spese, oltre spese generali e accessori di legge.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 348
 Sentenza 
 art. 111
 art. 111
 sentenza 
 art. 111
 sentenza 
 art. 348
 sentenza 
 sentenza