Source: http://astratto.info/capitolo-i-lo-svolgimento-del-processo.html?page=18
Timestamp: 2020-01-19 08:38:56+00:00

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Capitolo I lo svolgimento del processo - Pagina 18
PRESIDENTE: Siccome era un episodio molto importante.
SPATOLA R.: No, così, in quel momento non... la memoria... o magari stavo per ricordarmelo, ma mi si chiesero altre cose e allora mi sfuggì di mente (cfr. pagina 133 trascrizione udienza del 27 aprile 1994).>>.
Del resto, come si è già rilevato nell’ambito delle considerazioni introduttive sui criteri di valutazione delle chiamate in correità, la giurisprudenza di legittimità ha sì individuato gli indici cui ancorare il necessario giudizio di attendibilità intrinseca dei collaboratori di giustizia (la loro personalità, le loro condizioni socio-economiche e familiari, il loro stato, i rapporti con i chiamati in correità, la genesi remota e prossima della risoluzione alla collaborazione, la precisione, la coerenza, la costanza, la spontaneità delle dichiarazioni), ma ha anche escluso che il rinvenimento di alcuni parametri negativi possa, di per sé solo, fondare un giudizio di inattendibilità.
Entro certi limiti, cioè, l’imprecisione, l’incoerenza, l’aggiunta o l'eliminazione di segmenti fattuali in momenti successivi possono trovare idonea giustificazione in offuscamenti della memoria (specie con riguardo fatti molto lontani nel tempo), nello stesso fisiologico progredire del ricordo, una volta portato alla luce, o ancora nell'emotività, e persino in limiti di natura culturale nella ricostruzione dei fatti.
Lo stesso legislatore, del resto, nel sanzionare con la inutilizzabilità le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia - e peraltro, come si è detto, non quelle dibattimentali, comunque utilizzabili - oltre il termine di centottanta giorni previsto per la redazione del “verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione”37, ha tenuto conto del fatto che i ricordi, specie se di fatti risalenti, sono suscettibili di progredire nel tempo ed essere, di volta in volta, stimolati od obliterati a seconda dell’andamento degli interrogatori.
L’episodio dell’incontro al ristorante “Il Delfino” è stato oggetto di ulteriori censure, specificamente sviluppate nelle pagine da 82 a 133 del Volume I, Tomo I dei “Motivi nuovi”.
Si deduce, in sintesi che:
nell'interrogatorio reso il 16 dicembre 1992 (acquisito agli atti del processo), lo Spatola non ne aveva fatto cenno, narrandone nel successivo interrogatorio del 25 marzo 1993, nel corso del quale aveva dichiarato: <>;
il Tribunale aveva tenuto in non cale le plausibili smentite di Antonio Pedone, gestore del ristorante, che all’udienza del 7 settembre 1994 aveva negato di avere personalmente conosciuto Rosario Riccobono (pur non escludendo che egli, a sua insaputa, avesse pranzato nel suo locale) ed aveva spiegato che nel 1980 non esisteva la saletta riservata della quale aveva parlato Rosario Spatola, ma c’era un piccolo vano sopraelevato adducente ai servizi igienici, nel quale poteva capitare di sistemare un tavolo di fortuna;
Il Pedone aveva altresì affermato che le autorità sanitarie gli avevano successivamente imposto di chiudere con una vetrata quel vano, e che non avrebbe mai sistemato una personalità del rango dell’imputato “vicino ai gabinetti”;
nell’ulteriore interrogatorio del 23 dicembre 1993, in luogo delle parole “saletta riservata”, lo Spatola aveva utilizzato le parole “tavolo posto in posizione appartata”, riferendosi ad <<un tavolo sito in fondo al locale,in una parte meno visibile, posta dopo alcuni gradini>>;
all’udienza del 27 aprile 1994, nel corso del proprio esame, il collaborante aveva ribadito questa versione, e però, dalla precisazione, fatta di sua iniziativa e non su contestazione della difesa << ...un tavolo un po' più appartato in fondo, non è che sia una saletta riservata...>>, traspariva che gli era stato suggerito che aveva detto qualcosa non rispondente allo stato dei luoghi della tarda primavera del 1980, e quindi non rispondente alla verità;
lo Spatola aveva mutato versione con l'interrogatorio del 23 dicembre 1993 perché poco prima, e cioè il 18 novembre 1993,la Difesa aveva richiesto di acquisire la planimetria del locale, così come esso si presentava nella primavera del 1980, per dimostrare che aveva detto cosa non vera;
non si spiega (punto, questo, già vagliato) come un fatto di così grande importanza fosse stato riferito da Spatola tre mesi dopo <provare la sua assoluta estraneità all'episodio della operazione di polizia all'Hotel Costa Verde di Cefalù del 1984, perché da oltre due anni aveva lasciato la Questura di Palermo>> (pagine 98 e 99 vol. I, tomo I dei Motivi nuovi);
il Tribunale, inoltre, aveva ignorato la portata dell’attività investigativa svolta dall’imputato nei confronti di Rosario Riccobono e degli altri uomini della sua “famiglia” o a lui legati da stretti vincoli criminali, così come la circostanza che, sebbene assolto dai reati di omicidio, tentato omicidio, tentata estorsione, associazione per delinquere contestatigli a seguito della uccisione dell’agente di Polizia Gaetano Cappiello in data 2 luglio 1975, il Riccobono era il mafioso più inviso agli uomini della Squadra Mobile di Palermo (anche questo aspetto dell’impianto difensivo è stato già esaminato trattando delle propalazioni di Gaspare Mutolo, ed è sufficiente fare rinvio alla sentenza di primo grado, pagine 539 e segg.) ;
allo stesso modo, il Tribunale aveva dato per vero un incontro conviviale del tutto inverosimile, giacchè negli anni ‘70 ed ‘80 del novecento il ristorante “Il Delfino” era uno dei ristoranti più frequentati a Palermo, non disdegnato nemmeno da appartenenti alle forze dell’ordine e da magistrati, e quindi il rischio di visibilità era altissimo (oltretutto, dal 23 aprile 1980 Rosario Riccobono, già ricercato per la notifica del provvedimento della misura di prevenzione del soggiorno obbligato a Porto Torres, era latitante per effetto dell’ordine di carcerazione emesso per l’espiazione della residua pena di anni 4 e mesi sei di reclusione per estorsione aggravata e continuata);
era, cioè, << semplicemente assurdo ritenere che un poliziotto dell'esperienza del dott. Contrada e un mafioso dello spessore criminale di Rosario Riccobono avessero di concerto deciso di incontrarsi in un frequentatissimo esercizio pubblico, a meno che non si ritenga che si siano così comportati per incontrollata arroganza e iattanza o per totale dabbenaggine>>;
ad onta di quanto affermato dal Tribunale, lo Spatola non aveva detto che quell'incontro era avvenuto in un giorno feriale, né esisteva alcun elemento per asserire, come da lui fatto, che il ristorante "Al Delfino", a pranzo fosse frequentato in prevalenza da turisti e a cena da palermitani, senza dire che la contestuale presenza di Contrada e Riccobono nel ristorante, come poteva essere notata di sera, poteva parimenti essere notata di giorno.
I difensori appellanti, inoltre, hanno lamentato che erano stati erroneamente considerati alla stregua di riscontri della narrazione di Spatola - ammesso e non concesso che fossero veri - i fatti narrati dal collaboratore di giustizia Gioacchino Pennino sul conto del funzionario di Polizia dott. Purpi e sul magistrato dott. Domenico Signorino.
In particolare, il Tribunale aveva osservato (pag. 948 e segg. della sentenza appellata): <>.
Più in generale, hanno dedotto i medesimi difensori, <> i fatti e le deduzioni cui il Tribunale aveva attributo valenza di riscontri, e cioè che:
il ristorante “Il Delfino” è sito in quello che era il territorio del mandamento mafioso già capeggiato dal Riccobono, che quel territorio frequentava anche da latitante (pag. 932 della sentenza);
Gaspare Mutolo aveva riferito di avere avuto modo di constatare nel 1981, tornato a Palermo, che effettivamente, il Riccobono, seppur ancora latitante, era “molto più tranquillo di prima”, risiedeva più stabilmente in alcuni villini di sua proprietà, siti a Mondello, Pallavicino, e a Sferracavallo, nella zona di mare denominata “Barcarello”, nel cui giardino teneva una roulotte ove offriva alloggio a latitanti (pag. 932 della sentenza)38, circolava tranquillamente per la città con la propria autovettura, svolgeva i suoi traffici illeciti e frequentava locali pubblici (cfr. ff 53 e ss ud. 7/6/1994);
Il Mutolo aveva dichiarato che Antonio Pedone, gestore del ristorante "II Delfino", era persona "cui si può parlare" citando due episodi, riassunti alle pagine 933 – 935 della sentenza appellata 39;
il Pedone non sarebbe credibile in quanto aveva dichiarato di non avere subito estorsioni o tentativi di estorsione per la sua attività di ristoratore a Sferracavallo, borgata che, a suo dire, aveva avuto <<la fortuna di essere esente da questo flagello>> (ibidem, pagine 936-938);
lo stesso Pedone è cognato del mafioso Ciccio Carollo (pag. 940 sentenza) e aveva ammesso << dopo alcune iniziali titubanze>> di aver avuto come clienti qualche volta i fratelli Caro (pag. 941 della sentenza).
Alle pagine 133-135 i medesimi difensori appellanti hanno spiegato nei seguenti termini <> il racconto di Spatola:
<Nessuno dei pentiti accusatori ha dichiarato di aver mai visto Contrada e Riccobono insieme. Soltanto Spatola ha affermato di aver visto i due, insieme, nella occasione del pranzo al ristorante.
L'episodio, una volta accertato e dichiarato vero, avrebbe dato la prova decisiva e inattaccabile non soltanto della sussistenza del rapporto tra il poliziotto e il mafioso, ma anche dell'attendibilità di tutti gli altri pentiti propalatori, in un modo o nell'altro, del medesimo fatto>>.
Giova chiarire, innanzitutto, che errano i difensori appellanti nell’affermare che lo Spatola non avrebbe detto che l'incontro al ristorante "Il Delfino" era avvenuto in un giorno feriale. Allo stesso modo, non può convenirsi sull’ulteriore affermazione secondo cui nulla attesterebbe che quel ristorante a pranzo fosse frequentato in prevalenza da turisti ed a cena da palermitani.
Ed invero, lo Spatola ha riferito che, nella circostanza in cui aveva visto Contrada con Riccobono, si era recato con Rosario Caro al ristorante “Il Delfino” durante la pausa pranzo dell’orario di lavoro del Caro, dipendente "Tessilcon" ex " Facup" di Tommaso Natale e che, con lui, aveva sovente pranzato in quel locale (pag. 887 della sentenza appellata).
Orbene, il rapporto di lavoro di Rosario Caro con la "Tessilcon" (l’interessato ha precisato che l’intervallo per il pranzo, secondo il suo orario di lavoro, era tra le h. 13,00 e le 14,30 - cfr. ff. 4 -5 ud. 7.9.94), la sua abitudine di pranzare in quel ristorante, la sua amicizia con Rosario Spatola e la conoscenza del luogo da parte del collaborante (cfr. pag. 941 della sentenza appellata) hanno trovato piena conferma nelle emergenze processuali, e pertanto:
è intuitivo che l’intervallo dell’orario di lavoro riguardasse un giorno feriale;
lo Spatola aveva sufficienti elementi di conoscenza per descrivere il tipo di clientela del ristorante “Il Delfino” ad ora di pranzo (<<La sala per quello che ricordo io è così, io ci sono stato giornate, giornate, giornate>> pag. 100 trascrizione udienza 24.4.94).
Quanto alle osservazioni sul presunto trapasso dialettico dalle parole “saletta riservata” a quelle “tavolo posto in posizione appartata”, che la Difesa ha considerato sintomatico di una manipolazione del collaborante, il Tribunale se ne è fatto ampiamente carico alle pagine 943-947 della sentenza appellata, cui si rinvia.
Giova ribadire, comunque, che il racconto dello Spatola è logico e ben centrato.
Il collaborante, infatti, ha sempre sostenuto di avere visto quel tavolo entrando nel locale. Ciò conferma che, come da lui riferito, non c’erano porte divisorie, cioè non c’era ancora la porta a vetri collocata anni dopo dal Pedone su disposizione delle autorità sanitarie per isolare - creando una sorta di antibagno - l’area di accesso ai servizi dalla zona dei tavoli.
Risulta, dunque, insostenibile l’ipotesi che un occulto suggeritore abbia indotto lo Spatola a modificare la sua precedente descrizione dello stato dei luoghi, a seguito della iniziativa della Difesa di richiedere la planimetria del locale nelle condizioni in cui si trovava nella primavera del 1980.
Non si ravvisa, in conclusione, una sostanziale variazione nei riferimenti lessicali e spaziali del narrato dello Spatola: una saletta non è necessariamente isolata o soggetta ad esserlo, mentre la zona era sicuramente appartata, e quindi idonea a non essere ascoltati, più di quanto non lo fosse un tavolo contiguo ad altri. Per non dire che la scarsa cultura del collaborante - come osservato dal Tribunale, non consentiva di attribuirgli << la capacità di fare sottili distinzioni di tipo linguistico>>.
Venendo alle ulteriori osservazioni difensive, al fine di lumeggiare l’ambiguità di Antonino Pedone, gestore del ristorante “Il Delfino”, basta soltanto ricordare la sua affermazione che la Borgata di Sferracavallo era, per grazia ricevuta, <<immune dal flagello delle estorsioni>>, ragione per cui egli non aveva mai pagato alcuna somma a titolo di “pizzo”.
Essa è stata smentita dalla instaurazione di un procedimento penale avente ad oggetto numerose estorsioni consumate proprio nella zona di Sferracavallo, definito con sentenza del 16/5/1978 di non doversi procedere contro ignoti, emessa dal Consigliere Istruttore di Palermo, dott. Chinnici, , peraltro in relazione a fatti attribuiti anche al Pedone stesso.
Tale elemento, correlato al comprovato rapporto di affinità con il mafioso Ciccio Carollo, legittima pienamente il convincimento del Tribunale secondo cui Rosario Riccobono ben poteva contare sulla discrezione del gestore del ristorante .
Lo stesso incontro al ristorante “Il Delfino”, del resto, non è collocabile con certezza in epoca successiva al 23 aprile 1980, giorno in cui Rosario Riccobono divenne latitante, e cioè uno di quei soggetti la cui ricerca il dott. Impallomeni, successore dell’odierno imputato dott. Contrada alla guida della Squadra Mobile di Palermo, esaminato all’udienza del 20 maggio 1994, ha riferito di avere sempre considerato un suo “pallino”.
Gli ulteriori elementi evidenziati dal Tribunale e richiamati dai difensori, poi (spavalderia ostentata dai latitanti, presenza del Riccobono nel suo territorio e quindi ampie possibilità di coperture o di segnalazioni di presenze indesiderate), inducono a disattendere la tesi della impossibilità dell’incontro tra Contrada e Riccobono all’interno del ristorante.
Oltretutto, a venire in considerazione non è l’alternativa tra verosimile ed inverosimile, ma quella tra ciò che è provato e ciò che non lo è. Ed fare ritenere provato l’episodio dell’incontro al ristorante “Il Delfino” convergono, oltre ai riscontri rassegnati su questa specifica indicazione accusatoria, tutti i contributi riguardanti l’esistenza di un rapporto personale con il Riccobono, che Contrada ha sempre negato anche nella forma di relazione tra confidente e poliziotto.
Nella stessa sentenza di annullamento con rinvio (pagine 259-260), del resto, si ricorda come sia <
Nella valutazione della prova il giudice deve prendere in considerazione tutti e ciascuno degli elementi processualmente emersi, non in modo parcellizzato e avulso dal generale contesto probatorio, verificando se essi, ricostruiti in sé e posti vicendevolmente in rapporto, possano essere ordinati in una costruzione logica, armonica e consonante, che consenta, attraverso la valutazione unitaria del contesto, di attingere la verità processuale, cioè la verità del caso concreto.
Viola tale principio il giudice che abbia smembrato gli elementi processualmente emersi (ivi comprese le dichiarazioni dei collaboranti) sottoposti alla sua valutazione, rinvenendo per ciascuno giustificazioni sommarie od apodittiche e omettendo di considerare se nel loro insieme non fossero tali da consentire la configurabilità in concreto del reato contestato.
Ha violato tale principio la sentenza impugnata che (come risulta all'evidenza nelle conclusioni, raffrontate con quelle rassegnate dal giudice di primo grado, e come si evidenzierà con riferimento alle singole parti della sentenza stessa) ha parcellizzato la valenza significativa di ciascuna fonte di prova, analizzandola e valutandola separatamente e in modo atomizzato dall'intero contesto probatorio, in una direzione specifica e preconcetta, astenendosi dalla formulazione di un giudizio logico complessivo dei dati forniti dalle risultanze processuali, che tenga conto non solo del valore intrinseco di ciascun dato, ma anche e soprattutto delle connessioni tra essi esistenti;per di più rispetto ad una tipologia di reato contrassegnato da una condotta finalizzata alla conservazione e al rafforzamento dell'associazione criminosa, desumibile, considerata proprio la struttura della condotta stessa, da una serie di elementi che soltanto attraverso una valutazione complessiva possono, almeno di norma, assumere il carattere della specificità>>.
Infine, vanno rassegnate le censure, svolte nel volume I tomo I dei Motivi nuovi di appello, riguardanti le dichiarazioni di Rosario Spatola circa le notizie che il collaborante avrebbe ricevuto, tramite l’avv. Antonio Messina, di imminenti operazioni di polizia ad ampio raggio - che lo interessavano in quanto estese anche al comune di Campobello di Mazara - negli anni tra il 1983 ed il 1985.
Il costrutto difensivo è riassunto nelle seguenti, testuali, proposizioni:
<> (pag. 50 volume I tomo I dei Motivi nuovi);
<> (ibidem, pag. 142);
<(ibidem, pagine 53-54);
<> (pag. 181-183).
Orbene, quanto alle osservazioni sub a) b) e d) deve premettersi che lo Spatola ha individuato in modo netto gli anni 1983-1985 il periodo nel quale ha riferito di avere avuto, in almeno cinque occasioni, notizia di operazioni di controllo del territorio che avrebbero interessato Campobello di Mazara.
In tali anni l’avv. Messina era libero e l’imputato era Coordinatore dei Centri S.I.S.DE della Sicilia e Capo di Gabinetto dell’Ufficio dell’Alto Commissario a Palermo (dal settembre 1982), per essere, poi, trasferito a Roma dal primo gennaio 1986, e stato distaccato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ed assegnato al III° Reparto del S.I.S.De.
Lo stesso Spatola, coerentemente con la cronologia degli incarichi istituzionali dell’imputato , ha riferito di non essere stato avvisato dell’ultima perquisizione, subita nel gennaio 1986 (pag. 135 trascrizione udienza 27 aprile 1994).
Ha precisato, inoltre, che successivamente si era allontanato da Campobello di Mazara per sottrarsi alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale irrogatagli dal Tribunale di Trapani (cfr. pagine 3 e 4 - 69 e ss. trascr. cit).
Ora, l’imputato ha affermato che (cfr. trascrizione udienza 29/12/1994 pagine 12 e ss. ed udienza 13/12/1994 pagine 31 e ss.), poiché il suo Ufficio non svolgeva compiti di Polizia Giudiziaria, veniva informato delle operazioni sul territorio solo all’esito delle stesse, e quindi egli non avrebbe mai potuto conoscere in anticipo tali notizie, con la logica conseguenza dell’impossibilità di trasmetterle ai gruppi mafiosi interessati.
Il Tribunale ha persuasivamente confutato tale assunto anche in relazione a quanto detto dallo stesso Contrada, e cioè di essere stato sempre stato il punto di riferimento di tutte le notizie riguardanti indagini di mafia.
In particolare, l’imputato, nel riferire (in altra parte delle proprie dichiarazioni) sull’attività dispiegata nel periodo 1982-1985, in cui, oltre a ricoprire l’incarico di Capo di Gabinetto dell’Alto Commissario, era anche Coordinatore dei Centri S.I.S.DE della Sicilia, ha evidenziato la sua collaborazione attiva con organi di Polizia con specifico riferimento al compimento di operazioni nel settore della criminalità organizzata (cfr. pagina 22 trascrizione udienza 25/11/1994 e pagina 37 trascrizione udienza. 13/12/1994), essendo, quindi <> (pag. 974 della sentenza appellata).
Quel Giudice, in secondo luogo, ha dato contezza della anticipata conoscenza, in concreto, quantomeno di alcune di tali operazioni (si consideri che lo Spatola, per quanto lo riguardava, ne ha menzionate almeno cinque, precisando che, in un paio di casi, la sua fonte era stato non l’avv. Messina, ma, per attività limitate al paese di Campobello di Mazara, l’ispettore di Polizia Pellegrino coniugato con una sorella della moglie di Nunzio Spezia, capo-mafia di Campobello di Mazara e condannato in relazione al reato di cui all’art. 416 bis c.p.).
Si afferma, infatti, a pag. 974 della sentenza appellata: <<… deve, inoltre rilevarsi che fino all’Ottobre del 1983, periodo compreso nell’ambito dell’indicazione cronologica offerta dal collaborante, l’Alto Commissario, dott. De Francesco, ricopriva a sua volta anche l’incarico di Prefetto di Palermo.
Di particolare rilievo appare, quindi, al fine di incrinare ulteriormente l’assunto difensivo, quanto dichiarato dal Generale dell’Arma dei C.C. Francesco Valentini, il quale ha detto che quando si organizzavano operazioni di Polizia nei territori limitrofi a Palermo non si informava in via preventiva l’Ufficio dell’Alto Commissario ma si provvedeva a fornire segnalazione preventiva alla Prefettura di Palermo al fine di evitare duplicazioni di servizi nei medesimi territori (cfr. ff. 45-46-47- 59 e 60 ud. 20/1/1995). A ciò si aggiunga che dalla deposizione resa dal teste della difesa Paolo Splendore, coordinatore della Segreteria di Gabinetto dell’Ufficio dell’Alto Commissario per tutto il tempo in cui il dott. Contrada aveva svolto l’incarico di Capo di Gabinetto, è emerso che nonostante la formale distinzione tra la struttura burocratica della Prefettura e quella dell’Alto Commissario, in realtà , attesa la dirigenza di entrambe le strutture da parte del medesimo soggetto, si era determinata una certa commistione di atti che rendeva particolarmente complessa la gestione separata dei due uffici (cfr. f. 59 ud. 3/2/1995)>>.
Del resto, seppure in altro contesto, e cioè trattando dei rapporti tra l’imputato ed i funzionari di Polizia Cassarà e Montana (a pag. 59 del volume VI, capitolo VI dei Motivi di appello) gli stessi difensori appellanti hanno citato la testimonianza resa all’udienza dell’undici aprile 1995 dal funzionario S.I.S.DE. Carlo Colmone , in ordine al possesso delle informazioni in parola:

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