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Timestamp: 2019-02-21 04:08:40+00:00

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Strage di Bologna, io dico quel libro ignora i fatti... - Le news per Miccia corta
(Liberazione, 27 maggio 2007)
Non considero una sentenza come veritá assoluta, tanto meno quella sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980. Nemmeno ho mai creduto che l'esito di un processo non potesse essere criticato. Anzi, ho passato anni ad attaccare duramente l'operato della magistratura, recentemente le conclusioni della corte di Cassazione sulla strage di piazza Fontana. Ritengo, per altro, a mia volta, l'approdo giudiziario su Bologna insufficiente e insoddisfacente. Ma non infondato, questo il punto.
Sollevare dubbi è non solo lecito, ma utile e meritevole. Nel caso del libro di Andrea Colombo ("Storia nera. Bologna. La veritá di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti", Cairoeditore, 17 euro), peró, l'operazione è decisamente un'altra: si tenta di accreditare l'innocenza di Mambro, Fioravanti e Luigi Ciavardini, tutti e tre condannati in via definitiva per la strage, omettendo deliberatamente le carte giudiziarie piú scomode.
Mi limito ad alcuni passaggi.
L'incontro con Massimo Sparti
Nel capitolo dedicato alla "demolizione" della credibilitá di Massimo Sparti, colui che raccontó come due giorni dopo la strage Fioravanti e Mambro lo avessero messo al corrente delle loro responsabilitá , richiedendogli urgentemente due documenti falsi, minacciando in caso contrario di far male al figlio, Andrea Colombo omette alcuni elementi fondamentali. Dopo aver irriso la testimonianza di Fausto De Vecchi, il mediatore tra Sparti e il falsario dei documenti, che comunque confermó, fatto processuale assolutamente rilevante ("Si presentó da me lo Sparti e mi disse che c'erano Giusva con la fidanzata che dovevano sparire e avevano bisogno di documenti di identitá ", udienza dell'8 gennaio 1990, dibattimento in Corte di assise d'appello), tralascia incredibilmente di ricordare che fu la stessa Mambro a sostenere che si rivolsero davvero in quei giorni allo Sparti, ma che i documenti richiesti dovevano peró servire a Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi di Terza posizione ("Effettivamente vennero richiesti allo Sparti...dovevamo fare la rapina all'armeria di piazza Menenio Agrippa", che avvenne appunto il 5 agosto, dichiarazione resa da Francesca Mambro al giudice istruttore di Bologna il 25 agosto 1984). Sparti dunque non "favoleggia" di "incontri", come scritto da Andrea Colombo. Non solo, l'autore dimentica anche come questa versione sui motivi dell'incontro con Sparti sia poi risultata per nulla credibile: Fiore e Adinolfi non erano infatti latitanti e non avevano alcun bisogno di documenti, ma soprattutto i due erano ricercati proprio dagli stessi Mambro e Fioravanti che li volevano uccidere per "ripulire l'ambiente infestato da furbacchioni". Per altro, fu lo stesso Fiore a negare la circostanza di aver mai chiesto a Fioravanti e Mambro documenti falsi.
La telefonata e i documenti di Ciavardini
Riguardo al caso di Luigi Ciavardini, condannato per concorso nella strage di Bologna, Andrea Colombo cerca piú volte (pagine 186 e 256) di mettere in discussione l'esistenza della famosa telefonata con la quale il terrorista avvisó la fidanzata Elena Venditti e una coppia di amici, che erano in procinto di raggiungerlo a Venezia, affinché non prendessero il treno che sarebbe passato dalla stazione di Bologna la mattina del 2 agosto. Anche qui, non solo questo fatto è sempre stato incontestabilmente confermato in sede giudiziaria da Cecilia Loreti, una delle destinatarie del messaggio ("Disse di non partire...in quanto vi erano dei grossi problemi", dichiarazioni rese al giudice istruttore di Roma il 23 dicembre 1980), ma fu lo stesso Ciavardini a ribadirlo ("Né la Venditti né la Loreti avevano la possibilitá di rintracciarmi, di modo che ero io che dovevo, di volta in volta, farmi vivo. In quel periodo l'ho fatto diverse volte, telefonando all'una o all'altra ragazza, a caso loro a Roma", dichiarazioni rese al giudice istruttore di Bologna il 5 giugno 1982. "Non escludo di aver telefonato a Roma per indurre i miei amici a spostare il viaggio", dichiarazioni rese al giudice istruttore di Bologna il 24 ottobre 1984). Colombo sostiene che Ciavardini, ammesso che cosí fece, non agí in questo modo perchè a conoscenza dell'imminenza della strage, ma perché privo di documenti. Questi "i gravi problemi", essendo latitante, accennati nella telefonata. Niente di piú falso.
Il 5 giugno 1982 lo stesso Ciavardini dichiaró al giudice istruttore di Bologna di escludere "nella maniera piú assoluta che alla data del 2 agosto 1980" avesse "alcun problema di documenti". Tanto che in quel periodo si muoveva in tutta Italia. Solo molti anni dopo cambierá versione. Ma che Luigi Ciavardini all'epoca disponesse dei necessari documenti per viaggiare indisturbato è stato comunque ampiamente dimostrato. Al momento dell'arresto, nel settembre 1980, ne possedeva almeno uno, intestato a Marco Arena, lo stesso che, come disse la sua fidanzata Elena Venditti, utilizzava al tempo della strage (dichiarazioni rese al giudice istruttore di Bologna il 24 settembre 1980).
Un alibi inconsistente
Anche l'alibi a cui Fioravanti e Mambro ad un certo punto decisero di aggrapparsi, per dimostrare la loro estraneitá alla strage, si sbriciola facilmente, nonostante Andrea Colombo si sia sforzato di renderlo credibile.
I due sostennero di essersi trovati il 2 agosto a Treviso, ospiti di Gilberto Cavallini e della sua compagna Flavia Sbrojavacca. Mambro affermó di aver passato la giornata a Padova, Fioravanti a Treviso. Cambiarono versione solo nel 1984 raccontando di aver accompagnato Cavallini ad un appuntamento a Padova. "Con noi c'era Luigi Ciavardini" affermó la Mambro. Fioravanti inizialmente lo escluse. Ciavardini, a sua volta, solo nel 1984 si allineó, dopo aver sostenuto di essersi trovato ai primi di agosto a Palermo (!). Anche le vetture di questo viaggio da Treviso a Padova non combaciarono mai: una Bmw per Fioravanti, una Opel Rekord per la Mambro. La madre di Flavia Sbrojavacca, Maria Teresa Brunelli, testimonió comunque che "dopo la nascita di mio nipote (10 luglio), escludo che la Mambro e Fioravanti abbiano dormito a casa della Flavia". Un alibi inconsistente, smontato ulteriormente da Gilberto Cavallini, che negó di aver mai avuto un appuntamento a Padova quel giorno. L'appuntamento doveva avvenire con Carlo Digilio, un tempo al vertice della struttura clandestina di Ordine nuovo.
Carlo Digilio, prima di morire, ha, dal canto suo, sempre sostenuto di non aver mai conosciuto Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, né di essere mai stato a conoscenza della loro eventuale presenza a Padova quel giorno. Non si capisce a questo punto la ragione per la quale Carlo Digilio, per Andrea Colombo, si possa improvvisamente trasformare in "un testimone scomodo per tutti". Questo sí che è un mistero!
Colpisce, infine, l'ultimo capitolo in cui, si rilancia la stessa fantomatica pista palestinese sulla quale da qualche anno alcuni deputati di Alleanza nazionale si affannano, millantando la presenza del terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, o di suoi uomini, a Bologna, in veste di stragisti al servizio del Fronte popolare per la liberazione della Palestina di George Habbash.
áˆ piú che noto, infatti, che giá all'epoca, non solo recentemente, si appuró che il terrorista Thomas Kram, esperto in falsificazione di documenti e non in esplosivi, fosse presente a Bologna nella notte fra tra l'1 e il 2 agosto, alloggiando nella stanza 21 dell'albergo Centrale di via della Zecca. Presentó nell'occasione la sua patente di guida non contraffatta. Fu precedentemente fermato e identificato al valico di frontiera sulla base di un documento di identitá valido a suo nome. Non era al momento inseguito da alcun mandato di cattura. La questura di Bologna segnaló i suoi movimenti all'Ucigos che giá in quei giorni conosceva tutti i suoi spostamenti. Un terrorista stragista, dunque, non in incognito che viaggiava e pernottava in albergo con documenti a proprio nome (!). Una pista vecchia, giá archiviata data la comprovata mancanza di legami tra Thomas Kram e la strage. Per altro Kram risultó non aver mai fatto parte dell'organizzazione di Carlos.
Riguardo poi l'esistenza di presunti documenti, provenienti dagli archivi dell'ex Patto di Varsavia, attestanti la presenza a Bologna di alcuni uomini di "Separat", l'organizzazione di Carlos, basterebbe citare la relazione conclusiva delle stesse autoritá di Polizia francesi, acquisita tramite rogatoria, che ha affermato, sulla base dei documenti recuperati dall'ex Mfs (il controspionaggio della Repubblica democratica tedesca), che non è mai stato raccolto "alcun elemento obiettivo in ordine alla presenza in Italia di Ilich Ramirez Sanchez alla vigilia dell'attentato alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980. Lo studio dettagliato dei documenti in nostro possesso non consente di imputare a Ilich Ramirez Carlos o a membri del suo gruppo la responsabilitá dell'attentato commesso il 2 agosto 1980 contro la stazione di Bologna. Lo stesso dicasi per la loro partecipazione ad operazioni di carattere terroristico perpetrate in Italia".
Ma c'è di piú. Alfredo Mantovano, a sua volta tra i massimi dirigenti di Alleanza nazionale, il 16 ottobre del 2003, rispondendo ad un'interrogazione, in qualitá di sottosegretario al Ministero degli interni, ufficialmente concludeva che: "l'ipotetica presenza negli anni Settanta e Ottanta a Bologna o in Italia del terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, attualmente detenuto in Francia, non ha trovato alcun riscontro".
Dar credito a un polverone sollevato, per altro, da un ex appartenente a Ordine nuovo, Marco Affatigato, per sua stessa ammissione fonte informativa della Cia, ma soprattutto giá coinvolto in un tentativo di depistaggio sulla strage di Bologna, che in un'intervista a un giornale di Alleanza nazionale ha fatto riferimento a documenti della Stasi mai rintracciati, o peggio, contenenti il contrario, è davvero fuorviante.
Si potrebbe continuare con la storia dei Nar, definiti a pagina 10, senza "precedenti bombaroli" o stragisti, quando in proposito basterebbe ricordare: l'assalto a Roma a Radio cittá futura, il 9 gennaio 1979, con il ferimento di cinque donne falciate alle gambe a colpi di mitra; l'attentato alla sezione Esquilino del Pci, sempre a Roma, il 16 giugno 1979, con il lancio di bombe a mano nel corso di due affollate riunioni, una di quartiere, l'altra di ferrovieri, o ancora l'attentato, fatto risalire dalla magistratura ai Nar, mediante un'autobomba caricata di quattordici chilogrammi di esplosivo, posta all'uscita della seduta del Consiglio comunale a Milano, poco piú di 48 ore prima della strage di Bologna.
Per i primi due crimini è stata riconosciuta la responsabilitá di Valerio Fioravanti con la sentenza del 2 maggio 1985 della Corte di assise di Roma, divenuta definitiva. Colombo, contro ogni evidenza, riporta invece che per il secondo episodio è "stata dimostrata" la sua "non partecipazione". Da chi?
Mi fermo qui anche se su molti altri punti andrebbero svolte doverose precisazioni e contestazioni, anche rilevanti, come sul movente della strage, tutt'altro che oscuro, i numerosi depistaggi, che cercarono in ogni modo di avvalorare ipotesi internazionali per sviare e far perdere tempo agli inquirenti, e non certo a "incastrare" l'estrema destra, la natura chimica dell'innesco dell'ordigno, come stabilito dalle perizie, che per questa e non altre misteriose ragioni, come supposto nel libro, non ha consentito di rintracciare sul posto filamenti o batterie elettriche.
Spiace dire, in conclusione, che questo libro non svolge affatto alcun servizio garantista, ma si presta solo a disinformare e ad essere utilizzato a questo fine. Le stesse conclusioni del presidente dell'associazione dei familiari delle vittime Paolo Bolognesi.
... Io metto in dubbio la sentenza non nego la strage. Quello che chiedo è la veritá
Confesso un certo imbarazzo nel rispondere a una lettera come quella di Saverio Ferrari. Non per il contenuto, che non si discosta dalle motivazioni della sentenza finale su Bologna ed era giá noto, ma per il tono, per cosí dire "da requisitoria", che costringe a una replica a sua volta un po' puntigliosa, col rischio di intavolare una discussione comprensibile solo per chi giá conosca la vicenda ma esoterica per tutti gli altri. Si puó cercare di limitare il danno (e la noia del lettore) ma eliminarlo è impossibile.
Ferrari ha ragione quando ricorda la testimonianza con cui il "mediatore" Fausto De Vecchi confermó, nel gennaio '90, la versione del supertestimone Massimo Sparti. Si tratta di un "fatto processuale assolutamente rilevante". Lo sarebbe tuttavia stato ancor di piú se negli otto anni precedenti De Vecchi non avesse affermato piú e piú volte l'esatto contrario. Nel '90, infatti, disse che Sparti, il 4 agosto '80, gli aveva chiesto di procurare dei documenti falsi "per Giusva e la sua fidanzata". In tutti gli interrogatori precedenti, dal dicembre 1981 in poi, aveva ripetuto di non sapere a chi fossero destinati i documenti, escludendo peró tassativamente che tra i destinatari ci fosse una donna.
Non si trattava di un particolare: la faccenda era determinante giá in fase istruttoria.
Scoprire, dopo 9 anni di inchieste, processi e interrogatori a raffica, che De Vecchi sapeva dall'inizio, ma non lo aveva mai detto, a chi servissero i documenti falsi destó un certo stupore. Tanto che la giuria popolare assolse gli imputati. Secondo gli estensori della sentenza definitiva di condanna, invece, non c'è nulla di stupefacente. L'equivoco durato 9 anni si doveva al fatto che gli inquirenti avevano chiesto a De Vecchi se uno dei documenti fosse destinato a una donna, cosí, sul generico, mica se era per Francesca Mambro. Bastava chiedere e ci si risparmiavano anni di fatiche. Ferrari ci crede, io no e per essere sinceri mi rifiuto di credere che qualcuno in possesso delle proprie facoltá mentali ci creda davvero..
E' vero anche che Cristiano Fioravanti chiese al suo amico Massimo Sparti documenti falsi per far espatriare i capi di Terza posizione, Gabriele Adinolfi e Roberto Fiore, e a questo alludeva Francesca Mambro. La richiesta fu avanzata peró non all'inizio ma alla fine di agosto, quando i leader di Tp erano stati colpiti da mandato di cattura per la strage del 2 agosto. Nulla a che vedere con la testimonianza del miracolato Sparti.
A proposito di miracoli. Il collega Gigi Marcucci ha scritto ieri sull' "Unitá " che la scarcerazione di Sparti in seguito alla diagnosi di un inesistente tumore in fase terminale non dovrebbe indurre dubbi sulla sua cristallina testimonianza. Infatti "era erronea ma non falsa" e "nessuno aiutó Sparti a uscire dal cacere". Intende dire che Sparti, da solo e in galera, riuscí a mettere le mani sulle lastra di un altro malato, quelle mostrate in tv da Minoli, e a sovraincidere il suo nome? O che riuscí a far spostare, sempre da solo, il direttore del centro medico Francesco Ceraudo, quello che non si decideva a convalidare la diagnosi fatale e falsa? Guardi Marcucci che Sparti era un criminale di mezza tacca, mica Diabolik.
Passiamo alla telefonata che è costata la condanna a Luigi Ciavardini. Avrebbe fatto sapere a tre amici di non raggiungerlo a Treviso, come invece preventivato, il 2 agosto. Tra istruttoria e processi vari le indagini su detta telefonata sono durate un po' piú di vent'anni. Nei quali non si è mai trovato nessuno che confermasse di aver ricevuto la telefonata in questione. Di qui la definizione, direi indiscutibile, di "telefonata fantasma". Il particolare sarebbe ininfluente se non fosse che solo sulla base di quella telefonata Ciavardini è stato condannato.
Personalmente penso che la telefonata in questione sia invece davvero irrilevante. Se anche ci fosse stata, non basterebbe per affermare che Ciavardini sapeva cosa sarebbe successo alla stazione di Bologna e voleva evitare che i suoi amici corressero dei rischi. Potrebbero averlo spinto una discreta quantitá di altri motivi, ma elencarli qui sarebbe un po' lungo, e poi lo ho giá fatto in "Storia nera".
Sull' "alibi inconsistente" mi pare che Ferrari sia un po' confuso e molto disinformato. Cavallini non ha negato di aver passato la giornata del 2 agosto 1980 a Padova con i tre imputati né ha mai smentito l'appuntamento a Padova, nella stessa giornata, con un altro neofascista esperto d'armi. Cavallini ha negato che il suo contatto fosse Carlo Digilio, alias "zio Otto", cioè il pentito su cui si è poi basata l'ultima inchiesta su piazza Fontana, quella del giudice Guido Salvini. Digilio, invece aveva confermato, e con dovizia di particolari precisi e riscontrati, di essere proprio lui l'uomo a cui Cavallini doveva portare quel giorno una pistola da filettare, con ció confermando di fatto l'alibi dei tre imputati per Bologna.
Nell'ultimo processo per piazza Fontana, sulla base della testimonianza di Digilio, era stata emessa in Corte d'Assise la sentenza di condanna per i neofascisti veneti. In appello Digilio, colpito nel frattempo da piú ictus, non è riuscito a sostenere la sua testimonianza. Delfo Zorzi e gli altri ordinovisti veneti sono di conseguenza stati assolti. Quell'assoluzione non convince Ferrari e io concordo con lui. Non concordo invece sulla pessima abitudine di credere ai pentiti solo quando accusano e mai quando sacagionano. Se si crede al Digilio pre-ictus, bisogna farlo anche quando conferma l'alibi dei Nar, non solo quando accusa Zorzi. Se invece non gli si crede non ci si puó permettere di dubitare dell'assoluzione di Zorzi.
Lasciamo infine perdere, per favore, i precedenti bombaroli di Valerio Fioravanti. Per l'attentato al Consiglio comunale di Milano Fioravanti non è mai stato neppure inquisito, e sí che dall'omicidio Mattarella a quello Pecorelli è stato accusato di quasi tutti i crimini politici verificatisi in Italia in quella fase. Fioravanti non ha partecipato all'attacco alla sezione Esquilino del Pci, era contrario all'azione e non ha fornito le bombe adoperate. E' stato tuttavia condannato con la bizzarra motivazione secondo cui non avendo impedito l'assalto, pur deciso e compiuto da altri, deve ugualmente esserne considerato responsabile. Ferrari lo trova un precedente stragista, io no.
Ci terrei infine a qualche precisazione. Non capisco la lunga perorazione in difesa di Thomas Kram e di Carlos. Non ho mai detto che siano loro i responsabili della strage: ho solo messo in fila le possibili ipotesi alternative spuntate in questi anni, tra cui evidentemente c'è anche questa. Mi pare peró difficile negare che la pista Kram sia stata sin dall'inizio volutamente ignorata da investigatori e inquirenti. Questo non dimostra affatto la colpevolezza del tedesco, ma dice in compenso parecchio sul tasso di pregiudizialitá che ha inquinato sin dal primo istante l'inchiesta sulla strage. Capita che giustizia e pregiudizio proprio non vadano d'accordo.
Non capisco neppure il tono risentito e i sacri furori che scattano in qualcuno ogni volta che viene messa in dubbio la sentenza di Bologna. Affermare che i condannati non sono i veri colpevoli è considerato equivalente al dire che la strage di Bologna deve restare impunita. Il minimo è essere trattati da depistatori. La veritá è opposta. Fino a che la magistratura non avrá il coraggio di ammettere che a Bologna è stato commesso un errore, trovare i veri colpevoli, e i mandanti, e il movente, sará impossibile.

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