Source: https://www.laleggepertutti.it/148988_il-valore-della-busta-paga
Timestamp: 2019-02-16 10:24:25+00:00

Document:
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 27 ottobre 2016 – 30 gennaio 2017, n. 2239
Con ricorso al Tribunale di Perugia del 31.10.2008 la società O. Convention Center srl (in prosieguo, per brevità: O.) proponeva opposizione avverso il decreto ingiuntivo notificato ad istanza di R.M. , già dipendente della società, per il pagamento delle competenze di fine rapporto, deducendo la assenza della prova scritta e la inesistenza del credito.
Esponeva che la ingiunzione era stata emessa sulla base di una busta paga pari a zero; il credito per le competenze di fine rapporto era interamente assorbito dai danni causati dal dipendente a seguito dello svolgimento di una illegittima attività di concorrenza (essendo egli titolare di una struttura ricettiva – “(omissis) ” – nonché collaboratore di altre strutture concorrenziali) per la quale egli era stato licenziato per giusta causa in data 31.7.2007.
La Corte territoriale osservava che correttamente il Tribunale aveva ritenuto che la busta paga emessa dalla società aveva natura confessoria per la parte relativa alla esistenza ed entità
delle competenze di fine rapporto maturate dal lavoratore; la pretesa della società al risarcimento dei danni asseritamente subiti per effetto della condotta infedele del dipendente, invece, era priva di prova e, pertanto, non era opponibile in compensazione.
La società appellante aveva dedotto che nella ipotesi di svolgimento di una attività in concorrenza era sufficiente il mero pericolo di un danno, per il quale aveva richiesto anche una liquidazione equitativa; tale affermazione, in sé corretta, presupponeva, comunque, la acquisizione della prova della condotta illecita del R. ovvero del compimento di atti di infedeltà configuranti concorrenza sleale.
I capitoli della prova per testi proposti dalla società appellante non erano rilevanti poiché non davano conto di atteggiamenti surrettizi del R. né di propositi o tentativi di sviamento di clientela.
La circostanza che il dipendente intrattenesse rapporti con altre realtà alberghiere non comportava necessariamente che egli potesse (o fosse intenzionato a) compiere atti di sviamento di clientela in danno della società O., ben potendo tali attività risolversi, piuttosto, in una collaborazione tra i vari impianti ricettivi con reciproci vantaggi.
1. Con il primo motivo la società ricorrente ha dedotto violazione e falsa applicazione dell’articolo 633 cpc e dell’articolo 2734 cc. nonché insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
Ha esposto che la busta paga posta a fondamento del decreto ingiuntivo recava un saldo pari a zero sicché non conteneva alcun riconoscimento di debito.
Erano dunque violati l’articolo 633 cpc., perché la busta paga non costituiva prova scritta del credito e l’articolo 2734 cc., quanto al valore delle dichiarazioni aggiunte alla confessione.
Sotto il profilo di cui all’articolo 360 nr. 5 cpc. la società ha dedotto la contraddittorietà della motivazione, giacché la sentenza aveva confuso il piano della assenza delle condizioni per il ricorso alla procedura monitoria, per carenza della prova scritta del credito, con quello della prova dei danni.
La giurisprudenza di questa Corte ha già chiarito che nei confronti del datore di lavoro le buste paga costituiscono piena prova dei dati in esse indicati, in ragione della loro specifica normativa (legge nr. 4/1953), prevedente la obbligatorietà del loro contenuto e la corrispondenza di esso alle registrazioni eseguite (articolo 2) (Cass. 20/01/2016, n. 991; 17 settembre 2012, n. 15523; 21 gennaio 1989, n. 364; n. 5807/1981; n. 1074/1986).
La Corte di merito nel frazionare il contenuto della confessione, riconoscendole il valore di prova legale per la (sola) parte relativa al credito del lavoratore ha violato la norma dell’articolo 2734 cc, richiamata dall’articolo 2735 cc, nella parte in cui prescrive che se l’altra parte contesta la verità dei fatti o circostanze aggiunte alla confessione è rimesso al giudice di apprezzare, secondo le circostanze, l’efficacia probatoria delle dichiarazioni.
2. Con il secondo motivo la società ricorrente ha dedotto violazione e falsa applicazione dell’articolo 2105 cc. nonché – ai sensi dell’articolo 360 nr. 5 cpc – insufficienza e contraddittorietà della motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
La società ha esposto che il R. in costanza del rapporto di lavoro presso la struttura
t ricettiva della società in località (omissis), svolgeva funzioni di direttore presso il (omissis) ed attività di selezione del personale per l’(omissis) ; curava poi rapporti di carattere commerciale in favore del relais dell’(…) e si era creato biglietti da visita come dipendente della società O. facendovi stampare anche la pubblicità della struttura ricettiva da lui gestita – “(omissis) ” – in concorrenza con il datore di lavoro.
Dopo la cessazione del rapporto di lavoro la società aveva altresì accertato che egli svolgeva anche le mansioni di direttore dell’(omissis) .
Era dunque evidente la violazione dell’obbligo di non concorrenza di cui all’articolo 2105 cc.
3. Con il terzo motivo la società ha dedotto violazione e falsa applicazione dell’articolo 2105 cc. nonché – ai sensi dell’articolo 360 nr. 5 cpc – insufficienza e contraddittorietà della motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
Ha censurato la sentenza nella parte in cui affermava che al fine di ottenere il riconoscimento dei danni sarebbe stata necessaria la allegazione di atti di infedeltà determinanti concorrenza sleale nonché laddove statuiva che la circostanza che il dipendente intrattenesse rapporti con altre realtà alberghiere non comportava il compimento di atti di sviamento di clientela “ben potendo tale attività risolversi,invece, in una proficua collaborazione con reciproci vantaggi dei vari impianti ricettivi“.
Ha dedotto che il fatto stesso che il dipendente svolgesse attività in concorrenza costituiva inadempimento al divieto dell’articolo 2105 cc. e titolo per il risarcimento del danno; la possibilità, poi, che il datore di lavoro traesse vantaggio dalla attività concorrenziale, neppure sostenuta dal dipendente e comunque priva di ogni riscontro negli atti, era del tutto illogica, dovendo piuttosto presumersi il contrario.
Gli stessi vanno in via preliminare correttamente qualificati ai sensi del numero 3 dell’articolo 360 nr. 3 cpc., giacché non attengono all’accertamento dei fatti materiali compiuto dal giudice del merito (censurabile sotto il profilo del vizio di motivazione) ma alle affermazioni della sentenza in punto di interpretazione ed applicazione delle norme di diritto disciplinanti i fatti controversi.
La norma dell’articolo 2105 cc. pone uno specifico obbligo del prestatore di lavoro di non trattare affari né per conto proprio né per conto di terzi in concorrenza con l’imprenditore.
La violazione dell’obbligo costituisce dunque titolo di responsabilità contrattuale per gli eventuali danni che ne siano derivati al datore di lavoro; non appare corretta in punto di diritto, pertanto, la affermazione della Corte di merito secondo cui per fondare la responsabilità del dipendente sarebbe stata necessaria la prova “di comportamenti illeciti da parte del R. , vale a dire di atti di infedeltà sfocianti in concorrenza sleale“.
La azione di responsabilità fondata sulla violazione dell’obbligo ex articolo 2105 cc. ha infatti natura autonoma rispetto alla azione per concorrenza sleale; la prima ha carattere contrattuale ed oggetto ampio, abbracciando ogni attività concorrenziale e non soltanto quelle costituenti illecito aquiliano ex articolo 2598 cc.
La azione di concorrenza sleale ex articolo 2598 c.c., configurante un illecito extracontrattuale tipizzato, è azione diversa, che potrebbe concorrere con l’illecito contrattuale ex articolo 2105 cc. ma non certo condizionarne la sussistenza.
Pertanto ai fini della violazione dell’obbligo di non concorrenza non era necessario acquisire la prova di “comportamenti illeciti” né tanto meno di un tentativo di sviamento della clientela, come affermato dalla Corte di merito, bastando ad integrare la violazione dell’obbligo di fedeltà ex articolo 2105 cc. la mera attività del dipendente di trattazione di affari in concorrenza, per conto proprio o di una impresa terza.
Restano assorbiti il quarto motivo (con il quale la società ha denunziato violazione e falsa applicazione dell’articolo 2697 cc nonché vizio di motivazione, per avere la Corte di merito asserito la liceità della condotta del lavoratore senza neppure ammettere le prove da questi richieste) il quinto motivo (con il quale la società ha dedotto – ai sensi dell’articolo 360 nr. 5 cpc – vizio di motivazione su un fatto controverso e decisivo per la mancata ammissione delle prove da essa articolate per dimostrare il danno subito), il sesto motivo (con il quale la società ha lamentato violazione e falsa applicazione dell’articolo 1226 cc. e dell’articolo 432 cpc nonché vizio di motivazione sempre sotto il profilo della mancata ammissione delle prove).
La sentenza impugnata deve essere conclusivamente cassata in accoglimento del primo, del secondo e del terzo motivo del ricorso e gli atti rinviati ad altro giudice, che si individua nella Corte d’Appello di Perugia in diversa composizione, perché provveda alla applicazione dei principi di diritto in questa sede indicati ed all’accertamento dei fatti rilevanti.

References: sentenza 
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 articolo 2105
 articolo 2598
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