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Timestamp: 2017-02-27 04:23:06+00:00

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HOME Codice proc. civile Articoli Codice proc. civile Agg. il 28 gennaio 2015 Codice proc. civile Art. 269 cod. proc. civile: Chiamata di un terzo in causa L’AUTORE: Redazione
Il convenuto che intenda chiamare un terzo in causa deve, a pena di decadenza, farne dichiarazione nella comparsa di risposta e contestualmente chiedere al giudice istruttore lo spostamento della prima udienza allo scopo di consentire la citazione del terzo nel rispetto dei termini dell’articolo 163-bis. Il giudice istruttore, entro cinque giorni dalla richiesta, provvede con decreto a fissare la data della nuova udienza. Il decreto e’ comunicato dal cancelliere alle parti costituite. La citazione è notificata al terzo a cura del convenuto.
Ove, a seguito delle difese svolte dal convenuto nella comparsa di risposta, sia sorto l’interesse dell’attore a chiamare in causa un terzo, l’attore deve, a pena di decadenza, chiederne l’autorizzazione al giudice istruttore nella prima udienza (1). Il giudice istruttore, se concede l’autorizzazione, fissa una nuova udienza allo scopo di consentire la citazione del terzo nel rispetto dei termini dell’articolo 163-bis. La citazione è notificata al terzo a cura dell’attore entro il termine perentorio stabilito dal giudice (2).
Nell’ipotesi prevista dal terzo comma restano ferme per le parti le preclusioni ricollegate alla prima udienza di trattazione, ma i termini eventuali di cui al sesto comma dell’articolo 183 sono fissati dal giudice istruttore nella udienza di comparizione del terzo.
Terzo: colui che non è parte nel giudizio pendente, ma è titolare di una situazione oggettivamente connessa a quella di cui è lite.
Decadenza: in campo processuale, produce la perdita del potere di compiere un determinato atto del giudizio o, più in generale, la perdita di un diritto o di una facoltà, determinata dal mancato compimento dell’atto ovvero dal mancato esercizio del diritto o della facoltà, nel termine previsto dalla legge [v. 182].
(1) La chiamata in causa da parte del convenuto non deve essere autorizzata dal giudice a differenza di quella richiesta dall’attore. La chiamata in causa di un terzo non può essere autorizzata dal giudice dopo la prima udienza, neanche se l’interesse della parte ad ottenere la partecipazione del detto terzo nel giudizio sia sorto nel corso dello svolgimento del processo, a seguito della difesa avversaria e dell’istruttoria espletata. La prima udienza, che segna il limite temporale per la tempestiva richiesta di autorizzazione alla chiamata di terzo, va individuata con riguardo a criteri non meramente cronologici, ma sostanziali, tale potendosi legittimamente ritenere quella in cui si procede all’effettiva trattazione della causa. Non rientra, pertanto, nel concetto di prima udienza, quella di mero rinvio.
(2) L’opportunità dell’intervento in causa del terzo ad istanza dell’attore è rimessa alla valutazione esclusiva e discrezionale del giudice del merito, l’esercizio della quale, in senso positivo o negativo, non può formare oggetto d’impugnazione.
Il provvedimento del giudice che autorizza una parte a chiamare in causa un terzo ex art. 269 c.p.c. non ha natura decisoria sicché è insuscettibile di passare in cosa giudicata e, trattandosi di intervento a istanza di parte non attinente alla necessaria integrità del contraddittorio, la mancata concessione di un nuovo termine in caso di inutile decorso di quello originariamente fissato implica la revoca da parte del giudice del provvedimento che, alla stessa stregua della mancata concessione del termine originario, non può essere denunciata in appello né in sede di legittimità, vertendosi in termini di prerogative esclusive e discrezionali del giudice di primo grado.
Cass. 26 aprile 2005, n. 8688.
Nel caso in cui una delle parti abbia esteso la domanda ad un terzo citandolo direttamente in giudizio senza l’autorizzazione del giudice, la nullità della chiamata in causa deve ritenersi sanata dalla costituzione in giudizio del terzo, il quale non abbia sollevato al riguardo alcuna eccezione nel primo atto difensivo.
Cass. 10 febbraio 2006, n. 2977.
La contestazione della legittimazione passiva da parte del convenuto che abbia chiesto la chiamata in causa di un terzo ritenuto obbligato in sua vece è logicamente e giuridicamente incompatibile con la qualificazione dell’evocazione del terzo come chiamata in garanzia, la quale, per sua natura, non può non presupporre la non contestazione della suddetta legittimazione passiva. Conseguentemente, qualora il convenuto, nel dedurre il difetto della propria legittimazione passiva, chiami un terzo, indicandolo come il vero legittimato, si verifica l’estensione automatica della domanda al terzo medesimo, onde il giudice può direttamente emettere nei suoi confronti una pronuncia di condanna anche se l’attore non ne abbia fatto richiesta, senza per questo incorrere nel vizio di extrapetizione.
Cass. 11 gennaio 2006, n. 254.
La parte che non abbia provveduto alla chiamata del terzo in giudizio nelle forme e nei termini fissati dall’art. 269, comma 1, c.p.c. non può denunciare in sede di gravame (appello o cassazione) la mancata concessione di un termine per effettuare detta chiamata ex art. 269, comma 2, c.p.c, ovvero il mancato esercizio del potere di ordinare l’intervento di detto terzo a norma del precedente art. 107, vertendosi in tema di prerogative esclusive e discrezionali del giudice di primo grado.
Cass. 20 gennaio 2004, n. 776.
Nel giudizio in cui si propone una domanda di responsabilità civile da circolazione stradale, l’indicazione, da parte di uno dei convenuti citati come responsabili del danno, del doversi imputare la responsabilità esclusiva o parziale al conducente di veicolo rimasto sconosciuto, implica che la successiva citazione in tale giudizio del Fondo di garanzia per le vittime della strada, autorizzata dal giudice e fatta dall’attore, sia da considerare come chiamata in causa di un terzo ad istanza di parte, soggetta al relativo regime.
Cass. 11 gennaio 2008, n. 393.
La chiamata in causa del terzo ad istanza dell’attore non può essere chiesta, né autorizzata, dopo la prima udienza, nemmeno nell’ipotesi in cui l’interesse alla chiamata sia sorto successivamente a tale momento. La violazione del termine in esame è rilevabile d’ufficio e non è sanata dalla costituzione del terzo chiamato, a meno che quest’ultimo non accetti il contraddittorio nello stato in cui si trova la causa. È, di conseguenza, nulla la chiamata in causa autorizzata dal giudice dopo l’inutile decorso di quel termine (fattispecie anteriore alle modifiche apportate all’art. 269 c.p.c. dalla legge n. 353 del 1990). Cass. 24 aprile 2008, n. 10682; conforme Cass. 24 aprile 2008, n. 10682.
Alla chiamata in causa di un terzo ad istanza di parte, fatta in giudizio pendente alla data del 30 aprile 1995 ed iniziato prima del 1º gennaio 1993, non si applica l’art. 269 c.p.c., nel testo modificato dall’art. 29 della legge 26 novembre 1990, n. 353, ma il precedente testo dell’art. 269 c.p.c.; nel vigore di quest’ultimo articolo, nel testo anteriore alla riforma del 1990, il mancato rispetto del termine assegnato dal giudice per la chiamata in causa del terzo, la sua proroga e la successiva chiamata del terzo nel termine prorogato non dava luogo ad una fattispecie di estinzione del processo sulla domanda proposta nei confronti del terzo, ma ad inammissibilità della domanda, solo se la chiamata fosse stata eseguita dopo che nel processo le altre parti vi avessero svolto attività processuale diversa da quella attinente alla loro costituzione in giudizio.
Cass. 11 gennaio 2008, n. 393; conforme Cass. 11 gennaio 2008, n. 393; Cass. 31 agosto 2007, n. 18455; Cass. lav., 2 settembre 1995, n. 9288.
Nell’ipotesi in cui la parte convenuta in un giudizio di risarcimento dei danni, derivanti dalla realizzazione di una nuova costruzione, nel dedurre il difetto della propria legittimazione passiva, chiami in causa un terzo, con il quale non sussista alcun rapporto contrattuale, chiedendone, in caso di affermazione della propria responsabilità, la condanna a garantirla e manlevarla, l’atto di chiamata, al di là della formula adottata, va inteso come chiamata del terzo responsabile e non già come chiamata in garanzia impropria, dovendosi privilegiare l’effettiva volontà della chiamante in relazione alla finalità, in concreto perseguita, di attribuire al terzo la responsabilità della cattiva esecuzione delle opere e dei danni conseguentemente arrecati. In tal caso, si verifica l’estensione automatica della domanda al terzo chiamato, indicato dal convenuto come il vero legittimato, onde il giudice può direttamente emettere nei suoi confronti una pronuncia di condanna, anche se l’attore non ne abbia fatto richiesta, senza per questo incorrere nel vizio di extrapetizione.
Cass. 7 ottobre 2011, n. 20610; conforme Cass. 3 marzo 2010, n. 5057.
La chiamata del terzo in garanzia può avvenire anche tramite la comunicazione della comparsa di costituzione, ad opera della parte costituita in giudizio nelle forme dell’art. 170 c.p.c., dato che quest’ultima è idoneo a consentire al destinatario della domanda di apprestare le idonee difese.
Cass. 16 novembre 2010, n. 23088.
Il convenuto per poter legittimamente formulare, ai sensi del combinato disposto degli artt. 167, comma 3, e 269 c.p.c., l’istanza di chiamata in causa di un terzo deve necessariamente costituirsi tempestivamente, ovvero nel rispetto del termine fissato dall’art. 166 dello stesso codice di rito, di modo che in caso di tardività della costituzione deve conseguire la declaratoria di inammissibilità della predetta richiesta. Ai fini dell’osservanza di detto termine, stante l’esplicita previsione contenuta nello stesso art. 166 c.p.c., per il suo computo a ritroso deve aversi riguardo (in via esclusiva) all’udienza indicata nell’atto di citazione e non (anche) a quella eventualmente successiva, cui la causa sia stata rinviata d’ufficio, ai sensi dell’art. 168-bis, comma 4, c.p.c., in ragione del calendario delle udienze del giudice designato.
Cass. 28 maggio 2007, n. 12490.
Quando il convenuto ha esercitato il potere di chiamare un terzo in causa senza l'osservanza del precetto di cui al secondo comma dell'art. 269 c.p.c., cioè tanto con la proposizione nella comparsa di risposta tempestivamente depositate della domanda verso il terzo, quanto della istanza di spostamento della prima udienza, la decadenza così verificatasi dev'essere eccepita dalla parte attrice e rilevata d'ufficio dal giudice in detta udienza. Qualora, invece, il giudice, in difetto di eccezione della parte attrice, conceda in tale udienza al convenuto un termine per la chiamata per un'altra udienza successiva, deve ritenersi che - ferma restando la possibilità della proposizione di un'eccezione dell'attore nella prima difesa successiva alla concessione di tale termine circa l'irritualità dell'esercizio di tale potere da parte del giudice e, quindi, circa la nuova nullità verificatasi, nonché ferma restando la possibilità di una revoca del provvedimento da parte del giudice ai sensi del primo comma dell'art. 177 c.p.c. - il terzo che venga chiamato in causa in forza del provvedimento del giudice non può eccepire la irritualità dell'esercizio di tale potere, atteso che egli è carente di interesse a farla valere, dovendo il suo interesse a far valere questioni relative al rapporto processuale originario correlarsi alla correttezza della decisione in merito o in rito su di esso e non alla stessa ritualità della chiamata.
Cass. 7 maggio 2013 n. 10579.
Cass. 5 marzo 2013 n. 5400.
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References: Art. 269
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 art. 269
 art. 107

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 art. 166

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