Source: http://www.tecalibri.info/M/MARZO-E_voci.htm
Timestamp: 2017-10-22 00:57:34+00:00

Document:
TecaLibri: Enzo Marzo: Le voci del padrone
Autore Enzo Marzo
Titolo Le voci del padrone
Sottotitolo Saggio di liberalismo applicato alla servitù dei media
Edizione Dedalo, Bari, 2006, Libelli vecchi e nuovi 1 , pag. 224, cop.fle., dim. 124x210x15 mm , Isbn 978-88-220-5501-9
Tre prologhi che vengono da più lontano          13
L'imbarco per Cirene                             15
Discutere molto liberamente                      19
Le mani sulla libertà                            32
Due, tre cose che so di lei                      37
Elogio della torre di Babele,
ovvero la verità smascherata                     73
La democrazia deficitaria                        87
Il re di coppe                                   95
Verso il mondo nuovo?                           113
In Italia, liberi, ma...                        125
Oggi in Italia, domani nel mondo: la resistibile
ascesa del servilismo, ovvero come arrivare al
42° posto e far finta di nulla                  137
I tre poteri della sfera pubblica               157
Separarsi e dirsi addio                         167
I palliativi                                    179
Un modello per la liberalizzazione:
la pubblicizzazione delle imprese mediatiche    193
Un'utopia ben temperata                         205
Note                                            211
La libertà di informazione è garantita da Costituzioni e da Emendamenti. I media che avvolgono il globo con le loro reti si dichiarano liberi ma sono ovunque in catene. I vincoli, beninteso, sono sempre più virtuali, invisibili, legano le menti e le indirizzano. Una lunghissima lotta ha assicurato la libertà formale d'informare: oggi nei paesi industrializzati si può stampare, trasmettere, emettere segnali, suoni, messaggi. Tutto (quasi) liberamente. La libertà dell'impresa mediale è (quasi) assicurata giuridicamente, spesso foraggiata. E così il mondo simbolico s'è adagiato sul mondo reale coprendolo, rimodellandolo se non sostituendolo. La nuova èra è sotto il segno dell'informazione. Il cumulo degli strumenti informativi è impressionante. Persino eccessivo, temono alcuni. Però, se ciascuno dei segmenti di questo cumulo è inquinato perché non libero, il Tutto si tramuta in un incubo di conformismo e di illibertà. L'opinione pubblica viene blandita come dominatrice e onnipotente, ma in effetti è manipolata, eterodiretta, svigorita. Gli strumenti del comunicare sono inesorabilmente e progressivamente concentrati. Dappertutto regnano, se non il monopolio, l'oligopolio e strutture elefantiache, costosissime, irraggiungibili dalle minoranze ideologiche. Il lettore, lo spettatore e l'ascoltatore, che appaiono ovunque protagonisti, in realtà sono ridotti a oggetti inconsapevoli. Al culmine del suo sviluppo, il punto terminale della modernità, il processo d'individualizzazione si sta rovesciando nel suo contrario assoluto. I risultati della conquistata libertà d'impresa mediatica sono deprimenti. Il pubblico-lettore si difende come può e arretra: abbandona progressivamente gli strumenti più difficili e soggiace a quelli più "facili". Va sempre meno in edicola ad acquistare i quotidiani e giace di fronte alla Tv assimilando le improbabili notizie televisive che gli si accavallano nella mente in un guazzabuglio di fiction e di news.
La libertà d'informazione non è caduta dal cielo. È stata il frutto delle meditazioni di molte menti liberali e del progressivo ampliamento della percezione, da parte di individui e ceti sociali sempre più vasti, del suo valore primario e addirittura pregiudiziale a tutti gli altri. Finché non si è andata identificando con la libertà di pensiero e di coscienza. Tutti possono essere spiritualmente liberi, anche nel più buio carcere, ma la libertà è quella che può essere esercitata e prima di tutto espressa.
Col maturare della coscienza liberale, la libertà d'informazione si è sempre più estesa ed è stata sempre più riconosciuta, ma quando ha potuto raggiungere il suo livello massimo, quando ha annullato ogni limitazione formale, proprio in quel momento s'è ritrovata in cella. In una cella medievale, con regole antiquate. Il suo doppio – la sua forma – dappertutto celebra i suoi fasti, ma è solo un vuoto simulacro che inganna animi e menti. Il mondo dell'informazione risponde come una cinica marionetta ai bisogni di conoscenza critica, del semplice pane d'un pluralismo informativo di base, affogando i bisogni con abbondanti brioches, avvelenate perché tutte uguali, ripetitive, ridondanti, in mano a pochi padroni in combutta tra di loro.
Questo pamphlet nasce e vive tutto all'interno del liberalismo. Prima di tutto perché è proprio quello liberale il pensiero più attrezzato a sollecitare riflessioni e azioni sulla questione della libertà; in secondo luogo, perché è nelle formule fondamentali del liberalismo che si possono trovare strumenti concettuali, spirito utopico e ingegneristica riformatrice per riformare la realtà senza renderla contemporaneamente un incubo violento. L'obiettivo del libello è di smuovere coscienze e far loro prendere consapevolezza.
Questo è il vero fondamentale punto di partenza, perché è inutile stare qui a ragionare di limiti ed esigenze di libertà d'informazione se l'opinione pubblica, il mondo della politica e dell'economia e i medesimi singoli individui – come tali – non sentono su di sé le catene invisibili che legano le loro menti, se non aprono gli occhi di fronte alla creazione e alla gestione brutale del conformismo di massa, se non si accorgono che la piramide s'è di nuovo rovesciata e così il disegno classico d'una opinione pubblica che – informata – controlla, dibatte e indirizza le classi dirigenti s'è trasformato in una caricatura pressoché uniforme, ridotta a macchina fiancheggiatrice di gruppi dirigenti ristretti che si perpetuano cooptandosi.
Questo libello sembra anche divagare molto. La prende alla lontana, ripropone il valore della libertà, si dilunga sulla forma e sulla sostanza, cerca di costruire una cornice in cui inscrivere una libertà d'informazione effettiva. Poi offre un modello alternativo, assai difficile da realizzare, sulla soglia dell'utopia, ma forse l'unico in grado di sovvertire alla radice l'attuale condizione di servitù. Scende fino ai minimi particolari, non disdegna il riformismo più spicciolo. I vari livelli s'intrecciano e si motivano a vicenda. Dopo il prevedibile fallimento d'ogni rivoluzione, assumersi la responsabilità anche solo di dirsi riformatori è rischioso. E così sta vincendo su tutto il senso prostrante d'ineluttabilità del cedimento all'attuale stato delle cose che, in nome d'un volgare storicismo, ha valore per il solo fatto che è. Il riformismo è stato molto criticato, e non tutte sono state calunnie, perché il riformismo quasi sempre s'è ridotto a categoria vuota, disposta solo a imbellettare la realtà, non a cambiarla. Quasi una variante ipocrita del conservatorismo.
Questo libello è stato concepito prima della presa del potere da parte di Silvio Berlusconi e dei suoi accoliti. Oggi in Italia la condizione dei media televisivi ha subìto un vero tracollo: si è passati da una situazione oligopolistica a un monopolio quasi perfetto. Il controllo diretto della quasi totalità della Tv privata, quello indiretto della Tv pubblica, il dominio del mercato pubblicitario, una posizione dominante nell'editoria e tra gli istituti di sondaggio, si aggiungono al potere pubblico, lo puntellano, inquinano la formazione della volontà politica e manomettono i requisiti di base d'ogni democrazia. Al tavolo del gioco politico Berlusconi bara apertamente e, distorcendo la lotta politica in tutte le sue fasi fino al momento elettorale, riduce la democrazia a poco o nulla.
Tuttavia la necessaria lotta contro il monopolio berlusconiano non è lo scopo di queste pagine. Il cancro sopravvenuto non può farci dimenticare che ovunque l'informazione – in condizioni di cosiddetta normalità – rappresenta il primo e più grave problema delle nostre democrazie. E forse, se si fosse curato il male antico e consolidato, non avremmo avuto neppure l'attuale degenerazione cancrenosa. Certo che, però, ci si sente come chi si avvia a discutere della riforma sanitaria, quando il parente più prossimo giace accanto morto.
Questo è un libello politico. Non ha pretese scientifiche. Però è scritto dall'interno del mondo dell'informazione: le sue formulazioni, anche le più crude, non sono frutto di astratti esercizi teorici o filosofici, ma d'amara esperienza.
La Chiesa di Roma inaugura il secolo XVII bruciando vivo Giordano Bruno*, diciannove anni dopo i clericali di Tolosa non vogliono essere da meno e mandano al rogo Giulio Cesare Vanini.
* Quattro secoli dopo, ci sono ancora cattolici che sostengono: «Il Santissimo Tribunale, che non amava versare il sangue e preferiva salvare le anime, trattò con caritatevole pazienza e severa clemenza Giordano Bruno» (Rino Cammilleri, 2000). Invece nel Documento della Commissione teologica internazionale del 2000, Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato, approvato dal cardinale Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ci si ostina, di fronte ai crimini perpetrati per secoli, a distinguere tra la perenne santità della Chiesa e il «peccato dei suoi figli» (ma si evita di dare un giudizio su Bellarmino, il carnefice di Bruno, insieme santo e peccatore). Ci si appella al «contesto storico dell'epoca», alla «mentalità d'allora». Si riporta un giudizio di papa Wojtyla: «Un corretto giudizio storico non può prescindere da un'attenta considerazione dei condizionamenti culturali del momento». Il peana a favore del relativismo e della "contestualizzazione" continua: «Per comprendere veramente gli atti umani o le dinamiche ad essi connesse, perciò, dovremmo entrare nel mondo proprio di coloro che li hanno compiuti: solo così potremmo giungere a conoscere le loro motivazioni». Il che non è vero, perché le ragioni sono rimaste le stesse, sono cambiati gli strumenti e le possibilità concrete di utilizzarli. Certo, oggi la Chiesa non può innalzare roghi, ma utilizza tutti gli strumenti coercitivi che ha a disposizione contro quello che giudica l'Errore. Il Documento pateticamente riesce persino ad attribuire all'Illuminismo il merito d'aver cambiato «il paradigma», facendo compiere il passaggio tra «una società sacrale e una società pluralista»; poi – consapevole di essere andata un po' troppo avanti e d'aver utilizzato strumenti teorici non appartenenti alla sua cultura, come il relativismo – la Commissione si affretta a fare un passo indietro: «Una simile transizione ha un impatto diretto [corsivo nostro] sui giudizi morali, anche se questo influsso non giustifica in alcun modo un'idea relativistica dei princìpi morali o della natura della moralità stessa». Quindi di tutto questo pasticcio teologico-storico in cui si è affogata "la richiesta di perdono" ciò che resta è soltanto l'ovvia riconferma che «in ogni caso, la purificazione della memoria non potrà mai significare che la Chiesa rinunci a proclamare la verità rivelata che le è stata confidata, sia nel campo della fede, che in quello della morale». Una verità e una morale uniche ma adattabili, anche se con decenni o secoli di ritardo, a tutte le stagioni e a tutti i paralleli; una verità e una morale "rivelate" ma interpretabili secondo gli umori della gerarchia ecclesiastica, anche con esiti del tutto contrapposti. Ogni richiesta di perdono risulta ipocrita se contestualmente non si rimettono in discussione i presupposti teorici dei crimini di cui si chiede perdono; se invece si lasciano intatti, l'intolleranza resta dietro l'angolo e si può esprimere in mille modi.
Riportano le cronache del tempo che il libertino, quando fu portato fuori dalla prigione per l'esecuzione, gridò in italiano: «Moriamo gioiosamente da filosofi». Furono le sue ultime parole, perché prima d'accendere il fuoco «gli fu ordinato di sottopone la sua lingua sacrilega al coltello, si rifiutò e gliela dovettero estrarre con la tenaglia; quando se ne fu impadronito, il boia la tagliò. Non si udì mai un grido più orribile, si sarebbe detto il muggito d'un bue sgozzato. Il fuoco consumò i suoi resti, le ceneri furono gettate al vento». Un esempio sconvolgente, tra i molti in quell'epoca, sia di fermezza nelle proprie convinzioni sia di fanatismo religioso, che svolse alla perfezione il suo compito di sigillare chissà quante altre bocche. Vanini, continuano le cronache, «in prigione ricevette regolarmente i sacramenti dissimulando le sue vere convinzioni, ma quando vide che ogni speranza era perduta lasciò cadere la maschera e morì come era vissuto».
Trascorrono sei anni, Théophile De Viau è più fortunato: per un unico sonetto viene esiliato e bruciato soltanto in effigie assieme ai suoi libri. Ma diciotto mesi di torture, di carcere e di spaventi indicibili lo distruggono. In esilio non sopravviverà che pochi mesi. Ha trentasei anni.
In questo arco di tempo quattro uomini decidono di stringere un patto segreto. Successivamente saranno definiti, con qualche approssimazione, "libertini".
Il primo, Pierre Gassend, prete, teologo e libero pensatore, è epicureo al punto da sentirsi un tutt'uno col filosofo greco. Un potente ma ora dimenticato astronomo chiederà invano ch'egli sia avviato al rogo. Come si vorrebbe che avesse ragione Denis Diderot quando nell' Encyclopédie ce lo descrive gaudente, maestro d'ogni raffinatezza e di voluttuosità, simbolo vivente del rinato epicureismo. Ma forse il ritrattista eccede.
François La Mothe Le Vayer, il secondo, è pirroniano. Per farcelo amare bastano due soli suoi titoli, Le banquet sceptique e De la vertu des païens [Il banchetto scettico e Sulla virtù dei pagani]. La convinzione diffusa in tutte le sue pagine che la verità sia irraggiungibile ne fa un piccolo Montaigne.
Il terzo, Gabriel Naudé, copernicano ed elitario, soffre di tutte le contraddizioni e di tutte le contrapposte interpretazioni dello scetticismo.
L'ultimo, Elie Diodati, è un indifferente. Gran viaggiatore, è il meno filosofo, ma è lui il vero animatore del gruppo. Riporta notizie da tutt'Europa, fa conoscere, difende e infine consola Galilei umiliato dall'Inquisizione. Si ritrova «in tutti i crocicchi del pensiero dei suoi tempi».
I quattro formano la Tétrade. Ammirano i Philosophes della classicità, quelli ch'essi chiamano «Cosmopolites, ou citoyens du monde». Meraviglia che anche Vanini abbia pronunciato la parola "filosofi" come sua ultima? Con quasi un secolo e mezzo d'anticipo sanno che paradossalmente «non ci sono azioni più grandi e più importanti di quelle di un'anima veramente filosofica, quando questa è più avanti possibile nella contemplazione». Oltre alla parola "philosophes" i quattro della Tétrade sanno di essere condannati alla maschera che sarà abbandonata solo all'ultimo momento da Vanini. Sono costretti a un destino di «vita segreta e particolare» per non essere «desrobé à soymesme» [derubati di se stessi]. Scrivono en cachette: s'inventano bellissimi pseudonimi classici, fingono di stampare in città lontane, spesso immaginarie. René Pintard li definirà «intemperanti adoratori d'una divinità nascosta», che «non fanno moine a nessuno: il disprezzo per la massa è per loro un articolo di fede». Probabilmente, il loro giudizio sulla folla, se lo sono fatto osservando la moltitudine che riempie le piazze e se la gode per gli spettacoli atroci imbanditi dai tribunali.
Ci stiamo avvicinando al punto che più ci interessa. Le Vayer, rifuggendo «la tirannica tenacia delle opinioni comuni», scrive: «Infischiamocene del favore di una moltitudine sciocca, e col giusto disprezzo per un secolo ignorante e cattivo, gioiamo [ricordate la penultima parola di Vanini?] delle vere e solide soddisfazioni per i nostri colloqui. È a questo fine che io ho elaborato questi Dialogues scritti all'antica, più adatti a starsene nell'oscurità d'uno studio amico che a soffrire il bagliore e il pieno giorno d'una luce pubblica». Alle parole «souffrir l'éclat» chissà se il pensiero di Le Vayer non sia andato ai troppi Giordano Bruno.
Il sodalizio della Tétrade durerà a lungo. I quattro hanno tempo di sperimentare i piaceri d'un inedito individualismo. Sono assai diversi tra loro, spesso discordi, sono altresì consapevoli d'avere contro gli stessi avversari: la magia, la metafisica cristiana, la ferrea complicità tra potere assoluto e Chiesa cattolica. Reagiscono con l'amicizia, le discussioni a non finire, la caccia ai pregiudizi, il piacere del recupero della grande classicità pagana, la collera contro la ciarlataneria dei gesuiti e degli occultisti, l'abbandono alle affermazioni imprudenti, al desiderio e alle follie dell'immaginazione: si salda così una ristretta ma affiatata "secte" immersa in un mondo ostile. Gassendi, prete, ne è consapevole quando, a mo' di esergo dell'intera esperienza della Tétrade, scrive: «Soli sumus, licet nobis verum disquirere sine invidia».
Aveva ragione Abramo Lincoln. D'altronde il Presidente statunitense doveva essere segnato dalla tragica esperienza diretta: durante la Guerra di Secessione entrambe le parti si scagliarono l'una contro l'altra per trucidarsi in nome della libertà, evidentemente interpretata in modi contrapposti.
Oggi in Italia quasi tutti si dicono liberali. Per due ragioni. Primo, "libertà" è una parola che "tira", si percepisce che dopo il crollo di tante ideologie quella della libertà, proprio grazie alla sua flessibilità, è un'idea che "ha tenuto" e che "tiene"; secondo, quella stessa flessibilità permette anche un uso disinvolto del termine, nessuno ha diritto di chiedertene ragione, è un manto stinto dall'uso che può coprire (quasi) qualunque azione politica, pure la più oscenamente egoistica.
Il problema è grave, per questo è consigliabile sfuggire agli scienziati politici e rivolgersi a più consolidate autorità in materia: basta tornare agli pseudo-"libri per l'infanzia" per trovare la spiegazione più convincente e saggia. Rileggiamo il dialogo tra Alice e Bindolo Rondolo:
«"Quando io uso una parola – ribatté Bindolo Rondolo piuttosto altezzosamente – essa significa precisamente ciò che voglio che significhi... né più né meno".
"Bisognerebbe sapere – rispose Bindolo Rondolo – chi ha da essere il padrone.. ecco tutto"».
La parola, la fa e la disfa chi è il Padrone, dunque. E non c'è da scandalizzarsene. Né è un fenomeno inedito. È stato recentemente messo in luce con grande ricchezza di particolari come il principio di libertà sia stato variamente usato in quella che si proclama la "Terra della Libertà". E ci è stato ricordato che il concetto di libertà è così flessibile, diremmo indecifrabile e ambiguo nella sua essenza filosofica, che può arrivare alla sua massima semplificazione e contraddizione. Come rilevò in tempi abbastanza recenti Theodor Adorno, durante l'ultima guerra mondiale combattuta con ogni mezzo, quella "fredda" (ma forse è già diventata penultima), la gente ha tanto manipolato il concetto di libertà che alla fine esso si riduce al diritto dei più forti e dei più ricchi di togliere ai più deboli e ai più poveri quello che è rimasto. Ciò nonostante negli Stati Uniti, dove nella loro breve storia non sono mancate restrizioni anche gravi delle libertà fondamentali (basti pensare che il Sedition Act dell'Amministrazione John Adams contro la libertà di parola è stato dichiarato incostituzionale nel 1964 dalla Corte Suprema nella sentenza per il caso "New York Times" vs Sullivan, solo dopo centosessantasei anni), nessuna politica si è potuta mai esercitare se non avvolta nella bandiera della libertà, e i più mediocri politicanti sono costretti a rendere omaggio alla forza di quella parola così svuotata. Nel 1994, Richard Arney, leader repubblicano della maggioranza alla Camera, senza alcuna vergogna proclamò: «Non importa quale causa voi sosteniate, dovete venderla nel linguaggio della libertà». Come si nota, Berlusconi e Bush non sono i primi, né saranno gli ultimi. Sono solo tra i più sfacciati, e mostrano d'aver ben appreso questa lezione di cinismo, come i venditori di tappeti che conoscono bene le debolezze del loro pubblico.
Paradossalmente tutto ciò va a beneficio della libertà, perché esibisce la forte resistenza d'una parola-valore, che anche se viene prostituita e degradata sino al suo opposto riceve di fatto un continuo omaggio indiretto e "formale", il che vuol dire che nonostante tutto ha un miracoloso fascino sulle genti. Però, ugualmente, la constatazione di Adorno, rafforzata dal successivo degrado del periodo reaganiano, tatcheriano e bushiano, significa che negli ultimi decenni in certi paesi l'idea liberale s'è ridotta a nulla, a vuota retorica, perché la pura e semplice affermazione del più forte non è altro che azzeramento del diritto e d'ogni contratto sociale. Per semplificare, comunemente lo si definisce "diritto della jungla". Il solo concepirlo in un paese industrializzato, per noi illusi liberali, era una improponibile utopia negativa. Invece sta sotto ai nostri occhi.
Questa ambiguità che perseguita il termine "libertà" costringe chiunque ne faccia uso a dichiarare con onestà quale lezione adotta. Adattandosene una, nuova o antica che sia.
Il liberalismo non è un' ideologia politica: due termini, di cui il primo è troppo sistematico e chiuso, e il secondo troppo restrittivo alla cosa pubblica, alla Polis. È, invece, un' idea, un valore indimostrato e indimostrabile come tutti i valori, che non vive della pretesa d'essere superiore agli altri. È un'idea relativa, e resta tale perché non si aspetta d'essere inverata dalla storia. Nessun rapporto con lo storicismo, dunque. Per questo funziona più di altri pensieri e rispecchia di più la complessità della realtà. E la sa gestire. È, e si diffonde, se lo spirito del tempo la favorisce. È una mentalità che si nutre dell'offesa che ci arreca ogni disuguaglianza (dentro e fuori di noi), della tragicità della stessa idea di disuguaglianza. È perenne critica di queste disuguaglianze.
Il dibattito sui due concetti di libertà e di giustizia, che i più sensibili scrittori di politica si sono trascinati lungo tutto il secolo, non ha portato a nulla di conclusivo. La diatriba sulla loro compatibilità, si deve al tentativo (in positivo, ma anche in negativo) di dare una sistemazione logica all'ircocervo crociano. Anche in coloro che più stringevano nella pratica i due concetti alla fine rimase il sospetto che l'ircocervo fosse teoricamente insuperabile, ma che la situazione politica reale imponesse di negarlo e di superarlo dimostrando che quel "mostro" era in grado di vivere e operare concretamente. D'altronde, la natura dà prove che sopravvivono specie che in teoria non dovrebbero. Anche i calabroni volano. Forse inconsapevolmente fu Einaudi (non a caso una delle più forti mentalità liberali del secolo) a intuire in qualche modo la conciliazione tra i due concetti sia sottolineando con forza la disuguaglianza come fattore di illibertà (per noi è l' origine dell'illibertà) sia avendo la radicalità di farla risalire fin dai "punti di partenza". Purtroppo Einaudi sottovalutava il fatto che non solo alla partenza, ma anche durante la corsa, un corridore può essere svantaggiato o avvantaggiato da fattori esterni "ingiusti". Lo stretto legame tra libertà e giustizia fu sancito in Italia da Carlo Rosselli, il quale fu compiutamente un pensatore liberale cosciente di essere tale. E di un liberalismo senza ambiguità: «Il liberalismo, prima ancora che una filosofia e una politica, è un atteggiamento dello spirito». Egli, nella pratica politica, era socialista perché consapevole che nell'epoca in cui viveva il socialismo fosse l'unica forza concreta in grado di mettere in opera i princìpi liberali: «Liberalismo e socialismo, ben lungi dall'opporsi sono ormai legati da un rapporto teorico-pratico: il liberalismo è la forza ideale ispiratrice, il socialismo la forza pratica realizzatrice». E proprio per questi suoi pensieri i fascisti lo massacrarono fisicamente, i comunisti lo demolirono ideologicamente e i socialisti lo cancellarono occupandosi d'altro: si preoccuparono di pubblicarlo in traduzione russa, ma non in traduzione "milanese".
Oggi in Italia, domani nel mondo: la resistitile ascesa del servilismo, ovvero come arrivare al 42° posto e far finta di nulla
La stampa periodica è stata, ed è nella sua natura esserlo,
uno strumento di disordine e di sedizione.
Da un'Ordinanza del governo Polignac sotto re Carlo X del 1830
Ubbiditela anche in questo, se volete essere cattolici,
questa madre, la Chiesa; e prima di leggere un libro,
un almanacco, un giornale, uno scritto qualunque che non
conosciate, consultate il vostro pastore, un dotto e pio
sacerdote, e non vi fidate di apprestare incauti le
labbra alla tazza velenosa.
Mons. Giovanni Antonio Gianotti, vescovo di Saluzzo, 1850
Va bene, mi attirerò l'accusa di passatismo, ma se apriamo il Settecento riformatore dell'amato Franco Venturi e vediamo una stampa raffigurante la redazione settecentesca della gazzetta fiorentina "Notizie dal mondo" come si fa a non riconoscere che quel che ci dovrebbe essere di buono nei giornali lì c'è tutto? In una stessa stanza, in comunione d'intenti, alcuni scrivono dopo aver discusso tra loro, altri leggono (due attività ora sempre più alternative), due tipografi manovrano il torchio, sono a contatto di gomito e hanno l'aria di conoscere ciò che stampano, tra i piedi un cane sonnecchia, e possiamo scorgervi il segno di un tempo in cui non avevamo consumato ancora il divorzio con la natura.
Il giornale d'oggi è l'opposto. Chi scrive legge sempre meno. Chi dà l'intervista (e le interviste sono sempre più numerose e sempre più sono "riparazioni" di supposti sgarbi ricevuti) o pretende di scriversi anche le domande, come voleva sempre Spadolini, o si fa suggerire le risposte desiderate dal Direttore. I redattori sono ridotti a manovali che aggiustano le notizie provenienti da agenzie-stampa assolutamente uguali. Il linguaggio imposto al lettore, come denunciò già tanti anni fa Giorgio Manganelli, uno scrittore che i giornali li bazzicava dall'interno, è il «più misero, affranto, falso, ripetitivo, morto, neghittoso che si sia mai parlato», e questo perché si confonde il "massificato" con il "popolare", dimenticando che Shakespeare e i tragici classici sapevano imporre una lingua ricca, e quindi complessa, a un pubblico non colto ma rapito dalla bellezza di ciò che gli veniva offerto. Proprio il linguaggio massificato è il più adatto a spargere l'epidemia delle "idee comuni". Preferisco, anzi, l'espressione "idee ricevute", sia perché più autenticamente flaubertiana sia perché, pur essendo il risultato della stessa bétise, sottolinea più la causa (la ricezione passiva) che l'effetto (il dilagare del conformismo). È sempre valida la massima di Nicolas Chamfort, che duramente pagò col suicidio il fatto di avere una testa libera: «Ogni idea divenuta pubblica, ogni abitudine consacrata dall'uso è una sciocchezza, perché è riuscita utile ai più». Gli untori sono i "nuovi giornalisti".
Il risultato per gli acquirenti (relativamente sempre meno) del quotidiano è un prodotto che è estraneo alla realtà. I giornali sono quasi tutti identici: i caporedattori si scambiano notturne "soffiate" per evitare il rischio d'essere originali, ho visto Direttori col taccuino in mano appuntarsi la gerarchia delle notizie data dal Tg1 della sera per riprodurla fedelmente nella prima pagina del proprio giornale; troppi giornalisti si raggruppano in pool "trasversali" più o meno occulti per scambiarsi le informazioni. I quotidiani si limitano a trasmettere ampie cronache del Palazzo (tanto alla maggioranza, tanto all'opposizione), privilegiano i pettegolezzi sui politici alla illustrazione dei problemi, oppure inseguono effimere mode, ingigantiscono miti incerti o improbabili, rinunciano a cercare, a documentare, a investigare, a denunciare. Al massimo, si fanno "partito", mai "testimoni" della realtà. Totalmente subalterni ai Poteri, arrecano un danno anche al Potere, che senza uno specchio "vivo" e autonomo si ritrova cieco e sordo. Questo estraneamento, ovviamente, colpisce in misura differenziata, e non è solo di oggi, se già Karl Kraus notava che i giornali hanno con la vita all'incirca lo stesso rapporto che hanno le cartomanti con la metafisica.
Il fatto è che non si mette più in discussione la gerarchia delle notizie. Ogni giornalista introietta in redazione i "selettori" canonici e con quelli arriva fino al giorno della pensione. Al massimo, ogni tanto qualcuno ripete che l'unica regola davvero buona è quella dell'adagio: il padrone che morde il cane...*. E i sociologi non vanno più lontano. Luhman ha "scoperto" che il selettore più adoperato è quello della "quantità", ma in eventi «compatti nello spazio e nel tempo», altrimenti non vale più. Purtroppo anche i numeri non ce la fanno contro i valori dominanti.
* Anche di questo vecchio detto i giornalisti italiani sovente danno interpretazioni eccentriche. Per esempio, nel 2003 la stragrande maggioranza della stampa, per non parlare della televisione, ha accolto con tripudio la sentenza della Corte d'Appello di Palermo che mandava assolto l'on. Giulio Andreotti con la motivazione che dopo il 1980 non erano a sufficienza provati (comma 2 art. 530) i rapporti tra l'imputato e i capimafia corleonesi Rijna e Provenzano. Eppure la stessa sentenza aggiungeva che al contrario era provato, ma caduto in prescrizione per soli quattro mesi, il reato di «vera e propria partecipazione alla associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo», almeno fino alla primavera del 1980. L'anno dopo, la Corte di Cassazione confermava la sentenza di appello, ribadendo: «Quindi la sentenza impugnata, al di là delle sue affermazioni teoriche, ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione». Ebbene, i giornali e la televisione, sulla scia del grido di contentezza dell'avvocato difensore, hanno celebrato Andreotti come un eroe nazionale, come se fosse necessario restituirgli l'onore infangato. Per le "Voci del padrone" era del tutto normale, e quindi una non-notizia – come un cane che dà un morsetto affettuoso al suo padrone – che un politico, mentre era impegnato fino a quel momento appena per cinque volte come presidente del consiglio e sette volte come ministro, collaborasse concretamente con la mafia dei Bontade, Badalamenti, Antonino e Ignazio Salvo, nonché avesse «rapporti di scambio» con i mafiosi che ricambiavano il suo «buon apprezzamento» con «favori anche con metodi violenti». Quindi, appena qualche sussurro, presto tacitato.
Nessun Direttore, anche del giornale più sovversivo, si sognerà mai di "sparare" in prima pagina, un 31 di dicembre, un titolo a nove colonne: Tragedia, quest'anno morte 8000 persone in incidenti stradali. Eppure è una cifra da capogiro, da guerra in Iraq, che fa riferimento a casi concreti, reali, che hanno devastato in massa esistenze, progetti, famiglie italiane.
Forse si darebbe un utile contributo alla causa della libertà d'informazione se con coraggio si individuasse il potere giornalistico non nella possibilità pressoché incontrollata di distorcere la notizia quanto nello sceglierla e nel pesarla. La discussione pubblica dovrebbe liquidare il tema ricorrente della "verità", per spostarsi sulla "selettività". Tenendo presente che il giornalista non è totalmente arbitro della scelta, perché è condizionato dalla concorrenza (non può contraddire troppo la scelta degli altri giornali). Questa dipendenza è sentita sempre meno come tale, vista la progressiva omogeneità dei criteri di selezione che si è impadronita dell'intero sistema informativo. È meno rischioso copiare che essere innovativi. Anche all'interno di un singolo vettore ogni decisione è influenzata dalla previsione di come sarà accolta e metabolizzata dalla cultura e dalla sensibilità media della redazione. E questa media è assai scarsa perché i giornalisti, oltre che soggetti, sono pure utenti passivi dell'informazione.
Avesse ragione, allora, Kraus?
Sarebbe ora che un rigurgito di dignità ci facesse riaprire il dibattito sul giornalismo nel nostro paese, senza retorica, senza perderci in tante "buone intenzioni", senza grida di manzoniana memoria, bensì con un' analisi cruda della miseria quotidiana. Ci vorrebbe una presa di coscienza che ponesse al primo posto la libertà d'informare, che è garantita non dalla buona volontà dei singoli giornalisti, né dalla loro corporazione, bensì esclusivamente dalla possibilità di reale pluralismo nel mondo dell'informazione. I giornalisti italiani, soprattutto quelli della "carta stampata", ma anche gli editori, son tanti ciechi di Brueghel («Se un cieco guida un altro cieco, entrambi cadono in qualche fosso») che si tengono per mano e vanno verso il disastro. La diminuzione delle vendite, una funzione sempre più irrisoria di fronte a più moderni strumenti di comunicazione, un'organizzazione interna feudale, sono davanti agli occhi di tutti, ma nessuno sembra vedere e prenderne coscienza. Ci si accontenta di ridursi a veicolo non più di idee proprie e d'informazioni, ma di libri e cianfrusaglie varie.
Nel nostro paese domina il giornalismo servile. Le graduatorie sulla libertà italiana ci relegano in posizioni avvilenti. Certo, la responsabilità contingente è di Berlusconi e del suo potentato, ma il monopolio televisivo non basta a giustificare tanto degrado.
Giampaolo Pansa, nel 1993, addebitò ai giornalisti italiani la grande responsabilità d'aver taciuto sulle degenerazioni della Prima Repubblica: «Anziché ringhiare come cani da guardia, abbiamo fatto le fusa come micioni castrati». Ma quello era solo il penultimo gradino, l'ultimo è stato sceso in anni recenti, quando gran parte dei giornalisti, specialmente in Tv, son tornati ad essere "cani da guardia", ma non dei lettori bensì dei Poteri. Prima, il giornalista-tipo era connivente; ora, ha preso il sopravvento il modello del watchdog, che esprime il suo servilismo con aggressività e invasività. È il cane pastore che incanala dove vuole il padrone-pastore la massa di tutti gli altri giornalisti, le pecore.
Il sistema informativo italiano ormai da un paio di decenni si è andato organizzando secondo il modello realizzato in certe fasi del feudalesimo, quelle che gli specialisti chiamano bastard feudalism. Il Direttore è un imperatore che non governa, tutti i poteri che gli sono riconosciuti dal contratto di lavoro si sono svuotati: egli non è che un ircocervo tra il giornalista e il manager aziendale, è un mediatore tra la Proprietà (che prende tutte le decisioni) e la redazione sempre più burocratizzata. Nella sua consueta brutalità aveva ragione Ernesto Rossi, quando semplificò con questa formula: «Se, alla prova, il direttore non lega l'asino dove vuole il padrone, il padrone lo licenzia». Semplice.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 530
 sentenza 
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