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Timestamp: 2018-06-21 10:09:47+00:00

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Studio Avvocato Duchemino Torino | Archivi Mensili: dicembre 2017
Trasferimento in ritorsione: risponde l’avvocato del lavoro a Torino
Pubblicato su 29 Dic 2017 di Studio Duchemino
La nota vicenda, accaduta presso l’Eurospin di Susa, nel torinese, induce una riflessione. Stando alle informazioni giornalistiche, una lavoratrice rifiutava di lavorare il giorno di San Silvestro e veniva trasferita a 100 km di distanza per una settimana.
Lo Studio Duchemino affronta da anni la questione del trasferimento del lavoratore. Come avviene? Quali sono le regole che lo disciplinano?
La prassi di diritto del lavoro conosce un fenomeno abbastanza diffuso. Il trasferimento del lavoratore seguito poi dal licenziamento per giusta causa, nell’ipotesi non inverosimile che il lavoratore rifiuti di prendere servizio nella nuova sede. La legge prevede limiti al trasferimento del lavoratore e quindi all’impugnabilità; limiti confinati, ovviamente, ai casi di atto unilaterale del datore di lavoro e non quando il lavoratore fosse consenziente (Trib. Torino Sez. lavoro, 14/09/2017). Il penultimo comma dell’art. 2103 cod. civ. dispone che
Il lavoratore non può essere trasferito da un’unità produttiva ad un’altra se non per comprovateragioni tecniche, organizzative e produttive.
Il lavoratore trasferito si deve rivolgere il prima possibile all’avvocato del lavoro a Torino. L’avvocato del lavoro richiederà subito eventuali motivazioni, che devono essere messe per iscritto.
Il trasferimento ritenuto illegittimo può essere impugnato dall’avvocato del lavoro innanzi il giudice del lavoro di Torino. E’ fondamentale agire con tempestività, per evitare eventuali danni.
La mancanza parziale delle motivazioni rende illegittimo il trasferimento del lavoratore. Ricordiamo, infatti, che secondo la Corte di Cassazione (sentenza 18178/2017):
Il provvedimento del datore di lavoro avente ad oggetto il trasferimento di sede di un lavoratore, non adeguatamente giustificato ex art. 2103 c.c., è nullo ed integra un inadempimento parziale del contratto di lavoro, con la conseguenza che la mancata ottemperanza allo stesso provvedimento da parte del lavoratore trova giustificazione sia quale attuazione di un’eccezione di inadempimento (art. 1460 c.c.), sia sulla base del rilievo che gli atti nulli non producono effetti, non potendosi ritenere che sussista una presunzione di legittimità dei provvedimenti aziendali che imponga l’ottemperanza agli stessi fino ad un contrario accertamento in giudizio.
E’ evidente che il datore di lavoro convenuto in giudizio dall’avvocato del lavoratore per l’accertamento della illegittimità dell’adottato provvedimento di trasferimento del prestatore, è tenuto a provare la sussistenza della ragione tecnica organizzativa addotta a giustificazione del trasferimento. In difetto va accolto il ricorso proposto dal lavoratore.
E’ bene rivolgersi, quindi, se si è destinatari di un atto di trasferimento che si sospetta di illegittimità, ad un avvocato del lavoro a Torino, in modo da impedire abusi del datore di lavoro. Il trasferimento, infatti, anche per coloro che assistono parenti invalidi, è spesso una ritorsione verso il lavoratore e come tale va trattato. Specialmente considerando, poi, che (Cass. 2143/2017):
Il trasferimento del dipendente dovuto ad incompatibilità ambientale non ha natura disciplinare, trovando la sua ragione nelle esigenze tecniche, organizzative e produttive di cui all’art. 2103 c.c., ed è subordinato ad una valutazione discrezionale dei fatti che fanno ritenere nociva, per il prestigio ed il buon andamento dell’ufficio, l’ulteriore permanenza dell’impiegato in una determinata sede.
Lo Studio Duchemino è attivo da anni come avvocato del lavoro a Torino, prestando sia consulenza stragiudiziale in materia di trasferimento, licenziamento, sanzioni disciplinari, differenze retributive, demansionamento, mobbing e ogni altra vicenda che possa colpire l’azienda o il lavoratore.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 29 dicembre 2017
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Abitabilità degli immobili: il Notaio è responsabile?
Pubblicato su 15 Dic 2017 di Studio Duchemino
Molte sono le questioni che si presentano all’avvocato immobiliarista: una di queste è la questione dell’abitabilità. Il certificato di abitabilità ha una lunga storia. L’immobile destinato ad abitazione dovrebbe, secondo logica, essere anche abitabile. Ma quando il Notaio è responsabile se roga un atto di compravendita avente ad oggetto un immobile privo dell’abitabilità?
La risposta che l’avvocato immobiliarista a Torino fornisce al cliente prende le mosse dalla sentenza Cass. civ. Sez. III, 13/06/2017, n. 14618, secondo cui
Deve essere esclusa la responsabilità del notaio per non aver verificato la veridicità della dichiarazione di abitabilitàdell’immobile compravenduto nel caso in cui l’acquirente, successivamente al perfezionamento del negozio di compravendita, si avveda della parziale non abitabilità dello stesso. Il dovere di consiglio che incombe sul professionista non si estende sino all’esame di questioni tecniche, differenti dalle questioni di natura giuridica, che richiederebbero delle competenze ingegneristiche in capo al notaio stipulante tali da consentirgli di valutare autonomamente se l’immobile compravenduto sia o meno effettivamente abitabile.
Ma che significa tutto ciò? Il Notaio non dovrebbe essere anche un consulente di cui ci si fida. Le direttive del Consiglio Nazionale del Notariato, nei casi in cui la volontà delle parti circa l’abitabilità dell’immobile venduto e acquistato sia dubbia, suggeriscono prudenza. Il Notaio dovrebbe tutelare anzitutto l’acquirente.
Nel dettaglio, la responsabilità del Notaio deve essere esclusa nel senso che non è richiesto al Notaio di verificare, sotto un profilo architettonico se l’immobile è realmente abitabile. Per gli immobili la cui costruzione è iniziata prima del 1967 il Notaio riporta la dichiarazione sostitutiva di atto notorio secondo cui il venditore afferma l’origine ante 1967 dell’immobile.
La vicenda analizzata, sottoposta all’avvocato immobiliarista, riguardava un acquirente che aveva acquistato un immobile descritto come abitabile, per poi scoprire che non lo era. Il Tribunale aveva accolto la domanda contro il venditore, ma non contro il Notaio.
La Corte d’Appello confermava, in merito al Notaio, che:
l’obbligazione professionale del notaio non poteva estendersi alla verifica della abitabilità dell’immobile essendosi il professionista limitato a ricevere la dichiarazione del venditore ed ha precisato che il dovere di consiglio del notaio non possa essere dilatato fino al controllo di circostanze di fatto, il cui accertamento rientra nella normale prudenza e diligenza delle parti.
La Corte di Cassazione, dopo aver accennato alla storia della responsabilità notarile, precisa:
Con riferimento, invece, alle condizioni di abitabilità, va sottolineato che si tratta di un requisito che non incide sulla commerciabilità del bene; e ciò perché, pur in assenza di tale presupposto, le parti (e in particolare il compratore), possono trovare conveniente l’acquisto di un bene non avente caratteristica di piena abitabilità.
Se l’abitabilità non incide sulla commerciabilità del bene, allora il Notaio non può essere chiamato a fare gli stessi controlli che farebbe nell’ipotesi di vincoli quali l’ipoteca, che incidono pesantamente sulla possibilità di alienare l’immobile.
L’avvocato immobiliarista suggerirà, quindi, al Cliente di individuare una responsabilità più concreta del Notaio, anche in relazione al fatto che la stessa Corte di Cassazione, nella citata sentenza, richiama un suo precedente invocato dalla parte dell’epoca (21/6/2012 n. 10296), di segno opposto, spiegandone le ragioni in relazione al caso concreto, appunto.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 15 dicembre 2017
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Contestazione disciplinare: entro quanto tempo? Risponde l’avvocato del lavoro a Torino
Pubblicato su 10 Dic 2017 di Studio Duchemino
Il quesito che molti si pongono, quando ricevono una contestazione disciplinare sul posto di lavoro è se sia o meno tempestiva. Vige, infatti, il noto principio secondo cui la contestazione disciplinare del datore di lavoro deve essere irrogata nell’immediatezza dei fatti, dando così la possibilità al lavoratore di difendersi.
Sappiamo che il II comma dell’art. 7 dello Statuto dei Lavoratori dispone:
Il datore di lavoro non può adottare alcun provvedimento disciplinare nei confronti del lavoratore senza avergli preventivamente contestato l’addebito e senza averlo sentito a sua difesa
Che il datore di lavoro debba contestare immediatamente il comportamento censurato del lavoratore è un principio noto. Tuttavia, è bene ricordare che la Corte di Cassazione più volte si è trovata a dover decidere che cosa si debba intendere per immediatezza. La contestazione deve avvenire entro 48 ore? Oppure entro qualche giorno? E se perviene dopo un mese dai fatti?
Ora, ultimamente, il 4 dicembre 2017, è stata depositata in cancelleria a Roma la sentenza Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., (ud. 11-07-2017) 04-12-2017, n. 28974, la quale fornisce ulteriori indicazioni sull’argomento. E’ massimata così, dando intendere qualcosa sulla natura dell’atto di recesso del datore di lavoro (il licenziamento del dipendente), il quale sarebbe caratterizzato dalla contestazione come da un elemento-chiave nella formazione dell’atto:
Il principio dell’immediatezza della contestazione disciplinare, la cui ratio riflette l’esigenza dell’osservanza della regola della buona fede e della correttezza nell’attuazione del rapporto di lavoro, non consente all’imprenditore-datore di lavoro di procrastinare la contestazione medesima in modo da rendere difficile la difesa del dipendente o perpetuare l’incertezza sulla sorte del rapporto, in quanto nel licenziamento per giusta causa l’immediatezza della contestazione si configura quale elemento costitutivo del diritto di recesso del datore di lavoro.
L’avvocato del lavoro a Torino risponde sul tema. E’ fondamentale considerare tutti gli elementi che possono indurre ad una risposta “lenta” del datore di lavoro, ad esempio le dimensioni eccezionalmente ampie dell’impresa, il numero dei lavoratori, la mancanza di controlli. Bisogna considerare, infatti, cosa era accaduto nella vicenda analizzata, che ha fornito al Supremo Collegio l’occasione per ribadire il principio: la dipendente, adibita ai call center di una grossa azienda telefonica per il recupero crediti, concedeva ampie liberatorie ai debitori, ivi compresa se stessa. Ora, il punto è che il fatto in sè è sufficientemente grave da giustificare il licenziamento per giusta causa, essendo venuta meno la fiducia riposta dall’azienda nella lavoratrice. La contestazione, però, era pervenuta un mese dopo i fatti, essendo complicato accertarli e ricostruirli.
Il cittadino lavoratore che riceve una contestazione disciplinare deve rivolgersi immediatamente all’avvocato del lavoro, il quale valuterà ovviamente la tempestività della contestazione rispetto ai fatti, nonché le forme con cui è stata effettuata. Lo Studio Duchemino opera da anni a Torino come avvocato del lavoro, fornendo proprio questi servizi di consulenza, in quanto è necessario che il lavoratore che riceve una sanzione disciplinare sia in grado di ricostruire l’intero iter con cui si è pervenuti all’irrogazione.
Ora, sempre il caso analizzato dalla Corte sottende una vicenda nella quale tribunale e corte d’appello avevano avallato il licenziamento, seppure appunto la contestazione disciplinare fosse stata formulata con una lettera anonima e comunque dopo un mese dai fatti. Il Collegio ricorda il punto di vista del giudice d’appello:
il giudice del gravame rimarcava che la lettera di contestazione era da ritenersi tempestiva, in quanto formulata entro un mese dalla denuncia dei comportamenti illeciti ascritti alla dipendente – consistiti nella indebita concessione di numerosi esoneri dall’obbligo di pagamento fatture, anche in favore di se stessa – la cui specifica descrizione era contenuta in una lettera anonima pervenuta alla azienda; ciò in considerazione della assenza di alcun obbligo a carico di quest’ultima, di mantenere sotto controllo l’operato dei propri dipendenti in ragione delle ampie dimensioni della propria struttura organizzativa. All’esito dello scrutinio del quadro probatorio delineato in prime cure, rilevava che l’atto di incolpazione aveva rinvenuto positivo riscontro e, considerata la entità e gravità degli illeciti commessi, proporzionata era da ritenersi la sanzione espulsiva irrogata.
In prima battuta è fondamentale che il datore di lavoro abbia contezza dei fatti, anche perchè prima che ne prenda consapevolezza non è assolutamente in grado di contestare alcunché. D’altronde, questo è un principio fermo, come ricorda la sentenza:
La definizione del concetto di immediatezza non può prescindere, poi, dal rilievo che il giudizio su di essa postula l’accertamento del tempo in cui il datore di lavoro sia venuto a conoscenza della riprovevole condotta del dipendente, di guisa che, come affermato da questa Corte in numerosi approdi (cfr. Cass. 26/11/2007 n.24584, Cass. 15/10/2007 n. 21546, Cass. 10/1/2008 n.282), il lasso temporale tra i fatti e la loro contestazione deve decorrere dall’avvenuta conoscenza da parte del datore di lavoro della situazione contestata e non dall’astratta percettibilità o conoscibilità dei fatti stessi, non potendosi ragionevolmente imputare al datore medesimo, legittimato all’esercizio del potere disciplinare a seguito dell’accertamento dei fatti addebitati al dipendente, la possibilità di conoscere questi fatti in precedenza e di contestarli immediatamente al lavoratore.
Ma poi, ovviamente, una volta resosi conto dei fatti, il datore deve procedere alla contestazione. La domanda è: entro quanto tempo? Risponde l’avvocato del lavoro a Torino, specializzato in diritto del lavoro, cioè l’avvocato esperto nelle controversie di lavoro, il quale unico è in grado di valutare in concreto la situazione e decidere se intraprendere o meno un ricorso di lavoro: l’avvocato ricorderà al cliente il punto centrale della questione:
il criterio di immediatezza vada inteso in senso relativo, dovendosi tener conto della specifica natura dell’illecito disciplinare, nonchè del tempo occorrente per l’espletamento delle indagini, tanto maggiore quanto più è complessa l’organizzazione aziendale, con l’ulteriore specificazione che la relativa valutazione del giudice di merito è insindacabile in sede di legittimità se sorretta da motivazione adeguata e priva di vizi logici” (ex aliis, vedi, di recente, Cass. 25/1/2016 n.1248, Cass. 12/1/2016 n. 281).
E’ assolutamente evidente, quindi, che le dimensioni dell’azienda, e la situazione concreta potranno influenzare questa tempistica. In questi casi i lavoratori a Torino si rivolgeranno all’avvocato del lavoro, o ad uno studio legale del lavoro, esperto nel diritto del lavoro, in modo da avere ben chiari i propri diritti e verificare la fattibilità di un ricorso per impugnare la sanzione, ovvero di un atto per rispondere debitamente alle contestazioni.
Il lavoratore ha l’onere di presentare sempre le proprie difese, specialmente quando la contestazione è così tardiva nel tempo.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 10 dicembre 2017
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References: art. 2103
 art. 67
 sentenza 
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 Cass. 
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