Source: http://www.ilcommercialistainrete.com/2012/07/
Timestamp: 2017-06-23 18:46:44+00:00

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Il Commercialista in Rete: 07/2012
Se l’unità immobiliare all’estero è utilizzata per motivi di lavoro come abitazione principale da più soggetti passivi, la detrazione spetta a ciascuno di essi proporzionalmente alla quota per la quale la stessa destinazione si verifica. Per l’abitazione principale e per le relative pertinenze, si applica l’aliquota ridotta dello 0,4%. L’aliquota ridotta si applica solo per il periodo di tempo in cui l’attività lavorativa è svolta all’estero. Inoltre, dall’imposta dovuta per l’abitazione principale e per le relative pertinenze si detrae, fino a concorrenza del suo ammontare, l’importo di 200 euro, rapportato al periodo dell’anno durante il quale l’immobile è destinato a tale uso.
Ok all’accertamento induttivo basato sui controlli dell’Inps.
È legittimo l'accertamento induttivo compiuto dall'Agenzia delle Entrate sulla base di un verbale emesso dall'Inps, a seguito di ispezione in azienda, senza la necessità che l'Amministrazione finanziaria effettui un'ulteriore ispezione o che rediga un altro verbale, quando, ad esempio, dal verbale dell'Ente previdenziale emerga la presenza di lavoratori in nero, indice evidente di un maggior volume di affari per il contribuente/datore di lavoro.
La portata dell'accertamento induttivo viene in tal modo ampliata. Non occorre, infatti, che i dati finalizzati alla ricostruzione del reddito siano direttamente raccolti dalla Guardia di finanza, ma è sufficiente che gli stessi vengano estratti da un verbale d'ispezione dell'Inps, a condizione che il contribuente sia a conoscenza dell'atto.
Sono questi i chiarimenti forniti dalla Corte di cassazione con ordinanza del 24 luglio, n. 13027.
L'Agenzia delle Entrate emetteva due avvisi di accertamento relativi a Irpeg, Irap e Iva, per gli anni 1997-1998, e uno di contestazione delle sanzioni, sulla base di dati rinvenuti in un verbale di ispezione dell'Inps, trasmessi dalla Guardia di finanza.
Nel giudizio di merito instaurato a seguito dell'impugnazione di tali atti, la Commissione tributaria regionale si pronunciava in senso favorevole al contribuente, confermando la sentenza della Commissione tributaria provinciale.
In particolare, i giudici d'appello motivavano la propria decisione sul rilievo che il metodo analitico-induttivo non fosse stato eseguito dall'ufficio in modo regolare, in quanto gli atti impositivi erano fondati su presunzioni costituite dalle rilevazioni della Gdf, la quale a sua volta aveva posto a fondamento del proprio operato un verbale d'ispezione dei funzionari dell'Istituto di previdenza.
Avverso la sentenza di secondo grado, l'Agenzia ha proposto ricorso per cassazione rilevando, in particolare, che la Ctr non aveva tenuto in considerazione i seguenti rilievi:
gli atti impositivi si fondavano sulla verifica svolta dalla Guardia di finanza, la quale aveva riscontrato, anche sulla base dei rilievi sollevati dagli ispettori Inps, che il contribuente non teneva una contabilità regolare
il contribuente non aveva annotato i proventi costituiti dai compensi corrisposti in nero a due lavoratori dipendenti
il contribuente era a conoscenza del verbale d'ispezione dell'Istituto.
Con ordinanza 13027/2012, la Corte suprema, nel cassare con rinvio la sentenza impugnata, ha fornito chiarimenti in tema di accertamento induttivo-analitico dei redditi d'impresa disciplinato dall'articolo 39, comma primo, lettera d), del Dpr 600/73.
In particolare, i giudici di legittimità hanno precisato che l'avviso di rettifica emesso sulla base del controllo delle scritture e delle registrazioni contabili è "assistito da presunzione di legittimità circa l'operato degli accertatori" ogniqualvolta "l'ufficio abbia sufficientemente motivato, sia specificando gli indici di inattendibilità dei dati relativi ad alcune poste di bilancio, sia dimostrando la loro astratta idoneità a rappresentare una capacità contributiva non dichiarata".
Ciò significa che "null'altro l'ufficio è tenuto a provare, se non quanto emerge dal procedimento deduttivo fondato sulle risultanze esposte, mentre grava sul contribuente l'onere di dimostrare la regolarità delle operazioni effettuate, anche in relazione alla eventuale antieconomicità delle stesse".
A tal fine non risulta sufficiente il rilievo sollevato da parte del contribuente circa l'apparente regolarità delle annotazioni contabili, in quanto "proprio una tale condotta è di regola alla base di documenti emessi per operazioni inesistenti o di valore di gran lunga eccedente quello effettivo" (Cassazione, sentenze 951/2009 e 11599/2007).
È con specifico riferimento a quest'ultimo aspetto che la Cassazione ha ulteriormente chiarito che la presenza di scritture contabili formalmente corrette non esclude di per sé la legittimità dell'accertamento analitico-induttivo del reddito, ogniqualvolta la contabilità possa considerarsi complessivamente inattendibile.
In tali casi, diventa legittimo per l'Agenzia dubitare della veridicità delle operazioni dichiarate e desumere, sulla base di presunzioni semplici, gravi, precise e concordanti (articolo 2729 cc) maggiori ricavi o minori costi; ricade invece sul contribuente l'onere della prova contraria (Cassazione, sentenze 6337/2002, 11645/2001, 15266/2000, 1022/1989).
Non da ultimo, come peraltro evidenziato dai giudici, va considerato che "anche le vicende relative alla situazione patrimoniale del contribuente accadute in anni diversi da quello in contestazione possono costituire legittimi indici di capacità contributiva in tale materia, allorché si riflettano sul periodo fiscale interessato, traducendosi in ulteriori ed autonomi indici contributivi".
Marittimi. Le somme per malattia non sfuggono al prelievo Irpef.
In tali termini si esprime la Cassazione nelle sentenze 23 maggio 2012, n. 8121, n. 8122, n. 8123, n. 8124, n. 8125, n. 8126, n. 8127 e n. 8128, avendo rilevato che sussiste un evidente e univoco nesso, fattuale e giuridico, e quindi un vero e proprio vincolo sinallagmatico, tra l’“indennità” di malattia delle “persone componenti l'equipaggio di navi mercantili nazionali ... e di rimorchiatori” e il rapporto di lavoro delle stesse. Da ciò l’effetto che la suddetta indennità, rientrando tra le fattispecie disciplinate dall'articolo 6 del Tuir per il quale “i proventi conseguiti in sostituzione di redditi ... e le indennità conseguite, anche in forma assicurativa, a titolo di risarcimento di danni consistenti nella perdita di redditi, esclusi quelli dipendenti da invalidità permanente o da morte, costituiscono redditi della stessa categoria di quelli sostituiti o perduti”, risulta imponibile perché univocamente risarcitoria della “perdita” di quei “redditi” che la malattia ha temporaneamente impedito, in modo assoluto, all'assicurato di percepire perché incapace, a causa della stessa, di “attendere al lavoro” per la cui esecuzione era stato ovvero (ex lege n. 1486 del 1962) potrebbe essere ingaggiato, in quest'ultima ipotesi “fino al massimo di un anno dalla dichiarazione” di temporanea inidoneità (“temporaneamente inidonei”).
La sentenza della Suprema corte in rassegna analizza il regime fiscale applicabile all’indennità di malattia riconosciuta al personale marittimo. In particolare, la questione posta all’attenzione del Collegio verte sul trattamento fiscale dell’indennità riconosciuta ai lavoratori del settore marittimo per inabilità temporanea e assoluta al lavoro.
L’Agenzia delle Entrate aveva proposto ricorso nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale della Campania che, confermando il pronunciamento del giudice di prima istanza, aveva disposto la legittimità dell’istanza di rimborso Irpef sulle ritenute operate dall'ente previdenziale del personale marittimo sulle indennità per inabilità assoluta al lavoro dallo stesso corrisposte. Le conclusioni dettate dal giudice di seconda istanza riposavano sostanzialmente sul fatto che “l'indennità in questione non ha natura di corrispettivo di un rapporto di lavoro in atto, né è rapportata ad esso, ma è unicamente legata alla impossibilità temporanea di prestarlo” e che “l'indennità, in quanto riferita ad inabilità temporanea assoluta, ha finalità indennitario-risarcitorie, essendo corrisposta per il solo fatto della malattia, a nulla rilevando che nel periodo di malattia, il lavoratore non abbia contratto di imbarco, mentre la mancata prestazione di lavoro costituisce un evento posto come condizione per l'applicazione della normativa indennitaria-assicurativa da parte dell'I.P.SE.MA." ("nel periodo di impossibilità di prestare lavoro, il marittimo percepiva l'indennità di che trattasi, anche se in quel periodo non figurava ingaggiato, sicché l'indennità veniva erogata in ragione della malattia")”.
Prescindendo dalla questione sollevata dal resistente in merito all’attuale vigenza nell’attuale sistema impositivo della norma che aveva disposto l’esenzione dall’imposta di ricchezza mobile delle indennità e degli assegni a favore degli assicurati o dei loro aventi diritto per le prestazioni previste dal regio decreto legge n.1918 del 23 settembre 1937, infatti, la tematica si incentrava sulla natura risarcitoria o reddituale delle suddette somme. Al riguardo, la Suprema corte osserva che “dalla… lettura nelle norme … - tenuto conto del costante riferimento al "lavoro" dell'assicurato in esse contenuto, sia come fatto generatore dell'obbligo assicurativo ("l'assicurazione ha inizio dal giorno in cui l'assicurato è imbarcato") sia come fatto impeditivo ("la malattia impedisca") della prestazione lavorativa ("attendere al lavoro") - discende evidente ed univoco lo stretto ed indissolubile nesso, fattuale e giuridico, quindi vero e proprio vincolo sinallagmatico, esistente tra “l'indennità" di malattia delle "persone componenti l'equipaggio di navi mercantili nazionali ... e di rimorchiatori" e il rapporto di lavoro delle stesse …. e, di conseguenza, la obbligata sussunzione della fattispecie (anche quanto alla "indennità giornaliera" di cui alla L. n. 1486 del 1962, art. unico essendo anche questa legata sempre alla "inabilità all'esercizio della navigazione", quindi ad una prestazione lavorativa, come agevolmente evincibile dall'inciso normativo "retribuzione goduta alla data dell'annotazione di sbarco sul ruolo") in quella specificamente prevista dall'art. 6, comma 2 ("classificazione dei redditi") D.P.R. n. 917 del 1986”.
Il fatto che le suddette indennità siano riconducibili all’articolo 6 del Tuir, poi, determina, sempre ad avviso della Corte, l’“imponibilità fiscale dei "proventi" e/o delle "indennità" detti perché univocamente risarcitori della "perdita" di quei "redditi" che la malattia ha temporaneamente impedito, in modo assoluto, all'assicurato di percepire perché incapace, a causa della stessa, di "attendere al lavoro" per la cui esecuzione era stato ovvero (ex lege n. 1486 del 1962) potrebbe essere ingaggiato, in quest'ultima ipotesi "fino al massimo di un anno dalla dichiarazione" di temporanea inidoneità ("temporaneamente inidonei")”.
L’oggetto dell’assicurazione (“inabilità al lavoro”), la modalità di determinazione dell’ammontare riconosciuto (“indennità giornaliera nella misura del 75 per cento del salario”) e il presupposto applicativo (“malattia [che] impedisca totalmente e di fatto all’assicurato di attendere al lavoro”), come rilevato anche nella sentenza in esame, costituiscono elementi decisivi per il riconoscimento della natura sostitutiva di reddito riguardo all’indennità in esame e del conseguentemente regime di imponibilità fiscale ai sensi dell’articolo 6, comma 2, del Tuir.
Questa ricostruzione, poi, oltre a essere in linea con il dettato letterale della disciplina regolativa e con un precedente pronunciamento del Collegio (Cassazione civile, sezione lavoro, 4 febbraio 1993, n. 1368) in cui era stato riconosciuto che l’“oggetto dell’assicurazione obbligatoria non è …la malattia in sé, ma l’inabilità temporanea al lavoro, che ne derivi – sia pure in via mediata – in dipendenza della conseguente necessità di sottoporsi a cure mediche o…ad interventi chirurgici”, risulta anche conforme alle indicazioni fornite al riguardo dall’Amministrazione finanziaria in un risalente pronunciamento di prassi.
Nella risoluzione n. 8/625 del 19 marzo 1993, infatti, il ministero delle Finanze aveva rilevato che “nella indennità per inabilità temporanea assoluta risulta affievolito, se non addirittura mancante, il carattere risarcitorio e di mera reintegrazione patrimoniale, e deve ravvisarsi in essa, invece, una funzione sostitutiva o integrativa della retribuzione per il periodo di durata dell' inabilità. Tale funzione è ricavabile anche dalle stesse norme che disciplinano le modalità e la misura delle erogazioni economiche in esame, che sono riferite al periodo di temporanea inabilità al lavoro e consistono in una indennità giornaliera pari al 75 per cento della retribuzione degli ultimi trenta giorni precedenti lo sbarco”.
Anche per l’Amministrazione finanziaria, dunque, la natura e le modalità applicative dell’indennità costituiscono un solido indice della natura “sostitutiva” e non risarcitoria dell’indennità per inabilità temporanea assoluta al lavoro corrisposta dalla Cassa marittima ai lavoratori del settore. Fonte: Agenzia Entrate
Termini processuali di piena estate. Cominciano le ferie regolamentate.
Chiarita la connessione con l’ambiente giudiziario, si può desumere che vanno in vacanza i termini per la notifica del reclamo e quelli per l’eventuale costituzione in giudizio, mentre “restano al lavoro” i 90 giorni entro cui la mediazione deve concludersi.
La clausola di acquisizione in un contratto di fornitura.
In un contratto di fornitura esclusiva della durata di cinque anni tra un'azienda italiana e un'azienda tedesca l'azienda cliente ha inserito una clausola con cui la società fornitrice, una società di capitali, al termine del contratto si impegna a offrirle in opzione l'acquisto dell'azienda stessa. Tale clausola non era stata compresa chiaramente da chi ha sottoscritto il contratto e attualmente ci si chiede se una pattuizione di questo genere in un contratto di fornitura possa essere ritenuta valida. Non vi sono particolari ulteriori regolamentazioni della previsione in oggetto.
Il fatto che una clausola di questo tipo si trovi all'interno di un contratto di fornitura o di distribuzione non è di per sè un motivo per eccepirne l'invalidità.
Tuttavia la materia retaiva al trasferimento e alla cessione di una società di capitali comporta una serie di considerazioni che sono indipendenti dalla volontà del firmatario.
Immaginando che il soggetto firmatario possa essere un socio unico, si suppone che ai fini della validità della pattuizione abbia sottoscritto personalmente il documento.
Nel caso invece si tratti di una società con più soci, appare chiaro che la sottoscrizione di un solo socio o del legale rappresentante non può da sola obbligare gli altri soci a cui appartengono quote di capitale che essi non hanno mai pattuito di cedere.
Ne consegue che la mancata sottoscrizione del contratto da parte di tutti i soci non dovrebbe quindi comportare alcun obbligo di cessione dell'impresa per i soci non firmatari.
Venendo invece alla mancanza di modalità per il trasferimento, appare chiaro che qualora non vi sia alcun riferimento a valori e modalità di calcolo degli stessi la clausola in questione appare mancante di uno dei requisiti fondamentali per la sua validità, essendo il prezzo, determinato o determinabile, uno degli elementi costitutivi del contratto.
Iva, se manca la prova d’inerenza sfugge il diritto alla detrazione.
Secondo un orientamento consolidato in materia di esercizio del diritto alla detrazione dell’IVA, in base alla disciplina dettata dagli artt. 4, comma 2, n. 1, e 19 dal DPR n. 633 del 1972 in ordine agli acquisti di beni e servizi e, in generale, alle operazioni passive - conformemente alla sesta direttiva CE del 17 maggio 1977, n. 77/388/CEE – occorre accertare che ricorra il requisito dell’inerenza, vale a dire che il loro compimento sia in stretta connessione con l’attività esercitata (Cass. n. 7344 del 2011; n. 11765 del 2008). In particolare, l’art. 17, n. 7, della direttiva n. 388 del 1977 va interpretato nel senso che lo Stato membro non è autorizzato ad escludere le cessioni di alcuni beni dal regime delle detrazioni dell’IVA senza previa consultazione del comitato consultivo dell’IVA istituito dall’art. 29 della predetta direttiva.
Sentenza n. 11943 del 13 luglio 2012 (udienza 9 febbraio 2012)
Cassazione Civile, Sez. V – Pres. Pivetti Marco - Est. Iacobellis Marcello
Iva – Detrazione dell’imposta assolta – Inerenza dell’operazione rispetto all’attività esercitata – Disciplina comunitaria
C'è tempo fino al 20 settembre per la presentazione del modello 770/2012, la dichiarazione dei sostituti in scadenza il 31 luglio. La notizia arriva con il comunicato n. 106 del Mef che annuncia il Dpcm firmato dal presidente del Consiglio dei ministri, Mario Monti, su proposta del ministro dell'Economia e delle Finanze, Vittorio Grilli.
Il differimento del termine, ricorda il comunicato, tiene conto delle esigenze manifestate dalle categorie professionali, che in questo periodo fanno fronte a numerosi impegni per adempimenti fiscali, per conto dei contribuenti e dei sostituti d'imposta.
Le dichiarazioni da inviare telematicamente, direttamente o per mezzo di intermediario, entro il 20 settembre sono, a seconda della tipologia di ritenute operate, sia il modello 770 semplificato sia quello ordinario.
La Cassazione ha attribuito alla Guardia di finanza, con la sentenza n. 27736 del 12 luglio 2012, più ampi poteri, consentendo di utilizzare, nell’ambito delle indagini per frode fiscale, gli atti e i documenti esteri senza che sia necessario il rispetto della procedura di rogatoria internazionale.
Il Tribunale della libertà rigettava la richiesta di riesame proposta da un imprenditore avverso l’ordinanza con cui il giudice per le indagini preliminari aveva disposto il sequestro di beni mobili e immobili, denaro, quote e partecipazioni societarie riconducibili allo stesso per un ammontare superiore a 150mila euro, ravvisando la sussistenza del fumus delicti quanto al reato di cui all’articolo 5 del Dlgs 74/2000 (omessa dichiarazione).
La misura era stata emanata sulla base di un’indagine della Guardia di finanza sia su conti correnti bancari sia su atti esteri acquisiti, però, senza rogatoria internazionale.
Avverso tale ordinanza, l’imprenditore ha proposto ricorso per cassazione, chiedendone l’annullamento.
In particolare, il contribuente ha lamentato:
la violazione di legge in relazione al capo II del titolo II del libro undicesimo del cpp (rogatorie all’estero, articoli 727 e seguenti) e mancanza di motivazione in quanto il Collegio del riesame ha ritenuto utilizzabili atti esteri in assenza di rogatoria internazionale
violazione di legge in relazione all’articolo 5 del Dlgs 74/2000, in quanto non sussisterebbe alcun elemento idoneo a supportare il fumus boni iuris
erronea applicazione dell’articolo 322-ter cp (confisca) in quanto il Tribunale del riesame ha considerato profitto di reato beni non confiscabili, senza tenere conto della differenza tra il sequestro ex articolo 1, comma 143, legge 244/2007, e quello ex articolo 11, legge 146/2006; tutti i beni oggetto del sequestro, acquisiti prima della condotta criminosa, non avrebbero potuto essere destinatari del sequestro a fini di confisca.
Valutate le obiezioni di cui sopra, i giudici della Suprema corte hanno ritenuto il ricorso infondato. Le acquisizioni documentali estere acquisite dalla Guardia di finanza (nel caso de quo, conti correnti bancari e altri atti esteri) attengono al procedimento di accertamento fiscale e, avendo natura di atti amministrativi, esulano dalla disciplina relativa alle rogatorie internazionali.
Già nel 2009 la stessa Cassazione (sentenza n. 24653 del 15 giugno) aveva dettato un principio più generale, ora applicabile anche alle maxi-inchieste fiscali, per cui “la sanzione d’inutilizzabilità degli atti assunti per rogatoria non si applica ai documenti autonomamente acquisiti dalla parte all’estero direttamente dalle amministrazioni competenti” e la successiva possibilità di utilizzo andava stabilita avendo riguardo alla disciplina dettata per i documenti dagli articoli 234 e seguenti del cpp, articoli relativi ai criteri di ammissibilità della prova documentale nel processo penale.
La Corte conferma, quindi, in particolare per quanto riguarda l’inapplicabilità della sanzione (inutilizzabilità degli atti assunti per rogatoria) prevista dall’articolo 729 del codice di procedura penale, quanto già sostenuto nella sentenza 24653/2009. L’utilizzabilità processuale della documentazione acquisita all’estero direttamente e autonomamente dall’Amministrazione fiscale italiana sarebbe dunque viceversa da valutarsi esclusivamente alla stregua dei criteri stabiliti dagli articoli 234 e seguenti del codice di procedura penale.
La sentenza, inoltre, ravvisando la sussistenza del fumus delicti (probabilità di effettiva consumazione) relativamente alla configurabilità del reato di cui all’articolo 5 del Dlgs 74/2000, ha confermato la legittimità del sequestro preventivo sui beni riconducibili all’imprenditore, anche alla luce del fatto che l’articolo 1, comma 143, della legge 244/2007 ha esteso la confisca per equivalente, alla quale il sequestro è funzionale alle condotte successive, poiché l’omessa dichiarazione dei redditi deve considerarsi commessa in riferimento a scadenze comunque collocabili nell’anno successivo.
Ai fini del sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente, non è poi necessaria la prova del nesso di pertinenzialità della res rispetto al reato, essendo assoggettabili a confisca, per un valore corrispondente a quello relativo al profitto del reato, i beni nella disponibilità dell’indagato, che possono anche non avere alcun collegamento diretto con il reato, essendo il sequestro preventivo preordinato a evitare che, nelle more dell’adozione della confisca, i beni che si trovino a qualunque titolo nella disponibilità dell’indagato possano essere definitivamente dispersi (Cassazione, sentenza 24633/2006).
E’ possibile chiedere il rimborso delle imposte versate in eccedenza presentando istanza all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate territorialmente competente (ad esempio, in base al domicilio fiscale del contribuente al momento della presentazione della dichiarazione dei redditi oppure quello dove è stato registrato l’atto o la successione). Nell’istanza, redatta in carta semplice, devono essere indicati i motivi in base ai quali si ritiene di aver diritto al rimborso. All’istanza devono essere allegate le distinte dei versamenti eseguiti e le certificazioni delle ritenute subite.
Se la domanda di rimborso viene respinta, il contribuente può presentare ricorso alla competente Commissione tributaria provinciale entro sessanta giorni dalla notifica del provvedimento di rigetto.
Se invece l’ufficio non risponde, la domanda di rimborso deve ritenersi respinta: il silenzio equivale a silenzio-rifiuto. In questo caso, trascorsi almeno novanta giorni dalla presentazione della domanda, l’interessato può ricorrere alla Commissione tributaria entro il termine di prescrizione (ordinariamente decennale).
Possibile “passaggio” in Agenzia per i “novelli” nuovi minimi.
Nuovo minimo, “classe” 2012? Occhio, perché prima delle vacanze d’agosto potrebbe esser necessario un “passaggio” per l’ufficio dell’Agenzia delle Entrate. Entro lunedì prossimo 30 luglio, infatti, i neo imprenditori e i neo professionisti che, avendo iniziato quest’anno la loro attività, hanno aperto, a suo tempo, la partita Iva senza comunicare la fruizione del “regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità”, dovranno presentare la dichiarazione di variazione “barrata”.
L’ingresso nel regime per chi inizia l’attività nel 2012
I contribuenti che iniziano un’attività d’impresa, arte o professione e che presumono di rispettare i requisiti previsti per l’applicazione della tassazione di favore, pur non dovendo esprimere alcuna specifica opzione, hanno l’obbligo di darne comunicazione nella dichiarazione di inizio attività. Una comunicazione che va fatta barrando, nel “quadro B” del modello AA9/11, la casella “Regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità previsto dall’art. 27, commi 1 e 2 del D.L. 6 luglio 2011, n. 98”.
Sul punto, è stata molto chiara la circolare n. 17/E del 30 maggio, che si è appoggiata all’articolo 1, comma 98, della legge 244/2007 (Le persone fisiche che intraprendono l'esercizio di imprese, arti o professioni possono avvalersi del regime dei contribuenti minimi comunicando, nella dichiarazione di inizio di attività di cui all'articolo 35 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, di presumere la sussistenza dei requisiti di cui ai commi 96 e 99).
Così come chiaramente il documento di prassi ha dipanato il dubbio legato alla circostanza che tale casella ha preso il posto della precedente “Regime per i contribuenti minimi previsto dall’art. 1, comma 96 e seguenti, della L. 24 dicembre 2007, n. 244” (i vecchi minimi, introdotti dalla Finanziaria per il 2008) solo dal 18 maggio scorso, quando un provvedimento del direttore dell’Agenzia ha provveduto ad adeguare la “nomenclatura” del modello AA9/10: a quanti, nel frattempo, avessero presentato la dichiarazione di inizio attività, dal 1° gennaio 2012, barrando la casella del vecchio modello AA9/10, null’altro è richiesto.
E per chi invece ha iniziato l’attività sempre nel 2012, senza però comunicare alcunché? Vale la pena di riportare direttamente l’estratto dalla circolare 17/E: “A causa delle incertezze applicative inevitabilmente connesse alle rilevanti novità introdotte dall’art. 27 del D.L. n. 98 del 2011, i soggetti che hanno iniziato l’attività nel 2012 e, nelle more delle istruzioni fornite dall’Amministrazione, abbiano già aperto la partita Iva senza effettuare alcuna comunicazione, possono presentare la dichiarazione di variazione dati entro sessanta giorni dall’emanazione della presente circolare, senza incorrere in alcuna sanzione per il ritardo”. Rieccoci al punto di partenza. Anzi, alla data di partenza, il 30 luglio (i 60 giorni scadrebbero il 29, che però è domenica).
Prima di concludere, va ricordato che per identificare l’anno in cui si considera iniziata la nuova attività produttiva, deve farsi riferimento all’effettivo esercizio della stessa e non alla mera apertura della partita Iva. Pertanto, la comunicazione - da effettuare, si ribadisce, barrando la casella relativa al regime fiscale di vantaggio nella dichiarazione di variazione dati - è onere anche di coloro che, pur avendo aperto la partita Iva prima del 2012 (senza optare per uno specifico regime o anche optando per il regime delle nuove iniziative imprenditoriali e di lavoro autonomo), iniziano di fatto a svolgere l’attività solo nel 2012.
Sanatoria lavoratori stranieri irregolari 2012: in arrivo per settembre.
Pubblicato il 25.07.2012 in GU il Decreto legislativo del 16 luglio 2012, n.109 “Attuazione della direttiva 2009/52/CE che introduce norme minime relative a sanzioni e a provvedimenti nei confronti di datori di lavoro che impiegano cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare”, entrerà in vigore dal prossimo 9 agosto 2012. Il decreto prevede, oltre alla nuova sanatoria per coloro che sono occupati da almeno tre mesi e sono sul territorio italiano in modo ininterrotto almeno dalla data del 31 dicembre 2011, l’aumento delle pene per particolari ipotesi di sfruttamento lavorativo e la concessione di permessi di soggiorno ai lavoratori che denunciano il proprio datore di lavoro/sfruttatore.
L’articolo 5 “Disposizione transitoria” contiene le disposizioni per l’emersione dei lavoratori stranieri occupati irregolarmente. I datori di lavoro italiani che, alla data di entrata in vigore del presente decreto legislativo occupano irregolarmente alle proprie dipendenze da almeno tre mesi lavoratori stranieri presenti nel territorio nazionale in modo ininterrotto almeno dalla data del 31 dicembre 2011, o precedentemente, possono dichiarare la sussistenza del rapporto di lavoro allo sportello unico per l'immigrazione. La dichiarazione di emersione potrà essere presentata dal 15 settembre al 15 ottobre 2012 con le modalità stabilite con decreto di natura non regolamentare del Ministro dell'interno di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, con il Ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione e con il Ministero dell'economia e delle finanze da adottarsi entro venti giorni dall'entrata in vigore del presente decreto (entro il 29 agosto 2012).
Riforma del Lavoro: Circolare del Ministero del Lavoro con le prime indicazioni operative.
Il Ministero del Lavoro pubblica la Circolare del 18 luglio 2012 n. 18 contenente le prime indicazioni operative sulla Riforma del Mercato del Lavoro entrata in vigore il 18 luglio stesso.
Tra le numerose disposizioni previste dalla Riforma Fornero, assumono particolare rilievo le modifiche alla disciplina di alcune tipologie contrattuali, modifiche finalizzate esplicitamente a "contribuire alla creazione di occupazione, in quantità e qualità" e, allo stesso tempo, a contrastare un uso non del tutto coerente con le finalità di alcuni istituti.
Quesito: vendita prima casa dopo 5 anni senza riacquistare.
avrei bisogno di chiarimenti circa le tasse che colpirebbero la liquidità derivata dalla vendita della 1^casa. Sono proprietaria di un immobile dal 1991 e lo sto vendendo per non riacquistare, il ricavato dalla vendita sarebbe di € 250.000 e avrei una liquidità di circa € 80.000 (una volta estinti mutuo e 2 prestiti). Vorrei sapere se lo Stato tasserebbe questa liquidità depositata in banca nel caso non riacquistassi la 1^ casa, dovendomi probabilmente trasferire in Canada, e se sì dopo quanto tempo se questa cifra non fosse reinvestita cioè se la lasciassi sul conto per un periodo indefinito.
Devo fare una esportazione a Livigno per la prima volta cosa devo compilare con precisione?
L’articolo 26, secondo comma, del Dpr n. 633/1972, dispone che “se un'operazione per la quale sia stata emessa fattura, successivamente alla registrazione di cui agli artt. 23 e 24, viene meno in tutto o in parte, o se ne riduce l'ammontare imponibile, in conseguenza di dichiarazione di nullità, annullamento, revoca, risoluzione, rescissione e simili (...), il cedente del bene o prestatore del servizio ha diritto di portare in detrazione ai sensi dell'art. 19 l'imposta corrispondente alla variazione, registrandola a norma dell’art. 25. Il cessionario o committente, che abbia già registrato l'operazione ai sensi di quest'ultimo articolo, deve in tal caso registrare la variazione a norma dell'art. 23 o dell'art. 24, salvo il suo diritto alla restituzione dell'importo pagato al cedente o prestatore a titolo di rivalsa”.
La richiamata disposizione individua le ipotesi in cui è possibile variare in diminuzione l’imponibile e l’imposta senza limiti temporali. Tuttavia, al verificarsi di uno dei presupposti per potersi avvalere della facoltà di operare la variazione in diminuzione, il diritto alla detrazione deve essere esercitato, per effetto del combinato disposto del secondo comma dell’articolo 26 e dell’articolo 19 del Dpr n. 633/1972, al più tardi, con la dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui si è verificato il presupposto medesimo (risoluzione 18 marzo 2002, n. 89/E; risoluzione 21 luglio 2008, n. 307/E; risoluzione 29 luglio 2008, n. 321/E; risoluzione 17 febbraio 2009, n. 42/E).
Iva detraibile o indetraibile: per il Comune dipende dalla veste.
Riguardo al servizio di distribuzione dell’acqua, la Corte di legittimità ha affermato che, ai sensi dell’articolo 4, comma 5, del Dpr 633/1972, la relativa Iva, così come quella riguardante gli interventi di manutenzione ordinaria, è detraibile in quanto riconducibile alla sfera commerciale dell’ente. Per contro, sono imputabili all’attività istituzionale, con conseguente indetraibilità dell’imposta, i lavori di ristrutturazione e di ammodernamento della rete idrica comunale, come i lavori di captazione e di distribuzione della rete idrica in alcune contrade del territorio comunale, siccome non inerenti in via diretta al servizio, di natura commerciale, riguardante l’organizzazione della distribuzione dell’acqua, ma al bene del demanio pubblico rispetto al quale l’ente è intervenuto in veste istituzionale. Infatti, gli enti che non hanno per oggetto esclusivo o principale l'esercizio di attività commerciali devono ritenersi soggetti passivi dell'Iva per quanto attiene alle cessioni di beni o prestazioni di servizi rese nell'ambito di attività commerciali (Cassazione, sentenza 3513/2012).
Da ieri, i commercianti al minuto e gli operatori del turismo che ricevono pagamenti in contanti sopra i mille euro da cittadini stranieri, provenienti da Paesi diversi da quelli dell'Unione europea o dello Spazio economico europeo e, naturalmente, residenti fuori dal territorio italiano, possono manifestare, oltre all'intenzione di avvalersi della deroga al tetto dei mille euro introdotta dal Dl 16/2012, anche il proposito di versare il denaro incassato su più conti correnti a loro intestati. Tutto ciò grazie all'aggiornamento del software che permetteva di inviare una sola comunicazione relativa a un unico numero di conto.
La deroga alle norme sulla limitazione all'uso del contante vede la luce con il decreto sulle semplificazioni tributarie (articolo 3, commi 1 e 2, Dl 16/2012) che, nel concedere, ai commercianti al minuto e alle agenzie di viaggio e turismo, di accettare pagamenti in contanti, da parte di turisti stranieri anche pari o superiori a mille euro, subordina la facilitazione a una serie di adempimenti scanditi da un provvedimento direttoriale dell'Agenzia arrivato il 23 marzo scorso, portando con sé anche il modello di comunicazione per aderire alla deroga. Poi, è stata la volta del relativo software per inviarlo (la data ultima, prevista a quel tempo, era il 10 aprile).
In sede di conversione del Dl (legge 44/2012), sono intervenute sostanziali modifiche. In particolare, il legislatore ha introdotto un limite anche per i pagamenti cash degli stranieri, fissandolo a 15mila euro, e l'obbligo di comunicare alle Entrate gli estremi del conto corrente del cedente o prestatore nel quale confluiranno i liquidi.
Arriviamo al punto. In sostanza, il problema che ha portato all'aggiornamento del software nasce dalla formulazione al singolare della previsione normativa, che offre la possibilità di individuare (e comunicare) un unico conto corrente, mentre, nella realtà, gli operatori interessati dalla deroga possono avere più conti correnti.
La nuova versione dell'applicativo, funziona così: il cedente del bene o il prestatore del servizio deve trasmettere tante comunicazioni quanti sono i conti correnti che intende utilizzare, barrando, al momento di compilare una nuova comunicazione, la casella "Utilizzo di più conti correnti per il versamento del contante" e assegnando a ciascun conto un numero progressivo e un "indizio" (ad esempio, la denominazione o l'indirizzo della sede o dell'unità locale).
Se è stata già inviata una comunicazione senza barrare la casella, l'invio di un'altra con l'indicazione di un "progressivo conto" sostituisce i dati precedentemente trasmessi. Per segnalare gli ulteriori conti utilizzati devono essere inviate nuove comunicazioni specificando i relativi numeri progressivi.
Inoltre, per modificare i dati relativi a un conto già "noto", va compilata sempre una ulteriore comunicazione con l'indicazione del numero progressivo assegnato, in prima battuta, al conto che si vuole aggiornare.
Atti notarili via web per tutti gli uffici dell’Agenzia del Territorio.
L’Agenzia del Territorio e la Giustizia Civile del Dipartimento per gli affari di Giustizia del Ministero hanno raggiunto un accordo in base al quale dal 19 settembre 2012 verrà estesa la facoltà di trasmettere in via telematica gli atti notarili agli uffici provinciali dell’Agenzia del Territorio in tutta Italia ; tale possibilità era finora riservata solo agli uffici di Bologna, Firenze, Lecce, Palermo, Milano, Napoli, Roma e Torino. La trasmissione telematica riguarda la copia autenticata di un atto notarile interamente predisposta con strumenti informatici e munita della firma digitale.
Mediazione tributaria: accordo tra Agenzia delle Entrate e Commercialisti.
L’Agenzia delle Entrate, con comunicato stampa del 24 luglio, ha reso noto di aver siglato un accordo con il Consiglio nazionale dei Dottori commercialisti ed Esperti contabili finalizzato a realizzare una proficua collaborazione nella gestione della mediazione tributaria. In particolare, l’Agenzia si impegna ad esaminare tutte le istanze in modo approfondito, a segnalare tempestivamente l’eventuale improponibilità dell’istanza e a ritenere validi i pagamenti, anche quando le somme versate siano, per errore, lievemente inferiori a quelle dovute o versate con lieve ritardo, a condizione che il contribuente sani tempestivamente l’irregolarità. Al contempo, l’Ordine dei Dottori Commercialisti si impegna a sensibilizzare i propri iscritti sul carattere preventivo e obbligatorio della mediazione.
La Camera ha dato il 25 luglio il via libera in prima lettura al Decreto Sviluppo, approvandolo nella versione uscita lunedì sera dalle commissioni competenti e che con molta probabilità sarà anche quella finale. Il testo approvato dalla Camera contiene anche un nuovo emendamento al Decreto Sviluppo riguardante l’Iva per cassa, la quale, con un precedente emendamento, è stata estesa alle imprese con fatturato fino a 2 milioni di euro. Il nuovo emendamento prevede che “il diritto alla detrazione dell’imposta in capo al cessionario o al committente sorge al momento di effettuazione dell’operazione, ancorché il corrispettivo non sia stato ancora pagato”. Si tratta, in sostanza, di una deroga all’ordinario regime dell’Iva per cassa in virtù della quale i cessionari ed i committenti possono fruire della detrazione dell’Iva senza essere obbligati ad effettuare, prima della detrazione, il relativo pagamento.
Per le aree dei piani urbanistici l'imposta di registro all'1% spetta all'acquirente
L'agevolazione fiscale applicabile al trasferimento di aree soggette a piani urbanistici particolareggiati (imposta di registro all'1%; imposte ipotecaria e catastale in misura fissa) compete solo all'acquirente dell'area, se l'utilizzazione edificatoria dell'area stessa avvenga entro cinque anni dal trasferimento (art.33, L. n.388/00). Se entro cinque anni avviene sì l'utilizzazione edificatoria ma da parte di un terzo avente causa dell'acquirente che aveva domandato l'agevolazione, il beneficio è revocato e si applica la tassazione ordinaria (imposta di registro all'8%; imposta ipotecaria al 2%; imposta catastale all'1%). È quanto sancito dalla Cassazione nella sentenza n.13173/2012, depositata il 25 luglio 2012. Fonte: Il sole 24 ore 26/07/2012
Un'azienda lombarda non può consegnare nei termini pattuiti un impianto a un'azienda francese a causa dello stato di forza maggiore invocato da un proprio subfornitore che produce in una zona colpita dal terremoto. La mancata fornitura di una componente importante comporta un notevole ritardo sia se si attende che il subfornitore riprenda le attività sia in caso si debba effettuare un ordine a un nuovo subfornitore. E' possibile invocare lo stato di forza maggiore di un terzo subfornitore in un contratto di questo tipo e quali formalità devono essere eventualmente svolte?
Lo stato di forza maggiore dovuto a eventi naturali imprevedibili al momento in cui il contratto era stato stipulato esonera il fornitore.
In merito a quale diritto permetta l'esenzione da responsabilità in caso di eventi naturali catastrofici, questa particolare causa di giustificazione è prevista dai vari sistemi giuridici anche se con differenti definizioni. Al di là dei sistemi giuridici nazionali, quindi, nella Convenzione di Vienna del 1980 sulla vendita internazionale di beni mobili e che si applica nelle compravendite tra Italia e Francia essendo entrambi i Paesi firmatari, ritroviamo la previsione esplicita del caso di forza maggiore che conferma la giustificazione per la parte che non esegua un contratto a causa di un evento imprevedibile al momento della stipulazione, che non sia dovuto all'obbligato che lo invoca e che non sia da questi oggettivamente contrastabile. L'articolo prevede anche l'obbligo di dare tempestivamente informazione alla controparte dell'evento di forza maggiore e delle previsioni di possibile adempimento. La mancanza di questa notifica fa decadere il fornitore dalla giustificazione. E' pertanto necessario avvisare le controparti nel più breve tempo possibile.
Per quanto concerne in particolare la situazione dei subfornitori, non tutti i diritti nazionali hanno una previsione in materia. La Convenzione di Vienna del 1980 invece ha disciplinato la questione della forza maggiore dei subfornitori esplicitamente all'art. 79.2 il quale in particolare dispone che "Se l'inadempienza di una parte è dovuta all'inadempienza di un terzo che essa ha incaricato di adempiere in tutto o in parte il contratto, tale parte è liberata dalla sua responsabilità soltanto nel caso"... in cui il suo subfornitore lo sia per via di una situazione di forza maggiore o equiparata che gli permetta di giustificare l'inadempimento.
Regime del margine: il contribuente ha l’onere di provare i presupposti.
Gli acquisti di autoveicoli usati compiuti in ambito comunitario da un operatore nazionale non possono considerarsi legittimamente effettuati con lo speciale regime del margine, rimanendo pertanto soggetti al regime ordinario degli scambi intracomunitari, nei casi in cui detto soggetto non abbia preventivamente verificato, in capo al cedente comunitario (nella specie, società di autonoleggio, con diritto a detrazione sui propri acquisti), la sussistenza dei requisiti soggettivi legittimanti l’applicazione del suddetto regime speciale.
Così la Corte di cassazione nella sentenza 30 maggio 2012, n. 8635.
In materia di Iva, gli articoli da 36 a 40 del Dl n.41/1995 hanno recepito, con effetto dal 1° aprile 1995, la settima direttiva Cee n. 94/5 del 14 febbraio 1994, che – per prevenire fenomeni di doppia imposizione e di distorsione della concorrenza tra Stati membri – ha inserito, nell’ambito della sesta direttiva Iva, l’articolo 26-bis, che prevede un particolare regime Iva per le cessioni di beni mobili usati (utilizzabili sia nello stato originario che in seguito a interventi di riparazione) nonché per le cessioni di oggetti d’arte, d’antiquariato e da collezione. Tale particolare regime, in sostanza, stabilisce che per i beni usati l’imposta sul valore aggiunto si applica sulla base imponibile determinata dalla differenza (cosiddetto “margine”) tra il prezzo di rivendita e il prezzo di acquisto del bene usato stesso, aumentato delle spese sostenute per la messa a punto del bene.
Sul piano soggettivo, il sistema speciale del margine interessa sia coloro che abitualmente fanno commercio di beni usati, sia i soggetti passivi Iva (imprese, artisti, professionisti) che si trovano a vendere, anche occasionalmente, beni usati, salvo possibilità di optare per l’applicazione dell’imposta con i criteri ordinari. Sul piano oggettivo, rientrano in tale sistema speciale i suddetti beni usati nei casi in cui i medesimi siano stati acquistati presso privati, nel territorio dello Stato o in quello di altro Stato membro della Ue. Ai fini dell’applicazione del regime speciale si presumono acquistati presso privati anche, per espressa previsione normativa contenuta nel secondo periodo del comma primo dell’articolo 36 del Dl n. 41 del 1995:
i beni acquistati presso un soggetto passivo nazionale o comunitario che abbia assoggettato la cessione al sistema del margine
i beni acquistati presso un soggetto passivo comunitario che non abbia applicato l’imposta avvalendosi del regime di esonero per le piccole imprese eventualmente vigente nel proprio Stato
i beni acquistati presso un soggetto passivo che non abbia potuto detrarre (neppure parzialmente) l’imposta al momento dell’acquisto.
Ciò posto in linea generale, la specifica disciplina delle operazioni rientranti nel regime del margine che intervengono in ambito comunitario è recata dall’articolo 37 del Dl n.41 del 1995, il quale stabilisce, al secondo comma, che gli acquisti di beni assoggettati al regime del margine nello Stato membro di provenienza non configurano acquisti intracomunitari, bensì “operazioni interne” da assoggettare appunto all’imposta nel Paese in cui risiede il cedente del bene stesso. Di conseguenza, gli acquisti di beni da parte di operatori economici nazionali, per i quali viene applicata l’imposta in altri Stati comunitari in base al regime del margine, ancorché i beni stessi siano spediti o trasportati nel territorio dello Stato, non costituiscono acquisti intracomunitari ai sensi dell’articolo 38 del Dl n. 331 del 1993.
L’applicazione dell’Iva con il sistema del margine nel Paese di origine del bene da parte del cedente comunitario permette, in pratica, che il bene stesso possa essere successivamente rivenduto nel Paese di destinazione dal cessionario nazionale a terzi, applicando lo stesso regime speciale (vedi anche, in tal senso, e per gli ulteriori adempimenti connessi a tali particolari operazioni, il paragrafo 5 della circolare del ministero delle Finanze n. 177/E del 22 giugno 1995).
Diversamente, invece, nell’ipotesi in cui il cedente comunitario dei mezzi di trasporto usati (così come individuati – relativamente agli scambi intracomunitari – dall’articolo 38, quarto comma, della legge n. 427 del 1993) non applichi nel proprio Stato membro il particolare regime del margine, l’acquisto di tali beni compiuto da un operatore economico nazionale soggetto passivo d’imposta dovrebbe considerarsi disciplinato come un normale acquisto intracomunitario dalle disposizioni al riguardo previste dall’articolo 38, primo e secondo comma, della legge n. 427 del 1993 (vedi anche, in tal senso, la già citata circolare n. 177/E del 1995, sempre al paragrafo 5).
Proprio in relazione a tale problematica, e in considerazione del fatto che in concreto sovente operatori comunitari del settore di compravendita di autoveicoli usati (talvolta, anche in buona fede) hanno invece considerato gli acquisti di autovetture usate in ambito UE sempre e comunque assoggettabili al suddetto regime del margine, è da ricordare come sia successivamente intervenuta una risposta del Commissario Ue Bolkenstein (n. P-0964/01 DE del 10 marzo 2001), con la quale è stato puntualizzato che gli operatori economici interessati possono avvalersi del regime del margine solamente nei casi di acclarata sussistenza dei sopra cennati requisiti, soggettivi e oggettivi, all’uopo richiesti dalla citata direttiva 94/5/Cee (così come recepiti in ambito nazionale dal Dl n. 41 del 1995), dovendosi, diversamente, applicare – per gli acquisti in questione – la normale disciplina dettata per gli scambi intracomunitari dal Dl n. 331 del 1993.
In tale contesto normativo e interpretativo, con la sentenza in rassegna la Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi in merito a un caso di acquisti di autovetture usate effettuati con il regime del margine da parte di un rivenditore nazionale presso un cedente comunitario che, a giudizio dei verificatori, non poteva godere dei requisiti soggettivi richiesti per l’applicazione del regime speciale in questione, trattandosi infatti di una società di autonoleggio che, come tale, risultava legittimata a detrarre il tributo corrisposto nel proprio Stato membro sull’acquisto dei veicoli successivamente rivenduti. Conseguentemente, l’Amministrazione finanziaria nazionale aveva contestato all’acquirente nazionale l’indebita applicazione del suddetto regime speciale in luogo del regime ordinario degli acquisti intracomunitari (articoli 38 e seguenti del Dl n. 331 del 1993), con conseguente avviso di accertamento Iva a carico dell’operatore nazionale per la mancata registrazione delle relative fatture di acquisto intracomunitario e per la correlata violazione dell’obbligo di fatturazione dell’intero imponibile di tali operazioni.
Sul punto, la Corte ha osservato che il regime del margine costituisce un regime “speciale” rispetto al regime Iva ordinario degli acquisti intracomunitari di cui all’articolo 38 del Dl n. 331 del 1993, conseguendo da ciò che incombe sul contribuente interessato l’onere di provare la sussistenza dei presupposti di fatto e di diritto che giustifichino l’applicazione del regime in questione, e che, in mancanza di tale prova (come di fatto avvenuto, nel caso dedotto in controversia), lo stesso deve considerarsi inapplicabile.
In tale ottica, pertanto, la Cassazione – richiamando, tra l’altro, una pronuncia della Corte di giustizia europea, secondo la quale soltanto “..gli operatori che adottano tutte le misure che si possono loro ragionevolmente richiedere al fine di assicurarsi che le loro operazioni non facciano parte di una frode” possono fare legittimo affidamento sulla liceità di tali operazioni (vedi, in tal senso, la decisione della Corte europea, cause riunite nn. C-354/03, C-355/03 e C-484/03, del 12 gennaio 2006) – ha quindi sostanzialmente affermato che il “rischio fiscale” dell’operazione intracomunitaria realizzata con l’applicazione del regime del margine, ma in difetto dei presupposti richiesti (nella specie, per mancanza dei requisiti fiscali soggettivi in capo all’operatore comunitario cedente, che, in quanto svolgente attività di autonoleggio, avrebbe ben potuto operare – come sopra detto – la detrazione del tributo precedentemente assolto sull’acquisto dei veicoli successivamente rivenduti), “..ricade sul cessionario che, nei limiti imposti dall’onere di diligenza.., non abbia verificato preventivamente la regolarità sostanziale dell’operazione (e non soltanto la regolarità formale della fattura) anche con riferimento alla condizione soggettiva del cedente..”.
Sempre in tal senso, la Corte ha altresì richiamato il contenuto della circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 14/E del 26 febbraio 2008, nella quale è stato affermato, tra l’altro, che la reimmatricolazione (in Italia) di un veicolo usato, quivi introdotto dall’acquirente nazionale soggetto passivo d’imposta, rimane subordinata all’esibizione agli uffici della motorizzazione civile e agli uffici locali dell’Agenzia delle Entrate dei documenti afferenti l’acquisto compiuto, tra i quali, ad es., la carta di circolazione estera e la dichiarazione, rilasciata dallo stesso soggetto passivo nazionale, attestante l’acquisto degli autoveicoli usati presso un cedente comunitario in possesso dei requisiti soggettivi e oggettivi necessari per l’applicazione del regime speciale.
In materia di elusione fiscale, il procedimento che conduce all’accertamento della materia imponibile avviene attraverso presunzioni e si articola in due momenti valutativi. Il primo riguarda l’acquisizione e valutazione di ogni elemento indiziario al fine di eliminare quelli non rilevanti ed assumere invece quelli che presentano il carattere di gravità, precisione e concordanza. Il secondo momento, invece, riguarda la valutazione complessiva di tutti gli elementi di prova come sopra evidenziati, per accertare se gli stessi siano concordanti e se, considerati nel loro insieme, essi forniscano una valida prova presuntiva.
Ordinanza n. 11430 del 6 luglio 2012 (udienza del 23 maggio 2012)
Cassazione Civile, Sez. VI – 5 – Pres. Cicala Mario - Est. Iacobellis Marcello
Accertamento – Compimento di atti elusivi – Prova per presunzioni – Ragionamento logico-deduttivo
L’articolo 19, comma 1, del Dpr n. 633/1972 prevede che, ai fini della detrazione, debba sussistere un nesso di diretta strumentalità tra il bene e l’attività professionale esercitata. Le spese per l’acquisto di beni e servizi sono detraibili solo se inerenti all’esercizio dell’attività svolta.
La libertà di stabilimento non tutela le imprese con sede in Stati terzi.
La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione degli articoli 63 e 65 del Trattato Ue, ed è stata proposta nell’ambito di una controversia tra una contribuente tedesca e l’Amministrazione fiscale nazionale. Al centro della controversia l’attribuzione o meno di un trattamento fiscale agevolato previsto per l’imposta di successione che grava su un’eredità, in cui figura anche la partecipazione in una società di capitali stabilita in uno Stato terzo. In particolare la partecipazione, ereditata dal padre dell’erede, come socio unico in una società di capitali, è relativa a una società con sede in Canada.
In relazione a tale partecipazione, l’Amministrazione fiscale tedesca ha applicato l’imposta senza tener conto della franchigia prevista dall’articolo 13 della legge relativa all’imposta sulle successioni e donazioni. Secondo la disposizione sono esenti dall’imposta, fino a un valore complessivo di 225mila euro, tra l’altro, le quote di società di capitali. Il Fisco ha giustificato tale esclusione sostenendo che le quote riguardano società stabilite fuori dall’Unione europea.
La contribuente ha proposto ricorso contro la decisione dinanzi al competente organo giurisdizionale che ha sospeso il procedimento e sollevato la questione pregiudiziale dinanzi alla Corte di giustizia. In particolare per chiedere se è in linea con quanto indicato negli articoli 63 e 65 del Trattato UE prevedere, ai fini del calcolo dell’imposta di successione sull’eredità, che la partecipazione compresa nel patrimonio personale, come socio unico in una società di capitali, con sede in Canada, sia valutata in base al valore pieno mentre, in caso di acquisizione di tale quota in una società di capitali con sede nel territorio nazionale, sia concessa una franchigia per specifici beni.
La Corte ha verificato in via preliminare se la fattispecie, oggetto del vaglio pregiudiziale, sia riconducibile al principio della libertà di stabilimento di cui all’articolo 49 del Trattato UE o al principio della libera circolazione di capitali di cui all’articolo 63 del Trattato. E per stabilire se una normativa nazionale ricada nell’una o nell’altra delle libertà di circolazione, occorre valutare l’oggetto della normativa. Nel caso in questione, l’oggetto della normativa nazionale controversa è la predisposizione di un trattamento fiscale di favore per le successioni che includono partecipazioni in società di capitali.
In linea di principio, il trattamento fiscale delle successioni rientra nell’ambito applicativo dell’articolo 63 del Trattato relativo alla liberta circolazione di capitali.
Tuttavia, la Corte rileva che, in base a un costante orientamento giurisprudenziale, una normativa nazionale destinata a essere applicarta esclusivamente alle partecipazioni che consentono di esercitare una sicura influenza sulle decisioni di una società e di determinare le attività, ricade nella sfera di applicazione delle disposizioni del Trattato che riguardano la libertà di stabilimento.
Pertanto, per stabilire a quale libertà vada ricondotta la normativa nazionale, occorre verificare se la partecipazione della legislazione sia sufficiente a consentire al suo detentore di esercitare una sicura influenza sulle decisioni di una società e determinarne le attività.
L’analisi della normativa tedesca
Nell’ipotesi contemplata dall’articolo 13 della legge relativa all’imposta sulle successioni e donazioni, la possibilità di godere del trattamento fiscale di favore è subordinata alla condizione di detenere una partecipazione diretta superiore al 25% nel capitale della società. Tale partecipazione consentirebbe di esercitare una sicura influenza sulle sue decisioni. Nel caso in esame non sussistono dubbi sul fatto che il detentore di partecipazioni sia in grado di esercitare influenza sulle decisioni societarie, dato che la partecipazione ricevuta in eredità dal de cuius è pari al 100% del capitale della società. Tramite il regime agevolato il legislatore intende attrarre l’erede di quote di partecipazioni societarie affinchè si impegni nella gestione della società e garantisca la sopravvivenza dell’impresa.
Tale finalità trova conferma nella prevista revoca dell’agevolazione comminata nel caso in cui l’erede ceda le sue quote entro cinque anni dall’acquisto e la sua funzione è garantire che il detentore di quote non intervenga unicamente per realizzare un investimento finanziario.
Tutto ciò premesso, la Corte ritiene che la normativa tedesca controversa incida in modo preponderante sulla libertà di stabilimento, rientrando nella sfera di applicazione delle sole disposizioni del Trattato relative a tale libertà.
Secondo gli eurogiudici la disciplina del Trattato relativa alla libertà di stabilimento non prevede alcuna disposizione che estenda la sfera di applicazione delle proprie disposizioni alle situazioni relative alla partecipazione in una società la cui sede si trovi in uno Stato terzo. Gli articoli 49 e seguenti del Trattato UE non trovano applicazione per la partecipazione in una società di capitali con sede in Canada. Di conseguenza la normativa di uno Stato membro che escluda, ai fini del calcolo dell’imposta sulle successioni, l’applicazione di alcune agevolazioni tributarie a un’eredità sotto forma di partecipazione in una società di capitali stabilita in uno Stato terzo, mentre le conferisce in caso di eredità di tale partecipazione, se la sede della società è stabilita in uno Stato membro, incide in modo preponderante sull’esercizio della libertà di stabilimento. E questo nel caso in cui tale partecipazione consenta al suo detentore di esercitare una sicura influenza sulle decisioni di una società e di determinarne le attività. Tuttavia, tali articoli non trovano applicazione in una situazione relativa alla partecipazione detenuta in una società con sede stabilita in uno Stato terzo.
La falsa documentazione integra il reato di dichiarazione fraudolenta.
Il delitto di dichiarazione fraudolenta di cui all’articolo 2 del Dlgs 74/2000 si configura non solo quando il contribuente, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, utilizza fatture false, ma anche quando si serve di un qualsiasi altro tipo documento che risulti non veritiero sul piano materiale o ideologico (ad esempio, ricevute per spese mediche o per interessi su mutui e schede carburante).È quanto chiarito dalla Corte di cassazione con la sentenza n. 27392 dell’11 luglio 2012.
Gli indagati erano stati accusati di aver creato un’associazione criminosa la quale, attraverso la predisposizione di documentazione sanitaria materialmente falsa (apparentemente emessa da cliniche private), consentiva a numerosi contribuenti di presentare dichiarazioni dei redditi fraudolente per poi giovare, successivamente, di rimborsi Irpef non dovuti, il cui ammontare veniva parzialmente riversato all’associazione.
A seguito della contestazione del reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, il giudice per le indagini preliminari aveva disposto la misura cautelare del sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente.
Tale provvedimento veniva poi annullato dal Tribunale del riesame, il quale rilevava che, essendo le falsità contestate di natura materiale e non ideologica, le frodi commesse dovevano ritenersi rientrare nell’ipotesi di dichiarazione infedele di cui all’articolo 4 del decreto legislativo 74/2000 o, al massimo, nell’ipotesi di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici di cui al precedente articolo 3.
Avverso tale decisione proponeva ricorso per cassazione il pubblico ministero, il quale deduceva l’inosservanza e l’erronea applicazione dell’articolo 2 del Dlgs 74/2000 e dell’articolo 322-ter cp, ritenendo sufficiente, ai fini della sussistenza dell’elemento oggettivo del reato, la falsità materiale dei documenti in contestazione.
Con sentenza n. 27392/2012, la Cassazione ha accolto il ricorso del pubblico ministero, dopo aver fotografato gli orientamenti giurisprudenziali esistenti in materia.
In particolare, secondo un primo orientamento, l’utilizzazione di un documento materialmente falso non può ricondursi nella fattispecie di cui all’articolo 2 del decreto legislativo 74/2000, bensì in quella del successivo articolo 4 (Cassazione, sentenze 32493/2004 e 12720/2008).
Secondo un altro orientamento, invece, la previsione dell’articolo 2 del Dlgs 74/2000 deve ritenersi applicabile sia al falso ideologico che a quello materiale, stante il rapporto di specialità reciproca sussistente tra la dichiarazione fraudolenta e quella infedele. La Cassazione evidenzia, infatti, che “ad un nucleo comune, costituito dalla dichiarazione infedele, si aggiungono, in chiave specializzante, nell’art. 2, l’utilizzazione di fatture e documenti equiparabili relativi ad operazioni inesistenti e, nell’art. 3, la falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie congiunta con l’utilizzo di mezzi fraudolenti idonei ad ostacolare l’accertamento e la previsione di una soglia minima di punibilità” (Cassazione, sentenze 12284/2007, 9673/2011 e 48486/2011).
Con la sentenza in commento, la Corte suprema, nell’aderire al secondo orientamento illustrato, introduce le seguenti argomentazioni:
il previgente articolo 4 del Dl 429/1982 sanziona, alla lettera a), il falso materiale e, alla lettera d), il falso ideologico, assoggettando entrambe le condotte illecite a un identico regime sanzionatorio
la condotta di cui all’articolo 2 del Dlgs 74/2000 presenta una “struttura bifasica”. Infatti, da un lato, la dichiarazione può rappresentare un falso contenutistico, dall’altro, la condotta preparatoria, che si sostanzia nella registrazione o detenzione a fini della prova dei documenti che costituiranno il supporto della dichiarazione, può avere a oggetto sia documenti falsi nel contenuto, perché emessi da altri soggetti in favore dell’utilizzatore sia documenti materialmente falsi, in quanto contraffatti o alterati (Cassazione, sentenza 5642/2011; sulla irrilevanza tra falsità materiale e falsità ideologica ai fini della configurabilità del delitto di dichiarazione fraudolenta, Cassazione, sentenza 2156/2011)
l’articolo 1, lettera a), del Dlgs 74/2000 precisa che per “fatture o altri documenti per operazioni inesistenti” – cui fa riferimento il successivo art. 2 – si deve intendere “le fatture o gli altri documenti aventi rilievo probatorio analogo in base alle norme tributarie, emessi a fronte di operazioni non realmente effettuate in tutto o in parte o che indicano i corrispettivi o l’imposta sul valore aggiunto in misura superiore a quella reale, ovvero che riferiscono l’operazione a soggetti diversi da quelli effettivi”.
Alla luce di tali considerazioni, la Cassazione, con la sentenza n. 27392, conclude nel senso che “Gli altri documenti che vengono in rilievo sono, dunque, quelli aventi, ai fini fiscali, valore probatorio analogo alle fatture (documenti tipici fiscali previsti espressamente dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 21)”, per poi precisare che “Tali sono, ad esempio, oltre alle ricevute fiscali e simili, quei documenti da cui risultino spese deducibili dall’imposta, come le ricevute per spese mediche o per interessi su mutui, le schede carburanti etc.”.
Si tratta, in buona sostanza, di tutti quei “documenti che attualmente non devono essere allegati alla dichiarazione dei redditi ma conservati per eventuali controlli da parte degli uffici”.
Il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante uso di documenti per operazioni inesistenti si configura nell’ipotesi in cui il contribuente, al fine di far apparire elementi passivi fittizi, indica in dichiarazione spese deducibili non effettuate o effettuate in misura inferiore.
La falsità può riguardare sia il contenuto del documento, nel caso in cui si attesti che è stata eseguita un’operazione in realtà non eseguita oppure nel caso in cui venga previsto un importo superiore rispetto a quella reale sia l’indicazione dei soggetti tra i quali è intercorsa l’operazione (ad esempio, soggetti che non hanno preso parte all’operazione economica o che non hanno mai avuto alcun rapporto con il contribuente oppure soggetti inesistenti).
Iva, il condono non spazza via l’obiezione al rimborso d’imposta.
La disposizione di cui all’art. 9 della legge n. 289 del 2002, secondo cui la definizione automatica non modifica l’importo degli eventuali rimborsi e crediti risultanti dalle dichiarazioni, comporta in capo all’ufficio il potere di contestare il credito o il rimborso qualora nessuna modifica di tali importi possa essere determinata attraverso la definizione automatica. Pertanto, in caso di richiesta di rimborso di credito IVA, qualora l’ufficio abbia motivo di contestare l’esistenza del relativo diritto, l’Erario non è tenuto a procedere al rimborso per effetto automatico del condono. Infatti, il condono fiscale elide in tutto o in parte il debito fiscale ma non opera sui crediti che il contribuente possa vantare nei confronti del fisco.
Invio dati senza l’ok della Procura, legittimo l’avviso di accertamento.
È valido l’avviso di accertamento che trae origine dai dati acquisiti dalla Guardia di Finanza anche se trasmessi all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate senza l’autorizzazione della procura della Repubblica.
È il principio stabilito la Corte di cassazione con l’ordinanza 11607 del 10 luglio.
A seguito di un controllo effettuato dalla Guardia di finanza presso la sede aziendale di una Srl (un artigiano veneto), l’ufficio ha proceduto al recupero di Iva, Irpeg e Irap per l’anno di imposta 2000. L’avviso di accertamento, che trae origine dal pvc elevato il 29 gennaio 2001 trasmesso all’ufficio in assenza dell’autorizzazione dell’autorità giudiziaria, è stato dichiarato non legittimo dai giudici di merito anche per violazione dell’articolo 63, comma 1, Dpr 633/1972.
L’Agenzia ha impugnato per cassazione la sentenza della Commissione tributaria regionale del Veneto, articolando il ricorso in tre motivi:
insufficiente motivazione in ordine a un fatto controverso. La Commissione regionale, infatti, ai fini della legittimità dell’accertamento, non ha valutato che l’accertamento stesso era fondato anche sulla mancata presentazione della dichiarazione annuale (dedotto dall’Agenzia anche in sede di appello)
nullità della sentenza per carenza di motivazione o, comunque, per insufficiente motivazione, laddove il giudice di secondo grado ha ritenuto illegittimo l’atto di accertamento per violazione dell’articolo 63 del Dpr 633/1972, e 200 disposizioni attuative del codice di procedura penale, con un richiamo generico a tali disposizioni
insufficiente motivazione della pronuncia, poiché il collegio ha affermato l’illegittimità dell’avviso per la mancata notifica alla società del pvc, senza accertare, così come richiesto dall’Agenzia appellante, che l’avviso ne riproduceva integralmente il contenuto e che, quindi, lo stesso non necessitava di essere notificato.
La Cassazione ha accolto le suddette censure, ritenendo che:
la sentenza impugnata risultava priva di argomentazione sull’omessa presentazione della dichiarazione annuale, limitandosi il giudice a rilevare l’utilizzabilità della documentazione prodotta dalla società solo in un secondo momento
“… l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria, richiesta dall’art. 63, primo comma, del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, per la trasmissione, agli uffici delle imposte, dei documenti, dati e notizie acquisiti dalla Guardia di finanza nell’ambito di un procedimento penale, è posta a tutela della riservatezza delle indagini penali, non dei soggetti coinvolti nel procedimento medesimo o di terzi, con la conseguenza che la sua mancanza non tocca l’efficacia probatoria dei dati trasmessi, ne implica l’invalidità dell’atto impositivo adottato sulla scorta degli stessi (Sez. 5, Sentenza n. 11203 del 16/05/2007)…”
è insufficiente la motivazione della sentenza, avendo la stessa affermato l’illegittimità dell’avviso per la mancata notifica alla società del pvc, senza effettuare i dovuti e richiesti controlli.
Con la pronuncia in esame, la Corte pone l’accento sulla finalità dell’autorizzazione dell’autorità giudiziaria, richiesta dall’articolo 63, comma 1, Dpr 633/72, in materia di Iva, e dall’articolo 33, Dpr 600/73, in materia di imposte sui redditi, per la trasmissione, agli uffici dei documenti, dati e notizie acquisiti dalla Guardia di finanza nell’ambito di un procedimento penale.
Costituisce principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità che tale autorizzazione è volta alla tutela del segreto istruttorio, cui è preposto il pubblico ministero fino alla chiusura delle indagini preliminari, e non alla tutela dei soggetti coinvolti nel procedimento medesimo o di terzi; non ha quindi la funzione di filtrare ulteriormente l’acquisizione di elementi significativi a fini fiscali (Cassazione, sentenza 28695/2005, 22035/2006, 2450/2007, 11203/2007, 16431/2008 e 27947/2009).
Tale autorizzazione, inoltre, rappresenta un punto di contatto tra il procedimento di accertamento fiscale e quello penale, essendo richiesta dalla Guardia di finanza nello svolgimento delle attività di indagine (ai sensi dell’articolo 33, Dpr 600/1973 e degli articoli 52 e 63, Dpr 633/1972). Attività che possono essere sia di natura amministrativa, in chiave di cooperazione con gli uffici dell’Agenzia per ispezioni, verifiche, ricerche e acquisizione di notizie, sia in veste di polizia giudiziaria, dirette all’accertamento di reati. Per queste ultime attività, la mancata osservanza delle norme dettate dal codice di procedura penale a tutela dei diritti inviolabili dell’indagato, rileva al fine della possibilità di utilizzare in sede penale i risultati dell’indagine, ma non incide sul potere degli uffici e del giudice tributario di avvalersene a fini meramente fiscali, purché non siano violate le disposizioni tributarie in materia (Cassazione, sentenza 8990/2007, 2938520/08, 18077/2010 e 22984/2010).
Di conseguenza, al di fuori del procedimento penale, la mancanza di autorizzazione dell’autorità giudiziaria “… non tocca l’efficacia probatoria dei dati trasmessi, né implica l’invalidità dell’atto impositivo adottato sulla scorta degli stessi …” (Cassazione 11607/2012).
Ciò non significa che l’attività della Gdf e degli uffici debba svolgersi senza il rispetto di cautele volte garantire il rispetto dei diritti fondamentali del contribuente, quanto piuttosto che solo gravi irritualità nell’acquisizione di elementi rilevanti comportano l’inutilizzabilità degli stessi. Ma la sentenza della Cassazione non lo precisa. Probabilmente perché le conclusioni cui pervengono i giudici di legittimità sono le stesse di altre pronunce nelle quali la Corte ha rilevato che non esiste una specifica previsione a tale riguardo e che, comunque, l’utilizzabilità degli elementi acquisiti in modo irrituale è esclusa solo nei casi in cui viene in discussione la tutela di diritti fondamentali di rango costituzionale (“…quali l’inviolabilità della libertà personale, del domicilio, ecc…” – Cassazione 14058/2006, 8990/2007 e 24923/2011).
Inoltre, tale utilizzabilità può essere confermata anche per il principio di autonomia dei due procedimenti, penale e di accertamento fiscale, sancito dalle norme sui reati tributari (articolo 20, Dlgs 74/2000), desumibile dalle disposizioni generali dettate dagli articoli 2 e 654 cpp, ed espressamente previsto dall’articolo 220 disposizioni attuative del cpp: l’obbligo del rispetto di tali disposizioni sussiste quando nel corso di attività ispettive emergano indizi di reato, ma soltanto ai fini della “applicazione della legge penale” (Cassazione 22984/2010 e 24923/2011).
Ora la controversia tornerà alla Commissione regionale che, in sede di rinvio, dovrà definire la vicenda alla luce dei principi enunciati in sede di legittimità.
Detrazione del 36% in caso di cessione a titolo gratuito dell’immobile ristrutturato.
In caso di vendita dell’unità immobiliare oggetto degli interventi di recupero del patrimonio edilizio, le parti possono stabilire a chi di esse competa la fruizione della detrazione residua; in assenza di indicazioni nell’atto di vendita, la detrazione residua non utilizzata si trasferisce per intero al soggetto acquirente. Nella circolare n. 57/E del 1998, l’Amministrazione finanziaria ha precisato che, benché il legislatore abbia utilizzato il termine “vendita”, la detrazione trova applicazione in tutte le ipotesi in cui si ha una cessione dell’immobile. L’agevolazione trova, pertanto, applicazione anche nelle cessioni a titolo gratuito (cfr anche circolare n. 19/2012 dell’Agenzia delle Entrate).
I professionisti in contabilità semplificata possono utilizzare il documento riepilogativo (di cui all’articolo 6 del Dpr 695/1996), non solo per annotare, ai fini Iva, le fatture attive e/o passive, se di importo inferiore a 300 euro, ma anche per rilevare, ai fini delle imposte dirette, le operazioni alle stesse sottostanti.
E’ questo il chiarimento fornito dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 80/E del 24 luglio che estende, quindi, la semplificazione prevista in materia di Iva anche ai fini della registrazione degli incassi e dei pagamenti per la determinazione del reddito professionale.
Il provvedimento di prassi prende le mosse dall’articolo 3, comma 1, del Dpr 695/1996, ai sensi del quale le persone fisiche che esercitano arti e professioni e le società o associazioni fra artisti e professionisti (di cui alle lettere e ed f dell’articolo 13, Dpr 600/1973), se effettuano, sui registri Iva, separate annotazioni delle operazioni non soggette a registrazione ai fini di tale imposta, possono non tenere il registro cronologico di cui all’articolo 19, comma 1, del medesimo decreto n. 600 del 1973.
L’Agenzia richiama, quindi, il successivo articolo 6 del Dpr 695/1996, a norma del quale i soggetti passivi Iva hanno la possibilità di registrare le fatture attive e/o passive, se di importo inferiore a 300 euro, attraverso un documento riepilogativo nel quale devono essere indicati:
i numeri delle fatture cui si riferisce
Nonostante l’articolo 3 del Dpr 695/1996 rinvii all’articolo 19 del Dpr 600/1973 – e, quindi, lasci presumere che sia necessario annotare distintamente, anche se nell’unico registro Iva, ogni operazione rilevante sia ai fini di tale imposta sia ai fini delle imposte dirette – la risoluzione chiarisce che è possibile avvalersi del documento riepilogativo anche per la registrazione degli incassi e dei pagamenti ai fini della determinazione del reddito professionale, qualora gli stessi vengano annotati in una sezione separata del registro Iva. E ciò in base alla considerazione che i contribuenti che già normalmente si avvalgono della semplificazione in parola sono tenuti a integrare la registrazione ai fini Iva solo con l’indicazione della data dell’incasso e/o del pagamento, ovvero degli importi fuori campo Iva.
Tuttavia, affinché il documento cumulativo possa essere annotato anche ai fini delle imposte sui redditi, la risoluzione precisa che le fatture emesse e/o ricevute, e nel medesimo documento riepilogate, devono essere state tutte saldate, utilizzando, come unica data associata al documento riepilogativo, quella dell’ultimo incasso e/o pagamento. La conseguenza è che, quindi, eventuali fatture emesse e/o ricevute nel periodo di riferimento, non saldate al momento della formazione e registrazione del documento riepilogativo, devono essere annotate separatamente anche se di importo inferiore a 300 euro.
L’ultima indicazione del documento di prassi prevede che le singole fatture, emesse e/o ricevute, devono essere conservate, unitamente al documento riepilogativo, per consentire all’Amministrazione finanziaria di espletare la propria attività di controllo.
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