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Timestamp: 2017-09-25 04:25:54+00:00

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STUDIO LEGALE BOLOGNA EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA | Avvocato a Bologna - Studio Legale Bologna Avvocato Sergio Armaroli
EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA
STUDIO LEGALE BOLOGNA EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA
EREDE LESIONE DELLA QUOTA PRETENDI LA TUA QUOTA!! ADESSO !|AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA
SENTENZA 17 marzo 2016, n.5320
si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 537 – 542 – 554 – 558 – 561 – 734 – 735 cod. civ., ancora con riferimento al diniego della reintegrazione delle quote di legittima in natura. Si deduce che la Corte territoriale avrebbe errato nel negare alle legittimane la proprietà pro quota dei beni relitti sul presupposto che il testatore aveva espresso la volontà di attribuire tali beni ai soli figli maschi, così operando una divisione testamentaria dei suoi beni. Così opinando, la Corte di merito non avrebbe considerato che una siffatta divisione testamentaria – ove fosse ravvisabile – sarebbe nulla per il disposto dell’art. 735 cod. civ., per non avere il testatore compreso in essa le posizioni dei legittimari; né l’asse ereditario comprendeva somme di denaro in contante, che potevano essere attribuite alle legittimarie in luogo dei beni immobili relitti.
La sentenza impugnata ha indicato, con percorso argomentativo immune da vizi logici o giuridici, le ragioni in base alle quali è pervenuta – in relazione alle caratteristiche e alle destinazioni- alla determinazione del valore degli immobili sulla base di criteri diversi. In effetti, le critiche formulate dai ricorrenti non sono idonee a scalfire la correttezza e la congruità dell’iter logico giuridico seguito dalla sentenza: le censure lamentate non denunciano un vizio logico della motivazione ma si concretano in argomentazioni volte a sostenere – attraverso una soggettiva ricostruzione della fattispecie concreta – l’erroneo apprezzamento delle risultanze processuali compiuto dai giudici. Al riguardo, va sottolineato che il vizio deducibile ai sensi dell’art. 360 n 5 c.p.c., nel testo ratione temporis applicabile, deve consistere in un errore intrinseco al ragionamento del giudice che va verificato in base al solo esame del contenuto del provvedimento impugnato e non può risolversi nella denuncia della difformità della valutazione delle risultanze processuali compiuta dal giudice di merito rispetto a quella a cui, secondo il ricorrente, si sarebbe dovuti pervenire: in sostanza, ai sensi dell’art. 360 n 5 citato, la (dedotta) erroneità della decisione non può basarsi su una ricostruzione soggettiva del fatto che il ricorrente formuli procedendo a una diversa lettura del materiale probatorio, atteso che tale indagine rientra nell’ambito degli accertamenti riservati al giudice di merito ed è sottratta al controllo di legittimità della Cassazione.
4.2 I1 motivo è infondato.
Da un lato, il motivo difetta di autosufficienza laddove non trascrive l’atto di appello in modo da dimostrare che la statuizione del tribunale non fosse stata oggetto di gravame; d’altra parte, la Corte si è implicitamente pronunciata sulla eccezione avendo compiuto la stima delle passività, per cui non è configurabile il difetto di attività del giudice sotto il profilo denunciato anche ai sensi dell’art. 112 c.p.c..
5.1. Il quinto motivo denuncia l’illegittima condanna in via tra loro solidale fra R.U. , e per lui i suoi eredi, e R.S. della obbligazione di reintegrare la quota di legittima, che invece integravano obbligazioni parziarie, erano da porre singolarmente a carico dei convenuti nei limiti delle rispettive attribuzioni lesive della quota di legittima e pro quota fra i rispettivi eredi.
L’azione di riduzione delle disposizioni lesive della quota di legittima ha natura personale, sicché nell’ipotesi in cui il relativo obbligo di restituzione debba essere posto a carico di più persone, su un medesimo bene ad esse donato o attribuito per quote ideali, la riduzione deve operarsi, nei confronti dei vari beneficiari, in misura proporzionale all’entità delle rispettive attribuzioni; pertanto, ciascuno di essi è tenuto a rispondere soltanto nei limiti ed in proporzione del valore di cui si riduce l’attribuzione o la quota a suo tempo conseguita: non è quindi configurabile un obbligo solidale dei soggetti tenuti alla riduzione. Qui occorre chiarire che nei confronti di R.U. e S. non è applicabile il principio di cui all’art. 754 c.c. sulla ripartizione dei debiti del de cuius pro quota, posto che l’obbligo personale di restituzione a loro carico non integra un debito ereditario ma, come si detto, è l’effetto delle disposizioni testamentarie lesive della legittima in loro favore effettuate dal testatore; diversamente deve ritenersi invece per quanto concerne la posizione di coloro che nel corso del giudizio sono subentrati a R.U. , quali eredi del medesimo: peraltro, sarà il giudice di rinvio a dovere verificare se i predetti coeredi abbiano fatto presente tale loro qualità, integrando siffatta dichiarazione gli estremi di una eccezione propria, come anche di recente ribadito da questa Corte (Cass. 6431/2015).
6. Il sesto motivo denuncia che, in violazione dell’art. 345 c.p.c., era stata accolta la domanda di corresponsione dei frutti, dovendosi escludere che La stessa sia compresa in quella di rendiconto.
Il precedente di legittimità richiamato dai ricorrenti in materia di scioglimento della comunione appare conferente posto che, a stregua di quanto deciso dalla Corte di appello, nelle specie è stata accolta la domanda di riduzione della quota di legittima, i convenuti sono stati condannati al pagamento della somma necessaria a reintegrarla e su tale importo sono stati poi liquidati gli interessi compensativi a titolo di frutti, posto che la sentenza impugnata non ha emesso alcuna statuizione di divisione. Al riguardo, va quindi ritenuto che la Corte ha fatto corretta applicazione del principio consolidato secondo cui “nel procedimento per la reintegrazione della quota di eredità riservata al legittimario, si deve avere riguardo al momento di apertura della successione per calcolare il valore dell’asse ereditario – mediante la cosiddetta riunione fittizia – stabilire l’esistenza e l’entità della lesione della legittima, nonché determinare il valore dell’integrazione spettante al legittimario leso. Peraltro, qualora tale integrazione venga effettuata mediante conguaglio in denaro, nonostante l’esistenza, nell’asse, beni in natura, trattandosi di credito di valore e non già di valuta essa deve essere adeguata al mutato valore – al momento della decisione giudiziale – del bene a cui il legittimario avrebbe diritto, affinché ne costituisca l’esatto equivalente, dovendo pertanto procedersi alla relativa rivalutazione, sulla base della variazione degli indici ISTAT sul costo della vita, nonché, trattandosi di beni fruttiferi, alla corresponsione dei “frutti” dal legittimario medesimo non percepiti (nel caso, interessi compensativi sulla somma rivalutata), da disporsi a far data dalla domanda.
sentenza 25 gennaio 2017, n. 1884
Con atto di citazione del 20/1/1982, R.A. , R.R. , Ri.Ad. , r.m. e R.P. , premesso che il 26 giugno 1972 era deceduto in Massa il padre, R.B. , lasciando quali eredi la vedova A.C. ed 8 figli, esse attrici e 3 maschi – U. , S. e Ma. – e che i 3 testamenti olografi pubblicati, datati, rispettivamente, (omissis) ledevano la quota riservata ex lege ad esse attrici quali legittimarie, convenivano in giudizio davanti al Tribunale di Massa i tre fratelli e la madre, deceduta poi in corso di causa, chiedendo di determinare, previo accertamento dei beni costituenti l’asse ereditario, la quota disponibile e ridurre e disposizioni testamentarie eventualmente lesive della quota di legittima.
Si costituivano ritualmente la madre A.C. ed i fratelli R.U. e R.S. , mentre Ri.Ma. rimaneva contumace.
I convenuti costituiti resistevano alle domande, di cui chiedevano il rigetto. Gli ultimi due, in particolare, sostenevano di aver provveduto ad effettuare numerosi pagamenti di debiti della massa ereditaria, vantando quindi ulteriori crediti nei confronti degli altri coeredi. Deceduta, in corso di causa, A.C. , di cui erano eredi le figlie r.m. e R.P. , si costituiva per queste ultime due altro difensore che richiamava le eccezioni sollevate dalla madre ed insisteva nelle domande formulate a suo tempo in proprio, con esclusione delle domande proposte nei loro confronti dalla madre.
Con sentenza n. 459/97 il Tribunale di Massa Carrara respingeva tutte le domande proposte dalle attrici, compensando integralmente le spese processuali. Riteneva il Tribunale che, in base alla normativa vigente all’epoca dell’apertura della successione verificatasi il 26/1/1972, la quota di riserva dei figli legittimi era pari a 2/3 del patrimonio, quota gravata dall’usufrutto a favore del coniuge superstite per una porzione pari ad 1/4; poiché la quota disponibile era pari a 1/3 ossia 4/12, ai figli competeva nel complesso la quota di 8/12, di cui 5/12 in piena proprietà e 3/12 in nuda proprietà.
Determinato, in base ai calcoli del c.t.u. alla data di apertura della successione, 26/1/1972, il valore totale dell’asse ereditario pari a Lire 86.604.000 e le passività, pari a Lire 48.875.507, l’asse ereditario al netto delle passività ammontava a Lire 37.728.493, di cui Lire 12.576.165, 1/3 dell’intero come quota disponibile e Lire 25.152.328 quale quota di riserva, pari a 2/3 dell’asse ereditario. Determinava quindi la quota di riserva spettante a ciascun figlio in Lire 2.377.682, mentre le attrici avevano ricevuto solo la quota di Lire 89.685, come quantificate dal c.t.u.. Determinava, poi, in Lire 1.029.472 per ciascuna attrice il valore della lesione che R.U. , R.S. e A.C. avrebbero dovuto reintegrare con pagamento di equivalente in danaro; peraltro, tale importo era compensato con i maggiori crediti maturati da U. e S. , relativamente al pagamento da loro effettuato di debiti della massa ammontanti a Lire 29.103.183. Dichiarava, poi, inammissibile la domanda di riduzione proposta nei confronti della legataria A.C. perché non preceduta dall’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario.
Proposto appello da R.A. , R.R. e Ri.Ad. si costituivano con comparsa di risposta, R.U. e R.S. resistendo all’appello, di cui chiedevano il rigetto, e proponendo appello incidentale avverso la pronuncia di compensazione delle spese processuali.
Il giudizio di gravame era riunito a quelli instaurati con i distinti atti di appello proposti da r.m. , in proprio e quale erede di A.C. e del fratello M. , e R.P. , anch’essa in proprio e quale erede della madre e del fratello, A seguito della interruzione del giudizio per il decesso di R. Ugo.F. , il giudizio era riassunto da R.A. , R.R. , D.A.M. , D.A.C. e De.An.Ma. , questi ultimi tre quali eredi di Ri.Ad. , anch’essa nel frattempo deceduta. Si costituivano gli eredi di R.U. , R.B. , R.G. , R.L. , r.m. , R.A. .
Con sentenza dep. il 21 maggio 2012 la Corte di appello di Genova, in accoglimento degli appelli proposti da R.A. , R.R. , Ri.Ad. , R.P. e r.m. ed in riforma della sentenza gravata, dichiarava che la quota del patrimonio ereditario di cui R.B. poteva disporre ammontava alla data di apertura della successione a Lire 50.207.281; dichiarava che le disposizioni testamentarie del de cuius R.B. a favore dei figli R.S. e R. Ugo.F. nel suo testamento olografo del 9/2/1958 eccedevano la quota disponibile; condannava R.S. e R. Ugo.F. , e per esso i suoi eredi, a reintegrare le quote di riserva delle sorelle lese dalla disposizione testamentaria di cui sopra e, conseguentemente, in solido al pagamento a favore di R.A. , R.R. e Ri.Ad. , e per essa 4i suoi eredi, R.P. e r.m. , al pagamento della somma di 70.132,99, a ciascuna sorella, a titolo di reintegra della quota lesa, nonché 66.616,17 a titolo di frutti;
I Giudici, nel disattendere le censure sollevate dalle appellanti in relazione alla stima compiuta dal consulente nominato in grado di appello, ritenevano che, con riferimento alla valutazione dell’azienda segheria e delle cave estrattive, era corretto il metodo della devalutazione del valore attuale di mercato tenuto conto delle ragioni indicate con riferimento alle caratteristiche industriali degli immobili, che costituivano componenti dell’azienda inserite in un mercato che non aveva subito nel corso dagli ultimi quaranta anni sostanziali modifiche; d’altra parte, non era stato contestato il metodo di stima adottato neppure dai consulenti dei fratelli Ricci che avevano censurato la valutazione, sostenendo necessario l’abbattimento di valore del 25%; peraltro, erano condivise le argomentazioni dei consulenti di ufficio laddove avevano valutato l’avviamento di tipo positivo dell’azienda.
Stimata la quota disponibile in Lire 50.207.281 e quella di riserva in Lire 100.414.562 ed accertato che ai fratelli erano stati legati beni per complessivi Lire 133.594.033, era determinata la lesione di legittima e quindi la somma che i medesimi erano condannati a corrispondere per reintegrarla a favore di ciascuna delle sorelle, a (Lire 9.551.151 – Lire 1.079.758=) 8.471.392 che rivalutata ammontava a Lire 135.796 414, pari a Euro 70.132,99.
Avverso tale decisione propongono ricorso per cassazione le persone indicate nella intestazione sulla base di sette motivi illustrati da memoria.
1.1. – Il primo motivo denuncia la nullità degli atti del giudizio di appello e della sentenza impugnata per effetto della nullità della notificazione nei confronti di R.S. dell’atto di riassunzione compiuto a seguito della interruzione intervenuta dopo la morte di R.U. , posto che lo stesso era stato notificato presso il domicilio dell’avv. Tolini, quando U. e R.S. , all’udienza del 26 giugno 2008, si erano nuovamente costituiti depositando comparsa con la nomina di nuovo difensore, nella persona di G.G. , presso il quale avevano eletto un nuovo e diverso domicilio.
Dall’esame degli atti, consentita dalla natura (processuale) del vizio denunciato, risulta che la nomina del nuovo difensore era avvenuta in aggiunta e non in sostituzione del precedente; va considerato che destinatario delle notificazioni (e delle comunicazioni) in corso di causa è il difensore nel domicilio eletto o dichiarato e non la parte. Ne consegue che la notificazione al difensore originariamente nominato e presso il domicilio del medesimo era stata correttamente effettuata, posto che, come si è detto, la nomina avvenuta con la comparsa del 25-62008, dep. all’udienza d(1 successivo 26-6, non aveva comportato né la sostituzione del precedente difensore né alcun mutamento di domicilio.
2.1. – Il secondo motivo denuncia la violazione della cosa giudicata formatasi in ordine all’accertamento compiuto dal tribunale sulla circostanza che, per effetto dei testamenti, l’intero asse ereditario, e quindi anche la azienda e gli immobili della segheria erano gravati dall’usufrutto generale a favore della moglie del de cuius, con la conseguenza che le attribuzioni a favore dei fratelli R. , erano di valore inferiore, in quanto aventi a oggetto la sola nuda proprietà.
Deve escludersi la formazione della cosa giudicata invocata dai ricorrenti, posto che l’appello, avendo censurato la consistenza dell’asse ereditario e la determinazione del valore delle quote spettanti ai coeredi, aveva necessariamente devoluto al giudice di appello il riesame e la verifica dei beni che avevano formato oggetto dell’usufrutto costituito dal testatore a favore di A.C. .
Dagli atti di causa – che questa Corte può direttamente prendere in esame, stante il carattere di error in procedendo del vizio denunciato: cfr. Cass. 10 settembre 2012 n. 15071 – risulta che R.L. , nell’adire la Corte d’appello, aveva rivolto alla sentenza del Tribunale critiche precise e pertinenti, sostenendo la tesi che il diritto riservato dall’art. 540 c.c. non compete al coniuge superstite che al momento dell’apertura della successione, a seguito di separazione personale, non abita più in quella che era stata la casa familiare, poiché la norma intende assicurare una continuità di residenza che in tal caso è stata ormai interrotta.
Questo assunto viene ora ribadito da R.L. , che conclude l’illustrazione del motivo posto a base del suo ricorso formulando il quesito: “Se sia conforme al disposto dell’art. 540 c.c. l’attribuzione del diritto di abitazione al coniuge superstite quando lo stesso sia legalmente separato e non più convivente nella casa oggetto della disposizione successoria”.
La questione, in tali precisi termini, è stata affrontata per la prima volta nella giurisprudenza di legittimità, per quanto consta, solo recentissimamente, con Cass. 12 giugno 2014 n. 13407, che l’ha risolta nel senso propugnato da R.L. : si è ritenuto, essenzialmente, che “il diritto reale di abitazione, riservato per legge al coniuge superstite…, ha ad aggetto la casa coniugale, ossia l’immobile che in concreto era adibito a residenza familiare” e “si identifica con l’immobile in cui i coniugi – secondo la loro determinazione convenzionale, assunta in base alle esigenze di entrambi – vivevano insieme stabilmente, organizzandovi la vita domestica del gruppo familiare”; che “le espressioni usate dall’art. 540, comma secondo… non lasciano al riguardo spazi a dubbi interpretativi”, riferendosi “alla casa che dai coniugi era stata adibita a residenza familiare (dove il concetto di residenza, di cui all’art. 43, comma secondo, c.c., richiama la effettività della dimora abituale nella causa coniugale)”; che “la ratio della suddetta disposizione è da rinvenire non tanto nella tutela dell’interesse economico del coniuge superstite di disporre di un alloggio, quanto dell’interesse morale legato alla conservazione dei rapporti affettivi e consuetudinari con la casa familiare”, quali “la conservazione della memoria del coniuge scomparso, delle relazioni sociali e degli status simbols goduti durante il matrimonio”; che “l’art. 548 primo comma c.c. equipara, quanto ai diritti successori attribuiti dalla legge, il coniuge separato senza addebito al coniuge non separato”, ma “in caso di separazione personale dei coniugi e di cessazione della convivenza, l’impossibilità di individuare una casa adibita a residenza familiare [fa] venire meno il presupposto oggettivo richiesto ai fini dell’attribuzione dei diritti in parola”, sicché “l’applicabilità della norma in esame è condizionata all’effettiva esistenza, al momento dell’apertura della successione, di una casa adibita ad abitazione familiare, evenienza che non ricorre allorché, a seguito della separazione personale, sia cessato lo stato di convivenza tra i coniugi”.
sentenza 22 ottobre 2014, n. 22456
Con sentenza del 13 settembre 2004 il Tribunale di Roma respinse la domanda proposta da R.L. , diretta ad ottenere la condanna di suo padre R.E. al pagamento di una indennità per il mancato godimento, da parte dell’attrice, di un appartamento di cui era stata spossessata dal convenuto pur essendone usufruttuaria per la quota di metà, per successione testamentaria alla madre M.M. , deceduta il (omissis) . A tale decisione il giudice di primo grado pervenne osservando che a R.E. – il quale aveva esercitato con esito positivo azione di riduzione delle disposizioni testamentarie della moglie, come legittimario totalmente pretermesso – competeva, a norma degli art. 540 e 548 c.c., il diritto di abitazione sull’immobile in questione, che aveva costituito la casa familiare fino alla separazione personale dei coniugi, intervenuta consensualmente nel giugno 1993.
Impugnata dalla soccombente, la decisione è stata confermata dalla Corte d’appello di Roma, che con sentenza del 4 luglio 2008 ha rigettato il gravame, ritenendo che non fosse stata adeguatamente censurata la pronuncia di primo grado; è stata altresì disattesa, in quanto non proposta con impugnazione incidentale, la domanda dell’appellato di accertamento dell’inclusione, nell’oggetto del suo diritto di abitazione, del box auto di pertinenza dell’appartamento suddetto.
R.L. ha proposto ricorso per cassazione, in base a un motivo. R.E. si è costituito con controricorso, formulando a sua volta un motivo di impugnazione in via incidentale, cui R.L. ha opposto un proprio controricorso. Sono state presentate memorie dall’una e dall’altra parte.
Con il motivo addotto a sostegno del ricorso principale R.L. lamenta che la Corte d’appello, ritenendo che la sentenza di primo grado non fosse stata impugnata adeguatamente sul punto, ha eluso la questione che le era stata posta, invece, in maniera specifica e puntuale: se R.E. fosse titolare del diritto di abitazione sull’appartamento oggetto della controversia, pur se al momento della morte di M.M. l’immobile da oltre cinque anni non era più la loro casa familiare, essendosene il marito allontanato fin dall’epoca della loro separazione.
Alla luce di questi principi – dai quali non vi è ragione di discostarsi, stante la loro coerenza con la lettera e lo scopo della norma da cui sono stati tratti – il ricorso principale deve essere accolto.
Ne consegue altresì, per le stesse assorbenti ragioni, il rigetto del ricorso incidentale, con il quale R.E. si duole del mancato accoglimento della propria domanda di accertamento dell’inclusione, nell’oggetto del preteso suo diritto di abitazione nell’appartamento in questione, del box auto di pertinenza.
Accolto pertanto il ricorso principale e rigettato l’incidentale, la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio ad altro giudice, che si designa in una diversa sezione della Corte d’appello di Roma, cui viene anche rimessa la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità.
La Corte accoglie il ricorso principale; rigetta l’incidentale; cassa la sentenza impugnata; rinvia la causa ad altra sezione della Corte d’appello di Roma, cui rimette anche la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità.
Si contesta, inoltre, l’inesattezza oltre che l’irrilevanza del richiamo, contenuto nella sentenza impugnata, al patrimonio che il de cuius Ca.An. aveva acquisito per successione alla madre, posto che non vi era prova dell’esistenza di tale patrimonio, e, comunque, le sigg.re C. non avevano compiuto alcun atto di accettazione dell’eredità paterna.
In ossequio al disposto dell’art. 366-bis cod. proc. civ., applicabile ratione temporis, le ricorrenti hanno formulato il quesito di diritto nei seguenti termini: “se, nell’ipotesi di azione di riduzione delle donazioni eseguite in favore di terzo non erede, proposta da legittimario pretermesso, nella successione aperta ha intestato, costui, impugnando tutti gli attui con cui il defunto si è spogliato dell’intero patrimonio, non ha l’onere di provare, ai sensi dell’art. 564 cod. civ., di avere accettato l’eredità con beneficio d’inventario: onere che, invece, grava sull’erede pretermesso, sicché solo il terzo donatario ha l’obbligo di provare la sussistenza, oltre quelli donati, di beni di cui avrebbe beneficiato il legittimario pretermesso”.
Va osservato preliminarmente che sono prospettate due censure ma non è chiarita la portata del vizio di motivazione, né vi è il necessario momento di sintesi, sicché il motivo è in parte inammissibile.
Limitando l’esame alla censura di violazione di legge, dal quesito di diritto emerge che le ricorrenti assumono di aver agito in qualità di legittimarle pretermesse nei confronti della donataria I. , e rilevano che il de cuius si sarebbe spogliato dell’intero patrimonio con gli atti oggetto di impugnazione nel presente giudizio.
Le ricorrenti in tal modo postulano l’esistenza di un fatto, e cioè che il de cuius si fosse spogliato di tutti i suoi beni con atti di disposizione inter vivos, che non è stato oggetto di valutazione dal parte del giudice d’appello, perché non allegato.
La Corte distrettuale, infatti, dopo aver riepilogato le condizioni previste dall’art. 564 cod. civ. per l’esercizio dell’azione di riduzione nei confronti di terzo non erede, ha evidenziato che le sigg.re C. avevano agito affermando che gli atti da esse impugnati dovevano ritenersi in frode alla quota che la legge riserva ai legittimari, ma non avevano specificato se alla morte del genitore si fosse aperta una successione testamentaria o legittima, e soltanto all’udienza del 7 novembre 1994, il loro difensore aveva dichiarato che esse non avevano compiuto alcun atto di accettazione dell’eredità del padre “da questi alienata con vendite simulate e
sentenza 30 maggio 2014, n. 12221
– È impugnata la sentenza della Corte d’appello di Messina, depositata l’8 febbraio 2008, che ha riformato, limitatamente al capo riguardante le spese di lite, la sentenza del Tribunale di Messina di rigetto della domanda proposta da C.A. e L. nei confronti di I.M. .
1.1. – Nel 1992 le sigg.re C. avevano convenuto in giudizio I.M. perché fosse accertata la simulazione di atti compiuti dal genitore, Ca.An. , in favore di costei, nel periodo di convivenza che aveva preceduto il matrimonio civile, celebrato nel 1972, tra lo stesso C. e la s ig.ra I. .
La prospettata simulazione aveva ad oggetto un atto di vendita di immobile, che in realtà celava una donazione, e due atti di acquisto di immobili, che sarebbero stati effettuati con denaro del sig. C. . Tali atti, secondo le attrici, costituivano altrettante donazioni indirette, lesive della quota riservata per legge ai legittimari, e pertanto esse avevano chiesto l’attribuzione della quota di riserva sui cespiti indicati, previa riunione fittizia dell’asse, e la condanna della convenuta alla reintegra e al rendiconto.
La sig.ra I. si era costituita per resistere alle domande delle attrici, aveva eccepito l’inammissibilità e improponibilità della domanda, sul rilievo che le attrici non avevano accettato l’eredità con beneficio d’inventario.
In via riconvenzionale, la convenuta aveva chiesto la condanna delle attrici, in qualità di eredi di Ca.An. , al risarcimento dei danni che costui aveva arrecato alla proprietà di (omissis) nel periodo di esercizio dell’usufrutto che la stessa I. gli aveva donato, nonché la revoca ex tunc della donazione di usufrutto di immobile, in ragione della grave ingiuria commessa ai suoi danni dal C. , con il manoscritto prodotto dalle attrici, e infine la condanna di queste ultime a restituire le rendite percepite dal loro dante causa, durante l’usufrutto, maggiorate di interessi e rivalutazione monetaria.
Il Tribunale di Messina aveva dichiarato improponibile ed inammissibile l’azione di simulazione, rilevando che la stessa era in ogni caso prescritta; aveva rigettato le domande riconvenzionali; aveva compensato le spese del giudizio per un quinto, ponendo i restanti quattro quinti a carico delle attrici.
1.3. – Le sigg.re C. proponevano appello, chiedendo l’accoglimento delle domande; la sig.ra I. si costituiva e proponeva a sua volta appello incidentale, per l’accoglimento delle domande riconvenzionali.
2. – La Corte d’appello di Messina confermava la decisione del primo giudice, riformando il solo capo della sentenza che riguardava le spese.
2.1. – Osservava la Corte d’appello che non sussistevano le condizioni previste dall’art. 564, primo comma, cod. civ. per la proposizione dell’azione di riduzione nei confronti di terzi, tale essendo la sig.ra I. .
Mancava infatti la prova dell’accettazione dell’eredità di Ca.An. con beneficio d’inventario, né risultava che le attrici fossero state totalmente pretermesse dal testatore, ovvero che il de cuius si fosse spogliato in vita di tutto il patrimonio, con donazioni. In proposito, la Corte d’appello rilevava che soltanto all’udienza del 7 novembre 1994 il difensore delle attrici C. aveva dichiarato che non era stato compiuto alcun atto di accettazione dell’eredità del padre, e, inoltre, che dai documenti prodotti emergeva che il defunto Ca.An. aveva ricevuto beni in eredità sia dal padre, nel 1964, sia dalla madre, nel 1981, e che non risultavano atti di disposizione del patrimonio di questi, quanto meno dopo l’apertura della successione della madre.
2.1. – La Corte d’appello riteneva priva di fondamento l’azione di nullità delle donazioni dissimulate, proposta dalle sigg.re C. in alternativa all’azione di riduzione. Sussistevano, infatti, i requisiti di forma e di sostanza della donazione, in riferimento alla vendita della nuda proprietà del fondo sito in (omissis) , e, con riguardo agli atti di vendita intercorsi tra la sig.ra I. e soggetti terzi, si doveva considerare che, in quanto donazioni indirette, era sufficiente l’osservanza delle forme prescritte per il negozio tipico utilizzato per realizzare lo scopo di liberalità.
2.3. – La Corte d’appello dava atto della fondatezza del quarto motivo di appello, con il quale si contestava la dichiarata prescrizione dell’azione di simulazione, evidenziando che lo stesso rimaneva assorbito dal rigetto del primo motivo;
2.4. – Anche l’appello incidentale era rigettato.
La Corte distrettuale osservava che non era possibile accertare quali fossero le condizioni del fondo sito in località (omissis) , al momento della costituzione e dell’estinzione dell’usufrutto costituito a favore di Ca.An. dalla sig.ra I. , e dunque mancavano i presupposti per disporre CTU ai fini della quantificazione del lamentato danno.
Quanto alla revocazione per ingratitudine della donazione dell’usufrutto, difettava l’interesse ad agire, giacché l’usufrutto si era estinto con la morte del sig. C. , avvenuta nel 1987, mentre gli effetti della revocazione avrebbero potuto retroagire fino alla domanda giudiziale, proposta con comparsa di costituzione del 1993.
Risultava infine inammissibile, in quanto nuova, la domanda di condanna delle attrici in proprio al risarcimento dei danni, per l’ipotesi di non riconducibilità al de cuius dello scritto in assunto ingiurioso.
3. – Per la cassazione della sentenza d’appello hanno proposto ricorso C.A. e L. , sulla base di due motivi.
Resiste con controricorso I.M. e propone ricorso incidentale, sulla base di due motivi.
– Preliminarmente deve essere disposta la riunione dei ricorsi, in quanto connessi.
Nel merito, entrambi i ricorsi devono essere rigettati.
1.1. – Con il primo motivo del ricorso principale, le ricorrenti deducono violazione di legge in riferimento agli artt. 459, 457, 557 e 2697 cod. civ. e vizio di motivazione.
La Corte d’appello di Messina avrebbe erroneamente applicato le disposizioni in tema di successione dell’erede pretermesso, senza considerare che le sigg.re C. avevano agito in qualità di legittimarie pretermesse, e che pertanto non dovevano provare di aver accettato l’eredità paterna con beneficio d’inventario.
La Corte distrettuale, infatti, dopo aver riepilogato le condizioni previste dall’art. 564 cod. civ. per l’esercizio dell’azione di riduzione nei confronti di terzo non erede, ha evidenziato che le sigg.re C. avevano agito affermando che gli atti da esse impugnati dovevano ritenersi in frode alla quota che la legge riserva ai legittimari, ma non avevano specificato se alla morte del genitore si fosse aperta una successione testamentaria o legittima, e soltanto all’udienza del 7 novembre 1994, il loro difensore aveva dichiarato che esse non avevano compiuto alcun atto di accettazione dell’eredità del padre “da questi alienata con vendite simulate e donazioni”.
1.3. – Occorre richiamare brevemente la giurisprudenza di questa Corte sul tema.
La totale pretermissione del legittimario si può avere sia nella successione testamentaria, sia nella successione ab intestato. Il legittimario può dirsi pretermesso nella successione testamentaria quando il testatore ha disposto a titolo universale dell’intero asse a favore di altri. In tal caso, ai sensi dell’art. 457, secondo comma, cod. civ., il legittimario non è chiamato all’eredità fino a quando l’istituzione testamentaria di erede non venga ridotta nei suoi confronti. Nella successione ab intestato, la pretermissione si verifica qualora il de cuius si sia spogliato in vita dell’intero suo patrimonio con atti di donazione, sicché, stante l’assenza di beni relitti, il legittimario viene a trovarsi nella necessità di esperire l’azione di riduzione a tutela della situazione di diritto sostanziale che la legge gli riconosce. A ciò consegue che il legittimario pretermesso, sia nella successione testamentaria sia in quella ab intestato, il quale impugni per simulazione un atto compiuto dal de cuius a tutela del proprio diritto alla reintegrazione della quota di legittima, agisce in qualità di terzo e non in veste di erede, condizione che acquista, solo in conseguenza del positivo esercizio dell’azione di riduzione, e come tale non è tenuto alla preventiva accettazione dell’eredità con beneficio di inventario (Cass., sezione II, sentenza n. 16635 del 2013).
1.4. – Nel caso in esame, pur dovendosi rilevare che la Corte d’appello ha erroneamente definito le sigg.re C. eredi ab intestato pretermesse, il ragionamento svolto dalla predetta Corte rimane valido, poiché il fatto presupposto dell’assenza di beni relitti dal de cuius non è stato allegato né provato, mentre sussistevano, secondo la stessa Corte, elementi di segno contrario, in quanto dalla documentazione versata in atti dalle attrici/appellanti emergeva una consistenza patrimoniale del de cuius, quanto meno per successione alla madre deceduta nel 1981, che rendeva dubbia l’assenza di beni relitti al momento del decesso del sig. C. , avvenuto nel (…).
2. – Con il secondo motivo, le ricorrenti deducono la violazione degli artt. 557, 564 e 2697 cod. civ., nonché degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. in relazione all’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ..
Si contesta che la Corte d’appello avrebbe escluso la qualità di legittimarie pretermesse in capo alle sigg.re C. facendo riferimento generico a presunti documenti, prodotti dalle medesime, dai quali emergerebbe la sussistenza del patrimonio del de cuius, proveniente dalla successione alla madre, avvenuta nel 1981, in assenza di prova di ulteriori atti di disposizione.
Richiamato quanto detto in precedenza, si deve ribadire che la ratio decidendi su cui poggia la decisione della Corte d’appello è la carenza di prova in ordine alla totale pretermissione delle ricorrenti. Rispetto a tale ratio, il rilievo del fatto storico della successione, nel 1981, del sig. C. alla madre assume funzione rafforzativa, ed è quindi argomento ad abundantiam, la cui eventuale incongruità ovvero genericità non avrebbe ricadute sulla decisione impugnata.
3. – Con il primo motivo del ricorso incidentale è dedotto vizio di motivazione, anche in violazione degli artt. 112 cod. proc. civ. e 2697 cod. civ., in riferimento alla mancata ammissione della CTU finalizzata a quantificare i danni richiesti in via riconvenzionale per il deterioramento del fondo di proprietà I. , nel periodo in cui il sig. C. aveva esercitato l’usufrutto.
Sulla premessa che la consulenza tecnica era, nella specie, l’unico mezzo idoneo a supportare la decisione sulla domanda risarcitoria, la ricorrente incidentale ritiene insufficiente e contraddittoria la motivazione, espressa dalla Corte d’appello, secondo cui la mancanza di prove sulle condizioni del fondo prima e dopo l’esercizio dell’usufrutto rendeva inutile ogni accertamento. La Corte d’appello aveva trascurato di considerare che la scienza agraria è in condizione di accertare, anche a distanza di tempo, lo stato dei terreni, al momento della riserva di usufrutto e alla data di estinzione dello stesso.
Prescindendo dal rilievo che il motivo è carente del momento di sintesi, va osservato che la Corte d’appello ha motivato adeguatamente sulla inutilità di disporre la consulenza tecnica d’ufficio ai fini della prova del danno da deterioramento del fondo, senza che fossero state provate le condizioni del fondo stesso al momento della costituzione e a quello dell’estinzione dell’usufrutto.
4. – Con il secondo motivo, la ricorrente incidentale deduce vizio di motivazione in riferimento alla statuizione sulla compensazione delle spese processuali, anche in violazione degli artt. 112 e 92 cod. proc. civ. e 2697 cod. civ..
Si contesta che la ritenuta reciproca soccombenza delle parti, con cui la Corte d’appello ha disposto, in riforma della sentenza di primo grado, la compensazione integrale delle spese di entrambi i gradi del giudizio, sarebbe argomento viziato da illogicità, nonché da omessa, contraddittoria e carente motivazione.
Secondo la ricorrente, infatti, il principio della soccombenza reciproca sarebbe stato inapplicabile se la Corte d’appello avesse disposto la CTU richiesta dalla stessa parte, e da ciò discenderebbe il denunciato vizio.
4.1. – La doglianza è all’evidenza infondata.
La Corte d’appello ha motivato adeguatamente l’applicazione delle regole in tema di regolamento delle spese processuali, che consentono la compensazione integrale a fronte della soccombenza reciproca.
6. – In applicazione del medesimo principio, sono compensate tra le parti le spese del presente giudizio.
La Corte, riuniti i ricorsi, li rigetta entrambi e dichiara compensate le spese del giudizio di cassazione.
SENTENZA 7 marzo 2016, n. 4445
R.M. convenne in giudizio C.F. e C.M. , figli di prime nozze del suo defunto marito C.G. , esponendo che il de cuius, con testamento, aveva nominato unici suoi eredi universali i convenuti, già destinatari di donazioni e di liberalità da parte del padre in vita, e aveva invece pretermesso essa attrice; chiese, pertanto, previa riunione fittizia del relictum e del donatum, la riduzione delle disposizioni testamentarie del de cuius eccedenti la quota disponibile e la reintegrazione di essa attrice nella quota di riserva di sua spettanza, con la condanna dei convenuti alla restituzione di quanto illegittimamente ricevuto e alla corresponsione della quota dei frutti ad essa spettante.
Nella resistenza dei convenuti, il Tribunale di Firenze, con sentenza non definitiva, dichiarò che, ai fini dell’accertamento della quota disponibile dell’eredità del defunto, dovevano essere considerate le donazioni effettuate in favore di entrambi i figli con atto pubblico del 16.6.1989, nonché – per quanto riguarda l’attrice R.M. – le donazioni effettuate dal de cuius in favore della stessa con atto pubblico in data 5.11.1985, l’immobile di cui all’atto del 6.3.1992 e l’autovettura Honda Civic dalla medesima posseduta, al valore che essa aveva nel momento dell’apertura della successione; determinò in euro 15 mila il debito della massa; rinviò per il prosieguo della causa, ai fini della determinazione del relictum relativo ai depositi e conti correnti bancari del de cuius.
2. – Sul gravame proposto da C.F. e C.M. , la Corte di Appello di Firenze, in parziale riforma della sentenza impugnata, statuì che, ai fini della determinazione della quota disponibile, doveva essere considerata anche la donazione indiretta di 20 milioni di lire, effettuata dal de cuius in favore di R.M. al momento dell’acquisto della società Eurocasa s.n.c. da parte della stessa e del socio L.S. .
3. – Per la cassazione della sentenza di appello ricorrono C.F. e C.M. sulla base di un unico motivo.
Resiste con controricorso R.M. .
1.- Con l’unico motivo di ricorso, si deduce la violazione e la falsa applicazione dell’art. 556 cod. civ., per avere i giudici di merito computato, ai fini della determinazione della quota disponibile dell’eredità del defunto, tutti i beni donati in vita dal de cuius e, in particolare, non solo quelli successivi al sorgere – col matrimonio – della qualità di erede legittimaria in capo alla convenuta R.M. , ma anche quelli precedenti tale momento. Ciò, a dire dei ricorrenti, sarebbe contrario alla ratio dell’art. 556 cod. civ., interpretato in rapporto alle altre norme di diritto successorio, perché sarebbe del tutto irrazionale – finendo col confliggere col principio di eguaglianza di cui all’art. 3 Cost. – equiparare il coniuge, la cui qualità di legittimario sorge dall’aver contratto un valido matrimonio, a quella dei figli, la cui qualità di legittimari è invece connaturata alla loro esistenza ed ha maggiore tutela nella legge, la quale solo nel caso di sopravvenienza di figli (e non nel caso di sopravvenienza del coniuge) prevede – all’art. 803 cod. civ. – la possibilità per il donante di revocare le donazioni.
I ricorrenti osservano che la qualità di legittimario del coniuge non vale per sempre, in quanto essa sorge col matrimonio e dura solo finché dura il matrimonio (non ha la qualità di legittimario il coniuge divorziato, ma neppure – peraltro – il coniuge separato con addebito di colpa).
Può osservarsi, tuttavia, che anche la qualità di legittimari dei figli ha un inizio e può avere una fine.
I figli acquistano la qualità di legittimari con la nascita e la perdono con la morte. Nel caso di premorienza rispetto al genitore, infatti, l’azione di riduzione e di reintegrazione nella legittima non può essere esercitata, salvo che i figli premorti abbiano discendenti o altri soggetti legittimati a subentrare loro per rappresentazione (discendenti dei fratelli e delle sorelle).
E allora, è vero che il vincolo che lega il coniuge al de cuius è diverso dal vincolo che lega i figli al de cuius: nel primo caso, il vincolo dipende al rapporto di coniugio; nel secondo, il vincolo è di sangue. Ma ciò non giustifica un trattamento diverso in ordine alla determinazione della quota di riserva e alla riunione fittizia delle donazioni.
Quanto all’istituto della revocazione delle donazioni per sopravvenienza di figli di cui all’art. 803 cod. civ. e al diverso trattamento che esso riserva ai figli rispetto al coniuge, tale istituto si fonda sulla communis opinio secondo la quale il donante che non aveva o che ignorava di avere figli o discendenti al momento della donazione non avrebbe posto in essere la donazione se avesse saputo della futura sopravvenienza o scoperta di figli o discendenti.
L’istituto trova fondamento nel particolare legame che unisce il genitore ai figli, laddove il genitore ha il dovere di mantenere i figli e di assicurarne l’istruzione e l’educazione per una futura vita consapevole e indipendente (art. 315-bis cod. civ.); ragioni queste che mancano nel matrimonio, fondato su un rapporto paritario tra i coniugi. Tale diversa natura del rapporto genitore-figli rispetto al rapporto tra coniugi giustifica la speciale disciplina della revocazioni delle donazioni ed esclude la comparabilità di quest’ultima con la previsione di cui all’art. 556 cod. civ..
Alla stregua di quanto sopra, trovando logica giustificazione l’equiparazione della posizione del coniuge a quella dei figli relativamente alla riunione fittizia e alla riduzione delle donazioni ai fini della reintegrazione della quota di legittima, risulta manifestamente infondata la questione di legittimità dell’art. 556 cod. civ. in relazione all’art. 3 Cost..
La Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in 4.200,00 (quattromiladuecento), di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.
1) DOMANDA Quando e dove si apre la successione?
20)DOMANDA calcolo quote ereditarie come si fa?
4 23)DOMANDA testamentoa favore di un solo figlio si puo’?
La sentenza che rigetta l’impugnazione del testamento, una volta passata in giudicato, fa stato solo nei confronti delle parti di quel giudizio, ma non è opponibile, in virtù dell’efficacia riflessa del giudicato, ad altro legittimato all’annullamento che abbia successivamente promosso nuovo giudizio per lo stesso motivo (App. Napoli 29/7/1980).Frequente motivo d’impugnazione è captazione, ossia il dolo che si assume essere stato posto in essere per condizionare la volontà del testatore. Per affermare l’esistenza della captazione, che dev’essere configurata come il dolus malus causam dans trasferito dal campo contrattuale a quello testamentario, non basta però una qualsiasi influenza esercitata sul testatore per mezzo di sollecitazioni, consigli, blandizie e promesse, ma è necessario il concorso di mezzi fraudolenti, che siano da ritenersi idonei ad ingannare il testatore e ad indurlo a disporre in modo difforme da come avrebbe deciso se il suo libero orientamento non fosse stato artificialmente e subdolamente deviato. L’idoneità dei mezzi de quibus deve però essere valutata, in relazione al testamento, con maggiore larghezza rispetto alla materia contrattuale, e, in ogni caso, con precipuo riferimento all’età, allo stato di salute e alle condizioni psichiche del de cuius, in considerazione della particolare natura del negozio testamentario, nonché del fatto che, nell’atto di compierlo, il disponente potrebbe risultare più facile vittima di altrui suggestioni a causa di anormali condizioni di salute o di spirito. (Cass. 14/6/2001, n. 8047).
26 Per fare testamento è necessario recarsi da un notaio?

References: SENTENZA 
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 Cass. 
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 art. 540
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e contrario
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