Source: https://www.scribd.com/document/98159631/Motivazioni-sentenza-di-Primo-Grado-condanna-assassini-di-Federico-Aldrovandi
Timestamp: 2017-06-24 01:07:07+00:00

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Motivazioni sentenza di Primo Grado condanna assassini di Federico AldrovandiUploaded by Informare Per ResistereRelated InterestsPolicePhysicsPhysics & MathematicsWellnessCriminalRating and Stats0.0 (0)Document ActionsDownloadShare or Embed DocumentEmbedView MoreCopyright: Attribution Non-Commercial (BY-NC)Download as PDF, TXT or read online from ScribdFlag for inappropriate contentCAPITOLO OTTAVO LA QUALIFICAZIONE GIURIDICA DEL FATTO. INSUFFICIENZA DI PROVE PER UNA DIVERSA PIU GRAVE QUALIFICAZIONE.ELEMENTO SOGGETTIVO. RESPONSABILITA IN COOPERAZIONE COLPOSA PER EVENTO CAUSATO DA ECCESSO NELL USO LEGITTIMO DELLE ARMI E DELLA VIOLENZA. 1. Fatto antigiuridico e causa di giustificazione. Il fatto che abbiamo esaminato in senso stretto e oggettivo integra la fattispecie tipica penale dell omicidio preterintenzionale. S tratta dell azione in concorso di più i persone che pongono in essere atti integranti la fattispecie di lesioni personali e percosse al fine di immobilizzare un soggetto in ipotesi aggressivo; dall azione lungamente ricostruita nelle pagine precedenti è derivata come conseguenza non voluta la morte del soggetto vittima delle percosse. S appiamo, peraltro, come non basti realizzare tutti gli elementi di un fattispecie di reato tipica, essendo necessario che il fatto conforme al tipo non sia considerato lecito in base a norme diverse dello stesso sistema penale o di altri settori dell ordinamento. Nel caso che stiamo esaminando, gli autori del fatto sono quattro agenti di polizia ai quali non si contesta semplicemente un azione violenta lesiva dell integrità fisica del soggetto vittima ma di avere, legittimamente agendo nell esercizio delle funzioni di tutori della quiete e dell ordine pubblico, operato per vincere la resistenza del soggetto, eccedendo i limiti del legittimo intervento . Il capo d imputazione premette nella descrizione del fatto una circostanza che la ricostruzione probatoria porta a ritenere infondata e cioè che l intervento degli agenti della prima volante, quella degli imputati Pontani e Pollastri, sia dipeso, inizialmente, da richieste di privati cittadini che invocavano tutela contro asseriti atti di disturbo e molestie da parte del soggetto poi vittima della reazione violenta degli agenti. Deve considerarsi ragionevolmente provato come i rumori, le urla, gli schiamazzi, denunciati dai cittadini siano dipesi dallo stesso scontro prolungato verificatosi, nei minuti precedenti la telefonata di intervento della forza pubblica da parte di Cristina Chiarelli, tra gli uomini della prima volante e Federico Aldrovandi, per cause ed in relazione a circostanze ignote. Tale verità esclude che l Aldrovandi fosse in condizione di delirio eccitato, che lo stesso fosse soggetto ad excited delirium syndrome, non essendovi prova di uno stato di abnorme iperagitazione nei minuti precedenti l intervento della polizia. E tuttavia questa parzialmente diversa ricostruzione del fatto non modifica il quadro giuridico complessivo che rimane sostanzialmente invariato. Essa contribuisce soltanto ad attribuire un diverso più grave peso agli elementi dedotti in accusa e dai quali gli imputati devono difendersi. Il fatto in esame resta giuridicamente ancorato alla qualificazione violenta del
comportamento della vittima, impresso nel processo dalla fondamentale testimonianza di Anne Marie Tsague che vede gli agenti armati di manganello schierati di fronte all area del parchetto dal quale sbuca a passi rapidi Federico Aldrovandi, che verso gli agenti si dirige, cercando, al termine della manovra, di colpirli con un calcio portato mediante una sforbiciata . Non sappiamo da cosa sia dipesa questa azione del ragazzo. Essa ha evidentemente un collegamento con il precedente scontro fisico con gli agenti, rispetto al quale non siamo in condizione di dire nulla su origine, cause , modalità concrete, responsabilità specifiche: se effetto di una montante condizione di eccitazione del ragazzo, di una sua alterata condizione di mente per effetto della sia pur modesta assunzione di alcol e stupefacenti, ovvero di una provocazione o di una reazione ad atti arbitrari degli agenti, di uno stato emotivo alterato e profondamente turbato dalle modalità, cause, ragioni, conseguenze fisiche del primo scontro fisico avuto con gli agenti. S questo punto non vi è davvero alcuna certezza; per quante speculazioni si u possano svolgere, ed ogni parte ha buoni motivi per svolgere le proprie, l accusa privata e pubblica sono riuscite a dare una spiegazione e una dimostrazione in termini di piena innocenza della condotta precedente del ragazzo. La mancanza di prova di un preesistente stato di agitazione psicomotoria del giovane in termini di e.d.s., non vieta di pensare che una certa agitazione, un turbamento, un alterazione delle condizioni psicologiche e mentali del giovane nei minuti precedenti sia il primo che il secondo scontro con la polizia potesse esservi. I dati oggettivi accertati sono peraltro quelli in precedenza esposto. La sola manifestazione di aggressività di Aldrovandi che può ritenersi provata è la sforbiciata vista dalla Tsague. Per il resto, escluso dalla prova contraria il delirio eccitato, è dovuta in base a mere regole processuali una concessione alla tesi difensiva degli imputati. S può ipotizzare che la condizione del ragazzo fosse conseguenza di un complesso i di fattori, tra i quali può certo ammettersi un intervento non ortodosso e non conforme ai criteri della correttezza che, dal punto di vista deontologico, dovrebbero connotare i comportamenti degli agenti delle forze dell ordine di fronte ad una persona in condizione di personale disagio per gli effetti di una serata in discoteca ma che comunque nulla di illegale stava compiendo, nessun delitto era in procinto di realizzare, nessun effettivo disturbo o pericolo per la quiete pubblica stava concretamente attuando. S può pensare all innesco di un meccanismo di i rabbia, reattivo, esaltato dalla convinzione di avere subito un ingiustizia che legittimava una reazione violenta. S di fatto che nulla di tutto questo può ta considerarsi provato sicchè niente di ciò può essere posto processualmente a carico degli imputati in modo univoco. Il solo dato dal quale si può muovere è che Federico Aldrovandi è divenuto violento e aggressivo dopo o contestualmente all intervento della prima volante; che la causa di tale atteggiamento non ha spiegazione fondata su basi oggettive; che nella prima scena nella quale Federico
appare agli occhi dei testimoni egli pone in essere certamente un azione incontestabilmente offensiva e violenta nei confronti degli agenti. S ono questi i dati obbiettivi del processo sui quali la valutazione del giudice deve fondarsi, lasciando alle altre parti il compito arduo ma pur necessario di scoprire, peraltro fuori tempo massimo, eventuali prove per capire perché Federico Aldrovandi, persona mite, educata, onesta, mentalmente sana, giovane cittadino osservante delle regole di buon comportamento civile e soprattutto delle norme giuridiche, secondo il quadro emerso a dibattimento dalle convergenti testimonianze di quanti lo hanno conosciuto, sia divenuto aggressivo e violento dopo un contatto con una volante della polizia, ovviamente escluso un apporto causale esclusivo della pur ammissibile condizione di moderata alterazione psicofisica connessa alla notte trascorsa in discoteca. S questa base resta del tutto aderente alla ricostruzione in fatto l inquadramento u giuridico della fattispecie con il richiamo alle disposizioni degli art. 51 e 55 del c.p. che fanno riferimento ad un iniziativa della polizia giustificata dalla precedente violenza della vittima che gli agenti aveva tentato di offendere, colpendoli con un calcio. E però da considerare che il modo stesso in cui l accusa risulta costruita impone di ritenere come la fattispecie avrebbe richiesto il rinvio alla disposizione di una diversa causa di giustificazione, prevista dall art. 53 cp che in rubrica fa riferimento restrittivamente all uso legittimo delle armi da parte di agenti della forza pubblica ma che in realtà si riferisce ad ogni condotta di violenza fisica dei pubblici ufficiali autorizzati ad esercitarla, con uso delle armi o meno, e nelle condizioni previste dalla stessa disposizione volta a vincere una resistenza o a respingere una violenza portata contro l agente pubblico; si tratta, inoltre, di spiegare in cosa consista e come si manifesti nel caso concreto il trasmodare per colpa dai limiti della causa di giustificazione, effettivamente e non putativamente sussistente, circostanza in cui si concreta il rimprovero mosso agli imputati. E noto che se il fatto è commesso in presenza di una situazione che integra la previsione di una norma scriminante, ma la condotta dell agente eccede i limiti segnati da tale norma, si parla di eccesso colposo nelle cause di giustificazione che esclude la liceità del fatto ma lo fa rientrare nell ambito del penalmente rilevante non nello schema del fatto tipico doloso ma nello modello del medesimo fatto colposo. Ciò in quanto possa escludersi un eccesso doloso, come tale non riconducibile alla previsione dell art. 55 c.p., quando l agente si sia esattamente rappresentato la situazione scriminante, abbia quindi percepito esattamente che la propria azione interveniva in una situazione coperta da una causa di giustificazione, sia stato perfettamente in grado di percepirne i limiti e sia stato in condizione di controllare i mezzi esecutivi, andando oltre consapevolmente e volontariamente da quei limiti, realizzando volontariamente un fatto antigiuridico. Ci saremmo trovati in una tale situazione se si fosse potuto affermare che gli agenti avevano approfittato
dell occasione offerta dall improvvida azione di Aldrovandi di colpire uno di essi con un calcio per dargli una lezione . S il tribunale avesse potuto disporre di prove e nitide e precise di un azione reattiva degli agenti manifestamente e consapevolmente eccedente i limiti necessari per impedire che l azione aggressiva di Aldrovandi fosse proseguita e portata ad ulteriori conseguenze; di un azione non strettamente funzionale all immobilizzazione e all ammanettamento ma mirata ad infliggere consapevolmente e volontariamente percosse e lesioni per punirlo , ad esempio, del precedente comportamento nel corso della prima colluttazione con gli uomini della prima volante. Una tale realtà, se concretamente emergente, avrebbe dovuto portare ad una restituzione degli atti al p.m. per la contestazione del diverso più grave reato di omicidio preterintenzionale. E indubbio che l azione degli agenti operanti presenti elementi che possano indurre un qualche dubbio su una volontà di percuotere e ledere oltre lo stretto necessario al perseguimento della finalità d ufficio. Tale asserzione si basa su un rilievo negativo e su una serie di indizi positivi. In negativo va tenuto conto che se la situazione fosse stata quella effettivamente prospettata dagli agenti, tale da richiedere da parte loro l impiego di una forza straordinaria, la necessità di percuotere e usare la forza senza alcun concreto limite fino alla completa l immobilizzazione e restrizione, gravissima dovrebbe ritenersi la colpa per avere affrontato una situazione di emergenza in condizioni tali da richiedere il massimo della violenza e della forza, senza verificare soluzioni alternative e soprattutto senza disporre di forza adeguata a vincere la resistenza senza ledere l incolumità fisica del soggetto. S appiamo che la colpa gravissima confina con il dolo. In positivo va considerato che l azione degli agenti per la sua brutalità, per essere stata preordinata in modi che appaiono idonei, con valutazione ex ante, ad infliggere al soggetto, ancor prima del manifestarsi concreto dell intento aggressivo, le conseguenze più gravi dal punto di vista dell incolumità fisica ( ricorso preventivo agli sfollagente, pur in un rapporto di forze particolarmente favorevole e non caratterizzato dalla necessità di salvaguardare beni prevalenti in concreto pericolo di lesione), per essere stata attuata con la applicazione della massima forza possibile, senza alcun rapporto con le concrete esigenze dell immobilizzazione e comunque senza alcuna osservanza del dovere di bilanciare le esigenze dell azione costrittiva con la necessità di salvaguardare la vita e l incolumità fisica nella misura più ampia possibile, tenuto conto che non vi erano significativi beni di pari rilievo in gioco, se si esclude un esigenza di arresto che la legge non prevede come obbligatoria e poteva eventualmente essere differita o subordinata alla necessità di salvaguardare l incolumità del soggetto che, non avendo commesso alcun grave reato, se non una mera resistenza, per ragioni non chiarite e, nella versione degli imputati, esclusivamente imputabile a condizioni psicofisiche che richiedevano in primo luogo
un trattamento terapeutico urgente, da concordare e praticare in accordo con gli specialisti sanitari. Nonostante tali positivi indiscutibili rilievi, l ipotesi deve restare confinata ad un ambito inattingibile dalla concreta situazione probatoria, tenuto conto del principio probatorio vincolante dell oltre ogni ragionevole dubbio. Non è raro che situazioni di legittima difesa trasmodino non solo in eccessi colposi ma in vera e propria volontà omicida quando l aggredito, specie in presenza di contrasti pregressi con l aggressore ed in uno stato d animo nel quale sentimenti di vendetta, rivalsa, ritorsione, rabbia prevalgono, sia indotto ad offendere l aggressore ben oltre i limiti segnati dalla esigenza difensiva per realizzare non solo l autodifesa ma un autonomo scopo punitivo. In un caso trattato in Corte d assise d appello da questo giudice, un aggressore armato, persecutore di una famiglia di contadini abitanti in un solitario casolare di campagna, era penetrato in casa tenendo sotto la minaccia dell arma il gruppo composto da donne ragazzi, bambini e dall unico capofamiglia che, a sua volta, impugnava un bastone; approfittando di un attimo di distrazione dell aggressore che aveva esploso un colpo di fucile a canne mozze a vuoto all indirizzo del gruppo, l uomo era riuscito a colpire con il bastone al capo l aggressore, facendolo finire per terra stordito. Aveva quindi impugnato il fucile dell aggressore e con il calcio aveva ripetutamente colpito l aggressore in testa, asseritamente per impedirgli di rialzarsi e di portare a compimento l aggressione, procurandone la morte: legittima difesa, eccesso, colposo, omicidio preterintenzionale, omicidio volontario? Un situazione limite perché quelle persone erano state concretamente minacciate di morte ne avevano concretamente corso il rischio e avevano tutto il diritto di difendersi; ma fino a che punto il diritto di usare violenza può giustificare una condotta che provoca una morte non necessaria? Tutte le volte in cui la violenza legittima conduce alla morte in contesti e circostanze che non la rendevano necessaria, i termini, i modi, la necessità di quella violenza letale vanno posti sotto stretta osservazione. L esempio che abbiamo proposto evidenzia come persino in situazioni estreme si possa chiedere conto a chi abbia il massimo diritto di usare violenza contro l aggressore di averne procurato la morte. La differenza dell esempio rispetto al caso che stiamo esaminando, mette in luce come non sia affatto peregrino chiedersi se quell eccesso di violenza e di costrizione fisica che produsse la morte di Aldrovandi fosse solo conseguenza di un governo imprudente ed errato della forza, di scelte sbagliate derivanti dall incapacità di controllare con freddezza e competenza una situazione obbiettivamente difficile, ovvero di una ingiustificata, consapevole, concessione al gioco della violenza . Un confine molto sfumato, dalle conseguenze molto gravi, da oltrepassare solo con prove rigorose e certe che nella specie non sussistono o che rimangono comunque contraddette dall obbiettiva azione manifestamente aggressiva di Aldrovandi che rende plausibile la versione difensiva degli imputati, secondo cui essi dovettero
affrontare una situazione assai difficile, in relazione alla forte resistenza opposta all ammanettamento da parte della vittima. Elementi che non consentono di andare oltre nell ipotizzare differenti scenari per la nebulosità degli elementi che dovrebbero supportare in modo rigoroso la prova di un elemento soggettivo doloso.
2. L eccesso colposo nell adempimento del dovere e nell uso legittimo delle armi. L art. 55 c.p. disciplina l ipotesi in cui in presenza di tutti i presupposti di una causa di giustificazione l agente per colpa travalica i limiti stabiliti dalla legge o dall ordine dell Autorità ovvero imposti dalla necessità, limiti entro i quali la condotta risulterebbe giustificata. L agente produce per colpa un risultato che si pone al di fuori dell ambito di liceità determinato dalla presenza dei presupposti oggettivi e soggettivi di una causa di giustificazione. L eccesso può riguardare sia i mezzi dell azione, nel senso che un loro uso improprio (colposo) determina un risultato lesivo che trascende dai limiti della giustificazione ( nell esempio di sopra la reiterazione dei colpi con il calcio del fucile dell aggressore stordito che stava per rialzarsi ). Ma l eccesso può consistere anche nel fine dell agire, nel senso che tale eccesso può riguardare la valutazione dei limiti dell azione giustificata ed è determinata da colpa dell agente nel valutare la portata della situazione nella quale si attua una condotta che si ritiene coperta dalla causa di giustificazione. Ambedue questi profili di eccesso possono riscontrarsi nella situazione all esame. Vi è sicuramente un eccesso nei mezzi determinato da un uso incongruo e incontrollato della violenza, eccedente i limiti entro i quali gli agenti della forza pubblica devono mantenersi per realizzare l obiettivo di arrestare e ammanettare un soggetto senza fare correre allo stesso rischi incompatibili con il prevalente diritto del soggetto di vedere salvaguardata la propria incolumità personale, compatibilmente con il concorrente e prevalente diritto degli agenti di salvaguardare la propria, ma vi è anche eccesso nell adoperare una violenza fisica incontrollata ed eccessiva, tale da esporre a rischio la vita del soggetto da fermare, in una situazione nella quale la necessità di contenzione, immobilizzazione e restrizione immediata e ad ogni costo, nella quale non sussisteva urgenza né assoluta necessità di affrontare immediatamente una violenta colluttazione con conseguenti rischi, essendovi margini per controllare la situazione in modo incruento e per raggiungere il risultato prefisso con procedure meno rischiose per l incolumità di tutti. Vedremo che sarebbe stato sufficiente per gli agenti, di fronte ad un soggetto molto agitato ed aggressivo ma disarmato e non pericoloso, in relazione al soverchiante rapporto di forze, limitarsi a scansare e schivare i suoi attacchi, limitarsi ad impedirgli di offendere, distraendolo mediante il dialogo o distogliendolo dai suoi intenti aggressivi, dimostrando di non volere accettare lo
scontro e, se proprio necessario, con opportuni metodi dissuasivi ( colpi di manganello in parti non vitali), chiedendo nel contempo rinforzi e l arrivo dell ambulanza, per riportare la questioni ai reali suoi termini di problema sanitario. Questo tipo di valutazione in termini di eccesso per errata valutazione dell esistenza dei presupposti e limiti interni della causa di giustificazione, dell esatto contenuto di essa, va riportata alla specifica causa di giustificazione che gli agenti potevano invocare nella specie che non era l adempimento del dovere ma l uso legittimo delle armi cioè della violenza fisica per replicare ad una resistenza o per impedire una violenza. La formulazione dell art. 53 cp, che fa salve le disposizioni contenute nei due articoli precedenti, mette in evidenza come la causa di giustificazione prevista dall art. 53 occupi uno spazio autonomo rispetto sia alla legittima difesa, art. 52 cp, che all adempimento di un dovere, art. 51 cp, la specifica causa di giustificazione i cui limiti e presupposti sarebbero stati superati, secondo il capo d imputazione. S tratterà di legittima difesa se l agente della forza pubblica faccia uso delle armi o i di altro mezzo di coazione fisica ma lo faccia per difendere un diritto proprio od altrui dal pericolo attuale di un offesa ingiusta. Nel caso in cui la violenza abbia messo in concreto pericolo il diritto personale dell agente, e sussistano gli estremi della necessità della difesa, l agente potrà difendersi facendo ricorso alle armi o alla violenza difensiva nei limiti previsti dall art. 52 e cioè con una difesa che sia proporzionata all offesa. La violenza sarà posta in essere in adempimento del dovere tutte le volte in cui l uso delle armi o di altri mezzi di coazione fisica rappresenti una modalità, anche eventuale, dell adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, come nel caso ad esempio in cui l uso delle armi sia solo minacciato per ottenere dal destinatario un comportamento conforme all ordine ovvero nel caso in cui le armi siano necessarie per eliminare ostacoli fisici inanimati all azione della polizia ( ad esempio per entrare in una abitazione chiusa). Lo spazio autonomo per la scriminante dell uso della violenza fisica su persone si ha invece quando l uso delle armi o di altro strumento di coazione fisica sia reso necessario dalla necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza , in tutti i casi in cui sia necessario rimuovere ostacoli che in forma di resistenza o violenza vengano frapposti all azione della pubblica autorità. Prima facie, quindi, gli agenti, operando in adempimento di un dovere d ufficio, ritennero che la loro azione violenta fosse giustificata dalla necessità di opporsi al gesto aggressivo di Federico Aldrovandi e di immobilizzarlo in quanto lo stesso si opponeva all arresto che gli agenti ritenevano di dovere effettuare, in quanto soggetto in stato di agitazione psicomotoria che aveva già aggredito immotivatamente due di essi, ingaggiando con gli stessi una colluttazione e danneggiando l auto di servizio.
Il punto nodale della causa di giustificazione che effettivamente, secondo quanto risulta dal capo d imputazione, gli imputati potevano addurre per legittimare la loro reazione violenta all atto aggressivo della vittima, concerne il limite della proporzione che deve ritenersi intrinsecamente e logicamente apposto alla causa di giustificazione in questione, oltre agli altri requisiti della necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza. La norma prevede che il pubblico ufficiale non possa fare ricorso alle armi e alla forza fisica sempre e comunque ma solo quando vi sia costretto dalla necessità e cioè quando non possa raggiungere i suoi scopi con mezzi diversi dall uso di qualsivoglia mezzo di coazione fisica ( ad esempio intavolando colloqui con il resistente per persuaderlo a desistere, fare in modo che la carica aggressiva si attenui, nel caso in cui l arresto sia discrezionale scegliere la via della denuncia a piede libero quando il soggetto non sia pericoloso e la sua condotta appaia dettata da un contingente stato di alterazione psicofisica, contenerlo passivamente ecc.). Il principio di necessità comporta inoltre che tra diversi mezzi di coazione, tutti ugualmente efficaci, l agente scelga il meno lesivo ( ad esempio, provare l immobilizzazione in piedi anziché i n posizione prona; evitare pressioni con pesi sul tronco, anche se questa condotta richieda un maggiore sforzo fisico ). Ma il ricorso ad un dato mezzo di coazione fisica deve essere, oltre che necessario, anche proporzionato; bisogna cioè stabilire di volta in volta se l interesse pubblico che la coazione ad opera della forza pubblica mira ad affermare sia prevalente rispetto all interesse individuale sacrificato. Il limite della proporzione non è espressamente menzionato dall art. 53 ma deve ritenersi imposto da un interpretazione della norma conforme a Costituzione. Il limite della proporzione è un limite intrinseco a tutte le cause di giustificazione che si fondano strutturalmente su un giudizio di bilanciamento e di prevalenza fra interessi contrapposti in conflitto. Il principio di imparzialità su cui si basa la P.A. ex art. 97 C. comporta che gli agenti della forza pubblica debbano tenere conto di tutti gli interessi in gioco in ogni situazione e scegliere di privilegiare sempre la via che contemperi, in una visione equilibrata, le diverse situazioni in conflitto tra loro, valutando costantemente il valore relativo dei beni sacrificati e di quelli tutelati. La proporzione è quindi un limite di operatività della scriminante, insieme alla necessità dell uso della coazione e all inevitabilità dell uso dei mezzi impiegati e alle concrete modalità di uso della forza fisica. Il principio di proporzione fa sì che la scriminante possa essere invocata quando non leda un interesse di valore superiore rispetto a quello soddisfatto con l uso della forza fisica. In questo senso sarebbe irragionevole imporre un criterio di proporzione per la legittima difesa o lo stato di necessità, quando vengono in gioco i fondamentali beni della persona e ritenere che tale proporzione non esista quando si tratti semplicemente di vincere una resistenza alla pubblica autorità. Il principio di proporzione implica che quando sia necessario intervenire per respingere una violenza o vincere una resistenza, l impiego della forza sia proporzionata all effettiva
consistenza dell azione offensiva; sia controllata e sia unicamente finalizzata allo scopo di raggiungere l obbiettivo con il minimo impiego di forza compatibile con le esigenze, senza eccedere in atti lesivi non necessari e senza comunque mettere a repentaglio l incolumità personale della persona nei confronti della quale le armi o la violenza siano utilizzabili, se non quando i beni in pericoli siano almeno di pari rango. Che l uso della forza debba essere rigorosamente proporzionato al tipo e al grado di resistenza opposta è sostenuto ancora di recente da Cass. Pen. S V, sent. N. ez. 38229, Mossa. Le massime più recenti sono tutte orientate in questa direzione e dettano il criterio giuridico al quale attenersi nella decisione del caso:
Sez. 4, Sentenza n. 854 del 15/11/2007 Ud. (dep. 10/01/2008 ) Rv. 238335 Perché possa riconoscersi la scriminante dell'uso legittimo delle armi, quale prevista dall'art. 53 cod. pen., occorre: che non vi sia altro mezzo possibile; che tra i vari mezzi di coazione venga scelto quello meno lesivo; che l'uso di tale mezzo venga graduato secondo le esigenze specifiche del caso, nel rispetto del fondamentale principio di proporzionalità. Ove risultino soddisfatte tali condizioni è da escludere che si possa porre a carico dell'agente il rischio del verificarsi di un evento più grave rispetto a quello da lui perseguito. (Nella specie, la Corte ha ritenuto che correttamente fosse stata affermata la responsabilità, a titolo di eccesso colposo, nei confronti di un agente di polizia il quale, in ora notturna ed in zona poco frequentata, a fronte del gesto di un soggetto che aveva estratto e puntato contro la pattuglia di cui detto agente faceva parte una pistola, rimanendo quindi fermo in tale atteggiamento, con un ginocchio a terra, nel mezzo della strada, aveva esploso contro costui, dopo essersi portato a distanza di sicurezza, al riparo dell'autovettura di servizio, i cui fari abbagliavano l'antagonista, alcuni colpi di pistola che ne avevano cagionato la morte). Sez. 4, Sentenza n. 2148 del 15/02/1995 Ud. (dep. 01/03/1995 ) Rv. 200978 Poiché per l'operatività dell'esimente prevista dall'art. 53 cod. pen. occorrono due condizioni strettamente interdipendenti tra loro, vale a dire l'uso legittimo dell'arma e la necessità di vincere una resistenza attiva, nonché un rapporto di proporzione, di modo che, qualora altri mezzi siano possibili per respingere la violenza o vincere la resistenza, il pubblico ufficiale non è autorizzato ad usare le armi, salvo le eccezioni previste da specifiche disposizioni di legge, l'inosservanza dell'ordine di fermarsi impartito dal pubblico ufficiale integra una resistenza meramente passiva, inidonea a giustificare l'uso dell'arma da parte di quest'ultimo. (Fattispecie relativa a riconoscimento di responsabilità per il reato di cui all'art. 589 cod. pen. di un brigadiere dei carabinieri il quale, dopo avere intimato l'alt a un veicolo sopraggiungente, vedendo che il conducente non si arrestava e proseguiva la marcia, ha esploso un colpo di pistola in direzione del mezzo, direttamente colpendo a morte il guidatore).
Il principio è assolutamente consolidato ed è il solo che legittima dal punto di vista dei principi costituzionali e delle Convenzioni internazionali sui diritti dell uomo il ricorso alle armi e alla violenza fisica da parte della forza pubblica. 3. La colpa. L agente modello. Gli imputati sono accusati di avere cagionato per colpa la morte di Federico Aldrovandi, eccedendo nella loro azione di coazione fisica dai limiti di legittimo esercizio della violenza quanto ad effettiva necessità dell impiego della forza e comunque quanto a mezzi, modi, intensità, caratteristiche e fini dell impiego degli strumenti di coazione e della stessa forza muscolare nei confronti della vittima. I momenti fondamentali nei quali si articola l analisi e la valutazione del contenuto di illecito proprio del reato colposo comporta si debba procedere all individuazione di tre elementi essenziali: 1. La violazione di una regola a contenuto precauzionale, mediante una condotta ad essa obbiettivamente contraria dalla quale è derivata causalmente l evento antigiuridico; 2. La evitabilità del danno o del pericolo creato, attraverso la osservanza della regola che risulta violata; 3. La concreta esigibilità dell osservanza, da parte del singolo autore, della regola precauzionale posta a tutela del bene giuridico leso o messo in pericolo. L individuazione della regola precauzionale violata rileva nell illecito colposo come fattore tipizzante rispetto alla concreta condotta dell agente. L art. 43 primo comma impone di individuare la specifica condotta che ha causato l evento ma anche la norma cautelare con la quale la condotta causale si pone in rapporto di contraddizione. A questa stregua occorre definire le regole di comportamento alle quali gli imputati si sarebbero dovuti attenere; stabilire se ed in che modo a queste regole di condotta essi siano effettivamente venuti meno. Bisogna verificare ancora se nella concreta situazione nella quale i quattro si vennero a trovare, il c.d. agente modello avrebbe adottato comportamenti diversi in grado di prevenire ed evitare l evento. S i tratta perciò di stabilire il se e la misura della colpa degli imputati. Nel caso concreto non abbiamo necessità di andare oltre il mero criterio oggettivo di misura della colpa per applicare anche un criterio soggettivo, in funzione di specifiche capacità, competenze e conoscenze degli imputati. Ci troviamo, infatti, di fronte a quattro normali operatori di polizia per i quali si tratta soltanto di fissare la regola di comportamento alla quale essi si sarebbero dovuti attenere e che sarebbe stata ragionevolmente osservata dal soggetto paradigmaticamente assunto come modello di riferimento. Tale figura, come è noto, è quella dell homo eiusdem professionis et condicionis; tale parametro consente di fare riferimento non ad una figura di soggetto diligente, prudente ed osservante, astratto e astorico, ma
conduce il confronto sul piano dell individuo concreto, dotato di specifiche caratteristiche, conoscenze ed esperienze per affrontare con la massima diligenza esigibile la concreta situazione della vita nella quale si è trovato ad operare. S tratta i quindi di raffrontare l azione concretamente realizzata dagli imputati con il comportamento che nelle stesse circostanze di tempo e di luogo sarebbe stato tenuto dall agente di polizia ideale . Un modello di riferimento concreto e specifico, ritagliato sulla professionalità esigibile dall operatore del settore, sulla base delle esperienze, delle conoscenze, dei protocolli operativi, delle direttive previste per ridurre al minimo gli specifici rischi che l attività determina e che li sa affrontare nel modo più efficace per prevenire danni evitabili, nel confronto peraltro con tutti gli altri agenti modelli di settori contigui e affini ai quali l attività del nostro agente modello è equiparabile. In questo senso, per venire al caso di specie, il modello di riferimento dell agente di polizia nella parte in cui si tratta di affrontare le situazioni pericolose derivanti dalla presenza e dall azione di un soggetto, ipoteticamente agitato e reattivo, deve tenere conto, anche rispetto allo specifico obbiettivo dell arresto, delle prassi operative e delle esperienze degli operatori sanitari che si siano trovati nella necessità di intervenire per immobilizzare persone molto agitate. E vero che in campo sanitario e psichiatrico si ha a che fare talvolta con persone che sono sicuramente incapaci di intendere e volere mentre nel caso in cui la polizia debba affrontare soggetti violenti, gli agenti non sono in condizione e non possono stabilire quasi mai con certezza se ci si trovi di fronte a soggetti non imputabili. Nondimeno nell affrontare queste persone anche la polizia deve porsi il problema, al di là dell imputabilità o meno per le condotte antigiuridiche eventualmente da costoro realizzate, del se, del come, del quando, dei modi e dei mezzi per eseguire l arresto o l immobilizzazione, in modo da attuare la strategia meno pericolosa per tutti i soggetti coinvolti nel contesto determinato dalla presenza di soggetti anormalmente agitati, in condizioni di limitata o mancante capacità di intendere e volere, a prescindere dal problema dell imputabilità o meno per lo stato in cui costoro versano. In questo senso gli operatori della polizia non operano diversamente dagli operatori sanitari e sono obbligati in primo luogo alla tutela del soggetto incosciente o parzialmente incosciente non diversamente da questi ultimi, dovendosi applicare ad essi le fondamentali regole di comportamento previste per gli operatori sanitari oltre che specificamente per gli agenti di polizia. Né d altra parte, quando non sono in gioco altri valori e beni fondamentali, in presenza di un soggetto imputabile che si manifesti violento e resistente all atto d ufficio della polizia, la prevalenza del principio d autorità può imporsi anche a costo del sacrificio dei beni della vita e dell incolumità personale del soggetto da immobilizzare ed arrestare. Ciò significa che i modelli di comportamento da prendere a riferimento sono quelli che consentono, sempre in assenza della necessità di tutelare valori di pari rango, di realizzare l obbiettivo dell immobilizzazione con l uso della minor violenza possibile, compatibile con
l esigenza di non aumentare il rischio di conseguenze lesive sproporzionate o addirittura letali. In casi estremi quando l alternativa è tra portare il rischio al livello estremo e quello di non procedere immediatamente ad un arresto, specie nei casi in cui tale misura è prevista come facoltativa dalla legge, l agente modello previene il rischio, soprassedendo e attuando misure di controllo e di prevenzione che evitino danni al soggetto violento, a terzi innocenti e agli stessi operatori della polizia, in attesa del prodursi di condizioni ambientali più favorevoli. 4. La responsabilità degli imputati alla luce della loro versione dei fatti. Devono essere qui richiamati gli argomenti esposti in pagine precedenti con i quali si è sostenuto che la responsabilità colposa degli imputati sussisterebbe anche nell ipotesi estrema in cui si volesse in ipotesi accedere alla loro ricostruzione del fatto. Ipotizziamo per un momento che la versione degli imputati sia complessivamente attendibile. Ammettiamo, sempre in una logica contro fattuale, che effettivamente essi abbiano avuto una violenta preliminare colluttazione con un soggetto che apparve in stato di agitazione psicomotoria a carattere delirante con le caratteristiche tipiche della sindrome di delirio eccitato: agitazione incontenibile, forza straordinaria, insensibilità al dolore, impossibilità di accedere ad interazione dialogica, incapacità di intendere e volere, aggressività verso gli agenti e la macchina dell amministrazione. S ostengono, inoltre, gli imputati che di fronte ad una tale furia scatenata , dopo avere affrontato una prima violenta colluttazione con il soggetto, avendo percepito l insufficienza della forza disponibile per contenerlo, scelsero di ritirarsi momentaneamente all interno della vettura, allontanandosi dal luogo dello scontro, ottenendo una fase di momentanea tregua nella quale essi erano al sicuro all interno dell autovettura di servizio mentre l aggressore agitato rimaneva all interno del parco ad alcune decine di metri di distanza dall auto di servizio, sempre agitato ma a questo punto non aggressivo: ammettono Pontani e Pollastri di non avere ricevuto alcun disturbo dal soggetto nella fase in cui attesero l arrivo dei colleghi. S ostengono gli imputati di avere percepito immediatamente di avere a che fare con un soggetto affetto da una grave patologia di mente sì da richiedere contestualmente l invio di un ambulanza e dei rinforzi. S embra al tribunale che questa tesi implichi inevitabilmente un ammissione di colpa. Gli operanti sanno e riconoscono di avere a che fare con un pazzo , agitato e pericoloso che deve essere quindi trattato con modalità assistenziali e terapeutiche, essendo evidente che nessuna relazione giuridica può attuarsi con una persona fino a che perduri lo stato di incapacità di interagire razionalmente. Non discutiamo della imputabilità o meno della condizione al soggetto, un problema da porsi solo dopo avere affrontato e risolto la patologia del soggetto che evidentemente lo portava a
porre in pericolo anzitutto la propria incolumità: l intervento degli agenti era stato richiesto per atti di autolesionismo; la percezione di un elevata agitazione psicomotoria doveva necessariamente indurre a delineare le conseguenze sulla respirazione e sul cuore del soggetto di una prolungata, incontrollata, eccessiva agitazione. Gli imputati ebbero quindi percezione immediata della necessità di affrontare la situazione con l intervento del soccorso sanitario pubblico, tanto da richiedere l invio contemporaneo di un ambulanza e di un altra volante. Dobbiamo qui rilevare una prima grave mancanza di diligenza. Ed infatti, sia nel corso della prima precipitosa richiesta di ausilio e ambulanza che nel corso dell asserito sollecito, gli imputati in nessun caso diedero specifica informazione alla centrale delle ragioni della richiesta dell ambulanza. Non comunicarono via radio la natura del problema che avevano dovuto affrontare; non dissero che avevano avuto a che fare con un soggetto spaventosamente agitato; non posero il vero problema pratico che si poneva in quel momento relativo alla necessità, ai tempi e ai modi di affrontare quella autentica situazione di emergenza. In nessun momento spiegarono che la situazione nella quale si erano trovati era una situazione eccezionale perché si trattava di affrontare un soggetto che si agitava in modo pericoloso per sé e per gli altri che doveva essere calmato ma con procedure speciali, perché bisognava fermarne l agitazione senza passare dalla fase della colluttazione e quindi da una esasperazione, più o meno prolungata, della condizione di agitazione, tale da accrescere la pericolosità della situazione, accentuando la condizione di agitazione, inevitabile a seguito di un intervento brutalmente cruento, attuato con le stesse modalità e mezzi applicati ad un soggetto cosciente per quanto, in ipotesi, deliberatamente ostile ma pur sempre in grado di effettuare valutazioni razionali ed utilitaristiche e di sentire gli impulsi dell istinto di sopravvivenza. Gli imputati non solo non descrissero alla centrale operativa via radio la situazione di fronte alla quale si erano trovati, benchè ne avessero avuto ampiamente modo e tempo essendo rimasti in attesa dei rinforzi per qualche minuto, come essi stessi dichiarano, ma non spiegarono neppure lo specifico tipo di assistenza sanitaria di cui avevano bisogno, non indicando l esigenza di un assistenza di tipo psichiatrico per un soggetto in stato di agitazione acuta, molto pericoloso, per trattare il quale si rendeva necessario non solo l immediato intervento dei sanitari in prima battuta ma il convergere sul posto di tutte le forze disponibili, trattandosi all evidenza di un emergenza da affrontare con tecniche particolarmente delicate, trattandosi di fermare un soggetto agitato, senza accrescerne la condizione di agitazione e anzi rallentandone i movimenti scomposti, senza fargli correre il rischio che, a causa di tali movimenti scomposti, cui si sarebbero sommate le manovre necessarie all immobilizzazione coatta, potesse procurarsi ferite o lesioni che in ipotesi malaugurata potevano portare anche ad esiti letali, che gli stessi a fronte di quel quadro clinico, potevano e dovevano ragionevolmente prevedere.
Ma vi è di più. Non descrivendo esattamente i termini del problema, essi si misero in condizione di non potere dialogare con gli specialisti sanitari, di non concordare i termini delle cautele da adottare, le modalità di approccio, la tempistica delle diversi azioni, secondo i protocolli sanitari previsti per casi analoghi. Non colsero in alcun modo che i termini del problema stavano nell alternativa tra usare la forza, in una situazione in cui la stessa avrebbe moltiplicato i suoi effetti, cumulandosi con la forza incontenibile sprigionata dall agitato, ovvero limitarsi a controllare la situazione fino al momento in cui la direzione delle operazioni non fosse assunta dall autorità sanitaria alle cui prescrizioni gli agenti della forza pubblica si sarebbero dovuti attenere e sotto la cui guida l eventuale azione coattiva avrebbe dovuto essere effettuata, in modo da tenere sotto costante monitoraggio l effetto della violenza esercitata sullo stato del soggetto, e da evitare qualunque eccesso o modalità operativa pericolosa per l infermo che, in ogni caso, in situazioni di emergenza avrebbe potuto contare sull azione preventiva dei sanitari, in grado di sospendere e bloccare ogni azione contentiva che potesse nuocere alla salute del soggetto, essendo questa la direttiva primaria che presiede all intervento del sanitario stesso. S invece la richiesta dell ambulanza fu effettuata non con finalità preventive di uno e scontro cruento ma nella previsione che in seguito al programmato intervento di immobilizzazione forzata, ad ogni costo , vi sarebbero state con certezza conseguenze lesive per i partecipanti allo scontro, dovremmo valutare tale scelta come gravemente carente in termini di prudenza e diligenza, al limite della colpa cosciente. I protocolli operativi in questi casi stabiliscono che il soggetto, fino a quando non costituisca pericolo per i terzi, debba essere lasciato sfogare, attuando opportune strategie di de escalation dell agitazione: se la vista della polizia aveva finito con l accrescere l agitazione, doveva apparire chiaro che gli agenti della forza pubblica doveva fare un passo indietro e farsi sostituire nella fase dell approccio al soggetto da persone dell assistenza sanitaria, in grado di fare concretamente percepire al soggetto che vi era volontà di prendersi cura di lui, rinunciando a qualunque gesto di forza. S poi in ultima istanza l intervento di immobilizzazione violenta fosse risultato e inevitabile, occorreva che esso fosse effettuato da almeno cinque robusti specialisti, accompagnato dal medico che fosse in grado di praticare una terapia riduttiva dell agitazione. L immobilizzazione in questo caso sarebbe dovuta avvenire, bloccando gli arti e la testa , possibilmente in piedi, o al massimo in posizione supina, distesa, con il mdico pronto a praticare le prime cure. Dal racconto degli imputati traspare che essi non pensarono affatto all ambulanza come via d uscita dalla situazione d incombente pericolo per il soggetto agitato ma per le esigenze terapeutiche che si sarebbero eventualmente rese necessarie per effetto del programmato intervento di coazione fisica ad oltranza per contenere e immobilizzare il soggetto a seguito di una colluttazione che si presentava come
particolarmente violenta, perché per contenere un soggetto agitato e aggressivo si sarebbe dovuto fare ricorso ad altrettanta violenza ed aggressività con effetti cumulativi e quindi di estrema pericolosità per l incolumità del soggetto che avrebbe dovuto subire per essere arrestato una violenza notevolmente superiore a quella già intensa che lo stesso già manifestava, in relazione al grado di agitazione psicomotoria da cui era affetto. Una colpa evidentemente grave perché si scelse di agire con un azione di violento contenimento in un momento nel quale non ve ne era assoluta necessità, senza calibrare l intervento sulle effettive esigenze del momento, contemperando tutte le diverse esigenze che si presentavano in quel momento, tra le quali primaria era quella di conservare la salute e l incolumità del soggetto agitato che in quel momento stava nuocendo solo a se stesso. Un azione di contenimento violento, parossistico e senza esclusione di colpi nei confronti di un soggetto disposto a resistere allo strenuo e oltre il limite delle proprie forze per l incapacità di rendersi conto delle proprie azioni e di autodeterminarsi, dovuta ad uno stato patologico momentaneo, appare manifestamente contraria alle regole di prudenza e diligenza cui devono attenersi gli operatori della pubblica sicurezza in casi come questi, nei quali preliminare e vincolante all azione repressiva deve essere l autorizzazione se non addirittura la richiesta del medico che, presente sul posto, sia pronto a sedarne immediatamente gli effetti. In conclusioni tutte le considerazioni esposte nel quinto paragrafo del sesto capitolo valgono ad integrare il contenuto della colpa sotto il profilo specifico del contenuto dei precetti violati e dell esigibilità dagli imputati di una condotta accorta e diligente anche nel caso puramente ipotetico che si volesse prestare fede alla loro versione dei fatti. L errore tecnico nel quale gli imputati sono incorsi è evidente. Essi hanno trattato come problema di ordine pubblico un problema che in base alla loro stessa ricostruzione dei fatti era essenzialmente un problema sanitario che imponeva primariamente la tutela dell incolumità del paziente, secondo le linee guida descritte dai diversi protocolli richiamati in precedenza e negli stessi manuali americani ove sono trattate le corrette modalità di approccio all excited delirium syndrome. Conviene qui ricordare i suggerimenti e le prescrizioni che si trovano nel più noto manuale americano sull argomento ( Di Maio ), di cui si è già detto. L ammonimento parte dal non considerare il soggetto agitato come un avversario o un nemico da abbattere. E stato invece proprio questo l approccio degli agenti operanti, rivelato dalla frase del Pontani, secondo cui Aldrovandi andava assolutamente fermato, ad ogni costo. Il soggetto in acuta psicosi va invece tenuto sotto controllo, ne vanno valutate le risposte ad atteggiamenti di dialogo e comprensione, bisogna insistentemente comunicare la volontà di aiutare, recuperare, assistere. L aggressività e la violenza del soggetto devono essere messi in conto. In questi casi la violenza che gli agenti possono esercitare deve essere solo quella auto difensiva.
Vanno attuate tutte le strategie utili per evitare lo scontro ed il confronto violento, attendendo l affievolimento dell agitazione e l apertura di varchi ad un dialogo e al confronto; evitare ogni mossa che possa aumentare l agitazione e la diffidenza. S i tratta di modelli di comportamento che confliggono puntualmente con l atteggiamento di reazione, punizione, liquidazione con la coazione fisica rapida del problema rappresentato dal soggetto agitato, attuato dagli imputati La massima fondamentale cui i Di Maio richiamano gli agenti di polizia rappresenta la chiave di volta del caso in esame:
If a struggle with a violent individual can be avoided, death from excited delirium syndrome is avoided ( p. 104)
S una colluttazione con un individuo violento può essere evitata, si eviterà una e morte da excited delirium syndrome. Non è emersa a dibattimento, anche nella versione più favorevole agli imputati, quella dagli stessi rappresentati, alcuna necessità di accedere allo scontro e al confronto violento dei quattro agenti con Aldrovandi: è certo che il ragazzo dopo il primo confronto ed in attesa dell arrivo dell altra volante della polizia, non era aggressivo, si manteneva nella sua area a distanza di decine di metri dalla volante ferma, dalla quale era tenuto sotto controllo; in quel momento non era di alcun pericolo per altri. La decisione dei quattro agenti di passare all azione fu autonoma e deliberata prima che Aldrovandi passasse all attacco. Dal racconto degli agenti essi avevano deciso di immobilizzare con la forza Aldrovandi ancor prima che costui si avvicinasse e cercasse di colpirli con una sforbiciata; anche così i manganelli avrebbero costituito un sufficiente strumento di difesa per impedire al ragazzo di colpire e offendere; una situazione di equilibrio era facilmente raggiungibile, come hanno del resto ammesso gli stessi agenti quando hanno affermato che i colpi alle gambe inferti, dissuadevano il ragazzo dal tentativo di avvicinarsi e colpire ancora, segno che lo stesso avvertiva il dolore e che i colpi di manganello contenevano la sua aggressività ( ragioniamo sempre sulla versione degli imputati. La situazione è precipitata solo per la decisione, candidamente ammessa dagli imputati, di procedere immediatamente all arresto del soggetto senza attendere l arrivo di rinforzi e dell ambulanza che essi assumono di avere già richiesto). Ammesso ( e non concesso ), infine, che fosse necessario esercitare violenza per bloccare l individuo, l azione non poteva comunque essere iniziata prima che il rapporto di forze fosse tale da consentire un azione rapida, di pochi secondi, in modo da ridurre al minimo la durata della lotta. S la colluttazione si protrasse per e minuti ed ebbe l intensità che gli stessi agenti descrivono, è segno che non fu calcolato adeguatamente il momento in cui avviare l immmobilizzazione: gli imputati avrebbero dovuto aspettare l arrivo anche della seconda macchina in ausilio, quella dei carabinieri, e dello staff psichiatrico che avrebbe suggerito la procedura da attuare per un rapido controllo del paziente. L esperienza clinica e medico-legale, confermata dai periti d ufficio, induce a ritenere che il conflitto acceso, violento e
prolungato è concausa del decesso perché porta al limite lo sforzo fisico e l incremento delle catecolamine. Per questo si esige un controllo rapido con forza soverchiante e con l impiego di tecniche di immobilizzazione efficaci. La regola che gli autori proponogono, come già ricordato, è che personale medico e sanitario esperto deve essere obbligatoriamente presente sul posto, tanto più quanto si ritenga di procedere a restrizione fisica di soggetto agitato. Questa presenza deve essere preliminare a qualsivoglia azione restrittiva nei confronti di soggetti agitati. Il team sanitario deve essere in grado di procedere prima della contenzione a valutazione psichiatrica e durante, o subito dopo l azione, a medicazione e supporto vitale nel caso si verifichino difficoltà respiratorie ( la respirazione deve essere costantemente monitorata) o arresto cardiaco sulla scena. S appiamo che secondo la tesi difensiva sulle cause di morte, un intervento immediato del medico rianimatore, alle prime avvisaglie di difficoltà, avrebbe potuto essere salvifico, trattandosi di procedere ( in questa ipotesi ) a defibrillazione. Ma è soprattutto la riduzione del tempo della lotta e il ricorso immediato a medicazione sedativa a prevenire gli effetti letiferi del continuo aumento delle catecolamine che con il prolungarsi della lotta subiscono un impennata. In questo modo la morte può essere prevenuta. La scelta di un azione di contenimento e di repressione non necessaria nei confronti di un soggetto che aveva invece bisogno di trattamento terapeutico è quindi il fondamentale profilo di colpa che bisogna ascrivere agli imputati, nei termini sopra esposti. Ma all interno di questa azione intrinsecamente sbagliata per eccesso e difetto di necessità, vanno individuati specifici eccessi che saranno oggetto di valutazione nel paragrafo seguente. 5. Condotte imputabili. La dottrina sulla colpa afferma che le regole di diligenza debbano essere ritagliate sulla persona del singolo agente; indica peraltro un limite logico ad un tale processo di personalizzazione. Tale limite è dato dall inescusabilità della mancanza di conoscenze o di capacità psicofisiche necessarie per fronteggiare le specifiche situazioni e i pericoli che nell esercizio della sua professione l agente stesso deve affrontare. Così come non si può tenere conto del carattere, dell indole del soggetto, non si può tenere conto della mancanza di conoscenze che il ruolo e le mansioni svolte esigono siano conosciute. Nessun professionista potrà addurre a giustificazione di un errore professionale il non avere potuto partecipare a corsi di formazione, per non esservi stato ammesso o per altre cause; così come nessuno potrà appellarsi al fatto di non essere stato presente alla lezione o alle lezioni in cui sono state spiegate le modalità per affrontare correttamente specifiche situazioni della professione. Né si potrà addurre a giustificazione il fatto che nel corso di formazione a cui si è partecipato, non vennero spiegate specifiche tecniche o
modalità operative. Tutto ciò che in un determinato momento storico costituisce il patrimonio culturale ed il bagaglio tecnico di conoscenze che deve essere posseduto dall agente modello rappresenta il parametro sul quale valutare la condotta, al di là del fatto che il soggetto ne abbia in concreto avuto effettiva conoscenza. Il bagaglio di conoscenze e le competenze tecniche che deve possedere un agente di polizia modello è stato illustrato a dibattimento dall istruttore nelle scuole di polizia, ispettore capo Luciano Capodicasa. Il teste, istruttore nel corso che attiene alle tecniche di autodifesa nelle fasi di scontro fisico degli agenti con persone violente o resistenti, ha spiegato di avere svolto una relazione per altra autorità giudiziaria in un processo nel quale il tema era sempre quello delle tecniche di immobilizzazione di soggetto agitato. Il quesito al quale l istruttore di polizia era chiamato a rispondere si riferiva alle tecniche illustrate in uno specifico corso di addestramento. La difesa ha su questo sostenuto l inestensibilità dei dati emergenti dalla testimonianza a quanti non avessero partecipato al corso o ricevuto lo specifico insegnamento, fornendo prova contraria con la testimonianza di diversi agenti che, avendo partecipato a corsi di formazione presso la stessa scuola di Pescara nella quale insegna il Capodicasa, hanno affermato di non avere ricevuto quel tipo di addestramento. Ovvio che la premessa in fatto del ragionamento difensivo è che nessuno degli imputati avrebbe ricevuto uno specifico addestramento nei termini esposti da Capodicasa. Il tribunale non condivide l argomento difensivo. Il livello professionale che gli agenti di polizia devono possedere è quello che in un determinato momento storico rappresenta lo standard medio, riconosciuto innanzitutto nelle stesse scuole di polizia ma comunque rilevato dalla cultura di base che ogni agente deve possedere e che deve metterlo in grado di riconoscere i pericoli che con la sua attività pone in essere e i danni che deve evitare. La testimonianza Capodicasa è esemplificativa di questo livello culturale di base che l agente deve possedere attraverso la sua esperienza, le sue conoscenze, il suo studio, la partecipazione ad organismi collettivi anche di carattere sindacale, le scelte di valore nell esercizio delle funzioni. Lo scopo dei corsi di formazione è evidentemente quello di aiutare tutti a raggiungere questo standard minimo, di favorire la formazione permanente, di migliorare gli standard qualitativi che per il fatto di dovere essere presunti non per questo sono effettivamente in possesso di ciascun operatore. Da qui l impegno formativo dell Amministrazione non certo alternativo all autoformazione che deve essere comunque richiesta a chiunque svolga attività complesse nell ambito della pubblica amministrazione alla quale si accede sulla base di una cultura di base non minima. Orbene le tecniche operative illustrate dall ispettore Capodicasa costituiscono un patrimonio professionale che deve essere posseduto a prescindere dalla partecipazione a specifici corsi di addestramento in quanto riconducibili alla cultura media di base che un agente con consolidata ultradecennale esperienza, come gli
odierni imputati, deve necessariamente avere per svolgere dignitosamente il suo lavoro. Prima di passare alla verifica del rispetto da parte degli imputati delle regole cautelari previste per la fase di immobilizzazione a terra, dobbiamo puntualizzare che muoviamo ormai dal dato storico-circostanziale che abbiamo accertato e che esclude si possa parlare di Federico Aldrovandi come persona in stato di agitazione delirante. Non escludiamo una certa condizione di agitazione, di alterazione, dipendente da una prima fase di scontro con gli agenti di cui non conosciamo ragioni, modalità e concreti effetti, e dallo stato generale correlato all assunzione di modeste quantità di stupefacente, di modesta quantità di alcol, ad una stanchezza e alterazione derivante dalla lunga notte trascorsa in discoteca, secondo un assunto che è proprio degli stessi consulenti tecnici di parte civile e del pubblico ministero. Escludiamo i più significativi e gravi effetti dell agitazione che secondo la difesa giustificherebbero certi aspetti dell azione degli imputati e delle reazioni della vittima: aggressività esagerata, forza prorompente e incontenibile, insensibilità al dolore, refrattarietà al dialogo, stato di semincoscienza mentale e sostanziale, incapacità di comprendere il senso dell accadere e di autodeterminarsi in modo cosciente. Che Federico Aldrovandi fosse in una condizione di alterazione psicofisica, distinta e diversa da un excited delirium syndrome, è giocoforza ammetterlo perché altrimenti non potremmo parlare di eccesso colposo ma di fattispecie più grave. Nessuna azione offensiva verso gli agenti, nessun gesto, nessuna parola potrebbero giustificare un immobilizzazione e un arresto con un tasso di violenza come quello descritto dalle testimoni e riscontrato dal numero di lesioni accertate come effetto della colluttazione e delle percosse. Ammettere questa condizione non è peraltro solo una concessione al principio in dubio pro reo perché due circostanze oggettive ne forniscono un parziale riscontro: l azione aggressiva, la sforbiciata, descritta dalla Tsague e le parole di Pontani nel corso della telefonata delle 6,12 che vanno valutate nella loro interezza; e così dobbiamo tenere conto non solo della frase lo abbiamo bastonato di brutto per mezz ora ma anche della sorpresa che l agente manifesta nel racconto, parlando di un pazzo con cui avevano avuto a che fare e che li aveva costretti a bastonarlo per mezz ora. S vogliamo fare la tara alle parole di Pontani, e si può togliere il di brutto e si può parlare di una persona agitata e mentalmente alterata. Resta comunque che Aldrovandi si presentò agli agenti in una condizione di aggressività che richiedeva in ogni caso una valutazione preliminare del caso in termini di necessità di un trattamento sanitario urgente preliminare a qualsiasi azione offensiva e di contenimento con la massima cautela per le stesse ragioni che abbiamo esaminato in precedenza. Commesso comunque questo primo fondamentale errore di passare all offensiva, senza che ve fosse assoluta necessità, senza calcolare il livello al quale lo scontro sarebbe potuto giungere, senza considerare i possibili effetti, senza svolgere un adeguata valutazione del caso che non solo non imponeva ma sconsigliava
fortemente l uso della forza; senza procedere a tutte le preliminari attività di deescalation, descritte in precedenza, rese più agevoli da un livello di agitazione del soggetto che non era affatto quello acuto disegnato nei casi estremi di e.d.s., un soggetto quindi sensibile al dolore e capace di percepire un approccio dialogico e pacifico, un ulteriore grave deficit di diligenza e la violazione di regole precauzionali emergono dalla testimonianza Capodicasa. La deposizione permette di confrontare i doveri di condotta degli imputati con l effettivo contegno da essi tenuto, secondo quanto risulta dalle testimonianze e dalle pluralità di lesioni riscontrate sul soggetto, del tutto incompatibili con un intervento chirurgico , mirato all obbiettivo dell immobilizzazione senza danni, con il dovere di salvaguardare fino al limite dello stato di necessità e della legittima difesa, l incolumità del soggetto, dovendosi ribadire che nella situazione data il principio di proporzione escludeva che la modesta devianza del soggetto, dovesse essere repressa, infliggendo prolungate e dolorose percosse, con conseguenti lesioni, stato di asfissia, compressione del torace. Ha spiegato l ispettore Capodicasa che il principio guida che deve sorreggere l azione repressiva è quella tipica di tutte le arti marziali nelle quali l immobilizzazione del soggetto avviene in modo assolutamente incruento e senza rischi per la vita e l incolumità di chicchessia. I principi su cui si basano le migliori tecniche, diffuse nelle più diverse scuole e palestre di difesa personale, sono ormai ampiamente noti nel largo pubblico e costituiscono specifiche metodiche di addestramento nei corsi e nelle scuole di polizia. D altra parte, è noto che al di là degli specifici limitati corsi di addestramento, molti agenti di polizia curano personalmente e privatamente questa componente della propria preparazione tecnico-professionale, proprio perché è notorio che una corretta applicazione di tecniche di immobilizzazione è la garanzia fondamentale che l azione di contenimento dell agente di polizia si eserciti e raggiunga l obbiettivo con il minimo di violenza e senza danni fisici per il soggetto da immobilizzare. Tutto ciò risulta espressamente dalla testimonianza dell ispettore Capodicasa che ha ricordato come nei protocolli operativi di polizia per quanto concerne la fase del contenimento e dell immobilizzazione che precede l ammanettamento è previsto il bloccaggio a terra del soggetto ostile in posizione prona. Tale bloccaggio, tuttavia, deve essere attuato agendo esclusivamente sugli arti, tramite una leva di controllo ad uno degli arti superiori. Questa tecnica permette di immobilizzare la persona in modo che non abbia la possibilità di muoversi. In caso di resistenza il suo corpo cadrebbe in sofferenza sulla spalla, perché mantenendo il bloccaggio sulla spalla, ove il soggetto cercasse di divincolarsi proverebbe dolore; bloccato a terra tramite questa leva che raggiunge l articolazione della spalla e del gomito, il soggetto non può muoversi non perché dei pesi, delle forze, delle compressioni siano esercitate su di lui ma semplicemente perché il soggetto rinuncia a muoversi per non patire dolore. Tale tecnica pulita si applica particolarmente con le persone agitate ( ubriaco ,
drogato ); in questi cas l azione viene raddoppiata con l aiuto di un altro agente che interviene sull altro braccio. Capodicasa ha espressamente dichiarato che l obbiettivo fondamentale degli agenti, secondo quanto viene insegnato nelle scuole di polizia - ma si tratta evidentemente di nozione di base, in uno S tato di diritto, attento al rispetto dei diritti umani è che la persona da bloccare non subisca danni fisici o altre più gravi conseguenze. Per questo anche nelle nostre scuole di polizia si spiega agli agenti la necessità che il ricorso alla forza sia sempre l extrema ratio e quindi, secondo ciò che già sappiamo, parlare con la persona, non assumere atteggiamenti di sfida, assumere in primo luogo l obbiettivo del soccorso e quindi della riconduzione alla ragione del soggetto, calmarlo, blandirlo, tranquillizzarlo, indurlo, questa volta ad ogni costo , a recedere dal suo atteggiamento aggressivo. L esperienza riferitaci dal dr. Varetto per le strutture psichiatriche e relativi protocolli è ugualmente trasmessa nelle scuole di polizia. Afferma testualmente Capodicasa:
solitamente le persone dopo, quando sentono che l operatore di Polizia parla con loro, cerca di tranquillizzarli e alla fine anche dopo uno scontro fisico c è sempre un po di stanchezza, quindi piano piano solitamente si riporta tutto alla calma, diciamo, anche la persona solitamente dopo un po si calma, diciamo.
Ma un altro ammaestramento che viene dall interno della Polizia è che il soggetto ammanettato è fondamentalmente inoffensivo; può fare ben poco ; non vi è quindi alcuna necessità di infierire; e di insistere nel tenerlo in posizioni rischiose, quali quella prona con pressione sul tronco; il soggetto ammanettato, contrariamene al giudizio degli imputati, non può considerarsi pericoloso; può opporre resistenza passiva; può tentare di fuggire e può scalciare; ma tutto ciò non costituisce tecnicamente un pericolo per alcuno e non può impedire che il soggetto affaticato e in debito di ossigeno, come lo erano del resto gli agenti, sia rimesso in posizione seduta, su un fianco o addirittura in piedi per potere respirare liberamente, sia pure con le dovute precauzioni. S appiamo, invece, per ammissione degli stessi imputati, che il ragazzo fui tenuto ammanettato e prono a terra, immobilizzato e compresso a terra per lunghi minuti fino all arrivo dei carabinieri ( intorno alle 6,08 ) e che anche quando apparve chiaro che era mezzo morto svenuto ( Pontani) nessuno si preoccupò di verificarne le condizioni, di rimetterlo in una posizione che potesse agevolare la respirazione, togliendo le non più necessarie manette. La giustificazione del timore di una pericolosità persistente è insostenibile e sembra funzionale a sostenere il quadro complessivo della pericolosità del soggetto e a nascondere il disprezzo, l indifferenza, il disinteresse per le sue condizioni effettive quasi che dopo averlo vinto, messo in condizione di non nuocere, e arrestato lo stato di salute del soggetto fosse questione che riguardasse altri, i sanitari, e non certamente gli stessi agenti che evidentemente di sé conservavano soltanto un idea di specialisti della repressione violenta. Non possiamo non stigmatizzare, a
prescindere dalla rilevanza causale sull evento letale che, a quanto ha spiegato il prof. Thiene, era probabilmente a quel punto un processo irreversibile, come gli imputati abbiano tenuto Federico Aldrovandi mezzo morto svenuto per quasi dieci minuti, fino all arrivo dell auto medica, in posizione prona con la faccia per terra, preoccupandosi soltanto che non si muovesse e per questo tenendogli le mani con energia sulle spalle, perché il minimo movimento potesse essere impedito: una persona che aveva duramente colluttato, che era stata violentemente colpita con gli sfollagente e con le mani nude e, ragionevolmente, anche con qualche calcio, che era stata violentemente compressa a terra, sia in posizione prona che in posizione supina, fu mantenuta in quella posizione per circa dieci minuti, senza alcuna preoccupazione, senza alcun controllo, come se si trattasse di un semplice svenimento e anche in questo caso senza minimamente verificare lo stato della respirazione e del cuore, senza l adozione di minimi accorgimenti per migliorarne lo stato, nel qual caso si sarebbe potuto comprendere che si era in condizioni di assoluta emergenza, sollecitando i sanitari. Ma la testimonianza dell ispettore Capodicasa è ancora più ricca e specifica. Sembra indiscutibile che le tecniche ed i protocolli esposti, trattandosi di addestratore patentato di una delle sedici scuole di polizia esistenti in Italia, costituiscano la piattaforma comune di conoscenze che ogni agente deve possedere. Abbiamo visto che la partecipazione ai corsi di aggiornamento è un di più, un contributo che l amministrazione offre al personale per migliorare la propria formazione per accrescerne le competenze, per migliorarne la concreta capacità operativa. Resta il fatto che nessun agente può ignorare i criteri e i protocolli operativi posti a base dell ordinario operare delle forze di polizia. S arebbe assurdo pensare a livelli di professionalità differenziati in funzione della maggiore o più proficua partecipazione ai corsi. Il livello di competenza degli operatori di polizia va commisurato sullo standard più elevato e rispetto a questo standard va costruita la figura del c.d. agente modello. Questa figura emerge quindi con chiara evidenza oltre che dal senso comune anche dalle parole dell ispettore Capodicasa. Non è casuale che la raccomandazione degli istruttori sia nel senso di immobilizzare gli arti. E ben presente nelle scuole di polizia il pericolo costituito dalla pressione sulla schiena e sul dorso. Agli agenti viene spiegato ciò di cui chiunque comprende in base a comune esperienza: una pressione operata sulla schiena o sul dorso di una persona con il viso rivolto verso terra manda la persona in debito d ossigeno e crea un inammissibile condizione di pericolo. Nei protocolli non è prevista e, alla luce di quanto visto e comunque ai fini della colpa deve considerarsi vietato, ogni forma di pressione sul dorso e sulla schiena. Le sole parti del corpo attingibili dalle manovre di immobilizzazione sono le ginocchia, le braccia, le mani. A loro volta gli agenti non possono ricorrere al loro peso corporeo come strumento per agevolare l immobilizzazione. Quando la persona cerca di divincolarsi, si esercita pressione sull altro arto; quando vengono controllate le due
articolazioni delle spalle, quindi degli arti superiori, si mettono le manette, e a questo punto l operazione è conclusa, la posizione è definitiva. I rischi della posizione prona devono essere ben chiari agli agenti. Essi devono sapere che schiacciando una persona a terra, a causa della posizione questa ha difficoltà a respirare; poiché il bloccaggio a terra avviene dopo una colluttazione, altrimenti non vi sarebbe la necessità di bloccare la persona a terra, in tale condizione di post- colluttazione, chiunque va in debito d ossigeno . L esemplarità e la chiarezza della spiegazione non merita ulteriore commento, se non per l evidenza della stessa:
RISPOSTA S perché ci sono dei rischi, però se i frequentatori si attengono a quello che noi ì, diciamo, cioè il bloccaggio sugli arti, quindi sulle spalle, sulla spalla, sulla spalla il cingolo, quindi tutta la spalla, l articolazione della spalla, quindi non si va ad incidere sulla schiena, però noi spieghiamo pure che se si commette, che ne so, si commette l errore di andare a pesare sulla schiena ci possono essere questi problemi, lo diciamo ai frequentatori, quindi di operare sempre sull articolazione della spalla, degli arti superiori diciamo ( p. 19).
Un capitolo speciale è dedicato all uso del manganello. Anche su questo piena conferma di quanto era già apparso a luce di logica. L uso del manganello, secondo quanto si insegna nelle scuole della polizia, ha sempre e soltanto funzione difensiva. L istruttore è perentorio:
No, sempre di difesa, sempre e solamente di difesa, noi dobbiamo solo esclusivamente difenderci non dobbiamo aggredire nel modo più assoluto. ( p.21)
Questa risposta mette in peculiare risalto gli errori e le responsabilità degli imputati. L uso del manganello per contenere un soggetto agitato è assolutamente vietato dai protocolli di polizia. Lo sfollagente è strumento difensivo nel confronto con singoli soggetti. L impiego è tendenzialmente riservato alle operazioni di ordine pubblico, quando gli agenti devono disperdere una manifestazione non autorizzata o che è comunque degenerata in azioni offensive verso la polizia. In ogni caso, fermi i casi di abuso anche in queste situazioni, è sempre escluso l uso punitivo o deliberatamente lesivo; l impiego fisiologico del manganello è sempre legato ad una condizione di inferiorità numerica della polizia, ad un impiego a carattere dissuasivo o deterrente nei confronti di una folla più o meno in tumulto che deve essere allontanata da un certo luogo o dispersa. Una funzione diversa dall impiego con funzioni coercitive nei confronti di un singolo soggetto disarmato. In questi casi ne è ammesso solo l impiego difensivo. Ed è del tutto evidente come anche questa volta dobbiamo riscontrare una flagrante violazione delle regole precauzionali e dei protocolli che regolano la coazione fisica e armata da parte della polizia. Nel caso Aldrovandi gli sfollagenti furono adoperanti come strumenti di offesa, come mezzi per costringere
alla resa la persona, per annichilirla prima e indipendentemente dalle effettive esigenze dell immobilizzazione che, come spiegato da Capodicasa, non prevedono in nessun caso l uso del manganello. Il solo impiego consentito sarebbe stato quello difensivo, con colpi alle gambe a carattere dissuasivo. Anche questo avrebbe potuto considerarsi un eccesso rischioso perché idoneo ad incendiare gli animi e a produrre comunque delle lesioni. La difesa poteva attuarsi senza l uso di armi, qualifica che si addice manganelli. Ma la violazione dei principi di necessità e proporzione sarebbe stata minima e sostanzialmente impalpabile, se a questa funzione difensiva l uso si fosse limitato. Gli stessi agenti ammettono di avere arrestato l azione offensiva di Aldrovandi con i colpi di manganello. Essi a questo punto avrebbero dovuto arrestarsi. Al contrario gli sfollagente furono usati come strumenti di offesa, nella rapida controffensiva attuata dagli imputati dopo l iniziale gesto ostile della vittima. Le lesioni al capo, al viso e alle braccia, del tutto ingiustificate in questa situazione, rivelano una completa trasgressione ai principi e criteri direttivi sull uso del manganello, la cui consapevolezza ex post emerge dal tentativo improvvido, disperato e destinato inevitabilmente al fallimento, di nascondere la circostanza ai superiori e agli investigatori nelle prime ore del postfatto. L ispettore Capodicasa spiega con precisione i termini della trasgressione:
RISPOSTA L aggressore, l uso della forza, ripeto, non deve essere mai un uso della sforza smisurata ma deve essere sempre un uso della forza controllata, questa è la cosa che cerchiamo di inculcare ai frequentatori dal primo giorno che entrano nell istituto fino all ultimo giorno in cui si trovano all interno dell istituto. DOMANDA Allora le faccio una domanda più precisa sull uso dello sfollagente, perché il quando, se non ho capito male, dipende dalla situazione? RISPOSTA Certo, non è che si deve sempre far uso dello sfollagente, se c è necessità si fa uso dello sfollagente. DOMANDA Però sul come c è modo e modo perché può essere come strumento difensivo e preventivo dei colpi che arrivano o come strumento di offensivo di colpi che si danno, allora su questo che cosa ci può dire? RISPOSTA Io dico che così come il difendersi, l uso dello sfollagente è un difendersi con qualcosa in più, diciamo, posso dire solo questo, quando veniamo aggrediti ma sempre per rendere, per incapacità momentaneamente del soggetto, finito, non si può andare oltre, almeno quello che noi insegniamo ai frequentatori è di non eccedere mai in nessuna maniera e in nessun modo nell uso della forza, quindi è compreso anche l uso dello sfollagente.
Lo sfollagente serve esclusivamente a bloccare l aggressione; cessata questa, realizzato l obbiettivo di impedire l azione aggressiva, il manganello non può più essere usato se non come minaccia per controllare il soggetto e prevenire altri atti aggressivi da parte sua. La violazione consumata non potrebbe essere più evidente. Il problema degli errori di valutazione e di comportamento è una questione all ordine del giorno nelle scuole di polizia. Cè modo e modo di fare le cose ,
afferma Capodicasa; il bloccaggio deve essere eseguito nel modo corretto . Esistono nell esperienza dell istruttore modi non corretti e pericolosi che hanno nell esperienza e nella casistica creato problemi alle forze dell ordine. La questione delle tecniche di immobilizzazione e delle conseguenze che possono derivarne, non è apparsa dunque all improvvisa nel 2005. Era già al tempo un tema del tutto noto, discusso e dibattuto, rappresentato agli agenti, tematica diffusa, circolante, non eludibile. La precondizione normativa di ogni tecnica di immobilizzazione è non arrecare nessun danno alla persona che abbiamo sotto ; la persona è tenuta bloccata a terra e se la tecnica è eseguita nel modo giusto, l azione non produce conseguenze cruente. Ma il problema che gli istruttori devono affrontare sono i numerosi casi che l esperienza fa emergere, nei quali le tecniche sono eseguite nel modo sbagliato, il risultato perseguito non viene ottenuto, e nei casi limite si consumano tragedie come quella di cui ci stiamo occupando, assai più frequenti di quanto non si pensi. La tecnica è applicata correttamente quando la persona a terra, anche se si muove non può liberarsi ; al contempo non le si produce alcun danno fisico; la persone deve essere immobilizzata ma non deve essere colpita od offesa, tanto meno devono essere prodotte lesioni strumentali all immobilizzazione. L idea di ferire, colpire, ledere come passaggio necessario all immobilizzazione è non solo rifiutata nei protocolli operativi imposti agli operatori di polizia ma non è neppure necessaria o inevitabile neppure in situazioni eccezionali. Le tecniche semplicemente non contemplano siffatte condotte, bandite a prescindere dagli obbiettivi, salvo, ripetiamo, legittima difesa o stato di necessità Attuato rapidamente l ammanettamento non ci si deve accanire . Il rischio di un asfissia da restrizione è assolutamente considerato e presente e costituisce un pericolo noto di cui gli operatori devono tenere conto, essendo risaputo che ogni forma di pressione sulla schiena e sul tronco del soggetto in posizione prona e con il viso schiacciato a terra, restringendo la capacità di espansione della cassa toracica, arreca difficoltà respiratorie che possono giungere fino all asfissia: se la pressione viene esercitata per un tempo molto lungo può capitare di tutto. ( Capodicasa, p. 29). S poi il soggetto da bloccare è in condizioni psicologicamente alterate, le e probabilità di una resistenza intensa aumentano, ma ciò non comporta modificazioni nelle tecniche di immobilizzazione che vanno solo adeguate alla situazione, senza modifica delle linee guida di fondo. In ogni caso è vietato l uso smisurato della forza : le tecniche funzionano anche con soggetti molto agitati. Importante eseguirle con efficacia e rapidità. Almeno dal 1997 sono esplicitamente tematizzati nei corsi per istruttori e nei corsi di formazione degli agenti i pericoli di asfissia da restrizione:
S nel 1997, ci hanno ribadito questi concetti, cioè noi dobbiamo andare appunto per evitare ì, qualsiasi problema, noi andiamo a bloccare la persona che deve essere bloccata tramite l articolazione delle braccia, degli arti superiori, quindi in nessun modo di andare ad incidere sulla schiena, ripeto, sulla schiena della persona perché posso provocare la difficoltà della respirazione
alla persona, se poi questo, questa pressione è esagerata sicuramente può portare a qualsiasi situazione, insomma, voglio dire, appunto per evitare questo, cerchiamo di evitare questo spiegando bene e facendo ripetere l esercitazione ai frequentatori che in nessun modo deve essere, bisogna esercitare questa pressione sulla schiena della persona che è a terra, anche perché se io eseguo, ripeto, eseguo la tecnica nel modo giusto non c è bisogno, perché quella fase è una fase di passaggio non è una fase di definizione della tecnica;
Subito dopo l ammanettamento la persona deve essere rimessa nella posizione più comoda per essere accompagnata dove deve essere condotta. La raccomandazione fondamentale è che l operazione deve essere condotta nel più breve tempo. Un errato calcolo dei tempi necessari e un prolungarsi delle fasi di contenzione, aumentano i pericoli legati all intrinseca pericolosità di ogni aspro scontro fisico. L obbiettivo deve essere accompagnare il soggetto dopo avergli fatto riacquistare uno stato di calma e tranquillità; ciò implica un costante monitoraggio delle sue condizioni fisiche. La parola d ordine per gli agenti è che essi non devono mai aggredire l antagonista. Devono utilizzare sempre e soltanto la forza della persuasione; devono far sbollire l ira, l agitazione. La forza va usata solo per difesa personale. Alla fase di difesa non deve seguire una fase di offesa. L immobilizzazione deve avvenire nel contesto della difesa. Ciò significa che se gli agenti riescono a difendersi, non devono procedere all immobilizzazione se prima le condizioni del soggetto, che aveva aggredito e dal quale avevano dovuto difendersi, non siano cambiate, fino a quando il soggetto non dimostra di volere interrompere la resistenza. Quanto esposto è esattamente la sintesi ragionata delle indicazioni formulate esplicitamente dall ispettore Capodicasa, un passaggio delle quali riportiamo fedelmente:
RISPOSTA Ma il fatto di cioè noi la cosa che diciamo sempre è di non fare mai un uso smisurato della forza, l uso deve essere proporzionato alla situazione, chiaramente, quindi diciamo sempre ai colleghi di stare, di stare calmi, cercare di non utilizzare mai la forza, la forza, sempre una forza diciamo graduata, non deve essere mai un uso troppo, troppo intenso della forza, quindi diciamo quello di cui c è bisogno per tenere bloccata la persona, niente di più. Diciamo di non cadere mai negli eccessi, quello lo diciamo sicuramente, non eccedere mai in niente. DOMANDA Mi chiedo se questa linea guida è supportata da casi di esperienza concreta, per esempio in quell occasione quei colleghi fecero questo, questo non si doveva fare? RISPOSTA Eh diciamo che alcune volte i colleghi ci raccontano cose che, fatti accaduti, noi cerchiamo appunto questi colleghi, le nostre linee guida sono sempre quelle che ho illustrato poc anzi, noi dobbiamo sempre cercare di creare anche il minor danno possibile alla persona che dobbiamo arrestare, dobbiamo bloccare, diciamo. La linea guida è quella, l indirizzo che noi perseguiamo è quello, bloccare la persona e quindi sempre cercando di fare, deve arrecare il minor danno possibile alla persona che deve essere bloccata. DOMANDA Quindi il rapporto tra necessità di bloccaggio e potenziali a danni alla persona qual è? Cosa deve prevalere nei due casi quando bisogna scegliere tra procedere nel bloccaggio e rischio di danni alla persona?
RISPOSTA S quindi diciamo che noi se noi, noi diciamo, come ripeto, se noi diciamo che la ì, fase, quella fase del bloccaggio o deve essere una cosa abbastanza veloce, anche questo praticamente fa sì che i danni arrecati alla persona che subisce sono sempre minimi, non esiste, perché se la fase di passaggio, se poi invece c è uno scontro fisico, che ne so, veniamo aggrediti con calci e pugni, dobbiamo difenderci prima da calci e pugni e poi cercare di bloccare la persona nel modo più congeniale possibile, diciamo, in base alla situazione che si viene a verificare, perché le situazioni sono una diversa dall altra. DOMANDA Quindi la fase di bloccaggio, lei dice, è una fase di regola rapida? RISPOSTA Sì, deve essere rapida. DOMANDA Deve essere rapida. RISPOSTA Sì, deve essere rapida. DOMANDA Dove essere rapida? RISPOSTA Sì, deve essere rapida. DOMANDA E cos è che può produrre una fase di bloccaggio che si prolunga? RISPOSTA Diciamo anche che dipende dall operatore che si trova nella situazione in specie, se non riesce a bloccare tanto velocemente la persona, la persona che deve bloccare, però quello che noi diciamo sempre anticipatamente frequentatori, questa fase di passaggio DOMANDA S non ci riesce a bloccarla rapidamente come lei dice, cosa deve fare? Cosa può e fare? RISPOSTA S fa aiutare dal collega, ripeto, una volta inserite le manette ai polsi della persona, la i persona viene fatta girare e portata in piedi, oppure tenuta seduta per terra, ma questo ripeto è di competenza del programma di tecnica operativa, non riguarda più la difesa personale. Nel momento in cui noi spieghiamo ai frequentatori come si blocca una persona a terra, diciamo che qui termina il programma di difesa personale e subentra il programma di tecniche operative. ( p. 16-17 )
Ovvio che il protocollo per la fase successiva all ammanettamento appartenga ad una diversa disciplina tecnica; ma ciò non esclude che l indicazione dell ispettore Capodicasa non debba essere presa in considerazione. E di ovvio buon senso che gli agenti dopo l arresto di una persona resistente si preoccupino oltre che delle proprie condizioni anche di quelle del paziente, facendogli acquistare le posizioni più comode per la respirazione ed il benessere generale. E inoltre rilevante osservare come l ispettore Capodicasa consideri del tutto eccezionale il caso che due operatori non riescano ad immobilizzare con le tecniche di cui dovrebbero essere a conoscenza un soggetto anche agitato e forte. Ciò che si comprende dalla spiegazione offerta è che comunque lo scontro violento e incontrollato è contrario alle regole: la corretta tecnica operativa prescrive che all immobilizzazione si giunga in modo incruento e pulito. Passare ad una fase di scontro fisico violento, come quello avvenuto nel caso Aldrovandi, è non solo non previsto ma deve considerarsi vietato; messa al sicuro l incolumità degli agenti, questi non possono rischiare, per arrestare un soggetto, uno scontro violento dagli esiti imprevedibili. S appiamo per esperienza che di fronte ad un soggetto armato, asserragliato in casa, la polizia non irrompe mai sparando all impazzata a rischio di
uccidere la persona ma attende pazientemente, dopo avere circondato lo stabile, che attraverso la persuasione il soggetto, disarmandosi, si faccia arrestare. In questa prospettiva Capodicasa non dà prospettive alla difesa: per quanto agitato, violento, aggressivo il soggetto da bloccare, lo scontro fisico deve essere evitato nel modo più assoluto, anche per evitare di arrecare danni alla persona che abbiamo di fronte. ( p. 37 ) Un esemplificazione del modo di affrontare l aggressore senza nuocergli, in risposta al controesame, a pag. 38. Da notare che ne emerge come la conoscenza di tecniche incruente di difesa personale è componente essenziale del bagaglio professionale dell agente medio:
DOMANDA Mi spiega come insegna a portare a terra una persona, vorrei capire che insegnamenti vengono impartiti in ordine a quello che io chiamo fase di atterramento, cioè portare a terra una persona? RISPOSTA Dipende prima di tutto come veniamo aggrediti, se veniamo aggrediti con un pugno, con un calcio o con una spinta, noi utilizziamo, utilizziamo, noi quello che insegniamo è di utilizzare lo squilibrio, lo squilibrio della persona, perché con lo squilibrio, utilizzando questa tecnica, noi riusciamo a portare una persona a terra senza provocargli nessun danno, non è che lo devo DOMANDA Come faccio a realizzare lo squilibrio? RISPOSTA Con dei modi di lavorare, diciamo, come faccio DOMANDA Come RISPOSTA Devo fare DOMANDA No, lei mi deve spiegare come io posso far perdere l equilibrio ad una persona, se io fossi un Agente ovviamente che frequenta il suo corso? RISPOSTA S ma dovrebbe poi esercitarsi con le tecniche, con gli esercizi che noi diciamo. ì, S ommariamente se io vengo aggredito con un pugno mi devo spostare perché la prima cosa che noi diciamo di fare, poi prendere questo famoso braccio, portarlo giù e bloccare l articolazione. ( p. 38 )
Le strategie e le tecniche non mutano neppure nel caso in cui l aggressore riesca a colpire. Non sono i colpi subiti dagli agenti che possono fare cambiare il tipo di approccio. Neppure di fronte alla prospettazione di situazioni estreme i criteri operativi dell agente modello possono cambiare. Al massimo deve chiedere soccorso e ad aiuto ad altri colleghi per numero e capacità più idonei ad affrontare la situazione:
DOMANDA Quindi lo squilibro lo posso creare solo torcendo un braccio? RISPOSTA No, anche se dipende dall aggressione che riceviamo, se veniamo aggrediti con un calcio dobbiamo sempre spostarci per non prendere il calcio, perché se prendiamo il calcio non riusciamo a fare più niente. DOMANDA Poi? RISPOSTA Poi prendendo questo calcio, sempre utilizzando delle leve articolali al corpo, riesco a portare la persona a terra e poi a bloccarla. DOMANDA S la domanda è più specifica: concretamente come faccio, una persona ì, supponiamo, le faccio capire meglio, mi dà un calcio, mi dà un pugno, è molto veloce, torna per
così dire in posizione di assetto, si dice, come faccio a questo punto a far pere perdere l equilibrio a questa persona? RISPOSTA È chiaro che se io di fronte a me ho un esperto di arte marziali o disposto da combattimento, comincia a diventare molto difficile, io per prima cosa cerco di non prendere i colpi che la persona mi porta, poi se c è un altro collega cerco di farmi dare una mano al collega, sicuramente la prima cosa che si fa e si chiede aiuto via radio per fare arrivare altre pattuglie sul posto, poi dipende dalla situazione in cui si viene a creare, non posso darle una cosa, una scienza esatta.
I corsi d addestramento forniscono linee guida, criteri d azione, modelli esemplificativi, prime sommarie esercitazioni. E nella responsabilità dell agente migliorare e implementare la sua formazione e la sua preparazione, ritornato sul luogo di lavoro. Importante il criterio indicato per fare fronte ad una situazione in cui non si riesca immediatamente ad applicare la tecnica di immobilizzazione attraverso lo squilibrio e le leve sulle braccia dell antagonista. In ogni caso va escluso il passaggio ad azione di incontrollata violenza armata. Ci si mette semplicemente sulla difensiva e si attende il gesto sbagliato dell antagonista per operare lo squilibrio. Il metodo corretto è di esemplare chiarezza: quando l antagonista è uno specialista in arti marziali, si deve attuare una tattica attendista che consiste nell accumulare le forze necessarie per rintuzzare l offensiva ed avere una possibilità in più dell avversario di attuare lo squilibrio e realizzare le leve:
S il braccio non riesco a prenderlo mi metto in una posizione difensiva, mi copro e aspetto che la e persona mi venga ad aggredire, se io non riesco a prendere questo famoso braccio, questa famosa gamba, perché è possibile, se io trovo un esperto, poi diciamo che i colleghi che non sono esperti, espertissimi, è chiaro che loro frequentano dei corsi ma sempre praticamente riescono ad apprendere sempre nell ambito di quello che li viene spiegato, ripeto, se io trovo di fronte a me una persona che sono 30 anni o 20 anni che fa arti marziali o sport da combattimento per me operatore di Polizia diventa difficile certo difendermi, perché? Perché il grosso esperto non è mica così semplice da bloccare, voglio dire, io ci parlo, lo tengo controllato, l importante è che lui non arrechi danno a me, quindi cerco di spostarmi se dovesse aggredirmi e poi cerco l aiuto del collega o l aiuto delle altre pattuglie che arrivano, ( p. 39 ).
Gli argomenti della difesa non trovano alcun riscontro in questa testimonianza che ci permette di verificare in assoluta compiutezza l ingiustificabilità della condotta degli Imputati, in violazione plurima e plateale di ogni regola di condotta prudente, esperta, diligente, osservante delle discipline e delle tecniche vincolanti l azione degli operatori di polizia in situazioni in cui si deve esercitare la forza. Persino ipotizzando il caso estremo, che in fatto dobbiamo ora escludere, del soggetto iperagitato, insensibile al dolore, la tecnica dell immobilizzazione tramite leve sulle braccia e sulla spalla sarebbe ugualmente valida perché non consentirebbe in ogni caso al soggetto di muoversi a prescindere dalla maggiore o minore percezione del dolore:
DOMANDA Ma come, come viene fatto il bloccaggio? RISPOSTA Viene fatto allo stesso modo, la persona non può muoversi, è incapace di muoversi, anche se non sente dolore sulla spalla o lo sente il maniera minore, mantiene, si viene, la spalla, allora noi se blocchiamo una persona nell articolazione della spalla, la persona anche se non sente dolore e a noi non interessa far del male o dolore DOMANDA Questo l abbiamo capito. RISPOSTA Lo teniamo comunque bloccata perché altrimenti se io mi trovo una persona che muscolarmente è molto forte, io non riuscirei mai a tenerlo bloccato, però siccome io utilizzando questa tecnica vado a non do forza all atto della persona, quindi riesco a tenerla bloccata questa persona
Bloccati gli arti superiori dall intervento eventuale di due agenti, il soggetto non può liberarsi neppure se scalcia o agita le parti del corpo rimaste libere. S tratta poi di tecniche che concernono l immobilizzazione di soggetti agitati e i resistenti; una leggera pressione sul collo con il ginocchio per prevenire reazioni improvvise di soggetti apparentemente collaboranti nella fase dell ammanettamento, non potrebbe considerarsi incompatibile con le linee guida, sia per l assoluta temporaneità della pressione con funzione meramente cautelare; sia per la mancanza di pressione effettiva trattandosi di azione finalizzata ad impedire una reazione improvvisa di un soggetto apparentemente non resistente, secondo il modello configurato nel manuale operativo del 1994, acquisito agli atti e mostrato al teste, in una foto del quale si nota una fase dell ammanettamento con ginocchio dell agente appoggiato sul collo. Nessuna contraddizione con quanto esposto dall ispettore Capodicasa sia per il carattere risalente del manuale sia perché la situazione descritta in figura riproduce una fase momentanea dell azione di ammanettamento nella quale la pressione non violenta ma solo precauzionale e contingente, è finalizzata solo all applicazione delle manette su soggetto che, sempre in base alla figura, non oppone resistenza, non creandosi compressione sul collo. In ogni caso anche nel 1994, data alla quale risale il manuale in atti esibito al teste, la parola d ordine era sempre di evitare in ogni modo danni alla persona. Le considerazioni dell ispettore Capodicasa sono sintetizzate in termini sostanzialmente conformi nelle due relazione del marzo e dell aprile 2008, inviate all autorità giudiziaria di Trieste nell ambito di indagini per altro caso di morte a seguito di intervento coercitivo della forza pubblica. Le suddette relazioni risultano sottoscritte anche da altri due ispettori-istruttori, Torti e S ola, non ascoltati per la sostanziale condivisione da parte di questi ultimi della posizione Capodicasa in quanto cofirmatari delle due relazioni . La testimonianza Capodicasa rappresenta gli altri due testimoni non escussi ( sull accordo delle parti ) ed essa conferma la posizione espressa nei documenti acquisiti. Capodicasa, Tosti e S insegnano alla scuola di formazione POLGAI di Pescara. Il ola direttore della predetta scuola dr. Mario Dalla Cioppa ha spiegato che la scuola di
Pescara è una scuola nella quale viene implementato il bagaglio tecnicoprofessionale degli agenti della polizia di S tato, addetti al controllo del territorio; la scuola svolge un attività di qualificazione degli agenti che già dispongono di un proprio bagaglio professionale. Ciò significa che in tutto ciò che ha riferito Capodicasa e che risulta annotato nelle relazioni agli atti non vi è nulla di nuovo, di eccezionale o di straordinario che gli agenti operanti non potessero conoscere o applicare nelle situazioni concrete. S cuole di formazione, scuole di aggiornamento o di affinamento della professionalità costituiscono strumenti di miglioramento di una competenza che gli agenti devono comunque possedere. Nozioni di fondo, tecniche di base che la scuola si limita ad approfondire ed affinare. Il corso non insegna nozioni diverse da quelle che gli agenti non fossero già tenuti a conoscere. Ha affermato il direttore Dalla Cioppa che si tratta di meglio dettagliare, di specificare quelli che possono essere gli aspetti tecnico operativi maggiormente presenti nell ambito del controllo del territorio ( p. 79 ). Rispetto al manuale del 1994, le tecniche di difesa personale e le strategie operative sono evolute ma il processo di aggiornamento non è stato ancora formalizzato in un nuovo manuale. Gli istruttori di conseguenza insegnano sulla base dei corsi di formazione successivi al manuale del 1994 che essi hanno frequentato. Gli insegnamenti traggono quindi spunto ed evolvono in base al lavoro comune con i discennti. Dalla testimonianza del direttore della scuola risulta che quanto ha riferito Capodicasa e quanto riferito nelle relazioni agli atti che ne rispecchiano il contenuto, costituiscono la posizione ufficiale della Polizia italiana per quanto concerne le norme di comportamento cui debbono attenersi gli agenti nelle attività di controllo del territorio ed in particolare nel confronto con soggetti in stato di agitazione psicomotoria. La testimonianza del dr. Della Cioppa si è concentrata sul senso delle due relazioni acquisite agli atti e inviate al pubblico ministero di Trieste. La prima relazione sembrava autorizzare il bloccaggio con il peso del corpo. La secondo lo escludeva categoricamente. Della Cioppa ha precisato che la posizione ufficiale degli istruttori della polizia è la seconda, contenuta nella relazione dell aprile di cui si è data lettura in aula. La prima posizione, come già visto, si riferiva a situazioni di soggetti non resistenti e collaboranti. Evidentemente diverse dal caso in esame e da quello triestino. La regola è dunque che occorre prima bloccare il soggetto e poi inserire le manette. Fatta questa premessa la seconda relazione all a.g. di Trieste che affronta il tema del bloccaggio di soggetto agitato è esattamente nei termini esposti da Capodicasa:
Il programma di difesa personale in vigore all epoca del fatto, siamo in dettaglio, il ventiseiesimo corso è stato diviso in due parti una teorica e una pratica, terminando con la tecnica di bloccaggio dell arto superiore del soggetto interessato. La successiva fase dell ammanettamento e del trasporto erano di competenza del programma tecniche operative leggi però collaborazione nella parte teorica oltre che consigliare di di evitare al massimo l uso della forza si inducono gli stessi a prendere consapevolezza degli aspetti negativi per entrambe le parti in caso di
colluttazione. S analizzano con i frequentatori in maniera approfondita i rischi a cui si può andare i incontro in casi di eccessiva resistenza da parte dei soggetti ostili e le accortezze da seguire per l incolumità degli stessi, sia per quanto riguarda possibili lesioni osseo articolari della spalla e del gomito, sia per il rischio di rendere difficoltosa la respirazione del soggetto in posizione prona, applicando un eccessivo carico sul dorso stesso, magari quando egli è già in debito d ossigeno per la situazione concitata. Nella specie l insegnamento che viene impartito ai discenti è nel senso di evitare, per quanto possibile, il ricorso all intervento estremo del bloccaggio a terra in posizione prona e di farvi ricorso solo come estrema ratio. Ai frequentatori viene spiegato che l operatore di Polizia dovrà tenere ben presente che nel corso della procedura di bloccaggio una situazione in cui il soggetto ostile è in debito di ossigeno per la concitazione causata dalla sua volontà di divincolarsi, può ben tramutarsi in una situazione critica di debito di ossigeno dovuto alla sensazione di mancanza di respiro a causa di una pressione toracica che se in condizioni di serenità psicologica può essere agevolmente sopportata, nelle suddette specifiche condizioni può condurre ad una asfissia da restrizione. Nei casi in cui, per motivi contingenti, si richiede l aiuto del collega, lo stesso provvede al bloccaggio dell altro arto superiore. S tenga conto che i questi concetti essendo di vitale importanza vengono continuamente ribaditi oralmente durante tutto il periodo delle lezioni collettive rivolte ai frequentatori .
Che le istruzioni agli allievi delle scuole consistano in nozioni che gli stessi sono comunque tenuti a possedere emerge dal seguente passo della deposizione Della Cioppa:
RISPOSTA S diciamo che le tecniche operativo di base sono un bagaglio comune per tutti quanti, poi noi ì, che cosa abbiamo fatto, come scuola abbiamo estrapolato quelle che potevano essere le tecniche operative maggiormente utilizzate nel controllo del territorio, da un operatore di volante, da un operatore del controllo del territorio e siamo andati a ulteriormente specificarle, questo, non sono ovviamente in contrasto, è una specificazione in più, però fondamentalmente questo dovrebbe essere il bagaglio, il bagaglio
La testimonianza dell ispettore-istruttore Capodicasa, come quella dell ispettore Torti e dell ispettore S ola, di cui alla seconda relazione al P.M. di Trieste nel caso Resman, rappresentano la posizione ufficiale della Polizia italiana in materia di norme di condotta, di regole cautelari, di misure precauzionali, di linee guida sugli obbiettivi da perseguire e sui modi per attuarli in presenza di soggetti agitati non collaboranti che devono essere eventualmente bloccati in primo luogo per salvaguardare l incolumità fisica dello stesso soggetto agitato. Le testimonianze Della Casa e Della Cioppa sono in questo processo di fondamentale importanza perché consentono di legare la responsabilità degli imputati a violazione di precisi doveri professionali, di cui essi dovevano avere piena consapevolezza alla luce di quanto riferito dai due testimoni. Questo consente ancora di affermare che il processo agli odierni imputati non è certamente un processo alla Polizia italiana nel suo complesso ma a quattro uomini che hanno violato le vigenti regole interne; le condotte imputate sono quindi frutto di lacune, trasgressioni, violazione di regole cautelari che l organizzazione interna con la sua esperienza e con le sue direttive tecniche aveva da tempo imposto. Il caso in esame non evidenzia alcun contrasto tra
esigenze di sicurezza, compiti professionali, necessità concrete nell adempimento dei doveri, e la tutela altri importanti interessi e beni della persona. Abbiamo visto come il metodo del bilanciamento di interessi e valori è preso in considerazione negli stessi termini stabiliti nel corso delle precedenti considerazioni dalle strutture organizzative della Polizia italiana e trasmesso agli operatori. Tutto ciò che abbiamo affermato in termini di costruzione dei profili della colpa per gli odierni imputati non rappresenta un interpretazione della legge avulsa dalle specifiche esigenze e necessità degli agenti operanti sul campo ma rappresenta una straordinaria convergenza nella lettura ed interpretazione giudiziale della legge, per quanto concerne la responsabilità delle forze di polizia, con le direttive dell amministrazione; l interpretazione della legge da parte dell Amministrazione coincide in modo stupefacente con i criteri interpretativi adottati dalla giurisprudenza in materia di limiti alle scriminanti dell adempimento del dovere e di uso legittimo delle armi. Il tribunale non ha dovuto autonomamente ricostruire le corrette regole cautelari alle quali gli imputati avrebbero dovuto attenersi, lavorando sulla giurisprudenza e sui precedenti per concretizzare le predette norme; nè ha dovuto supplire ad eventuali lacune nella ricostruzione positiva di tali norme, ricavandole da clausole generali in materia di colpa. Le norme in questione erano già tutte poste nella loro integrità da parte dell Amministrazione della Polizia di S tato, essendosi consolidate nel lungo processo di democratizzazione della polizia stessa. Il processo si riduce quindi nella sua portata alla mera verifica di una clamorosa violazione da parte degli imputati delle regole di comportamento che avrebbero dovuto conoscere, alle quali avrebbero dovuto attenersi nel caso concreto e la cui violazione non trova giustificazione o spiegazione in nessuna circostanza specifica o causa contingente. Le regole operative alle quali gli imputati avrebbero dovuto attenersi e che al contrario essi violarono in modo palese sono quelle che l ispettore Capodicasa ha indicato, spiegando come si tratti delle categoriche direttive, linee guida e tecniche operative alle quali ogni agente di polizia deve attenersi nell adempimento dei suoi doveri sicchè ogni deviazione o trasgressione deve considerarsi violazione integrante colpa penalmente rilevante. Tale regole possono così sintetizzarsi: - Assumere lo scontro fisico violento con soggetti agitati come ultima ratio dell azione. S una sorta di stato di necessità estremo può giustificare una olo violenta colluttazione come quella che ebbe luogo con Federico Aldrovandi. - Valutare la necessità dell uso della forza sulle effettive esigenze in gioco: beni giuridici che potrebbero essere sacrificati; gravità del reato commesso ( nei casi di arresto facoltativo l arresto dovrebbe essere sempre evitato quando potrebbe dare luogo a gravi danni alla persona dell arrestato ); possibilità di adottare misure alternative ed in particolare di ottenere l ausilio di sanitari;
- Uso proporzionato e graduale della forza, tale comunque da non produrre lesioni o pericoli per la vita del soggetto, salvo stato di necessità o legittima difesa; - Durata minima dell intervento che intanto si giustifica in quanto gli agenti siano in condizione di forza tale da potere controllare la situazione senza traumi o lesioni sul soggetto. - Divieto che la situazione sfugga di mano, trasformando un intervento tecnicamente definito e programmato, in una lotta sregolata, senza limiti e senza vincoli rispetto all obbiettivo. - L uso della violenza deve avere solo funzione difensiva. Il controllo fisico del soggetto al momento dell arresto, oltre che essere di breve durata, deve servire soltanto al rapido ammanettamento. - In nessun caso l arresto del resistente giustifica uno scontro fisico che possa mettere a repentaglio l incolumità del soggetto. In questi casi, quando cioè si profili il rischio di una degenerazione dell intervento, gli agenti devono limitarsi a circondare e controllare il soggetto, devono impedirgli di nuocere a se stesso e agli altri ma debbono procedere all arresto solo quando non vi sia pericolo di violento scontro e quando la resistenza sia cessata, essendosi reso conto il soggetto di non avere alternative. - In nessun caso esercitare pressioni sul dorso e comunque sul tronco e in nessun caso attuare modalità restrittive che diminuiscano la capacità di ventilazione del soggetto. - Il soggetto ammanettato non può più considerarsi pericoloso; deve essere subito rivoltato e posto in posizione supina; deve essere quindi aiutato a rialzarsi. - Il manganello nei confronti di individui isolati va usato solo eccezionalmente e soltanto con funzione difensiva, mai offensiva o per determinare l abbattimento al suolo del soggetto. - Ogni azione di restrizione violenta deve considerare l incombente rischio di asfissia di restrizione che può prodursi per effetto di un incontrollata e quindi scorretta tecnica di immobilizzazione, evenienza da scongiurare con il massimo impegno nell esperienza degli addestratori della polizia. - Tutte le tecniche di difesa personale, di immobilizzazione e di tutela delle persone vengono di regola illustrate nei corsi per agenti di polizia; esse costituiscono linee guida operative ufficiali e costituiscono da tempo una comune base di conoscenza per tutti gli operatori della polizia. Esse costituiscono il precipitato della norma fondamentale che esige che la tutela dell incolumità del resistente/ agitato debba prevalere su ogni necessità di minor rango.
Tutto ciò consente agevolmente di considerare sussistente la colpa contestata agli agenti nel capo d imputazione. Tutte le regole cautelari vincolanti sopra elencate sono state violate nel corso dell azione degli imputati nel caso di cui ci occupiamo, secondo quanto più volte rilevato nel corso della lunga esposizione. La ricostruzione del fatto permette di rilevare come in tutti i casi in cui gli imputati avrebbero dovuto osservare una delle suddette regole, l hanno trasgredita senza fornire alcuna plausibile giustificazione ma semplicemente offrendo una rappresentazione del fatto largamente inattendibile e che comunque non avrebbe loro giovato neppure se fosse stata vera, secondo quanto esposto in precedenza. Gli imputati sono responsabili : 1. Per avere ingaggiato una violenta e cruenta lotta con Aldrovandi, non giustificata dal numero degli agenti, dalla mancanza di pericolosità del soggetto, ragazzo giovane senza alcun precedente, descritto da tutti i testi come inoffensivo, non violento e di indole mite; comunque contenibile con l impiego difensivo del manganello; la colluttazione sarebbe stata ragionevolmente evitata con un approccio dialogico e paziente, con l intervento dei sanitari, con una tattica attendista che facesse sbollire la rabbia e l agitazione del ragazzo, mettendo in chiaro l assenza di volontà offensiva e violenta da parte degli agenti, in modo da ridimensionare la rabbia, l agitazione e la frustrazione del ragazzo, derivanti dall eventuale incongruo precedente confronto; 2. Per avere attuato un intervento violento e squilibrato, idoneo ad accrescere la rabbiosa reazione difensiva del soggetto, aggredito e colpito da una gragnuola di colpi di manganello, determinando, contro ogni regola, un accrescimento imprevedibile del grado di violenza che nella situazione di confronto fisico esacerbato era prevedibile sarebbe stata messa in campo dall una e dall altra parte: esattamente ciò che le regole che le linee guida vietano. Va peraltro ricordato che l evidenza probatoria indica una preponderante azione violenta degli agenti rispetto alla resistenza del soggetto, in gran parte ascrivibile alla necessità di reagire ad una condizione di restrizione asfittica. 3. Decisione di procedere all arresto e all immobilizzazione nonostante fosse evidente che una tale operazione avrebbe comportamento rischi per l incolumità personale del soggetto che gli agenti erano tenuti a non fare correre al soggetto. Errata valutazione delle circostanze autorizzanti l arresto in una situazione nella quale non vi era obbligo di procedervi: errore nella valutazione della pericolosità del soggetto e nella considerazione della gravità della situazione, in gran parte derivante dall incapacità degli agenti di spegnere l incendio, di considerare l aspetto clinico della situazione, lo stato di alterazione mentale del ragazzo, la mancanza di un movente razionale nella sua condotta; tutto ciò doveva indurli a trasformare il loro intervento da atto di ordine pubblico ad azione di tutela sanitaria di un soggetto bisognoso di aiuto. E quindi errore per pregiudizio nei confronti del ragazzo,
considerato come un nemico da vincere e non come un soggetto le cui reazioni studiare e capire, prima di procedere alla violenta azione di contenimento, anche perché non si profilavano altre esigenze da tutelare, ragion per cui repressione aveva l unico senso di vincere la ribellione e l offesa arrecata agli agenti stessi con la precedente resistenza, un valore privo di alcuno specifico rilievo a fronte del rischio che veniva assunto di ledere l incolumità e potenzialmente la vita del soggetto con un azione aggressiva avente la portata descritta dai testimoni e riscontrata dalle lesioni. 4. Errore nel non avere calcolato adeguatamente i tempi necessari per eseguire l arresto e nel non essere riusciti ad attuare l immobilizzazione nei pochi secondi richiesti dalle tecniche correttamente applicate, prolungando la colluttazione per lunghi minuti e praticando in questo arco temporale una serie di atti violenti, concentratisi da ultimo nella violenta prolungata compressione al suolo del paziente. 5. Esecuzione di atti violenti eccessivi, incongrui e non necessari in base alle regole, evidenziati dalle innumerevoli contusioni prodotte sul capo, al volto ed in altre parti del corpo. 6. Errore nel non avere considerato la propria incapacità nelle condizioni date ad eseguire l azione di immobilizzazione con le tecniche chirurgiche, pulite, essenziali e mirate descritte dall ispettore Capodicasa. 7. Errore nel non avere interrotto l azione nel momento in cui era apparso chiaro si stava trasformando in un autentico pestaggio nei confronti del soggetto, nell avere accettato quella violenza gratuita , assolutamente vietata dalle regole, per tale intendendosi la violenza non giustificata dalla tutela di un interesse di rango superiore alla vita e all incolumità di chi la subiva. 8. Essersi messi nelle condizioni, per potere avere ragione del soggetto resistente, di dovere esercitare violente pressioni sul tronco e sul dorso, anche con l applicazione del peso di uno o più agenti, creando quel rischio di asfissia meccanica e posizionale, che costituisce il pericolo che deve assolutamente essere evitato in interventi del genere, innescando in tal modo il meccanismo causale della morte descritto in precedenza. 9. Non avere eseguito rapidamente l ammanettamento e non avere rivoltato il ragazzo, cercando di liberarne il respiro, non appena eseguito l arresto. 10. Uso offensivo del manganello con conseguente produzione di trauma rilevante ai fini del meccanismo causale del decesso. S tratta di condotte colpose tutte rilevanti ai fini della produzione dell evento che i scaturisce, come visto, dall asfissia e dal trauma cardiaco prodotti dall incongrua, scriteriata e irregolare azione violenta dei quattro imputati sicchè può definitivamente dirsi accertato che l evento mortale è conseguenza della condotta colposa degli imputati.
6. Cooperazione in eccesso colposo L esposizione precedente ha trattato tutti i profili di colpa formulati nel capo d imputazione, enucleandone i profili sottesi e impliciti. Va sottolineato come nel capo d imputazione le condotte colpose siano in premessa considerate in termini di indipendenza reciproca. In realtà, come si evince dal contenuto effettivo delle contestazioni, la responsabilità degli imputati è concretamente disegnata in termini di cooperazione colposa. Il caso in esame rispecchia quindi, sin nei dettagli la fattispecie recentemente decisa dalla Cassazione penale sezione IV 16 gennaio 2009, Tomaccio ed altri. La sentenza della Cassazione, alla quale dobbiamo rinviare per l esatto inquadramento giuridico della fattispecie, costituisce un sostegno formidabile alla decisione di questo tribunale in quanto in una fattispecie analoga di eccesso colposo nell adempimento del dovere da parte di alcuni agenti che si trovarono nella necessità di dovere bloccare un soggetto in preda a manifesto delirio cocainico ed in condizioni che potrebbero effettivamente ricordare l excited delirium syndrome esaminato in questo giudizio, si è ritenuto che l azione degli agenti che affrontarono una realtà assai più critica di quella con cui dovettero confrontarsi gli odierni imputati integrasse colpa rilevante per carenza di addestramento del personale che aveva, tuttavia, l obbligo di agire con prudenza, diligenza e buon senso , avendo largamente superato il vincolo di proporzione. Anche in quel caso tutti gli agenti erano consapevoli di non avere a che fare con un criminale ma si proponevano semplicemente di impedirgli, in quel caso, di allontanarsi. S legge nella sentenza i della Cassazione che riporta parole della sentenza d appello che sarebbe stato sufficiente un po di buon senso per comprendere che non era necessario bloccare al suolo il giovane per conseguire tale scopo . La sentenza di merito da cui trae origine il giudizio di legittimità, per questa parte divenuta irrevocabile, sembra del tutto conforme alle conclusioni alle quali questo tribunale è autonomamente pervenuto in un caso, oltretutto, nel quale la condotta della vittima era stata assai meno pericolosa e impegnativa di quella rappresentata nella sentenza della Cassazione. Anche nel caso considerato la Cassazione riconduce la fattispecie alla previsione dell art 53 cp; ciononostante afferma del tutto compatibile anche con questa diversa causa di giustificazione, specificazione della previsione dell art. 50 cp, il fondare la responsabilità sul colposo superamento del vincolo di proporzione tra la violenza usata e l entità della violenta resistenza della vittima. E l evocazione dell una o dell altra causa di giustificazione è irrilevante nell economia del giudizio; tanto più che .nel ponderare la violazione del vincolo di proporzione non si è mancato di considerare il contenuto pubblicistico ed il ruolo dell autorità di polizia.
La condotta attribuita agli imputati dall accusa è in realtà un tipico concorso di persone nel reato colposo. Tutti gli imputati decisero, senza alcun dissenso, di attuare la colluttazione nei confronti di Aldrovandi, allo scopo di immobilizzarlo, previa restrizione al suolo, al fine di arrestarlo con i mezzi, le modalità, i tempi, e nelle condizioni e per le finalità indicate nei precedenti paragrafi. Ciascuno di essi agì essendo perfettamente consapevole della concorrente azione di ciascuno degli altri, accettando e calibrando il proprio contributo su quello degli altri, previsto e prestabilito. La condotta collettiva, prevista e voluta da ciascuno dei concorrenti, si pone come causa della morte; ogni contributo individuale all azione collettiva, di decisiva rilevanza nell economia dell azione comune, assume a sua volta il valore di conditio sine qua non. La cooperazione nel reato colposo nell ipotesi di c.d. colpa impropria per eccesso in causa di giustificazione, il rimprovero che viene mosso al singolo agente consiste nell avere ecceduto rispetto ai limiti della scriminante. Esso non ha quindi a che fare direttamente con l'atteggiamento interiore in rapporto all'evento. Il rimprovero riguarda la gestione trascurata, mal ponderata, dei poteri conferiti dalla causa di giustificazione. Colpa impropria, quindi, perché pur essendosi in presenza di condotta volontariamente lesiva, manca la colpevolezza dolosa e si configura un atteggiamento interiore che, per i suoi connotati di negligenza o imprudenza, può essere ricondotto alla figura della colpa. Postasi in premessa la natura strutturalmente colposa della fattispecie e relativo rimprovero di eccesso in causa di giustificazione, per la S uprema Corte non sussistono ragioni pregiudizialmente ostative all'applicazione dell'art. 113 c.p. Nessuno dei difensori ha in realtà sollevato il problema nel processo; il tribunale ritiene tuttavia di doverlo affrontare anche per spiegare l identico grado di colpa degli imputati che non consente differenziazione sul piano sanzionatorio. Nella giurisprudenza della Cassazione la cooperazione nel reato colposo ex art 113 cp ha un effetto estensivo dell incriminazione, rispetto al mero concorso di azioni colpose indipendenti causalmente rilevanti, poiché il concorso in questione coinvolge anche condotte atipiche, agevolatrici, incomplete, di semplice partecipazione che, per assumere concludente significato, hanno bisogno di coniugarsi con altre condotte convergenti, pur individualmente prive di efficacia causale. Quest indirizzo è confermato nel recentissimo intervento della Cassazione di cui si sta discutendo, trovando sostegno ermeneutico negli art 113/ 2 e 114/1 che prevedono variazioni di entità di sanzione in relazione al differente contributo causale di ciascun concorrente. Va riconosciuto quindi il ruolo estensivo dell'incriminazione svolto dall'art. 113 c.p., con specifico riferimento alla vasta area in cui è presente una condotta che, priva di compiutezza, di fisionomia definita nell'ottica della tipicità colposa se isolatamente considerata, si integra con altre dando luogo alla fattispecie causale colposa. Tanto più quando nella fattispecie concorsuale non è individuabile una condotta tipica che
dia luogo alla violazione della regola cautelare eziologica ascrivibile ad uno specifico concorrente, alla quale accede quella del partecipe, ma la condotta tipica è frutto del contributo particolare e parziale dei singoli che da luogo nel suo insieme all azione rilevante, sicchè ciascuno dei concorrenti,apportando il proprio contributo specifico, consapevole del concorso degli altri, finisce con il rispondere dell azione unica frutto della pluralità di atti di concorso. Il fattore che fa da collante tra le diverse condotte, delineandone la cooperazione è di tipo psicologico: la consapevolezza di cooperare con altri. È però discusso se tale consapevolezza debba estendersi sino a cogliere il carattere colposo dell'altrui condotta. In realtà in tali situazioni, l'intreccio cooperativo, il comune coinvolgimento nella gestione del rischio giustifica la penale rilevanza di condotte che sebbene atipiche, incomplete, di semplice partecipazione, si coniugano e si compenetrano tra loro e/ o con altre condotte tipiche. In tali situazioni ciascun agente tiene conto del ruolo e della condotta altrui. S i genera così un legame ed un'integrazione tra le condotte che opera non solo sul piano dell'azione, ma anche sul regime cautelare, richiedendo a ciascuno di rapportarsi, preoccupandosene, pure alla condotta degli altri soggetti coinvolti nel contesto. Tale pretesa d'interazione prudente individua, secondo la Corte, il canone per definire il fondamento ed i limiti della colpa di cooperazione. S tali premesse, la Corte di cassazione ritiene possa essere ascritto a tutti gli u operanti, indipendentemente dal peso specifico dell apporto causale di ciascuno, la violazione del limite di continenza nella gestione delle procedure di immobilizzazione che nel caso deciso riguardavano un soggetto in stato di agitazione psicomotoria che cercava di fuggire dopo l arresto. Anche in quel caso, le condotte specificamente incaute e drammaticamente lesive erano state individuate da un lato nella non necessaria immobilizzazione a terra della vittima ammanettata, accompagnata dalla incongrua protratta pressione sulla gabbia toracica sino alla completa inibizione della respirazione; e dall'altro nella altrettanto inutile pressione violenta sul capo, al punto da determinare la già descritta lesione cranica, anch'essa letale. Ai fini che qui interessano è interessante osservare come per la Cassazione tali condotte siano considerate espressione di un approccio complessivamente altamente incauto che ha caratterizzato tutta l'azione, lungamente protratta, degli agenti. E quindi è l impropria comune scelta di azione che coinvolge la sfera di responsabilità di tutti gli agenti, implicando la consapevole loro convergente attività rispetto ad una condotta condivisa, frutto di attiva cooperazione che si presenta nel suo insieme come colposa. La consapevolezza di agire in cooperazione imponeva a ciascuno non solo di operare per proprio conto in modo appropriato, ma anche di interrogarsi sull'azione altrui, se del caso agendo per regolarla, moderandola. A monte imponeva a ciascuno di dissociarsi dalla decisione di procedere alla colluttazione violenta con il soggetto nelle date circostanze e condizioni e con quei mezzi, essendo prevedibile che la scelta di agire implicava e rendeva prevedibile
specifici concreti eccessi di violenza, di cui l uno o l altro degli agenti si sarebbe inevitabilmente reso responsabile per realizzare l obbiettivo. La mancata dissociazione e l azione all unisono finalizzata all immobilizzazione ad ogni costo a terra del soggetto agitato attraverso l azione lesiva degli sfollagenti, impropriamente e fuori dai casi previsti adoperati, configura la colpa concorsuale che abbraccia tutte le condotte, non solo quelle tipiche (i colpi di manganello al capo, lo schiacciamento a terra della testa, la compressione del torace,mediante applicazione di pesi, la prolungata privazione della capacità di respirare) ma anche quelle di comune partecipazione agevolatrice ( ad esempio, il blocco delle gambe e l applicazione delle manette). Tali ultime condotte costituiscono, infatti, solo un frammento della protratta condotta illecita proseguita senza dissenso alcuno, sino al momento in cui per effetto della lesione cardiaca si determinò la cessazione di qualunque reazione della vittima.
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 art. 53
 art. 55
 art. 55
 art. 53
 art. 53
 art. 52
 art. 51
 art. 52
 art. 53
 art. 97
 Cass. 
 Sentenza 
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 art. 43
in dubio
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