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Timestamp: 2018-06-19 21:59:33+00:00

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Cass. civ. Sez. II, Sent., 30-10-2012, n. 18666
Con ricorso del 10 ottobre 1984, il sig. M.B., sul presupposto di essere proprietario di un immobile sito a piano terra in (OMISSIS), confinante con altro immobile di proprietà di Ma.An., il quale aveva intrapreso la costruzione di locali in aderenza al muro di cinta, arrecando danni al suo diritto dominicale, chiedeva al Pretore di Taranto, ai sensi dell'art. 1171 c.c., di sospendere i lavori iniziati dal suddetto vicino con relativo ordine di rimessione dei luoghi in pristino stato, riservandosi di agire per il risarcimento dei danni. L'adito Pretore, all'esito degli accertamenti urgenti del caso, con ordinanza del novembre 1984, autorizzava la continuazione dell'opera denunciata sino al suo completamento, ponendo a carico del Ma.
l'obbligo del versamento di una cauzione di L. 1.000.000 e, ritenuta la propria incompetenza "ratione valoris", rimetteva le parti dinanzi al competente Tribunale di Taranto, assegnando apposito termine per la conseguente riassunzione. Con tempestiva citazione del 27 febbraio 1985 il M.B. riassumeva il giudizio dinanzi al Tribunale di Taranto invocando la condanna del Ma. alla demolizione ovvero alla riduzione dell'opera illegalmente intrapresa ed eventualmente in violazione delle norme sulle distanze legali, al risarcimento dei danni subiti e subendi da quantificarsi in corso di causa e alla rifusione delle spese del giudizio e del procedimento cautelare con attribuzione. Nella costituzione del convenuto ed espletata l'istruzione probatoria (anche con esperimento di c.t.u.), il menzionato Tribunale, dopo aver in precedenza separato con ordinanza le cause proposte da diverse parti contro lo stesso convenuto, con sentenza del 3 dicembre 2003, accoglieva la domanda del M. e condannava il Ma.An. a ridurre la propria costruzione realizzata al confine con la proprietà dell'attore sino alla distanza di cinque metri dal confine, a risarcire i danni in favore dell'attore nella misura di Euro 250,00 l'anno a decorrere dalla data della domanda e fino a quella dell'effettiva riduzione in pristino oltre rivalutazione monetaria di anno in anno ed interessi legali, nonchè alla rifusione delle spese giudiziali.
Interposto tempestivamente appello da parte del Ma.An., al quale resistevano le eredi del M.B. (nelle more del giudizio deceduto), M.A. e M.G., previa sospensione dell'efficacia esecutiva della sentenza impugnata, la Corte di appello di Lecce - sez. dist. di Taranto, con sentenza n. 92 del 2006 (depositata l'11 aprile 2006), rigettava il gravame e condannava l'appellante alle spese del grado. A sostegno dell'adottata decisione, la Corte territoriale, respinte pregiudizialmente le doglianze di rito attinenti alla ritenuta incompetenza da parte del Pretore all'esito della fase cautelare del procedimento nunciatorio e alla supposta indeterminatezza del ricorso originario oltre che all'assunta inammissibilità della richiesta risarcitoria, rilevava l'infondatezza dei motivi attinenti al merito della controversia. In particolare, il giudice di secondo grado evidenziava che, sulla scorta degli esiti degli accertamenti peritali, era emersa la difformità dei manufatti realizzati dal Ma. rispetto alle prescrizioni della normativa urbanistica vigente, dovendosi ritenere preclusa la costruzione sul confine nella zona in cui ricadevano gli immobili delle parti in causa, con conseguente ordine di arretramento dei predetti illegittimi manufatti alla prescritta distanza di mt. cinque dalla linea di confine, in base alla normativa vigente fin dal 1978, a causa della inderogabilità assoluta di tale prescrizione, della preesistente edificazione a distanza dal confine da parte del M.B. e per la correlata inapplicabilità del c.d. criterio della prevenzione. In ultimo, la Corte tarantina ravvisava la legittimità della liquidazione del danno patito dalle parti appellate in base al criterio equitativo di cui all'art. 1226 c.c., alla luce della peculiarità del fatto dannoso, della difficoltà nella precisa determinazione del danno, equipollente alla impossibilità di dimostrane l'entità.
Avverso la menzionata sentenza di secondo grado hanno proposto ricorso per cassazione G.I. e Ma.Cr., rispettivamente usufruttuaria ed erede universale del deceduto Ma.An., riferito a quattro motivi, nei riguardi del quale si è costituita con controricorso la sola intimata M. G.. Il difensore delle ricorrenti ha depositato memoria illustrativa ai sensi dell'art. 378 c.p.c..
1. Con il primo motivo le ricorrenti hanno prospettato - ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 - la violazione e falsa applicazione degli artt. 873, 877 e 878 c.c., nonchè dell'art. 45 delle norme tecniche di attuazione della variante al P.R.G. di Taranto in tema di edilizia esistente di tipo C, in relazione all'art. 1171 c.c..
In particolare, con tale doglianza, le predetti ricorrenti hanno dedotto che, sulla scorta delle risultanze istruttorie, si sarebbe dovuto ritenere accertato che il muro preesistente che delimitava la proprietà Ma. rispetto al fondo M. era alto circa 5 metri e che, fin dal 1974, lungo il confine con la stessa proprietà M. ed in aderenza al muro medesimo già esisteva un fabbricato ad un solo piano terra, il cui successivo ampliamento, consistente nella realizzazione di un piano sovrastante, aveva determinato l'insorgenza della controversia. Da ciò si sarebbe dovuto evincere che il suddetto muro preesistente non era individuabile come muro di cinta in senso tecnico, ma costituiva una vera e propria "fabbrica" o "costruzione" posta sulla linea di confine, non solo perchè aveva l'altezza di 5 metri ma anche e soprattutto per non essere un muro isolato, esistendo nella proprietà Ma., anteriormente al 1974, una costruzione a piano terra realizzata in aderenza al medesimo muro, ragion per cui la Corte di appello pugliese, malgrado l'emergenza di tali circostanze, aveva errato nel rigettare il gravame non ravvisando la legittimità dell'opera realizzata dallo stesso Ma..
In esito alla formulazione del riferito motivo risulta riportato, in virtù dell'art. 366 bis c.p.c. ("ratione temporis" applicabile), il seguente quesito di diritto: " dica la S.C. se viola o applica erroneamente l'art. 973 c.c., e le altre norme generali e regolamentari locali in tema di osservanza delle distanze legali tra costruzioni e di diritto a costruire in aderenza al muro di fabbrica costituente confine tra proprietà fondiarie, il giudice di appello che, rigettando l'impugnazione sul punto, confermi la sentenza di primo grado che, in accoglimento della domanda ex art. 1171 c.c., ha condannato all'arretramento alla distanza di mt 5 dal confine della edificazione, costituente ampliamento di altra costruzione preesistente da oltre 10 anni, già edificata in aderenza al muro di fabbrica altro mt. 5 costituente confine tra i due fondi".
2. Con il secondo motivo le ricorrenti hanno denunciato l'omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), avuto riguardo alla circostanza della prospettata preesistenza tra i due fondi di un muro dell'altezza di circa 5 mt e della preesistenza di una costruzione, anteriore al 1974, costituita da un piano terraneo realizzato nel fondo Ma. in aderenza al detto muro.
2.1. Ritiene il collegio che sussistono, nel caso in questione, i presupposti per dichiarare l'inammissibilità dei due riportati motivi, per inosservanza del requisito di ammissibilità previsto dall'art. 366 bis c.p.c. (introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006 e "ratione temporis" applicabile nella fattispecie ai sensi della L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 5, vertendosi nell'ipotesi di ricorso avverso sentenza ricadente nell'ambito di applicabilità dell'indicato D.Lgs., siccome pubblicata l'11 aprile 2006: cfr. Cass. n. 26364/2009 e Cass. n. 6212/2010).
Sul piano generale si osserva (cfr., ad es., Cass. n. 4556 del 2009 e, da ultimo, Cass. n. 16118 del 2012) che l'art. 366-bis c.p.c., nel prescrivere le modalità di formulazione dei motivi del ricorso in cassazione, comporta, ai fini della declaratoria di inammissibilità del ricorso medesimo, una diversa valutazione da parte del giudice di legittimità a seconda che si sia in presenza dei motivi previsti dall'art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1, 2, 3 e 4, ovvero del motivo previsto dal n. 5 della stessa disposizione. Nel primo caso ciascuna censura deve, all'esito della sua illustrazione, tradursi in un quesito di diritto, la cui enunciazione (e formalità espressiva) va funzionalizzata, come attestato dall'art. 384 c.p.c., all'enunciazione del principio di diritto ovvero a "dieta" giurisprudenziali su questioni di diritto di particolare importanza, mentre, ove venga in rilievo il motivo di cui al n. 5 dell'art. 360 c.p.c. (il cui oggetto riguarda il solo "iter" argomentativo della decisione impugnata), è richiesta una illustrazione che, pur libera da rigidità formali, si deve concretizzare in una esposizione chiara e sintetica del fatto controverso - in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria - ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza rende inidonea la motivazione a giustificare la decisione. Alla stregua della uniforme interpretazione di questa Corte, inoltre, ai fini dell'art. 366 bis c.p.c., il quesito di diritto non può essere implicitamente desunto dall'esposizione del motivo di ricorso, nè può consistere o essere ricavato dalla semplice formulazione del principio di diritto che la parte ritiene corretto applicare alla fattispecie, poichè una simile interpretazione si sarebbe risolta nell'abrogazione tacita della suddetta norma codicistica.
Orbene, sulla scorta di tali presupposti, il quesito di diritto posto a fondamento del primo motivo, si caratterizza come generico ed inconferente poichè non appare propriamente correlato al "decisum" della Corte di appello e non si desume da esso chiaramente quale sia stato il principio di diritto applicato dal giudice di merito, nè quale sia il principio di diritto che gli stessi ricorrenti hanno inteso chiedere alla Corte di formulare. In particolare, le ricorrenti, con la stesso riportato quesito, non hanno posto alcun riferimento alla normativa locale avuta come parametro di riferimento dalla Corte territoriale ed hanno fatto ricorso ad una prospettazione ricostrutttiva soggettiva dei fatti di causa che non trova riscontro nella sentenza impugnata, deducendo e valorizzando, pertanto, elementi di fatto nuovi che non avevano costituito propriamente oggetto del "thema decidendum".
Allo stesso modo con il secondo motivo, riferito a vizio di motivazione, le ricorrenti hanno posto riguardo ad un fatto controverso anch'esso basato su circostanze storico-fattuali che non avevano assunto alcuna decisività ai fini della risoluzione della controversia, essendo, invero, riconducibili ad una riconsiderazione soggettiva della vicenda di fatto ad opera delle medesime.
Diversamente, la Corte territoriale, con un percorso argomentativo logico ed adeguato già precedentemente evidenziato, ha sottolineato, nella sentenza impugnata in questa sede, che, sulla scorta degli esiti degli accertamenti peritali, era emersa la difformità dei manufatti realizzati dal Ma. rispetto alle prescrizioni della normativa urbanistica vigente, dovendosi ritenere preclusa la costruzione sul confine nella zona in cui ricadevano gli immobili delle parti in causa, con conseguente ordine di arretramento dei predetti illegittimi manufatti alla prescritta distanza di mt. cinque dalla linea di confine, in base alla normativa vigente fin dal 1978, a causa della inderogabilità assoluta di tale prescrizione, della preesistente edificazione a distanza dal confine da parte del M.B. e per la correlata inapplicabilità del c.d.
criterio della prevenzione.
3. Con il terzo motivo le ricorrenti hanno denunciato - ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 - la violazione e falsa applicazione dell'art. 2043 c.c., in relazione all'art. 1171 c.c. e artt. 115 e 116 c.p.c., chiedendo, ai sensi dell'art. 366 bis c.p.c., a questa Corte se "viola il disposto dell'art. 2043 c.c., art. 1171 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., il giudice di appello che, confermando la sentenza di primo grado, affermi, in assenza di prova, la configurabilità ipso iure del diritto al risarcimento del danno del denunziante ex art. 1171 c.c. ancorchè dalla nuova opera denunziata, realizzata in ampliamento di altra costruzione preesistente sul fondo del vicino ed aderente al muro di confine altro mt. 5, non sia derivata alcuna diminuzione dei diritti e delle facoltà inerenti al diritto di proprietà del denunziante".
3.1. Anche questo motivo deve essere dichiarato inammissibile per violazione del disposto dell'art. 366 bis c.p.c., dal momento che la supposta violazione risulta, ancora una volta, ricollegata, in modo inconferente, ad una ricostruzione soggettiva circa lo stato dei luoghi e gli elementi di fatto che non ha trovato rispondenza nel percorso motivazionale della Corte territoriale, la quale, peraltro, nel confermare l'accoglimento della domanda risarcitoria in ordine all'accertata violazione delle distanze legali, si è conformata alla giurisprudenza di questa Corte assolutamente prevalente (e da questo collegio condivisa) secondo la quale, nella configurazione della predetta violazione, il danno deve ritenersi sussistente "in re ipsa", senza necessità di una specifica attività probatoria (cfr., ad es., Cass. n. 3341 del 2002; Cass. n. 11196 del 2010; Cass. n. 25475 del 2010 e, da ultimo, Cass. n. 11382 del 2011).
4. Con il quarto motivo il ricorrente ha dedotto - ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 - la violazione dell'art. 112 c.p.c., chiedendo, ai sensi dell'art. 366 bis c.p.c., a questa Corte se "viola il disposto dell'art. 112 c.p.c. il giudice di appello che rigetti l'impugnazione sul punto cosi confermando la sentenza di primo grado che, in accoglimento della domanda ex art. 1171 c.c., abbia ordinato la riduzione e l'arretramento della costruzione realizzata sul confine senza specificamente sottrarre alla detta condanna la costruzione preesistente, edificata in epoca anteriore alla vigenza della normativa comunale in tema di distante legali, in aderenza al muro di confine tra i due fondi.
4.1. Anche questo motivo va ritenuto (ancorchè supportato da un idoneo quesito di diritto) inammissibile perchè è riferito a questioni nuove circa la preesistenza della costruzione ad opera del dante causa delle ricorrenti ed, inoltre, la prospettata violazione ricondotta all'art. 112 c.p.c. non appare configuratasi dal momento che la supposta omessa pronuncia sulla predetta circostanza non era stata idoneamente dedotta con il proposto atto di appello. In altri termini, con la formulata doglianza, le ricorrenti hanno, in effetti, inteso sollecitare, in questa sede di legittimità, una nuova indagine circa l'accertamento tardivo inerente la qualifica di muro di cinta del muro che circoscriveva la proprietà del loro dante causa nonchè in ordine alla preesistenza di un fabbricato e alla sua aderenza al muro di cinta fungente (secondo la loro prospettazione) da confine, oltre che con riferimento alla natura o meno di ampliamento della fabbrica successivamente realizzata rispetto al manufatto già esistente, senza che, peraltro, tali questioni avevano costituito propriamente oggetto del gravame avanzato dal Ma.
A., ragion per cui non è ravvisabile il supposto vizio di ultrapetizione nella sentenza impugnata, con la quale era stata confermata quella di primo grado pronunciatasi sulla domanda effettivamente proposta nell'interesse dell'originario ricorrente.
5. In definitiva, alla stregua delle complessive ragioni esposte, il ricorso deve essere integralmente respinto, con la conseguente condanna delle ricorrenti, in solido fra loro, al pagamento delle spese della presente fase in favore della costituita controricorrente M.G., che si liquidano nei sensi di cui in dispositivo sulla scorta dei nuovi parametri previsti per il giudizio di legittimità dal D.M. Giustizia 20 luglio 2012, n. 140 (applicabile nel caso di specie in virtù dell'art. 41 dello stesso D.M.). Non occorre, invece, adottare alcuna pronuncia sulle spese in ordine al rapporto processuale instauratosi in questa sede tra le medesime ricorrenti e l'altra intimata M.A., non costituitasi.
La Corte rigetta il ricorso e condanna le ricorrenti, in solido fra loro, al pagamento delle spese del presente giudizio, in favore della costituita controricorrente M.G., in complessivi Euro 2.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori nella misura e sulle voci come per legge.

References: sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 art. 1171
 art. 58
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 Cass. 
 Cass. 
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 art. 1171
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