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Timestamp: 2018-10-16 16:41:37+00:00

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Sentenze e massime - Ultime dalla Corte di Cassazione: 2008
La Corte europea con sentenza dell’11 dicembre 2007 aveva ritenuto la violazione dell’art. 6 CEDU in relazione alla riqualificazione giuridica del fatto effettuata ex officio in sede di legittimità senza aver dato all’imputato in alcuna fase della procedura la possibilità di esserne informato. La Corte stessa, nel constatare la violazione, aveva indicato nella riapertura del processo il mezzo più appropriato per rimediare al processo iniquo. In sede esecutiva, il condannato ha sostenuto l’ineseguibilità del giudicato, alla luce del dictum della Corte europea. La Corte di cassazione, adita in sede di ricorso, ha precisato con la sentenza in epigrafe che la decisione emessa a Strasburgo non ha posto in discussione il giudizio di merito (come nel caso dei processi in contumacia), ma soltanto il giudizio di cassazione per l’omessa possibilità dell’imputato di interloquire sulla diversa qualificazione del fatto da parte della S.C. (nella specie, impedendogli di beneficiare della prescrizione del reato). Ciò comporta – ha concluso la Corte – due conseguenze. La prima, di rendere immanente nel nostro sistema, alla luce dell’art. 117 Cost., il principio del contraddittorio su ogni profilo dell’accusa, anche nel giudizio di legittimità. La seconda, che la restituito in integrum indicata dalla Corte europea deve limitarsi nel caso concreto al solo giudizio di legittimità, con la conseguente sua rescissione nella parte in cui non ha attuato la suddetta regola di sistema. La Corte ha ritenuto che lo strumento che consenta all’interno del sistema processuale tale ultimo effetto sia il meccanismo ex art. 625 bis c.p.p., idoneo a rimediare – con una parziale rimozione del giudicato - anche all'accertata e specifica violazione del diritto di difesa nell’ambito del giudizio di legittimità. Così decidendo, la Corte ha revocato la precedente sentenza, disponendo di procedere a nuova trattazione del ricorso per cassazione a suo tempo esperito.
Sentenza n. 45807 del 12 novembre 2008 - depositata l'11 dicembre 2008(Sezione Sesta Penale, Presidente G. Lattanzi, Relatore D. Carcano)
NOTIFICAZIONI – CONSEGNA AL DIFENSORE – UTILIZZO DI MEZZI TECNICI IDONEI – LEGITTIMITA’
La Corte ha per la prima volta chiarito che la notificazione di un atto diretto all’imputato mediante consegna al difensore ai sensi dell’art. 161, comma 4, cod. proc. pen., è legittimamente eseguita a mezzo telefax e cioè nelle forme previste dall’art. 148, comma 2 bis dello stesso codice, atteso che destinatario della notifica è il difensore e non l’imputato.
Sentenza n. 41051 del 2 ottobre 2008 – depositata il 3 novembre 2008
(Sezione Quarta Penale, Presidente C. G. Brusco, Relatore R. Bricchetti)
REATO - PRESCRIZIONE - RINVIO DELL'UDIENZA DETERMINATO DA CONTEMPORANEO IMPEGNO PROFESSIONALE DEL DIFENSORE - SOSPENSIONE DELLA PRESCRIZIONE - DURATA
La Corte di Cassazione ha rilevato che la richiesta del difensore di rinvio dell’udienza per un contemporaneo diverso impegno professionale non costituisce espressione di una impossibilità assoluta a partecipare all’udienza, ma una scelta del difensore, per quanto legittima. Ne consegue che, in tale ipotesi, il corso della prescrizione resta sospeso per tutto il periodo del differimento, non applicandosi il limite massimo di sessanta giorni di cui all’art. 159 c.p..
Sentenza n. 44609 del 14 ottobre 2008 – depositata il 1° dicembre 2008
(Sezione Prima Penale, Presidente E. Fazzioli, Relatore U. Zampetti)
SOCIETA' - DELIBERA ASSEMBLEARE DI S.R.L. ATTRIBUTIVA DI COMPENSO "SPROPORZIONATO" AGLI AMMINISTRATORI - ATTUAZIONE DI TRANSAZIONE FRA I SOCI
La delibera determinativa del compenso degli amministratori è annullabile, ai sensi dell’art.2373 cod. civ., quando essa persegue il soddisfacimento di interessi extrasociali, senza che risulti condizionante in sé – ai fini del conflitto di interessi ovvero anche dell’eccesso di potere – la decisività del voto da parte dell’amministratore che sia anche socio; così, l’attuazione con essa di una transazione – dunque di un patto parasociale - fra i soci, compresi gli impugnanti soci di minoranza, può rivelare la contrarietà all’interesse sociale del successivo voto, in termini di pregiudizio al patrimonio della società, ciò solo giustificando la legittimazione all’impugnazione dei soci dissenzienti in quanto tali.
Sentenza n. 28748 del 3 dicembre 2008(Sezione Prima Civile , Presidente U. Vitrone , Relatore R. Rordorf)
MISURE CAUTELARI - PERSONALI - ORDINANZA DEL GIUDICE - INDAGATO ALLOGLOTTA
Con la decisione in esame la Corte - in una fattispecie nella quale il G.i.p. aveva provveduto alla traduzione “parziale” dell’ordinanza cautelare, ovvero nelle sole parti riguardanti un indagato alloglotta cui erano contestati reati in materia di stupefacenti commessi in concorso con altri soggetti – ha affermato che il diritto all’assistenza linguistica, previsto dall’art. 143 cod. proc. pen., richiede che l’ordinanza cautelare sia tradotta nelle parti che riguardano l’indagato alloglotta restando, invece, escluso che la traduzione debba riguardare quelle parti dell’ordinanza relative ad altri indagati.
Sentenza n. 45060 del 6 novembre 2008 - depositata il 4 dicembre 2008(Sezione Terza Penale, Presidente A. Grassi, Relatore P. Onorato)
RIFIUTI - SOTTOPRODOTTI DI ORIGINE ANIMALE - "CAROGNE" - RILEVANZA DEL REG. (CE) N. 1774 DEL 2002 ALLA LUCE DELLE MODIFICHE DI CUI AL T.U. AMBIENTALE
Con la decisione in esame la Corte - adita in fase cautelare in una fattispecie nella quale era contestato agli indagati il reato associazione finalizzata al traffico illecito di ingenti quantitativi di rifiuti (art. 260, D.Lgs. n. 152 del 2006) costituiti da sottoprodotti di origine animale appartenenti a diverse categorie che, trattati per il recupero, venivano trasformati in farine animali per essere poi commercializzati –, dopo aver operato una puntuale ricognizione dell’evoluzione normativa nazionale e comunitaria in materia di sottoprodotti di origine animale, distinguendoli dalle “carogne”, ha affermato: a) che, anche dopo le modifiche di cui al D.Lgs. n. 4 del 2008, le carogne rientrano nella categoria dei rifiuti; b) che le stesse sono sottratte alla disciplina dei rifiuti soltanto se, ed in quanto, siano configurabili come sottoprodotti del processo di macellazione, destinati al riutilizzo senza trasformazioni preliminari e pregiudizio dell’ambiente; c) che le norme sanitarie relative ai sottoprodotti di origine animale non destinati al consumo umano (Regolamento CE 3 ottobre 2002, n. 1774) trovano applicazione anche per le carogne, se e in quanto queste ultime siano configurabili come sottoprodotti e non come rifiuti.
Sentenza n. 45057 del 4 ottobre 2008 - depositata il 4 dicembre 2008(Sezione Terza Penale, Presidente A. Grassi, Relatore P. Onorato)
REATI INFORMATICI – LEGGE N. 48 DEL 2008 - ISTITUZIONE DEL P.M. DISTRETTUALE - COMPETENZA DEL G.I.P. TERRITORIALE - RAGIONI
Prime applicazioni della recente legge n. 48 del 2008 (che ha recepito la Convenzione di Budapest del 2001 in tema di criminalità informatica), nell’ambito di un procedimento avente ad oggetto il reato di cui all’art. 640-ter, co. 2, c.p. (frode informatica). L’art. 11 della legge n. 48 del 2008 ha introdotto un nuovo comma 3-quinquies dell’art. 51 c.p.p., che prevede la competenza del P.M. distrettuale per i delitti, consumati o tentati, di cui agli artt. 600-bis, 600-ter, 600-quater, 600-quater.1, 600-quinquies, 615-ter, 615-quater, 615-quinquies, 617-bis, 617-ter, 617-quater, 617-quinquies, 617-sexies, 635-bis, 635-ter, 635-quater, 640-ter e 640-quinquies c.p. Inizialmente non era stato adeguato il corrispondente art. 328 c.p.p., che disciplina le competenze del g.i.p. e del g.u.p. (di conseguenza attribuite irragionevolmente ai magistrati territoriali), ma la lacuna è stata colmata dall’art. 2, co. 1 0a), della l. n. 125 del 2008, che ha aggiunto all’art. 328 un nuovo comma 1-quater. Nel risolvere un conflitto di competenza tra il g.i.p. territoriale e quello distrettuale, sollevato prima dell’emissione dell’art. 2, co. 1 0a), della l. n. 125 del 2008, la S. C. ha osservato che l’art. 12-bis della stessa legge n. 125 del 2008 ha dettato una specifica disciplina transitoria, aggiungendo, all’art. 11 della l. n. 48 del 2008, un nuovo comma 1-bis, a norma del quale "le disposizioni di cui al comma 3-quinquies dell’art. 51 del c.p.p., introdotto dal comma 1 del presente articolo, si applicano solo ai procedimenti iscritti nel registro di cui all’art. 335 del c.p.p. successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge".Considerato che il procedimento de quo risultava iscritto prima del 5 aprile 2008, data di entrata in vigore della l. n. 48 del 2008, dovevano trovare applicazione gli ordinari criteri di competenza, e risultava, pertanto, radicata, in ragione del locus commissi delicti, la competenza del g.i.p. territoriale.
Sentenza n. 45078 del 30 ottobre 2008 - depositata il 4 dicembre 2008(Sezione Prima Penale, Presidente U. Giordano, Relatore U. Armano)
PROFESSIONI E PROFESSIONISTI – NOTAIO - CONCORRENZA SLEALE – RISARCIMENTO DANNI – LIQUIDAZIONE EQUITATIVA – ONERE PROBATORIO
La S.C. ha affermato che, in un comune ove sia prevista una sola sede notarile, la presenza costante di altro studio notarile é fatto idoneo a incidere negativamente sull’attività professionale e sui risultati economici del professionista, unico titolare della sede; ha, inoltre, precisato che in materia non é configurabile il danno “in re ipsa” e che, per la quantificazione del danno, ben può farsi ricorso alla liquidazione equitativa ex art. 1226 cod. civ., norma questa che non esonera il danneggiato dall’onere probatorio, gravandolo, anzi, dell’esigenza di offrire al giudice elementi idonei allo scopo.
Sentenza n. 28419 del 28 novembre 2008(Sezione Terza Civile, Presidente M. Varrone, Relatore M. Massera)
SOCIETA' - SOCIETÀ PER AZIONI - AMMINISTRATORI - DIRETTORE GENERALE - ESTENSIBILITA' DELLA RESPONSABILITA' PREVISTA PER GLI AMMINISTRATORI
All'interno della società per azioni, al direttore generale (nella specie di s.p.a. in liquidazione coatta amministrativa) può essere estesa la stessa disciplina prevista per la responsabilità degli amministratori qualora la sua nomina sia stata prevista nell'atto costitutivo oppure sia stata deliberata dall'assemblea o dal consiglio di amministrazione, entrando in questi casi la sua figura, in posizione apicale, a far parte della struttura tipica della società. Al di fuori di tali ipotesi non esiste alcuna previsione normativa che consenta di estendere al direttore generale il regime di responsabilità, di per sé già eccezionale e speciale, riguardante gli amministratori.
Sentenza n. 28819 del 5 dicembre 2008(Sezione Prima Civile, Presidente V. Proto, Relatore L. Panzani)
OBBLIGAZIONI - SOMMA DETERMINATA IN VALUTA ESTERA - SOPRAVVENUTA SVALUTAZIONE
La S.C. ha affermato che il debitore di somma determinata in valuta estera, se inadempiente, nel caso di sopravvenuta svalutazione della moneta italiana rispetto a quella estera, deve la differenza tra il cambio della data di scadenza e quello della data di pagamento, giacché, diversamente, trarrebbe ingiusta locupletazione dalla sua mora, ove pagasse in moneta legale al corso del cambio del giorno della scadenza, secondo la facoltà accordatagli dall'art. 1278 cod. civ..
Sentenza n. 28420 del 28 novembre 2008(Sezione Terza Civile, Presidente M. Varrone, Relatore M. Massera)
MISURE CAUTELARI PERSONALI - TERMINI DI DURATA MASSIMA DELLA CUSTODIA CAUTELARE
La Corte di Cassazione ha stabilito che la sospensione dei termini di durata massima della custodia cautelare durante il periodo di redazione della motivazione della sentenza ricomprende anche il periodo di proroga dei termini di redazione della motivazione, autorizzato con decreto del Presidente del Tribunale o della Corte di Appello, ai sensi dell’art. 154 comma 4-bis disp. att. c.p.p.
Sentenza n. 43813 dell'8 ottobre 2008 – depositata il 24 novembre 2008
(Sezione Prima Penale, Presidente G. Silvestri, Relatore M. Cassano)
CONTRATTI – DEPOSITO IN CASSETTE DI SICUREZZA - RESPONSABILITA' DELLA BANCA - LIMITI - PROVA DEI DANNI
In tema di responsabilità per danni relativi a beni depositati in cassette di sicurezza ed oggetto di furto, la Corte ha precisato che spetta al giudice ordinario accertare il contenuto specifico delle pattuizioni delle parti, con particolare riferimento all’esistenza della possibilità di scelta, in sede di conclusione del contratto, tra diverse formule contrattuali, nelle quali il canone dovuto dal cliente (e la correlativa responsabilità della banca) variano in funzione dei diversi livelli di copertura assicurativa associata alla cassetta di sicurezza, e che, in difetto di tali pattuizioni, la clausola limitativa di responsabilità della banca è nulla, in quanto avente la funzione di trasferire indebitamente sul cliente gli effetti della negligente custodia della cassetta di sicurezza. Ai fini della prova del danno, inoltre, la Corte, nel cassare la sentenza impugnata, ha ammesso la possibilità di ricorrere a presunzioni basate, oltre che sulla circostanziata denuncia del fatto e sulla prova della proprietà degli oggetti depositati, anche sulla compatibilità delle rivendicazioni con le condizioni economiche del danneggiato, con la frequenza e data del suo accesso alla cassetta, ed anche con il ricorso alla prova testimoniale di persone legate al danneggiato da vincoli familiari, aspetti questi idonei anche ad ammettere il giuramento suppletorio.
Sentenza n. 28067 del 25 novembre 2008(Sezione Terza Civile, Presidente M. Fantacchiotti, Relatore R. Lanzillo)
PROCESSO CIVILE – RAGIONEVOLE DURATA – ATTIVITA’ PROCESSUALI SUPERFLUE
Il rispetto del diritto fondamentale ad una ragionevole durata del processo impone al giudice di evitare e impedire comportamenti che siano di ostacolo ad una sollecita definizione dello stesso, tra i quali rientrano certamente quelli che si traducono in un inutile dispendio di attività processuali e formalità superflue perché non giustificate dal rispetto del principio del contraddittorio, da effettive garanzie di difesa e dal diritto alla partecipazione al processo in condizioni di parità, dei soggetti nella cui sfera giuridica l’atto finale è destinato ad esplicare i suoi effetti. In applicazione del suddetto principio, la S.C. - avendo valutato inammissibile il ricorso - ha ritenuto superflua la concessione di un termine per la notifica, omessa, del ricorso per cassazione alla parte totalmente vittoriosa in appello.
Sentenza n. 26373 del 3 novembre 2008(Sezioni Unite Civili, Presidente V. Carbone, Relatore F. M. Fioretti)
MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA - INTERCETTAZIONI DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI - REGISTRAZIONE DI CONVERSAZIONE EFFETTUATA CON VIDEORIPRESA
In assenza di autorizzazione del giudice, sono inutilizzabili ex art. 191 c.p.p. le registrazioni di conversazioni effettuate con videoripresa da un soggetto extraneus, dotato di strumenti di captazione predisposti e fornitigli dalla polizia giudiziaria, realizzandosi in tal modo un surrettizio aggiramento delle regole che impongono il ricorso a strumenti tipici per comprimere il bene costituzionalmente protetto della segretezza delle comunicazioni.
Sentenza n. 44128 del 6 novembre 2008 – depositata il 26 novembre 2008
(Sezione Sesta Penale, Presidente G. De Roberto, Relatore F. Serpico)
DELLA MISURALa Corte di Cassazione ha affermato che l’ordinanza di custodia cautelare emessa contestualmente alla sentenza di condanna dal giudice di secondo grado, sulla base di un erroneo richiamo all’art. 307 c.p.p. (in un caso in cui l’imputato era stato scarcerato per ritenuta insussistenza delle esigenze cautelari e non per decorrenza dei termini), dev’essere considerata come un nuovo provvedimento cautelare ai sensi dell’art. 275 comma 1-bis c.p.p., soggetto come tale al riesame. Sicché, se il Tribunale abbia qualificato come riesame l’appello proposto dal difensore avverso la predetta ordinanza, la diversa qualificazione giuridica dell'impugnazione non determina la perdita di efficacia della misura coercitiva per effetto dell'inutile decorso del termine di dieci giorni dalla ricezione degli atti per la decisione ex art. 309 comma 9 c.p.p..
Sentenza n. 43814 dell’8 ottobre 2008 – depositata il 24 novembre 2008 (Sezione Prima Penale, Presidente G. Silvestri, Relatore M. Cassano)
RESPONSABILITÀ CIVILE – SINISTRO STRADALE CAGIONATO DA FAUNA SELVATICA
In tema di responsabilità extracontrattuale, in fattispecie relativa ad un sinistro stradale verificatosi per l’entrata di un volatile nell’abitacolo di un veicolo in corsa, la S.C. ha escluso la responsabilità della Regione, ex art. 2043 cod. civ., per mancata adozione delle cautele necessarie per la salvaguardia degli utenti delle strade, non essendo stato assolto l’onere probatorio in ordine all’abituale frequentazione, del luogo del sinistro, da parte di animali selvatici ovvero sulla verificazione di incidenti similari, tali da allertare l’autorità preposta ed imporre l’apposizione di cartelli segnaletici.
Sentenza n. 27673 del 21 novembre 2008
(Sezione Terza Civile, Presidente M. Varrone, Relatore C. Filadoro)
AVVOCATO E PROCURATORE - ALBO - PRATICANTI PROCURATORI - INCOMPATIBILITA' DI CUI ALL'ART. 3 DEL R.D.L. 1578/1933
Le S.U. della Suprema Corte, in un caso che riguardava la cancellazione dal registro di un praticante Carabiniere, hanno escluso che le incompatibilità di cui all’art. 3 del R.D.L. 1578/1933 si applichino anche ai praticanti avvocati non ammesso al patrocinio, che possono di conseguenza essere iscritti nell’apposito registro, anche se legati da un rapporto di lavoro con soggetti pubblici o privati.
Sentenza n. 28170 del 26 novembre 2008
(Sezioni Unite Civili, Presidente V. Carbone, Relatore F. Tirelli)
SUCCESSIONI "MORTIS CAUSA" - SUCCESSIONE NECESSARIA - DIRITTI RISERVATI AI LEGITTIMARI - LEGITTIMARI - LEGATO IN SOSTITUZIONE DI LEGITTIMA
La S.C., chiamata a giudicare un caso di azione di riduzione proposta da un figlio che aveva in precedenza accettato un legato in sostituzione di legittima, rinunciando al legato solo dopo la proposizione del giudizio, ha enunciato il principio per cui, in materia di diritti riservati ai legittimari, poiché il legato si acquista senza bisogno di accettazione, la semplice acquisizione, da parte del legittimario, dell'oggetto del legato in sostituzione della legittima non implica automatica manifestazione della sua preferenza per il legato, con conseguente perdita della facoltà di conseguire la legittima; allo stesso modo, la proposizione dell'azione di riduzione non costituisce manifestazione chiara ed inequivoca della volontà di rinunciare al legato, essendo ipotizzabile un residuo duplice intento di conservare il legato e di conseguire la legittima. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva dichiarato legittimamente proposta l'azione di riduzione da parte di un legittimario che aveva accettato un legato in sostituzione della legittima, vi aveva poi rinunciato con atto successivo alla proposizione della domanda giudiziale di riduzione e non aveva provveduto alla restituzione della somma legata).
Sentenza n. 26955 dell'11 novembre 2008
SOCIETA' - SOCIETA' DI INTERMEDIAZIONE MOBILIARE - OBBLIGO DI VERSAMENTO AL FONDO NAZIONALE DI GARANZIA - CESSAZIONE DELL'ATTIVITA' PER RINUNCIA
La S.C., occupandosi di una fattispecie di cessazione dall'attività, per rinuncia, di una società di intermediazione mobiliare, con conseguente venir meno dell'obbligo di versamento al Fondo di garanzia, ha affermato che la rinuncia, da parte di società all'uopo autorizzata, all'attività di intermediazione mobiliare, per contestuale e correlata cessazione della medesima - rinuncia alla quale consegue il venir meno dell'obbligo dei versamenti in favore del Fondo nazionale di garanzia di cui al d.m. 18 giugno 1998, n. 238 - è procedura diversa da quella di autorizzazione all'inizio della medesima attività; infatti, mentre per intraprendere l'attività di intermediazione mobiliare è richiesta un'espressa autorizzazione, come previsto dall'art. 19, comma 3, del d.lgs. n. 58 del 1998, la cessazione per rinuncia non è espressamente regolata dalla legge, bensì dalle delibere della Consob n. 10418 e n. 16190 del 1996 - emanate in attuazione del d.lgs. n. 415 del 1996 - in base alle quali la società che intende rinunciare all'attività è tenuta a darne comunicazione alla Consob la quale ha centoventi giorni di tempo per deliberare, decorso il quale termine la rinuncia deve ritenersi accolta. (Nella specie, la S.C., enunciando tale principio, ha corretto la motivazione della sentenza di merito che aveva collegato il perfezionarsi della rinuncia - rilevante ai fini degli obblighi di versamento al citato Fondo - al momento della messa in liquidazione della società).
Sentenza n. 26835 del 7 novembre 2008
(Sezione Prima Civile, Presidente G. Losavio, Relatore M. Tavassi)
DELITTI CONTRO LA PERSONA – DETENZIONE DI MATERIALE PORNOGRAFICO - CONDOTTE VIETATE - CONCORSO FORMALE - ESCLUSIONE
Con la decisione in esame - in una fattispecie nella quale era contestato all’imputato di essersi procurato per via telematica materiale pedopornografico ottenuto mediante lo sfruttamento di minori - la Corte, dopo aver comparato il testo vigente della fattispecie incriminatrice di cui all’art. 600 quater cod. pen. con la formulazione antecedente alle modifiche introdotte dalla l. 6 febbraio 2006, n. 38, ha affermato che le condotte oggi contemplate (procurarsi o detenere) non integrano due diverse ipotesi di reato, ma rappresentano distinte modalità di perpetrazione del medesimo reato, essendo escluso tra di esse il concorso formale.
Sentenza n. 43189 del 9 ottobre 2008 – depositata il 19 novembre 2008
(Sezione Terza Penale, Presidente E. Lupo, Relatore C. Petti)
DELITTI CONTRO LA FEDE PUBBLICA - SCHEDA DI DIMISSIONE OSPEDALIERA – ATTO PUBBLICO – FALSO IDEOLOGICO - AMMISSIBILITÀ
Integra il delitto di falsità ideologica in atto pubblico la condotta del medico responsabile di una struttura sanitaria convenzionata che attesti, nella scheda di dimissione ospedaliera, la quale è parte integrante della cartella clinica, false informazioni relative alla diagnosi principale di dimissione, alle diagnosi secondarie, agli interventi chirurgici e alle principali procedure diagnostiche e terapeutiche eseguite, e quindi alteri i codici da elaborare informaticamente per la determinazione del rimborso dovuto dal Servizio sanitario nazionale.
Sentenza n. 42166 del 4 settembre 2008 - depositata il 12 novembre 2008(Sezione Feriale Penale, Presidente G. De Roberto, Relatore M. Cammino)
REATO – RESPONSABILE CIVILE - RESPONSABILITA' DELL'APPALTANTE PER FATTO DELL'IMPRESA SUBAPPALTATRICE
La Corte di cassazione ha annullato una sentenza che aveva ritenuto l’appaltante (nei cui confronti non era stata esercitata l’azione penale, essendo intervenuta l’archiviazione) responsabile civile ex art. 83 c.p.p. per fatto (altrui) dell’impresa subappaltatrice (il cui titolare era stato condannato per il reato di lesioni colpose in danno di un lavoratore aggravate dalla violazione della normativa antinfortunistica): si è, in particolare, osservato che, ai sensi dell’art. 7 D. Lgs. n. 626 del 1994 (ora trasfuso nell’art. 26 D. Lgs. n. 81 del 2008), in caso di affidamento dei lavori ad imprese subappaltatrici o a lavoratori autonomi all’interno dell’azienda del committente o di una unità produttiva della stessa, sull’appaltante grava una serie di obblighi positivi di verifica, informazione, cooperazione e coordinamento: ne consegue che la responsabilità dell’appaltante-committente per gli eventi lesivi eventualmente derivati dalla loro inosservanza è responsabilità per fatto proprio, non “giustiziabile” attraverso la chiamata in causa quale responsabile civile.
Sentenza n. 41815 del 30 settembre 2008 - depositata il 7 novembre 2008(Sezione Quarta Penale, Presidente A. Morgigni, Relatore P. Piccialli)
PROCEDIMENTI SPECIALI – GIUDIZIO ABBREVIATO – RICHIESTA - PROCURA SPECIALE AL DIFENSORE – IMPUTATO ASSENTE –CONTUMACIA – LEGITTIMITA’
L’attribuzione al difensore della procura speciale per la richiesta del giudizio abbreviato non fa venire meno le condizioni per la dichiarazione in quel giudizio della contumacia dell’imputato assente, al quale pertanto spetta la notifica dell’estratto contumaciale della sentenza.
Sentenza n. 40443 del 21 ottobre 2008 - depositata il 29 ottobre 2008(Sezione Seconda Penale, Presidente P. Bardovagni, Relatore P. Davigo)
RAPPORTI GIURISDIZIONALI CON AUTORITÀ STRANIERE - ESTRADIZIONE DALL'ESTERO - PRINCIPIO DI SPECIALITÀ - FATTI DIVERSI
La pronuncia, in sede di udienza preliminare, della sentenza di estinzione del reato per prescrizione non è preclusa dal principio di specialità, in forza del quale la persona estradata non può, senza il suo consenso, essere perseguita, giudicata o sottoposta a restrizione della libertà per un fatto anteriore e diverso da quello oggetto della consegna, attesa la natura processuale dell’indicata sentenza, espressione del principio del favor rei.
Sentenza n. 40408 dell' 8 ottobre 2008 - depositata il 29 ottobre 2008(Sezione Seconda Penale, Presidente P. Bardovagni, Relatore G. Diotallevi)
INDAGINI PRELIMINARI - ATTIVITA' DELLA POLIZIA GIUDIZIARIA - OPERAZIONI SOTTO COPERTURA - UTILIZZABILITA' DELLE DICHIARAZIONI DELL'AGENTE INFILTRATO
Con la decisione in esame la Corte di Cassazione ha ricostruito il sistema normativo dei principi applicabili alle operazioni sotto copertura della polizia giudiziaria, affermando che l’agente infiltrato, qualora abbia agito in conformità ai presupposti e ai limiti previsti dalla legge, assume la qualifica di testimone, con la conseguente sottrazione delle sue dichiarazioni al criterio di valutazione di cui all’art. 192 c.p.p.; restano, inoltre, inoperanti sia il divieto di testimonianza su quanto appreso dall’imputato ai sensi dell’art. 62 c.p.p., sia la sanzione di inutilizzabilità stabilita dall’art. 63 c.p.p., e l’unico limite che emerge dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo riguarda la necessità che le dichiarazioni dell’agente infiltrato (non provocatore) siano assunte in contraddittorio. Al contrario, nell’ipotesi in cui l’agente infiltrato agisca in mancanza dei presupposti di legge o esorbiti dai limiti imposti alla sua azione, ponendo in essere un comportamento penalmente rilevante, egli assume la qualifica di imputato in procedimento connesso o collegato, e alle sue dichiarazioni devono applicarsi le regole di assunzione e valutazione di cui agli artt. 210 e 192 c.p.p.; inoltre, la condanna del soggetto provocato, quando si fondi sulle accuse mosse nei suoi confronti dagli agenti provocatori, lascia residuare la possibilità del sindacato della Corte europea dei diritti dell'uomo sulla equità del processo nella fattispecie concreta.
Sentenza n. 38488 del 28 maggio 2008 – depositata il 9 ottobre 2008
(Sezione Seconda Penale, Presidente G. Casucci, Relatore F. Fiandanese)
Sentenza n. 35066 del 25 giugno 2008 - depositata il 10 settembre 2008(Sezione Seconda Penale, Presidente A. S. Rizzo, Relatore G. Casuccio)
GIUDICE DELL'ESECUZIONE - DISCIPLINA DELLA PLURALITA' DI SENTENZE PER IL MEDESIMO FATTO - IDENTITA' DEL FATTO ESCLUSA IN SEDE DI COGNIZIONE
La Corte di Cassazione ha evidenziato che la disposizione contenuta nell’art. 669 c.p.p., essendo finalizzata ad eliminare nella fase esecutiva la duplicazione dei giudicati che non sia stato possibile prevenire mediante gli altri strumenti previsti dal legislatore, non può trovare applicazione qualora la questione del ne bis in idem sia stata precedentemente prospettata dalle parti e risolta negativamente in via principale nell’ambito del giudizio di cognizione. Sulla base del predetto principio, sono stati rigettati i ricorsi proposti da Giovanni Acampora e Cesare Previti avverso l’ordinanza del giudice dell’esecuzione che aveva dichiarato inammissibili le richieste di riconoscimento della sussistenza del ne bis in idem in relazione alle sentenze pronunciate dalla Corte di Cassazione rispettivamente il 4 maggio 2006 (sul “lodo Imi-Sir”) e il 13 luglio 2007 (sul “lodo Mondadori”).
Sentenza n. 43708 del 23 ottobre 2008 – depositata il 21 novembre 2008
(Sezione Prima Penale, Presidente E. Fazzioli, Relatore M. Cassano)
DIRITTO D'AUTORE - RAPPRESENTAZIONE FOTOGRAFICA DELL'IMMAGINE - CONSENSO - REVOCA
La S.C. ha affermato che il consenso alla pubblicazione della rappresentazione fotografica della propria immagine resta efficace fino a revoca, se prestato senza limitazioni.
Sentenza n. 27506 del 19 novembre 2008(Sezione Prima Civile, Presidente A. Criscuolo, Relatore A. Ceccherini)
IMPUGNAZIONI – CASSAZIONE - PRESENZA DI UNA CAUSA DI ESTINZIONE DEL REATO - SINDACATO DI LEGITTIMITA' SULLA MOTIVAZIONE - LIMITI
Con la decisione in esame la Corte - in una fattispecie nella quale era stato eccepito il vizio di motivazione della sentenza del giudice d’appello che aveva omesso di valutare nel merito la richiesta assolutoria, pronunciando declaratoria di estinzione del reato per prescrizione – ha affermato che in sede di legittimità è consentito il controllo della motivazione della sentenza impugnata, pur in presenza di una causa di estinzione del reato, quando tale declaratoria sia stata pronunciata dal primo giudice e, in sede di impugnazione, il giudice d’appello abbia omesso del tutto l’esame nel merito della richiesta assolutoria.
Sentenza n. 42519 del 21 ottobre 2008 – depositata il 14 novembre 2008
(Sezione Terza Penale, Presidente A. Grassi, Relatore C. Petti)
CACCIA – ESERCIZIO DELLA CACCIA SPARANDO DA AUTOVEICOLI, DA NATANTI O DA AEROMOBILI - NECESSITA' DI ESPLOSIONE DI COLPI DI ARMA DA FUOCO - ESCLUSIONE
Con la decisione in esame la Corte - in una fattispecie nella quale era contestato il reato di esercizio della caccia sparando da autoveicoli, da natanti o da aeromobili (art. 30, comma primo, lett. i), L. n. 157 del 1992) – ha affermato che ai fini della configurabilità del reato non occorre l’esplosione di colpi di arma da fuoco, ma è sufficiente il solo appostamento in attesa di sparare allorchè la selvaggina sia stata avvistata e sia venuta a tiro.
Sentenza n. 42888 del 15 ottobre 2008 – depositata il 18 novembre 2008
(Sezione Terza Penale, Presidente E. Altieri, Relatore A. Cordova)
CIRCOLAZIONE STRADALE – GUIDA IN STATO DI EBBREZZA – NORMA INCRIMINATRICE A FATTISPECIE PLURIME
La Corte ha chiarito che le tre diverse ipotesi di guida in stato di ebbrezza configurate nell’art. 186 cod. strada, a seguito delle modifiche apportate dal d. l. n. 117 del 2007, integrano altrettante fattispecie autonome di reato, rilevando come tra le disposizioni che le prevedono non intercorra alcun rapporto di specialità che consenta di considerare alcune delle ipotesi come mere circostanze aggravanti delle altre.
Sentenza n. 43313 del 28 ottobre 2008 - depositata il 19 novembre 2008
(Sezione Quarta Penale, Presidente P. Mocali, Relatore R. Bricchetti)
ESECUZIONE - AMNISTIA E INDULTO - APPLICABILITA' DI UFFICIO - NECESSITA' DELLA RICHIESTA DEL CONDANNATO - INTERESSE - RILEVANZA
La S.C. ha affermato che, in via generale, l’art. 672 c.p.p. prevede la possibilità di procedere d’ufficio all’applicazione dell’amnistia e dell’indulto, la necessità della richiesta da parte del condannato sussistendo solo nel caso in cui l’esecuzione della pena sia terminata, perché in tale ipotesi deve ricorrere un suo concreto interesse; tale interesse non viene meno, tuttavia, qualora la pena sia dichiarata interamente espiata per effetto del principio di fungibilità, in quanto l’applicazione dell’indulto, incidendo sulla perdurante legittimità del titolo detentivo dopo l’entrata in vigore del provvedimento di clemenza, può rilevare ai fini della riparazione per ingiusta detenzione.
Sentenza n. 43055 del 23 ottobre 2008 – depositata il 18 novembre 2008
PENA DETENTIVE - SOSTITUZIONE CON LA LIBERTA' CONTROLLATA - VIOLAZIONE DELLE PRESCRIZIONI - CONVERSIONE NELLA CORRISPONDENTE PENA DETENTIVA
La Corte di cassazione ha chiarito che nel corso della procedura tendente alla conversione della libertà controllata nella corrispondente pena detentiva a causa della violazione di una delle prescrizioni, non è attribuito al magistrato di sorveglianza il potere di sospensione della sanzione sostitutiva, poiché gli artt. 68 e 69 della L. 24 novembre 1981 n. 689, che prevedono specifici casi di sospensione della semidetenzione e della libertà controllata, non sono estensibili ad ulteriori ipotesi.
Sentenza n. 42557 del 14 ottobre 2008 – depositata il 14 novembre 2008
(Sezione Prima Penale, Presidente E. Fazzioli, Relatore M. C. Siotto)
GIUDIZIO DI CASSAZIONE – CAUSE INSCINDIBILI – IRRITUALE NOTIFICAZIONE DEL RICORSO NEI CONFRONTI DI UN LITISCONSORTE – INAMMISSIBILITA’
È inammissibile il ricorso per cassazione relativo a causa inscindibile nel caso in cui, pur essendo lo stesso stato proposto nei confronti di tutti i litisconsorti, non venga data prova del perfezionamento della notificazione (per carente produzione dell’avviso di ricevimento) riguardo ad una di dette parti, dovendosi escludere che in siffatta ipotesi possa trovare applicazione l’art. 331 cod. proc. civ..
Sentenza n. 26889 del 10 novembre 2008
(Sezione Terza Civile, Presidente L. F. Di Nanni, Relatore R. Frasca)
SOCIETA’ - CANCELLAZIONE DAL REGISTRO DELLE IMPRESE – EFFETTI
In tema d’interpretazione del nuovo diritto societario, la Corte ha stabilito che la modifica dell’art. 2495 cod. civ., ex art. 4 d.lgs. n. 6 del 2003, per cui la cancellazione dal registro delle imprese determina, contrariamente al passato, l’estinzione della società, si applica anche alle società di persone, nonostante la prescrizione normativa indichi esclusivamente quelle di capitali e quelle cooperative. La S.C. ha affermato, inoltre, che la norma, per la sua funzione ricognitiva, è retroattiva e trova applicazione anche in ordine alle cancellazioni intervenute anteriormente all’1/1/2004, data di entrata in vigore delle modifiche introdotte dal citato d.lgs. n. 6 del 2003, con la sola esclusione dei rapporti esauriti e degli effetti già irreversibilmente verificatisi.
Sentenza n. 25192 del 12 novembre 2008
(Sezione Seconda Civile, Presidente e Relatore M. Oddo)
CONTRATTI COLLETTIVI - PREVISIONE DI UNA CLAUSOLA PENALE
In tema di contrattazione collettiva, la disposizione pattizia che introduca una maggiorazione degli interessi per il ritardato pagamento degli oneri contributivi è assimilabile alla clausola penale e il giudice può, d’ufficio, valutarne l'eccessiva onerosità subordinatamente all'assolvimento degli oneri, di parte, di allegazione e prova, delle circostanze all’uopo rilevanti, non assumendo rilievo, a tale fine, l’eventuale dedotta mancanza di danno in concreto, attesa l’estraneità del danno alla struttura della clausola penale.
Sentenza n. 25888 del 28 ottobre 2008
RESPONSABILITA’ EXTRACONTRATTUALE – FATTO REATO – MANCANZA DI QUERELA - PRESCRIZIONE DEL DIRITTO AL RISARCIMENTO DEL DANNO
Le S.U. – alle quali, per evitare il formarsi di un contrasto con la precedente decisione a sezioni unite (sentenza n. 5121 del 2002), è stata rimessa la questione della durata del termine di prescrizione del risarcimento nell’ipotesi di reato procedibile a querela, non presentata – hanno affermato il seguente principio di diritto: "Nel caso in cui l’illecito civile sia considerato dalla legge come reato, ma il giudizio penale non sia stato promosso, anche se per mancata presentazione della querela, l’eventuale più lunga prescrizione prevista per il reato si applica anche all’azione di risarcimento, a condizione che il giudice civile accerti, incidenter tantum, e con gli strumenti probatori ed i criteri propri del procedimento civile, la sussistenza di una fattispecie che integri gli estremi di un fatto-reato in tutti i suoi elementi costitutivi, soggettivi ed oggettivi, e la prescrizione stessa decorre dalla data del fatto". Quanto, poi, alla decorrenza della prescrizione, le S.U. hanno richiamato le recenti pronunce del 2008 (tra quelle in pari data v. S.U. n. 581).
Sentenza n. 27337 del 18 novembre 2008
(Sezioni Unite Civili, Presidente V. Carbone, Relatore A. Segreto)
RAPPORTI GIURISDIZIONALI CON AUTORITA' STRANIERE - MAE - RINVIO DELLA CONSEGNA - PROVVEDIMENTO ADOTTATO DOPO LA DECISIONE DI CONSEGNA
La Corte ha stabilito che è legittimo il provvedimento di rinvio di cui all’art. 24 della legge n. 69 del 2005 adottato dalla corte di appello prima della materiale traditio della persona richiesta, anche se successivo alla decisione della stessa corte di consegna allo Stato estero (nella specie, la persona richiesta era stata raggiunta dalla misura cautelare a fini di consegna mentre era detenuta per altro titolo in carcere, ma solo dopo la decisione sulla consegna, il P.G. aveva acquisito la notizia della gravità dei reati per i quali costui era ristretto per la giustizia italiana e della pesante condanna riportata in primo grado).
Sentenza n. 42045 del 6 novembre 2008 – depositata l'11 novembre 2008
(Sezione Sesta Penale, Presidente G. De Roberto, Relatore G. Conti)
RAPPORTI GIURISDIZIONALI CON AUTORITA' STRANIERE - MAE - SOSPENSIONE DEI TERMINI PER IL PERIODO FERIALE - INAPPLICABILITA'
La Corte ha chiarito che, come espressamente prevede l’art. 39 della l. n. 69 del 2005, alla procedura di consegna non si applica la sospensione dei termini per il periodo feriale (nella specie ha ritenuto inammissibile il ricorso per cassazione per tradiva proposizione).
Sentenza n. 41686 del 30 ottobre 2008 – depositata il 6 novembre 2008
(Sezione Sesta Penale, Presidente S. Mannino, Relatore G. Fidelbo)
STRANIERI - RICONOSCIMENTO DELLO STATUS DI RIFUGIATO - RITO APPLICABILE - REGIME PROBATORIO
In tema di riconoscimento dello status di rifugiato, la Suprema Corte ha stabilito che, anche sotto il vigore dell’art. 1 del d.l. n. 416 del 1989, conv. in l. n. 39 del 1990, i principi regolatori dell’onere della prova, incombente sul richiedente, devono essere interpretati prendendo in considerazione i criteri della Direttiva 2004/83/CE (attuata con d.lgs. n. 251 del 2007), nonostante la mancata scadenza del termine di recepimento interno. Alla luce di questi criteri ermeneutici, applicabili anche alle norme non di derivazione comunitaria, la S.C. ha ritenuto che si deve tenere conto della credibilità del richiedente e della concreta possibilità di fornire i riscontri probatori necessari, ravvisando a carico del giudice un dovere di cooperazione e più ampi poteri istruttori officiosi, nell’accertamento dei fatti rilevanti per il riconoscimento dello status di rifugiato, peraltro pienamente compatibili con il rito camerale, ritenuto applicabile anche nel vigore dell’art. 1 d.l. n. 416 del 1989 conv. in l. n. 39 del 1990, prima dell’entrata in vigore dell’art. 35 d.lgs. n. 25 del 2008, attuativo della Direttiva 2005/85/CE. (Nel caso di specie la S.C. ha cassato la pronuncia di merito perché non aveva ritenuto ammissibile la prova testimoniale richiesta in secondo grado, sul rilievo che essa non fosse stata articolata per capitoli separati, e, reputando insufficienti le dichiarazioni del richiedente in ordine alla professione religiosa sciita e all’appartenenza alla minoranza curda nonostante l’attestata conoscenza di tale idioma, aveva rigettato la domanda).
Sentenza n. 27310 del 17 novembre 2008
(Sezioni Unite Civili, Presidente V. Carbone, Relatore M. G. Luccioli)
PENA - SOSPENSIONE CONDIZIONALE - REVOCA - REATO CONTINUATO - CONDIZIONI
La Corte ha stabilito che in caso di revoca della sospensione condizionale della pena concessa con una prima sentenza per reati unificati dalla continuazione con quelli oggetto di una seconda sentenza che abbia esteso il beneficio all’intera pena del reato continuato, i termini stabiliti dall’art. 163 c.p. vanno computati a far data dalla irrevocabilità della prima sentenza, ma la revoca deve essere circoscritta alla parte di pena ad essa riferibile.
Ordinanza n. 40522 del 2 ottobre 2008 – depositata il 30 ottobre 2008
(Sezione Prima Penale, Presidente G. Silvestri, Relatore E. G. Gironi)
FALLIMENTO - CASELLARIO GIUDIZIALE - RIABILITAZIONE - NUOVA NORMATIVA
La Corte ha stabilito che, a seguito della nuova normativa introdotta dal D. lgs. 5/2006, che ha abolito l’istituto della riabilitazione civile del fallito e del registro dei falliti, l’imprenditore dichiarato fallito deve essere equiparato a quello riabilitato, con la conseguente eliminazione della annotazione nel certificato civile di cui all’art. 26 D.P.R. 313/2002 della sentenza dichiarativa del fallimento.
Sentenza n. 40513 del 2 ottobre 2008 – depositata il 30 ottobre 2008
ORDINE E SICUREZZA PUBBLICA - STRANIERI - ACCORDI DI SCHENGEN - SEGNALAZIONE A CARICO DI EXTRACOMUNITARIO - VISTO PER IL RICONGIUNGIMENTO FAMILIARE
É illegittimo il rifiuto del visto per ricongiungimento familiare ad un cittadino extracomunitario coniuge di un cittadino italiano, motivato con esclusivo riferimento all’esistenza di una segnalazione a suo carico ai fini della non ammissione entro lo spazio Schengen, in difetto della preliminare verifica se la sua presenza nel territorio nazionale possa costituire una minaccia effettiva, attuale e grave per gli interessi fondamentali della collettività. Ha avvertito peraltro la S.C. che il cittadino extracomunitario, il quale intenda conseguire la tutela ai sensi dell’art. 30, comma 6, del d.lgs. n. 286 del 1988 – la cui applicazione nei confronti di cittadini extracomunitari coniugi di cittadini italiani si giustifica in forza delle disposizioni speciali che disciplinano gli accordi di Schengen e l’istituto della segnalazione –, non può limitarsi a dedurre la mera illegittimità del provvedimento di diniego ma ha l’onere quantomeno di allegare l’ininfluenza delle ragioni di detta segnalazione ai fini della richiesta di visto.
Sentenza n. 27224 del 14 novembre 2008
(Sezione Prima Civile, Presidente M. G. Luccioli, Relatore S. Petitti)
REATI CONTRO L'ORDINE PUBBLICO - ISTIGAZIONE A DELINQUERE - DOLO GENERICO - FINI DEL COLPEVOLE E MOTIVI DEL FATTO - IRRILEVANZA - FATTISPECIE
La Corte di Cassazione ha precisato che il dolo richiesto dalla norma per il reato di istigazione a delinquere è generico e consiste nella cosciente volontà di commettere il fatto in sé, con l’intenzione di istigare alla commissione concreta di uno o più delitti, essendo del tutto irrilevanti il fine particolare perseguito ed i motivi dell’agire. In applicazione di tale principio, la Corte ha annullato con rinvio la sentenza di non luogo a procedere emessa nei confronti di un consigliere comunale che - parlando a una folla di oltre cento persone che aveva invaso l’aula municipale - aveva invitato i manifestanti ad occupare la tendopoli realizzata dal Comune per ospitare un campo nomadi e a spostare la protesta in quel luogo.
Sentenza n. 40684 del 16 ottobre 2008 – depositata il 31 ottobre 2008
FALLIMENTO - CASELLARIO GIUDIZIALE - CERTIFICATO GENERALE E CERTIFICATO CIVILE RILASCIATI A RICHIESTA DI PARTE - SENTENZA DICHIARATIVA DI FALLIMENTO
L’esame della nuova normativa contenuta nel D. Lgs. n. 5 del 2006, che ha abolito la possibilità di riabilitazione del fallito, ha condotto la Corte di Cassazione ad affermare che va esclusa dal certificato generale del casellario giudiziale e dal certificato civile, rilasciati a richiesta di parte, l’annotazione della sentenza dichiarativa di fallimento, sempre che quest’ultimo sia stato chiuso.
Sentenza n. 40675 del 16 ottobre 2008 – depositata il 31 ottobre 2008
GIURISDIZIONE – STRANIERO – AGENTE DIPLOMATICO
Con riferimento all’immunità dalla giurisdizione prevista per l’agente diplomatico - art. 31, par. 1, lett. c), Convenzione di Vienna del 24 aprile 1963 -, la Corte ha ritenuto che la stessa è esclusa anche nell’ipotesi che egli risulti soggetto passivo di rapporti professionali o commerciali al di fuori delle proprie funzioni ufficiali e non solo (come testualmente previsto dalla norma) quando sia soggetto attivo di tali attività. La Corte ha affermato il suddetto principio, ritenendolo di particolare importanza, dopo aver rigettato il ricorso per altre ragioni, sulla base di un’interpretazione estensiva del novellato art. 363, terzo comma, c.p.c. , che consente l’enunciazione del principio di diritto quando il ricorso è dichiarato inammissibile.
Sentenza n. 27044 del 13 novembre 2008(Sezioni Unite Civili, Presidente V. Carbone, Relatore G. Travaglino)
GIUDIZIO - TESTIMONE SOTTOPOSTO A MINACCE – ACQUISIZIONE DICHIARAZIONI PRECEDENTI - MINACCE SUCCESSIVE AL REATO – NECESSITÀ - ESCLUSIONE
Il recupero dibattimentale delle dichiarazioni rese nella fase delle indagini preliminari, da parte del testimone che risulti sottoposto a violenza o minaccia perché non deponga o deponga il falso, non richiede che violenza e minaccia siano poste in essere in un momento successivo alla commissione del reato per il quale è processo, potendo intervenire anche durante l’esecuzione del reato. (Fattispecie nella quale la violenza e la minaccia per la falsa testimonianza erano state commesse, in danno della persona offesa, durante l’esecuzione del delitto di rapina per i quale poi era stato iniziato il processo)
Sentenza n. 38894 del 16 settembre 2008 - depositata il 15 ottobre 2008(Sezione Seconda Penale, Presidente S. L. Carmenini, Relatore F. Pagano)
COSA GIUDICATA – “NE BIS IN IDEM”– IMPUTAZIONE ALTERNATIVA – ASSOLUZIONE DA UN REATO – PROSECUZIONE PER L’ALTRO – LEGITTIMITÀ
L’irrevocabilità dell’assoluzione per insussistenza del fatto da una delle imputazioni contestate in via alternativa sullo stesso fatto non impedisce la prosecuzione del giudizio sull’altra imputazione, perché l’effetto preclusivo del giudicato si esplica in riguardo all’eventualità di una nuova sottoposizione a procedimento penale per il medesimo fatto e non attiene al caso in cui l’unico procedimento sia stato avviato contestualmente per entrambe le imputazioni.
Sentenza n. 35070 del 25 giugno 2008 - depositata il 10 settembre 2008(Sezione Seconda Penale, Presidente A. S. Rizzo, Relatore G. Casucci)
PROVE - TESTIMONIANZA -PERSONA OFFESA - DENUNCIATA DALL’IMPUTATO – INCOMPATIBILITÀ A TESTIMONIARE – ESCLUSIONE
La persona offesa di un reato, che poi sia stata a sua volta denunciata per altri reati dal soggetto asseritamente autore di quello in suo danno, non versa in situazione di incompatibilità con l'ufficio di testimone nel procedimento per il reato che le ha recato offesa, e può essere sentita senza le garanzie dell'assistenza difensiva, perché nella nozione di reati "commessi da più persone in danno reciproco le une delle altre", di cui all'art. 371, comma secondo, lettera b), cod. proc. pen., rientrano soltanto quelli commessi nel medesimo contesto spazio-temporale e quindi in stretto collegamento naturalistico.
Sentenza n. 26819 del 10 aprile 2008 - depositata il 3 luglio 2008(Sezione Seconda Penale, Presidente A. S. Rizzo, Relatore A. Esposito)
SOCIETA’ – ASSEMBLEA DEI SOCI – DELIBERAZIONI – LESIONE DEL DIRITTO DI OPZIONE SPETTANTE AI SOCI – IMPUGNAZIONE – ANNULLABILITA’ – CONFIGURABILITA’
La violazione delle norme in tema di diritto di opzione determina l’annullabilità e non la nullità del deliberato assembleare, non avendo tale violazione alcuna valenza di ordine generale, ma essendo, invece, funzionale all’interesse del singolo socio a mantenere inalterata la sua partecipazione proporzionale al capitale sociale anche in caso di aumento del capitale medesimo. Non può, conseguentemente, configurarsi la nullità (per illiceità dell’oggetto) di una deliberazione che sacrifichi il diritto di opzione al solo scopo di azzerare fraudolentemente la partecipazione del socio alla società, atteso, peraltro, che l’intento di piegare la deliberazione a finalità di prevaricazione della minoranza è da tempo ricondotto dalla giurisprudenza alla figura dell’eccesso di potere, inteso come violazione del canone di buona fede nell’esecuzione dei rapporti contrattuali, dal quale deriva l’annullabilità della deliberazione.
Sentenza n. 26842 del 7 novembre 2008(Sezione Prima Civile, Presidente M. R. Morelli, Relatore R. Rordorf)
DIRITTI DELLA PERSONALITA’ – PROCESSO CIVILE – POTERE DI IMPUGNAZIONE DEL P.M.
E’ inammissibile, per difetto di legittimazione, l’impugnazione presentata dal P.M. presso la Corte d'Appello avverso il decreto con il quale la stessa Corte d'Appello – applicando il principio di diritto enunciato dalla Corte di cassazione (sentenza n. 21748 del 2007) – accoglieva l’istanza congiunta del tutore (padre) e del curatore speciale di persona in stato vegetativo permanente dal 1992 e autorizzava l'interruzione del trattamento di sostegno vitale artificiale realizzato mediante alimentazione di sondino nasogastrico. All’esito di una compiuta ricostruzione della vicenda giudiziaria, le S.U., - facendo applicazione di principi consolidati nella giurisprudenza e ripercorrendo le funzioni attribuite al P.M. nel processo civile – hanno, in particolare, chiarito che:a) al fine di estendere il limitato potere di impugnazione del P.M. non varrebbe l’interpretazione estensiva della nozione di questioni attinenti allo "stato e capacità delle persone", atteso che anche in queste ipotesi alla previsione dell’intervento necessario del P.M. non si accompagna il potere di impugnazione, identificandosi le relative funzioni in quelle che svolge il Procuratore generale presso la Cassazione; b) non è utile il richiamo alla impugnazione nell’"interesse della legge" di cui al novellato art. 363 c.p.c.;c) la limitazione del potere di impugnazione del P.M. presso il giudice del merito si sottrae a dubbi di legittimità costituzionale, stante l’evidente ragionevolezza del non identico trattamento di fattispecie in cui viene in rilievo un diritto personalissimo di spessore costituzionale (autodeterminazione terapeutica), rispetto al quale è coerente che il P.M. non possa contrapporsi fino al punto della impugnazione di decisione di accoglimento della domanda di tutela del titolare, e fattispecie connotate da prevalente interesse pubblico, come quelle cui fa rinvio l’art. 69 c.p.c.
Sentenza n. 27145 del 13 novembre 2008(Sezioni Unite Civili, Presidente V. Carbone, Relatore M. R. Morelli)
RISARCIMENTO DEL DANNO - DANNO NON PATRIMONIALE - NOZIONE E CONTENUTO - C.D. DANNO ESISTENZIALE - RISARCIBILITA' - ESCLUSIONE
Con l’importante decisione 11 novembre 2008 n. 26972 (di contenuto identico ad altre tre sentenze, tutte depositate contestualmente) le Sezioni Unite della Cassazione hanno non solo composto i precedenti contrasti sulla risarcibilità del c.d. danno esistenziale, ma hanno anche più in generale riesaminato approfonditamente i presupposti ed il contenuto della nozione di “danno non patrimoniale” di cui all’art. 2059 c.c.. La sentenza ha innanzitutto ribadito che il danno non patrimoniale è risarcibile nei soli casi previsti dalla legge, i quali si dividono in due gruppi: le ipotesi in cui la risarcibilità è prevista in modo espresso (ad es., nel caso in cui il fatto illecito integri gli estremi di un reato); e quella in cui la risarcibilità del danno in esame, pur non essendo espressamente prevista da una norma di legge ad hoc, deve ammettersi sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., per avere il fatto illecito vulnerato in modo grave un diritto della persona direttamente tutelato dalla Costituzione. La decisione è quindi passata ad esaminare il contenuto della nozione di danno non patrimoniale, stabilendo che quest’ultimo costituisce una categoria ampia ed omnicomprensiva, all’interno della quale non è possibile ritagliare ulteriori sottocategorie, se non con valenza meramente descrittiva. E’, pertanto, scorretto e non conforme al dettato normativo pretendere di distinguere il c.d. “danno morale soggettivo”, inteso quale sofferenza psichica transeunte, dagli altri danni non patrimoniali: la sofferenza morale non è che uno dei molteplici aspetti di cui il giudice deve tenere conto nella liquidazione dell’unico ed unitario danno non patrimoniale, e non un pregiudizio a sé stante. Da questo principio è stato tratto il corollario che non è ammissibile nel nostro ordinamento la concepibilità d’un danno definito “esistenziale”, inteso quale la perdita del fare areddituale della persona. Una simile perdita, ove causata da un fatto illecito lesivo di un diritto della persona costituzionalmente garantito, costituisce né più né meno che un ordinario danno non patrimoniale, di per sé risarcibile ex art. 2059 c.c., e che non può essere liquidato separatamente sol perché diversamente denominato. Quando, per contro, un pregiudizio del tipo definito in dottrina “esistenziale” sia causato da condotte che non siano lesive di specifici diritti della persona costituzionalmente garantiti, esso sarà irrisarcibile, giusta la limitazione di cui all’art. 2059 c.c.. Da ciò le SS.UU. hanno tratto spunto per negare la risarcibilità dei danni non patrimoniali cc.dd. “bagatellari”, ossia quelli futili od irrisori, ovvero causati da condotte prive del requisito della gravità, ed hanno al riguardo avvertito che la liquidazione, specie nei giudizi decisi dal giudice di pace secondo equità, di danni non patrimoniali non gravi o causati da offese non serie, è censurabile in sede di gravame per violazione di un principio informatore della materia. La sentenza è completata da tre importanti precisazioni in tema di responsabilità contrattuale, liquidazione e prova del danno. Per quanto attiene la responsabilità contrattuale, le SS.UU. hanno precisato che anche dall’inadempimento di una obbligazione contrattuale può derivare un danno non patrimoniale, che sarà risarcibile nei limiti ed alle condizioni già viste (e quindi o nei casi espressamente previsti dalla legge, ovvero quando l’inadempimento abbia leso in modo grave un diritto della persona tutelato dalla Costituzione). Per quanto attiene la liquidazione del danno, le SS.UU. hanno ricordato che il danno non patrimoniale va risarcito integralmente, ma senza duplicazioni: deve, pertanto, ritenersi sbagliata la prassi di liquidare in caso di lesioni della persona sia il danno morale sia quello biologico; come pure quella di liquidare nel caso di morte di un familiare sia il danno morale, sia quello da perdita del rapporto parentale: gli uni e gli altri, per quanto detto, costituiscono infatti pregiudizi del medesimo tipo. Infine, per quanto attiene la prova del danno, le SS.UU. hanno ammesso che essa possa fornirsi anche per presunzioni semplici, fermo restando però l’onere del danneggiato gli elementi di fatto dai quali desumere l’esistenza e l’entità del pregiudizio.
Sentenza n. 26972 dell'11 novembre 2008(Sezioni Unite Civili, Presidente V. Carbone, Relatore R. Preden)
COMPETENZA - CONFLITTO NEGATIVO - DEROGHE ALLA COMPETENZA ORDINARIA INTRODOTTE DALLA LEGISLAZIONE IN TEMA DI EMERGENZA RIFIUTI IN CAMPANIA
Con la decisione in esame la Corte, risolvendo un conflitto negativo di competenza tra un G.i.p. circondariale ed il G.i.p. collegiale presso il Tribunale di Napoli costituito ai sensi dell’art. 3 del D.L. n. 90 del 2008 (conv., con modd. in L. n. 123 del 2008), ha affermato che la speciale competenza attribuita agli organi giurisdizionali indicati al predetto art. 3 è limitata ai soli procedimenti penali relativi alla gestione dei rifiuti nella Regione Campania (ovvero ai reati introdotti dall’art. 2 del nuovo testo nonché a quelli previsti e sanzionati dalla Parte quarta del D.Lgs. n. 152 del 2006) e non si estende ai reati ambientali in genere.
Sentenza n. 42082 del 28 ottobre 2008 - depositata il 12 novembre 2008(Sezione Prima Penale, Presidente G. Silvesri, Relatore G. Corradini)
TRIBUTI - ICI - NOZIONE DI AREA EDIFICABILE
La S.C., ribadito che l'edificabilità di un'area, ai fini dell'applicabilità del criterio di determinazione della base imponibile fondato sul valore venale, dev'essere desunta dalla qualificazione ad essa attribuita nel piano regolatore generale adottato dal Comune, indipendentemente dall'approvazione dello stesso da parte della Regione e dall'adozione di strumenti urbanistici attuativi, ha affermato che la natura edificabile non viene meno né per le ridotte dimensioni e/o la particolare conformazione del lotto, né a seguito di decadenza del vincolo preordinato alla realizzazione dell’opera pubblica.
Sentenza n. 25676 del 24 ottobre 2008(Sezione Quinta Civile, Presidente G. Paolini, Relatore M. D'Alonzo)
SUCCESSIONE EREDITARIA - TESTAMENTO OLOGRAFO - AGGIUNTE, DI MANO DI UN TERZO, COLLOCATE FUORI DELLE DISPOSIZIONI DI ULTIMA VOLONTA'
In una causa avente ad oggetto l'impugnazione di un testamento olografo, la S.C. ha affermato che, in materia di testamento olografo, il principio dell'autografia previsto dall'art. 602 cod. civ. non impedisce che nell'ambito di uno stesso documento siano enucleabili, da un lato, un testamento olografo pienamente rispondente ai requisiti di legge e, dall'altro, scritti di mano di un terzo apposti dopo la sottoscrizione del testatore - e perciò collocati in una parte del documento diversa da quella occupata dalla disposizione testamentaria - che, come tali, non possono invalidare la scheda testamentaria autonomamente redatta dal testatore; la nullità del testamento olografo, infatti, si ha soltanto quando l'intervento del terzo avvenga con l'inserzione anche di una sola parola di sua mano nel corpo della disposizione di ultima volontà. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva respinto la domanda di nullità del testamento in un caso nel quale, dopo le disposizioni di ultima volontà redatte di pugno dal testatore e da lui sottoscritte, compariva anche, redatta da una mano diversa, l'indicazione secondo cui la persona nominata erede universale avrebbe dovuto avere cura del testatore e preoccuparsi del suo funerale).
Sentenza n. 26258 del 30 ottobre 2008(Sezione Seconda Civile, Presidente A. Elefante, Relatore V. Mazzacane)
CAMBIALI - AZIONE CAUSALE FINDATA SU CONTRATTO DI CONTO CORRENTE BANCARIO - RESTITUZIONE DEI TITOLI - NECESSITÀ
La possibilità di procedere in via monitoria ai sensi dell’art. 50 t.u. l. bancaria non fa venir meno, quando il salda-conto o gli estratti conto siano sostenuti da titoli di credito (assegni bancari o cambiali), l’obbligo di offrirli in restituzione e di depositarli in cancelleria ai sensi dell’art. 58 l. assegni. Tale obbligo, assolutamente ineludibile, trova la sua ratio nella necessità di evitare la possibile duplicazione della pretesa di credito e di consentire azioni di regresso.
Sentenza n. 26913 del 10 novembre 2008(Sezione Prima Civile, Presidente U. Vitrone, Relatore D. Plenteda)
GIURISDIZIONE – GIUDICATO – ART. 37 C.P.C. - SENTENZE DEI GIUDICI SPECIALI
Nel dichiarare inammissibile il ricorso, per motivi attinenti alla giurisdizione, avverso una sentenza del Consiglio di Stato, per la preclusione derivante dalla formazione del giudicato interno sulla stessa (in virtù dell’esplicita affermazione della giurisdizione amministrativa sulla controversia da parte del Tar e dell’appello limitato al merito della pretese, senza investire la questione della giurisdizione), le S.U. hanno richiamato l’interpretazione adeguatrice dell’art. 37 c.p.c. (sent. n. 24883 del 2008) "al fine di eliminare ogni possibile dubbio" sulla sua applicabilità anche al processo dinanzi ai giudici speciali.
Ordinanza n. 26789 del 7 novembre 2008(Sezioni Unite Civili, Presidente A. Criscuolo, Relatore P. Picone)
SUCCESSIONI EREDITARIE - TESTAMENTO OLOGRAFO - SOTTOSCRIZIONE IN EPOCA ANTECEDENTE O SUCCESSIVA A QUELLA DI REDAZIONE DELLA SCHEDA TESTAMENTARIA
La S.C., nel giudizio di annullamento di un testamento olografo per presunta incapacità del testatore, ha affermato che per la validità del testamento olografo si richiede (art. 602 c.c.) che esso sia scritto per intero, datato e sottoscritto di mano del testatore, ma non occorre anche che la sottoscrizione avvenga contestualmente alla stesura dell'atto di ultima volontà, poiché nessuna norma ne impone la redazione in un unico contesto temporale, sicché il testatore, dopo aver redatto il documento, può completarlo successivamente con la propria sottoscrizione. Parimenti, nessun effetto invalidante può ricondursi all'eventualità che la sottoscrizione sia stata apposta dal testatore in epoca antecedente alla redazione delle disposizioni testamentarie, sempre che queste ultime precedano, nella scheda, la sottoscrizione medesima, perché solo in tal modo esse sono sicura espressione della volontà testamentaria.
Sentenza n. 25845 del 27 ottobre 2008(Sezione Seconda Civile, Presidente R. Corona, Relatore V. Mazzacane)
TRIBUTI - IRPEF - INDENNITA' DI FINE RAPPORTO - LAVORO PRESTATO ALL'ESTERO
In tema di IRPEF, la Suprema Corte ha affermato che l'indennità di fine rapporto (nella specie, l'indennità supplementare per licenziamento prevista dall'art. 19 del CCNL per i dirigenti di aziende industriali) corrisposta ad un soggetto non residente è assoggettabile a tassazione, ai sensi dell'art. 23 del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, solo nel caso in cui trovi la propria fonte in un rapporto di lavoro dipendente il cui reddito sia assoggettabile ad imposizione in quanto prodotto nel territorio dello Stato, e non anche quando derivi da lavoro dipendente prestato all'estero in via continuativa e come oggetto esclusivo del rapporto, in quanto i redditi derivanti da tale tipo di rapporto sono esclusi in ogni caso dalla base imponibile, ai sensi dell'art. 3 del d.P.R. n. 917 cit..
Sentenza n. 26438 del 4 novembre 2008(Sezione Quinta Civile, Presidente E. Altieri, Relatore M. D'Alonzo)
REATI CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE - ABUSIVO ESERCIZIO DELL'ATTIVITA' DI INFERMIERE PROFESSIONALE
Integra il delitto di cui all’art. 348 cod. pen. lo svolgimento, in assenza del prescritto titolo abilitante, dell’attività di infermiere professionale consistente nel praticare una “stimolazione oculare” attraverso l’effettuazione di punture sottocutanee all’altezza degli occhi, infiltrando sostanze nei tessuti allo scopo di ottenere effetti “lato sensu” benefici per la funzionalità della vista.
Sentenza n. 41183 del 16 ottobre 2008 - depositata il 5 novembre 2008(Sezione Sesta Penale, Presidente G. De Roberto, Relatore G. Colla)
OBBLIGAZIONI IN GENERE - PAGAMENTO AL CREDITORE APPARENTE - EFFICACIA LIBERATORIA
Il pagamento effettuato nelle mani di un creditore apparente ha efficacia liberatoria, a condizione che il debitore abbia in buona fede e senza colpa ritenuto il destinatario del pagamento legittimato a riceverlo. Le circostanze dalle quali desumere la scusabilità dell’erroneo pagamento vanno desunte in particolar modo dal comportamento sia dell’accipiens, sia del vero creditore, e deve ritenersi esistente una situazione di apparenza scusabile in tutti i casi in cui ambedue si sono comportati in modo da lasciar intendere che l’uno fosse il rappresentante dell’altro. Applicando questo principio, la S.C. ha cassato la sentenza di merito, con la quale era stato ritenuto non liberatorio il pagamento di merce effettuato da una società commerciale nelle mani di una persona diversa dal venditore (anch’esso una società commerciale), in un caso in cui l’accipiens era risultato essere il padre dei soci della società venditrice, aveva condotto le trattative per la conclusione dell’affare, aveva girato alla società venditrice parte dei pagamenti ricevuti, ed aveva utilizzato gli uffici della società venditrice per l’invio di fax durante le trattative.
Sentenza n. 26052 del 30 ottobre 2008(Sezione Terza Civile, Presidente M. Fantacchiotti, Relatore M. M. Chiarini)
MISURE CAUTELARI PERSONALI - ORDINANZA DEL GIUDICE - MOTIVAZIONE - CONTROLLO DI LEGITTIMITA' - LIMITI
In tema di misure cautelari personali, l’obbligo di motivazione dell’ordinanza applicativa della custodia cautelare in carcere, previsto dall’art. 292 cod. proc. pen., non puo’ ritenersi assolto, per quanto concerne l’esposizione dei gravi indizi di colpevolezza, con la mera elencazione descrittiva degli elementi di fatto, occorrendo invece una valutazione critica ed argomentata delle fonti indiziarie singolarmente assunte e complessivamente considerate, il cui controllo in sede di legittimità deve limitarsi a verificarne la rispondenza alle regole della logica, oltre che del diritto, e all’esigenza di completezza espositiva.
Sentenza n. 40609 del 1° ottobre 2008 - depositata il 30 ottobre 2008(Sezione Sesta Penale, Presidente N. Milo, Relatore F. Ippolito)
FALLIMENTO E PROCEDURE CONCORSUALI - AZIONE DI RESPONSABILITA' DELL'AMMINISTRATORE DI SOCIETA' - CARATTERE DELLA "NOVITA'" DELLE OPERAZIONI SUCCESSIVE
Nel giudizio attivato dal curatore del fallimento nei confronti dell’amministratore della società per far valere la sua responsabilità (di carattere contrattuale) ex art. 146 l. fall., la S.C. ha precisato che grava sul fallimento l’onere della prova del carattere della novità delle operazioni, compiute dall’amministratore successivamente allo scioglimento della società per perdita del capitale.
Sentenza n. 25977 del 29 ottobre 2008(Sezione Prima Civile, Presidente G. Losavio, Relatore G. Salme')
FALLIMENTO - SENTENZA DICHIARATIVA ANNULLATA PER VIZIO DI FORMA - RISARCIMENTO DEL DANNO EX ART. 96 C.P.C. - AMMISSIBILITA'
Con sentenza n. 25978/2008 la Corte di cassazione ha affermato che, in presenza di una sentenza dichiarativa di fallimento poi revocata, il fallito è ammesso a chiedere il risarcimento dei danni, ai sensi dell'art. 96 c.p.c., non soltanto se detta sentenza venga revocata per mancanza dei presupposti, ma anche se - come nella specie - essa sia dichiarata nulla per inosservanza di norme processuali. Tale danno è da configurarsi come esistente "in re ipsa", per il solo fatto della privazione della disponibilità dell'azienda, senza necessità di prova da parte del danneggiato (nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva respinto la domanda risarcitoria per mancanza di prova).
Sentenza n. 25978 del 29 ottobre 2008(Sezione Prima Civile, Presidente G. Losavio, Relatore G. Salme')
PROCESSO CIVILE - GIUDICE DI PACE - COSTITUZIONE DELLE PARTI - DEPOSITO DELLA PROCURA
In tema di giudizio dinanzi al giudice di pace, la S.C. ha affermato che la citazione depositata in cancelleria contestualmente all’iscrizione a ruolo non è nulla per carenza di procura, se quest’ultima sia depositata nella prima udienza di trattazione.
Sentenza n. 25727 del 24 ottobre 2008(Sezione Prima Civile, Presidente V. Proto, Relatore F. Felicetti)
GIURISDIZIONE – GIUDICATO IMPLICITO – PROCESSO DEL LAVORO
Le S.U., hanno ribadito l’interpretazione adeguatrice - alla luce dei principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo - dell’art. 37 c.p.c. (sent. n. 24883 del 2008), anche e a maggior ragione per le controversie di lavoro e previdenza, facendone applicazione in sede di riparto di giurisdizione fra giudice del lavoro e giudice amministrativo in materia di rapporti di pubblico impiego. E' stata pertanto ritenuta inammissibile l'eccezione di difetto di giurisdizione sollevata per la prima volta in sede di legittimità dalla parte che, soccombente nel merito in primo grado, aveva appellato la sentenza del giudice ordinario senza formulare alcuna eccezione sulla giurisdizione.
Sentenza n. 26019 del 30 ottobre 2008(Sezioni Unite Civili, Presidente A. Criscuolo, Relatore U. Morcavallo)
TRIBUTI LOCALI – ICI
Ai fini dell’imposta comunale sugli immobili (ICI), il contemporaneo utilizzo di più di un’unità catastale come abitazione principale non costituisce ostacolo all’applicazione, per tutte, dell’aliquota prevista per l’abitazione principale medesima, sempre che il derivato complesso abitativo utilizzato non trascenda la categoria catastale delle unità che lo compongono, assumendo rilievo, a tal fine, non il numero delle unità catastali ma l’effettiva utilizzazione ad abitazione principale dell’immobile complessivamente considerato, ferma restando la spettanza della detrazione prevista dal secondo comma dell’art. 8 d.lgs n. 504 del 1992 una sola volta per tutte le unità.
Sentenza n. 25902 del 29 ottobre 2008(Sezione Quinta Civile, Presidente E. Papa, Relatore M. D'Alonzo)
PROVVEDIMENTI DEL GIUDICE CIVILE - SENTENZA
La S.C., con riguardo ad una controversia relativa al conseguimento da parte del coniuge divorziato di una quota della pensione di reversibilità spettante all'altro coniuge, ha deciso che quando la legge richiede, per il provvedimento del giudice, la forma della sentenza, l’appello va proposto entro gli ordinari termini di cui agli articoli 325 e 327 cod. proc. civ., a prescindere dal rito camerale applicato.
Sentenza n. 26121 del 2 ottobre 2008(Sezione Prima Civile, Presidente M. G. Luccioli, Relatore F. Felicetti)
GIURISDIZIONE TRIBUTARIA – CONTRIBUTI CONSORTILI – ONERE PROBATORIO
Allorquando la cartella esattoriale emessa per la riscossione di contributi consortili sia motivata con riferimento ad un “piano di classifica” approvato dalla competente autorità regionale, è onere del contribuente che disconosca il debito contestare specificamente la legittimità del procedimento ovvero il suo contenuto, nessun ulteriore onere probatorio gravando sul consorzio in difetto di specifica contestazione, ferma restando la possibilità da parte del giudice tributario di avvalersi dei poteri ufficiosi previsti dall’art. 7 del d.lgs n. 546 del 1992, ove ritenga necessaria una particolare indagine riguardo alle modalità con le quali il consorzio stesso è in concreto pervenuto alla liquidazione del contributo.
Sentenza n. 26009 del 30 ottobre 2008(Sezioni Unite Civili, Presidente V. Carbone, Relatore P. D'Alessandro)
PREVIDENZA - TITOLARITÀ DI PIÙ TRATTAMENTI PENSIONISTICI - DIVIETO DI CUMULO DI TRATTAMENTI COLLEGATI AL COSTO DELLA VITA
Le Sezioni Unite, componendo un contrasto di giurisprudenza in tema di titolarità di più trattamenti pensionistici e relativo adeguamento al costo della vita, hanno statuito che il divieto di cumulo di trattamenti perequativi trova applicazione anche per i pensionati titolari di una pensione a carico dell’AGO e di un’altra a carico dello Stato, in tal caso continuando a corrispondersi l'indennità integrativa speciale inerente alla pensione statale e non spettando, invece, le quote aggiuntive sulla pensione dell’AGO corrisposta dall’ INPS.
Sentenza n. 25616 del 23 ottobre 2008(Sezioni Unite Civili, Presidente V. Carbone, Relatore S. Toffoli)
CONTRATTI AGRARI - AFFITTO DI FONDI RUSTICI – MIGLIORAMENTI – RELATIVA INDENNITA’ – DECORRENZA
In tema di indennità spettante all’affittuario per i miglioramenti apportati al fondo (art. 17, secondo comma, legge n. 203 del 1982), nel caso in cui il rapporto non venga dismesso alla scadenza perché questa è controversa, la data di cessazione del rapporto, alla quale la legge ancora detta indennità, va individuata in quella fissata nella sentenza di condanna al rilascio del fondo (coincidente, ex lege, con la fine dell’annata agraria in cui la sentenza è pronunciata), posto che da tale momento il proprietario concedente può ottenere, coattivamente, il rilascio del fondo ed il conduttore può far valere il diritto alle migliorie.
Sentenza n. 25140 del 14 ottobre 2008(Sezione Terza Civile, Presidente P. Vittoria, Relatore D. Calabrese)
NUOVO CODICE DELLA STRADA - GUIDA IN STATO DI EBBREZZA - CONFISCA DEI CICLOMOTORI E DEI MOTOVEICOLI ADOPERATI PER COMMETTERE IL REATO - APPLICABILITA'
Anche dopo le recenti modifiche normative, l’art. 213 del nuovo Codice della Strada continua a prevedere la sanzione accessoria della confisca dei ciclomotori e motoveicoli adoperati per commettere un reato, e in particolare il reato di guida in stato di ebbrezza. La predetta norma costituisce espressione di una più intensa risposta punitiva, finalizzata ad evitare la reiterata utilizzazione illecita del veicolo legato da un rapporto di necessaria strumentalità con la consumazione del reato.
Sentenza n. 40080 del 24 settembre 2008 - depositata il 28 ottobre 2008(Sezione Prima Penale, Presidente P. Bardovagni, Relatore M. Cassano)
DELITTO TENTATO - ATTI PREPARATORI - NON PUNIBILITA' - INIZIO DI ESECUZIONE - NECESSITA' - UNIVOCITA' DEGLI ATTI - CRITERIO DI ESSENZA
Ai fini della configurabilità del delitto tentato è necessario il passaggio della condotta dalla fase preparatoria a quella esecutiva. Gli atti diretti in modo non equivoco a commettere un reato, infatti, possono essere esclusivamente gli atti esecutivi, ossia gli atti tipici, corrispondenti, anche solo in minima parte, alla descrizione legale di una fattispecie delittuosa, in quanto la univocità degli atti indica non un parametro probatorio, ma un criterio di essenza e una caratteristica oggettiva della condotta. Non sono pertanto punibili, a titolo di tentativo, i meri atti preparatori.
Sentenza n. 40058 del 24 settembre 2008 – depositata il 28 ottobre 2008
(Sezione Prima Penale, Presidente P. Bardovagni, Relatore M. Cassano)
PROCEDIMENTO CIVILE - INTERVENTO VOLONTARIO IN CAUSA DI TERZI - POTERI DELL'INTERVENTORE - PRECLUSIONE DI CUI ALL'ART. 268 COD. PROC. CIV.
La preclusione sancita dall'art. 268 c.p.c., in virtù del quale il terzo intervenuto nel processo non può svolgere l'attività istruttoria preliminare e probatoria che la fase eventualmente avanzata del procedimento non consenta alle altre parti, non si applica all'attività assertiva dell’interveniente volontario, nei cui confronti non è quindi operante il divieto di proporre domande autonome, rimanendo altrimenti vanificata l’utilità stessa della tipologia di interventi contemplati nel primo comma dell’art. 105 c.p.c..
Sentenza n. 25264 del 16 ottobre 2008(Sezione Terza Civile, Presidente M. Varrone, Relatore G. Federico)
LOCAZIONE - ABUSIVITA' URBANISTICA DEGLI IMMOBILI LOCATI - CONSEGUENZA
La S.C. ha affermato che l’abusività urbanistica degli immobili locati si ripercuote sulla validità del contratto di locazione.
Sentenza n. 24769 del 7 ottobre 2008(Sezione Terza Civile, Presidente M. Varrone, Relatore L. A. Scarano)
FALLIMENTO E PROCEDURE CONCORSUALI - TRANSAZIONE CONCLUSA DALLA CURATELA
La S.C. ha affermato che la transazione conclusa dalla curatela non è soggetta alla vendita con incanto, ma si può svolgere fuori dai limiti stabiliti dall’art. 108 l fall. (vecchio testo).
Sentenza n. 25136 del 14 ottobre 2008(Sezione Seconda Civile, Presidente A. Vella, Relatore P. D'Ascola)
BANCHE - OBBLIGO DI SEGNALAZIONE DI OPERAZIONI IRREGOLARI E SOSPETTE
La S.C. ha distinto tra le operazioni bancarie “irregolari”, in cui l’obbligo di segnalazione grava solo sulla banca e non anche sul funzionario, e il diverso regime relativo alle operazioni “sospette” (antiriciclaggio) in cui il legislatore ha inteso impegnare il funzionario dipendente dell’istituto di credito o dell’intermediario ad un’attività di collaborazione nella segnalazione.
Sentenza n. 25134 del 14 ottobre 2008(Sezione Seconda Civile, Presidente O. Schettino, Relatore P. D'Ascola)
SANZIONI AMMINISTRATIVE – CODICE DELLA STRADA
In tema di accertamento delle infrazioni al codice della strada, l'espressa previsione contenuta nell'art. 201, comma 1 bis, codice della strada, come introdotto dall'art. 4 d.l. 27 giugno 2003 n. 151, conv. in l. 1° agosto 2003, n. 214, che ha assoggettato ad identica disciplina, ai fini dell'esonero dall'obbligo di contestazione immediata, sia l'accesso alle zone a traffico limitato sia la circolazione sulle corsie riservate, ha l'effetto di rendere possibile, dal momento in cui tale norma è entrata in vigore, l'utilizzo dei dispositivi previsti dall'art. 17, comma 133 bis l. n. 127 del 1997 (cosiddette "porte telematiche"). Tali dispositivi, anche se installati in conformità di specifiche autorizzazioni ministeriali precedenti l'entrata in vigore della lett. g) del comma 1 bis dell'art. 201 cod. str., consentono anche la rilevazione degli illeciti relativi agli accessi alle corsie riservate, poste in corrispondenza o all'interno dei varchi di accesso alle zone a traffico limitato.
Sentenza n. 24942 del 10 ottobre 2008(Sezione Seconda Civile, Presidente G. Settimj, Relatore I. Parziale)
GIURISDIZIONE - STRANIERO – CAUSE EREDITARIE – AZIONE DI RENDICONTO
Con riferimento alla controversia avente ad oggetto la petizione di eredità e il conseguente scioglimento della comunione ereditaria, la giurisdizione spetta al giudice italiano essendosi aperta in Italia la successione (art. 50 della l. n. 218 del 1995), attenendo al merito della controversia, e non alla giurisdizione, la richiesta di un accertamento incidentale condizionato concernente la transazione stipulata in Svizzera tra le stesse parti della controversia successoria. Quanto alla contestuale azione di rendiconto nei confronti dei professionisti di cui il de cuius si era avvalso per la gestione del proprio patrimonio, la giurisdizione è del giudice italiano anche nei confronti dell’unico professionista straniero, in presenza di tutti i presupposti che rendono necessario un unico giudizio (art. 6, Convenzione Lugano), nonché del carattere pregiudiziale della causa di rendiconto rispetto a quella principale di petizione di eredità.
Ordinanza n. 25875 del 27 ottobre 2008(Sezioni Unite Civili, Presidente V. Carbone, Relatore G. Travaglino)
PROCESSO CIVILE – RICORSO PER CASSAZIONE – QUESITO DI DIRITTO – INADEGUATEZZA
Con riferimento al quesito di diritto relativo al motivo di ricorso in cui si deduce l’omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione, è inadeguato quello che, rispetto all’elemento soggettivo della colpa, non indichi gli specifici elementi di fatto concretamente rilevanti ai fini del giudizio sulla colpa medesima.
Sentenza n. 25117 del 14 ottobre 2008(Sezioni Unite Civili, Presidente V. Carbone, Relatore S. Toffoli)
FINANZE E TRIBUTI - UTILIZZO DI FATTURE PER OPERAZIONI INESISTENTI - FATTISPECIE
Con la decisione in esame, in una fattispecie in cui era stato ravvisato il delitto di utilizzo di fatture per operazioni inesistenti (art. 2, D.Lgs. n. 74 del 2000) in presenza di un frazionamento in successive dichiarazioni annuali delle quote di ammortamento dell'importo di fatture per l'acquisto (inesistente) di beni strumentali, la Corte ha affermato che il reato in esame è integrato da ogni dichiarazione nella quale vengono indicati i corrispondenti elementi passivi fittizi in detrazione dei redditi.
Sentenza n. 39176 del 24 settembre 2008 - depositata il 20 ottobre 2008(Sezione Terza Penale, Presidente E. Altieri, Relatore A. M. Lombardi)
CONTRABBANDO DOGANALE - GENESI DELL'OBBLIGAZIONE DOGANALE - CONTRASTO CON LA DISCIPLINA COMUNITARIA - ESCLUSIONE
Con la decisione in esame, in una fattispecie nella quale era contestato agli imputati il contrabbando doganale per essere stati sorpresi in navigazione nelle acque territoriali italiane a bordo di una motonave all'interno della quale era occultato un carico di sigarette estere,la Corte ha affermato che la disciplina nazionale dettata dal d.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43 non è in contrasto, quanto all'individuazione del momento genetico dell'obbligazione doganale, con il codice doganale comunitario (Reg. CEE n. 2913/92 del 12 ottobre 1992).
Sentenza n. 39175 del 24 settembre 2008 - depositata il 20 ottobre 2008(Sezione Terza Penale, Presidente E. Altieri, Relatore A. M. Lombardi)
SENTENZA – PROSCIOGLIMENTO – CAUSA DI GIUSTIFICAZIONE – FORMULA – ERRONEITÀ – PARTE CIVILE – RICORSO PER SALTUM – INTERESSE
Le Sezioni unite hanno statuito, in conformità alla consolidata giurisprudenza di legittimità, che la formula di proscioglimento «perché il fatto non costituisce reato» deve essere adottata in presenza di una causa di giustificazione, come quella dell’esercizio del diritto di critica nelle condotte di diffamazione. Hanno poi aggiunto che il ricorso immediato per cassazione della parte civile, che non contesti l’accertamento della causa di giustificazione e sia diretto soltanto alla sostituzione della formula, da quella «perché il fatto non sussiste» a quella «perché il fatto non costituisce reato», è inammissibile per difetto di un interesse concreto. Al di là della formula, infatti, la sentenza di proscioglimento, che abbia accertato l’esistenza della causa di giustificazione dell’esercizio di un diritto, ha comunque effetti vincolanti nel giudizio civile per il risarcimento.
Sentenza n. 40049 del 29 maggio 2008 - depositata il 28 ottobre 2008(Sezioni Unite Penali, Presidente G. Lattanzi, Relatore A. Franco)Svolgimento del processo1. Alessandra Guerra, assessore regionale del Friuli Venezia Giulia, venne rinviata a giudizio per rispondere del reato di diffamazione a mezzo stampa (art. 595, commi 1 e 3, cod. pen., in relazione all’art. 13 della legge 8 febbraio 1948, n. 47), per avere, mediante dichiarazioni rilasciate al quotidiano «Il Messaggero Veneto» di Udine che le aveva pubblicate, offeso la reputazione del giornalista Paolo Parovel, in relazione ad un esposto da questi presentato alla procura della Repubblica concernente presunte irregolarità nell’accordo tra la regione ed una fondazione per l’allestimento di mostre d’arte moderna. Il giudice del Tribunale di Udine, con sentenza del 2 maggio 2006  dopo aver premesso alcuni cenni in via generale sul diritto di critica come causa di giustificazione ed avere ricordato che l’illiceità penale del fatto oggettivamente pregiudizievole per la reputazione della persona offesa viene meno se l’esercizio dell’indicato diritto risponde ai criteri della pertinenza, della continenza e della veridicità della rappresentazione della vicenda, in merito alla quale si manifesta l’apprezzamento critico  osservò che nel caso in esame il diritto di critica era stato esercitato correttamente, col rispetto dei suddetti limiti. Ritenne quindi che sussisteva la causa di giustificazione di cui all’art. 51 cod. pen. per avere l’imputata legittimamente esercitato il proprio diritto di critica e, conseguentemente, la assolse dal reato ascrittole con la formula «perché il fatto non sussiste a norma dell’art. 51 c.p.».2. Avverso questa sentenza la persona offesa Paolo Parovel, costituito parte civile, ha proposto per mezzo del suo difensore ricorso per cassazione lamentando violazione dell’art. 652 cod. proc. pen. e contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione. In particolare, osserva che la sentenza impugnata ha chiaramente affermato di avere assolto l’imputata perché era presente la causa di giustificazione dell’esercizio del «diritto di cronaca» di cui all’art. 51 cod. pen. Vi è dunque violazione dell’art. 652 cod. proc. pen. in quanto il proscioglimento non avrebbe dovuto essere pronunciato con la formula «perché il fatto non sussiste» ma con quella «perché il fatto non costituisce reato», giacché quest’ultima rende possibile una eventuale azione civile, che è invece preclusa dalla formula adottata.3. La quinta sezione penale  cui il ricorso era stato assegnato , con ordinanza dell’8 febbraio 2008, ha preliminarmente rilevato che nella specie (essendo ammissibile l’appello della parte civile avverso sentenza di proscioglimento) si tratta di ricorso per saltum ai sensi dell’art. 569 cod. proc. pen., con cui si denunzia soltanto una violazione di legge costituita dall’indebito impiego di una formula di proscioglimento in luogo di un’altra. Ha quindi osservato che il ricorso dovrebbe essere dichiarato inammissibile, per carenza di interesse, alla stregua dell’orientamento giurisprudenziale che, nel riconoscere l’interesse della parte civile ad impugnare la sentenza di proscioglimento con la formula «il fatto non costituisce reato», ha affermato che anche questa formula, come quelle «il fatto non sussiste» o «l’imputato non lo ha commesso» è preclusiva ai sensi dell’art. 652 cod. proc. pen. del successivo esercizio dell’azione civile, data l’identità di natura e di intensità dell’elemento psicologico rilevante ai fini penali ed a quelli civili, sicché una sentenza del giudice civile che dovesse affermare l’esistenza di tale elemento escluso o messo in dubbio dal giudice penale si porrebbe contro il principio dell’unità della funzione giurisdizionale. Il ricorso sarebbe invece ammissibile alla stregua dell’altro orientamento, secondo cui l’imputato ha interesse ad impugnare una pronuncia assolutoria con la formula «il fatto non costituisce reato» in luogo di quella «il fatto non sussiste», perché quest’ultima ha maggiore efficacia in senso a lui favorevole negli eventuali giudizi civili, disciplinari ed amministrativi, nonché alla stregua dell’orientamento secondo cui la parte civile ha interesse ad impugnare sentenze di proscioglimento, ancorché non preclusive dell’azione civile, con formule che possano limitare il soddisfacimento della pretesa risarcitoria nella competente sede. Di conseguenza la quinta sezione, rilevato tale contrasto sulla questione pregiudiziale dell’interesse a ricorrere, ha disposto la rimessione del ricorso alle Sezioni Unite penali per la sua decisione ai sensi dell'art. 618 cod. proc. pen. Il Primo Presidente ha quindi assegnato il ricorso alle Sezioni Unite penali per la trattazione alla pubblica udienza del 29 maggio 2008. In data 14 maggio 2008 il difensore della parte civile ricorrente ha depositato una «memoria con conclusioni» chiedendo l’accoglimento dei motivi e la condanna dell’imputata alle spese e competenze del grado.Motivi della decisione4. La questione che ha determinato l’assegnazione del ricorso alle Sezioni Unite è la seguente: Se la parte civile abbia o meno interesse a proporre ricorso per cassazione contro una sentenza che abbia prosciolto l’imputato dalla imputazione di diffamazione a mezzo stampa con la formula «perché il fatto non sussiste a norma dell’art. 51 cod. pen.», allo scopo di ottenere la formula «perché il fatto non costituisce reato». L’attuale ricorrente sostiene di avere interesse a ricorrere in quanto il proscioglimento dell’imputata con la formula corretta, ossia «perché il fatto non costituisce reato», lascerebbe al giudice civile della pretesa risarcitoria il potere di accertare autonomamente, con pienezza di cognizione, i fatti dedotti in giudizio, mentre questo potere viene meno e l’esercizio dell’azione civile resta precluso con la formula erroneamente adottata «perché il fatto non sussiste», la quale ha efficacia di giudicato sul punto della non sussistenza del fatto. La sostituzione della formula, quindi, gli consentirebbe di agire in sede civile per ottenere un eventuale risarcimento dei danni. Ai fini della decisione è opportuno richiamare alcuni principi relativi alla tipologia delle diverse formule di proscioglimento, e più specificamente alla formula da adottare nel caso di assoluzione per esistenza di una causa di giustificazione, alla natura dell’interesse a proporre ricorso per cassazione ed agli effetti vincolanti nel giudizio civile della sentenza penale di assoluzione. Devono inoltre farsi alcune osservazioni preliminari relativamente alla concreta vicenda in esame. In primo luogo, il ricorrente, a fondamento del suo interesse a ricorrere, ha invocato esclusivamente gli effetti della sentenza di assoluzione in un eventuale giudizio civile di danno. Viene quindi in considerazione soltanto la disposizione dell’art. 652 cod. proc. pen., che appunto disciplina gli effetti della sentenza penale di assoluzione nel giudizio civile o amministrativo di danno. In secondo luogo, nella specie ricorrono entrambe le condizioni richieste dall’art. 652 cod. proc. pen. perché la sentenza di assoluzione possa produrre effetti preclusivi in un giudizio civile di danno promosso dal ricorrente. Da un lato, infatti, si tratta di una sentenza di assoluzione pronunciata in seguito a dibattimento e, dall’altro lato, il ricorrente, quale persona offesa e danneggiata, si è costituito parte civile nel giudizio penale. In terzo luogo, la sentenza impugnata ha assolto l’imputata avendo espressamente riconosciuto che sussisteva la causa di giustificazione dell’esercizio del diritto di critica. Il ricorrente si è limitato a dedurre l’erroneità della formula adottata dal giudice di merito ed a chiedere una formula diversa, ma non ha minimamente contestato il contenuto della decisione assolutoria, ossia il riconoscimento della presenza della causa di giustificazione dell’esercizio di un diritto, su cui quindi si è ormai formato il giudicato. La concretezza e l’attualità dell’interesse a ricorrere vanno perciò valutati alla luce dell’oggetto e dei limiti dell’impugnazione.5. Le varie ipotesi di proscioglimento dall’accusa sono previste, anche se in modo non esaustivo, in diverse disposizioni del codice di rito. Così, per la sentenza dibattimentale di assoluzione, l’art. 530, comma 1, cod. proc. pen. contiene sei tipi di formule assolutorie: «il fatto non sussiste», «l’imputato non lo ha commesso», «il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato», «il reato è stato commesso da persona non imputabile o non punibile per un’altra ragione». Le stesse formule sono in sostanza indicate, per la sentenza di non luogo a procedere pronunciata nell’udienza preliminare, dall’art. 425 cod. proc. pen., il quale peraltro contempla anche l’ipotesi dell’esistenza di «una causa che estingue il reato o per la quale l’azione penale non doveva essere iniziata o non deve essere proseguita». Le cause di proscioglimento anticipato sono indicate dall’art. 129, comma 1, cod. proc. pen., il quale, riferendosi alla «immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità», include tra queste le ipotesi «che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato ovvero che il reato è estinto o che manca una condizione di procedibilità». Nell’ambito delle sentenze di proscioglimento pronunziate a seguito di dibattimento, poi, accanto alle sentenze di assoluzione, indicate dall’art. 530, l’art. 529 prevede le sentenze di non doversi procedere perché l’azione penale non doveva essere iniziata o non deve essere proseguita, mentre l’art. 531 riguarda le sentenze di non doversi procedere per estinzione del reato. E’ pacifico che, pur essendo tutte accomunate nella più ampia categoria delle sentenze di proscioglimento, si tratta in realtà di sentenze diverse e che producono effetti diversi. La Corte costituzionale, ancora di recente, con la sentenza n. 85 del 2008, ha ribadito che quella delle sentenze di proscioglimento è una categoria che «non costituisce un genus unitario, ma abbraccia ipotesi marcatamente eterogenee, quanto all'attitudine lesiva degli interessi morali e giuridici del prosciolto». In questa categoria, infatti, sono comprese, oltre a decisioni ampiamente liberatorie, ossia quelle pronunciate con le formule «il fatto non sussiste» e «l’imputato non lo ha commesso», decisioni che, «pur non applicando una pena, comportano - in diverse forme e gradazioni - un sostanziale riconoscimento della responsabilità dell'imputato o, comunque, l'attribuzione del fatto all'imputato medesimo». Quali esempi di quest’ultimo tipo, la Corte ricorda le sentenze dichiarative di estinzione del reato per prescrizione, conseguente al riconoscimento di circostanze attenuanti (nel regime anteriore alla legge 5 dicembre 2005, n. 251); le sentenze di proscioglimento per cause di non punibilità legate a condotte o accadimenti post factum; o per concessione del perdono giudiziale (che si traducono in realtà in una affermazione di colpevolezza, non seguita dalla irrogazione della pena, ma con effetti preclusivi della reiterazione del beneficio); o per difetto di imputabilità; o anche perché il fatto non costituisce reato. Tutte queste sentenze di proscioglimento, invero, «sono idonee ad arrecare all'imputato significativi pregiudizi, sia di ordine morale che di ordine giuridico». Quanto ai pregiudizi di ordine morale, la Corte ha sottolineato che essi, in alcune ipotesi, possono persino superare quelli derivantI da una sentenza di condanna, come nel caso di proscioglimento per totale infermità di mente o per cronica intossicazione da alcol o da sostanze stupefacenti, anche quando non venga applicata una misura di sicurezza. Quanto ai pregiudizi di ordine giuridico, essi derivano, in via generale, dalla possibilità «che l'accertamento di responsabilità o comunque di attribuibilità del fatto all'imputato, contenuto nelle sentenze in questione - ancorché privo di effetti vincolanti - pesi comunque in senso negativo su giudizi civili, amministrativi o disciplinari connessi al medesimo fatto». Per quanto riguarda in particolare l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato, già con la sent. n. 200 del 1986 la Corte costituzionale aveva evidenziato la sostanziale diversità esistente tra le formule «perché il fatto non sussiste» e «perché l’imputato non l’ha commesso» (che indicano, rispettivamente, l’insussistenza materiale del fatto storico e la totale estraneità dell’imputato) e la formula «perché il fatto non costituisce reato», la quale invece si caratterizza perché riconosce la sussistenza della materialità del fatto storico e la sua riferibilità all’imputato, ma nega la punibilità per la mancanza dell’elemento soggettivo oppure per la presenza di una causa di esclusione dell’antigiuridicità o anche (secondo la norma all’epoca vigente) di una causa di esclusione della punibilità. La Corte quindi riconobbe che soltanto le prime due formule hanno un contenuto ampiamente liberatorio ed escludono ogni pregiudizio (attuale o potenziale) per il prosciolto, mentre nel caso di formula «perché il fatto non costituisce reato» non può negarsi il diritto dell’imputato di impugnare per ottenere una formula più favorevole, che escluda la sussistenza materiale del fatto storico o la sua riferibilità all’imputato stesso.6. Relativamente al contenuto delle diverse formule che qui vengono in rilievo, è parimenti pacifico, in dottrina e giurisprudenza, che la formula «perché il fatto non sussiste» indica la mancanza di uno degli elementi costitutivi di natura oggettiva del reato (la condotta, l’evento o il nesso di causalità), ossia l’esclusione del verificarsi di un fatto storico che rientri nell’ambito di una fattispecie incriminatrice, anche soltanto a livello di tentativo. La formula «perché l’imputato non l’ha commesso» presuppone invece la sussistenza di un fatto penalmente rilevante, ma dichiara l’impossibilità di attribuirne la commissione all’imputato, o perché è stata raggiunta la prova positiva della totale estraneità dell’imputato al fatto o perché manca o è insufficiente la prova del suo coinvolgimento (Sez. II, 7 luglio 1981, n. 11125, Trupiano, m. 151326 e 151328). E’ opportuno ricordare  per quel che si osserverà in seguito circa gli effetti della sentenza penale di assoluzione nel giudizio civile o amministrativo di risarcimento dei danni ai sensi dell’art. 652 cod. proc. pen.  che, per quanto concerne la formula assolutoria da utilizzare, la regola di giudizio contenuta nell’art. 530, comma 2, cod. proc. pen. impone l’adozione delle due formule in esame sia nel caso che sia stata raggiunta la prova positiva della insussistenza del fatto o della sua non commissione da parte dell’imputato, sia anche nel caso di mancanza, o di insufficienza o di contraddittorietà della relativa prova, dal momento che la diversa entità della prova non può riverberarsi sulla formula assolutoria da utilizzare, che deve rimanere uguale in entrambi i casi. In considerazione del loro contenuto, queste due formule assolutorie debbono essere adottate in via preferenziale rispetto a tutte le altre, essendo le uniche totalmente liberatorie poiché con tutte le formule diverse la sentenza di proscioglimento in realtà «attribuisce all'imputato un fatto, o non esclude l'attribuzione di un fatto, che può non costituire reato ma tuttavia essere giudicato sfavorevolmente dall'opinione pubblica o comunque dalla coscienza sociale» (Corte cost., sent. n. 151 del 1967). E ciò sia quando sia stata raggiunta la prova positiva dell’insussistenza del fatto o della sua non commissione da parte dell’imputato, sia quando la prova contraria manchi del tutto o sia insufficiente o contraddittoria. Accertata dunque l’insussistenza del fatto (o mancando la prova della sua sussistenza), l’assoluzione con la formula «perché il fatto non sussiste» deve essere pronunciata con prevalenza su qualsiasi altra e rende superflua ogni valutazione della condotta (Sez. IV, 5 giugno 1992, n. 1340, Battaglia, m. 193032). Tale formula, avendo una maggiore ampiezza di effetti liberatori, prevale anche su quella perché il fatto non è previsto dalla legge come reato (Sez. Un., 27 settembre 2007, n. 2451/08, Magera, m.238195). Inoltre, pur essendo entrambe ampiamente liberatorie, la formula «perché il fatto non sussiste» è logicamente pregiudiziale rispetto a quella «per non aver commesso il fatto», perché non è possibile assolvere taluno per non aver commesso il fatto senza aver potuto prima risolvere affermativamente la questione della sussistenza del fatto stesso. Si tratta peraltro di una pregiudizialità solo logica, che non opera, ad esempio, nell’ipotesi di sentenza di proscioglimento ai sensi dell’art. 129, comma 1, cod. proc. pen., nel qual caso il giudice dovrà comunque dichiarare la causa di assoluzione emersa per prima. 7. La formula «perché il fatto non costituisce reato» ha sostituito, nel nuovo codice, quella più grossolana, contenuta nell’art. 479 del codice di rito del 1930, del proscioglimento per essere l’imputato «non punibile perché il fatto non costituisce reato o per altra ragione». In tal modo la formula in esame è stata resa autonoma da quella della «non punibilità per altra ragione», riferibile alle cause di non punibilità in senso stretto. La formula «perché il fatto non costituisce reato», quindi, viene ora normalmente utilizzata nelle ipotesi in cui, pur essendo presenti gli elementi oggettivi del reato, manchi invece l’elemento soggettivo della colpa o del dolo, ovvero sussista una scriminante, o causa di giustificazione, comune o speciale (cfr. Sez. V, 20 marzo 2007, n. 27283, Olimpio; Sez. VI, 1 marzo 2001, n. 15955, Fiori, m. 218875, in riferimento alla scriminante di cui all’art. 598 cod. pen.). Nella vigenza dell’art. 479 del precedente codice di rito, peraltro, la formula era utilizzata anche nel caso di ricorrenza di una causa di non punibilità o non imputabilità (Sez. III, 30 giugno 1982, n. 10276, Boscolo, m. 155896; Sez. II, 7 luglio 1981, n. 11125, Trupiano, m. 151327; Sez. VI, 27 giugno 1978, n. 2242, La Valle, m. 140539). Secondo l’opinione prevalente in dottrina, tale formula, dunque, sostanzialmente rileva l’insussistenza di uno degli elementi essenziali della fattispecie penale, ulteriori e diversi rispetto a quelli concernenti la sua struttura materiale. Esula dall’oggetto del presente giudizio prendere posizione su alcune questioni su cui non vi è uniformità di opinioni in dottrina, ed in particolare stabilire se la formula «perché il fatto non costituisce reato» possa essere utilizzata anche in altre ipotesi, come quando il giudice accerti l’assenza di determinati presupposti della condotta, o la mancata integrazione di un presupposto dell’evento o la carenza di una qualità soggettiva in capo all’agente, ovvero se in tali casi la formula assolutoria da adottare sia quella «perché il fatto non sussiste». Allo stesso modo, non deve in questa sede essere valutata la tesi secondo cui, quando sia accertata, da un lato, l’integrazione di un fatto-reato completo di tutti i suoi elementi costitutivi, ma, dall’altro lato, l’esistenza di una condizione obiettiva di non punibilità o di una causa di non punibilità in senso stretto, il giudice dovrebbe pronunciare il proscioglimento con una formula diversa da quella «perché il fatto non costituisce reato», e precisamente quella della non punibilità «per un’altra ragione», e ciò perché il vigente codice di procedura, non riproducendo più il riferimento cumulativo alla «persona non punibile perché il fatto non costituisce reato o per un’altra ragione» contenuta nel vecchio codice, avrebbe tenuto ben distinte le ipotesi del fatto che non costituisce reato da quelle basate su situazioni di non punibilità. Quel che interessa in questa sede è che non vi sono comunque incertezze sul punto che, nel caso in cui siano integrati gli elementi oggettivi del reato contestato ma sussista altresì una causa di giustificazione, che elimina l’antigiuridicità penale, ed esclude di conseguenza il reato, la formula di proscioglimento da adottare è quella che «il fatto non costituisce reato» (cfr. Sez. V, 20 marzo 2007, n. 27283, Olimpio; Sez. VI, 1 marzo 2001, n. 15955, Fiori, m. 218875; Sez. VI, 8 aprile 1999, n. 7836, Barbieri; Sez. V, 25 marzo 1997, n. 5109, Landonio, m. 208153; Sez. VI, 14 luglio 1989, n. 16706, Gatto, con riferimento all’art. 152 dell’abrogato codice di rito; Sez. III, 30 giugno 1982, n. 10276, Boscolo, m. 155896; Sez. III, 10 ottobre 1975, n. 5066/76, Patruno, m. 133394; Sez. VI, 22 ottobre 1971, n. 1226/72, Castaldi, m. 120341). E’ anche pacifico che, ai sensi dell’art. 530, comma 3, cod. proc. pen., l’assoluzione con la formula «perché il fatto non costituisce reato» va pronunciata non solo quando vi è la prova che il fatto è stato commesso in presenza di una causa di giustificazione, ma anche quando vi è dubbio sull’esistenza della stessa (Sez. V, 25 settembre 1995, n. 10332, Lajacona, m. 202658). In particolare, si ritiene che il concetto di dubbio sull'esistenza di una causa di giustificazione, sussistendo il quale il giudice deve pronunziare sentenza di assoluzione, va ricondotto a quello di «insufficienza» o «contraddittorietà» della prova, di cui agli artt. 529, comma 2, e 530, comma 2, cod. proc. pen., sicché, quando la configurabilità di cause di giustificazione sia stata allegata dall'imputato, è necessario procedere ad un'indagine sulla probabilità della sussistenza di tali esimenti: la presenza di un principio di prova o di una prova incompleta porterà all'assoluzione, mentre l'assoluta mancanza di prove al riguardo, o la esistenza della prova contraria, comporterà la condanna. Allorquando, nonostante tale indagine, non si sia trovata alcuna prova che consenta di escludere la esistenza di una causa di giustificazione, il giudizio sarà parimenti di condanna, qualora non siano stati individuati elementi che facciano ritenere come probabile la esistenza di essa o inducano comunque il giudice a dubitare seriamente della configurabilità o meno di una scriminante (Sez. I, 8 luglio 1997, n. 8983, Boiardi, m. 208473; Sez. I, 30 ottobre 2002, n. 38399, La Terra, m. 222467; Sez. V, 20 marzo 2007, n. 27283, Olimpio, m. 237253; Sez. II, 4 luglio 2007, n. 32859, Pagliaro, m. 237758).8. Nel caso in esame, il giudice di primo grado ha accertato che sussistevano tutti gli elementi del contestato reato di diffamazione a mezzo stampa, ma che vi era altresì la prova della esistenza della causa di giustificazione dell’esercizio del diritto di critica. Alla luce dei consolidati principi dianzi ricordati, il giudice avrebbe pertanto dovuto assolvere l’imputata con la formula «perché il fatto non costituisce reato», e non già con quella «perché il fatto non sussiste», sia pure accompagnata dalla specificazione «ai sensi dell’art. 51 cod. pen.». Nel merito, dunque, sussiste chiaramente il lamentato errore di diritto del giudice del merito nella scelta della formula di assoluzione utilizzata. Occorre però accertare se, nello specifico caso in esame, la parte civile abbia interesse a proporre impugnazione e se quindi questa sia ammissibile.9. Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, l’interesse a proporre impugnazione deve essere apprezzabile non solo nei termini dell’attualità, ma anche in quelli della concretezza, sicché non può risolversi nella mera aspirazione alla correzione di un errore di diritto contenuto nella sentenza impugnata. La concretezza dell’interesse può peraltro ravvisarsi anche quando l'impugnazione sia volta esclusivamente a lamentare una violazione astratta di una norma di diritto formale, purché però da essa derivi un reale pregiudizio dei diritti dell’imputato, che si intendono tutelare attraverso il raggiungimento di un risultato non soltanto teoricamente corretto, ma anche praticamente favorevole (Sez. Un., 11 maggio 1993, n. 6203, Amato, m. 193743; Sez. Un., 24 marzo 1995, n. 9616, Boido, m. 202018). In particolare, l’interesse richiesto dall'art. 568, quarto comma, cod. proc. pen., quale condizione di ammissibilità di qualsiasi impugnazione, deve essere correlato agli effetti primari e diretti del provvedimento da impugnare e sussiste se il gravame sia idoneo a costituire, attraverso l'eliminazione di un provvedimento pregiudizievole, una situazione pratica più vantaggiosa per l'impugnante rispetto a quella esistente (Sez. Un., 13 dicembre 1995, n. 42/1996, Timpani, m. 203093). La concretezza dell’interesse peraltro è ravvisabile non solo quando l’imputato, attraverso l’impugnazione, si riprometta di conseguire effetti penali più vantaggiosi (come, ad esempio, l’assoluzione o la mitigazione del trattamento sanzionatorio), ma anche quando miri ad evitare conseguenze extrapenali pregiudizievoli ovvero ad assicurarsi effetti extrapenali più favorevoli, come quelli che l’ordinamento rispettivamente fa derivare dal giudicato delle sentenze di condanna o di assoluzione nei giudizi di danno (artt. 651 e 652 cod. proc. pen.) o in altri giudizi civili o amministrativi (art. 654 cod. proc. pen.) e dal giudicato di assoluzione nei giudizi disciplinari (art. 653 cod. proc. pen.) (Sez. VI, 30 marzo 1995, n. 6989, Stella, m. 201953). Si tratta di una regola valida per tutte le impugnazioni, anche per quelle del pubblico ministero, che pure persegue un interesse che non può essere assimilato a quello delle altre parti né inquadrato negli stessi schemi. Il pubblico ministero può quindi proporre impugnazione, al fine di ottenere la esatta applicazione della legge, anche se a favore dell'imputato, ma l’interesse ad impugnare deve ugualmente presentare i caratteri della concretezza e della attualità, il che si verifica quando con l’impugnazione egli miri ad un risultato non solo teoricamente corretto, ma anche praticamente utile e favorevole, come ad esempio quello di non far ricadere sull’imputato effetti dannosi ascrivibili ad errori del giudice (Sez. Un., 11 maggio 1993, n. 6203, Amato, m. 193743; Sez. Un., 24 marzo 1995, n. 9616, Boido, m. 202018; Sez. VI, 27 ottobre 2004, n. 884/05, Serra, m. 230822; Sez. IV, 29 febbraio 2008, n. 16389, Ndiaye, m. 239976). Insomma, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, l’impugnazione, per essere ammissibile, deve tendere alla eliminazione della lesione di un diritto o di un interesse giuridico dell'impugnante, non essendo prevista la possibilità di proporre un'impugnazione che si risolva in una mera pretesa teorica che miri alla sola esattezza giuridica della decisione, che di per sé non sarebbe sufficiente a integrare il vantaggio pratico in cui si compendia l'interesse normativamente stabilito che sottende l'impugnazione di ogni provvedimento giurisdizionale (Sez. Un., 13 dicembre 1995, Timpani, cit.).10. E’ poi evidente che qualora l’impugnazione sia diretta al mutamento della formula di proscioglimento, la natura dell’interesse ad impugnare sarà diversa a seconda che l’impugnazione avverso la sentenza di proscioglimento sia proposta dall’imputato o dal pubblico ministero ovvero dalla parte civile. Solitamente l’interesse in questione potrà dipendere anche dagli effetti vincolanti extrapenali del giudicato assolutorio penale che vengano in concreto invocati dall’impugnante. Per l’ipotesi in cui la sentenza di proscioglimento sia impugnata dall’imputato prosciolto, è sufficiente qui richiamare quanto osservato dalla Corte costituzionale con la citata sentenza n. 85 del 2008, ossia che le uniche decisioni totalmente assolutorie sono quelle pronunciate con le formule «il fatto non sussiste» e «l’imputato non lo ha commesso», mentre tutte le altre formule di assoluzione comportano, con forme e gradazioni diverse, un riconoscimento della responsabilità dell’imputato o comunque l’attribuzione del fatto allo stesso, e quindi, sebbene non applichino una pena, sono sicuramente idonee ad arrecare ugualmente all’imputato significativi pregiudizi di ordine sia morale sia giuridico. All’imputato va quindi normalmente riconosciuto il diritto di impugnare una sentenza di proscioglimento per ottenere una assoluzione con una formula per lui migliore perché totalmente liberatoria o comunque produttiva di effetti extrapenali più favorevoli o meno pregiudizievoli. In tal caso, infatti, l’interesse ad impugnare assume il carattere della concretezza in quanto tende non solo all’applicazione della formula giuridicamente più esatta ma anche alla eliminazione di un qualche effetto pregiudizievole. E’ dunque pacificamente riconosciuto l’interesse dell’imputato ad impugnare la sentenza di assoluzione con la formula «perché il fatto non costituisce reato» al fine di ottenere la più ampia formula liberatoria «perché il fatto non sussiste» o «perché l’imputato non lo ha commesso», e ciò perché, a parte le conseguenze di natura morale, l’interesse giuridico risiede nei diversi e più favorevoli effetti che gli artt. 652 e 653 cod. proc. pen. connettono al secondo tipo di dispositivi nei giudizi civili o amministrativi di risarcimento del danno e nel giudizio disciplinare, a fronte degli effetti pregiudizievoli in tali giudizi derivanti dalla prima formula assolutoria (Sez. VI, 9 gennaio 2001, n. 2227, Viola, m. 217976; Sez. IV, 5 novembre 2002, n, 45976, Fasanella, m. 226719; Sez. VI, 6 febbraio 2003, n. 13621, Valle, m. 227194; Sez. V, 28 settembre 2004, n. 14542/05, Carretti, m. 231680, in un caso di ritenuto esercizio putativo del diritto di critica; Sez. IV, 17 maggio 2006, n. 4675, Bartalini, m. 235655). Allo stesso modo sussiste interesse ad impugnare quando si miri alla modifica della formula di proscioglimento da quella «perché il fatto non costituisce reato» per difetto dell’elemento psicologico, in quella del «fatto non preveduto dalla legge come reato», perché quest’ultima attesta la piena estraneità della condotta dall’ambito del penalmente rilevante e, quindi, la completa infondatezza dell'accusa sul piano giuridico, con conseguente maggior valore, ai fini del riconoscimento dell'innocenza dell'imputato, di quello dell’affermazione che il fatto non costituisce reato per mancanza dell'elemento psicologico o per la presenza di una causa di giustificazione, cioè per fattori specifici e contingenti, che possono anche non escludere il carattere moralmente e socialmente riprovevole della condotta (Sez. Un., 24 marzo 1995, n. 9616, Boido, m. 202018, in un caso di ricorso proposto dal pubblico ministero a favore dell’imputato). Si ritiene anche che l’imputato abbia un concreto interesse ad impugnare una sentenza di assoluzione con la formula «perché il fatto non è previsto dalla legge come reato» al fine di ottenere la formula «perché il fatto non sussiste» per il motivo che l’art. 653 cod. proc. pen. conferisce efficacia preclusiva nel giudizio disciplinare alla sentenza penale irrevocabile di assoluzione quanto all’accertamento che il fatto non sussiste e che l’imputato non lo ha commesso e non anche alla sentenza di assoluzione pronunciata «con formule diverse di grado inferiore» (Sez. VI, 30 marzo 1995, n. 6989, Stella, m. 201953 e 201954; nello stesso senso anche Sez. V, 18 giugno 1999, n. 9135, Lecci, m. 213963, secondo la quale, tuttavia, per riconoscere l’interesse ad impugnare sarebbe necessario che l’imputato deduca l’eventuale pregiudizio derivante dagli effetti extrapenali del giudicato assolutorio). Va peraltro anche ricordato che, con l’art. 1 della legge 27 marzo 2001, n. 97, l’efficacia di giudicato della sentenza penale di assoluzione nel giudizio disciplinare è stato esteso anche all’accertamento che il fatto non costituisce illecito penale. Analogamente, si ritiene che il pubblico ministero abbia un concreto interesse ad impugnare una sentenza di proscioglimento al fine di ottenere una modifica della formula di assoluzione anche a favore dell’imputato, sempre però che il mutamento di formula si risolva in un risultato pratico di vantaggio per l’imputato e non soltanto teoricamente corretto. Sempre per il motivo che l’interesse del pubblico ministero ad impugnare sussiste non ogni qualvolta sia ravvisabile la violazione o l'erronea applicazione della legge, ma quando risulti concreto ed attuale per l'accusa l'interesse all'impugnazione, si è ritenuto che il pubblico ministero non ha un concreto interesse ad impugnare per il mutamento della formula assolutoria «perché il fatto non sussiste» in quella «perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato» al fine esclusivo di tutelare gli interessi della parti civili e di permettere alle stesse di far valere in sede civile le proprie pretese risarcitorie, e ciò in quanto il pubblico ministero è estraneo al rapporto processuale civile instauratosi incidentalmente nel processo penale tra i soggetti danneggiati dal reato e l'imputato, ed è perciò indifferente ai profili di soccombenza propri dell'azione civile risarcitoria (Sez. I, 10 gennaio 2007, n. 9174, Bartolucci, m. 236241; Sez. I, 6 marzo 1998, n. 3776, Gargano, m. 210126).11. Per quanto concerne l’interesse della parte civile all’impugnazione delle sentenze e delle formule di proscioglimento, va innanzitutto ricordato che il vigente codice di rito riconosce alla parte civile il diritto di impugnazione, sia pure ai soli effetti della responsabilità civile, anche contro la sentenza di proscioglimento pronunciata nel giudizio, oltre che contro i capi della sentenza di condanna che attengono all’azione civile e, se ha consentito all’abbreviazione del rito, contro la sentenza pronunciata nel giudizio abbreviato. Il codice di rito ammette, con l’art. 576, che, per effetto dell'impugnazione della sola parte civile, si possa rinnovare l'accertamento dei fatti posto a base della decisione assolutoria, e ciò al fine di valutare l’esistenza di una responsabilità per illecito e così giungere ad una diversa pronunzia che rimuova quella pregiudizievole per gli interessi civili. Resta invece esclusa la possibilità di una revisione dell’accertamento penale in assenza dell’impugnazione del pubblico ministero, in ragione dell’autonomia dei giudizi sui due profili di responsabilità, civile e penale. L’impugnazione proposta dalla parte civile ai soli effetti civili non può incidere sulla decisione del giudice del grado precedente in merito alla responsabilità penale, ma il giudice penale dell'impugnazione, dovendo decidere su una domanda civile che necessariamente dipende da un accertamento sul fatto di reato e dunque sulla responsabilità dell'autore dell'illecito extracontrattuale, può, seppure in via incidentale, statuire in modo difforme sul fatto oggetto dell'imputazione, ritenendolo ascrivibile al soggetto prosciolto (Sez. Un., 11 luglio 2006, n. 25083, Negri). Non vi sono poi ostacoli al riconoscimento dell’interesse della parte civile all’impugnazione, sempre ai soli effetti civili, avverso la sentenza di proscioglimento al fine di ottenere il mutamento della formula utilizzata. Essa infatti ha interesse ad impugnare tutte le sentenze di assoluzione che possono compromettere il suo diritto ad ottenere il risarcimento del danno, anche in considerazione dell'effetto preclusivo della sentenza dibattimentale irrevocabile di assoluzione nel giudizio civile di danno. La parte civile ha dunque di solito interesse ad impugnare una sentenza di assoluzione con la formula perché il fatto non sussiste o perché l’imputato non lo ha commesso, al fine di ottenere l’accertamento della responsabilità dell’imputato ai fini civili o anche solo una formula di assoluzione che abbia conseguenze pratiche più favorevoli per i suoi interessi civili (cfr. Sez. IV, 31 gennaio 1996, n. 4950, Mazza, m. 205222; Sez. V, 6 dicembre 1983, n. 1429/84, Guerri, m. 162670). Più in generale, la parte civile ha normalmente interesse ad impugnare una sentenza di assoluzione che rigetti l’azione civile esercitata nel processo penale e precluda l’ulteriore esercizio dell’azione civile in sede civile, sia al fine di ottenere una pronuncia di accertamento della responsabilità sia anche al più limitato fine di ottenere una pronuncia che non abbia effetto preclusivo nel giudizio civile. Ciò però non significa che sia vera anche la proposizione contraria. Non è perciò sufficiente il fatto che la sentenza di assoluzione non abbia effetto preclusivo dell’azione civile dinanzi al giudice civile per escludere automaticamente l’interesse della parte civile ad impugnarla per ottenere una pronuncia diversa e l’affermazione della responsabilità dell’imputato. Non può pertanto condividersi la tesi, che pure è stata sostenuta (Sez. III, 8 giugno 1994, n. 10792, Armellini, m. 200381; cfr., nella vigenza del vecchio codice, Sez. VI, 11 ottobre 1972, n. 866, Premstaller, m. 122429), secondo la quale la parte civile non avrebbe interesse ad impugnare la decisione penale quando questa manchi di efficacia preclusiva perché in tal caso la parte civile è libera di perseguire la sua pretesa risarcitoria nelle sedi proprie. Ed infatti, con la sua costituzione di parte civile nel giudizio penale, il danneggiato ha appunto inteso trasferire in sede penale l’azione civile di danno ed ha quindi interesse ad ottenere nel giudizio penale il massimo di quanto può essergli riconosciuto (Sez. IV, 22 gennaio 2008, n. 13922, Arcomanno; Sez. V, 23 febbraio 2005, Nalesso, cit.). Di conseguenza, non può negarsi l’interesse della parte civile ad impugnare la decisione con la quale l’imputato sia stato prosciolto con la formula «perché il fatto non costituisce reato» anche quando questa manca di efficacia preclusiva. E ciò perché l’interesse ad impugnare assume un contenuto di concretezza tutte le volte in cui dalla modifica del provvedimento impugnato possa derivare l’eliminazione di un qualsiasi effetto pregiudizievole per la parte che ne invoca il riesame, il che avviene anche quando la parte civile miri ad assicurarsi conseguenze extrapenali a lei favorevoli, che possono comunque influire nel giudizio per il risarcimento dei danni, ed in particolare a sostituire formule che possano limitare il soddisfacimento, nella sede competente, della pretesa riparatoria. La parte civile ha dunque interesse ad impugnare la sentenza di assoluzione «perché il fatto non costituisce reato», che non abbia effetto preclusivo, al fine di ottenere l’affermazione di responsabilità per il fatto illecito perché chi intraprende il giudizio civile dopo avere già ottenuto in sede penale il riconoscimento della responsabilità per fatto illecito della sua controparte si giova di tale accertamento e si trova in una posizione migliore di chi deve cominciare dall’inizio (cfr. Sez. III, 15 aprile 1999, n. 6581, Lamanuzzi, m. 213840; Sez. VI, 6 febbraio 2003, n. 13621, Valle, m. 227194; Sez. V, 23 febbraio 2005, n. 15245, Nalesso, m. 232157). E’ questa la ragione per la quale può solitamente riconoscersi alla parte civile interesse ad impugnare la sentenza di assoluzione «perché il fatto non costituisce reato», senza necessità di aderire ad un recente orientamento, opportunamente ricordato dall’ordinanza di rimessione. Si è invero affermato che l’interesse della parte civile ad impugnare, ai fini civili, la sentenza di assoluzione dell'imputato con la formula «perché il fatto non costituisce reato» per mancanza dell'elemento psicologico, si fonderebbe sull’assunto che, a norma dell'art. 652 cod. proc. pen., l'azione civile per il risarcimento del danno da fatto illecito sarebbe preclusa non solo quando l'imputato è stato assolto per non avere commesso il fatto o perché il fatto non sussiste, ma anche quando è stato assolto perché il fatto non costituisce reato, attesa l'identità di natura e di intensità dell'elemento psicologico rilevante ai fini penali ed a quelli civili, con la conseguenza che un'eventuale pronuncia del giudice civile, che dovesse affermare l’esistenza di tale elemento, escluso o messo in dubbio dalla sentenza penale irrevocabile, si porrebbe in contrasto con il principio dell'unità della funzione giurisdizionale (Sez. IV, 5 dicembre 2000, n. 9795/01, Burgaretta, m. 218283; Sez. V, 19 gennaio 2005, n. 3416, Casini, m. 231419). Questa tesi si fonda sull’interpretazione estensiva (o, meglio, sull’applicazione analogica) che, secondo dottrina e giurisprudenza, doveva essere data all’art. 25 dell’abrogato codice di rito (che è pressoché identico all’art. 652 del codice vigente), nel senso che, sempre che l'illecito civile sia costruito dal punto di vista dell'elemento psicologico in maniera identica all'illecito penale (non quindi nei casi in cui tale elemento si atteggia in modo diverso, come ad esempio nell’art. 2054 cod. civ.), non potrebbe ammettersi  perché ciò sarebbe in contrasto con il principio della unità della funzione giurisdizionale  che, se il giudice penale ha escluso o dichiarato dubbia la sussistenza dell'elemento psicologico, il giudice civile possa ritenere invece esistente quello stesso elemento, quanto meno ai fini della ordinaria responsabilità ex art. 2043 cod. civ. La medesima interpretazione dovrebbe essere data, secondo questa tesi, anche al vigente art. 652 cod. proc. pen., poiché continuano ad essere identici sia il presupposto della identità di natura e di intensità tra elemento soggettivo influente ai fini penali e quello che sta a base della ordinaria responsabilità aquiliana, sia il presupposto della unità della funzione giurisdizionale. Quindi, anche attualmente, la sentenza di assoluzione, anche emessa ai sensi dell’art. 530, comma 2, cod. proc. pen., «perché il fatto non costituisce reato» per mancanza dell’elemento psicologico, precluderebbe la possibilità di adire il giudice civile per far valere l’ordinaria responsabilità per fatto illecito ex art. 2043 cod. civ. Questa tesi però non può essere condivisa. In primo luogo, perché essa è contraddetta dalla concorde giurisprudenza delle sezioni civili di questa Corte, alle quali, in definitiva, spetta il compito di fornire la corretta interpretazione delle disposizioni che regolano gli effetti nei giudizi civili delle decisioni adottate in altre sedi, compresa quella penale. Il giudice penale, quindi, deve quanto meno tendere ad una interpretazione uniforme, che tenga conto del «diritto vivente» applicato dai giudici civili, e che eviti contrasti di giurisprudenza, tanto più gravi in quanto non è prevista una sede deputata alla loro composizione. In secondo luogo, e soprattutto, perché la tesi è comunque errata in quanto porta ad una interpretazione dell’art. 652 cod. proc. pen. che, come meglio si vedrà in seguito, contrasta con la lettera e la ratio della disposizione oltre che con i principi generali e con la volontà del legislatore. E’ sufficiente qui ricordare che la tesi stessa espressamente si basa sull’assunto che dovrebbe continuare a seguirsi l’interpretazione che era stata data all’art. 25 dell’abrogato codice di rito e ciò perché sarebbe rimasto invariato il presupposto su cui quella interpretazione si basava, e cioè il principio dell’unitarietà della funzione giurisdizionale. Sennonché è proprio questo presupposto che è venuto meno, non essendo più vigente tale principio nell’attuale ordinamento processuale. Venuto meno il principio, non possono quindi più seguirsi interpretazioni estensive (o applicazioni analogiche) che si fondavano sostanzialmente sul principio stesso. 12. Se dunque la parte civile ha, in astratto, interesse ad impugnare qualsiasi pronuncia di assoluzione, la sussistenza del carattere di concretezza di tale interesse va naturalmente verificata tenendo conto degli specifici effetti favorevoli che, nella concreta vicenda, la parte civile si ripromette di ottenere dall’impugnazione e valutando se il suo accoglimento davvero le arrecherebbe una situazione di vantaggio o le eliminerebbe una situazione pregiudizievole. Nel caso in esame la parte civile ricorrente, come rilevato, non contesta l’accertamento in fatto compiuto dal giudice del merito, ossia che l’imputata aveva agito in presenza della causa di giustificazione dell’esercizio del diritto di critica. Non chiede quindi che sia affermata la responsabilità dell’imputata. Si limita invece a domandare la sostituzione della formula di assoluzione  effettivamente erronea, come dianzi rilevato  «perché il fatto non sussiste a norma dell’art. 51 cod. pen.» con la formula corretta «perché il fatto non costituisce reato», per la ragione che quest’ultima formula consentirebbe l’esercizio dell’azione civile di danno in sede civile, che invece le sarebbe precluso dalla formula adottata. Per valutare dunque se l’interesse vantato ha effettivamente il carattere della concretezza occorre richiamare le norme che disciplinano gli effetti della sentenza penale di assoluzione nel giudizio civile, ed in particolare nel giudizio civile per il risarcimento del danno.13. Come è noto, anche a seguito di reiterati interventi della Corte Costituzionale sugli art. 25, 27 e 28 del codice di procedura penale del 1930, la legge di delegazione per l’emanazione del nuovo codice di procedura penale 16.2.1987, n. 81 conteneva criteri direttivi (art. 2 nn. 22-25 e 53) miranti a ridurre l'efficacia extrapenale del giudicato. Il legislatore delegato in conformità di questi criteri ha previsto una drastica riduzione degli effetti extrapenali della decisione penale, coerentemente, del resto, con la logica complessiva del nuovo codice in ordine ai rapporti tra giudizio penale e giudizio civile, i quali ormai non sono più improntati al principio, in precedenza imperante nel sistema inquisitorio, della unitarietà della funzione giurisdizionale e quindi della priorità e del primato della giurisdizione penale e della sua pregiudizialità rispetto agli altri processi (cfr. Cass. civ., Sez. III, 30 luglio 2001, n. 10399; Sez. III, 3 dicembre 2002, n. 17166; Sez. III, 2 agosto 2004, n. 14770). Nel nuovo ordinamento processuale, ispirato al principio accusatorio, il precedente principio generale è venuto meno e vige invece il principio della parità ed originarietà dei diversi ordini giurisdizionali e della sostanziale autonomia e separazione dei giudizi. Ciò si desume anche dal fatto che nel nuovo codice di procedura non è stata riprodotta la disposizione di cui all’art. 3, comma 2, del codice abrogato (sulla sospensione necessaria della controversia civile in pendenza del processo penale) né diverse altre disposizioni alla stessa collegate (parte degli artt. 24 e seguenti dello stesso codice), e conseguentemente, con la sua riformulazione ad opera della legge m. 353 del 1990, è stato eliminato ogni riferimento alla c.d. pregiudiziale penale dal testo dell'art. 295 cod. proc. civ. Il legislatore, dunque, con il codice di procedura del 1988 ha introdotto il diverso principio della (pressoché) completa autonomia e separazione fra giudizio civile e giudizio penale, nel senso che, tranne alcune particolari e limitate ipotesi di sospensione del processo civile previste dall'art. 75, comma 3, cod. proc. pen., da un lato, il processo civile deve proseguire il suo corso senza essere influenzato dal processo penale e, dall'altro, il giudice civile deve procedere ad un autonomo accertamento dei fatti e della responsabilità civile dedotti in giudizio (così, Cass. civ., Sez. III, 30 luglio 2001, n. 10399). Del resto, il «principio della reciproca indipendenza dell'azione penale e di quella civile» a cui è ispirato il nuovo codice di procedura, vige anche nell'ambito dello stesso processo penale, ove, qualora una sentenza di assoluzione dell'imputato venga impugnata dalla sola parte civile può aversi un giudicato di assoluzione agli effetti penali ed una decisione di condanna agli effetti civili. Questo nuovo principio generale è peraltro attenuato dal riconoscimento al giudicato penale di valore preclusivo negli altri giudizi in specifiche limitate ipotesi, e precisamente in quelle disciplinate dall'art. 651 con riferimento al giudicato di condanna e dall'art. 652 con riferimento al giudicato di assoluzione nei giudizi civili ed amministrativi di danno, dall'art. 653 con riferimento al giudizio disciplinare e dall'art. 654 con riferimento al giudicato assolutorio o di condanna negli «altri» (diversi da quelli precedenti) giudizi civili ed amministrativi. Tutte queste disposizioni sottostanno al limite costituzionale, ripetutamente affermato dalla Corte Costituzionale e fatto proprio dalla legge delega, del rispetto del diritto di difesa e del contraddittorio e, costituendo un'eccezione al principio dell'autonomia e della separazione dei giudizi, sono soggette ad un’interpretazione restrittiva e non possono essere applicate per via di analogia oltre i casi espressamente previsti (Cass. civ., Sez. III, 30 luglio 2001, n. 10399; Sez. III, 3 dicembre 2002, n. 17166; Sez. III, 2 agosto 2004, n. 14770). La giurisprudenza civile ha messo in evidenza come le discipline relative all'efficacia della sentenza penale in procedimenti extrapenali (art. 651-654 cod. proc. pen.) sono notevolmente differenti a seconda del tipo di giudizio in cui la decisione penale è invocata. Sono, infatti, individuate tre categorie di giudizi: quello (civile o amministrativo) di danno (art. 651 e 652 cod. proc. pen.), quello disciplinare (art. 653) e genericamente gli «altri giudizi civili o amministrativi» (art. 654). Ognuna di queste categorie ha una propria disciplina, sotto il profilo sia soggettivo (nell'ipotesi di cui all'art. 652 è sufficiente che il danneggiato sia stato posto nella condizione di costituirsi parte civile, mentre nell'ipotesi di cui all'art. 654 è necessario che vi sia stata la costituzione della parte civile) sia oggettivo (quanto ai fatti che possono costituire oggetto di giudicato ed ai limiti dello stesso). In particolare, in ordine alla disciplina dettata dall’art. 654 cod. proc. pen.  secondo cui la sentenza penale di condanna o di assoluzione, indifferentemente, fa stato «in altri giudizi civili o amministrativi» sui fatti, accertati dal giudice penale e rilevanti ai fini della decisione, che fondano il riconoscimento del diritto o dell’interesse legittimo controverso  si è specificato che  sia sulla base della formulazione letterale della disposizione, sia del fatto che essa non riproduce più l’inciso iniziale dell’art. 28 del vecchio codice («fuori dei casi preveduti dall'articolo precedente»), sia della volontà del legislatore emergente dalla Relazione al progetto preliminare (p. 143)  tale disposizione deve ritenersi applicabile soltanto «agli altri giudizi», diversi da quelli civili ed amministrativi di danno e disciplinari, contemplati negli articoli precedenti (Cass. civ., Sez. III, 2 agosto 2004, n. 14770; Sez. III, 3 dicembre 2002, n. 17166). Nel caso in esame il ricorrente ha invocato gli effetti della sentenza impugnata in un eventuale giudizio civile di danno. Pertanto, ai fini della valutazione del concreto interesse a ricorrere, è irrilevante l’efficacia che la sentenza stessa potrebbe avere in un altro giudizio a norma dell’art. 654 cod. proc. pen. ed occorre invece avere riguardo ai soli effetti che, ai sensi dell’art. 652, essa può avere nel giudizio civile per il risarcimento del danno.14. Come è noto l’art. 652 cod. proc. pen., in attuazione di una specifica direttiva della legge di delega (art. 2, n. 23, legge 16 febbraio 1987 n. 81), ha previsto che la sentenza di proscioglimento produca effetti nel giudizio di danno quando ricorrano queste condizioni: a) che si tratti di sentenza penale irrevocabile pronunciata in seguito a dibattimento (o a seguito di rito abbreviato se la parte civile ha accettato il rito); b) che il danneggiato si sia costituito o sia stato posto in condizione di costituirsi parte civile e che comunque il danneggiato dal reato non abbia esercitato l’azione in sede civile a norma dell’art. 75, comma 2, cod. proc. pen. Ricorrendo questi due presupposti  che nella specie sussistono  l’art. 652 dispone poi che la sentenza penale irrevocabile di assoluzione ha efficacia di giudicato nel giudizio civile o amministrativo per le restituzioni o il risarcimento del danno promosso dal danneggiato (o nell’interesse dello stesso, come da precisazione introdotta dall'art. 9 l. 27 marzo 2001 n. 97 con riferimento alle azioni risarcitorie esercitate nei giudizi di responsabilità amministrativa davanti alla Corte dei conti), «quanto all’accertamento che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso o che il fatto è stato compiuto nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà legittima». Ai sensi dell’art. 652, dunque, la sentenza di assoluzione ha efficacia di giudicato nell'ambito del giudizio civile di danni solo relativamente a questi accertamenti. La sentenza dibattimentale di assoluzione può essere pronunciata anche per altre ragioni, come per mancanza dell'elemento psicologico, doloso o colposo, o per l'esistenza di una causa di giustificazione (reale o putativa) diversa da quella di cui all'art. 51 cod. pen., o per l'esistenza di una causa di non punibilità o per non imputabilità del soggetto. Però il legislatore, con una sua scelta discrezionale, peraltro coerente con il nuovo principio introdotto, ha limitato l'efficacia del giudicato, nel giudizio civile o amministrativo di danno, solo agli elementi relativi all'insussistenza del fatto, alla non commissione dello stesso, ed alla non illiceità per l’esistenza dell'esimente di cui all'art. 51 cod. pen. E’ quindi esclusa l’efficacia delle pronunce di improcedibilità, sia di quelle emesse, per ragioni anche di merito, prima del dibattimento (artt. 425 e 469 cod. proc. pen.), sia di quelle di carattere processuale (per mancanza di una condizione di procedibilità o per estinzione del reato) emesse in esito al dibattimento (artt. 529 e 531 cod. proc. pen.). In particolare, quanto alla sentenza di assoluzione perché il fatto non costituisce reato, dalla formulazione letterale dell'art. 652 cod. proc. pen. emerge chiaramente che l’efficacia di giudicato nel giudizio civile o amministrativo di danno è riconosciuta soltanto quando essa contenga l’accertamento che il fatto è stato compiuto nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà legittima, perché in tal caso difetta il carattere di illiceità del comportamento e quindi il requisito della ingiustizia del danno. Negli altri casi, quando l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato è stata pronunciata per mancanza dell’elemento soggettivo del reato, o per la presenza di una causa di giustificazione diversa da quella di cui all’art. 51 cod. pen. o per un’altra ragione, la sentenza non ha efficacia di giudicato nel giudizio di danno e spetta al giudice civile o amministrativo il dovere di accertare autonomamente, con pienezza di cognizione, i fatti dedotti in giudizio e di pervenire a soluzioni e qualificazioni non vincolate all’esito del giudizio penale (Cass. civ., Sez. III, 30 ottobre 2007, n. 2883, m. 600388; Sez. III, 14 febbraio 2006, n. 3193, m. 590619; Sez. III, 19 luglio 2004, n. 13355, m. 575647; Sez. III, 17 novembre 2003, n. 17374, m. 568227; Sez. III, 18 luglio 2002, n. 10412, m. 555882; Sez. III, 7 agosto 2002, n. 11920; Sez. III, 30 luglio 2001, n. 10399, m. 548623). Né potrebbe riconoscersi efficacia di giudicato nel giudizio di danno alle sentenze di assoluzione «perché il fatto non costituisce reato» assimilandole o facendole rientrare, per via di interpretazione estensiva, fra quelle di assoluzione «perché il fatto non sussiste». E ciò in considerazione della rilevante diversità di contenuto dei due tipi di sentenze, dato che le seconde si hanno quando manca uno degli elementi oggettivi del reato (azione, evento, nesso di causalità), mentre le prime vanno adottate quando non si ravvisa l'elemento soggettivo del reato o quando è presente una causa di giustificazione. Questa limitazione degli effetti di giudicato risultante dal testo dell’art. 652 cod. proc. pen. è, del resto, conforme alla volontà del legislatore, come risulta dai lavori preparatori del nuovo codice di rito (cfr. Cass. civ., Sez. III, 30 luglio 2001, n. 10399). Dalla relazione al progetto preliminare del nuovo codice (in Gazz. Uff. n. 250 del 24 ottobre 1988, suppl. ord. n. 2) si desume che è stata seguita «la linea tracciata nel 1978» (nel progetto di codice redatto sulla base della precedente delega del 1974) nei punti in cui la nuova delega non era diversa dalla precedente, e in questa linea il legislatore delegato ha incluso «il preciso intento di limitare l'efficacia vincolante della sentenza penale irrevocabile pronunziata in esito a giudizio al solo accertamento del fatto materiale e della sua riferibilità all'imputato, così da escludere ogni efficacia vincolante per quanto riguarda l'accertamento della colpa» (pag. 141 della citata relazione). Si tratta del resto di disciplina del tutto coerente con il nuovo principio della reciproca indipendenza dell'azione penale e di quella civile cui si ispira il vigente codice di procedura penale. E’ anche per questa ragione che, come si è detto, risulta erroneo l’orientamento dianzi ricordato (Sez. IV, 5 dicembre 2000, n. 9795/01, Burgaretta; Sez. V, 19 gennaio 2005, n. 3416, Casini), che attribuisce efficacia vincolante nel giudizio civile per il risarcimento del danno ex art. 2043 cod. civ. anche alla sentenza di assoluzione «perché il fatto non costituisce reato» ed all’accertamento in essa contenuto sulla mancanza o insufficienza della prova dell’elemento psicologico, orientamento che si fonda su una applicazione analogica dell’art. 652 cod. proc. pen. Ed invero questa applicazione analogica non è ormai più consentita nel nuovo sistema processuale, improntato al modello accusatorio, che ammette l'esercizio contemporaneo dell'azione penale e di quella civile e la possibilità di pervenire a giudicati tra loro discordanti. Sulla base sia della formulazione letterale dell’art. 652 cod. proc. pen., sia dell’intenzione del legislatore, sia del complessivo nuovo sistema processuale, deve dunque convenirsi  con l’assolutamente prevalente giurisprudenza civile  che l'assoluzione dell'imputato per una causa diversa da quelle specificamente indicate nell’art. 652, compresa quella perché il fatto non costituisce reato, per assenza dell'elemento soggettivo o per la presenza di una causa di giustificazione diversa da quelle di cui all’art. 51 cod. pen. o per un’altra ragione, non ha efficacia di giudicato rispetto all'azione civile di danno.15. Fino ad ora si è fatto riferimento soprattutto alla formula di assoluzione. In realtà però essa non è decisiva rispetto all’indagine da compiere. L’art. 652 cod. proc. pen., invero, stabilisce che la sentenza di assoluzione è idonea a produrre gli effetti di giudicato ivi indicati non in relazione alla formula utilizzata, bensì solo in quanto contenga, in termini categorici, un effettivo e positivo accertamento circa l'insussistenza del fatto o l'impossibilità di attribuirlo all'imputato o circa la circostanza che il fatto è stato compiuto nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà legittima (circostanze, queste ultime, che escludono l’illiceità, non solo penale, del fatto, e conseguentemente l’ingiustizia del danno). La formula utilizzata di per sé è perciò non decisiva perché, al di là di essa, l’effetto di giudicato è collegato al concreto effettivo accertamento dell’esistenza di una di queste ipotesi. Secondo la giurisprudenza delle sezioni civili di questa Corte, al fine di stabilire l'incidenza del giudicato penale nel giudizio di danno il giudice civile non può limitarsi alla rilevazione della formula utilizzata, ma deve tenere conto anche della motivazione della sentenza penale per individuare la effettiva ragione dell'assoluzione dell'imputato, eventualmente anche prescindendo dalla formula contenuta nel dispositivo, ove tecnicamente non corretta (Cass. civ., Sez. L., 9 marzo 2004, n. 4775, m. 570909; Sez. III, 20 maggio 1987, n. 4622, m. 453292; Sez. I, 12 novembre 1985, n. 5523, m. 442726; Sez. III, 11 gennaio 1969, n. 47, m. 337873). La formula di per sé dunque non è sufficiente se non vi è stato un concreto effettivo accertamento sull’esistenza di una delle ipotesi di assoluzione indicate. Inoltre, l’art. 652 cod. proc. pen., a differenza dell’art. 25 del previgente cod. proc. pen., ricollega l’efficacia di giudicato all’«accertamento», e non più alla mera «dichiarazione» della insussistenza del fatto e delle altre cause di proscioglimento, conformemente all’art. 2, n. 23, della legge delega, secondo cui «la sentenza di assoluzione non pregiudica ... salvo che dalla stessa risulti che il fatto non sussiste ecc.». Poiché è necessario l’effettivo, specifico e concreto accertamento positivo della non sussistenza del fatto o della sua non attribuibilità all’imputato o della presenza di una scriminante di cui all’art. 51 cod. pen., l’effetto di giudicato non si verifica quando non vi è stato tale positivo accertamento e l’assoluzione sia stata pronunciata, ai sensi dell’art. 530, comma 2, cod. proc. pen., a causa della mancanza, o della insufficienza o della contraddittorietà della prova circa la commissione del fatto o la sua attribuibilità all’imputato (Cass. civ., Sez. III, sent. n. 22883 del 2007, cit.; Sez. III, 20 settembre 2006, n. 20325; Sez. III, 30 agosto 2004, n. 17401; Sez. III, 19 maggio 2003, n. 7765; Sez. III, sent. n. 10399 del 2001, cit.; Sez. L., 9 novembre 2000, n. 14557; Sez. III, 11 luglio 2000, n. 9184; Sez. I, 30 marzo 1998, n. 3330, m. 514091; Sez. III, 13 dicembre 1996, n. 11162). Allo stesso modo, non vi è effetto di giudicato quando l’assoluzione sia stata determinata, ai sensi dell’art. 530, comma 3, cod. proc. pen., non perché vi sia la prova certa, ma perché vi è il dubbio sull’esistenza dell’esercizio di un diritto o di un adempimento di un dovere. Questa soluzione interpretativa non si pone in contrasto con la parificazione delle due situazioni probatorie disposta dai primi due commi dell'art. 530 cod. proc. pen., e ciò perché l'equiparazione è prevista essenzialmente agli effetti penali, come corollario del principio della presunzione costituzionale di non colpevolezza. La parificazione non è disposta dall’art. 652 cod. proc. pen., che invece richiede espressamente «l’accertamento» di una delle situazioni indicate. Ciò conferma che normalmente si deve avere riguardo alla motivazione e non al dispositivo, il quale deve far uso della stessa formula tanto se sia positivamente accertato che il fatto non sussiste, ecc., quanto se le prove che il fatto sussista, ecc., non siano sufficienti. Di conseguenza, la formula assolutoria «perché il fatto non sussiste», potendo astrattamente ricomprendere anche l'ipotesi della mancanza o dell'insufficienza delle prove in ordine alla sussistenza del fatto od all'attribuibilità di esso all'imputato, non deducibile per espressa esclusione di legge nel dispositivo della sentenza penale, non è di per se stessa ostativa all'introduzione del giudizio civile, al giudice del quale è rimesso accertare, previa interpretazione del giudicato penale sulla base della motivazione di esso, se l'esclusione della responsabilità dell'imputato sia stata certa o dubbia e, di conseguenza, stabilire se l'azione civile ne sia, rispettivamente, preclusa o meno (Cass. civ., Sez. III, 30 agosto 2004, n. 17401; nello stesso senso Cass. pen., Sez. V, 9 gennaio 1990, n. 7961, Rabito, m. 184.532)16. Venendo al caso di specie, non ha dunque rilievo, ai fini dell’esercizio dell’azione civile, la circostanza che l’imputata sia stata assolta con l’impropria formula «perché il fatto non sussiste a norma dell’art. 51 cod. pen.» anziché con la più corretta formula «perché il fatto non costituisce reato». La sentenza assolutoria, infatti, non può avere nessun effetto di giudicato circa la non sussistenza del fatto contestato con l’imputazione (ossia il rilascio di dichiarazioni offensive della reputazione del Parovel) in quanto, nonostante la formula utilizzata, essa non contiene alcun effettivo categorico accertamento della non sussistenza di tale fatto, ma anzi contiene l’accertamento che il fatto sussisteva. La sentenza di assoluzione, invece, fa stato nel giudizio civile quanto all’effettivo positivo accertamento – ivi anche contenuto  che il fatto non ha il carattere della illiceità perché è stato compiuto nell’esercizio di un diritto. Tale accertamento infatti non solo emerge chiaramente dalla motivazione ma di esso vi è indicazione anche nel dispositivo (che pronuncia l’assoluzione «a norma dell’art. 51 cod. pen.»). L’efficacia che in concreto la sentenza impugnata ha in un giudizio civile di danno è dunque totalmente identica a quella che avrebbe qualora il giudice avesse utilizzato la formula esatta «perché il fatto non costituisce reato». Anche in questo caso l’effetto di giudicato riguarderebbe esclusivamente l’accertamento che il fatto è stato compiuto nell’esercizio di un diritto, e che quindi difetta il carattere di illiceità e l’ingiustizia del danno. Con l’impugnazione è stata avanzata esclusivamente la richiesta di modificare la formula assolutoria senza alcun intervento sul contenuto dell’accertamento compiuto dalla sentenza impugnata. L’accoglimento del ricorso e la sostituzione, ai soli fini civili, della formula utilizzata «perché il fatto non sussiste» con quella «perché il fatto non costituisce reato», quindi, porrebbe sì rimedio ad un errore del giudice, ma non potrebbe portare alcuna posizione di vantaggio al ricorrente né eliminargli un qualche pregiudizio, perché la sua situazione relativamente all’esercizio dell’azione civile di danno (la sola invocata col ricorso) rimarrebbe immutata. L’accoglimento del ricorso, dunque, si risolverebbe in una mera declaratoria sulla esattezza teorica della decisione impugnata, senza determinare alcun effetto pratico a favore del ricorrente, nei cui confronti resterebbe comunque fermo e farebbe stato l’accertamento che il fatto è stato compiuto nell’esercizio del diritto di critica. L’interesse invocato a fondamento del ricorso è perciò privo di qualsiasi concretezza. Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile per difetto di interesse. In applicazione dell'art. 616 cod. proc. pen., segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al versamento in favore della cassa delle ammende di una somma, che si ritiene congruo fissare in € 1.000,00.Per questi motivi La Corte Suprema di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di € 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 625

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 art. 328

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 art. 1226

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 art. 191

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 art. 83

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 art. 31
 art. 363

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