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Timestamp: 2020-01-25 07:32:15+00:00

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E' illegittimo il licenziamento del dipendente assente per malattia provocata dall'azione di mobbing che il datore di lavoro esercita su di lui con sanzioni disciplinari spropositate - 101Professionisti.it
E' illegittimo il licenziamento del dipendente assente per malattia provocata dall'azione di mobbing che il datore di lavoro esercita su di lui con sanzioni disciplinari spropositate
Corte di Cassazione, Sezione Lavoro civile, Sentenza 2 ottobre 2013, n. 22538
È illegittimo il licenziamento del dipendente assente per malattia provocata dall'azione di mobbing che il datore di lavoro esercita su di lui con sanzioni disciplinari spropositate, richiami ingiustificati e visite fiscali continue. In casi del genere il licenziamento non può scattare nemmeno se l'assenza del lavoratore supera il periodo di comporto. (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro civile, Sentenza 2 ottobre 2013, n. 22538) . PUBBLICAZIONE Il Sole 24 Ore, Mass. Repertorio Lex24
avverso la sentenza n. 1049/2010 della CORTE D'APPELLO di MILANO, depositata il 22/12/2010 r.g.n. 302/08;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. ROMANO Giulio, che ha concluso che ha concluso per l'accoglimento del quarto motivo e rigetto degli altri.
(OMISSIS) espose al Tribunale di Monza di essere dipendente della societa' (OMISSIS), e di aver prestato attivita' lavorativa in qualita' di addetto al reparto macelleria presso il supermercato di (OMISSIS); che dal luglio 2002 inizio' a ricevere una numerosa serie di contestazioni disciplinari, con altrettante sanzioni che andavano dalla multa alla sospensione; che durante i periodi di malattia, dal mese di dicembre 2002 al febbraio 2003, era stato sottoposto a ben 15 visite mediche di controllo; che nel marzo 2003 egli aveva avuto l'ennesimo rimprovero da altro superiore ( (OMISSIS)), in seguito al quale aveva avuto una crisi psicologica ed aveva quindi ripreso ad assentarsi per malattia durante le quali assenze aveva ricevuto ulteriori numerose visite fiscali; di essere stato quindi licenziato con lettera del 14 luglio 2003 per superamento del periodo d comporto.
Lamento' il (OMISSIS) la illegittimita' delle sanzioni disciplinari inflittegli; il nesso causale tra la malattia e le condizioni di lavoro, le pressioni e le sanzioni illegittime subite, sia quindi la illegittimita' del licenziamento, non potendosi ritenere superato il comporto, attesa la riconducibilita' delle assenze per malattia alla condotta aziendale. Resisteva la societa'.
Il Tribunale ritenne, sulla scorta dell'istruttoria espletata, che le sanzioni irrogate fossero illegittime, alcune perche' sproporzionate, altre per essere gli addebiti contestati insussistenti sul piano disciplinare, accertando altresi' alcune condotte discriminatorie operate dalla societa' nei confronti del (OMISSIS); ritenne inoltre, dopo aver disposto c.t.u. medico legale, che le assenze per malattia fossero conseguenza dell'ambiente lavorativo e della condotta aziendale posta in essere nei suoi confronti, in particolare con le numerose sanzioni disciplinari poi accertate come illegittime, da cio'
derivando la loro non computabilita' ai fini del calcolo del periodo di comporto. Condanno' dunque la societa' alla reintegrazione del (OMISSIS) nel suo posto di lavoro ed al risarcimento del danno ex articolo 18 legge n. 300/70, riconoscendo al lavoratore un danno non patrimoniale in base all'incapacita' lavorativa accertata dal c.t.u..
La (OMISSIS) s.p.a. proponeva appello; resisteva il (OMISSIS).
La Corte d'appello di Milano, con sentenza depositata il 22 dicembre 2010, respingeva il gravame.
Per la cassazione propone ricorso la societa' (OMISSIS), affidato a quattro motivi, poi illustrati con memoria.
1. - Con il primo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell'articolo 414 c.p.c., nonche' vizio di motivazione su un punto decisivo della controversia (ex articolo 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5).
Lamenta che la sentenza impugnata ritenne erroneamente rituale il ricorso introduttivo della lite di cui essa ricorrente aveva eccepito tempestivamente la nullita' per mancanza dei requisiti di cui all'articolo 414 c.p.c..
Questa Corte ha gia' osservato, che nel rito del lavoro, la valutazione di nullita' del ricorso introduttivo del giudizio di primo grado, per mancata determinazione dell'oggetto della domanda o per mancata esposizione degli elementi di fatto e delle ragioni di diritto sulle quali questa si fonda, implica una interpretazione dell'atto introduttivo della lite, riservata - salva la censurabilita' in sede di legittimita' per vizi della motivazione - al giudice del merito, il quale, in sede di appello, puo' peraltro trarre elementi di conforto del proprio convincimento circa la sufficienza degli elementi contenuti nel ricorso dal rilievo che essi consentirono al giudice di primo grado di impostare e svolgere l'istruttoria ritenuta necessaria per la decisione della controversia (Cass. 9 maggio 2012 n. 7097; Cass. n. 7843 del 2003).
La nullita' del ricorso introduttivo per omessa determinazione dell'oggetto della domanda o per mancata esposizione degli elementi di fatto e delle ragioni di diritto su cui essa si fonda, e' in sostanza ravvisatale solo quando attraverso l'esame complessivo dell'atto risulti impossibile l'individuazione esatta della pretesa del ricorrente ed il resistente non possa apprestare una compiuta difesa, cio' che comporta l'esame non solo dell'atto ma anche delle ragioni esposte nella sentenza impugnata per affermare che il ricorso stesso sia o meno affetto dal vizio denunciato (Cass. n. 3126 del 2001; Cass. n. 820 del 2007).
A tale principio occorre qui dare continuita', rilevando non solo che il giudice di appello ha escluso, dall'esame complessivo dell'atto, che il ricorso rendesse impossibile l'individuazione esatta della pretesa del ricorrente, ma che, come risulta anche dalla parte espositiva, il primo giudice svolse adeguata attivita' istruttoria in ordine alle pretese avanzate dal (OMISSIS), nel pieno contraddittorio, anche di merito, con la societa' convenuta.
2. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell'articolo 2697 c.c., articoli 61, 62, 194, 416 e 421 c.p.c., nonche' contraddittoria ed insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia (ex articolo 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5).
Lamenta che il giudice di appello si era ripetutamente sostituito alla parte nella ricerca delle prove, esercitando in modo irrituale i poteri ufficiosi di cui all'articolo 421 c.p.c.. Evidenzia al riguardo che il (OMISSIS) si limito' a produrre taluni certificati medici, ad avviso della ricorrente privi di valore probatorio in quanto contenenti giudizi e mere congetture, sicche' la c.t.u. disposta dalla Corte territoriale era caratterizzata da inammissibili fini esplorativi, cosi' come l'ordine di esibizione ad un Ospedale pubblico (ex articolo 213 c.p.c.) di una cartella clinica del dipendente, sopperendo cosi' alle lacune istruttorie su quest'ultimo gravanti.
3. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli articoli 213, 416 e 421 c.p.c., nonche' contraddittoria ed insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia (ex articolo 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5).
Lamenta che la Corte territoriale, confermo' erroneamente quanto ritenuto dal Tribunale circa l'esistenza di significativi spunti di indagine, cosi' da disporre una c.t.u. medico legale, da svolgersi per giunta sulla base di cartella clinica acquisita agli atti attraverso la richiesta ufficiosa ex articolo 213 c.p.c., cio' che comunque determinava l'irrimediabile vizio della c.t.u. svolta.
Lamenta che i poteri ufficiosi non possono spingersi sino al punto di sanare decadenze gia' verificatesi.
4. Con il quarto motivo la societa' denuncia la violazione e falsa applicazione dell'articolo 2697 c.c., nonche' illogicita' e contraddittorieta' della motivazione su un punto decisivo della controversia (ex articolo 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5), e cioe' circa la sussistenza di un nesso di causalita' tra le patologie riscontrate e le condizioni di lavoro, accertata dal c.t.u. solo in via probabilistica. Da cio' derivava anche il rigetto della domanda di illegittimita' del licenziamento, basata sulla imputabilita' a responsabilita' del datore di lavoro delle assenze per malattia e conseguente loro irrilevanza ai fini del calcolo del periodo di comporto.
5. I motivi, che per la loro connessione possono congiuntamente esaminarsi, sono in parte inammissibili e per il resto infondati. Inammissibili in quanto il documento (la c.t.u.) su cui si fondano, risulta solo invocato ma non prodotto (e neppure invocata la sua esatta ubicazione all'interno dei fascicoli di causa).
Al riguardo deve infatti rimarcarsi che il ricorrente che, in sede di legittimita', denunci il difetto di motivazione sulla valutazione di un documento o di risultanze probatorie o processuali, ha l'onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova o il contenuto del documento trascurato od erroneamente interpretato dal giudice di merito, producendolo ovvero indicandone la sua esatta ubicazione all'interno dei fascicoli di causa (Cass. sez. un. 3 novembre 2011 n. 22726), al fine di consentire al giudice di legittimita' il controllo della decisivita' dei fatti da provare, e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell'autosufficienza del ricorso per cassazione, la S.C. deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell'atto (Cass. ord. 30 luglio 2010 n. 17915).
Quanto alla denunciata violazione dell'articolo 213 c.p.c., deve evidenziarsi che la richiesta di documentazione ivi prevista, a differenza dell'ordine di esibizione, non e' subordinata all'istanza di parte e nella specie risulta giustificata dal materiale probatorio acquisito.
Nel rito del lavoro, del resto, caratterizzato dall'esigenza di contemperare il principio dispositivo con quello della ricerca della verita' materiale, allorche' le risultanze di causa offrono significativi spunti di indagine (nella specie correttamente ravvisati dalle deposizioni testimoniali, nonche' dalla certificazione medica ritualmente acquisita in sede di merito), occorre che il giudice, anche in grado di appello, ex articolo 437 c.p.c., ove reputi insufficienti le prove gia' acquisite, eserciti il potere - dovere di provvedere di ufficio agli atti istruttori sollecitati da tale materiale probatorio (nella specie testimonianze e certificati medici), idonei a superare l'incertezza sui fatti costitutivi dei diritti in contestazione, sempre che tali fatti siano stati puntualmente allegati (ex plurimis, Cass. n. 2379 del 2007).
L'esercizio del potere ufficioso ex articolo 421 c.p.c. presuppone in sostanza l'opportunita' di integrare un quadro probatorio tempestivamente delineato dalle parti, come nella specie (da ultimo: Cass. 11 marzo 2011 n. 5878).
Risulta pertanto legittima anche la nomina del c.t.u., costituendo peraltro l'esercizio di un potere discrezionale rimesso alla discrezionale valutazione del giudice di merito, Cass. 13 marzo 2009 n. 6155.
Quanto all'idoneita' di essa a costituire prova, deve rilevarsi che, come notato da Cass. n. 3990 del 2006, il giudice puo' affidare al consulente non solo l'incarico di valutare i fatti accertati o dati per esistenti (consulente deducente), ma anche quello di accertare i fatti stessi (consulente percipiente), ed in tal caso la consulenza costituisce essa stessa fonte oggettiva di prova, essendo solo necessario che la parte deduca il fatto che pone a fondamento del suo diritto e che il giudice ritenga che l'accertamento richieda specifiche cognizioni tecniche. (Cass. 13 marzo 2009 n. 6155; Cass. 26 novembre 2007 n. 24620; Cass. 15 aprile 2002 n. 5422; Cass. 7 marzo 2001 n. 3343).
La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimita', che liquida in euro 50,00 per esborsi, euro 4.000,00 per compensi, oltre accessori di legge.
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