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Timestamp: 2017-08-20 09:55:22+00:00

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Destra e sinistra unite per difendere il crocifisso Alcuni deputati del Parlamento europeo hanno presentato un documento È per la libertà di esposizione nei luoghi pubblici dei simboli religiosi in classe - Mario Mauro
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12 novembre 2009	- Rassegna stampa
Con una conferenza stampa presso il Parlamento europeo di Bruxelles, la delegazione italiana al Parlamento europeo ha voluto mandare un messaggio chiaro e inequivocabile sulla questione del crocifisso nelle aule scolastiche. L’auspicio di poter vedere tutte le forze politiche italiane unite nell’opposizione ad una sentenza assurda è stato accolto quasi totalmente. Alla conferenza stampa mancavano infatti soltanto gli esponenti dell’Italia dei valori.
Vorrei innanzitutto rispondere a chi ha esultato di fronte alla sentenza della Corte europea inneggiando al fatto che il crocifisso sarebbe figlio del regime fascista, in quanto istituito con il Concordato. Falso. L’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche non dipende affatto dal Concordato, ma fu decisa dallo Stato liberale, risorgimentale e anticlericale: fu, infatti, la Legge Casati n. 3725 del 13 novembre 1859 sul Riordinamento dell’Istruzione pubblica, seguita dal Regolamento di attuazione approvato con Regio Decreto n. 4336 del 1860 (art. 140).
Il crocifisso è un simbolo passivo, non può quindi costringere nessuno ad una professione di fede. Inoltre non è solo un simbolo di fede, ma anche un simbolo culturale, per questo, ragionando per assurdo, se il crocifisso alle pareti può «violentare» la libertà dei singoli e dar fastidio a qualcuno, di questo passo dovremmo eliminare dalle strade le croci, le facciate delle chiese, le immagini della Madonna e dei santi, le campane, etc. E poi ancora, il riposarsi la domenica o addirittura il Natale, il calendario con le varie feste dei santi, anzi proprio il modo di calcolare gli anni (dalla nascita di Cristo). Non solo: le musiche dei grandi compositori, i quadri e le opere dei pittori e degli scultori, la filosofia (Agostino, Tommaso, etc.).
La sentenza della Corte europea è quindi assolutamente astratta e non tiene conto dei contesti nazionali, le realtà dei singoli Paesi.
La sentenza afferma la necessità della neutralità, sotto il profilo religioso, per lo Stato. In realtà uno Stato che eliminasse la dimensione religiosa non sarebbe neutrale, ma di parte. Pensiamoci bene, questo tipo di sentenza e in genere di atteggiamento, crea una cittadinanza priva di soggetti chiari e definiti, senza storia, radici e avulsa da qualsiasi cosa.
Se poi noi volessimo ragionare da cristiani, e definire che significato ha per noi il crocifisso, ne verrebbe fuori che il Crocifisso è un simbolo assolutamente laico, ovvero un simbolo che rende testimonianza del male del mondo, della sopportazione della sofferenza e della possibilità di redimere le colpe dell’uomo. È messaggio universale di speranza, nonché di libertà. Il crocifisso assurge a simbolo della libertà umana. Piero Calamandrei, in merito ai crocifissi nei tribunali, disse di toglierli dalla parete alle spalle dei giudici per affiggerli in quella di fronte ai medesimi, affinché ricordassero sempre che quel crocifisso è esattamente il simbolo di tutte le sofferenze che sulla terra si procurano ogni giorno agli innocenti.
Rimuovere i simboli è sempre un’operazione che implica un certo modo di comprenderli: durante le rivoluzioni, o alla fine delle guerre e dei regimi dittatoriali, si distruggono i simboli proprio per questa ragione. Rimuovere un simbolo come la croce significa non capire o non sapere ciò che esso rappresenta, ovvero il trionfo del laicismo occidentale.
Si dice che la scuola deve essere luogo di formazione, quindi innanzitutto luogo di elaborazione culturale che dia significati e risposte di senso nel contesto concreto in cui i giovani sono chiamati a vivere. Il nascondimento di quell’identità diventa, pedagogicamente parlando, un disvalore: per gli italiani, che verrebbero privati di fondamentali elementi di identificazione personale e comunitaria (quali che siano le scelte di ognuno in materia religiosa); per i piccoli extracomunitari, ai quali non sarebbero offerti elementari fattori di comprensione della realtà sociale in cui sono chiamati ad inserirsi pacificamente e senza discriminazioni. Da questo punto di vista il crocifisso nella scuola non è nient’altro che un riflesso di un dato della realtà; non è nient’altro che la riproduzione di un segno disseminato in ogni angolo del nostro Paese, che la scuola, se vuole essere luogo effettivo di formazione, non può ignorare.
La mia ultima riflessione riguarda i numeri: siamo in democrazia, vale a dire la dittatura della maggioranza, e allora mi chiedo dove si trova la democrazia in questa sentenza che cerca di voler dimostrare che il 70 % della popolazione non può decidere sul 20%. È forse giusto allora che il 20% decida sul 70%?
Per tutti questi motivi insieme ad alcuni colleghi della maggioranza e dell’opposizione abbiamo presentato una dichiarazione scritta alla Commissione europea sulla libertà di esposizione in luoghi pubblici di simboli religiosi rappresentativi della cultura e dell’identità di un popolo nella quale chiediamo di riconoscere il pieno diritto di tutti gli Stati membri ad esporre anche simboli religiosi all’interno dei luoghi pubblici o delle sedi istituzionali, laddove tali simboli siano rappresentativi della tradizione e dell’identità di tutto il Paese, e dunque elementi unificanti dell’intera comunità nazionale rispettosi dell’orientamento religioso di ciascun cittadino.
In molte scuole «dove il crocifisso non era presente, è stato affisso nelle aule e nei laboratori, come segno di sdegno nei confronti di un pronunciamento irrazionale». Lo ha detto il ministro Gelmini che ha ricordato che il 91% degli studenti italiani ha scelto di seguire l’ora di religione. «All’interno della scuola c’è stato un dibattito molto vivace sul tema e mi fa piacere constatare che sia da parte dei cattolici sia dei laici si sia levato un sentimento di indignazione»

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