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Timestamp: 2020-08-15 09:59:36+00:00

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Estate calda e rumori molesti: le tutele - Montagne & Paesi
La norma di riferimento nel codice penale per contrastare i rumori molesti è quella di cui all’articolo 659 cod. pen., che è composto da due parti.
Il primo comma, sanziona chiunque, “… mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche, ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici”.
Il secondo comma, invece, sanziona “… chi esercita una professione o un mestiere rumoroso contro le disposizioni della legge o le prescrizioni dell’Autorità.
Nel secondo caso, invece, l’esercizio di attività rumorosa lascia presumere la molestia per il solo fatto che l’esercizio del mestiere rumoroso “si verifichi fuori dai limiti di tempo, di spazio e di modo imposti dalla legge, dai regolamenti o da altri provvedimenti adottati dalle competenti autorità” (vedasi tra le altre sentenza Cassazione n. 39852 del 2012).
Se i rumori molesti sono intimamente collegati e correlati all’esercizio di un’attività, allora, oltre alla tutela penale, può soccorrere anche la tutela amministrativa e, difatti, vi sono norme particolari e speciali tese a regolamentare alcune particolari situazioni, e così allo scopo di reprimere eventuali illegittimità vi sono sanzioni di carattere amministrativo.
Il caso tipico è, quindi, quello che genera “… disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone …” allorquando si verifichi “… il superamento dei limiti massimi o differenziali di emissione del rumore fissati dalle leggi o dai provvedimenti amministrativi …” [si veda ad esempio la sentenza della Corte di cassazione n. 34920 del 2015, per il caso del bar che sta sotto casa che è troppo rumoroso: il gestore del bar, salvo dimostrare una diversa ipotesi sanzionabile, può essere sanzionato solo dal punto di vista amministrativa].
– il D.P.C.M. del 1° marzo 1991, che disciplina i “Limiti massimi di esposizione al rumore negli ambienti abitativi e nell’ambiente esterno”);
– la legge n. 447/1995 (“Legge quadro sull’inquinamento acustico”);
– il D.M. del 16 marzo 1998 (“Tecniche di rilevamento e di misurazione dell’inquinamento acustico”);
La giurisprudenza, infatti, è pacifica sul punto, in quanto si è affermato che “… mentre il superamento di tali limiti rende comunque inaccettabili le immissioni sonore, il rispetto degli stessi non è tuttavia sufficiente a renderle in assoluto tollerabili …” (sul tema vi sono varie sentenze della Suprema Corte di Cassazione, che sono assolutamente tutte allineate a far data da qualche decennio: cfr., tra le altre, Cass. n. 939 del 2011; Cass. n. 5564 del 2010; Cass. n. 1418 del 2006 e Cass. n. 1151 del 03).
Interessante ed esaustivo per meglio focalizzare la situazione dei rumori molesti, della loro immissione ed emissione e, quindi della loro tollerabilità, o meno, è il disposto del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell’1° marzo 1991, il quale, così recita: “… nel determinare le modalità di rilevamento dei rumori e i limiti di tollerabilità in materia di immissioni rumorose, al pari dei regolamenti comunali limitativi dell’attività rumorosa, fissa, quale misura da non superare per le zone non industriali, una differenza rispetto al rumore ambientale pari a 3 decibel in periodo notturno e in 5 decibel in periodo diurno, persegue finalità di carattere pubblico e opera nei rapporti fra i privati e la Pubblica Amministrazione. Le disposizioni in esso contenute, perciò, non escludono l’applicabilità dell’art. 844 cod. civ. nei rapporti tra i privati proprietari di fondi vicini” (che è stato utilmente richiamato nel contesto della sentenza n. 17051 della Corte di Cassazione civile del 05 agosto 2011).
In particolare, l’art. 844 codice civile stabilisce che “… il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e le altre propagazioni che provengono dal fondo del vicino, a meno che questi non superino la normale tollerabilità, da valutare tenendo conto anche della specifica condizione dei luoghi …”.
E così, prendendo le mosse dall’art. 844 cod. civ., “… il proprietario di un immobile, o chi ne goda a qualsiasi titolo, può, quindi, proporre nei confronti del proprietario o locatario di un altro immobile un’azione dinanzi all’Autorità giudiziaria civile per ottenere sia l’inibitoria dell’attività rumorosa, sia il risarcimento dei danni che possono derivare dalle immissioni rumorose, come ad esempio quello relativo alla perdita di valore dell’immobile o quello alla salute”.
Il criterio fondamentale, dunque, al quale si deve far riferimento, al fine di ottenere tutela, per il caso in cui “i rumori superino la normale tollerabilità”, non è poi così preciso, seppur il concetto sia chiaro nel suo significato, e non sempre è di unanime interpretazione, nel senso che viene lasciato ampio apprezzamento di valutazione al Giudice al quale è sottoposta la controversia. Si tratta di una valutazione che, pur ancorata ai limiti legali di tollerabilità, non è tuttavia ad essi vincolata e ha il pregio di poter prescindere dalla misurazione dei rumori attraverso appositi strumenti. Con la conseguenza che sarà più agevole per le persone che subiscono i “rumori molesti” provare di aver subito un danno ad interessi della persona costituzionalmente garantiti, come è quello del “diritto alla salute” (art. 32 Costituzione). Sotto tale profilo, perciò, può utilmente invocarsi il fatto, da parte di chi subisce i “rumori molesti”, il “… protrarsi di un rumore per diverse ore e nel corso degli anni …”, poiché, ai fini della tutela in sede civile, “può ritenersi acquisita la prova anche per presunzioni” (cfr. Cass. n. 26899 del 2014).
Pertanto, “la valutazione della normale tollerabilità” dei “rumori molesti” è, in ogni caso, condizionata dal limite imposto dall’art. 844, secondo comma, cod. civ., all’Autorità Giudiziaria la quale deve “necessariamente contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà e può tener conto della priorità di un determinato uso, con la conseguenza che bisognerà valutare differentemente la normale tollerabilità a seconda del luogo e delle condizioni in cui sorga l’immobile soggetto a immissioni fastidiose”.
Difatti, in caso di tal genere, la Corte di Cassazione ha statuito il diritto al risarcimento del “danno non patrimoniale” nei casi in cui “… le immissioni siano in grado di ledere anche gli interessi della persona umana costituzionalmente garantiti, come il riposo notturno, la serenità e l’equilibrio della mente …”, confermando così il consolidato e pacifico orientamento in tema affermato nel corso degli anni (cfr. sentenza n. 26899 del 2014; Cass. n. 26972 del 2008 e n. 26975del 2008).
Vi sono state anche voci contrarie, da parte della stessa Corte di Cassazione (come talora accade, a seconda della Sezione che si pronuncia): a tal proposito si veda il testo della sentenza n. 23807 del 2009, ove la stessa Corte di Cassazione ebbe a statuire che “… non sempre al riconoscimento di una tutela inibitoria contro il rumore consegue il riconoscimento del danno non patrimoniale, in quanto non sussiste, in via generale, un diritto fondamentale della persona costituzionalmente garantito alla tranquillità domestica …”.
Il gestore di un locale pubblico può evitare di dover rispondere penalmente del fatto dei propri clienti che attraverso “rumori molesti disturbano il riposo e la quiete delle persone” se ha l’avvedutezza di esporre, fuori dal proprio locale, dei cartelli per invitare i clienti a evitare di causare rumori molesti. In caso di tal genere la Corte di cassazione ha escluso la “… responsabilità del gestore del locale per gli eventuali schiamazzi fatti dagli stessi all’esterno del locale …” (cfr. sentenza n. 9633 del 2015).
Difatti, secondo la summenzionata sentenza, l’assoluzione si è basata sul fatto che “… il gestore di un locale non ha alcun potere per impedire gli schiamazzi sulla pubblica via, essendo sfornito di qualsiasi potere coercitivo in caso di rifiuto …” (cfr. Cass. n. 37196 del 2014).
Ad ogni buon conto, tuttavia, “… compete al titolare di un pubblico esercizio il dovere di impedire le condotte degli avventori del proprio locale affinchè gli stessi non disturbino il risposo e la quiete delle persone e di impedire altresì che gli schiamazzi, specie durante l’orario notturno …”, principio questo che genera la responsabilità penale del gestore ex art. 659 cod. pen. (cfr. Cass. n. 13599/2011).
Più nel dettaglio, si avrà, quindi, “… la responsabilità del gestore per il reato di disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone sussiste laddove gli schiamazzi notturni risultino astrattamente idonei ad arrecare disturbo a un numero indeterminato di persone in una zona caratterizzata da blocchi di edifici strettamente contigui tra loro …” (cfr. Cass. n. 20207 del 2013).
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 Cass. 
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 art. 659
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