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Timestamp: 2020-07-11 07:44:49+00:00

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Licenziamento individuale - Rapporto giudizio penale e giudizio civile - Rassegna di diritto del lavoro
Licenziamento individuale – Rapporto giudizio penale e giudizio civile
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Cass. n. 12840/2020
L’assunto dell’illegittima acquisizione dei documenti relativi alle indagini preliminari non può portare all’accoglimento del motivo.
Il fatto che società non fosse indicata come persona offesa nel provvedimento di fissazione dell’udienza preliminare è intanto privo di rilievo.
L’art. 116 c.p.p. riconosce il diritto di «chiunque vi abbia interesse» ad ottenere copia degli atti, sulla base di richiesta su cui deve decidere il pubblico ministro o il giudice che procede.
L’interesse del datore di lavoro alla costituzione di parte civile anche per l’udienza preliminare (art. 79 c.p.p.), poi pacificamente verificatasi, in un procedimento in cui si discuteva di comportamenti in contrasto con i doveri d’ufficio e nell’interesse di terzi è del resto palese, ed è altrettanto palese che a tal fine si rendeva necessaria l’acquisizione dei documenti che risultasse possibile visionare.
Su tali presupposti non si vede perché il brogliaccio relativo alle intercettazioni da parte di Equitalia dovrebbe considerarsi illegittimamente acquisito, non avendo il ricorrente neppure preso posizione, a ben vedere, sulle modalità attraverso le quali tale acquisizione vi sarebbe stata.
Quanto all’utilizzabilità del brogliaccio in sede civile e come fonte di prova, deve richiamarsi il consolidato orientamento secondo cui, nel processo civile, in mancanza di una norma di chiusura rispetto all’ambito delle prove utilizzabili, sono ammesse e rimesse al prudente apprezzamento del giudice le prove c.d. atipiche (da ultimo, Cass. 15 gennaio 2020, n. 517; Cass. 4 luglio 2019, n. 18025; Cass. 20 gennaio 2017, n. 1593) e comunque, genericamente, i documenti, la cui utilizzabilità nel processo è scontata e pacifica (per il rito del lavoro, v. art. 414, n. 5 c.p.c. e 416, co. 3, c.p.c.).
D’altra parte, la già rilevata assenza di elementi che attestino un’acquisizione indebita di quel brogliaccio e il trattarsi di documentazione in sé tutt’altro che irrituale, essendo essa tipicamente prevista dal codice di procedura penale (art. 268, co. 2, c.p.p.), non consente di affermare in alcun modo che vi sia stata valorizzazione di prove illegittimamente acquisite ed esime dunque dall’affrontare la complessa questione in ordine alla possibilità o meno di utilizzare tali tipologie di prove nel processo civile, o in quali limiti si possa farlo.
Cass. n. 10854/2020
Questa Corte ha già affermato — seppure in relazione alla diversa ipotesi dei giudizi disciplinari presso le pubbliche autorità— che l’articolo 653 cod.proc.pen. laddove si riferisce alla efficacia di giudicato della «sentenza penale di condanna» comprende anche la sentenza di applicazione della pena, per la genericità del dato testuale e per il fatto che l’art. 445 cod.proc.pen., comma 1 bis, stabilisce che «salve diverse disposizioni di legge, la sentenza è equiparata a una pronuncia di condanna».
Alla base di tale principio vi è in sostanza la considerazione del disposto attuale dell’art. 445, comma 1 bis, ultima parte, secondo cui «salve diverse disposizioni di legge, la sentenza è equiparata a una pronuncia di condanna».
Il medesimo principio è estensibile, dunque, a tutte le ipotesi, in cui il dato testuale faccia genericamente riferimento ad una «sentenza di condanna» e manchi una specifica previsione di esclusione della sentenza di applicazione della pena ex articolo 444 cod.proc.civ.( quale è, ad esempio, quella, di cui allo stesso articolo 445 cod.proc.civ., sulla mancanza di efficacia di giudicato nei giudizi civili o amministrativi).
Cass. n. 5897/2020
La sentenza penale di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p. ben può essere utilizzata come prova nel corrispondente giudizio di responsabilità in sede civile, atteso che in tal caso l’imputato non nega la propria responsabilità e accetta una determinata condanna, chiedendone o consentendone l’applicazione, il che sta univocamente a significare che il medesimo ha ritenuto di non contestare il fatto e la propria responsabilità (vedi ex multis, Cass. 18/12/2017 n. 30328, Cass. 5/5/2005 n.9358).
La sentenza penale di applicazione della pena ex art. 444 cod. proc. pen. costituisce indiscutibile elemento di prova per il giudice di merito il quale, ove intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità, ed il giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione; dettò riconoscimento, pertanto, pur non essendo oggetto di statuizione assistita dall’efficacia del giudicato, ben può essere utilizzato come prova nel corrispondente giudizio di responsabilità in sede civile (vedi Cass. cit. n.30328/2017).
Nell’ottica descritta ed in applicazione del ricordato insegnamento, devono ritenersi dimostrati i fatti storici accertati con la sentenza penale di cui all’art.444 c.p.p. e la loro idoneità ad acquisire rilevanza in sede disciplinare e, di conseguenza, lo svolgimento della attività di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio (in concorso con il collega Centra) oggetto della sentenza di condanna penale.
Cass. n. 3076/2020
Solo una condotta posta in essere mentre il rapporto di lavoro è in corso può integrare stricto iure una responsabilità disciplinare del dipendente, diversamente non con figurandosi neppure un obbligo alcuno di diligenza e/o di fedeltà ex art. 2104 e 2105 cc e, quindi, una ipotetica violazione sanzionabile ai sensi dell’art. 2106 cc.
Condotte costituenti reato possono -anche a prescindere da apposita previsione contrattuale in tal senso- integrare giusta causa di licenziamento sebbene realizzate prima dell’instaurarsi del rapporto di lavoro, purché siano state giudicate con sentenza di condanna irrevocabile intervenuta a rapporto ormai in atto e si rivelino -attraverso una verifica giurisdizionale da effettuarsi sia in astratto sia in concreto- incompatibili con il permanere di quel vincolo fiduciario che lo caratterizza.
Cass. n. 3073/2020
La sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti (c.d. patteggiamento) di cui agli artt. 444 ss. c.p.p., pur se priva del vincolo del giudicato, costituisce un importante elemento probatorio per il giudizio civile, in quanto presuppone pur sempre una ammissione di colpevolezza che esonera la controparte dall’onere della prova; ne consegue che qualora il giudice del merito intenda disconoscere tale efficacia probatoria egli ha il dovere di spiegare le ragioni per le quali l’imputato abbia ammesso una propria insussistente responsabilità ed il giudice penale vi abbia prestato fede (per tutte: Cassazione civile sez. lav., 07/02/2019, n.3643 e giurisprudenza ivi richiamata).
Né rileva la individuazione nel capo di imputazione penale della regola di condotta violata, essendo decisiva, piuttosto, l’ammissione di responsabilità per l’infortunio.
Cass. n. 34549/2019
Il giudice del lavoro, ai fini della formazione del proprio convincimento in ordine alla sussistenza di una giusta causa di licenziamento, può valutare gli atti delle indagini preliminari e le intercettazioni telefoniche ivi assunte, anche ove sia mancato il vaglio critico del dibattimento, in quanto la parte può sempre contestare nel giudizio civile i fatti acquisiti in un procedimento penale (Cass. n. 5317 del 2017).
Cass. n. 31531/2019
L’art. 54 del contratto collettivo di lavoro dei dipendenti di Poste Italiane dell’Il gennaio 2001, nel prevedere l’applicazione della sanzione disciplinare del licenziamento nell’ipotesi di “condanna” del dipendente, si interpreta nel senso che è sufficiente che sia stata pronunciata, nei confronti del lavoratore, sentenza di patteggia mento ex art. 444 cod. proc. pen., dovendosi ritenere che le parti contrattuali abbiano voluto con tale previsione dare rilievo anche al caso in cui l’imputato non abbia negato la propria responsabilità ed abbia esonerato l’accusa dall’onere della relativa prova in cambio di una riduzione di pena (Cass. n. 2168 del 2013; v. pure Cass. n. 4060 del 2011).
Pertanto, la fattispecie corrisponde a quella prevista dalle parti sociali di “condanna passata in giudicato per condotta commessa non in connessione con lo svolgimento del rapporto di lavoro”.
Cass. n. 27494/2019
Gli effetti della sospensione cautelare dal servizio permangono fino all’esito del procedimento penale o disciplinare, il cui esito favorevole condiziona il diritto del lavoratore alla percezione delle retribuzioni non corrisposte.
Ne consegue che, qualora il rapporto di lavoro sia risolto per dimissioni del lavoratore, intervenute prima della conclusione in senso a lui favorevole del procedimento penale e senza che sia mai stato instaurato il procedimento disciplinare, al lavoratore competono tutte le retribuzioni per il periodo di sospensione cautelare, dovendosi ritenere la misura, avente carattere provvisorio, caducata e non potendo, per contro, un atto volontario del prestatore di lavoro, di carattere non disciplinare, assumere valenza retroattiva ai fini dell’interruzione del rapporto).
In applicazione del nuovo codice di procedura penale, il rapporto tra processo civile e processo penale si configura in termini di pressoché completa autonomia e separazione, nel senso che, ad eccezione di alcune limitate ipotesi di sospensione del giudizio civile, previste dall’art. 75 co. 3 cpp, detto processo deve proseguire il suo corso senza essere influenzato da quello penale, sicché non si è tenuti a sospendere il giudizio in attesa della definizione del processo penale (cfr. in termini Cass. 17.11.2015 n. 23516; Cass. n. 287/2016) (conf. Cass. n. 25170/2019)
Cass. n. 21435/2019
L’applicazione della pena su richiesta della parte, ex art. 444 c.p.p., costituisce, come da consolidata giurisprudenza, una effettiva condanna dell’imputato con riconoscimento della sua responsabilità penale.
La sentenza con la quale il giudice applica la pena ai sensi dell’art.444 c.p.p., “presuppone l’accertamento della responsabilità dell’imputato in ordine al delitto contestato ed ha la stessa natura delle sentenze di condanna.. .infatti il giudice, nel pronunciare la sentenza di cui si discute, deve, ove sia acquisita la prova che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso, pronunziare ex art.129 c.p.p. sentenza di proscioglimento” (Cass. pen. sez. I 26.3.91 n. 1481).
Anche se la sentenza pronunciata ai sensi dell’art.444 c.p.p. non è in via teorica una vera e propria sentenza di condanna (come pure successivamente ritenuto dalla Corte Cost., sent.11.12.95 n.499), ma contiene tuttavia un accertamento ed un’affermazione di responsabilità impliciti (come pure ritenuto da Corte Cost.8.2.90 n.66), sulla base delle convergenti richieste dell’imputato e del p.m. sul merito dell’imputazione; infatti l’imputato non nega la sua responsabilità ed esonera l’accusa dall’onere della prova.
Occorre infine rammentare che la Corte Costituzionale (sent.20.5.96 n.155), ha ribadito che la decisione di applicazione della pena concordata “integra un vero e proprio giudizio e non richiede un compito di mera ricezione o certificazione della volontà delle parti”, essendo il giudice piuttosto “chiamato a svolgere valutazioni, fondate direttamente sulle risultanze in atti, aventi natura di giudizio non di mera legittimità ma anche di merito, concernenti tanto la prospettazione del caso, quanto la responsabilità dell’imputato”.
La sentenza penale di applicazione della pena ex art. 444 cod. proc. pen. (cosiddetto “patteggiamento”) costituisce indiscutibile elemento di prova per il giudice di merito il quale, ove intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità, ed il giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione. Detto riconoscimento, pertanto, pur non essendo oggetto di statuizione assistita dall’efficacia del giudicato, ben può essere utilizzato come prova dal giudice tributario o civile, Cass. 24.2.01 n. 2724, Cass. 21.3.03 n.4193, Cass. 19.12.03 n.19505, specie se unita ad altre risultanze processuali, Cass. 6.5.03 n. 6863, cfr. altresì Cons.Stato 9.8.05 n.4244.
Non può poi che rimarcarsi che il giudice civile, ai fini del proprio convincimento, può autonomamente valutare, nel contraddittorio tra le parti, ogni elemento dotato di efficacia probatoria e, dunque, anche le prove raccolte in un processo penale e, segnatamente (come nella specie), le dichiarazioni verbalizzate dagli organi di polizia giudiziaria in sede di sommarie informazioni testimoniali, e ciò anche se sia mancato il vaglio critico del dibattimento in quanto il procedimento penale è stato definito ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen., potendo la parte, del resto, contestare, nell’ambito del giudizio civile, i fatti così acquisiti in sede penale (Cass. n. 2168\13, Cass. n. 132\08).
Cass. n. 19263/2019
L’assenza di un accertamento definitivo della colpevolezza in sede penale, va osservato che il principio di non colpevolezza fino alla condanna definitiva sancito dall’art. 27, secondo comma, Cost. concerne le garanzie relative all’attuazione della pretesa punitiva dello Stato, e non può quindi applicarsi, in via analogica o estensiva, all’esercizio da parte del datore di lavoro della facoltà di recesso per giusta causa in ordine ad un comportamento del lavoratore che possa altresì integrare gli estremi del reato, se i fatti commessi siano di tale gravità da determinare una situazione di improseguibilità, anche provvisoria, del rapporto, senza necessità di attendere la sentenza definitiva di condanna, non essendo a ciò di ostacolo neppure la circostanza che il contratto collettivo di lavoro preveda la più grave sanzione disciplinare solo qualora intervenga una sentenza definitiva di condanna (Cass. n. 29825 del 2008; conf. Cass. n. 13955 del 2014 e 18513 del 2016).
In presenza di comportamenti del lavoratore che possano integrare gli estremi del reato, qualora i fatti commessi siano di tale gravità da determinare una situazione di improseguibilità, anche provvisoria, del rapporto, il datore di lavoro può esercitare la facoltà di recesso senza che sia necessario attendere la sentenza definitiva di condanna. Dunque, lo stabilire se nel fatto commesso dal dipendente ricorrano o no gli estremi di una giusta causa di licenziamento ha carattere autonomo rispetto al giudizio che del medesimo fatto debba darsi a fini penali (v. fra le altre Cass. n. 12163 del 1997).
Il giudice davanti al quale sia impugnato un licenziamento disciplinare intimato per giusta causa a seguito del coinvolgimento del lavoratore in un procedimento penale con l’imputazione di gravi reati potenzialmente incidenti sul rapporto fiduciario – ancorché non commessi nello svolgimento del rapporto – deve accertare l’effettiva sussistenza dei fatti riconducibili alla contestazione, idonei ad evidenziare, per i loro profili soggettivi ed oggettivi, l’adeguato fondamento di una sanzione disciplinare espulsiva (cfr. Cass. n. 18513 del 2016).
Cass. n. 18883/2019
La contestazione disciplinare a carico del lavoratore non è assimilabile alla formulazione dell’accusa nel processo penale, assolvendo esclusivamente alla funzione di consentire all’incolpato di esercitare pienamente il proprio diritto di difesa, sicché essa va valutata in modo autonomo rispetto ad eventuali imputazioni in sede penale (Cass., n. 13 del 2015).
Con riguardo al licenziamento disciplinare, non è rilevante l’assoluzione in sede penale circa i fatti oggetto di contestazione, bensì l’idoneità della condotta a ledere la fiducia del datore di lavoro, al di là della sua configurabilità come reato, e la prognosi circa il pregiudizio che agli scopi aziendali deriverebbe dalla continuazione del rapporto (Cass., n. 7127 del 2017).
Occorre ricordare che l’efficacia delle sentenze penali nel giudizio disciplinare è regolata dall’art. 653 cod. proc. pen., che attribuisce efficacia di giudicato alla sentenza penale irrevocabile di assoluzione e a quella di condanna, rispettivamente quanto all’accertamento che il fatto non sussiste o non costituisce illecito penale ovvero che l’imputato non lo ha commesso e quanto all’accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso.
Il ricorrente nel dolersi che la Corte d’Appello nel non far discendere dall’intervenuta assoluzione, di cui aveva contezza, il venir meno della connotazione disciplinare degli addebiti mossigli dal datore di lavoro, non coglie e non censura in modo adeguato la ratio decidendi.
Cass. n. 17993/2019
La sentenza di non luogo a procedere ex art. 425 c.p.p. non costituisce una sentenza di assoluzione e, pertanto, non gode dell’efficacia di giudicato nel processo civile di cui agli artt. 653 e 654 c.p.p. (v., anche, Cass. 16 maggio 2007, n. 11295).
Essa, dunque, è solo uno degli elementi istruttori da considerare ai fini della valutazione della condotta tenuta dal lavoratore e presupposto del licenziamento.
Cass. n. 11948/2019
Poiché nulla impedisce alla P.A. di avvalersi a fini disciplinari degli atti del procedimento penale, «l’amministrazione datrice di lavoro è libera di valutare autonomamente gli atti del processo penale e di ritenere che i medesimi forniscano, senza bisogno di ulteriori acquisizioni ed indagini, sufficienti elementi per la contestazione di illeciti disciplinari al proprio dipendente» ( Cass. n. 21260/2018 che richiama Cass. nn. 8410/2018, 5284/2017, 19183/2016, 758/2006).
E’ stato anche affermato che il giudice, ai fini del proprio convincimento, può autonomamente valutare, nel contraddittorio tra le parti, ogni elemento dotato di efficacia probatoria e, dunque, anche le prove raccolte in un processo penale e, segnatamente le dichiarazioni verbalizzate dagli organi di polizia giudiziaria in sede di sommarie informazioni testimoniali, e ciò anche se sia mancato il vaglio critico del dibattimento, potendo la parte contestare, nell’ambito del giudizio civile, i fatti così acquisiti in sede penale.» ( Cass. n. 20562/2018).
Quanto, poi, alla rilevanza della sentenza penale nel successivo procedimento disciplinare opera il principio generale secondo cui il giudicato non preclude, in sede disciplinare, «una rinnovata valutazione dei fatti accertati dal giudice penale attesa la diversità dei presupposti delle rispettive responsabilità, fermo solo il limite dell’immutabilità dell’accertamento dei fatti nella loro materialità – e dunque, della ricostruzione dell’episodio posto a fondamento dell’incolpazione – operato nel giudizio penale» ( Cass. S.U. 9 luglio 2015 n. 14344 in tema di responsabilità disciplinare dei magistrati).
Il giudicato di assoluzione e, a maggior ragione, la sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato non determinano l’automatica archiviazione del procedimento disciplinare perché, fermo restando che il fatto non può essere ricostruito in termini difformi, non si può escludere che lo stesso, inidoneo a fondare una responsabilità penale, possa comunque integrare un inadempimento sanzionabile sul piano disciplinare.
Cass. n. 1849/2019
Il giudice del lavoro, ai fini della formazione del proprio convincimento in ordine alla sussistenza di una giusta causa di licenziamento, può valutare gli atti delle indagini preliminari e le intercettazioni telefoniche ivi assunte, anche ove sia mancato il vaglio critico del dibattimento, in quanto la parte può sempre contestare nel giudizio civile i fatti acquisiti in un procedimento penale (in tali termini Cass. 5317/2017 cit.) (conf. Cass. n. 2436/2019).
Da tale principio emerge quindi che in caso di contestazione, come nella specie, gli atti delle indagini preliminari e le intercettazioni possono ben essere sottoposte a nuovo esame al cospetto di ulteriori prove emerse nel giudizio in sede civile, nell’ambito di una valutazione complessiva che può condurre anche a disattenderne o sminuirne la valenza probatoria con riferimento al caso esaminato.
Ciò trova conferma in ulteriori pronunce della S.C., affermative del principio secondo cui il giudice civile, ai fini del proprio convincimento, può autonomamente valutare, nel contraddittorio tra le parti, ogni elemento dotato di efficacia probatoria e, dunque, anche le prove raccolte in un processo penale e, segnatamente (come nella specie), le dichiarazioni verbalizzate dagli organi di polizia giudiziaria in sede di sommarie informazioni testimoniali, e ciò anche se sia mancato il vaglio critico del dibattimento in quanto il procedimento penale è stato definito ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen., potendo la parte, del resto, contestare, nell’ambito del giudizio civile, i fatti così acquisiti in sede penale (cfr. Cass. 30.1.2013 n. 2168, in senso conforme Cass. 2.2.2016 n. 1948).
Cass. n. 984/2019
Nell’accertamento della sussistenza di determinati fatti e della loro idoneità a costituire giusta causa di licenziamento, il giudice del lavoro può fondare il suo convincimento sugli atti assunti nel corso delle indagini preliminari, anche se sia mancato il vaglio critico del dibattimento, giacché la parte può sempre contestare, nell’ambito del giudizio civile, i fatti così acquisiti in sede penale (Cass., n. 5317 del 2017, Cass. n. 2168 del 2013 e, in relazione alla utilizzabilità nel giudizio civile della consulenza tecnica disposta nel corso delle indagini preliminari, Cass., n. 15714 del 2010).
Una volta venuta meno la cd. pregiudiziale penale, e regolato per legge il possibile conflitto tra gli esiti deiprocedimenti giusta l’art. 55-ter del d.lgs. n. 165 del 2001, l’amministrazione è libera di valutare autonomamente gli atti del procedimento penale, ai fini della contestazione, senza necessità di un’ulteriore ed autonoma istruttoria, e di avvalersi dei medesimi atti, in sede d’impugnativa giudiziale, per dimostrare la fondatezza degli addebiti (Cass. n. 5284 del 2017 e n. 8410 del 2018: v. pure Cass. n. 19183 del 2016).
In conclusione sul punto, non esiste, dunque, alcuna disposizione che imponga alla Pubblica Amministrazione di procedere a un’autonoma istruttoria ai fini della contestazione disciplinare.
La Pubblica Amministrazione è, infatti, libera di valutare autonomamente gli atti del processo penale e di ritenere che i medesimi forniscano, senza bisogno di ulteriori acquisizioni ed indagini, sufficienti elementi per la contestazione di illeciti disciplinari al proprio dipendente e ben può avvalersi dei medesimi atti, in sede d’impugnativa giudiziale, per dimostrare la fondatezza degli addebiti.
Sono validamente utilizzabili dal giudice civile, ai fini del proprio convincimento, gli elementi acquisiti in sede penale e ciò anche se sia mancato il vaglio critico del dibattimento, potendo la parte, del resto, contestare, nell’ambito del giudizio civile, i fatti così acquisiti in sede penale (Cass. n. 2168 del 2013; v. pure Cass. n. 5317 del 2017, n. 8603 del 2017).
La Corte territoriale, nel caso in esame, ha stabilito che, pur essendo gli stessi emersi dalle indagini penali, l’amministrazione ne aveva dato una lettura autonoma con specifico riferimento ai doveri di lealtà e fedeltà propri del lavoro dipendente.
Tale interpretazione è coerente con la giurisprudenza di legittimità, secondo cui le risultanze delle indagini preliminari svolte in sede penale possono, anche da sole, essere poste a fondamento dell’iniziativa disciplinare e ben possono essere sufficienti a fondare il convincimento del giudice, specie se non contrastate altrimenti.
Cass. n. 431/2019
A seguito dell’entrata in vigore della legge 27 marzo 2001 n. 97 (n.d.r. disposizione applicabile ragione temporis in quanto la contestazione disciplinare è stata formalizzata antecedentemente all’entrata in vigore del d.lgs. n. 150/2009), recante norme sul rapporto fra procedimento penale e procedimento disciplinare, i termini previsti dalla contrattazione collettiva per la contestazione dell’addebito, destinati ad entrare in vigore con la costituzione dell’ufficio competente per la contestazione disciplinare da essa previsto, sono alternativi a quelli previsti dall’art. 5, quarto comma, della legge citata per lo stesso ufficio a seguito della avvenuta comunicazione del passaggio in giudicato della sentenza penale di condanna del lavoratore incolpato.
Tale ultima disposizione ha riformulato la disciplina dell’art. 9, comma 2, della legge n. 19 del 1990, prevedendo che il procedimento disciplinare debba avere inizio o, in caso di intervenuta sospensione, debba proseguire entro il termine di novanta giorni dalla comunicazione della sentenza all’amministrazione o all’ente competente per il procedimento disciplinare e che il procedimento debba concludersi, salvi termini diversi previsti dai contratti collettivi nazionali di lavoro, entro centottanta giorni dal termine di inizio o di proseguimento, fermo quanto disposto dall’art. 653 cod. proc. pen..
Il principio di non colpevolezza fino alla condanna definitiva sancito dall’art.27 Cost., comma 2, concerne le garanzie relative all’attuazione della pretesa punitiva dello Stato, e non può quindi applicarsi, in via analogica o estensiva, all’esercizio da parte del datore di lavoro della facoltà di recesso per giusta causa in ordine ad un comportamento del lavoratore che possa altresì integrare gli estremi del reato, se i fatti commessi siano di tale gravità da determinare una situazione di improseguibilità, anche provvisoria, del rapporto, senza necessità di attendere la sentenza definitiva di condanna; tuttavia, il giudice davanti al quale sia impugnato un licenziamento disciplinare intimato per giusta causa a seguito del rinvio a giudizio del lavoratore con l’imputazione di gravi reati potenzialmente incidenti sul rapporto fiduciario – ancorché non commessi nello svolgimento del rapporto – deve accertare l’effettiva sussistenza dei fatti riconducibili alla contestazione, idonei ad evidenziare, per i loro profili soggettivi ed oggettivi, l’adeguato fondamento di una sanzione disciplinare espulsiva, mentre non può ritenere integrata la giusta causa di licenziamento sulla base del solo fatto oggettivo del rinvio a giudizio del lavoratore e di una ritenuta incidenza di quest’ultimo sul rapporto fiduciario e sull’immagine dell’azienda » (Cass. n. 18513/2016 che richiama Cass. n. 29825/2008).
Cass. n. 88/2019
Nell’accertamento della sussistenza di determinati fatti e della loro idoneità a costituire giusta causa di licenziamento, il giudice del lavoro può fondare il suo convincimento sulle dichiarazioni testimoniali assunte nel corso delle indagini preliminari, anche se sia mancato il vaglio critico del dibattimento ove il procedimento penale sia stato definito ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen., potendo la parte, del resto, contestare, nell’ambito del giudizio civile, i fatti così acquisiti in sede penale (Nella specie, la sentenza di merito, confermata dalla S.C., ha affermato la legittimità del licenziamento di un dipendente di un istituto bancario ritenendo che le dichiarazioni rese dalle vittime del reato e la sentenza di patteggiamento -per il reato di usura-, unitamente al comportamento della parte, che non aveva contestato i fatti riferiti dai testimoni, portassero a ritenere sussistenti l’avvenuto compimento da parte del medesimo di gravi irregolarità e violazioni delle norme interne, in contrasto con i doveri fondamentali della deontologia del dipendente bancario e tali da ledere gravemente il rapporto di fiducia della banca con il suo funzionario”, Cass. n. 132 del 2008; nello stesso senso Cass. n. 2168 del 2013)
La sentenza penale di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p. costituisce indiscutibile elemento di prova per il giudice di merito il quale, ove intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità, ed il giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione; detto riconoscimento, pertanto, pur non essendo oggetto di statuizione assistita dall’efficacia del giudicato, ben può essere utilizzato come prova nel corrispondente giudizio di responsabilità in sede civile, atteso che in tal caso l’imputato non nega la propria responsabilità e accetta una determinata condanna, chiedendone o consentendone l’applicazione, il che sta univocamente a significare che il medesimo ha ritenuto di non contestare il fatto e la propria responsabilità, (Cass. n. 30328 del 2017; Cass. n. 3980 del 2016; Cass. n. 9358 del 2005) (conf. Cass. 3643/2019).
Cass. n. 31643/2018
Dall’art. 654 c.p.p. si desume come, se è doveroso ritenere accertati anche nel giudizio civile gli stessi fatti materiali ritenuti rilevanti in un precedente giudizio penale conclusosi con una sentenza di condanna divenuta definitiva, non sia invece sempre possibile trarre da un giudicato di assoluzione dalla responsabilità penale la conseguenza, automatica e vincolante per il giudizio civile, dell’insussistenza di tutti i fatti posti a fondamento dell’imputazione (tanto meno qualora il datore di lavoro, come nel caso di specie, non abbia partecipato al giudizio penale: Cass. 4 marzo 2000, n. 2464): potendo verificarsi che alcuni di essi, pur rivelatisi nella loro indiscussa materialità non decisivi per la configurazione del reato contestato, possano essere rilevanti ai finicivilistici; sicchè, il discrimen tra efficacia vincolante dell’accertamento dei fatti materiali in sede penale e libera valutazione degli stessi in sede civile è costituito dall’apprezzamento della rilevanza in detta sede degli stessi fatti (Cass. 18 ottobre 2000, n. 13818; Cass. 29 novembre 2004, n. 22484; Cass. 5 gennaio 2015, n. 13).
Si deve pertanto ritenere che, nei confronti dell’imputato, la sentenza irrevocabile di assoluzione pronunciata a seguito di dibattimento abbia efficacia di giudicato nel giudizio civile nel quale si controverta intorno ad un diritto, il cui riconoscimento dipenda dall’accertamento degli stessi fatti materiali che furono oggetto del giudizio penale: restando invece impregiudicata la qualificazione giuridica dei fatti medesimi (Cass. 16 febbraio 2009, n. 3713).
In tema di licenziamento disciplinare, la rilevanza penale dei fatti contestati, e la conseguente denuncia all’autorità inquirente, non fanno venire meno l’obbligo dì immediata contestazione, in considerazione della rilevanza che esso assume rispetto alla tutela dell’affidamento e del diritto di difesa dell’incolpato, sempre che i fatti riscontrati facciano emergere, in termini di ragionevole certezza, significativi elementi di responsabilità a carico del lavoratore (Cfr. Cass. n. 4724/2014).
Ne consegue che il differimento dell’incolpazione è giustificato soltanto dalla necessità, per il datore di lavoro, di acquisire conoscenza della riferibilità dei fatti, nelle linee essenziali, al lavoratore e non anche dall’integrale accertamento degli stessi.
In tema di licenziamento disciplinare, ove sussista un rilevante intervallo temporale tra i fatti contestati e l’esercizio del potere disciplinare, la tempestività di tale esercizio deve essere valutata in relazione al tempo necessario per acquisire conoscenza della riferibilità del fatto, nelle sue linee essenziali, al lavoratore medesimo, la cui prova è a carico del datore di lavoro, senza che possa assumere autonomo ed autosufficiente rilievo la denunzia dei fatti in sede penale o la pendenza stessa del procedimento penale, considerata l’autonomia tra i due procedimenti, l’inapplicabilità, al procedimento disciplinare, del principio di non colpevolezza, stabilito dall’art. 27 Cost. soltanto in relazione al potere punitivo pubblico, e la circostanza che l’eventuale accertamento dell’irrilevanza penale del fatto non determina di per sé l’assenza di analogo disvalore in sede disciplinare (Cass. n. 7410/2010).
Unicamente in caso di intervenuta sospensione cautelare di un lavoratore sottoposto a procedimento penale, la definitiva contestazione disciplinare ed il licenziamento per i relativi fatti ben possono essere differiti in relazione alla pendenza del procedimento penale stesso (V. pure Cass. n. 4502/2008).
Cass. n. 28914/2018
Il principio di non colpevolezza fino alla condanna definitiva, di cui all’art. 27, comma 2, Cost., concerne le garanzie relative all’attuazione della pretesa punitiva dello Stato, e non può quindi applicarsi, in via analogica o estensiva, all’esercizio da parte del datore di lavoro della facoltà di recesso per giusta causa in ordine ad un comportamento del lavoratore suscettibile di integrare gli estremi del reato, se i fatti commessi siano di tale gravità da determinare una situazione di improseguibilità, anche provvisoria, del rapporto, senza necessità di attendere la sentenza definitiva di condanna, neppure nel caso in cui il c.c.n.l. preveda la più grave sanzione espulsiva solo in tale circostanza.
Ne consegue che il giudice, davanti al quale sia impugnato un licenziamento disciplinare, intimato a seguito del rinvio a giudizio del lavoratore, per gravi reati potenzialmente incidenti sul rapporto fiduciario – ancorché non commessi nello svolgimento del rapporto, non può limitarsi alla valutazione del dato oggettivo del rinvio a giudizio, ma deve accertare l’effettiva sussistenza dei fatti contestati e la loro idoneità, per i profili soggettivi ed oggettivi, a supportare la massima sanzione disciplinare (cfr Cass. n.18513 /2016).
Il principio di non colpevolezza fino alla condanna definitiva sancito dall’art. 27, secondo comma, Cost. concerne le garanzie relative all’attuazione della pretesa punitiva dello Stato, e non può quindi applicarsi, in via analogica o estensiva, all’esercizio da parte del datore di lavoro della facoltà di recesso per giusta causa in ordine ad un comportamento del lavoratore che possa altresì integrare gli estremi del reato, se i fatti commessi siano di tale gravità da determinare una situazione di improseguibilità, anche provvisoria, del rapporto, senza necessità di attendere la sentenza definitiva di condanna; tuttavia, il giudice davanti al quale sia impugnato un licenziamento disciplinare intimato per giusta causa a seguito del rinvio a giudizio del lavoratore con l’imputazione di gravi reati potenzialmente incidenti sul rapporto fiduciario – ancorché non commessi nello svolgimento del rapporto – deve accertare l’effettiva sussistenza dei fatti riconducibili alla contestazione, idonei ad evidenziare, per i loro profili soggettivi ed oggettivi, l’adeguato fondamento di una sanzione disciplinare espulsiva, mentre non può ritenere integrata la giusta causa di licenziamento sulla base del solo fatto oggettivo del rinvio a giudizio del lavoratore e di una ritenuta incidenza di quest’ultimo sul rapporto fiduciario e sull’immagine dell’azienda”, (Cass. n. 29825 del 2008; Cass. n. 13294 del 2003).
Cass. n. 24350/2018
Nulla esclude che i soggetti che hanno reso s.i.t. in sede penale possano essere indicati come testi in sede civile dalla società e la motivazione addotta dalla Corte per respingere l’istanza di acquisizione dei documenti “sopravvenuti” è nel senso che dei relativi fatti si era ampiamente dibattuto e che i riscontri ulteriori non risultavano indispensabili. Ciò è in linea con quanto affermato a questa Corte, secondo la quale “È carattere tipico del rito del lavoro il contemperamento del principio dispositivo con le esigenze della ricerca della verità materiale, di guisa che, allorquando le risultanze di causa offrano significativi dati di indagine, il giudice ove reputi insufficienti le prove già acquisite non può limitarsi a fare meccanica applicazione della regola formale di giudizio fondata sull’onere della prova, ma ha il potere-dovere di provvedere d’ufficio agli atti istruttori sollecitati da tale materiale ed idonei a superare l’incertezza dei fatti costitutivi dei diritti in contestazione, indipendentemente dal verificarsi di preclusioni o di decadenze in danno delle parti. Peraltro, mentre deve esserci sempre la specifica motivazione dell’attivazione dei poteri istruttori d’ufficio ex art. 421 cod. proc. civ., il mancato esercizio di questi va motivato soltanto in presenza di circostanze specifiche che rendono necessaria l’integrazione probatoria” (cfr. Cass. 2.3.2006 n. 4611, Cass. 24.10.2007 n. 22305).
Va ribadita l’autonomia dei procedimenti penali e civili, qualora il licenziamento sia stato comminato in base agli stessi comportamenti che furono oggetto di imputazione, sicché il giudice del lavoro non è affatto obbligato a tenere conto dell’accertamento contenuto nel giudicato di assoluzione del lavoratore, ma ha il potere di ricostruire autonomamente, con pienezza di cognizione, i fatti materiali e di pervenire a valutazioni e qualificazioni degli stessi dl tutto svincolate dall’esito del procedimento penale (Cass. 9.6.2005 n. 12134; Cass. 5.8.2000 n. 10135). Ne discende che non si verte in una ipotesi di giudicato esterno.
Cass. n. 20562/2018
La sentenza penale di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p. costituisce indiscutibile elemento di prova per il giudice di merito il quale, ove intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità, ed il giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione; detto riconoscimento, pertanto, pur non essendo oggetto di statuizione assistita dall’efficacia del giudicato, ben può essere utilizzato come prova nel corrispondente giudizio di responsabilità in sede civile, atteso che in tal caso l’imputato non nega la propria responsabilità e accetta una determinata condanna, chiedendone o consentendone l’applicazione, il che sta univocamente a significare che il medesimo ha ritenuto di non contestare il fatto e la propria responsabilità.» ( Cass. n. 30328/2017; si rimanda anche a Cass. n. 5313/2017; Cass. n. 3980/2016; Cass. S.U. n. 18701/2012).
Il giudice civile, ai fini del proprio convincimento, può autonomamente valutare, nel contraddittorio tra le parti, ogni elemento dotato di efficacia probatoria e, dunque, anche le prove raccolte in un processo penale e, segnatamente le dichiarazioni verbalizzate dagli organi di polizia giudiziaria in sede di sommarie informazioni testimoniali, e ciò anche se sia mancato il vaglio critico del dibattimento in quanto il procedimento penale è stato definito ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen., potendo la parte, del resto, contestare, nell’ambito del giudizio civile, i fatti così acquisiti in sede penale ( Cass. n. 2168/2013; cfr. anche Cass. n. 1593/2017 e Cass. 5317/2017).
Cass. n. 17974/2018
In linea generale occorre premettere che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, la sentenza penale di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p., pur non configurando una sentenza di condanna, presuppone comunque una ammissione di colpevolezza (cfr. Cass. 18/12/2017 n. 30328). In tale ottica questo riconoscimento non è oggetto di statuizione assistita dall’efficacia del giudicato, ma può essere utilizzato come prova nel corrispondente giudizio di responsabilità in sede civile, i fatti storici accertati con la sentenza penale di cui all’art.444 c.p.p. essendo idonei ad acquisire rilevanza in sede disciplinare (vedi Cass. 2/3/2017 n.5313).
Cass. n. 14376/2018
Il valore probatorio della sentenza di patteggiamento ai sensi dell’art.444 cod. proc. pen. ha rilevanza in termini di prova dell’addebito disciplinare nell’ambito delle sanzioni disciplinari previste dal CCNL del settore, ma non può avere valore di piena prova nell’ambito di diversa fattispecie, relativa a responsabilità risarcitoria, tenuto anche conto della diversità dei fatti oggetto dell’imputazione penale.
Cass. n. 12798/2018
L’eventuale archiviazione, in sede penale, relativa agli stessi fatti oggetto della contestazione disciplinare non riveste alcuna influenza nell’ambito dalla valutazione della giusta causa di licenziamento e del relativo giudizio, stante l’autonomia dei due procedimenti (Cass. 9.6.2005 n. 12134; Cass. 1.12.1997 n. 12163).
Un fatto costituente reato contro il patrimonio, ancorché determinativo di un danno (patrimoniale) di speciale tenuità, alla stregua della legge penale, può essere considerato di notevole gravità nel diverso ambito del rapporto di lavoro, tenuto conto della natura del fatto medesimo (in ragione delle esigenze di organizzazione e della relativa disciplina), della sua sintomaticità e della finalità della regola violata (cfr. Cass. 22.10.1993 n. 10505).
Cass n. 9654/2014
Il giudicato penale non è opponibile alla società datrice di lavoro, rimasta assente in tale giudizio (cfr Cass. n. 23483/2010; Cass. n. 4961/2010; Cass. n. 17652/2007).
In conformità a consolidato indirizzo giurisprudenziale, che ai sensi dell’art. 652 CPP (nell’ambito del giudizio civile di danni) e dell’art. 654 CPP (nell’ambito di altri giudizi civili) il giudicato di assoluzione ha effetto preclusivo nel giudizio civile solo ove contenga un effettivo e specifico accertamento circa l’insussistenza o del fatto o della partecipazione dell’imputato e non anche nell’ipotesi in cui l’assoluzione sia determinata dall’accertamento dell’insussistenza di sufficienti elementi di prova circa la commissione del fatto o l’attribuibilità di essoall’imputato, ossia quando l’assoluzione sia stata pronunciata a norma dell’art. 530-2° comma- CPP (cfr Cass. n. 25538/2013; Cass. n. 3376/2011; Cass. n. 5676/2010; Cass. n. 20325/2006).
Orbene, esclusa l’efficacia vincolante della sentenza penale nel giudizio civile, correttamente la Corte territoriale, ha proceduto ad una autonoma valutazione del complesso probatorio in questione ai fini dell’accertamento della condotta del lavoratore e della sussistenza della giusta causa del licenziamento (cfr. Cass. n. 13353/2012).
Cass. n. 9126/2018
Il giudice civile, ai fini del proprio convincimento, può autonomamente valutare, nel contraddittorio tra le parti, ogni elemento dotato di efficacia probatoria e, dunque, anche le prove raccolte in un processo penale (e ciò anche se sia mancato il vaglio critico del dibattimento in quanto il procedimento penale è stato definito ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen.), potendo la parte, del resto, contestare, nell’ambito del giudizio civile, i fatti così acquisiti in sede penale (Cass. 30/01/2013 n. 2168; Cass. 8/1/2008 n.132; Cass. 29/3/2017 n. 8132).
In questa prospettiva è stato altresì precisato che la valenza probatoria nel giudizio disciplinare della sentenza di applicazione della pena ex art. 444 cod. proc. pen. costituisce un indiscutibile elemento di prova per il giudice di merito il quale, ove intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità ed il giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione (Cass. del 20/7/2011. n. 15889; Cass. Sezioni U. 20/9/2013 n. 21591).
La sentenza di applicazione di pena patteggiata, pur non potendosi configurare come sentenza di condanna, presuppone pur sempre una ammissione di colpevolezza (v. Cass. 2168/2013 cit. Cass. 29/2/ 2016 n. 3980, Cass. 19/9/2016 n. 18324).

References: Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 414

Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 444
 articolo 445

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 art. 444
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 art. 444
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Cass. 
 art. 2104
 sentenza 

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 art. 444
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 art. 444
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 art.129
 sentenza 
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 art. 444
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 art. 425
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Cass. 
 art. 421
 Cass. 
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 art. 444
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 art. 444
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