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Timestamp: 2014-04-19 19:42:41+00:00

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Bologna | articolo37
Fare storia del lavoro
Pubblicato il 9 dicembre 2013 da articolo37	0
Bologna ospita dal 12 al 14 dicembre il primo convegno della Società Italiana di Storia del Lavoro, evento promosso in collaborazione con la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna e il Dipartimento Storia Culture Civiltà, con il sostegno di Regione Emilia-Romagna e Spi-Cgil.
Qui il programma. Segnalo, in particolare, per il punto di vista caro a questo blog Storicizzare la precarietà del lavoro: una prospettiva di genere di Eloisa Betti (Università di Bologna, ma su questo blog l’avevamo conosciuta per questo progetto).
Inviato su Varie ed eventuali	Tag Bologna, lavoro, Società Italiana di Storia del Lavoro	Sebben che siamo donne
Pubblicato il 17 marzo 2013 da articolo37	1
Foto gentilmente concessa dall’UDI Bologna
L’UDI Bologna promuove un progetto sulla storia del lavoro femminile del territorio.
“Riordinando l’archivio fotografico dell’Udi Bologna, istituito dall’associazione nel 1982 ed una delle fonti documentali più importanti per la storia delle donne a Bologna nel secondo dopoguerra - racconta Eloisa Betti, assegnista di ricerca dell’Università di Bologna ed una delle donne del gruppo di lavoro del progetto – abbiamo ritrovato numerose immagini di donne al lavoro, ma al tempo stesso abbiamo avuto la sensazione di una perdita della memoria del lavoro femminile. Nella provincia di Bologna il ruolo delle donne nel lavoro è stato particolarmente significativo fin dall’immediato dopoguerra, il tasso di occupazione femminile nell’industria è stato a lungo il più alto d’Italia e le donne lavoravano in numerosi settori produttivi dall’agricoltura, all’industria al terziario. Tuttavia, la memoria di questa grande partecipazione e del contributo delle donne allo sviluppo economico del territorio è scarsamente presente nella memoria collettiva della cittadinanza e non è stata sufficientemente valorizzata dalla storiografia ufficiale. Nasce così l’idea di lanciare questa campagna di raccolta di foto a Bologna, ma soprattutto nei comuni della provincia. Per questo serve coinvolgere le donne del territorio: chiediamo foto di chi ha lavorato tra il 1945 e il 1982 perché diventino oggetto di studio dei lavori delle donne. Alla raccolta delle foto si affiancheranno delle video interviste ed un laboratorio di scrittura con Alba Piolanti perché le donne siano invogliate a raccontarsi”.
L’UDI Bologna è da tempo impegnata sul tema del lavoro femminile: nel 2011 il convegno svoltosi a Bologna in occasione del XV Congresso Nazionale UDI dal titolo “Libere di lavorare”, nel 2012 la mostra fotografica itinerante “Udi e il lavoro delle donne dal secondo dopoguerra agli anni Sessanta” e nel 2013 la pubblicazione del volume collettaneo, curato da Fiorenza Tarozzi ed Eloisa Betti, “Le italiane a Bologna” che valorizza il ruolo delle donne bolognesi in 150 anni di storia unitaria. L’UDI di Bologna è, inoltre, co-promotrice del progetto di ricerca “Senza giusta causa. Le donne licenziate per rappresaglia politico sindacale a Bologna negli anni Cinquanta”.
Il gruppo di lavoro che si occuperà del progetto, e che ha reso possibile le iniziative del 2011 e 2012, è costituito dall’assegnista di ricerca dell’Università di Bologna Eloisa Betti e dall’archivista documentalista Elisa Giovannetti, co-responsabili dell’archivio UDI, Alba Piolanti, già insegnante e scrittrice esperta di memorie femminili, e Katia Graziosi, Presidente dell’UDI di Bologna.
Chi è interessata può contattare l’UDI al numero 051-236849 oppure inviare una mail a archivioudibo@gmail.com.
Inviato su Le parole sono importanti	Tag archivio, Bologna, lavoro, memoria, storia del lavoro femminile, UDI	Strada facendo
Pubblicato il 30 novembre 2012 da articolo37	0
Giovedì 29 novembre hanno scioperato di nuovo.
Sono le lavoratrici de La Perla, storico marchio bolognese dell’intimo che a ottobre ha dichiarato 309 esuberi.
La trattativa è in stallo. Al momento l’ipotesi è che gli esuberi scendano a 290.
Lunedì 29 ottobre ho sfilato con loro per le vie di Bologna in occasione di una manifestazione (qui l’articolo del Resto del Carlino e qui quello di Repubblica Bologna) che ha preceduto una assemblea pubblica aperta alle istituzioni.
Lungo la strada, da piazza XX Settembre al Teatro Galliera, dove si è tenuto l’incontro, ho parlato con alcune di loro.
Qui di seguito non troverete nomi, ma il racconto di chi sta lottando per la propria dignità di donna e lavoratrice.
Le iniziali dei nomi sono di fantasia, i grassetti invece sono miei.
Mi dice A: Sono stata macchinista per 27 anni. Ora sono in pensione. Conosciamo il prodotto nei dettagli, ma dopo cinque anni di precarietà c’è grande sconforto. Il saper fare in questa azienda vale e le lavoratrici non accettano di essere messe da parte. Hanno competenze che fanno grande questo marchio. E’ un’azienda fatta al 95% di donne. E’ un’azienda di donne per le donne, ma diretta dagli uomini.
Mi dice B: Ho 33 anni e lavoro in fabbrica da 10 anni. Con la proprietà italiana era tutto ok, ma gli americani vogliono solo fare affari. In fabbrica si sta bene. L’ho scelto io questo lavoro perché mi piace. Io non sono di Bologna. Quando sono arrivata, dopo due settimane già lavoravo. Sono tanti 309 esuberi. Può essere chiunque di noi.
Mi dice C: Tutte viviamo male la situazione. Prima c’era speranza anche facendo sacrifici. Non ci sono proposte nel piano industriale, ma solo tagli come quelli del Governo. Ho 37 anni e lavoro dal 2004. I rapporti tra colleghi sono buoni, ora però è una guerra tra poveri. Nella protesta si uniscono anche i reparti non operai. Se ci spacchiamo, rischiamo di fare la fine dell’Omsa.
Mi dice D: Ho 49 anni e lavoro da 21 anni. Sono impiegata. E’ stato il mio primo lavoro. La Perla è un posto dove si sta bene. Purtroppo non c’è chiarezza di obiettivi da parte dell’azienda. Siamo solo dei numeri per loro.
Mi dice E: Ho 49 anni e da 20 lavoro come impiegata. E’ un ambiente positivo. Rischiamo di perdere il lavoro senza possibilità di ricollocamento.
Intanto siamo arrivate al teatro.
La sala si riempie in poco tempo. Giacomo Stagni della Filtea Cgil, prima degli interventi istituzionali, ripercorre la storia dell’azienda e mette sul piatto i numeri della crisi:
Negli anni ’90 c’erano 1600 lavoratori. Nel 2007 GH Partners, un fondo di San Francisco, ha acquisito l’azienda. I lavoratori erano 1170 su 4 stabilimenti. Oggi sono 600 tra quelli al lavoro e quelli in cassa integrazione.
Non è il primo processo di ristrutturazione e prendiamo atto del fallimento degli altri processi. Sono previsti 309 licenziamenti che la città non si può permettere. Due anni fa il tasso di disoccupazione a Bologna era del 2-3%, oggi del 5-6%.
Con i numeri presentati l’azienda non lavora.
Poi parla Lorena, una dipendente:
Si vive malissimo, stiamo dando tutto. Ci sentiamo abbandonate. Facciamo questa lotta il più unite possibile perché non vogliamo la distruzione. Ci crediamo perché ci emoziona vedere i nostri capi indossati nei film.
Non sappiamo più che armi usare. Continuiamo a lavorare in questa situazione. Non abbandonateci.
Sul ponte di via Galliera passano due signore. Si fermano. Una dice all’altra: Però per questo gruppino qua chiudere la strada.
Inviato su Varie ed eventuali	Tag Bologna, donna, La Perla, lavoro	Con gli occhi di Silvia
Pubblicato il 16 maggio 2012 da articolo37	0
Silvia Storelli è una film maker. Abbiamo conosciuto la sua storia in occasione di #Npdonne a ottobre.
La seguo sui social network e, dopo aver riletto quello che aveva raccontato a Francesca Sanzo in occasione dell’iniziativa (qui la sua intervista), ho voluto conoscere più da vicino la sua storia, il suo percorso professionale, le difficoltà che sta incontrando in questo momento.
Ecco la nostra chiacchierata (i grassetti sono miei):
Come mamma e come donna hai incontrato difficoltà nel tuo percorso professionale?
Sì, ho sempre faticato per riuscire a fare quello che mi piaceva fare, cioè i video. Mi sono sempre guadagnata il pane, anche se poco, cercando di affermare il mio stile narrativo con il video: ho fatto documentari e tanti laboratori nelle scuole. Una ricerca di un paio di anni fa mi indicava come la film maker più produttiva in ambito sociale nella città di Bologna.
Fare la film maker non è mai stato semplice visto che ho sempre avuto a che fare con un ambiente molto maschile e maschilista.
Ho scelto perciò di non ricercare la via del riconoscimento “ufficiale”, ma di mettere a servizio il mio modo di lavorare per progetti di ambito sociale. Ho sempre avuto la “smania” di produrre, di fare, di creare e mai di promuovermi, convinta che prima o poi avrei avuto dei riconoscimenti.
Conciliare poi il ruolo di mamma con quello della professionista è stato sempre difficilissimo, ma per fortuna ho una famiglia che mi aiuta tantissimo. Sono diventata mamma a 32 anni e il tipico decennio della vita da aperitivo l’ho trascorso ad occuparmi della crescita di Olivia e della produzione dei miei lavori, senza mai concedermi i famosi apertivi! Potrei recuperare oggi, ma sono disoccupata e sto tagliando tutte le spese superflue.
La crisi economica ha avuto ripercussioni sulla tua attività?
La crisi mi ha praticamente fermato: sono 7 mesi che non lavoro (a parte due piccoli laboratori che ho condotto) e questo dal ’96, anno in cui ho iniziato a lavorare guadagnando, non era mai successo.
Confesso che la tentazione di appendere la videocamera al chiodo ce l’ho e magari potrei costruire un progetto di impresa.
L’essere entrata in contatto con una rete di donne come quelle di #Npdonne o altre sui social network ti ha aiutato per nuovi percorsi?
Sì, mi è servito tantissimo per ritrovare energia e anche autostima, per confrontarmi, per trovare sostegno e per avvicinarmi in maniera più consapevole all’ambito web, infatti sto cercando di propormi essenzialmente per realizzare servizi video per il web.
Che cos’è Recpausa? Mi parli del tuo store on line?
Recpausa è il mio blog: un luogo per raccontare altre cose che mi riguardano che non siano inerenti al lavoro. In Recpausa sperimento nuovi modi di utilizzare la natura video-narrativa dei mezzi leggeri come smartphone e fotocamere portatili, invento progetti creativi collaborativi come #twitscript, tengo un video-diario digitale e racconto la mia rigenerata vocazione verso l’handmade.
Ellis Store è un tentativo di shop online! Ma non ho il tempo di seguirlo. Forse nei prossimi giorni ci saranno delle novità…
Inviato su Storie di tutti i giorni	Tag #Npdonne, Bologna, conciliazione, Ellis store, film maker, Francesca Sanzo, lavoro, Recpausa, Silvia Storelli	Siska, una passione per i libri
Inviato su Le nuove professioni delle donne	Tag Articolo37, Bologna, Francesca Sanzo, Ggd Bologna, Quartiere Saragozza	Iperbole, una Rete per la città
Pubblicato il 15 ottobre 2011 da articolo37	0
A Bologna dire Iperbole o parlare di web al femminile è come dire Leda Guidi.
Leda è la “mamma digitale” per molte della nostra generazione che hanno iniziato a lavorare a Bologna col e/o nel web già da diversi anni.
Leda apre gli speech de “Le nuove professioni delle donne”, l’iniziativa promossa da Girl Geek Dinners Bologna, Donne Pensanti, dal blog Articolo37 e patrocinata dalla Provincia di Bologna in programma oggi alle Officine Minganti di Bologna (il nostro hashtag è #NPDonne).
La ringrazio per questa bella intervista e per tutto quello che mi ha insegnato in questi anni.
Il tuo percorso professionale non nasce nell’ambito delle nuove tecnologie. Ci racconti la tua esperienza?
Il mio percorso professionale “non flessibile” – prima solo una entusiasmante esperienza alla neonata Galleria d’Arte Moderna dove ho imparato moltissimo sulla educazione/sensibilità al contemporaneo e sull’attenzione ai linguaggi – è cominciato come operatrice culturale/bibliotecaria “del territorio”. Una categoria interpretativa, quella del territorio, tornata vitale con la rete e con il concetto di glocal, a contaminare mondo e città/paese. Una attività sul campo, sulla prima linea della innovazione sociale, in un centro culturale polivalente della “bassa bolognese”. E’ stata una vera e propria immersione nella conoscenza, nell’uso e nella divulgazione di strumenti, supporti, canali, mezzi per la comunicazione. Conoscenza prodotta non solo dal centro (la città) verso la periferia (i Comuni della provincia) ma anche dalla creatività locale, dalla dimensione metropolitana.
Le tecnologie informatiche erano utilizzate prevalentemente per la gestione automatica del patrimonio librario e informativo e non si erano ancora incontrate/ibridate con altri media e – soprattutto – con internet. La mia esperienza è continuata nella comunicazione istituzionale, all’ufficio stampa della Provincia di Bologna e successivamente del Comune di Bologna, dove mi sono occupata di informazione verso i cittadini, i media, di attività giornalistica e anche di collaborazione diretta con l’allora Sindaco, Renzo Imbeni. Era l’inizio degli anni ’90, quando si cominciava a parlare di informazione come diritto di cittadinanza, a sperimentare pratiche di trasparenza, accesso, dialogo e ascolto. Parole chiave nel processo di rinnovamento della pubblica amministrazione. L’Ufficio per le Relazioni con il Pubblico di Piazza Maggiore come struttura dedicata alla comunicazione bidirezionale è di quegli anni.
In quel contesto aperto al nuovo si è manifestato un nuovo ambito di interazione, un nuovo universo dei possibili: internet. Quindi il mio incontro con le tecnologie – o meglio, con la rete – è avvenuto davvero molto tempo fa, nel 1993/4 e, devo dire, in modo abbastanza naturale, anche se potrebbe sembrare una contraddizione riferendoci a tempi in cui una formazione umanistica come la mia non era davvero il viatico professionale più adatto e accettato in un settore gestito da tecnici e informatici, prevalentemente, come si sa, uomini. Forse questo incontro è stato quasi naturale – certamente non traumatico! – perché (ma è un’ipotesi a posteriori) culturalmente preparato e reso più facile dalla frequentazione dei media “classici” (dai video al cinema, dalla fotografia ai libri) e dalla curiosità per le tecnologie “riproduttive” dei mondi artificiali (?) da queste generati maturate fin dagli anni ’70.
Credo che la dimensione progettuale ed evolutiva della rete - allora ancora 1.0! – come paradigma concettuale e come modello relazionale, e la confusa percezione da parte mia di una porta aperta su di un mondo nuovo mi abbiano spinto a superare anche l’oggettivo “lack of skills”, il mio personale digital divide ante litteram e a cominciare, con gli altri stimolanti compagni di strada, l’avventura della rete civica. I primi indirizzi di posta elettronica del Comune di Bologna sono stati quelli dello staff Iperbole, nel settore Comunicazione.
Iperbole è la rete civica del Comune di Bologna. Esistono statistiche di genere sugli iperboliani?
Vengono rilevate le percentuali di iscrizione alla rete civica dalla sua nascita: la proporzione degli utenti è ancora all’incirca di 70 a 30 “a favore” dell’utenza maschile, ma sono statistiche da coniugare con quelle relative alle connessioni mobili sicuramente diverse ma non ancora rilevate, per ragioni tecnico-organizzative, e per ovviare alle quali ci stiamo attrezzando. Da quando abbiamo lanciato la rete gratuita “senza fili” – Iperbole Wireless – i collegamenti non sono più riservati solo ai residenti, gli Iperboliani, e agli enti e organismi pubblici e no profit del territorio, ma sono distribuiti anche agli studenti e al personale dell’Ateneo. Questi sono visti dal Comune come cittadini a tutti gli effetti per il periodo che studiano, abitano, frequentano Bologna.
E’ fondato pensare che il rapporto percentuale sia diverso – più “femminile” – anche perché la fruizione della rete attraverso i device personali mobili (laptop, tablet, smartphone…) è in aumento esponenziale e moltiplica le occasioni di collegamento. Quanto poi all’utilizzo delle postazioni pubbliche free allo sportello Iperbole presso l’Ufficio per le Relazioni con il Pubblico di Piazza Maggiore, da molti anni ormai, la percentuale degli utilizzatori/trici è quasi equamente suddivisa tra i generi. Probabilmente la felice localizzazione e la facile accessibilità delle postazioni – unite alla disponibilità di altri servizi di front office per la comunità – sono fattori che hanno contribuito a questo risultato. Altro dato riguardo a Iperbole, credo interessante da evidenziare e che potrebbe essere spunto per una riflessione “di genere”, è che le persone che lavorano e che hanno lavorato in questi anni alla rete civica e al suo sito/portale web sono state e sono in grande numero donne, ragazze.
Dipendenti comunali e collaboratrici esterne, figure con competenze diverse, provenienti da esperienze varie e generalmente non con una formazione specifica tecnico-informatica. Allo sportello Iperbole e al back office, progettuale e redazionale, si è da sempre registrata una prevalenza di personale femminile: i risultati attuali sono stati ottenuti grazie all’impegno, alla caparbietà e all’investimento, anche emotivo, di donne e ragazze con capacità di mescolare competenze comunicative e umanistiche con abilità tecniche. Certo analisi “di genere” più approfondite, anche qualitative, ci piacerebbe farle (risorse permettendo!) magari anche con il supporto tecnico e conoscitivo di Università e di associazioni/organismi che si occupano specificamente di tematiche di genere.
In che modo Iperbole si è inserita – nel corso degli anni – nel tessuto di genere della città? Avete collaborato con associazioni e/o altri su progetti di genere?
La collaborazione con l’Associazione Orlando e il Server Donne, oltre che una adesione culturale/professionale personale, è “storica”: siamo nati come servizi alla città quasi contemporaneamente, con obiettivi diversi per specificità, ma sinergici e dialoganti. Grande consonanza con le amiche e colleghe – compagne di strada – sui temi dei diritti, delle pari opportunità di accesso alla rete, del rispetto e della valorizzazione delle differenze di usi, bisogni, linguaggi e universi simbolici, modi di abitare/utilizzare la rete e le tecnologie.
Sono molte poi le donne, all’interno di reti sociali, pubbliche amministrazioni, università, centri di ricerca, ecc., che lavorano soprattutto sulla relazione, sulle comunità, sul fare rete a tutti i livelli. Abbiamo collaborato con il PROGETTO DONNA – Centro Studi per la Ricerca e Sviluppo delle Pari Opportunità, anche nell’ambito di un Progetto Europeo dedicato all’uso della rete da parte delle persone anziane, in particolare le donne. E, comunque,la rete civica è stata sempre aperta alle sollecitazioni delle organizzazioni che si sono proposte come interlocutrici, partner, portatrici di idee e progetti da condividere. Voglio ricordare un progetto particolarmente significativo, credo, per la sua innovatività promosso qualche anno fa dalla Regione Emilia-Romagna, nell’ambito del Piano Telematico, riguardante un’analisi dal punto di vista di “genere” dei contenuti (informazioni, servizi, ecc.) – semantica, architetturale, comunicativa – dei portali delle amministrazioni pubbliche regionali. Il lavoro è stato svolto sul campo dall’Associazione Orlando in collaborazione con noi di Iperbole e con la responsabile del portale web del Comune di Ferrara che ci siamo offerte come cavie per un carotaggio sui rispettivi web istituzionali. I risultati complessivi dell’indagine sono stati per certi versi inattesi e meritevoli di una riflessione: in particolare sotto il profilo della correttezza di genere, sulle modalità di progettazione e di sviluppo di un sito pubblico che deve tenere conto delle diversità di aspettative, bisogni, usi… Ne sono nate delle Linee Guida per la progettazione dei siti web pubblici che meritano di essere conosciute e applicate. Un suggerimento di lettura per tutte noi!
E poi c’è stato l’incontro, ultimo in ordine di tempo ma per me davvero stimolante, con le Girl Geek Dinner di Bologna, ragazze che hanno incontrato le tecnologie molto giovani, una generazione diversa dalla mia, e che hanno con essa una relazione molto più spontanea, integrata nella quotidianità in modo naturale, fluido. Mi piace la loro voglia e capacità di mobilitarsi per l’inclusione digitale, per la diffusione di una conoscenza della rete in grado di declinarsi sui bisogni e i desideri delle donne, per fugare la “paura della rete” e contrastare chi la genera per limitare diritti, parità, libertà individuali e collettive.
L’iniziativa di oggi è occasione per parlare insieme ad altre donne, esperte e professioniste del settore, sulle opportunità che le tecnologie ci offrono in termini di lavoro, relazioni, nuove professioni, discriminazione di genere, supporto e amicizie. Che cosa è cambiato da quando hai iniziato a muovere i primi passi nelle nuove tecnologie?
In questi anni di evoluzione della rete civica e di costruzione di rapporti con colleghe/i a livello nazionale e internazionale, come responsabile di Iperbole ho incontrato molte donne che facevano e fanno lavori simili al mio e con le quali si sono consolidati rapporti, non solo professionali ma anche elettivi, amicali, a livello “globale”. I cambiamenti in sedici, diciassette anni sono stati profondi a tutti i livelli, negli usi che si sono differenziati per i supporti a disposizione (non solo personal computer ma device mobili, tv digitale…) e per i contesti in cui vengono agiti (non più solo casa/lavoro/scuola); ma soprattutto, come ho detto, i cambiamenti, veicolati dalle pratiche, sono stati nell’immaginario comune e nel simbolico della relazione tra donne e tecnologie.
Si può dire che un altro “genere” di tecnologia si sta facendo strada attraverso percorsi professionali e di vita, magari non lineari ma sempre più sicuri. Certo non bisogna nascondersi che il gender divide e il dominio maschile nella produzione di senso in rete sono ostacoli oggettivi al libero dispiegarsi del “femminile” in internet (ormai l’ubi consistam prevalente delle tecnologie in generale). Ma gli spazi, anche quelli virtuali, vanno popolati con le nostre parole e le nostre narrazioni, così – anche se sempre troppo lentamente – si cambiano e si riequilibrano i rapporti di potere. E poi non va dimenticato, dal punto di vista socio-economico, che nuove e vecchie marginalizzazioni sono spesso una ulteriore aggravante dei divide digitali…
Il tuo è anche un punto di vista privilegiato. Spesso si parla della pubblica amministrazione come di un ambiente poco 2.0. Come pensi, invece, che stia cambiando il rapporto? La Pa può agire da facilitatore?
La pubblica amministrazione ha un ruolo fondamentale nel contrasto dei gender divide, di tutti i divide, sempre più di competenze e conoscenze non puramente tecniche, ma più culturali in senso lato. Politiche e azioni di alfabetizzazione, formazione, di empowerment professionale, di promozione di spazi di incontro, dialogo, scambio – fisici e virtuali – coniugate con la facilitazione all’accesso in banda larga, anche wireless sono necessarie per l’innovazione, non sono un’opzione: difficile tutto ciò da realizzare in tempi di crisi e di budget da tagliare in modo drastico.
L’approccio 2.0 poi non è semplice da promuovere nella PA, per natura complessa, verticale e poco interattiva. Anche se il Comune è da sempre impegnato sui temi dell’accesso alla rete, dell’e-inclusion, del wireless pubblico e dei nuovi diritti digitali. In particolare open government, trasparenza e open data quali piattaforme per lo sviluppo dell’innovazione e strumento di governance della e nella comunità sono i temi che stanno alla base del disegno di Bologna futura come smart city, social e aperta al contributo creativo dei cittadini.
La definizione della “città intelligente” sarà parte fondamentale dell’AGENDA DIGITALE PER BOLOGNA; gli cui obiettivi saranno individuati secondo una metodologia multistakeholder, declinata in rete e sul territorio. Iperbole 2020, la rete civica di domani, diventa un ecosistema sociale e comunitario che farà del crowsourcing e dei contenuti generati dagli utenti un perno delle politiche pubbliche della nuova Amministrazione.
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