Source: http://www.exeo.it/free/mutamento_di_destinazione_uso
Timestamp: 2014-03-07 14:41:38+00:00

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Sintesi: L’utilizzazione di fatto di un immobile non può essere fonte di modificazione della destinazione d’uso rilevante ai fini urbanistici.
Estratto: «5.2.2. In linea di diritto, si rileva che l’art. 107, comma 13, l. urb. prov., nel testo vigente all’epoca della presentazione dell’istanza e dell’emanazione dei gravati provvedimenti, statuiva come segue: “Costruzioni esistenti nel verde agricolo, comprese le zone sottoposte a divieto di edificazione per la tutela del paesaggio, nel verde alpino, nel bosco, possono essere demolite e ricostruite nella stessa posizione senza modifica della destinazione preesistente. Le costruzioni esistenti su aree sottoposte a divieto di edificazione per la tutela del paesaggio o su terreni di cui al comma 3 dell’art. 66 possono essere demolite e ricostruite in altra sede del territorio comunale”. L’ivi richiamato artt. 66, comma 3, testualmente recita(va): “È vietata qualsiasi costruzione su terreni sede di frane o valanghe, sul ciglio al piede di dirupi, su terreni franosi o comunque soggetti a scoscendimenti. Per il rilascio della concessione edilizia riguardante progetti con particolare effetto sul terreno deve essere elaborata una relazione di un geologo o di un laureato in scienze agrarie o forestali, secondo la rispettiva competenza”. 5.2.3. Premesso che dal citato disposto normativo emerge in modo chiaro e univoco che la demolizione di costruzioni esistenti nel verde agricolo e la loro ricostruzione in altra sede del territorio comunale, per motivi di rischio idrogeologico relativi al sito originario, è consentita a condizione del mantenimento della destinazione urbanistica preesistente, si osserva che nel caso di specie la destinazione della p.ed. 154, alcuni decenni addietro, era stata trasformata in via di mero fatto da edificio ad uso agricolo in edificio ad uso abitativo, in conseguenza dell’abbandono della p.ed. 153, fino allora destinata a casa di abitazione del maso, interessata da fenomeni franosi. È incontroverso che tale mutamento di destinazione d’uso – sebbene secondo massime di comune esperienza e secondo un giudizio di fatto basato su presunzioni ex art. 2727 co. civ. certamente accompagnato dall’esecuzione di opere anche murarie dirette ad adibire la costruzione fino ad allora destinata a fienile in edificio abitabile e dunque, contrariamente a quanto assunto dagli odierni appellanti, già all’epoca assoggettato all’obbligo di concessione edilizia (ché il mutamento di destinazione d’uso prima dell’entrata in vigore della l. prov. 23 giugno 1992, n, 21, introduttiva di un regime diverso più rigoroso, era libero e non condizionato al rilascio di titolo abilitativo soltanto in assenza di opere) – era stato attuato su un piano meramente fattuale, in assenza di titolo concessorio. Orbene, non potendo l’utilizzazione di fatto di un immobile essere fonte di modificazione della destinazione d’uso rilevante ai fini urbanistici, l’Amministrazione comunale correttamente ha ritenuto la persistente destinazione ad uso agricolo della costruzione insistente sulla p.ed. 154, ponendo il ripristino fattuale di tale destinazione a condizione per l’autorizzazione al trasferimento della cubatura residenziale dalla p.ed. 153 alla p.f. 404 e con ciò a ragione inibendo il trasferimento della cubatura della p.ed. 154 per la realizzazione di un edificio residenziale, in quanto in contrasto con il citato art. 107, comma 13, l. urb. prov., il quale subordina i trasferimenti di costruzioni dal verde agricolo in altra sede alla condizione del mantenimento della destinazione preesistente. Opinando diversamente, gli odierni appellanti verrebbero a lucrare un surplus di cubatura residenziale, non legittimata dalla disciplina urbanistica applicabile alla fattispecie in esame.»
Sintesi: Ai fini dell’aumento della superficie utile, nell’ipotesi di cambio di destinazione d’uso, i depositi seminterrati vanno equiparati ai deposti interrati.
Estratto: «2.1) Parte ricorrente, nel primo motivo di ricorso, ha sostenuto che gli interventi di cui aveva chiesto sanatoria non rientrassero nell’ambito della categoria edilizia della ristrutturazione edilizia - non consentita in zona B ai sensi dell’art. 17 della variante di salvaguardia ed in zona A ai sensi degli articoli 63 e 124 della variante generale al PRG - bensì fossero qualificabili quali interventi di manutenzione o restauro conservativo, pienamente compatibili con gli indicati strumenti urbanistici che non ne vietavano la realizzazione.L’assunto risulta privo di pregio in quanto l’intervento in questione consiste nella “trasformazione del deposito in abitazione con modifica delle facciate e realizzazione di nuove aperture”.Tale intervento ha comportato, a tacer d’altro, la modifica dei finestroni e dei vani di accesso del deposito (trasformato in abitazione) al giardino pertinenziale, realizzando un'oggettiva trasformazione della facciata del palazzo, mediante la sostituzione e modifica di elementi, tale da farlo ricomprendere nel novero degli interventi di ristrutturazione edilizia, di cui alla lett. c) del comma 1 dell'art. 10, D.P.R. n. 380/2001 (in tal senso quale specifici precedenti di sezione: T.A.R. Campania Napoli, sez. IV, 19 febbraio 2009 , n. 895; T.A.R. Campania Napoli, sez. IV, 29 gennaio 2009 , n. 505, che classificano come interventi di ristrutturazione l'ampliamento di vano-finestra; nonché, in senso più generale per gli interventi sulla facciata aventi ad oggetto l’apertura o la modifica di finestre o porte: T.A.R. Campania Napoli, sez. IV, 28 novembre 2008, n. 20564; T.A.R. Sicilia Catania, sez. I, 2 luglio 2010, n. 2641).L’intervento rientra quindi nell’ambito della categoria della ristrutturazione edilizia, non consentita in quell’area, e ciò è peraltro in linea con il carattere complessivo delle opere poste in essere che hanno avuto l’effetto di trasformare completamente la tipologia dell’immobile mutandone la destinazione da cantina ad abitazione, così portando ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente ai sensi di quanto previsto dall’art. 3, comma 1, lett. d) del D.P.R. 380/01. A quest’ultimo riguardo il Collegio, fermo quanto anzidetto già sufficiente a ritenere legittimo il provvedimento gravato, evidenzia ancora proprio la circostanza che l’intervento in questione abbia comportato un cambio di destinazione d’uso da deposito ad abitazione.Il provvedimento gravato tra le motivazioni del rigetto ha indicato, fra l’altro, che il cambio di destinazione d’uso aveva comportato un aumento di superficie utile non consentito dagli strumenti urbanistici.In generale il cambio di destinazione d’uso, come dedotto da parte ricorrente, non è effettivamente vietato dagli strumenti urbanistici vigenti sull’area. Diversa però si presenta la questione qualora il cambio di destinazione d’uso comporti un aumento di superficie utile, perché si deve verificare la sua compatibilità con gli strumenti urbanistici anche in base alla classificazione edilizia che va ad assumere tale intervento Ora un cambio di destinazione d'uso che comporti un aumento delle superficie utili risulta qualificabile quale intervento di ristrutturazione edilizia, ex art. 10, comma 1, lett. c), D.P.R. 380/01 (T.A.R. Campania Napoli, sez. IV, 17 gennaio 2011, n. 221; Cons. Stato, n. 6377 del 2005; Cons. Stato, Sez. V, 10 luglio 2003, n. 4102; TAR Liguria, Sez. I, 8 febbraio 2006, n. 103) che, sotto questo profilo, non risulta consentito dagli strumenti urbanistici vigenti nella zona in questione.In tal senso la giurisprudenza si è più volte espressa nel senso che trasformazione di un locale ad uso non residenziale in locale ad uso residenziale, comporti un aumento superficie (cfr T.A.R. Lazio Roma, sez. I, 2 aprile 2009 , n. 3579, C.d.S., n. 6377 del 2005; C.d.S., Sez. V., 10 luglio 2003, n. 4102; TAR Liguria, Genova, Sez. I, 8 febbraio 2006, n. 103) e, pertanto, sia qualificabile come ristrutturazione edilizia.Inoltre, ai sensi del disposto dell'art. 3 del Regolamento Edilizio del Comune di Napoli, difatti, sono esclusi dal computo della superficie utile i depositi accessori alle residenze (inclusi nella superficie non residenziale sub lett. a) o i depositi non a servizio delle attività residenziali purché interrati (inclusi nella superficie accessoria).La giurisprudenza di questa sezione ha peraltro equiparato, ai fini dell’aumento della superficie utile nell’ipotesi di cambio di destinazione d’uso i depositi seminterrati ai deposti interrati (T.A.R. Campania Napoli, Sez. IV, 17.1.2011, n.221).Anche sotto tale profilo quindi la trasformazione di un locale ad uso deposito in residenziale ha comportato un aumento di superficie utile, con contestuale classificazione nell’ambito della ristrutturazione edilizia, non consentita nell’area in questione.Gli interventi in questioni sono pertanto incompatibili con gli strumenti urbanistici vigenti indicati nel provvedimento gravato e, pertanto, legittimo si rivela il rigetto dell’accertamento di conformità ex art. 13 legge n.47/1985 (ora art. 36 D.P.R. 380/01), per il cui accoglimento è richiesta, come requisito indispensabile, la conformità “agli strumenti urbanistici generali e di attuazione approvati e non in contrasto con quelli adottati sia al momento della realizzazione dell'opera, sia al momento della presentazione della domanda”.Per tali ragioni il motivo è quindi da rigettare.»
Sintesi: I mutamenti di destinazione di uso che siano posti in essere nelle z.t.o A (come nel caso di specie), per la sola detta circostanza, sono riconducibili alla nozione di ristrutturazione edilizia e necessitano di permesso di costruire, indipendentemente dall'esecuzione di opere edilizie, dall'aumento delle superfici utili o dalla modificazione del volume, della sagoma, dei prospetti.
Sintesi: Al di fuori delle z.t.o. A la modificazione della destinazione di uso integra la fattispecie della ristrutturazione edilizia e richiede il permesso di costruire soltanto quando comporti un aumento della superficie od una modificazione del volume, della sagoma, dei prospetti.
Estratto: «Invece, l'articolo 33 del Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, approvato con D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, rubricato "Interventi di ristrutturazione edilizia in assenza di permesso di costruire o in totale difformità.", dispone testualmente che "1. Gli interventi e le opere di ristrutturazione edilizia di cui all'articolo 10, comma 1, eseguiti in assenza di permesso o in totale difformità da esso, sono rimossi ovvero demoliti e gli edifici sono resi conformi alle prescrizioni degli strumenti urbanistico-edilizi entro il congruo termine stabilito dal dirigente o del responsabile del competente ufficio comunale con propria ordinanza, decorso il quale l'ordinanza stessa è eseguita a cura del comune e a spese dei responsabili dell'abuso. ...".A sua volta, il richiamato articolo 10, rubricato "Interventi subordinati a permesso di costruire.", dispone che "1. Costituiscono interventi di trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio e sono subordinati a permesso di costruire: ... c) gli interventi di ristrutturazione edilizia che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d'uso. ....".I mutamenti di destinazione di uso che siano posti in essere nelle zone omogenee A (come nel caso di specie), pertanto, per la sola detta circostanza, sono riconducibili alla nozione di ristrutturazione edilizia, indipendentemente dall'esecuzione di opere edilizie, dall'aumento delle superfici utili o dalla modificazione del volume, della sagoma, dei prospetti; al di fuori delle dette zone, invece, la modificazione della destinazione di uso integra la fattispecie della ristrutturazione edilizia soltanto quando comporti un aumento della superficie od una modificazione del volume, della sagoma, dei prospetti.Va inoltre aggiunto, con riguardo al caso in esame, che il cambio di destinazione d'uso di un immobile da magazzino ad esercizio commerciale interviene tra categorie edilizie funzionalmente autonome e non omogenee e, quindi, integra una modificazione edilizia con effetti incidenti sul carico urbanistico soggetta a regime concessorio oneroso indipendentemente dall'esecuzione di opere (T.A.R. Puglia, Bari, sez. III, 22 febbraio 2006, n. 571); con la conseguenza che la detta modificazione effettuata senza il previo rilascio del titolo concessorio deve ritenersi abusiva.In effetti, il mutamento della destinazione d'uso da magazzino ad attività commerciale, comporta un indubbio aumento del carico urbanistico (T.A.R. Lazio Roma, sez. II, 10 ottobre 2006, n. 10237; idem, 4 ottobre 2005, n. 7744).»
Sintesi: È urbanisticamente rilevante la modificazione a stalle di una destinazione abitativa o “rurale” in senso stretto (in quanto connessa all’utilizzazione dei manufatti per l’esercizio delle attività agricole: cantina, rimessa attrezzi, fienile, etc.), in quanto comporta il passaggio categoria delle “industrie insalubri” ed implica una trasformazione territoriale ed ambientale che deve essere valutata nei suoi aspetti igienico-sanitari (soprattutto, per il regolare deflusso delle deiezioni ed il loro trattamento, fattore di criticità per la tutela ambientale).
Estratto: «5.5. Non può ritenersi che le modificazioni d’uso risultassero irrilevanti dal punto di vista urbanistico ed edilizio.Un allevamento zootecnico è industria insalubre di prima classe (cfr. articolo 216 del T.U.LL.SS. 1265/1934, d.m. 5 settembre 1994); la modificazione a stalle di una destinazione abitativa o “rurale” in senso stretto (in quanto connessa all’utilizzazione dei manufatti per l’esercizio delle attività agricole: cantina, rimessa attrezzi, fienile, etc.) comporta il passaggio alla categoria delle “industrie insalubri” ed implica una trasformazione territoriale ed ambientale che deve essere valutata nei suoi aspetti igienico-sanitari (soprattutto, per il regolare deflusso delle deiezioni ed il loro trattamento, fattore di criticità per la tutela ambientale).In questa prospettiva, del resto, il Comune di Bettona aveva introdotto fin dal 1981 una disciplina che vietava ogni ampliamento o nuova costruzione di impianti zootecnici (cfr. articolo 6 del P.P.A. approvato con deliberazione del C.C. n. 47 in data 15 maggio 1981).»
Sintesi: La LR Lombardia 15 gennaio 2001 n. 1, seguita sul punto dalla LR 12 marzo 2005 n. 12, ha innovato la disciplina delle destinazioni d’uso statuendo che tutte quelle non escluse esplicitamente sono ammissibili, salva la necessità di integrare gli standard urbanistici.
Estratto: «10. Di conseguenza, poiché in questo modo rimane comunque non condonabile una volumetria pari a 33,86 mc (ossia la parte che eccede i 750 mc), risulta indispensabile esaminare anche il primo motivo di ricorso, che mira a qualificare il cambio di destinazione d’uso come un’operazione lecita per la quale non sarebbe necessaria la richiesta di condono. L’argomento può essere condiviso solo in parte, ma questo è comunque sufficiente per l’accoglimento del ricorso. Occorre partire dalla considerazione che all’epoca dei fatti questo tipo di modifiche alla destinazione d’uso richiedeva effettivamente un apposito titolo edilizio. A sua volta il rilascio del titolo edilizio presupponeva la verifica della conformità urbanistica, secondo il principio per cui erano ammesse solo le destinazioni espressamente indicate dagli strumenti urbanistici. Dunque in zona residenziale salvo deroghe espresse (che non risultano nel caso in esame) non poteva essere insediata un’attività artigianale. Lo scenario è però radicalmente cambiato con la LR 15 gennaio 2001 n. 1, la quale ha innovato la disciplina delle destinazioni d’uso statuendo che tutte quelle non escluse esplicitamente sono ammissibili, salva la necessità di integrare gli standard urbanistici. Alla medesima impostazione è ispirata anche la normativa attuale (v. art. 51 della LR 11 marzo 2005 n. 12). Se si esamina il cambio di destinazione d’uso attuato dai ricorrenti in relazione alla normativa sopravvenuta si può constatare che la fattispecie rientra tra quelle compatibili con il carattere residenziale dell’area e del contesto. Non si è infatti verificato uno stravolgimento nella zonizzazione ma è stato inserito un piccolo laboratorio artigianale a basso impatto urbanistico in quanto collegato all’abitazione.»
Sintesi: La distinzione tra «modifica di destinazione d'uso» e «diverso uso» che emerge dall'art. 57 L.R. Calabria 19/2002 non implica affatto un regime differenziato quanto alla soggezione della modifica e del diverso uso alle prescrizioni dello strumento urbanistico, perché il rispetto di dette prescrizioni è necessario in entrambi i casi.
Estratto: «3. Può prescindersi dall’esame dell’eccezione, sollevata dal Comune resistente, di inammissibilità del ricorso, in quanto avente ad oggetto un mero parere, non avente valenza lesiva, giacché il gravame risulta comunque infondato nel merito.Occorre partire dal rilievo per il quale le N.T.A. del vigente Piano Regolatore Generale prevedono, all’art. 46, che “I piani per i quali all’atto di adozione del P.R.G. non sia stata stipulata la convenzione mantengono la delimitazione dell’area e la cubatura originaria assentita col vecchio P.R.G., ma devono essere adeguati alle prescrizioni fissate per le Z.T.O. C1, per quanto riguarda destinazioni d’uso, tipologie ed aree da cedere al comune per standard”.Tale previsione risulta applicabile al Piano di lottizzazione in questione, giacché, al momento dell’adozione del nuovo P.R.G., il Piano era stato approvato, ma non era ancora stata stipulata la relativa convenzione. L’art. 46 delle N.T.A., nel disciplinare le destinazioni d’uso nella zona C1, prevede la percentuale delle aree da destinare alla realizzazione di interventi di edilizia residenziale (30%, in cui può essere realizzato il 50% della volumetria massima consentita ovvero l’80% in caso di edilizia residenziale pubblica) e quella, pari al 30%, delle aree da destinare a servizi, attrezzature ed edifici aventi funzioni complementari compatibili con la residenza.Il Comune, con la nota impugnata, ha rilevato che la modifica della destinazione d’uso da direzionale a residenziale, o, se si preferisce, il diverso uso, sarebbe in contrasto con le richiamate prescrizioni delle NTA, che prevedono un limite percentuale di interventi i edilizia residenziale.La ricorrente deduce l’erroneità dell’avviso espresso dal Comune, affermando, in sostanza, che, alla luce della disciplina delle modificazioni d’uso, introdotta dall’art. 57 della l.r. n. 19/2002 e recepita dal Regolamento edilizio, nessun limite è ravvisabile a un diverso utilizzo degli immobili laddove esso intervenga all’interno di uno stesso raggruppamento, come avviene, tra l’altro, nel caso di passaggio dall’uso direzionale all’uso residenziale.Si tratta di tesi del tutto priva di fondamento e frutto di un equivoco cui frequentemente induce la cattiva formulazione della norma regionale.L’art. 57 in discorso distingue tra modifica della destinazione d’uso, che si ha in caso di passaggio tra i diversi raggruppamenti di cui al precedente comma 4, nonché tra le zone omogenee del Decreto Interministeriale n. 1444, del 2 aprile 1968 (comma 9) ed il diverso uso, che si ha allorché non ricorrano le situazioni ora indicate.La distinzione è rilevante ai fini della differente disciplina prevista quanto al titolo necessario per attuare la modifica o il diverso uso e per gli oneri che il soggetto deve accollarsi, ma non implica affatto un regime differenziato quanto alla soggezione della modifica e del diverso uso alle prescrizioni dello strumento urbanistico. La modifica della destinazione d’uso e l’attuazione del diverso uso sono pur sempre subordinati alle previsioni dello strumento urbanistico e devono adeguarsi ad esse.Il diverso uso dell’immobile non sarà, quindi attuabile allorché risulti in contrasto con le previsioni urbanistiche. È la stessa norma regionale, come ben sottolinea la difesa del Comune, che nel disciplinare il mutamento della destinazione d’uso richiama le prescrizioni degli strumenti urbanistici comunali.Una diversa interpretazione, che ammettesse la possibilità di variare senza limiti l’uso dell’immobile all’interno dello stesso raggruppamento, risulterebbe in contrasto, non solo con i canoni della logica, ma con il principio di ragionevolezza consacrato nell’art. 3 Cost. nonché con i principi della legislazione statale vigenti in materia di governo del territorio, costituente, com’è noto, materia di legislazione concorrente.Alla luce degli argomenti esposti risulta la totale infondatezza del gravame, considerato che, come rilevato dal Comune, il diverso uso degli immobili da edificare risulterebbe in contrasto con le prescrizioni urbanistiche fissate per le Z.T.O. C1, per quanto riguarda, tra l’altro, le destinazioni d’uso.Quanto alla previsioni di cui all’art. 7 della convenzione di lottizzazione, è chiaro che l’obbligo di non variare la destinazione d’uso ha ragion d’essere solo in relazione alle ipotesi in cui il diverso uso sia conforme alle prescrizioni urbanistiche, ma questo non è il caso della fattispecie in questione.»
Sintesi: I cambi di destinazione d’uso senza opere edilizie sono interventi assoggettati al potere di controllo comunale.
Estratto: «8. Con il primo motivo di ricorso si lamenta la violazione degli art. 7, 10-bis e 19 della legge 241/1990, nonché dell’art. 52 della LR 12/2005, in quanto non esisterebbe un potere comunale di autorizzazione riferito ai cambi di destinazione d’uso senza opere. A conferma viene richiamato l’inciso contenuto nell’art. 52 comma 2 della LR 12/2005 (soppresso solo successivamente ai fatti di causa dall’art. 1 comma 1 lett. yy della LR 14 marzo 2008 n. 4) che esclude la stessa necessità della comunicazione quando l’intervento riguardi una superficie lorda di pavimento inferiore a 150 mq. 9. La tesi non può essere condivisa. In realtà anche i cambi di destinazione d’uso senza opere edilizie sono interventi assoggettati al potere di controllo comunale. La comunicazione preventiva svolge la stessa funzione della DIA, in quanto consente agli uffici comunali di effettuare le necessarie verifiche circa la congruenza con la disciplina urbanistica e quella igienico-sanitaria. L’esonero dall’obbligo di comunicazione al di sotto dei 150 mq non implica la totale liberalizzazione di queste modifiche ma pone una presunzione relativa di compatibilità dei singoli interventi per quanto riguarda l’impatto sul territorio. All’amministrazione deve comunque essere riconosciuta la possibilità di dare una dimostrazione contraria e di vietare le modifiche illegittime. Diversamente sarebbe vanificata la condizione di ammissibilità dei cambi di destinazione d’uso contenuta nell’art. 52 della LR 12/2005, ossia la necessaria conformità alle previsioni urbanistiche comunali e alla normativa igienico-sanitaria.»
Sintesi: Le cubature degli edifici accessori o di pertinenza degli edifici principali hanno, salvo diversa previsione, la stessa destinazione d'uso dell'edificio principale.
Estratto: «Si premette che, prima della L.P. 23.6.1992, n. 21, in ambito provinciale mancava una normativa che definisse le destinazioni d’uso delle costruzioni.Tale lacuna è stata colmata dall’art. 5 della suddetta L.P. 21/1992, sicché le destinazioni d’uso previste per le costruzioni risultano essere: abitazione, attività terziarie eccettuato il commercio, commercio al dettaglio, attività produttive e commercio all’ingrosso, agricoltura, e, infine, opere di interesse pubblico.Poiché la norma non prevede ulteriori destinazioni d’uso aventi carattere “autonomo”, né categorie a sé stanti in riferimento agli edifici accessori o a quelli di pertinenza degli edifici principali, consegue che le relative cubature non possono che avere la stessa destinazione urbanistica dell’edificio principale.Venendo al caso di specie, va osservato che, per quanto la cubatura relativa al sottotetto non sia stata a suo tempo computata in quanto il calcolo della cubatura dell’edificio si fermava all’appoggio del tetto, non si pone in dubbio che tale cubatura, effettivamente esistente, sia stata legalmente realizzata, ancorché non costituente, all’epoca, cubatura urbanistica.Non si tratta, peraltro, in base alla definizione data dalle disposizioni urbanistiche, di cubatura tecnica.»
Sintesi: In mancanza di disciplina regionale e tenuto conto del sistema delineato dalla l. n. 47 del 1985, il mutamento di destinazione d'uso degli immobili ha rilievo sotto il profilo urbanistico solo se accompagnato da opere edilizie.
Estratto: «La ricorrente sostiene che il mutamento di destinazione d'uso non preceduto da alcuna opera edile non necessita né di concessione edilizia né di autorizzazione, essendo espressione dello jus utendi e non dello jus aedificandi. Si tratta di una affermazione che può essere condivisa con gli opportuni temperamenti.Se è vero, infatti, che la giurisprudenza ritiene che in mancanza di disciplina regionale e tenuto conto del sistema delineato dalla l. n. 47 del 1985, il mutamento di destinazione d'uso degli immobili ha rilievo sotto il profilo urbanistico solo se accompagnato da opere edilizie, tuttavia, è altrettanto vero che, come precisato in diverse occasioni dal Consiglio di Stato, non possono comunque ritenersi liberalizzati tutti i cambiamenti di destinazione, ancorché senza opere, qualora si pongano in manifesto contrasto con i vigenti assetti urbanistici di zona. (Consiglio Stato, sez. V, 10 luglio 2003, n. 4102)In sostanza, il mutamento di destinazione d'uso senza opere edilizie non necessita di concessione edilizia; tuttavia, detto mutamento può essere soggetto ad autorizzazione, ai sensi dell'art. 25 l. n. 47 del 1985, nei casi indicati dalla normativa regionale di settore, nonché secondo le disposizioni dettate dagli strumenti urbanistici (Consiglio Stato, sez. V, 7 novembre 2002, n. 6126).La mancanza di opere edili, dunque, non è di per sé sola sufficiente a far ritenere illegittimo un provvedimento di diniego di cambio di destinazione d'uso, ma occorre stabilire se tale mutamento d'uso si ponga o meno in contrasto con le prescrizioni urbanistiche della zona.»
Sintesi: Il mutamento di destinazione d'uso da ufficio pubblico a ludoteca non determina un incremento di carico urbanistico nella zona e, in quanto compatibile con lo strumento urbanistico vigente, è assentibile tramite D.I.A.
Estratto: «In ordine al pure contestato mutamento della destinazione d'uso, occorre osservare, che secondo l'art. 2 (Interventi edilizi subordinati a denuncia di inizio attività) della l. reg. Campania 28.11.2001, n. 19 possono essere realizzati in base a semplice denuncia di inizio attività, tra gli altri, anche "f) i mutamenti di destinazione d'uso di immobili o loro parti, che non comportino interventi di trasformazione dell'aspetto esteriore, e di volumi e di superfici; la nuova destinazione d'uso deve essere compatibile con le categorie consentite dalla strumentazione urbanistica per le singole zone territoriali omogenee".Al comma 5 del medesimo articolo si prevede, inoltre, che "Il mutamento di destinazione d'uso senza opere, nell'ambito di categorie compatibili alle singole zone territoriali omogenee, è libero."È invece soggetto a permesso di costruire il mutamento di destinazione d'uso, con opere che incidano sulla sagoma dell'edificio o che determinano un aumento piano volumetrico, che risulti compatibile, con le categorie edilizie previste per le singole zone omogenee ovvero che comporti passaggio di categoria edilizia, purché tale passaggio sia consentito dalla norma regionale, e infine in ogni caso il mutamento di destinazione d'uso nelle zone agricole - zona E .Invero non si comprende come la specifica destinazione urbanistica B1 (satura) sia incompatibile con il cambio di destinazione d’uso in esame - da ufficio pubblico a ludoteca – posto che l’attività gestita dalla controinteressata appare chiaramente posta a servizio della collettività residente nella zona e non determina un incremento del carico urbanistico rispetto alla attività svolta in precedenza (ufficio pubblico). Nel caso in esame, la nuova destinazione d'uso attribuita ai locali, da ufficio a ludoteca, risulta compatibile con quanto previsto dagli strumenti urbanistici del Comune di Nola.Pertanto, il cambio di destinazione d'uso richiesto non comportando – come detto - interventi di trasformazione dell'aspetto esteriore, e di volumi e di superfici e avendo ad oggetto una nuova destinazione d'uso compatibile con le categorie edilizie previste per la zona omogenea B1 deve ritenersi correttamente assentita mediante D.I.A.- (in proposito cfr. tra le più recenti Cassazione penale, sez. III, 19 aprile 2007, n. 22866).»
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IL CONCORSO COLPOSO DEL DANNEGGIATO - Che ruolo può avere la condotta del danneggiato nell’ambito della responsabilità ex art. 2051 c.c.?
Iniziato il 23/04/2012	Nessuna
Può solo ridurre il grado di responsabilità del custode
Può ridurre, fino ad escludere, la responsabilità del custode

References: art. 2727
 art. 107
 art. 10
 art. 13
 art. 36
 articolo 10
 articolo 216
 articolo 6
 art. 51
 art. 7
 art. 2051