Source: https://canestrinilex.com/risorse/amministratore-di-gruppo-facebook-non-rispnde-per-la-diffamazione-degli-iscritti-tr-vallo-della-lucania-2216/
Timestamp: 2019-03-26 13:56:59+00:00

Document:
24 Febbraio 2016, Tribunale Vallo della Lucania
L’amministratore di un gruppo facebook può rispondere di diffamazione solo allorché ricorra, sotto il profilo soggettivo, una responsabilità concorsuale, commissiva ovvero omissiva, di tipo morale, la cui prova deve essere rigorosamente fornita dall'accusa.
In sede penale non è possibile ritenere che le offese degli utenti debbano darsi per condivise dall'amministratore del gruppo solo in quanto da questi approvate, in modo specifico (nel caso in cui abbia predisposto un sistema di filtri) ovvero in modo generico ed incondizionato (nel caso in cui non l’abbia predisposto).
La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca "facebook" integri un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone
L’art. 649 c.p.p. che snacisce il divieto di un secondo giudizio per lo stesso fatto, al pari delle norme sui conflitti di competenza e dell’art. 669 c.p.p., costituisce espressione del generale principio nel ne bis in idem, che tende ad evitare che per lo stesso fatto si svolgano più procedimenti e si emettano più provvedimenti anche non irrevocabili, non è consentito, in pendenza di un procedimento penale, che venga iniziato per lo stesso fatto e nei confronti della stessa persona un nuovo procedimento ed emesso un nuovo decreto di rinvio a giudizio.
Sentenza 24 febbraio 2016, n. 22
P.P. n. 2714/13 R.G.N.R.
P.P: n. 108/15 R.G. Dib.
n. 22/2016 R. Sent.
P. A., omissis, e ivi elettivamente domiciliato, difeso di fiducia dell’Avv. AMB, con studio in
­­- libero presente –
S. F. P., omissis, e ivi elettivamente domiciliato, difeso di fiducia dall’Avv. CM;
­­- libero assente –
S. G., omissis, e ivi elettivamente domiciliato, dagli Avv. CM e CI;
D. L., omissis, elettivamente domiciliato presso lo studio del difensore di fiducia avv. AMB;
G. D., omissis, domiciliato ex lege presso lo studio del difensore di fiducia avv. SS;
Ciò premesso, il giudicante rileva, in primo luogo, che, nei confronti di F. P. S., è stata pronunciata da questo tribunale, per i medesimi fatti, la sentenza di non luogo a procedere n. 127/2014, divenuta irrevocabile il 17.3.2015.
Pertanto, deve trovare applicazione, in relazione al predetto imputato, il principio enunciato dall’art. 649 c.p.p. (“La sentenza di non luogo a procedere emessa ex art. 425 cod. proc. pen., pur se non ricompresa fra quelle di cui agli artt 648 e 649 cod. proc. pen., formalmente preclusive di un secondo giudizio, impedisce ugualmente l'esercizio dell'azione penale per il medesimo fatto e contro la medesima persona ove in concreto manchino le condizioni per la sua revocabilità.”: Cass., Sez. 6, n. 459 del 08/11/1996 - dep. 24/01/1997, Privitera, Rv. 207728).
Passando agli altri due imputati, è opinione di questo giudice che costoro debbano essere prosciolti perché il fatto non costituisce reato.
Difatti, è evidente l’insussistenza degli elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio in relazione all’elemento soggettivo dell’illecito.
Orbene, non vi è dubbio che la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca "facebook" integri un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone (in tal senso, cfr. Sez. 1, n. 24431 del 28/04/2015 - dep. 08/06/2015, Rv. 264007; da ultimo, Cass., sez. V, 1 marzo 2016, n. 8328).
In particolare, nella sentenza in questione è stato statuito che, al fine dell’affermazione della responsabilità del webmaster, non si può prescindere dalla verifica della sua effettiva e consapevole adesione alla condotta qualificante, e pertanto, tenuto conto dell’elevato numero di messaggi da gestire per la pubblicazione nel sito, a questi si può richiedere unicamente un controllo prima facie circa la presenza di espressioni immediatamente ed oggettivamente valutabili come diffamatorie. Corollario di tale orientamento è quello che, affinché l’elemento soggettivo del reato ex art. 595 c.p. possa ritenersi sussistente, è necessario che il moderatore abbia scientemente omesso di cancellare, anche a posteriori, le frasi diffamatorie.
La Convenzione di New York, ratificata in Italia con la L. n. 654/1975 sostituito dal d. l. 26 aprile 1993 n. 122 - c. d.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 425
 sentenza 
 art. 595