Source: http://www.marinacastellaneta.it/blog/2015/02
Timestamp: 2017-07-26 00:45:46+00:00

Document:
2015 febbraio - Marina Castellaneta
La Corte di cassazione, sesta sezione penale, con sentenza n. 53/15 affronta i problemi relativi ai rapporti tra esecuzione del mandato di arresto europeo e reciproco riconoscimento delle sentenze penali (53:15). A rivolgersi alla Cassazione è stata una cittadina rumena condannata in patria in via definitiva. La Corte di appello di Catania aveva dichiarato la sussistenza delle condizioni per l’esecuzione del mandato di arresto, ma aveva ritenuto che la pena dovesse essere eseguita in Italia perché la donna era affetta da una grave patologia e risiedeva abitualmente in Italia.
La Cassazione, dopo aver respinto il motivo di ricorso fondato sull’assenza di gravi indizi di colpevolezza, constatando che l’autorità giudiziaria deve limitarsi unicamente a verificare che il mandato contenga un compendio indiziario sicuramente evocativo di un fatto-reato e così “astrattamente idoneo a fondare il requisito della gravità indiziaria”, è passata ad analizzare il rapporto con il Dlgs n. 161/2010 con il quale è stata attuata la decisione 2008/909/GAI del 27 novembre 2008 sull’applicazione del principio del reciproco riconoscimento delle sentenze penali che irrogano pene detentive o misure privative della libertà personale, ai fini della loro esecuzione nell’Unione europea. La Corte ha chiarito che una persona non può opporsi all’esecuzione del mandato di arresto se ha chiesto e ottenuto di espiare la pena in Italia “così implicitamente accettando gli effetti di quella detenzione” e ha riconosciuto che, nel caso di specie, fosse applicabile la procedura di riconoscimento delle sentenze prevista dall’art. 24 del Dlgs 161/2010 che trova applicazione nelle ipotesi previste dall’art. 18 della legge n. 69/2005 con la quale è stata recepita la decisione quadro 2002/584/GAI del 13 giugno 2002 sul mandato di arresto europeo e le procedure di consegna tra Stati membri, con particolare riguardo al cittadino italiano e allo straniero residente in Italia. Pertanto, la Cassazione ha annullato con rinvio la pronuncia dei giudici di appello chiedendo l’applicazione delle forme e dei meccanismi procedimentali previsti dal Dlgs n. 161/2010 considerando che la Romania aveva già provveduto al recepimento della decisione 2008/909.
Scritto in: mandato di arresto europeo | in data: 28 febbraio 2015 | Parole Chiave: // riconoscimento sentenze penali La Cedu sdogana l’uso di telecamere nascoste da parte dei giornalisti che denunciano questioni di interesse generale
La Corte europea dei diritti dell’uomo si pronuncia, per la prima volta, sull’utilizzo di una telecamera nascosta da parte di giornalisti, finalizzato a un reportage di interesse generale per la collettività. E lo fa dando ragione ai giornalisti e condannando la Svizzera i cui giudici nazionali avevano sanzionato i reporter per la diffusione delle registrazioni senza autorizzazione della persona interessata. Un ulteriore rafforzamento della libertà di stampa quello che arriva da Strasburgo con la sentenza del 24 febbraio, Haldimann e altri contro Svizzera (AFFAIRE HALDIMANN ET AUTRES c-1. SUISSE), con la quale la Corte è stata netta nel ritenere che la condanna di un giornalista per l’uso di una telecamera nascosta è una violazione della libertà di stampa.
Per documentare pratiche contrarie ai consumatori nella vendita di polizze assicurative, una giornalista si era finta cliente e aveva registrato un breve colloquio con un broker. Il filmato era andato in onda nel corso di un reportage. I giornalisti dell’emittente televisiva erano stati condannati in sede penale a una sanzione pecuniaria. Una conclusione in contrasto con l’articolo 10 della Convenzione europea. E’ vero – riconosce Strasburgo – che c’è stata un’ingerenza nella vita del broker che non era, per di più, un personaggio pubblico, ma i giornalisti hanno messo in primo piano l’interesse della collettività a ricevere informazioni su una questione di rilievo generale, cercando di rispettare le regole deontologiche anche rendendo non riconoscibile l’agente assicurativo. Certo, la televisione ha un effetto più immediato e potente della stampa scritta, ma non vi era alcun segno distintivo utile a identificare il broker. I giornalisti avevano avuto, poi, l’accortezza di incontrare l’agente in un luogo diverso rispetto agli uffici dell’assicurazione e gli avevano dato la possibilità di intervenire nel corso della trasmissione, segno di voler rispettare le regole deontologiche.
Il servizio, inoltre, non era focalizzato sull’agente e non mirava a formulare critiche sulla sua persona, ma era incentrato sulle pratiche commerciali di una categoria professionale. Senza trascurare un altro aspetto – scrive la Corte – ossia che la veridicità delle informazioni non è mai stata contestata. E’ vero che c’è stata un’ingerenza nel diritto garantito dall’articolo 8 della Convenzione europea ossia il diritto al rispetto della vita privata ma questa non è stata di particolare gravità con la conseguenza che la sua tutela non può certo occultare l’interesse pubblico alla notizia oggetto del servizio televisivo che era la protezione dei consumatori, tema molto importante. La Corte europea boccia anche le valutazioni dei giudici svizzeri che, nel disporre la condanna dei giornalisti, hanno dato peso al fatto che il reportage non era in grado di raggiungere il risultato prefissato e che non aggiungeva elementi nuovi al dibattito, in pratica suggerendo l’uso di altri modi per effettuare la denuncia. Una tesi del tutto respinta da Strasburgo per la quale ciò che conta è che il reportage sia suscettibile di contribuire a un dibattito su una questione di interesse generale, senza che rilevi il risultato conseguito. D’altra parte, la Corte europea, in più occasioni, ha chiarito che i giudici nazionali non possono sostituirsi ai giornalisti nelle scelte sui mezzi da utilizzare o nello stile impiegato per portare all’attenzione dell’opinione pubblica un tema di interesse generale.
Sul fronte delle sanzioni, Strasburgo constata che la multa è stata lieve ma la condanna penale in sé, malgrado il carattere minore della pena inflitta, ha un effetto deterrente sulla libertà di stampa, spingendo il giornalista, per evitare condanne e processi, ad astenersi dal fornire notizie di interesse pubblico anche scottanti.
Scritto in: libertà di stampa | in data: 27 febbraio 2015 | Parole Chiave: // sanzioni Proseguono i lavori della Conferenza dell’Aja sulla maternità surrogata
Nella sessione di marzo 2015 si terrà un nuovo meeting presso la Conferenza dell’Aja di diritto internazionale privato per analizzare gli sviluppi in materia di maternità surrogata. In quell’occasione si discuterà del documento n. 3A (doc.). Il rapporto analizza gli sviluppi in materia anche tenendo conto della Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989, considerando che la questione del riconoscimento dei figli nati da maternità surrogata è stata affrontata nell’esame di due rapporti, uno riguardante la Germania, l’altro l’India. Nel documento sono poi passate in rassegne le decisioni e le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e, in particolare, le sentenze Mennesson contro Francia e Labassee contro Francia del 26 giugno 2014 (si veda il post http://www.marinacastellaneta.it/blog/maternita-surrogata-e-trascrizione-necessario-assicurare-i-diritti-del-minore.html). Di particolare interesse l’esame degli sviluppi giurisprudenziali nazionali dopo l’adozione di queste ultime sentenze che hanno provocato mutamenti giurisprudenziali in materia di riconoscimento tra l’altro in Germania, Svizzera e Italia.
Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/sugli-accordi-internazionali-di-maternita-surrogata-necessario-individuare-regole-condivise.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/maternita-surrogata-uno-studio-della-commissione-internazionale-di-stato-civile.html
Scritto in: diritto internazionale privato | in data: 26 febbraio 2015 | Parole Chiave: // maternità surrogata Estradizione possibile solo se nello Stato estero sono previste misure di protezione per i collaboratori di giustizia
Poco importa se lo Stato estero non ha, nel suo ordinamento, una legislazione simile a quella italiana in materia di protezione per i collaboratori di giustizia. Se, però, mancano misure di protezione in qualche modo equivalenti e in grado di garantire i diritti dell’uomo, l’estradizione non può essere concessa. E’ il principio stabilito dalla Corte di Cassazione, sesta sezione penale, n. 6488/15, depositata il 13 febbraio (estradizione) con la quale la Suprema Corte ha accolto il ricorso di un estradando. Il via libera all’estradizione verso la Polonia era stato concesso in relazione a una condanna per furto aggravato e contraffazione della patente, anche se la Corte di appello di Roma aveva sospeso la consegna perché il ricorrente doveva ancora scontare la pena in Italia. Per la Cassazione, che ha annullato il provvedimento della Corte di appello, sussistevano dubbi in ordine all’effettiva condanna del ricorrente, fermo restando che l’eventuale sospensione sino a quando è soddisfatta la giustizia italiana doveva essere decisa dal Ministro della giustizia sentite le autorità competenti. Inoltre, la Cassazione ha ravvisato un difetto motivazionale sull’effettivo rispetto del principio del ne bis in idem garantito dalla Convenzione di estradizione del 13 dicembre 1957. Poi, in relazione al punto di ricorso riguardante l’assenza nell’ordinamento dello Stato richiedente di una normativa analoga a quella italiana sulla protezione dei collaboratori di giustizia, ha precisato che, se la presenza di una legislazione identica non costituisce un motivo ostativo alla consegna, è anche vero che è necessario verificare che siano previste misure adeguate di protezione al fine di impedire una violazione dei diritti fondamentali dell’estradando. Di qui l’annullamento dell’estradizione con rinvio alla Corte di appello di Roma.
Scritto in: estradizione | in data: 26 febbraio 2015 | Parole Chiave: // diritti umani Esecuzione della sentenza ecclesiastica bloccata dal limite dell’ordine pubblico
Scatta il limite dell’ordine pubblico, ai sensi dell’articolo 64 della legge n. 218/95, nel caso di delibazione di una sentenza ecclesiastica che sancisce la nullità del matrimonio, dopo molti anni di convivenza coniugale. La Corte di Cassazione, I sezione civile, con sentenza n. 2398/15 del 9 febbraio 2015 (2398), ha accolto il ricorso di una donna che si opponeva alla declaratoria di efficacia della sentenza pronunciata dal Tribunale ecclesiastico, alla quale aveva già dato il via libera la Corte di appello di Bologna. Il ricorso era fondato sull’eccezione del limite dell’ordine pubblico anche in ragione del procedimento dinanzi al tribunale ecclesiastico che, secondo la ricorrente, si era svolto in violazione del contraddittorio. La Cassazione non si è soffermata su questo punto ma ha ritenuto che non potesse essere delibata la pronuncia del tribunale ecclesiastico per il limite dell’ordine pubblico che si applica proprio per salvaguardare il matrimonio-rapporto caratterizzato, nel caso di specie, da una convivenza molto lunga e dalla nascita di tre figli. Di qui il no all’esecutività della sentenza ecclesiastica.
Scritto in: delibazione | in data: 25 febbraio 2015 | Parole Chiave: // sentenza ecclesiastica Mediazione, conflitti e risorse naturali: una guida pratica dall’ONU
Le Nazioni Unite hanno pubblicato una guida per i pratici sulle risorse naturali e i conflitti (NRCMediation_UNDPAUNEP2015_1). La guida è stata curata dall’United Nations Department of Political Affairs e dall’Unep. Al centro dell’analisi l’importanza della salvaguardia delle risorse naturali nel processo di pace e il rilievo della mediazione, con l’individuazione delle migliori tecniche da utilizzare nella fase prenegoziale, dei negoziati e di attuazione effettiva degli accordi. L’analisi è incentrata anche su alcuni casi di studio e sull’esame della prassi interna ad alcuni Stati come il Sudan, l’Iran e il Pakistan.
Dal 2005, si legge nel rapporto, quasi tutti gli accordi includono disposizioni sulle risorse naturali e terrestri, ma la mediazione, che pure potrebbe risolvere molte situazioni, resta sottoutilizzata.
Scritto in: ONU | in data: 25 febbraio 2015 | Parole Chiave: // mediazione Protezione delle vittime senza confini nello spazio Ue con il Dlgs di attuazione della direttiva 2011/99
Via libera all’attuazione, dal 10 marzo 2015, della direttiva 2011/99/UE sull’ordine di protezione europeo. E’ stato pubblicato, infatti, sulla Gazzetta ufficiale il decreto legislativo n. 5 dell’11 febbraio 2015 di recepimento dell’atto Ue (ordine di protezione; qui la relazione illustrativa relazione), la cui delega al Governo era stata già prevista nella legge di delegazione europea 2013.
Con l’adozione del decreto legislativo, andrà a regime un nuovo strumento proprio della cooperazione giudiziaria penale, funzionale a rafforzare la protezione delle vittime nello spazio europeo. Grazie al mutuo riconoscimento, principio cardine del settore penale, le misure protettive circoleranno oltre frontiera. Con maggiori tutele per le vittime di reati che potranno spostarsi senza timore del venir meno della protezione. Questo il meccanismo. L’autorità giurisdizionale nazionale, individuata nel testo di recepimento nel giudice competente a disporre le misure cautelari (art. 282 bis c.p.p.), adotterà l’ordine di protezione europeo utilizzando, nel segno della semplificazione, il modello incluso nell’allegato A, comune a tutti gli Stati membri. L’autorità centrale è il Ministero della giustizia, competente per la ricezione e la trasmissione degli atti. Per quanto riguarda il procedimento, l’autorità giudiziaria procede “senza ritardo” alla trasmissione dell’ordinanza al Ministero della giustizia affinché provveda, con qualsiasi strumento idoneo a provare l’autenticità del documento, a consegnarlo all’autorità competente dello Stato di esecuzione. L’Autorità centrale è tenuta a comunicare l’eventuale rifiuto del riconoscimento. Inserite alcune modifiche al codice di procedura penale soprattutto con riferimento agli obblighi di informazione verso la persona offesa che dovrà sapere della possibilità di richiedere l’emissione dell’ordine di protezione europeo e dovrà essere informata “senza indugio” del rifiuto al riconoscimento opposto dalle autorità dello Stato di esecuzione. Nel caso in cui l’autorità giudiziaria si opponga all’emissione dell’ordine di protezione, il richiedente può presentare ricorso in Cassazione. Per quanto riguarda la disciplina prevista nel caso in cui l’Italia sia Stato di esecuzione, il testo attribuisce la competenza alla Corte di appello del luogo in cui la persona protetta ha dichiarato di soggiornare o risiedere (in linea con la disciplina della legge n. 69/2005 sul mandato di arresto europeo). Il sistema, però, si differenzia dal mandato di arresto proprio tenendo conto dell’urgenza nelle misure di protezione delle vittime. Di qui la scelta di pronunciarsi senza formalità e senza contraddittorio. La Corte di appello, su richiesta del Procuratore generale, può anche decidere una misura più afflittiva, che avrà una durata non superiore ai 30 giorni, se il destinatario del provvedimento non adempie agli obblighi fissati nell’ordine di protezione. Il rifiuto all’esecuzione sarà possibile solo nei casi in cui si verifichi una delle circostanze specificate dall’articolo 10 e, tra l’altro, nei casi in cui la misura si riferisca a un atto che non costituisce reato secondo la legislazione dello Stato di esecuzione, nel rispetto del principio della doppia incriminazione sancito dalla stessa direttiva. Per il ricorso in Cassazione, l’atto rinvia all’articolo 22 della legge n. 69/2005 sul recepimento del mandato di arresto europeo.
Scritto in: cooperazione giudiziaria penale | in data: 24 febbraio 2015 | Parole Chiave: // ordine di protezione europeo Richiesta di standard di precisione eccessivi per il giornalista e sanzioni economiche elevate contrarie alla CEDU
Qui il testo della sentenza (ricorso n. 32104/06, CASE OF COJOCARU v. ROMANIA).
Scritto in: CEDU, libertà di stampa | in data: 23 febbraio 2015 | Parole Chiave: // giornalisti Pubblicato l’atto di esecuzione che modifica alcuni allegati del regolamento n. 4/2009 sulle obbligazioni alimentari
E’ stato pubblicato il regolamento di esecuzione n. 2015/228 adottato dalla Commissione europea il 17 febbraio 2015 che sostituisce gli allegati da I a VII del regolamento (CE) n. 4/2009 del Consiglio relativo alla competenza, alla legge applicabile, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni e alla cooperazione in materia di obbligazioni alimentari (qui il testo reg.). Il testo, che tiene conto dell’ingresso della Croazia, della partecipazione del Regno Unito e dell’Irlanda, nonché dell’applicazione solo parziale alla Danimarca, è composto da sette allegati.
Gli allegati I e II contengono i moduli riguardanti l’estratto di decisione e transazione giudiziaria in materia di obbligazioni alimentari non sottoposta a procedimento di riconoscimento o dichiarazione di esecuzione (all. I), nonché quello riguardante i casi di sottoposizione agli indicati procedimenti. Gli allegati III e IV riguardano la circolazione degli atti pubblici sempre con riferimento alle due ipotesi poc’anzi indicate. L’allegato V contiene il modulo relativo alla richiesta di misure specifiche; l’allegato VI il modulo di domanda per il riconoscimento, la dichiarazione di esecutività o dell’esecuzione di una decisione in materia di obbligazioni alimentari; l’allegato VII il modulo sulla domanda per l’emanazione o la modifica di una decisione in materia di obbligazioni alimentari, con una parte relativa alle informazioni sulla situazione finanziaria delle persone interessate dalla domanda.
Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 21 febbraio 2015 | Parole Chiave: // obbligazioni alimentari Terrorismo internazionale: decreto legge con la previsione di nuovi reati
Pubblicato il decreto legge 18 febbraio 2015 n. 7 relativo alla misure urgenti per il contrasto al terrorismo, anche di matrice internazionale, nonché proroga delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia, iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno ai processi di ricostruzione e partecipazione alle iniziative della organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione (terrorismo). Il testo che, come si legge nel preambolo, ha un fondamento nella risoluzione n. 2178 del 24 settembre 2014 (adottata in base al capitolo VII) dal Consiglio di sicurezza dell’Onu (N1454798), mira a fronteggiare le nuove minacce del terrorismo internazionale dopo la strage di Charlie Hebdo e in un supermercato kosher in Francia. Introdotta una nuova figura di reato per punire chi organizza, finanzia e propaganda i viaggi finalizzati ad atti di terrorismo nonché l’inserimento di un nuovo reato per colui che si “autoaddestra” alle tecniche terroristiche. Sul fronte della prevenzione, il decreto legge prevede l’applicazione della misura di sorveglianza speciale di pubblica sicurezza ai “potenziali foreign fighters”, nonché la possibilità del ritiro del passaporto agli indiziati di terrorismo, con modifiche al sistema di espulsione.
Nuove misure di contrasto all’utilizzo di internet per proselitismo con la previsione di aggravanti delle pene per i delitti di apologia e di istigazione del terrorismo commessi via web. Non solo. L’autorità giudiziaria potrà ordinare agli internet provider di impedire l’accesso a taluni siti con finalità di terrorismo, il cui elenco sarà aggiornato costantemente dalla polizia postale. Modifiche anche per il trattamento dei dati personali e attribuzione al Procuratore nazionale antimafia dell’attività di coordinamento delle indagini in materia di terrorismo.
Scritto in: terrorismo internazionale | in data: 20 febbraio 2015 | Parole Chiave: // foreign fighters « Post precedenti
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