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Timestamp: 2017-02-21 14:14:57+00:00

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Cronachesorprese » 2013 » maggio
Don Gallo e la Provvidenza
Filed under: cronache — alessandro @ Il rispetto per l’uomo e per il sacerdote è dovuto. La gratitudine per le buone opere che ha creato e sostenuto per tutta la vita anche. Le perplessità sulle sue prese di posizione e sul suo presenzialismo, che non ho mai nascosto (uno, due, tre…), rimangono tutte intere, ma in questo momento naturalmente passano in secondo piano. Prendo atto del lutto vero che c’è in città, anche una volta sfrondato dalle montagne di retorica sugli “ultimi”, sui “preti di strada” (come se fossero delle eccezioni: un prete normalmente è sempre “di strada”, a parte quelli che hanno incarichi che li dispensano in tutto o in parte dalla cura pastorale diretta) che oggi riempiono le cronache cittadine e la rete. Quell’uomo ha saputo incontrare, non ci sono dubbi. Si dice che sapesse ascoltare. Io dico che molti che normalmente non vogliono farsi ascoltare dagli uomini di Chiesa si facevano ascoltare da lui. Il problema è noto e penso che il metodo di Don Gallo non fosse “la” soluzione. Ma era sicuramente “una” soluzione. Insomma la Comunità di San Benedetto ha fatto del bene e continuerà a farne. Il conflitto a volte manifesto, a volte latente del suo fondatore con le gerarchie ecclesiastiche non ha impedito che ciò avvenisse con apprezzabile continuità e con buoni risultati. Merito di Don Gallo ma merito anche dei suoi vescovi, perché il dialogo si fa sempre in due.
Don Gallo credeva nella Provvidenza. Nulla chiedere, nulla rifiutare: anche se non demonizzerei il “chiedere” (anzi) è una massima che è compatibile con l’impegno di un’assistenza ai poveri e agli emarginati che si affida alla Provvidenza.
Ma pensando proprio a quella Provvidenza che Don Gallo invocava mi viene una curiosità, una domanda. Quante vocazioni religiose ha generato la Comunità di San Benedetto? Lo chiedo perché non lo so. Può darsi che ce ne siano state, in quarant’anni mi sembrerebbe strano il contrario. Sì, sarebbe davvero strano. Non le prese di posizione “scandalose” (che sono tali solo per chi non è sicuro della propria fede), non l’accorrere a sostenere qualsiasi istanza progressista contro la Chiesa, come seguendo un affanno che chi ama la Chiesa fa molta fatica ad accettare e a spiegarsi. No, la cosa davvero clamorosa sarebbe una Provvidenza che agisce in un’opera cristiana per quarant’anni e non porta vocazioni religiose. E parlo proprio di vocazioni, non soltanto di conversioni. Strana esperienza cristiana quella che porta solo il pane e non chi possa continuare a spezzarlo non solo materialmente, ma anche sacramentalmente. Se davvero così fosse (ma ripeto, non lo so) non potrebbe bastare per spiegarla la specie dell’impegno umanitario? Caro fratello che ora vedi e conosci, prego per te questa preghiera: che alla domanda che ho formulato qui sopra, con rispetto e senza malizia, risponda Cristo nel futuro prossimo della tua Comunità donandole una fecondità nuova e fino a questo momento non immaginata dai tanti sinceri amici e sostenitori che sono sicuramente uomini e donne di buona volontà. Riposa in pace, Don Andrea. Comments (3)	6 maggio 2013
Andreotti, le sentenze e la storia da scrivere
Filed under: cronache — alessandro @ Quindi anche per te, Giulio, è venuto il momento di andare dalla cronaca alla storia. Che il passaggio ti sia lieve. Non penso che tu sia stato un modello di virtù a tutto tondo. Ma qualche virtù hai dimostrato di possederla: di sicuro non ti è mancato il tempo per dimostrarlo al di là di ogni ragionevole dubbio. E in questa stagione di nani e ballerine in politica; di giustizialisti nelle redazioni e in parlamento; in questa stagione in cui trionfa Guicciardini, il tuo machiavellismo è roba da giganti. Se non altro in proporzione. Sei una figura complessa della nostra storia, e della storia ormai non più recente. Oltre alle virtù umane e politiche avevi anche il vizio della battuta. Ma non è sufficiente per seppellirti con una battuta o anche con un giudizio drastico: bisogna essere ben presuntuosi per arrogarsi la competenza necessaria a infliggerti questo contrappasso. Neanche i giudizi dei tribunali possono bastare a esprimere un giudizio su di te, nonostante quello che pensano i moralisti che oggi, a poche ore dalla tua morte, si raccolgono tutti a officiare il loro rito di pubblica esecrazione attorno al Fatto Quotidiano. Lasciamoli sfogare, poveri diavoli (loro sì): aspettano da tanto questo momento. Non sono già abbastanza miserabili gli uomini che aspettano la fine di un altro uomo come qualcosa da festeggiare? Non mi sembra il caso di infierire. Leggo in giro per la rete commenti di poveracci che oggi stappano una bottiglia messa da parte da anni. Mi fanno pena e non c’è altro da aggiungere su di loro. Guardo e passo. Però da domani basta. Già l’anno scorso abbiamo dovuto sorbirci anche la riduzione teatrale e letteraria della sentenza Andreotti. Volevano inaugurare la fase tre, per cosi dire, della storicizzazione di un’infamia. La prima fase è stata quella del processo. La seconda quella giornalistica. La terza è quella degli artisti e degli intellettuali.
Ieri come oggi, vent’anni dopo l’avviso di garanzia, dico ciò che penso. Andreotti non era mafioso. Non ci ho mai creduto e non ci crederò mai, a meno di novità clamorose che non so da dove e da chi potrebbero arrivare. Non mi hanno convinto i pentiti, non mi ha convinto una sentenza sbagliata, figuriamoci se può convincermi un attore o il martellamento dei soliti che da decenni, senza ragione alcuna, danno addosso a uno, in definitiva, soltanto perché ha attraversato tutte le stagioni politiche per oltre mezzo secolo. Chi, in posizioni di potere politico e giudiziario, ha sentito il bisogno di assecondare e compiacere oltre misura questa avversione irrazionale si dovrà prendere le sue responsabilità di fronte alla storia. Il compito degli storici non sarà soltanto raccontare che la sentenza della Cassazione è stata di parziale condanna. Il compito degli storici sarà spiegare come è stato possibile che un’opinione pubblica qualunquista e rancorosa abbia potuto esercitare una pressione così potente verso la condanna di un innocente. Parlo di tutti quelli che hanno condannato preventivamente Andreotti già decenni prima che i pentiti si affacciassero ai processi di mafia. E cominciassero a calcolare che poteva essere conveniente accusare lo statista, proprio per essere tenuti in considerazione, proprio per incontrare il favore di quella parte di opinione pubblica. Il clima che si è creato dopo Tangentopoli (che non ha toccato Andreotti, e questo per troppi era insopportabile) è uno dei fattori da valutare, ma non è sufficiente per spiegare. Altro fattore non secondario la determinazione della Procura di Palermo nell’attaccare, dopo le stragi del 1992, il “livello politico” con un processo esemplare. Determinazione che ho sempre trovato giusta, anche perché l’indagine sulle notizie di reato era un atto dovuto. Non ha agito male la procura e approvo il messaggio che con quel processo è stato mandato a tutti i politici davvero mafiosi. Ma l’andamento del processo ha poi chiarito a sufficienza, a mio parere, che Andreotti non ha mai incontrato Bontate e Riina, non ha mai favorito la mafia con la sua attività di Governo e non ha mai tratto vantaggio elettorale o di partito dai cosiddetti andreottiani siciliani. È vero il contrario, piuttosto: sono i collusi e gli stessi mafiosi siciliani che hanno speso il nome di Andreotti come se fosse “nelle loro mani”, come dicono, senza essere autorizzati. E se c’è una colpa di Andreotti è squisitamente politica, è di non essersi mai occupato davvero di quello che succedeva in Sicilia. Intendo proprio come leader politico, perché come capo di Governo, e su questo non c’è spazio per le opinioni, ha fatto tutto quello che doveva fare contro la la mafia siciliana, soprattutto nell’ultimo periodo. Ma riusciremo mai a dare un giudizio politico su Andreotti e sull’andreottismo separandolo dalla vicenda penale? Mi auguro che ci si possa arrivare. Gli storici dovranno capire come è stato possibile che la Corte d’Appello abbia ribaltato in parte una sentenza giusta e ragionevole senza nessun nuovo elemento, senza nessun nuovo riscontro, ma soltanto facendo una valutazione diversa delle debolissime testimonianze già ritenute inattendibili dai giudici di primo grado. Gli storici dovranno spiegare come è stato possibile dar credito alle testimonianze di Mannoia e Siino e non a quella di Di Maggio, nonostante le convincenti controdeduzioni dell’imputato e del collegio di difesa abbiano evidenziato a sufficienza le contraddizioni di tutti e tre i pentiti, e di diversi altri. Dovranno spiegare perché dovremmo credere a un Andreotti colpevole “fino al 1980″, e guarda caso riconosciuto tale solo in appello quando la prescrizione era ormai scattata, cosa che mi ha sempre fatto pensare (pensare male: e ci si azzecca, no?) che l’obiettivo di qualche giudice era una condanna prima di tutto morale e politica e soltanto in subordine giudiziaria, come utile e ultimo mezzo. Dovranno spiegare perché dovremmo ritenere plausibile che Andreotti sia andato in una tenuta di caccia di un mafioso con un volo lampo da Roma in un periodo di intensa attività politica e istituzionale che l’ha portato a girare come una trottola in Europa e nel mondo. All’analisi della Procura sono rimaste disponibili solo esigue finestre temporali. E la Corte d’Appello ha stabilito, con sentenza spericolata, che Andreotti avrebbe usato una di queste finestrine per fiondarsi nel catanese a parlare con un boss, correndo il rischio assurdo di farsi riconoscere a ogni passo, mentre invece secondo la stessa Corte non sarebbe plausibile che qualche anno dopo Andreotti abbia incontrato Riina con modalità analoghe e meno impegni in agenda. Non è stato sufficientemente provato l’incontro con Riina? Mi spieghino perché quelli altrettanto inverosimili con Bontate sarebbero invece provati a sufficienza. Solo perché un pentito dà riscontro a un altro pentito, sulla sua parola e sulle sue personalissime impressioni (già, perché Siino ha detto di non aver visto Andreotti…)? Troppo comodo. Non mi ha mai convinto. Non mi fido. E oggi non sono disponibile a riconoscere sacralità a quella sentenza soltanto perché non è stata messa in discussione dalla Cassazione. Che ha parlato soltanto di coerenza logica dell’impianto accusatorio. Che dire. Anche la fantascienza può eccellere per coerenza logica. Insomma una cosa è la verità processuale che è stata falsata irrimediabilmente dall’incomprensibile decisione dei giudici d’appello, un’altra cosa è (dovrà essere) la verità storica. Una cosa è la definitività della funambolica sentenza di Cassazione, un’altra cosa è la verità storica che deve essere ancora scritta ed è ancora ben lontana dall’essere definitiva. Una cosa sono le sceneggiate di Travaglio che ad ogni intervento televisivo in tema si sente un po’ Mario Puzo e produce pregevoli fiction sulle conversazioni immaginarie tra Bontate e Andreotti, un’altra cosa è la storia. Una cosa è l’impegno politico di Piersanti Mattarella, ucciso dalla mafia davanti alla moglie e al figlio mentre andava a Messa, un’altra cosa è l’infamia sulla sua memoria ad opera di qualche pentito che per ottenere il risultato di accusare Andreotti accusa anche Mattarella di collusione, ma solo fino al febbraio del 1979, quando avrebbe deciso di “fare pulizia” suscitando la reazione di Bontate. Una calunnia che dovrebbe risultare intollerabile agli intellettuali che vorrebbero essere credibili nel loro impegno contro la mafia, un’infamia alla quale sarebbe conveniente ribellarsi. Ma come si dice quando si è in guerra, probabilmente la memoria di Mattarella è vittima di fuoco amico, un increscioso effetto collaterale di una guerra giusta…
Ed è anche per odiose conseguenze come questa che mi interessa ben poco se attori, giornalisti e intellettuali vogliono oggi distinguersi facendo vedere quanto sono impegnati nell’educare le nuove generazioni a condannare i politici furbi. Ma cosa credono, che siano solo telespettatori rimbecilliti gli italiani che non sono convinti della colpevolezza del senatore? Io la memoria ce l’ho e non credo alle favole, né a quelle di Vespa, né a quelle di altri. L’avvocato Giulia Bongiorno non aveva motivo di urlare al telefono “assolto, assolto, assolto”? Sarà, ma io ho motivi sufficienti per dire che quella sentenza è sbagliata, sbagliata, sbagliata e voglio, pretendo la libertà di ripeterlo e di gridarlo. E voglio vedere nei prossimi anni degli storici liberi da tutte quelle pastoie che hanno portato il processo a un deragliamento così clamoroso e inspiegabile. Rispetto Caselli, rispetto Travaglio, rispetto Cavalli. Rispetto tutti. Ma tutti rispettino la mia legittima opinione, non pretendano che mi unisca al coro dell’esecrazione di un uomo condannato ingiustamente. Si chiuda la stagione delle rivincite morali e giudiziarie su un uomo che ha avuto troppo potere per troppo tempo per non essere odiato (anche dai mafiosi). E si apra la stagione del vero giudizio storico. Articoli correlati
11 giugno 2008 – Il Divo
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