Source: http://www.gadit.it/articolo/8555
Timestamp: 2020-06-01 04:58:44+00:00

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Cassazione civile anno 2005 n. 1102 Maternità e relative provvidenze – Gadit
Con ricorso per decreto ingiuntivo in data 4 giugno 1996, la dott. X X chiedeva intimarsi all’ X, Ente Nazionale di Previdenza e di Assistenza Farmacisti (di seguito anche l’Ente) il pagamento della somma di lire 21.560.366, quale differenza sulla indennità di maternità erogata, ai sensi del comma 3 legge 11 dicembre 1990 n. 379, con riferimento al salario minimo giornaliero.
Sosteneva che detta indennità doveva essere invece conteggiata ai sensi del secondo comma dello stesso articolo, con riferimento al reddito derivante dalla partecipazione agli utili della farmacia del di lei padre.
L’Ente proponeva opposizione al decreto ingiuntivo emesso in conformità alla richiesta dal Pretore di Roma in funzione di Giudice del lavoro.
Con sentenza n. 11629/99 in data 10 giugno – 15 luglio 1999 il Tribunale di Roma, divenuto Giudice Unico in materia di lavoro, rigettava l’opposizione.
L’appello proposto dall’Ente veniva peraltro accolto dalla Corte d’Appello di Roma, con sentenza n. 623/2001 in data 20 marzo – 20 giugno 2001, così motivata.
Rilevava la Corte territoriale che gli utili derivati da associazione in partecipazione ex art. 2549 cc, di cui era titolare la X, non costituiscono reddito da retribuzione ex art. 2102 cc, ove è esclusa la partecipazione alle perdite, e neppure reddito professionale la cui disciplina è del tutto differente. Esatto appariva quindi il conteggio dell’indennità in discorso secondo il criterio residuale di cui al cennato terzo comma.
Avverso la sentenza, che dalla copia autentica versata in atti da parte ricorrente non risulta notificata, propone ricorso per Cassazione la dott. X X con atto notificato in data 20 giugno 2002, sulla base di un unico complesso motivo.
L’X, Ente Nazionale di Previdenza e di Assistenza Farmacisti resiste con controricorso notificato in data e propone ricorso incidentale con un solo motivo.
I due ricorsi, principale ed incidentale, vanno preliminarmente riuniti ai sensi dell’art. 335 c.p.c.. Con l’unico complesso motivo del ricorso principale si denuncia, con riferimento al n. 3 dell’art. 360 c.p.c., la violazione o falsa applicazione dell’art. 1 legge 11 dicembre 1990 n. 379. Si denuncia altresì, con riferimento al n. 5 dell’art. 360 c.p.c., il vizio di motivazione.
Si osserva che la norma prevede il riferimento al reddito denunciato ai fini fiscali dalla donna libero professionista nel secondo anno precedente quello della domanda, senza differenziare la natura del reddito denunciato e il criterio residuale del salario minimo trova applicazione solo nel caso che il reddito denunciato sia inferiore a tale ammontare. La censura è fondata.
Come questa Corte ha già più volte affermato "l’indennità di maternità parametrata, ai sensi dell’art. 1, 2 comma, l. 379/90, al reddito percepito e denunciato ai fini fiscali dall’interessata, spetta anche alla titolare di farmacia non rilevando la natura e la forma in cui viene in concreto esercitata l’attività professionale che, pertanto, può essere svolta sia a mezzo di associazione o d’impresa professionale sia in forma di collaborazione in regime d’impresa familiare" (Cass., sez. lav., 25 novembre 2000, n. 15222, conf. Sez. Lav., sent. n. 11817 del 21 novembre 1998, Sez. Lav., sent. n. 5221 del 28-05-1999, Della Libera e. X (rv 526809), Sez. Lav. sent. N. 15301 del 4 dicembre 22001, quest’ultima resa fra la stessa Dott. X e l’ X, Ente Nazionale di Previdenza e di Assistenza Farmacisti.
Non vi sono ragioni per rivedere un orientamento ormai consolidato, in ordine al quale l’Ente controricorrente ripete argomentazioni già più volte prese in esame e disattese e solo in memoria ex art. 378 introduce un nuovo tema, da prendersi in esame poichè trattasi di questione di diritto rilevabile anche di ufficio. Ma l’assunto come ci si accinge a chiarire in sede di esame del controricorso incidentale, non può essere condiviso.
Con l’unico motivo del ricorso incidentale condizionato si prospetta un profilo di incostituzionalità della norma così interpretata, per un asserito trattamento di favore per le esercenti attività di tipo imprenditoriale, sia pur riservata a professionisti, rispetto a quante svolgono la stessa attività nella forma del lavoro subordinato. Questa Corte ha già ritenuto non fondata la questione prospettata in altra causa sotto il profilo della compatibilità con l’equilibrio di una sana gestione previdenziale, rilevando che la stessa legge, all’art. 5, ammette che il contributo fissato può essere variato con decreto del Ministero del Tesoro, sentiti i consigli di amministrazione, al fine di garantirne l’equilibrio della gestione delle singole casse (Cass., sez. lav., 25 novembre 2000, n. 15222). Quanto all’ulteriore profilo prospettato nel controricorso, è agevole rilevare che il reddito d’impresa non è necessariamente superiore a quello ricavato da lavoro dipendente e viene comunque a remunerare un’attività del tutto differente; non appare quindi fondato l’assunto circa la sussistenza di un ingiustificato trattamento preferenziale.
Nella memoria difensiva l’Ente richiama, a sostegno della ipotizzata violazione di principi costituzionali, la modifica della disciplina in esame, intervenuta con legge 15 ottobre 2003 n. 289 con la quale al comma 2 dell’art. 70 legge 379/90, le parole: "del reddito percepito e denunciato ai fini fiscali" sono sostituite dalle parole "del solo reddito professionale percepito e denunciato ai fini fiscali come reddito da lavoro autonomo". Sostiene che tale modifica avrebbe "in pratica interpretato la corretta applicazione del secondo comma" di discorso, al fine di escludere quelle forme di attività imprenditoriale che "finivano per snaturare completamente la ratio della legge".
Osserva al riguardo questa Corte che la modifica della normativa in materia non può certo valere ad interpretare la preesistente disciplina, salvo che tale intento venga dichiarato apertis verbis, ed anzi la circostanza che il legislatore abbia dettato una nuova regolamentazione della materia sta a dimostrare che diverso era il pregresso regime, come appunto ricostruito nelle sentenze di questo Supremo Collegio sopra richiamate. E ancora l’intervenuta modifica del quadro normativo comporta solamente che il legislatore ha voluto regolare diversamente la fattispecie, non certo che abbia inteso porre rimedio ad una ipotetica violazione ai principi costituzionali.
Conclusivamente il ricorso principale va accolto e quello incidentale rigettato. A seguito della cassazione della denunciata sentenza questa Corte deve decidere nel merito poichè, in assenza di qualsiasi contestazione, non risultano necessari ulteriori accertamenti di fatto in ordine all’indennità spettante col diverso criterio di conteggio indicato dall’odierna ricorrente e recepito nel decreto ingiuntivo a suo tempo emesso.
Si deve quindi rigettare l’opposizione al decreto ingiuntivo stesso, come proposta dall’Ente.
Si ravvisano giusti motivi per compensare le spese dei giudizi di merito. Le spese del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.
Cassa l’impugnata sentenza in relazione al ricorso accolto e, decidendo nel merito, rigetta l’opposizione al decreto ingiuntivo.
Dichiara compensate le spese dei giudizi di merito. Condanna l’X alle spese del giudizio di legittimità, liquidate in E. 23,00 oltre a E. 2,500,00 per onorario.
Così deciso in Roma, il 19 ottobre 2004.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 2549
 art. 2102
 art. 378
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