Source: http://www.ilcommercialistainrete.com/2015/07/
Timestamp: 2017-06-25 08:36:01+00:00

Document:
Il Commercialista in Rete: 07/2015
Quesito: privacy registrazioni contabili dipendenti ditta privata.
Nelle registrazioni contabili relative ai pagamenti delle retribuzioni ai dipendenti è corretto indicare il nominativo? Per la tutela della riservatezza e nel rispetto della privacy non dovrebbe essere omesso il riferimento alla persona in modo che non sia identificabile un dato "sensibile" come quello della retribuzione (che poi va stampato nel libro giornale???).
Quale è la normativa di riferimento in caso affermativo?
Corte Ue: sui servizi veterinari si paga l'Iva ma a una condizione.
La Corte fa presente che ai sensi dell’articolo 287, punto 18, della direttiva 2006/112, la Romania è autorizzata ad applicare una franchigia di Iva ai soggetti passivi il cui volume d’affari annuo sia al massimo uguale a EUR 35.000. D’altra parte, l’articolo 273, primo comma, della direttiva 2006/112 specifica che gli Stati membri possono stabilire altri obblighi che essi ritengano necessari ad assicurare l’esatta riscossione dell’Iva e ad evitare l’evasione, nel rispetto della parità di trattamento delle operazioni interne e delle operazioni effettuate tra Stati membri da soggetti passivi, a condizione che questi obblighi non diano luogo, negli scambi tra gli Stati membri, a formalità connesse con il passaggio di una frontiera.
Gli Stati membri sono obbligati ad accertare le dichiarazioni fiscali dei soggetti passivi, la contabilità di questi ultimi e gli altri documenti utili nonché a calcolare e a riscuotere l’imposta dovuta.
Difatti, nonostante l’articolo 214, paragrafo 1, della direttiva 2006/112 preveda che gli Stati membri adottano i provvedimenti necessari all’identificazione dei soggetti passivi dell’IVA, resta inteso che, ai sensi dell’articolo 213, paragrafo 1, di tale direttiva, spetta all’interessato dichiarare l’inizio, la variazione e la cessazione della propria attività in qualità di soggetto passivo. Inoltre, gli Stati membri sono tenuti a garantire il rispetto degli obblighi a carico dei soggetti passivi.
Tutto ciò premesso, benchè la direttiva 2006/112 obblighi gli Stati membri ad adottare i provvedimenti necessari a identificare, eventualmente d’ufficio, un soggetto passivo dell’Iva, essa non li assoggetta all’obbligo di adottare provvedimenti legislativi e amministrativi volti a garantire che, nella gestione delle dichiarazioni fiscali diverse da quelle riguardanti l’Iva, sia al contempo verificato il rispetto degli obblighi del contribuente relativi a tale imposta.
Con riferimento alla prima questione sollevata, pertanto la Corte UE perviene alla conclusione che l’articolo 273, primo comma, della direttiva 2006/112 non impone agli Stati membri di identificare d’ufficio un soggetto passivo ai fini della riscossione dell’Iva basandosi unicamente su dichiarazioni fiscali, diverse da quelle riguardanti tale imposta, neanche laddove le stesse avrebbero permesso di constatare il superamento della soglia di esenzione dal pagamento della suddetta imposta da parte di tale soggetto passivo.
Tutto ciò premesso, la Corte di giustizia dell'Ue perviene alla conclusione che alla seconda questione occorre rispondere nel senso che i principi di certezza del diritto e di tutela del legittimo affidamento non ostano a che un’Amministrazione tributaria nazionale decida che servizi medico veterinari siano soggetti a Iva in circostanze come quelle oggetto del caso di specie, qualora tale decisione si fondi su norme chiare e la prassi di tale amministrazione non sia stata tale da generare, in capo a un operatore economico prudente e accorto, un ragionevole affidamento nell’inapplicabilità di tale imposta a servizi di questo tipo, circostanze queste che spetta al giudice del rinvio verificare.
Causa C-144/14
La distinta finalità extraevasiva non cancella il dolo specifico.
Lo specifico dolo di evasione della condotta tipica si coniuga con una distinta e autonoma finalità extratributaria, sempre che quest'ultima non sia perseguita dal contribuente in via esclusiva. Il dolo specifico (ossia il fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto) richiesto per l'integrazione dalla figura di reato prevista dall'articolo 2 del Dlgs 74/2000 sussiste anche quando a esso si affianchi una distinta e autonoma finalità extraevasiva non perseguita in via esclusiva, con la precisazione che il relativo accertamento è riservato al giudice di merito e, se adeguatamente e logicamente motivato, è incensurabile in sede di legittimità.
Ad affermarlo, la Corte di cassazione, con la sentenza 27112 del 30 giugno 2015.
La decisione della Corte è scaturita dal ricorso presentato da un imprenditore condannato per il reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti relativi a operazioni inesistenti, avendo ideato e posto in essere un complesso disegno criminoso atto a evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto, al fine di pagare i propri dipendenti in nero, servendosi di “cartiere” compiacenti che emettevano false fatture.
A seguito delle indagini condotte dai militari della Guardia di finanza era stato accertato che, per ogni anno di imposta, alla registrazione contabile presupposta all'indicazione delle fatture nelle dichiarazioni a fini fiscali, corrispondesse l'inserimento dei dati fraudolenti nelle dichiarazioni fiscali; ciò è stato evinto sulla base di una comparazione tra fatture fittizie, il loro importo e l'importo indicato nei righi RS35 e VF9 del modello Unico.
Inoltre, era emerso che le false fatture, prima di essere utilizzate, venivano addirittura stampate nello stabilimento dell’imputato e che i soldi per i fittizi pagamenti venivano prelevati dai conti di società di capitali facenti capo allo stesso ricorrente e restituiti alla sua società di capitali.
Dalle testimonianze della Guardia di finanza risultava che era lo stesso accusato a essere il vero deus ex machina dell’impianto fraudolento: era lui che, impartendo alle aziende precisi ordini, stabiliva quale lavoratore dovesse essere impiegato da una delle società “cartiere” compiacenti oppure a impartire le direttive circa le registrazioni contabili dei documenti di comodo.
Il ricorso per cassazione presentato direttamente dall’imputato era improntato su diverse argomentazioni sia di carattere processual-penalistico sia di natura prettamente tributaria (in questo contesto, andremo ad argomentare soltanto le seconde).
Dunque, per quanto concerne la parte del ricorso di rilevanza fiscale, l’imprenditore sosteneva che non era stata fornita adeguata prova, dai giudici di merito, riguardo all’inserimento nella dichiarazione dei redditi di elementi passivi fittizi, ritenendo che la Corte d’appello avesse dovuto fornire la controprova, costituita dalla somma totale delle fatture rappresentative dei costi e dalla coincidenza di detto ammontare con i valori indicati nelle dichiarazioni fiscali.
L’accusato impugnava, inoltre, la motivazione della sentenza dei giudici d’appello nel punto in cui sostenevano che la gestione in nero della retribuzione dei lavoratori dipendenti avrebbe consentito una rilevante evasione contributiva, con conseguente vantaggio economico, personale, per l'imprenditore.
Infine, per quanto concerne l’elemento psicologico del reato previsto dall’articolo 2 del Dlgs 74/2000, secondo il ricorrente, la Corte territoriale aveva erroneamente sostenuto che il fine del reato di evasione delle imposte sui redditi o sul valore aggiunto sussiste anche quando lo scopo viene perseguito dal soggetto attivo unitamente ad altra finalità.
La Cassazione, con la sentenza 27112/2015, ribattendo punto per punto il ricorso dell’imprenditore, non ha per nulla accolto le argomentazioni addotte dall’imputato, procedendo alla legittimazione della sentenza della Corte d’appello.
In particolare, il Collegio afferma che il reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (articolo 2 del Dlgs 74/2000) è integrato dalla registrazione in contabilità delle false fatture o dalla loro conservazione ai fini di prova, nonché dall'inserimento nella dichiarazione d'imposta dei corrispondenti elementi fittizi, condotte queste ultime tutte congiuntamente necessarie ai fini della punibilità (cfr Cassazione, pronuncia 14855/2011).
Inoltre, i giudici di piazza Cavour osservano che la Corte territoriale ha fatto certamente buon governo delle regole che disciplinano il procedimento probatorio dimostrando, così, che gli importi formalmente indicati nelle dichiarazioni annuali includevano le fatture oggetto di contestazione anche grazie alla perfetta ricostruzione effettuata dagli uomini della Guardia di finanza.
Per quanto concerne, poi, il rilievo del contribuente, in sede di legittimità, in merito alla carenza del dolo specifico del reato, essendo il fine ultimo dell’impresa quello di impiegare quanto fraudolentemente evaso dalle imposte nel pagamento di parte del salario dei propri dipendenti, la Corte suprema fa propria la decisione dei giudici di appello secondo cui non vi è prova che i fondi neri, così prodotti, fossero solo a tal scopo utilizzati, perché è chiaro che gli stessi si prestavano a molteplici usi, compresi il pagamento in parte delle retribuzioni dei dipendenti o usi personali dell’imprenditore.
Riguardo all’elemento psicologico del dolo specifico richiesto per il reato di evasione, la sentenza chiarisce che questo si coniuga con una distinta e autonoma finalità extratributaria, sempre che quest'ultima non sia perseguita in via esclusiva e che, pertanto, non vi sono ragioni giuridiche per poter dubitare della compatibilità del dolo specifico di evasione fiscale rispetto a una concorrente finalità extraevasiva (extratributaria).
Sostituto inadempiente.
Da mesi non percepisco il salario dal mio datore di lavoro. Posso richiedere il rimborso all'Agenzia con il 730, escludendo il sostituto d'imposta, evitando di presentare il modello Unico?
In presenza di sostituto di imposta, al contribuente è consentito presentare alternativamente il modello 730, con rimborso dell’eventuale credito scaturito dalla dichiarazione in busta paga, o il modello Unico persone fisiche, chiedendo in tal caso il rimborso direttamente all’Agenzia. Possono presentare il modello 730 anche i titolari di redditi di lavoro dipendente e assimilati, privi di un sostituto d'imposta tenuto a effettuare il conguaglio; in questo caso, se dalla dichiarazione emerge un credito, il rimborso è eseguito direttamente dall’Amministrazione finanziaria. Tale ultima modalità è consentita solo a chi ha cessato il proprio rapporto di lavoro e si trova senza un sostituto che possa effettuare le operazioni di conguaglio. Pertanto, qualora vi sia il sostituto d'imposta, anche se è inadempiente, non è possibile presentare il 730 richiedendo il rimborso direttamente all’Agenzia.
Riporto e perdite fiscali. Un utile riepilogo sul riporto delle perdite fiscali per le società di capitali, società personali, imprese individuali, lavoratori autonomi.
L’art 84 del Tuir disciplina il regime di compensabilità delle perdite realizzate dai soggetti Ires (società di capitali, enti commerciali e non commerciali).
La disciplina era stata ampiamente rivista dal DL 223/2006 che aveva previsto tra l’altro il riporto illimitato delle perdite nei primi 3 anni dalla costituzione dell’impresa e le perdite dei soci di società trasparenti.
Il DL 98/2011 ha modificato la disciplina relativa al riporto delle perdite dei soggetti Ires disponendo il generale riporto illimitato entro determinati limiti. Vediamo nel dettaglio.
Società di capitali. Le perdite fiscali conseguite in un periodo di imposta possono essere computate in diminuzione dei redditi dei periodi successivi:
in misura non superiore all’80% del reddito imponibile di ciascun periodo di imposta per l’intero importo che trova capienza in tale ammontare (Perdite ad utilizzo limitato), e l’eccedenza si riporta.
Entro il limite del reddito imponibile di ciascun periodo di imposta successivo e per l’intero importo che trova capienza in tale ammontare, se relative ai primi 3 periodi di imposta dalla data di costituzione, sempre che si riferiscano ad una nuova attività produttiva (Perdite ad utilizzo illimitato).
Con circolare n 25 del 19 giugno 2012 l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che in presenza sia di perdite nei primi 3 esercizi (riportabili per intero), sia di perdite nate successivamente (con vincolo dell’80%), non è previsto alcun ordine di priorità. E’ quindi facoltà del contribuente decidere di utilizzare dapprima le perdite realizzate durante i primi 3 periodi d’imposta. Inoltre è stato chiarito che ai fini del calcolo dell’80% è necessario fare riferimento al reddito imponibile al lordo, e non al netto, delle perdite relative ai primi 3 periodi d’imposta.
Esempio. La Alfa srl presenta la seguente situazione:
Perdite risultanti dai primi tre esercizi: 500 €
Perdita al quarto esercizio: 1.000,00 €
Reddito (quinto esercizio): 1.100,00 €
La società compenserà parte del reddito con le perdite dei primi 3 esercizi ottenendo un reddito residuo di 600,00 € (1.100,00-500= 600).
Il reddito residuo lo compenserà con le ulteriori perdite. L’80% di 1.100,00 € risulta essere pari a 880,00 € ed è quindi verificato. 600,00 € – 1000,00 € = 400,00 € perdite riportabili.
Società di persone. Le perdite prodotte da Snc e Sas, nonché dalle S.S. dalle associazioni derivanti dall’esercizio di arti o professioni, sono imputate ai soci, ovvero agli associati, in proporzione alla specifica quota di partecipazione agli utili. Le quote di partecipazione agli utili si presumono proporzionali al valore dei conferimenti dei soci, se non risultano diversamente determinate nell’atto pubblico ovvero nella scrittura privata autenticata di costituzione, oppure da altro atto analogo avente data anteriore all’inizio del periodo d’imposta. Qualora il valore dei conferimenti non appaia determinato, le quote di partecipazione agli utili si intendono uguali.
Relativamente alle S.a.s. nell’ipotesi di perdite eccedenti l’ammontare del capitale sociale, la ripartizione dell’eccedenza tra i soci non avviene secondo la regola generale citata, ma è applicabile ai soli soci accomandatari.
Pertanto per i soci accomandanti la deducibilità della perdita dal reddito è commisurata al valore massimo rappresentato dalla quota di partecipazione, mentre per i soci accomandatari la deducibilità è concessa oltre la loro quota di partecipazione.
Imprese in contabilità ordinaria. Per tali soggetti le perdite derivanti dall’esercizio dell’attività d’impresa, sia essa esercitata da soggetti Irpef o da soggetti Ires, è compensabile esclusivamente in diminuzione dei redditi della stessa natura. E’ ammesso il riporto non oltre il quinto anno. Non è ammessa la compensazione parziale e se negli anni successivi si conseguono ulteriori perdite, queste devono essere utilizzate prima di quelle riportate.
Le perdite realizzate nei primi 3 periodi d’imposta dalla data di costituzione possono essere computate in diminuzione del reddito complessivo dei periodi di imposta successivi, senza limiti di tempo, a condizione che si riferiscano ad una nuova attività produttiva.
Lavoratori autonomi, imprese in contabilità semplificata (e partecipazioni in società di persone in contabilità semplificata). Le perdite realizzate nell’esercizio d’imprese commerciali in regime di contabilità semplificata (sia in forma individuale che in forma di società di persone) e le perdite realizzate nell’esercizio di attività di lavoro autonomo indipendentemente dal regime contabile adottato (sia in forma individuale che associata) possono essere portate in diminuzione dei redditi derivanti dalle diverse categorie che concorrono alla formazione del reddito complessivo nello stesso anno, ma senza possibilità di riporto.
NB. Per contrastare il fenomeno del cd commercio delle bare fiscali vi è l’irriportabilità delle perdite nel caso in cui si verifichino le seguenti circostanze congiuntamente:
acquisizione da parte di terzi del controllo (maggioranza delle partecipazioni) sul soggetto che riporta le perdite,
modifica dell’attività principale nel periodo in cui le perdite sono state prodotte, nel periodo di imposta in corso al momento del trasferimento o nei due precedenti o successivi.
Redditometro: accertamento nullo senza il contradditorio preventivo.
Transfer pricing interno: sospetto, se non al normale valore di mercato.
In applicazione del principio generale del divieto di abuso del diritto, le operazioni di “transfer pricing domestico” tra società operanti in Italia possono dar luogo a fenomeni di elusione fiscale se non avvengono al valore normale di mercato previsto dall’articolo 9 del Tuir, che costituisce una vera e propria clausola antielusiva non solo nei rapporti internazionali di controllo, ma anche in analoghi rapporti di diritto interno.
Spetta al giudice di merito vagliare correttamente gli elementi forniti dall’Ufficio finanziario per dimostrare l’abuso del diritto e valutare se dall’operazione compiuta sia derivato un indebito vantaggio fiscale per il contribuente.
Così ha deciso la Corte di cassazione, con la sentenza n. 12844 del 22 giugno 2015.
La controversia trae origine dal ricorso proposto dalla società contribuente avverso un avviso di accertamento Irpeg-Iva e Irap, accolto sia in primo che in secondo grado.
Contro la sentenza della Commissione tributaria regionale, che aveva sancito l’illegittimità dell’atto de qua, l’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso in Cassazione.
I giudici della Suprema corte hanno accolto i motivi di doglianza proposti dall’Amministrazione finanziaria e cassato la sentenza impugnata, con rinvio ad altra sezione della Commissione di secondo grado.
I giudici della Ctr avevano ritenuto illegittimo l’avviso di accertamento avente a oggetto la ripresa a tassazione di un’operazione infragruppo di “transfer pricing domestico”, limitandosi a escludere che, nel caso in esame, l’Amministrazione finanziaria avesse fornito elementi idonei a provare che l’operazione impugnata fosse da ritenersi elusiva.
Di parere contrario i giudici della Suprema corte, che hanno osservato come il ricorso proposto dall’ufficio finanziario presentasse tutti gli elementi tali da indicare come elusiva l’operazione infragruppo oggetto di valutazione, tra cui “il notevole divario rispetto alle indicazioni OMI e la sospetta operazione societaria posta in essere a pochi mesi dalla conclusione del contratto”.
Con la sentenza in commento, la Corte di cassazione è tornata a pronunciarsi sulla valutazione ai fini fiscali delle manovre sui prezzi di trasferimento interni tra società facenti parte di uno stesso gruppo e aventi tutte sede in Italia, conosciute come “transfer pricing domestico”.
In base a quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità (cfr Cassazione 17955/2013), nell’ipotesi di transfer pricing “domestico” o “interno” deve essere applicato “il principio, avente valore generale, stabilito dall’art. 9 del D.P.R. 917/1986, che non ha soltanto valore contabile e che impone, quale criterio valutativo, il riferimento al normale valore di mercato per corrispettivi e altri proventi.”
La Suprema corte, ben conscia che la disciplina nazionale sul transfer pricing “esterno o internazionale”, originata dal modello di convenzione Ocse ispirato al principio della libera e corretta concorrenza, non possa di per sé trovare applicazione diretta al transfer pricing “interno”, ritiene tuttavia che la regola del valore normale prevista dall’articolo 9 costituisca una vera e propria clausola antielusiva.
In tale ottica, in applicazione del divieto di abuso del diritto, è precluso al contribuente “il conseguimento di vantaggi fiscali ottenuti mediante l’uso distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei a ottenere agevolazioni o risparmi d’imposta, in difetto di ragioni diverse dalla mera aspettativa di quei benefici”.
In ragione di tale principio, non può escludersi a priori che operazioni di transfer pricing “domestico”, tra società residenti in Italia e facenti parte di uno stesso gruppo, possano dar luogo a un fenomeno di elusione fiscale ogniqualvolta la fissazione di un prezzo fuori mercato sia dettato dalla convenienza in ambito nazionale di trasferire materia imponibile, considerato che, nella valutazione del comportamento della società coinvolta, si deve far riferimento comunque al principio dell’articolo 9 del Tuir.
Alla luce di tali osservazioni, va cassata la sentenza in cui i giudici d’appello si sono limitati a escludere l’elusività dell’operazione senza una valutazione di merito degli elementi raccolti dall’Amministrazione finanziaria (tra cui il divario rispetto ai valori Omi e la sospetta tempistica dell’operazione nel suo complesso) perché, a parere della Suprema corte, è “compito del giudice di merito procedere ad una valutazione delle circostanze, anche valutando se dall’operazione compiuta sia derivato un vantaggio fiscale per il contribuente”.
Trasferimento per lavoro e benefici fiscali.
Tassazione delle vincite al lotto.
Expo 2015: prontuario fiscale per i partecipanti all’evento.
Dichiarazione precompilata: invio possibile fino al 23 luglio.
Slitta dal 7 al 23 luglio il termine per l’invio del 730 precompilato. La proroga, già concessa a Caf e professionisti che al 7 luglio hanno trasmesso almeno l’ottanta per cento delle dichiarazioni, tiene conto della necessità di agevolare i contribuenti nel primo anno di avvio sperimentale della dichiarazione.
E’ uno dei chiarimenti forniti nella circolare n. 26 del 7 luglio, con cui l’Agenzia risponde alle domande riguardanti la dichiarazione precompilata, poste nel corso dell’evento “Forum730” del 30 giugno scorso, organizzato da Il Sole 24ore.
Il primo quesito riguarda le modalità di rettifica della dichiarazione nel caso in cui un contribuente si è dimenticato di inserire un reddito derivante da una collaborazione occasionale. L’Agenzia precisa che fino al 29 giugno il contribuente poteva effettuare le correzioni presentando una nuova dichiarazione on line sostitutiva di quella già inviata. A partire dal 30 giugno, per correggere eventuali errori, occorre presentare un 730 integrativo a un Caf o a un professionista abilitato, entro il 25 ottobre, oppure un modello Unico correttivo nei termini o integrativo. Nel caso specifico, trattandosi di una correzione che comporta un maggior debito o un minor credito, sarà necessario presentare il Modello Unico, correttivo o integrativo.
Se un reddito non viene indicato nella dichiarazione precompilata a causa della mancata trasmissione della Certificazione unica da parte del sostituto d’imposta, il contribuente dovrà integrare la dichiarazione precompilata. In caso contrario, sarà soggetto al controllo da parte dell’Agenzia e sanzionato per dichiarazione infedele. Per quanto riguarda la responsabilità del sostituto d’imposta, è prevista una sanzione di 100 euro per ogni certificazione errata, o trasmessa tardivamente o non trasmessa.
Nel caso in cui un reddito correttamente indicato nella dichiarazione autocompilata non è stato poi riportato nella dichiarazione elaborata dal Caf/professionista il contribuente ha l’obbligo di integrare la dichiarazione. In caso contrario, il contribuente sarà soggetto al controllo dell’Agenzia per dichiarazione infedele, ma potrà rivalersi sul Caf/professionista per le sanzioni nel caso in cui ritenga che la responsabilità possa essere loro attribuita.
Altro punto chiarito riguarda la delega per l’accesso alla precompilata a un Caf o a un intermediario: l’Agenzia precisa che essa ha validità annuale e può essere conferita, unitamente a una copia del documento di identità del delegante, sia in formato cartaceo che elettronico. La delega può essere sottoscritta elettronicamente ma è necessario che il delegante si identifichi, attraverso le credenziali rilasciate dalla sua azienda per l’accesso alla rete interna ovvero attraverso una firma avanzata, qualificata o digitale, o tramite Pec-Id.
Il visto di conformità sul modello 730, chiarisce l’Agenzia, non rileva ai fini degli adempimenti dichiarativi relativi al quadro RW pertanto, l’omessa o tardiva presentazione di questo quadro non può essere imputata all’intermediario che ha apposto il visto ma al contribuente inadempiente.
L’intermediario che ha posto il visto di conformità non è responsabile se il contribuente ha trasmesso, tramite l’intermediario stesso, una dichiarazione nella quale sia stato riportato un credito che, a seguito di un successivo controllo ai sensi del 36-bis, sia stato rilevato errato a causa dell’omesso versamento degli acconti relativi all’anno precedente. Caf e professionisti sono tenuti, infatti, a verificare esclusivamente i versamenti dell’anno in corso e l’eccedenza a credito risultante dalla dichiarazione relativa al periodo d’imposta precedente.
Riguardo il termine per la trasmissione telematica delle Certificazioni uniche contenenti esclusivamente redditi non dichiarabili mediante il modello 730, l’Agenzia precisa che, per il primo anno, possono essere inviate anche dopo il 7 marzo 2015 senza applicazione di sanzioni. Tali certificazioni devono essere trasmesse in via telematica all’Agenzia entro il termine previsto il 770 semplificato (30 luglio 2015).
Il Caf, o il professionista che vista il modello 730 di un comodatario di immobili che ha sostenuto spese che fruiscono della detrazione del 50 o del 65%, è tenuto al controllo del contratto e della relativa registrazione.
Riguardo il calcolo reddito del familiare a carico, in presenza di immobili assoggettati a Imu, la circolare chiarisce che tale reddito (che non deve superare i 2.840,51 euro), deve essere calcolato senza tener conto della rendita catastale relativa agli immobili da questi posseduti e non locati qualora gli stessi siano soggetti a Imu (e si trovino in un comune diverso da quello dell’abitazione principale).
Diversamente, il reddito dei fabbricati adibiti ad abitazione principale e relative pertinenze, in per i quali non è dovuta l’Imu per l’anno 2014, va computato ai fini del calcolo del reddito complessivo del familiare. In quest’ultimo caso, tuttaviaspetta una deduzione Irpef dal reddito pari all’ammontare della rendita catastale dell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale e delle relative pertinenze (articolo 10, comma 3-bis, del Tuir). Infine, se l’immobile adibito ad abitazione principale è classificato nelle categorie catastali A/1, A/8, A/9 (appartamenti di lusso, castelli, ville), l’Imu è dovuta e, quindi, il relativo reddito non confluisce nel reddito complessivo del familiare.
I dati desunti dalle certificazioni di lavoro autonomo rilasciate in forma libera e non trasmesse alle Entrate ai fini della precompilata, devono essere riportati in dichiarazione, nel caso in cui dalle stesse emerga che il reddito rientra tra quelli che possono essere dichiarati con il modello 730.
Quesito: 2 attività.
salve, ho una partita iva come ditta individuale e mi occupo di web design, adesso vorrei aprire una seconda attività (un pub bireria) devo per forza chidere la partita iva che già ho avviata o posso aprirne una nuova per la nuova attività? grazie
Nessuna dichiarazione in Italia: spese indetraibili.
Un mio parente percepisce una pensione svizzera non soggetta a dichiarazione fiscale in Italia. Può detrarre gli oneri e le spese sostenute in Italia?
Un contribuente che, non avendo obblighi fiscali in Italia, non è tenuto a presentare la dichiarazione dei redditi, non ha, conseguentemente, neanche la possibilità di detrarre le spese sostenute nel nostro Paese. Ciò in quanto la spesa detraibile non genera un credito verso l’erario, ma appunto la detrazione di una somma dall’imposta dovuta o eventualmente già pagata.
L’Agenzia delle Entrate proroga anche per quest’anno le agevolazioni per le imprese minori che operano nel settore dell’autotrasporto.
Nel dettaglio, le imprese di autotrasporto merci – conto terzi e conto proprio – potranno recuperare nel 2015, fino ad un massimo di 300 euro per ciascun veicolo, le somme versate nel 2014 come contributo al Servizio Sanitario Nazionale sui premi di assicurazione per la responsabilità civile, per i danni derivanti dalla circolazione dei veicoli a motore adibiti a trasporto merci di massa complessiva a pieno carico non inferiore a 11,5 tonnellate.
Il credito sarà utilizzabile in compensazione tramite modello F24, indicando il codice tributo “6793”.
Per i trasporti effettuati personalmente dall’imprenditore oltre il Comune in cui ha sede l’impresa (autotrasporto merci per conto di terzi) è invece prevista una deduzione forfetaria di spese non documentate (articolo 66, comma 5, primo periodo, del Tuir), per il periodo d’imposta 2014, nelle seguenti misure:
Più tempo per Caf e professionisti per trasmettere gli ultimi 730/2015.
Proroga parziale per la trasmissione dei modelli 730/2015. Lo spostamento della scadenza dal 7 al 23 luglio prossimo riguarda Caf e professionisti abilitati.
Lo slittamento, stabilito con decreto del presidente del Consiglio dei ministri, firmato il 26 giugno scorso e in corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, come accennato coinvolge gli intermediari che, alla data del 7 luglio, abbiano già trasmesso almeno l’80% dei modelli a loro affidati dai contribuenti per l’anno d’imposta 2014. La notizia è stata diffusa ieri dal ministero dell’Economia e delle Finanze con un comunicato stampa.
In sintesi, ulteriore spazio utile per Caf e professionisti:
per la trasmissione vera e propria del modello 730/2015 all’Agenzia delle Entrate, insieme alle schede per la scelta della destinazione dell’8, del 5 e del 2 per mille dell'Irpef (modello 730-1)
per la consegna al contribuente della copia della dichiarazione elaborata e del relativo prospetto di liquidazione (cioè prospetto 730-3)
per la comunicazione del risultato contabile delle dichiarazioni elaborate (modello 730-4), che l’Agenzia inoltrerà al sostituto d’imposta per i conguagli.
per i contribuenti che inviano autonomamente la dichiarazione, attraverso l’applicazione dedicata al 730 precompilato
Sanzioni: l’esimente va richiesta, non applicata d’ufficio dal giudice.
Il giudice tributario non può, d’ufficio, dichiarare inapplicabili le sanzioni non penali in assenza di un’espressa richiesta in tal senso avanzata dal ricorrente; l’onere di allegare l’eventuale sussistenza delle “obiettive condizioni di incertezza” di cui all’articolo 8 del Dlgs 546/1992, grava, difatti, sul contribuente.
La controversia ha avuto origine in seguito alla notifica, nei confronti di una Srl, di una cartella di pagamento a mezzo della quale veniva richiesto il pagamento di somme dovute a titolo di maggiori imposte per due annualità (Iva, Irpeg, Irap, 2002-2003), oltre che di sanzioni pecuniarie.
La parte privata impugnava l’atto impositivo contestando la legittimità della pretesa erariale ed eccependo, in particolare, la tardività delle iscrizioni a ruolo di cui alla cartella e la conseguente decadenza in cui – a suo avviso – sarebbe incorso l’ufficio.
Inoltre, la ricorrente lamentava, genericamente, un’omessa indicazione dei calcoli operati per addivenire alle somme richieste a titolo di interessi e sanzioni.
L’ufficio si costituiva in giudizio, deducendo l’erroneità delle avverse doglianze e ribadendo la tempestività, la fondatezza e la legittimità del proprio operato.
Il giudizio di primo grado si concludeva con esiti contrapposti, ovvero con l’accoglimento del ricorso relativamente all’annualità 2002 e con il rigetto dello stesso per ciò che concerne il 2003.
L’ufficio, per la parte a sé sfavorevole, proponeva appello, sostenendo la non corretta e insufficiente motivazione adottata dai giudici, i quali non avevano individuato le ragioni per cui l’Amministrazione sarebbe incorsa nella contestata decadenza; a sua volta, la società presentava appello incidentale, lamentando l’inesattezza della sentenza circa la riconosciuta tempestività dell’operato dell’ufficio per l’annualità 2003.
La Commissione tributaria regionale accoglieva l’impugnazione principale dell’ufficio, riconoscendone la tempestività e la fondatezza dell’operato e, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, dichiarava pienamente legittima la cartella notificata alla società; i giudici rigettavano inoltre l’appello proposto in via incidentale dalla contribuente.
Ad avviso della Ctr, erano tuttavia da ritenersi non dovute le somme liquidate a titolo di sanzioni pecuniarie; i giudici di secondo grado provvedevano, pertanto, a disapplicare ex officio le sanzioni irrogate, in considerazione delle obiettive difficoltà interpretative delle norme di riferimento.
Avverso tale ultima statuizione, l’ufficio proponeva ricorso per cassazione, lamentando la violazione dell’articolo 112 cpc – e la conseguente nullità processuale ex articolo 360 cpc, comma 1, n. 4, – avendo la Ctr deliberato in ordine all’esimente di cui all’articolo 8 del Dlgs 546/1992, senza che la questione costituisse oggetto di controversia, non essendo stata mai dedotta dalla contribuente, nemmeno con i motivi di gravame dell’appello incidentale.
Difatti, la società, nel ricorso introduttivo del giudizio, aveva contestato la pretesa fiscale in quanto esercitata oltre il termine di decadenza di cui all’articolo 17 del Dpr 602/1973 e perché non motivata in relazione ai criteri di liquidazione degli interessi di mora e delle sanzioni pecuniarie.
Oltre a tale censura, non erano stati svolti ulteriori argomenti volti a impugnare il ruolo in ordine all’applicazione della sanzione pecuniaria: a conclusione del ricorso introduttivo, peraltro, era stato richiesto, in via subordinata, che venissero dichiarate non dovute le somme a titolo di interessi e sanzioni, essendo la tardività “riferibile all’ufficio e non al contribuente”; alcuna censura relativa alla carenza motivazionale del ruolo e della cartella, in punto di determinazione delle sanzioni, era del resto contenuta nell’appello incidentale in cui la società si limitava a dolersi dell’omesso esame, da parte della Ctp, delle eccezioni circa l’illegittimità dell’iscrizione a ruolo degli interessi senza gli elementi indispensabili al fine del relativo sindacato.
I giudici di legittimità, con la sentenza 12768/2015, in accoglimento del ricorso dell’Amministrazione finanziaria, come da giurisprudenza consolidata sul punto (cfr. Cassazione nn. 24060/2014, 12422/2011, 5830/2011, 15449/2010, 25676/2008, 14776/2003, 6251/2003 e 4053/2001), hanno ritenuto affetta dal vizio di nullità processuale la statuizione della pronuncia d’appello relativa all’annullamento del ruolo e della cartella in ordine all’irrogazione della sanzione pecuniaria, in quanto resa in extrapetizione.
“La generica richiesta di accertamento della non debenza delle sanzioni, – sostiene la Corte – contenuta nelle conclusioni del ricorso introduttivo, non può evidentemente valere, in un giudizio di tipo impugnatorio-misto, qual è quello tributario (in cui l’oggetto del giudizio è circoscritto dalle ragioni della pretesa fiscale riportate nell’atto opposto e dagli “specifici” motivi di opposizione proposti dal contribuente), a ricomprendere nel thema decidendum anche vizi di nullità del ruolo o della cartella non puntualmente dedotti, quale nella specie la richiesta di applicazione della “esimente”, fondata su presupposti del tutto diversi (obiettiva incertezza sulla portata della norma tributaria violata) da quelli, attinenti ai requisiti formali dell’atto esecutivo, ed ai quali sembra doversi ricollegare la contestazione della carenza di motivazione del ruolo – formato dall’ente impositore e trasfuso nella cartella emessa ai sensi dell’art. 36-bis DPR n. 600/73 e notificata dal Concessionario –, in ordine ai criteri di liquidazione delle sanzioni pecuniarie”.
La pronuncia della Ctr che ha annullato il ruolo e la cartella, in relazione all’irrogazione delle sanzioni pecuniarie, applicando ex officio la circostanza esimente di cui all’articolo 8 del Dlgs 546/1992, esula dai limiti imposti dal tantum devolutum quantum appellatum e incorre nella violazione dell’articolo 112 cpc, dovendo ritenersi esclusa la rilevabilità di ufficio – in assenza di specifica eccezione del contribuente – dei presupposti applicativi della predetta esimente.
Con l’accoglimento del ricorso, la Corte ha cassato la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e, decidendo la causa nel merito, ha rigettato il ricorso introduttivo proposto avverso l’atto irrogativo delle sanzioni pecuniarie, condannando altresì la società alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità.
Bonus 50%: requisiti bonifico.
Per fruire del "bonus ristrutturazioni", è necessario effettuare il pagamento con bonifico bancario o postale dal quale risulti la causale del versamento con riferimento alla norma agevolativa (articolo 16-bis del Dpr 916/1987), il codice fiscale del beneficiario della detrazione e il numero di partita Iva o il codice fiscale del beneficiario del pagamento. Pertanto, se il bonifico effettuato con dati mancanti ha pregiudicato il rispetto da parte della banca (o di Poste italiane) dell'obbligo di operare la prescritta ritenuta d'acconto all'atto dell'accredito delle somme, per non perdere la detrazione è possibile ripetere il pagamento alla ditta tramite un nuovo bonifico corretto (risoluzione n. 55/2012). Se la ripetizione del pagamento avviene in un anno successivo a quello di sostenimento delle spese originarie, il contribuente può accedere alla detrazione, cominciando dall’anno d’imposta in cui è stato effettuato il pagamento corretto.
Non è esente da Iva l'attività di trasporto di organi e di prelievi.
La contribuente, protagonista del contenzioso, esercita, a titolo autonomo, un’attività di trasporto di organi e di prelievi di origine umana a favore di vari ospedali e laboratori, sotto il controllo e la responsabilità di un medico e l’attività dalla stessa svolta è stata assoggettata a Iva dall’amministrazione tributaria belga. La contribuente riteneva che la sua attività dovesse essere esentata da Iva e, pertanto, adiva la competente autorità giurisdizionale, che sottoponeva al vaglio pregiudiziale della Corte Ue alcune questioni.
La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 13, parte A, paragrafo 1, lettere b) e c), della sesta direttiva 77/388/Cee del Consiglio ed è stata presentata nell’ambito di una controversia che oppone lo Stato belga a una contribuente, in merito all’assoggettamento a Iva dell’attività di trasporto di organi e di prelievi di origine umana per vari ospedali e laboratori che l’interessata svolge a titolo autonomo.
I rilievi mossi dal giudice a quo
Con tali questioni, il giudice a quo chiedeva, in sostanza, se l’articolo 13, parte A, paragrafo 1, lettera b) o c), della sesta direttiva debba essere interpretato nel senso che si applica a un’attività di trasporto di organi e di prelievi di origine umana a fini di analisi medica o di cure mediche o terapeutiche, esercitata da un terzo indipendente, le cui prestazioni sono comprese nel rimborso effettuato dal sistema previdenziale, in favore di cliniche e laboratori, e, in particolare, se tale attività possa fruire di un’esenzione dall’Iva a titolo di prestazioni strettamente connesse a prestazioni mediche, quali previste al suddetto articolo 13, parte A, paragrafo 1, lettera b).
L’articolo 13 della medesima direttiva esenta alcune attività dall’Iva. Tuttavia, i termini con cui sono state designate le esenzioni di cui all’articolo 13 della sesta direttiva devono essere interpretati restrittivamente, dato che queste ultime costituiscono deroghe al principio generale secondo cui l’Iva è riscossa per ogni prestazione di servizi fornita a titolo oneroso da un soggetto passivo.
Per quanto concerne le prestazioni mediche, esse possono rientrare tra le esenzioni previste all’articolo 13, parte A, paragrafo 1, lettere b) e c), della sesta direttiva. Emerge dalla giurisprudenza che l’articolo 13, parte A, paragrafo 1, lettera b), della sesta direttiva riguarda prestazioni compiute in ambito ospedaliero mentre la lettera c) di tale medesimo paragrafo riguarda prestazioni mediche fornite al di fuori di tale ambito.
Con riferimento alla nozione di “cure mediche” di cui all’articolo 13, parte A, paragrafo 1, lettera b), della sesta direttiva e a quella di “prestazioni mediche”, ai sensi dell’articolo 13, parte A, paragrafo 1, lettera c), di tale direttiva, la Corte ha già più volte rilevato che entrambe tali nozioni riguardano prestazioni che hanno lo scopo di diagnosticare, di curare e, nella misura del possibile, di guarire malattie o problemi di salute. Ne deriva che le prestazioni mediche effettuate allo scopo di proteggere, mantenere o ristabilire la salute delle persone beneficiano dell’esenzione prevista all’articolo 13, parte A, paragrafo 1, lettere b) e c), della sesta direttiva.
Nella fattispecie oggetto della controversia, si rileva che l’attività di trasporto di organi e di prelievi di origine umana a favore di vari ospedali e laboratori, manifestamente non costituisce “cure mediche” o “prestazioni mediche”, ai sensi dell’articolo 13, parte A, paragrafo 1, lettere b) e c), della sesta direttiva, dal momento che essa non rientra tra le prestazioni mediche che hanno direttamente come scopo effettivo quello di diagnosticare, di curare e di guarire malattie o problemi di salute, o che perseguono effettivamente la tutela, il mantenimento o il ristabilimento della salute. Inoltre, la Corte UE ha già dichiarato che, contrariamente al dettato dell’articolo 13, parte A, paragrafo 1, lettera b), della sesta direttiva, il testo della lettera c) di tale disposizione non contiene alcun riferimento ad operazioni strettamente connesse alla prestazione di cure mediche, benché quest’ultima disposizione segua immediatamente quella del suddetto articolo 13, parte A, paragrafo 1, lettera b), e che, pertanto, una nozione di “operazioni strettamente connesse alla prestazione di cure mediche” non ha alcuna pertinenza ai fini dell’interpretazione dell’articolo 13, parte A, paragrafo 1, lettera c), della sesta direttiva.
L’attività al centro della controversia
Pertanto, la Corte rileva che un’attività come quella oggetto della controversia in esame non può fruire di un’esenzione dall’Iva, ai sensi dell’articolo 13, parte A, paragrafo 1, lettera c), della sesta direttiva.
La Corte Ue procede quindi a verificare se tale attività possa fruire di un’esenzione dall’Iva, ai sensi dell’articolo 13, parte A, paragrafo 1, lettera b), della sesta direttiva, qualora tale attività sia equiparata a prestazioni strettamente connesse a un’ospedalizzazione o a cure mediche.
Occorre rilevare che dal testo dell’articolo 13, parte A, paragrafo 1, lettera b), della sesta direttiva risulta che detta attività può fruire dell’esenzione dall’Iva, sulla base di tale disposizione, a titolo di prestazioni strettamente connesse a un’ospedalizzazione o a cure mediche, soltanto se essa, da un lato, è ascrivibile alle “operazioni strettamente connesse a un’ospedalizzazione o a cure mediche” e, dall’altro, è fornita da un organismo di diritto pubblico oppure, a condizioni sociali analoghe a quelle vigenti per gli organismi di diritto pubblico, da istituti ospedalieri, centri medici e diagnostici o altri istituti della stessa natura debitamente riconosciuti.
Riguardo alla nozione di “operazioni strettamente connesse all’ospedalizzazione o alle cure mediche”, ai sensi dell’articolo 13, parte A, paragrafo 1, lettera b), della sesta direttiva, la Corte ha già dichiarato che essa deve essere interpretata nel senso che non comprende attività quali il prelievo e il trasporto di sangue, se le cure mediche prestate in ambito ospedaliero, con cui tali attività sono soltanto eventualmente connesse, non sono ancora esistenti, né iniziate o programmate. Infatti, per quanto concerne le prestazioni mediche, la Corte ha precisato che solo le prestazioni di servizi che rientrano logicamente nell’ambito della fornitura dei servizi di ospedalizzazione e di cure mediche e che costituiscono una tappa indispensabile nel processo di prestazione di tali servizi per conseguire gli scopi terapeutici perseguiti da questi ultimi possono costituire “operazioni (…) strettamente connesse” ai sensi di tale disposizione.
Tutto è rimesso al giudice a quo
Spetta comunque al giudice “a quo”, stabilire se tale attività sia o meno indispensabile. Così, nel caso in cui il giudice “a quo” pervenisse alla conclusione che tale attività costituisce effettivamente una tappa indispensabile nel processo di prestazione di servizi di ospedalizzazione e di cure mediche per conseguire gli scopi terapeutici perseguiti da questi ultimi, occorre verificare se tale attività sia svolta da un organismo di diritto pubblico oppure, a condizioni sociali analoghe a quelle vigenti per gli organismi di diritto pubblico, da istituti ospedalieri, centri medici e diagnostici o altri istituti della stessa natura debitamente riconosciuti.
Posto che un trasportatore non può essere qualificato come “organismo di diritto pubblico”, né può corrispondere alla qualificazione di “istituto ospedaliero”, di “centro medico” o di “centro diagnostico”, occorre verificare se un tale trasportatore possa rientrare nella nozione di “altri istituti della stessa natura” debitamente riconosciuti che svolgono l’attività in parola alle stesse condizioni, ai sensi della suddetta disposizione.
Al riguardo, risulta che la contribuente esercita, a titolo autonomo, un’attività di trasporto di organi e di prelievi di origine umana a favore di vari ospedali e laboratori, ma che la sua impresa non può essere qualificata come istituto “della stessa natura” di quelli che hanno richiesto i servizi di trasporto da essa forniti,, non essendo un ente individualizzato che svolge lo stesso tipo di particolare funzione assolta dagli istituti ospedalieri o dai centri medici e diagnostici.
Tutto ciò premesso, la Corte Ue perviene alla conclusione che l’articolo 13, parte A, paragrafo 1, lettere b) e c), della sesta direttiva deve essere interpretato nel senso che esso non si applica a un’attività di trasporto di organi e di prelievi di origine umana a fini di analisi medica o di cure mediche o terapeutiche, esercitata da un terzo indipendente, le cui prestazioni sono comprese nel rimborso effettuato dal sistema previdenziale, a favore di cliniche e laboratori. In particolare, tale attività non può fruire di un’esenzione dall’Iva a titolo di operazioni strettamente connesse a prestazioni mediche quali previste al suddetto articolo 13, parte A, paragrafo 1, lettera b), in quanto tale terzo indipendente non può essere qualificato come “organismo di diritto pubblico”, né può corrispondere alla qualificazione di “istituto ospedaliero”, “centro medico” o “centro diagnostico” o qualsiasi altro “istituto della stessa natura debitamente riconosciuto”, che opera in condizioni sociali analoghe a quelle vigenti per gli organismi di diritto pubblico.
Causa C-334/14
Versamenti da Unico differiti.
Per chi non effettua il pagamento entro il 6 luglio, è prevista la possibilità di versare gli importi dovuti, con l’aggiunta della maggiorazione dello 0,40% a titolo di interesse corrispettivo, entro i successivi trenta giorni. Poiché il trentesimo giorno (5 agosto) cade nel periodo di “tregua” estiva (1 - 20 agosto), il versamento sarà considerato valido se effettuato entro giovedì 20 agosto.
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e contrario
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