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Timestamp: 2019-06-25 12:48:31+00:00

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Sui rapporti tra il delitto di truffa e bancarotta fraudolenta. Inapplicabilità del ne bis in idem – Spia al diritto
info Aprile 1, 2019
Cass. Pen., Sez. V, 27 marzo 2019, n. 13399 (Est. Tudino)
La contestazione del delitto di truffa, avente ad oggetto l’erogazione di finanziamenti bancari indotti mediante falsificazione dei bilanci e di altra documentazione relativa alla situazione economico-patrimoniale di una società non impedisce, in ragione del divieto di “bis in idem”, di giudicare l’imputato per il delitto di bancarotta per distrazione, contestato nel medesimo procedimento, in relazione alle somme successivamente sottratte, in presenza di una condotta complessivamente dolosa che avvince in sé anche il fallimento delle società finanziate, trattandosi di fatti illeciti naturalisticamente differenziati.
Con la sentenza in epigrafe i Supremi giudici affrontano la questione inerente i rapporti tra il delitto di truffa ex art. 640 c.p. e quello di bancarotta per distrazione ex art. 216 l.f.
Più in particolare, la questione posta con il ricorso investe, quindi, il rapporto tra il reato di truffa e la distrazione, una volta dichiarato il fallimento, delle utilità conseguite attraverso l’artificiosa prospettazione delle condizioni, patrimoniali e finanziarie, della società beneficiata.
La definizione di tale rapporto, infatti, si ricollega direttamente al divieto di cui all’art. 649 c.p.p., che fissa il principio del ne bis in idem, che deve inoltre essere applicato alla luce della lettura costituzionalmente conforme offerta dalla Consulta con la sentenza n. 200 del 2016.
La Corte di Cassazione, dunque, passa anzitutto a richiamare le letture sostanizalistiche dell’art. 649 c.p.p.
Come detto la sentenza della Corte Costituzionale n. 200/2016, ha statuito l’illegittimità costituzionalmente, per violazione dell’art. 117, primo comma, Cost., in relazione all’art. 4 del Protocollo n. 7 alla CEDU, dell’art. 649 c.p.p., nella parte in cui esclude che il fatto sia il medesimo per la sola circostanza che sussiste un concorso formale tra il reato già giudicato con sentenza divenuta irrevocabile e il reato per cui e iniziato il nuovo procedimento penale.
Nella delineata prospettiva, la Consulta ha escluso che l’art. 4 del protocollo n. 7 CEDU – secondo cui “nessuno può essere perseguito o condannato penalmente dalla giurisdizione dello stesso Stato per un reato per il quale è già stato assolto o condannato” – abbia un contenuto più ampio di quello dell’art. 649 c.p.p., per il quale “l’imputato prosciolto o condannato con sentenza o decreto penale divenuti irrevocabili non può essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto”.
Al contrario, la Corte Costituzionale ritiene costituzionalmente corretti gli approdi della giurisprudenza di legittimità, per la quale l’identità del fatto sussiste quando vi sia corrispondenza storico-naturalistica nella configurazione del reato, considerato in tutti i suoi elementi costitutivi (condotta, evento, nesso causale) e con riguardo alle circostanze di tempo, di luogo e di persona.
Così, la valutazione sostanzialistica dell’idem factum deve procedere tenendo conto dei rapporti di interferenza strutturale tra i reati.
In tema di rapporti tra appropriazione indebita e bancarotta fraudolenta per distrazione, per esempio, è stato efficacemente ritenuto come, alla luce dei principi sovranazionali recepiti dalla Consulta, il giudizio irrevocabile per il delitto di appropriazione indebita di beni aziendali impedisca, in ragione del divieto di “bis in idem”, di giudicare l’imputato per il delitto di bancarotta per distrazione in relazione agli stessi beni, in quanto la dichiarazione di fallimento, che distingue il secondo reato dal primo, non è quindi elemento idoneo a differenziare il fatto illecito naturalisticamente inteso.
Vero è che, da un esame strutturale delle fattispecie emerge che il delitto di bancarotta per distrazione ha in più l’elemento specializzante della dichiarazione di fallimento, tuttavia il diritto penale punisce i fatti dipendenti dall’azione o dall’omissione dell’agente; perciò, anche se nel “fatto” vanno ricompresi – secondo l’insegnamento della Corte Costituzionale e delle Sezioni Unite – le conseguenze della condotta (l’evento) e il nesso che le lega alla condotta, deve trattarsi pur sempre di elementi dipendenti dall’agire del soggetto, perché possano essergli addebitati.
La dichiarazione di fallimento è, invece, per generale opinione, indipendente dalla volontà dell’agente, perché consegue all’iniziativa dei creditori o del Pubblico Ministero ed è legata alle valutazione del Tribunale fallimentare, sicché non può essere annoverata tra gli elementi che concorrono alla identificazione del “fatto”, nella accezione assunta dal giudice delle leggi e che qui rileva”.
Conseguentemente, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno giustamente affermato che nella bancarotta la condotta si perfeziona con la distrazione, ma la punibilità è subordinata alla dichiarazione di fallimento, concludendo che “se l’agente è già stato giudicato con carattere di definitività per il delitto di appropriazione indebita ex art. 646 c.p., nel caso di condanna egli sarà assoggettato alla sanzione penale stabilità dal giudice; nel caso di assoluzione, non si vede come la medesima condotta potrebbe essere contraddittoriamente valutata penalmente rilevante”. Ne consegue che depurata dell’elemento specializzante, la bancarotta per distrazione in nulla differisce dalla condotta di cui all’art. 646 c.p.
Tale ragionamento, volto a districare le questioni sorte in relazione ai rapporti tra il delitto di appropriazione indebita e bancarotta per distrazione, non appare mutuabile allorquando devono essere raffrontate le fattispecie ex artt. 640 c.p. e, ancora, la bancarotta per distrazione.
La condotta finalizzata alla erogazione di finanziamenti bancari indotti dalla falsa documentazione della situazione delle società riferibili all’indagato o dalla utilizzazione di documenti mendaci, acquisti mediante accreditamento, e quella successiva per la quale le somme accreditate vengono successivamente prelevate e destinate a fini extrasociali, in violazione della garanzia patrimoniale generica, sono ontologicamente diverse potendo al più configurare un vincolo rilevante ex art. 81 cpv. c.p. in presenza di reati distinti, che trovano una riconduzione unitaria solo in una previa ideazione strumentale e teleologicamente orientata.
Conclusivamente, la Cassazione afferma il principio di diritto per cui la contestazione del delitto di truffa, avente ad oggetto l’erogazione di finanziamenti bancari indotti mediante falsificazione dei bilanci e di altra documentazione relativa alla situazione economico-patrimoniale di una società non impedisce, in ragione del divieto di “bis in idem”, di giudicare l’imputato per il delitto di bancarotta per distrazione, contestato nel medesimo procedimento, in relazione alle somme successivamente sottratte, in presenza di una condotta complessivamente dolosa che avvince in sé anche il fallimento
delle società finanziate, trattandosi di fatti illeciti naturalisticamente differenziati.
Tagsbancarotta fraudolenta, ne bis in idem, truffa

References: Cass. 
 sentenza 
 art. 640
 art. 216
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 646
 art. 81