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Timestamp: 2017-05-25 12:30:29+00:00

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XXVII – Ricompensa del buon ladrone (II parte)
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XXVII – Ricompensa del buon ladrone (II parte) Parole chiave : Apertura dei sepolcri, Resuscitati del Calvario, Risurrezione complemento della felicità Categorie : Gaume - Storia del buon ladrone
La risurrezione complemento della felicità. – I resuscitati del Calvario. – Apertura de’ sepolcri. – Risurrezione. – In qual momento avvenne. – Insegnamento di Suarez. – Numero dei resuscitati e loro apparizioni. – Chi eran essi. – Sentimenti dei Padri. – Loro ascensione in corpo ed in anima. – Quella del Buon Ladrone.
La felicità dei Santi che sono ora nel cielo, è una felicità inalterabile e senza fine; ma può essere accresciuta. E lo sarà effettivamente quando avverrà la risurrezione della carne, allorché riunita l’anima al corpo glorificato, l’uomo diverrà nuovamente un essere perfetto. Questo aumento di felicità, la ragione ben lo comprende, e la teologia lo insegna (338). Il Buon Ladrone attende ancor egli questo accrescimento di beatitudine? Tale si è la interessante quistione che andiamo a discutere.
Noi leggiamo nell’Evangelio: “Ma Gesù, gettato di nuovo un gran grido, rendé lo spirito. Ed ecco che il velo del Tempio si squarciò in due parti da sommo a iena: e la terra tremò, e le pietre si spezzarono, e i monumenti si aprirono: e molti corpi de’ santi che si erano addormentati risuscitarono. E usciti de’ monumenti, dopo la risurrezione di Lui entrarono nella città santa, e apparvero a molti” (339). Tutti questi prodigi eran la prova e la conseguenza del più grande di essi, la morte dell’Uomo-Dio su di una croce. Il velo del tempio si squarcia, perché il regno della legge Mosaica è finito. Le pietre si spezzano, la terra trema, si oscura il sole, e tutta la natura è sconvolta, perché, fa manifesto, come può, il suo dolore per la morte del suo Creatore, ed annunzia l’estremo sconvolgimento, dal quale sarà preceduto il finale Giudizio. L’un dei due ladroni è convertito, riprovato l’altro: figura profetica di quanto avverrà a tutto il genere umano. Si aprono i sepolcri, e la morte vinta rende le sue vittime, annunzio dell’universale redenzione e della futura risurrezione. Non è del nostro compito il trattenersi su ciascuno di questi miracoli: uno solo fra essi deve occuparci, ed è quello della risurrezione de’ morti. Quando quei morti risuscitarono? a chi apparvero? Chi furono quei morti? E che fu poi di loro?
Cosa certa è che Nostro Signore, il capo dell’umanità, risuscitò il primo; quindi s. Paolo lo appella il primogenito dei morti, primogenitus ex mortuis. Veruna risurrezione pertanto ebbe luogo prima del giorno di Pasqua. S. Matteo lo dice in termini precisi: “Usciti dai monumenti dopo la risurrezione di Lui, Exeuntes de monumentis post resurrectionem suam“. Che così dovesse avvenire, si comprende facilmente. Perché quei santi personaggi eran richiamati alla vita? Per rendere testimonianza della risurrezione di Nostro Signore; ma non potevano essi renderla prima che questa si adempisse (340).
Se il Vangelo parla della risurrezione di quei morti, nel medesimo tempo in cui parla degli altri prodigi avvenuti alla morte del Salvatore, egli è perché il sacro istorico nel suo rapido racconto riunisce tutti i fatti miracolosi, benché non tutti avessero luogo nel medesimo giorno. Non v’ ha compendio di storia antica o moderna che non offra esempi di un simile modo di racconto. Del rimanente l’apertura dei sepolcri avvenne al momento stesso che Nostro Signore spirò, emisit spiritum. La Provvidenza lo permise per rendere più evidente la risurrezione di quei morti, che per la durata di due giorni, si poterono vedere giacenti senza vita nei loro sepolcri (341).
Ora il giorno di Pasqua, immediatamente dopo che il novello Adamo fu uscito dal suo sepolcro vincitore della morte e dell’inferno, apparvero nelle vie e sulle piazze di Gerusalemme, in gran numero, que’ risorti dicendo: “Il Cristo è risuscitato, e noi ha risuscitato con lui. Riconosceteci; non siamo già de’ fantasmi. Vedete e toccate: il dubbio non è più possibile. Credete adunque in Lui; adoratelo come Figlio di Dio; amatelo come vostro Redentore, e piangete su quanto venne fatto contro di Lui… Può bene immaginarsi quale impressione dové produrre, nei diversi quartieri della città, la presenza ed il linguaggio di tali testimoni!
Abbiamo detto nei diversi quartieri della città, ed il sacro testo ci autorizzava a dirlo. Venerunt in sanctam civitatem. E ci autorizza ancora ad aggiungere, che quegli strani ma irrecusabili testimoni furono veduti e sentiti, non già da alcune persone soltanto, ma da un gran numero: et apparuerunt multis.
Quindi è che, oltre gli Apostoli e i Discepoli, molti de’ Giudei presenti in Gerusalemme furono favoriti di questa eloquente apparizione. Nacque negli uni la fede, in altri si raffermò, ed un tal fatto più stupendo di ogni altro prodigio, dà la spiegazione delle numerose conversioni che ebbero luogo il giorno della Pentecoste (342).
Numerosi furono i risuscitati, numerosi i testimoni oculari, ed auricolari della loro risurrezione; tale è la verità evangelica. Ma chi erano mai quei morti tornati in vita? e san Disma fu egli di questo numero?
Era quei testimoni dell’altro mondo, la tradizione nomina una parte dei santi personaggi dell’Antico Testamento, che, sia per le circostanze della loro vita, sia per lo splendore delle loro virtù, avevano avuto più significanti rapporti con Nostro Signore. Tali sono fra gli altri Adamo ed Eva, Abramo, Isacco, Giacobbe, Melchisedecco, Mosè, Giosuè, Giobbe, Giona, Samuele, Isaia e gli altri Profeti (343).
A questi testimoni dell’antica età, Padri e figure del Messia, si aggiunsero dei contemporanei della generazione deicida, come Zaccaria, padre di s. Giovanni Battista, il santo vecchio Simeone, s.. Giuseppe, il Buon Ladrone ed altri ancora (344).
Tale è il sentimento di s. Epifanio, fedele depositario delle tradizioni di Gerusalemme, e della Palestina sua patria (345). Ed è facile comprenderne la giustezza. In attestato della sua divinità, l’augusta Vittima del Calvario avea fatto appello a tutti gli elementi; tutti eran concorsi, e la loro testimonianza era palpabile. I morti pure doveano accorrere, e la loro testimonianza non dovea esser meno irrefragabile. Non bastava perciò di venire a dire in Gerusalemme: io sono Adamo, io sono Abramo, io son Noè, io son Mosè: ma bisognava provarlo. A tale effetto il miglior mezzo si era, che persone conosciute, già, morte e sepolte da dieci o quindici anni al più, venissero pieni di vita e di sanità, a dire ai loro parenti e ai loro amici: io son Zaccaria, io son Simeone, io san Disma, io son vostro padre, vostro fratello. Guardatemi bene, io non v’inganno, né posso ingannarvi. Io e questi che voi vedete con me, siamo ciò che noi vi diciamo, testimoni, cioè, della divinità di Gesù di Nazareth, la cui potenza ci ha richiamati alla vita. In una tal condizione, la testimonianza non lasciava nulla a desiderare, e l’eterna sapienza avea raggiunto il suo scopo.
I gloriosi testimoni de’ quali parliamo non fecero che passare, per isparire prontamente e di bel nuovo morire? Il sentimento dei più gravi Dottori, fondato sull’autorità dei Padri, si è che quei santi personaggi rimasero visibilmente sulla terra fino al giorno dell’Ascensione, mostrandosi, come Nostro Signore istesso, a coloro che n’erano degni, testibus praeordinatis, e confermando, colla loro miracolosa presenza la divinità di Nostro Signore, e della Chiesa che era per nascere dal Cenacolo. Il giorno dell’Ascensione, essi salirono al cielo in corpo ed anima, al seguito del divin Redentore, che li presentò all’eterno Padre ed agli Angeli, siccome trofei della sua vittoria, e primizie del genere umano rigenerato.
I grandi teologi che sostengono questa opinione sì bella e sì consolante, sono fra gli altri il venerabile Beda, s. Anselmo, Rabano Mauro, Pascasio Ratberto, Druthmaro, Ruperto, Gaetano, Giansenio, Dionigi il Certosina, Maldonato, Cornelio a Lapide, ed il celebre Suarez (346).
Noi dicemmo che essa è fondata sull’autorità dei Santi Padri, e dei Dottori, ed ecco le parole di alcuno di essi.
“Vi han sulla terra, dice s. Epifanio, delle reliquie de’ Santi, tranne di quelli che risuscitarono e sono entrati nella santa città” (347). Nella sua lettera Sinodale, riportata ed approvata dal sesto Concilio, s. Sofronio, Patriarca di Gerusalemme si esprime così: “Dopo tre giorni, Nostro Signore vien fuora dal sepolcro, e con lui fa venir fuora tutti i morti, e dalla corruzione li conduce all’immortalità per la sua risurrezione dalla morte” (348).
Prima di esso è più affermativo ancora è Eusebio. “Il corpo di Nostro Signore è risorto, e molti corpi di santi ch’eran defunti, risuscitarono e con Nostro Signore entrarono nella vera città celeste” (349).
Anselmo, citando il venerabile Beda, il quale afferma che questi santi sono entrati al Cielo con Nostro Signore dice: “Non bisogna prestar fede alcuna ai temerari, i quali pretendono che quei santi ridivenissero polvere” (350).
Parlando del Buon Ladrone in particolare, P. il Teofilo Rainaldo si esprime così: “Egli era molto conveniente che Nostro Signore avendo avuto il Buon Ladrone per compagno delle sue umiliazioni, e della sua croce, lo avesse altresì della sua risurrezione, e della sua gloria nella integrità della sua rigenerata natura. Il Buon Ladrone pertanto tutto intiero, e non diviso, sarà con Gesù Cristo tutto intero. Si aggiunga che niuna reliquia si è mai trovata del Buon Ladrone. Or non è verisimile che Nostro Signore avesse lasciato in perpetuo sepolto nella terra un siffatto tesoro, se veramente la terra lo possedeva” (351).
Infine il grande Arcivescovo di Reims, s. Remigio, trattando ex professo una siffatta quistione, conchiude in questi termini: “Dobbiamo dunque credere senza esitare, che coloro i quali risuscitarono con N. Signore Gesù Cristo, salirono al cielo con esso lui” (352).
La ragione stessa ce ne persuade. Nella gloriosa ascensione di questi illustri risorti essa vede altissime convenienze. E non era naturale che Nostro Signore entrando nel cielo, mostrasse subito, in quei santi personaggi in corpo ed anima, il frutto della sua completa vittoria. sulla morte? Non era d’uopo che quelle anime, già. fatte beate, fossero unite ai loro corpi gloriosi ed immortali? Ed il luogo proprio dei corpi glorificati non è forse il cielo?
Può mai immaginarsi che quelle anime già in possesso della visione beatifica, rimanessero riunite a dei corpi mortali, e corruttibili, e quindi esposti a sopportare le intemperie delle stagioni, il caldo, il freddo, e tutte le altre infermità della vita presente, e di più i dolori di una novella morte? Se quei gran santi avessero dovuto morire una seconda volta, assai meglio sarebbe stato per essi non risuscitare. Finalmente non era secondo ragione e convenienza, che Nostro Signore regnando in corpo ed anima in cielo, la sua umanità avesse compagni con simili della sua gloria, che coi suoi occhi vedesse e con essi potesse confabulare, e come uomo non rimanesse solingo e senza alcuna consolazione propria di quella sua umana natura? Da tutto il fin qui detto concludiamo con Suarez, e Cornelio a Lapide, che la sentenza, la quale sostiene che in anima e corpo sieno in cielo i molti risorti del Calvario, è la più ragionevole e la più vera, la meglio fondata in autorità, la più conforme alla natura delle cose, alla bontà divina, ed alle convenienze della gloria di Nostro Signor Gesù Cristo (353).
Fra gl’illustri compagni del suo trionfo, uno ve n’ ha che Nostro Signore mostrò, e mostrerà eternamente con singolare predilezione, ed è questi il suo ben amato Disma. Sentiamo ciò che ne dice il Grisostomo: “Non vi ha re che, entrando trionfante nella sua capitale, faccia sedere al suo fianco un pubblico ladro, o anche qualcuno dei suoi servitori. Ebbene! Nostro Signore l’ ha fatto. Ritornando nella divina sua patria, egli condusse seco un ladro: né fu questo pel paradiso un disonore, ma una gloria.
“Gloria pel paradiso è di avere un re assai potente da render meritevole delle voluttà celesti un ladro. Similmente quando il Signore ammetteva nel regno suo pubblicani e meretrici non era un disonore ma una gloria pel paradiso. Con ciò egli mostrava quanto grande fosse quel re dei cieli, che potea rendere i pubblicani, e le pubbliche peccatrici abbastanza stimabili da meritare un tanto favore ed una sì grande felicità.
“E come noi ammiriamo un medico, soprattutto allorché lo vediamo guarire malattie giudicate insanabili, e render sani infermi disperati; così è giusto di ammirare Nostro Signore, soprattutto allorquando guarisce e sana piaghe insanabili, e riduce un pubblicano o una meretrice ad una sì perfetta sanità da renderli degni di assidersi in cielo con gli angeli.
“Ma, direte voi, che ha mai fatto quel Ladrone per meritare di passar dal patibolo al cielo? Volete ch’io vi dica in due sole parole i suoi meriti? Mentre Pietro negava locato in basso, ei confessava in alto. Non dimentichiamo dunque questo Buon Ladrone; non vogliamo arrossire di riguardare come dottore colui, che Nostro Signore non dubitò d’introdurre per primo con sé nel paradiso” (354).
(338) S. Thom. Suppl., q. 93. art. 1 , corp.
(339) S. Matth., XVII, 50, 53.
(340) S. Hier., in Matth., XXVII, 52.
(341) Suarez, De Myster. Christi, quaest. LIII, art. 3, n. 7. p. 802.
(342) Cor. a Lap., in Matth., XXXVII, 53.
(343) S. Athan., Orat. de Pass. Dom., Origen., in Matth., Tract. 35, Alphons. a Castro, verbo Adam; Cor. a Lap., in Gen., v. 5, et in Matth., XXVII, 53, etc., etc.
(344) Theoph. Raynald., Metamorphos., etc., p. 555.
(345) In Ancorato, etc.
(346) Vedi le loro parole nella Bibbia di Vence, Dissertat. sur la resurr. des SS. Pères, t. XX, p. 135, in Cor. a Lapide, in Matth., XXVII, 53; e in Suarez, ubi supra. S. Tommaso sostiene le due opinioni. 3. p., q. 53, art. 3; et in 4, dist. 43, q. 1, art. 3, 9, l, ad 3.
(347) «Reliquias sanctorum esse in terra, exceptis iis qui resurrexerunt, et ingressi sunt sanctam civitatem.» Haeres. 35, in fine.
(348) Act., II.
(349) Demostr. Evangel. lib. IV, c. XII.
(350) In Matth., XXVII, 53
(351) Metamorphos., etc., c. XIII, p. 554.
(352) S. Remigio, Vid. Caten. aur., in Matth., XXVII, p. 372, id. in 8.
(353) Corn., in Matth., XXVII, 53; – Suarez, Ubi supra, q. LIII, art. 3 p. 806.
(354) De Cruc. et Latr., n. 2
XXVI – Ricompensa del buon ladrone (I parte) »
« XXVIII – Gloria del buon ladrone (I parte) Qui Mariam absolvisti, et latronem exaudisti, mihi quoque spem dedisti!

References: art. 1
 art. 3
 art. 3
 art. 3
in fine
 art. 3