Source: http://www.tutticap.it/diritto-penale-delleconomia/il-sequestro-preventivo/
Timestamp: 2020-07-05 00:02:34+00:00

Document:
IL SEQUESTRO PREVENTIVO | De Rosa & Costa
IL SEQUESTRO PREVENTIVO FINALIZZATO ALLA CONFISCA PER EQUIVALENTE NON PUO’ ESSERE DISPOSTO SUI BENI DELLA SOCIETA’ QUANDO SI PROCEDE PER VIOLAZIONI TRIBUTARIE COMMESSE DAL LEGALE RAPPRESENTANTE
La Suprema Corte conferma la decisione del Tribunale del Riesame di Milano che ha annullato il provvedimento di sequestro preventivo emesso dal GIP presso il medesimo Tribunale per una somma di oltre 245 milioni di euro a danno di Unicredit nell’ambito della c.d. operazione ‘Brontos’, che vasta eco ha avuto su tutti i mezzi di informazione.
Si è trattato, in sostanza, secondo l’accusa, di una operazione di frode fiscale con la quale sono stati fatti apparire fittiziamente come dividendi – in modo da poter fruire della deducibilità fiscale del 95% – quelli che in realtà erano interessi attivi sottoposti a tassazione per l’ntero.
La Corte di Cassazione ribadisce che non è possibile sottoporre a confisca per equivalente beni appartenenti a persone giuridiche per violazioni tributarie poste in essere dai suoi rappresentanti che agiscono nell’ambito dei poteri e delle facoltà inerenti il rapporto organico. Ciò in quanto gli artt. 24 e ss. del d. lgs. n. 231/2001 non contemplano i reati tributari tra i reati presupposto per i quali si configura la responsabilità amministrativa dell’ente, fatta salva in ogni caso l’ipotesi in cui la struttura collettiva costituisce uno schermo fittizio utilizzato dal reo per commettere l’illecito.
La confisca per equivalente, invero, è prevista dall’art. 19 di detto decreto legislativo in caso di condanna dell’ente collettivo per responsabilità da reato “1. nei confronti dell’ente é sempre disposta, con la sentenza di condanna, la confisca del prezzo o del profitto del reato, salvo che per la parte che può essere restituita al danneggiato. Sono fatti salvi i diritti acquisiti dai terzi in buona fede.
2. Quando non é possibile eseguire la confisca a norma del comma 1, la stessa può avere ad oggetto somme di denaro, beni o altre utilità di valore equivalente al prezzo o al profitto del reato.”
Né, d’altra parte, l’applicabilità della confisca si può far derivare dal regime di responsabilità delle persone giuridiche delineato dal diritto tributario se non a costo di una operazione interpretativa ortopedica di dubbia costituzionalità.
Certamente questa impossibilità a legislazione vigente non risponde ad una scelta legislativa razionale e condivisibile anche in relazione al diverso trattamento normativo riservato all’ipotesi di reato fiscale transazionale nel quale caso, invece, ai sensi delle l. n. 146/2006, è possibile affermare la responsabilità dell’ente collettivo e procedere al sequestro preventivo in funzione della confisca per equivalente.
Tuttavia “non è possibile percorrere un’interpretazione estensiva creativa, per di più in malam partem, in palese violazione del principio di legalità, in quanto solo un intervento legislativo che preveda espressamente la responsabilità della persona giuridica per i reati tributari commessi a vantaggio e nell’interesse dell’ente può rendere possibile la confisca di valore”.
Sulla scorta di tali argomentazioni la Suprema Corte non può non perveniere alla conclusione per cui nel caso di specie la società bancaria, al cui vantaggio risultano finalizzati i reati oggetto di contestazione, non può rispondere per tali reati in mancanza di una fonte legislativa che preveda tale responsabilità e, di conseguenza, i suoi beni non possono essere assoggettati a sequestro preventivo in funzione di confisca.
Dott. ROSI Elisabetta- rel. Consigliere –
PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE D’APPELLO PRESSO CORTE D’APPELLO DI MILANO;
1) OMISSIS SPA C/;
avverso l’ordinanza n. 283/2011 TRIB. LIBERTA’ di MILANO, del 22/11/2011;
sentite le conclusioni del PG Dott. Gioacchino Izzo, che ha chiesto il rigetto del ricorso;
Udito il difensore Avv. del Foro di Milano, in sostituzione dell’avv. che, in via principale insiste nella dichiarazione di inammissibilità del ricorso, in subordine chiede il rigetto del ricorso.
1. Il Tribunale del riesame di Milano con ordinanza del 22 novembre 2011, depositata il 15 dicembre 2011, ha annullato, su ricorso promosso dalla difesa di Omissis spa, il decreto di sequestro preventivo della somma di 245.056.118,49 Euro, emesso dal G.I.P. presso il Tribunale di Milano in data 18 ottobre 2011, quale profitto del delitto di cui al D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, art. 3, art. 112 c.p.c., n. 1, art. 61 c.p.c., n. 7 ed art. 81 cpv c.p. (sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte), in relazione al quale risultano indagati P.A., in qualità di executive – officer della società, ed altri, in riferimento alle condotte indicate negli articolati capi di imputazione che, in estrema sintesi, concernono la c.d. operazione (OMISSIS), relativa a tre articolate operazioni finanziarie, effettuate in data 1/3/2007, 9/4/2008 e 7/11/2008, attraverso le quali venne effettuata una fraudolenta dissimulazione degli interessi attivi, ottenuti per effetto di un contratto di finanziamento interbancario, trasfigurati quale dividendi da investimento in strumenti partecipativi di capitali (titoli in lire turche) emessi da società lussemburghesi appartenenti al gruppo bancario Barclays, ed in quanto tali sottoposti a tassazione solo per il 5% del loro ammontare lordo, con esclusione della restante parte dell’utile (95%) dal computo del reddito imponibile, con conseguente risparmio di imposta su tale ammontare, in riferimento agli esercizi 2007 e 2008.
2. I giudici del riesame, dopo avere affermato la propria competenza territoriale, posta in discussione con il ricorso, sebbene ai soli fini della fase del riesame, seppure disattendendo le deduzioni difensive, hanno comunque annullato il decreto di sequestro preventivo. I giudici hanno ritenuto da un lato, che l’art. 322 ter c.p. operi al di fuori dell’ambito di applicazione del D.Lgs. n. 231 del 2001 concernente la responsabilità delle persone giuridiche, in quanto tale norma ha la finalità di aggredire l’illecito profitto del reato conseguito dal reo purchè lo stesso si trovi nella sua disponibilità, anche se confluito nel patrimonio di una persona giuridica, non avendo rilievo la disciplina del D.Lgs. n. 231 del 2001; dall’altro il Collegio del riesame ha ritenuto che nel caso di specie fosse insussistente proprio il presupposto della disponibilità, in quanto l’amministratore delegato agisce nell’ambito dei poteri conferiti dal Consiglio di amministrazione e non ha la disponibilità dei beni sociali, nè poteva affermarsi che Omissis fosse una società schermo utilizzata dagli indagati per ottenere un personale illecito arricchimento.
3. Il Procuratore della repubblica presso il Tribunale di Milano ha proposto ricorso per cassazione chiedendo l’annullamento dell’ordinanza, ex art. 606 c.p.p., lett. b), per erronea applicazione dell’art. 321 c.p.p., comma 2, dell’art. 322 ter c.p. e della L. n. 244 del 2007, art. 1, comma 143. Il Tribunale avrebbe ritenuto interrotto il rapporto organico tra l’amministratore delegato dell’epoca dei fatti e Omissis spa sulla base della errata considerazione che le persone indagate non avevano la disponibilità della somma in sequestro. Secondo la pubblica accusa è pacifica in giurisprudenza l’applicabilità della confisca per equivalente anche a beni appartenenti alle persone giuridiche alle quali sono imputati i comportamenti dei rappresentanti che agiscono nell’ambito dei poteri e facoltà conferiti loro dall’ente stesso. Nel caso di specie, l’amministratore delegato aveva agito nel diretto interesse dell’ente, per cui le somme sottratte fraudolentemente al pagamento delle imposte costituivano profitto del reato. Nè poteva dirsi interrotto il rapporto di rappresentanza organica al momento della commissione dei fatti, in quanto tale rapporto si era interrotto solo in epoca successiva alla consumazione dei reati contestati.
4. Con memoria del 17 luglio 2012, la difesa di Omissis spa, nel richiamare le argomentazioni già spese innanzi al Tribunale del riesame, pur prendendo atto che l’ordinanza di annullamento del decreto di sequestro era stata fondata su basi diverse da quelle prospettate nel ricorso, sottolineava il fatto che, in base ad un’interpretazione corretta dell’art. 322 ter c.p., la confisca per equivalente, attesa la natura sanzionatoria della stessa, può essere applicata solo nel caso in cui l’ente sia schermo fittizio della persona fisica, mentre la struttura societaria quale soggetto distinto dall’autore potrà vedersi applicata la confisca solo quale sanzione tipica disciplinata all’interno del sistema del D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 19. La difesa evidenziava come tali assunti fossero stati recepiti dalla giurisprudenza di legittimità con la sentenza del 14 giugno 2012. Una interpretazione estensiva del disposto della L. n. 244 del 237, art. 1, comma 143, nel senso di consentire la confiscabilità in capo alle persone giuridiche, risulterebbe incostituzionale. La difesa chiedeva pertanto il rigetto del ricorso del pubblico ministero in quanto fondato sull’erronea considerazione della natura di misura di sicurezza patrimoniale della confisca per equivalente e sosteneva l’assoluta inconferenza con il thema decidendum della c.d. teoria organica che vorrebbe giustificare l’applicazione della confisca ex art. 240 c.p. sui beni delle persone giuridiche, teoria disattesa dalla giurisprudenza con la sentenza da ultimo menzionata; comunque il tribunale del riesame non avrebbe motivato l’annullamento sulla base della interruzione del rapporto organico, ma sull’assenza della disponibilità in capo agli indagati delle somme sottoposte a sequestro. Del tutto fantasiosa risulterebbe poi la tesi interpretativa della pubblica accusa dell’art. 322 ter c.p., volta a sminuire il requisito della disponibilità dell’indagato dei beni da sottoporre a vincolo in capo e del tutto infondato il tentativo di sostenere che la L. n. 244 del 2007, art. 1 comma 143 possa costituire una base giuridica autonoma e sufficiente a giustificare l’applicazione della confisca in relazione ai reati tributari nei confronti delle persone giuridiche, mancando una espressa previsione legislativa della responsabilità dell’ente per illeciti penali tributari.
5. Con successiva memoria e nota di deposito del 12 settembre 2012, il difensore di Omissis Spa evidenziava che in data 2 e 3 agosto 2012 Omissis spa aveva definito la posizione tributaria attraverso la procedura dell’accertamento per adesione, provvedendo al pagamento integrale degli importi quantificati dall’Agenzia delle Entrate in riferimento agli anni di imposta 2007 e 2003, quale incorporante e consolidante delle altre società destinatarie dei processi verbali di accertamento e chiedeva pertanto che il ricorso del pubblico ministero fosse dichiarato inammissibile, atteso che la pretesa tributaria era stata integralmente soddisfatta e pertanto sarebbe venuta meno l’esistenza del profitto, con conseguente carenza sopravvenuta di interesse da parte del pubblico ministero.
1. Preliminarmente deve essere affrontata la richiesta, avanzata dalla difesa della Omissis spa con la memoria da ultimo presentata, di dichiarare l’inammissibilità del ricorso del pubblico ministero per sopravvenuta carenza di interesse.
2. E’ innanzitutto evidente che l’aspetto da ultimo menzionato presuppone un accertamento della esatta corrispondenza delle somme corrisposte all’esito della procedura di accertamento per adesione – e del pagamento delle quali la difesa della Omissis spa fornisce fotocopie – con quelle richieste dall’Erario a soddisfazione della pretesa tributaria, accertamento che presuppone l’esercizio di poteri istruttori che esulano dall’ambito della verifica ammessa in questa sede di legittimità e rispetto alla quale risultano mancare agli atti quegli elementi documentali, provenienti dall’Agenzia dell’Entrate, che possano confermare l’assunto difensivo.
Ma in ogni caso nella presente fase cautelare, come già fatto cenno, non è possibile dare soluzione alla problematica sin qui evidenziata, connessa al procedimento per adesione attivato da Omissis spa.
Nella memoria depositata il 12 settembre 2009, la difesa dell’ente ha insistito per una pronuncia di inammissibilità del ricorso della Procura della Repubblica di Milano per sopravvenuta carenza di interesse, ricordando la sentenza di questa Sezione (n. 10120 dell’1/12/2010, dep. 11/3/2011, Provenzale, Rv. 249752) la quale ha rilevato che la restituzione all’Erario del profitto del reato fa venir meno lo scopo principale perseguito con la confisca. In tale decisione è stato infatti affermato che non si ha nessuna duplicazione sanzionatoria, in caso di sanatoria della posizione debitoria con l’Amministrazione finanziaria, per cui è dunque manifestamente infondata la sollevata questione di legittimità costituzionale dell’art. 322 ter c.p. e della L. 24 dicembre 2007, n. 244, art. 1, comma 143, per contrasto con gli artt. 23 e 25 Cost..
5. Pertanto, questo Collegio ritiene che permanga ancora un interesse del pubblico ministero alla pronuncia sull’impugnazione e che tale interesse sia concreto ed attuale (cfr. Sez. U, n. 29529 del 25/6/2009, dep. 17/7/2009, P.G. in proc. De Marino, Rv. 244110; Sez. U n. 42 del 13/12/1995, dep. 29/12/1995, P.M. in proc. Timpani, Rv. 203093), non risultando assorbita nel pagamento dell’importo, stabilito all’esito del procedimento di accertamento per adesione, la finalità di assicurare allo Stato i proventi dei reati ipotizzati, perseguita dalla Procura della Repubblica, che potrebbe invece ritenere sussistente un margine di profitto, in relazione al quale sarebbe eventualmente attivabile il vincolo cautelare a fini di futura confisca (in tal senso cfr. Sez. U, n. 6624 del 27/10/2011, dep. 17/2/2012, Marinaj, Rv. 251694).
Il pubblico ministero ha sostenuto, a ragione, che le somme sottoposte a vincolo rappresentavano il profitto del reato di sottrazione fraudolenta di redditi al pagamento delle imposte ed ha precisato, con valutazione condivisibile, e condivisa anche dalla difesa della Omissis spa, che tale profitto è stato conseguito, nell’esclusivo interesse dell’ente, per opera degli autori del reato, i quali hanno operato nell’ambito del rapporto di rappresentanza organica, ritenendo in base a tale valutazione che l’ente non possa essere considerato “persona estranea al reato”.
Infatti, se è principio ormai pacifico nella giurisprudenza di legittimità quello secondo cui la confisca per equivalente prevista dalla legge finanziaria2008 hanatura “eminentemente sanzionatoria”, per cui la stessa non può essere applicata ai fatti precedenti l’entrata in vigore della legge (cfr. Corte cost. ord. n. 97 del 2009), la infelice formulazione della L. n. 244 del 2008, art. 1, comma 143, che richiama genericamente l’art. 322 ter c.p., ha aperto un dibattito in dottrina, relativo all’ampiezza di tale richiamo: se cioè lo stesso debba considerarsi effettuato in riferimento al primo comma, ovvero all’intera disposizione.
8. La giurisprudenza di legittimità aveva inizialmente ritenuto possibile che il sequestro preventivo in relazione a reati tributari potesse attingere i beni riferibili ad una persona giuridica, non solo quando l’entità giuridica fosse stata creata strumentalmente dall’indagato stesso per farvi rifluire i profitti degli illeciti fiscali, dando luogo al fenomeno della c.d. società schermo (ad es.
società cartiere), ma in ogni altro caso (in tal senso, Sez.3, n. 26389 del 9/6/2011, dep. 6/7/2011, Occhipinti, non mass. sul punto e Sez. 3, n. 28731 del 7/6/2011, dep. 19/7/2011, Burlando, non mass.).
Più di recente, nonostante qualche voce di segno contrario (cfr. Sez.3, n. 17485 dell’11/4/2012, dep. 10/5/2012, Maione, non mass. e Sez.3, n. 38740 del 9/5/2012, dep. 4/10/2012, Sgarbi, non mass.), la giurisprudenza di questa Sezione ha affermato il diverso principio secondo cui il sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente, previsto dal D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, art. 19, comma 2, nei confronti delle persone giuridiche, non può essere disposto sui beni di qualsiasi natura appartenenti alla persona giuridica ove si proceda per le violazioni finanziarie commesse dal legale rappresentante della società, sulla base della L. n. 244 del 2007, art. 1, comma 143, atteso che gli artt. 24 e ss. del citato D.Lgs. non prevedono i reati fiscali tra le fattispecie in grado di giustificare l’adozione del provvedimento, salva sempre l’ipotesi in cui la struttura aziendale costituisca un apparato fittizio, utilizzato dal reo per commettere gli illeciti: in tal caso infatti il reato non risulta commesso nell’interesse o a vantaggio di una persona giuridica, ma a diretto vantaggio del reo attraverso lo schermo dell’ente, (cfr. Sez. 3, n. 25774 del 14/6/2012, dep. 4/7/2012, PM. in proc. Amoddio e altro Rv. 253062; Sez.3, n. 33371 del 4/7/2012, dep. 29/8/2012, Falli, che ha precisato l’irrilevanza del rapporto organico tra persona fisica ed ente ed ha confermato la possibilità di operare il sequestro per equivalente quando la persona giuridica rappresenti un “apparato fittizio, utilizzato dai reo proprio per porre in essere i reati di frode fiscale o altri illeciti, sicchè ogni cosa fittizia mente intestata alla società sia immediatamente riconducibile alla disponibilità dell’autore del reato”; conforme anche Sez.6, n.42703 del 12/10/2010, dep. 1/12/2010, Giani).
8. D’altro canto non può neppure essere ritenuto idoneo, ad una efficace tutela nei confronti delle frodi fiscali poste in essere nell’interesse e a vantaggio della persona giuridica, il sistema sanzionatorio amministrativo in materia tributaria, quale delineato, in primis, dal disposto di cui al D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 11, comma1, inbase al quale nei casi in cui la violazione che abbia inciso sulla determinazione o sul pagamento del tributo sia stata commessa dal dipendente o dal rappresentante o dall’amministratore, anche di fatto, di società, associazioni o enti, con o senza personalità giuridica, nell’esercizio delle sue funzioni o incombenze, la società, l’associazione o l’ente nell’interesse dei quali ha agito l’autore della violazione sono obbligati solidalmente al pagamento di una somma pari alla sanzione irrogata, e secondariamente, dalla previsione di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 19, comma 2, secondo la quale permane, in ogni caso, la responsabilità per la sanzione amministrativa dei soggetti indicati nel D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, art. 11, comma 1, che non siano persone fisiche concorrenti nel reato.
In conclusione, nel caso di specie, ove è indiscussa la piena autonomia della struttura societaria di Omissis spa rispetto agli indagati, è pacifico che sussistono gravi indizi che gli indagati, alcuni di essi in rappresentanza dell’ente, abbiano posto in essere la complessa trama fraudolenta in danno dell’Erario, a vantaggio e nell’interesse delle società bancarie poi confluite in Omissis spa. D’altra parte la società suddetta, pur non risultando affatto estranea ai reati tributari, non può essere chiamata, a legislazione vigente, a rispondere per tali reati, in quanto, come detto, nessuna fonte di legislazione primaria prevede tale titolo di responsabilità: di conseguenza la società Omissis ed i suoi beni non possono essere destinatari di provvedimenti cautelari di sequestro preventivo, finalizzato alla confisca del profitto dei reati tributari per cui si indaga, pur commessi a suo vantaggio, reati ascritti ed allo stato ascrivibili solo agli indagati-persone fisiche.
PreviousPrevious post:PRETESA RISARCITORIA PER TRATTAMENTO ILLECITO DEI DATI PERSONALI – PRIVACY E ANTIRICICLAGGIONextNext post:REATI TRIBUTARI E ACCORDO CON L’AMMINISTRAZIONE FINANZIARIA

References: sentenza 
 art. 3
 art. 112
 art. 61
 art. 81
 art. 606
 art. 1
 art. 19
 sentenza 
 art. 1
 art. 240
 sentenza 
 art. 1
 sentenza 
 art. 1
 art. 1
 art. 19
 art. 1
 art. 11
 art. 19
 art. 11