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Timestamp: 2020-07-05 00:36:48+00:00

Document:
Studio Legale Locatelli - Newsletter - 06.2019
Liquidazione con erogazione di rendita vitalizia
Tribunale di Milano - Ordinanza del 14 maggio 2019
L’ordinanza in commento ha affrontato diverse tematiche degne di nota, fra le quali, quella inerente la problematica del risarcimento dei danni futuri, con particolare riguardo alle spese di assistenza necessarie per tutta la durata della vita della danneggiata.
Per stabilire la quantificazione di tali spese è stato evidenziato che:
Nulla può essere risarcito per i trattamenti fisioterapici atteso che gli ausiliari del Giudice hanno chiarito che gli stessi possono essere forniti dal SSN;
La ricorrente necessita di assistenza di tipo generico e, dunque, per la quantificazione delle spese dovute a tale titolo, può farsi riferimento ai notori importi erogati per le prestazioni mensili di una “badante” (pari ad euro 1.300,00).
Su queste basi, atteso il carattere permanente del danno e l’impossibilità di stabilire in modo oggettivo, una durata presumibile della vita della danneggiata (ormai in età molto avanzata), ha ritenuto il Tribunale di provvedere ai sensi dell’art. 2057 c.c. mediante la costituzione di una rendita vitalizia per la cui quantificazione si è tenuto conto delle somme dovute alla ricorrente a titolo di danno non patrimoniale, del danno patrimoniale relativo alle spese di adeguamento dell’immobile in cui abita oltre ad una presumibile aspettativa di vita decennale (in considerazione dell’età della ricorrente, ma anche del carattere ormai cristallizzato delle lesioni, che non incidono, per quanto evidenziato dai CTU, sulle aspettative di vita) presa in considerazione ai soli fini della quantificazione della rendita.
E’ stata dunque individuata una rendita vitalizia da versarsi in via anticipata per tutta la durata della vita della beneficiaria con decorrenza dal momento del verificarsi dell’evento dannoso, costituendosi altresì una seconda rendita relativa alle spese necessarie per l’assistenza generica decorrente solo a far data dalla presente decisione, atteso che, per il periodo antecedente, nulla è stato dimostrato dalla difesa.
Infine, ed in ossequio alle cautele cui fa riferimento l’art. 2057 c.c., la struttura sanitaria è stata condannata alla stipula di una polizza sulla vita a premio unico, a vita intera ed in forma di rendita a beneficio della danneggiata.
Il danno da fermo tecnico va allegato e provato
Cass. civ., sentenza del 4 aprile 2019, n. 9348
Con la decisione in esame, la Suprema Corte ha ricordato il contrasto giurisprudenziale formatosi con riguardo al risarcimento del danno da fermo tecnico evidenziando che a decisioni che lo ritenevano liquidabile in via equitativa indipendentemente da una prova specifica in ordine al pregiudizio subito, rilevando la sola circostanza che il danneggiato risultasse privato del veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso era destinato si opponevano pronunce che, ritenendo insufficiente la mera indisponibilità del veicolo, richiedevano ai fini della liquidazione del danno da fermo tecnico la dimostrazione della spesa sostenuta per procacciarsi un mezzo sostitutivo ovvero della perdita dell’utilità economica derivante dalla rinuncia forzata ai proventi ricavabili dal suo uso.
La Corte ha scelto di dare seguito a quest’ultimo orientamento ritenendo che l’indisponibilità di un autoveicolo durante il tempo necessario per le riparazioni sia un danno che deve essere allegato e dimostrato; che la prova del danno non possa consistere nella dimostrazione della mera indisponibilità del veicolo, ma che occorra fornire la prova della spesa sostenuta per procurarsi un mezzo sostitutivo ovvero della perdita subita per avere dovuto rinunciare ai proventi ricavati dall’uso del mezzo.
Questa conclusione si fonda su alcuni elementi:
non trovano ingresso nel nostro ordinamento danni in re ipsa, giacché, in primo luogo, il danno non coincide con l’evento dannoso, ma individua le conseguenze da esso prodotte, in secondo luogo, ammettere il risarcimento del danno per la mera lesione dell’interesse giuridicamente protetto significherebbe utilizzare la responsabilità civile in funzione sanzionatoria, al di fuori dei casi espressamente previsti dalla legge;
la liquidazione equitativa non può sopperire al difetto di prova del danno, giacché essa presuppone che il pregiudizio del quale si reclama il risarcimento sia stato accertato nella sua consistenza ontologica; se tale certezza non sussiste, il giudice non può procedere alla quantificazione del danno in via equitativa, non sottraendosi tale ipotesi all’applicazione del principio dell’onere della prova quale regola del giudizio, secondo il quale se l’attore non ha fornito la prova del suo diritto in giudizio la sua domanda deve essere rigettata, atteso che il potere del giudice di liquidare equitativamente il danno ha la sola funzione di colmare le lacune insuperabili ai fini della sua precisa determinazione;
la tassa di circolazione e le spese di assicurazione non possono reputarsi inutilmente pagate: la prima perché prescinde dall’uso del veicolo, essendo una tassa di proprietà; le seconde perché, con un comportamento improntato al rispetto di quanto previsto dall’art. 1227 c.c., comma 2, possono essere sospese (su richiesta del danneggiato);
il deprezzamento del bene non è in nesso causale con il fermo tecnico, ma con la necessità di procedere alla riparazione del mezzo. Su queste basi, la Corte ha stabilito che la sentenza gravata ha fatto corretta applicazione dei suddetti principi, negando il risarcimento del danno da fermo tecnico in ragione del fatto che il motociclo era sprovvisto di assicurazione obbligatoria e quindi non poteva circolare.
L’interpretazione restrittiva delle ipotesi di sospensione del processo
Cass. civ., Sez. Unite, n. 13661 del 21 Maggio 2019
La questione rimessa alle Sezioni Unite riguarda l’identificazione dei presupposti legali soggettivi di operatività della sospensione necessaria del processo civile di risarcimento del danno derivante da reato promosso quando nel processo penale concernente il reato sia stata già pronunciata la sentenza di primo grado.
Il caso sottoposto riguardava, infatti, una domanda di risarcimento del danno promossa da moglie, figli e fratelli del de cuius, deceduto a causa di un incidente stradale, ed indirizzata sia nei confronti del proprietario e conducente del veicolo investitore sia dell’impresa assicuratrice della responsabilità civile. Su queste basi, il Giudice istruttore ha disposto la sospensione del processo e ciò perché, a seguito della costituzione come parti civili dei fratelli della vittima nel processo penale promosso nei confronti dell’imputato era stata pronunciata sentenza di primo grado di condanna dell’imputato, soltanto in esito alla quale era stata promossa l’azione civile.
In altri termini, alle Sezioni Unite è stato chiesto di comprendere se l’ipotesi di sospensione delineata all’art. 75, comma III, c.p.p. si applicasse anche nel caso in cui il processo civile sia intrapreso dai famigliari del deceduto solo a seguito della sentenza di primo grado di condanna dell’imputato emessa nel procedimento penale ove solo alcuni dei famigliari (i fratelli) si erano costituiti partici civili.
Anzitutto, le Sezioni Unite hanno ricordato che il codice del 1988 ha ripudiato il principio di unità della giurisdizione e di prevalenza del giudizio penale, in favore di quello della parità e originarietà dei diversi ordini giurisdizionali e dell’autonomia dei giudizi, conclusione confermata anche guardando al rapporto del processo penale con il procedimento disciplinare nei confronti degli avvocati (cfr. art. 54 della nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense, L. 31 dicembre 2012, n. 247).
Su queste basi, si è quindi sottolineato che quel che rileva ai fini della sospensione del giudizio civile di danno ex art. 75 c.p.p. comma 3 non è quello di preservare l’uniformità di giudicati, ma che la sentenza penale possa esplicare efficacia di giudicato nell’altro giudizio, ai sensi degli artt. 651, 651 bis, 652 e 654 c.p.p. In definitiva, imporre al danneggiato-attore che si sia tardivamente rivolto al giudice civile di attendere l’esito del processo penale ha senso soltanto se e in quanto quest’esito, se definitivo, sia idoneo a produrre i propri effetti sul processo civile.
Puntando su questa ratio, nell’ipotesi posta all’attenzione delle Sezioni Unite non può prodursi il vincolo di cui agli artt. 651 e 651 bis c.p.p. non essendoci coincidenza tra le parti civili nel processo penale e gli attori del processo civile. Di conseguenza, va riflettuto sul fatto che le ipotesi di sospensione previste dall’art. 75 c.p.p., comma 3, rappresentano pur sempre una deroga rispetto alla regola generale, che è quella della separazione dei giudizi e dell’autonoma prosecuzione di ciascuno di essi precisandosi che la natura derogatoria della disposizione ne impone interpretazioni restrittive occorrendo dunque che tra i due giudizi vi sia identità, oltre che di oggetto, anche di soggetti, alla stregua dei comuni canoni di identificazione delle azioni.
Estendere l’applicazione di un’ipotesi derogatoria a un caso, come quello in esame, hanno concluso le S.U., in cui tutte le parti del giudizio civile non coincidano con tutte quelle del processo penale, sacrificherebbe in maniera ingiustificata l’interesse dei soggetti coinvolti nella rapida definizione della propria posizione, in aperta collisione con l’esigenza di assicurare la ragionevole durata del processo, presente nel nostro ordinamento ben prima dell’emanazione dell’art. 111 Cost., comma 2, e comunque assurta a rango costituzionale per effetto di esso.
E’ stato dunque emanato il seguente principio di diritto:
In tema di rapporto tra giudizio penale e giudizio civile, i casi di sospensione necessaria previsti dall’art. 75 c.p.p., comma 3, che rispondono a finalità diverse da quella di preservare l’uniformità di giudicati, e richiedono che la sentenza che definisca il processo penale influente sia destinata a produrre in quello civile il vincolo rispettivamente previsto dagli artt. 651, 651 bis, 652 e 654 c.p.p., vanno interpretati restrittivamente, di modo che la sospensione non si applica qualora il danneggiato proponga azione di danno nei confronti del danneggiante e dell’impresa assicuratrice della responsabilità civile dopo la pronuncia di primo grado nel processo penale nel quale il danneggiante sia imputato.
Con la pronuncia in esame la Corte si pone in assoluta continuità con l’orientamento recentemente emerso con riguardo alla questione dell’applicabilità ai giudizi in corso della disciplina contenuta nella Legge n. 145 del 2018.
La risoluzione di tale questione è nota ed è stata affrontata dalla Corte con la sentenza n. 8580/2019 (da noi commentata nella Newsletter di Aprile 2019, al quale si rimanda) stabilendosi l’irretroattività della legge nuova, pena altresì il contrasto con l’art. 11 delle Preleggi.
La decisione in commento, dando integralmente seguito a questo orientamento, ha sottolineato che le modifiche dell’art. 10 del D.P.R. n. 1124 del 1965, introdotte dall’art. 1 comma 1126 della L. n. 145 del 2018, non possono trovare applicazione in riferimento agli infortuni sul lavoro verificatisi e alle malattie professionali denunciate prima del gennaio 2019.
Di conseguenza, non andrà adottato un criterio di scomputo per sommatoria o integrale, permanendo quello per poste stabilendosi, di conseguenza che nella liquidazione del danno biologico c.d. differenziale, di cui il datore di lavoro è chiamato a rispondere nei casi in cui opera la copertura assicurativa INAIL, in termini coerenti con la struttura bipolare del danno -conseguenza, deve operare un computo per poste omogenee, sicché, dall'ammontare complessivo del danno biologico, va detratto non già il valore capitale dell'intera rendita costituita dall'INAIL, ma solo il valore capitale della quota di essa destinata a ristorare, in forza del d.lg. n. 38 del 2000, art. 13, il danno biologico stesso, con esclusione, invece, della quota rapportata alla retribuzione ed alla capacità lavorativa specifica dell'assicurato, volta all'indennizzo del danno patrimoniale, senza che su tale soluzione spieghi effetti lo ius superveniens rappresentato dalla nuova normativa in materia, atteso che dette modifiche non possono trovare applicazione in riferimento agli infortuni sul lavoro verificatisi e alle malattie professionali denunciate prima del 1° gennaio 2019.
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 sentenza 
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Cass. 
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