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Timestamp: 2017-11-19 08:29:35+00:00

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Sull’art. 184 c.p.c.
Articolo del 22/07/2005 Autore Avv. Vittorio Mirra Altri articoli dell'autore
La riforma delle norme di procedura civile è apparsa subito non rispondere alle aspettative di molti operatori del diritto di una più celere definizione delle controversie civili. Alcune norme, seguite ed applicate alla lettera, al di là delle previsioni del legislatore, comportavano, nella pratica attuazione, non sempre utili rinvii del momento in cui il giudice poteva esprimersi sulle richieste istruttorie delle parti (spesso il momento centrale della causa).
La scelta del legislatore di "diluire" le attività processuali nelle varie udienze previste dagli artt. 180-183-184 c.p.c. è apparsa quindi deleteria per la realizzazione della auspicata celerità del processo civile.
Le diverse udienze degli artt. 180-183-184 c.p.c. sono state subito comunemente (e, peraltro, giustamente, nella prima fase di applicazione della normativa) sentite come obbligatoriamente da fissarsi, in progressione, da parte del giudice.
Ciò ha comportato che la stessa causa (escluse le poche ipotesi in cui il giudice la riteneva matura per la decisione) venisse trattata più volte con una “moltiplicazione” della sua “presenza” dinanzi al giudice (oltre che nella necessaria prima udienza in quelle successive di cui agli artt. 183 e 184 c.p.c.) con conseguenti evidenti risvolti negativi sulla lunghezza del processo, eterna pecca del sistema giurisdizionale italiano.
L’attuale assetto del processo ordinario di cognizione è caratterizzato dal susseguirsi di fasi conseguenti a sviluppo progressivo, nettamente separate tra loro attraverso l’operatività di un sistema di rigide preclusioni (ancorchè queste ultime siano state attenuate con le più recenti modifiche legislative, rispetto all’originario disegno riformatore).
La definitiva delimitazione del thema decidendum, che avviene alla conclusione dell’udienza di trattazione oppure allo spirare dei termini concessi alla detta udienza ai sensi dell’art. 183 comma V c.p.c., determina il momento di operatività delle preclusioni assertorie con conseguente chiusura della fase introduttiva e di trattazione e passaggio alla fase istruttoria o decisoria.
Infatti, al termine della udienza di trattazione, e quindi in coincidenza con l’apertura della fase istruttoria, possono verificarsi le seguenti ipotesi:
•	le parti hanno definitivamente delimitato il thema decidendum e non intendono richiedere mezzi istruttori: ne consegue che, in mancanza di istanze istruttorie e richieste di termini, il giudice (a meno che non ritenga di disporre d’ufficio mezzi di prova) fissa la udienza di precisazione delle conclusioni;
•	le parti hanno definitivamente delimitato il thema decidendum ed hanno già compiutamente articolato le richieste istruttorie, per cui chiedono al giudice di procedere immediatamente all’istruzione: ne consegue che, in mancanza di richieste di termini, il giudice procede a valutare l’ammissibilità e rilevanza delle richieste istruttorie e quindi alla istruzione e decisione del giudizio;
•	le parti hanno definitivamente delimitato il thema decidendum ma non hanno ancora compiutamente articolato le richieste istruttorie, per cui chiedono (anche solo una di esse) la fissazione di termini per l’indicazione di nuovi mezzi di prova o per la produzione di documenti ovvero per integrare quelli già dedotti: ne consegue che il giudice assegnerà a tutte le parti due termini perentori successivi, il primo per le richieste probatorie ed il secondo per le controprove, fissando una successiva udienza per decidere sull’ammissibilità e rilevanza delle richieste e per le definitive determinazioni istruttorie.
•	le parti non hanno ancora definitivamente delimitato il thema decidendum, per cui chiedono (anche solo una di esse) la concessione dei termini ex art. 183 comma V c.p.c.: ne consegue che il giudice concede i termini e fissa la udienza per i provvedimenti ex art. 184 c.p.c.; nella udienza così fissata il giudice decide sulle richieste istruttorie se già completamente formulate da tutte le parti ovvero, su richiesta di anche una sola di esse, assegnerà a tutte le parti due termini perentori successivi, il primo per le richieste probatorie ed il secondo per le controprove, fissando una successiva udienza per decidere sull’ammissibilità e rilevanza delle richieste e per le definitive determinazioni istruttorie.
Riguardo al quesito sulla obbligatorietà o meno della concessione dei termini ex art. 184 c.p.c. bisognerà fare delle opportune distinzioni.
Infatti, laddove il giudice ritenga la causa matura per la decisione senza necessità di istruttoria e potendo escludere che ulteriori deduzioni istruttorie o produzioni documentali possano mutare la decisione (es. fatti assolutamente non contestati, questione di puro diritto senza discussione alcuna sulla situazione fattuale, opportunità di decidere su questione preliminare o pregiudiziale), potrà fissare direttamente la udienza di precisazione delle conclusioni denegando la concessione di termini per memorie istruttorie e produzione di documenti, come si desume dall’inciso “salva l’applicazione dell’art. 187” contenuto nell’art. 184 comma I c.p.c.
Viceversa, in presenza di fatti controversi o nel caso in cui la produzione di un qualche documento possa – anche in via di mera ipotesi – incidere sulla decisione mutando la ricostruzione della situazione fattuale, il giudice non può negare la concessione del doppio termine per la prova diretta e contraria, che va concesso a tutte le parti senza distinzione tra chi ne abbia fatto richiesta e chi abbia invece insistito per una pronunzia immediata sulla ammissione delle prove già dedotte.
Come già detto, se all’esito della udienza di trattazione le parti hanno definitivamente determinato il thema decidendum senza necessità di ottenere i termini ex art.183 comma V, allora esse dovranno chiarire se intendono procedere immediatamente al passaggio alla fase istruttoria con la definitiva precisazione delle istanze istruttorie o se intendano ottenere la concessione del doppio termine per le articolazioni probatorie e quindi far rinviare ad altra successiva udienza la decisione del giudice.
In ogni caso, in mancanza di richiesta di termini ex art. 183 comma V, non sarà possibile la fissazione di una udienza per i provvedimenti ex art. 184, nella quale si potrebbe ulteriormente chiedere la concessione dei termini istruttori, ciò in quanto, essendo ormai definito il thema decidendum e quindi apparendo irrevocabilmente chiarito quali sono i fatti non contestati e quali invece i fatti che devono essere provati, non vi è alcun motivo alcuno per differire in due udienze successive le richieste istruttorie, ben potendo le parti richiedere immediatamente i mezzi di prova e poi ottenere un termine per meglio ponderarle ed articolarle, anche alla luce delle altrui richieste: viceversa, dopo la concessione dei termini ex art. 183 comma V, è indispensabile la fissazione di una apposita udienza per la proposizione delle richieste istruttorie, al termine della quale le parti potranno avere la ulteriore concessione dei termini per meglio puntualizzare tali richieste o proporne di nuove.
Secondo l’opinione prevalente, per nuovi mezzi di prova si intende ogni mezzo di prova non precedentemente indicato: è dunque possibile riformulare o modificare le richieste istruttorie già espresse, ma è anche possibile avanzare richieste di prova pur se prima non era stato indicato alcun mezzo di prova o prodotto alcun documento.
Ricapitolando, i due momenti in cui il codice di rito prevede il potere-dovere delle parti di articolare le istanze istruttorie sono dunque:
1) la fase introduttiva del giudizio: art. 163 n. 5 e art. 167 c.p.c.;
2) la fase immediatamente successiva al compimento della attività concernenti la trattazione in senso stretto e la definizione del thema decidendum (disciplinata dall’art. 183 c.p.c.).
Questo secondo momento è previsto dall’art. 184 c.p.c. (con rubrica: “deduzioni istruttorie”) che disciplina proprio la fase di definizione del thema probandum con la previsione di termini perentori, con la conseguenza che la scadenza di tali termini preclude alle parti la possibilità di ulteriori richieste istruttorie.
Le incertezze possono ricollegarsi al quesito sul fatto che l’udienza per le deduzioni istruttorie di cui all’art. 184 c.p.c. debba essere sempre considerata come un’udienza indefettibile ed autonoma rispetto all’udienza di trattazione disciplinata dall’art. 183 c.p.c. o meno.
Sulla risposta a questo interrogativo si sono formati due contrapposti orientamenti interpretativi. Nella giurisprudenza del Tribunale di Verona è prevalso nel corso degli anni l’orientamento che nega la necessità di fissare un’autonoma udienza per le deduzioni istruttorie al di fuori dell’ipotesi in cui siano chiesti i termini di cui all’art. 183, u.c. c.p.c.
Sul punto comunque è intervenuta la Corte di Cassazione, dapprima con una sentenza (Cass. n. 2504/02), la quale sanciva che “nel procedimento ordinario di cognizione, l’udienza per le deduzioni istruttorie indicata dall’art. 184 c.p.c. non costituisce un momento indefettibile che debba necessariamente precedere la rimessione della causa al collegio”.
All’affermazione di tale conclusione consegue, tra l’altro, che il giudice, ove ritenga la causa matura per la decisione, non è obbligato a concedere il termine per le memorie istruttorie.
Sul passaggio dalla trattazione alla fase istruttoria è poi intervenuta la sentenza della Cassazione (25 novembre, n. 16571), che ha affrontato compiutamente l’argomento, affermando la correttezza dell’opzione ermeneutica acceleratoria: “Nel processo civile [...] articolato in fasi successive (la fase preparatoria, la fase istruttoria e la fase decisoria) alle quali si correlano preclusioni all’esercizio di poteri processuali, la facoltà di chiedere nuovi mezzi di prova deve essere esercitata a pena di decadenza nel momento in cui si chiude la fase di trattazione preparatoria e si apre la fase istruttoria (in difetto della quale si verifica l’immediato passaggio alla fase decisoria […]).
Pertanto, qualora il giudice al termine della prima udienza di trattazione, in mancanza di anteriori istanze istruttorie o di richiesta di assegnazione del termine di cui all’art. 184 c.p.c., comma 1, abbia rinviato la causa per la precisazione delle conclusioni senza fissare un’apposita udienza per le deduzioni istruttorie, non prevista obbligatoriamente dalle disposizioni vigenti, resta definitivamente sancita la decadenza delle parti da ulteriori deduzioni istruttorie”.
•	la scansione tra le attività di cui all’art. 183 c.p.c. e quelle di cui all’art. 184 c.p.c. è solo logica e non implica una successione cronologica di udienze;
•	2) l’autonoma udienza per i provvedimenti di cui all’art. 184 c.p.c. deve essere fissata solo quando siano richiesti i termini di cui all’art. 183, u.c. c.p.c.;
•	3) ove tali termini non siano richiesti, la deduzioni istruttorie debbono essere effettuate dalle parti (sia nel senso di immediata articolazione delle istanze istruttorie che nel senso di richiesta dei termini per le memorie) nella stessa prima udienza di trattazione al termine delle attività previste dall’art. 183 c.p.c.;
•	4) terminata la fase di trattazione in senso stretto il giudice può non consentire alle parti di effettuare le deduzioni istruttorie, ritenendo la causa matura per la decisione.
La conclusione è che: vi è decadenza dal potere di formulare istanze istruttorie non solo per la parte che, ottenuto il termine perentorio non lo rispetti, ma anche per la parte che al termine della prima udienza di trattazione, senza chiedere i termini di cui all’art. 183 u.c. c.p.c., non abbia formulato alcuna istanza istruttoria e non abbia richiesto il termine di cui all’art. 184 c.p.c.
Sulle problematiche che genera l’analisi del dato normativo fissato dall’art. 184 c.p.c. si sono sviluppate due teorie:
secondo la prima, che può essere definita “permissiva” o secondo altri “lassista”, nella sede di cui all’art 184 c.p.c. le parti possono articolare qualsiasi nuova istanza istruttoria, anche se negli atti introduttivi, non hanno indicato alcun mezzo di prova ed anche se non si è verificata in sede di trattazione in senso stretto alcuna precisazione o modificazione del thema decidendum.
Alla stregua di una seconda teoria, che può essere definita “acceleratoria” o “restrittiva”, le parti possono utilizzare la sede di cui all’art 184 c.p.c. solo per articolare le istanze istruttorie che si pongano in relazione di dipendenza con la precisazione o la modificazione del thema decidendum all’esito delle attività di cui all’art. 183 c.p.c.
Questa teoria fa leva sull’uso dell’aggettivo “nuovo” contenuto nell’art. 184 c.p.c., che presuppone l’avvenuta formulazione di precedenti istanze istruttorie negli atti introduttivi (che costituiscono il tertium comparationis necessario per parlare di novità di qualcosa).
[si notino su tale argomento varie pronunce del tribunale di Roma, che di seguito si riportano in quanto ai concetti essenziali:
•	E' inammissibile la richiesta di mezzi di prova formulata dalla parte per la prima volta all'udienza di cui all'art. 183 c.p.c. quando, non essendo intervenuta alcuna modificazione del "thema decidendum", tale richiesta avrebbe potuto essere svolta sin dagli atti introduttivi (Tribunale di Roma, 19 giugno 1998);
•	Il (doppio) termine di cui all'art. 184 comma 1 c.p.c., deve essere assegnato dal giudice per formulare altri e diversi mezzi istruttori rispetto a quelli già indicati negli atti introduttivi e per riformulare quelli già articolati, anche se non sono state effettuate nuove allegazioni di fatto (Tribunale di Roma, 3 gennaio 1998);
•	Le nuove deduzioni di prove costituende possono essere effettuate all'udienza di cui all'art. 183 comma 5 c.p.c., o nel termine assegnato dal giudice ai sensi dell'art. 184 comma 1 c.p.c., quando siano state effettuate precisazioni e/o modificazioni delle domande ed eccezioni ai sensi dell'art. 183 comma 4 c.p.c, ovvero siano stati allegati fatti nuovi (Tribunale di Roma, 14 luglio 1997);
•	In tema di richieste istruttorie, nessuna preclusione o decadenza è espressamente comminata dalla legge per la loro mancata articolazione o produzione nell'atto introduttivo del giudizio, sicché tali attività, a prescindere da qualsiasi precedente richiesta, possono essere compiute ai sensi dell'art. 184 c.p.c., entro il termine perentorio fissato dal giudice (Tribunale di Roma 20 aprile 2000);
•	Poiché, nella ricostruzione sistematica dell'impianto processuale introdotto dalla "novella", lo svolgimento delle previste attività nelle delineate scansioni procedimentali è da credere posto, in via di principio e pur in difetto di una espressa previsione, preclusivamente, il termine di cui all'art. 184 c.p.c. è concedibile non per deduzioni istruttorie che le parti non abbiano tempestivamente formulato in relazione al definito thema decidendum, bensì solamente - come si desume dalla loro aggettivazione come "nuove" - per le istanze istruttorie che si pongano in necessaria relazione di dipendenza dall'avvenuta dilatazione del thema in forza del comma 4 dell'art. 183 c.p.c. (Tribunale di Roma, 6 ottobre 1997) ].
I sostenitori della teoria in esame hanno inoltre replicato all’obiezione dell’introduzione di una decadenza non prevista espressamente dalla norma, evidenziando che vi sono delle preclusioni implicite nel sistema processuale (è bene ricordare che alle preclusioni implicite fa riferimento al sentenza sopra richiamata Cass. 16571/02).
Proprio tale sentenza, tuttavia, ha preso posizione sull’argomento, affermando che, nella sede di cui all’art. 184 c.p.c., le parti possono formulare mezzi di prova del tutto nuovi, cioè non dedotti in precedenza anche per voluta omissione, così come mezzi di prova ulteriori e diversi rispetto a quelli già articolati.
In altri termini, secondo la Corte, la deduzione dei mezzi di prova non è condizionata dalle novità emerse dalle attività di cui all’art. 183 c.p.c., non essendo tale necessità “desumibile dall’ampia formulazione” dell’art. 184 c.p.c..
(si veda anche il tribunale di Roma, 6 ottobre 1997, il quale prevede che la disciplina della produzione probatoria documentale esula - in quanto prova precostituita e non caratterizzata normativamente dalla "novità" - dal rigido schema delle preclusioni istruttorie, sottraendosi la richiesta del termine per provvedervi alla verifica del nesso di consequenzialità rispetto alle novità introdotte nel thema decidendum ).
Dalla formulazione dell’art. 184 c.p.c. risulta espressamente che i termini ivi previsti sono perentori e non sono necessari.
Entro il primo termine le parti debbono formulare le istanze probatorie dirette e quindi chiedere l’ammissione delle prove costituende e produrre le prove precostituite.
La nuova formulazione dell’art. 184 c.p.c. (in particolare il riferimento alla perentorietà del termine assegnato per il deposito di memorie istruttorie e il riferimento generico ai “mezzi di prova” quale oggetto necessario delle articolazioni istruttorie da compiere nel termine assegnato) induce ad escludere in modo categorico la possibilità di chiedere nell’udienza successiva all’assegnazione del termine per il deposito delle memorie istruttorie un ulteriore termine per l’indicazione dei testimoni.
Questa conclusione, condivisa dalla prevalente giurisprudenza di merito, sembra non esser sostenuta in un precedente della Corte di Cassazione (sent. n. 7682/99), secondo la cui massima le parti potrebbero depositare le “liste testi” anche dopo la scadenza del termine assegnato ai sensi dell’art. 184 c.p.c.
A prescindere da tale sentenza va comunque segnalato la presenza di un orientamento di merito minoritario che afferma la possibilità di indicare i testi quanto meno fino all’udienza di ammissione delle prove (e quindi anche dopo la scadenza del termine per le memorie istruttorie): tale orientamento fa leva sulla giurisprudenza di legittimità relativa al rito lavoro, secondo cui l’omessa indicazione dei testi nel ricorso introduttivo costituisce una mera irregolarità formale e non comporta decadenza (v. Cass. S.U. n. 262/97).
Nel secondo termine assegnato ai sensi dell’art. 184 c.p.c. debbono essere articolate le istanze probatorie contrarie.
La prova contraria può essere diretta (o controprova secondo il linguaggio della giurisprudenza di legittimità) se ha un contenuto specularmente opposto a quello della controparte, in quanto vertente sugli stessi fatti dedotti dall’istante, ovvero indiretta, quando è relativa a fatti diversi volti a dimostrare l’insussistenza o la diversa configurazione dei fatti allegati dalla controparte.
Anche i documenti sono soggetti alle preclusioni istruttorie: al riguardo va segnalato l’orientamento giurisprudenziale sempre saldo che consente la produzione dei documenti in appello, anche se sono stati prodotti tardivamente (quindi sono inammissibili) nel giudizio di primo grado ed anche se non sono stati prodotti nel giudizio di primo grado (v., da ultimo, Cass. n. 15646/03).
Pure di notevole interesse, al fine di interpretare correttamente l’effettiva “voluntas legis” racchiusa negli artt. 183 – 184 c.p.c., appare essere la seguente pronuncia di merito: “nella prima udienza di trattazione, qualora le parti non chiedano ne' un termine per il deposito di memorie ai sensi dell'art. 183 comma 5 c.p.c., ne' un termine per la produzione di documenti e l'indicazione di nuovi mezzi di prova, il giudice istruttore puo' immediatamente esaminare le richieste istruttorie gia' avanzate; in tal caso non e' ammessa la successiva produzione di nuovi documenti o la richiesta di nuovi mezzi di prova (nella specie, la concessione di termine perentorio per ulteriori deduzioni istruttorie ovvero la fissazione dell'udienza di cui all'art. 184 c.p.c. erano state invocate dopo l'espletamento della consulenza tecnica disposta dal giudice nella stessa prima udienza di trattazione)” (Tribunale Brindisi, 26 maggio 1997).

References: art. 183
 art. 184
 art. 184
 art.183
 art. 183
 art. 184
 art. 183
 art. 163
 art. 167
 sentenza 
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 Cass. 
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