Source: https://avvemilianomancino.blogspot.com/2013/09/videosorveglianza-nelle-scuole.html
Timestamp: 2018-01-18 19:57:59+00:00

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Studio Legale Mancino: Videosorveglianza nelle scuole: trattamento dei dati personali e rispetto della privacy
Ciò premesso, l'unica ipotesi di videosorveglianza scolastica espressamente ritenuta lecita dal Garante senza necessità di ulteriori verifiche riguarda la finalità di tutela dell'edificio scolastico e dei beni scolastici da atti vandalici, purché le riprese riguardino le sole aree interessate e vengano attivate negli orari di chiusura degli istituti10; per detta finalità, viene pertanto esclusa la possibilità di attivare le riprese “in coincidenza con lo svolgimento di eventuali attività extrascolastiche che si svolgono all'interno della scuola”, e, ciò che ovvio, in coincidenza con gli orari standard delle lezioni.
Il Garante ha dunque affermato che, nel caso specifico, risultavano esplicitamente violati sia il principio di necessità che quello di proporzionalità: da un lato, non era stato dimostrato che la finalità di garantire la sicurezza dei minori iscritti all'asilo nido potesse essere assicurata solo attraverso l'implementazione di un ulteriore strumento di videosorveglianza, in grado di identificare direttamente ed immediatamente gli interessati anche all'interno della “zona didattica”, nonostante la presenza di altre telecamere presso la struttura; dall'altro, non era stato dimostrato che l'asilo nido fosse ubicato in un contesto ambientale “difficile”, e che le “tradizionali” scelte organizzative adottate per gestire la struttura sino al momento dell'introduzione della webcam si fossero dimostrate inadeguate a impedire il verificarsi degli episodi che si intenderebbe scongiurare.
Il trattamento è stato dunque considerato illegittimo, ma il Garante, nel fare ciò, ha affermato qualcosa di molto importante, e, in un certo senso, in controtendenza rispetto al suo precedente Provvedimento datato 8 aprile 201013 e alla guida “La privacy tra i banchi di scuola”14: e cioè che – citando un parere della Commissione Europea – “l'installazione di sistemi di videosorveglianza per la protezione e la sicurezza di bambini e studenti nei centri per l'infanzia, negli asili nido e nelle scuole può essere un interesse legittimo”, considerato che la tutela dell'incolumità fisica dei minori è una finalità “senz'altro lecita”.
Non più, dunque, chiusura totale alla installazione della videosorveglianza per fini diversi dall'antivandalismo, ma una moderata apertura anche per la finalità di tutela della sicurezza fisica e morale dei minori contro possibili violenze o atti vessatori, purché – ed è questo il punto fondamentale – vengano salvaguardati “al contempo, anche altri interessi fondamentali [dei bambini e dei ragazzi, ndr], tra i quali quello alla loro riservatezza, soprattutto attraverso il rispetto dei principi di necessità e proporzionalità posti dal Codice”.
La norma contempla dunque due fattispecie, distinte dal legislatore in base alle finalità cui l’uso degli impianti è diretto: il primo comma sancisce un divieto assoluto del controllo intenzionale, cioè dell'utilizzo di apparecchiature finalizzate al mero controllo dell’attività lavorativa, sul presupposto che la vigilanza sul lavoro, ancorché necessaria all’organizzazione produttiva, vada mantenuta in una dimensione “umana”, non esasperata, cioè, dall’uso di tecnologie che possano eliminare ogni zona di riservatezza e di autonomia nello svolgimento del lavoro15; il secondo comma consente al datore di lavoro il controllo preterintenzionale, e cioè gli garantisce la possibilità di installare e utilizzare quegli impianti che, anche se idonei a controllare a distanza i lavoratori, siano tuttavia diretti a soddisfare esigenze organizzative, produttive o di sicurezza, e purché vi sia un preventivo accordo con le rappresentanze sindacali oppure vi sia un'autorizzazione dell’Ispettorato del Lavoro.
Come precisato dal Garante nel Provvedimento in materia di videosorveglianza 8 aprile 2010, infatti, nelle attività di sorveglianza occorre comunque rispettare il divieto di controllo a distanza dell'attività lavorativa, pertanto, ai sensi dell'art. 4, comma 1, della legge 300/1970, è vietata l'installazione di apparecchiature specificatamente preordinate alla predetta finalità: “non devono quindi essere effettuate riprese al fine di verificare l'osservanza dei doveri di diligenza stabiliti per il rispetto dell'orario di lavoro e la correttezza nell'esecuzione della prestazione lavorativa (...)”.
Il controllo potrebbe essere quindi inquadrato come meramente difensivo, o quanto meno come incidentale rispetto a esigenze organizzative, di tal che esso potrebbe rientrare nella previsione del secondo comma dell'art. 4 dello Statuto dei Lavoratori: la videosorveglianza, quando resa necessaria da esigenze organizzative o produttive, ovvero è richiesta per la sicurezza del lavoro, ma da cui possa anche derivare la possibilità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori, non è illegittima tout court, ma necessita del “previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, con la commissione interna. In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l'Ispettorato del lavoro, dettando, ove occorra, le modalità per l'uso di tali impianti.”
Anche di recente, con sentenza 23 febbraio 2013, n. 2722, la Sezione Lavoro della Suprema Corte, nello statuire la legittimità dei controlli occulti del datore di lavoro sull'attività informatica dei dipendenti, ha precisato che nel caso specifico “il datore di lavoro ha posto in essere una attività di controllo sulle strutture informatiche aziendali che prescindeva dalla pura e semplice sorveglianza sull'esecuzione della prestazione lavorativa degli addetti ed era, invece, diretta ad accertare la perpetrazione di eventuali comportamenti illeciti (poi effettivamente riscontrati) dagli stessi posti in essere. Il cd. controllo difensivo, in altre parole, non riguardava l'esatto adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro, ma era destinato ad accertare un comportamento che poneva in pericolo la stessa immagine dell'Istituto bancario presso i terzi. In questo caso entrava in gioco il diritto del datore di lavoro di tutelare il proprio patrimonio, che era costituito non solo dal complesso dei beni aziendali, ma anche dalla propria immagine esterna, così come accreditata presso il pubblico. Questa forma di tutela egli poteva giuridicamente esercitare con gli strumenti derivanti dall'esercizio dei poteri derivanti dalla sua supremazia sulla struttura aziendale. Tale situazione, ad una lettura attenta, è già esclusa dal campo di applicazione dell'art. 4 dalla sopra citata giurisprudenza (che già esclude dai controlli difensivi vietati quelli aventi ad oggetto la tutela di beni estranei al rapporto di lavoro, v. Cass. n. 15892 del 2007 cit)”.
La ancora più recente Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 01.10.2012, n. 16622, ha invece sposato l'orientamento opposto (già peraltro espresso con la sentenza n. 4375 del 23.02.2010), rilevando come “l'effettività del divieto di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori richiede che anche per i c.d. controlli difensivi trovino applicazione le garanzie del citato art. 4, secondo comma, e che, comunque, quest'ultimi, così come la altre fattispecie di controllo ivi previste, non si traducano in forme surrettizie di controllo a distanza dell'attività lavorativa dei lavoratori. Se per l'esigenza di evitare attività illecite o per motivi organizzativi o produttivi, possono essere installati impianti ed apparecchiature di controllo che rilevino dati relativi anche alla attività lavorativa dei lavoratori, la previsione che siano osservate le garanzie procedurali di cui all'art. 4, secondo comma, non consente che attraverso tali strumenti, sia pure adottati in esito alla concertazione con le r.s.a., si possa porre in essere, anche se quale conseguenza mediata, un controllo a distanza dei lavoratori che, giova ribadirlo, è vietato dall'art. 4, comma 1, cit.”.
Tra l'altro, il problema della configurabilità della videosorveglianza come controllo difensivo e quindi potenzialmente installabile in forma occulta è in realtà più teorico che pratico: la presenza, oltre ai lavoratori, di altri interessati (gli utenti), impone di informare questi ultimi (o, nel caso si tratti di minori, coloro che esercitano la potestà genitoriale) del trattamento, e, quindi, presuppone una conoscibilità “di fatto” della videosorveglianza stessa che renderebbe comunque inutile la videosorveglianza occulta.
Come affermato anche dal parere n. 2/2009 sulla “Protezione dei dati personali dei minori (Principi generali e caso specifico delle scuole)” del Gruppo ex art. 29, “poiché i sistemi CCTV possono incidere sulle libertà personali, la loro installazione nelle scuole richiede particolari precauzioni. In altri termini, andrebbero autorizzati se necessari e se l'obiettivo non può essere raggiunto con altri mezzi disponibili meno intrusivi”.
Sempre il già citato Parere n. 2/2009 sulla “Protezione dei dati personali dei minori (Principi generali e caso specifico delle scuole)” del Gruppo ex art. 29, precisa però che “nella maggior parte degli altri spazi scolastici il diritto al rispetto della vita privata degli alunni (e degli insegnanti e del restante personale scolastico) e la libertà fondamentale di insegnamento si oppongono all'esigenza di una sorveglianza permanente con sistemi CCTV. Ciò vale soprattutto per le aule, dove la videosorveglianza può interferire non solo con la libertà di apprendimento e di parola degli studenti, ma anche con la libertà di insegnamento. Lo stesso dicasi per gli spazi ricreativi, le palestre e gli spogliatoi, dove la sorveglianza può interferire con il diritto al rispetto della vita privata”.
E' ovvio che se si accoglie questo punto di vista, difatti, le esigenze di sicurezza potrebbero essere bene tutelate utilizzando altri mezzi meno invasivi e più proporzionati rispetto alla videosorveglianza interna: dissuasori fisici nel perimetro (cancellate, muri, ecc.), sorveglianza e guardiania all'entrata e all'uscita della scuola, eventualmente anche videosorveglianza all'entrata e all'uscita (in presenza tuttavia di alcune condizioni: ad esempio qualora la scuola sia situata in un contesto ambientale “difficile”, oppure qualora vi siano stati precedenti episodi che hanno dimostrato l'inutilità delle altre e più proporzionate misure, oppure quando le altre misure siano oggettivamente insufficienti o impraticabili fin dal principio – si pensi a strutture scolastiche di dimensioni particolarmente estese).
Stabilito dunque che allo stato attuale non appare lecita l'installazione di videosorveglianza con collegamento via web, anche un sistema più “tradizionale” in cui la videosorveglianza è installata nelle aree didattiche, ma senza collegamento internet, appare comunque di difficile fattibilità.
Molto spesso, infatti, le critiche all'utilizzo della videosorveglianza nelle scuole provengono soprattutto da chi teme che l'utilizzo di tali mezzi possa rivelarsi un modo per controllare più facilmente – e a relativo basso costo – le prestazioni dei lavoratori, aprendo così la strada a quello che in giurisprudenza viene chiamato “controllo anelastico”.
Il controllo costante mediante telecamere nelle aule, a fronte di eventuali vantaggi20, può infatti facilmente provocare nei bambini e nei ragazzi un danno allo sviluppo della propria personalità, anche grave: come osservato nel Parere 2/2009 sulla “Protezione dei dati personali dei minori (Principi generali e caso specifico delle scuole)”, adottato l'11 febbraio 2009 dal Gruppo di Lavoro articolo 29 sulla protezione dei dati personali “In effetti i minori vanno sviluppando una concezione della loro libertà che può essere distorta se fin da piccoli considerano una cosa normale essere sorvegliati da sistemi CCTV”.
L'abitudine ad accettare la videosorveglianza continua per molti anni (dall'asilo nido all'ultimo anno delle scuole superiori, una persona potrebbe trascorrere quasi diciannove anni sotto videosorveglianza pressoché quotidiana), peraltro nel delicato periodo di formazione del proprio carattere, potrebbe inoltre contribuire alla degradazione inconscia del “sentire” tali dati come dati personali e come tali degni di tutela, e dunque potrebbe poi facilitare la formazione di futuri giovani adulti poco attenti alla gestione dei propri dati personali.
Ma è la società civile, la cui spinta potrebbe nel medio-lungo periodo effettivamente modificare situazioni che allo attuale paiono cristallizzate, che deve però porsi un interrogativo fondamentale: “veramente vogliamo una società in cui si è sempre ripresi, in cui si vive sotto i riflettori?”21.
Fonte: Altalex, 21 agosto 2013. Articolo di Marco Fusari: Videosorveglianza nelle scuole: trattamento dei dati personali e rispetto della privacy

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 Cass. 
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 art. 4
 art. 29
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 articolo 29