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Timestamp: 2020-04-09 17:08:53+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 11967 del 12/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11967 del 12/05/2017
Cassazione civile, sez. II, 12/05/2017, (ud. 22/03/2017, dep.12/05/2017), n. 11967
sul ricorso 28679-2012 proposto da:
C.R., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE
ANGELICO 38, presso lo studio dell’avvocato VINCENZO SINOPOLI,
rappresentato e difeso dall’avvocato EZIO MONACO;
avverso la sentenza n. 1812/2011 della CORTE D’APPELLO di TORINO,
22/03/2017 dal Consigliere Dott. GUIDO FEDERICO;
udito l’Avvocato MONACO Ezio, difensore del ricorrente che ha chiesto
CELESTE Alberto, che ha concluso per l’inammissibilità o comunque
Con citazione notificata il 5 novembre 2003, C.R. conveniva innanzi al Tribunale di Chivasso M.A.M., per sentir dichiarare che il terrazzo edificato dalla convenuta era stato eretto a distanza inferiore a quella legale, in violazione dell’art. 905 c.c., e, per l’effetto, sentirla condannare alla rimozione di detto manufatto, o in ogni caso ad eseguire tutte le opere necessarie ad impedire l’esercizio della veduta illegittima.
La convenuta resisteva, deducendo che la facoltà di aprire vedute dal proprio fondo a quello dell’attore era stata concessa con rogito per notar Ferreri ed in ogni caso il terrazzo non si affacciava sul fondo, ma unicamente su una striscia di terreno adibita a transito.
Il Tribunale, espletata Ctu, dichiarava che il terrazzo della M. violava la distanza legale di cui all’art. 905 c.c., e per l’effetto condannava quest’ultima alla eliminazione di detta veduta, mediante demolizione o arretramento della stessa, nel rispetto delle distanze.
La Corte d’Appello di Torino, in riforma della sentenza di primo grado, con la sentenza 1812/11, depositata il 15 dicembre 2012, respingeva la domanda.
I giudici di appello, per quanto in questa sede ancora rileva, hanno affermato la legittimità della veduta esercitata tramite il terrazzo, in virtù della pacifica circostanza che entrambi i fondi delle parti in causa confinavano con la pubblica via, con la conseguenza che nel caso di specie doveva applicarsi la fattispecie esonerativa di cui all’art. 905 c.c., u.c.. La Corte, inoltre, affermava che nel rogito con cui C.R. e C.G. avevano venduto l’immobile per cui è causa al dante causa della M. era prevista una clausola in forza della quale era consentito al proprietario del fondo alienato di aprire vedute senza alcuna distanza da quello confinante rimasto di proprietà dei venditori, risultando unicamente vietato che gli sporti delle eventuali aperture del fondo medesimo potessero impedire l’accesso sul vialetto, rimasto di proprietà dei venditori, ma gravato di servitù di passaggio in favore del fondo di proprietà M..
Per la cassazione di detta sentenza, ha proposto ricorso, con cinque motivi, C.R..
La M. non ha invece svolto attività difensiva.
Con il primo motivo il ricorrente denunzia la nullità della sentenza per aver omesso di rilevare la nullità dell’atto di appello proposto dalla M., in quanto esso non indicava l’esatto numero della sentenza oggetto di impugnazione.
Fermo che la nullità dell’atto introduttivo del giudizio sussiste soltanto laddove vi sia incertezza assoluta sulla sentenza impugnata, e non anche la mancata indicazione del numero di registro generale, nel caso di specie gli estremi completi della sentenza risultano espressamente nelle conclusioni dell’atto di impugnazione, nella richiesta, formulata in via preliminare, di sospendere l’efficacia esecutiva della sentenza n. 127/08 del 14.8.08 emessa dal Tribunale di Torino – sez. staccata di Chivasso. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa l’esatta ubicazione dei fondi e la conseguente applicabilità dell’art. 905 c.c., u.c. lamentando che la sentenza impugnata si sarebbe immotivatamente discostata dalla descrizione dei luoghi di cui all’espletata Ctu.
La Corte d’Appello ha infatti accertato, in conformità a quanto stabilito nella Ctu, che sia il fondo della M. che quello dell’odierno ricorrente confinavano con la strada pubblica, rilevandosi, avuto riguardo a quest’ultimo fondo, che confinava con la strada pubblica il vialetto privato, vale a dire proprio la parte del fondo su cui era possibile esercitare la veduta da parte del fondo della M..
Da ciò l’applicabilità al caso di specie dell’art. 905 c.c., che non presuppone necessariamente che la strada pubblica separi i fondi e che questi si fronteggino, ma richiede soltanto che essi siano confinanti con la strada pubblica, indipendentemente dalla loro reciproca collocazione; e ciò in quanto l’esonero dal divieto è giustificato dall’identificazione della strada pubblica come spazio dal quale chiunque può spingere liberamente lo sguardo sui fondi adiacenti (Cass. 4222/2009; 13000/2013).
Con il terzo motivo si denuncia la violazione dell’art. 1372 c.c., per avere la Corte territoriale ritenuto applicabile al caso di specie una clausola contenuta nell’atto di compravendita stipulato dall’odierno ricorrente, unitamente all’altro comproprietario C.G., con il dante causa della M., laddove tale clausola non poteva ritenersi efficace nei confronti di quest’ultima.
Il rigetto del motivo che precede, e la conseguente definitività di una delle autonome rationes decidendi poste a fondamento della sentenza impugnata, assorbe l’esame del presente motivo, che è comunque nel merito infondato.
La Corte ha infatti ritenuto, con valutazione di merito che non è sindacabile nel presente giudizio, che, in virtù di tale clausola negoziale, che esprime il valido consenso del parti, formulato per iscritto e trascritto, inserita nel rogito di vendita dell’immobile, successivamente trasferito alla M., le parti abbiano costituito in favore di detto fondo la servitù volontaria di apertura di vedute sul fondo contiguo, senza il rispetto dei limiti di legge, onde, in conseguenza della natura reale di tale diritto, costituito ex art. 1058 c.c. mediante contratto, non è pertinente il richiamo al principio sancito dall’art. 1372 c.c.
Con il quarto motivo il ricorrente denuncia la violazione o falsa applicazione degli artt. 1362, 1364 e 1366 c.c., lamentando che nell’interpretazione della clausola contrattuale il giudice dell’appello abbia erroneamente applicato i criteri ermeneutici previsti dagli artt. 1362 c.c. e ss., ritenendo che al fondo dominante fosse stata attribuita la facoltà di aprire vedute, in violazione dell’art. 905.
Premesso che pure il presente motivo, alla stessa stregua del precedente, è privo di decisività, esso è nel merito infondato.
L’interpretazione della clausola contrattuale da parte della Corte territoriale risulta infatti del tutto esente da censure, fondata sulla univoca formulazione letterale della stessa, che consentiva al proprietario del fondo dominante di costruire a “filo” del confine con la striscia di terra di cui il venditore si era riservato la proprietà, aprendo sporti e finestre e porte senza alcuna distanza, con l’unico limite che i relativi sporti non impedissero l’accesso tramite la strada privata.
Da ciò, dunque, la conclusione che in forza di detta clausola era consentita al proprietario del fondo dominante l’apertura di vedute senza alcuna distanza.
Il rigetto dei motivi che precedono assorbe l’esame dell’ultimo motivo, avente ad oggetto la domanda subordinata formulata dalla M.. Il ricorso va dunque respinto e, considerato che l’intimata non ha svolto nel presente giudizio attività difensiva, non deve provvedersi sulle spese.

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 art. 1058