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Timestamp: 2019-04-23 00:47:40+00:00

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Venerdì 22 Novembre 2013 15:31
Sentenza 10 gennaio 2006, n. 141
Con ricorso del 18 ottobre 1994 al Pretore di Reggio Calabria, E.A. esponeva di essere stato licenziato per assenza ingiustificata, il 22 giugno precedente, dal datore di lavoro Istituto di patronato per l'assistenza sociale. Assumendo la mancata osservanza delle garanzie procedimentali di cui all'art. 7 l. 300/1970, la concreta assenza di un giustificato motivo e la violazione di alcune regole contrattuali, l'A. chiedeva che il Pretore dichiarasse l'illegittimità del licenziamento e condannasse l'istituto alla reintegrazione nel posto di lavoro ed al risarcimento dal danno.
Rimasto contumace il convenuto, il Ministero del lavoro disponeva la liquidazione dell'Istituto con decreto del 26 ottobre 1995, pubblicato sulla G.U. 262 del 9 novembre 1995 e seguito da altro decreto del 17 gennaio 1996, in G.U. 26 dell'1 febbraio 1996, nel cui art. 3 era stabilita l'applicazione delle norme in materia di liquidazione coatta amministrativa.
L'A. proponeva appello e con sentenza del 28 marzo 2002 il Tribunale riteneva regolare la notifica dell'impugnazione e, nel merito, ordinava la reintegrazione dell'appellante nel posto di lavoro e dichiarava improseguibili le domande di condanna al pagamento di somme.
Esso riteneva infatti che, posta l'impresa in liquidazione coatta amministrativa, fosse pur sempre proseguibile davanti al giudice del lavoro il processo inteso a conseguire la dichiarazione di illegittimità del licenziamento nonché la reintegrazione.
Nel merito il collegio considerava credibile l'affermazione del lavoratore, resa ai fini dell'art. 18, comma 1, l. 300/1970, secondo cui l'Istituto occupava più di sessanta dipendenti, anche per l'assenza di prova contraria da parte del datore di lavoro, che ne era gravato per avere la disponibilità dei relativi mezzi.
Contro questa sentenza ricorre per cassazione S.R., quale commissario liquidatore dell'Istituto di patronato per l'assistenza sociale.
L'intimato A. non si costituiva.
Con ordinanza del 27 gennaio 2005 la Sezione lavoro di questa Corte, ravvisato un contrasto giurisprudenziale sulla questione della distribuzione dell'onere di provare il numero dei dipendenti dell'organizzazione datrice di lavoro, rimetteva gli atti al primo presidente per l'eventuale assegnazione della causa alla Sezioni unite ai sensi dell'art. 374 c.p.c.
1. Col primo motivo il ricorrente sostiene la nullità della sentenza impugnata per violazione dell'art. 200 r.d. 267/1942, essendo stati gli atti processuali, successivi al provvedimento ordinante la liquidazione dell'Istituto datore di lavoro (provvedimento pubblicato sulla G.U. ai sensi dell'art. 187 r.d. cit.), notificati allo stesso Istituto contumace nella persona del legale rappresentante invece che al commissario liquidatore, unico legittimato a stare in giudizio per tutti i rapporti patrimoniali, ai sensi del capoverso dell'art. 200 cit.
Posto che il provvedimento ordinante la liquidazione di una persona giuridica non costituisca giusta causa (art. 2119, comma 2, c.c.) e neppure, di per sé, giustificato motivo di risoluzione del rapporto di lavoro, il Tribunale nella sentenza qui impugnata ha creduto di uniformarsi alla massima, più volte enunciata da questa Corte, secondo cui, nel caso di sottoposizione dell'impresa a liquidazione coatta amministrativa, il lavoratore dipendente deve proporre o proseguire davanti al giudice del lavoro le azioni non aventi ad oggetto la condanna al pagamento di una somma di denaro, come quelle tendenti alla dichiarazione di illegittimità del licenziamento o alla reintegrazione nel posto di lavoro, mentre divengono improponibili o improseguibili temporaneamente, ossia per la durata della procedura amministrativa di liquidazione, le azioni intese ad una condanna pecuniaria (Cassazione 3522/1998, 8136/1999, 7907/1995, 15477/2000).
Ciò premesso, il Tribunale ha emesso la sentenza nei confronti dell'Istituto di patronato "in liquidazione coatta amministrativa ed in persona del commissario liquidatore" (così nell'epigrafe) e nella parte narrativa ha espressamente constato la regolare notifica dell'atto d'appello. Né dai documenti depositati ora dal ricorrente ai sensi dell'art. 372, comma 1, c.p.c. risulta alcun dato idoneo ad indicare la non regolare formazione del contraddittorio.
2. Col secondo motivo il ricorrente lamenta la violazione degli artt. 414 e 434 c.p.c., sostenendo che, al fine di accertare il numero dei dipendenti del datore di lavoro e così di dichiarare il diritto dell'appellante alla reintegrazione ex art. 18 l. 300/1970, il Tribunale prese in considerazione un documento, ossia uno statuto dell'ente datore di lavoro, ritualmente prodotto dal lavoratore-attore in giudizio.
Col terzo motivo il ricorrente deduce la violazione degli artt. 18 cit. l. 604/1966, 2697 e 1218 c.c., sostenendo il mancato assolvimento, da parte dello stesso lavoratore, dell'onere di provare il detto numero di dipendenti, e quindi l'illegittimità dell'ordine giudiziale di reintegrazione.
La questione che il ricorrente sottopone a questa Corte è se l'art. 18, comma 1, l. 300/1970, modificato dall'art. 1 l. 108/1990, nel subordinare l'ordine giudiziale di reintegrazione del prestatore di lavoro illegittimamente licenziato a certe dimensioni dell'organizzazione produttiva datrice di lavoro, commisurate sul numero delle persone occupate (cosiddetto requisito dimensionale), imponga al detto prestatore-attore in giudizio l'onere di provare il requisito, oppure richieda al datore-convenuto in giudizio la prova negativa ossa del non raggiungimento di quelle dimensioni.
Il dato normativo di riferimento, ossia l'art. 18 cit., è il seguente:
«Ferme restando l'esperibilità delle procedure previste dall'art. 7 l. 604/1966, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell'art. 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell'ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di 60 prestatori di lavoro» (comma 1).
«Ai fini del computo del numero dei prestatori di lavoro di cui al comma1 si tiene conto anche dei lavoratori assunti con contratto formazione e lavoro, dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato parziale, per la quota di orario effettivamente svolto, tenendo conto, a tale proposito, che il computo delle unità lavorative fa riferimento all'orario previsto dalla contrattazione collettiva del settore. Non si computano il coniuge ed i parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea retta ed in linea collaterale» (comma 2).
L'ordine giudiziale di reintegrazione nel posto di lavoro realizza in forma specifica la tutela risarcitoria conseguente alla lesione, arrecata attraverso il licenziamento illegittimo, del diritto soggettivo al lavoro, spettante al prestatore ai sensi degli artt. 1, 4, comma 1, e 35, comma 1, Cost., 1 l. 604/1966 e 18 ora cit.
L'art. 4, comma 1, l. 108/1990 sottrae all'applicazione di questo art. 18 i datori di lavoro non imprenditori che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto. L'attività degli istituti di patronato e di assistenza sociale non è politica né sindacale poiché non concorre alla composizione dei contrasti di interessi collettivi ed in particolare dei conflitti relativi ai processi produttivi. Funzione degli istituti, infatti, è di assistere i lavoratori ed i loro aventi causa per il conseguimento, in via amministrativa o giudiziaria, delle prestazioni previdenziali o di quiescenza (art. 1 d.lgs. C.p.S. 804/1947) onde la loro attività attiene non alla formazione e nascita, in sede legale o convenzionale, dei rapporti obbligatori o carico degli enti di previdenza o di assistenza o dei datori di lavoro, bensì all'attuazione degli stessi rapporti. Altre funzioni possono essere previste nello statuto (vedi ora art. 4, comma 1, lett. f), l. 152/2001), ma nulla ha eccepito in proposito la parte interessata nel corso di questo processo.
In conclusione nella disposizione dell'art. 4, comma 1, l. 108/1990 non possono comprendersi gli istituti di patronato e di assistenza sociale.
Qualora la sopra detta tutela specifica, chiamata anche tutela reale, non possa operare per difetto di uno dei requisiti posti dallo stesso art. 18, il lavoratore illegittimamente licenziato può giovarsi del risarcimento pecuniario (salve alcune eccezioni che qui non interessano) previsto dalla l. 604/1966 e dall'art. 2 l. 108/1990 e realizzante la cosiddetta tutela obbligatoria.
In breve, la concreta verifica del testé detto "requisito dimensionale" dell'impresa o comunque dell'organizzazione produttiva dà luogo alla tutela reale mentre la sua mancanza lascia spazio alla sola tutela obbligatoria.
4. La maggior parte delle sentenze di questa Corte impone al lavoratore-attore in giudizio l'onere di provare il requisito, ravvisandovi un elemento costitutivo del "diritto alla reintegrazione" dedotto in giudizio e facendo conseguente e piana applicazione dell'art. 2697, comma 1, c.c. (Cassazione, Sezioni unite, 2249/1988, Sezione lavoro, 3229/1988, 786/1991, 1815/1993, 4048/1991, 2268/1996, 4337/1995, 12375/1998, 4948/1998, 12579/2003, 12747/2003).
La dottrina che appoggia questo orientamento adduce, quale argomento di rinforzo, un asserito carattere "generale" della tutela obbligatoria, ed il connesso carattere eccezionale della tutela reale, che sarebbe reso palese dalle espressioni letterali usate dal legislatore nello stesso art. 18 e che addosserebbe al lavoratore l'onere di provare il suo diritto ad ottenere il rimedio più intenso, ma eccezionale.
La stessa dottrina esclude poter valere in materia le regole del "diritto comune", trattandosi di "problema all'evidenza tutto interno al regime speciale del licenziamento". Essa assume, in altre parole, la non riducibilità al diritto civile dei rimedi contro il licenziamento illegittimo.
4.1. L'imposizione al prestatore di lavoro dell'onere di fornire al giudice dati relativi al personale dell'impresa è apparso eccessivo ad una parte della giurisprudenza, la quale, precisando doversi aver riguardo al numero medio degli occupati in relazione alle normali esigenze produttive e non al numero nel momento di intimazione del licenziamento, chiede all'imprenditore la relativa prova (Cassazione 1815/1993), così come fa nei casi di esclusione della tutela reale per le cosiddette organizzazioni di tendenza, indicate nel già citato art. 4, comma 1, l. 108/1990 (Cassazione, 4337/1995).
Questo orientamento tanto più dovrebbe valere quanto trattisi di calcolare il numero dei lavoratori dipendenti tenendo conto delle esclusioni previste nel comma 2 dell'art. 18, sopra riportato.
Estranee ai rigorosi termini della questione di diritto qui in esame sono le frequenti affermazioni secondo cui - fermo restando l'onere probatorio a carico del datore di lavoro - tuttavia il giudice può ritenere provato il requisito dimensionale sulla base della mancata contestazione (art. 416, comma 3, c.p.c.) da parte del datore di lavoro convenuto (Cassazione 4048/1991, 1429/1993, 4948 e 12375/1998 citt., 996/2005) o della rinuncia alla relativa eccezione da parte del suo procuratore (Cassazione 881/2005), o dei documenti comunque acquisiti al processo (Cassazione 1202/1985, 4666/2003) e in particolare del libro matricola esibito su suo ordine (Cassazione 12747/2003) o del notaio (Cassazione 11701/1998, 22271/2004) qui si trattava della Spa Rete Ferroviaria italiana).
4.2. In tempo recante la Corte si è espressa in senso opposto, ossia ha ritenuto gravare sul datore di lavoro, non importa se attore o convenuto in giudizio, l'onere di provare l'inesistenza del requisito occupazionale e perciò l'impedimento all'applicazione dell'art. 18 l. 300/1970 (Cassazione 7227/2002).
Secondo questa giurisprudenza fatti costitutivi del diritto soggettivo del lavoratore a riprendere l'attività e, sul piano processuale, dell'azione di impugnazione del licenziamento sono esclusivamente l'esistenza del rapporto di lavoro subordinato e l'illegittimità dell'atto espulsivo, mentre le dimensioni dell'impresa, inferiori ai limiti dell'art. 18 sopra detti, costituirebbero, insieme al giustificato motivo del licenziamento (art. 5 l. 604/1966), fatti impeditivi del diritto soggettivo dedotto in giudizio e dovrebbero essere perciò provati dal datore di lavoro. Con l'assolvimento di quest'onere probatorio il datore dimostrerebbe che l'inadempimento degli obblighi derivatigli dal contratto di lavoro non è a lui imputabile (art. 1218 c.c.) e che comunque il diritto del lavoratore a riprendere il suo posto non sussiste, con conseguente necessità di ridurre il rimedio al risarcimento pecuniario.
A questo argomento le sentenze 613/1999 e 7227/2002 aggiungono, per porre a carico del datore di lavoro l'onere della prova, la necessità di non rendere troppo difficile l'esercizio del diritto del lavoratore, la quale, a differenza del datore di lavoro, è privo della "disponibilità" dei fatti idonei a provare il numero dei lavoratori occupati nell'impresa.
A norma dell'art. 2697 c.c. chi vuol fare valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento (comma 1), mentre a chi eccepisce l'inefficacia di tali fatti ovvero eccepisce che il diritto si è modificato o estinto deve provare i fatti su cui l'eccezione si fonda (comma 2).
Al giudice occorre perciò, una volta identificato il fatto costitutivo, ossia quello a cui è subordinata la tutela giuridica, nonché quello impeditivo, ossia quello capace di escludere che la fattispecie già perfetta possa esplicare i suoi effetti, ripartire l'onere probatorio fra attore e convenuto in giudizio secondo lo schema logico regola-eccezione.
È, però la disciplina legislativa sostanziale a descrivere la detta fattispecie e così ad indicare i fatti costituivi e quelli impeditivi o estintivi, onde è consueta l'affermazione secondo cui nell'art. 2697 cit. va ravvisata una disposizione in bianco, ossia destinata ad essere completata da quella, per lo più sostanziale, dettata per il caso concreto: essa non riguarda specifici tipi di domande né impone temi fissi di prova.
Tutto ciò è affermato non solo in dottrina ma si trova nella più recente giurisprudenza di questa Corte, la quale ha altresì precisato che sulla distribuzione dell'onere della prova possono incidere anche le vicende processuali, quante volte il successo dell'iniziativa di parte dipenda dal relativo corredo probatorio. Così è possibile che l'appellante debba dimostrare la fondatezza delle sue censure onde ottenere la riforma del capo di decisione impugnato (Sezioni unite 28468/2005).
Così Sezioni unite 13533/2001 ha imposto alla parte, attrice in giudizio per la risoluzione del contratto per inadempimento, il solo onere di provare il contenuto del negozio, ossia il suo credito, insieme all'onere di allegare l'inadempimento, mentre ha gravato il debitore-convenuto dell'onere di provare l'adempimento. In tal modo la Corte ha ripartito il peso della prova facendo espresso riferimento al principio della riferibilità, o vicinanza, o disponibilità del mezzo (è più facile al debitore dimostrare il fatto positivo di avere adempiuto che non al creditore di dimostrare l'opposto fatto negativo); principio riconducibile all'art. 24 Cost., che connette al diritto di azione in giudizio il divieto di interpretare la legge in modo da rendere impossibile o troppo difficile l'esercizio (Corte costituzionale 114/2000) e sul quale, come s'è detto, si fondano anche la sopra richiamate sentenze di questa Corte 613/1999 e 7227/2002.
Spetta in conclusione al giudice-interprete, quando il legislatore non vi abbia provveduto espressamente, di ricostruire la fattispecie sostanziale controversa, identificando gli elementi costituitivi del diritto soggettivo dedotto in giudizio e richiedendo all'attore la relativa prova.
6. Si tratta pertanto di stabilire se il cosiddetto e qui più volte evocato "requisito dimensionale", o "di occupazione" sia o no da considerare fra gli elementi costituitivi del diritto soggettivo a conservare il posto di lavoro, vale a dire ad esservi reintegrato una volta dichiarata l'illegittimità del licenziamento.
Per la risposta positiva una parte della dottrina sostiene che oggetto della tutela giudiziaria di questo diritto sarebbe, in via di regola, l'obbligo di risarcimento pecuniario e soltanto in via di eccezione l'obbligo di reintegrazione di cui al comma 1 dell'art. 18 cit. In sostanza il regime ordinario sarebbe, secondo questa dottrina, quello della stabilità obbligatoria, ossia della tutela risarcitoria, in cui non occorrerebbe provare il requisito dimensionale, mentre il regime della stabilità reale costituirebbe, quale eccezione, l'oggetto di un distinto diritto soggettivo, di cui la dimensione occupazionale sarebbe elemento costitutivo, con prova a carico del lavoratore-attore in giudizio.
Conseguenza di tutto ciò sarebbe che l'accoglimento della domanda di reintegrazione conseguirebbe alla duplice prova del licenziamento e del requisito ora detto.
Ma questa tesi, che considera la tutela per equivalente del diritto soggettivo coma la regola e la tutela specifica come l'eccezione, non può essere condivisa.
Già nell'ambito generale del diritto privato l'art. 2058 c.c. nega un rapporto regola-eccezione così fatto ed anzi lo capovolge: l'illecito aquiliano - ma la norma si estende all'illecito contrattuale - attribuisce al danneggiato (nel rapporto contrattuale, al creditore insoddisfatto) la "reintegrazione in forma specifica", se giuridicamente e materialmente possibile (comma 1) ed il risarcimento "per equivalente" alla subordinata condizione che la reintegrazione risulti, secondo il giudice, eccessivamente onerosa per il debitore (comma 2).
Sulla base di queste disposizioni già la dottrina immediatamente successiva all'entrata in vigore del codice del 1942 notò come il legislatore avesse stabilito anzitutto il diritto del creditore "all'esatto adempimento della prestazione dovuta" e come "soltanto in linea subordinata ed eventuale" questa potesse ridursi al risarcimento del danno. Il legislatore del novecento aveva così superato "l'anacronistica reminescenza del diritto romano" (D.XLII, I, 13, 1 "... in pecuniam numeratum candamnatur") recepita nell'art. 1142 c.c. francese, secondo cui ogni obbligazione di fare o di non fare si risolve (se resout) nella prestazione di danni e interessi nel caso di inadempimento; reminescenza già scomparsa del resto già nel codice tedesco, di fine ottocento, il quale nel par. 280, comma 3, permette il risarcimento del danno in luogo della prestazione (Schadenersatz statt der Leistung) solo sulla base di determinati e circoscritti presupposti.
La sostituzione di un'obbligazione di risarcimento all'azione primitiva - si notava ancora in dottrina - non è dunque come in diritto romano un fenomeno generale e costante, collegato in modo necessario e per così dire automatico al far valere in giudizio l'obbligazione, bensì un fenomeno affatto speciale e saltuario, condizionato da particolari circostanze di fatto.
Oggi l'obbligazione di ricostruire la situazione di fatto anteriore alla lesione del credito rendendo così possibile l'esatta soddisfazione del creditore, non tenuto ad accontentarsi dell'equivalente pecuniario, costituisce la traduzione nel diritto sostanziale del principio, affermato già dalla dottrina processuale degli anni trenta e poi ricondotto all'art. 24 Cost. (Corte costituzionale 253/1994, 483/1995), secondo cui il processo (ma potrebbe dirsi: il diritto oggettivo, in caso di violazione) deve dare alla parte lesa tutto quello e proprio quello che le è riconosciuto dalla norma sostanziale (da ultimo Cassazione, Sezioni unite, 12270/2004).
Né la difficoltà o l'impossibilità materiale di attuare in sede esecutiva questo principio costituzionalmente rilevante, dovute all'inesistenza nel nostro ordinamento di un sistema atipico di misure coercitive, può incidere sulla questione sostanziale qui in esame, relativa al rapporto regola-eccezione fra risarcimento specifico e per equivalente; la difficoltà di preporre norme esecutive di più intensa garanzia del creditore non può influire sullo statuto civilistico del rapporto obbligatorio.
7. Questa conclusione valida sul piano generale serve a maggior ragione nel diritto del lavoro non solo perché qualsiasi normativa settoriale non deve derogare al sistema generale senza necessità, come si dirà tra breve, ma anche perché il diritto del lavoratore al proprio posto, protetto dagli artt. 1, 4 e 35 Cost., subirebbe una sostanziale espropriazione se ridotto in via di regola al diritto ad una somma. Da ciò la necessità non solo di interpretare restrittivamente l'art. 2058, comma 2, cit. ma anche di considerare come eccezionali le norme che escludono o limitano la tutela specifica. In tal senso va intesa la sentenza della Corte costituzionale 46/2000, secondo cui la tutela reale del lavoratore può essere limitata discrezionalmente dal legislatore: questi effettua il bilanciamento degli interessi costituzionalmente protetti e ben può ritenere, come nella materia qui in esame, che le ragioni dell'impresa di piccole dimensioni debbano prevalere sulla tutela specifica del lavoratore illegittimamente licenziato. Non v'è però ragione di negare che questa limitazione del diritto al lavoro debba essere affidata al soggetto interessato ossia al datore di lavoro, e di affermare al contrario che essa debba aggiungersi agli elementi costituitivi di quel diritto, con conseguenze in ordine alla ripartizione dell'onere della prova.
8. Né la tesi, sostenute da una parte della stessa dottrina privatistica, che pongono sullo stesso piano la tutela specifica del diritto soggettivo a quella per equivalente, connettendo la prima ai diritti assoluti e la secondo ai diritti di credito, possono trovare applicazione nei rapporti di lavoro subordinato. A ciò ostano non solo le ragioni già dette ma anche la rilevanza degli interessi coinvolti, che impediscono di ricondurre quei rapporti esclusivamente a fattispecie di scambio e, nell'ambito di queste, di ridurre la posizione del prestatore di lavoro semplicemente a quella di titolare del credito avente ad oggetto la retribuzione. Al contrario, il prestatore, attraverso il lavoro reso all'interno dell'impresa, da intendere come formazione sociale nei sensi dell'art. 2 Cost., realizza non solo l'utilità economica promessa dal datore ma anche i valori individuali e familiari indicati nell'art. 2 cit. e nel successivo art. 36 (cfr. Cassazione, Sezioni unite, 14020/2001). Subito dopo l'entrata in vigore della Carta fondamentale un'autorevole dottrina civilistica qualificò come assoluto lo stesso diritto alla retribuzione.
9. È necessario ancora dare conto della tendenza di una parte della dottrina lavoristica a considerare la disciplina dei licenziamenti, così come altri istituti del settore, quale regime speciale, avulso dal "diritto comune".
Da ciò deriverebbe la non riconducibilità dell'art. 18 l. 300/1970 e della l. 604/1966 al modello codicistico del risarcimento in forma specifica o per equivalente. La tendenza non appare però da seguire perché contraria al principio di unità e coerenza dell'ordinamento, riconducibili al principio di eguaglianza sostanziale di cui al capoverso dell'art. 3 Cost.
Già in sede di fondazione del diritto del lavoro quale disciplina distinta dal diritto civile, or è circa un secolo, venne l'appello a non isolare i relativi problemi dei principi generali del diritto delle obbligazioni, cedendo al "cieco empirismo", mentre il richiamo all'unità dell'ordinamento quale postulato non logico ma di giustizia percorre il diritto non solo italiano nell'età delle specializzazioni.
Non è possibile poi adoperare quale argomento sistematico, onde dimostrare l'eccezionalità della tutela reintegratoria, "il numero notevole dei destinatari del precetto legislativo, nella capillare ed articolata diffusione nel territorio di piccole e medie imprese" (così Cassazione 4337/1995 cit. condivisa dal PM in udienza). L'esigenza di contenere gli oneri economici a carico di queste imprese ben può indurre il legislatore ad incentivi ed agevolazioni da attribuire attraverso scelte di diritto sostanziale, insindacabili a qualsiasi livello di giurisdizione (artt. 101, comma 2, Cost., 28 l. 87/1953), ma non può influire sull'interpretazione delle norme che disciplinano il processo.
10. Per quanto riguarda infine il criterio di distribuzione dell'onere della prova basato sulla vicinanza o disponibilità dei relativi strumenti e valorizzato sul piano generale da queste Sezioni unite con la riportata sentenza 13533/2001 nonché, nell'interpretazione dell'art. 18 l. 300/1970, dalle sentenze 613/1999 e 7227/2002, esso tanto più deve valere quando trattasi del "requisito occupazionale", vale a dire della forza-lavoro dell'impresa, risultante non soltanto dal numero degli occupati ma anche ed eventualmente dal loro status nell'impresa, o anche personale, come risulta espressamente dal sopra riportato comma 2 dell'art. 18.
Rigettato il ricorso, sulle spese processuali non provvede poiché l'intimato non si è costituito.
Giovedì 21 Novembre 2013 14:42
Un chirurgo è stato ritenuto responsabile delle lesioni personali subite da una paziente, consistite nella amputazione del dito mignolo della mano sinistra in quanto, nelle fasi di preparazione ed esecuzione dell'intervento chirurgico al dito, ha eseguito in modo non corretto le relative pratiche, impedendo la normale circolazione arteriosa nelle dita ed omettendo di somministrare farmaci antiaggreganti in grado di prevenire i danni derivanti dall'ostruzione del circolo; infatti, è stato posizionato un laccio emostatico in corrispondenza della base del quinto dito della mano sinistra, che non risulta esser stato allentato periodicamente, onde impedire o almeno ridurre la compressione sulle strutture vascolo-nervose del dito, inoltre è stato posto un tutore in iper-estensione, che ha definitivamente alterato il flusso sanguigno.
La Corte d’Appello ha ritenuto la responsabilità concorrente dell'imputato e della dottoressa che ha eseguito l’intervento, avendo il medico assunto una posizione di garanzia con la partecipazione all'operazione ed al post-operatorio gestito dalla collega, quale primo operatore.
La Cassazione ha chiarito che, fermo restando il principio per cui ogni sanitario non può esimersi dal conoscere e valutare l'attività precedente o contestuale svolta da altro collega, sia pure specialista in altra disciplina, e dal controllarne la correttezza, è necessario verificare se il contributo reso dall'imputato gli sia concretamente rimproverabile sul piano soggettivo. Pertanto, il fatto che il sanitario sia specialista della materia, e come tale in grado di valutare compiutamente la correttezza delle tecniche operatorie adottate, è soltanto una delle premesse dell'attribuzione dell'illecito, dovendo pur sempre essere accertato se egli abbia avuto la concreta possibilità di conoscere e valutare l'attività svolta da altro collega, di controllarne la correttezza e di agire ponendo rimedio.
Ultimo aggiornamento Giovedì 21 Novembre 2013 14:46
Mercoledì 20 Novembre 2013 17:08
Un infermiere dipendente della ASL, dopo aver falsificato la prescrizione medica del farmaco Cytotec, ha procurato il medicinale ad una paziente che, dopo averlo ingerito, ha avuto una accelerazione del parto al settimo mese di gravidanza; insieme alla donna ha poi causato la morte della neonata, avvenuta per sofferenza fetale/neonatale su base ipoannossica, in quanto bisognosa di assistenza e cure per la nascita provocata prematuramente.
La giurisprudenza della Cassazione è orientata nel ritenere che la vita autonoma del feto inizia con la rottura del sacco che contiene il liquido amniotico e si raggiunge nel momento iniziale del travaglio, allorché il feto non è ancora autosufficiente. La morte della neonata, intervenuta secondo quanto stabilito dal CTU nella fase intra-peri-partum, è coerente con l'ipotesi di omicidio volontario, in quanto l’assenza di segni polmonari di avvenuta respirazione non contrasterebbe col fatto che il decesso si è verificato nella fase del parto. In tale ipotesi, atteso il riconoscimento della vita autonoma del feto nel momento iniziale del travaglio, l’atto criminoso va qualificato come omicidio volontario, con esclusione della fattispecie di procurato aborto prevista dalla L. n. 194 del 1978, art. 19.
Lunedì 18 Novembre 2013 08:48
Il delitto di abuso d'ufficio la condotta del pubblico dipendente che usi indebitamente il bene, senza che ciò comporti la perdita dello stesso e la conseguente lesione patrimoniale a danno dell'avente diritto.
Cassazione penale, sez. VI, sentenza del 26.3.2012, n. 11636
5,1. - In tema di riesame, l'illegittima compressione del diritto di difesa, derivante dal rifiuto o dall'ingiustificato ritardo del pubblico ministero nel consentire al difensore, prima del loro deposito ai sensi dell'art. 268 c.p.p., comma 4, l'accesso alle registrazioni di conversazioni intercettate e sommariamente trascritte dalla polizia giudiziaria nei cosiddetti brogliacci di ascolto, utilizzati ai fini dell'adozione di un'ordinanza di custodia cautelare, da luogo ad una nullità di ordine generale a regime intermedio, ai sensi dell'art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c), in quanto determina un vizio nel procedimento di acquisizione della prova, che non inficia l'attività di ricerca della stessa ed il risultato probatorio, in sè considerati; con la conseguenza che, qualora tale vizio sia stato ritualmente dedotto in sede di riesame ed il Tribunale non abbia potuto acquisire il relativo supporto fonico entro il termine perentorio di cui all'art. 309 c.p.p., comma 9, le suddette trascrizioni non possono essere utilizzate come prova nel giudizio de libertate (in questi termini, Sez. un., 22 aprile 2010, n. 20300, Lasala). Il "diritto incondizionato" del difensore di accedere alle registrazioni di conversazioni o comunicazioni e di ottenerne copia "allo scopo di esperire efficacemente tutti i rimedi previsti dalle norme processuali" è stato riconosciuto dalla Corte costituzionale, con sentenza n. 336 del 2008, a "tutela del diritto di difesa anche in relazione ad una misura restrittiva della libertà personale già eseguita". Ne deriva che, se questo diritto non viene soddisfatto, la conseguente lesione del diritto di difesa integra, appunto, una nullità generale, ex art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c), da qualificare a regime intermedio a norma del combinato disposto degli artt. 179 e 180 c.p.p. (cfr., Sez. 6, 10 ottobre 2011, Ceravolo).
5.2. - Nel caso in esame, il Tribunale di Bologna ha respinto l'eccezione di nullità, in quanto ha ritenuto che il difensore è stato messo nelle condizioni di effettuare in qualunque momento la visione e l'estrazione delle copie delle conversazioni di suo interesse, ma che non si è attivato per realizzare il proprio diritto.
Invero, le conclusioni cui sono pervenuti i giudici del riesame non possono essere condivise, perchè basate su presupposti di fatto erronei. Risulta dagli atti che il difensore degli imputati presentava una prima istanza di copia delle registrazioni il 29.6.2011, successivamente reiterata, a cui rispondeva il pubblico ministero in data 11.7.2011, autorizzando la richiesta e invitando il difensore a precisare se intendeva avere copia di tutte ovvero solo di alcun registrazioni; nello stesso giorno il difensore, con fax diretto al pubblico ministero, nel richiamare l'originaria richiesta del 29.6.2011 confermava di volere estrarre copia di tutte le registrazioni delle conversazioni intercettate e sommariamente trascritte dalla polizia giudiziaria; il 14.7.2011, giorno dell'udienza davanti al Tribunale del riesame, nessuna copia delle registrazioni richieste risultava consegnata al difensore; solo in data 8.8.2011 quest'ultimo veniva contattato da un agente della polizia giudiziaria, addetto alla segreteria del pubblico ministero, che gli comunicava che l'indomani avrebbe potuto ritirare copia delle registrazioni richieste; il 9.8.2011 il difensore provvedeva a ritirare le copie, ma constatava che si trattava solo di una parte delle intercettazioni.
Pertanto, deve ritenersi, contrariamente a quanto sostenuto nell'ordinanza impugnata, che all'autorizzazione data dal pubblico ministero l'11.7.2011 non è seguita alcuna attività da parte degli uffici della Procura ovvero della polizia giudiziaria volta ad assicurare alla difesa il diritto incondizionato di ottenere copia delle registrazioni. In presenza di una istanza depositata tempestivamente (29.6.2011) rispetto alla data dell'udienza di riesame (14.7.2011), vi è stata una risposta non tempestiva da parte del pubblico ministero (11.7.2011) e, soprattutto, una mancata ottemperanza da parte degli uffici della Procura e da parte della polizia giudiziaria a consentire l'accesso alle registrazioni richieste, fornendo le copie non solo in ritardo, ma in misura incompleta e in contrasto con la stessa autorizzazione data dal pubblico ministero.
La motivazione offerta dal Tribunale, secondo cui il difensore non si sarebbe attivato per ottenere le copie richieste, è in palese contrasto con quanto emerso dagli atti ed è peraltro contraddetta dal fatto che, seppure in ritardo, l'avvocato degli indagati il giorno 8.8.2011 è stato raggiunto da un agente della polizia giudiziaria, addetto alla segreteria del pubblico ministero, che lo ha invitato a ritirare le copie, segno che il difensore non si è limitato a presentare l'istanza, ma è rimasto sempre in contatto con gli uffici giudiziari per poter esercitare concretamente il suo diritto. Non è il difensore che ha omesso di attivarsi, ma sono gli uffici della Procura che hanno assunto una condotta scarsamente collaborativa, omettendo di porre tempestivamente in essere tutti quegli adempimenti organizzativi in grado di soddisfare il diritto all'ottenimento di copia delle registrazioni.
5.3. - Di conseguenza, in mancanza del rilascio delle copie delle registrazioni al difensore che ne ha fatto tempestiva richiesta, il Tribunale non avrebbe potuto fondare il suo convincimento su detti atti di polizia, proprio in quanto non incondizionatamente "surrogatoli" della "vera prova" - costituita dalle conversazioni o comunicazioni come registrate sui relativi supporti informatici o magnetici - e sulla cui potenziale idoneità a fungere da prova cautelare la difesa non ha prestato acquiescenza, dal momento che ha preteso il soddisfacimento del suo "incondizionato" diritto a ottenere copia delle registrazioni.
Tali trascrizioni di polizia, benchè di per sè legittimamente poste a base della richiesta cautelare, diventano, nel limitato ambito dell'incidente cautelare, non utilizzabili ai fini della valutazione della domanda cautelare.
Per queste ragioni l'ordinanza impugnata deve essere annullata con rinvio degli atti al Tribunale di Bologna, che dovrà riesaminare il caso, prescindendo dalle trascrizioni delle intercettazioni su cui si è basata la misura cautelare, a meno che le copie richieste delle registrazioni non siano nel frattempo prodotte e messe a disposizione della difesa (Sez. un., 22 aprile 2010, n. 20300, Lasala).
5.4. - Gli altri motivi proposti nell'interesse di M. e Ba. devono intendersi assorbiti.
6. - Il ricorso proposto nell'interesse di B. è infondato.
6.1. - Quanto ai primi due motivi, relativi al capo 5), si osserva che secondo il Tribunale il ruolo che in questa vicenda ha ricoperto B. è quello di "provvedere ai pagamenti delle fatture inesistenti o gonfiate, tramite erogazioni da parte di Enia, della quale era direttore, nella piena consapevolezza di incrementare le casse della società SWS a fini privati e non già allo scopo di realizzare la funzione pubblica".
L'ordinanza desume la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza dalle conversazioni intercettate e dagli interrogatori di T., secondo cui gli ordini di pagamento per lavori asseritamente eseguiti da SWS gli venivano dati anche da B., nonostante non vi fosse "alcuna pezza giustificativa dei lavori suddetti", precisando che egli emetteva i buoni di pagamento senza sapere nulla, in quanto i contatti con la società erano tenuti esclusivamente da B..
I giudici del riesame escludono che B. non fosse a conoscenza che gli ordini di pagamento fossero relativi a lavori inesistenti o gonfiati e desumono ciò dagli stretti contatti con M. e dalle conversazioni intercettate, in cui risulta evidente che il suo ruolo era finalizzato "ad assecondare lo schema distrattivo dei correi", sistema dal quale egli stesso traeva profitto. A questo proposito, il Tribunale sottolinea che il nome dell'indagato viene fatto in numerose conversazioni, ove viene indicato come la persona con cui gli altri coindagati dovevano parlare per attuare i progetti, circostanza che trova giustificazione, nella ricostruzione fatta dai giudici, nella "funzione fondamentale del B. di emittente dei buoni di pagamento di Enia".
La tesi difensiva della inconsapevolezza viene smentita dal Tribunale soprattutto mettendo in risalto la circostanza che tra la documentazione della Enia sono stati rivenuti i buoni di pagamento dei lavori menzionati nel capo 5), ma non è stata trovata traccia della documentazione giustificativa dei lavori.
6.2. - Riguardo alla qualificazione della condotta contestata si osserva che, allo stato, può ritenersi corretto l'approccio del Tribunale che ha ribadito trattarsi di peculato e non di abuso d'ufficio, quantomeno nelle ipotesi di pagamento per lavori inesistenti.
La giurisprudenza di questa Corte ha stabilito che è configurabile l'abuso d'ufficio, dopo la soppressione della fattispecie del peculato per distrazione, qualora il pagamento avvenga per finalità diverse da quelle specificamente previste, ma pur sempre riconosciuto dalle norme organizzative dell'ente come rientrante nelle specifiche attribuzioni del ruolo istituzionale svolto, perchè in tal caso permane la connessione funzionale e quindi la legittimità del possesso (Sez. 6, 16 ottobre 1992, n. 553, Bava; Sez. 6, 14 maggio 2009, n. 23066, Provenzano; Sez. 6, 13 marzo 2009, n. 14978, De Mari). In altri termini, deve ritenersi che integra il delitto di abuso d'ufficio la condotta del pubblico dipendente che usi indebitamente il bene, senza che ciò comporti la perdita dello stesso e la conseguente lesione patrimoniale a danno dell'avente diritto.
Nel caso in esame, al B. è stato addebitato di far pervenire sui conti della SWS denaro pubblico uscito dalle casse della Enia, giustificando i pagamenti con fatture e documentazione false, in quanto gli esborsi non hanno trovato riscontro in lavori effettivamente eseguiti. Pertanto, l'indagato ha posto in essere atti senza alcuna giustificazione, realizzando così l'interversione nel possesso e interrompendo la relazione funzionale tra il denaro e il suo legittimo proprietario: in altri termini si è comportato uti dominus, creando una falsa apparenza di legalità funzionale a dissimularla.
Semmai, il reato che in alternativa potrebbe configurarsi, qualora dovessero emergere diverse modalità della condotta appropriativa, è quello della truffa aggravata ai danni di ente pubblico: infatti, la differenza tra i due reati è che nelpeculato il possesso del denaro è un antecedente della condotta, sicchè gli artifici, i raggiri o la falsa documentazione non incidono sulla struttura del reato, ma servono per occultarlo; nella truffa, invece, la condotta fraudolenta è predisposta per consentire al soggetto agente di entrare in possesso del denaro, in vista della successiva condotta appropriativa.
6.3. - Per quanto concerne l'ulteriore censura relativa alla mancata dimostrazione del conseguimento di un profitto nelle attività che sono state contestate al B., si osserva l'irrilevanza di una simile contestazione, in quanto il delitto di peculatoè configurabile anche nel caso in cui la condotta appropriativa sia realizzata per l'altrui profitto e, soprattutto perchè il requisito del profitto non è richiesto quale elemento soggettivo o oggettivo della fattispecie di cui all'art. 314 c.p. (Sez. 6, 10 giugno 1993, n. 8009, Ferolla; Sez. 6, 4 ottobre 2004, n. 2963, Aiello).
6.4. - Per quanto riguarda le esigenze cautelari, si rileva che la giurisprudenza di questa Corte ha avuto modo di affermare che il giudizio di prognosi sfavorevole sulla pericolosità sociale dell'incolpato di reati contro la pubblica amministrazione non è di per sè impedito dalla circostanza che l'indagato abbia dismesso la carica o esaurito l'ufficio nell'esercizio del quale aveva realizzato la condotta addebitata, purchè il giudice fornisca adeguata e logica motivazione in merito alla "mancata rilevanza della sopravvenuta cessazione del rapporto, con riferimento alle circostanze di fatto che concorrono a evidenziare la probabile rinnovazione di analoghe condotte criminose da parte dell'imputato, pur nella mutata veste di soggetto estraneo ormai alla pubblica amministrazione, in situazione, perciò, di concorrente in reato proprio, commesso da altri soggetti muniti della qualifica richiesta" (Sez. 6, 28 gennaio 1997, n. 285, Ortolano; Sez. 6, 16 dicembre 2009, n. 1963, Rotondo). In altri termini, si richiede in questi casi che la validità di tale principio sia rapportata al caso concreto, in cui il rischio di ulteriori condotte illecite del tipo di quella contestata sia reso probabile da una "permanente posizione soggettiva dell'agente che gli consenta di continuare a mantenere, pur nell'ambito di funzioni o incarichi pubblici diversi, condotte antigiuridiche aventi lo stesso rilievo ed offensive della stessa categoria di beni e valori di appartenenza del reato commesso" (Sez. 6, 10 marzo 2004, n. 22377, Pierri).
Nella specie, il Tribunale si è puntualmente attenuto a questi principi, formulando al riguardo una coerente e logica motivazione, in cui si è messo in evidenza che le dimissioni del B. dal consiglio di amministrazione non eliminano il pericolo di possibili e reiterate ingerenze nell'ambito della pubblica amministrazione in considerazione degli strettissimi legami che nel tempo si sono creati con alcuni dirigenti pubblici tutt'ora in servizio.
La censura con cui si lamenta il vizio di motivazione in ordine alla ritenuta adeguatezza della sola custodia cautelare in carcere deve ritenersi superata in quanto nelle more del ricorso l'originaria misura è stata sostituita con gli arresti domiciliari.
In conclusione, il ricorso di B. deve essere respinto, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
7. - Infine, deve dichiararsi inammissibile il ricorso di I. per avvenuta rinuncia, con la condanna dello stesso al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della cassa per le ammende, che si ritiene equo determinare in Euro 300,00.
Annulla l'ordinanza impugnata nei confronti di B. e M. e rinvia al Tribunale di Bologna per nuovo esame.
Rigetta il ricorso di B..
Dichiara inammissibile il ricorso di I..
Condanna B. e I. al pagamento delle spese processuali e I. anche a quello della somma di Euro 300,00 alla cassa delle ammende.
Mancanza di consenso informato: niente risarcimento se la condizione di salute non è peggiorata
Venerdì 15 Novembre 2013 14:56
Il consenso informato, ovvero l'atto con cui un medico informa il paziente sui vantaggi, le possibili conseguenze fisiche ed i rischi legati ad un intervento a cui il paziente ha necessità di sottoporsi, è sempre obbligatorio tranne ovviamente nei casi in cui il paziente sia incapace di intendere e di volere oppure in cui ricorrano i presupposti dello stato di necessità, ovvero il paziente non sia in condizione di dare il proprio consenso ad un intervento urgente e indispensabile per salvargli la vita o per evitare gravi danni alla persona.
Il medico e la struttura ospedaliera in cui opera, in mancanza di tale consenso (oppure nei casi in cui il consenso non sia stato validamente espresso) è tenuta a risarcire il danno subito dal paziente. Secondo la Cassazione (sentenza n. 20984/2012) "costituisce omissione, violazione ad hoc ed autonoma fonte di responsabilità, l'aver operato in assenza del consenso informato del paziente". L'inadempimento, però, spiega la Corte, deve "costituire causa o concausa efficiente del danno".
Una sentenza del tribunale di Bari (la numero 3135/2010) ha anche chiarito che il risarcimento da mancato consenso informato può avvenire solo se dalla terapia o dall'intervento chirurgico sono scaturiti danni che hanno peggiorato la situazione clinica del paziente; In sostanza occorre che il paziente dimostri l'esistenza di un danno determinato dalla violazione del suo diritto all'autodeterminazione nella scelta della terapia medica.
Come si legge nella sentenza del tribunale di Bari, "al fine di poter ravvisare la sussistenza del nesso causale tra la lesione del diritto all'autodeterminazione del paziente (realizzatosi mediante l'omessa informazione da parte del medico) e lesione della salute per le incolpevoli conseguenze negative dell'intervento, deve potersi affermare che il paziente avrebbe rifiutato l'intervento ove fosse stato compiutamente informato , giacché, altrimenti, la condotta positiva omessa dal medico (informazione, ai fini dell'acquisizione di un consapevole consenso ) non avrebbe comunque evitato l'evento infausto (lesione della salute)".
In altri termini, si legge in sentenza, "la risarcibilità del danno da lesione della salute che si verifichi per le non imprevedibili conseguenze dell'intervento chirurgico correttamente eseguito "secundum legem artis", ma tuttavia effettuato senza la preventiva informazione del paziente circa i suoi possibili effetti pregiudizievoli, e, dunque, senza un consenso consapevolmente prestato, necessariamente presuppone l'accertamento che il medesimo paziente, quel determinato intervento, avrebbe rifiutato se fosse stato adeguatamente informato".
Un'altra sentenza, questa volta della terza sezione civile della cassazione (la numero 16394/2010), infine chiarito che "la sussistenza del nesso eziologico va indagata non solo in relazione al rapporto di consequenzialità tra intervento terapeutico e pregiudizio della salute, ma - ove sia allegata la violazione del consenso informato - anche in relazione al rapporto tra attività omissiva del medico, per non aver informato il paziente ed esecuzione dell'intervento, tenendo presente che il diritto all'autodeterminazione è diverso dal diritto alla salute".
Ultimo aggiornamento Martedì 10 Dicembre 2013 14:39
Cassazione: legittimo il licenziamento del lavoratore che gioca con il pc dell'ufficio.
Venerdì 15 Novembre 2013 14:51
La Corte di cassazione nella sentenza n. 25069 del 7 novembre 2013 ha ritenuto possibile il licenziamento di un lavoratore che utilizza, durante l'orario di lavoro, il computer dell'ufficio per giochi "provocando, in tal modo, un danno economico e di immagine all'azienda".
Gli ermellini hanno così ribaltato la sentenza della Corte d'appello di Roma (pubblicata il 9 agosto 2010), che aveva dichiarato la nullità del licenziamento intimato ad un lavoratore, ed aveva condannato la società a riassumere il lavoratore entro tre giorni o, in mancanza, al risarcimento del danno in misura pari a sei mensilità dell'ultima retribuzione di fatto rigettando ogni altra domanda.
Il licenziamento in questione era stato intimato a seguito di lettera di contestazione del 23 novembre 2007, con la quale era stato addebitato al lavoratore di avere utilizzato, durante l'orario di lavoro, il computer dell'ufficio per giochi, con un impiego calcolato nel periodo di oltre un anno, di 260 - 300 ore provocando, in tal modo, un danno economico e di immagine all'azienda.
La Corte territoriale è pervenuta alla decisione di nullità del licenziamento considerando non tardiva la contestazione in quanto la tardività va rapportata al momento in cui il datore viene a conoscenza del fatto addebitato indipendentemente dalla possibilità di conoscerlo prima; ha poi ritenuto che il controllo del computer dell'azienda da cui è emerso il suo indebito utilizzo, non configurerebbe controllo a distanza, in quanto il lavoratore aveva probabilmente consentito tale controllo; ha tuttavia ritenuto generica la contestazione che fa riferimento ad un solo concreto episodio rimanendo per il resto generica e tale da non consentire al lavoratore una puntuale difesa; sulle conseguenze della nullità del licenziamento ha ritenuto tardive le deduzioni del lavoratore in merito al requisito dimensionale del datore di lavoro ai fini della tutela reale, avendo questi prospettato circostanze nuove relative a collegamenti societari in modo inammissibile, al fine di contrastare la prova fornita dal datore di lavoro riguardo al numero dei dipendenti.
La Corte di Cassazione è giunta ad affermare che "L'addebito mosso al lavoratore di utilizzare il computer in dotazione a fini di gioco non può essere ritenuto logicamente generico per la sola circostanza della mancata indicazione delle singole partite giocate abusivamente dal lavoratore. Appare dunque illogica la motivazione della sentenza impugnata che lamenta indicazione specifica delle singole partite giocate, essendo il lavoratore posto in grado di approntare le proprie difese anche con la generica contestazione di utilizzare in continuazione, e non in episodi specifici isolati, il computer aziendale".
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