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Timestamp: 2020-08-08 09:53:40+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 7258 del 22/03/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7258 del 22/03/2017
Cassazione civile, sez. trib., 22/03/2017, (ud. 19/12/2016, dep.22/03/2017), n. 7258
sul ricorso 163-2012 proposto da:
R.A., elettivamente domiciliata in ROMA VIALE DELLE
MILIZIE 4, presso lo studio dell’avvocato MARCO FEDERICI, che la
avverso la sentenza n. 393/2010 della COMM. TRIB. REG. SEZ. DIST. di
FOGGIA, depositata il 03/11/2010;
udito per il controricorrente l’Avvocato DE STEFANO per delega
dell’Avvocato FEDERICI che ha chiesto il rigetto;
CORE SERGIO che ha concluso per l’accoglimento del ricorso
1. Con sentenza n. 393 del 5.10.2010 la Commissione Tributaria Regionale di Bari – sez. dist. di Foggia – rigettava l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate avverso la sentenza di primo grado della CTP di Foggia che aveva accolto il ricorso proposto da R.A. avverso due avvisi di accertamento con i quali l’Amministrazione finanziaria, sulla scorta delle risultanze dei registri immobiliari, dai quali risultava l’acquisto di due immobili per un valore di oltre 557.000 Euro, e in assenza di presentazione delle dichiarazioni dei redditi, accertava per gli anni 1999 e 2000 circa Euro 100.000 di redditi per ogni anno alla luce del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, commi 4 e 5.
1. Con il primo motivo di ricorso la ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., error in procedendo per violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, avendo l’Amministrazione ricorrente formulato espresso motivo di gravame, sul quale il giudice di appello non si è pronunciato, per non aver tenuto conto del profilo che denunziava l’errore di non avere valutato la circostanza della omessa presentazione della dichiarazione dei redditi e, pertanto, che la fattispecie era riconducibile al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 41 e non all’art. 38 comma 4, (che richiede la sussistenza degli “ulteriori indici” di cui al D.M. 10 settembre 1992); invece, nel caso di specie, di omessa presentazione della dichiarazione dei redditi, è possibile procedere ad accertamento sulla sola base dell’incremento patrimoniale del contribuente; ipotesi differente da quella di accertamento derivante da elementi o indici presuntivi, che invece pare essere stata presa a riferimento dai giudici del merito.
2. Con il secondo motivo di ricorso la ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, artt. 38 e 41, rilevando che i giudici del merito hanno erroneamente ritenuto assolto l’onere probatorio gravante sulla contribuente in base al semplice rilievo del percepimento, da parte della stessa, di somme bonificate da un terzo (indicato essere -allora- il futuro marito), aspetto che, invece, non dimostra il carattere veramente liberale di tale operazione di accredito.
3. Con il terzo motivo di ricorso la ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c. e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, con nullità della sentenza e/o del procedimento, nonchè omessa motivazione circa un fatto decisivo e controverso in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, avendo il collegio di appello motivato in maniera carente il proprio convincimento, non esplicitando i motivi per i quali il bonifico di causa doveva costituire liberalità.
Secondo la condivisa giurisprudenza di legittimità, nelle ipotesi di omessa presentazione della dichiarazione da parte del contribuente, la legge abilita l’Ufficio delle imposte a servirsi di qualsiasi elemento probatorio ai fini dell’accertamento del reddito e, quindi, a determinarlo anche con metodo induttivo ed anche utilizzando, in deroga alla regola generale, presunzioni semplici prive dei requisiti di cui al D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 38, comma 3, sul presupposto dell’inferenza probatoria dei fatti costitutivi della pretesa tributaria ignoti da quelli noti, di tal che, a fronte della legittima prova presuntiva offerta dall’Ufficio, incombe sul contribuente l’onere di dedurre e provare i fatti impeditivi, modificativi o estintivi della predetta pretesa (Sez. 5, n. 19174 del 15/12/2003, Rv. 568917 – 01).
Se dunque può ritenersi evidente che l’accertamento effettuato a norma del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 41, (con il ricorso, da parte dell’ufficio finanziario, a presunzioni anche “supersemplici”) comporta l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, il problema posto all’attenzione di questa Corte risiede nello stabilire quali requisiti debba avere la prova contraria, posta a carico del contribuente, rispetto alla assenza di redditi imponibili, e cioè al fatto che la disponibilità patrimoniale non dipende da redditi prodotti nell’anno o dipende da redditi esenti da imposte o in ordine ai quali sia già stata effettuata la ritenuta alla fonte.
Nel caso di specie i giudici di merito, con motivazione congrua ed esente da vizi logici, hanno ritenuto che la contribuente, attraverso la produzione della documentazione bancaria, ha dimostrato di aver proceduto agli acquisti immobiliari di causa grazie al denaro derivante da una rimessa derivante dal futuro marito; ciò sulla base di documentazione bancaria dalla quale si evinceva l’accredito a titolo di regalia (cfr. pag. 4 sentenza impugnata) in quanto specificava che il motivo dell’introito era un “acquisto immobile” e la causale era costituita da “sussidi e regalie”. In considerazione della natura di estratto di scrittura contabile, detta documentazione forniva anche indicazione sulle date dei movimenti, dai quali si poteva apprezzare la sequenza temporale dell’operazione di accredito e poi di quella di addebito degli assegni circolari utilizzati per l’acquisto. Nè la questione della eventuale nullità sotto il profilo civilistico della donazione fatta con forme diverse da quella previste dalla legge elide la prova del fatto storico che le somme hanno una provenienza non reddituale; peraltro, la liberalità in questione ben può essere valutata come donazione indiretta, prevista e regolata dall’art. 809 c.c..
Alla luce di tali considerazioni può dunque ritenersi che l’affermazione fatta dai giudici pugliesi nella sentenza impugnata sia sufficiente, pur nella sua concisione, ad esplicitare il percorso logico – deduttivo da quelli seguito ed il convincimento dai medesimi formatosi all’esito dell’esame degli elementi probatori emergenti ex actis e costituiti dalla documentazione bancaria prodotta dalla contribuente.
5. In relazione al ricorso incidentale proposto dalla resistente rispetto alle spese di lite, osserva il Collegio che nel processo tributario, in virtù del rinvio contenuto nel D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 15, comma 1, ai procedimenti instaurati dopo il 1 marzo 2006 si applica l’art. 92 c.p.c., comma 2, nella versione emendata dalla L. n. 263 del 2005, art. 2, comma 1, lett. a), sicchè la compensazione delle spese richiede la concorrenza di “altri giusti motivi, esplicitamente indicati in motivazione”. Nel caso di specie, il giudice di appello ha respinto il motivo di gravame con il richiamo alla particolarità della fattispecie oggetto di giudizio, facendo evidente seppur implicito riferimento anche alle incertezze giurisprudenziali in merito alle numerose questioni di diritto coinvolte nella decisione. Il motivo è dunque infondato.
La Corte rigetta i ricorsi e condanna l’Agenzia ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate in 6.000,00 Euro, di cui 200,00 euro per esborsi, oltre accessori come per legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, la 5 sezione civile, il 19 dicembre 2016.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 art. 38
 art. 41
 art. 36
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 art. 15
 art. 2