Source: https://www.laleggepertutti.it/227590_denuncia-al-marito-si-perde-il-mantenimento
Timestamp: 2018-10-16 06:52:47+00:00

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Denuncia al marito: si perde il mantenimento
Falsa querela e assoluzione: solo la malafede di chi agisce consente di parlare di calunnia e di perdita del diritto al mantenimento.
Tra te e tua moglie è stata una lunga battaglia legale, ma alla fine l’hai vinta tu. È successo questo. Lei ti ha chiesto un mantenimento superiore alle tue possibilità. Le hai detto di no, costringendola a farti causa. Non avendo ottenuto ciò che sperava, ha trovato un ignobile pretesto per metterti con le spalle al muro: ti ha denunciato ai carabinieri per lesioni. Ha sostenuto che l’avresti spinta e picchiata. Un racconto frutto della sua immaginazione, un ricatto bello e buono per farti sborsare altri soldi, sapendo che, come persona integerrima, non avresti mai accettato di avere la fedina penale macchiata. Di fatto però hai preferito andare avanti nel processo penale. Fino alla sentenza di assoluzione che è stata appena emessa. Ora ti chiedi se questa pronuncia possa influire sul vostro giudizio di separazione. Vorresti infatti usare l’esito del processo civile come arma contro la tua ex moglie. E ti chiedi se chi denuncia il marito perde il mantenimento. Un caso identico al tuo è stato appena deciso dalla Cassazione [1].
L’ordinanza della Corte interviene su una materia che gli avvocati conoscono bene. Purtroppo sono numerosissime le denunce presentate da un coniuge nei confronti dell’altro all’alba del procedimento di separazione, denunce che in gran parte dei casi vengono archiviate o portano a una sentenza di completa assoluzione. Il che poi apre le porte a un secondo processo penale: quello di calunnia. Ecco: l’ordinanza della Suprema Corte di qualche ora fa sarà un valido stimolo a pensarci due volte prima di andare dalle autorità a querelare l’ex coniuge se non si dice la verità o quantomeno non si hanno le prove delle proprie affermazioni. Ecco infatti cosa hanno detto i giudici in questa occasione.
Come certo saprai, il coniuge con il reddito più basso ha diritto a ottenere il mantenimento. Mantenimento che serve a garantirgli la stessa stabilità economica che aveva quando ancora era legato all’altro. Insomma, deve rimanere intatto il “tenore di vita” che si aveva durante il matrimonio. Si perde però il diritto al mantenimento se uno dei due coniugi si macchia di una grave colpa ai danni dell’altro: si deve trattare di una condotta contraria ai doveri coniugali. Di solito il mantenimento si perde per una violenza, per vessazioni, per tradimenti, per l’allentamento dalla casa. Ma oggi la Cassazione dice che ci può perdere il mantenimento anche se si presenta una denuncia contro il marito o la moglie priva di ogni fondamento. Esporre il coniuge a un processo penale senza che vi siano i presupposti costituisce una violazione di quel dovere – altrettanto fondamentale come la convivenza, la fedeltà e il mantenimento materiale – di assistere il coniuge moralmente e salvaguardarne l’immagine.
Il principio quindi sancito dalla Cassazione è tanto semplice quanto lapidario: le finte denunce fanno scattare l’addebito della separazione.
Occorre però fare due precisazioni, l’una a favore del querelante, l’altra a favore del querelato.
Innanzitutto si deve considerare che solo le denunce sporte dolosamente, nella piena consapevolezza dell’altrui innocenza, fanno venir meno il diritto al mantenimento. Diverso è il caso in cui chi agisce lo fa colposamente, magari ignorando la corretta interpretazione della legge o non avendo prove a sufficienza delle affermazioni dette. Del resto è proprio questa la linea di confine tra denunce e querele che si chiudono con assoluzione e che consentono una controquerela per calunnia e quelle che invece bisogna subire “passivamente”. Solo infatti la malafede di chi agisce fa scattare la calunnia e giustifica la perdita del mantenimento.
Il secondo aspetto da tenere in considerazione – e che purtroppo può comportare un grosso pregiudizio per l’imputato in un procedimento di violenze a carico dell’ex coniuge – è che il querelante ha la capacità di testimoniare a proprio favore: parte quindi sempre in posizione di vantaggio. Ed è facile, in una situazione del genere, convincere il giudice dell’altrui colpevolezza, a meno che non risultino elementi contrari.
[1] Cass. ord. n. 20374/18 del 1.08.2018.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 6 marzo – 1 agosto 2018, n. 20374
Presidente Scaldaferri – Relatore Bisogni
1. Il Tribunale di Bologna, con sentenza n. 514/2014, ha dichiarato la separazione dei coniugi L.C.I. e T.G. , respingendo le reciproche domande di addebito della separazione, disponendo l’affido condiviso dei due figli e la loro residenza presso la madre, con regolazione del diritto di visita e frequentazione del padre e imposizione a suo carico, quale contributo al mantenimento dei figli, di un assegno mensile di 600 Euro oltre al 50% delle spese mediche non mutuabili, scolastiche, ricreative, sportive e straordinarie purché documentate e concordate.
2. La Corte di appello di Bologna, con sentenza n. 1140/16, ha parzialmente riformato la decisione di primo grado addebitando alla L. la separazione e disponendo un regime di coabitazione alternato dei figli presso i genitori. La Corte distrettuale ha valutato decisivo ai fini della rottura del legame di fiducia e affettività fra i coniugi il grave episodio della denuncia da parte della L. di abusi sessuali commessi dal T. nei confronti della figlia nonostante fosse consapevole della insussistenza di tali fatti e delle conseguenze che il marito avrebbe subito in dipendenza della denuncia. Quanto al mutamento del regime di convivenza dei figli con i genitori la Corte di appello si è basata sulla indicazione della C.T.U. e sull’esigenza di riequilibrio del rapporto fra i genitori e fra questi e i figli.
3. Avverso la sentenza della Corte d’appello L.C.I. ricorre per cassazione con quattro motivi di impugnazione: a) violazione degli artt. 143, 144, 151 c.c., rigetto delle istanze istruttorie ed erronea e contraddittoria motivazione, violazione degli artt. 185 e 658 c.p. e vizio di motivazione quanto all’addebito della separazione per un fatto precedente la riconciliazione e senza valutare le responsabilità del marito per il comportamento successivo; b) violazione degli artt. 147, 148, 155 e 155 quater c.c. e 30 della Costituzione; omessa considerazione delle concrete esigenze dei due figli senza tener conto delle loro diversità per età e bisogni di vita; c) omessa motivazione in relazione alla mancata previsione dell’assegno di mantenimento per i figli; d) violazione dell’art. 156 c.c., omessa valutazione delle condizioni economiche della sig.ra L. e diritto al contributo economico in suo favore.
Entrambe le parti hanno depositato memiria.
4. I primi due motivi investono una valutazione prettamente di merito e conforme ai principi giurisprudenziali in materia di addebito (Cass. civ., sez. I, nn. 25843 del 18 novembre 2013 e 2960 del 3 febbraio 2017) e di affidamento e residenza dei figli (Cass. civ. sez. VI-1 n. 18817 del 23 settembre 2015) e come tali sono inammissibili. Ne risulta conseguentemente assorbito il quarto motivo sulla richiesta di attribuzione di un assegno di mantenimento da parte della ricorrente.
5. La Corte di appello ha espresso una articolata motivazione sull’incidenza causale della denuncia della L. sulla rottura del legame matrimoniale e sulla perturbazione della relazione del T. con i figli. Ha preso in esame la dedotta efficacia della tentata riconciliazione e ne ha escluso la rilevanza atteso che, a giudizio della Corte d’appello, la denuncia sporta dolosamente dalla L. ha costituito un vulnus non sanabile nella relazione matrimoniale, come ha dimostrato la successiva crisi che ha portato alla definitiva rottura del rapporto. In questa prospettiva è stata ritenuta irrilevante la prova orale richiesta dalla odierna ricorrente dato che, a giudizio della Corte distrettuale, l’efficacia causale fra comportamento contrario ai doveri matrimoniali e rottura dell’affectio coniugalis si è interamente e irreversibilmente prodotta con il grave comportamento posto in atto dalla L. contro il suo coniuge.
6. Quanto alla modificazione del regime di residenza dei figli e di frequentazione dei genitori la decisione della Corte, come si è detto, si è basata su una valutazione del C.T.U. che l’ha ritenuta corrispondente al loro preminente interesse e al riequilibrio della loro relazione con entrambi i genitori. Anche questa è una valutazione prettamente di merito non sindacabile in questo giudizio.
7. Il terzo motivo è palesemente infondato. La Corte di appello ha confermato la statuizione del tribunale che ha imposto a carico del T. l’assegno mensile di 600 Euro destinato al mantenimento dei figli. Obbligo che pertanto è rimasto in vigore anche dopo la pronuncia di appello.
8. Il ricorso per cassazione va pertanto dichiarato inammissibile con condanna della ricorrente alle spese del giudizio di cassazione.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate in complessivi 5.100 Euro di cui 100 per spese.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. n.115/2002, dà atto della insussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dell’art. 13 comma 1 bis del D.P.R. n. 115/2002.
Antonio Di giulio cesare ha detto:
03/08/2018 alle 11:57
Scusate di quale sentenza si tratta? Se fosse possibile avere un riferimento sarebbe utile. Grazie in anticipo

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 Cass. 
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