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Timestamp: 2019-01-15 23:58:17+00:00

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CASO CAPPATO – ANTONIANI INTERVENTO DEL “CENTRO STUDI LEVATINO” ( TESTO INTEGRALE ) | Associazione Azimut
CASO CAPPATO – ANTONIANI INTERVENTO DEL “CENTRO STUDI LEVATINO” ( TESTO INTEGRALE )
<< CASO CAPPATO – ANTONIANI >> INTERVENTO DEL “CENTRO STUDI LEVATINO” ( TESTO INTEGRALE ) – [ “AZ.” – 05/04/2018 ] – anteprima di web –
[ nella foto : Marco Cappato e Fabiano Antoniani ( Dj Fabo ) – tratte dal web ]
Nella mattinata di oggi 30 marzo il Centro studi Livatino ha depositato un atto di intervento, a firma del proprio presidente il prof. Mauro Ronco, nel giudizio di legittimità costituzionale sollevato dalla 1^ Corte d’Assise di Milano, con ordinanza del 14 febbraio 2018, nel procedimento penale a carico di Marco Cappato. La Corte milanese aveva dubitato della conformità alla Costituzione dell’art. 580 cod. pen., nella parte in cui incrimina le condotte di aiuto al suicidio, rivendicando una sorta di “diritto” a darsi la morte.
Nella mattinata di oggi 30 marzo il Centro studi Livatino ha depositato un atto di intervento, a firma del proprio presidente il prof. Mauro Ronco, nel giudizio di…
Nella mattinata di oggi 30 marzo il Centro studi Livatino ha depositato un atto di intervento, a firma del proprio presidente il prof. Mauro Ronco, nel giudizio di legittimità costituzionale sollevato dalla 1^ Corte d’Assise di Milano, con ordinanza del 14 febbraio 2018, nel procedimento penale a carico di Marco Cappato. La Corte milanese aveva dubitato della conformità alla Costituzione dell’art. 580 cod. pen., nella parte in cui incrimina le condotte di aiuto al suicidio, rivendicando una sorta di “diritto” a darsi la morte. Pubblichiamo il testo dell’atto di intervento, cui seguirà – al momento dell’avvio del giudizio davanti alla Consulta – la produzione di una più ampia memoria.
per il Centro Studi “Rosario Livatino”, costituito a Roma il 17 aprile 2015, con atto registrato il 13 gennaio 2017 n. 230 Serie 3, cod. fisc. 97853360580, con sede in Roma via del Teatro Valle n. 51 (info@centrostudilivatino.it), in persona del proprio legale rappresentante p.t. prof. avv. Mauro Ronco, rappresentato e difeso, anche disgiuntamente, dallo stesso prof. avv. Mauro Ronco del foro di Torino e dall’avv. Stefano Nitoglia del foro di Roma, elettivamente domiciliato presso lo studio di quest’ultimo in Roma, come da procura speciale in calce al presente atto,
Il dubbio sulla costituzionalità dell’art. 580 c.p. riguarda per i Giudici di Milano la parte in cui la norma incrimina le condotte di aiuto al suicidio “a prescindere dal loro contributo alla determinazione e al rafforzamento del proposito suicidario”. Tale disposizione punisce infatti non solo l’istigazione al suicidio, e dunque chi determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito suicidario – contribuendo al processo di formazione della decisione stessa -, ma pure chi “ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione”.
Nelle prime pagine dell’ordinanza la 1° Corte di Assise di Milano limita la rilevanza della questione ai fini del giudizio di costituzionalità alla condotta di agevolazione del suicidio di Fabiano Antoniani, avendolo Marco Cappato aiutato a recarsi in Svizzera alla clinica Dignitas, ma escludendo che ciò abbia rafforzato il primo nell’intento di uccidere sé stesso: ciò sarebbe emerso, secondo la Corte, all’esito della istruttoria. E’ una valutazione in fatto opinabile, essendo espressa per incidens in una ordinanza, e non già in una sentenza, e contrastando – in assenza di un accertamento giudiziario connotato dalla irrevocabilità – con quanto già evidenziato dal Gip del Tribunale di Milano con l’ordinanza di imputazione coattiva del 10 luglio 2017. E cioè con la circostanza che il proposito suicidario si è trasformato in una possibilità concreta soltanto tramite l’intervento e la consultazione di Marco Cappato, il quale ha “corroborato e guidato nella sua volontà” il desiderio di morire espresso dalla vittima. Il che integra in modo evidente il concorso morale nella forma del “rafforzamento del proposito suicidario”. Lo stesso Gip aveva rettificato l’impostazione della Procura della Repubblica di Milano – nella sostanza fatta propria dal Giudice della rimessione – di impropria restrizione della condotta ai frammenti immediatamente antecedenti il gesto finale: poter contare invece sul contributo fornito dall’imputato ha conferito un apporto causale apprezzabile ai fini della realizzazione del suicidio. Il nesso causale tra la condotta e la morte è evidente alla stregua del principio dellacondicio sine qua non.
Manifesta infondatezza: l’art. 580 c.p., tutelando il diritto fondamentale alla vita e proscrivendo l’uccisione intenzionale di una persona, non soltanto è conforme alla Costituzione, ma la sua cancellazione costituirebbe un suovulnus irrimediabile.
2.1. Il dubbio che l’art. 580 c.p., nella parte in cui incrimina le condotte di aiuto al suicidio, costituisca una violazione degli artt. 3; 13, co. 2° ; 25, co. 2° co.; 27, 3° co. Costituzione, nonché degli artt. 2 e 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo è manifestamente infondata.
Una condotta siffatta vìola il diritto alla vita, che va inscritto “tra i diritti inviolabili, e cioè tra quei diritti che occupano nell’ordinamento una posizione, per dir così privilegiata, in quanto appartengono […] all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana” (Corte Cost., sent. 10 febbraio 1997, n. 35, che richiama l’espressione di Corte Cost., sent. 29 dicembre 1988, n. 1146).
Tale diritto è al livello supremo dei diritti fondamentali dell’uomo, come è stato confermato dalla L. Cost. 2 ottobre 2007, n. 1, che, cancellando dall’art. 27, co. 4° Cost. le parole «se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra», ha costituzionalizzato in modo assoluto il divieto della pena di morte. Nello stesso senso suona il dictum della Corte Costituzionale alla cui stregua il “diritto alla vita ed all’integrità fisica […] concorre a costituire la matrice prima di ogni altro diritto, costituzionalmente protetto, della persona” (Corte Cost., sent. 9 luglio 1996, n. 238).
L’aiuto al suicidio costituisce altresì una violazione dell’art. 2, co. 1° della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo. Tale disposizione appartiene al novero delle disposizioni che la giurisprudenza della Corte EDU ritiene primordiali, in quanto senza la protezione del diritto alla vita “ […] il godimento di uno qualsiasi degli altri diritti e libertà garantiti dalla Convenzione sarebbe illusorio” (sentenza 29 aprile 2002 – Caso Pretty c. Regno Unito).
2.2. La tutela assoluta della vita è proclamata anche nei più importanti atti dell’Assemblea del Consiglio d’Europa. Nella Raccomandazione 1418 del 1999 l’Assemblea raccomanda al Comitato dei Ministri di incoraggiare gli Stati membri del Consiglio d‘Europa a rispettare e proteggere la dignità dei malati incurabili e dei morenti a tutti i livelli “mantenendo il divieto assoluto di mettere intenzionalmente fine alla vita dei malati incurabili e dei morenti: 1. visto che il diritto alla vita, in particolare per ciò che concerne i malati incurabili ed i morenti è garantito dagli Stati membri conformemente all’art. 2 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che dispone che la morte non può essere inflitta a chiunque intenzionalmente; 2. visto che il desiderio di morire espresso da un malato incurabile o da un morente non può mai costituire un fondamento giuridico alla sua morte per mano di un terzo; 3. visto che il desiderio di morire espresso da un malato incurabile o da un morente non può in sé servire da giustificazione legale all’esecuzione di azioni destinate a provocare la morte” (Raccomandazione 1418 del 1999, Protection des droits de l’homme et de la dignité des malades incurables et des mourants, § 9, lett. c). Nella Risoluzione 1859 del 2012 l’Assemblea parlamentare ha ribadito che “l’eutanasia nel senso di uccidere intenzionalmente, con un’azione o un’omissione […] deve sempre essere vietata” e ha concluso nel senso che “in caso di dubbio, la decisione deve sempre prendersi in favore della vita e del prolungamento della vita” (Risoluzione 1859 del 2012Protéger les droits humains et la dignité de la personne en tenant compte des souhaits précédemment exprimés par les patients, § 5, § 7.8).
Ciò risulta dal dictum della Corte Europea nella sentenza 29 aprile 2002 (Pretty c. Regno Unito): “La Corte ritiene, dunque, che non è possibile dedurre dall’articolo 2 della Convenzione un diritto di morire, sia per mano di un terzo o con l’assistenza di una pubblica autorità”).
Ogni diritto, invero, consiste nel riconoscimento di una libertà soggettiva per il perseguimento di un bene e, dunque, nella tutela di una facoltà di agire in vista di un fine. Nel diritto è ricompreso naturalmente anche l’aspetto negativo volto a salvaguardare il diritto dalle possibili intromissioni esterne nell’esercizio della libertà personale. L’ordinamento può evidentemente consentire che il soggetto non eserciti il suo diritto, non perseguendo il bene in vista del quale esso è riconosciuto, come accade nel caso in cui il soggetto rifiuti le cure mediche o chirurgiche, ma non può trasformare in «diritto» la mera libertà di fatto di annichilire il bene che ne costituisce l’oggetto. Ciò vale per la vita, per la salute, per la dignità o la libertà personale, diritti fondamentali che non possono logicamente essere interpretati come se contenessero il loro contrario. Interpretare il senso e il contenuto di tali diritti contro il loro oggetto inequivoco significa contraddittoriamente negarli.
Il diritto alla salute ex art. 32 Cost., implica che il soggetto possa rinunciarvi, ma non fonda un assurdo «diritto alla malattia» o un parimenti assurdo «diritto alla morte». Allo stesso modo il diritto alla libertà personale ex art. 13 Cost. non fonda un assurdo «diritto alla schiavitù» e il diritto al rispetto della dignità personale non fonda un assurdo «diritto a essere trattati indegnamente». Così il diritto alla vita non fonda alcun inesistente «diritto alla morte».
2.4. Non soltanto non può riconoscersi nel tessuto costituzionale l’esistenza di un «diritto al suicidio», ma, più ancora e in conseguenza di ciò, non può riconoscersi un «diritto di pretendere che altri presti aiuto al suicidio».
Invero: i) anche se il vivere non è coercibile, il suicidio non può ugualmente essere tutelato dal diritto. Il suo carattere è di strutturale avulsione dal diritto, siccome atto che si oppone alla sua intrinseca struttura, che è essenzialmente una struttura relazionale. Di ciò v’è traccia certa nella Costituzione, ove spiccano gli artt. 2 e 32, co.1°. Il primo, contemplando la correlatività tra i diritti fondamentali della persona e l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale, presuppone che il suicidio, come condizione che rende impossibile l’adempimento di qualsiasi dovere verso gli altri, è atto non tutelabile e non tutelato dal diritto; l’art. 32, co. 1°, statuendo che il diritto alla salute è un fondamentale diritto dell’individuo, nonché un interesse della collettività, evidenzia che tale bene non costituisce un valore soltanto per il suo titolare, bensì anche per gli altri, onde il singolo, per quanto abbia un diritto inviolabile alla sua salute, non ha il diritto di distruggerla; ii) in ogni caso e comunque non va dimenticato che l’eventuale ammissione della pretesa di essere aiutati nell’esecuzione del suicidio implicherebbe necessariamente l’imposizione a carico di qualcuno di un «dovere di uccidere». E’ evidente che la cancellazione del divieto di cui all’art. 580 c.p. costituirebbe una frattura irrimediabile dell’ordinamento: attraverso il varco aperto si introdurrebbe addirittura l’obbligo di uccidere sulla semplice richiesta di chi desidera uccidersi.
2.5. L’opinione espressa dalla I Corte di Assise di Milano, per la quale l’asserita sussistenza di un «diritto al suicidio» renderebbe l’art. 580 contrario alla Costituzione, misconosce le verità elementari del senso comune, rovesciando l’asse dell’ordinamento giuridico.
Sorprendente è l’omesso ricordo dell’art. 5 c.c. alla cui stregua “sono vietati” “gli atti di disposizione del proprio corpo […] quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica […]”.
Il divieto di esercitare attività per sé pericolosa è presente anche nella disciplina della circolazione stradale, ove l’utente è tenuto a rispettare anche norme di comportamento a sua esclusiva protezione, come nel caso di obbligo dell’uso del casco protettivo per il conducente di veicoli a due ruote (art. 171 cod. strada) o dell’uso delle cinture di sicurezza da parte del conducente e non soltanto dei passeggeri degli autoveicoli (art. 172 cod. strada). Particolare rilievo assume, poi, il riconoscimento normativo del principio di autoresponsabilità del lavoratore nell’ambito della sicurezza sul lavoro ai sensi dell’art. 20 d.lgs. 20 aprile 2008, n. 81 secondo cui “ogni lavoratore deve prendersi cura della propria salute e sicurezza […] conformemente alla sua formazione, alle istruzioni e ai mezzi forniti dal datore di lavoro”.
3.1. Sconcerta anzitutto che la I Corte di Assise di Milano abbia ritenuto “superata” la sentenza Pretty c. Regno Unito del 29 aprile 2002. Invero, come ha dimostrato analiticamente il Gip di Milano nell’ordinanza 10 luglio 2017, la giurisprudenza della Corte EDU ha confermato che la Convenzione tutela il bene vita in modo espresso, senza assolutamente superare i princìpi, in quella sentenza affermati, che “[…] la natura generale del divieto di suicidio assistito non è sproporzionata” e che “gli Stati hanno il diritto di controllare, attraverso l’applicazione del diritto penale generale, le attività pregiudizievoli per la vita e la sicurezza dei terzi[…]” e che, infine, “Spetta, in primo luogo, agli Stati valutare il rischio di abuso e le probabili conseguenze degli abusi eventualmente commessi che implicherebbe un’attenuazione del divieto generale di suicidio assistito o la creazione di eccezioni al principio. Esistono rischi manifesti di abuso, nonostante le argomentazioni sviluppate in merito alla possibilità di prevedere barriere e procedure di protezione”.
3.3. La sentenza 14 maggio 2013 nel caso Gross c. Svizzera ha stigmatizzato l’insufficiente chiarezza delle linee guida concernenti “la possibilità di ottenere una dose letale di pentobarbital su prescrizione medica”, rilevando che l’assenza di chiare e comprensibili linee guida legali vìola il diritto al rispetto della vita privata della ricorrente sotto il profilo dell’art. 8 della Convenzione. Quindi la Corte EDU non ha stigmatizzato la mancata previsione del suicidio assistito, mettendo invece in luce la piaga concernente le incertezze inevitabilmente presenti sui presupposti di ammissibilità del suicidio assistito nei Paesi che ne ammettono la possibilità.
3.5. Piuttosto merita osservare che la Corte Europea ha più volte riconosciuto agli Stati il diritto di regolare la materia senza che sussista alcun vincolo derivante da una determinata interpretazione del concetto di «interferenza nella vita privata» di cui all’art. 8 della Convenzione.
Nella sentenza Haas c. Svizzera (20 gennaio 2011) la Corte, dando atto che gli Stati membri del Consiglio d’Europa “sono ben lungi dall’aver raggiunto un consenso in merito al diritto di un individuo a decidere come e quando la sua vita dovrebbe finire” (punto 55) e che “la grande maggioranza degli Stati membri sembra dare più peso alla protezione della vita dell’individuo che al suo diritto di risolvere il problema” (ibidem), ha concluso che “gli Stati godono di un notevole margine di apprezzamento in questo settore” (ibidem).
Nella sentenza Koch c. Germania (19 luglio 2012) la Corte, dopo avere affermato che il proprio ruolo di controllo deve essere esercitato “nel rispetto del principio di sussidiarietà” (punto 69), ha ribadito che gli Stati in questa materia godono di un margine di apprezzamento considerevole (punto 70). La stessa sentenza dà atto che le ricerche comparatistiche svolte in 42 Stati membri del Consiglio d’Europa hanno evidenziato che “in 36 paesi […] tutte le forme di assistenza al suicidio sono oggetto di divieto stretto e sono erette in illeciti penali” (p. 26) e che soltanto quattro Stati (Svizzera, Belgio, Paesi-Bassi e Lussemburgo) “autorizzano i loro medici a prescrivere dosi letali di farmaco, sia pure con limiti e garanzie particolari” (ibidem).
Anzi, la Repubblica Federale tedesca, che non prevedeva il delitto di aiuto al suicidio, lo ha espressamente introdotto nelloStrafgesetzbuch al § 217 sotto la rubrica “Geschäftsmäßige Förderung der Selbsttötung” allo scopo di punire coloro che, nello svolgimento dell’attività professionale, forniscono aiuto al suicidio altrui (“(1) Wer in der Absicht, die Selbsttötung eines anderen zu fördern, diesem hierzu geschäftsmäßig die Gelegenheit gewährt, verschafft oder vermittelt, wird mit Freiheitsstrafe bis zu drei Jahren oder mit Geldstrafe bestraft. (2) Als Teilnehmer bleibt straffrei, wer selbst nicht geschäftsmäßig handelt und entweder Angehöriger des in Absatz 1 genannten anderen ist oder diesem nahesteht“).
La Francia, regolando con la Legge n. 2016-87 del 2 febbraio 2016 la materia relativa alle modalità di “espressione della volontà dei malati che rifiutano un trattamento e dei malati in fin di vita”, ha statuito all’art. R 4127-38 che il medico non ha il diritto di provocare deliberatamente la morte (“il n’a pas le droit de provoquer délibérément la mort“), vietando in questo modo qualsiasi forma di aiuto al suicidio.
La Spagna punisce all’art. 143 del codice penale l’induzione e la cooperazione al suicidio. Il 4° comma della disposizione punisce espressamente la condotta di chi causi o cooperi attivamente con atti necessari e diretti alla morte di una persona, su richiesta espressa, seria e inequivoca di questo, nel caso in cui la vittima soffra di una malattia grave che la condurrà necessariamente alla morte o che produca gravi sofferenze permanenti e difficili da sopportare (“El que causare o cooperare activamente con actos necesarios y directos a la muerte de otro, por la petición expresa, seria e inequívoca de éste, en el caso de que la víctima sufriera una enfermedad grave que conduciría necesariamente a su muerte, o que produjera graves padecimientos permanentes y difíciles de soportar, será castigado […])”
Con estrema chiarezza la Corte inglese ha osservato che, oltre al desiderio del richiedente, occorre tenere in considerazione aspetti che vanno molto al di là della questione dedotta dai singoli casi. Accondiscendere al desiderio di Nicklinson avrebbe significato introdurre un notevole cambiamento della legge, non consentito all’Autorità giudiziaria: “It is not for the court to decide whether the law about assisted dying should be changed and, if so, what safeguards should be put in place. Under our system of government these are matters for Parliament to decide, representing society as a whole, after Parliamentary scrutiny, and not for the court on the facts of an individual case or cases.” [Non spetta alla Corte decidere se debba essere cambiata la legge sul suicidio assistito e, se così fosse, quali garanzie dovrebbero essere poste in essere. Nel nostro sistema costituzionale ci sono materie che spettano esclusivamente al Parlamento, che rappresenta la società come un tutto, dopo un vaglio parlamentare, e non all’autorità giudiziaria che emette pronunce su casi individuali]. In un parere adesivo il giudice Royce, rilevava che talora si presentano casi che potrebbero indurre il giudice ad accedere alle richieste delle parti; tuttavia ciò condurrebbe a usurpare la funzione del Parlamento in un’area particolarmente sensibile sul piano etico e giuridico: “ Any change would need the most carefully structured safeguards which only Parliament can deliver” [Ogni cambiamento necessita di essere compiuto adottando criteri di salvaguardia strutturati molto attentamente, che soltanto il Parlamento può fornire] (Nicklinson, R v. Ministry of Justice [2012] EWHC 2381 Admin).
Il caso Nicklinson è storicamente importante in quanto è successivo alla decisione in cui la Corte EDU (Pretty c. United Kingdom – 2002) aveva riconosciuto la conformità alla Convenzione della legislazione inglese. La motivazione CEDU è ripresa integralmente al punto 74 della decisione Nicklinson, ove è detto che, pur essendo assai varie le condizioni individuali dei malati terminali, tuttavia “[…] many will be vulnerable and it is the vulnerability of the class which provides the rationale for the law in question. It is primarily for States to assess the risk and the likely incidence of abuse if the general prohibition on assisted suicides were relaxed or if exceptions were to be created. Clear risks of abuse do exist, notwithstanding arguments as to the possibility of safeguards and protective procedures” [“molti saranno vulnerabili. E’ la vulnerabilità ciò che fornisce il fondamento della legge in questione. Spetta in modo primario agli Stati valutare il rischio, nonché l’incidenza dell’abuso se il divieto generale del suicidio assistito fosse mitigato, ovvero se fossero introdotte eccezioni. Esistono evidenti rischi di abuso, nonostante gli argomenti circa la possibilità di procedure protettive di salvaguardia”].
4.3. La sentenza emessa nel caso Welby (GUP Roma 23 luglio 2007) dice espressamente che il diritto a rifiutare o a interrompere le cure “non può voler significare l’implicito riconoscimento di un diritto al suicidio”.
La seconda, emessa nella vicenda Englaro (Cass. civ. Sez. I, 16 ottobre 2007, n. 21748) ribadisce che “il rifiuto delle terapie medico-chirurgiche, anche quando conduce alla morte, non può essere scambiato per un’ipotesi di eutanasia, ossia per un comportamento che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte, esprimendo piuttosto tale rifiuto un atteggiamento di scelta, da parte del malato, che la malattia segua il suo corso naturale”.
4.5. Completamente fuori luogo è il richiamo della I Corte di Assise di Milano alla Legge n. 219/2017 che contempla l’istituto delle Disposizioni Anticipate di Trattamento. Infatti, come ha messo bene in luce il Gip di Milano nell’ordinanza per l’imputazione coattiva, la disciplina delle DAT, se esclude la punibilità del medico per condotte del tipo di quelle spese nel caso Welby, non è applicabile al caso oggetto del presente procedimento. Come dà conto con precisione l’ordinanza del Gip del 10 luglio 2017, Cappato avrebbe fatto presente ad Antoniani che, per dare esecuzione all’intendimento di morire, si poteva ricorrere alla “strada svizzera, ma c’era anche la strada italiana, che avrebbe potuto consistere nell’interruzione di qualsiasi trattamento accompagnato dalla sedazione profonda” (ord. cit. pag. 3).
Il Centro Studi “Rosario Livatino”, costituito a Roma il 17.4.2015, con atto registrato il 13.1.2017 n. 230 Serie 3, c.f. 97853360580, con sede in Roma via del Teatro Valle 51 (info@centrostudilivatino.it), in persona del proprio legale rappresentante p.t. prof. avv. Mauro Ronco, dichiara di conferire, come in effetti conferisce,
al prof. avv. Mauro Ronco del foro di Torino e all’avv. Stefano Nitoglia del foro di Roma, affinché gli stessi, anche disgiuntamente tra loro, intervengano nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p., sollevato dalla I Corte d’Assise di Milano, con ordinanza del 14 febbraio 2018, iscritta nel reg. ord. al n. 43 del 2018, pubblicata in G.U. I Serie Speciale – Corte Costituzionale, n. 11 del 14 marzo 2018, e lo rappresentino e difendano, anche disgiuntamente tra loro, nel sopraindicato giudizio, conferendo loro ogni più ampio potere di legge, senza che agli stessi possa essere opposta carenza di legittimazione o di potere.
Elegge domicilio presso lo studio dell’avv. Stefano Nitoglia, in Roma.
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References: § 9
 § 5
 § 7
 sentenza 
 art. 32
 art. 13
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 § 217
 sentenza