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Timestamp: 2020-08-07 10:28:30+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 17441 del 28/06/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17441 del 28/06/2019
Cassazione civile sez. III, 28/06/2019, (ud. 30/04/2019, dep. 28/06/2019), n.17441
C.N., ammessa al patrocinio a spese dello Stato, domiciliata
rappresentata e difesa dall’avvocato DANIELA BRIOLI;
BANCO DI BRESCIA, CAVALCA LINEA UFFICIO SPA A.A.,
CA.SA., P.P., V.C., EQUITALIA CENTRO;
avverso la sentenza n. 15/2016 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,
depositata il 08/01/2016;
30/04/2019 dal Consigliere Dott. PAOLO PORRECA;
SOLDI ANNA MARIA che ha concluso per il rigetto dell’opposizione
dell’esecuzione e inammissibilità degli atti esecutivi perchè
tardivamente proposti;
udito l’Avvocato BRIOLI DANIELA.
C.N. avversava l’esecuzione immobiliare promossa nei suoi confronti da P.D., introducendo, dopo l’esito negativo delle richieste di sospensione, il giudizio di merito e con esso deducendo, per quanto qui rileva:
– la carenza di titolo a procedere esecutivamente in specie del creditore intervenuto Banco di Brescia che, dando impulso alla procedura dopo la rinuncia del creditore procedente, si era illegittimamente avvalso della decadenza dal beneficio del termine relativo al contratto di mutuo fondiario speso in esecuzione, e il cui distinto e successivo decreto ingiuntivo la deducente aveva impugnato in altro giudizio, sempre presso lo stesso tribunale;
– non era necessaria l’integrazione del contraddittorio con il sopravvenuto aggiudicatario, sollecitata con richiesta di rimessione al primo giudice, poichè al momento dell’introduzione dell’opposizione non era ancora avvenuta l’aggiudicazione;
– l’opposizione era in parte all’esecuzione, in parte agli atti esecutivi, e le deduzioni afferenti alle carenze notificatorie erano da qualificare ai sensi dell’art. 617 c.p.c., sicchè, “parte qua”, la sentenza avrebbe dovuto essere oggetto di ricorso per cassazione, non essendo appellabile;
– la domanda relativa all’assegnazione della casa coniugale era nuova perchè avanzata solo nelle memorie per la precisazione delle allegazioni;
– il Banco di Brescia, non il solo intervenuto munito di titolo idoneo alla prosecuzione delle vie coattive, si era avvalso della decadenza dal beneficio del termine prevista da una specifica clausola contrattuale, tenuto conto che il ricevimento dell’avviso di cui all’art. 498 c.p.c., legittimava alla revoca degli affidamenti;
avverso questa decisione ricorre per cassazione C.N. articolando sette motivi e depositando memoria;
con il primo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 102 e 354 c.p.c., poichè la corte di appello avrebbe errato nel negare la rimessione al primo giudice per violazione del litisconsorzio necessario, sussistente con l’aggiudicatario, non rilevando, per la pronuncia della sentenza nei confronti di tutte le parti dovute, la circostanza che al momento dell’introduzione dell’opposizione l’aggiudicazione non fosse ancora avvenuta;
con il secondo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 112,615,617 e 618 c.p.c., poichè la corte di appello avrebbe errato nel rilevare l’inappellabilità della pronuncia ritenuta resa in parte a fronte di un’opposizione agli atti, quando il tribunale aveva espressamente trattato e qualificato l’opposizione stessa come all’esecuzione, dovendo seguirsi, per il regime dell’impugnazione, il principio dell’apparenza indotta dalla indicata qualificazione giudiziale;
con il terzo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 139,156,157,160 e 295 c.p.c., poichè la corte di appello avrebbe errato nell’omettere: di rilevare l’inesistenza o nullità assoluta insanabile delle notifiche degli atti della procedura, oggetto di istanze istruttorie non ammesse immotivatamente; e di sospendere per pregiudizialità il giudizio in pendenza, presso lo stesso tribunale, di querele di falso proposte avverso alcune firme risultanti dalle retate di notifica, che, se accolte, avrebbero travolto l’esecuzione;
con il quarto motivo si prospetta la violazione dell’art. 295 c.p.c., poichè la corte di appello avrebbe dovuto accogliere, invece di non esaminare affatto, la richiesta di sospensione del giudizio a fronte della pendenza, presso lo stesso tribunale, del giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo pure azionato dal Banco di Brescia in ragione di un saldo di conto corrente, esitato con un rigetto in prime cure, e un rigetto in secondo grado con pronuncia che sarebbe stata oggetto di ricorso per cassazione;
con il quinto motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1186,1819,1820,1833,1845,1855 e 1375 c.c., poichè la corte di appello avrebbe errato nell’omettere di rilevare che il mero avviso ex art. 498 c.p.c., per un’espropriazione promossa per un credito chirografario di poco più di 16 mila Euro, non avrebbe potuto legittimare la decadenza dal beneficio del termine a fronte del valore dell’immobile di oltre 700 mila Euro ipotecato dalla banca che così lo aveva valutato al momento dell’accensione della garanzia reale, in misura molto maggiore rispetto alla sottovalutazione erroneamente effettuata in sede esecutiva; nella censura si aggiunge che:
-i crediti derivanti dal mutuo e riportati dal decreto ingiuntivo opposto, pertanto non potevano essere considerati certi;
-il Banco di Brescia non aveva mai depositato un valido titolo esecutivo che legittimasse l’esercizio dei poteri d’impulso esecutivo dopo l’intervenuta rinuncia del creditore procedente;
-non era stato motivato il diniego delle istanze istruttorie dirette, sul punto, a dimostrare la capienza e solvibilità della deducente e quindi l’illegittimità della pretesa decadenza dal beneficio del termine;
con il sesto motivo si prospetta la violazione dell’art. 163 c.p.c., 183, comma 6, art. 112 c.p.c., art. 345 c.p.c., commi 1 e 3, poichè la corte di appello avrebbe errato nel ritenere inammissibile per novità la domanda relativa all’assegnazione della casa coniugale avvenuta in sede di separazione, quindi con data certa opponibile anche in difetto della trascrizione e pure dopo l’avvenuto trasferimento del bene: l’allegazione, secondo la deducente, avrebbe costituito infatti emenda, formulabile nei termini per le memorie in questione;
con il settimo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., poichè la corte di appello avrebbe errato nel non compensare le spese di lite nonostante la peculiarità della questione, la buona fede della deducente, la ragionevolezza della sua reazione a tutela della casa coniugale dove viveva con i figli minori;
parte ricorrente, dopo aver articolato i suddetti motivi, specifica che, per evitare effetti rinunciatari inerenti a questioni “non oggetto della trattazione” sopra riassunta, riportava, senza pertanto valenza di censura, le eccezioni formulate in sede di appello riguardo all’erronea affermazione del tribunale per cui l’esaurimento della procedura esecutiva, avvenuto con l’aggiudicazione, avrebbe eliso l’interesse all’opposizione.
in ogni caso, dall’esame della prodotta sentenza del tribunale, non emerge l’esplicita qualificazione, pretesa dalla deducente, dell’opposizione relativa ai pretesi vizi di notificazione “degli atti esecutivi”: essendo stati sollevati sia profili di opposizione ex art. 615 c.p.c., che profili di opposizione ex art. 617 c.p.c., nulla sul punto possono dire, inequivocamente, le invece generiche indicazioni, introduttive della parte narrativa o incidentali, della decisione di primo grado (pag.2, cui rinvia il ricorso, ma anche pag. 4) ovvero la sintesi del dispositivo pure richiamata (pag. 9 della sentenza del tribunale);
nulla si dice, al contrario, nella parte della motivazione specificatamente dedicata alla trattazione delle deduzioni in parola (pag. 6), sicchè la corte di appello poteva qualificare, ai fini del regime impugnatorio, la decisione “parte qua”, facendo così corretta applicazione del principio per cui qualora un’opposizione in materia esecutiva possa scindersi in un duplice contenuto, in parte riferibile a un’opposizione agli atti esecutivi e in parte riferibile a un’opposizione all’esecuzione, l’impugnazione della conseguente sentenza deve seguire il diverso regime previsto per i distinti tipi di opposizione (cfr., ad esempio, Cass., 27/08/2014, n. 18312);
– qualora davanti al medesimo ufficio giudiziario pendano più cause connesse per pregiudizialità, il giudice della causa pregiudicata non può sospenderla ex art. 295 c.p.c., ma deve rimetterla al presidente del tribunale ai sensi dell’art. 274 c.p.c., perchè questi valuti l’opportunità di assegnarla al giudice della causa pregiudicante, anche se i due giudizi siano soggetti a riti diversi, soccorrendo, in tal caso, la regola dettata dall’art. 40 c.p.c. (cfr., ad es., Cass., 17/05/2017, n. 12436): nell’ipotesi, in prime cure le cause avrebbero potuto essere riunite con conseguente applicazione dell’art. 225 c.p.c.;
– per un verso, quindi, in primo grado non può essere stato violato l’art. 295 c.p.c., per altro verso, seppure in appello avrebbe potuto farsi applicazione di tale norma o dell’art. 337 c.p.c., comma 2, qualora fosse stata adottata una pronuncia potenzialmente pregiudicante (Cass., 22/05/2017, n. 12773, Cass., 09/07/2018, n. 17936), rimane ostativa la circostanza che non si indica nè dimostra idoneamente, neppure in questa sede (a nulla rilevando, quindi, la riproposizione della querela medesima indicata in memoria), la pendenza o gli esiti del processo per querela di falso, rendendo impossibile apprezzare l’interesse della parte alla deduzione;
la deducente – che solo in altra parte del ricorso (pag. 19) indica che anche in appello l’opposizione al decreto ingiuntivo del Banco di Brescia era stata respinta, preannunciando ricorso per cassazione di cui si dimostra la proposizione in memoria – non supporta idoneamente il perchè tale sospensione avrebbe dovuto accordarsi a fronte della disponibilità di ulteriori titoli esecutivi per procedere all’esecuzione, residuando, se del caso, solo un riflesso in sede distributiva;
anche in memoria parte ricorrente deduce, infatti, che non vi erano altri titoli esecutivi idonei per procedere coattivamente stante la fondatezza dei quinto motivo di cui si sta per dire: atteso, però, l’esito dello scrutinio di tale motivo, la deduzione si rivela inidonea;
per un verso non si riporta il contenuto dell’art. 4 del contratto di mutuo fondiario invocato, con violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6; per altro verso si prospetta, mescolata nel corpo del motivo, una censura motivazionale che si traduce in rilettura istruttoria e, prim’ancora, neppure si dimostra esulare dal divieto ex art. 348 ter c.p.c., comma 5, non chiarendosi il mese del 2012 in cui è stato introdotto l’appello (Cass., 11/05/2018, n. 11439); per ulteriore verso, infine, si allude a un impulso del processo esecutivo venuto dal Banco di Brescia che non avrebbe depositato idoneo titolo, introducendo una questione nuova e come tale qui inammissibile; il sesto motivo è infondato;
va ribadito che nel giudizio di opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c., l’opponente ha veste sostanziale e processuale di attore; pertanto, le eventuali “eccezioni” da lui sollevate per contrastare il diritto del creditore a procedere ad esecuzione forzata costituiscono “causa petendi” della domanda proposta con il ricorso in opposizione e sono soggette al regime sostanziale e processuale della domanda, sicchè l’opponente non può mutare la pretesa modificando le eccezioni che ne costituiscono il fondamento, nè il giudice può accogliere l’opposizione per motivi che costituiscono un mutamento di quelli espressi nel ricorso introduttivo (cfr., ad esempio, Cass., 20/01/2011, n. 1328);
secondo il consolidato orientamento di questa Corte, il principio della soccombenza va inteso nel senso che soltanto la parte interamente vittoriosa non può essere condannata, nemmeno per una minima quota, al pagamento delle spese stesse, sicchè il sindacato di legittimità è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa, ed esula da tale sindacato, rientrando nel potere discrezionale del giudice di merito, sia la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite, tanto nell’ipotesi di soccombenza reciproca, quanto nell’ipotesi di concorso con altri giusti motivi, sia provvedere alla loro quantificazione, senza eccedere i limiti minimi, ove previsti ovvero massimi, fissati dalla normativa applicabile (Cass., 04(08/2017, n. 19613);

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 498
 art. 112
 art. 345
 sentenza 
 art. 615
 art. 617
 sentenza 
 sentenza 
 art. 295
 art. 348
 art. 615