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Acque pubbliche e private danni in materia civ
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ACQUE PUBBLICHE E PRIVATE - DANNI IN MATERIA CIV. E PEN. - PROCEDIMENTO CIVILE - SOCIETA'
Cass. civ. Sez. Unite, 28-12-2007, n. 27183
1. Con ricorso notificato il 6.5.1988, l'Enel citava davanti al Tribunale regionale delle acque pubbliche (Trap) della Campania l'Agenzia per la Promozione delle Sviluppo del Mezzogiorno (già Cassa per il Mezzogiorno, ora Agensud), al fine di sentirla condannare al ristoro patrimoniale, risarcitorio e/o indennitario, in conseguenza dei pregiudizi, per diminuita produzione di energia elettrica, che lamentava di aver subito, quale proprietario dell'impianto di (OMISSIS) e titolare, ai sensi del D.P.R. n. 130 del 1951, della relativa concessione di derivazione e sfruttamento delle acque del fiume (OMISSIS), in conseguenza di captazioni e derivazioni, abusive o comunque asseverate da successive concessioni, di acque del suddetto bacino imbrifero, poste in essere dall'Agenzia suddetta, a monte dell'impianto sopra menzionato.
Si costituiva l'Agenzia, eccependo il proprio difetto di legittimazione passiva e veniva autorizzata a chiamare in giudizio la Regione Campania. Anche la Regione, nel costituirsi, eccepiva la propria estraneità alla vicenda. Accertato a mezzo consulenza tecnica che le derivazioni idriche erano state realizzate in favore del Consorzio dell'Ausino, l'ente attore veniva autorizzato a chiamare in giudizio quest'ultimo, provvedendovi con ricorso notificato il 9.7.1991. Il Consorzio si costituiva eccependo il proprio difetto di legittimazione passiva e contestando comunque la domanda, sul rilievo che aveva agito sulla base di regolari concessioni. Venivano espletati ulteriori accertamenti tecnici.
2. All'udienza del 30.9.1993, l'Avvocatura erariale dichiarava che l'Agensud era stata soppressa, e il processo veniva dichiarato interrotto.
L'Enel provvedeva alla riassunzione con ricorso notificato il 23 e 24.3.1994 e depositato il 27.4.1994. Si costituivano la gestione commissariale del Ministero dei lavori pubblici e la Regione; il giudice, rilevata l'assenza all'udienza 12.5.1994 del Consorzio Ausino, ordinava la riassunzione anche nei di lui confronti, che veniva effettuata dall'Enel. Sicchè anche il Consorzio si ricostituiva, ed eccepiva l'estinzione del giudizio per tardività della riassunzione.
Il Trap riteneva fondata l'eccezione di estinzione per tardività della riassunzione.
3. Proponeva appello l'Enel ed il Tribunale superiore delle acque pubbliche, con sentenza non definitiva depositata il 14.7.1998, recante il n. 71/98, ritenuta infondata l'eccezione di estinzione per tardività della riassunzione, in riforma della sentenza impugnata condannava il Ministero dei lavori pubblici, quale liquidatore dell'Agensud, la Regione Campania e il Consorzio dell'Ausino, in solido tra loro, a corrispondere all'Enel s.p.a., a titolo di risarcimento del danno, l'importo corrispondente al valore della mancata produzione di energia elettrica conseguente all'illecita captazione e utilizzazione di sorgenti site nel bacino imbrifero del fiume (OMISSIS), delle quali l'Enel era concessionario, a far data dal 6.5.1983, nonchè, a titolo di risarcimento per il danno futuro, un importo pari alla capitalizzazione della mancata produzione di energia elettrica, il tutto nell'importo da liquidarsi nel prosieguo del giudizio.
4. Nella sentenza non definitiva, il Tsap ha osservato che per il Tribunale regionale, al fine di stabilire se la riassunzione del giudizio, interrotto all'udienza, del 30.9.1993, sia stata o no tempestiva, si doveva avere riguardo alla data del rituale compimento dell'atto processuale richiesto a tal fine; e tale atto, per il Trap, era rappresentato dal deposito in cancelleria del ricorso ex art. 303 c.p.c.. Nella specie, l'Enel aveva provveduto alla riassunzione mediante notifica, entro il termine semestrale di cui all'art. 305 c.p.c., di un ricorso contenente la citazione a comparire ad udienza fissa dinnanzi al giudice delegato; e tale citazione è stata dal Trap ritenuta del tutto inutile perchè non rispondente allo schema normativo e quindi inefficace, con la conseguenza che, essendo il deposito in cancelleria del fascicolo contenente la citazione suddetta avvenuto oltre il termine di sei mesi, il processo doveva, ritenersi estinto. Il Tsap è pervenuto a diversa conclusione, osservando, in primo luogo, che il fatte di avere adottato per la riassunzione la forma della citazione ad udienza fissa anzichè il ricorso, non costituisce di per sè causa di nullità dell'atto di riassunzione. Quanto al diverso problema di quali adempimenti debbano intervenire entro il termine semestrale, e cioè se sia indispensabile, a pena di decadenza, che in detto termine avvenga il deposito degli atti in cancelleria, ovvero se sia sufficiente la notificazione alle controparti dell'atto di riassunzione, con conseguente irrilevanza della tardività del deposito degli atti in cancelleria, il Tsap, dopo aver dato atto di un contrasto nella giurisprudenza di legittimità, ha optato per l'orientamento meno formalistico, ritenendo quindi sufficiente che nel semestre intervenga la notificazione dell'atto di riassunzione ancorchè con citazione ad udienza fissa. A sostegno di tale interpretazione, il Trap ha addotto l'opportunità di un'interpretazione ampia e liberale, fondata anche sull'art. 156 c.p.c., a norma del quale la nullità di atti processuali non può essere dichiarata se non nei. casi previsti dalla legge e comunque quando l'atto abbia raggiunto il suo scopo.
4.1 Il Tsap, accolto l'appello dell'Enel, ha poi esaminato la causa nel merito. Ha rigettato le difese del Consorzio dell'Ausino, il quale sosteneva che erroneamente il giudice di primo grado aveva disposto l'integrazione del contraddittorio nei suoi confronti, posto che il giudizio instaurato dall'Enel doveva ritenersi nullo per non essere stato evocato in giudizio alcun soggetto legittimato, con conseguente impossibilità di disporre l'integrazione del contraddittorio. Ha rigettato altresì l'assunto del Consorzio, secondo cui, avendo il Trap accolto l'eccezione di perenzione del giudizio senza che tale statuizione avesse formato oggetto di gravame, sul punto si era formato il giudicato, osservando come, al contrario, il giudice di primo grado aveva escluso espressamente l'applicabilità dell'istituto della perenzione. Il Tsap ha comunque ritenuto infondata l'eccezione, riproposta in sede di gravame dal Consorzio, per le medesime ragioni indicate dalla sentenza di primo grado, e per il fatto che l'avvenuta notifica della citazione in riassunzione, effettuata validamente nei confronti delle altre parti del processo, doveva essere considerata come un atto di procedura, idoneo ad evitare la perenzione.
Il Tsap ha rigettato anche le eccezioni di difetto di legittimazione passiva proposte da tutte le resistenti, rilevando che, secondo la propria consolidata giurisprudenza, legittimato passivo all'azione personale di risarcimento danni per responsabilità aquiliana non è l'attuale possessore del bene, indebitamente sottratto al legittimo titolare, ma l'autore del fatto dannoso. E mentre doveva ritenersi pacifico che l'Enel era titolare di determinate concessioni di derivazione di acqua, risultava altresì evidente la responsabilità della Casmez per aver consentito sottrazioni di acque sulla base di domande di concessione mai assentite, della Regione Campania, essendo provato il trasferimento degli acquedotti realizzati dalla Casmez alla Regione stessa, che ha fruito e fruisce delle illecite sottrazioni di acqua in danno dell'Enel, e del Consorzio, in quanto soggetto che attualmente gestisce gli acquedotti.
Il Tsap ha poi accertato il fondamento della domanda dell'Enel per quanto concerne l'an debeatur, essendo risultate provate sottensioni non giustificate da concessione. Accoglieva, peraltro, l'eccezione di prescrizione quinquennale proposta dal Ministero dei Lavori pubblici, limitando così il diritto dell'Enel ai risarcimento dei danni prodotti dopo il 6.5.1983. 4.2 Con sentenza definitiva depositata il 15.6.2005, con n. 89/05, il Tsap ha condannato il Consorzio Ausino, la Regione Campania e il Ministero dei Lavori Pubblici al pagamento, in favore dell'Enel, della somma di Euro 20.430.445,70, con rivalutazione secondo tabelle Istat a decorrere dal 30.6.2003 e fino alla data della sentenza, e con gli interessi legali sulla somma rivalutata fino al soddisfo.
Tale statuizione è stata fondata dal Tsap sulla relazione del consulente tecnico d'ufficio, il quale ha anche chiarito le perplessità indotte dalle critiche delle parti appellate.
5. Per la cassazione sia della sentenza non definitiva, che di quella definitiva, propongono ricorso, da un lato, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, in via principale (ric. n. 21377/05), sulla base di tre motivi, e la Regione Campania, in via incidentale (ric. n. 24872/05), sulla base di quattro motivi, cui si oppone, con controricorso la Edipower s.p.a., successore della Eurogen s.p.a., a sua volta successore a titolo particolare dell'Enel, e dall'altro (ric. n. 22736/05), la Ausino S.p.a. Servizi Idrici Integrati (derivante dalla trasformazione del Consorzio Acquedotti dell'Ausino) sulla base di nove motivi (i primi sette relativi alla sentenza non definitiva, l'ottavo e il nono relativi a quella definitiva), cui si oppone con controricorso la Edipower s.p.a.. Tutte le parti hanno presentato memorie. Dopo la discussione odierna, la difesa della controricorrente ha presentato note di udienza.
1. Deve preliminarmente disporsi la riunione dei procedimenti ai sensi dell'art. 335 c.p.c., avendo essi ad oggetto ricorsi avverso la stessa sentenza.
2. Con il primo motivo di ricorso (ric. n. 21377/05), il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, deducendo violazione degli artt. 156, 303 e 305 c.p.c.; R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, artt. 151 e 186 (in relazione all'art. 200 del cit. T.U. e all'art. 360 c.p.c., n. 3), censura la sentenza non definitiva per aver respinto l'eccezione in ordine alla tardività della riassunzione, in base all'erroneo rilievo che l'estinzione sarebbe stata impedita dalla notificazione del ricorso, a nulla rilevando che il deposito era avvenuto oltre il termine semestrale dall'interruzione.
Con il secondo motivo, il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2043 e 2055 c.c. e dei principi generali in tema di responsabilità extracontrattuale e solidale, anche in relazione al D.P.R. 6 marzo 1978, n. 218, art. 142 (in relazione al R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 200 e all'art. 360 c.p.c., n. 3), e insussistente o apparente motivazione su un punto decisivo della controversia, censurando la sentenza non definitiva nella parte in cui ha ritenuto provato il danno ponendolo a carico dei convenuti senza esaminare i singoli comportamenti e distinguere le responsabilità, ed ha applicato la prescrizione quinquennale senza considerare temporalmente le condotte a ciascuno ascrivibili, ed esteso la condanna solidale anche al danno futuro.
Con il terzo motivo, il Ministero denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2935 e 2947 c.c., anche in relazione al D.P.R. 6 marzo 1978, n. 218, (in relazione al R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 200 e all'art. 360 c.p.c., n. 3), e insussistente o apparente motivazione su un punto decisivo della controversia, lamentando l'applicazione delle regole sulla prescrizione quinquennale senza distinzione delle condotte ascrivibili ai presunti responsabili, assumendo che il termine prescrizionale dei confronti Agensud (oggi Ministero) sarebbe dovuto decorrere dal momento della consegna del manufatto alla Regione, che rappresenta, nella ricostruzione dei fatti in sentenza, il contributo causale di detto soggetto alla produzione del danno.
3. Con il primo motivo del ricorso incidentale (ric. n. 24872/05), la Regione Campania deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 300, 303, 305 e 156 c.p.c. (in relazione al R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 200 e all'art. 360 c.p.c., n. 3), censura la sentenza non definitiva per aver respinto l'eccezione in ordine alla tardività della riassunzione, ritenendo erroneamente che l'estinzione sarebbe stata impedita dalla notificazione del ricorso, a nulla rilevando che il deposito era avvenuto oltre il termine semestrale dall'interruzione.
Con il secondo motivo, la ricorrente incidentale denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2043 e 2967 c.c. e degli artt. 101, 115 e 278 c.p.c., degli artt. 24 e 111 Cost. (in relazione al R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 200 e all'art. 360 c.p.c., n. 3), per avere il Tsap pronunciato sentenza di condanna generica in assenza di domanda di parte e per avere affermato la responsabilità di essa ricorrente e la sussistenza del danno in totale assenza di prove e basandosi sugli accertamenti di una c.t.u. nulla per violazione del principio del contraddittorio, essendo la stessa stata svolta quando ancora il Consorzio non era stato chiamato in causa.
Il terzo motivo del ricorso incidentale lamenta denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2043, 2055 e 2967 c.c. e dell'art. 132 c.p.c., n. 4, (in relazione al R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 200 e all'art. 360 c.p.c., n. 3), per avere il Tsap ritenuto la responsabilità della Regione sulla base di prove inesistenti e con una motivazione totalmente assente. Il quarto motivo del ricorso incidentale lamenta denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2043, 2056 e 2504 bis c.c. e degli artt. 99, 100, e 110 c.p.c. (in relazione al R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 200 e all'art. 360 c.p.c., n. 3), per l'erronea qualificazione e valutazione, nelle sentenze impugnate, del danno, in rapporto al carattere istantaneo e non permanente dell'illecito, per non aver considerato ai fini della pretesa risarcitoria la successione verificatasi dal lato attivo, per aver liquidato gli interessi compensativi sulle somme liquidate a titolo di indennizzo anno per anno, e per aver riconosciuto anche il risarcimento per il danno futuro, con gli interessi cumulati alla capitalizzazione.
4. Con il primo motivo di ricorso (ric. n. 22736/05), Ausino S.p.a.
Servizi Idrici Integrati deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 156, 297, 302, 303 e 305 c.p.c.; R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, artt. 151 e 186 (in relazione al R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 200 e all'art. 360 c.p.c., n. 3). La censura si riferisce alla esclusione, da parte della sentenza non definitiva, della estinzione del giudizio innanzi al Trap per tardività della riassunzione; riassunzione, osserva la ricorrente, che nei propri confronti è avvenuta il 25.5.1994, mentre l'interruzione era stata dichiarata all'udienza del 30.9.2003 e l'atto di riassunzione notificato ad un'altra parte era stato depositato in cancelleria il 27.4.1994. Erroneamente il TSAP ha ritenuto che la riassunzione fosse stata validamente eseguita attraverso la notificazione dell'atto ad alcune delle parti, restando irrilevante che il deposito fosse poi avvenuto successivamente alla scadenza del termine semestrale.
Erroneamente, inoltre, il Tsap avrebbe argomentato sulla base del disposto dell'art. 156 c.p.c., giacchè tale disposizione attiene alla validità (e alla nullità) degli atti processuali, non anche all'efficacia degli atti giuridici. In sostanza, osserva la ricorrente, l'atto di riassunzione notificato alle parti, pur perfettamente valido, non è suscettibile di produrre gli effetti previsti dagli artt. 297, 302 e 303 c.p.c, perchè tardivo. Nè l'interpretazione dell'art. 156 c.p.c. potrebbe condurre alici estrapolazione di principi in materia di decadenza e di perentorietà dei termini, perchè riguardante materia differente. Tutto il complesso delle richiamate disposizioni del codice di procedura, del resto, indica chiaramente che ciò che rileva ai fini della tempestività della riassunzione è il momento nel quale la parte si rivolge al giudice e non anche quello in cui, attraverso la notificazione, si rivolge alle altre parti del processo.
Con il secondo motivo, la ricorrente deduce ulteriormente violazione e falsa applicazione degli artt. 156, 297, 302, 303 e 305 c.p.c.;
R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, artt. 151 e 186 (in relazione al R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 200 e all'art. 360 c.p.c., n. 3), rilevando che l'atto di riassunzione non è stato notificato a tutte le parti entro il semestre dalla dichiarazione di interruzione, in quanto ad essa è stato notificato solo il 25.5.1994 e solo dopo che il giudice delegato, all'udienza del 12.5.1994, aveva rilevato che la riassunzione non era stata effettuata nei confronti del Consorzio. In tale situazione si sarebbe dovuta verificare l'estinzione dell'intero giudizio o quanto meno l'estinzione del giudizio nei confronti di esso Consorzio.
Con il terzo motivo, la Ausino s.p.a. deduce violazione e falsa applicazione del R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 186, rilevando che rispetto al Consorzio non è stato compiuto alcun atto di procedura nel termine semestrale previsto da detta disposizione, tuttora disciplinante il procedimento innanzi ai Tribunali delle acque pubbliche, per via della clausola di specialità di cui all'art. 208 del citato T.U.. Al contrario di quanto affermato dal Tsap, che ha ritenuto necessario un appello incidentale per riproporre la questione della perenzione, non esaminata dal Trap, l'istituto della perenzione opera di diritto, essendo onere della parte solo quello di farlo valere nella prima difesa utile. Con il quarto motivo, la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 2043 e 2055 c.c., censura la sentenza non definitiva nella parte in cui ha ritenuto di fondare la responsabilità del Consorzio sulla posizione di gestore degli impianti di captazione, affermando essere "pacifico che gli acquedotti sono ora gestiti dal Consorzio, il quale non può certo pretendere di fruire dell'acqua senza pagarne il costo", innanzitutto, la ricorrente ribadisce il difetto di legittimazione passiva del Consorzio, ente di diritto pubblico costituito da trentasei comuni consorziati per l'approvvigionamento idrico delle popolazioni dei medesimi comuni, per scopi potabili e di uso umano, con esclusione di qualsiasi profitto. In quanto concessionario di un servizio pubblico di immediata e vitale utilizzabilità, il Consorzio è obbligato quindi a gestire tutta la rete idrica assegnata, costituita da impianti realizzati da altri enti pubblici, senza potere in alcun modo sospendere l'erogazione del servizio stesso. La stessa captazione delle acque è avvenuta sulla base di autorizzazioni ministeriali, il che induce ad escludere ogni responsabilità del Consorzio. Sotto altro profilo, la ricorrente rileva che l'affermazione di responsabilità solidale operata dal Tsap contrasta con il disposto dell'art. 2055 c.c., il quale richiede che il fatto illecito sìa addebitabile a ciascuno dei condebitori solidali, rispetto ad ognuno dei quali devono ricorrere i requisiti soggettivi e oggettivi di cui all'art. 2043 c.c.. Il che dovrebbe escludersi con riferimento al Consorzio. In ogni caso, la responsabilità avrebbe dovuto essere ripartita tra i debitori solidali in relazione alle condotte a ciascuno di essi ascrivibili, il che avrebbe consentito di attenuare la responsabilità del Consorzio.
Con il quinto motivo, la Ausino s.p.a. deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 101 e 194 c.p.c. (in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4). La sentenza non definitiva risulta fondata essenzialmente su una consulenza tecnica d'ufficio espletata quando il Consorzio non era ancora parte del giudizio, essendo emersa la necessità della integrazione del contraddittorio nei suoi confronti proprio a seguito della consulenza tecnica. La nullità della consulenza era stata eccepita da parte del Consorzio nella prima difesa utile ed è stata riproposta in appello, senza che, peraltro, il Tsap su di essa si sia pronunciato.
Con il sesto motivo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2043 e 2697 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3; violazione dell'art. 132 c.p.c., n. 4, in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4; violazione dell'art. 111 Cost., comma 6. La censura si riferisce alla mancanza di motivazione nella sentenza impugnata circa la sussistenza del nesso causale tra la lamentata sottensione e il danno subito dall'Enel, rilevandosi che, sul punto, non è stato svolto alcun accertamento istruttorio. Del resto, l'insussistenza di ogni accertamento circa l'an debeatur, ritenuto dalla sentenza non definitiva chiaramente, ma immotivatamente, sussistente, si desume dal rilievo che lo stesso Tsap, successivamente alla sentenza non definitiva, ha ritenuto necessario formulare al c.t.u. uno specifico quesito sul fatto se tutte le acque che risultano captate a monte del bacino Enel sarebbero, senza la captazione, pervenute al medesimo, pur se delle problematiche conclusioni del c.t.u. sul punto, il Tsap non ha potuto tenere conto, essendo il suo compito limitato alla determinazione del risarcimento del danno spettante all'Enel, sul presupposto dell'affermata responsabilità dei convenuti contenuta nella sentenza non definitiva.
Con il settimo motivo, la ricorrente deduce violazione della L. n. 36 del 1994, artt. 1, 2 e 3; e dell'art. 132 c.p.c., n. 4; violazione e falsa applicazione dell'art. 111 Cost., comma 6, e del D.Lgs. n. 79 del 1999. La censura si riferisce alla affermata debenza, da parte dei debitori in solido, del danno futuro, in quanto necessaria conseguenza della ritenuta responsabilità. Al contrario, osserva la ricorrente, il danno futuro costituisce un'autonoma voce di danno e l'affermazione della sussistenza di detto danno e della responsabilità in relazione ad esso, necessita di una specifica motivazione, nella, specie del tutto omessa.
In ogni caso, rileva la ricorrente, tale danno avrebbe potuto essere riconosciuto solo sino alla data di entrata in vigore della L. n. 36 del 1994, la quale ha disposto la priorità dell'uso delle risorse idriche per bisogni umani. Ed ancora, il danno futuro era riconosciuto in una situazione ordinamentale in cui vigeva un regime di monopolio della produzione dell'energia elettrica, laddove tale regime è venuto meno sin dall'entrata in vigore della L. n. 359 del 1992 e comunque a far data dal 1.1.2003, avendo il D.Lgs. 16 marzo 1999, n. 79, in attuazione di direttiva comunitaria, imposto un limite alla produzione di energia elettrica, imponendo all'Enel un tetto alla propria produzione e la cessione degli impianti:
evenienze, queste, che incidono sulla risarcibilità del danno futuro, rendendone impossibile l'accertamento all'attualità. Sotto altro profilo, la ricorrente ricorda che il Consorzio dell'Ausino ha presentato domanda di sanatoria della sottensione per ulteriori 400 l/s, da aggiungere a quelli già concessi nella misura di 3101 l/s e che la Regione Campania, competente D.Lgs. n. 112 del 1998, ex artt. 86 e 88, ha autorizzato il Consorzio a captare acque per 400 l/s.
Pertanto, poichè tale atto non ha formato oggetto di alcuna impugnazione, il prelievo, quanto meno a far data dalla nota regionale del 26.6.2002, deve ritenersi del tutto legittimo, con esclusione di qualsiasi danno nei confronti dell'Enel e certamente del danno futuro. Con l'ottavo motivo, riferito alla sentenza definitiva, la ricorrente deduce violazione dell'art. 132 c.p.c., n. 4, nonchè violazione e falsa applicazione dell'art. 111 Cost., comma 6. La censura si riferisce alla assenza di motivazione sulle ragioni per le quali il Tsap, pur riconoscendo acute le critiche espresse dal consulente di parte, ha poi recepito le conclusioni del c.t.u.. In particolare, si censura il mancato apprezzamento delle critiche del consulente di parte in ordine al rilievo che tra la captazione del Consorzio e la centralina dell'Enel vi era una distanza di 10 Km. circa, lungo i quali era altamente probabile, in considerazione della natura carsica dell'ambiente, che potesse avvenire una dispersione di ingenti quantità idriche; e su tale aspetto, del resto, lo stesso Tsap aveva formulato uno specifico quesito al c.t.u.
Con il nono motivo, la ricorrente s.p.a. deduce violazione degli artt. 1227 e 2056 c.c., art. 132 c.p.c., n. 4 e art. 111 Cost., comma 6. La ricorrente si duole del fatto che, nella liquidazione del danno, il Tsap non abbia tenuto conto dell'art. 1227 c.c., nè degli altri criteri prospettati dalla difesa del Consorzio, sul mancato recepimento dei quali la sentenza difetta di ogni motivazione. In particolare, la difesa aveva prospettato il concorso dell'Enel alla produzione delle conseguenze dannose del fatto, non essendosi detto Ente attivato pur essendo a conoscenza della diminuzione di portata prevista dal PRGA, nè attraverso l'accertamento della effettiva sussistenza del danno e la sua limitazione, nè attraverso la possibilità di incrementare la produzione eventualmente anche in altro impianto. Inoltre, il Tsap avrebbe dovuto fare applicazione del criterio della compensatio lucri cum damno, dovendosi escludere che l'Enel possa chiedere il danno conseguente alla mancata produzione di energia, elettrica e allo stesso tempo non detrarre le spese che l'ente stesso avrebbe dovuto sopportare per la produzione.
5. La molteplicità delle questioni trattate nelle impugnazioni richiede una prima organizzazione dell'oggetto del contendere, al fine di razionalizzare l'analisi dei diversi motivi di doglianza. La prima, fondamentale, questione, di ordine processuale, attiene alla pretesa estinzione del giudizio, conseguente alla riassunzione, che tutti i ricorrenti qualificano tardiva, allo scadere del termine di sei mesi dopo la dichiarazione in udienza, da parte dell'Avvocatura, della soppressione dell'Agensud (primo motivo Ministero, primo motivo Ausino, primo motivo Regione). Ove prevalesse la soluzione della tardività della riassunzione, dovrebbe interrogarsi se l'estinzione sia stata eccepita dalla parte interessata prima di ogni altra difesa in giudizio, se essa sia totale o parziale, atteso che viene dedotto che la riassunzione non fu notificata al Consorzio (secondo motivo Ausino): si profilerebbe dunque l'eventualità che l'estinzione del giudizio si sia verificata solo nei confronti di alcune delle parti e non di altre, per le quali il giudizio si sarebbe svolto validamente.
Strettamente connesso, il problema della perenzione, istituto previsto dal R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, (Testo unico delle disposizioni di legge sulle acque e impianti elettrici) (d'ora in avanti: T.U. acque), oggetto del terzo motivo del ricorso Ausino. Ove si superino, almeno per alcuni dei coobbligati nell'obbligazione risarcitoria, queste prime questioni di preclusione processuale, dovrà passarsi all'esame delle numerose questioni di merito.
La mancanza di legittimazione attiva della Edipower, prima ancora delle varie questioni inerenti alla titolarità passiva dell'obbligo risarcitorio e alla solidarietà, induce all'esame del secondo profilo del quarto motivo del ricorso incidentale della Regione Campania.
Si passa poi alle questioni inerenti la solidarietà nel debito risarcitorio (secondo profilo del secondo motivo Ministero), l'individuazione delle responsabilità dei singoli ricorrenti in cassazione (quarto motivo Ausino, primo profilo del secondo motivo Ministero e terzo motivo Regione), alla prescrizione (terzo motivo Ministero), anche con riguardo al danno futuro (terzo profilo del secondo motivo Ministero) ed il carattere permanente dell'illecito (primo profilo del quarto motivo del ricorso Regione).
La prova del danno è oggetto del quinto e sesto motivo del ricorso Ausino e del secondo motivo del ricorso incidentale della Regione, e per quanto concerne, in particolare, il danno futuro, del settimo motivo Ausino e terzo profilo del quarto motivo del ricorso incidentale della Regione.
Il tema dell'ammontare del danno è oggetto dei motivi ottavo e nono del ricorso Ausino, che censurano la sentenza definitiva.
6. Riguardo alla pretesa estinzione del giudizio, dichiarata dal Trap in primo grado, e negata dal Tsap nella sentenza oggetto d'impugnazione, in adozione di una interpretazione, per usare l'espressione della sentenza non definitiva n. 71 del 1998, "ampia e liberale", vanno esaminate, in ordine graduale, le questioni relative all'eventuale equipollenza della notifica dell'atto di citazione al deposito del ricorso, dopo di che, ove si adotti la soluzione positiva, se ciò possa aver evitato l'estinzione con riguardo a tutte le parti, o soltanto a quelle cui almeno la notifica della citazione sia intervenuta prima della scadenza del termine semestrale. Va da sè che la soluzione positiva renderebbe assorbite le questioni relative alla tempestività dell'eccezione circa l'estinzione del giudizio: diversamente, la soluzione negativa imporrebbe una verifica in ordine all'ottemperanza, da parte degli attuali ricorrenti, all'onere processuale di cui all'art. 307 c.p.c., comma 4.
Gli elementi fattuali sono già stati esposti: il processo fu dichiarato interrotto all'udienza del 30.9.1993, su dichiarazione dell'Avvocatura erariale che l'Agensud era stata soppressa. L'Enel provvedeva alla riassunzione con ricorso notificato il 23 e 24.3.1994 e depositato il 27.4.1994. Si costituivano la gestione commissariale del Ministero dei lavori pubblici e la Regione: solo quest'ultima, nella comparsa depositata, e nel verbale di udienza 12.5.1994, eccepiva la nullità dell'atto di riassunzione e l'estinzione del giudizio. Non anche il Ministero, che alla stessa udienza chiedeva rinvio per deduzioni, mentre nella comparsa depositata il 7.5.1994, non accennava minimamente alla problematica; il Consorzio compariva all'udienza 20.10.1994, in cui, depositando note tecniche atte a supportare il rinnovo della c.t.u. (in base alle risultanze della quale era stato chiamato in causa), si riportava alle deduzioni, di cui ai precedenti verbali (del processo interrotto), dichiarava di opporsi a tutte le avverse deduzioni e chiedeva termine per meglio controdedurre. Il giudice rinviava per conclusioni all'udienza 2.2.1995, in cui, per la prima volta, la difesa erariale chiedeva dichiararsi la nullità della riassunzione e l'estinzione del giudizio.
Ritengono le Sezioni unite che al problema indicato per primo, debba darsi risposta positiva.
Tradizionalmente la giurisprudenza ha affermato la fungibilità tra le varie forme di vocatio in ius, svuotando le distinzioni poste dal codice di rito:
riguardo alla riassunzione proponibile con ricorso, ove non sia fissata udienza per la prosecuzione (art. 302 c.p.c.), si è affermato che la riassunzione del processo sospeso con citazione della controparte ad udienza fissa, anzichè con ricorso al giudice per la fissazione dell'udienza di prosecuzione ex art. 297 c.p.c., non comporta la nullità dell'atto, sia per mancanza di una espressa comminatoria in tal senso, sia perchè, ai sensi e per gli effetti dell'art. 156 c.p.c., la citazione contiene tutti i requisiti essenziali, anche formali, indispensabili per il raggiungimento dello scopo perseguito dall'atto stesso (Cass. SS.UU. 10.5.1996, n. 4394):
e pur potendo, l'atto di riassunzione del processo interrotto, per il principio di equivalenza delle forme, consistere in una comparsa o ricorso o in un atto di citazione, devono esservi contenuti, in ogni caso, gli elementi soggettivi ed oggettivi necessari per riattivare il rapporto processuale quiescente (Cass. 24.2.2004, n. 3623), e se si riassuma il processo attraverso un atto di citazione - che avuto riguardo all'oggettiva volontà manifestatavi, risulti inequivocabilmente funzionale alla prosecuzione dello stesso giudizio e non anche all'introduzione di un nuovo procedimento (Cass. 20.2.1998, n. 1838) - la notifica alla controparte deve avvenire prima della scadenza del termine semestrale (Cass. 9.11.2001, n. 13857). In tal senso, anche la giurisprudenza risalente (Cass. 20.5.1989, n. 2437; 18.1.1988, n. 320; 20.6.1979, n. 3436).
Di recente, queste Sezioni unite, poste dinanzi al diverso problema del rispetto del termine di decadenza nella riassunzione mediante ricorso, hanno ritenuto che il termine perentorio di sei mesi, previsto dall'art. 305 c.p.c., è riferibile solo al deposito del ricorso nella cancelleria del giudice. Una volta eseguito tempestivamente tale adempimento, quel termine non gioca più alcun ruolo, atteso che la fissazione successiva, ad opera dei medesimo giudice, di un ulteriore termine, destinato a garantire il corretto ripristino del contraddittorio interrotto nei confronti della controparte, ormai prescinde dal precedente termine, rispondendo unicamente alla necessità di assicurare il rispetto delle regole proprie della vocatio in ius (Cass. 28.6.2006, n. 14854): sicchè l'eventuale vizio o l'inesistenza, sia di fatto che giuridica, della notificazione del ricorso stesso e del decreto di fissazione dell'udienza emanato dal giudice, non si comunica alla riassunzione (ormai perfezionatasi), ma impone al giudice, che rilevi il vizio, di assegnare alle parti, in applicazione analogica dell'art. 291 c.p.c., e previa fissazione di un'altra udienza di comparizione delle parti, un termine, necessariamente perentorio, per la rinnovazione della notificazione (Cass. 1.7.2005, n. 14085).
All'interno del meccanismo di riattivazione del processo interrotto, lo sdoppiamento, testualmente sottolineato, nella linea di pensiero di queste Sezioni unite, tra il momento della rinnovata edictio actionis da quello della vocatio in ius, per la prima soltanto delle quali varrebbe la perentorietà del termine per la riassunzione, ha indotto, per via di ragionamento consequenziale, a spostare l'accento dalla categoria della sufficienza a quella dell'indefettibilità dell'adempimento, sicchè la riferibilità del termine perentorio al solo deposito del ricorso nella cancelleria del giudice e non anche all'espletamento della notificazione alla controparte del ricorso e del decreto, ha autorizzato a ritenere che quando la riassunzione sia stata erroneamente proposta con citazione notificata nel termine semestrale, senza però provvedere nello stesso termine al deposito in cancelleria, non potendo operare la conversione dell'atto ai sensi dell'art. 159 c.p.c., il giudice deve dichiarare l'estinzione del giudizio per mancata riassunzione nei termini di legge (Cass. 7.5.2007, n. 10291).
Le Sezioni unite intendono distaccarsi da quest'ultima pronuncia, per riaffermare la correttezza della soluzione tradizionale, fatta propria dal giudice di merito nella sentenza impugnata.
Intanto non può trarsi utile argomento per dimostrare l'irritualità della riassunzione, dalla norma che prescrive il ricorso per ogni istanza presentata ai Tribunali delle acque (R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 151). La norme prevede l'uso del "ricorso notificato":
ed è esattamente il mezzo praticato dall'Enel per la riassunzione, anche se per un'udienza fissa indicata dalla stessa parte.
Va rilevato inoltre che il richiamo al codice di procedura civile, contenuto in quella e in altre norme del t.u. acque, va relazionato al codice di rito attualmente vigente, va sottolineata la specificità dello scopo cui presiedono gli artt. 302 e 303 c.p.c., che è quello di ridare impulso ad un processo già incardinato di fronte al giudice.
Il sistema prescrive che la parte si rivolga allo stesso giudice, perchè fissi una nuova udienza (ove questa non sia già fissata: in particolare, la parte: cui si riferisce la causa di sospensione, ha necessità di costituirsi in giudizio (art. 302 c.p.c.), personalmente in quanto successore (artt. 299 e 300 c.p.c.), o attraverso il nuovo difensore (art. 301 c.p.c.), il che comporta la necessità di provvedere al deposito di atti contestualmente al ricorso: previa verifica della regolare costituzione, il giudice potrà emettere il decreto di fissazione dell'udienza, da notificare a controparte a cura del ricorrente. E' per pura simmetria a tale sistema che anche l'art. 303 c.p.c., ove ammette che l'impulso alla prosecuzione possa essere dato da una parte diversa da quella cui si riferisce l'interruzione, prevede la riassunzione con ricorso: in tal caso, però, non v'è alcuna necessità di deposito di atti, posto che la posizione della parte riassumente non ha subito modifiche. Il contenuto dell'atto di riassunzione, che è prescritto dall'art. 125 disp. att. c.p.c., si addice in pari misura alla citazione quanto al ricorso, senza contare che, in linea generale, l'atto di citazione, il cui scopo è quello di proporre una domanda giudiziale e contestualmente di chiamare in giudizio il convenuto affinchè possa difendersi, ha finalità più ampie; rispetto al ricorso, ove introduttivo del giudizio, che si propone solo quello di esercitare l'azione.
Sicchè, ove l'atto abbia tutti i requisiti conformi al modello di "comparsa" delineato dall'art. 125 disp. att., il principio di cui all'art. 156 c.p.c. lo affranca da ogni sospetto di nullità; sul piano meramente morfologico, se è previsto il ricorso, la citazione ne incarna esaurientemente i contenuti. Nel tentativo di riscontrare una specialità del mezzo introduttivo a mezzo di ricorso, non può condividersi - la ricostruzione che attribuisce ad un prima fase, caratterizzata dal deposito del ricorso necessariamente nei termini, la funzione di edictio actionis, che dunque mancherebbe alla citazione. Fermo restando che l'oggetto ed il titolo della pretesa azionata sono contenuti nello schema dell'atto di citazione (art. 163 c.p.c., comma 3), la linea difensiva delle parti è già delineata nella fase processuale interrotta, nè è possibile modificarla in occasione della riassunzione, che mira unicamente a far riemergere il processo dallo stato di quiescenza in cui esso si trova, e in cui le parti rientrano esattamente nella posizione in cui si trovavano all'accadimento del fatto interruttivo.
Resta fermo che ove la parte, seguendo la forma prescritta, dia nuovo impulso alla causa con la proposizione del ricorso, sia questo l'adempimento cui si riferisce il rispetto del termine, al di fuori del quale possono porsi la fissazione dell'udienza da parte del giudice e la successiva notifica: attività il cui svolgimento temporale, come la giurisprudenza ha sottolineato, sfugge al controllo della parte riassumente.
Ma ove la parte abbia ridato impulso al processo con il sistema della citazione, la riassunzione del processo è da ritenere avvenuta ove la vocatio in ius, per quanto rimesso al potere di controllo della parte, sia compiuta entro il termine semestrale: in particolare resta al di fuori il deposito dell'atto, che può avvenire solo dopo il compimento effettivo della notificazione, a cura dell'ufficiale giudiziario, e che non ha alcuna funzione definitoria circa la posizione processuale della parte o la sua attività difensiva, essendo previsto dall'art. 303 c.p.c., comma 2, che il riassumente indichi (nell'atto di riassunzione) gli estremi della domanda.
Nella misura in cui si ammette, al solo fine della riassunzione del processo interrotto, l'equipollenza citazione al ricorso, è la notifica della citazione, quale strumento idoneo a ristabilire il contraddittorio nel processo già radicato, l'atto di cui si richiede il rispetto del termine di cui all'art. 305 c.p.c.. Nessuna rilevanza ha il tempo in cui avvenga il deposito della citazione notificata.
Non varrebbe osservare in contrario che la riassunzione mediante ricorso, piuttosto che mediante citazione, non avrebbe tanto lo scopo di tutelare il contraddittorio, quanto quello di comprimere le manovre dilatorie della parte e consentire al giudice un immediato contatto con la realtà del processo. Non è chi non veda che l'obiezione è esattamente contraria alla logica della riassunzione, posto che la determinazione della parte di ridare impulso al processo, evitandone l'estinzione, pare incompatibile con un intento dilatorio. Non si può peraltro escludere una richiesta di anticipazione dell'udienza di comparizione.
E' appena il caso di notare che la soluzione ora professata è da ritenere valida nel ristretto ambito della riassunzione del processo interrotto, a cura della parte, di cui all'art. 303 c.p.c., non anche nelle ipotesi in cui l'introduzione del giudizio debba farsi con ricorso, particolarmente per l'appello nell'ipotesi in cui sia richiesta tale forma, in cui le ragioni dell'impugnazione determinano la necessità di una nuova edictio actionis di cui il giudice debba prendere conoscenza, in sintonia con la maggiore ampiezza di poteri nel rito camerale.
La validità della riassunzione con l'atto di citazione, del quale non è in contestazione la completezza, agli effetti dell'art. 125 disp. att. c.p.c., comporta il rigetto del primo motivo in tutti e tre i ricorsi all'esame.
7. Va ora esaminata la questione, oggetto del secondo motivo del ricorso Ausino, se, avendo l'Enel riassunto il giudizio, con tempestiva citazione, nei confronti del Ministero e della Regione Campania, ciò possa valere anche nei confronti del Consorzio Ausino, cui l'atto di riassunzione è pervenuto tardivamente, notificato su ordine del giudice.
Potrebbe osservarsi che l'inscindibilità determinata dalla riunione faccia sì che allo scopo di superare lo stato di quiescenza è sufficiente che ove il processo sia riassunto anche nei confronti di una sola delle parti, si rende necessaria l'integrazione del contraddittorio nei confronti della parte alla quale non sia stata eseguita la notificazione (Cass. 16.7.2005, n. 15095). Ne consegue che anche in ipotesi di cumulo scindibile, il litisconsorte deve riassumere l'intero processo, di modo che ove la riassunzione sia stata parziale, il giudice abbia il potere di ordinare l'integrazione del contraddittorio. In tali casi, pur celebrandosi il processo secondo le modalità soggettive del litisconsorzio facoltativo, se il giudice ne abbia disposto l'interruzione in toto, consegue che il procedimento deve, in tal caso, essere riassunto nei confronti di tutte le parti, e che il giudice debba integrare il contraddittorio incompleto (Cass. 4.3.2004, n. 4412).
Si desume testualmente dal disposto dell'art. 303 c.p.c., comma 3, che la notifica entro il termine semestrale ad alcune soltanto delle parti, non può non comportare la riassunzione riguardo all'intero procedimento, posto che l'inscindibilità determinata - quanto agli effetti interruttivi - dalla riunione, deve valere reciprocamente anche rispetto alla riassunzione, e che quindi è necessaria l'integrazione del contraddittorio relativamente alle parti per cui non fosse stata eseguita la notificazione del ricorso (o della citazione) in riassunzione.
Va però constatato, e la circostanza appare dirimente, che il ricorso in riassunzione dell'Enel venne notificato in data 24.3.1994 anche al Consorzio Ausino (elett. dom. p.so avv. Andrea Abbamonte, con plico consegnato - si legge nella relata - alla segretaria Marinelli Immacolata); il giudice, rilevata l'assenza all'udienza 12.5.1994 del Consorzio Ausino, ordinava la rinotifica dell'atto di riassunzione nei di lui confronti, ma ciò faceva in applicazione del R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 176, comma 4. Questa norma prevede una cautela supplementare (non presente nel codice di rito) per ove il destinatario non compaia, qualora risulti che la notifica fu effettuata nelle mani di altra persona. L'atto, dunque, veniva rinotificato dall'Enel, ma la notifica c'era già stata, nel termine semestrale. Il secondo motivo del ricorso Ausino è dunque infondato.
8. E' parimenti infondato il terzo motivo del ricorso Ausino. Ove si ritenga vigente l'istituto della perenzione, previsto dal R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 186, genericamente, per inattività protratta per oltre sei mesi, va richiamato il precedente punto 7, in cui si è constatato che il ricorso in riassunzione dell'Enel venne notificato entro i sei mesi anche al Consorzio Ausino, e che il giudice, rilevata l'assenza all'udienza 12.5.1994 del Consorzio Ausino, ne ordinava la rinotifica in applicazione della norma speciale di cui al R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 176, comma 4.
L'inattività processuale è stata dunque contenuta entro il termine di sei mesi.
9. Si passa ora all'esame del secondo profilo dei-ricorso incidentale della Regione Campania, inerente la legittimazione passiva della Edipower s.p.a., incorporante (e quindi successore a titolo universale) l'Eurogen s.p.a., a sua volta successore a titolo particolare di Enel s.p.a., e in tale qualità intervenuta nel giudizio di secondo grado, all'udienza 2.5.2001.
Sostiene la ricorrente incidentale che pur essendo proseguito il processo tra le parti originarie, gli effetti processuali riguardano anche il successorie a titolo universale, in forza del principio di ultrattività del mandato, che abilita il procuratore dell'incorporata a continuare ad agire in nome della stessa, anche nell'interesse sostanziale dell'incorporante; ciò, tuttavia, va inteso limitatamente alla tutela dei diritti maturati in capo alla società estinta, ma non fino al punto di legittimare la rappresentanza in giudizio di diritti non trasmessi iure successionis, ma sorti in capo alla stessa posteriormente alla fusione societaria. I diritti risarcitori maturati, per la ritenuta permanenza dell'illecita captazione, a partire dal 1.12.2002 (data della fusione Eurogen-Edipower), spettano unicamente alla Edipower s.p.a., che però non si è mai costituita in giudizio. La censura è infondata.
La fusione della società mediante incorporazione determina (almeno fino all'entrata in vigore dell'art. 2504 bis c.c.) l'estinzione della società assoggettata a fusione ed il subingresso della società incorporante nei rapporti ad essa relativi, in modo da creare nel processo una situazione corrispondente a quella della successione mortis causa, disciplinata nell'art. 110 c.p.c. (Cass. 16.2.2007, n. 3695; 22.6.1999, n. 6298). Il verificarsi di una successione nel processo comporta il subentrare del successore nella stessa situazione processuale del dante causa. Tale situazione, in rapporto all'azione intesa come somma di poteri, facoltà e doveri che alla parte spettano nel corso del processo, ha indotto a definire il mutamento soggettivo regolato dall'art. 110 c.p.c., come successione nello status di parte. Si comprende allora come oggetto della successione sia il "rapporto processuale", ovvero quella relazione che lega le parti del giudizio e che ovviamente è distinta dalla situazione sostanziale oggetto del processo.
Il permanere degli effetti giuridici processuali indotti dalla presenza della parte originaria, poi - venuta meno, comporta l'ultrattività, oltre che del mandato, degli effetti della domanda, che sono astratti dalla titolarità sostanziale che per effetto di quella sostituzione ha avuto luogo: il che, se da un lato significa che domande, eccezioni e prove che al dante causa sarebbero state precluse, non possono essere proposte dal successore, lo status di parte si carica di tutte le aspettative di diritto che il proprio antecessore ha azionato, compresi i diritti destinati ad entrare nel patrimonio di questo dopo la successione universale. Che il successore non possa introdurre domande nuove per l'attribuzione di diritti autonomi e indipendenti dal diritto successorio (Cass. 21.2.1970, n. 418), non significa non gli si debbano riconoscere i diritti fatti valere dal dante causa, anche quelli azionati in un determinato momento, ma acquisibili solo nel corso del tempo.
L'Edipower s.p.a. si costituisce solo ora nel giudizio di cassazione, attraverso difensore munito di mandato speciale, configurandosi tale facoltà ove l'evento interruttivo si sia verificato nel corso di precedente fase del giudizio, ancorchè in quel giudizio non sia. stata dichiarata in udienza, o notificata, l'estinzione della società incorporata (Cass. 27.1.1994, n. 833; 6.12.2004, n. 22877).
10. Si perviene ora al cuore delle questioni di ordine sostanziale, che i ricorsi delle parti sollevano in riferimento a innumerevoli aspetti del danno.
Il Tsap, nella sentenza (non definitiva) impugnata, ha ritenuto al responsabilità di tutti i convenuti per il danno subito dall'Enel dall'illecita captazione e derivazione di acque del fiume (OMISSIS), che determinarono (e continuano a determinare) una diminuzione nella produzione di energia elettrica. La sentenza definitiva si è limitata a liquidare il danno sulla base delle responsabilità individuate dalla prima decisione.
Mentre l'Enel era titolare di concessioni di derivazione di acqua, la responsabilità della Casmez è emersa, secondo l'accertamento del Tsap, dall'aver posto in essere le sottrazioni abusive di parte dell'acqua e dall'aver autorizzato l'inizio dei lavori. Alla Regione Campania, essendo provato il trasferimento degli acquedotti realizzati dalla Casmez alla Regione stessa, si rimprovera la fruizione delle illecite sottrazioni di acqua in danno dell'Enel, ed al Consorzio la gestione concreta degli acquedotti.
10.1 In linea di principio, appare corretto l'inquadramento della questione della responsabilità per il danno, operato dal giudice di merito, come responsabilità a carattere solidale, non avendo rilevanza nei confronti del danneggiato - afferma il Tsap - la ripartizione degli oneri tra gli autori dell'illecito.
Presupposto dell'applicazione dell'art. 2055 c.c. è l'unicità dell'evento dannoso (le illecite captazioni e derivazioni), determinato da una pluralità di azioni concorrenti. L'unificazione delle condotte nel momento lesivo è da intendere come unicità dell'interesse leso dalla condotta, identificabile appunto nella diminuita disponibilità della risorsa idrica, ai fini della produzione dell'energia.
Il principio è valido nella misura in cui l'apporto causale nella produzione del danno sia contestuale: come in seguito si vedrà (punto 10.3) l'applicazione di esso dovrà tener conto della dismissione degli impianti da parte della Casmez.
Prima di passare però all'esame dell'efficienza delle singole condotte nella produzione del danno, per le quali gli autori negano, con argomentazioni diverse, il rapporto causale con l'evento dannoso o l'illiceità stessa della condotta, occorre interrogarsi se, pur nell'ambito della condanna solidale, si renda necessaria la ripartizione dell'incidenza dei singoli apporti dei convenuti nella produzione del danno. La diversa gravità delle rispettive colpe e l'eventuale diseguale efficienza causale può avere rilevanza soltanto ai fini della ripartizione interna dell'obbligazione passiva di risarcimento tra i corresponsabili (Cass. 21.9.2007, n. 19492), il che può essere oggetto di esame da parte del giudice del merito, adito dal danneggiato, solo se uno dei condebitori abbia esercitato l'azione di regresso nei confronti degli altri o, in vista del regresso, abbia chiesto espressamente tale accertamento in funzione della ripartizione interna del peso del risarcimento con i corresponsabili, senza che tale domanda possa ricavarsi dalle eccezioni con cui il condebitore abbia escluso la sua responsabilità nel diverso rapporto con il danneggiato (Cass. 25.8.2006, n. 18497).
Il tema della ripartizione delle responsabilità è genericamente evocato dalla s.p.a. Ausino nel quarto motivo. Il ricorso del Ministero, invece, ne fa specifico motivo di doglianza. L'assunto che compare nel secondo profilo del secondo motivo del ricorso per cassazione, secondo cui sarebbe stata specificamente richiesta dallo stesso ricorrente una pronuncia del giudice sulla suddivisione degli obblighi risarcitori accertati tra i responsabili solidali, sia pure limitatamente ai rapporti interni, non trova riscontro nello svolgimento processuale, e d'altro canto lo stesso ricorrente richiama genericamente gli "atti difensivi del Ministero", senza curarsi di localizzare la domanda nello svolgimento processuale. Il Ministero non ha svolto in realtà, in causa, alcuna azione di regresso nei confronti dei condebitori. Tale domanda non è presente nella comparsa di risposta nè nelle conclusioni in primo grado. Essa viene proposta per la prima volta con la costituzione in appello: il divieto di nuove domande in appello (art. 345 c.p.c.), era rilevabile d'ufficio. Non provvedendo sulla domanda, il Tsap ha rilevato implicitamente la sua inammissibilità, e comunque la novità è rilevabile anche in sede di legittimità.
In assenza di domanda di regresso o di accertamento delle rispettive responsabilità, non è riscontrabile la denunciata violazione dei principi di solidarietà nelle obbligazioni.
Il secondo profilo del secondo motivo del ricorso del Ministero è dunque inammissibile.
10.2 Le doglianze dei ricorrenti riguardo alla ritenuta responsabilità per il danno, attinenti alla dedotta assenza di nesso causale, ed anche alla stessa riconoscibilità di condotte lesive, vanno trattate separatamente, giacchè quelle del Ministero e della Regione si dimostrano infondate, quella dell'Ausino s.p.a., merita accoglimento.
Dall'accertamento contenuto nella sentenza si può ricavare non solo che alla Casmez è ascrivibile la realizzazione degli impianti attraverso i quali si sono operate le abusive derivazioni, ma che essa stessa ha posto in essere sottrazioni abusive, desumibili dalle domande di concessione da essa presentate (e mai ottenute).
La violazione del R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 218 appare palese, nella misura in cui la norma vieta contributi e concorsi nella spesa degli acquedotti, se non sia stata ottenuta la concessione per l'acqua destinata ad alimentarli.
L'acquedotto così realizzato è stato trasferito alla Regione, che attraverso la gestione, pur affidata a terzi, ha fruito e fruisce delle illecite sottrazioni. Il Consorzio Ausino è l'autore materiale del fatto di illecita captazione, che continua all'attualità. Gli aspetti di censura apprezzabili come violazioni di legge si limitano, fermo restando quanto si osserverà in seguito in ordine al prodursi del danno nel tempo, all'inidoneità della sola costruzione dell'acquedotto ai fini del collegamento causale.
La sentenza afferma già che la Casmez ha posto in essere sottrazioni abusive. E' da aggiungere però che la costruzione dell'acquedotto, di per sè legittima, diviene illegittima in assenza di concessione di derivazione: per il principio di equivalenza delle cause, tale operazione rappresenta un apprezzabile elemento della catena causale culminante con la produzione del danno arrecato al titolare dell'utenza sottesa.
Analoghe considerazioni concernono la condotta della Regione, che ha dato in gestione l'esercizio illecito dell'impianto, e che ha la gestione amministrativa delle opere idrauliche (vedi amplius punto 10.4). Riguardo all'obbligo del Consorzio a gestire il servizio di approvvigionamento di acqua potabile, non si vede che rilevanza possa avere la finalità della condotta, di approvvigionare d'acqua un certo numero di Comuni, e dell'assenza di lucro nella propria attività, non essendo neppure dedotta la possibile scriminante dello stato di necessità: come correttamente affermato dal Tsap, il fatto che un acquedotto sia stato realizzato per far fronte ad esigenze potabili, non legittima la costruzione e l'esercizio di esso senza titolo.
La difesa dell'Ausino s.p.a., tuttavia, più volte menziona nel ricorso una concessione abilitante ad una acquisizione di 710 l/s di acqua, che trarrebbe addirittura origine da un D.M. 15 luglio 1960, n. 6119 (ed anche una richiesta di concessione in sanatoria per ulteriori 400 l/s: vedi punto 12, a proposito del settimo motivo Ausino). La circostanza risulta eccepita e documentata fin dalla costituzione davanti al Trap, allorchè il Consorzio Ausino venne chiamato in causa dopo che il primo c.t.u. aveva accertato la gestione dell'impianto da parte sua.
Di questa concessione, della quale la ricorrente fa menzione nella premessa storica all'esposizione dei motivi del ricorso per cassazione, e che risulterebbe anche dalla relazione del secondo c.t.u., quella espletata dopo la chiamata in causa del Consorzio, la sentenza impugnata non fa menzione alcuna, nè per scriminare il comportamento dell'autore materiale della derivazione, nè, al contrario, per attribuire a detto provvedimento una diversa valenza, eventualmente legata a compiti di distribuzione connessi al fabbisogno idropotabile della popolazione, e non incidenti sulla disciplina delle captazioni e derivazioni. Sul punto c'è carenza assoluta di motivazione.
In conclusione, sono infondati il primo profilo del secondo motivo del ricorso Ministero, ed il terzo motivo del ricorso della Regione Campania, mentre va accolto il quarto motivo del ricorso Ausino s.p.a..
Va da sè che trattandosi di obbligazione di risarcimento, quale conseguenza del fatto illecito, che si configura a carico dei soggetti che a diverso titolo hanno dato un contributo causale, il suo carattere solidale comporta che essa, avendo ad oggetto una medesima prestazione, si configura come una pluralità di rapporti giuridici di credito-debito tra loro distinti; pertanto, l'accoglimento della doglianza mossa da uno solo dei condebitori solidali, dalla s.p.a. Ausino nella specie, pur relativa al fatto costitutivo dell'obbligazione (possibile liceità della derivazione), non si estende agli altri obbligati, che analogo motivo di impugnazione non abbia specificamente sviluppato (Cass. 12.6.2006, n. 13585).
10.3 Appare viceversa fondato il terzo motivo del ricorso del Ministero.
Risulta dalla sentenza impugnata che la difesa erariale ha eccepito la prescrizione, riguardo al termine quinquennale che al momento del trasferimento degli acquedotti alla Regione Campania sarebbe già decorso. L'eccezione è stata parzialmente accolta, ma per il carattere permanente dell'illecito, secondo il Tsap, sarebbero indenni dalla prescrizione i soli cinque anni anteriori all'introduzione della causa.
Nell'assunto si annida una violazione di legge, concernente il concetto di permanenza dell'illecito. La captazione senza titolo di utenza idrica da parte di un ente pubblico a danno di altro ente pubblico concessionario realizza un'ipotesi di illecito permanente, che si compie mediante un comportamento attivo, continuato nel tempo, e che deve essere risarcito il danno patrimoniale dell'ente pubblico privato dell'utenza, come effetto del mancato godimento del bene demaniale (Cass. 2.8.1994, n. 7193; 23.12.1988, n. 7036).
E' la permanenza del danno che ha consentito al giudice di merito di ritenere la Casmez responsabile del danno in tutto il suo manifestarsi nel tempo, momento per momento, anche dopo il trasferimento dell'impianto idrico, effettuato a favore della Regione: la permanenza, però, ai fini della responsabilità per fatto illecito, va relazionata non tanto al danno, la cui persistenza può avere anche diverse cause, ma al comportamento contra ius dell'agente (Cass. 2.5.2006, n. 10116) ed al rapporto eziologico tra questo, qualificato dal dolo o dalla colpa ed il danno stesso; mentre nel fatto illecito istantaneo tale comportamento è mero elemento genetico dell'evento dannoso e si esaurisce con il verificarsi di esso, pur se l'esistenza di questo si protragga poi autonomamente (fatto illecito istantaneo ad effetti permanenti), nel fatto illecito permanente il comportamento contra ius oltre a produrre l'evento dannoso, lo alimenta continuamente per tutto il tempo in cui questo perdura, avendosi così coesistenza dell'uno e dell'altro (Cass. 20.12.2000, n. 16009).
Nel caso di successione in una situazione di illecito extracontrattuale, in seguito al venir meno di un soggetto ed al subentrare di un altro, bisogna distinguere il fatto, che si definisce in un preciso ambito temporale, dalle conseguenze fattuali e giuridiche che si protraggono nel tempo: la successione di un soggetto ad un altro in un rapporto, comportando il termine di una condotta e l'inizio di un'altra, determina la cessazione della permanenza e l'inizio del decorso del termine di prescrizione del diritto al risarcimento, nonchè, ove il successore ponga in essere, autonoma, analoga condotta illecita, l'insorgenza di un nuovo illecito permanente (Cass. 22.7.1999, n. 493, proprio riguardo all'illecito costituito dalla captazione di acque pubbliche senza titolo, effettuato dalla Casmez e, in un secondo momento, dalla regione Abruzzo cui la prima aveva trasferito le opere dell'acquedotto per il fabbisogno idrico della popolazione).
L'illecito permanente cessa nel momento in cui ha termine la condotta volontaria del soggetto che sia in grado di far cessare lo stato continuativo dannoso o pericoloso da lui posto in essere.
La costruzione dell'impianto da parte della Casmez ha reso possibile la sottensione dell'utenza Enel. Il trasferimento dello stesso ha privato il dante causa fra la continuazione o la cessazione dell'abusiva derivazione, e nello stesso tempo ha reso il successore responsabile dell'uso dell'impianto, nella misura in cui la condotta illecita può essere reversibile. La cessazione della permanenza della condotta della Casmez al momento del trasferimento degli impianti alla Regione Campania, comporta che la prescrizione quinquennale del diritto risarcitorio da fatto illecito debba farsi decorrere da quella data. Sarà compito del Tsap in sede di rinvio, accertare la data di trasferimento (che il Ministero pretende avvenuta il 6.5.1983, ma ciò è contestato nel controricorso Edipower), al fine di accertare la decorrenza del termine.
La perdita della disponibilità dell'impianto, ponendo fine al controllo della Casmez (e della gestione commissariale del Ministero) sulla captazione abusiva, comporta anche l'accoglimento del terzo profilo del secondo motivo del ricorso ministeriale, concernenti i danni futuri, che per le stesse ragioni non possono essere ascritti al ricorrente.
10.4 Analoghe considerazioni non possono svolgersi per la Regione Campania, della quale la responsabilità è stata esattamente ritenuta dal giudice di merito, per il fatto di aver fruito e di continuare a fruire dell'abusiva derivazione di acqua, sia pure attraverso la gestione dell'impianto, del quale tuttavia essa conserva la disponibilità, da parte della s.p.a. Ausino.
In attuazione del D.P.R. 6 marzo 1978, n. 218, art. 148 (T.U. leggi sugli interventi nel Mezzogiorno), le opere realizzate e collaudate ed ancora gestite dalla Cassa per il Mezzogiorno sono state trasferite alle regioni.
L'eventuale passaggio delle opere stesse agli enti locali e agli altri enti destinatari tenuti per legge ad assumere la gestione, previsto dalla stessa norma, deve coordinarsi con le norme sopravvenute in tema di conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni (e comunque antecedenti al prospettato trasferimento degli acquedotti di cui si discute, al Consorzio Ausino), che attribuiscono a queste, oltre che la competenza in materia di derivazione di acque pubbliche (e delle relative concessioni ed approvazioni progettuali), in esito al trasferimento L. 15 marzo 1997, n. 59, ex art. 4, comma 1, e D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 112, art. 89, anche la gestione, in generale, del demanio idrico (D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 112, art. 86). La gestione in concreto di un singolo impianto, non esime la regione, che peraltro è competente al rilascio delle autorizzazioni per la captazione delle risorse idriche, dal controllo di legalità, sulle attività aventi ad oggetto il demanio idrico: il principio della necessità di un provvedimento autorizzativo o concessorio per derivazioni e utilizzazioni di acqua pubblica, è sancito in via generale del R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 17, comma 1.
Il primo profilo del quarto motivo del ricorso incidentale è dunque infondato.
11. Passando ora ad esaminare le doglianze contenenti la liquidazione del danno, deve dichiararsi, riguardo al ricorso Ausino, l'inammissibilità del quinto motivo. La prova circa l'entità del danno è stata attinta, come chiarissimamente si desume dalle due sentenze impugnate, dagli accertamenti peritali che lo stesso Tsap volle disporre nella fase istruttoria seguita alla sentenza parziale, proprio perchè il Consorzio non aveva partecipato, in quanto non parte in causa, alle operazioni del c.t.u. nominato in primo grado.
La s.p.a. ricorrente non espone, in ottemperanza al principio di autosufficienza,, quali indagini, accertamenti e risultanze, della c.t.u. in primo grado, avrebbero influito sulla sentenza definitiva a preferenza degli accertamenti condotti dal c.t.u. nominato in appello. Manca ogni indicazione degli elementi raccolti in assenza del Consorzio:: da qui l'inammissibilità del mezzo.
Il nesso tra la captazione a monte e la sottensione dell'utenza Enel a valle, è bensì accertato nella sentenza non definitiva, che ha disposto ulteriore c.t.u. al fine di quantificare l'entità dell'impoverimento. Il quesito formulato al c.t.u. in appello, se "tutte" le acque captate a monte sarebbero passate, senza la captazione, nel bacino Enel a valle, è chiaramente mirato ad un accertamento quantitativo. Che la captazione producesse, in generale, un impoverimento dell'afflusso a valle, più che il risultato di una c.t.u., è dato acquisito nel convincimento del giudice della sentenza parziale, in base ad una nozione di comune esperienza, per cui ciò che si sottrae a monte, non arriva a valle. Salvo stabilirne l'entità.
Sono di conseguenza destituiti di fondamento i motivi sesto del ricorso Ausino s.p.a. e secondo del ricorso Regione Campania (entrambi i mezzi rilevano l'assenza di prova sul nesso di causalità).
Riguardo alla liquidazione del danno, le doglianze di cui ai motivi ottavo e nono del ricorso Ausino s.p.a. reiterano obiezioni mosse alla c.t.u., cui la sentenza definitiva ha implicitamente risposto, e appaiono mosse dall'intento di sostituire una propria soggettiva valutazione a quanto ritenuto dal giudice di merito, a recepimento delle indicazioni dell'ausiliare. Le doglianze sono per questo inammissibili.
12. Si viene ad esaminare il tema dei danni futuri (dei quali, come detto al punto 10.3, non risponde il Ministero), che il Tsap ha liquidato a favore dell'Enel nella misura pari alla capitalizzazione della mancata produzione di energia elettrica. Il settimo motivo dell'Ausino s.p.a., anche se rientrante, nella topografia del ricorso, tra le censure avverso la sentenza parziale, non può che riferirsi, almeno riguardo al paragrafo interno c), al disposto della sentenza definitiva, nella specifica liquidazione dei danni, proiettata nel tempo, sia per le norme invocate, emanate successivamente alla sentenza parziale, sia per il riferimento alle attività processuali esplicate, anch'esse in vista della decisione finale. Tanto più che la censura alla sentenza parziale, riguardo alla pretesa liceità della condotta del Consorzio Ausino per il passato, è contenuta nel quarto motivo. Può giustificarsi, in via di condanna generica, la previsione di danni futuri, ma la sopravvenuta conoscenza da parte del giudice, di circostanze tali da minare la ragionevole prevedibilità sull'ammontare degli stessi danni, incide necessariamente sulla loro liquidazione.
Non rileva, in via generale e astratta, la pretesa priorità dell'uso idrico relativo al consumo umano, che la L. 5 gennaio 1994, n. 36 ha affermato. Che l'amministrazione cui è demandata la competenza in tema di rilascio di autorizzazioni, debba preferire, in caso di conflitto fra utenze, quella volta a soddisfare il bisogno idrico della popolazione, non toglie che l'utilizzatore a scopi potabili debba comunque munirsi di un titolo che autorizzi la derivazione. La necessità di un provvedimento autorizzativo o concessorio per derivazioni e utilizzazioni di acqua pubblica, è sancita, come già rilevato, dal R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 17, comma 1. Il rilascio di eventuale futura autorizzazione, poi, non comporterebbe la caducazione di quella di cui è attualmente titolare Edipower, quale successore di Enel.
Assume invece rilievo, quale elemento idoneo a incidere sulla convinzione che il pregiudizio possa essere determinato sulla base di ragionevole e fondata attendibilità, l'esistenza di una domanda di sanatoria del Consorzio (in aggiunta alla concessione per 710 l/s che la ricorrente afferma di avere già: vedi punto 10.2), della quale il giudice di merito, nel liquidare il danno futuro, non ha tenuto il debito conto, peraltro in contrasto con la propria giurisprudenza (Tsap 20.2.1989, n. 17): la sentenza definitiva non fa alcun cenno alla circostanza del deposito di documenti (di cui si da atto al verbale nell'udienza 4.2.2004) relativi alla pretesa autorizzazione provvisoria, e alla domanda rivolta alla Regione, competente al rilascio dell'autorizzazione definitiva, di cui il giudice avrebbe dovuto tenere necessariamente conto, nella prognosi di permanenza della situazione dannosa nella sua entità. L'inesistenza di motivazione sul punto, e l'errore di diritto che essa rivela, sul concetto di danno futuro, induce all'accoglimento del mezzo.
Si ricorda quanto osservato al punto 10.2, che trattandosi di obbligazione di risarcimento, definibile come solidale, l'accoglimento della doglianza mossa da uno solo dei condebitori solidali, dalla s.p.a. Ausino nella specie, pur relativa al fatto costitutivo dell'obbligazione (liceità futura della sottensione), non si estende ad altro obbligato, nella specie la Regione Campania, che analogo motivo di impugnazione non abbia specificamente sviluppato.
13. E' infondato il terzo profilo del quarto motivo del ricorso regionale, nella parte in cui declina la propria responsabilità dal 1.12.2002 (data della incorporazione di Eurogen a Edipower): vanno qui richiamate le ragioni sopra esposte in tema di legittimazione attiva della Edipower (punto 9). Riguardo alle parti dello stesso terzo profilo del quarto motivo del ricorso incidentale, rispettivamente inerenti al riconoscimento degli interessi sulla somma rivalutata ed agli aspetti quantitativi e contabili nella liquidazione del danno futuro, le doglianze regionali sono da accogliere.
13.1 L'obbligazione risarcitoria del danno costituisce debito di valore e deve reintegrare per equivalente, alla data di determinazione del dovuto, le perdite e i mancati guadagni, conseguendone che in aggiunta alla rivalutazione, sulla somma liquidata alla data di consumazione dell'illecito, da rivalutare anno per anno fino alla decisione, potranno spettare gli interessi compensativi per il ritardato pagamento di quanto dovuto, sempre che i mancati guadagni siano provati dal creditore (di recente: Cass. 25.8.2006, n. 18490; 21.4.2006, n. 9410).
Non risulta che il mancato guadagno della creditrice Enel sia stato provato, o almeno allegato in modo da giustificare l'operatività di presunzioni basate su status soggettivi. La sentenza, che sul punto è del tutto carente di motivazione, va dunque cassata in relazione alla doglianza, ma limitatamente alla somma equivalente al danno al cui risarcimento è tenuta la Regione Campania: si richiamano a tal proposito le considerazioni svolte in chiusura del punto 10.2, sulla non estensibilità dell'accoglimento dell'impugnazione agli altri obbligati che analogo motivo di impugnazione non abbiano specificamente sviluppato.
13.2 La liquidazione del risarcimento dei danni futuri comporta la detrazione, sulla somma assegnata al danneggiato, di interessi a scalare per il periodo di pagamento anticipato del capitale, detrazione da calcolarsi con riferimento al momento dell'effettiva corresponsione della somma (o, in mancanza, al momento della liquidazione della stessa), e non anche con riguardo alla data del fatto illecito (Cass. 2.4.2004, n. 6519; 4.6.2001, n. 7507).
Nella capitalizzazione del danno futuro, il Tsap ha attribuito all'Enel la rivalutazione monetaria e gli interessi, senza tener conto che il vantaggio riveniente al creditore dalla fruizione della somma risarcitoria, in anticipo sul tempo di recepimento nel proprio patrimonio degli effetti lesivi della condotta illecita, deve viceversa comportare la detrazione degli interessi. Procedendo ad una nuova liquidazione del danno futuro, al cui risarcimento è tenuta la Regione Campania, il giudice di rinvio ne dovrà tener conto (anche in tal caso gli effetti della cassazione riguardano solo il ricorrente che ha sviluppato lo specifico motivo).
14. A conclusione dell'esame delle numerose questioni poste dai ricorsi, e quale linea-guida per il giudice di rinvio cui è rimessa la causa, all'esito della cassazione delle due sentenze impugnate, sembra necessario formulare i seguenti principi, in riferimento ai punti sui quali sono state accolte le doglianze:
"Agli effetti del risarcimento del danno per abusiva, captazione di acque pubbliche, l'illecito permanente cessa nel momento in cui ha termine la condotta volontaria del soggetto che sia in grado di far cessare lo stato continuativo dannoso da lui posto in essere, e in particolare, riguardo alla responsabilità dell'ente (Cassa del mezzogiorno) finanziatore e costruttore dell'impianto di acquedotto attraverso cui l'illecito si consuma, oltre che iniziale fruitore della derivazione, il termine di prescrizione del diritto risarcitorio decorre dalla data del trasferimento operato per legge a favore della regione" (vedi sopra, punto 10.3).
"Il risarcimento del danno futuro per abusiva captazione di acque pubbliche è possibile ove il pregiudizio possa essere determinato sulla base di ragionevole e fondata attendibilità, ma agli effetti della sua quantificazione, va tenuto conto dell'eventualità dell'accoglimento di domanda di sanatoria da parte del fruitore della derivazione, incidente sulla prognosi di permanenza della situazione dannosa nella sua entità" (vedi sopra, punto 12). "L'obbligazione risarcitoria del danno da fatto illecito costituisce debito di valore e deve reintegrare per equivalente, alla data di determinazione del dovuto, le perdite e i mancati guadagni, conseguendone che in aggiunta alla rivalutazione, sulla somma liquidata alla data di consumazione dell'illecito, da rivalutare anno per anno fino alla decisione, potranno spettare gli interessi compensativi per il ritardato pagamento di quanto dovuto, sempre che i mancati guadagni siano provati dal creditore" (vedi sopra, punto 13.1).
"La liquidazione del danno futuro comporta la detrazione, sulla somma assegnata al danneggiato, di interessi a scalare per il periodo di pagamento anticipato del capitale, detrazione da calcolarsi con riferimento al momento dell'effettiva corresponsione della somma (o, in mancanza, al momento della liquidazione della stessa), e non anche con riguardo alla data del fatto illecito" (vedi sopra, punto 13.2).
Riguardo al punto 10.2, per il quale la sentenza è stata cassata per totale mancanza di motivazione sulla qualificazione della concessione in possesso del Consorzio Ausino per 710 l/s, il giudice di rinvio dovrà dar conto di detta concessione, agli effetti della qualificazione della condotta del Consorzio e della risarcibilità del danno.
Il giudice di rinvio, designato nel Tsap in diversa composizione, provvedere anche alla regolamentazione delle spese di questo giudizio.
La Corte, riuniti i ricorsi, accoglie il terzo motivo ed il terzo profilo del secondo motivo del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti (ric. n. 21377/05), il quarto ed il settimo motivo del ricorso dell'Ausino s.p.a. (ric. n. 22736/05), ed il terzo profilo del quarto motivo del ricorso incidentale della Regione Campania (rie. n. 24872/05), per quanto di ragione. Rigetta i restanti motivi.
Cassa le sentenze impugnate e rinvia, anche per le spese, al Tribunale superiore delle acque, in diversa composizione.

References: Cass. 
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 art. 303
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