Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-19839-del-05-10-2016
Timestamp: 2020-04-04 16:16:22+00:00

Document:
Sentenza Cassazione Civile n. 19839 del 05/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19839 del 05/10/2016
Cassazione civile sez. trib., 05/10/2016, (ud. 11/05/2016, dep. 05/10/2016), n.19839
Dott. IANNELLI Emilio – Consigliere –
sul ricorso 4417-2010 proposto da:
V.C., elettivamente domiciliato in ROMA PIAZZA PRATI
DEGLI STROZZI 30, presso lo studio dell’avvocato MASSIMO PARISELLA,
avverso la decisione n. 4318/2009 della COMM. TRIBUTARIA CENTRALE da
del LAZIO, depositata il 05/08/2009;
udito per il ricorrente l’Avvocato PARISELLA che ha chiesto
V.C., titolare di impresa individuale propose ricorso avverso avviso, con il quale l’Ufficio – sul presupposto del riscontrato acquisto di merce senza fattura e dello scarto rilevabile tra la percentuale di ricarico applicata dal contribuente e quella propria del settore merceologico aveva accertato a suo carico con metodo induttivo, in relazione all’anno (OMISSIS), maggior imponibile ai fini IRPEF ed ILOR.
L’adita commissione tributaria di primo grado accolse il ricorso e annullo l’accertamento, con decisione confermata dalla commissione di secondo grado.
In esito all’ulteriore impugnazione dell’Amministrazione, la pronunzia di merito fu, tuttavia, riformata dalla Commissione centrale che riaffermò la piena legittimità dell’accertamento.
Avverso tale sentenza, il contribuente ha proposto ricorso per cassazione, in cinque motivi. L’Agenzia ha resistito con controricorso. Il contribuente ha depositato, altresì, istanza di definizione della lite ai sensi della L. n. 40 del 2010, art. 2 bis e memoria integrativa.
La sentenza impugnata ha ritenuto legittimo il ricorso dell’Ufficio all’accertamento induttivo, pur in presenza di una contabilità regolare, giacchè l’indagine a carico dell’impresa individuale aveva evidenziato omesse fatturazioni ed, altresì, grave scarto tra redditività dichiarata (1%) e percentuale di ricarico di settore (4%).
Preliminarmente, il contribuente chiede la declaratoria dell’estinzione del giudizio per intervenuta definizione della lite ai sensi della L. n. 40 del 2010, art. 2 bis. Prospetta, al riguardo, di avere avuto due decisioni favorevoli (in primo ed i secondo grado) e di aver versato il 5% del valore della controversia. L’istanza è infondata.
Infatti, è regola ormai costantemente affermata da questa Corte che: “In tema di condono fiscale, presupposto per la definizione agevolata delle liti pendenti innanzi alla Corte di cassazione, come prevista dal D.L. 25 marzo 2010, n. 40, art. 3, comma 2-bis, (convertito con modificazioni nella L. 22 maggio 2010, n. 73), è la soccombenza dell’Amministrazione finanziaria nei precedenti gradi di giudizio: il riferimento normativo ai “primi due gradi di giudizio” va, invero, interpretato con riguardo all’intera vicenda processuale, nella quale tributario deve essere dato costantemente soccombente, con la conseguenza che, nell’ipotesi in cui il giudizio di cassazione sia stato preceduto in applicazione del rito previgente – da tre gradi di giudizio, è necessario, ai fini dell’ammissibilità dell’istanza di definizione, che si sia verificato un triplice esito sfavorevole per l’Amministrazione (come invece, nella specie, non avvenuto, avendo la Commissione tributaria centrale accolto il ricorso dell’Amministrazione), atteso che la “ratio” delle norme è quella di deflazionare il contenzioso pendente da oltre dieci anni, confidando sull’elevata probabilità di un esito sfavorevole in sede di legittimità”. (Sez. 5, n. 15634 del 2013; Sez. 5 n. 21714 del 2010).
Nella fattispecie si versa proprio nell’ipotesi di situazione in cui l’ufficio tributario non è stato interamente soccombente, avendo invece ottenuto ragione in Commissione Centrale.
Il ricorso va, dunque, esaminato nel merito e si dimostra infondato. Con i cinque motivi di ricorso il ricorrente fa valere questioni che, per la stretta connessione, possono essere esaminate congiuntamente.
In particolare, il contribuente nega, in linea di principio la legittimità dell’accertamento induttivo in presenza di contabilità regolare. Contesta quindi, da un lato, l’utilizzabilità dei valori settoriali, di cui si è avvalsa l’Amministrazione ai fini della ricostruzione dell’imponibile, in quanto non riconosciuti da alcun provvedimento legislativo, dall’altro, la loro stessa attendibilità. Lamenta poi, di conseguenza, la violazione del criterio di distribuzione dell’onere della prova, di cui all’art. 2697 c.c..
I motivi sono infondati alla luce dell’orientamento costante di questa Corte, in tema di accertamento induttivo.
Invero, l’accertamento con metodo analitico-induttivo, con quale cui il fisco procede alla rettifica di singoli componenti reddituali, ancorchè di rilevante importo, è consentito, ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 39, comma 1, lett. d) pure in presenza di contabilità formalmente tenuta, giacchè la disposizione presuppone, appunto, scritture regolarmente tenute e. tuttavia, contestabili in forza di valutazioni condotte sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti che facciano seriamente dubitare della completezza e fedeltà della contabilità esaminata (Sez. 5, n. 20060 del 2014; Sez. 5, n. 13068 del 2011).
In sostanza, l’Amministrazione finanziaria, in presenza di contabilità formalmente regolare ma intrinsecamente inattendibile pur in presenza di accertate violazioni liscali e l’incoerenza economica dei dati dichiarati, può desumere in via induttiva, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), e art. 54, commi 2 e del D.P.R. n. 633 del 1972, sulla base di presunzioni semplici, purchè gravi, precise e concordanti, il reddito del contribuente utilizzando le incongruenze tra i ricavi, i compensi ed i corrispettivi dichiarati e quelli desumibili dalle condizioni di esercizio della specifica attività svolta, incombendo su quest’ultimo l’onere di fornire la prova contraria e dimostrare la correttezza delle proprie dichiarazioni (Sez. 6. ord. n. 26036 del 2015).
Se pure è vero che non è sufficiente che la percentuale indicata dal contribuente sia semplicemente diversa da quella in possesso del Fisco, o da questo stimata, e, altresì, vero che l’Ufficio può disattendere la dichiarazione resa dal contribuente quando concorrono circostanze gravi, precise e concordanti che fanno ritenere inverosimile quella dichiarazione e, in particolare, quando, per di più in presenza di specifiche ulteriori violazioni, la percentuale di ricarico sia abnormemente più alta di quella applicata dal contribuente (cfr. Cass. 27488/13, 202011 O, 26388/05), così come, in concreto, riscontrato dal giudice del merito – con valutazione in sè coerente e, quindi, non censurabile in questa sede – in presenza di ricarico di settore di ben quattro volte superiore.
Alla stregua delle considerazioni che precedono – ed atteso che la ricorrenza dei presupposti per l’accertamento induttivo comporta ex lege l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente – s’impone il rigetto del ricorso.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite, che liquida in complessive Euro 6.500,00 oltre spese prenotate a debito.

References: Sentenza 
 art. 2
 sentenza 
 art. 2
 art. 3
 art. 39
 art. 39
 art. 54
 Cass.