Source: http://www.fog.it/giurisprud/ca-97-04634-t.htm
Timestamp: 2017-10-21 08:29:13+00:00

Document:
Testo cassazione 4634/1997
cassa app. Trieste 21 marzo 1994
Con atto di citazione, notificato l'8 maggio 1986, la S.r.l. Ilsa International convenne in giudizio, davanti al Tribunale di Trieste, la S.p.A. Lloyd Triestino, della quale chiese la condanna al pagamento della somma di $ U.S. 65.000 a titolo di risarcimento del danno.
- che nell'aprile del 1985 aveva venduto alla ditta Kemel Jammal di Conakry (Guinea) una partita di mobili per il prezzo di $ U.S. 65.000;
- che il trasporto era stato affidato alla Compagnia di navigazione Lloyd Triestino S.p.A.;
- che, giunta la nave al porto di destinazione, il comandante aveva consegnato la merce senza farsi riconsegnare la polizza di carico dal ricevitore;
- che, a causa di ciò, essa non aveva potuto riscuotere il prezzo della merce.
Costituitasi in giudizio, la società convenuta chiese il rigetto della domanda attrice, deducendo:
- che, in forza delle disposizioni vigenti nel paese di destinazione, il comandante della nave aveva dovuto consegnare la merce non al destinatario ma all'impresa di sbarco, alla quale andava addebitata la responsabilità del mancato ritiro della polizza;
- che la polizza prevedeva la cessazione della responsabilità del vettore nel caso di affidamento coattivo della merce all'impresa di sbarco.
Con sentenza del 26 aprile l 991, il Tribunale accolse la domanda; affermato il principio secondo cui il vettore che abbia consegnato la merce, senza pretendere dal destinatario la restituzione della polizza di carico, è responsabile nei confronti del caricatore per il mancato pagamento della merce stessa e per ogni altro danno, il Tribunale ritenne che, nell'ipotesi di affidamento obbligatorio delle merci ad un'impresa di sbarco, cessa la responsabilità del vettore in ordine alla custodia delle merci, ma non quella in ordine alla consegna, che si affianca a quella dell'impresa depositaria, con la conseguenza che il vettore deve ritenersi responsabile per il danno derivato al caricatore dal fatto che la merce sia stata consegnata al destinatario senza che questi abbia restituito la polizza di carico. Rilevò, infine, il Tribunale che la clausola di esonero della responsabilità, contenuta nella polizza di carico, non era efficace perché non approvata esplicitamente per iscritto, ai sensi dell'art. 1341, secondo comma, del codice civile.
La suddetta decisione, impugnata dal Lloyd Triestino di Navigazione S.p.A., fu confermata dalla Corte di appello di Trieste, con sentenza del 21 marzo 1994.
Ribadita la inefficacia della clausola di esonero della responsabilità, la Corte ritenne che nella specie non poteva essere invocato il factum principis, atteso che l'esonero da responsabilità del vettore, per effetto di un provvedimento dell'autorità, può aversi soltanto quando tale fatto abbia caratteristiche tali da non poter essere superato attraverso l'ordinaria diligenza e sia, inoltre, imprevedibile; secondo la Corte di merito, il vettore non aveva dimostrato di essersi trovato improvvisamente di fronte ad un ordine delle autorità portuali di consegna coattiva delle merce alla società di sbarco.
Per la cassazione della suddetta sentenza ha proposto ricorso il Lloyd Triestino di Navigazione S.p.A., sulla base di sei motivi di censura.
Ha resistito con controricorso la S.r.l. Ilsa International.
Con il primo motivo - denunciando errata applicazione dell'art. 115 c.p.c. e mancata applicazione degli artt. 187, quarto comma, e 345, secondo comma, dello stesso codice - la ricorrente censura la sentenza impugnata per avere omesso di pronunciarsi e di motivare in ordine alla richiesta di ammissione della prova testimoniale - dedotta sia in primo, sia in secondo grado - con la quale si intendeva dimostrare la situazione esistente nel porto di Conakry ed in particolare la circostanza relativa al fatto che le merci da sbarcare dovevano essere obbligatoriamente consegnate ad un'impresa statale che agiva in regime di monopolio.
Con il secondo motivo - denunciando violazione e falsa applicazione dell'art. IV, n. 2, lett. g), della Convenzione di Bruxelles del 25 agosto 1924, resa esecutiva in Italia con legge 19 luglio 1929, n. 1638, nonché degli artt. 422, secondo comma, e 424 del codice della navigazione - la ricorrente censura la sentenza impugnata per aver escluso la ravvisabilità del factum principis, senza considerare che, tenuto conto della situazione esistente nel porto di destinazione, essa non aveva altra alternativa che affidare la merce all'impresa di sbarco che agiva in regime di monopolio, fatto questo che integrava una delle ipotesi di esonero di responsabilità, previste nella citata Convenzione di Bruxelles. Né il comandante della nave avrebbe potuto rifiutare la consegna della merce, perché in difetto avrebbe rischiato di rimanere bloccato nel porto di destinazione a tempo indeterminato o di vedersi sequestrare la merce.
Con il terzo motivo - denunciando violazione e falsa applicazione dell'art. IV, n. 2, lett. q), della Convezione di Bruxelles, nonché dell'art. 422, primo comma, del codice della navigazione e dell'art. 1693 del codice civile - la ricorrente, premesso che il concetto di "indebita riconsegna" è equiparabile a quello di "perdita della merce", censura la sentenza impugnata per non aver considerato come, nella specie, nessuna colpa era addebitabile al vettore, dovendosi ravvisare nell'obbligo di consegna all'impresa di sbarco una ipotesi di evento imprevedibile al quale il vettore sia nella impossibilità di opporsi, con la conseguenza che, in applicazione delle norme richiamate, avrebbe dovuto essere dichiarata la irresponsabilità del vettore medesimo, non potendosi pretendere che questi, nella impossibilità di consegnare la merce direttamente al destinatario, avrebbe dovuto rifiutarsi di consegnare la stessa all'impresa di sbarco e riportarla al porto di imbarco.
Con il quarto motivo - denunciando violazione e falsa applicazione dell'art. 1341 del codice civile in relazione all'art. VII della Convenzione di Bruxelles, nonché degli artt. 1 e 424 del codice della navigazione - la ricorrente censura la sentenza impugnata per avere inesattamente affermato che le clausole richiamate in calce alla polizza di carico non erano state approvate specificamente e per non aver considerato che dette clausole non potevano essere definite come clausole di esonero da responsabilità avendo invece lo scopo, in conformità alla richiamata norma della Convenzione di Bruxelles, di liberare il vettore dagli obblighi attinenti alla custodia ed alla conservazione della merce dal momento della consegna della merce alla impresa di sbarco; secondo la ricorrente, infine, ricorreva nella specie una ipotesi di cesser clause o London clause, le quali non esigono una specifica approvazione per iscritto.
Con il quinto motivo - denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 424 e 454 del codice della navigazione, nonché degli artt. 1228 e 2049 del codice civile - la ricorrente censura la tesi sostenuta dal Tribunale e fatta implicitamente propria dalla Corte di appello, secondo cui nel caso di sbarco di amministrazione cessa la responsabilità del vettore in ordine alla custodia della merce, ma non quella in ordine alla consegna al destinatario. Deduce la ricorrente che il richiamo alla sbarco di amministrazione è inesatto atteso che nell'ipotesi di sbarco con obbligo di consegna, come nella specie, ad una impresa statale che agisce in regime di monopolio, questa non agisce quale mandataria del vettore, né è legata a quest'ultimo da alcun vincolo di subordinazione; inoltre, anche a volere ritenere applicabili nella specie le norme sullo sbarco di amministrazione, il vettore sarebbe comunque liberato perché la perdita della merce si era verificata dopo che la stessa era stata affidata all'impresa di sbarco.
Con il sesto motivo - denunciando violazione e falsa applicazione dell'art. 1227 del codice civile, nonché vizio di omessa pronuncia e di omessa o insufficiente motivazione - la ricorrente censura la sentenza impugnata per aver respinto, senza adeguata motivazione, la tesi prospettata con i motivi di appello, secondo cui la causa, o almeno la concausa, del mancato pagamento del prezzo da parte della ditta Kemel Jammal era da attribuire al comportamento della Ilsa International.
Prima di passare all'esame specifico dei singoli motivi appare necessario alla Corte precisare alcuni concetti, al fine di una corretta impostazione dei problemi posti dalla causa e dal ricorso.
Occorre in primo luogo procedere ad una distinzione tra la polizza di carico ed il contratto di trasporto.
La polizza di carico rientra nell'ampia categoria dei titoli di credito (art. 1992 c.c.), e particolarmente appartiene alla specie dei titoli rappresentativi di merci (art. 1996 c.c.).
Il possessore dell'originale della polizza è legittimato a chiedere la consegna della merce al vettore che l'ha sottoscritta.
Il vettore che consegni la merce a chi non è in possesso dell'originale della polizza di carico è responsabile nei confronti del legittimo portatore della polizza.
La responsabilità del vettore, quale emittente della polizza di carico, per consegna della merce a soggetto che non è portatore della medesima polizza si configura come responsabilità nei confronti del legittimo possessore della polizza e non nei confronti del mittente o caricatore o venditore delle merci trasportate e rappresentate dal titolo, a meno che non sia lo stesso caricatore, o suo rappresentante, che richieda la consegna delle merci in forza del possesso della polizza.
Il contratto di trasporto può anche essere incorporato nella polizza di carico, ma comunque da questa rimane distinto.
Nella specie, secondo quanto risulta dalla sentenza impugnata, oggetto del contratto di trasporto era il trasferimento di una partita di mobili da Livorno a Conakry, da consegnarsi alla ditta Kemel Jammal. I mobili, in esecuzione del contratto, furono trasportati al porto di destinazione ed ivi consegnati, tramite l'impresa di sbarco statale Socièté Navale Guinéénne, proprio alla ditta Kemel Jammal.
Fatta questa premessa, occorre considerare che, da quanto risulta dalla lettura degli atti esaminabili in questa sede, la Ilsa ha agito in giudizio non quale portatrice della polizza di carico, che pretende di ottenere la consegna della merce rappresentata dal titolo e dal suo equivalente in denaro a titolo di risarcimento del danno; essa ha agito, invece, quale parte del contratto di trasporto, lamentando che l'omesso ritiro della polizza di carico da parte del vettore, e per esso da parte del comandante della nave, le aveva impedito di conseguire il prezzo della vendita della merce (v. controricorso, laddove si afferma che il mancato ritiro della polizza di carico le aveva impedito di "chiedere alla banca interessata - la Banque Nationale des Services Exterieur di Conakry - il pagamento della fattura").
Nonostante ciò, il Tribunale, prima, e la Corte di appello, poi, hanno affrontato la causa sotto il profilo della responsabilità del vettore per consegna della merce a soggetto non in possesso della polizza di carico, come se si trovassero di fronte ad una richiesta di adempimento o di risarcimento del danno da parte di altro soggetto in possesso della polizza e non di fronte al mittente che agiva lamentando l'inadempimento del contratto di trasporto.
Questo errato approccio alla vicenda processuale risulta abbastanza evidente dalle citazioni giurisprudenziali contenute nella sentenza di primo grado, poiché la sentenza del Tribunale di Genova (20 maggio 1981), da quella decisione richiamata, riguardava un'ipotesi di responsabilità del vettore, nei confronti del possessore della polizza di carico, per consegna della merce ad altro soggetto, mentre la sentenza del Tribunale di Livorno (10 dicembre 1986), anche essa ivi richiamata, affermava la legittimazione del caricatore, in possesso della polizza di carico, ad agire nei confronti del vettore, il quale aveva consegnato la merce a soggetto non in possesso della detta polizza.
Questa errata visione della vicenda processuale ha inoltre portato il giudice di merito a sottovalutare le argomentazioni svolte dal vettore (attuale ricorrente), per sostenere di aver adempiuto la propria obbligazione o, quanto meno, la non ascrivibilità alla propria condotta del mancato conseguimento del prezzo della vendita da parte della Ilsa.
Passando adesso all'esame dei motivi del ricorso è subito da dire che solo il terzo ed il sesto appaiono avere rilievo con riferimento alla corretta impostazione della causa come sopra precisata, mentre gli altri motivi, pur pertinenti, in relazione agli argomenti svolti dalla sentenza impugnata a sostegno della decisione adottata, non incidono su quella che è la reale materia del contendere e sono peraltro infondati.
In relazione a detti motivi sono sufficienti le seguenti brevi considerazioni.
Primo motivo. La Corte di merito ha dato per scontato che nel porto di Conakry vigesse un regime di sbarco che imponeva la consegna della merce alla Société Navale Guinéenne, per cui non aveva alcun onere di motivare in ordine alla mancata ammissione della prova con la quale la ricorrente mirava a dimostrare proprio quel fatto.
Secondo motivo. L'esame della prospettazione di diritto formulata dalla ricorrente presuppone l'accertamento delle circostanze di fatto che la sostengono, le quali, sempre secondo la ricorrente, sarebbero quelle secondo cui il comandante della nave si sarebbe trovato di fronte ad un ordine della Socièté Navale Guinéenne di sbarcare la merce e di consegnarla al responsabile pubblico, per cui egli aveva dovuto necessariamente ottemperare al detainment, giacché in difetto avrebbe corso il rischio di restare bloccato nel porto o di vedersi sequestrare la merce.
La sussistenza di questa circostanza di fatto è stata motivatamente esclusa dalla Corte di appello, con apprezzamento incensurabile in questa sede, né le prove articolate dalla ricorrente, e delle quali si è detto in occasione dell'esame del primo motivo, erano dirette a dimostrare, almeno nella loro formulazione risultante dalla epigrafe della sentenza impugnata, che lo sbarco della merce fosse stato conseguenza di un ordine degli organi preposti allo sbarco nel porto di Conakry.
Corretta appare quindi la decisione della Corte di merito laddove ha escluso che, in mancanza di prova di un fatto che avesse reso obbligatorio lo sbarco, potesse configurarsi l'esonero da responsabilità per factum principis, poiché rimaneva nella libera scelta del comandante della nave sbarcare o meno la merce.
Quarto motivo. Premesso che tutte le clausole richiamate della ricorrente configurano clausole di esonero della responsabilità, in quanto dirette a limitare la responsabilità del vettore, rispetto alla corrente disciplina in tema di trasporto marittimo, la Corte rileva che, in quanto tali, le dette clausole sono soggette alla disciplina dell'art. 1341 c.c. e, quindi, avrebbero dovuto essere approvate per iscritto.
L'art. VII della Convenzione di Bruxelles che consente alle parti di inserire nel contratto di trasporto clausole di esonero e limitazione della responsabilità e l'art. 424 del codice della navigazione, che prevede la derogabilità delle norme contenute negli artt. 422 e 423 dello stesso codice, anche a favore del vettore, per quanto concerne il tempo anteriore alla caricazione e quello posteriore alla scaricazione, si limitano soltanto a concedere una facoltà alle parti, ma non importano che l'esercizio della detta facoltà si svolga in modo non conforme alla legislazione nazionale, della quale non costituiscono deroga, ed in violazione di una nonna, quale l'art. 1341 c.c., che nell'ordinamento interno ha natura cogente.
Ribadita, quindi, l'esattezza della decisione della Corte di appello, la quale ha ritenuto che le clausole invocate dalla ricorrente avrebbero dovuto essere espressamente approvate, non può non rilevarsi che l'accertata mancata approvazione costituisce apprezzamento di fatto non censurabile in sede di ricorso ordinario per cassazione, potendo semmai essere proposto ricorso per revocazione ove il giudice di merito avesse supposto l'inesistenza di un fatto la cui verità era positivamente stabilita.
E' da rilevare, infine, che il richiamo fatto dalla ricorrente alla cesser clause o London clause appare non pertinente. Invero, detta clausola si riferisce alle ipotesi in cui il destinatario non si presenti per ritirare la merce; in tale caso è consentito al vettore di depositare la merce nel luogo di sbarco rimanendo esonerato da ogni responsabilità. Trattasi di ipotesi disciplinata anche dal codice della navigazione italiana con l'art. 454 (c.d. sbarco di ufficio). Nella specie, pacificamente, non ricorre mia ipotesi di sbarco d'ufficio.
Quinto motivo. La questione sollevata con il motivo appare priva di rilievo perché, nella specie, la merce è pervenuta nelle mani del destinatario in base al contratto di trasporto.
Tetto e sesto motivo. Venendo ora all'esame del terzo e del sesto motivo del ricorso occorre subito rilevare che il primo di essi appare condizionato, nella sua formulazione, dalla impostazione che alla causa hanno dato i giudici di merito.
Tuttavia, nel detto motivo viene chiaramente censurata la sentenza impugnata laddove questa ha ritenuto la responsabilità del vettore nei confronti del mittente, con riferimento al contratto di trasporto, sotto il profilo che il detto vettore avrebbe dovuto consegnare la merce soltanto al soggetto portatore della polizza e previa restituzione della stessa, con la conseguenza che non avendo trovato al porto di sbarco il ricevitore in possesso della polizza avrebbe dovuto non sbarcare la merce e riportarla indietro al porto di imbarco (v. pagina 20 del ricorso).
Detta censura appare fondata.
Occorre ribadire qui, quanto detto nella premessa all'esame dei motivi del ricorso e cioè che la consegna della merce a persona diversa dal legittimo possessore della polizza può comportare una responsabilità del vettore nei confronti di quest'ultimo ma non nei confronti del mittente che potrebbe essere indifferente rispetto alla sorte delle merci.
Occorre altresì ribadire che nelle specie era stato dedotto l'inadempimento del contratto di trasporto.
Tenuto conto di ciò il giudice di merito non avrebbe potuto, come in effetti ha fatto, limitarsi ad affermare che la consegna della merce a soggetto non nel possesso della polizza di carico costituiva inadempimento del contratto di trasporto, ma avrebbe dovuto valutare, con riferimento agli interessi dedotti in giudizio, se potesse considerarsi colpevole il comportamento del vettore (e per esso del comandante della nave), il quale giunto a destinazione, non aveva altro mezzo, per portare a completa esecuzione il contratto, che affidare la merce alla impresa di sbarco statale; avrebbe dovuto poi valutare, quale influenza, sull'adempimento del contratto e tenuto conto degli interessi in gioco, avesse il fatto non contestato, dedotto dal ricorrente sia nel giudizio di appello sia col ricorso, che la merce era pervenuta all'effettivo destinatario indicato nella polizza (notify Kemel Jammal), il quale non solo aveva riconosciuto di averla ricevuta, ma aveva anche rilasciato una lettera di garanzia oltre a prendere contatto direttamente con il mittente venditore per il regolamento del prezzo della vendita; e, ancora, se di fronte a questa situazione fosse esigibile dal vettore, in assenza di diverse disposizioni da parte del mittente, il comportamento di riportare indietro la merce; avrebbe dovuto, infine - e qui viene in rilievo il sesto motivo del ricorso - valutare quanto nella vicenda avesse influito il comportamento della Ilsa, secondo quanto dedotto dal ricorrente sia in appello, sia nell'indicato motivo.
Tali aspetti della vicenda sono stati del tutto ignorati, o quanto meno sottovalutati, dalla Corte di appello, la quale, fuorviata dalla non corretta impostazione della vicenda sottoposta al suo giudizio, ha di fatto liquidato tutte le questioni, delle quali si è appena sottolineata la rilevanza, con l'affermazione, sicuramente insufficientemente motivata, secondo cui "ogni altro rilievo dell'appellante appare senza concreto fondamento, così come l'appunto secondo cui la Ilsa, negligentemente, non avrebbe provveduto a richiedere adeguata garanzia bancaria".
Per le esposte considerazioni e nei limiti come sopra definiti devono essere accolti il terzo ed il sesto motivo del ricorso, con conseguente cassazione della sentenza impugnata e rinvio della causa ad altro giudice il quale procederà a nuovo esame secondo le linee sopra indicate.
Devono essere invece rigettati gli altri motivi del ricorso.
La Corte di Cassazione, sezione terza civile, accoglie il terzo ed il sesto motivo del ricorso; rigetta gli altri; cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia anche per le spese ad altra sezione della Corte di appello di Trieste.
Così deciso, nella camera di consiglio della terza sezione civile della Corte di Cassazione, il 15 ottobre 1996.

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