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Timestamp: 2020-08-08 12:30:58+00:00

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SOCIETA’: Diritto di ispezione e di verifica riconosciuto anche ai soci amministratori della società – Forum Iuris
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SOCIETA’: Diritto di ispezione e di verifica riconosciuto anche ai soci amministratori della società
Cassazione civile, sez. I, sentenza n. 2038 del 26/01/2018
Con la sentenza in commento, la Suprema Corte si è pronunciata sull’interessante tema del diritto di ispezione e di verifica in capo ai soci amministratori di una s.r.l., enunciando il seguente principio di diritto:”compete anche al socio-amministratore di s.r.l. il diritto, previsto dall’art. 2476 c.c., comma 2, di ricevere notizie sullo svolgimento degli affari sociali e di consultare i libri ed i documenti relativi alla gestione societaria compiuta dagli altri amministratori, cui egli non abbia in tutto o in parte partecipato”.
La Corte d’Appello di Milano accoglieva la domanda proposta da (omissis) e condannava (omissis) al risarcimento del danno in favore della New F. Gym s.r.l. in liquidazione per non essersi gli stessi attivati ai fini della riscossione di un ingente credito che vantava la società nei confronti di una associazione sportiva cui era stata demandata la gestione della società stessa. Avverso tale sentenza proponevano ricorso (omissis) sulla base di sette motivi tutti ritenuti infondati.
Per quanto riguarda il primo motivo, i ricorrenti lamentavano la violazione dell’art. 111 Cost. e dell’art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4 per avere la Corte d’Appello prima escluso il conflitto d’interessi e poi, invece, ravvisato la responsabilità dei medesimi. La Corte ritiene tale motivo manifestamente infondato poiché l’assenza degli elementi costitutivi del conflitto d’interessi riguardavano la conclusione del contratto di cessione in uso della palestra, non invece la condotta di inadempimento tenuta dagli amministratori.
Nella seconda doglianza, i ricorrenti lamentano la violazione o falsa applicazione dell’art. 11 preleggi, artt. 1393, 2392 e 2487 c.c., art. 81 c.p.c., in quanto la condotta risaliva al 2002, con conseguente inapplicabilità dell’art. 2476 c.c.; anche il secondo motivo viene ritenuto manifestamente infondato poiché l’unica condotta ravvisabile quale mala gestio degli amministratori consiste nella mancata riscossione dell’ingente credito e tale inadempimento si colloca nell’anno 2006, come dimostrato da due lettere scambiate tra la società e l’associazione. La Corte conferma, dunque, l’applicabilità al caso di specie dell’art. 2476 c.c..
Nella terza doglianza si lamenta la violazione o falsa applicazione dell’art. 2476 c.c., poiché si ritiene che la sentenza impugnata abbia violato il principio di pari responsabilità di tutti gli amministratori sancito dal comma 1 dell’art. 2476 c.c.; la Suprema Corte dichiara il motivo manifestamente infondato, in quanto la regola della responsabilità solidale gestoria non esclude che, sebbene in astratto tutti gli amministratori siano responsabili del danno cagionato alla società, in concreto la responsabilità possa ricadere solo su uno o su alcuni di essi; e che la graduazione interna delle responsabilità operi in relazione all’apporto effettivo di ciascuno alla causazione dell’evento, arrivando ad escluderne interamente quella di alcuno.
Nel quarto motivo i ricorrenti lamentavano omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 consistente negli ingenti pagamenti effettuati dall’associazione nel corso di diversi anni. Motivo ancora ritenuto infondato dalla Corte poiché l’esistenza di pagamenti pregressi non costituisce un “fatto decisivo”, in quanto la condotta di mala gestio è stata unicamente riscontrata nella mancata riscossione del debito accumulatosi.
Nel quinto motivo di doglianza, i ricorrenti lamentano omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nonché violazione dell’art. 2476 c.c. per avere la corte riconosciuto il diritto di ispezione dei soci ai soci che siano anche amministratori. La Suprema Corte dichiara il motivo in parte inammissibile ed in parte infondato. L’art. 2476 c.c., comma 2, riconosce ai “soci che non partecipano all’amministrazione” il diritto di ricevere dagli amministratori notizie sullo svolgimento degli affari sociali, nonché di consultare, anche tramite professionisti di loro fiducia, i libri sociali ed i documenti relativi alla gestione societaria. Tuttavia, la Prima Sezione civile della Corte di Cassazione ha stabilito che tale diritto di ispezione e di informazione non possa essere negato ai soci-amministratori, quale diritto-dovere implicito derivante dalla carica che svolgono. Inoltre, qualora l’esercizio di tale diritto-dovere sia precluso da altri, è riconosciuta la facoltà di agire a loro tutela, potendo far valere anche l’impossibilità di adempiere in modo diligente all’incarico gestorio e non incorrere in responsabilità.
Nel sesto motivo di doglianza, la Corte è chiamata a pronunciarsi sulla violazione o falsa applicazione degli artt. 2476, 2727 e 2729 c.c.; i ricorrenti affermano che nessuna azione esecutiva avrebbe potuto essere esperita contro l’associazione sulla base di mere fatture relative a canoni accessori, non sussistendo, inoltre, nessun dovere della parte creditrice di agire in giudizio, ma essendo prevista solo una mera facoltà. La Corte nel merito ha affermato non la necessità di esperire l’esecuzione forzata verso la controparte ma l’esistenza di un obbligo da parte dei soci-amministratori di attivarsi per incassare il credito, in relazione alla carica rivestita.
Anche la seconda questione è ritenuta infondata, poiché già la corte del merito aveva riscontrato l’ampia capacità patrimoniale sia dell’associazione debitrice che del suo legale rappresentante, priva di pregio è dunque la censura di violazione o falsa applicazione delle regole in materia di prova presuntiva.
Per quanto riguarda il settimo ed ultimo motivo, i ricorrenti lamentano la violazione o falsa applicazione degli artt. 1223 c.c. e segg. e dei vigenti principi in materia risarcitoria, oltre ad omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360, comma 1, nn. 3 e 5, in quanto la Corte nel merito non aveva applicato la regola secondo cui il danno da mala gestio va liquidato nella differenza tra attivo e passivo; non ha accertato l’irrecuperabilità del credito; non ha esaminato il fatto decisivo della mera natura contabile dell’abbattimento del credito, ormai divenuto irrealizzabile, ed infatti nel progetto di bilancio fu ipotizzata la svalutazione del credito stesso mediante un “fondo di svalutazione ex art. 2426 c.c.”, tenuto conto sia del valore temporale che del valore di presumibile realizzo; per ultimo, aver reputato la somma un debito di valore, quando il mancato incasso di denaro costituisce un debito di valuta.
Anche il settimo motivo viene ritenuto infondato dalla corte, in quanto la stessa ribadisce che nelle azioni sociali di responsabilità il danno risarcibile non può essere automaticamente liquidato, neanche dopo il fallimento della società, nella misura corrispondente alla differenza tra il passivo e l’attivo. Va dunque imputato all’amministratore inadempiente tutto il danno ricollegato alla sua condotta omissiva, il quale può anche non coincidere con l’intera perdita iscritta in bilancio nel momento in cui questo venga esaminato. Neanche la censura di mancata verifica dell’irreversibile perdita è condivisibile poiché la Corte del merito ha accertato la remissione del debito e la corrispondente iscrizione in bilancio di un fondo di svalutazione crediti, a norma dell’art. 2426 c.c..
I crediti devono essere iscritti, secondo il testo all’epoca in vigore (anteriore alle modifiche apportate dal d.lgs. 18 agosto 2015, n. 139) al presumibile valore di realizzo, il quale deve tenere conto del canone generale della “ragionevolezza” della valutazione (o svalutazione) operata, per cui è preclusa l’iscrizione in bilancio dei crediti sperati, ma anche dei crediti certi, liquidi ed esigibili che siano di dubbia o difficile esazione, poiché trattandosi di valutazione oggettiva degli stessi, potrebbe non corrispondere più al loro valore nominale; inoltre, assumono importanza tutti i caratteri del credito che possano rivelare la probabilità di adempimento pieno, ossia la qualità del debitore, l’importo, la scadenza, le eventuali garanzie, la moneta di riferimento, ma anche eventuali condizioni economiche generali o di settore o del paese del debitore ecc., quali presupposti di fatto cui ancorare la corretta valutazione.
Per ultimo, per ciò che attiene alla natura del debito, inteso quale debito di valuta, la corte sottolinea come la distinzione tra debiti di valuta e debiti di valore riguardi l’oggetto diretto ed originario della prestazione, che nelle obbligazioni di valore consiste in una cosa diversa dal denaro. In altre parole, l’obbligazione di risarcimento del danno per l’inadempimento di obbligazioni contrattuali diverse da quelle pecuniarie, costituisce debito di valore e non di valuta, poiché destinata a sostituire la materiale utilità che il creditore avrebbe conseguito in caso di esatto adempimento della prestazione.
Lo stesso si è affermato in tema di responsabilità gestoria, posto che il risarcimento del danno, cui sono tenuti gli amministratori nei confronti della società, assume natura di debito di valore, si tratti di danno emergente e di lucro cessante, sebbene il danno consista nella perdita di una somma di denaro.
In conclusione, stante quanto sopra, con la sentenza in commento, la Corte rigetta il ricorso e condanna in solido i ricorrenti al rimborso delle spese del giudizio di cassazione in favore solidale dei controricorrenti.
Topics: amministratore diritto di ispezione diritto di verifica responsabilità società
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 sentenza 
 art. 81
 sentenza 
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