Source: http://demaniocivico.blogspot.it/2008/
Timestamp: 2017-05-28 18:35:07+00:00

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In pratica, la corretta applicazione dell'art. 1164 del C.C. (chi ha il possesso corrispondente all'esercizio di un diritto reale su cosa altrui non può usucapire la proprietà della cosa stessa, se il Titolo del suo possesso non è mutato per causa proveniente da un terzo o in forza di opposizione da lui fatta contro il diritto del proprietario. Il tempo necessario per l'usucapione decorre dalla data in cui il Titolo del possesso è stato mutato) prevede che, chi volesse usucapire il diritto del concedente, debba innanzitutto fare opposizione contro il diritto del proprietario e, solo dopo 20 anni, può usucapire, dinanzi ad un giudice, la piena proprietà. Pubblicato da
- L.R. 24 maggio 1985, n. 52 Norme organizzative in materia di usi civici, abrogata dall'art. 176 della LR 31/2008;- L.R. 16 maggio 1986, n. 13 Norme procedurali in materia di usi civici, abrogata dall'art. 176 della LR 31/2008;- L.R. 5 dicembre 2008, n. 31 Disposizioni sugli usi civici (dall'art. 165 all'art. 176)
Nel caso di Enfiteusi di cui al Codice Civile, al concedente spetta il diritto di domandare al giudice la devoluzione del fondo (art. 972 C.C.), ossia l'estinzione del diritto di enfiteusi:- se l'enfiteuta non adempia l'obbligo di migliorare il fondo;
Con le quotizzazioni precedenti all'entrata in vigore della Legge 1766 del 1927, il demanio civico si trasforma in allodio nel momento della quotizzazione (ai sensi dell'art. 9 della Legge 01/09/1806 confermato dall'art. 4 del Regio Decreto 08/06/1807 e dall'art. 32 del Regio Decreto 03/12/1808, riconfermato dall'art. 182 della Legge 12/12/1816), e vengono imposte tre condizioni che le leggi e la giurisprudenza definiscono "risolutive" in quanto, se non rispettate, operano la devoluzione dei fondi nella consistenza demaniale: 1) non vendere il terreno nei primi 10 anni (art. 31 del Regio Decreto 03/12/1808 confermato dall'art. 185 della Legge 12/12/1816), limite poi portati a 20 anni dall'art. 1 del Regio Decreto 06/12/1852; 2) pagare il canone (articoli 4 e 9 della L. 01/09/1806, art. 4 del Regio Decreto 08/06/1807, art. 182 della L. 12/12/1816); "si darà luogo alla devoluzione dei fondi conceduti pel reddito non pagato per un triennio" (art. 32 del Regio Decreto 03/12/1808 in attuazione della Legge 01/09/1806); 3) le quote che si lasciano incolte per tre anni consecutivi ritornano al demanio comunale (art. 185 della Legge 12/12/1816).
Esclusa la prima condizione (termine dei 20 anni) che ha ormai concluso il suo effetto essendo trascorsi i 20 anni (tale condizione è stata già verificata nelle successive istruttorie demaniali), le altre due condizioni sono tuttora in vigore (con l'art. 1 del Regio Decreto 03/07/1861 e con l'art. 5 del Regio Decreto n. 503 del 10/03/1862 sono confermate e considerate valide tutte le leggi pubblicate dal 01/09/1806 in poi); lo confermano la sentenza della Corte d'Appello di Catanzaro n. 52 del 20/07/1900 e tre sentenze di Cassazione (Cassazione Napoli, 25/09/1902, Comune Melicucco c. Bruno, Corte Napoli, 1903, 41; Cassazione, 21/01/1936, n. 238, Giur. it., 1936, I, 1, 663; Cassazione, 23/06/1936, n. 2157, Comune Cancello Amone c. Migliaccio, Giur. it., Mass. 1939, 607). Se pure con le quotizzazioni precedenti al 1927 sono stati assegnati i terreni in proprietà, la Cassazione nel 1902 ricorda che trattasi "di un diritto reale sui generis, in quanto anche a questa concessione si estende la comminatoria della devoluzione che fa rivivere l'antico diritto dell'università". Per il Comune sarà sufficiente richiedere in un giudizio dinanzi al Commissario agli usi civici il riconoscimento della demanialità dei terreni interessati per canone non pagato per un triennio in virtù dell'art. 32 del R.D. 03/12/1808 e di tutte le successive sentenze.
Secondo l’art. 32 del RD 03/12/1808 “I cittadini concessionari, qualunque sia stato il modo di divisione, saranno riguardati come padroni delle quote loro spettate, e godranno di tutta la pienezza del dominio e della proprietà, con farne liberamente uso, salve le eccezioni espresse nell’articolo precedente. Saranno però tenuti alla corresponsione del reddito, e si darà luogo alla devoluzione dei fondi conceduti pel reddito non pagato per un triennio. I fondi devoluti saranno riconceduti a quelli dei concessionari, che saranno giudicati i migliori coltivatori”. Tale principio è confermato dalla sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 238/1936 in base alla quale “verificatosi un fatto violatore delle norme di pubblico e sociale interesse ed operante quale una condizione risolutiva, e cioè verificandosi il mancato pagamento del canone per un triennio, … la conseguenza caratteristica e fondamentale è che le quote ritornano di diritto, ope legis et sine ministerio iudicis, al demanio comunale, il cui diritto è perfetto, non appena insorge uno dei fatti ritenuti lesivi delle finalità sociali della quotizzazione”; in tale sentenza si sottolinea anche il “pubblico e sociale interesse” che riveste il pagamento del canone a favore del Comune che rappresenta l’Ente gestore della collettività.
- l'alienazione di terreni nel caso di variazioni di destinazione d’uso o qualora la gestione diventi improduttiva; - l'acquisizione di terreni per il reintegro o per l’incremento del proprio patrimonio immobiliare; - la conduzione in proprio o l'affidamento a terzi della gestione dei terreni, secondo quanto indicato nelle norme di riferimento;
- l'assegnazione di una diversa destinazione d’uso quando essa rappresenti un reale beneficio per la generalità degli aventi diritto; - la costruzione di fabbricati da adibire a scopi sociali e/o sanitari a vantaggio degli aventi diritto; - l'associazione ad istituzioni pubbliche o private ritenute utili per il raggiungimento dei propri fini istituzionali; - la ricezione di contributi, donazioni o lasciti da chiunque pervengano; - l'erogazione di contributi ad istituzioni, associazioni o gruppi di aventi diritto che offrono servizi di carattere pubblico o utilità sociale a favore della collettività; - la solidarietà nei confronti dei meno abbienti;
Affrancazione canoni enfiteutici, censi, livelli - determinazione canoni e corretta rivalutazione del Reddito Dominicale Risoluzione n. 64 /E del 20/06/2014 (Agenzia delle Entrate)
Il reddito dominicale era quella parte del reddito che spettava al padrone del fondo che remunerava la naturale maggiore fertilità di un fondo rispetto ai fondi marginali od altri pregi equivalenti: ad esempio la maggior vicinanza ai mercati di consumo. L'esempio americano induceva a ritenere più apprezzati i fondi vicini alle coste atlantiche, piuttosto che quelli dell'interno più fertili, ma con trasporti più disagiati o soggetti al pericolo degli indiani. QUADRO NORMATIVO CHE DISCIPLINA IL REDDITO DOMINICALE
Secondo il quadro normativo ([1]) che disciplina il reddito dominicale, l'ultimo aggiornamento (terza revisione), anche se entrato in vigore nella fine degli anni ottanta, è riferito ai prezzi correnti nel biennio 1978-1979 (Decreto Ministero delle Finanze del 13/12/1979, art. 1, comma 3); in poche parole i redditi dominicali sono ormai fermi da quasi trent'anni. Questo perchè, anche se il secondo comma dell'art. 24 del DPR 597/1973 prevede un aggiornamento almeno ogni 10 anni, l'ultima revisione disposta col Decreto Ministeriale 20/01/1990 e riferita ai valori del biennio 1988-1989 è stata bloccata dalla Legge 662/1996 e a tutt'oggi è ancora sospesa. I redditi dominicali attualmente in vigore (per intenderci quelli presenti sulle visure catastali), relativi al biennio 1978-1979, sono stati pubblicati con il Decreto del Ministero delle Finanze del 07/02/1984 (per i Comuni della Provincia di Potenza Supplem.straordinario n. 1 alla Gazzetta Ufficiale n. 336 del 06/12/1984). CALCOLO/AGGIORNAMENTO CANONI che prevedono l'uso del REDDITO DOMINICALE
In merito al calcolo dei canoni enfiteutici o dei canoni (demaniali) di natura enfiteutica con riferimento ai redditi dominicali (Legge 607/1966, Legge 1138/1970, art. 9 Legge Regionale Basilicata 57/2000 e s.m.i. e altre norme), alla luce di quanto detto e di tutta la giurisprudenza presente (sentenza Cassazione civ. 13595/2000; sentenze della Corte Costituzionale 145/1973, 600/1988, 74/1996, 143/1997, 406/1988, 318/2002, 160/2008), appare evidente come sia impossibile utilizzare il reddito dominicale non rivalutato (cioè quello presente sulle attuali visure catastali e riferito al lontano 1979); non è difficile ipotizzare un evidente danno erariale per gli Enti che dovessero adottarlo senza una giusta rivalutazione. Volendo, infatti, ipotizzare una possibile forma di rivalutazione utilizzando gli indici I.S.T.A.T. (che sappiamo essere comunque inferiori alla vera svalutazione monetaria avvenuta dal 1979 ad oggi), si otterrebbe un indice di rivalutazione pari a 6,19, cioè il 619%. In poche parole, 1 euro del 1979 equivalgono a 6,19 euro di oggi (aggiornato da gennaio 1979 a dicembre 2015). Il tutto lo si può verificare facilmente al seguente link. Qui gli indici ISTAT dal 1900.
([1]) Prima revisione: con valori riferiti al 01 gennaio 1914 - R.D.L. 7 gennaio 1923 n. 17, art. 1 comma 1 (G.U. 18.1.1923 n. 14) – Disposizioni per la revisione generale degli estimi catastali; Seconda revisione: con valori riferiti alla media dei prezzi correnti tra il 01/01/1937 e la fine delle operazioni di revisione - R.D.L. 4 aprile 1939, n. 589, art. 2 comma 1 (G.U. 22.4.1939 n. 96) – Revisione generale degli estimi dei terreni; Terza revisione: con valori riferiti al biennio 1978-1979 - Decreto del Ministero delle Finanze 13 dicembre 1979, art. 1 comma 3 (G.U. 18.2.1980 n. 47), Revisione generale degli estimi dei terreni – Decreto del Ministero delle Finanze 07 febbraio 1984 per la pubblicazione delle tariffe attualmente in vigore; Quarta revisione: con valori riferiti al biennio 1988-1989 - Decreto Ministero delle Finanze 20 gennaio 1990, art. 1 comma 3 (G.U. 7.2.1990 n. 31) - Revisione generale degli estimi del Catasto terreni, sospesa e mai portata a termine perché l’art. 2, comma 1-sexies del D.L. 23/01/1993 n. 16, convertito con la Legge 24/03/1993 n. 75, ha previsto nuovi criteri di formazione delle zone censuarie, di classificazione e determinazione delle rendite del catasto dei terreni che tengano conto della potenzialità produttiva dei suoli. Con l’art. 9, comma 10, del D.L. 30/12/1993, n. 557 convertito con modificazioni nella L. 26/02/1994 n. 133, il legislatore si è ravveduto ed ha rivisitato la suddetta norma, prevedendo nuovi criteri anche per la qualificazione dei terreni e per la produzione e l’aggiornamento della cartografia catastale. Infine con L. 18/02/1999 n. 28 (che modifica il comma 154 dell’art. 3 della Legge 23/12/1966, n. 662) è stato approvato un emendamento governativo delegando il Governo ad emanare un regolamento per disciplinare il sistema estimale catastale. A tutt’oggi questa quarta revisione è sospesa.
([2]) Secondo la Circolare prot. 29104 dell'11/05/2011 dell'Agenzia del Territorio: "l'ultimo coefficiente di rivalutazione dei redditi dominicali - non soggetti a revisione da molti anni - pare, allo stato, ancora quello dell'80%, si è rivelato che operando in tal senso si perviene comunque alla determinazione di somme non adeguatamente corrispondenti alla realtà economica".
La partecipanza è una antica forma di proprietà collettiva di terreni interessati a bonifiche, che trae origine nel Medioevo, il cui patrimonio fondiario viene ripartito secondo regole antichissime fra tutti gli aventi diritto, cioè i discendenti delle famiglie che ottennero il privilegio; tuttora in uso in Emilia e in Veneto, nel Polesine di Rovigo. Quelle emiliane sono sei, tutte concentrate nella bassa pianura emiliana, tra il Panaro ed il Sillaro: Villa Fontana, Nonantola, Cento, Pieve di Cento, S.Giovanni in Persiceto e S.Agata Bolognese.
Lo stesso nome è utilizzato per una proprietà collettiva riguardante un territorio boschivo, in Piemonte, a Trino Vercellese. Una antica tradizione attribuisce l'istituzione delle partecipanze ai lasciti effettuati da Matilde di Canossa, che era signora di vasti feudi dall'una e dall'altra parte dell'Appennino. È però probabile che l'origine sia più antica: probabilmente l'incontro di diverse circostanze quali le esigenze di bonifiche idrauliche di vasta portata, che richiedevano la disponibilità di molte braccia e nello stesso tempo di un coordinamento delle iniziative, i lasciti e le donazioni di interi feudi alle abbazie e ad altre istituzioni ecclesiastiche, la concessione in enfiteusi di vaste zone paludose agli abitanti di alcuni paesi, l'abitudine invalsa di gestire i terreni secondo turni fissati da estrazione a sorte.

References: art. 4
 art. 182
 sentenza 
sui generis
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 art. 9
 art. 1
 art. 2
 art. 1
 art. 1