Source: http://diariopernondimenticare.blogspot.it/2014_10_24_archive.html
Timestamp: 2017-09-22 00:56:14+00:00

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Rom a parte
A Borgaro, sobborgo di Torino sulla strada per l’aeroporto, la giunta di sinistra ha deciso di sdoppiare la linea numero 69. Un autobus salterà la fermata del campo rom, mentre un altro si limiterà a fare la navetta tra il capolinea e il campo. Di fatto la prima servirà i cittadini integrati e la seconda i nomadi. Un apartheid non legato a pregiudizi razziali ma a comportamenti illegali. Da troppi anni la linea 69 è l’incubo dei residenti di Borgaro. Alla fermata del campo salgono ragazzini che rubacchiano e molestano: a una adolescente hanno bruciato i capelli, a un’altra li hanno tagliati. Per qualche settimana il Comune ha fatto salire dei vigili a bordo, poi ne aveva bisogno altrove e la sarabanda è ricominciata. Fino alla proposta di ieri che fa doppiamente scalpore: perché non ha precedenti in Italia e perché a prenderla non sono stati la Lega e Casa Pound, ma un sindaco di Renzi e un assessore di Vendola.
Molti lettori condivideranno la loro scelta. E anch’io mi guardo bene dal demonizzarne le motivazioni. Le leggi valgono per tutti ed è inaccettabile che la comunità rom si arroghi il diritto di violarle con sistematicità, adducendo il rispetto di tradizioni che giustificano il furto e l’accattonaggio infantile. Eppure la soluzione adottata sembra l’ennesima pezza appoggiata sopra la ferita: più per non vederla che per guarirla davvero. Un sindaco non può fare altro che separare gli autobus, probabilmente. Ma uno Stato dovrebbe provare a riunire le persone: in nome della legge. Smettendo di ignorare chi non la rispetta.
Neanderthal-Sapiens: l’incrocio di Dna avvenne 50-60 mila anni fa
In europei e asiatici c’è meno patrimonio genetico neandertaliano di quanto finora ritenuto. Il «mescolamento» avvenne probabilmente in Medio oriente
In noi c’è meno Neanderthal di quanto finora ritenuto e l’incrocio genetico (inbreeding) tra i nostri progenitori e i «cugini» estinti avvenne tra 50 mila e 60 mila anni fa. Sono i risultati della mappatura del più antico Dna di uomo moderno eseguita sul genoma di un Homo sapiens vissuto in Siberia 45 mila anni fa. Lo studio è stato pubblicato, condotto dall’équipe di Svante Pääbo, direttore del dipartimento di antropologia genetica dell’Istituto Max Planck di Lipsia, è stato pubblicato sulla rivista Nature.
Da un femore
Nel 2008 Nikolai Peristov, un cacciatore di fossili dilettante, mentre cercava zanne di mammut rinvenne casualmente un femore sulle rive del fiume Irtysh, presso la città di Ust-Ishim in Siberia occidentale. Con la datazione al carbonio-14 risultò appartenere a un individuo di sesso maschile (aveva il cromosoma Y) di Homo sapiens vissuto 45 mila anni fa. Non è il Dna «umano» più antico sequenziato, questo risale a 400 mila anni fa, ma è il più antico sicuramente appartenente a un Sapiens (cioè noi) trovato al di fuori dell’Africa e del Medio oriente. L’équipe di Paabo ha scoperto che il Dna dell’antico uomo siberiano conteneva in media segmenti di Dna neanderthaliano tre volte più lunghi rispetto a quelli degli uomini contemporanei.
Contenuto neandertaliano
Oggi il nostro Dna contiene patrimonio genetico neanderthaliano pari a 1,6-1,8% se siamo europei, e 1,7-2,1% se siamo dell’Asia orientale (zero se siamo africani). Nell’uomo di Ust-Ishim il Dna «alieno» era invece circa il 2,3%. «Un aspetto importante che emerge», ha spiegato Alfredo Coppa, paleoantropologo dell’Università La Sapienza di Roma, «è che il rimescolamento genetico tra i due gruppi è stato marginale e il contributo dei Neanderthal non si è andato diluendo nel tempo come si era ipotizzato finora». Da questi dati gli scienziati sono riusciti a ricostruire che l’incrocio genetico Sapiens-Neanderthal avvenne tra 232 e 430 generazioni prima della nascita dell’uomo di Ust-Ishim: cioè tra 50 mila e 60 anni fa. In pratica si è stati in grado di restringere di molto il periodo del mescolamento, che finora si riteneva avvenuto in una data compresa tra 37 mila e 86 mila anni fa.
Il nuovo periodo del mescolamento coincide quindi al tempo in cui i Sapiens - usciti dall’Africa da dove si erano (ci siamo) evoluti 200 mila anni fa - si trovavano più o meno in Medio oriente. Ma l’uomo di Usst-Ishim apparteneva a un gruppo di Sapiens che ancora non si era diviso in due rami: uno diretto verso l’Europa e l’altro verso l’Asia centrale e l’Estremo oriente. La nuova scoperta pone interrogativi sugli altri ritrovamenti di fossili di Sapiens in India e in Medio oriente risalenti a 100 mila anni fa. Ora gli studiosi pensano che dall’Africa sia usciti più «ondate» di Sapiens, ma i primi individui che si diressero a est si estinsero senza lasciare tracce genetiche. Mentre tutti noi deriviamo dagli ultimi gruppi fuoriusciti dal continente africano circa 60 mila anni fa.
23 ottobre 2014 | 19:15
Usa, sempre più città applicano restrizioni contro chi aiuta i senzatetto
NEW YORK – Da quando è scoppiata la crisi, nel 2008 il numero delle persone senzatetto è aumentato negli Stati Uniti e si sono anche moltiplicati i volontari che distribuiscono cibo gratuitamente. Ma il trend ha generato le proteste dei negozianti e degli abitanti delle zone dove avviene la distribuzione. E dal 2010 ad oggi, almeno 31 città hanno passato o stanno preparando legislazioni locali che impongono molte restrizioni al lavoro di questi volontari. In molte altre città sono stati approvati simili provvedimenti al livello rionale. E chi le viola rischia multe salate.
La denuncia viene dalla National Coalition for the Homeless, la Coalizione Nazionale per i Senzatetto, un’associazione che da 30 anni difende coloro che per i motivi più svariati si ritrovano senza casa. La Coalition ha condotto uno studio che ha reso pubblico lunedì scorso, e il titolo spiega chiaramente il contenuto della ricerca: “Share no more: The criminalization of efforts to feed people in need” (Non condividere più: la criminalizzazione degli sforzi per nutrire le persone bisognose). Il saggio spiega come le città si “difendono” contro gli homeless: obbligando ad esempio chi vuole distribuire loro cibo a prendere una licenza, oppure richiedendo che la distribuzione avvenga a non meno di 150 metri da un negozio o da un condominio privato, o che non ci sia più di un luogo di distribuzione per isolato.
In alcuni casi, se i volontari vogliono distribuire cibo in un parco, devono chiedere il permesso e pagare una tassa. Le direttive mirano a colpire soprattutto coloro che collaborano con le chiese o i centri di assistenza e vanno a portare da mangiare direttamente nelle strade.
Secondo la Coalizione, queste restrizioni sono “cattive” e soprattutto dettate da ignoranza del fenomeno dei senzatetto. Ad esempio, si pensa che tutti i senzatetto debbano e possano essere nutriti nelle mense pubbliche. Il guaio è che non ce ne sono abbastanza. O che vietando la distribuzione di panini e minestre calde per strada si possa anche allontanare i senzatetto. Michael Stoops, un assistente sociale che lavora alla Coalizione, spiega che le città vogliono provilegiare il turismo e la crescita economica, e temono che i programmi di distribuzione di cibo abbiano l’effetto di attirare i senzatetto. Ma assicura: «Anche dove queste direttive restrittive vengono adottate, i senzatetto non diminuiscono».
Risarcimenti per gli eccidi. Berlino gela ancora l’Italia
Il governo tedesco non accetta la sentenza della Consulta
«Il governo tedesco sta analizzando la sentenza. E in conseguenza di ciò saranno da decidere eventuali necessari passi per far valere l’interpretazione giuridica del governo tedesco, confermata appieno dalla Corte internazionale dell’Aja nel febbraio del 2012». Poche parole, consegnate all'Ansa dal ministero degli Esteri tedesco che rimandano a un contenzioso enorme e doloroso, quello dei risarcimenti di guerra e in particolare di uno degli eccidi più feroci compiuti dai nazisti, quello di Civitella. Una sentenza della Corte costituzionale dei giorni scorsi ha clamorosamente riaperto il caso, ma il governo tedesco non sembra voler cedere e si appella a un verdetto precedente che in effetti sembrava aver sepolto definitivamente le richieste di indennizzo.
Un massacro, quello compiuto dagli uomini di Hitler il 29 giugno del 1944 a Civitella in Val di Chiana, Cornia e San Pancrazio, che costò la vita a 244 civili. Dopo decenni di battaglie, un verdetto della Corte di Cassazione dell’autunno del 2008 riconobbe ai familiari delle vittime un milione di euro di risarcimento. I tedeschi non accettarono il verdetto che rischiava in teoria di aprire le porte a un’infinità di giudizi simili e si rivolse alla Corte internazionale di Giustizia.
Il 3 febbraio del 2012 l’Aja ne accolse il ricorso, sostenendo che un tribunale nazionale non poteva condannare uno Stato sovrano: il diritto internazionale gli garantiva l’immunità. «La Corte ritiene che l’azione dei tribunali italiani di negare l’immunità costituisca una violazione dei suoi obblighi nei confronti dello Stato tedesco» spiegò allora il giudice Hisashi Owada nel corso dell’udienza pubblica. Di conseguenza, Roma fu costretta a considerare nullo il verdetto della Cassazione.
La Consulta, tuttavia, ha determinato che non è così. La decisione di ritenere a sua volta illegittima la sentenza dell’Aja è motivata così: «Il principio dell’immunità degli Stati dalla giurisdizione civile degli altri Stati, generalmente riconosciuto nel diritto internazionale, non opera nel nostro ordinamento, qualora riguardi comportamenti illegittimi di uno Stato qualificabili e qualificati come crimini di guerra e contro l’umanità, lesivi di diritti inviolabili della persona e garantiti dalla Costituzione».
In sostanza la Corte costituzionale ritiene incostituzionali norme che impediscano ai giudici di decidere sulla responsabilità civile di un altro Stato, se si è macchiato di azioni «commesse nel territorio nazionale a danno di cittadini italiani». Si tratta di leggi che violerebbero, secondo la Corte ancora presieduta da Giuseppe Tesauro, due articoli della Carta. L’articolo 2 che descrive i diritti inviolabili dell’essere umano e l’articolo 24 che garantisce il diritto di agire in giudizio per la tutela dei propri interessi. Limitazioni come quelle imposte dalla Corte dell’Aja in nome dell’immunità degli Stati confliggono con la costituzione
perché «impediscono l’accertamento giudiziale» di eventuali responsabilità civili di un Paese per violazioni così pesanti e perché negano «eventuale diritto al risarcimento dei danni subiti dalle vittime». Una bella grana, per i rapporti tra Roma e Berlino.
Adepti arruolati su Internet pronti a colpire con ogni arma
Le indicazioni sui social network per attaccare in Occidente: “Usate i coltelli e se non li avete investite civili con le auto”
L’attacco al Parlamento canadese da parte del jihadista Michael Zehaf-Bibeau, convertito all’Islam, alza il velo sul metodo con cui il Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi riesce a beffare i più sofisticati sistemi anti-terrorismo dei Paesi occidentali. L’ex reclutatore dei taleban Mubin Shaikh, oggi collaboratore della sicurezza canadese, lo riassume con l’espressione «Jihadi Dawa» ovvero «invito a praticare la guerra santa».
Per comprendere di cosa si tratta bisogna ascoltare Aymenn Jawad al-Tamimi, il ricercatore della Oxford University che da due anni analizza ogni mossa del «Califfo Ibrahim»: «Si serve del web per diffondere in maniera sofisticata e professionale l’invito alla Jihad adoperando non solo i siti estremisti tradizionali ma anche i social network, riuscendo a trasformare la sua ideologia in un contagio». Se l’Al Qaeda delle origini si limitava a postare messaggi video del leader Osama Bin Laden e filmati di addestramenti, ora la «Jihadi Dawa» si nutre di dissertazioni sul Corano, possibilità di dialogare sui social network e video altamente professionali per spiegare non solo come si combatte o additare i nemici da colpire ma anche per descrivere le aspettative di vita nello Stato Islamico.
Proprio tale sovrapposizione fra Jihad e nuove tecnologie è all’origine del crescente successo con le donne - da Denver a Parigi - perché i reclutatori sono abili, attraverso i social network, a guidare le «conversazioni» in maniera da spingere ragazze adolescenti a «cercare la felicità, un marito e dei figli nel Califfato» spiega al-Tamimi. Ciò spiega la moltiplicazione della minaccia di «lupi solitari» rispetto alla stagione in cui Al Qaeda colpiva nelle capitali europee, da Madrid a Londra, con gruppi organizzati.
«Isis non dispone ancora di basi organizzate, capaci di mettere a segno attacchi sofisticati - spiega un alto funzionario europeo da Londra - e dunque adopera il web per diffondere un’ideologia tesa a radicare il proprio messaggio nelle comunità musulmane in Occidente». Ma Mubin Saikh aggiunge: «I video che postano online sono di tale qualità che non possono essere confezionati a Raqqah o Mosul». Da qui l’ipotesi, all’esame di più agenzie anti-terrorismo, che Isis sia riuscita a creare in Europa e in Nordamerica dei centri di produzione di propaganda digitale, pensati e realizzati per fare breccia nei musulmani o convertiti europei.
E spingerli ad attacchi che possano mettere in difficoltà i governi impegnati nei raid sul Califfato. Con qualsiasi arma: «Usate in coltelli - è l’invito - e se non li avete investite i civili con le auto». Si spiega così anche il testo di una circolare inviata a prefetti e questori italiani dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza nel quale si invita a porre la «massima attenzione» per «evitare gesti emulativi ed estemporanei di singoli soggetti» che potrebbero entrare in azione anche nel nostro Paese.
È un timore che nasce anche dai risultati dell’inchiesta australiana sull’arresto della cellula che si proponeva di mozzare teste di passanti catturati a caso in una strada di Sydney. L’altro esempio viene dal Sinai, dove i jihadisti di «Bait al-Maqqdis» dopo aver giurato fedeltà al Califfo, hanno iniziato a decapitare i militari egiziani catturati affermando di «richiamarsi agli esempi di esecuzioni diffuse sul web da Isis», premunendosi di precisare che «non abbiamo avuto contatti diretti».
Coniuge costretto a contribuire al mantenimento dell’ex moglie… anche dall’Aldilà
Prosecuzione “ultraterrena” del procedimento per la definizione delle questioni di rilevanza patrimoniale: accolto il ricorso di una donna contro la figlia dell’ex marito, in qualità di erede, al fine di accertare il suo diritto alla pensione di reversibilità ed all’assegno di divorzio, già attribuitole in via provvisoria. Lo ha affermato la Cassazione, con l’ordinanza 16951/14.
Il Tribunale di Savona dichiarava la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario fra due coniugi e rimetteva la causa in istruttoria per la prosecuzione del giudizio in merito alle questioni economiche. Quasi due anni dopo veniva dichiarato il decesso dell’ex marito e veniva disposta l’interruzione del giudizio. L’ex moglie proponeva ricorso per la prosecuzione del giudizio nei confronti della figlia nonché coerede dell’ex marito defunto, chiedendo la liquidazione, al solo fine dell’accertamento del diritto alla pensione di reversibilità, dell’assegno di divorzio già attribuitole in via provvisoria. Sia in primo grado che in appello tale richiesta veniva respinta.
Avverso la sentenza della Corte d’appello ricorreva in Cassazione la donna. Nell’analizzare il ricorso, la Corte di Cassazione rileva come la pronuncia sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio integri un capo autonomo della sentenza, che passa in giudicato anche in pendenza di gravame contro le statuizioni sull’attribuzione e quantificazione dell’assegno. Pertanto, il procedimento per la definizione delle questioni di rilevanza patrimoniale non si estingue per cessazione della materia del contendere, ma prosegue, nonostante il decesso di uno dei coniugi (Cass., n. 8874/13).
Fermo il giudizio della Corte di Cassazione, secondo cui «se è vero infatti che la morte di uno dei coniugi determina la cessazione della materia del contendere nel giudizio di separazione e di divorzio in conseguenza del venir meno, per ragioni naturali, dello status, in quanto tale intrasmissibile agli eredi, una situazione diversa si determina nel caso in cui la sentenza dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio sia già stata pronunciata e il giudizio di legittimità prosegue, anche unicamente, per la determinazione dell’assegno.
Ferma infatti la pronuncia dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio, ormai passata in giudicato, resta da definire una questione di rilevanza esclusivamente patrimoniale ma non priva di riflessi sulla sfera giuridica delle parti e dei loro eredi». Per questi motivi, la Corte di Cassazione accoglie il ricorso e cassa con rinvio la sentenza impugnata.
Multe ai politici, è una farsa Ora ci tocca pagare le spese
Chiara Campo - Ven, 24/10/2014 - 07:00
Il Comune già condannato a versare 1.300 euro all'avvocato di Croci Ma potrebbero arrivare altri quaranta ricorsi e altrettanti indennizzi
Oltre il danno la beffa. E viceversa. La vicenda già kafkiana delle multe per i manifesti elettorali abusivi della campagna elettorale 2011 - le ingiunzioni già emesse sono state ritirate in primavera dalla giunta per «presunti vizi di forma», corrette e rispedite con uno sconto collettivo pari a 4 milioni di euro - rischia di trasformarsi in una stangata sui milanesi.
Non solo i politici, nonostante le polemiche sollevate da tre anni a questa parte dal capogruppo dei radicali Marco Cappato, finiranno per non versare un euro, ma toccherà al Comune - e quindi ai residenti - coprire le spese legali sostenute dai ricorrenti. Il primo caso è già chiuso: il giudice di pace ha annullato il 25 settembre le ordinanze di ingiunzione emesse dai vigili a carico di Edoardo Croci, ex assessore al Traffico della giunta Moratti che nel 2011 non si è ricandidato ma ha supportato la lista civica Milano Progetto Milano Migliore. Il suo legale, Gianmarco Brenelli, aveva spiegato che «come spesso accade per rimediare a una gaffe se ne commette una più grave».
La difesa del Comune partiva già in salita, ma aver ritirato e riscritto le sanzioni pare che abbia fatto l'effetto davanti ai giudici di una toppa peggiore del buco. Tant'è, il Comune ha preferito archiviare le ingiunzioni, e in questo caso viene meno la pubblicazione delle motivazioni per la condanna, ma se in casi simili il giudice di pace stabilisce per prassi la compensazione delle spese legali (ciascuna parte sostiene le proprie), la difesa dell'ex assessore ha preteso e ottenuto la liquidazione da parte del Comune. Non si tratta di una cifra esorbitante, 1.312,74 euro che il 16 ottobre, con una determina dirigenziale, il direttore del Settore pubblicità ha già provveduto a stanziare.
Ma il caso rischia di fare scuola. Lo scorso 3 settembre Palazzo Marino ha emesso le ordinanze di ingiunzione per un totale di 4.022 multe, dalla vecchia alla nuova versione l'importo complessivo è passato da 6 a 2 milioni di euro, con lo sconto-record al sindaco Giuliano Pisapia che rischiava di pagare 424mila euro e ne verserà appena 28mila, il 93% in meno. I verbali fanno capo a 42 tra ex candidati, partiti o committenti delle campagne. Se il sindaco, come gli assessori Pierfrancesco Majorino (43mila euro a carico) o Pierfrancesco Maran (7mila euro), hanno già assicurato che salderanno i debiti, rimangono una quarantina i potenziali ricorsi.
E se è buona la prima, moltiplicando per tutti quei casi le stessa cifra di oltre 50mila euro che rischiano di pagare i milanesi. Un grande bluff.Il Pd dovrebbe rispondere di 147mila euro, la Lega di 364mila, il Pdl 103mila euro, 21mila l'Idv, 26mila Pli, Rifondazione Comunista è scesa da 479mila euro a 58mila.
Insegnante gay toglie il crocifisso dall'aula: «La Chiesa ci calpesta»
Davide Zotti, responsabile scuola di Arcigay, spiega il suo gesto
agli studenti: «Non posso continuare a lavorare con questo simbolo»
TRIESTE - Un insegnante del liceo Dante-Carducci di Trieste ha tolto oggi il crocifisso dall'aula, in segno di protesta contro la Chiesa, spiegando ai propri studenti la ragione del suo gesto.
«Per l'ennesima volta - ha affermato l'insegnante, Davide Zotti, responsabile scuola di Arcigay - un importante esponente della gerarchia cattolica ha ribadito le posizioni omofobiche della Chiesa, affermando che l'omosessualità non è conforme alla realtà dell'essere umano».
«Come docente e omosessuale - ha aggiunto Zotti - non posso più accettare di svolgere il mio lavoro in un luogo, l'aula, segnato dal simbolo principale della Chiesa cattolica, che continua a calpestare la mia dignità di persona omosessuale».
Fermato e denunciato dalla vigilessa per il rosario appeso allo specchietto
BELLUNO - Dalla messa alla corona del rosario il passo è breve, in una società che vorrebbe tutti senza una palese identità religiosa: un automobilista del Comelico ha testimoniato ieri davanti ai carabinieri per l'acceso rimbrotto di una vigilessa romagnola alla vista della corona del rosario appesa allo specchietto dell'auto.
L'episodio a maggio in provincia di Forlì dove fu fermato da una pattuglia della polizia locale. E mentre una delle due agenti fa il controllo, l'altra esprime disappunto per quel segno all'interno dell'auto: quello che poteva sembrare uno scherzo dai contorni surreali, si trasforma in una vicenda giudiziaria, perché è arrivata una denuncia e il "trasgressore" (che intende restare anonimo) è stato invitato a presentarsi alla stazione dei carabinieri di Santo Stefano per deporre quanto ricordava di quell'episodio.
L'Ue fa le pulci ai nostri conti ma butta soldi pure per l'asino
Stefano Filippi - Ven, 24/10/2014 - 08:18
Eurosprechi: dal progetto per promuovere i quadrupedi alla Casa della storia europea. Ci costano 5,5 miliardi l'anno
Di chi dà il cattivo esempio si dice che predica bene e razzola male. Ma nel caso dell'Unione europea quel «razzolare» significa ramazzare soldi e sprecarli. L'Ue fa i conti in tasca all'Italia, ma a Bruxelles non sanno nemmeno che cosa significhi « spending review ». Spese pazze, follie senza controlli, sprechi voluti e mantenuti con ostinazione.
Come l'avere sedi sparse in tutta Europa, a partire dai due Parlamenti, uno a Bruxelles dove per 20 giorni si svolgono i lavori delle commissioni, e l'altro a Strasburgo, costato 500 milioni e che costa 180 milioni l'anno, che prende vita una settimana al mese per le sedute plenarie. Il penultimo venerdì del mese le scartoffie vengono caricate su alcuni treni speciali, trasportate dalla capitale belga alla città alsaziana, e sette giorni dopo prendono la via del ritorno. Tutto normale per gli eurospreconi.
La colossale burocrazia Ue costa agli italiani 5,5 miliardi di euro l'anno, 15 milioni al giorno, 627mila euro l'ora. Il calcolo è di Mario Giordano nel libro Non vale una lira ed è tratto da fonti ufficiali dell'Unione: nel decennio 2003-2013 i versamenti dell'Italia all'Europa sono stati pari a 159.750.223.698 euro; in cambio abbiamo ricevuto 104.436.776.037 euro. Una differenza di oltre 55 miliardi di euro, 5 e mezzo ogni 12 mesi.
Che cosa fa l'Europa dei diktat e dell'austerità con questi denari? Riempie di soldi i suoi 766 deputati, spende 2 milioni e mezzo di euro in rinfreschi e 4 milioni per il centro fitness nel Parlamento di Bruxelles, mantiene 139 sedi nel mondo con 5366 addetti (di cui 33 alle isole Fiji, 37 alle Mauritius e 44 ai Caraibi) per 524 milioni di euro. Destina 90mila euro per uno studio tecnico sugli sciacquoni dei bagni e finanzia le ricerche sull'utilizzo degli insetti in cucina o i ballerini belgi che vanno a insegnare danza agli africani.
La politica estera comunitaria è inesistente, ma nel 2013 il dipartimento di Catherine Ashton, ora ereditato da Federica Mogherini, è costato 508 milioni di euro e nel 2014 la spesa salirà del 3%: 200 milioni coprono i costi della sede centrale, 7 vanno negli spostamenti di Lady Pesc (remunerata con 346mila euro l'anno) e 300 milioni per le sedi sparse nel mondo con una pletora di funzionari lautamente stipendiati che non si capisce bene che cosa facciano.
Bruxelles trova risorse per finanziare anche la Casa della storia europea che sarà inaugurata nel 2015: 31 milioni per ristrutturare l'edificio, 15,4 per l'allestimento scenico, altri 6 per le esigenze del multilinguismo; tenerla in attività costerà 11,5 milioni l'anno. L'Europa gode di cattiva stampa? È necessario rifare l'immagine della matrigna che impone lacrime, sangue, sacrifici? La faccia pacioccona di Barroso o la grinta della Merkel devono essere rese più simpatiche? Niente paura: dalle pieghe del bilancio comunitario saltano fuori i fondi per l'Euroraglio, un somaro olandese battezzato Asino - in italiano - che gira l'Europa per costruire una Donkeypedia, una sorta di enciclopedia asinina. E poi c'è l'Eurogaloppo, un fumetto per illustrare ai bambini le istituzioni Ue.
L'Europa impone sacrifici, austerità, rigore, tagli. È vero che la nostra Italia ha bisogno di una robusta cura dimagrante nel menù degli sprechi, ma la dieta sarebbe meno indigesta se a Bruxelles dessero il buon esempio. Invece gli euroburocrati destinano 200mila euro al Festival del Vento per «dare all'organo un ruolo naturale nella vita culturale»; 2,5 milioni alla compagnia di danza «Web Europa» di Vienna; 100mila euro al tango finlandese, notoriamente più caliente di quello argentino; 57mila euro prendono la via dell'European Joystick Orchestra, che compone opere musicali con il telecomando della Playstation.
È proprio un gigantesco circo pieno di pagliacci nel quale non possono mancare le esibizioni dei «Gorilla volanti», un complesso musicale che compone e suona sinfonie per sassofoni e rutti. Il quale incassa 400mila euro. Altro che «Inno alla gioia», il povero Beethoven cui hanno scippato l'inno europeo si rotola nella tomba. L'anno prossimo potrebbero trovare qualche spicciolo per regalare una calcolatrice a Matteo Renzi. Sarebbe l'ennesima spesa inutile perché il nostro premier i conti non sa proprio farli.

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