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Timestamp: 2020-05-31 20:27:23+00:00

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La mera ricezione di comunicazioni destinate ai condomini - Renato D'Isa
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La mera ricezione di comunicazioni destinate ai condomini
Corte di Cassazione, sezione sesta (seconda) civile, Ordinanza|4 marzo 2020| n. 5995.
Ordinanza|4 marzo 2020| n. 5995
La mera ricezione di comunicazioni destinate ai condomini e la qualificazione contenuta in un elaborato peritale depositato in un procedura esecutiva avviata nei confronti della de cuius non costituiscono atti del chiamato all’eredità, mentre il pagamento del debito ereditario, sebbene sia un atto del chiamato, non postula necessariamente la volontà di accettare l’eredità, potendo essere compiuto anche per altre ragioni, giacché la legge ammette l’adempimento dell’obbligo di terzo.
Tag – parola chiave: Condominio – Ricezione di comunicazioni destinate al de cuius – Non è condizione che giustifica l’accettazione dell’eredità – Appello al decreto ingiuntivo – Pagamento a favore del condominio – Genitore defunto
CONDOMINIO (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dagli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS) giusta procura in calce al ricorso;
Con atto di citazione notificato il 3 maggio 2010 (OMISSIS) proponeva opposizione al Decreto Legge n. 8 del 2010 con cui il Tribunale di Trapani – sezione distaccata di Castelvetrano le aveva intimato il pagamento a favore del Condominio (OMISSIS) di Castelvetrano di Euro 16.953,98 oltre interessi legali, a titolo di oneri condominiali non corrisposti.
L’opponente contestava la sua posizione debitoria dal momento che non era mai divenuta proprietaria dell’immobile appartenuto alla defunta madre Lucia Capuzzello, in relazione al quale era insorto il credito azionato dal condominio, in quanto non aveva mai proceduto ad accettazione espressa o tacita dell’eredita’.
Nel costituirsi con comparsa di risposta, il Condominio (OMISSIS) affermava l’infondatezza dell’opposizione al decreto ingiuntivo e, pertanto, ne chiedeva il rigetto.
Dopo aver accolto la richiesta di sospensione dell’esecutivita’ del decreto ingiuntivo ed aver espletato attivita’ istruttoria, il Tribunale riteneva sussistenti una serie di indici da cui desumere che la (OMISSIS) avesse tacitamente accettato l’eredita’ della madre e che pertanto fosse subentrata negli obblighi verso il Condominio.
Pertanto, con sentenza n. 1039/2013, rigettava l’opposizione a decreto ingiuntivo, accoglieva l’opposizione al precetto “con esclusivo riferimento alle sole voci indebitamente inseritevi (…), riconoscendo come dovute le altre” e condannava la (OMISSIS) al pagamento delle spese di lite.
Quest’ultima appellava la sentenza del Tribunale dinanzi alla Corte d’Appello di Palermo per ottenerne la riforma, e dichiarare il difetto di legittimazione passiva dell’odierna appellante, non avendo essa accettato l’eredita’ materna, con la conseguente revoca del decreto ingiuntivo opposto. Chiedeva, infine, la condanna del Condominio al pagamento delle spese legali di entrambi i gradi di giudizio a favore del procuratore distrattario.
Ritualmente costituitosi il Condominio chiedeva il rigetto dell’appello, poiche’ infondato in fatto e in diritto e la condanna della (OMISSIS) al pagamento delle spese legali.
La Corte territoriale, con sentenza 1781/2017, accoglieva l’appello in quanto gli elementi che il Tribunale aveva ritenuto sufficienti per ravvisare la tacita accettazione ex articolo 476 c.c., invero, non permettevano di integrare tale fattispecie.
Infatti, la mera ricezione di comunicazioni destinate ai condo’mini e la qualificazione contenuta in un elaborato peritale depositato in una procedura esecutiva avviata nei confronti della de cuius non costituivano atti del chiamato all’eredita’, mentre il pagamento del debito ereditario, sebbene sia un atto del chiamato, non postula necessariamente la volonta’ di accettare l’eredita’, potendo essere compiuto anche per altre ragioni, giacche’ la legge ammette l’adempimento dell’obbligo del terzo (articolo 1180 c.c.).
Riguardo alla produzione di nuovi documenti da parte del condominio, inoltre, la Corte la riteneva inammissibile sia per la tardivita’ della costituzione dell’appellato sia per l’omessa dimostrazione dell’incolpevole impossibilita’ di produrli nel giudizio di primo grado.
Per la riforma di tale sentenza ricorre per cassazione il Condominio (OMISSIS) sulla base di un unico motivo di ricorso, con cui lamenta la “violazione e/o falsa applicazione degli articoli 345 e 347 c.p.c.”, al quale ha resistito con controricorso (OMISSIS).
La Corte avrebbe dichiarato l’inammissibilita’ della produzione in appello di un nuovo documento (l’atto pubblico di compravendita del 29 maggio 1996 in Notar Amabile di Castelvetrano) sulla base di un “maldestro governo” delle norme che regolano la costituzione dell’appellato e la produzione dei documenti in appello.
La tardiva costituzione in appello da parte del Condomino non avrebbe dovuto comportare la decadenza dalla possibilita’ di depositare il nuovo documento, dal momento che nel codice di procedura civile e’ previsto unicamente che l’appellato che si costituisca tardivamente incorre esclusivamente nelle preclusioni e decadenze di cui agli articoli 167, 343 e 346 c.p.c.. Quanto alla mancata prova in ordine all’impossibilita’ di produrre il documento nel corso del giudizio di primo grado, la Corte avrebbe disatteso il costante indirizzo giurisprudenziale secondo cui la possibilita’ di produrre nuovi documenti in appello sussiste sia quando essi siano indispensabili sia quando abbiano il mero scopo di rafforzare le prove gia’ raccolte in primo grado. L’ammissione del documento menzionato avrebbe ragionevolmente dimostrato l’accettazione dell’eredita’ da parte della (OMISSIS) ed evitato, di conseguenza, una sentenza ingiusta e contraria alle disposizioni legislative a suo sostegno. Il ricorso dev’essere rigettato.
La corretta applicazione dell’articolo 347 c.p.c. importa che la costituzione in appello avvenga secondo le forme e i termini per i procedimenti davanti al tribunale. A cio’ consegue che anche alla costituzione dell’appellato si applicano le norme di cui agli articoli 166 e 167 c.p.c., da cui derivano le relative preclusioni in caso di costituzione tardiva, tra cui l’inammissibilita’ di produrre nuovi documenti oltre suddetto termine. Infatti, come e’ stato affermato da questa Corte (Cass. n. 12731/2011, richiamata anche dal giudice di seconde cure) la facolta’ di produrre nuovi documenti in appello e’ ammessa dall’articolo 345 c.p.c., comma 3 – gia’ nella formulazione di cui alla L. 26 novembre 1990, n. 353, articolo 52, applicabile “ratione temporis” -, purche’ essa avvenga non nel corso del giudizio di secondo grado, ma in sede di costituzione, come prescritto, a pena di decadenza, dal codice di rito e cosi’ trovando applicazione il disposto degli articoli 163 e 166 c.p.c., richiamati dall’articolo 342 c.p.c., comma 1 e articolo 347 c.p.c., comma 1, tenuto conto dell’esigenza di concentrare le attivita’ assertive e probatorie nella fase iniziale del procedimento (a meno che la formazione documentale da esibire non sia successiva) e avuto riguardo all’assenza di richiami, nella disciplina del grado di giudizio, alla disposizione dell’articolo 184 c.p.c. (sulla facolta’ del giudice di primo grado di assegnare un ulteriore termine, dopo la costituzione delle parti, per la produzione di documenti).
Ne deriva che la tardiva costituzione dell’appellato precludeva anche la produzione dei documenti sui quali si intende fondare la dimostrazione dell’acquisto della qualita’ di erede in capo all’opponente.
Il ricorso e’ altresi’ da rigettare laddove il ricorrente, nell’affermare la legittima produzione dell’atto notarile comprovante l’accettazione dell’eredita’, fa erroneamente leva sul concetto di indispensabilita’, non piu’ previsto dall’articolo 345 c.p.c., a seguito della nuova formulazione, operata con Decreto Legge n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, nella L. n. 134 del 2012 e, dunque, finisce per censurare la norma nella parte abrogata, non gia’ in quella attualmente in vigore.
Questa Corte ha gia’ avuto modo di affermare che la novella, che riforma in senso restrittivo la possibilita’ di produrre nuovi documenti in appello, trova applicazione – mancando una disciplina transitoria e dovendosi ricorrere al principio “tempus regit actum” – a tutte le sentenze conclusive del giudizio di primo grado pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della L. n. 134 del 2012, di conv. del citato Decreto Legge n. 83 del 2012 e, cioe’, dal giorno 11 settembre 2012 (Cass. n. 6590/2017), tra cui certamente rientra anche la sentenza di primo grado pronunciata nel caso in esame, la quale fu pronunciata in data 18 novembre 2013, e appellata solo in data 10 aprile 2014.
In base alla nuova e vigente formulazione richiamata anche dalla pronuncia impugnata, l’articolo 345 c.p.c., comma 3, pone il divieto assoluto di ammissione di nuovi mezzi di prova in appello, senza che assuma rilevanza l'”indispensabilita'” degli stessi, e ferma per la parte la possibilita’ di dimostrare di non aver potuto proporli o produrli nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile (v. Cass. n. 26522/2017).
Pertanto non sussiste una violazione o una falsa applicazione dell’articolo 345 c.p.c. giacche’ ove avesse voluto produrre il rogito nel giudizio di appello, l’odierna ricorrente avrebbe dovuto dimostrare – e cio’ non e’ avvenuto – non gia’ l’indispensabilita’ dello stesso, quanto l’impossibilita’ di produrlo nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile.
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo, con attribuzione all’avvocato (OMISSIS), dichiaratosene anticipatario.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese in favore della controricorrente che liquida in complessivi Euro 2.700,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15 % sui compensi, ed accessori come per legge, con attribuzione all’avvocato (OMISSIS), dichiaratosene anticipatario;
Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente del contributo unificato per il ricorso principale a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis, se dovuto.
In tema di uso della cosa comune

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 476
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 52
 articolo 347
 sentenza 
 Cass. 
 articolo 13
 articolo 1
 articolo 13