Source: http://www.studiomeynardi.com/ledilizia-residenziale-ecosostenibile
Timestamp: 2018-12-19 06:08:08+00:00

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La costruzione di case senza l'utilizzo di risorse non rinnovabili, ma con l'impiego di materiali ecologici e non tossici e la riduzione (o l'azzeramento) delle ricadute negative sulla salute e sull'ambiente, sono il principale obbiettivo che la Bioedilizia si prefigge di raggiungere.
Le problematiche di cui si occupa principalmente la Bioedilizia sono:
l'utilizzo di materie prime di origine naturale e sostenibile (con la esclusione di prodotti di sintesi e derivati da fonti non rinnovabili);
eliminazione del rilascio di sostanze tossiche nell'ambiente e conseguente riduzione dell'effetto serra;
eliminazione dei costi derivanti dalla gestione termica degli edifici;
riduzione drastica della produzione di rifiuti derivanti da attività edili;
realizzazione di abitazioni confortevoli e salubri, a consumo "quasi zero".
L'aumento esponenziale delle gravi patologie che ci affliggono (tra cui malattie autoimmuni e cancro) stà via via destando sempre maggiore interesse ed attenzione, da parte della popolazione, su temi come l'inquinamento, la tutela ambientale, il risparmio energetico, ecc.
In bioedilizia si devono utilizzare materiali ecologici che non producono emissioni nè durante il ciclo di produzione, nè durante quello di utilizzo; questi materiali devono poter essere smaltiti a fine vita, con un completo reintegro nel ciclo biologico. In altre parole una casa bioecologica, per poter essere smaltita a fine vita (le case non sono eterne) in modo corretto, deve essere biodegradabile quasi al 100%.
Nella totalità dei materiali impiegati in bioedilizia, sono pochi quelli non biodegradabili a cui si deve comunque fare ricorso (in attesa di nuove soluzioni che la ricerca potrà apportare) per il rispetto di leggi e norme di sicurezza.
Tra questi, a titolo di esempio si cita la guaina isolante dei cavi elettrici (neoprene e simili) o alcune condutture per impianti idrici e idrosanitari (polietilene e pvc). Si può calcolare che sul peso totale dei materiali utilizzati per la costruzione di un fabbricato bio, l'incidenza in peso delle materie non biodegradabili varia dal 2 al 5 %.
In bioedilizia occorre prestare la massima attenzione sia in fase di progettazione che in fase esecutiva, affinchè non si renda necessario l'uso di sostanze nocive (di cui si tratterà di seguito in questo capitolo), che troppe volte per ignoranza o per leggerezza vengono impiegate da personale che è all'oscuro dei potenziali danni che queste possono causare, o peggio, ne viene volutamente sottovalutato il rischio.
Senza voler assumere atteggiamenti assolutistici, lo scrivente ritiene che alcuni materiali da costruzione che ven-gono ordinariamente ed ampiamente utilizzati, non siano propriamente classificabili come ecocompatibili.
Tra questi è opportuno trattare del cemento e dei prodotti chimici contenuti in adesivi, colle, sigillanti, stucchi, vernici e solventi; questo non vuole dire che detti materiali debbano essere banditi dai cantieri e non debbano essere presenti nelle costruzioni, ma si sottolinea che dovrebbero essere utilizzati eccezionalmente solo ed esclusivamente in mancanza di valide alternative.
Sono essenzialmente due i problemi connessi con l'utilizzo del cemento.
Il primo riguarda la sua produzione e le conseguenze ambientali che ne derivano, il secondo è relativo alla sua durata nel tempo.
In edilizia il cemento è presente sotto forma di più materiali:
- malte di calcestruzzo (sottofondi, massetti, ecc.);
- calcestruzzo per strutture in cemento armato;
- prefabbricati in cemento armato precompresso c.a.p. (componenti strutturali per solai, pilastri, setti, pareti, ecc.);
- prefabbricati in cemento normale (pozzetti, bordure, piastrelloni, fioriere, vasche, serbatoi, ecc.);
Il componente fondamentale per la produzione del cemento è il clinker; una miscela formata da minerali calcarei frantumati, argilla e gesso che devono essere cotti in speciali forni fino al raggiungimento di una temperatura di circa 1450 °C.
Se in teoria sono necessari circa 1700 Joule per produrre un grammo di clinker, in realtà ne servono 3000 a causa dell’elevata dispersione di calore dei forni che deve essere contrastata con un notevole aumento di energia per il raggiungimento della temperatura necessaria, rilasciando quindi in atmosfera quantità considerevoli di CO2.
Il bilancio energetico per la produzione del clinker è di 2900 Wh/ton.
L'Italia è il primo produttore europeo di cemento, con 36 Mton nell'anno 2009, corrispondente a 601 kg/abitante.
L'energia necessaria per tale produzione è pari a 104,4 MWh che corrisponde ad un consumo per abitante di 2900 kWh (il consumo medio di elettricità di una famiglia Italiana in un anno è stimato da “centroconsumatori” in 2700 kWh).
Per quanto riguarda l'inquinamento ambientale (tenuto conto che i cementifici sono dotati per legge di impianti di abbattimento fumi), occorre considerare che la cottura in forno del clinker genera comunque:
ossidi di azoto (NOX),
monossido di carbonio (CO), biossido di carbonio (CO2),
polveri sottili (PM10 e PM2,5), diossine.
LA PRODUZIONE DI CEMENTO IN ITALIA E I COMBUSTIBILI UTILIZZATI
Un esame della normativa vigente, che regolamenta le possibilità di approvigionamento energetico dei cementi-fici, dimostra che il cemento non è un prodotto ecocompatibile, nè sostenibile sotto il profilo energetico.
E' infatti possibile utilizzare CDR (combustibile da rifiuti), ora chiamato CSS (combustibile solido secondario) in
alte percentuali, ad integrazione delle fonti energetiche tradizionali (ma non rinnovabili) come gas e gasolio.
D.M. Ambiente 14 febbraio 2013, n. 22 (Gu 14 marzo 2013 n. 62)
Regolamento recante disciplina della della cessazione della qualifica di rifiuto di determinate tipologie di combustibili solidi secondari (Css). Attuazione articolo 184-ter del Dlgs 152/2006.
Regolamento recante la disciplina della cessazione della qualifica di rifiuto di determinate tipologie di combustibili solidi secondari (Css), ai sensi dell'articolo 184-ter, comma 2, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni.
Visto il decreto legislativo 11 maggio 2005, n. 133 e successive modificazioni recante attuazione della direttiva 2000 /76/Ce del Parlamento Europeo e del Consiglio del 4 dicembre 2000, e successive modificazioni e integrazioni,
sull'incenerimento dei rifiuti.
Considerato che in Italia esiste un mercato per la produzione e l'utilizzo di determinate tipologie di combustibili solidi secondari (Css) (leggi rifiuti ndr), definiti all'articolo 183, comma 1, lettera cc), del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152;
Ritenuto necessario promuovere la produzione e l'utilizzo di combustibili solidi secondari (Css) da utilizzare, a deter-minate condizioni, in sostituzione di combustibili convenzionali per finalità ambientali e economiche con l'obiettivo di contribuire alla riduzione delle emissioni inquinanti, ivi incluse le emissioni di gas climalteranti, all'incremento dell'utilizzo di fonti energetiche rinnovabili mediante un utilizzo sostenibile a scopi energetici della biomassa contenuta nei rifiuti, ad un più elevato livello di recupero dei rifiuti, nel rispetto della gerarchia di trattamento dei rifiuti di cui all'articolo 179 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, ad una riduzione degli oneri ambientali ed economici legati allo smaltimento di rifiuti in discarica, al risparmio di risorse naturali, alla riduzione della dipendenza da combustibili convenzionali e all'aumento della certezza d'approvvigionamento energetico;
Ritenuto necessario incoraggiare la produzione di combustibili solidi secondari (Css) di alta qualità, aumentare la fiducia in relazione all'utilizzo di detti combustibili e fornire, con riferimento alla produzione e l'utilizzo di detti combustibili chiarezza giuridica e certezza comportamentale uniforme sull'intero territorio nazionale;
In applicazione dell'articolo 184-ter del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, il presente regolamento stabilisce i criteri specifici da rispettare affinché determinate tipologie di combustibile solido secondario (Css), come definito all'articolo 183, comma 1, lettera cc), del decreto legislativo medesimo, cessano di essere qualificate come rifiuto.
Il presente regolamento si applica alla produzione del Css-Combustibile come definito all'articolo 3, comma 1, lettera e), e all'utilizzo dello stesso come combustibile negli impianti definiti all'articolo 3, comma 1, lettere b) e c), rispetti-vamente, ai fini della produzione di energia elettrica o termica.
Ai fini del presente regolamento si applicano, per quanto non diversamente disposto e in quanto applicabili, le definizioni di cui al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e al decreto legislativo 11 maggio 2005, n. 133, nonché le seguenti:
b) "cementificio":
Un impianto di produzione di cemento avente capacità di produzione superiore a 500 ton/g di clinker e soggetto al regime di cui al Titolo III-bis della Parte Seconda del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, in possesso di autoriz-zazione integrata ambientale purché dotato di certificazione di qualità ambientale secondo la norma Uni En Iso 14001 oppure, in alternativa, di registrazione ai sensi della vigente disciplina comunitaria sull'adesione volontaria delle organizzazioni a un sistema comunitario di ecogestione e audit (Emas);
i) "utilizzatore":
il gestore dell'impianto di cui alle lettere b) o c) che utilizza il Css-Combustibile come combustibile in parziale sosti-tuzione di combustibili fossili tradizionali.
Ai sensi e per gli effetti dell'articolo 184-ter del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, un sottolotto di combustibile solido secondario (Css) cessa di essere qualificato come rifiuto con l'emissione della dichiarazione di conformità nel rispetto di quanto disposto all'articolo 8, comma 2, del presente regolamento.
Fatto salvo quanto previsto al comma 3, per la produzione del Css-Combustibile sono utilizzabili solamente i rifiuti urbani e i rifiuti speciali, purché non pericolosi. Salvo quanto diversamente disposto nell'allegato 2, per la produzione del Css-Combustibile non sono ammessi i rifiuti non pericolosi elencati nell'allegato 2.
Resta impregiudicata la possibilità di utilizzare anche materiali non classificati come rifiuto purché non pericolosi ai sensi del regolamento (Ce) n. 1272/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 2008, rela-tivo alla classificazione, all'etichettatura e all'imballaggio delle sostanze e delle miscele che modifica e abroga le direttive 67/548/Cee e 1999/45/Ce e che reca modifica al regolamento (Ce) n. 1907/2006.
Fatte salve le diverse prescrizioni più restrittive contenute nella rispettiva autorizzazione integrata ambientale vigente alla data di entrata in vigore del presente regolamento, ai sensi del Titolo III-bis della parte seconda del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, per garantire un elevato grado di tutela dell'ambiente e della salute umana, l'utilizzo del Css-Combustibile negli impianti di cui all'articolo 3, comma 1, lettere b) o c) è soggetto al rispetto delle pertinenti disposizioni del decreto legislativo 11 maggio 2005, n. 133, applicabili al coincenerimento, quali le disposizioni rela-tive alle procedure di consegna e ricezione, le condizioni di esercizio, i residui, il controllo e la sorveglianza, le pre-scrizioni per le misurazioni nonché ai valori limite di emissioni in atmosfera indicati o calcolati secondo quanto pre- visto nell'allegato 2 del medesimo decreto legislativo, e le deroghe di cui al medesimo allegato. Restano fermi gli effetti prodotti, ai sensi dell'articolo 4, comma 1, con l'emissione della dichiarazione di conformità.
Allegato 1 Tabella 2
Questo è l'elenco dei metalli (pesanti e non) che possono essere presenti mel Css (nda)
CARATTERISTICHE DI SPECIFICAZIONE
PARAMETRO MISURA STATISTICA UNITA' DI MISURA VALORE LIMITE
Ceneri media % s.s. vedi nota (1)
Umidità media % s.s. vedi nota (1)
Antimonio (Sb) mediana mg/kg s.s. 50
Arsenico (As) mediana mg/kg s.s. 5
Cadmio (Cd) mediana mg/kg s.s. 4
Cromo (Cr) mediana mg/kg s.s. 100
Cobalto (Co) mediana mg/kg s.s. 18
Manganese (Ma) mediana mg/kg s.s. 250
Nikel (Ni) mediana mg/kg s.s. 30
Piombo (Pb) mediana mg/kg s.s. 240
Rame (Cu) mediana mg/kg s.s. 500
Tallio (TI) mediana mg/kg s.s. 5
Vanadio (V) mediana mg/kg s.s. 10
(1) Non vengono fissati i valori limite per ceneri e umidità.
Gli stessi sono di natura prettamente commerciale.
La definizione dei valori limite per ceneri e umidità è rimessa a specifici accordi tra produttore e utilizzatore.
Le norme che stabiliscono le quantità di metalli pesanti ed i parametri di emissione dei prodotti tossici da combustione, non hanno nulla di scientifico, dato che tutti questi prodotti sono altamente pericolosi per la salute e quindi non dovrebbero essere immessi nell'aria (o nell'acqua) in nessuna percentuale; queste regolamentazioni sono solo una valutazione politico-soggettiva.
La tabella sopra riportata evidenzia la massiccia presenza di metalli pesanti che sono fonte di inquinamento oltre che responsabili di molte gravi patologie.
La normativa italiana e comunitaria attuale e recente, consente di utilizzare i cementifici come inceneritori di rifiuti.
Viene di seguito riportato l'elenco dei cementifici attualmente operativi in Italia con indicati quelli che possono essere alimentati con CSS.
Tabella D: co-combustione di CDR (CSS) nei cementifici italiani
Nella colonna co-combustione si tiene conto del fatto che alcune infrastrutture sono state autorizzate alla co-combustione di CDR, ma per varie ragioni non hanno potuto attuarla.
Su un totale di 34 cementifici italiani, ben 18 (corrispondenti al 53%) sono abilitati all'utilizzo di CDR.
IL CEMENTO E IL PAESAGGIO
Il cemento avanza deturpando campagne, paesaggi, bellezze naturali ed architettoniche, occupando terra fertile e riducendo le zone verdi rimaste.
Si discute spesso del "consumo di suolo" riferendo il fenomeno alle attività edilizie, ma ci si dimentica dei danni che arrecano all'ambiente le cave per l'estrazione dei minerali necessari alla produzione del cemento, così come del fatto che molte cave "a fine cilo produttivo" vengono destinate a discariche (più o meno abusive).
La "coltivazione" (termine molto poco appropriato) delle cave danneggia le falde freatiche, i boschi, oltre a danneggiare la salute di chi ha la sfortuna di abitare nelle vicinanze di tali insediamenti.
Le cave sono interventi a cui non può essere posto riparo; non è possibile ripristinare un sito da cui sono stati asportati decine di miliaia di metri cubi di materiale, mentre un edificio abusivo o un "ecomostro" può essere demolito ed il sito ripristinato.
LA DURATA NEL TEMPO DEI MANUFATTI IN CLACESTRUZZO ARMATO
Per lunghi decenni si è pensato che il cemento armato, il versatilissimo materiale del XX secolo, fosse praticamente eterno.
"....Con il passare degli anni ci si è accorti del limite temporale di questo materiale e sono emersi i suoi difetti.
Solo da pochi anni infatti, la normativa, si preoccupa della sua durabilità.
La causa principale del suo degrado è dovuta ad un fenomeno chimico chiamato "carbonatazione".
E' opinione diffusa (ancorchè errata) che i ferri di armatura, già arrugginiti prima ancora di essere posizio-
nati e gettati, sia un fatto negativo che può pregiudicare la qualità del conglomerato cementizio armato.
Questa ruggine in effetti non è un fattore negativo, ma al contrario la patina sottile che ricopre l'armatura,
si comporta come una pellicola che la protegge.
Dopo il getto, grazie al PH del cemento nelle prime fasi di vita (all’incirca di 12 h), si ha un fenomeno nel ferro, che ne migliora le caratteristiche e in pratica lo rende passivo.
Con il passare degli anni l’anidride carbonica reagisce con l’idrossido di calcio presente nella malta gene-
rando carbonato di calcio ed acqua, secondo la formula:
CO2+Ca(OH)2 → CaCO3+H20
Gli effetti della carbonatazione sul cemento:
Abbassamento del PH (8,5), quindi esposizione delle armature alla corrosione;
Contrazione della pasta, con conseguente formazione di fessurazioni;
Aumento della resistenza e della durezza del cemento.
Quindi la carbonatazione non ha un effetto direttamente negativo sul cemento (ne aumenta le presta-zioni) ma favorisce la corrosione dell’acciaio.
Gli effetti della corrosione dell’acciaio.
Quando l’acciaio si ossida aumenta di 5 volte il proprio volume (relativamente alla sola parte ossidata). Questo aumento di volume crea for-tissime pressioni laterali che tendono a lesionare il cemento e con un processo degenerativo, ad espellere il copriferro esponendo sempre di più le armature agli attacchi ambientali che arrugginiranno rapidamente an-dando a diminuire la loro sezione resistente.
Questo è il grosso inconveniente dell’acciaio. Nelle opere di consolidamento, specie per beni di valore
storico, si utilizza acciaio inox (che ha un costo superiore di 4 volte circa dell’acciaio ordinario); anche l’acc-
iaio inox sui lunghi tempi arrugginisce, ma esso ha il vantaggio che l'aumento di volume dovuto alla ossida-
zione è molto ridotto.
Lo studio della carbonatazione, consente di effettuare delle valutazioni sulla durata di un manufatto in
E’ infatti possibile determinare la profondità di carbonatazione con esame visivo dell’elemento, con un
test colorimetrico con soluzione all’1% di fenolftaleina in alcool etilico.
Le "carote" devono essere spaccate secondo piani normali alla superficie di esposizione e dopo essere
state pulite dalle polveri, vanno spruzzate con una soluzione di fenolftaleina all’1% in alcool etilico.
La fenolftaleina vira al rosso quando entra in contatto con materiale a pH > 9,2 (calcestruzzo sano) e
rimane incolore per valori di pH inferiori.
La valutazione della vita utile di una struttura in cemento armato
La carbonatazione penetra nel calcestruzzo seguendo questa legge:
S = K * t
Dove: t= tempo espresso in anni;
s= spessore carbonatato in millimetri;
K= coefficiente di velocità di penetrazione [mm/anno(1/n)];
n= coefficiente in funzione della porosità (per calcestruzzi mediamente porosi n=2).
Da questa formula è possible ricavare la vita utile di una struttura in cemento armato in questo modo:
Si misura la profondità del fronte carbonato s al tempo t;
Si ricava il coefficiente di velocità di penetrazione;
Si costruisce la curva s=s(t) da cui individuiamo la vita residua.
La durabilità del cemento armato di-pende dalla permeabilità all’acqua, che a sua volta è legata al tipo di inerti, alla classe del cemento ed al rapporto acqua-cemento del conglo-merato.
Per capire l'importanza del rap-porto acqua cemento è interessante osservare la tabella sottostante che mostra per i vari rapporti acqua / cemento (ordinate), copriferro (ascisse espesso in mm), il tempo (espresso in anni), che impiega la carbonatazione per raggiungere i ferri di armatura.
Poiché la porosità del calce-struzzo è direttamente pro-porzionale all’acqua di im- pasto, basse prestazioni meccaniche sono general-mente sinonimo di scarsa durabilità.
In fase di progetto è fonda-mentale scegliere il copri-ferro e la classe di calce- struzzo adeguati all’aggres-sività dell’ ambiente dove
verrà costruita l’opera.....".
Tratto da: www.ingegneriaedintorni.com
A/C-c
Per la normativa italiana la durata delle opere strutturali è definita dal seguente Decreto Ministeriale.
DM 14 gennaio 2008 Approvazione delle nuove norme tecniche per le costruzioni
(GU. 4 febbraio 2008, n. 29, S.O. n. 30)
2.4 VITA NOMINALE, CLASSI D’USO E PERIODO DI RIFERIMENTO
2.4.1 VITA NOMINALE
La vita nominale di un’opera strutturale VN è intesa come il numero di anni nel quale la struttura, purché sog- getta alla manutenzione ordinaria, deve potere essere usata per lo scopo al quale è destinata. La vita nominale dei diversi tipi di opere è quella riportata nella Tab. 2.4.I e deve essere precisata nei documenti di progetto.
Tabella 2.4.I – Vita nominale VN per diversi tipi di opere
Vita Nominale = VN (in anni)
Opere provvisorie – Opere provvisionali - Strutture in fase costruttiva: VN 10
Opere ordinarie, ponti, opere infrastrutturali e dighe di dimensioni contenute o di importanza normale VN ≥ 50
Grandi opere, ponti, opere infrastrutturali e dighe di grandi dimensioni o di importanza strategica VN ≥ 100
Il cemento viene considerato dalla maggioranza dei progettisti, dei costruttori, delle maestranze che lo confezionano e dagli utilizzatori finali, un materiale innocuo dotato solo di pregi e scevro da ogni difetto.
Questa realtà è purtroppo falsa, e gli argomenti sopra esposti ne sono la prova.
Oltre all'elevato tasso di inquinamento che la produzione del cemento genera ed alla aspettativa di vita che lo stesso può garantire (il rapporto qualità - costo ambientale è bassissimo) occorre evidenziare i rischi chimici che lo stesso comporta.
La presenza di metalli pesanti nella polvere di cemento è responsabile di malattie anche gravi negli operatori addetti al confezionamento del calcestruzzo, delle malte ed alla relativa posa in opera.
La presenza nel cemento di cromo è causa dell'insorgenza dell'eczema del muratore; questa malattia su base allergica sebbene non grave, è diffusissima tra il personale edile e porta con il tempo alla invalidità permanente del lavoratore.
Una categoria di sostanze pericolose per la salute, apparentemente estranee al cemento, ma direttamente collegate all'utilizzo dei calcestruzzi, è quella dei fluidi disarmanti.
Questi liquidi (che spesso vengono confezionati in modo autonomo e con ricette più o meno variabili) sono prevalentemente confezionati mediante l'utilizzo di oli minerali esausti e contengono idrocarburi aromatici policiclici (IPA) e policloro-bifenili (PCB) oltre a nitrosammine; tutte queste sostanze sono classificate come altamente cancerogene.
L'utilizzo di liquidi disarmanti può causare l'insorgenza di dermatiti follicolari e tumori della pelle, mentre resta ancora discussa in campo medico l'azione cancerogena sui polmoni.
Per gli argomenti sopra trattati, una architettura ecosostenibile cerca quando possibile di non urilizzare il cemento ed i sui derivati, per il danno ecologico che il cemento provoca durante la sua fase di produzione, per l'incertezza della sua durata nel tempo e per la possibilità di rilascio di sostanze tossiche (diossine), oltre al fatto che a fine vita non risulta riciclabile nel senso compiuto del termine.
ADESIVI, COLLE, SIGILLANTI, STUCCHI,
VERNICI E SOLVENTI IN EDILIZIA
Sono numerosi i prodotti chimici nocivi per la salute o per l'ambiente, contenuti nei materiali che vengono correntemente utilizzati in edilizia.
Spesso si impiegano prodotti tossici o potenzialmente nocivi, con leggerezza, senza un minimo di consapevolezza del danno che questi possono causare.
Come già evidenziato nel capitolo "case passive", in questo sito si predilige e si approfondisce il tema delle case di legno.
Gli edifici in legno, se correttamente ed attentamente progettati, non prevedono l'impiego di prodotti tossici quali adesivi, colle, sigillanti, stucchi,vernici e solventi, ma solo di prodotti biologici di origine naturale e non di sintesi.
La maggior parte dei prodotti sopra elencati presenta etichette che avvertono della pericolosità del prodotto e delle conseguenze che lo stesso può portare a chi lo utilizza.
Negli edifici di cui si occupa la bioarchitettura, non vengono mai utilizzati prodotti con le seguenti etichettature:
E' possibile costruire case senza utilizzare veleni o prodotti altamente inquinanti che influiscono pesantemente sulla nostra salute e sull'ambiente; il grado di inquinamento ambientale attuale e futuro, determinerà lo stato di salute dei nostri figli nei prossimi decenni.
A puro titolo esemplificativo, vengono di seguito riportati alcuni prodotti di cui se ne sconsiglia l'uso.
La decisione, presa dalla Commissione europea, rappresenta uno dei primi effetti di "Reach", il nuovo regolamento per la registrazione, la valutazione e l'autorizzazione delle sostanze chimiche.
Le sostanze nel mirino di Bruxelles (musk xylene, MDA, HBCDD, DEHP, BBP, DBP) sono cance-rogene, tossiche per la riproduzione e persistono nell'ambiente e si accumulano negli organismi viventi.
(4,4'-diamminodifenilmetano): agente indurente nelle resine per rivestimenti e nella fabbricazione di alcuni tipi di tubazioni. Usato anche come indurente in adesivi;
(esabromociclododecano): ritardante di fiamma in pannelli isolanti nel settore delle costruzioni e nei veicoli a motore. In applicazioni tessili come ignifugo in mobili imbottiti, interni e tessuti delle automobili;
(2-etilesil-ftalato): plastificante, che migliora la flessibilità in materiali utilizzati per molti prodotti per interni ed esterni, come pavimenti, coperture, fili, cavi, tubi, profili, tessuti resinati (per esempio in pelle artificiale per sacchetti o copertine di libri). Inoltre viene utilizzato in adesivi, sigillanti, gomma, vernici e inchiostri da
(ftalato benzilico butilico): plastificante nei materiali utilizzati per la pavimentazione, per il rivestimento di pelle e tessuti, ma anche in adesivi, sigillanti, vernici e inchiostri per stampanti;
DBP (ftalato dibutilico): si trova in plastificanti utilizzati nelle applicazioni dei polimeri interni ed esterni (come i pavimenti) e prodotti tessili avanzati;
L'ECHA (European Chemicals Agency si occupa di sostanze chimiche ed in particolare della catalogazione e della gestione di quelle pericolose. Tutte le sostanze chimiche prima di essere messe in circolazione nell'ambito comunitario devono essere catalogate ed autorizzate.
Il breve elenco di sostanze rientrante tra quelle SVHC (sostanze estremamente preoccupanti) in attesa di autorizzazione, consente di valutare la rigorosità con cui il problema viene affrontato e la estrema pericolosità di molte sostanze che sono purtroppo di uso quasi quotidiano.
Sostanze incluse nell’elenco per l’autorizzazione, loro proprietà in qualità di SVHC e principali usi in base alle informazioni fornite nei fascicoli dell’allegato XV e dalle parti interessate nel corso della consultazione pubblica sulla loro identificazione come SVHC
Annankatu 18, P.O. Box 400, FI-00121 Helsinki, Finland | Tel. +358 9 686180 | Fax +358 9 68618210 | echa.europa.eu
-Dicloro-metilendianilina 202-918-9 101-14-4
Articolo 57, lettera a), cancerogeno
Principalmente usata come agente polimerizzante in resine, nella produzione di polimeri e per la fabbricazione di altre sostanze. La sostanza può inoltre essere impiegata nell’industria delle costruzioni e nel campo dell’arte.
N-dimetilacetamide 204-826-4 127-19-5
Articolo 57, lettera c), tossico per la riproduzione
Usata come solvente, principalmente nella fabbricazione di differenti sostanze e nella produzione di fibre tessili e altre applicazioni. È anche utilizzata come reagente e nei rivestimenti industriali, nella carta isolante, nei film di poliammide, negli sverniciatori e nelle scolorine.
Diarsenato di tripiombo 222-979-5 3687-31-8
Articolo 57, lettere a) e c), cancerogeno e tossico per la riproduzione
Il diarsenato di tripiombo è presente in materie prime complesse per la fabbricazione di rame, piombo e una serie di metalli preziosi. Il diarsenato di tripiombo contenuto nelle materie prime è trasformato, nei processi di rifinitura metallurgica, in arseniato di calcio e triossido di diarsenico. Mentre la maggior parte dell’arseniato di calcio sembra essere smaltita come rifiuto, il triossido di diarsenico viene impiegato per nuovi usi.
Arseniato di calcio 231-904-5 7778-44-1
L’arseniato di calcio è presente in materie prime complesse (a loro volta sottoprodotti dei processi metallurgici) utilizzati principalmente per rifiniture in rame e in piombo. La sostanza è utilizzata per precipitare il nichel dal metallo fuso e per la produzione di triossido di diarsenico. Tuttavia, la maggior parte della sostanza sembra essere smaltita come rifiuto.
Bis(2-metossietil) etere 203-924-4 111-96-6
L’uso primario è come solvente di reazione o agente di processo in una gran varietà di applicazioni. È usato anche come solvente per gli elettroliti di batterie e in altri prodotti come sigillanti, adesivi, carburanti e prodotti di manutenzione per l’automobile.
1,2-dicloroetano 203-458-1 107-06-2
Principalmente usato per la fabbricazione di altre sostanze. Usi minori come solvente nell’industria farmaceutica e chimica nonché nei laboratori.
4-(1,1,3,3-tetrametilbutil)fenolo; 4-tert-octilfenolo 205-426-2 140-66-9
Articolo 57, lettera f), livello equivalente di preoccupazione con probabili gravi conseguenze per l’ambiente
Principalmente usato nella fabbricazione di polimeri e di tensioattivi etossilati. Inoltre è usato come componente negli adesivi, nei rivestimenti, negli inchiostri e negli articoli di gomma.
2-metossianilina; o-anisidina 201-963-1 90-04-0
Principalmente usata negli inchiostri per tatuaggi e nei coloranti per la carta, polimeri e fogli di alluminio.
Bis(2-metossietil) ftalato 204-212-6 117-82-8
Non essendo pervenute all’ECHA registrazioni per questa sostanza, pare non sia fabbricata o importata nell’UE in quantità superiori a 1 t/a. In passato era usata come plastificante per materiale polimerico e pitture, lacche e vernici, compresi gli inchiostri da stampa.
Questo prodotto chimico largamente utilizzato anche nei manufatti che vengono impiegati in edilizia, merita una specifica trattazione, data la sua estrema pericolosità per la nostra salute oltre che per l'ambiente.
L'emissione di formaldeide è un problema che sta influenzando da vari anni tutto il mercato europeo sia di pannelli che di mobili.
La formaldeide è considerata, infatti, una sostanza pericolosa per la salute dell'uomo, per i suoi possi- bili effetti a breve ed a lungo termine a carico dell'apparato respiratorio.
Considerando che in alcuni prodotti impiegati dall'industria del mobile, pannelli in particolare, viene utilizzata una resina derivata dalla condensazione dell'urea con la formaldeide e che l'emissione della formal- deide può essere significativa per lunghi periodi, alcuni Paesi hanno imposto delle limitazioni per questi materiali.
La formaldeide, scoperta nel1867 da un chimico tedesco, August Wilhem von Hofman, è una sostanza la cui molecola è costituita da un atomo di carbonio, uno di ossigeno e due di idrogeno.
Viene normalmente prodotta per ossidazione dell'alcool metilico con opportuni catalizzatori metallici.
La formaldeide è un gas incolore molto volatile avendo un punto di ebollizione a - 21 °C.
E' molto solubile in acqua e in alcuni solventi organici.
Presenta diverse caratteristiche che la rendono interessante industrialmente, solo negli Stati Uniti ne
vengono impiegate ogni anno oltre un milione di tonnellate.
La formaldeide trova ad esempio molti impieghi legati alla sua azione preservante e biocida (antimuffa, etc.).
Una caratteristica molto importante deriva dalla sua reattività chimica. Molti polimeri (resine fenoliche, ureiche, melamminiche) sono realizzati partendo da questa unità che consente di formare delle lunghe catene quando si lega chimicamente con alcune particolari molecole.
La formaldeide è una sostanza la cui potenziale pericolosità è legata prevalentemente alla sua estrema
volatilità.
La via di penetrazione è fondamentalmente quella respiratoria e a ciò sono legati alcuni effetti negativi sull'organismo umano.
L'effetto irritante è assai noto è può avvenire a concentrazioni molto basse (a partire da 0,01 mg/m3 per quello oculare).
La suscettibilità individuale è comunque assai ampia e, in conseguenza dell'elevata solubilità in acqua, essa riguarda prevalentemente le prime vie aeree (naso, gola). In soggetti sensibili o particolarmente esposti, gli effetti della formaldeide possono diventare cronici.
La formaldeide è classificata come sostanza cancerogena
Per ciò che riguarda specificatamente il settore del legno, la formaldeide trova applicazione nella pro- duzione di resine ureiche che sono impiegate per la preparazione di vernici ureiche (dette a volte impropri- amente acide) di adesivi e di carte impregnate per la nobilitazione.
L'utilizzo principale di queste resine si ha comunque nella produzione di pannelli.
Praticamente tutte le tipologie di pannelli (particelle, MDF, compensati, etc.) sono realizzate quasi esclusivamente con questo adesivo termoindurente.
L'elevata "affinità per il legno" unita all'indurimento indotto da catalizzatori acidi e dal calore, porta alla costituzione di reticoli tridimensionali di resina che rappresentano una struttura legante molto efficace per il legno.
Il successo dell'impiego delle resine ureiche nella produzione di pannelli può essere sintetizzato quindi in tre aspetti:
-costo relativamente basso;
-prestazioni adeguate all'utilizzo del prodotto;
-facilità di impiego.
Proprio per la certificata pericolosità di questo prodotto, risulta indispensabile utilizzare solo pannelli e agglomerati lignei certificati e privi di emissioni di formaldeide.
DA PREFERIRE IN BIO-ARCHITETTURA
Quello che segue è un tentativo di suggerimento per redigere un elenco ragionato di materiali che più di altri riescono ad aderire ai concetti della ecosostenibilità e della bioecologicità.
Questa attenzione ai materiali da utilizzare in edilizia sostenibile è dettata dal fatto che gli edifici e l’am-biente costruito utilizzano la metà dei materiali estratti dalla crosta terrestre e producono ogni anno 450 milioni di tonnellate di rifiuti da costruzione e da demolizione, ossia più di un quarto di tutti i rifiuti prodotti al mondo (ARPA Regione Toscana).
La comunicazione intermedia della UE “Verso una strategia tematica di prevenzione e riciclo dei rifiuti” segnala l’aumento dei volumi dei rifiuti da costruzione e demolizione e la loro sempre maggiore complessità, dovuta alla crescente varietà dei materiali utilizzati negli edifici, cosa questa che limita le possibilità di riutilizzo e di riciclo (il cui tasso è attualmente pari appena al 28% circa) e rende necessaria la costruzione di discariche e l’ulteriore estrazione di minerali.
Di seguito quindi per evidenziare gli aspetti di ecosostenibilità ambientale che dovrebbero caratterizzare i materiali da costruzione e che possono individuarsi relativamente a due aspetti: il riutilizzo di materiali edili e la loro riciclabilità.
Relativamente a questi due aspetti di seguito si evidenzia un criterio base utile alla individuazione di come andrebbero scelti i materiali in edilizia e per far ciò si utilizzano i primi risultati di un importante progetto UE di Ricerca e sviluppo (V° programma di R&S), il progetto SHE – Sustainable Housing Europe, il quale pone a base della scelta dei materiali per l’edilizia una corretta analisi del ciclo di vita dei materiali stessi.
Si legge in un documento tecnico elaborato ad oggi all’interno del progetto, relativamente ai materiali:
“In un approccio edilizio sostenibile i materiali devono essere valutati in maniera completa. Questo significa considerare sia le conseguenze ambientali collegate con l’acquisizione, il trasporto e la manifattura di materiali di costruzione insieme agli effetti sulla salute degli abitanti e sul tipo di emissioni di sostanze nocive dai materiali da costruzione (pitture, adesivi, trattamenti del legno..).
Anche i problemi relativi alla qualità dell’ambiente interno associati con gli elementi edilizi e le prestazioni tecnologiche devono essere considerati (protezione dal rumore, isolamento termico, ecc…).
Nelle costruzioni convenzionali, i materiali sono tipicamente valutati solo secondo il costo di
base primario, senza prendere in considerazione i costi ambientali e sociali relative alla loro produzione, uso e destinazione.
L’approccio corretto è quello di considerare gli edifici attraverso i costi del ciclo di vita, considerando anche i costi ambientali associate alla creazione, rifornimento e assemblaggi, tanto quanto il loro impatto sugli abitanti dell’edificio nel momento in cui la costruzione è terminata.
Selezionare ed individuare correttamente i materiali per l’edilizia sostenibile richiede quindi una considerazione equilibrate di molti fattori.
I decisori del progetto devono misurare le prestazioni e i servizi a lungo termine di un materiale insieme con i fattori tipo il costo primario e l’impatto ambientale.
L’estetica, la manutenzione e la qualità globale dell’aria interna sono anche essi direttamente collegati con la scelta dei materiali.
I Materiali edili e la Bioecologicità
Fino alla fine del XIX secolo, i materiali da costruzione erano tutti naturali: pietra, laterizio, legno, argilla cruda o cotta, calce.
Architetture ed abitazioni erano costruite con materiali prevalentemente reperiti in loco le cui caratteristiche o tecniche applicative erano note perché tramandate nel corso della storia.
Con la rivoluzione industriale e soprattutto con l’avvento dell’industria petrolchimica, nelle abitazioni sono entrati materiali totalmente nuovi e spesso estranei alle abitudini e consuetudini abitative dell’uomo, trasformando la casa da “ambiente vivo e salutare” in “ambiente completamente artificiale e potenzialmente aggressivo”.
La Sick Building Sindrome (Sindrome da edificio malato), come è stata riconosciuta dall’O.M.S, è una problematica di molte nuove costruzioni o immobili di recente ristrutturazione.
Negli edifici contemporanei l’uso inconsapevole di numerose nuove sostanze di sintesi, insieme alla “sigillatura” degli stessi in nome del contenimento dei consumi energetici, la loro scarsa ventilazione, la scarsa traspi-rabilità dei materiali stessi, hanno spesso trasformato gli edifici in ambienti poco vivibili e con elevata, potenziale aggressività ambientale interna.
Il pericolo determinato dalla potenziale aggressività delle sostanze volatili immesse dai materiali edili non è funzione solo del materiale ma anche dai vari livelli di sensibilità individuale, dalla presenza nell’aria di altre sostanze tossiche ivi presenti e dai loro possibili effetti sinergici.
In modo responsabile si ritiene che un sano principio precauzionale debba dettare i criteri guida nella individuazione dei materiali da costruzione; principi riassumibili nella fondata certezza della loro non nocività dal punto di vista delle emissioni nell'ambiente e quindi del loro livello di bio-compatibilità.
L'importanza di una trasformazione “ecologica” della produzione edilizia è stata presa in considerazione da tempo anche dall’ Unione Europea, prima con la direttiva 89/106 sulla qualità dei materiali da costruzione e poi con l’emissione del regolamento 880/92 ora sostituito dal Regolamento del Parlamento e del Consiglio (CE n.1980/2000 e dal Regolamento del Consiglio (CEE) n.1836/93 riguardante il sistema comunitario di ecogestione ed audit (EMAS), che prevede la costituzione di un marchio europeo denominato "ecolabel" per la certificazione della eco-compatibilitá dei prodotti di qualsiasi genere, non solo di quelli edili.
Altro elemento che si ritiene utile annotare è relativo al fatto che in un edificio oramai gli elementi di confine, mura, pareti, solai, tetto, ecc. non sono più costituiti da un solo materiale, ma spesso da pacchetti
complessi e dall’assemblaggio di materiali spesso di diversa natura e di diversa funzionalità.
E’ da tenere ben presente questo aspetto: tanti buoni materiali, anche se tutti “ecologici” ma male assortiti tra loro e non correttamente posti in opera determinano un cattivo funzionamento dell’edificio e, rispetto a questo aspetto non esiste elenco ragionato di materiali che possa porvi riparo.
Si demanda quindi a quanto da sempre ha caratterizzato la buona architettura: alla conoscenza, al raziocinio, alla buona capacità progettuale, alla corretta esecuzione delle opere.
Relativamente ai materiali per l’edilizia, lo scrivente ritiene che il materiale da costruzione biologico e rinnovabile per eccellenza è il legno, di cui di seguito se ne approfondiscono alcuni aspetti relativi al suo uso in edilizia.
TRE BUONE RAGIONI PER INCREMENTARE L’USO DEL LEGNO IN EDILIZIA
1) Contrastare il cambiamento climatico.
Il ruolo fondamentale che il legno riveste nell’attenuare il cambiamento climatico viene sottolineato dall’Unione Europea nel Sesto Programma di Azione Ambientale, in virtù della capacità di questo materiale di assorbire il carbonio [1]: ogni metro cubo di legno impiegato in edilizia equivale ad 1 tonnellata di CO2 stoccata, per tutta la durata del manufatto.
Il sistema dei “crediti forestali” attualmente in corso di diffusione potrà quindi funzionare in maniera sostenibile solo se combinato con un incremento dell’impiego del legname prodotto dalle nuove piantagioni.
Sulla base di una politica ambientale ben definita, azioni concrete consentono di raggiungere specifici obiettivi: ad esempio, in Francia un accordo interministeriale mira ad incrementare l’impiego del legno in edilizia del 25% in 10 anni, attraverso la “Legge sull’aria e l’uso razionale dell’energia” che fissa dei quantitativi minimi di legname per ogni nuovo edificio [2].
Dopo due anni di applicazione, i risultati di questa iniziativa sono già molto significativi: incremento
nell’impiego del legname locale ben superiore alle aspettative; sviluppo di edilizia pubblica e privata di migliore qualità ambientale; crescita dell’occupazione nella filiera bosco-legno.
Anche in altri Paesi europei sono già state adottate significative azioni di sostegno all’edilizia in legno, unica materia prima rinnovabile, riciclabile e di basso costo attualmente impiegata a fini strutturali.
2) Proteggere il bosco e creare occupazione.
Ma costruendo edifici in legno si contribuisce al disboscamento? Nonostante questo pregiudizio sia diffuso, è vero il contrario: il legname per impieghi strutturali proviene soltanto da boschi nei quali cresce più legno di quanto se ne usi.
Le leggi forestali consentono la produzione di legname solo se è garantita la stabilità, il rinnovamento e la diversità del bosco: mediamente viene utilizzato circa il 65% della crescita delle foreste [3].
Più legno viene richiesto dal mercato, più alberi vengono piantati, anche fuori foresta.
I boschi Europei e Italiani, correttamente gestiti da secoli, potranno quindi rimanere una fonte rinno-vabile di ricchezza e salute per gli abitanti delle zone rurali: usare il legno è la maniera più efficace di contri-buire alla gestione sostenibile, e quindi alla tutela, degli ecosistemi forestali.
3) Risparmiare energia
I materiali a base di legno sono caratterizzati da elevata igroscopicità e permeabilità che, assieme ad un ottimo isolamento ed una buona inerzia termica, le rendono traspiranti e salubri, attenuando le escursioni termoigrometriche e migliorando la qualità dell’aria all’interno dell’edificio.
Grazie all’effetto combinato di tali caratteristiche, la progettazione di pareti e coperture con elevate prestazioni è agevole, e si può raggiungere senza incremento di costi un risparmio energetico di almeno il 20% rispetto ad una costruzione in laterocemento con pari trasmittanza termica.
Ma soprattutto, considerando le necessità di climatizzazione tipiche dei luoghi pubblici con picchi di affollamento, l’igroscopicità dei materiali a base di legno garantisce un effetto tampone che riduce drastica-mente le necessità di deumidificazione, dal momento che assorbe velocemente e cede lentamente l’umidità prodotta nell’ambiente.
Infine, è stato calcolato che in Italia l’energia necessaria per produrre, trasportare e mettere in opera un solaio di civile abitazione con pari funzionalità (carichi ed ingombro in altezza) è di circa 4 volte superiore nel caso del calcestruzzo armato rispetto al legno [4].
[1] Dargnies-Peirce C. -Usare il legno per combattere il cambiamento climatico – Impresa EUROPA, Pubblicazione della Commissione Europea,
n° 11 Aprile-Giugno 2003
[2] http://www.leboisavance.org/pbce/index.html
[3] http://www.unece.org/trade/timber/docs/sfm/europe-2003.pdf
[4] Berti S., Piazza M., Zanuttini R.– Strutture di legno per un’edilizia sostenibile – Collana “Manuali dell’Edilizia” Il Sole 24 Ore, Milano (2002)
REGIONE TOSCANA Giunta Regionale - Direzione Generale della Presidenza - Settore Programmazione dello Sviluppo Sostenibile.
GAS - GASOLIO - ENERGIA ELETTRICA - ACQUA POTABILE
GAS - GASOLIO E FONTI ENERGETICHE NON RINNOVABILI - I prodotti petroliferi -
Un'edilizia ecosostenibile limita in modo drastico i consumi energetici, riducendo gli sprechi ed evita l'impiego di fonti energetiche non rinnovabili (o rinnovabili in tempi lunghissimi).
Il petrolio ed il gas naturale (metano) derivano da procedimenti di trasformazione di vegetali, avvenuti centinaia di milioni di anni fa (paleozoico - 500/600 milioni di anni), sia in base alla teoria "biogenica", sia in base alle teorie "abiogene" (ancorchè contrastanti tra loro).
E' quindi normale considerare tali materie "non rinnovabili" in base ai tempi più ristretti che riguardano l'uomo e la sua comparsa sulla terra avvenuta 2,5 milioni di anni fa (l'uomo moderno risale 200.000 anni fa).
Non bisogna poi scordare che gli immensi giacimenti di petrolio formatisi in milioni di anni, sono stati massicciamente utilizzati solo a cominciare dal secolo scorso (sono ininfluenti i consimi di petrolio dei secoli precedenti); in pochi anni, l'uomo ha quindi utilizzato (a volte sprecato) circa la metà della disponibilità totale (vedi "Picco del petrolio", capitolo - I consumi delle nostre case - di questo sito) esistente in natura.
Le attuali conoscenze tecniche consentono di evitare totalmente l'utilizzo degli idrocarburi e dei loro derivati nelle case di abitazione di nuova concezione, sia come combustibili che sotto forma di materiali.
Per questo motivo lo scrivente ritiene inutile disquisire ulteriormente su questo argomento.
La Direttiva UE n° 31/2010 nelle premesse recita:
"....gli edifici sono responsabili del 40% del consumo globale di energia dell'Unione ....";
"....i consumi vanno diminuiti unitamente ad un maggiore utilizzo di fonti rinnovabili...".
L'art. 9, comma 1, lettera a), della direttiva UE stabilisce che entro il 31/12/2020 tutti gli edifici di nuova costruzione saranno edifici a energia quasi zero.
La Legge Italiana n° 90 del 03/08/2013 art. 5, comma 1, ha recepito la norma europea.
Quando queste nuove norme saranno operative, non si porrà più il problema dello sfruttamento di fonti non rinnavabili per gli edifici residenziali.
Lo scrivente evidenzia che per quanto riguarda gli edifici pubblici (che esulano dagli argomenti trattati in questo sito) i limiti temporali imposti dalle norme sopra indicate sono anticipati di due anni.
Una casa ecosostenibile necessita di un apporto di energia elettrica così basso, che per la gestione ed il funzionamento della climatizzazione e per il controllo elettronico della produzione di acqua calda sanitaria, può essere sufficiente l'autoproduzione (mini eolico, fotovoltaico, micro coogenerazione).
In funzione della vocazione produttiva di un edificio (esposizione, zona climatica, gradi-giorno, soleg-giamento, superficie disponibile per il fotovoltaico, ecc.), è possibile ipotizzare dispositivi di accumulo che consentano di gestire il fabbisogno di energia elettrica in totale autonomia, senza scambio con la rete di distribuzione.
Questi impianti, definiti a "isola" sono già presenti in molte località alpine e sono diffusi da alcuni anni anche nel nord Europa.
Il corretto dimensionamento dell'impianto può consentire di adottare soluzioni per le cucine come i piani cottura ad induzione, che consentono un risparmio medio rispetto ai fornelli a GPL del 30%, evitando totalmente l'utilizzo dei derivato del petrolio e del metano.
Gli impanti a "isola" verranno approfonditi nel capitolo "tecniche costruttive e materiali", nel paragrafo dedicato all'impiantistica.
Maggiore sarà la quantità di energia elettrica autoprodotta e minore sarà l'utilizzo delle grandi centrali termoelettriche che in Italia funzionano ancora a combustibili fossili (olio pesante, gas metano, carbone).
In Italia sono attualmente funzionanti 13 centrali termoelettriche alimentate a carbone, per una potenza complessiva di 10.406 MW (corrispondente a 10,4 milioni di kW), secondo i dati forniti da "Assocar-bone" (www.assocarbone.it), che si riportano di seguito:
Vado Ligure (SV) potenza 2 x 330 MW
Genova (GE) " 2 x 295 MW
La Spezia (SP) " 1 x 600 MW
Fiume Santo (SS) " 2 x 330 MW
Sulcis (CA) " 1 x 340 MW
Brescia (BS) " 1 x 70 MW
Marghera (VE) " 2 x 70 MW
Fusina (VE) " 4 x 320 MW + 2 x 160 MW
Monfalcone (GO) " 1 x 165 MW + 1 x 175 Mw
Bastardo (PG) " 2 x 75 MW
Torrevaldaliga Nord (RM) " 3 x 660 MW
Brindisi Nord (BR) " 2 x 320 MW
Brindisi Sud (BR) " 4 x 660 MW
Si riportano di seguito (fonte Assocarbone):
- la mappatura delle centrali termoelettriche a carbone in Italia;
- la ripartizione delle varie fonti energetiche per l'alimentazione delle centrali termoelettriche;
- la previsione di durata residua dei combustibili fossili.
Questa stima, che è stata effettuata da un organismo (assocarbone) che si occupa e crede nella validità dei combustibili fossili, presenta una prospettiva futura tutt'altro che rassicurante, sotto l'aspetto della disponibilità di queste fonti energetiche.
Proprio in considerazione del fatto che il 72,7 % dell'energia elettrica prodotta in Italia deriva da combu-stibili fossili, il problema della riduzione dei consumi diventa di fondamentale importanza.
La riduzione dei consumi consentirebbe in primis la chiusura delle centrali termoelettriche e l'azzeramento della quota di inquinamento da esse prodotta, mentre il restante e minore fabbisogno di energia elettrica sarebbe soddisfatto dagli impianti idroelettrici già esistenti, integrati dalle nuove fonti rinnovabili (Eolico e fotovoltaico).
Anche se apparentemente l'energia elettrica non è inquinante, la sua produzione lo è per una buona percentale; per questo motivo la riduzione dei consumi elettrici corrisponde anche ad una riduzione di emissioni di gas serra e di altri inquinanti.
Anche se può essere considerata una fonte inesauribile ed abbondantissima in natura, altrettanto non si può dire per quanto riguarda l'acqua dolce o peggio l'acqua potabile.
Uno studio ISPRA-CNR (anno 1999) ha rilevato che i consumi di acqua dolce in Italia sono:
uso potabile ................ 19 %
uso energetico ............ 14 %
uso industriale ........... 19 %
uso irriguo ................. 48 %
Anche se il dato ufficiale risale al 1999, occorre chiarire che le percentuali relative alla ripartizione dei consumi sopra indicate non sono ad oggi sensibilmente variate (salvo una flessione dei consumi per uso potabile e un discreto aumento per uso irriguo).
Lo spreco di acqua determina dei disequilibri importanti nel sistema idrogeologico in quanto non consente una corretta ricarica delle falde e delle sorgenti e non permette il rispetto del deflusso minimo vitale dei corsi d'acqua.
Se in italia la quota di acqua destinata all'agricoltura risulta pari al 48%, la media mondiale risulta di circa il 70%; questo dimostra che il settore agricolo è il più idroesigente.
Ledilizia ecosostenibile prevede la riduzione dei consumi di acqua potabile (prelievi da acquedotto o da sorgente privata), tramite il recupero totale delle acque meteoriche captate dalle coperture dei fabbricati.
L'acqua raccolta dalle falde del tetto non è potabile in quanto contiene tutte le particelle disperse nella atmosfera e che vengono parzialmente inglobate dalle gocce di pioggia (o neve) durante la caduta; tuttavia quest'acqua non è da considerarsi inquinata più dell'aria che respiriamo e pertanto può essere utilizzata per quegli scopi in cui si può rinunciare alla potabilità della stessa.
L'acqua piovana dei tetti, previa filtrazione per la eleiminazione di fogliame e corpi estranei, viene raccolta in apposite cisterne (interrate) come meglio descritto nel capitolo "tecniche costruttive e materiali" di questo sito.
Un sistema di autoclave consente la distribuzione alle varie utenze che sono principalmente:
vasche di cacciata dei wc;
alimentazione lavabiancheria;
impianti termici (fluido circolante);
servizi esterni ai fabbricati: irrigazione giardini, alimentazione di fontanelle, ecc.
La sola incidenza del consumo di acqua potabile che deriva dalla alimentazione delle vasche di cacciata dei wc consente un notevole risparmio economico (vedi capitolo "i consumi delle nostre case" alla voce "acqua").

References: articolo 184

Articolo 57

Articolo 57

Articolo 57

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 art. 5