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Timestamp: 2020-02-19 23:18:32+00:00

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Feudi della Chiesa di Asti; Contado di Asti. Vedi mappa1. Vedi mappa 2. Vedi mappa 3. Vedi mappa 4.
505 (censimento 1991); 568 (censimento 2001).
Ha. 889 (ISTAT) / ha. 867 (SITA).
Cerreto d’Asti, Cortanze, Cunico, Montafia, Soglio, Viale.
Le fonti ISTAT segnalano la presenza di un “centro” insediativo, che raccoglie circa il 40 per cento della popolazione, di quattro “nuclei”, che ne raccolgono complessivamente circa la metà, e di una limitata presenza di “case sparse”. Vedi mappa.
Il nome del luogo rimanda al persistere di tradizioni di origine romana, poiché è riconducibile a una voce del latino volgare, plagea, nel significato di “superficie pianeggiante”. Nel secolo IX il toponimo è attestato nella forma Pladia; una variante Plagia compare nel 1182. Dal 1164 troviamo la forma Pleia. Altre varianti documentate sono: Playa, nel 1041; Plaia, nel 1162; Pleya, nel 1212 [Barberis e Gabotto 1906, docc. 2, 28, 38, 100, 172, 323; Bordone 1976, p. 51; Gabiani e Gabotto 1907, docc. 80, 85].
Nel Registrum Ecclesiarum dioecesis astensis del 1345, due chiese di Piea, la ecclesia Sancti Philipi de Playa e la ecclesia Sancte Marie de Playa, figurano tra le dipendenze della plebs de Monteclaro, a sua volta elencata nello stesso Registrum tra le ecclesiae subditae della chiesa cattedrale, ossia del suo capitolo (la villanova astense di Montechiaro assorbì, all’atto della sua fondazione, avvenuta nel 1200, il luogo, ora scomparso, di Pisenzana, documentato dal 905 come sede di chiesa plebana intitolata a Santa Maria) [Bosio 1894, p. 525; Eydoux 1978; Gabotto 1904, n. 27, p. 60; Romanello 1991, pp. 12 e 18].
Dopo l’istituzione dei vicariati foranei nella diocesi, avvenuta nel 1578, Piea appare, nei sinodi Aiazza del 1593 e Panigarola del 1605, sotto la giurisdizione del vicariato foraneo di Villa San Secondo. Nel 1805, con la riorganizzazione delle diocesi piemontesi voluta dal governo napoleonico e decretata dalla bolla di Pio VII del 1 giugno 1803, Piea fu assegnata al vicariato di Cunico. Tale dipendenza si mantenne anche dopo la Restaurazione, quando la bolla Beatri Petri, emanata dallo stesso pontefice nel 1817, tornò ad operare un riassetto complessivo alle circoscrizioni diocesane subalpine [Bosio 1894, pp. 133, 136 e 140].
Verso la metà del secolo XIV, erano attestate a Piea due chiese, la ecclesia Sancti Philipi de Playa (la cui prima menzione risale al 1247) e la ecclesia Sancte Marie de Playa, con “registri” di imponibile pari, rispettivamente, a 20 e 12 lire astesi. All’epoca della Controriforma, durante la visita apostolica del 1585, le due titolature apparivano unificate entro la chiesa parrocchiale dedicata ai Santi Giacomo e Filippo. Provvista di un parroco, o rettore, di nomina vescovile (sebbene non di un vicecurato), la chiesa disponeva, a quest’epoca, di rendite annue del valore di almeno 100 scudi derivanti da un ricco patrimonio fondiario, che, più tardi, nel secolo XVIII, fu valutato in oltre 140 giornate di terreni fiscalmente esenti, capaci di fornire ogni anno un reddito di £630 (più £225 di redditi saltuari, o “incerti”).
Al visitatore apostolico cinquecentesco la chiesa era apparsa “campestre e diroccata” (campestris et ruinosa), nonché sconsacrata, perché profanata da un omicidio (propter humicidium in ea commissum). Poichè la chiesa di Santa Maria, sede della officiatura parrocchiale, risultava anch’essa semidiroccata (in suis edificis pessime se habet) e macchiata da grave irriverentia nell’amministrazione dei sacramenti, il visitatore ne consentiva l’abbattimento (eam prorsus diruere permisit) e ordinava contestualmente la costruzione di un nuovo edificio di culto, in alio loco commodiori, da compiersi entro due anni. Le spese per la nuova chiesa sarebbero state ripartite tra la comunità, per i due terzi, e il rettore (peraltro iam septuagenarius), che, data la indignitate delle manchevolezze, avrebbe dovuto destinarvi, a titolo di confisca vescovile (penes in sequestrum) una pensione che riceveva dalla Camera apostolica. La costruzione della nuova parrocchia sotto il titolo dei Santi Filippo e Giacomo, in prossimità dell’ingresso del castello, venne di fatto compiuta nel corso del secolo XVIII [A.C.V.A., Visite Pastorali, Visita Peruzzi (1585), cc. 195v-97v; Bosio 1894, p. 525; Relazione 1753, f. 296v; Vergano 1942, doc. 86].
Tra il tardo medioevo e la prima età moderna, sono individuabili sul territorio di Piea presenze ecclesiastiche più tardi scomparse. Esisteva nel secolo XIII una cappella campestre dedicata a San Secondo, situata probabilmente presso l’omonimo mansum appartenente ai Canonici della cattedrale astense. Nel 1182 è documentata l’esistenza di un ospedale e di una chiesa dedicata a Santa Maria Maddalena, situata iusta rivum Plage in publica strata; il complesso non è più menzionato nel Registrum Ecclesiarum dioecesis astensis del 1345. Una chiesa dedicata a San Michele, che, nel 1567, risulta presente nella piccola valle detta regione “Prelle”, situata a sud del concentrico e ai piedi del castello, non è più menzionata nella Visita Apostolica del 1585, né in quelle successive. Verso la metà del secolo XVIII non risultavano “altri luoghi pii, eccetto che della Parocchia”. Alla stessa epoca, la Congregazione di Carità, pur istituita, “per mancanza di fundi, e redditi non si esercita” [A.S.T., Sezioni Riunite, I Archiviazione, Provincia di Asti, Mazzo 2, n. 3, cc. 12v-13r; Bordone 1976, p. 51; Gabiani e Gabotto 1907, docc. 85, 88; Vergano 1942, doc. 262; Relazione 1753, f. 164r].
La storiografia ha insistito sulle probabili trasformazioni di lunghissimo periodo nella trama degli insediamenti. Pur in presenza di reperti di età romana, non è nota l’ubicazione di eventuali centri insediativi risalenti a quell’epoca, mentre la prima attestazione medievale del castello, o castrum Plage (1154), che sorgeva sul sito attuale, non consente di ipotizzare un’unica concentrazione dell’abitato [Bordone 1976, p. 51]. Sebbene il castello fosse al cuore di un centro abitato, o villa, racchiusa da fossati difensivi fino alla fine del secolo XVII, la documentazione esistente sembra suggerire, per il tardo medioevo, un più diffuso assetto insediativo di tipo policentrico. Così, forse, nel caso della vallis Azonis, un’area che i catasti cinquecenteschi segnalano come situata a est dell’abitato di Piea e già dipendenza, nel secolo XII, della ecclesia de Cortanseris (Cortanze), su cui i canonici di Asti possedevano, fra altri diritti confermati da papa Alessandro III nel 1169, quello della decimazione [Gabiani e Gabotto 1907, doc. 44]. Così ancora, nel secolo XIII, probabilmente in corrispondenza dell’antico sito della cappella di San Secondo, sorgeva un omonimo mansum appartenente al Capitolo astigiano. Infine, va forse riferito a un altro centro abitato il documento del 1182 che fa riferimento a Valgiado, riconoscibile almeno fino al secolo XVI nella regione Valegiado [Gabiani e Gabotto 1907, docc. 85, 88; Vergano 1942, doc. 262; Bordone 1976, p. 51; cfr. A.S.A., Fondo catasti antichi, Catasto di Piea (1567)]. Peraltro, verso la metà del secolo XVIII, Piea veniva descritto dai funzionari sabaudi come “luogo [...] unito e non diviso in borgate” [Relazione 1753, f. 163r].
Tra la fine dell’età moderna e quella contemporanea, ulteriori mutamenti caratterizzarono l’assetto insediativo di Piea in corrispondenza di una crescita demografica estremamente vivace. Il numero di nuclei familiari passò dai 108 della metà del secolo XVIII, ai 184 censiti nell’anno 1848, ai ben 279 censiti nel 1911, mentre i flussi di emigrazione, pur presenti durante il resto del secolo XX, furono probabilmente più contenuti che non in altre comunità astigiane. Gran parte dell’aumento demografico non riguardò il “centro”, o concentrico, di Piea, bensì alcune aree esterne, che, nei censimenti fino ai primi decenni del secolo XX, erano indicate come “case sparse”. Queste giunsero a superare la popolazione del centro e a essere riconosciute come nuclei insediativi a sé stanti. Così, nel censimento del 1936, accanto al capoluogo compare la frazione Vallunga. A partire dal 1951, un’articolazione assai maggiore descrive nei l’assetto insediativo nei dati di censimento: innanzitutto il capoluogo con le due distinte “località abitate” di Porta di Sotto e Varandone; in secondo luogo la frazione Primparino con le località omonima e quella di San Grato; quindi la frazione Vallunga con la località Schiappabosco, infine un più limitato insediamento in “case sparse” [Bordone 1977, p. 286; Informazioni 1839; Istituto Centrale 1956; Ministero 1883 e successivi; Presidenza 1927 e successivi].
In corrispondenza del sito abbandonato della chiesa di San Michele, in regione “Prelle”, sono stati rinvenuti reperti archeologici risalenti ai secoli XIV e XV [Bordone, Fedele e Fozzati 1975]. L’insediamento di età romana nell’area compresa tra il Triversa e il Versa è attestato dal ritrovamento di una lapide e di altri reperti a Piea (nonché a Camerano e a Cunico) [Bordone 1976, p.51; Settia 1970, pp. 55-66, ora in Settia 1991].
La popolazione di Piea si affermò sulla scena politica in episodi di aperta rivolta durante la seconda metà del secolo XIV, all’epoca del nuovo ingresso dei Roero a fianco della più antica parentela dei de Playa nella gestione del potere locale. La documentazione esistente suggerisce, senza fornirne una ricostruzione particolareggiata, che la mobilitazione collettiva, rinnovatasi nel 1358 e nel 1361, avesse come protagonisti diversi gruppi di coltivatori, ciascuno dipendente da un signore, analogamente a quanto avvenne nella coeva rivolta di Cortanze, o, qualche decennio prima, in quella dei concessionari dipendenti dalla famiglia Pelletta di Cossombrato. Non sono note le rivendicazioni contadine, né se e in quali termini fossero rivolte ai signori locali, al comune astigiano, o ai poteri ecclesiastici (mensa vescovile di Asti e quindi Santa Sede) da cui dipesero in successione le investiture signorili. E’ certo che un intervento del marchese di Monferrato risultò efficace nella ricomposizione locale di questo e altri conflitti, ed è verosimile (anche se documentariamente opaco) che un esito della pacificazione fosse, come nella vicina Cortanze, la elaborazione di “statuti”, ai quali fa riferimento, nel caso di Piea, un patto di amicizia stipulato nel 1372 tra i Roero e i de Playa [Bordone 1976, p. 53; Della Croce, p. 18; Vurchio 1979-80, pp. 8-9].
E’ attestata una rinnovata conflittualità tra gli abitanti di Piea, organizzati ormai in comunità, e i Roero nella seconda metà del secolo XV, all’epoca del dominio visconteo e alla vigilia degli interventi diretti della Camera apostolica nei feudi ecclesiastici dell’Astigiano; nel 1468 una “convenzione” tra comunità e signori preludeva alla redazione di un nuovo corpo di statuti, ratificato nel 1499 [Bordone 1976, p. 54; Della Croce, p. 27]. Tra le clausole della convenzione, si annoverava una “annua prestazione“ di “£301.15 di Piemonte con denominaz[ion]e di Genovini”, che la comunità pagava ai signori mediante la ripartizione tra i contribuenti sul catasto dei beni fondiari tassabili (“sovra l’universale Registro”). La comunità risultava proprietaria del forno e dei diritti connessi, mentre le multe riscosse dall’applicazione dei bandi campestri furono divise tra comunità e signori fino a quando, nel 1729, una sentenza del Senato di Torino dichiarava “di ragione del Feudo la formaz[ion]e di detti Bandi, deputaz[ion]e del Camparo, ad applicazione di pene a total esclusione della Comunità”.
Verso la metà del secolo XVIII, la comunità era amministrata da un Consiglio ordinario composto di tre membri e di un segretario. All’epoca, l’intendente sabaudo giudicava “ben maneggiati li affari del pubblico”, con la comunità che si trovava “senza liti né contabilità” (ossia bilanci consuntivi impugnati); finanziariamente solvibile (“in forza di far spese”), in fattispecie per la redazione di un nuovo catasto; nonché provvista di una “casa comune in buon stato, come pure l’archivio e scritture della communità” [A.S.T., Sezioni Riunite, Camera dei Conti, Articolo 794, cc. 32r-39v; Relazione 1753, f. 164r].
Dopo la stesura di una compilazione statutaria nella seconda metà del secolo XIV, è attestata una seconda redazione di statuti risalente al 1499, che accoglieva i disposti della convenzione di pace stipulata nel 1468 tra i Roero e gli abitanti di Piea [Bordone 1976, pp. 54-55; Della Croce, pp. 18, 27]. Statuto comunale, 2004. Vedi testo.
Un catasto risalente alla seconda metà del secolo XVI è conservato in A.S.A., Fondo catasti antichi, Catasto di Piea (1567) [Cassetti 1996, pp. 73-74]. Fu redatto, tra il 1690 e il 1691, un nuovo catasto, o Registro della Comunità, che specifica, in particolare, i beni soggetti a imposta e quelli esenti, o “immuni”, in quanto “feudali ed enfiteutici” [oggi in A.C.P.]. Tuttavia, verso la metà del secolo XVIII , l’intendente sabaudo giudicava inutili (“di [nessun] serviggio”) i “Cattastri e libri di trasporti” conservati nell’archivio della comunità e ordinava “di far procedere come si procede alla misura generale del territorio” [Relazione 1753, f.164r]. Un Nuovo Registro, corredato di un Nuovo Trasporto (che descriveva i passaggi di proprietà), risultava completato nel 1781 in sostituzione della rilevazione del 1691 [oggi in A.C.P. (un volume); A.S.T., Sezioni Riunite, Camera dei Conti, Articolo 794, cc. 32r-39v]. In A.C.P. sono conservate anche le Domande di volture per gli anni 1886-89. Al 2003 la serie documentaria dei catasti conservati presso l’Archivio storico del comune di Piea è in via di riordino.
Al 2003 la serie degli Ordinati e delle deliberazioni in A.C.P. è in corso di riordino. Vi si segnalano le serie Ordinati e imposizioni di taglie per il 1626-62 e gli Ordinati a partire dal 1697 e fino al 1801, in otto volumi (con copia in due volumi per gli anni 1752-1798). La serie riprende in copia a partire dal 1814 in sei volumi. La serie storica prosegue con dodici volumi di Deliberazioni per l’arco di tempo 1857-1909.
La presenza del vescovo di Asti nel territorio a nord ovest della città è coperta dal silenzio della documentazione durante il secolo X, ma nel 1153 il vescovo Anselmo compare come beneficiario di una prima bolla di conferma del patrimonio della chiesa astese, che risultava comprendere, tra l’altro, Caprile cum toto suo comitatu. L’anno seguente, una seconda bolla, più estesa e particolareggiata, integrava la formulazione in Caprile cum suo comitatu et castro Plage. Il termine “comitato” riferito a Capriglio in tali documenti non indica l’eredità giurisdizionale di una forma di distrettuazione pubblica, ma rimanda semplicemente, caso frequente nella prassi notarile astigiana a cavallo dei secoli XII e XIII, a un territorio su cui si esercitava il complesso di diritti signorili connessi con il dominatus loci.
Durante i secoli XII e XIII, si segnalarono in quest’area i domini de Playa, una tra le principali famiglie dell’aristocrazia rurale dell’area a nord ovest di Asti. Proprio la presenza del castello di Piea, da cui i domini de Playa trassero il predicato e che compare lungamente indiviso nelle loro mani, suggerisce che furono probabili protagonisti, forse nella prima metà del secolo XII, della formazione dello stesso comitatus di Capriglio, tanto più che ancora nel 1224 i signori di quest’ultimo vengono eccezionalmente ricordati come comites di Piea. Sebbene ne ignoriamo l’esatta estensione, non è improbabile che, oltre a Capriglio e Piea, il comitatus comprendesse anche Soglio, Casasco e, soprattutto, Castelnuovo, tutti luoghi nei quali. è attestata la presenza di diversi rami dei signori de Playa. Era stata, com’è noto, la svolta del 1198 a rappresentare una congiuntura critica per la storia del comune di Asti, che, uscito da poco vittorioso dalla competizione con l’imperatore Federico I Barbarossa e con il suo successore, si trovò impegnato in una lunga guerra con il marchese di Monferrato, suo aperto antagonista per il controllo territoriale dell’area astigiana. In un clima, dunque, di forti tensioni politiche scandite da fasi di aperta belligeranza, i piccoli signori furono sollecitati dai maggiori contendenti a prendere posizione, non di rado sotto forma di ammissione alla cittadinanza astese. Appunto a partire dallo scorcio del secolo XII, i de Playa sono attestati come vassalli al pari dei vicini signori di Monale, Cossombrato, Cortanze, Camerano, Cinaglio, ma un indizio della loro relativa preminenza è offerto dalla più elevata tassazione a cui furono sottoposti per il fodro nel prendere la cittadinanza di Asti. A Piea i de Playa non avevano condomini.
Oltre a essere consignori di Cortanze e di Casasco, nel secolo XIII erano anche membri del consortile di Castelnuovo, mentre la loro signoria a Riva presso Chieri conferiva loro l’appellativo, apparentemente intercambiabile, di domini de Ripa. Piea risulta compreso tra le località citate nel documento di prestito fatto dal Marchese Guglielmo di Monferrato con l’imperatore Federico II nel 1224, ma anche, successivamente, nell’elenco delle terre dipendenti dalla giurisdizione di Asti nel 1379. In generale, durante la lunga transizione al regime signorile in Asti nel corso del secolo XIV, in un contesto di generale allentamento della presa della città sulla periferia del proprio dominio, ossia sull’area controllata grazie ai vincoli di tipo “personale” imposti ai signori locali, Piea vide indubbiamente rafforzarsi la sua autonoma condizione di feudo vescovile, confermata dall’imperatore Enrico VII nel 1311.
Di fatto, si venne delineando in questi anni una sorta di bilanciamento di sfere d’influenza, che contemperava la salvaguardia dei diritti della Chiesa sul feudo e il riconoscimento delle esigenze militari del potere della città. In forza di particolari concessioni, fu in seguito possibile ai nuovi signori di Asti, Visconti e Orléans, di ricevere attestazioni di colleganza da parte dei feudatari di Piea, come la “aderenza” giurata alla figlia di Gian Galeazzo Visconti, Valentina, andata in sposa a Luigi di Valois, duca di Orléans. Piea non risulta invece compresa nella dote assegnata nel 1386 alla stessa Valentina Visconti, al contrario degli altri feudi vescovili, come Cortandone e Cortanze, in mano ai Pelletta, inclusi in quanto tenuti da cittadini astesi e sudditi del duca di Milano. Il suo rapporto con la contea orléanese fu dunque sostanzialmento quello di un’alleanza militare. D’altra parte, le ricorrenti opportunità di iniziativa politica che localmente si aprivano poterono provocare, a quest’epoca, improvvisi ribaltamenti di lealtà. Così, per esempio, nel 1434, un Roero, vincolato da giuramento di fedeltà a vescovo di Asti, alleato ai Visconti, occupava il castello con truppe del marchese di Monferrato di Gian Giacomo Paleologo, ricevendo a Montiglio dal marchese stesso l’investitura di tutto il feudo di Piea, finché un membro della famiglia de Playa non riconsegnò il feudo al vescovo di Asti nel 1436. Successivamente, furono i Roero a:
possedere Per intiero la totale Giurisdizione Ereditaria, e li [...] Dritti, e Redditi Signorili senz’alcun peso [né] alcun’annua, o perpetua prestazione verso la mensa Vescovile d’Asti come semovente dal diretto Dominio d’essa.
[Assandria 1904-07, docc. 76-86, 230, 315-17, 323; A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 19, n. 1, Adertenza di Percivallo figlio di Corradino Roero al Duca Gio. Galeazzo Sforza di Milano per il feudo di Piea salva la sovranità al Ré di fr.a e Duca d’Orléans (30 ottobre 1473); n. 2, Investitura concessa dal Vescovo d’Asti à favore di Lelio Rovero del Luogo della Piea [...] (7 novembre 1595); Investitura concessa dal Vescovo d’Asti à favore di Lelio Rovero del Castello di Piea [...] (25 gugno 1597); Mazzo 24, Transonto autentico de' seguenti titoli Aderenza fatta dal Vescovo d'Asti al Duca Carlo d'Orleans Conte d'Asti per li Castelli, e Luoghi di Monteu, e S. Stefano Roero, Montalto, La Vezza, Monticello, Castagneto Piea, S.ta Vittoria, Pocapaglia, La Cisterna, Cellarengo, Magliano Castellinaldo, Baudissero, Cossambrato, Cortanze, e Piobes sotto l'osservanza de' patti, e Condizioni ivi espresse 9.Maggio (1417); Confermazione del Gov.re d'Asti per il Duca Carlo d'Orleans dell'Istrom.o d'aderenza delli 19.Maggio 1417. ivi tenorizata seguita trà d.o Duca et il Vesc.o d'Asti per li Castelli e feudi di Govone, Monteu S.Stefano, Montalto, La Vezza, Monticello, Castagnito Piea S.Vittoria, Pocapaglia, La Cisterna, Cellarengo, Magliano, Castellinaldo, 4.a parte di Baldissero, Cossambrato, Cortanze, e Piobes sotto l'osservanza de' patti ivi espressi. 16.Marzo (1418); Bordone 1975a, pp. 109-11, 116-17; Bordone 1976, pp. 52, 54, 79; Cancian 1983; Eydoux 1971, p. 63 sgg.; Barberis e Gabotto 1906, doc. 28; Della Croce pp. 22-23; Rubrice 1534; Sangiorgio 1975, pp. 56-59; Sella e Vayra 1880-87, docc. 6, 580, 788-92].
Presenti in una rosa di località tanto limitrofe a Piea quanto più lontane, i domini de Playa risentirono per più versi dell’ascesa politica di Asti nel secolo XIII. Un certo ridimensionamento della loro area d’influenza è attestato dall’apparente ritiro da Riva presso Chieri e da Villanova. Se ancora nel 1184-85 la sentenza di un tribunale imperiale ne aveva condannato a Villanova l’usurpazione di terre soggette alle monache di San Felice di Pavia e di un terzo della giurisdizione di San Felice, entro il 1206 l’avvicinamento dei de Playa al comune di Asti assunse carattere feudale, con una riduzione dei privilegi che erano stati propri della tradizionale aristocrazia locale: così nella cessione di diritti a Castelnuovo, a Cortanze e a Montechiaro [Assandria 1904-07, doc. 41; Bordone 1976, p. 53; Barberis e Gabotto 1906, doc. 28; Sella e Vayra 1880-87, docc. 801-02, 804, 808].
Con il 1309, l’investitura di una metà del castello e del villaggio era ormai attribuita ad antiquum et paternum feudum; frattanto, l’altra metà, forse già ceduta al Capitolo della cattedrale, che nel 1297 la rivendeva al comune di Montechiaro, veniva riassorbita, entro la metà del secolo XIV, dai detentori del feudo vescovile. Quasi contemporaneamente, nel 1349, Brando Pelletta, rappresentante di una famiglia fra le più attive dei mercanti e banchieri astigiani, nonché procuratore testamentario di una fratria di de Playa minorenni, introdusse a Piea una nuova presenza signorile, grazie alla vendita di un quarto del feudo a Tommaso Roero. Entro la fine del secolo i Roero riuscirono a rendere costante, e più tardi predominante, la propria presenza a Piea: nel 1372, grazie a un accordo con i de Playa, fu stabilita la reciproca difesa e la nomina congiunta del podestà; una importante clausola dell’accordo prevedeva che le due famiglie signorili non potessero acquistare nuovi diritti su Piea se non dalla Santa Sede e dalla Chiesa d’Asti.
Si configurava qui, come in altri feudi vescovili astigiani, l’intervento diretto della Santa Sede nei patrimoni della diocesi, con il consolidamento dei cosiddetti “feudi pontifici”. Di fatto, le successive investiture procedettero direttamente dal pontefice. Più in particolare, nel 1498, grazie all’annullamento dei diritti di Andrea Roero in favore di Percivalle a opera di papa Alessandro VI, il feudo, dopo lungo condominio, si trovò consolidato nelle mani di un unico membro della famiglia Roero, fregiato per di più del titolo, trasmissibile, di conte. Il controllo in mano a un solo signore fu la regola, interrotta dall’alienazione di una quota, per debiti, al marchese Villa, tra il 1654 e il 1687. Il secolo XVIII vide una riaffermazione, e parziale espanzione, delle prerogative giurisdizionali e patrimoniali dei Roero, che hanno lasciato tracce visibili nel riattamento del castello in palazzo; in particolare, tra 1720 e 1760 furono abbattuti i bastioni di difesa e si posero le basi dell’attuale giardino. Le presenze signorile successive a quella dei Roero furono, per eredità, quella del marchese Faussone di Clavesana nel 1809; quindi, dei conti Costa di Beauregard nel 1839 e fino alla vendita del castello al cavalier Giovanni Gonella nel 1857 Proprietari successivi furono, un decennio, i Passarino; a partire dal 1880 i Bombrini; infine i conti Della Croce di Doiola. Nel cuore dell’età moderna, i Roero risultavano possessori di vastissime estensioni di beni terrieri a Piea. Una Relazione, descrizione, e Stato del Feudo di Piea de beni Feudali, ed Enfiteotici posseduto dall’ Ill.mo Sig.r Conte Carlo del fu Sig.r Conte Filippo Felice Roero, redatta dai funzionari sabaudi nel 1781-84 sulla scorta di una documentazione catastale della comunità risalente al 1690-91, calcolava le proprietà dei signori in oltre 556 giornate di terre “feudali”, ovvero fiscalmente esenti, delle quali oltre 535 vincolate a contratti definiti come “enfiteutici”.
I possedimenti dei Roero eclissavano le circa 50 giornate possedute dai conti Balbiano di Viale e dal conte Mombello, per le quali peraltro, essendo iscritte a catasto “a titolo incerto” e come “feudo rustico” non erano applicate esenzioni sull’imposta fondiaria. I signori vantavano inoltre diritti di pedaggio, di caccia e di pesca, all’epoca concessi in affitto per poche lire. Le prerogative più importanti erano la segreteria del tribunale signorile, con i redditi derivanti da “multe e confische” [A.C.P., Note dei banditi (1774-1799); Assandria 1904-07, docc. 80, 230; A.S.T., Camerale, Camera dei Conti, art. 794, cc. 32r-39v; Corte, Paesi, Provincia di Alba, Rescritto del Duca Carlo Emanuele I°. di dichiarazione, che la quarta parte del Luogo di Sanfré acquistata per Tomaso Isnardi da Lelio Roero Conte di Piea, sarà compresa nella Primogenitura delle altre maggiori parti del d.o feudo. 24. 9.mbre (1581); Aderenza di Percivalo figlio di Corradino Roero al Duca Gio. Galeazzo Sforza di Milano per il feudo di Piea salva la sovranità al Rè di fr.a e Duca d'Orleans 30. 8bre (1473); Investitura concessa dal Vescovo d'Asti à favore di Lelio Rovero del Luogo della Piea, e porzioni spettantigli in quelli di Monteu, e S.Stefano Roero, beni, e ragioni feudali dai med.i dipendenti. 7.9mbre (1595); Investitura concessa come s.a à favore di Lelio Roero del Castello di Piea, e porzioni spettantigli in quelli di Monteu, e S. Stefano Roero, beni e ragioni feudali dai med.i dipendenti alla forma ch'esso e li suoi Antecessori ne sono stati investiti. 25.Giugno (1597); Bordone 1976, pp. 52-55; Della Croce, pp. 11-15, 18; Guasco 1911, vol. III, 1244 (188); Relazione 1753, f. 163v].
Nel 1531, la contea di Asti fu infeudata da Carlo V alla cognata Beatrice di Portogallo, sposa del duca di Savoia Carlo III, entrando in tal modo a far parte del patromonio sabaudo. Nello stesso anno, con un diploma imperiale riconfermato nel 1562 dall’imperatore Ferdinando I, i duchi di Savoia ottennero il vicariato imperiale sul contado della città, con pieno esercizio di tutti i diritti regali, esteso nel 1555 alle diocesi dei loro stati. Nel 1560, Asti venne eretta a sede di una provincia ambiguamente sovrapposta alla eterogenea formazione territoriale ereditata dal dominio visconteo e orléanese sulla contea (ma risalente, nel suo assetto di fondo, alla tarda età comunale), comprendente, accanto alle aree sulle quali la città esercitava, attraverso due modalità ben distinte, un più immediato dominio territoriale (i luoghi, rispettivamente, del “distretto” e del “capitanato”), località infeudate a vario titolo a membri della nobiltà cittadina, tra le quali, le “terre della chiesa”.
Su queste ultime, in quanto comprese nel “corpo del contado” di Asti, il duca di Savoia pretendeva ora di esercitare prerogative di giurisdizione e di “quasi possesso” [Bordone 1989; Bordone 1998.; Bordone, La Provincia, p. 7; Claretta 1899, pp. 187-188; A.S.T., Informations; A.S.T., Compartimenti fatti sopra le terre del Contado; A.S.T., Rimostranza; A.S.T., Tre pareri anonimi]. D’altro lato, l’incameramento dei feudi dei Pelletta decretato nel 1472 da papa Sisto IV, sostitutosi al fisco vescovile, giudicato troppo accomodante nei confronti degli incolpati, aveva fornito alla Sede pontificia l’occasione di affermare la caducità dei feudi ecclesiastici alla Camera apostolica, costituendo così un precedente per le investiture in seguito direttamente concesse dalla corte romana [Bordone 1976, p. 47].
L’intervento diretto di Roma nelle materie riguardanti i feudi della mensa vescovile di Asti s’inseriva nella logica della salvaguardia e del divieto di alienazione, sanciti nella Bolla In Coena Domini emanata da Pio V nel 1567, di giurisdizioni e beni ecclesiastici. Fu perciò anzitutto inteso a contrastare le rivendicazioni di sovranità su tali feudi avanzate dai duchi di Savoia, formalmente in nome delle loro prerogative di conti di Asti e di vicari imperiali [cfr. ad es. A.S.T, Urbani…Papae VIII Confirmatio; A.S.T., Copia di lettera; A.S.T., Copia di scrittura A.S.T., Copia di Monitorio; A.S.T., Cedulone di S. S.tà Clem.e XII], sostenute sul terreno dal reiterato esercizio e dalla trascrizione notarile di atti possessori, quali, in particolare, i tentativi di imposizione del “tasso” (la principale imposta prediale sabauda dal 1560), delle gabelle e di altre contribuzioni [tra i numerosi documenti riguardanti il conflitto attorno alla fiscalità, cfr. ad es. A.S.T., Lettera del Duca; A.S.T., Stato dell’imposizione A.S.T., Copia di Breve (1568); A.S.T., Copia di Breve (1569); A.S.T., Istruzione; A.S.T., Allegazioni; A.S.T., Rellazione della publicazione; A.S.T., Scomunica], i giuramenti di fedeltà estorti ai rappresentanti delle comunità, l’ “offerta” di legittimazione di interessi locali attraverso l’attività giudiziaria o arbitrale dei giusdicenti e delle magistrature ducali - in primo luogo, le “appellazioni al senato”, invocate come probanti da un parere espresso dal presidente di quest’organo intorno al 1660 [A.S.T., Parere del Presidente Pallavicino] e di cui costituisce un esempio la pronuncia senatoria del 1633 in merito alle controversie fiscali e territoriali tra Cortanze e Piea, anch’essa “terra di chiesa”.
L’intransigenza pontificia riuscì invece a frustrare, quanto meno a livello di un riconoscimento formale, per oltre due secoli, i passi compiuti dalla corte sabauda in direzione di una soluzione negoziata anzitutto con il vescovo di Asti. Solo nel 1784, infatti, quest’ultimo, nella persona di Paolo Maurizio Caissotti, venne autorizzato da Roma a cedere ai Savoia l’alto dominio sui feudi “semoventi” dalla sua mensa [Bosio 1894, pp. 172-176; A.S.T, Urban[i..]. Papae VIII Confirmatio; A.S:T., Copia di lettera; A.S.T., Copia di scrittura; Romanello 1987]. Da questo momento, fino alla caduta dell’antico regime in Piemonte (1798), la collocazione della comunità di Piea nella provincia di Asti, già inscritta negli ordinamenti sabaudi per le intendenze, le prefetture e le assise dei giudici del 1723, 1724, 1729, 1730, 1749 e 1750, si mantenne fino alla caduta dell’antico regime in Piemonte (1798) [Cassetti 1996; Duboin 1818-1869, III, pp. 58, 72, 79, 98, 133, 160]. Piea non era sfuggita, inoltre, alla distrettuazione finanziaria sabauda, figurandovi almeno dal 1733 come località compresa nel Dipartimento (o Regolamento) di Cocconato delle Gabelle unite del Piemonte, nonché sede di un Ricevitore stipendiato [A.S.T., Billancj per le Regie Gabelle]. L’imposizione delle gabelle fu tuttavia, anche sulla carta, parziale, al pari di quella della fiscalità gravante sulla terra [A.S.T., Stato delle Terre... lasciate tacitamente immuni, c. 23v]. Sebbene, nel quadro della Perequazione generale del Piemonte conclusasi ufficialmente nel 1731, avesse sperimentato fin dal 1709 la “misura generale” del suo territorio [A.S.T, Nota Alfabetica, c. 1r], Piea, come altri feudi ecclesiastici, fu infatti lasciata “tacitamente immune” dal “tasso” (l’imposta prediale ordinaria sabauda): non interamente, bensì ottenendo l’attribuzione di un carico inferiore a quello teoricamente determinabile in base al “Conto di Perequazione” [A.S.T., Stato delle Terre del Vicariato Pontificio, c. 21r; A.S.T., Stato delle Terre […] lasciate tacitamente immuni, c. 23v; A.S.T., Stato d’altre Terre].
All’interno della maglia amministrativa francese, Piea seguì le sorti dell’intero territorio della vecchia provincia di appartenenza, aggregato, senza sostanziali alterazioni, a una circoscrizione di livello dipartimentale o circondariale, avente per capoluogo Asti. Si trattò inizialmente del dipartimento del Tanaro, creato durante il primo effimero periodo di occupazione (1799), e, con il ritorno dei Francesi e in seguito alla riorganizzazione amministrativa del 1805, del dipartimento di Marengo (capoluogo: Alessandria), circondario (arrondissement) di Asti. Vedi mappa.
Al termine della parentesi napoleonica, Piea tornò, nel 1814, a far parte della ricostituita provincia di Asti che, dopo alcune instabili riorganizzazioni mandamentali nel 1818, fu ridotta a circondario della divisione amministrativa, poi provincia, di Alessandria nel 1859 [Cassetti 1996; Sturani 1995; Sturani 2001]. Lo stesso circondario di Asti venne soppresso e aggregato a quello di Alessandria nel 1927 [Istituto Centrale 1927, p. 1], quindi staccato dalla provincia di Alessandria e aggregato alla nuova provincia di Asti formata nel 1935 [Istituto Centrale 1937, p. 10; Gamba 2002]. In epoca recente il comune ha aderito alla Unione di Comuni Comunità Collinare “Val Rilate”.
Sul territorio di Piea è situata una estensione di “boschi” che, tra il tardo medioevo e l’età moderna, gli uomini di Cortanze “possiedono in comune”, pagando un canone alla comunità di Piea. Nel 1602, con un atto formale di “transazione”, o accordo, il canone fu fissato in mezzo scudo d’oro d’Italia, da versarsi ogni anno alla festa di San Martino. Si trattava forse dei beni allodiali posti in vallis asonis (Valle Azone), sui quali, secondo un documento del 1169, i vescovi di Asti riscuotevano decime, accostate nella stessa fonte al possesso vescovile della chiesa di Cortanze. Potrebbero perciò in parte corrispondere ai “boschi” della “contrada detta in Varasone e Valle di San Michele” di Piea, menzionati in documenti dei secoli XVI e XVII. Verso la metà del secolo XVIII, secondo l’intendente sabaudo: “[N]on vi sono liti né contabilità verso il publico né beni communi occupati da terzi né altri aglienati senza le dovute sollennità”; tuttavia, verso la fine del secolo, sulle comunaglie in questione, la cui estensione era precisata in poco più di 43 giornate, la comunità di Piea volle, “per lite morosa”, fare contribuire “all’indistinto concorso de Carichi” prediali quella di Cortanze [A.S.T., Sezioni Riunite, II Archiviazione, Capo 21, n.73, f. 179¸ Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 1, n. 1, Transatione tra la Communità di Cortanze, & la Communità di Piea; Gabotto, Gabiani 1907, p. 43, doc. 44; Relazione 1753, f. 164r]. Le comunaglie site in territorio comunale sembrano di più limitata importanza.
Verso il 1720, all’epoca delle inchieste condotte dai funzionari statali in vista della Perequazione generale, l’estensione totale delle comunaglie non condivise con Cortanze era calcolata in circa 19 giornate di “conforti” o vivagni lungo i bordi e agli incroci delle vie, nonché altri siti di proprietà e di uso comunale, quali i fossati, adacquati o meno. Risultavano invece assenti i pascoli, irrigui o meno, a cui “supplivano”, secondo una inchiesta successiva (1753) , “alcune giornate di gerbido [...] però non [...] sufficienti per un tal uso a’ bestiami”. Di poco maggiore era la disponibilità di legname, utilizzato “per l’impalamento delle viti e per il foccaggio degli abitanti”. Verso il 1720, era valutata in quasi 51 giornate la estensione di “boschi”, il cui “tagliamento” era affidato “in appalto à Particolari”, con cadenza decennale, se non più rada “per non rendere il terreno sterile ed infecondo” [A.C.P., Affittamenti redditi comunali (1784-1800); Incanto boschi cedui (1833); Affittamenti beni comunali (1820-1840); A.S.T., II Archiviazione, Capo 21, n. 73, cc. 100-07, 179; Relazione 1753, f.163r-v]. Nel 1990 il territorio comunale risultava assente da usi civici secondo i dati comunali, mentre il Commissariato per gli usi civici rilevava la presenza di una superficie di 0,1350 ha. gravata da tali usi [C.U.C.].
Nel 1486-1546, tre lodi e accordi, o “transazioni”, stipulati di fronte al vicario generale del vescovo di Asti, erano serviti a fissare i criteri di pagamento dei tributi dovuti dai proprietari, o “particolari”, di Cortanze che possedevano beni fondiari sul territorio di Piea. A partire, però, dal 1595, i Cortanzesi mossero lite sia presso il tribunale signorile di Piea sia presso quello vescovile di Asti intorno ai criteri di esazione dei tributi dovuti a Piea. Il contenzioso verteva, in particolare, sulle voci che componevano le “taglie”, ossia la ripartizione delle imposte tra i singoli contribuenti. I Cortanzesi infatti si ritenevano ingiustamente “aggravati” di certe “spese” che si sommavano alle voci delle taglie, ossia i “salari de Nodari, delli Esattori delle taglie, Campari, e Messi” che riscuotevano annualmente il censo dovuto ai signori di Piea, il “tasso” ducale (che si fonda sul monopolio della vendita del sale), i diritti riscossi per il possesso e la gestione dei boschi comuni “di Varasone e San Michele”, ubicati entro il territorio di Piea. Alla base dell’azione giudiziaria era la dichiarata preoccupazione di distinguere e definire la natura “reale” oppure “personale” dei “carichi” derivanti dalla proprietà della terra, poiché la prima ipotesi esponeva i proprietari cortanzesi, in quanto “foranei”, o “forensi”, a maggiori oneri e obblighi nei confronti di Piea in quanto comunità amministrativa dotata di poteri di ripartizione e prelievo fiscale.
Non stupisce che la “transazione” amichevole stipulata nel 1602 in presenza di due avvocati fiscali del duca di Savoia avallasse sostanzialmente la soluzione di tipo “reale”, in linea con la politica di consolidamento della fiscalità terriera dello stato sabaudo e dei suoi funzionari; non a caso l’ultima parola sulla questione era sembrata provenire da una sentenza del Senato di Torino, che, nel 1633, confermava l’avvenuta transazione come “condanna” dei:
Particolari di Cortanze verso la Communità di Piea al pagamento delli Carighi dimandati, & concorer per l’avenire nelli imposti si faranno da detta Communità di Piea” [A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 1, n. 1; Camerale, I Archiviazione, Provincia di Asti, Mazzo 1, n. 3].
Tuttavia, a poco più di un secolo di distanza, la vicenda risultò sopita, anziché risolta, quando i Cortanzesi, nel rifiutare di condividere le spese sostenute dalla comunità di Piea a rimborso dei propri “particolari” che avevano “patiti alloggi dalle Truppe nemiche dalli 20. Novembre 1703 fino alli 28 Aprile 1704”, argomentarono imperterriti la natura “personale”, non “reale”, dei propri obblighi fiscali in quanto proprietari foranei, a maggior ragione perché gli allogiamenti avevano riguardato truppe nemiche, contravvenendo perciò a uno dei fondamenti dello ius hospitandi su cui poggiava l’obbligo di alloggiare le truppe. Anche questa volta la causa approdò al Senato di Torino, che peraltro aveva già stabilito il principio per cui gli obblighi derivanti dall’iscrizione delle proprietà a catasto rendeva soggetti i forensi alle decisione del Consiglio comunitativo di Piea, senza dunque l’intervento di tutti i singoli “capi di casa”, per ratificare le decisioni amministrative in materia “ordinaria” di imposizione fiscale.
E’ interessante osservare come, nel corso della controversia secolare, l’appartenenza di entrambe le comunità ai feudi della Chiesa d’Asti non escluda l’intervento della giustizia sabauda accanto a quella vescovile [A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Materie economiche ed altre, Mazzo 7, n. 14; Provincia di Asti, Mazzo 19, n. 4, Consignamento fatto da diversi particolari di Piea d’aver alloggiato à loro Case alcuni Soldati in seguita alla grida fatta 28. Gen.o 1601 (1601); Mazzo 32, n. 38]. Nel 1717 non risultarono liti in corso tra Piea e Cortanze [A.S.T., Camerale, I Archiviazione, Provincia di Asti, Mazzo 1, n. 3].
Il problema della riscossione delle imposte dai proprietari foranei aveva suscitato un violento contenzioso verso la metà del secolo XVI lungo un altro tratto di confine. Una quarantina di moggia di prati e vigne ubicati a “Monte Bieto o Mazarello” erano state vendute al pubblico incanto dopo che il proprietario, foraneo, non aveva pagato le taglie imposte dalla comunità di Piea per le spese straordinarie sostenute in occasione di eventi bellici. Il proprietario insolvente era un abitante del confinante luogo di Cerreto, che, insieme a Piovà e a Castelvecchio, costituiva la circoscrizione amministrativa nota come Piovanato di Meirate, appartenente allo stato monferrino. Verso la fine di giugno 1556, gli acquirenti dei terreni, tutti di Piea, erano impegnati “a seccare l’herba, et a tagliare arbori” sui beni acquistati, quando furono aggrediti. Secondo una testimonianza oculare:
[V]enero manu armata li homini della Piovata Castelvechio Cerreto il numero de 200 armati de diverse arme e tolsero dappoi li mali trattamenti fatti uno nominato Francesco Freisio qual feriteno in testa cu[n] gran batiture e lo condussero a Castelvechio, e sequitan[d]o li altri sop[r]a la mede[si]ma fine di Piea stracorren[d]o la fine cridan[d]o amaza amaza alla terra alla terra sparan[d]o archibusate feriteno de una archibusata Bastiano Freisio de detto loco, talmente ch’e morirà.
Immediati furono i ricorsi al vescovo di Asti da una parte e alle autorità monferrine dall’altra. Il succedersi di esami di testimoni, sopralluoghi, convocazioni e presentazioni di prove documentarie si protrasse fino al 1562, con un crescente intervento di periti e giureconsulti da ambo le parti. Tra rinvii e dilazioni, il contenzioso finì, alla lunga, per sopirsi, disinnescando di fatto le rappresaglie e ristabilendo informalmente, nelle parole dei delegati monferrini, quella “amorevolezza che conviene tra buoni vicini”. Le procedure giudiziarie avevano evidenziato una sostanziale inconciliabilità di posizioni: dal mancato consenso delle parti circa le attestazioni catastali, al disaccordo sui toponimi, all’assenza di criteri comuni per individuare una chiara linea di confine tra Piea e Cerreto. In un certo senso, lo stemperarsi del conflitto locale fu dovuto alla riproposizione dei contrasti giurisdizionali su scala più ampia. Da un lato, infatti, i delegati monferrini, soprattutto a partire dal 1561, cominciarono a estendere il proprio interesse al contenzioso che investiva i territori adiacenti di Cunico e Montechiaro; d’altro lato, sul versante astigiano, la riconferma ai Savoia del vicariato imperiale nel 1562 inaugurava una politica di potenza di cui i Roero erano i diretti beneficiari non solo a Piea, ma anche a Cortanze e a Cisterna. Non è noto se l’eventuale intermediazione dei signori di Cocconato, segretamente richiesta dal governo monferrino, contribusse in questa occasione a disinnescare il contenzioso locale [A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo 68, P 6, cc.17-67, 219].
Oltre un secolo più tardi, una vertenza minore, ancora ai confini di Cerreto, intorno a un arresto operato dal vice podestà di Piea “in regione di Valmarza”, dava adito a un breve carteggio in materia giurisdizionale tra i senati di Torino e Casale, “non già sul sito sud[dett]o, ma bensì sull’identità del luogo, ove seguì l’arresto” [A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo 68, P 6, cc.378 sgg.].
A.C.P. (Archivio Storico del Comune di Piea), al 2003 in corso di riordino. Documenti di stato civile per il periodo 1804-14 sono in A.S.A. [Cassetti 1996, p. 77]. Vedi inventario.
A.P.P. (Archivio Parrocchiale di Piea).
A.S.T., Corte, Carte topografiche e disegni, Disegni Monferrato Feudi per a e B, Mazzo 26, Cocconato, Disegno della via che pretende il Monferrato congionga i Territorii della Piova e Mondonio. Schizzo in pianta della via che unisce Mondonio e Cerreto, con altre vie di comunicazione e con l'indicazione, mediante colori diversi, dei confini tra i territori del Monferrato, del contado di Cocconato, dei Savoia e delle terre della chiesa di Asti, s.d. Vedi mappa.
A.S.T., Corte, Carte topografiche e disegni, Disegni Monferrato Feudi per a e B, Mazzo 27, Cunico, Disegno del conte di Piea nel Monferrato. Pianta del territorio nei pressi di Cunico, con indicazione delle vie di communicazione e dei diversi confini, in merito ad una contesa territoriale relativa ad un pedaggio, s.d. Vedi mappa.
A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, S 3, Vol.e di Documen.ti riferibili alle controversie territoriali tra S. Damiano da una parte, e S. Martino, Celle, e Ferrere dall’altra, e qualche poco anche la Cisterna Coll’Indice, e Tipi (1480-1616): Memoria, con cui si dimostra al Duca di Mantova quanto importi al suo interesse di Stato l’opporsi all’idea del Duca di Savoja d’impadronirsi delle Terre della Chiesa, e spezialm.e di Govone (agosto 1608), cc. 250r-55v.
A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo 68, P 6, Docume.ti e Lettere risguard.ti le pendenze territoriali, che vi furono tralli Duchi di Monferr.o, e li SS.i di Passerano quand’erano Feudatarj dell’Impero; E l’acquisto, che de’ loro feudi fu offerto dal Duca Carlo Emanuele I (1240-1673).
A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo 68, P 6, Acta pro differentijs confinium inter Plebanatum Meyrate et Pieam [c.15r (cop.)]. Diversi incombenti fatti dalle Com.tà del Pievanato di Meirata, e dalla Com.tà di Pieia nella loro diferenza territoriale sopra certi Prati espletati da Pieia in odio della Pievata in soddisfazione di alcune partite dovute p. occasione dlla Guerra. Con Copia d’Informazioni, e Lettere, concern.ti la violenza usata da quelli di Pieia p. difesa di d.e sue pretensioni, e da quelli del Pievanato p. discaccciarli dal possesso de’ sud.i Prati (1556-1561), cc. 17-67.
A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo 68, P 6, “Territorio di Astisana e Cocconato” (42,5 x 30,5) [inchiostro, monocromo], c. 219.
A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo 68, P 6, Informazioni tolte dal Vice Pod.tà di Piea Vauder per verificazione, che ’l sito, ove era stato arrestato Gio. Ghiglione facinoroso dalla Giustizia di Piemonte cioè nella Reg.e di Valmarza, era del territorio di Piea, epperò del Piemonte, non già del Monferr.o Con diverse Lettere del Sen.o di torino, e di quello di Casale concern.ti la contesa che vi fu tralle due Giurid.ni, non già sul sito sud.o, ma bensì sull’identità del luogo, ove seguì l’arresto (1673, Agosto), cc 378-445v.
A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Feudi per A e B, Mazzo 26, n. 1, Carta Topografica del Contado di Cocconato, e Terre del Monf.o a quello confinanti [s.d.].
A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Materie economiche ed altre, Mazzo 20, n. 19, Descrizione delle Strade publiche del Monferrato coll’Indice di ciascuna Terra [s.d.].
A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 1, n. 1, Transatione Trà la Communità di Cortanze, & la Communità di Piea sovra il pagamento de’carichi Comunitativi colla sentenza del R. Senato 21 genajo 1633 con cui fu d.a transaz.e circoscritta [a stampa, s.d.].
A.S.T.,Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 32, n. 38, e Ragioni Delli Particolari di Cortanze registranti nel Territorio di Piea per ottener l’assolutoria dal Concorso negl’Imposti fatti dalla detta Communità per l’indennizzatione d’alcuni Particolari d’esso Luogo, che hanno patiti alloggi dalle Truppe nemiche dalli 20. Novembre 1703 fino alli 28 Aprile 1704.
A.S.T., Sezioni Riunite, II Archiviazione, Capo 21, n.73, Provincia di Asti.
A.S.T., Sezioni Riunite, Camera dei Conti, Articolo 746, paragrafo 3, vol. 81, Notta, et Protocollus sive Volumen Instrumentor. et Investiturar. bonor. Rusticalium feudalium sequtan. sub Ill.mo et R.mo D. D. Octavio Brolia Ep. co Asten. et Comite et receptar. per … D. Jacobus Fran.cus Vignolas Notarium Collegiat. et Secretarium/Ep.alem eiusd. Civitatis ab anno 1625 usque ad annum/1645 [vol. ril., cc. 1r-506v, + c. non num.ta con titolo al r., bianca al v.; sul dorso: “Mensa d’Asti/Investiture feudali/1625 ad 1710”; contiene in testa “Indice” cc. non num.te].
A.S.T., Sezioni Riunite, Camera dei Conti, Articolo 794, Relazione, e descrizione di beni feudali/in diversi Territorij delle provincie/d’Alba, Asti, Mondovì, e Torino [sulla cop.; vol. ril., cc. non num.te (ma sezioni num.te)].
A.S.T., Sezioni Riunite, Camera dei Conti, Articolo 795.
Relazione 1753 (B.R.T., Relazione generale dell’Intendente d’Asti sullo stato della Provincia, 1753 [Merlotti, in corso di stampa)].
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Bordone, Renato, Fedele, F. e Fozzati, L., Per un’archeologia medievale in Piemonte: un insediamento bassomedievale a Piea (Asti), in “Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino”, LXXIII, 1975.
Casalis, Goffredo, Dizionario geografico, storico-statistico-commerciale degli stati di S. M. il re di Sardegna, Torino, G. Maspero, 1833-1856, voll. V (1839), pp. 443-45, XIV (1846), pp. 458-59.
Della Croce, Giovanni, Notizie sul paese di Piea [s.d.; dattiloscritto presso A.P.P.], cit. in Bordone 1976.
Dimostrazione della sovranità temporale della Sede apostolica nei feudi ecclesiastici del Piemonte [s.l; s.d].
Farina, Marco Carlo, Piea d'Asti: vita e storia nel secondo millennio, [Piea d'Asti], a cura della parrocchia, 1993.
Gabiani, Niccola e Gabotto, Ferdinando Le carte dello Archivio capitolare di Asti (830, 948, 1111-1237), Pinerolo, Tip. Chiantore-Mascarelli, 1907.
Guasco, Francesco, Dizionario feudale degli antichi stati sabaudi e della Lombardia. Dall’epoca carolingia ai nostri tempi (774-1901), Pinerolo, Tipografia già Chiantore e Mascarelli, 1911, 5 voll. (B.S.S.S. 54-58), vol. III, 1244 (188).
Sangiorgio, Benvenuto, Cronica del Monferrato, Forni, Sala Bolognese, 1975 (reprint dell’edizione. Torino, Derossi, 1780).
Scritture ed atti trasmessi d'ordine di Nostro Signore al Sagro Collegio concernenti le ragioni della Sede Apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino, Roma, 1731. Vedi testo.
Vurchio, Mara, Ricerche storico-giuridiche sul comune di Cortanze, Torino, Universita di Torino, Facolta di Giurisprudenza, Tesi di laurea in Storia del diritto italiano, Relatore: Maria Ada Benedetto, a.a.1979-1980.
La storiografia ha rilevato un succedersi di trasformazioni che interessò il territorio di Piea a partire, si può dire, dall’età romana. Vanno ricordate in questo senso le prime notizie circa l’uso promiscuo del suolo agricolo, come attesta la più antica documentazione medievale pervenuta sino a noi. Una vigna posta in fine Pladiva è descritta, nell’anno 832, come confinante sia con un’altra vigna sia con una silva: segni che suggeriscono come, già nel secolo IX, il territorio fosse in parte coltivato a vigneto e in parte coperto di estensioni boschive, forse di notevole ampiezza [Bordone 1976, p. 51; Gabotto 1904, doc. 28; Gabotto e Gabiani 1907, doc. 1]. Sono state altresì messe in luce vuoi la pluralità di nuclei insediativi tra il tardo medioevo e l’età moderna vuoi la loro variabilità nel corso del tempo: due fenomeni che forse si rinnovarono più tardi, tra l’età moderna e quella contemporanea [Gabiani e Gabotto 1907, docc. 85, 88; Vergano 1942, doc. 262; Bordone 1976, p. 51; cfr. A.S.A., Fondo catasti antichi, Catasto di Piea (1567)].
Diversi indizi affioranti dalla documentazione storica suggeriscono trasformazioni territoriali dalle modalità poco conosciute e tuttora da esplorare. Segnaliamo in questo senso un’apertura del territorio, sia pure discontinua nel corso del tempo, ai commerci, ai transiti di merci e di persone. L’ubicazione di Piea insiste, come sappiamo dalla storiografia, sui tracciati dell’antica rete viaria romana: in particolare su quel tratto di percorso che, da Asti, toccava gli attuali luoghi di Settime, Montechiaro e Montiglio in direzione del Po, per collegarsi con una via proveniente da Chieri per Andezeno, Vergano e Casalborgone.
Una diramazione di questo percorso si staccava probabilmente all’altezza di Moncucco e, per Vezzolano e Piovà, raggiungeva Montiglio, a sua volta biforcandosi, forse all’altezza di Gallareto, con un altro tratto ancora, che, percorrendo la valle del Triversa, entrava in comunicazione con la Via Fulvia, proveniente anch’essa da Asti e diretta a Torino. Non a caso, proprio nell’area compresa tra il Triversa e il Versa, a Piea, oltre che a Camerano, a Cunico e altrove, l’insediamento di età romana ha lasciato ampie testimonianze archeologiche sotto forma di ritrovamenti epigrafici. [Bordone 1976, p.51; Settia 1970, pp. 55-66, ora in Settia 1991].
Proprio i tracciati viari di origine romana furono più volte ricalcati, in tutto o in parte, sia nel medioevo sia successivamente. Per esempio, è ipotizzabile che i rapporti diretti instaurati dai signori di Piea con la Camera apostolica durante una parte dell’età moderna abbiano avuto l’effetto di rivitalizzare, sia pure temporaneamente, una trama di percorsi dell’antico sistema viario, nel quadro di una complessa situazione giurisdizionale. Piea potè costituire, in particolar modo nel secolo XVI, una tappa sui percorsi che si snodavano entro il vicino contado di Cocconato e altre località a giurisdizione imperiale o ecclesiastica nel quadro di una più ampia area di collegamenti discontinui tra il basso e l’alto Monferrato: un’area, come scriveva un consigliere del duca di Mantova e Monferrato, di “terre libere”, per le quali “V[ostra] A[ltezza] può andare sino alla Riviera senza toccare del statto di savoia”. A quest’epoca risalgono probabilmente, da parte dei signori di Piea, tanto l’iniziativa di introdurre propri dazi come contrappeso a quelli monferrini, quanto quella di voler imporre un proprio pedaggio al confine con Cunico [A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, S3, cc. 313r-17v; A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Materie economiche ed altre, Mazzo 7, n. 14].
Localmente, i percorsi interessati erano:
[L]a strada che principia verso Coconato sotto la chiesa di San Martino, et passan[d]o per li Cassinaggi di Castelvero, va verso le fini della Piea; [p]iù la strada che va verso Chieri, et comincia alla sudetta chiesa, a mano sinistra entrando in quella della Piovà, et va a finire nell’altra che viene, a Castelvero.
Un più ampio contenzioso intorno alla esazione dei dazi sabaudi e monferrini lungo i percorsi incentrati sul contado di Cocconato presso i confini Piea si svilupperà qualche tempo dopo, negli anni Ottanta del secolo [A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo 68, P 6; Feudi per A e B, Mazzo 26, n. 1, Tipo di parte de Territorj di Cunico, Piea, Monteglio, e Cortanze (s. d.); Mazzo 27, Cunico co[ntro] Piea per una strada sopra quale ha tentato il Conte di d.o luoco di Piea di scoder un nuovo Dacito (s.d.); Materie economiche ed altre, Mazzo 20, n. 19, c. 10r]. Vedi mappa.
Del tutto mutata era la situazione descritta più tardi dagli osservatori sette e ottocenteschi, in un’epoca in cui erano ormai stabilizzati i confini statali e riorientati i flussi di transito, sia pure con modalità che attendono di essere studiate. Verso la metà del secolo XVIII, l’intendente di Asti descriveva Piea come luogo irrilevante dal punto di vista della viabilità. Mentre riconosceva come “bisognose di riparazioni [...] le strade di Valrossa e di Valdo”, egli sottolineava la totale assenza di “commerci” transitanti per Piea, una situazione di isolamento commerciale tale da escludere persino il contrabbando: “Non corre sospetto di sfroso nel p[rese]nte luogo, per non esservi alcun Comercio”. Con i primi decenni del secolo XIX, l’area di Piea appariva un crocevia di trascurabile importanza lungo il tracciato di due strade minori, “ai confini del contado d’Asti” e “molto fangose nella cattiva stagione”. La prima via “da levante, accenna al capoluogo di provincia”, passando “per Cortanze, Montechiaro, Settime, Serravalle, Sessanto”, mentre “da ponente” si dirigeva “a Piovà, Cocconato, Casalborgone”. La seconda via “da mezzodì, rivolgesi a Camerano, Monale, Baldichieri”. Soltanto “il colle di Cortanze” risultava, all’epoca, “praticabile con vetture” [Casalis 1839, pp. 443-45; Relazione 1753, f. 163r].
Di fatto, le tracce forse più profonde sulla orgtanizzazione territoriale di Piea furono lasciate, durante il corso dell’età moderna, in ambito agricolo: nella estensione del coltivo – segnatamente della vigna –, nei dissodamenti e nella forte espansione demografica di una popolazione dedita all’agricoltura. I funzionari statali del secolo XVIII rimarcavano: “Privi sono gli abitanti di quel luogo di commercio e di manifature e non attendono ad altro fuorché all’agricoltura”, su “Terreni [...] tutti ben coltivati, non ostante, che più della mettà d’essi sijno di cattiva qualità, e d’un egual allibram[ent]o alli buoni”. La crescente diffusione dell’allevamento dei bachi da seta, incoraggiata dai funzionari statali, fu la forma di arboricoltura che s’impose sul territorio. Nelle parole dei funzionari statali settecenteschi: il vino “si esita in Torino”, e “li Cochetti [...] si esitano alle filature de luoghi circonvicini”, sui mercati, cioè, di “Camerano, e Montechiaro, ed anche alla Città d’Asti” [A.S.T., Sezioni Rinite, I Archiviazione, Provincia di Asti, Mazzo 2, n. 1, cc. 12v-13r; Relazione 1753, f. 163r-v].
Nel complesso, gli indizi affioranti dalla documentazione suggeriscono una espansione del coltivo e della rendita agricola sotto la lunga signoria dei Roero: una conseguenza tuttora visibile di simili sviluppi fu il rifacimento del castello signorile, “maestosamente ricostruito in stile di dimora privata del Settecento” tra il 1724 e il 1762. Molto resta da conoscere, peraltro, sulla gestione che i Roero fecero a quest’epoca delle loro prerogative signorili, che abbinavano un ingente patrimonio fondiario a un potere politico apparentemente egemonico. Non è noto, per esempio, quali fossero le condizioni di accesso della popolazione locale alle oltre 560 giornate di beni dichiarati dai Roero come “feudali ed enfiteotici”.
Poco nota è anche la storia religiosa. Ne intravvediamo alcune tensioni nei “tumulti” scatenati nei primi decenni dell’Ottocento dalle disposizioni sinodali del vescovo Lobetti in materia di accompagnamento dei cadaveri al cimitero, una reazione attestata in diverse comunità dell’area astigiana, dove la pratica dell’accompagnamento collettivo, sia pure con “intervento” del parroco, vedeva protagonista “tutta intiera la popolazione”. Né è nota la storia dell’ unificazione della vita parrocchiale in un’unica sede di cura d’anime a fronte della notevole articolazione territoriale del tessuto insediativo [A.S.T., Sezioni Rinite, Camera dei conti, Articolo 794, cc. 32r-39v; Corte, Paesi, Paesi per A e B, P, Invio d'una colonna mobile a Piea in seguito ai tumulti ivi occorsi per il rifiuto del Parroco di accompagnare un convoglio funebre al cimitero (1836-1837); Farina 1993; Torre 1999].

References: sentenza 
 Articolo 794
 Articolo 794
 sentenza 
 art. 794
 sentenza 
 sentenza 
 Articolo 746
 Articolo 794
 Articolo 795
in fine
 Articolo 794