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6 Aprile 1972INIZIO TRASMISSIONI VIA CAVO DI TELEBIELLA
1 Giugno 1973IL GOVERNO OSCURA L’EMITTENTE: RICORSO ALLA CORTE COSTITUZIONALE
1974SENTENZA A FAVORE DELLE TV PRIVATE: FINE DEL MONOPOLIO RAI
LA STORIA DI TELEBIELLA
1 giugno 1973 – Gli Emissari del Governo Andreotti irrompono negli studi di Telebiella che trasmetteva da due anni via cavo.La Polizia circonda l’edificio.L’ingegner Degano del Circostel di Torino (nella foto al centro), presenti Avvocati dello Stato, Tecnici e Polizia Postale, taglia il cavo che collega l’emittente alla rete cittadina.Telebiella è costretta al silenzio.
È il primo atto di un’operazione liberticida che soffocando la libertà di informazione, in palese violazione dell’articolo 21 della Carta Costituzionale, provocherà la reazione di Telebiella. L’emittente si appellerà alla Corte Costituzionale, che l’ anno dopo (1974) sentenzierà la fine del monopolio radio-televisivo concesso alla RAI. L’anno seguente (1975) – con una velocità inaspettata – il Governo emana la Legge 103 che autorizza le TV via cavo e la ripetizione via etere della TV Svizzera. Telebiella riprende a trasmettere via cavo e parzialmente via etere. Contemporaneamente (1975) Telebiella dà vita alla emittente radiofonica Radiobiella. Nel 1976 la Corte Costituzionale sentenzierà in favore alle trasmissione radio-televisive via etere. Dovranno passare quindici anni prima che si legiferi in materia. Nel frattempo è il caos nel quale si inseriscono operatori improvvisati, filibustieri, speculatori che “occupano” – con la complicità di Politici compiacenti e corrotti – lo spazio herziano. Nel 1990 appare la famigerata “Legge Mammì” che fotografa il presente rilasciando concessioni con logica demenziale e ponendo limitazioni assurde, come il diniego delle concessioni alle TV Comunitarie (come Telebiella). Spazio libero invece alle Radio (vedi Radio Radicale, Radio Maria, ecc.). A dicembre 1993 un Decreto Legge prevedeva la concessione anche alle TV Comunitarie. Ma si è dovuto aspettare sino al 2001 per farne richiesta: ottenuta la quale, tuttavia, le Emittenti Comunitarie potranno trasmettere solo se avranno potuto COMPERARSI una frequenza (vendute a carissimo prezzo). Il prosieguo di un’ infame storia infinita di intrallazzi, compromessi, nepotismi e mafia.
Ivana Ramella, Peppo Sacchi, Enzo Gatta ed Adriano Gandolfo nello studio di via Paietta a Biella. Nell’edificio il Presidente dell’Unione Industriali Biellesi, Giorgio Frignani ed il Direttore Giancarlo Forconi (lo stabile era di proprietà dell’ UIB) ospitarono nel 1973 l’emittente. Fu allestito uno studio per dibattiti e spettacoli, uno studio per il tg, una regia per le riprese ed una per la messa in onda (cavo), sala post-produzione, telecinema, archivio, laboratorio, redazione, uffici, sala trucco. Per le riprese esterne, un automezzo-regia con tre telecamere, parco lampade, registratori video ed amplificazione esterna. Un’ autovettura Opel furgonata, due Fiat 1100 familiari ed una vettura completavano il parco macchine.
La squadra esterna durante le riprese del programma “Videoscuola” che veniva messo in onda tutte le mattine. Nella fotografia si vedono i momenti delle riprese di una puntata della rubrica dedicata all’ educazione stradale. I vigili urbani prestavano la loro collaborazione e consulenza, agli ordini dell’allora Comandante Italo Monti. Il programma era seguito dalle Scuole cittadine collegate via cavo ed era “confezionato” con l’apporto delle insegnanti. Il programma proseguì anche dopo il taglio del cavo. Ufficialmente con delle videocassette. In realtà la rete cittadina fu ricollegata by-passando il taglio ed i sigilli posti dal Ministero.
Le testimonianze storiche:Venticinque anni dopo: appunti del Pretore che aprì il Caso TelebiellaDifficile credere – per chi non ne sia stato testimone diretto – che eventi importanti per la collettività, ricollegabili alla volontà dell’uomo, possano verificarsi senza essere stati progettati, preordinati, programmati. Eppure, per Telebiella le cose andarono proprio così!
Tutto, infatti, cominciò per caso. Recatomi, un giorno dell’autunno-inverno 1972, presso lo studio del compianto fotografo Lino Cremon, incontrai il regista Peppo Sacchi, che quasi mi investì chiedendomi se l’articolo 21 della nostra costituzione, che riconosce a tutti il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, fosse da ritenersi ancora in vigore dal momento che gli veniva negato il permesso di installare un impianto di TV via cavo. Risposi che l’articolo in questione era sempre valido e che, a mio avviso, era libero di attivare un simile impianto con il solo obbligo di munirsi delle autorizzazioni dovute per attraversare le vie cittadine e allacciarsi ai fabbricati. Il Sacchi confidando, forse troppo, del mio parere, si mise subito all’opera cominciando, se ben ricordo, dal quartiere degli affari di Biella. Ma, come prevedibile, arrivò puntualmente la denuncia per violazione dell’ art. 178 del Codice Postale. Denuncia che venne archiviata in quanto il succitato articolo prevedeva il divieto di installare, senza previa concessione, impianti telefonici, telegrafici o radioelettrici. Non rientrando la TV via cavo in nessuna di tali categorie, in base al principio di libertà per cui è consentito tutto ciò che non è espressamente vietato, non era ravvisabile reato alcuno. Tale provvedimento, emesso il 24 gennaio 1973, non provocò, in un primo momento, alcuna reazione negli ambienti romani in quanto vi erano già stati in precedenza altri attacchi al monopolio televisivo, rimasti tutti senza esito a causa dello sbarramento inequivocabile rappresentato dal testo del succitato articolo.
Ma, non appena fu conosciuta la motivazione, si resero conto che, con il fatto nuovo della TV via cavo (non ancora inventata quando era entrato in vigore il Codice Postale nel lontano 1936 ) per la prima volta il monopolio correva un serio pericolo.
Decisero di correre ai ripari. In che modo? Con Legge 28/10/1970 n. 775 il Parlamento aveva delegato al Governo la potestà di raccogliere in testi unici le disposizioni vigenti concernenti le singole materie apportando, ove d’uopo, alle stesse le modificazioni e integrazioni necessarie per il loro coordinamento e ammodernamento. In forza di tale delega il Governo emanava il D.P.R. 29/3/73 n. 156 che unificava, nella sola voce telecomunicazioni tutti i mezzi di comunicazione a distanza che, come sopra si è detto, erano, nel Testo Unico precedente specificamente elencati. Con Decreto 9/5/73 il Ministro delle Poste Giovanni Gioia disponeva quindi la disattivazione dell’impianto realizzato non essendo stata rilasciata la concessione, e diffidava il Sacchi a procedere entro dieci giorni decorsi i quali, in difetto, si sarebbe proceduto alla disattivazione d’ufficio.
L’iniziativa del Ministro provocò una violenta reazione dei Repubblicani, che pur partecipando alla coalizione del Governo presieduto da Andreotti, non erano stati informati dell’introduzione nel nuovo Testo Unico del divieto della TV via cavo, e l’on. La Malfa chiese le dimissioni del Ministro Gioia. Non avendole ottenute, uscì dal Governo che fu così costretto a dimettersi nel successivo mese di giugno. Non mancarono, anche allora, i cultori della “dietrologia” che vollero vedere trame e complotti laddove tutto si era svolto nella più scrupolosa osservanza della legge e, se l’on. La Malfa si era servito del caso “Telebiella” e come pretesto – essendo altre le ragioni per cui voleva la crisi -, nessun rapporto c’era stato (né poteva esserci) tra queste e l’interpretazione letterale della legge antecedente il Testo Unico approvato con il D.P.R. 29/3/73 n. 156.
Intanto, la nuova norma – giusta o ingiusta che fosse – era entrata in vigore e avendo il Sacchi omesso di ottemperare all’ordine di smantellamento, questo venne eseguito coattivamente dai Funzionari della Polizia Postale e nei suoi confronti fu presentata una nuova denuncia, questa volta sicuramente fondata in base alla nuova normativa. Non restava pertanto che sollevare l’eccezione di illegittimità costituzionale dell’art. 195 del nuovo Testo Unico (che aveva sostituito l’art. 178 di quello precedente) per violazione dell’ art. 21 della Costituzione in quanto, se si escludeva, come mezzo di manifestazione del Pensiero, quello televisivo che nella società attuale è divenuto di gran lunga il più diffuso e penetrante, non si vedeva come potesse trovare attuazione il principio fondamentale di libertà sancito dalla Carta Costituzionale.
E ciò fu fatto con ordinanza 16 maggio 1973. Con sentenza 9 luglio 1974 la Corte Costituzionale dichiarava la illegittimità costituzionale degli artt. 1, 183 e 195 del Testo Unico approvato con il D.P.R. 156 del 1973. La battaglia condotta con grande passione, coraggio e sacrificio da Peppo Sacchi per vedere riconosciuto uno tra i più importanti principi di liberà, si concludeva dunque con una sua completa vittoria.
Oggi, a distanza di quasi un quarto di secolo, con il proliferare incontrollato delle Televisioni private i cui programmi segnano il trionfo della volgarità, dell’osceno, della violenza, del turpiloquio e forniscono un’informazione che, quando non è completamente falsa, è incompleta, deformata, tendenziosa, diretta a favorire interessi di parte, è legittimo porsi la domanda: “Telebiella” fu un bene o un male?
Premesso che i fatti, tutti i fatti, debbono essere valutati e giudicati in relazione al tempo in cui accadono (e l’abbattimento del monopolio televisivo fu accolto allora con unanime entusiasmo, eccettuati, ovviamente, coloro che vedevano crollare le loro posizioni di potere) ritengo che anche oggi la sentenza della Corte Costituzionale conservi tutto il suo valore giuridico e civile e che lo conserverà fino a quando ci sarà concesso di vivere in un regime di democrazia. Va infatti ricordato che la Corte nella sua sentenza aveva previsto che il Legislatore disciplinasse con legge l’installazione e l’esercizio delle reti private di televisione in considerazione dello stretto collegamento con interessi generali. Dovevano perciò essere attuati in armonia e non in contrasto con i suddetti interessi quali sono l’obiettività e completezza dell’informazione, l’ampia apertura a tutte le correnti culturali, l’imparziale rappresentazione delle idee che si esprimono nella società, la costituzione degli organi direttivi dell’ente gestore in modo da garantire obiettività da parte dei giornalisti preposti ai servizi d’informazione, la limitazione della pubblicità in modo da evitare il pericolo di inaridire la fonte tradizionale e primaria della libera stampa, il riconoscimento anche al singolo del diritto di rettifica.
L’Alta Corte aveva dunque dichiarato illegittimo il regime di “concessione”, rimesso alla più ampia discrezionalità del potere esecutivo, introducendo, al suo posto, quello dell’autorizzazione che deve essere concessa quando ricorrono i presupposti e le condizioni sopra accennate. Purtroppo, a distanza di oltre 22 anni, i nostri Legislatori non hanno ancora voluto o potuto trovare il tempo per emanare una Legge che regolamenti le Emittenti televisive. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti!
Giuliano Grizi
Se oggi esistono Televisioni alternative; se sentenze fondamentali della Magistratura hanno scosso il monopolio, fino a ieri indiscusso, del Video di Stato, una parte di merito va anche all’ostinata battaglia che Telebiella, spesso isolata e contro tutti, ha combattuto in nome di una libertà d’immagine per troppo tempo ignorata e osteggiata.
L’impegno di minoranze, in Italia molte volte ha segnato una presa di coscienza di problemi generali, ed è stato l’inizio di campagne in difesa dei diritti civili. Sono serviti e servono anche i digiuni, i sit-in, ed i cortei di sparuti gruppi che gridano slogan e agitano cartelli. Telebiella è scesa in piazza, ma attraverso il piccolo schermo prima, e le aule giudiziarie più tardi, è stata uno stimolo costante, che ha consentito di aprire una breccia nel feudo di viale Mazzini. È una storia di pionierismo e di attese, di speranze e di inganni, di ultimatum e di ricorsi.
Comincia alla fine del I972, a Biella, in un modesto appartamento al pianterreno. Alcuni giovani decidono di mettere su una Televisione via cavo. Danno fondo a qualche risparmio, si autotassano, magari a costo di litigare con le mogli. Ci sono improvvisazione, fascino dell’avventura, ma soprattutto emozione di essere protagonisti di una vicenda che non ha precedenti.
Viene collegato qualche condominio, l’emittente si chiama Telebiella, e ne è direttore Giuseppe Sacchi. Tentativi, esperimenti, sul ventiquattro pollici compare il monoscopio. Telebiella muove i primi, timidi, passi. I programmi sono varati com’è possibile, e con i mezzi di cui si dispone. Le idee e la volontà non mancano. Si fa parlare la gente, le cineprese scendono in strada, la porta dello studio è aperta a tutti.
Notiziari, avvenimenti sportivi, inchieste graffianti, denunce: i palazzoni sorti nell’area dell’ex maglificio Boglietti, che soffocano il centro storico del Piazzo; gli argini mai costruiti e contabilizzati dopo la tragica alluvione; le isole pedonali; il nodo della riqualificazione della manodopera, in vista dell’insediamento della Lancia. Telebiella scava tra le pieghe della città, è seguita, diventa una voce di popolo perchè è una Tv paesana.
Ma subito si presentano gli ostacoli. Un privato denuncia Sacchi perchè Telebiella non ha l’autorizzazione del Ministero ai sensi dell’articolo 178 del Codice Postale . Il Pretore Giuliano Grizi lo assolve: il fatto non costituisce reato. La sentenza ha una motivazione interessante. Se ragioni tecniche possono imporre un monopolio per la Televisione effettuata mediante radioonde in considerazione del numero limitato dei canali, queste ragioni non sembra debbano davvero sussistere per la Televisione via cavo… Il giorno stesso in cui è pronunciata la sentenza, a Sacchi è notificata un’altra denuncia. Questa volta, da parte del Ministero delle Poste, sempre in base all’articolo 178.
Il cavo diventa una febbre. Spuntano Emittenti al Nord, al Sud, in Sicilia, in Sardegna. Nascono le prime Associazioni. Telebiella dà prestigio ed esperienza alla Rete A21 . A Venezia in Palazzo Sceriman, diciassette Stazioni si uniscono in Federazione. Affiora qualche contrasto di impostazione. Telebiella, da alcuni, è accusata di individualismo, mentre quelli di Palazzo Sceriman puntano ad un discorso politico, che coinvolga gli Enti locali. Ma dietro la porta c’è il monopolio, ci sono Bernabei ed il Ministro delle Poste Gioia, che serrano le fila, consapevoli che le TV-cavo possono rappresentare il principio della fine di un potere assoluto.
Dopo i silenzi, le intimazioni e le minacce, il 29 marzo del ’73, il colpo di mano. Con segretezza carbonara e con rapidità stupefacente, Gioia fa approvare un Decreto di cui non tutti i Ministri sono al corrente, e che non tutti i Leaders dei partiti che esprimono la maggioranza di Governo conoscono. È il nuovo Codice Postale, che stabilisce sanzioni durissime contro le Televisioni libere. Chiunque esercita un impianto di telecomunicazioni senza prima avere ottenuto la relativa concessione o l’autorizzazione, è punito con l’arresto da tre a sei mesi. Parlare di concessione o di autorizzazione è un inganno, perchè è impossibile ottenere sia l’una sia l’altra. È un eccesso di potere da parte del Governo. Il Parlamento, nel 1968, aveva dato all’esecutivo la delega per riordinare tutte le norme che si erano succedute, in materia postale, dal 1936 in poi. La delega non prevedeva la regolamentazione della TV via cavo.
Il nuovo Codice Postale è un atto di forza da parte di un Governo in agonia. Scoppiano le polemiche in Parlamento e fra i partiti della maggioranza; i Repubblicani chiedono le dimissioni di Gioia, la DC è alle corde e cerca inutilmente di prendere tempo, per superare lo scoglio del Congresso nazionale dello scudo crociato. Le TV alternative sono fuori legge, ed a nulla valgono la pressione dell’opinione pubblica e le prese di posizione di alcuni Organi di Stampa.
Devono chiudere, altrimenti lo farà l’Escopost. Telebiella non si arrende; il Pretore Grizi solleva eccezione d’incostituzionalità e investe della decisione i giudici di Palazzo della Consulta. L’emittente continua a funzionare e lancia una sfida impossibile. Va avanti giorno dopo giorno, e rifiuta un destino che è ormai segnato. L’ultimatum del Ministero scade il 25 maggio e saluta l’ingresso nell’illegalità con una trasmissione che dura cinque ore. Lo studio è affollato. S’intervistano i giornalisti, personaggi politici locali, gente della strada. Si raccolgono le opinioni di tutti, e tutti sono liberi di dire quello che pensano, senza tagli e senza censure. Sacchi commenta amareggiato: “Siamo pirati, banditi, perchè abbiamo il torto di amare la verità. Purtroppo, la nostra è una democrazia in cui molti sono costretti a dire ciò che fa piacere a pochi”. Si attende che, da un momento all’altro, quelli dell’Escopost bussino alla porta, ma quella sera nessuno si presenta. Trascorrono altri sei giorni; poi, il primo giugno, di mattina, la fine. A Telebiella vengono recisi i cavi, gli impianti sigillati. Sul Corriere della Sera, il Giurista Paolo Barile commenta: “Quel che resta è il fatto, assai grave, di uno straripamento del potere politico ed economico in uno dei gangli più preziosi della vita democratica nazionale: quello dell’informazione, che è allo stesso tempo un diritto fondamentale del cittadino che vuole dare l’informazione, ed un diritto fondamentale di colui che vuole riceverla”.
Sulle TV libere cala il sipario nero. L’avventura si conclude per tutte, ma non per Telebiella che continua a battersi nelle aule giudiziarie. La vicenda travalica i confini nazionali ed investe gli Organi della Giustizia dell’Europa comunitaria. Il Tribunale di Biella trasmette gli atti di un ennesimo processo a carico di Giuseppe Sacchi alla Corte di Giustizia della CEE, perchè dica se il monopolio della RAI-TV in Italia è compatibile con il Trattato di Roma.
Più tardi, Telebiella si rivolge alla Commissione Europea dei diritti dell’uomo, invocando protezione da una Convenzione che, ratificata dall’Italia nel 1955, il nostro Paese ha ignorato per diciotto anni. Si appella al principio sancito nell’art. 10, che riconosce il pieno diritto di comunicare informazioni e idee senza ingerenza alcuna da parte delle Autorità pubbliche, e senza considerazione di frontiera.
Nel luglio del ’74, la sentenza che molti definiscono storica. La Corte Costituzionale liberalizza la TV-cavo e muove pesanti critiche al monopolio di Stato. Un quotidiano di Torino titola su cinque colonne: “Telebiella ha vinto la battaglia”. Ma in quelli di Telebiella non ci sono trionfalismi, né esaltazione, né spirito revanscista. Affiorano cedimenti, e un presentimento del domani. “Dopo ogni guerra si contano i morti – dice Sacchi – e per noi le perdite sono state gravi. Telebiella non tornerà ad essere quella che era. È morta, definitivamente morta, quel giorno di giugno”.
L’emittente riprende a funzionare, le immagini ritornano sul piccolo schermo. Ma non c’è più entusiasmo, le esperienze di due anni hanno lasciato un segno profondo. Comincia il declino, i costi di gestione sono troppo alti, la società che assicurava il budget pubblicitario non rinnova il contratto. Risentimento, attriti, dichiarazioni amare. Ma la lotta al monopolio ha aperto una breccia.
Ed un’altra conquista verrà due anni più tardi, quando la Corte Costituzionale riconoscerà che anche le Televisioni libere via etere hanno il diritto di esistere.

References: art. 178
 art. 21
 sentenza 
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