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Timestamp: 2018-07-18 08:39:44+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza n. 17655 depositata il 17 luglio 2017 - E’ da escludersi che la tutela assicurativa contro gli infortuni sul lavoro prevista a favore degli artigiani possa comprendere le attività lavorative svolte nel proprio interesse, nell'interesse di congiunti o comunque a titolo di cortesia - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza n. 17655 depositata il 17 luglio 2017 – E’ da escludersi che la tutela assicurativa contro gli infortuni sul lavoro prevista a favore degli artigiani possa comprendere le attività lavorative svolte nel proprio interesse, nell’interesse di congiunti o comunque a titolo di cortesia
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza n. 17655 depositata il 17 luglio 2017
LAVORO – SICUREZZA SUL LAVORO – TUTELA ASSICURATIVA CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO – ARTIGIANI – INFORTUNI SUL LAVORO – ATTIVITA’ LAVORATIVA
che, con la sentenza epigrafata, la Corte di appello di Catanzaro, in accoglimento del gravame proposto dall’INAIL ed in parziale riforma della decisione impugnata, rigettava la domanda proposta in primo grado da T.G. intesa ad ottenere il riconoscimento della i.t.p. e la condanna dell’istituto alla corresponsione della relativa indennità, nonché l’indennizzo per i postumi permanenti residuati ad infortunio sul lavoro occorso il 26.2.2009;
che la Corte osservava che ai fini della reiezione della domanda dell’assicurato rilevavano: la circostanza che il T.G. avesse atteso ben quattro mesi prima di presentare domanda all’INAIL, che non era vero che nella denuncia di inizio lavori il predetto fosse indicato come titolare di una delle due ditte indicate dal committente, poiché già nelle dichiarazioni rese ai funzionari INAIL in data 20.3.2009 era emerso come la DIA e tutta la documentazione alla stessa allegata riguardavano lavori diversi da quelli che egli stava svolgendo al momento dell’infortunio; che il T.G. aveva dichiarato che i lavori avevano ad oggetto lo smaltimento della vecchia copertura in eternit ed il rifacimento della stessa con diversi materiali, lavori per i quali T.V., (erroneamente indicato come T.G.) proprietario dell’edificio, aveva incaricato la ditta E. G. srl, indicata nella DIA, che aveva stipulato contratto di appalto con il committente il 12.9.2007, laddove solo nel piano sul rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro era indicato il nome del ricorrente come mero responsabile dei lavori;
che la doglianza prospettata dal T.G. si incentra sulla mancata attribuzione di rilevanza, da parte del giudice del gravame, al contratto di appalto stipulato tra T.V. e T.G. e sulla omessa considerazione della qualità, risultante documentalmente, di responsabile dei lavori, rilevandosi l’inessenzialità della circostanza che l’edificio in cui furono eseguiti i lavori fosse abitata anche da ?esso ricorrente;
3.1 che questa Corte ha affermato che deve escludersi che la tutela assicurativa contro gli infortuni sul lavoro prevista a favore degli artigiani possa comprendere le attività lavorative svolte nel proprio interesse, nell’interesse di congiunti o comunque a titolo di cortesia (Cass. 18 gennaio 1996, n. 375; 29 marzo 1993, n. 3347; 1A febbraio 1993, n. 1194; 8 marzo 1990, n. 1887; 27 gennaio 1989, n. 508; 23 luglio 1977, n. 3289 e, successivamente Cass. 6.11.2002 n. 15588 e Cass. 12012/2003);
3.2. che le deduzioni del ricorrente non criticano, tuttavia, nella sostanza i principi sanciti da tale orientamento, secondo cui l’assicurazione non riguarda prestazione lavorativa fuori dell’esistenza di un rapporto giuridico obbligatorio (lavoro subordinato, autonomo, societario, di collaborazione nell’impresa familiare) del quale costituisca esecuzione, quanto piuttosto la valutazione delle prove, e, in particolare, di un contratto fra un soggetto committente ed altro asseritamente prestatore dell’opera;
3.4. che con riguardo, poi, all’ulteriore profilo di censura concernente la dedotta insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, oltre a non essere la prospettazione del vizio conforme al paradigma normativo di cui all’art. 360 n. 5 epe nella nuova formulazione applicabile ratione temporis, deve osservarsi che si critica la sufficienza del ragionamento logico posto alla base dell’interpretazione di determinati atti del processo, e dunque il vizio integra un caratteristico vizio motivazionale, non più censurabile (si veda Cass., S.U., n. 8053/14, secondo cui il controllo della motivazione è ora confinato sub specie nullitatis, in relazione al n. 4 dell’art. 360 cod. proc. civ. il quale, a sua volta, ricorre solo nel caso di una sostanziale carenza del requisito di cui all’art. 132, n. 4, cod. proc. civ., esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di ‘sufficienza’ della motivazione);
che l’omesso esame deve riguardare un fatto inteso nella sua accezione storico-fenomenica (e quindi non un punto o un profilo giuridico), un fatto principale o primario (ossia costitutivo, impeditivo, estintivo o modificativo del diritto azionato) o secondario (cioè un fatto dedotto in funzione probatoria) e che, tuttavia, il riferimento al fatto secondario non implica – e la citata sentenza n. 8053 delle S.U. lo precisa chiaramente – che possa denunciarsi ex art. 360, co. 1, n. 5 cod. proc. civ. anche l’omessa o carente valutazione di determinati elementi probatori: basta che il fatto sia stato esaminato, senza che sia necessario che il giudice abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie emerse all’esito dell’istruttoria come astrattamente nlevanti; che – premesso che l’interpretazione del contratto, traducendosi in una operazione di accertamento della volontà dei contraenti, si risolve in una indagine di fatto riservata al giudice di merito, censurabile in cassazione, oltre che per violazione delle regole ermeneutiche, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c., nella ipotesi di omesso esame di un fatto decisivo e oggetto di discussione tra le parti, nel vigore del novellato testo dell’art. 360 n. 5 cpc (cfr. Cass. 14.7.2016 n. 14355) – nel caso in esame i fatti controversi da indagare (da non confondersi con la valutazione delle relative prove) sono stati manifestamente presi in esame dalla Corte territoriale, sicché non può certo trattarsi di omesso esame, ma di accoglimento di una tesi diversa da quella sostenuta dal ricorrente;
dichiara l’inammissibilità del ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in euro 200,00 per esborsi, euro 3000,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge, nonché al rimborso delle spese forfetarie in misura del 15 %

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