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Timestamp: 2019-02-17 20:05:25+00:00

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MDA Studio Legale | Newsletter n. 1 - marzo 2018
Legge di Bilancio 2018: interessanti novità in tema di molestie sessuali nei rapporti di lavoro. Prevista una espressa previsione di tutele per chi decide di denunciare
La recente Legge di Bilancio 2018 (L. n. 205/2017) ha introdotto importanti integrazioni al Codice delle Pari Opportunità (D.Lgs. 198/06), per rendere più effettiva la tutela per le lavoratrici ed i lavoratori che denunciano le molestie e per assicurare un ambiente di lavoro più rispettoso della dignità di tutti i lavoratori.
All’art. 26 del Codice è stato aggiunto il comma 3-bis, che vieta - sancendone espressamente la nullità – qualsivoglia misura ritorsiva e/o discriminatoria (quali sanzioni disciplinari, mutamenti di mansioni, trasferimenti, licenziamenti nonché ogni altra misura organizzativa con effettivi negativi, diretti o indiretti, sulle condizioni di lavoro) adottata nei confronti del lavoratore o della lavoratrice che agisca in giudizio per la dichiarazione delle discriminazioni per molestia o molestia sessuale, ove il provvedimento risulti determinato dalla denuncia del lavoratore o della lavoratrice.
Il nuovo comma 3-ter dell’art. 26, invece, oltre a sollecitare tutti i soggetti coinvolti (lavoratori e lavoratrici, datori di lavoro, sindacati) a contribuire al mantenimento di un ambiente di lavoro rispettoso della dignità di ciascuno, precisa che il generale dovere di protezione gravante sul datore di lavoro ai sensi dell’art. 2087 c.c. include il dovere di assicurare condizioni di lavoro che garantiscano l’integrità fisica e morale e la dignità dei lavoratori, anche ponendo in essere, con il coinvolgimento dei sindacati, iniziative di natura formativa ed informativa volte a prevenire le molestie sessuali nei luoghi di lavoro.
Consumo di suolo e governo del territorio: Legge di Bilancio regionale, ulteriori restrizioni
Fra le misure di rilievo contenute nel Collegato alla legge di Bilancio regionale (L.R. n. 45/2017), segnaliamo alcune novità in tema di urbanistica, previste all’art. 57 della legge. Di particolare interesse le integrazioni all’art. 12, comma 2, della L.R. n. 14/2017 (meglio nota come Legge sul consumo di suolo), che applicano la disciplina della legge sul consumo di suolo anche agli interventi commerciali disciplinati dalla L.R. n. 50/2012 (in materia di grandi strutture commerciali) e ai relativi regolamento e provvedimenti attuativi, ove rechino una disciplina più restrittiva. Previste, inoltre, modifiche alla L.R. n. 11/2004, con l’obbligo di pianificazione coordinata per le aree da destinare all’insediamento di grandi strutture di vendita sopra gli 8000 mq. nei comuni capoluogo, ed oltre i 4000 mq. negli altri comuni. Il medesimo obbligo viene ora esteso anche alle aree con idonea destinazione urbanistica per l’insediamento di grandi strutture di vendita, purché non siano oggetto di pianificazione di dettaglio già approvata, accordi pubblico-privato o accordi di programma approvati alla data di entrata in vigore della legge di Bilancio regionale.
CONTRATTI PUBBLICI E APPALTI:
Le sanzioni Antitrust sono causa di esclusione dalla gara d’appalto?
Con sentenza del 5 febbraio 2018 n. 722, il Consiglio di Stato ha precisato che, ai fini della partecipazione alle gare, non rileva la circostanza che un’impresa sia stata sanzionata dalla Autorità antitrust per grave condotta anticoncorrenziale, poiché l’art. 38, comma 1, lett. f), del D.lgs. 163/06 deve essere interpretato nel senso che rilevano ai fini della partecipazione solo le condotte afferenti l’esclusione di contratti di appalto. Parimenti, la sanzione antitrust non rileva neppure ai fini del patto di integrità stipulato ai fini della partecipazione ad una pubblica gara.
prime pronunce in tema di difformità tra ISC indicato nel contratto e ISC reale; la difformità non comporta l'applicazione dell’art. 117 TUB
Intervenendo su un tema sinora rimasto, in gran parte, insondato, il Tribunale di Treviso ha riconosciuto che, in caso di difformità tra Indicatore Sintetico di Costo indicato in contratto e ISC reale, non può essere dichiarata la nullità del tasso applicato, ai sensi dell’ar. 117 del TUB, ma può esservi spazio solo per domande di tipo risarcitorio da responsabilità precontrattuale e/o contrattuale, certo non rilevabili d’ufficio, con conseguente rigetto della domanda, ove limitata alla declaratoria di nullità . Il Tribunale, inoltre, ha escluso l’applicazione del comma 8 dell’art. 117 TUB, non potendosi ritenere che l’indicazione dell’ISC rientri nel contenuto minimo del contratto, fermo restando che comunque tale norma non potrebbe ritenersi pacificamente applicabile in caso di mera discrasia tra quanto indicato e il dato reale (Tribunale di Treviso, 20.07.2017, n. 1662).
E’ legittimo il licenziamento del dipendente che abusa del congedo parentale?
La condotta del lavoratore in congedo parentale che, anziché dedicarsi alla cura diretta del bambino, svolge altre attività (lavorativa o non) per parte rilevante del periodo di congedo costituisce abuso del diritto, sanzionabile da parte del datore di lavoro finanche con il licenziamento. Ad avviso della Suprema Corte, le esigenze cui risponde il congedo non possono essere soddisfatte attraverso una mera accudienza indiretta, che pure contribuisca ad una migliore organizzazione familiare, ma richiedono necessariamente la presenza del genitore accanto al bambino (Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, 11.01.2018,n. 509).
la Cassazione affronta la problematica dei compensi dei professionisti; Prededucibilità del credito del professionista in relazione agli accordi 182 bis L.F.
La sentenza in esame perviene a definire una questione controversa in tema di rango del credito del professionista che abbia prestato la propria opera per la presentazione di un accordo 182 bis L.F. affermandone la prededucibilità nella misura in cui la relativa prestazione è stata funzionale a consentire la presentazione del predetto accordo poi omologato. E’ da segnalare come la Corte di Cassazione con tale pronuncia riconosce l’appartenenza di tale strumento agli istituti di diritto concorsuale, dall’altro evidenzia come, ai fini del riconoscimento della prededucibilità, la valutazione deve basarsi sulla funzionalità di accesso alla procedura, con esclusione dalla prededucibilità di quelle prestazioni non funzionali in quanto sin dall’inizio non consentivano alcun salvataggio dell’impresa (Cassazione, 18 gennaio 2018, n. 1182).
La Conversione ex art. 1424 c.c. del mutuo fondiario dichiarato nullo per superamento del limite di finanziabilità in mutuo ipotecario non è “automatica” ma deve essere accertata in sede probatoria.
Il mutuo fondiario è nullo qualora lo stesso superi il limite di finanziabilità ai sensi dell’art. 38 co. 2 TUB e non sia data dimostrazione da parte della Banca dell’esistenza dei presupposti per la conversione ex art. 1424 c.c. in mutuo ipotecario. Nella fattispecie in oggetto, il Tribunale di Venezia, pur ammettendo il rapporto di continenza tra il contratto di mutuo fondiario e il mutuo ipotecario, ha evidenziato la necessità di una prova positiva da parte della banca che richieda la conversione ex art. 1424 c.c. del mutuo fondiario in mutuo ipotecario, concludendo che in mancanza della predetta prova la richiesta di conversione deve essere rigettata. In particolare, le previsioni contrattuali (con indisponibilità del finanziamento prima del decorso del termine per il consolido), l’utilizzo del finanziamento per rimodulare il pregresso indebitamento della fallita, così come il ricorso ad un pool bancario ed i vantaggi connessi al mutuo fondiario, hanno portato a concludere che in assenza di un mutuo fondiario le finanziatrici non avrebbero concesso il finanziamento (decreto del Trib. Venezia, 16.2.2018).
Sottrazione illecita di clientela da parte dell’ex agente
Una interessante decisione del Tribunale di Bologna ha affrontato il tema della responsabilità per concorrenza sleale dell’agente facendo applicazione dei principi elaborati dalla Suprema Corte secondo cui “deve ritenersi contraria alle norme sulla correttezza imprenditoriale l’acquisizione sistematica di clienti dell’ex datore di lavoro, più facilmente praticabile proprio in virtù delle conoscenze riservate precedentemente acquisite, dovendo al contrario ritenersi fisiologico che il nuovo imprenditore nella suo opera di proposizione e promozione sul mercato della sua nuova attività, acquisisca o tenti di acquisire anche alcuni clienti già in rapporti con l’impresa alle cui dipendenze aveva prestato lavoro”.
Analoghe considerazioni valgono, secondo la decisione richiamata, in relazione al rapporto di concorrenza tra l’ex agente ed il precedente preponente nel senso che “lo sviamento di clientela” posto in essere da un ex agente costituisce concorrenza sleale soltanto se attuato facendo uso delle conoscenze riservate acquisite nel precedente rapporto o con modalità non conformi ai principi di correttezza professionale denotando un’attività sistematica ed organizzata volta a sottrare il portafoglio clienti dell’ex preponente (il Tribunale rigettava la domanda alla luce anche dell’esiguità del numero di clienti “sottratti” (Trib. di Bologna, Sez. Imprese 23.11.2017, n. 2612).
Le cd. liste clienti “semplici” non costituiscono know-how proteggibile
Il semplice elenco dei nominativi di clienti ed i relativi indirizzi fisici e virtuali, che sia privo di ulteriori informazioni qualificanti del singolo cliente, non costituisce segreto aziendale ex artt. 98-99 C.p.i., stante la mancanza di uno specifico valore economico nell’esercizio dell’attività imprenditoriale dei dati in questione, considerata tra l’altro la facilità di una loro autonoma elaborazione; per tale ragione la sottrazione dell’elenco ed il suo successivo utilizzo non autorizzati potranno al più costituire, laddove ne ricorrano i presupposti, atto di concorrenza sleale non interferente con diritti di proprietà intellettuale.
L’espressa riserva contenuta nell’art. 99 c.p.i., infatti, che fa salva, in ogni caso, la normativa in materia di concorrenza sleale, consente di ritenere sempre configurabili le fattispecie di concorrenza sleale costituite dalla utilizzazione di notizie riservate o, in genere, dalla utilizzazione di know-how aziendale, a condizione che l’utilizzo avvenga secondo modalità scorrette e che sia potenzialmente foriero di danno concorrenziale, potenziale o attuale. E ciò sia nei casi in cui siano presenti tutti i requisiti delle informazioni segrete postulati dall’art. 98 c.p.i., sia nel caso in cui tali requisiti non sussistano o non ricorrano tutti, sicché la condotta illecita, in tali casi, può ricevere soltanto tutela obbligatoria e non reale (Trib. di Bologna – Sez. Imprese 17.05.2017, n. 861).
Opere musicali e diritto d’autore: la “sincronizzazione” è prerogativa esclusiva dell’autore dell’opera
Ai sensi degli artt. 12 e 61 della Legge sul Diritto d’Autore, la manipolazione ad uso riproduttivo di opere musicali (ossia la c.d. sincronizzazione), rientra nelle prerogative esclusive del loro autore, “a prescindere dalla tipologia e dal contenuto del supporto, del prodotto o del mezzo audiovisivo cui la composizione musicale viene abbinata”, dovendosi, quindi, ragionevolmente “escludere la riconducibilità della sincronizzazione dell’opera musicale tra quelle utilizzazioni ricomprese nell’accezione di pubblica esecuzione”, per cui l’accoppiamento operato dall’utilizzatore “tra le immagini (della c.d. fiction) e le composizioni musicali (sicché le stesse sono diventate la colonna sonora della prima)” in assenza di “preventivo consenso anche degli autori e dei compositori dei brani musicali” deve ritenersi illegittimo. Inoltre, l’art. 180 delle Legge sul Diritto d’Autore, con specifico riferimento alle opere musicali, “non autorizza la SIAE a concedere il diritto alla sincronizzazione delle opere musicali attraverso la loro diffusione coniugata – in via elettronica – con le immagini, nei vari format in cui esse vengono telediffuse, non essendo tale facoltà ricompresa nella richiamata previsione di legge (l’art. 180) e non rientrando tra i compiti istituzionali della SIAE” (Corte di Cassazione, 12.12.2017, n. 29811).
DIRITTO PENALE D'IMPRESA:
Omissione d’atti d’ufficio: il dirigente comunale non risponde dell’adeguatezza o no della sua azione e, comunque, se non abbia effettiva conoscenza della richiesta d’intervento o della situazione d’urgenza
Lo scorso 21 dicembre il G.U.P. del Tribunale Ordinario di Padova ha depositato un’interessate sentenza di non luogo a procedere, perché il reato di omissione di atti d’ufficio non sussiste, nei confronti di un ex dirigente comunale. Il G.U.P. ha evidenziato come, per la realizzazione del delitto previsto dall’art. 328 C.P., si richiede che il funzionario pubblico interessato sia consapevole di una richiesta di intervento o di una situazione di urgenza a provvedere e mantenga un contegno omissivo connotato dalla deliberata volontà di non intervenire. Esula, invece, dal giudizio penale ogni valutazione (seppur fondata su approfondimenti documentali e tecnici) circa la tipologia e le modalità dell’intervento messo in atto dal pubblico ufficiale o dai suoi sottoposti in risposta della richiesta d’intervento o della situazione d’urgenza della quale abbiano avuto conoscenza, in quanto tale valutazione non attiene alla sussistenza o no dell’ipotizzata omissione, ma all’adeguatezza o no dell’azione concretamente intrapresa nell’esercizio della discrezionalità propria della Pubblica Amministrazione, sempre che l’azione non risulti meramente apparente. E’ necessario semmai che si raggiunga la prova certa che il pubblico ufficiale abbia avuto modo di conoscere e prendere atto del contenuto del documento in cui è emersa la situazione di urgenza o la necessità dell’interventoche sarebbe stato omesso ed abbia volutamente disatteso ai compiti di garantire la sicurezza e l’incolumità pubblica assegnatigli in ragione dell’incarico svolto.
Stoccaggio di rifiuti non pericolosi: ecco perchè l'impresa terminalista non risponde del reato di gestione illecita di rifiuti
Il Giudice Monocratico Tribunale Ordinario di Venezia il 31 dicembre 2017 ha depositato le motivazioni in forza delle quali due dirigenti di un noto Gruppo Terminalista portuale sono stati assolti per insussistenza del fatto in relazione al reato di gestione illecita di rifiuti non pericolosi, avendo stoccato - all’interno degli spazi doganali ed oltre il termine previsto per la normale sosta tecnica prevista per le operazioni portuali - svariati container contenenti scaglie di laminazione, cioè rifiuti da avviare a recupero in questo caso presso impianti autorizzati in un paese estero. Per quanto consta, per la prima volta nel panorama giuridico italiano è stato riconosciuto che l’impresa terminalista non ha, non può avere e non deve avere conoscenza del contenuto dei container, dal momento che non dispone e non conosce neppure i documenti impiegati in occasione del trasporto transfrontaliero di rifiuti (D.D.T., F.I.R., Allegato VII al Regolamento comunitario n. 1013/2006 e Bolletta Doganale). Ciò a differenza dello spedizioniere, che conosce invece il contenuto del container ed ogni altro elemento in grado di qualificarlo sotto il profilo giuridico, compreso quindi la sua eventuale connotazione come rifiuto. L’impresa terminalista dunque non dispone liberamente degli spazi doganali e dei container ivi depositati, avendo solo la custodia temporanea dei contenitori e non del loro contenuto, quale loro depositaria fino all’espletamento delle successive operazioni di imbarco sulla nave, anche in questo caso su esclusiva indicazione e responsabilità dello spedizioniere. Ne deriva che non può essere addebitata alcuna responsabilità ai dirigenti dell’impresa terminalista rispetto alla prolungata presenza nell’area doganale di container contenenti dei rifiuti, nei cui riguardi mai hanno assunto - né avrebbero potuto assumere - la qualificazione giuridica di produttori, di detentori o d’intermediari dei rifiuti, che il Testo Unico Ambientale (D.Lgs. n. 152/2006) pone come presupposto per qualsiasi addebito relativo alla gestione, allo smaltimento od al recupero di rifiuti.
Senza decisione dei soci è nullo il contratto d’affitto d’azienda concluso dall’amministratore di s.r.l.
Secondo il Tribunale di Milano, la concessione in affitto dell’azienda di proprietà di una s.r.l. richiede la previa decisione dei soci, pena la nullità del contratto . La trasformazione dell’attività societaria da operativa a finanziaria determinerebbe, infatti, una sostanziale modificazione dell’oggetto sociale, ai sensi dell’art. 2479, comma 2, n. 5. La decisione è di un certo interesse, in quanto sembra discostarsi dall’orientamento espresso recentemente dalla Cassazione a SS.UU. (sent. n. 1095/2016), secondo cui, in ipotesi di assunzione di partecipazioni in società a responsabilità illimitata, non integrerebbe causa di nullità la violazione della regola stabilita dalla disciplina delle s.p.a. (art. 2361 C.C.), che subordina detta assunzione alla deliberazione dell’assemblea (Ordinanza Trib. di Milano, 5.11.2017, n. 42004).
Affitto di ramo d'azienda: innovativa decisione della Suprema Corte per cui il concedente è responsabile per i debiti dell’affittuario
Deviando rispetto ad un consolidato orientamento, la Corte di Cassazione afferma che, in caso di retrocessione dell’azienda affittata a seguito dello scioglimento del contratto di affitto, il concedente risponde per i debiti maturati dall’affittuario, ai sensi dell’art. 2560 C.C (Cassazione, 9.10.2017, n. 23581).
La Cassazione argomenta dalla previsione di cui all’art. 104 bis L.F., che, per l’ipotesi di affitto attuato nell’ambito di una procedura fallimentare, stabilisce l’irresponsabilità della procedura “in deroga” all’art. 2560 C.C. Da tale pronuncia sembra doversi ricavare il principio per cui, in caso di contratto di affitto d’azienda, l’affittuario risponde, ai sensi dell’art. 2560 C.C., dei debiti pregressi dal concedente. Così inteso, l’orientamento della Corte di Cassazione rischia di creare un importante disincentivo alla circolazione dell’azienda mediante la forma dell’affitto.
Vendita online di prodotti di lusso: il limite alla concorrenza è possibile se salvaguarda l’immagine di lusso dei prodotti venduti
In antitesi a precedenti sentenze rese dai giudici nazionali, la Corte di Giustizia U.E. ha chiarito come, nell’ambito della vendita online di prodotti di lusso, non debba considerarsi illegittima una previsione contrattuale in forza della quale un fornitore ponga un divieto ai propri distributori autorizzati di rivendita tramite piattaforme di terzi riconoscibili dal consumatore (quali ad esempio Amazon) qualora: (i) tale clausola sia diretta a salvaguardare l'immagine di lusso dei prodotti compravenduti; (ii) sia stabilita indistintamente e applicata in modo non discriminatorio; (iii) sia proporzionata all'obiettivo perseguito. In altre parole, nella misura in cui tale clausola sia volta a salvaguardare l’immagine e il prestigio del marchio di lusso, è considerato compatibile con le norme UE in materia di concorrenza imporre al rivenditore di vendere unicamente tramite la propria vetrina elettronica oppure tramite piattaforme terze non autorizzate se il relativo intervento non è riconoscibile dal consumatore (Corte di Giustizia U.E., 6.12.2017 - causa C-230/16 - Coty Germany GmbH c. Parfümerie Akzente GmbH).
V.I.A. postuma: il via libera della Corte U.E.?
La Corte di Giustizia U.E. ha riconosciuto, a determinate condizioni, la possibilità di effettuare una valutazione di impatto ambientale ex post. I giudici europei hanno infatti precisato che il diritto dell’Unione, da un lato impone agli Stati membri di rimuovere le conseguenze illecite di tale omissione, dall’altro, non osta a che una valutazione di tale impatto sia effettuata a titolo di regolarizzazione, dopo la costruzione e la messa in servizio dell’impianto interessato, a condizione che le norme nazionali che consentono tale regolarizzazione non offrano agli interessati l’occasione di eludere le norme di diritto dell’Unione o di disapplicarle e purché la V.I.A. postuma non si limiti all’impatto futuro di tale impianto sull’ambiente, ma prenda in considerazione altresì l’impatto ambientale intervenuto a partire dalla sua realizzazione (Corte di Giustizia U.E., 26.07.2017 - cause riunite C-196/16 C-197/16 - Comune di Corridonia e a. c. Provincia di Macerata).
Libertà di stabilimento: ulteriore conferma del principio per cui trasferimento transfrontaliero di società non può essere subordinato ad un obbligo generale di previa liquidazione
la Corte di Giustizia U.E. ha definitivamente decretato la contrarietà al principio comunitario di libertà di stabilimento l’imposizione, da parte di uno Stato membro, di un obbligo di liquidazione per le società che intendono trasferire la propria sede legale in altro Stato membro. In particolare, la Corte ha precisato che rientra nella libertà di stabilimento la facoltà di una società costituita secondo la legislazione di uno Stato membro di trasformarsi in una società disciplinata dal diritto di un diverso Stato membro, anche qualora essa svolga la parte essenziale, se non la totalità, delle sue attività economiche nel primo Stato membro, non costituendo abuso il trasferimento della sede (legale o effettiva) della società al fine di beneficiare della legislazione più vantaggiosa di altro Stato membro (Corte di Giustizia U.E., 25.10.2017 - causa C-106/16 - Polbud c. Wykonawstwo sp. z o.o.).
Dove si instaura il giudizio in caso di vendita transazionale di beni mobili?
Le Sezioni Unite hanno chiarito come come, al fine di decidere la competenza giurisdizionale in materia di vendita internazionale di beni mobili tra Stati membri, il criterio di applicazione deve essere individuato in base a criteri economici ed in relazione al recapito finale della merce. Per luogo di consegna, dunque, si deve intendere quello in cui le merci sono state effettivamente consegnate, con effetto liberatorio per il venditore, ovvero, ove la consegna non sia ancora avvenuta, il luogo concordato dalle parti. In mancanza di previsione contrattuale, luogo di consegna si deve intendere quello i beni compravenduti sono entrati nella disponibilità materiale, e non solo giuridica, dell'acquirente (Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 18-07-2017, n. 17719).
Il diritto all’indennizzo per eccessiva durata della procedura è possibile anche nell’ambito della liquidazione coatta amministrativa
La Corte EDU, con sentenza di condanna nei confronti dell'Italia, ha stabilito che, nell’ambito di una liquidazione coatta amministrativa, così come nel quadro di una procedura fallimentare, i creditori hanno diritto ad ottenere un indennizzo in base alla Legge Pinto per l’eccessiva durata della procedura.
Discostandosi dalle chiusure espresse in tema dalla Cassazione, la CEDU ha precisato che quel che rileva è determinare se, nell’ambito dell’attività condotta dal commissario, vi sia una «contestazione» su un «diritto» che si possa affermare essere, almeno in maniera difendibile, riconosciuto nel diritto interno (Sentenza Corte Europea dei Diritti dell'Uomo 11.01.2018 - Ricorso n. 38259/09 - Causa Cipolletta c. Italia).
rilevanti novità in tema di prescrizione nei rapporti tra Clienti e Banca nella giurisprudenza della Cassazione
Con una recente pronuncia (22.02.2018, ord. n. 4372), la Cassazione sembra confermare la non necessità da parte della Banca di individuare le singole rimesse per ritenere validamente eccepita la prescrizione. Con la stessa decisione, poi, la Corte pare non limitarsi ad equiparare gli oneri di allegazione delle domande ed eccezioni tra Cliente e Banca ma sembra spingersi oltre, in punto di onere probatorio. Qui i particolari.
In caso di contestazione tardiva il lavoratore non ha diritto alla reintegra: si applica la tutela indennitaria “forte”
Con Sentenza n. 30985 del 27 dicembre 2017 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione si sono pronunciate sulla tutela applicabile in caso di tardività della contestazione, in riferimento ad un licenziamento intimato da una Banca ad un proprio dipendente per fatti occorsi due anni prima dell’avvio del procedimento disciplinare.
Secondo il principio di diritto espresso dalle Ss.Uu. nella Sentenza in commento, dopo l’introduzione della c.d. Legge Fornero, l’accertamento dell’illegittimità del licenziamento in ragione di un notevole ed ingiustificato ritardo nella contestazione dell’addebito disciplinare non comporta la reintegra ma l’applicazione della sanzione dell’indennità prevista dall’art. 18, c. 5, St. Lav.. Qui un commento.
Marchio dell’Unione Europea: le ultime novità
Il 23 marzo 2016 è entrato in vigore il Regolamento UE n. 2424/2015 sul c.d. marchio dell’Unione Europea (RMUE), pubblicato nella G.U.U.E. n. L 341 del 24 dicembre 2015.
Il RMUE modifica il precedente Regolamento sul Marchio comunitario (RMC) tenendo conto, in particolare, delle esigenze evidenziate dalla pratica, dall'avvento di internet e delle nuove tecnologie e della necessità di adeguarsi agli impegni internazionali assunti nell’Unione Europea.
Alcune modifiche hanno avuto efficacia immediata sin dal momento dell’entrata in vigore del Regolamento modificativo, mentre altra parte di queste ha dovuto attendere l’emanazione recente di disciplina derivata: il Regolamento di esecuzione (UE) 2017/1431 della Commissione del 18 maggio 2017 e Regolamento delegato (UE) 2017/1430 della Commissione sempre del 18 maggio 2017: le relative novità sono entrare in vigore in data 1 ottobre 2017. Vediamole più nel dettaglio.
Il modello organizzativo e le novità in tema di segnalazione di reati o di violazioni del D.lgs. n. 231/2001
Con la Legge 30 novembre 2017, n. 179, entrata in vigore lo scorso 29 dicembre, è stato introdotto nel nostro ordinamento l'istituto (di derivazione anglosassone) del «whistleblowing», strumento finalizzato alla tutela “degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato”: l’art. 2 della Legge ha integrato l’art. 6 del D.Lgs. n. 231/2001 (che, a sua volta, disciplina la responsabilità di Enti ed imprese per i reati commessi dai loro vertici e dai dipendenti) ed impone di mettere mano rapidamente ad una specifica revisione dei Modelli Organizzativi finora adottati. Qui una panoramica sulle novità introdotte.
Amministratori senza deleghe: in presenza di segnali di allarme l'inerzia colpevole è fonte di responsabilità
Recente giurisprudenza della Suprema Corte è ritornata sulla questione della responsabilità degli amministratori senza deleghe, riassumendo lo stato dell’arte sul punto ed equiparando la disciplina relativa alle società a responsabilità limitata a quella delle società per azioni. La Corte di Cassazione, con le sentenze n. 31204 del 29 dicembre 2017 e la n. 2038 del 26 gennaio 2018, ha stabilito il principio per cui gli amministratori privi di deleghe sono responsabili per i danni subiti dalla società, se, in presenza di fatti rilevatori di condotte illecite poste in essere dai delegati, rimangano inerti, non attivandosi con gli strumenti messi a disposizione dalla legge. Qui un approfondimento.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 1424
 art. 1424
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 Sentenza 
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