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Timestamp: 2018-01-21 18:29:55+00:00

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Missioni OMI 11 2013 by MissioniOMI magazine - issuu
Appuntamenti importanti per i giovani Oblati
Si può evangelizzare con la fiction televisiva?
La chiesa in Ciad. Intervista a mons. Michele Russo
Aprirsi agli altri e ritrovarsi più ricchi
Prezzo di copertina € 2,20 - novembre 2013 - Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento postale – D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1, comma 1, C/RM/68/2012
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Don Matteo, un prete amico a breve la nona stagione
SOMMARIO MISSIONI OMI Rivista mensile di attualità Anno 20 n.11 novembre 2013
Irlanda, i missionari	dell’isola verde
di Fabio Ciardi OMI
Capaci di donare la vita
delegazione missionaria di Senegal-Guinea Bissau
Come un consacrato secolare	comunica Cristo oggi?
La chiesa in Ciad tra	sofferenza e speranza
Via dei Prefetti, 34 - 00186 Roma tel 06 9408777 - Valentina Valenzi rivista.missioni.omi@omi.it Italia (annuale) Estero (via aerea) Di amicizia Sostenitore
Si può raccontare Dio attraverso un poliziesco? Don Matteo di RAI 1, un successo decennale
Da versare su cc p n. 777003 Home Banking: IBAN IT49D0760103200000000777003 intestato a: Missioni OMI - Rivista dei Missionari OMI via Tuscolana, 73 - 00044 Frascati (Roma) Finito di stampare ottobre 2013 Reg. trib. Roma n° 564/93 Associata USPI e FESMI www.missioniomi.it www.facebook.com/missioniomi
Evangelizzare con la
testi di Angelica Ciccone angelica.ciccone@gmail.com foto Lux Vide
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e S. Paolo vivesse oggi parlerebbe in televisione”. È incredibilmente efficace questa espressione del beato Giacomo Alberione, fondatore della famiglia paolina. La televisione in Italia è stata utilizzata per l’evangelizzazione già dai primi anni, quando il volto sorridente di padre Mariano da Torino rassicurava i telespettatori dalla prima e unica rete della Rai, dando il via al genere delle rubriche religiose. Con il passare degli anni, tuttavia, si è compreso che la comunicazione della fede attraverso la televisione non può essere relegata alle sole rubriche: evangelizzare è anche permeare la cultura di valori evangelici. Le rubriche religiose, per quanto interessanti e preparate con cura, hanno infatti dei limiti evidenti: orari proibitivi, pubblico ristretto, formati poco spettacolari. Sono inoltre un genere che “seleziona” il proprio pubblico. È difficile che il target di riferimento possa essere composto anche da non credenti: scelgono di guardare le rubriche religiose coloro che cercano un approfondimento, una riflessione o un aggiornamento su una fede che già hanno. Appare quindi necessario dotarsi di strumenti adeguati se si vuole che il messaggio cristiano trovi spazio in televisione. La fiction, per la sua capacità di “affascinare” il pubblico attraverso la narrazione di una storia, appare come uno dei formati privilegiati in questa operazione. Essa ha la capacità di parlare a un pubblico che
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Getta il suo seme nell'abbraccio della natura ; e rinnovando il dono generoso della terra, nel battito nascos to della vita prepara il cuore ad una stagion e nuova.
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editoriale pasquale.castrilli@poste.it
Una tivù per l’uomo L
a televisione italiana compie sessant’anni. Il prossimo 6 gennaio saranno passate, infatti, sei decadi dal lontano 1954 quando cominciava la sua programmazione, in bianco e nero, su canale unico per una decina di ore al giorno. Le persone di una certa età ricordano ancora l’arrivo dell’apparecchio televisivo in alcuni bar, oratori o sale parrocchiali e l’accorrere di gente curiosa, attratta dalla piccola “scatola” che, a differenza della radio, presentava anche immagini in movimento. Ne è passato di tempo da quei primi inizi pioneristici: il moltiplicarsi dei canali della Rai, l’arrivo definitivo del colore nel 1977, la nascita di Mediaset attorno al 1980, la paytv via cavo, fino alle frontiere attuali della televisione ad alta definizione e dell’on demand. Tappe importanti di uno sviluppo del mezzo televisivo che ha offerto grandi possibilità. Tra i massmediologi si discute sempre se la tivù influenzi la coscienza delle persone e di una nazione o se sia lo specchio di quello che la nazione vive. Probabilmente sono vere entrambe le cose… Nella sua programmazione la televisione italiana ha sempre dato spazio alla dimensione religiosa: le dirette per i conclavi e le elezioni dei pontefici, la
programmazione religiosa nel fine settimana e la trasmissione della messa domenicale, per citare alcuni esempi. Non sono mancati reportage sul mondo missionario e, negli ultimi decenni, numerose fiction a tema religioso. Tra queste spicca la produzione di Don Matteo il simpatico sacerdote interpretato da Mario Girotti, 74 anni, in arte Terence Hill. Proprio a Don Matteo, di cui la RAI trasmetterà prossimamente la nona serie, dedichiamo una parte di questo numero. La figura di questo sacerdote, schietto e riservato, è entrata in tante famiglie italiane che lo «ospitano» settimanalmente, come si fa con un amico. Don Matteo appare nei panni di prete di paese, con la fedele bicicletta e uno spiccato interesse per i casi di cronaca dei quali si interessa dando spesso un notevole contributo allo svolgimento delle indagini e alla individuazione dei colpevoli. Indovinata l’ambientazione e le figure che lo circondano: dalla perpetua Natalina (l’attrice francese Nathalie Guetta) al maresciallo dei Carabinieri Cecchini (Nino Frassica) al sagrestano Pippo (Francesco Scali). Un modo di fare televisione leggero e profondo allo stesso tempo, dove vengono posti in rilievo la persona e i valori. Un’evasione che aiuta a riflettere e non allontana dalla realtà. n
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La rivoluzione della tenerezza “Mai più morti in mare”: sono le parole pronunciate da papa Francesco dopo aver gettato nel mare antistante Lampedusa una corona di fiori per ricordare le vittime della traversata dei migranti da una sponda all’altra del Mediterraneo. Il viaggio del papa ha richiamato la tragedia dei rifugiati. Continuano gli sbarchi di questi poveri cristi, stipati come bestie sulle carrette del mare, alla ricerca di speranza e futuro per sé stessi e i propri figli. Per questi uomini, donne, ragazzi e bambini, più di ventimila, la traversata è l’unica speranza. Per tanti, però, è stato un viaggio di morte: bruciati dal sole e annegati tra le onde di un mare che è stato la loro tomba. La pressione migratoria mette in crisi le nazioni opulente. Non si riescono a guardare le cause che spingono milioni di persone a fuggire dalla loro terra. Anche se tutti abbiamo firmato la Convenzione di Ginevra
sui rifugiati, i problemi si sono aggravati. Invece di costruire muri di gomma; invece di promuovere respingimenti impossibili; dovremmo impegnarci a
costruire una vera e propria comunità del Mediterraneo. Riappropriarci di quel mare che lasciamo nelle mani di uomini senza scrupoli, per promuovere un grande
progetto di sviluppo e benessere per tutti. Dopo il momento del silenzio e della preghiera, come cristiani ed organizzazioni che trovano ispirazione nel Vangelo, ribadiamo fortemente la richiesta di attivare corridoi umanitari sicuri per evitare la strage degli innocenti. L’esempio dell’accoglienza e della solidarietà dei lampedusani, che in nome del Vangelo dell’Amore hanno saputo colmare il fallimento della gestione istituzionale dell’emergenza, ha detto al mondo intero che “l’Amore senza limiti”, vince tutto. La compassione è la molla che ha fatto muovere i bagnanti sulla spiaggia di Pachino a fare una catena umana per soccorrere altri migranti. È la “rivoluzione della tenerezza” che si fa dovere di giustizia, che ha spinto il nostro primo ministro a far soccorrere la gente della nave Salamis, con i 102 migranti-rifugiati bloccati in alto mare per due giorni, dopo il rifiuto di Malta. È la tenerezza che fa la differenza in quanto può cambiare la storia di una umanità tradita, ferita, mortificata e martoriata. Mario Affronti, direttore regionale Migrantes Sicilia marioaffronti@libero.it
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La vita di Elena Hoehn L’Associazione Dante Alighieri di Cosenza ha presentato la biografia di Elena Hoehn, un’affascinante protagonista della storia del Novecento italiano. Nella sala Gullo della Casa delle Culture si è svolta la presentazione del volume Elena Hoehn. Protagonista della storia italiana (Ed. San Paolo, 2012). Ispiratore e promotore della serata p. Giovanni Fustaino, missionario Oblato di Maria Immacolata che ha voluto fortemente che la biografia di questa donna straordinaria, che lui considera un vero “inno alla donna”, venisse divulgata anche nella nostra città. Gli interventi della serata sono stati affidati alla prof. Teresina Ciliberti, consulente letteraria della D.A. di Cosenza, e alla prof. Katia Massara, docente di storia contemporanea presso l’Unical, nonché agli intermezzi musicali della chitarra di Davide Piluso. Presente l’autore del libro, Armando Droghetti (nella foto a destra). Dopo il saluto rivolto dalla prof Maria Cristina Parise, presidente del Comitato della D.A. di Cosenza, è seguita l’introduzione della prof. Ciliberti. A
seguire la prof. Massara ha inquadrato dal punto di vista storico il secolo percorso dalla vita di Elena Hoehn (1901-2001) quel Novecento conosciuto come “secolo breve”. Quanto sia importante l’intreccio tra la storia di quel secolo e la storia privata della protagonista lo si evince dal sottotitolo del libro, la cui prima parte è “L’affaire Frignani-Mussolini e la tragedia delle Fosse Ardeatine”, perché svolse un ruolo determinante in queste vicende Elena Hoehn, come spiega l’autore. Nata in Slesia, educata fin da bambina nella tradizione cristiana luterana da una madre che le trasmise con la fede la sua pratica concreta, delicata, sapiente e persino eroica, innamoratasi di un giovane avellinese, Elena si sposò e trasferì in Italia, dove sentì il desiderio di farsi cattolica. Ma, in quanto donna sensibile e coraggiosa, non indietreggiò quando gli eventi della sua vita la portarono a nascondere in casa sua, durante la seconda guerra mondiale, Giovanni Frignani, l’ufficiale dei carabinieri che arrestò Mussolini, prima che fosse scoperto e incluso tra i destinati alle Fosse Ardeatine. Elena fu quindi arrestata per delazione e
Armando Droghetti
Elena Hoehn Protagonista della storia italiana
L’affaire Frignani-Mussolini e la tragedia delle Fosse Ardeatine. L’amicizia con Chiara Lubich
parte del sottotitolo “L’amicizia con Chiara Lubich”. Con Chiara, fondatrice del movimento dei Focolari, Elena instaurò una grande amicizia che si trasformò in un’intensa comunione spirituale. Francesca Vuono Cosenza rinchiusa per qualche mese nel carcere romano delle Mantellate. Fece da spartiacque nella vita di Elena l’anno 1948, in cui avvenne l’incontro “trasformante” di lei con Chiara Lubich, evento richiamato dalla seconda
Martiri OMI di Spagna Il 28 novembre è la memoria liturgica dei martiri spagnoli Francesco Estaban Lacal OMI, Candido Castán San José, laico e padre di famiglia e 22 compagni. I martiri oblati furono beatificati a Madrid il 17 dicembre 2011.
cartolina missionaria
Irlanda i missionari
dell’isola verde
D di Fabio Ciardi OMI ciardif@gmail.com
urante il mio recente viaggio nello Sri Lanka ho mostrato agli Oblati, riuniti per il ritiro annuale, alcune foto con una chiesa piena di indiani vestiti nelle loro fogge tradizionali. “Dove posso aver scattato queste foto?”, domando. Mi rispondono indicandomi varie città dell’India. “No, le ho scattate nella grande chiesa
degli Oblati a Inchicore, in Irlanda!” Il giorno della festa di S. Tommaso, apostolo dell’India, mi sono trovato nella nostra chiesa di Inchicore, quartiere periferico di Dublino, assieme alla comunità indiana: uomini e donne immigrati nell’Irlanda attratti dalla possibilità di lavoro, soprattutto nell’ambito sanitario: medici, infermieri, assistenti nelle case per anziani... Hanno adornato la chiesa con colori forti dal dubbio gusto estetico, dando una visione decisamente festosa a questo antico complesso architettonico. Vengono da tutta la città. La messa è ricca di gesti, canti, fiori, fortemente partecipata, all’opposto della celebrazione dei vecchi irlandesi. Alla
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cattolica CATTOLICI POPOLAZIONE PRIMATE WEB
3,8 MILIONI 4,5 MILIONI SEÁN BAPTIST BRADY, DIARMUID MARTIN DIOCESI 4 ARCIDIOCESI (ARMAGH, CASHEL,	DUBLINO E TUAM) E 23 DIOCESI WWW.CATHOLICIRELAND.NET
fine dell’interminabile messa, la festa continua fuori e nei locali della parrocchia. Dopo la messa indiana c’è quella dei filippini. Gli Oblati ospitano anche la comunità coreana e altri gruppi minoritari. È il volto nuovo e giovane della chiesa irlandese. La chiesa di Inchicore continua ad essere il cuore della missione degli Oblati in Irlanda. La sua costruzione è rimasta epica.
Gli operai e la chiesa P. Robert Cooke, provinciale dell’Inghilterra, nel 1856, era andato in Irlanda alla ricerca di un luogo per dar vita ad una presenza degli Oblati. Gli Agostiniani di Dublino, presso i quali aveva predicato una famosa missione, lo invitarono ad andare a Inchicore, allora era fuori città, dove sorgevano i cantieri della ferrovia. La Compagnia ferroviaria vi aveva costruito un vero villaggio con 138 baracche che ospitavano 850 persone. Vicine vi erano anche le caserme dell’esercito britannico con 1.600 militari. Alla notizia che i missionari sarebbero venuti a Inchicore, scoppiò l’entusiasmo generale. Gli operai decisero di costruire subito una cappella di legno. A sera, al termine dei lavori nei cantieri della ferrovia, in quattrocento si presentarono con i loro strumenti da carpentieri e i materiali da costruzio-
La messa è ricca di gesti, canti, fiori, fortemente partecipata ne. P. Cooke rimase sorpreso nel vedere tutte quelle persone alle sei di sera. Scavarono le fondamenta e misero la prima pietra. Era il 24 giugno, festa di S. Giovanni Battista. La sera seguente stesso numero di persone. P. Cooke fece il suo bel discorsetto e i quattrocento operai ripresero il lavoro con lena. Per la festa dei santi Pietro e Paolo la chiesa era terminata. Era appena passata una settimana. L’anno successivo prima missione predicata a Inchicore. Tutti gli uomini delle ferrovia erano presenti nella chiesa di legno: macchinisti, ingegneri, tecnici, operai… Gli Oblati confessano dalla mattina alla sera. Venne anche l’arcivescovo di Dublino: era la sua prima visita. Da allora gli operai della zona furono le persone di cui gli Oblati più si presero cura. La chiesa di legno funzionò fino al 1896, quando fu costruita la grande basilica dell’Imma-
colata. Non era parrocchia, ma il centro della missione per l’Irlanda e oltre. Oggi gli Oblati a Dublino sono una quarantina, tra inabili e attivi, distinti nel lavoro ma uniti regolarmente nella grande casa che, dal 1856, è il punto di riferimento dei missionari d’Irlanda e d’Inghilterra. Un esempio di come la famiglia rimane unita negli anni. La maggior parte di loro sono a riposo, reduci dai più lontani campi di missione, cominciando dall’Inghilterra, e oltre: Sudafrica, Hong Kong, Filippine, Brasile… Erano partiti giovani, pieni di vita. Ora sono tornati anziani e ammalati. Alcuni si accompagnano con il bastone e raccontano le loro storie. Hanno dato la vita per costruire la chiesa, hanno compiuto la loro missione ed ora sono “ritirati”. Conducono una vita comunitaria esemplare: pregano insieme, si aiutano, siedono a raccontarsi del passato e a commentare le notizie del presente. Si respira aria di pace nella loro casa. Altri sono ancora sulla breccia nelle molte iniziative legate alle quattro parrocchie affidate agli Oblati nella città, al santuario di Maria Immacolata, alla grotta di Lourdes, nelle scuole, senza dimenticare gli altri duecento Oblati che riposano nel cimitero silenzioso nel parco dietro casa. Anche loro continuano a lavorare dal cielo: una volta missionari si è sempre missionari. n
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Una festa di popolo L’ordinazione presbiterale del primo oblato venezuelano. Intervista a Giovanny Nova Delgado alla vigilia dell’ordinazione di Pasquale Castrilli OMI pasquale.castrilli@poste.it
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La libertà religiosa è garantita dalla Costituzione. La gran maggioranza dei venezuelani sono di fede cristiana e in particolare CATTOLICA (oltre il 90%), seguiti dai PROTESTANTI (2% ) e gli ORTODOSSI (meno dell’1%). I MUSULMANI rappresentano meno dello 0,5% sulla popolazione totale. Vi sono anche minoranze induiste, buddiste e di altre confessioni religiose.
NOME UFFICIALE REPÚBLICA BOLIVARIANA DE VENEZUELA LINGUE UFFICIALI SPAGNOLO ALTRE LINGUE LINGUE ARAWAK, LINGUE CARIBE CAPITALE CARACAS FORMA DI GOVERNO REPUBBLICA PRESIDENZIALE INDIPENDENZA DALLA SPAGNA 5 LUGLIO 1811 INGRESSO NELL’ONU 15 NOVEMBRE 1945 SUPERFICIE TOTALE 916.445 KM
Palo Gordo Santa Barbara de Barinas
orriso sincero, Giovanny Nova Delgado, 31 anni, è un missionario oblato di Maria Immacolata del Venezuela. È stato ordinato sacerdote il 12 ottobre per l’imposizione delle mani di mons. Ramíro Diaz Sánchez OMI. La cerimonia ha avuto luogo nella sua parrocchia di origine a Palo Gordo, pochi chilometri da San Cristóbal (stato di Táchira), nell’ovest del Paese. Un momento storico per la delegazione missionaria oblata in Venezuela. Si tratta, infatti, del primo venezuelano ad essere ordinato sacerdote tra i Missionari Oblati di Maria Immacolata. Come hai conosciuto i Missionari Oblati e come hai deciso di entrare nella congregazione? È stato molto semplice, perché gli Oblati stavano nella mia parrocchia di origine da quando ero piccolo, sebbene quando avevo fatto la prima comunione non erano ancora presenti. A quel tempo si prendevano cura di in
una cappella, che apparteneva al territorio della parrocchia, che successivamente è stata eretta parrocchia. Avevo otto o nove anni. La mia famiglia è una famiglia cattolica, attiva nella chiesa, le mie sorelle appartengono alla Legione di Maria. Dove si è svolta la tua formazione alla vita missionaria? Ho fatto il prenoviziato a Palo Gordo nell’unica casa oblata che abbiamo e che fu costruita proprio con l’intenzione di essere casa di formazione e casa della delegazione. Il prenoviziato durò quattro anni ed eravamo in sei. In realtà uno dei quattro anni l’ho passato fuori della comunità, ma lo metto ugualmente nel conteggio. Nel 2007 sono stato al noviziato in Paraguay, mentre gli studi di teologia lo ho fatti a Cordoba, in Argentina, da gennaio 2008 a dicembre 2012. Perché gli Oblati e non il sacerdozio diocesano o in un’altra congregazione?
Come dicevo prima, la parrocchia alla quella appartenevano era amministrata dagli Oblati. Cominciai a conoscerli, mi piaceva molto il tema dell’internazionalità e l’aspetto della semplicità di vita e della vicinanza alla gente. Queste furono le cose che mi colpivano degli Omi. E come si suole dire: il primo amore sono stati gli Oblati, non ne ho conosciuto altri. Successivamente ho avuto anche contatti con i sacerdoti diocesani, ma notavo differenze e capivo che l’aspetto comunitario è molto importante per me. Come senso di appartenenza, familiarità e unità. Le comunità oblate sono spesso mescolate, internazionali e mi interessò questo aspetto. Inizialmente non pensavo al sacerdozio o alla vita religiosa, mi piaceva semplicemente il modo di stare in comunità. Sei il primo oblato venezuelano… Diciamo di sì, anche se c’è un oblato spagnolo che ha preso la nazionalità venezuelana. Possiamo dire che io sono il primo nato e formato nel Paese.
IV Congresso Missionario Americano Discepoli missionari di Gesù Cristo, in un mondo secolarizzato e multiculturale: è questo il titolo del IV Congresso Missionario Americano (9° Congresso Missionario Latinoamericano) (CAM 4 - Comla 9) che si tiene in Venezuela, a Maracaibo, capitale dello stato di Zulia, dal 26 novembre al 1° dicembre. Convocato dalla Conferenza Episcopale Venezuelana, organizzato dalle Pontificie Opere Missionarie e dall’arcidiocesi di Maracaibo, il Congresso vede la presenza di quattromila missionari provenienti dal Venezuela e da tutto il continente. In una nota degli organizzatori viene spiegato lo spirito del Congresso: “I Congressi missionari sono segnati dalla necessità di fornire alle forze missionarie uno spazio favorevole per condividere e approfondire riflessione, spiritualità ed esperienze missionarie. Hanno lo scopo di rinnovare il necessario e permanente impegno delle chiese nel continente latinoamericano”. La commissione incaricata di preparare il Congresso ha proposto a tutte le chiese locali del continente un itinerario per approfondire i temi del Congresso: discepolato, conversione, secolarizzazione, multiculturalismo e missione ad gentes. (Fides)
Senti una certa responsabilità? All’inizio questa cosa mi metteva un po’ di tensione. Oggi non più. Certamente lo prendo in considerazione, ne tengo conto, perché devo, in qualche maniera, dare il buon esempio. Ma incoscientemente o coscientemente per gli altri, in quanto primo, sono un modello al quale guardare, che uno lo voglia o no. Questo non genera tensione in me, ma senso di responsabilità. In questo momento ci sono altri giovani venezuelani in formazione? Ci sono due giovani. Uno scolastico di secondo anno che sta facendo l’anno di stage negli Stati Uniti e un prenovizio che sta terminando il secondo anno di filosofia e il secondo anno di prenoviziato. Da noi gli studi coincidono con il prenoviziato: tre anni di prenoviziato, tre anni di filosofia. Si fa anche un anno di propedeutico, ma il mio gruppo che era il primo, praticamente fece solamente alcuni giorni. Qundi la prima parte della formazione è in Venezuela e l’altra all’estero. Parliamo della tua famiglia. Come ha sentito la tua vocazione e come vive la tua chiamata al sacerdozio? La mia famiglia, come dicevo, è molto cattolica. Mia madre, i mie fratelli vanno regolarmente in chiesa. Mio padre non tanto, diciamo che ha una sua maniera personale di essere cattolico. In generale la mia città è in una zona naturalmente religiosa anche se non tutta la gente partecipa seriamente alla messa e agli aspetti sacramentali della religione. Molti hanno una devozione personale, un rispetto verso i religiosi. Mio padre in questo senso è stato libero e gli è piaciuta l’idea. In generale tutti i miei familiari sono contenti ed emozionati. Siamo dieci fratelli, cinque maschi e cinque femmine e io sono il quinto.
Giovanny con alcuni amici
Raccontaci qualcosa dei tuoi voti perpetui.. Dove si sono svolti, come sono stati vissuti da te e dalla gente? La gente ha vissuto i miei voti con molta emozione, perché le persone, in generale, danno grande importanza ad un impegno nella vita religiosa o ad un’ordinazione sacerdotale. Hanno vissuto con gioia partecipando all’organizzazione. Fu costituita una commissione preparatoria che ha avuto il compito di preparare e animare l’evento. Alla messa dei voti hanno partecipato anche molti amici religiosi e diocesani che avevano studiato con me la teologia. I voti si sono svolti lo scorso 9 marzo e il diaconato la settimana successiva il 16 marzo. I voti sono stati nella mia parrocchia, mentre l’ordinazione diaconale si è svolta nella parrocchia di Santa Barbara de Barinas dove avevo fatto il mio anno di stage
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i missionari OMI in
Sono dislocati in due comunità. A PALO GORDO, secondo posto dove gli OMI arrivarono, sono incaricati della parrocchia Jesús Nazareno La casa, di proprietà oblata, è anche casa di formazione. «La comunità è in una zona semiurbana e il lavoro parrocchiale è molto impegnativo - dice Giovanny - perché esce dallo schema di una normale parrocchia. La gente viene accompagnata nel cammino cristiano e nella preparazione ai sacramenti, ci sono comunità ecclesiali di base. La gente percepisce uno stile oblato e missionario». Il secondo luogo della presenza oblata è SANTA BARBARA DE BARINAS dove agli OMI è affidata la parrocchia Nuestra Señora del Carmen. Si tratta di una piccola località a circa tre ore di macchina da Palo Gordo. «Una parrocchia rurale - dice ancora Giovanny - Si trova in un paese, ma ci sono molte cappelle in campagna seguite dagli Oblati. Gli Oblati sono arrivati in questa località sette anni fa. Il lavoro pastorale è simile a quello dell’altra parrocchia, ma la gente conosce ancora poco la famiglia oblata».
Attualmente gli OMI A PALO GORDO SONO QUATTRO, compreso Giovanny, mentre A SANTA BARBARA SONO IN DUE. In Venezuela risiede anche il vescovo oblato mons. Ramíro Diaz Sánchez, vescovo emerito di Machiques. Mons. Ramíro: fu il superiore della prima comunità oblata composta da cinque missionari arrivati nel Paese nel 1990. Nel 1997 venne nominato vicario apostolico di Machiques (stato di Zulia), vicariato apostolico che è stato eretto a diocesi il 9 aprile 2011. Il vescovo attuale è mons. Jesús Alfonso Guerrero Contreras, francescano cappuccino.
pastorale. Mi piaceva condividere due momenti importanti del mio cammino con queste due comunità. Come Oblato come senti il sacerdozio? Come hai capito questo sacramento? Per me è stato sempre molto importante l’aspetto della vita religiosa oblata. Il sacerdozio senz’altro non lo apprezzo meno, ma lo vedo come qualcosa che va insieme a questo modo di essere religioso. Quindi do molto valore alla consacrazione perpetua; il sacerdozio è come il culmine di questa tappa della prima formazione (formazione che chiaramente continua) per impegnarmi ufficialmente, possiamo dire così, nella vita missionaria. Per noi che abbiamo scelto il sacerdozio, fino a quando uno non è sacerdote, non ha un luogo definitivo di missione, anche se uno fa sempre missione. Lo vedo dunque come il culmine della formazione, il modo pieno di impegnarmi a favore della gente. Impartendo i sacramenti,
Considero il sacerdozio come il culmine della formazione, il modo pieno di impegnarmi a favore della gente
sento di continuare a fare quello che faceva Gesù, come anche per la predicazione che è una parte importante dell’attività sacerdotale missionaria. Da quello che ho visto, c’è un bel livello di internazionalità tra gli Oblati dell’America latina e tra voi missionari più giovani. Un esempio sono le case di formazione… Suppongo che per la tua ordinazione sacerdotale è prevista gente anche da altre nazioni… Sono stato in Paraguay e in Argentina. Conosco il Cile, l’Uruguay… sono paesi vicini per i quali si può viaggiare anche in autobus con viaggi di quindici o venti ore che per noi non sono tantissimo, considerando le grandi distanze. Molti Oblati di altre nazioni hanno manifestato l’intenzione di partecipare, come p. Jorge Albergati che è stato mio formatore, alcuni dall’Argentina come anche i compagni del corso di noviziato. Le distanze sono comunque grandi . n
Quattro giovani senegalesi si sono consacrati a Dio tra i Missionari OMI. Sentimenti e speranze nel loro racconto
a cura della delegazione missionaria di Senegal-Guinea Bissau
omenica 11 agosto 2013, giorno di voti perpetui in Senegal. Quattro giovani oblati hanno offerto la loro vita al Signore e alla chiesa attraverso la congregazione dei Missionari Oblati di Maria Immacolata. Una famiglia che aumenta, una vitalità che si esprime attraverso il dono di questi giovani liberi e coscienti di entrare in un’avventura piena di meraviglie e di sorprese. Essere missionari oggi suona come una sfida che buona parte della società non capisce più, una sfida che invece apre la vita al dono di sé e all’incontro con gli altri. Simon Pierre, Paul Sombel, Pascal e Paul
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La Repubblica del Senegal è uno stato dell’Africa occidentale. Secondo le statistiche ufficiali, la popolazione senegalese è composta da MUSULMANI SUNNITI per il 92%, da CRISTIANI per il 6% e da ANIMISTI per il restante 2%. Molti senegalesi si dichiarano musulmani o cristiani ma sono in realtà legati anche a forme di religione tradizionale.
Un profondo processo di sincretismo ha reso possibile la coesistenza delle religioni tradizionali con quelle rivelate. CAPITALEDakar LINGUA UFFICIALEfrancese GOVERNO Repubblica semipresidenziale (Wikipedia)
Marie hanno detto “si”. Dopo un lungo lavoro di formazione di circa dieci anni eccoli finalmente “equipaggiati” per il loro impegno definitivo nella congregazione degli Oblati e nella Delegazione di Senegal e Guinea Bissau. Abbiamo posto qualche domanda ai nostri quattro per sapere cosa hanno vissuto in questa giornata memorabile. Cosa significa questo traguardo della professione perpetua? Pascal: Senza dubbio si tratta della conclusione di un cammino di formazione, ma anche di una nuova tappa che ci prepara ad altri momenti importanti della vita come l’ordinazione diaconale e sacerdotale. Dopo una decina d’anni di cammino abbiamo capito che potevamo fare questo passo in tutta libertà e consapevolezza. Fare i voti perpetui significa, infatti, fare una scommessa col Signore, puntare più sulla sua fedeltà che sulla nostra, perché ci sentiamo scelti per un progetto ben definito e siamo in grado di dire “presente; sono disposto a seguirti per tutta la vita e a metterti al centro della mia esistenza e dei miei progetti personali, dei miei desideri”. Siamo coscienti della nostra fragilità, tipica degli uomini, ma consapevoli del suo amore e della sua bontà per ciascuno di noi. Ma perché missionari? Paul Marie: Ho conosciuto gli Oblati nel mio villaggio nella Casaman-
ce profonda, la famosa regione sud del Senegal tristemente nota per una pace che manca da più di trent’anni. Sono stato colpito dal loro lavoro, dal loro modo di incontrare la gente e di rispondere ai bisogni di ciascuno; ho capito che quello poteva essere anche il mio cammino, la mia vocazione. Credo che la vocazione missionaria sia una realtà attuale, importante e valida ancora oggi, essere vicini alla gente, agli uomini e alle donne del nostro tempo, sopratutto ai giovani, per con-
dividere i loro problemi, le attese, per proporre semplicemente il Vangelo ed il suo messaggio di libertà e gioia. Ho avuto modo di sperimentarlo in questo anno pastorale nel quale ho vissuto alla parrocchia Marie Immaculée di Parcelles Assainies, l’immensa periferia di Dakar, la gente ha veramente bisogno di ascolto, di accoglienza o semplicemente di una presenza. È il grande bisogno del nostro tempo, in una società tutta comunicazione la gente é più sola, i problemi sociali più
acuti e le difficoltà aumentano di giorno in giorno. Essere missionari come Eugenio e farsi prossimo di ciascuno per testimoniare la forza del Vangelo. Come vi siete preparati a questo giorno così importante? Paul Sombel: Pascal ci ha ricordato prima che siamo in cammino da oltre dieci anni. Centro giovanile, prenoviziato, noviziato, scolasticato e anno di stage sono state le varie tappe di questi anni ed ora siamo allo sprint finale, che dalla professione perpetua ci porterà all’ordinazione ed alla prima obbedienza. In quest’ultimo mese abbiamo potuto seguire un cammino di formazione intensa, che ci ha permesso di fare una rilettura della nostra esperienza e di rivedere i grandi temi della nostra spiritualità. Inoltre, abbiamo potuto rivedere la storia della congregazione dalla fondazione ai nostri giorni. Tutto questo ci ha aiutati a scoprire che siamo gli eredi di una storia straordinaria, che compirà tra poco duecento anni. Chi dice “eredi” dice anche continuatori, infatti, noi ci sentiamo i continuatori di questa storia nella Delegazione e nella nostra chiesa del Senegal, ma sempre pronti ad andare “fino ai confini del mondo”.
Essere missionari come Eugenio e farsi prossimo di ciascuno per testimoniare il Vangelo È stato interessante riscoprire ancora la spiritualità di Eugenio de Mazenod, il nostro fondatore, un uomo che ha incontrato il Cristo e che non l’ha più lasciato. Eugenio, un uomo complesso, con un carattere impetuoso come il mistral, ma che ha saputo mettere tutta la sua vita e la sua creatività al servizio del Vangelo e della congregazione, che voleva tutta impegnata nell’annuncio “di chi è il Cristo”. Un’ultima parola sulla giornata vissuta ad agosto… Simon Pierre: Vorrei dire tutta la mia gioia e la gioia di tutto il gruppo. Abbiamo vissuto momenti intensi di co-
munione e condivisione tra noi e con l’équipe dei nostri accompagnatori. Con la professione perpetua abbiamo fatto una scelta definitiva che si deve rinnovare ogni giorno nel servizio di Dio e del prossimo. Adesso siamo veramente degli Oblati impegnati nella stessa missione del Cristo, missione sempre attuale e necessaria. Qualche momento durante la celebrazione ci ha particolarmente colpito, per esempio quando le nostre mamme ci hanno consegnato la candela accesa come il giorno del nostro battesimo per ridirci che la professione religiosa é il compimento del battesimo. Credo che tutti i presenti alla cerimonia sono stati capaci di comprendere che questi giovani, che fanno voto di castità, povertà e obbedienza perpetui, non si stavano sbagliando ma sapevano perfettamente ciò a cui rinunciavano, perché avevano trovato un tesoro più grande. Grazie ai nostri giovani professi di averci comunicato i loro sentimenti e le loro scoperte, grazie ai loro genitori ed alle famiglie per aver fatto dono alla congregazione dei loro figli e grazie a Dio che continua a chiamare nuovi apostoli per mandarli a lavorare nella sua vigna.  n
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Teresa di Lisieux e la conversione degli inuit di André Dorval OMI - tradotto e adattato da Nino Bucca OMI
padri Arsène Turquetil e Armand Le Blanc furono i primi Missionari Oblati di Maria Immacolata a vivere con gli inuit, popolo dell’Artico, della Baia di Hudson in Canada. Arrivati a Chesterfield Inlet il 3 settembre 1912, si misero all’opera per trovare un posto adatto, costruire una casa con la cappella e imparare la lingua. Le conversioni, però, si facevano attendere. Nell’autunno del 1916 un inuit consegnò a p. Turquetil due buste a lui indirizzate, di provenienza sconosciuta. La prima conteneva un opuscolo: Il Piccolo Fiore di Lisieux. L’Oblato non aveva mai sentito parlare di questa carmelitana, originaria della sua stessa diocesi. Nello scritto si diceva ch’ella pregava per i missionari e che aveva promesso di trascorrere il tempo in cielo a fare del bene sulla terra. La seconda busta conteneva un po’ di terra presa sotto la prima bara del “piccolo fiore di Lisieux”. Prima di andare a dormire Turquetil fece salire verso Teresa una fervente preghiera. Il giorno successivo attirò l’attenzione di alcuni inuit suonando l’armonium. Da dietro, fratel Girard, suo nuovo compagno, gettò sui loro lunghi e folti capelli un grano o due di quella terra. La domenica seguente, al suono della campana, le persone arrivarono
senza fiocina e senza fucile. Uno di loro parlò a nome di tutti: «Sapevamo che dicevi la verità, ma non volevamo darti ascolto. Ora i nostri peccati ci fanno paura. Potresti toglierli?». «Sì -rispose p. Turquetil- entrate e vi spiegherò». Quella stessa sera Tuni, il più anziano, andò a trovare il padre: «Vogliamo essere battezzati, con le nostre mogli e i nostri figli». «Benissimo -rispose l’Oblato- ma occorre che vi istruisca. Potrebbe volerci tanto tempo e voi state per partire». «Ebbene, no. Non andremo a caccia, resteremo qui per essere istruiti e battezzati». «Di che cosa vivrete?». «Semplice -rispose Tuni- colui che chiami Padre Nostro ci ama... ci aiuterà: non moriremo di fame e saremo battezzati». Concordarono, quindi, che il catecumenato sarebbe iniziato l’indomani per due ore al giorno. Nel corso degli otto mesi e mezzo successivi perseverarono tutti con fedeltà. Il 2 luglio 1918 - data da ricordare - padre Turquetil ebbe la gioia di battezzare i suoi primi inuit. Santa Teresina aveva salvato la missione. In seguito, mons. Charlebois, impressionato dai fatti, fece pervenire a Roma la richiesta, firmata da 226 vescovi, di dichiarare santa Teresa del Bambino Gesù, patrona delle missioni. Pio XI acconsentì nel 1927. n
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fiction testi di Angelica Ciccone angelica.ciccone@gmail.com foto Lux Vide
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CURIOSITÀ1 Per le riprese della nona serie, Terence Hill, Simone Montedoro e Nino Frassica hanno lasciato Gubbio e si sono spostati per andare ad incontrare i cittadini di Spoleto che hanno vissuto con particolare entusiasmo il loro arrivo allestendo un set all’interno di tutta la città, set di cui sono stati protagonisti assoluti.
gior successo in Italia dopo Il commissario Montalbano.
Buonismo gratuito?
facilmente comprende persone di diverso credo e lontane dalla fede. Fiction e rubriche sono modalità diverse che trovano collocazioni differenti nel panorama televisivo attuale e parlano a pubblici diversi. Ma andando ancora oltre, è possibile veicolare valori cristiani attraverso un genere di largo consumo come può essere il poliziesco? La serie televisiva
Don Matteo è significativa a riguardo e dimostra come, uscendo dal genere “religioso” in senso stretto, si possano trasmettere valori evangelici parlando ad un vasto pubblico. La fiction di Raiuno è giunta con successo alla nona stagione. In onda dal gennaio del 2000, conta 194 episodi e una media di circa 7 milioni di spettatori a puntata, diventando la serie televisiva di mag-
La critica che, a prima vista, potrebbe suscitare Don Matteo, è di essere una storia dei buoni sentimenti, portatrice di un buonismo e di una visione ottimistica della realtà in cui il bene vince sempre. Tuttavia è una fiction che mette in scena un mondo, in cui i valori evangelici vengono testimoniati attraverso la quotidianità. Le relazioni, la famiglia, il mondo del lavoro, il sociale, vengono rappresentati attraverso il punto di vista cristiano. L’intenzionalità nel comunicare valori passa, oltre che nelle
VANGELO E FICTION: LA SFIDA D DIFFONDERE I FONDAMENTI DELLA VITA CRISTIANA E IL PENSIERO DELLA CHIESA ATTRAVERSO IL MEZZO TELEVISIVO Don Matteo “nasce” dalla società Lux Vide, della famiglia Bernabei, che annovera tra le produzioni di punta molti film religiosi, ma anche numerose fiction di carattere storico e serie tv.
È interessante notare che la Lux Vide, che è la società di produzione di fiction televisiva di maggior successo in Italia, ha il dichiarato obiettivo di diffondere i valori cristiani attraverso la televisione. E questo non solo attraverso le fiction religiose, ma anche tramite le produzioni di generi differenti. La Lux Vide è nata nel 1990 dall’idea del suo fondatore, Ettore Bernabei, personaggio che ha avuto una grande influenza nella storia italiana per essere stato, tra le altre cose, direttore generale
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matteo e camillo
i due don
DON CAMILLO è il sacerdote più celebre delle storie di finzione in Italia. Nato dalla fantasia dello scrittore Giovannino
Guareschi, dai suoi romanzi, scritti tra il 1952 e il l 1965, vennero tratti cinque film di grande successo. Al di là delle apparenze, gli aspetti in comune tra don Camillo e don Matteo sono tanti, ma il più interessante è relativo all’incontro-scontro tra i punti di riferimento fondamentali della società. Tra sindaco e parroco da un lato, o parroco e forze dell’ordine dall’altro, si tratta in termini generali di rapporto tra istituzioni. Don Matteo, i carabinieri, don Camillo e Peppone sono in effetti il centro morale e istituzionale della loro comunità. C’è, da parte della comunità paesana, una sorta di riconoscimento dell’autorità e della funzione di servizio che ricoprono. L’incontro tra le parti avviene sempre sul piano umano. Al di là dei ruoli
una fiducia reciproche non espresse, ma evidenti.
istituzionali che ciascuno ricopre, c’è una profonda amicizia che lega l’uomo-
In Don Camillo lo scontro avviene su un piano soprattutto politico e
sacerdote all’uomo-sindaco. Lo stesso avviene tra don Matteo e i carabinieri.
ideologico. Il sindaco comunista aspira a realizzare le proprie idee seguendo
Anche quando sono rivestiti di autorità, tuttavia, conservano una stima e
le linee guida del partito, pretendendo che il parroco rimanga fuori dalle
situazioni, proprio nel modo di essere dei personaggi. Nessuno di loro, tranne don Matteo, possiede elevate virtù o capacità. Lo spettatore può immedesimarsi in loro, perché sono pienamente umani. I sogni, i desideri, le tentazioni che veicolano sono quelli dell’uomo comune, compresa la ricerca di “qualcosa di più”. Proprio perché “persone comuni”, sono capaci di trasmettere
Lo spettatore può immedesimarsi nei personaggi, perché sono pienamente umani
con più verità la fedeltà a valori più grandi e una vita vissuta con “fede”. Analizzando gli episodi della serie è possibile vedere come vengono trattati quelli che il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica (nella prima sezione della parte terza) presenta come i valori che stanno alla base della concezione cristiana del mondo: la dignità dell’essere umano, la “sacra-
A DELLA LUX VIDE della RAI dal 1961 al 1974. Duramente criticato in passato, oggi è da molti rivalutato per la sua concezione della televisione come strumento capace di contribuire allo sviluppo culturale degli italiani. Basti pensare che le trasmissioni televisive di quel periodo hanno contribuito a dare una svolta decisiva all’alfabetizzazione del Paese, aiutando circa un milione e mezzo di italiani a conseguire la licenza elementare. Una delle convinzioni che animava Bernabei nel fondare la Lux Vide era la necessità di un mezzo attraverso il quale poter trasmettere i fondamenti cristiani e il pensiero della chiesa. Si trattava di creare dei prodotti che andassero contro la mentalità consumistica, relativista e atea che
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CURIOSITÀ2 Anche il sindaco di Gubbio ha fornito il suo contributo personificando se stesso in una delle puntate di Don Matteo 9.
lità” della vita umana, l’uguaglianza tra gli esseri umani; la felicità/beatitudine come fine dell’uomo; la libertà personale di scegliere tra bene e male; la responsabilità nei confronti della società/comunità, della famiglia e del lavoro; la giustizia e la solidarietà, che scaturiscono dalla fraternità umana e cristiana; il perdono che agisce in presenza del peccato. Ciò che emerge dalle storie è un grande rispetto per la dignità di ogni per-
sona, soprattutto davanti a chi non brilla per intelligenza, cultura o capacità. C’è un’attenzione nel sottolineare la sacralità della vita di fronte al tema del suicidio, dell’aborto, della malattia. Più volte è trattato il tema dell’uguaglianza sociale tra razze, religioni, classi sociali. Le azioni dei personaggi sono sempre volte alla ricerca inconscia di una felicità vera e duratura. Le scelte morali personali determinano il raggiun-
pervadeva la programmazione televisiva. La concezione della vita che Bernabei intendeva riportare nei contenuti televisivi era di tipo “creazionista”, cioè presupponeva che, essendo Dio il creatore di tutto ciò che esiste sulla terra, ogni uomo non può prescindere dal rapporto personale e vitale con lui. In un’intervista pubblicata nel 2010 dall’Osservatore Romano, Bernabei affermava: «Occorre riportare il mistero e il rapporto con Dio al centro della comunicazione, perché c’è una totale dimenticanza dell’esistenza di Dio. Nessuno prende il rischio di dire che Dio è morto, ma i grandi ispiratori della comunicazione ne tacciono, come
gimento o meno della felicità. Per molti avere o ritrovare la speranza è il passaggio per sperimentare la felicità, per altri il raggiungimento della felicità avviene attraverso la tappa del perdono e della riconciliazione. Le scelte morali sbagliate sono indirizzate sempre alla ricerca di felicità immediate e poco durature.
Scegliere il bene Gli episodi della fiction ruotano sempre attorno alla scena della redenzione finale. In questo specifico momento della storia il tema della libertà entra prepotentemente in gioco. Il confronto tra don Matteo e il colpevole è sempre volto a risvegliare la coscienza, perché colui che ha commesso il crimi-
se non esistesse». Bernabei è convinto che si sia radicato un ateismo teorico che deriva dalle ideologie totalitarie del ‘900, oltre all’eredità lasciata dall’Illuminismo. E ritiene urgente rispondere agli appelli di papa Benedetto XVI affinché i cattolici più intellettualmente preparati si impegnino nelle
A fianco alcune immagini delle produzioni Lux Vide. Dall’alto, Abramo, Carlo Magno e Dio vede e provvede
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questioni politiche. Il parroco, da parte sua, vedendo nel comunismo un male per la società, fa di tutto per ostacolarlo e per affermare i suoi ideali di giustizia e di bene comune. Lo scontro tra loro è il motore della storia, ed è metaforico della tensione esistente nella società del tempo. In DON MATTEO la battaglia è invece tra autorità. I carabinieri sono l’autorità che tutela la legge, il parroco è l’autorità spirituale. Le forze dell’ordine perseguono la giustizia attenendosi ai fatti, non ammettono intromissioni esterne al loro lavoro e auspicano che il parroco si occupi solo delle anime. Al parroco, invece, interessano le anime, ma anche la giustizia, ed è convinto che, conoscendo a fondo gli uomini, si possa dare un contributo significativo perché la verità si affermi. Anche se apparentemente in Don Matteo lo scontro è secondario allo sviluppo della storia, in realtà il conflitto esistente tra le parti è uno dei nodi centrali della narrazione. Entrambe le lotte sono contro le interferenze reciproche nei rispettivi
conta, nello scontro, è che alla fine non ci sono né vincitori né vinti, perché
campi. In queste storie non si arriva mai a un punto di rottura, c’è sempre un
l’interesse di entrambe le parti è esclusivamente che si ristabilisca il bene
equilibrio che si riesce a mantenere per la pace della comunità. Quello che
ne possa tornare a scegliere il bene. È sempre un atto di profonda libertà, la scelta tra il bene e il male che non deve essere intaccato. È solo attraverso una decisione libera e consapevole che il colpevole decide di confessare e consegnarsi ai Carabinieri. È in gioco, inoltre, la libertà fisica degli accusati. Per chi è innocente e arrestato ingiustamente, don Matteo si batte, perché venga fatto uscire di prigione. Ai colpevoli che sono destinati
La libertà interiore permette di vivere con pienezza e dignità anche quando la libertà fisica viene meno
attività sociali, assumendosi il compito di operare negli ambiti della comunicazione, dell’imprenditoria e della politica. È un impegno tutt’altro che semplice quello di portare Dio e il pensiero cristiano in televisione. E soprattutto è un’idea che, nonostante sia dichiarata, non si può esprimere vistosamente. C’è sempre un sospetto o un pregiudizio da parte dei dirigenti televisivi, che spesso non sono cattolici, davanti a prodotti con questi obiettivi. Tuttavia dinanzi al grande successo di pubblico delle produzioni Lux i pregiudizi vanno poi a cadere. La televisione propone sempre modelli di comportamento, nel bene o nel male. La Lux Vide si propone di mostrare dei comportamenti possibili, basati su un’etica cristiana. Un’occasione significativa per la concretizzazione di queste aspirazioni arrivò nel 1993 con il progetto della trasposizione della Bibbia per la televisione. La cura riservata alla scrittura della sceneggiatura, l’attenzione alla fedeltà al testo biblico e la scelta di altissime professionalità del settore, diedero dei risultati eccellenti. Il progetto, iniziato con Abramo e
al carcere, don Matteo cerca di restituire quella libertà interiore che permette loro di vivere con pienezza e dignità anche quando la libertà fisica viene meno. Quello della ‘famiglia’ è un tema che viene fuori particolarmente attraverso la vita della canonica. La responsabilità verso la famiglia è il tratto che più contraddistingue Natalina, nonostante la sua apparenza dura e nervosa. È scrupolosa nella cura della casa, si dedica, anche se con poca pazienza, a tutto ciò che serve alla vita della canonica ed è attenta alle persone. Natalina, inoltre, ha un istinto materno forte che le permette di prendersi cura dei bambini che vengono affidati alla canonica, pur nella consapevolezza e nella sofferenza di sapere che le verranno tolti.
Famiglia e lavoro Gli ambienti familiari presentati nei diversi episodi non sono mai completamente sereni. Sono famiglie come tante, ricche di incomprensioni, incomunicabilità, liti e tensioni. Ma tutti i conflitti, nel dipanarsi della trama, con il passaggio obbligato attraverso il perdono e l’accoglienza reciproca, trovano una risoluzione. È un mondo
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I sacerdotidetective nella televisione italiana Il personaggio di don Matteo, nella sua accezione di prete-investigatore, non è una figura originale nel panorama della televisione italiana.
che guarda con fiducia alle relazioni familiari, in cui non è contemplata la separazione, perché attraverso la disponibilità personale, la fatica e il sacrificio si può arrivare sempre ad una riappacificazione. L’esempio più grande di dedizione alla famiglia è il maresciallo Cecchini. Egli è difensore dell’importanza della famiglia, per lui moglie e figlie vengono prima di ogni cosa. Anche le relazioni affettive del capitano sono presentate attraverso
seguito da altre dodici miniserie, ha dato uno dei più importanti contributi alla produzione di fiction di tipo religioso in Italia e ha inaugurato la crescita e il successo della Lux Vide negli anni successivi. Nel 1995 il film su Giuseppe si è aggiudicato l’Emmy Award, il più importante premio televisivo internazionale, l’equivalente per la tv del premio Oscar per il cinema, come migliore miniserie. La Lux Vide ha oggi all’attivo circa 80 titoli per un totale di più di 500
L’archetipo più famoso è di certo I racconti di padre Brown, famoso per l’interpretazione di Renato Rascel. Lo sceneggiato, prodotto dalla Rai nel 1970, era la trasposizione televisiva dei racconti dello scrittore inglese G. K. Chesterton. Dal 1968 era andato in onda I ragazzi di padre Tobia, con protagonista Silvano Tranquilli. Lo sceneggiato era un prodotto legato a quello spazio speciale della programmazione della Rai dell’epoca chiamato Tv dei ragazzi. Aveva quindi una funzione
una concezione cristiana del fidanzamento. La responsabilità sul lavoro è un altro dei temi che emergono più spesso. Sono presentate numerose figure di lavoratori accurati e diligenti. Primi fra tutti i Carabinieri, tra i quali il maresciallo e il capitano, sono estremamente fedeli all’Arma. Il capitano in particolare è sempre un uomo preciso e rigoroso che esegue attentamente il suo lavoro. Tutti gli altri personaggi,
inoltre, sono figure di lavoratori, appassionati e scrupolosi.
Giustizia e perdono È vero che l’operato di don Matteo si svolge principalmente per ragioni pastorali, ma è evidente che tutto quello che fa è volto a ristabilire la giustizia e soccorrere colui che potrebbe soccombere. In ogni episodio accade che i Carabinieri arrestano la persona sbagliata: il sacerdote lavora a fondo affin-
ore di programmazione televisiva. Oltre alle miniserie del progetto Bibbia e a Don Matteo, annovera tra le sue produzioni il progetto Imperium (Augusto, Nerone, San Pietro, Pompei e Sant’Agostino), il filone di fiction agiografiche (Lourdes, Sant’Antonio di Padova, Rita da Cascia, Maria Goretti, Don
A lato le immagini delle produzioni di Fatima, Giuseppe e Sant’Antonio
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pedagogica forte, e si poneva palesemente il problema dell’educazione dei ragazzi. Nel 1990 viene realizzata la serie Don Tonino con Andrea Roncato e Gigi Sammarchi, andata in onda su Mediaset. È una commistione tra il giallo e la commedia, anche se la componente poliziesca è inverosimile. Sempre Mediaset nel 2004 trasmette la serie Benedetti dal Signore, con Ezio Greggio ed Enzo Iacchetti. Due prodotti stranieri molto diversi tra loro hanno riscontrato un discreto successo
ché si faccia giustizia per gli innocenti e i colpevoli scoprano una via di redenzione. Emerge poi particolarmente l’importanza della giustizia sociale che passa attraverso la solidarietà con chi è più debole e discriminato. In tutti i casi la giustizia è il prodotto di quel senso di fraternità umana e cristiana che permette di condividere il dolore degli altri e aiutarli a risollevarsi e a ritrovare la dignità. Il valore del perdono, strettamente legato al peccato, è spesso al
in Italia. Il primo è la serie americana Le inchieste di padre Dowling, prodotta negli Stati Uniti dal 1989. Padre Dowling è un prete cattolico di Chicago che, insieme a sorella Stephanie, indaga su diversi omicidi collaborando con la polizia locale. Il secondo, Le indagini di padre Castell, è un prodotto tedesco realizzato dal 2008 e trasmesso in Italia su Rete 4. Monsignor Castell, gesuita tedesco, viene incaricato periodicamente dal cardinale Segretario di Stato di risolvere crimini legati alla chiesa.
centro degli episodi di Don Matteo. La scena finale della redenzione è basata sul tema della misericordia di Dio, per cui il colpevole, anche se ha fatto l’errore più grande, può essere perdonato se ha il coraggio di riconoscere i propri errori e riparare. Ogni uomo sbaglia. Nessuno, nel telefilm, è completamente innocente o totalmente colpevole. Il peccato, l’errore, è un’esperienza che tutti fanno nella propria vita. Così il messaggio centrale degli episodi è
Bosco, Chiara e Francesco, Preferisco il paradiso, Santa Barbara), i protagonisti del ‘900 (Papa Giovanni, Soraya, Madre Teresa, Meucci, Giovanni Paolo II, Edda, Callas e Onassis, Paolo VI, Coco Chanel, Enrico Mattei, Sotto il cielo di Roma, Atelier Fontana), la trasposizione televisiva di grandi romanzi (Dracula, Guerra e pace, Pinocchio, Le mille e una notte, Cenerentola). Tra le numerose serie televisive si possono ricordare Ho sposato uno sbirro, Che Dio ci aiuti, Un passo dal cielo. Il metodo adottato dalla Lux è mostrare la vita così com’è, senza nasconderne difetti e problemi, anzi presentandoli in maniera evidente. Però assieme ai problemi della vita si cerca di mettere in evidenza anche le possibili soluzioni e i modi di affrontarli
proprio questo: senza il perdono non si può ricominciare. Le storie di perdono sono molto forti. In qualche modo il perdono diventa centrale rispetto agli altri valori. Gli episodi di Don Matteo sembrano dire che solo passando attraverso il perdono di se stessi e degli altri si può ritrovare la dignità, la felicità, la libertà, la famiglia, la giustizia, perché dal perdono scaturisce la resurrezione, che è il messaggio centrale del cristianesimo. n
in un’ottica cristiana. Sono messaggi che inducono una riflessione in chi guarda, ma, soprattutto, la risoluzione finale delle storie è costruita in modo che possa lasciare nello spettatore uno stato di serenità. Uno sguardo del mondo, quindi, che mette in conto l’esistenza della croce, ma anche la certezza della risurrezione. L’esperienza della Lux Vide può risultare di grande utilità e rilevanza, non solo per i cristiani ma per tutti. In un panorama televisivo come quello attuale, nel quale sembra che non ci siano più sufficienti margini etici da rispettare, la questione della comunicazione di valori in televisione è un elemento di primaria importanza.
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Notizie in diretta dal mondo oblato
messaggi Sudafrica e notizie Centro missionario dalle missioni ella comunità oblata di Kimberley, di recente ci sono stati a cura di Elio Filardo OMI eliofilardo@omimissio.net
diversi cambiamenti di personale che hanno permesso di essere più sensibili ai bisogni dei poveri e di rafforzare alcuni servizi pastorali. Per esempio la comunità ha risposto favorevolmente ad un appello crescente nell’ambito della pastorale sanitaria, anche se non è proprio uno dei principali ministeri oblati. Si sta anche sviluppando la cappellania del carcere, dove
Francia Incontro di formazione per gli scolastici
al 9 al 29 luglio presso il Centro Internazionale Eugène de Mazenod (CIEM) di Aix en Provence si è svolta una sessione di formazione per un gruppo di scolastici oblati che si preparano ai voti perpetui. Una vera e propria comunità internazionale composta da giovani oblati che, pur provenendo da quattro scolasticati, sono originari di molti paesi del mondo: Canada,
Stati Uniti, Messico, Italia, Pakistan, Filippine, Polonia, Sri Lanka, Ucraina e Zambia. L’incontro di formazione ha permesso ai partecipanti di fare un “ripasso” della teologia dei voti e di prendere coscienza dello spessore dell’oblazione perpetua alla quale si preparano. Il periodo trascorso ad Aix en Provence ha consentito agli scolastici di conoscere la casa dov’è nata la Congregazione e di visitare alcuni luoghi significativi come la basilica di Notre Dame de la Garde a Marsiglia. Il gruppo ha avuto modo di incontrare Cornelius Ngoka OMI, assistente generale per la formazione, e di ascoltare altri Oblati come Frank Santucci, Bernard Dullier e Joe Labelle. Il programma di questo soggiorno è stato preparato e curato dall’Ufficio Europeo della Formazione Oblata. (fonte: centremazenod.org)
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UNA BREVE IMMERSIONE MISSIONARIA
attualmente un membro della comunità svolge un servizio pastorale. Con la sua équipe cerca di prendersi cura dei detenuti. Uno degli Oblati della comunità è parroco, con il compito di servire una serie di comunità ecclesiali nei dintorni di Kimberley e Richie. Il resto della comunità dà un aiuto per la celebrazione di messe domenicali, funerali e matrimoni. (fonte: omi-bfn.blogspot.com)
Lettera di p. Louis Lougen ai giovani I giovani che hanno partecipato all’incontro svoltosi in Brasile, al santuario di Aparecida, dal a 19 al 22 luglio, hanno ricevuto in consegna il simbolo dei sandali e una lettera da parte del superiore generale dei Missionari OMI, p. Louis Lougen. “I giorni trascorsi ad Aparecida sono stati un’occasione per crescere come famiglia oblata”, scrive p. Louis, mettendo in evidenza che la lettera ed i sandali rimandano simbolicamente al “viaggio missionario nella vita e nella fede” e che ci conducono “ancora più profondamente nel mistero di Cristo Gesù”. P. Louis si sofferma sulla chiamata di Gesù ed invita ciascuno a “pensare all’appello di Dio” invitando i giovani a prendere in considerazione la chiamata alla vita consacrata e missionaria per sé e per i propri amici. “La chiesa e gli Oblati hanno bisogno di voi”, conclude p. Lougen, incoraggiando i giovani a trasmettere questo appello ad altri loro coetanei.
P. David Muñoz nella prima metà dello scorso luglio ha avuto la possibilità di fare una breve immersione nella missione oblata del Sahara insieme ad una coppia, Beatriz e Paco: lei con un dottorato in antropologia e lui in storia dell’arte ed una specializzazione in arte islamica. Accolti dai padri Mario León e Valerio Eko hanno potuto vivere una magnifica esperienza missionaria. “Era la prima volta - dice p. David - che dei laici vicini agli Oblati visitavano la missione”. Di questa ricchissima esperienza Beatriz ha scritto sul suo blog (atacamacultura.blogspot): “Le prime ore vissute in missione sono state un bagno in questa nuova realtà. Il pasto, preparato dai due Oblati, ci ha dato una buona immagine di quanto avremmo incontrato in seguito. Tra gli invitati c’erano diversi sahawi, amici della comunità, dei pescatori spagnoli emigrati, dei membri della MINURSO (Missione Internazionale delle Nazioni Unite per il Referendum del Sahara Occidentale) ed i Depositario de los bienes de la Casa de España. Ciascuno con le sue idee, le sue interpretazioni e la sua religione… tutti insieme. (…) La situazione della chiesa è complicata: non si può predicare, non si possono veicolare aiuti umanitari, non si può battezzare. Qualsiasi attività può provocare un’espulsione. Allora che cosa fanno quei due missionari cattolici, soli autorizzati a stare nel Sahara Occidentale?
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Un francobollo in onore di Tissa Balasuriya
Ashok Stephen, l’attuale direttore del Centre for Society and Religion (CSR) fondato da p. Tissa Balasuriya OMI, deceduto il 19 gennaio scorso, aveva annunciato che il Ministero delle Poste dello Sri Lanka avrebbe emesso un francobollo in onore di p. Tissa. La cerimonia ufficiale nel corso della quale è stato presentato il francobollo, ha avuto luogo al CSR, a Maradana, il 29 agosto, in occasione dell’89º anniversario della nascita di p. Balasuriya. P. Tissa è il quarto Oblato ad apparire su un francobollo dello stato. Prima di lui, hanno avuto questo onore il cardinal Thomas Cooray (†1988), mons. Edmund Peiris (†1989) ed p. Marcellino Jayekody (†1998). Nel 1971, p. Tissa fondò il Centre for Society and Religion, un’istituzione unica, al servizio di una teologia viva ed attiva. Con una conduzione dinamica, capace di un trattare le questioni scottanti del paese mediante un approccio globale ed a lungo termine, p. Tissa ha orientato il CSR, insieme ad altri gruppi e persone guidate dallo stesso spirito, a lavorare per la pace, la riconciliazione ed i diritti umani senza cedere al settarismo. Il suo lavoro come direttore del CSR gli ha permesso di sviluppare molteplici aspetti: dalla conoscenza interreligiosa e intergenerazionale alla preoccupazione per la tutela dell’ambiente. È stato uno scrittore prolifico pubblicando diversi libri e contributi su giornali locali e stranieri. P. Balasuriya è stato tra i membri fondatore del Citizens Committee for National Harmony and the Civil Rights Movement of Sri Lanka ed anche dell’organizzazione internazionale The Ecumenical Association of Third World Theologians. Nel suo impegno per la liberazione degli emarginati e degli oppressi dello Sri Lanka, è stato spesso incompreso, tuttavia non si è mai fatto scoraggiare. Forte del suo amore per la giustizia e per l’umanità calpestata, e con il suo buon umore, ha continuato sempre il suo lavoro. (fonte: omiworld.org)
Nient’altro che essere una presenza cristiana. Testimoni delle sofferenze di un popolo, aiutano ciascuno a farsi carico della propria vita giorno per giorno, sono attenti a chiunque si presenti alla porta della chiesa, compresa la popolazione marocchina, celebrano la messa per gli impiegati della MINURSO e per tutti i cristiani (evangelici, luterani, anglicani e cattolici) presenti nella regione per motivi professionali”. (fonte: omiworld.org)
Vietnam Nuovi preti e diaconi
el corso del 2013 la missione oblata in Vietnam ha gioito per l’ordinazione di tre nuovi sacerdoti e sei diaconi. Questi ultimi sono stati consacrati a Phú Cùng il 30 agosto scorso. Con il contributo di questi Oblati la missione potrà sviluppare gradualmente delle attività apostoliche nel paese. Attualmente fanno parte della missione 55 Oblati: 11 padri, 4 fratelli e 40 scolastici. (fonte omiworld.org)
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Giovani sui passi di S. Eugenio a Aix Aveva “un cuore grande quanto il mondo”, il fondatore dei Missionari OMI, Eugenio de Mazenod
l suo carisma, dal cortile della comunità di Aix en Provence, si è diffuso nel mondo ed ha attraversato i cuori di tanti giovani che ne sono rimasti coinvolti. Alcuni di questi, provenienti da Italia, Spagna, Irlanda, Polonia e Francia si sono incontrati proprio in quei cortili per dare vita alla seconda edizione del GECO (“Giovani Europei e Carisma Oblato”) svoltosi la scorsa estate. Sono stati giorni di condivisione, comunione e approfondimento del carisma. Dall’Italia hanno partecipato 15 giovani del Movimento giovanile Costruire. Luisa Miletta
Quando sentivo parlare del GECO ho capito che questa esperienza mi interpellava. Era un’occasione unica per approfondire il carisma oblato. Prima di partire pensavo di conoscere S. Eugenio, ma ad Aix mi sono accorta che molte cose mi erano sconosciute. Grazie alla lettura dei testi, ho avuto la possibilità di immedesimarmi nel contesto in cui era nato e si è formato come uomo e come cristiano. È stata la visita nei luoghi in cui lui operava, ogni giorno, come missionario che mi ha fatto toccare con mano che cosa aveva nel cuore e che cosa significava per lui essere Oblato di Maria Immacolata. Questa
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UN INCONTRO DIRETTO CON S. EUGENIO Tra i partecipanti al GECO anche due giovani spagnoli: Ana Teresa di Madrid e Juan di Malaga. “Questo incontro dei giovani oblati europei ad Aix è stato arricchente per noi principalmente per due motivi”. Hanno scritto. “Abbiamo potuto conoscere più in profondità S. Eugenio de Mazenod incontrandolo direttamente con la lettura dei suoi scritti e in luoghi speciali, come Aix e Marsiglia. Inoltre abbiamo conosciuto le differenti realtà dei giovani oblati europei: come lavorano con i giovani, che attività realizzano, le differenti missioni o volontariato, e tutto raccontato dai giovani che lo vivono direttamente. Questo ci invita e ci incoraggia. In generale dobbiamo dire che è stata un’esperienza bellissima in un ambiente favoloso”.
esperienza mi ha insegnato ad avere maggiore consapevolezza del carisma oblato, un dono che l’MGC, e ancor prima la mia comunità, mi aiuta a tener vivo attraverso la preghiera e la comunione; un dono che deve diventare il centro della nostra missione quotidiana verso gli altri, quelli che per Eugenio erano gli “ultimi”, i dimenticati. Pina, Campania
Sono stati giorni davvero belli, ricchi e di conversione! Ritrovarsi dopo 200 anni nello stesso luogo in cui Eugenio aveva dato vita alla prima Associazione della gioventù, con ragazzi provenienti da tanti luoghi mi ha fatto sentire onorata di far parte di questa realtà; ho poi potuto pensare alla Verità della nostra chiamata. Abbiamo conosciuto meglio Eugenio, ma è stata anche una lente per guardare meglio noi stessi. Molto tempo è stato dedicato alla riflessione personale, per pregare e rispondere nella verità
a domande forti e poste senza mezzi termini, cosa che è servita per ricaricarmi ed essere pronta ad iniziare un nuovo anno di comunità. C’è stata una voglia sincera di condivisione tra noi che ci aiutava a superare le difficoltà derivanti dalle barriere linguistiche. Il culmine di questa settimana è stata la messa celebrata sulla tomba di Eugenio, che è stato un momento di grande intensità ed emozione. Silvia, Vercelli
Si rinnova la Segreteria nazionale MGC È tempo di cambiamenti in seno alla segreteria centrale. Tonia De Matteo (Campania), Stefano Cantone (Vercelli), Francesca Paoloni (Roma) e Ivan Garro (Calabria) terminano la loro attività di segretari e lasciano il posto a Serafina Di Staso (Roma), Luca Vallarino (Vercelli), Laura Buono (Campania), Andrea Chioppa (Taranto) e Giada Moccia (Taranto). La gioia per chi entra è tanta, ma maggiore è per i due ragazzi di Taranto, che tornano ad occupare il posto che spettava a questa comunità dopo alcuni anni di assenza. I cambiamenti, però, non si fermano qui: Francesca Canturi (Calabria), infatti, è stata eletta “perno”
femminile nazionale e si è affiancata a Pietro Greco nel Consiglio centrale. Tra i “nuovi” e i “vecchi” segretari si è creato un clima di collaborazione e affiatamento. Ciò ha permesso di scegliere il nuovo tema dell’anno per l’MGC: “Dal cortile alle periferie”; il cortile rappresenta la comunità - ed è il tema su cui l’intera famiglia oblata riflette in vista del bicentenario della fondazione degli OMI che si celebrerà nel 2016 - mentre le periferie simboleggiano le altre realtà ecclesiali e sociali cui aprirsi sulla spinta dello slancio missionario proprio del mondo oblato. Domenico, Messina
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Quando sono tornata dal Geco, mi ripetevo l’ultima frase della lettera che Eugenio scrisse a p. Tempier quando intuì che era necessario fondare la Congregazione degli Oblati. La lettera si conclude più o meno così “Rispondi presto, rispondi ‘sì’ e fa tutto con gioia”. Mi porto dentro proprio questo: il desiderio di cogliere tutto ciò che mi circonda. Ma soprattutto la voglia di non temporeggiare, e vivere a pieno e con gioia “i segni dei tempi” a cui come donne e uomini nel mondo siamo chiamati oggi a rispondere. Mi sono sentita una privilegiata nel rapporto con Eugenio in quei giorni ad Aix. I suoi luoghi, la sua vita, la preghiera sulla tomba smuovono tante emozioni, ma anche la consapevolezza di un’identità chiara: quella di appartenere alla famiglia di Eugenio! In questo momento di crisi economica, ma soprattutto sociale e relazionale, porto nel cuore come cristiana, giovane adulta e figlia di Eugenio, il desiderio di fare di più: noi possiamo dire e fare qualcosa che
“inverta la rotta” e cambi il modo di pensare e agire proprio come fece Eugenio. Giorgia, Firenze Non sono partito con particolari aspettative, se non con qualche domanda che papa Francesco aveva immesso nel mio cuore durante l’Angelus della domenica: “Com’è il tuo cuore in questo momento? È aperto o chiuso? Cosa attrae il tuo cuore come una calamita?”. Sono riuscito a trovare una risposta a questi quesiti capendo l’importanza di avere un cuore aperto che fosse in grado di ricevere i doni che avrei avuto dagli altri partecipanti e da Dio. Riflettendo sull’ esperienza di S. Eugenio ho sentito quanto anche il mio cuore ha una costante necessità di Dio. L’aver scoperto insieme questa passione per Dio e per S. Eugenio è ciò che ci ha permesso di vivere una profonda comunione da cui ognuno è uscito arricchito. Riccardo, Roma
Per me, è stata principalmente una settimana di profonda comunione con S. Eugenio. I momenti di studio della sua vita sono stati interessanti: una cosa che mi ha colpito di Eugenio è l’essere stato una persona normale. Conoscere invece la vita vissuta di Eugenio, i suoi limiti, le sue paure, i suoi momenti bui, mi ha portato a riconsiderare l’obiettivo principale della mia vita che è quello di diventare santo. Penso che Eugenio sia diventato santo nel momento in cui ha scoperto la bellezza di avere una fiducia incondizionata in Dio. Vorrei sottolineare la bellezza del confronto con le altre realtà europee: siamo in un periodo in cui i confini vanno scomparendo e il confronto diventa fondamentale per la crescita sia umana che spirituale. Interessante è stato percepire come ogni realtà giovanile europea presente vive il carisma di Eugenio e capire che ognuna è complementare all’altra. Salvatore, Calabria
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L’autun n 28 MISSIONI OMI · 11_13 028_029_11.indd 28
Getta il suo s em e nell 'abbraccio della na tura ; e rinnovando il dono generoso dell a terra , nel ba ttito n ascos to della vita prepara il c uore ad una s tagio ne nuova .
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Come un consacrato
secolare comunica Cristo oggi?
Pubblichiamo una sintesi della conferenza che l’autrice ha tenuto a fine giugno al Convegno “Sostenuti dalla fede... presenza viva nel mondo” promosso dalla Conferenza degli Istituti Secolari (CIIS) della Sicilia di Ileana Chinnici COMI
el trattare questo tema, che riguarda la “comunicazione”, mi sembra appropriato utilizzare la metafora del “linguaggio”. Per comunicare in maniera efficace un messaggio, occorrono almeno due requisiti: a) conoscere il destinatario e le sue esigenze (sapere cioè a chi ti stai rivolgendo e cosa gli sta a cuore); b) conoscere il suo linguaggio (altrimenti non sarai capito). Il rischio, infatti, è dire cose che non interessano o parlare un linguaggio incomprensibile.
Conoscere i destinatari Dove vado a cercare l’uomo di oggi? Ci viene in aiuto papa Francesco, che parla di “periferie esistenziali”, come luoghi privilegiati in cui far risuonare l’annuncio del vangelo. È lì che
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a passo di
È il cammino che le COMI (Cooperatrici Oblate Missionarie dell’Immacolata) offrono, già da qualche anno, alle ragazze che si interrogano su ciò che Dio chiede loro di realizzare nella vita. Il cammino, guidato dalla Parola di Dio, attraversa la dimensione umana, cristiana, psicologica della loro esperienza per scoprire, illuminare e valorizzare il “genio femminile” e viverlo in pienezza come dono per l’umanità e per la chiesa. L’esperienza prevede la vita in comune, spazi di riflessione e preghiera personale e comunitaria, momenti di condivisione e confronto. Le tappe del percorso si svolgono durante alcuni fine
troviamo l’uomo di oggi! Chi è infatti quest’uomo? Quali sono le sue caratteristiche? Proviamo a tracciarne un profilo attraverso alcuni aggettivi, che ne colgano i tratti principali (ovviamente senza la pretesa di essere esaustivi). Innanzi tutto direi che è l’uomo di oggi è un uomo “sfiduciato”. Le difficoltà attuali nel campo sociale e lavorativo hanno ridotto la capacità progettuale: il futuro si presenta incerto, sul piano economico, sociale, lavorativo, tanto che la sfiducia spesso sfocia in disperazione, spingendo fino a gesti estremi (vedi recenti fatti di cronaca). L’uomo di oggi è anche “solo”, si sente abbandonato, non sa a chi rivolgersi nelle
settimana e un’esperienza estiva di più giorni. Quest’anno è stata scelta la figura di S. Paolo per vivere il cammino di lettura di sé stesse, della propria storia, di discernimento. La scorsa estate si è svolto un viaggio missionario in Congo. Perché questo viaggio? Perché la missione è un pilastro importante nel carisma oblato, “è la nostra ragion d’essere”, diceva p. Gaetano Liuzzo OMI, ed è un aspetto fondamentale nel cammino di formazione e discernimento vocazionale. Anche quest’anno ci sarà un nuovo cammino di A PASSO DI DONNA. Le adesioni vanno inviate entro il 15 novembre a Mimmina Puglisi COMI, mimmina.puglisi2@hotmail.it
Le difficoltà attuali nel campo sociale e lavorativo hanno ridotto la capacità progettuale difficoltà: vive in una società “senza padre”, per citare Alexander Mitscherlich (Verso una società senza padre, 1963), dove non trova riferimenti, e
dove peraltro né lo stato, né la giustizia, né altre istituzioni sanno proteggerlo e tutelarlo nei suoi diritti, spingendolo così a cercare dei “guru” a cui affidarsi (vedi la politica, l’occultismo, le filosofie orientali, alcuni movimenti religiosi, ecc.). È un uomo “anonimo”, massificato, senza volto, pronto a vendere la sua privacy pur di apparire, pur di avere una vetrina in cui affermare che lui esiste, pur di richiamare l’attenzione su di sé (vedi i social network o certe trasmissioni televisive). Inoltre, è un uomo “disorientato”. L’attuale contesto sociale rende sempre più difficile distinguere il bene dal male; il relativismo morale rende
accettabili comportamenti ambigui e spesso improntati ad un falso benessere egoistico. Sembra che tutto sia lecito, che parole come famiglia, amore, amicizia, abbiano perso il loro significato originario, diventando snaturate e abusate, come se l’uomo di oggi facesse fatica a dare un nome nuovo alle cose. Adamo aveva ricevuto proprio questo compito da Dio: dare il nome; eppure sembra che l’uomo abbia perso questa capacità, preferendo affastellare sotto la stessa etichetta cose diverse,
patto ambientale. Ha a disposizione più mezzi tecnologici e scientifici: vedi, ad esempio, i progressi nel campo della medicina, che ha reso curabili alcune malattie e ha migliorato la qualità della vita di molti ammalati. E’ un uomo, quindi, che ha più risorse disponibili, anche se queste risorse spesso non sono alla portata di tutti. L’uomo di oggi ci appare pertanto un uomo con luci ed ombre, segnato, come gli uomini di ogni epoca, dal bisogno di essere riconosciuto, chiamato
mento dei vescovi italiani del 2001, “Comunicare il vangelo in un mondo che cambia”, non a caso si apre proprio con l’esortazione a mettersi “a servizio della gioia e della speranza di ogni uomo”. Diceva mons. Giancarlo Bregantini in una conferenza tenuta a Palermo, che era stato colpito una volta da una considerazione di un suo interlocutore, il quale gli aveva detto che non tutti hanno una fede, ma tutti hanno una speranza. Occorre allora ripartire dalla
rinunciando a distinguere e a discernere. Difficile, quindi, comunicare, quando non si attribuisce lo stesso significato alle stesse parole! Ma è anche un uomo dalle grandi potenzialità, che dispone di mezzi di comunicazione straordinari, che facilitano i contatti a livello planetario, che permettono di diffondere in tempi rapidi le situazioni di pericolo, o di ingiustizia e di oppressione; è un uomo che comincia ad essere più attento alla tutela del creato, acquistando più consapevolezza e tentando di invertire la rotta rispetto al passato, con uno sviluppo ecosostenibile, con l’uso di energie rinnovabili e con minore im-
per nome, amato, perdonato, incoraggiato: un uomo che ha soprattutto bisogno di speranza.
speranza, per annunciare la fede. Intercettare e incoraggiare la speranza dell’altro, può essere una via per annunciare il vangelo, con i gesti, le parole, ma soprattutto la testimonianza di vita. Sempre nello stesso documento, i vescovi parlano di “eloquenza della santità”: uno stile di vita e di relazioni improntato alla santità, pur con tutti i limiti che sperimentiamo, diventa di per sé un annuncio, perché comunica dei valori vissuti, prima ancora che proclamati.
A servizio della speranza I cristiani, nel condividere la condizione dell’uomo di oggi, hanno una Parola di speranza da condividere e annunciare, una Parola di fiducia da donare. È una persona, il Signore Gesù, via, verità e vita per ogni uomo. È questo il vangelo, la buona notizia per l’uomo di ogni tempo. Condividendo i problemi e la condizione di ogni uomo, cerchiamo di comunicare il vangelo col nostro essere portatori di speranza, che è il primo valore da condividere. Il docu-
Uno stile: farsi prossimo Questo vale per tutti i cristiani, ma come possono i consacrati secolari,
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nello specifico, comunicare questo annuncio? In questo annuncio il consacrato secolare ha dei vantaggi rispetto al religioso, perché è calato in pieno nel mondo che lo circonda, ne assume le problematiche e le vive in prima persona. Precarietà del lavoro, solitudine, disgregazioni familiari, ingiustizie sociali non sono problemi lontani dal consacrato secolare, anzi spesso sono proprio il quotidiano che egli è chiamato a vivere. Potenzialmente, il
rati al passato, attaccati al linguaggio di ieri, non giova alla causa del Vangelo. Ovviamente, nell’adattare il linguaggio, dobbiamo rinnovare lo stile, ma conservare i contenuti, senza cedere a compromessi di comodo. Nella preoccupazione del farci “tutto a tutti”, come dice S. Paolo, non dobbiamo perdere la fragranza del vangelo, annacquandolo. E’ un rischio reale, che richiede fatica (a volte è più comodo dar ragione all’altro, per guadagnarci la sua simpatia).
di questa umanità, cui siamo inviati a dare speranza e fiducia, in uno stile di amicizia e di testimonianza vissuta del vangelo. Riprendendo la metafora del linguaggio, possiamo dire che il consacrato secolare è colui che “pone l’accento” su ciò che è vangelo. L’accento può cambiare il significato di una parola, quindi porre l’accento vuol dire, in senso metaforico, aiutare a cogliere il significato profondo delle cose, aiutare ad andare oltre le situazioni e a dare
Immagini di consacrate secolari della Sicilia. Da sinistra: convegno regionale, foto di gruppo con mons. Calogero La Piana, vescovo di Messina, F. Buffa responsabile regionale
Credo che ciò che debba contraddistingue un consacrato secolare nel comunicare il vangelo è lo stile del farsi prossimo, dell’attenzione all’altro, del dialogo e dell’apertura. Non siamo tenuti a fare gli avvocati di Dio o della chiesa! Dio non ha bisogno di avvocati e comunque non tocca a noi farlo: ci sono fior di teologi e apologeti per questo. Piuttosto dovremmo essere amici (e non giudici) dell’uomo di oggi, in tutte le sue situazioni e condizioni, valorizzando il positivo. Vedi l’esempio di papa Francesco che, pur in mezzo alla folla, sembra vedere solo la persona che ha davanti, sembra essere lì solo per lei. Noi siamo parte integrante
senso, aiutare a “leggere” la realtà evidenziando quei germi di speranza che essa contiene. Come un contadino, il consacrato secolare “coltiva” questi germi, con pazienza, nel silenzio, in modo sotterraneo, fiducioso nell’azione di Dio che fa crescere il Regno tra noi. E, come un tessitore, tesse piccoli fili fatti di dialogo, di relazioni, di gesti, preghiera, sacrificio, attento che non si rompano, ma anzi si irrobustiscano, pronto ad offrire anche il proprio soffrire, il fallimento, per l’avanzamento misterioso e nascosto del Regno di Dio. È la dimensione della croce, mai disgiunta da quella dell’annuncio! n
consacrato secolare è quindi un interlocutore credibile per l’uomo di oggi, perché ne condivide in pieno la condizione. Tuttavia, una condizione indispensabile per comunicare il vangelo è essere uomini e donne di oggi, Non nostalgici del passato, uomini e donne di ieri. Così come il linguaggio, di per sé, è qualcosa che si evolve, il restare anco-
La chiesa in Ciad tra
sofferenza e speranza testo di Luca Marcolivio foto ACCRI e Stefano Bressan
n continente ricco di risorse che continua a sprofondare nella miseria. È questo il paradosso dell’Africa, le cui potenzialità, tuttavia, non si limitano alle cose materiali. Da oltre cinque secoli il continente rimane terra di evangelizzazione, con una grande sfida rappresentata dalla civile convivenza di tante confessioni: cattolicesimo, protestantesimo, islam e culti animistici, in particolare. Un testimone dell’esperienza apostolica nell’Africa subsahariana è il comboniano mons. Michele Russo, 66 anni, da 35 missionario in Ciad e da 22 vescovo di Doba.
Intervista a monsignor Michele Russo, arcivescovo di Doba. “Dialogare con i protestanti è più difficile che dialogare con i musulmani” Eccellenza, quali sono i numeri dell’evangelizzazione in Ciad? Secondo un censimento del 1996, i musulmani erano intorno al 43%: un risultato clamoroso, in quanto si stimava che i tre quarti della popolazione appartenessero all’islam. I cristiani, tra cattolici e protestanti, sono il 34%. Il resto appartengono a religioni tradizionali. Durante la guerra, molta gente si è avvicinata alla chiesa cattolica, i cui missionari, anche nelle circostan-
ze più drammatiche, sono rimasti nel paese. Purtroppo i nostri fratelli protestanti, allo scoppio della guerra, sono rimpatriati, essendo molti pastori, padri di famiglia, e questo ha portato delusione nella popolazione. Personalmente non mi permetto di giudicarli, ma tra la gente del posto c’è chi disse: “è qui che si distingue un pastore da un mercenario”. Indubbiamente il celibato dei sacerdoti cattolici e delle suore, permette una maggiore libertà.
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La REPUBBLICA DEL CIAD è uno stato dell’Africa Centrale che confina con la Libia, il Sudan, il Camerun, la Nigeria, il Niger e la Repubblica Centrafricana. La RELIGIONE più diffusa è quella MUSULMANA (43% i musulmani sono principalmente a nord del territorio), poi seguono i CRISTIANI (34%, che come gli animisti 10%, sono principalmente nel centro sud) ed infine gli atei (13%). Le chiese cristiane più grandi sono la CHIESA CATTOLICA
ROMANA, le ASSEMBLEES CHRETIENNES DEL CIAD, la CHIESA BATTISTA del Ciad e le CHIESA EVANGELICA del Ciad. Sono presenti anche i TESTIMONI DI GEOVA suddivisi in 17 congregazioni. CAPITALE PRESIDENTE GOVERNO POPOLAZIONE LINGUE UFFICIALI
N’DJAMENA IDRISS DÉBY REPUBBLICA PRESIDENZIALE 12,45 MILIONI (2012) FRANCESE, ARABO
La chiesa di Roma è riuscita a supplire a tutte le funzioni statali, dalla scuola, alla sanità, fino alla posta (fino a poco tempo fa per spedire un pacco era necessario recarsi in Camerun o nella Repubblica Centrafricana!). Molti missionari hanno subito il martirio durante gli anni della guerra. Doba è un po’ la culla della chiesa cattolica in Ciad, tanto è vero che il Santo Padre l’ha istituita diocesi. Eppure, quando arrivai in questa città c’erano solo quattordici parrocchie e undici preti. Ci fermammo a riflettere, poi capimmo che era importante puntare sul ruolo dei laici, in special modo per le questioni pratiche: noi sacerdoti siamo tutti bianchi, loro tutti africani, quindi conoscono molto meglio di noi la gente del posto. Qual è lo stato di salute della libertà religiosa in Ciad? La pacifica convivenza tra così tante fedi è possibile? Dialogare con i protestanti è molto più difficile che dialogare con i musulmani: c’è ancora chiusura e diffidenza da parte delle comunità riformate, con le solite contestazioni sui santi e sulla madonna. Ma alla fine in Africa, dove è diffusa la venerazione degli antenati, il culto dei santi dovrebbe essere accolto con una certa facilità. Il santo è, in fondo, uno che ci dice che imitare Cristo è possibile. Tra i musulmani c’è più apertura: a uno dei nostri ultimi incontri con loro, sono venuti quattordici imam e persino donne e bambine islamiche. Lo scorso anno un nostro confratello comboniano di origine sudanese, nato musulmano e poi convertitosi, è riuscito a mettere insieme dieci pastori protestanti, dieci sacerdoti cattolici e dieci imam alla grande moschea di N’Djamena. Lo stesso incontro si è ripetuto durante la parata del presidente che è un musulmano non praticante. Da quando sono vescovo, il dialogo con le altre fedi è una delle mie priorità.
Le vocazioni sono fiorenti? Un tempo le vocazioni erano in numero maggiore, anche perché la chiesa, per molti, era l’unico punto di riferimento. La scoperta del petrolio, però, ha sparigliato le carte, creando l’illusione di un arricchimento facile. Con il risultato che corruzione, prostituzione e alcolismo sono dilagati. Le persone contagiate dall’AIDS sono passate dallo 0,3% al 13%. Qualche anno fa andai a visitare i villaggi a ridosso dei pozzi petroliferi: vi trovai gente scoraggiata, demoralizzata. La fine della guerra ha avuto comunque, come effetto positi-
Da quando sono vescovo, il dialogo con le altre fedi è una delle mie priorità
vo, una ripresa della scolarizzazione. L’ex dittatore aveva paura dell’istruzione, la boicottava, gli insegnanti non venivano pagati ed erano costretti a lavorare nei campi. Il Sud è più istruito del Nord che ha rifiutato per molti anni l’apprendimento del francese.
Come ha vissuto personalmente l’esperienza della guerra in Ciad e dell’apostolato in generale? Durante una guerra non puoi scappare, né lavarti le mani. Ci sei dentro e devi valutare attentamente tutto quello che devi fare o dire, con molta chiarezza e cautela, stando attenti a non lasciarsi fraintendere. È necessaria prudenza ma gli italiani, per natura, sono abbastanza diplomatici e sanno quello che devono dire o non dire. Questa mia presenza di trentacinque anni in Ciad, mi ha dato una notevole sicurezza in me stesso: un tempo ero più timido, oggi sono più deciso e se devo dire una cosa, non ho complessi. In fondo anche Nostro Signore sapeva essere molto chiaro e, al tempo stesso, rifiutava sempre la violenza. Avrebbe teoricamente potuto diventare un leader politico contro gli occupanti romani, invece il suo ruolo era un altro. Cosa si può fare concretamente per lo sviluppo e l’emancipazione del continente africano? Sull’Africa c’è da troppi anni un silenzio intollerabile. È un continente ricchissimo in cui quasi tutti vivono nella miseria. Ciò non è accettabile e non se ne può non parlare! In Africa vive un miliardo di persone e ovunque si riscontra questa contraddizione. In molti paesi per acquistare un farmaco sono necessarie valige di dollari: la svalutazione ha ridotto le monete locali a carta straccia. Anche tra gli uomini di chiesa ci vorrebbe più coraggio nel correre in soccorso di popoli martirizzati, violentati, privati della loro dignità e del futuro. Chiunque taccia è complice di questa situazione. Oggi l’Africa è un continente manipolato, ma se un giorno la popolazione si sveglierà, questo risveglio potrebbe essere doloroso. Siamo ancora in tempo per recuperare la storia di questi popoli. n
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“110 e Lode a Dio e alla Madonna” Tornare alle radici, nel quartiere e nella comunità parrocchiale del Sacro Cuore, a Bergamo, per vivere, come fratelli di sangue, due giubilei
A sinistra i fratelli Pelis a Lourdes. Sotto, p. Danilo Ceccato e p. Ettore Andrich hanno festeggiato i 50 anni di vita religiosa alla Casa provincializia OMI di Frascati
sacerdotali è un fatto più unico che raro, è una grazia per chi in quel quartiere è nato e cresciuto. Cuore di queste realtà è sempre stata la famiglia, una famiglia come tante altre, con problemi comuni a tutte le famiglie in quegli anni difficili del prima, durante e dopo guerra. Papà Gino, impiegato alla Dalmine, mamma Maria, sarta casalinga, intenta a crescere i sei figli, che dal 1930 al 1947 sono venuti alla luce e cresciuti nel piccolo appartamento della periferia sud di Bergamo. Don Tullio e p. Angelo tornano a dire grazie al Signore e alla gente del quartiere, la cui condizione sociale e religiosa in quegli
anni lontani, li ha spinti a dire “sì” all’invito di Gesù: “Vieni e seguimi”. Papà Gino e mamma Maria hanno creduto nella vita e hanno accompagnato, non senza sofferenza, ma nella fede, le scelte di altri quattro figli: Elvira, consacrata laica, sr. Giovanna, delle Suore di Carità di Maria Bambina, Fausto, anch’egli sacerdote e missionario Oblato e Claudio, che si è formato una bella famiglia e da anni è impegnato in varie attività socio-culturali a Bergamo. È giusto tracciare il percorso dei due giubilari. Don Tullio, dopo alcuni anni di ministero a S. Pietro D’Orzio e a Cene, si è dedicato dapprima al mondo del lavoro, nelle ACLI, e poi, da ormai quasi 50 anni a gruppi e persone del vasto settore della salute e della solidarietà, rappresentato dall’Unitalsi e dal Centro volontari della sofferenza (CVS). Dal 1998 don Tullio è cappellano onorario del Santuario di Lourdes. Nel 1974, ha scritto forse la più bella pagina del suo ministero sacerdotale: ha donato un rene al fratello Fausto, sacerdote e missionario Oblato. Il trapianto renale,
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MISSIONI perfettamente riuscito, ha permesso a Fausto di vivere per 35 anni un’intensa e gioiosa vita sacerdotale, conclusasi il 20 novembre del 2009, all’età di 67 anni e 42 di sacerdozio. Grazie a quel dono d’amore, i missionari Oblati hanno associato don Tullio al carisma e all’opera della congregazione, nominandolo “Oblato onorario”. P. Angelo entrato ancora adolescente nell’Istituto dei Missionari Oblati di Maria Immacolata, nel 1964 ha raggiunto il Laos, tra la Cina e il Vietnam, allora flagellato dall’omonima guerra. Nel 1975, più di 200 missionari stranieri furono espulsi. Ancora giovane, ferito nell’anima per la missione perduta, con rinnovato impegno è partito l’anno successivo per l’Uruguay. Dice spesso che in Sudamerica, ha scoperto che esiste davvero un ottavo sacramento: l’amicizia, la tenerezza verso tutti, soprattutto i lontani. Dal 1990, per dieci anni, ha prestato servizio come animatore missionario, visitando 200 seminari italiani, incontrando novemila futuri sacerdoti. Dal 2000, per tre anni, a Lourdes, ha vissuto la
sua “quarta e più bella missione”, accanto alla Madonna e a pellegrini di tutto il mondo. Dal 2003 si occupa, a Roma, della causa di canonizzazione di due martiri del Laos: il missionario oblato p. Mario Borzaga, e il catechista laotiano-hmong Paolo Xyooj. La somma 60+50 non si ripeterà, può solo crescere, ma oggi ha un senso nel dare “110 e Lode…a Dio e alla Madonna”.
Il cinquantesimo di p. Bertolini È stato con noi in Sicilia p. Carlo Bertolini, missionario Oblato di Maria Immacolata in Indonesia da 35 anni, oggi
P. Carlo Bertolini posa per una foto di gruppo insieme alle famiglie di Patti
cittadino indonesiano. Con una celebrazione eucaristica nella chiesa di S. Nicola, dove lui è stato da giovanissimo per sei anni, abbiamo condiviso e ringraziato insieme il Signore, con un momento di festa, per i sui 50 anni di sacerdozio e di fedeltà alla chiesa nel servizio di evangelizzazione in terra di missione. La presenza di p. Carlo a Patti (Me), ha ricordato uno dei presenti, “è stata come un raggio di luce che, riflesso sulla parrocchia di S. Nicola, ha assistito i giovani di allora
contribuendo ad arricchirli, non solo nella fede, ma anche nell’ambito culturale e sociale, per portare agli altri nel corso della vita ciò che avevano imparato”. Questi giovani che l’hanno conosciuto e amato, oggi sono sposi, lavoratori, impegnati nel sociale, nella chiesa, nell’ambito culturale e anche annunciatori del vangelo agli ultimi: p. Pippo Giordano e p. Sergio Natoli OMI e sr, Franca Fratantonio. Noi della famiglia oblata di Patti, ancora una volta, abbiamo assaporato l’opera dei nostri missionari nel loro servizio al popolo e la continuità del carisma nella vita di quanti li incontrano. Dario e Letizia Natoli Patti (Me)
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MISSIONI gianlucarizzaro@gmail.com
La festa della tabaski, che ricorda il sacrificio di Abramo e il suo atto di sottomissione a Dio, è una ricorrenza importante per i musulmani. Se si arriva a Dakar qualche giorno prima, il crescendo dei preparativi conquista occhi e cuore. I prezzi dei mercati si alzano improvvisamente, le solite contrattazioni diventano più serrate e la città si popola di... montoni! Se ne vedono ovunque: fuori dalle case, sui marciapiedi, davanti ai negozi di abbigliamento e di souvenir, persino ai bordi dell’autostrada. Oltre che al grande mercato, nell’enorme piazzale antistante lo
stadio nazionale; migliaia e migliaia di esemplari, in attesa di essere uccisi e mangiati il giorno della festa. Non si può lasciare la famiglia senza montone il giorno di tabaski. È a rischio la reputazione di ogni capofamiglia musulmano. E c’è chi lavora l’intera notte per avere il denaro necessario e comprare il montone all’ultimo momento! Piccola metafora della vita senegalese, il giorno di tabaski è anche il giorno in cui le famiglie metà cristiane e metà musulmane si ritrovano insieme. E se qualcuno non ha un parente musulmano, è facile trovare comunque il montone sulla propria tavola. Magari con qualche giorno di ritardo ma... l’importante è avercelo! Altrimenti non è festa!
mesi, dà un respiro diverso alla cittadina. La Fiera, i giochi equestri, la musica, le mostre storiche, la sfilata a cavallo, la messa con la processione del santo e la lotteria, sono il modo con cui la città rende omaggio alla vita di questo santo. La festa patronale mi ha dato l’occasione di avvicinarmi all’aspetto più caratteristico della festa: la tradizione gaucha. I gauchos sono i mandriani, “gli uomini a cavallo” caratteristici della pianura dell’Uruguay, riconosciuti da tutti per essere abili cavalieri, per il legame con l’allevamento del bestiame e con le attività economiche e culturali che ne derivano,
in particolare il consumo di carne e la lavorazione del cuoio. Hanno voluto onorare il santo con una notte gaucha: falò, canti tradizionali, la sfilata a cavallo, l’asado, il maialino alla brace, trascorrendo la notte in tenda nel parco della cittadina. Un’occasione
per conoscere le radici della chiesa uruguagia, riconoscere la presenza di Dio in ogni momento e in ogni luogo, penetrare nelle radici della comunità cristiana, ascoltare dalla voce gaucha come debba vivere e dare testimonianza un sacerdote.
Qui Senegal di Gianluca Rizzaro OMI
San Isidro tra i gauchos Nella parrocchia di Libertad, maggio è marcato dal quindici del mese, giorno del santo patrono, San Isidoro lavoratore. La festa, che si prepara da
Tabaski, metafora senegalese
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Aprirsi all’altro con generosità e scoprire dentro una ricchezza insospettata
gni anno la Procura delle Missioni estere OMI organizza un viaggio missionario. Quello dell’estate scorsa ha portato in Senegal, a Koumpentoum, nove persone, dieci con me. Persone diversissime tra loro per provenienza, età, estrazione sociale, esperienza di fede, serena e profonda o più o meno travagliata.
Ciò che accomunava tutti era il desiderio di uscire dal tran tran quotidiano e vivere un’esperienza di apertura e servizio generoso verso chi ha meno possibilità di noi. Ciascuno era disposto a pagare il prezzo del lasciarsi mettere in discussione, come pure della fatica di eventuali disagi. Parecchi gli interrogativi: “Ce la farò? Saprò adattarmi?”… Ed ecco che, immancabilmente, ciascuno ha sperimentato nel modo più idoneo la verità del vangelo: “Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo” (Lc 6,38). Il racconto di ciascuno, dell’esperienza vissuta in questo viaggio missionario, conferma la verità di questa Parola. Quanto più ognuno si è donato al servizio dei bambini senegalesi, e non solo dei bambini, tanto più scopriva in sé stesso energie insospettate ed una pienezza interiore che non sospettava
di possedere. Quanto più ciascuno ha assunto con libertà e generosità sfide notevoli quali il caldo, la precarietà dei mezzi, il cibo non usuale e dai gusti forti, e ha scelto di pagare questo prezzo all’amore, tanto più s’è ritrovato arricchito dentro al centuplo. Questa vita riaccesa abbondante nel “grembo” ha alimentato in ciascuno una capacità nuova di costruire relazioni vere e gratuite, non selettive né superficiali … magnanimi. Paradossalmente, proprio dimenticandosi di sé per accogliere l’altro, ciascuno s’è ritrovato più se stesso, nella versione migliore di se stesso. E la fede cristiana ha ripreso vigore ed è diventata più autentica, più operosa ed operante nella carità, e portatrice di speranza. È proprio vero: è dando che si riceve! È donandosi con generosa gratuità che ci si ritrova e si scopre chi siamo in verità e tutto il bene di cui il “capo” ci ha resi capaci. Provare per credere!  n
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VIAGGIO MISSIONARIO IN ROMANIA 2014 Il viaggio missionario in Romania nasce con l’intento di offrire un’esperienza internazionale e missionaria nell’Est Europa. Da molti anni i Missionari OMI in Romania animano, nel mese di luglio, campi per ragazzi e ragazze di diverse fasce di età. Giovani ed Oblati di altri Paesi si inseriscono in questa esperienza educativa per incontrare, animare e condividere la ricchezza delle culture e della fede.
OBIETTIVI L’occasione di incontrare la chiesa e la missione oblata in Romania. Animare un campo-scuola adolescenti. Condividere la missione con persone di varie nazioni d’Europa.
COSTI Circa 500 euro, tutto compreso (viaggio, vitto e alloggio). ISCRIZIONI Entro il 31 gennaio 2014 CONTATTO PER L’ITALIA p. Pasquale Castrilli OMI pasquale.castrilli@poste.it tel. 0865 925436 - Missionari OMI Pozzilli (Is) www.omimissio.net/omitravelromania2014
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15/10/13 20:26
P. Louis Lougen OMI incontra OMI e famiglia oblata a Cosenza
Missione è… Diminuire per far crescere l’altro
P. Dino Tessari OMI visita i seminari del sud Italia
Spazio alle famiglie nella XII edizione di Mondi Riemersi
Qui Uruguay Qui Senegal e le lettere
attualità RIVISTA Intervista a MENSILE P. Giuseppe Calderone OMI DI ATTUALIT neosacerdote À MISSIONARIA
P. Natoli racconta dell’incontro tra p. Puglisi e gli OMI
fatti Scegliere la vita. La testimonianza di Chiara Corbella
n. 01/02 GENNAIO -FEBBRAIO 2013
Dal Sinodo sulla Nuova evangelizzazi one
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Qui Uruguay Qui Senegal Lettere dei missionari
Continua la riflessione a partire dall’Anno delle fede
Intervista a p. D’Amore sul Movimento Giovanile Costruire
Mons. Lorotheli e il 125° dell’evangelizzazione in Lesotho
Missione è… Incontro personale che salva
n. 04 aprile 2013
n. 03 MARZO 2013
Intervista esclusiva a mons. Bertolone
Padre Pino Puglisi verso la beatificazione
12/12/12 19:52
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Il volto giovane del carisma oblato
La “vita nuova” di Beatrice Fazi. Intervista esclusiva
Qui Senegal Qui Uruguay
n. 08/09 AGOSTO-SETTEMBRE 2013
P. Pino Puglisi testimone e costruttore di giustiz ia
dossier In preghiera con il rosario missionario dal Guatemala
50 anni dopo I Missionari OMI
A fine luglio omi_cover_sg_sett_01.indd la GMG 2013 in Brasile
al Concilio Vaticano II
23/06/13 10:37
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Missionari con Ma
Maggio insiemria all’Immacolatae attualità
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Appuntamenti importanti 22/04/13 per i giovani Oblati
dossier La XXVIII Giornata mondiale della gioventù in Brasile
fatti Sulle strade del mondo Ottobre missionario e Giornata missionaria
n. 10 ottobre 2013
Dai cortili di Aix ai cortili del mondo
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I giovani e gli OMI alla GMG brasiliana
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I missionari OMI a Pozzilli (Is). Parla mons. Salvatore Visco
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dossier Intervista a Benedetto XVI sul futuro dell’Europa
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n. 06 GIUGNO-LUGLIO 2013
attualità P. Belingheri in Indonesia: la Chiesa è vicina alla gente
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Missioni OMI 11 2013
Missioni OMI magazine novembre 2013

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