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Rassegna stampa 03-06 maggio 2019 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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da Alessia peilex|Pubblicato 6 maggio 2019
03/05/2019 – Il Sole 24 Ore
Costo manodopera integrabile se il bando di gara è carente
La Corte di Giustizia Ue affronta il problema del soccorso istruttorio In sede di offerta economica vanno indicati gli oneri per personale e sicurezza
Mancata indicazione separata dei costi di manodopera nell’ offerta economica di un appalto: la Corte di giustizia Ue apre uno spiraglio per le imprese. Nel caso in cui queste siano state indotte in errore dalla documentazione di gara preparata dalla Pa, le amministrazioni potranno concedere un termine per sanare l’ errore. La questione è tra le più discusse del Codice appalti (Dlgs 50/16) e riguarda l’ indicazione separata, in sede di offerta economica, dei costi per la manodopera e degli oneri per la sicurezza, nata per consentire alla Pa una verifica analitica di questa parte dell’ offerta. In giurisprudenza, in questi anni, sono nate due correnti sugli effetti della mancata indicazione di questa voce. Una “formalistica”, favorevole all’ esclusione automatica dell’ impresa, senza possibilità di soccorso istruttorio, cioè di correzione successiva alla presentazione dell’ offerta. La seconda è, invece, “sostanziale” e punta a evitare l’ esclusione in alcuni casi. Poche settimane fa (adunanza plenaria 3/2019) il Consiglio di Stato si è pronunciato a favore della prima alternativa, chiedendo però alla Corte di Giustizia Ue di dare il suo parere sul tema. I giudici lussemburghesi, in attesa di rispondere a Palazzo Spada, ieri hanno pronunciato una sentenza rilevante (causa C-309/2018), perché basata su una domanda del Tar Lazio molto simile a quella del Consiglio di Stato. Si chiedeva, cioè, cosa accade nel caso in cui ci siano responsabilità della Pa, perché «l’ obbligo di indicazione separata non sia stato specificato nella documentazione di gara». Per i giudici, è assolutamente compatibile con le direttive comunitarie un assetto nel quale la mancata indicazione separata dei costi della manodopera comporta l’ esclusione dell’ impresa, senza possibilità di soccorso istruttorio, «anche nell’ ipotesi in cui l’ obbligo di indicare i suddetti costi separatamente non fosse specificato nella documentazione della gara d’ appalto». C’ è, però, una postilla. Nel caso esaminato, «il modulo che gli offerenti della gara d’ appalto dovevano obbligatoriamente utilizzare non lasciava loro alcuno spazio fisico per l’ indicazione separata dei costi della manodopera». In più, il capitolato «precisava che gli offerenti non potevano presentare alcun documento che non fosse stato specificamente richiesto dall’ amministrazione aggiudicatrice». Questo aveva indotto in errore le imprese. Nel caso in cui la documentazione generi confusione – scrivono i giudici – «in considerazione dei principi della certezza del diritto, di trasparenza e di proporzionalità, l’ amministrazione aggiudicatrice può accordare» la possibilità di sanare la situazione e «di ottemperare agli obblighi previsti dalla legislazione nazionale in materia entro un termine stabilito dalla stessa amministrazione». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giuseppe Latour
03/05/2019 – Italia Oggi
Appalti, marcia indietro
Sbloccacantieri, il relatore Santillo apre alla modifica in fase emendativa
Niente esclusione per irregolarità non definitive
Il governo è pronto a fare marcia indietro sull’ esclusione dagli appalti pubblici per le imprese con irregolarità fiscali o contributive non definitivamente accertate. La norma, presente nel decreto «sblocca cantieri» (dl 32/2019), dovrebbe essere modificata in fase emendativa, andando incontro alle richieste provenienti dalle varie categorie, particolarmente critiche nei confronti della disposizione. Ad annunciarlo ad ItaliaOggi Agostino Santillo (M5s), relatore del provvedimento per la commissione lavori pubblici del Senato. «Dobbiamo ancora condividere la posizione con l’ altra parte di governo, ma è prevedibile che modificheremo la norma, soprattutto per andare incontro alle richieste delle categorie. Ci riserviamo di intervenire in fase emendativa, rispettando il termine per la presentazione degli emendamenti fissato per il prossimo 7 maggio. Da parte nostra c’ è una totale apertura alle esigenze di professionisti ed imprese, per questo intendiamo risolvere la questione sistemando ogni dettaglio». L’ oggetto del contendere è la norma contenuta nell’ articolo 1, comma 1, lettera n. del dl, che recita: «Un operatore economico può essere escluso dalla partecipazione a una procedura d’ appalto se la stazione appaltante è a conoscenza e può adeguatamente dimostrare che lo stesso non ha ottemperato agli obblighi relativi al pagamento delle imposte e tasse o dei contributi previdenziali non definitivamente accertati». Una delle prime realtà a lanciare l’ allarme è stata l’ Associazione italiana dottori commercialisti (Aidc) che, con una nota diffusa il 24 aprile scorso (si veda ItaliaOggi del 25 aprile) ha dichiarato di essere contraria ad «uno stato di polizia tributaria», denunciando con le parole del presidente Andrea Ferrari il mancato rispetto dello statuto dei diritti del contribuente: «È inammissibile che il cittadino sia per definizione dalla parte del torto e che i diritti e i poteri siano tutti nelle mani di organi verificatori ed accertatori», afferma il presidente Ferrari. Ora, quindi, la disposizione dovrebbe essere modificata eliminando il riferimento alle irregolarità non ancora definitivamente accertate. «Lunedì cercheremo di esaurire tutte le audizioni sul decreto, in modo da rispettare la scadenza del 7 maggio», afferma il senatore Santillo. «Con questo decreto, puntiamo a realizzare un cambio di paradigma per le gare pubbliche, in un’ ottica di agevolare le aggiudicazioni e sburocratizzare tutto il sistema. Contiamo di modificare il testo in minima parte, visto che molti interventi correttivi potranno essere inseriti nella riforma delle procedure per la prevenzione sismica, presentata a marzo del 2019». Una delle altre possibili modifiche è quella relativa al subappalto (lo sbloccacantieri ha innalzato dal 30 al 50% la percentuale consentita da affidare in subappalto) intervenendo, secondo Santillo, definendo una percentuale differente. Già nel corpo della norma, invece, il passaggio da «offerta economicamente più vantaggiosa» all’ offerta «del minor prezzo» per la scelta di aggiudicazione delle gare, prevedendo l’ esclusione per le offerte anomale: «non sarà più un’ aggiudicazione a chi ha offerto il minor prezzo ma, piuttosto, a chi ha offerto il prezzo minore rispettando le norme definite congrue», conclude Santillo. MICHELE DAMIANI
Appalti soprasoglia, limiti alle procedure negoziate
Niente affidamenti d’ urgenza se ci sono più operatori sul mercato
Un affidamento di servizi di importo superiore alla soglia Ue non può essere disposto utilizzando la procedura negoziata per ragioni di urgenza se il mercato è caratterizzato dalla presenza di diversi operatori che agiscono in concorrenza. È quanto si legge nella delibera dell’ Autorità nazionale anticorruzione n. 305 del 10 aprile 2019 riguardante l’ affidamento, da parte del comune di Bologna, dei servizi relativi alla gestione della postalizzazione degli atti giudiziari relativi a violazioni al codice della strada. L’ Anac, nello svolgimento delle proprie funzioni di vigilanza, aveva individuato un appalto di servizi con un importo di oltre 6,8 milioni da affidare con procedura in economia, affidamento diretto. Per questi servizi il comune aveva aderito ad una convenzione stipulata da una agenzia regionale per lo sviluppo dei mercati telematici con un raggruppamento di operatori economici; erano poi seguiti alcuni rinnovi sempre allo stesso operatore. Nel frattempo, l’ agenzia regionale aveva bandito una gara per gli stessi servizi, aggiudicata ad un altro operatore economico. A quel punto il comune, ritenendo necessario garantire la continuità del servizio di postalizzazione degli atti giudiziari relativi a violazioni al codice della strada, richiedeva al nuovo operatore economico (scelto dall’ Agenzia regionale fra tre operatori invitati) un’ offerta (risultata più bassa di quella del precedente fornitore) e affidava il servizio direttamente per 6,8 milioni circa a questo nuovo operatore. In via preliminare, l’ Anac ha messo in discussione la motivazione per cui si sarebbe scelto l’ affidamento diretto, cioè che alla procedura esperita dall’ agenzia regionale avevano partecipato solo tre operatori e che presumibilmente vi sarebbe stata un’ analoga partecipazione se avessero anch’ essi esperito una gara. Al riguardo l’ Anac ha evidenziato innanzitutto che il mercato dei servizi postali è caratterizzato da una pluralità di operatori che vi operano in concorrenza e che quindi «non si può escludere che a una eventuale procedura indetta dal comune avrebbero potuto partecipare più operatori economici, non solo i tre operatori che hanno partecipato alla gara» dell’ agenzia regionale. Inoltre, ha detto l’ Anac, in base al comma 6 dell’ art. 63 del dlgs 50/2016, che prevede in tutti i casi di affidamento con procedura negoziata senza bando, l’ effettuazione di un’ indagine di mercato ed il successivo invito ad almeno cinque operatori economici, «la trattativa diretta posta in essere dal comune di Bologna con un unico soggetto non risulta conforme al dettato normativo». Viceversa, con un’ indagine conoscitiva del mercato, con i tempi e le modalità ritenute più convenienti, secondo i principi di adeguatezza e proporzionalità, il comune «avrebbe potuto verificare se nel vasto mercato dei fornitori di servizi postali vi fossero altri operatori economici potenzialmente interessati a contrarre con l’ amministrazione comunale e individuare il fornitore in grado di offrire condizioni più vantaggiose, tenuto conto del valore rilevante dell’ affidamento, ampiamente sopra soglia comunitaria». © Riproduzione riservata.
Gara, soccorso istruttorio per l’ offerta difforme
se l’ ente appaltante sbaglia il fac-simile
Se in una gara d’ appalto l’ impresa formula l’ offerta in conformità a un facsimile predisposto dalla stazione appaltante, ma difforme dal disciplinare di gara, non può essere esclusa; eventuali difformità rispetto al disciplinare di gara sono sanabili con il soccorso istruttorio. Lo ha affermato il Consiglio di stato sezione quinta, con la sentenza del 29 aprile 2019 n. 2720. La questione rimessa ai giudici di secondo grado riguardava l’ offerta economica del concorrente per la quale il disciplinare di gara presupponeva fossero rese, secondo un facsimile, una serie di dichiarazioni da parte dell’ offerente. In realtà esistevano alcune incongruenze tra il modello di offerta predisposto dalla stazione appaltante e gli obblighi dichiarativi previsti dalla lex specialis di gara. Dopo la pronuncia di primo grado, che aveva comunque legittimato la non esclusione dell’ offerente, in appello veniva chiesto se l’ utilizzo dei moduli predisposti dalla stazione appaltante potesse giustificare l’ erronea formulazione dell’ offerta e se le omissioni dell’ offerta integrassero la violazione dell’ art. 94, comma 1, lett. a), del codice appalti e quindi non potessero essere suscettibili di soccorso istruttorio. La sentenza ha precisato che per giurisprudenza consolidata, il principio del favor partecipationis, volto a favorire la più ampia partecipazione alle gare pubbliche, ha di norma carattere recessivo rispetto al principio della par condicio. Ciò premesso, però, il Consiglio di stato ha spiegato che l’ esigenza di apprestare tutela all’ affidamento inibisce alla stazione appaltante di escludere dalla gara pubblica un’ impresa che abbia compilato l’ offerta in conformità al facsimile, perché eventuali parziali difformità rispetto al disciplinare possono costituire oggetto di richiesta di integrazione (necessariamente, mediante soccorso istruttorio). La ragione di questa impostazione risiede nel fatto che nessun addebito poteva essere contestato all’ impresa per essere stata indotta in errore, all’ atto della presentazione della domanda di partecipazione alla gara, da un negligente comportamento della stazione appaltante, che aveva predisposto la modulistica da allegare alla domanda. © Riproduzione riservata.
Contratti, meno vincoli per la p.a.
Novità dello «Sblocca cantieri»: centrale unica non obbligatoria, ritorno a progettazioni incentivate
Aggiudicazioni sottosoglia Ue con il massimo ribasso
Niente obbligo di centralizzazione della domanda per comuni non capoluogo di provincia; ritorno alla progettazione interna «incentivata», ma anche semplificata; più spazio per gli affidamenti con procedura negoziata; aggiudicazione dei contratti sotto soglia Ue con il prezzo più basso. Sono queste alcune delle principali scelte, destinate alle pubbliche amministrazioni, operate dal decreto-legge 18 aprile 2019, n. 32 («Sblocca cantieri») che ha iniziato questa settimana il suo iter parlamentare al senato, con l’ obiettivo di avviare l’ esame dei singoli articoli dopo il 7 maggio e nell’ auspicio di giungere in aula il 17 maggio. Poi il testo, dopo le elezioni europee, passerà alla camera (il provvedimento dovrà comunque essere convertito entro il 17 giugno). Un primo intervento importante sul fronte delle pubbliche amministrazioni riguarda il tema generale della qualificazione delle stazioni appaltanti e della riduzione del loro numero (si puntava all’ epoca a una sforbiciata di circa il 70%). Su questo, prima del decreto 32 i comuni non capoluogo di provincia dovevano affidare contratti o ricorrendo centrali di committenza (stazione unica appaltante o centrali di unioni di comuni) o soggetti aggregatori qualificati. Con il decreto «Sblocca cantieri» l’ obbligo diventa una facoltà perché al posto della parola «procede» si scrive «può procedere direttamente e autonomamente oppure». Sempre guardando al mondo delle amministrazioni rileva la scelta di intervenire a favore dei tecnici interni alle stazioni appaltanti che fra i loro compiti hanno anche la progettazione (cosiddetta progettazione interna), ma che dal 2016 fino al 18 aprile 2019 non potevano più contare sull’ incentivo (una quota del 2% del valore dell’ opera) previsto dall’ art. 113 del codice dei contratti pubblici. Tutto cambia con il decreto «Sblocca cantieri»: si torna alla progettazione «incentivata». Non solo, si aggiunge anche la progettazione cosiddetta «semplificata»: per le manutenzioni ordinarie e per quelle straordinarie (ad eccezione degli interventi che prevedano il rinnovo o la sostituzione di parti strutturali) si potrà anche prescindere dalla predisposizione del progetto esecutivo. Andando avanti, si passa poi alla fase di aggiudicazione dei contratti dove si prevede l’ innalzamento da 150 mila a 200 mila della soglia per gli affidamenti di lavori con procedura negoziata senza bando e invito di tre operatori economici, contratti di piccolo importo guarda caso proprio di interesse dei comuni non capoluogo di provincia. Oltre i 200 mila euro, invece, si utilizzerà direttamente la procedura aperta con applicazione dell’ esclusione automatica delle offerte anomale. Sì perché, in altra disposizione, si inserisce la regola generale (sotto soglia Ue) che si deve aggiudicare al prezzo più basso, tranne che (motivando) si scelga il criterio dell’ offerta economicamente più vantaggiosa. Rimangono fuori da quest’ obbligo i servizi sociali e di ristorazione, quelli di ingegneria e architettura e quelli ad alta intensità di manodopera sempre da affidare misurando il rapporto qualità-prezzo. Dovrebbe semplificare anche l’ inversione procedimentale della verifica dei requisiti (prima si esaminano le offerte e poi si guardano i requisiti). Infine, altro punto sensibile nel mondo delle pubbliche amministrazioni, il decreto riapre alla possibile nomina dei commissari di gara, anche solo parzialmente, da parte della stazione appaltante in caso di indisponibilità o di disponibilità insufficiente di esperti iscritti nella sezione ordinaria dell’ Albo Anac. © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI ANDREA MASCOLINI
04/05/2019 – Il Sole 24 Ore
Sbloccacantieri, tutto fermo per sei mesi
Il regolamento appalti. Tredici provvedimenti da riscrivere fra decreti e linee guida Anac, tra vecchio e nuovo codice il mercato rischia il caos La via crucis. Nessuna norma per alleggerire il carico di procedure e autorizzazioni che portano a otto anni il periodo per arrivare alla gara
Sei mesi per fare il nuovo regolamento appalti riscrivendo da zero 13 provvedimenti del vecchio codice, totale assenza di norme per semplificare la via crucis delle procedure e delle autorizzazioni che richiede otto anni per arrivare a una gara (di cui la metà per inerzia burocratica), tempi lunghi per nominare i commissari sblocca-cantieri con una maggioranza litigiosa sul numero, sui poteri e soprattutto sulla lista delle opere da accelerare, il rischio del caos normativo nel passaggio tra vecchio e nuovo codice con l’ impatto su un mercato già stremato. E soprattutto, sembrano smarrite le parole-chiave con cui il provvedimento era partito: urgenza, sblocco dei cantieri fermi, commissari subito, utilizzo dei 150 miliardi di risorse già stanziate e mai partite. Il quadro che si delinea è invece una situazione ferma a lungo, senza che il 2019 veda quel rilancio degli investimenti che anche questo governo – come quelli precedenti – ha promesso con il Def. Senza contare i dossier delle grandi opere accantonati – come la Tav – su cui un accordo è stato possibile solo a suon di rinvii. Alla vigilia della settimana decisiva per il decreto sblocca-cantieri in Parlamento spetta anzitutto al governo capire quali ambizioni, quale perimetro e quali strumenti voglia dare al Dl per assolvere davvero alla sua finalità originaria e non rimanere, a sua volta, impantanato nelle procedure che fermano gli appalti da anni. «Semplice correttivo, non sbloccacantieri», sarà la valutazione di molte imprese lunedì in Parlamento nel corso delle audizioni alle commissioni Lavori pubblici e Ambiente del Senato. Sfileranno 14 associazioni tra imprese, sindacati e amministrazioni pubbliche. Subito dopo, sempre che la situazione politica non precipiti, una riunione di maggioranza dovrebbe dare la linea per l’ esame delle correzioni e integrazioni da portare in Parlamento. Martedì il termine per la presentazione degli emendamenti, poi una corsa per cercare di chiudere la prima lettura a Palazzo Madama entro il 17-18 maggio. Sarebbe quello, in sostanza, il testo definitivo del decreto, da portare poi “blindato” alla Camera dopo il voto europeo. Poi bisognerà fare i conti con il mercato. Il primo rischio è legato alla necessità di scrivere da zero le regole attuative del codice, lasciando amministrazioni e imprese prive di bussola operativa. Il decreto sblocca-cantieri assegna al Governo 180 giorni per varare il regolamento. Trattandosi di un Dpr, il provvedimento avrà un percorso di gestazione piuttosto articolato . Bisogna scrivere materialmente il regolamento, approvarlo in Consiglio dei ministri, raccogliere i pareri del Consiglio di Stato e delle Commissioni parlamentari e poi approvarlo in via definitiva con una nuova deliberazione del Governo. Anche senza considerare i precedenti (il regolamento sul codice del 2006 è stato varato nel 2010, quindi quattro anni dopo) l’ obiettivo di arrivare al traguardo entro il 16 ottobre appare piuttosto difficile. Poco importa, verrebbe da dire, perché nel frattempo continueranno a rimanere in vigore i vecchi provvedimenti attuativi. Invece qui si apre la prima questione. Sia le linee guida Anac che i decreti ministeriali già varati fanno infatti riferimento a un quadro normativo che nel frattempo risulta stravolto dal tornado sblocca-cantieri. E dunque rischiano di diventare obsoleti e inservibili. L’ altro aspetto da considerare è se alla fine il nuovo regolamento sarà davvero l’ unico faro a illuminare la strada che porta dalla gara all’ opera come annunciato. C’ è da dubitarne. Impossibile, infatti, non chiedersi che fine faranno tutti gli altri provvedimenti attuativi previsti dal codice e non presi in considerazione dal decreto sblocca-cantieri. A contarli uno per uno si scopre che il nuovo regolamento assorbirà (o cancellerà) soltanto 13 dei 62 provvedimenti attuativi del codice, lasciando in piedi molti altri provvedimenti già varati e diversi altri che probabilmente non vedranno mai la luce. Il rischio caos è dietro l’ angolo e, senza un buon paracadute, c’ è il pericolo di vanificare ogni ambizione di semplificare la giungla normativa degli appalti. Qualche beneficio immediato arriverà per le piccole e piccolissime gare, dove lo sforzo di semplificazione del governo (solo tre preventivi sotto i 200mila euro, gare formali ma con criteri di aggiudicazione più semplici fino a 5,5 milioni, in aggiunta al ritorno dell’ appalto integrato) dovrebbe dare una scossa, riducendo i termpi di aggiudicazione. Ma si tratta pur sempre di gare da bandire non di cantieri messi (o rimessi) subito in produzione. Anche il sistema di incentivi normativi (e fiscali nel Dl Crescita) per innescare operazioni di rigenerazione urbana tramite demolizione e ricostruzione di interi edifici non convince gli operatori, che giudicano troppo deboli entrambi i bonus. Sul fronte investimenti la vera partita si gioca sul tavolo dei commissari. Ieri il ministro delle Infrastrutture Toninelli ha annunciato l’ arrivo di un primo emendamento per dare a un commissario il compito di mettere in campo i progetti di messa in sicurezza idrica del Gran Sasso. La via dell’ emendamento per accelerare singole opere o piani è molto rischiosa: può scatenare una corsa a inzeppare il decreto di norme ad hoc anziché fare un accordo, presto e bene, sulle opere e sui piani da sbloccare con un decreto di Palazzo Chigi. Senza questo passaggio-chiave che avvii veramente la stagione dei commissari l’ ambizione di riavviare in tempi rapidi la spesa resterà tale. Senza contare, poi, il rischio boomerang di una nuova frenata dei bandi a causa della necessità delle stazioni appaltanti di adeguare documenti e procedure alla raffica di novità in arrivo. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Mauro SalernoGiorgio Santilli
«Correttivi sì, ma non sblocco» Gli investimenti non ripartono
IL DOCUMENTO ANCE
Rilievi dei costruttori lunedì al Senato. «Rischia di essere ottimista la crescita prevista»
ROMA I correttivi alle norme ci sono e in molti casi sono utili; ma non ci sarà un vero sblocco dei cantieri finché non saranno varate misure capaci di incidere a fondo sulle pesantissime procedure autorizzative a monte della gara di appalto. Queste norme, nel decreto legge sbloccacantieri, non ci sono. Il Parlamento, però, può ancora inserirle. È questa la posizione che porterà, in sintesi, l’ Ance lunedì nell’ audizione al Senato sul decreto legge 36. I costruttori consegneranno un documento per ribadire che la cosa davvero essenziale ora è il rilancio della spesa per investimenti. Non bastano più le regole, i bandi, i progetti, ma ormai servono soltanto i cantieri veri. E, nel dare una valutazione sul Def approvato dal governo ad aprile, l’ associazione dei costruttori ricorderà come dal 2010 a oggi l’ Italia abbia perso il 29,4% della spesa mentre nell’ area euro la perdita è stata soltanto del 4,8%. Ma quello che più conta è la modalità con cui si arriva a questa forbice allargata. Dal 2010 al 2014 i percorsi italiano ed europeo sono stati paralleli, con una forte riduzione degli investimenti dovuti alla crisi finanziaria e alle politiche di austerità della Ue. Ma dal 2014 le due strade si dividono: il trend italiano continua a calare fino al 2018 mentre quello dell’ area euro prima si stabilizza, poi torna a crescere dal 2017. Lo scorso anno i documenti di finanza pubblica annunciavano una crescita della spesa per investimenti di 850 milioni rispetto al 2017, ma alla fine dell’ anno c’ è stata una riduzione ulteriore per 1,3 miliardi. Con una differenza fra previsioni e realtà di oltre due miliardi. Anche oggi si ripete lo scenario di promesse e annunci tutti da verificare, ed è qui che gioca un ruolo decisivo quest’ anno il decreto legge sbloccacantieri, che era stato presentato dal governo come il provvedimento per far ripartire gli investimenti. La crescita degli investimenti pubblici per il 2019 è prevista dal governo al 5,2%. Ma «a giudizio dell’ Ance – afferma il documento – tale stima rischia di essere, anche quest’ anno, eccessivamente ottimistica e rischia l’ ennesima correzione al ribasso». Dubbi sono legittimi anche sulla crescita degli investimenti prevista per il 2020 (+10,3%) e per il 2021 (+6,3%). Facendo i conti alla manovra approvata a fine anno l’ Ance ricorda che sul totale della manovra di 38,6 miliardi per il 2019 agli investimenti sono andati alla fine poco più del 14%, pari a circa 5,5 miliardi. Ma bisogna anche mettere sul piatto della bilancia «un contenimento delle spese per 12,8 miliardi di cui circa 7,5 miliardi assicurati da minore spese in conto capitale che riguardano, tra l’ altro, definanziamenti e riprogrammazioni di trasferimenti alle Ferrovie dello Stato, all’ Anas e al Fondo di rotazione per l’ attuazione delle politiche comunitarie». © RIPRODUZIONE RISERVATA. G.Sa.
NELLE INTESE SPUNTA LA CLAUSOLA SALVA CONTI
Le intese sull’ autonomia differenziata di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna dovranno funzionare «senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica». E sembra destinata a cadere la fase transitoria che in attesa dei fabbisogni standard, cioè del «prezzo giusto» delle funzioni fondamentali promesso da anni ma mai definito, avrebbe garantito alle tre Regioni un finanziamento almeno pari alla media nazionale della spesa statale pro capite: una clausola che solo per l’ istruzione avrebbe potuto spostare un miliardo di euro all’ anno a Lombardia e Veneto (Il Sole 24 Ore del 15 febbraio). Al ministero dell’ Economia si è tornati a lavorare sulle bozze delle intese con le tre Regioni del Nord in prima fila nelle richieste di autonomia. Mentre al ministero degli Affari regionali, dove nei giorni scorsi ha preso corpo la trattativa con la Campania, si allunga la fila dei richiedenti. Ma la partita è finita nell’ altalena del dibattito incendiario tutto interno alla maggioranza: ha accelerato tra gennaio e febbraio, spinta da Matteo Salvini, ha frenato in primavera, per non urtare troppo Luigi Di Maio, ed è ripartita adesso, sempre su spinta del vicepremier leghista. Ora è attesa sui tavoli del Consiglio dei ministri di mercoledì, in un’ agenda che però è ingombrata da un caso Siri sempre più intricato. Sempre mercoledì, poco prima della riunione di governo, il premier Giuseppe Conte dovrebbe fare il punto con Erika Stefani, la ministra degli Affari regionali che ha seguito fin qui il dossier. Dossier che oltre a incrociare la fase più calda della battaglia sul sottosegretario ai Trasporti si è intricato su una doppia questione: i soldi e le funzioni da trasferire. Le ricadute finanziarie dominano il dibattito soprattutto per le richieste di Lombardia e Veneto, che insieme alle competenze vogliono regionalizzare una parte di personale pubblico a partire dagli insegnanti (non così l’ Emilia Romagna, che si concentra soprattutto su funzioni di programmazione). In una prima fase, anche questa forma di autonomia sarebbe “a costo zero” per definizione, perché insieme a competenze e personale lo Stato girerebbe allo Stato un assegno della stessa cifra oggi spesa per le stesse funzioni. Tanta neutralità, secondo il progetto di febbraio, finirebbe però dopo un anno, quando andrebbe appunto garantito alla Regione un finanziamento pari almeno alla spesa media pro capite italiana. E siccome in molti settori, a partire dall’ istruzione che rappresenta quello più ricco, la spesa statale in Lombardia e Veneto è inferiore alla media nazionale, questo meccanismo sposterebbe un miliardo al Nord. Ma il passaggio è appunto destinato a cadere, in un testo che invece contemplerebbe l’ assenza di costi aggiuntivi per la finanza pubblica. A ben guardare, però, le questioni di soldi coprono i nodi più intricati, che sono politici. Un’ infinita trattativa si è incagliata soprattutto su cinque temi che i ministeri non vogliono cedere. E si tratta sempre di ministeri Cinque Stelle. Il ministero delle Infrastrutture ha risposto un «no» secco all’ ipotesi di regionalizzare le concessioni di strade, autostrade e ferrovie. Quello dell’ Ambiente non intende cedere alle Regioni le regole sulle bonifiche e soprattutto sulle valutazioni decisive (Via e Vas) per le autorizzazioni degli impianti industriali e le trasformazioni edilizie. Lo stesso è accaduto con la Salute su ticket e tariffe, con i Beni culturali sulle Soprintendenze e con il Lavoro sugli ammortizzatori sociali, collegati a doppio filo al reddito di cittadinanza che Di Maio vuole gestire in prima persona. Ma è tutta l’ impalcatura dell’ autonomia a non trovare un minimo comun denominatore nella convivenza sempre più difficile fra Lega e Cinque Stelle. La stessa ipotesi di regionalizzare i ruoli degli insegnanti, che assorbono quasi tutta la questione delle risorse, traballa vistosamente. E sul ruolo del Parlamento una strada pre-definita è tutta da trovare. Prima delle europee, costruire la visione condivisa che è mancata finora sembra impossibile. Dopo, si vedrà. gianni.trovati@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA. Gianni Trovati
05/05/2019 – Il Sole 24 Ore
Conte: Dl cantieri lento ma utile Ance: ridurre la burocrazia
Vertice al Senato. Riunione di maggioranza per decidere emendamenti e tempi più lunghi del decreto Buia: intervenire su procedure a monte della gara e limitare il danno erariale, difficile partire nel 2019
ROMA Si apre la discussione sui limiti dello sbloccacantieri. Il primo ad ammettere difficoltà è lo stesso premier Giuseppe Conte. «È vero – dice – lo sblocca cantieri richiede qualche tempo in più, è chiaro che se vado a semplificare le procedure non è che domani mattina avrò un cantiere che si sblocca solo per questo, ma era importante anticipare in qualche modo la riforma del codice degli appalti che in qualche modo abbiamo pre-ordinato». Domani al Senato entra nel vivo il confronto su come modificare il decreto legge. Le commissioni Lavori pubblici e Ambiente ascolteranno imprese, sindacati, comuni. Seguirà una riunione maggioranza-governo coordinata dal viceministro alle Infrastrutture, Edoardo Rixi. Lì si capirà meglio su quale strada intenda andare la maggioranza e come risponderà a critiche e proposte che nelle audizioni non mancheranno. Fucili puntati sullo sbloccacantieri anche dalle opposizioni. «Il governo – dice Giorgio Mulè, portavoce dei gruppi parlamentari di Forza Italia – è paralizzato dalle liti da comari al suo interno e ha paralizzato il Paese con i suoi provvedimenti. Con l’ ultimo, tragico paradosso del cosiddetto “sblocca cantieri” che non sblocca un bel nulla ma si è trasformato in un “blocca cantieri”». Un’ anticipazione delle posizioni che porteranno i costruttori la dà il presidente dell’ Ance, Gabriele Buia. «Apprezziamo – dice – il fatto che con questo decreto legge si sia tornati a parlare di una delle grandi emergenze del Paese e siamo d’ accordo che il codice appalti debba essere rivisto. Manifesteremo però alcune perplessità e chiederemo integrazioni. Anzitutto, ed è il rilievo più importate, non pensiamo che i commissari, che saranno operativi fra mesi, possano risolvere da soli il grande problema che il decreto legge non affronta: un’ accelerazione dei tempi di intervento della burocrazia a monte della gara. Il codice e il dibattito in genere si concentrano molto sulle gare ma lo studio che stiamo facendo dimostra che due terzi delle opere sono bloccate negli iter autorizzativi dei progetti, dove più pesa la burocrazia. Su questo punto il Dl ha due piccole norme su Cipe e Consiglio superiore ma non affronta la questione vera, i tempi della burocrazia. Aggiungo che in questa fase viviamo una paralisi ancora più grave data dal terrore che i funzionari hanno del danno erariale e dell’ abuso di ufficio. Queste due fattispecie vanno limitate con paletti chiari e forti, altrimenti staremo sempre alla paralisi della firma e ad aspettare le decisioni dei Tar e del Consiglio di Stato. Il ministro Toninelli aveva promesso un intervento in questa direzione ma questo intervento non c’ è». L’ altra preoccupazione dei costruttori è che la riforma del codice appalti, regolamento compreso, resti «in mezzo al guado». La concatenazione di provvedimenti qui rischia di creare uno stallo per mesi. «Quello che vediamo – dice Buia – è un correttivo all’ attuale codice appalti, mentre per avere un nuovo codice dovremo attendere l’ intervento organico previsto nel disegno di legge delega che procede per conto suo, con tempi del tutto incerti. Rischiamo seriamente di restare appesi a un regolamento che difficilmente si potrà fare senza una riforma complessiva del codice. Ricordo che nell’ attuale codice, sia pure corretto e rivisto, un regolamento non è neanche previsto». Forte scetticismo, infine, che i commissari possano produrre effetti entro quest’ anno. «Vediamo poca chiarezza mentre noi abbiamo proposto chiaramente un commissario per Fs e Anas sul tipo di quello già sperimentato per la Napoli-Bari che è stato capace di mettere in fila le cose e accelerare i tempi delle autorizzazioni e dei pareri». Il rischio non è solo slittare tutto al 2020. «Al 5,5% di aumento degli investimenti previsto dal governo per il 2019 non crediamo, in assenza di un piano chiaro che acceleri tutto. E speriamo che questo effetto si produca almeno nel 2020. Perché anche lì temiamo molto i 23 miliardi da trovare per evitare l’ aumento dell’ Iva. La storia ci insegna che poi le risorse si trovano sempre tagliando gli investimenti». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Santilli
05/05/2019 – Il Messaggero
«Autonomia tutta da rivedere se ne parla dopo le Europee»
L’ intervista Barbara Lezzi
Il ministro: la Lega cerca l’ effetto annuncio ma dobbiamo ancora visionare i nuovi testi «Se Siri non lascia per noi sarà crisi Giorgetti spieghi i rapporti con Arata jr»
Ministro Barbara Lezzi, l’ Autonomia non andrà in porto perché tanto cadrà prima il governo? «Non credo che si voglia far cadere il governo, che sta ottenendo dei buoni risultati, per una poltrona. Sarebbe surreale e ingiusto». Partiamo allora dall’ Autonomia differenziata. La sua collega Erika Stefani ha detto che nell’ ultimo consiglio dei ministri vi ha letto una relazione. Cosa c’ era scritto? «Il ministro Stefani ci ha solo detto di aver aggiornato le bozze rispetto a febbraio, ma noi non le abbiamo viste. Non so se abbia recepito le nostre osservazioni. A partire da quelle del ministro dell’ Economia Giovanni Tria, ribadite anche durante un’ audizione pubblica in commissione bicamerale». Tria lo scorso 18 aprile ha detto che c’ erano dubbi di costituzionalità sulla riforma. «E io sono ferma alle sue parole». I leghisti vi accusano di fare melina: è così? «No, non siamo contrari all’ Autonomia, anzi. E fa parte del Contratto. Ma finora abbiamo ascoltato solo buone intenzioni». Tipo? «Che non avrà costi per lo Stato e che non ci saranno cittadini di serie A e serie B. Ma vogliamo vedere i testi. E non i buoni propositi, appunto». Ci sono nodi non risolti: le scuole dopo l’ accordo raggiunto dal premier Conte con i sindacati sembrano uscire dal percorso dell’ Autonomia: è così? «Stefani ha detto che avrebbe recepito anche quell’ accordo. Dunque: o ha rivisto le bozze di febbraio o non lo so. L’ importante è che i cittadini del Veneto, come quelli della Calabria, abbiano lo stesso accesso di qualità alla formazione. Per quanto riguarda gli insegnanti, inoltre, va affrontato il tema in maniera strutturale: portando gli stipendi sulla media europea». Ma qual è il punto secondo lei più controverso di questa riforma? «Se l’ Autonomia non costa niente al bilancio dello Stato e alle regioni del Sud come fa a essere più vantaggiosa per il Nord? Qualcuno dovrà pagare, alla fine. Se si supera questo ostacolo, va bene. Ma nessuno ne deve uscire penalizzato». Ma il governo riuscirà a poggiare un primo mattone sull’ Autonomia prima delle Europee come vuole Salvini? «Allora, noi pasticci sul Titolo V li abbiamo già visti. Non ne faremo altri. È sbagliato impiccarci alla data delle Europee. Occorre essere responsabili senza prenderci in giro con spot elettorali. Occorre arrivare a una pre-intesa che sia già chiara e comprensibile ai cittadini, poi ci sarà l’ eventuale passaggio alle Camere». Che potranno modificare il testo? «La decisione spetta ai presidenti di Camera e Senato. Se la pre-intesa, uscita dal consiglio dei ministri, verrà emendata dal Parlamento poi sarà recepita di nuovo: un percorso lineare». La Lega spinge per incassare un segnale concreto prima del voto del 26 maggio. «Hanno avuto un anno di tempo, non si può portare un testo raffazzonato solo per un annuncio. Se noi non abbiamo il testo che cosa facciamo? Ormai non dobbiamo guardare alla data del 26 maggio». Ma cosa accadrà ai Fondi per lo sviluppo e la coesione del Sud? «Finora la loro percentuale di spesa è bassissima, pari al 2%, su questo fondo che sviluppa risorse per quasi 60 miliardi. Serve maggiore coraggio e vanno sbloccati i progetti. Per il Sud non cambierà nulla: continuerà a essere il destinatario dell’ 80% delle risorse». Ma il patto per il Sud che fine farà? «Continuerà a esserci, sempre gestito dalle Regioni. A livello centrale ci sarà una cabina di regia per sbloccare i progetti». Serve maggiore sicurezza al Sud del Paese? È soddisfatta della gestione Salvini? «Chiedo al ministro dell’ Interno, al di là di ogni polemica, di lavorare di più sulla sicurezza, che va oltre i migranti. A Napoli c’ è una bambina di 4 anni in gravissime condizioni, tempo fa c’ è stata un’ altra sparatoria vicino a un asilo. Questo è indecente. Non c’ è solo Napoli, ma penso anche alla Capitanata di Foggia dove residenti e commercianti sono sott’ attacco della malavita». Mercoledì ci sarà il consiglio dei ministri su Siri e non avete ancora trovato un’ intesa: come finirà? Ci sarà uno scambio con l’ Autonomia? «Nessuno scambio. La vicenda Siri ha rubato fin troppo tempo al dibattito politico. Dobbiamo concentrarci su altro, dove aver già raggiunto ottimi risultati. Se c’ è un sottosegretario indagato per fatti gravi, gli auguriamo che vengano smentiti dalla magistratura, deve lasciare come ha detto il premier Conte. Perché i sospetti minano l’ azione di governo. Noi siamo il governo degli italiani, non quello di Siri». Per lei e il M5S il no della Lega alle dimissioni può essere motivo di crisi? «Sì, io non posso accettare che un sottosegretario indagato per corruzione resti». Sapevate del suo patteggiamento per bancarotta ma non fiataste e adesso lo volete fuori: non c’ è un peccato di incoerenza? «Ai tempi della formazione del governo non entrammo nelle loro vicende interne». Saltato Siri, la storia finirà qui? «Magari Giorgetti dovrebbe spiegare agli italiani perché con tanti giovani laureati con curricula eccellenti abbia pescato proprio il figlio di Arata». Visti i toni ci sarà una crisi dopo le Europee. «Io non credo, sono proiettata alla legge di bilancio per non far scattare le clausole Iva, al contrario di quanto fece Berlusconi. Se poi Salvini vuole tornare con lui: si accomodi». Aria di crisi ed ecco il ritorno di Di Battista: fila tutto, no? «Alessandro ha detto che si aspetta che questo governo duri per quattro anni, ma se dovesse cadere prima si ricandiderà. Qual è il problema?». Insidia Luigi Di Maio. «Luigi è il nostro capo politico e il M5S e Alessandro si appartengono». Il 30 maggio ci sarà la sentenza per il viceministro della Lega Edoardo Rixi nel processo spese pazze in Liguria. In caso di condanna? «Per noi vale la regola aurea. Se condannato dovrà lasciare». Simone Canettieri © RIPRODUZIONE RISERVATA.
06/05/2019 – Il Sole 24 Ore
In Nota integrativa solo le erogazioni da enti e società controllate
Con il decreto crescita arriva il chiarimento sul significato dei commi 125 e seguenti della legge 124/2017, destinato a trovare applicazione con i bilanci societari al 31 dicembre 2018. La norma chiedeva di inserire nella nota integrativa delle imprese le «sovvenzioni, contributi, incarichi retribuiti e comunque a vantaggi economici di qualunque genere» nel caso di vantaggi economici superiori ai 10mila euro provenienti da Pa e società a partecipazione pubblica, perfino se quotate. Peraltro, secondo il vecchio testo, «l’ inosservanza di tale obbligo comporta la restituzione delle somme ai soggetti eroganti entro tre mesi dalla data di cui al periodo precedente». La norma aveva suscitato molti dubbi interpretativi a fronte della palese distanza tra finalità enunciata, cioè la trasparenza delle sole erogazioni liberali, e il tenore letterale della norma, che parlava invece di «vantaggi economici di qualunque genere». Da qui le interpretazioni restrittive di Utilitalia (circolare n. 01283/GL), Assonime (circolare 5/2019) e del Cndcec (Informativa sui contributi da amministrazioni pubbliche o soggetti a queste equiparati, marzo 2019). A suscitare più di un dubbio, però, restava la lettera della norma (Sole 24 Ore del 1° aprile). Il decreto crescita riscrive i commi 125-129 della legge 124/2017, dando alcune certezze interpretative in più e anche qualche novità. Iniziamo con i chiarimenti. Il primo, fondamentale, è che dovranno essere date informazioni solo in merito a «sovvenzioni, sussidi, vantaggi, contributi o aiuti, in denaro o in natura, privi di natura corrispettiva, retributiva o risarcitoria, agli stessi effettivamente erogati» da parte di Pa e società controllate, escluse le quotate. Il secondo riguarda la decorrenza della norma, perché il nuovo comma 125 esplicita l’ entrata in vigore dall’ esercizio 2018, quindi con i bilanci ora in approvazione. Il vecchio testo faceva invece generico riferimento all’ anno 2018. Il terzo punto è la competenza delle operazioni da presentare in nota integrativa. Sono infatti solo quelle effettivamente erogate, e quindi il criterio da adottare è quello di cassa. Andiamo alle novità. La prima riguarda l’ esclusione delle mere partecipate e delle società quotate, oggi non più ricomprese tra i soggetti destinatari dell’ obbligo informativo grazie all’ esplicito rinvio a quanto disposto dall’ articolo 2-bis del decreto legislativo 33/2013, scelta peraltro logica e coerente con il regime generale della trasparenza. Un’ altra novità riguarda le società che redigono il bilancio in forma abbreviata. Queste dovranno fornire le informazioni relative alle sovvenzioni solo nel proprio sito, entro il 30 giugno. Ultima importante previsione riguarda le sanzioni, che decorrono solo dal 2020 e vengono sensibilmente attenuate: sono pari all’ 1% di quanto ottenuto con un minimo di 2mila euro, oltre all’ obbligo di pubblicazione (si immagina sul sito internet, essendo il bilancio ormai approvato). Solo in caso di inerzia nella pubblicazione, trascorsi 90 giorni, verrà richiesta la restituzione integrale dell’ importo. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Stefano Pozzoli
06/05/2019 – Corriere della Sera
I conti fuori controllo dei Comuni: oltre 500 sono a rischio paralisi
In Sicilia e Calabria quasi un terzo dei municipi in crisi. L’ aumento delle morosità
Un’ epidemia si sta diffondendo silenziosamente ma non lentamente in Italia. I suoi sintomi finali sono l’ isolamento delle famiglie più deboli nelle periferie di città grandi, medie e piccole incapaci di aiutarli nei loro bisogni essenziali. Il suo decorso vede l’ incrinarsi dei conti dei Comuni che dovrebbero fornire loro assistenza, ma a volte non sono più neanche in grado di pagare gli stipendi dei dipendenti senza chiamare in aiuto lo Stato centrale. Ma le cause di questa epidemia sono triplici, e per questo complesse da affrontare. C’ è l’ avidità della politica locale, che spesso preferisce la scorciatoia del clientelismo alla ricerca di un consenso più sano. C’ è la fuga della politica nazionale dalle responsabilità di un Paese dall’ amministrazione scricchiolante. Allo stesso tempo, però, contano anche le maggioranze degli italiani: la difficoltà economica o a volte la miopia di milioni di famiglie i cui livelli di evasione delle imposte locali – astronomici – scava un buco nei conti degli enti locali e ne paralizza il welfare. Le tasse dovute e non pagate sulle seconde case (Imu) o sui rifiuti (Tari) valgono ormai oltre cinque miliardi l’ anno. È tutt’ altro che raro trovare territori specie al Sud dove il gettito sui rifiuti arrivi a fatica a un quinto di quanto sarebbe da versare. L’ espandersi dei dissesti e dei pre-dissesti è fotografato da Ca’ Foscari sulla base dei dati più recenti resi disponibili dal ministro dell’ Interno. Non sono mai stati tanti come negli ultimi tre anni, fino al 2018: il grafico in pagina mostra che sono arrivati a circa trenta l’ anno, in parte perché solo ora vengono al pettine i nodi di situazioni precarie da tempo. Si tratta di casi in cui un Comune chiede l’ assistenza dello Stato perché non può più pagare i creditori o non riesce a fornire i servizi essenziali, ma quella non arriva gratis: nuovi prestiti a lungo termine da Roma sono condizionati a severi piani di tagli e aumento delle tasse un po’ come il Fondo monetario internazionale fa con i Paesi in crisi finanziaria. C’ è poi un numero ancora più grande (quasi 50 all’ anno) di pre-dissesti, in cui un Comune ha molti parametri fuori linea ma cerca di evitare il commissariamento della chiamata al salvataggio: anche quelli non sono mai stati così frequenti come negli ultimi anni. I casi più gravi sono al Sud, ma non ne mancano al Centro-Nord. In Sicilia o Calabria, quasi un terzo degli enti è in queste difficoltà, in Campania un quinto. Reggio Calabria e Messina sono situazioni difficilissime da quasi dieci anni. Napoli, nelle carte del suo pre-dissesto, viaggia con 2,5 miliardi di rosso d’ esercizio nel 2016: sono 2.500 euro di deficit per abitante, quando il pur vasto deficit pubblico italiano supera appena i settecento euro per abitante (sul capoluogo campano pesano però i forti accantonamenti per i crediti mai riscossi). In Lombardia spiccano i pre-dissesti di aree come Segrate, Sant’ Angelo Lodigiano o Sesto San Giovanni, che con quasi 80 mila abitanti da solo è più grande di tanti capoluoghi. Campione d’ Italia è finito in dissesto quando il Casinò ha smesso di pagare i debiti. In tutto sono oltre mezzo migliaio su ottomila Comuni le situazioni critiche. Per un quarto si concentrano in Comuni sopra i centomila abitanti, più di metà nelle sole Campania, Calabria e Sicilia. Significa che centinaia di migliaia di famiglie indigenti vivono in Comuni che faticano ad assicurare loro il welfare di base. Com’ è stato possibile? Una chiave la dà Catania: ogni anno manca all’ appello da anni metà del gettito Tari. Tanti residenti ignorano le tasse locali, confidando nell’ incapacità di riscuoterle. In Sicilia il 27% dell’ Imu viene evaso e in Calabria il 24%, secondo uno studio dell’ Osservatorio su Finanza e contabilità degli enti locali del Viminale. La Tari ha esiti anche peggiori: nel Lazio (esclusa Roma) viene evaso il 58% del gettito o 137 euro per abitante, in Calabria e in Campania il 57%, anche in Lombardia manca ogni anno il 25% delle entrate della tassa sui rifiuti, pari a 26 euro per abitante. Quanto alle multe, sul 2016 l’ indice medio di riscossione era del 36% in Italia e del 21% in Campania. Alcuni italiani non possono, ma altri scelgono di non pagare. Aspettano i condoni, quelli arrivano sempre. Possono farlo di fronte a amministrazioni prive di strumenti tecnologici per tracciare e riscuotere. Il governo ha reagito in Legge di bilancio, facendo saltare i tetti alle aliquote comunali sui redditi delle persone. Significa che, come fa da sempre lo Stato centrale, anche i Comuni ora potranno alzare le tasse sui contribuenti fedeli per compensare (e lasciare tranquilli) gli altri. FEDERICO FUBINI
06/05/2019 – Il Fatto Quotidiano
“Controlli laschi”, ambientalisti contro il codice degli appalti
Lavori pubblici. Mentre lo Sblocca cantieri approda in Senato per il passaggio decisivo, Wwf, Legambiente e Kyoto Club scrivono a Toninelli: “Torniamo indietro di anni”
“Un vecchio armamentario in materia di lavori pubblici che si credeva superato dal nuovo codice appalti del 2016 e che poco ha a che vedere con lo scopo di sbloccare i cantieri”. Così viene definito lo sblocca cantieri da Kyoto Club, Legambiente e Wwf. Alla vigilia della settimana decisiva per il provvedimento che sta per affrontare il Senato, le tre associazioni ambientaliste scrivono al ministro alle Infrastrutture, Danilo Toninelli, proponendo una lunga lista di osservazioni e proposte di emendamenti. Il giudizio degli ambientalisti è severo: “Allentamento delle regole di trasparenza e vigilanza che devono improntare l’ azione della pubblica amministrazione e degli operatori economici nel delicato settore dei lavori pubblici del nostro Paese”. Ancora: Kyoto Club, Legambiente e Wwf sottolineano “il ridimensionamento sistematico e ingiustificato dell’ Autorità Nazionale Anti-corruzione, Anac”. Giorni decisivi, tra molti mal di pancia nel M5S : “Lo sblocca cantieri, se andrà in porto così com’ è, rischia di fare l’ ennesimo favore alla Lega. Facendoci perdere un’ altra fetta del nostro elettorato che si aspettava ben altro in materia di appalti”, sostiene un grillino dissidente che vuole restare anonimo. Ma andiamo nel dettaglio. Ecco che cosa chiede il dossier degli ambientalisti. Tanto per cominciare, si spiega, lo sblocca cantieri “elimina la distinzione tra progettisti ed esecutori di lavori pubblici riesumando fino al 2021 il rimosso meccanismo dell’ appalto integrato che non garantisce una progettazione indipendente”. Ancora: “La soglia oltre la quale deve essere espletata la gara d’ appalto viene alzata da 150mila a 200mila euro”. Invece per gli “appalti sotto soglia (5,225 milioni) è previsto che si faccia sempre riferimento al criterio del massimo ribasso e solo ‘previa motivazione’ si stabilisce che si possa fare riferimento al criterio dell’ offerta economicamente più vantaggiosa”. Ma l’ elenco delle novità che lasciano perplessi gli ambientalisti è lungo: c’ è per esempio “la possibilità per i comuni non capoluogo di gestire da soli le procedura di gara di maggior rilievo senza ricorrere a centrali uniche”. Ci sono poi gli appunti riguardo ai sub-appalti, perché in futuro potrebbe non essere prevista l’ esclusione preventiva di soggetti “che abbiano riportato condanne definitive per reati gravi tra cui quelli di associazione mafiosa” oppure “abbiano commesso gravi infrazioni in materia di salute o sicurezza sul lavoro”. Ci sarebbe poi da dire dei poteri dei commissari, dell’ estensione del silenzio assenso. Analisi condivisa da Loredana De Petris, senatrice ecologista de ‘La Sinistra’: “Si è riscritto il codice appalti con 81 modifiche. E lo si è fatto con un decreto legge”. Tutto in fretta e furia: “Oggi (lunedì, ndr) ci saranno le audizioni. Non sono state nemmeno comprese le associazioni ambientaliste”. De Petris sottolinea tanti punti critici, per esempio nella disciplina dei subappalti “previsti fino al 50% dell’ opera e aperti a chi ha partecipato alla gara e non ha vinto “. Il timore del mondo ambientalista è chiaro: un salto indietro di anni per trasparenza, lotta al malaffare e tutela dell’ ambiente e dei tesori del nostro Paese. Ferruccio Sansa
06/05/2019 – Italia Oggi Sette
Le novità più rilevanti per le imprese di costruzioni contenute nel dl Sblocca cantieri
Estesa da 10 a 15 anni la validità delle qualifiche
Qualificazione delle imprese più facile con l’ estensione da 10 a 15 anni dell’ arco della validità dei requisiti. È una delle principali novità contenute nel decreto legge n. 32/2019, il cosiddetto «Sblocca cantieri», ora all’ esame delle commissioni lavori pubblici e ambiente e territorio del senato. Il decreto, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 92 del 18/4/2019, prevede inoltre le Soa (Società organismi di attestazione) qualificate come incaricati di funzioni pubblicistiche e responsabili davanti alla Corte dei conti; la riapertura degli affidamenti di progettazione esecutiva e costruzione; l’ innalzamento del limite per il subappalto dal 30 al 50%; l’ eliminazione dell’ obbligo della terna dei subappaltatori; l’ affidamento di lavori entro 200 mila euro con procedura negoziata senza bando e invito a tre imprese. Per le imprese di costruzioni rileva, soprattutto, la materia della disciplina dei requisiti speciali di partecipazione per i lavori (capacità professionale, economico-finanziaria e tecnico-professionale dei concorrenti), prima demandata a un decreto del ministro delle infrastrutture e dei trasporti da adottare, su proposta dell’ Anac, entro un anno dalla data di entrata in vigore del codice. Ora, con il decreto 32, viene rimessa al regolamento di attuazione di cui all’ articolo 216, comma 27-octies che sostituirà per determinate materie quanto già uscito in questi tre anni. Ma la parte più significativa riguarda il sistema unico di qualificazione degli esecutori di lavori pubblici, in relazione al quale viene aggiunta la previsione che gli organismi di diritto privato incaricati dell’ attestazione delle imprese, le cosiddette Soa, svolgono funzioni di natura pubblicistica, anche agli effetti della normativa in materia di responsabilità dinanzi la Corte dei conti. Si tratta in questo caso della riproduzione di quanto era precedentemente previsto dal codice in vigore prima della riforma del 2016 (art. 40 del dlgs 163/2006). Per le imprese di costruzioni, anche in relazione agli effetti particolarmente negativi dell’ andamento del settore negli ultimi anni che, in alcune categorie di lavori, ha reso particolarmente problematico attestare l’ effettuazione di lavori e quindi mantenere la qualificazione, il decreto amplia l’ ambito temporale rilevante ai fini della prova del possesso dei requisiti di capacità economica e finanziaria, tecnica e professionale, portandolo a quindici anni antecedenti rispetto al decennio previsto dal codice del 2016. Dal punto di vista delle procedure assume particolare interesse per le imprese la previsione di una «finestra» per potere fare ricorso all’ affidamento di contratti di progettazione esecutiva e costruzione (appalti integrati): le amministrazioni, per progetti approvati entro fine dicembre 2020, potranno appaltare (fino alla fine del 2021) i lavori ponendo a base di gara il progetto definitivo; a tutela dei progettisti è stata inserita la disposizione che impone alle stazioni appaltanti di indicare le modalità per l’ obbligo di indicare le modalità per il pagamento diretto del progettista di cui si avvale l’ impresa negli appalti integrati. Per gli affidamenti di lavori, forniture e servizi (a eccezione di quelli ad alta intensità di manodopera, dei servizi di ingegneria e architettura e quelli ad alto contenuto tecnologico o innovativo) di importo inferiore alla soglia europea (5,2 per lavori, 221 mila per servizi e forniture) l’ affidamento sarà effettuato al prezzo più basso e solo con adeguata motivazione si ricorrerà al criterio dell’ offerta economicamente più vantaggiosa. Le modifiche procedurali di interesse per le imprese riguardano anche la scelta di innalzare a 200 mila euro (da 150 mila euro) il tetto per gli affidamenti di lavori con procedura negoziata senza bando di gara e invito a tre offerenti. Oltre i 200 mila euro si affiderà invece direttamente con procedura aperta e con esclusione automatica delle offerte anomale (devono però essere almeno 10 offerte valide). Rilevanti le modifiche in tema di subappalto: si innalza dal 30 al 50% dell’ importo complessivo del contratto il tetto per ricorrere al subappalto e si rimette alla stazione appaltante l’ indicazione del ricorso al subappalto nel bando di gara. Si sopprime la previsione (di cui alla lettera a) del comma 4 dell’ articolo 105 vigente) per cui non può procedersi a subappalto qualora l’ affidatario del subappalto abbia partecipato alla procedura per l’ affidamento dell’ appalto. Il decreto legge stabilisce inoltre che il subappaltatore, qualificato nella relativa categoria, deve essere altresì in possesso dei requisiti morali di cui all’ articolo 80 del codice. Il provvedimento elimina inoltre la norma che subordinava la possibilità di subappalto a che il concorrente dimostri l’ assenza in capo ai subappaltatori dei motivi di esclusione di cui all’ articolo 80. Infine si abroga la disposizione (di cui al comma 6 dell’ articolo 105) che prevedeva l’ obbligatoria indicazione della terna di subappaltatori in sede di offerta, per appalti di lavori, servizi e forniture di importo pari o superiore alle soglie comunitarie, o, indipendentemente dall’ importo a base di gara, che riguardassero le attività maggiormente esposte a rischio di infiltrazione mafiosa. © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI ANDREA MASCOLINI
Compenso anticipato per i professionisti
Anticipazione del 20% del valore del contratto anche per i professionisti e le società che operano nell’ ambito degli appalti di servizi e di forniture; pagamento diretto del progettista negli appalti integrati; reintroduzione dell’ incentivo del 2% a favore dei tecnici delle pubbliche amministrazioni. Sono questi alcuni dei punti di maggiore interesse per professionisti, studi e società che operano nell’ ambito dei servizi tecnici legati alla realizzazione di opere pubbliche, contenuti nel decreto-legge 32/2019. In primo luogo si interviene sul contenuto dei livelli di progettazione con il rinvio al regolamento unico della disciplina dei contenuti della progettazione nei tre livelli progettuali (in luogo di uno specifico decreto ministeriale previsto dal testo previgente), nonché del contenuto minimo del quadro esigenziale che devono predisporre le stazioni appaltanti. Viene eliminato anche il rinvio a un regolamento ministeriale per la cosiddetta progettazione semplificata prevista fino a 2,5 milioni: adesso è una norma ad hoc e stabile che si prescinde dalla redazione del progetto esecutiva per interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria che non prevedono il rinnovo o la sostituzione di parti strutturali delle opere o degli impianti. Si potranno quindi affidare i contratti sulla base del progetto definitivo, a condizione che lo stesso abbia un contenuto informativo minimo, indicato dalla norma, consentendo quindi di eseguire i lavori senza redigere e/o approvare il progetto esecutivo. Di immediato interesse per tutti gli operatori economici dei servizi e delle forniture è poi l’ introduzione dell’ anticipazione contrattuale del 20% sul valore del contratto (oggi contemplata soltanto per i lavori). Nell’ ambito della riapertura della «finestra» per potere affidare appalti integrati (possibili bandi fino al 2021 per progetti approvati entro fine 2020), rappresentano comunque un elemento positivo due disposizioni di interesse per i progettisti: la prima è l’ obbligo per le stazioni appaltanti di indicare le modalità per il pagamento diretto del progettista di cui si avvale l’ impresa che partecipa ad una gara per l’ affidamento di un appalto integrato. La seconda riguarda la previsione della dimostrazione, da parte delle imprese di costruzione, dei requisiti progettuali per partecipare ad appalti integrati e, in assenza di tale dimostrazione, l’ obbligo di avvalersi o di associare un progettista che ne sia in possesso. Potrebbe invece risultare negativo sotto il profilo di una possibile riduzione della domanda di ingegneria la reintroduzione dell’ incentivo del 2% a favore dei tecnici delle amministrazioni per la fase di progettazione, eliminato per questa attività dal 2016. Viene inoltre prevista la possibilità per gli affidatari di incarichi di progettazione, per progetti posti a base di gara di concessioni, di essere anche affidatari della concessione di lavori pubblici a condizione che il concedente adotti misure adeguate per garantire che la concorrenza non sia falsata dalla loro partecipazione Di interesse per i progettisti anche l’ eliminazione dell’ obbligo di indicare la terna dei subappaltatori, un onere eccessivo per l’ entità degli incarichi e per la presenza di una disciplina già molto stringente per il subappalto di progettazione.
06/05/2019 – Il Sol 24 Ore – Edilizia e territorio
Sblocca-cantieri/3. Commissari in ritardo e regolamento da scrivere: si rischia un fermo di sei mesi
Al pericolo del caos normativo si aggiunge l’ assenza di norme per disboscare la giungla di pareri e autorizzazioni che impantana i progetti
Sei mesi per fare il nuovo regolamento appalti riscrivendo da zero 13 provvedimenti del vecchio codice, totale assenza di norme per semplificare la via crucis di procedure che richiede otto anni per arrivare a una gara e 15 anni per completare un’opera (di cui la metà per inerzia burocratica), tempi lunghi per nominare i commissari sblocca-cantieri con una maggioranza litigiosa su poteri in deroga alle norme ordinarie e soprattutto lista delle opere da accelerare, il rischio del caos normativo nel passaggio tra vecchio e nuovo codice con l’impatto su un mercato già stremato. E soprattutto, la perdita delle parola-chiave con cui il provvedimento era partito: urgenza, sblocco dei cantieri fermi, utilizzo dei 150 miliardi di risorse già stanziate e mai partite. Il quadro che si delinea è invece di una situazione ancora bloccata a lungo, senza che il 2019 veda quel rilancio della spesa per investimenti che anche questo governo – come quelli precedenti – ha promesso con il Def. Senza contare i dossier delle grandi opere accantonati – come la Tav – su cui un accordo è stato possibile solo a suon di rinvii.
Alla vigilia della settimana probabilmente decisiva per il decreto Sblocca-cantieri in Parlamento spetta anzitutto al governo capire quali ambizioni, quale perimetro e quali strumenti vuole dare al decreto sbloccacantieri per assolvere davvero alla sua finalità originaria e non rimanere, a sua volta, impantanato nelle procedure che fermano gli appalti da anni. «Semplice correttivo, non sbloccantieri», sarà la valutazione di molte imprese lunedì in Parlamento nel corso delle audizioni alle commissioni Lavori pubblici e Ambiente del Senato. Sfileranno 14 associazioni tra imprese, sindacati e amministrazioni pubbliche. Subito dopo, sempre che la situazione politica non precipiti, una riunione di maggioranza dovrebbe dare la linea per l’esame delle correzioni e integrazioni da portare in Parlamento. Martedì il termine per la presentazione degli emendamenti, poi una corsa per cercare di chiudere la prima lettura a Palazzon Madama entro il 17-18 maggio. Sarebbe quello, in sostanza, il testo definitivo del decreto, da portare poi “blindato” alla Camera dopo il voto europeo.
Poi bisognerà fare i conti con il mercato. Il primo rischio è legato alla necessità di scrivere da zero le regole attuative del codice, lasciando amministrazioni e imprese prive di qualsiasi bussola operativa.
Il decreto Sblocca-cantieri assegna al Governo 180 giorni per varare il regolamento. Trattandosi di un Dpr, il provvedimento avrà un percorso di gestazione piuttosto articolato . Bisogna scrivere materialmente il regolamento, approvarlo in Consiglio dei ministri, raccogliere i pareri del Consiglio di Stato e delle Commissioni parlamentari e poi approvarlo in via definitiva con una nuova deliberazione del Governo. Anche senza considerare i precedenti (il regolamento sul codice del 2006 è stato varato nel 2010, quindi quattro anni dopo) l’obiettivo di arrivare al traguardo entro il 16 ottobre appare piuttosto difficile. Poco importa, verrebbe da dire, perché nel frattempo continueranno a rimanere in vigore i vecchi provvedimenti attuativi. Invece qui si apre la prima questione. Sia le linee guida Anac che i decreti ministeriali già varati fanno infatti riferimento a un quadro normativo che nel frattempo risulta stravolto dal tornado Sblocca-cantieri. E dunque rischiano di diventare in larga parte obsoleti e inservibili.
L’altro aspetto da considerare è se alla fine il nuovo regolamento sarà davvero l’unico faro a illuminare la strada che porta dalla gara all’opera, come annunciato. C’è da dubitarne. Impossibile, infatti, non chiedersi che fine faranno, tutti gli altri provvedimenti attuativi previsti dal codice e non presi in considerazione dal decreto Sblocca-cantieri. A contarli uno per uno si scopre che il nuovo regolamento assorbirà (o cancellerà) soltanto 13 dei 62 provvedimenti attuativi del codice, lasciando in piedi molti altri provvedimenti già varati e diversi altri che prababilmente non vedranno mai la luce. Il rischio caos è dietro l’angolo e, senza un buon paracadute, c’è il pericolo di vanificare ogni ambizione di semplificare la giungla normativa degli appalti.
Sul fronte investimenti la vera partita si gioca sul tavolo dei commissari. Ieri il ministro delle Infrastrutture Toninelli ha annunciato l’arrivo di un primo emendamento per dare a un commissario il compito di mettere in campo i progetti di messa in sicurezza idrica del Gran Sasso. Resta però da trovare l’intesa sulla lista di tutte le altre opere da sbloccare. Senza questo passaggio-chiave l’ambizione di riavviare in tempi rapidi la spesa resterà tale. Senza contare, poi, il rischio boomerang di una nuova frenata dei bandi a causa della necessità delle stazioni appaltanti di adeguare documenti e procedure alla raffica di novità in arrivo.
Ponte Genova, Autostrade risponde al Mit sulla revoca della concessione: spesa superiore agli obblighi
In 400 pagine la difesa nella procedura aperta dopo il crollo del Ponte Morandi. In 4300 pagine la difesa nella procedura aperta dopo il crollo del Ponte Morandi
Ufficialmente la trattativa fra il Governo e Atlantia sul salvataggio di Alitalia lascia fuori la sorte di Autostrade per l’Italia (Aspi), su cui pende la procedura di revoca della concessione per il crollo del Ponte Morandi. Ma punti su cui trattare ce ne sono e vanno oltre le 400 pagine (più 3mila di allegati tecnici) con cui ieri, nell’ultimo giorno possibile, Aspi ha risposto alla lettera con cui il ministero delle Infrastrutture (Mit) aveva di fatto aperto l’iter per la «caducazione» della concessione.
La risposta contiene anche dati, informazioni e analisi su investimenti e manutenzioni. In sintesi: 14 miliardi investiti dalla privatizzazione (nel 2000) e altri 7,7 da mettere tra il 2019 e il 2020 su grandi opere, soprattutto su Gronda di Genova (4,9 miliardi) e ampliamento A14 a Bologna (quasi un miliardo); 2,5 miliardi in manutenzioni dal 2008. Cifre superiori agli obblighi della concessione e che avrebbero contribuito al calo del 70% nella mortalità. Il tutto rispondendo sempre alle richieste Mit, che non sarebbero mai sfociate in contestazioni.
In sostanza, Aspi ritiene che la contestazione sul Ponte Morandi con cui il Mit ha aperto la procedura non si possa ritenere tale, perché le cause del crollo non sono state ancora accertate. Si vedrà come la commissione di giuristi nominata dal ministro Danilo Toninelli controbatterà. Gli esperti ministeriali dovranno poi trovare un modo per dare un valore giuridico al fatto che investimenti e manutenzioni sono contabilizzate con metodo favorevole al concessionario. Non sarà facile: un po’ lo prevede la concessione (poco severa) e un po’ lo si deve a falle della vigilanza negli anni.
Ultimamente è andata meglio. Lo dimostra il sequestro dei 12 viadotti sull’A16 disposto ieri dalla Procura di Avellino in un’indagine partita dalla strage del viadotto Acqualonga: dopo la tragedia, Aspi aveva modificato gli ancoraggi (soggetti a corrosione) di tutte le barriere di quel tipo, senza certificare adeguatamente l’equivalenza alle originali. Gli ispettori Mit lo segnalarono e il Consiglio superiore dei lavori pubblici chiese più carte (si veda Il Sole 24 Ore del 12 ottobre 2018). Che sono arrivate a febbraio, ma senza soddisfare il Consiglio, anche se il Mit ufficialmente non lo dice.
Sarebbe un punto non trascurabile di “trattativa”: tocca buona parte delle barriere più costose, in un piano di riqualificazione che nel 2008 valeva 138 milioni. Da non trascurare nemmeno il valore al quale si deciderà di liquidare il 4,23% di Serenissima Partecipazioni (controllata Abertis, confluita in Aspi) in Autobrennero (la cui concessione potrà restare agli enti locali solo liquidando i privati). Ci sono poi le liti al Tar Genova sulla ricostruzione del ponte crollato. Ancora più importanti saranno i nuovi criteri di calcolo dei pedaggi, che l’Autorità di regolazione dei trasporti dovrebbe varare a fine giugno e sono stati contestati da quasi tutte le concessionarie. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Crisi Tecnis, scade oggi il termine per depositare le offerte vincolanti
Prorogata a lunedì 6 maggio l’iniziale scadenza del 29 aprile per gli acquirenti interessati. Confermato l’interesse di Pessina
Scade oggi il termine per trasmettere ai commissari le offerte vincolanti per Tecnis. Il termine che era stato inizialmente fissato al 29 aprile è stato prorogato di qualche giorno per agevolare i potenziali acquirenti dell’impresa in amministrazione straordinaria. Come si ricorderà, la procedura di vendita era stata conclusa la prima volta nel febbraio scorso, con l’aggiudicazione all’impresa Pessina che aveva presentato un’offerta per l’intera società. L’aggiudicazione si è però incagliata a causa di un “equivoco” riguardante le quote societarie delle imprese che partecipavano a consorzi dove era presente Tecnis. Dopo un periodo di fermo, il 17 aprile scorso il commissario Saverio Ruperto, ha riavviato la procedura di vendita, comunicando a tutti gli operatori – incluso Pessina – il nuovo termine per presentare le offerte vincolanti e chiarendo che le offerte non potevano riguardare asset fuori dal perimetro dell’amministrazione straordinaria. Nel frattempo il 23 aprile il ministero dello Sviluppo ha comunicato la decisione di affiancare al commissario Ruperto altri due commissari, indicati in Attilio Zimatore e Marina Scandurra. La terna dei commissari ha avuto una riunione operativa lo scorso giovedì 2 maggio. Lunedì sarà dunque il giorno della verità per il futuro di Tecnis e per le sue attività. Le offerte potranno riguardare l’intera società oppure singoli asset. Nella prima offerta l’impresa Pessina si era candidata ad acquistare l’intero pacchetto societario. Questa volta fonti dell’impresa fanno sapere che entro lunedì sarà sicuramente presentata una nuova offerta di acquisto, senza però poter indicare se l’offerta riguarderà ancora una volta l’intero pacchetto oppure solo alcuni asset. Resta confermata – da parte dei commissari – la volontà di procedere rapidamente sia alla fase della apertura delle buste, a partire da martedì 7 maggio, e poi alla successiva selezione delle offerte e alla aggiudicazione (o alle aggiudicazioni di singoli asset).
Solo 26 interventi con progetto esecutivo, quasi la metà a livello preliminare e di fattibilità. Oggi all’Ance il convegno sulle dighe con il ministro Toninelli
Nel giro di sei mesi è stato definito il primo stralcio del piano nazionale invasi promosso dal ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli e sostenuto dal governo Conte. Dopo aver selezionato (con il decreto Mit-Mipaaft del dicembre scorso) una prima lista di 30 interventi per quasi 250 milioni di euro (piano straordinario), il mese scorso è stato perfezionato anche il Ddcm che approva ulteriori 57 interventi per 260 milioni di euro, che rappresentano il primo stralcio del piano nazionale invasi. Si tratta complessivamente di 87 interventi per un finanziamento totale di quasi 510 milioni di euro. Le risorse sono solo una parte dei fondi che il governo intende appostare sull’attività di costruzione o manutenzione delle dighe (e relativi sistemi idrici connessi agli invasi), come spiegherà oggi il ministro delle Infrastrutture Danilo Tininelli intervenendo al convegno “Le grandi dighe italiane. Una risorsa per il territorio”, in programma presso la sede dell’Ance nazionale a Roma a partire da questa mattina.
Le risorse investite sulle dighe – le opere pubbliche probabilmente meno conosciute in assoluto – rappresentano un contributo importante all’attività di prevenzione del rischio idrico e idrogeologico e costituiscono un pilastro della gestione della risorsa idrica per utilizzo agricolo ed energetico. Le dighe in Italia sono oltre 12.500, con una gestione estremamente parcellizzata tra 136 concessionari (di cui 90 hanno in carico una sola diga), in prevalenza di dimensione territoriale o locale. Le strutture gestite a livello nazionale (attraverso l’apposita direzione del Mit) conta 532 grandi dighe. Si tratta in gran parte di opere realizzate tra gli anni ’50 e ’60, con un’età media di oltre 60 anni. Non solo. Come verrà spiegato oggi dagli esperti del Mit, su 532 grandi dighe, ce ne sono 80 che nonostante siano state realizzate da decenni, non sono ancora uscite dalla cosiddetta “fase sperimentale”, o perché, in assenza di opere adeguate, non sono state mai riempite fino alla capacità massima di invaso, oppure perché non hanno addirittura completato il collaudo tecnico.
Il piano dighe del governo Renzi
Un faro sulle dighe era stato già acceso dal governo Renzi, con l’allora ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio che aveva definito nel 2017 un “piano dighe” da circa 300 milioni (a valere su fondi Fsc) per 101 interventi, per la maggior parte localizzati nelle aree del Mezzogiorno. L’obiettivo era di realizzare al più presto interventi che consentissero un utilizzo pieno e sicuro delle infrastrutture. Il piano sta andando avanti senza fretta.
Il piano invasi del governo Conte
Il governo Conte è andato avanti su questa strada gettando le basi di un grande piano idrico di orizzonte pluriennale con una rilevante componente dedicata agli “invasi”. Attingendo a risorse Fsc e a risorse stanziate dal maxi-fondo investimenti gestito tra Palazzo Chigi e Mef, è stato dato avvio al “piano nazionale invasi”, che ha appunto visto una anticipazione nel piano straordinario da quasi 250 milioni assegnati a 30 interventi selezionati in parte dal ministero delle Infrastrutture e in parte dal ministero delle Politiche agricole. Il decreto Mit è stato registrato il 7 gennaio dalla Corte dei Conti. Pochi giorni fa ha fatto seguito il piano stralcio dal 260 milioni assegnati ad altri 57 interventi. Il piano è stato approvato con il Dpcm che attende l’ok della Corte dei Conti (dove è stato inviato il 17 aprile scorso). In quest’ultimo provvedimento c’è un quota di finanziamento costituita da 60 milioni che rappresentano la prima annualità delle risorse stanziate dall’ultima legge di Bilancio 2019 (legge 145/2019). C’è poi un’altra quota di 200 milioni a valere sulle risorse assegnate al Mit dal fondo della Presidenza del Consiglio, che però sono spalmate su 10 anni (2020-2029). Nel testo del Dpcm si legge che il ministero dell’Economia il 19 marzo scorso ha provveduto a assegnare finora 32,8 milioni relative alle prime due annualità 2020 (17,8 milioni) e 2021 (15 milioni).
Gli interventi finanziati con 510 milioni di euro
Scorrendo le liste degli interventi finanziati dal Dm Mit-Mipaaft e del Dpcm dello scorso aprile, emerge una maggioranza di opere di taglio medio piccolo. Sono infatti solo 28 gli interventi di importo superiore alla soglia comunitaria, mentre gli altri 59 interventi sono sottosoglia, cioè circa 2 su tre. In particolare, quasi tutti i 27 interventi finanziati dal Dpcm con i 60 milioni della legge di Bilancio 2019 sono sottosoglia (fatta eccezione per un intervento in Piemonte da 6,5 milioni), con importi che oscillano tra 300mila euro di due opere del consorzio 6 Toscana Sud e i 5 milioni di euro di un intervento in Friuli Venezia Giulia. Sono 19 gli interventi finanziati dal piano straordinario del Dm Mit-Mipaaft con 164 milioni che dispongono di progetto esecutivo. Il Dpcm finanzia ulteriori sette interventi con progetto esecutivo (più altri due interventi con progetto «definitivo-esecutivo»). Altri 11 interventi, finanziati per oltre 85,6 milioni da Mit e Mipaaft sono di livello definitivo. Il Dpcm finanzia ulteriori 10 interventi con progetto definitivo. Il resto dei progetti è a livello preliminare (6 interventi) oppure a livello di fattibilità (31 interventi).
I 30 INTERVENTI DEL PIANO STRAORDINARIO
I 57 INTERVENTI DEL PIANO STRALCIO
Aeroporti, l’estensione del vincolo di inedificabilità deve essere determinata dall’Enac
Lo ha precisato la Corte di Cassazione
Il vincolo di edificabilità nelle aree confinanti con zone aeroportuali deve essere determinato da un apposito provvedimento dell’ Enac . La Corte di Cassazione con sentenza n.16247/2019 depositata lo scorso 15 aprile individua il principio di diritto per il quale spetta all’Enac (Ente nazionale per l’aviazione civile) competente per territorio, la determinazione dei divieti di edificazione nelle zone che interessano la navigazione aerea.
La corte di Appello di Palermo condannava l’ imputato per reati edilizi, a seguito della realizzazione di manufatti abusivi in zona adiacente ad un installazione aeroportuale; secondo i giudici di appello infatti in tali zone non sarebbe stato possibile effettuare nessuna attività edilizia, dato l’ espresso divieto previsto dalla normativa.
Il costruttore condannato, ritenendosi leso nei propri diritti ricorreva per Cassazione.
La questione viene risolta facendo riferimento al codice della navigazione, che delimita l’ ‘esecuzione delle opere in certe zone. In particolare il codice, al fine di garantire la sicurezza del traffico aereo , prevede diverse competenze dell’ Enac, attribuendogli il compito di individuare le zone da sottoporre a vincolo nelle sedi limitrofe agli aeroporti, e di precisare i potenziali ostacoli per la navigazione aerea nonché i presunti pericoli per la stessa, in maniera conforme alla normativa tecnica internazionale.
Secondo il modello normativo, pertanto incombe in capo agli enti locali nell’esercizio delle proprie competenze, l’ adeguamento dei propri strumenti di pianificazione alle prescrizioni dell’ Enac che governano il settore.
Pertanto nelle zone adiacenti alle installazioni aeroportuali, non vige un vincolo di inedificabilità assoluta, bensì una serie di limiti che possono cambiare da zona a zona, posto che le prescrizioni dell’Enac possono essere diverse.
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References: sentenza 
 articolo 1
 art. 63
 sentenza 
 art. 94
 sentenza 
 art. 113
 sentenza 
 articolo 2
 articolo 216
 articolo 105
 articolo 80
 articolo 80
 articolo 105
 sentenza