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Timestamp: 2020-08-09 09:38:01+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 20964 del 06/08/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20964 del 06/08/2019
Cassazione civile sez. trib., 06/08/2019, (ud. 19/06/2019, dep. 06/08/2019), n.20964
sul ricorso 27560-2016 proposto da:
PENTANA SRL, domiciliato in ROMA P.ZZA CAVOUR presso la cancelleria
avverso la sentenza n. 1004/2016 della COMM.TRIB.REG.SEZ.DIST. di
1.- La s.r.l. PENTANA ha impugnato il diniego di rimborso del pagamento della TARSU per gli anni dal 2007 al 2011 deducendo che le era stata applicata una tariffa illegittimamente determinata dal Comune di San Giovanni Rotondo, perchè stabilita in misura eccessivamente elevata per gli esercizi alberghieri rispetto a quella fissata per la abitazioni; deducendo inoltre che il Comune non poteva applicare la TARSU per gli anni 2010/2011, per intervenuta abrogazione del tributo. Il Comune di contro ha sostenuto la legittimità della delibera comunale di determinazione delle tariffe e la vigenza della TARSU anche per gli anni 2010/2011.
2.- Il ricorso della contribuente è stato parzialmente accolto in primo grado: il primo giudice ha ritenuto la TARSU applicabile anche per gli anni 2010/2011 ma illegittima la delibera di determinazione delle tariffe. Avverso la suddetta decisione ha proposto appello il Comune, e appello incidentale la società. La CTR della Puglia li ha respinti entrambi, con sentenza del 20 aprile 2016.
Si richiama in particolare, quanto già affermato da questa Corte (Cass. civ. sez. V n. 28676/2018; Cass. civ. sez V n. 2202/2011), secondo cui: “in tema di TARSU, la disciplina contenuta nel D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, sulla individuazione dei presupposti della tassa e sui criteri per la sua quantificazione non contrasta con il principio comunitario “chi inquina paga”, sia perchè è consentita la quantificazione del costo di smaltimento sulla base della superficie dell’immobile posseduto, sia perchè la detta disciplina non fa applicazione di regimi presuntivi che non consentano un’ampia prova contraria, ma contiene previsioni (v. art. 65 e 66) che commisurano la tassa ad una serie di presupposti variabili o a
particolari condizioni”. Tali pronunce hanno preso in esame, ritenendoli dirimenti in ordine all’esclusione della violazione del principio in esame, le sentenze CGUE 24.6.08 in causa C-188/07 e 16.7.09 in causa C-254/08 (quest’ultima, avente ad oggetto un rinvio pregiudiziale in una causa pendente dinanzi al TAR Campania, nella quale veniva contestata proprio la legittimità, per affermato contrasto con l’art. 15 della direttiva 2006/12/CE, della disciplina legislativa sulla TARSU, nonchè di norme di un regolamento comunale in base alle quali le imprese alberghiere sarebbero state tenute al versamento della tassa sui rifiuti in misura superiore ai privati).
Nella valutazione di conformità della disciplina nazionale in materia rispetto al principio evincibile dall’art. 15, lett. a), della direttiva 2006/12 (già desumibile dall’art. 11 della direttiva 75/442), la CGUE ha affermato che: “è spesso difficile, persino oneroso, determinare il volume esatto di rifiuti urbani conferito da ciascun detentore; – in tali circostanze, ricorrere a criteri basati sulla capacità produttiva dei detentori, calcolata in funzione della superficie dei beni immobili che occupano, nonchè della loro destinazione e/o sulla natura dei rifiuti prodotti può consentire di calcolare i costi dello smaltimento e ripartirli tra i vari detentori; sotto tale profilo, la normativa nazionale che preveda, ai fini del finanziamento, una tassa calcolata in base ad una stima del volume dei rifiuti generato e non sulla base del quantitativo effettivamente prodotto non può essere considerata in contrasto con l’art. 15, lett. a), della direttiva 2006/12; – nella materia, le autorità nazionali dispongono di un’ampia discrezionalità per quanto riguarda le modalità di calcolo della tassa; – per quanto riguarda la differenziazione tra categorie di detentori, la stessa deve ritenersi ammessa, purchè non venga fatto carico ad alcuni di costi manifestamente non commisurati ai volumi o alla natura dei rifiuti da essi producibili”. Sicchè, in definitiva, “il metodo di calcolo basato sulla superficie di immobile posseduto non è, di per sè, contrario al principio “chi inquina paga” recepito dall’art. 11 della direttiva 75/442″.
Si deve richiamare la giurisprudenza di questa Corte che, ribadendo il principio secondo cui non è configurabile alcun obbligo di motivazione della delibera comunale di determinazione della tariffa di cui al D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 65, ha affermato che ” il potere di disapplicare l’atto amministrativo in relazione alla decisione del caso concreto, che spetta al giudice tributario, può conseguire solo alla dimostrazione della sussistenza di ben precisi vizi di legittimità dell’atto (incompetenza, violazione di legge, eccesso di potere)” e che ” la contestazione della validità dei criteri seguiti dal Comune nell’adottare la delibera non è sufficiente per pervenire alla dichiarazione (incidentale) d’illegittimità della stessa, dovendo, al riguardo rilevarsi che, nell’ambito degli atti regolamentari dei comuni, esiste uno spazio di discrezionalità di orientamento politico-amministrativo, insindacabile in sede giudiziaria” (Cass. civ. sez. V. n. 7044/2014) Ed ancora questa Corte ha affermato che “In tema di tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, non è configurabile alcun obbligo di motivazione della delibera comunale di determinazione della tariffa di cui al D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, art. 65, poichè la stessa, al pari di qualsiasi atto amministrativo a contenuto generale o collettivo, si rivolge ad una pluralità indistinta, anche se determinabile “ex post, di destinatari, occupanti o detentori, attuali o futuri, di locali ed aree tassabili”. (Cass. n. 8083/2018; Cass. n. 22804/2006; Cass. n. 22529/2017) Di questi principi il primo giudice non ha fatto buon governo, erroneamente giungendo alla conclusione che il regolamento comunale fosse da disapplicare.
Queste argomentazioni sono già state respinte da entrambe le Commissioni di primo e secondo grado, in particolare il giudice di secondo grado ha osservato che la proroga della vigenza della TARSU per gli anni 2010/2011 è stata prevista da una norma primaria (D.Lgs. 14 marzo 2011, n. 23, art. 14, comma 7) la quale prevede che fino alla disciplina dei prelievi relativi alla gestione dei rifiuti urbani si continuano ad applicare i precedenti regolamenti comunali e che il D.L. 6 dicembre 2011, art. 47, convertito in L. 22 dicembre 2011, n. 214, istituendo la TARES ha definitivamente abrogato la TARSU solo dal 1 gennaio 2013.
Compensa interamente tra le parti le spese del doppio grado di merito e condanna la ricorrente incidentale alle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 3.500,00 oltre rimborso spese forfetarie ed accessori di legge.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 65
 CGUE 
 CGUE 
 art. 65
 art. 65
 Cass. 
 Cass. 
 art. 14
 art. 47