Source: http://toghe.blogspot.it/2007/11/
Timestamp: 2017-10-23 00:26:32+00:00

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UGUALE PER TUTTI: novembre 2007
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 09:19 15 commenti
L’ex procuratore Borrelli: da Tangentopoli sembra non sia cambiato nulla ...
A quelle autorevoli parole vorremmo aggiungere solo poche brevi considerazioni.
Quando divennero pubbliche le intercettazioni telefoniche di cui si discute, ci fu, come sempre, una gara dei politici coinvolti (che, con ciò, dimostravano di essere identici ai loro avversari dell’altra parte politica che tanto avevano criticato nelle precedente legislatura) a minimizzare la portata e il significato di quelle conversazioni telefoniche.
Clementina Forleo doveva, per legge, chiedere al Senato l’autorizzazione all’uso di quelle intercettazioni.
Se non avesse spiegato perché erano penalmente rilevanti ai fini del procedimento che trattava, il Senato avrebbe negato l’autorizzazione all’utilizzo dicendo che si trattava di telefonate prive di rilievo.
Clementina ha spiegato qual era il rilievo delle telefonate e i politici l’hanno accusata di “non essersi fatta i fatti suoi”!
A fronte del fatto che i politici coinvolti nelle telefonate dicevano che si era trattato solo di “fare il tifo”, Clementina ha spiegato perché, invece, si era trattato di ben altro.
Né si può ipotizzare che in Senato la richiesta di Clementina fosse attesa con animo equanime e neutro, perché nessuna parte politica aveva ritenuto di adottare quel minimo di prudenza istituzionale che avrebbe imposto di non esprimere giudizi preconcetti su ciò che si doveva giudicare istituzionalmente.
Clementina Forleo ha usato parole che non sono piaciute. Nessuno ritiene di discutere le parole usate contro di lei da tutti coloro che avevano anche importanti doveri istituzionali nella vicenda in questione.
Chi voglia farsi una propria idea informata sui fatti, potrà leggere le ordinanze oggetto del contendere ai seguenti indirizzi del web:
da La Repubblica del 27 luglio 2007
«La vera questione è: ci sono o no dei politici che hanno appoggiato questi avventurieri della finanza? Tu indichi la luna, ma tutti guardano solo il dito. Il solito modo per distogliere l'attenzione dai problemi veri»
MILANO - Francesco Saverio Borrelli, il procuratore della Repubblica di Milano degli anni di Mani Pulite, quindi del momento dello scontro più aspro tra la politica e la giustizia, adesso, da appassionato di musica, è solo il presidente del Conservatorio di Milano. Da cinque anni e mezzo ha lasciato la testa dell´ufficio giudiziario più potente d´Italia; è passato dall´ufficio indagini della Figc nel momento culminante dello scandalo del calcio, ma è sempre a lui, stimato da molti e amato da pochi, che vale la pena chiedere un giudizio su questa guerra infinita. E lui ripete quello che sempre detto: che se qualcuno indica la luna, il metodo per distrarre l´opinione pubblica è quello di focalizzare l´attenzione sul dito.
Dottor Borrelli, è un'estate rovente sul fronte della guerra mai sopita tra politica e giustizia. Un´altra. Come ai suoi tempi.
«Sì, sembra che il tempo non passi mai. Siamo sempre allo stesso punto».
Eppure è cambiato tutto. Il governo, il quadro politico...
«Che vuol fare? Si vede che sono gli italiani che non cambiano».
Ora al centro c´è il caso Forleo. Che cosa ne pensa?
«Io trovo che ancora una volta è successo che l´attenzione dell´opinione pubblica anziché essere portata sul merito del problema, sulla questione realmente importante, viene spostata sulle parole usate dal magistrato che sono un fatto del tutto marginale».
Qual è il merito del problema?
«A me sembra chiaro: se ci sono state delle spinte indebite, degli interessamenti o dei sostegni politici a determinate operazioni. Questo è il nocciolo della questione. E invece tutta l´Italia e tutto il mondo politico sono concentrati a discutere se la Forleo abbia fatto bene o male a usare la parola complicità - che poi a questo si riduce - piuttosto che a discutere se veramente alcuni appartenenti al Parlamento abbiano appoggiato questi avventurieri della Finanza».
Lei dice: questa è la sostanza. Ma in diritto la forma non è sostanza? Vero o no che il giudice Forleo si è comportata come un pm?
«Senta: c´erano quelle intercettazioni nel materiale probatorio e per l´utilizzo di quelle intercettazioni, indipendentemente dall´estensione delle imputazioni ai politici, era necessario che il Parlamento consentisse l´utilizzo e l´approfondimento di quel materiale. La Forleo non aveva altra strada se non quella di interpellare il Parlamento».
Dal ministro Mastella al presidente Napolitano, si contestano però le parole usate nell'ordinanza.
«Ma questa è una questione del tutto marginale! Io non mi pronuncio su quella frase della complicità perché bisognerebbe avere il quadro completo che io non ho. Ma se per avventura si ritiene che le parole con le quali il giudice ha investito il Parlamento fossero troppo pesanti, che in questo momento anticipavano una valutazione che non competeva ancora al giudice, ciò non invalida il suo atto sotto il profilo processuale».
Quindi chi ha sollevato critiche pesanti ha sbagliato?
«Perché, ci sono dubbi? Il nocciolo che interessa l´etica politica nel nostro Paese - ammesso che ancora si possa parlare di etica in Italia - è se ci siano stati dei personaggi politici che abbiano appoggiato questi avventurieri del mondo della finanza nella scalata all´una o all´altra parte».
Anche il senatore D´Ambrosio ha criticato l'ordinanza della dottoressa Forleo.
«D´Ambrosio mostra molto equilibrio, come ex magistrato si sforza di non estremizzare le questioni giudiziarie. Forse questo è anche bene: vuole svolgere una funzione equilibratrice, attenua i suoi giudizi...».
Lei conosce personalmente la dottoressa Forleo?
«Sì, non bene, ma la conosco. È certamente una ragazza coraggiosa, intelligente e preparata».
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 21:47 47 commenti
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 21:30 7 commenti
Ma la legge consente ancora al Ministro di fare ispezioni “disciplinari”?
Tutti coloro che hanno visto AnnoZero del 4 ottobre 2007, non hanno dimenticato certamente come il Sottosegretario Luigi Scotti, peraltro magistrato e già Presidente del Tribunale di Roma, abbia riferito senza scomporsi delle numerose e reiterate attività ispettive del Ministro della Giustizia nei confronti del nostro collega Luigi De Magistris.
In uno scritto tecnico dal titolo “Titolarità delle indagini nel procedimento disciplinare a carico di un magistrato e inchiesta amministrativa del Ministro della Giustizia”, pubblicato ieri su Altalex, Nicola Saracino illustra le ragioni per le quali una corretta interpretazione della nuova legge sugli illeciti disciplinari dei magistrati (il Decreto Legislativo 23 febbraio 2006, n. 109) imponga di ritenere che il tipo di ispezioni riferite dal Sottosegretario Scotti sia oggi vietato perché illegittimo.
Rinviando al testo integrale dell’articolo (che può essere letto cliccando sul link incluso nel titolo appena riportato), riassumiamo, per i “non addetti ai lavori” che l’art. 15 delle disposizioni preliminari del codice civile, una norma fondamentale che regola la successione di leggi nel tempo, stabilisce che se una legge pone una regolamentazione di una determinata materia e le disposizioni predenti risultino incompatibili con la nuova normativa, esse si ritengono implicitamente abrogate, vale a dire che seppure il legislatore non lo dice espressamente non può più farsene uso.
Questo è accaduto alle ormai arcaiche disposizioni (art. 12 della legge n. 1311 del 1962) che assegnavano al Ministro della Giustizia il potere di far svolgere attraverso gli organi del suo Ministero (anche) le inchieste volte ad accertare le responsabilità disciplinari dei magistrati; ciò è accaduto in quanto la nuova legge (D. L.vo n. 109 del 2006) attribuisce tale funzione, in via esclusiva, al Procuratore Generale della Cassazione, assegnando al Ministro la facoltà di promuovere l’azione disciplinare unicamente mediante una richiesta d’indagini a lui rivolta.
L’inchiesta amministrativa sopravvive, quindi, soltanto per la generale vigilanza assegnata al Ministro sul regolare andamento del servizio giustizia e sul buon impiego dei (pochi) mezzi a disposizione (art. 110 Cost.), ma non può più riguardare il tema della responsabilità disciplinare di un magistrato, dovendo in tale ipotesi il Ministro limitarsi a richiedere l’indagine al Procuratore Generale della Cassazione.
Che siano stati desiderati dal legislatore delegato, o che costituiscano solo una conseguenza inconsapevole della nuova disciplina, gli effetti impliciti della riforma dell’illecito disciplinare del magistrato e del relativo processo risultano pienamente allineati al dettato costituzionale, potendo dirsi attuata una perfetta armonia tra la prerogativa del Ministro di “promuovere” l’azione disciplinare (art. 107, co. 2, Cost.) ed il principio dell’indipendenza della magistratura (art. 104 Cost.).
Fermo restando il diverso regime per le ispezioni precedenti all’entrata in vigore del Decreto Legislativo 109/2006, se tutti si fossero attenuti ai propri compiti al Paese sarebbero stati risparmiati i conflitti tra poteri dello Stato e le conseguenti polemiche di questi ultimi mesi, gravi a tal punto da determinare il Presidente della Repubblica a richiamare i protagonisti al rispetto del proprio ruolo e ad evitare inopportuni e pericolosi sconfinamenti.
Ciò che auspichiamo vivamente è che, fermi restando i giudizi politici ed etici sulle iniziative del Ministro della Giustizia in una vicenda che lo vede coinvolto personalmente, si avvii, soprattutto nel Consiglio Superiore della Magistratura, anche prendendo spunto dallo scritto pubblicato ieri, una attenta riflessione sulla legittimità di quelle ispezioni e sulla loro utilizzabilità in eventuali giudizi disciplinari degli atti acquisiti con esse.
Il tutto partendo dal caso De Magistris, ma guardando ai tanti casi simili che si sono verificati e, purtroppo, ancora si verificheranno.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 20:40 9 commenti
Tra le prime cose che abbiamo pubblicato in questo blog, il 26 settembe scorso, c’è una delibera del Consiglio Superiore della Magistratura, davvero emblematica, che riguarda l’attribuzione in palese violazione della legge di un incarico semidirettivo a un ex componente del C.S.M. medesimo (il post si può leggere a questo link).
Il T.A.R. (Tribunale Amministrativo Regionale) del Lazio, con sentenza del 7 novembre 2007, ha annullato quella delibera, confermando la sua illegittimità come da noi esposta.
E’ particolarmente grave che sempre più spesso provvedimenti importanti del Consiglio Superiore della Magistratura vengono annullati dai giudici amministrativi perché illegittimi.
E’ di tutta evidenza il discredito che deriva alla magistratura da questa situazione e grave, anche sotto questo profilo, che il 21 novembre scorso il Plenum del C.S.M. abbia respinto una delibera con la quale si introduceva un codice deontologico per i consiglieri (la notizia si può leggere nel post a questo link).
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 20:25 16 commenti
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Il 21 novembre 2007 è stata trattata nel plenum del Consiglio Superiore della Magistratura la pratica relativa all’approvazione di un codice deontologico per i consiglieri del C.S.M., proposto dalla Commissione competente su delibera del Comitato di Presidenza del 29 novembre 2005.
La delibera non è stata approvata.
Hanno votato a favore i consiglieri del Movimento per la Giustizia e quelli di Magistratura Democratica, contro quelli di Unità per la Costituzione e di Magistratura Indipendente e tutti i membri di nomina politica di ogni provenienza.
Va sottolineato, per un verso, che nella maggior parte dei casi i consiglieri del C.S.M. non votano in maniera da dare l’impressione di farlo seguendo le personali e indipendenti convinzioni di ciascuno, ma in maniera omogenea per “correnti” (i togati) e partiti (i cc.dd. “laici”) di provenienza. E così è stato anche in questo caso.
E, per altro verso, che è davvero molto grave che la maggioranza dei consiglieri abbia voluto sottrarsi a un seppur modestissimo – per semplicità e “ovvietà” dei precetti – codice deontologico.
Addirittura, il codice proposto da alcuni dei consiglieri è stato ritenuto “offensivo” del Consiglio da coloro che hanno votato contro!
Pubblichiamo qui di seguito il testo della delibera respinta.
- 8/MO/2005 - Delibera del Comitato di Presidenza in data 29 novembre 2005 con la quale si autorizza l’apertura di una pratica concernente l’adozione di una risoluzione di carattere generale sui doveri e comportamenti dei singoli consiglieri (vi è riunita la pratica 3/MO/2007).
La Commissione propone l’adozione della seguente delibera:
Il Consiglio Superiore della Magistratura adempie la funzione assegnatagli dall’art. 105 della Costituzione: esso si pone quindi come organismo costituzionale che assicura il rispetto del principio di autonomia ed indipendenza dell’ordine giudiziario. Proprio in ragione di tale funzione è prevista una sua composizione mista di laici e togati ed è stabilita, per la legittimità delle sue deliberazioni, una presenza numerica minima sia di laici sia di togati. I temi dell’efficienza e della trasparenza dell’azione consiliare sono essenziali alla credibilità dell’organo e, in ultima analisi, della magistratura stessa nel suo complesso.
La rilevanza ed estrema delicatezza dei compiti assegnati dalla Costituzione al Consiglio comporta di per sé che il suo corretto e tempestivo funzionamento sia assicurato non solo dall’allestimento di adeguate strutture di supporto all’attività ma anche (e soprattutto) dalla piena consapevolezza, da parte di ogni singolo consigliere, della rilevanza della funzione svolta e quindi dall’adozione, da parte sua, di regole di comportamento coerenti col ruolo affidatogli col mandato dai magistrati o dal parlamento. E’, peraltro, del tutto ovvio che né la legge né il regolamento interno del Consiglio possano contemplare disposizioni relative ai doveri ed agli obblighi di ogni singolo consigliere (essendo previsti dall’art. 33 della legge n. 195 del 1958 solo evidenti aspetti di incompatibilità con l’esercizio di determinate funzioni o professioni) ed ancor meno prevedere strumenti volti a sanzionare condotte deontologicamente censurabili. L’aspetto precettivo e sanzionatorio, infatti, mal si concilia con lo svolgimento di un simile elevato compito istituzionale essendo lecito ritenere che la consapevolezza dei doveri insiti nella funzione sia connaturata al livello etico dei componenti eletti.
Non si può, peraltro, ignorare che nella percezione comune dell’opinione pubblica, sia interna all’ordine giudiziario che generale, sia forte la sensazione che l’azione consiliare non sia sempre adeguata alle necessità e che alcune scelte siano in qualche misura condizionate da logiche diverse. Di ciò si è reso autorevole interprete il Capo dello Stato, che nella seduta del 1 agosto 2006 ha ricordato che è necessario procedere al di fuori di logiche strettamente correntizie, rivelatesi di ostacolo ad un corretto esercizio delle funzioni consiliari, ed ancora da ultimo nella seduta plenaria del 6 giugno 2007 ha richiamato il Consiglio alla «necessità che i criteri di valutazione prescindano dalla mera anzianità o da logiche correntizie “che - come ebbi modo di dire - travalichino i limiti della normale dialettica”», invitando a non fermarsi lungo la strada virtuosa intrapresa.
Proprio in adesione a questo auspicio, occorre, pertanto, in questa sede ribadire che ciascun consigliere è cosciente che l’adempimento di incarichi di alto rilievo costituzionale implica necessariamente una particolare accentuazione del principio secondo il quale il fine considerato nell’operare è unicamente quello istituzionale nella consapevolezza che il suo perseguimento, allorché si opera in un organismo collegiale, viene assicurato dall’apporto di ogni singolo liberamente autodeterminatosi.
Invero questa è l’essenza della funzione qual è concepita dalla carta costituzionale che impone di concepire il ruolo consiliare come servizio “alto” da rendere alla collettività.
La libera autodeterminazione di ciascun componente del Consiglio comporta che la volontà che viene manifestata sia frutto di un personale studio e valutazione delle questioni considerando anche le opinioni manifestate dagli altri consiglieri nella sede a ciò deputata. Non corrisponderebbe quindi a tale modello il rendersi acritico interprete in sede consiliare di posizioni di gruppi politici o di singoli esponenti politici nonché di gruppi dell’associazionismo giudiziario o di singoli magistrati anche solo per ragioni di appartenenza o di “debito” elettorale.
E’ poi contrario a tale concezione del ruolo l’utilizzo improprio di regole (quale quella del numero legale) poste a garanzia del funzionamento del consiglio secondo il dettato costituzionale e quindi è da escludersi la correttezza di condotta volta deliberatamente a creare ostacolo alle attività istituzionali col far venir meno il numero legale ed attuata per ragioni personali o politiche.
In questa sede, inoltre, occorre riflettere sul fatto che l’intenso grado del dovere di diligenza e laboriosità richiesto al consigliere discende dalla considerazione che, per volontà della
Costituzione, l’incarico di componente del CSM è esclusivo essendo previsto, per i magistrati, il fuori ruolo ed essendo inibita, per i laici, la possibilità di svolgere le loro attività professionali: a questo riguardo è essenziale sottolineare la necessità di un uso delle diverse figure di supporto dell’attività consiliare (magistrati addetti alla Segreteria e all’Ufficio Studi, personale amministrativo) in modo pienamente in linea con le relative competenze. Solo così, infatti, è possibile il rispetto dei programmi di lavoro prefissati negli ordini del giorno dei lavori di commissione e di plenum, in modo da garantire non solo un ordinato modus operandi che consente al singolo consigliere di programmare i propri impegni e lo studio delle pratiche ma, soprattutto, assicurare la regolarità e tempestività dell’azione consiliare secondo una preordinata e razionale programmazione la cui inosservanza determina perniciosi effetti “a cascata” sulla funzionalità del sistema.
L’esperienza dell’attività consiliare, in conclusione, impone di adottare sempre più modelli virtuosi che consentano al Consiglio di superare i momenti di difficoltà e di fornire una risposta in termini adeguati e tempestivi ai propri compiti.
In questa prospettiva, si muove la previsione di una sessione annuale sullo stato delle attività dell’organo di autogoverno, finalizzata ad un esame dell’andamento dei lavori del Consiglio e di tutte le sue articolazioni. La forte condivisione di questi princìpi e l’esigenza di assicurare trasparenza all’attività consiliare, consiglia di prevedere in via regolamentare un momento pubblico di riflessione annuale sulla propria attività, sul modo con il quale è stata condotta l’azione istituzionale, sui risultati conseguiti e sui possibili programmi futuri. E ciò al duplice fine di migliorare la propria azione in termini di funzionalità e nitidezza attraverso il confronto delle opinioni, e di rendere conto di quanto realizzato e del rispetto degli impegni assunti, anche al fine di restituire al Consiglio la credibilità e il prestigio consoni al suo ruolo di organo di rilevanza costituzionale.
Pertanto, si propone di inserire nel Regolamento Interno un articolo 28 bis, denominato “Sessione sullo stato delle attività del Consiglio superiore della magistratura”, come di seguito riportato:
Dopo l’art. 28 R.I. è introdotto il seguente art. 28 bis
R.I. Art. 28 bis - Sessione sullo stato delle attività del Consiglio superiore della magistratura
1. Il Consiglio dedica annualmente una sessione di lavori all’esame dello stato delle sue attività.
2. La sessione annuale sullo stato delle attività del Consiglio si articola in una o più sedute, convocate dal Comitato di Presidenza.
3. Nel corso dell’esame sullo stato delle sue attività il Consiglio procede: a) all’esame dell’attività delle Commissioni, anche sulla base di relazioni presentate dalle Commissioni stesse, avuto riguardo, in particolare, ai tempi di definizione delle pratiche e all’andamento del contenzioso sulle relative delibere; b) all’esame delle attività del Comitato scientifico, del Comitato per la parti opportunità in magistratura e dei comitati e gruppi di lavoro eventualmente istituiti; c) all’esame delle problematiche attinenti all’organizzazione del Consiglio e alla gestione delle risorse finanziarie, ferme restando le disposizioni di cui al Regolamento di disciplina del personale e le disposizioni di cui al Regolamento di amministrazione e contabilità; d) alla programmazione delle attività per il successivo anno ed all’individuazione degli obiettivi di lavoro da perseguire in via prioritaria.
4. All’esito della sessione, il Consiglio può impartire direttive alle Commissione ai sensi dell’art. 21. 5. I verbali delle sedute della sessione annuale sullo stato delle attività del Consiglio sono comunicati a tutti i magistrati.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 20:04 0 commenti
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Pubblicato da "Uguale per tutti" a 18:32 3 commenti
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 11:05 17 commenti
La nuova disciplina processuale degli illeciti disciplinari introdotta dal D.L.vo n. 209 del 2006 offre lo spunto ad alcuni rilievi sul valore che il Legislatore nazionale assegna al principio della “ragionevole durata del processo”, principio oggi sancito, oltre che da fonti di diritto internazionale, anche dall’art. 111 Cost..
L’accertamento e la punizione di un illecito disciplinare commesso da un magistrato è questione di natura amministrativa poiché attiene alla violazione degli obblighi discendenti dal rapporto di servizio.
Il ricorso agli schemi penalistici per la costruzione normativa delle figure di illecito (c.d. tipizzazione) e per l’accertamento giurisdizionale del fatto addebitato al magistrato solo in apparenza risponde ad un’esigenza di garanzia suggerita dal coinvolgimento nella vicenda disciplinare nei confronti di un magistrato di interessi e valori sovra-individuali, posto che quello disciplinare è l’unico strumento che consente di comprimere l’indipendenza c.d. “interna” del magistrato, che la Costituzione vorrebbe soggetto soltanto alla legge (101 Cost.).
Dal punto di vista sostanziale, infatti, la tipizzazione degli illeciti non è stata introdotta per restringere o selezionare i fatti degni di attenzione disciplinare, apparendo piuttosto volta ad assicurare la punibilità di alcune fattispecie che il legislatore disapprova in via preventiva ed astratta, a prescindere da qualsiasi ricaduta concreta dei comportamenti sul buon andamento del rapporto di servizio. Ciò è dimostrato sia dal rilievo che la legge di delega non aveva indicato i beni e valori da tutelare attraverso le singole fattispecie “incriminatrici”, sia, soprattutto, dalla circostanza che accanto a figure tipiche di illecito dovessero necessariamente prevedersi anche “clausole generali di punibilità” per assicurare la punizione di condotte non comprese in alcuna delle fattispecie tipizzate di illecito.
Dal punto di vista processuale, poi, spicca l’ipocrisia del riferimento formale al codice di procedura penale del 1988 nonostante il modello di processo disciplinare delineato nelle norme che lo disciplinano (artt. 14-25) risulti connotato da un elevatissimo tasso di inquisitorietà, com’è dimostrato dal completo riversamento delle indagini segrete del Procuratore Generale nel fascicolo del procedimento, consentendosene l’impiego a fini decisori, e nell’ampio potere della sezione disciplinare del C.S.M. (Consiglio Superiore della Magistratura) di acquisire prove d’ufficio.
Il quadro è reso ancor più fosco dal “trasloco” della sospensione cautelare dal servizio e del trasferimento d’ufficio dalla loro naturale sede amministrativa a quella disciplinare giurisdizionale, attuato sulla base di incerti riferimenti della legge di delega. Le conseguenze più evidenti di tale opzione sono rappresentate dall’eliminazione della possibilità di un riesame nel merito delle scelte del C.S.M. potendo le relative decisioni impugnarsi non più dinanzi al T.A.R. ma solo dinanzi alle Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione, il cui sindacato risulta notevolmente ristretto rispetto alla più estesa tutela offerta dalla giurisdizione amministrativa generale di legittimità.
Se poi, come sembra stia avvenendo, il C.S.M. dovesse ritenere il trasferimento cautelare “irrevocabile”, nel senso che una volta disposto è possibile pubblicare il posto sottratto al suo titolare e assegnarlo ad un altro magistrato, è sotto gli occhi di tutti il vulnus all’art. 107 Cost.; soluzione dannosa e per nulla giustificata dai principi che regolano le misure cautelari (civili e penali) implicanti la strumentalità della cautela rispetto alla decisione della causa, il suo ancoramento ad elementi di giudizio che sia possibile sottoporre ad un riesame nel merito, la sua revocabilità al mutare del quadro probatorio, la predeterminazione della sua durata, la sua caducità collegata all’esito del procedimento eventualmente favorevole all’incolpato.
Se, come detto, non operano le garanzie della presunzione di non colpevolezza e della formazione della prova nel contraddittorio delle parti, il rinvio alle norme del c.p.p., lungi dall’essere ispirato ai valori garantistici sottesi all’accusatorietà di quel rito, è farisaico e serve soltanto a dotare l’inquirente dei poteri d’indagine che l’ordinamento solitamente riserva all’accertamento dei reati.
I profili d’incostituzionalità ipotizzabili sono innumerevoli e verosimilmente nella consapevolezza di questo dato il legislatore delegato ha previsto la sospensione dei termini di durata del procedimento per il tempo occorrente alla definizione delle questioni incidentali di legittimità costituzionale (art. 15, comma 8).
La disciplina della durata del procedimento disciplinare - del quale è opportuno ricordare la natura giurisdizionale in unico grado di merito, eccezione singolare nell’ordinamento, quanto giustificata dall’art. 3 Cost. sta a ciascuno immaginare - completa un quadro le cui tinte richiamano il medioevo: un anno è il termine della cd. “preistruttoria”, due anni quello imposto all’istruttoria, ulteriori due anni per la celebrazione del giudizio, e questo senza tener conto del giudizio d’impugnazione dinanzi alle Sezioni Unite della Cassazione e della eventualità del giudizio di rinvio dopo l’annullamento. I cinque anni (oltre ai resti impliciti di cui s’è detto) concessi dal legislatore per la definizione del processo in unico grado a carico del magistrato incolpato di aver commesso un illecito disciplinare, rappresentano l’ulteriore e definitivo sigillo apposto sull’indipendenza interna del magistrato, sulla sua inamovibilità, sulla sua soggezione soltanto alla legge.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 11:00 2 commenti
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Sono di grande attualità in questo tempo, fra gli altri, i temi della indipendenza della magistratura, della difesa dei diritti, del rapporto fra l’occidente ricco e il sud del mondo.
Su questi temi vogliamo proporvi l’ascolto di un intervento di straordinario valore, pronunciato dal prof. Luigi Ferrajoli l’11 maggio 2002 alla seconda giornata del convegno “Giustizia e informazione: le forme del dissenso tra riformismo e globalizzazione”, tenutosi al Palazzo Serra di Cassano.
Luigi Ferrajoli (Firenze, 1940) è professore di filosofia del diritto e di teoria generale del diritto nell'Università di Camerino. Fra il 1967 e il 1975 è stato magistrato.
L’intervento che vi proponiamo di ascoltare dura 31 minuti.
Moderatore dell’incontro era il collega Luigi De Magistris.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 23:13 5 commenti
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tratto da "La Repubblica" del 13 novembre 2007
Quelli che, come me che scrivo e voi che leggete, stanno dalla parte di gran lunga privilegiata del mondo hanno forse perso il significato drammatico della parola straniero.
Se i rapporti sociali fossero perfettamente equilibrati, la parola straniero, con i suoi quasi sinonimi odierni (migrante, immigrato, extra-comunitario) e le loro declinazioni nazionali (magrebino, islamico, senegalese, rom, cinese, cingalese, eccetera), sarebbe oggi una parola neutrale, priva di significato discriminatorio.
Non sarebbe più una parola della politica conflittuale.
E invece lo è, e in misura eminente.
Se consultiamo costituzioni e convenzioni internazionali, traiamo l’idea che esiste ormai un ordinamento sopranazionale, che aspira a diventare cosmopolita. dove almeno un nucleo di diritti e doveri fondamentali è riconosciuto a ogni essere umano, per il fatto solo di essere tale, indipendentemente dalla terra e dalla società in cui vive.
Questo è un progresso della civiltà.
Nelle società antiche, lo straniero era il nemico per definizione (hospes-hostis), poteva essere depredato e privato della vita. Il presupposto era l’idea dell’umanità divisa in comunità separate, naturalmente ostili l’una verso l’altra. Lo straniero, in quanto longa manus di potenze nemiche, era da trattare come nemico.
Da allora, molto è cambiato, innanzitutto per le esigenze dei traffici commerciali.
Il nómos panellenico e lo jus gentium, lontanissimi progenitori del diritto internazionale, nascono da queste esigenze.
L’universalismo cristiano, in seguito, ha dato il suo contributo. Nella medievale res publica christiana e nello jus commune l’idea di straniero perde di nettezza, sostituita se mai, nella sua funzione discriminatoria, da quella di infedele o di eretico.
E l’universalismo umanistico e razionalistico ha dato l’ultima spinta.
Il concetto di straniero, nella sua portata discriminatoria, non è però mai morto, anzi ha sempre covato sotto la cenere, a portata di mano per affermare “legalmente” l’esistenza di una nostra casa, di un nostro éthnos, di un nostro ordine, di un nostro benessere.
I regimi totalitari del secolo passato vi hanno fatto brutale ricorso. Ad esempio, per restare da noi, la “Carta di Verona”, manifesto del fascismo di Salò, all’art. 7 dichiarava laconicamente: «Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri», come prodromo della confisca dei beni e dello sterminio delle vite.
Una sola parola, terribili conseguenze.
Si può ben dire che, dopo quelle tragedie xenofobe, la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” del 1948 rappresenti, nell’essenziale, la condanna di quel modo di concepire l’umanità per comparti sociali e territoriali, ostili tra loro.
«Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti»: l’appartenenza a uno Stato o a una società, piuttosto che a un’altra, passa in secondo piano e non può più essere motivo di discriminazione. Ciò che conta è l’uguale appartenenza al genere umano e la fratellanza in diritti e dignità non conosce confini geografici, etnici e politici.
Da allora, l’idea di una comunità mondiale dei diritti ha fatto strada. Le convenzioni e le dichiarazioni internazionali si sono moltiplicate e hanno riguardato ogni genere di diritti. Se si tratta di essenziali diritti umani, la protezione non dipenderà dalla nazionalità, riguardando tutte le persone che, per qualsiasi ragione, si trovano a essere o transitare sul territorio di un Paese che aderisce a questa concezione dei diritti umani e non è condizionata dalla reciprocità.
Tutto bene, dunque? La parola straniero non contiene oggi alcun significato discriminatorio o, almeno, è destinata a non averne più. Possiamo stare tranquilli?
Proviamo a guardare la questione dal punto di vista degli stranieri che stanno dalla parte debole e oggi si riversano nei nostri paesi.
Essi sono alla ricerca di quelle condizioni di vita che, nei loro, sono diventate impossibili, spesso a causa delle politiche militari, economiche, energetiche e ambientali dei paesi più forti.
Si riconoscerebbero costoro in quella “famiglia umana” di cui parlano le convenzioni internazionali sui diritti umani? Concorderebbero nel giudizio che la parola straniero non comporta discriminazione?
La trappola sta nella distinzione tra straniero “regolare” e “irregolare”.
Ciò che è irregolare, per definizione, dovrebbe trovare nella regola giuridica il suo antidoto: quando è possibile, per impedire; quando è impossibile, per regolarizzare.
Invece, nel caso degli stranieri migranti, la legge promuove, anzi amplifica l’irregolarità, invece di tentare di ricondurla nella regola. Così facendo, è legge criminogena.
Fissiamo innanzitutto un punto: il flusso migratorio non si arresterà con misure come quote annue d’ingresso, permessi e carte di soggiorno, espulsione degli irregolari. Questi sono strumenti spuntati, che corrispondono all’illusione che lo Stato sia in grado di fronteggiare un fenomeno di massa con misure amministrative e di polizia. Esse potevano valere in altri tempi, quando la presenza di stranieri sul territorio nazionale era un fenomeno di élite. Oggi è un fatto collettivo che fa epoca, mosso dalla disperazione di milioni di persone che vengono nelle nostre terre, tagliando i ponti con la loro perché non avrebbero dove ritornare. Li chiamiamo stranieri “irregolari”, ma sono la regola.
Siamo in presenza di una grande ipocrisia, che si alimenta della massa degli irregolari, un’ipocrisia che va incontro a radicati interessi criminali. Non ci sarebbe il racket sulla vita di tante persone che muoiono nei cassoni di autotreni, nelle stive di navi, sui gommoni alla deriva e in fondo al mare; non ci sarebbe un mercato nero del lavoro né lo sfruttamento, talora al limite della schiavitù, di lavoratori irregolari, che non possono far valere i loro diritti; non ci sarebbe la facile possibilità di costringere persone, venute da noi con la prospettiva di una vita onesta, a trasformarsi incriminali, prostituti e prostitute, né di sfruttare i minori, per attività lecite e illecite; non ci sarebbe tutto questo, o tutto questo sarebbe meno facile, se non esistesse la figura dello straniero irregolare, inerme esposto alla minaccia, e quindi al ricatto,di un “rimpatrio”coatto, in una patria che non ha più.
La prepotenza dei privati si accompagna per lui all’assenza dello Stato. Per la stessa ragione, per non essere “scoperto” nella sua posizione, l’irregolare che subisce minacce, violenze, taglieggiamenti non si rivolgerà al giudice; se vittima di un incidente cercherà di dileguarsi, piuttosto che essere accompagnato in ospedale; se ammalato, preferirà i rischi della malattia al ricovero, nel timore di una segnalazione all’Autorità; se ha figli, preferirà nasconderne l’esistenza e non inviarli a scuola; se resta incinta, preferirà abortire (presumibilmente in modo clandestino).
In breve, lo straniero irregolare dei nostri giorni soggiace totalmente al potere di chi è più forte di lui. I diritti valgono a difendere dalle prepotenze dei più forti, ma non ha la possibilità di farli valere: il diritto alla vita, alla sicurezza, alla salute, all’integrazione sociale, al lavoro, all’istruzione, alla maternità ...
Davvero, allora, la parola straniero, nel mondo di oggi, è priva di significato discriminatorio?
Possiamo da qui tentare una sintetica conclusione, molto parziale, sul tema della sicurezza e della legalità, oggi così acutamente avvertito.
Quella sacca di violenza che è il mondo degli irregolari è una minaccia non solo per loro, ma per tutta la società. La condizione dello straniero irregolare, su cui incombe la spada di Damocle dell’espulsione, sembra essere studiata apposta per generare insicurezza, violenza e criminalità che contagiano tutta la società.
Quando si metterà mano alla legge n. 189 del 2002 (la cosiddetta Bossi-Fini) sarà utile rammentarsi di queste connessioni.
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Il nuovo ordinamento giudiziario e la crisi di efficienza della giustizia
(Presidente di Sezione del Tribunale di Catania)
La completa trasformazione del modello burocratico del giudice funzionario in quello di magistrato indipendente e autonomo, voluto dalla Costituzione è stata ed è continuamente messa in discussione. quando non avversata, da quanti, magistrati e laici, i primi sedotti unicamente dal privilegio del potere e dimentichi che la loro funzione è soprattutto e anzitutto un servizio a tutela dei diritti dei cittadini; i secondi preoccupati dai frutti prodotti dal nesso inscindibile fra l’affermarsi sempre più diffuso dell’esercizio indipendente della finzione giurisdizionale e il principio di uguaglianza, premevano e premono per tornare all’assetto del passato, a riproporre, cioè, il modello del giudice funzionario, ferreamente gerarchizzato, ulteriormente mortificato dal vincolo più o meno intenso, più o meno occulto, di asservimento al potere esecutivo.
Giustizia, interpretazione libera (non arbitraria) della legge quale suo indispensabile strumento attuativo, modello di giudice idoneo a incarnare ed esprimere l’una e l’altra, nella configurazione contenutistica scolpita dalla Costituzione, rappresentano tre pilastri sui quali costruire un sistema giudiziario capace di tradursi in un servizio moderno ed efficiente, ad esclusiva tutela e garanzia dei diritti dei cittadini su un piano di uguaglianza.
Senonché, perché ciò avvenga non bastano i principi costituzionali ma occorrono interventi normativi, interventi strutturali e interventi organizzativi compatibili con il modello costituzionale e a questo strettamente funzionali per renderlo concretamente operante.
Fra gli interventi normativi la legge sull’ordinamento giudiziario è certamente lo strumento tecnico più incisivo per vitalizzare i principi costituzionali innervandoli nel sistema.
Ma è innegabile, altresì, che il sistema giudiziario come servizio e il modello di giudice ad esso inerente non dipendono soltanto dalle norme ordinamentali, dai fattori culturali che in vario modo possono influire sulla selezione e sulla formazione professionale del magistrato, ma risultano in notevole misura condizionati anche dalla disciplina che regola il processo e dalle risorse destinate o disponibili per il suo concreto funzionamento.
Così, ad esempio, la contrazione per il giudice dei poteri di governo del processo a vantaggio delle parti non solo indebolisce il suo ruolo, ma privilegia la parte economicamente più forte.
Orbene, la legge 30 luglio 2007 n. 111, recante “modifiche alle norme sull’ordinamento giudiziario” (cosiddetta riforma Mastella) aggira, nella sostanza, la massima parte dei problemi e delle esigenze sopra enunciati.
Occorre subito sgombrare il campo da una ingannevole suggestione: la valutazione comparativa con la cosiddetta “riforma Castelli (legge n. 150 del 2005).
Quest’ultima, invero, era e resta inqualificabile, in quanto sovversiva di tutti i parametri costituzionali.
Essa, pertanto, non può costituire polo raffrontabile di una dicotomia. Le modifiche alle norme sull’ordinamento giudiziario, introdotte con la legge n. 111/2007, vanno, perciò, valutate in sé e non in quanto eventualmente migliorative dell’assetto delineato dalla legge n. 150 del 2005.
In questa prospettiva occorre, in primo luogo, osservare che anche la nuova legge tende strumentalmente ad accreditare il luogo comune che nel sistema giustizia il solo fattore che soprattutto crea inefficienza è rappresentato dalla inadeguata professionalità del giudice (la gran parte della riforma è interamente incentrata sull’accesso in magistratura, introducendo un concorso di secondo grado che presenta tutte le caratteristiche di un concorso per censo, sulle valutazioni di professionalità e sulle progressioni in carriera) e rischia seriamente di restaurare un modello di giudice di tipo burocratico, in contrasto con il modello voluto dalla Costituzione.
La riforma non guarda al recupero dell’efficienza e, quindi, della effettività, ma mira a ristabilire i confini in termini di rapporti di forza tra poteri, con l’obiettivo di ridimensionare l’indipendenza e l’autonomia della giurisdizione a vantaggio del potere politico.
Sembra, invero, ispirarla una ideologia globale della giustizia alla quale é intrinseca la concezione della magistratura come corpo compatto che deve compiere scelte omogenee ai vari livelli e nei diversi luoghi, conformi alle indicazioni provenienti dal potere politico.
Contemporaneamente la compattezza e l’omogeneità della magistratura vengono perseguite con l’altro strumento tipico della concezione autoritaria del potere, ossia l’organizzazione rigidamente gerarchica e accentrata della magistratura, nella quale i giudici si distinguono per autorità e collocazione burocratica, e il potere “scende” da un vertice che tutto domina ed è il vero e principale garante del controllo politico sulla giustizia: così si trasformano i magistrati della Cassazione in una casta privilegiata, gerarchicamente sovrastante; si ripristina l’assetto assolutamente gerarchico degli uffici di procura, di fatto sottratti a un reale controllo del C.S.M. e sottoposti alla tutela pervasiva dei procuratori generali. Il che rivela che una tale scelta non è né casuale né determinata da ragioni tecnico-giuridiche, bensì dalla chiara e lucida volontà di perseguire l’obiettivo di condizionare l’amministrazione della giustizia attraverso un controllo politico burocratico e accentrato.
La legge di riforma dell’ordinamento giudiziario, in particolare, in ciò peraltro reiterando una indecente e imperdonabile omissione del legislatore che si protrae ormai dall’entrata in vigore della Costituzione ad oggi, non affronta anzitutto quello che rappresenta il nodo primario e più importante, se si vuole davvero agire e procedere in uno sforzo e in una direzione che si propongono seriamente e una volta per tutte di perseguire e curare l’obiettivo di una giurisdizione efficiente, ossia provvedere al(la-lo):
A) Individuazione degli effettivi flussi di lavoro, determinati per tipologia e quantità, gravanti sugli uffici giudiziari;
B) Ripartizione sul territorio degli uffici giudiziari in rapporto agli effettivi flussi di lavoro;
C) Istituzione dell’ufficio giudiziario tipo, vale a dire di un organismo giudiziario territoriale di base, la cui dotazione organica, quanto a personale di magistratura, secondo i più accreditati studi del C.S.M. (v. risoluzione del maggio 1994) e tenendo conto delle sentenze della Corte Costituzionale in tema di incompatibilità. non può essere inferiore alle 25, 30 unità;
D) Conseguente soppressione o/e accorpamento degli uffici giudiziari di piccole dimensioni, non rispondenti al tipo e incompatibili con la esigenza ineludibile del rispetto della proporzione fra popolazione, flussi processuali e offerte di giustizia sul territorio (in tal senso risoluzione del C.S.M. del 25 maggio 1994, sentenza n. 131 del 1996 della Corte Costituzionale);
E) Predeterminazione affidabile di indici minimi di lavoro, per qualità e quantità, che giustifichino la presenza in una determinata zona dell’ufficio giudiziario tipo e, contemporaneamente, siano compatibili con un suo efficiente funzionamento;
F) Dotazione per l’ufficio giudiziario tipo di risorse umane (personale di magistratura e personale amministrativo) e materiali (strutture e strumenti) indispensabili a soddisfare le esigenze di efficienza: adeguatezza del modello organizzativo alla effettività del risultato;
G) Creazione dell’ufficio del giudice, supporto indispensabile per valorizzarne la professionalità e per indirizzarne l’impegno in funzione dell’attrazione del valore costituzionale della ragionevole durata, ossia in funzione del perseguimento del risultato di efficienza e di effettività.
La mancata revisione della mappa degli uffici giudiziari e degli organici, in rapporto ai reali flussi di affari, rende drammatica una situazione già gravemente compromessa e precaria, e accentua sul sistema giudiziario due spinte egualmente distorsive e devastanti, una interna e l’altra esterna.
All’interno del sistema, a causa della irrazionale e ormai obsoleta ripartizione delle risorse, si formano ingiustificati squilibri nella distribuzione degli affari, anche per tipologia, fra i diversi uffici giudiziari, sicché alcuni risultano sottodimensionati e altri sovradimensionati.
Tali squilibri, a loro volta, sono fonte di laceranti sperequazioni fra i magistrati in ordine alle concrete condizioni di lavoro.
Negli uffici sottodimensionati, infatti, i magistrati in servizio restano schiacciati da insopportabili carichi di lavoro, sono costretti ad osservare estenuanti orari lavorativi frequentemente oltre le 12 ore giornaliere, non trovano il tempo di approfondire, non trovano il tempo di studiare adeguatamente, di aggiornarsi proficuamente, sono maggiormente esposti al rischio di errore e, quindi, al rischio di incorrere in responsabilità disciplinare, non sono in grado di precostituirsi titoli da spendere ai fini dello sviluppo della professione. sono persino impediti di dedicare spazi minimi alla propria vita privata.
Per contro, i magistrati addetti agli uffici sovradimensionati, con organici perciò esorbitanti rispetto alle necessità, dispongono di tutte le possibilità precluse ai loro colleghi degli altri uffici, e di conseguenza, non soltanto sono in grado di svolgere più adeguatamente il loro ruolo, ma risultano altresì molto meno esposti al pericolo della responsabilità disciplinare.
Infine, i magistrati in servizio presso uffici giudiziari razionalmente strutturati, in verità assai pochi e rari, operano in condizioni ancora diverse rispetto a quelle degli uni e degli altri.
Tale contraddizione, all’interno del sistema tende a radicalizzare situazioni di ineguaglianza e di disparità fra i magistrati nell’assolvimento dei medesimi doveri funzionali all’esterno si ripercuote con pesantissime ricadute circa l’effettività del servizio giustizia, crea gravi disomogeneità nell’attuazione del valore costituzionale della ragionevole durata e nei risultati, mortifica e mina in modo grave la credibilità e la legittimazione complessiva del servizio.
E proprio la sedimentazione per aree geografiche di generalizzate situazioni di ineguaglianza e di disparità fra i magistrati nell’assolvimento dei medesimi doveri funzionali, a causa della irrazionale e obsoleta distribuzione degli uffici nel territorio e della mancata corrispondenza (per eccesso o per difetto) fra piante organiche e reali carichi (qualitativi e quantitativi) di lavoro, rende concretamente inapplicabile, per mancanza di indici equi omogenei e uniformi, l’intera disciplina, peraltro assai farraginosa e complessa, dettata in tema di valutazione di professionalità (ant. 11, 12, 13), la quale, diversamente, non meno di quanto accade già oggi, si trasformerebbe in un formidabile strumento di sperequazioni e di iniquità, giacché una moltitudine di magistrati sarebbe, suo malgrado, privilegiata, e un’altra moltitudine, assai più vasta, sarebbe invece danneggiata.
In estrema sintesi, senza alcuna pretesa di esaustività, ecco alcuni altri punti della riforma che risultano assolutamente inaccettabili.
Funzioni di legittimità
Un dato, oggi, è comune ad ogni analisi sulla Corte di Cassazione, quale Corte Suprema: la gravissima crisi in cui da decenni si dibatte.
La Cassazione, è stato giustamente detto, è pletorica (ha una pianta organica di circa 430 magistrati, superiore a quella di qualsiasi altra Corte Suprema del mondo occidentale), sovraccarica di lavoro, ferita dai sui stessi contrasti giurisprudenziali. Ciò, di fatto, determina la grave compromissione, se non il fallimento, della delicata funzione di nomofilachia [l’interpretazione uniforme della legge], con ricadute deleterie sul piano della garanzia dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, giacché “l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, in un contesto sincronico, ne costituisce il presupposto essenziale. Ed è evidente che la funzionalità della Corte è destinata a peggiorare finché essa rimane prigioniera dell’aporia, come è stata incisivamente definita (La Torre), ravvisabile nella contraddizione fra “ipertrofia” e “nomofilachia”: ove la pletoricità e il peso della quantità corrompono la qualità della funzione.
La riforma, anziché muoversi nella direzione di promuovere il recupero del ruolo istituzionale dell’organo posto al vertice funzionale del sistema giudiziario italiano, non solo ne suggella la crisi, nulla prevedendo in tal senso, ma addirittura ne determina una sorta di mutazione genetica trasformando la Corte Suprema nel “supremo” organo gerarchico-burocratico al quale si può accedere solo per cooptazione.
Infatti, per il conferimento delle funzioni di legittimità la legge prevede una speciale commissione (composta da tre magistrati che esercitano o hanno esercitato le stesse funzioni, un professore universitario e un avvocato abilitato al patrocinio innanzi alle magistrature superiori) la quale deve valutare una non meglio definita e insondabile “capacità scientifica e di analisi delle norme”, quasi che l’interpretazione libera e l’applicazione della legge sia prerogativa e sia richiesta soltanto per i magistrati che svolgono funzioni di legittimità, e non rappresenti, invece, l’essenza stessa, la ragione intima ed esclusiva della giurisdizione.
Si crea, in tal modo, una vera e propria “casta” di magistrati “scienziati nell’analisi delle norme” e, al tempo stesso, di fatto si sottrae al C.S.M. il potere della nomina.
La collocazione della Scuola al di fuori del C.S.M. e, sostanzialmente, alle dirette dipendenze del Ministro della Giustizia, che controlla il numero legale del Comitato Direttivo, è contraria al dettato costituzionale (art. 105) che riserva al C.S.M. la formazione e l’aggiornamento dei magistrati.
Ben venga. dunque, una Scuola per la magistratura, ma operante all’interno dell’organo di autogoverno, il solo costituzionalmente competente a delineare e fissare le linee programmatiche dell’attività didattica e a verificarne l’attuazione.
Piante organiche del personale di magistratura
E’ venuto il momento di sostenere con fermezza l’attribuzione anche al C.S.M. della competenza in ordine alla formazione delle piante organiche degli uffici giudiziari. Continua a essere ingiustificabile e irragionevole che l’organo di governo autonomo, mentre è il titolare esclusivo di un potere pieno di controllo e di intervento in tema di formazione delle tabelle di composizione degli uffici giudiziari; al contrario, per quanto concerne la composizione delle piante organiche è sfornito di qualsiasi potere, riservato esclusivamente all’esecutivo.
Si è già detto sulle valutazioni di professionalità e sulla gerarchizzazione degli uffici di procura, resta da aggiungere che la disciplina del passaggio di funzioni, che naturalmente non tocca la Corte di Cassazione, realizza, di fatto, la separazione delle carriere.
Infine, si è certi che la temporaneità anche delle funzioni semidirettive non si traduca in un rovinoso fattore di destrutturazione? Il mutamento automatico e continuo dei fulcri strutturali e organizzativi intermedi si è certi che non produca instabilità, insicurezze, appiattimenti, che non soffochi la passione, non renda indifferenti rispetto agli obiettivi, che, in definitiva, non esasperi e non esalti soltanto il profilo burocratico, degradando una funzione delicata a mero capriccio temporale? Non sarebbe stato più proficuo e più rispondente ad esigenze di stabilità e di razionalizzazione, senza azzerare e disperdere patrimoni di professionalità e di esperienze, estendere anche alle funzioni semidirettive la disciplina di cui all’art. 19 come modificato e contemporaneamente prevedere un cantrollo periodico serio e reale sui risultati dell’attività svolta?
E poi, ai fini del conferimento delle funzioni direttive e semidirettive cosa vuol dire la valutazione “di ogni altro elemento, acquisito anche al di fuori del servizio in magistratura”?
Insomma, la riforma elude quasi tutte le misure necessarie e funzionali a un sistema di giustizia efficiente ed effettivo, all’interno del quale vi sia una magistratura che responsabilmente e consapevolmente, ma in piena autonomia e indipendenza, operi ad esclusiva garanzia dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e di razionalità del sistema.
Si ricava, piuttosto, l’impressione che ciò che la riforma persegue è una magistratura docile, indebolita, atrofizzata dal timore e dalla speranza di carriera (“l’esito degli affari nelle successive fasi e nei gradi del procedimento e del giudizio” - art. 11, comma 2, lettera a - diventa elemento di valutazione della capacità), quindi omogenea e conforme al sistema complessivo di potere.
Questo scritto è tratto, con il consenso dell'autore e dell'editore, dal libro "Non mettiamoci la pezza ...", che può essere letto e scaricato sul sito di Unità per la Costituzione.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 20:17 18 commenti

References: sentenza 
 articolo 28
 art. 28
 Art. 28
 sentenza 
 art. 11