Source: https://it.scribd.com/document/200721527/schiavitu-civile7-54falletti
Timestamp: 2020-08-04 15:13:17+00:00

Document:
Schiavitù, voce tratta dal Digesto delle discipline privatistiche, sezione civile, Aggiornamento VII
SalvaSalva schiavitù civile7_54falletti per dopo
Modalità Di Certificazione 140602
Atto Di Citazione Salvatore Anza' Contro Ciampolillo Per Le Critiche Al Copia Incolla Ed Alle Modalita' Di Concessione a.i.a. Alla Italcementi
ELENA F ALLETTI
delle Discipline Privatistiche
Abuso del diritto di Rodolfo Sacco
Accertamento (negozio di) di Riccardo Fercia
Accollo di Bruno Troisi
Afﬁdamento condiviso di Gelsomina Salito
Afﬁdamento (tutela dell’) di Cristina Amato
Africa di Rodolfo Sacco
Arbitrato nel diritto privato italiano di Giulio Levi
Biobanche di Matteo Macilotti
Casa coniugale di Giancarlo Giusti .
Compensazione di Cristiano Cicero .
Consenso informato (il) di Stefano Rossi .
Corpo umano (atto di disposizione sul) di Stefano Rossi
Danno esistenziale in diritto comparato di Gregor Christandl
Denominazioni di origine e prodotti agricoli di Matteo Ferrari
Deontologia forense di Francesco Galgano
Diritti dell’uomo di Sabrina Praduroux
Diritto di proprieta` (come diritto fondamentale) di Sabrina Praduroux .
Diritto e letteratura di Cristina Costantini
Diritto privato regionale di Antonio Musio
Divorzio di Alessio Anceschi
Eccessiva onerosita` sopravvenuta e presupposizione di Paolo Gallo
Eccessiva onerosita` sopravvenuta e problemi di gestione del contratto in diritto compa-
rato di Paolo Gallo
Errore e raggiro nei contratti in diritto comparato di Paolo Pardolesi
Esercizio del diritto di Rodolfo Sacco
Fiducia di Rodolfo Sacco
Fondazione di Roberto Senigaglia
Giustizia contrattuale di Rodolfo Sacco
Immissioni di Rosario Petruso
Inefﬁcacia di Rodolfo Sacco .
Ingiustiﬁcato arricchimento in diritto comparato di Paolo Gallo
Interpretazione del contratto di Rodolfo Sacco
Interpretazione del contratto (i mezzi ermeneutici nell’) di Rodolfo Sacco .
Interpretazione del diritto di Rodolfo Sacco
Invito a proporre di Rodolfo Sacco .
Legittimazione dei ﬁgli di Massimo Dogliotti
» 632
Messico di David Fabio Esborraz
Mora in diritto comparato di Barbara Pasa .
Morte o incapacita` sopravvenuta del proponente o dell’accettante di Rodolfo Sacco .
» 694
Motivo, ﬁne, interesse di Rodolfo Sacco
Necessita` (stato di) di Stefano Rossi .
Offerta reale di Gianluca Sicchiero .
Opzionista, oblato (situazione giuridica dell’) di Rodolfo Sacco
Parita` di trattamento (nel diritto dei contratti) di Rodolfo Sacco .
Patto di prelazione di Paolo Gallo
Plurilinguismo e redazione di testi giuridici (traduzione e coredazione) di Valentina
Jacometti .
Potesta` dei genitori di Angelo Carlo Pelosi
Processo ermeneutico di Rodolfo Sacco
Regresso di Gianluca Sicchiero
Responsabilita` civile per violazione delle regole sulla concorrenza nel diritto dell’Unione
europea di Michele Carpagnano
per conclusione di contratto invalido di Rodolfo Sacco .
Rifugio alpino di Alberto Gianola
Ripetizione dell’indebito di Paolo Gallo
Scambio di Rodolfo Sacco
Schiavitu` di Elena Falletti
Scindibilita` della dichiarazione contrattuale di Rodolfo Sacco
Separazione personale dei coniugi di Alessio Anceschi
Silenzio di Rodolfo Sacco
Societa` a potere diffuso, societa` a potere centralizzato di Rodolfo Sacco .
Soprannaturale e diritto di Rodolfo Sacco
Sospensione della prescrizione di Cristina Costantini
Sostituzione delle clausole contrattuali di Rodolfo Sacco
Stato di bisogno e di pericolo di Rodolfo Sacco
Subalternazione di Rodolfo Sacco
» 1008
Subfornitura di Luca Renna
Tolleranza (in tema di possesso) di Rodolfo Sacco
Transazione di Cristiano Cicero
. Tribunale della famiglia di Massimo Dogliotti
Trattativa di Rodolfo Sacco
» 1087
Uguaglianza dei coniugi di Massimo Dogliotti
Vendetta di Rodolfo Sacco
» 1118
SCHIAVITUv
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Legislazione: normativa nazionale: artt. 600, 601, 602, 604 c.p.; l. 20-2-1958, n. 75 (lotta contro lo sfruttamento della prostituzione); d.lg. 25-7-1998, n. 286 (testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione); l. 12-7-1999, n. 232 (statuto della Cor-
penale internazionale); l. 1-8-2003, n. 228 (misure contro la tratta
persone); l. 2-7-2010, n. 108 (ratiﬁca ed esecuzione della Conven-
zione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani, fatta a Varsavia il 16-5-2005, nonche´ norme di adeguamento dell’ordinamento interno). Normativa internazionale: art. 52 Convenzione internazionale del- l’Aja del 1907 su leggi ed usi della guerra terrestre; Convenzione di
Saint Germain del 1919; Convenzione internazionale di Ginevra sulla schiavitu` del 25-9-1926; ILO Convenzione n. 29 relativa ai lavori forzati del 1932; art. 4 Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite
il 10-12-1948; Convenzione delle Nazioni Unite per la soppressione
del trafﬁco di persone e lo sfruttamento della prostituzione altrui del 1949; Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani
delle liberta` fondamentali del 1950; Convenzione supplementare
Ginevra del 7-9-1956; Patto internazionale sui diritti civili e po-
litici del 1966; Convenzione internazionale sul diritto del mare delle Nazioni UNITE (UNCLOS), Protocollo sul trafﬁco di esseri umani del 1982; Convenzione europea di applicazione dell’accordo di Schengen del 19-6-1990; Risoluzione dell’Assemblea Generale del-
le Nazioni Unite del 23-12-1994; Allegato alla Convenzione istitu-
tiva dell’Ufﬁcio europeo di polizia (EUROPOL) del 26-7-1995; Ri- soluzione del Parlamento Europeo 18-1-1996; Azione comune del Consiglio dell’Unione europea 29-11-1996; Azione comune del Consiglio dell’Unione europea 24-2-1997; Conferenza ministeriale europea de L’Aja 24/26-4-1997; Statuto della Corte Penale interna- zionale, adottato a Roma il 17 luglio 1998 e ratiﬁcato con l. 12-7- 1999, n. 232; Piano d’azione del Consiglio e della Commissione Europea 3-12-1998; Conclusioni del Consiglio straordinario del- l’Unione europea di Tampere 15/16-10-1999; Convenzione delle
Nazioni Unite contro la criminalita` organizzata transnazionale di Palermo 12/15-12-2000; Convenzione e dei Protocolli delle Nazioni Unite contro il crimine organizzato transnazionale adottati dall’As- semblea generale il 15-11-2000 ed il 31-5-2001; Decisione quadro del Consiglio dell’Unione europea 15-3-2001; Carta Europea dei diritti fondamentali (Carta di Nizza) ﬁrmata a Nizza il 7-12-2001; Decisione quadro del Consiglio dell’Unione europea 2002/628/JHA 19 luglio 2002; Decisione quadro del Consiglio dell’Unione europea 13-6-2002; Decisione quadro 2002/629/GAI sulla lotta alla tratta degli esseri umani, adottata dal Consiglio dell’Unione europea il 19-7-2002 (sulla base dell’Azione comune 97/154/Gai del Consiglio, del 24-2-1997); Conclusioni del Consiglio dell’Unione europea dell’8-5-2003; Rapporto sulla tratta degli esseri umani 20-12-2004 del Gruppo di esperti nominato dalla Commissione Europea a se- guito della decisione 25-3-2003; Convenzione del Consiglio d’Euro-
pa per la lotta contro la tratta di esseri umani - Varsavia 16/17-5-
2005; Piano d’azione del Consiglio dell’Unione europea dicembre 2005; Risoluzione del Parlamento europeo del 10-2-2010 sulla pre- venzione della tratta di esseri umani (P7_TA(2010)0018); art. 10 Carta araba dei diritti umani; art. 5, 2 o co; Carta africana dei diritti
dell’uomo e dei popoli, art. 5, 2 o co.
Sommario: 1. Introduzione: la nozione di schiavitu` . – 2. Schiavitu` e servitu` nella giurisprudenza nazionale ed internazionale. – 3. Schia- vitu` , tratta e trafﬁco di esseri umani. – 4. Schiavitu` e lavoro forzato.
– 5. La schiavitu` nelle culture extraeuropee.
1. Introduzione: la nozione di schiavitu`. Esiste una concezione storica di schiavitu` e ad essa si rifanno le tradizioni del passato che consideravano la schiavitu` la condizione giuridica di chi era privato della liberta` (1). Nel mondo antico la schiavitu` era un istituto consuetudinario conosciuto in Occidente, per esempio a Roma, in Grecia (2) e nel Vicino Oriente (3), richiamata da testi sia religiosi sia giu- ridici e che riguardava una condizione personale perdurata incessantemente almeno ﬁno alla ﬁne del xviii secolo (4). Con la Rivoluzione Americana (5) e la Rivoluzione Francese (6) il dibattito sul manteni- mento in catene di uomini non liberi provoco` una polemica ﬁlosoﬁca e politica che conﬂuı` nell’Aboli- zionismo (7), vide i primi risultati concreti nella lotta alla tratta a partire dal Congresso di Vienna del 1815
e scaturı` la Guerra di Secessione (8) del 1861 negli Stati Uniti.
Il tratto distintivo dell’istituto della schiavitu` stori-
camente inteso riguarda l’esercizio del dominio pro- prietario del padrone sullo schiavo: questi era con- siderato una res e in quanto tale liberamente dispo- nibile da chi esercitava la proprieta` su di lui. Detto dominio era caratterizzato da alcuni elementi, ovve-
ro: la totalita` della durata di tale condizione sia per l’intera vita dello schiavo sia per quella dei suoi di- scendenti, la completa sottomissione dello schiavo al padrone che investiva tutta la personalita` del sotto- posto (9), inﬁne, il piu` importante, il diritto del pa- drone di rivendicare il bene oggetto del suo diritto di proprieta`, ovvero lo schiavo, ovunque questo si tro- vasse. A questo proposito, la celebre e controversa sentenza della Corte Suprema americana Dred Scott v. F. A. Sandford (10) concerneva, tra le diverse que- stioni, il riconoscimento del diritto del padrone ad agire giudizialmente per rivendicare la proprieta` del- lo schiavo ovunque questi soggiornasse, anche in Stati dell’Unione abolizionisti. Negli Stati Uniti l’abolizione della schiavitu` venne ufﬁcializzata sol- tanto nel 1865 con l’approvazione del XIII Amend- ment alla Costituzione (11) dopo la vittoria della Guerra di secessione da parte degli Stati dell’Unio- ne. Nel mondo giuridico moderno la schiavitu` inte- gra una fattispecie di reato avendo perduto la carat- teristica azione petitoria nei confronti della persona che vi soggiace: costei da oggetto di diritto di pro- prieta` e` diventata soggetto passivo di un fatto illeci- to, nonche´ parte offesa perche´ vittima del reato di riduzione in schiavitu` . Storici e giuristi hanno ampiamente studiato il feno- meno della tratta atlantica degli schiavi, mentre quello della tratta islamica, meno conosciuto in Oc- cidente (12), soltanto di recente e` stato oggetto di studi, i quali evidenziano che la schiavitu` non e` mai stata formalmente abolita nella Sharia (13). Sul pun- to vi e` un forte dibattito in merito al rapporto tra l’international human rights law e la Sharia (14). Per quanto concerne il diritto delle convenzioni in- ternazionali, si richiama l’art. 1 della Convenzione concernente la schiavitu` conchiusasi a Ginevra il 25- 9-1926. Esso afferma che: «la schiavitu` e` lo stato o la condizione di un individuo sul quale si esercitano gli attributi del diritto di proprieta` o taluni di essi». Il 2 o co. concerne la tratta degli schiavi e afferma che questa «comprende qualunque atto di cattura, di ac- quisto o di cessione d’un individuo allo scopo di ri- durlo in schiavitu` ; qualunque atto di acquisto di uno schiavo per venderlo o per cambiarlo; qualunque at- to di cessione mediante vendita o cambio di uno schiavo acquistato per essere venduto o cambiato, cosı` come, in generale, qualunque atto di commercio
o di trasporto di schiavi».
Il combinato disposto dell’art. 1 (15) e dell’art. 7 (16) della Convenzione supplementare sulla abolizione della schiavitu` del 1956 risolvono estendendo la por- tata della Convenzione del 1926 non solo alla schia- vitu` «storicamente intesa» (17), ma anche a quelle forme non cosı` evidenti o non legalmente previste che presentino «le medesime caratteristiche di inci- vilta` » (18). Occorre evidenziare che in questo tipo di fattispecie, nella cui descrizione il soggetto passivo viene consi- derato proprieta` di una persona, la schiavitu` non e` piu` una condizione di diritto, ma una mera situazio-
di fatto. Infatti, oggetto della tutela giuridica e` la liberta` individuale della vittima e non piu` la condi- zione proprietaria del padrone, per tale motivo le condizioni di schiavitu` e servitu` tendono ad essere assimilate nel dibattito giuridico inerente la loro ri- costruzione concettuale.
questo proposito, certa dottrina (19) osserva che
schiavitu` ha quale condizione connotante la circo-
stanza che l’essere umano e` sottoposto ad una situa- zione di dominio assimilabile alla proprieta` di un’al- tra persona; mentre la servitu` risulta essere piu` limi- tata, nello speciﬁco alle sole condizioni di lavoro ov-
vero servizio, che sono al di fuori del controllo del singolo suddito ma ricondotte al potere di un terzo.
questa differenza si e` pronunciata la Commissio-
europea dei diritti umani con il Report dedicato
caso Van Droogenbroeck, dove veniva affermato
che «oltre alle obbligazioni di provvedere agli inte- ressi di un terzo con certi servizi, il concetto di ser-
vitu` include l’obbligazione da parte del servo di vi- vere inserito in una proprieta` altrui» (20).
La difﬁcolta` della distinzione tra schiavitu` e servitu` e`
inerente al fatto che gli ordinamenti non riconosco-
no piu` l’azione giudiziaria per poter legittimamente
rivendicare la proprieta` su di un altro essere umano, quindi tale distinzione concerne la gradazione della gravita` delle circostanze di fatto nelle quali una per- sona in condizioni di privazione della liberta` e` co- stretta a vivere.
La questione si e` proposta anche nella giurispruden-
za della Corte dei diritti umani di Strasburgo che ha
affrontato questa distinzione nel caso Siliadin (21) e
nel caso Rantsev (22) facendo riferimento al testo
della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle liberta` fondamentali, neppu-
re la quale contiene una distinzione netta. Anche il
Tribunale penale internazionale per i crimini com- messi nella ex-Yugoslavia dopo il 1991 si e` occupato della deﬁnizione di schiavitu` nel caso Kunarac (23). Sulla deﬁnizione di schiavitu` la norma internaziona-
le intervenuta piu` di recente e` lo Statuto istitutivo
della Corte penale internazionale, adottato a Roma il 17-7-1998 (24), che all’art. 7 ricomprende la schia-
vitu` tra i crimini contro l’umanita`, speciﬁcando nel
dettaglio, al 2 o co., la deﬁnizione: « c) per “riduzione
in schiavitu` ” si intende l’esercizio su una persona di
uno o dell’insieme dei poteri inerenti alla proprieta`,
anche nel corso di trafﬁco di persone, in particolare
di donne e bambini a ﬁni di sfruttamento sessuale».
Ne consegue, quindi che la schiavitu` , o meglio, la riduzione in schiavitu` riguarda la fattispecie sanzio-
nata dal diritto penale internazionale che consiste
nell’esercizio di fatto e non di diritto, su di un essere umano, dei poteri inerenti alla proprieta` (25).
A delineare i conﬁni tra le fattispecie giuridiche di
schiavitu` , servitu` , trafﬁco di esseri umani e lavoro forzato provvedono sia la giurisprudenza delle Corti internazionali sia la giurisprudenza nazionale, tanto quella costituzionale, quanto quella di legittimita` ov- vero di merito.
(1) Autorevole dottrina osserva che una svolta importante in
tema di reclutamento degli schiavi avvenne con la legge Poete- lia Papiria del 326 a.C., la quale stabiliva che: «il cittadino in-
debitato era ( sottratto all’asservimento personale da parte
del creditore, restando vincolato solo sul piano giuridico ed
economico. E in quell’epoca che orma l’unica vera forma di lavoro dipendente divenne la “moderna” schiavitu` , destinata a rappresentare un elemento fondante dell’economia romana per tutta la sua storia successiva» (L. Capogrossi Colognesi, Storia di Roma tra diritto e potere, Bologna, 2009, 96). (2) Y. Rotman, Les Esclaves et L’Esclavage. De la Me´diterra- nee´e antique a` la Me´diterrane´e me´die´vale , Paris, 2004, 27; W. Scheidel, Slavery in the Roman Economy, SSRN: http://ssrn. com/abstract=1663556 , 2010, 2; Davis, Il problema della schia- vitu` nella cultura occidentale, Torino, 1971. (3) P. Garnsey , Idea of Slavery from Aristotle to Augustine , Cambridge-New York, 1996, 2; M.I. Finley, Tra schiavitu` e li- berta` , in Schiavitu` antica e moderna. Problemi, storia istituzioni, a cura di Sichirollo, Napoli, 1979, 49. (4) La prima associazione che si e` posta come obiettivo l’abo- lizione della schiavitu` fu la “Committee for the Abolition of the Slave Trade” istituita nel 1787 ed e` tutt’ora esistente come
ONG conosciuta come Anti-Slavery International (M. Free- man , Human Rights, Cambridge, 2002, 142). (5) Durante i lavori di stesura della Costituzione venne affron- tato il problema della schiavitu` : la questione era composta da tre problemi separati: «la continuazione o meno delle impor- tazione di neri dell’Africa, il numero di rappresentanti dei vari stati alla Camera, la sorte degli schiavi che fuggissero da uno Stato schiavista a uno dove i neri potevano vivere liberi» (F. Tonello, La Costituzione degli Stati Uniti , Milano, 2010, 25). La questione piu` delicata era quella del numero dei rappresentanti degli Stati alla Camera poiche´ da essa poteva dipendere l’equi- librio del Congresso a seconda che venisse computato il nume- ro degli schiavi nel censimento della popolazione. A questo proposito si ricorda la posizione di coloro che non avrebbero «mai potuto essere d’accordo per incoraggiare il trafﬁco di schiavi, dando agli Stati del Sud una rappresentanza in Con- gresso per i loro negri e che nello stesso tempo credeva che quegli Stati non avrebbero mai accettato di unirsi agli altri se questo gli avesse privati di quel trafﬁco» (Intervento di Gou- verneur Morris alla Convenzione di Filadelﬁa citato da F. To- nello , op. cit ., 26). Di fronte alla posizione degli Stati del Sud, come South Carolina e Georgia di non aderire alla federazione se la schiavitu` fosse stata minacciata, gli Stati del Nord capito- larono e il bilancio fu per loro completamente negativo. Infatti, non solo venne autorizzato per altri venti anni il trafﬁco degli schiavi, ma venne anche incorporata nella Costituzione il rico-
noscimento del diritto di cattura e riconsegna degli schiavi fug- gitivi ai loro padroni (F. Tonello, op. cit.). Tale sconﬁtta per gli abolizionisti venne giustiﬁcata con la scelta del male minore, ovvero senza la temporanea autorizzazione al commercio di schiavi (che sarebbe dovuta cessare nel 1808), gli Stati del Sud non sarebbero entrati a far parte dell’Unione con il conseguen- te smembramento della stessa (F. Tonello, op. cit. ). Negli anni successivi la questione non si sopı`: da un lato il numero degli schiavi aumento` esponenzialmente e in conseguenza di cio` i rappresentanti degli Stati del Sud, anche grazie all’estensio- ne dell’Unione a nuovi stati schiavisti, si garantirono il con- trollo dei vertici istituzionali, nonostante la popolazione libera nel Sud fosse la meta` di quella del Nord, ﬁno alla Guerra di Secessione del 1861. Sebbene gli Stati del Nord avessero vinto quella guerra, gli afroamerican i e i loro discendenti rimarran- no esclusi dalla vita politica del Paese per altri cento anni (F. Tonello, op. cit.). (6) La schiavitu` in Francia venne abolita dalla Convenzione il 4-2-1794 (L. Hunt, La forza dell’empatia. Una storia dei diritti dell’uomo, Roma-Bari, 2010, 14). L’istituto venne ripristinato da Napoleone il 20-5-1802, per venire deﬁnitivamente abrogato, anche nelle colonie francesi il 27-4-1848 (C. Wanquet, La Fran- ce et la premie`re abolition de l’esclavage, 1794-1802, le cas des colonies orientales, ˆleı de France (Maurice) et la Re´union, Paris, 1998. Sul punto si veda altresı`: Discussion des pe´titions pour l’abolition comple`te et imme´diate de l’esclavage (1814-1848: Re- storation), Chambre des de´pute´ s, Socie´ te´ pour l’abolition de l’esclavage (Paris, France) au Bureau du Bulletin, 1847, in libe- ra consultazione su www.books.google.com . (7) L. Hunt, op. cit ., 129. Per quanto riguarda il nesso tra abo- lizione della schiavitu` e decadimento della pirateria marittima, che dal commercio degli schiavi per secoli trasse ﬁorenti pro- ﬁtti, si veda D. Heller Roazen, Il nemico di tutti. Il pirata contro le nazioni , Macerata, 2010, 24 ss. A questo proposito si ricorda che nel 1820 il Congresso degli Stati Uniti aveva appro- vato una mozione dove si dichiarava colpevole di pirateria, e quindi punibile con la morte, qualunque cittadino avesse par- tecipato al trafﬁco degli schiavi: la legge venne resa esecutiva solo nel 1862 quando Lincoln ﬁrmo` un trattato che consentiva alle navi inglesi di perquisire quelle statunitensi per veriﬁcare che non fossero coinvolge nell’attivita` illecita. Nel 1839 il Par- lamento inglese approvo` un disegno di legge con il quale si autorizzavano gli incrociatori inglesi a catturare le navi negrie- re portoghesi ovunque si trovassero e giudicare il loro equipag- gio per pirateria (D. Heller Roazen, op. cit ., 25. Sullo stesso tema, R. Blackburn, The Overthrow of Colonial Slavery, 1776- 1848 , London, 1988). (8) Paradossalmente le condizioni di vita degli schiavi e dei neri liberi peggiorarono dopo l’Indipendenza raggiungendo il livello piu` basso nel 1857 con la nota sentenza Dred Scott nella quale la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiaro` che schiavi e neri liberi non erano cittadini (L. Hunt, op. cit., 129; F. Tonello, op. cit., 126, n. 19). (9) M.I. Finley, op. cit. Osserva lo studioso che gli schiavi pos- sono venire affrancati ovvero possa venir loro risparmiata l’ag- gressione sessuale, «ma si tratta sempre di atti unilaterali di indulgenza da parte del padrone che non ineriscono alla con- dizione di schiavitu` : alla stragrande maggioranza degli schiavi non fu mai concessa la liberta` ». (10) 60 U.S. 393 (1857). M.P. Zuckert, Legality and Legitimacy in Dred Scott: The Crisis of the Incomplete Constitution, 82 Chi.- Kent L. Rev. 291, 2007; L. Weinberg, Dred Scott and the Crisis of 1860, 82 Chi.-Kent L. Rev. 97, 2007; P. Finkelman, Scott v. Sandford: The Court’s Most Dreadful Case and How it Changed History , 82 Chi.-Kent L. Rev. 3, 2007; R. Alexander , Dred Scott: The Decision That Sparked a Civil War , 34 N. Ky. L. Rev. 643, 2007; Naden-Blue, Dred Scott: Person or Property?, Tar- rytown, N.Y., 2005.
(11) F. Tonello, op. cit., 126, n. 18; L. Hunt, op. cit.; P. Finkel- man , Lincoln, Emancipation, and the Limits of Constitutional Change , 2009 Sup. Ct. Rev. 349, 2008. (12) Robertazzi Amodio, La tratta dei negri e la schiavitu` mo- derna. Aspetti della storiograﬁa contemporanea, in Schiavitu` an- tica e moderna, cit., 260; S.L. Dygert, Eradicating Sudanese Sla- very: The Sudanese Government and the Abuse of Islam , Regent Journal of International Law, 2005, 153; A.N. Martinez, Inter- tribal Conﬂicts and Customary Law Regimes in North Africa: A Comparison of Haratin and Ait ‘Atta Indigenous Legal Systems, 5 Tribal L.J. 3, 2004/2005; J. Wright , Morocco: The Last Great Slave Market?, 7 J. N. AFR. STUD. 53, 55, citato da A.N. Mar- tinez , op. cit. (13) B.K. Freamon, Slavery, Freedom, and the Doctrine of Con- sensus in Islamic Jurisprudence, 11 Harv. Hum. Rts. J. 1, 1998, 4. (14) Supra , par. 5. In dottrina, N.A. Adams IV, A Human Rights Imperative: Extending Religious Liberty Beyond the Border, 33 Cornell Int’l L.J. 1, 2000, 15; H.A. Amoudi , The Muezzin’s Call and the Dow Jones Bell: On the Necessity of Realism in the Study of Islamic Law, 56 Am. J. Comp. L. 423, 2008, 467, n. 222; B.K. Freamon, Some Reﬂection On post-Enlightenment Qur’anic Hermeneutics, 2006 Mich. St. L. Rev. 1403, 2006, 1439. (15) Le situazioni equiparate da codesta Convenzione alla schiavitu` sono « a ) la servitu` a tempo indeterminato per debiti,
e cioe` la condizione risultante dal fatto che un debitore si e`
impegnato a fornire a garanzia di un debito i servizi personali suoi o di una persona su cui ha autorita`, senza che il valore dei servizi sia imputato all’estinzione del debito o senza che la du- rata o il carattere di tali servizi siano limitati; b) la servitu` a tempo indeterminato per la lavorazione della terra, e cioe` la
condizione di chiunque e` tenuto per legge, per consuetudine o per contratto a vivere e lavorare su una terra di altra persona ed a fornire ad essa determinati servizi, senza poter cambiare la sua condizione; c ) le istituzioni e pratiche in forza delle quali una donna e`, senza che abbia diritto di riﬁutare, promessa o
data in matrimonio dai suoi parenti o da altri dietro un corri- spettivo; le istituzioni e le pratiche in virtu` della quali il marito,
la famiglia o il clan hanno diritto di cedere la donna a un terzo,
a titolo oneroso o altrimenti; le istituzioni e le pratiche in virtu`
delle quali la donna puo`, alla morte del marito, essere trasferita
per successione ad un’altra persona; d) tutte le istituzioni e
pratiche in forza delle quali un fanciullo o un adolescente mi- nore di diciotto anni puo` essere ceduto da uno dei genitori o dal tutore ad un terzo, in vista dello sfruttamento della persona o del suo lavoro». (16) Art. 7 Convenzione supplementare sulla abolizione della schiavitu` del 1956: «Ai ﬁni del presente Accordo: a ) La “schia-
), e` lo stato
vitu` ”, come e` deﬁnita nella Convenzione del 1926 (
o la condizione di un individuo sul quale si esercitano gli attri-
buti del diritto di proprieta` o taluni di essi, e lo “schiavo” e` l’individuo che ha tale stato o condizione; b ) la “persona di condizione servile” e` quella posta nello stato o nella condizione risultante da un’istituzione o pratica menzionata nell’articolo 1 della presente Convenzione; c ) la “tratta degli schiavi” designa
e comprende ogni atto di cattura, acquisto o cessione di persona
per ridurla in schiavitu` ; ogni atto d’acquisto d’uno schiavo per venderlo o barattarlo; ogni atto di cessione mediante vendita o baratto d’una persona acquistata per venderla o barattarla e, in generale, ogni atto di commercio o di trasporto di schiavi, qua- lunque sia il mezzo impiegato per il trasporto». (17) S. Aprile, I delitti contro la personalita` individuale. Schia- vitu` e sfruttamento sessuale dei minori , in Trattato di diritto pe- nale , Parte speciale, diretto da Marinucci-Dolcini, IV, Padova, 2006, 12. (18) S. Aprile , op. loc. ult. cit.
(19) Jacobs-White-Ovey, The European Convention of Human Rights, Oxford-New York, 2010, 196. (20) Van Droogenbroeck, Report del 9-7-1980, Serie B, n. 44.
2. Schiavitu` e servitu` nella giurisprudenza nazionale ed internazionale. La schiavitu` e` proibita dallo ius cogens contenuto dalle convenzioni internazionali, e dalle dichiara- zioni universali dei diritti umani, tuttavia va preso atto dei molti limiti all’efﬁcacia dei rimedi interna- zionali per far rispettare tale divieto. Oltre a cio` occorre considerare il fatto che non sono segnalati molti precedenti in materia e che puo` succedere che essa possa essere legittimata da alcune pratiche culturali (26), come ad esempio certe cerimonie voodoo (27). Il codice penale italiano non distingue tra servitu` e schiavitu` , infatti entrambi i casi sono disciplinati dal- l’art. 600 c.p. (28), come modiﬁcato dall’art. 1, l. 11- 8-2003, n. 228, rubricato “Riduzione o mantenimen- to in schiavitu` o in servitu` ”. Detto articolo prevede
una pena edittale da otto a venti anni per «chiunque
esercita su una persona poteri corrispondenti a quel-
li del diritto di proprieta` » (29). La citata novella del
2003 ha altresı` allargato la fattispecie prevedendo la medesima pena per «chiunque riduce o mantiene
una persona in uno stato di soggezione continuativa, costringendola a prestazioni lavorative o sessuali ov- vero all’accattonaggio o comunque a prestazioni che ne comportino lo sfruttamento».
Il formante giurisprudenziale interno si e` diviso su
come debba essere intesa la schiavitu` , se debba es-
sere distinta dalla servitu` ovvero sulla qualiﬁcazione delle condizioni di riduzione o mantenimento del soggetto passivo in stato di soggezione di una perso- na a ﬁni di sfruttamento (30). La corrente maggioritaria sottolinea che per integra-
re gli estremi «riduzione in schiavitu` e` sufﬁciente
che un individuo si approﬁtti della situazione di ne- cessita` di una persona, con la coscienza di ridurla ad una res e la consapevolezza di trarne un vantag-
gio» (31). Detta consapevolezza concerne la ridu-
zione di una persona alla stregua di cosa da sfrutta-
re (32) attraverso la coercizione di obblighi di “fare”,
«imposti mediante violenza ﬁsica o psichica, per il perseguimento di prestazioni lavorative forzate o inumane, di prestazioni sessuali pure non libere, di accattonaggio coatto» (33). La distinzione tra schia- vitu` ex art. 600 e ogni altra forma di inibizione della
liberta` personale andrebbe quindi ricercata nella ﬁ- nalita` di sfruttamento (34). Una diversa opinione formatasi in giurisprudenza, meno rigorosa nel valutare lo sfruttamento della persona, reputa sufﬁciente per l’integrazione della condotta tipica del reato di schiavitu` anche compor- tamenti di minor intensita` nella loro manifestazione, poiche´ «non necessariamente devono provocare l’annullamento assoluto della capacita` di autodeter-
minarsi della vittima, non essendo in ogni caso rile- vante, ai ﬁni del perfezionamento della fattispecie, che la vittima venga privata di ogni facolta` di libero spostamento nel tempo e nello spazio» (35). La dottrina sostiene che al ﬁne dell’integrazione del reato di riduzione in schiavitu` punito ex art. 600 c.p. sia necessaria la presenza del requisito essenziale e qualiﬁcante della fattispecie, ovvero lo sfruttamento del soggetto passivo come se si trattasse di un bene materiale, una res nelle mani del padrone, con la negazione di liberta`, dignita` e autodeterminazio-
ne (36). Secondo altra dottrina, invece, l’esercizio del diritto di proprieta` dell’uomo sull’uomo non e` ne- cessario ai ﬁni della conﬁgurazione della riduzione
di schiavitu` , poiche´ questa consiste in stato di domi-
nio tale da escludere nella vittima la presenza di una
propria capacita` di autodeterminazione (37). Altre voci sottolineano che «si tratta quindi di un’espres- sione cosı` ampia che consente alla giurisprudenza di
includervi tutte quelle ipotesi in cui esso puo` con- cretamente manifestarsi» (38). Questa visione dottrinale ripropone il gia` accennato problema della distinzione tra schiavitu` e servitu` , che rimane irrisolto anche sotto il proﬁlo giurispru- denziale. Infatti, sul punto, la giurisprudenza di Cas- sazione ha stabilito che la fattispecie prevista dal- l’art. 600 c.p. «conﬁgura un delitto a fattispecie plu- rima, integrato alternativamente dalla condotta di chi esercita su una persona poteri corrispondenti a quelli spettanti al proprietario o dalla condotta di colui che riduce o mantiene una persona in stato di soggezione continuativa costringendola a prestazioni lavorative o sessuali ovvero all’accattonaggio o, co- munque, a prestazioni che ne comportino lo sfrutta- mento» (39).
Per la giurisprudenza italiana non risulterebbe esse- re rilevante, ai ﬁni dell’integrazione dell’elemento oggettivo del reato di riduzione in schiavitu` , l’animus domini ma solo l’intento di sfruttare economicamen- te il soggetto passivo da parte di colui che usufruisce dei suoi servigi. La giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani si e` pronunciata sul tema occasione della de- cisione sul caso Siliadin. La questione verteva sulle vicissitudini di una giovane africana immigrata clan- destinamente “prestata” da suoi conoscenti a una coppia di francesi come serva (40). In questo caso i giudici di Strasburgo osservarono in primis che la legge penale francese non prevedeva speciﬁche nor- me incriminatrici per le fattispecie di schiavitu` ma solo un generico riferimento al vantaggio ottenibile dallo sfruttamento del lavoro altrui (41). Ne conse- guiva che la tutela della ragazza sfruttata non era da considerarsi sufﬁciente a garantirle l’affrancamento dalle condizioni servili anche per il timore della gio- vane di essere incriminata a causa della sua clande- stinita`. Alla luce del caso Van Droogebroeck contro Belgio (42), la Corte ha affermato che ai ﬁni inter- pretativi della Convenzione la condizione di “servi-
tu` ” concerne un’obbligazione imposta con l’uso del-
la forza di fornire i propri servigi. A questo propo- sito, la Corte ha osservato come fossero in gioco i valori fondamentali e gli aspetti essenziali della vita privata della vittima ma questi non fossero stati suf- ﬁcientemente protetti con l’adozione di indispensa- bili misure di deterrenza, realizzabili solo con la pre- visione di norme penali (43). Infatti, la Corte ha as-
serito che, nel caso della ricorrente, sottoposta a trat- tamenti contrari all’art. 4 CEDU e tenuta in servitu` ,
i responsabili non siano stati reclusi ai sensi della
legge penale poiche´ questa era inesistente (44). Per questa mancanza, la Corte ha condannato la Francia al rimborso delle spese legali a favore della ricorren- te, ma non al risarcimento del danno morale, poiche´ la ricorrente non ne aveva fatto richiesta.
La dottrina ha criticato questa sentenza poiche´ in essa la Corte non riscontra un caso di schiavitu` nelle condizioni in cui la vittima e` stata costretta argo- mentando che «i datori di lavoro non esercitavano poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprie-
ta`, e dunque tali da ridurre la vittima nelle condi- zioni di un oggetto» (45). Secondo i critici la Corte avrebbe adottato una nozione di schiavitu` non piu` adeguata alle condizioni di chi vi e` soggetto in quan-
non coerente «con gli attuali standard normativi
protezione dei diritti umani» (46). La dottrina ha
inoltre osservato che la Corte non ha raccolto il
suggerimento dei legali di Siliadin che hanno impo- stato la difesa come se si trattasse di un caso di trafﬁco di esseri umani. A questo proposito, si os- serva la fattispecie in parola non e` esplicitamente prevista dalla CEDU, mentre e` chiaramente proibi-
ta dal 3 o co. dell’art. 5 della Carta europea dei diritti
fondamentali (47). Nel gia` citato caso Kunarac (48), il Tribunale penale
internazionale per i crimini commessi nella ex-Yugo-
slavia dopo il 1991 estende la deﬁnizione di schiavitu`
a tutti i comportamenti che esercitano un dominio
proprietario sulla vittima, speciﬁcamente «restrin-
gendone l’autodeterminazione individuale, la liberta`
di scelta e la liberta` di movimento al ﬁne di accre-
scere il vantaggio del dominatore. A causa di cio` il consenso della vittima e` assente, ovvero ne e` resa impossibile o irrilevante la manifestazione con la mi- naccia dell’uso della forza o di altre forme di coer- cizione che provocano nella vittima la paura di su- bire violenza, ne limitano la capacita` con false pro- messe e si manifesta l’abuso di potere sulla vittima costretta in posizione di vulnerabilita`, detenzione o rapimento, oppressione psicologica o socio economi- ca. Ulteriori indicazioni di schiavitu` includono sfrut- tamento, l’imposizione di lavori o servizi forzati o obbligatori, spesso senza remunerazione e non ne- cessari, che implicano condizioni ﬁsiche difﬁcili, pre- stazioni sessuali, prostituzione e trafﬁco di esseri umani» (49). Con questa equiparazione il Tribunale penale internazionale per i crimini commessi nella ex-Yugoslavia ha voluto sanzionare nel modo piu` severo possibile comportamenti realizzati in un dise- gno di pulizia etnica compiuto negli Anni Novanta durante il dissolvimento dello Stato Yugoslavo (50), tuttavia si e` trattata della decisione su eventi relativi ad uno speciﬁco contesto storico, mentre le fattispe- cie di sfruttamento assimilabili alla schiavitu` posso- no essere integrate anche in situazioni apparente- mente paciﬁche e di normale quotidianita`.
(26) J. Donnelly, Universal Human Rights in Theory and Prac- tice, Ithaca-London, 2003, 104-105. Questo autore fa speciﬁco riferimento agli Stati islamici teocrati come l’Arabia Saudita, dove sulla base del fatto, ad esempio, che la schiavitu` era una
prassi accettata ai tempi del Profeta, si possa in nome della fedelta` teocratica reinstaurarla nella moderna Arabia Saudita. Sul rapporto tra diritti umani e relativismo culturale, A. Cas- sese, I diritti umani oggi, Roma-Bari, 2009, 61 ss. (27) Sul punto, Cass. pen., 18-11-2008, n. 48350 ( DFP , 2010, 1, 33) relativa al caso di giovani immigrate clandestine provenien- ti da Paesi Africani e costrette al meretricio sulle strade italia- ne. In relazione al collegamento tra condizionamento psicolo- gico addotto dal “giuramento spirituale” prestato dalle giovani donne prima della partenza per l’Italia con il taglio dei peli pubici e la condizione di schiava, il giudice sottolinea che «che il vudu non consta di riti magici, ma costituisce la religione ufﬁciale sin dal ’96, amministrata da una Chiesa organizzata, che provvede a somministrare il relativo insegnamento nelle scuole. Ne e` stato provato il compimento dei riti». Di seguito approfondisce il giudice: «Assai dettagliato e scrupoloso appa- re pure il convincimento, ampiamente argomentato, circa la condizione di schiavitu` delle giovani donne, suffragata da una cospicua serie di elementi indizianti, analiticamente enunciati. Non diversamente e` a dire dei riti vudu, talvolta maleﬁci e stranianti, che terrorizzano la persona che ne e` oggetto, sog-
giogandone irreversibilmente la volonta`. E , questo, un dato di comune esperienza, acquisito al bagaglio culturale di ogni per- sona di media istruzione, che smentisce gli assunti difensivi, tesi a valorizzare esclusivamente (sia pure in maniera generi- ca) i proﬁli benevoli di alcune entita` divine, opposte a quelle maleﬁche. Bastera` qui rammentare che la forma tipica di espe- rienza religiosa vudu e` la possessione, l’invasamento e che le cerimonie di iniziazione si accompagnano ai temibili riti di magia nera, come “l’invio dei morti” e la trasformazione del- l’anima di un defunto in “morto vivente” (o zombi)». (28) Il previgente testo dell’art. 600 c.p. non faceva esplicito riferimento alla servitu` , ma sotto la rubrica “Riduzione in schia- vitu` ” puniva con la reclusione da cinque a quindici anni chiun- que riduce(sse) una persona in schiavitu` o in una condizione analoga (S. Aprile, op. cit., 4). (29) S. Aprile , op. cit., 4. (30) La giurisprudenza di legittimita` ha statuito che «la situa- zione di necessita`, il cui approﬁttamento costituisce condotta integrante il reato di riduzione o mantenimento in schiavitu` o servitu` , deve essere intesa come qualsiasi situazione di debo- lezza o di mancanza materiale o morale atta a condizionare la volonta` della vittima (art. 644, 5 o co., n. 3, c.p.) e non va confusa con lo “stato di necessita` ” di cui all’art. 54 c.p.» (Cass. pen., 6-5-2010, n. 21630, DeJure). (31) Cass. pen., 13-11-2008, n. 46128, DeG , 2008. Speciﬁca la Corte in questa decisione che: «L’approﬁttarsi dello stato di necessita` e` da ritenersi sussistente nell’ipotesi di sfruttamento del bisogno esistenziale di immigrati che, incapaci di affrontare le spese di viaggio e di trovare lavoro, impegnano se´ stessi per pagare il prezzo sostenuto (nella specie, la Corte ha ritenuto sussistente il reato in oggetto nei confronti dei gestori di un circo, per aver ridotto e mantenuto i membri di una famiglia di cittadini bulgari in stato di soggezione continuativa; per la Cor- te, la brevita` del tempo trascorso sino alla denuncia dei fatti poteva essere assunta come indice per la valutazione di gravita` del fatto, ma non poteva escludere il reato permanente)». (32) In merito all’“animus” con il quale lo sfruttatore si impone sul soggetto passivo vi e` una corrente giurisprudenziale di me- rito la quale esige che gli elementi costitutivi del reato ex art. 600 c.p. «siano dimostrativi di una ben piu` grave situazione di totale asservimento delle vittime, ridotte al rango di “cose” e, cioe`, di oggetto dell’altrui illimitato ed incondizionato possesso, quindi i fatti accertati non devono apparire come semplici epi- sodi», nella fattispecie alla costrizione, alla prostituzione. Infat- ti la caratteristica della schiavitu` e` quella di sottoporre il sog- getto passivo all’altrui potere dispositivo in modo del tutto ana- logo a quello che un tempo il padrone esercitava sullo schiavo (Ass. A., Bari, 7-4-2004, DeJure).
(33) T. Palermo, 24-10-2008, GM, 2009, 1355; Cass. pen., 27-5- 2010, n. 24269, CED, 247704; Ass. Trento, 20-11-2007, GM, 2008, 1699; Cass. pen., sez. V, (ord.) 9-11-2005, n. 43868, CED, 232834.
(34) Cass. pen., 9-11-2005, n. 43868, cit. Nello stesso senso, Ass. Trapani, 27-11-2009, DeJure. In casi speciﬁci, altra giurispruden- za di legittimita` sostiene che sussistono gli estremi costitutivi della fattispecie incriminatrice in questione a carico di chiun- que e quindi, come nella specie, anche del padre che abusi del-
propria autorita`, disponendo del minore come cosa propria
costringendolo a prestazioni che ne comportino lo sfrutta-
mento o autorizzando altri a costringerlo (Cass. pen., 15-4-2010,
n. 18072, DeJure. Nello stesso senso, T. Brescia, 20-5-2010, DeJure). (35) Ass. Milano, 18-2-2008, GM, 2008, 2351; Cass. pen., 12-3- 2009, n. 13734, DeJure. (36) Resta, Quale liberta`. Il conﬁne tra sequestro di persona e riduzione in schiavitu` , GM, 2009, 5. (37) Diotallevi, La riduzione in schiavitu`: un fenomeno antico ancora attuale, DIC , 2004, 72.
(38) Provenzano, La “nuova” nozione di schiavitu` e il possibile
concorso col reato di maltrattamenti in famiglia , CP , 2007, 4574.
(39) Cass. pen., 27-5-2010, n. 24269, DeJure. (40) C. Dir. Uomo, 26-7-2005, Siliadin c. Francia, cit. La causa era stata presentata da una cittadina togolese immigrata ille- galmente in Francia quando ancora era minorenne in quanto venduta dal padre ad un parente con la promessa di mandarla
a scuola e che invece la “presto` ” ad una coppia di sua cono-
scenza. La giovane chiedeva la condanna dello Stato francese che non aveva posto in essere sufﬁcienti sforzi per proteggerla
dalla servitu` nella quale era stata tenuta dai suoi “padroni” che
la obbligavano ad eseguire forzatamente il lavoro di serva e di
baby sitter nella loro casa gratuitamente e senza possibilita` di riposo o di riscatto in condizioni miserabili, con la minaccia di venire denunciata in quanto clandestina. I suoi sfruttatori ven- nero condannati dai giudici di prima istanza a dodici mesi di detenzione (di cui sette sospesi) e al risarcimento di centomila franchi poiche´ sfruttavano il lavoro della giovane senza il per- messo di soggiorno, ne´ pagandola e ne´ versando i contributi. Tuttavia gli imputati vennero prosciolti in appello e anche se la sentenza venne ribaltata in cassazione con rinvio a una nuova decisione di appello che condanno` solo civilmente gli sfrutta- tori al pagamento di poco piu` di trentamila euro, la giovane donna ricorse alla Corte europea dei diritti umani per chiede- re la condanna dello Stato francese per violazione dell’art. 4 CEDU (Giammarinaro, sub art. 5, in Bisogni-Bronzini-Picco- ne , La Carta dei diritti dell’Unione Europea. Casi e Materiali, Taranto, 2009, 92; V. Mantouvalou, Modern Slavery, cit., 2). (41) Afferma la Corte: «Accordingly, the offences to which she had been subjected fell within the provisions of Articles 225-13 and 225-14 of the Criminal Code as worded at the material time. These were non-speciﬁc texts of a more general nature, which both required that the victim be in a state of vulnerability or dependence. Those concepts were as vague as that of the offender’s “taking advantage”, which was also part of the deﬁ- nition of the two offences. In this connection, she emphasised that both legal commentators and the National Assembly’s taskforce on the various forms of modern slavery had high-
lighted the lack of legal criteria enabling the courts to determi- ne whether such a situation obtained, which had led in practice
to unduly restrictive interpretations» (C. Dir. Uomo, Siliadin c.
Francia, cit.). (42) Supra, par. 1, nota 25. A questo proposito i giudici di Strasburgo affermano che: «With regard to the concept of “ser- vitude”, what is prohibited is a “particularly serious form of
denial of freedom» (see Van Droogenbroeck v. Belgium, Com- mission’s report of 9-7-1980, Series B no. 44, 30, §§ 78-80). It includes, «in addition to the obligation to perform certain ser-
vices for others ( )
the obligation for the “serf” to live on
3. Schiavitu`, tratta e trafﬁco di esseri umani. Tanto nel linguaggio comune quanto in quello giuri- dico i termini “schiavitu` ”, “tratta” e “trafﬁco di es- seri umani” vengono utilizzati come concetti equiva- lenti. Parrebbe interessante veriﬁcare se detta equi- valenza ha una corrispondenza concettuale. L’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 1926 (51) riguarda sia l’intermediazione ed il commercio di persone gia` ridotte in schiavitu` , sia la cattura di per- sone libere in vista della loro riduzione in schiavi- tu` (52). Nel nostro ordinamento il legislatore del 1930 aveva distinto in tre fattispecie le condotte schiavistiche (53) a seconda della genesi del fenome- no (riduzione in schiavitu` ), della attivita` conseguen- te a tale riduzione (alienazione degli schiavi) ovvero
della “attivita` schiavistica imprenditoriale” (tratta e commercio) formulando tre distinte norme incrimi- natrici (54). Secondo la dottrina l’impostazione ori- ginaria di questo delitto manifestava l’autonomia della legislazione penale interna rispetto a quella di fonte convenzionale, poiche´ questa «non giunge( va) alle estreme conseguenze in punto di interpretazione del concetto di tratta, accontentandosi di affermare che la peculiarita` rispetto alla deﬁnizione convenzio- nale starebbe nella non singolarita` delle singole azioni vietate (cattura, commercio, trasporto) rite- nendo che il piu` grave delitto di tratta o di commer- cio di schiavi sussiste(sse) soltanto quando vi (fosse stato ) un minimo di organizzazione imprenditoriale
e l’attivita` concern(esse) piu` persone» (55). La no-
vella apportata dalla l. 11-8-2003, n. 228 sanziona la tratta di persone quale reato contro la liberta` perso- nale individuale (56) dall’art. 601 con la reclusione da uno a venti anni «chiunque commette tratta di persona che si trova nelle condizioni di cui all’art. 600» c.p. Si tratta di una norma di adempimento dei citati obblighi internazionali (57) che punisce non piu` tre, ma due fattispecie: una, sovrapponibile alla precedente, che punisce la tratta di schiavi o servi che gia` si trovano nelle condizioni di privazione del-
la liberta`, e l’altra che riguarda la “cattura a scopo schiavistico”, focalizzandosi sulla induzione o coa- zione della vittima a migrare ovvero a trasferirsi con
lo scopo di essere oggetto di attivita` schiavistica (58).
La tratta di schiavi, quindi, e` costituita dalla inter- mediazione, commercializzazione, trasporto, cessio- ne, vendita ed alienazione di persone gia` ridotte in schiavitu` per ﬁni di lucro. Per quanto concerne la cattura a scopo schiavistico, le condotte colpite dall’art. 601 hanno per oggetto «una persona libera che viene indotta a trasmigrare
per essere vittima dei delitti di riduzione in schiavitu`
o servitu` » (59). Nella disposizione in commento la
tutela penale viene anticipata ﬁno a colpire condotte che sono ﬁnalizzate a rendere schiavo l’essere uma- no, ma che ancora non sono in grado di intaccare la sua soggettivita` giuridica (60). Sotto questo proﬁlo, la fonte convenzionale piu` re- cente, ovvero la Convenzione del Consiglio d’Euro- pa contro il trafﬁco di esseri umani ﬁrmata a Varsa- via il 16-5-2005, entrata in vigore il 1 o febbraio 2008
e ratiﬁcata in Italia con legge n. 104/2010, risulta es- sere uno strumento ﬁnalizzato a prevenire e combat- tere il trafﬁco di esseri umani, indipendentemente dal loro genere, nell’applicazione del principio di non discriminazione, facendo riferimento ad una for- mula onnicomprensiva (61). La Convenzione esten- de la protezione alle vittime anche ai testimoni del trafﬁco e assicura la promozione della cooperazione internazionale in materia.
La Corte europea dei diritti dell’uomo equipara di nuovo le ﬁgure di trafﬁco di diritti umani e di tratta, ponendo le due fattispecie sul medesimo piano, pri- vilegiando l’aspetto di lotta concreta alla distinzione teorica. Infatti nella recente decisione Rantsev con- tro Cipro e Russia (62), dove i giudici di Strasburgo hanno stabilito che seppure non esplicitamente men- zionato nella Convenzione europea per la salvaguar- dia dei diritti umani e delle liberta` fondamentali, il trafﬁco di esseri umani (ovvero la tratta) ricadono nell’ambito di applicazione dell’art. 4 CEDU (rela-
tivo al divieto di schiavitu` e di lavori forzati), in con- siderazione della sua natura e dello scopo di sfrutta- mento che persegue, anche la tratta consente l’eser- cizio di un potere equiparabile al diritto di proprieta` sul soggetto passivo. Osserva la Corte che «i trafﬁ- canti considerano l’essere umano come un bene da mercanteggiare e a cui imporre prestazioni forzate, ricorrendo alla violenza e alle minacce. In base al- l’art. 4 della convenzione, gli stati sono tenuti ad adottare un quadro legislativo e amministrativo ido- neo a prevenire e a reprimere la tratta degli esseri umani nonche´ a proteggere le vittime. Cio` comporta anche un obbligo di porre in essere indagini effettive
e di cooperare con le autorita` di altri Stati, sia di
origine, che di transito e di destinazione» (63). Sulla differenza tra trafﬁco di esseri umani e immi- grazione clandestina, la dottrina osserva che la prima fattispecie riguarda la violazione della liberta` perso- nale, mentre l’immigrazione illegale concerne la vio- lazione della legislazione posta a protezione dei con- ﬁni. L’immigrazione illegale si fonda su un accordo tra il migrante e il facilitatore, mentre nel caso del trafﬁco si innesta una condotta di violenza, inganno
o abuso, che puo` veriﬁcarsi in un qualsiasi segmento
del processo migratorio (64). Nei casi dove la distin- zione e` piu` difﬁcile e` possibile fare ricorso all’ulte- riore elemento distintivo dello scopo illecito perse- guito dai trafﬁcanti, elemento spesso decisivo per le indagini condotte nei paesi di destinazione (65).
(51) Esso stabilisce che «La tratta di schiavi comprende tutti gli atti di cattura, di acquisto o di cessione di un individuo in vista della sua riduzione in schiavitu` ; tutti gli atti d’acquisto di uno
schiavo in vista della sua vendita o del suo scambio; tutti gli atti
cessione per la vendita o scambio di uno schiavo acquistato
vista d’essere venduto o scambiato, cosı` come, in generale,
tutti gli atti di commercio o di trasporto di schiavi». (52) S. Aprile, op. cit., 81.
(53) S. Aprile, op. cit., 81, n. 8. (54) S. Aprile, op. loc. ult. cit.
(55) G. Spagnolo, «Schiavitu` », in Enc. dir., XLI, Milano, 1989,
(56) S. Aprile, op. cit., 78. Il testo integrale della disposizione
incriminatrice, come sostituito dall’art. 2 legge n. 228/2003 re- cita: «Chiunque commette tratta di persona che si trova nelle condizioni di cui all’articolo 600 ovvero, al ﬁne di commettere i delitti di cui al primo comma del medesimo articolo, la induce mediante inganno o la costringe mediante violenza, minaccia,
abuso di autorita` o approﬁttamento di una situazione di infe- riorita` ﬁsica o psichica o di una situazione di necessita`, o me- diante promessa o dazione di somme di denaro o di altri van- taggi alla persona che su di essa ha autorita`, a fare ingresso o a soggiornar e o a uscire dal territorio dello Stato o a trasferirsi al suo interno, e` punito con la reclusione da otto a venti anni. La pena e` aumentata da un terzo alla meta` se i delitti di cui al presente articolo sono commessi in danno di minore degli anni diciotto o sono diretti allo sfruttamento della prostituzione o al ﬁne di sottoporre la persona offesa al prelievo di organi». (57) S. Aprile , op. cit ., 79. Il riferimento e` alla Convenzione sulla abolizione della schiavitu` ﬁrmata a Ginevra il 25-9-1926 (resa esecutiva nell’ordinamento italiano con r.d. 26-4-1928, n. 1723; alla Convenzione supplementare sulla abolizione del-
la schiavitu` , della tratta degli schiavi e delle istituzioni e prati-
che analoghe alla schiavitu` , ﬁrmata a Ginevra il 7-9-1956 e resa
esecutiva con l. 20-12-1957, n. 1304. (58) S. Aprile, op. cit., 83. (59) S. Aprile, op. cit., 85. (60) S. Aprile, op. cit., 86. (61) La traduzione non ufﬁciale della Convenzione in lingua
italiana predisposta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per i diritti e le pari opportunita`, parla di “tratta”
di esseri umani e non di “trafﬁco”, tuttavia si evidenzia come in
lingua inglese per indicare la tratta di schiavi si parli “slave trade”, mentre per il trafﬁco di esseri umani si parli di “human
trafﬁcking” ovvero di “trafﬁcking of human beings”. (62) C. Dir. Uomo, 7-1-2010, Rantsev c. Cipro e Russia, con- sultabile su www.echr.coe.int. La vicenda che ha dato origine al ricorso proposto dal genitore di una cittadina russa deceduta in circostanze poco chiare a Cipro, dove lavorava in un locale notturno e` particolarmente complessa perche´ coinvolge tanto
Cipro quanto la Federazione russa: le indagini nell’isola non avevano sortito esiti positivi e quelle nel Paese di origine non avevano riscontrato una favorevole collaborazione da parte delle autorita` cipriote (sul punto la Corte ha ritenuto che Cipro abbia violato il dovere di svolgere un’accurata indagine sulla morte mentre ha ritenuto insussistente la violazione da parte della Russia in considerazione del fatto che la morte non era
avvenuta nel suo territorio). E , invece, rilevante considerare la
valutazione della Corte europea con riferimento all’asserita violazione dell’art. 4 CEDU (divieto di schiavitu` ). La Corte ha ricondotto il fenomeno della tratta di esseri umani a una forma
schiavitu` , riconducibile dunque alla previsione convenziona-
in considerazione del fatto che la convenzione e` uno stru-
mento “vivente” che deve quindi essere interpretato alla luce delle mutate situazioni. La stessa circostanza che il Consiglio d’Europa sia stata promotore di atti e strumenti di cooperazio- ne tesi a fronteggiare il fenomeno della tratta esprime assai bene il rilievo assegnato a tale fenomeno come minaccia alla dignita` e alle liberta` fondamentali delle persone. Da qui l’ob- bligo per gli Stati di adottare un sistema legislativo e ammini- strativo adeguato tanto alla prevenzione, specie la penalizzazio- ne dei relativi comportamenti, quanto alla loro repressione. Sotto questo proﬁlo una non attenta politica di visti relativa- mente al lavoro di “artista” laddove invece la destinazione ﬁ- nale e` quella dell’industria del sesso, si pone in contrasto con tale obbligo. Che si tratti di un impegno complessivo quello cui sono chiamati gli Stati e` dimostrato dal fatto che, nel caso di specie, tanto Cipro quanto la Russia sono state sanzionate con riferimento all’art. 4 CEDU: Cipro per non avere posto in es-
sere adeguate misure a tutela della vittima; la Russia per non avere adottato alcuna misura atta a individuare i trafﬁcanti di cui la donna e` stata vittima. Al riguardo la Corte europea sot-
tolinea il carattere transfrontaliero (transnazionale) del crimine
questione (l’attivita` criminosa viene realizzata sia nel Paese
provenienza che in quello di destinazione); da qui l’esigenza
una stretta ed efﬁcace cooperazione giudiziaria e di polizia.
Da cio` potrebbe evincersi che la Corte potrebbe ravvisare una
4. Schiavitu` e lavoro forzato.
Il lavoro forzato consiste in una pratica di sfrutta-
mento diversa dalla schiavitu` e dalla servitu` tanto
per origini storiche quanto per cause. Secondo al-
cune ricostruzioni esso si e` sviluppato a seguito del-
la proibizione della tratta atlantica degli schiavi pro-
venienti dall’Africa (66), con il conseguente declino del sistema schiavista di lavoro e con la nuova esi-
genza di manodopera a buon mercato. Prima essa venne soddisfatta con la cattura degli indigeni (67), poi con l’impiego contrattuale a basso costo dei pri-
mi immigrati europei al ﬁne di restituire i fondi uti-
lizzati per la traversata oceanica (68). In un secondo
tempo, il lavoro forzato divenne una modalita` di espiazione della pena da parte di galeotti (69) ov- vero una modalita` rieducativa da parte di sistemi
politici oppressivi nei confronti dei dissidenti (70), assumendo connotati principalmente di punizione
di natura politica (71).
Per quanto concerne il rapporto tra schiavitu` e lavo-
ro forzato, la servitu` a contratto consisteva in un
paravento sostanziale per nascondere la schiavitu` vera e propria (72), specie durante il periodo del
dominio coloniale dei Paesi occidentali nel continen-
te africano (73). Dopo la I Guerra Mondiale e la
prima fase di decolonizzazione vennero emanate dalla Organizzazione Internazionale del Lavoro le Convenzioni internazionali di contrasto ai lavori for- zati (74), ma e` solo dopo le devastanti esperienze dei
campi di concentramento nazisti che si e` stabilito cosa consiste il lavoro forzato al ﬁne di proibirlo con strumenti convenzionali internazionali (75). La pri- ma Convenzione ILO che criminalizza il lavoro for- zato e` la n. 29/1930 che all’art. 2 statuisce che: «il termine lavoro forzato o obbligatorio indica ogni la- voro o servizio estorto a una persona sotto minaccia
di una punizione o per il quale detta persona non si
sia offerta spontaneamente» (76). Quella successiva sull’abolizione del lavoro forzato n. 105/1957 all’art. 1 stabilisce in cosa consista questa forma di sfrutta- mento distinguendola in cinque distinte fattispecie:
a ) coercizione o educazione politica come punizione
per il fatto di avere o esprimere idee o politiche o comunque punti di vista opposti al potere costituito; b ) mobilitazione o uso del lavoro per scopi di sfrut- tamento economico; c ) disciplina lavorativa; d ) pu- nizione per aver aderito a scioperi; e ) discriminazio- ne razziale, sociale, nazionale o religiosa. Piu` recen- temente e` stato annoverato tra i casi di lavoro for- zato anche lo sfruttamento sessuale di donne o minorenni coinvolti nella tratta internazionale di persone da destinare alla prostituzione (77).
Si ha notizia di pochi processi celebrati per i crimini
relativi ai lavori forzati (78) conclusisi con la con- danna dei colpevoli (79). A questo proposito si rico- struisce la vicenda relativa alle cause giudiziarie in- tentate da parte di cittadini italiani (soldati, civili o partigiani, deﬁniti come “schiavi di Hitler”) depor- tati in Germania dopo l’Armistizio dell’8 settembre
1943 per svolgere lavori forzati nelle industrie belli- che tedesche o nei campi di concentramento. Sul punto vi fu una prima importante pronuncia della Suprema Corte a Sezioni Unite la quale stabilı` che la Repubblica Federale Tedesca era immune contro la domanda di risarcimento del danno proposta da un cittadino italiano catturato e deportato in Germania per essere utilizzato quale “mano d’opera non vo- lontaria” al servizio di imprese tedesche (80). I giu- dici motivarono il diniego di difetto di giurisdizione sulla base della Risoluzione 95-I dell’11-12-1946, con
la quale l’Assemblea generale delle Nazioni Unite
“confermo` ” i principi di diritto internazionale dello
Statuto e dalla sentenza del Tribunale militare inter- nazionale di Norimberga, sia la deportazione che l’assoggettamento ai lavori forzati dovevano essere annoverati tra i “crimini di guerra” e, quindi, tra i crimini di diritto internazionale (81). Infatti, la de-
portazione e l’assoggettamento dei deportati al lavo-
confronti di persone ﬁsiche o giuridiche tedesche,
segnalata una corrente contraria che all’opposto
forzato vengono conﬁgurati quale crimine inter-
purche´ derivanti da diritti o ragioni sorti nel periodo
nazionale sia dai Principi di diritto internazionale adottati nel 1950 dalla Commissione di diritto inter- nazionale delle Nazioni Unite (Principio VI), sia nel-
tra il 1 o settembre 1939 e l’8 maggio 1945» (86). All’interno del dibattito giurisprudenziale, tuttavia,
Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Na-
zioni Unite 25-5-1993, n. 827/93 e 8-11-1994, n. 955/ 94, con le quali sono stati adottati, rispettivamente,
riconosce il risarcimento del danno patito in Germa- nia dagli ex schiavi di Hitler poiche´ «l’esistenza di
una norma consuetudinaria internazionale che di-
Statuto del Tribunale penale internazionale per la
spone la imprescrittibilita` dei crimini contro l’uma-
Jugoslavia (artt. 2 e 5) e lo Statuto del Tribunale
nita` viene espressamente affermata in alcune senten-
penale internazionale per il Ruanda (art. 3); sia, in-
rese dalla Suprema Corte e da Corti penali mili-
ﬁne, nella Convenzione con la quale e` stata istituita
tari italiane» (87). Inoltre, «la imprescrittibilita` dei
Corte penale internazionale, sottoscritta a Roma il
crimini contro l’umanita`, nei numerosi casi riguar-
17-7-1998 da ben 139 Stati (dei quali 120 ratiﬁcanti)
danti fatti avvenuti nel corso dell’ultimo conﬂitto
entrata in vigore il 1 o luglio 2002 (artt. 7-8) (82).
mondiale, sia stata affermata dalla grande maggio-
Ulteriormente va sottolineata la gravita` dei crimini
ranza delle corti dei diversi paesi, talora fondandola
commessi durante la II Guerra Mondiale dalla stes-
normativa interna ad hoc, talaltra su regole con-
Germania che, prendendo atto delle sofferenze
suetudinarie internazionali» (88).
inﬂitte dallo Stato nazista a quanti furono deportati
La vicenda degli ex lavoratori coatti nelle industrie
e assoggettati al “lavoro coatto” e facendosi carico
della relativa responsabilita` politica e morale, ha istituito, con il concorso delle imprese tedesche che avevano beneﬁciato di tali prestazioni “non volon- tarie”, una Fondazione, denominata “Memoria, re- sponsabilita` e futuro”, allo scopo mantenere vivo il ricordo dell’accaduto e di assicurare alle vittime un indennizzo (l. 2-8-2000, BGBI , 2000, I, 1263), subor- dinando peraltro l’individuazione degli “aventi di- ritto” alla ricorrenza di determinati requisiti ( ivi , art. 11).
Quest’ultima legge assume rilievo anche sotto un ul- teriore proﬁlo, in quanto conferma che i fatti posti dal ricorrente a fondamento della propria pretesa non costituivano episodi isolati, ma rispondevano ad una precisa strategia perseguita in quella epoca, con ferma determinazione, dallo Stato tedesco (83). Tale orientamento e` stato seguito costantemente dalla
giurisprudenza di legittimita` (84), mentre e` contra- stato nella giurisprudenza di merito. A questo pro- posito si ricordano quelle pronunce le quali afferma-
no che la deportazione e l’assoggettamento al lavoro
forzato in condizioni di schiavitu` non sono reati “di
per se´ ” contemplati dal codice penale, ne´ dal codice penale militare di guerra, e quindi le relative istanze
di risarcimento del danno subiscono l’ordinario de-
corso della prescrizione (85). Inoltre, il medesimo
orientamento statuisce che le rivendicazioni sostenu-
te dagli ex deportati sono state soddisfatte con l’Ac-
cordo intervenuto tra la Repubblica Italiana e la R.F.G. concluso a Bonn il 2-6-1961, cui e` stata data esecuzione con d.p.r. 14-4-1962, n. 1263. Infatti, tale Accordo all’art. 2 prevede che «Il Governo italiano dichiara che sono deﬁnite tutte le rivendicazioni e richieste della Repubblica Italiana, o di persone ﬁsi- che o giuridiche italiane ancora pendenti nei con- fronti della Repubblica federale di Germania o nei

References: Cass. 
 sentenza 
 art. 52
 art. 4
 art. 10
 art. 5
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 Art. 7
 art. 600
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