Source: https://www.centroimpastato.com/mafia-e-politica-dalla-prima-alla-seconda-repubblica/
Timestamp: 2019-12-07 11:53:21+00:00

Document:
Centro Impastato | Mafia e politica dalla prima alla seconda Repubblica - Centro Impastato
Cu avi dinari e amicizia teni ‘nculu la giustizia.
…capita di assistere a un processo di inversione per cui i rei finiscono per giudicare i giudici.
Ferruccio Parri, 1945.
…quelli che fanno le leggi … le fanno per proprio conto e utile,
e conforme a questo dispensano lodi e biasimi.
Platone, Gorgia.
Mi chiedo che senso abbia oggi parlare di mafia e in particolare di mafia e politica. Me lo chiedo non perché sono d’accordo con quanti sostengono che la mafia ormai è a pezzi (come si leggeva nella pagina su Palermo del sito Internet delle Nazioni Unite nel dicembre 2000, quando era in corso la conferenza sul crimine transnazionale1) o perché ritengo che sull’argomento ormai si sia detto tutto, o quasi tutto, ma perché penso che il quadro in cui viviamo sia così gravemente compromesso da indurre il ragionevole convincimento che sia inutile parlarne. Le analisi, le riflessioni, le proposte hanno un senso se riescono a intrecciare il percorso della conoscenza con quello di una possibile incidenza sulla realtà. E la realtà non mi pare che sia molto propensa a farsi influenzare dalle analisi e dalle riflessioni. Non solo per quanto riguarda la mafia.
Il 2001 è stato l’anno del terrorismo internazionale approdato nel cuore degli Stati Uniti, della guerra in Afghanistan che minaccia di non avere limiti di spazio e di tempo (come dice la stessa sigla prescelta: Enduring Freedom, dopo averne scartato un’altra ancora più “impegnativa”: Infinite Justice), del contagio epistolare di carbonchio preludio a una psicosi collettiva. L’umanità ha imboccato un tunnel di cui non si vede la fine e il terzo millennio, che era stato salutato come l’era della globalizzazione del mercato e della concorrenza, è cominciato con la globalizzazione del terrore e dell’insicurezza.
Per il nostro paese, il 2001 è stato l’anno della vittoria della “Casa delle libertà”. Avrà giocato la sua parte il sistema elettorale, ibrido prodotto dell’accoppiamento tra maggioritario e proporzionale, ma non possiamo nasconderci che l’elettorato italiano ha scelto inequivocabilmente di portare al potere uomini e forze politiche che per la loro storia e i loro programmi non si prestavano certo a equivoci e a fraintendimenti.
Com’è potuto accadere che buona parte del paese, dopo le stragi mafiose, dopo i maxiprocessi, dopo Tangentopoli, abbia votato per personaggi che erano protagonisti di vicende giudiziarie, vuoi di corruzione vuoi di mafia, ancora in corso? Gli italiani hanno dimenticato, hanno corta memoria o proprio quelle vicende hanno agito da incentivo a votare quei candidati e quei partiti?
Leggiamo cosa ha scritto sulle pagine del quotidiano più prestigioso d’Italia un prestigioso editorialista, preoccupato dello scarso credito di cui gode l’attuale capo del governo all’estero:
A noi piacerebbe tuttavia che nel denunciare l'”anomalia Berlusconi”, la stampa straniera cercasse anche di spiegare ai suoi lettori perché tanti italiani, non necessariamente cinici e amorali, abbiano votato per lui. Potrebbe raccontare ad esempio che l’Italia è stata per molti anni pericolosamente vicina a una rivoluzione giudiziaria. Potrebbe scrivere che un gruppo di magistrati inquirenti (funzionari, assunti per pubblico concorso, privi di qualsiasi mandato popolare) si sono creduti autorizzati a comportarsi come un potere dello Stato e ancora non smettono di pensare che la loro volontà debba prevalere su quella del Parlamento. Potrebbe raccontare che le indagini giudiziarie hanno demolito soltanto una parte del palazzo politico e ne hanno profondamente alterato il funzionamento. Potrebbe dire che ciò non sarebbe accaduto se la sinistra, anziché trarre profitto da una immeritata impunità, avesse collaborato a restaurare l’ordine democratico. I suoi lettori capirebbero meglio allora perché molti italiani e lo stesso presidente della Repubblica, pur con grande disagio, abbiano finito per accettare la legge sulle rogatorie2.
Tante cose potrebbe scrivere la stampa estera, che almeno fino a oggi ha tirato dritto per la sua strada, e tantissime ne potrebbe scrivere quella italiana ma ormai, grazie alla penna di tanti prestigiosi editorialisti e soprattutto grazie a quella Grande Famiglia che è la televisione di casa nostra, si è fatta strada una verità che ha insieme il crisma dell’ufficialità e l’avallo della condivisione diffusa: negli ultimi 50 anni in Italia hanno dominato i comunisti, ma per fortuna a un certo punto è “sceso in campo” un personaggio che ha riportato la democrazia nel nostro paese. Le “toghe rosse” hanno cercato di “cambiare il corso della storia”, incriminando il nostro eroe e riconsegnando il potere nelle mani dei comunisti, ma gli italiani hanno sventato il “golpe giudiziario” e hanno ridato il potere al nostro eroe e ai suoi amici, alfieri della libertà e campioni dell’anticomunismo.
Il prestigioso editorialista è uomo di cultura così larga da rasentare l’onniscienza nonché di multiforme esperienza e certamente non ignora che la divisione dei poteri (e quello giudiziario è fino a prova contraria uno dei tre poteri, accanto al legislativo e all’esecutivo, ma a quanto pare sono in corso le prove generali per ridurlo a una dépendance del secondo) è il fondamento di una democrazia, come non ignora quel che realmente è accaduto nel nostro paese, ma di fronte alle bordate di testate notoriamente sovversive e al soldo della sinistra italiana, come il New York Times, Le Monde, Business Week e l’Economist, vivaddio, il sangue non è acqua e dopo tutto non lo dicono gli inglesi: Right or wrong my country3?
Dunque: il problema non è la corruzione, non è la mafia, non è il rapporto con la mafia e le pratiche di corruzione addebitabili a uomini politici, non è il conflitto di interessi che rende l’Italia un unicum tra i paesi occidentali; il problema è il ruolo eversivo di un drappello di magistrati, vincitori di concorso e non eletti dal popolo, e quindi soltanto pubblici impiegati, come si diceva una volta delle mezze maniche, in siciliano dei suca ‘nchiostru, che volevano sovvertire il quadro politico del paese.
Berlusconi ha parlato di “guerra civile”; il sottosegretario agli interni, che è stato e ha continuato a essere avvocato di imputati illustri e boss notori, dopo la sentenza della Cassazione che ha assolto Berlusconi ma condannato i dirigenti della Fininvest (particolare ignorato o frettolosamente accantonato), ha proposto di processare i giudici e successivamente ne ha chiesto l’arresto (e quando è stato costretto a dare le dimissioni, il ministro della giustizia ha letto in Parlamento un testo che suona come una condanna inappellabile dei magistrati-persecutori); altri si sono limitati a parlare di “giustizialismo” e di “eccessi giacobini”.
Voglio essere franco: espressioni come “Rovescerò l’Italia come un calzino”, “Io quello lo sfascio” (detto da Di Pietro per Berlusconi e riferito dal procuratore Borrelli in udienza e davanti alle telecamere), andavano evitate, come pure a mio avviso non c’era nessun bisogno di inviare la comunicazione dell’incriminazione a Berlusconi mentre si svolgeva la conferenza internazionale di Napoli, e l’uso della carcerazione preventiva per indurre a confessare, le manette a Enzo Carra in aula, come a simboleggiare la Dc in catene, destarono allora e continuano a destare ancor’oggi in chi scrive grandi perplessità.
Ma i magistrati non vengono criticati o censurati per le loro intemperanze verbali, per gli errori anche gravi che possono aver commesso; vengono esplicitamente e duramente accusati per avere fatto quelle inchieste, avere sostenuto l’accusa in quei processi, avere osato indagare e avere portato in giudizio uomini di potere, avere ottenuto delle condanne anche se successivamente cancellate o ridimensionate.
Ora vanno in scena la rivalsa, il processo sommario e il linciaggio per i giudici più impegnati nelle inchieste più difficili, e gli avvocati diventati uomini di governo incorporano una sorprendente dualità: sono insieme ipergarantisti, quando si tratta dei loro clienti imputati eccellenti, ormai ai vertici del potere, e supergiustizialisti di fronte ai giudici sotto accusa. Non si tratta, come qualcuno ha detto, di un complotto, ma di una strategia apertamente e spettacolarmente dispiegata. Non si usano il fioretto o la sciabola, ma i carri armati.
Si potrebbe dire: nulla di nuovo sotto il sole italico. Riaffiora, con una classe dirigente che si presenta come nuova ma è in gran parte riciclata, l’Italia profonda, riemerge l’Italia sommersa, ritorna l’eterno fascismo italiano di cui parlava Carlo Levi4, e potremmo tratteggiare un identikit delle classi dominanti ricordando che la nostra borghesia ha una lunga storia di convivenza con il crimine e l’illegalità, dall’unità d’Italia a oggi.
La mafia è stata una modalità dell’accumulazione e del potere e la sua violenza è stata legittimata da una secolare storia di impunità. I nemici erano coloro che mettevano in forse l’assetto di potere e contro di loro ogni mezzo era buono, purché ottenesse lo scopo di disperderli e sconfiggerli. Potremmo ricordare i massacri del movimento contadino, dai Fasci siciliani a Portella della Ginestra e agli anni ’50, la scelta fascista e nel secondo dopoguerra la chiusura a ogni possibilità di cambiamento che ha portato alle stragi mafiose, neofasciste, piduiste ecc. ecc.
Potremmo ricordare gli scandali che hanno costellato la storia patria, dalla Regìa dei tabacchi e dalla Banca romana ai nostri giorni, per i quali nessuno dei potenti coinvolti ha pagato.
Con le inchieste su Tangentopoli però si è andati al di là di piccoli imprenditori o di politici di terza e seconda fila ed è questo che oggi viene contestato proprio da chi ha ricavato i maggiori vantaggi dalle conseguenze politiche di quelle inchieste, ma non tollera di essere stato e di essere ancora sotto tiro.
Non è una grande scoperta ricordare che in uno Stato in cui l’eguaglianza formale dei cittadini non cancella la stratificazione di classe la giustizia non riesce a non essere classista e usa due pesi e due misure e che i magistrati che infrangono questa regola non scritta vanno facilmente incontro al fallimento. E questo se vale per la corruzione vale ancora di più per la mafia e per i rapporti tra mafia e politica.
Come vedremo, dal sostituto procuratore Giacosa che indagava sui mandanti illustri dei pugnalatori di Palermo del 1862, a Caselli non è cambiato molto. I cosiddetti delitti politico-mafiosi qualche volta possono vedere puniti gli esecutori, ma mai i mandanti. Ma il più delle volte non hanno né esecutori né mandanti. Per la strage di Portella della Ginestra hanno pagato i banditi della banda Giuliano, ma per le centinaia di omicidi di dirigenti e militanti del movimento contadino non ha pagato nessuno.
Nei palazzi di giustizia campeggia la scritta “La Legge è uguale per tutti” ma la realtà parla una lingua diversa. Chiedo venia, ma voglio richiamare due proverbi siciliani, un po’ “forti”, che possono ascriversi alla sapienzialità mafiosa o filomafiosa: La furca è pri lu poviru, la giustizia pri lu fissa. Cu avi dinari e amicizia teni ‘nculu la giustizia, che forse si attagliano di più all’effettivo andamento delle cose, non solo in terra di Sicilia. Basta guardare alla composizione della popolazione carceraria italiana per averne conferma: la maggioranza è composta da tossicodipendenti e marginali. E quello che sta avvenendo in questi giorni ricorda da vicino l’amara denuncia di Ferruccio Parri che nel settembre del 1945 dichiarava: “capita di assistere a un processo di inversione per cui i rei finiscono per giudicare i giudici”5.
Sul piano della giurisdizione penale dagli anni ’80 in poi era accaduto qualcosa di nuovo: per la prima volta l’impunità mafiosa aveva ricevuto dei colpi, capimafia e gregari sono stati arrestati, processati e condannati e questo non si era mai verificato prima, se non per qualche caso isolato che rappresentava più l’eccezione che la regola.
Dopo la strage di Ciaculli del 30 giugno 1963 il processo di Catanzaro si era risolto in un buco nell’acqua, la Commissione antimafia aveva raccolto magazzini di documenti, ma nulla ne era scaturito sul piano concreto.
Negli anni ’80 e ’90 si era aperta una breccia: la violenza mafiosa era andata oltre i limiti consentiti, colpendo uomini delle istituzioni, alcuni dei quali tanto noti da essere assurti a eroi dell’immaginario collettivo, e la guerra interna era stata così sanguinosa da aprire larghe falle da cui sarebbe fluito il fiume dei “pentiti”. Sul piano internazionale mutava lo scenario, con il crollo dell’equilibrio bipolare. La mafia cessava di essere l’esercito di riserva contro il pericolo comunista, l’Italia non era più a “sovranità limitata”. Si diffondeva l’aspettativa che si potesse guardare oltre la formazione militare, esplorare l’area della cosiddetta contiguità, cioè dei rapporti tra mafia e mondo economico, tra mafia e contesto politico-istituzionale. I giudici si trovarono ad avere un ruolo mai avuto prima. Più che su singoli delitti e singoli imputati, essi indagavano e mettevano sotto accusa una catena di crimini e un sistema di potere, una classe dirigente: imprenditori, professionisti, tra cui anche magistrati, amministratori, politici. Ma mentre il potere giudiziario era impegnato con le sue forze migliori, gli altri poteri si defilavano o limitavano la loro attività al tamponamento delle “emergenze”, con leggi e provvedimenti dettati dalla necessità di far fronte in qualche modo ai grandi delitti e alle stragi. E qui c’era un pericolo che si sarebbe avvertito solo dopo, troppo tardi. Passata l’emergenza, esauritasi l’ondata della delittuosità eclatante, si poteva considerare esaurita la necessità di intervenire. E oggi ci troviamo in una situazione segnata da gravi difficoltà: nessuno più nega, come si faceva fino a pochi anni fa, l’esistenza della mafia, ma dopo l’esito fallimentare dei processi ai personaggi più noti, il tema “mafia e politica” è diventato un tabù ed è diventato pericoloso perfino parlarne6.
Parole-chiave: contiguità, terzo livello, coabitazione
Nel corso degli anni ’80 e nei primi anni ’90 sul tema dei rapporti tra mafia e politica le parole-chiave più diffuse erano: contiguità, terzo livello, coabitazione.
Attraverso le dichiarazioni dei primi pentiti era emersa l’immagine di Cosa nostra come organizzazione unitaria, piramidale, verticistica; si riproponeva, con una base di documentazione più consistente e dettagliata, capace di resistere al vaglio dibattimentale, il quadro già tracciato alla fine del XIX secolo dai Rapporti del questore di Palermo Sangiorgi, con l’articolazione dell’organizzazione mafiosa in gruppi di base, coordinati tra loro e soggetti alla direzione di un capo7. Un quadro allora disatteso in sede giudiziaria e destinato ad essere cancellato da quasi un secolo di stereotipi sulla mafia priva di struttura organizzativa, intesa come mentalità, subcultura, modo di sentire e di essere dei siciliani.
La Procura di Palermo nella requisitoria prodotta nel 1985 in preparazione del maxiprocesso sosteneva che le risultanze processuali avevano consentito di “focalizzare “cosa nostra” non solo nelle sue strutture militari ma anche nelle sue ramificazioni politico-finanziarie” 8 e un capitolo, il quinto, aveva per titolo: L’area delle contiguità sociali, politiche, economiche.
L’Ufficio Istruzione riprendeva le affermazioni della requisitoria e a proposito dei delitti che avevano colpito uomini politici e rappresentanti delle istituzioni cercava di andare oltre:
Nella requisitoria del P.M. si fa riferimento alla “contiguità” di determinati ambienti imprenditoriali e politici con “Cosa Nostra”. Ed indubbiamente questa contiguità sussiste anche se è stata scossa, ma non definitivamente superata, dai tanti tragici eventi che hanno posto in luce il vero volto della mafia.
Ma qui si parla di omicidi politici, di omicidi cioè in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi mafiosi ed oscuri interessi attinenti alla gestione della Cosa Pubblica; fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti ed inquietanti collegamenti, che vanno ben al di là della mera contiguità e che debbono essere individuati e colpiti se si vuole veramente “voltare pagina”9.
La sentenza di primo grado della Corte d’Assise riprendeva di peso quelle parole, sempre a proposito dei cosiddetti omicidi eccellenti:
È lecito supporre che per tali omicidi si sia verificata una singolare coincidenza, ovvero, cosa più probabile, una deliberata convergenza di interessi, rientranti tra le finalità terroristico-intimidatrici dell’organizzazione, ed interessi connessi alla gestione della “cosa pubblica”.
Tale ultima ipotesi, se esatta, presuppone un intricato intreccio di segreti collegamenti tra i detentori delle rispettive leve del potere politico e mafioso, che vanno, certamente, al di là della prospettata “contiguità”10.
La requisitoria del 1985 parlava anche di “interazione” e di “compenetrazione organica” e richiamava i casi di Ciancimino e dei Salvo 11.
Nell’ordinanza-sentenza del maxiter, del 1987, il giudice istruttore Giovanni Falcone si poneva il problema dell’ipotizzabilità del delitto di associazione mafiosa per i comportamenti che rientrano nell’area della contiguità e prospettava l’uso della fattispecie del concorso nel delitto di associazione e del concorso eventuale nel reato plurisoggettivo da parte di persone diverse dai concorrenti necessari12. Se non erro, parte da quelle considerazioni il percorso che porterà a utilizzare la figura del concorso esterno in associazione mafiosa nelle indagini che hanno riguardato personaggi molto noti.
Com’è risaputo, i magistrati Falcone e Turone in una relazione del giugno 1982, presentata a un seminario del Consiglio superiore della magistratura, avevano parlato di tre livelli di reati e consideravano reati del terzo livello i
delitti che mirano a salvaguardare il perpetuarsi del sistema mafioso in genere (…si pensi ad esempio all’omicidio di un uomo politico, o di altro rappresentante delle pubbliche istituzioni, considerati pericolosi per l’assetto di potere mafioso)13.
La distinzione, per effetto della disinformazione e della superficialità dei media, doveva essere applicata all’organizzazione mafiosa, rappresentata come un edificio a tre piani o livelli: il primo costituito dagli esecutori dei delitti, il secondo dai capi, il terzo da un vertice politico-finanziario, una sorta di supercupola.
Non mi sembra fuori luogo ricordare le polemiche degli ultimi anni di vita di Falcone, gli attacchi di tanti che di fronte alle affermazioni con cui rifiutava quella rappresentazione sostenevano che così negava l’esistenza del rapporto tra mafia e politica, che teneva chiuse nei cassetti le prove di quel rapporto ecc. ecc. Quelle polemiche, per il modo in cui furono condotte, rientrano tra le vergogne nazionali ma sono ancora più vergognose le santificazioni di Falcone dopo la sua morte da parte di molti che da vivo gli davano del traditore. Ai molti che da denigratori si sono trasformati in santificatori preferisco i pochi che se avevano critiche da fare a Falcone, le facevano quando era vivo e continuano a farle anche dopo la sua morte.
In una relazione del 1989 Falcone esplicitava il suo pensiero:
…al di sopra dei vertici organizzativi non esistono “terzi livelli” di alcun genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa Nostra. Ovviamente, può accadere ed è accaduto che, in determinati casi e a determinate condizioni, l’organizzazione mafiosa abbia stretto alleanze con organizzazioni similari ed abbia prestato ausilio ad altri per fini svariati e di certo non disinteressatamente; gli omicidi commessi in Sicilia, specie negli ultimi anni, sono la dimostrazione più evidente di specifiche convergenze di interessi fra la mafia ed altri centri di potere.
Cosa Nostra, però, nelle alleanze non accetta posizioni di subalternità; pertanto è da escludere in radice che altri, chiunque esso sia, possa condizionarne o dirigerne le attività. E, in verità, in tanti anni di indagini specifiche sulle vicende di mafia, non è emerso nessun elemento che autorizzi nemmeno il sospetto dell’esistenza di una “direzione strategica” occulta di Cosa Nostra14.
Nell’audizione davanti al Csm del 15 ottobre 1991, Falcone richiamava la sua tesi sui tre livelli dei reati e commentava:
Come da questo si arrivi all’affermazione che io sostenevo il terzo livello, cioè una direzione strategica che ordinava alla mafia di comportarsi ora in questa maniera, ora in quell’altra maniera, ripeto, tuttora non riesco a capire. Devo dedurre che non si è voluto comprendere questo, perché si continuano a fare queste affermazioni ad effetto: “Falcone ha cambiato idea! Prima parlava del terzo livello, ora non ne parla più”. Io aggiungo qualcos’altro. Affermo che non parlare di un terzo livello non è un fatto benefico a favore della classe politica, perché magari ci fosse un terzo livello! Basterebbe una sorta di Spectra, basterebbe James Bond per togliercelo di mezzo. Ma purtroppo non è così. Abbiamo dei rapporti molto intensi, molto ramificati e molto complessi. Questo è il punto cruciale su cui bisogna lavorare. Questo ho sostenuto allora e devo dire che questi anni mi hanno sempre più rafforzato in questa idea15.
Falcone teneva a precisare: un conto sono le indagini giudiziarie, un altro “la guerra santa alla mafia”16 e ribadiva la sua filosofia giudiziaria che lo aveva portato a scontrarsi con i colleghi:
I motivi dei miei contrasti, spesso con colleghi un po’ più anziani di me, derivavano proprio da questa differenza di mentalità. A me sembra profondamente immorale che si possano avviare delle imputazioni e contestare delle cose nella assoluta aleatorietà del risultato giudiziario. Non si può ragionare “intanto io contesto il reato, poi si vede”, perché da queste contestazioni poi derivano, soprattutto in determinate cose, conseguenze incalcolabili17.
Non ho nessuna intenzione di stendere un velo pietoso sulle vicende che portarono nella seduta plenaria del Csm del 19 gennaio del 1988 alla bocciatura di Falcone come Consigliere istruttore: a mio avviso, più che il tradimento di qualche “Giuda”, ha pesato una profonda incomprensione del fenomeno mafioso da parte di tanti componenti del Csm e dei rappresentanti di Magistratura democratica, con l’eccezione, tra gli altri, di Gian Carlo Caselli. In Md, dopo un interesse iniziale che va dal seminario di Palermo dell’aprile del 1980 a quello di Cosenza dell’ottobre del 1982, che vide la corrente dei magistrati democratici all’avanguardia nella riflessione sulla mafia, prevalse l’idea che si stesse adoperando sul terreno della mafia qualcosa di molto simile al “teorema Calogero” elaborato nei confronti del terrorismo. Ho il massimo rispetto per le preoccupazioni garantiste, ovviamente non per quelle, strumentali e pretestuose, di chi delinque e fa di tutto per sottrarsi alla giustizia, appellandosi a un garantismo a senso unico, se non “personalizzato”, ma il garantismo non è un testo sacro e immodificabile, come il Talmud degli ebrei di stretta osservanza o il Corano dei talebani. Ma credo che abbia influito anche una scelta culturale. Ricordo gli entusiasmi di molti per le tesi di Arlacchi, che negava l’esistenza di un’organizzazione segreta (per scoprirla doveva parlare anni dopo con Antonino Calderone), ipotizzava il passaggio negli anni ’70 da una fantomatica “mafia tradizionale”, in competizione per l’onore, a una “mafia imprenditrice”, che avrebbe scoperto solo allora la competizione per la ricchezza, e la commistione tra uso della violenza e attività imprenditoriale veniva avventurosamente assimilata all’innovazione schumpeteriana18.Sul tema dei rapporti con la politica nei primi anni ’80 la tesi prevalente era che la mafia fosse o tendesse ad essere autonoma: così venivano interpretati, scorrettamente, i delitti che colpivano uomini delle istituzioni19. Non per caso ne sono passati tanti, di anni, dal seminario di Cosenza del 1982 a questo incontro di Palermo, alla fine del 2001.
Come sappiamo, la via crucis di Falcone era destinata a continuare e, prima del calvario finale, doveva avere un’altra stazione nelle polemiche con cui si cercò di bloccare la sua nomina a superprocuratore antimafia: veniva giudicato inaffidabile e Martelli-dipendente20.E anche Paolo Borsellino doveva percorrere una sua via crucis: dopo le denunce sullo smantellamento del pool antimafia nel luglio del 1988, le audizioni davanti al Csm lo videro quasi come imputato; i processi ai giudici seriamente impegnati non sono cominciati ora.
Dovevano venire le stragi di Capaci e di via D’Amelio per consentire alla Commissione parlamentare antimafia di approvare a larga maggioranza, nel 1993, una relazione su mafia e politica che è fino a oggi il massimo a cui si è arrivati in sede istituzionale. Sembrava l’inizio di un percorso ma la strada doveva interrompersi.
Come si ricorderà la relazione parlava di coabitazione con la mafia, di rapporti tra istituzioni e mafia come relazioni tra due distinte sovranità. Il termine “coabitazione” ricorda quello di contiguità e nel testo della relazione si parla anche di integrazione, di legittimazione della mafia da parte dei pubblici poteri e viene presentata una documentazione che va più nel senso della compenetrazione e dell’interazione che in quello della coabitazione.
La relazione si soffermava sulla distinzione tra responsabilità penale e responsabilità politica. La prima
è accertata dalla magistratura attraverso le regole formali e certe del processo, e si concreta in sanzioni giuridiche prestabilite. La responsabilità politica si caratterizza per un giudizio di incompatibilità tra una persona che riveste funzioni pubbliche e quelle funzioni, sulla base di determinati fatti rigorosamente accertati, che non necessariamente costituiscono reato, ma che tuttavia sono ritenuti tali da indurre a quel giudizio di incompatibilità. Le funzioni politiche si fondano su un principio di fiducia e di dignità. Ciascun politico ha una sua responsabilità aggiuntiva rispetto agli altri cittadini, perché egli coinvolge la credibilità delle istituzioni in cui opera21.
Parole che lette a meno di dieci anni di distanza suonano lontane anni luce.
La responsabilità politica, essendo priva di sanzione, richiamava la necessità di codici di autoregolamentazione che non sono mai stati adottati e così siamo arrivati alla candidatura, con elezione quasi plebiscitaria, di imputati in processi di mafia in corso. Ai tempi della vituperata egemonia democristiana una cosa del genere, che io ricordi, non era mai accaduta.
Secondo la relazione su mafia e politica della Commissione antimafia,
Cosa Nostra ha una propria strategia politica. L’occupazione e il governo del territorio in concorrenza con le autorità legittime, il possesso di ingenti risorse finanziarie, la disponibilità di un esercito clandestino e ben armato, il programma di espansione illimitata, tutte queste caratteristiche ne fanno un’organizzazione che si muove secondo logiche di potere e di convenienza, senza regole che non siano quelle della propria tutela e del proprio sviluppo.
La strategia politica di Cosa Nostra non è mutuata da altri, ma imposta agli altri con la corruzione e la violenza22.
In questo contesto le riflessioni delle scienze sociali, per quel poco che si sono sviluppate, si sono poste il problema se il rapporto mafia-politica, materializzato nelle relazioni con soggetti come massoni, in particolare della loggia P2, membri dei servizi segreti e dei gruppi terroristici, in particolare di quelli neofascisti, amministratori e politici, fosse il frutto di un progetto politico coerente o solo di alleanze tattiche.
La mafia è un soggetto politico consapevole, con una sua linea d’azione, un programma, o svolge soltanto una funzione politica? Agisce come un gruppo di pressione (la “lobby politico-mafiosa”) o è qualcosa di più? Manca a tutt’oggi una ricerca che si sia misurata con una fenomenologia complessa e con un quadro in evoluzione.
Nei primi anni ’90 una ricerca sulla politica in Sicilia, condotta da un gruppo di politologi, ha studiato soprattutto le scelte elettorali, riscontrando un primato siciliano delle astensioni, un’accentuata personalizzazione del voto, attraverso l’uso delle preferenze plurime23.
Alla domanda se ci fosse un rapporto accertabile scientificamente tra mafia e voto di preferenza (cavallo di battaglia di tutte le frequentazioni giornalistiche in tema di mafia e politica), i ricercatori, studiando l’andamento dei voti di preferenza in 52 comuni ritenuti a più alta mafiosità, hanno riscontrato che i tassi di preferenza in questi comuni risultano più bassi che in altri comuni con popolazione inferiore ai 20.000 abitanti e che se la Dc era il partito che faceva registrare nei comuni mafiosi il più alto incremento del tasso di preferenza tra il 1986 e il 1991, pari a oltre sei punti percentuali, immediatamente dopo venivano i Verdi, con un incremento di cinque punti. La provincia con i più alti tassi di preferenza era quella di Messina, in quegli anni ancora etichettata come “provincia babba”, cioè immune dalla mafia24.
La mafia come soggetto politico, produttrice e prodotto della politica
Nell’ambito del progetto di ricerca su “Mafia e società” del Centro Impastato pensavamo a una ricerca su mafia e politica che si è realizzata solo in parte. Ricordo i contributi più significativi: una relazione al convegno del 1993 su “La mafia, le mafie, tra vecchi e nuovi paradigmi”, l’opuscolo La mafia come soggetto politico, il volume L’alleanza e il compromesso, in cui ho raccolto, tra l’altro, materiali di una mia battaglia, isolatissima, contro Salvo Lima25.
In un periodo in cui si passava da quella che ho chiamato l'”indigestione di informale” all'”overdose del superstrutturato”, cioè da una visione della mafia come mentalità e comportamento, amebica e invertebrata, a un’altra occupata da una mafia iperorganizzata e cartesiana, elaborando il “paradigma della complessità” ho cercato di costruire una griglia interpretativa adeguata, facendo interagire aspetti diversi: crimine, accumulazione, potere, codice culturale, consenso. Dal punto di vista strutturale ho proposto di studiare l’organizzazione criminale, documentata e documentabile ben prima dell’epifania di Buscetta, all’interno di un sistema relazionale (espressione che continuo a preferire a “relazioni esterne”, che possono essere eventuali, episodiche, sporadiche), un vero e proprio blocco sociale transclassista, dominato da soggetti illegali e legali (professionisti, imprenditori, pubblici amministratori, politici) per i quali ho proposto la denominazione di “borghesia mafiosa”, utilizzando indicazioni che vanno dal liberale Leopoldo Franchetti al comunista eretico Mario Mineo26. Definizione in cui parecchi hanno voluto vedere la riproposizione di ideologismi morti e sepolti ma che a me sembra la risultanza, si potrebbe dire obbligata, di elementari constatazioni di fatto. I mafiosi affiliati a Cosa nostra e ad altre associazioni similari sono poche migliaia e quasi tutti con un bagaglio culturale molto scarso; sia per le attività illegali complesse, come i traffici di droghe e di armi, il riciclaggio del denaro sporco, e ancor più per le attività legali, a cominciare dagli appalti di opere pubbliche, la cooperazione di vari soggetti, appartenenti alle classi medio-alte e comunque meglio dotati sul piano delle conoscenze e delle esperienze, è assolutamente indispensabile. Immaginate analfabeti o semianalfabeti come Totò Riina e Binnu Provenzano cimentarsi da soli e con altri loro pari con i traffici internazionali, con il riciclaggio dei capitali, con gli investimenti, con le speculazioni in borsa, con gli swaps e i derivati. Qualcuno dei rampolli si è avventurato sulle strade di Internet ma anche per questo non ha fatto ricorso al know how dei padri, certamente più utile su altri piani, dalle pratiche minatorie alle tecniche omicidiarie.
Per quanto riguarda l’evoluzione storica, rispetto allo stereotipo mafia vecchia – mafia nuova, riverniciato da dichiarazioni di mafiosi collaboratori di giustizia, secondo cui a una mafia rispettosa delle regole sarebbe subentrata una mafia degenerata, qualcosa di molto simile alla distinzione tra “mafia tradizionale” e “mafia imprenditrice”, e a periodizzazioni tagliate con l’accetta, mi è sembrato più consono alla realtà ricostruire lo sviluppo del fenomeno mafioso, come del resto di tutti i fenomeni di durata, come un intreccio di continuità e trasformazione-innovazione, per cui convivono la persistenza di alcuni aspetti, come la signoria territoriale, e l’elasticità e capacità di adattarsi ai mutamenti del contesto e di cogliere le opportunità che esso offre27.
Nelle formulazioni di uso comune i rapporti tra mafia e contesto sociale vengono letti nell’ottica separatezza-infiltrazione (si parla infatti di mafia e economia, mafia e potere, mafia e politica, mafia e istituzioni ecc.), come se si trattasse di mondi diversi, in contatto tra loro per una sorta di disfunzione patologica. Ho cercato di rovesciare l’ottica separatezza-infiltrazione sostituendola con quella unità-distinzione, che vuol dire analisi del contesto e individuazione della specificità. Dico subito che se non si vuole fare di ogni erba un fascio o limitarsi alla registrazione di casi più o meno significativi, ma scollegati tra loro, bisogna rifuggire da una duplice tentazione: la generalizzazione (per cui tutto è mafia: capitalismo, Stato ecc. = mafia) e il riduzionismo, che considera impraticabile qualsiasi tentativo di analisi complessiva e etichetta come scientifici solo i modelli parcellari che si limitano a ispezionare frammenti del reale.
Ho cercato di studiare il rapporto mafia-politica ponendomi il problema della politicità del fenomeno mafioso come dato costitutivo e non eventuale e aggiuntivo, chiedendomi se fosse possibile utilizzare le categorie classiche della sociologia e della politologia e in particolare le indicazioni di Weber nella sua Teoria delle categorie sociologiche sui gruppi sociali, gruppi di potere e gruppi politici28. Riassumendo le conclusioni della mia analisi, la mafia è soggetto politico in duplice senso:
1) in quanto associazione criminale essa presenta i caratteri fondamentali dei gruppi politici: un ordinamento, o quanto meno un insieme di norme, una dimensione territoriale, la coercizione fisica, un apparato amministrativo per assicurare l’osservanza delle norme e attuare la coercizione. Delle due fonti di finanziamento indicate da Weber (prestazioni volontarie e estorte) prevalgono le seconde e l’estorsione è una forma di tassazione, il prezzo della sicurezza che non significa l’assicurazione della protezione in un mondo genericamente insicuro ma l’astensione dal mettere in atto la minaccia con cui il gruppo mafioso induce insicurezza. Per usare il linguaggio di Popitz, la mafia, una volta soddisfatta la sua richiesta, sospende il suo potere di azione, inteso come “potere di recar danno agli altri con un’azione diretta contro di essi”29 ma è pronta a riprenderlo alla prima occasione;
2) la mafia come gruppo criminale e con il blocco sociale di cui fa parte è insieme produttrice e prodotto della politica, cioè determina o contribuisce a determinare le decisioni e le scelte riguardanti la gestione del potere e la distribuzione delle risorse, ma assieme a questa produzione mafiosa della politica si può parlare di una produzione politica della mafia per tutte quelle forme con cui le istituzioni contribuiscono a sostenere e a sviluppare le attività mafiose.
La mafia concorre alla produzione della politica nei seguenti modi:
1) uso politico della violenza, con i cosiddetti delitti politico-mafiosi;
2) formazione delle rappresentanze nelle istituzioni;
3) controllo sull’attività politico-amministrativa.
Delitti politico-mafiosi, pluralità di soggetti e convergenza di interessi
I delitti politico-mafiosi non sono qualificabili come tali solo per la personalità della vittima (uomini politici, membri della magistratura e delle forze dell’ordine ma anche altri, impegnati a vario titolo contro la mafia) ma anche per la finalità che essi perseguono: obbediscono a esigenze complessive dei gruppi mafiosi e costituiscono un pesante intervento sul quadro generale, nel senso che mirano a bloccare processi che possono svilupparsi pericolosamente per i mafiosi e i loro alleati e a innescare dinamiche favorevoli.
Come abbiamo già visto, questi delitti sono l’esempio più noto delle contiguità, della convergenza di interessi con altri soggetti e quindi della plurisoggettività nella progettazione e nell’esecuzione.
Dai primi passi dell’unità d’Italia, con i pugnalatori di Palermo, il delitto Corrao del 1863 e poi il delitto Notarbartolo del 189330, le centinaia di delitti che hanno colpito dirigenti e militanti del movimento contadino, fino agli anni più recenti e alle stragi degli anni ’90, nei casi in cui le indagini hanno dato vita a procedimenti penali, che già sono in numero abbastanza limitato rispetto alla totalità dei delitti, non si è mai andati oltre l’individuazione dei soggetti criminali e mafiosi direttamente responsabili e già questo veniva considerato un successo, quasi un’anomalia, se si tiene conto che nella stragrande maggioranza dei casi i processi finivano con l’assoluzione tipica dei processi di mafia: per insufficienza di prove. Gli investigatori hanno cercato di guardare più in là ma senza riuscirci. Sentiamo cosa scriveva il sostituto procuratore di Palermo, il piemontese Guido Giacosa, che indagava sui pugnalatori del 1862, che si può considerare il primo caso di strategia della tensione nello Stato italiano.
I fatti sono noti: il primo ottobre del 1862 ci furono dodici accoltellati per le strade di Palermo; uno dei pugnalatori, Angelo D’Angelo, inseguito e catturato, collabora con la giustizia (potremmo considerarlo il primo “pentito”, anche se per questa vicenda non si parla ancora di mafia31), fa i nomi dei complici, indica come finanziatori e mandanti il principe di Sant’Elia, senatore del Regno, e il principe di Giardinelli.
Gli esecutori vengono condannati, tre di essi a morte. Il giovane sostituto procuratore non crede al coinvolgimento del principe di Sant’Elia (“uno dei più bei nomi della Sicilia, un nome che non si pronuncia senza essere accompagnato dal plauso degli onesti. Io ho profferito arrossendo quel nome. Iddio perdoni a chi profferì l’empia calunnia”32), ma successivamente cambierà avviso e dovrà constatare che la giustizia usa due pesi e due misure:
Con basi assai meno imponenti sono stati condannati quei dodici disgraziati, tre dei quali pagheranno tra poco alla giustizia con terribil fio. (…) Gli indizi per noi esistevano ed erano di una gravità e importanza innegabili. Dico di più: gli indizi contro i principi di Sant’Elia e Giardinelli erano maggiori e più imponenti di quelli contro tutti gli altri imputati33.
Se per i delitti politico-mafiosi antichi e recenti non si è riusciti a ricostruire e a sanzionare la trama delle contiguità e della plurisoggettività (e anche le inchieste sulle stragi più recenti sembrano avviate sullo stesso binario), le inchieste che hanno riguardato uomini politici o funzionari dello Stato solo in alcuni casi si sono concluse con condanne. È stato condannato per associazione mafiosa l’ex senatore democristiano e assessore nelle giunte Orlando Vincenzo Inzerillo; sono stati condannati per concorso esterno: l’esponente di Alleanza nazionale Filiberto Scalone, l’ex assessore regionale democristiano Franz Gorgone, il magistrato Giuseppe Prinzivalli, il funzionario di polizia Ignazio D’Antone; il funzionario di polizia e dei servizi segreti Bruno Contrada è stato condannato in primo grado e assolto in appello, mentre il giudice di Cassazione Corrado Carnevale è stato assolto in primo grado e condannato in appello. Come sappiamo, gli imputati più noti (il presidente della provincia di Palermo Francesco Musotto, l’ex presidente del Consiglio e senatore a vita Giulio Andreotti, l’ex ministro Calogero Mannino) sono stati assolti.
Gli inquirenti hanno utilizzato la fattispecie di associazione mafiosa, per Andreotti, e di concorso esterno in associazione mafiosa, negli altri casi, fattispecie di elaborazione giurisprudenziale che però ritroviamo già nell’Ottocento, come è stato documentato da una spigolatura tra vecchie pagine (probabilmente con una ricerca apposita si troverebbero altri casi). Ma un conto è “avere scientemente somministrato ricovero… vettovaglie e vesti” ai banditi della banda Capraro, di cui si legge nelle pagine ingiallite del “Circolo giuridico”, che riportano una decisione della Corte di Cassazione di Palermo – Sezione penale del 17 giugno 187534, un altro incriminare Andreotti e altri esponenti politici.
Recentemente Caselli e Ingroia si sono posti il problema della giustizia, forte con i deboli e debole con i forti, quasi negli stessi termini in cui se lo poneva il giovane Giacosa. Secondo i dati relativi al 2000 il Tribunale di Palermo ha inflitto o confermato 116 condanne all’ergastolo per omicidi di mafia a imputati interni a Cosa Nostra, ma non ci sono state condanne per imputati esterni. I due magistrati si chiedono a cosa possa essere dovuto uno scarto così clamoroso e formulano tre ipotesi: la Procura è efficiente nei processi agli affiliati ma non lo è negli altri casi; la prova è più difficile quando si tratta di “relazioni esterne”; i criteri di valutazione della prova non sono omogenei35.
Gli autori inclinano per la terza ipotesi e nei motivi dell’appello alla sentenza per il processo Andreotti presentato dalla Procura si parla di “analisi atomistica” degli elementi probatori e di “destrutturazione del compendio probatorio”36.
Si potrebbe dire che anche i magistrati respirano l’aria in circolazione, che è poi quello che gli stessi Caselli e Ingroia lasciano intendere quando scrivono che “le oscillazioni degli indirizzi interpretativi, soprattutto in tema di valutazione della prova, specialmente nei processi di mafia, potrebbero per certi versi ricollegarsi al mutamento degli orientamenti politico-culturali dominanti in un dato momento storico”37. E il momento storico che attraversiamo è davvero prodigo di mutamenti, non solo sul terreno della mafia e del rapporto mafia-politica.
Riguardo alla contrapposizione tra il “metodo Falcone” e quello di Caselli e dei suoi collaboratori, mi limito a osservare che, ovviamente, ognuno ha la sua personalità e questa non può non pesare nell’attività professionale, ma mi pare che ancora una volta si ricorra a un vecchio espediente: la santificazione del morto e la delegittimazione dei vivi. E forse, nella storia della magistratura italiana, nessuno è mai stato tanto delegittimato, da vivo, come Giovanni Falcone.
Mafia, sistema elettorale e rappresentanza
In materia di rappresentanza, di sistema elettorale e di votazioni, si è insistito sull’uso mafioso delle preferenze plurime, delle cordate, sui vizi del proporzionale e le virtù del maggioritario, e si è fatta la scelta di un sistema elettorale (un maggioritario ibridato di proporzionale) di cui personalmente penso tutto il male possibile. Anche se non ci sono dati scientificamente raccolti e interpretati, non mi pare che con il nuovo sistema elettorale i mafiosi abbiano difficoltà a individuare e a appoggiare i loro referenti. Non sono neppure dell’avviso che l’elezione diretta del sindaco o del presidente della regione abbia portato vento nuovo: una volta caduta qualsiasi considerazione per la responsabilità politica o accountability che dir si voglia, la strada è perfettamente spianata, come e forse più di prima, per l’influenza della mafia sulle elezioni. Le elezioni ora avvengono all’insegna dell’illegalità più smaccata, con la diffusione infestante di gigantografie e manifesti, le campagne elettorali permanenti, la lievitazione incontrollabile delle spese. Ormai si è così abituati a questo straripamento dell’illegalità che non ci si pone neppure il problema di applicare le norme vigenti. Ognuno si sente autorizzato a emulare e a superare gli altri in questa corsa all’esibizionismo, solo che la disparità di mezzi (altro che par condicio!) è così schiacciante che i candidati dello schieramento avverso possono fare soltanto la figura degli straccioni.
Le leggi n. 55 del 19 marzo 1990 e n. 16 del 18 gennaio 1992 prevedono le preclusioni alla possibilità di candidarsi alle elezioni regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali per chi è sottoposto a giudizio penale o a misura di prevenzione, ancorché non definitiva, per associazione mafiosa o per favoreggiamento, o per altri reati, ma alle elezioni politiche c’è il via libera alla candidatura di imputati per gli stessi reati e così sono stati candidati con la “Casa delle libertà” Marcello Dell’Utri e Gaspare Giudice, eletti a Milano e a Palermo. A Bari è stato eletto nella lista di Forza Italia Gianstefano Frigerio, successivamente arrestato per una condanna definitiva per corruzione, concussione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti, reati commessi quando era segretario della Dc lombarda. Tra le aziende che avevano pagato tangenti c’era la Edilnord di Paolo Berlusconi. Dato che è vano sperare in codici di autoregolamentazione, non si dovrebbe disporre che, con i processi in corso, non ci si possa candidare alle elezioni politiche? La risposta è scontata: non lo si è fatto prima e adesso una tale richiesta sarebbe bollata come “accanimento persecutorio”.
L’art. 11 ter della legge n. 356 del 7 agosto 1992 ha introdotto il reato di scambio elettorale politico-mafioso, che consiste nella promessa di voti fatta dall’affiliato all’associazione mafiosa che in cambio riceve somme di denaro. La formulazione del disegno di legge era più ampia: prevedeva anche, come contraccambio alla promessa di voti, l’impegno di agevolare l’acquisizione di concessioni, autorizzazioni, appalti, contributi, finanziamenti pubblici o, comunque, la realizzazione di profitti illeciti. Questo scambio voti-denaro è una fattispecie rachitica, di difficilissimo riscontro (credo che ci siano stati pochissimi casi: il più recente riguarda un certo Alfonso Lo Zito, presidente provinciale dell’Udeur e candidato in quel di Agrigento per l’Ulivo), assolutamente inadeguata per rappresentare la complessità dello scambio elettorale. Esso non è a senso unico: non sono i mafiosi a cercare i candidati, ma spesso sono questi ultimi che ricorrono ai mafiosi. E l’oggetto dello scambio non è tanto la dazione di una somma di denaro o l’adozione di un provvedimento determinato, quanto l’avvio di un rapporto che tornerà utile quando si presenterà l’occasione. Per l’ennesima volta il legislatore ha avuto una visione riduttiva e parziale del fenomeno mafioso, ma già la stessa legge antimafia del 1982, che pure rappresenta un fatto storico per l’individuazione dell’associazione mafiosa come reato, anche se con più di un secolo di ritardo, era arretrata rispetto alla realtà, bloccata com’era a una visione della mafia detentrice di beni immobili o dedita ad attività imprenditoriali, quando già negli anni ’70 si era fatta strada a grandi passi la “mafia finanziaria”38.
Nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica la parola d’ordine più diffusa è stata la lotta contro la partitocrazia, indicata come la responsabile di tutti i mali, che ha assunto i caratteri di una vera e propria campagna di antipolitica, e le presunte grandi novità sono state il trasversalismo e la personalizzazione della politica.
Con la crisi della forma-partito storica sono subentrate forme di rappresentanza caricaturali, come le liste nominative, i partiti personali, il partito-azienda, il padrone-leader, la politica come spettacolo e prodotto pubblicitario, il contratto diretto con gli elettori firmato negli studi televisivi, la nuova piazza mediatica in cui si esibiscono personaggi che sembrano tratti dalle commedie di Aristofane, come il conciapelli Paflagone e il salsicciaio Vincipiazza protagonisti de I cavalieri.
Con tutti i loro limiti e con i gravi compromessi che sappiamo, i partiti politici erano il frutto di una storia, avevano una visione della società, una cultura, un galateo; ora sono stati sostituiti da macchine manageriali ancora più costose, da programmi-spot, dall’insulto e dalla diarrea iconografica, dall’arroganza tipica dei nuovi ricchi e dei loro clientes, dalla filosofia secondo cui tutto è permesso se hai mezzi e facciatosta per farla franca. Per la mafia, che pure ne ha conosciute di annate ricche, forse non c’è mai stato un contesto più ospitale di questo.
Controllo sull’attività politico-amministrativa
Il controllo della mafia sulle istituzioni si è configurato come identificazione-compenetrazione con gruppi politici e burocratici, come rapporto di scambio, permanente o limitato, e si è concretato con la presenza in organi elettivi come i consigli comunali (dal 1991 a oggi ne sono stati sciolti 109, ma l’applicazione della legge n. 221 del 22 luglio 1991, che prevede lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali e degli organi di altri enti locali, non sempre è apparsa limpidamente motivata) e con il ruolo negli appalti di opere pubbliche.
Dalla lettura delle motivazioni dei decreti di scioglimento dei consigli comunali si ricavano indicazioni significative sulle modalità di attuazione del controllo mafioso sulle istituzioni. I mafiosi sono presenti direttamente come consiglieri comunali, assessori o sindaci, oppure hanno rapporti di parentela, di amicizia o di affari con rappresentanti delle istituzioni e in tal modo esercitano un condizionamento che si concreta nell’inosservanza del principio di legalità, nel mancato soddisfacimento dei diritti dei cittadini, nel favorire gli interessi di mafiosi e privati. Si rispettano le forme della democrazia rappresentativa ma essa viene svuotata dei suoi contenuti.
Gli appalti sono stati considerati il punto d’incontro tra mafia, imprenditori, funzionari e politici e anche inchieste recenti hanno confermato il perdurare di una situazione che era emersa negli anni ’80. Prima si parlava di “accordi triangolari”, tra imprese, politici, pubblici funzionari, governati da un “ambasciatore” di Cosa Nostra o di un “comitato di gestione” formato da imprenditori sotto la supervisione dell’associazione mafiosa (il “tavolino”), e si pensava che in seguito alle rivelazioni di Angelo Siino e di altri e ai processi a imprenditori coinvolti in queste spartizioni le cose fossero cambiate. Ora si scopre che a vincere le gare d’appalto sono imprese esterne alla Sicilia con ribassi dell’uno per cento, mentre la media nazionale è del 16, e che le gare d’appalto indette dall’Anas sono controllate da un cartello di imprese di amici e prestanome di Bernardo Provenzano, latitante da 39 anni. In queste mani rischiano di finire i 18.600 miliardi di Agenda 2000. Provenzano, dopo aver praticato intensamente lo stragismo prima con Luciano Liggio e poi con Totò Riina, si sarebbe riconvertito alla mediazione e sarebbe il capo della cosiddetta “mafia sommersa”, da alcuni scambiata per sconfitta e inesistente39. A riprova che la mafia è stata e continua a essere un sistema adattivo: formalmente rigida e abbarbicata alle sue radici, di fatto elastica e aperta a tutte le possibilità di affari e di alleanze offerte dal contesto.
La relazione della Commissione antimafia su mafia e politica del 1993 aveva indicato con chiarezza quali sono gli obiettivi della mafia sul terreno degli appalti:
…lucrare tangenti, collocare mano d’opera nei subappalti, far acquisire le forniture alle ditte “amiche”. Ma l’obiettivo generale è più ambizioso: con le mani sugli appalti Cosa Nostra riesce a controllare gli aspetti essenziali della vita politica ed economica del territorio, perché condiziona gli imprenditori, i politici, i burocrati, i lavoratori, i liberi professionisti. Questo aspetto contribuisce a rafforzare il dominio sul territorio, consolida il consenso sociale, potenzia le singole famiglie mafiose nel territorio, nella società e nell’ambiente politico ed amministrativo40.
Le mani sugli appalti sono insomma una delle forme più significative dell’esercizio di quella che ho chiamato “signoria territoriale”, un dominio totalitario che costituisce una caratteristica storica della mafia siciliana41.
Evidentemente gli interessi sono tali che molti pensano che bisogna continuare imperterriti su questa strada. In Sicilia ci sono 530 stazioni appaltanti, con tutto quello che ciò significa come possibilità di condizionamento e di spartizione della torta, e la proposta di ridurre il numero drasticamente a 9 (una per provincia) finora è rimasta nei cassetti.
Come la politica produce mafia. Dualità della mafia e dello Stato
La politica contribuisce a perpetuare e a sviluppare il fenomeno mafioso, assicurando l’impunità, che è una forma di legittimazione, facendo funzionare le istituzioni in modo da ospitare e favorire soggetti e attività direttamente o indirettamente collegati con i mafiosi, erogando il denaro pubblico ai mafiosi e ai loro alleati, criminalizzando le istituzioni con l’introiezione di metodi e comportamenti illegali e mafiosi.
È un discorso che comincia da lontano e che finora non è stato smentito. Si è parlato di “legalizzazione della mafia” per la politica della Sinistra negli anni Ottanta del XIX secolo e si possono ricordare la repressione del movimento contadino con l’uso intrecciato della violenza mafiosa e istituzionale che ha spianato la strada all’affermazione del dominio mafioso, il ruolo della spesa pubblica nella nascita della mafia urbano-imprenditoriale come “borghesia di Stato” (senza il capitale pubblico e senza il rapporto con le istituzioni non sarebbero nati i mafiosi-imprenditori degli anni ’50 e ’60)42, il ruolo dei servizi segreti regolarmente deviati e delle logge massoniche come la P2, fantasma dissoltosi ormai nell’aria, in cui figuravano vertici istituzionali, le pratiche di corruzione sistemica che hanno coinvolto imprese, partiti e istituzioni.
Tutto questo non rientra nel novero delle disfunzioni e delle deviazioni, ma si inscrive in una sorta di codice genetico dello Stato così come si è concretamente configurato.
Secondo uno stereotipo corrente la mafia, per i suoi delitti che colpiscono uomini delle istituzioni, si porrebbe come un “antistato”; in effetti la mafia più che violare il diritto nega il diritto perché non riconosce il monopolio statale della forza, ha un suo codice di regole e una sua giustizia e usa l’omicidio come una sanzione equivalente alla pena di morte. Quindi essa è fuori e contro lo Stato, ma per le sue attività legate all’uso del denaro pubblico e la sua partecipazione attiva alla vita pubblica, nelle forme che abbiamo già richiamato, la mafia è dentro e con lo Stato. A questa dualità della mafia corrisponde una dualità delle istituzioni e dello Stato. In tutta la vicenda del movimento contadino, dall’ultimo decennio del XIX secolo agli anni ’50 del XX, con la parentesi del ventennio fascista, il monopolio statale della violenza, formalmente costituito, conviveva con la violenza privata mafiosa, funzionale al mantenimento dell’assetto di potere, e anche se le inchieste sui delitti politico-mafiosi e sulle stragi che hanno insanguinato il nostro paese, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna, non dovessero arrivare a risultati giudiziari, come tutto lascia pensare, si può considerare un dato acquisito come verità storica che settori delle istituzioni hanno avuto un ruolo, quanto meno, nel coprire i responsabili e nell’ostacolare la ricerca della verità giudiziaria. È significativo che la Commissione stragi non sia riuscita a approvare una relazione ufficiale, per cui i membri del gruppo Democratici di sinistra hanno pubblicato una relazione di minoranza e il presidente della Commissione ha usato le pagine di un libro-intervista per dire che l’Italia ha vissuto una tragica esperienza di frontiera: una democrazia giovane e fragile con una collocazione geografica di confine e questo spiega tante cose43.
Riprendendo un’espressione coniata da Ernst Fraenkel per analizzare la politica dello Stato nazista, lo storico Franco De Felice ha parlato di “doppio Stato” a proposito dello Stato italiano nel periodo della guerra fredda. Lo Stato avrebbe incorporato una doppia lealtà, cioè una doppia fedeltà, alle alleanze internazionali e alla Costituzione, e questa doppiezza spiegherebbe il comportamento dei servizi segreti, le vicende di Gladio e della P2 ecc.44.
Uno studioso americano, Alan Wolfe, negli anni Settanta aveva parlato di dualità dello Stato individuando una duplice articolazione nella politica degli Stati Uniti: da un lato i poteri ufficiali che prendevano le decisioni, dall’altro gli apparati per la creazione del consenso, operanti in segreto e nell’ ombra45.
Non è questo il luogo per riprendere la vexata quaestio della sovranità limitata, se non per dire che non condivido una visione secondo cui tutti gli ordini, da Portella della Ginestra a Piazza Fontana, venivano da Washington: in realtà più che il frutto di un’imposizione esterna la storia d’Italia dal dopoguerra a oggi è il prodotto di un matrimonio consensuale in cui si sono ritrovati interessi geopolitici e interessi nazionali e locali46.
Lo Stato duale di Wolfe e il doppio Stato di De Felice sono elaborazioni teoriche che rispondono a esigenze analitiche determinate: il primo per lo studio della politica americana, il secondo per l’analisi del periodo della guerra fredda e dell’equilibrio bipolare. Non sono passe-partout buoni per tutti gli usi, con cui spiegare tutte le dicotomie istituzionali. Ciò non toglie che alcune indicazioni possano essere utilizzate purché si abbia cura di adattare gli strumenti analitici alla realtà ricostruita attraverso una documentazione adeguata.
Per quasi mezzo secolo in Italia si sono confrontate la doppiezza dello Stato e la doppiezza del Pci, legato per lungo tempo a Mosca, e se l’antifascismo, da cui è nata la Costituzione, ha fatto da cemento unitario, ha agito una costituzione materiale che prevedeva il ricorso a qualsiasi mezzo pur di tenere lontani i comunisti dal potere istituzionale. La violenza mafiosa e stragista sono state usate a questo scopo. E per lunghi anni l’antimafia ha visto alla testa i partiti della opposizione social-comunista e si è scontrata con le istituzioni saldamente in mano ai partiti conservatori.
Con la caduta del “socialismo reale” e con la dissoluzione del Pci, la doppiezza, che faceva convivere legalità formale e illegalità di fatto, dovrebbe essere finita ma il quadro attuale è ben lontano dal somigliare al migliore dei mondi possibili.
Quadro attuale: la legalizzazione dell’illegalità
Recentemente ha suscitato comprensibili reazioni una dichiarazione del ministro dei lavori pubblici Lunardi che diceva che “con la mafia bisogna convivere”, come si convive con gli incidenti stradali che, tra l’altro, fanno più morti delle stragi mafiose.
Al di là della battuta, la politica dell’attuale governo nei suoi primi cento giorni va ben oltre la convivenza con la mafia. Con una serie di provvedimenti che hanno tutta l’aria di essere i passaggi di una strategia ideata e attuata con la massima coerenza, il governo delle destre procede spedito sulla strada di una vera e propria legalizzazione dell’illegalità.
Ci troviamo di fronte a qualcosa di inedito che va oltre le politiche classiste. Potremmo chiamarlo: interesse privato in atti legislativi. La detassazione delle donazioni e delle successioni, la depenalizzazione del falso in bilancio, la legge sull’inutilizzabilità delle rogatorie, l’incentivazione al rientro dei capitali sono in primo luogo regali che il capo del governo fa a se stesso, ai suoi familiari e ai suoi soci in affari.
Le giornate di Genova ci hanno mostrato cosa i nostri governanti intendono per ordine pubblico e la rimozione del Commissario antiracket Tano Grasso dà un’idea di che cos’è lo spoils system in versione italiana. La televisione pubblica si può dire già privatizzata. Sono in cantiere la riforma del Csm e la separazione delle carriere dei magistrati. Questi non sono problemi di categoria; se crolla l’indipendenza della magistratura, crolla uno dei pilastri della democrazia. Con la priorità sbandierata ai quattro venti della “guerra al terrorismo”, tutto il resto, a cominciare dalla mafia, diventa marginale e trascurabile, ma le rogatorie internazionali se non hanno un bollo a ogni pagina sono carta straccia, perché neppure la lotta al terrorismo può avere partita vinta contro gli interessi del presidente del consiglio e dei suoi amici che hanno diritto a prevalere su tutto. Il no del governo italiano a inserire tra i reati per cui si prevede il mandato di cattura europeo la corruzione e i reati finanziari, che toccano direttamente il premier, è la riprova di una politica volta a tutelare interessi personali, addebitando alla “campagna denigratoria” e al “mendacio” dell’opposizione, dei “comunisti”, l’isolamento del nostro paese47. Il progetto di riforma dei servizi segreti, con licenza per gli 007 di compiere reati e con la sottrazione a ogni tipo di controllo, salvo quello diretto del capo del governo, inietterà un’ulteriore dose di illegalità garantita all’interno di un sistema già abbondantemente permeato dalla illegalità legalizzata.
Tutto questo non può registrarsi sotto la voce “sorpresa”: i programmi di Forza Italia e della “Casa delle libertà” erano chiarissimi ed erano stati in larga parte preannunciati da Licio Gelli con il suo “Piano di rinascita democratica”48: un personaggio dimenticato ma in realtà assurto a padre della patria.
Il partito di Berlusconi è un puzzle o un’insalata mista, frutto di un gioco combinatorio che mette insieme un’iconografia calcistica (che ha un grande appeal, se si tiene conto che il pallone è diventato un business e un consumo obbligatorio quotidiano), una caricatura d’ideologia all’insegna del più viscerale, ma non per questo inefficace, anticomunismo e di un neoliberismo ridotto a legge della giungla e imposizione del più furbo, la pratica e la teorizzazione dell’illegalità e l’ostentazione dell’impunità, una macchina organizzativa robusta e diffusa sul territorio, riedizione aggiornata del partito-pigliatutto, guidata da un leader più esibizionista che carismatico e controllata dai suoi sottoposti con piglio padronale-manageriale, una propaganda ossessiva, con grande dispendio di mezzi, che usa le tecniche della comunicazione di massa con una spiccata predilezione per il linguaggio-spazzatura49. Forza Italia è molto di più di un partito personale, di un partito-azienda. È il caglio di un blocco sociale e la summa di un modello antropologico.
Nel successo delle destre hanno avuto un ruolo significativo le scelte della Confindustria e della Chiesa cattolica. Interessata la prima a rafforzare il comando del capitale, cancellando o riducendo drasticamente le conquiste dei lavoratori, mentre la seconda ha barattato il suo appoggio con qualcosa di più di un piatto di lenticchie, a cominciare dai finanziamenti alle scuole private.
Fanno parte del blocco sociale imprenditori, professionisti, speculatori, faccendieri ecc. ecc., per i quali l’illegalità è una risorsa e il cui stile di vita è improntato alla ricerca del successo a ogni costo e alla competitività con tutti i mezzi. Il culto per il leader-liberatore, che va oltre il mito Berlusconi, la cultura della delega, il populismo e anni di istupidimento televisivo, che hanno visto le televisioni pubbliche nel ruolo di concorrenti, hanno fatto il resto.
In Sicilia la vittoria delle destre è stata così schiacciante, dalle politiche alle regionali e alle amministrative, da far pensare che il blocco sociale sia così forte e compatto, nonostante qualche increspatura dovuta a ambizioni personali e all’intolleranza per atteggiamenti padronali, da assicurarsi un lungo e proficuo futuro. E qui, se possibile, anche più che altrove, il collante è costituito dall’illegalità, che va dall’abusivismo edilizio diffuso su tutto il territorio dell’isola al rientro della mafia non solo nel settore degli appalti.
Uno dei luoghi classici della letteratura politologica distingue tra governo delle leggi e governo degli uomini. Governo delle leggi vuol dire: subordinazione del potere al diritto (governo sub lege) e statuizione di norme generali e astratte (governo per leges). Il governo degli uomini invece è fondato sull’arbitrio.
In Italia attualmente abbiamo una forma di governo e di produzione delle leggi indubbiamente originale, tanto da essere unica nei paesi occidentali: le leggi sono ineccepibili dal punto di vista dell’iter previsto per la loro discussione e approvazione, anche se il ricorso continuo al voto di fiducia pone più di un problema, quindi non si può parlare di arbitrio, però non sono né generali né astratte ma finalizzate al perseguimento e alla tutela di interessi personali. Ed è questa privatizzazione del diritto l’aspetto più preoccupante. Bobbio nella voce “Legalità” del Dizionario di Politica cita Le Supplici di Euripide: “Nulla vi è per una città più nemico che un tiranno, quando non vi siano leggi generali, e un uomo solo ha il potere, facendo la legge egli stesso a se stesso, e non v’è affatto eguaglianza”50. L’attuale capo del governo non sarà un tiranno, poiché è stato regolarmente eletto dalla maggioranza del popolo italiano, ma che si faccia fare le leggi su misura non ci sono dubbi. Ecco cosa scriveva la “Sueddeutsche Zeitung”, altro covo di estremisti irriducibili, lo scorso 19 novembre: “Berlusconi e la giustizia rappresentano un conflitto di ruolo che è senza uguali nell’Unione Europea: un capo del governo, che è anche un imputato, e che come Premier concepisce delle leggi dalle quali trae vantaggio l’imputato stesso”.
L’attacco alla magistratura per questo governo, per questa maggioranza, per questo blocco sociale, non è espressione di intemperanza verbale, frutto della carenza di galateo istituzionale di qualcuno, ma una necessità che scaturisce da una precisa esigenza: l‘illegalità è funzionale alla costruzione del modello istituzionale e all’attuazione del modello di accumulazione e di sviluppo. Il primo è fondato sul rafforzamento del potere esecutivo, sull’asservimento del legislativo e la dipendenza del giudiziario; il secondo punta all’incremento dei capitali, a prescindere dalla loro provenienza, e alle grandi opere, da realizzare in gran fretta, abolendo o riducendo i controlli. Da questo punto di vista l’Italia non è un’anomalia, ma si inserisce in un contesto mondiale dominato dai processi di globalizzazione, all’insegna dell’affermazione di poteri di fatto (l’esempio più eclatante è il G8) e dei processi di finanziarizzazione, che offrono nuovi spazi alla simbiosi tra capitali illegali e legali51. L’in più del “caso italiano” è la concentrazione di potere economico, politico e mediatico in un unico personaggio.
Per condurre in porto questa strategia i governanti attuali menano colpi in tutte le direzioni. Si è cominciato riscrivendo la storia: secondo la vulgata corrente il primo governo Berlusconi non è caduto per le contraddizioni interne alla coalizione, non sono stati Bossi e Buttiglione a farlo cadere ma il “golpe giudiziario”. Si è continuato con gli attacchi ai magistrati, fino a chiederne l’arresto, perché non applicherebbero una sentenza della Corte costituzionale, ma in realtà per un delitto più grave: la lesa maestà del capo del governo e dei suoi amici. L’abolizione delle scorte ha tutto il sapore di una punizione: vi siete comportati male e adesso vi abbandoniamo al vostro destino. Mi auguro che non si apra una nuova stagione di sangue; i mafiosi hanno capito che bisogna controllare la violenza e non sono mai stati così bene, ma ovviamente non c’è da fidarsi. Anche se ne abbiamo viste tante, apprendere dagli organi di stampa che la madre del ministro degli interni è più protetta di un magistrato impegnato in indagini sulla mafia, fa ancora senso52.
Finora il collante della democrazia italiana è stato l’antifascismo; ora si sta diroccando anche questo pilastro portante in nome di una visione secondo cui contano le intenzioni e non le scelte per il loro valore oggettivo. Se non si tiene ferma la distinzione tra democrazia e fascismo e si guarda solo alla “buona fede”, si possono mettere sullo stesso piano Resistenza e Repubblica di Salò e si scambia per conciliazione nazionale una storia-marmellata che prelude a uno stravolgimento della Costituzione. Di questo passo l’Italia non sarà più una Repubblica fondata sul lavoro ma sull’interesse privato dei più ricchi e dei più forti.
C’è da chiedersi se possano estendersi all’Italia attuale le analisi sugli “Stati-mafia” riguardanti alcuni Stati direttamente impegnati in attività criminali. Si tratta in particolare di Stati balcanici, come la Serbia e l’Albania, in cui le organizzazioni criminali, dedite al traffico di droghe e di armi e con un ruolo di primo piano nelle guerre che hanno insanguinato quell’area dopo la dissoluzione del regime socialista, si sono annidate al vertici delle istituzioni53.
Situazioni sostanzialmente omologhe si sono registrate in altri paesi ex socialisti, a cominciare dalla Russia, dove le organizzazioni criminali si sono sviluppate dal seno stesso del Kgb e del Pcus e le borghesie in ascesa sono espressione di gruppi criminali, mentre pratiche illegali e corruzione allignano ai vertici del potere, come nel caso della famiglia Eltsin, coinvolta in operazioni di riciclaggio di capitali attraverso banche di vari paesi54.
L’espressione “Stati-mafia” è nuova ma il fenomeno non lo è. Di criminocrazia, più esattamente di narcocrazia, si è parlato per vari paesi i cui governanti sono risultati direttamente coinvolti nel traffico di droghe, e tra i casi più noti si citano la dittatura del generale García Meza in Bolivia, il regime di Noriega in Panama, il regime militare in Birmania55.
In Turchia attualmente sono al governo uomini che hanno fatto parte della banda politico-criminale dei Lupi grigi e ciò accade in un paese che fa parte della Nato e bussa alla porta dell’Unione Europea.
Per l’Italia il quadro che abbiamo tracciato presenta molti elementi che inducono a pensare che ci troviamo di fronte a una forma di potere in cui l’illegalità viene rovesciata in legalità e questo va oltre la collusione di qualche politico con qualche boss o la commissione di uno o più reati da parte di singoli rappresentanti delle istituzioni.
Stiamo vivendo uno dei periodi più difficili della storia dell’Italia repubblicana e dobbiamo ricostruire un quadro di analisi adeguato ed elaborare un programma d’azione praticabile. E ognuno deve fare la sua parte.
I magistrati che si sono posti in sede inquirente e in sede giudicante il problema della plurisoggettività dei delitti politico-mafiosi e della responsabilità penale dei politici incriminati per rapporti con la mafia hanno fatto quel che hanno potuto, con risultati insoddisfacenti.
Berlusconi e i suoi amici parlano di “condanne senza prove” ma a volte sembra di essere di fronte a “assoluzioni con prove”: non so se per un eccesso di garantismo o per qualcosa di simile alla “terza ipotesi” di cui hanno parlato Caselli e Ingroia.
Strumenti come il concorso esterno si sono rivelati inadeguati e nel frattempo molte armi si sono spuntate: si è drasticamente ridotto il numero dei collaboratori, sottoposti a condizionamenti che scoraggiano, se non cancellano, la volontà di collaborare.
L’azione della magistratura anche nel periodo più proficuo di contrasto alla mafia militare si è sviluppata in un vuoto di lotta politica e di impegno culturale. E qui c’è una responsabilità delle forze politiche che hanno caricato tutto sulle spalle dei magistrati, ma pure della società civile, più meno organizzata.
Il trionfo delle destre e la sconfitta del centro-sinistra non sono casuali. I governi di centro-sinistra hanno peccato in atti e in omissioni: non hanno regolato il conflitto di interessi, non hanno varato una nuova legge elettorale, hanno fatto pesanti concessioni in tema di giustizia e diroccato una parte della legislazione antimafia, pensata e attuata in un’ottica di emergenza, non hanno regolato un tema delicato come quello delle rogatorie internazionali. E si potrebbe continuare. Ma non va ignorato quel tanto che si è riusciti a fare. Penso all’attività della Commissione antimafia e in particolare alla relazione sul caso Impastato56, che ho definito “il primo capitolo di una storia dell’impunità”, con gravi responsabilità delle istituzioni puntualmente documentate, che difficilmente avrà un seguito.
Il problema è che di “responsabilità politica” non parla più nessuno e le considerazioni della Commissione antimafia, che pure rappresentavano un’acquisizione significativa, sono rimaste lettera morta. A mio avviso è necessario riprendere quel tema e dargli quella concretezza che non aveva: qui si misura la volontà delle forze politiche di operare scelte coerenti con le dichiarazioni e i proclami antimafia.
Voglio dire qualcosa di più su quella che considero casa mia, cioè sulla società civile. Anche qui ha dominato la cultura della delega al leader-liberatore e al santo-miracolatore (non per caso Leoluca Orlando si è autodefinito “il Berlusconi di Sicilia”57 e si sono avuti limiti gravi su cui non mi pare si voglia riflettere adeguatamente.
Nella mia Storia del movimento antimafia ho cercato di tracciare un quadro in cui registro iniziative significative, non episodiche e precarie: il lavoro nelle scuole, le associazioni antiracket, l’uso sociale dei beni confiscati ai mafiosi. Ma qui voglio fare degli esempi in negativo, purtroppo non gradevoli.
Ai tempi del maxiprocesso, ci siamo trovati in pochissimi, solo il Centro Impastato e l’Associazione delle donne siciliane contro la mafia, a sostenere due donne del popolo palermitano, Michela Buscemi e Vita Rugnetta, che si erano costituite parte civile ed erano state isolate da tutti in nome di una sorta di purezza razziale o classista della lotta alla mafia che ispirò la decisione del comitato per il sostegno delle parti civili di devolvere i fondi raccolti solo ai familiari dei servitori dello Stato, escludendo le due donne che avevano fatto la loro scelta spinte anche dal fatto che si era costituito quel comitato e che non sarebbero andate incontro a spese per loro proibitive58.
La motivazione dell’esclusione: i loro congiunti erano, o potevano essere, contigui alla mafia e forse esse stesse vivevano alla sua ombra. Abbiamo detto che le due signore facevano parte di un ambiente popolare tradizionalmente dominato dalla sudditanza alla mafia, e che il loro gesto aveva un’importanza enorme perché rompeva con quella cultura, e quindi andavano sostenute in modo da rendere la loro scelta un esempio da seguire; e che se fossero state in qualche modo legate alla mafia a maggior ragione si sarebbe dovuto sostenerle, per il significato che assumeva quella rottura. Ha prevalso quello che allora ho chiamato “bigottismo antimafia”, che considera la lotta contro la mafia come un impegno istituzionale e un’esclusiva della gente bene. Voglio ricordare che abbiamo aperto una nostra sottoscrizione e abbiamo raccolto una cifra assai modesta e che anche persone che ci hanno fatto sapere di non condividere la decisione del comitato si sono guardate bene dal dare una lira e dal dire una parola. In tal modo si sono scoraggiati gli altri che avrebbero potuto fare quella scelta e si è persa un’occasione per coinvolgere, in qualche modo, gli strati popolari.
Si è troppo spesso praticata un’antimafia predicatoria, all’insegna di protagonismi discutibili. La vicenda del Coordinamento antimafia è una pagina segnata dalla rozzezza e dal settarismo, ma a suo tempo è stato fatto passare come il meglio dell’antimafia59. In anni non lontani un membro della Compagnia di Gesù teorizzava che il sospetto era “l’anticamera della verità”, attaccava Falcone sulle pagine de “l’Unità”60 e godeva di molto credito; in seguito si sarebbe avvicinato a Forza Italia, evidentemente sulla base della convinzione che i suoi esponenti siano al di sopra di ogni sospetto anche quando sono sotto processo per mafia. Oggi assistiamo alle iniziative di un personaggio singolare, che coniuga l’attivismo antimafia, con ampio coinvolgimento di magistrati e uomini di cultura, con i segni delle stimmate, i messaggi degli Ufo e i segreti di Fatima61.
Capisco che la lotta contro la mafia richiede la mobilitazione di tutte le nostre risorse e che bisogna sopravvivere, in qualche modo, in un mondo in cui più che andare in scena la fine della storia di Fukuyama o lo scontro tra civiltà di Huntington si diffonde un’epidemia, forse arrestabile ma finora non arrestata, di fondamentalismi, ma è troppo chiedere che ci sia un po’ più di razionalità?
Recentemente Palermo è stata proclamata “capitale mondiale della cultura della legalità”. A dire il vero, nonostante le buone intenzioni e le manifestazioni antimafia, non c’è forse città in Occidente in cui l’illegalità sia così diffusa e tanto religiosamente praticata: dallo “sporco dunque sono”62 a come si prende l’autobus (pochissimi pagano il biglietto e quasi tutti entrano dall’uscita ed escono dall’entrata), ma qualcuno va in giro per il mondo a parlare di una Palermo più immaginaria che reale e in città vengono delegazioni a imparare la “cultura della legalità”. Sbaglio o ho ragione a pensare che se vogliamo sostenere le sfide che abbiamo di fronte, non di illusioni e di mitomanie abbiamo bisogno ma del massimo di intelligenza e di lucidità?
Vorrei concludere con qualche proposta. Se non vogliamo che passino altri vent’anni per rivederci dobbiamo darci strumenti e forme di comunicazione permanente o almeno frequente. Penso a un allargamento della redazione della rivista “Questione Giustizia”, che va aperta alla collaborazione non solo degli “addetti ai lavori”; potremmo redigere un’agenda di impegni comuni, con scadenza annuale o più ravvicinata, e la prima iniziativa di riflessione potrebbe essere un seminario su “Istituzioni, economia e legalità”.
La nostra “campagna per la libertà di stampa nella lotta contro la mafia”, dopo un avvio promettente, attraversa una fase di magra: ci sono ben altre cose a cui pensare, a cominciare dal terrorismo, e questo è un macigno che minaccia di schiacciare tutto e tutti. Mi rendo conto che tocchiamo un problema delicato e che non è facile trovare un equilibrio tra tutela della persona e diritto di cronaca e di critica, ma appunto per questo c’è bisogno di aprire una discussione e coinvolgere competenze diverse. Pensiamo alla costituzione di un gruppo di studio e di riflessione e chiediamo a giuristi e operatori della giustizia di darci una mano. Parlare di mafia e politica e di legalità oggi è necessario più che mai, ma non possiamo farlo sotto la spada di Damocle dell’impoverimento, con un uso distorto del ricorso al procedimento civile che fa parte di una strategia che vuole condannarci al silenzio in attesa di tempi migliori.
1 La pagina su Palermo del sito Internet delle Nazioni Unite (htpp//www.odccp. org./ palermo) può considerarsi un esempio emblematico della disinformazione imperante. Dopo la citazione di una frase di Giovanni Falcone datata 2 dicembre 1992 (anche i meno informati sanno che Falcone è stato ucciso il 23 maggio di quell’anno), seguiva un testo in cui si affermava che prima la Sicilia era conosciuta in tutto il mondo per la mafia ma che nel corso degli anni ’80 “la mentalità dei siciliani cominciò a cambiare”, mentre l’inchiesta Mani pulite cambiava il sistema politico italiano, e ora la mafia è a pezzi e Palermo vive il suo Rinascimento. Non solo si dava un’immagine trionfalistica della lotta contro la mafia e la corruzione, smentita dai fatti, ma si ignoravano le grandi lotte contro la mafia che hanno visto come protagonista il movimento contadino, a cominciare dall’ultimo decennio del XIX secolo, inducendo a credere che la mobilitazione antimafia sarebbe cominciata solo negli ultimi anni, grazie al ruolo di alcuni personaggi, più interessati ad accreditare la loro immagine di “liberatori-miracolatori” che a promuovere un reale cambiamento. In parallelo con la conferenza delle Nazioni Unite alcune associazioni hanno organizzato un seminario dal titolo “I crimini della globalizzazione”, i cui Atti sono in corso di pubblicazione.
2 S. Romano, Un cavaliere all’estero, “Corriere della sera”, 26 ottobre 2001, p. 1.
3 Il motto è stato richiamato da un altro prestigioso editorialista, P. Ostellino, in un articolo intitolato Fassino, l’Airbus e l’orgoglio italiano, sempre sul “Corriere della sera”, 3 novembre 2001, p. 2 e dall’allora candidato alla segreteria del maggiore partito dell’opposizione: cfr. la risposta di P. Fassino, ivi, 4 novembre 2001, p. 35. Entrambi non sono a conoscenza che il motto anglosassone somiglia come due gocce d’acqua a un proverbio nostrano, cioè di Cosa nostra, che suona: “difenni u to, drittu o tortu”. Ai due illustri interlocutori si potrebbe consigliare la lettura del Gorgia di Platone e in particolare del brano in cui Socrate sostiene che bisogna denunciare l’ingiustizia anche quando viene commessa da se stessi, dalla propria famiglia e dalla patria: cfr. Platone, Gorgia, Laterza, Bari 1964, p. 90.
4 Cfr. C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Mondadori, Milano 1958, p. 202 (prima edizione: Einaudi, Torino 1945).
5 In Atti parlamentari, Consulta nazionale, Discussioni, seduta del 26 settembre 1945, p. 18.
6 Le recenti condanne in sede civile per diffamazione a mezzo stampa del politologo Claudio Riolo e di chi scrive hanno un significato che va oltre i singoli casi. Riolo è stato condannato per un articolo sul periodico “Narcomafie” del novembre 1994, in cui criticava il comportamento del presidente della provincia di Palermo Francesco Musotto che nel processo per la strage di Capaci difendeva un imputato mentre l’ente locale si costituiva parte civile; lo scrivente è stato condannato per aver pubblicato nel volume L’alleanza e il compromesso, edito nel 1997, alcuni stralci di un testo anonimo in cui si attribuiva all’ex ministro Calogero Mannino un ruolo nel delitto Lima. Secondo l’avvocato di Mannino, avrei fatto mie le affermazioni dell’anonimo, ma nel libro è detto esplicitamente che il testo proviene direttamente o indirettamente da ambienti mafiosi e da avversari politici dell’ex ministro. Nel giugno del 2001 con alcune associazioni abbiamo lanciato un “appello per la libertà di stampa nella lotta contro la mafia”, con due obiettivi: una nuova regolamentazione legislativa in materia di diffamazione e la costituzione di un fondo di solidarietà.
7 Il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi, in una serie di rapporti redatti negli ultimi anni del XIX secolo e nei primi anni del XX secolo e conservati presso l’Archivio centrale dello Stato, parla di una associazione di malfattori organizzati in sezioni, divisi in gruppi sotto il comando di un capo, al cui vertice è un capo supremo. Il processo che scaturì dalle indagini del questore Sangiorgi, celebratosi nel 1901, in mancanza di prove testimoniali, si concluse con molte assoluzioni e lievi condanne. Cfr. S. Lupo, Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma 1996, p. 117.
8 Procura della Repubblica di Palermo, Requisitoria contro affiliati a “Cosa Nostra”, Palermo 1985, p. 490.
9 Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, Ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni +706, Palermo 1985, pp. 978 s.
10 Tribunale di Palermo, Corte di Assise, Sentenza contro Abbate Giovanni + 459, Palermo 1987, p. 1212.
11 Procura della Repubblica di Palermo, op. cit., pp. 461, 488.
12 Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, Ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni + 162, Palermo 1987, pp. 429 ss.
13 G. Falcone – G. Turone, Tecniche di indagine in materia di mafia, in Consiglio Superiore della Magistratura, Riflessioni ed esperienze sul fenomeno mafioso, Roma 1983, p. 49. La relazione fu ripubblicata in G. Borré – L. Pepino (a cura di), Mafia, ‘ndrangheta e camorra, F. Angeli, Milano 1983, pp. 177-209.
14 Il testo della relazione è stato pubblicato da “l’Unità” del 31 maggio 1992; la citazione è tratta da U. Santino, La mafia come soggetto politico, Centro Impastato, Palermo 1994, p. 32.
15 Verbale dell’audizione di G. Falcone al Csm del 15 ottobre 1991, p. 99.
16 Ivi, p. 35 bis.
17 Ivi, p. 58. Stralci del verbale dell’audizione di Falcone in U. Santino, L’alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ai giorni nostri, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997, pp. 58, 111 s.
18 Si veda U. Santino – G. La Fiura, L’impresa mafiosa. Dall’Italia agli Stati Uniti, F. Angeli, Milano 1990, pp. 36-53.
19 Rimando alle mie considerazioni nel corso del seminario di Cosenza: cfr. U. Santino, Per una nuova analisi del fenomeno mafioso: dalla separatezza all’integrazione, in G. Borré – L. Pepino (a cura di), op. cit., pp. 37-53, in particolare pp. 46 ss.
20 Ricordo in particolare un articolo di Alessandro Pizzorusso su “l’Unità” del 12 marzo 1992, dal titolo: Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché. L’articolo è stato ripubblicato in G. Monti, Falcone e Borsellino. La calunnia, il tradimento, la tragedia, Editori Riuniti, Roma 1996, pp. 200-205.
21 Camera dei Deputati – Senato della Repubblica, XI Legislatura, Doc. XXIII, n. 2, Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari (da ora in poi: Commissione antimafia), Relazione sui rapporti tra mafia e politica, relatore L. Violante, Roma 1993, p. 22.
22 Ivi, p. 40.
23 Cfr. M. Morisi (a cura di), Far politica in Sicilia. Deferenza, consenso e protesta, Feltrinelli, Milano 1993.
24 R. D’Amico, La “cultura elettorale” dei siciliani, in M. Morisi (a cura di), op. cit., pp. 235 ss.
25 Cfr. U. Santino, La mafia come soggetto politico. Ovvero: la produzione mafiosa della politica e la produzione politica della mafia, in G. Fiandaca e S. Costantino (a cura di), Le mafia, le mafie tra vecchi e nuovi paradigmi, Laterza, Roma-Bari 1994, pp. 118-141; Idem, La mafia come soggetto politico, cit.; Idem, L’alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ai giorni nostri, cit.
26 Com’è noto Leopoldo Franchetti, che assieme a Sidney Sonnino condusse un’inchiesta in Sicilia nel 1876, parlava, a proposito della mafia siciliana, di “industria della violenza” e di “facinorosi della classe media”. L’opera di Franchetti, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia, è stata ripubblicata dal’editore Donzelli di Roma nel 1993. Di Mario Mineo, dirigente prima del Psi, poi del Pci e infine della Nuova sinistra, si veda: Scritti sulla Sicilia, Flaccovio, Palermo 1995, in particolare pp. 208 s.
27 Per un’esposizione sintetica di questa analisi rimando al mio La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995.
28 Cfr. M. Weber, Economia e società, vol. I, Edizioni di Comunità, Milano 1981, pp. 46 ss.
29 H. Popitz, Fenomenologia del potere, il Mulino, Bologna 1990, p. 65.
30 Il generale garibaldino Giovanni Corrao venne assassinato il 3 agosto 1863. Corrao, capo del gruppo radicale, veniva considerato da ambienti governativi, che mettevano insieme oppositori politici e criminali, il capo della mafia. Si parlò di delitto compiuto da sicari della polizia o di conflitti d’interessi per problemi di proprietà ma l’omicidio rimase impunito. Su Leopoldo Notarbartolo, ex sindaco di Palermo e ex direttore del Banco di Sicilia, ucciso il primo febbraio del 1893, particolarmente preziose le testimonianze del figlio Leopoldo che si battè perché fosse fatta giustizia, accusando come mandante del delitto il deputato liberale Raffaele Palizzolo, prima condannato e poi assolto. Cfr. L. Notarbartolo, Il caso Notarbartolo, Editrice Il Vespro, Palermo 1977; Idem, La città cannibale. Il memoriale Notarbartolo, Edizioni Novecento, Palermo 1994. Sul delitto Notartbartolo, che portò il problema della mafia alla ribalta nazionale, si veda la bibliografia nella mia Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all’impegno civile, Editori Riuniti, Roma 2000, p. 356.
31 Il primo mafioso collaboratore di giustizia è Salvatore D’Amico, che nel 1876 rivelava quel che sapeva della setta degli Stuppagghieri di Monreale, di cui faceva parte, e veniva ucciso prima del processo. Cfr. A. Crisantino, Della segreta e operosa associazione. Una setta all’origine della mafia, Sellerio, Palermo 2000.
32 In P. Pezzino, La congiura dei pugnalatori. Un caso politico-giudiziario alle origini della mafia, Marsilio, Venezia 1992, p. 62.
33 In L. Sciascia, I pugnalatori, Einaudi, Torino 1976, p. 60. Sul caso dei pugnalatori di Palermo, oltre ai libri di Sciascia e di Pezzino già citati, cfr. U. Santino, La cosa e il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000, pp. 148-156.
34 Cfr. C. Visconti, Vecchie pagine, in “L’Indice Penale”, Nuova serie, III, n. 1, gennaio-aprile 2000, pp. 421-429.
35 Cfr. G. Caselli – A. Ingroia, Rigore della prova e “metodo Falcone”, in “Questione Giustizia”, n. 4, 2001, pp. 705 s.
36 Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, Appello avverso la sentenza n. 881/99, Palermo 2000, p. 2.
37 G. Caselli – A. Ingroia, op. cit., p. 708.
38 Sull’evoluzione del fenomeno mafioso rimando al mio La mafia finanziaria. Accumulazione illegale del capitale e complesso finanziario-industriale, in “Segno”, n. 69-70, aprile-maggio 1986, pp. 7-49; trad. inglese: The financial mafia. The illegal accumulation of wealth and the financial-industrial complex, in “Contemporary crises. Law, crime and social policy”, Vol. 12, No. 3, September 1988, pp. 203-243. Il testo italiano è stato ripubblicato in U. Santino, La borghesia mafiosa. Materiali di un percorso d’analisi, Centro Impastato, Palermo 1994, pp. 179-241.
39 Sugli appalti cfr. F. Viviano, Sicilia, appalti a misura di clan. Maxi-inchiesta dell’Antimafia, “la Repubblica”, 19 novembre 2001, p. 21; su Provenzano cfr. E. Oliva – S. Palazzolo, L’altra mafia. Biografia di Bernardo Provenzano, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001.
40 Commissione antimafia, op. cit., p. 71.
41 Cfr. i miei: L’omicidio mafioso in G. Chinnici – U. Santino, La violenza programmata. Omicidi e guerre di mafia a Palermo dagli anni ’60 ad oggi, F. Angeli, Milano 1989, pp. 319 ss.; Se la società civile gioca fuori casa, in “Narcomafie”, III, n. 1, gennaio 1995, pp. 7-9; La mafia interpretata, cit., p. 152.
42 Cfr . U. Santino – G. La Fiura, L’impresa mafiosa. Dall’Italia agli Stati Uniti, F. Angeli, Milano 1990, pp. 111 ss.
43 Cfr. Gruppo Democratici di Sinistra – L’Ulivo, Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al 1974, Roma 2000, dattiloscritto; G. Fasanella e C. Sestieri con G. Pellegrino, Segreto di Stato. La verità da Gladio al caso Moro, Einaudi, Torino 2000.
44 Cfr. E. Fraenkel, Il doppio Stato. Contributo alla teoria della dittatura, Einaudi, Torino 1983; F. De Felice, Doppia lealtà e doppio Stato, in “Studi storici”, 1989, n. 3, pp. 493-563; P. Cucchiarelli – A. Giannulli, Lo Stato parallelo. L’Italia “oscura” nei documenti e nelle relazioni della Commissione Stragi, Gamberetti Editrice, Roma 1997; N. Tranfaglia, Un capitolo del “doppio stato”. La stagione delle stragi e dei terrorismi, 1969-84, in Aa.Vv., Storia dell’Italia repubblicana, 3**, Einaudi, Torino 1997, pp. 5-80; F .M. Biscione, La polemica sul doppio Stato e la conflittualità civile nell’Italia repubblicana, in corso di pubblicazione sulla rivista “Trimestre”.
45 Cfr. A. Wolfe, I confini della legittimazione. Le contraddizioni politiche del capitalismo contemporaneo, De Donato, Bari 1981.
46 Rimando al mio La democrazia bloccata. La strage di Portella della Ginestra e l’emarginazione delle sinistre, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997.
47 Il mandato di cattura europeo pone indubbiamente delicati problemi di armonizzazione delle legislazioni dei vari paesi, ma le giustificazioni addotte da Berlusconi sono di altro genere. Ha dichiarato agli ambasciatori a Roma dei paesi dell’Unione Europea: “La persecuzione di Garzón [il giudice spagnolo che indaga sulla Telecinco] nei miei confronti per reati fiscali del tutto inesistenti, è la riprova di quanto sia difficile che da noi possa venire un consenso a una cosa delicata come il mandato di arresto europeo”: cfr. U. Magri, “È tutta colpa dei Garzón…“, “La Stampa”, 7 dicembre 2001, p. 9. Successivamente si è trovata un’intesa ma il governo italiano ne ha sottoposto l’esecutività a una condizione: la modifica della Costituzione e la riforma del sistema giudiziario. Una prospettiva più preoccupante del mancato accordo. Berlusconi ha poi sostenuto che la modifica della Costituzione è imposta dall’Unione Europea. Siamo al gioco delle tre carte.
48 Il testo del Piano di rinascita democratica, con gli allegati, in Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2, 2-quater/3/VII-bis, pp. 603-625. Una sintesi in S. Flamigni, Trame atlantiche. Storia della Loggia massonica segreta P2, Kaos Edizioni, Milano 1996, pp. 113-135.
49 Per mesi, in una campagna elettorale interminabile, le gigantografie di Berlusconi hanno oscurato il paesaggio italiano, con messaggi martellanti: il “presidente imprenditore”, il “presidente operaio” e tanti altri presidenti, uno per ogni professione e per ogni mestiere, Berlusconi da solo, con faccia ritoccata, in doppiopetto-scafandro o in girocollo, in fotomontaggio con elettori sorridenti, con slogan che promettevano tutto e il contrario di tutto: meno tasse e più sviluppo, aumenti ai pensionati, lavoro per tutti, città sicure e il ponte sullo Stretto ecc. ecc. Un’offesa all’intelligenza e al buon gusto che ha raggiunto il suo acme con il libretto Una storia italiana, in cui l’enfasi autocelebrativa si accoppiava agli omissis su particolari incresciosi, dalle vicende familiari alle disavventure giudiziarie, presentate sotto la voce “golpe politico-giudiziario”. Eppure lo scopo è stato raggiunto: gli elettori-acquirenti hanno comprato il prodotto e premiato il venditore.
50 N. Bobbio e N. Matteucci, Dizionario di Politica, Utet, Torino 1976, pp. 518-520.
51 Su tali temi si vedano i miei: Una giungla chiamata capitalismo globale, in “Alternative”, n. 1, maggio-giugno 1995, pp. 17-22; Crimine transnazionale e capitalismo globale, in S. Vaccaro (a cura di), Il pianeta unico. Processi di globalizzazione, Elèuthera, Milano 1999, pp. 163-183; Dalla mafia al crimine transnazionale, in “Nuove Effemeridi”, n. 50, 2000/II, p. 92-101; Modello mafioso e globalizzazione, sito Internet del Centro Impastato: www.centroimpastato.it., in corso di pubblicazione nel volume con gli Atti del seminario “I crimini della globalizzazione”.
52 Cfr. P. Odello, Trenta agenti per le case vuote di Scajola, “l’Unità”, 22 ottobre 2001, p. 10.
53 Cfr. AA.VV., Gli Stati mafia, quaderno speciale di “Limes”, maggio 2000.
54 Si veda il mio Le mafie in Russia e nei paesi ex socialisti, in “Alternative”, n. 5-6, maggio-ottobre 1996, pp. 155-163. Nel corso del 1999 la stampa si è abbondantemente occupata degli “affari” della famiglia Eltsin in seguito a una serie di inchieste riguardanti il riciclaggio di 15 miliardi di dollari, in parte provenienti dal Fondo monetario e dalla Banca mondiale, effettuato da Tatiana Dyacenko, figlia del presidente russo, con la collaborazione del ministro delle finanze Anatolij Ciubais e di altri membri del governo, del mafioso russo Semyon Yokovich Mogilevich, attraverso società off-shore e banche russe e straniere, tra cui la City Bank, la Chase Manhattan e la Republic National Bank negli Stati Uniti e la Credit Suisse. Si veda la Cronologia, a cura del Centro Impastato, pubblicata su “Narcomafie” e sul sito Internet del Centro.
55 Cfr. U. Santino – G. La Fiura, Dietro la droga. Economie di sopravvivenza, imprese criminali, azioni di guerra, progetti di sviluppo, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1993, pp. 231 ss.
56 La relazione, presentata da Giovanni Russo Spena, è stata pubblicata nel volume: Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, Editori Riuniti, Roma 2001.
57 Cfr. “La Stampa”, 25 giugno 2001, p. 3 e il mio Cu vincìu? La Sicilia dopo la disfatta, in “la rivista del manifesto”, n. 20, settembre 2001, pp. 31-35.
58 Su questa vicenda si veda A. Puglisi, Sole contro la mafia, La Luna, Palermo 1990.
59 Si veda la mia Storia del movimento antimafia, cit., pp. 252 ss.
60 Si veda la prima pagina de “l’Unità” del 23 maggio 1990, con il titolo: Pintacuda contro Falcone: “Fa’ tu i nomi“; all’interno, p. 5, un altro titolo: Pintacuda: “Sì, io accuso Falcone”.
61 Per informazioni più dettagliate si veda P. Giovetti, L’esperienza straordinaria di Giorgio Bongiovanni. Segreti, stigmate, esseri luminosi, Edizioni Mediterranee, Roma 1997.
62 Mi sia consentito il rinvio a due miei testi letterari: (Anonimo del XX secolo), Una modesta proposta per pacificare la città di Palermo, Qualecultura, Napoli – Vibo Valentia 1985; I giorni della peste. Il festino di Santa Rosalia tra mito e spettacolo, Edizioni Grifo, Palermo 1999.
Relazione al Seminario nazionale di Magistratura Democratica: “La mafia fra tradizione e innovazione”, Palermo, 23-24 novembre 2001.

References: sentenza 
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