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Timestamp: 2020-06-05 18:05:08+00:00

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Le norme del codice deontologico forense approvato il 31 gennaio 2014 si applicano anche ai procedimenti in corso al momento della sua entrata in vigore, se più favorevoli per l’incolpato – Studio Legale Coscarella – Avvocato Vittorio Coscarella – via Antonio Purificato, 18 – Catanzaro – tel. 0961.353080 info@studiolegalecoscarella.it – Consulenze Legali – Stragiudiziale – Giudiziale – Domiciliazioni – News diritto
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In tema di giudizi disciplinari nei confronti degli avvocati, le norme del codice deontologico forense approvato il 31 gennaio 2014 si applicano anche ai procedimenti in corso al momento della sua entrata in vigore, se più favorevoli per l’incolpato, avendo l’art. 65, comma 5, della legge 31 dicembre 2012, n. 247, recepito il criterio del favor rei, in luogo del criterio del tempus regit actum.
Cass. civ. Sez. Unite, 28/04/2020, n. 8242
sul ricorso 20644/2019 proposto da:
S.M., elettivamente domiciliato in Aosta, Passage du Folliex n. 3, presso lo studio dell’Avv. Massimo Balì, che lo rappresenta e difende per procura in calce al ricorso;
CONSIGLIO ORDINE degli AVVOCATI di AOSTA; PROCURATORE GENERALE presso la CORTE di CASSAZIONE;
avverso la sentenza n. 227/18 del CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE, depositata il 28/12/2018;
Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 14/01/2010 dal Consigliere Dott. ROBERTA CRUCITTI;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SALZANO Francesco, che ha concluso per il rigetto del ricorso;
udito l’avvocato Massino Balì per il ricorrente.
Il C.O.A. accertò, anche, la responsabilità per gli addebiti di cui ai punti 2 (“avere ricevuto dalla assistita avvisi di accertamento alla stessa notificazioni dall’Agenzia delle entrate relativi al mancato pagamento dell’IRPEF per il periodo di lavoro dipendente oggetto di doglianza, rassicurandola che si sarebbe occupato della questione tenendola sotto controllo e facendola “congelare” fino alla data dell’udienza che sarebbe stata fissata nell’ambito del procedimento di lavoro, onde consentire alla cliente di far fronte al pagamento con le somme da percepire in esito positivo del ricorso, senza mai attivarsi al riguardo”) e 3 dell’incolpazione (“avere ricevuto direttamente dalla assistita presso il proprio studio cartella di pagamento in relazione agli accertamenti di cui al punto 2 del capo di imputazione ed avere rassicurato la stessa che si sarebbe occupato della questione, senza mai attivarsi al riguardo”) e, riconosciuta la violazione dell’art. 6, comma 1, art. 8, art. 38, comma 1 e art. 40, comma 2 Codice deontologico forense e considerata l’assenza di precedenti disciplinari, inflisse la sanzione della censura.
Il Consiglio Nazionale Forense, investito dell’impugnazione proposta dall’Avv. S., con la sentenza oggi impugnata, ne ha parzialmente accolto il primo motivo, disponendo la correzione dell’errore materiale contenuto nel dispositivo della sentenza del C.O.A. di Aosta, non corrispondente a quanto statuito in motivazione e, per il resto, ha rigettato tutti i motivi di impugnazione, confermando la decisione impugnata.
In particolare, il C.N.F. – ritenuto applicabile il nuovo codice deontologico forense e rilevato che, nella specie, il comportamento posto in essere dall’avvocato S., avrebbe potuto concretare anche la violazione dei principi di cui agli artt. 9 e 12 del nuovo C.D.F. – ha, nel merito, rigettato il motivo di impugnazione relativo all’assenza dell’elemento soggettivo per scusabilità dell’errore, ritenendo che, ai fini dell’integrazione dell’elemento soggettivo dell’illecito disciplinare, fosse irrilevante la sussistenza da parte del professionista di una causa di giustificazione o non punibilità…”essendo sufficiente a configurare la violazione l’elemento della suitas della condotta, inteso come volontà consapevole dell’atto che si compie, dovendo la coscienza e la volontà essere interpretate in rapporto alla possibilità di esercitare sul proprio comportamento un controllo finalistico e, quindi, di dominarlo”.
Il C.N.F. ha, poi, motivato il rigetto del secondo e del quarto motivo dell’impugnazione, affermando che la motivazione resa dal C.O.A. era immune da censura, per avere quell’organo, “giustamente e equamente giudicato, tenendo conto di tutte le risultanze processuali”.
Con riguardo alla lamentata eccessività della sanzione, ribadito che l’illecito disciplinare sussiste indipendentemente dal verificarsi del danno per la parte assistita e che la sanzione e la sua misura vanno determinate in base alla valutazione complessiva dei fatti, dei comportamenti e, soprattutto, del disvalore che gli stessi comportamenti determinano nella classe forense, il C.N.F. ha reputato adeguata la sanzione applicata, rispetto alla gravità della condotta omissiva posta in essere, siccome lesiva di molteplici valori deontologici e, soprattutto, perchè protrattasi per un consistente lasso di tempo senza alcun ravvedimento da parte del professionista.
1. Con il primo motivo (rubricato sub II), il ricorrente deduce la violazione o falsa applicazione di norme di diritto, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 ed L. 31 dicembre 2012, n. 247, ex art. 36, comma 4, con riferimento agli artt. 6, 8, 38 e 40 codice deontologico forense previgente, e agli artt. 9, 12, 26 e 27 codice deontologico forense vigente. In particolare, secondo la prospettazione difensiva, il Consiglio nazionale forense, lungi dal ritenere le condotte imputate al ricorrente astrattamente sanzionabili ai sensi degli artt. 9 e 12, 26 e 27 nuovo codice deontologico forense, avrebbe dovuto, prima di tutto, osservare che i comportamenti, ipoteticamente riconducibili al disposto degli artt. 9 e 12 codice deontologico vigente erano, in verità, riconducibili al disposto dell’art. 26 citato codice; con la ulteriore conseguenza che avrebbe dovuto prendere atto del fatto che il nuovo codice deontologico consente l’applicazione, nel caso della violazione del disposto dell’art. 26, comma 3 e dell’art. 27, comma 6, della sanzione attenuata dell’avvertimento e, in conseguenza, avrebbe dovuto motivare per quale motivo la condotta posta in essere, non doveva essere ricondotta ai “casi meno gravi” previsti dall’art. 22, comma 6, codice deontologico forense.
1.1 In tema la giurisprudenza di queste Sezioni Unite, come correttamente evidenziato nella sentenza impugnata, è ferma nel ritenere che “in tema di giudizi disciplinari nei confronti degli avvocati, le norme del codice deontologico forense approvato il 31 gennaio 2014 si applicano anche ai procedimenti in corso al momento della sua entrata in vigore, se più favorevoli per l’incolpato, avendo della L. 31 dicembre 2012, n. 247, art. 65, comma 5, recepito il criterio del favor rei, in luogo del criterio del tempus regit actum” (cfr. Cass. Sez. U. n. 3023 del 16/02/2015; n. 18394 del 20/09/2016; n. 27200 del 16.11.2017).
Il C.N.F., nella sentenza impugnata, ha evidenziato che tali ultimi illeciti sono stati riprodotti nell’art. 26, comma 3 e art. 27, comma 6, nuovo codice deontologico, che prevedono autonomi apparati sanzionatori e che, al contempo, gli art. 6 e 7 C.D.F. sono stati riprodotti rispettivamente negli artt. 9 e 12 nuovo C.D.F. che non prevedono autonomi apparati sanzionatori ma, al contempo, ha rilevato che, “qualora non si volesse considerare esemplificativo il comportamento posto in essere dal ricorrente per violazione degli artt. 6 e 8 vecchio CDF, ma anche solo suscettibile di ledere i principi generali espressi dal codice deontologico quali, probità, diligenza, lealtà e correttezza potrebbe, comunque, invocarsi la violazione dei principi di cui agli artt. 9 e 12 nuovo CDF”.
Ora, tali disposizioni prevedono espressamente per la violazione dei doveri, ivi sanciti, la sanzione della censura (poi effettivamente irrogata), con la conseguenza che nessun favor rei è riscontrabile rispetto alle pregresse disposizioni. L’art. 22, invocato dal ricorrente, prevede sì al comma 3, lett. a), che, “nei casi meno gravi, la sanzione disciplinare può essere diminuita all’avvertimento, nel caso sia prevista la sanzione della censura” ma il Consiglio Nazionale Forense, sul punto, ha espressamente pronunciato ritenendo, al contrario, che “la condotta omissiva posta in essere dal ricorrente in violazione di norme deontologiche, che si rileva di particolare gravità e per essersi protratta per un consistente lasso di tempo… non può indurre a sanzionare il fatto con una sanzione di specie diversa più lieve…di quella comminata dal COA territoriale…”.
Dal tenore complessivo della sentenza impugnata si evince che l’argomentazione censurata è stata svolta dal C.N.F., sia pur con formulazione non chiarissima, non nel senso ritenuto dal ricorrente, ma al fine di affermare che, nella specie e con riferimento all’assenza dell’elemento soggettivo per scusabilità dell’errore, era irrilevante, al fine di integrare l’elemento soggettivo dell’illecito, la ritenuta sussistenza da parte del professionista di una causa di giustificazione o non punibilità….essendo sufficiente a configurare la violazione l’elemento della suitas della condotta.
4.1 Tale argomentazione è in linea con la giurisprudenza di questa Corte a Sezioni Unite la quale, con la sentenza n. 13456 del 29/05/2017 ha statuito che “in tema di responsabilità disciplinare dell’avvocato, in base dell’art. 4 nuovo codice deontologico forense, la coscienza e volontà consistono nel dominio anche solo potenziale dell’azione o omissione, per cui vi è una presunzione di colpa per l’atto sconveniente o vietato a carico di chi lo abbia commesso, il quale deve dimostrare l’errore inevitabile, cioè non superabile con l’uso della normale diligenza, oppure la sussistenza di una causa esterna, mentre non è configurabile l’imperizia incolpevole, trattandosi di professionista legale tenuto a conoscere il sistema delle fonti”.
5. Con il quarto motivo (rubricato sub V: violazione o falsa applicazione di norme di diritto, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ed L. 31 dicembre 2012, n. 247, ex art. 36, comma 6, con riferimento agli artt. 6, 8, 38, 40 codice deontologico forense previgente, e agli artt. 9, 12, 26 e 27 del codice deontologico forense vigente) il ricorrente denuncia la sentenza impugnata di errata interpretazione del quarto motivo di ricorso, asserendosi che con lo stesso il ricorrente non si era limitato (come ritenuto dal C.N.F.) a sollecitare una nuova versione dei fatti, ma aveva lamentato la violazione di norme di diritto con la conseguenza che la sentenza impugnata era incorsa in un duplice vizio, avendo omesso, da un lato, di motivare su una doglianza specificamente prospettata dal ricorrente, e dall’altro, per avere ritenuto integrata una serie di violazioni del codice deontologico forense (con particolare riferimento all’obbligo di adempiere con diligenza al mandato e ai doveri di informazione) a fronte di condotte dell’esponente che, in nessun modo, potevano ritenersi riconducibili alle fattispecie sanzionatorie citate, per il semplice fatto che il professionista aveva posto in essere l’unica attività che, da un lato, si era impegnato a compiere e che, dall’altro, non aveva comportato alcun pregiudizio alla sua assistita. 6. In subordine, con il quinto motivo (rubricato sub VI: violazione o falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ed L. 31 dicembre 2012, n. 247, ex art. 36, comma 6, con riferimento all’art. 21 codice deontologico forense ed eccesso di potere per carenza di motivazione) il ricorrente censura di apparente motivazione il capo di sentenza con il quale il C.N.F. aveva argomentato in ordine alla sanzione applicata, non tenendo in alcun conto nè il grado di colpa, nè l’assenza di qualsiasi attività distruttiva o distruttiva, nè, soprattutto, il ravvedimento del professionista il quale aveva inviato alla cliente una missiva nella quale ammetteva la sua responsabilità.

References: Cass. 
 sentenza 
 art. 8
 art. 38
 art. 40
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 art. 36
 sentenza 
 art. 65
 Cass. Sez. 
 sentenza 
 art. 27
 art. 6
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 art. 36
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 art. 36
 sentenza