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Timestamp: 2018-04-23 17:06:10+00:00

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Fronte Verso, conoscere il diritto è un diritto | Protagoniste in Rete
1) Sì alla benedizione pasquale a scuola 2) Lo spazio minimo individuale cui ha diritto un detenuto nella propria cella 3) È legittimo che le università favoriscano l’integrazione internazionale, ma non possono tenere corsi esclusivamente in una lingua straniera 4) Passeggera rimasta bloccata tra le porte dei vagoni della metropolitana. E’ l’azienda dei trasporti a dover provare le misure idonee ad evitare il danno 5) Divieto di licenziamento a causa di matrimonio anche per lo sposo.
Perché Fronte/Verso? Il linguaggio specialistico è un codice a volte complicato da decifrare per i non addetti ai lavori. Sembra inevitabile che il linguaggio debba essere complesso perché complesso è il contenuto che esprime e tuttavia desideriamo dimostrare, a partire dalle sentenze, che è possibile farsi comprendere utilizzando un linguaggio accessibile senza rinunciare al rigore e alla completezza dei concetti ivi espressi.
Riportiamo in VERSO, sulla destra, il testo della sentenza nel rituale linguaggio giuridico dell’estensore per chi abbia interesse a leggerla nella sua forma originaria e a sinistra, a FRONTE, riscriviamo la sentenza con un linguaggio comprensibile a tutti, sperando di riuscire nella sfida di contribuire all’accessibilità del diritto, alla semplificazione del linguaggio e alla comunicazione responsabile.
Fronte Verso (www.fronteverso.it) nasce da un'idea di Ileana Alesso e di Gianni Clocchiatti, oggi al progetto partecipa un network interdisciplinare di professionisti e di esperti.
Newsletter di www.studiolegalealesso.it
a cura di Avv. Ileana Alesso e di Avv. Maurizia Borea
Avv. Antonio Pascucci, Avv. Elisabetta Silva, Avv. Giovanni Motta, Avv. Maria Pistorio, Avv. Cristina Poma, Avv. Paola Cerullo, Avv. Marina Pagnussat, Dott. Luca Brambilla, Dott.ssa Kilda Peretta
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Redazione: Ottavia Magoni
Anno V, n. 4, indice newsletter aprile 2017
1) Si alla benedizione pasquale a scuola, ma solo per chi la vuole e fuori dall’orario scolastico
2) Diritti (dis)umani. Lo spazio minimo individuale cui ha diritto un detenuto nella propria cella deve essere calcolato come spazio adatto al movimento, escludendo quindi la superficie occupata dal letto.
3) A qualcuno piace British. È legittimo che le università favoriscano l’integrazione internazionale attraverso l’uso delle lingue straniere, ma non possono istituire e tenere corsi esclusivamente in una lingua diversa da quella italiana.
4) Passeggera rimasta bloccata tra le porte dei vagoni della metropolitana. E’ l’azienda dei trasporti a dover provare di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno anche se la passeggera era scesa mentre le porte si stavano oramai chiudendo.
5) Tutti gli sposi sono uguali davanti alla legge. Divieto di licenziamento a causa di matrimonio: la tutela si applica anche allo sposo.
Alcuni genitori, docenti ed enti per la laicità della scuola pubblica hanno fatto ricorso al TAR contro le delibere del Consiglio di Istituto di una scuola di Bologna che aveva concesso ai parroci del territorio, su loro richiesta, l’uso di locali scolastici per le benedizioni pasquali a condizione che fossero fatte fuori dall’orario scolastico.
Il TAR dell’Emilia Romagna ha accolto il ricorso, sulla base del principio costituzionale della laicità dello Stato e dell’imparzialità ed equidistanza rispetto a tutte le confessioni religiose, stabilendo che non vi deve essere spazio per riti religiosi a scuola e che tali riti non possono essere considerati attività integrative o complementari.
Il Ministero della Pubblica Istruzione ha fatto appello poiché a suo avviso la sentenza violava la libertà religiosa. Il Consiglio di Stato ha accolto l’appello del Ministero affermando che:
- la partecipazione, facoltativa e libera, a una qualsiasi manifestazione o rito religiosi al termine delle lezioni che avvenga senza alcuna contrapposizione con altre religioni, non deve avere minori spazi di libertà e di rispetto di manifestazioni consentite e di altro genere;
- le delibere contestate non violano la legge anche perché gli edifici scolastici possono essere usati fuori dall’orario scolastico per attività di promozione culturale, sociale e civile;
- tra tali attività, può includersi il rito religioso, a condizione che la partecipazione sia libera, facoltativa e fuori dell’orario delle lezioni
- è inoltre necessario che tale attività sia deliberata dall’organo scolastico competente.
Cons. Stato Sez. VI, Sent., 27-03-2017, n. 1388
sul ricorso numero di registro generale 1748 del 2016, proposto da:
Ministero dell'istruzione dell'università e della ricerca, Istituto comprensivo N. 20 di Bologna, in persona del legale rappresentante p.t.,, rappresentati e difesi dall'Avvocatura generale dello Stato, domiciliataria per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12; contro F.M., G.G. ed altri., rappresentati e difesi dagli avvocati Franco Bambini, Maria Virgilio e Nazzarena Zorzella, con domicilio eletto presso lo studio Patrizio Ivo D'Andrea in Roma, Lungotevere Raffaello Sanzio, 9; S.S. ed altri., non costituiti in giudizio; Comitato Bolognese Scuola e Costituzione, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Nazzarena Zorzella, Maria Virgilio, Franco Bambini, con domicilio eletto presso lo studio Patrizio Ivo D'Andrea in Roma, Lungotevere Raffaello Sanzio, 9; per la riforma della sentenza del Tribunale amministrativo regionale per l'Emilia-Romagna, sezione I n. 166/2016, resa tra le parti, che ha accolto il ricorso n. 155/2015 per l'annullamento: della deliberazione n. 50/2015 in data 9 febbraio 2015, con cui il Consiglio di istituto dell'Istituto comprensivo n. 20 di Bologna ha disposto di concedere l'apertura dei locali scolastici di tutti e tre i plessi dell'I.C. 20 per le benedizioni pasquali richieste dai parroci del territorio, con le modalità ivi indicate
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Corte di Cassazione, sezione prima penale, 13 dicembre 2016, n. 52819
Un detenuto impugna l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Perugia lamentando di aver subito un trattamento inumano e degradante a causa: del sovraffollamento della cella collettiva, della mancanza di una doccia con acqua calda nella cella e di un adeguato riscaldamento nel periodo invernale.
Il detenuto chiede un risarcimento e il Tribunale, nel quantificarlo, evidenzia che la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo prevede un minimo di tre metri quadrati di spazio individuale come spazio minimo vitale cui si ha diritto in una cella collettiva. Dal momento che in cella molte delle attività sono di carattere sedentario, il Tribunale considera che la superficie riservata al singolo va conteggiata includendovi anche lo spazio occupato dal letto, considerato superficie di appoggio, mentre vanno esclusi gli altri ingombri e i servizi igienici.
Il Tribunale respinge quindi la denuncia del detenuto perché ha avuto a disposizione dapprima 4,64 mq e poi 3,75 mq. Secondo il Tribunale anche l’assenza di acqua calda nella cella è compensata dalla possibilità di fruire giornalmente della doccia esterna mentre i problemi di illuminazione esposti nel reclamo risultano risolti.
La questione viene esaminata dalla Corte di Cassazione che accoglie invece, le proteste del detenuto per il modo in cui è stata concretamente conteggiata la "quota" dei tre metri quadrati di spazio vitale che invece deve essere vagliata secondo le linee della Corte Europea dei diritti dell’uomo che il Giudice nazionale ha l’obbligo di rispettare.
In particolare la Cassazione rileva che la violazione del minimo dei tre metri quadrati di spazio vitale determina:
a) la violazione di quanto prescritto dalla Convenzione Europea, senza possibilità di compensazioni derivanti dalla residua offerta di servizi o di spazi comuni esterni alla cella e la forte presunzione di un trattamento inumano o degradante,
b) la stessa Cassazione ha già dato in passato indicazioni sul computo dello spazio minimo, confermando che intende i tre metri quadrati come spazio utile al fine di garantire il "movimento" del detenuto. Il che, esclude di poter inglobare nel computo gli arredi fissi.
Non vi è dubbio, a parere del Collegio, che il letto a castello vada considerato come un "ingombro" idoneo a restringere lo spazio vitale minimo in cui è possibile muoversi all'interno della cella, contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale.
La Corte di Cassazione quindi afferma il seguente principio di diritto conforme alla evoluzione della giurisprudenza della Corte Europea: per spazio minimo individuale in cella collettiva va intesa la superficie fruibile dal singolo detenuto come spazio destinato al movimento, il che comporta la necessità di detrarre da essa non solo lo spazio destinato ai servizi igienici e quello occupato dagli arredi fissi ma anche quello occupato dal letto. Se lo spazio minimo dovesse poi essere inferiore ai tre metri quadrati, ciò determinerebbe una forte presunzione di trattamento inumano o degradante.
1. Il Tribunale di Sorveglianza di Perugia (ord. 890 del 2014) in data 2 ottobre 2014 ha respinto il reclamo proposto da S.A.M., in tema di tutela inibitoria e risarcitoria ex art. 35 bis e ter ord.pen., avverso la decisione emessa dal Magistrato di Sorveglianza in data di (OMISSIS).
1.1 L'azione sostenuta dal detenuto in secondo grado, per come risulta dal provvedimento impugnato, ha carattere essenzialmente inibitorio (rimozione degli ostacoli alla fruizione dei diritti soggettivi) pur se in prima istanza - innanzi al Magistrato di Sorveglianza - era stata formulata congiunta istanza risarcitoria, rientrante nella previsione di legge di cui all'attuale art. 35 ter ord.pen..
1.2 Il Tribunale di Sorveglianza esamina, in via prioritaria, la questione dello spazio vitale minimo interno alla camera detentiva, stante la denunzia di sovraffollamento posta a base del reclamo (in una con altri aspetti accessori, anch'essi valutati).
In tale contesto, il Tribunale richiama i recenti arresti della CEDU e si pone il problema - a fronte dei dati istruttori comunicati dalla Direzione dell'istituto - di stabilire la metodologia di calcolo dello spazio vitale in cella collettiva, partendo dal presupposto di una assenza di indicazioni specifiche da parte della Corte Europea sulle modalità di computo.
1.3 Va pertanto rievocato il contenuto del provvedimento, nei sensi che seguono:
a) la superficie utile riferita al singolo occupante deve essere conteggiata includendo le dimensioni del letto. Ciò in rapporto alla considerazione per cui, anche in ragione della ampia fascia oraria di socialità a celle aperte (in concreto fruibile da parte dei reclusi) le ore trascorse all'interno della stanza sono dedicate in larga misura ad attività sedentarie, la qual cosa evoca la centralità del letto quale superficie di appoggio, pertanto inidonea a limitare lo spazio vitale. Va altresì ritenuto irrilevante l'ingombro derivante da tavolini o sedie;
b) vanno invece esclusi dal computo della superficie utile, oltre allo spazio dedicato al bagno (pur se annesso alla stanza) i manufatti fissi poggianti sul pavimento e le mensole o i pensili posti ad una altezza inferiore a mt. 1,70, posto che determinano una superficie di "ingombro" suscettibile di togliere spazio a chi si trova ad occupare la stanza detentiva. 1.4 In aderenza a tale criterio di misurazione il Tribunale espone che il reclamante ha avuto a disposizione, presso la Casa di Reclusione di Spoleto ed in cella collettiva, in un primo periodo mq. 4.64 ed in un secondo periodo (che comprende l'attualità) mq. 3.75.
Ciò porta a ritenere infondata la denunzia di trattamento inumano o degradante, non essendosi mai verificata una offerta di spazio minimo inferiore ai tre metri quadrati.
Peraltro, lì dove lo spazio minimo si è collocato tra i tre ed i quattro metri quadrati (nel secondo periodo) la esistenza di una buona offerta complessiva (sezione aperta con ampia fascia oraria di socialità) esclude, parimenti, la violazione dei parametri derivanti dalla interpretazione dell'art. 3 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.
La legge n. 240 del 2010, in materia di università, prevede la possibilità di attivare anche corsi di studio in lingua straniera allo scopo di inserire le università italiane nella rete degli scambi culturali internazionali e di incentivare la mobilità internazionale degli studenti. Il Politecnico di Milano ha così organizzato fin dal 2014 alcuni corsi di laurea magistrale e di dottorato esclusivamente in lingua inglese affiancata da un piano per la formazione dei docenti. Alcuni docenti hanno presentato ricorso al TAR contro la abolizione della lingua italiana in quei corsi ed hanno ottenuto l’annullamento della delibera del Senato accademico che ne aveva disposto l’attivazione.
Il Politecnico di Milano ed il Ministero dell’istruzione hanno proposto appello al Consiglio di Stato contro la decisione del TAR Lombardia, ma il Consiglio di Stato ha sollevato dubbi sulla legittimità costituzionale della norma per contrasto con diversi principi, tra cui quello di uguaglianza e di non discriminazione nei confronti degli studenti capaci e meritevoli ma privi di mezzi, di ufficialità della lingua italiana e di libertà d’insegnamento.
La Corte costituzionale ritiene non fondate le questioni di legittimità costituzionale ma precisa che: - l’obiettivo legittimo di incrementare la vocazione internazionale degli atenei universitari non può passare attraverso il sacrificio del principio del primato della lingua italiana, della parità nell’accesso all’istruzione universitaria e della libertà di insegnamento;
- è tuttavia possibile per le università, conformemente alla Costituzione, affiancare ai corsi universitari in lingua italiana identici corsi in lingua straniera mentre non è consentito attivare corsi esclusivamente in lingua straniera Ciò però deve avvenire in modo ragionevole e adeguato così da garantire una offerta formativa rispettosa del primato della lingua italiana, del principio di eguaglianza nonché del diritto alla istruzione e alla libertà di insegnamento.
Corte costituzionale, sentenza 24 febbraio 2017, n. 42.
Visto l’atto di costituzione di A. A. ed altri, nonché l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nell’udienza pubblica del 20 settembre 2016 il Giudice relatore Franco Modugno; uditi gli avvocati Federico Sorrentino e Maria Agostina Cabiddu per A. A. ed altri e l’avvocato dello Stato Federico Basilica per il Presidente del Consiglio dei ministri. Ritenuto in fatto 1.– Con ordinanza del 22 gennaio 2015, il Consiglio di Stato, sezione sesta giurisdizionale, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 6 e 33 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2, lettera l), della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario), «nella parte in cui consente l’attivazione generalizzata ed esclusiva (cioè con esclusione dell’italiano) di corsi [di studio universitari] in lingua straniera».
- in questo particolare caso la presunzione di colpevolezza e la responsabilità dell’Azienda non sono superate dal concorso di colpa dell’infortunata;
- il concorso di colpa della danneggiata può invece determinare la diminuzione del risarcimento.
- per l’esclusione della responsabilità dell’Azienda è necessario che questa provi di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno e tale prova consiste nel dimostrare che l’evento era imprevedibile e inevitabile pur usando l’ordinaria diligenza.
Corte di Cassazione , Sezione III, 10.1.2017, n. 249
S.C. convenne in giudizio l'Azienda Trasporti Milanese (A.T.M.) s.p.a. chiedendo il risarcimento dei danni che aveva subito a causa del malfunzionamento delle porte di un treno della metropolitana; dedusse che, al momento della discesa dal convoglio, era rimasta imprigionata tra i due battenti, che si erano chiusi automaticamente, e aveva riportato lesioni personali. La convenuta resistette alla pretesa negando ogni responsabilità. Il Tribunale di Milano rigettò la domanda sul rilievo che la negligenza dimostrata dall'attrice nell'ignorare le segnalazioni acustiche e nel violare il divieto di interporre ostacoli alla chiusura delle porte aveva liberato la controparte dalla presunzione di colpevolezza da cui era gravata ex art. 1681 c.c.. La sentenza è stata integralmente confermata dalla Corte di Appello. La S. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi; ha resistito l'intimata a mezzo di controricorso con cui ha eccepito preliminarmente l'improcedibilità del ricorso per mancato deposito del decreto di concessione del gratuito patrocinio e ha sostenuto - comunque - l'inammissibilità o l'infondatezza dell'impugnazione; con nota di deposito del 27.9.2016, la ricorrente ha prodotto delibera di ammissione al gratuito patrocinio emessa dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma in data 29.7.2016. Entrambe le parti hanno depositato memoria. Diritto - MOTIVI DELLA DECISIONE: 1. Va esaminata preliminarmente l'eccezione di improcedibilità per mancato deposito del decreto di ammissione al gratuito patrocinio. L'eccezione è infondata, in quanto risulta depositata, all'atto dell'iscrizione a ruolo del ricorso (17.1.2017), la delibera del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Milano del 22.10.2010 che aveva ammesso la S. al gratuito patrocinio in relazione al giudizio di appello.
Un dipendente della sede vicentina di una associazione di imprese viene licenziato per ragioni organizzative. Il lavoratore impugna, al Tribunale di Vicenza, il licenziamento in quanto adottato nel periodo tra la richiesta delle pubblicazioni di matrimonio fino a un anno dopo le nozze.
La datrice di lavoro, nel presentare al giudice le proprie difese, espone che la tutela contro i licenziamenti per causa di matrimonio è applicabile solo alle donne lavoratrici e non agli uomini, ai quali il testo della legge non fa alcun riferimento.
Il Tribunale vicentino da ragione al lavoratore, reintegrandolo nel posto di lavoro, sulla base dei seguenti motivi:
a) il testo letterale della legge sembrerebbe escludere i lavoratori dalla tutela ma il legislatore, omettendo ogni riferimento ai lavoratori è incorso in una lacuna che il giudice può colmare alla luce dei principi affermati dal Codice delle pari opportunità;
b) la disciplina del divieto di licenziamento in costanza di matrimonio è infatti strettamente collegata alle disposizioni contenute nel Codice delle pari opportunità che afferma il principio di parità di trattamento e di opportunità tra uomini e donne;
Considerare la norma applicabile esclusivamente alla lavoratrice significherebbe riconoscere una tutela differenziata tra uomo e donna, in violazione del principio di parità affermato dal Codice;
d) la Corte Costituzionale ha affermato che la nullità del licenziamento tutela non solo l’interesse individuale della singola lavoratrice, ma il diritto, garantito dalla costituzione, di ogni individuo a formare una famiglia;
f) pertanto il tribunale vicentino è pervenuto alle seguenti conclusioni: il divieto di licenziamento in concomitanza con il matrimonio ha la funzione di impedire discriminazioni tanto della sposa che dello sposo fondate sulla scelta di sposarsi e formare una famiglia.
Tribunale di Vicenza, Sezione Lavoro, ordinanza del 24 maggio 2016
Il GL, sciogliendo la riserva espressa all’udienza dell’1-3-2016 , osserva quanto segue.
Nel procedimento rubricato sub n. 1095/14 R.L. il ricorrente sig. B impugna il licenziamento intimatogli in data 30.05.2014 lamentandone in via principale la nullità per essere stato adottato in concomitanza del matrimonio in violazione dell’art. 35 D.lgs. 198/2006 e, in subordine, l’infondatezza per mancanza di giustificato motivo oggettivo. Per tali ragioni, il ricorrente conclude chiedendo in via principale la condanna della resistente alla reintegra nel proprio posto di lavoro ex art. 18 L. 300/1970 con la corresponsione di un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento e sino alla data della reintegra, nonché il versamento dei contributi assistenziali e previdenziali; in subordine, dichiarato risolto il rapporto di lavoro, il risarcimento del danno; in via ulteriormente subordinata, la condanna alla riassunzione nel proprio posto di lavoro ai sensi dell’art. 8 L. n. 604 del 1966. La società resistente espone che la tutela contro i licenziamenti per causa di matrimonio previsti dall’art. 35 del D.lgs. 198/2006 risulterebbe applicabile soltanto alle donne lavoratrici e che, pertanto, non potrebbe essere invocata nel caso di specie. In secondo luogo, ribadisce la legittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo attesa la cessazione del servizio cui era preposto il ricorrente, determinato dal recesso unilaterale del contratto di outsourcing con Sviluppo Artigiano Società Consortile cooperativa di garanzia collettiva Fidi. Pertanto, chiede per il rigetto di ogni richiesta avanzata dal ricorrente.
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 art. 35
 art. 35
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 art. 1681
 sentenza 
 art. 18