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Timestamp: 2019-10-16 07:53:40+00:00

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Cassazione civile anno 2005 n. 1257 Contributi Prescrizioni e decadenze – Gadit
Con la sentenza meglio in epigrafe indicata, la Corte d’appello di Torino, confermando l’appellata sentenza del Tribunale della stessa sede, appellata in via principale da X X e, in via incidentale, dall’Inps, rigettava l’opposizione al decreto ingiuntivo ottenuto da detto istituto per la somma di L. 183.528.642, relativa al credito per contributi e sanzioni ex legge n. 477/1988 per il periodo ottobre 1979 -febbraio 1985, mentre confermava l’accoglimento dell’opposizione proposta contro un altro decreto ingiuntivo per L. 2.749.692.
Con riferimento all’appello principale e alla deduzione che le somme in questione erano inesigibili per mancata contestazione personale degli illeciti, nonchè alla invocata prescrizione quinquennale ex art. 2948 c.c., la Corte riteneva che si trattasse di eccezioni in senso proprio inammissibilmente proposte per la prima volta in appello (in primo grado, quanto alla prescrizione, essendo stata dedotta quella ordinaria decennale).
Quanto al rilievo che le sanzioni aggiuntive non erano state portate a conoscenza del deducente, ma solo del curatore fallimentare, richiamava nuovamente il principio dell’inammissibilità di nuove eccezioni in appello, ma "per spirito di completezza" osservava anche che la domanda di ammissione al passivo – indubbiamente intervenuta nella specie – aveva determinato l’interruzione permanente della prescrizione fino alla data del provvedimento di chiusura del procedimento esecutivo concorsuale e che nella specie trovava applicazione la prescrizione decennale, stante l’esistenza di atti interruttivi anteriori al 1995 (gli atti di insinuazione erano intervenuti nel periodo da 9.4.1986 al 22.4.1987). Nè poteva ritenersi che le somme aggiuntive di cui alla l. n. 48/1988 avessero un titolo diverso e autonomo rispetto all’obbligazione relativa ai contributi. Ciò era tanto più da escludersi quando, come nella specie, il mancato o ritardato pagamento dei contributi era rilevabile dalle denunce o dalle registrazioni obbligatorie, dovendosi escludere la correlazione tra l’obbligo del pagamento delle somme aggiuntive e l’esercizio di poteri discrezionali. Si applicava quindi il medesimo regime prescrizionale (in termini di durata e di atti interrottivi) dell’obbligazione principale.
Contro questa sentenza l’X ricorre per Cassazione sulla base di sei motivi, successivamente illustrati da memoria.
L’Inps ha depositato procura difensiva e ha partecipato alla discussione orale.
Il primo motivo denuncia erronea applicazione dell’art. 437 c.p.c. in relazione alla normativa sulla prescrizione.
Si lamenta che il giudice di appello abbia qualificato come proposizione di nuova eccezione di prescrizione, inammissibile in appello, il riferimento alla prescrizione quinquennale, il quale, in relazione ad un eccezione di prescrizione già proposta in primo grado, non integra un’eccezione nuova, poichè è il giudice che deve procedere d’ufficio all’individuazione delle norme e del tipo di prescrizione applicabili.
Il secondo motivo denuncia erronea applicazione dell’art. 437 c.p.c. in relazione alla normativa che impone la contestazione personale degli addebiti.
Si premette che la mancata notificazione all’istante dei verbali di accertamento comportava la nullità dei medesimi e si lamenta che erroneamente il giudice di appello non si sia pronunciato su tale eccezione, mentre i relativi fatti non potevano considerarsi nuovi, in quanto ritualmente eccepiti nel primo grado, nel quale era stata addirittura contestata la ritualità dell’ammissione al passivo del credito.
Il terzo motivo denuncia illogicità e contraddittorietà della motivazione.
Si contesta la logicità della replica del giudice di appello all’eccezione di mancata contestazione personale degli illeciti, dato che la rituale insinuazione del credito non equivale a contestazione dell’illecito, anche perchè il deducente non poteva contestare lo stato passivo. Si sostiene anche l’autonomia del credito relativo alle sanzione, che ha natura afflittiva.
Il quarto motivo denuncia omissione e contraddittorietà di motivazione e violazione di legge.
Si ribadisce che la contestazione delle varie sanzioni afflittive avrebbe dovuti essere compiuta nei confronti personalmente del responsabile, anche durante la pendenza della procedura fallimentare, che determina una incapacità solo relativa del fallito.
Il quinto motivo denuncia erronea applicazione della normativa ex art. 41 l. n. 159/1969 e omessa pronuncia sulla avvenuta prescrizione del credito.
Si censura la mancata applicazione del termine ridotto di prescrizione ex l. n. 335/1995, al riguardo sostenendosi che nessun idoneo atto interruttivo della prescrizione era stato posto in essere in merito al credito vantato a titolo sanzionatorio.
Il sesto motivo denuncia erronea applicazione della prescrizione ex art. 41 l. n. 159/1969 al credito per somme aggiuntive.
Si sostiene che non può ritenersi applicabile il termine decennale di prescrizione anche alle somme aggiuntive, sulla base di un presunto criterio di identità di natura giuridica tra obbligazione principale e quella accessoria. Da un lato, la regola generale per la prescrizione in materia di interessi e di tutto ciò che deve pagarsi periodicamente in funzione del tempo è quella della prescrizione quinquennale (art. 2948 c.c.); dall’altro, la normativa speciale sui crediti contributivi, in quanto speciale, può essere applicata solo alle fattispecie in essa espressamente previste.
Il ricorso, i cui motivi vengono esaminati congiuntamente, stante la loro connessione, non è fondato, anche se la sentenza impugnata contiene alcune enunciazioni giuridicamente inesatte, suscettibili di correzione.
Le censure formulate dal ricorrente si incentrano principalmente sulla tesi secondo cui il credito dell’Inps per contributi omessi e, ancor più, per le c.d. sanzioni civili, dovute in aggiunta ai contributi, sarebbe condizionato alla previa contestazione dell’illecito al responsabile. Si tratta di una tesi, a sostegno della quale non è indicato alcuno specifico dato normativo, priva di fondamento, poichè i crediti degli istituti previdenziali nascono ope legis nella ricorrenza dei relativi fatti costitutivi (essenzialmente, sussistenza di obblighi retributivi in relazione a rapporti di lavoro) e le cosiddette sanzioni civili, cioè le somme aggiuntive dovute in caso di omesso o tardivo versamento dei contributi previdenziali, sono analogamente previste a carico del soggetto tenuto al versamento dei contributi per effetto stesso del suo inadempimento, in funzione di rafforzamento dell’obbligazione contributiva e di predeterminazione legale del danno subito dall’istituto previdenziale, e non in funzione afflittiva o sanzionatoria (Cass. 8 marzo 1995 n. 2689; Id., 13 luglio 1996 n. 6369; Id., 18 giugno 2000 n. 8324; Id., 20 novembre 2003 n. 17650).
E’ vero che nell’ambito della disciplina di cui all’art. 4 del d.l.
30 dicembre 1987 n. 536, convertito con modificazioni nella legge 29 febbraio 1988 n. 48, la buona fede del debitore, ricollegabile "a oggettive incertezze connesse a contrastanti orientamenti giurisprudenziali o amministrativi sulla ricorrenza dell’obbligo contributivo" può comportare l’applicazione delle sanzioni civili in misura ridotta, ma tale circostanza rappresenta una deroga alla disciplina comune (per cui sono previste regole procedimentali specifiche: cfr. la lett. b) del primo comma, che richiede il versamento dei contributi entro il termine fissato dagli enti impositori) che non è sufficiente a far configurare come vera e propria sanzione afflittiva l’obbligatone relativa alle sanzioni civili, per la quale peraltro la legge non ha affatto istituito un procedimento di preventiva contestazione dell’addebito.
E’ quindi del tutto improprio il richiamo di regole relative alle sanzioni amministrative (legge n. 689/1981) e non può ritenersi necessaria la previa contestazione degli addebiti.
Consegue per preliminari ragioni di ordine giuridico, l’infondatezza dei motivi secondo, terzo e quarto, e resta quindi priva di rilievo l’affermazione del giudice a quo circa l’inammissibilità in appello, in quanto nuova e non rilevabile d’ufficio, della relativa questione.
Quanto alla prescrizione è opportuno preliminarmente rilevare che la Corte di merito, pur avendo erroneamente ritenuto che l’eccezione di prescrizione abbia una portata correlata al tipo di prescrizione cui abbia fatto riferimento la parte (contra Cass., sez. un., 25 luglio 2002 n. 10955), in effetti ha poi compiutamente argomentato anche nel merito, ritenendo non maturata la prescrizione decennale, applicabile sia ai contributi che alle sanzioni civili. Pertanto l’errore denunciato con il primo motivo non ha avuto incidenza concreta sulla decisione.
Circa il regime di prescrizione applicabile alle sanzioni civili è condivisibile quanto affermato nella sentenza impugnata, poichè al riguardo il citato art. 4 d.l. n. 536/1987 parla di "somma aggiuntiva", il che conferma che si tratta di somme che incrementano l’importo dei contributi e seguono sotto ogni profilo la loro disciplina. Nè è sufficiente a giustificare una diversa conclusione, e a consentire l’applicazione della prescrizione quinquennale a norma dell’art. 2948 c.c., la circostanza che, secondo la disciplina di cui al citato art. 4 d.l. n. 536/1987, la misura delle sanzioni civili può essere proporzionale alla durata del ritardo, fino al raggiungimento di un limite massimo, poichè si tratta di circostanza che attiene solo alla misura della sanzione.
Peraltro l’art. 2948 n. 4 c.c. si riferisce agli "interessi e, in generale a tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o a termini più brevi" e le sanzioni civili non sono qualificabili nè come interessi nè come prestazione periodica (cfr., a fortiori, Cass. 6 marzo 1998 n. 2498 e Id., 6 marzo 2003 n. 3348, secondo cui la prescrizione quinquennale prevista dall’art. 2948 n. 4 c.c. per tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi si riferisce alle obbligazioni periodiche e di durata, caratterizzate dal fatto che la prestazione è suscettibile di adempimento solo con il decorso del tempo, sicchè anche gli interessi previsti dalla stessa disposizione debbono rivestire il connotato della periodicità, e quindi la disposizione non è applicabile agli interessi moratori di fonte legale dovuti a causa del ritardo nel pagamento del saldo nel compenso revisionale, ai sensi della l. 21 dicembre 1974 n. 700 e dell’art. 36 d.p.r. 16 luglio 1962 n. 1063, oppure pagamento del prezzo dell’appalto, ai sensi dell’art. 33 seg. d.p.r. 16 luglio 1962 n. 1063, da versarsi in unica soluzione).
Resta da esaminare la tesi circa la mancanza di idonei atti interruttivi riguardo alle sanzioni civili. La relativa affermazione del ricorrente, del tutto apodittica, non può essere presa in considerazione poichè il giudice di appello ha accertato, senza distinguere tra le varie componenti del credito, che la domanda di ammissione al passivo fallimentare era senza dubbio intervenuta nella specie, tenuti presenti gli esiti dell’istruttoria al riguardo esperita in primo grado (circa l’efficacia interruttiva, rilevante anche ai fini dell’esclusione della operatività della nuova disciplina della prescrizione, ai sensi dell’art. 3, comma 10, legge 8 agosto 1995 n. 335, della insinuazione nella sede fallimentare di crediti contributivi, cfr. Cass. 4 agosto 2004 n. 14962). Del resto la Corte di merito ha anche ricordato che, secondo lo stesso appellante, le sanzioni aggiuntive erano state fatte valere nei confronti del curatore fallimentare.
Non è quindi fondatamente censurato, con i motivi quinto e sesto, l’accertamento relativo alla applicabilità per tutto il credito della prescrizione decennale, validamente interrotta.
Le spese del giudizio sono regolate in base al criterio della soccombenza (art. 91 c.p.c).
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare all’Inps le spese del giudizio, determinate in Euro 10,00 (dieci/00) oltre a Euro mille per onorari.
Così deciso in Roma, il 3 dicembre 2004.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 2948
 sentenza 
 art. 41
 art. 41
 sentenza 
 sentenza 
 art. 4
 art. 4
 Cass. 
 Cass.