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Timestamp: 2014-10-01 18:16:08+00:00

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3 Maggio 1860 – Buon compleanno, Vito! – Rudi Matematici - Blog - Le Scienze
di Rudy d’Alembert, Alice Riddle e Piotr Rezierovic Silverbrahms 3 Maggio 1860 – Buon compleanno, Vito!
È di costoro un nuovo genere di reato: il reato di prostituzione della scienza.
(Gustavo Colonnetti, Pensieri e fatti dell’esilio)
Articolo 1: Le razze umane esistono.
Articolo 2: Esistono grandi razze e piccole razze.
Articolo 3: Il concetto di razza è concetto puramente biologico.
Articolo 4: La popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà ariana.
Articolo 5: È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici.
Articolo 6: Esiste ormai una pura “razza italiana”.
Articolo 7: È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti.
Articolo 8: È necessario fare una netta distinzione fra i mediterranei d’Europa (occidentali) da una parte, gli orientali e gli africani dall’altra.
Articolo 9: Gli ebrei non appartengono alla razza italiana.
Articolo 10: I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo.
Sono i dieci articoli del “Manifesto degli scienziati razzisti”, datato 14 Luglio 1938; è forse più noto col nome sintetico “Manifesto della Razza” e venne pubblicato il giorno successivo sul Giornale d’Italia. In realtà nell’elenco sopra riportato non figura il testo completo degli articoli, ma ne sono ricordate solo le prime frasi: ad esse fa sempre seguito qualche ulteriore spiegazione e dichiarazione, ma il contenuto programmatico è già ben chiaro nelle sentenze iniziali.
Non si trattasse d’una tragedia, verrebbe quasi da sorridere nel notare certe asserzioni che hanno proprio più l’aspetto dell’excusatio non petita che dell’orgogliosa affermazione razzista: l’articolo 8 è quasi pietoso nel voler controbattere in anticipo ai probabili sorrisi di sufficienza degli alleati tedeschi, certo tendenti ad accomunare tutte le popolazioni mediterranee nello stesso calderone. Gli articoli 4 e 6 sono al massimo degli splendidi esempi di wishful thinking; il quinto è un falso storico, i primi tre dei falsi scientifici. I restanti tre sono solo dichiarazioni di intenti particolarmente cretine.
Non fosse una tragedia, ci sarebbe da ridere per l’ironia della storia. Lo stesso giorno di Luglio in cui, centoquarantanove anni prima, il popolo di Francia insorgeva al grido di “Liberté, Egalité Fraternité”, qui in Italia veniva promulgato un manifesto che aveva lo scopo di ritrattare i principi di libertà, uguaglianza e fraternità verso una specifica parte della nazione. I firmatari iniziali del manifesto sono dieci, ma alla fine saranno davvero tanti gli scienziati italiani che lo sottoscriveranno; e viene davvero da chiedersi se il termine “scienziati” avesse allora lo stesso significato che ha oggi.
Se non fosse diventata una tragedia, si sarebbe potuto sperare che tutto finisse lì, con la scrittura nero su bianco d’una serie di bestialità pseudoscientifiche destinate a restare lettera morta. E invece no. Neanche due mesi dopo, il manifesto “scientifico” riesce a partorire qualcosa di ben più pericoloso: un Regio Decreto Legge, il numero 1390 del 5 Settembre 1938. Si intitolava “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista” e portava la firma del Re, di Mussolini, di Bottai e di Di Revel:
Articolo 1: All’ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; né potranno essere ammesse all’assistentato universitario, né al conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza..
Articolo 2: Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica.
Articolo 3: A datare dal 16 ottobre 1938-XVI tutti gli insegnanti di razza ebraica che appartengano ai ruoli per le scuole di cui al precedente art. 1, saranno sospesi dal servizio; sono a tal fine equiparati al personale insegnante i presidi e direttori delle scuole anzidette, gli aiuti e assistenti universitari, il personale di vigilanza delle scuole elementari. Analogamente i liberi docenti di razza ebraica saranno sospesi dall’esercizio della libera docenza.
Articolo 4: I membri di razza ebraica delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti, cesseranno di far parte delle dette istituzioni a datare dal 16 ottobre 1938-XVI.
Articolo 5: In deroga al precedente art. 2 potranno in via transitoria essere ammessi a proseguire gli studi universitari studenti di razza ebraica, già iscritti a istituti di istruzione superiore nei passati anni accademici.
Articolo 6: Agli effetti del presente decreto-legge è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica.
Articolo 7: Il presente decreto-legge, che entrerà in vigore alla data della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del Regno, sarà presentato al Parlamento per la sua conversione in legge. Il Ministro per l’educazione nazionale è autorizzato a presentare il relativo disegno di legge.
Il Regio Decreto 1390 ebbe un impatto devastante sulle università italiane. A voler contare solo i matematici più famosi, saranno costretti a lasciare l’insegnamento Guido Ascoli, Federigo Enriques, Gino Fano, Guido Fubini, Beppo Levi, Tullio Levi-Civita, Beniamino Segre; e con loro molti, molti altri, e certo non solo matematici. Si nota un’escalation netta e decisa, un drammatico passaggio dalla teoria alla pratica, tra il Manifesto di Luglio e il Decreto di Settembre: ma anche questo è solo l’inizio. Quello che succederà negli anni successivi, in tutta Europa durante gli anni devastanti della guerra, sarà ancora molto, molto peggiore, e assai più grave del pur tragico annichilimento dell’istruzione superiore italiana.
Però è quasi sempre così che funziona: l’orrore non arriva improvviso, ma cresce poco per volta, passo per passo; con il senso dello scandalo che è inizialmente attivo e reattivo nel popolo e negli intellettuali, ma che poi, poco a poco, si abitua, si addormenta, si adatta alle più becere idiozie. Se si riesce a sopportare, magari con un sorriso di sufficienza, l’idea di “doversi proclamare francamente razzisti”, poi diventano accettabili, forse addirittura facilmente accettabili anche proposizioni impensabili in uno stato moderno e civile, come “alle scuole di qualsiasi ordine e grado non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica”. È la negazione dei diritti più elementari: l’istruzione, il riconoscimento dell’identità umana a certi esseri umani; è come se si volesse negare il diritto all’assistenza sanitaria, il diritto di libero movimento sul territorio, se si chiedesse ad una parte della nazione di vivere una vita nascosta e separata – ghettizzata, insomma – dal resto del paese. E se ci si adatta ad accogliere questo nuovo punto, si potrà poi trovare accettabile anche il passo successivo, e poi quello ancora dopo: fino all’allontanamento forzato, fino all’assimilazione ad animali e poi a solo a merce, ai vagoni piombati, ai campi di concentramento e quelli di sterminio. È banale [“Banale” è l’aggettivo indubbiamente più adatto, come ben insegna il libro fondamentale di Hannah Arendt, “La Banalità del Male. Eichmann a Gerusalemme”, Feltrinelli], in fondo, è come imparare a tuffarsi dalla piattaforma di dieci metri: dapprima sembra impossibile, ma basta iniziare e imparare a farlo da un metro, e poi salire piano piano, mezzo metro alla volta. E infatti non è difficile procedere in senso inverso, all’indietro, dalla follia matura e crudele verso i primi sintomi, verso i passi ancora precedenti, quelli che non sembravano certo così gravidi di disastri. O almeno, non lo sembravano ancora alla maggioranza delle persone: qualche lungimirante in grado di capire quando quello che si sta per compiere è già un passo di troppo c’è sempre, e talvolta si trova anche qualcuno con il coraggio di rifiutarsi di farlo.
Il 28 Agosto 1931, sette anni prima del Manifesto della Razza, era stato emanato un altro Regio Decreto nel quale si chiedeva ai professori universitari italiani di giurare fedeltà alla monarchia, allo Statuto Albertino e al fascismo. Era un passo importante, verso la banalità del male; ma quanti se ne accorsero davvero? Quando si era formata l’Italia unita non era apparso necessario sottoporre i docenti universitari ad uno speciale giuramento di fedeltà: in qualità di dipendenti statali erano tenuti ad un giuramento generico, al pari di tutti gli altri impiegati del Regno. La riforma Gentile della scuola del 1923 introduce invece un giuramento specifico, che i professori devono sottoscrivere pena l’allontanamento dalla cattedra; il giuramento è comunque una semplice dichiarazione di fedeltà al Re e allo Statuto, e non si riscontrano particolari polemiche a seguito della sua introduzione. Questo il testo che i professori recitavano:
«Giuro di essere fedele al Re e ai suoi reali successori, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante e adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria.»
Il decreto dell’Agosto del 1931 cambia però la formula: quello che si chiede di sottoscrivere ai circa milleduecento docenti universitari d’Italia è il testo seguente:
«Giuro di essere fedele al Re, ai suoi reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di osservare l’ufficio di insegnante e adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista.»
Quanti professori avranno pensato che le variazioni introdotte al testo fossero, tutto sommato, niente altro che una questione di forma? Molti, probabilmente: del resto, nel 1931 il regime era al massimo del suo potere e del suo fascino, aveva anche da non molto ottenuto il Concordato risolvendo una tensione con lo Stato Pontificio che perdurava dalla breccia di Porta Pia, e aveva anche una popolarità elevatissima ed estremamente diffusa. Per queste ragioni, molti insegnanti avranno addirittura salutato con soddisfazione la modifica, sottoscrivendola con entusiasmo. Però avrebbero dovuto esserci anche molti altri docenti ai quali non poteva sfuggire il significato profondo delle modifiche al testo: era il regime che intendeva sovrapporsi allo stato, era il tentativo di far coincidere le parole “patria” e “fascismo”, ed era immaginabile che molte menti libere avrebbero notato la cosa, scandalizzandosene e verosimilmente rifiutando di acconsentire al palese intento di omologazione. Ma, obiettivamente, rifiutare il giuramento non era per niente facile: significava rinunciare al lavoro, alla posizione sociale, autodenunciarsi come avversario al regime. Significava mettere a rischio la propria sopravvivenza economica e sociale, oltre a quella dei propri familiari. E infatti, quasi tutte le istituzioni e organizzazioni che si oppongono al regime trovano il modo di giustificare i propri adepti, dando loro modo di sottoscrivere il giuramento senza per questo bollarli come rinnegati. Benedetto Croce, ad esempio, invitò i professori suoi amici a rimanere all’università, e a continuare l’insegnamento secondo l’ideal

References: Articolo 1

Articolo 2

Articolo 3

Articolo 4

Articolo 5

Articolo 6

Articolo 7

Articolo 8

Articolo 9

Articolo 10

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 art. 1

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Articolo 5
 art. 2

Articolo 6

Articolo 7