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Timestamp: 2020-03-28 09:20:55+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 12597 del 19/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12597 del 19/05/2017
Cassazione civile, sez. III, 19/05/2017, (ud. 13/10/2016, dep.19/05/2017), n. 12597
sul ricorso 2460/2014 proposto da:
F.M., (OMISSIS), domiciliata ex lege in ROMA, presso la
dall’avvocato FILIPPO PUGLIESI giusta procura speciale a margine del
CASA DI CURA VILLA ESTHER S.R.L., in persona dell’Amministratore
Delegato e legale rappresentante p.t. sig.ra FE.AN.MA.,
CASSAZIONE, rappresentata e difesa dagli avvocati GUGLIELMO
D’AMBROSIO, GIOVANNI SALLUSTRI giusta procura speciale a margine del
avverso la sentenza n. 3969/2012 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,
depositata il 03/12/2012;
AUGUSTINIS Umberto, che ha concluso per l’accoglimento del 1 motivo
1. Con il primo motivo si deduce “violazione degli artt. 1176, 1218, 1223, 1226, 2043 e 2049 c.c., e dell’art. 196 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – omesso esame del risultato della prestazione medica per la formulazione del giudizio di inadempimento e del grado di diligenza impiegato dal professionista – difetto di attribuzione dell’onere della prova i tema di inadempimento – omesso ingiusto diniego di riconoscimento del danno a seguito dell’inesatto inadempimento”.
“Come già posto in evidenza dal Tribunale, il consulente tecnico d’ufficio nominato in primo grado ha chiaramente rappresentato che non sussistono lesioni nè postumi conseguenti all’intervento chirurgico di stabilizzazione della spalla sinistra e che inoltre a seguito dell’intervento chirurgico predetto non sono derivate lesioni che possano determinare invalidità permanente nè temporanea a carico dell’originaria parte attrice e ancora che l’intervento chirurgico in questione è stato correttamente eseguito, così come può evincersi dall’esame clinico della paziente e dalla lettura della cartella clinica e della descrizione dello stesso intervento. Tali valutazioni appaiono ampiamente motivate e pienamente condivisibili anche da parte di qu3sto Collegio, dovendo altresì escludersi che nella fattispecie vi sia materia per la rinnovazione della consulenza tecnica d’ufficio svolta in primo grado”.
1.4. Dopo avere rilevato che il Tribunale aveva motivato il rigetto della domanda, pur avendo ravvisato nella condotta del personale medico della struttura sanitaria una colpa professionale, si riproduce, poi, la motivazione in parte qua resa dal Tribunale, che è nei seguenti termini: “nella specie non risulta essere stati effettuati nè prescritti all’attrice trattamenti di riabilitazione di preparazione dell’intervento chirurgico o successivi ad essi (cfr. le conclusioni del ctu e la “cartella di dimissione” dalla clinica, nella quale si legge solo la prescrizione di trattamento farmacologico ed il consiglio dell’uso di tutori). Ebbene, può condividersi la conclusione del ctu (immune da vizi procedurali e logici e confortata dai necessari accertamenti) secondo cui l’intervento chirurgico risulta essere “stato perfettamente eseguito” e che non sussistono lesioni postume all’intervento chirurgico”, tanto meno “lesioni che possono determinare una invalidità permanente” (…). Tuttavia, non può non sottolinearsi l’inidoneità della complessiva cura della paziente, essendo evidente, e rimarcato dall’ausiliario del giudice, che l’intervento non era adeguato alle condizioni dell’attrice, in quanto non preceduto da idoneo trattamento preparatorio nè è stato seguito da necessario trattamento di riabilitazione”. La sentenza di primo grado viene indicata come presente nelle produzioni di grado di appello.
a) la decisione impugnata, adagiandosi su quella di primo grado, avrebbe violato l’art. 1176 c.c., perchè avrebbe “omesso di considerare che il medico, e lo specialista in particolare, è tenuto a fornire non una qualsiasi prestazione bensì una prestazione qualificata in considerazione del suo grado di specializzazione e abilità tecnico-scientifica ed in questo contesto la sua prestazione”, al contrario di come avrebbe argomentato la Corte territoriale, “non deve valutarsi considerando un risalente indirizzo che qualificava la prestazione del medico e quella dei professionisti in genere come obbligazione di soli mezzi e non di risultato (Cass. n. 8826 del 2007)”;
c) erroneamente sarebbe stato affermato dai giudici di merito “che l’intervento è stato correttamente eseguito (…) anche se non è conseguito alla paziente alcun risultato”, mentre “Io stato di salute inalterato a seguito dell’intervento determina un giudizio di inutilità dell’intervento con tutte le conseguenze di natura patrimoniale e non patrimoniale dovute alla persistenza della patologia. Ingiustamente la Corte d’Appello, nel riportarsi alla decisione del Tribunale, non ha ravvisato i danni conseguenti all’insuccesso dell’intervento “nè i danni di carattere fisico e psicologico spese e sofferenza patita, conseguenze psicologiche dovute alla persistenza della patologia dalla prospettiva di subire una nuova operazione” (Cass. 8826 del 13/4/2007), limitando il suo esame alla sussistenza di “lesioni e postumi conseguenti all’intervento chirurgico”.
In primo luogo, il motivo, a differenza di quanto sostiene la resistente, pone una quaestio iuris e non una quaestio facti, riconducibile all’art. 360 c.p.c., n. 5. Vi si lamenta che la Corte territoriale abbia omesso di riconoscere l’esistenza di danno risarcibile, dando rilievo soltanto alla circostanza che l’esecuzione dell’intervento, in quanto avvenuta correttamente, non aveva determinato un peggioramento dello stato di salute della ricorrente e, quindi, una sua rilevanza anche causativa di un danno patrimoniale, omettendo, invece, di considerare che l’intervento stesso si era però pacificamente rivelato inutile e che, proprio per tale inutilità, la conseguente incidenza sulla sfera personale della ricorrente proprio perciò era da considerare foriera di danni.
Lo scrutinio del motivo è, d’altro canto, possibile confrontando la sua illustrazione con la motivazione della sentenza impugnata, mentre sono state riprodotte la consulenza e la sentenza di primo grado, sicchè è priva di pregio l’evocazione del principio di autosufficienza.
La sollecitazione espressa dal motivo, d’altro canto, proprio perchè pone una questione di puro diritto, non involge affatto un riesame del merito, ma chiede alla Corte di valutare se, con riferimento al profilo che si dice non considerato, la Corte territoriale ha male applicato i principi sulla responsabilità sanitaria.
Si legge, infatti, nella sentenza impugnata quanto segue: “al riguardo osserva il Collegio che il primo giudice, pur ritenendo l’intervento chirurgico eseguito a regola d’arte, ha singolarmente ritenuto, collegandosi ad alcune considerazioni svolte dal consulente tecnico d’ufficio, (…) che, al di là dell’intervento chirurgico la prestazione sanitaria nel suo complesso non sarebbe stata adeguata alle condizioni dell’attrice, in quanto non preceduta da un idoneo trattamento preparatorio nè seguita da un necessario trattamento di riabilitazione”.
Ma in tal modo hanno del tutto trascurato che l’esecuzione dell’intervento, pur corretta nelle sue modalità, a cagione del comportamento omissivo preparatorio e di quello successivo inerente alla prescrizione della riabilitazione, si era concretata in una ingerenza nella sfera psico-fisica della F. del tutto inutile e come tale priva di giustificazione, perchè oggettivamente inidonea e non finalizzata all’eliminazione della patologia. E, dunque, del tutto priva di corrispondenza alla lex artis sanitaria riguardo alla tipologia di intervento eseguita e, pertanto, non considerabile come condotta di adempimento corretto dell’obbligazione assunta dalla struttura.
b) sia nella sofferenza notoriamente ricollegabile alla successiva percezione dell’esito non risolutivo dell’intervento: sofferenza che, alla stregua delle note sentenze delle Sezioni Unite c.d. di San Martino, si concretò anch’essa in lesione della sfera psico-fisica della F..
Il motivo è, pertanto, accolto sulla base del seguente principio di diritto: “in tema di responsabilità sanitaria, qualora un intervento operatorio, sebbene eseguito in modo conforme alla lex artis e non determinativo di un peggioramento della condizione patologica che doveva rimuovere, risulti, all’esito degli accertamenti tecnici effettuati, del tutto inutile, ove tale inutilità sia stata conseguente all’omissione da parte della struttura sanitaria dell’esecuzione dei trattamenti preparatori a quella dell’intervento, necessari, sempre secondo la lex artis, per assicurarne l’esito positivo, nonchè dell’esecuzione o prescrizione dei necessari trattamenti sanitari successivi, si configura una condotta della struttura che risulta di inesatto adempimento dell’obbligazione. Essa, per il fatto che l’intervento si è concretato un una ingerenza inutile sulla sfera psico-fisica della persona, si connota come danno evento, cioè lesione ingiustificata di quella sfera, cui consegue un danno-conseguenza alla persona di natura non patrimoniale, ravvisabile sia nella limitazione e nella sofferenza sofferta per il tempo occorso per le fasi preparatorie, di esecuzione e postoperatorie dell’intervento, sia nella sofferenza ricollegabile alla successiva percezione della inutilità dell’intervento”.
3. Con il secondo motivo si denuncia “violazione degli artt. 1223, 2059 e 2043 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – ingiusta ed illegittima esclusione del danno da chance dalla classificazione dei dani in danni patrimoniali e non patrimoniali come stabilito dalla Suprema Corte di Cassazione”.
Sul presupposto che nell’atto di appello era stata chiesta la liquidazione del danno da perdita di chance, la cui sussistenza era stata accertata dal primo giudice, ma non ritenuta liquidabile perchè a suo dire non era stato chiesto quel danno, mentre esso doveva reputarsi compreso nell’ampia formula di “risarcimento di tutti i danni” “conseguenti alla omessa prestazione sanitaria di preparazione all’operazione di stabilizzazione della spalla, oltrechè successivo a questa per la omessa gravemente colposa non prescritta cura riabilitativa”, si critica la motivazione della sentenza impugnata, là dove essa ha rigettato l’appello così motivando: “per quanto riguarda la ritenuta mancata inclusione del danno da chance nella domanda di riconoscimento in liquidazione dei danni proposta in primo grado, l’appellante sostiene che, nell’ambito della domanda, così come proposta in primo grado nei termini riportati in narrativa, avrebbe dovuto ritenersi compresa anche la richiesta di liquidazione del danno da perdita di chance. Anche tale doglianza è infondata. La S.C. ha avuto modo di chiarire, sullo specifico punto, che la perdita per il paziente della chance di conseguire un risultato utile in conseguenza di una prestazione sanitaria, configura una voce di danno che va commisurato alla perdita della possibilità di conseguire un risultato positivo e non alla mera perdita del risultato stesso e che la relativa domanda è comunque domanda diversa rispetto a quella di risarcimento del danno da mancato raggiungimento del risultato sperato (Cass. n. 4400/2004)”.
Il principio di diritto di cui a Cass. n. 4400 del 2004, pur confermato da Cass. n. 21245 del 2012, è stato successivamente superato da Cass. n. 7193 del 2015, secondo cui: “In tema di responsabilità civile, la domanda di risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non, derivanti da un illecito aquiliano, esprime la volontà di riferirsi ad ogni possibile voce di danno, a differenza di quella che indichi specifiche e determinate voci, sicchè, pur quando in citazione non vi sia alcun riferimento, si estende anche al lucro cessante (nella specie, perdita di “chance” lavorativa), la cui richiesta non può, pertanto, considerarsi domanda nuova, come tale inammissibile”.
D’altro canto, è vero che nella sua motivazione ha, poi, osservato che “nella fattisp2cie, con la sua citazione introduttivo del presente giudizio, l’attuale appellante non ha fatto alcun riferimento neppure in via alternativa o subordinata al danno da perdita di chance, sicchè correttamente il tribunale ha escluso di poter prendere in esame la domanda di risarcimento del danno subito dalle specifico profilo”.
Senonchè, tale affermazione risulta dipendente dall’applicazione del suddetto principio di diritto ed evidenzia solo che è stata censurata la mancanza di un espresso riferimento nella citazione introduttiva di un riferimento alla chance, che, dunque, avrebbe dovuto essere aggiuntivo alla richiesta di tutti i danni.
4. Con il terzo motivo si denuncia “violazione degli artt. 345 e 196 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – negata ammissibilità del deposito della cartella clinica relativa al secondo intervento chirurgico subito dalla ricorrente in data 14/12/2009 omessa ingiusta rinnovazione delle indagini mediche – omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti – in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”.
La denunciata violazione sarebbe stata commessa dalla Corte territoriale con la seguente motivazione, che si coglie nell’incipit dei “motivi della decisione”: “rileva innanzitutto il Collegio che la parte appellante deve formulare tutte le sue censure con l’atto d’appello e nulla può giungere nel prosieguo del giudizio perchè, in forza della regola della specificità dei motivi, con tale atto consuma definitivamente il diritto di impugnazione, fissando il limite di devoluzione della controversia in sede di gravame (Cass. 11386/1999; Cass. 578/1993). Le comparsa conclusionali, in particolare, hanno solo bisogno di illustrare le conclusioni già precisate e quindi motivi di appello già proposti e, pertanto, non possono contenere motivi o argomenti di impugnazione nuovi o riferiti a fatti diversi o a nuovi documenti nè, rispetto a questi, se proposti, può ipotizzarsi un’accettazione del contraddittorio ad opera delle controparti (cfr. ex plurimis: Cass. 982/1989; Cass. 1584 1987). Da ciò si desume che, poichè il mezzo (la comparsa conclusionale) non è idonea a contenere altro che l’illustrazione dei motivi di appello già presentati, ove con detta comparsa conclusionale siano stati introdotti nuovi motivi o nuove domande, non è necessaria neppure un’espressa statuizione di inammissibilità per novità degli stessi, potendo (e anzi dovendo) il giudice limitarsi ad ignorarle senza con ciò incorrere alla violazione dell’articolo 112 c.p.c. (Cass. 11175/2002; Cass. 16582/2005; Cass. 5478/2006)”.
In tale situazione, l’assoluta mancanza di riferimenti alla cartella, coniugata con il riferimento ai motivi, induce a ritenere che in alcun modo la Corte partenopea si sia occupata di considerare se la cartella si potesse considerare producibile. In pratica, la motivazione di cui si è detto sembra alludere ad un problema di novità di motivi, come, del resto, rivela il riferimento all’art. 112 c.p.c..
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile, il 13 ottobre 2016.

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