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Timestamp: 2020-02-27 17:21:33+00:00

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Categoria: Normativa - Fisac CGIL L'Aquila
Ecco quello che c’è da sapere sul nuovo bonus asilo nido: requisiti, importo e modalità di presentazione della domanda.
Bonus Nido 2020, l’INPS fornisce i chiarimenti. Si ricorda infatti che l’articolo 1, comma 343, legge 27 dicembre 2019, n. 160 ha previsto, a decorrere dal 2020, una modulazione del beneficio in base alle fasce di appartenenza ISEE.
Alla luce di questa novità, sono in corso le implementazioni procedurali necessarie all’attuazione di tali disposizioni, concluse le quali saranno fornite le istruzioni operative relative alla presentazione delle domande per la fruizione del Bonus Nido per il 2020.
Bonus Nido 2020, l’INPS fornisce i chiarimenti
Possibile dall’inizio di questa settimana richiedere il contributo per il pagamento di rette relative alla frequenza di asili nido pubblici e privati. La richiesta si riferisce anche all’introduzione di forme di supporto presso la propria abitazione in favore dei bambini al di sotto dei tre anni, affetti da gravi patologie croniche.
L’articolo 1, comma 488, della legge 30 dicembre 2018, n. 145 ha elevato l’importo del buono a 1.500 euro su base annua per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021.
Il premio è corrisposto direttamente dall’INPS su domanda del genitore. Infatti la domanda può essere presentata dal genitore di un minore nato o adottato dal 1° gennaio 2016 in possesso dei requisiti richiesti.
Il bonus asilo nido viene erogato con cadenza mensile, parametrando l’importo massimo di 1.500 euro su 11 mensilità. L’importo massimo è di 136,37 euro direttamente al genitore richiedente che ha sostenuto il pagamento, per ogni retta mensile pagata e documentata.
Per i nuclei familiari con un Isee minorenni compreso tra 25.001 e 40.000 euro, l’agevolazione potrà spettare in misura pari a un massimo di 2.500 euro. Infine, spetterà l’importo minimo di 1.500 euro nell’ipotesi di Isee minorenni oltre la predetta soglia di 40.000 euro, ovvero in assenza dell’Isee.
Per maggiori informazioni in merito alla domanda da presentare quest’anno potete consultare il Messaggio INPS del 14 gennaio 2020, n. 101.
Il giudice dichiara illegittime le discriminazioni in danno delle lavoratrici madri, costrette a ritardare l’ingresso per le necessità scolastiche dei figli.
Se qualche volta fai tardi al lavoro perché devi accompagnare i figli a scuola, d’ora in poi non dovrai più preoccuparti troppo dei rimproveri del capo o dei colleghi: adesso la giustizia ti viene in aiuto. Però devi essere donna e mamma, perché il nuovo principio stabilito dai giudici riguarda la parità tra i sessi e dunque il divieto di discriminazione nei confronti di chi versa in questa doppia situazione di svantaggio.
Le donne che lavorano sono svantaggiate, devono conciliare impegni ed orari con le esigenze della maternità, specialmente quando hanno figli piccoli. E tra le incombenze da svolgere c’è anche quella di portarli a scuola o all’asilo, oppure di andarli a riprendere all’uscita (talvolta anticipata, se non stanno bene e dalla scuola avvisano di venire).
Il caso che ha portato alla ribalta la questione è successo in un ufficio pubblico: si tratta della Regione Toscana, che aveva emanato un ordine di servizio che la consigliera alle Pari Opporunità ha impugnato davanti al giudice del lavoro ritenendolo discriminatorio perchè violava la parità tra lavoratori e lavoratrici.
Il giudice le ha dato ragione: il provvedimento era penalizzante per le lavoratrici madri perché non teneva conto del fatto che i loro ritardi sul lavoro potevano essere dovuti proprio alla necessità di dover accudire i loro figli, anche accompagnandoli a scuola. Il Tribunale ha ritenuto «notorio che i genitori (e a maggior ragione le lavoratrici madri) specialmente se con figli in età da scuola dell’infanzia, materna o primaria, si trovino frequentemente a dover far fronte ad impellenti e imprevedibili esigenze connesse all’accudimento della prole, le quali possono anche comportare l’improvvisa necessità di ritardare l’ingresso al lavoro o di anticiparne l’uscita».
Invece, secondo il giudice fiorentino, l’ordine di servizio emanato dalla Regione era troppo rigido e metteva in una posizione di svantaggio queste lavoratrici madri: in particolare non c’era nessuna flessibilità nel punto che imponeva ai dipendenti di giustificare per iscritto tutti i ritardi d’ingresso dalle ore 09,16 alle 09,30 e prevedeva, in caso di motivi riconosciuti non validi, l’instaurazione di un procedimento disciplinare a loro carico per il ritardo registrato.
Questo, oltre alle penalizzazioni sul recupero successivo dei tempi di lavoro non effettuato, o il computo del ritardo – se l’ingresso avveniva oltre le 09,30 – come “permesso breve”, che però in base a quelle stesse disposizioni avrebbe dovuto essere chiesto ed autorizzato in anticipo, cosa evidentemente inconciliabile con una situazione di necessità e urgenza che potrebbe insorgere improvvisamente e all’ultimo momento.
La conclusione è stata l’annullamento dell’ordine di servizio nella parte in questione: il giudice ha ordinato «la cessazione del comportamento pregiudizievole tramite la rimozione dell’efficacia giuridica o, comunque, la non applicazione delle disposizioni accertate come discriminatorie» ed ha ordinato alla Regione interessata di rimuoverne gli effetti, anche provvedendo a definire e ad attuare un apposito «piano di rimozione» entro 6 mesi, interpellando prima dell’adozione i sindacati di categoria e i consiglieri alle pari opportunità.
Il significato che si può trarre da questa pronuncia giurisprudenziale è che non si può prendersela comoda al mattino derogando all’orario di lavoro, ma se ci sono esigenze particolari – deve trattarsi di necessità improvvise e non programmabili prima – che talvolta fanno fare ritardo alla madre lavoratrice che ha dovuto portare i figli a scuola, non si può essere puniti o penalizzati dal proprio datore di lavoro per il solo fatto del ritardato ingresso, senza aver considerato queste particolari giustificazioni; altrimenti si realizzerebbe una discriminazione vietata dalla legge.
La sentenza del Teibunale del Lavoro di Firenze
Diritto di critica, una sentenza esemplare
Un delegato sindacale di un’azienda di servizi aveva rilasciato un’intervista ad un giornale locale in cui criticava il trasferimento di un collega di lavoro ad un altro comune, con conseguenti difficoltà nell’espletare il servizio di raccolta rifiuti per il quale l’impresa datrice di lavoro aveva ottenuto un appalto.
Il sindacalista era stato licenziato per tali dichiarazioni ritenute dall’azienda “gravissime, lesive e foriere di danni”.
Dapprima, il Tribunale d’Imperia riteneva il licenziamento legittimo; successivamente la Corte d’Appello di Genova lo dichiarava nullo in quanto ritorsivo; l’azienda faceva quindi ricorso in Cassazione.
La Suprema Corte ha ora deciso la causa con la sentenza n. 31395/2019, ritenendo condivisibili ed esaustive le argomentazioni svolte nella sentenza d’appello su due punti in particolare.
In primo luogo, era stato accertato il rispetto della cosiddetta “continenza sostanziale” del diritto di critica (in ordine alla veridicità dei fatti dichiarati) e dell’ulteriore requisito della “continenza formale” (in quanto l’intervista non presentava toni dispregiativi, volgari, denigratori, polemici); non sussisteva alcuna condotta gravemente lesiva della reputazione né alcuna violazione dei doveri fondamentali alla base dell’ordinaria convivenza civile.
In secondo luogo, si era accertato il carattere ritorsivo del licenziamento, in quanto l’unico motivo che aveva giustificato il licenziamento – ossia il rilascio di dichiarazioni ritenute gravissime, lesive e foriere di danni per l’azienda – si era rilevato insussistente.
La Corte di Cassazione ha pertanto respinto il ricorso del datore di lavoro, stabilendo definitivamente che il licenziamento è nullo in quanto discriminatorio, con conseguente diritto alla reintegra sul posto di lavoro.
Si tratta di una sentenza assolutamente chiara. Un lavoratore piuttosto che un sindacalista hanno pieno diritto ad esprimere una critica nei confronti del datore di lavoro nei limiti così delineati: un licenziamento o qualunque altra sanzione disciplinare comminata in tali circostanze sono illegittimi.
Dipartimento Giuridico Fisac/Cgil
Bonus Asilo Nido 2020: a chi spetta?
È già possibile beneficiarne dal 1° Gennaio 2020: ecco come è cambiato il bonus asilo nido 2020 e chi ne può beneficiare.
Bonus Asilo Nido 2020: a chi spetta quest’agevolazione quest’anno? Ecco alcuni chiarimenti.
Si ricorda che il bonus asili nido è stato introdotto dalla Legge 232/2016. Consiste in una agevolazione che permette di ricevere un sussidio in caso di:
pagamento delle rette dovute per la frequenza di asili nido pubblici o privati;
pagamento di altre forme di supporto usufruito presso la propria abitazione a favore di bambini/bambine da zero a tre anni affetti da gravi patologie croniche che impediscono la frequenza dell’asilo nido.
Per il 2020 cosa cambia?
La Legge di Bilancio 2020 ha potenziato gli importi della misura per quest’anno.
Il contributo è riservato alle seguenti finalità:
pagamento di rette per la frequenza di asili nido pubblici e privati
forme di assistenza domiciliare in favore di bambini con meno di tre anni affetti da gravi patologie croniche.
Il premio viene erogato dall’INPS al genitore, residente in Italia, che sia cittadino italiano o UE o sia in possesso di permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo o di carte di soggiorno per familiari extracomunitari di cittadini dell’Unione europea. Oppure di carta di soggiorno permanente per i familiari non aventi la cittadinanza dell’Unione europea o abbia lo status di rifugiato politico o di protezione sussidiaria (circolare INPS 22 maggio 2017, n. 88).
Nello specifico, viene erogato dall’INPS nei seguenti importi massimi:
Il bonus asilo nido si eroga con cadenza mensile, parametrando l’importo massimo di 1.500 euro su 11 mensilità, per un importo massimo di 136,37 euro direttamente al genitore richiedente che ha sostenuto il pagamento, per ogni retta mensile pagata e documentata.
Una domanda che talvolta viene posta al sindacalista, quando è ormai chiaro che la contestazione sfocerà in un licenziamento disciplinare, è questa: È meglio accettare il licenziamento oppure rassegnare le dimissioni?
Può sembrare paradossale, ma – salvo il caso in cui le dimissioni siano accompagnate da un incentivo economico – normalmente il licenziamento è preferibile alle dimissioni, per diversi motivi.
1) Il motivo più semplice è che la NASPI (nuova assicurazione per l’impiego), per quanto sia di un importo non elevato, spetta soltanto in caso di disoccupazione involontaria, ai sensi del decreto legislativo n. 22/2015, art.3. Ne consegue che la NASPI spetta anche nel caso di licenziamento, invece non spetta in caso di dimissioni volontarie.
2) Un motivo più sfaccettato è rappresentato da fatto che l’impugnazione in sede giudiziaria di un licenziamento può essere certamente complessa, ma in linea generale, l’impugnazione delle dimissioni è sicuramente più difficile sul piano probatorio. Inoltre, in caso di licenziamento illegittimo vi sono pur sempre alcune specifiche tutele di legge, per quanto pesantemente decurtate dalle recenti “controriforme”.
3) Infine, occorre tenere presente che il licenziamento non viene annotato sulla scheda professionale del lavoratore, il documento introdotto dal decreto legislativo n. 297/2002 e che ha sostituito il vecchio libretto di lavoro.
La possibilità da parte di un nuovo datore di lavoro di venire a conoscenza dei motivi delle dimissioni o del licenziamento comminato in precedenza da una banca o da una qualunque altra impresa, può derivare da accertamenti svolti in base a conoscenze e relazioni, non di certo da norme di legge.
Articolo ad integrazione della nostra guida alle responsabilità disciplinari e patrimoniali:
Consulta Giuridica Fisac/Cgil
Aggiornamento guide Fisac
Sono state aggiornate alcune delle guide predisposte dalla Fisac/Cgil nazionale.
Vi ricordiamo che tutte le guide sono disponibili alla sezione Guide e manuali
Scarica la guiida Handicap e Legge 104
Scarica la guida Maternità, paternità e adozione

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