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Timestamp: 2020-02-27 23:37:17+00:00

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“CONFUSA E CERVELLOTICA” LA SENTENZA D’APPELLO (Perugia, 17 novembre 2003) – Misteri d'Italia
L’omicidio di Mino Pecorelli sarebbe stato organizzato da Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate su richiesta di Nino e Ignazio Salvo nell’interesse di Giulio Andreotti. Il giornalista fu eliminato perché non doveva pubblicare documenti segreti riguardanti il caso di Aldo Moro, provenienti dal memoriale scritto durante il suo sequestro.
E’ questa, in sintesi, la motivazione con la quale, il 17 novembre 2002, la Corte d’assise d’appello di Perugia infligge 24 anni di reclusione ad Andreotti e Badalamenti.
Un sentenza davvero “confusa e cervellotica” come a suo tempo la definì un attento commentatore, come il direttore del Tg5, Enrico Mentana.
I giudici, infatti, nel sentenziare pesantemente sui presunti mandanti dell’omicidio, fanno uscire di scena, confermando le assoluzioni con formula piena decise in primo grado, gli altri quattro imputati: Claudio Vitalone,Giuseppe Calò, Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati. E arrivano a queste assoluzioni bocciando, senza incertezze, i “pentiti” della banda della Magliana che con le loro false dichiarazioni li avevano chiamati in causa come intermediari ed esecutori materiali del delitto Pecorelli.
I motivi di questa sentenza senza capo né coda (depositata il 13 febbraio 2003) li potete leggere in fondo a questa pagina.
In esse i giudici ricostruiscono la catena di comando che – a loro parere – organizzò l’omicidio. Una richiesta partita da Andreotti e poi transitata ai cugini Salvo, con i quali il senatore a vita avrebbe avuto rapporti tali da poter chiedere l’eliminazione di Pecorelli. Un ordine poi passato dai Salvo a Badalamenti e Bontate, definiti nelle motivazioni i loro amici più intimi. Una catena alla quale manca però l’anello finale, quello degli esecutori materiali che rimane un mistero.
Evidente nella lettura di questa sentenza – che per fortuna la Cassazione ha completamente bruciato il 30 ottobre 2003 – la visione letteraria (per non dire fumettistica) di Cosa nostra, analizzata come fosse un moloch o meglio il consiglio di amministrazione di una società. Lampante la considerazione profetica assegnata al “superpentito” Tommaso Buscetta, alle cui dichiarazioni la Corte d’appello perugina assegna un’insuperabile valenza probatoria. Fu infatti Don Masino a sostenere di avere appreso da Bontate, nel 1980, e da Badalamenti, due anni dopo, che l’omicidio Pecorelli fu richiesto dai Salvo perché interessava Giulio Andreotti. E don Tano – disse ancora Buscetta – sostenne che il movente si collegava con l’attività di giornalista svolta da Pecorelli. In particolare alla sua collaborazione con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, a presunte carte segrete provenienti da Moro o comunque riguardanti la vicenda del sequestro dello statista.
Secondo le confessioni di Bontate e Badalamenti, riferite da Buscetta, il direttore di Op dava fastidio ad Andreotti, avrebbe potuto compromettere il suo futuro di uomo di Stato proprio attraverso le carte di Moro che Pecorelli intendeva pubblicare. Vicende che – si legge nelle motivazioni – se portate a conoscenza del pubblico avrebbero avuto effetti disastrosi per il senatore a vita. E Pecorelli – scrivono i giudici di secondo grado – non minacciava di pubblicare le notizie scabrose, le pubblicava.
La stessa Corte è però costretta ad ammettere che comunque non c’è la prova diretta che Andreotti chiese di eliminare Pecorelli. Secondo i giudici – massimo del cervellotismo – la partecipazione di Andreotti al delitto “ha sicuramente assunto almeno la forma del consenso tacito, essendo tale condotta perfettamente compatibile con i principi del concorso di persone nel reato, perché riconducibile al paradigma dell’istigazione o del rafforzamento dell’altrui proposito criminoso da parte di coloro i quali, pur potendola impedire, si siano limitati ad approvare implicitamente un’iniziativa criminosa”.
IL DISPOSITIVO DELLA SENTENZA D’APPELLO
(Perugia, 17 novembre 2003)
IL DELITTO PECORELLI > “CONFUSA E CERVELLOTICA” LA SENTENZA D’APPELLO (Perugia, 17 novembre 2003)

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