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Timestamp: 2020-04-01 19:00:17+00:00

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UGUALE PER TUTTI: Libera mafia in libero Stato
Il 15 febbraio 2010 la Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane ha emesso un duro comunicato di protesta contro i magistrati del Tribunale di Nola, che può essere letto a questo link. La notizia è già stata commentata su questo blog nel post che si può leggere a questo link. Riportiamo ora, sullo stesso tema, un articolo di Bruno Tinti
da Il Fatto Quotidiano del 27 febbraio 2010
Primo gennaio 2007: comincia a Bari un processo per associazione mafiosa, associazione per spaccio di droga, omicidi vari, estorsioni e tanti altri reati.
160 imputati, di cui 120 detenuti.
Se ne occupa un solo giudice, Rosanna Di Palo.
Occorreranno 40 udienze; che sono tante.
Certo, in un anno ci sono circa 260 giorni lavorativi, al netto di domeniche e ferie; quindi il tempo per celebrare il processo in poco più di un mese; o magari, contando i soliti rinvii, in 80 o anche 120 giorni ci sarebbe.
Invece sarà necessario un anno. Perché il giudice, mentre celebra questo processo, continua a riceverne altri (con un unico limite: è esonerata dai
processi con detenuti); e anche questi devono essere celebrati.
E così, saltando un po’ di qua e un po’ di là, oggi il maxi-processo, domani un paio di processi ordinari e via così, il 16.1.2008 è emessa la sentenza.
Il problema a quel punto è scrivere la motivazione, cioè spiegare per filo e per segno i motivi per cui 160 imputati sono stati dichiarati ufficialmente mafiosi.
Per dare un’idea del lavoro che il giudice deve affrontare, la sentenza sarà, alla fine, di circa 4000 pagine, cioè 4 volumi della Enciclopedia del Diritto che troneggia nella libreria del mio ufficio.
A questo punto ognuno penserebbe che l’esonero parziale concesso al giudice per celebrare il processo è stato trasformato in totale: non ti occuperai di altro fino a quando non avrai scritto la sentenza.
Manco per niente: l’esonero è abolito; scrivi la sentenza e intanto manda avanti il lavoro ordinario.
E siccome un giudice lavora a tempo pieno, il che significa che il lavoro ordinario occupa tutto il suo tempo, Rosanna Di Palo utilizza le sue ferie per scrivere la sentenza del maxi-processo e finalmente deposita la sentenza alla fine del 2008.
Nel frattempo 21 imputati sono scarcerati per decorrenza termini.
Di chi è la colpa? Ma è ovvio, del giudice; che infatti è sottoposto a procedimento disciplinare (tuttora in corso).
Pochi rilevano che, in quelle condizioni, le scarcerazioni sono la norma e non l’eccezione, che il giudice ha fatto quello che poteva e che prima di fare casino e di tuonare contro i giudici fannulloni bisognerebbe avere l’intelligenza di documentarsi.
Nessuno si documenta e tutti sono assai soddisfatti di aver trovato un esempio evidente della tesi: la giustizia italiana non funziona per colpa di giudici fannulloni.
E meno male che si tratta di mafia e non di corruzione o falso in bilancio se no Rosanna Di Palo sarebbe non solo una scansafatiche ma anche una comunista, qualsiasi cosa questo possa significare nel gergo di B&C.
Oggi sono in corso a Nola due processi per associazione mafiosa e spaccio di droga, rapine, estorsioni e decine di altri reati.
Gli imputati sono complessivamente 100, divisi in 12 clan mafiosi.
I termini di carcerazione preventiva scadranno per alcuni a maggio e per tutti gli altri (capi e promotori delle associazioni mafiose) a ottobre.
Nola non ha aule attrezzate per questo genere di processi e quindi il processo si celebra a Napoli.
Le udienze cominciano alle 9 e finiscono alle 19 circa.
Solo che, con 3 udienze alla settimana (tante se ne facevano fino a qualche giorno fa), non solo non si finisce a maggio ma nemmeno a ottobre; e i mafiosi tutti scarcerati saranno.
I giudici fannulloni e disorganizzati il problema se lo pongono; e così aumentano le udienze: quattro alla settimana.
Solo che l’unico giorno in cui si può fissare la quarta udienza (gli altri due sono già occupati per il lavoro ordinario che, a Nola, non è proprio così ordinario) è il sabato.
E di sabato si fissa.
Apriti cielo: gli avvocati, un po’ perché le possibilità della scarcerazione diventano tenui; un po’ perché il sabato è il sabato, un po’ perché il sabato serve per mandare avanti altra attività professionale, piantano la grana.
E siccome dire semplicemente che qui si lavora troppo, che la scarcerazione per decorrenza termini dei mafiosi è cosa buona e giusta e che si pretende di avere tempo per coltivare la propria clientela può sembrare un po’ corporativo, la buttano in politica che, nel caso di specie, significa “conclamata violazione dei diritti della difesa”.
In che consistono queste conclamate violazioni? Ecco, per prima cosa non sta bene che il pm interroghi un testimone e che, terminato l’esame, l’avvocato lo controinterroghi; è vero che questa cosa la prevede il codice; ma i principi vanno bene quando fanno comodo, che diamine.
Così gli avvocati protestano perché, prima di procedere al controesame, vogliono leggere bene il verbale di quello che il testimone ha dichiarato.
È vero che erano presenti, che hanno sentito, che potevano prendere appunti, che anche Perry Mason controinterrogava subito dopo che H. Burger (procuratore distrettuale) aveva interrogato; ma loro no, loro debbono leggere i verbali trascritti e poi, con calma, dopo una settimana o due (tanto ci si mette per sbobinare e trascrivere le registrazioni fatte in udienza) fare il loro controesame.
Ma così escono tutti per decorrenza termini!
Eh, pazienza, vuoi mettere i diritti della difesa?
E poi questa organizzazione delle udienze pregiudica “il normale svolgimento dell’attività di studio”.
Il che è vero; solo che più tempo l’avvocato passa in studio e meno tempo c’è per fare il processo.
E il diritto dell’imputato ad avere una sentenza nel tempo più breve possibile? Proprio gli avvocati dimenticano l’art. 111 della Costituzione?
Ecco gli avvocati; tutti.
Perché il problema non è solo degli avvocati di Nola. Le loro doglianze sono state fatte proprie dalle Camere Penali italiane che hanno promosso un’interrogazione parlamentare e invocato un’ispezione ministeriale.
Secondo loro un’organizzazione delle udienze rispettosa del codice e della Costituzione, volta ad evitare scarcerazioni per decorrenza termini (quelle che furono scandalose quando si verificarono nel processo di Bari) e ad assicurare una sentenza in tempo breve, merita una protesta in Parlamento (che diavolo c’entri il Parlamento con la gestione dei processi a Nola non si sa); e una richiesta al ministro della Giustizia (che suppongo sarà felice di accoglierla) perché si ispezioni e si accerti se celebrare un processo in maniera efficiente e razionale sia un’offesa alle inalienabili garanzie della difesa.
La prossima volta che le Camere Penali lamenteranno la crisi della giustizia, qualcuno, per piacere, gli ricordi i processi di Nola.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 20:07
L'articolo in commento è, come sempre, caratterizzato dalla difesa corporativa a qualsiasi costo! Come dire: la migliore difesa è l'attacco. Il Magistrato di Bari deve essere "assolto" per mano del Signore Tinti perchè ha 4000 pagine da scrivere, mentre gli avvocati di Nola che, unitamente alla camera penale nazionale, denunciano uno stravolgiomento delle GARANZIE, sono ovviamente gli artefici delle scarcerazioni o, magari, come vorrebbe far credere l'esimio magistrato, gli artefici dell'inefficienza della giustiza, magari non solo nolana. Il dott. Tinti che vive ed esercita la professione in quella che può essere definita un'oasi nel mondo giudiziario non conosce affatto la realtà giudiziaria nolana e napoletana in genere e soprattutto, cosa ancor più grave secondo il mio modesto parere, non conosce la correttezza e la professionalità dell'avvocatura di quel distretto e del Tribunale più in particolare.Volendo seguire l'articolo del dott. Tinti, dallo stesso veine fuori quell'ipocrisia che ionvece lui stesso sembra voler combattere laddove assolve il magistrato barese, spiegandone le ragioni mentre condanna senza appello l'avvocatura rea, a detta del magistrato, di tirar fuori ogni sorta di scusa e così magari lavorare per le scarcerazioni dei boss! E' inaudito signori! O si analizzano sempre le ragioni in profondità oppure non si è credibili e si rischia, come il dott Tinti, una difesa corporativa. Io sono convinto che quanto successo a Bari non sia colpa del Magistrato così come sono convinto delle buone ragioni dell'avvocatura nolana che, a differenza di quanto ha amato sostentenere il dott. Tinti, ha un profondo senso della giustizia e della professione. Cordialmente Gianluca.
3 marzo 2010 13:15
prima di sentenziare accuse di corporativismo vorrebbe essere così cortese dal proporre una sua soluzione del problema?
Si tratta, in soldoni, di arrivare a sentenza entro termini strettissimi e di sentire un sacco di testimoni.
Dipendiamo dalle sue parole ...
3 marzo 2010 13:57
Gentile redazione io non sentenzio perché non sono un magistrato. Ho sottolineato come l'articolo in commento sembri addossare la responsabilità di una eventuale scarcerazione di pericolosi boss ad una pletora di avvocati quasi quasi compiacenti e forse forse un pò fannulloni; mentre un magistrato barese, sotto procedimento disciplinare, deve essere mandato assolto sulla parola del dott. Tinti. Queste posizioni camaleontiche obiettivamente lasciano trasparire una difesa corporativa perché il problema di un processo che si deve celebrare a tutti i costi (anche stracciando un pò il dodice)non lo hanno creato certo gli avvocati di Nola! Quindi il mio intervento era diretto ad evidenziare la necessità di esaminare sempre tutte le ragioni che sono alla base delle rispettive posizioni, pena, in difetto, il corporativismo! P.S. Voi non dipendete dalle mie parole, ma dalla legge che, come voi ben sapete, è...deve essere...sèperiamo che sia...uguale per tutti! Cordialmente Gianluca
3 marzo 2010 14:26
temo che Lei non abbia fornito una soluzione alternativa al problema, quindi occorreranno molte udienze da celebrare in poco tempo.
Quanto al disciplinare per i ritardi posso personalmente assicurarle che la mano è molto pesante con i magistrati. E l'unico modo per non andare in ritardo è quello di assumere meno sentenze da scrivere, allungando ulteriormente i tempi processuali. Non è un caso che i colleghi "attenzionati" dalla disciplinare siano, molto spesso, tra i più operosi.
3 marzo 2010 14:41
La realtà nolana e, più in generale, quella dei maxiprocessi è quanto di più lontana dall'essenza del giusto processo.
Chi ha avuto l'occasione di trovarsi in una simile cornice processuale non può non sentirsi senza via d'uscita.
Il problema che Gianluca forse voleva porre era quello della rappresentazione fatta del fenomeno dal dott. Tinti.
Il problema sono i maxiprocessi e la soluzione è evitare tale forma di massificazione della res judicanda.
In uno spazio di discussione coraggiosa come questo dovrebbe essere possibile dire che il maxiprocesso è uno strumento utilissimo ai fini dell'efficienza della repressione, ma lontanissimo dall'idea di giusto processo declinato dalla Costituzione, dal codice e dall'idea di un accertamento prudentemente calibrato di fatti e condotte di singoli individui.
L'impressione che si trae (forse per mia modestia culturale ed intellettuale) dal pezzo del dott. Tinti è, invece, quella del processo come uno strumento di repressione: il giudice che tarda dovrebbe essere giustificato perchè reprime, mentre gli avvocati che ritardano la repressione della camorra sono affiliati ai loro assistiti (non importa se effettivamente innocenti o solo presunti tali) anche quando si limitano a chiedere il rispetto del principio di parità delle parti e della dignità della funzione difensiva.
Mi rendo conto della sbrigatività di questo intervento in quanto la questione è assai complessa e meriterebbe ben altro approfondimento.
PS. il termine per il difensore per appellare una sentenza di 4000 pagine, redatta in poco meno di un anno è di 45 giorni. Anche troppi per far "bene" il difensore...
3 marzo 2010 14:46
Per S. delle 14,46.
Solo che le Camere Penali non protestano contro i maxi-processi, ma proprio contro i giudici che sono obbligati a farli, ed a farli in fretta visto il progressivo accorciamento dei termini prescrizionali voluto da un legislatore che molto pretende e poco dà alla giustizia.
3 marzo 2010 14:56
Non voglio fare polemica, perchè apprezzo moltissimo questo sito ed il suo stile.
Devo però ricordare come le camere penali stiano da decenni protestando contro i maxiprocessi, contro il c.d. doppio binario, contro il 41 bis.
Non certo dai fatti di Nola.
E' verissimo, e l'avvocatura lo ha sempre denunciato, che le risorse sono poche e male amministrate: tuttavia il prezzo delle miserie dell'amministrazione giudiziaria non dovrebbe essere pagato dagli imputati.
Quantomeno, gli sia risparmiato il sarcasmo.
3 marzo 2010 15:10
Gentile S, è un piacere "polemizzare" con Lei.
Ma forse Le è sfuggito il tema del post che non riguarda la protesta degli avvocati contro i maxi-processi, ma specifiche - e probabilmente del tutto infondate - accuse ai giudici nolani.
Quello che non è più accettabile è il pensiero che si possa sparare contro i magistrati ad alzo zero senza temere repliche.
In questo caso, sommessamente, le Camere Penali hanno semplicemente "toppato", ed è giusto che se lo sentano dire.
3 marzo 2010 15:14
Gentile sig. "S" qui è impossibile non polemizzare visto che la redazione continua a difendere a spada tratta i Giudici ed attaccare la camera penale ("ha toppato").La giustizia a tutti i costi, quella delle regole stravolte (il "tintinnio di manette" di scalfariana memoria), non è affatto condivisibile al di là del singolo caso. Gli avvocati, per costituzione e non per sfizio, devono difendere le ragioni dei propri assistiti che, nel casop de quo, non mi sembrano affatto strumentali e bene fanno a denunciare e soprattutto a negare la sospensione delle garanzie in nome della risoluzione di problemi che essi non hanno creato, ma subito come del resto gli stessi magistrati. Portare il problema all'attenzione del legislatore non mi sembra affatto uno scandalo; scandaloso semmai è sostenere il contrario da pate di chi spesso e volentieri ha fatto altrettanto (organizzando anche manifestazioni di chiaro spirito politico) allorché un provvedimento legislativo non sia stato di suo gradimento (e non mi riferisco alle cd leggi ad personam). La redazione sembra avere la soluzione in tasca, ma non possiamo condividerla da cittadini prima ancora che da operatori del diritto in quanto costituirebbe un precedente pericolosissimo che, se non osteggiato da chi contribuisce a custodire l'anima della giustizia ovverosia gli avvocati, costituirebbe un vulnus che in tutta sincerità la coscienza ci impedisce di accettare. Non sono un avvocato del foro di Nola, ma comprendo pienamnete le ragioni della protesta. Cordialmente Gianluca
3 marzo 2010 15:49
Lei è stato chiarissimo.
Ma esponga pure le sue idee senza tentare di attribuire ad altri concetti che non hanno espresso.
Non ci sono soluzioni in tasca per il problema dei maxi-processi, che il comunicato delle Camere Penali neppure ha sfiorato, concentrato com'era a sparare sui giudici colpevoli di fare il loro lavoro.
A me pare un tentativo retorico che in gergo si chiama "mutatio libelli" (cioè cambiare le carte in tavola), non a caso vietato dalla legge processuale perché scorretto.
03 marzo 2010 16.04
3 marzo 2010 16:04
Negli Stati Uniti agli avvocato non è permessa alcuna scusante. Malattia, ferie o altro procedimento penale non esistono proprio.
Gli avvocati sono quindi costretti a consociarsi in un unico studio legale.
A questo dobbiamo aggiungere i loro assistenti che possono fare di più del nostro procuratore legale.Aggiungiamo pure le comunicazioni informatiche.
Tutto ciò equivale ad una buona dose di ottimo olio lubricante nella macchina giudiziaria.
3 marzo 2010 18:36
Nessuna "mutatio libelli" da pate mia in quanto i miei interventi erano solo tesi ad evidenziare il doppiopesismo che trasuda dall'articolo del dott. Tinti. Si può far finta di non capire, ma così è! Quanto alla soluzione del problema, premesso che dovrebbe risolverlo chi lo ha creato e non ceramente io, nel confermarvi di non avere, a differenza vostra, una idea "infallibile", posso solo ribadire che la conclusione della vicedna non potrà ceramente passare attraverso il sacrificio delle garanzie del diritto di difesa. Questo glia vvocati non lo permetteranno. Costi quel che costi! Cordialmente Gianluca.
3 marzo 2010 19:11
Siamo abituati ad espressioni come "costi quel che costi".
Magari costa poco.
Leggina più, leggina meno cosa vuole che importi, ormai il popolo è assuefatto e non si scandalizzerebbe.
Insomma, una legge non solo al di sopra, ma anche "al posto" di tutto il resto, sentenze comprese.
Quanto al doppiopesismo del dott. Tinti, reale o supposto che sia, esso non toglierebbe nulla al torto
subito dai giudici di Nola.
3 marzo 2010 19:25
se intervenisse il legislatore a dirimire questi conflitti non mi scandalizzerei. Vivo in uno stato democratico nel quale pienmente mi riconosco dove le leggi vengono fatte dal parlamento (e da nessun altro) ed interpetate ed applicate da valenti magistrati. Siamo abituati a tante espressioni forti; ancora mi rimbomba nelle orecchie il "resistere, resistere, resistere" a suon di procedimenti giudiziari a senso unico (non lo dico solo io, ma in un certo senso anche la dott.ssa Forleo ai cui interventi vi rimando)! Il doppiopesismo trasudante ha colpito l'avvocatura e, ovviamente, genera conflitto. Vi prego di abbandonare l'ascia di guerra e di riflettere serenamente. Cordialmente Gianluca
3 marzo 2010 19:55
Gianluca, su questa vicenda lei non avrà mai l'ultima parola perché secondo noi è sintomatica della sovversione dei fatti alla quale non ci rassegneremo mai.
Qui la politica non c'entra nulla e la tira in ballo Lei. Per buttarla in caciara.
Il comunicato delle camere penali è quello che è (abbiamo messo il link apposta) e ciascuno può farsene una sua idea.
Lei ha le sue, ma ha la cattiva abitudine di attribuire agli altri cose che non pensano.
Così, solo per aiuto alla sua riflessione, la invito a leggere il post sullo stesso argomento pensato dalla redazione qualche giorno fa (anche di questo abbiamo messo il link apposta).
La morale era: se il processo è lungo la colpa è dei giudici fannulloni; se si cerca di farlo nei tempi legali si accusano i giudici di stakanovismo illiberale.
Ora la invito ad ipotizzare le reazioni dei media a fronte della scarcerazione degli imputati di Nola. Cosa direbbero? Che dei giudici fannulloni non hanno compiuto il loro dovere ed hanno esposto a pericolo la collettività, com'è avvenuto, ad esempio, nel caso di Bari, citazione che lei si ostina a voler leggere come doppiopesismo dell'autore dell'articolo il quale, forse, voleva solo evidenziare come l'atteggiamento verso la magistratura non sia affatto contraddittorio, ma pregiudizialmente ostile: la colpa, come la metti metti, è sempre dei magistrati.
Quindi non serviva a giustificare il ritardo di Bari ed io non vi scorgo alcuna parzialità.
Insomma è lei a denotare la presunzione dell'infallibilità e crede di capire tutto, e noi gliela lasciamo volentieri.
3 marzo 2010 20:17
ma qui si sfiora il paradosso! infallibilità, caciara, ultima parola. Siamo partiti da un fatto oggettivo: il dott. Tinti nel suo articolo difendeva un magistrato ed attaccava l'avvocatura di Nola.Mi sono permesso di sottolinealo e apriti cielo! qui se c'è qualcuno che si crede infallibile no sono certo io, ma chi crede che i problemi sono creati ad arte dagli altri e che gli stessi si debbano risolvere anche a suon di codici stracciati! Dei media non me ne può fregare di meno. Io ragiono a prescindere dall'effetto mediatico e proprio per questo non mi sono mica sognato di attaccare i magistrati nolani o baresi taccaindoli di fannulloneria! Sono più che mai convinto della partigianeria dell'articolo del dott. Tinti e vi invito a desistere dall'accusarmi di mettere in bocca agli altri quello che (secono voi) questi non avrebbero mai detto in quanto l'articolo è stato comemntato anche da altre prsone che non mi sembra abbiano scritto cose molto diverse dalle mie! Siete voi a scorgere nelle mie parole una ostilità verso la Magistratura che io non ho affatto dimostrato anche perché non l'ho mai avuta. Semmai mi sono fermamente opposto allo sterile "difensore del vincolo" sotolinenado, con molta umiltà, la oggettiva complessità del problema. Poiché la discussione non può esaurirsi in una concione vi invito a rispettare le mie idee e Cordialmente vi saluto. Gianluca
4 marzo 2010 00:33
Gianluca, ci mancherebbe che non rispettassimo le sue idee.
Ma rispettarle (cioè riportarle così come Lei le ha espresse) non vuol dire condividerle.
Sono racchiuse nei suoi messaggi che sono qui sopra.
Non pretenderà che siano indiscutibili.
Ciascuno, leggendo, si farà un'idea sulla loro tenuta logica e giuridica.
Perché non può rivendicare l'"oggettività" di ciò che dice lei e la pretestuosità di quello che dicono gli altri.
Deve mettere in conto che è sempre possibile una spiegazione alternativa delle cose.
4 marzo 2010 07:43
non ho mai preteso la condivisione delle mie idee solo il rispetto! Quanto all'articolo del dott. Tinti in esso vi è oggettivamente la difesa del magistrato barese e l'attacco all'avvocatura nolana. In claris non fit interpretatio! E' un "fatto" inconfutabile rispetto al quale poi ciascuno potrà liberamente esprimere le proprie opinioni. Ma rimane questo dato obiettivo. Se poi si vuole mettere in discussione anche questo "fatto" allora si che siamo di fronte alla famosa "mutatio libelli". Cordialmente Gianluca.
4 marzo 2010 11:00
lei continua a fare una enorme confusione, a questo punto credo volontariamente.
La "mutatio libelli" era chiaramente riferita al fatto che si è tentato di dare al documento delle camere penali un significato che non ha, nel senso che esso non toccava affatto la tematica dei maxi processi ma accusa ingiustificamente i giudici per il fatto che intendono concludere nei termini di legge i processi contro molti imputati di associazione camorristica.
Si nota che lei frequenta questo blog da pochissimo tempo.
4 marzo 2010 11:27
In merito alla questione in oggetto e ai problemi del territorio è da apprezzare il manifesto affisso dalla sezione ANM di Nola che auspica la "ripresa di un dialogo sereno" e la ricerca di "soluzioni condivise delle problematiche relative al funzionamento della giustizia penale nel circondario di Nola".
Tutti hanno interesse a trovare una soluzione condivisa.
L'auspicato dialogo dovrà cercare di contemperare i diversi interessi coinvolti: il diritto di difesa e quello ad un giusto processo.
4 marzo 2010 11:51
Vogliamo provare a dare un contributo, magari astraendo dal caso specifico?
E magari anticipando i problemi dell'annunciata riforma con la quale si vuole stabilire che il giudice non può "sfoltire" le liste dei testimoni presentate dalla difesa?
Quindi, stabilita la prescrizione a sei mesi da oggi, come possiamo fare per esaminare 1000 testimoni conciliando giusto processo, processo breve e diritti della difesa?
4 marzo 2010 12:02
Il guaio è che non se ne esce...
Ci vorrebbe un legislatore saggio e razionale!
Salendo dal caso concreto a molto
più in alto, e cioè ai piani alti del potere, temo che si voglia creare ad arte un cortocircuito con le ovvie e consequenziali ricadute.
E' la giustizia a doppia velocità: quella dei poveri cristi da una parte e quella dei ricchi e potenti dall'altra.
4 marzo 2010 12:39
A mo' di battuta, quando la prospettiva del processo breve appariva dotata di qualche velleità di approvazione, era stato lanciato questo motto:
"Processo breve, avvocato corto, giudice oracolo".
Questo sono i concreti rischi dell'irrazionalità normativa.
4 marzo 2010 13:45
Non mi sottroggo alle stimolanti sollecitazioni della redazione.
A me pare ovvio che la questione Nola sia stata ripresa dall'avvocatura non contro i giudici di quel processo, ma perchè - come dire - i nodi dei maxiprocessi sono venuti al pettine.
Quello di Nola è stato assunto dai penalisti ad esempio di come, tra la necessità di trattenere in carcere alcuni presunti innocenti (per che di tali si tratta) e la necessità di svolgere una istruttoria con la dovuta prudenza, nel sistema dei maxiprocessi si finisca per privilegiare la prima necessità.
Se vivessimo in un sistema più coerente (non scomodiamo gli stati uniti, per carità), una siffatta soluzione sarebbe del tutto inaccettabile.
Invece qui il semplice porre la questione, denunciare la forzatura di una idea secondo cui la carcerazione preventiva (di per sè eccezionale) diviene uno dei fattori su cui bilanciare il quomodo di svolgimento del processo, viene assunto quale aggressione personale ai giudici. Oppure quale segno di collateralismo con la camorra.
Non è così che io leggo la delibera dell'Ucpi (ma forse ho bisogno di occhiali).
So che è uno scivolone provocatorio quel: "Ora la invito ad ipotizzare le reazioni dei media a fronte della scarcerazione degli imputati di Nola. Cosa direbbero?", giacchè in un dialogo garbato e approfondito come questo adombrare l'idea che i giudici possano orientare il proprio operato sulle possibili reazioni dei media è assurdo.
4 marzo 2010 14:21
Per S. delle 14,21.
Ognuno è libero di leggere come vuole uno scritto che, proprio perché tale, resta impresso ed il suo testo è verificabile.
Io continuo a leggere una protesta contro i giudici accusati di violare la legge.
Lei aveva in precedenza prospettato la difficoltà per l'avvocato di redigere l'appello in 45 giorni a fronte del tempo molto più lungo impiegato per la redazione della sentenza; ha omesso di dire che la sentenza riguardava 150 imputati mentre solitamente ciascun imputato ha un avvocato tutto per sé, il quale deve affrontare una sola posizione processuale. E 45 per 150 dà un risultato che il redattore della sentenza non ha sicuramente attinto.
I giudici non temono le reazioni dell'opinione pubblica e l'argomento è stato usato solo per far comprendere quanto faziosi siano gli attacchi subiti dalla magistratura, qualsiasi cosa faccia e mi meraviglia che lei ne abbia dato una diversa lettura.
Scopo del processo è quello di pervenire ad una assoluzione o a una condanna; la prescrizione è una patologia.
Un sistema nel quale tutto conduce alla prescrizione del reato è malato.
4 marzo 2010 14:47
ho compreso bene che la questione della pressione dei "media" è una provocazione, ci mancherebbe altro in una discussione su temi così delicati e che attengono alla natura stessa del processo in italia (quantomeno nel c.d. secondo binario).
Ognuno è libero di interpretare la delibera per ciò che sente, ovviamente.
Mi consenta due precisazioni, però: una cosa è la prescrizione altra cosa sono i termini della custodia cautelare.
Quanto al termine per appellare, è vero che la sentenza riguarda 150 imputati, ma un difensore non dico bravo, ma almeno prudente deve quantomeno leggerla con attenzione tutta almeno una volta, studiarne quella buona parte che è comune, raffrontarla con gli atti del fascicolo (le stesse migliaia esaminate dal giudice) e poi redigere un appello in 45 giorni.
E, come ben sa, la pendenza di un siffatto termine non è ragione di legittimo impedimento (esonero) nemmeno per l'avvocato.
Mi creda, in tali condizioni nessun avvocato è soddisfatto dell'atto che alla fine riesce a "sfornare".
Saluti. S
4 marzo 2010 15:10
Gentile Avv. S.
quasi mai sono soddisfatto delle sentenze che "sforno"; le avrei potute confezionare meglio e magari qualcuna sarebbe stata anche degna di pubblicazione.
Solo che sotto la pressione del fascicolo successivo che incombe, devo rinunciare ad una porzione di amor proprio e accontentarmi di un prodotto appena sufficiente allo scopo.
Nei miei atti non c'è mai tutto quello che avrei potuto inserirvi, ma l'essenziale.
Viviamo tutti il peso di un carico che obbliga a badare al sodo.
Ciò detto converrà che l'esame di una singola posizione processuale è cosa ben diversa dall'obbligo di motivare in relazione a ciascuna individualità.
Lancio una provocazione: se il termine ordinariamente previsto per la redazione di una sentenza è di 30 giorni, perché mai esso non diviene un multiplo in relazione al numero di questioni (leggi imputazioni) prese in considerazione?
Se devo motivare su una sola posizione quel termine è normalmente adeguato, ma se devo motivare su 100 lo stesso termine è irragionevolmente breve. E non trovo giusto che non si tenga conto di tale irragionevolezza.
Quanto ai maxi-processi non auguro a nessuno di trovarvisi coinvolto.
Col codice di procedura del 1988 essi sono diventati ancor più ingestibili, vista la necessità di formare la prova in dibattimento.
Ma sono, per lo stesso motivo, irrinunciabili perché non è pensabile di replicare all'infinito, per quanti sono i coimputati, le stesse attività istruttorie.
Almeno nel vecchio rito si partiva da un materiale istruttorio preconfezionato che, in ipotesi, poteva essere speso in processi distinti.
Ciò non è possibile per la prova formata in dibattimento.
E questo è un paradosso del quale si può e si deve discutere per trovare rimedi efficaci a tutela di tute le esigenze: quelle della difesa ma anche quelle della effettività della legge penale.
4 marzo 2010 16:09
Da un articolo di Mario Pirani, su La Repubblica di 4 anni fa. Il titolo: "Perché tanti innocenti vanno sotto processo?" Pirani dice di aver letto "La giustizia ingiusta"... un disastro, cui la recente riforma Castelli e ... di Berlusconi hanno aggiunto nuove devastazioni. Tra le autocritiche D'Ambrosio si propone di dover aumentare i diritti della difesa dell'imputato...che sa di essere indagato solo quando gli viene notificato l'avviso... il PM dice...: ti ritengo colpevole e se entro 20 gg non dimostri che sbaglio, chiederò al Gup il tuo rinvio a giudizio...Nel frattempo gli scrive l'avv. Krogh, che conferma e riferisce di innumerevoli persone "innocenti in partenza", parla dell'obbligo previsto dall'art. 112 della C. ma che "non va perduto di vista l'art. 27" che altrimenti si definisse alla fine di "un'estenuante" processo...né s'intravedono vie d'uscita. E conclude: " L'errore più grave fu forse di non capire che i nostro paese non aveva la cultura istituzionale indispensabile per il funzionamento del rito accusatorio dove la durata dei processi si misura a mesi e non a lustri" Aggiungo solo una nota: “la Costituzione italiana delinea un rapporto fra il cittadino e i pubblici poteri fondato sul principio della buona fede, della lealtà reciproca, della correttezza”.-----------
Non a senso unico però, da ego sum! Ecco come c'entra sempre la “cultura”, che non si può modificare con una riforma e tantomeno con una legge. Almeno qui, nel blog, ci si prova a dirimere pasticci; ed è già tanto.
A proposito dei 45 giorni (concessi per le sentenze complesse, da dichiararsi nell'atto di emettere il dispositivo?), non va dimenticato l'assurdo caso Lozzi-De Magistris...che sarebbe stato di "sollievo" quando ho appreso che il mio ricorso per Cassazione non è stato accolto (ero già
"prevenuto"...io o Loro?), se non avessi poi (sull'orlo del precipizio in VII sez.) dato mandato a un avv., che ha meglio focalizzato l'illegittimità procedurale con un'art. del cpp, da sottoporre agli Ermellini (infatti, l'avv. serve a far notare la norma di legge che il giudice sa, o, peggio, che dovrebbe...?).
Camera di consiglio, 3 nov. 2009; dopo 4 mesi non so nulla della dicisione, chiamarla sentenza sarebbe ridicolo, dato l'insussistenza/consistenza del casu: che risale all' ottobre 2003... e per "fortuna" che mi hanno fatto saltare l'appello (un risparmio...come vorrebbe il proc. Grasso, che sorride compiaciuto; e per la gioia di D'Ambrosio, e altri, aggiungo che ho saltato anche il Gup/Gip(?...) che ha fissato l'udienza anche in assenza dell'avv.("d'ufficio/di fiducia"? altro "Mistero buffo")....segue
4 marzo 2010 21:15
...seguito Come si vede anche i "mini-(micro)processi" (senza prove da...) non sono da augurare!
E qui l'avvocato "Robin Hood" aspetti prima di armare l'arco. Premesso che: 1) la qualità, per ogni genere di lavoro, non debba mai condizionarsi alla quantità, alla fine viene a costare di più, in senso lato; che: 2) in questi ambiti persino i termini/aggettivi usati (per convenzione -- mi verrebbe dire "d'incapaci"...ma poi visto che ne sono vittime anche i Capaci... -- e non per convinzione!) appaiono beffardi: "attore" (mai protagonista, di 1° piano?),
"convenuto" (come parti-cipio o come aggettivo?, se si viene trascinati senza "pattuire", convenire; "operante"? (io so solo di distruttori d'opere: persino i Nas, sotto casa, che fecero chiudere l'unico laboratorio d'analisi nel comune con gli addetti rinviati a giudizio e dopo 6 anni tutti "assolti per non aver commesso il fatto" In questi anni, però, è deceduto il marito della titolare, un valente medico con il fratello avv., il n° 1 sulla piazza! Due casi "identici" in pochi mq?); “dibattimento” (mai visto, e mi manca); e dopo il giudice di 1e e di 2e "cure", non so come - alla pari - si potrebbe definire l'avv. cui pare stia molto a cuore la condizione di certi imputati da insistere con un certo accanimento..."terapeutico" e quindi dubitando del metodo di "cure" forse troppo
"restrittive" e "cautelative" da parte dei giudici? Ora che vengono concesse persino le cure palliative?
Impegno apprezzabile, strano però non poterlo mai notare quando si tratta di persone illibate e che magari si affidino all'istituto del "gratuito patrocinio", laddove persino i facoltosi (distanti da certe realtà) giudici della SS CC sono restii a concedere (vedi Sent. n. 6591 del 27 nov. 2008 - depositata il 16 febb. 2009, Sezioni Unite Penali, Presidente V. Carbone, Relatore M. Rotella; in barba a Cass. Sez. V, Bevilacqua, n. 16338 del 12.5.06, CED rv. 234124, secondo cui non sussistono estremi di reato, se il fatto non si sostanzi...), se però sei stato condannato per reati in materia di evasione fiscale puoi godere del gratuito patrocinio: così deciso (non da B.) dalla Cassazione, IV sez. penale, sent, n. 40589/09.
Infatti, per me non evasore ma semplice creditore Iva (versata il 1993 per un dec. ing.vo, disp. sent. del 2003), neanche il rimborso! E la SS CC cassa molti ricorsi dell' Ag. delle Entrate, specie se il controricorrente è un avv. Tuttavia, la discussione anche accesa è sempre e comunque da preferire al silenzio-assenso.
4 marzo 2010 21:39
scusate l'ingenuità, ma m'è venuto in mente un aspetto del problema, che potrebbe (parlo da ignorante in materia e in procedura) risolvere la questione delle motivazioni ipertrofiche.
e colgo lo spunto da quanto scritto tra gli ultimi commenti dalla Redazione:
"Almeno nel vecchio rito si partiva da un materiale istruttorio preconfezionato che, in ipotesi, poteva essere speso in processi distinti.
Ciò non è possibile per la prova formata in dibattimento."
ora, considerato che i personaggi di un processo sono gli stessi (si spera) dall'inizio alla fine dello stesso, e che proprio nel corso del processo al giudice vengono forniti - come da nuovo ordinamento - gli strumenti probatori atti a permettergli di formulare la sentenza, e che la sentenza stessa è diretta conseguenza di quanto già emerso nel corso del dibattimento, in tutte le sue fasi, le motivazioni non sono forse GIA' FACILMENTE INDIVIDUABILI tra quanto espresso e verbalizzato nel corso del processo?
è obbligato (lo chiedo perché lo ignoro) il giudice a ripetere per scritto, all'atto della stesura, i motivi che l'hanno indotto a sentenziare così invece che cosà, se consideriamo che tali motivi NON POSSONO PROVENIRE ALTRO che dagli atti del processo stesso, e che tali atti sono pubblici e consultabili dalle parti e da chiunque altro ne faccia richiesta?
insomma, le prove vengono formate e discusse sul posto, alla presenza delle parti e pubblicamente.
sulle prove si deve (si dovrebbe almeno) fondare la sentenza del giudice, sia essa di assoluzione che di colpevolezza e in quel caso, sempre in base alle prove e all'interpretazione degli articoli di legge, e sulla base di quanto emerso, dovrebbe venire anche graduata e motivata la pena.
se tutto ciò è stato già discusso in pubblico, e messo agli atti, non sarebbe sufficiente richiamarsi agli atti stessi in sede di formulazione delle motivazioni?
(oh, intendiamoci, lo stesso principio vale per l'avvocato che voglia fare appello) non è quindi un inutile spreco di carta e tempo ripetere magari tredici volte lo stesso passaggio, lungo magari decine di pagine, soprattutto se il passaggio stesso è già chiaramente individuabile, protocollato e consultabile da chiunque???
insomma, io chiedo PERCHE' le motivazioni di una sentenza anche di 150 imputati deve per forza essere lunga 4000 pagine?
non è sufficiente che il giudice (che ha piena conoscenza degli atti, che ha assistito a tutto il dibattimento, che ha preso appunti personali ma che ha comunque i testi dei verbali, che studia gli atti stessi al momento di formulare la sentenza), non è sufficiente, dicevo, che nelle motivazioni faccia dei semplici rimandi agli atti stessi, senza doverli ripetere, e scriva "motivo la tal pena in base alla prova emersa nel corso dell'udienza tale, del giorno tale, alla pagina tale", invece di spiegare di nuovo quanto già dovrebbe essere chiarissimo?
e se non li ripete, e pur non ripetendoli riempie 4.000 pagine, CON CHE COSA le riempie, visto che si deve basare unicamente su quanto emerso nel dibattimento?
saluti a tutti, continuo a leggervi anche se ultimamente non ho più commentato......
5 marzo 2010 20:07
Per Baron Litron
E' un vero piacere rileggerLa.
Le sue non sono perplessità campate in aria.
Nella patria del rito accusatorio, infatti, le cose vanno un po' come lei le descrive; negli USA c'è il "verdetto" di una giuria popolare che stabilisce: colpevole o innocente. E la sentenza non deve essere motivata se non in relazione al fatto che agli imputati sia stato assicurato il rispetto delle regole processuali.
Da noi, invece, la motivazione è imposta dalla legge e serve a controllare il ragionamento che il giudice ha seguito per pervenire al suo convincimento.
5 marzo 2010 21:21
"Da noi, invece, la motivazione è imposta dalla legge e serve a controllare il ragionamento che il giudice ha seguito per pervenire al suo convincimento."
d'accordissimo, ma allora il problema sta soltanto nelle capacità di sintesi dei magistrati?
com'è possibile che non si possa dare per noto un intero processo che è stato dibattuto completamente in pubblico, e nel corso del quale il magistrato ha avuto modo di far luce su tutti gli aspetti della vicenda? se il giudice deve "spiegare per filo e per segno" i motivi delle sue decisioni, DOPO aver avuto l'occasione di pretendere ampie spiegazioni e descrizioni dalle parti e dai testimoni dove sta l'inghippo?
mi pare un procedimento inverso rispetto a certa arte figurativa contemporanea, nella quale l'artista è costretto a spiegare al pubblico opere altrimenti incomprensibili. qua sembra che si voglia interpretare a posteriori degli avvenimenti, delle prove e delle testimonianze che SUL MOMENTO dovrebbero essere quanto più chiare e limpide, tanto più che il tutte le parti - se hanno dei dubbi - sono in potere e in grado di esigere la massima chiarezza.
se alla fine bisogna spiegare di nuovo tutto dove sta l'utilità del processo?
se una testimonianza dev'essere riscritta e/o parafrasata e/o interpretata che affidabilità hanno i testimoni?
se una perizia dev'essere soppesata e/o confrontata e/o messa in discussione, che fine fanno l'attendibilità e la professionalità dei periti (e di chi gli dà incarico)?
se le parole di un testimone o di un imputato devono passare il doppio processo della verbalizzazione (inutile e dannosa, a mio avviso) E della citazione in qualsivoglia forma nella motivazione della sentenza, a cosa serve sentire i testimoni in aula e formare la prova nel corso del dibattimento?
sinceramente non capisco che cosa può frenare il magistrato dallo scrivere (la faccio troppo breve, ma spero si possa capire il principio):
"giudico l'imputato colpevole del reato xyz, e lo condanno a un periodo di detenzione (o di affidamento o quel che sia) di n mesi perché durante il dibattimento è apparso evidente che ha commesso i seguenti reati (lista di pagine di verbale), con le seguenti modalità (altra lista di pagine di verbale), a causa delle quali decido di tener conto delle seguenti aggravanti e attenuanti (lista di pagine di verbale e articoli del CP)."
in parole povere: visto che le motivazioni non possono aver altra fonte che il dibattimento e l'eventuale giurisprudenza pregressa, e visto che il dibattimento è già lì a disposizione, vi si faccia semplice riferimento, non occorre alcuna ulteriore elucubrazione, e chi non ha capito vada a leggersi le pagine indicate.
voi dite che "negli USA c'è il "verdetto" di una giuria popolare che stabilisce: colpevole o innocente. E la sentenza non deve essere motivata se non in relazione al fatto che agli imputati sia stato assicurato il rispetto delle regole processuali."
benissimo, qui ci può essere il verdetto di innocenza o colpevolezza di un giudice (monocratico o collegiale), e la sentenza dev'essere motivata da quanto s'è discusso durante il processo (dando per osservate da parte di tutti le regole processuali, sul rispetto delle quali vigila il presidente, beninteso)
a mio umile e ignorante avviso
6 marzo 2010 00:22
Come altri "grandi eventi", i casi di Nola e Bari sono astremi, diciamo d'emergenza, e nel paese che soprav-vive di perenni emergenze non dovrebbero nemmeno far
più notizia: è solo l'eccezione che conferma la regola (cui non conviene parlarne, non fa scoop: ovvero quell'evento clamoroso che non piace solo quando lo preticano
altri?).
E del *quotidiano*, invece, ne parla, con umiltà, un addetto ai lavori (gli asterischi sono miei).
"... Altri meglio di chi scrive, che da sempre opera quale giudice penale, potrà spiegare
in cosa si traduca, in concreto, il dover guardare anche alla qualità dei provvedimenti
per un pubblico ministero o per un giudice civile.
La personale esperienza indurrà, dunque, a limitare la riflessione a quello che meglio si conosce, dal di dentro del *quotidiano* giudicare al dibattimento penale.
Ebbene, è fuori discussione che il buon giudice non debba perdersi, nella *redazione delle sentenze, in passaggi inutili, soprattutto in materia di svolgimento del
processo.*
Tale riflessione tuttavia, non può e non deve essere portata all'eccesso.
Complice l'uso del computer si vedono, infatti, in giro, sentenze decisamente ridondanti,
scritte come tesi di laurea, con *richiami giurisprudenziali e dottrinari eccessivi e
talvolta non pertinenti*. Ma si tratta di un peccato veniale.
In numero ben maggiore, infatti,
si vedono ancora in giro tante sentenze scarabocchiate, talvolta a penna, su moduli prestampati,
alcuni finanche precedenti all'introduzione del giudice unico di primo grado.
Si leggono sentenze che apparentemente constano di migliaia e *migliaia di pagine
ma che, tolto il "taglia e incolla"* di centinaia e centinaia di conversazioni telefoniche o
di verbali di stenotipia dei quali basterebbe riassumere brevi passi, si riducono a poche decine di pagine contenenti motivazioni apparenti.
Si vedono giudici che fissano in un'unica udienza 60-70 processi, salvo poi, inevitabilmente,
non definirne neanche uno e, dopo ore ed ore di inutile attesa, rimandare....segue--->
6 marzo 2010 11:41
.... seguito -->E occorre in qualche modo introdurre nel nostro sistema un meccanismo per cui il
giudice di primo grado ed il capo del proprio ufficio vengano messi a conoscenza degli
esiti processuali nei gradi successivi delle decisioni di primo grado.
Perché nulla quaestio, appartenendo alla fisiologia del processo, *se le sentenze di
un giudice, pur motivate nei termini prescritte dalla legge, vengano annullate o riformate*
per una diversa e possibile valutazione della prova o interpretazione della
Ma cosa diversa è se le sue sentenze vengano in continuazione cassate perché motivate in maniera insufficiente o per vizi procedurali.
Si potrà facilmente obiettare che proprio per una valutazione di tipo qualitativo oggi, come si è visto in precedenza, in sede di progressioni in carriera dei magistrati, si
sorteggiano
periodi per i quali viene
richiesta la produzione di *provvedimenti a campione*
e viene richiesto ai capi degli uffici, nei pareri che redigono, di dare conto anche «dell'esito
degli affari nelle successive fasi e nei gradi del procedimento e del giudizio» (lO).
Quanto a quest'ultimo punto, però, allo stato, soprattutto negli uffici giudiziari di dimensioni medio grandi, la sorte processuale in sede di gravame delle sentenze di un
giudice, tranne casi eclatanti, non è nota né al capo dell'ufficio e *nemmeno al diretto
interessato.* tutti i testi a casa. O altri che, senza uno straccio di svolgimento del processo, riescono a scrivere una sentenza, comprensiva d'intestazione e conclusioni,
in un'unica pagina...
e qui è il caso di soffermarmi. In 2mila battute, 33 righe (sent. 619, N. 1530/03 R.G.): "A seguito di emissione (3 maggio 2006) di decreto che dispone il giudizio
emesso dal Gup... dichiara ***** colpevole del reato ascrittogli, e in concorso di attenuanti generiche, in ragione dell'incensuratezza, lo condanna... Indica in giorni
sessanta il termine per il deposito della motivazione. 15.10.2007 La data è la stessa dell'ultima udienza, e la pagina è intestata con una sola parola in maiuscolo:
"MOTIVAZIONE".-------
"una vera schifezza"?, come conclude l'estensore del lungo testo di cui sopra, che chiosa: "Una cosa è infatti valutare cosa si sia deciso. Altro, invece, è andare a
verificare, al di là della decisione, se quella sentenza sia stata scritta con cura e meticolosità, se sia
adeguatamente motivata. E troppo spesso basta anche un'analisi sommaria, di fronte ad un modulo prestampato scarabocchiato, per rendersi conto che così non è.
In fondo forse, *restituirebbe entusiasmo* a tanti magistrati oggi avviliti dalla considerazione
che tutti sono bravi, e quindi non è bravo nessuno, rapprendere che qualcuno sia stato valutato negativamente perché, in un consiglio giudiziario o anche al
Consiglio superiore della magistratura, si sia avuto il *coraggio di scrivere* in un parere
che i provvedimenti scritti da quel magistrato saranno pure tanti, ma sono - come
avrebbe detto il principe Antonio De Curtis, in arte Totò - "una vera schifezza".(E non si tratta del giudice Lima). PS: "Vi ho scritto questa lettera piuttosto lunga perché non avevo il tempo di farla più corta" – Blaise Pascal. Ed è proprio così!
6 marzo 2010 11:43
Il dottor Tinti ha semplicemente sottolineato come il processo di Nola sia una farsa. Una farsa grottesca.
Egli,pratico del mestiere, ipotizza un fuori tempo massimo.
Infatti una giornata ha sempre 24 ore e non si risoleve il problrema dividendo il giorno solare in un numero maggiore di parti.
Per il resto possiamo stare qui a discutere fino alla noia.
La motivazione della sentenza? A cosa serve? Non serve a nulla. Chiunque leggerà gli atti del processo arriverà ad una motivazione diversa da quella scritta. Completamente contraria o quasi simile. A convenienza.
Ma sopratutto: è una pratica seria quella della motivazione?
Cambia qualcosa se non c'è?
6 marzo 2010 12:17

References: sentenza 
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 Cass. Sez. 
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