Source: https://www.laleggepertutti.it/237715_il-marito-puo-impedire-di-vendere-o-donare-una-casa-alla-moglie
Timestamp: 2018-11-15 03:06:51+00:00

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Il marito può impedire di vendere o donare una casa alla moglie?
Se un coniuge regala un bene in comunione senza prima chiedere il consenso all’altro che succede?
Immaginiamo due persone sposate da più tempo in regime di comunione dei beni. Dopo il matrimonio, i coniugi hanno acquistato una casa subito adibita a residenza familiare. In essa la coppia vive da sempre. Dopo un po’, hanno comprato un altro immobile a uso investimento. La donna è diventata ormai anziana e disabile. Di lei si prende cura la figlia nata dal primo matrimonio che la va a trovare e accudire quasi quotidianamente. Riconoscente di ciò, la madre intende trasmetterle la proprietà di uno dei due immobili di cui è contitolare. Così decide di prendere un appuntamento dal notaio per la donazione della seconda abitazione, in quel momento concessa in affitto. Il notaio però le fa sapere che c’è bisogno della presenza del marito, il quale dovrà dare il proprio consenso alla cessione del bene. Ma l’uomo non ne vuol sapere: non intende regalare una casa acquistata con grandi sacrifici a una persona che, per quanto figlia della propria moglie, è a lui estranea. Cosa può fare la moglie per superare questo ostacolo? Il marito può impedire di vendere o donare una casa? I chiarimenti ci vengono indirettamente forniti da una recente ordinanza della Cassazione [1].
1 Quando il marito può vietare alla moglie di vendere o regalare una casa
2 Che succede se la moglie dona o vende senza il consenso del marito?
2.1 Cosa possono fare gli eredi se un genitore dona un bene in vita?
2.2 Cosa può fare il coniuge se l’altro dona un bene senza il suo consenso?
3 Bene in comproprietà: che succede se viene donato senza l’altrui consenso?
Quando il marito può vietare alla moglie di vendere o regalare una casa
I beni acquistati durante il matrimonio dai coniugi in comunione dei beni entrano nella stessa comunione. Si considerano cioè in comproprietà indivisa. Significa che non possono essere ceduti o venduti se non c’è il consenso del coniuge. Quest’ultimo ha diritto a opporsi quindi alla vendita o alla donazione anche senza fornire una ragionevole motivazione. Contrariamente a quanto succede per la comproprietà tra persone non sposate (ad esempio tra coeredi) che, in assenza di accordo tra i contitolari, può sempre essere divisa dal giudice (e, non potendosi dividere in natura, viene venduta con divisione percentuale del ricavato) i beni nella comunione legale dei coniugi non possono mai essere divisi. L’unica soluzione è separarsi legalmente. Solo in questo caso, infatti, il giudice divide tutti i beni in comunione.
Diverso è il discorso per i beni acquistati, anche se dopo il matrimonio, con denaro ottenuto in donazione o ricevuti in eredità. Questi non entrano mai nella comunione, per cui il titolare può venderli quando e come vuole, senza il consenso del coniuge.
Il marito può quindi impedire di vendere o donare una casa alla moglie solo a condizione che:
i coniugi siano in comunione dei beni;
la casa sia stata acquistata dopo il matrimonio;
la casa non sia stata acquistata con denaro ricevuto dalla moglie in donazione o come frutto di risarcimento per un danno da lei subìto (si pensi all’indennizzo di un’assicurazione per un incidente stradale);
la casa non sia di proprietà della moglie per averla ricevuta in eredità.
Che succede se la moglie dona o vende senza il consenso del marito?
Immaginiamo però che la moglie, per una ragione o per un’altra, riesca ugualmente a vendere o a regalare la casa alla figlia. A questo punto che può fare il marito o gli altri figli nati dal secondo matrimonio che sono suoi legittimi eredi? Qui arrivano i chiarimenti offerti dalla Cassazione nell’ordinanza citata in apertura. Le strade sono diverse a seconda che, ad agire, siano gli eredi per la lesione delle loro quote di legittima, o il coniuge a cui è stata sottratta una parte della comunione senza consenso.
Cosa possono fare gli eredi se un genitore dona un bene in vita?
La donazione non può essere impugnata dagli eredi finché la madre è in vita. Questo perché ciascuno, finché vive, può disporre come vuole dei propri beni. Ovviamente la donazione deve essere valida, deve cioè essere fatta davanti al notaio e con due testimoni (solo le donazioni di modico valore possono essere fatte informalmente, anche a voce). Se però manca il consenso del coniuge in comunione dei beni gli eredi non possono farci nulla, non possono cioè impugnare la donazione: come vedremo a breve, infatti, si tratta di un vizio che può far valere solo il coniuge, peraltro entro limiti di tempo molto serrati.
L’unica tutela che spetta agli eredi che, a causa della donazione, hanno ricevuto di meno di quello che la legge attribuisce loro inderogabilmente sul patrimonio del genitore (cosiddetta «quota di legittima») è impugnare la donazione alla morte del genitore entro massimo 10 anni dall’apertura della successione (cosiddetta «azione di riduzione»). L’impugnazione è diretta a rivedere il valore di tutti i lasciti fatti agli eredi per verificare se sono state rispettate le dovute proporzioni minime.
Cosa può fare il coniuge se l’altro dona un bene senza il suo consenso?
Solo il coniuge in comunione dei beni può contestare la donazione fatta senza il suo consenso. Ma ha un anno di tempo da quando è venuto a conoscenza dell’atto. Altrimenti la donazione – così come la vendita – diventa definitivamente efficace e non può essere più annullata.
Il codice civile [2] stabilisce che gli atti compiuti da un coniuge senza il necessario consenso dell’altro coniuge e da questo non convalidati, sono annullabili se riguardano beni immobili o beni mobili registrati (e cioè gli autoveicoli, gli aeroplani e le imbarcazioni). L’azione di annullamento può essere proposta dal coniuge il cui consenso è mancato (o dai suoi eredi) entro un anno dalla data in cui si è avuta conoscenza dell’atto e, in ogni caso, entro un anno dalla data di trascrizione.
Bene in comproprietà: che succede se viene donato senza l’altrui consenso?
Diverso è il caso in cui la donazione non riguarda un bene in comunione dei coniugi ma in comproprietà tra soggetti non sposati. In tal caso la donazione non è semplicemente annullabile entro un anno, ma radicalmente nulla. E l’azione può essere fatta valere senza limiti di tempo. La Cassazione [3] ha sottolineato la nullità della donazione effettuata dal comproprietario e avente come oggetto la quota indivisa di uno dei beni che facciano parte di un patrimonio in comunione.
Ad esempio, se in una comunione alla quale Tizio partecipa per la quota del 25% ci sono cinque immobili, Tizio non può donare la quota del 25% di uno di detti immobili in quanto, prima della divisione, non si può sapere se tale quota di quel bene (oppure quel bene nella sua interezza) sarà oggetto di assegnazione a Tizio mediante la divisione della comunione. Se, pertanto, Tizio dona la sua quota, la donazione ha per oggetto un bene che non gli appartiene e, quindi, la donazione sarebbe nulla.
[1] Cass. ord. n. 21502/2018 del 31.08.2018.
[3] Cass. sent. n. 5068/2016.
Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 15 maggio 2018, n. 21503
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. LAPALORCIA Grazia – Presidente Dott. ZAZA Carlo – Consigliere
Dott. SCOTTI Umberto Lui – Consigliere Dott. FIDANZIA Andrea – rel. Consigliere Dott. AMATORE Roberto – Consigliere ha pronunciato la seguente:
PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D’APPELLO DI SALERNO; PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI SALERNO; nel procedimento a carico di:
avverso la sentenza del 03/03/2017 del GIUDICE DI PACE di SALERNO;
udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. ANDREA FIDANZIA;
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dott. SALZANO FRANCESCO, che conclude per l’annullamento con rinvio limitatamente al trattamento sanzionatorio.
1. Con sentenza del 3 marzo 2017 il Giudice di Pace di Salerno ha condannato (OMISSIS) alla pena di Euro 40,00 per il delitto di minaccia ai danni di (OMISSIS).
2. Ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Salerno affidandolo ad un unico motivo. E’ stata dedotta violazione di legge per inosservanza dell’articolo 24 c.p..
Lamenta il ricorrente che la pena pecuniaria applicata e’ inferiore al minimo di legge, che e’ pari per la multa ad Euro 50,00 con conseguente illegalita’ della pena.
Il ricorso e’ fondato e va pertanto accolto.
Va osservato che il reato ascritto all’imputato e’ stato commesso in data (OMISSIS), successivamente quindi all’entrata in vigore della L. 15 luglio 2009, n. 94 che, modificando l’articolo 24 c.p., ha stabilito che il limite minimo della multa e’ di Euro 50,00.
Ne consegue l’illegalita’ della pena pecuniaria, applicata all’imputata dalla sentenza impugnata nella misura di Euro 40,00 di multa, a nulla rilevando che la stessa sia stata cosi’ determinata a seguito della riduzione per l’applicazione delle attenuanti generiche.
E’, infatti, orientamento consolidato di questa Corte che il limite minimo di Euro 50,00, stabilito per la multa dall’articolo 24 c.p. come modificato dalla L. 15 luglio 2009, n. 94, articolo 3, comma 60, e’ inderogabile anche quando il giudice applichi le riduzioni di pena per le attenuanti e/o per il rito speciale (Sez. 6, n. 25588 del 05/02/2013 – dep. 11/06/2013, P.G. in proc. Bennardo, Rv. 256807; sez 5 n. 7453 del 16.10.2013, Rv. 259530).
Emergendo dal ragionamento pur erroneo del Giudice di Pace l’intendimento dello stesso di applicare per il delitto in epigrafe la pena nel minimo edittale, nell’annullare senza rinvio la sentenza impugnata, deve rideterminarsi la pena in Euro 50,00 di multa.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla pena che ridetermina in Euro 50,00 di multa. Motivazione semplificata.

References: Cass. 
 Cass. 
 Sentenza 
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 articolo 3
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