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Timestamp: 2019-01-16 22:33:41+00:00

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Ottobre | 2017 | Edscuola
Autismo, l’assistenza domiciliare e’ per tutta la famiglia
martedì 31 Ottobre 2017 Edscuola
Redattore Sociale del 31-10-2017
PALERMO. Assistenza domiciliare per chi ha un disturbo dello spettro autistico e ai familiari. Il servizio in via sperimentale è partito dal mese di ottobre ed è rivolto a tutte le fasce di età. L’Asp di Palermo, in questo modo ha potenziato la sua rete assistenziale rivolta agli autistici ma anche alle rispettive famiglie. L’investimento dell’Azienda sanitaria provinciale è complessivamente di 4.382.400 euro nel triennio ed è stato finanziato attraverso il “Fondo annuale aziendale sull’autismo”. Nel progetto saranno impegnati 23 operatori tra medici, psicologi, assistenti sociali e terapisti della riabilitazione. In particolare, si tratta dell’erogazione di prestazioni specialistiche integrate negli assi clinico riabilitativo e socio relazionale con interventi ambulatoriali e domiciliari. Il servizio avrà una durata di tre anni ed è rivolto a circa 400 persone per ogni anno di Palermo e provincia. Il raggiungimento di questo risultato nasce dalla sinergia tra le associazioni delle famiglie Parlautismo e l’Asp di Palermo, il mondo istituzionale e il terzo settore con l’obiettivo alto di mettere al centro la persona con disabilità e la sua famiglia. “Per noi che ci battiamo da oltre 10 anni per i diritti fondamentali dei nostri figli e di noi familiari – dice Rosi Pennino referente di Parlautismo e mamma di una ragazza con autismo – è una grande vittoria per tutta la città. Dobbiamo specificare che i soldi stanziati provengono dallo 0,1% delle risorse dedicate all’autismo in riabilitazione e servizi. E’ stato frutto di un bando di gara pubblico, svolto in chiave di massima trasparenza, operato dall’unità operativa complessa dedicata all’autismo che si è concluso positivamente riconoscendo per la prima volta la presenza degli operatori specializzati su questo tipo di disabilità. Per il momento si sta partendo per step con la terapia cognitivo-comportamentale dedicata ai più piccoli. Poi si passerà agli adolescenti e poi ancora agli adulti. Una parte di queste terapie è caratterizzata anche da attività di gruppo per i più piccoli e borse lavoro per i più grandi. Una parte significativa del servizio è pure la domiciliare a favore delle famiglie che verranno finalmente prese in carico. Quest’ultimo è sicuramente tra i passi avanti più considerevoli se pensiamo quanto bisogno di essere accompagnati a più livelli ci sia nei familiari di una persona con disabilità”.
Imprenditori con disabilità in Europa
Imprenditori con disabilita’ in Europa: ecco le 6 raccomandazioni
Dati e considerazioni al termine del progetto Erasmus + “Creating leaders for the future”, promosso dalla fondazione Prevent. In Italia l’80% delle persone con disabilità è disoccupato, contro il 21% della Francia e il 28,7% della Polonia. L’imprenditoria è una possibilità: ma l’Italia è fanalino di coda, con un tasso inferiore al 5%, rispetto alla media europea del 7,8%.
ROMA. Imprenditoria e disabilità, il binomio è possibile e, in molti casi, auspicabile. E’ il principio e la scommessa del progetto Erasmus + “Creating leaders for the future”, promosso e coordinato dalla Fondazione Prevent, un’organizzazione che si occupa di formazione di persone con disabilità per l’inclusione sociale e l’occupazione. Obiettivo generale del progetto, che si è recentemente concluso, è facilitare la piena integrazione sociale delle persone con disabilità attraverso l’apprendimento e mediante la realizzazione di una formazione di alto livello. Beneficiari del progetto sono quindi le persone con disabilità che avviano la propria iniziativa di auto-impiego o apprendimento. Quattro sono i Paesi europei coinvolti nell’iniziativa: Spagna, Francia, Polonia e Italia: per ciascuno di questi, è stato analizzato da un lato il concetto di disabilità nei suoi diversi aspetti, dall’altro, in particolare, il tema dell’imprenditorialità. Ecco il quadro che ne emerge, da report pubblicato a fine progetto.
Le “good practice”. Il report del progetto passa quindi in rassegna alcune delle buone prassi esaminate nei diversi paesi coinvolti nell’iniziativa, fornendo una sintetica descrizione di ciascuna. Per l’Italia, figurano progetto “Re Start-up”, sviluppato da Anmil per sostenere progetti d’imprenditorialità presentati da persone disabili; “Imprenderò 4.0”, che ha l’obiettivo di facilitare la creazione di opportunità di occupazione; il “Laboratorio di socializzazione lavorativa” di Progetto H, che ha l’obiettivo di sostenere le opportunità di integrazione e socializzazione; “Ragazzi in Erba”, di Anffas Mestre, che avvia giovani con disabilità al mondo della coltivazione e della produzione agricola; e “Village for All”, il marchio di qualità internazionale di ospitalità per tutti. In generale, le “Good Practices europee sviluppate da entità pubbliche e private – si legge nella conclusione del report – spiccano per la loro innovazione, i loro prodotti, il numero di beneficiari attesi o il loro impatto temporale”.
Ha suscitato sconcerto la sperequazione fra gli aumenti stipendiali annunciati dal ministro Fedeli in favore degli insegnanti (circa 80 euro lordi al mese) e quelli previsti per i dirigenti (circa quattrocento netti). Le reazioni degli insegnanti di fronte a questa forbice sono state veementi, e si sono tradotte in richieste di aumenti più sensibili, notevolmente superiori a quelli, invero modesti soprattutto se si pensa alla lunga vacanza contrattuale, resi noti dal ministro.
Responsabile del Settore Scuola di FdI – AN della Lombardia
SCUOLA, AUMENTARE SALARI DEI DOCENTI NON REGALARE MANCE
“L’aumento previsto nella nuova finanziaria ha tutto il sapore di un contentino che sta assumendo i contorni della beffa. I docenti italiani sono una delle categorie più sottopagate a livello salariale del pubblico impiego. E’ necessario ribadire che i docenti sono coloro che hanno in mano l’educazione e la formazione dei nostri giovani. Oltremodo lo squilibrio salariale è anche a livello europeo, un dislivello netto e chiaro: i docenti italiani sono i meno pagati d’Europa. Non sorprende quindi che si ricorra anche al mezzo della petizione per affermare i propri diritti davanti ad un Governo sordo a legittime richieste. Non ci sorprendiamo di questo dato, avendo come Ministro dell’Istruzione una persona come Fedeli. Siamo sempre stati al fianco degli insegnanti e la dignità professionale deve essere anche riconosciuta da un adeguato e corretto compenso salariale. Gli 85 euro lordi, quindi 40-50 euro netti, di Gentiloni si tramuteranno in una mancia che verrà poi ripresa con gli interessi successivamente, è la prassi del PD, non permetteremo questa ulteriore offesa alla scuola italiana”.
Un po’ di chiarezza sul rinnovo del contratto
Alternanza scuola lavoro in Liceo Roma
Scuola=
Vicenda polemiche su alternanza scuola lavoro in Liceo Roma approda in Parlamento.
Deputati Sinistra Italiana: vogliamo sapere la verità dal Miur.
Nelle settimane scorse sui giornali è emersa la vicenda che coinvolge un’esperienza di alternanza studio-lavoro presso il Liceo Newton di Roma.
Secondo la denuncia di un gruppo di studenti e dell’associazione Rete degli Studenti medi emergerebbe che 40 ragazzi starebbero facendo l’esperienza presso in call-center, unici lavoratori in un’azienda che non avrebbe dipendenti, e dove il oro unico compito sarebbe quello di chiamare via telefono vari clienti. Gli studenti avrebbero peraltro denunciato alcuni episodi di maltrattamento in cui sarebbero stati pure utilizzate citazioni antisemite;
Dalle denunce pubbliche sembra che uno dei due proprietari dell’azienda coinvolta sia un ex docente dello stesso Liceo Newton, e che sia attualmente il referente del progetto per la stessa scuola;
La dirigente del Liceo Newton, sempre su alcuni organi di informazione, ha affermato di “aver verificato e accertato la bontà del progetto” e ha confermato che uno dei proprietari dell’azienda “il professore in questione era in forza all’organico di potenziamento del Newton, lo scorso anno, e ho pensato di inserirlo nel coordinamento del progetto di alternanza scuola-lavoro… mi capita spesso vista la difficoltà di avere dei progetti in linea, di attingere a contatti interni come anche genitori che hanno delle attività o studi in grado di ospitare delle convenzioni“
Il caso ora approda in Parlamento con un’interrogazione alla ministra Fedeli da parte dei deputati di Sinistra Italiana Annalisa Pannarale, Giancarlo Giordano vicepresidente della commissione cultura e scuola di Montecitorio, Nicola Fratoianni segretario di SI.
I deputati della sinistra vogliono sapere dal governo se i fatti corrispondano al vero, e quali iniziative di carattere ispettivo il Miur abbia attivato, e se il Miur ritenga corretto, se i fatti denunciati corrispondono al vero, questo utilizzo degli studenti nell’ambito dell’alternanza scuola– lavoro e se ritenga opportune le argomentazioni e le giustificazioni usate dalla dirigente scolastica nel coinvolgimento di soggetti interni alla scuola per l’attivazione di progetti.
Un altro caso, se confermato, di quell’alternanza scuola-lavoro all’italiana che ci allontana da ogni profilo formativo con il semplice utilizzo degli studenti in mansioni dequalificate ed estranee al loro percorso di studio.
Il quarto intervento in dieci giorni ci consente un rinvio ai precedenti e di confermare che la bozza grezza anticipata dalla stampa è divenuto, con marginali varianti, il disegno di legge di bilancio 2018, dopo la bollinatura della Ragioneria dello Stato incardinato al Senato con il n. 2960, il cui articolo 53, in ragione delle competenze attribuite ai dirigenti scolastici, dispone – in aggiunta alle risorse stanziate dalla legge 107/15, di ripristino (molto) parziale dei tagli selvaggi sul FUN – la loro progressiva armonizzazione nella retribuzione di posizione di parte fissa con 37 milioni di euro per il 2018 (fanno poco più di 100 euro al mese), di 41 milioni per il 2019 e di 96 milioni dal 2020: al termine del quale si dovrebbe realizzare lo stratosferico aumento di 400 euro netti mensili, ma per intanto – con il tipico gioco delle tre carte – mandando in cavalleria il primo biennio della tornata contrattuale 2016-2018 più i cinque mesi del 2015 susseguenti alla sentenza della Corte costituzionale n. 178/15. E, ovviamente, nulla sulle non meno sperequate, rispetto ai normali dirigenti pubblici del medesimo datore di lavoro, retribuzioni di posizione variabile e di risultato; a tacere delle assurde – persistenti – divaricazioni retributive interne, di chi svolge la stessa funzione!
Vorremmo allora (ri)chiedere al tuttora silente granitico cartello CGIL-CISL-UIL-SNALS, se – a queste condizioni – può ritenersi soddisfatta la perequazione economica al resto della dirigenza pubblica, che il nuovo contratto deve assicurare tutta e subito per risolvere finalmente l’intollerabile emergenza salariale dei dirigenti scolastici, stigmatizzata – a parole – nei convegni e nelle assemblee tenute, a tamburo battente, in lungo e in largo lo Stivale.
E vorremmo (ri)chiedere all’ANP se può sempre tranquillamente affermare che non firmerà un contratto che non preveda la piena perequazione economica con le altre dirigenze (comunicato del 19 luglio 2017). Lo vorremmo (ri)chiedere perché sul suo sito (comunicato del 19 ottobre 2017) si legge che ci si potrebbe accontentare di un’anticipazione dei termini di scaglionamento, per provare poi a spuntare almeno una prima quota del differenziale variabile, in un cammino che sarà ancora lungo.
E quindi, sempre a braccetto con la Quadriate, pronta a sottoscrivere, dopo le innocue schermaglie di rito, il quarto contratto con il consueto codicillo dell’ennesimo rinvio dell’equiparazione al prossimo giro e a futura memoria?
Di quali altre prove ha bisogno la categoria per dare il benservito a chi continua a ruggire quando il clima è caldo, ma poi squittisce dopo aver distratto l’attenzione scatenando una guerra in famiglia tra dirigenti e docenti?
La Costituzione è chiara: a parità di prestazioni dirigenziali parità di retribuzione dirigenziale.
Giornata di mobilitazione nazionale per il 10 Novembre 2017
Il sindacato OR.S.A. TERRITORIALE ha proclamato e aderito insieme a Cobas, USB e Cif – Unicobas una giornata di mobilitazione nazionale per il 10 Novembre 2017.
Dichiara Antonino Barbagallo segretario nazionale che non solo confermiamo i punti dei colleghi ma aggiungiamo dei punti salienti quali sono:
Abolizione del bonus premiale per i meritevoli
L’abrogazione della legge 107 del 2015 in particolare il comma 131: “ A decorrere dal 1º settembre 2016, i contratti di lavoro a tempo determinato stipulati con il personale docente, educativo, amministrativo, tecnico e ausiliario presso le istituzioni scolastiche ed educative statali, per la copertura di posti vacanti e disponibili, non possono superare la durata complessiva di trentasei mesi, anche non continuativi”).
Contro il mancato riconoscimento del il Buono pasto per tutto il personale scolastico che e in servizio in orario del pranzo .
Carichi di lavoro collaboratori scolastici per sostituzione personale assente per i primi sette giorni, con straordinario obbligatorio
L’istituzione di un assistente tecnico in ogni istituto comprensivo
Gli stipendi inadeguati degli insegnanti
Vergognosa condizione dei docenti
Carichi di lavoro indecenti per i docenti
No al nuovo concorso2018, prima a svuotare le graduatorie di merito.
Ecc ………………….
I 400 euro netti in più in busta paga per i presidi arriveranno a regime, dal 2020. La conferma arriva dalla relazione tecnica che accompagna la manovra sbarcata ieri in Parlamento. Per raggiungere il risultato il governo mette sul piatto 37 milioni per il 2018, 41 milioni per il 2019, 96 milioni a decorrere dal 2020 da destinare alla contrattazione collettiva nazionale per armonizzare le loro buste paga con quelle degli altri dirigenti pubblici. «Le risorse complessivamente disponibili – si legge nella relazione tecnica -consentono di armonizzare interamente, dal 2020, le predette retribuzioni di posizione di parte fissa».
Dopo un lungo braccio di ferro arrivano i fondi in più agli Its. La norma autorizza la maggiore spesa di 5 milioni di euro nell’anno 2018, 15 milioni nel 2019 e 30 milioni a decorrere dal 2020, al fine di consentire l’incremento dell’offerta formativa e aumentare il numero di soggetti abilitati all’utilizzo degli strumenti avanzati di innovazione tecnologica ed organizzativa correlati anche al processo Industria 4.0. A titolo esemplificativo, considerato che attualmente sono iscritti ai corsi Its circa 9mila studenti, la norma consentirebbe un incremento degli studenti nel limite di circa 1.000 studenti in più nell’anno 2018, 3.000 studenti in più nell’anno 2019, e 6.000 studenti in più nell’anno 2020, per stabilizzarsi nel numero di circa 15.000 studenti a decorrere dall’anno scolastico 2020/2021.
Minori a casa da soli. Il punto normativo e una possibile soluzione ponte. Quanto vale la “liberatoria”?
La ministra Fedeli ha commentato in data 26 ottobre la recente pronuncia della Corte di Cassazione che ha riconosciuto la responsabilità del Miur per un sinistro accaduto ad un alunno di 11 anni. La ministra si è sostanzialmente schierata a fianco di quella frangia di dirigenti scolastici (al momento minoritaria) che pretende che le famiglie si rechino a prendere i figli anche all’uscita della scuola secondaria di primo grado, come sinora avveniva solo per la scuola primaria, sostenendo che «le scelte e le decisioni dei presidi, in materia di tutela dell’incolumità delle studentesse e degli studenti minori di 14 anni, sono conformi al quadro normativo attuale, come interpretato ed applicato dalla giurisprudenza».
Come è noto, la motivazione della Suprema Corte è la seguente: «Sussiste un obbligo di vigilanza in capo all’amministrazione scolastica con conseguente responsabilità ministeriale sulla base di quanto disposto all’articolo 3 lettere d) ed f) del regolamento di istituto. Le norme ora richiamate, infatti, rispettivamente pongono a carico del personale scolastico l’obbligo di far salire e scendere dai mezzi di trasporto davanti al portone della scuola gli alunni, compresi quelli delle scuole medie, e demandando al personale medesimo la vigilanza nel caso in cui i mezzi di trasporto ritardino…» (Cass. 21593/2017)”.
«Le leggi e le pronunce giurisprudenziali, come quella recentemente resa dalla Corte di Cassazione, vanno rispettate – ha spiegato la ministra – e se si vuole innovare l’ordinamento su questo tema occorre farlo in Parlamento, introducendo una norma di legge che, a certe condizioni, dia alle famiglie la possibilità di firmare liberatorie che sollevino da ogni responsabilità giuridica, anche penale, dirigenti e personale scolastico al termine dell’orario di lezione».
Ma è proprio indispensabile attendere la norma di legge annunciata dalla ministra, o i dirigenti scolastici possono subito tutelare se stessi e il personale scolastico, mantenendo allo stesso tempo aperto un rapporto di dialogo e collaborazione con le famiglie, in una scuola che si auto-definisce “inclusiva”?
Per capire il ragionamento applicato dai giudici occorre partire dal “leading case” costituito dalla sentenza della Corte di Cassazione 5424/86 secondo cui «il dovere di vigilanza, dell’istituto o di un suo incaricato che ha in affidamento il minore, si estende nel tempo dal momento in cui ha avuto inizio l’affidamento al momento in cui il minore è riconsegnato ai genitori o è lasciato in luogo dove, secondo normalità, non sussistono situazioni di pericolo finché il minore rientri nell’ambito della sorveglianza dei genitori. La vigilanza, diligente ed attenta, del minore (in relazione alla sua età ed al suo sviluppo fisico-psichico) da parte dell’istituto, o di un suo incaricato, deve proseguire finché ad essa si sostituisca la vigilanza, effettiva o potenziale, senza pericoli per il minore, dei genitori. Il modo di esercizio della potestà genitoria non è insindacabile da parte del terzo affidatario del minore quando questi venga a trovarsi in situazione di possibile pericolo se attuate le disposizioni impartite dai genitori, dalle quali il terzo affidatario deve, in tal caso, discostarsi, non potendo i genitori disporre dell’incolumità, eventualmente pregiudicabile, del figlio minore».
Anche la ministra ha citato una sentenza della Cassazione civile (3074/99) di analogo tenore, secondo cui l’istituto scolastico ha il dovere di provvedere alla sorveglianza delle allieve e degli allievi minorenni per tutto il tempo in cui le sono affidati e quindi fino al momento del subentro, almeno potenziale, della vigilanza dei genitori o di chi per loro.
Quindi, per i giudici, le modalità di subentro dei genitori nella vigilanza del minore può essere di due tipi: effettiva, oppure potenziale. In tale secondo caso, il minore può essere lasciato in luogo dove, secondo normalità, non sussistono situazioni di pericolo finché il minore rientri nell’ambito della sorveglianza dei genitori.
La riconsegna del minore ai genitori è sempre effettiva nella scuola primaria, è sempre potenziale nella scuola secondaria di secondo grado. Nella scuola secondaria di primo grado (scuola media), sinora ci si era attenuti al criterio della riconsegna potenziale, che la recente sentenza ha messo in crisi.
Il concetto di riconsegna potenziale del minore è stato ben delineato dalla sentenza Cassazione 3074/99, citata dalla ministra. In quel caso, il minore, che era stato fatto uscire con un’ora di anticipo dalla scuola per l’assenza dell’insegnante dell’ultima ora, era stato accoltellato da soggetti rimasti sconosciuti. La madre dello studente aveva sostenuto di non essere stata avvertita dell’uscita anticipata e di non avere conseguentemente potuto recarsi a prendere il figlio in auto, come faceva di solito, proprio a causa della situazione ambientale poco sicura in cui si trovava il quartiere ove era situata la scuola. Ecco che la Cassazione può argomentare che «l’evento non solo in astratto, secondo un giudizio di probabilità formulabile “ex ante”, ma anche in concreto non si sarebbe verificato se non fosse stato violato il dovere di vigilanza, in quanto, come accadeva tutti i giorni, il ragazzo alla fine delle lezioni sarebbe stato prelevato dalla madre che aveva manifestato appunto il timore che il figlio potesse essere aggredito fuori delle scuola». Ma la Corte non sostiene affatto che la riconsegna alla madre doveva essere effettiva, ma solo che il dovere di sorveglianza non può essere interrotto sino alla riconsegna, almeno potenziale, ai genitori. Il subentro potenziale dei genitori, pertanto, sta in questo: la scuola deve dare loro la possibilità, che è una facoltà, di recarsi a prendere il figlio. I genitori devono essere messi in grado di esercitare tale facoltà e quindi devono essere avvisati per tempo di eventuali uscite anticipate da scuola.
A sostegno della tesi della necessità di riconsegna effettiva alla famiglia fino a 14 anni si invoca il reato di abbandono i minori previsto dall’articolo 591 c.p., che si configura nei confronti di «chiunque abbandona una persona minore degli anni quattordici, ovvero una persona incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa, e della quale abbia la custodia o debba avere cura».
L’elemento oggettivo del reato di abbandono di persone minori o incapaci è costituito da qualunque azione od omissione contrastante con il dovere giuridico di cura o di custodia, gravante sull’agente, da cui derivi uno stato di pericolo per l’incolumità della persona, incapace di provvedere a se stessa. Tuttavia, la giurisprudenza insegna che l’elemento soggettivo è costituito dalla coscienza di abbandonare la persona minore o incapace con la consapevolezza del pericolo inerente all’incolumità fisica della stessa con l’instaurarsi di una situazione di pericolo, sia pure potenziale.
Appare dunque assolutamente forzata l’interpretazione in base alla quale la liberatoria firmata dai genitori alla scuola fa scattare la coscienza e volontà di abbandonare il proprio figlio/l’alunno in una situazione di pericolo in cui egli non abbia la capacità di provvedere a se stesso, essendo al contrario l’unico intento della famiglia (e della scuola) quello di permettere la piena realizzazione della personalità del figlio attraverso la promozione di una maggiore autonomia d’azione all’interno di un contesto adeguato alla sua effettiva maturità.
La questione si va a saldare, pertanto, con la definizione della responsabilità della scuola (Cassazione 5424/869 sopra citata), che «si estende nel tempo dal momento in cui ha avuto inizio l’affidamento al momento in cui il minore è riconsegnato ai genitori o è lasciato in luogo dove, secondo normalità, non sussistono situazioni di pericolo finché il minore rientri nell’ambito della sorveglianza dei genitori».
Si tratta dunque di stabilire se lasciare uscire fuori dalla scuola in modo autonomo i ragazzi tra gli 11 e i 14 anni sia definibile «lasciarli in luogo dove, secondo normalità, non sussistono situazioni di pericolo finché il minore rientri nell’ambito della sorveglianza dei genitori».
Si tratta inoltre di stabilire se tale valutazione spetti alle famiglie o se la scuola, in quanto terzo affidatario del minore, debba discostarsi dalle disposizioni impartite dalla famiglia, quando questi venga a trovarsi in situazione di possibile pericolo se attuate le disposizioni impartite dai genitori.
Prima di rispondere a queste domande occorre precisare che sarebbe un errore far derivare dalla recente pronuncia di legittimità (21593/17) qualsiasi automatismo: si tratta infatti di un caso del tutto particolare, a cui non dovrebbe essere data valenza generale. Nel caso esaminato, infatti, la riconsegna alle famiglie non avveniva all’uscita da scuola, ma alla fermata dello scuolabus. E’ evidente che la scuola e l’ente locale responsabile del trasporto, devono garantire la vigilanza fino alla riconsegna (effettiva o potenziale) ai genitori. Nel caso di specie, durante il tempo in cui il pulmino ha ritardato, il personale scolastico doveva vigilare sui minori, eventualmente trattenendoli all’interno dei locali scolastici, non lasciandoli da soli all’esterno, come del resto era espressamente previsto (correttamente) dal regolamento di Istituto. Dunque, nel caso di specie, il dovere di sorveglianza si è interrotto prima della riconsegna, almeno potenziale, ai genitori.
1) Non vi è dubbio che, per qualsiasi minorenne, cioè anche di età compresa tra i 14 e i 18 anni, la scuola deve mettere in grado la famiglia – se vuole – di andare a riprendere il figlio che esce da scuola, preavvertendo in modo adeguato di eventuali uscite anticipate o in luogo diverso dal solito. Questo peraltro è un dato assodato e rispettato nella prassi.
2) Non è possibile, stante il diritto positivo espresso nelle leggi interne e l’evoluzione del diritto internazionale (si veda in particolare l’articolo 3 della Convenzione internazionale dei diritti del fanciullo, che afferma il principio del superiore interesse del bambino) ignorare che esiste, ed è formalizzato, il diritto del bambino alla graduale acquisizione della propria autonomia, inteso come armonioso processo di crescita all’interno di un percorso di personalizzazione e socializzazione che tiene conto dell’età, delle capacità, aspirazioni e naturali inclinazioni (articolo 147 Cc).
L’articolo 3 della Convenzione, già citato, definisce un criterio di prevalenza di tale e interesse, cioè stabilisce a priori che, in caso di conflitto tra diritti del fanciullo e diritti di altri soggetti, sia necessario considerare prevalente il superiore interesse del minore. Dunque, il complesso dei servizi educativi, che hanno per esplicita finalità l’azione di supporto all’evoluzione della personalità del minore e che a tal fine debbono educare i ragazzi loro affidati alla progressiva acquisizione delle necessarie competenze ed autonomie, non possono considerare prevalente l’esercizio della vigilanza, intesa culturalmente ed operativamente come esclusivo esercizio della custodia, da ritenere recessiva rispetto alla vigilanza intesa come predisposizione di un contesto educativo capace di consentire l’esercizio delle progressive abilità. In definitiva, al giorno d’oggi, l’evoluzione dei costumi della società non consente in alcun modo di ritenere, in modo generalizzato e a priori, che lasciare uscire da scuola in modo autonomo i ragazzi tra gli 11 e i 14 anni, finché il minore rientri nell’ambito della sorveglianza dei genitori, sia definibile «lasciarli in luogo dove, secondo normalità, sussistono situazioni di pericolo».
Ricordiamo che per anni è stato attuato il progetto Cnr (intitolato “A scuola ci andiamo da soli”) finalizzato a rendere le città a misura di bambino e favorire l’autonomo spostamento dei piccoli allievi, analogamente a quanto avviene già in molti altri paesi. L’autonomia di spostamento dei bambini italiani nell’andare a scuola si è ridotta, passando dall’11% nel 2002 al 7% nel 2010, mentre l’autonomia dei bambini inglesi è al 41% e quella dei tedeschi al 40%. Per il tragitto di ritorno, soltanto l’8% dei bambini italiani lo compie da solo, a fronte del 25% dei coetanei inglesi e del 76% dei tedeschi. Il divario di autonomia con gli altri paesi sul percorso casa-scuola permane ampio anche per i ragazzi delle medie inferiori: il 34% degli italiani, contro il 68% dei tedeschi e il 78% degli inglesi” (Fonte: dati Istc-Cnr).
Il progetto del CNR è tuttora attuato in varie città ed disponibile on line all’indirizzo: (http://www.lacittadeibambini.org/pubblicazioni/Manuale%20A%20scuola%20ci%20andiamo%20da%20soli.pdf).
3) La decisone sulle concrete modalità di esercizio della riconsegna ai genitori (se effettiva o potenziale) è sicuramente una facoltà rimessa alla valutazione discrezionale della famiglia, che rientra nel diritto dovere di educare i figli, cioè rientra nella sfera educativa della famiglia, all’interno della quale la scuola, normalmente, non dovrebbe ingerirsi, salvo situazioni eccezionali in cui sia evidente che il minore «venga a trovarsi in situazione di possibile pericolo se attuate le disposizioni impartite dai genitori».
Ma anche nel caso di Cassazione 5424/86, se si va a leggere cosa accadde, si scoprirà che i genitori avevano dato disposizioni di lasciare il minore in luogo sicuramente pericoloso, cioè al di qua di un passaggio a livello (il minore fu investito dal treno). Pertanto, la sorveglianza deve essere necessariamente determinata dal contesto effettivo, dalle condizioni ambientali in considerazione delle quali alcuni eventi dannosi si presentano quanto mai prevedibili e non predefinita nella sua rigida staticità.
In concreto: Che fare?
a) Conseguentemente, la scuola non può a priori decidere di rifiutare la cosiddetta liberatoria (o altro documento più idoneo) da parte del genitore, in quanto un provvedimento di diniego necessita di adeguate motivazioni che non possono in alcun modo incidere sull’autonomo e sovrano esercizio della potestà genitoriale, in quanto compito di pura spettanza dell’autorità giurisdizionale. Possono e devono essere sollevate motivazioni specifiche che attengono al caso concreto e che si devono manifestare in una funzione sussidiaria alla potestà genitoriale, proponendo per esempio di realizzare una valutazione approfondita delle capacità effettive del minore o richiedendo una dilazione al fine di rendere più sicura l’autonomia del bambino o della bambina in questione. Se quindi la scuola intende negare al genitore il diritto di far uscire suo figlio da solo, deve offrire motivazioni che afferiscono allo specifico educativo della scuola, proponendo al genitore di realizzare un diverso dialogo ed una migliore valutazione del contesto.
b) Nell’immediato, è quindi opportuno che la scuola riveda le proprie modulistiche relative alle cosiddette liberatorie, in modo da rendere più chiaro e coerente con quanto fin qui esposto, il senso della azione di delega operato dal genitore. Le formule usate «libera da ogni responsabilità» sono in effetti prive di un reale fondamento. Sarebbe più opportuno che i genitori compilassero un modulo nel quale esplicitamente essi: valutato il grado di maturazione del figlio, la collocazione della scuola ed il percorso che il loro figlio deve compiere, verificato che egli è in grado di percorrerlo, assicurata la scuola di aver provveduto al suo necessario addestramento ed alla sua educazione comportamentale, danno indicazione alla scuola in merito alle modalità di riconsegna del figlio, chiedendo che sia fatto uscire in modo autonomo (quindi una riconsegna così detta “potenziale” e non effettiva).
c) Più in generale e a medio termine, in analogia a quanto previsto nel progetto del Cnrsopra citato (peraltro, riferito alla scuola primaria), dopo avere effettuato un adeguato studio di fattibilità in collaborazione con l’Ente locale, in merito alle condizioni ambientali, legate alla particolare ubicazione della scuola, al traffico, alla lontananza dal centro abitato o altro; cioè una volta escluso, con adeguata motivazione di carattere tecnico, che l’uscita autonoma da scuola possa essere considerato “lasciare gli alunni in luogo dove, secondo normalità, sussistono situazioni di pericolo”, la scuola inserisce questo progetto nel Ptof e chiede una semplice dichiarazione scritta alle famiglie di adesione all’iniziativa.
In tal caso, la riconsegna effettiva alla famiglia deve avvenire solo nei casi (chiaramente residuali, come sinora avvenuto, nella fascia di età considerata) in cui la famiglia stessa la richieda.
Arrivano a 89 euro lordi, salvo il bonus degli 80 euro
Ci sono 300 milioni per recuperare il mancato rinnovo del contratto di lavoro nel 2016, 900 milioni per il 2017 e 2,850 miliardi per il 2018. Tutto da dividere tra i dipendenti delle amministrazioni statali, precisa la legge di Bilancio (per le altre amministrazioni locali le risorse saranno a carico dei rispettivi bilanci), dei quali, circa un milione, lavora nella scuola: i docenti sono oltre 700 mila, i rimanenti sono Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari): 89 euro lordo stato al mese a testa. Gli stanziamenti sono stati previsti dal governo e sono indicati nell’articolo 58 del disegno di legge di Bilancio presentato dal governo al senato il 29 ottobre scorso.
L’articolo 18 del dispositivo prevede un ulteriore stanziamento che dovrebbe porre a riparo i redditi di chi ha incassato gli 80 euro disposti dalla finanziaria dell’anno scorso. Il governo, infatti, ha previsto un innalzamento degli scaglioni di reddito nell’ordine di 600 euro l’anno.
Ciò vale sia per coloro che percepivano gli 80 euro per intero, sia per coloro che lo introitavano in forma ridotta. L’adeguamento si è reso necessario perché, a seguito degli incrementi retributivi che dovrebbero seguire al rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici (e dunque anche dei lavoratori della scuola) si correva il rischio di cancellare il bonus degli 80 euro sostituendolo con l’incremento retributivo.
Il bonus degli 80 euro, infatti, è una detrazione fiscale che si traduce in uno sconto sulle tasse di 640 euro annui. Lo sconto viene applicato per interno ai soggetti che non superano un reddito annuo di 24 mila euro. E viene dato in forma ridotta a chi guadagna più di 24 mila euro l’anno, ma non supera i 26 mila.
Per esempio, chi guadagna 25mila euro l’anno, anziché fruire di una detrazione di 640 euro l’anno (80 euro per 12 mesi) ha diritto a una detrazione di 320 euro. La detrazione spettante a chi guadagna più di 24 mila euro l’anno, ma non più di 26mila si calcola in questo modo: si fa la differenza tra 26 mila euro e il reddito effettivo; poi il risultato si moltiplica per 640 e il prodotto si divide per 2 mila. Per evitare che gli aumenti cancellassero o riducessero la detrazione, l’esecutivo ha aumentato il primo scaglione di reddito (quello che dà diritto alla detrazione intera) da 24 mila a 24.600 euro. Mentre il secondo scaglione è stato elevato da 26 mila a 26.600 euro.
Il governo ha previsto un incremento di 5 milioni di euro nel 2018 per promuovere il sistema di formazione terziaria non universitaria. I fondi aggiuntivi saranno pari a 15 milioni nel 2019 e si stabilizzeranno nell’ordine di 30 milioni in più all’anno dal 2020. Con un decreto del ministero dell’istruzione, da emanarsi entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge di Bilancio, saranno definiti i programmi di sviluppo a livello nazionale che beneficeranno dei relativi fondi.
Il dicastero di viale Trastevere definirà, sempre per decreto da emanarsi entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge di Bilancio, i requisiti che dovranno possedere gli istituti tecnici superiori per poter rilasciare il diploma di tecnico superiore e le modalità di rilascio del diploma. «Crediamo nel percorso post diploma non universitario», ha detto Gabriele Toccafondi, sottosegretario all’istruzione «ora si facciano avanti le aziende che cercano e non trovano personale, gli Its servono a questo formando insieme le figure professionali che non si trovano».
In più, le convenzioni per i servizi di pulizia e i servizi ausiliari scadute il 31 agosto saranno prorogate fino al 30 giugno 2019. A questo proposito il governo ha previsto una stanziamento di 192 milioni di euro per l’esercizio 2018 e a 96 milioni di euro per il 2019.
Presidi, il dispositivo prevede anche uno stanziamento nell’ordine di 37 milioni per il 2018 e di 41 milioni per il 2019 e di 96 milioni dall’anno 2020 per aumentare le retribuzioni dei dirigenti scolastici in nome dell’equiparazione ai livelli dello stato: circa 400 euro lordi in più al mese.
È previsto, inoltre, un incremento di 19,5 milioni annui del fondo per retribuire i supplenti degli assistenti tecnici e amministrativi chiamati a sostituire i titolari assenti. A questo proposito, il dispositivo prevede che le sostituzioni potranno avvenire a partire dal 30° giorno di assenza in deroga a quanto previsto dalla legge, che prevede il divieto assoluto di disporre supplenze brevi per sostituire assistenti tecnici. E tale preclusione vale anche per gli assistenti amministrativi, salvo che nell’organico dell’istituzione scolastica vi siano solo 3 assistenti amministrativi (si veda l’articolo 1, comma 332, della legge 190/2014).L’autorizzazione ad assumere supplenti si applica, però, solo in caso di assenze superiori a 30 giorni (in un’unica soluzione) e a patto che vi siano soldi a sufficienza.
Nel 2018 sarà bandito anche un concorso per il reclutamento dei direttori generali dei servi amministrativi. Alle selezioni saranno ammessi pure gli assistenti amministrativi che abbiano prestato servizio in sostituzione del dgsa per almeno tre anni anche se non in possesso dei requisiti professionali previsti dal bando.
Il 10 novembre sciopero Cobas scuola: 50 euro agli Ata, 500 ai Ds
Piero Bernocchi, portavoce nazionale COBAS, attraverso un comunicato, annuncia lo sciopero del 10 novembre prossimo.
Le notizie riguardanti docenti ed ATA, che giungono dal fronte della Legge di Bilancio che verrà discussa in Parlamento nei prossimi giorni, sono micidiali. Dopo quasi dieci anni di blocco contrattuale, durante i quali hanno perso circa il 20% del salario reale, il governo annuncia che, col prossimo contratto, ad essi/e verrà restituito a mala pena il 3% (45-50 euro netti in media) e per giunta in un biennio, mentre per i presidi si prepara un aumento dieci volte tanto, di 500 euro mensili, per un totale di 11 mila euro lordi annui.
Si intende sancire così, anche a livello economico, lo strapotere e il ruolo “padronale” dei presidi che già enormi danni stanno facendo, fin dalla approvazione della legge 107 poiché tali superpoteri disgregano il tessuto collaborativo nelle scuole, dando luogo a soprusi continui nei confronti dei docenti ed ATA che non si piegano alle sciagurate logiche aziendalistiche.
Più in generale, dobbiamo impedire che la legge 107 venga “immortalata” nel nuovo contratto, chiudendo definitivamente docenti ed ATA nella “gabbia” della scuola aziendalistica, che fa dilagare una grottesca Alternanza scuola-lavoro, forma sfacciata di addestramento al lavoro gratuito o sottopagato, diseducativa e sottraente centinaia di ore di scolarità; che impone i quiz Invalsi per valutare le scuole, i docenti e gli studenti; che usa il famigerato “bonus” per gli insegnanti più “collaborativi” e la chiamata diretta da parte dei presidi per aumentare la conflittualità tra docenti e formare una sorta di “aristocrazia” che, senza alcun merito, riceve significative integrazioni salariali a patto di fornire sostegno pieno alle logiche aziendalistiche.
Per combattere e invertire tali logiche e in generale l’immiserimento galoppante, materiale (30 anni fa, il 13,2% della spesa statale andava all’istruzione, oggi la quota si è ridotta all’8,6%) e culturale, nel quadro dello sciopero di tutto il lavoro dipendente indetto dai COBAS, dall’USB e dalla CIB-Unicobas, abbiamo convocato per il 10 novembre lo sciopero generale della scuola.
Respingiamo l’offensiva elemosina dei 50 euro, vogliamo aumenti che recuperino almeno quel 20% di salario perso nell’ultimo decennio; diciamo NO all’inserimento nel contratto dei distruttivi contenuti della legge 107; SI’ all’eliminazione della “chiamata diretta” e ad una drastica limitazione dei poteri dei presidi; NO all’obbligo esorbitante di 400/200 ore di Alternanza scuola-lavoro, le scuole tornino a decidere se fare l’Alternanza e per quante ore; NO al taglio di un anno del percorso scolastico; NO all’Invalsi come strumento di valutazione delle scuole, dei docenti e degli studenti; SI’ all’immediata assunzione dei vincitori dell’ultimo concorso, degli abilitati e dei precari con tre anni di servizio su tutti i posti disponibili in organico di diritto e di fatto; e per gli ATA, SI’ al potenziamento degli organici, le immissioni in ruolo su tutti i posti vacanti e il ripristino supplenze temporanee (anche per i docenti). Infine, per ripristinare nelle scuole una accettabile democrazia sindacale, vogliamo il diritto di assemblea per tutti, e una scheda nazionale alle prossime elezioni RSU per misurare chi davvero è rappresentativo.
Manifestazioni si terranno in molte città italiane, a carattere regionale o provinciale; a ROMA la manifestazione scuola si svolgerà alle 9.30 al MIUR (V.le Trastevere) e alle 11.30 a Montecitorio, davanti al Parlamento. Insieme a docenti ed ATA vi parteciperanno anche studenti medi e universitari, nonché lavoratori/trici di altre categorie in sciopero.

References: articolo 53
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