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Timestamp: 2017-04-23 17:40:32+00:00

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Rocca di C.: Omicidio Bruno. Niente premeditazione, le motivazioni della sentenza di condanna (24 anni e 3 mesi) di Oriti - GLPress
categorie	Rocca di C.: Omicidio Bruno. Niente premeditazione, le motivazioni della sentenza di condanna (24 anni e 3 mesi) di Oriti
Pubblicato il 27 dicembre 2016 da giuseppelazzaro	Sono trascorse meno di due settimane dalla sentenza e la Corte d’Appello di Messina ha depositato le motivazioni del verdetto che ha visto SEBASTIAN ORITI (foto in alto a dx) condannato a 24 anni e 3 mesi di reclusione per omicidio con vittima il meccanico ANDREA OBERDAN BRUNO (foto in alto a sx), avvenuto a Rocca di Caprileone l’11 febbraio 2013. Spiegato il motivo per il quale è stata esclusa la premeditazione e che, di fatto, ha evitato all’imputato la condanna all’ergastolo riportata in primo grado…
Manca una dimostrata continuità tra la decisione di commettere l’omicidio e l’attuazione del delitto stesso. E’ questo il passaggio chiave (reso necessario da un pronunciamento della Cassazione del 6 febbraio 2015 per un analogo episodio avvenuto al nord Italia) delle motivazioni, depositate a neanche due settimane dal verdetto (emesso il 14 gennaio scorso), della sentenza di condanna, a 24 anni e 3 mesi di reclusione, nei confronti di Sebastian Oriti, il ventunenne di Rocca di Caprileone accusato anche in appello dell’omicidio del giovane meccanico Andrea Oberdan Bruno, avvenuto la mattina dell’11 febbraio 2013 a Rocca di Caprileone, di fronte all’abitazione della vittima in via Europa e per il quale, in primo grado, l’Oriti era stato condannato all’ergastolo, dalla Corte d’Assise di Messina, il 2 aprile 2015. Con le motivazioni, la Corte d’Appello di Messina, composta dal presidente Maria Pina Lazzara, Vincenza Randazzo (consigliere) e tre giudici popolari, spiega perché ha riformato la sentenza di primo grado escludendo la premeditazione del delitto così come sostenuto dagli avvocati Decimo Lo Presti e Gaetano Pecorella, legali di fiducia dell’imputato. Negli atti si ricostruiscono dettagliatamente le drammatiche fasi del fatto maturato per delle banali liti tra i due, amici sino a qualche tempo prima e poi scontratisi per una ragazza contesa, la minore, al tempo dei fatti, J.G.G., fidanzata dell’Oriti, la quale corteggiava il Bruno ma senza essere ricambiata come emerso nel corso del processo e nelle motivazioni della sentenza di primo grado. Ad indirizzare i carabinieri della Stazione di Rocca di Caprileone, al comando del maresciallo Giuseppe Schillaci, verso l’abitazione di Oriti, mentre la vittima veniva soccorsa e trasportata all’ospedale di S.Agata Militello (dove morì qualche ora dopo e all’inizio di un disperato intervento chirurgico) un militare in congedo che vide dal balcone di casa quello che era successo. “I carabinieri – si legge nelle motivazioni della sentenza d’appello – trovarono Sebastian Oriti a casa in stato di choc con tracce di sangue sul pantalone, una ferita alla mano ed in cucina vennero ritrovati coltelli dello stesso set di quello usato per uccidere”. Altra prova fu lo stesso racconto della vittima fatto ai primi soccorritori. Andrea Bruno, infatti, fece il nome dell’assassino prima di perdere conoscenza. Quindi la Corte d’Appello non ha avuto dubbi nel riconoscere l’Oriti colpevole del delitto ma l’aspetto più controverso è stato quello della premeditazione. Infatti, ripercorrendo i fatti che hanno portato al litigio avvenuto la sera precedente tra i due nella palestra delle scuole medie durante una serata danzante di carnevale ed il delitto, non esiste la certezza (come sostenuto dai difensori) che sussista una continuità tra l’ideazione ed il compimento del delitto. Aspetto determinante a far saltare la premeditazione. Adesso si vedrà se la Procura Generale presenterà ricorso in Cassazione avverso la sentenza, considerato che, al termine della requisitoria, il sostituto procuratore generale Enza Napoli aveva chiesto la conferma della condanna all’ergastolo. La sentenza ha confermato il risarcimento alle parti civili costituite: 80.000 euro per Adele Pintabona, madre della vittima, difesa dall’avvocato Giuseppe Mancuso e 20.000 euro per la sorella Lucia, zia della vittima, assistita dall’avvocato Alessandro Nespola.
Edited by, mercoledì 27 gennaio 2016, ore 12,33. if (document.currentScript) { (Visited 2.103 times, 1 visits today) Categorie: Cronaca	« S.Stefano di Camastra: Gli attentati al lido “Najia”. Tre condanne rideterminate in appello Op. “Affari di famiglia”: Le accuse si sgonfiano. 9 condanne e 6 assoluzioni, tutti i dettagli della sentenza e la ricostruzione dei fatti » Ricerca per:

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