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10/07/2003 676Tribunale di Pordenone sent. 10 luglio 2003, n. 676 (est. Moscato)con nota di FRANCESCO GOI - Regime giuridico delle addizioni nello scioglimento di una comunione immobiliare[in Forum Naonis - n. 4 – Luglio 2005]Divisione giudiziale di immobili – Addizioni – Ad opera dei soli comproprietari compossessori – Diritto all’indennizzo - Criteri – Applicazione art. 936 c.c.
Cessione di quote tra comproprietari durante il processo – Successione nel diritto controverso – Rilevanza
Nell’ambito del giudizio di divisione di una comunione immobiliare, la realizzazione di una costruzione, da parte dei soli comproprietari possessori e a proprie esclusive spese, si deve qualificare come addizione mentre sul piano della disciplina e della quantificazione dell’indennizzo i medesimi comproprietari sono considerati alla stregua di terzi e pertanto spetta al comproprietario che ritenga la costruzione la scelta prevista dall’art.936 c.c. ovvero il pagamento di una somma pari o al valore dei materiali e al prezzo della manodopera o all’aumento del valore arrecato al fondo in relazione alla costruzione dell’edificio (nel caso di specie il tribunale ha riconosciuto ai comproprietari possessori, che in costanza di comunione hanno eretto una stalla, il diritto ad essere indennizzati dall’altro comproprietario non possessore - successivamente assegnatario della stalla in base al progetto divisionale - secondo i citati criteri alternativi previsti dall’art. 936 del c.c.)
In pendenza del procedimento di divisione giudiziale l’eventuale cessione delle quote da parte di alcuni partecipanti alla comunione ad altro comproprietario consente al comproprietario acquirente di assorbire la posizione di condividente in capo ai comproprietari cedenti ( con relativo diritto all’indennizzo), e la successione nel diritto di proprietà delle quote della cosa comune, oggetto di divisione, può assumere rilievo all’interno del processo quale conseguenza del tenore degli scritti difensivi delle parti.
SVOLGIMENTO PROCESSUALE
Con citazione notificata il 30.11.1996 A. R., premesso di essere comproprietario nella quota del 50% di beni immobili in ……….., rappresentati da un’abitazione e da terreni e che nel possesso “dei terreni tutti e di quota maggiore spettante della casa di abitazione e delle sue pertinenze” si trovavano gli altri comproprietari, M. R. (2/8), B. R. (1/8) e M.G. R. (1/8), conveniva questi ultimi in giudizio chiedendo lo scioglimento della comunione e la resa di conto.
Con comparsa depositata il 31.01.1997 si costituivano ritualmente i tre convenuti rilevando che per la definizione dei rapporti tra i comproprietari non potevano essere ignorate le migliorie e le addizioni dai convenuti stessi apportate ai beni comuni, già descritte in precedenti fasi giudiziarie intervenute fra le parti, definitivamente regolate con sentenza n. 293/94 della Corte d’Appello di Trieste.
Essi chiedevano dunque in via riconvenzionale la condanna dell’attore al pagamento dell’incremento di valore da essi apportato ai fondi – indicato in lire 38.515.500 - “e/o” del valore dei materiali e del prezzo della manodopera.
In via subordinata riconvenzionale, chiedevano il pagamento, a titolo di conguaglio, per la quota parte dell’attore, delle spese da essi affrontate per la realizzazione delle migliorie; in via di ulteriore subordine, la condanna al pagamento di un indennizzo nei limiti dell’arricchimento di cui l’attore si era giovato per la sua quota.
Nel corso del processo, con comparsa depositata il 23.04.1997, per i convenuti si costituiva un nuovo difensore in luogo di quello precedente.
Veniva quindi conferito al c.t.u. l’incarico di individuare, descrivere e stimare i beni e di redigere un progetto divisionale.
Predisposto il progetto, convocate le parti per la sua approvazione a norma dell’art. 789 c.p.c., i convenuti M. R.o e B. R. si opponevano sostenendo di avere diritto a vedersi assegnare la stalla in quanto realizzata a loro esclusiva iniziativa e spesa.
Sul piano istruttorio le parti si limitavano a chiedere che fossero utilizzate le prove e le consulenze d’ufficio espletate nel diverso giudizio che aveva viste contrapposte le stesse parti, sfociato nella menzionata sentenza in grado d’appello.
Con sentenza non definitiva 15/18.05.2000 il Tribunale accoglieva la riconvenzionale principale proposta dai convenuti, peraltro pronunciandosi limitatamente al profilo dell’an debeatur, e rimetteva la causa in istruttoria per lo svolgimento del supplemento di consulenza tecnica resosi necessario.
All’udienza del 12 luglio 2000, il procuratore attoreo faceva riserva d’appello avverso la sentenza.
Indi, dopo un rinvio per consentire la comparizione personale delle parti, il G.I. fissava l’udienza di precisazione delle conclusioni per il 30.05.2001.
Nel frattempo veniva designato un altro G.I., il quale, con ordinanza 7 luglio 2001, pronunciata fuori udienza, convocava il c.t.u. affidandogli l’incarico supplementare postulato dalla sentenza non definitiva.
All’udienza del 7 febbraio 2003, le parti rassegnavano le conclusioni trascritte in epigrafe e la causa veniva trattenuta in decisione alla scadenza dei termini assegnati per lo scambio di ultimi scritti difensivi. MOTIVI DELLA DECISIONE
Va premesso che nella soluzione della controversia assume influenza determinante quanto statuito dal Tribunale con sentenza non definitiva del 15/18 marzo 2000 (“1) dichiarato di spettanza ai convenuti R. M., R. B. e R. M. G. l’indennizzo per migliorie ed addizioni apportate sugli immobili da loro posseduti, e qualificata addizione la erezione nel 1970 di una stalla, dispone che a norma dell’art. 936 c.c. R.A. faccia la scelta imposta al proprietario che le ritenga”).
Tale decisione, che indubbiamente vincola il Collegio, definì la questione dell’an debeatur relativamente alla pretesa fatta valere dai convenuti con la domanda riconvenzionale proposta in via principale.
Sul rilievo che i convenuti si fossero, essi solo, occupati della lavorazione dei terreni e avessero costruito a proprie esclusive spese la stalla, e che viceversa dovesse escludersi, in relazione all’abitazione in comunione, una prevalenza del loro intervento rispetto a quello dell’attore (pure questi – si legge nella sentenza – diede in proposito un congruo apporto, sia partecipando alle spese sia prestando attività manuale), il Tribunale concluse che i convenuti stessi avevano diritto ad essere indennizzati (non già per le spese sostenute secondo il loro valore nominale, bensì e solo), quanto alle “migliorie” apportate ai terreni, con riferimento all’aumento di valore riguardante questi ultimi, e, quanto alla stalla, con riferimento o al valore dei materiali e al prezzo della mano d’opera o all’aumento di valore arrecato al fondo in relazione alla costruzione della porzione di stalla che, secondo la proposta di cui al progetto divisionale, vedeva assegnatario l’attore.
In sostanza, con la pronuncia non definitiva, il Tribunale riconobbe ai convenuti la titolarità di un credito di valore (anziché di valuta), considerando, sul piano della disciplina e della quantificazione dell’indennizzo, i convenuti stessi alla stregua di terzi (anziché di comproprietari). Atteso il vincolo endoprocessuale derivante da una statuizione siffatta, al Tribunale, per procedere alla quantificazione delle spettanze dei convenuti, non è restato che fare riferimento vuoi all’aumento di valore dei terreni per le “migliorie” vuoi ai criteri alternativi previsti dall’art. 936 c.c. per la stalla.
Passando alla pretesa dell’attore di essere, a sua volta, indennizzato per l’occupazione dei terreni e dell’abitazione, si rileva invece che la sentenza non definitiva, pur avendo giustificato la rimessione della causa in istruttoria in relazione alla esigenza di meramente quantificare anche l’ammontare di tale indennizzo, non contiene un’espressa pronuncia sull’an debeatur.
Ciò non di meno, la condotta processuale dei convenuti porta a ritenere che la fondatezza della pretesa attorea debba aversi per pacifica, finanche in ordine al quantum.
Va infatti considerato in primo luogo che i convenuti non si sono opposti a che il supplemento di consulenza riguardasse anche la quidditazione della pretesa avversaria; in secondo luogo – e in ogni caso - che, nella loro comparsa conclusionale, si dichiara di non avere rilievi da muovere alla quantificazione effettuata dal c.t.u. - anche - con riferimento all’indennizzo richiesto dall’attore.
La relazione suppletiva, depositata il 20 marzo 2002 e che il Collegio condivide per essere - come anche il progetto contenuto nella prima relazione - frutto di una scelta scrupolosa ed equilibrata dei parametri di commisurazione dei valori, indica che l’indennizzo dovuto pro quota all’attore ammonta a 17.424,22 euro, mentre l’indennizzo spettante pro quota a parte convenuta, per l’aumento di valore concernente la stalla (l’attore in sede di comparsa conclusionale ha sostanzialmente fatto cadere su tale voce la scelta a lui rimessa a norma dell’art. 936 c.c.) ammonta a 29.075,49 euro (23.136,24 + 5.939,25).
Tali valori vengono aggiornati al momento della decisione, ritenendosi sul punto congrua e prudente l’applicazione dei coefficienti Istat (Indici nazionali dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati).
Pertanto, all’attore spettano 17.899,90 euro, mentre a parte convenuta spettano 29.869,25 euro. Così che, per effetto della compensazione, risulta un’eccedenza di 11.969,35 euro a favore di parte convenuta.
Ciò detto, diviene essenziale dare conto del fatto che nel corso del processo, con atto contestuale in data 4.4.1997, M. G. R. ha ceduto la propria quota (1/8) su tutti i beni in comunione a B.R.(già proprietario di 1/8) e sempre a quest’ultimo, M. R. ha donato, riservandosi l’usufrutto, la nuda proprietà della propria quota (pari ad 2/8), anche in tal caso relativamente a tutti i beni in comunione.
Il verificarsi di tale vicenda successoria, che – si badi - si ricava non solo dal documento n. 7 (compravendita e donazione per atto Notaio …………….rep. n. 7252) allegato al progetto divisionale elaborato nella prima relazione, ma anche – ed è ciò che conta perché la successione nel diritto controverso possa assumere rilievo all’interno del processo – dal tenore degli scritti difensivi di parte convenuta (oltre che dell’attore), è stato “assecondato” dal c.t.u., il quale, con tutta evidenza su impulso delle parti stesse, ha redatto un progetto divisionale che (va sin d’ora puntuaizzato: nel considerare solo il valore dei beni, esclusa cioè, nell’apporzionamento, ogni influenza delle contrapposte ragioni di credito, all’epoca ancora illiquide) individua, anziché quattro, solamente due assegni, il primo in favore dell’attore A. R. e il secondo in favore del convenuto B. R..
Ed invero quest’ultimo, succedendo nella quota dei condividenti M. G. e M. (peraltro, formalmente ancora parti di questo processo, non essendone mai stati estromessi), ha finito per conseguire la contitolarità dei beni di causa nella quota ideale della metà, meritando altresì rilevare come da un evento siffatto derivi anche che il diritto all’indennizzo, accertato dalla sentenza non definitiva in favore di tutti e tre i convenuti, debba ora utilmente imputarsi (in tal senso, si palesa infine anche la posizione del convenuto; v comparsa conclusionale 7.4.2003, sub punto 3 delle “conclusioni”), secondo la dimensione quantitativa più sopra individuata (di 11.969,35 euro), per determinare il valore della porzione concreta spettante al predetto B. R., essendo questi solo, fra i convenuti, ad avere attualmente la qualità di condividente.
Evidenziato che il valore del complesso dei beni in comunione, attualizzato (sempre con la prudente applicazione dei coefficienti Istat del mese di giugno 1998, epoca di deposito del progetto contenuto nella prima relazione), ammonta a 601.320,84 euro, a B. R. compete pertanto una porzione (o assegno) di valore pari a 312.629,77 euro (300.660,42 + 11.969,35), mentre la porzione (o assegno) di pertinenza dell’attore risulta di 288.691,07 euro.
Detto ciò, vanno a questo punto richiamate le posizioni assunte dalle parti a proposito dell’apporzionamento indicato dal c.t.u. nel suo progetto – invero l’unico redatto – di cui alla prima relazione, che – si ripete – non ha considerato le contrapposte ragioni di credito in quanto non – ancora - liquide.
L’attore ha dichiarato di accettare tale apporzionamento “ad esclusione dell’immobile distinto al mappale 213 sub 5”. Si tratta della stalla. In particolare, egli ha chiesto l’assegnazione del manufatto “secondo le rispettive quote di proprietà” (1/2 ciascuno), non concordando cioè con la previsione progettuale che assegna ad esso attore una porzione di superficie inferiore rispetto a quella assegnata al convenuto B. R.. Dal canto suo, questi ha insistito (ma solo “in subordine”) per avere assegnata tutta la stalla “in luogo del pagamento delle migliorie ed addizioni da parte dell’attore”.
Orbene, considerato che il valore della stalla risulta di 78.596,49 euro e che, come si è visto, compensate le contrapposte ragioni di credito, la differenza di valore fra le porzioni spettanti ai due condividenti ammonta a soli 11.969,35 euro in favore del convenuto, ritiene il Collegio di non dover assecondare la richiesta di B. R. di assegnazione esclusiva della stalla, in quanto essa farebbe sorgere l’esigenza di disporre un conguaglio in denaro – in favore dell’attore A. – sensibilmente più elevato (27.328,89 euro) del conguaglio spettante al convenuto stesso (appunto, 11.969,35 euro) nell’ipotesi che si lasci inalterata la composizione in natura degli assegni formati dal c.t.u..
Ché, ad avviso del Collegio, è appunto quest’ultima, arrivando al dunque, la soluzione migliore, in quanto attraverso di essa il c.t.u., con commendevoli sforzi, è riuscito ad assegnare a ciascuno dei condividenti due lotti di beni che non soltanto risultano dello stesso valore, ma soprattutto si segnalano per omogeneità e coesione, il che, va rilevato, rappresenta un risultato di altissimo pregio ove si consideri che fra tutti i beni di causa intercorrono relazioni di notevole complessità sul piano tecnico e fattuale.
D’altro canto non può essere soddisfatta nemmeno la richiesta attorea di assegnazione della stalla a ciascuno dei due condividenti per porzioni di pari valore, e ciò sia perché all’attore spetta in ogni caso una porzione concreta globalmente di valore minore, sia perché, e soprattutto, è proprio la struttura del tutto asimmetrica della stalla a palesare l’irragionevolezza di una qualsiasi soluzione diversa da quella esposta nel progetto.
In definitiva, mutare “ex post” in qualsiasi modo la composizione in natura degli assegni individuati nel progetto, comporta il rischio di stravolgerne la delicatissima alchimia, compromettendo il frutto di una lunga opera di valutazione dei contrapposti interessi, che ha avuto come riferimento la concreta situazione di utilizzo dei beni, ampio a tale riguardo essendo stato il riscontro fornito dalle parti stesse dinanzi al consulente. Per quanto precede, l’attore, posto che si vede assegnare beni immobili per un valore di 300.660,42 euro, e quindi più della porzione (assegno) che gli spetta, è tenuto ad integrare la porzione del convenuto B.R., versando a titolo di conguaglio la somma di 11.969,35 euro, con gli interessi legali dalla sentenza al saldo.
Precisato che gli assegni “in natura” sono quelli dettagliatamente descritti nella relazione del consulente depositata il 15 giugno 1998, alla quale questo Collegio fa espresso rinvio, all’attore A.R. vengono dunque assegnati i beni ivi indicati come “1° assegno”, mentre al convenuto B.R. vengono assegnati i beni che compongono il “2° assegno”, cui va aggiunta la somma di 11.969,35 euro, oltre interessi legali dalla sentenza al saldo, a titolo di conguaglio della porzione (assegno) di sua spettanza.La causa deve essere rimessa in istruttoria, come da separata ordinanza, al fine di predisporre il tipo di frazionamento postulato dal c.t.u. in ordine ai terreni agricoli, area cortilizia e stalla, nonché in ordine al percorso, da mantenere in uso comune, necessario a che A. R. possa accedere agli immobili che gli sono stati assegnati.
Il Tribunale, non definitivamente pronunciando:
1) dichiara lo scioglimento tra le parti della comunione ordinaria sui beni meglio descritti nella relazione del consulente tecnico d’ufficio, depositata il 15 giugno 1998, da considerarsi parte integrante del presente provvedimento;
2) assegna ad A. R.i beni immobili indicati come “1° assegno” nella menzionata relazione, e fa obbligo al predetto A. R. di pagare a B. R., a titolo di conguaglio, la somma di 11.969,35 euro, oltre interessi legali dalla sentenza al saldo;
3) assegna a B. R. i beni immobili indicati come “2° assegno” nella menzionata relazione e il conguaglio di cui al punto 2).
Così deciso in Pordenone il 13 maggio 2003 Il giudice estensore	Il Presidente
(dott. Francesco Saverio Moscato)	(dott. Antonio Lazzaro)
file nota/e allegata/e
Nota Goi.doc

References: art. 936
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