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21 dicembre 2010 in L'altra città | Tags: andrea corà, depuratore, giovanni dean, monfalcone, polo professionale staranzano, staranzano partecipa | Lascia un commento
Il Piccolo, 21 dicembre 2010
SI RISCALDA IL DIBATTITO DOPO IL VIA LIBERA ALLA CENTRALE A BIOMASSE DI BISTRIGNA
Depuratore-bis, proteste a Staranzano
Impianto del costo di 3 milioni per il trattamento di scarti industriali da scaricare nella fognatura
STARANZANO Dopo il via libera del Comune di Staranzano all’impianto a biomasse che sarà realizzato a Bistrigna, al confine con il territorio di Monfalcone, è in arrivo un altro mega impianto industriale, questa volta per distillare” acque pericolose che arrivano da fuori Regione. E sono già operativi gli impianti di depurazione delle acque fognarie, quello di compostaggio dei rifiuti umidi ed è già prevista la realizzazione dell’impianto a biomasse alimentato con olio di palma. Lo annuncia con grave preoccupazione il gruppo consiliare “Staranzano Partecipa” con i consiglieri Andrea Corà (capogruppo) e Giovanni Dean, dopo che nei giorni scorsi è arrivata in Comune la documentazione per la Valutazione di impatto ambientale (Via) per la costruzione dell’impianto di trattamento di acque pericolose, “da non realizzare – consiglia il documento – adiacente al depuratore Iris a Bistrigna”. La società richiedente l’impianto è Isi Ambiente srl di Gorizia costituita da Iris Isontina S.Agi.Dep. spa di Roncoferraro (Mantova) Igp srl di Trieste. Costo preventivato dall’opera, 3 milioni di euro. L’area individuata è adiacente all’esistente impianto di depurazione del Comune gestito da Iris Acqua.
Il progetto prevede una capacità ricettiva di 300 tonnellate al giorno di rifiuti liquidi per 250 giorni all’anno, per una potenzialità complessiva di 75mila tonnellate all’anno. L’impianto, dotato di diversi comparti e diverse filiere di trattamento, ha l’obiettivo di pre-trattare i rifiuti ritirati e di rendere il liquido conforme allo scarico in fognatura. E’ stato stimato un passaggio di circa 15 camion al giorno che si aggiungeranno al traffico generato dalla futura centrale a biomasse.
Un fulmine a ciel sereno, dunque, che sta alimentando scompiglio fra la gente dopo le polemiche e le proteste per la costruzione del mega impianto a biomasse la cui area è stata già recintata a Bistrigna.
«Stiamo diventando la pattumiera della Provincia di Gorizia – affermano i consiglieri di SP – visto che l’amministrazione comunale non si preoccupa dei gravi riflessi che queste strutture provocano sui cittadini. Il Comune continua ad accogliere impianti inquinanti per il nostro paese senza curarsi della conseguente perdita di valore del territorio l’impatto visivo, acustico e olfattivo che può generare. Diciamo basta e nel prossimo Consiglio lo faremo ufficialmente con una dichiarazione. La cittadinanza ha il pieno diritto di far sentire la propria voce, di opporsi e di presentare le sue osservazioni e opposizioni entro l8 febbraio 2011».
Depuratore, entro un mese i pareri sulla Via
L’impianto dovrebbe sorgere a Bistrigna nel territorio comunale di Staranzano
La progettata struttura destinata al trattamento di acque pericolose
STARANZANO E’ iniziato conto alla rovescia per gli enti interessati alla realizzazione dell’impianto di depurazione di acue pericolose. La Direzione centrale Ambiente, Energia e Politiche per la montagna della Regione ha infatto chiesto di esprimersi sull’impatto che la struttura avrà sul territorio dal punto di vista ambientale. Gli enti chiamati a dire la loro sulla Valutazione d’impatto ambientale sono il Comune di Staranzano, la Provincia, l’Ass n. 2 “Isontina”, il Servizio tutela da inquinamento atmosferico, acustico ed elettromagnetico, il Servizio idraulica (Struttura delle infrastrutture civili e dell’Idraulica con sede a Gorizia) e l’ Aaato Orientale Goriziano. La richiesta della Regione è arrivata il 10 di dicembre scorso, per cui la risposta deve essere data alla Direzione regionale Ambiente entro metà febbraio. La società richiedente l’impianto, è Isi Ambiente srl di Gorizia costituita da Iris Isontina S.Agi.Dep. spa di Roncoferraro (Mantova) e IGP srl di Trieste.
Naturalmente gli oppositori al progetto, cioè il gruppo consiliare “Staranzano Partecipa” e Rifondazione comunista, contano molto sul fatto che venga espresso un parere “negativo” alla Via e che vi sia un coinvolgimento della gente su un problema importante visto che interessa l’intero paese. Per questo motivo continua il duello tra contro l’amministrazione comunale e l’opposizione sulla costruzione dell’impianto che dovrebbe sorgere a Bistrigna accanto al depuratore già esistente e al costruendo impianto a biomasse. Uno scontro prima di Natale perché da parte il gruppo consiliare Sp e Rifondazione reagiscono sostenendo la contrarietà alla costruzione di un altro impianto dopo quello di compostaggio dei rifiuti umidi, di depurazione fognaria e di quello a biomasse (appena iniziato) e perché preoccupano i numeri di questo progetto. «Noi non vogliamo generare paure e preoccupazioni infondate – sostengono Sp e Prc – ma avere rassicurazioni sulle 300 tonnellate giornaliere di rifiuti liquidi pericolosi e non pericolosi portati da circa 15 camion ogni giorno. Da quali stabilimenti vengono prodotti, che controllo ci sarà sul materiale in entrata e gli effetti negativi sull’ambiente in caso di malfunzionamento o cattiva manutenzione». Il Comune da parte sua risponde che non ha finora espresso alcun parere a riguardo, avendo solo valutato il progetto senza prendere alcuna decisione che dovrà essere assunta nelle sedi opportune come il Consiglio comunale.
17 dicembre 2010 in Vivere di cantiere | Tags: eurogroup, fincantieri, giuseppe bono, infortuni, monfalcone, sicurezza lavoro, sprea | Lascia un commento
Il Piccolo, 17 dicembre 2010
FINCANTIERI ATTACCA I SINDACATI. È SCONTRO SULLA SICUREZZA
Bono: «Più efficienza o il cantiere chiude»
L’Ad denuncia un assenteismo del 16% e l’acquisizione di commesse in perdita
I toni sono da ultimatum: o si riga dritto, o la Fincantieri di Monfalcone chiude. E i presupposti di questa conclusione vengono elencati uno per uno: assenteismo superiore al 16%, percentuale di infortuni più alta qui che altrove, produttività neanche paragonabile a quella degli stabilimenti americani, perdite economiche importanti.
REPLICA. È questo il succo della replica di Giuseppe Bono, amministratore delegato di Fincantieri, alla lettera aperta della Rsu Fim, Fiom e Uilm alle istituzioni e all’azienda. Nel loro testo, i sindacati chiedevano un confronto sul grave infortunio dell’operaio Carlo Bevilacqua, travolto da un tubo di acciaio il 13 dicembre. Ma Bono, pur non minimizzando l’accaduto, ha colto l’occasione per far esondare un fiume in piena, che collega la possibile noncuranza dei lavoratori nel rispetto delle norme sulla sicurezza a un andamento del cantiere di Monfalcone, da sempre considerato fiore all’occhiello del Gruppo, tutt’altro che incoraggiante.
ATTACCO. L’ad parte con un attacco diretto alla Rsu definendo la lettera l’ennesima ”strumentalizzazione” di un episodio grave, quello dell’incidente, per imputare il verificarsi di tali eventi, come scriverà in seguito, «a un’asserita e generica compressione dei tempi di lavoro e dei costi». Ma, a questo, Bono ci arriva affermando convinto che l’operaio infortunato Carlo Bevilacqua, con 30 anni di esperienza, ha effettuato l’operazione di imbragatura dei tubi «di norma e in piena autonomia» e, più avanti nella lettera, mettendo in fila le iniziative che il cantiere monfalconese dedica alla tutela della salute dei lavoratori.
ASSENTEISMO. La compressione del lavoro e dei costi imputata all’azienda, per l’ad di Fincantieri, è però il pretesto per arrivare a un attacco secco all’efficienza dei lavoratori monfalconesi: «Il valore della prestazione media dei dipendenti dello stabilimento è assolutamente al di sotto dei minimi livelli accettabili, attestandosi su soglie di assenteismo superiore al 16%, con un totale di ore lavorate annue intorno alle 1.400 procapite», scrive Bono. E aggiunge: «In pratica è come se si lavorasse per nove mesi all’anno, a fronte di una retribuzione di 13 mensilità e con una produttività largamente inferiore a quella degli anni’90».
AMERICANI. E qui inizia a fare il paragone con gli stabilimenti americani di Fincantieri: «Negli Stati Uniti, in condizioni operative e climatiche più disagiate, e con standard impiantistici meno evoluti, il livello di prestazione si attesta a oltre 1800 ore procapite annue e un tasso di infortuni decisamente più basso». Come riporta una tabella allegata dallo stesso ad di Fincantieri alla lettera, nel 2009, nel cantiere americano di Sturgeon Bay sono stati registrati 79 casi di infortunio (su 550 dipendenti diretti) contro gli 833 (su 1025 dipendenti diretti) dello stabilimento di Panzano.
VALUTAZIONI. Bono, dunque, tira le somme: «Il cantiere di Monfalcone presenta uno dei livelli più elevati di assenteismo del Gruppo e la percentuale più alta di infortuni pur essendo il cantiere ove sono stati effettuati i più significativi investimenti e che usufruisce di spazi maggiori per poter svolgere le attività lavorative nelle migliori condizioni».
INTERVENTI. E arrivano altre riflessioni, con l’accusa al sindacato di non aiutare a diffondere senso di responsabilità fra i lavoratori: «Interventi, investimenti e programmi a nulla valgono se non accompagnati dalla consapevolezza che la sicurezza passa innanzitutto dall’adozione di corretti comportamenti individuali e soggettivi. L’azienda, proseguendo nel suo programma di interventi sulla sicurezza, non potrà prescindere dall’adottare azioni sempre più incisive nei confronti di coloro che che opereranno in maniera non adeguata alla propria professionalità o con negligenza».
QUALITÀ. Nello stabilimento, dice poi l’amministratore delegato, si stanno portando avanti i processi per il miglioramento della qualità nelle attività di saldatura, che riduce gradualmente l’utilizzo della molatura, processo in cui era impegnato l’operaio Carlo Bevilacqua al momento dell’infortunio.
COMMESSE. Ma il ragionamento di Bono vuole arrivare alla drastica riduzione delle commesse, che sta poi alla base delle profonde preoccupazioni dell’azienda sul futuro del cantiere di Monfalcone.«Fincantieri, nel corso del 2009-2010 ha acquisito, per il cantiere di Monfalcone, commesse a prezzi non remunerativi che hanno comportato perdite pesanti nel 2009 e ancora maggiori nel 2010», scrive. L’ad ne ha parlato ieri a La Spezia anche con il ministro per lo Sviluppo economico Paolo Romani, in occasione del varo della nave ”Rossita”, prima portascorie nucleari realizzata da Fincantieri per Atomflot, ente per l’energia atomica della Federazione russa. «Superato il punto più basso della crisi adesso per Fincantieri sarà necessario approntare un piano industriale. Negli ultimi anni le commesse sono calate dell’85% e i segnali positivi riguardano lo stabilimento Usa», ha detto a Romani.
CONCLUSIONI. Sulla base delle criticità emerse nella lettera e sulla riduzione delle commesse monfalconesi, scatta invece il vero appello di Giuseppe Bono ai lavoratori di Fincantieri: «Chiedo a noi e a tutti voi, con preoccupazione, se qui sia ancora possibile svolgere un’attività cantieristica sostenibile per costi e qualità».
I sindacati: toni inaccettabili
La reazione dei coordinatori nazionali cantieristica di Fiom, Fim e Uilm
Toni e paragoni fuori luogo, inaccettabili e inopportuni. Le parole scritte dall’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, sono andate «oltre le righe». Così hanno commentato i coordinatori nazionali per la cantieristica di Fiom, Fim e Uilm. Alessandro Pagano, per la Fiom, parla di una «lettera agghiacciante». E aggiunge: «Sono rimasto stupefatto. Le Rsu di Monfalcone hanno posto criticità precise sulla scorta dell’infortunio avvenuto nello stabilimento. Ritengo sia legittimo collegare quanto è accaduto con la continua ricerca da parte dell’azienda di accelerare le operazioni di produzione. Sarà comunque l’autorità giudiziaria a far luce sull’evento. La questione di fondo resta la sicurezza sul posto di lavoro. Bono chiama in causa aspetti che non c’entrano con la riflessione proposta dai sindacati. Rivolge accuse pesanti facendo riferimento alla responsabilità del lavoratore rimasto gravemente ferito, che trovo inaccettabili. Così come è inaccettabile voler sostenere che si prendono commesse in perdita per fare lavorare il cantiere. Rifiutiamo la logica del ricatto all’americana. Cosa significa, poi, il riferimento circa la preoccupazione che a Monfalcone si possa ancora svolgere un’attività sostenibile per costi e qualità? Dobbiamo anche tacere fino a farci del male? Siamo completamente fuori strada. Ci attendiamo spiegazioni, anche al prossimo tavolo sulla navalmeccanica». Alberto Monticco, per la Fim, parla di «caduta di stile da parte di Fincantieri. Non dobbiamo dimenticare che un lavoratore ha subito un grave incidente. Se i ragionamenti dell’ad Bono sarebbero già criticabili in un contesto di normalità, risultano inaccettabili in questo frangente. Produttività, efficienza, costi esulano dal tema legato alla sicurezza, né vanno barattati, nel modo più assoluto. Vogliamo che le maestranze possano andare a lavorare e tornare a casa in salute. Il problema della tutela dei lavoratori, segnalato da tempo dalle Rsu di Monfalcone, va riproposto per l’intera filiera di Fincantieri, al fine di rimuovere le sacche critiche presenti nei siti produttivi». Mario Ghini, per la Uilm, osserva: «Premesso che sull’infortunio sarà la magistratura a fare chiarezza, ritengo che l’evento sia frutto di una concausa di fattori, legati ai tempi di produzione, ma anche alla mancanza di una reale cultura della sicurezza, sia da parte dell’azienda che dei sindacati. A Monfalcone è possibile e necessario continuare a produrre le più belle navi del mondo, come negli altri cantieri, ma senza mettere in secondo piano la sicurezza. Quanto all’assenteismo – conclude -, l’azienda ha tutti gli strumenti per perseguire eventuali negligenze. Né la produttività si raggiunge facendo leva sui costi e sui tempi, ma mettendo in campo le condizioni utili a operare al meglio».
INCONTRO CON LE RSU DI STABILIMENTO
La giunta: siamo vicini ai lavoratori
La lettera dell’ad di Fincantieri, Giuseppe Bono, ha tenuto banco anche durante l’incontro avvenuto ieri mattina in stabilimento tra la giunta comunale e i rappresentanti delle Rsu. Che, peraltro, si sono riservati, non senza una lunga consultazione interna, un’adeguata e circostanziata risposta. I temi ambiente e sicurezza sono stati comunque al centro dell’incontro. I sindacati hanno chiesto alla giunta comunale di «occuparsi e preoccuparsi» di quanto accade nel cantiere, al fine di garantire una prospettiva di lavoro dignitosa, senza accontentarsi dei meri «volumi produttivi». Perchè, è stato rimarcato, «bisogna lavorare in sicurezza anche nei momenti difficili». Sul tappeto, dunque, è stato posto l’intero processo produttivo che «sta sfuggendo al controllo». Il vice sindaco Silvia Altran ha osservato, esprimendo solidarietà al lavoratore infortunato e ai familiari: «Abbiamo manifestato la nostra attenzione alle problematiche esposte e adesione alle iniziative che migliorino la qualità del lavoro. La sicurezza non può diventare un fattore secondario». L’assessore Cristiana Morsolin ha aggiunto: «È preoccupante quanto è stato prospettato. Trovo inoltre di una gravità assoluta la lettera scritta dall’ad Bono, che scarica ogni responsabilità sui lavoratori».
Eurogroup, fabbrica presidiata dai lavoratori messi in mobilità
Dopo 50 anni chiude la Sprea storica azienda di pulizie: salvo il posto dei 21 dipendenti
Eurogroup ha annunciato di voler aprire la mobilità alla fine della cassa integrazione straordinaria per tutti gli 80 dipendenti dello stabilimento del Lisert, inattivo ormai da mesi a causa della mancanza di commesse da parte di Fincantieri e di altri cantieri minori. La decisione della società, formalizzata in questi giorni al tavolo convocato in Assindustria con i sindacati dei metalmeccanici, ha suscitato però ieri la decisa reazione dei lavoratori riuniti in assemblea. Al termine dell’incontro con i propri rappresentanti e quelli delle segreterie provinciali di Fi, Fiom, Uilm, i dipendenti di Eurogroup non hanno lasciato la fabbrica, anzi. Lo stabilimento del Lisert verrà presidiato a oltranza per lanciare un chiaro “no” alla società agli esuberi, ma anche per evitare che possano essere fatti uscire dalla fabbrica macchinari e materiale utile alla produzione.
«Nell’incontro in Assindustria il liquidatore della società, Gianfranco Imperato, ha spiegato che non esistono prospettive industriali tali – afferma Fabio Baldassi della segreteria provinciale della Fiom-Cgil – da consentire altre soluzioni. Stando al liquidatore, sarebbero ancora in corso delle trattative per l’acquisizione dello stabilimento, ma non in grado di fornire delle garanzie di occupazione nell’immediato».
Al tavolo in Assindustria i sindacati e le Rsu hanno già chiarito di essere contrari all’apertura della mobilità dopo la fine della Cigs (prevista con l’11 marzo 2011). Le organizzazioni di categoria hanno invece già sollecitato l’utilizzo degli altri strumenti disponibili, cioé la cassa integrazione ordinaria, di cui sono a disposizione ancora 39 settimane, o la cassa integrazione in deroga. Questa rimarrà la posizione anche nel prossimo incontro in programma mercoledì, sempre nella sede degli Industriali a Gorizia, dove non è escluso si rechino anche i lavoratori dello stabilimento. «Sono arrabbiati e delusi, perché hanno creduto all’azienda sulla possibilità di una cessione a un’altra realtà industriale», spiega Baldassi.
La vicenda di Eurogroup, il cui 35% del fatturato nel 2009 era legato a Fincantieri, non è l’unica a evidenziare le difficoltà in cui si trova l’indotto del colosso della cantieristica. In questi giorni i sindacati hanno firmato il passaggio di 21 lavoratori della Sprea alla Sgc. Niente di traumatico, ma resta il fatto che l’impresa di pulizie industriali lascia lo stabilimento di Panzano dopo 50 anni, mentre Beraud, altra realtà storica dell’appalto, non ha ancora certezze sulla continuità del lavoro a Monfalcone. L’Ugl Metalmeccanici ha invece dovuto mediare in un nuovo caso di mancato pagamento di stipendi. L’accordo siglato in questi giorni con la Isostar Montaggi garantirà che i sei dipendenti ottengano il saldo del mese di agosto e il versamento degli stipendi di settembre e ottobre.
Il Piccolo, 18 dicembre 2010
Belci: «Bono peggio di Marchionne»
Il segretario regionale della Cgil all’Ad: «Taccia per rispetto dei morti»
«Le parole di Bono a proposito dell’assenteismo e degli infortuni in Fincantieri destano indignazione». Franco Belci, segretario generale della Cgil, commenta così la lettera inviata inviata ai rappresentnati sindacli di Fim, Fiom e Uilm dall’amminisratore del gruppo navalmeccanico che, «sembra studiare per rappresentare una versione più arrogante e sguaiata di Marchionne». «Attribuire unicamente al lavoratore infortunato – con una sentenza preliminare che intende surrogare l’inchiesta della magistratura – le responsabilità dell’incidente e assimilare gli incidenti sul lavoro all’assenteismo – aggiunge Belci – costituisce una concezione aberrante e rappresenta la peggiore dimostrazione di una mentalità padronale che si sta diffondendo: il lavoratore è considerato un mero ingranaggio della produzione, fino a disprezzarne il rischio della vita e il rapporto di lavoro diviene una mera questione commerciale, senza alcuna attenzione per la persona». Belci sottolinea inoltre la «piena sintonia dell’ad di Fincantieri con quanto sostenuto dal ministro Tremonti quando ha affermato che la 626 è un lusso che il Paese oggi non si può permettere». La catena di infortuni sul lavoro di questi giorni, di cui uno mortale, dimostra, secondo il segretario generale della Cgil «quello a cui pochi pensano: c’è una tragica correlazione tra l’intensificazione dei ritmi di lavoro, la riduzione delle pause, la criminalizzazione della malattia, l’incremento dell’uso degli straordinari e l’aumento degli incidenti». «Perciò, per favore – conclude Belci – Bono taccia se non altro per rispetto dei morti».
FINCANTIERI. DUE ORE DI SCIOPERO PER PROTESTARE CONTRO LA LETTERA DEI VERTICI AZIENDALI
La Rsu: «Assenze? Questo è un lavoro pesante»
Fim, Fiom e Uilm respingono l’accusa di scarsa produttività mossa dall’amministratore delegato
La risposta immediata è stata lo sciopero proclamato dalle Rappresentanze sindacali unitarie Fim-Fiom-Uilm giovedì, lo stesso giorno in cui è stata diramata la lettera dell’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono. Il lavoro nello stabilimento di Panzano si è fermato ieri per due ore alla fine di ogni turno. La replica non s’è fatta attendere. Una contro-lettera che tira in ballo responsabilità acuendo lo scontro tra azienda e sindacati.
All’Ad le Rsu chiedono ”rispetto” respingendo quello che definiscono un «atteggiamento ricattatorio» avendo ventilato la chiusura del cantiere a causa dell’asserita scarsa produttività. «Le maestranze – affermano i sindacati – non sono più disposte a tollerare responsabilità che non hanno e giudizi fatti da chi dimostra di non conoscere profondamente le realtà di stabilimento». Replica punto su punto. A partire dall’assenteismo, che l’Ad ha quantificato essere a Monfalcone oltre il 16%. I sindacati per contro sollevano due aspetti, la salubrità dell’ambiente di lavoro e la correttezza delle certificazioni: «Bisognerebbe capire – ribattono – il motivo per il quale l’azienda presenta un computo di assenze così alto. A nostro avviso, gli elementi da considerare sono due. Il primo riguarda la salubrità dell’ambiente: in un posto di lavoro poco salubre ci si ammala e ci si infortuna di più. Il secondo aspetto è legato a pratiche non corrette da parte di chi certifica la malattia e l’infortunio: è preciso dovere dell’Ad denunciare e perseguire eventuali responsabilità in tal senso». Le Rsu si soffermano anche sul parallelo tra la cantieristica navale italiana e quella statunitense: «Il paragone proposto non ci pare buona pratica, né dal punto di vista del prodotto (navi da crociera da 130mila tonnellate di stazza lorda rispetto ai pattugliatori americani), né dal punto di vista della presenza sul posto di lavoro. Sull’assenteismo, soprattutto, le due realtà sono così profondamente diverse da non permettere alcuna comparazione attendibile. Negli Usa non esiste l’istituto della malattia, nemmeno l’infortunio, in quanto il welfare americano non è quello italiano. Forse l’Ad pensa che con il sistema americano ci possano essere due morti in meno?».
Altro tasto dolente: i sindacati chiamano in causa materiale non conforme e non meglio precisate indagini radiografiche sulla Queen Elizabeth, che «hanno messo letteralmente in ginocchio l’allestimento delle ultime due costruzioni». E spiegano: «Sulle questioni di qualità pensiamo che ai lavoratori non siano imputabili le situazioni disastrose registrate nell’ultimo periodo. Si tratta della sostituzione di un numero considerevole di tubi di materiale non conforme sulla costruzione 6151 e la questione delle radiografie, ascrivibili esclusivamente alle leggerezze della gestione aziendale. Facciamo notare come i lavoratori dello stabilimento di Monfalcone, nonostante l’oneroso carico di lavoro dovuto alle indagini radiografiche, siano ugualmente riusciti a consegnare nei tempi stabiliti la Queen Elizabeth, con uno sforzo collettivo encomiabile, che Bono non sa (o non vuole) riconoscere». I sindacati aggiungono: «Pensiamo che il decadimento dell’immagine e dell’affidabilità che i clienti si sono fatti della nostra azienda dipenda esclusivamente dagli ultimi aspetti che abbiamo riportato. Non possiamo accettare che la colpa venga addossata sulle spalle dei lavoratori».
Non è finita. Le Rsu parlano di «protocolli stilati tra direzione e sindacati sulla sicurezza il cui rispetto è stato troppo spesso disatteso»; di interventi, investimenti e programmi, citati dall’Ad Bono, «completamente vanificati dai comportamenti della direzione aziendale, tuttora latitante, sia in tema di sicurezza sia di qualità». E sulla molatura scandiscono: «La nostra posizione rimane chiara ed è stata esplicitata negli innumerevoli comunicati divulgati in azienda: vogliamo che venga fatta in modo sicuro e a fronte di investimenti». Non viene tralasciata neppure la questione-appalti: «In quella giungla di contratti e regole violate, i lavoratori sono quotidianamente sfruttati e ricattati. Non è più ammissibile che non si veda ciò che accade in quel mondo». I sindacati quindi chiariscono: «La nostra lettera aperta non si focalizzava solo sulle dinamiche e le responsabilità dell’ultimo grave incidente, ma intendeva denunciare questioni di carattere generale. Spesso l’Ad ha invocato la necessità di portare alla sua attenzione questioni di carattere gestionale, o di qualsiasi altro tipo, che fossero di impiccio al buon funzionamento dell’azienda. Ha sottolineato, anche pubblicamente, che le segnalazioni da parte del sindacato dovrebbero avere uno ”spirito proattivo”. La risposta, risibile e contestabile che abbiamo ricevuto, va nella direzione contraddittoriamente opposta». Infine, a proposito della «solerzia» con cui i suggerimenti dei lavoratori vengono acquisiti e resi pratici: «Sarebbe bello se così fosse – ribatte la Rsu -: verbali di riunioni, volantini e comunicati ufficiali testimoniano l’esatto contrario».
L’azienda rincara: «La difesa dei sindacati dimostra mancanza totale di argomenti»
Fincantieri prende atto dei commenti seguiti alla lettera aperta indirizzata dall’Ad, Giuseppe Bono, alle Rsu di stabilimento e snocciola le sue risposte. «Negli interventi è totalmente assente ogni risposta sul merito delle questioni sollevate, da tanto tempo. Quando non si vuole entrare nel merito, si usano solo argomentazioni generiche e ovvie, sulle quali non si può che convenire. Ma questo ci porta a risolvere i problemi o a continuare ad ignorarli?». Al segretario regionale della Cgil, Franco Belci, rilancia: «Si è addirittura permesso di attribuire al dottor Bono un’insensibilità e un – asserito – mancato rispetto verso i morti, chiamati strumentalmente in causa con affermazioni che confermano l’incapacità di dialogare sui fatti e affrontare le questioni. Quando poi dall’appartenere a Fincantieri, “un’azienda pubblica”, si rivendica una posizione di privilegio, non ritiene il sindacato che sia un’offesa verso tutti gli altri lavoratori che non sono dipendenti di aziende pubbliche? E davvero si pensa che l’azienda pubblica possa operare diversamente dalle regole di mercato?».
Fincantieri ritiene inoltre «paradossale ciò che si dice dei colleghi americani che – e questo voleva dire l’Ad – sono solo più disciplinati e più attenti alle esigenze della propria e dell’altrui sicurezza. Negli Stati Uniti, non parliamo di Paesi in via di sviluppo, si lavora normalmente un numero di ore tali da cui non ci risulta, come dice il sindacato e Belci in particolare, derivi la «tragica correlazione tra l’intensificazione dei ritmi di lavoro, la riduzione delle pause, la criminalizzazione della malattia, l’incremento dell’uso degli straordinari e l’aumento degli incidenti». Circa il riferimento al fatto che i disagi siano provocati da condizioni «poco salubri», l’azienda osserva: «Non risulta che nello stabilimento e dallo stabilimento di Monfalcone si propaghino nel territorio malattie infettive». E ancora chiarisce: «Nessun “ricatto” emerge dalla lettera, ma solo un accorato e appassionato richiamo a riflettere sul futuro, per prepararlo tutti insieme e affrontarlo con il coraggio necessario, affinchè si eviti ciò che sta succedendo in tante aziende nazionali, e come anche Fincantieri rischia, che il nostro futuro venga portato via da altri Paesi». Fincantieri ricorda i notevoli investimenti, oltre 150 milioni di euro effettuati negli ultimi anni, in buona parte rivolti anche al miglioramento delle condizioni di lavoro.
E ancora: «Circa il tono di alcune frasi, al limite dell’offesa, rivolte all’Ad che si limitava solo a precisare le problematiche sollevate dalle Rsu, ricordiamo l’accordo del 10 febbraio scorso, sottoscritto tra la direzione del cantiere e le Rsu con l’intento di recuperare ordini già persi. Le Rsu si erano impegnate a “garantire il loro sforzo volto al comune obiettivo di consolidare l’affidabilità, la qualità, l’efficienza ed il rispetto dei tempi nei confronti delle società armatrici clienti ai quali offrono il massimo supporto per lo svolgimento delle proprie attività”. L’azienda ha fatto la sua parte riprendendosi con determinazione un ordine per due navi già destinate dal nostro cliente alla Germania, e portandole a Monfalcone. Continueremo in questa direzione, ricercando la collaborazione del sindacato che riteniamo un interlocutore indispensabile e al quale non chiediamo altro che essere parte attiva dell’azienda e non forza contraria. Il nostro vertice continua a considerare Fincantieri patrimonio dei lavoratori, ai quali bisogna sempre parlare con chiarezza e trasparenza, indicando le minacce e le misure atte a prevenirle o ad attenuarne gli effetti. Il momento è particolarmente duro e per uscirne bisogna abbandonare le solite posizioni preconcette, agendo invece con coesione e unità di intenti».
Il Piccolo, 19 dicembre 2010
IL SINDACO: IN QUESTO MOMENTO DI CRISI È QUANTOMAI NECESSARIO FARE SQUADRA
«Le provocazioni di Bono servono solo a dividere»
Pizzolitto prende le distanze dai contenuti della lettera dell’amministratore delegato di Fincantieri
«Il miglioramento della produttività non può che passare attraverso l’organizzazione aziendale. E la sicurezza sul posto di lavoro oltrechè un fattore di civiltà è anche elemento di competitività». Il sindaco Gianfranco Pizzolitto propone una riflessione ”a tutto campo”, dopo lo scontro tra sindacati e Fincantieri. Sul tappeto c’è dell’altro, a proposito del piano Unicredit sul superporto presentato a Roma e che il sindaco ha definito come una valida diversificazione alla cantieristica navale. Assoporti ha prospettato possibili censure a livello europeo sul progetto. Il sindaco osserva: «Lascia perplessi il fatto che oggi a lanciare le accuse siano coloro che non hanno mai creduto all’iniziativa. Queste prese di posizione dimostrano il disagio di chi è rimasto fuori».
Il sindaco, dunque, prende le distanze da Fincantieri, a proposito di sicurezza e di metodiche aziendali. Quanto all’atteggiamento assunto dall’Ad Giuseppe Bono osserva: «A mio avviso, bisogna spingere verso una chiamata generale a ”fare squadra”, invece vedo solo provocazioni che acuiscono la già difficile situazione. Le scelte generali che Bono ha assunto sono apprezzabili e vanno in direzione della difesa dell’azienda. A Monfalcone si è mosso bene, garantendo nuove commesse. Per questo sono perplesso e diviso: da una parte rilevo la capacità manageriale, ma dall’altra l’incongruenza nell’affrontare adeguatamente i problemi concreti».
Il sindaco pone alcune premesse precisando che il suo vuole essere un contributo alla riflessione, consapevole del momento di difficoltà in cui versa Fincantieri. Esprime inoltre il suo senso di appartenenza alla città: «Sono in linea con le Rappresentanze sindacali unitarie, sono solidale con i lavoratori. Sto con la mia gente, non dimentichiamo che siamo di fronte a un grave infortunio».
Quindi entra nel merito delle questioni. «Se si vuole parlare di produttività – osserva Pizzolitto -, si deve tener conto di due aspetti: la crisi economica non l’ha prodotta il lavoro, ma la finanza e il capitale. È importante riconoscere questo concetto, altrimenti si finisce con l’attribuire al lavoro e ai lavoratori responsabilità che non hanno. È altrettanto fondamentale fare riferimento al fattore organizzativo aziendale, sgomberando il campo da soggettività ed emozioni: diversamente sarebbe come dare degli scansafatiche alle maestranze».
Il sindaco aggiunge: «Il miglioramento della produttività è legato soprattutto all’efficienza organizzativa. E la sicurezza deve rappresentare anche un fattore di competitività, legata alla stessa immagine di Fincantieri. Ritengo, inoltre, che sia il momento di ragionare rispetto alle metodiche aziendali: credo che i numerosi appalti alla fine possano compromettere il percorso di miglioramento della sicurezza e della qualità del prodotto. Venendo meno la fidelizzazione tra le ditte e l’azienda, per assecondare le condizioni poste dall’armatore c’è il rischio di sottoporre le imprese ad una reazione che incide negativamente sulla qualità produttiva».
Pizzolitto chiama quindi in causa il rapporto con la comunità: «È fondamentale che il territorio rimanga coeso continuando a credere nella capacità dell’azienda. Provocare il sindacato e raffreddare i rapporti con la comunità può comportare danni. L’azienda – conclude – ha lanciato il suo grido d’allarme, ma l’ha fatto in modo sbagliato. Tuttavia, l’appello va raccolto e ora ciascuno, nel rispetto degli specifici ruoli, deve contribuire a fare la sua parte senza dimenticare le premesse che richiamano al rispetto del lavoro e che legano la produttività all’efficienza organizzativa».
Il Piccolo, 20 dicembre 2010
Gherghetta: servono imprenditori, non padroni
«È pericoloso voler applicare le logiche americane al nostro sistema produttivo»
ASSENTEISMO E SICUREZZA IN FINCANTIERI: IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA ATTACCA L’AD
Il primo pensiero del presidente Enrico Gherghetta è rivolto a Carlo Bevilacqua, infortunatosi giovedì scorso in cantiere, e alla sua famiglia. Quindi osserva lapidario: «La Provincia di Gorizia è con i lavoratori di Fincantieri». Parte da questo ”imperativo categorico” per lanciare un messaggio forte, all’indomani dello scontro tra i sindacati e l’azienda. E avverte: «È un errore pensare di portare sul territorio non solo isontino ma anche italiano, le logiche di Marchionne, perchè la sua filosofia parte da una società, quella americana, che non è la società italiana». Gherghetta si rivolge a tutti coloro che definisce «gli imitatori» del manager della Fiat. Non solo all’amministratore delegato, Giuseppe Bono, ma a tutti gli imprenditori: «L’appello che rivolgo è chiaro: attenti a cosa fate perchè la realtà italiana non è affatto quella americana. In Italia non abbiamo lavoratori che hanno una mansione, ma maestranze che possiedono un vero e proprio mestiere. E la qualità dell’offerta delle imprese si basa in modo preponderante sulla capacità professionale dei nostri lavoratori. Tanto è vero – aggiunge – che in Italia si usa un termine che non esiste da nessun’altra parte al mondo: il patrimonio umano».
Parole decise, quelle del presidente Gherghetta, che abbandona ogni diplomazia quando si tratta di difendere i lavoratori del territorio. Una posizione esplicita, dunque, rispetto ai contenuti riportati dall’Ad di Fincantieri, Giuseppe Bono, nella sua lettera inviata ai sindacati.
Gherghetta osserva: «I nostri lavoratori fanno la differenza: il made in Italy è sinonimo di fantasia e di creatività, ma anche di tradizione artigianale costruita nei secoli e che ha permesso di garantire una qualità del prodotto che tutti ci invidiano. Il patrimonio umano è il nostro valore aggiunto». Il presidente evidenzia un altro aspetto: «La filosofia sostenuta da Marchionne non ha nè capo, nè coda poichè nessuno dei motivi per i quali oggi l’impresa è in crisi è da imputare al lavoro e ai lavoratori. Parliamo di spostamenti di risorse dai Paesi emergenti, di capitale, di finanza, ma nessuno di questi elementi è collegato al lavoro perchè tutto è invece collegato al profitto. I veri responsabili sono la speculazione finanziaria e l’idea di mercificazione del denaro».
Gherghetta pertanto scandisce: «Proporre un nuovo sistema di relazioni industriali pensato sulla delegittimazione di una parte delle sue componenti, è un controsenso sia dal punto di vista politico che economico. Se oggi c’è bisogno di costruire nuovi margini di produttività, la strada è una sola: sedersi attorno a un tavolo e addivenire a un accordo sindacale. Abbiamo bisogno di imprenditori e non di padroni». Gherghetta aggiunge: «In provincia abbiamo sancito un accordo politico-economico sul progetto del superporto che ha visto l’unità del territorio. Forse sarebbe il caso di copiare questa esperienza, anzichè gettare la croce addosso su chi lavora e produce». Il presidente si sofferma anche sulla questione della sicurezza: «Se in una fabbrica un dipendente si fa male, una delle cause sicuramente è l’organizzazione del lavoro. Anzichè pertanto scrivere lettere, invito l’Ad di Fincantieri a mettere mano all’organizzazione aziendale».
DURO APPELLO DEI SINDACATI
La Cgil provinciale: «Il governo intervenga sulle esternazioni di Bono»
«Se il governo svolgesse il suo ruolo di mediatore tra le parti, considerato che Fincantieri è controllata dallo Stato, la Cgil isontina chiederebbe subito la revoca del mandato all’amministratore delegato Giuseppe Bono». Il sindacato non fa sconti alla posizione assunta dall’ad di Fincantieri dopo l’ultimo grave incidente verificatosi nello stabilimento di Monfalcone e ritiene, anzi, che non dovrebbe farli nemmeno la comunità isontina e regionale. «Le sue dimissioni non dovremmo chiederle solo noi rappresentanti dei lavoratori – afferma la Cgil provinciale -, ma anche tutta la comunità isontina e di buona parte del Friuli Venezia Giulia, che devono scandalizzarsi per quanto accaduto: è vero che il cantiere è stato e continua a essere una richezza per questo territorio, ma è anche vero che il prezzo pagato in cento e passa anni di presenza è stato altissimo, in caduti sul lavoro e soprattutto per le centinaia di persone decedute per l’uso dell’amianto che si è fatto in quello stabilimento». A Fincantieri, la Cgil chiede quindi un passo indietro e una maggiore attenzione al valore della vita umana, anzichè a quello della Borsa. (la. bl.)
Il dramma di Carlo Bevilacqua, solo fra un anno saprà se potrà riacquistare l’uso delle gambe
Ci vorrà almeno un anno per capire se Carlo Bevilacqua, il 51enne rimasto infortunato giovedì scorso durante le operazioni di imbragatura delle guide lavavetri, nell’ambito dell’allestimento della Carnival Magic, potrà riacquistare l’uso delle gambe. L’uomo ha riportato una frattura scomposta tra la decima e l’undicesima vertebra. All’Unità spinale dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine, è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico durato 5 ore. L’operazione è riuscita, ma ora per Carlo Bevilacqua si è aperta una strada costellata di incognite. Perchè il percorso di recupero è tutt’altro che semplice e breve. Insomma, una via Crucis per il lavoratore e la sua famiglia, la moglie Roberta e un figlio di 20 anni, ai quali è improvvisamente e drammaticamente cambiata la vita.
«È una situazione molto difficile – ha spiegato la moglie Roberta che anche ieri è rimasta a lungo in ospedale, a fianco del marito -. L’intervento è andato bene, ma non si può sapere se e quando potrà riacquistare l’uso delle gambe. Ora è disteso, bloccato a letto, non avverte alcuna sensibilità agli arti inferiori. Non è chiaro quale sia il danno reale arrecato al midollo spinale. Ha anche riportato la frattura al naso, oltre a ferite alla parte sinistra della testa e in fronte. Purtroppo, ci vorrà tempo, si parla almeno di un anno per poter capire quale sarà l’effettivo recupero. Credo che tuttavia sarà molto difficile per Carlo tornare a camminare come prima».
Roberta racconta con toni pacati, dignitosi, ma tradisce tutta l’angoscia di una famiglia costretta a misurarsi con il dolore e le incognite del domani. E la rabbia nel tentare di capire cosa sia accaduto: «Carlo non ricorda molto dell’incidente – spiega -, ha visto cadere quel tubo che lo ha colpito alla schiena. È stato un attimo. Poi è finito con il volto a terra, senza riuscire a ripararsi. È esperto, ha lavorato trent’anni in cantiere, sa governare le gru. È per questo che non capisco. Certo, sarà la magistratura a chiarire le circostanze, ma non riesco proprio a capacitarmi, considerata la prudenza e la perizia di mio marito». Roberta aggiunge: «Carlo lo ha detto spesso: in questi ultimi tempi in cantiere si lavora male, la sicurezza è un problema reale. Non c’è più rispetto per le persone, si ragiona solo a commesse. A mio figlio ha detto: in cantiere non ci andrai mai». Roberta, spiega, è stata subito ricevuta dal direttore dell’azienda che le ha manifestato solidarietà. Tuttavia, non si sottrae dal commentare quanto espresso dall’Ad di Fincantieri, Giuseppe Bono: «Ho trovato le sue dichiarazioni inopportune. In questo terribile momento, non era proprio il caso. Vorrei incontrare il signor Bono per fargli vedere in quali condizioni ci siamo ridotti». (la.bo.)
Il Piccolo, 05 gennaio 2011
DITTA IMPEGNATA NELLE COIBENTAZIONI DELLE NAVI ALLA FINCANTIERI
Koifer, in 40 da due mesi senza stipendio
L’azienda: i soldi arriverranno la prossima settimana. Rientrato lo sciopero già programmato
Gli 80 lavoratori di Eurogroup hanno affrontato il Natale con la prospettiva di finire in mobilità. I 40 di Koifer, altra impresa dell’indotto Fincantieri, attiva questa direttamente nello stabilimento di Monfalcone, lo hanno trascorso con lo spettro di vedersi pignorato l’appartamento o di essere sfrattati. Dopo aver già faticato per vedersi pagati gli stipendi arretrati di agosto, settembre e ottobre, i dipendenti della ditta di Staranzano, legata a Demont, sotto l’albero non hanno trovato le agognate buste paga di novembre, dicembre e quella relativa alla tredicesima (o per qualcuno al trattamento di fine rapporto). «In compenso siamo sempre andati a lavorare, anche a cavallo delle feste di fine anno, anche oggi», ha detto qualcuno dei lavoratori nella tarda mattinata di ieri, all’esterno dell’ingresso del cantiere navale di Panzano. Negli occhi molta rabbia, ma anche la paura di perdere una possibilità di lavoro. Gran parte dei dipendenti di Koifer sono stranieri, affiancati però anche dipendenti italiani.
Nonostante i timori, la volontà di farsi sentire per ottenere una risposta dall’azienda alla fine aveva avuto comunque il sopravvento.
Sotenuti dalla segreteria provinciale dell’Ugl Metalmeccanici, che da tempo segue la vicenda, i lavoratori avevano deciso di proclamare ieri uno sciopero di otto ore, affiancato da un volantinaggio all’esterno dello stabilimento navalmeccanico. La reazione dei lavoratori ha smosso l’azienda e, soprattutto, Demont, per la quale Koifer effettua lavorazioni di isolamento a bordo della Carnival Magic, la maxi-passeggeri che sarà consegnata alla fine di aprile. «Dai responsabili di Demont i lavoratori hanno avuto l’assicurazione che gli arretrati saranno pagati la prossima settimana», ha riferito ieri Mauro Marcatti, della segreteria provinciale dell’Ugl Metalmeccanici. I 40 dipendenti di Koifer hanno così ritirato lo sciopero ieri, pur restando sul piede di guerra. «Quando è stato firmato l’accordo per il pagamento del mese di ottobre, ci era stato detto che una cosa del genere non si sarebbe più ripetuta», ha ricordato ieri uno dei lavoratori dell’impresa. Per tutti quest’ultimo periodo è stato un vero e proprio incubo. «Ci sono le famiglie, le bollette da pagare, i mutui o gli affitti – ha detto un lavoratore -. Ci sono scadenze che vanno rispettate, sennò rischiamo anche di perdere la casa». Ai dipendenti in cassa integrazione ordinaria non è andata meglio, perché l’impresa non ha anticipato gli importi dovuti dall’Inps che ha versato le indennità relative a giugno, luglio e agosto solo in ottobre. La situazione contingente è resa ancora più pesante dalla preoccupazione sulla continuità del lavoro per Koifer all’interno del cantiere navale di Monfalcone, dopo la conclusione dell’attività a bordo di Magic.
«Il problema sono le prospettive – ha detto ieri uno dei dipendenti dell’impresa -. Io ho 64 anni e chi mi dà lavoro, se Koifer chiude? Rischio di non poter arrivare alla pensione». L’Ugl Metalmeccanici ieri ha sottolineato anche di confidare in un intervento di Fincantieri, perché la vicenda trovi una conclusione positiva per i lavoratori coinvolti.
11 dicembre 2010 in L'altra città | Tags: comune monfalcone, contributo sociale, inps, kossovari, monfalcone | 1 commento
Il Piccolo, 11 dicembre 2010
Assegni Inps agli stranieri, il Comune dovrà pagare
L’amministrazione aveva rigettato la domanda di un kosovaro. Sentenza destinata a fare giurisprudenza
I cittadini stranieri titolari di un permesso di soggiorno e da tempo residenti sul territorio nazionale hanno diritto all’assegno per i nuclei familiari numerosi, che viene assegnato dall’Inps tramite il Comune in cui risiedono. Lo ha stabilito il Tribunale di Gorizia respingendo, lo scorso 7 dicembre, il ricorso presentato dall’Inps contro la sentenza emessa il primo ottobre scorso dal giudice del lavoro Barbara Gallo. Il ricorso si riferiva al caso di una famiglia kosovara residente a Monfalcone – composta da padre, madre e tre figli con un modesto reddito – che aveva presentato domanda al Comune per ottenere il contributo sociale che viene poi concesso dall’Inps.
Nella motivazione della decisione presa, in sede di appello, il giudice Nicola Russo ha ritenuto responsabile di discriminazione non soltanto il Comune di Monfalcone ma anche l’Inps in quanto, sebbene il beneficio venga concesso dai Comuni e solo successivamente erogato dall’Istituto di previdenza, quest’ultimo non è immune da responsabilità nel mancato riconoscimento del diritto spettante agli extracomunitari che legalmente risiedono da lungo tempo in Italia, in quanto ha emanato circolari e pareri volti a escludere illegittimamente gli immigrati dal contributo.
Il Tribunale di Gorizia, nel rigettare il reclamo, ha disposto che il Comune di Monfalcone e l’Inps, ciascuno in base alle proprie competenze, pongano fine al trattamento discriminatorio attivandosi per corrispondere alla famiglia l’assegno dovuto inclusi gli interessi legali e la rivalutazione monetaria.
«La sentenza del Tribunale di Gorizia – afferma il dottor Walter Citti dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, che ha assistito nella causa la famiglia kosovara – è la prima in Italia e segna un precedente importante. È destinata cioè a fare giurisprudenza».
Il cittadino kosovaro aveva presentato domanda di accesso al beneficio Inps nel novembre dello scorso anno, ma ad aprile, su sollecito dello stesso Inps, il Comune di Monfalcone aveva respinto la richiesta giustificando la decisione con la mancanza del requisito della cittadinanza italiana o comunitaria. Con il sostegno dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), lo straniero aveva quindi avviato un’azione giudiziaria anti-discriminatoria assistito dagli avvocati Tamara Amadio e Alberto Guariso, messi a disposizione dell’Associazione studi giuridici dell’immigrazione, che pure aveva presentato ricorso. L’Asgi si appella, dunque agli enti locali e all’Anci, di cui tra l’altro il sindaco di Monfalcone Gianfranco Pizzolitto è presidente regionale, affinchè cessi ogni discriminazione nei confronti degli stranieri titolari di un lungo permesso di soggiorno che chiedono l’assegno per i nuclei familairi numerosi.
L’ASSESSORE ALLE POLITICHE SOCIALI ACCOGLIE CON FAVORE LA SENTENZA
Morsolin: «Ora la Regione riveda la legge»
«Il Comune di Monfalcone, già in occasione del primo pronunciamento del Tribunale a favore dello straniero, aveva deciso di non presentare ricorso. Non solo perchè l’ente locale era semplice erogatore di fondi regionali, dovendosi attenere alla normativa, ma anche perchè non riteniamo congrua la legge che stabilisce un tetto di residenza per gli stranieri al fine di poter beneficiare di contributi». L’assessore alle Politiche sociali, Cristiana Morsolin, ribadisce la sua posizione, all’indomani della sentenza definitiva pronunciata dal Tribunale, che ha rigettato il ricorso presentato dall’Inps che aveva negato l’assegno familiare integrativo a un kosovaro, padre di tre figli. L’assessore quindi sottolinea: «Accogliamo con favore la sentenza, poichè la normativa regionale, a nostro avviso, non garantisce equità, negando un diritto agli stranieri che si trovano in un grave stato di disagio economico. Del problema – aggiunge la Morsolin – abbiamo anche investito l’Anci, per capire come devono comportarsi i Comuni di fronte a questa legge alla quale non possono sottrarsi e che in regione ha registrato numerosi ricorsi risultati favorevoli ai cittadini proponenti. Ritengo che la conferma definitiva da parte del Tribunale rappresenti la rivincita del buonsenso e delle regole civili. Auspico, pertanto, che la Regione, di fronte a questi ricorsi, possa avere un ripensamento sulla normativa». La Morsolin conclude: «Per quanto riguarda invece la gestione dei fondi comunali in questo ambito, i nostri regolamenti tengono esclusivamente conto dell’indicatore di reddito e della situazione sociale del cittadino richiedente il contributo. Abbiamo assunto una linea precisa, basata sul criterio di necessità». (la.bo.)
1 dicembre 2010 in L'altra città | Tags: denaro sporco, isontino, mafia, monfalcone, riciclaggio rifiuti | Lascia un commento
Il Piccolo, 30 novembre 2010a
OLTRE ALLE AREE RICCHE IL FENOMENO COLPISCE ANCHE LE ZONE DI CONFINE
Danaro sporco, terzi in Italia per riciclaggio
La provincia di Gorizia viene dopo Genova e Foggia secondo un’indagine dell’Associazione funzionari di polizia
Isontino terra d’investimento per la criminalità organizzata. I dati raccolti ed elaborati dall’Associazione nazionale funzionari di polizia (Anfp), e rilanciati ieri da ”Il Sole 24 Ore”, non lasciano spazio ad interpretazioni. Perché la provincia di Gorizia, con riferimento agli ultimi cinque anni, è al terzo posto in Italia per numero di reati di riciclaggio di denaro sporco. Lo ripetiamo: al terzo posto in Italia. Con 29,4 delitti ogni 100mila abitanti. Una cifra enorme, specie se si va a guardare la media nazionale, che non supera quota 10 (ogni anno, mediamente, si contano 2mila denunce di questo tipo – il reato è quello previsto dall’articolo 648 bis del Codice penale, in base al quale s’incrimina chiunque “sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo”). Genova, che guida la classifica, con 42,2 reati per riciclaggio ogni 100mila abitanti, è distantissima. Ma si tratta di una magra consolazione. Il capoluogo isontino, così come quello ligure, non è l’unico del Nord interessato da questo fenomeno. Nelle prime 15 posizioni della classifica, ad esempio, ci sono anche Udine e Trieste (rispettivamente al 5° e al 14° posto, fa eccezione Pordenone, per sua fortuna: 98esima); ma anche Cremona e Imperia. Oltre a diverse città del Centro, come Pescara e Arezzo. Certo, non mancano aree dove la presenza della criminalità organizzata è forte, come Caserta, Napoli, Reggio Calabria e Catania.
Ma, per l’appunto, resta il fatto che sono significativi i proventi di natura illecita che finiscono nell’Isontino. La materia è di stretta competenza della Direzione distrttuale antimafia di Trieste. Ma ciò non toglie che ieri mattina, così si dice, i dati riportati da ”Il Sole 24 Ore” siano stati attentamente esaminati al terzo piano del palazzo di Giustizia goriziano, dove si trovano gli uffici della Procura della Repubblica, guidata dalla dottoressa Caterina Ajello. Ciò che colpisce, in particolare, è il fatto che ai primi posti della classifica ci siano territori dove i reati di natura associativa e\o di stampo mafioso – specie quelli del Nord Italia – siano pochissimi, se non addirittura nulli. Segno inequivocabile che la criminalità organizzata ormai si muove con grande agilità e disinvoltura su tutto il territorio nazionale: al Sud macina ricavi; al Centro-Nord li reimpeiga e li reinveste, sfruttando a proprio vantaggio il maggiore dinamismo del tessuto economico della parte settentrionale e centrale della Penisola, con particolare riguardo ai territori di confine come la Venezia Giulia e il Ponente Ligure. Nei giorni scorsi hanno destato grande scalpore le parole di Roberto Saviano che, dagli schermi di Rai Tre, ha parlato delle pesanti infiltrazioni in Lombardia delle ‘ndrine calabresi, parole che hanno fatto andare su tutte le furie il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. I dati raccolti dall’Anfp confermano che il fenomeno non solo esiste, ma è anche molto più ampio, e interessa da vicino la regione.
Gorizia in testa. La presenza di persone legate, direttamente o indirettamente, alle mafie nell’Isontino non è comunque una novità. E’ emersa periodicamente. Basterà ricordare la famosa operazione Torre Annunziata, coordinata proprio dalla Dda di Trieste, che ormai più di sei anni fa portò sul banco degli imputati undici persone (26 quelle che all’epoca finirono in manette). In quell’occasione gli inquirenti si mossero lungo l’asse Castellamare-Monfalcone, riuscendo ad individuare e contrastare quello che venne definito “un chiaro tentativo di insediamento camorristico nell’Isontino”. Non l’unico, evidentemente.

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