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Timestamp: 2019-11-17 05:18:03+00:00

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Art. 1813 codice civile - Nozione - Brocardi.it
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Articolo 1813 Codice civile
Dispositivo dell'art. 1813 Codice civile
Fonti → Codice civile → LIBRO QUARTO - Delle obbligazioni → Titolo III - Dei singoli contratti → Capo XV - Del mutuo
(1) Il mutuo è il contratto col quale una parte consegna all'altra (2) una determinata quantità di danaro o di altre cose fungibili [810, 1818] e l'altra si obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità (3) (4).
(1) Si discute il contratto sia reale o consensuale: secondo l'opinione prevalente si tratta di contratto reale mentre nell'ipotesi di cui alla promessa di mutuo (1822 c.c.) si tratterebbe di fattispecie consensuale. Inoltre, la stipula produce effetti reali se si considera la prestazione del mutuante, poichè egli trasferisce al mutuatario la proprietà del denaro (1814 c.c.) mentre a carico di quest'ultimo sorge una obbligazione restitutoria.
(2) Si discute se sia necessaria la vera e propria traditio del bene o se sia sufficiente che esso venga messo a disposizione del mutuatario.
(3) Poichè si tratta di un contratto di durata, è necessario che venga stabilito un termine per la restituzione (v. 1816 c.c.).
(4) Particolare ipotesi è quella del mutuo c.d. di scopo nel quale viene concessa una somma con l'obbligo di utilizzarla per un preciso scopo (ad esempio, finanziamenti agevolati per acquistare la prima casa): lo scopo, cioè, entra nella causa del contratto. In caso di uso della somma per un fine diverso si ritiene che il mutuante possa agire per la risoluzione per inadempimento (1453 c.c.) se il mutuo è oneroso, mentre in caso di mutuo gratuito si ritiene che si possa ritenere sussistente una condizione risolutiva (1360, 2 c.c.).
Il contratto soddisfa l'interesse del mutuatario a fruire di un bene fungibile o del denaro e quello del mutuante di ricevere una somma quale corrispettivo del prestito, trattandosi di contratto, di regola, oneroso.
“ Quod a me datum est, ex meo tuum fit ”
Quello che è stato dato da me, da mio diviene tuo
“ Tantumdem ”
Somma equivalente
“ Tantundem eiusdem generis ”
La stessa quantità (di cose) dello stesso genere
537 Il progetto del 1936, nel dare la definizione di questo contratto, ha unificato sotto la specie del mutuo non soltanto la sua figura tradizionale a carattere reale, ma anche quella meno pura, semplicemente obbligatoria (promessa di mutuo), che la pratica moderna considera essa stessa mutuo.
Da un punto di vista strettamente giuridico, non mi è parsa accettabile questa posizione, dalla quale avrebbe potuto sorgere il dubbio che si fosse voluto dare alla promessa di contratto la medesima efficacia del contratto.
E' vero, però, che nella pratica d'oggi il mutuo si ritiene già concluso quando le parti sono d'accordo sulla somma da prestare, sugli interessi, sulle garanzie, sul tempo e sul modo della restituzione. Ma la necessità di tener conto della realtà della vita giuridica avrebbe potuto soltanto convincere a superare l'ostacolo della tradizione e ad escludere nel mutuo il carattere reale, costruendolo sotto il tipo della consensualità.
Ho perciò definito il mutuo come contratto meramente obbligatorio, in modo che è rimasta esclusa ogni possibilità di riferimento legislativo ad una promessa di mutuo (articolo 617).
Ho poi soppresso nella definizione del contratto la frase di mera reminescenza scolastica "prestito di consumazione" di cui è cenno nell'articolo 1819 cod. civ. e che è stata ripetuta dalla Commissione reale, mentre ho parlato, anziché di cose consumabili, di cose fungibili, perché queste più precisamente costituiscono l'oggetto del mutuo.
Massime relative all'art. 1813 Codice civile
Cass. civ. n. 24699/2017
Nel mutuo di scopo convenzionale si verifica una deviazione dal tipo contrattuale di cui all'art. 1813 c.c. che si configura quando il mutuatario abbia assunto espressamente un obbligo nei confronti del mutuante, in ragione dell'interesse di quest'ultimo – diretto o indiretto – ad una specifica modalità di utilizzazione delle somme per un determinato scopo. Ne deriva che l'inosservanza della destinazione delle somme indicata nel mutuo rileva, in tali casi, ai fini della validità o meno del contratto stesso.
(Cassazione civile, Sez. I, ordinanza n. 24699 del 19 ottobre 2017)
Cass. civ. n. 14/2011
Il mutuo è contratto di natura reale che si perfeziona con la consegna della cosa mutuata ovvero con il conseguimento della disponibilità giuridica della cosa; ne consegue che la "tradito rei" può essere realizzata attraverso la consegna dell'assegno (nella specie, circolare interno, intestato alla parte e con clausola di intrasferibilità) alla parte mutuataria, che abbia dichiarato di accettarlo "come denaro contante", rilasciandone quietanza a saldo.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 14 del 3 gennaio 2011)
Cass. civ. n. 17211/2004
Il contratto di mutuo si perfeziona mettendo la cosa a disposizione del mutuatario, ancorché — in forza di accordi tra quest'ultimo e il mutuante — essa sia consegnata ad altra persona di cui, eventualmente, il mutuatario sia debitore e nei confronti del quale egli intenda adempiere all'obbligazione.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 17211 del 28 agosto 2004)
Cass. civ. n. 9074/2001
La natura reale del contratto di mutuo non richiede in via tassativa che la cosa mutuata sia materialmente consegnata dal mutuante al mutuatario, l'esigenza del requisito della traditio potendo ritenersi soddisfatta in determinati casi, allorquando il risultato pratico completamente raggiunto si identifichi con quello che si sarebbe realizzato con la consegna materiale del bene mutuato.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 9074 del 5 luglio 2001)
Cass. civ. n. 1945/1999
Il perfezionamento del contratto di mutuo, con la consequenziale nascita dell'obbligo di restituzione a carico del mutuatario, si verifica nel momento in cui la somma mutuata, ancorché non consegnata materialmente, sia posta nella disponibilità del mutuatario medesimo, non rilevando, a detto fine, che il contratto abbia le caratteristiche del mutuo c.d. di scopo, nel quale sia previsto l'obbligo di utilizzare quella somma ad estinzione di altra posizione debitoria verso il mutuante.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1945 del 8 marzo 1999)
Cass. civ. n. 6686/1994
Il mutuo è contratto di natura reale che si perfeziona con la consegna di una determinata quantità di danaro (o di altra cosa fungibile) ovvero con il conseguimento della giuridica disponibilità di questa da parte del mutuatario, la quale può ritenersi sussistente, come equipollente della traditio, nel caso in cui il mutuante crei un autonomo titolo di disponibilità in favore del mutuatario, in modo tale da determinare l'uscita della somma dal proprio patrimonio e l'acquisizione della medesima al patrimonio di quest'ultimo. Nel predetto paradigma contrattuale rientra pertanto anche il caso in cui la somma mutuata sia depositata su di un libretto fruttifero di risparmio al portatore, contestualmente costituito in pegno a favore del mutuante a garanzia di una fideiussione da quest'ultimo prestata a beneficio del mutuatario per l'erogazione di un finanziamento in valuta estera da parte della banca estera, poiché detta somma, pur non essendo mai entrata nella disponibilità materiale del mutuatario, è comunque uscita dalla disponibilità del mutuante ed entrata nel patrimonio del mutuatario.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6686 del 15 luglio 1994)
Cass. civ. n. 11116/1992
Il mutuo è contratto di natura reale che si perfeziona con la consegna di una determinata quantità di danaro (o di altre cose fungibili) ovvero con il conseguimento della giuridica disponibilità di questa da parte del mutuatario, la quale può ritenersi sussistente, come equipollente della traditio, solo nel caso in cui il mutuante crei un autonomo titolo di disponibilità in favore del mutuatario, in guisa tale da determinare l'uscita della somma dal proprio patrimonio e l'acquisizione della medesima al patrimonio di quest'ultimo, ovvero quando, nello stesso contratto di mutuo, le parti abbiano inserito specifiche pattuizioni, consistenti nell'incarico che il mutuatario dà al mutuante di impiegare la somma mutuata per soddisfare un interesse del primo; mentre non possono considerarsi indicative di detta disponibilità, né istruzioni che il mutuatario dia unilateralmente circa la destinazione della somma, né l'autorizzazione al mutuante a trattenere la somma stessa presso di sé, che è un modo indiretto per procrastinare il perfezionamento del contratto.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 11116 del 12 ottobre 1992)
Cass. civ. n. 12123/1990
Nel mutuo la traditio rei può essere realizzata attraverso l'accreditamento in conto corrente della somma mutuata a favore del mutuatario ed in genere ponendo la somma mutuata nella disponibilità giuridica del mutuatario stesso e, una volta avvenuta la traditio, la realità del mutuo non può retroattivamente venir meno in ragione della maggiore o minore durata del tempo in cui permane la disponibilità del numerano, o del titolo rappresentativo di esso, nelle mani del mutuatario, prima che alla somma sia dato l'impiego dal mutuatario medesimo (o anche dal predetto d'accordo con il mutuante) divisato.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 12123 del 21 dicembre 1990)
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relative all'articolo 1813 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 1813 Codice civile - Nozione | Quesito Q201923677
Andrea P. chiede
giovedì 18/07/2019 - Lombardia
“Buon pomeriggio,
è possibile che l'intestatario del mutuo non sia la stessa persona a cui verrà intestata la casa da acquistare?
Ringrazio anticipatamente”
Consulenza legale i 23/07/2019
La risposta è senz’altro positiva.
La compravendita ed il mutuo sono due contratti diversi: il primo ha per oggetto lo scambio del bene (immobile) contro il versamento di un prezzo, mentre il secondo ha per oggetto la consegna di denaro (o altri beni fungibili, ovvero interscambiabili tra loro) in cambio della restituzione della medesima quantità di denaro.
Ebbene, il denaro che si ottiene a titolo di mutuo può essere impiegato liberamente, perché la legge non vincola il mutuatario ad utilizzarlo in un determinato modo piuttosto che in un altro: in buona sostanza, uno con i soldi può farci quello che vuole, a patto che poi li restituisca.
La concessione di denaro a titolo di mutuo, si diceva, non è necessariamente – in generale e per legge – condizionata all’utilizzo per un determinato scopo piuttosto che per un altro: ciò può avvenire solo per espressa pattuizione delle parti, per cui due soggetti possono accordarsi affinché uno dei due presti del denaro all’altro solo se quest’ultimo lo utilizzi poi per acquistare un bene particolare o lo investa in un determinato affare.
Tornando al quesito, in alcuni casi il denaro ottenuto a titolo di mutuo viene utilizzato per la compravendita di un immobile: spesso e volentieri capita, però, che chi acquista la casa non abbia la liquidità sufficiente a sostenerne il prezzo e così lo chieda a terzi (come un istituto di credito).
E’ però possibile (in genere gli istituti di credito non pongono veti in tal senso) che il mutuo concesso per l’acquisto dell’immobile sia intestato ad un soggetto diverso dall’acquirente dell'immobile.
Sotto il profilo civilistico nulla cambia nella compravendita: l’acquirente è il soggetto che diventa formalmente titolare dell’immobile, ma obbligato a versarne il prezzo è invece il soggetto che ha contratto il mutuo per l’acquisto.
Sotto il profilo fiscale, invece, le cose cambiano.
Chi acquista la casa e contemporaneamente si intesta il mutuo ha il vantaggio - se ovviamente non ha altri immobili di proprietà - di poter usufruire delle agevolazioni fiscali per l’acquisto della prima casa e di poter altresì detrarre gli interessi passivi del mutuo stesso.
Chi si intesta solamente il mutuo, non godrà invece di quest’ultimo vantaggio fiscale.
Infine, si evidenzia come chi concede il mutuo voglia in genere il rilascio di una garanzia per la restituzione dei soldi: nel caso degli istituti di credito, spesso il mutuo è ipotecario e l’ipoteca viene iscritta proprio sull’immobile acquistato. In questo caso il proprietario dell'immobile diviene "terzo datore di ipoteca".
In tal caso, la situazione dello “sdoppiamento” di soggetti può avere spiacevoli conseguenze per l’intestatario dell’immobile. Infatti, se il mutuatario (che è soggetto altro rispetto all’acquirente) rimane inadempiente nella restituzione del mutuo, il creditore mutuante può dar avvio all’esecuzione forzata e far mettere in vendita il bene concesso in garanzia, bene del quale è tuttavia intestataria un’altra persona, che si vedrà così pregiudicata nel pacifico godimento del proprio immobile.
Norma di riferimento: Articolo 1813 Codice civile - Nozione | Quesito Q201922653
mercoledì 23/01/2019 - Campania
“ho stipulato con una banca un contratto di mutuo di 335.000,00 euro in garanzia mi ha chiesto un pegno su libretto di 152.000,00 euro con contratto di pegno irregolare.
all'art 1 del contratto si legge: la banca di credito coop,come sopra generallizzata,concede a titolo di mutuo ai sensi dell'art.38 e seguenti dl,legge 1 settembre 1993 n.385,al mutuatario la somma di 335.000,00 che accetta....
quindi nonostante non ci fosse a garanzia un ipoteca,la banca ha inteso stipulare il mutuo ai sensi dell'art 38.
dopo che non sono state pagate delle rate,la banca ottiene un decreto ingiuntivo,da premettere che sia nel decreto ingiuntivo che nella costituzione in giudizio di opposizione,la banca ritiene che sia un mutuo chirografario
la mora per il ritardo delle rate e pattuita al 10% mentre il tasso soglia del periodo e' di 9,9375.
la mia domanda e'se la banca ha inteso stipulare il mutuo ai sensi dell'art 38 tub,,puo' essere inteso appartenente alla categoria dei mutui?
credo che il giudice dell'ooposizione dovrebbe valutare se e' un mutuo fondiario o convertirlo in un altro tipo di mutuo,ma nel frattempo non e' la banca a dichiararlo mutuo chirografario e la stessa lo ha stipulato ai sensi dell'art 38..
Conosco il primo comma dell'art 38,che per ottenere il mutuo serve un ipoteca,ma la banca non ha chiesto.
credo non si possa ritenere un mero errore di dizione,lo stesso notaio garante avrebbe dovuto chiarire alla banca che per stipulare il mutuo ai sensi dell'art 38 serviva che la garanzia fosse un ipoteca.
siamo nella fase finale della causa termini 190.non credo ci siano ancora le condizioni perche' la banca accortasi dell'errore possa chiedere una conversione del mutuo.
intanto nella difesa ho rimarcato che il mutuo rientra nella classe dei mutui e che quindi in usuar originaria essendo il tasso mora superiore alla soglia.
puo' essere dichiarato nullo ai sensi della rt 1418 per violazione a norme imperative,avendo la banca stipulato detto mutuo senza garanzia ipotecaria?
secondo voi quali potrebbero essere le conseguenze perche' la banca ha stipulato il muto ai sensi dell'art 38?”
Consulenza legale i 31/01/2019
È necessario, innanzitutto, fare un po’ di chiarezza sulla definizione giuridica del contratto di mutuo, che non sempre coincide con il significato che si dà allo stesso termine nel linguaggio corrente.
Ai sensi dell’art. 1813 del c.c., il mutuo è il contratto col quale una parte consegna all'altra una determinata quantità di danaro o di altre cose fungibili, e l'altra si obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità. Il mutuo è un contratto essenzialmente oneroso, dal momento che comporta l’obbligo per il mutuatario di pagare gli interessi.
Una figura particolare di mutuo è espressamente prevista dall’art. 38 T.U. Bancario - che disciplina, in realtà, più ampiamente il c.d. credito fondiario, vale a dire l’attività avente ad oggetto “la concessione, da parte di banche, di finanziamenti a medio e lungo termine garantiti da ipoteca di primo grado su immobili”.
Ora, la circostanza che nell’atto notarile si faccia riferimento, erroneamente, all’art. 38 T.U. Bancario, mentre nel contratto non è prevista la costituzione di una garanzia ipotecaria, non comporta la nullità del contratto di mutuo, come prospettato, ai sensi dell’art. 1418 del c.c.
Infatti rimane nella facoltà delle parti la scelta se stipulare un mutuo assistito da ipoteca oppure da diversa garanzia (in questo caso fideiussione e, in aggiunta, ma limitatamente a una parte dell’importo, pegno su libretto di deposito a risparmio).
In ogni caso, a prescindere dai riferimenti normativi e dalle espressioni eventualmente utilizzati dalle parti, spetta al giudice la qualificazione giuridica del fatto (si tratta infatti di inquadrare correttamente la fattispecie e non, come riportato nel quesito, di operare una presunta “conversione” di un mutuo fondiario in altro tipo di mutuo).
Inoltre, pur premettendo che ogni valutazione di una vicenda processuale richiede una conoscenza sufficientemente approfondita degli atti, occorre precisare che, in questo caso, la causa è in stato talmente avanzato (deposito di comparse conclusionali ex art. 190 del c.p.c., dunque in fase decisoria) che non appare possibile introdurre difese nuove rispetto a quelle già formulate nei precedenti scritti difensivi e nella precisazione delle conclusioni, per cui non rimane che attendere la decisione del giudice ed esaminarne, semmai, la correttezza ai fini di una eventuale impugnazione.
Norma di riferimento: Articolo 1813 Codice civile - Nozione | Quesito Q201821795
Giuseppe P. chiede
giovedì 26/07/2018 - Puglia
“Nel 2015 abbiamo acquistato una casa con la mia ex ragazza, la casa è stata intestata solo a lei, però il pagamento e stato effettuato in parte da mio fratello e mia madre tramite assegni bancari direttamente al costruttore per una somma di € 48.450,00(c'è la prova degli assegni). Partendo dal presupposto che non siamo mai stati conviventi, non abbiamo figli in comune, quindi a livello legale siamo due estranei. Nel 2016 lei decide di lasciarmi e ad oggi la mia ex non vuole restituire le somme versate dai miei parenti,dicendo che le sono stati dati come donazione dovuto ad un suo momento di difficoltà economica. Posso procedere per vie legali a richiedere la restituzione delle somme, poiché le sono state date queste somme come prestito infruttifero? Non abbiamo nessun accordo scritto tra la mia famiglia e la mia ex ragazza. Può dichiararle donazioni?”
Consulenza legale i 29/07/2018
La donazione è un contratto a titolo gratuito, unilaterale, che si perfeziona per effetto della sola manifestazione di volontà delle parti, senza necessità di consegna della cosa donata.
La donazione si caratterizza per l'impoverimento del donante, accompagnato dall'arricchimento altrui.
Fatte le necessarie premesse, al fine di dirimere il quesito formulato, si precisa sin d'ora che la donazione è un contratto solenne, che richiede la formazione di un atto pubblico (art. 782 c.c.), alla presenza necessaria di due testimoni (art. 48 L. n. 89/1913). L'atto pubblico è richiesto qualunque sia l'intento delle parti ovvero l'oggetto delle liberalità (cosa immobile o mobile, come il denaro).
L'unica eccezione a tale requisito di forma è data dalla c.d. donazione manuale, quando abbia ad oggetto un bene mobile di modico valore (art. 783).
Dato l'ingente importo dell'assegno consegnato per l'acquisto dell'immobile in questione, va sicuramente esclusa la sussistenza di una donazione manuale nei termini di cui sopra, motivo per cui, per configurare una valida donazione (come erroneamente sostenuto dalla controparte) sarebbe stata necessaria la forma dell'atto pubblico, cosa non avvenuta. La norma di cui sopra, per vero, richiede che la modicità della donazione venga valutata anche in raffronto alle condizioni economiche del donante, ma certamente la somma di € 48.450,00 non potrebbe essere considerata modica in nessun caso.
Oltre a tale elemento essenziale del contratto di donazione, è oltretutto richiesto l'animus donandi, ovvero l'intenzione del donante di effettuare una disposizione patrimoniale in favore del donatario per spirito di liberalità. Se, per contro, l'atto di disposizione è stato compiuto a fini di prestito, non sussiste alcun intento donativo.
Le circostanze del caso indicano inoltre la volontà dei disponenti di concedere un prestito, data la natura non stabile della relazione intercorsa tra i due soggetti.
Da ultimo, anche se la mancanza di atto pubblico consente di prescindere da qualsiasi altra considerazione, si precisa che l'ordinamento prevede la revoca della donazione in alcuni casi specifici (v. artt. 801 e 803), alcuni di natura soggettiva per eventuali comportamenti scorretti del donatario successivi alla donazione, altri di natura oggettiva, come la revocazione della donazione per sopravvenienza di figli.
Data la non sussistenza di alcuna donazione, la fattispecie in esame presenta le caratteristiche del contratto di mutuo gratuito (artt. 1813 e ss.), con obbligo di restituzione della somma versata.
Non essendo verosimilmente previsto un termine per la restituzione, questo può essere stabilito dal giudice, avuto riguardo alle circostanze ex art. 1817.
Norma di riferimento: Articolo 1813 Codice civile - Nozione | Quesito Q201719365
Sergio B. chiede
venerdì 11/08/2017 - Lombardia
Brevemente vi ripropongo un quesito di natura bancaria.
La ditta Alfa di Tizia, ditta individuale nel campo della pelletteria dal 1967, ha cessato l’attività il 31/12/2012 causa età avanzata della titolare con regolare liquidazione dei dipendenti e pagamento di tutti i fornitori.
Unico scoperto di conto corrente rimasto è con la Banca Gamma Ag. 1 per € 30.000,00 circa.
Nel contempo la Sig.ra Caia (nuora della Sig.ra Tizia e già collaboratrice familiare nell’azienda stessa) in data 16/07/2012 inizia una nuova attività di pelletteria (ditta Beta Cinture di Caia) come unica titolare. Per facilitare lo start up della Sua azienda la Sig.ra Caia si rivolge alla Compagnia Delta ottenendo un finanziamento di € 30.000,00 erogato dalla Cooperativa tramite appoggio della Banca Gamma.
Il benestare della Cooperativa viene trasmesso alla Banca Gamma il 24/09/2012 con obbligo di utilizzo il 31/01/2013.
Sino al 31/01/2013 malgrado numerosi solleciti la Banca non trasmette comunicazioni ne convoca la sig.ra Caia.
Finalmente il 31/01/2013 la Sig.ra Caia viene convocata in l’Agenzia 1 e, ancora prima avere materialmente accreditati i soldi sul conto della Sua nuova azienda, viene invitata a firmare un documento prestampato e compilato a penna con calligrafie differenti con cui, con effetto immediato si ordina il trasferimento dell’importo appena finanziato di € 30.000,00 dal conto della ditta Beta Cinture di Caia al conto della ditta Alfa di Tizia.
Praticamente questi soldi non sono mai stati sul nuovo conto.
Col senno di poi la banca non avendo garanzie (fideiussioni, immobili o altro) da parte della sig.ra Tiziae temendo l’inesigibilità del debito ha messo con le spalle al muro la sig.ra Caia costringendola a coprire il debito offrendo in cambio una linea di credito questa volta con garanzie
A seguito di questa repentina operazione la Sig.ra Caia non solo dovrà rientrare mensilmente pagando la rata del finanziamento della Tizia ma il fido bancario è ben più oneroso di un finanziamento a tasso agevolato che da allora ha sempre creato ulteriori limiti
Vi rinvio la questione bancaria a cui avete già dato risposta per un vostro parere viste le nuove regolamentazioni bancarie e in conseguenza per sapere se è il caso di rivolgersi al ABF (Abbiamo già fatto richiesta di rimborso cui è stato risposto con un pre-stampato (!)
Vedi Quesito Q201718490”
Consulenza legale i 21/08/2017
Per rispondere alla richiesta bisogna premettere che è già stata fornita risposta allo stesso quesito, ove si chiarisce, dopo approfondita analisi degli atti rilevanti, che il credito fornito dalla Banca risulta correttamente erogato ed utilizzato entro il termine esatto prefissato, e che non si rilevano estremi di violazione della buona fede nell’avere utilizzato la somma concessa in mutuo per estinguere il debito gravante sulla ditta; infatti, risultano rispettati gli obblighi di trasparenza previsti dalla legge, essendo state specificatamente approvate per iscritto, con apposizione della doppia sottoscrizione, le clausole del contratto ai sensi dell’art. 1341, secondo comma, del Codice Civile relative allo scopo per il quale il mutuo è stato concesso.
Infatti, nelle premesse del contratto si fa riferimento al fatto che la parte finanziata ha chiesto alla Banca Alfa un finanziamento dell’importo di Euro trentamila destinato alla realizzazione di liquidità aziendale, e nel testo si conviene che la banca concede alla parte finanziata un finanziamento per la spesa prevista in premessa da utilizzare entro il 31 gennaio 2013 (art. 1), che la parte finanziata si obbliga espressamente ad utilizzare il finanziamento unicamente per lo scopo previsto ed a fornire, a richiesta della banca, la relativa documentazione (art. 6), e che il contratto sarebbe da considerarsi sciolto con l’eventuale utilizzo delle somme ricevute a finanziamento per scopi diversi da quelli contrattualmente stabiliti; tutto ciò configura la tipica figura del mutuo di scopo.
Appare infatti evidente che quella somma è stata erogata per lo scopo preciso di soddisfare il debito aziendale che la ditta Beta di Caia aveva nei confronti della Sig.ra Tizia, come risultante dalla fattura citata nella causale del bonifico, realizzando lo scopo per cui il mutuo è stato concesso e favorendo l'avvio dell’azienda con un bilancio in pari.
Alla luce di quanto richiamato nella risposta già fornita e di quanto ora esposto, può riaffermarsi che non si ravvisano gli estremi legali per procedere nei confronti della banca, anche perché ogni documento è stato consapevolmente sottoscritto dalle parti interessate. A ciò si aggiunge che non si ravvisano novità normative riguardanti fattispecie attinenti il caso in esame.
Norma di riferimento: Articolo 1813 Codice civile - Nozione | Quesito Q201718490
lunedì 06/03/2017 - Lombardia
premetto che ho già avuto modo di usufruire di una Vostra consulenza risultata precisa e risolutiva in merito ad un mio problema con un molesto vicino di casa.
Il nuovo quesito che Vi sottoporrei è di natura bancaria. Qui di seguito cercherò di esporre sinteticamente i fatti.
Unico scoperto di conto corrente rimasto era con la Banca Gamma spa Ag. 1 per € 30.000,00 circa.
Nel contempo la Sig.ra Caia ( nuora della Sig.ra Tizia e già collaboratrice familiare nell’azienda stessa) in data 16/07/2012 inizia una nuova attività di pelletteria ( ditta Beta Cinture di Caia ) come unica titolare.
Per facilitare lo start up della Sua azienda la Sig.ra Caia si rivolge alla Compagnia Delta ottenendo un finanziamento di € 30.000,00 erogato dalla Società Cooperativa …. tramite appoggio della Banca Gamma. Tale cifra viene erogata e resa disponibile presso l’Agenzia in data 31/01/2013.
Lo stesso giorno la Sig.ra Caia viene convocata presso l’Agenzia 1 e, ancora prima di avere materialmente accreditati i soldi sul conto della Sua nuova azienda, viene invitata a firmare un documento prestampato e compilato a penna con calligrafie differenti con cui, con effetto immediato, si ordina il trasferimento dell’importo appena finanziato di € 30.000,00 dal conto della ditta Beta Cinture di Sig.ra Caia al conto della ditta Alfa di Tizia.
Allego pertanto copia dall’estratto conto della ditta Beta Cinture di Caia che conferma, nello stesso giorno, accredito e trasferimento dell’intera somma dal conto della nuova azienda a quello dell’azienda ormai chiusa. Tengo a ribadire che tutto ciò è avvenuto senza prima ricevere alcuna spiegazione in merito a come sarebbe stata utilizzata la cifra del suddetto finanziamento.
A seguito di questa repentina operazione la Sig.ra Caia non solo dovrà rientrare mensilmente pagando la rata del finanziamento, ma Le viene proposto un fido bancario ancora più oneroso che da allora ha sempre creato ulteriori limiti nella gestione dell’Azienda.
Pertanto questo è il quesito che Vi pongo:
- la Banca si è comportata in modo corretto nella gestione di questo finanziamento o ci sono eventuali scorrettezze per cui possiamo rivalerci sulla base di quanto prodotto?
Comunque penso che sia indispensabile che Voi prendiate visione del documento forzatamente firmato dalla Sig.ra Caia.
Pertanto Vi chiedo a quale indirizzo e-mail inviarlo.
Qui di seguito alcuni dati relativi alle due attività di cui sopra (omissis)
Gli eredi hanno rinunciato all'eredità.
Consulenza legale i 13/03/2017
Prima di affrontare il caso concreto che viene sottoposto all’esame, si ritiene utile delimitare per linee generali il tema della responsabilità degli istituti di credito nei rapporti con la clientela, e ciò al fine di rendersi meglio conto della soluzione alla quale si perverrà.
La Corte di Cassazione, con le sentenze n. 4571 del 15.04.1992, n. 72 del 8.01.1997 e n. 12093 del 27.09.2001, ha ritenuto di dover giudicare il comportamento della banca in modo più rigoroso e specifico, richiedendo un grado elevato di diligenza al fine di evitare il verificarsi di eventi dannosi per la clientela.
La normativa di correttezza nell'adempimento delle obbligazioni, prevista da molteplici norme del nostro ordinamento (artt. 1175, 1374, 1375 c.c. ed altre) e confortata dal precetto costituzionale (art. 2 Cost) che impone il rispetto dell'inderogabile dovere di solidarietà sociale, comporta che diritti ed obblighi non possono mai prescindere dall'osservanza del principio generale di buona fede, operante all'interno delle posizioni soggettive, non potendo l'autore di un comportamento scorretto trarre da esso utilità con altrui danno.
Nel nostro ordinamento vi sono molte situazioni da cui possono nascere, per i soggetti coinvolti, doveri e regole di azione, la cui inosservanza integra una omissione imputabile e quindi responsabilità civile.
Con particolare riferimento al sistema bancario, la giurisprudenza (Cass. 13.1.1993 n. 343) ha rilevato che qui vengono imposti, a tutela del sistema stesso, e dei soggetti che vi sono inseriti, comportamenti, in parte tipizzati ed in parte enucleabili caso per caso, la cui violazione può costituire culpa in omittendo.
Il dovere primario dei soggetti dell'ordinamento bancario, informato alla tutela dell'interesse pubblico collegato alla raccolta del risparmio ed alla erogazione del credito consiste "in una corretta erogazione del credito, nel rispetto non soltanto delle ragioni dell'utenza, ma di quelle delle altre imprese inserite nel sistema, con privilegio per le comunicazioni e le informazioni reciproche".
Solo il cliente “debitamente informato può fare scelte consapevoli”; l’informazione, infatti, serve ad identificare con precisione cosa la banca VUOLE dal cliente, cosicché quest’ultimo possa operare scientemente le proprie scelte.
Sempre la stessa Corte di Cassazione ha avuto modo di precisare con la sentenza n. 12093 del 27.09.2001, che tra i più generali doveri di buona fede rientra quello di consegnare al cliente la documentazione relativa al rapporto concluso, dovere che trova la sua corrispondenza negli artt. 1374, 1375 e 119 TUB che sanciscono un vero e proprio diritto soggettivo del cliente a farsi consegnare tale documentazione.
L’eventuale violazione di tale diritto potrà quindi generare una ipotesi di responsabilità contrattuale da inadempimento ed extracontrattuale ex art. 2043 c.c., per violazione del generale principio del neminem ledere nell’ambito della c.d. culpa in omittendo.
Da quanto sopra esposto, dunque, può dirsi in maniera estremamente sintetica che principi cardini enucleabili, cui occorre fare riferimento, sono:
Principio di buona fede, che vieta di tenere comportamenti scorretti, da cui ne può conseguire una utilità per chi li pone in essere ed un danno per chi li subisce;
Corretta erogazione del credito, rispettando le ragioni dell’utenza e delle altre imprese inserite nel sistema;
Obbligo di trasparenza, intesa come informazione completa e adeguata, da cui consegue il diritto del cliente a ricevere ogni documentazione.
A questo punto occorre procedere ad analizzare il rapporto intercorso tra banca e cliente nel caso che ci occupa.
Per fare ciò occorre partire dall’analisi della documentazione fornita, ed in particolare dal contratto di finanziamento con garanzia consortile stipulato con la Banca Gamma spa.
Trattasi di un vero e proprio mutuo, avente la particolarità di essere garantito da parte di una società cooperativa, la cui attività è proprio quella di prestare garanzia verso la banca nel caso in cui le imprese chiedano dei finanziamenti, e ciò al fine di agevolare l’accesso al credito destinato alle attività economiche e produttive (in questo modo vengono minimizzati i rischi per le banche dovuti a eventuali insolvenze dei clienti).
Da uno studio condotto relativamente a questo tipo di cooperative, si ricava che diverse sono generalmente le tipologie di finanziamento per le quali viene prestata garanzia; una di queste è proprio il finanziamento volto a soddisfare esigenze di liquidità in genere dell’impresa, al fine di consentirle acquisto di scorte ovvero il consolidamento di debiti aziendali (da breve a medio lungo termine) verso banche e verso fornitori.
Questo l’aspetto strutturale del finanziamento stipulato con la Banca.
Da un punto di vista prettamente giuridico, va detto che il contratto di mutuo (o di finanziamento) così concluso ha natura di un vero e proprio mutuo di scopo, definito dalla sentenza della Cassazione n. 7773/2003 (richiamata anche dalla sentenza n. 25180 del 2007) come una figura del tutto autonoma e distinta dal mutuo in senso proprio previsto dal codice civile agli artt. 1813 e ss.
Infatti il mutuo di scopo "è un contratto consensuale, oneroso ed atipico che assolve, in modo analogo all'apertura di credito, una funzione creditizia", caratterizzato dalla consegna di somme di denaro al mutuatario affinché quest'ultimo le possa utilizzare esclusivamente per le finalità espressamente previste dal sinallagma contrattuale.
La prima evidente differenza tra le due figure di mutuo, quella ex codice civile ed il mutuo di scopo, risulta quindi essere quella inerente la qualificazione dei due negozi giuridici: il primo è un contratto reale, che prevede la cosiddetta traditio come elemento costitutivo della fattispecie, mentre il secondo è un contratto consensuale che vede nella consegna del denaro un mero adempimento dell'obbligazione contrattuale.
Una tale qualificazione giuridica del contratto stipulato tra la ditta Caia e la Banca Alfa può farsi discendere:
dalla sua premessa, nella parte in cui è detto che la parte finanziata ha chiesto alla Banca Alfa un finanziamento dell’importo di € 30.000,00 destinato alla realizzazione di liquidità aziendale;
dall’art. 1 del contratto, ove è detto che la banca accorda alla parte finanziata un finanziamento per la spesa prevista in premessa da utilizzare entro il 31.01.2013;
dall’art. 6 del contratto, in forza del quale la parte finanziata si obbliga espressamente ad utilizzare il finanziamento unicamente per lo scopo previsto ed a fornire, a richiesta della banca, la relativa documentazione;
dall’art. 8 del contratto, che prevede quale causa di risoluzione l’utilizzo totale o parziale delle somme ricevute a finanziamento per scopi diversi da quelli contrattualmente stabiliti.
Se al contenuto di queste clausole contrattuali si affianca la considerazione che il contratto è stato sottoscritto in data 25.01.2013 con accredito della somma in data 31.01.2013, risulta pressocché impossibile pensare e sostenere che quel finanziamento fosse stato erogato per fornire liquidità per così dire generica alla ditta Beta Cinture di Caia, non essendo possibile riuscire a pensare di utilizzare tale liquidità entro la stessa data dell’accredito, come previsto dall’art. 1.
Risulta, invece, molto più aderente alla realtà sostenere che in effetti quella somma fosse stata erogata per uno scopo ben preciso, ossia soddisfare il debito aziendale che la ditta Beta di Caia aveva nei confronti della Sig.ra Tizia e risultante da quella fattura che viene citata nella causale del bonifico; ciò del resto da un lato realizzava lo scopo per cui il mutuo era stato concesso e dall’altro in effetti avrebbe favorito lo start up dell’azienda, posta così in condizione di avviare l’attività con un bilancio in pareggio.
Ricostruita in tali termini l’attività posta in essere dalla Banca, può escludersi un comportamento scorretto della stessa sulla base dei criteri sopra delineati sotto le lettere a), b) e c), in quanto:
non si ravvisano estremi di violazione del principio della buona fede nell’avere utilizzato, seppur in apparenza senza saperlo, la somma finanziata per estinguere un debito gravante sulla stessa ditta finanziata
il credito risulta correttamente erogato ed utilizzato entro il termine esatto prefissato (31.01.2013)
risultano rispettati gli obblighi di trasparenza, essendo state specificatamente approvate per iscritto le clausole 6 ed 8 del contratto con apposizione della doppia firma, come voluto dall’art. 1341 co. 2° c.c. (ossia le clausole relative allo scopo per cui il mutuo veniva concesso).
Nessuna rilevanza, poi, può avere la circostanza che la ditta della Sig.ra Tizia a quella data risultava cessata, trattandosi di ditta individuale e, quindi, assumendo rilevanza essenzialmente il riferimento alla persona fisica, in cui favore di fatto sono andate le somme.
Per quanto concerne la proposta di fido, si ritiene che anche da questo punto di vista, contrariamente a ciò che accade nel settore bancario e di cui spesso si sente parlare, nulla vi sia di scorretto, essendo stata tale proposta correttamente avanzata dalla Banca al cliente soltanto dopo aver conseguito la certezza che sull’azienda non sussistevano debiti di un certo rilievo, quale quello che si è andato ad estinguere, e che, quindi, si trattava di un’azienda in bonis cui poter concedere un fido.
Norma di riferimento: Articolo 1813 Codice civile - Nozione | Quesito Q201615847
Federico D. chiede
sabato 09/04/2016 - Lazio
“Espongo nella maniera migliore che mi riesce il caso. Mio fratello è morto prematuramente il 13 marzo di quest'anno. Lascia la moglie e nessun figlio. Io sono l'unico familiare. Io e mio fratello avevamo cointestata, qui a R., l'abitazione di mia madre, deceduta nel 2008: ognuno di noi due ne era proprietario al 50%. Morto mio fratello, i 2/3 della sua parte (cioè del 50% dell'abitazione in questione) spettano alla moglie. In sostanza, la moglie si trova oggi a essere proprietaria di due terzi della metà della casa, cioè di due sesti, cioè di un terzo della casa. Io vorrei riuscire ad acquistare il suo terzo (lei non avrebbe nulla in contrario) in modo da a avere l'intera proprietà della casa. L'abitazione - che, ripeto, si trova a R. - avrà un valore di mercato intorno ai 540.000,00 euro. Io dovrei a mia cognata 180,000 euro circa. In realtà, se le cedessi l'intera proprietà di un'altra casa di cui mio fratello era unico proprietario e il cui valore si aggira sui 270.000 euro - a me spetterebbe un terzo, avente un valore intorno ai 90.000,00 euro - resterebbe da dare a mia cognata circa 90.00,00 euro. Diciamo 100.000,00 euro per non sbagliare. Ripeto, in tutto questo mia cognata sarebbe consenziente. Premesso che sono un insegnante di un Liceo Statale con contratto a tempo indeterminato con uno stipendio mensile intorno ai 1500,00 euro, a quali strumenti finanziari posso ricorrere per dare a mia cognata quei 100,000 euro e divenire l'unico proprietario della casa di mia madre? Finisco col dire che io ho un piccolo mutuo di circa 25.000 euro sulla casa dove vivo, da estinguere in 24 anni ormai (era di 50.000,00 euro, ma ho restituito 25.000,00 euro entro il primo anno). Ho delle piccole liquidità che non vorrei toccare, se non per estinguere piccoli finanziamenti che mi precluderebbero l'accesso a un secondo mutuo. Credo appunto - mi auguro che me lo possiate confermare come pure no - che debba chiedere un secondo mutuo a una banca. Ma non so come giustificarlo LEGALMENTE, non so nulla in merito. Vorrei da Voi un aiuto legale per sbrogliare la matassa. Che in realtà è anche un po' più ingarbugliata, ma che ho cercato di semplificare per non creare confusione. Distinti saluti.”
Consulenza legale i 18/04/2016
Per rispondere al quesito posto dallo scrivente occorre anzitutto premettere che, anche se una persona è già in possesso di un primo immobile di cui sta pagando un mutuo, la legge non vieta che essa possa richiedere ad un istituto bancario un ulteriore mutuo per l'acquisto di un secondo immobile.
Tuttavia, la banca cui ci si rivolgerà per il secondo mutuo (che può essere sia quella presso cui si è già acceso il primo mutuo come anche un’altra) non è obbligata a concederlo: prima di farlo, analizzerà una serie di elementi.
In primo luogo, dovrà vagliare lo stipendio del richiedente il secondo mutuo, verificando se questi ha un contratto a tempo indeterminato, se la somma delle due rate non supera il terzo del suo stipendio e se non sussistono altri debiti. Per contrarre un secondo mutuo è infatti necessario che vi siano redditi sufficienti a coprire la rata, una volta detratte tutte le ulteriori esposizioni in corso (quindi l'altro mutuo ed eventuali rate di finanziamenti a qualsiasi titolo).
In secondo luogo, verificherà che il richiedente non risulti "cattivo pagatore". Infatti, se in passato il richiedente non ha pagato le rate di un altro debito ed è stato segnalato come cattivo pagatore, la banca non concederà un nuovo mutuo. I controlli saranno ovviamente severi e l'impatto di un comportamento anche solo semplicemente irregolare, che potrebbe, per lo più, essere considerato di scarsa importanza (come ad esempio un ritardo sul pagamento di qualche rate sul mutuo già in essere), quasi sicuramente porterà ad un rifiuto da parte dell'istituto bancario.
Nel caso di specie lo scrivente afferma di avere un contratto a tempo indeterminato e di avere sempre pagato puntualmente le rate del primo mutuo: nulla gli impedisce, quindi, di provare a chiedere all'istituto bancario un ulteriore mutuo per l'immobile che desidera acquistare.
Quanto alle motivazioni da addurre, considerando il corretto comportamento dello scrivente nulla vieta (e, anzi, sarebbe preferibile) illustrare alla banca le proprie reali motivazioni, spiegando il decesso del parente e l'esigenza di dividersi un'eredità.
Se il secondo mutuo verrà concesso dalla stessa banca dove già c'è il primo mutuo, questa tenderà a non fare un nuovo mutuo in addizione a quello già esistente, preferendo invece emettere un secondo mutuo, di importo complessivo superiore, e cancellare il primo. Si avrà così una sola rata, di importo ovviamente maggiore rispetto a quella che si pagava con il primo mutuo.
Un aspetto cruciale, peraltro, resta quello della garanzia che si può offrire all'istituto di credito: è praticamente impossibile che venga concesso un mutuo per un importo così consistente (100.000 euro) senza che la banca iscriva ipoteca su un bene immobile del mutuatario. Se la casa in cui quest'ultimo risiede è "capiente" (ossia, il suo valore è tale da garantire alla banca che se il mutuo non venisse onorato, essa potrebbe rifarsi vendendo l'immobile), il mutuo potrà essere concesso: si torna a ribadire, però, che è una decisione di opportunità lasciata alla banca mutuante.
In questo caso la casa è già ipotecata a garanzia di un mutuo con capitale residuo di euro 25.000. Chiedendo alla banca ulteriori euro 100.000 occorrerebbe che l'immobile data a garanzia (ipoteca) avesse un valore commerciale (reale) pari almeno ad euro 150.000. In questo modo il problema della garanzia sarebbe risolto.
Riguardo l'aspetto che potrebbe apparire più problematico, ovvero il reddito del richiedente, valgano le seguenti considerazioni (da esporre alla banca): disponendo Ella di euro 1.500 al mese, teoricamente potrebbe destinare a pagamento di mutuo solo euro 500 (ovvero un terzo del suo reddito). Ad oggi, euro 500 al mese, per un mutuo di durata di anni 25 a tasso variabile, coprono giusto un capitale di circa euro 125.000.
Norma di riferimento: Articolo 1813 Codice civile - Nozione | Quesito Q201615309
Fernando G. chiede
mercoledì 20/01/2016 - Lombardia
“Ho prestato una somma di denaro pari a € 6.000,00 a mio cognato tramite bonifico bancario, di cui ho la ricevuta, in data 15 marzo 2010, senza la sottoscrizione di un accordo scritto per la restituzione. Ad oggi non ho ancora avuto indietro neanche una minima parte della somma, anzi, mi è stato detto dalla persona a cui li ho prestati che quei soldi non mi verranno mai restituiti.
Ho diritto di avere indietro i miei soldi? Se si, cosa devo fare?”
Consulenza legale i 28/01/2016
Il quesito attiene ad un contratto di prestito tra privati, che più precisamente dovrebbe qualificarsi come contratto di mutuo, ai sensi dell'art.1813 del c.c.
Nel caso di specie, come spesso accade nell'ambito dei rapporti familiari, vi è stata una dazione di denaro, evidentemente con la promessa orale del ricevente di restituire la medesima somma entro una determinata data - o entro una data da concordarsi - che purtroppo non è stata formalizzata con la forma scritta.
Tale forma scritta, contenente determinati requisiti essenziali, avrebbe consentito infatti di tutelarsi maggiormente nell'ipotesi, che si è verificata, di mancata restituzione della somma prestata.
L'elemento di fatto rilevante è che il prestito è stato effettuato tramite un bonifico bancario a favore della persona richiedente e che, pertanto, risulterà agevole provare l'effettiva transazione tramite una attestazione dello stesso accredito effettuato (cedolino del bonifico o movimento del conto corrente).
Tuttavia, con riferimento ai prestiti di denaro nell'ambito dei rapporti familiari, la Giurisprudenza, nel caso in cui si proponga un giudizio in cui si chieda la restituzione della somma di denaro asseritamente concessa a mutuo, richiede che l'attore fornisca "la prova rigorosa della pattuizione del diritto alla restituzione dell'importo" (cfr. a titolo meramente esemplificativo, Cass. Civ., Sez. III, 28 luglio 2014, n. 17050).
Nello stesso senso si richiama altresì la sentenza della Cass. Civ., Sez. III, 13 marzo 2013, n. 6295, la quale ribadisce che: "qualora l'attore fondi la sua domanda su un contratto di mutuo, la circostanza che il convenuto ammetta di avere ricevuto una somma di denaro dall'attore, ma neghi che ciò sia avvenuto a titolo di mutuo, non costituisce una eccezione in senso sostanziale, sì da invertire l'onere della prova, giacché negare l'esistenza di un contratto di mutuo non significa eccepirne l'inefficacia, la modificazione o l'estinzione, ma significa negare il titolo posto a base della domanda, ancorché il convenuto riconosca di aver ricevuto una somma di denaro ed indichi la ragione per la quale tale somma sarebbe stata versata, con la conseguenza, pertanto, che rimane fermo l'onere probatorio a carico dell'attore".
Pertanto, chi agisca in giudizio chiedendo il pagamento di una somma di denaro che asserisce di avere dato a mutuo è tenuto a dimostrare non solo l'effettiva dazione - prova facilmente reperibile nel caso di specie - ma anche la sussistenza della causa dell'erogazione (contratto di mutuo), quindi dell'obbligo di restituzione.
D'altra parte, la Giurisprudenza ora richiamata, precisa che il rigetto della domanda di restituzione deve essere necessariamente argomentato con cautela "tenendo conto della natura del rapporto e delle circostanze del caso, idonee a giustificare che una parte trattenga senza causa il denaro indiscutibilmente ricevuto dall'altra". In sostanza, il convenuto è tenuto quanto meno ad allegare il titolo in forza del quale si ritiene a sua volta legittimato a trattenere la somma ricevuta. Pertanto, nel caso di specie, il cognato eventualmente convenuto in giudizio, dovrebbe giustificare "il rifiuto" a trattenere quella medesima cifra ricevuta.
In realtà, al fine di aumentare le possibilità di ottenere la restituzione della somma prestata si potrebbe ipotizzare di proporre, in subordine alla domanda di restituzione sulla base dell'esistenza del contratto di mutuo - difficilmente dimostrabile nel caso di specie, in assenza di prova scritta - le ulteriori domande di accertamento del carattere ingiustificato del pagamento, o di ripetizione di indebito o di arricchimento senza causa, in modo da porre contemporaneamente in questione il diritto della controparte di trattenere la somma ricevuta.
Alla luce di quanto evidenziato, si ritiene che la scelta più opportuna potrebbe essere quella di formalizzare, in una lettera di sollecito, la richiesta della somma, evidenziando - al fine di indurre la controparte al pagamento - che in caso di proposizione del giudizio civile, il convenuto dovrebbe comunque fornire una motivazione valida per trattenerla se non intende restituirla.
Norma di riferimento: Articolo 1813 Codice civile - Nozione | Quesito Q201513872
Daniela R. chiede
mercoledì 29/07/2015 - Friuli-Venezia
“Nel 2011 ho prestato a mio cugino la somma di 3.000€ che come da scrittura privata, mi avrebbe restituito quando sua madre anziana sarebbe defunta lasciandogli in eredità un appartamento che sarebbe stato venduto. Detto appartamento è in comproprietà con un fratello unilaterale, in quanto avevano in comune il padre, morto nel 2003. Mio cugino, dopo la morte della madre ha occupato l'immobile ed attualmente ci abita. Io ho qualche speranza di riuscire a farmi restituire la somma che gli ho prestato?”
Consulenza legale i 03/08/2015
Se la dazione di denaro a titolo di prestito è comprovata da una scrittura privata firmata da chi ha ricevuto la somma, la restituzione può essere ottenuta.
Il contratto di mutuo, quale quello che si è concluso nel caso di specie, è quell'accordo in base al quale una parte consegna all'altra una determinata quantità di danaro (o di altre cose fungibili) e l'altra si obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità (cioè, l'identica somma di denaro ricevuta).
Il termine per la restituzione è di regola fissato dalle parti, e consiste solitamente in una data precisa. Tuttavia, viene pacificamente ammesso che la restituzione possa essere condizionata ad un avvenimento futuro certo, ma di cui non si conosce ancora il preciso momento di verificazione (i latini dicevano certus an, sed incertus quando), come nel caso tipico di previsione della restituzione alla morte di una certa persona. La morte della persona fisica è un evento che si verificherà con certezza, anche se non è dato sapere quando avverrà.
Nel caso di specie abbiamo un contratto di mutuo stipulato per iscritto, in cui l'obbligazione di restituzione è condizionata al verificarsi dell'evento "morte della madre del mutuatario".
Poiché l'evento dedotto quale termine per restituire la somma ricevuta a mutuo si è verificato, la parte mutuante (la cugina) ha tutto il diritto di agire per far eseguire l'accordo.
Atteso che il contratto è datato 2011, non si ravvisa alcuna ipotesi di prescrizione del diritto all'adempimento, che spira solo decorsi 10 anni dalla stipulazione del mutuo.
La cugina può innanzitutto intimare per iscritto l'adempimento dell'accordo: in tal modo ella può precostituirsi una prova scritta del fatto che il cugino non ha spontaneamente eseguito l'obbligo di restituzione (oppure, meno probabilmente, potrà raggiungere direttamente il suo obiettivo, se il cugino si "spaventa" e decide di pagare).
Va ricordato che, nel caso in esame, ai sensi del combinato disposto degli articoli 1182 e 1219, il mutuatario è già costituito in mora - cioè in ritardo nel pagamento - dal momento in cui si è realizzato l'evento dedotto in termine, cioè la morte di sua madre e la conseguente eredità dell'immobile.
Si potranno, quindi, chiedere gli interessi legali sulla somma prestata.
Se il cugino, come prevedibile, non adempie spontaneamente, la cugina-mutuante può ottenere velocemente un titolo esecutivo senza dover instaurare un giudizio ordinario: in presenza di un documento sottoscritto dal debitore, infatti, si può presentare ricorso immediato per l'emissione di un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo (artt. 633 e seguenti c.p.c., in particolare l'art. 642 dove si statuisce che "L'esecuzione provvisoria può essere concessa anche se [...] il ricorrente produce documentazione sottoscritta dal debitore, comprovante il diritto fatto valere").
Una volta che il Giudice ha emesso il decreto (di regola, entro 30 giorni), il creditore entra in possesso di un titolo esecutivo idoneo a procedere direttamente al pignoramento dei beni del debitore, onde ottenere soddisfazione del proprio credito.
Resta aperta la possibilità che il cugino si opponga al decreto ingiuntivo affermando che in realtà la restituzione della somma prestata sarebbe dovuta avvenire - per accordo delle parti - solo una volta che l'appartamento fosse stato venduto, procurandogli la liquidità necessaria al pagamento. In tal caso, la cugina dovrà difendersi affermando, in prima battuta, che in realtà l'evento voluto dalle parti era solo la morte della madre del mutuatario, posto che non può essere ammissibile collegare l'adempimento del mutuo ad un fatto di incerta verificazione e, perlopiù, direttamente connesso alla mera volontà del debitore.
Se tale difesa non avesse successo, e il giudice stabilisse che le parti in realtà avevano deciso che il mutuatario doveva pagare "quando potrà", si applicherà il secondo comma dell'art. 1817 c.c. e il termine per il pagamento verrà semplicemente fissato dal giudice, su richiesta della cugina.
E' opportuno, in ogni caso, che un avvocato capace valuti attentamente il testo della scrittura privata per comprendere quale sia stata la reale volontà della parti.
In conclusione, nella vicenda descritta, vista la modesta entità della somma, che consente di depositare il ricorso per decreto ingiuntivo innanzi al Giudice di pace, con costi tutto sommato contenuti, è consigliabile procedere in tal modo, con l'assistenza di un legale per la presentazione degli atti agli uffici giudiziari.
Vi è sempre la possibilità che il cugino si opponga, ma non si tratterebbe di una strategia difensiva particolarmente efficace, visto che la cugina potrà sempre chiedere che sia il Giudice a fissare un congruo termine per la restituzione: prima o poi, se il debito è certo e provato documentalmente, la somma di euro 3.000 dovrà essere restituita.
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References: Articolo 1813

Articolo 1813

Cass. 

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 Articolo 1813
 Articolo 1813
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 Articolo 1813