Source: http://www.monasterosantanna.org/verbi-sponsa/
Timestamp: 2017-09-22 20:32:56+00:00

Document:
Istruzione sulla vita contemplativa
e la clausura delle monache
1. La Chiesa, Sposa del Verbo, realizza il mistero della sua unione esclusiva con Dio, in modo esemplare, in coloro che sono dediti alla vita integralmente contemplativa. Per questo motivo l’Esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata presenta la vocazione e missione delle monache di clausura, come « segno dell’unione esclusiva della Chiesa-Sposa con il suo Signore, sommamente amato »,(1) illustrandone la singolare grazia e il prezioso dono nel mistero di santità della Chiesa.
Le claustrali, in ascolto unanime e in amorosa accoglienza della parola del Padre: « Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto » (Mt 3, 17), rimangono sempre « con Lui sul monte santo » (2 Pt 1, 17-18) e, fissando lo sguardo su Gesù Cristo, avvolte dalla nube della divina presenza, aderiscono pienamente al Signore. (2)
Si riconoscono particolarmente in Maria (3) vergine, sposa e madre, figura della Chiesa (4) e, partecipi della beatitudine di chi crede (cf. Lc 1, 45; 11, 28), ne perpetuano il « Sì » e l’adorante amore alla Parola di vita, divenendo insieme con lei memoria del cuore sponsale (cf. Lc 2, 19.51) della Chiesa.(5)
La stima con cui da sempre la comunità cristiana circonda le contemplative claustrali è cresciuta parallelamente alla riscoperta della natura contemplativa della Chiesa e della chiamata di ciascuno al misterioso incontro con Dio nella preghiera. Le monache, infatti, vivendo ininterrottamente « nascoste con Cristo in Dio » (Col 3, 3), realizzano in sommo grado la vocazione contemplativa di tutto il popolo cristiano (6) e divengono così fulgido contrassegno del Regno di Dio (cf. Rm 14, 17), « gloria della Chiesa e sorgente di grazie celesti ».(7)
2. A partire dal Concilio Ecumenico Vaticano II, vari documenti del Magistero hanno approfondito il significato e il valore di questo genere di vita, promuovendo la dimensione contemplativa delle comunità claustrali e il loro ruolo specifico nella vita della Chiesa, (8) segnatamente il Decreto conciliare Perfectae caritatis (n. 7 e n. 16) e l’Istruzione Venite seorsum, che ha illustrato in modo mirabile i fondamenti evangelici, teologici, spirituali e ascetici della separazione dal mondo in vista di una totale ed esclusiva dedizione a Dio nella contemplazione.
Il Santo Padre Giovanni Paolo II ha incoraggiato frequentemente le monache a rimanere fedeli alla vita claustrale secondo il proprio carisma, e nell’Esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata ha disposto che venissero date in seguito norme specifiche, concernenti la concreta disciplina della clausura, in linea con il cammino di rinnovamento già attuato, in modo che corrisponda meglio alla varietà degli Istituti contemplativi e alle tradizioni dei monasteri, cosicché le contemplative claustrali, rigenerate dallo Spirito Santo e fedeli alla propria indole e missione, procedano verso il futuro con autentico slancio e nuovo vigore. (9)
La presente Istruzione, mentre riafferma i fondamenti dottrinali della clausura proposti dall’Istruzione Venite seorsum (I-V) e dall’Esortazione Vita consecrata (n. 59), stabilisce le norme che dovranno regolare la clausura papale delle monache, dedite a vita integralmente contemplativa.
DELLA CLAUSURA DELLE MONACHE
Nel mistero del Figlio che vive la comunione d’amore con il Padre
3. Le contemplative claustrali, in modo specifico e radicale, si conformano a Gesù Cristo in preghiera sul monte e al suo mistero pasquale, che è una morte per la risurrezione. (10)
L’antica tradizione spirituale della Chiesa, ripresa dal Concilio Vaticano II, collega espressamente la vita contemplativa alla preghiera di Gesù « sul monte », (11) o comunque, in luogo solitario, non accessibile a tutti, ma solo a quelli che Egli chiama con Sé, in disparte (cf. Mt 17,1-9; Lc 6, 12-13; Mc 6, 30-31; 2 Pt 1, 16-18).
Il Figlio è sempre unito al Padre (cf. Gv 10, 30; 17, 11), ma nella sua vita c’è uno spazio costituito da momenti particolari di solitudine e di preghiera, di incontro e comunione, nell’esultanza della filiazione divina. Egli manifesta così l’amorosa tensione e il perenne movimento della sua Persona di Figlio verso Colui che lo genera dall’eternità.
Questo associare la vita contemplativa alla preghiera di Gesù in luogo solitario denota un modo singolare di partecipare al rapporto di Cristo con il Padre. Lo Spirito Santo, che ha condotto Gesù nel deserto (cf. Lc 4, 1), invita la monaca a condividere la solitudine di Gesù Cristo, che « con Spirito eterno » (Eb 9, 14) offrì se stesso al Padre. La cella solitaria, il chiostro chiuso, sono il luogo nel quale la monaca, sposa del Verbo Incarnato, vive tutta raccolta con Cristo in Dio. Il mistero di questa comunione le viene manifestato nella misura in cui, docile allo Spirito Santo e vivificata dai Suoi doni, ella ascolta il Figlio (cf. Mt 17, 5), fissa lo sguardo sul Suo volto (cf. 2 Cor 3, 18), e si lascia conformare alla Sua vita, fino alla suprema oblazione al Padre (cf. Fil 2, 5ss.) come espressa lode di gloria.
La clausura, anche nel suo aspetto concreto, costituisce, perciò, una maniera particolare di stare con il Signore, di condividere « l’annientamento di Cristo, mediante una povertà radicale, che si esprime nella rinuncia non solo alle cose, ma anche allo spazio, ai contatti, a tanti beni del creato », (12) unendosi al silenzio fecondo del Verbo sulla croce. Si comprende allora che « il ritirarsi dal mondo per dedicarsi nella solitudine ad una vita più intensa di preghiera non è altro che una maniera particolare di vivere ed esprimere il mistero pasquale di Cristo », (13) un vero incontro con il Signore Risorto, in un itinerario di continua ascensione verso la dimora del Padre.
Nell’attesa vigile della venuta del Signore, la clausura diviene così una risposta all’amore assoluto di Dio per la Sua creatura e il compimento del Suo eterno desiderio di accoglierla nel mistero di intimità con il Verbo, che si è fatto dono sponsale nell’Eucaristia (14) e rimane nel tabernacolo il centro della piena comunione d’amore con Lui, raccogliendo l’intera vita della claustrale per offrirla continuamente al Padre (cf. Eb 7, 25). Al dono di Cristo-Sposo, che sulla croce ha offerto tutto il suo corpo, la monaca risponde similmente con il dono del « corpo », offrendosi con Gesù Cristo al Padre e collaborando all’opera della redenzione. Così la separazione dal mondo dona all’intera vita claustrale un valore eucaristico, « oltre che di sacrificio e di espiazione, anche di rendimento di grazie al Padre, nella partecipazione al grazie del Figlio diletto ». (15)
Nel mistero della Chiesa che vive la sua unione esclusiva con Cristo Sposo
4. La storia di Dio con l’umanità è una storia di amore sponsale, preparato nell’Antico Testamento e celebrato nella pienezza dei tempi.
La Divina Rivelazione descrive con l’immagine nuziale il rapporto intimo e indissolubile tra Dio e il suo popolo (cf. Os 1-2; Is 54, 4-8; 62, 4-5; Ger 2, 2; Ez 16; 2 Cor 11, 2; Rm 11, 29).
Il Figlio di Dio si presenta come lo Sposo-Messia (cf. Mt 9, 15; 25, 1), venuto a realizzare le nozze di Dio con l’umanità, (16) in un mirabile scambio di amore, che inizia nell’Incarnazione, raggiunge l’apice oblativo nella Passione e si perpetua come dono nell’Eucaristia.
Il Signore Gesù, riversando nel cuore degli uomini l’amore suo e del Padre, li rende capaci di totale risposta, mediante il dono dello Spirito Santo, che sempre con la Sposa implora: « Vieni! » (Ap 22, 17). Tale perfezione di grazia e di santità si compie nella « Sposa dell’Agnello … che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio » (Ap 21, 9-10).
La dimensione della sponsalità è propria di tutta la Chiesa, ma la vita consacrata ne è immagine vivida, manifestando maggiormente la tensione verso l’unico Sposo. (17)
In modo ancora più significativo e radicale il mistero dell’unione esclusiva della Chiesa-Sposa con il Signore viene espresso nella vocazione delle monache di clausura, proprio in quanto la loro vita è interamente dedita a Dio, sommamente amato, nella costante tensione verso la Gerusalemme celeste e nell’anticipazione della Chiesa escatologica, fissa nel possesso e nella contemplazione di Dio, (18) richiamo per tutto il popolo cristiano della vocazione fondamentale di ciascuno all’incontro con Dio, (19)raffigurazione della meta verso cui cammina l’intera comunità ecclesiale, (20) che vivrà per sempre come Sposa dell’Agnello.
Mediante la clausura, le monache realizzano l’esodo dal mondo per incontrare Dio nella solitudine del « deserto claustrale », che comprende anche la solitudine interiore, le prove dello spirito e il travaglio quotidiano della vita comune (cf. Ef 4, 15-16), come condivisione sponsale della solitudine di Gesù al Getsemani e della Sua sofferenza redentrice sulla croce (cf. Gal 6, 14).
Inoltre le monache, per la loro stessa natura femminile, più efficacemente manifestano il mistero della Chiesa « Sposa Immacolata dell’Agnello Immacolato », ritrovando singolarmente se stesse nella dimensione sponsale della vocazione integralmente contemplativa. (21)
La vita monastica femminile ha quindi una speciale capacità di realizzare la nuzialità con Cristo e di esserne segno vivo: non è forse in una Donna, la Vergine Maria, che si compie il mistero celeste della Chiesa? (22)
In questa luce le monache rivivono e continuano nella Chiesa la presenza e l’opera di Maria. Accogliendo nella fede e nel silenzio adorante il Verbo, si pongono al servizio del mistero dell’Incarnazione, e unite a Gesù Cristo nella sua oblazione al Padre, divengono collaboratrici del mistero della Redenzione. Come Maria nel Cenacolo con la sua presenza orante custodì nel suo cuore le origini della Chiesa, così al cuore amante e alle mani giunte delle claustrali è affidato il cammino della Chiesa.
La clausura nella sua dimensione ascetica
5. La clausura, mezzo ascetico d’immenso valore, (23) è particolarmente adatta alla vita integralmente ordinata alla contemplazione. Essa costituisce un segno della custodia santa di Dio per la sua creatura ed è, d’altra parte, forma singolare di appartenenza a Lui solo, perché la totalità caratterizza l’assoluta dedizione a Dio. Si tratta di una modalità tipica e adeguata di vivere il rapporto sponsale con Dio nell’unicità dell’amore e senza indebite interferenze né di persone né di cose, in modo che la creatura, intenta e assorta in Dio, possa vivere unicamente a lode della sua gloria (cf. Ef 1, 6. 10-12. 14).
La contemplativa claustrale adempie in sommo grado al primo Comandamento del Signore: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze, con tutta la tua mente » (Lc 10, 27), facendone il senso pieno della sua vita e amando in Dio tutti i fratelli e le sorelle. Ella tende alla perfezione della carità scegliendo Dio come « l’unico necessario » (cf. Lc 10, 42), amandolo esclusivamente come il Tutto di tutte le cose, compiendo con incondizionato amore per Lui, nello spirito di rinuncia proposto dal Vangelo 24 (cf. Mt 13, 45; Lc 9, 23), il sacrificio di ogni bene, ossia « rendendo sacro » a Dio solo ogni bene, (25) perché Lui solo dimori nel quietissimo silenzio claustrale riempiendolo con la sua Parola e la sua Presenza e la Sposa possa veramente dedicarsi all’Unico, « in continua preghiera e intensa penitenza » (26) nel mistero di un amore totale ed esclusivo.
Per questo la tradizione spirituale più antica ha spontaneamente associato al ritiro completo dal mondo (27) e da qualsiasi attività apostolica questo tipo di vita che diviene irradiazione silenziosa d’amore e di sovrabbondante grazia nel cuore pulsante della Chiesa-Sposa. Il monastero, situato in luogo appartato o nel cuore della città, con la sua particolare struttura architettonica, ha appunto lo scopo di creare uno spazio di separazione, di solitudine e di silenzio, dove poter cercare Dio più liberamente e dove vivere non solo per Lui e con Lui ma anche di Lui solo.
E necessario perciò che la persona, libera da ogni attaccamento, agitazione o distrazione, interiore ed esteriore, unifichi le sue facoltà rivolgendole a Dio per accoglierne la Presenza nel gaudio dell’adorazione e della lode.
La contemplazione diviene la beatitudine dei puri di cuore (Mt 5, 8). Il cuore puro è lo specchio limpido dell’interiorità della persona, purificata e unificata nell’amore, in cui Dio si riflette e dimora; (28) è come un cristallo terso, che investito dalla luce di Dio ne emana lo stesso splendore. (29)
Alla luce della contemplazione, come comunione d’amore con Dio, la purezza del cuore trova la sua massima attuazione nella verginità dello spirito, perché esige l’integrità di un cuore non solo purificato dal peccato ma unificato nella tensione verso Dio e che perciò ama totalmente e senza divisione, ad immagine dell’amore purissimo della Santa Trinità, che è stata chiamata dai Padri « la prima Vergine ». (30)
Il deserto claustrale è un grande aiuto per il conseguimento della purezza di cuore, così intesa, perché limita all’essenziale le occasioni di contatto con il mondo esterno, affinché questo non irrompa in vario modo nel monastero turbandone il clima di pace e di santa unità con l’unico Signore e con le Sorelle. In questo modo la clausura elimina in gran parte la dispersione, proveniente da tanti contatti non necessari, da una molteplicità di immagini, fonte spesso di idee profane e desideri vani, d’informazioni ed emozioni, che distraggono dall’unico necessario e dissipano l’unità interiore. « Nel monastero tutto è orientato alla ricerca del Volto di Dio, tutto è ricondotto all’essenziale, perché è importante solo ciò che avvicina a Lui. Il raccoglimento monastico è attenzione alla presenza di Dio: se ci si disperde in molte cose, si rallenta il cammino e si perde di vista la meta ». (31)
Raccolta dalle cose esterne nell’intimità dell’essere, purificando il cuore e la mente mediante un serio cammino di preghiera, di rinuncia, di vita fraterna, di ascolto della Parola di Dio, di esercizio delle virtù teologali, la monaca è chiamata a conversare con lo Sposo divino, meditando la sua legge giorno e notte per ricevere in dono la Sapienza del Verbo e diventare con Lui, sotto l’impulso dello Spirito Santo, una cosa sola. (32)
Questo anelito di compimento in Dio, in un’ininterrotta nostalgia del cuore che con incessante desiderio si rivolge alla contemplazione dello Sposo, alimenta l’impegno ascetico della claustrale. Tutta compresa della Sua bellezza, ella trova nella clausura la sua dimora di grazia e l’anticipata beatitudine della visione del Signore. Affinata dalla fiamma purificatrice della divina Presenza, si prepara alla beatitudine piena intonando nel suo cuore il canto nuovo dei salvati, sul Monte del sacrificio e dell’offerta, del tempio e della contemplazione di Dio.
Di conseguenza anche la disciplina della clausura, nel suo aspetto pratico, dev’essere tale da permettere la realizzazione di questo sublime ideale contemplativo, che implica la totalità della dedizione, l’interezza dell’attenzione, l’unità dei sentimenti e la coerenza dei comportamenti.
Partecipazione delle monache di vita integralmente contemplativa alla comunione e alla missione della Chiesa
6. Le monache di clausura, per la loro specifica chiamata all’unione con Dio nella contemplazione, si ritrovano pienamente nella comunione della Chiesa, divenendo segno singolare dell’intima unione con Dio dell’intera comunità cristiana. Mediante la preghiera, in modo particolare con la celebrazione della liturgia, e la loro quotidiana offerta, esse intercedono per tutto il popolo di Dio e si uniscono al rendimento di grazie di Gesù Cristo al Padre (cf. 2 Cor 1, 20; Ef 5, 19-20).
La stessa vita contemplativa è perciò il loro caratteristico modo di essere Chiesa, di realizzare in essa la comunione, di compiere una missione a vantaggio di tutta la Chiesa. (33) Alle contemplative claustrali non si chiede perciò di fare comunione con nuove forme di presenza attiva, bensì di rimanere alla fonte della comunione trinitaria, dimorando nel cuore della Chiesa. (34)
La comunità claustrale inoltre è ottima scuola di vita fraterna, espressione di autentica comunione e forza che attrae alla comunione. (35)
Grazie all’amore reciproco, la vita fraterna è spazio teologale in cui si sperimenta la mistica presenza del Signore risorto: (36) in spirito di comunione, le monache condividono la grazia della stessa vocazione con i membri della propria comunità, aiutandosi reciprocamente per camminare insieme e progredire insieme, concordi e unanimi, verso il Signore.
Con i monasteri dello stesso Ordine le monache condividono l’impegno di crescere nella fedeltà al carisma specifico e al proprio patrimonio spirituale, collaborando, se necessario, nei modi previsti dalle Costituzioni.
In forza della loro stessa vocazione, che le pone nel cuore della Chiesa, le monache si impegneranno in modo particolare a « sentire con la Chiesa », con la sincera adesione al Magistero e l’incondizionata obbedienza al Papa.
7. « La Chiesa pellegrinante è per sua natura missionaria », (37) perciò la missione è essenziale anche per gli Istituti di vita contemplativa. (38) Le claustrali la compiono dimorando nel cuore missionario della Chiesa, mediante la preghiera continua, l’oblazione di sé e l’offerta del sacrificio di lode.
Così la loro vita diviene una misteriosa fonte di fecondità apostolica (39) e di benedizione per la comunità cristiana e per il mondo intero.
E la carità, infusa nei cuori dallo Spirito Santo (cf. Rm 5, 5), che rende le monache cooperatrici della verità (cf. 3 Gv v. 8), partecipi dell’opera della Redenzione di Cristo (cf. Col 1, 24) e unendole vitalmente alle altre membra del Corpo Mistico, rende fruttuosa la loro vita, interamente ordinata al conseguimento della carità, a beneficio di tutti. (40)
S. Giovanni della Croce scrive che, « invero, è più prezioso al cospetto del Signore e di maggior profitto per la Chiesa, un briciolo di puro amore, che tutte le altre opere insieme ». (41) Nello stupore della sua splendida intuizione, S. Teresa di Gesù Bambino afferma: « … capii che la Chiesa aveva un Cuore e che questo Cuore era acceso d’amore. Capii che solo l’Amore faceva agire le membra della Chiesa. … Sì, ho trovato il mio posto nella Chiesa… nel cuore della Chiesa, mia Madre, io sarò l’Amore ». (42)
La consapevolezza della santa di Lisieux è la convinzione della Chiesa, espressa ripetutamente dal Magistero: « La Chiesa è profondamente cosciente e senza esitazione essa incoercibilmente proclama che vi è un’intima connessione tra la preghiera e la diffusione del Regno di Dio, tra la preghiera e la conversione dei cuori, tra la preghiera e la fruttuosa recezione del messaggio salvifico ed elevante del Vangelo ». (43)
Il contributo concreto delle monache all’evangelizzazione, all’ecumenismo, allo sviluppo del Regno di Dio nelle varie culture, è eminentemente spirituale, come anima e fermento delle iniziative apostoliche, lasciandone la partecipazione attiva a coloro ai quali compete per vocazione. (44)
E poiché chi diventa assoluta proprietà di Dio diventa dono di Dio a tutti, per questo la loro vita « è veramente un dono che si situa al centro del mistero della comunione ecclesiale, accompagnando la missione apostolica di quanti si affaticano nell’annuncio del Vangelo ». (45)
Come riflesso e irradiazione della loro vita contemplativa, le monache offrono alla comunità cristiana e al mondo d’oggi, bisognoso più che mai di autentici valori spirituali, un silenzioso annuncio e un’umile testimonianza del mistero di Dio, mantenendo viva in tal modo la profezia nel cuore sponsale della Chiesa. (46)
La loro esistenza, interamente donata al servizio della lode divina nella piena gratuità (cf. Gv 12, 1-8), proclama e diffonde per se stessa il primato di Dio e la trascendenza della persona umana, creata a sua immagine e somiglianza. E, dunque, un richiamo per tutti a « quella cella del cuore dove ciascuno è chiamato a vivere l’unione con il Signore ». (47)
Vivendo alla presenza e della presenza del Signore, le monache costituiscono una particolare anticipazione della Chiesa escatologica, fissa nel possesso e nella contemplazione di Dio, « raffigurando visibilmente la meta verso cui cammina l’intera comunità ecclesiale che ardente nell’azione e dedita alla contemplazione avanza sulle strade del tempo con lo sguardo fisso alla futura ricapitolazione di tutto in Cristo ». (48)
Il monastero nella Chiesa locale
8. Il monastero è il luogo che Dio custodisce (cf. Zac 2, 9); è la dimora della sua singolare presenza, ad immagine della tenda dell’Alleanza, nella quale si realizza il quotidiano incontro con Lui, dove il Dio tre volte Santo occupa tutto lo spazio e viene riconosciuto e onorato come l’unico Signore.
Un monastero contemplativo costituisce un dono anche per la Chiesa locale, cui appartiene. Rappresentandone il volto orante, rende più piena e più significativa la sua presenza di Chiesa. (49) Una comunità monastica può essere paragonata a Mosè che nella preghiera decide le sorti delle battaglie di Israele (cf. Es 17, 11) e alla sentinella che vigila nella notte in attesa dell’alba (cf. Is 21, 6).
Il monastero rappresenta l’intimità stessa di una Chiesa, il cuore, in cui sempre lo Spirito geme e supplica per le necessità dell’intera comunità e dove s’innalza senza sosta il grazie per la Vita che ogni giorno Egli elargisce (cf. Col 3, 17).
E importante che i fedeli imparino a riconoscere il carisma e il ruolo specifico dei contemplativi, la loro presenza discreta ma vitale, la loro testimonianza silenziosa che costituisce un richiamo alla preghiera e alla verità dell’esistenza di Dio.
I Vescovi, come pastori e perfezionatori di tutto il gregge di Dio, (50) sono i primi custodi del carisma contemplativo. Pertanto devono nutrire la Comunità contemplativa con il pane della Parola e dell’Eucarestia, offrendo anche, se necessario, un’assistenza spirituale adeguata per mezzo di Sacerdoti a ciò preparati. Nel contempo condividono con la Comunità stessa la responsabilità di vegliare perché, nella società attuale tendente alla dispersione, alla mancanza di silenzio, ai valori appariscenti, la vita dei monasteri, alimentata dallo Spirito Santo, rimanga autenticamente e interamente orientata alla contemplazione di Dio.
Soltanto nella prospettiva della vera e fondamentale missione apostolica loro propria, che consiste nell’« occuparsi di Dio solo », i monasteri possono, nella misura e secondo le modalità che convengono al proprio spirito e alla tradizione della propria famiglia religiosa, accogliere quanti desiderano attingere alla loro esperienza spirituale o partecipare alla preghiera della comunità. Si mantenga, tuttavia, la separazione materiale in modo che sia un richiamo al significato della vita contemplativa e una custodia delle sue esigenze, in conformità alle Norme sulla clausura del presente Documento. (51)
Con animo libero e accogliente, « con la tenerezza di Cristo », (52) le monache portano in cuore le sofferenze e le ansie di quanti ricorrono al loro aiuto e di tutti gli uomini e le donne. Profondamente solidali con le vicende della Chiesa e dell’uomo d’oggi, collaborano spiritualmente all’edificazione del Regno di Cristo perché « Dio sia tutto in tutti » (1 Cor 15, 28).
LA CLAUSURA DELLE MONACHE
9. I monasteri dediti alla vita contemplativa hanno riconosciuto, fin dall’inizio e in modo del tutto singolare, nella clausura un aiuto provatissimo per il conseguimento della loro vocazione. (53) Le particolari esigenze della separazione dal mondo sono state perciò accolte dalla Chiesa e canonicamente ordinate per il bene della vita contemplativa stessa. La disciplina della clausura costituisce, quindi, un dono, poiché tutela il carisma fondazionale dei monasteri.
Ogni Istituto contemplativo deve mantenere fedelmente la sua forma di separazione dal mondo. Questa fedeltà è fondamentale per l’esistenza di un Istituto che in realtà sussiste solo fino a quando vi è l’adesione ai cardini del carisma originario. (54) Per questo il rinnovamento vitale dei monasteri è legato essenzialmente all’autenticità della ricerca di Dio nella contemplazione e dei mezzi per conseguirla e si deve considerare genuino quando ne ripristina il primitivo fulgore.
E compito, responsabilità e gioia delle monache, comprendere, custodire e difendere con fermezza e intelligenza la loro speciale vocazione, tutelando l’identità del carisma specifico da qualsiasi sollecitazione interna o esterna.
La clausura papale
10. « I monasteri di monache interamente dedite alla vita contemplativa devono osservare la clausura papale, cioè conforme alle norme date dalla Sede Apostolica ». (55)
Poiché un’oblazione a Dio, stabile e vincolante, esprime più adeguatamente l’unione di Cristo con la Chiesa Sua Sposa, la clausura papale, con la sua forma di separazione particolarmente rigorosa, meglio manifesta e realizza l’integra dedizione delle monache a Gesù Cristo. Essa è il segno, la protezione e la forma (56) della vita integralmente contemplativa, vissuta nella totalità del dono, che comprende l’interezza non solo intenzionale ma reale, di modo che Gesù sia veramente il Signore, l’unica nostalgia e l’unica beatitudine della monaca, esultante nell’attesa e raggiante nell’anticipata contemplazione del Suo volto.
La clausura papale, per le monache, ha il significato di un riconoscimento di specificità della vita integralmente contemplativa femminile, che sviluppando singolarmente all’interno del monachesimo la spiritualità delle nozze con Cristo, diviene segno e realizzazione dell’unione esclusiva della Chiesa Sposa con il suo Signore. (57)
Una reale separazione dal mondo, il silenzio e la solitudine, esprimono e tutelano l’integrità e l’identità della vita unicamente contemplativa, perché sia fedele al suo carisma specifico e alle sane tradizioni dell’Istituto.
Il Magistero della Chiesa ha più volte ribadito la necessità di mantenere fedelmente questo genere di vita che costituisce per la Chiesa una sorgente di grazia e di santità. (58)
11. La vita integralmente contemplativa, per essere ritenuta di clausura papale, dev’essere unicamente e totalmente ordinata al conseguimento dell’unione con Dio nella contemplazione.
Un Istituto viene ritenuto di vita integralmente contemplativa se:
a) i suoi membri orientano tutta l’attività, interiore ed esteriore, all’intensa e continua ricerca dell’unione con Dio;
b) esclude compiti esterni e diretti di apostolato, anche se in misura ridotta, e la partecipazione fisica ad eventi e a ministeri della comunità ecclesiale, (59) che pertanto non dev’essere richiesta, in quanto diventerebbe una controtestimonianza della vera partecipazione delle monache alla vita della Chiesa e della loro autentica missione;
c) attua la separazione dal mondo in modo concreto ed efficace (60) e non semplicemente simbolico. Ogni adattamento delle forme di separazione dall’esterno dev’essere fatto in modo « da mantenere la separazione materiale » (61) e dev’essere sottoposto all’approvazione della Santa Sede.
Clausura secondo le Costituzioni
12. I monasteri di monache che professano la vita contemplativa ma associano alla funzione primaria del culto divino qualche opera apostolica o caritativa, non seguono la clausura papale.
Tali monasteri mantengono con ogni sollecitudine la loro fisionomia principalmente o prevalentemente contemplativa, impegnandosi in modo precipuo nella preghiera, nell’ascesi e nel fervido progresso spirituale, nell’accurata celebrazione della liturgia, nell’osservanza regolare e nella disciplina della separazione dal mondo. Essi stabiliscono nelle loro Costituzioni una clausura adeguata alla propria indole e secondo le sane tradizioni. (62)
La Superiora può autorizzare gli ingressi e le uscite a norma del Diritto Proprio.
I monasteri di monache dell’antica tradizione monastica
13. I monasteri di monache della veneranda tradizione monastica, (63) che si esprime in varie forme di vita contemplativa, quando si dedicano integralmente al culto divino, con una vita di nascondimento dentro le mura del monastero, osservano la clausura papale; se associano alla vita contemplativa qualche attività a beneficio del popolo di Dio o praticano forme più ampie di ospitalità in linea con la tradizione dell’Ordine, definiscono la loro clausura nelle Costituzioni. (64)
Ogni monastero o Congregazione monastica segue la clausura papale o la definisce nelle Costituzioni, nel rispetto della propria indole.
NORMATIVA CIRCA LA CLAUSURA PAPALE DELLE MONACHE
14. § 1. La clausura riservata alle monache di vita unicamente contemplativa è detta papale, perché le norme che la reggono devono essere sancite dalla Santa Sede, anche quando si tratti di norme da fissarsi nelle Costituzioni e negli altri Codici dell’Istituto (Statuti, Direttori, ecc.). (65)
Data la varietà degli Istituti dediti a vita integralmente contemplativa e delle loro tradizioni, alcune modalità della separazione dal mondo vengono lasciate al diritto particolare e devono essere approvate dalla Sede Apostolica.
Il diritto proprio può anche stabilire norme più severe circa la clausura.
Estensione della clausura
§ 2. La legge della clausura papale si estende all’abitazione e a tutti gli spazi, interni ed esterni, riservati alle monache.
La modalità della separazione dall’esterno dell’edificio monastico, del coro, dei parlatori e di tutto lo spazio riservato alle monache, dev’essere materiale ed efficace, non solo simbolica né cosiddetta « neutra », da stabilirsi nelle Costituzioni e nei codici aggiuntivi, tenendo conto sia dei luoghi che delle diverse tradizioni dei singoli Istituti e dei monasteri.
La partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche non consente l’uscita delle monache dalla clausura né l’ingresso dei fedeli nel Coro delle monache; eventuali ospiti non possono venire introdotti nella clausura del monastero.
Obbligatorietà della clausura
§ 3. a) In forza della legge della clausura le monache, le novizie e le postulanti devono vivere all’interno della clausura del monastero, e non è loro lecito uscirne, tranne nei casi contemplati dal diritto, né è lecito ad alcuno entrare nell’ambito della clausura del monastero, eccettuati i casi previsti.
§ 3. b) La normativa sulla separazione dal mondo delle Sorelle esterne venga definita dal diritto proprio.
§ 3. c) La legge della clausura comporta obbligo grave di coscienza sia per le monache che per gli estranei.
Uscite ed ingressi
15. La concessione della licenza di entrare e di uscire richiede sempre una causa giusta e grave, (66) dettata cioè da vera necessità delle singole monache o del monastero: è questa un’esigenza di tutela delle condizioni richieste per la vita integralmente contemplativa e, da parte delle monache, di coerenza con la scelta vocazionale. Per sé, quindi, ogni uscita od ingresso devono costituire un’eccezione.
L’uso di annotare in un libro gli ingressi e le uscite può essere conservato, a discrezione del Capitolo conventuale, anche come contributo alla conoscenza della vita e della storia del monastero.
16. § 1. Alla Superiora del monastero spetta la custodia immediata della clausura, garantire le condizioni concrete della separazione e promuovere, all’interno del monastero, l’amore per il silenzio, il raccoglimento e la preghiera.
E lei che esprime il giudizio sull’opportunità degli ingressi e delle uscite dalla clausura, valutandone con prudente discrezione la necessità, alla luce della vocazione integralmente contemplativa, secondo le norme del presente documento e delle Costituzioni.
§ 2. All’intera comunità compete l’obbligo morale della tutela, della promozione e dell’osservanza della clausura papale, in modo che motivazioni secondarie o soggettive non prevalgano sul fine che la separazione si propone.
17. § 1. L’uscita dalla clausura, salvo indulti particolari della Santa Sede o in caso di pericolo gravissimo e imminente, viene permessa dalla Superiora nei casi ordinari, riguardanti la salute delle monache, l’assistenza delle monache inferme, l’esercizio dei diritti civili e quelle necessità del monastero a cui non si può provvedere in altro modo.
§ 2. Per altra causa giusta e grave la Superiora, con il consenso del suo Consiglio o del Capitolo conventuale, secondo il disposto delle Costituzioni, può autorizzare l’uscita per il tempo necessario, non oltre una settimana. Se la permanenza fuori monastero si dovesse protrarre oltre, fino a tre mesi di tempo, la Superiora chiederà l’autorizzazione al Vescovo diocesano (67) o al Superiore regolare, qualora esista. Se l’assenza supera i tre mesi, salvo i casi di cura della salute, deve chiedere la licenza alla Santa Sede.
La Superiora applicherà questa normativa anche per autorizzare l’uscita per partecipare, quando fosse necessario, a corsi di formazione religiosa organizzati dai monasteri. (68)
Si tenga presente che la norma del Can. 665, § 1, sulla permanenza fuori dell’Istituto, non riguarda le monache di clausura.
§ 3. Per inviare le novizie o le professe, quando fosse necessario, (69) a compiere parte della formazione in un altro monastero dell’Ordine, così come per effettuare trasferimenti temporanei o definitivi (70) ad altri monasteri dell’Ordine, la Superiora esprimerà il suo consenso, con l’intervento del Consiglio o del Capitolo conventuale a norma delle Costituzioni.
18. § 1. L’ingresso in clausura è permesso, salvo indulti particolari della Santa Sede:
– ai Cardinali, i quali possono portare con sé qualcuno che li accompagni; ai Nunzi e ai Delegati Apostolici nei luoghi soggetti alla loro giurisdizione; al Visitatore durante la Visita canonica, al Vescovo diocesano o al Superiore regolare, per giusta causa.
§ 2. Con la licenza della Superiora:
– al Sacerdote per amministrare i Sacramenti alle inferme, per assistere quelle che sono a lungo o gravemente ammalate e, se è il caso, per celebrare talvolta per loro la S. Messa. Eventualmente per le processioni liturgiche e i funerali;
– a coloro i cui lavori o competenze sono necessari per curare la salute delle monache e per provvedere ai bisogni del monastero;
– alle proprie aspiranti e alle monache di passaggio, se ciò è previsto dal diritto proprio.
Riunioni di monache
19. Si possono organizzare, previa autorizzazione della Santa Sede, quelle riunioni di monache, dello stesso Istituto contemplativo, nell’ambito della stessa nazione o regione, che sono motivate da vera necessità di riflessione comune, purché le monache accettino liberamente e non avvenga con troppa frequenza. Preferibilmente tali riunioni siano fatte in un monastero dell’Ordine.
I monasteri che sono riuniti in Federazioni stabiliscono la periodicità e le modalità delle proprie Assemblee federali nei loro Statuti nel rispetto dello spirito e delle esigenze della vita integralmente contemplativa.
20. La normativa circa i mezzi di comunicazione sociale, in tutta la varietà in cui oggi si presenta, mira alla salvaguardia del raccoglimento: si può, infatti, svuotare il silenzio contemplativo quando si riempie la clausura di rumori, di notizie e di parole.
Tali mezzi pertanto devono essere usati con sobrietà e discrezione, (71) non solo riguardo ai contenuti ma anche alla quantità delle informazioni e al tipo di comunicazione. Si tenga presente che, in quanti sono abituati al silenzio interiore, tutto ciò si imprime più fortemente nella sensibilità e nell’emotività, rendendo più difficile il raccoglimento.
L’uso della radio e della televisione può essere permesso in particolari circostanze di carattere religioso.
L’eventuale uso di altri mezzi moderni di comunicazione, quali fax, telefono cellulare, Internet, per motivo d’informazione o di lavoro, può essere consentito al monastero, con prudente discernimento, ad utilità comune, secondo le disposizioni del Capitolo conventuale.
Le monache curino la doverosa informazione sulla Chiesa e sul mondo, non con la molteplicità delle notizie, ma sapendo coglierne l’essenziale alla luce di Dio, per portarle nella preghiera in sintonia con il cuore di Cristo.
La vigilanza sulla clausura
21. Il Vescovo diocesano o il Superiore regolare vigilino sulla custodia della clausura nei monasteri affidati alle loro cure, la difendano, per quanto loro compete, aiutando la Superiora, alla quale ne spetta la custodia immediata.
Il Vescovo diocesano o il Superiore regolare non intervengono ordinariamente nella concessione delle dispense dalla clausura, ma soltanto in casi particolari, a norma della presente Istruzione.
Durante la Visita canonica il Visitatore deve fare la verifica dell’osservanza delle norme della clausura e dello spirito di separazione dal mondo.
La Chiesa, per l’altissima stima che nutre verso la loro vocazione, incoraggia le monache a rimanere fedeli alla vita claustrale vivendo con senso di responsabilità lo spirito e la disciplina claustrale per promuovere nella comunità un proficuo e completo orientamento verso la contemplazione di Dio Uno e Trino.
22. La formazione delle claustrali mira a preparare la persona alla totale consacrazione di sé a Dio nella sequela di Cristo, secondo la forma di vita unicamente ordinata alla contemplazione, propria della loro peculiare missione nella Chiesa.(72)
La formazione deve raggiungere in profondità la persona, mirando ad unificarla in un progressivo itinerario di conformazione a Gesù Cristo e alla sua totale oblazione al Padre. Il metodo ad essa proprio deve perciò assumere ed esprimere la caratteristica della totalità, (73) educando alla sapienza del cuore. (74) E chiaro che tale formazione, proprio perché tende alla trasformazione di tutta la persona, non cessa mai.
Le particolari esigenze della formazione di coloro che sono chiamate alla vita integralmente contemplativa sono state espresse nell’Istruzione Potissimum institutioni (Parte IV, 72-85).
La formazione delle contemplative è primariamente formazione alla fede, « fondamento e primizia di una contemplazione autentica… ». (75) Mediante la fede infatti si impara a scorgere la costante presenza di Dio per aderire nella carità al suo mistero di comunione.
Il rinnovamento della vita contemplativa è affidato, in gran parte, alla formazione che riguarda le singole monache e l’intera comunità, affinché possano pervenire alla realizzazione del progetto divino mediante l’assimilazione del proprio carisma.
23. Particolare importanza assume, a tale scopo, il programma formativo, ispirato al carisma specifico, che deve comprendere ben distinti gli anni iniziali fino alla professione solenne o perpetua e quelli successivi, che dovranno assicurare la perseveranza nella fedeltà per l’intera esistenza. A tale scopo le comunità claustrali abbiano una ratio formationis adeguata, (76) che farà parte del diritto proprio, dopo essere stata sottoposta alla Santa Sede, previo voto deliberativo del Capitolo conventuale.
Il contesto delle culture del nostro tempo comporta per gli Istituti di vita contemplativa un livello di preparazione adeguata alla dignità e alle esigenze di questo stato di vita consacrata. Pertanto i monasteri richiedano dalle candidate, prima dell’ammissione al noviziato, quel grado di maturità personale ed affettiva, umana e spirituale che le renda idonee alla fedeltà e alla comprensione della natura della vita interamente ordinata alla contemplazione in clausura. Gli obblighi propri della vita claustrale devono essere ben noti e accettati dalle singole candidate nel primo periodo della formazione, comunque non oltre l’emissione dei voti solenni o perpetui. (77)
Lo studio della Parola di Dio, della tradizione dei Padri, dei documenti del Magistero, della liturgia, della spiritualità e della teologia, deve costituire la base dottrinale della formazione, mirando ad offrire i fondamenti della conoscenza del mistero di Dio contenuti nella Rivelazione cristiana, « scrutando alla luce della fede tutta la verità racchiusa nel mistero di Cristo ». (78)
La vita contemplativa deve continuamente attingere al mistero di Dio, perciò è essenziale dare alle monache le basi e il metodo per una formazione personale e comunitaria che siano costanti e non lasciate ad esperienze periodiche.
24. La norma generale è che tutto il ciclo della formazione iniziale e permanente si svolga all’interno del monastero. L’assenza di attività esterne e la stabilità dei membri consente di seguire gradualmente e con maggiore partecipazione le diverse tappe della formazione. Nel proprio monastero la monaca cresce e matura nella vita spirituale e raggiunge la grazia della contemplazione. La formazione nel proprio monastero ha anche il vantaggio di favorire l’armonia dell’intera comunità. Il monastero, inoltre, con il suo caratteristico ambiente e ritmo di vita, è il luogo più conveniente per compiere il cammino formativo, (79) poiché l’alimento quotidiano dell’Eucarestia, la liturgia, la lectio divina, la devozione mariana, l’ascesi e il lavoro, l’esercizio della carità fraterna e l’esperienza della solitudine e del silenzio, costituiscono momenti e fattori essenziali della formazione alla vita contemplativa.
La Superiora di un monastero, quale prima responsabile della formazione, (80) provveda ad un adeguato cammino formativo iniziale delle candidate. Promuova anche la formazione permanente delle monache, insegnando a nutrirsi del mistero di Dio che continuamente si dona nella liturgia e nei vari momenti della vita monastica, offrendo i mezzi adeguati per la formazione spirituale e dottrinale e, infine, stimolando ad una crescita continua come esigenza di fedeltà al dono sempre nuovo della divina chiamata.
La formazione è un diritto e un dovere di ogni monastero, che può avvalersi anche della collaborazione di persone esterne, soprattutto dell’Istituto al quale eventualmente fosse consociato. Se è il caso, la Superiora potrà permettere di seguire quei corsi per corrispondenza che riguardano le materie del programma formativo del monastero.
Quando un monastero non può bastare a se stesso, alcuni servizi d’insegnamento comuni si potranno organizzare in uno dei monasteri del medesimo Istituto e, ordinariamente, della stessa area geografica. I monasteri interessati ne determineranno le modalità, la frequenza e la durata, in modo da rispettare le caratteristiche fondamentali della vocazione contemplativa in clausura e le indicazioni della propria ratio formationis. La normativa della clausura vale anche per le uscite per motivo di formazione. (81)
La frequenza dei corsi di formazione non può comunque sostituire la formazione sistematica e graduale nella propria comunità.
Ogni monastero deve poter essere, di fatto, l’artefice della propria vitalità e del suo avvenire; bisogna, pertanto, che divenga autosufficiente soprattutto nel campo della formazione, che non può essere diretta solo ad alcuni dei suoi membri, ma deve coinvolgere l’intera comunità, perché sia luogo di fervente progresso e crescita spirituale.
25. La Chiesa riconosce ad ogni monastero sui iuris una giusta autonomia giuridica, di vita e di governo, perché in essa possa godere di una propria disciplina e sia in grado di conservare integro il proprio patrimonio. (82)
L’autonomia favorisce la stabilità di vita e l’unità interna di ogni comunità, garantendo le condizioni migliori per l’esercizio della contemplazione.
Tale autonomia è un diritto del monastero, che è autonomo per natura propria; perciò non può venire limitata o diminuita da interventi esterni. L’autonomia, però, non equivale a indipendenza dall’autorità ecclesiastica, ma è giusta, conveniente ed opportuna in vista della tutela dell’indole e dell’identità propria di un monastero di vita integralmente contemplativa.
E compito dell’Ordinario del luogo conservare e tutelare tale autonomia. (83)
Il Vescovo diocesano nei monasteri affidati alla sua vigilanza (84) o il Superiore regolare, qualora esista, esercitano il loro incarico, secondo le leggi della Chiesa e le Costituzioni. Esse devono indicare ciò che loro compete, in modo particolare per quanto riguarda la presidenza delle elezioni, la visita canonica e l’amministrazione dei beni.
Dal momento che i monasteri sono autonomi e reciprocamente indipendenti, qualunque forma di coordinamento fra di essi, in vista del bene comune, necessita della libera adesione dei monasteri stessi e dell’approvazione della Sede Apostolica.
Rapporti con gli Istituti maschili
26. Nel corso dei secoli lo Spirito Santo ha suscitato nella Chiesa famiglie religiose composte da vari rami, vitalmente uniti nella medesima spiritualità ma distinti tra loro e spesso diversificati nella forma di vita.
I monasteri di monache hanno avuto con i corrispettivi Istituti maschili legami differenti, che si sono concretizzati in diversi modi.
Una relazione tra i monasteri e il rispettivo Istituto maschile, salva la disciplina claustrale, può favorire la crescita nella spiritualità comune. In questa luce la consociazione dei monasteri all’Istituto maschile, nel rispetto dell’autonomia giuridica propria di ognuno, mira a conservare nei monasteri stessi lo spirito genuino della famiglia religiosa per incarnarlo in una dimensione unicamente contemplativa.
Il monastero consociato con un Istituto maschile mantiene il proprio ordinamento e il proprio governo. (85) Pertanto la definizione dei reciproci diritti e obblighi, finalizzati al bene spirituale, deve salvaguardare l’autonomia effettiva del monastero.
Nella visione nuova e nelle prospettive in cui la Chiesa considera oggi il ruolo e la presenza della donna, occorre superare, qualora esista, quella forma di tutela giuridica, da parte degli Ordini maschili e dei Superiori regolari, che può limitare di fatto l’autonomia dei monasteri di monache.
I Superiori maschili svolgano il loro compito in spirito di collaborazione e di umile servizio, evitando di creare ogni indebita soggezione nei loro confronti, affinché le monache decidano con libertà di spirito e senso di responsabilità su quanto riguarda la loro vita religiosa.
27. Le Associazioni e le Federazioni sono organi di aiuto e di coordinamento tra i monasteri, perché possano realizzare adeguatamente la loro vocazione nella Chiesa. Il loro scopo principale è quindi quello di custodire e promuovere i valori della vita contemplativa dei monasteri che ne fanno parte. (86)
Tali organismi sono da favorire soprattutto là dove, non sussistendo altre forme efficaci di coordinamento e di aiuto, le comunità potrebbero trovarsi nell’incapacità di rispondere a delle necessità fondamentali di vario genere.
Le norme che in questo documento si riferiscono alle Federazioni sono ugualmente valide anche per le Associazioni, tenendo conto della loro struttura giuridica e dei propri Statuti.
La costituzione di qualunque forma di Associazione, Federazione o Confederazione di monasteri di monache è riservata alla Sede Apostolica, alla quale spetta anche approvarne gli Statuti, esercitare su di esse la vigilanza e l’autorità necessarie, (87) ascrivere o separare da esse i monasteri.
La scelta di aderirvi o meno dipende dalla singola comunità, la cui libertà dev’essere rispettata.
28. La Federazione, in quanto posta al servizio del monastero, deve rispettarne l’autonomia giuridica, non ha su di esso autorità di governo, per cui non può decidere su tutto ciò che riguarda il monastero, non ha un valore di rappresentanza dell’Ordine.
I monasteri federati vivono la comunione fraterna tra di loro in modo coerente alla loro vocazione claustrale, non con la molteplicità dei raduni e delle esperienze comuni, ma nel vicendevole sostegno e nella pronta collaborazione alle richieste di aiuto, contribuendo nella misura delle proprie possibilità e nel rispetto dell’autonomia.
Le Federazioni, in spirito di evangelico servizio, mirino a rispondere ai concreti e reali bisogni delle comunità, promuovendone la dedizione alla ricerca di Dio solo, l’osservanza regolare e la dinamica dell’unità interna.
I sussidi che le Federazioni possono offrire per risolvere problemi comuni riguardano principalmente: il conveniente rinnovamento ed anche la riorganizzazione dei monasteri, la formazione sia iniziale che permanente e il vicendevole sostegno economico. (88)
Le modalità della collaborazione dei monasteri con la Federazione sono offerte e determinate dall’Assemblea delle Superiore dei monasteri che, in base agli Statuti approvati, precisano i compiti ch’essa dovrà svolgere a beneficio e aiuto dei monasteri.
Ordinariamente la Santa Sede nomina un Assistente religioso al quale potrà delegare, per quanto riterrà necessario o in casi particolari, alcune facoltà e incarichi. E compito dell’Assistente: procurare che nella Federazione sia conservato e aumentato lo spirito genuino della vita interamente contemplativa del proprio Ordine, aiutare in spirito di fraterno servizio nella conduzione della Federazione e nei problemi economici di maggiore importanza, contribuire ad una solida formazione delle novizie e delle professe.
29. Il servizio di formazione che la Federazione può offrire è sussidiario. (89) Le Federazioni elaborino una ratio formationis, che comporti norme concrete di applicazione, (90) e che farà parte del diritto proprio di un monastero, dopo essere stato sottoposto alla Santa Sede, previo consenso del Capitolo conventuale del monastero stesso.
Ogni monastero ha di diritto il suo Noviziato. Tuttavia la Federazione, pur evitando il centralismo, può istituire un Noviziato e altri servizi d’insegnamento per monasteri che, a causa di mancanza di candidate, d’insegnanti o altro, non possono bastare a se stessi e desiderano liberamente di usufruirne; tali servizi formativi, da determinarsi nella ratio formationis, sono da svolgersi in un monastero ordinariamente della Federazione, (91) rispettando le esigenze fondamentali della vita contemplativa in clausura.
Le Federazioni mirino a rendere gradualmente autosufficienti le comunità soprattutto per quanto riguarda la formazione permanente, che comporta un impegno spirituale e di studio non saltuario ma continuato, favorendo lo sviluppo nei monasteri di una cultura e di una mentalità contemplative.
Rinnovamento e aiuto ai monasteri
30. Le Federazioni possono validamente cooperare per dare nuovo vigore ai monasteri, rinnovandone l’impulso vocazionale attorno agli elementi essenziali della propria spiritualità, nella dimensione integralmente contemplativa della forma di vita e stimolando la fervorosa osservanza della regola e delle Costituzioni.
I monasteri di una Federazione sono tenuti ad aiutarsi vicendevolmente, anche, quando fosse veramente necessario ed evitando l’instabilità, con lo scambio di monache. (92)
Spetta comunque alle singole comunità decidere della richiesta e della risposta, nella misura delle proprie possibilità.
I monasteri, che non sono più in grado di garantire la vita regolare o che si trovano in circostanze particolarmente gravi, possono rivolgersi alla Presidente con il suo Consiglio per cercare una soluzione adeguata.
Quando vi fosse una comunità che non possiede più le condizioni per agire in modo libero, autonomo e responsabile, la Presidente avverta il Vescovo diocesano e il Superiore regolare, qualora esista, e sottoponga il caso alla Santa Sede. (93)
31. Con questa Istruzione si intende confermare l’alto apprezzamento della Chiesa per la vita integralmente contemplativa delle monache di clausura e la sua sollecitudine per salvaguardarne l’autenticità, « per non lasciar mancare al mondo un raggio della divina bellezza che illumini il cammino dell’esistenza umana ». (94)
Sostenga e incoraggi tutte le contemplative claustrali la parola benedicente del Santo Padre Giovanni Paolo II: « Come gli Apostoli, radunati in preghiera con Maria ed altre donne nel Cenacolo, furono riempiti di Spirito Santo (cf At 1, 14), così la comunità dei credenti conta oggi di poter sperimentare, grazie anche alla vostra preghiera, una rinnovata Pentecoste per una più efficace testimonianza evangelica alle soglie del Terzo Millennio. Care sorelle, affido a Maria, Vergine fedele e Dimora consacrata a Dio, le Vostre comunità e ciascuna di voi. La Madre del Signore ottenga che da ogni vostro monastero si irradi nuovamente nel mondo intero un fascio di quella luce che avvolse il mondo quando il Verbo si fece carne e pose la sua dimora tra noi! ». (95)
Il 1° maggio 1999 il Santo Padre ha approvato il presente documento della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica e ne ha autorizzato la pubblicazione.
Dal Vaticano, 13 maggio 1999, Solennità dell’Ascensione del Signore.
Parte I – Significato e valore della clausura delle monache
Parte II – La clausura delle monache
NORMATIVA CIRCA LA CHIUSURA PAPALE DELLE MONACHE
Parte III – Perseveranza nella fedeltà
Parte IV – Associazioni e Federazioni
(1) Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale circa la vita consacrata e la sua missione nella Chiesa e nel mondo Vita consecrata (25 marzo 1996), 59.
(2) Cf. Concilio Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla Divina Rivelazione Dei Verbum, 8; Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 14; 32; Catechismo della Chiesa Cattolica, 555; S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, III, 45, 4, ad 2: « Apparve tutta la Trinità: il Padre nella voce, il Figlio nell’uomo, lo Spirito nella nube luminosa »; Cassiano, Conferenza 10, 6: PL 49, 827: « Si ritirò solo sul monte a pregare per istruirci, così, dandoci esempio di nascondimento, affinché noi pure, se vogliamo interpellare Dio con puro ed integro affetto di cuore, parimenti ci ritiriamo da ogni inquietudine e confusione della gente »; Guglielmo di Saint Thierry, Ai fratelli del Monte di Dio, I, 1: PL 184, 310: « La vita solitaria fu praticata familiarmente dallo stesso Signore mentre era insieme con i discepoli, quando si trasfigurò sul Monte santo, suscitandone in loro un tale desiderio che Pietro immediatamente disse: Quanto sarei felice di dimorarvi per sempre! ».
(3) Cf. Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 28; 112.
(4) Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 63.
(5) Cf. Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Redemptoris Mater (25 marzo 1987), 43; Id., Discorso alle Claustrali (Loreto, 10 settembre 1995), 2: « Che cos’altro è la vita claustrale se non un continuo rinnovamento di un “sì” che apre le porte del proprio essere all’accoglienza del Salvatore? Voi pronunciate questo “sì” nel quotidiano assenso all’opera divina e nell’assidua contemplazione dei misteri della salvezza ».
(6) Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. sulla sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, 2; Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica su alcuni aspetti della meditazione cristiana Orationis formas (15 ottobre 1989), 1; Catechismo della Chiesa Cattolica, 2566-2567.
(7) Conc. Ecum. Vat. II, Decr. sul rinnovamento della vita religiosa Perfectae caritatis, 7; cf. Giovanni Paolo II, Angelus (17 nov. 1996): « Quale inestimabile tesoro per la Chiesa e per la società sono le comunità di vita contemplativa! ».
(8) Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 46; Paolo VI, Motu proprio Ecclesiae sanctae (6 agosto 1966), II, 30-31; Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti sec., Dimensione contemplativa della vita religiosa (12 agosto 1980), 24-29; Congregazione per gli Istituti di Vita cons. e le Società di Vita ap., Istr. Potissimum institutioni (2 febbraio 1990), IV, 72-85; Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 8; 59.
(9) Cf. Paolo VI, Esort. ap. Gaudete in Domino (9 maggio 1975), VI: « La Chiesa, infatti, rigenerata dallo Spirito Santo, in quanto rimane fedele al suo compito e alla sua missione, è da considerarsi come la vera “giovinezza del mondo” ».
(10) Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 46; Codice di Diritto Canonico, can. 577; Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti sec., Istr. sulla vita contemplativa e la clausura delle monache Venite seorsum (15 agosto 1969), I; Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 59; Id., Discorso alle Claustrali (Nairobi, 7 maggio 1980), 3: « Nella vostra vita di preghiera si prolunga la lode di Cristo al suo eterno Padre. La totalità del suo amore per il Padre e della sua obbedienza alla volontà del Padre è riflessa nella vostra radicale consacrazione d’amore. La sua immolazione disinteressata per il suo Corpo, la Chiesa, trova espressione nell’offerta delle vostre vite in unione al suo sacrificio ».
(11) Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 46; Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 14.
(12) Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 59.
(13) Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti sec., Istr. sulla vita contemplativa e la clausura delle monache Venite seorsum (15 agosto 1969), I.
(14) Cf. Giovanni Paolo II, Lettera ap. Mulieris dignitatem (15 agosto 1988), 26: « Ci troviamo al centro stesso del mistero pasquale, che rivela fino in fondo l’amore sponsale di Dio. Cristo è lo Sposo, perché “ha dato se stesso”: il suo corpo è stato “dato”, il suo sangue è stato “versato” (cf. Lc 22, 19-20). In questo modo “amò sino alla fine” (Gv 13, 1). Il “dono sincero”, contenuto nel sacrificio della Croce, fa risaltare in modo definitivo il senso sponsale dell’amore di Dio. Cristo è lo Sposo della Chiesa come redentore del mondo. L’Eucaristia è il sacramento della nostra redenzione. E il sacramento dello Sposo, della Sposa ».
(15) Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 59; cf. Lettera alle Claustrali in occasione dell’VIII centenario della nascita di S. Chiara d’Assisi (11 agosto 1993): « In realtà, l’intera vita di Chiara era una eucaristia, perché ella elevava dalla sua clausura un continuo “ringraziamento” a Dio con la preghiera, la lode, la supplica, l’intercessione, il pianto, l’offerta e il sacrificio. Tutto era in lei accolto ed offerto al Padre in unione col “grazie” infinito del Figlio Unigenito »; B. Elisabetta della Trinità, Scritti, Ritiro 10, 2: « Una Lode di gloria è sempre occupata nel rendimento di grazie. Ognuno dei suoi atti, dei suoi movimenti, ogni suo pensiero ed aspirazione, nel tempo stesso che la radicano più profondamente nell’amore, sono come un’eco del Sanctus eterno ».
(16) Cf. S. Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli, Omelia 38, 3: PL 76, 1283: « Allora, infatti, Dio Padre celebrò le nozze di Dio suo Figlio, quando nel grembo della Vergine lo congiunse alla natura umana, allorché volle che colui che era Dio prima dei secoli, diventasse uomo alla fine dei secoli »; S. Antonio di Padova, Sermoni, Domenica 20 dopo Pent., I, 4: « La Sapienza, il Figlio di Dio, ha costruito la casa della sua umanità nel grembo della beata Vergine, casa sorretta da sette colonne, cioè dai doni della grazia settiforme. Questo è lo stesso che dire: Celebrò le nozze del suo Figlio »; Giovanni Paolo II, Lettera ap. Dies Domini (31 maggio 1998), 12: « Dio si manifesta come lo Sposo di fronte alla sposa (cf. Os 2, 16-24; Ger 2, 2; Is 54, 4-8) … L’intensità sponsale caratterizza, dall’Antico al Nuovo Testamento, il rapporto di Dio con il suo popolo. Così la esprime, ad esempio, questa meravigliosa pagina di Osea: “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2, 21-22) ».
(17) Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Decr. sul rinnovamento della vita religiosa Perfectae caritatis, 12: « … sono richiamo di quel mirabile connubio operato da Dio e che si manifesterà pienamente nel secolo futuro, per cui la Chiesa ha Cristo come suo unico Sposo »; Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 3; 34.
(18) Cf. Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 59.
(19) Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 19: « La ragione più alta della dignità dell’uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio ».
(20) Cf. Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 59; Conc. Ecum. Vat. II, Cost. sulla sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, 2.
(21) Cf. Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 34; Id., Lett. ap. Mulieris dignitatem (15 agosto 1988), 20; Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti sec., Istr. sulla vita contemplativa e la clausura delle monache Venite seorsum (15 agosto 1969), IV.
(22) Cf. S. Ambrogio, Formazione della vergine, 24: PL 16, 326-327.
(23) Cf. Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 59.
(24) Cf. S. Benedetto, Regola, 72, 11: « Nulla assolutamente anteporre a Cristo »: CSEL 75, 5.163; Massimo il Confessore, Libro ascetico, n. 43: PG 90, 953 B: « Diamoci al Signore con tutto il cuore per accoglierlo interamente »; Giovanni Paolo II, Lettera alle Monache Scalze dell’Ordine della Beata Vergine del Monte Carmelo (31 maggio 1982): « Non dubito che le Carmelitane di oggi non meno di quelle di ieri, tendano gioiosamente al traguardo di questo assoluto, per rispondere adeguatamente alle istanze profonde che scaturiscono da un amore totale per Cristo e da una dedizione senza riserve alla missione della Chiesa ».
(25) Cf. S. Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele, Libro 2, omelia 8, 16: CCL 142, 348: « Quando una persona offre al Dio potentissimo tutto quello che ha, tutta la sua vita, tutto quello di cui gode, è un olocausto… Ed è quello che fanno coloro che lasciano il secolo presente ».
(26) Conc. Ecum. Vat. II, Decr. sul rinnovamento della vita religiosa Perfectae caritatis, 7.
(27) Cf. S. Agostino, Sermo 339, 4: PL 38, 1481: « Nessuno mi vincerebbe nell’amore di una sicura, tranquilla vita contemplativa; non c’è nulla di meglio, nulla di più dolce che scrutare, lontano dai rumori, il tesoro divino. E cosa dolce, è cosa buona »; Guigo I, Elogio della vita solitaria: Consuetudini, 80, 11: PL 153, 757-758: « Nulla, più della solitudine, è atto a favorire la soavità della salmodia, l’applicazione alla lettura, i fervori delle orazioni, le penetranti meditazioni, l’estasi delle contemplazioni e il battesimo delle lacrime »; S. Eucherio di Lione, Lode dell’eremo: Lett. a Ilario, 3: PL 50, 702-703: « Giustamente chiamo l’eremo tempio incircoscritto del nostro Dio… Senza dubbio si deve credere che Dio sia più immediatamente lì, dove più facilmente si fa trovare ».
(28) Cf. S. Basilio, La vera integrità della verginità, 49: PG 30, 765: « L’anima della vergine, sposa di Cristo, è come una fonte purissima…; non dev’essere agitata da parole provenienti dall’esterno e comunicate dall’udito né distolta dalla sua serena tranquillità da immagini che colpiscono la vista in modo che, contemplando come in uno specchio purissimo la sua immagine e la bellezza dello Sposo, venga sempre più riempita del suo vero amore ».
(29) Cf. S. Giovanni della Croce, Salita del Monte Carmelo, 2, 5, 6.
(30) S. Gregorio di Nazianzo, Poemi, I, 2, 1, v. 20: PG 37, 523.
(31) Giovanni Paolo II, Discorso alle Claustrali (Loreto, 10 settembre 1995), 3.
(32) Cf. S. Bonaventura, In onore di S. Agnese V. e M., Sermo 1: Opera Omnia, IX, 504 b: « Quando una persona gusta quant’è soave il Signore, si ritrae da tutte le occupazioni esteriori; allora entra nel suo cuore e si dispone pienamente alla contemplazione di Dio tutta rivolta agli eterni splendori; allora diventa raggiante e viene rapita dallo splendore eterno. Se l’anima vedesse Questo Bellissimo incomparabile, tutti i legami di questo mondo non potrebbero più staccarla da Lui ».
(33) Cf. Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti sec., Dimensione contemplativa della vita religiosa (12 agosto 1980), 26; Congregazione per gli Istituti di Vita cons. e le Società di Vita ap., Istr. « La vita fraterna in Comunità » (2 febbraio 1994), 59: « La comunità di tipo contemplativo (che presenta Cristo sul monte) è centrata sulla duplice comunione con Dio e con i suoi membri. Essa ha una proiezione apostolica efficacissima che, però, rimane in buona parte nascosta nel mistero »; Giovanni Paolo II, Discorso al Clero, ai Consacrati e alle Claustrali (Chiavari, 18 settembre 1998), 4: « E ora una speciale parola a voi, carissime Claustrali, che costituite il segno dell’unione esclusiva della Chiesa-Sposa con il suo Signore, sommamente amato. Voi siete sospinte da una irresistibile attrattiva che vi trascina verso Dio, termine esclusivo di ogni vostro sentimento e di ogni vostra azione. La contemplazione della bellezza di Dio è diventata la vostra eredità, il vostro programma di vita, il vostro modo di essere presenti nella Chiesa ».
(34) Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 4: « Così la Chiesa intera appare come “il popolo radunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” »; S. Cipriano, La preghiera del Signore, 23: PL 4, 536.
(35) Cf. Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 46; Congregazione per gli Istituti di Vita cons. e le Società di Vita ap., Istr. « La vita fraterna in comunità » (2 febbraio 1994), 10: « La vita fraterna in comune, in un monastero, è chiamata ad essere segno vivo del mistero della Chiesa ».
(36) Cf. Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 42.
(37) Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Decreto sull’attività missionaria della Chiesa Ad gentes, 2.
(38) Cf. Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 72; Lett. Enc. Redemptoris missio (7 dicembre 1990), 23.
(39) Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Decr. sul rinnovamento della vita religiosa Perfectaec caritatis, 7; Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 8; 59.
(40) Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 953; S. Chiara d’Assisi, 3 Lettera ad Agnese di Praga, 8; Scritti, SC 325, 102: « E, per avvalermi delle parole stesse dell’Apostolo, ti stimo collaboratrice di Dio stesso e sostegno delle membra deboli e vacillanti del suo ineffabile corpo ».
(41) Cantico Spirituale 29, 2; cf. Giovanni Paolo II, Omelia nella Basilica Vaticana (30 novembre 1997): « Alle claustrali, in particolare, chiedo di porsi nel cuore stesso della Missione con la loro costante preghiera di adorazione e di contemplazione del mistero della Croce e della Risurrezione ».
(43) Giovanni Paolo II, Discorso alle Claustrali (Nairobi, 7 maggio 1980), 2; cf. Conc. Ecum. Vat. II, Decr. sull’attività missionaria della Chiesa Ad gentes, 40: « Gli istituti di vita contemplativa, con le loro preghiere, penitenze e tribolazioni, hanno grandissima importanza nella conversione delle anime, perché è Dio che, quando è pregato, manda operai nella sua messe (cf. Mt 9, 38), apre gli animi dei non cristiani all’ascolto del Vangelo (cf. At 16, 14), e rende feconda nei loro cuori la parola della salvezza (cf. 1 Cor 3, 7) ».
(44) Cf. B. Giordano di Sassonia, Lettera IV alla B. Diana d’Andalò: « Quello che tu compi nella tua quiete, io lo compio camminando di luogo in luogo: tutto questo facciamo per amor suo. Lui è il nostro unico fine ».
(45) Giovanni Paolo II, Discorso alle Claustrali (Loreto, 10 settembre 1995), 4.
(46) Cf. S. Ireneo, Contro le eresie, 4, 20, 8s.: PG 7, 1037: « Non solo parlando profetavano i profeti, ma anche contemplando e conversando con Dio e con tutte le azioni che compivano, eseguendo quanto suggeriva loro lo Spirito ».
(47) Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 59.
(49) Cf. Conc. Ecum. Vaticano II, Decr. sull’attività missionaria della Chiesa Ad gentes, 18.
(50) Cf. Conc. Ecum. Vaticano II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 45; Decr. sull’ufficio pastorale dei Vescovi Christus Dominus, 15; Codice di Diritto Canonico, can. 586, § 2.
(51) Cf. Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti sec. e Sacra Congregazione per i Vescovi, Note direttive Mutuae relationes (14 maggio 1978), 25; Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti sec., Dimensione contemplativa della vita religiosa (12 agosto 1980), 26.
(52) Conc. Ecum. Vaticano II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 46.
(53) Cf. Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti sec., Istr. sulla vita contemplativa e la clausura delle monache Venite seorsum (15 agosto 1969), VII.
(54) Cf. Giovanni Paolo II, Discorso alla Plenaria della Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari (7 marzo 1980), 3: « L’abbandono della clausura significherebbe la diminuzione di quello che c’è di più specifico in una delle forme di vita religiosa per la quale la Chiesa manifesta al mondo la preminenza della contemplazione sull’azione, di quello che è eterno su quello che è temporale ».
(55) Codice di Diritto Canonico, can. 667, § 3; cf. Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti sec., Istr. sulla vita contemplativa e la clausura delle monache Venite seorsum (15 agosto 1969), Normae, 1.
(56) Cf. Paolo VI, Motu proprio Ecclesiae sanctae (6 agosto 1966), II, 30.
(57) Cf. Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti sec., Istr. sulla vita contemplativa e la clausura delle monache Venite seorsum (15 agosto 1969), IV.
(58) Cf. Conc. Ecum. Vaticano II, Decr. sul rinnovamento della vita religiosa Perfectae caritatis, 7; Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 8; 59; Id., Discorso alle Claustrali (Lisieux, 2 giugno 1980), 4: « Amate la vostra separazione dal mondo, del tutto paragonabile al deserto biblico. Paradossalmente questo deserto non è vuoto. E’ là che il Signore parla al vostro cuore e vi associa strettamente alla sua opera di salvezza »; Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti sec., La dimensione contemplativa della vita religiosa (12 agosto 1980), 29.
(59) Cf. Codice di Diritto Canonico, can. 674.
(60) Cf. Giovanni Paolo II, Discorso alle Claustrali (Bologna, 28 settembre 1997), 4: « La vostra vita, che con la sua separazione dal mondo, espressa in modo concreto ed efficace, proclama il primato di Dio, costituisce un richiamo costante alla preminenza della contemplazione sull’azione, di ciò che è eterno su ciò che è temporaneo ».
(61) Cf. Paolo VI, Motu proprio Ecclesiae sanctae (6 agosto 1966), II, 31.
(62) Cf. Codice di Diritto Canonico, can. 667, § 3.
(63) Cf. Conc. Ecum. Vaticano II, Decr. sul rinnovamento della vita religiosa Perfectae caritatis, 9; Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 6.
(64) Cf. Codice di Diritto Canonico, can. 667, § 3.
(65) Cf. Conc. Ecum. Vaticano II, Decr. sul rinnovamento della vita religiosa Perfectae caritatis, 16; Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti sec., Istr. sulla vita contemplativa e la clausura delle monache Venite seorsum (15 agosto 1969), Normae, 1 e 9.
(66) Cf. Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 59.
(67) Cf. Codice di Diritto Canonico, can. 667, § 4.
(68) Cf. Congregazione per gli Istituti di Vita cons. e le Società di Vita ap., Istr. Potissimum institutioni (2 febbraio 1990) IV, 81; 82.
(70) Quando si tratta di trasferimenti definitivi di monache professe perpetue o solenni bisogna seguire le prescrizioni del can. 684, § 3.
(71) Cf. Codice di Diritto Canonico, can. 666: « Pertanto nel far uso dei mezzi di comunicazione sociale si osservi la necessaria prudenza ».
(72) Cf. Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 65.
(74) Cf. Conc. Ecum. Vaticano II, Decreto sulla formazione dei candidati al sacerdozio Optatam totius, n. 16, nota 32; S. Bonaventura, Itinerario della mente in Dio, Prol. n. 4: Opera Omnia V, 296 a: « Nessuno creda che gli basti la lettura senza l’unzione, la speculazione senza la devozione, la ricerca senza la meraviglia, la prudenza senza l’esultanza, l’operosità senza la pietà, la scienza senza la carità, l’intelligenza senza l’umiltà, lo studio senza la grazia divina, lo specchio senza la sapienza ispirata da Dio ».
(75) Congregazione per gli Istituti di Vita cons. e le Società di Vita ap., Istr. Potissimum institutioni (2 febbraio 1990), 74.
(76) Cf. Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 68; Congregazione per gli Istituti di Vita cons. e le Società di Vita ap., Istr. Potissimum institutioni (2 febbraio 1990), 85.
(77) Cf. Giovanni Paolo II, Discorso all’Udienza Generale (4 gennaio 1995), 8: « I contemplativi si pongono in uno stato di oblazione personale così elevato da richiedere una vocazione speciale che bisogna verificare prima dell’ammissione o della professione definitiva ».
(78) Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla Divina Rivelazione, Dei Verbum, 24; cf. Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 22: « In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro (cf. Rm 5, 14) e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione ».
(79) Cf. Congregazione per gli Istituti di Vita cons. e le Società di Vita ap., Istr. Potissimum institutioni (2 febbraio 1990), 81; Giovanni Paolo II, Discorso alle Claustrali (Bologna, 28 settembre 1997), 5: « Le vostre comunità claustrali, con i loro propri ritmi di preghiera e di esercizio della carità fraterna, in cui la solitudine è riempita della soave presenza del Signore ed il silenzio dispone l’anima all’ascolto dei suoi interiori suggerimenti, sono il luogo dove ogni giorno vi formate a questa conoscenza amorosa del Verbo del Padre ».
(80) Cf. Codice di Diritto Canonico, can. 619; 641; 661.
(81) Cf. Congregazione per gli Istituti di Vita cons. e le Società di Vita ap., Istr. Potissimum institutioni (2 febbraio 1990), 82.
(82) Cf. Codice di Diritto Canonico, can. 586, § 1.
(83) Cf. ibid., can. 586, § 2.
(86) Cf. Pio XII, Cost. ap. Sponsa Christi (21 novembre 1950), VII, § 2, 2; Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 59.
(87) Cf. Pio XII, Cost. ap. Sponsa Christi (21 novembre 1950), VII, § 3; § 4; § 6.
(88) Cf. Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 59.
(89) Cf. Congregazione per gli Istituti di Vita cons. e le Società di Vita ap., Istr. Potissimum institutioni (2 febbraio 1990), 81; 82.
(92) Cf. Pio XII, Cost. ap. Sponsa Christi (21 novembre 1950), VII, § 8, 3.
(93) Cf. Conc. Ecum. Vaticano II, Decr. sul rinnovamento della vita religiosa Perfectae caritatis, 21; Codice di Diritto Canonico, can. 616, § 4.
(94) Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Vita consecrata (25 marzo 1996), 109.
(95) Discorso alle Claustrali (Loreto, 10 settembre 1995), 4.

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