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Timestamp: 2019-09-18 18:23:04+00:00

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Evoluzione storica della responsabilità penale degli enti - Ius in itinere
di Tayla Jolanda Mirò D'Aniello · Pubblicato 15 Dicembre 2018 · Aggiornato 14 Dicembre 2018
La responsabilità degli enti, ha rappresentato quasi sempre un tema “alieno” ed incompatibile rispetto al sistema penale. Questa incongruenza si rileva anche in relazione alla struttura del “reato”, che è orientato in senso antropomorfico , individuano l’uomo come unico artefice dell’azione illecita. Detta impostazione è tra l’altro corroborata dall’art. 85 c.p.[1] secondo cui ai fini dell’imputabilità è richiesta la capacità di intendere e di volere, inteso quale presupposto minimo e necessario affinché al soggetto possa essere rimproverato la commissione di un reato.
Con un excursus storico si rileva che anche il codice penale del 1930 era organizzato secondo una struttura antropocentrica, non lasciando trasparire alcun interesse verso la responsabilità delle persone giuridiche e dando vigore al brocardo latino “Societas delinquere non potest”.
L’impianto penalistico conserva questa organizzazione sino agli anni ’60, ove si tende a collocare un prima forma, seppur embrionale, di responsabilità degli enti.
Invero, alcuni studiosi preferiscono individuare la genesi della responsabilità penale degli enti all’inizio del Novecento e precisamente negli Stati Uniti, dove la sentenza della Corte Suprema nel noto caso New York Central & Hudson River R.R. v United States[2], riconosce per la prima volta la responsabilità penale delle persone giuridiche.
Questa nuova forma di responsabilità fatica ad arrivare in Italia, difatti la dottrina evidenziava come una simile soluzione era palesemente incompatibile con i principi fondamentali della Costituzione italiana.
Un ostacolo apparentemente insormontabile era rappresentato dall’art. 27[3] della Costituzione che richiama(va) il principio antropomorfico, in particolare il 1° comma prevede che la responsabilità penale è personale, di guisa si richiede che tra l’agente e il fatto (illecito) deve esserci un legame oggettivo, nel senso che il soggetto deve aver compiuto materialmente il fatto, ed un legame soggettivo, in relazione agli elementi del dolo o della colpa.
Inoltre, il 3° comma disciplina lo scopo della pena ovvero quella della rieducazione, e quindi affinché al soggetto possa essere mosso un rimprovero è necessario che abbia compiuto l’azione intenzionalmente o comunque che si possano rilevare gli estremi di una colpa.
Alla stregua di quanto detto, l’Italia sembrava aver “chiuso le porte” ad una possibile responsabilità degli enti, tuttavia grazia alla spinta delle diverse Convenzioni sovranazionali, si obbligano gli Stati membri nella previsione di una responsabilità per le persone giuridiche, ai fini di salvaguardare la leale concorrenza nei mercati economici e per temperare il fenomeno del c.d. forum shopping.
La risposta del legislatore italiano arriva con il d.lgs n. 231/2001 (conosciuto anche come modello organizzativo 231), che introduce una nuova forma di responsabilità, qualificata però come “amministrativa”, ciò al fine di eludere le limitazioni imposte dall’articolo 27 Cost.
I presupposti richiesti ai fini della configurazione della responsabilità amministrativa degli enti sono essenzialmente tre:
Il soggetto che compie il fatto deve essere collocato, nella struttura organizzativa dell’ente, in una posizione apicale, ovvero deve svolgere mansioni di amministrazione, di direzione e/o di gestione dell’ente.
I’agente non deve però svolgere necessariamente cariche dirigenziale, potendo rivestire la qualifica di socio e quindi trovarsi in una posizione subordinata.
L’azione deve essere posta nell’interesse o comunque a vantaggio dell’ente.
Il dato che più ha generato discussioni e dubbi riguardo al modello 231, è che il tipo di sanzioni seppur qualificate come amministrative, in realtà presentavo tutte le caratteristiche della sanzione penale.
Dottrina più sensibile, parla a tal proposito di Frode dell’etichetta, secondo cui il nomen iuris attribuito alla sanzione non può spingersi sino a travolgere completamente l’anima della sanzione.
E’ interessante ricordare la teoria di un noto penalista Nuvolone, che osserva come la sanzione penale si presenti con un carattere afflittivo, punitivo e repressivo, ed è posta come conseguenza coattiva ad un comportamento di ribellione al comando.
Queste caratteristiche insite nella sanzione penale prescindono dall’etichetta, per cui ogni qual volta che la sanzione presenti questi tratti, indipendentemente dal nomen iuris, devono operare le garanzie Costituzionali e penali.
Per completezza è utile evidenziare come ai fini della configurazione della sanzione è possibile richiamare gli Engel Criteria, elaborati dalla Corte di Strasuburgo, a seguito della nota sentenza Engel ed altri Vs Paesi bassi[4], secondo cui la sanzione è da ritenersi “convenzionalmente penale” qualora sia presente anche solo uno dei tre criteri:
La qualificazione del diritto interno
La natura dell’infrazione
La severità della pena.
In detto “quadro” giova infine ricordare anche la sentenza Grande Stevens e altri Vs Italia[5], dove la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha asserito che la natura sostanzialmente penale della sanzione soggiace al principio del ne bis in idem, avvalorando la tesi dell’anima penale delle sanzioni amministrative.
In conclusione, anche se la sanzione si presenti formalmente come amministrativa ma abbia carattere punitivo o repressivo, si dovrà intendere come sostanzialmente penale, sottostando alle garanzie fondamentali insite nella Costituzione.
[1] Articolo 85 c.p. “Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile”
[2] Per un maggior approfondimento si veda: www.rivista231.it
[3] Articolo 27 Cost. La responsabilità penale è personale.
[4] Per un approfondimento della sentenza si veda qui: file:///C:/Users/Amministratore/Downloads/ENGEL%20AND%20OTHERS%20v.%20THE%20NETHERLANDS-1976.
[5] Per una lettura della sentenza Grande Stevens e altri Vs. Italia si veda qui: file:///C:/Users/Amministratore/Downloads/GRANDE%20STEVENS%20AND%20OTHERS%20v.%20ITALY-2014.pdf
FONTE IMMAGINE: http://www.adriamed.it/d-lgs-231/
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 Articolo 85
 Articolo 27
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