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Maltrattamenti In Famiglia - Cassazione Penale 09/02/2016 N° 5258 - Legge semplice
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Maltrattamenti In Famiglia – Cassazione Penale 09/02/2016 N° 5258
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Numero: 5258
Testo completo della Sentenza Maltrattamenti in famiglia – Cassazione Penale 09/02/2016 n° 5258:
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE – SENTENZA 9 febbraio 2016, n.5258 – Pres. Conti – est. De Amicis
1. Con sentenza del 17 febbraio 2015 la Corte d’appello di Venezia, in riforma della sentenza di condanna emessa in data 6 dicembre 2013 dal G.u.p. presso il Tribunale di Belluno, che all’esito di giudizio abbreviato lo condannava alla pena di un anno di reclusione oltre al risarcimento dei danni subiti dalla parte civile, ha assolto Pa.Mi. dai reati di maltrattamenti in famiglia e di violenza privata nei confronti della moglie P.A. , revocando le statuizioni civili e confermando nel resto l’impugnata sentenza (ossia per i capi concernenti l’assoluzione per il reato di maltrattamenti in danno della figlia minore).
2. Avverso la su indicata pronuncia ha proposto ricorso per cassazione il difensore della parte civile, deducendo sette motivi di doglianza il cui contenuto viene qui di seguito sinteticamente illustrato.
3. Con memoria depositata nella Cancelleria di questa Suprema Corte il 26 ottobre 2015 il difensore dell’imputato ha esposto ed ampiamente sviluppato un’articolata serie di argomentazioni critiche volte a confutare la fondatezza dei motivi di ricorso proposti dalla parte civile, chiedendone la declaratoria di rigetto ovvero di inammissibilità.
2. Infondati devono ritenersi, anzitutto, i primi due motivi di doglianza dalla ricorrente prospettati, ove si considerino i principii al riguardo stabiliti da questa Suprema Corte (Sez. 1, n. 37588 del 18/06/2014, dep. 12/09/2014, Rv. 260840), secondo cui nel giudizio abbreviato d’appello, poiché l’unica attività d’integrazione probatoria consentita è quella esercitabile officiosamente, non è configurabile un vero e proprio diritto alla prova di una delle parti cui corrisponda uno speculare diritto della controparte alla prova contraria, con la conseguenza che il mancato esercizio da parte del giudice d’appello dei poteri officiosi di integrazione probatoria, non può mai integrare, il vizio di cui all’art. 606, primo comma, lett. d) cod. proc. pen..
3. Parimenti infondate, sin quasi a lambire la soglia della inammissibilità, devono poi ritenersi le ulteriori censure difensive, poiché sostanzialmente orientate a sollecitare, sul duplice presupposto di una rilettura fattuale delle risultanze processuali e di una valutazione meramente alternativa delle fonti di prova, l’esercizio di uno scrutinio improponibile in questa Sede, a fronte della linearità e della logica conseguenzialità che caratterizzano la scansione delle sequenze motivazionali della decisione impugnata.
4. Invero, secondo il costante insegnamento giurisprudenziale di questa Suprema Corte (Sez. 1, n. 8618 del 12/02/1996, dep. 24/09/1996, Rv. 205754), ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 572 cod. pen. la materialità del fatto deve consistere in una condotta abituale che si estrinsechi con più atti che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa di ledere l’integrità fisica o morale del soggetto passivo infliggendogli abitualmente tali sofferenze.
5. A tale quadro di principii si è uniformata l’impugnata sentenza, che, dopo aver puntualmente ripercorso ed esaminato i vari profili fattuali della condotta in contestazione, ne ha motivatamente escluso la sussumibilità nel reato di maltrattamenti, inquadrando le risultanze processuali nello specifico contesto, qualitativo e temporale, della tipologia delle relazioni familiari intercorse fra i coniugi (l’imputato esercente la professione di notaio, la parte civile quella di avvocato), dotati entrambi di un livello di formazione professionale, cultura, condizioni sociali ed economiche ben superiori alla media, fra i quali si è venuto ad instaurare un rapporto di accesa conflittualità, tensione e radicata contrapposizione, causa di grave disagio soprattutto per la figlia minore, tanto da indurre il Presidente del Tribunale di Belluno a disporre in via provvisoria ed urgente, nella relativa causa di separazione giudiziale, l’affievolimento della potestà di entrambi a favore dell’affidamento della minore ai servizi sociali, e ad ammonirli sulla gravità delle conseguenze giuridiche ed esistenziali delle loro inadempienze.
6. Conclusivamente, deve ritenersi che la Corte d’appello ha compiutamente indicato le ragioni per le quali ha ritenuto di escludere gli elementi richiesti per la configurazione dei delitti oggetto dei correlativi temi d’accusa, ed ha evidenziato al riguardo gli aspetti maggiormente significativi, dai quali ha tratto la conclusione che la ricostruzione proposta dalla ricorrente si poneva quale mera ipotesi alternativa, peraltro smentita dal complesso degli elementi di prova processualmente acquisiti.
7. Al rigetto del ricorso consegue, ex art. 616 cod. proc. pen., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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 Sentenza 
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 art. 616