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Timestamp: 2020-08-11 12:32:55+00:00

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La doppia medaglia del danno alla persona e la persistente autonomia del danno Morale
La sentenza n. 1185 depositata il 09-06-2015 della terza sezione civile della Suprema Corte, appare veramente degna di attenzione, in quanto si affronta e approfondisce il più volte discusso tema del danno alla persona.
La vicenda trae origine dal decesso di una donna per carcinoma all’utero non tempestivamente diagnosticato, con la particolarità che le indagini di laboratorio eseguite dalla danneggiata non avevano riscontrato cellule tumorali, ma il caso clinico, secondo le CTU espletate, andava, in base alla sintomatologia della paziente, approfondito ulteriormente. I familiari della donna, dinnanzi al Tribunale di Venezia, ottennero il riconoscimento della responsabilità in capo alla Clinica e al Medico, oltre al ristoro del danno non patrimoniale nell’ammontare di 1 milione 816 euro. In secondo grado la Corte d’Appello di Venezia, riconfermando l’an, ebbe a ridurre il risarcimento a 580.816,00 euro.
Il caso arriva in Cassazione a seguito del ricorso presentato dal Medico ritenuto responsabile dell’omessa tempestiva diagnosi, ove resistono con ricorsi incidentali i familiari della vittima e la Clinica.
La Suprema Corte sostiene che è riduttivo utilizzare una visione unitaria di danno non patrimoniale, come sancito dalle Sentenze di San Martino del 2008. In tale ottica, la pronunzia oggetto di esame, analizza il percorso giurisprudenziale storico-evolutivo del danno non patrimoniale in tutte le sue componenti.
In particolare, la Suprema Corte si sofferma sul proprio precedente, la pronunzia n. 22585/2013 (riportandone abbondanti stralci) e sulle argomentazioni svolte dalle note “sentenze gemelle” del 2003. Vengono, inoltre, richiamate più volte le pronunce a Sezioni Unite del 2008, sottolineando con veemenza che nelle stesse non si è soppresso il danno morale, ma si è limitata la risarcibilità del danno non patrimoniale alle sole ipotesi di lesione di diritti costituzionalmente garantiti.
La Corte ribadisce che è necessario distinguere la componente morale e quella esistenziale, poiché che ogni lesione ad un interesse costituzionalmente tutelato ha una doppia dimensione: quella di danno-relazione che si estrinseca all’esterno nelle dinamiche relazionali e nella vita quotidiana, e quella di danno morale come intima sofferenza.
L’autonomia del danno morale risulta ancora più chiara -sempre secondo la sentenza in commento- analizzando l’art. 138 cod. ass., poiché tale norma ancora la personalizzazione del danno morale alle ripercussioni negative di specifici aspetti dinamico-relazionali personali.
Significativamente la Corte ha affermato che “se è lecito ipotizzare, come talvolta si è scritto, che la categoria del danno esistenziale risulti indefinita e atipica, ciò appare la probabile conseguenza dell’essere la stessa dimensione della sofferenza umana, a sua volta, indefinita e atipica”.
Danno esistenziale e danno morale sono, dunque, diversi ed autonomamente risarcibili; sarà compito del giudice valutare, di volta in volta, quindi, sia la sofferenza morale interiore, sia l’alterazione dei precedenti aspetti dinamico- relazionali del soggetto leso.
Cass. civ. Sez. III, Sent., 09-06-2015, n. 11851
Questa Corte, in più di un’occasione (Cass. 28407/2008; Cass. 29191/2008; Cass. 5770/010; Cass. 18641/011; Cass. 20292/012) ha già avuto modo di affermare, in tema di danno morale e di danno alla vita di relazionale, i principi di diritto alla cui riaffermazione legittimamente anelano le parti ricorrenti.
Sulla base di tali premesse di principio, la motivazione della sentenza 22585/2013 così prosegue:
Su tali premesse si innesta la recente pronuncia della Corte costituzionale, n. 235/2014, predicativa della legittimità costituzionale dell’art. 139 del codice delle assicurazioni, la cui (non superficiale o volutamente parziale) lettura conduce a conclusioni non dissimili.
Sarà dunque compito del giudice chiamato a valutare dell’uno e dell’altro aspetto di tale sofferenza procedere ad una riparazione che, caso, per caso, nella unicità e irripetibilità di ciascuno delle vicende umane che si presentano dinanzi a lui, risulti da un canto equa, dall’altro consonante con quanto realmente patito dal soggetto – pur nella inevitabile consapevolezza della miserevole incongruità dello strumento risarcitorio a fronte del dolore dell’uomo, che dovrà rassegnarsi a veder trasformato quel dolore in denaro.
In tal senso precisato il contenuto della motivazione della sentenza oggetto dell’odierna impugnazione, pur dovendosi procedere alla sua integrazione nei sensi che precedono, ritiene il collegio, con riguardo tanto alla liquidazione del danno personalmente subito dalla vittima, quanto a quello sofferto dai suoi congiunti a titolo di perdita del rapporto parentale (che, al pari di tutti gli altri danno conseguenti alla lesione di un diritto/interesse costituzionalmente tutelato, in nulla differisce, sul piano morfologico, dal danno alla salute – salva l’esistenza, per quest’ultimo, di una definizione legislativa che ne copre l’aspetto tanto strutturale quanto funzionale), che il giudice di merito ha mostrato di considerare tout court, di quell’evento, tanto l’aspetto interiore della sofferenza morale, quanto quello relazionale, con riferimento sia alla vittima “primaria” che ai prossimi congiunti, procedendo poi alla liquidazione di una somma che, per quanto unitariamente considerata e unitariamente liquidata, ne presuppone pur sempre una concreta (benchè non puntualmente espressa) ripartizione a fronte dei due diversi e non sovrapponibili aspetti del danno subito.
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