Source: http://www.stenos.it/html/lady_golpe.html
Timestamp: 2019-01-21 21:59:29+00:00

Document:
Lady_Golpe
LE FALSE ACCUSE DI “LADY GOLPE”
UNO SCANDALO DIMENTICATO
Sbugiardati da cinque sentenze i calunniatori del Generale Canino
La rivisitazione televisiva di avvenimenti particolarmente rilevanti è tipica del nostro tempo: vicende umane significative, eventi ed episodi politici con risvolti clamorosi, oscuri e mai completamente chiariti, episodi eccezionali tali da segnare un’epoca, tragedie, sciagure, disastri, intrighi, storie di amori e di vendette e altro ancora (l’elenco sarebbe lunghissimo) sono sottoposti all’analisi, al microscopio, della ricerca, dell’indagine, delle cause, delle conseguenze, persino delle curiosità morbose. Nell’elenco, sottinteso, ma in continuo aggiornamento, sorprende la mancanza di quello che si potrebbe definire l’ “affaire Lady Golpe”, al secolo Donatella Di Rosa, che coinvolse con le sue travolgenti e straordinarie rivelazioni le massime gerarchie dell’Esercito tra le quali, soprattutto, il Generale di corpo d’armata Goffredo Canino, capo di stato maggiore dell’Esercito, accusato di essere ispiratore e organizzatore di un colpo di stato, di essere a stretto, confidenziale, amichevole contatto con la mafia e con la criminalità organizzata, di gestire e manovrare traffici illegali di armi, di averle fatto dono di un prezioso orologio, etc.
Sorprende che una vicenda che per mesi e mesi tenne banco sulle prime pagine dei quotidiani ed ebbe il massimo risalto sugli schermi televisivi, impegnando trasmissioni di grido e di altissima audience, oltre che, immancabilmente, presentatori e commentatori e direttori di primo piano o presunto tale, sorprende che sia stata accantonata, dimenticata, si dovrebbe dire cancellata.
Eppure si trattò di un evento che scosse la politica alle fondamenta.
SBUGIARDATI I CALUNNIATORI
Sono trascorsi tredici anni dal 22 Ottobre 1993, giorno in cui il Generale di Corpo d’Armata Goffredo Canino si dimise dalla carica di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito italiano.
Una decisione limpida e cristallina a tutela della propria dignità di Uomo e di Soldato, maturata in un clima reso torbido da una campagna agghiacciante articolata su accuse infondate e infamanti, con retroscena ancora oggi nell’ombra, cadenzata da ondate furibonde di insinuazioni velenose, calunnie, diffamazioni, denigrazioni, detrazioni, lesive e corrosive dell’onore.
Un gesto, quello del Generale Canino, imposto da una dirittura etica e morale rigorosa e inflessibile e dal profondo, religioso rispetto verso la Forza Armata, alla quale ha dedicato un’intera vita.
Accusato ingiustamente, aggredito vilmente, Egli ritenne irrinunciabile la battaglia a difesa della sua vita intemerata, della propria adamantina reputazione e, in primis, la salvaguardia dell’immagine dell’Esercito.
Dopo quaranta mesi di intensa, appassionata attività quale numero uno dell’Esercito, in un periodo quanto mai difficile e complesso, in presenza di una situazione internazionale critica e con il forte impegno di Reparti in operazioni multinazionali all’estero, il Generale Canino era costretto per quanto sopra sottolineato, ma deciso a rinunciare all’incarico affidatogli nell’aprile 1990 e a scendere nell’agone giudiziario onde avere, sulla base di prove inconfutabili, 1) il ristabilimento totale dei fatti, 2) il riconoscimento dell’assoluta estraneità rispetto ai fantasiosi scenari, ruoli e progetti addossatigli, 3) l’attribuzione piena e incontrovertibile delle responsabilità ai suoi denigratori, pretendendo, 4), il risarcimento dei danni, e, nel contempo, 5), ponendo i suoi avventati, incauti e soprattutto falsi accusatori di fronte all’inappellabile giudizio della verità, da essi sfregiata e infangata.
Cinque processi hanno sancito la verità. Cinque sentenze hanno dato luce, risposte e chiarezza ad una vicenda troppo a lungo ignorata. Il velo ambiguo dell’oblio lasciato cadere su quanto accaduto, deve essere rimosso. Il fango gettato a piene mani sul Generale Canino irriso, dileggiato da troppi maramaldi convinti di poter agire impunemente utilizzando, sfruttando anche certe compiacenze, nella convinzione dell’inviolabilità delle franchigie garantite da determinati temporanei privilegi, è stato letteralmente cancellato, dissolto, spazzato via dalle sentenze dei Tribunali.
Il Generale, forte della ragione, della sua pulizia morale, ha vinto la battaglia.
Il silenzio nel quale è stata avvolta, dal giorno delle dimissioni, la vicenda che lo ha visto obiettivo di meschine e squallide speculazioni; il disinteresse circa la ricerca dei termini effettivi, concreti degli avvenimenti da parte di quanti dapprima si accanirono contro la Sua persona e poi si ritrassero e nascosero; il vuoto informativo in cui è stata immersa la vicenda giudiziaria voluta dalla Sua coraggiosa determinazione, dalla salda tenacia e durata ben tredici anni, sono la cornice di una vicenda nella quale un Uomo, moralmente e intellettualmente onesto, ha vissuto da solo una lotta straordinaria, dura, implacabile, contro potenti, oscuri interessi precostituiti, tra il disinteresse sostanziale dei molti che pur avrebbero dovuto concedergli, se non altro, il beneficio del dubbio. Il principio cardine della Giustizia, la presunzione di innocenza, non è stato applicato.
UNA CATENA DI MENZOGNE
La vicenda, amara, del Generale Canino si può sintetizzare, ma non racchiudere ed esaurire, in poche date, in poche righe.
7 Ottobre 1993, Donatella Di Rosa, un passato di fascista a Udine, in una conferenza stampa indetta insieme al marito, il tenente colonnello Aldo Michittu, afferma di aver partecipato a riunioni di alti ufficiali delle Forze Armate durante le quali sarebbe stato raccolto denaro per organizzare un colpo di stato, sarebbero stati pianificati abboccamenti con mafiosi e trafficanti internazionali di armi, si sarebbe parlato di campi di addestramento militare, dell’arrivo di Kalashnikov smontati e nascosti in bombole di metano, nonché di quattro arsenali nascosti in luoghi diversi. Alla riunione avrebbero partecipato, oltre al capo di Stato Maggiore dell’Esercito Goffredo Canino, al generale della Guardia di Finanza Frea, al Generale Bellini, al Generale Petean, anche Gianni Nardi, un neofascista morto in Spagna nel 1976, che invece, secondo la Di Rosa, sarebbe ancora vivo. Donatella Di Rosa afferma inoltre di avere ricevuto 700 milioni dal suo amante, il Generale Franco Monticone, ex comandante della Folgore, al momento comandante della Forza d’Intervento Rapido... Avrebbero fatto parte dei finanziamenti raccolti per il progettato colpo di stato...
22 Ottobre 1993, Si dimette il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Canino, a seguito della decisione politica di sollevare dall’incarico il generale Rizzo comandante della Regione Militare della Toscana, ufficiale generale alle dirette dipendenze del Generale Canino, e per tutelare l’immagine dell’Esercito.
28 Ottobre 1993, i due coniugi, Donatella Di Rosa ( definita <Lady Golpe> dalla stampa) e Aldo Michittu (autori di un memoriale sul presunto golpe) sono arrestati e accusati di calunnia e autocalunnia con finalità eversive.
Queste alcune delle tracce reperibili.
Lo scenario di quei giorni contiene, ovviamente, molto di più.
Il Generale Canino pur invitato, all’epoca, da Enzo Biagi a raccontare la <sua verità> nel corso della trasmissione “Il Fatto” declinò l’invito. Coerente con la sua ferrea logica, voleva disporre della verità documentale: gli accertamenti giudiziari. Tra il novembre 2002 e il febbraio 2003 concesse, a Parigi, un’intervista esclusiva a un giornalista italiano. Il documento è pubblicato in un libro edito nel maggio 2003 (Piero Baroni, “Clandestino in Rai-Giornalista senza d.o.c.”, Roma, Edizioni Settimo Sigillo, Quinta Parte, “I miei Generali, i miei Ammiragli”, “Generale Goffredo Canino, Onore e Beau Geste”, pagg. 324-412, con ampia appendice documentale, pagg.451-588).(Edizioni Settimo Sigillo, Libreria Europa Editrice, Via Santamaura, 15 00192 Roma, tel. 06/39722155, fax 06/39722166).
L’11 dicembre 1997 la prima Sezione del Tribunale di Milano emetteva la sentenza nella causa promossa dal Generale Canino contro Tomaso Staiti di Cuddia, condannando l’ex parlamentare del Movimento sociale italiano per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Il 12 ottobre 1993 in un articolo apparso sul quotidiano “l’Indipendente” dal titolo “Quel generale è fedele. Ai partiti”, Staiti di Cuddia ipotizzava che il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito fosse in qualche modo legato alla mafia.
Il dispositivo della sentenza stabiliva, inoltre: “Condanna il convenuto al pagamento in favore dell’attore della somma di L. 20.000.000 a titolo di risarcimento del danno morale e dell’importo di L.2.000.000 a titolo di riparazione pecuniaria ex l.n.47/48, oltre agli interessi legali dalla data della sentenza al saldo. Condanna il convenuto alla rifusione delle spese di lite...Dispone la pubblicazione del dispositivo della presente sentenza per una volta sul quotidiano “Il Giorno”...”
La notizia della vittoria del Generale Canino apparve sul quotidiano “La Prealpina” sabato 21 marzo 1998.
Il 24 Ottobre 2000, sentenza del Tribunale di Udine nella causa contro Donatella Di Rosa, la Società Veneta Editrice S.p.A. di Udine e la giornalista Jolanda Chiara Carella, a seguito della campagna diffamatoria da essi condotta contro il Generale. Il giudice condanna i convenuti, Di Rosa, la S.p.A. Veneta Editrice (editrice del “Messaggero Veneto”) e la Carella, in solido tra loro, a pagamento della somma di L. 400.000.000 in favore del Generale Canino nonché delle spese processuali e prescrive la pubblicazione del dispositivo della sentenza sui quotidiani Messaggero Veneto, La Stampa, Il Messaggero, Il Corriere della Sera, Il Gazzettino, La Repubblica, Il Sole 24 Ore.
I convenuti opposero appello presso il Tribunale di Trieste, che confermò la sentenza di primo grado.
Il 19 Settembre 2001 terza sentenza a favore del Generale Canino.
Il processo riguardava i contenuti del <libello> “La scatola nera di Lady Golpe” e le “chat line” afferenti. Il giudice del Tribunale di Roma così si pronunciava definitivamente sulla domanda proposta dal Generale Canino nei confronti di Donatella Di Rosa, della S.r.l. Menichelli Editore e della Swing S.r.l.:
“dichiara che il contenuto del libro “La scatola nera di Lady Golpe” e delle “chat line” hanno carattere diffamatorio e lesivo dell’onore e della reputazione dell’attore; condanna in solido i convenuti al risarcimento dei danni in favore dell’attore, liquidandoli in L. 500.000.000 con gli interessi legali dalla domanda; dispone che l’intestazione e il dispositivo della sentenza siano pubblicati sui quotidiani Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, Il Giornale, Il Messaggero, Il Tempo e sui settimanali Panorama e l‘Espresso per una sola volta ed in giorno non festivo a spese dei soccombenti; condanna in solido i convenuti al pagamento delle spese processuali...”
Il processo per diffamazione intentato dal Generale Canino contro i massimi esponenti della Lega Nord, l’ex senatore Gianfranco Miglio e gli onorevoli Umberto Bossi e Roberto Maroni, si è concluso a favore del Generale il 21 Febbraio 2006, con la condanna dell’erede di Miglio (l’ex senatore era deceduto) al pagamento di Euro 22.500 (15.000 più 7.500) come pure delle spese processuali e degli onorari per complessivi Euro 8.483,66.
Gli onorevoli Bossi e Maroni si sono “eroicamente trincerati dietro l’immunità parlamentare, con la complicità trasversale dei loro colleghi della commissione per le autorizzazioni a procedere”. Questo il commento del Generale Canino.
Da parte sua, Gianfranco Miglio aveva a suo tempo tentato di addossare la responsabilità ai giornalisti e direttori di quotidiani (tra cui Indro Montanelli), accusandoli di avere “riportato in maniera errata” le sue parole.
I <big> della Lega Nord erano stati i vessilliferi dell’ostracismo contro il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito chiedendo apertamente all’allora inquilino del Quirinale, Scalfaro, la rimozione del Generale Canino. Si vedano in proposito le dichiarazioni del Generale nell’intervista più sopra citata.
Il 24 dicembre 2003 si è concluso al Tribunale Civile di Roma il processo di 1° grado intentato dal Generale Canino contro Enrico Mentana, Pietro Suber e la RTI Reti Televisive Italiane S.p.A. accusati di diffamazione. A breve ( salvo rinvii) vi sarà l’appello in quanto la sentenza pur riconoscendo indubitabilmente e censurando il comportamento illecito del TG.5 e di Striscia la Notizia come pure l’intento denigratorio con valenza diffamatoria e condannando i due giornalisti e la S.p.A. R.T.I., è considerata dal Generale “gravemente lesiva” dei suoi diritti. E ciò in quanto, tra l’altro, non accoglie la richiesta di pubblicazione dell’estratto della sentenza su diversi quotidiani e la trasmissione della notizia nel corso del TG.5 delle ore 13 e delle ore 20, per due giorni consecutivi. Diniego motivato dal giudice dato “il lungo tempo trascorso dalla diffamazione”.
...Come se il tempo riducesse l’entità, la gravità e le conseguenze del reato...
A chiusura delle presenti note sarebbe facile compito demolire gli autori della campagna diffamatoria e calunniatrice con un commento. Si ritiene più efficace citare alcuni stralci delle conclusioni raggiunte dal Tribunale Militare di Roma, Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari, Decreto di Archiviazione, in data 16 Gennaio 1995. Documento parimenti ignorato dai mezzi d’informazione.
A pagina 6 del documento ( riprodotto integralmente nel volume sopra indicato, Appendice 24) si legge: “Particolarmente significativo è risultato l’esame del Tenente Matonti Giovanni, intimo collaboratore del gen. Monticone, il quale ha potuto ricostruire i maniera attendibile l’acquisto dell’orologio Longines che la Di Rosa ha dichiarato esserle stato regalato dal gen. Canino, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito all’epoca dei fatti, orologio, in realtà, lasciato nella disponibilità della donna dallo stesso Monticone. Inequivocabili e concordanti elementi documentali a conferma dell’assoluta falsità della versione resa in proposito dalla Di Rosa sono stati forniti dallo stesso gen. Canino, dallo Stato Maggiore dell’Esercito e dal difensore del gen. Monticone”. Il documento afferma inoltre: “Il presunto complotto contro le Istituzioni dello Stato si è rivelato del tutto inesistente”; “Del tutto privo di riscontro è risultato l’incontro al quale avrebbe preso parte il gen. Canino, mentre lo specifico episodio del regalo dell’orologio ha costituito l’ennesima prova dell’incoerenza della Di Rosa”. Il documento del Tribunale Militare rileva, inoltre, “la propensione al mendacio manifestata dalla Di Rosa ( che si presentava con nomi diversi e millantava parentele con un importante industriale di Brescia) segnatamente allorché si è spinta e negare, contro ogni evidenza documentale, che la sua frequentazione con il Monticone era arrivata al punto di condividere più volte, in vari alberghi, la medesima stanza”.
Quanto precede, sia pure dopo molti, troppi anni, ma non certo per responsabilità del Generale Goffredo Canino, restituisce all’Uomo, al Soldato, al fedele e sicuro Servitore dello Stato e solo in forza della sua lunga battaglia giudiziaria, ciò che Egli non ha mai perduto, né macchiato, né offuscato: il sacrosanto diritto al rispetto, alla considerazione, al riguardo, alla stima, all’ammirazione incondizionatamente da parte di tutti, soprattutto di quanti dubitarono della sua integrità morale.
Il Generale Canino non era compromesso con la mafia, non era un golpista, non era un sovversivo, non un complice di terroristi e trafficanti di armi.
Quanti si sono accodati, anche pedestremente e per conveniente opportunismo, alla campagna di denigrazione e di demolizione o abbiano scelto l’agnosticismo, dimostrino di possedere qualche residua traccia di coraggio civile. Si riscattino e agiscano di conseguenza. Se hanno gli attributi, facciano ammenda del vergognoso, ipocrita silenzio e dell’arrogante disinteresse dimostrato persino di fronte alle sentenze dei Tribunali tutte a favore dell’alto Ufficiale Generale, e lo facciano con una corretta e documentata rivisitazione televisiva, con uno spazio adeguato sui programmi e i notiziari TV e Radio, sui quotidiani, sui periodici, etc. che all’epoca si distinsero per accanimento, sarcasmo, ironia, scherno, parodie volgari, causticità e dileggio. Sarebbe il minimo.

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