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Timestamp: 2019-02-20 20:00:02+00:00

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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 13 febbraio 2014, n. 6997. Annullata con rinvio la sentenza del Tribunale con la quale veniva confermata l'ordinanza cautelare della custodia in carcere in danno di due coniugi per coltivazione di marijuana, l'ordinanza omette di argomentare per quale ragione gli indagati, in assenza di precedenti penali che supportino un giudizio di pervicacia nel reato, dovrebbero ragionevolmente tornare a porre in essere condotte simili a quelle che per la prima volta li hanno condotti di fronte all’autorità giudiziaria, li hanno portati a subire una misura cautelare afflittiva e sfoceranno in una possibile condanna a pena non modesta. Né i giudici del riesame prospettano motivatamente un’ipotesi di collegamento con ambienti criminosi dediti in modo professionale al commercio di sostanze stupefacenti o altri elementi che lascino ipotizzare pressioni o agevolazioni sugli indagati da parte di terzi - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 13 febbraio 2014, n. 6997. Annullata con rinvio la sentenza del Tribunale con la quale veniva confermata l’ordinanza cautelare della custodia in carcere in danno di due coniugi per coltivazione di marijuana, l’ordinanza omette di argomentare per quale ragione gli indagati, in assenza di precedenti penali che supportino un giudizio di pervicacia nel reato, dovrebbero ragionevolmente tornare a porre in essere condotte simili a quelle che per la prima volta li hanno condotti di fronte all’autorità giudiziaria, li hanno portati a subire una misura cautelare afflittiva e sfoceranno in una possibile condanna a pena non modesta. Né i giudici del riesame prospettano motivatamente un’ipotesi di collegamento con ambienti criminosi dediti in modo professionale al commercio di sostanze stupefacenti o altri elementi che lascino ipotizzare pressioni o agevolazioni sugli indagati da parte di terzi
sentenza 13 febbraio 2014, n. 6997
3. Ciò premesso, restano da affrontare due profili di criticità emergenti dal ricorso. Il primo concerne la prognosi in ordine al trattamento sanzionatorio e la sua ricaduta sull’applicabilità di una misura restrittiva della libertà. Pur non espressamente richiamato dai ricorrenti, infatti, viene in luce il dettato dell’art.275 cod. proc. pen. con riguardo ai criteri di scelta delle misure, ivi compreso quanto previsto dai commi 2 e 2-bis.
Ora, il Tribunale ha qualificato il fatto come di non modesta gravità e la pena futura non riconducibile entro i limiti della sospensione condizionale ex art.163 cod. pen. Si è in presenza, invero, di condotta di coltivazione non effettuata nelle mura domestiche o con caratteristiche episodiche, ma mediante impianto permanente dissimulato tra le coltivazioni, così che il giudizio di gravità del fatto operato dai giudici del riesame appare coerente coi dati di fatto. Si tratta di giudizio che i ricorrenti non contestano in modo chiaro, limitandosi a prospettare l’applicazione di riduzioni della pena derivanti sia dall’adozione di riti alternativi sia dalla concessione di circostanze attenuanti. Sul punto la Corte osserva che, anche qualora la pena base fosse determinata nel minimo edittale di sei anni di reclusione (apparendo da escludere, alla luce della motivazione dell’ordinanza impugnata sul punto non censurata specificamente, l’applicazione del comma 5 dell’art. 73, citato), anche l’eventuale concessione di una circostanza attenuante (non dimenticando sul punto la previsione del comma 3 dell’art. 62 bis cod. pen.) e la ulteriore riduzione della pena di 1/3 per ragioni di rito non porterebbero la pena finale ricompresa nei limiti dell’art. 163 cod. pen. Va, dunque, escluso che il ricorso possa dirsi fondato nella parte in cui appare prospettare una incompatibilità ontologica fra l’applicazione della misura cautelare e la pena prevedibilmente applicabile alla luce del giudizio formulato con l’ordinanza impugnata.
Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 5 marzo 2014, n. 10594....
renatodisa - 7 Marzo 2014

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