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Timestamp: 2019-01-15 23:11:26+00:00

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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 8 maggio 2015, n. 19174. Laddove vi siano specifici elementi dai quali possa essere desunta l'effettiva volontà di divulgazione di file a contenuto pedopornografico, la presenza di tali file nella cartella di condivisione di un programma di file sharing integra il reato di cui all'art. 600 ter, terzo comma, cod. pen. La sussistenza del reato deve, infatti, essere esclusa nel caso della semplice utilizzazione per l'acquisizione via Internet di detto materiale di programmi di file sharing che comportino, durante l'acquisizione stessa, la condivisione dei file con altri utenti, solo qualora manchino ulteriori elementi dai quali desumere la volontà dell'agente di divulgare tale materiale - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 8 maggio 2015, n. 19174. Laddove vi siano specifici elementi dai quali possa essere desunta l’effettiva volontà di divulgazione di file a contenuto pedopornografico, la presenza di tali file nella cartella di condivisione di un programma di file sharing integra il reato di cui all’art. 600 ter, terzo comma, cod. pen. La sussistenza del reato deve, infatti, essere esclusa nel caso della semplice utilizzazione per l’acquisizione via Internet di detto materiale di programmi di file sharing che comportino, durante l’acquisizione stessa, la condivisione dei file con altri utenti, solo qualora manchino ulteriori elementi dai quali desumere la volontà dell’agente di divulgare tale materiale
sentenza 8 maggio 2015, n. 19174
2. – Avverso la sentenza l’imputato ha proposto, tramite il difensore, ricorso per cassazione deducendo, con unico motivo di doglianza, l’erronea applicazione dell’art. 600 ter, terzo comma, cod. pen. e la manifesta contraddittorietà e illogicità della motivazione. Si trattava, nel caso di specie, di file scaricati dall’imputato tramite il software emule e lasciati dallo stesso nella cartella di condivisione, nonché nuovamente visualizzati da quest’ultimo circa un anno dopo la data del loro scaricamento. I file erano stati lasciati in condivisione per oltre un anno così che erano stati ripetutamente scaricati da terzi, come accertato dal consulente tecnico del pubblico ministero. La difesa richiama la sua consulenza di parte secondo cui la condivisione dei file tramite il programma in un avviene implicitamente e, dunque, automaticamente, senza che l’utente ne abbia necessariamente consapevolezza e senza che possa modificare la configurazione delle cartelle predefinite per la condivisione. Si richiama, poi, la giurisprudenza di legittimità secondo cui per la sussistenza del reato di cui al terzo comma dell’art. 600 ter cod. pen. è necessaria la volontà consapevole di divulgare e diffondere il materiale pedopornografico, la quale non deriva dal solo utilizzo per lo scaricamento di file da Internet di un determinato tipo di programma di condivisione quale, appunto emule o simili.
Il ricorrente non contesta la sua responsabilità penale per il reato di cui all’art. 600 quater cod. pen. Quanto al reato di cui all’art. 600 ter, terzo comma, cod. pen. la relativa responsabilità penale è stata ritenuta sussistente, sulla base dei seguenti elementi di fatto, non contestati dalla difesa neanche con il ricorso per cassazione: a) la polizia giudiziaria aveva individuato, oltre a materiale pedopornografico archiviato nei supporti rigidi esaminati e non posto in condivisione, anche quattro video a contenuto pedopornografico scaricati dall’imputato tramite il software emule e lasciati nella cartella del software deputata alla condivisione con altri utenti per oltre un anno; b) tali file erano poi nuovamente visualizzati dall’imputato circa un anno dopo il loro scaricamento; c) nel corso dell’anno di condivisione i file erano scaricati da numerosi utenti e, in particolare, vi erano state 100 richieste per il primo file, 71 richieste per il secondo, 114 per il terzo, 49 per il quarto.
E così argomentando i giudici di merito hanno fatto corretta applicazione del noto principio, più volte affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, secondo cui, laddove vi siano specifici elementi dai quali possa essere desunta l’effettiva volontà di divulgazione di file a contenuto pedopornografico, la presenza di tali file nella cartella di condivisione di un programma di file sharing integra il reato di cui all’art. 600 ter, terzo comma, cod. pen. La sussistenza del reato deve, infatti, essere esclusa nel caso della semplice utilizzazione per l’acquisizione via Internet di detto materiale di programmi di file sharing che comportino, durante l’acquisizione stessa, la condivisione dei file con altri utenti, solo qualora manchino ulteriori elementi dai quali desumere la volontà dell’agente di divulgare tale materiale (sez. 3, 10 novembre 2011, n. 44065, rv. 251401; sez. 3, 11 dicembre 2012, n. 33157/2013, rv. 257257).
Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 24 giugno 2015, n. 26517....

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