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Timestamp: 2019-12-07 02:42:49+00:00

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GESEFI - FAQ: Legale
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2019-12-07 03:42
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FAQ: Consulenza legale
Queste sono alcune delle frequenti domande che ci rivolgono in accoglienza o durante le consulenze.
Se volete, potete contribuire inviandoci i Vostri quesiti, scrivendo o commentando. Vi risponderà il legale che ha redatto questa stesura (studio legale Munerati di Orbassano - Torino), assieme ad un volontario. Grazie.
E’ possibile lasciare la dimora coniugale durante il matrimonio?
La circostanza che uno dei coniugi lasci la dimora coniugale prima di procedere alla separazione legale ( deposito del ricorso per separazione o, comunque, prima della udienza presidenziale, ossia prima comparizione in Tribunale ) nel corso della quale il Giudice autorizza i coniugi a vivere separati, potrebbe costituire causa di addebito della separazione ( comportamento riconosciuto non conforme ai doveri matrimoniali con attribuzione di colpa e quindi soggetto a penalizzazioni con conseguenze economico-patrimoniali-successorie ).
L’art. 143 del Codice Civile cita, infatti, tra gli obblighi derivanti dall’unione matrimoniale, anche quelli di assistenza morale e materiale e di coabitazione.
Ne consegue che, sino a quando non si è legalmente separati, il coniuge che abbandona la casa comune, senza una giusta causa viola i doveri coniugali, esponendosi così all’eventualità di vedersi addebitare la separazione.
Ciò non significa che non sia possibile allontanarsi dal tetto coniugale senza incorrere nell’addebito.
Significa solo che, per farlo legittimamente, deve sussistere, si ripete una giusta causa [1].
Laddove la crisi coniugale non sia divenuta intollerabile e comunque non sussista giusta causa, è bene dunque che il coniuge che intende lasciare la dimora famigliare attenda la prima udienza presidenziale nel corso della quale il giudice autorizza i coniugi a vivere separatamente o quantomeno il deposito del ricorso per separazione.
[1] Nozione di giusta causa di separazione.
Cerchiamo di capire quando sussista giusta causa di abbandono del tetto coniugale ossia quanto il coniuge possa, legittimamente, lasciare la casa matrimoniale:
Sicuramente sussiste giusta causa quando la convivenza è divenuta intollerabile e la frattura coniugale preceda l’allontanamento.
Ma quando la condotta dell’altro coniuge è tale da rendere la convivenza non più sopportabile?
Secondo la giurisprudenza, rendono tale (intollerabile) la convivenza, ad esempio:
a) la relazione extraconiugale dell’altro coniuge;
b) gli atti di violenza, anche psicologica perpetrati da un coniuge nei confronti dell’altro;
c) la mancata contribuzione alle necessità familiari;
d) un atteggiamento tale da non permettere di concordare bilateralmente l’indirizzo familiare;
e) il persistente rifiuto di intrattenere, senza giusto motivo, rapporti sessuali ed affettivi con l’altro coniuge;
f) l’eccessiva ingerenza di terzi nel rapporto matrimoniale;
g) profonda crisi nel rapporto tra i coniugi, anche in relazione ad un difetto di reciproca comunicazione, tale da portare i coniugi ad una estraneità affettiva e relazionale;
h) situazioni matrimoniali ormai degradate da tempo.
Come comportarsi se la crisi coniugale sia tale che i coniugi ritengano di non poter proseguire nella convivenza, neppure nelle more della separazione?
In tal caso sarebbe opportuno pervenire ad una scrittura nella quale il coniuge che rimane presti l’assenso a che l’altro lasci la casa coniugale.
Qualora non fosse possibile trovare in ogni modo una soluzione di riappacificazione o di accordo scritto tra i coniugi e la necessità di lasciare l'abitazione fosse impellente, è comunque opportuno avvisare il coniuge della propria decisione per iscritto, ad esempio, facendo inviare da un avvocato una raccomandata A/R all'altro coniuge dove, insieme alla richiesta di separazione, si spiega il motivo per cui ci si vede costretti ad allontanarsi da casa.
Nel caso di allontanamento dal tetto coniugale di un coniuge con figli minorenni, è necessario che il genitore che si allontana con i minori comunichi all’altro indirizzo e recapito telefonico per risultare reperibile in caso di situazioni di urgenza, tuttavia risulta una situazione estrema, da evitare in quanto altamente destabilizzante per i figli, anche per la perdita dei suoi riferimenti abituali.
In ogni caso, non può essere impedito all'altro coniuge di vedere la prole sino a che non vi sia un provvedimento del giudice che decida sul punto.
Dal punto di vista penalistico, l’abbandono del tetto coniugale, inteso come mero allontanamento dalla dimora di famiglia, non costituisce più reato penale, salvo che il coniuge che si allontana cessi di adempiere agli obblighi di assistenza familiare .
L’art. 570 del codice penale prevede, infatti, che “chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all'ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori, o alla qualità di coniuge, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da centotre euro a milletrentadue euro”
Pertanto, è bene che il coniuge che intende abbandonare il domicilio domestico non lasci l’altro coniuge e i figli senza mezzi di sussistenza, fintanto che non sia intervenuto il provvedimento di separazione del Giudice che stabilisca esattamente la misura e le modalità di corresponsione del contributo al mantenimento.
Cosa comporta la separazione con addebito?
L’addebito di separazione ha conseguenze di tipo patrimoniale.
Il coniuge al quale venga addebitata la separazione non ha diritto all’assegno di mantenimento, anche laddove sia il coniuge economicamente più debole, ma solamente agli alimenti.
Perde, inoltre, i diritti successori, anche prima che intervenga la sentenza di divorzio.
L'art. 151 del Codice Civile attribuisce solo al Giudice della separazione la possibilità dei decidere sull'addebito con la conseguenza che la domanda di addebito non può essere svolta in un altro autonomo giudizio o in sede di divorzio.
Un coniuge ha abbandonato il tetto coniugale ed è divenuto irreperibile. E’ comunque possibile richiedere la separazione?
Infatti, ai sensi dell’art. 706 cpc, laddove il coniuge convenuto sia irreperibile, la domanda di separazione giudiziale ( richiesta sostenuta da chi ricorre ) si propone al Giudice del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente.
Il nostro codice di procedura civile, peraltro, all’art. 143, disciplina anche le modalità della notifica degli atti giudiziari all’irreperibile.
Secondo tale norma, infatti, se non sono conosciuti la residenza, la dimora e il domicilio del destinatario e non vi è il procuratore previsto nell’art. 77 cpc, l’ufficiale giudiziario esegue la notificazione mediante deposito di copia dell’atto nella casa comunale dell’ultima residenza o, se questa è ignota, in quella del luogo di nascita del destinatario e mediante affissione di altra copia nell’albo dell’ufficio giudiziario avanti al quale si procede.
La notifica si perfeziona nel ventesimo giorno successivo a quello in cui sono compiute le formalità prescritte.
Laddove sia già intervenuta una separazione legale, è possibile che un genitore assecondi il desiderio del figlio di stare per più tempo con lui?
Il Giudice della separazione definisce, fra le altre, le condizioni relative all’affidamento dei figli minori ed all’esercizio del diritto di frequentazione (impropriamente definito diritto di visita) del coniuge non affidatario.
Laddove un figlio/i figli, esprimano il desiderio di passare maggior tempo con un genitore anziché con l’altro rispetto a quello stabilito nelle condizioni di separazione/divorzio, sarebbe opportuno, innanzi tutto, confrontarsi con l’altro coniuge/ex coniuge per capire le sue intenzioni senza prendere decisioni unilaterali, altrimenti ci esporrebbe a fraintendimenti, possibili conflitti ed al rischio di un’eventuale querela, ad esempio non riaccompagnando i minori dall’altro genitore terminato l’orario prestabilito in sentenza oppure non consentendo all’altro genitore di esercitare il proprio diritto di frequentazione.
Se l’altro coniuge prestasse il proprio accordo, allora non vi sarebbero ostacoli ad una modifica consensuale di fatto delle condizioni di separazione / divorzio.
E’ bene che tale accordo venga prestato per iscritto, ad esempio tramite mail o sms, onde evitare eventuali ripensamenti improvvisi o strumentalizzazioni.
Laddove l’altro coniuge si rifiuti, il genitore con il quale il minore vorrebbe trascorrere più tempo ha due strade: o spiegare al figlio che non è possibile trascorrere più tempo insieme, oppure intraprendere un procedimento di modifica delle condizioni di separazione nel corso del quale il figlio potrà essere ascoltato, in sede protetta, se maggiore di anni 12.
Al di là dei costi economici, tuttavia, occorre ricordare che il procedimento di modifica delle condizioni di separazione/divorzio ha dei presupposti indefettibili ( che non possono venire meno ), quali la modifica delle condizioni di fatto in forza del quale era stata assunta in sede tribunalizia la precedente regolamentazione della collocazione e del regime di visita del minore.
Non solo, valido spunto di riflessione, a parere di chi scrive, è che il procedimento di modifica delle condizioni in punto di affidamento del minore comporta una serie di oneri “psicologici sia per il genitore che per il minore, in quanto potrebbe essere richiesto dalle parti processuali o comunque disposta dal giudice una consulenza tecnica d’ufficio sia sui genitori, sia sul minore, onde decidere la fondatezza della domanda del ricorrente di veder ampliato il tempo di permanenza del minore presso di sé.
Il coniuge divorziato ha diritto ad una quota del TFR dell’ex coniuge?
Il coniuge divorziato ha diritto ad una quota del TFR dell’ex coniuge lavoratore qualora ricorrano, congiuntamente, le seguenti condizioni:
a) Passaggio in giudicato (sentenza immodificabile, ossia che non è più impugnabile) della sentenza di divorzio [2];
b) Sia titolare di un assegno divorzile versato periodicamente: da ciò ne discende che, qualora il coniuge divorziato non abbia avuto diritto ad all’assegno divorzile periodico o l’abbia percepito in un’unica soluzione, non può vantare alcun diritto sul tfr spettante all’ex coniuge;
c) Non si deve essere risposato.
Dunque allorché il coniuge lavoratore si dimetta dal lavoro prima del deposito del ricorso per divorzio, l’altro coniuge non potrà vantare alcun diritto.
Ora vediamo quando ed in quale misura l’ex coniuge matura il diritto ad una quota parte del TFR dell’ex marito/moglie lavoratore/lavoratrice, sempre che esistano i detti presupposti.
Se il coniuge lavoratore ha percepito il TFR prima della sentenza di divorzio, allora il Giudice, in sentenza, stabilirà il diritto dell’ex coniuge al pagamento della percentuale di legge del TFR.
Se il diritto al TFR del coniuge lavoratore matura dopo la sentenza di divorzio, allora l’ex coniuge avente diritto deve svolgere un’apposita istanza in Tribunale, sempre che non venga raggiunto un accordo bonario tra le parti.
La quota di legge a cui può aspirare l’avente diritto è pari al 40% del TFR maturato durante la durata del matrimonio, ivi compreso il periodo di separazione legale.
Secondo l’attuale giurisprudenza, stessa sorte compete anche alle anticipazioni in busta paga chieste in costanza di rapporto di lavoro, se ricevute dopo l’instaurazione del giudizio. Cassazione, ordinanza n. 24184/2015
[2] La parte interessata deve proporre appello entro e non oltre trenta giorni (c.d. termine breve) dall’avvenuta notifica della sentenza, mentre in caso di mancata notifica il termine è di 6 mesi (c.d. termine lungo) decorrenti dalla pubblicazione della sentenza, ossia dal deposito della stessa presso la cancelleria del Tribunale che l'ha emessa.
Decorsi i detti termini, la sentenza non può più essere impugnata.
In caso di urgenza, gli ex coniugi possono anche tornare in Tribunale e apporre la firma per acquiescenza e rinunciare all'impugnazione, così che la sentenza passerà in giudicato e non sarà più impugnabile, anche prima della decorrenza dei termine breve o del termine per l’impugnazione.
Sono divorziata. Il mio ex marito è deceduto. Ho diritto alla pensione di reversibilità?
Lei ha diritto alla pensione di reversibilità solo qualora ricorrano, insieme, le seguenti tre condizioni:
1) Sia titolare di assegno divorzile versato con cadenza periodica. (Si evidenzia che, in caso di liquidazione dell’assegno divorzile in un’unica soluzione, il coniuge divorziato superstite che lo ha ricevuto perde il diritto al trattamento pensionistico ai superstiti).
2) Non si sia risposata con rito civile (la convivenza, anche stabile, non esclude il diritto alla pensione di reversibilità;
3) Il rapporto di lavoro del coniuge deceduto da cui trae origine la pensione sia anteriore alla sentenza di divorzio [3].
Laddove il defunto si sia risposato, avranno diritto alla pensione di reversibilità sia l’ex coniuge, qualora ricorrano i presupposti di cui ai punti 1), 2) e 3) sia il secondo coniuge.
Nella determinazione delle quote di spettanza, la Corte di Cassazione, fra le altre con la sentenza nr 23102 del 30 ottobre 2014, ha stabilito che occorre tenere conto non solo della durata dei rispettivi matrimoni, ma anche di altri criteri quali l’entità dell’assegno divorzile, la durata della convivenza prematrimoniale e delle condizioni personali ed economiche degli interessati. Sempre secondo la Corte di Cassazione, ha rilevanza anche il contributo dato da ciascun coniuge alla famiglia, durante il matrimonio (Cassazione Civile, sentenza 30 marzo 2004, nr 6272)
Per conseguire il diritto alla pensione di reversibilità, occorre depositare un ricorso in Tribunale.
[3] Il comma II, dell’articolo 9 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, come sostituito prima dall’articolo 2 della legge del 1 agosto 1978, n. 436 e successivamente dall’articolo 13 della legge del 9 marzo 1987, n. 74 e dalla legge del 28 dicembre 2005, n. 263, infatti, stabilisce che "in caso di morte dell’ex coniuge e in assenza di un coniuge superstite avente i requisiti di reversibilità, il coniuge rispetto al quale è stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e sempre che sia titolare dell’assegno ai sensi dell’art. 5, alla pensione di reversibilità, sempre che il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza”.
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