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Timestamp: 2018-09-23 01:36:25+00:00

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Art. 2541 codice civile: Assemblee speciali dei possessori degli strumenti finanziari
Codice civile Art. 2541 codice civile: Assemblee speciali dei possessori degli strumenti finanziari
Strumenti finanziari: [v. 2506ter]; Assemblea: [v. 2484]; Transazioni: [v. 1965]; Rinunce: [v. 2937]; Convocazione: [v. 2484]; Amministratori: [v. 2621]; Impugnazione: [v. 2540].
Assemblee speciali: assemblee alle quali intervengono esclusivamente i soggetti che appartengono ad una particolare categoria per approvare quelle deliberazioni dell’assemblea generale che potrebbero essere pregiudizievoli per i loro diritti e per decidere su oggetti di interesse comune.
Azione di responsabilità: possibilità di agire in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni nel caso in cui il rappresentante comune violi, nell’esercizio delle sue funzioni, un obbligo impostogli dalla legge o dallo statuto.
Rendiconto: documento contabile in cui sono riportati in modo sintetico i risultati relativi ad uno o più atti di gestione; è uno strumento conoscitivo e di controllo dell’attività svolta.
Rappresentante comune: organo abilitato ad agire in nome della categoria da cui è stato designato, con compiti esecutivi e di tutela degli interessi comuni nei confronti della società.
A completamento della disciplina generale degli strumenti finanziari la norma in esame, integralmente nuova, prevede un’articolata organizzazione delle varie categorie in assemblee speciali e la nomina di un rappresentante comune.
L'art. 211 l. fall. - secondo cui nella liquidazione coatta amministrativa di una società con responsabilità sussidiaria dei soci il commissario liquidatore può, previa autorizzazione dell'autorità di vigilanza, chiedere ai soci il versamento delle somme necessarie per l'estinzione delle passività - è applicabile nei confronti dei soci illimitatamente responsabili di una società in accomandita semplice, il cui fallimento sia stato convertito in amministrazione straordinaria (a norma dell'art. 4 d.l. 30 gennaio 1979 n. 26, convertito nella l. 3 aprile 1979 n. 95).
Cassazione civile sez. I 27 aprile 1994 n. 4019
Sono inammissibili le questioni di legittimità costituzionale degli art. 1 comma 5, 6 bis l. 3 aprile 1979 n. 95 in relazione agli art. 203, 210, 211, 212, 214 e 237 l. fall. per violazione degli art. 3, 24 e 27 cost. nonché degli art. 15, 22 comma 4 e 30 del r.d.l. n. 636 del 1972 in riferimento agli art. 3 e 24 cost., perché il legislatore, nell'apprestare gli strumenti operativi per il risanamento dell'impresa in amministrazione straordinaria, ha operato nell'ambito delle sue scelte discrezionali, senza incidere su situazioni costituzionalmente garantite e perché la decisione conseguente al procedimento tributario non vincola i soggetti che siano rimasti estranei al giudizio o non siano stati posti in grado di intervenirvi o di parteciparvi.
La disposizione dell'art. 21 legge fallimentare - secondo cui, nella liquidazione coatta amministrativa di una società con responsabilità sussidiaria (limitata o illimitata) dei soci, il commissario liquidatore, previa autorizzazione dell'autorità di vigilanza, può chiedere ai soci il versamento delle somme necessarie per l'estinzione della passività -, applicabile anche all'amministrazione straordinaria a norma dell'art. 1 legge n. 95 del 1979, ha portata generale e non coincide con quella dell'art. 151 legge fallimentare - regolante il ripiano delle passività da parte dei soci sussidiariamente responsabili di società cooperativa soggette a fallimento -, in quanto il citato art. 211 fa rinvio a quest'ultima norma solo "per il rimanente" ed in quanto ciascuna delle due disposizioni rappresenta la proiezione, in sede concorsuale, del diverso regime di diritto sostanziale della responsabilità dei soci delle società di persone, rispetto a quella dei soci delle cooperative: i primi personalmente e solidalmente responsabili delle obbligazioni sociali, i secondi responsabili per le stesse solo in caso di assoggettamento della cooperativa ad una procedura concorsuale. Ne deriva che l'art. 211 legge fallimentare è applicabile nei confronti dei soci illimitatamente responsabili di una società in accomandita semplice, il cui fallimento sia stato "convertito" in amministrazione straordinaria a norma dell'art. 4 legge n. 95 del 1979.
Il giudice conciliatore, pur pronunciando secondo equità ex art. 113, comma 2 c.p.c. non può sostituire il proprio giudizio alla legge e non può, quindi, al di fuori di una esplicita previsione nell'atto costitutivo (art. 2514 comma 2 c.c.) e dei casi previsti dal legislatore (liquidazione coatta amministrativa o fallimento nelle cooperative con responsabilità illimitata o limitata dei soci; art. 2541 c.c.) porre a carico del singolo socio una quota del debito sociale, sia pure al fine di evitare con modesto sacrificio, l'inizio di una procedura concorsuale e la possibile perdita del bene assicurato dallo strumento cooperativistico.
Cassazione civile sez. I 06 maggio 1991 n. 5000
Il giudizio di equità previsto con riguardo al conciliatore dall'art. 113, comma 2 c.p.c., pur non avendo carattere meramente integrativo della disciplina legale, non ha neanche una funzione sostitutiva della medesima, dovendo il giudice, comunque, osservare i principi regolatori della materia, i quali hanno portata più ristretta dei principi generali dell'ordinamento, in quanto sono posti a presidio di determinati istituti ed informano quindi complessi normativi operanti in settori circoscritti dell'ordinamento. Pertanto, costituendo principio regolatore della materia societaria quello dell'esclusione della responsabilità personale del socio nelle società di capitali, con il solo temperamento dettato, per le società cooperative a responsabilità limitata, con esclusivo riguardo all'ipotesi di fallimento o di liquidazione coatta amministrativa e sempre che la responsabilità sussidiaria e solidale del socio, da far valere in tali procedure ed in ragione di un multiplo della sua quota, sia esplicitamente prevista dall'atto costitutivo, non è consentito, nel rendere il giudizio suddetto - che è suscettibile di controllo di legittimità -, porre a carico del singolo socio, neanche se tale qualità sussista rispetto ad una società del tipo da ultimo menzionato, una quota di debito sociale, sia pure al fine di evitare, con modesto sacrificio, l'inizio di una procedura fallimentare e la possibile perdita del bene assicurato dallo strumento cooperativistico.
Il potere-dovere di decidere secondo equità, attribuito al conciliatore dall'art. 113, comma 2 c.p.c. (così come novellato dall'art. 3 legge n. 399 del 1984), non si inquadra nella tipologia dei giudizi d'equità spiccatamente sostitutivi - quale quello ex art. 114 c.p.c. -, essendo il giudice tenuto ad osservare "i principi regolatori della materia" - con portata più limitata rispetto ai principi generali dell'ordinamento e sindacabili in sede di legittimità - nè all'alveo di quelli meramente integrativi della fattispecie normativa, potendo il giudice temperare, nel momento decisorio, il rigore di certe regole sostanziali e processuali attraverso criteri moderatamente innovativi dell'ordinamento (nella specie, fondamentale principio regolatore del diritto societario è - secondo la suprema corte - quello dell'irresponsabilità personale del socio nelle società di capitali, rispetto al quale eccezionali si atteggiano le disposizioni degli art. 2514 e 2541 c.c. richiamate erroneamente dal conciliatore).

References: Art. 2541
 art. 1
 art. 203
 art. 3
 art. 15
 art. 3
 art. 211
 art. 113
 art. 2541
 art. 114
 art. 2514