Source: https://www.laleggepertutti.it/210388_usura-sopravvenuta-cose
Timestamp: 2018-07-22 20:41:26+00:00

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Usura sopravvenuta: cos'è?
Lo sai che? Usura sopravvenuta: cos’è?
Prestiti, mutui e finanziamenti bancari: quando c’è tasso usurario e come si fa a calcolare il superamento della soglia dell’usura.
Per quante azioni esecutive le banche compiono ai danni dei clienti non in regola con i pagamenti, altrettante sono le opposizioni che questi sollevano contro i contratti di mutuo. Le contestazioni più spesso sollevate attengono alle modalità di calcolo degli interessi (cosiddetto anatocismo) e all’entità degli interessi stessi, a volte superiore ai tassi dell’usura. La fantasia degli avvocati, impareggiabile nel trovare appigli legali, ha sempre cercato nuove vie per salvare dall’espropriazione le case dei mutuatari. Una di queste è l’usura sopravvenuta. Il nome stesso lascia già intendere di cosa si tratti: un’usura che, al momento della stipula del contratto con la banca non sussiste, ma che sopravviene in un secondo momento per via della variazione dei tassi di interesse. Lo scopo di questo articolo non è solo chiarire cos’è l’usura sopravvenuta ma mettere in guardia il lettore da facili entusiasmi: di recente infatti la Cassazione ha pubblicato una sentenza che decreta la fine di tutte le cause fondate su questo motivo. Vediamo il perché.
1 Interessi corrispettivi e moratori
2 Come si stabilisce se gli interessi superano l’usura?
3 Interessi oltre usura: che succede?
4 Cos’è l’usura sopravvenuta?
Interessi corrispettivi e moratori
Quando si parla di interessi, bisogna distinguere tra interessi corrispettivi e interessi moratori. Cerchiamo di capire, con parole semplici, qual è la differenza.
Gli interessi corrispettivi sono la controprestazione (appunto il corrispettivo) per un prestito ricevuto. Facciamo un esempio. Mario presta mille euro a Luca. In cambio, Luca gli versa, mensilmente, oltre a una parte del capitale, anche una quota di interessi. In questo modo l’operazione presenta un vantaggio per entrambi i soggetti. Gli interessi corrispettivi sono dunque la “contropartita” per il prestito ricevuto (il mutuo). Ciò non toglie che il mutuo possa anche essere “a titolo gratuito”, senza cioè interessi; tale accordo deve tuttavia risultare in modo chiaro dal contratto (non può cioè essere implicito).
Le parti sono libere di determinare la misura degli interessi corrispettivi per come meglio vogliono, ma se essi superano il tasso degli interessi legali (quello cioè fissato periodicamente dal Ministero dell’Economia) vanno necessariamente indicati nel contratto di mutuo.
Le parti non sono completamente libere nel determinare il tasso degli interessi corrispettivi: il creditore non può cioè farsi pagare troppo per il prestito accordato. Diversamente commette il reato di usura. La disciplina penale serve per evitare abusi del creditore che, approfittandosi della condizione di necessità del debitore, gli imponga delle condizioni inique. Vedremo a breve qual è la soglia degli interessi consentiti e quando invece si sconfina nell’usura.
Per tornare agli interessi corrispettivi, questi in sintesi non sono altro che il costo da sostenere per avere avuto la disponibilità di una somma di denaro concessa in prestito.
Gli interessi moratori sono quelli invece che scattano quando una persona non paga nei tempi concordati il proprio debito. Di solito la misura degli interessi moratori è la stessa degli interessi corrispettivi, per cui non c’è distinzione. Tuttavia, quando si ha a che fare con i prestiti delle banche, gli interessi moratori sono superiori a quelli corrispettivi per disincentivare il debitore dal violare gli accordi.
Anche per gli interessi moratori valgono le stesse regole di quelli corrispettivi: se superiori al tasso degli interessi legali vanno indicati in contratto e, in ogni caso, non possono essere superiori all’usura.
Interessi moratori e interessi corrispettivi non possono convivere nello stesso momento. Due infatti sono le ipotesi: o il debitore è in regola con i pagamenti e pertanto deve versare solo gli interessi corrispettivi, oppure è in ritardo e quindi dovrà versare solo gli interessi moratori.
Come si stabilisce se gli interessi superano l’usura?
Dal 14 maggio 2011 il limite oltre il quale gli interessi sono ritenuti usurari è calcolato aumentando il Tasso effettivo globale medio (Tegm) di un quarto , cui si aggiunge un margine di ulteriori quattro punti percentuali. La differenza tra il limite e il tasso medio non può essere superiore a otto punti percentuali [1].
A detta della Cassazione, per stabilire se gli interessi bancari sono usurari o meno non bisogna considerare solo gli interessi, ma tutti i costi del mutuo: dalle spese di attivazione alle eventuali penali, alle assicurazioni. Insomma, la spesa globale sostenuta dal cliente per ottenere il finanziamento va presa in considerazione per comprendere se il mutuo è usurario o meno.
Sempre la Cassazione ha precisato che, per stabilire se gli interessi sono usurari, bisogna prendere a riferimento o solo gli interessi moratori o solo gli interessi corrispettivi. Poiché infatti questi due interessi non convivono mai nello stesso momento – per cui o si applicano gli uni o gli altri – allora è giusto che, per valutare la presenza dell’usura, se ne tenga conto singolarmente. Per quanto banale, questo concetto ha creato un forte contrasto in giurisprudenza fino a quando non è intervenuta la Suprema Corte a chiarire come stanno le cose.
Interessi oltre usura: che succede?
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare (e sperare), se gli interessi superano l’usura il debitore non è completamente libero dall’obbligo di restituire il mutuo, ma solo da quello relativo agli interessi. La legge infatti prevede una conseguenza “radicale” nel caso in cui siano stati convenuti interessi usurari: «La clausola è nulla e non sono dovuti interessi». Questo però significa che il capitale va comunque restituito.
L’usura sopravvenuta si ha quando, a seguito di fluttuazioni degli interessi, il tasso applicato al contratto, originariamente al di sotto delle soglie dell’usura, lo supera in un momento successivo.
Per ripetere le stesse parole della Cassazione, l’usura sopravvenuta si caratterizza per pattuizioni che, valide al momento della contrattazione, siano venute successivamente a trovarsi come non corrispondenti ai valori soglia periodicamente rilevati dal Ministero dell’Economia.
A questo riguardo ci si è chiesto se il correntista che si accorga della presenza di una usura sopravvenuta possa contestare il credito della banca e farsi annullare il contratto.
Sul punto si sono scontrate due diverse tesi:
secondo la prima, per calcolare l’usura bisogna avere a riferimento il momento in cui maturano gli interessi e, quindi, di volta in volta, quando questi devono essere pagati. In base a questa interpretazione quindi, l’usura sopravvenuta sarebbe una causa di annullamento del contratto di mutuo;
secondo l’altra tesi invece, rileva solo il tasso di interessi al momento della firma del contratto, a prescindere dalle successive fluttuazioni. In base a questa impostazione, quindi, l’usura sopravvenuta non può essere considerata una causa di contestazione del credito della banca.
Così da un lato vi era chi riteneva che il superamento del tasso in corso di esecuzione del rapporto non dovesse avere conseguenze in quanto ciò che rilevava era il momento di formazione del contratto. Dall’altro lato, invece, vi era chi riteneva che la laddove il tasso avesse superato la soglia in corso di rapporto dovesse essere dichiarata l’inefficacia sin dall’origine del contratto.
La Cassazione a Sezioni Unite [2] ha sposato, di recente, questa seconda linea interpretativa. Ad oggi, pertanto, e salvo ulteriori cambi nella giurisprudenza, non è possibile fare causa alla banca per usura sopravvenuta ossia quando gli interessi del contratto di mutuo, inizialmente al di sotto del tasso-soglia dell’usura, lo superano in un momento successivo.
Dopo questa sentenza, altre pronunce della stessa Cassazione hanno ribadito che l’usura sopravvenuta non esiste. Quest’anno i giudici supremi hanno ribadito che [3] se il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario supera – nel corso del rapporto – la soglia usura fissata dalla legge ciò non comporta la nullità o l’inefficacia della relativa clausola contrattuale stipulata prima dell’entrata in vigore di detta legge; né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di tale soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto.
A seguito di tali chiarimenti, la tesi dell’inesistenza dell’usura sopravvenuta è stata condivisa da numerosi altri giudici le cui massime citiamo in nota [4].
Tale impostazione fa sì che acquisti fondamentale importanza l’indicazione dei tassi di interesse al momento della stipula del contratto e non in un momento successivo.
[1] Tale metodo di calcolo è stato introdotto dal Dl 70/2011, che ha modificato l’articolo 2, comma 4 della legge 108/1996, che determinava il tasso soglia aumentando il Tegm del 50 per cento.
[2] Cass. S.U. sent. n. 24675/17 del 19.10.2017.
[3] Cass. ord. n. 9762/18 del 19.04.2018.
[4] Trib. Palermo, 13 aprile 2018: «Né – diversamente da questo sostenuto dal ricorrente – può ritenersi sussistente usura sopravvenuta con riferimento ai tassi di interesse di cui al contratto atteso che come statuito dalla l. 24/2001 (di interpretazione autentica della l. 108/96) e precisato dalla recentissima sentenza n. 24675 resa in data 19 ottobre 2017 dalle Sezioni Unite della Cassazione, per la verifica del rispetto della soglia di legge occorre riferirsi, in via generale esclusivamente al tasso-soglia vigente al momento della conclusione del contratto, e non già a quello vigente al momento della corresponsione degli interessi da parte del debitore. Per tutto ciò lazione di ripetizione dell’indebito va rigettata».
Adde, Trib. Napoli, n. 618 del 19 gennaio 2018, secondo cui: «per quanto concerne il profilo dell’usura sopravvenuta, genericamente evocato dall’attore, per completezza, va rilevato il recente intervento delle Sezioni Unite, a norma del quale non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulati anteriormente all’entrata in vigore della legge 108 del 1996 o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia, quale risultante al momento della stipula; né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di tale soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto (Cass. SSUU n. 24675/17)».
Trib. Taranto, n. 67 dell’11 gennaio 2018, ove ricordato come la Corte di Cassazione abbia voluto valorizzare: «la volontà del legislatore di sanzionare la sola usura originaria, che si configura al momento in cui gli interessi usurari sono convenuti, non rilevando invece il momento del pagamento e ha concluso ritenendo che non è invalida sotto il profilo civilistico dunque né penalmente rilevante la clausola contrattuale impositiva di interessi, che al momento in cui è pattuita, non impone interessi superiori al tasso soglia del periodo, non rilevando un eventuale superamento successivo, nemmeno sotto il profilo della violazione dell’obbligo di buona fede nell’esecuzione del contratto, giacché non è contrario a buona fede richiedere all’adempimento di una clausola valida pattuita validamente in contratto».
Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 18 luglio – 19 ottobre 2017, n. 24675
Presidente Rordorf – Relatore De Chiara
1. La Eurofinanziaria s.p.a. convenne in giudizio la Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a. chiedendo dichiararsi nulla la previsione del tasso d’interesse del 7,75 % fisso semestrale, contenuta nel mutuo decennale di 14 miliardi di lire concluso con la convenuta il 19 gennaio 1990, perché detto tasso era superiore al tasso soglia determinato secondo le previsioni dalla legge 7 marzo 1996, n. 108 in materia di usura, entrata in vigore nel corso del rapporto. Chiese, conseguentemente, la condanna della convenuta al rimborso degli interessi già riscossi, dovendo il mutuo considerarsi gratuito, o comunque al rimborso della parte di tali interessi eccedente il tasso legale o quello ritenuto giusto, nonché al risarcimento dei danni, anche morali, conseguenti al reato di usura commesso dalla banca, rifiutatasi di rinegoziare il tasso a seguito dell’entrata in vigore della legge n. 108, cit.
3. La Eurofinanziaria ha proposto ricorso per cassazione con quattro motivi.
Il ricorso è stato assegnato alle Sezioni Unite a seguito dell’ordinanza interlocutoria 31 gennaio 2017, n. 2484 della Prima Sezione, con cui, premessa l’applicabilità della legge n. 108 del 1996 anche ai mutui fondiari, è stato rilevato un contrasto di giurisprudenza, all’interno di quella Sezione, sulla questione – qui rilevante in conseguenza della premessa appena indicata dell’incidenza del sistema normativo antiusura, introdotto dalla richiamata legge, sui contratti stipulati anteriormente alla sua entrata in vigore, anche alla luce della norma di interpretazione autentica di cui all’art. 1, comma 1, d.l. 29 dicembre 2000, n. 394, conv. dalla legge 28 febbraio 2001, n. 24.
2. Con il secondo motivo, denunciando violazione di norme di diritto e vizio di motivazione, si contesta che, comunque, la qualificazione del mutuo come fondiario comporti l’inapplicabilità delle disposizioni della legge n. 108 del 1996. In base a tali disposizioni si soggiunge – il tasso d’interesse che al momento della pattuizione non ecceda la soglia dell’usura determinata secondo il meccanismo previsto dalla medesima legge, ma che superi poi tale soglia nel corso del rapporto, è comunque illegittimo e comporta la nullità della relativa clausola contrattuale. Il che fa sorgere la necessità di individuare un tasso sostitutivo ai sensi degli artt. 1419 e 1339 cod. civ., non essendo invocabile la previsione di gratuità del mutuo di cui all’art. 1815, secondo comma – come modificato dalla stessa legge che è esclusa dall’interpretazione autentica di tale disposizione imposta dall’art. 1, comma 1, d.l. n. 394 del 2000, cit. Il tasso sostitutivo va individuato – si conclude – quantomeno in quello meno favorevole al mutuatario, ossia il tasso soglia, come ritenuto dal giudice di primo grado.
3.1. È infatti privo di fondamento – come denunciato nella prima parte del secondo motivo di ricorso – l’assunto, da cui muove la Corte d’appello, che il carattere fondiario del mutuo dispensi dall’osservanza delle disposizioni della richiamata legge n. 108 sull’usura. Basterà osservare, in proposito, che nessuna disposizione o principio normativo (del resto non specificato nella sentenza impugnata) giustifica tale assunto e che non v’è, del resto, alcuna ragione per sottrarre l’importante settore del credito fondiario al divieto di usura e ai meccanismi approntati dalla legge per renderlo effettivo.
3.2. Conseguentemente il primo motivo di ricorso, attinente alla qualificazione del mutuo come fondiario, è assorbito.
3.3. Il fondamento, però, della prima parte del secondo motivo di ricorso non è sufficiente a far cadere la decisione impugnata, essendo infondata, invece, la seconda parte dello stesso motivo, avente ad oggetto la questione per la quale la Prima Sezione ha ritenuto necessario l’intervento di queste Sezioni Unite.
Peraltro la questione della configurabilità di una “usura sopravvenuta” si pone non soltanto con riferimento ai contratti stipulati prima dell’entrata in vigore della legge n. 108 del 1996, come nel caso in esame, ma anche con riferimento a contratti successivi all’entrata in vigore della legge recanti tassi inferiori alla soglia dell’usura, superata poi nel corso del rapporto per effetto della caduta dei tassi medi di mercato, che sono alla base del meccanismo legale di determinazione dei tassi usurari: meccanismo basato, appunto, secondo l’art. 2 della legge n. 108, sulla rilevazione trimestrale dei tassi medi praticati per le varie categorie di operazioni creditizie, sui quali viene applicata una determinata maggiorazione. E si pone, in teoria, con riguardo sia ai tassi contrattuali fissi che a quelli variabili, anche se in pratica sono essenzialmente i primi a fornire la casistica sinora nota, dato che la variabilità consente normalmente di assorbire gli effetti del calo dei tassi medi di mercato. La questione sorse immediatamente all’indomani dell’entrata in vigore della legge n. 108. La giurisprudenza di legittimità iniziò ad orientarsi nel senso dell’applicabilità della legge ai rapporti pendenti alla data della sua entrata in vigore, con conseguenze sul tasso d’interesse contrattuale, sia pure riferite alla sola parte del rapporto successiva a tale data (cfr. Cass. Sez. III 02/02/2000, n. 1126; Cass. Sez. I 22/10/2000, n. 5286; Cass. Sez. I 17/11/2000, n. 14899).
Ciò indusse il legislatore ad intervenire appunto con la già richiamata norma d’interpretazione autentica di cui all’art. 1, comma 1, d.l. n. 394 del 2000, che recita: “Ai fini dell’applicazione dell’articolo 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.
Un primo orientamento (cfr. Cass. Sez. III 26/06/2001, n. 8742; Cass. Sez. I 24/09/2002, n. 13868; Cass. Sez. III 13/12/2002, n. 17813; Cass. Sez. III 25/03/2003, n. 4380; Cass. Sez. III 08/03/2005, n. 5004; Cass. Sez. I 19/03/2007, n. 6514; Cass. Sez. III 17/12/2009, n. 26499; Cass. Sez. I 27/09/2013, n. 22204; Cass. Sez. I 19/01/2016, n. 801) dà alla questione della configurabilità dell’ usura sopravvenuta risposta negativa. Ciò in quanto la norma d’interpretazione autentica attribuisce rilevanza, ai fini della qualificazione del tasso convenzionale come usurario, al momento della pattuizione dello stesso e non al momento del pagamento degli interessi; cosicché deve escludersi che il meccanismo dei tassi soglia previsto dalla legge n. 108 sia applicabile alle pattuizioni di interessi stipulate in data precedente la sua entrata in vigore, anche se riferite a rapporti ancora in corso a tale data (pacifico essendo, peraltro, nella giurisprudenza di legittimità, che la legge n. 108 del 1996 non può trovare applicazione quanto ai rapporti già esauritisi alla medesima data).
– Cass. Sez. III 13/06/2002, n. 8442; Cass. Sez. III 05/08/2002, n. 11706 e Cass. Sez. III 25/05/2004, n. 10032 si sono semplicemente richiamate alla giurisprudenza precedente al decreto legge;
– Cass. Sez. I 25/02/2005, n. 4092; Cass. Sez. I 25/02/2005, n. 4093; Cass. Sez. III 14/03/2013, n. 6550; Cass. Sez. III 31/01/2006, n. 2149 e Cass. Sez. III 22/08/2007, n. 17854 hanno precisato (le prime tre in obiter dicta) che la clausola contrattuale recante un tasso che poi superi il tasso soglia non diviene, in conseguenza di tale superamento, nulla, bensì inefficace ex nunc, e tale inefficacia non può essere rilevata d’ufficio;
3.4. È avviso di queste Sezioni Unite che debba darsi continuità al primo dei due orientamenti giurisprudenziali sopra richiamati, che nega la configurabilità dell’usura sopravvenuta, essendo il giudice vincolato all’interpretazione autentica degli artt. 644 cod. pen. e 1815, secondo comma, cod. civ., come modificati dalla legge n. 108 del 1996 (rispettivamente all’art. 1 e all’art. 4), imposta dall’art. 1, comma 1, d.l. n. 394 del 2000, cit.; interpretazione della quale la Corte costituzionale ha escluso la sospetta illegittimità, per violazione degli artt. 3, 24, 47 e 77 Cost., con la sentenza 25/02/2002, n. 29, e della quale non può negarsi la rilevanza per la soluzione della questione in esame.
3.4.1. La ragione della illiceità risiederebbe, come si è visto, nella violazione di un divieto imperativo di legge, il divieto dell’usura, e in particolare il divieto di pretendere un tasso d’interesse superiore alla soglia dell’usura come fissata in base alla legge.
Sennonché il divieto dell’usura è contenuto nell’art. 644 cod. pen.; le (altre) disposizioni della legge n. 108, cit., non formulano tale divieto, ma si limitano a prevedere (per quanto qui rileva) un meccanismo di determinazione del tasso oltre il quale gli interessi sono considerati sempre usurari a mente, appunto, dell’art. 644, comma terzo, cod. pen. novellato (che recita: “La legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari”). L’art. 2, comma 4, legge n. 108, cit. (che recita: “Il limite previsto dal terzo comma dell’art. 644 del codice penale, oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, è stabilito nel tasso…”) definisce, sì, il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, ma si tratta appunto del limite previsto dal terzo comma dell’art. 644 del codice penale, essendo la norma penale l’unica che contiene il divieto di farsi dare o promettere interessi o altri vantaggi usurari in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità.
Sarebbe pertanto impossibile operare la qualificazione di un tasso come usurario senza fare applicazione dell’art. 644 cod. pen.; “ai fini dell’applicazione” del quale, però, non può farsi a meno perché così impone la norma d’interpretazione autentica – di considerare il “momento in cui gli interessi sono convenuti, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.
Un ulteriore argomento utilizzato dei sostenitori della configurabilità dell’usura sopravvenuta e ripreso anche da Cass. Sez. I 9405/2017, cit., è basato su un passaggio della motivazione della richiamata sentenza della Corte costituzionale n. 29 del 2002, in cui i giudici, dopo avere escluso l’irragionevolezza dell’interpretazione autentica e la sua incompatibilità con il dato testuale, osservano: “Restano, invece, evidentemente estranei all’ambito di applicazione della norma impugnata gli ulteriori istituti e strumenti di tutela del mutuatario, secondo la generale disciplina codicistica dei rapporti contrattuali”. Poiché, si è osservato, tale affermazione non è un mero obiter dictum, bensì parte della ratio decidendi, essa è vincolante per l’interprete e impone di considerare illecita – ancorché non penalmente, né a pena della gratuità del contratto ai sensi dell’art. 1815, secondo comma, cod. civ. – la pretesa del pagamento di interessi a un tasso convenzionale divenuto nel tempo superiore al tasso soglia.
3.4.2. L’illiceità della pretesa, tuttavia, è stata argomentata da una parte della dottrina anche su basi diverse, ossia valorizzando, piuttosto che il meccanismo della sostituzione automatica di clausole ai sensi degli artt. 1339 e 1419, secondo comma, cod. civ., il principio di buona fede oggettiva nell’esecuzione dei contratti, di cui all’art. 1375 cod. civ., per il quale sarebbe scorretto pretendere il pagamento di interessi a un tasso divenuto superiore alla soglia dell’usura come determinata al momento del pagamento stesso, perché in quel momento quel tasso non potrebbe essere promesso dal debitore e il denaro frutterebbe al creditore molto di più di quanto frutti agli altri creditori in genere.
Viene a suo sostegno richiamata la giurisprudenza di questa Corte, secondo cui il principio di correttezza e buona fede in senso oggettivo impone un dovere di solidarietà, fondato sull’art. 2 Cost., per il quale ciascuna delle parti del rapporto è tenuta ad agire in modo da preservare gli interessi dell’altra, a prescindere dall’esistenza di specifici obblighi contrattuali o da quanto stabilito da singole norme di legge (Cass. Sez. III 30/07/2004, n. 14605; Cass. Sez. I 06/08/2008, n. 21250; Cass. Sez. U. 25/11/2008, n. 28056; Cass. Sez. I 22/01/2009, n. 1618; Cass. Sez. III 10/11/2010, n. 22819).
Va però osservato che la buona fede è criterio di integrazione del contenuto contrattuale rilevante ai fini dell’”esecuzione del contratto” stesso (art. 1375 cod. civ.), vale a dire della realizzazione dei diritti da esso scaturenti. La violazione del canone di buona fede non è riscontrabile nell’esercizio in sé considerato dei diritti scaturenti dal contratto, bensì nelle particolari modalità di tale esercizio in concreto, che siano appunto scorrette in relazione alle circostanze del caso. In questo senso può allora affermarsi che, in presenza di particolari modalità o circostanze, anche la pretesa di interessi divenuti superiori al tasso soglia in epoca successiva alla loro pattuizione potrebbe dirsi scorretta ai sensi dell’art. 1375 cod. civ.; ma va escluso che sia da qualificare scorretta la pretesa in sé di quegli interessi, corrispondente a un diritto validamente riconosciuto dal contratto.
3.4.3. Va pertanto enunciato il seguente principio di diritto:
“Allorché il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell’usura come determinata in base alle disposizioni della legge n. 108 del 1996, non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore della predetta legge, o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula; né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di tale soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto”.
4.1. I motivi sono inammissibili. Tale qualificazione, infatti, non è di per sé rilevante ai fini della decisione sul carattere usurario degli interessi, né sono indicate nel ricorso le ragioni della sua eventuale rilevanza.
Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 1 febbraio – 19 aprile 2018, n. 9762
Presidente Cristiano – Relatore Iofrida
La Corte d’appello di Venezia, con sentenza n. 1853/2014 – in giudizio promosso dalla Costruzioni Il Progresso di S.V. & C. sas. nei confronti della Banca Nazionale del Lavoro spa, per sentire accertare, in, relazione ad un contratto di mutuo decennale a tasso fisso, pari al 13,70%, estinto anticipatamente dalla mutuataria (con versamento di L. 7.139.492.000), la nullità delle clausole pattizie implicanti l’applicazione di interessi passivi usurari e moratori anatocistici, nonché il pagamento di commissione per l’estinzione anticipata, con condanna della banca alla restituzione di quanto illegittimamente preteso -, in totale riforma della decisione di primo grado (che aveva condannato la banca al pagamento all’attrice della somma di Euro 544.302,04, oltre interessi legali), ha condannato la società alla restituzione delle somme versatele dalla banca, in eccedenza rispetto a quanto dovuto.
In particolare, la Corte d’appello, in via preliminare, ha ritenuto inapplicabile, in forza della norma di interpretazione autentica di cui alla l. 24/2001, la l. 108/1996 al contratto di mutuo in oggetto, stipulato anteriormente all’entrata in vigore della suddetta normativa, occorrendo pertanto la prova di tutti gli elementi costitutivi dell’illecito penale di cui all’art. 644 c.p., ma operante, in forza della pronuncia della Consulta n. 29/2002 e della declaratoria di illegittimità costituzionale del secondo comma dell’art.1 del d.l. 394/2000, conv. in L.24/2001, la sostituzione del tasso convenzionale con il tasso soglia legale, per le rate scadute successivamente al 31/12/2000, con conseguente obbligo della banca alla restituzione alla mutuataria della somma di Euro 9.127,30, per superamento del tasso soglia ex l. 108/1996 sui ratei scaduti dall’1/1/2001 al 15/3/2001; la Corte d’appello ha quindi ritenuto dovuti gli interessi di preammortamento della somma, gli importi a titolo di corrispettivo del recesso anticipato e la commissione e le spese di conteggio per l’anticipata estinzione.
1. La ricorrente lamenta: 1) con il primo motivo, la violazione dell’art.1 l.108/1996, in relazione agli artt.1339 c.c., 1419 comma 2 c.c. e 1815 c.c., in ordine alla mancata declaratoria dell’inefficacia parziale sopravvenuta delle clausole contemplanti un tasso convenzionale divenuto usurario per effetto dell’entrata in vigore della l.108/1996, con automatica sostituzione del tasso legale; 2) con il secondo motivo, la violazione ed erronea applicazione dell’art.1 l.108/1996, in relazione al rimborso del differenziale tra tasso d’impiego del finanziamento e tasso di reimpiego del capitale rimborsato, previsto dall’art.19 del contratto inter partes, trattandosi di remunerazione per la mutuante collegata al normale utilizzo delle somme mutuate che doveva essere presa in considerazione per la valutazione dell’eventuale superamento del tasso soglia; 3) con il terzo motivo, la violazione ed erronea applicazione dell’art.1 l.108/1996, in relazione al pagamento di commissione dello 0,75% da applicare sul residuo capitale anticipatamente restituito, ai sensi dell’art.19 del contratto di finanziamento; 4) con il quarto motivo, la violazione ed erronea applicazione dell’art.1 l.108/1996, in relazione alle spese per i conteggi eseguiti dalla banca per l’anticipata estinzione del finanziamento, ai sensi dell’art.19 del contratto.
Le Sezioni Unite di questa Corte (sentenza n. 24675/2017), con riferimento ai contratti di mutuo stipulati, come quello in esame, anteriormente all’entrata in vigore della l.108/1996 ed alla questione della c.d. usura sopravvenuta (quella che si caratterizza per pattuizioni, che, pur se valide al momento della contrattazione, successivamente siano venute a trovarsi non corrispondenti ai valori numerici rilevati periodicamente ed espressi dai tassi soglia), alla luce della norma di interpretazione autentica contenuta nell’art.1 del d.l. n. 394 del 2000 (conv., con modif., dalla l. n. 24 del 2001), hanno affermato che “allorché il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell’usura come determinata in base alle disposizioni della legge n. 108 del 1996, non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore della predetta legge, o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula; né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di tale soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto”.
La seconda censura, pur essendo espressamente volta a contestare la statuizione della Corte d’appello, nella parte in cui sono stati ritenuti non dovuti gli interessi di preammortamento della somma, trattandosi di importo versato prima dell’entrata in vigore della l.108/1996, deve essere, infatti, intesa come rivolta, in realtà, ad altra statuizione presente nella sentenza impugnata, quella in cui la Corte ha ritenuto di riformare la decisione di primo grado in ordine al “pagamento degli importi versati in esecuzione dell’art.19 del contratto in caso di recesso anticipato”, affermando che tali importi esulano dalla sfera di operatività della l.108/1996, trattandosi non di interesse ma di “corrispettivo per l’anticipato recesso dal rapporto”.
Con gli ulteriori motivi, la ricorrente censura l’affermata legittimità delle pattuizioni, nell’art.19 del contratto di finanziamento, relative alla commissione dello 0,75% ed al rimborso alla banca delle spese di conteggio, per l’ipotesi di anticipata estinzione del finanziamento, in quanto la suddetta commissione ed il rimborso delle spese costituirebbero una “remunerazione…collegata al normale utilizzo delle somme mutuate”, che dovrebbe pertanto essere presa in considerazione, trattandosi di normale e non eventuale remunerazione della stessa erogazione del credito, ai sensi dell’art.1 l.108/1996, ai fini dell’individuazione dell’interesse effettivamente preteso dalla banca e dell’eventuale superamento del tasso soglia.
Ai sensi dell’art.13, comma 1 quater del DPR 115/2002, dà atto della ricorrenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del, comma 1 bis dello stesso art.13.
La disciplina relativa ai tassi di interesse sui mutui introdotta dalla legge 7 marzo 1996, n. 108 recante disposizioni in materia di usura – e quindi anche quella dettata dall’art. 1 del d.l. 29 dicembre 2000, n. 394, convertito in legge 28 febbraio 2001, n. 24 di interpretazione autentica della precedente – non può essere applicata a rapporti completamente esauriti prima della sua entrata in vigore, senza che rilevi, in senso contrario, la pendenza di una controversia sulle obbligazioni derivanti dal contratto e rimaste inadempiute, le quali non implicano che il rapporto contrattuale sia ancora in atto, ma solo che la sua conclusione ha lasciato in capo alle parti, o ad una di esse, delle ragioni di credito.
Corte di Cassazione, Sezione 1 Civile, Sentenza 22.07.2005, n. 15497
Manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1 comma 1, del decreto legge 29/12/2000, n. 394 – convertito, con modificazioni, in legge 28/2/2001, n. 24 – censurato, in riferimento agli artt. 3, 24, 41, secondo e terzo comma, e 47, primo comma e 77 della Costituzione, in quanto, ai fini dell’applicazione dell’art. 1815 secondo comma, del codice civile, stabilisce che l’usurarietà degli interessi va valutata esclusivamente al momento della pattuizione. Le censure riferite agli artt. 3, 24, 41 e 77 della Costituzione sono del tutto identiche ad altre già dichiarate non fondate, essendo stata altresì esclusa la fondatezza della premessa, posta a base della lamentata violazione dell’art. 41, secondo comma della Costituzione, circa la originaria applicabilità della legge n. 108 del 1996 anche ai contratti in corso al momento della sua entrata in vigore.
Corte Costituzionale, Ordinanza 31.10.2002, n. 436
Escluso che nella specie si versi in ipotesi di macroscopico difetto dei presupposti, in linea di principio eventuali vizi attinenti ai presupposti della decretazione d’urgenza devono ritenersi sanati dalla conversione in legge. Non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1 comma 1, del decreto legge 29/12/2000, n. 394, convertito, con modificazioni, in legge 28/2/2001, n. 24 – secondo il quale “ai fini dell’applicazione dell’art. 644 del codice penale e dell’art. 1815 secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento” – sollevata in riferimento all’art. 77 della Costituzione.
Corte Costituzionale, Sentenza 25.02.2002, n. 29
Restituzione degli atti al giudice rimettente perché valuti nuovamente – alla luce della sopravvenuta normativa dettata dal dl. 29/12/2000, n. 394, convertito, con modificazioni, nella legge 28/2/2001, n. 24 – la rilevanza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 1815 secondo comma, del codice civile, come modificato dall’art. 4 della legge 7/3/1996, n. 108, nella parte in cui sanziona con la non debenza di alcun interesse la pretesa di interessi legittimamente pattuiti, ma divenuti successivamente usurari; e, in via subordinata, dello stesso art. 1815 secondo comma, del codice civile nella parte in cui non sanziona in alcun modo la pretesa di interessi legittimamente pattuiti, ma divenuti successivamente usurari.
Corte Costituzionale, Ordinanza del 30.01.2002, n. 12
Manifesta inammissibilità, per difetto di motivazione sulla rilevanza, della questione di legittimità costituzionale dell’art. 1815 secondo comma, del codice civile, come modificato dall’art. 4 della legge 7/3/1996, n. 108, censurato, in riferimento agli artt. 3, 24 e 47 della Costituzione, nella parte in cui sanziona con la non debenza di alcun interesse, la pretesa di interessi legittimamente pattuiti, ma divenuti successivamente usurari.
Corte Costituzionale, Ordinanza 22.01.2000, n. 236

References: sentenza 
 Cass. 
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 Cass. Sez. 
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 art.13
 Sentenza 
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 art. 1815