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Timestamp: 2020-08-08 09:48:37+00:00

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Reati edilizi limite indice edificabilita’ avvocato penalista Bologna il godimento estetico dei visitatori del luogo a causa di un negativo impatto del complesso sull'assetto preesistente" ma lo fa mediante espressioni che, "nella loro genericità e tautologia, sembrano rappresentare più una considerazione del Giudice piuttosto che quello (sic) dei visitatori del luogo" (non vi sarebbe "prova di rilevanti proteste"), laddove l'assenso al progetto rilasciato dalla Sovrintendenza, cioè dall'"autorità preposta alla tutela proprio di quei beni ed interessi richiamati dal Giudice", avrebbe dovuto indurre quest'ultimo "a procedere con cautela nell'asserire che un complesso edilizio di nuova costruzione, soltanto perché di determinate dimensioni ed aspetto moderno, non possa armonizzarsi con l'ambiente circostante sì da consentire di considerarlo anch'esso, una volta superato il senso di stupore che sempre si prova dinanzi al nuovo, un elemento caratterizzante un particolare luogo ed una particolare comunità", essendo poi "tendenza attuale
Reati edilizi limite indice edificabilita’ avvocato penalista Bologna il godimento estetico dei visitatori del luogo a causa di un negativo impatto del complesso sull’assetto preesistente” ma lo fa mediante espressioni che, “nella loro genericità e tautologia, sembrano rappresentare più una considerazione del Giudice piuttosto che quello (sic) dei visitatori del luogo” (non vi sarebbe “prova di rilevanti proteste”), laddove l’assenso al progetto rilasciato dalla Sovrintendenza, cioè dall'”autorità preposta alla tutela proprio di quei beni ed interessi richiamati dal Giudice”, avrebbe dovuto indurre quest’ultimo “a procedere con cautela nell’asserire che un complesso edilizio di nuova costruzione, soltanto perché di determinate dimensioni ed aspetto moderno, non possa armonizzarsi con l’ambiente circostante sì da consentire di considerarlo anch’esso, una volta superato il senso di stupore che sempre si prova dinanzi al nuovo, un elemento caratterizzante un particolare luogo ed una particolare comunità”, essendo poi “tendenza attuale
Ago 15, 2016 avvocato Sergio Armaroli Di Sergio Armaroli
Reati edilizi limite indice edificabilita’ avvocato penalista Bologna
il godimento estetico dei visitatori del luogo a causa di un negativo impatto del complesso sull’assetto preesistente” ma lo fa mediante espressioni che, “nella loro genericità e tautologia, sembrano rappresentare più una considerazione del Giudice piuttosto che quello (sic) dei visitatori del luogo” (non vi sarebbe “prova di rilevanti proteste”), laddove l’assenso al progetto rilasciato dalla Sovrintendenza, cioè dall'”autorità preposta alla tutela proprio di quei beni ed interessi richiamati dal Giudice”, avrebbe dovuto indurre quest’ultimo “a procedere con cautela nell’asserire che un complesso edilizio di nuova costruzione, soltanto perché di determinate dimensioni ed aspetto moderno, non possa armonizzarsi con l’ambiente circostante sì da consentire di considerarlo anch’esso, una volta superato il senso di stupore che sempre si prova dinanzi al nuovo, un elemento caratterizzante un particolare luogo ed una particolare comunità”, essendo poi “tendenza attuale dell’architettura…inserire il moderno nel contesto antico”. Erroneamente, dunque, il primo giudice avrebbe fondato la decisione sul suo “senso estetico soggettivo” anziché avvalersi di quello che il secondo giudice ritiene il parametro più oggettivo possibile, cioè l’assenso della Sovrintendenza, che avrebbe potuto essere superata nel senso della sussistenza del reato solo mediante “elementi obiettivi di prova molto più concreti e rilevanti” come una perizia collegiale sui “profili richiamati genericamente dal Tribunale”.
Reati edilizi limite indice edificabilita’ avvocato penalista BolognaSUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
Ha presentato ricorso il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’appello di Perugia. Premesso che agli imputati era stato ascritto il capo a) per avere – V. quale amministratore unico della società titolare del permesso di costruire Madonna delle Grazie S.r.l. e della società appaltatrice Valentini G. e L. F. S.r.l.; D. quale amministratore unico di Findem S.r.l., società richiedente del permesso di costruire in quanto proprietaria dell’area di sedime al tempo della istanza, titolare altresì di singole unità abitative e di posti auto pertinenziali nel realizzato complesso edilizio per contratto di permuta con Madonna delle Grazie S.r.l. del 19 aprile 2006, nonché titolare in quest’ultima di partecipazione societaria; M. e Z. in qualità di direttori dei lavori; Ma. in qualità di dirigente responsabile della Direzione Pianificazione Urbanistica del Comune di Spoleto; G. in qualità di responsabile della Unità Tematica-Attività Produttive della Direzione S.U.I.C. del Comune di Spoleto – realizzato in …, in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, un complesso edilizio, parte del Comparto di via della Postema individuato nel Piano Attuativo di Ristrutturazione Urbanistica (P.A.R.U.) adottato con delibera C.C. del 12 ottobre 1998 n. 135 e approvato in via definitiva con delibera C.C. del 29 aprile 1999, dalla struttura portante in cemento armato, di circa metri 80 di lunghezza, costituito da due contigui corpi di fabbrica, di profondità tra i 21 e i 15 metri e separati da una galleria, di cui uno composto da quattro elevazioni fuori terra per un’altezza di 13,20 metri e l’altro composto da cinque elevazioni per un’altezza di circa 16,30 metri, entrambi dotati di piano scantinato accessibile alle auto, per un complessivo volume di mc. 14.254 insistente su un’area di mq.2200, in virtù di permesso di costruire n. 7107 del 28 aprile 2006, illegittimo perché superiore all’indice edificatorio consentito, e premesso altresì che agli imputati era stato ascritto anche il reato di cui al capo.
nche qualora fosse poi corretta l’interpretazione della sentenza sulla riferibilità della nozione di superficie fondiaria all’intera area interessata dal complessivo intervento, non sarebbe stata comunque computabile l’area del parcheggio, che invece secondo la sentenza – poiché l’articolo 12, comma 1, NTA esclude dalla superficie fondiaria le sole opere di urbanizzazione primaria e secondaria, tra cui ex articolo 13 NTA non rientrano i parcheggi – sarebbe stata correttamente computata, perché come area edificabile esprimeva una volumetria. Ma il d.m. 1444/1968 (articolo 4), stabilendo la necessità di riservare un minimo di “spazi pubblici o riservati ad attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi da osservare in rapporto agli insediamenti residenziali”, esclude che l’area destinata a parcheggio sia calcolabile ai fini della costruzione di edifici, come si evince pure dall’articolo 41quinquies, comma 8, I. 1150/1942. E infatti le opere pubbliche, in quanto tali, non esprimono una vocazione edificatoria.
utto ciò non sarebbe inficiato dalla perizia disposta dalla corte territoriale, cui questa aderisce senza motivazione, in quanto le conclusioni del perito sono affette da errore di diritto e contrastano con le stesse prassi riscontrate. Precisando poi che la superficie fondiaria di ogni singolo intervento edilizio, cui vanno riferiti gli indici massimi di edificabilità, non è l’area di sedime, bensì il lotto di pertinenza, il ricorrente conclude che la sentenza erra calcolando l’indice di densità fondiaria in relazione all’intera area del comparto, di mq. 13.000, così violando l’inderogabile articolo 7 d.m. 1444/1968.
Infine costituisce ulteriore profilo di illegittimità del P.A.R.U. e del permesso l’indebito ricorso alla perequazione urbanistica, consistendo questa nell’attribuzione di un diritto edificatorio aggiuntivo quale premio per il raggiungimento di obiettivi pubblici, e non ricorrendone nel caso di specie i presupposti come identificati da Cons. Stato, sez. IV, 13 luglio 2010 n. 4545, impropriamente richiamata dalla corte territoriale (rispetto del principio di legalità, predeterminazione nel PRG delle condizioni per l’attivazione delle relative convenzioni, sussistenza nell’accordo tra privato e Comune dei requisiti di tipicità e nominatività dei provvedimenti amministrativi che sostituisce, finalizzazione, ex articolo 11 L. 241/1990, a un interesse pubblico). Quando fu adottato il P.A.R.U. e stipulato l’accordo bonario non vi era ancora un sostegno normativo che conducesse al rispetto del principio di legalità e il contenuto dell’accordo non tutelava alcun interesse pubblico, ma solo quello privato; e comunque non è derogabile il limite dell’indice di densità fondiaria in zona A mediante una tecnica perequativa, che confliggerebbe con l’esigenza di conservazione del suddetto tipo di zona. In conclusione, Vindice di densità fondiaria doveva calcolarsi solo sull’area di mq 2200 oggetto della edificazione privata, quale superficie fondiaria rilevante, senza tener conto di aree destinate all’opera pubblica, in particolare a parcheggio. Invece l’articolo 7 d.m. 1444 del 1968 è violato attraverso la concentrazione su tale aria, pari al 13% dell’area complessiva, dell’intera volumetria dell’area complessiva, anche con utilizzo illegittimo del modello perequativo.
Il terzo motivo denuncia vizio motivazionale per assoluta mancanza di motivazione giuridica sulle tematiche trattate nel secondo motivo.
3.1 Deve preliminarmente rilevarsi che non è accoglibile la conclusione in tesi del PG che ha chiesto la rimessione alle Sezioni Unite di questa Suprema Corte affinché queste si pronuncino in ordine alla possibilità di annullamento senza rinvio qualora sussistano i presupposti per l’annullamento con rinvio ma la estinzione del reato per prescrizione sia assolutamente imminente. Nel caso in esame, infatti, la estinzione per prescrizione non può definirsi tale, in quanto risulta dagli atti che, per adesione dell’avvocato Paolo Feliziani, codifensore dell’imputato G. , all’astensione dalle udienze civili e penali indetta dall’O.U.A. per il giorno 23 ottobre 2012, all’udienza appunto del 23 ottobre 2012 il presente ricorso è stato rinviato a nuovo ruolo con sospensione dei termini di prescrizione, e in seguito quindi fissato per l’udienza del 18 giugno 2013. Al termine prescrizionale addotto dal PG come maturato in data 19 marzo 2014 deve pertanto assommarsi la suddetta sospensione di quasi otto mesi, onde l’estinzione del reato per prescrizione non è qualificabile come imminente.
SUCCESSIONE EREDI BOLOGNA IMPUGNAZIONE SUCCESSIONE BOLOGNA IMPUGNAZIONE TESTAMENTO BOLOGNA
All’articolo 7, rubricato come “Limiti di densità edilizia”, il decreto stabilisce che i “limiti inderogabili di densità edilizia per le diverse zone territoriali omogenee” si conformano per le zone A nel senso che “per le eventuali nuove costruzioni ammesse, la densità fondiaria non deve superare il 50% della densità fondiaria media della zona e, in nessun caso, 5 mc/mq”. L’interpretazione dottrinale e giurisprudenziale ha peraltro evidenziato che nel decreto “la densità edilizia si distingue tra territoriale e fondiaria. La “densità edilizia territoriale” è riferita a ciascuna zona omogenea e definisce il carico complessivo di edificazione che può gravare sull’intera zona; viceversa, la “densità edilizia fondiaria” è riferita alla singola area e definisce il volume massimo su di essa edificabile. La differenza consiste nel fatto che la densità edilizia territoriale, riferendosi a ciascuna zona omogenea dello strumento di pianificazione, definisce il complessivo carico di edificazione che può gravare su ciascuna zona stessa, per cui il relativo indice è rapportato all’intera superficie della zona, ivi compresi gli spazi pubblici, quelli destinati alla viabilità, ecc.;” viceversa, la densità edilizia fondiaria, “concernendo la singola area e definendo il volume massimo edificabile sulla stessa, implica che il relativo indice sia rapportato all’effettiva superficie suscettibile di edificazione” (così, da ultimo, Cons. Stato, sez. IV 8 gennaio 2013 n. 32; e v. altresì Cons. Stato sez. IV, 6 settembre 1999 n. 1402, Cons. Stato sez. IV, 16 marzo 1998 n.443, Cons. Stato, sez. V, 13 agosto 1996 n. 918, Cons. Stato, sez. IV, 22 marzo 1993 n. 182; Tar Campania sez. Napoli, 6 luglio 2000 n. 2676; Tar Lombardia, sez. Brescia, 1 giugno 1998 n. 448; Tar Piemonte 5 giugno 1996 n. 448). Negli standard di edificabilità la densità fondiaria e la densità territoriale integrano dunque due concetti nettamente distinti. Mentre la densità territoriale attiene al comparto, al lordo di strade e altri spazi pubblici, la densità fondiaria attiene al singolo lotto o fondo identificato al netto delle aree asservite a standard urbanistici: vale a dire, la corrispondente superficie fondiaria è identificabile nella superficie del lotto edificabile al netto delle superfici destinate ad opere di urbanizzazione primaria e secondaria. L’indice di fabbricabilità fondiaria, pertanto, risulta essere lo strumento di misura del massimo volume edificabile su ciascuna unità di superficie fondiaria. Confondere, allora, ai fini di determinare la volumetria assentibile, la superficie edificabile di mq 2200 con la superficie dell’intero comparto equivale a pretermettere la distinzione che giuridicamente secerne l’area edificabile dalla zona omogenea in cui si inserisce, id est equivale a elidere i limiti di edificabilità perché questi, in tal modo, costituirebbero una percentuale della zona omogenea anziché una percentuale dell’area interessata direttamente dalla edificabilità stessa. E così confonde, in effetti, la corte territoriale, applicando il criterio della densità edilizia territoriale in luogo di quello della densità edilizia fondiaria, in contrasto con la giurisprudenza amministrativa, consolidata e che non vi è motivo alcuno (come già si evince dall’ampia citazione sopra trascritta) per contraddire.
3.3.3 Le successive considerazioni che la corte territoriale svolge in ordine al fatto che in un comparto possano trovarsi sia opere pubbliche sia opere private non sono pertinenti, per quanto appena osservato, poiché non incidono sulla imperatività della norma di cui all’articolo 7 d.m. 2 aprile 1968 n. 1444, che si avvince nella determinazione dell’indice in questione, come si è appena visto, all’area su cui costruire, indipendentemente dal fatto che questa sia inserita o meno in un comparto in cui opere pubbliche in concreto si affianchino ad opere private. Quanto poi alla tematica della perequazione, a prescindere da talune osservazioni del giudice d’appello non esenti da una certa connotazione apodittica e/o incongrua (come quella per cui “non vi è alcuna cessione di volumetria dal pubblico al privato, dal momento che prima della attività di edificazione i terreni, anche quelli interessati dalla realizzazione dell’opera pubblica, risultano per lo più appartenere a privati”: motivazione, pagine 30-31), e a prescindere altresì da quel che adduce il ricorrente in ordine alla normativa vigente all’epoca dell’accordo bonario (ovvero che la bozza di questo era allegata al PARU e che l’accordo bonario fu stipulato il 23 novembre 2000 tra Comune e FINDEM, cioè quando la legislazione statale non conferiva alla P.A. la facoltà di stipulare accordi sostitutivi di provvedimenti, introdotta per la prima volta in via generale dalla L. 15/2005 modificando gli articoli 1, comma 1 bis, e 11 l. 241/1990), è sufficiente rilevare che qualunque accordo stipulato dalla P.A. jure privatorum in luogo di esercitare attività jure imperii – cioè nel caso di specie allo scopo di supplire un provvedimento espropriativo – non può comunque assumere un contenuto contra legem, poiché trattasi esclusivamente di realizzazione in forma diversa di un pubblico scopo, e non di una deroga alle norme imperative, che, in quanto tali, circoscrivono l’autonomia delle parti in ogni negozio giuridico. La P.A., poi, quando agisce jure privatorum, ovvero convenzionalmente con il privato, si giova di una facoltà di opzione relativa al quomodo della sua attività, facoltà che non reca peraltro alcuna incidenza sul contenuto dell’attività stessa, non spostando sul piano della discrezionalità quel che, invece, è inderogabilmente predeterminato dal legislatore con norma non meramente dispositiva bensì imperativa, e che è pertanto direttamente sussumibile nel parametro della legittimità che governa l’attività amministrativa nel suo complesso. Anche l’accordo bonario, allora, non poteva consentire il superamento dell’inderogabile limite di densità edilizia per nuove costruzioni in zona A, limite dettato quantomeno dall’articolo 7 d.m. 2 aprile 1968 n. 1444 con valenza di legge statale; e ciò assorbe ogni altro profilo, inclusi quelli della possibilità di coesistenza in un comparto di opere pubbliche e di opere private e della qualificazione dell’area destinata a parcheggio.
In conclusione, risulta fondato il secondo motivo, essendo la corte territoriale effettivamente incorsa nell’errore di diritto che questo ha denunciato.
3.4 La fondatezza del secondo motivo rende superfluo il vaglio del terzo. Meramente ad abundantiam, quindi, si rileva che, poiché questo riguarda non solo il vizio motivazionale ex art. 606, primo comma, lettera e), e.p.p. ma pure una pretesa assoluta mancanza di motivazione della sentenza impugnata in ordine alle questioni denunciate nel secondo motivo, il ricorrente, con un asserto chiaramente non corrispondente al reale contenuto della sentenza (non sussiste assoluta carenza di motivazione, come risulta da quanto sin qui esaminato, bensì non sono condivisibili gli argomenti con cui l’ha intessuta il giudice d’appello), ha tentato invano di schivare ex articolo 606, primo comma, lettera c), c.p.p. l’inammissibilità che deriva dall’essere il vizio motivazionale rilevante ai fini dell’articolo 606, primo comma, lettera e), c.p.p. esclusivamente se attiene alla motivazione in punto di fatto, per quella di diritto non incidendo le modalità del ragionamento bensì il suo risultato (p.es. Cass. sez. II, 20 maggio 2010 n. 19696: “Il vizio di motivazione denunciabile nel giudizio di legittimità è solo quello attinente alle questioni di fatto e non anche di diritto, giacché ove queste ultime, anche se in maniera immotivata o contraddittoriamente od illogicamente motivata, siano comunque esattamente risolte, non può sussistere ragione alcuna di doglianza”; conformi Cass. sez. II, 21 gennaio 2009 n. 3706; Cass. sez. V, 22 febbraio 1994 n. 4173; Cass. sez. IV, 7 marzo 1988 n. 6243; trattasi peraltro di principio generale che governa l’ambito della giurisdizione di legittimità, e investe pertanto anche il ricorso ex articolo 360 n.5 c.p.c.: cfr. da ultimo Cass. civ. sez. III, 14 febbraio 2012 n. 2107).
3.5 Seguono nel ricorso il quarto e il quinto motivo, riguardanti, sotto il profilo della violazione di legge e del vizio motivazionale, la pretesa mancanza di elemento soggettivo. La corte territoriale ha infatti conformato la motivazione su un doppio binario: solo dopo avere specificamente illustrato perché, a suo avviso, sarebbe “agevole” ritenere che il fatto non costituisce reato per entrambi i reati contestati (motivazione, pagine 22-27), come già si è visto, affronta la questione della sussistenza del fatto reato quanto alla contestazione di cui al capo a), giungendo agli esiti appena constatati come non condivisibili.
In conclusione, risulta fondato il quarto motivo del ricorso, laddove, per il quinto, non si può non richiamare quanto sopra esposto a proposito del terzo motivo: non vi è carenza di motivazione, bensì la motivazione di diritto della corte territoriale ha condotto ad un esito erroneo, il quale di per sé soltanto rileva, come lo stesso ricorrente lo ha fatto rilevare nel quarto motivo.
3.6 Quanto si è sopra esposto in ordine al secondo e al quarto motivo assorbe evidentemente gli ulteriori profili oggetto di doglianza relativa al capo a), ovvero i motivi sesto e settimo sull’ammissione della perizia in rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale e i motivi ottavo e nono sugli esiti della perizia, che non occorre pertanto vagliare.
Successivamente, il Tribunale ha effettuato l’accertamento sulla base di oggettivi elementi fattuali a sua disposizione, identificati nell’importante entità della volumetria e nella realizzazione di un edificio di tale entità volumetrica e di aspetto moderno in una zona vincolata. Infine, ha motivato (cfr. S.U. 21 ottobre 1992-12 gennaio 1993 n. 248) in ordine agli interventi della Sovrintendenza, oltre che sull’elemento soggettivo del reato, così pervenendo all’accertamento della sua sussistenza. Risulta pertanto evidente la fondatezza del motivo, avendo la corte territoriale non solo – sia pure implicitamente – ritenuto in modo erroneo che sussista una subordinazione del giudice penale rispetto alla valutazione della pubblica amministrazione superabile solo mediante il deferimento della valutazione stessa a un collegio peritale, laddove la giurisprudenza consolidata di questa Suprema Corte (d’altronde in coerenza con il generale principio del giudicante peritus peritorum) tale subordinazione esclude, ma altresì avendo travisato il giudice d’appello le chiaramente corrette modalità di accertamento adottate dal giudice di primo grado.
In conclusione, la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio alla Corte d’appello di Firenze.

References: sentenza 
 sentenza 
 articolo 13
 sentenza 
 articolo 7
 articolo 11
 art. 606
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 606
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 articolo 360
 Cass. 
 sentenza