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Timestamp: 2019-06-24 21:30:41+00:00

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CAPO VII - Della mortificazione interna o sia annegazione dell'amor proprio.
§ 4 - Dell'ubbidienza dovuta alle regole.
1. S. Francesco di Sales diceva questa gran proposizione: La predestinazione delle monache sta ligata all'osservanza delle loro regole.1 E S. Maria Maddalena de' Pazzi dicea che l'osservanza della regola è la via più dritta della salute eterna e della santità.2 L'unica via in somma alle religiose per farsi
sante e per salvarsi è l'osservanza delle regole; ogni altra via non è via per esse che le conduca al fine. Ond'è che quella religiosa che abitualmente trasgredisce qualche regola, per minima ch'ella sia, non darà mai un passo avanti nella perfezione, con tutto che facesse molte penitenze, orazioni ed altre opere spirituali. Faticherà, ma senza frutto, avverandosi allora per lei quel che dice lo Spirito Santo: Disciplinam qui abiicit, infelix est; et vacua est spes illorum, et labores sine fructu (Sap. lII, 11): Quei che non fan conto della disciplina, cioè delle regole, sono infelici, ed in vano sperano nelle loro fatiche, poiché elle resteranno senza frutto. Ma che pazzia mai è questa, dice S. Teresa: Noi non osserviamo, così scrive la santa nelle sue Sentenze, certe cose facili della regola. come il silenzio che non ci fa male, e poi vogliamo inventar penitenze di nostro capo, per non far poi ne l'uno ne l'altro!3 Ma il minor male sarà il non avanzarsi nella perfezione una tal religiosa; il peggio sarà, dice S. Bernardo, ch'ella col trascurar le regole leggiere, si formerà da se stessa un grande impedimento ad osservare poi le gravi, che si appartengono all'osservanza de' voti.4
2. Qual miseria è vedere certe religiose, dopo che nel noviziato sono state così bene educate ed istruite nell'osservanza delle regole, indi dopo la professione non farne più conto, come se dopo essersi consagrate a Gesù Cristo non vi fossero più obbligate! Dice un dotto autore: Melius est digitum esse et esse in corpore, quam esse oculum et evelli de corpore:5 È meglio essere un semplice dito e stare unito al corpo della comunità, che l'essere occhio e star diviso da quella: l'occhio diviso dal corpo non è altro che un poco di fracidume. E cosi quell'opera che apparentemente sembra virtuosa, ma che non si uniforma poi alla regola, ella non piacerà a Dio, né sarà alla religiosa di mezzo, ma d'impedimento per la sua perfezione; giacché tutte quelle divozioni ed azioni che alla regola si oppongono, come dice S. Agostino, sono passi fuori di via ed inciampi per lo spirito.6
3. Ma voi, sorella benedetta, avete lasciato il mondo per farvi santa, e poi non vedete che, per non sapervi vincere in
picciole cose, non solo non vi fate santa, ma vi mettete a pericolo di perdervi? Scrive S. Cesario: Ad relinquendos dulces affectus fortissimi fuimus; et nunc ad declinandas negligentias infirmi sumus? (Hom. 8):7 Abbiamo avuto petto di rinunziare agli affetti de' parenti, delle robe e degli spassi del mondo; ed ora siamo così deboli in superar le negligenze circa la regola? Riferisce Cassiano (Lib. VII, Instit. c. 19) che S. Basilio, vedendo un certo monaco che avea lasciata la dignità di senatore per entrare nella religione, e poi non osservava le regole, gli disse compassionandolo: Senatorem perdidisti, et monachum non fecisti.8 O misero te, ch'hai fatto? hai perduto l'esser senatore per esser monaco, e poi neppure l'esser di monaco hai acquistato. Lo stesso rimprovero fa Tertulliano: Si veram putes saeculi libertatem, rediisti in servitutem et amisisti libertatem Christi (De corona milit.).9 Come dicesse: O religiosa, voi siete uscita dalla servitù del mondo e avete acquistata la libertà di Gesù Cristo, liberandovi dagli affetti alla terra - catene infelici che tengono tante povere anime nel mondo a vivere da schiave - ed ora che fate? Se voi stimate vera libertà la libertà del secolo, voi già siete miseramente ritornata ad essere schiava, ed avete perduta la libertà de' figli di Dio, che Gesù Cristo vi ha procurata.
4. Si scusano alcune religiose col dire che le regole che trasgrediscono sono di cose minime. Rispondo primieramente che niuna regola della religione dee stimarsi cosa minima, sicché non abbia a tenersene gran conto. Tutte le regole debbono aversi per cose grandi, sì perché tutte sono ordinate da Dio ed approvate dalla Chiesa come mezzi della perfezione religiosa, alla quale debbono continuamente aspirare tutte le persone consagrate a Dio; sì perché l'inosservanza delle regole, benché picciole, mette in disordine tutta la disciplina regolare e tutta la comunità. È certo che in quel monastero, dove si ha cura delle cose picciole, regna il fervore; ma dove non se ne fa conto, lo spirito o già è perduto o a poco a poco comincerà a perdersi, sino a perdersi in tutto. Riferisce il P. Sangiurè (Erario ecc., tom. 4, c. 5, sez. 1) che il P. Oviedo, governando in Napoli il collegio della Compagnia di Gesù, procurava che si osservassero puntualmente le regole, per minime che fossero: ma gli si oppose il P. Bobadiglia, dicendo che non conveniva stringere i soggetti a tante minutezze; e con ciò fu causa che mancasse il rigore che prima si osservava. L'evento nonperò fe' conoscere il suo errore: coll'uso di tal libertà cominciò talmente a rilasciarsi lo spirito, che alcuni, non facendo poi conto delle regole né picciole né grandi, giunsero ad uscirsene dalla religione. Per lo che S. Ignazio, essendo stato di ciò informato, ordinò che tutte le regole con rigore si osservassero, e così ristabilissi la disciplina.10
5. Le religiose tepide e trascurate non fan conto delle cose leggiere, ma ben ne fa conto il demonio: egli il nemico nota con gran diligenza tutte le inosservanze delle regole, per accusarle un giorno nel tribunale di Gesù Cristo. S. Riccardo
religioso, avendosi fatti tagliare i capelli una volta fuori del tempo, vide il demonio che raccoglieva e numerava uno per uno tutti quei capelli sparsi a terra (Apud Surium, 15 septembr.).11 Similmente S. Geltrude osservò che il demonio raccoglieva tutti i piccioli fiocchi di lana lasciati cadere contra la povertà, e tutte le sillabe troncate nel recitar l'Officio divino con troppa celerità (In vita).12 Narra ancora il B. Dionisio cartusiano che il demonio si fe' vedere ad una religiosa con un ago ed un filo di seta in mano, preso da lei senza licenza.13 E così anche il demonio nota tutte le parole dette
ne' luoghi e ne' tempi di silenzio, tutte l'occhiate curiose e tutte l'altre inosservanze delle regole, in cui cadono le religiose negligenti. E da ciò nasce poi che le misere stan sempre aride e tediose nell'orazione, nelle comunioni ed in tutti i loro esercizi divoti. S. Geltrude per un solo sguardo curioso verso d'una sorella, contro l'ispirazione che avea di non mirarla, ebbe in castigo undici giorni di aridità.14 È giustizia che chi poco semina, poco raccolga: Qui parce seminat, parce et metet (II Cor. lX, 6). Come vorrà il Signore esser abbondante di grazie e delle sue celesti consolazioni con quella monaca che va così scarsa e trascurata in servirlo? Iddio forse le aveva preparata una grazia grande, s'ella era fedele in osservar quella tal regola; ma per la sua negligenza giustamente ne l'ha privata. Dicea il B. Egidio: Con una picciola trascuraggine può perdersi una grazia grande.15
6. Gran cosa, dice S. Bonaventura: Multi pro Christo optant mori, qui pro Christo nolunt levia pati!16 Molti desiderano di dar la vita per Gesù Cristo, e poi ricusano di soffrire un leggiero incomodo, per osservare qualche regola di poco peso! Se allora, dice il santo, ti fosse imposta una cosa difficile e d'incomodo grande, par che avresti più scusa; ma in trasgredire una cosa facile, che scusa puoi addurre? Quanto è più leggiera e facile quell'osservanza, tanto più si fa conoscere difettosa la religiosa che vi manca, mentre si fa vedere più attaccata alla propria volontà. Ma Dio faccia, come si è accennato di sovra, che facendo ella così poco conto delle picciole regole, non arrivi un giorno a fare anche poco conto de' voti, e così miseramente si perda. Qui dissipat sepem, mordebit eum coluber (Eccl. X, 8): Chi rompe la siepe delle regole, sta in gran pericolo di ricevere qualche morso velenoso del serpente. Quando vedete qualche religiosa un tempo esemplare e poi caduta in precipizi, credete forse che 'l demonio alle prime spinte l'abbia fatta così precipitare? No, prima l'ha indotta a trascurar le regole e a far poco conto delle cose leggiere, e poi l'ha fatta cadere in cose gravi.
7. Si scusano altre con dire che la regola non obbliga a peccato. Questo è un inganno, di cui già parlammo nel capo IV, n. 5; poiché sebbene la regola non obblighi a colpa, con tutto ciò è comune sentenza de' Dottori che la trasgressione di qualunque minima regola, sempre che non v'è bastante causa che la scusi, almeno è peccato veniale. E lo stesso insegnò già S. Tommaso (2. 2. qu. 186, a. 9, ad 1), il quale, parlando della regola della sua religione, che similmente non obbliga a peccato, disse: Transgressio aliorum, fuori de' voti, obligat solum ad peccatum veniale.17 E dissi: Almeno è peccato veniale,
perché quando la trasgressione poi apportasse grave danno o grave scandalo alla comunità, come sarebbe l'abitualmente disturbare il silenzio comune, entrar nelle celle delle compagne, rompere a vista loro i digiuni regolari e cose simili, potrebbe giungere anche a colpa grave. Ma che sia almeno veniale, non può dubitarsi per più ragioni. - Per 1. perché la religiosa, trasgredendo le regole, tralascia i mezzi della sua santificazione, a cui è obbligata a tendere. - Per 2. perché è infedele alla promessa fatta a Dio nella professione di osservare le regole. - Per 3. perché col suo mal'esempio sconcerta il buon ordine della comunità. - Per 4. ed ultimo, e questa è la ragione più certa, perché in trasgredire qualunque regola, non opera che secondo l'amor proprio, ed esce dalla volontà di Dio.
Quella trasgressione non è certamente azione virtuosa. Neppure può dirsi che sia indifferente. E come mai può essere indifferente un'opera fatta per propria inclinazione, che da mal'esempio e che guasta l'ordine della disciplina regolare? Dunque s'ella non è buona e non è indifferente, è certamente cattiva. Se poi dicesse taluna: Basta che non sia peccato mortale. A costei farei sapere ch'ella è in istato molto pericoloso: se non è morta, è agonizzante: la misera è infestata da una febbre lenta, che col tempo la porterà alla morte. Si rilegga quel che sta detto al capo VI, dal num. 3.
8. Si scusano altre con dire ch'elle sono anziane e che non possono vivere con quel rigore, con cui debbon vivere le giovani. Si risponde che ogni religiosa, o giovane o antica che sia, col trasgredire le regole fa danno a sé ed all'altre. Dice S. Pier Grisologo che un albero il quale non dà frutto, coll'ombra che manda non solamente nuoce a se stesso, ma anche agli altri alberi fecondi che gli stanno d'intorno: Infoecunda arbor, dum fundit umbram, inimica non sibi soli, sed etiam palmitibus fit foecundis (Chrysol., Serm. 106).18 E ciò vale per ogni religiosa che dà mal'esempio nell'osservanza delle regole. Ma bisogna inoltre intendere che le monache antiche
sono più obbligate delle nuove alla perfetta osservanza; primieramente, perché elle sono state per più anni nella religione. Siccome chi più ha studiato, dee esser più dotto; così quella religiosa che più è stata nel monastero a studiare il Crocifisso, dee essere più avanzata nella scienza de' santi, cioè nella perfezione dello spirito. Secondariamente, perché l'esempio delle antiche ha più forza d'insinuare alle giovani l'osservanza o l'inosservanza delle regole. Le religiose anziane son le torce che illuminano la comunità; elle son le colonne che sostengono l'osservanza, e si tirano dietro le giovani a mantenerla; poiché se queste vedono che le antiche poco ne fan conto, minor conto ne faranno esse. Comunemente parlando, il rilasciamento de' monasteri è nato dalla negligenza, non tanto delle giovani, quanto delle antiche, le quali col loro mal'esempio han data ansa all'altre di rilasciare il rigor della regola. Che mai gioverà poi che le anziane gridino ed esortino colle parole l'altre ad osservare le regole, quando elle, col fatto de' loro mali esempi, insinuano il contrario? Citius, dice S. Ambrogio, persuadent oculi, quam aures (Serm. 76):19 Molto più persuadono gli esempi che si vedono cogli occhi, che le ammonizioni che si ascoltano colle orecchie.
9. E come mai in fatti possono venir bene istruite le giovani a mantener l'osservanza, quando quelle che le istruiscono, col mal'esempio la distruggono? Nemo inde strui potest, unde destruitur, dice Tertulliano (De Praescript.).20 Eleazaro, quando fu tentato dal tiranno a trasgredire il precetto divino che aveano gli Ebrei di non cibarsi di carne porcina, gli amici, avendo compassione della sua età avanzata di 90 anni, lo pregarono che, per liberarsi dalla morte, almeno avesse finto di cibarsi di quelle; ma il santo vecchio saggiamente rispose: Praemitti se velle in infernum; non enim aetati nostrae dignum est fingere (II Machab.VI, 23, 24).21 Disse che più presto
contentavasi d'esser mandato all'inferno, che dare in quella età il mal'esempio a' giovani, di rompere la legge col fingere di trasgredirla. - Iusti aspectus admonitio est, scrive S. Ambrogio (Serm. 10, in Psal. 118).22 Oh che grande ammonizione alle giovani, maggiore di tutti gli avvertimenti proferiti colla voce, è il vedere una religiosa antica, che osserva con puntualità tutte le regole, grandi e picciole! Questo è l'obbligo e 'l zelo che debbono avere le buone religiose che amano la perfezione, che si mantenga l'osservanza con tutto il rigore possibile. Gesù Cristo allorché dimostrò a S. Teresa di sposarsi con lei con porgerle la sua destra, le disse queste parole: Deinceps ut vera sponsa meum zelabis honorem:23 Da oggi avanti, come vera mia sposa, hai da procurare di zelare il mio onore. Dunque ogni sposa di Gesù Cristo dee avere zelo per l'onore del suo sposo. Ma per niuna cosa maggiormente le religiose debbono dimostrare il loro zelo, che per l'osservanza delle regole, che sono il sostegno della perfezione della loro comunità. E ciò non solamente allorché sono superiore, ma ancora quando sono semplici monache, specialmente se hanno qualche autorità, almeno per essere più antiche. S. Andrea d'Avellino, quando vedea trascurarsi l'osservanza delle regole, con petto forte ne ammoniva, non solo i suoi religiosi compagni, ma ben anche i superiori.24 Lo stesso praticò con grande
zelo Suor M. Teresa Spinelli, monaca di molto spirito nel monastero della SS. Trinità di Napoli, penitente del P. Torres, come si legge dietro la Vita di detto Padre (Lib. VI, c. 1, § 7), la quale, vedendo certi abusi che cominciavano ad introdursi nella sua comunità, più volte con fortezza loro si oppose, non avendo riguardo a qualunque personaggio, benché grande, ma tenendo avanti gli occhi solamente l'onor di Dio; e per tale affare ebbe a soffrire molte amarezze e disgusti.25 Quando si tratta di evidenti abusi e di rilasciamento dell'osservanza, non è superbia né temerità, ma virtù e zelo di Dio, il gridare e l'impedire i disordini, ancorché abbia a contendersi cogli stessi superiori.
10. Si scusano poi altre, dicendo che lasciano di cercare le dovute licenze secondo la regola, per non troppo infastidire le superiore. Ma questa è una scusa troppo insussistente, perché le superiore non s'infastidiscono, ma si edificano di quelle religiose che sono puntuali in domandar loro le licenze, ogni volta che occorre. Ma come mai possono infastidirsi di ciò, sapendo che alle suddite è vietato di far quelle cose senza licenza? Dunque voi in tutto ciò che v'obbliga la regola a cercar licenza, cercatela sempre. E quando la superiora vi nega qualche dispensa per mantenere l'osservanza delle regole, non vi disturbate, ma ringraziatela e consolatevi. Ognuno che sta nella nave, gode e ringrazia il piloto, in vedere ch'egli attende a far che tutti i marinari, senza eccezione. facciano il loro officio, poiché altrimenti, se si trascurasse questo buon ordine, la nave potrebbe ritrovarsi in qualche rischio di perdersi. Son pesi le regole, ma come già si disse in altro luogo, son pesi di ale che ci fan volare a Dio. Sarcina Christi pennas habet, scrisse S. Agostino (In Psal. 59).26 Il carico di Gesù Cristo ha
le sue penne che ci aiutano a sollevarci in alto. Son ligami le regole, ma ligami d'amore che ci uniscono al sommo bene. Onde dobbiamo dire con Davide, allorché ci vediamo ligati: Funes ceciderunt mihi in praeclaris (Psal. XV, 6): Queste funi son per me, non già ignominiose, ma nobili ed amabili, perché mi liberano dalle catene dell'inferno. E quando proviamo qualche pena o rincrescimento, in vederci proibita dalle regole alcuna cosa desiderata dal nostro amor proprio, diciamo allegramente coll'Apostolo: Ego vinctus in Domino (Ephes. IV, 1). Come dicesse: Io mi vedo ligato, ma mi contento di tai ligami, mentre questi mi stringono col mio Dio e mi acquistano la corona eterna. Dice S. Agostino: Non tibi imponeret torquem aureum, nisi primum in compedibus ferreis te alligasset (In Psal. 149):27 Il Signore non ti darebbe la collana d'oro dell'eterna gloria, se prima non ti avesse tenuta avvinta colle catene delle regole.
11. Posto ciò, quando qualche sorella vi domanda alcuna cosa che voi non potete fare senza licenza, voi non dovete aver ripugnanza in dire che non potete farla. Non dovete vergognarvi di comparir delicata, quando si tratta di evitare i difetti, e specialmente circa l'osservanza delle regole; anzi in ciò bisogna dimostrarvi singolare, se le altre son trascurate. Né abbiate in ciò timor di vanagloria. È certamente gusto di Dio che nell'osservar le regole, per picciole che sieno, voi siate singolare, s'è necessario, acciocché risplenda il vostro esempio, e questo serva d'incentivo all'altre, per essere elle ancora osservanti come debbono, e così dian gloria a Dio: Sic luceat lux vestra coram hominibus, ut videant opera vestra bona, et glorificent Patrem vestrum qui in caelis est
(Matth. V, 16). Voi non potete fare gran cose per Dio, non potete fare gran penitenze, non potete far grande orazione: almeno osservate con esattezza tutte le regole, e sappiate che questo solo basterà a farvi fare tra poco tempo un grande avanzo nella perfezione.28 Diceva una gran Serva di Dio che l'osservanza minuta delle regole è la via breve per giungere alla perfezione. E prima lo disse S. Bonaventura: Optima perfectio, omnia quaeque servare (Spec., part. II, cap. 2).29 Quanto la religiosa in ciò sarà fedele a Dio, altrettanto Iddio sarà liberale con lei; dicea S. Teresa: Una religiosa fedele nelle minuzie della regola, non cammina, ma vola alla perfezione senza ale e senza piume.30
12. S. Agostino saggiamente chiama la regola lo specchio della religione:31 Specchio, perché nell'osservanza della regola possono conoscere i religiosi quali essi sieno, sive iusti sive iniusti: utrum unusquisque proficiat; utrum Deo placeat an displiceat: così parla Ugone di S. Vittore, spiegando
S. Agostino.32
Nel veder la religiosa come osserva o trascura le regole, ben può accorgersi se ama o non ama la perfezione: se va avanti o indietro: se piace o dispiace a Dio. Persuadetevi ch'essendo voi religiosa, il farvi santa non consiste nel far molte cose, ma nell'osservare esattamente le regole. Per esempio, in tempo che la regola comanda che si assista al lavoro o pure alla ricreazione, la religiosa non fa bene se va a fare orazione al coro o a far la disciplina. Queste divozioni importune, dicea il P. Alvarez, sono sacrifici di rapina che Dio non l'accetta.33 Un certo religioso cappuccino, per attendere alle sue divozioni particolari, lasciava d'intervenire alle fatiche comuni: in morte gli apparve Gesù Cristo da giudice, il quale ordinò che tutte le sue orazioni vocali ed altre divozioni fatte in tempo de' comuni esercizi fossero distribuite a coloro che avevan faticato per la comunità, e niente restasse per lui. Intese poi che per divina misericordia gli era prolungata la vita; ond'egli avendo ricuperata la sanità, attese d'indi in poi ad intervenire puntualmente a tutti gli esercizi della
comunità.34
Diceva S. Maria Maddalena de' Pazzi: «Il modo migliore per acquistare gran meriti è il trovarsi quanto si può in tutte le adunanze della comunità».35 È vero che talvolta in certe circostanze, come di infermità o di occupazioni molto importanti del vostro officio, non farete difetto nel mancare a qualche regola minuta; ma è vero ancora che spesso di tali inosservanze non tanto ne son cagione gli affari, quanto o la pigrizia o il poco affetto alle regole; poiché altre religiose anche inferme come voi, e forse più di voi, e non meno occupate negli offici del monastero, ma di voi più osservanti, non mancano punto a quelle regole che voi così spesso trascurate. Chi ama l'osservanza, Ben trova modo di far l'uno e l'altro. Dicea S. Teresa: Talvolta il male è poco, ed allora ci pare che non siamo obbligate a niente.36
13. Giova pertanto, acciocché vi affezioniate all'esatta osservanza delle vostre regole, che spesso o almeno più volte l'anno, le leggiate e rileggiate da quando in quando, per vedere dove avete mancato e dove abbiate da emendarvi: questa è una delle migliori lezioni spirituali che potete fare. Giova ancora che vi facciate l'esame particolare ogni giorno sopra quelle regole alle quali avete soluto37 più spesso mancare. E mancando, non abbiate rossore ogni volta di accusarvene appresso la superiora, e di cercargliene la penitenza. Disse il demonio a S. Domenico che nel capitolo dove i religiosi confessano le loro colpe e ne ricevono le riprensioni e penitenze, egli perdeva tutto quel che guadagnava nel refettorio, nel parlatorio e negli altri luoghi del monastero.38 Prima però di accusarvi
procurate di disporvi ad accettare qualunque riprensione e penitenza che vi sarà data. Dico ciò, affinché non facciate come fanno talune, che vogliono accusarsi di qualche difetto per dimostrarsi umili e delicate nell'osservanza delle regole, ma poi non vogliono esser corrette. Sopra tutto, per osservar bene le regole, bisogna, come notò S. Ignazio di Loiola (Part. VI Const. c. 1), osservarle in spiritu amoris, non in perturbatione timoris:39 viene a dire, osservarle non per lo solo timore della riprensione della superiora o dell'ammirazione delle sorelle, ma per ispirito d'amore, cioè solo per dar gusto a Gesù Cristo. E perciò dichiarò il santo aver egli disposto che le sue regole non obbligassero a peccato, ut loco timoris offensae succedat amor:40 acciocché, in vece del timore di offendere Dio, succeda l'amore e il desiderio di compiacerlo. Dice S. Eucherio: Illum tantum diem vixisse te computa, in quo voluntates proprias abnegasti, et quem sine ulla regulae transgressione duxisti (Hom. 9, ad monach.).41 Pensa
di aver vivuto solamente quel giorno nel quale hai negate le tue voglie, e l'hai passato senza trasgredire alcuna regola: quel giorno solo, vuol dire il Santo, tienilo per giorno di profitto per te. S. Maria Maddalena de' Pazzi dava questi tre bei documenti circa l'osservanza delle regole: 1. Pregia le tue regole, come stimi Dio medesimo. 2. Fa conto che sei posta tu sola ad osservar la tua regola. 3. Se l'altre mancano nell'osservanza, procura tu di supplire i loro difetti.42
14. In somma, torno a dire, bisogna persuadersi che la perfezione d'una religiosa non consiste nel fare gran cose o molte cose, ma nel farle bene. Gran lode fu quella che diedero giustamente le turbe a Gesù Cristo, allorché dissero di lui: Bene omnia fecit (Marc. VII, 37). Il far cose ardue e straordinarie non è di tutti, e non è cosa di ogni tempo; ma le operazioni ordinarie, come il far l'orazione comune, l'esame di coscienza. la comunione, l'udir la Messa, recitare l'Officio divino, il fare gli offici del monastero ed altre incombenze commesse dall'ubbidienza, queste son cose che si fanno da tutte le monache e si fanno ogni giorno; basta che voi le facciate bene, ancorché sieno gl'impieghi più vili del mondo, e così vi farete certamente santa. Non basta fare quel che vuole Dio, ma bisogna farlo nel modo che vuole Dio. Narrasi nelle Croniche de' Cisterciensi che, stando una notte i monaci a mattutino, S. Bernardo vide molti angeli che notavano quel che i monaci faceano nel coro: le operazioni di alcuni le scriveano con oro, d'altri con argento, d'altri con inchiostro, e d'altri con acqua: dinotando con ciò la perfezione o l'imperfezione con cui ciascuno di coloro orava.43 Quindi considerate quanto poco può
costarvi l'esser perfetta, se volete; mentre colle stesse cose che fate ordinariamente, senza far altro, potete farvi santa. Il Signore non ricerca da voi che vi solleviate in alte contemplazioni, non ricerca penitenze spaventose; solo richiede che facciate bene quel che fate.
15. Molte religiose ne' giorni divoti, come nelle novene di Natale o dello Spirito Santo o di Maria santissima, fanno molte divozioni, digiuni, discipline, orazioni vocali e simili; tutte son buone, ma per taluna la più bella divozione sarebbe il fare in quel tempo tutte l'opere ordinarie con maggior perfezione. Questa perfezione consiste in due cose: La prima in far tutto per solo fine di piacere a Dio, giacché la perfezione non istà in quel che si fa esternamente, ma nell'interno dell'intenzione: Omnis gloria eius filiae regis ab intus (Psal. XLIV 14). La seconda cosa è che l'opera si faccia bene, cioè con prontezza, con attenzione e con esattezza. - Per far bene ciò che si fa, il primo mezzo è farlo con fede viva della presenza di Dio, in modo che quell'azione sia degna de' suoi occhi divini. - Il secondo mezzo è il fare quell'opera come non vi fosse altro che fare: mentre si fa l'orazione, si pensi solo ad orar bene: mentre si dice l'Officio, si pensi solo a recitarlo bene: mentre si eseguisce qualche impiego imposto dall'ubbidienza, si pensi solo ad eseguirlo bene. Non si pensi allora ad altra cosa né passata né futura. Quando per esempio fate orazione,
è tentazione del demonio il pensare come si ha da eseguire quell'ubbidienza, come si ha da dirigere quell'opera e cose simili. Scrisse il P. M. Avila ad una persona: Quando ti verrà nella mente qualche pensiero fuor di tempo, dì pure: Iddio non mi comanda ora niente di questo, e perciò non occorre ch'io ora vi pensi; quando me lo comanderà, allora ne, tratterò.44 - Il terzo è fare ogni azione, come se fosse l'ultima della nostra vita. Questo mezzo spesso inculcava S. Antonio abbate a' suoi discepoli, acciocché facessero bene tutte le loro operazioni.45 Scrive S. Bernardo: In omni opere suo dicat sibi: Si moriturus esses, faceres istud? (In Spec. monach.):46 In ogni sua azione dica ciascuno a se stesso: Se dovessi ora morire, faresti questa cosa? o la faresti in questo modo? E così voi andate discorrendo: Se quella fosse l'ultima Messa, con quanta divozione la sentirei? se questo fosse l'ultimo Officio che recito, con quanta attenzione lo direi? se questa fosse l'ultima comunione, l'ultima orazione, con quanto fervore la farei? Scrisse parimente S. Basilio: «Quando fai le azioni della mattina, pensa che non viverai sino alla notte; e quando
stai nella notte, pensa che non vedrai la mattina».47 Narrasi d'un religioso domenicano, il quale solea confessarsi ogni mattina prima di dir la Messa, che, stando poi gravemente infermo, gli ordinò il superiore che si confessasse come per morire; allora egli alzò le mani al cielo e disse: Benedetto sia Dio, che sono già trent'anni che mi sono confessato ogni giorno come se avessi subito a morire.48 Beatus ille servus, disse il nostro Salvatore, quem cum venerit dominus eius, invenerit sic facientem (Matth. XXIV, 46): Beato quel servo che, venendo il Signore a giudicarlo, lo ritrova che fa così. E beata quella religiosa, dico io, che avvenendole improvvisamente la morte, la ritrova facendo quell'azione come stesse per morire.
16. Un altro mezzo può molto giovare all'anime deboli, acciocché facciano bene quel che attualmente fanno, e questo è il non fare conto se non del giorno d'oggi. Una delle cose che suol far perdere d'animo molti nella via di Dio, è l'apprensione della pena che si sente in dover camminare sino alla morte con tanta esattezza, e resistendo sempre all'amor proprio. Il miglior mezzo per vincere questa tentazione è il figurarsi come non si avesse a vivere che per quel solo giorno. Chi sarebbe colui che sapendo di dover vivere per quel solo giorno, non attenderebbe a far bene e perfettamente tutto quel che fa? Questo mezzo, come ho detto, può giovare all'anime deboli, perché del resto l'anime forti e fervorose nel divino amore non han bisogno di nascondersi il travaglio, ma godono ed anelano di patire per dar gusto a Dio. Giova ancora un altro mezzo alle religiose che cominciano a camminare per la via della perfezione, il pensare, com'è certo,
che col buon abito ciò che a principio è difficile e penoso, fra non molto tempo si renderà facile e gustoso. Ecco come ce ne accerta lo Spirito Santo: Ducam te per semitas aequitatis, quas cum ingressus fueris, non arctabuntur gressus tui, et currens non habebis offendiculum (Prov. IV, 11 et 12). Ti condurrò, dice Dio, prima per le vie strette della virtù, ma appresso camminerai per una strada larga e piacevole, e per quella correrai senza impedimento. E ciò appunto scrisse S. Bernardo ad Eugenio papa, dicendogli: Primum tibi importabile videbitur aliquid; processu temporis, si assuescas, iudicabis non adeo grave, paulo post nec senties, paulo post etiam delectabit (Lib. I de Consid.):49 A principio alcuna cosa ti parerà insoffribile, indi coll'uso ti parerà non molto grave, poco dopo neppur la sentirai, poco appresso anche ti apporterà diletto, secondo quel che disse l'Ecclesiastico: Quia modicum laboravi, et inveni mihi multam requiem (Eccli. LI, 35): Mi sono affaticato un poco, ed indi ho ritrovato un gran riposo e pace.
Mio Dio, io sono già quell'albero che meritava già da gran tempo di sentire le parole del Vangelo: Succide illam: ut quid terram occupat?50 Tagliate questa pianta che non fa frutto, e mandatela al fuoco; che serve tenerla ad occupare più la terra? Misera me, che da tanti anni sto nel monastero favorita da voi con tanti aiuti per farmi santa, e finora, Signor mio, quali frutti avete ricevuti da me? Ma voi non volete ch'io mi disperi e diffidi della vostra misericordia.
Voi avete detto: Petite et accipietis:51 Cercate e riceverete. Giacché gradite ch'io vi domandi grazie, la prima grazia che vi chiedo è il perdono di tutt'i disgusti che vi ho dati, dei quali mi pento con tutto il cuore, vedendo che ho pagato
l'amor vostro ed i benefizi che mi avete fatti, con tante offese ed amarezze che vi ho date.
La seconda grazia che vi cerco è il dono del vostro amore, acciocch'io v'ami da ogg'innanzi, non già così freddamente, come ho fatto per lo passato, ma v'ami con tutto il cuore, evitando ogni minimo vostro disgusto, e facendo tutto quello che intendo essere di vostro gradimento.
La terza grazia che vi domando è la santa perseveranza nel vostro amore. Io ora stimo più l'amor vostro che tutt'i regni del mondo. Voi mi volete tutta per voi, ed io tutta vostra voglio essere; voi sulla croce e nel sagramento dell'altare vi siete donato tutto a me, io tutta a voi mi dono senza riserba. Vi ringrazio che mi date lo spirito di farvi questa mia offerta; mentre voi me l'ispirate, è segno che già l'accettate.
Gesù mio, io son vostra, e spero che voi sarete sempre mio per tutta l'eternità. Non voglio che viva più in me il voler mio, ma solamente la vostra santa volontà; e perciò vi prometto da oggi avanti di essere attenta ad osservare tutte le regole, anche minime del monastero, sapendo che tutte sono di vostro gusto. O amore, o amore, vi dirò con S. Caterina da Genova, non più peccati.52 Vi prego, o fate ch'io v'ami o che muoia. O amare o morire.
Maria, madre mia, parlate voi al vostro Figlio, ed ottenetemi questa grazia, o d'amarlo o di morire.
1 «Parlando poi dell' osservanza de' voti e della regola, diceva che la predestinazione de' religiosi sta attaccata all' amore delle sue proprie regole, ed a fare puntualmente ciò che devono per corrispondere alla loro vocazione.» GALLIZIA, Vita, lib. 3, cap. 16.- «Replicava frequentemente che la predestinazione de' religiosi è attaccata all' amore della regola, e a fare puntualmente ciò che devono nella sua vocazione.» GALLIZIA, Vita, lib. 6, cap. 2 (in fine): Massime e detti spirituali, Massime per i Regolari.- «La règle... et.... beaucoup moins les constitutions, n' obligent nullement à pèchè d' elles-mêmes; mais les Sœurs craindront pourtant toujours de les violer, si elles se ressouviennent que leur vocation est une grâce très particulière, de laquelle il faudra rendre compte au jour du trèpas, et qu'elles portent gravèe en leur mèmoire la sentence du Sage: Qui nèglige sa voie sera tuè (Prov. XIX, 16). Or la voie des Sœurs de la Visitation, ce sont leurs règles et constitutions.» S. FRANÇOIS DE SALES, Constitutions pour les Sœurs de la Visitation, Constitution 49,
2 «Si dee guardare (la religiosa) di non pigliare un' estremità nel suo vivere, ma puntulmente osservare la sua regola, ch' è la via retta.» PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 4, cap. 29.- «Devesi aver in orrore ogni maniera di singolarità, per piccola che la sia; perchè osservare puntualmente la sua regola è la strada più dritta.» PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, verso la fine: Detti e sentenze, § 3, n. 33. - «Le fu conceduto d' avere una bella visione, per la quale intendeva l' eccellenza dello stato religioso. Vedeva primieramente molti viottoli e tragetti, da raccorciar la strada, e intendeva che questi dinotavano gli Ordini religiosi, i quali servono per iscorciature per camminare per la strada del paradiso con facilità maggiore... Camminano tutti i religiosi, ciascuno nella sua particolar viottola, cioè nell' ordine della sua Religione. E chi in essa camminerà bene per l' osservanza della sua regola, si condurrà poi in quel dilettevol giardino del paradiso... Quei religiosi che osservarono gli istituti delle lor regole, godono in paradiso de' meriti e delle fatiche dè lor capi, cioè de' santi sotto la cui protezione hanno militato con allegrezza e contento.» PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 4, cap. 13, pag., 253, 255.
3 «No guardamos unas cosas muy hajas de la Regla, como el silencio, que no nos ha de hacer mal; y no nos ha dolido la cabeza, cuando dejamos de ir al coro, que tampoco nos mata, y queremos inventar penitencias de nuestra cabeza para que no podamos hacer lo uno ni lo otro.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 10. Obras, III, pag. 53, 54.- (Nell' autografo dell' Escorial:) «No guardan unas cosas muy hajas de la Regla, como el silencio, que no nos ha de hacer mal, y no nos ha venido la imaginaciòn de que nos duele in cabeza, cuando dejamos de ir al coro, que tampoco nos mata: un dia porque nos doliò, un otro porque nos ha dolido, y otros tres porque no nos duela.» Op. cit., pag. 54, not. 1.
4 Ci descrive egregiamente S. Bernardo quella progressiva discesa dalla negligenza alla malizia, dalle mancanze leggere noncurate alle colpe gravi: «Comitantia sunt in humano corde negligentia sui, et curiositas ceterorum. Triplex enim, ait Sapiens, incommodum eiicit, de domo inhabitantem: fumus, stillicidium, mala uxor (Prov. XXVII, 15). Quando vero haec deerunt negligenti? Propria quippe qui negligit, fumum non abigit, uxorem (voluntatem) non corrigit, tectum non reficit. Fumant peccata nullo misericordiae studio, nullis lacrimarum undis exstincta; et fumus ille teterrimus et intolerabilis. Malignatur voluntas, quotidie deterior semetipsa. Stillat superni Iudicis indignatio ex defectu utique caritatis, quae sola operit multitudinem peccatorum. Egrediatur itaque foras necesse est, et curiosius exteriora consideret, qui sic interna despicit, praeterita non respicit, praesentia non inspicit, futura non prospicit.... Parit autem curiositas experientiam mali, ut facile qui per multa vagatur, offendat, facile cadat in laqueum, facile inveniat quod perniciose delectet... Veruntamen in multis iam in concupiscentiam experientia transire videtur.... De concupiscentia (egreditur) consuetudo. Quemadmodum enim... humana fragilitas, sine pruritu concupiscentiae aut impetu desiderii, sola consuetudine ipsa ad illicita trahatur, utinam omnibus liceat ignorare! Nimirum peccatum faciens, servus est peccati (Io. VIII, 34), servus plane diaboli, ad prava quaeque prout trahitur sequens, a quo nimirum captivus tenetur, ad ipsius voluntatem.... Est autem consuetudo haec gravis quaedam et perniciosa catena... altera quaedam natura.... Contemptus ex consuetudine prodit: ut tanto liberius quanto desperatius peccans, totas iam concupiscentiae laxet habenas, toto impetu feratur in praeceps.... Iam si contemptus perstiterit, accedere necesse est et malitiam, ut quam potest consolationem desperatus miser admittat: et cui non est pars in bonis, laetetur vel in malis; laetetur cum male fecerit, et exsultet in rebus pessimis.... Miseram illam animam, quam perniciose negligentia soporaverat, peius excitaverat curiositas, attraxerat experientia, tenuerat concupiscentia, ligaverat consuetudo, contemptus in carcerem truserat, malitia (iugulat).» S. BERNARDUS, Sermones de diversis, XIV, n. 2-7. ML 183-575, 576, 577.
5 Non ci è riuscito sapere finora ch sia questo dotto autore.
6 «Bene currunt: sed in via non currunt.» S. AUGUSTINUS, Sermo 141, cap. 4, n. 4. ML 38-777.- Parla S. Agostino di coloro i quali menano vita buona, ma non sono Cristiani. Quindi soggiunge: «Melius est in via claudicare, quam praeter viam fortiter ambulare,» - Però l' applicazione del detto di S. Agostino è giusta.
7 «Propter amorem Domini mostri ad relinquendos dulces affectus et cara pignora fortissimi fuimus, iucundissimos piissimorum vultus parentum, quasi odissemus, fugimus. Bellum quodammodo pietati ipsi indiximus, et nunc ad declinandas negligentias, ad expugnanda levissima vitia, infirmi ac desides sumus. In abdicanda saeculi iucunditate tam magna praemisimus, et nunc maledicere, obtrectare, moveri contra vilia, insuper et in hominem irasci, et scandalizari, haec vincere impossibile, ac supra humanam putamus esse virtutem.» S. EUCHERIUS, (non già S. Cesario), Homilia 8, ad Monachos. ML 50-851.
8 «Fertur sententia S. Basilii Caesariensis episcopi ad quemdam prolata Syncleticum; tali, quo diximus, tepore torpentem, qui cum renuntiasse se diceret huic mundo, quaedam sibi de propriis facultatibus reservavit, nolens exercitio manuum suarum sustentari, et humilitatem veram nuditate et operis contritione monasteriique subiectione conquirere: «Et senatorem, inquit, perdidisti, et monachum non fecisti.» Io. CASSIANUS, De Coenobiorum institutis, lib. 7, cap. 19. ML 49-312.- Cf. De Vitiis Patrum, lib. 5, libell. 6, n. 10. ML 73-890.
9 «Coronat et libertas saecularis. Sed tu iam redemptus es a Christo, et quidem magno. Servum alienum quomodo saeculum manumittet? Etsi libertas videtur, sed et servitus videbatur. Omnia imaginaria in saeculo, et nihil veri. Nam et tunc liber hominis eras redemptus a Christo: et nunc servus es Christi, licet manumissus ab homine. Si veram putes saeculi libertatem, ut et corona consignes, rediisti in servitutem hominis, quam putas libertatem; amisisti libertatem Christi, quam putas servitutem.» TERTULLIANUS, Liber de Corona, cap. 13. ML 2-96.
10 «SAINT-IURE, S. I., De la connaissance et de l' amour de Notre-Seigneur, liv. 3, partie 2, chap. 5, section 1.- Nic. ORLANDINUS, S. I., Historia Societatis Iesu, pars 1, lib. 12, n. 23, 24: «Neapoli colegio praeerat.... Andreas Oviedus: praesidebat, ut tempus illud ferebat, superintendentis nomine, Bobadilla. Hos tamen inter duos nequaquam satis convenire videbatur, cum quidquid ille adstingeret, hic laxaret. Putidum Bobadillae videbatur sanctitatem Societatis exiguis quibusdam legibus alligari.... Sed Bobadillae sententiam brevi refellit eventus.... Quod ubi cognovit Ignatius, iussit Oviedum suo munere tota libertate defungi, nec se interponere Bobadillam; advigilarique ad custodiam legum minutissimarum. Sentiebat enim in his violandis plus plerumque latere periculi, quam in maximis: propterea quod maximarum damnum, si violentur, apparet, facileque in promptu est; at earum, quae pro minimis habentur, exitium, nisi progrediente tempore, non sentitur.»
11 SURIUS, De probatis Sanctorum historiis, die 15 semptembris, Vita S. Aichadri, Gemmeticensis seu Gimesiensis (Jumièges)post S. Philibertum abbatis, auctore Fulberto, cap. 13.- Inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 15 septembris, Vita S. Aichardi seu Aichadri, auctore monacho Gemeticensi, cap. 4, n. 44, 45; Vita brevior, n. 3.- La colpa del santo era questa: in giorno di sabbato, trascorsa, senza che per le molte occupazioni se ne accorgesse, l' ora di Nona, si era fatto accomodare i capelli colle forbici. La consuetudine voleva che il riposo domenicale cominciasse dai Vespri del sabbato, od anche, come qui si vede, dopo la recita di Nona.
12 «Horas canonicas dum vice quadam legendo minus intente persolveret, adesse sibi agnovit humani generis hostem antiquum qui quasi insultando prosecutus est consequentia Psalmi, scilicet: Mirabilia testimonia tua etc. (Ps. CXVIII, 128), singula velut prae festinatione syncopando, et cum complesset versiculum, addidit: «Bene expendit Creator tuus, Salvator tuus et Amator, quod dedit tibi tam expeditam loquelam, quod tam decenter preaevales facere sermomen, quaecunque volueris, cum sibi loquendo tam abrupte proferas, quod iam in Psalmo isto tot litteras, tot syllabas et tot verba subtraxeris.» Unde intellexi, quod si callidus hostis in Psalmo illo tam subtiliter numeraverat sigillatim litteras et syllabas, post mortem magnam accusationem afferre potest adversus illos qui festinanter et sine intentione horas dicere consueverunt.- Item dum fusando festinans, parvos pilos lanae proliceret a se, et inter haec opus suum devota intentione Domino commendaret, vidit daemonem ipsos pilos recolligentem, quasi in testimonium culpae illius. Super quo dum Dominum invocaret, ipse daemonem expellens increpavit, quod operi sibi in principio commisso se ingerere praesumpsisset.» S. GERTRUDIS MAGNA, Legatus divinae pietatis (Solesmensium O. S. B. monachorum cura, Pictavii et Parisiis, 1875, pag. 195) lib. 3, cap. 32.
13 Non abbiamo trovato il luogo dove il Cartusiano narra questo fatto. Riferiamo però la testimonianza di S. Odone: «Nec praetereundum est, quod in praedicto coenobio (in monasterio puellarum, quod iuxta nostrum Balmasitum est) cuidam puellae morienti malignus hostis apparuit, quae vehementer intremiscens recordata est quod unam aculam sine licentia haberet, quam de loco, ubi hanc esse dixit, sorores detulerunt: sed daemon non recessit. Illa vero aliquid proprium se adhuc habere cognoscens pro quo malignus hostis instaret, tandem recordata: tum ait: «Filium sericum ad spondam habeo;» quo vix reperto et allato, mox diabolus recessit, et puella quasi subridens migravit.- Ista forsitan parva et indigna relatu iudicabuntur; sed si Deus, qui, ut dictum est, facit magna et inscrutabilia, ista nostro tempore facere dignatus est, quam magni pendimus, quia nec talibus digni fueramus.» S. ODO, Abbas Cluniacensis secundus, Collationum libri tres, lib. 3, XXI. ML 133-606.
14 Ciò avvenne alla Snata, secondo il suo proprio racconto, «ex sermocinatione quadam mundiali.» Così ella parla a Nostro Signore: «Nimia suavitas tua frequenter praetendit te meis commissis magis turbatum quam iratum, commendans, ut mihi videtur, maiorem virtutem patientiae tuae in eo quod tot defectus meos aequanimiter supportasti, quam cum tempore mortalitatis tuae Iudam proditorem tuum patereris. - Ego enim licet mente vagarer, in quantumvis lubricis delectarer, cum post horas et heu! post dies, et ut proh dolor! timeo, post hebdomadas, rediens ad cor meum semper in idipsum inveni, ut numquam ei causari possem vel ad ictum oculi te mihi subtractum a praedicta hora (cioè da quell' ora inc ui per la prima volta il Signore la visitò) usque in praesens, ubi iam revolvitur nonus annus, exceptis semel undecim diebus ante festum Ioannis Baptistae: quod accidit ex sermocinatione quadam mundiali, ut mihi videbatur, feria quinta; et duravit usque in secundam feriam, quae tunc erat vigilia sancti Ioannis Baptistae, inter missam Ne timeas, Zacharia etc.... Et sicut in initio immeritae, quia recidere quam incidere deterius est, tunc etiam plus quam demeritiae reddere dignatus es laetitiam salutaris tuae praesentiae perseverantem usque in hanc horam.» S. GERTUDIS MAGNA, Legatus divinae pietatis, lib. 2, cap. 3 (ed. Solesmen., pag. 64, 65).
15 «Perchè vivea (il santo F. Egidio) così separatamente dai Frati, Frate Bernardo però desideroso della salute del prossimo, lo chiamava mezzo uomom perchè non era uomo se non per sè. Allegramente rispose che era più sicuro contentarsi del poco, che, volendo abbracciar troppo, ire a pericolo di perder tutto, stante che per ogni piccola occasione si perde una gran grazia, onde si aveva grandemente a guardare che non si perdesse tal volta ridendo quel che con tanto stento s' era acquistato piangendo.» MARCO DA LISBONA, Croniche del P. S. Francesco, parte 1, lib. 7, cap. 11.- «Vaniloquia et risus inanes serio fugiebat, dicens: Propter momentaneum et futile delectamentum saepius amitti vel retardari consolationes divinas, illudque afferebat exemplum de illis qui taxillis ludunt, qui pro uno puncto perdunt aliquoties ingentem auri vel argenti summam: «Sic. inquit, pro levi peccato, si nescierit homo se custodire, perdet irreparabile animae lucrum.» Ingerebatque illud sacri praeceptoris Francisci salutare documentum: «Cave, frater, ne ridendo amittas, quod piangendo lucratus es.» WADDINGUS, Annales Minorum, an. 1262. n. 20.
16 «Minima etiam adversa patienter tolerare assuescimus (lege assuescamus): quia maiora non superat, qui minima tolerare non discit. Multi optant pro Christo mori, qui pro Christo nolunt verba levia pati. Sed quem terret sonitus folli volantis, quomodo sustineret ictum giadii terribiliter vibrantis?» De profectu Religiosorum, lib. 2, cap. 5. Opera, S. Bonaventurae, VII, Lugduni, 1668, pag. 578, col. 1. Però l' autore di quell' opera è Fr. DAVIDE D' AUGSBURGO, O. M.: vedi Appendice, 10.
17 Vedi Appendice, 8.
18 «Sicut infoecunda arbor, si fuerit in vinea, dum fundit mortiferam subiectis viribus umbram, inimica non sibi soli, sed etiam palmitibus fit foecundis, ita homo deses, ignavus, si praesit populis, non sibi soli fit noxius, sed multis, dum sequentes se suo vitiat et perdit exemplo.» S. PETRUS CHRYSOLOGUS, Sermo 106. ML 52-495.
19 «Quamvis disertus orator facundia sua me doceat, id tamen quod utile est mihi melius disco exemplo sanctorum quam assertione verborum. Citius mihi persuadent oculi quod cernunt, quam auris possit insinuare quod praeterit.» Sermo 60, inter Sermones olim S. Ambrosio adscriptos, n. 2: in Appendice ad Opera S. Ambrosii. ML 17-727.
20 «Nemo inde instrui potest, unde destruitur: nemo ab eo illuminatur, a quo contenebratur.» TERTULLIANUS, Liber de praescriptionibus, cap. 12. ML 2-26.
21 Respondit cito, dicens praemitti se velle in infernum. Non enim aetati nostrae dignum est, inquit, fingere, ut multi adolescentium, arbitrantes Eleazarum nonaginta annorum transisse ad vitam alienigenarum, et ipsi propter meam simulationem, et propter modicum corruptibilis vitae tempus, decipiantur, et per hoc maculam atque exsecrationem meae senectuti conquiram. II Mach. VI, 23, 24, 25.
22 «Plerisque enim iusti aspectus admonitio correctionis est, perfectioribus vero laetitia est. Quam pulchrum ergo, ut videaris et prosis. Bonum ergo vir iustus.» S. AMBROSIUS, Expositio in Psalmum CXVIII (in v. 74), Sermo 10, n. 22. ML 15-1338.
23 BREV. ROM., die 15 octobris, in II Nocturno, lectio 5.- «Entonces representòseme por visiòn imaginaria, como otras veces, muy en lo interior, y diòme su mano derecha, y dijome: «Mira este clavo, que es señal mi esposa desde hoy. Hasta ahora no lo habias merecido; de aqui adelante, no solo como Criador y como Rey y tu Dios miraras mi honra, sino como verdadera esposa mia. Mi honra es tuya y la tuya mia.» S. TERESA, Las Relaciones, Mercedes de Dios, XXXV. (En la Encarnaciòn, a mediados de noviembre de 1572.) Obras, II, pag. 64.
24 «Molto s' affliggeva quanto intendeva qualche picciola imperfezione che nella Religione si commettesse, ovvero si allargasse qualche osservanza.... Quando stimava che le sue parole ed avvertimenti fossero per far frutto, con gran zelo ed affetto.... avvisava o i colpevoli o i superiori... Negli ultimi giorni di sua vita, desiderando di parlare al nostro Padre Generale di alcune cose che giudicava di servizio ed utilità della nostra Religione, pregò il Signore che gli volesse fare tal grazia, e l' ottenne, avvegna che dopo aver rappresentato al P. Generale, là andato per la Visita, quanto gli occorreva, ed essendo quello partito, egli se ne morì.» BAGATTA, Vita, lib. 2, cap. 6.
25 «Più e più volte con gran fortezza si oppose a diverse cose, benchè piccole, che potevano apportare pregiudizio di abuso alla sua comunità, non avendo rispetto a qualsivoglia personaggio, benchè grande, nè a' parenti, ma sol mirava l' onor di Dio. Provò per tal suo zelo molte amarezze: ma ella tutto ricevè per amor del suo Signore.» Lodovico SABBATINI d' Anfora, Pio Oper., Vita del P. D. Antonio de Torres, Preposito Gen. della Cong. de' Pii Operari, Napoli, 1732. lib. VI, cap. 1, § 7.
26 «Alia sarcina premit et aggravat te: Christi autem sarcina sublevat te; alia sarcina pondus habet: Christi sarcina pennas habet. Nam et avi si pennas detrahasm quasi onus tollis; et quo magis onus abstulisti, eo magis in terra remanebit. Quam exonerare voluisti, iacet; non volat, quia tulisti onus; redeat onus, et volat. Talis est Christi sarcina.» S. AUGUSTINUS, Enarratio in Ps. LIX, n. 8. ML 36-719.
27 «Quare ergo vincula ferrea, et non vincula aurea? Ferrea sunt, quamdiu timent; ament; ament, et aurea erunt... Timor tormentum habet (I Io. IV, 18). Hoc est vinculum ferreum. Et tamen nisi timore incipiat homo Deum colere, non perveniet ad amorem. Initium sapientiae timor Domini (Ps. CX, 10). Incipit ergo a vinculis ferreis, finitur ad torquem aureum. Dictum est enim de Sapientia: Et torquem aureum circa tuam cervicem (Eccl. VI, 25). Non tibi imponeret torquem aureum, nisi primo in compedibus ferreis te alligasset. Coepisti a timore, consummaris (al. consummare) ad sapientiam.» S. AUGUSTINUS, Enarratio in Ps. CXLIX (v. 8), n. 15. ML 37-1958.
28 Forse parla qui S. Alfonso della M. Suor Agata Maria de Torres, una delle fondatrici del Monastero della Provvidenza a Napoli, parente e penitente del P. Antonio de Torres. Tre volte badessa, e per molti anni maestra delle Novizie, parlando dell' osservanza, dicea sempre: «Figliuole, mantenete l' osservanza, che così farete acquisto della perfezione.» Lodovico SABBATINI d' Anfora, Vita del P. D. Antonio de Torres, Napoli, 1732, lib. 6, cap. 1, § 1, pag. 418.- O avrà pensato S. Alfonso, senza ricordarsi sul momento di chi fosse, a quella sentenza di S. Maria Maddalena de' Pazzi: «Osservare puntualmente la sua Regola è la strada più dritta.»? Detti e sentenze, § 3, n. 33, PUCCINI, Vita, 1671, in fine.
29 «Optima Religiosi perfectio, perfecte communia quaeque conventualia servare.» Speculum disciplinae, pars 2, cap. 2, n. 3. Opera S. Bonaventurae, VIII, ad Claras Aquas, 1898, pag. 617, inter Opuscula dubia.- L' autore è Fr. BERNARDO DA BESSA, ispirato però ed aiutato da S. Bonaventura.- Vedi Appendice, 10.
30 «Mientras que no venia el Viatico comenzò (la Santa Madre) a decir a todas las religiosas, puestas las manos, y con làgrimas en sus ojos: «Hijas màs y señoras mìas, por amor de Dios las pido tengan gran cuenta con la guarda de la Regla y Costituciones, que si la guardan con la puntualidad que deben, no es menester otro milagro para canonizardas, ni miren el mal ejemplo que esta mala monja las diò y ha dado, y perdònenme.» Testimonio de la muerte de S. Teresa, por la M. MARIA DE SAN FRANCISCO Informaciones en Medina del Campo. Obras II, pag. 242.- «Ya, hijas, habèis vista la gran empresa que pretendemos ganar.... Con que procuremos guardar cumplidamente nuestra Regla y Costituciones con gran cuidado, espero en el Señor admitirà nuestros ruegos.» S. TERESA Camino de perfecciòn, cap. 4, in principio. Obras, III, pag. 25.
31 «Ut autem in hoc libello tamquam in speculo vos possitis negligatis, semel in septimana vobis legatur.» S. AUGUSTINUS, Epistola 211 (ad sanctimoniales: obiurgatio et regula), n. 16. ML 33-965.- Regula ad servos Dei (ex praecedenti Epistola 211 deprompta virisque aptata) n. 12. ML 32-1384.
32 «Et bene hunc libellum dicit speculum; quia in eo tamquam in speculo inspicere possumus quales sumus, sive pulchri, sive foedi, sive iusti, sive iniusti; utrum quisquam nostrum regulariter vivat: utrum proficiat: utrum Deo placeat an dispiceat.» HUGO DE S. VICTORE Expositio in Regulam B. Augustini, cap. 12. ML 176-924.
33 «(Spiritualites viri) nons olum in fuga mali, sed etiam in exercitatione boni, praelatis aut magistris obediant.... Praelatus orationis spatium metiatur... ieiunia moderetur... vigilias succidat.... cilicia et flagella temperet... Nihil eo nesciente, et multo minus contradicente... exerceatur.... De quo non immerito et illud Isaiae (LXI, 8): Ego Dominus diligens iudicium, et odio habens rapinam in holocausto. Religiosus quippe holocaustum Dei est, qui se totum Deo consecravit, et nihil sui, nec bona externa, nec corpus, nec animam sibi retinuit. Ab hoc vero sui holocausto aliquid surripit, cum, inscio et reluctante praelato, rebus sive bonis, sive non bonis intendit quod Domino iudicium diligenti, et rapinam aversanti, placere non potest.» Iacobus ALVAREZ DE PAZ, S. I., De vita spirituali eiusque perfectione (Operum tom.s 2, cap. 13 para lo stesso pensiero viene pur espresso dal Ven. P. BALDASSARRE ALVAREZ: «Così dicea egli: «Date al santo ritiramento quel tempo che sarà in vostra balia: se molto ne avrete, spendetevene molto; se poco, date quel poco, ma seriamente e volentiermente; perchè maggior vantaggio a voi torna dall' osservanza della divina legge, compartendo con esso Dio ciò che vi darà, che rubare per molto offerire; imperciocchè sta scritto (Is. LXI, 8) che abborrisce quell' olocausto il quale gli si sacrifica, apparecchiatogli dalle rapine. Nella stessa maniera, abborre l' involare il tempo all' obbedienza, avvengachè sia per orare e per sacrificare: tanto più che orare altro non è che stare con Dio, e se gl' involate quel tempo ch' egli vuole per altri affari, egli non istarà con esso voi, e se con voi non istà, come sarà orazione il raccoglimento vostro?» Ven. Lodovico DA PONTE, Vita, cap. 2, Roma, 1692, pag. 14.
34 Non ci è riuscito rintracciare la fonte di questo aneddoto.
35 «La maniera più efficace per acquistare gran tesori di meriti per l' eternità è il ritrovarsi per ogni di regolarmente in tutte l' adunanze della comunità.» PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, in fine. Detti e sentenze memorabili della Santa, § 3, n. 37.
36 «Y, a las veces, es poco el mal, y nos parece no estamos obligadas a hacer nada, que con pedir licencia cumplimos.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 10. Obras, III, pag. 54.
37 Siete state solite.
38 «Cum idem sanctus civitatem, quam dilexit anima sua, quaerendo circuiret, et vigilans muros Hierusalem custodiret, invenit eum qui circuit quaerens quem devoret..... omnia loca monasterii pervagantem, et dixit ei: «Cur hic circuis, saeva bestia?» Respondit: «Cur hic circuis, saeva bestia?» Respondit: «Propter lucrum quod inde recipio.» Dixit ei Sanctus: «Quid lucraris in dormitorio?» Respondit: «Somnum necessarium eripiens, quietem impedio, lenteque surgere faciens, pigritiam ingero, sicque ab Officio divino remanere persuadeo. Insuper, cum permittor, carnis stimulos et illusiones immitto.» Traxitque eum Sanctus ad chorum, et ait: «Quid in tam sacro loco lucraris?» Respondit: «Facio tarde venire, cito exire, et seipsum oblivisci.» De refectorio quoque interrogatus, respondit: «Quis non plus, quis non minus?» Hinc ad locutorium ductus, respondit cachinnans: «Hic locus est totus meus. Hic veniunt risus, hic narrantur rumores, verba proferuntur in ventum.» Cumque a Sancto traheretur nequam ad Capitulum, coepit locum exhorrendo fugere, dicens: «Iste locus mihi infernus est: nam quod alibi lucratus fuero, hoc hic perdo: etenim hic monentur, hic confitentur, hic accusantur, hic verberantur, hic absolvuntur. Idcirco hunc locum ceteris plus abhorreo et detestor.» Sic coactus a Sancto..... malitiae suae fraudes detexit invitus.» F. THEODORICUS DE APPOLDIA, suppar O. P. scriptor, Acta S. Dominici (inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 4 augusti), caput 15, nn. 174 et 175.
39 «Versari autem debet ob oculos Deus Creator ac Dominus noster, propter quem homini obedientia praestatur: et, ut in spiritu amoris, et non cum perturbatione timoris procedatur, curandum est.» INSTITUTUM SOCIETATIS IESU, Constitutiones, pars 6, cap. 1, n. 1.
40 «Visum est nobis in Domino, excepto expresso voto quo Societas Summo Pontifici.... tenetur, ac tribus aliis essentialibus.... nullas Constitutiones, declarationes, vel ordinem ullum vivendi posse obligationem ad peccatum mortale vel veniale inducere;...... et loco timoris offensae succedat amor et desiderium omnis perfectionis; et ut maior gloria et laus Christi Creatoris ac Domini nostri consequatur.» Id. op., Constitutiones, pars 6, cap. 5, num. unicus.
41 «Non te fallat... numerus dierum quos hic, relicto corporaliter saeculo, consumpsisti. Illum tantum diem vixisse te computa, in quo voluntates proprias abnegasti, in quo malis desideriis restitisti. Quem sine ulla regulae transgressione duxisti, illum diem vixisse te computa; quem non malitia, non invidia, non superbia commaculavit; quem non mendacii, non periurii culpa respersit; qui peccato non cessit, qui diabolo repugnavit. Illum diem vixisse te computa, qui puritatis et sanctae meditationis habuit lucem, quem non conversatio tenebrosa mutavit in noctem. Illum, inquam, diem applica ad vitam tuam, cuius usus pervenit ad animam tuam.» S. EUCHERIUS, Homilia 9, ad Monachos. NL 50-855.
42 «Dio vuole che un religioso stimi altrettanto la sua Regola quanto lui medesimo, perchè la Regola da lui ha proceduto.» PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, in fine: Detti e sentenze, § 3, n. 35.«Dee la vera religiosa far conto d' aver ella ad osservare la Regola e Costituzioni, non considerando se quella o quell' altra l' osserva puntualmente.» PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 4, cap. 29, n. 28, pag. 330.- «L' obbligo che ha ciascuno de' religiosi di osservare la sua Regola e le sue Costituzioni, è sì grande e sì stretto, che deve vivere indispensabilmente e morire nella sua esatta osservanza, senza curarsi se questi o quelli l' osservino o non l' osservino.» PUCCINI, Vita, 1671, infine: Detti e sentenze, § 3 n. 34.«Noi dobbiamo sforzarci sollecitamente di supplire e sodisfare per tutti i mancamenti che si commettono nel monastero o casa religiosa.» Op. cit., l. c., § 3, n. 39.
43 «Intereat aliquando nocturnis vigiliis Pater sanctus... Ecce respiciens vidit singulos angelos iuxta singulos monachos stantes, et quod quisque eorum psallebat, in schedulis, more notariorum, tam diligenter excipientes ut nec minimam syllabam, quantumcumque negligenter prolatam, omitterent... Quidam scribebant auro, alii argento, nonnulli atramento, aliqui etiam aqua, quidam vero penitus nihil scribebant. Spiritus autem qui haec revelabat, intelligentiam quoque diversitatis scripturae cordi eius inspirabat. Qui enim auro scribebant, ferventissimum in Dei servitio studium, et absolutam cordis intentionem, in his quae psallebantur, significabant. Qui autem argento, minorem quidem fervorem, puram tamen psallentium devotionem declarabant. Qui vero atramento, continuum quorumdam bonae voluntatis usum in psalmodia, licet non cum multa devotione, notabant. Sed qui aqua scribebant, exprimebant eos qui somnolentia seu pigritia pressi, vel variis cogitationibus a se abducti, videntur quidem aliquid sonare, sed cor eorum longius abstractum non concordat voci.... Illi qui nil scribebant, lamentabilem quorumdam duritiam cordis redarguebant, qui... aut lethali somno proma se voluntate immergunt, aut certe vigilantes clauso ore, vanis et noxiis cogitationibus, non ex infirmitate, sed ex voluntaria intentione occupantur.» S. Bernardi Vita prima, liber 7 (ex Exordio magno Cisterciensi), cap. 3, n. 5. ML 185-417, 418.- Sancti Bernardi Acta Bollandiana, § 14, nn. 144, 145, 146: ML 185-711, 712.
44 «Quando venisse la sollecitudine fuori di tempo, deve dirsi: Il mio Signore non mi comanda adesso tal cosa: perciò adesso non ho da pensarvi: la cosa andrà tutta a traverso se la fo di mio capriccio; quando il Padrone mi ordinerà ch' io la faccia, allora dovrò farla: sentirò e farò.» B. GIO. AVILA, Lettere spirituali, parte terza, Roma, 1668, Lettera 21, ad un Cavaliere de' Regni di Spagna.
45 «Ut autem non negligenter agamus, Apostoli dictum meditari convenit: Quotidie morior. Si enim vixerimus quasi quotidie morituri, non peccabimus. Quod ita intelligendum, ut quotidie mane surgentes, non existimemus nos ad vesperam usque esse victuoros, et cum decumbimus, ne surrecturos arbitremur: cum vita nostra natura incerta sit, et quotidie per Providentiam dimensa. Sic affecti, et si in dies ita vixerimus, neque peccabimus, neque alicuius rei cupiditate tenebimur, nulli succensebimus, nullum recondemus thesaurum in terra, sed quasi quotidie mortem exspectantes, nullam rem possidebimus; omnia omnibus delicta condonabimus, nec mulieris concupiscentia nec obscena ulla voluptate tenebimur, sed ut caducam aversabimur, semper concertantes atque iudicii diem prspicientes.» S. ATHANASIUS, Vita S. Antonii, n. 19. MG 26.871.- Idem opus, interprete Evagrio, cap. 13: ML 73-136.- Già vicino alla morte, nell' ultima sua visita ai monaci, «laetus colloquebatur, monebatque me in laborando segnes essent, neque in vita ascetica animo deficerent, sed ita viverent ac si quotidie morituri essent.» Id. op., n. 89: MG 26-967; cap. 56, interprete Evagrio: ML 73-166.
46 «In primis ergo ex quo surgit ad vigilias, vitae suae tempus per momenta singula debet monachus computare, et videre semper ut bonum faciat et malum caveat in omni opere suo, et hoc dicat sibi ipse: Si modo moriturus esse, faceres istud?» ARNULPHUS Monachus DE BOERIIS, Speculum monachorum, n. 1: inter Opera S. Bernardi, ML 184-1175.
47 «Semper ante oculos versatur (versetur) ultimus dies. Cum enim diluculo surrexeris, ad vesperum te ambigas pervenire; et cum in lectulum ad quiescendum membra tua posueris, noli confidere de lucis adventu, ut facilius te possis refrenare ab omnibus vitiis.» Admonitio ad filium spiritualem, cap. 20: in Appendice ad Codicem Regularum S. BENEDICTI Abbatis Anianensis. ML 103-689.- Si ritrova pure questa Admonitio MG 31. 1703, 1704, fra le opere indebitamente attribuite a S. Basilio.
48 «Un buon Religioso dell' Ordine di S. Domenico..... trovandosi in punto di morte, fu avvisato che si preparasse a ricevere i santissimi sacramenti, come se avesse a morire; tutto lieto rispose: «Son trentacinque anni che mi confesso ogni mattina, e celebro Messa, come se avessi avuto a morire in tal giorno, e però non ho alcuna difficoltà.» S. LEONARDO DA PORTO MAURIZIO, Manuale sacro (per le religiose), Roma, 1734, parte 1, n. 13.
49 «Primum tibi importabile videbitur aliquid: processu temporis, si assuescas, iudicabis non adeo grave; paulo post eet leve senties, paulo post nec senties; paulo post etiam delectabit.» S. BERNARDUS, De consideratione, lib. 1, cap. 2, n. 2. ML 182-730.- Ciò dice S. Bernardo dell' assuefarsi al male; ma molto più vale dell' assuefarsi al bene, il quale, vinte le prime difficoltà, è per natura sua assai più dilettevole.
50 Succide ergo illam: ut quid etiam terram occupat? Luc. XIII, 7.
51 Io. XIV, 24.
52 «Andò Caterina per confessarsi.... benchè non fosse disposta a ciò fare.... Di subito... ricevette una ferita al cuore, d' un immenso amor di Dio.... Perciò di dentro gridava con affocato amore: «Non più mondo! Non più peccati!».... Ritornò a casa... ed entrò in una camera più segreta che potè, dove pianse e sospirò molto con gran fuoco... Ma volendo il Signore accendere intrinsecamente più l' amor suo in quest' anima e il dolore de' suoi peccati, se le mostrò in ispirito con la croce in ispalla, piovendo tutto sangue... Questa vista le fu tanto penetrativa che le pareva sempre vedere, e con gli occhi corporali, il suo Amore tutto insanguinato, e inchiodato in croce. Vedeva ancora le offese che gli aveva fatte, e però gridava: «O Amore, mai più, mai più peccati!» CATTANEO MARABOTTO (confessore della santa) ed ETTORE VERNAZZA (figliuolo di lei spirituale), Vita, cap. 2, n. 1, 3, 4, 5.

References: § 4
 sentenza 
 § 7
in fine
 § 3
 § 7
 § 1
 sentenza 
 § 3
in fine
in fine
 § 3
in fine
 § 3
 § 3
 § 3
 § 14