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Timestamp: 2017-07-23 14:50:02+00:00

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Prostituta condannata in I° e II° grado per atti osceni in luogo pubblico perchè consumava con un cliente un rapporto sessuale in strada.- La Cassazione dice no alla punibilità per lo stato di necessità della donna, ridotta in schiavitù e costretta a prostituirsi (Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 7 ottobre 2015, n. 40270). – Noi Radiomobile™
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Prostituta condannata in I° e II° grado per atti osceni in luogo pubblico perchè consumava con un cliente un rapporto sessuale in strada.- La Cassazione dice no alla punibilità per lo stato di necessità della donna, ridotta in schiavitù e costretta a prostituirsi (Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 7 ottobre 2015, n. 40270).
Posted on9 ottobre 2015AuthorNoi Radiomobile1 Comment	Ritenuto in fatto
1. Con sentenza dei 22 ottobre 2014, la Corte di Appello di Roma ha confermato la sentenza emessa dal Tribunale di Roma in 16 maggio 2011, che aveva condannato F. F., alla pena di mesi due di reclusione con il beneficio della sospensione condizionale, per il reato di atti osceni in luogo pubblico (art. 527 c.p.), perché, in concorso con M. E., commetteva atti osceni in luogo pubblico, consistiti nel consumare un rapporto sessuale nella pubblica via, alla vista dei passanti, fatti accaduti in Roma, in data 24 settembre 2007, nei pressi di via Acquacetosa Ostiense.
6. Infatti, va affermato il principio che il corretto accertamento della liceità oggettiva del comportamento posto in essere in una situazione riconducibile allo stato di necessità presuppone, innanzitutto, la verifica processuale durante il giudizio di merito che, nel caso concreto, sia stato tutelato un interesse giuridico di natura prevalente rispetto a quello oggetto di tutela mediante la fattispecie incriminatrice violata. Inoltre deve essere del pari accertata l’involontarietà ed inevitabilità del pericolo e la sua attualità al momento del fatto e, di conseguenza, il grado di “compressione” della libertà di autodeterminazione in capo all’autore dei fatto.
Infatti se pure non è necessario che risulti realizzata una vera e propria costrizione della volontà, la dottrina ha opportunamente sottolineato come l’alternativa tra “offendere” od “essere offeso” debba essere vissuta “in termini autenticamente personali”.
7.1. Di fatti, seppur brevemente, è il caso di ricordare che il comportamento criminale di “asservimento” è collegato a ripetute condotte di costrizione mediante violenza e minaccia ed anche al permanere dello sfruttamento; tale abitualità trasforma l’essere umano dallo stato libero e quindi dalla possibilità di autodeterminare con la volontà i propri liberi comportamenti, esercitando le scelta in ordine alla propria esistenza, in un soggetto asservito, ossia utilizzato a fini di profitto, quasi come una “res” o merce, nello sfruttamento, che nel caso di specie, era posto in essere attraverso la prostituzione coatta per lucrare i proventi dell’attività di meretricio (in tal senso, si veda Sez. 5, n. 49594 del 14/10/2014, Enache, Rv. 261345, che ha precisato che “ai fini della configurabilità dello stato di soggezione, rilevante per l’integrazione dei reato di riduzione in schiavitù, è necessario una significativa compromissione della capacità di autodeterminazione della persona offesa, anche indipendentemente da una totale privazione della libertà personale”).
Tale definizione rappresenta il contenuto della norma come introdotta con la legge 11 agosto 2003, n. 228, in recepimento sia dei contenuti della normativa europea, che della definizione di trafficking in human beings contenuta nello specifico Protocollo alla Convenzione delle Nazioni Unite contro il Crimine organizzato transnazionale del 2000, ratificata con la legge 16 marzo 2006, n. 146.
8. Non sussiste pertanto alcun contrasto con la diversa affermazione di principio contenuta in alcune sentenze di legittimità circa l’insussistenza della causa di giustificazione laddove emerga che l’imputato si sarebbe potuto sottrarre “dalla costrizione a violare la legge mediante ricorso all’autorità, cui va chiesta tutela” (cfr. Sez. 4, n. 15167 dei 9/1/2015, HHyseni e altro, Rv. 263135, fattispecie nella quale, pur provenendo la costrizione a violare la legge da un ispettore di polizia giudiziaria, è stato affermato che l’imputato avrebbe potuto rivolgersi ad altre istituzioni pubbliche aventi compiti di tutela dei cittadino), principio richiamato in poche battute dalla sentenza impugnata e posto a base della decisione di penale responsabilità della ricorrente.
9. Infatti tale principio è valido e da confermare, ma non risulta applicabile alla peculiarità dei caso di specie, laddove gli obiettivi fondamentali sono quelli, ormai conosciuti non soltanto dagli operatori sociali che pongono il focus dei loro interventi sulla vittima di tali tipologie di reato: il superamento dello stato di soggezione della vittima dei reati di tratta e sfruttamento di esseri umani, di solito straniera e costretta allo sfruttamento nel nostro territorio e/o in altri Stati, vittima che si connota per la sua particolare “vulnerabilità”, fino al recupero della capacità di autodeterminazione della stessa, alla presa di distanza dagli sfruttatori, all’allontanamento dagli stessi, nonostante il grave pericolo di vita ed, eventualmente, alla loro denuncia (si vedano i contenuti degli obiettivi di intervento sociale contenuti nell’ art. 18 dei D.lgs n. 286 dei 1998). 10.
10. Affermare in un caso quale quello di specie che per la vittima sarebbe stato facile sottrarsi al pericolo rivolgendosi alle Forze dell’ordine significa banalizzare un fenomeno criminale gravissimo, che lede in maniera significativa e permanente i diritti umani e, soprattutto, equivale a violare i principi in materia di protezione delle vittime per tali reati e in materia di posizione delle vittime nel processo penale contenuti nelle fonti giuridiche internazionali (vanno richiamati sia il Protocollo Nazioni Unite c.d. Trafficking, già citato, che la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani dei 2005, ratificata con la legge 2 luglio 2010, n. 108) e negli strumenti europei comunque vincolanti per il nostro sistema giuridico (si vedano la direttiva 2011/36/UE per la prevenzione e repressione della tratta degli esseri umani e la direttiva 2012/29/UE, che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e che sostituisce la decisione quadro 2001/220/GAI).
P.Q.M. Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché l’imputata non è punibile per avere agito in stato di necessità. Condividi:Fai clic per condividere su Facebook (Si apre in una nuova finestra)Fai clic qui per condividere su Google+ (Si apre in una nuova finestra)Fai clic qui per condividere su Twitter (Si apre in una nuova finestra)Fai clic qui per condividere su Pinterest (Si apre in una nuova finestra)Fai clic qui per condividere su LinkedIn (Si apre in una nuova finestra)Fai clic qui per inviare l'articolo via mail ad un amico (Si apre in una nuova finestra)Mi piace:Mi piace Caricamento...
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1 thought on “Prostituta condannata in I° e II° grado per atti osceni in luogo pubblico perchè consumava con un cliente un rapporto sessuale in strada.- La Cassazione dice no alla punibilità per lo stato di necessità della donna, ridotta in schiavitù e costretta a prostituirsi (Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 7 ottobre 2015, n. 40270).”	RonniCReefer says:	30 maggio 2016 at 16:18	Hey there! This is my first comment here so I just wanted to

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