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Mercoledì 11 Dicembre 2013 17:45
Il Decreto legislativo n. 155 del 9/2012 attua la delega per la revisione della geografia giudiziaria mediante la riorganizzazione degli uffici di tribunale e delle relative procure della Repubblica. Le nuove disposizioni prevedono la soppressione di 31 tribunali, 31 procure e di tutte le 220 sezioni distaccate di tribunale. In particolare, per quanto attiene queste ultime, la Commissione Giustizia della Camera aveva ipotizzato il mantenimento in vita per un massimo di 5 anni delle sole sezioni distaccate, anche previo accorpamento, che - per carico di lavoro, riferito alle sopravvenienze, bacino di utenza, estensione del territorio, caratteristiche della collocazione geografica – fossero risultate oggettivamente necessarie per evitare, nella prima fase di attuazione della riforma, disagi organizzativi per la popolazione e disfunzioni del servizio giustizia. Il Tribunale di Ostia è l'unica sezione distaccata del Tribunale di Roma, attiva dal 10 Luglio 2000 ed ha un bacino di utenza pari al Tribunale di Bologna. Nonostante configuri un vero e proprio presidio di legalità nel territorio di Ostia, il 13 settembre ne è scattata la chiusura, in conseguenza dell'applicazione delle disposizioni del suddetto decreto. Il presidente dell'Associazione forense del Litorale, Massimiliano Giandotti, ricorda come al tribunale di Ostia approdano ogni anno tremila procedimenti civili e penali ed "il 99% giunge a sentenza in un anno e mezzo, un vero record rispetto al panorama italiano considerato che qui lavorano solo quattro giudici togati e cinque onorari". Dunque si pone fine all'attività di un tribunale efficiente, il quale inoltre rappresenta l'ultimo baluardo di giustizia per i cittadini di Ostia, considerando che dalle ultime inchieste giudiziarie è emersa la presenza di diverse infiltrazioni mafiose sul territorio. La chiusura del foro del litorale romano, sito in via dei Fabbri Navali, non si è ripercossa solo sul X Municipio, ma è andata a congestionare ulteriormente il Tribunale di Roma, il quale può già vantare il primato come il più intasato d'Europa. E forse, a breve, il primato mondiale. Infatti i fascicoli processuali civili sono stati trasferiti presso il Tribunale di Roma. Ciò ha generato notevoli difficoltà per il reperimento dei fascicoli da parte degli avvocati costituiti in giudizio. L'ufficio del ruolo generale del Tribunale di Roma ha però iniziato la riclassificazione di tali fascicoli "ex Ostia", attribuendo loro un nuovo numero di ruolo e smistandoli tra le varie sezioni civili del Tribunale stesso. Si è provveduto a repertoriare nuovamente i fascicoli "ex Ostia", attribuendo loro un numero di ruolo a 6 cifre, decorrente da 100.000 e ricomprendente l'originario numero di ruolo (più corto), a suo tempo assegnato alla causa dalla Sezione Distaccata di Ostia. Quindi, per rinvenire a quale sezione civile sia stato assegnato il fascicolo, bisognerà consultare, tramite il PolisWeb, i registri di cancelleria del Tribunale di Roma e ricercare la causa -in cui si é già costituiti, per il tramite del nuovo numero di ruolo (ad esempio, indicando il n.100061/13 rg invece del precedente n.61/13, indicando il n.107328/12 rg invece del precedente n.7.328/12, e così via). Salvo eccezioni, tutti i fascicoli dovrebbero così essere rintracciabili.
Lunedì 09 Settembre 2013 12:52
Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo del 16 luglio 2013 - Ricorso n. 29385/03 - Gagliardi c.Italia
Ricorso n. 29385/03
contro Italia
Questa sentenza è definitiva. Può subire modifiche di forma.
Nella causa Gagliardi c. Italia,
La Corte europea dei diritti dell'uomo (seconda sezione), riunita in un comitato composto da:
Dragoljub Popović, presidente,
Helen Keller, giudici,
e da Françoise Elens-Passos, cancelliere aggiunto di sezione f.f.,
Dopo avere deliberato in camera di consiglio il 25 giugno 2013,
1. All'origine della causa vi è un ricorso (n. 29385/03) proposto contro la Repubblica italiana con il quale un cittadino di tale Stato, il sig. Mario Gagliardi ("il ricorrente"), ha adito la Corte il 29 agosto 2003 in virtù dell'articolo 34 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali ("la Convenzione").
2. Il ricorrente è stato rappresentato dall'avv. G. Romano, del foro di Benevento. Il governo italiano ("il Governo") è stato rappresentato dal suo agente, E. Spatafora, e dal suo ex co-agente, N. Lettieri.
3. Il 9 novembre 2009 il ricorso è stato comunicato al Governo. In applicazione del Protocollo n. 14, il ricorso è stato assegnato ad un comitato.
4. Il ricorrente, sig. Mario Gagliardi, è un cittadino italiano, nato nel 1940 e residente a Benevento.
5. In data imprecisata, il ricorrente ricevette la conferma della sua assunzione presso il Consorzio antitubercolare di Benevento.
6. A partire dal 22 febbraio 1990, egli cominciò ad esercitare le funzioni di centralinista non vedente.
7. In data imprecisata, le funzioni svolte dal Consorzio furono trasferite ai servizi sanitari locali (Unità Sanitarie Locali, "l'USL") n. 5 di Benevento.
8. Dopo 28 giorni, a causa del rifiuto dell'USL, il ricorrente non ottenne il contratto di assunzione definitiva.
9. Il 1° gennaio 1995, l'USL fu messa in liquidazione, fu nominato un commissario per la liquidazione dei suoi crediti e debiti e l'ASL («Azienda Sanitaria Locale») le succedette nella gestione di tutte le cause di natura amministrativa.
A. Il procedimento principale
10. Dopo avere costituito in mora l'USL, il 20 giugno 1990, il ricorrente chiese al tribunale amministrativo regionale ("il TAR") della Campania di ordinare il suo reintegro nel posto di lavoro.
11. Con sentenza dell'8 novembre 1995, depositata in cancelleria il 18 gennaio 1996, il TAR accolse il ricorso del ricorrente.
12. L'8 marzo 2002 il Consiglio di Stato confermò la sentenza del TAR rigettando l'appello dell'USL di Benevento. La decisione fu depositata in cancelleria il 30 settembre 2002 e trasmessa all'ASL di Benevento, che agiva in qualità di Commissario liquidatore dell'USL, il 4 ottobre 2002.
13. Vista la persistente inazione dei servizi sanitari locali, il 30 gennaio 2003 il ricorrente costituì in mora l'ASL n. 1 di Benevento, poi, il 18 marzo 2003, propose ricorso di esecuzione dinanzi al TAR ("giudizio di ottemperanza").
14. Con sentenza del 14 maggio 2003, depositata in cancelleria il 16 luglio 2003, osservando che l'amministrazione non aveva adottato alcuna misura al fine di ottemperare alla sentenza dell'8 novembre 1995, il TAR ordinò all'ASL di eseguire la detta sentenza entro sessanta giorni a decorrere dal 16 luglio 2003. In caso contrario, sarebbe stato nominato un Commissario ad acta per assicurarne l'esecuzione.
15. Visto il rifiuto dell'ASL di conformarsi alla sentenza del TAR, fu nominato un Commissario ad acta. Questi ordinò all'ASL il reintegro del ricorrente e il pagamento degli stipendi arretrati.
16. In data imprecisata, tenuto conto del persistente rifiuto dell'ASL di ottemperare alle indicazioni del Commissario, il ricorrente sporse querela contro i responsabili dell'inadempimento.
17. L'ASL decise di reintegrare il ricorrente il 23 dicembre 2003 con effetto al 1° gennaio 2004 senza, tuttavia, versargli gli arretrati.
18. Il ricorrente proseguì la procedura di conciliazione obbligatoria davanti al giudice del lavoro. Tuttavia, tale procedura non diede alcun risultato per l'assenza del rappresentante dell'ASL.
19. Tenuto conto dell'inerzia dell'ASL, il commissario responsabile per la liquidazione dei crediti e dei debiti dell'USL pagò gli stipendi arretrati maggiorati della rivalutazione monetaria e degli interessi legali.
B. La procedura "Pinto"
20. Il 18 aprile 2001, mentre era ancora pendente il procedimento principale, il ricorrente si rivolse alla Corte lamentando la violazione dell'articolo 6 § 1 della Convenzione.
21. Il 13 marzo 2003, il ricorrente adì la corte d'appello di Roma conformemente alla legge Pinto al fine di lamentare la durata del procedimento.
22. Con decisione depositata in cancelleria il 29 luglio 2003, la corte d'appello constatò il superamento della durata ragionevole e accordò al ricorrente 4.900 EUR per danni morali e 650 EUR per spese da liquidare direttamente all'avvocato.
23. Non essendo stata notificata ai sensi dell'articolo 285 del codice di procedura civile, tale decisione divenne definitiva il 28 ottobre 2004.
24. Le somme accordate in esecuzione della decisione "Pinto" furono pagate il 19 luglio 2004. Il ricorrente ricevette 5.011,83 EUR.
25. Il diritto e la prassi interni pertinenti relativi alla legge n. 89 del 24 marzo 2001, detta "legge Pinto", figurano nella sentenza Cocchiarella c. Italia ([GC], n. 64886/01, §§ 23-31, CEDU 2006 V).
I. SULLA DEDOTTA VIOLAZIONE DELL'ARTICOLO 6 § 1 DELLA CONVENZIONE QUANTO ALLA DURATA DEL PROCEDIMENTO PRINCIPALE
26. Il ricorrente lamenta l'eccessiva durata del procedimento civile. Dopo avere tentato la procedura "Pinto", egli ritiene che l'importo accordato dalla corte d'appello a titolo di danno morale non sia sufficiente per riparare il danno causato dalla violazione dell'articolo 6 § 1 così redatto nelle parti pertinenti:
Articolo 6 § 1 della Convenzione
"Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata (...) entro un termine ragionevole, da un tribunale (...), il quale sia chiamato a pronunciarsi sulle controversie sui suoi diritti e doveri di carattere civile (...)"
27. La Corte osserva che il ricorrente non ha proposto ricorso per cassazione al fine di contestare la decisione della corte d'appello "Pinto", che è divenuta definitiva il 28 ottobre 2004.
28. Il ricorrente sostiene che, a causa della riparazione insufficiente e del tempo trascorso per ottenerla, il ricorso Pinto non è effettivo e, di conseguenza, non costituisce, in linea di principio, un rimedio da esaurire.
29. La Corte rammenta che né l'insufficienza dell'importo accordato (Delle Cave e Corrado c. Italia, n. 14626/03, §§ 43-46, 15 maggio 2007 e Simaldone c. Italia, sopra citata, §§ 71-72) né il ritardo nel pagamento degli indennizzi "Pinto" (Simaldone c. Italia, n. 22644/03, § 84, 31 marzo 2009) mettono in discussione, al momento, l'effettività di questa via di ricorso.
30. Ne consegue che questo motivo di ricorso deve essere dichiarato irricevibile per mancato esaurimento delle vie di ricorso interne, in applicazione dell'articolo 35 §§ 1 e 4 della Convenzione (si veda Di Sante c. Italia (dec.), n. 56079/00, 24 luglio 2004).
II. SULLA DEDOTTA VIOLAZIONE DEGLI ARTICOLI 13 E 53 DELLA CONVENZIONE
31. Il ricorrente lamenta l'inefficacia del rimedio Pinto a causa dell'insufficiente riparazione accordata dalla corte d'appello Pinto e del ritardo nel pagamento della stessa. Egli invoca gli articoli 13 e 53 della Convenzione.
32. La Corte ritiene che questo motivo di ricorso debba essere considerato unicamente sotto il profilo dell'articolo 13 della Convenzione.
33. Alla luce delle conclusioni a cui è giunta la Corte nei precedenti paragrafi 29-30, è opportuno dichiarare irricevibile questo motivo di ricorso in quanto manifestamente infondato ai sensi dell'articolo 35 §§ 3 e 4 della Convenzione.
III. SULLA DEDOTTA VIOLAZIONE DEGLI ARTICOLI 6 § 1 DELLA CONVENZIONE E 1 DEL PROTOCOLLO N. 1 QUANTO AL RITARDO DELLE AUTORITÀ NAZIONALI NEL CONFORMARSI ALLA DECISIONE DELLA CORTE D'APPELLO PINTO
34. Il ricorrente afferma che il ritardo delle autorità nazionali nel conformarsi alle decisioni "Pinto" ha comportato la violazione degli articoli 6 § 1 della Convenzione e 1 del Protocollo n. 1. L'articolo 6 della Convenzione è citato nel precedente paragrafo 26 e l'articolo 1 del Protocollo n. 1 è così redatto nelle parti pertinenti:
Articolo 1 del Protocollo n. 1
"Ogni persona fisica o giuridica ha diritto al rispetto dei suoi beni. Nessuno può essere privato della sua proprietà se non per causa di pubblica utilità e nelle condizioni previste dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale.
Le disposizioni precedenti non portano pregiudizio al diritto degli Stati di porre in vigore le leggi da essi ritenute necessarie per disciplinare l'uso dei beni in modo conforme all'interesse generale (...)."
35. Il Governo ritiene, innanzitutto, che il ricorrente non sia più "vittima" della violazione dell'articolo 6 § 1 della Convenzione in quanto il ritardo controverso è stato compensato dal riconoscimento di interessi moratori e, all'occorrenza, di spese sostenute nella procedura di esecuzione forzata.
36. A sostegno, il Governo avanza argomenti che la Corte ha già respinto, da ultimo, nella sentenza Belperio e Ciarmoli c. Italia (n. 7932/04, 21 dicembre 2010).
37. Non vedendo motivi per derogare a tale approccio, la Corte rigetta l'eccezione sollevata dal Governo e ritiene che il ricorrente possa ancora sostenere di essere "vittima", ai sensi dell'articolo 34 della Convenzione.
38. Il Governo eccepisce poi il mancato esaurimento delle vie di ricorso interne, in quanto il ricorrente non ha intentato una seconda procedura "Pinto" per lamentare il ritardo nel pagamento della somma Pinto.
39. La Corte ha già considerato in più occasioni (si veda, in particolare, Simaldone c. Italia, n. 22644/03, § 44, 31 marzo 2009) che esigere dal ricorrente un nuovo ricorso "Pinto" per lamentare la durata dell'esecuzione della decisione "Pinto" equivarrebbe a immetterlo in un circolo vizioso in cui il cattivo funzionamento di un rimedio lo costringerebbe ad avviarne un altro. Una tale conclusione sarebbe irragionevole e costituirebbe un ostacolo sproporzionato all'efficace esercizio da parte del ricorrente del suo diritto di ricorso individuale, quale definito all'articolo 34 della Convenzione (si veda la sentenza Pedicini e altri c. Italia [comitato], n. 48117/99, § 30, 25 settembre 2012). Pertanto, è opportuno rigettare l'eccezione sollevata dal Governo.
40. Nelle sue osservazioni depositate nella cancelleria della Corte il 4 marzo 2010, vale a dire circa tre mesi prima dell'entrata in vigore del Protocollo n. 14, il Governo solleva, infine, un'eccezione relativa all'assenza di danno rilevante per il ricorrente, perché questi ha ottenuto interessi moratori per il ritardo nel pagamento della somma Pinto e, comunque, avrebbe potuto adire il giudice nazionale per ottenere la compensazione dovuta per la durata eccessiva della procedura di esecuzione.
41. Il Governo fa riferimento al testo dell'articolo 35 § 3 b) della Convenzione, come modificato dal Protocollo n. 14, secondo il quale la Corte può dichiarare un ricorso irricevibile quando "il ricorrente non ha subito alcun pregiudizio importante, salvo che il rispetto dei diritti dell'uomo garantiti dalla Convenzione e dai suoi Protocolli esiga un esame del ricorso nel merito e a condizione di non rigettare per questo motivo alcun caso che non sia stato debitamente esaminato da un tribunale interno".
42. La Corte osserva innanzitutto che il Protocollo n. 14 alla Convenzione è entrato in vigore il 1° giugno 2010.
43. È quindi opportuno chiedersi se siano soddisfatte le condizioni di applicazione enunciate nell'articolo 35 § 3 b) della Convenzione nella redazione derivata dal Protocollo n. 14.
44. Per quanto riguarda il concetto di "pregiudizio importante", la Corte tiene a sottolineare che il fatto che i giudici interni avrebbero riconosciuto, poi accordato una riparazione per violazione della Convenzione non comporta automaticamente che non vi sarebbe "pregiudizio" a carico del ricorrente, come sembra sostenere il Governo convenuto. Infatti, la valutazione riguardante l'assenza di un tale "pregiudizio" non si riduce a una stima puramente economica.
45. La Corte rammenta che, al fine di verificare se la violazione di un diritto raggiunge la soglia minima di gravità, vanno presi in considerazione in particolare i seguenti elementi: la natura del diritto di cui si deduce la violazione, la gravità dell'incidenza della violazione denunciata nell'esercizio di un diritto o le eventuali conseguenze della violazione sulla situazione personale del ricorrente. Nella valutazione di tali conseguenze, la Corte prenderà in esame, in particolare, la posta in gioco del procedimento nazionale o il suo esito (si veda, Giusti c. Italia, n. 13175/03, § 34, 18 ottobre 2011).
46. La Corte osserva che, nel caso di specie, il ricorrente lamentava il ritardo nel pagamento di una somma Pinto. Essa rileva poi che la somma Pinto è stata pagata un anno dopo il deposito in cancelleria della decisione della corte d'appello, il che supera di sei mesi il termine per l'esecuzione delle decisioni Pinto considerato accettabile dalla Corte (Cocchiarella c. Italia ([GC], n. 64886/01, § 89, CEDU 2006 V; Simaldone, sopra citata, § 48). Infine, il ritardo riguarda il pagamento di 4.900 EUR accordato dalla corte d'appello Pinto per la durata eccessiva di un procedimento (12 anni per due gradi) riguardante il reintegro del ricorrente nel posto di lavoro nonché il pagamento degli stipendi arretrati.
47. Tenuto conto della durata del ritardo nel pagamento, dell'importo della somma Pinto e del fatto che si tratta di una somma accordata al fine di riparare una violazione della Convenzione la cui gravità non è trascurabile, la Corte ritiene che sia opportuno rigettare l'eccezione del Governo.
48. La Corte rileva che questo motivo di ricorso e quello relativo all'articolo 1 del Protocollo n. 1 non incorrono in altri motivi d'irricevibilità e, di conseguenza, li dichiara ricevibili.
49. Il Governo rammenta che, tenuto conto dell'approccio seguito dalla Corte nelle cause Di Pede c. Italia e Zappia c. Italia (26 settembre 1996, Recueil des arrêts et décisions, 1996-IV), l'eventuale ritardo nel pagamento della somma accordata dovrebbe essere valutato nell'ambito della durata totale del procedimento giudiziario.
50. La Corte rammenta che nelle sentenze Simaldone c. Italia, sopra citata, e Gaglione ed altri c. Italia (n. 45867/07, 21 dicembre 2010), il ritardo nel pagamento delle somme Pinto costituisce una violazione autonoma dell'articolo 6 della Convenzione (diritto all'esecuzione delle decisioni interne esecutive). Essa non vede motivi per derogare a tale approccio.
51. La Corte constata che la somma accordata è stata versata oltre sei mesi dopo il deposito in cancelleria della decisione della corte d'appello Pinto. Alla luce dei criteri stabiliti nelle sentenze Simaldone e Gaglione e altri (sopra citate), la Corte ritiene che tale ritardo costituisca una violazione dell'articolo 6 § 1 della Convenzione.
52. Alla luce di quanto precede, la Corte ritiene che non sia necessario esaminare separatamente il motivo di ricorso formulato dal ricorrente sotto il profilo dell'articolo 1 del Protocollo n. 1 (Follo e altri c. Italia, n. 28433/03, 28434/03, 28442/03, 28445/03 e 28451/03, § 30, 31 gennaio 2012).
IV. SULLA DEDOTTA VIOLAZIONE DELL'ARTICOLO 1 DEL PROTOCOLLO N. 1 QUANTO AL RITARDO DELLE AUTORITÀ NEL CONFORMARSI ALLA SENTENZA DEL TAR
53. Il ricorrente lamenta il ritardo delle autorità nazionali nel conformarsi alla decisione del TAR dell'8 novembre 1995, confermata l'8 marzo 2002 dal Consiglio di Stato, che impone all'amministrazione, in particolare, il reintegro del ricorrente nel posto di lavoro. Egli invoca l'articolo 1 del Protocollo n. 1.
54. Padrona della qualificazione giuridica dei fatti della causa, la Corte ritiene che questo motivo di ricorso richieda un esame sotto il profilo dell'articolo 6 della Convenzione.
55. La Corte osserva che questo motivo di ricorso non incorre in altri motivi di irricevibilità e, di conseguenza, lo dichiara ricevibile.
56. Il Governo sostiene che il ricorso di esecuzione davanti al TAR («giudizio di ottemperanza») avviato dal ricorrente costituisce un rimedio effettivo in caso di rifiuto da parte dell'amministrazione di conformarsi ad una sentenza dei tribunali interni. Infatti, secondo il Governo, nel caso di specie, il ricorrente fu non solo reintegrato nel posto di lavoro, ma ottenne gli stipendi arretrati maggiorati degli interessi legali e della rivalutazione monetaria senza avere lavorato nel periodo in questione e acquisendo così il diritto ad andare in pensione poco tempo dopo il reintegro. Non vi sarebbe stato, nel caso di specie, né «rifiuto né mancanza grave di adempiere l'obbligo di eseguire una decisione giudiziaria [...] né lesione dei diritti patrimoniali del creditore».
57. La Corte ha affermato più volte che il diritto ad un tribunale sarebbe illusorio se l'ordinamento giuridico interno di uno Stato contraente permettesse che una decisione giudiziaria definitiva ed obbligatoria rimanga inoperante a scapito di una parte. L'esecuzione di una sentenza, di qualsiasi organo giudiziario, deve quindi essere considerata parte integrante del «processo» ai sensi dell'articolo 6 della Convenzione (Immobiliare Saffi c. Italia [GC], n. 22774/93, § 63 in fine, CEDU 1999-V, Hornsby c. Grecia, 19 marzo 1997, § 40, Recueil des arrêts et décisions 1997 II).
58. Il principio riveste importanza ancora maggiore nel contesto del contenzioso amministrativo, in occasione di una controversia il cui esito è determinante per i diritti civili dell'amministrato. Ora la tutela effettiva della parte in giudizio e il ristabilimento della legalità implicano l'obbligo per l'amministrazione di piegarsi alla sentenza eventualmente emessa nei suoi confronti in ultimo grado. Se l'amministrazione rifiuta o omette di pagare, oppure tarda a farlo, le garanzie dell'articolo 6 di cui la parte in giudizio ha beneficiato durante la fase giudiziaria del procedimento perdono ogni ragion d'essere (Süzer e Eksen Holding A.Ş. c. Turchia, 23 ottobre 2012 n. 6334/05, § 115, Hornsby c. Grecia, 19 marzo 1997, sopra citata, § 41, Niţescu c. Romania, n. 26004/03, § 32, 24 marzo 2009, Iera Moni Profitou Iliou Thiras c. Grecia, n. 32259/02, § 34, 22 dicembre 2005).
59. Quale che sia la complessità delle sue procedure di esecuzione o del suo sistema amministrativo, lo Stato conserva l'obbligo, derivante dalla Convenzione, di garantire a chiunque il diritto che le sentenze obbligatorie ed esecutive emesse a suo favore siano eseguite entro un termine ragionevole (si veda, ad esempio, la causa Shmalko c. Ucraina, n. 60750/00, 20 luglio 2004, in cui la Corte ha ritenuto che un ritardo di un anno e due mesi costituisse un'ingerenza ingiustificata nei diritti tutelati dagli articoli 6 della Convenzione e 1 del Protocollo n. 1).
60. Una persona che abbia ottenuto una sentenza contro lo Stato non deve avviare un procedimento distinto per ottenerne l'esecuzione forzata: spetta essenzialmente alle autorità dello Stato garantire l'esecuzione di una decisione giudiziaria emessa contro quest'ultimo, e ciò dalla data in cui la decisione diviene obbligatoria ed esecutiva. Una tale sentenza deve essere notificata nella debita forma all'autorità interessata dello Stato convenuto, la quale è allora in grado di fare tutti i passi necessari per conformarvisi o per comunicarla ad un'altra autorità dello Stato competente per le questioni di esecuzione delle decisioni giudiziarie (Akachev c. Russia, n. 30616/05, 12 giugno 2008).
61. Nel caso di specie, la decisione del Consiglio di Stato è stata depositata in cancelleria il 30 settembre 2002 mentre il ricorrente è stato reintegrato dall'ASL solo il 1° gennaio 2004 (decisione dell'ASL del 23 dicembre 2003), dopo oltre un anno e tre mesi.
62. La Corte osserva anche che, ai fini dell'esecuzione della decisione del TAR, il ricorrente, benché non obbligato ad avviare alcuna azione, essendo l'ASL un servizio locale di gestione della salute pubblica affidato allo Stato, ha dovuto avviare nuovi procedimenti (in particolare, costituzione in mora del 30 gennaio 2003, ricorso di esecuzione al TAR del 18 marzo 2003, tentativo di conciliazione obbligatorio davanti al giudice del lavoro).
63. Inoltre, al fine di valutare se lo Stato abbia eseguito la sentenza entro un termine ragionevole, la Corte prende in considerazione nella sua giurisprudenza altri elementi relativi alla condizione personale del ricorrente, quali l'età, lo stato di salute, la natura di un eventuale handicap (Shmalko c. Ucraina, sopra citata, § 44). Nel caso di specie, dal fascicolo emerge che il ricorrente, non vedente, aveva 63 anni all'epoca dei fatti.
64. Infine, la Corte ritiene che il pagamento degli stipendi arretrati, maggiorati degli interessi legali e della rivalutazione monetaria, possa essere considerato sufficiente a compensare i danni patrimoniali causati dalla mancata esecuzione della decisione del TAR, ma non sia secondo ogni evidenza atto a riparare lo sconforto e la frustrazione che il ricorrente deve avere subito a causa dei ritardi imputabili alle autorità. Inoltre, la Corte osserva che il fatto che il ricorrente abbia avuto diritto ad andare in pensione poco dopo il suo reintegro, è semplicemente la conseguenza dell'ostinato rifiuto opposto dall'amministrazione all'esecuzione della decisione del TAR.
65. La Corte osserva che la totale inerzia dell'USL (e dell'ASL a partire dal 1995) non era fondata su alcuna valida giustificazione. Alla luce di queste considerazioni, non è opportuno accertare se sia stato mantenuto un giusto equilibrio tra le esigenze dell'interesse generale della comunità e gli imperativi della salvaguardia dei diritti individuali (si vedano Iatridis c. Grecia [GC], n. 31107/96, § 62, CEDU 1999–II; Karahalios c. Grecia, sopra citata, § 35).
66. Per tutti questi motivi, la Corte ritiene che vi sia stata violazione dell'articolo 6 § 1 della Convenzione.
V. SULL'APPLICAZIONE DELL'ARTICOLO 41 DELLA CONVENZIONE
67. Ai sensi dell'articolo 41 della Convenzione,
"Se la Corte dichiara che vi è stata violazione della Convenzione o dei suoi Protocolli e se il diritto interno dell'Alta Parte contraente non permette se non in modo imperfetto di rimuovere le conseguenze di tale violazione, la Corte accorda, se del caso, un'equa soddisfazione alla parte lesa".
A. Danni
68. Il ricorrente chiede 37.000 euro (EUR) per il danno morale che avrebbe subito.
69. Il Governo contesta queste richieste.
70. La Corte ritiene che sia opportuno accordare al ricorrente la somma di 2.500 EUR.
71. Il ricorrente chiede anche 10.000 EUR per le spese sostenute dinanzi agli organi giurisdizionali interni e per quelle sostenute dinanzi alla Corte.
72. Il Governo si oppone a queste richieste.
73. Secondo la giurisprudenza della Corte, un ricorrente può ottenere il rimborso delle spese solo nella misura in cui ne siano accertate la realtà e la necessità, e il loro importo sia ragionevole. Nel caso di specie, e tenuto conto del fatto che il ricorrente non ha prodotto alcun documento a sostegno, la Corte rigetta la domanda.
74. La Corte ritiene appropriato basare il tasso degli interessi moratori sul tasso d'interesse delle operazioni di rifinanziamento marginale della Banca centrale europea maggiorato di tre punti percentuali.
PER QUESTI MOTIVI, LA CORTE ALL'UNANIMITÀ,
1.Dichiara il ricorso ricevibile quanto ai motivi relativi agli articoli 6 della Convenzione (ritardo nel pagamento della somma Pinto e nell'esecuzione della sentenza del TAR) e 1 del Protocollo n. 1 (ritardo nel pagamento della somma Pinto) e irricevibile per il resto;
2.Dichiara che vi è stata violazione dell'articolo 6 della Convenzione (ritardo nel pagamento della somma Pinto);
3.Dichiara che non è opportuno esaminare il motivo relativo all'articolo 1 del Protocollo n. 1 della Convenzione (ritardo nel pagamento della somma Pinto);
4.Dichiara che vi è stata violazione dell'articolo 6 della Convenzione (ritardo nell'esecuzione della decisione del TAR);
5.Dichiara
a.che lo Stato convenuto deve versare al ricorrente, entro tre mesi, 2.500 EUR (duemilacinquecento euro), più l'importo eventualmente dovuto a titolo di imposta dal ricorrente, per il danno morale;
b.che, a decorrere dalla scadenza di detto termine e fino al versamento, tale importo dovrà essere maggiorato di un interesse semplice ad un tasso equivalente a quello delle operazioni di rifinanziamento marginale della Banca centrale europea applicabile durante quel periodo, aumentato di tre punti percentuali;
6.Rigetta la domanda di equa soddisfazione per il resto.
Fatta in francese, poi comunicata per iscritto il 16 luglio 2013, in applicazione dell'articolo 77 §§ 2 e 3 del regolamento.
Françoise Elens-Passos
Cancelliere aggiunto
Lunedì 09 Settembre 2013 12:41
Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo del 25 giugno 2013 - Ricorso n. 126/12 - Battaglia c.Italia
Ricorso n. 126/12
Leandro BATTAGLIA
La Corte europea dei diritti dell'uomo (seconda sezione), riunita il 25 giugno 2013 in un comitato composto da:
e da Françoise Elens-Passos, cancelliere aggiunto di sezione f. f.,
Visto il ricorso sopra menzionato, presentato il 9 dicembre 2011;
Vista la dichiarazione depositata dal governo convenuto l'11 settembre 2012 con cui si chiedeva alla Corte di cancellare il ricorso dal ruolo, nonché la risposta della parte ricorrente a tale dichiarazione;
Dopo aver deliberato, pronuncia la seguente decisione:
FATTI E PROCEDURA
Il ricorrente, sig. Leandro Battaglia, è un cittadino italiano nato nel 1953 e residente a Reggio Calabria. È stato rappresentato dinanzi alla Corte dall'avv. D. Polimeni del foro di Reggio Calabria.
Il governo italiano ("il Governo") è stato rappresentato dal suo agente, E. Spatafora, e dal suo co-agente, P. Accardo.
Il ricorrente è stato parte a un procedimento civile di cui contestava l'eccessiva durata per mezzo del ricorso "Pinto".
Con decisione del 22 dicembre 2008 la corte d'appello "Pinto" di Catanzaro constatò la violazione del termine ragionevole ai sensi dell'articolo 6 § 1 della Convenzione e accordò al ricorrente le somme di 11.000 EUR per il danno morale e di 600 EUR per le spese.
La decisione non fu eseguita.
Dinanzi alla Corte, il ricorrente lamenta la mancata esecuzione della decisione "Pinto" e l'ineffettività del ricorso "Pinto".
Il ricorso è stato comunicato al Governo.
A. Sulla mancata esecuzione della decisione "Pinto"
Il ricorrente lamenta la mancata esecuzione della decisione della corte d'appello "Pinto". Invoca gli articoli 6 § 1 della Convenzione e 1 del Protocollo n. 1.
Dopo il fallimento dei tentativi di composizione amichevole, l'11 settembre 2012 il Governo ha trasmesso alla Corte una dichiarazione unilaterale in cui affermava:
"(...) il Governo italiano si offre di versare (...):
•la somma accordata dalla decisione "Pinto" in questione, rivalutata e maggiorata degli interessi legali alla data del pagamento, previa detrazione delle somme eventualmente già pagate in esecuzione di detta decisione,
•200 EUR (duecento euro), a copertura del danno morale derivante dal ritardo nel pagamento della somma Pinto, più l'importo eventualmente dovuto a titolo di imposta e
•200 EUR (duecento euro), a copertura di tutte le spese, più l'importo eventualmente dovuto a titolo di imposta dalla ricorrente.
Tali somme saranno pagate entro i tre mesi successivi alla data della notifica della decisione della Corte resa conformemente all'articolo 37 § 1 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. In caso di mancato pagamento entro tale termine, il Governo si impegna a versare, a decorrere dalla scadenza dello stesso e fino al versamento effettivo delle somme in questione, un interesse semplice ad un tasso equivalente a quello delle operazioni di rifinanziamento marginale della Banca centrale europea, aumentato di tre punti percentuali. Tale versamento avrà valore di definizione della causa.
Il Governo, riferendosi alla giurisprudenza della Corte in materia, ammette che la mancata esecuzione della decisione "Pinto" ha comportato la violazione degli articoli 6 § 1 della Convenzione e 1 del Protocollo n. 1 (Simaldone c. Italia, n. 22644/03, 31 marzo 2009) e ritiene che le somme sopra indicate costituiscano una riparazione adeguata della violazione stessa (Gaglione e altri c. Italia, nn. 45867/07 e altri, 21 dicembre 2010).
Il Governo chiede rispettosamente alla Corte di dichiarare che la prosecuzione dell'esame del ricorso non è più giustificata e di cancellare il ricorso dal ruolo conformemente all'articolo 37 della Convenzione."
Con lettera pervenuta alla Corte il 29 ottobre 2012 il ricorrente ha comunicato che non si riteneva soddisfatto dai termini della dichiarazione unilaterale.
La Corte rammenta che, in virtù dell'articolo 37 della Convenzione, in ogni momento della procedura può decidere di cancellare un ricorso dal ruolo quando le circostanze la portino a una delle conclusioni di cui ai commi a), b) o c) del paragrafo 1 di tale articolo. In particolare, l'articolo 37 § 1 c) le permette di cancellare un ricorso dal ruolo se:
"per ogni altro motivo di cui la Corte accerta l'esistenza, la prosecuzione dell'esame del ricorso non sia più giustificata."
La Corte rammenta anche che, in alcune circostanze, può essere opportuno cancellare un ricorso dal ruolo ai sensi dell'articolo 37 § 1 c) sulla base di una dichiarazione unilaterale del governo convenuto (articolo 62A del regolamento).
A tal fine, la Corte deve esaminare in dettaglio la dichiarazione alla luce dei principi sanciti dalla sua giurisprudenza (Tahsin Acar c. Turchia (questione preliminare) [GC], n. 26307/95, §§ 75-77, CEDU 2003 VI; WAZA Spółka z o.o. c. Polonia (dec.) n. 11602/02, 26 giugno 2007).
La Corte ha fissato in un certo numero di cause, tra cui quelle contro l'Italia, la sua prassi per quanto riguarda i motivi di ricorso relativi, dal punto di vista degli articoli 6 § 1 della Convenzione e 1 del Protocollo n. 1, alla mancata esecuzione delle decisioni giudiziarie (si vedano, ad esempio, Bourdov c. Russia, n. 59498/00, §§ 37-42, CEDU 2002 III; Metaxas c. Grecia, n. 8415/02, §§ 24-31, 27 maggio 2004) e, in particolare, delle decisioni "Pinto" (Simaldone c. Italia, n. 22644/03, §§ 48-64, 31 marzo 2009; Gaglione e altri c. Italia, nn. 45867/07 e altri, §§ 32-45, 21 dicembre 2010).
Considerata la natura delle concessioni contenute nella dichiarazione del Governo e visto l'importo del risarcimento proposto – conforme agli importi accordati in cause simili –, la Corte ritiene che la prosecuzione dell'esame di questa parte del ricorso non sia più giustificata (articolo 37 § 1 c)).
Inoltre, alla luce delle considerazioni sopra esposte e vista, in particolare, la sua copiosa e chiara giurisprudenza in materia, la Corte ritiene che il rispetto dei diritti dell'uomo sanciti dalla Convenzione e dai suoi Protocolli non esiga che essa prosegua l'esame di questa parte del ricorso (articolo 37 § 1 in fine).
Infine, la Corte sottolinea che, qualora il Governo non rispettasse i termini della sua dichiarazione unilaterale, questa parte del ricorso potrebbe essere nuovamente iscritta al ruolo in virtù dell'articolo 37 § 2 della Convenzione (Josipović c. Serbia (dec.), n. 18369/07, 4 marzo 2008).
B. Sulla ineffettività del rimedio "Pinto"
Il ricorrente afferma che la mancata esecuzione della decisione della corte d'appello «Pinto» comporta l'ineffettività della via di ricorso interna, e invoca l'articolo 13 della Convenzione.
Considerata la giurisprudenza Simaldone c. Italia, n. 22644/03, §§ 76-84, 31 marzo 2009 e Gaglione, sopra citata, § 47, la Corte ritiene che la mancata esecuzione della decisione "Pinto" non rimetta in discussione l'effettività del rimedio "Pinto" ai sensi dell'articolo 13 della Convenzione.
Ne consegue che questa parte del ricorso è manifestamente infondata e deve essere rigettata in applicazione dell'articolo 35 §§ 3 a) e 4 della Convenzione.
Per questi motivi la Corte, all'unanimità,
Prende atto dei termini della dichiarazione del governo convenuto riguardo alla mancata esecuzione della decisione "Pinto" (articoli 6 § 1 della Convenzione e 1 del Protocollo n. 1) e delle modalità previste per garantire il rispetto degli impegni in tal modo assunti;
Decide di cancellare questa parte del ricorso dal ruolo in applicazione dell'articolo 37 § 1 c) della Convenzione;
Dichiara il resto del ricorso irricevibile.
Mercoledì 24 Luglio 2013 12:25
Scritto da Matteo Santini
Tra i doveri che ciascun genitore ha nei confronti della prole assume preminente rilievo quello al ''mantenimento''. Il concetto di mantenimento ha una portata molto ampia e si riferisce alla necessità di provvedere ''a una molteplicità di esigenze, non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma estese all'aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario e sociale, nonché all'assistenza morale e materiale ed all'opportuna predisposizione di una stabile organizzazione domestica, idonea a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione''. Tale obbligo, come tutti gli altri che caratterizzano la c.d. responsabilità genitoriale, trova il proprio fondamento nella procreazione stessa e non nella relazione tra i genitori. La conseguenza più chiara di tale considerazione è che se il matrimonio non si presenta quale fondamento della responsabilità genitoriale allora la stessa sussiste anche in presenza di prole "naturale" ed inoltre, cosa che in questa sede più interessa, il venir meno dell'affectio coniugalis o della convivenza more uxorio non riduce, né tanto meno elimina, la portata di tali obblighi. La potestà genitoriale stessa è qualificabile come diritto-dovere strumentale al corretto e costante adempimento degli obblighi verso i figli. Attraverso i provvedimenti di carattere economico, resi a favore dei figli, si vuole garantire la conservazione, per quanto possibile, delle abitudini e del precedente tenore di vita. Ciò che si vuole evitare al minore, invero, è lo stravolgimento della sua quotidianità a causa dell'improvviso sopravvenire della crisi tra i genitori. Fornire alla prole la certezza, nei limiti del realizzabile, di vivere ed attraversare serenamente la fase patologica in cui la propria famiglia incorre è l'obiettivo fondamentale che il legislatore, come qualsiasi altro operatore giuridico, deve porsi in via prioritaria. Questo discorso se è valido per ciò che concerne gli aspetti personali-morali dell'affidamento della prole lo è altrettanto per quelli più strettamente materiali-economici, ovvero per il mantenimento stesso. Giungere ad adottare la giusta soluzione richiede, ovviamente, un'attenta analisi delle peculiarità della fattispecie concreta portata innanzi all'autorità giudiziaria: ogni famiglia infatti è diversa tanto durante il sereno svolgimento della propria quotidianità quanto, e forse ancor di più, quando incontra difficoltà che la portano a sgretolarsi. Ponendo attenzione nello specifico a come la legge n. 54 del 2006 intervenga sull'art. 155 c.c. in merito al mantenimento della prole, infatti, risalta subito agli occhi la particolare rilevanza che si vuole garantire alle singole caratteristiche del caso concreto, soprattutto attraverso i cinque parametri elencati al comma IV° e destinati a realizzare al meglio il principio di proporzionalità nella partecipazione di ciascun genitore al mantenimento dei figli, come si prescrive nella famiglia unita ex art. 148 c.c., comma I°. Tanti dunque sono gli elementi che il giudice è chiamato a valutare per adottare la decisione opportuna anche perché, oltre a dover indicare l'entità del contributo posto a carico di ciascun genitore deve altresì determinare la modalità con cui tale dovere va adempiuto. (mantenimento diretto, ecc.). L'art. 155 c.c., comma IV°, si apre con il richiamo al reddito di ciascun genitore che la giurisprudenza prevalente ritiene implicitamente comprensivo del riferimento alla ''capacità di lavoro professionale e casalingo'' ex art. 148 c.c. Il riferimento al reddito, quindi, va inteso in senso ampio, ovvero come complessiva situazione economico reddituale delle parti le cui evoluzioni successive inoltre, in meglio o in peggio che siano, legittimano la proposizione di eventuali domande di revisione delle disposizioni precedentemente adottate. Il legislatore al comma VI° dell'art. 155 c.c. introduce il potere del giudice di disporre accertamenti da parte della polizia tributaria. Questi sono indubbiamente indirizzati a chiarire la situazione reddituale delle parti al fine di giungere effettivamente a garantire al minore il giusto contributo a carico di ciascun genitore. La giurisprudenza dominante è dell'orientamento che ''L'esercizio del potere di disporre indagini a mezzo della polizia tributaria sui redditi e sui beni dei genitori (...) ai fini del riconoscimento e della determinazione del contributo dovuto per il mantenimento dei figli, non costituisce infatti un dovere, imposto dalla semplice contestazione delle parti in ordine alle rispettive condizioni economiche, ma è rimesso alla discrezionalità del giudice di merito''. Chiaramente ogni documentazione, elemento e circostanza di qualsiasi genere merita di essere oggetto di attenzione da parte del giudice, al fine di ricostruire correttamente la situazione economico-reddituale delle parti. Per quanto riguarda i parametri fissati all'art. 155 c.c., comma IV°, quello indicato al numero 1 sembra assumere particolare rilievo proprio in considerazione del fatto che ciò che si vuole garantire al minore è la conservazione del precedente tenore di vita, come se la famiglia non avesse mai subito la crisi. Anche l'individuazione delle ''attuali esigenze'' dei figli rappresenta un parametro di fondamentale rilievo data nel tempo l'evoluzione delle stesse. I tribunali sono ormai da tempo dell'opinione costante ed univoca che le esigenze dei minori crescano con l'avanzare dell'età degli stessi, di tale circostanza non si richiede alcuna ''specifica dimostrazione'': la crescita legittima senza dubbio la presentazione di una domanda di revisione del mantenimento precedentemente disposto, la quale verrà accolta o rigettata sulla base, ovviamente, della nuova valutazione di tutti i parametri posti all'art. 155 c.c., comma IV°. Per quanto riguarda invece il ''tenore di vita goduto dal figlio'' durante la convivenza con i genitori è ovvio che tanti sono gli elementi che possono essere oggetto di valutazione finalizzati, appunto, a ricostruire correttamente lo stile di vita della famiglia fino al momento della disgregazione, così da consentire alla prole di mantenere le precedenti abitudini di vita senza vedersi stravolgere la propria quotidianità, cosa che rischierebbe di provocare grave pregiudizio alla sua crescita serena e corretta. Per quanto riguarda i parametri fissati ai punti n. 3 e 5 il legislatore sembra dare spazio agli altri modi con cui i genitori si occupano del soddisfacimento dei bisogni dei figli, ovvero modi più diretti e di diverso contenuto rispetto alla somministrazione periodica di denaro. Prendere in considerazione quanto tempo il minore trascorre con ciascun genitore e quantificare in termini economici i ''compiti domestici e di cura'' svolti dallo stesso significa dare rilievo alle medesime forme di contribuzione dei genitori al soddisfacimento dei bisogni giornalieri della prole che sono consuetudinarie ed addirittura ovvie nella famiglia unita. Il riferimento ulteriore alle ''risorse economiche di entrambi i genitori'' è indiscutibilmente necessario dato che ''il livello economico-sociale in cui si colloca la figura del genitore'' incide senza dubbio sulle valutazioni e decisioni del giudice, le stesse aspettative, esigenze e bisogni del minore si individuano anche in base alla richiamata posizione economica. La riforma del 2006 dà ampio spazio all'autonomia negoziale delle parti nell'organizzazione e gestione di ogni aspetto dell'affidamento della prole ma sempre ponendo quale fondamentale limite la salvaguardia del preminente ed esclusivo ''interesse morale e materiale della stessa''. L'importanza di lasciare spazio alla libertà negoziale dei genitori, seppur in modo ridotto e con meno spessore rispetto a quanto avviene quando nella crisi non è coinvolta la prole, permette di evidenziare nuovamente come il legislatore abbia voluto, per quanto possibile, garantire ai figli la conservazione di un ambiente sereno ed abitudinario, non stravolto quindi da continue ed aspre liti tra i genitori per la gestione dell'affidamento. La finalità resta sempre e comunque quella di permettere alla prole di crescere serenamente, senza subire sconvolgenti cambiamenti e rilevanti pregiudizi nella propria formazione a causa dell'interruzione della relazione sentimentale tra i propri genitori. Tale constatazione palesa, inoltre, la necessità di realizzare un'effettiva responsabilizzazione dei genitori chiamati sempre e comunque, in presenza o meno della crisi tra di loro, ad occuparsi con cura e devozione ai figli ed all'adempimento dei doveri genitoriali di cui sono onerati nei confronti degli stessi. Anche il tema dell'assegnazione della casa familiare è strettamente connesso a quello della tutela del minore al fine di garantirgli la prosecuzione delle precedenti abitudini di vita attraverso la conservazione del proprio originario habitat domestico. Quest'ultimo, infatti, non è solo il luogo materiale in cui si è fino ad allora svolta la vita della famiglia unita ma anche, o forse ancor di più, è il centro di affetti, di emozioni, di ricordi che fanno parte della quotidianità dei figli e devono accompagnarli nella loro crescita. L'assegnazione della casa familiare quindi, rientrando nell'ampia portata del dovere genitoriale di mantenimento della prole, è subordinata alla tutela della stessa e si presenta quale componente con cui il genitore non assegnatario, titolare esclusivo o contitolare dell'immobile, contribuisce al mantenimento dei figli collocati nell'abitazione con il genitore assegnatario dello stesso.
Matteo Santini*
Mercoledì 24 Luglio 2013 12:08
Scritto da Giuseppe Asmodeo
Dalle pagine di questo giornale, in occasione dell'articolo "costituzione di parte civile nel processo penale, due volte parti lese", è stato sollevata la questione relativa al pagamento della marca da bollo di 8 euro richiesto per l'esercizio dell'azione civile nel processo penale. Tale pretesa, infatti, ha suscitato tra gli addetti ai lavori non pochi dubbi in merito alla sua legittimità. Nel tentativo di far luce sulla vicenda il direttore della rivista, l'avv. Romolo Reboa, ha inviato delle lettere ai Presidenti dell'Unione delle Camere Penali Italiane e delle Camere Penali del Lazio, così da ricevere il loro parere sulla controversa tematica. Come promesso nel precedente articolo, di seguito rendiamo noto il riscontro ricevuto, che, ad oggi, consiste nel parere inviatoci dal Presidente della Camera Penale di Viterbo, avv. Fabrizio Ballerini, e dal vice Presidente, avv. Stefania Sensini, con lettera del 3 maggio 2013 e nella nota ricevuta, in data 11.04.2013, dalla Camera Penale di Roma. Nella lettera ricevuta dalla Camera Penale di Viterbo si legge testualmente: "Sia l'Ordine degli Avvocati di Viterbo che la Camera Penale di Viterbo hanno da sempre espresso le proprie riserve sulla pretesa erariale, ritenendo che non sussista, nel caso in esame, alcun sinallagma che giustifichi la percezione di un diritto che si qualifica forfettizzato". Non solo, la Camera Penale di Viterbo ha aggiunto che mentre il pagamento della marca da bollo viene sistematicamente richiesto dal Giudice di Pace del Foro di Viterbo, ciò non accade per i processi pendenti davanti al locale Tribunale; un ulteriore elemento che conferma lo stato di incertezza che fa da sfondo all'intera questione. Inoltre, nella lettera si precisa che: "il Presidente del Tribunale di Viterbo ha preso posizione, evidenziando con una nota alla Corte di Appello di Roma le proprie perplessità, dando debito conto del fatto che le stesse erano scaturite dalle osservazioni che nel tempo avevano rilevato proprio gli avvocati del Foro locale, che avevano anche preannunciato azioni legali nei confronti dei funzionari che avessero preteso la marca"; allo stato, la Corte di Appello di Roma non ha fornito la propria interpretazione. Al contrario, come anticipato, dal Foro romano è giunta alla redazione del giornale una nota della locale Camera Penale, a firma dell'avv. Cinzia Gauttieri, nella quale è stato evidenziato come la Camera Penale della Capitale non si sia mai occupata della questione, né, ad oggi, abbia mai ricevuto segnalazioni in tal senso. Noi continueremo a cercare di far chiarezza su questo tema, che non è, o perlomeno non è soltanto, una questione di principio, bensì una problematica concreta che investe "le tasche" dei cittadini e che comprime la loro possibilità di esercizio dei diritti.
Giuseppe Asmodeo

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Sentenza 
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Articolo 6
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Articolo 1
 § 1
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 § 30
 § 3
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 § 89
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 § 30
 SENTENZA 
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 § 115
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 § 47
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 § 1
 art. 148
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