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Timestamp: 2018-09-24 02:34:59+00:00

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Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 19 dicembre 2013, n. 51458. È esclusa la parità di trattamento tra chi subisce una misura di prevenzione patrimoniale, non trovandosi in condizioni di emergenza economica o abitativa, e il fallito; per cui è legittima l’imposizione di una indennità di occupazione a carico del terzo titolare del bene in sequestro, nel caso in cui non sia dato ravvisare i presupposti per applicare i provvedimenti di favore previsti dall’art. 47 L. Fall., cioè lo stato di bisogno. - Avvocato Renato D'Isa
Home/Cassazione penale 2013, Corte di Cassazione, Diritto Fallimentare, Sentenze - Ordinanze/Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 19 dicembre 2013, n. 51458. È esclusa la parità di trattamento tra chi subisce una misura di prevenzione patrimoniale, non trovandosi in condizioni di emergenza economica o abitativa, e il fallito; per cui è legittima l’imposizione di una indennità di occupazione a carico del terzo titolare del bene in sequestro, nel caso in cui non sia dato ravvisare i presupposti per applicare i provvedimenti di favore previsti dall’art. 47 L. Fall., cioè lo stato di bisogno.
In primo luogo – osservava il Tribunale – la norma di cui all’articolo 2 sexies, comma 4, non prevede un’automatica destinazione dell’immobile sequestrato alle esigenze abitative del proposto e dei suoi familiari, ma un provvedimento discrezionale ed eventuale del Giudice Delegato, siccome e’ dato evincere dall’espressione verbale “puo’ adottare” e dall’uso ipotetico del congiuntivo (“quando ricorrano le condizioni” previste dall’articolo 47 L.F., ovvero l’indisponibilita’ di mezzi di sussistenza per la concessione di un “sussidio” di cui al comma 1 e la “necessita’” abitativa rispetto alla destinazione a tale finalita’ della casa di proprieta’ del fallito di cui al comma 2).
Detto bilanciamento si realizza valutando i tratti di analogia con la condizione del fallito, sicche’, nel caso in cui il sequestro di prevenzione abbia posto il soggetto passivo nella medesima condizione del fallito (espropriato dei propri beni), il Giudice Delegato potra’ valutare l’applicabilita’, sino alla definizione del procedimento, di uno dei provvedimenti di favore previsti dalla L.F., articolo 47, una volta preso atto dell’indisponibilita’, da parte del proposto, di altri immobili di proprieta’ da destinare ad abitazione (requisito della “necessita’” abitativa previsto dall’articolo 47 cit., comma 2).
E’ consapevole il Tribunale palermitano che tale conclusione non coincida con l’orientamento giurisprudenziale piu’ recente, secondo cui “deve escludersi che il proposto debba corrispondere il canone di locazione relativamente alla propria abitazione, ancorche’ bene fruttifero, indipendentemente se sia in grado di far fronte con il suo patrimonio o con il suo reddito, non potendo, L.F., ex articolo 47, comma 2, essere privato della propria abitazione, senza che possa essere imposto allo stesso il pagamento di un canone locativo, indipendentemente dalla sua solvibilita’” (Cass., Sez. 2, sent. n. 9908/2011).
Si dolgono, inoltre, i ricorrenti della “erroneita’” dell'”assunto” del Tribunale di Palermo laddove commisura l’indennita’ di occupazione degli immobili alle loro condizioni economiche, non potendo ignorare il Collegio che, proprio in virtu’ del disposto sequestro di prevenzione, essi (OMISSIS) erano stati spossessati di tutti gli immobili di proprieta’ e delle attivita’ commerciali da cui traevano sostentamento.
Si riporta, quindi, il testo del richiamato L.F., articolo 47, che, al comma 1, dispone: “Se al fallito vengono a mancare i mezzi di sussistenza, il giudice delegato, sentiti il curatore e il comitato dei creditori, se e’ stato nominato, puo’ concedergli un sussidio a titolo di alimenti per lui e per la famiglia”; al comma 2, prevede: “La casa di proprieta’ del fallito, nei limiti in cui e’ necessaria all’abitazione di lui e della sua famiglia, non puo’ essere distratta da tale uso fino alla liquidazione delle attivita’”.
Dalla lettura del testo della L.F., articolo 47, si evince che le “condizioni” richieste perche’ il Giudice della Prevenzione “possa”, discrezionalmente, adottare, nei confronti del proposto (o dei terzi intestatari dei beni per suo conto, attesa l’identita’ di ratio) o il provvedimento di concessione di un “sussidio” alimentare o l’autorizzazione ad abitare nella casa in sequestro sono costituite, rispettivamente, dalla mancanza dei mezzi di sussistenza, nel primo caso, e dalla “necessita’” abitativa, nel secondo.
Quanto al tema abitativo, una ormai piu’ che risalente pronuncia (sent. n. 2070/1959), che affermava il diritto soggettivo del fallito alla conservazione del godimento dell’alloggio di sua proprieta’ fino alla vendita, e’ parsa superata dalla dottrina e dalla prassi che, a proposito del contenimento del vincolo di destinazione dell’abitazione al fallito nei limiti della “necessita’” di costui e della sua famiglia, legittimano provvedimenti del Giudice delegato volti ad alienare o locare la parte esuberante e, in via generale, giustificano il potere dell’Ufficio fallimentare di liquidare la casa di proprieta’ del fallito anche prima della fase terminale della procedura, ove sia presente un preciso interesse in tal senso e si provveda in altro modo a carico della massa all’abitazione del fallito, fino al momento in cui il rilascio sarebbe stato legittimo.
E’ solo in questo caso, dunque, in cui la situazione del proposto e’ sovrapponibile a quella del fallito e la relazione analogica e’ completa, che il Giudice delegato alla procedura di prevenzione, in base al combinato disposto di cui al Decreto Legislativo n. 159 del 2011, articolo 40, comma 2, e L.F., articolo 47, potra’ valutare l’applicabilita’, sino alla definizione del procedimento, di uno dei provvedimenti di favore previsti dall’articolo 47, citato, autorizzando, per tornare al tema oggetto del caso di specie, il proposto o il terzo intestatario del bene ad abitare l’immobile in sequestro, senza corrispondere alcun corrispettivo all’Amministratore Giudiziario, una volta preso atto dell’indisponibilita’, da parte del soggetto interessato, di altri immobili di proprieta’ da destinare ad abitazione o di risorse economico-finanziare adeguate a risolvere il problema abitativo, (requisito della “necessita’” abitativa previsto dall’articolo 47, comma 2, cit.).
Ed invero, attraverso tale interpretazione il diritto all’abitazione viene sempre ad essere tutelato anche in favore del proposto per una misura di prevenzione: solo che, in un caso, quello in cui l’interessato dimostri la “necessita’” del bene in sequestro per soddisfare le esigenze abitative proprie e della propria famiglia (vedi, ancora, la L.F., articolo 47, comma 2: “La casa di proprieta’ del fallito, nei limiti in cui e’ necessaria all’abitazione di lui e della sua famiglia…”), non altrimenti realizzabili, egli fruira’ del suo diritto ad abitare senza dover corrispondere alcun corrispettivo all’Amministratore Giudiziario; viceversa, nel caso diverso in cui venga dimostrato, in base ad elementi di cui il Giudice delegato alla procedura dispone, che il proposto/terzo intestatario possa addivenire a soluzioni abitative alternative, anche attraverso l’impiego di proprie risorse economico-finanziarie, egli, se vorra’ continuare ad abitare nell’immobile sottoposto a sequestro fino alla confisca, potra’ legittimamente essere onerato del pagamento di un canone di locazione o di un’indennita’ di occupazione.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa|2018-08-28T14:44:55+00:0013 gennaio 2014|Cassazione penale 2013, Corte di Cassazione, Diritto Fallimentare, Sentenze - Ordinanze|0 Commenti

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