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Timestamp: 2015-04-27 04:01:27+00:00

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Segnalazioni e approfondimenti sul contenzioso tributario Vai al contenuto
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Cassazione: il giudice non può rilevare d'ufficio vizi non dedotti in ricorso.
La sezione tributaria della Cassazione con la sentenza n.13331 del 29 maggio 2013 in applicazione del principio della domanda di cui all'art.112 c.p.c., ha stabilito che il Giudice non può annullare un provvedimento impositivo per motivi che non siano stati dedotti in seno al ricorso introduttivo.Di seguito la sentenza:La s.r.l. .... ricevette la notifica di una cartella di pagamento concernente l'iva relativa all'anno 1997, che risultava non versata.La società impugnò la cartella sia nei confronti dell'ente impositore, sia nei confronti del concessionario per la riscossione, eccependo la tardività della notificazione della cartella e chiedendo, in subordine, di dichiarare la cessazione della materia del contendere per l'intervenuto condono.La commissione tributaria provinciale accolse il ricorso e la commissione tributaria regionale ha confermato la sentenza di primo grado, sia pure con diversa motivazione, fondata sulla mancanza di sottoscrizione della cartella, affermando inoltre l'inesistenza della notifica della sentenza a Uniriscossioni s.p.a. nonché l'obbligo dell'amministrazione di provvedere al rimborso d'ufficio di quanto versato senza titolo per il condono, al quale la società non poteva aderire.Ricorre l'Agenzia delle entrate per ottenere la cassazione della sentenza, affidando il ricorso ad otto motivi.La contribuente resiste con controricorso, mentre s.p.a. Uniriscossioni non spiega difese.1. Col primo e col secondo motivo di ricorso, da esaminare congiuntamente, perché logicamente avvinti, l'Agenzia delle entrate lamenta, in entrambi i casi ex articolo 360, 1° comma, numero 3, c.p.c, la violazione, rispettivamente dell'articolo 17 e degli articoli 16 e 17 del decreto legislativo numero 546 del 1992, sostenendo (primo motivo) che la notifica dell'atto d'appello presso la sede di Uniriscossioni s.p.a. anziché nel domicilio eletto è valida e non inesistente come ritenuto dalla sentenza impugnata e, in subordine, che (secondo motivo) una tale notificazione è da ritenere affetta non da inesistenza, sibbene da nullità, sanabile mediante rinnovazione della notificazione, che il giudice tributario doveva disporre.1.1. - Entrambi i motivi sono inammissibili per carenza d'interesse.I motivi, che propongono la medesima questione sotto due diverse angolazioni, si riferiscono, difatti, alla notifica dell'appello eseguita nei confronti di un terzo, s.p.a. Uniriscossioni, e della conseguente statuizione emessa nei confronti di tale terzo, alla quale la ricorrente è estranea.Va osservato sul punto che, in caso d'impugnazione della cartella di pagamento da parte del contribuente, rispetto all'Agenzia delle entrate (in generale, rispetto all'ente impositore), titolare del credito oggetto di contestazione nel giudizio, il concessionario è mero destinatario del pagamento, o più precisamente, mutuando lo schema civilistico dell'articolo 1188 del codice civile, soggetto incaricato dal creditore ed autorizzato a ricevere il pagamento (in termini, fra molte, Cass. 15 aprile 2011, n. 8613). Tanto più in un'ipotesi, come quella in esame, in cui si lamenta l'intempestività della notifica della cartella; e ciò in quanto, secondo l'orientamento della Corte, «in materia di impugnazione della cartella esattoriale, la tardività della notificazione della cartella non costituisce vizio proprio di questa, tale da legittimare in via esclusiva il concessionario a contraddire nel relativo giudìzio; la legittimazione passiva spetta pertanto all'ente titolare del credito tributario e non già al concessionario, sul quale, se è fatto destinatario dell 'impugnazione, incombe l'onere di chiamare in giudizio l'ente predetto, se non vuole rispondere all'esito della lite, non essendo il giudice tenuto a disporre d'ufficio l'integrazione del contraddittorio, in quanto non è configuratile nella specie un litisconsorzio necessario» (Cass. 30 ottobre 2007, n. 22939).1.2.- A tanto va aggiunto, con specifico riguardo al primo motivo, proposto in via principale, che la stessa prospettazione di validità della notificazione proposta dall'Agenzia delle entrate non potrebbe che condurre alla conferma della statuizione di definitività della sentenza di primo grado nei confronti di Uniriscossione s.p.a., la quale, in tesi, nonostante la ritualità della notifica, non ha comunque proposto impugnazione alcuna.2.- Col terzo motivo di ricorso, proposto ex articolo 360, 1° comma, numero 4, c.p.c, l'Agenzia delle entrate si duole della violazione e falsa applicazione dell'articolo 112 c.p.c, in quanto la Commissione tributaria regionale ha dichiarato la nullità della cartella di pagamento per mancanza di sottoscrizione, in base ad un elemento, cioè, estraneo al novero delle doglianze proposte dalla società contribuente.2.1.- È infondata sul punto l'eccezione di giudicato proposta dalla società, secondo la quale la sentenza impugnata avrebbe richiamato per relationem la motivazione della sentenza di primo grado, che non è stata oggetto d'impugnazione. La lettura della sentenza impugnata evidenzia difatti che l'intera motivazione è calibrata, quanto alla cartella, sulla mancanza di sottoscrizione, di guisa che il riferimento alla diversa motivazione è funzionale giustappunto a giustificare diversamente il medesimo dispositivo della sentenza di primo grado che in questo senso è richiamata.2.2.- Ciò posto, il motivo è fondato.E' pacifico tra le parti e la stessa società lo ammette, che la questione della mancanza di sottoscrizione della cartella non sia stata sollevata col ricorso introduttivo.2.3. Va per conseguenza applicato il consolidato orientamento della Corte, in base al quale nel processo tributario, caratterizzato dall'introduzione della domanda nella forma della impugnazione dell'atto tributario per vizi formali o sostanziali, l'indagine sul rapporto sostanziale non può che essere limitata ai motivi di contestazione dei presupposti di fatto e di diritto della pretesa dell'amministrazione, che il contribuente deve specificamente dedurre nel ricorso introduttivo di primo grado, con la conseguenza che, ove il contribuente deduca specifici vizi di invalidità dell'atto impugnato, il giudice deve attenersi all'esame di essi e non può, ex officio, annullare il provvedimento impositivo per vizi diversi da quelli dedotti, anche se risultanti dagli stessi elementi acquisiti al giudizio, in quanto tali ulteriori profili di illegittimità debbono ritenersi estranei al thema controversum, come definito dalle scelte del ricorrente (vedi, fra molte, Cass. 22 settembre 2011, n. 19337).3.- L'accoglimento di questo motivo comporta l'assorbimento degli altri, che lo postulano e determina la cassazione della sentenza impugnata, con rinvio ad altra sezione della Commissione tributaria regionale del Piemonte, che deliberà i motivi di appello ritualmente introdotti.Per questi motivi La Corte-dichiara inammissibili il primo ed il secondo motivo di ricorso;-accoglie il terzo motivo di ricorso, assorbiti gli altri;-cassa la sentenza impugnata;-rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della Commissione tributaria regionale del Piemonte.Così deciso in Roma, il 7 maggio 2013.
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Processo tributario e dichiarazioni di terzi
La Sezione Tributaria della Cassazione con la sentenza n.7707 del 27 marzo 2013 torna sul tema del valore delle dichiarazioni di terzi nel processo tributario, confermando i principi già espressi in passato. Resta confermato pertanto che nel processo tributario: 1) è ammissibile la produzione in giudizio, sia da parte del contribuente che da parte dell’Amministrazione finanziaria, di dichiarazioni rese da terzi in sede extraprocessuale; 2) esse hanno il valore di elementi indiziari; 3) come tali non possono essere poste da sole a fondamento della decisione, ma solo unitamente ad altri elementi di prova.
Di seguito il testo: L'Agenzia delle Entrate propone ricorso per la cassazione della sentenza della CTR del Lazio n. 106/12/08, depositata il 28.10.2008, che, in riforma della decisione della CTP di Roma, aveva accolto il ricorso di …..... avverso l'avviso d'accertamento con il quale era stato elevato il suo reddito per l'anno 1999, in forza d'investimenti patrimoniali dallo stesso effettuati nel periodo d'imposta.
Il contribuente resiste con controricorso, illustrato con memoria.
Col primo motivo, la ricorrente deduce violazione dell'art. 7 del d.lgs. n. 546 del 1992 (divieto di prova testimoniale), per avere la CTR fondato la decisione esclusivamente sulle dichiarazioni scritte, prodotte in atti, del padre del contribuente, il quale asseriva di avere ottenuto un finanziamento bancario il cui importo aveva versato al figlio per permettergli di effettuare l'investimento, con onere per questi di successiva restituzione.
Col secondo motivo, l'Agenzia deduce insufficiente motivazione su un fatto decisivo della controversia in quanto la CTR da una parte, afferma che il presupposto impositivo era costituito dalla presunzione di possesso di reddito per gli anni successivi all'investimento, così fraintendendo l'assunto dell'Ufficio, e dall'altra, ritiene sufficiente prova, a favore del contribuente, la certificazione bancaria della concessione della apertura di credito a favore del padre di costui, "ritenendo implicitamente che tale prova non potesse essere fornita dalle dichiarazioni rese alla Commissione dal padre del contribuente". Entrambi i motivi sono infondati. Secondo la giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 11785 del 2010; n. 4269 del 2002) "nel processo tributario, fermo restando il divieto di ammissione della prova testimoniale posto dall'art. 7 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, il potere di introdurre dichiarazioni rese da terzi in sede extraprocessuale -con il valore probatorio "proprio degli elementi indiziari, i quali, mentre possono concorrere a formare il convincimento del giudice, non sono idonei a costituire, da soli, il fondamento della decisione" (cfr. Corte costituzionale, sent. n. 18 del 2000)- va riconosciuto non solo all'Amministrazione finanziaria, ma anche al contribuente -con il medesimo valore probatorio-, dandosi così concreta attuazione ai principi del giusto processo come riformulati nel nuovo testo dell'art. 1ll Cost., per garantire il principio della parità delle armi processuali nonché l'effettività del diritto di difesa". Nella specie, la CTR non ha fondato la decisione unicamente sulle dichiarazioni del padre del contribuente, valutabili, appunto, come elemento indiziario a favore di costui, ma le ha ritenute integrate dalla prova documentale, secondo cui l'apertura di credito al padre era stata effettivamente concessa poco tempo prima dell'investimento immobiliare che, attribuito a mezzi propri del figlio, aveva dato causa all'accertamento.
Conseguentemente non è fondato il primo mezzo, in quanto la CTR ha ritenuto la fondatezza del ricorso in forza di due diversi elementi probatori tra loro congruenti (e non soltanto di uno solo di essi) ed anche il secondo per lo stesso motivo, risultando la decisione correttamente motivata sul piano giuridico e logico, dovendosi escludere rilievo obiter dictum sul presupposto dell'accertamento, essendo ben specificato in sentenza che il reddito accertato e l'investimento erano relativi all'anno 1999.
Il ricorso va, in conclusione, rigettato e la ricorrente va condannata a pagare al contribuente le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano in € 4.700,00, di cui € 200,00 per spese, oltre accessori di legge.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in € 4.700,00, oltre accessori di legge.
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References: sentenza 
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 articolo 360
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 Cass. 
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