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Timestamp: 2020-07-04 23:44:16+00:00

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Studio Legale Locatelli - Newsletter - 04.2020
Limiti alla contestazione della consulenza tecnica d’ufficio in comparsa conclusionale
Cassazione civile, sezione II, ordinanza n. 1990 del 29 gennaio 2020
Con l’ordinanza in esame la Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione ha rimesso gli atti di causa al Primo Presidente, affinché valuti l'opportunità di assegnare la trattazione e la decisione del caso alle Sezioni Unite, sollevando la necessità di una risoluzione della questione relativa alla possibilità o meno di riconoscere alle parti la facoltà di contestare la consulenza tecnica d’ufficio per la prima volta nella comparsa conclusionale ex art. 190 c.p.c.
L’opportunità di una pronuncia delle Sezioni Unite discende dal fatto che la questione posta non ha ancora trovato una soluzione univoca dalla giurisprudenza.
L’ordinanza, infatti, richiama sia l’orientamento dominante secondo il quale le osservazioni critiche alla consulenza tecnica d’ufficio non possono essere formulate in comparsa conclusionale – e pertanto se ivi contenute non possono essere esaminate dal giudice – perché in tal modo essere rimarrebbero sottratte al contraddittorio e al dibattito processuale (in tal senso Cass. 4448/2014, Cass. 7335/2013, Cass. 20636/2013, Cass. 410/2012, Cass. 19128/2006, Cass. 9517/2002, Cass. 1199/2002. Cass. 16611/2013), sia la differente posizione assunta sul punto da altra giurisprudenza che ha sostenuto che con la comparsa conclusionale la parte può svolgere nuove ragioni di dissenso e contestazione, avverso le valutazioni e conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, trattandosi di nuovi argomenti su fatti già acquisiti alla causa, che non ampliano l’ambito oggettivo della controversia (così Cass. 2809/2000, negli stessi termini v. in precedenza Cass. 1666/1977 e successivamente Cass. 14457 /2006).
La Corte dà altresì atto della decisione già in precedenza resa dalle Sezioni Unite nel 2013, secondo le quali le contestazioni che riguardano il contenuto della consulenza costituiscono mere argomentazioni difensive che la parte può per la prima volta inserire nella comparsa conclusionale, alla quale controparte può opporsi nella memoria di replica senza che vi sia alcuna violazione del principio del contraddittorio (Cass., sez. un., 13902/2013 richiamata poi dalla sentenza della terza sezione n. 20829/2018 e da Cass. 14446/2017, Cass. 13869/2019 e Cass. 2516/2019 nonché dalla sentenza n. 15418/2016).
Tuttavia, la Corte da una parte evidenzia come tale orientamento confligga con il nuovo modello di espletamento del mezzo istruttorio, disciplinato dagli articoli 191 e 195 c.p.c., finalizzato alla formazione progressiva della consulenza tecnica entro termini prestabiliti e con la collaborazione di giudice, esperto, parti e loro consulenti, e dall’altra solleva la problematica dell’ammissibilità di una disciplina differenziata, in relazione alla proponibilità delle contestazioni relative al merito rispetto a quelle relative ai vizi procedimentali, soprattutto in considerazione del fatto che il confine tra le due non è sempre così netto.
Responsabilità medica: la prova del danno da infezione nosocomiale
Tribunale di Belluno, sentenza n. 82 del 3 marzo 2020
Il Giudice bellunese, nella sentenza in esame, ha affrontato la questione del risarcimento del danno da infezione nosocomiale rigettando la domanda attorea in virtù del mancato raggiungimento da parte attrice della prova del fatto che in conseguenza di un intervento fosse stata contratta un’infezione.
Nonostante la consulenza tecnica d’ufficio esperita nel corso del giudizio avesse riconosciuto la sussistenza di responsabilità in capo ai sanitari del nosocomio con riguardo all’insorgenza dell’infezione, sul presupposto dell’accertato nesso temporale dell’insorgenza dell’infezione con l’intervento e individuando quale possibile causa della contaminazione del sito chirurgico l’utilizzo in fase pre-operatoria della tricotomia, il Giudice, richiamando le considerazioni della dottrina scientifica riportate sempre dal c.t.u. sulla non necessarietà della tricotomia al fine di limitare i processi infettivi, ha ritenuto di discostarsi dall’esito della consulenza tecnica e ritenere insufficiente, ai fini del riconoscimento di un risarcimento, la prova che l’infezione non fosse presente in capo alla paziente prima dell’accesso in ospedale e la coincidenza temporale tra l’insorgenza dell’infezione e l’intervento.
Il Giudice ha, altresì, valorizzato la produzione in giudizio da parte della convenuta struttura sanitaria dei protocolli di prevenzione del rischio infettivo evidenziando come in merito alla loro adeguatezza ed al loro rispetto non fossero state sollevate dall’attrice specifiche censure.
Il Tribunale di Belluno alla luce di tali rilievi non ha, dunque, ritenuto integrata la prova che la condotta dei sanitari fosse stata, secondo il criterio del più probabile che non, causa del danno ed ha conseguentemente rigettato la domanda attorea.
Risarcibilità delle spese mediche nel caso di cure ricevute presso strutture private
Tribunale di Roma, sezione II civile, sentenza n. 6079 del 14 aprile 2020
Il Tribunale di Roma si è pronunciato sulla questione della risarcibilità delle spese mediche nell’ipotesi in cui il danneggiato, esercitando il diritto di scelta del luogo di cura, si sia rivolto ad una struttura privata i cui servizi siano erogati a fronte del versamento di un corrispettivo, ovvero, in altri termini, a fronte del pagamento integrale del costo del servizio.
Il giudice ha stabilito che la vittima di un sinistro stradale che necessita di cure e terapie riabilitative – al fine di conseguire il risarcimento delle spese sostenute – è tenuta a riceverle presso una struttura pubblica, in forma gratuita o con pagamento del ticket sanitario, a meno che non dimostri l’inidoneità della struttura pubblica ad assicurare le stesse cure in modo altrettanto tempestivo ed efficace come quelle garantite in una clinica privata a pagamento.
Il Tribunale, quindi, in ossequio al principio relativo all’aggravamento del danno ad opera del danneggiato di cui all’articolo 1227 c.c., ha statuito che, in assenza di prova sulla infungibilità delle cure private, le spese mediche non possono essere oggetto di risarcimento.
La fragilità psichica del danneggiato non giustifica la diminuzione del quantum debeatur
Tribunale di Cuneo, sentenza n. 998 del 5 dicembre 2019
Nella pronuncia in commento il Tribunale di Cuneo si è pronunciato sull’eventuale rilevanza che può assumere la vulnerabilità nella personalità, quale fattore di personalità preesistente del danneggiato, ai fini della quantificazione del risarcimento del danno alla salute psichica.
Il Tribunale ha evidenziato che in tema di responsabilità civile laddove il danneggiato, prima dell’evento, versi in un pregresso stato di vulnerabilità (o di mera predisposizione) ma l’evidenza probatoria del processo, sotto il profilo eziologico, non consente di dimostrare con certezza che, a prescindere dal comportamento imputabile al danneggiante, detto stato si sarebbe comunque evoluto, anche in assenza dell’evento di danno, in senso patologico e invalidante, il giudice in sede di quantificazione del danno non deve procedere ad alcuna diminuzione del quantum debeatur, posto che, diversamente, darebbe applicazione all’intollerabile principio secondo cui persone che, per loro disgrazia, siano più vulnerabili di altre, dovrebbero irragionevolmente appagarsi di una tutela risarcitoria minore rispetto agli altri consociati affetti da cosiddetta normalità.
Pertanto, per evitare di incorrere in trattamenti discriminatori basati su valutazioni non univoche relative a condizioni personali sostanzialmente impalpabili, come i tratti della personalità, con l’effetto ingiusto di tutelare maggiormente il più forte, è necessario dimostrare che vi era una patologia preesistente, che ha svolto una funziona concausale nello sviluppo degli ulteriori e successivi aspetti patologici, altrimenti dovrà ritenersi che gli aspetti di vulnerabilità relativi alla persona del danneggiato, di per sé, non possano essere presi in considerazione quali coefficienti di taratura al ribasso.
Riparto dell’onere probatorio in relazione agli eventi compresi o esclusi dalla polizza
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 7749 dell’8 aprile 2020
Nella pronuncia in commento la Corte di Cassazione pronunciandosi in materia di riparto dell’onere probatorio in materia di garanzia assicurativa, ha statuito che nel giudizio promosso dall’assicurato nei confronti dell’assicuratore ed avente ad oggetto il pagamento dell’indennizzo assicurativo è onere dell’attore provare che il rischio avveratosi rientra nei rischi inclusi e, cioè, nella categoria generale dei rischi oggetto di copertura assicurativa. Allo stesso modo qualora il contratto contenga clausole di delimitazione del rischio indennizzabile (soggettive, oggettive, causali, spaziali, temporali) spetta all’assicuratore dimostrare il fatto impeditivo della pretesa attorea e, cioè, la sussistenza dei presupposti fattuali per l’applicazione di dette clausole.
Il responsabile è litisconsorte necessario nella procedura di risarcimento diretto promossa dal danneggiato
Cassazione civile, sezione III, sentenza n. 7755 dell’8 aprile 2020
Nella pronuncia in commento, la Corte ha dichiarato la nullità della sentenza impugnata per mancata integrazione del contraddittorio, essendosi celebrato l’intero giudizio in assenza del proprietario del veicolo danneggiante.
È pacifico infatti che in tema di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore, nella procedura di risarcimento diretto di cui all’articolo 149 del d.lgs. n. 209 del 2005, promossa dal danneggiato nei confronti del proprio assicuratore, sussiste litisconsorzio necessario rispetto al danneggiante responsabile con la conseguenza pertanto che ove il proprietario del veicolo assicurato non sia stato citato in giudizio, il contraddittorio deve essere integrato ex articolo 102 c.p.c. e la relativa omissione, rilevabile anche d’ufficio in ogni stato e grado del processo comporta l’annullamento della sentenza.
Risarcibilità di molteplici voci di danno purché allegate e provate
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 7964 del 20 aprile 2020
Ribadito l’ormai granitico principio secondo cui il danno biologico, il danno morale e il danno esistenziale rappresentano le componenti dell’unico genus di danno non patrimoniale e dall’unitarietà della categoria discende l’ulteriore corollario dell’onnicomprensività del giudizio di liquidazione, la Corte, nell’ordinanza in oggetto, ha chiarito che possono essere risarcite plurime voci di danno non patrimoniale purché allegate e provate nella loro specificità e purché si pervenga ad una ragionevole mediazione tra l’esigenza di non moltiplicare in via automatica le voci risarcitorie in presenza di lesioni all’integrità psico-fisica della persona con tratti unitari suscettibili di essere globalmente considerati e quella di valutare l’incidenza dell’atto lesivo su aspetti particolari che attengono alla personalità del danneggiato.
Ciò che conta, ad avviso della Corte, è che ogni sub-specie (o tipo) di danno alla persona non può sfuggire al principio di allegazione e di prova che regola il processo civile.
La scienza privata del giudice non basta per il suo convincimento
Cassazione penale, sezione III, sentenza n. 12026 del 14 aprile 2020
Nella sentenza in commento la Suprema Corte si è pronunciata in merito ai limiti entro i quali il Giudice debba formare il proprio libero convincimento in seguito all’espletamento di una consulenza tecnica d’ufficio.
Nel procedimento in oggetto il Giudice, in relazione ai possibili effetti cagionati sulla persona dall’assunzione di uno specifico farmaco, aveva inammissibilmente reperito di propria iniziativa gli elementi di giudizio e li aveva valutati - pur trattandosi di elementi esulanti sia dalla scienza giuridica sia dall’immediato apprezzamento di un fatto naturale - sulla base di suoi personali criteri di giudizio, fondando il proprio convincimento sulla propria scienza privata.
La Corte ha pertanto chiarito che qualora siano state richieste ed eseguite le operazioni peritali, è dovere del giudice disporre un nuova perizia, nel caso in cui sia necessario svolgere una indagine che presupponga particolari cognizioni scientifiche, ove egli non condivida, intendendo discostarsene, le conclusioni cui sia pervenuto il precedente perito poiché non è data possibilità al giudice di disattendere i risultati di una perizia sulla sola base della propria scienza personale, derivante da incerti e generici elementi non specialistici, essendo, invece, tenuto a risolvere i dubbi e i punti critici mediante l’esame dell’ausiliario o la nomina di altro perito.
La Corte ha altresì ribadito la costante affermazione della giurisprudenza, secondo la quale sebbene, in virtù del principio del libero convincimento, attingibile da qualsiasi atto legittimamente acquisito al processo, il giudice del merito può trarre argomenti di convinzione dalla relazione del consulente tecnico di parte, così come può non condividerne le conclusioni, privilegiando quelle rassegnate dal perito d'ufficio, tuttavia, ove intenda privilegiare le seconde rispetto alla prime (ed il principio deve valere a fortiori ove esista solo una consulenza di parte che non venga recepita dall'organo giudicante) egli deve, in tal caso, provvedere alla esposizione sintetica delle ragioni che lo hanno indotto a non ritenere valido il parere del tecnico di parte (Corte di cassazione, Sezione III penale, 26 marzo 2018, n. 13997; idem Sezione V penale, 25 febbraio 2015, n. 8527).
La sussistenza di una posizione di garanzia non richiede necessariamente un’investitura formale
Cassazione penale, sezione IV, sentenza n. 10175 del 4 marzo 2020
La pronuncia in commento affronta il tema della responsabilità medica in relazione ad un’ipotesi di reato colposo omissivo improprio a carico di un sanitario non legato da rapporto di lavoro dipendente nei confronti della struttura sanitaria.
In relazione all’incarico assunto dal medico, ovvero quindi alla sussistenza di una posizione di garanzia in capo ad esso, la Corte afferma che l’assunzione della posizione di garante dipende dall’attività svolta e dai rapporti instaurati rispetto alla vittima, a nulla rilevando il tipo di rapporto contrattuale tra medico e struttura: pur in assenza di un’assegnazione formale, non può escludersi l’assunzione, da parte dell’imputata, di una posizione di garanzia di fatto, conformemente al principio secondo cui, in tema di reati omissivi colposi, la posizione di garanzia può essere generata non solo da un’investitura formale, ma anche dall’esercizio di fatto delle funzioni tipiche delle diverse figure di garante purché l’agente assuma la gestione dello specifico rischio mediante un comportamento concludente, consistente nella presa in carico del bene protetto.
La Corte, poi, si è soffermata sull’accertamento del nesso causale nei reati colposi omissivi impropri, ribadendo, da una parte, come il rapporto di causalità tra omissione ed evento non può ritenersi sussistente sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica, e chiarendo, dall’altra, come il meccanismo controfattuale, necessario per stabilire l’effettivo rilievo condizionante della condotta umana, deve fondarsi non solo su affidabili informazioni scientifiche ma anche sulle contingenze significative del caso concreto.
Giudice di Pace di Mirabella Eclano (AV), sentenza n. 201 del 15 aprile 2020
Nella pronuncia in commento, in tema di risarcimento diretto dei danni derivanti dalla circolazione stradale, è stata esclusa la risarcibilità delle spese sostenute dalla vittima per i compensi dell’assistenza legale diversa da quella medico-legale. Il Giudice di Pace ha, infatti, ribadito il principio per cui sarà sempre irrisarcibile la spesa per compensi all’avvocato quando la gestione del sinistro non presenta alcuna difficoltà, i danni da esso derivanti sono modesti e l’assicuratore ne ha prontamente offerto la dovuta assistenza al danneggiato, chiarendo come anche la questione delle spese legali debba essere correttamente posta in termini di causalità.
Cassazione civile sezione II ordinanza 1990 del 29 gennaio 2020.pdf
tribunale di Belluno n. 82-2020.pdf
Tribunale di Roma sentenza 6079 del 14 aprile 2020.PDF
Tribunale di Cuneo sentenza 998 del 5 dicembre 2019.pdf
Cassazione civile sezione III ordinanza 7749 dell'8 aprile 2020.pdf
Cassazione civile sezione III sentenza 7755 dell'8 aprile 2020.pdf
Cassazione civile sezione III ordinanza 7964 del 20 aprile 2020.pdf
Cassazione penale sezione III sentenza 12026 del 14 aprile 2020.pdf
Cassazione penale sezione IV sentenza 10175 del 4 marzo 2020.pdf
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References: art. 190
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 articolo 102
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