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Timestamp: 2019-12-08 14:00:15+00:00

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Ammesso l'esperimento in via surrogatoria dell'azione di riduzione nell'ipotesi di inerzia dei legittimari pretermessi - Obiettivo Magistrato - Corso Magistratura
Cass. Civile, Sez. II, 20 giugno 2019, n. 16623
La Corte distrettuale rigettava il gravame proposto avverso la sentenza del giudice di prime cure, che aveva dichiarato l’inammissibilità della domanda con la quale la banca creditrice, al fine di recuperare la somma di cui al decreto monitorio concesso e riconosciuta in ragione della formazione di un titolo esecutivo giudiziale, aveva instato affinchè venisse determinato, giusta l’art. 556 c.c., il valore dell’asse ereditario del de cuius.
Con uno dei motivi di ricorso, la banca creditrice censurava la dedotta pronuncia della Corte di merito per violazione e falsa applicazione degli artt. 557 e 2900 c.c. ex art. 360, comma 1, n. 3 c.c., nella parte in cui, sulla scorta del dato testuale dell’art. 557, comma 1 c.c., aveva escluso che l’azione di riduzione delle donazioni e delle disposizioni lesive della porzione di legittima, sebbene aventi ad oggetto diritti patrimoniali, potesse essere esercitata in via surrogatoria anche dai creditori personali dei legittimari pretermessi, pur in assenza di una loro rinuncia ai propri diritti sull’eredità.
La ricostruzione in chiave sistematica del combinato disposto degli artt. 457, 524, 557 e 2900 c.c. conduce il giudice di legittimità ad ammettere l’esercizio in via diretta dell’azione surrogatoria – prevista dall’art. 2900 c.c. – nella proposizione della domanda di riduzione di cui all’art. 557 c.c., quale diritto potestativo (c.d. diritto al diritto) azionato dai creditori dei legittimari totalmente pretermessi e che siano rimasti del tutto inerti, in guisa da recuperare la pars bonorum sufficiente a soddisfare le ragioni creditorie.
Detta domanda di riduzione realizzerà, mediante l’instaurazione di un litisconsorzio necessario tra i beneficiari delle disposizioni lesive e lo stesso debitore inerte, un’interferenza eccezionale, ma legittima, nella sfera giuridica del debitore, il quale acquisirà la qualità di erede soltanto all’esito del positivo esperimento dell’azione di riduzione, atteso il contenuto patrimoniale che distingue l’azione di riduzione dall’accettazione di eredità, quest’ultima assistita dal carattere strettamente personale.
1. Con il primo motivo la ricorrente ha denunciato – in virtù dell’art. 360,
comma 1, n. 3, c.p.c. – la violazione e falsa applicazione degli artt. 557 e 2900
c.c., prospettando l’erroneità in punto di diritto dell’impugnata sentenza, nella
parte in cui, con l’adottata motivazione, aveva ritenuto che l’azione di riduzione
non potesse ritenersi trasmissibile agli eredi e non fosse cedibile, escludendo,
quindi, che potesse essere esercitata in via surrogatoria anche dai creditori personali dei legittimari pretermessi (nel caso di specie Guarneri Alberto e
Guarneri Costanzo), pur non avendo gli stessi mai rinunciato ai loro diritti
sull’eredità.
2. La prima censura riguarda la vexata quaestio dell’ammissibilità o meno
dell’esercizio, in via surrogatoria, dell’azione di riduzione da parte dei creditori
dei legittimari totalmente pretermessi che – come verificatosi nel caso di
specie – siano rimasti completamente inerti (senza, cioè, manifestare alcuna
volontà in ordine alle disposizioni testamentarie lesive dei loro diritti).
Rileva il collegio che è necessario, per iniziare l’esame della delicata questione
involta dal motivo, partire dalla valorizzazione del dato testuale di cui all’art.
557, comma 1, c.c., il quale – nell’occuparsi dei “soggetti che possono chiedere
la riduzione” – stabilisce che la riduzione non può essere domandata che dai
legittimari e dai loro eredi o aventi causa.
E’, quindi, pacifico che l’azione di riduzione, in quanto azione avente natura
patrimoniale, è cedibile e trasmissibile agli eredi mentre è discusso quale sia
l’ambito dei soggetti legittimati che possono ricomprendersi nell’alveo degli
“aventi causa” e, in particolare, se a tale categoria appartengano anche i
creditori personali del legittimario pretermesso, alla cui questione –
specificamente rilevante ai fini della risoluzione del motivo in discorso – si
collega quella dell’esercitabilità, da parte degli stessi, dell’azione di riduzione in
via surrogatoria e a quali condizioni essa possa ritenersi giuridicamente
Appare evidente che la risoluzione di tale questione implica – sul piano
generale – la necessità di ricercare un bilanciamento tra due contrapposte
situazioni, ovvero:
– da un lato, quella della libertà di esercizio di diritti di natura personale quale
è propriamente quello del delato di accettare o meno l’eredità congiuntamente
a quella dell’autonomia negoziale del testatore;
– dall’altro lato, l’esigenza di preservare la garanzia patrimoniale dei creditori
(e, quindi, il diritto al conseguimento dell’effettivo soddisfacimento delle loro
legittime ragioni creditorie) dei legittimari pretermessi, pur non potendo questi
ultimi considerarsi propriamente chiamati all’eredità ai sensi dell’art. 457,
commi 1 e 2, c.c. (per se, tuttavia, la legge non preclude agli stessi di
rinunciare all’azione di riduzione e, quindi, in caso di suo vittorioso
esperimento, di acquisire i diritti conseguenti all’accertamento dalla lesione
della quota di legittima).
Deve, innanzitutto, darsi conto che la prevalente (e condivisibile) dottrina ha
rilevato che l’azione di riduzione possa essere esercitata in via surrogatoria dai
creditori del legittimario, potendo essi ricomprendersi nella categoria degli
aventi causa previsti nel 1° comma del citato art. 557 c.c. (in correlazione con
l’ultima parte dello stesso articolo).
Osserva, tuttavia, il collegio che, fini dei riconoscimento di tale legittimazione,
occorre valutare, in una interpretazione sistematica, le previsioni normative di
cui agli artt. 557, 2900 e 524 c.c. .
Invero, al di là dell’elemento letterale ricavabile dal citato art. 557 c.c., bisogna
considerare che l’art. 2900 c.c. riconosce al creditore (per assicurare che siano
soddisfatte o conservate le sue ragioni) la legittimazione ad esercitare i diritti e
le azioni che spettano verso i terzi al proprio debitore (per le quali egli rimane
inerte), a condizione che i diritti e le azioni abbiano contenuto patrimoniale – e
l’azione di riduzione ce l’ha pacificamente – e non si verta in materia di diritti o
di azioni indisponibili ovvero disponibili solo dal suo titolare: la circostanza,
dunque, che la legittimazione ex art. 557 c.c. è riconosciuta anche agli aventi
causa lascia intendere che non si verte in tema di azione indisponibile ovvero
Ma, a ben riflettere, la legittimazione all’azione di riduzione può ritenersi più
estesa di quanto previsto dal comma 1 dell’art. 557 c.c., desumendosi ciò, a
contrario, dal comma 3 della stessa norma, in virtù del quale i creditori
ereditari non possono chiedere la riduzione delle disposizioni lesive, né trarne
vantaggio, se il legittimario ha accettato con beneficio di inventario.
Pertanto, se tale legittimazione viene espressamente riconosciuta per l’ipotesi
in cui l’accettazione è pura e semplice (grazie alla quale i creditori del defunto
divengono creditori personali del legittimario a seguito della confusione
patrimoniale che viene a determinarsi), non si rinviene la ragione
dell’esclusione della tutela patrimoniale degli originari creditori personali,
trovandosi questi ultimi nella medesima condizione giuridica di quelli e, perciò,
destinatari dello stesso grado di tutela.
In altri termini, non può escludersi che una conferma della possibilità, per i
creditori, di agire in surrogatoria sia rinvenibile nel citato comma 3 dell’art.
557: esso – come evidenziato – vieta ai creditori del defunto l’esercizio
dell’azione di riduzione in via surrogatoria nel solo caso in cui l’erede abbia
accettato con beneficio d’inventario; nell’ipotesi in cui, invece, si realizzi la
confusione dei patrimoni perché il legittimario abbia accettato puramente e
semplicemente, il fatto che i creditori del defunto possano agire in riduzione
implica che essi diventino creditori personali del legittimario e, quindi, come
tali legittimati all’azione surrogatoria.
Rimane, tuttavia, il problema di fondo di chiarire a quale titolo si può
riconoscere la legittimazione attiva ai creditori personali dei legittimari
totalmente pretermessi di agire in surrogatoria, raccoglimento della cui
domanda – nella sussistenza di tutte le condizioni previste dall’art. 2900 c.c. –
comporterebbe il riconoscimento del diritto dei creditori stessi ad ottenere la
reintegra, in via surrogatoria, del patrimonio dei detti legittimari, proprio per
effetto della dichiarazione giudiziale, a tutela del loro credito, delle disposizioni
testamentarie e donative lesive dei diritti di legittima.
Per pervenire ad una compiuta soluzione della prospettata questione si profila
opportuno valorizzare e comprendere (anche) l’effettivo contenuto dell’art. 524
c.c., il quale è indicativo di un’attenzione che l’ordinamento rivolge ai creditori
del chiamato, consentendo agli stessi di “farsi autorizzare ad accettare l’eredità
in nome e luogo del rinunziante, al solo scopo di soddisfarsi sui beni ereditari
fino a concorrenza dei loro crediti”: la dottrina specialistica osserva come, in
effetti, questa norma preveda “nulla di più, nulla di meno di quel che
effettivamente serve”.
La stessa dottrina ha, infatti, opportunamente chiarito in proposito come,
nonostante la sfortunata (e, quindi, impropria) locuzione “accettare in nome e
in luogo del rinunciante”, deve ritenersi incontestabile che al vittorioso
esperimento dell’azione ex art. 524 c.c. non consegue alcuna accettazione
dell’eredità, né viene revocata la rinuncia da parte del debitore: si tratta,
invero, di un espediente giuridico che persegue una finalità propriamente
economica volto, cioè, a consentire in via esclusiva la soddisfazione delle
ragioni dei creditori sul compendio ereditario oggetto di rinuncia.
Il limite, quindi, entro cui la volontà del chiamato, che si è comunque espresso
in negativo rinunciando all’eredità, può essere resa inefficace è costituito solo
dall’interesse dei suoi creditori.
L’art. 524 c.c. non prende, perciò, in considerazione la qualità ereditaria, né da
essa potrebbe desumersi che la si voglia attribuire a chi vi ha già rinunziato e,’
a maggior ragione, a colui che si sostituisce in un atto: il nomen iuris utilizzato
(«accettazione») eccede («al solo scopo di»), in effetti, la più circoscritta
finalità di ricondurre al patrimonio del debitore la sola quantità di beni
occorrente all’adempimento.
Detta norma – anche quando la rinuncia all’eredità abbia costituito effetto
dell’actio interrogatoria contemplata dall’art. 481 c.c. (esperibile da “chiunque
vi ha interesse”) – non implica l’acquisizione, in capo al creditore che l’ha
esercitata e, poi, ha impugnato l’intervenuta rinuncia ai sensi del citato art.
524 c.c., della qualità di erede ma comporta solo l’attribuzione di una speciale
legittimazione allo stesso creditore del rinunciante (ancorché lo abbia fatto
senza frode) per l’ottenimento del soddisfacimento della sua pretesa creditoria.
La ratio dell’art. 524 c.c. di assicurare un’«efficace tutela dei creditori anteriori
alla rinunzia» (volontaria o provocata), l’omogeneità degli interessi in gioco
nell’unitario contesto successorio, le divergenze innegabili rispetto ai mezzi di
conservazione della garanzia patrimoniale del libro sesto del codice ciivle,
rappresentano elementi che inducono a ripensare il significato della condotta
consistente nell’«accettare l’eredità in nome e luogo del rinunziante» di cui
all’art. 524 c. c., il quale individua, in sostanza, un rimedio ibrido e del tutto
Alcuni orientamenti lo riconducono ad una «peculiare figura di surrogatoria»,
da cui peraltro differisce poiché non vi è inerzia da parte del debitore, che ha
anzi rinunziato, né coincidono gli effetti, ma, tuttavia, una sostituzione nei
termini sopra ricordati (derivante dal voler «accettare in nome e luogo del
rinunziante») comunque è prevista: però essa si risolve – a ben vedere – in
un’ingerenza non nell’interesse del chiamato leso o del legittimario
preternnesso (poiché erede rimane chi ha accettato o è stato beneficiato con
disposizioni sia pure lesive della legittima) — bensí solo dei creditori.
Vanificata, quindi, la rinunzia nei limiti dello stretto necessario a reintegrare le
ragioni creditorie, al creditore del legittimario deve riconoscersi la titolarità
all’esercizio in via surrogatoria dell’azione di riduzione, che è l’unico modo per
rendere inefficaci le disposizioni lesive e, dunque, per «accettare in nome e in
luogo del rinunciante», in senso figurato, la legittima.
Ai creditori del legittimario, quindi, l’azione non è direttamente attribuita,
agendo soltanto utendo iuribus, cioè facendo valere il diritto e l’azione che
sarebbero spettati al legittimario quale titolare. Di conseguenza, risulta
rispettato il principio per il quale al creditore è consentito di sostituirsi
nell’azione della scelta, da parte del titolare (del relativo diritto patrimoniale e
non personalissimo), di esercitare il diritto (di natura potestativa) o meno, e
non anche in ordine a quella di acquistare il diritto medesimo.
Da questa ricostruzione sistematica derivante dall’esame combinato degli artt.
457, 524 (anche in correlazione all’art. 481), 557 e 2900 c.c., scaturisce che
l’azione di riduzione è direttamente esperibile in via surrogatoria da parte del
creditore del legittimario pretermesso nella specifica ipotesi di inerzia colpevole
di questi (non essendo, perciò, necessario in tal caso il preliminare
esperimento dell’actio interrogatoria e della conseguente domanda di
autorizzazione, in caso di rinunzia, ai sensi dell’art. 524 c.c.), realizzandosi
un’interferenza di natura eccezionale – ma legittima – nella sfera giuridica del
debitore; infatti, l’azione surrogatoria non è altro che lo strumento che la legge
appresta al creditore per evitare gli effetti che possano derivare alle sue ragioni
dall’inerzia del debitore che ometta di esercitare le opportune azioni dirette ad
alimentare il suo patrimonio, riducendo così la garanzia che esso rappresenta
in favore dei creditori.
Tale azione deve essere proposta contro i beneficiari delle disposizioni lesive
nonché contro lo stesso debitore inerte (ai sensi dell’art. 2900, comma 2, c.c.),
in qualità di litisconsorte necessario. A tal proposito è stato chiarito (cfr. Cass.
n. 4213/1974) che, in tema di azione surrogatoria, poiché il creditore deve, a
norma dell’art. 2900, comma 2, c.c., citare anche il debitore al quale intende
surrogarsi, tale espressa volontà di legge è sufficiente a determinare il
litisconsorzio necessario fra i tre soggetti e l’inscindibilità della causa a cui
devono partecipare, sicché risulta superflua ogni altra indagine sulla necessità
di tale partecipazione ai fini dell’integrità del contraddittorio e, quindi, della
validità del processo e della sentenza in esso pronunziata.
Il risultato di tale ricostruzione non contrasta con il principio, del tutto
consolidato, secondo cui il legittimario pretermesso acquista la qualità di erede
soltanto all’esito del positivo esperimento dell’azione di riduzione (Cass., 26
ottobre 2017, n. 25441; Cass., 3 luglio 2013, n. 16635; Cass., 13 gennaio
2010, n. 368; Cass., 20 novembre 2008, n. 27556; Cass., 28 ottobre 1974, n.
3220; Cass., 28 gennaio 1964, n. 204). In tale prospettiva è stato precisato
che, ove detta azione non comporti, in concreto, l’acquisizione di beni,
l’acquisto della qualità di erede non ha luogo. Ne deriva che la facoltà di
esercitare l’azione di riduzione, intesa quale diritto potestativo (c.d. “diritto al
diritto”), costituisce un prius rispetto all’accettazione e al conseguimento
dell’eredità, che possono anche – come sopra evidenziato – non verificarsi.
Non possono, peraltro, sottacersi le differenti nature dell’azione di riduzione e
dell’accettazione di eredità: la prima, come sopra evidenziato, di contenuto
patrimoniale; l’altra, strettamente personale, ed implicante profili di carattere
Deve, pertanto, ritenersi che non sia condivisibile la prospettazione, nell’ambito
della dottrina pur favorevole all’ammissibilità dell’azione di riduzione da parte
del creditore del legittimario pretermesso, della necessità di una previa
accettazione dell’eredità, nel caso eccezionalmente prevista prima dell’esercizio
dell’azione di cui all’art. 553 c.c. .
Ne consegue che l’esercizio dell’azione di riduzione da parte dei creditori del
legittimario pretermesso, anche in virtù dell’esigenza di contemperare la tutela
dei creditori del legittimario (soprattutto nelle ipotesi di “pretermissione
amica”) con il principio secondo cui nessuno può assumere la qualità di erede
contro la propria volontà, se da una parte consente a detti creditori il recupero
di quella pars bonorum sufficiente a soddisfare le proprie ragioni, dall’altro non
determina, in virtù del richiamato meccanismo previsto dall’art. 524 c.c. – della
cui applicabilità, per effetto della forte analogia fra le situazioni sottese ad
entrambe le fattispecie, si è già detto – l’acquisto della qualità di erede in capo
al legittimario pretermesso.
In virtù delle complessive argomentazioni svolte il primo motivo deve essere,
perciò, accolto, enunciandosi il seguente principio di diritto al quale il giudice di
rinvio dovrà uniformarsi: “è ammissibile l’esercizio in via diretta dell’azione
surrogatoria – prevista dall’art. 2900 c.c. – nella proposizione della domanda di
riduzione delle disposizioni testamentarie lesive della quota di legittima da
parte dei creditori dei legittimari totalmente pretermessi che siano rimasti del
tutto inerti”.

References: Cass. 
 sentenza 
 art. 360
 art. 557
 art. 557
 art. 557
 art. 524
 art.
524
 Cass.

 sentenza