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Timestamp: 2018-09-26 12:48:44+00:00

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05/03/2017 AUTORE: Barbara Randazzo * DIRITTO
Rivista N°: 1/2017
AUTORE: Barbara Randazzo *
DIRITTO AD AVERE UN GENITORE V. DIRITTO A DIVENIRE UN GENITORE ALLA
LUCE DELLA GIURISPRUDENZA DELLA CORTE EDU: LE TRASFORMAZIONI DEGLI
ISTITUTI DELL’ADOZIONE E DELLA FILIAZIONE “SORRETTE” DA UN’AMBIGUA
INVOCAZIONE DEL PREMINENTE INTERESSE DEL MINORE**
Sommario: 1. Premessa. - 2. La prospettiva della Convenzione europea dei diritti e del suo giudice. 3. Le doglianze dei minori e dei genitori o aspiranti tali tra rispetto della vita privata e rispetto della vita
familiare. - 4. La protezione della vita privata e familiare tra obbligazioni positive e obbligazioni
negative. - 5. Bilanciamento tra diritti in gioco e invocazione del preminente interesse del minore.
Qualche confusione di troppo? - 5.1 L’affermata prevalenza, nell’interesse preminente del minore, del
suo diritto all’identità biologica sul suo diritto all’identità sociale, a prescindere dalla considerazione
della volontà espressa in senso contrario dal minore (diciassettenne) ricorrente: il diritto alla identità
del minore come strumento di garanzia del diritto ad essere genitore (caso Mandet c. Francia). - 5.2
Talune non convincenti interpretazioni della giurisprudenza europea sulla maternità surrogata (e la
cattiva abitudine di fare riferimento a sentenze non definitive): «the baby is here. All the matter is what
is best for him now that he is here and not how he is arrived…». Ancora sui rischi di “sviamento”
dell’interesse del minore. - 5.3 La metamorfosi dell’istituto dell’adozione: da strumento per la
realizzazione del diritto del minore ad avere un genitore a strumento per la realizzazione del diritto ad
essere genitore (caso X e altri c. Austria). - 6. Conclusione.
La delicatezza e la complessità delle problematiche sollevate dalle metamorfosi contemporanee della filiazione e dell’adozione (e più in generale della famiglia) toccano al cuore
la tutela dei diritti fondamentali, mettendone in discussione la tenuta nelle varie concezioni
antropologiche ad essa sottese (l’individuo di Hobbes, la persona di Maritain, l’homme situé
Ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico nell’Università di Milano.
Testo rivisto e aggiornato della relazione tenuta nella giornata di studi su “Il minore e il diritto alla genitorialità”, svoltasi a Roma presso la Suprema Corte di Cassazione il 13 dicembre 2016.
La Rivista AIC è registrata presso il Tribunale di Roma col n. 339 del 5.8.2010 — Codice ISSN: 2039-8298 (on-line)
Rivista sottoposta a referaggio — Rivista inclusa nella classe A delle Riviste scientifiche dell’Area 12 - Scienze giuridiche
Direttore Responsabile: Prof. Massimo Luciani — Direttori: Prof. Ginevra Cerrina Feroni, Prof. Emanuele Rossi
di Burdeau)1 di fronte agli sviluppi straordinari della tecnica e della scienza, ai cambiamenti
dei costumi sociali, e all’insaziabile appetito del libero (e davvero neutro?) mercato.
La gravità delle questioni in campo disvela la profonda inadeguatezza del giurista e
degli strumenti a sua disposizione nel dispiegare, per rendere semplice (sin-plex, senza pieghe) una materia in realtà assai complessa, condizionata com’è da profondi convincimenti
etici, religiosi e culturali2.
La difficoltà di istruire le questioni sul tappeto, distendendo il tessuto dei ragionamenti
sul tema, emerge già dalle due diverse prospettive che si intravvedono confrontando il titolo
della relazione generale della giornata di studio (Il minore e il diritto alla genitorialità) col titolo
della relazione introduttiva (Diritto ad avere un genitore e/o ad essere un genitore): due distinti punti di vista tra loro non immediatamente e pienamente sovrapponibili. Mentre il primo
titolo pare sottolineare il legame e la relazione tra il minore e il genitore, il secondo sembra
sottolineare piuttosto la distinzione e l’autonomia delle due posizioni: quella del minore ad
avere un genitore (sotto certi aspetti si discute anche del diritto alla bigenitorialità) e quella
del non (ancora) genitore a divenire tale per via di filiazione naturale (non giuridica mediante
adozione).
Ora, se la protezione del minore privo di genitori appare di più lunga tradizione e trovava e trova nell’istituto dell’adozione lo strumento principe per la sua realizzazione, la pretesa del soggetto adulto di divenire genitore naturale può realizzarsi grazie allo sviluppo delle
diverse tecniche di fecondazione assistita che rendono possibile la generazione non solo alle
coppie eterosessuali sterili o infertili, ma anche alle coppie dello stesso sesso. In quest’ultimo
caso, secondo una recente sentenza della Corte di Cassazione, non sarebbe “opponibile un
principio di ordine pubblico, consistente nella pretesa esistenza di un vincolo o divieto costituzionale che precluderebbe” loro “di accogliere e generare figli, venendo in rilievo la fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi e di formare una famiglia, a condizioni non
discriminatorie rispetto a quelle consentite dalla legge alle coppie di persone di sesso diverso”3. A detta conclusione la Corte perviene dopo aver formulato il seguente principio di diritto: “il giudice italiano, chiamato a valutare la compatibilità con l’ordine pubblico dell’atto di
stato civile straniero (nella specie, dell’atto di nascita), i cui effetti si chiede di riconoscere in
Italia, …, deve verificare non già se l’atto straniero applichi una disciplina della materia conforme o difforme rispetto ad una o più norme interne (seppure imperative o inderogabili), ma
se esso contrasti con le esigenze di tutela dei diritti fondamentali dell’uomo, desumibili dalla
Carta costituzionale, dai Trattati fondativi e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, nonché dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.” Precisando ancora: “Si trat-
Sulle caratteristiche fondamentali dell’individuo alla base delle dichiarazioni universali dei diritti si v. A.
SUPIOT, Homo juridicus, Parigi 2005; trad. it. Homo juridicus. Saggio sulla funzione antropologica del diritto, Milano 2006, 225 ss.
Si leggano, al riguardo, le suggestive pagine di M. DELMAS-MARTY, Le relatif e l’universel, Parigi, 2004.
Cass. civ., sez. I, sentenza 19599/16 del 21 giugno 2016 dep. 30 settembre 2016, pronunciata in una
causa in cui le ricorrenti, due donne sposate e poi divorziate consensualmente in Spagna, entrambi madri (una
genetica e l’altra biologica) di un minore, chiedevano congiuntamente la trascrizione in Italia del suo atto di nascita.
ta, in particolare, della tutela dell’interesse superiore del minore, anche sotto il profilo della
sua identità personale e sociale, e in generale del diritto delle persone di autodeterminarsi e
di formare una famiglia, valori questi già presenti nella Carta costituzionale (artt. 2, 3, 31 e 32
Cost.) e la cui tutela è rafforzata dalle fonti sovranazionali che concorrono alla formazione
dei principi di ordine pubblico internazionale”4. Il ragionamento della Suprema Corte, già fatto
proprio dalla Corte d’appello di Milano in un caso di maternità surrogata5, non sembra invece
pienamente in linea con la decisione (da tempo attesa) della Grande Camera della Corte
EDU sul caso Paradiso e Campanelli (sentenza del 24 gennaio 2017), resa a seguito del rinvio ex art. 43 § 1 CEDU richiesto dal Governo italiano, sulla quale si tornerà anche, infra, nei
parr. 3 e 5.2. Per il momento ci si limita a ricordare la conclusione del ragionamento della
Corte (dispiegato specialmente nei §§ 200-215) che conduce alla dichiarazione di non violazione del diritto al rispetto della vita privata dei ricorrenti (aspiranti genitori), in un caso di maternità surrogata (in cui era stata successivamente accertata l’assenza di legami biologici dei
ricorrenti col minore) già oggetto di una sentenza della Camera dichiarativa di violazione del
diritto al rispetto della vita familiare. Il giudice europeo: “ne sous-estime pas l’impact que la
séparation immédiate et irréversible d’avec l’enfant doit avoir eu sur la vie privée des requérants. Si la Convention ne consacre aucun droit de devenir parent, la Cour ne saurait ignorer
la douleur morale ressentie par ceux dont le désir de parentalité n’a pas été ou ne peut être
satisfait. Toutefois, l’intérêt général en jeu pèse lourdement dans la balance, alors que, comparativement, il convient d’accorder une moindre importance à l’intérêt des requérants à assurer leur développement personnel par la poursuite de leurs relations avec l’enfant. Accepter de laisser l’enfant avec les requérants, peut-être dans l’optique que ceux-ci deviennent
ses parents adoptifs, serait revenu à légaliser la situation créée par eux en violation de
règles importantes du droit italien. La Cour admet donc que les jurisdictions italiennes, ayant
conclu que l’enfant ne subirait pas un préjudice grave ou irréparable en conséquence de la
séparation, ont ménagé un juste équilibre entre les différents intérêts en jeu en demeurant
dans les limites de l’ample marge d’appréciation dont elles disposaient en l’espèce.”(§ 215).
Secondo la Corte europea, dunque, non si dà sempre una prevalenza dei diritti individuali sull’interesse generale. Di più: essa ha riconosciuto che il legislatore italiano, con
l’interdizione dell’adozione fondata su un rapporto contrattuale di diritto privato e con la restrizione del diritto dei genitori adottivi di fare entrare in Italia minori stranieri nei soli casi in
cui le regole sull’adozione internazionale sono rispettate, si sforza di proteggere i minori contro pratiche illecite, talune delle quali qualificabili come tratta di esseri umani (§ 202). La Corte di Strasburgo riconosce altresì che il ricorso a pratiche di maternità surrogata solleva questioni etiche delicate e che non vi è consenso al riguardo a livello europeo; che lo Stato ita-
Cit. n. 7 del diritto, corsivi aggiunti.
Corte d’appello di Milano, sez. V, decreto del 28 ottobre 2016 dep. 4 gennaio 2017 il cui testo è pubblicato integralmente online sul sito www.articolo29.it. I reclamanti sono due cittadini italiani di sesso maschile che
chiedono la trascrizione in Italia degli atti di nascita - formati in California - di due minori, un maschio e una femmina, partoriti da una sola donna, con parto gemellare a seguito della fecondazione di due distinti ovuli, donati da
donna rimasta anonima, ciascuno col seme di uno dei due reclamanti, dopo la stipulazione tra ciascun reclamante con la gestante e partoriente di un “agreement for gestational carriers”.
liano, vietando dette pratiche, persegue l’interesse generale della protezione delle donne e
dei minori soprattutto allorchè in gioco vi siano contratti commerciali (§ 203).
Le pronunce poc’anzi richiamate, oltre a toccare aspetti delicatissimi della vita privata
e familiare, pongono problematiche di non poco conto sul piano della certezza del diritto (e
dei diritti) e dei rapporti tra i poteri e dello statuto costituzionale dell’ordine giudiziario (soggetto alla legge, secondo l’immutato testo dell’art. 101 della Costituzione).
Questioni altrettanto delicate solleva l’applicazione del principio di eguaglianza (e del
conseguente divieto di discriminazione) a situazioni diverse per natura e di fatto, almeno con
riferimento al profilo della capacità di una coppia di persone dello stesso sesso (senza intervento di un terzo in qualunque forma) di generare (non di accogliere) un figlio.
In virtù della esigenza di evitare discriminazioni irragionevoli, si finisce col realizzare
equiparazioni irragionevoli, forzando la portata di un principio che bene è rappresentato dalla
lapidaria espressione tedesca “Gleiches gleich, Ungleiches ungleich”.
L’esempio richiamato mostra emblematicamente come in questo nuovo contesto il diritto con le sue armi spuntate, con i suoi rudimentali strumenti, sia chiamato a farsi carico – e
come non potrebbe senza venire meno alla sua vocazione di scienza pratica? – della istruzione e soluzione di domande inedite sorte in virtù dei nuovi scenari aperti dalle straordinarie
(e per certi aspetti inquietanti) conquiste della scienza e della tecnica. Scenari che non si può
fingere di ignorare aprono prospettive devastanti per l’umanità, allorchè si acconsenta, anche
se per finalità di per sé meritevoli di soddisfazione, alla mercificazione dell’essere umano.
Inutile forse sottolineare che le soluzioni ai nuovi problemi vengono prospettate in
prima battuta e poi consolidate dalle giurisdizioni nazionali, specialmente dalla Corte di Cassazione e dalla Corte costituzionale, in esito ad un dialogo aperto in genere assai proficuo,
sia all’interno sia tra giurisdizioni nazionali e sovranazionali ed in particolare con la Corte europea dei diritti dell’uomo (il cui ruolo, lo si vedrà, è stato ed è decisivo in questa materia),
dialogo, quest’ultimo, non esente peraltro da fraintendimenti dovuti alla non sempre piena
consapevolezza della diversità dei linguaggi giuridici, dei contesti e delle tipologie di giudizio.
E i legislatori? Negli sporadici interventi degli ultimi quindici anni, la politica ha stentato a trovare soluzioni legislative innovative e soddisfacenti nella mediazione dei conflitti tra i
molteplici valori in gioco, risultando per lo più incapace, di fronte alle nuove sfide in campo, di
intravvedere strade originali per interpretare e salvaguardare insieme quel pluralismo etico,
religioso e culturale che dimostra il livello e la qualità della “laicità” di un ordinamento e della
sua democrazia, e al contempo la coerenza di questo con un nucleo di principi comuni, da
porre alla base di una concezione personalista e comunitaria che non si arrende al semplice
predominio della tecnica e delle dinamiche di mercato.
La vigenza di legislazioni datate insieme alle perduranti lacune legislative, oltre a denunciare l’assenza di una visione della società e del suo futuro, è gravida di conseguenze
sulla tenuta dell’ordinamento interno che rischia ormai di frammentarsi dando vita, dissolvendosi, ad una informe sommatoria di diritti individuali fondamentali (o pretesi tali), riconosciuti di volta in volta da questo o quel giudice in casi singoli, generalizzatisi in modo “virale”
nella rete delle giurisdizioni.
É in questo contesto che va letta la giurisprudenza europea, la cui rilevanza
nell’ordinamento interno si fonda sul noto “sistema delle sentenze gemelle”, disegnato nel
2007 dalla Corte costituzionale e di recente messo a punto.
Con la sentenza n. 49 del 2015, infatti, il Giudice delle leggi ha chiarito che l’onere
gravante sui giudici comuni, di interpretare il diritto interno in modo conforme alla CEDU, è
limitato agli orientamenti “consolidati” della giurisprudenza europea.
Come si è avuto modo di osservare altrove6, una siffatta precisazione pare offrire un
“dono avvelenato” al giudice comune, il quale, oltre a dover assolvere alla missione impossibile di conoscere la magmatica giurisprudenza europea – che, è bene ricordarlo, è resa solo
in una o in entrambe le lingue ufficiali del Consiglio d’Europa, vale a dire l’inglese e il francese, e in riferimento a quarantasette differenti ordinamenti –, ora è tenuto anche a distinguere
le pronunce isolate della Corte europea, da quelle che sono invece espressione di orientamenti consolidati, visto che solo questi ultimi, secondo la Corte costituzionale, sarebbero vincolanti.
A prescindere dalla bontà o meno delle intenzioni sottese alla nuova impostazione del
Giudice delle leggi, non si può non denunciare il rischio che una distinzione ancorata ad un
criterio indefinito e discutibile, induca il giudice, anche il più avveduto e attrezzato, a ricorrere
alla “estrapolazione” dei principi della giurisprudenza europea – come invero suggerito dalla
stessa Corte costituzionale – anziché ricercare i precedenti europei in termini sulla base degli elementi di fatto e di diritto pertinenti, applicando la tecnica cd. del distinguishing in modo
confacente ad una giurisprudenza casistica7.
Con molta cautela, dunque, ci si accosta alla giurisprudenza della Corte dei diritti,
consapevoli di non avere lo spazio necessario per passare in rassegna tutte le pronunce e
gli orientamenti che ne descrivono la portata e l’impatto sulle discipline nazionali della materia. Utilissime al riguardo sono le schede tematiche predisposte e aggiornate dal servizio
stampa della Corte, consultabili sul suo sito, cui conviene fare rinvio per una completa indicazione dei principali filoni giurisprudenziali8.
Ci si limiterà qui a fornire qualche chiave di lettura della giurisprudenza europea9 e
qualche spunto di riflessione sull’argomento.
In B. RANDAZZO, Interpretazione delle sentenze della Corte europea dei diritti ai fini dell’esecuzione
(giudiziaria) e interpretazione della sua giurisprudenza ai fini dell’applicazione della CEDU, in Scritti in onore di G.
Silvestri, Torino 2016 e online nella rivista AIC n. 2/2015 (29/05/2015).
Sulla problematica, volendo, si v. ancora B. RANDAZZO, Interpretazione delle sentenze della Corte europea dei diritti, cit., passim.
Si vedano in particolare le schede tematiche aggiornate al gennaio 2017 su: Diritti dei minori; Protezione dei minori; Diritti parentali; Diritti in materia di procreazione; Maternità surrogata.
Per approfondimenti in prospettiva civilistica si v. L. LENTI, L’interesse del minore nella giurisprudenza
della Corte europea dei diritti dell’uomo: espansione e trasformismo, in Nuova giur.civ. comm., n.1/2016, 148 ss.
2. La prospettiva della Convenzione europea dei diritti e del suo giudice.
La Corte di Strasburgo si è pronunciata su tutte (o quasi) le questioni più significative
in materia di filiazione e adozione, svolgendo per lo più un ruolo di volano e di impulso piuttosto che quello di mero “certificatore” del livello di consenso raggiunto a livello degli Stati
nazionali, che le competerebbe in virtù del principio di sussidiarietà e del margine di apprezzamento quali condizioni e limiti della sua giurisdizione10.
Il giudice europeo suole ricondurre nell’ambito delle garanzie convenzionali posizioni
subiettive di singoli o coppie non di rado prive di riconoscimento giuridico a livello nazionale,
apertamente qualificate come “pretesa, desiderio, progetto di vita individuale o di coppia”, e
ciò pur formalmente ribadendo l’inesistenza, tra i diritti convenzionali, sia del diritto ad adottare, sia del diritto a divenire genitore11.
Questo ruolo di “apripista” della giurisprudenza europea trova la sua principale spiegazione nell’enunciazione dei canoni ermeneutici adottati sin dal caso Golder del 1975, a
partire dal quale la Corte di Strasburgo ha sistematicamente dichiarato di concepire la Convenzione come uno strumento vivente di tutela dei diritti fondamentali, da intepretare pertanto in modo evolutivo, attento cioè ai tempi e ai contesti, e non tanto alla lettera delle disposizioni negoziate, come avviene per un qualsiasi trattato internazionale, la cui interpretazione è
strettamente vincolata alla volontà espressa (e storica) delle Parti contraenti12. E un siffatto
approccio ermeneutico è volto a privilegiare garanzie sostanziali, concrete ed effettive, e non
meramente formali, astratte ed illusorie, come costantemente ribadito dal giudice europeo e
non di rado contestato alle autorità italiane13.
A ciò va aggiunto che, nella specie, la disposizione convenzionale che viene principalmente in rilievo è l’articolo 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata e familiare) il quale – invero insieme all’art. 1 Protocollo addizionale n. 1 alla CEDU concernente la
protezione della proprietà – funge da “clausola aperta” di tutela dei diritti convenzionali, un
po’ come l’art. 2 della Costituzione repubblicana.
Naturalmente ha un significativo rilievo in materia anche il divieto di discriminazione
previsto dall’art. 14 CEDU, evocato, in combinato disposto con l’art. 8 CEDU, nei casi in cui è
in gioco il “diritto” alla genitorialità delle persone o delle coppie omosessuali [non mancano in
materia, inoltre, dichiarazioni di violazione degli articoli 6 e 13 CEDU, rispettivamente relativi
Si ricorderà che solo a seguito dell’entrata in vigore dell Protocollo n. 15 (aperto alla firma il 24 giugno
2013 e non ancora ratificato dall’Italia) sia il principio di sussidiarietà che la dottrina del margine di apprezzamento saranno espressamente contemplati nel preambolo della Convenzione: a tutt’oggi il loro riconoscimento resta
pertanto rimesso all’attività interpretativa del giudice europeo.
Si v., ex multis, da ultimo Paradiso e Campanelli c. Italia, GC, sentenza 24 gennaio 2017, §§ 141 e
Per una più recente compiuta enunciazione dei canoni ermeneutici applicati dalla Corte EDU si v.
Demir e Baykara c. Turchia, GC, sentenza 12 novembre 2008, §§ 65 ss.
Così ad es, nei casi Moretti e Benedetti c. Italia, sentenza 27 aprile 2010 e Bondovalli c. Italia, sentenza 17 novembre 2015. La Corte critica le autorità italiane per l’approccio formalistico, superficiale, non attento alle
esigenze sostanziali dei rapporti tra il minore e il o i genitori. Secondo il giudice europeo il principio di legalità formale è dunque valore recessivo rispetto alla garanzia effettiva dei diritti in gioco. Sul punto si v. L. LENTI,
L’interesse del minore nella giurisprudenza della Corte europea…, cit., 151.
ai principi dell’equo processo (in genere sotto il profilo della ragionevole durata) e al diritto ad
un ricorso interno effettivo].
3. Le doglianze dei minori e dei genitori o aspiranti tali tra rispetto della vita privata e
rispetto della vita familiare.
Il primo paragrafo dell’articolo 8 riconduce nel proprio ambito, distinguendole, le posizioni subiettive che toccano la vita privata e quelle che invece afferiscono alla vita familiare,
consentendo così di mettere ben in rilievo, mi pare, le due distinte prospettive alle quali si è
accennato in apertura della relazione: la prima più schiettamente individualistica riguarda,
quanto al minore, il diritto alla sua identità (genetica, biologica e giuridica), e quanto
all’aspirante genitore (naturale, biologico o giuridico) il principio di autodeterminazione; la
seconda, invece, salvaguarda la dimensione relazionale tra minore e genitore (o aspirante
tale) e sociale, sotto il profilo del riconoscimento all’esterno di detta relazione. La riconduzione in un ambito o nell’altro ha profonde implicazioni non soltanto per via della individuazione
dei principi e degli elementi di fatto specifici che la Corte europea reputa decisivi ai fini della
sua valutazione, ma produce conseguenze anche sul piano del bilanciamento tra le diverse
posizioni in gioco, e tra interessi privati e interesse generale.
La questione concernente il profilo sotto il quale esaminare la doglianza lamentata è
dunque preliminare sul piano logico rispetto alla decisione nel merito del ricorso, ed è in grado di condizionare l’esito del giudizio, come dimostra la sentenza della Grande Camera sul
caso Paradiso e Campanelli c. Italia (del 24 gennaio 2017) già richiamata nel par. 1, che ha
contraddetto anche su questo aspetto la pronuncia resa dalla Camera.
Sotto il profilo della “vita familiare”, la Corte, una volta esclusa l’esistenza di legami
biologici tra il minore e gli aspiranti genitori, ed esclusa altresì la sussistenza di rapporti di
parentela giuridicamente riconosciuti dallo Stato convenuto, valuta l’eventuale esistenza di
legami di fatto tra gli adulti e il minore, provati per lo più dal lasso di tempo trascorso insieme,
decisivo per il consolidamento del legame affettivo14. Nel caso Paradiso e Campanelli la
Grande Camera, a differenza della Camera, ha concluso che nella specie dette condizioni
non fossero soddisfatte, trattandosi di un minore di pochi mesi (§ 157). La Camera aveva
invece ritenuto che potesse riconoscersi una vita familiare di fatto, considerato che gli aspiranti genitori avevano condiviso i primi importanti momenti della vita del minore e si erano
comportati come se fossero genitori (§§ 67-69 sentenza della Camera).
Quanto alla “vita privata”, viene in campo il principio di autodeterminazione ed in particolare il rispetto della decisione di divenire genitori15. Sotto questo aspetto, la Grande Camera reputa invece applicabile l’art. 8 CEDU, attribuendo rilevanza al progetto di genitorialità
dei ricorrenti, perseguito con tenacia negli anni attraverso una molteplicità di tentativi non
andati a buon fine, come espressione della volontà di uno sviluppo personale attraverso
Si v. es. ancora caso Moretti e Benedetti c. Italia, sentenza 27 aprile 2010, § 48.
Si v. es. S.H. e altri c. Austria, GC, sentenza 3 novembre 2011, § 82.
l’assunzione del ruolo di genitori di quel minore (§§ 161-164). La Corte decide dunque di
esaminare il ricorso non sotto il profilo della preservazione dell’unità familiare, ma piuttosto
sotto quello del rispetto della vita privata dei ricorrenti in riferimento al loro diritto allo sviluppo
personale mediante la relazione col minore (§ 198)16.
4. La protezione della vita privata e familiare tra obbligazioni positive e obbligazioni
Una volta definito l’ambito di applicazione della garanzia convenzionale, a seconda
delle caratteristiche del caso di specie, il sindacato della Corte europea può essere condotto
in due direzioni: la prima consistente nella valutazione, ai sensi del § 1 dell’art. 8 CEDU, del
corretto assolvimento da parte dello Stato convenuto, in tutte le sue componenti, delle cd.
obbligazioni positive volte a garantire il godimento effettivo dei diritti in gioco con
l’introduzione di idonee misure legislative, amministrative o giudiziarie (si pensi ad esempio
alla mancata adozione di misure amministrative o giudiziarie volte ad ottenere il ripristino del
legame familiare nei casi di sottrazione internazionale di minore da parte di uno dei genitori17; alla violazione del diritto di visita del genitore non convivente18 o alla mancata introduzione di una disciplina legislativa delle unioni civili19).
La seconda direzione in cui il sindacato della Corte può procedere implica la valutazione, ai sensi del § 2 dell’art. 8 CEDU, dell’assolvimento da parte dello Stato convenuto delle cd. obbligazioni negative, che implicano il rispetto delle condizioni di legittimità delle ingerenze statali nel godimento del diritto, nei casi in cui la doglianza lamentata dal ricorrente deriva da una misura statale limitativa del diritto, allorchè essa sia priva di base legale (che implica prevedibilità dell’ingerenza e accessibilità della fonte che la disciplina); non abbia uno
scopo legittimo; non sia proporzionata (necessaria in una società democratica). Ed è proprio
quest’ultima condizione ad essere decisiva nella maggior parte dei giudizi. Con riguardo alle
pronunce rese nei confronti del nostro Paese, basti ricordare le sentenze nelle quali è stata
censurata la mancanza di gradualità degli interventi a sostegno della relazione familiare nei
casi di affidamento di minore (sul piano legislativo della mancata disciplina della cd. adozione mite, volta ad assicurare il mantenimento del rapporto genitore-figlio mediante la previsione di misure di sostegno alla famiglia)20. Si noti che in tal guisa la Corte finisce col ricondurre
nell’ambito di applicazione delle garanzie convenzionali anche prestazioni sociali.
Sul punto si segnala anche l’opinione concordante del Presidente Raimondi allegata alla sentenza, in
cui si sottolinea come non si possa proteggere, come “vita familiare”, il legame tra un minore e persone prive di
legami biologici con lui, allorchè i fatti, “raisonnablement mis au clair”, suggeriscano che l’origine della custodia si
fondi su un atto illegale contrario all’ordine pubblico.
Cfr., ex multis, Neulinger e Shuruk c. Svizzera, GC, sentenza 6 luglio 2010.
Cfr. ad es. Bondovalli c. Italia, sentenza 17 novembre 2015, §§ 72 ss.
Si v. Oliari e altri c. Italia, sentenza 21 luglio 2015.
Cfr. casi Zhou c. Italia, sentenza 21 gennaio 2014, spec. §§ 54-61; Akinnibosun c. Italia, sentenza 16
luglio 2015, §§ 80-85.
5. Bilanciamento tra diritti in gioco e invocazione del preminente interesse del minore.
Qualche confusione di troppo?
Nella interpretazione delle garanzie convenzionali svolge un ruolo decisivo anche il
principio del preminente o superiore interesse del minore.
La Corte EDU, infatti, ha da tempo chiarito che la Convenzione non si interpreta
“dans le vide”, ma alla luce degli altri trattati e del diritto internazionale. Nella specie viene in
particolare rilievo la Convenzione sui diritti del fanciullo (New York, 20 novembre 1989), la
quale, all’articolo 3, stabilisce che in tutte le decisioni concernenti i fanciulli le pubbliche autorità debbono considerare preminente l’interesse superiore del minore e, all’articolo 8, impegna gli Stati a rispettare il diritto all’identità, alla nazionalità, al nome e alle relazioni familiari
del minore “così come riconosciute dalla legge, senza ingerenze illegali”.
Sorvolando qui sulle interessanti questioni semantiche segnalate dalla dottrina civili21
stica , e più di recente approfondite anche nella prospettiva costituzionalistica22, conviene
tuttavia segnalare una certa confusione in ordine al ruolo e alla posizione del principio, il quale opera, come molto opportunamente è stato sottolineato, alla stregua di una clausola generale, piuttosto che come una regola di giudizio o come un valore giuridico assoluto o da bilanciare23.
Anche il principio del preminente interesse del minore sconta, dunque, i difetti delle
clausole generali, risultando sfuggente e fortemente condizionato dai convincimenti personali
del giudice e degli altri soggetti tenuti a farne applicazione24.
Non di rado, pertanto, anche nella giurisprudenza europea la sua invocazione suona
come una mera clausola di stile bonne à tout faire, come si cercherà di dimostrare nei prossimi paragrafi.
Per questa ragione e per la natura casistica della giurisprudenza europea, appare in
qualche misura fuorviante il tentativo, pur meritorio, di una sua classificazione per “formulette”, tentativo che costringe comunque a concludere nel senso della loro inaffidabilità25!
L. LENTI, «Best interest of the child» o « best interests of children?», in Nuova giur. civ. comm., 2010,
157 ss. e ID., Note critiche in tema di interesse del minore, in Riv. dir. civ., 2016, 90 ss.
Si v. S. ROMBOLI, La natura “relativa” ed il significato di “clausola generale” del principio dell’interesse
superiore del minore, in La famiglia davanti ai suoi giudici. Atti del convegno di Catania, 7-8 giugno 2013, a cura
di F. Giuffrè e I. Nicotra, Napoli, 2014, 505 ss.; e, più di recente E. LAMARQUE, Prima i bambini. Il principio dei best
interests of the child nella prospettiva costituzionale, Milano 2016, 64 ss.
Ottica nella quale sembra invece ragionare E. LAMARQUE, op.cit., spec, 77-86. L’A., se ben si è compreso il suo pensiero, pur negando la preminenza assoluta dell’interesse del minore, sembra condividere però
l’impostazione di chi la sostiene, considerando la preminenza dell’interesse del minore non assoluta, ma comunque in sé bilanciabile, come se rappresentasse dunque uno dei beni giuridici in gioco.
Per approfondimenti si v. F. PEDRINI, Le “clausole generali”. Profili teorici e aspetti costituzionali, Bologna 2013.
Ancora E. LAMARQUE, op.cit., 102-104.
5.1. L’affermata prevalenza, nell’interesse preminente del minore, del suo diritto
all’identità biologica sul suo diritto all’identità sociale, a prescindere dalla
considerazione della volontà espressa in senso contrario dal minore
(diciassettenne) ricorrente: il diritto alla identità del minore come strumento di
garanzia del diritto ad essere genitore (caso Mandet c. Francia).
Il caso Mandet c. Francia26 presenta invero una pluralità di aspetti problematici, sui
quali tuttavia non è possibile indugiare in questa sede27: vale la pena qui di mettere in luce
come risulti del tutto fittizia e strumentale l’invocazione, da parte della Corte, dell’interesse
superiore del minore in vista della definizione del giudizio.
La vicenda oggetto del ricorso riguardava l’avvenuto riconoscimento da parte delle
autorità francesi della paternità del padre biologico di un minore che era stato riconosciuto
all’età di un anno dal marito della madre, con il quale aveva sempre convissuto, consolidando il legame di filiazione, minore che aveva espressamente manifestato il desiderio di conservare detto legame.
Nel ricorso promosso dal minore, il giudice europeo, muovendo dalla dichiarata esigenza di salvaguardare il suo preminente interesse (§ 53), conclude nel senso della non violazione del suo diritto al rispetto della vita privata e familiare. Secondo la Corte le giurisdizioni francesi non avevano ecceduto nel margine di apprezzamento loro riconosciuto, in quanto
avevano debitamente soppesato il preminente interesse del minore, ritenendolo salvaguardato, non già attraverso la preservazione della filiazione consolidata e della sua stabilità affettiva, ma attraverso il ristabilimento della sua filiazione reale (sic!: § 57).
La Corte di Strasburgo è consapevole che, sul piano della proporzionalità, una siffatta
misura – incidendo sulla filiazione, il nome e il diritto di visita del padre – è di natura tale da
sconvolgere la vita del minore ricorrente (tra l’altro adolescente), e tuttavia osserva che le
decisioni delle giurisdizioni francesi non impediscono che il minore continui a vivere nella
stessa famiglia fino alla maggiore età, secondo il suo desiderio (§ 58).
La mancata considerazione del consolidamento del legame di filiazione e della manifestazione di volontà del minore adolescente non possono non suscitare gravi perplessità
sulla bontà della valutazione dell’interesse del minore compiuta in prima battuta dalle autorità
nazionali e avallata dal giudice europeo. Tale valutazione sembra in realtà volta a “saldare” il
diritto all’identità biologica del minore con il diritto alla genitorialità del padre naturale, così
realizzando una sorta di eterogenesi dei fini: il diritto all’identità (biologica) del minore sembra
fungere da garanzia del diritto del padre ad essere genitore!28
Il caso consente una ulteriore notazione rispetto ai più recenti studi sul principio del
preminente/superiore interesse del minore: se nell’istruzione delle problematiche definitorie e
Sentenza del 14 gennaio 2016.
Si rinvia al riguardo alla approfondita nota di F. COLOMBI, Le problematiche concernenti la garanzia del
preminente interesse del minore in un caso di bilanciamento tra diritti diversi del minore stesso (e non già di bilanciamento tra i suoi diritti e quelli di altri soggetti), in Osservatorio AIC, n. 3/2016 (8 novembre 2016).
Sulle problematiche connesse alla frantumazione dell’identità del minore F. GIARDINA, Interesse del
minore: gli aspetti identitari, in Nuova riv. civ. comm., n. 1/2016, 159 ss.
non ad esso connesse si fosse messa in campo qualche distinzione della voce “minore/minori” in base all’età, le diverse concezioni del principio illustrate (paternalista v. autonomista; europea continentale v. anglo-americana)29, anziché essere considerate antitetiche,
forse avrebbero potuto essere ricomposte e considerate in qualche misura complementari.
5.2. Talune non convincenti interpretazioni della giurisprudenza europea sulla
maternità surrogata (e la cattiva abitudine di fare riferimento a sentenze non
definitive): «the baby is here. All the matter is what is best for him now that he
is here and not how he is arrived…». Ancora sui rischi di “sviamento”
dell’interesse del minore.
All’indomani della pubblicazione delle cd. sentenze gemelle in tema di maternità surrogata (Mennesson e Labassee c. Francia, sentenze 26 giugno 2014) si è sostenuto che da
queste si potesse trarre il principio di diritto secondo cui “è fatto obbligo agli Stati di garantire
la definizione di uno statuto legale stabile per la prole generata facendo ricorso a tecniche di
maternità surrogata con fecondazione eterologa, non potendosi ad essa attribuire uno statuto giuridico del tutto incoerente con il dato sociale altrimenti tollerato”30. In realtà in quelle
pronunce la Corte europea, invocando il superiore interesse del minore (§ 81), respingeva le
doglianze dei genitori sotto il profilo del rispetto della vita familiare, mentre accoglieva quelle
concernenti la vita privata dei minori ricorrenti, sottolineando l’importanza della filiazione biologica in quanto elemento dell’identità individuale, con riguardo al mancato riconoscimento
da parte delle autorità francesi della filiazione nei confronti del padre, il solo genitore biologico (§ 100).
Nei casi francesi, dunque, a differenza che nel caso Paradiso e Campanelli, sussisteva un legame biologico con almeno uno dei due aspiranti genitori.
Ci si è già soffermati in precedenza sulla non piena coerenza di taluni orientamenti
giurisprudenziali interni con la recentissima pronuncia resa dalla Grande Camera proprio nel
caso Paradiso e Campanelli, con la quale la Corte europea ha radicalmente contraddetto la
sentenza resa dalla Camera nel 2015. Si aggiunga qui che la Corte d’appello di Milano ha
utilizzato la sentenza non definitiva come parametro interposto, sollevando questione di legittimità costituzionale dell’art. 263 cod. civ., nella parte in cui non prevede che l’impugnazione
del riconoscimento del figlio minorenne per difetto di veridicità possa essere accolta solo
quando sia ritenuta dal giudice rispondente all’interesse del minore stesso, in riferimento agli
artt. 2, 3, 30 e 31 della Costituzione, e in riferimento all’art. 117, primo comma, della Costituzione in relazione all’art. 8 della CEDU31.
Una volta constatato l’overruling della Corte europea, il Giudice delle leggi potrebbe
essere tentato di adottare un’ordinanza di restituzione atti (come fece nel caso del tutto ana-
E. LAMARQUE, op.cit., spec. 34 ss.
Così Tribunale di Varese, sentenza 8 ottobre 2014. Il giudice varesino assolveva dal reato di cui all’art.
495 c.p., una coppia di coniugi che avevano attestato falsamente la loro qualità di genitori ad un pubblico ufficiale.
Ordinanza del 25 novembre 2015 dep. 25 luglio 2016. R.O. n. 273/2016.
logo in materia di fecondazione eterologa dopo la pubblicazione della sentenza della Grande
Camera, che contraddiceva la pronuncia della Camera, nel caso S.H e altri c. Austria)32.
Nel merito non possono che richiamarsi le osservazioni in precedenza svolte sulla indeterminatezza della clausola del preminente interesse del minore, sui rischi che essa venga
“piegata” a fini diversi, e sulle gravi conseguenze in termini di certezza del diritto e dei diritti
che comporta l’affidamento al singolo giudice di margini di discrezionalità in ambiti così delicati e così fortemente condizionati da convincimenti etici, religiosi e culturali.
5.3. La metamorfosi dell’istituto dell’adozione: da strumento per la realizzazione
del diritto del minore ad avere un genitore a strumento per la realizzazione del
diritto ad essere genitore (caso X e altri c. Austria).
A chiusura della relazione non può mancare almeno un cenno ad un caso in materia
di step child adoption in cui è invocato il divieto di discriminazione in combinato disposto col
diritto al rispetto della vita privata e familiare (artt. 14 e 8 CEDU).
Nella sentenza X e altri c. Austria (del 19 febbraio 2013), la Grande Camera ripercorre la sua giurisprudenza in materia, distinguendo le forme con le quali persone omosessuali
possono adottare [l’adozione monoparentale (del singolo); l’adozione coparentale (con la
quale un componente della coppia può adottare il figlio dell’altro); l’adozione congiunta da
parte della coppia], e ricordando di essersi già occupata in precedenza del primo tipo di adozione33, e del secondo soltanto nel caso Gas e Dubois c. Francia.
Nella specie la Corte dichiara la violazione del divieto di discriminazione in ragione
del divieto assoluto di adozione coparentale previsto dalla legislazione austriaca – senza
possibilità di ricercare in concreto l’interesse del minore (§ 152) – in riferimento alla analoga
situazione di una coppia di fatto eterosessuale alla quale invece l’ordinamento nazionale
permette detto tipo di adozione.
Il caso consente di mettere in luce un’altra delle metamorfosi dell’istituto
dell’adozione: considerato che il minore coinvolto aveva già due genitori, entrambi presenti
nella sua vita, la eventuale adozione da parte della compagna della madre, qualora fosse
stata possibile, avrebbe implicato o la sostituzione di uno dei due (!) ovvero la presenza, nella sua vita, di tre figure genitoriali. La valutazione in concreto dell’interesse del minore, evocata dalla Corte, sembra dunque assumere connotati nuovi rispetto a quelli tradizionalmente
volti a garantire il diritto del minore ad aver un genitore, e anche in questo caso potrebbe essere “piegato” a garanzia della pretesa/desiderio dell’adulto di divenire genitore.
Cfr. ordinanza n. 150 del 2012; la questione venne poi decisa dalla Corte, sulla base dei soli parametri
interni, con la nota sentenza n. 162 del 2014.
Casi Fretté e E.B. c. Francia.
Diritto ad avere un genitore v. diritto ad essere genitore: si torna al titolo della relazione introduttiva che ha il merito di marcare la distinzione delle due posizioni subiettive, rivelandone inevitalmente, tuttavia, l’impossibile separazione e la conseguente necessità di cogliere i mutamenti di orizzonte, di direzione e di senso che la distinzione richiede.
Non si può non riformulare a questo punto, e tenere aperta sullo sfondo, la domanda
che Leopoldo Elia pose a conclusione di un suo cristallino intervento sui problemi della laicità: “che estensione ha la pretesa all’autodeterminazione umana per essere compatibile con
la dignità della persona?”34.
Resta l’auspicio che da qualche parte giaccia, in attesa che venga il suo tempo, un
legislatore illuminato in grado di dare risposte all’altezza della complessità che ci circonda e
ci investe: un legislatore capace di scrivere leggi facoltizzanti, quelle che Elia invocava a salvaguardia della società plurale e multiculturale, ma anche capace di declinare principi a garanzia dell’umano che è comune.
Introduzione ai problemi della laicità, in Problemi pratici della laicità agli inizi del secolo XXI, Atti del
Convegno Annuale AIC - Napoli, 26-27 ottobre 2007, Padova 2008, 17.
Lo status unico della filiazione ex art. 315 c.c. e lo stralcio dell
Applicabilità ed effettività della Carta dei diritti fondamentali dell
Parla male dell`ex marito al figlio: condannata a
Avvenire.it-20-febbraio-2016-Sullutero-in-affitto-esoluzione

References: sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 art. 43
 § 1
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 § 48
 sentenza 
 § 82
 § 1
 § 2
e contrario
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 § 57

Sentenza 

sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 315