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Timestamp: 2020-01-24 18:01:16+00:00

Document:
Anche il coniuge che ha tradito può chiedere la separazione – Sentenza n. 2274 del 16 febbraio 2012 – Confederazione Giudici di Pace
Procedimento: Sentenza n. 2274 del 16 febbraio 2012
Anche il coniuge che ha tradito può chiedere la separazione
Basta separazioni per colpa, il matrimonio finisce anche quando, all’interno della coppia, uno dei due è disposto a tollerare tradimenti o comportamenti che denotano mancanza di progetti in comune.
Non solo il coniuge tradito, ma anche il traditore può dunque chiedere la separazione giudiziale quando la convivenza matrimoniale sia diventata intollerabile. Lo sottolinea la Cassazione, osservando che oggi anche la giurisprudenza si è evoluta in fatto di separazioni per cui il giudice chiamato ad esprimersi sul crac matrimoniale è sempre meno disposto ad assegnare colpe per il fallimento nuziale. In base “alla condizione dell’uomo medio”, dice infatti la Cassazione, il matrimonio finisce quando anche uno solo dei due si “disaffeziona “. Al di là della “violazione dei doveri coniugali” visto che non tutte le “violazioni” sono causa di fine nozze.
Secondo la recente sentenza della Corte di Cassazione n. 2274/2012, dunque, per fondare una richiesta di separazione davanti al Tribunale è del tutto irrilevante essere il coniuge tradito o il fedifrago. L’unico aspetto, invece, che il giudice deve valutare, per concedere o meno la separazione, è la circostanza oggettiva dell’intollerabilità della convivenza: la quale, appunto, può derivare da un fatto obiettivo di tradimento, a prescindere da chi ne sia l’autore. La convivenza può diventare intollerabile, infatti, non esclusivamente a causa di rapporti conflittuali, ma anche qualora uno dei coniugi non voglia più continuare la relazione di coppia perché disaffezionato e allontanato dal partner. E’ pertanto l’assenza di progetti comune, e quindi tutti i comportamenti, tra cui i tradimenti, che denotano questa condizione, a caratterizzare la fine delle nozze, anche se nella coppia uno dei due è disposto a tollerare.
Sulla base di questi elementi, gli Ermellini hanno convalidato la separazione giudiziale decisa dal Tribunale di Catania nei confronti di una coppia, nonostante la resistenza della consorte, lasciata da diversi anni dal marito che era andato a vivere con un’altra donna, dalla quale aveva avuto un figlio. La moglie, nonostante il tradimento e la nuova vita del marito, ha sostenuto in cassazione che mancavano i presupposti per dichiarare l’intollerabilità della convivenza e la conseguente separazione giudiziale.
Piazza Cavour ha respinto il ricorso e ha confermato la separazione giudiziale, tenendo conto soprattutto del fatto che, nel caso di specie, l’uomo aveva dimostrato disaffezione alla convivenza matrimoniale.
Questo non vuol dire che l’eventuale tradimento sia irrilevante per il diritto. La prova del tradimento può invece rilevare in un momento successivo del processo, ai fini dell’imputazione dell’addebito della separazione e, quindi, nella determinazione delle condizioni economiche derivanti dallo scioglimento del legame.
La corte d’Appello di Catania, con sentenza dell’11-22/1/2007, rigettava entrambi gli appelli.
E questa è indubbiamente la posizione più condivisibile. Non tanto ai “comportamenti” si riferisce l’art. 151 c.c., quanto alla situazione di intollerabilità della convivenza che pur frequentemente ne è conseguenza. E in tale prospettiva si deve osservare che possono bensì determinati comportamenti, contrari ai doveri matrimoniali, condurre all’intollerabilità della convivenza, ma pure altri fatti che nulla avrebbero a che vedere con la violazione degli obblighi matrimoniali (ad. Es. diversità di cultura tra i coniugi, incompatibilità di carattere, ecc. …), e, d’altro canto, non tutte le violazioni degli obblighi familiari dovrebbero necessariamente condurre a tale risultato. Senza contare che nella nuova disciplina nessuna differenza è posta tra coniuge “colpevole” o “incolpevole”, se di “colpa” si deve ancora parlare (rectius tra coniuge che ha o non ha violato i doveri matrimoniali); e pertanto anche il coniuge “colpevole” può chiedere la separazione, affermando che proprio il suo comportamento ha condotto all’intollerabilità della convivenza.
Ma a questo punto conviene soffermarsi sul significato di tale espressione, sulla sua valenza oggettiva o soggettiva, considerata talora in concreto con riferimento al coniuge che richiede o che subisce la separazione, talora, in astratto, richiamando il criterio, sempre assai incerto ed ambiguo, di normale tollerabilità, secondo l’id quod plerumque accidit, la condizione dell’uomo medio, ecc..
Sono al contrario rarissimi nella prassi dei giudici di merito i casi di reiezione delle domande e vanno diminuendo sempre di più). Così la giurisprudenza, soprattutto quella di merito, pur condividendo formalmente le argomentazioni della tesi oggettivistica, ha finito in concreto – utilizzando assai scarsamente l’arma della reiezione e individuando sempre nuove ipotesi di intollerabilità – per avvicinarsi alla concezione opposta, ravvisando tale presupposto nell’incompatibilità di carattere, nel contrasto tra differenti culture, tra diversi “credi” ideologici o religiosi, in manifestazioni di disaffezione, di distacco fisico o psicologico, nell’esasperato spirito di autonomia dei coniugi o anche nella presenza di fatti “oggettivi”, indipendenti dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi (ad es. una malattia psichica o fisica di uno di essi), ma considerati, per così dire, soggettivamente.
L’orientamento testé indicato è palese manifestazione della tesi “soggettivistica”, che è stata recepita in questi ultimi anni da questa Corte, la quale ha in più occasioni precisato non essere necessaria la sussistenza di una situazione di conflitto riconducibile alla volontà di entrambi i coniugi, ben potendo la frattura dipendere dalla condizione di disaffezione e distacco spirituale di una delle parti, tale da rendere per lei intollerabile la convivenza e verificabile in base ai fatti obbiettivi emersi, compreso il comportamento processuale, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione (tra le altre, Cass. n. 12383 del 2005 e, particolarmente, Cass. n. 3356 e 21099 del 2007; n. 7125 del 2011).

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 Cass. 
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