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Timestamp: 2019-11-22 20:55:05+00:00

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Il pasticciaccio di Melfi: FIAT vs FIOM. Chi ha ragione? - Postilla
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Il pasticciaccio brutto di Melfi agita le cronache di questi giorni.
”Antisindacalità dei licenziamenti” e ”immediata reintegra dei lavoratori” sono i punti chiave del decreto del giudice di Melfi, Emilio Minio, sul ricorso presentato dalla Fiom Cgil contro i licenziamenti del 13 e del 14 luglio degli operai Antonio Lamorte, Giovanni Barozzino e Marco Pignatelli decisi dalla Sata (‘Societa’ Automobilistica Tecnologia avanzate’), la s.p.a. che gestisce lo stabilimento della Fiat a Melfi.
I tre operai sono stati prima sospesi e poi licenziati dall’azienda, accusati di aver ostacolato un carrello robotizzato che trasferiva pezzi di produzione ad altri colleghi che non si erano astenuti dal lavoro durante un corteo interno alla fabbrica il 6 luglio.
Secondo l’azienda ciò ha comportato un blocco all’attività del reparto di montaggio. Il corteo era stato indetto per protestare contro l’aumento dei turni di lavoro.
La Fiom ha presentato ricorso sull’illegittimità dei licenziamenti in base all’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori.
Nel dispositivo, in quattro punti, il giudice ”dichiara l’antisindacalità dei licenziamenti intimati da Sata spa in data 13/14.07 2010.
La Fiat ovviamente pur opponendosi alla decisione ha reintegrato i lavoratori, che percepiscono lo stipendio, ma non ha concesso loro di riprendere l’ordinaria attività lavorativa nel reparto.
La Fiat nel frattempo prosegue la sua battaglia legale ed ha presentato ricorso al giudice di Melfi.
Nel ricorso la Fiat rileva una serie di motivi di censura al decreto del giudice ed in particolare lamenta una «palese ed errata» interpretazione delle risultanze istruttorie che avrebbe operato il giudice stesso nella prima fase del giudizio.
Quadro istruttorio dal quale emerge, in sintesi – secondo il Lingotto – la «palese responsabilità» dei lavoratori nell’aver operato il blocco della produzione e nell’aver impedito ai lavoratori non scioperanti, circa 1.750, a fronte di 50 scioperanti, l’esercizio del diritto del lavoro.
Il riferimento è al corteo interno di inizio luglio ed al blocco del carrello robotizzato che riforniva le linee di montaggio, al quale fecero seguito i licenziamenti dell’azienda.
Fin qui i fatti ed ora le vostre opinioni:
1) Il diritto allo sciopero di alcuni può limitare il diritto al lavoro di altri?
2) Fa bene FIOM a non retrocedere nemmeno di un passo senza provare a trattare con FIAT sulla vicenda come generalmente avviene in casi analoghi?
3) Fa bene FIAT a non accondiscendere pienamente alla decisione del giudice incrementando così lo scontro sociale con il maggiore sindacato italiano?
4) Ritenete che la vicenda sia fine a se stessa o sia paradigmatica di uno scontro in atto finalizzato a riscrivere taluni comportamenti e “diritti” (o presunti tali) dei lavoratori così come si era già visto nella vicenda Pomigliano?
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56 Commenti a “Il pasticciaccio di Melfi: FIAT vs FIOM. Chi ha ragione?”
Scritto il 25-8-2010 alle ore 16:45
Con una mentalità fondamentalmente da aziendalista, dovrei entrare nel merito della faccenda, valutare in base alle mie (minime) conoscenze giuridiche e alla mia esperienza lavorativa, chi ha ragione e chi no…
Ma in realtà un mio (minuscolo) giudizio, su una faccenda già valutata dal giudice, avrebbe senso pari a zero.
Sorgono però delle questioni che vorrei esternalizzare, se mi è ovviamente permesso:
–	la mia forte impressione è che ancora oggi, per i sindacati, la fiat (e le aziende come la fiat) sia principalmente se non esclusivamente bacino di voti sindacali e trampolino di lancio politico.
–	La Fiat non è e non rappresenta il modo del lavoro in Italia, anzi forse è esattamente un “cattivo”esempio (ma forse è solo perché parlo dal profondo nord est…)
–	E’ luogo comune (anche se più che veritiero) dire che la Fiat ed i suoi dipendenti negli anni siano stati sostenuti dai finanziamenti dello stato, ma sarebbe solamente una eresia pensare di lasciar “fallire” aziende di simile dimensione ? magari nella convinzione che dalla loro “morte” possano rinascere decine/centinaia di aziende che invece al momento sono soffocate da simili colossi… in realtà, ovviamente, simile affermazione è provocatoria per una riflessione sul mercato del lavoro, e cioè se grandi grandissime aziende fanno bene o male al mercato del lavoro di uno stato…
–	Il caso dei tre sindacalisti licenziati è stato strumentalizzato dalla stampa, dai sindacati, dalla televisione, ed in linea di massima si è sentita una sola campana. Una cosa si può pensare: che la pluralità dell’informazione di fatto non c’è anche di fronte ad un argomento così apparentemente insignificante.
–	Lo scontro sociale sindacati/datori padroni rappresenta veramente la realtà? O è vero che ciò esiste ancora solo nelle grandi aziende mentre il mercato del lavoro ha preso già da tempo altre strade, di solidarietà, di maggiore partecipazione, di lotta fianco a fianco datore/collaboratori ?
–	Probabilmente banalizzando, se da una parte abbiamo il diritto al lavoro, dall’altra vi è il diritto alla proprietà privata: lo stato italiano, a seguito di una sentenza, può “obbligare” una azienda a riassumere, magari (come hanno minacciato) mandando i carabinieri a verificare che i tre lavoratori siano rimessi in linea di montaggio ? oppure per quanto in torto (e pertanto ne pagherà tutte le conseguenze economiche del caso) l’azienda è legittimata a rifiutare l’accesso nella propria proprietà privata di lavoratori “non più graditi” lei stessa chiamando i carabinieri per far allontanare persone non più autorizzate ?
–	Nel 2010 si può ancora parlare di padroni e operai ? di sfruttamento della manodopera ? le normative esistenti in Italia tutelano ormai tutte le sfaccettature dei dipendenti, al punto che (e qui mi tiro addosso gli strali di molti) spesso sono diventati parte forte del rapporto di lavoro…
Infine lancio un sassolino, tutto quest’eco televisivo di tre licenziamenti e successiva sentenza di reintegra, non è che serva solo per rimettere in gioco la FIOM, che con la scusante dei sindacalisti licenziati fa la voce grossa per riprendere potere nella discussione del contratto metalmeccanico e la mancata firma da parte proprio della fiom dell’accordo ? mancato accordo che di fatto ha messo in cattiva luce un sindacato per certi versi arcaico e ancora legato a ideali 68ttini ? ….
Scritto il 26-8-2010 alle ore 09:58
Claudio apre le danze sulla discussione in modo significativo e lo ringrazio veramente. dietro le sue domande si scorgono chiaramente le sue valutazioni. come già fatto per altri post, non vorrei per il momento esprimere giudizi personali (non so poi quanto interessanti) per lasciare lo spazio più ampio alle riflessioni degli amici frequentatori di questo luogo di discussione. una sola cosa mi permetto di porre all’attenzione di claudio. non consiglierei di cadere nella trappola piccolo contro grande parlando di imprese. la sua provenienza da un’area (nord est) fatta di imprese che lavorano senza lauti sussidi nè manovre governative sulla rottamazione rischia di orientare in modo un po’ partigiano il ragionamento. il mercato deve avere una articolazione composita. le grandissime imprese, le multinazionali sono necessarie perchè alimentano circuiti produttivi le cui realtà di scala sarebbero impensabili per i piccoli. alimentano un indotto fatto di quelle piccole / medie realtà che costituiscono il cuore pulsante e produttivo del nostro paese, quindi spazio per tutti ma anche regole uguali per tutti. è funzione della politica porre regole chiare e convincenti per evitare fenomeni di distorsioni del mercato e trust. tornando alla vicenda un licenziamento deve essere tale se posto in essere dalla fiat o se dalla tabaccheria sotto casa. se questo concetto salta si fa un grave torto ai diritti dei lavoratori trasferendo la percezione (poi mica tanto infondata) che il solco tra gli UNTOUCHABLES ed il resto del mondo che lavora sia incolmabile.
Scritto il 26-8-2010 alle ore 11:19
1) NO, Il diritto allo sciopero di alcuni NON può limitare il diritto al lavoro di altri
2)FIOM sta pisciando contro vento
4)PER ME SI TRATTA DI UNA VICENDA fine a se stessa .
Scritto il 26-8-2010 alle ore 12:05
1)Il diritto di sciopero,non può limitare il diritto al lavoro per i non scioperanti.
3)La SATA ha messo in pratica l’ingiunzione del giudice;paga la giornata,non per prestazioni alla catena di montaggio ma per far svolgere relazioni sindacali all’interno della fabbrica.(Ma la FIAT non teneva a casa,pagandoli,alcuni rompiscatole?
Che cadiamo dalle nuvole?
4)Ormai c’è la globalizzazione;se una vettura italiana costa più di una straniera,o la stessa da più optional ecc.il mercato la costringe a rivedere i piani di sviluppo ed i relativi costi.
Se scioperiamo perchè c’è troppo lavoro,addio!!!!
Se non c’è lavoro,che andiamo in Cassa Integrazione,per far pagare a tutti i cittadini ?
Se si tira troppo la corda,la fabbrica chiude, anzi se ne va all’estero !!!!!! Ancora gli operai non lo hanno ancora capito ? Pensano per caso che i Sindacati saranno capaci di gestire la fabbrica da soli ?
Scritto il 26-8-2010 alle ore 12:13
Innanzitutto ringrazio per l’opportunità offerta di leggere e commentare fatti di questo genere.
Proprio ieri ho letto su Repubblica un articolo dell’economista prof. Boeri che in un passaggio farebbe intendere che il corteo che ha provocato il blocco dell’attività di montaggio è stato determinato dalla sollecitazione di un sensore di sicurezza e collocato a garanzia e sicurezza dei lavoratori. Ciò mi ha fatto sorgere di conseguenza il sospetto che forse il blocco delle attività non è stato casuale. Sulla vicenda si è inserito il messaggio del Capo dello Stato della CEI e della Presidente di Confindustria. Quindi la questione a questo punto direi che esula dall’episodio ma diventa emblematica a mio avviso dello stato in cui si trovano le relazioni sindacali nel nostro paese dove sicuramente è impensabile che un piccolo gruppo di lavoratori possa limitare il diritto al lavoro di altri lavoratori ma è altrettanto vero che le battaglie di principio vengano combattute proprio da una minoranza soprattutto quando vi è sperequazione fra le forza contrapposte. Così come è impensabile che una minoranza di lavoratori (e mi riferisco al caso Tirrenia) minacci con uno sciopero di tenere in ostaggio decine di migliaia di turisti di ritorno o in partenza per le vacanze. Simili considerazioni si possono fare anche per altre vicende lette nei mezzi di comunicazione, ad esempio al licenziamento dei ferrovieri che avevano denunciato l’assenza di alcune misure di sicurezza dei treni. Il tutto lo possiamo esaminare anche alla luce di quello che proprio ieri il ministro Tremonti ha affermato al meeting di CL: la legge 626 sulla sicurezza è un lusso che non possiamo più permetterci. Mi sento di dire qunidi che l’episodio non è più fine a se stesso e che andrebbe tuttavia colta l’opportunità (se esiste) di rivedere regole e comportamenti nel lavoro senza che ciò debba intendersi conseguentemente come un recedere dalle conquiste fatte dalle organizzazioni sindacali ma sforzarsi di esaminarli secondo principi che tengano insieme dinamicità economica ed etica sociale.
Scritto il 26-8-2010 alle ore 13:44
ma allora c’è qualcuno in grado di dettare un “galateo” dello sciopero?
ovvero come dovrebbero i lavoratori scioperare e manifestare la loro protesta senza causare disagi ad alcuno?
anche a me da/darebbe fastidio subire un disservizio in caso di sciopero, però non mi viene in mente nessun modo di manifestare una protesta che possa nello stesso tempo
– non causare disagi
– essere presa in considerazione.
Scritto il 26-8-2010 alle ore 14:28
Politicamente sono ignorante, ma ho la capacità di capire ugualmente il senso equo, corretto, consapevole delle situazioni.
Trovo alquanto ingiusto e negativo il sopruso dei sindacati, che a titolo di tutelare l’operaio, fanno politica e quindi gli interessi di pochi alcuni. Nel nostro paese la maggior parte della gente è capace di protestare sia per il poco lavoro, sia per il …..giusto. Come in questo caso per l’aumento dei turni……è una vergogna.
Dalle nostre parti si usa dire….abbiamo troppo buon tempo.
Scritto il 26-8-2010 alle ore 16:24
giuseppe berselli che dire chiaro, incisivo e … colorito.
provando, per le ovvie ragioni di conduzione di questo spazio, a non commentare il punto 2 non credo che, per le notivazioni che vedo espresse anche negli altri commenti, la vicenda a questo punto sia fine a se stessa
Scritto il 26-8-2010 alle ore 16:28
bartolo concordo con la tua riflessione. è la sfida che l’italia in particolare, ma tutto l’occidente in generale, ha nella scrittura delle nuove regole del gioco in materia di produzione e lavoro.
nel caso italiano si sconta purtroppo una eccessiva contiguità tra le scelte sindacali e le contingenti opportunità politiche. vi ricordate i discorsi sulle “cinghie di trasmissione”?
Scritto il 26-8-2010 alle ore 16:38
gentilissima annalisa magari tutti quanti si tornasse ad un certo “galateo”. il problema è un altro. è evidente che uno sciopero deve dare fastidio altrimenti non sarebbe una forma di contestazione. ma a chi? chi è il bersaglio diretto ma anche indiretto? l’azienda? o anche, nello specifico caso, il 97% del restante personale al lavoro?
non credo sia in discussione il diritto di sciopero garantito dalla nostra costituzione e conquistato storiche battaglie sociali, forse la sua concreta applicazione. nel caso specifico poi, come ricordava bartolo e come sostiene l’azienda, sarebbero intervenuti atti tali da rasentare il sabotaggio e ciò credo trascenda da qualunque legittima forma di protesta (sul punto ovviamente – come dicono quelli bravi – ci atteniamo alle ricostruzioni definitive del caso che farà la magistratura)
Scritto il 26-8-2010 alle ore 16:49
franco gamboni nel commentare il quesito 3 squarcia il velo. un comportamento di fatto consuento (in attesa del pronunciamento al reclamo, visti i tempi ristretti, è molto frequente la mancata ripresa del lavoro concreto) viene utilizzato come paradigma di un forte scontro politico sindacale tra la maggiore azienda industriale e la maggiore organizzazione sindacale. il caso, nelle ordinarie situazioni, si sarebbe definito con un accordo riparatore tra le parti. credo che ogni volta che la decisione sia lasciata ad un giudice si proclami la morte del ruolo sindacale che è e deve essere volto al dialogo, al confronto ed alla risoluzione attraverso trattative – anche dure – delle questioni interne.
Scritto il 26-8-2010 alle ore 16:52
loredana mi sembra che confermi una certa insofferenza rispetto ad un tale modo di gestire la politica sindacale di alcune sigle. attenti solo a non cadere in luoghi comuni o in eccessive semplificazioni delle questioni che sono sempre dietro l’angolo.
Scritto il 26-8-2010 alle ore 17:02
tanto per alimentare il dibattito riporto alcune affermazioni di marchionne al meeting di CL:
“L’unica cosa che chiediamo è la garanzia di poter gestire i nostri stabilimenti in maniera affidabile e normale … Non c’é niente di straordinario nel volersi adeguare a standard internazionali. La scelta straordinaria è restare in Italia”.
“Il vero segreto della Fiat è essere formata da uomini e donne di virtù”.
“La prima garanzia che dobbiamo conquistare per poter scegliere é la libertà. Le strade comode e rassicuranti non portano da nessuna parte. La vera libertà esiste solo nell’impegno”.
Arturo Mercanti (pseudonimo) scrive:
Scritto il 26-8-2010 alle ore 20:48
Sulla vicenda della FIAT ritengo che i tre operai siano uno strumento del sindacato e ciò ben presto verrà fuori.- La FIAT fa bene a proseguire la sua azione giudiziaria e sono sicuro che nei successivi gradi di giudizio troverà giudici meno “politicizzati”, valuteranno la vicenda in modo asettico e sicuramente riformeranno il provvedimento di reintegra.- In tal caso mi prefiguro già la faccia dei tre operai che piengeranno lacrime amare e inveriranno contro il loro patrocinatore.- Mi fa specie poi l’intervento del Presidente della Repubblica in una vicenda così palesemente strumentale.- E’ giusto tutelare i diritti dei lavoratori ma è anche giusto condannare severamente chi danneggia l’azienda e gli altri lavoratori.- Finalmente in Italia c’è qualcuno con la spina d’orsale.- Grazie dello spazio.- F.to Arturo Mercanti – 26/08/10.-
massimo fiore scrive:
Scritto il 27-8-2010 alle ore 09:42
Come avvocato giuslavorista, affronterò la questione – dal mio punto di vista – sotto il profilo della mera strategia processuale, con i limiti della mancata conoscenza dei fatti e degli atti.
Con una breve premessa: la vicenda pone al centro dell’attenzione una condotta antisindacale, cavallo di battaglia della FIOM, le cui ripercussioni immediate, tuttavia, ricadranno principalmente sui tre lavoratori.
L’azione “non individuale”, di poi, si è prestata (e tuttora si presta) a facili strumentalizzazioni mediatiche che non avrebbero dovuto esserci, per il sereno corso della Giustizia.
Avrei impugnato i licenziamenti non con lo strumento dell’art. 28 L.300/1970, concentrandomi principalmente sulla tutela degli interessi (diretti) dei tre licenziati.
In caso d reintegra, come avvenuto, non avrei di certo scomodato le “Istituzioni”, poichè esistono armamentari giuridici finalizzati alla tutela degli specifici interessi.
Solo per fare un comodo e comprensibile esempio, avrei percorso la strada della dequalificazione professionale con lo svuotamento delle mansioni ed avrei verificato se tale indubbia (ed oggettiva) situazione potesse provocare anche un disagio valutabile dal punto di vista medico legale, in uno la consequenziale risarcimento del danno.
Se pro o contra l’attività sindacale è questione – oggi – non più sociale, ma eminentemente politica e di schieramento, alla quale mi sottraggo, pur avendo, per anni, collaborato con gli Uffici vertenze di diverse sigle Confederali.
Pensare di politicizzare la giustizia ed i giudici e pensare che ciò sia il male “odierno” è quanto di più suggestivamente Orweliano oggi possa esistere; significa azzerare la nostra memoria e “voler” dimenticare che situazioni analoghe sono state brillantemente risolte dai Pretori del Lavoro a partire dagli anni Settanta, originandosi, sulla scia di quel Diritto Vivente, una legislazione sociale (ad opera degli esponenti politici della Prima Repubblica) di larghissimo respiro culturale, a garanzia dei diritti fondamentali di tante situazioni di (s)favor lavoratoris.
Non c’è niente di nuovo, oggi.
Prosegue, semplicemente,la dovuta attenzione dei Giudici del Lavoro.
Di contro, l’azione sindacale si è effettivamente arricchita di colpi di scena, sull’abbrivio delle battaglie da palcoscenico nate con la vigente Seconda Repubblica.
Scritto il 27-8-2010 alle ore 10:05
Arturo (o chi tu sia visto che specifichi lo pseudonimo) rilevo che sei in linea con la maggior parte dei commenti che stanno giungendo. e però, visto che per ragionare bisogna vedere le cose da tutte le angolazioni, riporto una nota di epifani di metà luglio: “I licenziamenti annunciati per lo stabilimento di Melfi rischiano di radicalizzare il clima. La Fiat sbaglia, e prima se ne accorge meglio e’. Il rischio e’ di radicalizzare la situazione e questo non va bene ne’ per i lavoratori, ne’ per l’azienda, ne’ per il Paese”.
e quindi pongo a voi un nuovo interrogativo: esiste un limite tra spina dorsale ed arroganza datorile? il prendere o lasciare non mortifica proprio le istanze di partecipazione dei lavoratori che sembra costituire il nuovo modello del capitalismo illuminato ed efficiente?
– come di consueto mi astengo, per il momento, dal manifestare la mia opinione -
Scritto il 27-8-2010 alle ore 10:40
grazie massimo per aver riportato l’attenzione sul caso specifico in sè.
la tua linea è limpida. centro!
hai ben individuato il nodo della questione. ricordo infatti che il ricorso avverso i licenziamenti, con la conseguente protezione dei diritti individuali lesi dei lavoratori, sarebbe dovuto essere posto ex art. 18 della 300 e che l’art.15 della medesima legge definisce nullo il licenziamento discriminatorio. aver azionato l’art. 28 (condotta antisindacale) inquadra chiaramente la finalità che il contenzioso (non più individuale) avrebbe dovuto assumere. circostanza che si è puntualmente verificata. al centro non ci sono più i licenziamenti ma la modalità, ed i limiti, di esercizio dell’attivà sindacale in fabbrica (ecco perchè, con tutto il rispetto, in questa occasione le cariche istituzionali avrebbero – forse – fatto meglio a non scendere in campo a difesa di 3 lavoratori licenziati poichè la questione non era e non è questa).
quanto alle richieste di risarcimento di danno per dequalificazione o lesioni fisiche / morali a seguito della mancata immediata ripresa del lavoro, ritengo che vista la brevità tra decreto e riesame dello stesso, e quindi chiusura definitiva della vicenda, forse ci potrebbe essere poco spazio … ma … mai dire mai
ISPETTORE DEL LAVORO scrive:
Scritto il 27-8-2010 alle ore 10:51
IO NON HO CAPITO SE IL DATORE DI LAVORO ATTRIBUISCE AI LAVORATORI LICENZIATI UN COMPORTAMENTO CHE POSSA ESSERE OGGETTO DI UN PROVVEDIMENTO DISCIPLINARE.
SE NO, PERCHè DESCRIVE I COMPORTAMENTI “TRASGRESSIVI”?
SE SI, HA ESPERITO LE PROCEDURE DEL PROCEDIMENTO DISCIPLINARE?
Scritto il 27-8-2010 alle ore 11:23
caro ispettopre del lavoro il problema non sono le procedure di licenziamento (che non hanno subito alcuna censura di tipo formale e pertanto ritengo che abbiano seguito tutta la prassi disciplnare) ma, come evidenziato nella mia risposta 17, il tipo di azione avanzata che è stata posta ex art. 28 L 300/70 tendente a dimostrare come l’atto abbia avuto sostanzialmente fuinzioni tendenti a limitare l’autonomia e la libertà sindacale dei 3 di cui 2 rappresentanti sindacali ed uno semplice iscritto FIOM.
per chi fosse interessato ecco il disposto del giudice:
http://www.basilicata.fiom.cgil.it/documenti/2010/Decreto_reintegro_FIOM.pdf
Scritto il 27-8-2010 alle ore 11:31
In presenza di un decreto che dichiara antisindacale il licenziamento e ordina la rimozione degli effetti (duplice contenuto legalmente tipico del decreto di accoglimento del ricorso contro la condotta antisindacale) a mio giudizio è chiaro che pagare ma non far lavorare i licenziati NON è una forma di ottemperenza all’ordine del giudice ma una sua evidente violazione, visto che non rimuove TUTTI gli effetti della conddotta ilecita, e che dal punto di vista pratico conserva nei confronti della collettività dei lavoratori l’effetto intimidatorio e antisindacale. Poiché il decreto è immediatamente esecutivo, il fatto che sia stato impugnato da Sata (Fiat) nulla toglie alla sua violazione e al fatto che – persino se vincesse la fase dell’impugnazione – Sata stia commettendo un reato, sanzionato ex art. 650 c.p. E il significato è evidente: la Fiat vuol dimostrare – anche in questo caso – di essere al di sopra della legge. Il che è gravissimo, anche se ha i soldi per far sostenere da valenti colleghi le tesi più assurde, come talvolta capita di fare agli avvocati.
bruno barghini scrive:
Scritto il 27-8-2010 alle ore 11:33
il perche’ le aziende straniere non investono in italia…
il perchè le aziende italiane portano la loro produzione all’estero…
le risposte sono nella vicenda melfi…
da ultimo perche in italia il 90% delle aziende
sono al di sotto dei 15 dipendenti…
la risposta è nella vicenda melfi…
Scritto il 27-8-2010 alle ore 12:01
il drastico bruno è lapidario. ricordo solo che la problematica di melfi (e pertanto la protezione contro l’attività antisindacale posta in essere dall’azienda ai sensi dell’art. 28 L 300/70) prescinde dal numero dei dipendenti dell’impresa.
Scritto il 27-8-2010 alle ore 12:09
marco ciò che dici è giuridicamente corretto, se non lo fosse non ci sarebbe tutto questo can can.
ritengo che il rispetto di una sentenza sia uno dei pilastri che sostengono uno stato di diritto. senza di questo entriamo nella giungla della legge del più forte. e però la risposta aziendale è di tipo intelocutorio, e cioè aspetto la conclusione di questa fase giudiziale (che ci sarà tra poco meno di 2 mesi) prima di reinserire in organico lavoratori nei confronti dei quali ho perso la fiducia.
forse questo è un tema che non va taciuto: il rapporto di lavoro si fonda sull’incontro di 2 volontà animate da reciproca fiducia. venendo meno questa può esistere comunque il rapporto lavorativo? è il nostro diritto del lavoro attrezzato per questo tipo di valutazioni?
Scritto il 27-8-2010 alle ore 13:06
Sono dubbioso che possa mai esistere reciproca fiducia fra soggetti così diversi fra loro:
datore di lavoro e lavoratore subordinato. (anche se ieri Marchionne parlava del superamento del binomio padrone/operaio)
Tuttalpiù parlerei dell’incontro di 2 soggetti (uno forte e uno debole) animati da un comune e circoscritto desiderio di soddisfare i rispettivi bisogni.
Scritto il 27-8-2010 alle ore 15:41
bartolo questa volta mi trovo in disaccordo con la tua posizione. il vincolo fiduciario è la base del contratto di lavoro che, essendo un contratto, ha come elemento primario ed essenziale l’accordo. la perdita dell’elemento fiduciario, a ragione di gravi violazioni contrattuali, consente il recesso per giusta causa ai sensi dell’art. 2119 cc.
Scritto il 27-8-2010 alle ore 15:46
secondo me non “venuta mento la fiducia” bensì, siccome la perdita del rapporto di fiducia è un motivo di licenziamento, è stata tirata in ballo dagli avvocati di FIAT per giustificare il confinamento dei 3 al di fuori del reparto produzione e per chiederne in futuro nuovamente il licenziamento.
Se io fossi l’avvocato dei 3 a questo punto parlerei di mobbing, perchè limitare il lavoro a dei dipendenti (reintegrati) a me pare un caso di mobbing tout court.
Scritto il 27-8-2010 alle ore 16:03
annalisa se leggi il commento 15 dell’avvocato fiore troverai una posizione simile alla tua.
ho qualche dubbio sulla possibile azione ma …. ovviamente non sta a me il giudizio.
quanto al rapporto fiduciario non sono gli avvocati FIAT che lo tirano in ballo ma è, come argomentavo, elemento imprescindibile per l’esistenza di un rapporto di lavoro.
Scritto il 27-8-2010 alle ore 16:49
Il primo, per condividere la posizione di un Giurista come Barbieri, che ben ricorda a tutti come, in sostanza, la Fiat stia violando – tra altre – una norma di carattere penale, come l’art. 650 c.p., rendendosi inottemperante ad un ordine giudiziale.
Il secondo trae spunto da un recente orientamento dei Giudici di Piazza Cavour in ordine alla qualificazione di una condotta vessatoria ed emarginativa, che può concretizzarsi non più (e non solo) sulla reiterazione di una pluralità di comportamenti offensivi ripetuti nel tempo (cito EGE: sei mesi), ma anche in presenza di un SOLO episodio che presenti una rilevanza tale da ledere i diritti inviolabili di cui si chiede tutela, pur sempre in presenza dell’elemento intenzionale da parte datoriale.
Ribadisco: siamo in presenza di un vero e proprio scontro tra poteri che mira a porre in secondo piano una vicenda che andrebbe gestita secondo dinamiche (sostanziali e processuali) squisitamente giuridiche.
Arturo Stella scrive:
Scritto il 30-8-2010 alle ore 10:44
L’ispettore del lavoro ha perfettamente ragione. Non conosco i dettagli di questa vicenda, ma ho la sensazione che nei confronti dei tre lavoratori non siano state esperite le procedure disciplinari previste dall’art. 7 della legge 300/70. Faccio inoltre presente che tutto il dibattito sulla vicenda si sta sviluppando dando per scontato che vi sia stata effettivamente interruzione dell’attività produttiva causata da doloso comportamento dei tre lavoratori. Dalla lettura del dispositivo della sentenza appare evidente, invece, che la decisione del giudice di condannare la FIAT per comportamento antisindacale e di disporre il reintegro nel posto di lavoro sia stata conseguente alle numerose testimonianze acquisite che negano l’atto di sabotaggio. Nella vicenda appare inoltre molto chiara l’esigenza della FIAT (anzi di Marchionne) di far prevalere il “nuovo” (!!!) modo di intendere le relazioni sindacali e individuali: Esso si basa sulla totale e supina acquiescenza del sindacato e dei lavoratori ai voleri del padrone (Marchionne) senza avere la possibilità di far valere, nemmeno in minima parte, i diritti conquistati dai lavoratori in due secoli partendo dalla legge francese Le Chapelier del 1791 per arrivare ai contenuti della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo proclamata dalle Nazioni Unite nel 1948 che nel 1966 adottarono il Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali che fu concluso a Nuova York il 16 dicembre 1966 e approvato dall’Assemblea federale il 13 dicembre 1991. L’episodio di Melfi e tutti gli episodi che riguardano la FIAT in Italia costituisce l’emblema di una rincorsa nei confronti dei paesi emergenti che, pur facendo parte delle nazioni Unite, si guardano bene dall’applicare i contenuti dei documenti dell’ONU sul lavoro. Gli episodi suddetti ci dicono, con solare evidenza, che è in atto nel mondo occidentale un regresso delle tutele nel rapporto di lavoro che tende a portare il mondo occidentale più evoluto nelle condizioni di due secoli fa ai tempi della legge francese di Le Chapellier. Il rischio tremendo che si sta correndo è quello di rompere l’equilibrio raggiunto nelle fonti internazionali citate (e in altre) che dovrebbero costituire punto di riferimento irrinunciabile per i paesi dell’est e del terzo mondo che sono lontani anni luce dal raggiungimento degli standard di condizioni di lavoro e di libertà sindacale del mondo occidentale ma che guardano al mondo occidentale come punto d’arrivo. Il rischio è quello della realizzazione di una specie di rincorsa del mondo occidentale verso standard di tutele e libertà sindacali che si muovo sempre di più in regressione. In altri termini, stiamo correndo il rischio di assistere alla globalizzazione delle libertà sindacali e del lavoro verso il basso su valori ben lontani da quelli sanciti dalle fonti internazionali (ONU e OIL).La rincorsa verso i paesi emergenti non potrà mai essere vinta se viene basata solo sul costo del lavoro e sulla negazione dei diritti conquistati in due secoli. La concorrenza internazionale può e deve essere basata su altri parametri.
Gennaro B scrive:
Scritto il 30-8-2010 alle ore 11:52
Come sempre le informazioni riportate su questo fatto sono parziali, si è scritto delle motivazioni della FIAT che hanno portato al licenziamento, ma niente si è scritto sulle motivazioni che hanno portato la FIOM a ricorrere, ebbene sembra, secondo la FIOM, che il carrello robotizzato fosse già guasto. Ma quello che più fa rabbia è il fatto che da una vicenda locale, è stato montato un caso nazionale, io credo che sia la FIAT che la FIOM avessero interesse a strumentalizzare questa vicenda, ovviamente per opposti motivi, il tutto però, a discapito di chi vuole effettivamente lavorare. Faccio notare altri due aspetti importanti di questa vicenda:
1)	L’assenza della politica, dove sono il ministro, il governo, la maggioranza, l’opposizione? ASSENTI;
2)	E’ incredibile che un qualsivoglia soggetto possa NON RISPETTARE un provvedimento di un giudice.
Scritto il 30-8-2010 alle ore 13:43
Il contenzioso di Melfi avrà una soluzione in relazione ai fatti che saranno appurati e sarà applicata la giurisprudenza che da 50 anni si è formata in materia.
Nulla di nuovo. Lo sciopero dà fastidio,ma è un diritto costituzionalmente garantito, nei limiti che sappiamo. Ed è giusto che lo sia.
La realtà è che è un episodio di una battaglia della Fiat contro la FIOM che non mi entusiasma per nulla.
Il problema sindacale mi pare una scusa per coprire decisioni di disinvestimento in Italia che temo siano state già prese e che dipendono da valutazioni economiche globali.
Marchionne non ha il coraggio di allontanare la FIAT dall’italia senza dare la colpa ad altri.
Pensi a fare auto innovative, pulite, che possano imporsi in sostituzione a quelle attuali e inquinanti.
Mi pare che tedeschi e giapponesi siano molto più avanti nella ricerca: e qui i sindacati non contano.
Se proprio la Fiat doveva fare una battaglia “culturale” sul lavoro, sarebbe stato meglio prendersela con gli assenteisti veri e i medici compiacenti che certificano malattie inesistenti.
Licenzi gli assenteisti, mandi visite fiscali serie, quereli i medici falsificatori.
Scritto il 30-8-2010 alle ore 13:59
oggi acquisto “il Gazzettino” e trovo al suo interno una intera pagina acquistata a scopo pubblicitario da “giustizia e libertà lavoratore italiano”.
cosa c’è scritto ?
a caratteri cubitali “Marchionne non mollare” siamo pronti a scendere in piazza, la produttività è il vero motore del lavoro e del benessere.
mi astengo da commenti immediati sul significato semantico delle parole, ma dopo l’intervento del presidente Napolitano ci mancava anche chi acquistasse pagine pubblicitarie di solidarietà.
Ora manca il papa durante l’urbi et orbi…
Scritto il 31-8-2010 alle ore 14:19
massimo fiore ricorda i nuovi orientamenti di cassazione in merito a condotte vessatorie. ritengo che tali condotte siano di quanto più deprecabile possa esserci in un rapporto di lavoro ma bisogna intenderci sui contenuti delle stesse. la circostanza che per poter rilevare ciò che comunemente viene definito “mobbing” il giudice abbia sempre cercato una continuatività nel tempo della condotta irregolare datoriale è elemento di garanzia per non confondere un episodio fine a se stesso, che può avere centomila motivazioni, con una strategia preordinata e tendente ad allontanare irregolarmente un lavoratore. il primo è elemento (negativo) ma fisiologico, il secondo patologico e quindio censurabile in modo intensigente. in merito alla violazione dell’art. 650 cp … se ciò non fosse, ribedisco, non ci sarebbe nemmono tutto il caso mediatico.
Scritto il 31-8-2010 alle ore 14:54
la tesi di arturo stella è suggestiva ma non mi convince. è più che evidente che la competizione globale porti ad una definizione di nuovi equilibri nei luoghi di lavoro. trovo essenziale che il dialogo sociali detrmini una continua attualizzazione delle regole del gioco e trovo altresì innaturale che la legislazione sia così rigida da impedire tale libera attualizzazione.
credo che in questi ragionando su queste questioni “l’inquinamento dell’approccio ideologico preventivo” sia il vero demone. qui è il punto. Arturo dice ” ..Esso (comportamento FIAT) si basa sulla totale e supina acquiescenza del sindacato e dei lavoratori ai voleri del padrone” non ritengo siano questi i termini corretti del confronto. se tanti soggetti dialogano e uno si arrocca, siamo proprio sicuri che rappresenti l’unico paladino dei lavoratori o piuttosto non si muova per ragioni tattico / opportunistiche? se i lavoratori, sia pure tentati da chimere votano in una direzione (vedi Pomigliano) ci sarà una ragione?
non credi che il dialogo ed il confronto, e non lo sconfro preventivo, siano l’arma più forte a disposizione delle organizzazioni sindacali?
quanto all’applicazione dell’art. 7 la censura giudiziale nulla ci dice sul merito perchè la FIOM anzichè contestare la legittimità dei licenziamenti (e questo se vogliamo è quasi paradossale e sintomatico della partita in atto)ha voluto invocare l’antisindacalità della condotta aziendale che vede la cassazione dell’atto di recesso come mera conseguenza.
Scritto il 31-8-2010 alle ore 14:58
gennaro, certamente l’attenta ricostruzione dei fatti è elemento determinante per una corretta valutazione della vicenda e pertanto, sul punto attendiamo la verità giudiziale che, ahimè, non sempre ricostruisce esattamente la “verità reale” ma questo è tipico delle umane cose.
quanto alla politica purtroppo son fin troppo presenti … e, per come vedo le cose, sottolineo il purtroppo!
sul mancato rispetto della sentenza ti rimando alle valutazioni precedentemente espresse.
Scritto il 31-8-2010 alle ore 15:09
guido condivido parte della tua posizione. se dovessi dar retta al mio istinto direi che il marcato deve guidare la produzione: se ci sai fare buona fortuna altrimenti prima vai via e meglio è! ma siccome critico costantemente gli approcci ideologici ritengo che questo ne sia un classico esempio.
quanto all’approccio concreto ti assicuro che vivo quotidianamente problematiche di certificati sanitari fatti a posteriore e “per telefono” da medici amici a persone sane come pesci. ecco perchè, per evitare il crac delle regole di garanzia, queste devono basarsi su parametri nuovi (leggiamo sul punto le idee dell’accordo di Pomigliano e troveremo diversi spunti).
Scritto il 31-8-2010 alle ore 15:10
claudio b. spero proprio che il Santo Padre abbia altro a cui pensare, se qualcuno volesse però capirne “l’opinione in materia” consiglio la lettura della Caritas in Veritate. è soprendente quanta attualità ci sia dentro.
Il rilievo di Paolo Stem alla mia tesi sulla progressiva regressione delle tutele nel rapporto di lavoro, secondo me, non coglie l’aspetto essenziale del mio ragionamento. Io non nego l’esigenza dell’attualizzazione delle regole. Dico semplicemtne che l’attualizzazione non può andare contro le regole fondamentali e le conquiste irreversibili di civiltà e dignità sociale sancite ai massimi livelli mondiali (ONU e OIL)dopo due secoli di lotte. E’ come se le leggi italiane potessero essere approvate a prescindere dai princ ipi sanciti dalla Carta costituzionale. Attualizzare le regole non può significare l’abbandono di due secoli di lotte dei lavoratori. Che la FIOM (che non è il mio sindacato)possa assumere posizioni tattiche utilizzando questi aspetti per motivi politico/sindacali, è probabile ma non mi interessa. Dico, ad esempio,che la CISL nacque nel 1950 perchè volle rompere la politica cigiellina della cinghia di trasmissione per costituire il sindacato/associazione dei lavoratori che devono essere tutelati nella massima autonomia politica. La vicenda FIAT, invece, mi sta mostrando un’altra cinghia di trasmissione, quella del terzo millennio nella quale il sindacato subisce il ricatto (perchè di questo si tratta) tattico e strumentale di Marchionne in nome di una presunta salvaguardia di posti di lavoro. E’ affidabile la FIAT nel suo progetto o è pure esso da vedere con sospetto perchè magari fra poco tempo Marchionne deciderà di levare le ancore definitivamente dall’Italia? Se la FIOM può essere criticata e sospettata per il suo atteggiamento tattico, a maggior ragione dico io può esserlo la FIAT e Marchionne che pur di restare globalizzato manda a gambe all’aria le conquiste irreversibili dell’umanità sul lavoro.
Scritto il 31-8-2010 alle ore 15:56
A prescindere del giudizio sul sindacato italiano
da molti decenni ormai corrotto e decotto,la Fiat
in altri tempi non avrebbe mai sollevato problemi di questo genere perchè lo Stato gli forniva i capitali della quale necessitava.
Credo che la Fiat a prescindere dall’avvventura americana,anch’essa tutta da vedere tra qualche anno,è un’azienda senza futuro nel settore auto.
Mi auguro che il settore venga ceduto a un’azienda tedesca per continuare a sperare con una gestione aziendale seria e condotta da un amministratore capace e serio che vesta con giacca e cravatta.
Scritto il 31-8-2010 alle ore 16:35
Aderendo ad un invito di Paolo (Stern)copio e incollo la sua domanda e la mia risposta su un altro post collegato in un “ponte virtuale” http://andreaasnaghi.postilla.it/2010/08/11/30-anni-fa-solidarnosc.
Mi scuso per l’eventuale fuori-tema.
Domanda (di Paolo) :
la contestazione di danzica (il tuo post) nasce dalla reazione “di popolo” a licenziamenti, ora in italia 3 licenziamenti, quelli di melfi (il mio post), sono al centro del dibattito: ci possono essere assonanze? sono contesti diversi? e se si quali, scondo te gli elementi di distinzione? …
Scritto il 31-8-2010 alle ore 18:09
arturo continuo a non essere convito della tua tesi pur apprezzando la tua conoscenza della materia e la tua competenza.
ritengo che nessuna legge dello stato o norma internazionale possa impedire (piaccia o meno e ti assicuro che a me piace proprio poco!) ad un capitale di spostarsi dove può ottimizzare il suo rendimento. il quesito sul futuro del lavoro in occidente deve partire da questo brutto (ma inconfutabile) dato di fatto. l’attrazione del capitale internazionale viene mossa da tante componenti, limitando il ns ragionamento nell’ambito “lavoro” entrano in gioco le regole e le tutele. di qui l’obbligo di attualizzare le stesse. non ho ricette miracolose sul punto, ritengo che siano le parti sociali ad essere artefici di quest’azione di attulizzazione ed il legislatore a dover armonizzare tali decisioni con il contesto generale in una logica di proficuo dialogo sociale. al di fuori di tale perimetro faccio fatica a vedere soluzioni concrete; continuo a ripetere(mi) che un diritto a lavoro senza lavoro serve a poco.
Scritto il 31-8-2010 alle ore 18:17
stefano … sulla giacca e la cravatta rilevo che nel mondo mediatico i vezzi personali sono spesso note distintive. insomma fa casual chic il maglioncino blu! come faceva tanto intellettuale snob la giacca tweed di un sindacalista presidente della camera, o tanto sindacal / impegnato la pipa di uno stuolo di rappresentanti dei lavoratori (da lama a marini). che vuoi farci questione di immagine!
a parte le battute ritengo che uno che riceve complimenti per il suo lavoro in mezzo mondo non possa essere liquidato come fai tu.
Scritto il 31-8-2010 alle ore 18:24
grazie andrea per aver raccolto il mio invito. ricordo che Asnaghi ha aperto un post (il cui indirizzo è da lui citato) sui 30 anni da danzica e dalla gloriosa esperienza di solidarnosc.
che c’entra con melfi? la questione sta nel quesito che avevo posto ad andrea e che sintetizzo anche alla luce dei commenti fin qui giunti: possiamo trovare un filo conduttore tra la ribellione di un popolo al lavoro contro alcuni licenziamenti a danzica (scintilla che scatenò la fine di un mondo) e la ribellione della FIOM contro “i soprusi del padrone”(direbbe arturo stella, se non ho mal interpretato il suo pensiero)? andrea dà una risposta per me sottoscrivibile.
Scritto il 1-9-2010 alle ore 19:08
NO MA E’ COERENTE CON I PROPRI RICATTI SINDACALI OPERATI SU TUTTO IL TERRITORIO NAZIONALE, SPECIALMENTE CON LE PICCOLE IMPRESE.
CON LA FIOM SI….
ASSOLUTAMENTE NO RITENGO SIA DI IMPORTANZA NAZIONALE……..
Concludo con una “provocazione” che sottoposta di volta in volta ai vari sindacalisti ha solo ottenuto mezzi sorrisini e nessuna risposta concreta:
Abolendo l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, al meno per aziende sotto i 15 dipendenti ( con talune esclusioni s’intende, leggasi maternità), si avrebbe in un lasso di tempo ragionevole la fine del precariato…..fine dei contratti a termine, fine dei finti contratti intermittenti etc etc, fine delle lettere di dimissioni in bianco, con evidente beneficio sulla situazione economica e psicologica dei lavoratori stessi…..mai visti una azienda di piccole dimensioni che licenzia un bravo dipendente e non parliamo quasi mai di stipendi come alla Fiat di Melfi o Pomigliano, anzi…..
Negli ambienti, e lo sapete meglio di me, si sostiene che l’art. 18 serve a tutelare i “fannulloni” ed il potere ricattatorio dei sindacati.
Grazie dell’attenzione e m’interessa molto la Vs. opinione al riguardo.
In riscontro alla opinione di Pietro Pagliarani, ritengo necessarie alcune considerazioni.
Nel pieno ed incondizionato rispetto del pensiero altrui, non ho nulla da rilevare sulle risposte date, eccezion fatta per la numero 3: il mancato rispetto di un ordine giudiziale costituisce reato e non ritengo esercitabile l’arbitrio nei confronti di alcuno.
Entreremmo nello stato di anarchia, legittimando la illegalità.
Per quanto attiene alla abolizione dell’art. 18, credo che il Sig. Pagliarani – a meno di refusi – si stia confondendo.
La c.d. tutela reale stabilita nella norma interessa le sole aziende con PIU’ di 15 dipendenti (o 5, se agricole) e, pertanto, non intacca la dinamica del licenziamento intimato in aziende in cui è presente la tutela debole (quelle con meno di sedici dipendenti).
La stessa norma, di poi, nulla ha a che vedere con la legislazione sul licenziamento delle lavoratrici in maternità, lex specialis rispetto al predetto articolo.-
Per esperienza professionale, inoltre,posso affermare con estrema attendibilità che negli ultimi due anni vi è stato un grosso incremento dei licenziamenti proprio nelle aziende al di sotto della soglia dei 16 lavoratori, i quali ultimi, prescindendo da casistiche particolari, si sono trovati sforniti di una tutela adeguata, “subendo” recessi aziendali imperniati (seppure in regime di crisi congiunturale) più sulle simpatie/antipatie, che su requisiti di carattere tendenzialmente oggettivo.-
E chiudo con due pensieri:
il primo; non è vero che le aziende oggi sono imbrigliate dalla forza lavoro fannullona, perchè la legge mette loro a disposizione gli strumenti utili per licenziarli (si tratta soltanto di adoperarli nel modo giusto);
il secondo; la abolizione dell’art. 18 della Legge 300/1970, facendo venir meno la distinzione tra tutela reale ed obbligatoria, priverebbe le aziende di un grosso privilegio, in tema di rivendicazioni retributive effettuate dal lavoratore: la possibilità di eccepirne la prescrizione estintiva quinquennale in corso di rapporto che, di converso, inizierebbe a decorrere dal suo termine.
Scritto il 2-9-2010 alle ore 13:17
Tirato per i capelli da Stern in questo dibattito, mi sento di dire alcune cose rispetto agli ultimi interventi che ho letto
a Arturo Stella (e paolo stern):
il tema della globalizzazione è molto rischioso, se il competitor asiatico in genere può contare (ma ancora per pochi anni) su un costo del lavoro allal “servo della gleba” questo di certo non è una buona ragione per mettersi a quel livello (e su questo credo siamo tutti d’accordo).
L’attualizzazione delle regole, invece presuppone due concetti:
– il diritto è una materia vivente e dinamica, negli aspetti pratici e talvolta anche nel cuore degli stessi principi;
– l’estremizzazione (nella prassi o nell’evoluzione giuridico-normativa) di alcuni principi può portare effetti paradossali ed abnormi.
Se quindi già di per sè parlare delle conquiste di due secoli può essere fuorviante, ancor di più bisognerebbe verificare se nella pratica non si sia per casi perso il senso della misura.
e qui vorrei invece riprendere un concetto che esponeva massimo fiore: non è così vero che “la legge mette a disposizione gli strumenti utili” per licenziare i fannulloni (o gli scorretti) – o meglio, l’utilizzo finale di altri strumeni finisce spessissimo per penalizzare percorsi anche lineari e chiarissimi dal punto di vista logico e razionale.
Quando un’azienda di 20 dipendenti (che è pure una piccola azienda) rischia di dover “vincere” solo in Cassazione (e forse nemmeno lì, magari per un aspetto meramente formale) i danni sono fatti ed il tessuto produttivo )ma anche umano, mi creda) si deteriora irrimediabilmente.
Una riflessione sui comportamenti, imprenditoriali ma anche del sindacato e dei lavoratori, si impone.
Magari invece di “diritti” si potrebbe parlare di diritto-dovere o meglio ancora di responsabilità.
E per finire- la mia esperienza personale mi dice che prevalentemente la simpatia/antipatia nella piccola azienda si basa su una performance lavorativa e comportamentale scadente, mai sentito dire (e faccio questo lavoro da un po’ di anni) “ti licenzio perchè sei proprio un bravo lavoratore però mi stai sullo stomaco”.
(in compenso posso assicurare di aver visto lavoratori, sedicenti titolari di ingiustizie indicibili e assurde discriminazioni che in realtà erano solo dei lavoratori che per mille motivi stavano rendendo una prestazione sbagliata: è successo anche ad amici miei – a cui ho consigliato non una accesa causa ma un bell’esame di coscienza).
D’accordo, il licenziamento è un fatto grave ed è l’ultima risorsa, ma ho visto difendere l’indifendibile.
Scritto il 2-9-2010 alle ore 13:30
Come si può non essere d’accordo con Andrea….
Scritto il 2-9-2010 alle ore 18:40
ma ho visto difendere l’indifendibile
Ho visto difendere lavoratori con le mani lunghe ” filmati” e chiedere un esborso finale, che potrebbe essere definita una questua solo per evitare il giudizio….tanto lo sappiamo tutti è inutile nascondersi dietro un dito…
Scritto il 3-9-2010 alle ore 13:39
la risposta tecnica di massimo fiore al commento 44 è puntuale. ha correttamente inquadrato il contesto normativo evidenziando i limiti della tutela reale e le circostanze di particolare protezione (lavoratrice madre) che determinano la nullità del recesso a prescindere dalla dimensione occupazionale dell’impresa. fiore riceve invece il dissenso sia di asnaghi che di pagliarani quando invece vuole trarre dalla sua esperienza professionale una sorta di osservatorio sul lavoro. trovo naturale che l’esperienza personale di ciscuno ed il proprio ruolo portino a visioni diverse delle problematiche, è prorio dall’incontro dialettico delle differenze che si dovrebbe giungere a delle sintesi equilibrate.
mi permetto di commentare gli ultimi 2 pensieri di fiore:
1) se la sua affermazione fosse vera non ci sarebbe tanto can can sull’art. 18. no, caro amico da avvocato giuslavorista non puoi non rilevare che il nostro ordinamento sia un campo minato in cui, anche ponendo la massima cautela, si possa saltare per aria da un momento all’altro. le sentenze dei vari gradi di giudizio sono una evidenza troppo tangibile di ciò per essere ignorata.
2) se un’azienda dovesse buttare giù dalla torre la prescrizione breve o la reintegrazione obbligatoria non ho proprio alcun dubbio rispetto a cosa darebbe ben volentieri un calcione!
anche volendo valutare la legittimità delle questioni personalmente (e paradossalmente) trovo
più critica la prescrizione breve poichè impedisce al lavoratore di ricevere dazioni dovute, è un espediente tecnico per dire: ti dovevo 100 ma ti sei mosso tardi e quindi …
nel caso di reintegrazione si attiva ope legis un rapporto duale che, avendo origine contrattuale, può nascere solo dall’accordo tra le parti. non sarà un caso che l’istituto della reintegrazione giudiziale, in via esclusiva ed obbligatoria per il giudice, esista sostanzialmente solo nel nostro paese.
Scritto il 3-9-2010 alle ore 13:45
con riferimento al commento 47 di claudio b. vorrei quasi ricordare, da romanista, quello che diciamo sulla “magica”: la roma non si discute, si ama! se non temessi malevole interpretazioni girerei la frase sull’amico asnaghi visto l’accuratezza e la profondità riflessiva che traspare da molti suoi interventi … (dopo questa sviolinata, caro andrea mi considero tuo ospite a cena a milano!)
Scritto il 3-9-2010 alle ore 18:32
caro amico da avvocato giuslavorista non puoi non rilevare che il nostro ordinamento sia un campo minato in cui, anche ponendo la massima cautela, si possa saltare per aria da un momento all’altro. le sentenze dei vari gradi di giudizio sono una evidenza troppo tangibile di ciò per essere ignorata.
Commento mio a quanto sopra:
Bravo bravo bravo dott. Stern, in due righe riassumo l’ultimo processo del lavoro dove ho assistito il mio cliente:
Nb. Ho la sentenza in ufficio e l’ho letta 3 volte stentando a crederci
Causa licenziamento in costanza di maternità per chiusura TOTALE del punto vendita alla quale la lavoratrice era addetta.
Parti del ddl : L’imprenditore, il sottoscritto, l’avvocato
Parti della lavoratrice: Lei, la Cgil, l’avvocato, la consigliera provinciale delle pari opportunità ” ad iuvantum” come disse Lei.
Conclusione della causa dopo 3 anni 2 giudici alternati, 2 tentativi di conciliazione con ns. disponibilità ad un esborso ragionevole, 2 sputtamenti sul giornale con nomi e cognomi…
Nulla da fare, tirati per i capelli in tribunale ABBIAMO VINTO ED ALLA GRANDE.
Allora dov’è il problema??
Il problema è che il giudice ( no comment vi prego, in quanto le sentenze non si commentano fuori dai tribunali) ha stabilito di compensare le spese legali in quanto la lavoratrice non aveva inquadrato bene la situazione di crisi aziendale che aveva portato a tale licenziamento.
Ripeto no comment, comunque sappiate che se le spese legali ( giuste oneste e sudate) le elargivamo alla lavoratrice in primis, avremmo risparmiato ed al di là del risparmio economico, avremmo risparmiato tanti mal di testa, sere e notti a studiare la normativa sulle cause di licenziamento della maternità ed un centinaio di mal di testa per la preoccupazione. Perchè anche i datori di lavoro sono persone con i loro problemi…..così non la vede la Cgil
Scritto il 3-9-2010 alle ore 18:37
Ovviamente, data la possibilità di giudizio contrario a noi in appello, l’imprenditore si è ben guardato di andare in seconda istanza.
Signori, non sono avvocato, non sono laureato in legge, ma fidatevi questa è vita vera di ogni giorno…..
Grazie dell’attenzione ed ogni Vs. commento o critica è sempre comunque ben accetto.
Scritto il 6-9-2010 alle ore 12:52
pietro la tua esperienza è chiara e significativa. non mancano però casi risolti giudizialmente con soluzioni contrarie (anche in modo paradossale) e pertanto la generalizzazione non è mai una buona pratica.
certo è, ritengo, che il ns. ordinamento non faccia nulla per prevenire il contenzioso (anzi!) con le conseguenze che tutti conosciamo.
aprendo la mia relazione in un recente convegno sul “pacchetto lavoro collegato alla finanziaria” (ma vedrà mai la luce???) individuavo proprio il nuovo orientamento del legislatore sintetizzandolo “dal contenzioso preventivo alla prevenzione del contenzioso”
Scritto il 15-7-2011 alle ore 21:26
Il giudice del lavoro, Amerigo Palma, ha accolto il ricorso presentato dalla Fiat contro il reintegro di tre operai (due dei quali delegati Fiom) dello stabilimento di Melfi, in provincia di Potenza. Oggi il procedimento giudiziario dà ragione alla FIAT ma la questione ancora non può dirsi conclusa in modo definitivo. In queste cose bisogna avere prudenza, la giustizia umana è fallace … ma alcune prese di posizione registrate sino ad oggi, anche dai vertici dello Stato, forse possono qualificarsi come quantomeno imprudenti (con tutto il rispetto!)
Scritto il 24-2-2012 alle ore 15:11
contrordine compagni … lavoratori reintegrati.
quando si dice la certezza del diritto!!!!
http://www.agi.it/in-primo-piano/notizie/201202232029-ipp-rt10298-fiat_melfi_corte_appello_reintegra_i_tre_lavoratori_licenziati
Scritto il 24-2-2012 alle ore 15:17
ricordo che la vicenda non scomoda il famigerato articolo 18 ma riguarda l’articolo 28 della legge 300/70

References: sentenza 
 art. 18
 art. 28
 art. 650
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 18