Source: https://wishakamax.wordpress.com/2013/07/04/un-film-tante-emozioni/
Timestamp: 2017-08-21 08:32:30+00:00

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Un film, tante emozioni | Serbatoio di pensieri occasionali
Un film, tante emozioni
Ieri sono rientrato a casa prima del solito, e ho trovato mia moglie che stava guardando “Il cammino per Santiago”. Proprio la mattina ne avevo parlato con mia sorella, che lo aveva visto e me lo aveva caldamente raccomandato. E così mi sono messo a guardarlo.
Il Cammino di Santiago è il percorso che i pellegrini medioevali effettuavano per recarsi presso la tomba di San Giacomo, l’apostolo di Cristo. Al giorno d’oggi è meta di decine di migliaia di persone all’anno, che effettuano il percorso a piedi, percorrendo circa 700 km. Procedendo ad andatura spedita, è necessario circa un mese, partendo dal confine franco-spagnolo, per arrivare alla meta. E’ principalmente noto ancora oggi come meta di pellegrinaggio religioso, ma si è sempre più andata affermando una valenza intimista, persone che intraprendono il cammino per cercare risposte a domande complesse, ovvero per cercare se stessi.
Ed è esattamente il caso del film. Che tratta di un padre, oltre i 60, vedovo, che non ha un buon rapporto con il figlio quarantenne, specie da quando è mancata la moglie. Lui fa l’oculista, vive in California e ha una vita routinaria, tra lavoro, qualche amico, un po’ di golf. Il figlio invece, probabilmente proprio in corrispondenza della morte della madre ha realizzato che vuole viaggiare, vedere il mondo, capire la vita delle altre persone, e non gli va di “sprecare” la vita passandone una quota parte enorme lavorando. Qui si potrebbe aprire un discorso su come lui effettivamente possa permettersi tutto questo, e sul fatto che quanto meno per questo dovrebbe al padre del rispetto, ma tralasciamo. Il punto è che un giorno, mentre il padre è a giocare a golf con gli amici, gli arriva una telefonata dalla Francia, che gli annuncia la morte del figlio.
E lui parte per andare a riprendere il corpo, ma una volta sul posto scopre che il figlio aveva intrapreso il Cammino di Santiago, e dopo un po’ di incertezza decide di farlo lui. Come se fosse un viaggio con il figlio. Che lo accompagna, effettivamente, perché prima di partire lo fa cremare e si porta dietro una scatola con le ceneri, lasciandone un pizzico ad ogni fermata. Durante il cammino incontra dei compagni di viaggio, con i quali il rapporto si consolida man mano che vanno avanti, e periodicamente lui “vede” il figlio, scambiando con lui gesti e sguardi. Il film è molto delicato in questo, il figlio viene rappresentato in maniera estremamente naturale, non so come spiegarlo meglio, ma non c’è pietismo, non c’è sensazionalismo, non c’è misticismo, nelle visioni del padre. C’è la consapevolezza che se il figlio fosse lì, si comporterebbe in quel modo, avrebbe quello sguardo, quell’espressione.
Sino al doppio epilogo. Perché l’arrivo a Santiago è solo il primo epilogo, con una scena dentro al santuario meravigliosa, dove i preti fanno oscillare un enorme incensiere che oscillando percorre una traiettoria che taglia l’intero santuario, mosso da una cima tirata da cinque frati, uno dei quali ha le sembianze del figlio. Ma per ragioni legate ad un episodio che accade in un paese, i quattro decidono di proseguire sino all’oceano, dove il padre sparge le ceneri restanti.
Non mi vergogno a dirlo, mi sono commosso, e molto, in vari momenti del film. Quando il padre scopre il luogo dove è stato ritrovato il corpo, lungo il cammino, proprio all’inizio. Quando lo zaino con il cofanetto cade in acqua. Quando il padre scopre che il suo “segreto” è stato violato, e i suoi compagni hanno scoperto della morte del figlio. Quando l’incensiere oscilla, enorme, nel santuario. E quando le ceneri si riuniscono con l’oceano, con il tutto.
Il film mi è piaciuto tanto, innanzitutto perché penso che quel cammino sia qualcosa che tutti dovremmo fare, un pellegrinaggio di 700 km a piedi è qualcosa che sono sicuro riesca a metterci in contatto con la nostra parte più nascosta e più profonda; e mi è piaciuto anche perché penso che perdere un figlio sia la maledizione più grande che possa accadere, unitamente all’altra iattura della dipartita inaspettata, e questi due temi sono stati entrambi magistralmente trattati nel film.
Ne parlavo in occasione della morte del mio collega, pensando alla moglie che lo aveva salutato la mattina e non lo ha più rivisto vivo. Perché l’inaspettato porta con sé il rimpianto del non detto, o del detto troppo, o il non aver voluto dire una parola, magari desiderata dall’altro e negata per uno stupido puntiglio, come accade nella vita di tutti i giorni. E perché accade, questo? Io credo accada a causa della nostra stupida presunzione, a causa della difesa che quotidianamente erigiamo, che ci impedisce di ricordare, ci impedisce di riflettere su “memento mori”. Ché ce lo dovremmo ricordare, che siamo caduchi. Perché è la vita stessa che è caduca, e quindi dobbiamo prendere quel che viene e tesaurizzarlo, dobbiamo vivere emozioni intensamente, dobbiamo cercare di serbare nel cuore le cose belle che ci accadono.
E quindi, intraprendere un percorso di purificazione interiore per cercare consolazione della morte di un figlio è un bell’atto di coraggio, da parte del padre del film. E attenzione, sia chiaro che non attribuisco alcuna connotazione religiosa al percorso, ma piuttosto una valenza intimista, di conoscenza e scoperta di se stessi.
Questo articolo è stato pubblicato in Real life e taggato come Cammino di Santiago, Guardarsi dentro, Martin Sheen, riflessioni, Santiago de Compostela, Se muore un figlio il 4 luglio 2013 da Wish aka Max
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18 pensieri su “Un film, tante emozioni”
pani 4 luglio 2013 alle 17:59
uh! Io è da anni che ci penso, nonostante questo percorso sia diventato un po’ alla moda.
Ogni tanto la butto lì,a mia moglie. Poi, un giorno di qualche mese fa mio figlio ha detto:
“se vuoi lo facciamo in bici”
“In bici è un’altra cosa…”
“Se vuoi fare una cosa padre e figlio…prendere o lasciare”
e allora, questo prendere o lasciare mi sta tentando
Wish aka Max Autore articolo 4 luglio 2013 alle 18:00
Prendi, pani. Prendi.
ammennicolidipensiero 4 luglio 2013 alle 18:10
beh, sul cammino non ho molto da dire: l’avatar del mio account parla da solo (pani, prendi, anche in bici. uno zicco di allenamento e poi… il cammino si fa andando). tranne una cosa: penso che se avessi incontrato una troupe televisiva mentre ero là, avrei imprecato non poco, o quantomeno ne sarei rimasto disgustato. certo, è vero che questo non tiene conto del risultato, e mi rendo conto che a volte lo scotto da pagare vale la candela (per citare il tuo scorso post, max ;)), ma se ripenso a quanto mi stuccavano e mi infastidivano le “spettacolarizzazioni” del cammino, credo che questa non sarebbe stata da meno.
però sono contento, più che il film ti sia piaciuto, che ti abbia messo la pulce nell’orecchio di partire. come dici? non ci avevi ancora davvero pensato?!? e allora forza, prenota il volo che si va! 😛
(altro discorso è quello della morte di un figlio. lì, invece, non ci voglio nemmeno entrare, ché già mi ricordo che quando vidi il film di moretti ebbi la testa in aria per non so quanti giorni.)
solounoscoglio 4 luglio 2013 alle 19:34
è così difficile per l’uomo rassegnarsi alla Morte. ma consegnarle i propri figli è sicuramente uno dei momenti più tragici dell’esistenza umana. chi sopravvive a questo dolore è un vero eroe.
bel post, max.
itacchiaspillo 4 luglio 2013 alle 21:22
Quoto solounoscoglio. Ho un caro amico che ha appena finito di farlo. Ci è riuscito in tre anni, in tre tappe diverse. L’ho sentito cambiato. Il camino (come lo chiama lui) ti cambia. Quasi ogni giorno in queste tre tappe mi ha mandato una foto, un pensiero. Ho la presunzione di averlo un po’ fatto anche io con lui e la conchiglia simbolo dei pellegrini è sulla mia scrivania. Bel post max!
tittisissa 4 luglio 2013 alle 23:33
C’è qualcosa di innaturale nel pensiero che si possa sopravvivere ai propri figli. Qualcosa di infinitamente triste e irrimediabilmente devastante. Ha ragione sonounoscoglio che inpoche righe ha concentrato il mio pensiero.
Il film, per inciso, l’ho visto anche io ieri, probabilmente proprio mentre lo vedevi anche tu con tua moglie. E i sono commossa, tanto.
Ok, non faccio testo perchè ho la lacrima facile, ma. Ecco.
Bellissimo film, di quelli che ti lasciano addosso qualcosa. E bellissimo post 😉
elinepal 5 luglio 2013 alle 11:02
Questo tuo post apre a tanti spunti. Al punto che ce ne potrei scrivere uno anch’io 🙂
Il Cammino è un’esperienza di quelle che ho sempre pensato avrei fatto, prima o poi, nella vita. In qualche forma. O a tappe come come l’amico di @tacchiaspillo, o in bici come @ammennicoli. Tutta in una tirata la vedevo complicata visto il tempo lungo che richiede.
Pensavo, fino a un tempo fa, che mai avrei avuto il tempo necessario. Ora la penso diversamente. Per legarmi all’altro tema, la caducità della nostra esistenza, credo si debba assolutamente trovare un tempo per fare le cose che riteniamo importanti. Ora, forse il Cammino non è nelle mie priorità ma il discorso è generale. Ed è per questo che alle volte mi dispero. Perché la vita mi sta trascinando in un vortice che sento di non riuscire a controllare. Non abbastanza almeno. Le necessità sono tante e molto vincolate. E’ probabilmente arrivato il momento di fare un punto, lasciar andare qualche zavorra e ripartire più leggeri e con un controllo maggiore.
Mia sorella, invece, ha fatto il cammino la scorsa estate. Lei è cattolica praticante e credo lo abbia associato al suo passaggio all’inferno per un tumore al seno operato l’inverno precedente. E’ guarita, è sotto controllo, ed ha voluto fare questa esperienza spirituale. Molto sinteticamente. Si è allenata molto. Ha fatto il cammino completo in un tempo anche abbastanza buono. Ha incontrato persone e fatto amicizie che sono rimaste. Proprio in questi giorni è andata in Olanda da una coppia conosciuta durante il Cammino che a sua volta era venuta a Roma per il suo matrimonio.
Non voglio aprire discorsi sul sopravvivere ai propri figli perché sono troppo sensibile su questo punto.
Piccola nota ironica. Da come avevi aperto il post sembrava potesse prendere tutt’altra piega: Sono rientrato a casa in anticipo e ho trovato mia moglie………
Invece questa è l’impressione più bella che quello che hai scritto mi ha lasciato. Te e lei insieme, in un orario imprevisto, a guardare un film che vi prende e vi emoziona. Questo è quanto credo non debba essere perso della vita. Questi momenti fanno la vita.
laura 8 luglio 2013 alle 07:10
Io mi sono commossa anche guardando Lilo e Stitch della Disney quindi non sono un buon parametro di riferimento però direi che il film che ci hai così delicatamente raccontato è decisamente commovente (e lo vedrò al più presto)
Il memento mori dovrebbe essere il principio ispiratore della vita e te lo dice una che vorrebbe programmare qualunque cosa. Ma troppe volte rimaniamo con il rimpianto di non aver fatto alcune cose, magari con una determinata persona, dovremmo (dovrei) essere più affettuosi più espansivi più spontanei senza sovrastrutture e dare sempre il massimo perché in un attimo cambia tutto e il rischio dell’irrecuperabile è troppo grande…
Wish aka Max Autore articolo 8 luglio 2013 alle 07:14
Esattamente. Anche io sono un “programmatore”, e combattere contro questa attitudine è molto, molto complicato… 🙂
Claudio 8 luglio 2013 alle 12:46
bello il film e bello il post correlato; ci sono molti temi su cui riflettere e soffermarsi. vorrei solo “lanciare” un sassolino e chiedere (chiedermi): ma veramente bisogna fare qualcosa di eclatante per ritrovare se stessi? il sopperire tutti i giorni agli inevitabili dilemmi e problemi che ci arrivano sulla capa, non sono sufficienti a farci stare bene con noi stessi? il ritrovare noi stessi, poi, alla fin fine che significa? alle volte credo che queste cose servano per esorcizzare qualcosa o per “giustificarci”. se rifletto, in fin dei conti, sto bene così come sono, e quando riesco a stare con la famiglia (quando si può e come si può), ecco, questo mi appaga; certo ci sarebbero tante altre bellissime cose da fare, provare, guardare, comprendere, meditare, ecc ecc, ma non basterebbero altre 10 vite: se ci accontentiamo di quel poco (o molto) che abbiamo, forse, facciamo pace con noi.
Wish aka Max Autore articolo 8 luglio 2013 alle 12:54
Caro Claudio, grazie per lo spunto. Ci scrivo un post, e, se non ti spiace, quoterò questo tuo commento. 🙂
Claudio 8 luglio 2013 alle 16:05
basta che non mi “massacri” 😉 …
Wish aka Max Autore articolo 8 luglio 2013 alle 17:54
Ah no, quello mai!
Claudiappì 8 luglio 2013 alle 18:34
Non ho (ancora) visto il film e il cammino è una di quelle cose che ho sempre detto di voler fare, proprio per la valenza intimista di cui parli anche tu.
liù 8 luglio 2013 alle 19:22
Non penso che vedrò il film,ho la lacrima troppo facile e non resisterei che qualche minuto prima di attaccare a singhiozzare.
Pure io ho visto il film di Moretti ,”La stanza del figlio” e la cosa mi ha dilaniata per giorni e giorni.
Forse sono un pochetto vigliacca ma come si dice “Occhio non vede cuore non duole”.
Come mamma resto sempre sconvolta quando un figlio muore prima dei genitori ,è innaturale e non dovrebbe succedere a nessuno ma purtroppo….
masticone 11 luglio 2013 alle 03:13
L idea di base del film e’ carina ed è’ proprio come dici tu
Credo che sia questo che ti porta a scrivere un cosi bel post perché lo svolgimento di quell idea e’ abbastanza noioso e senza ne un plot decente ne un finale degno
Certo le immagini sono speciali e l idea che possa capitare qualcosa ti tiene la a guardarlo fino in fondo. In realtà non succede niente e anche iil carattere dei personaggi di fatto non cambia di molto
In altre parole per me che avevo molte aspettative su di esso e’ stato deludente
Wish aka Max Autore articolo 11 luglio 2013 alle 10:57
E’ che sei poco spirituale, masty… 😉
masticone 11 luglio 2013 alle 11:12
oh favone noi ti s’aspetta…

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