Source: https://www.finanzaediritto.it/articoli/mutuo-fondiario-ed-illegittimita%EF%BF%BD-degli-interessi-2350.html
Timestamp: 2020-01-27 04:22:57+00:00

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Le Sezioni unite della Cassazione hanno recentemente statuito che nei mutui fondiari l’anatocismo è illegittimo. In particolare, risolvendo un contrasto un contrasto di giurisprudenza, le S.U. hanno chiarito che,anche con riferimento ai vecchi mutui fondiari,disciplinati dalla normativa abrogata dal Testo Unico Bancario, gli interessi di mora non possono essere calcolati sulle rate a scadere comprensive oltre alla quota capitale anche degli interessi corrispettivi, in quanto così facendo si cumulerebbero illegittimamente gli interessi in violazione degli art. 1283 c.c., non potendo operare l’anatocismo legale previsto dall’abrogato art. 15, d.p.r. n.7 del 1976, avendo la Banca deciso di avvalersi della condizione risolutiva espressa, determina la risoluzione del rapporto di mutuo. Si legge in motivazione. “la questione più dibattuta – e quella che interessa nel presente caso – riguarda gli effetti che l’esercizio della facoltà accordata dalla citata norma all’istituto mutuante provocano sul rapporto di mutuo: se,cioè, in presenza dell’inadempimento in detta norma contemplato e della richiesta esecutiva del pagamento integrale formulata dall’istituto di credito, il rapporto si risolva, o se, viceversa, esso sopravviva a tali eventi fin quando il mutuatario non abbia adempiuto per intero la propria obbligazione o il mutuante non abbia comunque altrimenti soddisfatto le proprie ragioni. Ove si opti per la risoluzione,si pone l’ulteriore problema di stabilire se ed in quale misura il mutuatario sia tenuto, oltre che alla restituzione del capitale ed al pagamento degli interessi già in precedenza maturati, a corrispondere interessi al tasso convenzionalmente pattuito anche sulle rate del mutuo a scadere, contemplate nell’originario piano di semestralizzazione,posto che tali rate di regola comprendono tanto una quota di capitale quanto una quota predeterminata di interessi. Qualora, viceversa, si propenda per la prosecuzione del rapporto pur dopo l’iniziativa dell’istituto mutuante, così da assimilare la fattispecie piuttosto alla decadenza dal beneficio del termine che ad un’ipotesi di risoluzione contrattuale vera e propria, l’espressione «ogni somma…dovuta», che figura nella citata disposizione, parrebbe senz’altro doversi riferire all’intero importo delle semestralità scadute ed a scadere(comprensive quindi anche degli interessi di mora da calcolare sull’ammontare complessivo di ciascuna rata,sin dal momento della richiesta esecutiva, per effetto dell’anatocismo legale ipotizzato dall’art. 14,comma 2°, dello stesso d.p.r. n. 7 del 1976. In passato la giurisprudenza della cassazione si è prevalentemente orientata in questo secondo senso, ed altrettanto ha fatto la Corte d’appello di Firenze nel caso in esame; ma la sentenza di questa corte n. 20449 del 2005 – come meglio si avrà modo di precisare – è andata in contrario avviso,ragion per cui appunto la questione è stata rimessa alle sezioni unite. 3. Con riferimento a situazioni non ricadenti, ratione temporis, sotto la previsione dall’art. 39, r.d. n.646 del 1905 – che,come detto, costituisce l’immediato antecedente dell’art. 15, d.p.r. n.7 del 1976 -, prima Cass., 14 novembre 1990, n. 11916, e poi Cass., 10 aprile 1991, n. 3763, hanno espressamente affermato che la decisione dell’istituto mutuante di avvalersi della «condizione risolutiva»prevista da detta disposizione non preclude la prosecuzione del rapporto di mutuo,ma implica soltanto la decadenza del debitore moroso dal beneficio del termine per il pagamento delle somme a scadere. La seconda delle due citate pronunce, che in particolare riguardava il tema degli interessi dovuti dal debitore, ha precisato che tali interessi continuano pertanto a decorrere al tasso convenzionale anche dopo che l’istituto di credito abbia esercitato l’anzidetta facoltà. La ragione di tale orientamento,tenuto conto della specialità della normativa in tema di credito fondiario,è stata essenzialmente individuata nella stretta correlazione economico-giuridica esistente tra l’erogazione del mutuo,da una parte, e dall’altra l’emissione e la circolazione delle cartelle fondiarie destinate a procacciare la corrispondente provvista; correlazione che la mora del debitore e la conseguente azione esecutiva dell’istituto creditore non farebbero venir meno e che,quindi, postulerebbero il perdurare del rapporto e l’invarianza del debito,come in origine rateizzato nel piano di ammortamento, ancorché il debitore moroso sia ormai tenuto alla restituzione immediata dell’intero. Dell’esattezza di tale conclusione si trarrebbe poi conferma anche da altre disposizioni del medesimo t.u.del 1905 (rimaste in vigore anche dopo l’emanazione del d.p.r. n.7 del 1976), ed in particolare dall’art. 41, che consente all’istituto creditore di percepire le rendite dell’immobile del mutuatario garantito da ipoteca portandole a deconto delle semestralità di mutuo già maturate ed anche di quelle ancora a scadere, e dagli artt. 61 e 62, che attribuiscono al terzo aggiudicatario dell’immobile espropriato la possibilità di subentrare nel rapporto di mutuo pagando le semestralità scadute. Nel solco tracciato da tali pronunce- e quindi nel senso che l’ipotizzata iniziativa dell’istituto di credito non è causa di risoluzione del rapporto di mutuo - si sono successivamente collocate Cass., 1° settembre 1995, n. 9219, Cass., 2 novembre 2000, n. 14337, e Cass., 12 luglio 2005, n.14584 (le ultime due espressamente riferite alla normativa introdotta dal citato d.p.r. del 1976). L’indicato orientamento- come già sopra anticipato – è stato però in seguito criticamente rivisitato da Cass., 21 ottobre 2005, n. 20449, secondo cui, viceversa, la notificazione da parte della banca di un atto di precetto al mutuatario inadempiente per il pagamento del credito comporta la risoluzione del contratto,dovendo essere considerata alla stregua di una vera e propria clausola risolutiva espressa quella definita come «condizione risolutiva» dall’art. 15 del citato d.p.r. n. 7 del 1976. Posto, allora, che il contratto di mutuo costituisce un contratto di durata, rispetto al quale la risoluzione opera per il futuro determinando l’anticipata scadenza dell’obbligazione di rimborso del capitale, resta ferma, in caso di ritardi di pagamento,l’applicabilità degli interessi di mora al tasso convenuto ex art. 1224 c.c., ma va escluso il riconoscimento dei medesimi interessi su quella parte delle rate a scadere che comprende,oltre alla quota capitale, anche gli interessi corrispettivi, non potendo operare l’anatocismo legale previsto dall’art. 14 del medesimo d.p.r. n. 7.4. Ritengono le sezioni unite che la soluzione da ultimo menzionata sia da preferire. Deve perciò ritenersi che l’esercizio della «condizione risolutiva» di cui si «l’obbligo del mutuatario di provvedere all’immediata restituzione dell’intera somma ricevuta,essendo venuto meno il meccanismo di rateizzazione previsto nel contratto ormai risolto:il che rende anche inattuale ogni discussione in ordine al preteso carattere unitario ed inscindibile delle rate di mutuo”. Ne consegue che alla banca compete il diritto di ricevere,oltre all’importo integrale delle semestralità già scadute ( non travolte dalla risoluzione, che non opera retroattivamente nei contratti di durata, qual è da ritenersi il mutuo), la sola quota di capitale residua, ma non anche gli interessi conglobati nelle semestralità a scadere; e che sul credito così determinato si dovranno calcolare gli interessi di mora ad un tasso corrispondente a quello già previsto nel contratto, se superiore al tasso legale, in ossequio al disposto dell’art. 1224, comma 1°, c.c.. Pertanto,su un debito già scaduto, e produttivo di interessi corrispettivi, il sopravvenire della mora in senso tecnico produce l’assorbimento degli interessi corrispettivi in quelli moratori. In altri termini, competono gli interessi corrispettivi ex art. 1282 c.c.,fino alla data di costituzione in mora, e gli interessi moratori ex art. 1224 c.c.,da detta data in poi. Questa interpretazione è tra l’altro coerente, sia con la tesi di coloro che ritengono che ci sia un’ identità di funzione degli interessi previsti dalle due norme generali degli art. 1224 e 1282 c.c., sia con la statuizione secondo cui «il debito per interessi non si configura come una qualsiasi obbligazione pecuniaria, ma resta sotto alla regola dell’anatocismo di cui all’art. 1283 c.c.»,sia con la statuizione secondo «cui la disciplina dell’anatocismo si applica anche alla clausola penale con cui le parti, per il caso di ritardo nell’adempimento di obbligazione pecuniaria, stabiliscono che siano dovuti interessi e ne determinano la misura».
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References: art. 1283
 art. 15
 sentenza 
 art. 1224
 art. 1282
 art. 1224
 art. 1224
 art. 21