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Timestamp: 2020-02-17 15:52:22+00:00

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La letteratura italiana. Storia e testi. Le origini. Testi latini, italiani, provenzali e franco-italiani | AA.VV. | download
Principal La letteratura italiana. Storia e testi. Le origini. Testi latini, italiani, provenzali e franco-italiani
TESTI LATINI, ITALIANI, PROVENZALI
E FRANCO-ITALIANI
ANTONIO VISCARDI • BRUNO E TILDE NARDI
GIUSEPPE VIDOSSI • FELICE ARESE
GIAN LUIGI BARNI • LUIGI BRUSOTTI
DON GIUSEPPE DE LUCA • TULLIO GREGORY
PRINT.BD IN ITALY
L'ITALIA DIALETTALE FINO A DANTE
I maestri del pensiero medievale
I. SEVERINO BOEZIO
Il. AURELIO CASSI ODORO
La letteratura nell'età longobardo-carolingia e del regno italico
I. Scritture e scrittori del secolo VII
I. EPITAFFIO DI AGRIPPINO
2. LETTERA DI GIOVANNI, PATRIARCA SCISMATICO DI
AQUILEIA, A RE AGILULFO (6o5 O 607)
CRISPO DIACONO
GIONA BOBBIESE
GLI ATTI DEL CONCILIO LATERANENSE DEL 649
II. Scritture e scrittori del secolo VIII
I. EPISTOLE DELLA CANCELLERIA LATERANENSE DAL
« CODEX CAROLINUS ,,
2. PAOLO DIACONO
SILLOGI RITMICHE VERONESI
111. Scritture e scrittori dei secoli IX e X
I. CRONACHE, BIOGRAFIE, PANEGIRICI
BENEDETTO DI S. ANDREA DEL SORATTE
2. TEOLOGI, CANONISTI, RIFORMATORI
ATTONE VESCOVO DI VERCELLI
4• FORMOLE VOLGARI
I. Cronistica e storiografia
I. IL CHRONICON NOVALICIENSE
2. GREGORIO DA CATINO E GLI ESORDI DELLA STORIOGRAFIA DOCUMENTALE
II. Maestri delle Arti
I. PAPIA
2. GUIDO D'AREZZO
III. I «grands rhétoriqueurs» del secolo Xl
I. PIER DAMIANI
2. ANSELMO DA BESATE
GUAIFERIO DI MONTECASSINO
VERSUS EPOREDIENSES
IV. Dialettica e filosofia
I. LANFRANCO DA PAVIA
2. SANT' ANSELMO DI AOSTA
V. Letteratura politica
BENZONE VESCOVO D'ALBA
BONIZONE VESCOVO DI SUTRI
VI. Frammenti di letteratura TJolgare
FRAMMENTI DI LETTERATURA VOLGARE
Il secolo Xli
CRONISTI, STORICI, BIOGRAFI
GOFFREDO MALA TERRA
PIETRO CASSINESE
III. POESIA EPICO-STORICA
DE BELLO MEDIOLANENSIUM ADVERSUS COMENSES
MOSÈ DEL BROLO DI BERGAMO
CARMEN DE VICTORIA PISANORUM
GESTA F'RIDERICI
IV. PIETRO DA EBOLI
V. ARRIGO DA SETTIMELLO
VI. GIOACCHINO DA FIORE
I. Letteratura latina
I. SCRITTURE RETORICHE
2. SCRITTURE GIURIDICHE, GLOSSA E GLOSSATORI
AZONE DE' PORCI
SCRITTURE SCIENTIFICHE. IL « LIBER ABBACI >> E LA
« PRACTICA GEOMETRIAE >> DI LEONARDO PISANO
ARISTOTELISMO E AGOSTINISMO NEL SECOLO XIII
SEQUENZA DELLO SPIRITO SANTO (Veni, sancte Spiritus)
SACRUM COMMERCIUM SANCTI FRANCISCI CUM DOMINA
LEGGENDA DI MARGHERITA DA CORTONA
Il. Letteratura provenzale
I. TROVATORI ITALIANI
RAMBERTIS DE BUVALEL
EN SORDEL
LANFRANCS CIGALA
2. IL DONATO PROVENZALE
Il I. Letteratura franco-italiana
101:I
I. MARTINO DA CANALE
IL KARLETO
Il presente volume vuole offrire un quadro quanto più possibile
preciso della cultura letteraria italiana nei secoli tra il VI e il XIII;
nei secoli, cioè, che la storiografia illuministica e quella romantica,
pur movendo da posizioni diverse e talora contrastanti, avevano
concordemente raffigurati come secoli tenebrosi della trionfante
Origini illuministiche - ma le premesse sono nel pensiero umanistico e nella storiografia protestante - ha la nozione di medio evo
come età di decadenza e dissolvimento: l'età nella quale lo spirito
umano si estenua e ristagna in una squallida miseria, e ogni luce di
civiltà si spegne e scende sul mondo la caligine densa dell'ignoranza
e della barbarie. La notte medievale: che sta tra il pallido crepuscolo della civiltà antica, nei «bassi tempi» imperiali, e l'alba della
rinascita, agli esordi della civiltà moderna.
Contro la valutazione illuministica del medioevo sta il giudizio
positivo dei romantici: che il medioevo pongono come un periodo
non di desolato squallore e di torpida inerzia e insomma di mortificazione dello spirito umano, ma anzi di vigorosi fermenti e di
creazioni feconde; tanto che nel medioevo sarebbero da riconoscere
le vive sorgenti della moderna civiltà europea.
Tuttavia, in un dato essenziale la nozione romantica concorda
e anzi si identifica con la nozione illuministica: nel secolo V ( o
IV o VI o VII: i termini cronologici variano, com'è noto, da autore
ad autore), per l'avvento irresistibile della barbarie, il mondo occidentale sarebbe ridotto allo stato di natura: alla condizione del
mondo umano primitivo e selvaggio.
È fondamentale, nella visione romantica - e vi si riconosce chiaramente l'eredità del pensiero vichiano-, questo mito del primitivo come fonte di vita vera; l'idea cioè che ogni civiltà vera ed
autentica non può nascere se non da un « ricominciare da capo»;
che ogni civiltà, in altre parole, compiuto il suo ciclo vitale, deve
necessariamente dissolversi.
Decrepita, esausta, inaridita e isterilita, la civiltà greco-romana,
nel momento in cui anche il grande edificio politico dell'Impero
crolla; e perciò necessariamente quelli che sono, nel V secolo, solo
detriti di una cultura ormai senescente e stanca, vanno travolti e
dispersi nell'oblio delle cose morte. Se mai potranno costituire solo
l'humus in cui mettano radici i nuovi germi di vita: i germi fecondi, generosamente disseminati dalle forze nuove che s'affacciano alla storia: le forze trionfanti del Cristianesimo e del Germanesimo. È quindi comune alla nozione illuministica e a quella
romantica di medioevo l'idea di una fine della civiltà antica; di
una frattura profonda tra mondo antico e mondo moderno. È
comune, in particolare, l'idea dell'esaurirsi e dello spegnersi, a
un certo momento, della tradizione letteraria classica: e di questo
esaurirsi concordemente si pone come segno e documento il latino
medievale, sia quello dei testi letterari, sia - e anche meglio - quello
delle carte e dei diplomi.
Del tutto remoto e indipendente dal latino vero della tradizione
è apparso ai vecchi filologi e ai vecchi storici il latino dei bassi
tempi e dell'alto medio evo: il latino delle scritture medievali
sarebbe il latino del volgo, che si sostituisce al latino letterario,
del resto già imbarbarito e corrotto - per le vicende della sua storia
interna - quando sull'Impero si rovescia l'alluvione barbarica.
Nel '600 il grande Du Cange, preludendo con una mirabile trattazione De causis corruptae eloquentiae al suo Glossario della media e
infima latinità, affermava che, venute meno, nel tumulto delle armi,
le scuole, custodi e conservatrici della buona latinità, resta, nei secoli V e VI, vivo solo il latino della plebe, (( qui nullis vel grammaticae vel ortographiae legibus astringitur». Nessuno più, nel secolo VI, conosce l'altro, il vero latino; nemmeno coloro che
dovrebbero essere particolarmente addestrati a maneggiarlo: i
redattori dei documenti ufficiali, i ministri dei sovrani barbarici. Nelle Leges, nei diplomi, nei placiti dei re merovingi pubblicati dal Mabillon, il Du Cange riconosce melanconicamente la
prova di un << latinitatis interitus », della morte del latino vero: u profligatam ac paene extinctam eius aevi latinitatem ». E il giudizio
del Du Cange resta sostanzialmente confermato dalle proposizioni
e formulazioni dei filologi dell'Ottocento e del primo Novecento.
Così il Pirson nel 1909, indagando il latino delle Formulae mcrovinge e carolinge (cioè dei modelli di atti pubblici e privati che
si raccoglievano nei manuali usati dai cancellieri delle curie regie e signorili e dai notai redattori pubblici di atti privati), rilevava che le Formulae << sont Iibellées en un style tellement corrompu qu'elles en deviennent parfois inintelligibles»; e concludeva
che, dunque, cc la culture intellectuelle de ces temps barbares n'exigeait pas davantage». Ancora nel 1925 il Brunei, esaminando il
latino delle carte merovinge, dopo avere riconosciuto che non è legittima una distinzione tra latino delle carte e latino dei testi letterari, affermava che la latinità merovingia denuncia in modo patente
l'interrompersi della tradizione culturale di cui il latino classico è
lo strumento: in seguito alJe invasioni barbariche, cc la connaissance du latin décline », in Francia, cc d,une façon presque universelle »;
« entre un éveque lettré et un clerc de la chancellerie royale, la culture linguistique est la meme ... : meme état phonétique, meme
barbarie dans la morphologie et la syntaxe ».
Già al Du Cange il latino dell,alto medio evo era apparso grossolano travestimento della lingua familiare, parlata, dei singoli scrittori, dalla quale il latino letterario era, ormai, del tutto distaccato
e isolato; e col Du Cange sostanzialmente concordano i filologi
della scuola storica.
Ora, è senza dubbio vero che nel latino delle carte - o, meglio,
di alcune carte - medievali abbondano sgrammaticature e spropositi d,ogni genere ed entrano larghissimamente i modi delle parlate correnti; ma è altrettanto vero che, in tutti i testi, anche nei
più corrotti, anche nei più grossolani, anche in quelli di ordine
assolutamente pratico e remoto da ogni intendimento, comunque,
letterario, sempre si trovano forme regolari, precise e spesso eleganti. La struttura generale dell'elocuzione dimostra in modo evidentissimo l,intenzione del redattore di usare il latino della tradizione classica.
Questo ha affermato nel modo più netto il Meillet, il quale, pur
riconoscendo che il latino medievale si va progressivamente allontanando dai modi del latino fissati nelle scritture letterarie, assumendo un carattere sempre più popolare in conseguenza dell'abbassarsi progressivo della cultura antica, recisamente proclama che
il processo d,involgarimento riguarda solo il latino corrente, parlato. Anche nell'alto medio evo, afferma il Meillet, il latino tradizionale persiste nelle scritture: né durante gli ultimi secoli imperiali né durante le grandi invasioni né subito dopo la formazione dei
regni romano-barbarici, nessuno mai ha volontariamente scritto
come parlava: « per scrivere bisognava aver frequentato la scuola;
e per quanto in basso fosse caduto l'insegnamento, i maestri non
hanno mai ignorato che si doveva restar fedeli alla tradizione del
latino scritto; e chiunque ha preteso di scrivere, ha almeno tentato
di scrivere nel latino tradizionale. Nei secoli VI e VII le difficoltà
erano tali che anche un vescovo colto non sapeva più scrivere ormai
se non in un latino fortemente alterato dalla lingua corrente;
ma era il latino tradizionale che si sforzava d'impiegare, senza
avere l'illusione di riuscirvi e rimpiangendo di non poter fare
Non è qui il caso di discutere il senso e il valore della definizione data dal Meillet del latino medievale, come latino classico profondamente alterato dal latino corrente; ma importa moltissimo valutare l'altra proposizione, che il latino delle scritture
medievali vuol essere, nella intenzione almeno degli scrittori,
riproduzione del latino tradizionale; perché questa proposizione
implica il riconoscimento d'una continuità della tradizione.
Degradata e immiserita, la tradizione scolastica nell'alto medioevo: ma non spenta ed esaurita; e proprio il latino delle scritture
degli infimi tempi, che era stato assunto come segno della mortificazione della cultura antica, documenta la continuità della tradizione. Appunto la presenza in tutte le scritture medievali, anche
nelle più corrotte, di forme perfettamente regolari e magari eleganti, comprova che la scuola ha conservato la conoscenza del latino classico e questa conoscenza ha sempre cercato di conferire e
di trasmettere: i modi scorretti e deformi rivelano solo lo scarso
profitto che, in molti casi, si ricavava dall'insegnamento.
Quando le sistematiche esplorazioni dei filologi della scuola
storica ebbero riportato alla luce una copiosa messe di scritture, letterarie e no, che documentano in modo imponente il pieno
e sicuro dominio che molti scrittori medievali ebbero del latino
vero della tradizione classica, non si credette, tuttavia, di dover
rinnegare e ripudiare quello che, ormai, era dogma indiscutibile:
la nozione, cioè, della fine della cultura antica, dell'esaurimento
della tradizione letteraria e scolastica. I documenti, nuovamente
scoperti, furono, perciò, assunti a segno di fatti singolari, episodici, eccezionali: come prova, solo, che alcuni uomini o alcuni
ambienti erano prodigiosamente riusciti a conservare qualche conoscenza del grande retaggio.
E, in particolare, le scritture medievali composte in un latino
terso ed elegante furono interpretate come opera di uomini che il
sicuro dominio dello strumento tradizionale dell'espressione lette-
raria avessero attinto non già dalla tradizione scolastica, ma nello
slancio, eroico quasi, di una personale conquista.
È, invece, vero proprio il contrario: le scuole - cenobiali e cattedrali - sono fedeli custodi e continuatrici, nel medio evo, della
tradizione retorica classica. Anche questa proposizione rappresenta un reciso ripudio delle nozioni universalmente accettate dai
filologi dell'Ottocento; i quali, partendo dall'antitesi tra spiritualità cristiana e classica, avevano ritenuto che la scuola clericale
fosse impegnata solo nell'insegnamento delle divinae litterae, delle
discipline ecclesiastiche, l'esegesi del Sacro Testo, la Teologia, trascurando del tutto o meglio rinnegando le humanae litterae, le discipline liberali, la letteratura profana, l'arte del dire elegante ed
ornato. E appunto per via di questo contrasto, ritenuto insanabile,
i filologi e gli storici dell'Ottocento hanno raffigurato copiosi testi
medievali, che rivelano sicura perizia dell'elocuzione latina, come
l'opera di uomini educati al gusto classico della forma non già dalla
scuola clericale, bensì da maestri laici, specialmente italiani, eredi
e continuatori dei retori degli ultimi secoli imperiali e in sostanza
svincolati dall'ambiente culturale in cui vivevano; solitari custodi
del patrimonio ideale della cultura classica, ripudiato o negletto
dalle scuole ecclesiastiche. E anche si è pensato che pur nella scuola clericale avesse luogo l'insegnamento dell'eloquenza latina, ma
solo in alcuni ambienti singolari: nelle scuole cenobiali irlandesi
dei secoli VI-VIII, ad esempio, o nelle scuole cattedrali di Verona e
di Tours. E ancora si è pensato a un rifiorire della cultura classica
in determinati momenti, per l'influenza di uomini eccezionali - Carlo Magno e Ottone I -, onde la storia del classicismo medievale si
raffigura come successione o alternanza di oscura11ienti e di rinascite (e appunto dagli storici francesi, già nella metà dell'Ottocento, si parlò di rinascimento carolingio ... ) : fino ai secoli XI e
XII, nei quali si assiste alla trionfale affermazione della cultura
classicistica nelle scuole francesi, specialmente della Normandia o
di Chartres o di Orléans.
In realtà, il classicismo è, della cultura medievale, forma generale; e la tradizione degli studi liberali classicheggianti fu preservata
proprio dalla scuola clericale. Delle scuole imperiali la scuola
ecclesiastica medievale eredita e accoglie tutto; programmi, metodi, ordinamenti del corso degli studi; e legge gli stessi autori poeti e storici -; e usa gli stessi manuali e strumenti di studio
(Valerio Massimo e Macrobio e Marciano Capella; Donato e
Prisciano e la Rhetorica ad Herennium). L'avvento del cristianesimo non tocca né sovverte l'ordine degli studi che si inizia dalle
artes liberali - prime la Grammatica e la Retorica-; al di sopra
delle artes stanno gli studi superiori della Logica, Fisica, Meccanica; al di sopra ancora le di'lJinae litterae. Dunque, nella scuola
clericale, gli studi letterari han funzione solo propedeutica, di
preparazione allo studio delle scienze ecclesiastiche, cui evidentemente le artes libera/es sono subordinate. Appunto questa loro
posizione subordinata, se pure ha condotto gli studiosi a superare
la vecchia nozione dell'antitesi insanabile - nella cultura cristiana tra humanae e divinae litterae, è valsa tuttavia a confermare l'altra
nozione della sostanziale indipendenza della scuola ecclesiastica
dalla tradizione classica; e specialmente è valsa da prova del fatto
che, nelle scuole ecclesiastiche, gli studi letterari erano in qualche
caso tollerati, ma generalmente mortificati e negletti o, addirittura,
Parole violente di implacabile, intransigente condanna delle
scienze secolari e della letteratura profana furono effettivamente
pronunciate da Padri e Maestri della società cristiana. Già le Costituzioni apostoliche prescrivevano ai fedeli di astenersi dalla lettura
dei libri pagani: cc Quid deest in lege Dei ut ad illas gentilium fabulas
confugias? » E il VI Concilio di Cartagine, mentre pur consentiva
ai vescovi di leggere, in determinate circostanze, i libri degli eretici, proibiva decisamente la lettura dei libri pagani: cc episcopus
gentilium libros non legat, haereticorum autem pro necessitate et
tempore ». E così, di secolo in secolo, le condanne e le proibizioni si
ripetono monotone, sempre in termini pressoché identici. Tertulliano e Commodiano aspramente respingono il retaggio della cultura pagana; e Gregorio Magno, in una celebre lettera al grammatico Desiderio, pronuncia recisa sentenza contro la letteratura
classica. Parole dure dicono anche i Maestri che pur appaiono,
della cultura e della letteratura classica, pienamente partecipi: il
vescovo papiense Ennodio, che pure scrive esattamente come i retori pagani, che, dunque, ha perfettamente assimilato l'arte secolare dello scrivere ornato, recisamente proclama: «ego ipsa liberaIium studiorum nomina detestor ». E Alcuino - uno, cioè, dei promotori della rinascita carolina - solennemente dichiara che la vera
sapienza è solo cc in evangelica veritate », non cc in Vergilii menda-
ciis »; e che solo sulla poesia della Cantica deve meditare la gioventù cristiana, non sui carmi «falsi Maronis »; e se pur riconosce
a Virgilio un'autorità « haud contemnenda », Virgilio presenta pur
sempre come un falsatore, e l'antica poesia come fonte di gravi
Si sono, certo, rilevate posizioni di Padri meno intransigenti
e più temperati, come Lattanzio, Agostino, Cassiodoro e Isidoro:
che pur avvertendo il dissidio profondissimo tra spiritualità cristiana e cultura pagana, ammettevano tuttavia - e fermamente che, nel campo puramente culturale, il cristianesimo potesse e dovesse accogliere, utilizzare, l'eredità del pensiero antico. Specialmente esplicito nel riconoscimento della legittimità e anzi della necessità dell'uso della scienza secolare fu san Gerolamo; molto largo
nel far posto alla sapienza antica entro il quadro degli studi ecclesiastici fu Cassiodoro. Ma anche si è rilevato che questo atteggiamento temperato o, addirittura, liberale di alcuni Padri rispetto
alla cultura profana non è accolto, dal mondo medievale, senza
restrizioni o proteste.
Senonché non è questo il problema. Non si tratta di rilevare le
posizioni più o meno ferme, più o meno incerte o contraddittorie
dei Padri. Piuttosto importa riconoscere che gli atteggiamenti rigoristici e negativi sono, da un punto di vista teorico, superati dal neoplatonismo agostiniano, che domina la tradizione culturale dell'occidente cristiano per lunghi secoli. Il neoplatonismo agostiniano
salva la poesia classica in quanto riesce a darle un posto nella gerarchia dei valori, ponendo « gradus eruditionis ab inferiori bus ad
superiora». False e illusorie le favole dei poeti: ma solo esse
possono soddisfare le esigenze della parte debole e imperfetta
della nostra umanità, rendere accessibile alla nostra miseria le verità eccelse. Perciò, appunto, nell'ordine agostiniano degli studi il
primo posto spetta agli studi letterari. È l'insegnamento del De
ordine: bisogna incominciare dallo studio dei poeti: e grandi poeti
sono, soltanto, i poeti pagani: gli auctores. L'insegnamento del
De ordine è devotamente accolto dai maestri medievali, che fedelmente lo riecheggiano. Cosi, insegna Alcuino che le arti liberali son
le colonne su cui poggia il tempio della Sapienza; e che ,, nec aliter
nisi his septem columnis» si attinge la scienza divina. E fondamento
e origine delle arti liberali è la Grammatica, cioè lo studio dei
poeti e degli storici antichi, come insegnano Isidoro (((grammatica
est ... origo et fundamentum Iiberalium artium »), Cassiodoro
(«fundarnentum pulcherrimarum Iitterarum, mater gloriosa facundiae, quae cogitare novit ad laudem, loqui sine vitio »), Teodolfo
d'Orléans (la Grammatica sta alle radici dell'albero che raffigura
le sette arti liberali), Onorio di Autun («la Grammatica è la prima
delle dieci città attraverso le quali si snoda l'itinerario che dalla Babilonia dell'ignoranza porta alla Gerusalemme della vera Sapienza>>),
Alano de lnsulis (« la Grammatica costruisce il timone del carro
della Prudenza, che, trainato dagli alati cavalli simbolo dei sensi esterni, vola al firmamento»). E del resto, anche alcuni Padri, che
pur figurano tra gli intransigenti negatori della letteratura e cultura profane, aderiscono alle posizioni del De ordine. Anche Gregorio
Magno, ad esempio; che pur avendo nella lettera a Desiderio
rinnegato e respinto gli studi liberali e specialmente letterari,
la formula agostiniana riecheggia in un luogo delle In primum
« Regum » expositfones, quando proclama (( saecularem scientiam
omnipotens Deus in plano anteposuit ut nobis ascendendi gradum
faceret, qui nos ad divinae scripturae altitudinem levare debuisset »;
e mostra che Mosè si preparò ad essere interprete della parola rivelata, informandosi compiutamente della scienza egiziana; e che
Paolo fu il primo, per dottrina, degli Apostoli, (( quia, futurus in
caelestibus, terrena prius studiosus didicit ». Le stesse cose dice
Carlo Magno in una lettera con cui esorta i monaci a coltivare gli
studi delle lettere per poter penetrare «facilius et rectius scripturarum misteria »; le stesse anche i padri del Concilio romano
dell'826; i quali, disponendo si stabiliscano negli episcopii e nelle pievi maestri e dottori che (< assidue doceant studia litterarum
liberaliumque artium », la prescrizione giustificano affermando che
« in eis (cioè nelle lettere e arti liberali) maxime divina manifestantur et declarantur mandata».
Sempre dunque, di secolo in secolo, in ambienti diversi, risuonano le stesse parole d'accettazione e di giustificazione della scienza
e dell'arte profana: parole, anzi, che affermano la necessità dell'uso
di quella scienza.
Ma questo laborioso travaglio di discussioni, di polemiche,
di preoccupate cautele, di riserve, di limitazioni, resta nel campo
puramente speculativo e teorico; né ha effetti rilevanti sulla
prassi della scuola: la quale, mentre i Padri giudicano o condannano, continua, senza incertezze, la sua attività, per le vie fissate
dalla tradizione imperiale. Sempre e dovunque: nel secolo VII
come nel IX o nel X, a Tours come a Bobbio, a York come a Verona o a Pavia, a San Gallo come a Montecassino o a Fulda, a
Modena o a Bologna come a Orléans o a Chartres, la scuola ecclesiastica è impegnata nell'insegnamento della grammatica e della
retorica, cioè del latino classico. Appunto per l'esigenza dell'apprendimento del latino gli auctores entrano trionfalmente nelle scuole
clericali e si studiano propter florem eloquentiae, anche se accanto ad
essi sono assunti, come modelli di stile, i poeti paleocristiani, Giovenco, Sedulio, Prudenzio. La Grammatica è origine e fondamento
di ogni scienza, e anche delle scienze ecclesiastiche. Senza grammatica non c'è scienza; la grammatica consiste nello studio degli
auctores pagani, perché solo rifacendosi agli auctores si penetrano
i segreti dell'elocuzione, della tecnica dell'espressione codificata
dai grammatici e dai retori; e solo chi abbia attinto il pieno possesso del latino può accedere alla lezione e all'interpretazione dei
libri rivelati.
A rilevare il posto altissimo che il medio evo assegna allo
studio del latino tradizionale, basterà ricordare che Dante pone il
maggiore dei grammatici, Donato, in Paradiso, nel cielo del Sole,
tra gli spiriti sapienti: tra i grandi Maestri e Dottori della Chiesa.
Dunque il sicuro dominio del latino della tradizione classica non
è fatto particolare di alcuni uomini singolarmente dotati o di alcuni ambienti isolati ed eccezionali: è fatto essenziale di tutta la
cultura medievale. Né quel dominio è risultato di singolari, personali conquiste: è, anzi, conferito dalla scuola, in obbedienza alle
istanze supreme del suo ideale programma, definito e giustificato
in teoria e sempre osservato nella pratica.
E allora perché, se l'insegnamento del latino classico è l'impegno primo ed essenziale della scuola, il latino delle scritture medievali, specialmente delle scritture d'ordine pratico, pur sempre maneggiato da uomini che nella scuola si sono formati, appare cosi
di frequente mostruosamente scorretto, inosservante di ogni regola, di ogni disciplina?
Non c'è dubbio che il latino delle scuole medievali è un latino
meticolosamente regolato da canoni rigorosi e severissimi; ma è
anche vero che la scuola ha carattere strettamente professionale,
prepara gli abbreviatores e i notarii, i redattori, cioè, delle epistole
e degli atti ufficiali. La scuola insegna a dictare, a comporre le
epistole, i diplomi; e appunto all'epistolografia e all'attuaria trasferisce quel complesso di regole che i retori antichi avevano stabiJito
per l'eloquenza forense e politica (l'epistola è un discorso, in sostanza, rivolto a persona lontana), e riguardano il colorito dello
stile (cioè le figure), l'elezione delle parole, le clausole o cadenze
delle proposizioni e dei periodi. Specialmente osservata, nella
scuola e dagli scrittori, è la distinzione, posta dagli antichi retori, dei tre stili, sublime, medio, umile; ciascuno dei quali si deve
usare non ad arbitrio, ma secondo l'importanza dell'argomento
che si tratta e la qualità delle persone cui ci si rivolge. La scelta
dello stile non è riservata alla discrezione degli scrittori, che
devono attenersi al criterio di convenienza, di congruenza della
forma alla materia. Esplicito su questo punto Cassiodoro, la cui
prefazione alle Variae abbiamo ristampata nel <<proemio» ai testi
accolti in questo volume: appunto perché illumina sulla valutazione che occorre dare della lingua e dello stile dei testi stessi. Diversa assai, nel grado e nel tono, la latinità dei testi che nella nostra
silloge presentiamo: elevata, nobile, elegante o pomposa spesso,
spesso non remota dal tono dei grandi modelli; ma spesso anche dimessa, pedestre, volgare, incondita. Ma non sempre, quasi mai
anzi, le differenze di tono e di grado vanno riferite al diverso grado
di cultura letteraria degli autori. Non alle diverse possibilità dei
redattori occorre riferirsi per spiegare i differenti toni della latinità delle carte e dei testi; non all'ignoranza degli scrittori: in generale la varietà del tono dipende dalla varietà degli stili consapevolmente impiegati: «Necesse fuit stilum non unum sumere»
dice Cassiodoro; e ancora il Petrarca riecheggia: il vario stile. E
molte sono le scritture che appaiono, nell'esordio, tese ed elaboratissime; e s'abbandonano poi a modi agevoli e piani e spesso
dimessi e pedestri: e pur sono, il prologo e il corpo del testo,
opera dello stesso autore ... Allo stesso modo, dalla stessa cancelleria, a opera magari dello stesso dettatore, possono uscire
scritture solenni e togate e scritture pedestri.
Ma anche le scritture medievali di tono umile e medio servono
a documentare il rigoroso imperio della tradizione classicistica; né
possono essere assunte a segno di un rilassamento o indebolimento
della tradizione stessa. In realtà, quando si tratti di testi riguardanti
una materia dello stesso grado o della stessa importanza, si rileva in
tutte le scritture medievali un'impressionante uniformità stilistica;
sia nelle scritture uscite daJla penna di grandi scrittori, sia nei documenti redatti da modesti ufficiali di piccole curie signorili; e Paolino
d'Aquileia, ad esempio, nel secolo VIII, non usa un latino diverso da
quello che si trova impiegato, sempre nel secolo VIII, dai notai della
cancelleria vescovile aquileiese, per trattare una materia grave;
grandi scrittori, autorevoli funzionari palatini, modesti dettatori
delle piccole cancellerie usano tutti egualmente lo strumento della
espressione loro conferito dalla tradizione scolastica, che, per variare di tempi e di luoghi, ha sempre una evidente fondamentale unità.
Naturalmente l'uso di un latino meno severamente impegnativo,
se va riferito, in teoria, alle leggi retoriche dei tre stili, in pratica
può e deve essere riportato a un'esigenza di comodità, vivamente
sentita da un mondo impegnato a impiegare nella scrittura sempre, anche per le più elementari necessità della vita quotidiana,
una lingua del tutto artificiale, remotissima dalla coscienza linguistica attuale.
In realtà il latino medio e dimesso, appunto perché più agevole e semplice, consente movimenti più liberi e sciolti, realizzazioni più facili e pronte: consente, in particolare, allo scrittore
di riferirsi con più disinvoltura ai modi della parlata corrente.
Donde, in pratica, una specie di compromesso tra la necessità di
usare la lingua, del tutto artificiale, della tradizione e il bisogno
di ridurre al minimo questa artificialità, nei casi, almeno, in cui
l'impegno di impiegare l'elocuzione solenne e togata possa, giustificatamente, apparire meno imperioso. Si manifesta, così, più
vivamente in determinati momenti e in particolari ambienti, il
bisogno di radicali innovazioni, la coscienza degli impedimenti che
la tradizione tirannica pone alla libera e sciolta espressione del
pensiero; nonché della volontà di evadere dalle angustie della tradizione stessa. Di queste tendenze innovative bisogna appunto
tenere strettissimo conto quando si tratta di valutare la latinità dei
secoli, specialmente, VI, VII, IX, X; latinità che appare, ed è effettivamente, ribelle ai moduli tradizionali. Ma è ribellione che non
nasce dall'ignoranza di quei moduli, bensì dalla cosciente volontà
di cambiare lingua. Ed è senza dubbio di grande rilievo il fatto che
i più importanti tentativi di evasione muovano da uomini appartenenti al mondo dell'alta cultura, che hanno pieno possesso dello
strumento tradizionale dell'espressione.
In altri termini, l'inosservanza dei canoni della retorica e della
stessa grammatica o l'indifferenza verso quei canoni, vanno assunte
non come segno di ignoranza o documento della 1nortificazione
della tradizione: bensi come espressione di consapevoli esigenze
innovative. Basterà citare Gregorio Magno; il quale sdegnosamente proclama nelle Expositiones in librum lob (e non importa
che egli riferisca la sua ribellione al sentimento religioso): << •••
ipsam loquendi artem quam magistri disciplinae exterioris insinuant,
servare despexi. Nam .•. non metacismi collisionem fugio, non
barbarismi confusionem devito, situs motusque et praepositionum
casus servare contemno ... » Dispetto e disprezzo: non ignoranza
delle regole di grammatica, come già bene aveva visto il Comparetti.
Disprezzo e dispetto che nascono dal ritenere vehementer indignum
«restringere sub regulis Donati» i «verba caelestis oraculi ».
Riflesso di una cosciente volontà, dunque, di innovare la lingua,
le scritture che la vecchia critica poneva come segno dell'esaurirsi
e della mortificazione della tradizione scolastica. Ma riprova altresì della vitalità della tradizione classicistica, anzi del suo imperioso dominio. Perché quei tentativi non hanno successo; determinano anzi pronte, immediate repressioni e reazioni, che subito
ristabiliscono pienamente l'autorità della tradizione: cui tutti, anche se in qualche momento riluttanti, si sottomettono.
Anche i riformatori che più apertamente esprimono la volontà di
inno\'are, in pratica all'impero della tradizione soggiacciono. Anche
Gregorio esprime il suo disprezzo e la sua condanna della tradizione
grammaticale e retorica usando una elocuzione che apertamente
denuncia il dominio pienissimo che su di lui esercita quella tradizione. E i dettatori curiali dell'età merovingia non intendono innovare se non la lingua che deve servire agli usi pratici dell'amministrazione, dei tribunali, della predicazione, dell'attuaria: innovare
cioè in un campo in cui anche la scuola, custode del rigorismo purista, si adatta a essere meno intransigentemente severa.
Timidi, dunque, o almeno cauti e sempre retti da un vigile senso
di rispetto alla tradizione i moti innovativi, anche quelli che si manifestano nei momenti di crisi, nei secoli VI e VII e nei secoli IX-X.
E, d'altra parte, ripetiamo, ai tentativi d'innovazione rispondono
subito reazioni assai energiche: dopo la crisi merovingia, la restaurazione carolingia; dopo la crisi del secolo IX-X, la reazione ottoniana e il trionfale moto classicistico delle scuole, specialmente
francesi, nel secolo Xl. Questi momenti di violenta reazione sono
i momenti umanistici della storia letteraria e culturale del medioevo; durante i quali severamente si giudicano le scritture che in
certo modo avevano risposto alla esigenza di una semplificazione
della lingua scritta tradizionale, di una liberazione della lingua dal
peso di vincoli troppo impegnativi: e sono i momenti in cui la
vecchia critica aveva creduto di poter cogliere come il presentimento o il preannuncio del Rinascimento.
Così, dunque, se obbiettivamente considerata, la storia del latino nel medioevo smentisce nel modo più reciso la nozione, illuministica e romantica, di una frattura nella tradizione culturale e
letteraria e rivela luminosamente la ininterrotta continuità della
tradizione classicistica. Né la scuola è ambiente isolato e chiuso in se
stesso, senza influenze rilevanti sugli svolgimenti della civiltà. Invano fin dal 1855 il Martin delineava il quadro di una civiltà medievale che si esprime in due letterature distinte e separate dall'oggetto
e dalla lingua, la dotta o latina, la volgare o romanza, dialettica e
teologica la prima, poetica la seconda; invano pochi anni più tardi
Gaston Paris raffigurava con nettezza di segno il mondo clericale
melanconicamente isolato dal fervido rigoglio della nuova vita che
sorge nel mondo popolare e laicale: «Je ne dis rien ici des clercs,
de ceux qui savaient le latin, l'écrivaient et le parlaient entre eux;
ceux-là restèrent sans influence sur la poésie vulgaire ... »
Se la dottrina dei mondi separati, clericale e laicale, salva il mito
romantico della vera poesia, in realtà nessuna delle formule proposte dai filologi della scuola romantica e positiva è più infondata e
arbitraria della nozione d'un isolamento del mondo clericale dal
resto della società; e dell'altra, correlativa, nozione delle letterature
volgari, romanze e germaniche, assolutamente indipendenti dal
classicismo scolastico. La scuola, che pur è ambiente nettamente
clericale, esercita validissima influenza sul mondo laicale signorile;
e, inversamente, il mondo clericale è apertissimo ad accogliere esigenze, interessi, ideali aspirazioni della società aristocratica laicale.
Lungi dall'essere due mondi separati, l'ambiente clericale e l'ambiente signorile non solo comunicano strettissimamente tra di loro
e influiscono l'uno sulraltro; ma costituiscono effettivamente un
unico ambiente, in cui ha luogo una perfetta unità di gusti, di ideali
atteggiamenti, di interessi.
L'ambiente aulico è il luogo d'incontro del mondo clericale e del
mondo signorile; e per la presenza del clero palatino - non solo
funzionari della cancelleria, ma anche ministri delle cappelle - che
vi svolge opera di divulgazione letteraria e scientifica, le corti diventano centri di cultura e di studio. E basti pensare all'aula
aquisgranese di Carlo Magno, dove operano i dotti più illustri del
tempo; già prima, del resto, l'aula merovingia aveva accolto Venanzio Fortunato, e l'aula longobarda di Desiderio, Paolo Diacono; e la tradizione continua alle corti dei successori di Carlo
Magno, e poi nell'aula ottoniana.
D'altra parte, i figli dei principi frequentano la scuola clericale
da cui derivano non solo una sia pur elementare cultura letteraria,
scientifica, giuridica, ma anche quella che noi chiameremmo e< la
buona educazione». La scuola conferisce i precetti del vivere retto
e corretto, onesto e dignitoso; e in primo luogo suggerisce alla società feudale il gusto di una vita raffinata ed elegante, illuminata
dalla cultura e dall'arte; ed è gusto che si compone e si fonde con
l'ideale eroico della prodezza, proprio del mondo aristocratico.
Appunto da questa sintesi dell'idealità clericale della ci.vilitas o
humanitas - in cui si riflette, dunque, l'eredità spirituale della tradizione classica - e della esigenza signorile della prodezza, nasce la
concezione del mondo e della vita che è originale creazione del
mondo medievale: ed è l'essenza della nuova civiltà cavallerescacortese, in cui sono da riconoscere le sorgenti della civiltà moderna.
La civiltà nuova non è, come immaginavano i romantici, creazione di energie fresche e ingenue, liberate dalla dissoluzione
della civiltà antica, ma innovazione e originale rielaborazione dell'ideale patrimonio della tradizione classica, custodito gelosamente
dalla scuola e interpretato al lume del messaggio cristiano. Ed è
opera di uomini che appartengono per lo più al mondo laicale come ha riconosciuto la storiografia romant~ca e positiva - ma che
del patrimonio e delle esperienze culturali della tradizione classica
sono stati resi pienamente partecipi dall'opera assidua dei chierici.
Ancora: la nuova civiltà o cultura cavalleresca-cortese si realizza ed
esprime nelle grandi letterature volgari d'oc e d'oi"/, di Provenza e
di Francia, sorte nell'XI secolo da movimenti spirituali suscitati
da ristretti gruppi o cenacoli di uomini formatisi nella scuola, cioè
nello spirito della tradizionale cultura classicistica. Questi, mentre ardiscono adoperare i volgari per fare della letteratura con
intendimento puramente artistico, e non più solo il latino (già
da secoli i volgari eran adoperati per esigenze d'ordine pratico),
il patrimonio culturale della tradizione usano pienissimamente, e ai
volgari applicano accortan1ente la tecnica dell'elocuzione appresa
alle scuole di retorica.
Così, pur profondamente innovando, le letteratùre d'oc e d'oil
continuano senza frattura la storia letteraria e culturale del medioevo latino: la continuano sia nella scelta dei temi poetici, sia nei
modi tecnici e formali, sia negli atteggiamenti del gusto.
Dalla tradizione letteraria mediolatina e dalla cultura classicistica della scuola clericale, le letterature romanze strettamente dipendono. Occorre appena notare che asserire questa dipendenza
non significa porre (come hanno fatto alcuni storici della scuola
positiva) la letteratura e la cultura mediolatina come antecedente
necessario o fattore determinante della fioritura letteraria volgare:
significa solo riconoscere in esse il fondamento della formazione
culturale e letteraria dell'artista o degli artisti iniziatori del gran
moto spirituale donde nascono le nuove letterature.
In conclusione, attraverso due secoli di studi perseguiti secondo
indirizzi e da posizioni ideali e con metodi via via diversi e, da
un certo momento, contrastanti, si è venuta definendo la nozione
di medioevo e di storia della cultura medievale. Si è posta prima
la nozione di frattura, di soluzione di continuità tra cultura antica e civiltà medievale; si è poi parlato di un mondo medievale
in cui solo eccezionalmente trovan posto la cultura e gli studi;
si è, quindi, raffigurata una civiltà di mondi distinti e separati:
il mondo ecclesiastico e il mondo - esiguo e ristrettissimo mondo della cultura secolare e profana: il mondo dei maestri laici immaginati precursori del/' Umanesimo.
Contro queste interpretazioni sta la nozione moderna dell'ininterrotta continuità della cultura classica nel medioevo, del classicismo come fatto generale di tutta la cultura e della perfettissima
unità di questa cultura, che è sintesi delle idealità della tradizione
classica, della spiritualità cristiana e delle istanze eroiche della
nuova aristocrazia di origine germanica.
Appunto questa della continuità della tradizione letteraria e dell'unità della cultura medievale è la nozione che la storiografia moderna ha derivata da un laborioso superamento delle posizioni
illuministiche e romantiche; ed è nozione cui è correlativa l'altra,
delle letterature romanze realizzate nell'ambito della tradizione
latina, naturalmente attraverso un moto innovativo della tradizione
stessa che investe anche la tradizione più veramente accademica e
scolastica. La letteratura mediolatina e la lingua che ne è lo strumento sono profondamente innovate, nei secoli Xl-Xli, ad opera
di quel movimento che fu detto goliardico; ed è opera di uomini i
quali - come i poeti da cui prendono inizio le letterature d'arte in
volgare - si sono formati nella tradizione della scuola clericale
classicheggiante; ma dai troppo gelidi schemi della scuola sanno
evadere, usando con geniale libertà esperienze tecniche tradizionali
e arrivando alla creazione di un latino in sostanza nuovo, più
sincero e sentito.
Ma se da una parte occorre ripudiare decisamente le condanne
senza appello pronunciate contro il medioevo dagli storici illuministi e accettate senza riserva dagli storiografi positivisti; d'altra
parte bisogna riconoscere il tono generalmente modesto della vita
culturale e la lunga sterilità dello spirito nell'età di mezzo. Per
secoli, parole nuove non si dicono, per secoli non compaiono
grandi personalità che possano dire grandi parole.
Per secoli, la cultura è cultura d'ambiente, la cui storia si svolge
regolata e meccanica sui binari della tradizione: anche i maestri
autorevoli, che di quando in quando compaiono nei centri di studio più importanti, non sono così vigorosamente originali da far
luogo a movimenti innovatori, a creazioni veramente feconde.
Solo nel secolo Xl la condizione muta; il patrimonio ideale di
cui la scuola clericale era stata, per secoli, custode vigile e gelosa, finalmente nell'ambiente clerico-aulico si interpreta in modo
attivo e diventa energia feconda. Gli auctores, pur da secoli letti,
studiati seriamente, usati come modelli di stile e fonte di scienza, sono rivissuti e sentiti in modo da far luogo alla creazione
di visioni e di immagini di cui si compone una nozione nuova
del mondo e della vita, la concezione cavalleresca-cortese la quale
si realizza ed esprime nella lirica trobadorica e nella narrativa
A documentare questa raffigurazione storica serve il presente
libro, che, dopo aver delineato l'importanza dei Maestri del
pensiero medievale, accoglie in un quadro unitario le pagine più
significative della letteratura e cultura latina d'Italia nei secoli tra il
VII e il XIII, nonché i documenti a noi giunti - scoperti in gran
parte della filologia più recente - della letteratura volgare a partire
dalla fine del secolo VII I.
Brevi documenti, sparsi e sporadici, separati runo dall'altro da
larghi intervalli di tempo. Si tratta di relitti casualmente preservati nella generale dispersione; e appunto come tali vanno accolti;
e appunto per questo appaion componibili in una serie ordinata
e coerente, che consenta di riconoscere la esistenza in Italia di una
tradizione, in certa misura, letteraria dello scrivere in volgare, i
cui esordi sono nell'età carolina. Abbiamo, com'è naturale, accolto
solo documenti che non rivestano un valore unicamente linguistico, che non siano di ordine esclusivamente pratico; le testimonianze di ordine puramente linguistico sono considerate in questo
stesso volume dal sapiente acume del Vidossi; che vi riconoscerà
gli aspetti e gli svolgimenti dei singoli volgari italiani, sì da offrire
un esauriente quadro dell'Italia dialettale fino ai tempi di Dante.
Le pagine degli scrittori mediolatini d'Italia vogliono invece documentare la persistenza della tradizione classicistica: alcune sono
di scrittori notevoli che han vissuto ricche e intense esperienze
culturali e umane - Paolo Diacono, Paolino d'Aquileia, Liutprando, Pier Damiani, Alfano, Ugo Falcando, Pietro da Eboli -; altre,
di letterati esperti, ma di orizzonti limitati e angusti, di un'umanità
non rilevata né intensa (Giona, Agnello, il Panegirista di Berengario, il poeta dei Versus Eporedienses, Guaiferio di Montecassino);
altre, di dettatori anonimi peritissimi dello scrivere ornato, maestri di una tecnica sapiente, che non serve, però, all'espressione di
un vivace mondo interiore; altre ancora, di uomini vivacissimi e
fervidi, ma poco colti o addirittura rozzi; altre, infine, di uomini
tutti presi da interessi di ordine solamente pratico. Ma son tutte
pagine, ad ogni modo, che documentano la validità della tradizione
e la coscienza - altissima in qualche caso - delle esigenze dell'arte,
il senso acuto della forma, l'accettazione della disciplina più rigorosa e severa, l'umile devoto ossequio al magistero degli auctores,
la fedeltà all'ideale dell'elocuzione solenne, dello stile eletto e
Abbiamo anche scelto scritture - d'ordine pratico o d'intenzione
anche letteraria - la cui latinità appare corrotta e depravata, per dare
qualche esempio di quei tentativi di evasione dal rigorismo purista
di cui si è discorso; e sono indizio non già di esaurimento della
tradizione, bensi di esigenze innovative che trionfalmente si af-
fermano nel secolo XI, in Francia prima che altrove, e preludono
al sorgere delle letterature d'arte volgari. Per i secoli più remoti
abbiamo fatto posto con una certa larghezza a testi di ordine pratico
(scritture giuridiche e amministrative, lettere ufficiali, atti conciliari, editti, diplomi, iscrizioni) rhetorice confecti dai loro redattori che - come gli scrittori disinteressati - usano e applicano le
regole del dettare apprese dalla scuola; e servono, pertanto, a documentare lo stato della coltura letteraria nei centri di studio in cui
i redattori degli atti si sono formati. Le scritture cancelleresche e
curiali van poste insieme con altre, prodotte nelle officine scolastiche, che hanno il carattere di eserci.tazioni. E proprio in queste
si attua l'insegnamento più veramente letterario della scuola: in
esercitazioni che spesso escono dai limiti del componimento scolastico, sono opere d'arte pura, se pur quasi sempre non veramente poetiche, perché, in generale, troppo gelidamente accademiche. Di queste composizioni si allestivano sillogi che son manuali
di lettura e raccolte di modelli; accolgono i prodotti dell'officina
Jocale, ma anche di altre officine; e circolano dall'uno all'altro
ambiente scolastico, consentendo la reciproca comunicazione, lo
scambio delle varie esperienze realizzate nelle varie officine. Di
tali composizioni abbiamo dato esempi, limitando però la scelta
ai prodotti di un singolo ambiente, la scuola di Verona, attinti sia
alle sillogi veronesi dell'VIII, sia alla silloge cantabrigense (che ci
ha conservato celebri carmi veronesi del secolo IX o X): in modo
da rendere evidente la rapidità di circolazione dei prodotti delle
varie officine e la frequenza e l'intensità dei rapporti che reciprocamente legano i vari centri di studio.
Questi prodotti delle officine scolastiche sono di argomento sacro
o profano indifferentemente; il che basta a dimostrare la validità
di quanto abbiamo sopra affermato: che, cioè, la scuola clericale è
solo impegnata nella trasmissione della tecnica del comporre definita dalla tradizione retorica classica; e che questa tecnica rigorosamente si applica anche nelle scritture di ispirazione religiosa e di
intento edificante, anche nei testi che servono alla liturgia, nonché
nella innografia e nell'agiografia. Non c'è distinzione tra letteratura
sacra e letteratura profana, perché identica è la formazione letteraria, identici gli atteggiamenti del gusto e i modi dello stile.
E la riprova dell'unità strettissima della cultura letteraria medievale
si trova nella seconda parte del volume; là dove abbiamo collocato
in uno stesso gruppo due scrittori del secolo XI, Pier Damiani e
Alfano di Salerno, che la vecchia critica poneva come rappresentanti di tendenze opposte e contrastanti: assertore e interprete del
gusto e deJla cultura classicheggiante Alfano, negatore implacabile deJl'arte classica il Damiani, in nome delle sue idealità religiose,
delle sue esigenze mistiche e ascetiche. Noi li abbiamo messi assieme in un unico paragrafo intitolato «i grands rhétoriqueurs del
secolo XI», a significare che, se pur possa essere, per vari riguardi,
diverso il mondo interiore dei due scrittori, identica quanto ai
modi formali e alla tecnica è l'espressione o traduzione letteraria
Ed è la tecnica regolata dai canoni severi della retorica codificati
dai maestri dell'età imperiale e al mondo medievale trasmessi da
Cassiodoro. Appunto per questo sta all'inizio di questo volume,
dopo le pagine su Boezio e a guisa di proemio, la teoria dello stile
che Cassi odoro ha formulato nella prefazione alle Variae: e che
dà a tutta la tradizione letteraria medievale l'indirizzo e l'orientamento. Il presente volume segue perciò l'ordine di trattazione
che della storia della letteratura mediolatina d'Italia è delineato
nelle mie Origini (che fan parte della Storia letteraria vallardiana; la seconda edizione è del 1950); ma esorbita dai limiti
delle Origini, in quanto contiene anche una rassegna che tocca il
Molto complesso è il quadro dell'Italia letteraria nel secolo XIII:
vi si trovano gli esordi della tradizione più veramente italiana,
che muove dall'ambiente della Curia fridericiana; ma anche vi si
continua la tradizione dello scrivere in latino, e, insieme, si svolgono varie letterature nei diversi dialetti locali più o meno letterariamente elaborati, e una letteratura in lingua provenzale, e
una letteratura in lingua francese.
Di queste multiformi manifestazioni non si considerano né la
lirica siciliana né le letterature in lingue locali, che sono materia
del volume curato da Gianfranco Contini. Nel volume nostro si
offre invece solo il quadro, abbastanza ricco, di quella che potremmo chiamare la preistoria della letteratura italiana: della quale
sono aspetti essenziali non solo la continuità della tradizione dello
scrivere in latino ma anche, e più, l'imitazione e lo svolgimento
delle nuove letterature d'arte nate in Francia e in Provenza nel
secolo XI, riflesso, insieme, della tradizione letteraria mediolatina
e del profondo rinnovamento di questa tradizione: aspetti, cioè,
di un 'unica realtà culturale.
Di svolgimenti culturali e letterari assai complessi il presente
volume descrive, dunque, la storia; allineandone i documenti più
significativi e premettendo ai singoli testi o gruppi di testi rapide
ma esaurienti note, che consentiranno di collocare i testi medesimi
nel processo e nel quadro della tradizione letteraria e culturale
italiana fra il VI e il XIII secolo.
Non solo per la materia, così ampia e complicata, raccolta lungo il corso di otto secoli ed espressa in quattro lingue, ma anche per quanto concerne la sua struttura formale questo volume si presenta con caratteristiche sue peculiari. Basta un'occhiata al frontespizio e all'indice generale
per rendersi conto del numero dei collaboratori a cui si è dovuto fare
appello e della varia molteplicità dei settori, dei generi e dei testi di cui
il libro è composto. A questa molteplicità di campi di studio corrisponde
naturalmente una ancor maggiore varietà di problemi storici, filosofici e
filologici, e, quindi, una specifica bibliografia per ogni campo e per ogni
gruppo di problemi : si è ritenuto perciò opportuno far seguire le note
bibliografiche alle pagine introduttive di ogni sezione o di ogni singolo
autore, anzi che, come d'uso, corredarne l'Introduzione generale.
Per i testi accolti in questo volume, abbiamo seguito le edizioni
più autorevoli, inserite di regola in grandi collane. In calce a ogni
testo abbiamo indicato le edizioni riprodotte: nelle note sono talora
discusse varianti e proposte congetture.
Le abbreviazioni sono le usuali. Per comodità del lettore, ricordiamo le sigle da noi adottate :
F. I. S.: Fonti per la storia d'Italia, edite dall'Istituto Storico
Italiano per il Medio Evo, Roma;
M. G. H., SS.: Monumenta Germaniae Historica, Scriptores;
M. G. H., SS. LL.: Monumenta Germaniae Historica, Scriptores
rerum Langobardicarum saec. VI-IX;
M. G. H., SS. rer. Mer.: Monumenta Germaniae Historica, Scriptores rerum Merovingicarum;
M. G. H., Ep.: Monumenta Germaniae Historica, Epistolae;
M. G. H., LL.: Monumenta Germaniae Historica, Leges;
M. G. H., P. Ae. C.: Monumenta Germaniae Historica, Poetae Aevi
Carolini;
P. L. : Patrologiae cursus completus; Patrologia Latina, a cura di
J. P. Migne;
R. I. S.: Rerum Italicarum Scriptores, a cura di L. A. Muratori;
R. I. S. 2 : Rerum ltalicarum Scriptores, u ediz., a cura di G. Carducci e V. Fiorini.
L'ITALIA DIALETTALE FINO A DANTE•
più antichi monumenti volgari risalgono - quando si
astragga dall'ibrido e isolato indovinello veronese - non più su
della metà del secolo X. 1 Da tempo a quest'epoca si doveva parlare in volgare, in un idioma, cioè, spezzato in più dialetti (se di
dialetti, mancando una lingua nazionale, si può parlare), che a
chi era in grado di paragonarlo col latino non appariva né era
più sentito come tale. Accenni al volgare affiorano, prima che si
affacci a noi nei testi, in documenti latini ;2 e dei singoli fenomeni
che lo caratterizzano, o, meglio, che caratterizzano le sue varietà,
si è anche cercato di raccogliere le prime tracce. 3 Il processo di
trasformazione del latino, che investe tutta la Romània dando origine alle lingue romanze, comincia molto per tempo e può col
Wartburg ritenersi essenzialmente compiuto, anche in Italia, nel
secolo VIII.4
Non è compito nostro tracciare la storia complessa di questa
trasformazione nei particolari aspetti ch'essa ha avuto in ltalia,5
• Per ragioni pratiche, in questo panorama dell'Italia dialettale fino a Dante
si è tenuto conto anche del sardo e del ladino (non del dalmatico), senza
voler con ciò prendere posizione nella dibattuta questione del posto che
spetta ai due idiomi. 1. Vedi in questo volwne le pagine dedicate all'Indovinello veronese (pp. 164 - 5), alle Fonnole volgari (pp. 252 - 4) e ai
Frammenti di letteratura volgare (pp. 506 - 10). Si tengano inoltre presenti
le note raccolte del Monteverdi, delt»Ugolini, del Lazzeri e, seppur meno
complete, del von \Vartburg e del Dionisotti - Grayson; e si veda anche
!Viario A. Pei, Tl,e ltalian Language, New York 1941, pp. 177 sgg. Della
Crestomazia del l\1onaci cito la seconda ediz., riveduta e aumentata da F.
Arese, Roma 1955. 2. Per accenni del genere, d'importanza relativa per la
loro età, v. Novati-Monteverdi, Le origini, Milano 1926, p. 32, e Crescini
in «Atti Istituto Veneto», LX (1901), p. 444-5 n., e Miscellanea Hortis, Trieste 1910, p. 449; ora riassunti in Monteverdi, Ma11uale di a'VtJÌamento agli
st11di roma11zi, Milano 1952, pp. 4 sgg. 3. Una raccolta sistematica completa ne aveva iniziato Elise Richter, ma poi diede fuori solo la parte riguardnnte la fonetica francese: Beitriige zur Gescl,ichte der Romanismen. 1.
Chronologisclie Plzo11etik des Fram:osisclien bis :::um E11de des 8. Jahrhunderts
(nei Beiheftc della « Zeitschrift f. rom. Phil. », n. 82, del 1934). Per l'Italia
sono da citare le ricerche del De Bartholomaeis sui dialetti centro-meridionali, del Parodi sul ligure, del Maccarrone sul siciliano, e sono da
ricordare gli studi dell'Aebischer e i glossari del Sella. 4. Die Ausgliederung der romanisclien Sprachen, Berna 1950, p. 157. E cfr. Devoto,
La lingua di Roma, Bologna 1940, pp. 346-7. 5. Si vedano per tale
storia l'or ora citato volume del Wartburg e gli articoli Per la storia
della lingua d'Italia e Caratteri fondamentali della lingua nazionale ita-
e devono bastare rapidi cenni, intesi sopra tutto a dar ragione
della grande varietà di dialetti che contraddistingue l'area italiana.
Con lo sfaldamento, per cause interne ed esterne, dell'Impero
romano, va perduta l'unità linguistica della Romània e si spezza
anche in ciascuna di quelle ch'erano state le parti dell'Impero,
in proporzione inversa delle superstiti o succedute forze coordinatrici. Dove prima era, almeno alla superficie, una tinta compatta, venata solo di qualche screziatura, è ora un mosaico di
tessere più o meno multicolori. E più multicolori, come s'è detto,
in Italia che altrove. Nasce il quesito se la nuova situazione sia
l'effetto, non più imbrigliato, di condizioni etniche preesistenti
alla conquista e colonizzazione romana (substrati), o dipenda dalla
convivenza con gl'invasori, barbarici e non barbarici (superstrati),
o tragga l'origine dalla particolare struttura culturale e politica
Per Clemente Merlo, che svolge e sviluppa idee ascoliane, la
carta dialettale d'Italia ha <<soprattutto» ragioni etniche. 1 Alla tripartizione dei dialetti italiani, da lui distinti in settentrionali (comunemente detti gallo-italici), centro-meridionali e toscani,2 fanno
liana e delle lingue sorelle di M. Bartoli, il primo stampato in «Arch.
glottol. ital. •, XXI, (1927), pp. 72-94, il secondo in u Miscellanea della Facoltà di lettere e filosofia•, Torino 1936, voi. I, pp. 69-106 e rifuso nell'art.
Caratteri fondamentali delle lingue neolatine, stampato in II Arch. glottol.
ital. •, XXVIII, (1936), pp. 97-133 e XXIX, (1937), pp. 1-20 (tutti e due ora
in Saggi di linguistica spaziale, Torino 1945 1 pp. 120-38e75-119). Utili indicazioni anche in Alwin Kuhn, Romanisclie Phi/o/ogie. I. Die romanisclzen
Sp,achen, Berna 1951, pp. 157-222. Del Profilo di storia li,iguistica italiana
di Giacomo Devoto, Firenze 1953, interessano i capitoli 1-111. 1. Cl. Merlo, ccLingue e dialetti d'Italia», in Terre e Nazio11i: L'Italia, caratteri
generali, per Assunto Mori con la collaborazione dei professori ecc., Milano 1936, pp. 256-80; e Il sostrato etnico e i dialetti italiani in a L'Italia
dialettale», IX, (1933), pp. 1-24, ora in St11di glottologici, Pisa 1934, pp.
1-26. - Dall'Ascoli deriva l'idea in genere delle reazioni etniche, da lui e
dallo Schuchardt il posto fatto al substrato gallico; per le alterazioni dovute al substrato osco-umbro v. Meyer-Lubke, Rom. Gramm., I,§ 649; per
l'origine etrusca della gorgia Schuchardt, Slawo-Deutsclies rmd Slawo-lta•
lienisches, Graz 1884, pp. 12-3. Per le articolazioni cacuminali v. G. Mii•
lardet, «Études italiennes », in Homenaje a Menéndez Pidal (1926), I, p. 713,
e anzitutto Sur un anciens ubst,at commun à la Sicile, la Corse et la Sardai•
gne, in • Revue de linguistique romane 11, IX, ( 1933), pp. 346 sgg. Il Merlo
ha completato il quadro delle rispondenze, che ha riunite tutte in sistema.
2. Il Bartoli alla tripartizione del Merlo preferiva la bipartizione Italia
settentrionale (con la Ladinia) e Italia meridionale e centrale (incluse le
tre isole e la Dalmazia preveneta), perché • il toscano concorda molto
riscontro tre substrati: celtico, umbro-sannita o italico, etrusco.
Completando il quadro delle corrispondenze, i caratteri particolari del ligure, nel gruppo dei dialetti settentrionali dipendenti
dal substrato celtico, si attribuiscono al subsostrato (o substrato
più antico) ligure, e quelli del veneziano (e le concordanze veneto-romagnole) al subsostrato venetico.
Nel gruppo centro-meridionale, dipendente dal substrato italico, è inoltre chiamato in causa per le condizioni linguistiche
della Sicilia e della parte estrema della penisola un sostrato preindoeuropeo (mediterraneo, ma diverso dall'etrusco), come per la
Sardegna, per la Corsica, per la Lunigiana. 1
Più complessa la situazione toscana, la delimitazione del substrato etrusco. Il versigliese, che preannunzia il lunigianese, sembra partecipare del substrato mediterraneo di questo; il fondo del
chianaiolo e dell'aretino, come del castellano e del senese di Montepulciano, sarebbe umbro-senone (e precisamente il castellano più
senone che umbro, l'aretino e il chianaiolo più umbri che senoni,
e il senese di Montepulciano ancora più umbro, o meno senone che dir si voglia, del chianaiolo). Umbro è detto anche il
fondo del casentinese e, da quando l'Amiata divenne una rocca
dei Latini contro i Sanniti, anche il fondo delle varietà parlate
sulle sue pendici meridionali.
Sugli effetti comunemente attribuiti al substrato celtico (come u > il,
> xt) il Merlo non si ferma, e fa un cenno solo dell' A in e; del ligure afferma propria l'alterazione di L, 2 del veneto ciò che i dialetti delle Venezie hanno in comune con quelli delrEmilia o almeno della Romagna (i
dittonghi dell'E e dell'o brevi in accento, le vocali non turbate, il t da
CT, l'alterazione della fricativa labio-dentale v dopo consonante nell'occlusiva bilabiale b).
più con gli altri dialetti centrali che coi dialetti settentrionali » ( « Arch. glottol. », XXVI, (1934), p. 129, n. 10). E meno ancora gli piaceva la partizione in
dialetti settentrionali, centrali e meridionali, e altre simili, perché i dialetti
centrali confluiscono nei meridionali. 1. Non è richiamato per i dialetti
sudorientali il sostrato illirico (dei 1"1cssapi e Japigi, che il l\ilerlo ricorda fra
le II genti etnicamente diverse, profondamente diverse, stanziate nella nostra penisola 11. Solo che oggi i più non direbbero i Messa pi e J a pigi affini
ai Veneti). Stranamente, il sostrato illirico (messapico) è ricordato per
ralternanza di tenue e media nel salentino, seppure con qualche riserva,
dal Rohlfs in Histo,. Grammatik de, unteritalienisclren Griizitiit, Monaco
di Baviera 1950, p. 76, § 74. 2. Tracce di sostrato ligure in alcune parlate
odierne dell'Italia settentrionale e della Francia meridionale, in a Rendiconti
Accademia d"Italia •, 1943.
Sono effetti del substrato umbro-sannita ND in nn, MB in mm, NT
in nd mb ng, mentre dal substrato mediterraneo derivano le
invertite da LL, TR, STR.
Molteplici sono gli effetti attribuiti al substrato etrusco: primo fra tutti
l'aspirazione delle occlusive sorde latine intervocaliche, ma poi anche le alterazioni del tipo corbo da coRvu,1 -aio da •ARIU,2 e l'esito bbj da VJ.
3. La tesi del Merlo, se ha raccolto molti consensi,3 è stata anche vivacemente combattuta, in particolar modo dal Rohlfs sul
terreno pratico delle singole reazioni etniche supposte dal Merlo. 4
Come principio e causa di mutamenti linguistici, nessuno pensa di
1. Di un filone etrusco che si avverte nel campo neo-latino, in « Atti del I
Congresso internaz. etrusco», p. 269 e Il sostrato etnico, p. 19, dove a p.
22 si parla anche di VJ in bi. 2. Il sostrato etnico, p. 24: «Anche in questa
alterazione, circoscritta alla sola Toscana, credo di dover leggere una
tendenza etnica, una predisposizione orale, della gente etrusca». Recenti
ricerche di A. Castellani hanno però mostrato che in antico -aio non è solo
della Toscana, ma anche dell'Umbria e del Lazio settentrionale, e i molti
resti di -aio nella toponomastica escludono che si tratti semplicemente
di irradiazione dalla Toscana («Arch. glottol.», xxxv, 1950, pp. 141 sgg.).
3. Sopratt11tto parziali. Così del von Wartburg per l'origine etrusca della
gorgia e quella osco-umbra di ND >nn e simili, Ausgliederung, pp. 6 sgg., di
Robert A. Hall jr., contrario all'origine etrusca della gorgia; per le altre
alterazioni, «Arch. Ling. », I, pp. 157 sgg.; Robert L. Politzer per la gorgia
(«Italica», XXVIII, 195 I, pp. I 97-201). Qualche studioso ha anche aggiunto
altri sostrati a quelli chiamati in causa dal Merlo: Siculi e Sicani Giorgio
Piccitto (La c/asnficazione delle parlate siciliane e la metafonesi in Sicilia,
in «Arch. stor. Sicilia orientale D, s. IV, a. III, pp. 33-4 dell'estratto).
4. Historisclze Grammatik der ital. Sprache, I, (1949): § 19 dubbi sulla
gallicità di A> e; § 353 dubbi sulle ragioni etniche di NO> nn; § 357
dubbi sulle ragioni etniche dell'alterazione di NT MP NC in nd mb
ng; § 196 contro l'origine etrusca della gorgia toscana; § 262 contro
l'origine etrusca di LV RV in lh rb. Non prende posizione circa L > r,
VJ >bbj, LL >dd (di cui non contesta la dipendenza da un sostrato mediterraneo). Scettico si dimostra il Rohlfs anche circa la tesi della reazione
gallica nelle alterazioni di CT in xt, e u in ii, su cui il Merlo non si ferma.
Contro l'origine etrusca della gorgia ha preso posizione (v. sopra) Robert A. Hall jr. in« Italica», XXVI, (1949), pp. 64-71, e ha formulato riserve il
Devoto in II Lingua Nostra D1 xn, (1951), p. 30. Tutto il problema dei substrati - Prehistory and the Italian dialects - è stato ripreso attentamente in
esame da Ernst Pulgram in «LanguageD, xxv, (1949), pp. 241-52. Ora è da
vedere anche S. Heinimann, Die heutigen Mundartgrenzen in Mittelitalien
und das sogenannte Substrat in 10rbis11, n, (1953), pp. 302-17. Gli ha risposto il Merlo nella stessa rivista, 111, (1954), pp. 7-21, ristampando il suo
articolo Le popolazioni dell'Italia antica al tempo della conquista romana, già
pubblicato in 1Antiquitas11, 1, (1946), pp. 5-10, e, con •qualche osservazione D, le due note Gorgia toscana e sostrato etrusco e Ancora della gorgia toscana, uscite in i Italica», XXVII, (1950), pp. 253-5 e xxx, (1953), p. 167. Ha
replic~to l'Heinimann, sempre in 11.0rbisD, IV, (1955), pp. u4-5.
negare la reazione etnica,' che può anche valere come «incentivo»
(la parola è del Terracini) di varietà dialettale. Si diventa scettici
quando essa è elevata a causa prevalente, per non dire esclusiva,
del frazionamento dialettale.2 Cause molteplici hanno prodotto quel
frazionamento, e sono in parte analoghe a quelle che hanno determinato anche l'estensione nello spazio delle lingue substrato.
Viva attenzione è stata rivolta negli ultimi anni ai superstrati3
ed alla parte che possono aver avuto nella partizione (Ausgliederung) della Romània. Gli effetti dei superstrati (germanico,
arabo, greco) sull'italiano sono stati tuttavia meno profondi che
sugli altri linguaggi neolatini. 4 Certo essi hanno acuito preesistenti contrasti di cultura, ritardato in qualche zona o turbato la
romanizzazione, causato anche, « direttamente o indirettamente»,
divisioni e suddivisioni (che son tutti effetti esteriori), ma hanno,
secondo il von Wartburg, esercitato anche un'azione unificatrice. 5
Criteri cronologici, invocati per spiegare il frazionamento lin1. È noto che il Meillet scrisse essere l'influenza dei linguaggi dei substrati « la seule condition qu'on ait envisagée sérieusement jusqu'ici pour
expliquer le changement phonétique » ( 11 Bull. Soc. Ling. n, XXII, I 921, p. 41).
- Sul rimprovero mosso recentemente ai neolinguisti e in particolare al
Bartoli di rigettare la teoria ascoliana dei substrati v. «Annali della Scuola
norm. sup. di Pisa», 1948, pp. 208-9. Ricorre al sostrato, dove gli pare legittimo, naturalmente anche il Rohlfs: La struttura linguistica dell'Italia,
Lipsia 1937, pp. 18 sgg. (scritto ristampato nei due volumi del Rohlfs, An
den Quel/en der romanischen Sprachen, Halle/Saale 1952, e Estudios sobre
geografia lingiiistica de Italia, Granata 1952), Histor. Gramm. der ital.
Sprache, r, p. 425. Insiste sulle necessarie cautele il Wagner, Histor.
La11tlelzre des Sardischen, Hallc/Saale 1941, pp. 269-70, n. 2. Ampie riserve suscita anche la concezione naturalistica degli effetti di substrato come
causati da «predisposizioni orali 11, cioè da predisposizione etnicamente diversa dell'organo ornle. Si vedano, per contro, le concezioni da un punto di
vista storico e culturale del von Wartburg (Ausgliederung, p. 155, n.) e del
Terracini (Scritti in onore di A. Trombetti, pp. 321 sgg.). In ogni caso occorrerebbero ricerche come quelle dello stesso Terracini sul betacismo
(a Arch. glottol. », XXVII (1935), pp. 133-52 e XXVIII, (1936), pp. 1-31, e
in particolare, per i risultati, xxv111, pp. 9 sgg.). Sulle «predisposizioni
etniche» v. il saggio di S. Heinimann citato qui addietro a p. 4 n. 4,
p. 303. 3. ll termine «superstrato» mette capo al Bartoli («Arch. glottol. », x.xv, 1931-33, p. 32) e al von Wartburg {vedi Ausgliederung, p. 155,
n.), che ha più d'ogni altro studioso dato rilievo alla parte che spetta
al superstrato nelle alterazioni linguistiche. Si tenga presente che il von
Wartburg fa non piccola parte anche al substrato, e che a proposito del
superstrato distingue tra effetti esteriori, territoriali, ed effetti propriamente linguistici (sul lessico, sulla fonetica e morfologia, sulla sintassi e
sulle forme espressive). 4. Bartoli, Saggi di linguistica, pp. 110 e 135-6.
5. Ausgliederung, pp. 146-7 e La posizione della lingua italiana nel mondo neolatino, Lipsia 1936, pp. 14-5. E si può consentire, attenuandola, in questa
guistico della Romània, servono poco dove le differenze cronologiche della romanizzazione sono lievi. Dove incontriamo, come
in Sardegna e in parte dell'Italia meridionale, casi di particolare
arcaicità, sono da attribuire non tanto al tempo della colonizzazione
quanto a successivi isolamenti. 1 E la così detta «recenziorità » della
Sicilia vedremo ancora come si spieghi. In conclusione, valutate
le altre possibili cause, tutto porta a ritenere che il frazionamento
dialettale dell'Italia sia anzitutto il correlativo di un frazionamento
nello spazio dovuto, più che a ostacoli naturali, a confini amministrativi, ecclesiastici, politici (operanti come limiti e per così dire
«displuvii » d'irradiazioni linguistiche). Ma se pensiamo che di
questi confini alcuni traggono origine dalle invasioni barbariche e
qualche altro è anche confine etnico, vediamo nella causa accennata riassunte in certo modo anche le altre invocate per spiegare
il frazionamento dialettale d'Italia.
Secondo il Bartoli ha contribuito in maniera decisiva al frazionamento amministrativo, a cui risponderà quello dialettale, la divisione dell'Italia, decretata da Diocleziano, nei due vicariati di
Roma e di Milano.a Divisione - scrive il Bartoli - « non solo economica o amministrativa, ma anche, ciò che più conta ... spirituale». Risorge «lo spirito gallico nell'Italia settentrionale; similmente, nell'Italia centrale e meridionale riaffiora lo spirito greco».
Rinascono, dunque, almeno parzialmente, le condizioni preesistenti alla dominazione romana. Il confine tra i due vicariati (all'incirca Spezia-Rimini) è segnato da un fascio d'importanti isoglosse. Mostra soltanto l'accennata complessità dei fattori in giuoco
affermazione del von Wartburg, anche rimanendo scettici circa la sua tesi
dell'influsso longobardico sulla dittongazione italiana (Ausgliederurig, pp.
143 sgg., Posizione, pp. 13-4): tesi respinta dal Gamillscheg, Romania Germanica, II, (1935), pp. 202 e 204, dal Merlo in «Rendiconti dell'Accademia
d'Italia 11, s. VIII, voi. III, (1942), pp. 62 sgg., dove in genere si nega o minimizza l'influsso del superstrato germanico, dallo Schtirr in« Rom. Forsch. ,,,
L, (1936), pp. 275 sgg., e dal Rohlfs in Histor. Gramm., I, p. 67, n. Cf. anche
G. Straka, «Revue des langues romanes11, LXXI, (1953), pp. 273-6. H Bartoli
ammetteva senz'altro che le invasioni barbariche hanno diminuito la divisione fra l'Italia settentrionale e quella centrale e meridionale (Saggi, p. 109),
ma non per supposti influssi sulla dittongazione, sibbene perché Longobardi e Franchi hanno favorito la diffusione nel mezzogiorno d'innovazioni
settentrionali e centrali, v. «Arch. glottol. 11, xxvm, (1936), p. 102 e« Lingua
Nostra»,v1,(1944-5),pp. 2e4. 1. Wagner,Lalinguasarda,Bernas.a. (ma
1950), pp.94 sgg. Ragioni d'isolamento saranno in giuoco anche per le aree
lucane di cui il Lausbcrg ha scoperto e studiato l'arcaicità (Die Mrmdarte,i
Sudlukaniens, Halle/Saalc 1939). 2. Saggi di linguistica spaziale, pp. 108-9.
il fatto che questo confine, prima di essere amministrativo, fu
anche etnico, e successivamente separò l'arcidiocesi di Roma da
quella di Ravenna. 1 Le invasioni barbariche e l'occupazione di
vasti territori d'Italia da parte dei Bizantini fanno sorgere nuovi
confini, scavano nuovi solchi, a cui fanno riscontro le condizioni
linguistiche. Il Rohlfs ha dato risalto alle isoglosse che taglianc,
l'Italia dai dintorni d'Ancona ai Colli Albani lungo una linea che
coincide press'a poco col limite settentrionale del Ducato di Spoleto e col corridoio che mantenne libera la comunicazione fra il
patrimonio di San Pietro e l'esarcato di Ravenna, non occupati
dai Longobardi. 2 Lo Schiirr a sua volta ha mostrato la coincidenza
dei confini della Romagna dialettale con quelli che nel tempo della
scissione dell'Italia in una parte longobarda e un'altra romano-bizantina limitavano, isolandolo, l'esarcato di Ravenna. 3 E dobbiamo
al Bartoli suggestivi accenni a episodi della lotta tra spirito greco e
longobardico nella storia linguistica dell'Italia meridionale. 4 Anche
la venuta dei Normanni incide con nuovi spostamenti nella distribuzione dialettale e nella storia linguistica di questa regione. 5
4. Anche questo excursus sulle origini dei nostri dialetti rende
probabile che alla data dei primi nostri monumenti volgari (secoli
X e XI) la carta linguistica e dialettale d'Italia non doveva differire, almeno nelle linee essenziali, da quella presente. Ma è difficile darne le prove. Notizie dirette mancano fino al De vulgari
eloque11tia di Dante, la cui con1posizione si fa cadere tra la primavera del 1303 e la fine del 1304. I testi che documentano l'antica
distribuzione dei dialetti appartengono solo in misura minima ai
primi due secoli e, a parte la loro esiguità, danno un'immagine
1. Rohlfs, La str11tt11ra linguistica d'Italia, p. 8. Vedi anche von Wartburg,
Ausglitderung, pp. 116-9, e Devoto, Lingua di Roma, p. 348. Per il Merlo,
s'intende, n un solo limes è esistito, ed esiste pur sempre, quello etnico ... »:
n Rendiconti dell'Accademia d'Italia», s. vu, voi. 111, p. 71.
linguistica, p. 10. 3. In « Revue de linguistique romane», IX, (1933), pp.
203 sgg.; v. anche La posi:::ione storica del romagnolo fra i dialetti contermini,
nella rivista n 11 Comune di Ravenna 11, 1934, p. 9 dell'estratto. Sul confine
«politico» che ha tanta parte nella delimitazione dell'area arcaica lucana studiata dal Lnusberg, v. il voi. cit. Die Mimdarten ecc., p. 190. 4. I riflessi di
o.Olore e conflore nel/' I talio meridio11ale ( 11 Atti dell'Accademia delle scienze di
Torino», Cl. di Scienze mor., LXXV, 1939-40), pp. 202 sgg. 5. Ammettiamo
con ciò, tuttavia limitandone la portata, la nota tesi del Rohlfs circa la ripresa romanza in Calabria e Sicilia dopo la venuta dei Normanni: v. Rohlfs in
Mélonges M. Roq11es, 1, Parigi 1950, p. 259 (saggio ristamp. nel cit. voi. An den
Quellen der romanischen Spracl,ei,) e Bnrtoli, nell'art. testé citato, p. 38, n. 77.
dei dialetti scolorita sovente o resa incerta dai molteplici influssi
operanti, fin dagli albori, sull'uso scritto.
I testi volgari appartenenti ai secoli X-XI sono:
l'indovinello veronese,
i quattro placiti cassinesi,
la carta cagliaritana del 1070-80,
il privilegio logudorese del 1080-85,
la postilla amiatina,
la formula di confessi on e umbra,
l'iscrizione di San Clemente,
la carta cagliaritana in caratteri greci.
Undici testi in tutto, di cui 5 soli del secolo X, riducibili a 2, se consideriamo la stretta affinità dei placiti. E degli altri 6, tre sono sardi.
Gli elementi volgari dell'indovinello veronese (il cui ibridismo può
dare l'impressione di lingua in fieri, ma in effetto non fa che segnare la
lotta fra una tradizione che tramonta e una novità che stenta a imporsi)
sono - salvo versorio e sopra tutto pareba - banali, conformi tuttavia
aU-area a cui il componimento appartiene. L'ipotesi pareba da parere del
Contini' non è accettabile, contraria com'è allo stile deJl'indovinello.2
Nei placiti sono proprie, se non specifiche, del campano forme come
kelle tebe bobe, e nel testo latino, oltre ad alcune grafie, pleski. Degli elementi interregionali dei placiti si dirà più avanti.
Netto il carattere idiomatico dei documenti sardi nella fonetica e morfologia, molto meno nella sintassi. Sbiadito, invece, nella postilla amiatina (simile per l'ibridismo all'indovineUo), dove di regionale non vi sarebbe, secondo R. M. Ruggieri, che il termine rebottu,3 mentre l'-u finale
(insieme con l'i di illu, ille, ista) costituirebbe un fenomeno fonetico interregionale: il che, s'è possibile, non è necessario.4
Della formula di confessione (detta umbra per la provenienza del ms.)
il Flechia ha scritto che • le peculiarità dialettiche del volgare, se non accennano risolutamente ad una speciale regione d'Italia, possono tuttavia .•.
tenersi per verisimilissimamente proprie dell'Italia centrale con esclusione delle provincie napoletane e della Toscana ».5 Si può escludere,
1. •Revue des langues romanes•, 1934, pp. 161-2. 2. Vedi le versioni raccolte dal Piancastelli nel lavoro citato dal Monteverdi in Saggi neolatini,
Roma 1945, pp. 39-58, e A. Aarne, Vergleichet1de Riitselforschungen, 1, in
• FF Comunications », II, n. 26 1 pp. 3s sgg. «Alcune versioni friulane»
stampò G. D'Aronco in «Paideia», II, (1947), pp. 24-7. Il rilievo rimane
valido anche ammettendo col Monteverdi e con E.-R. Curtius (Eu,opiiische Literatu, u. lateinisches Mittelalter, Berna 1948, p. 316, e trad.
spagn., Literatura europea y edad media latina, México-Buenos Aires, 1955,
I, p. 440) la tradizione letteraria del breve componimento. (Perentoriamente richiede pareba, da parere, la nuova interpretazione deWindovinello proposta da C. A. Mastrclli in •Arch. glottol. •, XXVIII, (1953), pp.
190 sgg.; ma pare a me sforzata e non persuade.) 3. • Lingua Nostra»,
x, (1949), pp. 20 sgg. 4. •Cultura neolatina•, IX, (1943), pp. 41 sgg. e
in particolare pp. 51 e 64. 5. «Arch. glottol. •, vu, (1880-3), pp. 121-9.
con riguardo a commandao, anche Roma; 1 la provenienza del codice fa
pensare all'umbro, né alcuna forma del testo contraddice a questa più
stretta assegnazione.
Nell'iscrizione di San Clemente sono notevoli dereto e soprattutto Carvoncelle,2 con tr- da b-, fenomeno questo che non valica verso Nord la
linea Ancona-Roma.3
Altri caratteri idiomatici, comprovanti l'antica partizione dialettale d'Italia, si ricavano dai testi latini (v. le note 2 e 3 a p. 1)
studiati dal Parodi, dal De Bartholomaeis, dal Maccarrone. Ma, in
ultima analisi, la presunzione che la distribuzione dei dialetti nei
secoli anzidetti (X e XI) non differisse - salvo che nei punti di cui
diremo - da quella posteriore, si fonda sul dato linguistico già accennato, che ritiene in massima conchiuso nel corso del secolo VIII
il trapasso dal latino al volgare, e sul dato storico della mancanza tra il secolo XI e l'inizio del secolo XIV ( data del De vulgari
eloquentia) di eventi atti - per quanto sia lecito giudicarne - a
determinare mutamenti e spostamenti essenziali. L'ultimo grande
evento del genere è, nella seconda metà del secolo XI, la già accennata conquista normanna.
5. Se passiamo, dopo queste considerazioni d'ordine generale, a
confrontare partitamente le condizioni d'allora con quelle d'oggi,
vuol essere anzitutto rilevata la mancanza nei secoli sotto esame
di gran parte delle isole e colonie alloglotte. 4 Non erano ancora
immigrati nelle Valli Valdesi i Provenzali che un secolo dopo vi
cercheranno riparo dalle persecuzioni religiose ;5 non in Sicilia,
in Calabria, nella Lucania, nelle Puglie, nella Campania, nel Molise e negli Abruzzi gli Albanesi. 6 Posteriori all'epoca che esaminiamo sono le propaggini slave del Molise e quelle della seconda
1. Vedi Dionisotti-Grayson, p. 21. 2. In «Paideia», v, (1950), p. 284 Pisani
si chiede se questo Carvoncel/e non abbia qualche rapporto col greco x<ip~cxvcx;, sic. carvanu 'goffo,, ma non c9è ragione alcuna di staccarlo da 'carbone', v. a:Arch. glottol. 11, xxxv, (1950), p. 176. 3. Rohlfs, Histor. Gramm., I,
p. 247, § 150. 4. Un breve schizzo di esse è dato dal Bartoli nelfintroduzionc alla Grammatica ston·ca della lingua italiana del Meyer-Lilbke,
tradotta da lui e da G. Braun (nuova ediz., Torino 1927), e dal Merlo
in « Lingue e dialetti d,ltalia 11. Fra i primi a occuparsene, quasi un secolo
fa, furono il Biondelli (negli Studi linguistici, Milano 1856) e l'Ascoli (negli Stttdi critici, I, Gorizia 1861 ). 5. Merlo, «Lingue e dialetti d'Italia», pp.
259-60. 6. « Le più antiche isole albanesi d'Italia sono quelle di Calabria
e di Sicilia, che rimontano alla metà del secolo XV. Due secoli dopo sono
immigrati gli Albanesi della Lucania e delle Puglie, e alla fine del secolo
XV Il quelli deWAbruzzo 11: Bartoli, nell'introduzione citata, p. II. Indicazioni bibliogr. in « Rivista d'Albania», I, (1940), pp. 416-8.
LtJTALIA DIALETTALE FINO A DANTE
ondata della Venezia Giulia. 1 Lo stesso può dirsi dei Catalani
d,Alghero, dei Greci di Cargese nella Corsica, dei Romeni sui
due versanti del Monte Maggiore in Istria. 2
Più complessa, ma non dissimile nei risultati, è la storia delle
propaggini tedesche. Per quelle a Sud del Monte Rosa e del
Sempione, per Sappada nel Cadore, Sauris e Timau nella Carnia
non si risale più in su del secolo XIII. 3 Per le oasi trentine-vicentine-veronesi ragioni linguistiche inducono a fissare al mille il
termine post quem, al secolo XIII il termine ante quem. Confermano questi dati anche i documenti e mostrano che la maggior
parte di queste oasi è stata dedotta nei secoli XII-XIII. Inoltre
il Battisti, a cui si devono le ricerche più importanti su queste
migrazioni, esclude che i Tedeschi immigrati dal secolo XI in poi
abbiano trovato nelle nuove sedi nuclei tedeschi preesistenti, sia
longobardi, sia baiuvari o d'altra schiatta.4 E non solo mancavano,
1. Sull'età delle colonie slave neJJ'ItaJia meridionale vedi G. Gelcich,
Colonie slave nell'Italia meridionale, Spalato 1908, e sopra tutto M. Resetar,
Die serbokroatiscl,en Kolonien Suditaliens, Vienna 1911 (Schriften der
Balkan-Kommission, IX), coli. 23 sgg. Il Gelcich le pone al principio del
secolo XVI, ma le più antiche risalgono alla fine del secolo XIII. Tra queste, da tempo italianizzate, non sono le attuali colonie slave del Molise, che i
dati linguistici e storici assegnano concordemente alla fine del secolo XV
o al principio del secolo XVI. Tarde e di tempi diversi sono quelle istriane
della seconda ondata: Bartoli-Vidossi, Alle porte orientali J• Italia, Torino
1945, pp. 78 sgg. 2. I Catalani immigrarono in Sardegna nella seconda
metà del secolo XIV, v. Wagner, La lingua sarda cit., p. 189, nota. I
Greci giunsero in Corsica nel secolo XVII e presero stanza a Cargese
nel 1770, v. Merlo, 11 Lingue e dialetti d'Italia 11 , p. 296 e G. Blanken, Les
Grecs de Cargèse (Corse), Leyde 1951. Romeni sono attestati in Istria,
sporadicamente, fin dal secolo XIV, ma più vasti insediamenti sono solo
dei secoli seguenti: Bartoli-Vidossi, Alle porte orie11tali J•Jtalia, pp. 74 sgg.
3. Per le colonie a Sud del Monte Rosa e del Sempione v. K. Bohnenbergcr, Die Mrmdarten der deutschen Walliser im Heimattal und in de,1 A,usenorten, Fraucnfcld 1913, pp. 28 sgg., per Sauris G. Lorcnzoni, La toponomastica di Sauris, oasi tedesca in Friuli, nel • Botl. della Società filo!. friulana», XIII, (1937), pp. 95 sgg., 148 sgg., 250 sgg., per Timau e Sappada (oltre che per Sauris) C. Battisti in Guida della Car11ia e del Canal del Ferro,
Tolmezzo 1924-25, pp. 85-90. 4. La bibliografia relativa alle oasi tedesche
trentine, veronesi e vicentine è copiosissima. Per i nostri scopi basterà citare C. Battisti, Studi di storia linguistica e nazionale del Trentfoo, Firenze
1922, pp. 147 sgg., 160, 181 sgg., e Il dialetto tedesco dei Xlii Comuni
veronesi, in «L'Italia dial. », VII, ( 193 1), p. 64; e B. Gerola, Gli stanziamenti
tedeschi s11ll'altopiano di Piné nel Tre11tino orimtale, in « Archivio veneto»,
s. v, voi. Xl (1932), pp. 1 sgg., voi. xn (1932), pp. 129 sgg. Ottimo onchc
il volume di Otto Stolz di cui parla il Battisti in« L'Italia diul. », v, (1930),
pp. 280- 1. Riaffiora ogni tanto, da parte di studiosi tedeschi, la tesi della
11 longobardicità,, di queste isole (v. «Jahrbuch f. vcrglcichende Volkskun-
nei secoli a cui si rivolge la nostra attenzione, gran parte delle
oasi tedesche del Trentino, ma l'italiano si spingeva con qualche
punta nell'Alto Adige ed erano ancora ladine alcune valli successivamente germanizzate. 1
In cambio di queste «assenze» d'alloglotti, i territori della Calabria e delle Puglie dove abitavano Greci (continuino essi, come
vuole il Rohlfs, la grecità originaria di quelle regioni, o debbano
l'origine a colonizzazione bizantina, e l'una tesi va probabilmente
contemperata con l'altra)2 erano senza confronto più estesi che
presentemente; e nuclei greci e forse anche arabi, successivamente
assorbiti, esistevano ancora in Sicilia. 3
Estendendo la ricerca anche a quella che potremmo chiamare
(( colonizzazione interna», non erano ancora giunte in Sicilia le
colonie così dette gallo-italiche, non in Lucania quelle pur esse
gallo-italiche di Potenza e presso il golfo di Policastro. Il Rohlfs,
a cui si deve la scoperta di queste colonie lucane, le ritiene sorte
non molto dopo quelle siciliane, la cui deduzione egli pone, con
altri, nel secolo XII.4
La colonia Jigure di Bonifacio in Corsica è del 1195 e conserva
de D, I, 111-129 e Festschrift J,Vopfner, lnnsbruck 1948, II, pp. 300-1, n.),
tesi insostenibile allo stato delle nostre conoscenze. 1. Sulle valli ladine
successivamente germanizzate v. Battisti, Popoli e lingue nell'Alto Adige,
Firenze 193 1 pp. 213 sgg.; e sulla romanità del Tratto Atesino la stessa
opera, pp. 3 52 sgg. 2. Terracini in II Arch. glottol. •, XXVI, ( 1934), pp. 256-7;
e la sopravvivenza di qualche nucleo della grecità antica (in Calabria e in
Sicilia) non è esclusa neppure dal Pagliaro, Sulla latinità di Sicilia,
Roma 1934, pp. 11 sgg. Sull'estensione dell'area greca in Calabria e nelle
Puglic intorno al 1000 v. ora la cit. Historische Grammatik der unteritalienisclzen Griizitiit del Rohlfs, p. 17. Che il Rohlfs dalla trattazione della
grammatica tragga nuovi argomenti a sostegno della sua tesi non può né
deve sorprendere. 3. Per i nuclei greci della Sicilia intorno al 1000 v.
Rohlfs nel luogo citato nella nota precedente. E per la penetrazione araba
in Sicilia A. Steiger in «Vox Romanica D x, (1948-9), pp. 25 sgg. Sulle
colonie greche d'Italia si consultino anche G. Piccitto in « Atti dell'VIII
Congresso di studi bizantini 11, 1, pp. 304-7 e passim, e O. Parlangeli, Sui
dialetti roma11::i e roma11ici del Sa/e11to in «Memorie dell'Istituto lombardo
di scienze e lettere», vol. x.xv-xxv1 della serie III, fase. 111, (1953), pp. 93-198.
(Non mi è stato accessibile I. Peri, Città e campagna in Sicilia, Palermo
1953, che conosco solo dal breve cenno di Rohlfs in« Archiv f. d. Studium
dcr neueren Sprachen », cxc, (1954), p. 378.) 4. Sulle colonie lucane v.
Rohlfs, Galloitalie11ische Spracl,kolonien etc. in « Zeitschr. rom. Philol. », LI,
(1931), pp. 249-79 e LXI, (1941), pp. 79-113. Il Rohlfs è poi ritornato sulla
questione nel capitolo« Sull'origine del dialetto di Trecchina» inserito in P.
Schettina, 1'reccl,ina nel presente e 11el passato, Alessandria 1947. Quanto alle
colonie gallo-italiche della Sicilia, il Piazza nel suo volume Le colonie e i dialetti lombardo-siculi, Catania 1921, le ritiene dedotte dal secolo XI al XIII (si1
nella sua parlata i caratteri del dialetto ligure del secolo XII. 1
Molto più tarde sono le colonie liguri della Sardegna: Carloforte fu fondata nel 1737-38, Calasetta intorno al 1770.2
Mancano notizie precise, ma debbono essere tarde le colonie
emiliane di Gombitelli e SiJlano nel Lucchese ;3 quella minuscola
di Forno di Lemie (valle della Stura di Viù in prov. di Torino),
formata da Bergamaschi e Valsesiani, risale al secolo XIV. 4
La colonia provenzale, proveniente dalle Valli Valdesi, di Guardia Piemontese in Calabria è ritenuta non anteriore al 1400, e forse
sono della stessa epoca anche le colonie franco-provenzali di Celle
e Faeto in provincia di Foggia, provenienti pur esse, con ogni probabilità, dal Piemonte. 5
6. Tutto ciò non fa che togliere o, in misura più limitata, aggiungere qualche chiazza di colore alla carta dialettale di quel tempo.
Conseguenze di maggiore momento avrebbe avuto, nei tempi in
cui accadde, solo la venuta degli Slavi in Istria per lo sfaldamento
del dialetto indigeno,6 e dei Gallo-italici in Sicilia, sia che dal loro
incontro con i nativi si ammetta col Rohlfs nato quel singolare
dialetto siciliano che, si può dire, è il meno meridionale fra i
dialetti del Mezzogiorno,7 sia che il cuneo gallo-italico abbia contribuito, come pensa G. Piccitto, a indebolire e sgretolare la compatcuramente anteriori al secolo XII le dice anche il Merlo, 11 Lingue e dialetti »,
p. 272), ma le testimonianze più antiche sono molto dubbie. L'accenno del
Rohlfs alle immigrazioni gallo-italiche in Sicilia si trova nella II Zeitschr. rom.
Philol. •, LXI, (1941), p. 113. Recentemente il Rohlfs, nei Mélanges M. Roques, cit., I, pp. 253 sgg., ha ripreso in esame il problema di queste immigrazioni, ch'egli ritiene molto più vaste che non si sia creduto finora, ma ha lasciato agli storici di stabilirne l'epoca. La patria degli immigrati sarebbe
secondo lui da cercare nella regione di confine tra Piemonte e Liguria.
1. G. Bottiglioni, L'antico genovese e le isole linguistiche sardo-corse, in
• L'Italia dialettale», IV, (1928), pp. 2 e 6. 2. Jbid., pp. 3-4 e 6. 3. Merlo,
• Lingue e dialetti 11, p. 273. 4. Terracini, in Silloge Linguistica Ascoli, p. 658.
5. Per Guardia Piemontese vedi G. Morosi in «Arch. glottol. », x1, (1890),
p. 325 (e per altre parti della Calabria v. Rohlfs nel « Bollettino del Centro
di studi filologici e linguistici siciliani 11, IV, 1956, pp. 388-91), per Celle
e Faeto ibid., xn, (1890-92), pp. 33 sgg. 6. Bartoli-Vidossi, Alle porte
orientali d'Italia, p. 78. - Secondo Bengt Hasselrot, in « Studia neophilologica •, xn, (1939), pp. 56 sgg., le propaggini tedesche della Valle del
Lys avrebbero esercitato qualche influsso sulla parlata franco-provenzale di
Gaby, ma si tratta di fenomeni locali privi d'importanza. 7. Méla11ges M. Roques, cit., p. 259. Dopo avere insistito sulla vastità delle immigrazioni galloitaliche (v. la noto 4 a p. 11) e sugli influssi esercitati dall'11 idioma forestiero»,
il Rohlfs continua: «E pare che proprio dall'accozzarsi della popolazione
indigena coi coloni settentrionali sia nato quel singolare dialetto siciliano
tezza della grande area metafonetica della Sicilia centro-orientale.'
Più profondamente hanno alterato la carta dialettale alcuni spostamenti successivi al tempo a cui ci riferiamo, tra i quali citiamo
solo i più vistosi, ossia: il lento distacco del romanesco dal gruppo
centro-meridionale, a cui appartenne fino al secolo XVII e di cui
serba tuttora l'impronta, col conseguente adattamento al modulo
toscano ;2 la conversione del fronte linguistico nella Lomellina e in
particolare a Pavia, che dopo aver formato l'estremo margine della
zona alessandro-monferrina del piemontese,3 piegò verso l'emiliano
(piacentino) e oggi «vien facendosi milanese» ;4 la venetizzazione
dell'Istria, divisa dapprima tra friulano nel Nord e istriano nel Sud. 5
Diverso è il caso della Corsica, il cui toscanizzamento, nei secoli
a cui si rivolge la nostra attenzione, è già in pieno sviluppo. Infatti la Corsica, dapprima concorde con la Sardegna, fin dal secolo VIII allaccia relazioni con la Toscana, particolarmente con
che è, si può dire, il meno meridionale fra i dialetti del Mezzogiorno». Queste deduzioni somigliano ad altre formulate da Rohlfs in 11 Zeitschr. rom.
Philol. », XLVI, (1926) pp. 135 sgg. e in La struttura linguistica, p. 28, e ripetute
in forma più cruda dal von Wartburg in Einfiihrung in Problematik und Metlzodik der Sprachwissensc/zaft, Halle / Saale 1943, pp. 27-8, contro le quali ha
preso netta posizione il Pagliaro in« Presenza,,, 1, (1947), pp. 290 sgg., affermando che le genti del settentrione venute in Sicilia non risposero affatto
«al bisogno di ripopolare e romanizzare la regione», e ch'esse «si sono
chiuse più o meno rigidamente nella loro fisionomia linguistica originaria,,,
fornendo al siciliano circostante elementi (« non dico fatti fonetici o morfologici, ma solo vocaboli,,) assai scarsi. Ma le nuove ricerche del Rohlfs
fanno apparire opportuno un nuovo esame. Si vedano intanto le indagini al
riguardo, in cortese polemica col Rohlfs, di G. Bonfante nel II Bollettino del
Centro di studi filologici e linguistici siciliani», I (1953), pp. 45-64, II, (1954),
pp. 280-317, 111, (1955), pp. 305-13 e 1v, (1956), pp. 296-309, e cfr. Rohlfs
in a Archiv », cit., cxc, p. 374. Conclude il Bonfante a p. 309 del suo quarto
saggio: « L'influsso gallo-italico nelle parlate siciliane è, nel complesso,
insignificante, per non dire inesistente ... Le parole siciliane che il Rohlfs
attribuisce al gallo-italico sono quasi tutte di origine gallo-romanza •.. »
1. La classificazione delle parlate siciliane e la metafonesi in Sicilia, già cit.,
pp. 7-18, 33, e Per tm moderno vocabolario siciliano, Catania 1950, p. 15.
2. Vedi Cl. Merlo, Vicende storiche della lingua di Roma, in« L'Italia dial. », v,
(1929), pp. 172-201, vn, (1931), pp.115-37 e xv, (1939}, pp. 230-5; e Br. Migliorini, Dialetti e lingr,a 11azionale a Roma, in «Capitolium», luglio 1932: ristamp.
in Lingua e cultura, Roma, 194-8, pp. 109 sgg. - Per altri aspetti della storia
linguistica di Roma v. Robert A. Hall jr., The Papal State in Italian /ing. history, in II Language », xix, (1943). 3. Salvioni in II Boll. della Società pavese di
storia patria,,, II, (1902), pp. 205-6. 4. Merlo, 1t Lingue e dialetti», p. 271.
- Secondo il Giacomino ( 11 Arch. glott. ital. », xv, 1901, 403), l'antico astigiano risulta strettamente congiunto col gruppo monferrino, a differenza dell'odierna parlata d, Asti, ch'è rimodellata quasi per intero sullo stampo del volgare torinese. 5. Bartoli-Vidossi, Alle porte orientali d'Italia, pp. 63 sgg.
Pisa, che la concessione del vicariato apostolico in Corsica al vescovo di Pisa ( 1078) non fa che rendere più strette, e eh' esercitano
influssi decisivi sull'orientamento linguistico dell'isola. Più tardi
si faranno valere, ma non raggiungeranno mai l'intensità di quelli
toscani, anche influssi genovesi!
Qualche cosa di simile avviene anche in Sardegna, dove il gallurese e il sassarese, un tempo uniti al logudorese, successivamente se ne distaccano per accordarsi sotto più aspetti col continente. Ma, secondo il Wagner, l'influenza toscana nella Sardegna
settentrionale si fece sentire solo a partire dal secolo XII e non
prevalse sui caratteri indigeni prima del secolo XVl. 2
La penetrazione del toscano in Corsica e le infiltrazioni toscane
in Sardegna hanno ragioni soprattutto politiche. L'egemonia linguistica della Toscana, e in particolare di Firenze, è ancora di
là da venire. L'azione livellatrice che ne sarà la conseguenza
(estremo il caso già citato di Roma) si può seguire - nell'umbro,
nel lombardo, nel veneto -, ma difficilmente segnare sulla carta. 3
7. Due secoli dopo la data a cui si riferisce il panorama abbozzato
nelle pagine precedenti, Dante disegna nel De vulgari eloquentia
la carta dialettale dell'Italia de' suoi ten1pi.
È noto che Dante, separata l'Italia linguistica dalle aree alloglottiche contigue, la immagina divisa in due sezioni dallo spartiacque appenninico. 4 È senz'altro accettabile l'opinione di coloro che pensano aver Dante scelto come « linea divisoria» il displuvio appenninico per analogia con lo spartiacque alpino assunto
a confine della lingua del sì. Ch'egli si lasciasse guidare, oltre
che dall'amore della simmetria, da una sua confusa impressione
di diversità tra i volgari di qua e di là degli Appennini, non è
probabile; né sarebbe facile trovare un fondamento a tale impressione, salvo che limitando il confronto al toscano, a mano
Bottiglioni, Per lo studio degli strati lessicali nelle parlate corse, in
neolatina», 1, (1941), pp. 14-20, e La penetrazione toscana e le regioni di Pomonte nei par/ari di Corsica, in« L'Ital. dial. 11, 11, (1926), pp. 156210 e 111, (1927), pp. 1-69; Rohlfs, L'italianità lingr,istica della Corsica,
Vienna 1941 (scritto ristampato nei citati Estudios sobre geografia lingi'Ustica
de Italia). 2. La lingua sarda, pp. 393 sgg.; ma vedi anche, per influssi
anteriori sul sardo in genere, pp. 245 sgg. 3. Mancano ricerche intorno
all'azione esercitata dal toscano sugli altri dialetti. Cenni in Migliorini,
«Storia della lingua italiana», in Problemi ed orientamenti critici di lingua e
letteratura italiana, 11, (Milano 1948), pp. 57-100, e in « La Rassegna della
letter. italiana», 1954, pp. 16 sgg. 4. De vulg. el., 1, x, 6.
destra, e ai volgari oggi detti gallo-italici, che son tutti, eccetto
il ligure, a mano manca degli Appennini. 1 D'altronde, poco importa a noi il criterio scelto da Dante per raggruppare i volgari
d'Italia; basta a noi la testimonianza ch'egli fa della varietà e,
incidentalmente, dell'affinità o diversità di quei volgari.
Considerando anzitutto le regioni d'Italia, egli distingue alla
destra del displuvio appenninico l'Apulia - cioè il Regno angioino
di Puglia -, sed non tota, col confine settentrionale dal Garigliano
al Tronto, Roma, cioè il Lazio, il Ducato di Spoleto, comprendente
parte dell'Umbria e la Sabina, la Tuscia o Etruria, la Marca
Genovese o Liguria; e alla sinistra ciò che resta dell'Apulia, la
Marca Anconitana, corrispondente a parte del Piceno e dell'Umbria, la Romagna, ossia la parte rneridionale deJl 'Emilia, la Lombardia, comprendente, oltre che la Lombardia vera e propria, il
resto dell'Emilia e il Piemonte, la ìVIarca Trevigiana con Venezia,
il Friuli, retto ai tempi di Dante dal patriarca di Aquileia, e l'Istria.
Delle isole nomina soltanto Sicilia e Sardegna aggiungendole alla
sezione destra, non la Corsica, ch'è tuttavia ricordata, insieme
con la Sardegna, nella Divina Commedia (Purg., xv111, 81).
Nelle due sezioni, le lingue variano da regione a regione, «ut
lingua Siculorum cum Apulis, Apulorum cum Romanis, Romanorum cum Spoletanis, ho rum cum Tuscis, Tuscorum cum Januensibus, Januensium cum Sardis, nec non Calabrorum (cioè degli Apuli del versante sinistro) cum Anconitanis, ho rum cum Romandiolis,
Romandiolorum cum Lombardis, Lombardorum cum Trivisanis et
Venetis, ho rum cum Aquilegiensibus (cioè con i friulani), et istorum cum Ystrianis ». Che sono in tutto, poiché i volgari dei Trevigiani e Veneziani contano per uno, almeno quattordici cc volgari». 2
Ma poi tutti questi volgari « in sese variantur», o, come traduce
il IVIarigo, cc si diversificano in se stessi», come per esempio nella
1. Si veda per tutto questo il commento del Marigo, Introduzione, pp. cxvn
sgg., dove la partizione esposta da Dante è valutata anche in rapporto
alla dialettologia moderna. Sono note le concordanze con la partizione proposta da M. Bartoli nella Crestoma::ia Savj-Lopez, p. 173 1 nell'c1 Archeografo triestino 11, 1903, pp. 131 sgg., e in Das Dalmatische, 1, pp. 297. Col Bartoli
concorda il Lausberg (« Rom. Forsch. 11 1 LXI (1948), pp. 320 sgg.) nell'unire
la sezione a oriente degli Appennini con la romanità balcanica (romanità
« intcradriaticn »); pare consenziente il Rohlfs in «Archiv f. das Studium
der neueren Sprachen », voi. 187 (1950), p. 186 1 non cosi il v. Wartburg,
Ar,sgliedenmg, p. 19. 2. Sul termine «volgare» (lingua vulgaris) v. Jud
in a Vox Romanica», XI, (1950), p. 247, n.; e per la classificazione del trevigiano cfr. qui avanti la nota 3 a p. 19.
Toscana le varietà di Siena ed' Arezzo, e nella Lombardia 1 quelle di
Ferrara e Piacenza; e succede a volte, come a Bologna, che nella
stessa città un rione parli diversamente da un altro, sicché, tutto
sommato, le varietà sono mille e più di mille. Andando a caccia
dell'illustre favella d'Italia, Dante ne nomina ancora alcune, che
compiono il quadro da lui tracciato. Sul versante destro, in Toscana quella del Casentino e in Umbria quella di Fratta (Umbertide), rustica l'una e montanina l'altra in confronto delle varietà
proprie degli abitanti della parte centrale (medi·astini cives). E ancora in Toscana le varietà di Firenze, di Pisa, di Lucca, c

References: sentenza 
 § 74
 § 19
 § 353
 § 357
 § 196
 § 262
 § 150