Source: https://www.antonio-di-tullio-d-elisiis.it/news/la-proroga-del-regime-carcerario-differenziato-problematiche-applicative-1/
Timestamp: 2018-12-19 02:20:53+00:00

Document:
Nota a: Cass. pen., sez. I, ud. 6/10/11, dep. il 28/12/11, n. 48396.
Infatti, nel provvedimento in commento, i Giudici di “Piazza Cavour” hanno fatto buon governo dei principi elaborati prima dalla Corte Costituzionale prima, e sviluppati poi, dagli stessi Giudici di legittimità ordinaria, in subiecta materia non ravvisando “di fatto” una “discontinuità” ermeneutica in seguito alla modifica apportata all’art. 41 bis o.p. dalla legge n. 94 del 2009.
Nel caso di specie, difatti, la Corte di Cassazione ha affermato, richiamando un precedente orientamento nomofilattico[1], che “i decreti di proroga del regime di detenzione differenziato devono essere sorretti da congrua ed autonoma motivazione in ordine agli specifici elementi, dai quali deve desumersi la permanenza attuale delle eccezionali ragioni di ordine e di sicurezza, correlate ai pericoli connessi alla persistente capacità del condannato di tenere contatti con la criminalità organizzata, che le misure mirano a prevenire”.
Nella medesima pronuncia, del resto, gli stessi Ermellini hanno rilevato che la Corte Costituzionale, dal canto suo, “investita della questione di legittimità costituzionale della normativa sopra indicata (ovvero quella inerente il regime carcerario differenziato ndr.), l'ha dichiarata inammissibile per manifesta infondatezza, sottolineando la necessità che ciascun provvedimento di proroga contenga un'autonoma e congrua motivazione circa la permanenza attuale di pericoli per l'ordine e la sicurezza, che le misure mirano a prevenire”.
In tal guisa, gli stessi Giudici di legittimità hanno sottolineato un’evidente omogeneità ermeneutica tra la nomofilattica elaborata in sede di legittimità ordinaria e quanto sostenuto in sede di legittimità costituzionale.
Di talchè ne consegue che, come su indicato, i presupposti applicativi (richiesti per poter prorogare siffatto regime carcerario), sotto il profilo ermeneutico, non sembrano essere venuti meno per l’effetto della modifica apportata dalla legge n. 94.
Ebbene, tale novella legislativa, come peraltro emerge da questa stessa sentenza (nei termini suesposti), non sembra aver determinato la “nascita” di un percorso applicativo di questo istituto di segno contrario.
In effetti, gli indici rilevatori, in ordine all’esistenza di una effettiva colleganza tra il detenuto e il circuito criminale di appartenenza menzionati da questa regola, possono chiaramente essere interpretati nel senso che essi possono essere valutati, in un giudizio prognostico di tale tipo, solo nella misura in cui attestino una persistente capacità del condannato di tenere contatti con la delinquenza organizzata.
Tra gli elementi che possono avere una evidente rilevanza in valutazioni prognostiche di tal tenore, si segnalano, a titolo di esempio, gli “esiti del trattamento penitenziario” i quali possono infatti consentire di verificare se la pena abbia svolto il suo compito costituzionalmente assegnato o se, al contrario, la propensione criminogena del detenuto abbia serbata intatta la sua intrinseca pericolosità.
Tuttavia, se da un lato, siffatta opzione ermeneutica sembra essere tecnicamente corretta in quanto il frutto di un’interpretazione etimologica della norma in esame, dall’altro, non sembra tener conto che, pur essendo il decorso del tempo di per sé insuscettibile, unitariamente considerato, per poter valutare i presupposti richiesti per la proroga del regime carcerario differenziato, al contrario, tale elemento potrebbe essere preso in considerazione in giudizi di questo tipo insieme ad altri fattori.
In effetti, una lettura ermeneutica di tale tipo è perfettamente in linea con quanto affermato dalla Corte Costituzionale nell’ordinanza n. 220 emessa il 9/06/10 (e dep. il 17/06/10).
In tale pronuncia, invero, la Consulta ha evidenziato che, le restrizioni connesse al regime speciale, sono giustificate solo nella misura in cui siano imposte “dall’esigenza di contenere la pericolosità di determinati soggetti, individuati non secondo una logica presuntiva, ma in esito ad una valutazione specifica ed individuale”.
Ebbene, tornado a trattare la sentenza in esame, va rilevato come il Supremo Consesso, in questo decisum, ha indicato quali motivi siano deducibili in sede di legittimità in riferimento a provvedimenti di questo genere.
Invero, in questa pronuncia, i Giudici di legittimità, partendo dalla premessa secondo la quale il “sindacato avverso detti provvedimenti, devoluto alla Corte di Cassazione dalla citata Legge, art. 41 bis, comma 2 sexies, è limitato alla violazione di legge; pertanto il controllo affidato a questo giudice di legittimità è esteso, oltre che all'inosservanza di disposizioni di legge sostanziale e processuale, alla mancanza di motivazione e cioè alle ipotesi in cui la motivazione risulta del tutto priva dei requisiti minimi di coerenza, completezza e logicità, si da risultare meramente apparente, ovvero quando le linee argomentative del provvedimento sono a tal punto scoordinate e carenti dei necessari passaggi logici da far rimanere oscure le ragioni che hanno giustificato la decisione (cfr. Cass. SS.UU. 28.5.03 n/224611; Cass. 1A 9.11.04 rv 230203)”, sono pervenuti alla conclusione secondo cui è “da escludere che la violazione di legge ricomprenda in sè anche il vizio di contraddittorietà od illogicità manifesta della motivazione”.
Orbene, tale tracciato motivazionale, seppure tecnicamente ineccepibile, suggerisce evidenti profili di “criticità costituzionale”.
Del resto, il fatto che venga esclusa la possibilità di ricorrere per Cassazione, nei casi di contraddittorietà od illogicità motivazionale, contrasta con quell'orientamento nomofilattico con cui sempre il Supremo Consesso, seppur in materia di sequestro e quindi, in riferimento all'art. 325 c.p.p., ha affermato che con l'espressione “violazione di legge”, “il legislatore non ha voluto riferirsi soltanto al vizio di cui all'art. 606, lett. b), di detto codice, ma a qualsiasi violazione di legge, e, dunque, anche alle violazioni della legge processuale, tra le quali rientra l'inosservanza del disposto dell'art. 125 relativo all'obbligo della motivazione per le ordinanze”[3] e dunque, è pervenuta alla conclusione secondo la quale il “motivo deducibile di ricorso è anche quello di cui all'art. 606, lett. e), concernente la mancanza o la manifesta illogicità della motivazione”[4].
Per giunta, la stessa Suprema Corte di Cassazione ha preso atto che il reclamo avverso il provvedimento di applicazione del regime di cui all'art. 41 bis ord. pen., pur se peculiare, resta comunque una “forma di impugnazione, che resta soggetta alla generale disciplina processuale di cui all'art. 581 cod. proc. pen.”[5].
Del resto, la Consulta, dal canto suo, con la sentenza n. 351 del 1996, ha stabilito chiaramente che “il controllo di legittimità della magistratura di sorveglianza dovesse riguardare tanto i limiti esterni al regime speciale di detenzione - e dunque il rispetto dei diritti che trovano fondamento nella Costituzione - quanto i limiti interni - costituiti dalla congruità delle misure rispetto al fine di sicurezza che si intende perseguire: poiché mancando questo requisito ogni restrizione si sarebbe risolta in una sofferenza inutile per il detenuto” facendo sì che la competenza a conoscere dei Tribunali di sorveglianza sia indirizzata “al di là della semplice valutazione circa la sussistenza dei presupposti per l'applicazione del provvedimento”[6].
D’altronde, come rilevato anche dalla dottrina[7], non solo dall’insieme delle disposizioni che regolano il reclamo avverso il provvedimento di applicazione, è possibile desumere l'autonomia di tale giudizio, anche rispetto ai procedimenti degli artt. 666 e 678 c.p.p., il cui richiamo ha un valore prettamente formale, ossia di rinvio per analogia alle regole che disciplinano il giudizio” ma risulta che gli indici di tale autonomia, a loro volta, possono essere rinvenuti: “a) nella integrale disciplina dei termini processuali e delle parti legittimate all'impugnazione; b) nella individuazione specifica dell'oggetto della cognizione (basata tanto sulla sussistenza dei presupposti applicativi, quanto sulla congruità delle singole disposizioni); c) nella previsione, all'esito del giudizio, di un "effetto qualificato", con espressa attribuzione di un potere conformativo del giudice ordinario sull'attività dell'amministrazione”.
Da ultimo, tornando al caso in questione, tale questione giuridica non rappresenta certo un’ipotesi meramente teorica dato che, in questa occasione, sono state correttamente considerate “mere questioni di merito, inammissibili nella presente sede di legittimità” una serie di circostanze che avrebbe potuto essere prese nella giusta considerazione laddove fosse stato “azionabile” il motivo previsto dall’art. 606, co. I, lett. e), c.p.p. (ovvero il “modesto tenore di vita che condurrebbero i suoi familiari in libertà” e l’ ”errata indicazione dei latitanti ancora in libertà della cosca mafiosa di appartenenza”).
[2]Cass. pen., sez. III, 8 giugno 2001, n. 23424 ( 15 maggio 2001) Ric. Mannino G. .
[3]Cass. pen., sez. III, 7/11/90, fonti: Foro it. 1991, II,140.
[5]Cass. pen., sez. I, 10 novembre 2009, n. 46904.
[6]Sebastiano Ardita, “IL NUOVO REGIME DELL'ART. 41- BIS DELL'ORDINAMENTO PENITENZIARIO”, Cass. pen. 2003, 01, 4.

References: Cass. 
 sentenza 
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 art. 41
 Cass. 
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