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Timestamp: 2018-07-17 00:00:05+00:00

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La società libera – Terza parte | Filosofia e nuovi sentieri
22 aprile 2018 di filosofiaenuovisentieri2012	Lascia un commento
Dire che la società è la manifestazione dei suoi individui e collettività, significa dire che la partecipazione di un gruppo di individui in un macro individuo è una società, espressione della libertà e coercizione di ogni suo membro: la libertà individuale e collettiva sono le parti della libertà sociale, di questo macroindividuo che alla libertà del mondo si riconduce – Regola XXIII.
Ogni persona e collettività risponde alla società.
Libro VI Governo. Art. 1. Decisioni
20. Libertà politica
Vista l’importanza della politica come governo delle società, riprendiamo la citazione iniziale di questo articolo, di Richard Henry Tawney, la quale è una delle possibilità deontologiche della «teoria universale della libertà» presentata nel mio libro: non solo la libertà è data dalla mancanza di costrizione esterne (per equilibrium e indifferentiae) ma assieme dalla capacità di autodeterminazione e controllo (per cupiditas e arbitrium). E in tal teoria la possibilità di libertà politica è lungi dall’esser un’utopia in quanto tecnicamente realizzabile, nella forma già nota:
Regola XXIV – libertà politica: La possibilità di partecipare al governo della polis (Comune, Regione, Nazione, ecc), tale per cui, le leggi di una città libera sono valide per ogni suo membro solo se ogni suo membro ha il diritto di partecipare alla loro promulgazione e abrogazione.
Ben distinguendo le attività di Governo fra potere legislativo e potere esecutivo, essendo solo nella parte legislativa che può avere luogo la partecipazione libera della società alla politica, giammai nella parte esecutiva; giacché se in pochi sono in grado di dare vita a una politica – esecutivo – tutti però sono in grado di giudicarla – legislativo – (Pericle, 431 a.C., Discorso agli Ateniesi); giacché mentre la scelta di una o l’altra politica può essere soggetta al consenso, la loro natura non si piega al governo di nessuna maggioranza: diciate tutti che consentiamo come politica a costruire un ponte (potere legislativo), non mai che la natura del ponte possa eseguirsi adeguatamente da un consenso fuori dalla tecnica (potere esecutivo). Detto altrimenti – in una politica libera – tutti possono decidere, pochi possono fare. Il solito conflitto fra il dire e il fare, il primo di tutti, l’altro di pochi, fra discrezionalità legislativa e padronanza esecutiva.
Adunque chi prende le decisioni politiche?
La libertà è di tutti o è costrizione, e scegliere che le leggi siano partecipate da tutti non rimanda a una coercizione più di quanto è coartato chi sceglie da sé qualcosa. Quindi è vero: di sicuro la società si fa libera attraverso leggi partecipate, a cui l’individuo è libero di acconsentire, rinegoziare nei crismi scientifici del confronto o rifiutare nella clandestinità sociale. In una società libera.
La democrazia è la forma di Governo atta a mantenere
viva la libertà di scelta di tutte le parti.
VI. Art. 2. Democrazia
21. Libertà e diritto
Il principio di libertà politica ci permette di astrarre il Diritto della società libera, nella forma già nota:
Regola XXV – diritto societario: Una società è tanto più schiava (ordinata) e ferma (stabile) quanto più il suo diritto (diritto della società civile) viene trasferito nelle mani di uno solo, tanto più libera (caotica) e mossa (instabile) quanto più il suo diritto appartiene a tutti.
Il dispiegamento di tale Diritto è evidente:
La libertà sostiene le sommosse, l’eccentricità e un Governo efficace nel progresso e nelle riforme. L’apodosi del suo controfattuale è un Governo illegittimamente libero da ogni limite, sia da quelli contro il dolo che da quelli a favore del vantaggio, un Governo del caos sociale;
La schiavitù sostiene l’arresa, l’uniformità e un Governo garante dell’ordine e della stabilità. L’apodosi del suo controfattuale è un Governo in cui illegittimamente ogni diritto è tiranneggiato dal solo Re, senza margini d’individualità, un Governo della schiavitù sociale.
Entrambi i controfattuali di tale Diritto raffigurano l’irrealtà, sia dal lato universale (possibile, impossibile, necessario) che sociale (lecito, vietato, obbligatorio).
Universalmente il primo controfattuale afferma che non rispondiamo a leggi, il secondo che non rispondiamo a noi stessi. E questa è un’eresia, non solo perché la vita ci parla evidentemente di noi che rispondiamo a regole esterne (collettive) e interne (individuali), ma è un’eresia tanto più si calcolasse che «il limite universale dell’individuo ne perde l’individualità 1/∞=0» (rispondiamo a leggi) parimenti a come «il limite particolare dell’individuo ne mantiene l’individualità 1/¬∞≠0» (rispondiamo a noi stessi).
Socialmente, il primo controfattuale viene negato perché non può esistere un «Governo del caos sociale» poiché nessuna società è priva di qualsiasi legge e limite. Il secondo controfattuale viene negato perché non può esistere un «Governo della schiavitù sociale» poiché nessuna società ha il totale diritto del corpo e della mente dei suoi membri.
La libertà di partecipare al Governo della società è
proporzionale al numero di persone che detiene tale diritto.
VI. Art. 3. Partecipazione
22. Libertà e schiavitù
Si pensi ora a quella società libera che decide di cedere volontariamente la propria libertà politica a un Governo, rendendolo così non più partecipato dal popolo ma rappresentato da un vertice. In questo caso la libertà politica passa dal popolo a un suo rappresentante, sia quest’ultimo un Re, un gruppo di aristocratici o borghesi, di Partiti o qualcuno di particolarmente valido da essere riconosciuto dalla società meritevole di governarla in sua rappresentante vece e non secondo sua diretta voce.
Estremizzando il discorso ci ritroviamo davanti al caso dello «schiavo volontario»: un individuo I che sceglie da sé di vendersi a C come schiavo. Da cui, in extremis, un individuo che perde la propria individualità.
Tale estremizzazione significa che si instaura un rapporto I/C per cui I non esiste più. Ma ciò è matematicamente impossibile per qualunque C diverso da infinito: 1/¬∞≠0. Cioè, per qualunque vendita (schiavizzazione) di sé ad altri individui particolari, rimane una parte di sé per la quale non si è mai schiavi tout court, solo delle parti vendute; poiché nessun relativo può compravendere tutto di un altro relativo, nessun relativo è il riferimento assoluto di un altro relativo. Sicché, se ci diamo volontariamente come schiavi a qualcuno in guisa non-infinita, ci rimane comunque quel grado di individualità per cui ci è data la presunzione di rimanere schiavi volontariamente.
Regola XXVI – schiavitù: È un errore considerare una schiavitù non-infinita «alla stregua […] di un divieto generale di disporre di sé» (Giorello 2015, p. 93) e nessun relativo è infinitamente schiavo di un altro relativo.
Tornando al nostro esempio politico, la deriva è che quando si sceglie di concedere la propria libertà politica al Governo, passando da una democrazia a una gerarchia, non si sceglie di perdere tutta la propria libertà, solo quella particolare pratica. Per questo, in date circostanze, si rimane liberi di alzare le gambe anche se non si è liberi di partecipare al Governo della città. Per questo si chiama «suicidio democratico», perché la democrazia sceglie volontariamente di uccidersi votando per un Governo gerarchico:
Nel «suicido democratico» non c’è nessuna incoerenza materiale diversa da quella presente nel suicidio biologico, con la differenza che da quest’ultimo non si torna indietro (salvo caso divino), mentre da un imperium gerarchico (di tipo non-infinito) ci si può sempre liberare con un’adeguata potentia delle parti dominate;
Nel «suicido democratico» non c’è nessuna incoerenza formale diversa da quella presente nel singolo genio che eleva la società più d’un dibattito fra pari. Infatti, se è vero che in democrazia si mantiene la libertà di scelta, è anche vero che essa rappresenta l’opinione più diffusa e ciò significa che «non è detto che tutte le democrazie siano illuminate» e che non-potrebbe sorgere qualche individuo, particolarmente illuminato, capace di assurgere la società a maggiore libertà di quella che potrebbe il «vincolo di mediocrità della democrazia».
Regola XXVI – venerazione: È possibile togliere il vincolo di mediocrità del proprio io, affidandosi a un illuminato capace d’assurgerci a maggiore libertà.
Abbiamo appena detto di una democrazia che può rinunciare a sé nell’idea di «aumentare la libertà collettiva» e, tacitamente di riflesso, di una gerarchia che può decadere nell’idea di ridare libertà alle persone quindi di «aumentare la libertà degli individui». In entrambi i casi si parla di investire libertà per goderne gli interessi, per averne in cambio di più, con la conseguente libertà che rinuncia a sé solo in previsione di un proprio aumento.[2] Repetita iuvant: non c’è alcuna incoerenza libertaria nella libera democrazia che vota per una schiavizzante gerarchia, quando vi è la possibilità di ricevere in cambio un maggiore aumento di libertà. Esattamente appare così: la democrazia è il male minore, il prezzo da pagare dall’individuo per coartare doli e mantenere la libertà, il limite coartante con esigenze garantiste dentro il cui scudo e lance si rischia di non far emergere l’eccellenza; la gerarchia è il bene peggiore, il prezzo da pagare dalla collettività per evolvere vantaggi e aumentare la libertà, il limite elevante con esigenze di efficacia tramite la cui spada si rischia di apportare soprusi. E arriverà il tempo in cui la democrazia ristabilirà i torti subiti dai popoli riportandoli alla libertà, e arriverà il tempo in cui la nobiltà di alcuni uomini guiderà popoli a maggiore libertà. Il punto positivo e comune di tali Governi parla di nobili uomini le cui idee vengono discusse, accettate, scelte e seguite in consenso democratico per illuminazione, collimando in una garante etica collettività regolante le diversificate tecniche individuali. Il punto negativo e comune di tali Governi è la loro venerazione, gerarchica all’ipse dixit, democratica al voice populi vox dei, collimanti all’infinito in un profondo sonno dogmatico in cui le verità smettono di essere «indagate dal dubbio» (Cartesio) e «accusate dagli oppositori» (Mill).
Un’entità riconosciuta illuminata dalla società,
da quest’ultima e su essa può essere messa a comando
al fine di governarla a più libertà.
VI. Art. 4. Gerarchia
23. Libertà naturale
Quel che abbiamo appena raccontato in merito alla schiavitù, non è altro che una riqualificazione del pensiero di Hobbes: può succedere di rinunziare parzialmente e volontariamente alla propria libertà naturale[3] (schiavizzarsi) in luogo di tutela ed espansione del proprio potere o in luogo di altri desideri e utilità, di beni in generale. In questa compravendita di beni-libertà bisogna fare attenzione agli atti illegittimi dei limiti negativi, per i quali ci si inganna o si viene ingannati a rinunciare alla propria libertà in cambio di finti beni indispensabili. Ci si ritrova così legati (schiavizzati) a dei beni che non sono né di mantenimento né di espansione, non indispensabili alla vita associativa e che di seguito tolgono inutilmente ossigeno alla libertà individuale, beni il cui possesso non è mosso neanche dai propri più intimi desideri (ci sono cose superflue che sono adorabili), bensì da devianze interne (rabbia, frustrazione ecc) o manipolazioni esterne (es. propagande ingannevoli ecc). La negatività di queste devianze e manipolazioni non riesce mai a soddisfare pienamente il desiderio, mostrandosi incapaci di riempirlo nelle più intime viscere, con un controproducente aumento di “vuoto” e insoddisfazione (inconscia o conscia) per dei beni che non rispondono legittimamente né all’espansione né al mantenimento; un vuoto cronico da cui si genera una famelica cupidigia, una mai sazietà e bellezza dell’appagamento, un’eterna schiavitù senza libertà. Ovvero dei beni che non facilitano ma appesantiscono e su cui pertanto bisognerebbe prendere posizione al fine di tutelare la libertà propria e dell’altrui. Orbene, riprendendo la differenza fra libertà legittima e illegittima, si dice che non tutte le costrizioni sono giustificate; molte sono solo pretesti che recano vantaggi a particolari individui o collettività a discapito delle persone e della società. Tutto questo filone di degradazione e violenze sull’individuo o sulle collettività, fa parte di quell’area di male propria dei limiti negativi, non trattata in questo articolo perché qui si è scelto di parlare della società libera, mentre quest’altra, se si può chiamare società, è quantomeno una società oppressa, che delegittima i suoi membri verso il proprio dissolvimento. Abbiamo comunque detto anche per questo articolo della possibilità di miscuglio fra doli e vantaggi: presunti doli di cui alla fine è maggiore il vantaggio che portano; presunti vantaggi in cui è maggiore il dolo arrecato. In ogni caso e per ogni caso, legittimo o illegittimo, la compravendita beni-libertà può succedere, non necessariamente, ma naturalmente:
Regola XXVII – libertà naturale: È libertà naturale liberarsi di parte della propria libertà per mantenersi (dai doli) o espandersi (per vantaggi).
Nel dettaglio di questa libertà naturale:
Limitare i rapporti di dolo della libertà, mantiene la ricchezza delle parti. Si dice: le «limitazioni del dolo» (coartanti) rispecchiano il mantenimento dell’individualità come elemento fondamentale del bene collettivo, viceversa;
Limitare per vantaggio di tutti la libertà, espande la ricchezza delle parti. Si dice: le «limitazioni per vantaggio» (elevanti) vengono compensate «sotto forma di un migliore sviluppo dell’aspetto sociale della natura [individuale]» (Mill 2014, p. 82), viceversa;
In termini dolosi e vantaggiosi, qualunque repressione, che non riguardi il benessere individuale senza danno agli altri o che non riguardi il benessere collettivo a favore anche dell’individuo, non sviluppa alcuna società libera. Si dice: le limitazioni legittime di una società libera riguardano il benessere individuale di ogni individuo e il benessere collettivo di ogni suo membro.
È naturale dare (liberarsi da, vendere, schiavizzarsi, offrire)
in cambio di mantenimento o espansione.
Libro VII Mercato. Art. 1. Compravendita
24. Libertà universale
Osserviamo le implicazione del sopra-dettaglio naturale:
Affermare di mantenere l’individuo lungi dai doli, significa indirettamente rispecchiare che anche la collettività (insieme di individui) ne sia tutelata – e viceversa – così che né l’individuo né la collettività siano violentati nel proprio valore. Privi di tale violenza, anche gli atti liberi proseguono con conatus minore in confronto a quello richiesto da una natura ferita. Tantoché tale formula coartante dolo assurge al ruolo di facilitatrice della libertà;
Affermare di espandere l’individuo nei vantaggi, significa indirettamente rispecchiare che anche la collettività (insieme di individui) ne sia avvantaggiata – e viceversa – così che sia l’individuo che la collettività aumentino il proprio valore. Pieni di tale elevazione, anche gli atti liberi proseguono con un conatus minore in confronto a quello richiesto da una natura svantaggiata. Tantoché tale formula elevante vantaggio assurge al ruolo di facilitatrice della libertà.
In questo senso completo, tali limitazioni (coartanti, elevanti) della libertà non avvengono al fine di lasciare spazio ad altri beni, bensì: per mezzo di questi beni di mantenimento (limite coercitivo) ed espansione (limite elevante) al fine di facilitare la libertà stessa. In senso matematico, con un esempio, è come se le limitazioni positive ci togliessero due gradi di libertà per permetterci di riceverne cinque. In senso tecnico, le limitazioni positive non intaccano la libertà, bensì l’affermano e la realizzano aprendone adeguatamente i canali in misura di una garanzia al mantenimento e di un’efficace espansione. In senso automobilistico: diminuire la velocità in curva mi rende libero di compiere la curva stessa (coercizione), quindi mi permette di curvare maldestramente o con una tecnica professionale che mi rende libero di prendere vantaggio (elevazione). In senso stretto, il principio di libertà sociale ammette che «la libertà può essere ristretta solo a vantaggio della libertà stessa» (Popper 1973, p. 179). Ma è la conseguenza all’infinito di tali formule, la loro più radiosa dimostrazione:
Regola XVIII – libertà universale: È libertà universale liberarsi di tutta la propria libertà per ripartirsi all’infinito 1/∞=0.
Dove il darsi (ripartirsi) all’infinito, rimettendogli la propria individualità, significa, in un qual senso, essere liberi.
Il mantenimento e l’espansione sono mezzi al fine di maggiore libertà.
VII. Art. 2. Obiettivo
Noi, cittadini della società libera, affermiamo come nostra unica forma di libertà quella che legittima leggi a coartare doli e a favorire vantaggi tanto alla collettività quanto all’individuo. Deprecando ogni altra forma di libertà illegittima, anche la nostra etica e tecnica rispondono al criterio della legittimazione dell’individuo e della collettività: la nostra etica non porta dolo, la nostra tecnica solo vantaggio. Da noi chiunque può portare ragioni a sommuovere gli ordini della società e qua nessuna possibilità resta inattesa, perché da noi l’interesse legittimo di anche un solo privato è sempre incluso in quello pubblico e quello pubblico è di tutti. Noi, cittadini della Libertà, sanciamo la società libera, città del mondo!
Dopo cotanto fervore finale, a questo punto il problema che ci avanza a priori è che il principio di libertà sociale, attraverso le regole espresse, ammette quanto detto; ma la libertà esiste? Perché se non esistesse, tutti i dati qui espressi dovrebbero essere reinterpretati sotto diverse teorie, magari di tipo puramente deterministico; anche se, a dirla tutta, così facendo alcuni dati della realtà perderebbero la loro più semplice e naturale e coerente spiegazione, altri addirittura sarebbero inspiegabili, ma peggio che andar di notte è che alcuni dati non esisterebbero più teoricamente pur restando in vita ogni giorno.
In questo articolo non abbiamo mai argomentato l’esistenza della libertà, le sue condizioni di possibilità, l’abbiamo invece presa per assodata e applicata alla vita. Tale oggetto applicato, o meglio, ho provato a dare una risposta all’esistenza della Libertà nel mio omonimo libro. Detta alla Einstein (con tutta l’umiltà che si può quando si chiama il suo nome): qui abbiamo introdotto la teoria ristretta della libertà, lì la teoria generale.
[2] Ciò non toglie la possibilità agli individui di rinunciare alla democrazia per qualche altro bene, come può essere il tempo libero che si guadagna affidando la politica a un rappresentante invece che occuparsene direttamente. In fondo, nell’antica Grecia, nei tempi di democrazia era facile occuparsi direttamente di politica, perché gli schiavi si occupavano delle varie mansioni aumentando la libertà dei loro padroni a proprio discapito. E benché attualmente la schiavitù non sia stata ancora abolita ma spostatasi dall’incatenare tramite «catene di ferro» all’incatenare tramite le «catene economiche» dei grandi oppressori, ciò nonostante abbiamo anche dei nuovi schiavi: le macchine e le tecnologie; le quali occupandosi di certe mansioni lasciano più libertà all’umanità. L’anomalia è che la ricchezza generata da tali strumenti, non è regolata da una corretta ridistribuzione verso l’umanità, ma accentrata esclusivamente sui possessori di queste macchine e tecnologie. Tale illegittima gestione economica è un impedimento reale allo sviluppo della società, alla possibilità di libertà dei cittadini e alla loro libera partecipazione nelle scelte; oltre ad aumentare il divario fra classi sociali, con uomini sostituiti da “robot” nei lavori senza che la ricchezza prodotta da questi ultimi li torni adeguatamente ridistribuita; così avendo un microsistema duale «possessore/macchina» invece che triale «possessore/macchina/cittadini».
[3] Il concetto di libertà naturale è sostenuto dal modello di legalità naturale della libertà (Ceravolo 2018).
[Per la versione completa dell’articolo in formato PDF, fai clic qui].

References: Art. 1
 Art. 2
 Art. 3
 Art. 4
 Art. 1
 Art. 2