Source: https://www.confconsumatori.it/category/servizi-e-societa10/page/32/
Timestamp: 2019-06-21 00:06:34+00:00

Document:
Servizi e Società Archives - Pagina 32 di 41 - CONFCONSUMATORI
Alto Commissario anticorruzione – missione e funzioni
La sempre maggiore consapevolezza nelle strutture pubbliche di dover rispettare alti standard di efficienza e correttezza nei confronti del cittadino, della società civile e delle altre istituzioni ha determinato, in numerosi contesti nazionali e internazionali, l’esigenza di creare strutture tecniche specializzate nella prevenzione e nel contrasto della corruzione e di altre forme di illecito perpetrate nel settore della pubblica amministrazione . La costituzione in Italia dell’Alto Commissario ha come fine quello di sviluppare una strategia sistematica di prevenzione dei diversi tipi di illecito.
Tale disegno si concretizza in tre azioni:
– valutazione periodica dell’attualità degli strumenti giuridici e delle prassi amministrative;
– individuazione delle criticità del sistema normativo;
– verifica della vulnerabilità della pubblica amministrazione alla corruzione e alle condotte criminali a questa connesse.
L’attività di prevenzione dell’ufficio mira essenzialmente alla ricostruzione e all’individuazione di fenomeni anche solo a livello potenziale sintomatici di forme di illecito, per approfondirne le cause e indicare i possibili rimedi .
In tale ambito, l’Alto Commissario può:
– disporre indagini anche di natura conoscitiva di iniziativa propria, per fatti denunciati o su richiesta motivata delle amministrazioni. Tali indagini mirano ad accertare l’esistenza, le cause e le concause dei fenomeni di corruzione e di altri illeciti o dei pericoli di condizionamento da parte delle organizzazioni criminali all’interno della pubblica amministrazione;
– elaborare analisi e studi sull’adeguatezza e congruità del quadro normativo e dei provvedimenti messi in atto dalle amministrazioni per prevenire e fronteggiare i fenomeni illeciti, anche con riguardo al rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata nella P.A.;
– monitorare le procedure contrattuali e di spesa e i comportamenti da cui possa derivare un danno all’erario.
LINEA DIRETTA COI CITTADINI: Numero Verde: 800-583850
L’Alto Commissario anticorruzione ha competenza in materia di prevenzione e contrasto della corruzione e di altre forme di illecito nella pubblica amministrazione.
– Svolge indagini di iniziativa propria o per fatti denunciati.
– Elabora analisi e studi per prevenire l’evolversi dei fenomeni illeciti.
– Effettua monitoraggi su procedure contrattuali e di spesa da cui possa derivare danno erariale.
La segnalazione può essere inviata:
– per posta ordinaria, all’Ufficio dell’Alto Commissario anticorruzione, piazza San Lorenzo in Lucina, 4 – 00186 – Roma;
– per e-mail, all’indirizzo accc@governo.it
– per fax, al numero 06.67797865
Alle segnalazioni anonime non può essere dato seguito. Pertanto è indispensabile indicare i propri dati anagrafici, che saranno trattati nel rispetto della normativa sulla privacy. Un operatore sarà disponibile dal lunedì al venerdì, dalle ore 9 alle ore 13.
Per maggiori informazioni: http://www.anticorruzione.it/site/369/default.aspx
Convegno organizzato da Confconsumatori Toscana a Grosseto "LE CLASS ACTION" - 23 maggio 2008 - ore 15
Confconsumatori-Federazione regionale Toscana e Camera Civile degli avvocati della provincia di Grosseto organizzano il convegno sul tema LE CLASS ACTION 23 maggio 2008, ore 15.00
Avv. Luigi Bonacchi
(Presidente Ordine Avvocati della Provincia di Grosseto)
Avv. Claudio Boccini
(Presidente Camera Civile degli Avvocati della Provincia di Grosseto)
Avv. Massimiliano Valcada
(Responsabile nazionale diritto comunitario e rapporti con l’U.E. della Confconsumatori)
“ L’Europa e le class action, confronti e paragoni ”
(Responsabile nazionale strategie giudiziarie della Confconsumatori)
" Azione collettiva, luci ed ombre alla prova dei fatti "
(Coordinatore consulta nazionale legali Confconsumatori)
“ Azione collettiva a tutela dei consumatori ”
Avv. Alessia Granchi
(Consigliere Camera Civile di Grosseto e consulente Confconsumatori)
L’Evento è accreditato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Grosseto e attribuirà numero 3 crediti formativi ai partecipanti.
Programma generale di intervento 2007-2008 della Regione Toscana realizzato con l’utilizzo dei fondi del Ministero dello Sviluppo Economico”.
Approfondimento dell’avv.Giovanni Franchi
E così anche in Italia è stata finalmente introdotta la class action.
L’azione collettiva risarcitoria – così la stessa è definita dalle norme che la regolano, cioè l’art. 140 bis del Codice del consumo – riguarda il diritto al risarcimento del danno ed alla restituzione di somme spettanti a singoli consumatori o utenti nell’ambito di rapporti giuridici relativi ai contratti stipulati ai sensi dell’art. 1342 c.c., ovvero in conseguenza di atti illeciti extracontrattuali, di pratiche commerciali scorrette o di comportamenti anticoncorrenziali, quando sono lesi i diritti di una pluralità di consumatori o di utenti. – 1 – Oggetto
La class action è, quindi, in primo luogo esperibile per inadempimenti a obblighi che derivano da contratti conclusi mediante moduli o formulari. Viene allora subito da chiedersi se la medesima possa essere esercitata quando il rapporto contrattuale non scaturisca dalla sottoscrizione di un documenti qualificabile come modulo o formulario. Vengono al riguardo in mente i gravi ritardi ferroviari, perché qui l’utente, quando compra il biglietto, non sottoscrive nulla.
A parere di chi scrive la norma non è stata correttamente formulata, ma purtroppo non consente di agire, nei rapporti contrattuali, nell’ipotesi in cui non si sia al cospetto di un modulo o di un formulario, come accade quando il negozio sia stato stipulato oralmente oppure al di fuori dello schema previsto dall’art. 1342 c.c. C’è stato è vero qualche insigne giurista che ha affermato che la legislazione deve lasciare il posto alla giurisdizione, ma non riteniamo che con una semplice interpretazione estensiva si possa andare oltre al chiaro dettato legislativo.
L’azione è, inoltre, prevista per il ristoro dei danni derivanti da illeciti extracontrattuali, pratiche commerciali scorrette o comportamenti anticoncorrenziali. Necessita, peraltro, che siano stati lesi i diritti di una pluralità di consumatori o di utenti, laddove con tali definizioni si intende, a norma dell’art. 3 lett. a), “ la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta ”. Ed è il caso di ricordare che per la giurisprudenza, tanto quella formatasi sulle disposizioni del codice civile quanto quella successiva chiamata a pronunciarsi su questioni inerenti a norme del Codice del consumo, consumatore è soltanto la persona fisica con esclusione, quindi, non solo delle società, ma anche di altri enti collettivi privi di finalità di lucro, quali associazioni, comitati, fondazioni e cooperative . È questa una scelta normativa operata prima a livello comunitario, poi confermata dal Legislatore interno in sede di ricepimento delle direttive, ma non senza perplessità ed accesi dibattiti, sia in sede europea che in quella parlamentare; perplessità e dibattiti che hanno continuato a trovare echi in dottrina e in molte pronunce giurisprudenziali.
Da quanto fin qui esposto deriva che la class action non potrà mai essere utilizzata per far valere la lesione di diritti di enti, anche se in qualche modo equiparabili a consumatori, perché ad es. non aventi finalità commerciali. E neppure a tutela di quella persona fisica che abbia stipulato il contratto, non per la famiglia o per i figli, ma per l’esercizio della propria attività. Ad esempio, un avvocato che abbia comprato il computer per lo studio non potrà giovarsi della class action esperita da un’associazione consumeristica per far valere i difetti di quel bene, come il collega che abbia effettuato il medesimo acquisto per utilizzare lo stesso bene in casa.
Per concludere sul punto, occorre ancora precisare, quanto al suo oggetto, che l’azione è volta alla tutela degli interessi collettivi dei consumatori e degli utenti ed è esperibile quando siano stati lesi i diritti di una pluralità dei medesimi . A ben leggere, occorre, quindi, che vi sia stata violazione di un interesse collettivo facente capo ad una pluralità di soggetti. E, ad avviso del sottoscritto, perché ricorra tale eventualità, necessita che si sia al cospetto di un diritto, la titolarità del quale compete ad un numero indeterminabile di soggetti non esattamente individuabile nel loro numero. Tale è ad esempio il diritto al risarcimento del danno spettante a coloro che hanno comprato obbligazioni Parmalat uno o due giorni prima del default, trattandosi di un interesse spettante a più persone non identificabili, se non in seguito ad una specifica ricerca. – 2 – I legittimati attivi
Legittimati attivi a questa azione sono, innanzitutto, le associazioni di cui al primo comma dell’art. 139 Codice del consumo, ossia le associazioni legittimate ad agire a tutela degli interessi collettivi dei consumatori e degli utenti . E tali sono quelle di cui al precedente art. 137, ossia quelle rappresentative a livello nazionale, l’elenco delle quali è tenuto in un apposito elenco istituito presso il Ministero dello Sviluppo Economico e facenti parte del CNCU (Consiglio Nazionale Consumatori e Utenti).
L’iscrizione nello stesso è subordinata a diverse caratteristiche precisate nell’art. 137 e sulle quali non è qui il caso di dilungarsi.
Sono altresì legittimate all’esercizio dell’azione anche le associazioni e i comitati adeguatamente rappresentativi degli interessi fatti valere con la medesima. Non è, peraltro, ancora chiaro come vada valutata l’adeguatezza e non è escluso che vengano costituiti enti ad hoc , magari da parte di avvocati desiderosi di esercitare quest’azione.
Va, però, chiarito che degli effetti dell’azione non beneficiano tutti consumatori che si trovino nella condizioni per cui la stessa è stata esercitata, ma soltanto quelli che abbiano aderito alla medesima. L’adesione, che può essere fatta anche nel giudizio d’appello fino all’udienza di precisazione delle conclusioni, consiste nella comunicazione per iscritto al preponente di tale fatto . Dovrà essere poi quest’ultimo a depostarla nel proprio fascicolo in cancelleria, perché la cosa sia nota al giudice.
Deve, inoltre, ricordarsi che il singolo consumatore o utente, oltre ad aderire, può anche intervenire in giudizio per proporre domande aventi il medesimo oggetto. Trattasi di un intervento litisconsortile, perché, pur non essendo semplicemente adesivo, non è neppure autonomo, perché il diritto fatto valere è analogo a quello di cui sono titolari i soggetti che hanno semplicemente manifestato adesione all’azione esperita dall’associazione. – 3 –
L’atto introduttivo, gli effetti e la competenza
L’azione collettiva risarcitoria va proposta al Tribunale del luogo in cui ha sede l’impresa convenuta . Trattasi, a parere di chi scrive, di una competenza esclusiva, ma non inderogabile, non essendo definita tale dalla legge come prescritto dal primo comma dell’art. 38 del Codice di procedura civile. Il che comporta che l’eventuale incompetenza non sia rilevabile d’ufficio e debba essere eccepita dalla parte, a pena di decadenza, nella comparsa di risposta con la precisa indicazione del giudice competente.
Quanto al rito applicabile nella specie siamo dell’opinione che la procedura dipenda dal rapporto oggetto della controversia . Se, di conseguenza, nella maggior parte dei casi il rito sarà quello ordinario, quando la controversia sarà relativa ad uno dei rapporti previsti dall’art. 1 d.lgs, n. 5/03, come ad esempio quelli d’intermediazione mobiliare, la causa sarà invece regolata da tale decreto legge con le conseguenze che ne derivano sotto il profilo processuale.
Quanto agli effetti della notificazione dell’atto introduttivo, deve ricordarsi che per il secondo comma dell’art. 140 bis l’esercizio dell’azione collettiva comporta l’interruzione della prescrizione ai sensi dell’art. 2945 c.c. Ma in favore di chi, viene da domandare? Anche se la norma non è particolarmente chiara, può dedursi che quegli effetti si producono soltanto a favore degli aderenti e solo dal momento dell’adesione. – 4 – Il giudizio
Dispone il terzo comma dell’art. 140 bis che alla prima uidienza il Tribunale pronuncia sull’ammissibilità della domanda.
Ovvio che circa l’individuazione del momento in cui verrà tenuta la prima udienza dipende dal rito applicabile nel caso specifico. Invero, nel caso in cui il giudizio sia regolato dalle norme del codice di procedura civile, allora la stessa sarà quella prevista dall’art. 183 c.p.c. Non si tratterà, peraltro, della prima udienza di trattazione, prevista per la comparizione delle parti e per le richieste di memorie anche istruttorie. La stessa, in caso di prosecuzione del giudizio, sarà quella successiva all’eventuale ordinanza declaratoria dell’ammissibilità della domanda.
Qualora il giudizio si svolga, invece, nelle forme del rito societario, l’udienza dedicata alla pronuncia sull’ammissibilità sarà quella di discussione della causa prevista dall’art. 16 d.lgs. n. 5/03. La stessa secondo quanto previsto da quest’articolo si svolgerà con discussione orale dopo il deposito da parte dei contendenti di comparse conclusioni. Ove il giudizio venga ritenuto ammissibile, allora il Collegio dovrebbe anche provvedere sulle prove e pronunciarsi sulle decisioni al riguardo del Relatore.
Non potrebbe invece anche accadere che la causa venga subito decisa, dovendosi dare al convenuto la possibilità di reclamare l’ordinanza.
In merito alla questione su cui il tribunale è chiamato a pronunciarsi, va osservato che la domanda deve ritenersi inammissibile quando sia manifestamente infondata, vi sia un conflitto d’interessi, oppure quando non venga ravvisata l’esistenza di un interesse collettivo suscettibile di adeguata tutela .
Le ipotesi in cui la causa sia manifestamente infondata o in cui non vi sia un interesse collettivo sono piuttosto semplici. Anche la seconda ove si tenga conto la definizione d’interesse collettivo, non equiparabile, come detto, a quello facente capo ad una pluralità di soggetti, ma con la necessità che i titolari siano indeterminati nel loro numero.
Il caso più spinoso è quello di conflitto d’interessi, perché viene da chiedersi quando mai un’associazione consumeristica possa trovarsi in quella situazione. Occorre, all’evidenza, che quest’ultima abbia in qualche modo patrocinato il prodotto o l’attività lesiva, perché – magari – diverse erano le sue idee in proposito. Viene da pensare alle associazione che oggi stanno favorendo transazioni nelle cause penali avviate contro Banche che hanno causato il disastro Parmalat. È chiaro che le stesse non potranno avviare azioni di classe contro gli stessi istituti di credito.
L’ordinanza, sia positiva che negativa, è reclamabile davanti alla Corte d’appello che pronuncia sulla stessa in camera di consiglio . Nulla dice la legge circa il termine. Il che, a parere di chi scrive, comporta che il medesimo sia quello per impugnare, previsto dall’art. 327 c.p.c., di un anno dalla comunicazione, versandosi, in realtà, al cospetto di un rimedio di questo tipo. È peraltro molto grave il fatto che il Legislatore non si sia preoccupato, come sempre avviene in questi casi, di fissare un termine breve.
Deve essere comunque chiaro che nel caso di impugnazione la causa non possa proseguire . Da ciò discende che, nell’ipotesi di reclamo, il giudizio debba venire sospeso in attesa della decisione della Corte d’appello a norma dell’art. 295 c.p.c.
Ove la domanda venga dichiarata ammissibile, il giudice deve disporre, a cura di chi ha proposto l’azione, che alla stessa venga data idonea pubblicità soprattutto circa i suoi contenuti, così da dare a tutti gli interessati la possibilità di aderire e dare i provvedimenti necessari per la prosecuzione del giudizio. E come detto, gli stessi saranno diversi a seconda della procedura da utilizzarsi.
Dispone a questo punto il quarto comma dell’art. 140 bis del Codice del consumo che, se accoglie la domanda, il giudice determina i criteri in base ai quali liquidare la somma da corrispondere o restituire ai singoli consumatori o utenti che hanno aderito all’azione collettiva o che sono intervenuti nel giudizio. E che se possibile, il tribunale determina la somma minima da corrispondere a ciascuno.
Nulla dice, però, la norma in merito alla decisione sulla posizione di coloro che hanno aderito. È infatti ovvio che non sia sufficiente una semplice adesione per ottenere la condanna a proprio favore, necessitando che il tribunale, oltre ad accertare il fondamento della domanda proposta dall’associazione consumeristica, stabilisca chi tra gli aderenti si trova nella condizione per poter fruire degli effetti della decisione . Diversamente ci si troverebbe in una situazione di assoluta anarchia, che consentirebbe a chiunque di aderire anche senza averne diritto. Tale rilievo trova conferma nella disposizione contenuta nel successivo sesto comma, a norma del quale “ La sentenza che definisce il giudizio ai sensi del comma 1 fa stato anche nei confronti dei consumatori e utenti che hanno aderito all’azione collettiva ”.
Ciò dimostra infatti che, seppur in modo anomalo, anche chi ha aderito è parte del giudizio. Tant’è che dispone sempre lo stesso comma: “ È fatta salva l’azione individuale dei consumatori o utenti che non aderiscono all’azione collettiva, o non intervengono nel giudizio promosso ai sensi del comma 1 ”. Costoro non sono, invero, parti in causa e, come tali, vincolati al giudicato.
Per quanto attiene alla prosecuzione della procedura dispone la norma che, nei sessanta giorni successivi alla notificazione della sentenza, l’impresa propone il pagamento di una somma con atto sottoscritto e comunicato a ciascun avente diritto e depositato in cancelleria . La proposta in qualsiasi forma accettata dal consumatore o dall’utente costituisce titolo esecutivo.
Nel caso in cui non vi sia stata proposta o la stessa non sia stata accettata da tutti nel termine di sessanta giorni dalla comunicazione della stessa, il presidente del tribunale competente deve costituire una camera di conciliazione per la determinazione delle somme dovute ai consumatori o utenti che hanno aderito all’azione o che sono intervenuti, e che ne fanno domanda . Necessita anche che il soggetto non abbia per caso accettato la proposta dell’impresa.
La camera di conciliazione è composta da tre avvocati, uno indicato dall’associazione che ha promosso la causa, un altro dall’impresa convenuta e un terzo, che la presiede, scelto dal presidente del tribunale tra gli iscritti all’albo speciale per le giurisdizioni superiori. Quest’ultimo deve sottoscrivere il verbale contenente la quantificazione della somma dovuta a ciascun consumatore o utente, nonché i termini e i modi del pagamento. E il medesimo costituisce titolo esecutivo.
In alternativa, su concorde richiesta delle parti, il presidente del Tribunale può disporre che la composizione non contenziosa abbia luogo presso uno degli organismi di conciliazione previsti dall’art. 38 d.lgs. n. 5/03, operante presso il Comune in cui ha sede l’ufficio giudiziario competente. Trattasi di quegli organismi, che gli enti pubblici o privati che diano garanzie di serietà ed efficienza, sono abilitati a costituire per gestire un tentativo di conciliazione delle controversie in materia societaria e d’intermediazione mobiliare previste dall’art. 1. Si applicano in tal caso le norme contenute nei successivi artt. 39 e 40 in merito al relativo procedimento.
L’ultima questione da esaminare attiene al momento in cui possa procedersi alla quantificazione del dovuto – o con proposta o mediante una camera di conciliazione – qualora venga proposto appello dall’impresa.
Sebbene sia evidente che sarebbe praticamente impossibile il recupero presso ciascun consumatore o utente delle somme corrispostegli in caso di riforma della sentenza di primo grado, la stessa ex art. 282 c.p.c. è provvisoriamente esecutiva. E perché l’impresa condannata possa rifiutarsi di dare esecuzione alla medesima, necessita che la sua efficacia esecutiva venga sospesa a norma dell’art. 283 c.p.c.
Deve, peraltro, osservarsi che non è difficile che ciò accada. Il provvedimento può, infatti, essere concesso ove si dimostri la sussistenza di gravi motivi, tra i quali l’insolvenza di una delle parti, ed è chiaro che quando il diritto al pagamento sia in capo a molti il rischio della stessa non è infrequente.
I precedenti rilievi rendono evidente come vi siano diverse norme da migliorare e chiarificare. Cionondimeno l’introduzione dell’azione di classe o cd. class action, deve essere annoverate tra le grandi conquiste del diritto, un diritto sempre più vicino ai agli interessi dei consumatori . Ed era ora che ciò avvenisse, perché se anche prima vi fosse stata la class action si sarebbero potuto evitare tante inutili e dispendiose cause, specie relativamente ad acquisti di titoli "spazzatura".
avv. Giovanni Franchi – Confconsumatori Parma
Azione collettiva, luci e ombre, alla prova dei fatti – Intervento dell’avv. Marco Festelli, componente del Consiglio confederale Confconsumatori al convegno AGIT Trieste - 28 febbraio 2008
Dopo anni di dibattiti e discussioni (già nel 2002 l’allora Ministro Marzano sottoscrisse un protocollo d’intesa con le associazioni dei consumatori che impegnava il Governo ad introdurre l’azione di classe) in modo del tutto repentino nella Legge finanziaria 2008 è stato introdotto un emendamento all’articolo 2, comma 445, che ha previsto l’introduzione nel Codice del consumo dell’articolo 140 bis .
La norma prevede che l’azione di classe possa essere esperita soltanto in favore dei consumatori dalle associazioni dei consumatori iscritte all’elenco di cui all’articolo 139 del Codice del consumo, oltre agli altri soggetti adeguatamente rappresentativi degli interessi collettivi fatti valere. Mentre è chiara la legittimazione delle associazioni di consumatori, pare fumosa la disposizione del secondo comma con riferimento al requisito di adeguata rappresentatività degli interessi collettivi per gli “altri” soggetti diversi dalle associazioni previste dal codice consumerista.
Primo profilo costituzionale che si pone in evidenza è la limitazione dell’azione alla sola “categoria” o “classe” dei consumatori allorquando sia leso il diritto di una molteplicità di consumatori (la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta, secondo la lettera A del 1° comma dell’articolo 3 del Codice del Consumo). Negare la possibilità di utilizzare l’azione collettiva a categorie omogenee di utenti, come ad esempio tutti gli utenti (consumatori ed imprese) dei servizi di telecomunicazioni, apre più di un dubbio sulla conformità della norma al principio di uguaglianza formale e sostanziale previsto dalla Costituzione.
L’azione collettiva è inoltre limitata ad alcune specifiche fattispecie risarcitorie ovvero relativamente al risarcimento del danno per contratti stipulati ai sensi dell’articolo 1342 c.c., per atti illeciti extracontrattuali derivanti da pratiche commerciali scorrette o, per finire, per comportamenti anticoncorrenziali . La domanda giudiziale che l’associazione legittimata propone in proprio ma nell’interesse dei consumatori danneggiati è soggetta al filtro dell’ammissibilità. La domanda è dichiarata inammissibile se manifestamente infondata, se non sussiste interesse suscettibile di adeguata tutela (plurioffensività della condotta) ovvero quando sussiste conflitto di interessi. Quest’ultimo profilo è indubbiamente previsto per evitare giudizi di comodo ovvero pilotati dalle stesse imprese.
Norma fumosa è quella che prevede che il Giudice possa differire la pronuncia sull’ammissibilità della domanda quando sul medesimo oggetto è in corso un’istruttoria davanti ad un’autorità indipendente. Questo significa che qualsiasi azienda possa sospendere, se non addirittura prevenire, l’azione autodenunciandosi (oppure con una denuncia di comodo) dinanzi ad una delle Autorità indipendenti.
Segue poi la fase “pubblicitaria” dell’azione per consentire a qualunque consumatore leso di aderire alla causa mediante comunicazione scritta fatta pervenire non al Giudice bensì all’associazione attrice . Questo aspetto appare lacunoso perché non è ben chiaro il contenuto della dichiarazione di adesione e soprattutto non si capisce perché il numero ed il nominativo dei consumatori lesi ed aderenti all’azione, non trovi ingresso nel processo.
Ancora più fumosa è la fase terminale del processo che culmina con una sentenza generica di condanna o, al massimo, con l’indicazione dei criteri risarcitori o del minimo risarcitorio. L’esecuzione della sentenza è incostituzionalmente rimessa ad un accordo tra le parti formali del processo (ovvero tra l’associazione e l’impresa) e, in caso di disaccordo, il quantum è rimesso non ad un tentativo di conciliazione bensì ad un vero e proprio giudizio arbitrale obbligatorio dinanzi ad una camera di conciliazione formata dal Presidente del Tribunale.
E’ evidente che negare la giurisdizione dell’autorità giudiziaria in sede d’esecuzione della sentenza appare palesemente e pacificamente incostituzionale (la Costituzione vieta infatti le forme di arbitrato obbligatorio per legge, prevedendo l’obbligatorietà di procedimenti arbitrali soltanto per volontà delle parti). Il termine camera di conciliazione è ingannevole in quanto la camera non svolge solo il tentativo di mediazione ma “ quantifica…….l’ammontare da corrispondere ai singoli consumatori o utenti……il verbale costituisce titolo esecutivo ”. Si profila dunque chiaramente l’introduzione di un arbitrato obbligatorio ex lege o peggio ancora, la previsione di un Giudice Speciale. I dubbi processuali e costituzionali sulla norma sono poi accompagnati da molteplici dubbi in ordine alla fattibilità dell’azione.
E’ lampante che l’azione di classe che tentiamo di mutuare da altri ordinamenti stranieri, prevalentemente di common law, male si innesta nel nostro ordinamento costituzionale e processuale, che prevede la possibilità di agire in giudizio solo in presenza di un preciso interesse della parte (articolo 100 c.p.c.). Peraltro tale ultimo principio è già stato incrinato con la legge 52/96 (in attuazione della direttiva comunitaria 13/93) che ha, per la prima volta, introdotto la proponibilità di un’azione inibitoria (1469 bis e seguenti del codice civile) da parte di un soggetto portatore non di interesse diretto ma solo diffuso; azione poi estesa dalla legge 281/98 che ha consentito alle associazioni rappresentative dei consumatori di poter agire per inibire tutti quei comportamenti delle imprese lesive dei diritti fondamentali dei consumatori.
Certamente quando si legifera per introdurre uno strumento del tutto avulso al nostro ordinamento si tenta di introdurlo con un certo grado di compatibilità con i principi dell’ordinamento. Tuttavia l’azione di classe funziona negli Stati Uniti perché ben si innesta nell’ordinamento generale di quel paese .
Primo dubbio pratico che ci si deve porre è quello dell’utilità del soggetto che agisce, ovvero l’associazione agisce nell’interesse dei consumatori che con una semplice “letterina” scritta aderiscono all’azione. La sentenza non porta all’associazione alcun beneficio economico se non l’astratta possibilità di vedersi rifondere le spese legali della causa, mentre invece il consumatore che ha inviato la “letterina” di adesione si può vedere beneficiato economicamente dell’altrui processo senza rischiare neanche la condanna alle spese. Negli Stati Uniti l’azione è appetibile perché può essere proposta da qualsiasi studio legale e questo può imporre al consumatore aderente un lucroso patto quota lite. In Italia abbiamo copiato l’azione a metà e quindi abbiamo caricato su soggetti privati l’onere ed il rischio dell’azione “popolare”. Sta bene bollare di immoralità il patto quota lite, ma se il Legislatore riteneva meritoria l’azione delle associazioni a tutela dei diritti altrui avrebbe potuto prevedere alcune forme di compensazione. Cito ad esempio il beneficio del patrocinio a spese statali, l’esenzione da contributo unficato, l’esclusione o la limitazione della soccombenza alle spese e per finire la previsione di un risarcimento, magari punitivo, in favore dell’associazione stessa. Infatti la class action americana prevede, tanto per sanzionare veramente le aziende scorrette, anche il risarcimento punitivo. Omissioni che minano appunto l’efficacia sperata dell’azione. Vi sono altre lacune processuali come il problema della litispendenza; non è chiaro infatti il destino di un’azione di classe intrapresa in pendenza di altra azione, non è adeguatamente regolata la possibilità di accordi stragiudiziali tra l’associazione e l’impresa prima della sentenza o prima ancora dell’azione. Si deve poi dire che appare oscuro il motivo per cui si è imposto al Giudice la pronuncia di una sola condanna generica e non, se possibile, di una condanna piena anche sul quantum (tanto per diminuire il contenzioso e non dilatarlo).
Sinceramente il Legislatore se voleva veramente tutelare i consumatori avrebbe potuto e dovuto far meglio. Infatti l’unico paletto che è stato fissato per evitare sia le azioni che le associazioni di comodo è contenuto nel giudizio di ammissibilità della domanda ovvero nel requisito della non sussistenza di un conflitto di interesse . In altre situazioni simili, come ad esempio la materia giuslavoristica, sono stati previsti divieti di costituzione di sindacati di comodo accompagnati da pesanti sazioni. Nel caso di specie il Legislatore non solo ha tralasciato una severa regolamentazione delle associazioni di comodo, ma ha evitato di legiferare norme volte a scongiurare azioni pilotate dalle stesse potenziali parti convenute.
Ci si dimentica poi che nel sistema americano, la class action è uno strumento processuale che consente il processo in favore di una determinata “classe” di persone aventi tutte interessi simili, quindi non è limitata al solo mondo consumerismo ed è disponibile anche alle pubbliche amministrazioni . Sinceramente è tutt’altro che logica la scelta di poter concedere anche allo Stato e, ad esempio alle Autorità indipendenti di controllo, la legittimazione processuale a tutela del contraente debole.
La situazione attuale profila due scenari diversi. La quasi impossibilità di fatto per le “minuscole” associazioni italiane di utilizzare questo strumento (solo costoso) ovvero il proliferare del contenzioso con disparate pronunce, interpretazioni e continue evidenti rinvii alla Corte Costituzionale, col rischio concreto di associazioni e azioni di comodo.
avv.Marco Festelli – Confconsumatori Toscana
Febbraio, 29
L’intervento di Confconsumatori al convegno del CNCU del 25 febbraio 2008
Come è noto, la legge 24 dicembre 2007 n. 244 ha modificato il cosiddetto Codice del consumo (dlgs n. 206/2005), inserendo l’articolo 140 bis che disciplina l’azione collettiva risarcitoria. Il nuovo articolo 140 bis del Codice del consumo rappresenta certamente una novità per l’ordinamento giuridico italiano. Tale novità può essere analizzata da due differenti prospettive: una prima prospettiva è quella che possiamo definire, in senso lato, politica, mentre la seconda è quella più strettamente giuridica. L’inserimento all’interno dell’ordinamento nazionale di una disciplina in materia di azione collettiva può rappresentare per il nostro Paese un’opportunità sia per quanto riguarda il rapporto associazioni – cittadini, sia per quanto riguarda una maggior attenzione delle imprese nei confronti dei consumatori . In primo luogo è opportuno precisare il significato e l’obbiettivo di una normativa in materia di cd. class action. Siamo infatti di fronte ad un nuovo strumento che l’ordinamento giuridico mette a disposizione della collettività con il fine di far valere al meglio i diritti che altre norme del medesimo ordinamento prevedono a favore dei singoli consumatori. Non siamo di fronte ad una normativa che crea nuovi diritti sostanziali, ma ad una disciplina che intende rendere più efficaci i diritti già previsti dall’ordinamento . Semplificando, possiamo così sintetizzare: i diversi diritti sanciti dall’ordinamento sono la voce, l’azione collettiva è l’altoparlante di tale voce, il microfono per amplificare l’efficacia dei diversi diritti di cui sono già titolari i cittadini.
Per quanto riguarda la legittimazione a promuovere l’azione risarcitoria collettiva, la formulazione della norma è assai ampia, non sembrando escludere, a priori, neppure le formazioni politiche. È auspicabile, tuttavia, che la nuova disciplina non diventi, magari in situazioni particolari, uno strumento di lotta politica.
Per quanto riguarda, invece, la ratio della disciplina riteniamo che uno dei successi più importanti che la normativa in materia di azione collettiva potrà conseguire è quello di spingere le imprese ad adottare comportamenti virtuosi nei rapporti con i consumatori e con gli utenti . L’azione collettiva risarcitoria dovrebbe diventare un deterrente per spingere le imprese ad eliminare o modificare comportamenti illegittimi o comunque non improntati al rispetto dei principi di correttezza e buona fede. Affinché ciò accada, l’azione collettiva risarcitoria deve, al momento dell’applicazione pratica, dimostrarsi uno strumento di provata efficacia. Ad oggi, è assai difficile ipotizzare quali potranno essere gli effetti pratici della nuova disciplina; in ogni caso, a nostro parere, è necessario che le diverse associazioni dei consumatori sappiamo sfruttare al meglio questa opportunità.
Il mondo dell’associazionismo consumeristico nazionale dovrebbe riuscire ad interpretare l’azione collettiva non come una competizione tra le diverse sigle, ma come un’opportunità per unire le forze per il raggiungimento di un obiettivo comune. Le associazioni hanno oggi l’opportunità, anzi l’“obbligo”, di fondere le diverse competenze per assicurare il miglior successo alla neonata class action. A nostro parere sarebbe un importante passo avanti per l’intero sistema consumeristico italiano se le associazioni riuscissero a dare vita a comuni pool di tecnici con l’obiettivo di studiare in modo approfondito la materia. E’ indubbio, infatti, che i problemi giuridici che la nuova disciplina in materia di azione collettiva risarcitoria pone sono di notevole spessore, così come è evidente che il promotore dell’azione collettiva dovrà assumersi notevoli oneri di natura organizzativa e finanziaria. A tal proposito basti pensare all’obbligo di dare idonea pubblicità ad un’azione collettiva che ha superato il giudizio di ammissibilità da parte del Tribunale competente.
Il successo delle prime azioni collettive risarcitorie, studiate, avviate e vittoriosamente concluse da diverse associazioni consumeristiche in collaborazione tra loro, rappresenterebbe un primo importante successo di tutto il movimento e non di un’associazione particolare e troverebbe, certamente, il plauso dell’intera opinione pubblica. D’altra parte, un movimento consumeristico sempre più coeso riuscirebbe ad avere ben maggior peso nei rapporti con il mondo delle imprese.
avv.Massimiliano Valcada – componente del Consiglio confederale Confconsumatori
Trovi QUI la posizione di tutte le associazioni di consumatori intervenute al convegno
Roma, 25 febbraio 2008 – Si è concluso con l’intervento del ministro dello sviluppo economico Pier Luigi Bersani il congresso organizzato a Roma dal Consiglio Nazionale dei Consumatori e degli utenti (CNCU) su “L’azione collettiva risarcitoria a tutela dei consumatori: opportunità e prospettive”.
“ Per approvare questa normativa siamo partiti da un’esigenza fondamentale: non lasciare solo Davide (il consumatore) contro Golia (le imprese)- ha detto il ministro Bersani- perché se il consumatore non riesce a soddisfare i propri diritti, anche di scarsa entità economica, sarà alimentata la frustrazione del cittadino che prima o poi esploderà ”.
“ Vorrei inserire questo tema dell’azione collettiva all’interno di un quadro di complessiva riscossa civica di questo Paese —ha continuato – Tutti, aziende, istituzioni e associazioni sul territorio non possono disperdere energie e attenzioni sui temi che riguardano il cittadino. Non immaginiamoci, perciò, nessun tipo di rinvio all’immediata applicabilità di questa normativa nel mese di luglio ”.
Tre sono i punti fondamentali per la tutela dei consumatori per il ministro Bersani: “ Aprire mercati liberalizzati, tutelare i consumatori in questi mercati e aumentarne la loro soggettività giuridica. Credo che l’azione risarcitoria collettiva possa rispondere a queste esigenze ”.
Pier Virgilio Dastoli , direttore della Rappresentanza Europea in Italia , è intervenuto a nome del Commissario europeo per la tutela dei consumatori, Meglena Kuneva manifestando l’intenzione a seguire da vicino l’applicazione in Italia della nuova legge e che, come annunciato nella Strategia 2007-2013, prenderà in considerazione la necessità di un intervento europeo in materia di azioni collettive per i consumatori”.
Nel corso della tavola rotonda, è stato espresso un giudizio sostanzialmente positivo da parte delle associazioni dei consumatori.
“ E’ certamente una legge perfettibile, ma è una buona legge. Sperimentiamola intanto e poi vedremo ” hanno commentato Rosario Trefiletti di Federconsumatori e Ivano Giacomelli di Codici .
Antonio Longo di Movimento Difesa del Cittadino ha lanciato anche l’idea di far partire il 1° luglio, giorno di entrata in vigore degli articoli 445 e 449 della Legge Finanziaria 2008 che hanno introdotto l’Azione collettiva risarcitoria, un’unica azione collettiva a nome di tutte le associazioni. Un appello a lavorare insieme, quindi, ha aggiunto Massimiliano Valcada di Confconsumatori : “ a superare la frammentazione delle sigle per essere più forti come associazioni ”.
“ Noi non faremo azioni temerarie – ha affermato Elio Lannutti , presidente dell’ Adusbef – ma stiamo già lavorando con un pool di giuristi per avviare azioni collettive su anatocismo e asimmetria dei tassi di interesse ”.
Non sono mancate però forti perplessità sul merito e sull’effettiva applicabilità della legge tanto che le associazioni stanno già lavorando per presentare al nuovo legislatore proposte di modifica e di miglioramento della normativa.
Per Massimiliano Dona dell’Unione Nazionale Consumatori : “ tra i tanti punti che andrebbero corretti il campo di azione inspiegabilmente limitato ai contratti su moduli e formulari, l’impossibilità di agire contro la Pubblica amministrazione, le lungaggini in fase di esecuzione della sentenza di condanna e la mancata previsione di un danno punitivo che avrebbe consentito di rendere queste azioni praticabili dalle associazioni di consumatori che allo stato sono nell’impossibilità di attivarle, proseguirle e pubblicizzarle, vista la scarsità di mezzi a loro disposizione ”.
Sulla stessa scia l’intervento di Marco Ramadori del Codacons che, oltre al rammarico che la norma non abbia previsto il danno punitivo si chiede: “ Che succede se si vince l’azione collettiva e l’impresa si rifiuta di pagare e non accetta la conciliazione? ”.
Più scettico sull’effettiva potenzialità di questa norma è Paolo Landi dell’Adiconsum : “ un’azienda che vuole resistere ad un’azione collettiva con questo sistema sa di poterlo fare per anni e senza pagare un euro. L’unica cosa che può aprire spazi di negoziazione è il rischio di un danno per l’immagine dell’azienda ”.
Infine, la voce delle aziende con l’intervento Raffaele Morese di Confservizi : “ Non siamo ostili all’introduzione della class action. Noi abbiamo istituito in passato con le associazioni dei consumatori un protocollo di intesa per la soluzione extragiudiziale delle controversie. Ci auguriamo che la conciliazione possa rimanere una modalità da percorrere in via prioritaria rispetto alla class action ”.
Elio Schettino di Confindustria : “ Il provvedimento così com’è attualmente non funzionerà e a nostro avviso porterà un grande danno all’immagine delle aziende. Ci auguriamo che in questi mesi sia possibile apportare alcune modifiche che rispondano meglio alle esigenze del sistema giuridico e industriale del nostro Paese ”.
Ufficio stampa Consiglio Nazionale dei Consumatori e degli Utenti CNCU
ufficiostampa@cncu.it – Luisa Leonzi 348.8013644
ACU, ADICONSUM, ADOC, ADUSBEF, ASSOUTENTI, CASA DEL CONSUMATORE, CTCU, CITTADINANZATTIVA, CODACONS, CODICI, CONFCONSUMATORI, FEDERCONSUMATORI,
LEGA CONSUMATORI, MOVIMENTO CONSUMATORI, MDC, UNIONE NAZIONALE CONSUMATORI

References: art. 137
 sentenza 
 sentenza 
 art. 282
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 140
 sentenza