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Timestamp: 2020-04-06 17:17:14+00:00

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Doppio ricatto nel Pdl. Berlusconi pretende l'election day a febbraio perché teme la sentenza Ruby; ma i suoi stavolta non ci stanno gratis | Antonello Zappadu's Blog
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Doppio ricatto nel Pdl. Berlusconi pretende l’election day a febbraio perché teme la sentenza Ruby; ma i suoi stavolta non ci stanno gratis
C’è un motivo se Silvio Berlusconi ha annullato la sua presenza alla presentazione del libro di Bruno Vespa, Il Palazzo e la Piazza, inizialmente prevista per oggi. Che va oltre la sua indecisione “esistenziale” sull’annuncio della ridiscesa in campo, o il calcolo legato all’opportunità mediatica. La verità è che dietro il grande ritorno si sta consumando un doppio ricatto: Berlusconi che minaccia le elezioni, la nomenklatura del Pdl che minaccia di non seguire Berlusconi al buio. Un doppio ricatto che si sta sviluppando all’ombra del processo Ruby. Perché ormai è chiaro – sono giorni che i suoi avvocati studiano il dossier – che la sentenza arriverà a fine gennaio. È già scritta, per il Cavaliere: condanna per concussione e prostituzione minorile. Il rischio è una condanna in primo grado di sei anni, con tanto di interdizione dai pubblici uffici. Certo, è solo il primo grado, ma la sentenza avrebbe l’effetto dello sfregio definitivo. E taglierebbe le gambe alla candidatura a premier, se non fosse stata già decisa.
Ecco perché Berlusconi vuole già essere in campo a gennaio, costringendo la procura a rinviare la sentenza, e utilizzando il legittimo impedimento di parlamentare e candidato premier. Per ragioni di opportunità, è la tesi dei legali dell’ex premier, i giudici emetterebbero la sentenza chiusa la campagna elettorale. Per questo il Cavaliere, raccontano i pochi che hanno parlato con lui, è pronto a far cadere il governo se non gli verrà concesso l’election day il prossimo 10 febbraio: “La data – dice chi ha parlato col Cavaliere – dipende da Monti, se non si fa l’election day Berlusconi annuncia la fine dell’appoggio al governo. È sufficiente per far salire Monti al Quirinale con le dimissioni”. Sarebbe perfetto: a una settimana dal voto – è il ragionamento di Berlusconi – pure quel “plotone di esecuzione” della procura di Milano eviterebbe la dichiarazione di guerra, e poi, se invece arrivasse, arriverebbe contro uno che prende ancora qualche milione di voti, ovvero contro un leader pienamente in campo. Berlusconi è irremovibile sulla data, che si piega alle sue esigenze processuali, più del 10 marzo.
E’ su questo ricatto istituzionale di Berlusconi al governo (e al Quirinale) che si innesta il secondo ricatto, quello della nomenklatura del Pdl all’ex premier: “Berlusconi – dicono nella cerchia ristretta – è accerchiato”. Stavolta tutto il gruppo dirigente del suo partito non è disposto a immolarsi nell’ordalia finale: l’ex premier in campo, l’offensiva delle procure, un clima da guerra civile. Col rischio di rimanere sotto le ceneri di una condanna e di una sconfitta elettorale. Stavolta, è il ragionamento di Alfano&Co, Berlusconi deve trattare pure coi suoi. La fedeltà non è gratis. Perché non si può pretendere di dividere il Pdl, rifare Forza Italia, rinnovare le liste in nome di una crociata personale sul Rubygate e chiedere alla nomenklatura di suicidarsi politicamente avallando tutto questo.
È di fronte a questa drammatica trattativa che Berlusconi ha scelto il silenzio oggi. Chiedendo di spostare la presentazione. Un fatto che ha alimentato le dietrologie più fantasiose. Oltre che il disappunto di Vespa. Tanto che a fine mattinata è stata la Mondadori a precisare che la presentazione ci sarà il 12 dicembre. Perché la presentazione senza Berlusconi non è nel novero delle possibilità: “E’ il lancio del libro – dicono i ben informati – c’è un accordo che prevede la presenza del Cavaliere”.
Prima di parlare Berlusconi deve convincere i suoi. L’appuntamento con tutto lo stato maggiore è previsto per domani, a palazzo Grazioli, appena Berlusconi rientrerà da Milano in tarda mattinata.Operazione lunga, e nient’affatto banale. Perché le questioni si intrecciano: election day, legge elettorale, futuro del Pdl. La sensazione è che proprio sul partito Berlusconi sia disposto a cedere pur di incassare il sostegno sui dossier che gli stanno più a cuore. Ovvero: rinuncia alla nuova Forza Italia, il che significa ruoli e seggi ai vecchi notabili, in cambio del sostegno sul resto.
Una trattativa dall’esito incerto, soprattutto ora che sulla legge elettorale si è consumato un ennesimo strappo tra l’ex premier e i suoi. Con Berlusconi che ha affossato la riforma in nome della contrarietà alle preferenze, giocando la partita sopra la testa dei suoi capigruppo, e i suoi più possibilisti sulla necessità di un accordo per non entrare in rotta di collisione col Quirinale. E non è un caso che sull’election day in questi giorni non si è letta nemmeno una dichiarazione dei big del Pdl, consapevoli della valenza politica di una sfiducia a Monti in piena discussione sulla legge di stabilità. L’unica è quella di Alfano sabato scorso, che però l’ha fatta dopo aver detto che si fanno le primarie, e che non va diviso il Pdl. Il doppio ricatto, appunto.

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