Source: https://www.laleggepertutti.it/290764_la-revisione-nel-processo-penale
Timestamp: 2020-08-13 03:45:34+00:00

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5 Agosto 2019 | Autore: Mariano Acquaviva
Procedura di revisione della condanna: cos’è e come funziona? Quando si può ottenere la revisione della sentenza di condanna? Cos’è l’errore giudiziario?
Errare è umano: probabilmente è questo ciò a cui pensava il legislatore italiano quando ha deciso che, nel nostro ordinamento, dovesse esserci una procedura dedicata alla riparazione degli errori giudiziari, cioè degli sbagli commessi dal giudice. Anche i magistrati, difatti, possono sbagliare: sono esseri umani, non macchine perfette. L’errore è tanto più grave se viene commesso all’interno di un procedimento penale, ove in gioco v’è la libertà stessa dell’imputato. Cosa accade in caso di errore, cioè di ingiusta condanna? A questa domanda risponde la revisione nel processo penale.
La procedura di revisione consente di rivedere una sentenza di condanna, nel caso in cui siano sopraggiunti elementi che possono far ragionevolmente pensare che sia stato commesso un errore, cioè che sia stato condannato un innocente. Quindi, se anche tu sei stato ingiustamente condannato in via definitiva, devi sapere che è ancora possibile fare qualcosa: anche se i gradi di giudizio sono terminati, non è detta ancora l’ultima parola. Se hai dieci minuti di tempo, mettiti comodo e prosegui nella lettura: vedremo insieme come funziona la revisione nel processo penale.
1 Cos’è la revisione di una condanna?
2 Quali provvedimenti sono soggetti a revisione?
3 Chi può chiedere la revisione?
4 Revisione penale: quando si può procedere?
5 Procedura di revisione: come funziona?
6 Revisione: chi è il giudice competente?
7 Revisione della condanna: come funziona il giudizio?
8 Revisione: cosa decide la corte d’appello?
9 Riparazione errore giudiziario: cos’è?
Cos’è la revisione di una condanna?
La revisione nel processo penale è quella procedura che consente porre riparo agli errori giudiziari, cioè agli errori commessi dai giudici e che consistono nell’ingiusta condanna comminata a chi, in realtà, è innocente.
La revisione, però, non è un quarto grado di giudizio. Mi spiego meglio. Come senz’altro saprai, in Italia esistono tre gradi di giudizio: dopo la prima sentenza è possibile proporre appello ad altro giudice e, dopo ancora, fare ricorso per Cassazione. Mentre ogni grado di giudizio rappresenta un vero e proprio diritto dell’imputato, la revisione si configura come un rimedio straordinario che può essere esperito solamente al ricorrere di determinate circostanze.
In altre parole, non è sempre possibile procedere alla revisione di una condanna ogni volta che lo si vuole: è la legge, come vedremo più nel dettaglio tra poco, a stabilire i casi in cui è eccezionalmente possibile rivedere una sentenza oramai definitiva.
Altra caratteristica della revisione nel processo penale è che ad essa ci si può rivolgere solamente quando una sentenza di condanna sia passata in giudicato: in altre parole, se è possibile ancora proporre appello o ricorso per Cassazione, non sarà possibile fare revisione, in quanto i gradi di giudizio non sono terminati e la sentenza non è ancora passata in giudicato.
Quali provvedimenti sono soggetti a revisione?
Tutti i tipi di condanna, purché definitivi, sono soggetti a revisione: secondo la legge [1], è ammessa in ogni tempo a favore dei condannati, nei casi determinati dalla legge, la revisione delle sentenze di condanna o delle sentenze di patteggiamento, ovvero dei decreti penali di condanna, divenuti irrevocabili, anche se la pena è già stata eseguita o è estinta.
In pratica, è possibile attivare la procedura di revisione nei confronti di ogni condanna, sia che essa sia arrivata da procedimento ordinario (dibattimento) che da patteggiamento, oltre che da rito abbreviato o da decreto penale di condanna. L’unica condizione è che essi siano tutti irrevocabili, cioè definitivi, non più impugnabili.
La legge, inoltre, specifica che la revisione può essere chiesta anche se la pena è già stata scontata (pensa a chi si è già fatto due anni di carcere ma solo dieci anni dopo scopre che c’erano delle prove che lo avrebbero assolto) oppure è estinta (ad esempio per indulto o grazia, oppure per morte del condannato, visto che, come vedremo, la revisione può essere chiesta anche dagli eredi).
Tutto ciò ci fa capire come la revisione nel processo penale sia prevista come un istituto volto a fare giustizia nel caso di errori giudiziari; non importa che la pena sia già stata scontata o non lo sia mai stata: ciò che importa è che una persona ingiustamente condannata possa ottenere il riconoscimento della sua innocenza.
Chi può chiedere la revisione?
Quanto appena detto risulta confermato anche da un’altra disposizione legislativa: la revisione può essere chiesta non solo dal diretto interessato, cioè dal condannato, ma anche dai congiunti o addirittura del procuratore generale della Repubblica.
Dice la legge [2] che la revisione della condanna può essere chiesta:
dal condannato, da un suo prossimo congiunto, dal tutore o rappresentante legale (ad esempio, i genitori del minorenni o il tutore dell’interdetto) ovvero, se il condannato è morto, dagli eredi o dai parenti;
dal procuratore generale presso la corte di appello nel cui distretto fu pronunciata la sentenza di condanna.
In caso di morte del condannato dopo la presentazione della richiesta di revisione, il presidente della corte di appello nomina un curatore, il quale esercita i diritti che nel processo di revisione sarebbero spettati al condannato.
Revisione penale: quando si può procedere?
La vera peculiarità della revisione nel processo penale sta nei casi in cui essa può essere richiesta: la procedura di revisione, infatti, può essere attivata solamente al ricorrere di determinate condizioni stabilite dalla legge.
Come vedremo di qui ad un istante, questi requisiti sono tutti accomunati dalla capacità di poter far giungere il giudice ad una sentenza di proscioglimento. La legge [3] dice infatti che gli elementi in base ai quali si chiede la revisione devono essere tali da dimostrare, se accertati, che il condannato deve essere senza dubbio prosciolto.
Il giudice, inoltre, non può pronunciare il proscioglimento esclusivamente sulla base di una diversa valutazione delle prove assunte nel precedente giudizio. Occorrono, quindi, nuove situazioni che dimostrino inconfutabilmente che il condannato è in realtà innocente.
Quali sono i casi in cui è possibile chiedere la revisione? È sempre la legge [4] a stabilirlo; la revisione può essere richiesta:
se i fatti stabiliti a fondamento della sentenza o del decreto penale di condanna sono incompatibili con quelli stabiliti in un’altra sentenza penale irrevocabile. Ad esempio, Tizio viene condannato per lo stesso furto per cui è già stato condannato, quale autore esclusivo, un’altra persona;
se la sentenza o il decreto penale di condanna hanno ritenuto la sussistenza del reato a carico del condannato in conseguenza di una sentenza del giudice civile o amministrativo, successivamente revocata, che abbia deciso su una questione pregiudiziale. Ad esempio, Tizio viene condannato per invasione di terreni perché il giudice civile non gli ha riconosciuto l’usucapione; successivamente, la sentenza del giudice civile viene revocata e l’usucapione riconosciuta, facendo così cadere anche il reato di invasione;
se dopo la condanna sono sopravvenute o si scoprono nuove prove che, sole o unite a quelle già valutate, dimostrano che il condannato deve essere prosciolto. Si pensi alla deposizione fondamentale di un testimone che si credeva scomparso e che, perciò, non era stato escusso; oppure al rinvenimento di un documento che comprova in maniera inconfutabile l’innocenza del condannato;
se è dimostrato che la condanna venne pronunciata in conseguenza di falsità in atti o in giudizio o di un altro fatto previsto dalla legge come reato. È il classico caso del testimone spergiuro, cioè del testimone che ha dichiarato il falso e che è stato riconosciuto colpevole di falsa testimonianza.
Solamente nei predetti casi è possibile attivare la procedura straordinaria della revisione nel processo penale. Vediamo ora come si svolge il relativo processo.
Procedura di revisione: come funziona?
In presenza delle condizioni elencate nel paragrafo precedente, i soggetti legittimati (e cioè, come detto più sopra, il condannato, i congiunti, gli eredi, i tutori o perfino il procuratore generale) possono avanzare richiesta di revisione della sentenza di condanna.
Secondo la legge [5], la richiesta di revisione è proposta personalmente o a mezzo procuratore speciale (l’avvocato, in pratica); essa deve contenere l’indicazione specifica delle ragioni e delle prove che la giustificano e deve essere presentata, unitamente a eventuali atti e documenti, nella cancelleria della Corte d’Appello competente.
Alla richiesta deve essere allegata tutta la documentazione necessaria ad ottenere la revisione: ed infatti, se ne fosse sprovvista, l’istanza verrebbe sicuramente ritenuta inammissibile e, quindi, rigettata. La legge ha cura di specificare che alla richiesta devono essere unite le copie autentiche delle sentenze che possono sconfessare quella di condanna di cui si chiede la revisione.
Revisione: chi è il giudice competente?
A chi va proposta la richiesta di revisione della condanna? Abbiamo detto sopra che l’istanza va depositata presso la cancelleria della corte d’appello; ma quale? La legge dice che competente è la Corte d’Appello individuata secondo i criteri di individuazione del giudice competente nel caso di procedimenti riguardanti i magistrati. Mi spiego meglio.
Chi vuole ottenere la revisione della condanna deve presentare richiesta alla corte di appello; la corte di appello competente, però, non è quella del capoluogo del proprio distretto (in pratica, quella competente per il territorio ove si risiede), bensì quella del capoluogo di un distretto diverso, stabilito dalla legge. Si tratta di una precauzione che serve ad evitare che sulla revisione giudichi un magistrato che si è già occupato del caso o che, comunque, operi nello stesso distretto.
Revisione della condanna: come funziona il giudizio?
Se la richiesta di revisione non è giudicata inammissibile, il presidente della corte d’appello fissa l’udienza con decreto da notificarsi alle parti interessate. Il giudizio si svolge secondo le normali regole previste per il processo davanti alla corte d’appello: pertanto, se sarà necessario procedere all’assunzione di nuove prove, queste verranno acquisite; se trattasi di nuovi testimoni, verranno sentiti secondo le normali regole dell’esame incrociato.
Nelle more del giudizio, se ne ricorrono le condizioni d’urgenza, la corte d’appello può pronunciarsi sulla sospensione dell’esecuzione della pena o della misura di sicurezza; chiaramente, la sospensione avrà senso solamente se il condannato sta scontando ancora la pena in carcere.
Revisione: cosa decide la corte d’appello?
In caso di accoglimento della richiesta di revisione, il giudice revoca la sentenza di condanna o il decreto penale di condanna e pronuncia il proscioglimento indicandone la causa nel dispositivo. Di conseguenza, ordina la restituzione delle somme pagate in esecuzione della condanna per le pene pecuniarie, per le misure di sicurezza patrimoniali, per le spese processuali e di mantenimento in carcere e per il risarcimento dei danni a favore della parte civile. Ordina altresì la restituzione delle cose che sono state confiscate, ad eccezione delle cose la cui fabbricazione, uso, porto, detenzione e alienazione costituisce reato (ad esempio, le armi).
La sentenza di accoglimento della revisione, a richiesta dell’interessato, è affissa per estratto, a cura della cancelleria, nel comune in cui la sentenza di condanna era stata pronunciata e in quello dell’ultima residenza del condannato. Sempre su richiesta dell’interessato, il presidente della corte di appello dispone che l’estratto della sentenza sia pubblicato a cura della cancelleria in un giornale. Queste misure servono a pubblicizzare l’innocenza della persona ingiustamente condannata.
In caso di rigetto della richiesta, invece, il giudice condanna la parte che l’ha proposta al pagamento delle spese processuali e, se è stata disposta la sospensione, dispone che riprenda l’esecuzione della pena o della misura di sicurezza [6]. L’ordinanza che dichiara inammissibile fin dall’inizio la richiesta, oppure la sentenza che la rigetta nel merito, non pregiudica il diritto di presentare una nuova richiesta fondata su elementi diversi [7].
Va ricordato, infine, che la sentenza (positiva o negativa che sia) che si pronuncia sulla revisione è soggetto a ricorso per Cassazione [8]: si tratta dell’applicazione del principio, sancito a livello costituzionale, del doppio grado di giudizio. Ovviamente, nel caso in cui la revisione venga rigettata, sarà il condannato ad essere interessato ad impugnare la decisione in Cassazione.
Riparazione errore giudiziario: cos’è?
La procedura di revisione della sentenza di condanna è alla base della possibilità, concessa a colui che è stato ingiustamente condannato, di chiedere allo Stato un indennizzo a titolo di riparazione dell’errore giudiziario patito [9].
Se ne vuoi sapere di più su questo specifico argomento, ti consiglio di leggere il mio articolo sul risarcimento per errore giudiziario.
[1] Art. 629 cod. proc. pen.
[2] Art. 632 cod. proc. pen.
[3] Art. 631 cod. proc. pen.
[4] Art. 630 cod. proc. pen.
[5] Art. 633 cod. proc. pen.
[6] Art. 637 cod. proc. pen.
[7] Art. 641 cod. proc. pen.
[8] Art. 640 cod. proc. pen.
[9] Art. 643 cod. proc. pen.

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 Art. 629
 Art. 632
 Art. 631
 Art. 630
 Art. 633
 Art. 637
 Art. 641
 Art. 640
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