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Stati Uniti tra liberalismo e democrazia razziale
1 Stati Uniti tra liberalismo e democrazia razziale La Dichiarazione dei diritti della Virginia L idea secondo cui l uomo è dotato di determina...
Author: Costanza Moroni
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DIRITTO, CITTADINANZA E COSTITUZIONE
1 Stati Uniti tra liberalismo e democrazia razziale
L’idea secondo cui l’uomo è dotato di determinati diritti (inviolabili proprio perché innati e concessi all’uomo stesso da una potenza superiore) non si ritrova solo nella Dichiarazione di indipendenza, ma anche in numerosi altri scritti composti in America nel periodo della Rivoluzione (1763-1787). Tra questi testi, il più importante è sicuramente la Dichiarazione dei diritti redatta il 19 giugno 1776 dalla Convenzione incaricata di elaborare una nuova Costituzione per la Virginia. Rispetto al celebre documento firmato da tutte e tredici le colonie il 4 luglio 1776, nel testo virginiano non si trova alcun riferimento a Dio: in un linguaggio che, ancor più di quello della Dichiarazione di indipendenza, si riallaccia alle idee illuministiche, si afferma che tutti gli uomini sono «per natura» ugualmente liberi. Certo, l’articolo conclusivo della dichiarazione virginiana fa ancora riferimento al «nostro Creatore», ma in un contesto che, soprattutto, appare preoccupato di lasciare a ogni essere umano la più completa libertà di opinione e di culto in campo religioso. Il documento redatto in Virginia si segnala dunque per la sua profonda laicità, che risulta ancora più singolare confrontando la Costituzione della Virginia con quelle delle altre ex colonie, chiamate tutte dagli eventi degli anni 1775-1776 a ridefinire i propri organismi di governo. Nella maggior parte delle Leggi fondamentali adottate nei nuovi Stati, infatti, non si trova ancora una separazione tra Chiesa e Stato così netta come quella che caratterizza la Virginia: anzi, in linea di massima, si nota una chiara tendenza a escludere i cattolici dalla vita pubblica e a considerare la libertà religiosa solo nei termini di possibilità per tutte le sette protestanti di esprimersi liberamente. Si faccia invece attenzione a non esagerare, sia nel testo virginiano sia in tutte le altre Costituzioni, la reale portata di espressioni apparentemente forti e radicali come: «Tutti i poteri appartengono al popolo e da questo derivano». La maggior parte dei rivoluzionari americani, infatti, pur ragionando in termini di contrattualismo, cioè partendo dal presupposto secondo cui lo Stato era il frutto di un originario patto sociale stretto fra i cittadini, non trassero mai, da tale presupposto, conseguenze coerentemente democratiche, cioè non giunsero mai ad accettare l’idea secondo cui a tutti i cittadini doveva essere concesso di partecipare in ugual misura alla vita dello Stato, prescindendo dalle differenze di censo. Nel 1675, quando la polemica tra coloni e Parlamento di Londra si avviava a toccare il suo vertice, James Otis del Massachusetts scriveva: «Nessuna ragione valida può essere invocata, in qualsivoglia Paese, per negare a ogni uomo sano di mente il voto nell’elezione di un corpo rappresentativo». Eppure, quando furono chiamati, negli anni 1775-1776, a elaborare le loro nuove costituzioni, gli uomini come Otis e, più in generale, i rivoluzionari disponibili a compiere il passo della rottura totale con la madrepatria non presero mai seriamente in considerazione il suffragio universale. Il caso più interessante, forse, fu proprio quello del Massachusetts, ove l’intera popolazione maschile adulta fu chiamata a eleggere la Convenzione incaricata di redigere la nuova Costituzione, ma poi, nella legge fondamentale effettivamente elaborata da quella assemblea costituente, venne fissato un criterio censitario di suffragio che, in pratica, escludeva dal voto circa la metà dei potenziali elettori.
La Dichiarazione dei diritti della Virginia
Il testo della Dichiarazione di indipendenza americana del 1776.
IPERTESTO A APPROFONDIMENTO
Ritratto di John Adams, politico e presidente degli Stati Uniti dal 1797 al 1801.
La ragione di un simile atteggiamento va cercata, in primo luogo, nella diffidenza che la maggior parte degli individui colti del tempo nutriva nei confronti del popolo e, quindi, della democrazia. Era opinione diffusa, infatti, che la concessione del suffragio universale avrebbe fatto correre grossi rischi alla proprietà dei singoli individui, ovvero che i nullatenenti si sarebbero serviti dell’accesso al potere legislativo come di uno strumento per impadronirsi della ricchezza altrui. Inoltre, la cultura classica di cui gli uomini del tempo erano imbevuti li spingeva a credere che, nel giro di poco tempo, un regime democratico sarebbe caduto in preda ai demagoghi e, quindi, avrebbe generato una tirannide ancora peggiore di quella inglese appena respinta. In questo contesto, il suffragio censitario era considerato un’istituzione di fondamentale importanza, il solo strumento capace di porre un freno al desiderio di ricchezze dei nullatenenti e alla sete di potere dei capipopolo. Senza dubbio, si può dire che gli intellettuali whigs ostili alla democrazia erano preoccupati, in primo luogo, di difendere i propri interessi di classe, e questo è vero soprattutto tra i grandi piantatori della Carolina del Sud o del Maryland. Eppure, non dobbiamo dimenticare che la maggior parte di quegli uomini aveva un’acutissima consapevolezza del modo d’agire umano, cioè era nutrita di quel pessimismo antropologico che aveva caratterizzato, in passato, il pensiero politico di Hobbes e di Machiavelli. Essi, pertanto, vedevano nella libertà umana qualcosa di estremamente fragile e costantemente minacciato, da difendere a qualsiasi costo, come emerge ad esempio dall’analisi della figura di John Adams (1735-1826), autore nel 1776 di Thoughts on Government. Al fine di prevenire i rischi della democrazia, insieme al suffragio censitario Adams suggerì l’introduzione del bicameralismo, cioè la divisione del potere legislativo in due Camere, una delle quali chiamata istituzionalmente a filtrare e bloccare gli eventuali provvedimenti potenzialmente liberticidi troppo frettolosamente approvati dalla prima. Il successo della moderata proposta di Adams fu, invero, straordinaria. «In cinque Stati le sue proposte servirono di guida, forse la principale guida singola, nella composizione dei primi strumenti di governo; e la loro importanza balza ancor più agli occhi quando si considera che le costituzioni statali – soprattutto quella del Massachusetts – esercitarono un’influenza decisiva sulla Costituzione federale degli Stati Uniti. Giustamente è stato detto che le idee di Adams, più di quelle di ogni altro pensatore singolo, guidarono e pervasero il movimento che stabilì un governo repubblicano in America, e quindi nel mondo moderno» (E.P. Douglass).
Razzismo e legislazione Abisso tra principi e realtà
L’intero discorso americano a proposito della libertà e dei diritti di tutti gli esseri umani era viziato alla base dalla presenza dell’istituto della schiavitù. L’abisso che separava dichiarazioni di principio e realtà effettiva era colmato dal razzismo, per cui il nero era trattato come un eterno ragazzo, immaturo e incapace di badare a sé, bisognoso di una severa disciplina e, soprattutto, della rigorosa guida del bianco. Veniva dato per scontato, ad esempio, che il nero rubasse e non seguisse un codice di comportamento sessuale analogo a quello della buona società bianca; inoltre, molti proprietari terrieri sudisti ritenevano ovvio che il livello di produttività offerto dalla manodopera nera fosse scadente, visto che l’africano – secondo il loro giudizio – tendeva per sua natura all’indolenza e alla pigrizia. La sottomissione e la schiavitù dei neri, dunque, poggiavano sulla convinzione diffusa che essi fossero individui inferiori rispetto ai bianchi, indolenti, indisciplinati e, soprattutto, incapaci di seguire le regole morali tipiche della tradizione cristiana.
IPERTESTO A APPROFONDIMENTO F.M. Feltri, La torre e il pedone © SEI, 2012
Schiavi neri al lavoro nel porto di New Orleans, dipinto del XIX secolo.
Divieto di relazioni razziali miste
Se paragoniamo l’atteggiamento nutrito dagli americani verso i neri e verso gli indiani, notiamo che anche questi ultimi furono, senza dubbio, oggetto di disprezzo arrogante; eppure, la figura dell’indiano riuscì a colorarsi, nell’immaginario collettivo, anche di aspetti romantici, che derivavano dal fatto che fu necessario affrontarlo alla pari, in battaglia. Il nero non ebbe mai un simile privilegio: non fu mai un nobile nemico, che poteva essere odiato, ma anche temuto; era soltanto un animale da lavoro, un capitale investito da proteggere, un bambinone da trattare con atteggiamento patriarcale, in cui la severità e la benevolenza potevano fondersi ed essere complementari. L’unico vero pericolo, in questo caso, poteva venire dagli eccessi cui un essere così poco maturo, adulto e responsabile si sarebbe senz’altro lasciato andare, una volta abbandonato a se stesso: quindi, l’idea di una repentina abolizione dell’istituto della schiavitù generò sempre, anche nei piantatori più moderati ed equilibrati, un profondo senso di angoscia. Questo insieme di atteggiamenti mentali indusse l’approvazione di un complesso sistema legislativo finalizzato a precisare nei minimi dettagli l’esistenza di tutti i soggetti della società americana, che andò gradualmente strutturandosi in tre caste ben distinte: i bianchi liberi, i neri (teoricamente) liberi e i neri schiavi. Questi ultimi erano privi di diritti e tenuti sotto stretta sorveglianza da una durissima legislazione penale: alla metà dell’Ottocento, c’erano in Virginia 72 crimini che, commessi da uno schiavo, comportavano la pena di morte, mentre soltanto due di essi prevedevano la medesima pena per un bianco. Quanto ai neri (in teoria) liberi, e residenti negli Stati del Nord, non solo erano esclusi da varie professioni, dal diritto di possedere terra e dalla possibilità di testimoniare in tribunale contro un bianco, ma addirittura erano esposti al rischio di essere ridotti in schiavitù: in Pennsylvania, ciò accadeva all’inizio del Settecento a chi aveva relazioni con una donna bianca. Anche se, nella pratica, i padroni spesso abusavano delle donne nere di loro proprietà, in linea di principio le relazioni sessuali tra bianchi e neri erano severamente vietate. In Virginia, in base a una legge del 1691, una donna bianca e libera che avesse avuto un figlio da un nero o da un mulatto poteva essere condannata a cinque anni di servitù ed era costretta a cedere il figlio alla parrocchia, che poi lo avrebbe venduto come schiavo (e tale sarebbe rimasto per trent’anni). La legislazione di New York trasformava automaticamente in schiavi tutti i figli nati da madre schiava (chiunque fosse il padre), mentre pene severe colpivano anche il prete o il pastore che avesse accettato di celebrare un matrimonio interrazziale. In tutto il Sud, il padrone che insegnasse a leggere e scrivere ai propri schiavi era punito dalla legge, mentre in Carolina del Sud era prevista la pena di morte per chiunque (bianco o nero che fosse) avesse aiutato uno schiavo fuggiasco o non avesse collaborato alla sua ricerca e cattura.
La democrazia dei signori
Una scarsa mobilità sociale
Di fatto, schiavi o liberi che fossero, i neri erano giudicati «un popolo diverso», al punto che per descriverli si faceva costantemente ricorso al paragone con i paria indiani. La presenza di questo gruppo altro, nei confronti del quale occorreva creare un fronte comune, rafforzò notevolmente i legami all’interno della comunità bianca e aprì la strada alla democrazia. Nella prima metà del XIX secolo, i liberali di tutta l’Europa erano concordi nell’affermare che il suffragio universale era un pericoloso attentato al diritto di proprietà, la porta che avrebbe condotto gli Stati alla rivoluzione, al caos e al comunismo. I più strenui sostenitori del suffragio censitario erano i liberali inglesi, ma in Italia Cavour e l’intera classe dirigente che guidava il Regno di Sardegna dal 1848 al 1861 (e che poi avrebbe guidato il Regno d’Italia) era su posizioni sostanzialmente identiche. Fino agli anni Settanta, in tutti gli Stati europei, il suffragio fu pesantemente limitato dal censo, e solo molto lentamente (a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento) il livello di ricchezza necessario per godere del diritto di voto fu abbassato oppure sostituito con un titolo di studio o la capacità di leggere e scrivere. Infine, sotto pressione dei socialisti e di altri partiti di massa, anche i maschi adulti poveri e scarsamente alfabetizzati del Vecchio continente avrebbero avuto accesso alle urne. Nella Gran Bretagna dell’Ottocento, la mobilità sociale era assai ridotta o del tutto inesistente: i lavori più pesanti e peggio pagati erano affidati a un ceto che tendeva a riprodursi di generazione in generazione e che, quindi, non aveva possibilità di uscire dal circolo vizioso della povertà. Quanto all’Irlanda, la situazione era molto simile a quella americana: nel 1725, una legge minacciò di morte il prete che avesse celebrato clandestinamente un matrimonio misto, mentre l’accesso all’istruzione degli irlandesi era seriamente ostacolato. Anche in Inghilterra le barriere poste alla piena eguaglianza non mancavano: fino al 1867, i dissidenti religiosi (= non anglicani) non potevano entrare in Parlamento e fino al 1871 erano loro precluse le università. I ceti popolari continuano a essere separati dalla classe o casta superiore da un abisso, che faceva pensare a quello vigente in uno Stato razziale. Anche da questa parte dell’Atlantico, una barriera insormontabile separava la comunità dei liberi e dei signori dalla massa dei servi: forse, non era un caso che, intorno alla metà del Settecento, molti autori inglesi mostrassero un vivo apprezzamento per la Polonia e per il suo sistema sociale, in cui un’aristocrazia ricca e potente era a lungo riuscita a tenere sotto scacco la monarchia, mentre dominava su una moltitudine di servi della gleba privi di qualsiasi diritto.
Ritratto di una coppia benestante americana, dipinto del XIX secolo. F.M. Feltri, La torre e il pedone © SEI, 2012
Riferimento storiografico
il 1812, i nuovi Stati che entrarono nell’Unione introdussero fin dall’inizio il suffragio universale maschile; gli Stati fondatori (nati a seguito della rivolta del 1776) cancellarono i requisiti censitari, in origine necessari per godere dei diritti elettorali, al massimo entro il 1830. Così, dopo il numero dei votanti, soprattutto alle elezioni presidenziali, cominciò ad aumentare: nel 1824, il presidente fu eletto da un esiguo 26,5% del totale dei maschi adulti; nel 1828, invece, votò il 56,3% e nel 1840 il 78%. Eppure, bisogna andare molto cauti prima di affermare che gli Stati Uniti degli anni Quaranta o Cinquanta dell’Ottocento erano già una democrazia compiuta. Una definizione di questo genere, infatti, tralascia il dato della presenza della schiavitù, che altera pesantemente il quadro complessivo, ma che invece non può essere trascurato o ignorato. Di fatto, fu la netta linea di demarcazione tra bianchi, da una parte, neri e indiani, dall’altra, a favorire lo sviluppo di rapporti di uguaglianza all’interno della comunità bianca americana. Quella degli Stati Uniti, afferma con limpida durezza lo storico italiano Domenico Losurdo, era in realtà una Herrenvolk democracy, ovvero una democrazia che non valeva per tutti, ma solo per il popolo dei signori. All’atto pratico, la realtà inglese e quella americana ci appaiono società organizzate in gruppi rigorosamente distinti: i privilegiati e i soggetti privi (in tutto o in parte) di diritti. Mentre in America la presenza dei neri facilitò la nascita della democrazia (o meglio, dell’uguaglianza politica per i bianchi), in Inghilterra l’esclusione dai diritti politici coinvolgeva un numero elevatissimo di inglesi, bianchi, ma poveri. In realtà, quelli che su una riva dell’Atlantico si configuravano come rapporti di classe, sull’altra si presentano come rapporti di razza.
Negli USA, la discriminazione censitaria fu superata assai prima che in Europa. Dopo
I soggetti esclusi dalla comunità democratica americana Com’era già accaduto ad Atene, anche nel caso della democrazia americana numerosi soggetti restarono fuori dalla comunità dei privilegiati portatori di diritti. Di fatto, il gruppo si restringeva ai maschi adulti bianchi: donne, neri e indiani erano esclusi a priori. Anche i salariati, però, solo gradualmente e a prezzo di gravi sacrifici riuscirono infine a entrare nel club esclusivo della democrazia. Un mutamento importante si registrò a partire dagli anni Quaranta, allorché si riconobbe che nessuno poteva disporre del corpo di un altro: il lavoratore bianco, nel momento in cui decideva di assumersi i rischi di un impiego pericoloso, diventava un uomo libero, assumendo il diritto ad essere computato tra i membri a pieno titolo della comunità democratica. Dal momento che era l’autonomia individuale a costituire l’essenza del cittadino democratico, i salariati si trovavano in una posizione svantaggiata. Una lunga tradizione europea, che equiparava all’incirca i salariati ai servitori, negava la loro indipendenza: i servitori avevano dei padroni e i padroni tenevano sotto il proprio controllo i servitori. Il movimento inglese dei Levellers del XVII secolo, per quanto fosse radicale nel richiedere l’estensione del suffragio, escludeva comunque «servitori e lavoratori salariati», catalogandoli assieme ai «mendicanti». John Locke non li fece rientrare all’interno del suo contratto sociale e un secolo più tardi neppure Adam Smith li rappresentò come parte senziente [consapevole, n.d.r.] della vita pubblica. […] Uno dei fattori più importanti che accompagnarono l’affermazione dell’individualismo democratico all’inizio dell’Ottocento fu una nuova consapevolezza di possedere il proprio corpo. […] Ebbero un grande successo le campagne contro le punizioni che potevano portare a menomazioni fisiche, campagne che non nascevano tanto da una protesta nei confronti della sofferenza o della violenza, bensì come reazione a qualsiasi pretesa «estrema» di infliggere danni al corpo. L’abolizione della fustigazione nella marina, intorno alla metà del secolo, fu il coronamento di questo processo; pertanto il diritto di tutti i cittadini maschi bianchi di disporre autonomamente del proprio corpo divenne un consolidato principio democratico. […] La stretta connessione tra l’ordinamento democratico e la proprietà assoluta del proprio F.M. Feltri, La torre e il pedone © SEI, 2012
IPERTESTO A APPROFONDIMENTO UNITÀ 7
Un marinaio americano viene fustigato davanti ai suoi compagni, testimoni del terribile castigo. Punizioni di questo tipo, chiaramente contrarie ai valori esplicitati nella Dichiarazione dei diritti redatta il 19 giugno 1776, erano tutt’altro che infrequenti nella società americana.
corpo consente di comprendere la prospettiva dei lavoratori salariati in merito alla legislazione sul lavoro del XIX secolo: prospettiva che si deve far risalire alla celebre decisione del giudice della Corte Suprema del Massachusetts, Lemuel Shaw, nel processo Farwell vs. Boston & Worcester Railroad del 1842, la quale stabilì che la responsabilità degli incidenti sul lavoro dovesse ricadere quasi interamente sui lavoratori stessi. In parte, la sentenza costituì un agghiacciante trionfo del sistema capitalistico, in quanto gli imprenditori si prendevano tutti i profitti, mentre i lavoratori si assumevano tutti i rischi. Senza dubbio Shaw, come i giudici della Corte Suprema federale, intendeva rimuovere gli elementi che potevano ostacolare l’imprenditoria industriale e al tempo stesso vedeva nei crescenti costi legati agli incidenti in fabbrica uno di quegli ostacoli. Ma c’erano delle buone ragioni se nessuna organizzazione dei lavoratori e nessun difensore dei diritti della classe operaia montò una campagna contro la sentenza Farwell nel corso del XIX secolo. […] Nel contesto dell’affermazione della democrazia, la sentenza Farwell fu un compromesso. Da una parte, infatti, agli operai toccava la responsabilità della propria sicurezza sul lavoro. Come affermò il giudice Shaw, con freddezza ma anche con una certa logica, la sentenza affidava il controllo dei rischi «a coloro che meglio avrebbero potuto difendersi da essi». In effetti le squadre di operai spesso formavano delle piccole comunità, dove erano più o meno tutti uguali, si controllavano gli uni con gli altri e vigilavano anche sul luogo di lavoro; se non lo facevano loro, nessun altro lo faceva. In cambio, la sentenza Farwell riconosceva un sostanziale grado di libertà agli operai. Nel contesto della decentralizzazione proprio del mondo del lavoro dell’America ottocentesca, infatti, molti di questi gruppi di operai erano quasi completamente autonomi: erano loro a insegnare il mestiere ai nuovi arrivati, a organizzare le loro giornate lavorative, a badare a se stessi. La posta in gioco in questa sfida era altissima: quelli che ce la facevano diventavano sul lavoro uomini liberi; quelli che non ce la facevano – un errore, un serio incidente – cadevano in povertà. Nessuno sa quanti di questi lavoratori scelsero di buon grado di correre il rischio e quanti, invece, vissero con il rimpianto di averlo accettato. In ogni caso furono queste condizioni, per quanto pesanti, a dare significato sia alla democrazia sia al capitalismo nell’America degli anni Quaranta dell’Ottocento. […] La spinta della classe lavoratrice per ottenere l’indipendenza sul lavoro, che comprendeva anche la disponibilità ad assumersi personalmente i rischi di solito legati alla piena e totale indipendenza, crebbe nel corso del secolo. Lavori specializzati altamente pericolosi, per esempio nel trasporto ferroviario, nella siderurgia e nelle miniere di carbone, divennero fra i mestieri più ambiti dai lavoratori americani. In nessuna di queste industrie le organizzazioni dei lavoratori hanno lasciato traccia di un interesse per le misure riguardanti la sicurezza sul lavoro; al contrario, in tutti i casi, l’operaio specializzato era responsabile del proprio lavoro e della propria sicurezza e la carneficina era spaventosa. Anche in assenza di un computo sistematico da parte del governo, le prove che possediamo suggeriscono che l’assunzione del rischio comportò un terribile prezzo sui luoghi di lavoro. Alla fine del XIX secolo, il 40% dei lavoratori impiegati nelle ferrovie di Santa Fe subiva annualmente un qualche incidente. Uno studio settennale condotto dall’Illinois Central Railroad concluse che tra i laF.M. Feltri, La torre e il pedone © SEI, 2012
R.H. WIEBE, La democrazia americana, il Mulino, Bologna 2009, pp. 160-171, trad. it. G. GUAZZALOCA
Spiega la ragione per cui la sentenza del 1842, relativa agli incidenti sul lavoro, rappresentò un agghiacciante trionfo del sistema capitalistico. Per quale motivo la sentenza del 1842 malgrado tutto costituì uno straordinario passo avanti in direzione della democrazia? Per quale ragione i lavori più pericolosi erano comunque assai ricercati dagli operai americani?
voratori specializzati uno su venti subiva menomazioni totalmente invalidanti e quelli non specializzati ne subivano forse ancora di più. […] Uno studio del 1910 riportava che nelle ferrovie americane la quota annua degli incidenti mortali era tre volte superiore a quella inglese ed era di cinque volte superiore il numero complessivo degli incidenti; mentre rispetto alle ferrovie tedesche il rapporto era rispettivamente di due e mezzo e di cinque. All’inizio del XX secolo un controllo a campione effettuato nelle miniere di carbone americane rivelò che il numero dei morti era più di tre volte maggiore che in Belgio e quasi tre volte superiore a quello registrato in Gran Bretagna.
Sgombrato il campo dall’agiografia [storia sacra, idealizzata, n.d.r.], nella ricostruzione della storia del liberalismo conviene prendere le mosse dallo slogan agitato dai coloni americani ribelli: «Non vogliamo essere trattati come negri». La ribellione inizia per un verso rivendicando l’uguaglianza, per un altro verso ribadendo e approfondendo ulteriormente la disuguaglianza. Le due rivendicazioni sono inestricabilmente intrecciate: proprio perché istituiscono una netta superiorità rispetto ai neri e ai pellerossa, i coloni si sentono perfettamente uguali rispetto ai gentiluomini e proprietari che siedono a Londra, ed esigono che tale eguaglianza sia riconosciuta e consacrata a ogni livello. […] Non c’è dubbio che la tragedia dei pellerossa conosce una drastica accelerazione con la fondazione degli Stati Uniti. L’interesse della Gran Bretagna ai possedimenti d’oltre Atlantico era commerciale piuttosto che territoriale; e ad accusare gli insorti di sistematica politica di genocidio sono i lealisti rifugiatisi in Canada. Se nulla hanno guadagnato i pellerossa dalla rivoluzione americana, come si pone la questione in relazione ai neri? La fondazione degli Stati Uniti comporta l’avvento di uno Stato razziale e il consolidamento senza precedenti di una schiavitù-merce su base razziale. È vero, in coerenza con le parole d’ordine di lotta contro la schiavitù (politica) agitate nel corso della rivolta contro l’Inghilterra, gli Stati del Nord aboliscono la schiavitù propriamente detta, ma non per questo i neri acquistano la libertà, confinati come sono in una «casta», che non è quella degli uomini liberi. In ogni caso, c’è un fatto che dà da pensare: nelle sue colonie, la Gran Bretagna abolisce nel 1834 la schiavitù, la quale continua a sussistere negli Stati Uniti ancora per tre decenni. Perfino la condizione dei neri è qui ben peggiore che non, ad esempio, in Canada: in questa colonia britannica, tra il 1850 e il 1860, trovano rifugio 20 000 neri che abbandonano gli Stati Uniti, dove temono che la legge sulla restituzione ai legittimi proprietari degli schiavi fuggitivi possa fornire pretesti alla schiavizzazione anche dei neri liberi. […] Ben si comprende allora la domanda cruciale che, in relazione alla rivolta dei coloni inglesi in America, si pongono eminenti studiosi statunitensi: è stato realmente una rivoluzione il «movimento di emancipazione politica di una sezione dei coloni bianchi dal controllo dell’Inghilterra» (Van den Berghe), oppure ci troviamo in presenza di «una ribellione reazionaria da parte dei proprietari di schiavi»? Almeno in riferimento al Sud, è questo l’aspetto principale: «Una volta rimossa la minaccia dell’interferenza britannica e con un governo centrale relativamente debole cui opporsi, la via del potere regionale era aperta davanti ai proprietari di schiavi, che costituivano la sola classe capace di percorrerla» (Genovese). A una conclusione non dissimile si è giunti a partire dall’analisi del rapporto che l’Unione nel suo comF.M. Feltri, La torre e il pedone © SEI, 2012
7 Stati Uniti tra liberalismo e democrazia razziale
Secondo l’autore, nella ricostruzione storica del pensiero liberale europeo e della democrazia americana si tende a dimenticare che, per molto tempo, concetti come libertà naturali o diritti inviolabili venivano applicati solo alla comunità dei signori. In Inghilterra, essa a lungo comprese solo gli aristocratici, i proprietari terrieri e i ricchi borghesi, ma escluse i cattolici irlandesi e i poveri. Negli Stati Uniti, libertà e diritti (compreso il suffragio) furono precocemente estesi a tutti i bianchi; in realtà, mentre cadevano o si attenuavano le barriere di censo e quelle religiose, si facevano più rigide quelle di tipo razziale.
Le contraddizioni della rivoluzione del 1776 e della democrazia americana
plesso istituisce coi pellerossa: la rivoluzione «ha qualcosa del carattere di una rivolta dei coloni contro la politica imperiale» (Fredrickson) di relativa protezione dei nativi. A questo punto, è possibile istituire un confronto tra il ruolo giocato in primo luogo dalla «questione dei pellerossa» in occasione della ribellione dei coloni sfociata nella rivoluzione americana e il ruolo che la «questione nera» ha svolto nello scatenamento della guerra di Secessione: «Prima del 1776, promulgando i regolamenti che restringono l’espansione geografica dei coloni al di là degli Appalachi, le autorità britanniche si alienano i ricchi proprietari di piantagioni, i mercanti con investimenti speculativi nei territori dell’Ovest, così come gli agricoltori meno agiati, che sperano in un nuovo inizio, a buon mercato, sulle terre vergini… Nel 1860-61, allorché l’amministrazione repubblicana da poco eletta promette di proibire l’ulteriore espansione ad Ovest della schiavitù, la risposta della maggior parte dei bianchi del Sud è un’altra rivoluzione per l’autonomia politica» (Bowman). Se così stanno le cose, la storia degli Stati Uniti sarebbe caratterizzata da due secessioni reazionarie (o con componenti reazionarie più o meno forti), l’una vittoriosa e l’altra sconfitta; e, pur sconfitta, la seconda si collocherebbe su una linea di sostanziale continuità rispetto alla prima. […] È veramente corretto definire gli Stati Uniti del 1844 (l’anno della pubblicazione della Questione ebraica) «il paese dell’emancipazione politica compiuta» [la definizione è di Karl Marx, n.d.r.]? Certo, il riferimento è al rapido dileguare della discriminazione censitaria, che invece continua a essere ben presente nella Francia della monarchia di luglio e nell’Inghilterra di quegli anni. Epperò a stimolare questo diverso sviluppo sono, per quanto riguarda
Alfred Jacob Miller, La moglie indiana del cacciatore, dipinto del XIX secolo. Negli Stati Uniti dell’Ottocento le unioni miste erano fortemente osteggiate e di fatto solo la popolazione bianca poteva godere dei pieni diritti e di tutte le libertà sancite dalla Dichiarazione di indipendenza.
la repubblica nord-americana, la disponibilità di terra (sottratta agli indiani) e lo sconfinamento nella schiavitù di larga parte delle «classi pericolose». E cioè, la barriera del censo si rivela ben più fragile per il fatto che è ben più rigida la barriera della razza. Con una diversa formulazione: negli Stati Uniti la democrazia emerge prima perché emerge come democrazia Herrenvolk, come «democrazia per il popolo dei signori», e questa forma determinata si rivela così tenace da sopravvivere per molti decenni alla guerra di Secessione. È ben difficile parlare della democrazia Herrenvolk come di una compiuta emancipazione politica. Anche a voler limitare il confronto ai paesi del Nuovo Mondo, alcune domande si impongono: è più avanzata l’emancipazione politica nella repubblica nord-americana, che in questo periodo vede fiorire la schiavitù e che pochi anni prima aveva esteso tale istituto al Texas strappato al Messico, oppure l’emancipazione risulta più avanzata per l’appunto nel Messico e in quei paesi latino-americani che hanno cancellato l’istituto della schiavitù già alcuni decenni prima? In questi anni i dirigenti e gli ideologi statunitensi amano contrapporre positivamente il divieto di miscegenation [incrocio tra razze diverse, n.d.r.] da loro fatto rispettare al meticciato che dilaga in America Latina: dov’è che si rivela più avanzata l’emancipazione politica? D. LOSURDO, Controstoria del liberalismo, Laterza, Roma-Bari 2005, pp. 297-303, 316-317
In quale scenario si manifestarono pienamente le incoerenze del liberalismo britannico? Spiega l’espressione «rapido dileguare della discriminazione censitaria». Losurdo è d’accordo con il giudizio formulato da Marx sulla democrazia americana?
Report "Stati Uniti tra liberalismo e democrazia razziale"

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