Source: https://www.laleggepertutti.it/337705_da-oggi-la-colf-in-nero-potra-incastrare-cosi-il-datore-di-lavoro
Timestamp: 2020-08-11 19:59:40+00:00

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Da oggi la colf in nero potrà incastrare così il datore di lavoro
La badante o la collaboratrice domestica possono nascondere in tasca un registratore o una piccola telecamera spia per provare il rapporto di lavoro.
Da oggi in poi, la colf in nero potrà incastrare molto più facilmente chi non vuole regolarizzarla. Difatti, con una sentenza rivoluzionaria che la Cassazione ha emesso poche ore fa [1], i giudici hanno ammesso l’utilizzo, da parte della collaboratrice domestica, di registratori e telecamere in casa del proprio datore di lavoro. Lo scopo, ovviamente, è precostituirsi la prova per un successivo processo nel quale chiedere arretrati, buonuscita e ferie.
Due sole sono le condizioni poste dai giudici supremi per evitare un’incriminazione per violazione della privacy: la collaboratrice domestica deve essere fisicamente presente, mentre la telecamera è in modalità “on”; inoltre, nell’occhio del dispositivo, non devono finire scene di vita privata.
Ben venga, quindi, la possibilità di usare dispositivi di registrazione in casa altrui anche se non autorizzati, ma con queste due semplici cautele. Non importa che nei filmati finiscano i mobili, l’arredo, magari dell’argenteria o l’interno dei guardaroba con la biancheria intima: non c’è alcuna interferenza nella vita privata (reato punito dall’articolo 615 bis del Codice penale) se non si filmano momenti privati, non strettamente attinenti al lavoro della domestica.
La prova video è, dunque, valida e può essere usata nel corso del processo di lavoro.
Leggi anche Come tutelarsi da una colf in nero.
Legittimo l’uso di microspie a casa del datore di lavoro se non si riprendono anche scene di vita privata estranee all’attività lavorativa.
Dall’altro lato e di converso, la Cassazione ha sempre qualificato come reato il comportamento del padrone di casa che spia la colf o la badante lasciando una telecamera nascosta: si tratta di una violazione delle norme dello Statuto dei lavoratori che vietano il controllo a distanza dei dipendenti.
Ed è stata sempre la Cassazione a spiegare, in passato, che il titolare dell’immobile non può lasciare un registratore o un altro dispositivo video per filmare conviventi o anche ospiti occasionali se lui, in quel momento, si allontana: la sua assenza genera nei terzi la convinzione di non essere visti o sentiti, concedendo loro quel margine di privacy che non si può violare.
[1] Cass. sent. n. 46158/19.
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Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 5 luglio – 13 novembre 2019, n. 46158
Presidente Stanislao – Relatore Mazzitelli
1. Con sentenza, emessa in data 5/12/2017, la Corte d’Appello di Torino ha confermato la sentenza emessa in data 10 novembre 2015 dal locale Tribunale, con cui D.S.M.M. è stata condannata alla pena di mesi quattro di reclusione, oltre al rimborso delle spese e al risarcimento del danno in favore della parte civile costituita, in relazione al reato di cui all’art. 615 bis c.p., contestato alla prevenuta per aver effettuato riprese fotografiche all’interno dell’abitazione di M.C. e M.R. , poi prodotte in sede di giudizio relativo al rapporto di lavoro subordinato intercorso tra le parti lese e la stessa D.S. .
2. L’imputata, tramite difensore di fiducia, ha proposto ricorso per cassazione, con cui ha dedotto i seguenti motivi.
2.1 Vizi di violazione di legge e di motivazione, ex art. 606, comma 1 lett. b) ed e), codice di rito, in relazione al reato di cui all’art. 615 bis c.p..
La riservatezza domiciliare, bene giuridico in considerazione del quale è stato introdotto il reato in questione, non è lesa, ove le riproduzioni fotografiche siano limitate ad una mera raffigurazione spaziale, operata, peraltro, dall’esponente, pienamente autorizzata ad accedere ad ogni parte del domicilio protetto. Si tratterebbe di un’inevitabile forzatura del concetto di vita privata, posto che l’art. 615 bis c.p., intende sanzionare riprese di vite attinenti alla vita privata, non già la condotta, lecita, di procurarsi immagini dei luoghi indicati nella medesima disposizione. In tale ottica è auspicabile una lettura costituzionalmente orientata in distonia con quanto sostenuto invece nella sentenza impugnata.
2.2 Vizio di motivazione, ex art. 606, comma 1, lett. e), codice di rito, con riferimento agli art. 51 e 615 bis c.p.p.. Sarebbe errata l’argomentazione del giudice d’appello secondo cui la produzione dei fotogrammi nella causa giuslavoristica intentata dall’odierna ricorrente non sarebbe scriminata in ogni caso dall’esimente dell’esercizio di un diritto. Si confonde così la condotta, consistita nell’aver effettuato le riprese fotografiche in questione, con quella di utilizzarne il risultato, il che dimostrerebbe il vizio motivazionale.
1. L’art. 615 bis c.p., punisce chi, con strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura notizie o immagini relative alla vita privata che si svolge nei luoghi indiati dall’art. 614 c.p..
Il riferimento ai luoghi indicati nell’art. 614 c.p., è puramente indicativo di un richiamo a quei luoghi, senza che la disciplina del reato di violazione di domicilio possa essere a sua volta recepita nella disposizione sopra richiamata.
Al riguardo, va richiamata la giurisprudenza di legittimità, secondo la quale il riferimento, contenuto nell’art. 615 bis c.p., comma 1, ai luoghi indicati nell’art. 614, dello stesso codice, ha la funzione di delimitare gli ambienti nei quali l’interferenza nella altrui vita privata assume penale rilevanza, ma non anche quella di recepire il regime giuridico dettato dalla disposizione da ultima citata. (Sez. 5, n. 9235 del 11/10/2011 – dep. 08/03/2012, M., Rv. 251999).
Delineato così il parametro di applicazione della fattispecie criminosa contestata, va detto che secondo la giurisprudenza di legittimità più recente, non integra il reato di interferenze illecite nella vita privata (art. 615 bis c.p.) la condotta di colui che, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva, in un’abitazione in cui sia lecitamente presente, filma scene di vita privata, in quanto l’interferenza illecita normativamente prevista è quella realizzata dal terzo estraneo al domicilio che ne violi l’intimità, mentre il disvalore penale non è ricollegato alla mera assenza del consenso da parte di chi viene ripreso. (Sez. 5, n. 27160 del 02/05/2018 – dep. 13/06/2018, C, Rv. 273554).
Va richiamata, altresì, altra pronuncia, secondo la quale integra il reato di interferenze illecite nella vita privata di cui all’art. 615-bis c.p. la condotta di colui che, mediante l’uso di strumenti di captazione visiva o sonora, all’interno della propria dimora, carpisca immagini o notizie attinenti alla vita privata di altri soggetti che vi si trovino, siano essi stabili conviventi o ospiti occasionali, senza esservi in alcun modo partecipe; ne consegue che detto reato non è configurabile allorché l’autore della condotta condivida con i medesimi soggetti e con il loro consenso l’atto della vita privata oggetto di captazione. (Sez. 5, n. 36109 del 14/05/2018 – dep. 27/07/2018, C, Rv. 273598).
Tali pronunce delineano, in modo chiaro e netto, la riferibilità dell’autore del reato ad un soggetto che carpisca immagini relativi a luoghi di privata dimora in cui il medesimo non sia ammesso, il che costituisce all’evidenza la realizzazione di un atto di interferenza nell’ambito privato altrui.
Ulteriore presupposto di tale reato, desumibile dai richiamati arresti giurisprudenziali, è poi costituito, da un lato, dalla compartecipazione dell’autore delle riprese all’evento, oggetto di disamina, e, d’altro canto, dal disvalore obiettivo delle immagini, riprese da un soggetto, lecitamente inserito nei luoghi di privata dimora (dizione, quest’ultima, presupponente un preventivo consenso da parte dei titolari all’accesso a tali luoghi da parte del soggetto i questione).
2 Poste tali premesse, implicanti un approfondimento e un’analisi della ratio della disposizione e del suo ambito di applicazione, va detto che, nel caso di specie ricorrono le condizioni per un proscioglimento ampio, perché il fatto non sussiste.
Nella fattispecie è indubbio che l’odierna ricorrente fosse autorizzata ad accedere nel luogo di abitazione delle parti lese.
Altro dato pacifico è rappresentato dalla produzione delle immagini, relative agli ambienti interni e al mobilio ivi presente, nel corso del giudizio, avente ad oggetto il rapporto di lavoro subordinato intercorso tra la prevenuta e le parti lese.
E ciò è confermato, senza necessità di richiamare l’esimente dedotta, anche dalla limitatezza del fatto, considerato obiettivamente, al solo ambito del giudizio, a fini strettamente legati alla difesa della stessa ricorrente.
Trattasi di circostanze che escludono per altra via il carattere indebito della ripresa limitata ad una ristretta utilità.
3. Alla luce delle considerazioni esposte, si deve annullare la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.
18/01/2020 alle 13:09
Un mio genitore, per una improvvisa patologia, fu ricoverato in ospedale per 45 giorni quasi ininterrotti. Per via della sopraggiunta (e poi superata) difficoltà a deambulare, mi chiese di trovare un assistente diurno presso una persona di sua conoscenza. Trovato un soggetto che si dichiarava disponibile, questi si accordava direttamente con il mio genitore per essere presente, ma non voleva essere regolarizzato. Ora che il mio genitore è deceduto, mi scrive l’avvocato del soggetto in questione, pretendendo gli arretrati contributivi, oltre che la regolarizzazione economica. Come devo comportarmi?
18/01/2020 alle 13:17
Purtroppo, assumere regolarmente una persona che svolge attività di badante è un obbligo imposto dalla legge, a prescindere dalla volontà del lavoratore stesso. Nell’ambito del lavoro domestico, infatti, Suo padre assume, a tutti gli effetti, il ruolo di datore di lavoro, pur non nelle vesti che intendiamo solitamente.Quello che il legislatore intende tutelare, infatti, riguarda la salute del lavoratore e anche gli interessi del datore di lavoro: cosa accadrebbe se il badante si facesse male durante i servizi di assistenza? Mancando una copertura assicurativa, di certo sarebbe un problema del datore di lavoro, esistendo su di lui la responsabilità delle cose in custodia.Nel caso in cui, come il Suo, il potenziale lavoratore mostra la sua volontà di non essere messo in regola e, quindi, di guadagnare le somme in nero, allora non resta che persuaderlo, o cercare altrove, rifiutando le sue prestazioni.Ciò significa, quindi, che la richiesta del legale di controparte è, almeno in astratto, legittima.La richiesta viene avanzata nei Suoi confronti, posto che – presumo – Lei ha accettato l’eredità del padre, subentrando nei crediti e nei debiti del defunto.Ovviamente, tutte le questioni riguardanti gli importi richiesti saranno da dimostrare (dovrà farlo il lavoratore tramite testimoni, o altri documenti); pertanto, non corrispondendo al vero il fatto che lo stesso abbia lavorato per 90 giorni, sarà difficile dimostrare l’assunto stesso, a meno che non si munisca di testimoni falsi.In quest’ultimo caso, Lei potrebbe far mandare gli atti alla procura per falsa testimonianza.Le voci relative a tredicesima, ferie non godute, omessi versamenti contributivi e quant’altro sono la normale conseguenza dell’omessa assunzione in regola del lavoratore: avendo lo stesso lavorato in nero, non ha ovviamente goduto di tutti quei diritti riconosciuti al lavoratore.Ma cosa rispondere al legale? Questo dipende da quello che si vuole contestare:se si vuole (cercare di) evitare di pagare nessuna somma, allora occorrerà disconoscere qualsiasi tipo di lavoro effettuato dal badante in favore di Suo padre. Infatti, essendo obbligo del datore di lavoro quello di assumere in regola il proprio dipendente, non si potrà fare alcuna discussione sulla mancanza di volontà di quest’ultimo di essere messo in regola; in questo caso, il lavoratore dovrà dimostrare di aver svolto attività presso Suo padre, l’arco temporale, quanto ha incassato e quanto pretende di incassare, etc …;se, invece, si vuole riconoscere il fatto che il lavoratore abbia lavorato per conto di Suo padre, ma si vogliono contestare i calcoli effettuati e i giorni presi a riferimento per considerare l’attività lavorativa effettuata, allora occorrerà riscontrare il legale rappresentando la verità oggettiva dei fatti, e non quella soggettiva ricostruita mendacemente dal lavoratore in questione.
Per dimostrare l’assenza di subordinazione, come anche l’attività espletata per 45 giorni (e non 90), occorrerà individuare dei testimoni che possano confermare tali assunti; in particolare, occorrerà provare:che il lavoratore non aveva orari;
che il lavoratore non riceveva direttive da nessuno;che il lavoratore, di sua sponte, svolgeva attività di assistenza e che Suo padre procedeva non al pagamento di uno stipendio, ma alla consegna di regalie, a titolo di ringraziamento;che, oltre quel determinato arco temporale di 45 giorni, il lavoratore non si è più recato presso la casa di Suo padre.La prova potrà essere raggiunta anche documentalmente, pertanto, bisognerà fare attenzione anche ai semplici messaggi telefonici, con i quali si indicava al lavoratore quando venire, cosa fare e altro. In questo caso, sarebbero considerati come elementi di prova, atti a dimostrare l’attività lavorativa e la subordinazione.Come Le anticipavo, saranno loro a dover provare la subordinazione e l’attività lavorativa per 90 giorni e non Lei a dover dimostrare il contrario.Infatti, ai sensi dell’articolo 2697 del codice civile, chi vuol fare valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento. Chi eccepisce l’inefficacia di tali fatti, ovvero eccepisce che il diritto si è modificato o estinto deve provare i fatti su cui l’eccezione si fonda.Pertanto, in un eventuale giudizio, è sempre auspicabile munirsi di testimoni che possano smentire le prove portate dalla controparte.

References: sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 606
 sentenza 
 art. 606
 art. 51
 sentenza