Source: https://lucatleco.wordpress.com/2012/06/09/
Timestamp: 2020-04-02 00:29:50+00:00

Document:
09 | giugno | 2012 | l u c a t l e c o
Tutti gli articoli per il giorno 9 giugno 2012
Dos Santos a Udine per Handanovic (da calciomercato.com)
Pubblicato da lucatleco in 9 giugno 2012
Pubblicato in: antisport, il messico da là.	Lascia un commento
La bottega friulana continua ad attirare compratori da tutto il mondo, dopo aver quasi ceduto Isla ed Asamoah alla Juve il presidentissimo Pozzo sta cercando di cedere al miglior offerente Samir Handanovic, il portiere titolare dell’Udinese.
I contatti con l’Inter sono ben avviati, visto che i nerazzurri vorrebbero cedere Julio Cesar, gravato da un contratto assai oneroso. L’alternativa per i friulani viene dalla Premier League, secondo clubcall.com il Tottenham ha offerto 10 milioni di sterline e il cartellino di Giovanni Dos Santos per portare in Inghilterra il portierone sloveno.
L’offerta è interessante, anche perchè i Pozzo seguono da tempo Dos Santos, ex stella del Barcellona che ancora non ha fatto il salto di qualità definitivo
Udinese in Messico: Obiettivo Fabian (da calciomercato.com)
L’Udinese cerca rinforzi per la prossima stagione e ha messo gli occhi su Marco Fabian, trequartista classe 1989 in forza al Chivas, che ha ben impressionato con il Messico nell’ultimo torneo di Tolone.
Spagna, gli aiuti dell’Unione Europea per risanare i debiti delle squadre di calcio (da Il Fatto)
Pubblicato in: antisport, €urolandia, banch€ & finan$a, calcio.	Lascia un commento
Dietro la crisi di sistema bancario iberico ci sono gli enormi debiti delle società calcistiche, che ammontano a circa 5 miliardi di euro. Di cui 4 sono verso gli istituti di credito che hanno finanziato ricapitalizzazioni, coperto buchi e aiutato i club nell’acquisto di calciatori
Altro che occupazione, sanità o istruzione. Gli aiuti dell’Unione Europea servono a pagare gli stipendi milionari delle stelle del pallone spagnolo e a ripianare i debiti delle società. La ‘bella notizia’ è che saremo quindi noi, attraverso il pacchetto che di aiuti che la UE si appresta a concedere alla Spagna, a pagare la decina di milioni netti l’anno che si intascano Cristiano Ronaldo per i suoi dribbling sulla fascia, Messi per i suoi scavetti davanti al portiere e Mourinhoper le sue polemiche che ci allietano la giornata al bar. E già, perché dietro la crisi di sistema che ha colpito le banche spagnole ci sono gli enormi debiti delle società di calcio, che ammontano a circa 5 miliardi di euro. Di cui 4 sono verso gli istituti di credito che puntualmente hanno finanziato ricapitalizzazioni, coperto buchi e financo aiutato i club nell’acquisto di calciatori.
La crisi di Bankia ne è la cartina di tornasole. Nata due anni fa dalla fusione di sette istituti di credito, quotata in borsa, l’istituto di credito è subito crollato sotto il peso di assets tossici, derivati e compagnia bella. Con un buco dichiarato di 19 miliardi, a maggio la banca è stata parzialmente nazionalizzata dal Governo spagnolo al grido di privatizziamo i profitti e socializziamo le perdite. Eppure il mese scorso, nel pieno della crisi, il presidente del Barcellona Rosell si è rivolto a loro per ottenere l’ennesimo finanziamento per la campagna acquisti del club. Le relazioni pericolose tra banche, governi regionali e società di calcio in Spagna risalgono alla notte dei tempi.Regionalismo, autonomia e indipendentismo creano situazioni clientelari e favoritismi in cui lo sfruttamento del tifo calcistico diventa parte integrante del successo politico ed economico dei vari gruppi di potere.
Nel 2009 il Real Madrid per mantenere alto il nome dei suoi Galácticos, si rivolse a Caja Madrid (uno dei sette istituti che dall’anno dopo partecipò alla costruzione di Bankia) per ottenere un prestito a basso tasso di interesse. Fu grazie alla banca che poté acquistare Cristiano Ronaldo (90 milioni) e Kaka (65 milioni). Nello stesso anno il Valencia si rivolse a Bancaja (anche loro oggi in Bankia) per evitare di dichiarare fallimento: operazione inutile visto che oggi la società valenciana ha un debito di quasi 400 milioni a fronte di entrate annue che superano di poco i 100. Nell’agosto del 2011 poi, la stessa Bankia, al momento di chiedere un prestito alla BCE ha utilizzato come garanzie delle obbligazioni emesse attraverso un fondo che aveva a sua volta come garanzia i prestiti a una serie di imprese tra cui il Real Madrid. In pratica ha utilizzato Ronaldo e Kaka come delle specie di ‘bond’.
Come detto, il debito delle società spagnole delle prime tre divisioni calcistiche supera i 5 miliardi: 4 sono verso le banche, 1 lo devono allo stato tra tasse arretrate e oneri vari. La soluzione? Innanzitutto chiedere all’Europa i soldi per ripianare i debiti bancari, e di riflesso fare in modo che non si debbano chiedere subito e tutti insieme i crediti alle società di calcio, che altrimenti sparirebbero nel nulla da un giorno all’altro. Se in Spagna manca il pane che almeno ci siano le brioches di Messi. Ai club è stata poi concessa una dilazione di 8 anni per rientrare dei debiti entro il 2020, a partire dalla stagione 2014-15. Per fortuna il ministro dello sport Wert, bontà sua, ha dichiarato: “E’ diffusa la sensazione che il calcio abbia ricevuto un trattamento di favore”. E ha stabilito con la Liga Nacional de Fútbol Profesional (che gestisce prima e seconda divione) che il 35 per cento dei diritti televisivi andrà come garanzia degli arretrati.
Ma gli aiuti al calcio non finiscono qui. Dal ritiro di Gniewino, dove la Spagna campione in carica prepara l’Europeo (esordio domenica contro l’Italia) è rimbalzata la voce secondo cui la nazionale avrebbe contrattato con il governo spagnolo una detassazione ‘ad squadram‘ sul premio in caso di vittoria. Siccome sul premio previsto di 300 mila euro cadauno ogni giocatore avrebbe dovuto lasciarne il 52 per cento (156 mila) nelle casse dello Stato, per non spremere troppo i poveri giocatori è stato firmato un accordo intergovernativo tra la Spagna e i paesi ospiti, Ucraina ePolonia dove i premi sportivi sono detassati, per fare in modo che gli eventuali premi alle Furie Rosse non siano soggetti ad alcun tipo di tassazione. Ai calciatori insomma, dopo avere rovinato le casse statali, è adesso permesso di ricevere premi esentasse. Quando il calcio è evasione, anche fiscale.
Una sera alla Diaz (da Il Fatto)
Pubblicato in: cinema, genova/g8, 2001.	Lascia un commento
Ieri sera ho visto, nell’ambito della rassegna cinematografica “Open Roads: New Italian Cinema 2012″, il film di Daniele Vicari “Diaz: don’t clean up this blood”.
Per tutta la giornata avevo fatto “il pari e il dispari” con me stessa per decidere se andare o no. Andare e farsi venire il mal di stomaco o non andare e dirsi “tanto cosa e’ successo lo so bene”. Ma voltare la testa dall’altro lato non è una cosa che mi appartiene. Quasi mai.
Verso la fine del film, quel singhiozzo che mi si era formato dentro da almeno un’ora, si è sciolto senza ritegno. Ho pianto di dolore e di vergogna, di rabbia e di desolazione, di frustrazione e di tenerezza.
Ciò che è accaduto quella notte alla Diaz racconta di un paese in balia di sé stesso da molto prima di oggi. E di un popolo, noi, spesso volutamente “distratto” e propenso a voltarsi altrove per non vedere.
Il film è potente. Come la realtà che racconta. Di una potenza che annichilisce. Come annichilisce il fatto che nessuno dei responsabili (dichiarati colpevoli) sia stato mai, nemmeno sospeso dal proprio lavoro. Uomini e donne, infangando il senso istituzionale di una divisa, si sono macchiati, con indifferenza, di atti cosi degradanti e amorali che richiederebbero punizioni esemplari.
Bisognerebbe che nessuno si voltasse dall’altra parte e che tutti andassero a vedere il film e si facessero delle domande e pretendessero delle risposte.
Tornando a casa, a piedi, da sola, pensavo alla ragazza tedesca torturata, picchiata e umiliata sessualmente dai poliziotti (e poliziotte); mi sono chiesta quando sia riuscita a riprendersi il suo sorriso.
E con il pensiero le ho chiesto scusa per quello che il mio paese, con la sua indifferenza, le ha fatto.
Ho guardato l’orologio, era mezzanotte. Era il mio compleanno anche a New York e mi sono detta che, in fondo, mi ero fatta uno splendido regalo andando a vedere il film perchè non bisogna mai voltarsi dall’altra parte anche se ti fa un gran male.
Il processo Diaz arriva in Cassazione. Ma il presidente cambia a sorpresa (da Il Fatto)
Altro colpo di scena dopo i due anni di “limbo” seguiti alla sentenza d’appello sull’irruzione nella scuola genovese durante il G8 del 2001. Via Aldo Grassi, arriva Giuliana Ferrua. Che avrà pochissimo tempo per studiare le carte. Verdetto previsto il 15 giugno. Tra i 25 poliziotti condannati in secondo grado, i pezzi grossi del Viminale Gratteri, Caldarozzi e Luperi
Colpi di scena, fino all’ultimo, al processo per l’irruzione alla scuola Diaz durante il G8 di Genovadel 2001. Che, quasi undici anni dopo i fatti, l’11 giugno approda in Cassazione e il 15 potrebbe arrivare a sentenza definitiva. A pochi giorni dall’appuntamento, però, cambia il presidente del collegio: Giuliana Ferrua sostituisce Aldo Grassi, noto fra l’altro per aver guidato i giudici che hanno annullato la condanna di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.
Un caso non comune, anche perché il nuovo presidente avrà decisamente poco tempo per studiare un caso complesso, con 25 imputati tra dirigenti, funzionari e agenti di polizia, comprese alcune figure di vertice degli apparati investigativi italiani. Come Franco Gratteri, capo della Direzione centrale anticrimine, Gilberto Caldarozzi, capo dello Servizio centrale operativo, Giovanni Luperi, capo del dipartimento analisi dell’Aisi, l’ex Sisde. Tutti presenti, la notte del 20 luglio 2001, davanti alla scuola del blitz che si concluse con 93 arresti e 60 feriti tra i manifestanti che dormivano nell’edificio, poi prosciolti in blocco da ogni accusa.
Il cammino del processo è stato tortuoso. Dalla sentenza della corte d’appello di Genova del 18 maggio 2010 sono passati più di due anni, un tempo fuori da ogni consuetudine anche per la disastrata macchina giudiziaria italiana. Qualcosa si è inceppato nelle notifiche della Corte d’appello agli imputati sparsi in varie città italiane, mentre correva il tempo della prescrizione. Così, paradossalmente, sono già cancellati i reati “violenti”, come le lesioni, e resta in piedi soltanto il reato di falso in atto pubblico (che si prescriverà nel 2013), a carico di chi firmò i verbali di arresto e perquisizione, zeppi di elementi che poi si sono rivelati falsi, come le due famosemolotov attribuite ai manifestanti, ma in realtà portate sul posto dagli stessi poliziotti. Il reato di concorso in falso è contestato anche ai pezzi grossi del Viminale, che non firmarono, ma avvallarono quei verbali.
Sarà questo uno dei nodi centrali del processo. Perché undici anni dopo, lo Stato non ha ancora chiarito chi comandasse l’operazione alla Diaz. Gratteri, Caldarozzi, Luperi – e il prefetto Arnaldo La Barbera, deceduto nel 2002 – erano i più alti in grado sul campo, espressione diretta del capo della polizia Gianni De Gennaro, recentemente uscito di scena con l’assoluzione definitiva in un processo collaterale per induzione alla falsa testimonianza. Ma dal punto di vista formale non avevano potere di comando sul gran miscuglio di reparti – dai “celerini” alla Digos, agli uomini di diverse Squadre mobili – che entrò nella scuola per portare a termine un’operazione condotta “non solo al di fuori di ogni regola e di ogni previsione normativa, ma anche di ogni principio di umanità e di rispetto delle persone”, si legge nella sentenza di primo grado del Tribunale di Genova del 10 febbraio 2009. La separazione tra comando formale e sostanziale è stato il cavallo di battaglia dei difensori degli alti dirigenti nei primi due gradi del processo.
A ingarbugliare la matassa è arrivato anche un errore materiale nella stesura della sentenza di secondo grado rispetto al dispositivo letto in aula, che il legale di qualche imputato potrebbe far valere per annullare tutto. Ma qualche colpo di scena potrebbe esserci anche sul pronte dell’accusa. Il sostituto procuratore generale Pietro Gaeta sembra orientato a chiedere che le lesioni, prescritte, siano trasformate in tortura. Un reato che nel nostro ordinamento non esiste (furono soprattutto le resistenze della Lega nord a impedirne l’approvazione in Parlamento negli anni scorsi), ma l’ostacolo può essere superato appellandosi direttamente alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Pensa – L’intelligenza del cuore (da Il Fatto)
Pubblicato in: musica, rock.	Lascia un commento
Pensare come immaginare. Immaginare che vi possa essere un mondo migliore, senza necessità di fame o avidità, dove non vi sono confini e dunque paesi, niente per cui uccidere e morire. Il sognatore John Lennon sentì un giorno l’esigenza di scrivere una canzone che contemplasse questi auspici, un desiderio di slancio volto a esprimere un sentimento di fratellanza. Questo genere di afflati corre spesso il rischio dell’ingenuità, perché il voler dare forza a qualcosa di “puro” e “vero” passa per la scelta della semplicità artistica, che permetta al sentimento di prevalere sulla ragione (quest’ultima è l’incaricata principale dell’ottenimento dell’ordine e della forma, attraverso cui le emozioni e il loro sgorgare istintivo acquistano un fascino complesso che è proprio delle opere interessanti e degne di investimento intellettuale da parte del fruitore), Nel caso di Imagine la potenza della canzone in sè e la sua diffusione planetaria rendono il ragionamento fatto sostanzialmente non applicabile.
Un giorno lessi da qualche parte il concetto dell”intelligenza del cuore’, e credo che fosse all’interno di un articolo in cui si parlava di valori mancanti al contesto sociale odierno. Con ogni probabilità era inclusa fra essi anche la gentilezza, di cui patisco la brutale assenza nella più parte della gente. Il concetto dell’intelligenza del cuore mi pare una definizione efficace e affascinante per riassumere quanto ho provato a sostenere prima: ragione e sentimento. Ovvero presenza di un requisito assai poco riscontrabile a sua volta: l’intelligenza, applicata all’organo che, metaforicamente, è il depositario della parte sentimentale e spontanea del nostro essere. Il suo contrario è la stupidità, e non credo vi siano molti dubbi sul fatto che troppi stupidi stanno rendendo sempre più cattivo, sbrigativo, insolente, il mondo in cui viviamo.
Pensa a un cuore
che sia intelligente e ragionevole,
pensa che sia il tuo
e immagina la sua virtù.
Pensalo capace
di permetterti di essere
consapevolmente buono
e amabile.
Ci vuole poco e otterrai una verità:
Pensa a un mondo
senza l’indecenza degli stupidi,
pensalo immune
dall’irascibilità.
Sogna e non temere
che la cosa sia impossibile…
Esser belli dentro
di per sé ti appagherà.
Ci vuole poco…
Non farti fregare: confida in me.
Ti voglio aiutare a crescere.
Non ti rassegnare a vivere
senza sapere di essere.
2012, “Canzoni per un figlio”, Edizioni Ala Bianca Group Srl
Dolce e Gabbana finiscono a processo: presunta evasione da un miliardo (da Il Fatto)
Pubblicato in: made in italy, moda & design.	Lascia un commento
Il gup di Milano ha ordinato ai pm di formulare la citazione diretta a giudizio per gli stilisti e per altri 6 imputati. La richiesta era stata avanzata dall’Agenzia delle Entrate. Nel 2011 erano stati prosciolti, ma la Cassazione aveva annullato la sentenza
Domenico Dolce e Stefano Gabbana dovranno affrontare un processo davanti al tribunale di Milano in relazione ad una presunta maxi-evasione fiscale da circa 1 miliardo di euro. Oggi il gup di Milano Giuseppe Gennari ha ordinato ai pm milanesi di formulare la citazione diretta a giudizio per i due stilisti e per altri sei imputati. Il gup ha accolto la richiesta dell’Agenzia delle Entrate che chiedeva la citazione diretta, perchè gli imputati sono accusati di reati fiscali e non più anche di truffa. Ai due fondatori del marchio di moda viene contestata una presunta evasione fiscale da circa 420 milioni di euro a testa, a cui si sommano, secondo l’accusa, 200 milioni di euro diimponibile evaso riferibili alla società di diritto lussemburghese “Gado” Secondo l’accusa, attraverso “l’esterovestizione” di questa società, a cui arrivavano i proventi derivanti dallo sfruttamento dei marchi del gruppo, sarebbe stata realizzata la maxi-evasione, con tasse pagate inLussemburgo e non in Italia.
Il 1 aprile del 2011 il gup di Milano Simone Luerti aveva prosciolto dalle accuse di evasione fiscale e truffa sia Dolce e Gabbana che gli altri sei imputati, tra cui alcuni manager del gruppo, perchè in sostanza, secondo il giudice, non era stato superato il confine che porta al rilievo penale e dunque al massimo si poteva trattare di elusione fiscale. La Cassazione però, lo scorso novembre, ha annullato il proscioglimento dalle accuse per i reati fiscali (ma ha mantenuto l’assoluzione per il reato di truffa) ed ha rinviato il procedimento davanti a un nuovo gup.
I pm Laura Pedio e Gaetano Ruta hanno riformulato l’imputazione nella quale sono rimasti solo i reati di dichiarazione infedele dei redditi e omessa dichiarazione. Si è arrivati all’udienza di oggi nella quale la parte civile Agenzia delle Entrate ha chiesto la citazione diretta a giudizio per i reati fiscali contestati, richiesta oggi accolta dal gup. Dunque, la Procura di Milano la settimana prossima formulerà la citazione diretta a giudizio e gli imputati finiranno a processo davanti al tribunale.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza