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Timestamp: 2019-04-19 10:39:04+00:00

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Sentenze della Cassazione a Sezioni Unite 11 gennaio 2008 - N 580
Cass. civ. Sez. Unite, 11-01-2008, n. 580
SENTENZE DELLA CASSAZIONE A SEZIONI UNITE DELL’11 GENNAIO 2008
Dott. IANNIRUBERTO Giuseppe – Presidente di sezione
Dott. DI NANNI Luigi Francesco – consigliere
Dott. RORDORF Renato – Consigliere Dott. AMOROSO Giovanni – Consigliere ha pronunciato la seguente:
L.M.G., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PIETRO COSSA 13, presso lo studio dell’avvocato DE VINCENTI ANGELO, rappresentata e difesa dall’avvocato FERAUDO VINCENZO, giusta delega a margine del ricorso; – ricorrente –
MINISTERO DELLA SALUTE, in persona del Ministro pro tempore, domiciliato in ROMA. VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;
avverso la sentenza n. 843/04 della Corte d’Appello di GENOVA, depositata il 17/11/04;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 20/11/07 dal Consigliere Dott. SEGRETO Antonio;
uditi gli avvocati SALVATORELLI Massimo, D’ELIA Gesualdo, dell’Avvocatura Generale dello Stato;
udito il P.M. in persona dell’Avvocato Generale Dott. IANNELLI Domenico, che ha concluso per il rigetto del ricorso.
L.M.G. il 3 giugno 1999 conveniva in giudizio il Ministero della Sanità, assumendo di essere stata sottoposta a trasfusione di sangue a seguito di intervento chirurgico eseguito in (OMISSIS) nel (OMISSIS) e di aver contratto l’epatite C. Assumeva di aver richiesto nel 1992 l’indennizzo ex lege n. 210 del 1992, e che la Commissione medico ospedaliera di Genova aveva accertato l’esistenza del nesso eziologico tra le emotrasfusioni e l’epatite. L’attrice chiedeva la condanna del convenuto al risarcimento dei danni.
Resisteva il Ministero della Sanità, che eccepiva la prescrizione.
Il Tribunale di Genova rigettava la domanda, dichiarando prescritto il diritto.
La corte di appello di Genova, adita dall’attrice, con sentenza depositata il 17.11.2004, rigettava l’appello.
Riteneva la corte territoriale che il termine di prescrizione decorresse non dalla data della trasfusione (1987), ma da quella in cui la malattia era divenuta conoscibile all’esterno; che tale data nella fattispecie coincideva con quella (12.5.1994) in cui l’attrice aveva effettuato richiesta di indennizzo ex lege 210 del 1992, dalla quale si evinceva che la L. conosceva la gravità della sua malattia e che essa era dovuta alla trasfusione di sangue infetto in sede di intervento chirurgico.
Riteneva, poi, la Corte che nella fattispecie il termine di prescrizione fosse quinquennale e non decennale e che non fosse ipotizzabile un termine mobile di prescrizione a causa degli aggravamenti.
1.1. Con il primo motivo di ricorso la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2947 c.c., ed omessa pronunzia su un punto decisivo della controversia, nonchè la mancata applicazione dell’art. 2947 c.p., comma 3, e art. 157 c.p., n. 3, con riferimento all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.
Ritiene la ricorrente che il termine di prescrizione applicabile alla fattispecie sia decennale e non quinquennale, in quanto la corte avrebbe dovuto verificare l’astratta configurabilità dei reati di lesioni colpose plurime e di epidemia colposa, tenendo conto in particolare della vastità del fenomeno del contagio post- trasfusionale, che aveva indotto lo stesso legislatore ad intervenire, prevedendo un indennizzo in favore dei soggetti che avessero contratto il virus per tale causa.
1.2. Con il secondo motivo di ricorso la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2935 c.c., ed omessa pronunzia su un punto decisivo della controversia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, in ordine al dies a quo del termine prescrizionale.
Assume la ricorrente che, pur avendo la corte territoriale spostato in avanti il dies a quo della prescrizione, fino a farlo coincidere con la data della domanda di indennizzo ex lege n. 210 del 1992, aveva errato nel non riportarsi alla data della piena conoscibilità del danno ingiusto, che si ottenne solo con la comunicazione delle conclusioni della Commissione medico ospedaliera, avvenuta il 12 luglio 1995, che accertava la sussistenza del nesso causale tra la trasfusione ed il contagio.
I due motivi, da trattarsi congiuntamente per l’evidente connessione, sono infondati.
Va escluso che nella fattispecie il fatto possa costituire un reato di epidemia colposa o di lesionicolpose plurime.
Sebbene il regime della prescrizione penale sia cambiato (L. 5 dicembre 2005, n. 251), tuttavia la prescrizione da considerare, ai fini civilistici di cui all’art. 2947, comma 3, è quella prevista alla data del fatto, mentre i principi di cui all’art. 2 c.p., (successioni di leggi penali nel tempo) attengono solo agli aspetti penali.
E’ da escludere anche il reato di epidemia colposa (artt. 438 e 452 c.p.), in quanto quest’ultima fattispecie, presupponente la volontaria diffusione di germi patogeni, sia pure per negligenza, imprudenza o imperizia, con conseguente incontrollabilità dell’eventuale patologia in un dato territorio e su un numero indeterminabile di soggetti, non appare conciliarsi con l’addebito di responsabilità a carico del Ministero, prospettato in termini di omessa sorveglianza sulla distribuzione del sangue e dei suoi derivati: in ogni caso, la posizione del Ministero è quella di un soggetto non a diretto contatto con la fonte del rischio. A ci si aggiunga che elementi connotanti il reato di epidemia sono :
la sua diffusività incontrollabile all’interno di un numero rilevante di soggetti, mentre nel casodell’HCV e dell’HBV non si è al cospetto di malattie a sviluppo rapido ed autonomo verso un numero indeterminato di soggetti;
l’assenza di un fattore umano imputabile per il trasferimento da soggetto a soggetto, mentrenella fattispecie è necessaria l’attività di emotrasfusione con sangue infetto;
il carattere contagioso e diffuso del morbo, la durata cronologicamente limitata del fenomeno(poichè altrimenti si verserebbe in endemia).
Va esclusa anche la configurabilità del reato di lesioni colpose plurime stante l’impossibilità di individuare in capo al Ministero una condotta omissiva unica dalla quale scaturirebbero le lesioni sofferte dai vari danneggiati, tanto più se si tiene conto che le singole attività di omissioni di controllo e vigilanza fanno capo a diversi soggetti (persone fisiche) succedutisi nel tempo con diversi e successivi atti di autorizzazione alla commercializzazione ed al consumo di partite di sangue.
4.1. Il punto di maggior rilievo è l’individuazione del dies a quo per la decorrenza della prescrizione in ipotesi di fatto dannoso lungolatente, quale è quello relativo a malattia da contagio.
Si pu ora cominciare con l’osservare come il legislatore italiano del ’42 ebbe ad affidare la soluzione del problema dell’individuazione del dies a quo (exordium praescriptionis) ad indicazioni piuttosto scarne e molto generiche.
Come noto, in base all’art. 2935 c.c., norma assolutamente aperta a molteplici e contrapposte interpretazioni, la prescrizione della pretesa risarcitoria inizia a decorrere dal giorno in cui il diritto pu essere fatto valere. L’art. 2947 c.c., comma 1, aggiunge che il diritto al risarcimento del danno da fatto illecito si prescrive in cinque anni dal giorno in cui il “fatto si è verificato”.
Quest’ultima norma, pur riferendosi al solo campo della responsabilità aquiliana, ha finito per costituire il terreno elettivo dell’indagine e dell’elaborazione giurisprudenziale sul dies a quo in tutte le azioni risarcitone: a ben vedere, l’individuazione del momento iniziale della prescrizione è infatti sempre stata affrontata partendo dalla specificazione contenuta all’art. 2947 c.c., e dunque con riferimento al fatto originatore del danno, con un ruolo piuttosto defilato da quanto riportato nella prima norma menzionata.
Il codice del 1942 opt per una netta cesura con la tradizione francese e l’impostazione del codice civile del 1865, in cui le azione risarcitone, sia contrattuali che extracontrattuali, erano sottoposte ad un unico termine prescrizionale, individuato, sul modello francese, in trenta anni. Nel nuovo codice civile il sistema della prescrizione si poneva dunque nettamente sbilanciato a favore dei convenuti, con ovvie ricadute negative per gli attori, soprattutto nei casi aventi per oggetto la violazione di un bene tanto importante quanto quello costituito dalla salute: nel segno della certezza dei rapporti giuridici, si prescindeva infatti da qualsiasi considerazione che riguardasse le ragioni oggettive e soggettive del ritardo della vittima nell’instaurazione della sua pretesa risarcitoria; risultava inoltre esclusa qualsiasi operazione di bilanciamento tra gli interessi della vittima e quelli facenti capo al soggetto evocato in giudizio, la quale operazione permettesse di verificare in concreto la sussistenza in capo al responsabile di un effettivo pregiudizio sul piano della disponibilità della prova in conseguenza del decorso del tempo. Peraltro, il dies a quo fu inizialmente concepito come coincidente con il momento della verificazione dell’evento dannoso. Il quadro codicistico della prescrizione fu così successivamente avversato dagli interpreti sin dagli anni sessanta proprio per la sua rigidità e sostanziale indifferenza alla posizione degli attori. Ci ebbe a verificarsi soprattutto nel campo del danno alla persona e non fu certo un caso che tale processo di revisione delle norme del codice and incontro ad una vera e propria svolta negli anni settanta in concomitanza con l’ingresso dirompente del danno biologico nella giurisprudenza italiana: il nuovo modo di concepire la tutela risarcitoria della salute finì per riflettersi non solo sul versante dei danni risarcibili con lo sgretolamento progressivo del 2059 c.c., ma anche sul piano delle regole relative all’an debeatur e della prescrizione.
4.2. Negli ultimi tre decenni si è quindi assistito al sostanziale ribaltamento degli schemi introdotti dal legislatore del ’42: ci a tal punto che oggi l’istituto della prescrizione presenta ormai una vistosa differenza tra le regole operazionali ed il formante legislativo (principalmente, l’art. 2947 c.c., comma 1), rimasto invariato nella forma.
In particolare, a partire dagli anni settanta, la dottrina e le corti, in primis la Cassazione (24.3.1979, n. 1716), vennero a spostare il dies a quo dal verificarsi del “fatto” all’esteriorizzazione del danno, finendo così per soppiantare in larga misura lo schema codicistico o, perlomeno, l’interpretazione tradizionale di detto schema: se infatti, in virtù della regola della decorrenza dal momento della “manifestazione del danno”, l’orizzonte della prescrizione pu dilatarsi, è di tutta evidenza come lo schema delineato dal legislatore venga di fatto rovesciato, poichè il limite diventa “mobile”.
Il principio della conoscibilità del danno venne infatti ampiamente ripreso, sviluppato ed affinato dalla giurisprudenza successiva proprio all’insegna di una rilettura dell’art. 2947 c.c., alla luce del principio generale sul dies a quo(Cass. n. 8845/1995; 5913/2000).
Nell’evoluzione giurisprudenziale questa Corte (Cass. 10.6.1999, n. 5701;Cass. n. 12666 del 2003; Cass. n. 9927 del 2000) ha nuovamente affrontato il significato da attribuirsi all’espressione “verificarsi del danno”, specificando che il danno si manifesta all’esterno quando diviene “oggettivamente percepibile e riconoscibile” anche in relazione alla sua rilevanza giuridica. Nei casi sopra citati emerge peraltro come la Suprema Corte sia tendenzialmente incline a ritenere che il parametro della “conoscibilità del danno” debba necessariamente interpretarsi nel senso che, ai fini del decorso della prescrizione, non è sufficiente la mera consapevolezza della vittima di “stare male”, bensì occorre che quest’ultima si trovi nella possibilità di apprezzare la “gravità” delle conseguenze lesive della sua salute anche con riferimento alla loro “rilevanza giuridica”. 4.3. Tuttavia il solo modello ancorato al parametro della “conoscibilità del danno” pu , in taluni casi, rilevarsi del tutto insoddisfacente e fuorviante: infatti, sviluppare una malattia irreversibile (ad esempio, un’epatite cronica) o comunque duratura, oppure trovarsi permanentemente menomati a livello di integrità psicofisica sono tutte situazioni che, se da un lato sostanziano la “conoscibilità del danno”, dall’altro lato non necessariamente danno luogo alla “conoscibilità del fatto giuridicamente rilevante ai fini di un’azione risarcitoria”, ovvero alla “conoscibilità del fatto illecito”; in tutta una serie di casi, infatti, la vittima, senza sua negligenza, si trova ad ignorare la causa del suo stato psicofisico o, al massimo, pu sul punto formulare mere ipotesi, prive tuttavia di riscontri sufficientemente oggettivi anche ai fini dell’istruzione di una causa sul piano probatorio e certo tali da escludere che l’inattività della stessa possa esplicare effetti negativi sotto il profilo dell’interruzione della prescrizione.
Queste esigenze sono state recepite in un nuovo orientamento della Corte che ha ritenuto che il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno di chi assume di avere contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo inizia a decorrere, a norma dell’art. 2947 c.c., comma 1, non dal momento in cui il terzo determina la modificazione che produce danno all’altrui diritto o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, ma dal momento in cui la malattia viene percepita o pu essere percepita quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche.
Qualora invece non sia conoscibile la causa del contagio, la prescrizione non pu iniziare a decorrere, poichè la malattia, sofferta come tragica fatalità non imputabile ad un terzo, non è idonea in sè a concretizzare il “fatto” che l’art. 2947 c.c., comma 1, individua quale esordio della prescrizione (Cass. 21/02/2003, n. 2645 ; Cass. 05/07/2004, n. 12287; Cass. 08/05/2006, n. 10493).
Viene applicato, unitamente al principio della “conoscibilità del danno”, quello della “rapportabilità causale”.
Egualmente è a dirsi per le malattie professionali e per talune ipotesi di lesioni fisiche cagionate da infortuni sul lavoro. Anzi, proprio in relazione a quest’ultimo specifico ambito la Sezione lavoro della Suprema Corte, rapportando l’esigenza di certezza in capo alla vittima, ha ritagliato, attraverso una serie innumerevole di decisioni, una nozione piuttosto precisa di che cosa si debba intendere per “manifestazione del danno” comprensiva, anche della conoscenza della causa professionale della lesione (Cass. n. 2002 del 2005; Cass. n. 19575 del 2004; Cass. n. 23110 del 2004).
4.4. Ritengono queste Sezioni Unite di dover condividere tale ultimo orientamento.
L’individuazione del dies a quo ancorata solo ed esclusivamente al parametro dell'”esteriorizzazione del danno” pu , come visto, rivelarsi limitante ed impedire una piena comprensione delle ragioni che giustificano l’inattività (incolpevole) della vittima rispetto all’esercizio dei suoi diritti.
E’ quindi del tutto evidente come l’approccio all’individuazione del dies a quo venga a spostarsi da una mera disamina dell’evolversi e dello snodarsi nel tempo delle conseguenze lesive del fatto illecito o dell’inadempimento – e cioè delle diverse tappe che caratterizzano il passaggio dal danno “occulto” a quello che si manifesta nelle sue componenti essenziali ed irreversibili – ad una rigorosa analisi delle informazioni, cui la vittima ha avuto accesso o per la cui acquisizione si sarebbe dovuta diligentemente attivare, della loro idoneità a consentire al danneggiato una conoscenza, ragionevolmente completa, circa i dati necessari per l’instaurazione del giudizio (non solo il danno, ma anche il nesso di causa e le azioni/omissioni rilevanti) e della loro disponibilità in capo al convenuto, con conseguenti riflessi sulla condotta tenuta da quest’ultimo eventualmente colpevole di non avere fornito quelle informazioni alla vittima, nei casi in cui era a ci tenuto (ci è pacifico negli ordinamenti anglosassoni, in tema di medicai malpractice).
Va osservato che l’interpretazione dell’art. 2947 c.c., comma 1, nel senso di dar rilievo alla percepibilità e riconoscibilità del danno, nonchè alla sua rapportabilità causale, trova conferma nell’espressa disciplina normativa in tema di prescrizione del diritto al risarcimento dei danni derivanti dall’impiego di energia nucleare e da prodotti difettosi. La L. 31 dicembre 1962, n. 1860, art. 23, comma 1, (“impiego pacifico dell’energia nucleare”), nel testo novellato dal D.P.R. 10 maggio 1975, n. 519, dispone che “le azioni per il risarcimento dei danni alle cose e alle persone dipendenti da incidenti nucleari si prescrivono nel termine di tre anni dal giorno in cui il danneggiato abbia avuto conoscenza del danno e dell’identità dell’esercente responsabile oppure avrebbe dovuto ragionevolmente esserne venuto a conoscenza”. Inoltre il D.P.R. 24 maggio 1988, n. 224, art. 13, commi 1 e 2, (recante “attuazione della direttiva CEE numero 85/374 relativa al riavvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri in materia di responsabilità per danno da prodotti difettosi, ai sensi della L. 16 aprile 1987, n. 183, art. 15”) prescrive che “Il diritto al risarcimento del danno si prescrive in tre anni dal giorno in cui il danneggiato ha avuto o avrebbe dovuto avere conoscenza del danno, del difetto e dell’identità del responsabile. Nel caso di aggravamento del danno, la prescrizione non comincia a decorrere prima del giorno in cui il danneggiato ha avuto o avrebbe dovuto avere conoscenza di un danno di gravità sufficiente a giustificare l’esercizio di un’azione giudiziaria”. 4.5. Va specificato che il suddetto principio in tema di exordium praescriptionis, non apre la strada ad una rilevanza della mera conoscibilità soggettiva del danneggiato. Esso deve essere saldamente ancorato a due parametri obiettivi, l’uno interno e l’altro esterno al soggetto, e cioè da un lato al parametro dell’ordinaria diligenza, dall’altro al livello di conoscenze scientifiche dell’epoca, comunque entrambi verificabili dal Giudice senza scivolare verso un’indagine di tipo psicologico. In particolare, per quanto riguarda l’elemento esterno delle comuni conoscenze scientifiche esso non andrà apprezzato in relazione al soggetto leso, in relazione al quale l’ordinaria diligenza dell’uomo medio si esaurisce con il portarlo presso una struttura sanitaria per gli accertamenti sui fenomeni patologici avvertiti, ma in relazione alla comune conoscenza scientifica che in merito a tale patologia era ragionevole richiedere in una data epoca ai soggetti a cui si è rivolta (o avrebbe dovuto rivolgersi) la persona lesa.
Ci comporta una rigorosa analisi da parte del Giudice di merito sul contenuto della diligenza esigibile dalla vittima nel caso concreto, ovvero sulle informazioni che erano in suo possesso, o alle quali doveva esser messa in condizioni di accedere, o che doveva attivarsi per procurarsi. Ugualmente dovrà essere accuratamente ricostruito ai fini di una motivazione completa e corretta sul punto della prescrizione, lo stato delle conoscenze scientifiche dell’epoca, onde inferirne se la riconducibilità della possibilità di un determinato tipo di contagio dalla trasfusione fosse nota alla comunità scientifica ed ai comuni operatori professionali del settore.
4.6. Il principio, quindi, che va affermato, è il seguente, allorchè si versi, come nella fattispecie in tema di responsabilità aquiliana: “Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno di chi assume di aver contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo decorre, a norma dell’art. 2935 c.c. e art. 2947 c.c., comma 1, non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione che produce il danno altrui o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, ma dal momento in cui viene percepita o pu essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria oggettiva diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche”. 5. L’ulteriore problema che si pone è la valenza del responso delle Commissioni mediche ospedaliere, istituite presso ospedali militari, di cui alla L. n. 210 del 1992, art. 4, ai fini della decorrenza della prescrizione.
In linea generale non pu ritenersi che solo con la comunicazione di tale responso inizi a decorrere la prescrizione, come pure sostenuto da parte della ricorrente. Tale tesi non pare convincente, per diversi ordini di motivi: perchè offre effettivamente il destro al creditore per dilatare a suo piacere il corso della prescrizione;
perchè potrebbe portare ad affermare che il dies a quo inizi anche a decorrere a causa già iniziata, negando l’effetto interruttivo connaturato alla proposizione dell’azione; perchè rischia di enfatizzare il ruolo della consulenza medico – legale (effettuata peraltro in riferimento al diverso procedimento di liquidazione dell’indennizzo). Inoltre è illogico ritenere che il decorso del termine di prescrizione possa iniziare dopo che la parte si è comunque attivata per chiedere un indennizzo per lo stesso fatto lesivo, pur nella diversità tra diritto all’indennizzo e diritto al pieno risarcimento di tutte le conseguenze del fatto dannoso.
Tenuto conto che l’indennizzo è dovuto solo in presenza di danni irreversibili da vaccinazioni, emotrasfusioni o somministrazioni di emoderivati, appare ragionevole ipotizzare, così come ha fatto la corte di merito, che dal momento della proposizione della domanda amministrativa la vittima del contagio deve comunque aver avuto una sufficiente percezione sia della malattia, sia del tipo di malattia che delle possibili conseguenze dannose, percezione la cui esattezza viene solo confermata con la certificazione emessa dalle commissioni mediche.
Nella fattispecie la domanda di indennizzo fu proposta il 12.5.1994, mentre l’atto di citazione davanti al tribunale fu notificato il 3.6.1999, quindi oltre il quinquennio.
Ne consegue che nella fattispecie sono infondati i due motivi di ricorso.
Con il terzo motivo di ricorso la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2935 c.c., ed omessa pronunzia su un punto decisivo della controversia in ordine alla teoria del cd.”termine mobile della prescrizione”.
Assume la ricorrente che, poichè la sua malattia (epatite C) è in costante evoluzione peggiorativa, il termine di prescrizione non inizia il suo decorso ma continua a spostarsi in avanti ad ogni peggioramento.
Circa il momento dal quale decorre il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno questa Corte ha distinto a seconda che si tratti di fatto illecito, che, dopo un primo evento lesivo, determina ulteriori conseguenze pregiudizievoli, ovvero che si tratti di illecito ed. permanente, in cui il comportamento lesivo non si esaurisce uno actu, ma perdura nel tempo oltre la produzione del danno e lo alimenta per tutta la sua durata.
Nel primo caso, secondo il costante indirizzo di questo Giudice di legittimità (ex plurimis: Cass.
2005, n. 21500; Cass. 2.4.2004, n. 6515; Cass. 25.11.2003, n. 17940; Cass. n. 7937/2000), la prescrizione dell’azione risarcitoria per il danno inerente alle ulteriori conseguenze dannose decorre dal verificarsi di questa ultime solo a condizione che le medesime non costituiscano un mero sviluppo ed un aggravamento del danno già insorto, ma la manifestazione di lesione nuova ed autonoma rispetto a quella esteriorizzatasi con l’esaurimento dell’azione del responsabile, poichè il semplice peggioramento di una lesione in atto non sposta il termine iniziale di prescrizione.
Ritengono queste S.U. che non vi siano ragioni (nè la ricorrente ne indica) per discostarsi da tale orientamento consolidato.
7.2. Nella fattispecie la stessa ricorrente assume l’esistenza solo di peggioramenti della sua malattia, ma non l’insorgenza di nuove patologie.
Esistono giusti motivi per compensare le spese di questo giudizio di cassazione.
Rigetta il ricorso. Compensa le spese di questo giudizio di cassazione.
Così deciso in Roma, il 20 novembre 2007.
Depositato in Cancelleria il 11 gennaio 2008

References: Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 157
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 23
 art. 13
 art. 15
 art. 2947
 art. 4
 Cass.

 Cass. 
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