Source: https://www.formazionegiuridica.org/traccia-n-2-usura/
Timestamp: 2019-04-22 02:12:37+00:00

Document:
Traccia n. 2- Usura - Formazione Giuridica
Traccia n. 2- Usura
Formazione Giuridica > Traccia n. 2- Usura
Traccia n.2 L’uomo del banco dei pegni ( stesura 1)
Tizio, approfittando delle difficoltà economiche in cui versa Caio, presta a questi una somma di denaro pari ad euro 20.000, facendosi promettere in corrispettivo interessi usurari. Successivamente, a seguito della mancata restituzione integrale da parte di Caio della somma prestata e degli interessi pattuiti, Tizio incarica della riscossione del credito i suoi amici Mevio e Sempronio. Questi ultimi, ben consapevoli della natura usuraria del credito, contattano ripetutamente al telefono Caio e gli chiedono il pagamento del credito, minacciando di ucciderlo. Poichè Caio risponde di non poter pagare per mancanza di denaro, Mevio e Sempronio si portano presso l’abitazione di questi e dopo aver nuovamente chiesto il pagamento senza però ottenerlo, lo costringono a salire su di un’autovettura, a bordo della quale lo conducono in aperta campagna. Dopo averlo fatto scendere dall’auto lo colpiscono entrambi ripetutamente con calci e pugni, i due quindi si allontanano minacciando caio che se non pagherà entro una settimana torneranno da lui. Caio viene trasportato da un automobilista di passaggio in ospedale ove gli vengono diagnosticate lesioni consistite nella frattura di un braccio e del setto nasale con prognosi di guarigione di giorni 40. Caio decide di rivolgersi alla polizia a cui riferisce nel dettaglio sia la condotta posta in essere da Mevio e Sempronio a suo danno, sia il prestito usurario effettuato da Caio. Attraverso l’individuazione fotografica operata da Caio, la Polizia identifica Mevio e Sempronio. Il candidato, assunte le vesti dell’avvocato di Mevio e Sempronio, individui le fattispecie di reato che si configurano a carico dei suoi assistiti e gli istituti giuridici che trovano applicazione nel caso in esame.
Art. 628 c.p. (aggravanti, v. 624bis)
Art. 582 c.p. (583 escluso)
Art. 605 (630 escluso)
Art. 81 cpv
Cass. pen., sez. V, 24.06.2014, n.42849 secondo la quale rispondono del delitto di concorso in usura come reato a condotta frazionata o a consumazione prolungata coloro che, in un momento successivo alla formazione del patto usurario, ricevono l’incarico di recuperare il credito, riuscendo ad ottenerne il pagamento (nel caso in cui il recupero non dovesse avvenire risponderebbero di favoreggiamento personale, o, nell’ipotesi di violenza o minaccia verso il debitore, di estorsione, atteso che in tali casi il momento consumativo dell’usura rimane quello originario della pattuizione);
Cass. pen., Sez. II, n.7208 del 2012 Il concorso nel delitto di usura ricorre anche per colui che interviene in un momento successivo alla formazione del patto usurario, atteso che il reato di usura appartiene al novero dei reati a condotta frazionata o a consumazione prolungata (Cass. Pen., Sez II, sent. n. 26553 12/06/2007 – 09/07/2007) perché i pagamenti effettuati dalla persona offesa in esecuzione del patto usurario compongono il fatto lesivo penalmente rilevante, di cui segnano il momento consumativo sostanziale, e non sono qualificabili come “post factum” non punibile della illecita pattuizione. (Cassazione penale, sez. 2, 16/12/2008, n. 3776). Ne deriva che la persona che interviene nel rapporto usurario come portatore di un interesse diretto , manifestato attraverso la diretta riscossione, risponde del delitto di concorso in usura al pari del soggetto che, per conto altrui, procede alla riscossione dei pagamenti fatti dalla persona offesa nell’ambito del rapporto usurario. (Cassazione penale, sez. 2, 16/12/2008, n. 3776). Sul punto va segnalata la Cass. pen. Sez. 2, 2005 n. 41045 che in sintonia con i predetti principi ha ritenuto che l’esattore delle rate per incarico di chi ha concluso il contratto usurario non sempre risponde di concorso nella usura ma solo quando effettivamente riscuota le rate, altrimenti potendo rispondere di favoreggiamento.
Conformi: Cass. 17157/2011 nell’usura, intesa come delitto a consumazione prolungata o, come sostiene autorevole dottrina, a condotta frazionata, colui che riceve l’incarico di recuperare il credito usurario e riesce ad ottenerne il pagamento concorre nel reato punito dall’art.644 c.p., in quanto con la sua azione fornisce un contributo causale alla verificazione dell’elemento oggettivo di quel delitto;
Cass. pen., Sez. II, 02/07/2010, n. 33871: Il reato di usura rientra nel novero dei reati a condotta frazionata o a consumazione prolungata, perché i pagamenti effettuati dalla persona offesa in esecuzione del patto usurario compongono il fatto lesivo penalmente rilevante, di cui segnano il momento consumativo sostanziale, e non sono qualificabili come “post factum” non punibile dell’illecita pattuizione.
Cass. 42322/2009: in tema di usura, la riscossione degli interessi dopo l’illecita pattuizione integra il momento consumativo del reato e non costituisce post factum penalmente irrilevante. Ciò deve desumersi dalla particolare regola prevista in tema di decorrenza dei termini di prescrizione dall’art. 644 ter c.p.. Ne deriva ce l’usura non è più qualificabile, come in passato, come reato istantaneo con effetti permanenti, bensì come reato a consumazione prolungata, la cui consumazione perdura sino a che non cessano le dazioni degli interessi.
Rapporto estorsione lesioni personali:
Cass. pen., Sez. II, 26.11.2003, n.45738
La condotta di violenza che costituisce il nucleo essenziale del delitto di estorsione è in esso interamente assorbita quando non provoca alcuna lesione personale, in contrario, devono trovare applicazione le norme sul concorso di reati.
Incipt La soluzione del caso in esame impone la preliminare disamina della natura del reato di usura, al fine di stabilire quale responsabilità debba riconoscersi ai soggetti che intervengono per riscuotere i pagamenti senza prendere parte alla pattuizione usuraria.
D1 La natura del reato di usura è stata a lungo discussa sia in dottrina che in giurisprudenza, tradizionalmente divise sulla qualificazione dell’usura come reato istantaneo con effetti permanenti e reato permanente. L’adesione all’una o all’altra teoria, determina diverse e profonde conseguenze in relazione alla configurabilità del concorso nel reato da parte del soggetto che riscuote i ratei; alla competenza territoriale; alla decorrenza del termine di prescrizione. Tra le ipotesi elaborate in giurisprudenza, un primo indirizzo sostiene la natura di reato istantaneo ad effetti eventualmente permanenti; un secondo indirizzo la natura di reato permanente o eventualmente permanente. I sostenitori della prima impostazione sostengono che l’usura si configurerebbe anche nel caso in cui vi sia un mero accordo sull’erogazione del denaro dietro ritorno di capitale e interessi usurari o nel caso, di poco dissimile, in cui vi sia accordo e cessione della somma, in entrambi i casi con rateizzazione del ritorno di capitale e interessi usurari. Il secondo indirizzo, viceversa, osserva che il reato di usura potrebbe essere già perfezionato anche nella forma istantanea (es. promessa dell’utilità nel delitto di corruzione o pattuizione degli interessi nell’usura), ma la sua struttura ne permette la consumazione in una modalità di esecuzione continuativa nel tempo (dazione dell’utilità nella corruzione o pagamento di quanto pattuito nell’usura). La protrazione nel tempo di tale illiceità, configurerebbe la costanza dell’offesa al bene giuridico protetto, la quale è requisito del reato permanente. Il reato sarebbe “eventualmente” permanente poiché potrebbe anche non verificarsi la rateizzazione del pagamento di capitale e interessi, i quali potrebbero essere restituiti in un’unica soluzione. In seno all’indirizzo appena richiamato vi è persino chi riconosce al reato la natura di vero e proprio reato permanente, in quanto l’art. 644 ter c.p., introdotto dalla riforma del 1996, fa decorrere il termine di prescrizione del reato dal giorno dell’ultima riscossione di interessi e capitale (ritorno delle somme all’usuraio), come accade in tutti i reati permanenti, a mente di quanto previsto dall’art.158 c.p.
L’indirizzo ormai consolidato nella giurisprudenza di legittimità, discostandosi dagli indirizzi appena richiamati, sostiene la natura di reato (istantaneo) ad esecuzione frazionata o a consumazione prolungata. A sostegno di tale impostazione deporrebbe lo stesso art. 644 ter c.p., stante la considerazione che nessuna precisazione espressa sarebbe stata necessaria se non si fosse inteso porre un deroga alla regola generale dell’art.158 c.p. A fortiori, in tal senso è stato interpretato l’ulteriore intervento normativo realizzato con l’art. 1, comma 1, D.L. 29 Dicembre 2000, n. 394, che fornisce una interpretazione autentica della legge n. 108 del 1996, stabilendo che, “ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p. e dell’art. 1815, 2 comma, c.c., si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”. Ad un’attenta lettura l’interpretazione autentica di cui sopra induce ad escludere la natura permanente del reato, in quanto precisa che non sono soggette ad incriminazione le pattuizioni che, perfettamente lecite al momento della stipulazione, sono diventate suscettibili di incriminazione in un momento successivo, per effetto di modifica del decreto ministeriale integrativo della fattispecie, indicante il tasso usurario. L’orientamento di legittimità ormai consolidato è indirizzato nel configurare il reato di usura quale reato ad esecuzione frazionata, c.d. “doppio schema” in cui può ravvisarsi una discrasia tra momento perfezionativo e momento consumativo del reato. In tale logica, qualora alla promessa non consegua la dazione, il reato si consuma con la promessa; qualora alla pattuizione illecita seguano plurimi atti di dazione attuativi della stessa, essi non vanno qualificati come post factum non punibile ma, al contrario, segnano un aggravamento dell’offesa posticipando il momento consumativo, determinando così in tali casi una situazione assimilabile alla permanenza.
Aderendo allo schema giuridico dell’usura intesa appunto quale delitto a consumazione prolungata, recentemente ribadito dalla giurisprudenza di legittimità, ne deriva che effettivamente colui il quale riceve l’incarico di recuperare il credito usurario e riesce ad ottenerne il pagamento concorre nel reato punito dall’articolo 644 c.p., in quanto con la sua azione volontaria fornisce un contributo causale alla verificazione dell’elemento oggettivo di quel delitto. Diversamente, nell’ipotesi in cui colui il quale ha ricevuto l’incarico da parte dell’usuraio di recuperare il credito non riesca a ottenerne il pagamento. In tal caso, infatti, il momento consumativo del reato di usura resta quello originario della pattuizione, anteriore alla data dell’incarico: e dunque a tale delitto non può concorrere il “mero esattore” scelto in epoca successiva. Né può parlarsi di tentata usura, con riferimento alla condotta volta a ottenere il pagamento del credito, considerata la natura unitaria del reato punito dall’articolo 644 c.p.
f. Alla luce di tali elementi occorrerà valutare la responsabilità di Mevio e Sempronio, nell’ambito dell’accordo usurario stipulato da Caio.
D2/F/G L’art. 644 c.p. è un reato plurioffensivo, che tutela il patrimonio, il mercato finanziario e l’autodeterminazione negoziale della vittima. La fattispecie è stata novellata dalla L. 108/96 che ha eliminato il riferimento allo stato di bisogno della vittima richiesto dalla precedente formulazione, incentrando l’usura solo sugli interessi e i vantaggi usurari, unificando in un’unica disposizione l’usura e la mediazione usuraria reali, prevedendo che oggetto del reato sia non solo il denaro ma anche altre utilità apprezzabili sul piano economico. L’usura è un’ipotesi di reato in contratto, in cui l’incriminazione colpisce non la conclusione del contratto in sé ma la condotta di sfruttamento della condizione di debolezza della controparte. L’elemento soggettivo richiesto per la configurazione del reato di usura è il dolo generico, consistente nella coscienza e volontà di farsi dare o promettere, quale corrispettivo de contratto sinallagmatico, interessi usurari.
Nel caso concreto emergerebbe un’ipotesi di usura presunta, ai sensi dell’art.644, co.1, integrata dalla semplice promessa, in corrispettivo di una prestazione di denaro o altra utilità, di interessi o altri vantaggi usurari previamente individuati come tali dalla legge. Acquisita la consapevolezza di Mevio e Sempronio in ordine alla natura usuraria del credito, alla luce delle considerazioni offerte in precedenza, si deve valutare se rispondano di concorso in usura, quale reato a condotta frazionata o a consumazione prolungata, coloro che, in un momento successivo alla formazione del patto usurario, ricevono l’incarico di recuperare il credito, non riuscendo ad ottenerne il pagamento. Risulta infatti che gli stessi abbiano ripetutamente vessato Caio, con minacce e violenze fisiche e psicologiche, senza tuttavia partecipare ab origine alla pattuizione usuraria e senza ottenere il pagamento degli interessi o del capitale. La giurisprudenza è del tutto consolidata nel ritenere che debba rispondere di concorso in usura soltanto il concorrente che, intervenuto in una fase successiva alla pattuizione, nella piena consapevolezza della natura usuraria della stessa, ottenga il pagamento delle somme. Diversamente, in caso di mancato pagamento, quest’ultimo potrebbe rispondere esclusivamente di favoreggiamento personale, o, nell’ipotesi di violenza o minaccia verso il debitore, di estorsione, atteso che in tali casi il momento consumativo dell’usura rimane quello originario della pattuizione (Cass. pen., sez. V, 24.06.2014, n.42849) .
Le ripetute minacce, le costrizioni e le percosse poste in essere da Mevio e Sempronio, dirette a costringere Caio al pagamento usuraio a favore di Tizio, integrano palesemente gli elementi oggettivi e soggettivi del delitto di estorsione. Gli stessi, infatti, erano del tutto consapevoli della natura usuraria del credito e miravano a procurare ad altri l’ingiusto profitto patrimoniale nella piena consapevolezza di usare a tale scopo la violenza o la minaccia. La mancata realizzazione dell’evento costituito dall’ingiusto profitto, in considerazione del fatto che la minaccia e la violenza di Mevio e Sempronio non ha raggiunto il risultato di costringere Caio al facere ingiunto, configurerà un’ipotesi di tentata estorsione.
D3 Nel caso in esame, peraltro, Mevio e Sempronio saranno chiamati a rispondere, in concorso, del delitto di lesioni personali volontarie, ai sensi dell’art.582, in quanto la condotta di violenza che costituisce il nucleo essenziale del delitto di estorsione non assorbe la lesione personale. Allo stesso modo, in considerazione del fatto che Mevio e Sempronio hanno coartato Tizio, costringendolo a salire su un’autovettura e conducendolo in aperta campagna, vi sarà concorso tra l’estorsione e il sequestro di persona, in quanto lo scopo di conseguire il profitto ingiusto non si pone come prezzo della liberazione, con conseguente inapplicabilità del reato complesso previsto dall’art.630 c.p.
C In conclusione, Mevio e Sempronio risponderanno a titolo di concorso in tentativo di estorsione aggravata, ex artt. 110, 56 e 629, cpv., c.p. In considerazione delle modalità di realizzazione e dell’unitarietà del contesto temporale, si può ritenere che pur in presenza di plurimi atti di minaccia e violenza, si configuri un unico tentativo di estorsione, in quanto le diverse aggressioni costituiscono singoli momenti di un unico tentativo. Si ricade peraltro in un tentativo circostanziato di delitto, in quanto risulta provato che una fase dell’azione si sia svolta nei luoghi previsti dall’art.624bis c.p., in quanto Mevio e Sempronio si sono recati presso l’abitazione di Caio per prelevarlo, con conseguente operatività dell’aggravante prevista dall’art.628, 3 co., n.3bis. Il reato concorrerà, in continuazione, ai sensi dell’art.81, cpv., c.p., con conseguente applicazione del cumulo giuridico, con i reati di sequestro di persona, ex art.605 c.p. e di lesioni volontarie, ai sensi del primo comma dell’art.582, senza operatività dell’aggravante dell’art.583, in quanto la prognosi di guarigione non risulta superiore a 40 giorni.
L’argomento è stato ripetutamente trattato al Corso intensivo Zincani, Anno 2015, ed è stato inserito nella Collana editoriale di Formazione giuridica
Scheda Parere 6, Lezione 5 Parere “L’uomo del banco dei pegni“
v., inoltre, Lezione 4, schema 7 – Focus usura;
In Collana Zincani
v.Volume metodologico, schema reati patrimonio – Focus dedicato all’usura
v. Atti d’esame, Appello – Uomo del banco dei pegni
Traccia n.2 L’uomo del banco dei pegni – stesura alternativa
Incipt La soluzione del caso in esame impone la preliminare disamina del concorso apparente di norme, previsto e disciplinato dall’art. 15 del c.p., per stabilire se alla condotta di Mevio e Sempronio si attagli la norma dell’art. 629 c.p. o, piuttosto, quella dell’art. 644 c.p.
D1 Si ha concorso apparente di norme quando più norme sembrano disciplinare un medesimo fatto, ma una sola di esse è applicabile al caso concreto o, altrimenti detto, quando una stessa condotta, attiva o omissiva, è suscettibile di essere ricondotta nel novero di più norme penali incriminatrici. L’unico criterio previsto normativamente per risolvere un conflitto apparente di norme è quello di specialità di cui all’art. 15 c.p., che stabilisce la prevalenza della legge speciale rispetto a quella generale che regoli la stessa materia. Speculare previsione è l’art.9 della l. n.689 del 1981, che adotta lo stesso criterio per disciplinare il concorso tra norma penale e violazione amministrativa. L’operatività del rapporto di specialità presuppone che una norma contenga tutti gli elementi costitutivi di un’altra disposizione generale, con l’aggiunta di in contenuto ulteriore, c.d. specializzante, sul presupposto indefettibile che ambo le prescrizioni regolino la stessa materia e abbiano indentità strutturale. La mancanza di una definizione normativa del concetto di “stessa materia” ha condotto la dottrina a fornire interpretazioni non univoche, orientate a valorizzare la concreta situazione di fatto o l’identità del bene giuridico tutelato. In giurisprudenza è largamente dominante il ricorso ad un criterio di tipo logico-formale, incentrato su un confronto strutturale tra le fattispecie. Il rapporto di specialità può descriversi come un rapporto di continenza strutturale fra due norme, nel quale tutti gli elementi costitutivi di una fattispecie generale sono contenuti in un’altra fattispecie, la quale presenta a sua volta uno o più elementi specializzanti, per aggiunta o specificazione. La norma generale avrà una portata più ampia rispetto alla norma speciale, ma il rapporto tra le due sarà tale per cui, ove la seconda venisse a mancare, il fatto sarà riconducibile nella prima (c.d. specialità unilaterale). Il criterio di specialità si estende anche ai casi di specialità bilaterale o reciproca, nei quali ciascuna norma è al contempo generale e speciale, poiché entrambe presentano accanto ad un nucleo di elementi comuni ulteriori elementi specifici e generici rispetto ai corrispondenti dell’altra.
Ulteriore questione, controversa in giurisprudenza, concerne la possibilità che al criterio di specialità siano affiancati altri criteri extracodicistici, desumibili dall’inciso conclusivo del primo comma dell’art. 15 c.p. “salvo che sia altrimenti stabilito”. Tale indicazione consentirebbe di adottare, in mancanza di un rapporto univoco da genere a specie, altri criteri fondati sull’apprezzamento di valore del fatto concreto: il criterio dell’assorbimento o consunzione e il criterio di sussidiarietà.
Il criterio di assorbimento o consunzione si fonda sul principio del ne bis in idem sostanziale, secondo il quale, anche al di fuori dei casi di vera e propria specialità, sussiste un rapporto di valore tra le norme incriminatrici, in base al quale il disvalore del fatto riconducibile ad un’unica condotta è tutto compreso nella norma che prevede il reato più grave, secondo una valutazione normativa-sociale. Diverso è il criterio della sussidiarietà, che postula un rapporto di complementarietà tale per cui la norma sussidiaria possa trovare applicazione solo quando non sia applicabile quella primaria. La sussidiarietà si dice “espressa” quando la stessa norma sussidiaria contenga una clausola di riserva del tipo “salvo che il fatto non costituisca un più grave reato…” e “tacita” quando il rapporto in questione va enucleato in via di interpretazione. Nella prospettiva di un apprezzamento di valore del fatto concreto, il principio di sussidiarietà è stato esteso da una parte della dottrina fino a ricomprendere il rapporto due norme incriminano condotte offensive dello stesso bene giuridico, con differenti livelli di intensità: in tal caso, troverebbe applicazione la norma che punisce la forma più grave di offesa al bene giuridico.
Tali criteri sono stati oggetto di critica da parte della giurisprudenza di legittimità, che in numerose pronunce a Sezioni Unite ha ritenuto che i criteri risolutivi del concorso apparente di norme possano essere soltanto quelli normativamente previsti, diversamente si ricadrebbe in una palese violazione del principio di legalità. Ne consegue che, oltre al principio di specialità, potranno rilevare il criterio della sussidiarietà espressa e le ipotesi di assorbimento riconducibili alla struttura del reato complesso ex art.84 c.p.
f. Alla luce di tali elementi occorrerà valutare se Mevio e Sempronio, nell’ambito dell’accordo usurario, debbano concorrere nel delitto di usura o debbano rispondere esclusivamente per tentativo di estorsione.
Nel caso concreto emergerebbe un’ipotesi di usura presunta, ai sensi dell’art.644, co.1, integrata dalla semplice promessa, in corrispettivo di una prestazione di denaro o altra utilità, di interessi o altri vantaggi usurari previamente individuati come tali dalla legge. Acquisita la consapevolezza di Mevio e Sempronio in ordine alla natura usuraria del credito, si deve valutare se rispondano di concorso in usura, quale reato a condotta frazionata o a consumazione prolungata, coloro che, in un momento successivo alla formazione del patto usurario, ricevono l’incarico di recuperare il credito, non riuscendo ad ottenerne il pagamento. Risulta infatti che gli stessi abbiano ripetutamente vessato Caio, con minacce e violenze fisiche e psicologiche, senza tuttavia partecipare ab origine alla pattuizione usuraria e senza ottenere il pagamento degli interessi o del capitale.
L’orientamento di legittimità ormai consolidato è indirizzato nel configurare il reato di usura quale reato ad esecuzione frazionata, c.d. “doppio schema” in cui può ravvisarsi una discrasia tra momento perfezionativo e momento consumativo del reato. In tale logica, qualora alla promessa non consegua la dazione, il reato si consuma con la promessa; qualora alla pattuizione illecita seguano plurimi atti di dazione attuativi della stessa, essi non vanno qualificati come post factum non punibile ma, al contrario, segnano un aggravamento dell’offesa posticipando il momento consumativo, determinando così in tali casi una situazione assimilabile alla permanenza.
Aderendo allo schema giuridico dell’usura intesa appunto quale delitto a consumazione prolungata, recentemente ribadito dalla giurisprudenza di legittimità, ne deriva che effettivamente colui il quale riceve l’incarico di recuperare il credito usurario e riesce ad ottenerne il pagamento concorre nel reato punito dall’articolo 644 c.p., in quanto con la sua azione volontaria fornisce un contributo causale alla verificazione dell’elemento oggettivo di quel delitto. Diversamente, nell’ipotesi in cui colui il quale ha ricevuto l’incarico da parte dell’usuraio di recuperare il credito non riesca a ottenerne il pagamento. In tal caso, infatti, il momento consumativo del reato di usura resta quello originario della pattuizione, anteriore alla data dell’incarico: e dunque a tale delitto non può concorrere il “mero esattore” scelto in epoca successiva. Né può parlarsi di tentata usura, con riferimento alla condotta volta a ottenere il pagamento del credito, considerata la natura unitaria del reato punito dall’articolo 644 c.p. (Cass. pen., sez. V, 24.06.2014, n.42849).
Scheda Parere 6, Lezione 5 Parere “L’uomo del banco dei pegni”
v. Volume metodologico, schema reati patrimonio – Focus dedicato all’usura

References: Art. 628

Art. 582

Art. 605

Art. 81

Cass. 

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 
 art. 644
 art.605
 art.84