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Timestamp: 2019-06-27 02:40:59+00:00

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I DIRITTI UMANI E LO STATO DELLA CIVILTÀ Articolo 2. No a discriminazioni di classe o di altra natura – Attivismo.info
On 8 Novembre 2017 6 Maggio 2019 By MFranceschini
Proseguo la serie di scritti dedicata alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo con il secondo articolo, di cui riporto immediatamente il testo:
Siamo chiaramente in una logica continuazione dell’Art. 1: la definizione di tutte le questioni che non dovrebbero inficiare la libertà, l’eguaglianza, la dignità e l’insieme dei 30 Diritti Universali, che dovrebbero perciò essere sempre tutelati per ogni persona, in ogni momento e in ogni luogo.
Di fatto si afferma che le distinzioni su cui si sono divisi gli esseri umani nel corso della storia devono essere superate, perché ormai inammissibili: divisioni politiche, ideologiche, religiose, economiche, sociali, razziali, etniche ed altre ancora, hanno negato e negano tuttora ad ogni uomo e donna il suo originario diritto alla dignità, alla libertà ed alla “responsabilità sociale”, che ha in forma paritaria con ogni altro essere umano.
La combinazione dei primi due articoli della Dichiarazione Universale dovrebbe farci riflettere sul dato assolutamente importante per la cultura delle comunità e per la politica: ogni individuo deve essere considerato, in quanto tale, degno di dignità e diritti in maniera del tutto indipendente dalla sua estrazione sociale.
Non si parla di proteggere chi appartiene a categorie o “classi sociali” svantaggiate, “perdenti” o carenti di tutela o considerazione da parte del potere di turno o dalla cultura di una qualsiasi comunità: sarebbe restrittivo e si confonderebbe con altre ideologie che, come la storia insegna, hanno prodotto esiti disastrosi per la libertà di tutti.
I milioni di morti delle guerre e dei conflitti sociali gridano “giustizia”, culturale e nel diritto.
È triste osservare come ancora oggi si venerino leader politici responsabili di morti, guerre, stragi, genocidi, usi e sviluppi di armi atomiche e di distruzione di massa e si celebrino rivoluzioni di “classe” che hanno portato a vari tipi di discriminazioni, a pulizie etnico-religiose e di altro tipo.
Credo sia doveroso, una volta per tutte, smascherare e denunciare per quel che sono le giustificazioni che ancora oggi tendono ad assolvere gli orrori della storia, ne dobbiamo rifiutare ogni presunta “ragione”: il fine di quegli orrori è sempre lo stesso di ogni guerra, indipendentemente da come la guerra sia condotta, stiamo sempre parlando di conquista e controllo, di occupazione di territori o mantenimento del potere.
Il vero messaggio dei Diritti dell’Uomo è, per tutto ciò, quello di elevare l’importanza della persona rispetto ad ogni sua “appartenenza”.
Inoltre si stabilisce che la classe sociale di un individuo non può limitare diritti e libertà dei componenti delle altre.
La vera sfida dei diritti umani è quindi, logicamente, quella di far sì che la divisione in classi sia superabile o almeno resa più liquida, se così si può dire, verso una società del diritto e della “responsabilità sociale” in cui ogni essere umano abbia l’opportunità di poter sviluppare la sua personalità, le sue abilità e desideri, per “arrivare” ad essere ciò che effettivamente può e vuole essere, ma in modo socialmente armonioso: senza intralciare e negare i diritti, le libertà e le dignità altrui.
I Diritti Umani ci parlano di una società possibile, centrata sulla persona che responsabilmente collabora con il suo prossimo.
Se vogliamo tutelare ed attuare veramente i diritti di tutti dobbiamo necessariamente arrivare a costruire una cultura per una società responsabile, non anarchica o utopica, i cui vertici siano: a. potenzialmente e veramente raggiungibili da tutti quelli che decidano di dedicare la loro vita agli altri ed all’amministrazione della cosa pubblica, per il tempo che sarà loro consentito, e b. controllati in maniera trasparente da un vero Stato di diritto, con appositi organismi politico-amministrativi che impediscano, senza indugi, attività legislative ed amministrative contrarie ai Diritti Umani ed alla Costituzione, che sarebbe a sua volta tesa alla realizzazione dei diritti universali, come ad esempio quella italiana delle origini.
La trasparenza e il controllo sui vertici politico-amministrativi dovrebbero iniziare sin dalla candidatura a cariche pubbliche, per far sì che l’accesso alla sfera amministrativa sia impedito a chi abbia conflitti di interesse con quelli della comunità e della nazione, conflitti che possono essere evidenti o potenziali, nazionali o anche transnazionali.
I Diritti Umani ci parlano di una società in cui ogni “piramide sociale”, di qualsiasi tipo, dovrebbe essere solo una naturale conseguenza di condizioni tecnico-amministrative, di merito o di predilezione, in totale assenza di prevaricazioni.
Merito, tecnica ed amministrazione, di conseguenza, non dovrebbero essere usati contro individui, gruppi o classi sociali in quanto, al contrario, devono svolgere un’opera di “fluidificazione” dei rapporti fra le componenti sociali, e fra queste e l’amministrazione stessa.
Oltre a quanto sin qui espresso credo sia assolutamente necessario allargare il campo visuale in relazione a questo articolo: credo sia del tutto opportuno e irrinunciabile denunciare le continue violazioni dei Diritti Umani, che vedremo anche in relazione al successivo Art. 3, in un campo che non è normalmente individuato a livello politico nelle sue problematiche, un campo che sembra purtroppo godere, per la sua particolare natura, di estesa autonomia e carente controllo: quello psichiatrico.
Lo stigma psichiatrico crea, di fatto, una distinzione fra esseri umani del tutto arbitraria, inumana, illiberale e a-scientifica, ancora non ben individuata dalla giurisprudenza.
Il cosiddetto “malato mentale” è da sempre oggetto di abusi e pratiche indegne, in ogni epoca storica (l’esempio più moderno ed eclatante l’abbiamo con l’elettroshock, di fatto mai abolito nonostante i numerosi appelli), da cui la psichiatria e,come vedremo l’industria farmaceutica, non sono esenti.
Lo scientismo ed il tecnicismo culturale oggi in voga tendono ad individuare nelle azioni e nelle emozioni dei soggetti affetti dai cosiddetti “disturbi mentali”, degli “squilibri cerebrali” da “riequilibrare”, al pari di quelli tipici delle vere patologie mediche.
Il “riduzionismo biochimico” dell’essere umano porta così ad evidenti violazioni dei Diritti Umani, come quelle dei trattamenti sanitari obbligatori, e ad un generalizzato approccio chimico per la delicatissima e plastica sfera cerebrale; un approccio che ha purtroppo investito anche l’ambito scolastico, dove si tende a medicalizzare i cosiddetti disturbi dell’apprendimento, definizione questa che dovrebbe essere rifiutata dal mondo della cultura.
Basta informarsi per sapere che esiste una quantità di medici, ricercatori, filosofi e uomini di cultura che definiscono la medicalizzazione di sintomi e comportamenti una violazione della deontologia medica, e che vedono lo “psicofarmaco” come una vera e propria “camicia di forza chimica”, senza reali giustificazioni mediche.
Le numerose inchieste e le evidenze sulla scarsa utilità dei farmaci, sui difetti nella loro sperimentazione, sugli effetti collaterali, per non parlare dei reali effetti sul comportamento e sulla personalità, devono portare ad una radicale riforma nell’approccio di questo delicato campo: l’integrità psico-biologica di ogni essere umano deve essere difesa ed il criterio nell’affrontare simili questioni deve rientrare in un più vasto campo interdisciplinare, non necessariamente medico o farmacologico, che non escluda alcuna matrice culturale.
Per concludere con questo aspetto, si dovrebbe imporre agli operatori del settore il rispetto della dignità per ogni persona sottoposta alle loro “cure”, obbligandoli a praticare quella ragione e coscienza che, come da Art. 1, appartengono ad ogni essere umano.
Nella seconda parte di questo articolo vi è un’interessante precisazione, che completa il quadro di protezione che i diritti individuali devono necessariamente avere: quella di affermare che non possono essere permesse discriminazioni giustificate dalla provenienza geo-politica della persona.
Ciò evidenzia con tutta chiarezza che se si decide di attuare veramente i Diritti Umani, lo si deve fare completamente e unilateralmente.
La reciprocità invocata dagli intolleranti viene perciò smascherata per quello che è: razzismo, xenofobia o antireligiosità.
Un doveroso e più giusto equilibrio si otterrebbe invece con una prassi che sarebbe utile e doverosa: quella di pretendere, da chi non appartiene originariamente ad una comunità, la sottoscrizione ed il rispetto fattivo dei Diritti Umani.
Questo però sarà difficile da ottenere fino a quando la cultura dei Diritti Universali non sarà veramente inserita nell’istruzione, nell’amministrazione, nei percorsi formativi di interesse sociale, politico e in ogni ambito abbia a che fare con la responsabilità pubblica.
In conclusione, e più generalmente, dobbiamo essere consapevoli che la nostra civiltà è sempre più indirizzata verso una cultura tecnicista e verso regimi di controllo tecnocratico privato sulle vite di tutti, un controllo sempre più stringente.
Se vogliamo fermare questo apparentemente ineluttabile destino dobbiamo far sì che i Diritti Umani diventino l’unico paradigma per delle politiche responsabili.
La politica che non vede ciò o racconta altro non sta facendo gli interessi di tutti noi.
Massimo Franceschini, 8 novembre 2017
Questo il bellissimo video relativo all’Art. 2 dell’associazione no-profit: “Gioventù per i Diritti Umani”
Questo il link del mio libro che è un programma politico basato sui Diritti Umani
L'elemento etico è un fattore intrinseco delle leggi economiche
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 Art. 3
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 Articolo 2
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