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Timestamp: 2020-08-04 02:00:08+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 8886 del 06/04/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8886 del 06/04/2017
Cassazione civile, sez. VI, 06/04/2017, (ud. 07/03/2017, dep.06/04/2017), n. 8886
sul ricorso 5843-2014 prosto da:
ASL N. (OMISSIS) LANCIANO-VASTO-CHIETI, (C.F. e P.I. (OMISSIS)), in
VIA RUGGERO FAURO, 102, presso studio dell’avvocato ALESSIO
COSTANTINI, rappresentata e difesa dall’avvocato ALDO LA GIORGIA
C.F., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR
avverso la sentenza n. 1126/2013 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,
depositata il 9/10/2013;
– con l’indicata sentenza, la Corte di appello di L’Aquila, pronunciando sull’impugnazione proposta da C.F. nei confronti dell’Azienda sanitaria locale n. (OMISSIS) Lanciano Vasto Chieti, in riforma della decisione del Tribunale di Lanciano ed in parziale accoglimento della domanda, accertato il ricorso abusivo alla contrattazione a termine, condannava la ASL al risarcimento del danno in favore della ricorrente nella misura di 20 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, oltre accessori. Riteneva la Corte territoriale che le assunzioni a termine dell’appellante non fossero state giustificate da esigenze temporanee ed eccezionali; quindi, esclusa la possibilità di conversione del rapporto, condannava l’Azienda al risarcimento del danno che quantificava facendo applicazione del meccanismo riparatorio di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, secondo il quale il danno non può che essere inquadrato quale pregiudizio derivante dalla perdita di un posto di lavoro assistito da tutela reale e così a termini della L. n. 300 del 1970, art. 18, commi 4 e 5, (cinque mensilità valore minimo – comma quarto più quindici mensilità quale misura sostitutiva della reintegra – comma 5 -);
avverso tale sentenza la ASL ricorre per cassazione con tre motivi;
C.F. resiste con controricorso;
con il primo e secondo motivo l’Azienda ricorrente denuncia la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 della L. n. 300 del 1970, art. 18, della L. n. 183 del 2010, art.. 32, comma 5 e 7, nonchè dell’art. 2697 c.c. in relazione al riconoscimento di un risarcimento del danno in assenza di ogni prova e comunque in misura eccessiva rispetto al parametro di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32;
– con il terzo motivo l’Azienda ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c. e art. 92 c.p.c., comma 2, in relazione alla condanna al pagamento delle spese processuali di entrambi i gradi di giudizio pur in presenza di un solo parziale accoglimento della domanda;
non ci può essere risarcimento del danno per il fatto che la norma non preveda un effetto favorevole per il lavoratore a fronte di una violazione di norme imperative da parte delle pubbliche amministrazioni. Quindi il danno non è la perdita del posto di lavoro a tempo indeterminato perchè una tale prospettiva non c’è mai stata. Come è stato precisato, infatti, il danno è altro;
il lavoratore, che abbia reso una prestazione lavorativa a termine in una situazione di ipotizzata illegittimità della clausola di apposizione del termine al contratto di lavoro o, più in generale, di abuso del ricorso a tale fattispecie contrattuale, essenzialmente in ipotesi di proroga, rinnovo o ripetuta reiterazione contra legem, subisce gli effetti pregiudizievoli che, come danno patrimoniale, possono variamente configurarsi;
– le sezioni unite hanno precisato che “la trasposizione di questo canone di danno presunto esprime anche una portata sanzionatoria della violazione della norma comunitaria sì che il danno così determinato può qualificarsi come danno comunitario (così già Cass. 30 dicembre 2014, n. 27481 e 3 luglio 2015, n. 13655) nel senso che vale a colmare quel deficit di tutela, ritenuto dalla giurisprudenza della Corte di giustizia, la cui mancanza esporrebbe la norma interna (art. 36, comma 5, cit.), ove applicabile nella sua sola portata testuale, ad essere in violazione della clausola 5 della direttiva e quindi ad innescare un dubbio di sua illegittimità costituzionale; essa quindi esaurisce l’esigenza di interpretazione adeguatrice. La quale si ferma qui e non si estende anche alla regola della conversione, pure prevista dall’art. 32, comma 5 cit., perchè – si ripete – la mancata conversione è conseguenza di una norma legittima, che anzi rispecchia un’esigenza costituzionale, e che non consente di predicare un (inesistente) danno da mancata conversione”;

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 36
 art. 18
 sentenza 
 art. 36
 art. 18
 art. 32
 art. 92
 Cass.