Source: http://www.slideshare.net/AmmLibera/come-si-fa-open-data-istruzioni-per-luso-per-enti-e-amministrazioni-pubbliche-versione-2
Timestamp: 2016-10-24 08:08:05+00:00

Document:
Come si fa Open Data? Istruzioni per l’uso per Enti e Amministrazioni…
Come si fa Open Data? Istruzioni per l’uso per Enti e Amministrazioni Pubbliche (Versione 2)
Vademecum Open Data - Come rendere ...
Manuale sul diritto eureopeo in mat...
Sperimentare piattaforme open sourc...
Le nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione aprono nuove opportunità agli enti pubblici, dal punto di vista dello svecchiamento dei processi decisionali e degli schemi burocratici. La digitalizzazione, inoltre, permette alle istituzioni di adottare un nuovo modello amministrativo, basato su “apertura” e “trasparenza” nei confronti dei cittadini: l’Open Government. In questo scenario, la pratica di “liberazione” dei dati, conosciuta come Open Data, che caratterizza internet e il Web, rappresenta una strada necessaria, anche se non sufficiente, affinché le amministrazioni adottino il modello di “governo aperto”.
Associazione Italiana Open Government
Gianluigi Cogo,
Rete InnovatoriP.A
Claudio Forghieri,
NOVITÀ IN MATERIA
www.datagov.it
Questa guida è la seconda versione del
documento “Come si fa Open Data”
presentato dall’Associazione Italiana per l’Open Government nell’aprile 2011. Questa nuova versione – la
2.0 – comprende le implementazioni
scaturite dal dibattito che si è sviluppato online tra gli esperti con la presentazione della prima edizione. È
stata mantenuta la struttura per capitoli nella quale vengono considerati gli aspetti organizzativi, tecnologici e giuridici che vanno contemplati
quando l’Amministrazione decide di
muoversi verso una strategia di condivisione pubblica dei dati. La guida si è arricchita di una sezione nella
quale si illustrano gli impatti economici positivi che l’open data genera
nell’Amministrazione e nelle aziende
e l’abbattimento dei costi che si traduce in un miglioramento della qualità
dei servizi per il cittadino ed in un risparmio per l’Ente. È stato inoltre aggiunto un glossario, per consentire al
lettore di districarsi tra i termini tecnici più ostici. Nell’ottica di perpetual
beta che caratterizza tutte le attività
dell’Associazione Italiana per l’Open
Government, anche la versione 2.0 –
distribuita con licenza Creative Commons – sarà resa disponibile online e
discussa in rete per ulteriori arricchimenti.
Istruzioni per l’uso per Enti
CONVEGNO maGGiOli
Area egov
CLOUD COMPUTING NELLA P
INFORMATICHE IN TEMPO DI CRISI
Strumenti e profili giuridici, privacy e proprietà
del dato pubblico
Il “Cloud Computing” è la tecnologia del momento:
sono sempre più le persone che decidono di utilizzare
i servizi sulla nuvola per i numerosi vantaggi che questi presentano. L
’utilizzo del “Cloud Computing” da
parte di amministrazioni e di aziende rappresenterà
uno dei temi cruciali della digitalizzazione italiana,
anche alla luce dei sempre maggiori vincoli di bilancio.
Da una parte ci sono i sostenitori di questa modalità
emergente di gestione delle risorse informatiche che
ritengono che sia più razionale e sostenibile, dall’altra,
ci sono gli scettici che, basandosi sugli aspetti problematici del cloud (tra cui rientrano le insufficienti garanzie in termini di sicurezza e privacy, la paura di perdere
gli investimenti già fatti, la sfiducia nelle capacità degli
enti di adeguarsi alle novità in tempi ragionevoli) ritengono che enti ed imprese non possano proficuamente
affidarsi a questa nuova tecnologia.
In questa iniziativa vengono analizzate le principali
caratteristiche del Cloud Computing in modo da
individuarne opportunità e criticità dal punto di vista
tecnico, organizzativo e giuridico. In particolare,
saranno analizzate le offerte dei principali fornitori ed
illustrati i criteri utili per una loro valutazione comparativa; verranno altresì esaminate le prassi contrattuali
ed evidenziate le aree e i processi aziendali che
possono beneficiare maggiormente dalle varie offerte
del Cloud. Nel corso del convegno, con taglio pratico
e concreto, si illustreranno i vantaggi e le criticità delle
soluzioni cloud disponibili sul mercato, con particolare
riguardo agli aspetti tecnici e legali, alle funzionalità e
ai costi. Verranno chiariti tutti i profili procedimentali e
contrattuali che assicurino la legittimità del ricorso - da
parte di aziende e amministrazioni - a soluzioni basate
sulla nuvola (termini di servizio, privacy, sicurezza e
responsabilità del fornitore).
SAS, PAAS, IAAS: diamo un significato alle sigle
più utilizzate IT Consumerization: ci vuole
un metodoSocial software Modelli di offerta
(Amazon, Google, Microsoft, Emc, Ibm, ecc.)
Dott. Gianluigi Cogo
Introduzione alle principali problematiche
giuridiche (qualificazione giuridica, legge
applicabile, le clausole vessatorie) Contratti
e termini di servizio L’esame della prassi
contrattuale Cloud computing e Privacy
La cultura e la formazione del CIO I nuovi ruoli
nell’organizzazione delle strutture ICT Assistenza,
Help desk e Customer care Rapporti con i provider
La scelta del cloud provider: il Codice dell’Amministrazione Digitale e il Codice dei Contratti Pubblici
Trasparenza, privacy e proprietà del dato pubblico
Forme di partecipazione sulle applicazioni in cloud
Ore 17 – Risposte ai quesiti
Ore 17 - Conclusione dei lavori
Bimestrale di cultura
e tecnologie per l’innovazione
“E-gov” supporta il processo di innovazione
della Pubblica Amministrazione affrontando il tema
dell’innovazione tecnologica e dei processi
di e-government. Il bimestrale riporta le buone prassi
e i migliori casi all’interno di Comuni, Province, Regioni,
Enti centrali e strutture sanitarie. Supporta chi è oggi
impegnato in prima linea nell’innovazione tecnologica
indicando metodi, strumenti e soluzioni pratiche.
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L’illustrazione in copertina è di Alessia Bellino
per l’Open Government
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Diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione
e di adattamento, totale o parziale con qualsiasi mezzo sono riservati per tutti i paesi.
dalla Litografia Titanlito s.a.
Introduzione. ................................................................................................ 5
Capitolo 1 – Open Data e Open Government.............................................. 6
1.1. Cos’è l’Open Government................................................................... 7
1.2. Cosa vuol dire Open Data................................................................. 10
1.3. Open Data come strategia di sviluppo verso l’Open Government..... 14
Capitolo 2 – Organizzarsi con gli Open Data........................................... 16
2.1. Open by default................................................................................. 16
2.2. Organizzarsi per l’aggiornamento significa garantire valore.......... 17
2.3. Monitoraggio e Networking come fattori indispensabili per il successo......................................................................................................... 18
2.4. L’impatto economico di una strategia Open Data............................... 20
Capitolo 3 – Gli Aspetti Tecnici. .............................................................. 28
3.1. Il formato degli Open Data. ............................................................. 28
3.2. Le connessioni fra i dati: Linked Open Data..................................... 29
3.3. Le modalità di pubblicazione............................................................. 36
Capitolo 4 – I Profili Giuridici................................................................. 38
4.1. Trasparenza = Accessibilità Totale = Open Data.............................. 39
4.2. La Privacy è un falso problema?....................................................... 42
4.3. Quale licenza per l’Open Data?........................................................ 44
Glossario..................................................................................................... 49
La guida è stata curata da:
Ernesto Belisario, Gianluigi Cogo, Stefano Epifani, Claudio Forghieri
Mauro Alovisio, Michele Barbera, Ugo Bonelli, Anna Cavallo,
Titti Cimmino, Luca De Pietro, Settilio Mauro Gallinaro,
Carmelo Giurdanella, Elio Guarnaccia, Stefano Laguardia,
Daniele Righi, Roberto Scano, Guido Scorza, Dimitri Tartari,
Daniela Tiscornia, Gianluca Vannuccini, Alessandro Lovani
Come si fa Open Data? non è una semplice iniziativa editoriale ma è
un’importante tappa del percorso che l’Associazione italiana per l’Open
Government ha avviato fin dalla sua costituzione, lo scorso ottobre.
L’Associazionenasce, infatti, su iniziativa di un gruppo di esperti di
diritto e di nuove tecnologie, funzionari pubblici e privati, docenti universitari, sociologi ed altri componenti della società civile con l’obiettivo di
sensibilizzare cittadini, imprese e amministrazioni e promuovere l’attuazione di strategie di Open Government nel nostro Paese.
Con questo scopo, la prima iniziativa è stata la realizzazione, la condivisione e la promozione del Manifesto per l’Open Government, un documento
di principi sviluppato in dieci punti che definisce il contesto di riferimento
per la diffusione dell’Open Data. Il Manifesto evidenzia come alla base della diffusione degli Open Data ci sia, soprattutto, un nuovo modello di trasparenza nella gestione della cosa pubblica che considera la partecipazione
attiva come un diritto e un dovere di ogni cittadino. Non solo. Un orientamento della Pubblica Amministrazione verso l’Open Data offre nuove opportunità a chi investe nella Rete, incentivando la crescita di nuovi distretti
dell’economia immateriale, che rappresenterebbero un nuovo modello di
produzione da affiancare a quello tradizionale, oggi in crisi.
La condivisione di principi è, però, solo il primo passo. Le nostre PA
hanno bisogno di capire non solo il perché ma anche il come sostenere e
gestire i necessari cambiamenti. Da qui l’idea di una Guida, la cui realizzazione è stata possibile grazie allacollaborazione con la rivista E-Gov,
strumento pratico a disposizione degli operatori pubblici e privati che intendono anche adottare o promuovere soluzioni concrete per liberare e
distribuire i dati pubblici e metterli a disposizione di cittadini, imprese
e associazioni. Per questo la Guida è organizzata come un vero e proprio
manuale che affronta sia gli aspetti tecnici sia quelli giuridici da tenere
presente per liberare i dati, ed è arricchita da riferimenti a casi ed esperienze specifiche da seguire per poter passare, finalmente anche in Italia,
Le nuove tecnologie per il rinnovamento
della PA: Open Data strategia verso l’Open
Le nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione aprono
nuove opportunità agli enti pubblici, dal punto di vista dello svecchiamento
dei processi decisionali e degli schemi burocratici. La digitalizzazione, inoltre, permette alle istituzioni di adottare un nuovo modello amministrativo,
basato su “apertura” e “trasparenza” nei confronti dei cittadini: l’Open Government. In questo scenario, la pratica di “liberazione” dei dati – conosciuta
come Open Data – che caratterizza internet e il Web, rappresenta una strada
necessaria, anche se non sufficiente, affinché le amministrazioni adottino il
modello di “governo aperto”.
1.1. Cos’è l’Open Government
Con l’espressione “Open Government” – letteralmente “governo aperto” – si intende un nuovo concetto di Governance a livello centrale e locale,
basato su modelli, strumenti e tecnologie che consentono alle amministrazioni di essere “aperte” e “trasparenti” nei confronti dei cittadini.
Il primo concetto – “l’apertura” – fa riferimento alla capacità di enti
e istituzioni pubbliche di ridefinire le modalità di approccio e relazione
con i cittadini e le comunità locali – rispetto agli schemi burocratici tradizionali – nella direzione di forme di interazione basate su bidirezionalità,
condivisione e partecipazione ai processi decisionali dell’amministrazione, attuabili mediante i nuovi strumenti digitali.
Secondo il concetto di “trasparenza”, le amministrazioni sono chiamate
a consentire, stimolare e facilitare i cittadini nelle attività di controllo continuo dei processi decisionali all’interno delle istituzioni, a tutti i livelli amministrativi e attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie. La “trasparenza”
di un’amministrazione è connessa alla libertà di accesso ai dati e alle informazioni amministrative da parte dei cittadini, nonché alla condivisione di
documenti, saperi e conoscenze tra istituzioni e comunità locale.
In entrambi i casi – “apertura” e “trasparenza” – le nuove tecnologie
della comunicazione rappresentano gli elementi abilitanti dell’Open Government, che rendono il processo di rincofigurazione di modelli, strumenti e tecnologie all’interno delle amministrazioni effettivamente sostenibile, tanto dal punto di vista tecnico-operativo quanto di quello degli
investimenti da affrontare. L’Open Government, dunque, rappresenta un modello di amministrazione che chiama gli enti e le istituzioni pubbliche a ripensare gli
schemi operativi e i processi decisionali consolidati, in particolare dal
punto di vista delle modalità e degli strumenti attraverso i quali si espleta la relazione con il cittadino. Un modello “open” all’interno delle amministrazioni pubbliche centrali e locali, difatti, si contraddistingue per
forme di discussione e collaborazione con i cittadini, così come per azioni di comunicazione aperta e trasparente nei confronti della comunità
locale. In una logica di Open Government le amministrazioni mettono al
centro la comunicazione e la collaborazione con i cittadini, sono aperte
al dialogo e al confronto diretto e partecipato con i privati e quindi focalizzano i processi decisionali sulle effettive esigenze e necessità delle
comunità locali. Centralità del cittadino, amministrazione partecipata e
collaborativa, insieme a trasparenza, apertura dei dati e delle informazioni e alla loro condivisione attraverso le nuove tecnologie digitali – in-
ternet e il Web in primo piano – quindi, sono i tratti distintivi dell’Open
In questa prospettiva, differenti sono i livelli di questo cambiamento
all’interno delle amministrazioni, nella direzione di un modello “open”:
Il livello culturale e organizzativo. Al centro degli enti e delle istituzioni ci sono i cittadini e il dialogo con la comunità locale, non le procedure
amministrative o gli schemi burocratici. In questo senso, il modello gerarchico e top down che ancora oggi contraddistingue in parte gli enti pubblici, nei confronti del cittadino, viene sostituito da un modello orizzontale e
partecipativo, in cui il processo decisionale è il risultato del dialogo e della
collaborazione tra istituzioni e privati;
Il livello tecnico e operativo. Processi decisionali e attività amministrative sono incentrati sulle effettive esigenze della comunità di cittadini,
sulla comunicazione e sulla collaborazione con essi. Questo passaggio al
modello di “governo aperto” attraverso la Rete, dal punto di vista operativo, pone una serie di questioni tecniche a cui gli enti e le istituzioni sono
chiamate a prestare attenzione;
Il livello giuridico. L’adozione di un modello di Open Government,
basato sui concetti di “apertura” e “trasparenza”, è fondato soprattutto
sull’utilizzo delle nuove tecnologie di comunicazione e informazione – internet e il Web in testa – in luogo degli strumenti più tradizionali e “analogici”. Questo modello amministrativo chiama le istituzioni pubbliche
a muoversi su un nuovo terreno, dal punto di vista giuridico e normativo, con questioni, problematiche e regolamentazioni differenti rispetto a
quelle con le quali si sono storicamente districati.
L’Open Government, dunque, rappresenta un processo di cambiamento sempre più importante, necessario e decisivo all’interno delle amministrazioni, in un contesto caratterizzato dalla massiccia diffusione delle
tecnologie digitali e telematiche, che hanno riconfigurato le modalità di
comunicazione e relazione più tradizionali, anche all’interno del panorama pubblico. Non solo. Lo sviluppo di un nuovo modello di amministrazione realmente “aperta” e collaborativa, in cui i cittadini possano partecipare attivamente ai processi decisionali, difatti, può consentire agli enti
e alle istituzioni di recuperare fiducia e credibilità nella società. In questo
senso, attraverso questo processo di cambiamento i governi centrali e locali hanno l’opportunità di far leva su apertura, diffusione e condivisione
dei dati, delle informazioni e della conoscenza per sfruttare i vantaggi che
l’innovazione tecnologica apre.
Sono passati ormai dieci anni dalla raccomandazione n. 19/2001 del
Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, che con essa ha inteso incentivare la concreta apertura degli enti e delle istituzioni delle nazioni
europee verso le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione1 quali concreti strumenti di cambiamento nell’ottica della trasparenza
e del dialogo con il cittadino.
A questo intervento hanno fatto seguito altre iniziative a livello internazionale, in base alle quali i governi centrali e locali hanno introdotto con varia efficacia l’uso dell’informatica e delle tecnologie all’interno
dei loro modelli operativi e processi decisionali. Tuttavia, si è mantenuto
pressoché inalterato il modello organizzativo e burocratico legato ad una
modalità tradizionale e consolidata di gestione dei dati, delle informazioni
e dei servizi al cittadino. Una modalità incentrata su un rapporto sostanzialmente asimmetrico, nel quale il cittadino è un attore “esterno” all’amministrazione, la quale – nella migliore delle ipotesi – “eroga” servizi “verso” la sua utenza. Al contrario, in un contesto caratterizzato da un nuovo
e più fluido rapporto tra il cittadino e le amministrazioni, le istituzioni
pubbliche sono chiamate proprio a ristabilire il contatto con i cittadini e a
rispondere loro attraverso nuovi strumenti e modelli.
Di recente, un impulso decisivo al dibattito sull’Open Government e
alla diffusione mondiale di questo nuovo modello culturale è stato fornito
dall’Amministrazione USA, che ha tradotto il concetto in un vero e proprio
sistema amministrativo. Si tratta del Memorandum “Open Government
Directive” dell’8/12/2009, provvedimento che codifica i principi della filosofia “open” all’interno delle istituzioni e delle amministrazioni, prescrive
compiti, processi e modelli organizzativi che gli enti pubblici sono chiamati a seguire nel rispetto della Direttiva2. Tre sono i principi “open” ispiratori della dottrina, che gli enti pubblici americani devono rispettare:
Trasparenza. Le istituzioni sono chiamate a fornire ai cittadini dati e informazioni sulle decisioni prese e sul proprio operato. L’obiettivo del modello
In particolare, la raccomandazione ha introdotto nuovi modelli di governo all’interno delle amministrazioni, a partire dal contatto con i cittadini. Al fine di mantenere la legittimità
del processo decisionale, con il suo intervento il Comitato del Consiglio dei Ministri ha proposto nuove forme di relazione e risposta ai privati da parte delle pubbliche amministrazioni, attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie. Ha messo in rilievo, inoltre, l’importanza
della partecipazione del cittadino alle decisioni che lo riguardano per il buon funzionamento dell’amministrazione.
Per maggiori informazioni sul Memorandum, cfr., Transparency and Open Government,
http://www.whitehouse.gov/the_press_office/TransparencyandOpenGovernment/.
“open” USA è quello di creare un sistema di fiducia all’interno della comunità
locale nei confronti dell’operato e delle scelte compiute dagli Enti americani;
Partecipazione. L’intelligenza collettiva e la collaborazione tra istituzioni e cittadini nei processi decisionali rappresenta uno dei nodi centrali
del modello americano. In questo caso la finalità da perseguire è il miglioramento della qualità delle scelte politico-amministrative degli enti pubblici, attraverso la proposta di interventi che siano effettivamente legati
alle esigenze e necessità dei cittadini;
Collaborazione. Nel modello “open” d’oltreoceano le istituzioni non
sono intese come strutture a séstanti, ma soggetti inseriti all’interno di
una rete collaborativa e partecipata composta da Enti pubblici, organizzazioni no-profit e comunità di cittadini.
Sull’esempio americano molti Paesi si sono avvicinati al modello Open
Government, avviando il processo di cambiamento dello scenario pubblico, verso una maggiore efficienza amministrativa, trasparenza e vicinanza
con i cittadini. Di recente anche l’Organizzazione delle Nazioni Unite è
intervenuta a riguardo: attraverso il rapporto 2010 sullo stato dell’e-Government nel mondo ha raccomandato l’adozione di modelli amministrativi “open”3.
1.2. Cosa vuol dire Open Data
Cosa vuol dire Open
Il dibattito sul rinnovamento delle amministrazioni in ottica “open”, dal
punto di vista culturale, tecnico e giuridico, ha posto l’accento su un nuovo
approccio alla gestione dei dati e delle informazioni in ambito pubblico,
anche in questo caso reso possibile dalle tecnologie telematiche. Si tratta
dell’Open Data, modello o filosofia che consente di rendere dati e informazioni delle istituzioni pubbliche “aperti” e accessibili direttamente online.
Più in generale, per Open Data si intende il formato “aperto” con cui le
informazioni e i dati digitali possono essere trasmessi, distribuiti e scambiati on the Web. Si tratta di un formato che – in un contesto di convergenza caratterizzato dalla digitalizzazione delle informazioni – permette
di creare una rete basata su dati che siano accessibili, integrabili e interscambiabili. Con l’espressione “formato aperto” si fa riferimento alla
completa accessibilità dei dati e delle informazioni attraverso la Rete, in
Per approfondimenti, cfr.,United Nations e-Government Survey 2010, http://www2.unpan.
org/egovkb/global_reports/10report.htm.
assenza di forme di controllo e restrizioni – come copyright e brevetti – che
ne limitano l’utilizzo, l’integrazione e il riuso.
Più in dettaglio, affinché si possa parlare effettivamente di Open Data,
è necessario che le risorse digitali presentino precise caratteristiche, dal
punto di vista tecnico e delle logiche e dinamiche di accesso, utilizzo e
riuso. La comunità mondiale più volte ha ribadito che per essere “open” è
necessario che i dati siano4:
Completi. I dati devono comprendere tutte le componenti che consentano di esportarli, utilizzarli online e offline, integrarli e aggregarli con
altre risorse e diffonderli in Rete. È necessario che indichino anche le
metodologie di realizzazione adottate;
Primari. Le risorse digitali devono essere strutturate in modo tale che
i dati siano presentati in maniera sufficientemente “granulare”, in modo
che possano essere utilizzate dagli utenti per integrarle e aggregarle con
altri dati e contenuti in formato digitale5;
Tempestivi. Gli utenti devono essere messi in condizione di accedere e
utilizzare i dati presenti in Rete in modo rapido e immediato, massimizzando il valore e l’utilità derivanti da accesso e uso di queste risorse;
Accessibili. L’accessibilità fa riferimento alla possibilità di fruizione
e utilizzo delle risorse digitali “open” per tutti gli utenti, direttamente
attraverso i protocolli internet, senza alcuna sottoscrizione di contratto, pagamento, registrazione o richiesta ufficiale. I dati “liberi”, inoltre,
devono essere trasmissibili e interscambiabili tra tutti gli utenti direttamente in Rete;
Leggibili da computer. Per garantire agli utenti la piena libertà di accesso e soprattutto di utilizzo e integrazione dei contenuti digitali, è necessario che i dati siano machine-readable, ovvero processabili in automatico
dal personal computer;
Non proprietari. In un modello “open” gli utenti devono poter utilizzare e processare i dati attraverso programmi, applicazioni e interfacce
non proprietarie, aperte e solitamente installate su PC. Al contempo, i dati
Cfr., Transparency International Georgia, Ten Open Data Guidelines, http://www.transparency. ge/en/ten-open-data-guidelines.
A riguardo la comunità internazionale fa riferimento anche a dati non strutturati e in
stato grezzo come componenti centrali di un modello Open Data. In ottica di “liberazione”
delle risorse digitali, gli utenti devono essere in condizione di strutturare e lavorare i dati,
con la possibilità di sviluppare nuove risorse digitali e diffondere informazioni e saperi. Per
la comunità scientifica che si occupa di Open Data, difatti, il presupposto per creare e diffondere conoscenza attraverso l’adozione di questo modello passa per l’accesso, il riutilizzo
e l’interscambio da parte della collettività di dati e risorse non strutturate o di primo livello.
devono essere pubblicati e riusabili in formati semplici e generalmente
supportati dai programmi più utilizzati dalla collettività digitalizzata;
Liberi da licenze che ne limitino l’uso. Ai dati pubblicati in Rete in
versione “open” non possono sottendere copyright o diritti intellettuali, né
tantomeno brevetti che possano limitarne l’accesso e soprattutto l’utilizzo
e il riuso degli utenti. Inoltre, i dati sono “aperti” se viene garantita agli
utenti qualsiasi modalità di utilizzo, anche a scopi commerciali;
Riutilizzabili. Affinché i dati siano effettivamente “liberi”, gli utenti
devono essere messi in condizione di riutilizzare e integrare i dati, fino a
creare nuove risorse, applicazioni,programmi e servizi di pubblica utilità
per la comunità di utenti;
Ricercabili. Un modello “open” dei contenuti in formato digitale deve
assicurare agli utenti l’opportunità di ricercare con facilità e immediatezza dati e informazioni di proprio interesse, mediante strumenti di ricerca
ad hoc, come database, cataloghi e searchengine;
Permanenti. Le peculiarità fino ad ora descritte devono caratterizzare
i dati nel corso del loro intero ciclo di vita sul Web.
La rete interneted il Web rappresentano le tecnologie abilitanti di questo modello di “liberazione” e “apertura” dei dati e delle informazioni. Nel
corso della sua storia, la Rete è stata oggetto di interventi portati avanti
dai governi a livello nazionale e internazionale per la regolamentazione di
tematiche e problematiche legate all’accesso e all’utilizzo dei dati e delle
informazioni digitali. Tuttavia, nonostante i tentativi di regolamentazione
dei governi, all’architettura della rete internet sottende da sempre il concetto di “openness”, il libero accesso e la diffusione senza restrizioni e in
modalità “aperta” delle risorse in formato digitale.
Negli ultimi anni i modelli di fruizione e trasmissione dei dati e delle
informazioni presenti in Rete sono diventati sempre più vicini alle logiche “open”, grazie alla rapida affermazione di tecnologie e applicazioni di
tipo collaborativo. Strumenti come Blog, Wiki e Social Network difatti si
caratterizzano per logiche e dinamiche di comunicazione e interazione di
tipo partecipativo e collaborativo. In questo modo la Rete diventa sempre
più un contesto di condivisione e distribuzione partecipativa di risorse e
saperi a livello globale.
In questo scenario, sempre più “aperto”, la Rete ha visto la diffusione
di numerose forme di licenza libera, come le Creative Commons (CC) o
la GNU General Public License. L’obiettivo che la comunità mondiale
ha inteso perseguire attraverso il lancio di questi modelli di licensing è
colmare in qualche modo il vuoto legislativo relativo alla libertà di ripro-
duzione, accesso e diffusione di contenuti in Rete. La crescita esponenziale delle risorse distribuite in Rete sta spingendo la comunità mondiale
verso modelli di liberalizzazione completa e definitiva di dati e software,
in tutti gli ambiti della sfera sociale e professionale, a partire dal settore
Nell’ambito di questo modello “open” delle risorse digitali e dei software, attualmente uno dei punti focali del dibattito sull’Open Data è
il processo di liberalizzazione dei dati e delle informazioni in possesso
dei soggetti istituzionali. L’attenzione verso nuovi modelli “trasparenti”
e partecipativi delle amministrazioni pubbliche, infatti, solleva con sempre maggiore energia esigenze di “openness” tra gli Enti e le istituzioni
pubbliche, insieme alle necessità di svecchiamento delle procedure amministrative, sullo sfondo delle nuove tecnologie di internet, del Web e dei
device mobili.
La “liberazione” dei dati che riguardano l’ambito pubblico rappresenta un’opportunità importante per le amministrazioni, affinché possano
avvicinarsi e sfruttare pienamente le potenzialità dell’innovazione tecnologica e della digitalizzazione. Attraverso l’adozione di un formato “open”
dei dati riguardanti il governo centrale e locale, le amministrazioni hanno
la possibilità di superare gli schemi rigidi e burocratici di accesso ai dati
e di gestione delle risorse informative, sia al loro interno, sia nei confronti
della comunità locale. Al contempo, a partire dal libero accesso e dalla
condivisione dei dati pubblici, Enti e istituzioni possono creare le condizioni organizzative e tecniche per adottare un nuovo modello di rapporto
reciproco e bidirezionale, così come più trasparente ed efficiente, con i
In un’ottica di rinnovamento verso il modello Open Government,
dunque, gli Enti e le istituzioni sono chiamati ad avvicinarsi alla pratica
dei dati pubblici “liberi”, rendendo accessibili ai cittadini documenti,
risorse e informazioni in loro possesso. Non solo. In un modello di governo e amministrazione “open”, le istituzioni devono adoperarsi affinché la modalità di accesso alle risorse in formato digitale sia efficiente.
Ovvero, le amministrazioni – oltre a mettere a disposizione dei cittadini
contenuti pubblici a titolo non oneroso e senza restrizioni di utilizzo –
devono garantire l’accesso ai dati grezzi, per consentire ai privati di trattarli, integrarli e riutilizzarli. In questo senso si possono già registrare i
primi significativi effetti legati alla diffusione di questi nuovi approcci in
ambito pubblico.
Uno dei più considerevoli riguarda il recente rilascio della “Open Government License” (UK OGL), adottata dal National Archives in Gran Bre-
tagna, licenza che ha dato una spinta significativa al riuso ed alla valorizzazione delle banche dati istituzionali6. Un’iniziativa simile – che non a
caso ha fatto seguito alla UK OGL – è stata portata avanti anche in Italia.
Si tratta della “Italian Open Data License” (IODL), primo intervento nel
nostro paese sul tema delle licenze dei dati prodotti e gestiti dalle amministrazioni pubbliche7.
1.3. Open Data come strategia di sviluppo verso l’Open Government
L’adozione di un modello Open Data per l’accesso e l’utilizzo in Rete di
dati e risorse legati all’ambito pubblico rappresenta un passaggio necessario per il rinnovamento delle istituzioni nella direzione di “apertura” e
“trasparenza”, a tutti i livelli amministrativi. Il libero accesso direttamente
in Rete ad archivi, database e informazioni prodotte e gestite da soggetti
pubblici si configura come aspetto fondamentale per tradurre il concetto
di Open Government in un vero e proprio modello sostenibile all’interno
delle amministrazioni centrali e locali. Il formato “open” dei dati e delle
informazioni amministrative è una componente decisiva affinché le istituzioni pubbliche si avvicinino alla dottrina del “governo aperto”, in quanto
Rendere l’amministrazione “aperta”. Il formato “libero” dei dati pubblici, sia dal punto di vista dell’accesso che dell’integrazione e del riutilizzo, rappresenta il presupposto di base affinché possa svilupparsi una vera
e propria rete collaborativa e partecipativa tra le istituzioni e la comunità
dei cittadini, sulle scelte di governo centrale e locale. Mediante strategie
Open Data tra i soggetti pubblici, i cittadini non sono più consumatori
passivi di informazioni messe a disposizione dai governi, ma hanno l’opportunità di riutilizzare e integrare i dati, fino a sviluppare veri e propri
servizi e applicazioni a disposizione dell’intera comunità di utenti, che
vanno ad affiancarsi a quelli creati dalle istituzioni. In questo modo i cittadini collaborano effettivamente con i soggetti istituzionali e partecipano
attivamente alle azioni di governo della cosa pubblica;
La licenza, adottata nel 2010 dal governo britannico, sarà applicata a tutti i dati pubblici e
i software sviluppati e utilizzati dagli Enti e dalle istituzioni della Gran Bretagna. Mediante
l’adozione della licenza, le amministrazioni britanniche garantiscono ai cittadini l’accesso
libero ai database pubblici, senza alcuna forma di registrazione o richiesta ufficiale per la
fruizione o l’utilizzo, e soprattutto la piena riusabilità dei dati e delle informazioni accedute.
La licenza – sviluppata da Formez PA – sarà ripresa nel corso del documento. Rispetto
alla licenza Britannica, quella italiana limita il riuso delle risorse a iniziative non-profit: gli
utenti non possono integrare e distribuire dati e informazioni pubbliche a scopi commerciali.
Rendere l’amministrazione “trasparente”. La libera accessibilità di documenti, atti e saperi sul governo della res publica e sulle scelte politicoistituzionali compiute dalle amministrazioni è un aspetto centrale per
la “trasparenza” delle istituzioni, che stimola e facilita i cittadini ad un
controllo continuo e costante sull’operato e sui processi decisionali dei
soggetti pubblici. Difatti, attraverso l’attuazione di politiche Open Data in
ambito pubblico, i cittadini possono accedere ai dati degli enti centrali e
locali e sono in condizione di riutilizzarli e rielaborarli, in modo da verificare l’efficienza dell’apparato burocratico.
In ogni caso, se da una parte l’adozione del formato Open Data costituisce una condizione necessaria per lo svecchiamento delle amministrazioni verso “apertura” e “trasparenza”, dall’altra non si tratta di un
passaggio sufficiente. Il rinnovamento delle istituzioni, dal punto di vista
della gestione dei dati e delle informazioni e del contatto con i cittadini,
deve passare necessariamente per un ripensamento del modello organizzativo tradizionale e degli schemi burocratici che caratterizzano gli enti
pubblici. E in questo senso l’utilizzo delle nuove tecnologie digitali, non
soltanto internet e il Web, rappresenta una tappa importante affinché le
istituzioni pubbliche possano adottare effettivamente una strategia di “governo aperto”.
Trasparenza e apertura nelle PA passano
per un rinnovamento organizzativo e culturale
Fra gli ostacoli da superare per una politica di Open Data efficace e in
grado di generare valore ci sono gli aspetti organizzativi e, soprattutto, culturali che occorre gestire dentro l’amministrazione. Occorre convincere l’intera
struttura dell’importanza della trasparenza e dell’apertura sia con atti formali sia con azioni formative mirate. Qualità e aggiornamento dei dati devono
essere garantiti nel tempo, così come una costante azione di monitoraggio e
valutazione delle ricadute delle politiche di Open Data.
2.1. Open by default
Come si convince un’organizzazione che il dato pubblico dovrebbe essere, nei limiti della tutela della privacy, “geneticamente aperto” e accessibile a chiunque?
Il dato pubblico è stato finanziato dalla collettività e ad essa deve essere naturalmente restituito. Le leve possono essere molteplici, ad iniziare
dagli atti formali:
•	Dichiarazione politico-istituzionale;
•	Delibere e regolamenti dedicati;
•	Legge Nazionale/Regionale di indirizzo in materia di riuso dei dati
•	Istruttoria approfondita comprensiva di:
- studio degli effetti positivi sulla collettività;
- nuove opportunità di sviluppo per le imprese e per il territorio;
•	Analisi di fattibilità;
•	Costituzione di un gruppo di lavoro;
•	Obiettivi di PEG specifici;
•	Inserimento degli Open Data fra i parametri di valutazione della
performance dirigenziale;
•	Per le Regioni e le Province, finanziamenti agli Enti del territorio
vincolati al raggiungimento di percentuali prefissate di basi di dati
resi pubblici secondo determinate specifiche.
Senza dubbio, però, le leve migliori sono l’azione capillare di disseminazione delle buone pratiche e l’alfabetizzazione del personale a tutti i livelli, che può essere stimolato condividendo pubblicamente e gratificando
gli uffici più virtuosi in termini di apertura.
L’approvazione di linee guida ufficiali ha il vantaggio di agevolare un
comportamento omogeneo dei diversi settori dell’ente o di un territorio,
semplificando gli aspetti prettamente amministrativi e, almeno teoricamente, quelli tecnici.
La regione piemonte è stata la prima in italia a produrre un atto
formale sugli open data grazie alla delibera di giunta 31-11679 del 29
giugno 2009, revocata ed aggiornata dalla successiva delibera di giunta
36-1109 del 30 novembre 2010, nella quale sono state definite le linee
guida regionali per i processi di riuso, associate alla definizione di licenze standard secondo il modello delle licenze creative commons, che
definiscono le discipline d’uso dei dati regionali messi a disposizione 8.
2.2. Organizzarsi per l’aggiornamento significa garantire valore
Non è sufficiente, sebbene si tratti del primo passo da realizzare, mettere a disposizione alcuni dataset d’informazioni pubbliche, che vanno
anche mantenuti con cura. Affinché creino valore, in particolar modo se
entrano a far parte di un modello di business, i dati devono possedere un
livello di aggiornamento garantito (in termini di qualità del dato e tempi
certi di rilascio). Occorre quindi individuare delle precise e puntuali responsabilità, cioè definire non solo quale sia l’ufficio che ha in carico la
creazione e l’aggiornamento di uno specifico dataset, ma anche chi debba
farsi carico della sua disponibilità sulla piattaforma usata per la distribuzione dei dati dell’Ente.
La tendenza è l’individuazione di una redazione centrale che si preoccupi della pubblicazione dei dati sulla piattaforma, crei i metadati
fondamentali affinché essi siano utilizzabili e si ponga come obiettivo di
agevolare la circolazione e l’uso produttivo delle informazioni condivise
dall’Ente. La figura professionale è quella del data manager, in un certo
senso parallela a quella che fu la figura del webmaster ai tempi della nascita dei primi siti Web.
Come per i siti internet anche nel caso della gestione di contenuti di
tipo “data” vanno previsti processi e procedure di gestione delle varie basi
dati che siano in capo ai singoli settori di riferimento, in una logica di
decentramento e distribuzione della produzione del dato e responsabilità
dell’aggiornamento. Centralizzata può invece restare la funzione di agevolazione e supporto alla messa a valore dei dati.
Scheda – Il caso TDE Team in UK
Il governo inglese ha costituito ilTransparency and Digital Engagement Team che è parte del Cabinet Office, un vero e proprio ufficio
responsabile della trasparenza e della cura del sito http://data.gov.uk/.
2.3. Monitoraggio e networking come fattori indispensabili
I dati liberati creano valore solo se qualcuno li usa, specialmente con
profitto. È quindi indispensabile tener conto dell’interesse che riscuotono
i diversi dataset e valutare la qualità delle applicazioni che ne derivano.
Il primo strumento semplice di monitoraggio è il conteggio dei download, in grado di fornire un utile indicatore dell’interesse per un determinato set di dati. Altri indicatori misurabili di efficacia potrebbero essere:
•	Numero di app fatte su un certo dataset;
•	Numero di download di una app fatta su un certo dataset;
•	Numero di visite al sito dell’ente su un certo dataset;
•	Numero di “like” sull’app o sul dataset esposto;
•	Sondaggi con le categorie interessate ai dati dell’ente, come ad esempio Confcommercio, CNA, albergatori, ordini professionali, ecc.
La vera sfida è quindi comprendere quali dati sono realmente in grado
di creare valore pubblico o di generare profitto per le imprese.
Tale comprensione può essere utilmente mediata attraverso processi
di co-progettazione che coinvolgano alcuni potenziali portatori di interesse. Va specificato però che le esperienze internazionali insegnano come sia
spesso inconsueto e imprevedibile l’uso che viene fatto dei dati pubblici
(e si parla del solo caso di utilizzi pubblici e quindi monitorabili). Se si
escludono infatti il monitoraggio della spesa pubblica e le applicazioni di
infomobilità, la maggior parte degli usi dei dati pubblici offerti dalle amministrazioni di Paesi come UK e USA non erano stati previsti.
Il rapporto diretto e continuativo con gli sviluppatori, le imprese e le
community di programmatori, studenti, ricercatori e magari di cittadini,
è fondamentale per l’individuazione delle informazioni più appetibili in
termini di trasparenza, accessibilità e potenziali ricavi per le imprese. Per
la PA questo significa accettare un dialogo continuo con tutti gli attori
coinvolti in questa dimensione di Open Government, dove la capacità di
ascolto e la volontà d’interazione sono due fattori indispensabili per il successo, ben più rilevanti degli aspetti tecnologici.
Un altro elemento da tenere presente in termini di qualità è l’accountability, ossia la capacità dei dati aperti di essere sottoposti a monitoraggio
di validità da parte di terzi, in modo da renderli “certificati” per quanto
possibile. In Italia sarebbe auspicabile che fosse creato un tale ufficio, veramente indipendente; ogni Ente potrebbe dare un segnale di forte trasparenza e correttezza, chiamando un soggetto terzo autorevole a giudicare
i dati esposti.
Negli Stati Uniti, in parallelo all’iniziativa del Presidente Obama
sulla Open Government, il US GovernmentAccountability Office ha
emesso le sue critiche sulla validità di alcuni set di dati esposti. Questo
Ente è istituzionalmente chiamato a verificare il lavoro delle PA che
hanno aperto i loro dati 9.
2.4. L’impatto economico di una strategia Open Data
I governi centrali e le amministrazioni locali stanno progressivamente
adottando strategie di Open Government rendendo disponibili e pubblicando online in formati standard informazioni e dati liberamente utilizzabili dagli utenti, siano essi cittadini, imprese oppure enti pubblici.
Scarso rilievo hanno avuto, sino ad ora, le valutazioni sulle potenziali
ricadute economiche della libera pubblicazione e fornitura di dati e informazioni in formato “grezzo” e quanto più possibile “granulari” per il loro
successivo riuso; si è accennato, in precedenza, al potenziale dell’Open
Data come leva per promuovere la trasparenza e la responsabilità delle
amministrazioni, insieme alla capacità di sostenere le riforme organizzative e dei processi amministrativi per l’erogazione dei servizi pubblici. Si
cercherà ora di individuare i benefici economici derivanti dall’adozione di
politiche e pratiche di libera accessibilità e fruibilità di dati e informazioni
forniti dalle amministrazioni centrali e locali.
Come quadro di riferimento strategico, l’Agenda Digitale Europea
2010 – 202010 ha individuato, oltre all’obiettivo di massimizzare i benefici
economici e sociali dell’adozione dell’ICT da parte delle amministrazioni
dei Paesi membri, una linea di azione specifica tendente ad obbligare le
amministrazioni governative a fornire libero accesso alle informazioni del
settore pubblico11. In aggiunta a tale prescrizione e sempre nel contesto
dell’Agenda, si è appena concluso il processo di consultazione per la revisione (prevista per il 2012) della Direttiva 2003/98/CE del Parlamento
Europeo e del Consiglio relativa al riutilizzo dell’informazione del settore
pubblico12. La Commissione, al termine del processo consultivo, ha evidenziato come la direttiva non abbia raggiunto gli effetti attesi in termini
di stimolo ai mercati dei contenuti, mettendo a disposizione, in modo trasparente, efficace e non discriminatorio, l’informazione del settore pubblico, che costituisce un’importante fonte di crescita potenziale dei servizi
online digitali; è stata sottolineata, inoltre, la necessità di rimuovere gli
ostacoli al ri-uso dei dati, tra cui la discriminazione tra gli utenti potenziali, tariffe eccessive per il riutilizzo e complesse politiche sulle licenze. Ha
poi messo in evidenza problemi di ordine pratico, come la disinformazioCfr., http://ec.europa.eu/information_society /digital-agenda/index_en.htm.
Cfr., http://ec.europa.eu/information_society/newsroom/cf/fiche-dae.cfm?action_
id=162&pillar_id=43&action=Action%203%3A%20Oblige%20public%20bodies%20to%20
give%20access%20to%20public%20sector%20information.
Cfr.,http://ec.europa.eu/information_society/policy/psi/actions_eu/policy_actions/index_
ne sui dati disponibili del settore pubblico e la miopia degli enti pubblici
riguardo al potenziale economico dei loro dati. A tale riguardo è utile solo
ricordare come uno studio del progetto MEPSIR13 (MeasuringEuropean
Public Sector Information Resources) abbia quantificato in 27 miliardi di
Euro il valore economico dei dati prodotti dalle amministrazioni pubbliche nel mercato del loro riuso; valore che si riferisce al termine del progetto nel 2006, e che quindi è senz’altro da considerarsi in ulteriore aumento.
Entrando nella specifica analisi dell’impatto economico di un approccio libero e aperto all’Open Data, si possono distinguere due ordini di benefici derivanti da una piena, strutturata e diffusa disponibilità dei dati
delle amministrazioni:
-	Valore aggiunto creato al di fuori delle amministrazioni, il “valore
esterno”;
-	Risparmi conseguiti all’interno delle amministrazioni e nelle loro
interrelazioni, il “valore interno”.
Alcune considerazioni di carattere generale sui benefici economici di
una strategia Open Data possono, tuttavia, essere sottolineate come fortemente impattanti sull’intero sistema economico preso in esame.
I nuovi servizi digitali erogati sia dalle PA che da soggetti privati si
fondano su un ampia disponibilità libera e, ove possibile senza costi di
fornitura, di informazioni. In considerazione delle caratteristiche peculiari delle informazioni digitali, e cioè:
1.	Prive di rivalità (si può considerare “bene pubblico”, il suo uso non
pregiudica il riutilizzo contestuale da parte di un altro soggetto);
2.	Con bassi costi di distribuzione;
3.	Con importanti esternalità di rete.
L’impatto economico dell’apertura dell’informazione del settore pubblico può rivelarsi dirompente.
Le amministrazioni pubbliche generano, infatti, basi informative, ne
regolano il rilascio e, a loro volta, usufruiscono dei dati prodotti da altri
organismi pubblici nell’ambito delle loro funzioni. Altri soggetti, imprese
o singoli, acquisiscono i dati per praticarne il riutilizzo, anche a fini commerciali, creando, a partire dall’informazione, servizi a valore aggiunto
rivolti a un particolare bacino di utenza. Questo “circolo virtuoso” di generazione di domanda, con conseguente attivazione di investimenti, a fronte
Cfr. http://ec.europa.eu/information_society/ policy/psi/actions_eu/policy_actions/mepsir/
dell’offerta di specifici dataset informativi, può risultare particolarmente
significativo, variando da settore a settore.
Benefici “esterni” alle amministrazioni
Questa prima categoria di benefici evidenzia il valore economico dei
dati e delle informazioni quali “attivatori” di nuove e, anche, imprevedibili
filiere di attività e servizi digitali per i potenziali utenti costituiti da cittadini, imprese e altre amministrazioni ad un diverso livello di governo. Come
noto attraverso le tecniche di mashup è possibile includere, aggregare e
rielaborare dati provenienti da diverse fonti informative per creare applicazioni e servizi innovativi e, quindi, personalizzare ad un livello molto
avanzato l’erogazione di un servizio; la disponibilità di basi dati e informazioni delle amministrazioni acquista, quindi, il valore di “materia prima”
necessaria ad incrementare la collaborazione tra pubblico e privato nello
sviluppo di nuove imprese, soprattutto, ma non solo, nell’ambito territoriale di riferimento. In questa prospettiva, quindi, il valore economico e la
disponibilità dei dati prodotti dalle amministrazioni consente di:
•	Ridurre e, al limite, azzerare le “asimmetrie informative” tra i fornitori di prodotti e servizi della Pubblica Amministrazione. L’Open
Data, fornendo a tutti i “clienti” della PA (cittadini e imprese) lo
stesso patrimonio informativo, consente di rielaborare e utilizzare
le informazioni per creare servizi a valore aggiunto, senza discriminazione di carattere dimensionale e territoriale per le imprese
che intendano creare nuove idee di business.
•	Ampliare i mercati concorrenziali, riducendo le rendite di posizione di mercati monopolistici e/o oligopolistici. Una maggiore quantità, unita ad un’elevata qualità delle informazioni territoriali e
delle amministrazioni consente, attraverso nuove imprese a carattere fortemente creativo e innovativo, di ricorrere ad un maggior
numero di fornitori nonché l’abbattimento di barriere all’ingresso
•	Aumentare la diversificazione di prodotti e servizi indotta da unamaggiore presenza di imprese che tendono a specializzarsi su molte filiere produttive;
•	Indirettamente e a seguito della nascita di nuove imprese, ottenere
un aumento del gettito fiscale a seguito degli investimenti necessari a creare nuovo business intorno alle informazioni pubbliche;
•	Aumentare la quota degli Investimenti Diretti Esteri (IDE) rivolti
al Paese che mette a disposizione una rilevante quantità di dati e
informazioni; gli investitori internazionali sono in grado in questo
modo di valutare adeguatamente dove e quanto investire grazie
alla credibilità e fiducia acquistata dalle Pubbliche amministrazioni del Paese considerato;
•	Informare adeguatamente le ONG (Organizzazioni non governative) su dove investire e quanto, sia a livello di Paese che di città
•	Agevolare un benchmark sulla trasparenza dei bilanci e dell’attività
amministrativa (accountability) di diversi Paesi che aderiscono a
progetti comuni promossi da organismi e/o accordi internazionali14 per analizzare, ad esempio, i fenomeni di corruzione.
Benefici “interni” alle amministrazioni
Dal lato dei benefici interni alle amministrazioni nell’adozione di pratiche di Open Data, sembra utile concentrare l’attenzione sui risparmi di
spesa conseguibili. Le Pubbliche amministrazioni sono esse stesse fruitori
e utenti di informazioni provenienti da altri Enti, allo scopo di erogare
un servizio al pubblico e/o per la chiusura dell’iter di un procedimento
amministrativo interno. In tale prospettiva la libera accessibilità a dati e
informazioni di altri Enti consente di conseguire:
•	Miglioramenti di produttività ed efficienza nella gestione dei processi amministrativi interni grazie alla tempestiva ed immediata
disponibilità del dato (es. numero di giorni/uomo necessari all’adempimento di un’attività, ecc.)
•	Riduzione dei costi legati allo scambio delle informazioni (interoperabilità) delle basi dati nazionali (si segnala ad es. per il caso italiano il repertorio nazionale dei dati territoriali, indice nazionale
delle anagrafi, banca dati nazionale dei contratti pubblici, casellario giudiziario, registro imprese, ecc.);
•	Monitoraggio della spesa pubblica sostenuta dalle diverse amministrazioni nell’esercizio della propria missione istituzionale, del suo
funzionamento e per le diverse finalità di sviluppo territoriale sia
di origine nazionale che comunitaria;
•	Risparmi di spesa derivanti dalla realizzazione e gestione di nuovi servizi digitali erogati da terze parti grazie all’utilizzo solo ed
esclusivamente di dati (tecniche di mashup) secondo l’approccio
“the State bringsits data and they do the rest”15;
Cfr., Open Budget Index, http://internationalbudget.org/.
Cfr.,http://www.guardian.co.uk/news/datablog/2010/jun/21/local-government-data-londondatastore.
•	Risparmi derivanti dalla riduzione dei “costi di transazione” per il
reperimento dei dati di e da altre amministrazioni.
Nonostante i benefici economici esposti per le amministrazioni pubbliche, rimangono nel dibattito sull’Open Data questioni aperte su cui la
comunità degli esperti, civilservant e soprattutto i governi centrali e locali
insieme alle istituzioni comunitarie si stanno interrogando. Le potenzialità che l’Open Government/Data offre non sono sfruttate appieno a causa
del modo in cui gli enti pubblici gestiscono le loro fonti d’informazione,
guidati innanzitutto dalla preoccupazione di recuperare i costi a breve
termine, piuttosto che vederne i vantaggi per l’economia nel suo insieme. Quest’ottica, spesso determinata dalla pressione esercitata sugli enti
pubblici affinché finanzino una parte delle loro attività, può mettere in
competizione il settore pubblico con quello privato, dar luogo a condizioni restrittive di licenza e tariffazione e sfociare nella concessione di diritti
esclusivi, determinando delle evidenti inefficienze di mercato.
Per quanto riguarda la tariffazione, da un lato l’analisi economica suggerisce di adottare modelli di massima diffusione in modo da liberare il
più possibile il potenziale dei dati, collegando le tariffe ai soli costi marginali di messa a disposizione e distribuzione dei dati secondo una logica di
data as a service; tale costo marginale risultando tendente a zero, consente
prezzi di distribuzione nulli; dall’altro, c’è anche chi ritiene più efficiente
per la collettività che il settore pubblico metta in piedi un sistema di tariffe
che rifletta, più che i costi marginali, il “valore economico atteso” dell’informazione nel mercato a valle. Ciò comporta la disponibilità a pagare di
chi acquisisce le informazioni e il diritto a riutilizzarla, anche per scopi
Si ritiene che l’eventuale gratuità dei dati non sia comunque un approccio “estremo” e non è affatto scontato si riveli penalizzante per le amministrazioni pubbliche; anzi, non esigendo un corrispettivo in denaro o
applicando prezzi che coprono unicamente i costi marginali di riproduzione e diffusione dei documenti, si ottiene il massimo riutilizzo dell’informazione del settore pubblico e i vantaggi sociali ed economici compensano di gran lunga i benefici finanziari immediati derivanti dal recupero dei
costi. La tariffazione basata sui costi marginali costituisce anche uno dei
principi della raccomandazione recentemente adottata dall’OCSE in tema
di accesso migliore e uso più efficace dell’informazione pubblica16.
Per quanto riguarda i principi di licenza, l’assenza di restrizioni anche
per un riutilizzo commerciale appare infatti vitale se non si vogliono limitare fortemente le possibilità di mercato.
Una questione fondamentale rimane comunque quella dell’equilibrio
tra pubblico e privato. Esistono infatti già oggi numerosi esempi di mercati basati sul riutilizzo di informazione del settore pubblico, come quello
delle informazioni commerciali (catastali, immobiliari o sulle imprese).
Laddove l’assetto di mercato risulti opaco o discriminatorio – magari negli
ambiti in cui il settore pubblico non sia abbastanza efficiente nel rilascio
di informazioni di base, tanto da fare nascere un mercato privato di “compensazione”, o viceversa, nel caso in cui sia il settore pubblico a tentare
di accaparrarsi l’intero mercato con servizi a valore aggiunto – il processo
di apertura può avere un ruolo positivo per gli utenti finali, in termini di
miglioramento della qualità, maggiore capacità di accesso e abbattimento
In ogni caso per garantire una concorrenza leale e condizioni non discriminatorie, se le amministrazioni pubbliche riutilizzano i propri dati
per produrre servizi a valore aggiunto in concorrenza con altri utilizzatori,
le condizioni tariffarie e di altro genere devono essere le stesse per tutti.
A tale scopo, sembra utile che le amministrazioni pubbliche si adoperino
per implementare, nel rispetto della normativa, contabilità separate per i
compiti di servizio pubblico e per le attività commerciali.
StimulusWatch.org è stato costruito per aiutare l’amministrazione
Obama a mantenere la sua promessa sugli investimenti e per tenere
conto della gestione dei fondi da parte dei funzionari pubblici. Questo
progetto consente ai cittadini di valutare gli investimenti e votare le decisioni delle amministrazioni. Cfr., http://stimuluswatch.org/2.0/.
Scheda – Il caso WhereDidMyTaxGo
Una semplice applicazione che, guardando alle statistiche ufficiali pubblicate online, aiuta i cittadini del Regno Unito a capire come
venga ripartito il loro contributo fiscale è wheredidmytaxgo.co.uk.
Si basa sull’Analisi Statistica della Spesa Pubblica britannica (PESA)
pubblicata da HM Treasury. Il sito è costituito da una form in cui l’utente deve solo inserire Reddito lordo attuale età e sesso in ciascuno degli
ultimi sette anni d’imposta. Come risultato si ottengono diagrammi e
tabelle che indicano le tasse totali dovute per ognuno di questi anni e
quanto del totale è stato utilizzato per pensioni, sanità, istruzione e altre voci di bilancio più importanti. Cfr., www.wheredidmytaxgo.co.uk.
Impatti economici degli Open Data
Gli impatti economici degli Open Data derivano dall’analisi costi/benefici, realizzata su due livelli:
In primo luogo, le conseguenze all’interno della PA che libera i dati;
In seconda istanza, le ricadute sul contesto esterno alla PA.
Impatti interni alla PA
Impatti esterni alla PA
Non Monetari
(benefici che possono (non quantificabili)
essere quantificabili
economicamente)
(benefici che possono
(non quantificabili)
•	Risparmi dal
•	Risparmi nella
•	Risparmi per
•	Maggiori entrate
“vendita” parziale/
totale dei dati
•	Maggiore
didataset di dati
•	Vendita di
e/o di servizi
realizzati con i
•	Migliore
allocazione di
•	La maggiore
può incidere nei
delle persone/
aziende (per
es. minor uso
oppure minor
•	Sviluppo di nuovi
(costi che possono
•	Costi per
“liberare” i dati
•	Premi in denaro
per i contest
•	Superamento
•	Tempo di lavoro
per sviluppare le
Il formato e le modalità di pubblicazione degli
Open Data all’interno della PA
Il capitolo illustra i requisiti tecnici a supporto della diffusione dei dati
aperti. Vengono analizzati i formati, l’interoperabilità e i sistemi di presentazione sul Web. Alcuni requisiti minimali e una classificazione formale aiutano a comprendere il livello di apertura e trasparenza delle informazioni da
3.1. Il formato degli Open Data
Quando si parla di Open Data ci si riferisce a un formato di dati che
deve essere di tipo aperto, in modo da renderne facile l’accesso e il riuso.
Più il formato dei dati da rendere disponibili saràgrezzo (privo di formattazione), più facile sarà riusare gli stessi per determinarne valore informativo e applicativo.
Grezzo significa anche “non proprietario”, dunque libero da vincoli di
presentazione, lettura o interpretazione.
Non sempre i dati che vengono indicati come “open” lo sono completamente, ma va dato merito a chi si industria per renderli aperti, dello sforzo profuso.
Per ottimizzare l’offerta dei dati aperti si può pensare di adottare alcune
metriche attingendo alle indicazioni di Sir Tim Berners Lee, specialmente
laddove, al capitolo “Isyour data 5 Star?”17, viene definita una classifica sulla
validità del dato inteso come grezzo e, soprattutto, linkabile (relazionabile)
secondo i principi del Semantic Web e dunque del “Linked Open Data”:
1.	Disponibile sul Web in qualsiasi formato, ma con una licenza aperta, utile per il riuso degli stessi;
2.	Disponibile come dato “strutturato” e leggibile dai computer (per
esempio Excel invece di un’immagine scannerizzata di una tabella);
3.	Come il precedente ma in formato non proprietario (ad esempio
CSV – Comma Separated Value – al posto di Excel);
4.	Tutti i precedenti formati con l’accortezza di usare le specifiche
W3C (RDF e SPARQL) per identificare le cose di cui si parla, in
modo che gli utenti possano puntare (linkare) a ciò che pubblicate;
5.	Oltre a tutti i precedenti, collegate i vostri dati ai dati che espongono gli altri, per produrre contenuti più ampi, interessanti e utili.
Per essere precisi, i primi due livelli appartengono al paradigma della
“Trasparenza”, il terzo a quello dell’Open Data, mentre gli ultimi due al
Dunque Open Data significa predisporre i dati “non proprietari”, da
presentare al riuso in formato strutturato, accompagnandoli con una licenza “open” . Questa licenza deve dichiarare e garantire che il rilascio dei
dati favorisca il riuso senza alcuna restrizione.
Un esempio utile per eseguire un’operazione di questo tipo può essere
quella della conversione. Si procede con il download del file di dati per poi
convertirlo in formato non proprietario, ad esempio CSV. Questa operazione non richiede particolare esperienza e va anche detto che quasi tutti
i formati ODBC (Open DataBase Connectivity) possono essere convertiti
Più difficile fare del “data scraping” se ci si trova di fronte a un dato
strutturato, ad esempio, in formato PDF. In questo caso bisogna usare
strumenti intelligenti come PDF Excel online18 per riportarli in ODBC,
controllarli e, solo allora, convertirli in CSV.
Un insieme di dati pronti per il riuso (insieme definito dalla tipologia,
piuttosto che dalla dimensione, dal contesto, dal tempo o dal luogo, ecc.)
viene detto dataset.
Un dataset, accompagnato dalla sua licenza “open” e reso disponibile
sul Web è Open Data.
L’aggregazione di più dataset in un luogo Web (aggregatore o catalogo)
può essere ben imitato osservando il lavoro del CKAN sezione italiana19.
3.2. Le connessioni fra i dati: verso Linked Open Data
Le licenze “open” permettono già di combinare dataset diversi (per
tipologia, fonte, contenuto, ecc.) per produrre applicazioni leggere, note
anche come mashup. Tuttavia produrre mashup e applicazioni che combinino tra loro diversi sorgenti di dati comporta un notevole (e costoso)
lavoro manuale di normalizzazione dei dati e di selezione delle fonti.
http://it.ckan.net/
È facilmente intuibile che il valore
complessivo di un’applicazione che si
basa sugli Open Data aumenta notevolmente se i diversi dataset possono
essere facilmente mescolati, incrociati
e combinati fra loro (mashup) anche
se prodotti con tecniche diverse e provenienti dai fornitori più disparati. Il
Figura 1 -Linked Open Data
modello Linked Open Data propone un
approccio tecnologico e metodologico per collegare tra loro gli Open Data
e renderli parte di un unico spazio informativo globale e condiviso.
La sezione che segue approfondisce i concetti e le motivazioni del
modello Linked Open Data, ed è basata su due preziose fonti: un articolo pubblicato sul blog di Titti Cimmino e il sito dell’associazione Linked
Open Data Italia, dove è possibile reperire ulteriori informazioni e aggiornamenti.
Scheda - Introduzione ai Linked Open Data di LinkedOpenData.it
L’interoperabilità è uno dei vantaggi più importanti del modello Open
Data. I dati, se isolati, hanno poco valore; viceversa, il loro valore aumenta sensibilmente quando dataset differenti, prodotti e pubblicati in modo
indipendente da diversi soggetti, possono essere incrociati liberamente
da terze parti. Questo è alla base del processo di creazione di valore aggiunto sui dati: le applicazioni. Le applicazioni, di valore sociale e/o economico, sfruttano quello che può essere visto come un grande database
aperto e distribuito per offrire viste e servizi. L’interoperabilità è dunque
un elemento chiave di uno degli aspetti più innovativi offerti dagli Open
Data: l’uso dei dati in modi e per scopi “inattesi”, nuovi in quanto non
previsti dai singoli enti e soggetti che pubblicano i “dati grezzi”.
Per consentire il riuso dei dati occorre poter combinare e mescolare
liberamente i dataset. Occorre cioè collegare i dati tra loro, stabilendo
un link diretto quando i dati (possibilmente provenienti da diverse sorgenti) si riferiscono a oggetti identici o comunque relazionati tra loro.
Tale collegamento diretto si manifesta come la possibilità di “saltare” da
un dataset all’altro, ad esempio quando si vuole accedere a dati (come
i dettagli su una particolare entità) che non si posseggonoall’interno.
Supponiamo per esempio di avere, da una parte, amministrazioni
locali che pubblicano dati aperti relativi ai monumenti storici e agli
hotel che si trovano nelle vicinanze di quei monumenti; dall’altra, So-
vrintendenze ai Beni Culturali che pubblicano dati dettagliati sui monumenti, gli artisti e i periodi storici, e sui quadri esposti nei musei o
Combinare i due datasetpotrebbe essere di grande utilità, ad esempio per offrire un servizio personalizzato sugli itinerari in base agli interessi culturali specifici di un turista.
Per fare questo, se i dati non sono “collegati” (linked) occorre in
qualche modo creare questi link, processando i dati a mano o attraverso
algoritmi ad hoc. Questo processo può non essere banale e sicuramente
è una barriera al riuso organico dei dati.
Nei cosiddetti Linked Data, questi collegamenti e relazioni tra le entità descritte nei dataset sono espliciti. Spiegheremo di seguito in base
a quali semplici meccanismi un’applicazione sia in grado di consumare facilmente Linked Data e “saltare” facilmente da un dataset all’altro
facendo leva proprio su questi collegamenti (o relazioni) tra i dati, e
avendo quindi accesso in ogni momento al resto della rete globale (o
condivisa all’interno di comunità di utenti) di dati.
I linked data, per definizione, vengono espressi tramite Resource
Description Framework (RDF). RDF non è propriamente un formato di
dati, ma un “data model”, cioè un formalismo per rappresentare dati. Un
dataset RDF può essere infatti serializzato in diversi formati (RDF/XML,
N3, NTriple, etc.), ma il data model RDF possiede alcune caratteristiche
che restano immutate, a prescindere dal formato che viene utilizzato.
In poche parole il modello RDF è costituito da triple, della forma
soggetto-predicato-oggetto. Le triple possono condividere oggetto o
soggetto così da formare un grafo. Il modello è illustrato in figura.
Questo insieme di triple RDF (o grafo) può essere espresso, allo scopo di venire scambiato tra applicazioni e pubblicato sul Web, in vari
formati di serializzazione.
@prefixfoaf: .
@prefixrdf: .
ex:Bobfoaf:knowsex:Alice.
ex:Johnfoaf:knowsex:Bob
<rdf:RDFxmlns:ex=”http://example.org/” xmlns:foaf=”http://xmlns.com/
foaf/0.1//” xmlns:rdf=”http://www.w3.org/1999/02/22-rdf-syntax-ns#”>
<rdf:Descriptionrdf:about=”http://example.org/John”>
<rdf:Descriptionrdf:about=”http://example.org/Bob”>
<foaf:knowsrdf:resource=”http://example.org/Alice” />
La caratteristica più importante di tale modello, che si sposa con la
visione Linked Data, è usare Uniform Resource Identifier (URI). Spieghiamo brevemente il perché.
I dati descrivono cose, persone, luoghi, libri, artefatti, istituzioni,
aziende e così via. Tali cose possiedono nomi che li identificano. In alcuni formati di rappresentazione dei dati, questi nomi sono semplici
etichette, come “Alessandro Manzoni”, “Palermo”, “Divina Commedia”,
“Pietà di Michelangelo”, etc.
Diversamente, in RDF i nomi sono URI. Un tipo di URI particolare,
molto utilizzato, è lo Uniform Resource Locator (URL).
Gli URL sono familiari a chi usa il Web, poiché compaiono nella
barra di navigazione del browser, e cominciano con “http://”. Possono
essere cioè “risolti” e la loro rappresentazione digitale descrive la risorsa in un formato che è comprensibile tanto dagli umani quanto dalle
macchine. Nel caso dei linked data, tale rappresentazione è una descrizione della risorsa stessa in forma di RDF.
Torniamo all’esempio del monumento, e supponiamo che i due dataset (amministrazione locale e sovrintendenza) siano stati pubblicati
come Linked Data. Per identificare i monumenti, il datasetdelle sovrintendenza usa URL (del tipohttp://cultural-heritage-example.org/monument/XYZ). Il contenuto digitale di tali URL corrisponde alla descrizione dettagliata dei monumenti.
Il dataset dell’amministrazione locale, inserendo dei link a tali URL,
come avviene in figura 1, permetterebbe a un software di risolvere l’URL
e ottenere la descrizione del monumento (sempre aggiornata).
Ancora, dal momento che RDF consente di specificare precisi tipi di
risorse, potremmo pensare a un semplice script o sequenza di istruzioni
che trovi tutte le risorse di tipo “monumento” nel dataset dell’amministrazione locale, e che importi, per ciascuna, informazioni aggiuntive,
creando così un dataset misto. Su quest’ultimo nuovodataset arricchito,
si potrebbero poi fare queryo interrogazioni sui dati del tipo “trova tutti
gli alberghi vicini a un monumento successivo al XIII secolo, in cui siano esposte sculture del Canova”.
Questo esempio è solo uno degli scenari possibili in cui i linked data
possono favorire l’interoperabilità tra dataset. Le possibilità sono infinite se pensiamo alla vasta quantità di Linked Open Data già presenti sul
Web. DBPedia.org per esempio, espone una grande porzione di dati di
Wikipedia come linked data, mentre Geonamesoffre descrizioni RDF di
entità geografiche. http://linkeddata.org fornisce un quadro dello stato
corrente della “Linked data cloud”, e mostra un ecosistema di database
interconnessi in rapida crescita.
Ciascuno di questi database fornisce dati che possono essere linkati
dal vostro dataset, e che possono aggiungere valore ai vostri dati.
Sebbene uno dei tratti distintivi dello spirito tanto del Web Semantico quanto del movimento Open Data, sia quello di rivolgersi a una
comunità globale e senza particolari restrizioni sui dati, nulla vieta di
utilizzare identiche tecnologie illustrate sopra in ambiti ristretti. Basandosi principalmente sui protocolli Web (HTTP), le tecnologie sono
implementabili in LAN o reti private. Si pensi, ad esempio, al caso di
informazioni che escono dalla sfera del pubblico (dati potenzialmente
sensibili degli impiegati) ma che è comodo “linkare” in “sola uscita” a
Scheda – Linked Open Data: perché solo Open Data non basta,
neppure in Italia di Titti Cimmino20
Il Web dei documenti diventa il Web dei dati, questi descrivono
“cose” che hanno “proprietà” a cui corrispondono determinati “valori”.
Immaginando una tabella: le righe sono le “cose”, ogni colonna rappresenta le “proprietà”, e l’intersezione rappresenta la proprietà della cosa.
Ogni “cosa” può avere più proprietà e più cose possono essere in
relazione. Dal punto di vista grafico, immaginando un grafo i nodi sono
le cose e gli archi le relazioni tra le cose.
Precipua questione è quella della identificazione delle cose globalmente e univocamente dal punto di vista di un database. La chiave di
volta dei Linked Data sono gliURlsche appunto consentono la identificazione di cui sopra. GliURIs identificano le cose che vengono descritte,
piuttosto che azioni su quelle cose, e se due persone creano dati usando
lo stesso URI, allora essi stanno descrivendo la stesa cosa rendendo
facile il merging di dati provenienti da data sources distinte, con la possibilità di riconoscere la distinzione tra le risorse e le rappresentazioni
di tali risorse: lo stesso URI potrebbe restituire una diversa rappresentazione della risorsa, come ad esempio HTML o XML o JSON (formato
per lo scambio di dati).
Quindi, se abbiamo intenzione di pubblicare i dati sul Web, abbiamo bisogno di uno standard per esprimerli in modo che un client
ricevente i dati possa capire che cosa è una cosa, che cosa è una proprietà, che cosa è un valore e, dal momento che questo è il Web, anche
cos’è un link. Questa è la norma fondamentale di cui abbiamo bisogno
e questo è ciò che dà RDF: i dati espressi in formato RDF possono
usare URI provenienti da differenti siti Web. Se due insiemi di dati
utilizzano lo stesso URI poi è molto facile lavorare quando parlano
della stessa cosa, ad esempio, permettendo di riunire le informazioni pubblicate da una scuola con le informazioni rilevate da indagini
statistiche altrove pubblicate secondo lo standard, naturalmente. E la
cosa grandiosa del modello RDF (che fa uso di URI per identificare le
proprietà) è che quelle serie di dati possono essere combinate automaticamente, perché lo standard consente di sapere dove cercare le
Usare URI HTTP facilita il recupero di un documento dal Web. Ciò
consente di programmare, on-demand, l’accesso alle informazioni. Gli
sviluppatori non devono scaricare enormi database mentre sono interessati ad una piccola parte di quei dati. Come possiamo creare facilmente dati strutturati e riutilizzabili da formati Excel o (peggio) dai
file PDF? Come affrontare i cambiamenti nel tempo, e registrare la
provenienza delle informazioni che mettiamo a disposizione? Come
possiamo rappresentare le informazioni statistiche? O informazioni
sulla localizzazione? Queste sono cose che si imparano mettendosi
È complicato cominciare ad adottare i Linked Data, sia per ragioni
sociali, culturali che per motivi tecnologici. Non succederà nulla dalla
sera alla mattina, ma a poco a poco ci saranno gli effetti di rete: URI più
condivisi, più vocabolari condivisi, il che rende più facile da adottare i
Linked Data patterns offrendo più vantaggi per tutti.
Una volta descritti i dati e modellizzati, occorre interrogarli e questo
avviene con un linguaggio standard per query: lo SPARQL.
In realtà, ciò che è necessario è la creazione di serie di dati più
grandi, riunendo i linked data più granulari in elenchi e grafici, questo
è essenzialmente quello che fa SPARQL.
Dunque per pubblicare LinkedData occorre:
1)	comprendere i principi (Uso di RDF data model con RDF links, link
tipizzati tra due risorse, per collegare i dati relativi alle stesse cose);
2)	comprendere i dati (con i Vocabolari condivisi FOAF, SIOC, Dublin Core, Geo, SKOS, Review);
3)	scegliere URI (http URIs) per le cose espresse nei dati (cose come
persone, posti, eventi, libri, film, concetti, foto, commenti, reviews);
4)	linkare ad altri dataset (con i link RDF)
In sintesi RDF è il formato per i Linked Data; RDF usa URIs per
dare un nome alle cose; quando un URI è chiamato, esso restituisce
descrizioni RDF delle cose chiamate con gli stessi e sempre via RDF si
descrivono le relazioni tra le cose. Infine lo zenit si raggiunge linkando
differenti dataset.
A dispetto di problemi e questioni che si potrebbero sollevare circa
le difficoltà di sviluppatori o esiguità di risorse, ritengo che il Linked
Open Data data sia l’approccio migliore a disposizione per la pubblicazione di dati in un ambiente estremamente vario e distribuito, in modo
graduale e sostenibile.
3.3. Le modalità di pubblicazione di Open Data e Linked Open Data
Per pubblicare i propri datasetOpen Data è sufficiente renderli in qualunque modo scaricabili dal Web. Inoltre è buona pratica aggiungere una
descrizione del dataset su CKAN21, un catalogo di dataset Open Data e
Linked Open Data gestito dalla Open Knowledge Foundation.
Per rendere disponibili sul Web i propri dataset si può usare un server
dedicato o in hosting presso qualsiasi provider Web. È anche possibile
utilizzare uno dei tanti software open source di gestione dei contenuti
Web per presentare al pubblico i propri dataset. Si vedano ad esempio i
siti Open Data della Regione Piemonte22o del Comune di Udine23. È anche
possibile utilizzare servizi online come Google Spreadsheet e Google Sites
per una rapida diffusione dei dataset a costo zero.
La pubblicazione di datasetLinked Open Data richiede alcuni accorgimenti tecnologici aggiuntivi. Si veda l’ottimo “Linked data: Evolving
the Web into a Global Data Space”24 per informazioni dettagliate su come
pubblicare Linked Open Data. È anche possibile rivolgersi all’Associazione Linked Open Data Italia25 che offre consigli sulla trasformazione e la
pubblicazione di Linked Data e mette a disposizione un’infrastruttura di
http://www.dati.piemonte.it/.
http://www.comune.udine.it/opencms/opencms/release/ComuneUdine/comune/Bilanci_
comunali/open_data/.
http://linkeddatabook.com/editions/1.0/.
http://www.linkedopendata.it/.
Privacy, copyright e normativa sulla
trasparenza: le questioni giuridiche sull’Open
È opinione diffusa che l’attuazione di politiche di Open Data incontri
numerosi ostacoli giuridici: privacy, copyright e normativa sulla trasparenza
rappresentano ovunque criticità importanti ma in Italia rischiano di trasformarsi in alibi per evitare di intraprendere operazioni di liberazione dei dati
pubblici. Per questo motivo, è opportuno affermare che le norme vigenti,
obbligando le amministrazioni ad essere trasparenti, consentono la divulgazione delle informazioni del settore pubblico; tale pubblicazione può avvenire legittimamente, nel rispetto della normativa in materia di riservatezza
dei dati personali e attraverso l’adozione di licenze – già disponibili – che
consentono a cittadini e imprese di riutilizzare liberamente i dati pubblici,
cogliendo appieno tutti i benefici dell’Open Data.
4.1. Trasparenza = Accessibilità Totale = Open Data
Sullo sfondo del secolare diritto amministrativo, nato nel 1865, la trasparenza, e più in generale la disciplina del rapporto dialogico tra PA e
cittadino, è una conquista giuridica di recentissima introduzione, essendo
stata prevista solo venti anni fa dalla Legge n. 241/1990. Da quel momento, essa è assurta a corollario del principio di buona amministrazione costituzionalmente garantito ex art. 97 Cost.: “l’attività amministrativa … è
retta da criteri di economicità, di efficacia, di imparzialità, di pubblicità e di
trasparenza”, sostiene l’art. 1, comma 1, della Legge n. 241/1990 sul processo amministrativo.
Tuttavia, si tratta di un principio tutt’altro che statico: la trasparenza, infatti, costituisce uno dei gangli del diritto pubblico maggiormente
soggetto all’evoluzione politica, sociale e tecnologica. Ed infatti, dopo l’introduzione dell’informatica nell’attività amministrativa e il ripensamento
sul ruolo del settore pubblico, l’originario concetto di trasparenza – circoscritto al diritto di accesso agli atti e ai documenti per coloro che avessero
specifico e concreto interesse – ha iniziato a dimostrarsi insufficiente.
Basti soltanto pensare ad alcuni principi, introdotti nel 2005 dal primo
testo storico del Codice dell’Amministrazione Digitale (D. Lgs. n. 82/2005),
a cui devono oggi attenersi tutti gli enti pubblici: “le pubbliche amministrazioni nell’organizzare autonomamente la propria attività utilizzano le
tecnologie dell’informazione e della comunicazione per la realizzazione degli
obiettivi di efficienza, efficacia, economicità, imparzialità, trasparenza, semplificazione e partecipazione” (art. 12, CAD). Inoltre, le amministrazioni
pubbliche sono obbligate per legge ad assicurare “la disponibilità, la gestione, l’accesso, la trasmissione, la conservazione e la fruibilità dell’informazione in modalità digitale” (art. 2, CAD). A ciò si aggiunga che “i dati
delle pubbliche amministrazioni sono formati, raccolti, conservati, resi disponibili e accessibili con l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione che ne consentano la fruizionee riutilizzazione da parte delle
altre pubbliche amministrazioni e dai privati” (art. 50, CAD).
È per tali ragioni che il Legislatore è successivamente intervenuto, nel
2009, introducendo una nuova concezione di trasparenza (c.d. “totale”)
intesa come “accessibilità totale (...) delle informazioni concernenti ogni
aspetto dell’organizzazione, degli indicatori relativi agli andamenti gestionali
e all’utilizzo delle risorse per il perseguimento delle funzioni istituzionali, dei
risultati dell’attività di misurazione e valutazione (...)”, così introducendo
nel nostro Ordinamento una nuova posizione qualificata in capo a ciascun
cittadino, rispetto all’azione degli Enti, con il precipuo “scopo di favorire
forme diffuse di controllo del rispetto dei principi di buon andamento e imparzialità” (articolo 11, comma 1, D.Lgs. n. 150/2009).
Tale nuova posizione giuridica del cittadino è stata da ultimo rafforzata dall’entrata in vigore – avvenuta il 25 gennaio 2011 – del terzo decreto
correttivo al CAD, il D.Lgs. n. 235/2010, che, nell’introdurre un nuovo obbligo in capo alle amministrazioni pubbliche, ha sostanziato e completato
il citato art. 11, D.Lgs. n. 150/2009, facendolo assurgere a vero e proprio
diritto soggettivo: il nuovo comma 1-bis dell’art. 52, infatti, afferma che le
pubbliche amministrazioni devono promuovere “progetti di elaborazione
e di diffusione dei dati pubblici di cui sono titolari”, nonché assicurarne la
pubblicazione “in formati aperti”, al fine di “valorizzare e rendere fruibili” i
In conclusione, alla luce dell’appena descritto processo legislativo, ci
troviamo di fronte ad una dirompente maturazione del canone costituzionale della trasparenza, il quale non può essere più soltanto uno strumento
finalizzato al controllo del procedimento amministrativo, bensì un vero e
proprio risultato dell’azione amministrativa; non più, dunque, solo un criterio informatore, ma un obiettivo di essa. In altri termini, alla luce del
combinato disposto di cui all’art. 11 del D.Lgs. n. 150/2009, e del nuovo art.
52 comma 1-bis del CAD, ci troviamo in presenza di una nuova declinazione
del principio di trasparenza della PA, secondo cui gli esiti dell’attività amministrativa (il provvedimento definitivo, il servizio reso, la banca dati elaborata) non sono più solo l’anello finale di un procedimento amministrativo,
ma diventano il nuovo punto di partenza di successivi ed autonomi percorsi
virtuosi – poco importa se pubblici o privati – del tutto indipendenti dagli
originari obiettivi pubblicistici dell’amministrazione procedente.
Si può quindi affermare che non c’è vera trasparenza se l’Amministrazione non rende pubbliche online le informazioni formate e raccolte
nell’esercizio della propria attività: è questo il leitmotiv della legislazione
degli ultimi anni, confermato, in maniera assai significativa, dalla Delibera n. 105/2010 della Commissione per la Valutazione la Trasparenza e
l’Integrità delle amministrazioni pubbliche (CiVIT) con la quale sono state
adottate le linee guida per la predisposizione del programma triennale per
Scheda – L’Open Data come “buona prassi” per la trasparenza organizzativa
La delibera n. 105/2010 (disponibile all’indirizzo http://www.civit.
it/?p=2074) illustra l’evoluzione del concetto di trasparenza da una concezione c.d. “statica”, legata cioè alla pubblicità di determinate categorie di dati attinenti alle PA, a quella “dinamica” che è correlata alla
valutazione della performance. Si tratta di uno dei primi atti in cui si
fa espresso riferimento all’Open Government,che viene indicato come
buona prassi che anche le Amministrazioni italiane dovrebbero seguire; all’interno del documento sono altresì individuati alcuni punti	critici della normativa vigente (principalmente in materia di privacy),
aspetti che corrono il rischio di diventare un vero e proprio limite all’azione di trasparenza così faticosamente intrapresa.
Non solo. La nuova declinazione del principio di trasparenza è peraltro estremamente coerente alcune nuove esigenze, emerse di recente,
della Pubblica Amministrazione: in molti Paesi, infatti, simili strategie
sono state attuate come vera e propria “misura anticrisi”, grazie agli effetti positivi che la liberazione dei dati pubblici può arrecare al sistema
Le Pubbliche Amministrazioni, nell’esercizio della propria attività istituzionale, producono un’enorme mole di dati: si pensi, ad esempio, alle
cartografie realizzate nel corso della formazione dei piani urbanistici o le
informazioni raccolte dai Centri per l’impiego o dalle Aziende Sanitarie
Locali. In passato questi documenti rimanevano relegati nell’ambito dei
procedimenti amministrativi per i quali erano stati formati. In tempi più
recenti, invece, si è affermata a livello comunitario la tendenza a rendere
queste informazioni conoscibili anche ad altri soggetti in modo che questi
possano riutilizzarle.
Anche in questo caso, non si tratta di una novità per il diritto: l’Unione
europea attribuisce al riutilizzo delle informazioni del settore pubblico
un ruolo fondamentale per lo sviluppo economico e sociale del territorio. Proprio al fine tale pratica, l’Unione Europea ha adottato la Direttiva 2003/98/CE del 17 novembre 2003; la Direttiva in questione (recepita
nell’ordinamento italiano con il Decreto Legislativo 24 gennaio 2006 n. 36,
“Attuazione della direttiva 2003/98/CErelativa al riutilizzo di documenti
nel settore pubblico”, ulteriormente rafforzato poi dalla legge n. 96 del 4
giugno 2010) attribuisce agli Stati membri – o all’Ente pubblico interes-
sato – la decisione di autorizzare il riutilizzo dei documenti che vengono
raccolti, prodotti, riprodotti e diffusi nell’ambito del perseguimento dei
propri compiti istituzionali.
Anche il Legislatore italiano ha preso coscienza della circostanza per
cui la gran mole di dati pubblici rappresenta un enorme patrimonio comune di conoscenza che è auspicabile venga messo a disposizione degli
utenti e, più in generale, di tutti i cittadini e le imprese.
In proposito, il Codice dell’Amministrazione Digitale (D. Lgs. n.
82/2005) ha introdotto l’importante principio di “disponibilità dei dati
pubblici” (enunciato all’art. 2, comma 1, e declinato dal sopra citato art.
50, comma 1, dello stesso Codice) che consiste nella possibilità, per soggetti pubblici e privati, “di accedere ai dati senza restrizioni non riconducibili a esplicite norme di legge” (art.1, lett. o).
Da quanto sin qui esposto, emerge quindi che la liberazione dei dati
pubblici è assolutamente legittima ai sensi della normativa vigente. Sotto
il profilo tecnico-organizzativo, è auspicabile che:
Il vertice amministrativo dell’amministrazione adotti un atto in cui
deliberi di pubblicare onlinei propri dati in formato aperto, con le dovute
eccezioni e mediante l’uso di licenze che consentano la massima riutilizzazione;
L’amministrazione inserisca le azioni di Open Dataall’interno del
Programma triennale per la trasparenza previsto dall’art. 11 D. Lgs. n.
150/2009; in particolare dovranno essere specificate tutte le azioni che si
intende porre in essere nel corso del triennio, gli obiettivi perseguiti e i
criteri adottati nel determinare quali dati pubblicare prioritariamente.
4.2. La privacy è un falso problema?
Disponibilità dei dati pubblici non significa però automatica condivisione di tutte le informazioni o accesso indiscriminato alle stesse. I limiti
alla conoscibilità dei dati rimangono sia quelli previsti dalle leggi e dai
regolamenti vigenti (ad esempio in materia di segreto di Stato) sia con riferimento alla riservatezza dei soggetti a cui i dati si riferiscono (che andrà
garantita ai sensi del D. Lgs. n. 196/2003).
Sotto questo profilo, appare utile risolvere un equivoco: Open Datanon
significa che l’Ente deve rendere pubblici tutti i dati formati nell’esercizio
delle proprie attività istituzionali!
Il rispetto della riservatezza degli individui è infatti una condizione
per assicurare l’approvazione da parte dei cittadini per le operazioni di
liberazione dei dati pubblici, oltre che presupposto per conservare la fidu-
cia degli individui nei confronti delle istituzioni.
Anche in materia protezione dei dati personali/privacy – che rischia di
diventare uno dei principali ostacoli alla trasparenza – numerosi ed importanti principi che possono guidare le amministrazioni nella definizione
delle soluzioni e delle modalità con cui procedere alla pubblicazione sono
contenuti in una Deliberazione dell’Autorità Garante per la protezione dei
dati personali con le quali sono state adottate le “Linee guida in materia di
trattamento di dati personali contenuti anche in atti e documenti amministrativi, effettuato da soggetti pubblici per finalità di pubblicazione e diffusione sul Web” (Deliberazione n. 88/2011 in G.U. n. 64/2011).
Scheda – Le linee guida del Garante Privacy per la pubblicazione
dei dati pubblici sul Web
La deliberazione n. 88/2011ha lo scopo di definire un primo quadro
unitario di misure e accorgimenti finalizzati a individuare opportune
cautele che i soggetti pubblici sono tenuti ad applicare in relazione alle
ipotesi di pubblicazione dei propri dati sul Web; è di grande importanza
per gli Enti la possibilità di poter consultare un unico documento in cui
sono indicati tutti gli accorgimenti idonei ad assicurare che la pubblicazione delle informazioni sia conforme alla normative dettata dal D. Lgs.
n. 196/2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali).
Non bisogna tuttavia sovrastimare il problema: la gran parte dei dati
pubblici (basti pensare alle cartografie, oppure ai dati relativi all’inquinamento) non possono essere classificati come personali, in quanto – cioè
– non riconducibili ad un soggetto. In tutti gli altri casi, la privacy può
essere efficacemente tutelata pubblicando i dati in forma anonima o comunque adottando tutte le cautele idonee ad evitare che gli individui cui i
dati si riferiscono possano essere identificati.
Tale impostazione è confermata da quanto sostenuto dal Garante Privacy nel provvedimento n. 88/2011 nel quale è confermato che il perseguimento della finalità di trasparenza dell’attività delle Pubbliche Amministrazioni può avvenire anche senza l’utilizzo di dati personali.
Secondo il Garante, infatti, “non si ravvisa la necessità di adottare alcuna specifica cautela qualora le pubbliche amministrazioni ritengano di pubblicare sul sito web informazioni non riconducibili a persone identificate o
identificabili (ad esempio dati quantitativi aggregati per uffici riguardanti i
livelli retributivi ed accessori risultanti dai contratti collettivi o da atti interni
Vademecum Open Data - Come rendere aperti i dati delle pubbliche amministrazi...
OdontoPrev ODPV3.BZ - 1Q12

References: Art. 13
 art. 97
 art. 11
 art.
52
 art.
50
 provvedimento n.