Source: http://leg16.camera.it/410?idSeduta=0147&tipo=stenografico
Timestamp: 2017-08-20 11:56:24+00:00

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Seduta n. 147 di martedì 17 marzo 2009
GIANPIERO BOCCI, Segretario, legge il processo verbale della seduta del 9 marzo 2009.
PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati Alessandri, Bosi, Brancher, Brugger, Buttiglione, Caparini, Chiappori, Cirielli, Di Stanislao, Donadi, Gregorio Fontana, Giancarlo Giorgetti, Lo Monte, Mazzocchi, Mazzoni, Melchiorre, Menia, Migliavacca, Molgora, Mura, Pescante, Scajola e Stucchi sono in missione a decorrere dalla seduta odierna.
Sull'ordine dei lavori (ore 14,05).
SIMONE BALDELLI. Signor Presidente, intervengo solo per una precisazione. Ieri, al termine della seduta, sono stato fatto oggetto di un intervento del collega Giachetti in ordine a un intervento sull'ordine dei lavori da me svolto nella stessa giornata di ieri. Era un intervento di puntualizzazione, che ritenevo opportuno fare, su un precedente intervento del collega Giachetti.
Al di là del rincorrersi degli interventi, è stato svolto nella giornata di ieri dal collega Giachetti un intervento ai sensi dell'articolo 42, comma 2, del Regolamento, che lo stesso onorevole Giachetti ha dichiarato essere stato applicato nel suo caso in maniera estensiva. Si tratta, infatti, della norma che disciplina la facoltà di coloro che hanno fatto parte di un Governo di potere intervenire al termine della seduta, per fatto personale, su dichiarazioni che hanno riguardato il loro operato.
Ovviamente, signor Presidente, lei capisce che, se questo costituisse un precedente, qualora si evocasse in quest'Aula, in questa legislatura, il Governo Prodi e, nelle prossime, il Governo Berlusconi e così via a seguire, si darebbe la possibilità a ciascun componente della ex maggioranza rieletto in quest'Aula di prendere la parola a fine seduta per fatto personale.
Ovviamente, ho inteso fare una precisazione da questo punto di vista con un richiamo al Regolamento, che non è, come dice l'onorevole Giachetti, un modo di insegnare alla Presidenza come si presiede o di dettare le regole in quest'Aula, ma è semplicemente, come il collega Giachetti sa bene, un richiamo al Regolamento. Ci Pag. 2tenevo a puntualizzarlo, visto che sono stato fatto oggetto di un attacco quantomeno antipatico, comunque fuori luogo, in ordine a una precisazione che ritengo essere stata fatta a norma del Regolamento.
ROBERTO GIACHETTI. Signor Presidente, ovviamente qui non parliamo di simpatia o di antipatia, ma facciamo politica, e nella fattispecie ci occupiamo del Regolamento della Camera. Basta semplicemente leggere o ascoltare quello che ho detto per capire che l'unica cosa che mi sta a cuore, ed è quella sulla quale sono convinto potremo trovare un punto d'accordo in quest'Aula, è che la valutazione sul rispetto o meno del Regolamento la può fare un'unica persona qui dentro, e cioè il Presidente che sta in quel momento presiedendo, e non chiunque di noi. Ognuno di noi può avere un'opinione, ma valutare se vi è il rispetto o meno del Regolamento spetta alla Presidenza, che, evidentemente, a seconda di come agisce, stabilisce se si sta rispettando o meno il Regolamento.
SIMONE BALDELLI. Ricordatelo quando fai i richiami al Regolamento!
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, saluto il Ministro delle politiche urbane e degli alloggi della Repubblica francese, Christine Boutin, che sta assistendo ai nostri lavori dalle tribune (Applausi). La ringrazio, inoltre, perché il Ministro ha partecipato ad un convegno presso la Camera dei deputati su «Chiara Lubich: un patto di fraternità per l'Italia e per il mondo». Questa è stata l'occasione della sua presenza, e la ringraziamo anche per aver voluto portare un saluto all'Assemblea, assistendo brevemente ai nostri lavori. (Applausi).
Seguito della discussione delle mozioni Franceschini ed altri n. 1-00123, Donadi ed altri n. 1-00134, Galletti ed altri n. 1-00135 e Cicchitto, Cota, Lo Monte ed altri n. 1-00138 concernenti iniziative in merito alla situazione economico-finanziaria degli enti locali (ore 14,09).
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione delle mozioni Franceschini ed altri n. 1-00123, Donadi ed altri n. 1-00134, Galletti ed altri n. 1-00135 e Cicchitto, Cota, Lo Monte ed altri n. 1-00138 concernenti iniziative in merito alla situazione economico-finanziaria degli enti locali (Vedi l'allegato A - Mozioni).
Avverto che dopo la conclusione della discussione sulle linee generali, che ha avuto luogo nella seduta di ieri, è stata presentata la mozione Cicchitto, Cota, Lo Monte ed altri n. 1-00138, che è già stata iscritta all'ordine del giorno.
Avverto altresì che in data odierna sono state presentate nuove formulazioni delle mozioni Franceschini ed altri n. 1-00123, Galletti ed altri n. 1-00135 e Cicchitto, Cota, Lo Monte ed altri n. 1-00138. I relativi testi sono in distribuzione (Vedi l'allegato A - Mozioni).
Preavviso di votazioni elettroniche (ore 14,10).
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Galletti... chiedo scusa, prima di passare alle dichiarazioni di voto è previsto l'intervento del Governo.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze, Giuseppe Vegas, che esprimerà altresì il parere sulle mozioni all'ordine del giorno.
Non era per trascurarla, ci mancherebbe altro... lei è sempre così presente nei nostri lavori, che non era mancanza di rispetto nei suoi riguardi!
GIUSEPPE VEGAS, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Grazie, signor Presidente, tanto mi trascuro da me, non ci sono problemi!
PRESIDENTE. Non ci parli del minestrone, oggi!
GIUSEPPE VEGAS, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Oggi niente minestrone! Vorrei ringraziare tutti gli intervenuti nel dibattito di ieri, che è stato un dibattito molto interessante su un problema molto serio. E prenderò spunto - me lo concedano gli altri colleghi che sono intervenuti - da un'affermazione dell'onorevole Fontanelli, che ha detto che i comuni si trovano in gravissime situazioni. È vero, ma bisogna domandarsi anche perché ciò avvenga: bisogna domandarsi se per caso questo non derivi dal Patto di stabilità, che noi abbiamo sostanzialmente riprodotto per gli anni 2009 e successivi. Lo abbiamo riprodotto per un ovvio motivo: perché in una materia così sensibile e delicata non si può, cambiando ogni Governo, riportare l'impostazione originaria a quella che si sarebbe preferita, ma è opportuno mantenere una certa continuità istituzionale. La continuità istituzionale, per evitare troppi traumi agli enti locali (e sappiamo quanti sono in Italia, e quanti problemi hanno), è stata mantenuta rispetto a un'impostazione del Patto di stabilità che ci deriva sostanzialmente dal precedente Governo.
Ma questa impostazione - non me ne abbiano, non vorrei partecipare al dibattito svoltosi in apertura di seduta sulle responsabilità dei Governi venuti e andati - sostanzialmente si è dimostrata erronea. Essa, infatti, ha finito col provocare i maggiori danni: il Patto di stabilità che noi adesso applichiamo è un patto cosiddetto misto, cioè disciplina l'andamento e i saldi delle spese con riferimento alla loro competenza per le spese correnti e alla loro cassa per le spese in conto capitale.
Questo cosa significa? Intanto è strano che vi sia una formulazione divergente tra diversi tipi di spese, quando in fondo all'Unione europea dobbiamo rispondere complessivamente per la spesa della pubblica amministrazione sotto un approccio complessivo: perché allora differenziare tra un tipo di spesa e un altro tipo di spesa? Tra l'altro questo ha provocato dei guai, perché, quando determino la spesa corrente per la competenza e la spesa in conto capitale per la cassa, cosa avviene? Che metto da una parte gli impegni per la spesa di competenza, mentre per la cassa metto quello che effettivamente andrò a pagare. Ma nel 2007, quando vigeva ancora il precedente Patto, iscrivo per la spesa, sempre con riferimento agli investimenti, la competenza; dopodiché nell'anno successivo inizio a iscrivere la cassa, ma è noto che la cassa è sempre una frazione rispetto alla competenza, perché nel primo esercizio impegnerò pochi soldi per la cassa, in quanto si tratta di progettare le opere, di iniziarle ad avviare: le pago per stati di avanzamento, non pago tutto quello che mi costa l'opera, e quindi nel primo anno ho pochi soldi per quanto riguarda la cassa. Nel secondo anno, quando le opere si iniziano ad avviare, e quindi è necessario aumentare le risorse da destinare alle opere pubbliche, devo conseguire (queste sono le regole del Patto di stabilità) un miglioramento dei saldi rispetto all'anno precedente, talché si è verificato nel 2009 che devo migliorare i saldi rispetto ad una cassa che, per i meccanismi previsti nel Patto precedente, era necessariamente bassa, quindi effettivamente si crea un problema insostenibile.
Pertanto, visto quello che sta succedendo quest'anno, credo che sia assolutamente indispensabile avviare per il 2010, Pag. 4dopo la riflessione che trae origine dalle mozioni in esame, un'ampia revisione del Patto di stabilità interno, in modo da evitare questi pericoli.
Tra l'altro, con l'occasione occorrerà valutare la possibilità di utilizzare un parametro non riferito esclusivamente ad un anno (come prevede il Patto di stabilità attuale) ma perlomeno ad un triennio, in modo da evitare i picchi e le fosse e rendere più omogeneo anche il riferimento all'effettivo andamento e all'effettiva gestione dei comuni, in modo da consentire una valutazione della loro virtuosità in termini molto più omogenei e non, come per certi aspetti accade invece quest'anno, casuali.
Detto questo, sicuramente vi è un problema di erroneità del Patto di stabilità, che andrà corretto, ma non basta guardare al 2010, bisogna guardare effettivamente a quello che succede quest'anno. Allora non v'è dubbio che quest'anno favorire i comuni virtuosi - e sottolineo quelli virtuosi, perché non avrebbe senso prevedere un favore generalizzato - per quanto riguarda la spesa di investimenti può essere utile anche in funzione anticiclica, date le attuali circostanze dell'economia nel nostro Paese (e non solo nel nostro Paese).
Quindi, cercare in qualche modo tutte le strade possibili per aumentare l'impatto della cassa dei comuni a favore delle opere, delle piccole opere, delle opere pubbliche e delle spese di investimento può avere anche una funzione anticiclica positiva. È chiaro che a tutti potrebbe piacere ampliare il più possibile questa capacità di spesa dei comuni (e in effetti, per esempio, i comuni hanno dei residui e degli avanzi che potrebbero essere utilizzati), ma ovviamente il nostro Paese deve parametrarsi, in ogni caso, con le regole europee, e quindi non possiamo eccedere la spesa che è fissata complessivamente nel Patto di stabilità e di crescita europeo.
Si obietta, da parte di numerosi esponenti degli enti locali: ma se noi in qualche modo utilizziamo i nostri soldi, che problema c'è? In realtà il problema esiste, perché il nostro problema non è solo a livello di spesa dei singoli enti, ma è anche quello del livello complessivo dell'indebitamento netto e del fabbisogno. In sostanza, ogni euro in più che viene speso da qualunque soggetto pubblico italiano impatta sull'indebitamento netto e sul fabbisogno. Certo, alcuni sostengono che nelle attuali circostanze non sarebbe un grave danno superare i limiti europei e, in qualche modo, derogare al Patto di stabilità; mi permetto di obiettare che invece è esattamente il contrario: ciò sarebbe un grave danno, non solo per le eventuali sanzioni di carattere europeo, che malgrado il periodo di difficoltà economica permangono, ma sarebbe anche un grave danno perché farebbe diminuire la credibilità complessiva del sistema Italia, e tale calo ci creerebbe seri problemi nel momento in cui il Paese si muove nella raccolta di fondi con titoli di Stato per finanziare la propria spesa.
In sostanza, ogni euro in più che si spende al di fuori dei parametri del Patto di stabilità finirebbe per riflettersi negativamente sul rating del nostro Paese (uso una parola che ormai è diventata quasi un turpiloquio ma che, pur tuttavia, rimane), con il rischio non solo di aumentare i tassi con i quali si accede ai mercati (e quindi il costo degli interessi sul debito pubblico) ma anche, in una situazione nella quale molti Paesi debitori e grandi debitori si sono affacciati al mercato dei titoli di Stato, di porre a rischio la stessa raccolta.
Per questi motivi occorre cercare di agevolare la spesa degli enti locali in tema di investimenti, ma essere assolutamente cauti con le compatibilità finanziarie complessive. Sotto questo profilo, è chiaro che non si può accedere all'idea di dare mano libera agli enti locali - come a qualunque altro soggetto pubblico - di spendere tutto quello che hanno tra le proprie riserve, ma bisogna contemperare questa esigenza con quella della salvaguardia degli obiettivi più complessivi di finanza pubblica.
Al riguardo, signor Presidente, il Governo si è adoperato, unitamente ai rappresentanti degli enti locali, per definire un emendamento da presentare il più presto possibile (in un veicolo che possa Pag. 5arrivare all'approvazione in tempi rapidi) per consentire agli enti locali virtuosi (e quindi, lo ripeto ancora una volta, ai comuni e alle province virtuose) di aumentare la propria spesa negli investimenti, cercando di reperire le risorse laddove sono presenti (per esempio, nel mondo regionale qualora non si spendano integralmente), per far sì che possa aumentare la spesa di investimento degli enti locali senza però aumentare nel suo complesso la spesa pubblica, e quindi senza creare alcun danno alla salvaguardia del Patto di stabilità, che rimane un principio fondamentale.
In questo quadro vi sono alcune questioni più minute, come quella del noto comma 8 dell'articolo 77-bis del decreto-legge n. 112 del 2008, che riguardava la nettizzazione delle entrate straordinarie purché finalizzate alla spesa in investimenti.
Sul comma 8 si è molto discusso; sono intervenute pronunce giurisprudenziali, con valore almeno temporaneo e di dubbio. Ritengo quindi che, forse, una via d'uscita potrebbe essere quella di arrivare alla soppressione della norma medesima, in modo da far sì, da una parte, che gli enti locali siano incentivati a dismettere le proprie proprietà, quando non sono essenziali, e, dall'altra, che siano contemporaneamente incentivati, con il meccanismo della nettizzazione, ad utilizzare i proventi delle dismissioni per operare spese di investimento.
Vale solo la pena di dire - anche se forse non ve ne è neanche bisogno - che è chiaro che nel momento in cui si sia accolto questo tipo di modifiche che vengono incontro alle esigenze degli enti locali, e contemporaneamente alle esigenze complessive di sostegno all'economia in situazioni di difficoltà (laddove ciò è possibile), il rispetto del Patto di stabilità interno deve essere un dovere morale. Si potrà dissentire su questa o quella modalità, su qualche impostazione, ma una volta che il Patto diventa legge dello Stato credo che a nessun rappresentante di un ente locale possa essere consentito di fare proclami e poi di attuare una sorta di disobbedienza civile, di rifiuto. Nessuno può dire che questo Patto dovrà essere rotto, perché ciò non sarebbe secondo le regole, e in ogni caso la vigilanza del Ministero dell'interno e di quello dell'economia delle finanze sarà massima, proprio per garantire tutti gli enti locali, e per far sì che non vi sia qualcuno che si comporti in modo troppo disinvolto rispetto ad altri che, giustamente, seguono la legge.
In conclusione, signor Presidente, il Governo esprime parere favorevole sulla mozione Franceschini ed altri n. 1-00123 (Nuova formulazione). Su questa mozione si potrebbero fare dei rilievi sulla parte motiva, ma siccome - me lo consenta, signor Presidente - siamo in Parlamento, e non all'Accademia della crusca, eviterò di soffermarmi per chiedere qualche modifica, qualche cesellatura, qualche soppressione nella parte motiva, ma guarderò principalmente alla parte dispositiva, che è sostanzialmente condivisibile; il parere del Governo è, quindi, favorevole.
Il Governo esprime altresì parere favorevole sulla mozione Cicchitto, Cota, Lo Monte ed altri n. 1-00138 (Nuova formulazione), che è sostanzialmente analoga alla mozione del gruppo Partito Democratico.
Il Governo esprime parere favorevole sul dispositivo della mozione Galletti ed altri n. 1-00135 (Nuova formulazione), a condizione che il terzo, il quarto e il quinto capoverso (ovvero le parti relative al citato comma 8) siano riformulati nel senso contenuto nel dispositivo delle mozioni Franceschini ed altri n. 1-00123 e Cicchitto, Cota, Lo Monte ed altri n.00138 (per quest'ultima, ad esempio, mi riferisco al penultimo capoverso del dispositivo); se i presentatori fossero disponibili a modificare la mozione in questo senso, il parere del Governo sarebbe complessivamente favorevole, altrimenti contrario. La stessa cosa vale per la mozione Donadi ed altri n. 1-00134: il Governo esprime parere favorevole a condizione che il terzo e quarto capoverso del dispositivo siano riformulati nello stesso senso che mi sono Pag. 6permesso di indicare per la mozione Galletti; altrimenti, anche in questo caso, il parere sarebbe contrario.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Galletti, al quale chiedo anche se accetti la riformulazione proposta dal Governo. Ne ha facoltà
GIAN LUCA GALLETTI. Signor Presidente, non accetto la riformulazione proposta dal sottosegretario Vegas e ne chiarirò le motivazioni. La scorsa settimana ero nella mia città, Bologna, e sono andato a trovare il mio amico Armando, che ha una piccola azienda edile, di tredici dipendenti, nella provincia di Bologna, a Sasso Marconi. Il mio amico Armando mi ha detto: fino a Natale ho tenuto qua i miei dipendenti perché avevamo troppo lavoro; venerdì ho finito il mio ultimo lavoro: terrò ancora i miei dipendenti per due settimane, per verniciare il capannone, per rimettere a posto gli attrezzi e gli utensili della mia azienda, dopodiché sarò costretto a mandarli a casa.
Ha aggiunto: «non sono tanto preoccupato per me, sono un imprenditore, ma sono preoccupato per i miei tredici dipendenti che - essendo la mia una piccola azienda - non avranno neanche gli ammortizzatori sociali».
Dall'altra parte, il mio sindaco e i sindaci della provincia di Bologna hanno fatto sapere tramite i giornali che hanno 110 milioni di opere finanziate, quindi di soldi in cassa per appaltare tali opere, e non possono farlo perché altrimenti non sarebbero in grado di pagare i fornitori andando fuori dal Patto di stabilità. Io trovo questo un assurdo. Di fronte ad aziende del settore edile che non hanno lavoro, vi sono opere e appalti per 110 milioni di euro, immediatamente immettibili sul mercato, che non possono essere messi sul mercato perché altrimenti si sfora il Patto di stabilità.
In tutti i convegni in cui andiamo, noi parlamentari, economisti, diciamo sempre una cosa: la crisi si combatte anche e soprattutto con opere pubbliche nuove. Attenzione, qui non stiamo parlando neanche di opere pubbliche nuove, stiamo parlando di quei piccoli lavori che nelle nostre città fino ad oggi sono sempre stati fatti, tesi a rimettere a posto le scuole o le strade, ad effettuare piccoli interventi viari, come ad esempio le rotonde.
Noi da quest'anno non riusciremo neanche ad attuare questa tipologia di interventi, eppure tutti abbiamo sempre riconosciuto che questo è il modo di combattere la crisi.
Allora, è evidente a tutti che c'è qualcosa che non va, che qualcosa non torna. La nostra mozione va in questa direzione e risolve questo tipo di problema.
Mi dispiace davvero che la mozione di oggi sia diventata la merce di scambio di una partita più vasta. Si è tentato di trovare una soluzione alla mozione di oggi e di mediarla in qualche modo con il voto sul federalismo fiscale. Penso che questo sia un errore perché sia nella mozione del Partito Democratico sia nella mozione del Popolo della Libertà la soluzione trovata è una mediazione al ribasso. Su un tema di questo genere non si può adottare il famoso principio «piuttosto che niente, meglio piuttosto», perché stiamo parlando dei nostri territori.
Allora, sia chiaro, quando alla fine di questa discussione passeranno le mozioni del Partito Democratico e del Popolo della Libertà, dall'altra parte i problemi degli enti locali saranno ancora del tutto irrisolti, perché il testo è troppo vago e generico, e non risolve il problema.
Allora, io chiedo uno sforzo. Nella nostra mozione abbiamo espresso alcuni concetti chiari. Oggi i comuni vanno rimessi nella condizione di investire. Io capisco le perplessità del sottosegretario quando ci richiama al rispetto del Patto di stabilità. Ma figuratevi se un partito come il nostro, responsabile, non lo ha a cuore! Ma non è quello il problema perché si può trovare una soluzione. La volete? Ad esempio, si può parlare, già da oggi, di un Pag. 7Patto di stabilità, almeno sulla parte investimenti, che non abbia la durata di un anno, bensì una durata pluriennale. Facciamolo subito, non facciamolo a partire dal prossimo anno!
Le soluzioni ci sono. È che in questo momento non si vogliono trovare e si trovano, invece, mediazioni che sono completamente al ribasso. E - permettetemi di dire - sono mediazioni completamente inutili per il problema che abbiamo davanti.
Quindi, noi manterremo la nostra mozione; siamo certi che questa mozione vada nell'interesse di tantissimi sindaci, di tantissimi comuni, di tantissime aziende, di tantissimi cittadini di comuni virtuosi, ed è per questo che la manteniamo in essere.
Non ci spieghiamo un'altra cosa. Non ci spieghiamo perché, se è così tanto caro al Governo il mantenimento del Patto di stabilità, quando si è parlato del comune di Roma però la soluzione in qualche modo si è trovata. L'unico comune oggi nel 2009 che potrà non rispettare li Patto di stabilità è proprio il comune di Roma. Come spieghiamo ai sindaci virtuosi che oggi loro non possono fare investimenti sui loro territori, quando invece sindaci di comuni non virtuosi - per loro responsabilità o per responsabilità degli amministratori precedenti poco mi interessa - comunque potranno non rispettare il Patto di stabilità e fare quegli investimenti?
È chiaro che vi è una disparità di trattamento, una disparità di trattamento intollerabile, a cui noi diciamo di no, e continuano a mantenere in essere la nostra mozione (Applausi dei deputati del gruppo Unione di Centro).
ANTONIO BORGHESI. Signor Presidente, dico subito che noi accoglieremo la richiesta di riformulazione proposta dal Governo e, quindi, ci auguriamo che, a seguito di tale riformulazione, anche la nostra mozione Donadi ed altri n. 1-00134 possa essere approvata dall'Assemblea.
Mi richiamo principalmente a quanto già detto in sede di discussione sulle linee generali, quando ho avuto modo di illustrare la mozione stessa. Ritengo che, di fronte ad una situazione che si aggrava sempre più, come sta accadendo, e che sarà ancora più forte e più sensibile nei prossimi mesi, noi abbiamo il dovere, da un lato, di sostenere le autonomie locali e, in particolare, i comuni per permettere loro di svolgere un ruolo essenziale anche per tamponare la situazione di crisi che sta per colpire molti cittadini ma, dall'altro, abbiamo anche il dovere di rimettere in movimento il sistema, sia pure in modo un po' più attenuato, ma comunque nel senso da noi prospettato per permettere anche alle imprese - soprattutto alle piccole imprese - di continuare a lavorare pur in una situazione più grave.
Ritengo che l'impegno del Governo nel senso prospettato, sia pure con le limitazioni di cui parlavo prima, sia comunque rilevante per contribuire al superamento della crisi e per fronteggiare la stessa.
Naturalmente voteremo anche a favore della mozione Franceschini ed altri n. 1-00123 (Nuova formulazione) e della mozione Galletti ed altri n. 1-00135 (Nuova formulazione) presentata dall'Unione di Centro, che ha voluto mantenere quel carattere che a noi tutto sommato faceva piacere. Pertanto, esprimeremo un voto favorevole anche sulla mozione presentata e proposta dall'Unione di Centro (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
ARTURO IANNACCONE. Signor Presidente, con la discussione e la conseguente approvazione delle mozioni che sono state presentate relativamente al Patto di stabilità degli enti locali, questo Parlamento aggiunge un altro tassello al mosaico degli interventi che vengono ritenuti utili per affrontare e - ci auguriamo - superare la grave crisi economica che Pag. 8investe il nostro Paese nell'ambito di una crisi più generale.
Era da tempo che la sofferenza degli enti locali aumentava a causa del rispetto del cosiddetto Patto di stabilità che, di fatto, ha ingessato la spesa degli enti locali, soprattutto degli enti locali più virtuosi: eravamo arrivati al paradosso che, pur avendo notevoli risorse a disposizione, l'ente locale non potesse utilizzarle per investimenti, per realizzare infrastrutture, per interventi ad esempio nell'edilizia scolastica, per sostenere i servizi essenziali per la cittadinanza. Ed è evidente che la credibilità delle istituzioni viene messa in discussione quando le stesse non riescono a corrispondere alle esigenze dei cittadini.
Il Movimento per l'Autonomia ha accolto con estremo favore questa discussione.
Infatti, riteniamo che gli enti locali, che rappresentano il momento istituzionale di maggiore raccordo con il cittadino, soprattutto in un periodo di crisi come questo, debbano essere messi nella condizione di svolgere fino in fondo il loro ruolo nell'ambito di una cooperazione istituzionale che, mettendo in sinergia gli interventi del Governo nazionale e gli interventi dei governi locali, possa dare risposte efficaci ai bisogni delle nostre comunità.
A ciò si aggiunga - è stato ricordato anche dagli interventi della presidente di Confindustria - che molte piccole e medie imprese vantano crediti nei confronti della pubblica amministrazione e anche in questo caso gli enti locali, pur potendo e avendo le risorse sufficienti per saldare i propri creditori, non erano nelle condizioni di poter corrispondere a questo loro dovere.
Oltre agli impegni previsti nella mozione di cui siamo firmatari - e siamo convinti che al riguardo il Governo si farà parte attiva - pensiamo inoltre, signor Presidente, che bisognerebbe intervenire su due aspetti fondamentali legati alla circolare n. 1250 del 2003 della Cassa depositi e prestiti, relativa al fondo rotativo per la progettualità. Come è noto, la materia del ricorso all'indebitamento da parte degli enti locali è stata riformata dal testo unico, il decreto legislativo n. 267 del 2000, che ne ha previsto la disciplina agli articoli 202 e seguenti.
In particolare, l'articolo 204 sui limiti della capacità di indebitamento fissava la soglia come di seguito: l'importo annuale degli interessi, sommato a quello di mutui precedentemente contratti ed a quello derivante da garanzie prestate ai sensi dell'articolo 207, al netto dei contributi statali e regionali in conto interessi, non supera il 25 per cento delle entrate relative ai primi tre titoli delle entrate del rendiconto del penultimo anno precedente a quello in cui viene prevista l'assunzione del mutuo.
Tale norma, nel corso del tempo, è stata via via modificata sino a stabilire l'attuale limite del 15 per cento, costringendo gli enti locali a fare due scelte: ridurre drasticamente gli investimenti per poter rispettare il nuovo limite del 15 per cento, salvaguardando la situazione finanziaria complessiva o mantenere un buon livello di investimenti, facendo ricorso a forme alternative di finanza derivata, assumendo tutti i rischi che tali operazioni comportano, specie in un periodo di grave crisi finanziaria e andando incontro a pericolosi indebitamenti a carico dei propri bilanci.
In tal senso, pensare al ripristino dell'originaria soglia di indebitamento del 25 per cento, al fine di consentire agli enti locali di perseguire un'attiva politica di investimenti, facendo ricorso a prestiti a condizioni sicure come quelli della Cassa depositi e prestiti ci sembra assolutamente necessario. In questo senso, poiché ogni investimento presuppone una fondamentale fase preliminare di progettazione e pianificazione, sarebbe opportuno richiedere alla Cassa depositi e prestiti una parziale modifica della già citata circolare n. 1250 del 2003, relativa al fondo rotativo per la progettualità: in particolare, ci riferiamo ai punti 5 e 7 della circolare in tema di soglia per l'accesso e di rimborso, consentendo la riduzione di tali soglie ed elevando il periodo massimo, trascorso il quale il rimborso è comunque dovuto.
Per concludere, signor Presidente, voteremo le mozioni sulla base delle indicazioni Pag. 9che sono state fornite ora dal Governo, perché siamo convinti che anche questa misura servirà, insieme alle altre, ad evitare che la crisi economica e finanziaria possa avere effetti ancora più gravi sulla nostra economia (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Movimento per l'Autonomia).
MASSIMO BITONCI. Signor Presidente, gentili colleghi, il Patto di stabilità per gli enti locali, introdotto dal Governo Prodi, ha lo scopo di coordinare la finanza degli enti locali con quella dello Stato, al fine di ottemperare al Patto di stabilità europeo, che deve soddisfare i parametri di Maastricht con riferimento alla finanza pubblica: un deficit pubblico non superiore al 3 per cento e un debito pubblico al di sotto del 60 per cento del prodotto interno lordo.
La Lega Nord e i comuni italiani hanno più volte sottolineato l'eccessiva rigidità del Patto - anche attraverso numerose proposte emendative a tutti i provvedimenti di carattere finanziario in esame, in questi mesi, presso la Camera - e, soprattutto, la necessità di applicarlo, considerando l'intero ciclo economico e non un singolo bilancio di esercizio, anche in considerazione dei rischi derivati dalla politica degli investimenti troppo limitata che esso comporta.
Le nostre richieste erano volte a consentire deroghe al Patto di stabilità per nuove spese per investimenti ed infrastrutture, almeno per i comuni virtuosi che hanno i bilanci in avanzo.
In realtà, signor Presidente, è vero che sono state approvate norme dirette a consentire maggiori investimenti in sede di finanza e del decreto-legge cosiddetto «proroga termini», tuttavia, permane una forte restrizione sugli investimenti locali.
In effetti, il comma 8 dell'articolo 77-bis del decreto-legge n. 112 del 2008 dispone che le risorse originate da una serie di operazioni di carattere straordinario non siano conteggiate nella base assunta, per il 2007, a riferimento per l'individuazione degli obiettivi e dei saldi utili per il rispetto del Patto di stabilità interno, se destinate alla realizzazione di investimenti o alla riduzione del debito.
Allo stesso modo, la norma contenuta nel decreto-legge n. 207 del 2008 consente di non sottoporre a sanzioni gli enti virtuosi se non rispettano il Patto di stabilità per nuove spese di investimento, a condizione che tali spese siano preventivamente autorizzate dal Ministero dell'economia e delle finanze.
Signor Presidente, le modifiche che ho citato lasciano insoddisfatti gli enti locali con potenzialità di investimento, in un momento di grave congiuntura economica, caratterizzata da stagnazione. Tale crisi deve essere fronteggiata proprio incrementando lo sviluppo delle economie locali, che possono creare, localmente, nuovi posti di lavoro.
Si consideri che gli investimenti a livello territoriale sono molto significativi nell'economia dell'Italia e che assommano a circa 2,5 miliardi di euro. Sostenere prioritariamente lo sviluppo locale è in linea anche con i nuovi principi del federalismo fiscale.
Signor Presidente e signor sottosegretario, non dobbiamo dimenticare che, con l'articolo 78 del decreto-legge n. 112 del 2008, al comune di Roma è stata riconosciuta, per il 2008, un'anticipazione di 500 milioni di euro, a valere sulle disponibilità della Cassa depositi e prestiti, per fronteggiare lo stato deficitario procurato dalla pessima amministrazione Rutelli-Veltroni.
Un successivo decreto-legge, inoltre, ha attribuito al comune di Roma un contributo di 500 milioni di euro per la restituzione di quanto anticipato dalla Cassa depositi e prestiti, anche se le suddette risorse sono state poste a carico degli stanziamenti di fondi FAS, cioè risorse finanziarie destinate allo sviluppo degli investimenti delle aree sottoutilizzate, da ripartire per l'85 per cento al sud e per il 15 per cento al nord.
Considerate le potenzialità del comune di Roma, era auspicabile che il deficit Pag. 10finanziario, derivante da anni di cattiva gestione, fosse stato affrontato mediante vendite dell'imponente patrimonio immobiliare (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania) e con altre soluzioni, ad esempio, con nuove tasse e tributi riferiti al comune di Roma. Signor Presidente, che differenza vi è tra Roma e Venezia, tra Roma e Milano, tra Roma e gli altri ottomila comuni d'Italia (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania)?
Se ciò non bastasse, con la delibera CIPE del 30 settembre 2008, è stato concesso un finanziamento di 150 milioni di euro al comune di Catania, sempre a valere sulle risorse dei fondi FAS, per evitarne il dissesto finanziario.
Ancora, con un decreto del 2007 del Ministero dell'economia e delle finanze sono stati stanziati 3 miliardi di euro per ripianare il deficit sanitario di alcune regioni del sud: Abruzzo, Campania, Lazio, Molise e Sicilia. Inoltre, nel decreto-legge n. 185 del 2008 è stata inserita una norma che esenta per un biennio la città di Roma dal rispetto dei vincoli del patto di stabilità interno. Tale misura consentirà al comune di Roma di escludere dal patto le maggiori spese di investimento strutturale per la realizzazione della linea metropolitana, una deroga a nuove spese di investimento non consentite, peraltro, agli altri comuni, in particolare a quelli con bilanci in avanzo che vorrebbero e potrebbero realizzare nuove opere indispensabili per i loro cittadini.
La Lega ha sopportato tutto ciò solo e con l'unica condizione che questo sperpero di denaro pubblico finisca. Signor Presidente, con la norma che ha fortemente voluto la Lega Nord in tema di federalismo fiscale gli amministratori che provocheranno il dissesto finanziario dell'ente verranno colpiti personalmente ed espulsi per sempre dal mondo della politica e della pubblica amministrazione (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Il federalismo porterà maggiore efficienza nell'azione degli amministratori e, soprattutto, la loro responsabilizzazione.
Tornando al patto di stabilità, gli stretti vincoli per il triennio 2009-2011 non consentono alle amministrazioni locali di utilizzare i residui passivi relativi alla spesa in conto capitale per portare a termine opere già programmate, nonché per regolare i pagamenti alle imprese fornitrici che sono in grave difficoltà per mancanza di liquidità. Diventa, quindi, indispensabile, signor Presidente, per un efficace rilancio degli investimenti anche ai fini anticongiunturali, che queste risorse, già in possesso degli enti locali, possano essere utilizzate al fine di effettuare ordinari investimenti e necessarie infrastrutture, scuole e manutenzioni ordinarie e straordinarie ritenute essenziali per erogare i servizi ai cittadini.
Ad aggravare ulteriormente la situazione è intervenuta l'interpretazione restrittiva della circolare n. 2 del 2009 del Ministero dell'economia e delle finanze in merito all'applicazione del comma 8 dell'articolo 77-bis del decreto-legge n. 112 del 2008 sull'esclusione delle risorse straordinarie; essa deve essere riferita non solo al saldo finanziario preso a base di riferimento - ossia quello dell'anno 2007 - ma anche al saldo di gestione degli anni relativi al patto 2009-2011, con il rischio di paralizzare circa 1,9 miliardi di investimenti locali.
C'è, però, anche qualche aspetto positivo: la sezione regionale Lombardia della Corte dei Conti, interpellata dal nostro sindaco di Varese, Attilio Fontana, sull'interpretazione restrittiva della predetta circolare, ha rilevato che la medesima è in netto contrasto con la volontà del Parlamento che, in sede di modifica del comma 8 dell'articolo 77-bis, ha inteso palesemente liberare le maggiori risorse straordinarie possibili derivanti dalle dismissioni, sia immobiliari, sia in partecipazione, per consentire maggiori investimenti per gli enti locali. Dunque, tali risorse devono essere escluse solo ai fini del conteggio per l'anno 2007.
Il perdurare di questa situazione potrebbe significare per gli enti locali bloccare non solo i pagamenti alle aziende fornitrici, per la maggior parte piccole Pag. 11imprese artigiane già strozzate dalle banche, ma anche l'erogazione di servizi sociali essenziali, pur di rispettare il patto di stabilità per il triennio 2009-2011 ed evitare l'applicazione delle sanzioni amministrative. Purtroppo, i criteri su cui si basa la disciplina del patto di stabilità (calcolo del saldo finanziario e principio della competenza mista) introdotta dal Governo Prodi non è idonea all'adozione di politiche restrittive di bilancio mirate, in quanto non consente di agire selezionando le tipologie di spesa.
MASSIMO BITONCI. Per concludere, signor Presidente e signor sottosegretario, prima che si vada troppo oltre con questo inopportuno blocco, auspichiamo che il Governo si impegni a rivedere i criteri su cui basa la disciplina del patto di stabilità, a premiare gli enti virtuosi e a selezionare positivamente le tipologie di spesa più adeguate a promuovere lo sviluppo economico del Paese, tenendo conto delle variazioni demografiche dei comuni che in alcune zone del nostro territorio sono estremamente rilevanti. Auspichiamo, inoltre, che si impegni a coordinare i principi del nuovo patto di stabilità interno con quello del federalismo fiscale e ad operare sin da subito con un'immediata modifica normativa per poter ampliare il più possibile la possibilità di spesa e di investimento degli enti locali virtuosi.
Ma soprattutto, guardando anche dalla parte delle imprese, auspichiamo che si impegni a valutare l'adozione di strumenti che consentano la liquidazione della maggiore quantità possibile di crediti maturati dalle piccole e medie imprese nei confronti dei comuni, eventualmente mediante l'intervento della Cassa depositi e prestiti oppure mediante il rilascio di forme di garanzia dello Stato, al fine di sopperire alla grave mancanza di liquidità delle piccole e medie imprese (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania).
GIANCLAUDIO BRESSA. Signor Presidente, colleghi e colleghe, è iniziata ieri la discussione sul federalismo fiscale che è, probabilmente, la riforma più importante affrontata dal Parlamento dopo la modifica del Titolo V della nostra Costituzione. La condizione preliminare per realizzare il federalismo fiscale è che i protagonisti, che sono gli enti locali e le regioni, non arrivino morti a questo appuntamento.
La nostra mozione ha questo significato: denunciare la situazione di insostenibilità delle condizioni finanziarie in cui versano comuni e province. La nostra mozione ha il merito di indicare alcune soluzioni concrete che consentano al sistema degli enti locali di tornare protagonista della politica di sviluppo e di crescita del Paese. Quindi, in sintesi, con la mozione Franceschini e altri n. 1-00123 (Nuova formulazione), proponiamo alla Camera due cose precise: in primo luogo, un impegno a modificare la deriva centralistica fiscale che ha caratterizzato, fino ad oggi, l'azione del Governo; in secondo luogo l'impegno a garantire una concreta politica anticrisi, spendendo subito, subito, i soldi veri che comuni e province hanno in cassa.
Valutiamo una cosa per volta: se vogliamo essere credibili quando parliamo di federalismo fiscale, la condizione preliminare è invertire la deriva centralistica che ha caratterizzato la vostra politica in questi mesi di Governo. Procedo a un breve riassunto, per memoria: il decreto-legge 27 maggio 2008, n. 93, ha abolito integralmente l'ICI sulla prima casa, senza una compensazione adeguata del minor gettito; il decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, ha previsto una manovra di rientro per gli enti locali, pesantissima per il 2009 e insostenibile dal 2010 in avanti, senza tener conto che, dal 2007, i comuni sono in avanzo e le province hanno migliorato in maniera molto sensibile gli indicatori di finanza pubblica. Sempre nel medesimo decreto, è stato contemplato il blocco Pag. 12dell'autonomia impositiva per gli enti locali, con l'impossibilità di ritoccare le aliquote di loro competenza e, da ultimo, il taglio dei trasferimenti erariali a comuni e province.
Con la legge finanziaria avete tagliato del 20-30 per cento i fondi per le politiche sociali e, dulcis in fundo, non un atto legislativo ma una circolare della Ragioneria generale dello Stato è intervenuta sul patto di stabilità. Si tratta di un'interpretazione iper-restrittiva del comma 8 dell'articolo 77-bis del decreto-legge n. 112 del 2008, per effetto della quale siamo l'unico Paese al mondo che penalizza le politiche finanziarie virtuose. Anziché prevedere norme premiali per chi governa bene, introduciamo norme penalizzanti, per cui la valorizzazione del proprio patrimonio, immobiliare o mobiliare che sia, è, per comuni e province, un danno perché i soldi così realizzati non possono essere utilizzati ed è come se non ci fossero.
La Ragioneria generale dello Stato si fa interprete di una nuova e stravagante teoria economica per il risanamento della finanza pubblica, la «teoria del materasso», perché questo è l'unico posto dove comuni e province potranno mettere i soldi frutto della loro buona amministrazione. Forse il Ministero dell'economia e delle finanze, oltre che preoccuparsi dell'isteria dei mercati finanziari mondiali, potrebbe intervenire subito per arginare l'isteria creativa della Ragioneria generale dello Stato, ed è esattamente quello che chiediamo con la nostra mozione. Chiediamo che venga fatto adesso, perché sia chiara da subito l'inversione di tendenza, anche perché un minimo di coerenza è dovuto, rispetto alla discussione sul federalismo fiscale.
Che senso ha parlare di tributi propri, di base imponibile riferita per i comuni al patrimonio immobiliare, se non si comincia con il mettere mano alle norme oggi in vigore che vanno esattamente nella direzione opposta?
Per questo abbiamo chiesto di discutere questa mozione Franceschini prima del voto sul provvedimento relativo al federalismo fiscale, non perché il nostro voto su tale provvedimento sia condizionato dall'approvazione della mozione, ma per una ragione di coerenza e di serietà. Crediamo nell'evoluzione in senso federale del nostro Stato che abbiamo voluto approvando la revisione del Titolo V della Costituzione e proprio per questo, per la nostra storia politica, per l'importanza che attribuiamo alla riforma del Titolo V, siamo esigenti nel chiedere coerenza.
La seconda ragione politica della nostra mozione consiste nel realizzare subito una concreta politica anticrisi per spendere i soldi veri che comuni e province hanno in cassa.
Nel 2007, il 51 per cento degli investimenti pubblici sono stati realizzati da comuni e province; se non si rende più flessibile il patto di stabilità, gli investimenti in conto capitale crolleranno. L'ANCI ha stimato in oltre 3 miliardi di euro la riduzione degli investimenti locali per effetto delle norme che ho precedentemente illustrato; ma al di là delle stime ci sono i fatti a parlare chiaro: tre esempi per tutti.
Cominciamo dalla provincia di Torino, dove il suo presidente, Saitta, ha portato questo preciso esempio: su 95 milioni di euro che la provincia di Torino potrebbe pagare per investimenti pubblici già fatti ossia per opere già realizzate su strade e scuole contribuendo ad uscire dalla crisi, a causa del patto di stabilità possiamo pagarne solo 10 e si tratta di imprese che hanno dipendenti e che hanno già chiuso i lavori. Si tratta di una situazione assurda.
Il presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti, afferma che sono disponibili per essere spesi da subito 159 milioni di euro e sono bloccati dal patto di stabilità.
Un ultimo esempio, forse ancora più significativo, riguarda il sindaco di un comune non grandissimo, il comune di Cosenza, Salvatore Perugini; egli ha ricordato che Cosenza esce da due mesi di emergenze climatiche che hanno richiesto impegni di spesa per un milione e mezzo di euro e che servirebbero altri quattro o cinque milioni di euro per consolidare Pag. 13opere e territorio. E le emergenze non finiscono qui, ha sottolineato ancora il sindaco di Cosenza, in questi giorni è venuta alla ribalta l'emergenza «randagismo» con le tragiche vicende che hanno caratterizzato la cronaca di questi giorni. Sulle spese correnti del comune di Cosenza gravano seicentomila euro solo per dare alloggio ai cani. Ebbene il sindaco di Cosenza non può costruire canili, perché il patto di stabilità lo impedisce.
Questa è la situazione reale del Paese a fronte di una situazione europea che si muove in tutt'altra direzione. La Spagna ha stanziato per gli enti locali un fondo di 8 miliardi, la Francia un fondo di 2 miliardi e mezzo per gli investimenti degli enti locali, mentre la Germania un fondo di 10 miliardi. Si renda il patto di stabilità più flessibile e più gestibile: non è una posizione ideologica propagandistica.
Vorrei rispondere pacatamente, ma con una certa precisione alle parole che il sottosegretario Vegas ha utilizzato nel suo intervento. Quest'ultimo ha giustamente ricordato che bisogna garantire la credibilità del Paese rispetto al denaro della finanza pubblica, se non vogliamo avere brutte sorprese quando chiederemo al mercato di sottoscrivere i nostri titoli del debito pubblico. È vero, ma è ancora più vero che, se l'economia continua nella sua fase depressiva, non c'è speranza di credibilità, non c'è speranza di restare entro i parametri europei, ma c'è bisogno di una manovra anticiclica e quella che proponiamo per gli enti locali è quella che serve adesso.
Si tratta di una necessità pratica per dare ossigeno all'economia in affanno. L'ANCI stima in oltre 4 miliardi di euro le risorse immediatamente spendibili da parte dei comuni nel solo 2009 e questo è il senso politico della mozione Franceschini, questa è l'importanza di un voto favorevole per uscire dalla fase delle promesse e passare ai fatti.
Nell'agosto di sessant'anni fa, nel 1948, il Senato discuteva una mozione relativa ai problemi di finanza locale e l'allora Ministro delle finanze, Ezio Vanoni, rispondeva dichiarandosi contrario alla proroga del sistema dell'integrazione finanziaria statale rispetto alle finanze comunali. Ricordo che siamo nel 1948, quando il problema era quello di ricostruire il Paese.
Ezio Vanoni usava queste parole, che sono ancora di straordinaria attualità: «il Governo intende potenziare sempre di più l'indipendenza dei comuni rendendo la loro azione legata al gettito dei tributi e non alle determinazioni del Governo che dà o non dà le integrazioni». Sono trascorsi sessant'anni ed è tempo di garantire davvero l'indipendenza dei comuni e la loro responsabilità. Approvare la mozione Franceschini è un segnale che si vuole fare sul serio, al di fuori della propaganda, nell'interesse del Paese reale e della qualità della vita dei cittadini italiani (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
OSVALDO NAPOLI. Signor Presidente, egregi colleghi, spero che la discussione oggi in quest'Aula e il lavoro compiuto sulle mozioni possano contribuire a mettere ordine, ad attenuare i toni e soprattutto a testimoniare l'apertura al dialogo della maggioranza e la capacità di trovare insieme soluzioni e risposte sulle questioni concrete che interessano il bene del Paese.
L'aver messo da parte aspetti di carattere pregiudiziale e, in alcuni casi, strumentali a posizioni squisitamente di parte e aver concorso ad una convergenza di posizioni e di indirizzi rappresenta, certamente, un risultato importante. Dobbiamo, però, essere consapevoli che le origini e le cause delle difficoltà degli enti locali sono certamente ben più lontane nel tempo dalla discussione di oggi e precedenti l'insediamento del Governo attuale.
Mi permetta, signor Presidente, di far presente all'onorevole Bressa che bisogna far ben poca fatica per ricordare la dura battaglia e l'aspro conflitto che ha diviso i comuni e il Governo Prodi, soprattutto durante l'anno 2007. Sono state varate Pag. 14leggi finanziarie (sia quella per il 2007, sia quella per il 2008) fortemente penalizzanti per gli enti locali; inoltre, nulla è stato riconosciuto sul piano delle politiche attive (sicurezza, scuola, ambiente, trasporti e infrastrutture). Con la legge finanziaria per il 2007 il Governo Prodi ha tagliato 2 miliardi 600 milioni di trasferimento ai comuni, ai quali si sono poi aggiunti gli ormai tristemente noti avanzi di amministrazione, che ammontavano ad altri 4 miliardi 400 milioni, che erano i risparmi dei comuni e che il Governo non ha mai restituito ai legittimi proprietari. I comuni hanno così subito un taglio, dal Governo Prodi-Padoa Schioppa, di 7 miliardi di euro.
Gli enti periferici hanno poi subito tagli ai trasferimenti erariali e il più clamoroso (di 600 milioni) è stato motivato dall'eventuale aumento di gettito derivante dalla riclassificazione di alcune categorie di immobili, come gli ex rurali. Si è trattato di una vicenda incresciosa, con un seguito anche di carattere giudiziario, determinata da gravi ed evidenti errori da parte del Governo Prodi, una vicenda che, va detto, ha cercato di risolvere questo Governo stanziando ed erogando le compensazioni necessarie.
Permettetemi ora di aprire un altro capitolo, quello relativo all'ICI. Molte forze politiche hanno denunciato un'inadeguata copertura del mancato gettito. Anche qui basterebbe rileggere le stime contenute in uno degli ultimi atti del Ministro Padoa Schioppa e la relativa relazione previsionale dell'aprile 2008 - neanche un anno fa - per vedere che il Governo Prodi-Padoa Schioppa aveva calcolato l'intervento sull'ICI per la prima casa in 2 miliardi 600 milioni. Così, adempiendo ad un impegno formalmente assunto davanti ai cittadini, in campagna elettorale, uno dei primi atti, nel giugno 2008, è stato completare una scelta già parzialmente assunta, adottando le stime fatte dal Governo Prodi qualche settimana prima e già presentate in Parlamento e andando a coprire quel 40 per cento che voi avevate messo sulla carta ma che, in termini reali, non aveva nessuna copertura finanziaria.
Il Governo Berlusconi però non si è fermato qui. Preoccupato che la stima del Governo precedente di centrosinistra fosse poco generosa ha stanziato, con l'accordo di ottobre, altri 260 milioni di euro già erogati ai comuni con la tranche del 15 dicembre, andando ben oltre la stima complessiva di pochi mesi prima. Vedremo colleghi, con le certificazioni di aprile, i dati che risulteranno e solo allora sapremo se manca qualcosa e che cosa.
Non è accettabile e, a prova di quanto detto, ricordo come, nel luglio 2007, egregio Presidente e onorevole Bressa, fu deliberata la rottura delle relazioni istituzionali con il Governo Prodi e solo molti mesi dopo ci fu una ricomposizione dei rapporti.
Il tema della disciplina contabile dei proventi dell'alienazione di beni immobili e mobili non è stata modificata dal Governo, ma dal Parlamento, con due provvedimenti consecutivi di difficile interpretazione. Non a caso sulle stesse norme si sono espressi in modo diverso la ragioneria dello Stato, la Corte dei conti e l'ANCI. Oggi occorre riportare le norme allo stato originario, consentendo ai comuni di gestire queste entrate alla pari di altre entrate straordinarie.
Il problema è intervenire in questa fase dell'anno con alcuni bilanci approvati ed altri in corso di approvazione. In questa direzione va sicuramente apprezzato lo sforzo del Governo di abrogare il cosiddetto comma 8 e di voler provvedere una salvaguardia per quei comuni virtuosi che abbiano già provveduto ad approvare i bilanci con la vigenza della normativa pregressa.
Per quanto attiene allo sblocco parziale dei residui passivi, non si può non sottolineare positivamente questa opportunità, evidenziando che essa è un primo passo verso un nuovo scenario di vero federalismo che speriamo consentirà ai comuni di fare interventi finanziari per pagare i debiti commerciali verso le imprese con effetti importanti sull'economia dei territori interessati poiché, a differenza delle altre pubbliche amministrazioni, i comuni incontrano una grandissima quantità di Pag. 15piccole e medie imprese su tutto il territorio nazionale con effetto capillare sull'economia del Paese.
La legge finanziaria per il 2009 e, ancor prima, la manovra estiva contenuta nel decreto-legge n. 112 del 2008 hanno mantenuto le regole del Patto di stabilità interno che erano state introdotte e modificate nel 2007 dal Governo Prodi e questo per la ragione che ho precedentemente enunciato, ossia dare un senso di continuità e consentire agli enti di programmare interventi e politiche, prospettiva programmatoria che poi ispira la stessa proiezione triennale della manovra 2009-2011.
Nei fatti accaduti successivamente vi è la crisi (certamente, è un fatto che ci riguarda come sistema-Paese, anche se non origina direttamente dallo stesso) contro cui il Governo sta operando. Vi sono, inoltre, varie criticità squisitamente domestiche emerse nell'applicazione delle regole del Patto di stabilità interno, in particolare per i comuni e le province che hanno spinto a porre una serie di domande e di aspettative rispetto alle quali, con la mozione del PdL, si cerca di dare una possibile risposta e rispetto alle quali il Governo ha già adottato e prospettato alcune soluzioni.
Per quanto riguarda le regole del Patto di stabilità adottate nel 2007, ricordiamo che viene prevista la cosiddetta competenza mista, ossia il riferimento alla competenza per la spesa corrente e alla cassa per le spese in conto capitale; regole che producono un irrigidimento della spesa per investimenti, pregiudicando fortemente un suo incremento nel tempo e sono certo che rapidamente si potrà avviare un confronto con le associazioni per modificare e sanare gli effetti distorsivi.
Lo stesso dicasi per i parametri di riferimento temporale che così disciplinati appaiono assai rigidi ed inadeguati ad assorbire situazioni specifiche. Aggiungo che l'avvio di un nuovo ragionamento sulle regole di sostenibilità finanziaria deve essere capace di armonizzarsi e integrarsi con i fondamentali principi ispirati nel sistema di federalismo fiscale che stiamo per approvare in via definitiva. Si tratta di regole capaci di stimolare l'efficienza, di responsabilizzare i singoli livelli di Governo e di garantire, quindi, il raggiungimento dell'obiettivo di miglioramento e di riqualificazione della spesa.
Venendo ad un'altra delle questioni oggetto della mozione del PdL, credo che, applicando flessibilità e garanzie adeguate, si possa fornire quella risposta che i comuni attendono in ordine alla possibilità di dare un contributo al sostegno della domanda interna attraverso l'utilizzo mirato, regolato e selettivo di risorse consistenti in residui passivi per completare opere già cantierate o far fronte a debiti contratti con fornitori ed imprese.
Voglio concludere, ricordando come il Governo sia stato molto attento nel considerare le ragioni dei comuni e dell'ANCI. Ricordo gli incontri delle settimane passate con i Ministri Tremonti e Calderoli, con il sottosegretario Vegas e l'incontro di giovedì scorso con il Presidente del Consiglio a testimonianza dell'attenzione costante dell'intero Governo verso le amministrazioni locali.
Sono certo che, nonostante le enormi difficoltà finanziarie e i vincoli di bilancio che rendono più gravoso per il nostro Paese la possibilità di reperire risorse senza intaccare il debito, si definiranno soluzioni equilibrate con senso di responsabilità, raccogliendo questa occasione per dare prospettive nuove e ponendo le basi per un domani ancora migliore.
OSVALDO NAPOLI. Concludo. Il mio personale auspicio, Presidente, è che il confronto di oggi che ha portato sulle singole mozioni un'unitarietà abbastanza forte in questo Parlamento sulle riforme istituzionali e costituzionali, avvenga con il contributo costruttivo delle opposizioni per scrivere regole nuove che disciplinano la politica e il funzionamento delle istituzioni.
OSVALDO NAPOLI. Regole in cui tutti possano riconoscersi e confrontarsi anche con chi ha idee diverse dalla propria. È il nostro auspicio e ci auguriamo che sia l'auspicio di tutto il Parlamento (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto. Prego i colleghi di prendere posto.
Su un lutto del deputato Luigi Lazzari.
PRESIDENTE. Comunico che il collega Luigi Lazzari è stato colpito da un grave lutto: la perdita della madre.
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione della mozione Franceschini ed altri n. 1-00123 (Nuova formulazione).
Avverto che, ove venisse approvata la mozione Franceschini ed altri n. 1-00123 (Nuova formulazione), il primo capoverso del dispositivo della stessa assorbirebbe il secondo capoverso del dispositivo della mozione Cicchitto, Cota, Lo Monte ed altri n. 1-00138 (Nuova formulazione); il secondo capoverso del dispositivo della stessa assorbirebbe il secondo capoverso del dispositivo della mozione Donadi ed altri n. 1-00134, nel testo riformulato su proposta del Governo, ed il primo capoverso del dispositivo della mozione Galletti ed altri n. 1-00135 (Nuova formulazione). Il terzo capoverso del dispositivo della mozione Franceschini ed altri n. 1-00123 (Nuova formulazione), assorbirebbe il terzo capoverso del dispositivo della mozione Donadi ed altri n. 1-00134, nel testo riformulato su proposta del Governo, e il quarto capoverso del dispositivo della mozione Cicchitto, Cota, Lo Monte ed altri n. 1-00138 (Nuova formulazione).
Avverto altresì che ove venisse approvata la mozione Franceschini ed altri n. 1-00123, (Nuova formulazione), il quarto capoverso del dispositivo della stessa assorbirebbe il quinto capoverso del dispositivo della mozione Donadi ed altri n. 1-00134, nel testo riformulato su proposta del Governo; il quinto capoverso del dispositivo della mozione Franceschini ed altri n. 1-00123 (Nuova formulazione), assorbirebbe, inoltre, il quarto capoverso del dispositivo della mozione Donadi ed altri n. 1-00134, nel testo riformulato su proposta del Governo.
Chiedo ai colleghi di verificare che la tessera di votazione sia inserita regolarmente nell'apposito spazio del terminale.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sulla mozione Franceschini ed altri n. 1-00123 (Nuova formulazione), accettata dal Governo.
Invito tutti i deputati ad attivare il terminale di voto, ponendo il dito sull'apposito rilevatore.
I terminali sono abilitati. Gli onorevoli Commercio e Castellani hanno qualche difficoltà.
Presidente Casini? Il suo terminale è abilitato. Onorevole Latteri, stia calmo e si concentri. Onorevole Traversa, ha votato? Onorevole Moroni? Esprimerà il voto direttamente... Ha visto che ha funzionato? Pag. 17
Invito dunque ad esprimere il voto.
(La Camera approva - Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori - Vedi votazionia ).
Prendo atto che i deputati Giorgio Merlo e Versace hanno segnalato che non sono riusciti a votare e che il deputato Scilipoti ha segnalato che non è riuscito ad esprimere voto favorevole.
Dobbiamo ora procedere alla votazione della mozione Donadi ed altri n. 1-00134, nel testo riformulato. Avverto che, a seguito della votazione precedente, risultano assorbiti, come ho testé detto, il secondo, il terzo, il quarto e il quinto capoverso del dispositivo.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sulla mozione Donadi ed altri n. 1-00134, per le parti non assorbite, accettata dal Governo, nel testo riformulato.
Invito i deputati ad attivare il terminale di voto, ponendo il dito sull'apposito rilevatore. I terminali sono abilitati?
Colleghi, se non tenete il dito sul terminale è inutile che vi sbracciate. Prego, procedete. I terminali sono tutti abilitati? Onorevole Lo Monte, prego. Onorevole Nannicini, lei? Si segga che è più comodo, c'è meno stress; adesso è attivato, metta il dito. Invito, dunque, ad esprimere il voto.
Prendo atto che i deputati Nannicini, Bressa e Paolo Russo hanno segnalato che non sono riusciti a votare, che il deputato Scilipoti ha segnalato che non è riuscito ad esprimere voto favorevole e che il deputato Pisacane ha segnalato che avrebbe voluto astenersi.
Dobbiamo ora procedere alla votazione della mozione Galletti ed altri n. 1-00135 (Nuova formulazione).
Avverto che, a seguito delle votazioni precedenti, risulta assorbito il primo capoverso del dispositivo.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sulla mozione Galletti ed altri n. 1-00135 (Nuova formulazione), per le parti non assorbite, non accettata dal Governo.
Invito i deputati ad attivare il terminale di voto, ponendo il dito sull'apposito rilevatore. I terminali sono abilitati? Chi non risulta abilitato? Onorevole Mazzuca? Onorevoli Cesa, adesso verifichiamo. È a posto?
Le ricordo che il dito che va posto è quello di cui ha dato le minuzie.
Prendo atto che la deputata Servodio ha segnalato che non è riuscita a votare, che il deputato Pisacane ha segnalato che avrebbe voluto astenersi e che il deputato Scilipoti ha segnalato che non è riuscito ad esprimere voto favorevole.
Passiamo alla votazione della mozione Cicchitto, Cota, Lo Monte ed altri n. 1-00138 (Nuova formulazione). Avverto che, a seguito delle votazioni precedenti, risultano assorbiti il secondo e il quarto capoverso del dispositivo.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sulla mozione Cicchitto, Cota, Lo Monte ed altri n. 1-00138 (Nuova formulazione), per le parti non assorbite, accettata dal Governo.
Se tutti i terminali sono abilitati, invito ad esprimere il voto. Onorevole Della Vedova?
Prendo atto che i deputati Vaccaro, Duilio, Lanzillotta, Bellotti, Coscia, Sanga, Nicola Molteni, Lainati, Lo Moro e Scilipoti hanno segnalato che non sono riusciti ad esprimere voto favorevole, mentre i deputati Crosetto e Zamparutti hanno segnalato che non sono riusciti ad esprimere il proprio voto. Prendo altresì atto che il deputato Pisacane ha segnalato che avrebbe voluto astenersi.
Seguito della discussione del disegno di legge: S. 1117 - Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell'articolo 119 della Costituzione (Approvato dal Senato) (2105-A) e delle abbinate proposte di legge: Ria; d'iniziativa del consiglio regionale della Lombardia; Paniz (452-692-748).
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato: Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell'articolo 119 della Costituzione; e delle abbinate proposte di legge d'iniziativa del deputato Ria; del consiglio regionale della Lombardia; del deputato Paniz.
Ricordo che nella seduta del 16 marzo 2009 si è conclusa la discussione sulle linee generali e che i relatori ed il Governo hanno rinunciato ad intervenire in sede di replica.
(Esame di una questione pregiudiziale - A.C. 2105-A)
PRESIDENTE. Avverto che è stata presentata la questione pregiudiziale di costituzionalità Vietti ed altri n. 1 (Vedi l'allegato A - A.C. 2105-A).
Ricordo che i tempi per l'esame delle questioni pregiudiziali sono computati nell'ambito del contingentamento relativo alla discussione sulle linee generali.
Ricordo che la questione pregiudiziale di costituzionalità Vietti ed altri n. 1 non è stata preannunziata in sede di Conferenza dei presidenti di gruppo.
Avverto che, a norma del comma 3 dell'articolo 40 del Regolamento, la questione pregiudiziale può essere illustrata per non più di dieci minuti da uno solo dei proponenti. Potrà altresì intervenire un Pag. 19deputato per ciascuno degli altri gruppi che ne faccia richiesta per non più di cinque minuti.
Il deputato Vietti ha facoltà di illustrare la sua questione pregiudiziale di costituzionalità n. 1.
MICHELE GIUSEPPE VIETTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, le ragioni di incostituzionalità di questo disegno di iniziativa governativa sono talmente tante ed articolate che, se le dovessi esporre tutte, non mi basterebbe il tempo a disposizione, per cui mi limiterò ad alcune, accennando sommariamente alle altre.
La prima potrebbe essere assorbente: stiamo facendo una riforma costituzionale con una delega. L'articolo 72 della Costituzione prevede espressamente la procedura di legislazione ordinaria per interventi di rango costituzionale. Voi stessi ammettete che questa legge interviene per dare... (Commenti).
PRESIDENTE. Prego, onorevole Vietti.
MICHELE GIUSEPPE VIETTI. Signor Presidente, se posso...
PRESIDENTE. Ha ragione, onorevole Vietti. Prego i colleghi di prestare attenzione o di lasciare l'Aula, per consentire all'onorevole Vietti di sviluppare il suo ragionamento. Prego, onorevole Vietti.
MICHELE GIUSEPPE VIETTI. Voi stessi dite che questa legge dà attuazione all'articolo 119 della Costituzione e, dunque, la delega, per l'articolo 72 stesso, dovrebbe essere esclusa. Questa legge non solo utilizza uno strumento inadeguato, ma addirittura viene presentata come un collegato alla finanziaria e, in questo modo, gode dei privilegi procedurali che i Regolamenti parlamentari attribuiscono ai collegati.
Ma veniamo alle ragioni di violazione della Costituzione: l'articolo 76 prevede che i criteri di delega devono essere determinati sia nei principi sia nei criteri.
In questo caso si parla di modalità di finanziamento delle funzioni amministrative che fanno riferimento a distinte tipologie di funzioni, senza che queste funzioni vengano individuate. Funzioni relative ai servizi essenziali che riguardano i diritti sociali e civili, funzioni fondamentali, funzioni proprie: nessun criterio consente di distinguere le une dalle altre. I livelli essenziali sono definiti solo con riferimento ad alcune materie, dunque le modalità di finanziamento relative a funzioni indeterminate non possono che essere esse stesse indeterminate.
Si aggiunga un altro elemento di indeterminatezza, le cosiddette deleghe correttive: il Governo si concede due anni per emanare il primo decreto legislativo, e poi altri due anni per emanare i decreti correttivi.
Passiamo alla violazione dell'articolo 117. Malgrado la competenza esclusiva dello Stato sulla materia della perequazione delle risorse finanziarie, nel disegno di legge in esame si prevedono competenze regionali in fase di erogazione delle risorse di cui al fondo di perequazione. Si prevede addirittura che le regioni possano operare proprie valutazioni nell'erogazione dei fondi perequativi discostandosi dalle indicazioni statali. Vede, Ministro Calderoli, non è che basti aggiungere la «foglia di fico» della previsione: «sono fatte salve le disposizioni costituzionali», per poterle allegramente violare, perché la giurisprudenza della Corte è pacifica nel ritenere che la formula: «sono fatte salve le disposizioni costituzionali» non possa coprire le eventuali, e in questo caso reali, incostituzionalità.
La copertura economica è assolutamente indeterminata. Sappiamo che l'articolo 119 della Costituzione prevede che si finanzino integralmente le funzioni attribuite alle regioni e agli enti locali: in questo caso non vi è alcuna individuazione dei principi a cui le regioni devono attenersi nell'esercizio della potestà legislativa in materia di armonizzazione dei bilanci e di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, nonostante si tratti di una materia che vincola la finanza pubblica essendo a sua volta vincolata dal rispetto degli impegni comunitari. Pag. 20
Un altro profilo di incostituzionalità che non mi sembra irrilevante è la violazione degli articoli 3 e 5 della Costituzione: non si tiene conto delle differenze strutturali che esistono sul territorio nazionale, per cui per le regioni più povere, che faticheranno ad adeguarsi agli standard delle regioni più ricche, si determinerà un aggravio degli squilibri territoriali, con gravi rischi per l'unità economica del Paese.
Viene violato il principio di progressività dei tributi: dato che la riforma scarica sull'IRPEF il finanziamento delle funzioni, e prevede maggiori prelievi fiscali per gli enti meno efficienti, finirà che il prelievo fiscale, a parità di reddito, potrà risultare significativamente diverso a seconda del territorio dove si risiederà, in palese violazione del principio di progressività.
Non parliamo della violazione che attiene alle regioni a statuto speciale, in cui gli statuti speciali sono protetti da una garanzia costituzionale, mentre il disegno interviene modificandoli allegramente o intervenendo sulla loro materia con assoluta superficialità, con legge ordinaria.
Vi è poi la violazione palese dell'articolo 81 della Costituzione: manca il rispetto dell'obbligo di copertura degli oneri economici, manca la valutazione dei costi, per ammissione stessa del Ministro dell'economia e delle finanze, manca l'indicazione puntuale delle modalità di finanziamento delle funzioni amministrative (che non vengono individuate), non sono specificate le fonti di finanziamento del fondo perequativo né le fonti di finanziamento delle funzioni amministrative.
Signor Presidente, colleghi, consentitemi però di aggiungere in chiusura una notazione che, a mio parere, è il vizio di costituzionalità che sta nel DNA di questo provvedimento: dov'è il Parlamento in tutto questo? Il Parlamento è fuori della cabina di regia, è fuori della rappresentanza territoriale: Parlamento e Conferenza Stato-autonomie viaggiano su corsie separate, le Camere finiranno per essere condizionate dalle minuziose competenze della Conferenza, la quale non può per natura avere la forza della rappresentanza generale che è propria del Parlamento. Neppure si è utilizzata l'apertura che la legge aveva dato alla Conferenza per poter essere integrata con rappresentanti degli enti locali: di tutto questo non c'è alcun cenno.
Ha scritto il professore Manzella, in modo molto efficace: «(...) c'è (...) un buco nero nel tessuto istituzionale della Repubblica» in questa riforma, l'assenza della Camera delle autonomie. Il Governo ha detto che «un giorno o l'altro verrà fuori», ma Manzella commenta: siamo di fronte alla «vendita della carrozzeria di un'auto con l'idea di un motore futuro, ma ignoto; intanto, c'è il pagamento del prezzo».
Questo modello astratto fatto di ipotesi di combinazioni tributarie senza cifre, questa scommessa sull'aggiustamento di fabbisogni finanziari incerti, di fronte a competenze giuridiche indefinite dei Governi territoriali, avrebbe bisogno di una forza politica parlamentare e invece il Parlamento è totalmente disarmato.
Abbiamo dodici tipi di tributi in gioco, cinque soggetti politici titolari dei nuovi cespiti tributari, centodiciotto criteri e principi e un numero indefinito di decreti attuativi.
Ebbene, di fronte a questo ci vorrebbe un'organizzazione funzionale nuova del Parlamento, con uno dei suoi rami che sia capace di reggere il filo coerente delle cento intese di calcolo e di perequazione che si innescheranno tra Stato e regioni, tra regioni e regioni e tra comuni e regioni, un ramo in grado di controllare i nuovi equilibri del sistema e le loro compatibilità con le responsabilità nazionali ed europee, un luogo - e concludo, signor Presidente - in cui unità e indivisibilità della Repubblica si trasformino non in concetti retorici, ma in vincoli effettivi per un pluralismo che, in quel caso sì, sarebbe benefico.
In presenza di queste disfunzioni, in presenza di queste carenze e, soprattutto, in presenza di questa umiliazione di quel Parlamento di cui noi siamo rappresentanti, vi chiediamo di non di non procedere all'esame dell'atto Camera 2105-A a Pag. 21motivo dell'incostituzionalità dello stesso (Applausi dei deputati del gruppo Unione di Centro)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Fugatti. Ne ha facoltà, per cinque minuti.
MAURIZIO FUGATTI. Signor Presidente, la questione pregiudiziale presentata dai colleghi Vietti, Galletti, Occhiuto, Tabacci, Ciccanti, Romano, Compagnon e Naro si basa su alcuni punti nei quali si eccepiscono i seguenti profili di incostituzionalità. Al primo punto - secondo il tenore della questione pregiudiziale -, si deduce la violazione dell'articolo 76 della Costituzione, ed alla lettera a) del medesimo primo punto si parla di indeterminatezza di principi e criteri direttivi.
A nostro parere è infondata la censura relativa all'indeterminatezza dei principi e criteri direttivi di delega. Ciò che la questione pregiudiziale in esame lamenta come indeterminatezza non è altro, infatti, che adesione al dettato letterale dell'articolo 76, che prevede che il Parlamento in sede di approvazione della legge delega si limiti a dettare le linee di principio e i criteri direttivi che possono orientare il Governo nell'adozione della disciplina di dettaglio.
Passando poi alla lettera c) del medesimo primo punto - dove si parla di attribuzione di deleghe da esercitarsi anche sulla base di indicazioni provenienti da organismi istituiti ad hoc (si pensi al compito di proporre criteri per il corretto utilizzo dei fondi perequativi affidato alla Conferenza di cui all'articolo 5) -, rileviamo che questa eccezione appare strumentale, in quanto il ruolo della Conferenza è quello di coadiuvare il Governo nell'esercizio della delega, non già di sostituirsi al Governo stesso.
Al secondo punto, la questione pregiudiziale prevede che: «il disegno di legge presenta altresì profili di incostituzionalità con riferimento all'articolo 117, comma 2, lettera e), della Costituzione nella parte in cui prevede la competenza esclusiva dello Stato in materia di perequazione delle risorse finanziarie». Anche in questo caso si tratta di una censura non fondata, perché l'articolo 9 del disegno di legge è specificamente volto a dare attuazione alla competenza legislativa esclusiva statale, di cui l'articolo 117, comma 2, lettera e) sulla perequazione delle risorse, mentre l'articolo 13, correttamente, con disposizione di legge statale, prevede l'istituzione nel bilancio delle regioni di due fondi alimentati da un Fondo perequativo dello Stato: uno a favore dei comuni, l'altro a favore delle province e delle città metropolitane. È, infatti, evidente che non potrebbe essere imputata a un Fondo nazionale la perequazione relativa agli enti locali, ferma restando la natura statale della relativa disciplina legislativa.
Al terzo punto, la questione pregiudiziale recita: «appare violato l'articolo 119 della Costituzione nella parte in cui prevede la copertura economica di tutte le funzioni attribuite ai singoli enti». Secondo il nostro gruppo, anche questa censura appare infondata, come confermato dall'articolo 7, comma 1, lettera a) del provvedimento in esame che esplicitamente prevede che: «le regioni dispongono di tributi e di compartecipazioni al gettito dei tributi erariali in grado di finanziare le spese derivanti dall'esercizio delle funzioni nelle materie che la Costituzione attribuisce alla loro competenza residuale e concorrente». Tale previsione, infatti, si estende a ricomprendere tutte le funzioni pubbliche attribuite alle regioni, non solo quelle riconducibili ai livelli essenziali delle prestazioni. Analoghe considerazioni possono essere formulate in relazione all'articolo 11 sul finanziamento delle funzioni degli enti locali.
Il quarto punto fa riferimento agli articoli 3 e 5 della Costituzione (l'articolo 3 della Costituzione ha il seguente tenore: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge (...)»). Si contesta, con la pregiudiziale, il fatto che con il disegno di legge in esame si introduca: «un sistema premiante nei confronti degli enti che assicurano un'elevata qualità dei servizi, livello di pressione fiscale inferiore alla media degli altri enti Pag. 22del proprio livello di governo a parità di servizi offerti». Si contesta, al riguardo, che con questo disegno di legge delega si dia un premio a quegli enti locali che hanno una maggiore efficienza nell'utilizzo delle risorse e anche nel modo in cui fanno pagare le imposte ai propri cittadini (viene contestato questo aspetto affermando che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge). Ci chiediamo, allora, come facciamo a raggiungere una situazione di minor spreco, e di maggiore efficienza, nell'utilizzo delle risorse pubbliche da parte degli enti locali che fanno sprechi e accusano inefficienze - e sappiamo che ne esistono - se non prevediamo misure di questo tipo.
Il quinto punto afferma che si sono violati gli articoli 3 e 53 della Costituzione.
MAURIZIO FUGATTI. Con riferimento a questa censura, vorrei ricordare che l'affermazione secondo cui il principio di progressività riguarda il sistema tributario in genere, e non i singoli tributi, costituisce un punto fermo della giurisprudenza costituzionale. Questi sono solo alcuni dei punti contestati dai colleghi dell'UdC; ve ne sono poi degli altri sui quali pure si basa la questione pregiudiziale, che secondo noi non hanno fondamento. Per tutto ciò, la Lega voterà contro questa questione pregiudiziale (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Sereni. Ne ha facoltà.
MARINA SERENI. Signor Presidente, onorevole colleghi, il gruppo del Partito Democratico voterà contro la pregiudiziale di costituzionalità presentata dai colleghi dell'UdC. Voteremo contro, innanzitutto, perché gran parte dei rilievi di illegittimità che la pregiudiziale solleva sembrano rivolti ad un testo sostanzialmente diverso da quello licenziato dalle Commissioni. Basta leggere alcuni dei numerosi emendamenti del Partito Democratico approvati per constatare come sul versante della determinazione dei principi e dei criteri direttivi della delega, siano stati fatti passi avanti significativi e molto importanti (penso all'eliminazione della riserva di aliquota sull'IRPEF come tributo proprio delle regioni e, quindi, all'eliminazione del rischio di balcanizzazione dell'imposta progressiva sui redditi).
Penso al potere assegnato al Parlamento tramite un meccanismo di parere rafforzato della Commissione bicamerale sui testi dei decreti attuativi. Penso alla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni con legge dello Stato. Penso ancora alla migliore definizione del concetto di obiettivo di servizio, che rappresenta lo strumento attraverso cui raggiungere i livelli essenziali e ridurre le disparità di partenza tra nord e sud. Penso alle maggiori garanzie per il Mezzogiorno. Non verranno «toccati» dai nuovi meccanismi perequativi i fondi ex legge n. 549 del 1995, importanti per le regioni a statuto ordinario del sud. La perequazione infrastrutturale terrà conto, come principio prioritario, del deficit di sviluppo. Le risorse speciali verranno orientate al sostegno delle aree sottoutilizzate sulla base di piani organici recanti risorse pluriennali. Penso ancora all'obbligo di corredare i decreti attuativi di relazioni tecniche che attestino la loro neutralità ai fini dei saldi di finanza pubblica da verificare da parte delle competenti Commissioni parlamentari. E infine penso all'ancoraggio del fondo perequativo per i comuni e le province alla fiscalità generale.
Insomma il testo che è approdato all'esame dell'Aula è significativamente diverso dal testo licenziato dal Senato, ed è molto distante da quel modello lombardo da cui il Governo e la maggioranza avevano preso le mosse. Quello sì, sarebbe stato contrario ai principi della Costituzione. Quello sì, avrebbe messo in discussione l'eguaglianza dei cittadini sul fronte dei diritti sociali e civili essenziali.
Restano per noi aperte alcune questioni non secondarie. Mi riferisco alle modalità di partecipazione al processo di riforma delle regioni a statuto speciale, al mancato Pag. 23riferimento alla fiscalità generale del fondo perequativo per i servizi non essenziali delle regioni, alla mancata accettazione delle nostre proposte per i fondi perequativi relativi ai servizi non essenziali e alle funzioni non fondamentali, ad una maggiore chiarezza sul percorso temporale di attuazione della riforma, alla mancata accettazione della nostra proposta di inserire la gestione del trasporto regionale fra i servizi essenziali e i beni culturali tra le funzioni fondamentali dei comuni.
Si tratta di punti sui quali in Aula il Partito Democratico continuerà la sua battaglia per ottenere ulteriori miglioramenti e modifiche. D'altra parte - vorrei dire sommessamente al collega Vietti - basta andare a rileggere gli interventi dei colleghi dell'Unione di Centro di ieri per notare il ricorrente ed insistito auspicio ad un confronto sul merito e ad un'azione emendativa che oggettivamente contraddice presupposti e contenuti di questa pregiudiziale. Il giudizio di merito, sul quale il nostro gruppo si riserva di esprimere la propria posizione in un altro momento, non può dunque essere confuso e sovrapposto con rilievi sulla costituzionalità di questa proposta che in questo caso davvero non sussistono (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
ARTURO IANNACCONE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, questa legislatura aveva avuto inizio con l'obbiettivo dichiarato da parte di tutti i gruppi parlamentari di assegnare ad essa un orizzonte costituente.
Purtroppo, finora abbiamo dovuto registrare molte battute di arresto. I rapporti tra i gruppi parlamentari e tra le forze politiche a cui questi gruppi parlamentari fanno riferimento non hanno consentito in quest'Aula di affrontare finora le grandi questioni di riforma dell'impianto istituzionale e costituzionale di cui il nostro Paese ha bisogno.
Il federalismo fiscale rappresenta un primo banco di prova per questo Parlamento. Oggettivamente è uno spartiacque tra innovatori e conservatori, tra chi non vuole mettere in discussione l'unità d'Italia, ma anzi renderla più solida attraverso una valorizzazione delle autonomie territoriali, e chi difende soltanto vecchie convinzioni centraliste. Il Mezzogiorno è stato la vittima di questa organizzazione e di questa architettura istituzionale. Pertanto il Movimento per l'Autonomia è convintamente a favore del federalismo fiscale perché riteniamo che esso possa servire a superare quel divario tra nord e sud che rappresenta - questo sì - un ostacolo allo sviluppo equilibrato del nostro Paese.
I principi ai quali ci ispiriamo sono quelli di un federalismo non soltanto composto di principi e criteri, ma soprattutto di contenuti che si ispirano ad equità, solidarietà e perequazione. Tali valori, a nostro parere, sono presenti all'interno del disegno di legge di delega che ci apprestiamo a votare, così come vengono fatte salve la fiscalità differenziata e la rinegoziazione delle entrate derivanti dalle accise sugli idrocarburi raffinati nei territori del sud. Il federalismo fiscale rappresenta, quindi, una tappa fondamentale verso la valorizzazione delle autonomie territoriali e la responsabilizzazione dei governi locali.
La presenza del Movimento per l'Autonomia in questo Parlamento è fondamentale affinché si vigili sull'attuazione di quanto previsto dal disegno di legge ed è già stata fondamentale quando si è tentato di apportare una modifica da parte dei relatori che incideva sull'autonomia delle regioni a statuto speciale e si tendeva a inficiare gli statuti stessi.
Allo stesso modo, vogliamo sottolineare che le modifiche che sono state apportate al testo licenziato dal Senato hanno consentito di superare le obiezioni di indeterminatezza che sono state sollevate nella questione pregiudiziale presentata e illustrata dall'onorevole Vietti.
Inoltre, vogliamo segnalare come, con il disegno di legge in esame, viene riaffermato con forza lo stretto legame e il coinvolgimento effettivo delle regioni, dei comuni, delle aree metropolitane e delle Pag. 24province, elemento assolutamente centrale se si vuole attuare un federalismo di sostanza e non di immagine. Allo stesso modo segnaliamo l'importanza di aver aggiunto la città di Reggio Calabria, come da noi proposto, tra le aree metropolitane di prossima istituzione perché questo può consentire, insieme all'area metropolitana di Messina istituita dalla regione Sicilia con apposita legge, di dare corpo e sostanza alla costituzione dell'area metropolitana dello Stretto, un'area nella quale anche con la realizzazione del ponte si creerà un'effettiva continuità territoriale.
ARTURO IANNACCONE. Per tali ragioni, signor Presidente, esprimeremo un voto contrario al non passaggio all'esame del disegno di legge sul federalismo fiscale (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Movimento per l'Autonomia).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Leoluca Orlando. Ne ha facoltà.
LEOLUCA ORLANDO. Onorevole Ministro, onorevoli colleghi, il gruppo dell'Italia dei Valori voterà contro questa questione pregiudiziale di costituzionalità illustrata dall'onorevole Vietti. Abbiamo letto con attenzione le posizioni assunte dal gruppo dell'Unione di Centro. Dobbiamo dire che tali posizioni meritano grande attenzione ma, a nostro avviso, non riguardano la costituzionalità di questo intervento. Riguardano semmai l'esercizio della delega che verrà fatto dal Governo e l'esigenza di coinvolgimento del Parlamento da parte del Governo.
Nel corso del dibattito su questa proposta abbiamo manifestato alcune perplessità riguardanti l'emarginazione e l'assenza di ruolo del Parlamento. Ma questo tema non riguarda la costituzionalità, ma riguarderà il modo con il quale il Governo riterrà di poter pervenire all'approvazione dei decreti delegati.
Dunque, il tema non è oggi la delega: il tema sarà come domani il Governo eserciterà la delega. Per questo, voteremo contro la questione pregiudiziale di costituzionalità proposta dall'Unione di Centro e richiamiamo in particolare l'attenzione del Governo sul punto 6) di quella questione, che si riferisce alle regioni a statuto speciale. È evidente che in questa fase non si può eccepire l'incostituzionalità di un intervento che ancora non c'è stato, tuttavia facciamo appello al Governo affinché nell'intervenire nella materia, con riferimento alle regioni a statuto speciale, abbia attenzione e cura per il rispetto delle relative norme costituzionali.
In questo senso voteremo contro la questione pregiudiziale di costituzionalità e richiamiamo il Governo affinché tanto nell'esame di merito del disegno di legge di delega quanto nei decreti delegati si abbia presente il principio fondamentale per il quale l'Italia dei Valori esprime tale voto in questo momento. Lo esprimiamo convinti come siamo che occorre in tutti i modi promuovere il principio di responsabilità dei governi locali. Vorremmo che questo principio di responsabilità non venisse smentito, ma venisse anzi confermato, con drastica riduzione dei costi della politica e con una serie di interventi che valgono non a moltiplicare gli sprechi dell'attuale Stato centrale, ma a ridurre complessivamente il costo per la comunità di questa importante riforma.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Bernini Bovicelli. Ne ha facoltà.
ANNA MARIA BERNINI BOVICELLI. Signor Presidente, intervengo per esprimere sinteticamente il voto contrario del partito del Popolo della Libertà sulla questione pregiudiziale di costituzionalità, per i motivi che ancora sinteticamente - e me ne scuso (è solo per una questione di tempo) - esprimerò per punti.
Alla base del provvedimento in esame sta dichiaratamente un precetto di matrice einaudiana: tutti i cittadini devono sapere perché pagano le tasse. Il provvedimento Pag. 25in esame enuclea un concetto fondamentale, un principio di assoluta e compiuta democraticità, cioè il principio della devoluzione fiscale, contenuto anche dell'articolo 119 della Costituzione, così come emendato - è stato richiamato più volte, in occasione della discussione generale - nel 2001.
Si tratta - e vorrei sottolinearlo: sono due presupposti fondanti se si vuole discutere sulle motivazioni che stanno alla base della questione pregiudiziale di costituzionalità enunciata dall'onorevole Vietti - di un provvedimento che sta facendo qui ed ora il suo passaggio parlamentare e quindi di un provvedimento insieme discusso e condiviso tra Stato, regioni ed enti locali territoriali in sede di Conferenza unificata e che fotografa ex ante una volontà devolutiva anche popolare, che è stata espressa nel 2001 attraverso il voto referendario che ha confermato la legge costituzionale di modifica del Titolo V.
Quindi, è un provvedimento generalmente in linea con i profili di costituzionalità richiesti dal Titolo V e contemporaneamente e concorrentemente rispettoso - anzi, ossequioso - delle prerogative delle regioni e delle specificità degli enti territoriali minori. Molto velocemente, come ho anticipato per punti, vorrei richiamare alcune sottolineature di asserita incostituzionalità contenute nel documento in esame. Si parla di delega indeterminata, di principi e criteri direttivi non sufficientemente esplicitati all'interno del testo. In realtà, vorrei richiamare i colleghi - e non è necessario: soprattutto me stessa - ad una nuova verifica testuale, che dimostrerà che i principi e i criteri direttivi esistono e sono densi, ricchi e corposi, sia di carattere generale, come ad esempio all'interno dell'articolo 2, sia di carattere settoriale, con riferimento per esempio agli articoli da 7 a 20, il 24 e il 24-bis, in materia di recupero anche locale di competenze, in termini di contrasto all'evasione fiscale.
Per quanto riguarda, inoltre, l'indeterminatezza della delega correttiva - è un altro aspetto che reputo né comprensibile né, quindi, condivisibile -, vorrei ricordare che questo strumento è stato, è e certamente sarà, impiegato come clausola di salvaguardia, ormai, sotto ogni latitudine giuridica e politica, per evitare la perpetuazione, all'interno di un testo normativo e di una delibera legislativa, di errori materiali, di patologie e di eventuali obsolescenze della norma stessa. Si tratta di una delega - lo ripeto - che è stata ampiamente impiegata per codici e testi unici, l'ultimo dei quali, lo ricordo, è il Codice dei contratti della pubblica amministrazione, entrato in vigore nel 2006 e che si trova, allo stato, al suo terzo correttivo.
Trattandosi di prassi comprensibile e comprensibilmente invalsa, questo fa venire meno anche le perplessità sull'utilizzo del criterio temporale.
ANNA MARIA BERNINI BOVICELLI. Concludo, signor Presidente, ricordando come questa norma rappresenti una grande, importante, innovativa ed evolutiva scelta di democrazia, insieme compiuta e solidale, che consente, secondo il precetto costituzionale un avvicinamento dei cittadini alle istituzioni e, soprattutto, alle comunità territoriali che maggiormente li rappresentano. Ciò attraverso - e veramente concludo - un'identificazione del responsabile delle entrate, delle spese, dell'erogazione di beni e di servizi e la possibilità, a posteriori, di giudicarne l'operato (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sulla questione pregiudiziale di costituzionalità Vietti ed altri n. 1.
Invito tutti i deputati ad attivare il terminale di voto.
I terminali sono attivi? Prego i colleghi di esprimere il voto.
Hanno votato no 476
Prendo atto che il deputato De Poli ha segnalato che non è riuscito ad esprimere voto favorevole e che i deputati Testoni, Galati, Nirenstein, Zamparutti, Villecco Calipari, La Malfa, Brancher, Bossi, Sisto, Fucci, Formichella, Valducci, Biava, Rampelli, Lo Moro, Iannuzzi, Vico, Garofalo, Distaso, Cazzola, Gozi e Aracri hanno segnalato che non sono riusciti ad esprimere voto contrario.
Prendo altresì atto che la deputata Lanzillotta ha segnalato che non è riuscita ad esprimere il voto.
(Esame degli articoli - A.C. 2105-A)
PRESIDENTE. Ricordo, che è stata testé respinta la questione pregiudiziale Vietti ed altri n. 1. Passiamo dunque all'esame degli articoli del disegno di legge, nel testo delle Commissioni.
Avverto che la I Commissione (Affari costituzionali) ha espresso il prescritto parere (Vedi l'allegato A - A.C. 2105-A).
Ricordo che, a norma dell'articolo 123-bis, comma 3-bis, ultimo periodo, del Regolamento, gli emendamenti e gli articoli aggiuntivi dichiarati inammissibili dalle Commissioni riunite non possono essere ripresentati in Assemblea (e - ove ripresentati - non sono pubblicati).
Avverto che, prima dell'inizio della seduta, tutte le proposte emendative sottoscritte dai deputati della componente politica MPA-Movimento per l'Autonomia sono state ritirate dai presentatori, ad eccezione degli emendamenti Lo Monte 2.29, 2.75, 2.14, 2.45, 8.13, 8.21, 9.14 e 21.17.
Avverto altresì che è stata presentata una nuova formulazione dell'emendamento 3.500 del Governo, che è in distribuzione.
Avverto che le Commissioni hanno presentato gli emendamenti 2.600, 2.601, 2.602, 9.600 e 13.600, che sono in distribuzione. Il termine per la presentazione dei subemendamenti è fissato per oggi alle ore 18.
Avverto, infine, che è stato presentato il subemendamento Pizzetti 0.25.500.1, che è riferito all'emendamento 25.500 del Governo e che è in distribuzione.
Ricordo che, secondo le intese intercorse tra i gruppi, nella seduta odierna si procederà esclusivamente agli interventi sul complesso degli emendamenti riferiti all'articolo 1 e all'espressione dei pareri del relatore e del rappresentante del Governo sulle medesime proposte emendative.
(Esame dell'articolo 1 - A.C. 2105-A)
PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo 1 e delle proposte emendative ad esso presentate (Vedi l'allegato A - A.C. 2105-A).
Ha chiesto di parlare sul complesso delle proposte emendative l'onorevole Nicco. Ne ha facoltà per otto minuti.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE MAURIZIO LUPI (ore 16,05)
ROBERTO ROLANDO NICCO. Signor Presidente, colleghe e colleghi, rappresentanti del Governo, rappresento in quest'Aula una regione, la Valle d'Aosta, in cui Pag. 27il federalismo è da molto tempo - come ben sa il Ministro Bossi - un fondamentale punto di riferimento ideale, politico ed istituzionale, avendo trovato un terreno fecondo in una terra la cui storia si è sviluppata tutta attorno alla difesa - sotto ogni regime, da quello sabaudo, a quello fascista fino a quello repubblicano - della propria autonomia e volontà di autogoverno.
Oggi pare vi sia larga adesione all'idea federalista anche in quest'Aula. Se così effettivamente è, non possiamo che rallegrarcene, ma a noi qualche dubbio, di fronte al concreto agire del Parlamento e dei Governi, francamente rimane. Esemplare è stata la recente vicenda della legge sulle elezioni per il Parlamento europeo. In uno Stato a base federale le regioni dovrebbero esserne gli elementi costitutivi; in quella prospettiva, non si può negare rappresentatività a tutte le regioni in una sede tanto importante quale il Parlamento europeo. Si è invece opposto, ancora una volta, il dato puramente quantitativo delle dimensioni numeriche; ma questa, cari colleghi, è la negazione del federalismo, sistema in cui ognuno, nelle dimensioni che la storia ha definito, deve poter avere pari dignità. Ecco perché nutriamo qualche dubbio sulla strada che effettivamente si vuole imboccare: non si può essere federalisti a giorni alterni.
Se la parola federalismo deriva da foedus, ossia patto, pare a noi che sarebbe stato opportuno definire in primo luogo il nuovo assetto politico-istituzionale tra Stato e regioni, ovvero quella riforma troppe volte rinviata del cuore del sistema che era già in Aula nella scorsa legislatura e poi è stata colpevolmente insabbiata, riforma incentrata intorno ad un Senato federale espressione delle regioni, dalle funzioni differenziate rispetto alla Camera e con una migliore definizione delle competenze fra Stato e regioni. Solo allora, solo una volta concordemente definita la struttura della nuova casa comune, si sarebbe dovuto conseguentemente e logicamente passare, proprio sulla base delle competenze effettivamente esercitate dalle regioni, all'approvazione della parte fiscale e finanziaria.
Tutto ciò ribadito, diamo comunque atto al Ministro Calderoli di aver positivamente proseguito il confronto con le regioni e di avere proposto al Parlamento un testo sostanzialmente condiviso, che prevede sedi comuni di elaborazione per la fase attuativa, tra cui ora, dopo l'accordo di ieri circa l'emendamento 25.500 del Governo, anche un tavolo di confronto tra il Governo e ciascuna regione a statuto speciale e provincia autonoma.
Ricordo, peraltro, che esistono già le commissioni paritetiche che, signor Ministro, dopo quasi un anno sarebbe doveroso attivare rapidamente in tutte le regioni.
Ribadisco che le regioni a statuto speciale e le province autonome non intendono affatto sottrarsi a concorrere al conseguimento degli obiettivi di perequazione e solidarietà, nel quadro della piena responsabilizzazione e massima trasparenza dell'uso delle risorse da parte di tutti i livelli di Governo.
Esse chiedono invece di poterlo fare tramite norme di attuazione così come previsto dai rispettivi statuti, anche mediante l'assunzione di oneri derivanti dal trasferimento o dalla delega di funzioni, oggi esercitate dallo Stato, e di farlo nei termini indicati dal comma 2 dell'articolo 1 e dall'articolo 25, così come ora modificato rispetto al testo approvato dal Senato, per quanto concerne il patto di convergenza.
Che ci siano sperequazioni, cari colleghi, è di tutta evidenza e su questo molto si è insistito, anche mediaticamente. Ma più che sulla constatazione di fatto, è sulle ragioni di tale sperequazione che occorrerebbe meglio puntare l'attenzione. Si tratta di ragioni che possono essere, a nostro avviso, di due tipi: in primo luogo, può trattarsi di sprechi, inefficienza, duplicazioni, disorganizzazione, clientele e incapacità. È giusto e sacrosanto, in questo caso, intervenire per ridurre gli scostamenti. In secondo luogo, le differenze possono però essere generate da insopprimibili differenziali Pag. 28nei costi, ampiamente attestati da attendibili analisi. In una recente ricerca dal titolo «Lavorare e vivere in montagna», si dimostra che la raccolta del latte nelle zone montane comporta un sovraccosto dell'80 per cento, le spese per la meccanizzazione del 74 per cento, il trasporto pubblico locale del 17-20 per cento. Così avviene per la raccolta dei rifiuti solidi urbani, nella sanità e in altri settori. È evidente che, in questo secondo caso, l'applicazione di questi standard, senza i dovuti correttivi, significa ridimensionamento di attività produttive quali l'agricoltura e drastica riduzione e taglio dei servizi ai cittadini, con conseguente abbandono della montagna.
Cari colleghi, il dibattito sul federalismo fiscale è stato, purtroppo, anche l'occasione per un rinnovato attacco alle regioni a statuto speciale, con qualche privilegio, in questo caso certamente sì, nella virulenza, per la piccola Valle d'Aosta, tentativo non nuovo anzi ricorrente, a volte aperto, altre volte subdolo, quasi a cercare un obiettivo su cui dirottare il malcontento. Ricordo, all'inizio degli anni Novanta, le proposte della fondazione Agnelli di costituire le macroregioni. Le comunità reali, con la loro storia, cultura e identità dovevano soccombere e lasciare il campo ai nuovi aggregati costituiti sulla base di criteri puramente economico-fiscali e finanziari. Vessillo sbandierato fin da allora dai presunti innovatori era il cosiddetto residuo fiscale pro capite. Allora come oggi, mai che si correlino quei numeri alle funzioni e alle relative spese poste a carico del bilancio regionale e altrove sostenute dallo Stato, dalla spesa sanitaria a quella per il sistema scolastico, dai trasferimenti agli enti locali alle spese per il Corpo forestale e numerose altre. Mai che si richiamino qualità e tempestività degli interventi!
Nel 2000 - faccio un esempio concreto - la Valle d'Aosta è stata colpita da una spaventosa alluvione, una delle più terribili della sua storia, con 17 vittime e danni rilevantissimi. Oggi, di tutto ciò, non vi è più traccia. Non credo che così avvenga ovunque in questo Paese. Ci si limita a presentare uno schemino numerico, funzionale a sostenere la tesi dei privilegi: sono carte truccate! Abbiamo sentito anche in questi giorni alzarsi autorevoli voci, trasversali purtroppo, contro le regioni e le province autonome. Se non ci stupiamo che queste voci possano provenire da una certa parte di quest'Aula, da sempre centralista e statalista, sconcerto hanno suscitato in noi altre voci, e non si è trattato solo di voci, ma anche proposte di legge di soppressione delle regioni a statuto speciale, che giungono da quella parte politica che alza come bandiera, proprio in questi tempi, la difesa della Costituzione e il cui nuovo segretario giura sulla Costituzione. Ebbene, cari colleghi, voglio ricordare che di quella Costituzione fanno parte integrante ed essenziale anche l'articolo 6, concernente la tutela, con apposite norme, delle minoranze linguistiche e l'articolo 116 relativo alle regioni e province autonome. Per noi, Costituzione e statuto sono un tutt'uno, democrazia e autonomia si sono forgiate insieme, in quella drammatica pagina della nostra storia di lutti e di sofferenze, dalla quale, attraverso la resistenza, è nata l'Italia libera e insieme intendiamo difenderli. Certo, da allora il mondo è cambiato: il quadro di riferimento è diventato sempre più quello europeo e noi non siamo affatto per l'immobilismo. Le regioni a statuto speciale e le province autonome hanno aperto la strada, in Italia...
ROBERTO ROLANDO NICCO. ...ho finito, Signor Presidente, alla trasformazione regionalista del Paese e anche in questa fase, proprio per la loro storia, intendono svolgere una funzione positiva e non certo di conservazione.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Nicco.
RENATO CAMBURSANO. Signor Presidente, signor Ministro Calderoli, onorevoli Pag. 29colleghi, come lei saprà, signor Ministro, provengo da una città che si chiama Chivasso, in provincia di Torino. Credo che questo nome, aldilà del fatto che è la mia città della quale sono stato anche sindaco, le ricordi qualcosa: la famosa Carta di Chivasso, redatta in un incontro clandestino svoltosi per l'appunto nella mia città e sottoscritta il 19 dicembre del 1943 dai rappresentanti delle valli non solo piemontesi. Leggo i loro nomi perché si tratta di nomi importanti che hanno segnato la storia della nostra Repubblica o, meglio ancora, ahimè, la storia di una democrazia negata e di un autoritarismo demenziale che andava avanti da oltre vent'anni: Émile Chanoux, Ernesto Page, Gustavo Malan, Giorgio Peyronel, Mario Alberto Rollier, Osvaldo Coisson, rappresentanti delle valli alpine, delle popolazioni alpine.
Cosa diceva quella Carta? Conteneva già in nuce i principi del federalismo fiscale che ieri, oggi e nei prossimi giorni affronteremo, mi auguro, senza pregiudizi. Constatata una serie di fatti che in quell'epoca avevano distrutto il nostro Paese e che sarebbero proseguiti nei mesi successivi con la lotta clandestina di resistenza contro il nazifascismo, già allora quei rappresentanti delle valli e delle popolazioni del nord Italia si opponevano con forza all'oppressione politica che il regime fascista aveva messo in campo negli anni precedenti e che aveva distrutto l'economia e la cultura locale di quelle valli e di quelle popolazioni. Già in quella Carta venivano annunciati principi di autonomia anche economica ed impositiva laddove si prevedeva, leggo testualmente: «un comprensivo sistema di tassazione delle industrie» in modo tale che il ricavato rimanesse nei territori.
Ecco i principi del federalismo scritti da uomini della resistenza delle valli alpine e recepiti poi nella Carta costituzionale, nel Titolo V cui oggi andiamo a dare attuazione; Titolo che peraltro è già stato riformato all'inizio dell'anno 2001 e confermato con referendum dalla maggioranza del popolo italiano il 7 ottobre del 2001.
Nella XIV legislatura c'è stato un tentativo di ulteriore riforma, lei lo ricorda bene signor Ministro, quella che voi avevate chiamato devoluzione, «devolution», per fortuna bocciata clamorosamente dal popolo italiano con un successivo referendum tenutosi nel giugno del 2006. Sarà per questo motivo, signor Ministro e colleghi che avete appreso la lezione perché il popolo italiano non ama salti nel buio e quello sarebbe stato un salto nel buio.
Anche il centrodestra ha abbandonato, non solo quella strada che avrebbe portato al disfacimento dell'Italia (e noi non possiamo che congratularci che il centrodestra abbia abbandonato quella strada, e rivendichiamo anche un piccolo merito in quella legislatura come anche in questa) ma ha abbandonato anche la strada, che possiamo definire lombarda, verso il federalismo fiscale, che lo avrebbe tradotto in forma più delicata, più accessibile e accettabile dal punto di vista formale, ma non da quello sostanziale.
Ora abbiamo al nostro esame un disegno di legge e abbandonate quelle due strade, di deriva anticostituzionale, i cittadini si aspettano, da questa riforma e da noi parlamentari, sostanzialmente due cose. La prima che per tutti, lo ripeto per tutti gli italiani, da Pantelleria a Bolzano e fino ai confini, da Mondovì a Canicattì, come dice spesso e volentieri il nostro presidente Di Pietro, vi siano servizi uguali ed efficienti e, quindi, che le istituzioni, nei vari e diversi livelli, eroghino servizi dignitosi ed efficienti per tutti i nuovi italiani e soprattutto per i vecchi italiani.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE ROSY BINDI (ore 16,15)
RENATO CAMBURSANO. La seconda cosa che si aspetta il cittadino italiano è il contenimento della pressione fiscale. E invece, constatiamo, signor Ministro, con amarezza e con preoccupazione, una profonda contraddizione tra ciò che dite e ciò che fate. Cosa avete detto in questi Pag. 30dieci mesi di Governo, di vostro Governo? Avete affermato meno tasse, più autonomia locale e avvio vero di un federalismo fiscale quale soluzione a tutti i mali. Sarà così? Ce lo auguriamo, ma ciò che avete fatto in questi dieci mesi è andato nella direzione esattamente opposta. Ecco il motivo di questo mio intervento sul complesso degli emendamenti presentati all'articolo 1 del provvedimento in esame, la dove vengono enunciati gli ambiti di intervento e, in qualche modo, i principi che ci accompagneranno nei prossimi giorni. In realtà avete messo in campo, invece, in questi dieci mesi più tasse. Sì, la pressione fiscale è aumentata e corriamo anche dei rischi se non correggeremo, signor Ministro, il contenuto di questo disegno di legge.
Constateremo, nelle prossime ore e nei prossimi giorni, se vi sia la volontà di modificare alcuni aspetti che, ahimè, prefigurano ancora un incremento e un appesantimento della pressione fiscale. Avete aumentato la pressione fiscale nonostante quell'unico atto che, se poteva essere letto come alleggerimento della medesima, nei fatti, è andato nella direzione esattamente opposta. Mi riferisco - lo avrete compreso tutti - all'abolizione dell'ICI. Tale misura ha messo in ginocchio, letteralmente messo in ginocchio, gli amministratori locali, i comuni, le province, le regioni e le loro popolazioni. Rimando, per non ripetermi su questo tema, a quanto è stato detto, ieri e oggi, in ordine alle mozioni che sono state discusse, sia quella a prima firma del segretario del Partito Democratico, sia quella a prima firma del nostro presidente di gruppo, Massimo Donadi, con le quali si dovrebbe andare - ci auguriamo, ma attendiamo i fatti - nella direzione di venire incontro alle esigenze degli amministratori locali se non vogliamo che vi sia, in via continuativa, questa contraddizione tra ciò che viene detto e ciò che viene fatto.
Ma avete preso anche altre misure che vanno nella direzione opposta, signor Ministro. A proposito dei tagli, avete usato non il bisturi ma la falce per tagliare esattamente nella direzione opposta a ciò che dite e a ciò che speriamo di tradurre in realtà con questo atto parlamentare importante, ossia l'approvazione del disegno di legge delega di introduzione del federalismo fiscale in Italia.
Voglio richiamare in questa sede - e non solo perché è stato oggetto di un'importante trasmissione di 48-50 ore fa (mi riferisco a quella andata in onda domenica su RAI 3) - quanto avvenuto in un'importante città della Sicilia, Catania. La trasmissione di cui dicevo è stata completamente dedicata a quella città e alle malefatte dei suoi amministratori, ad operazioni poco chiare per le quali mi auguro, naturalmente, che vi siano altri interventi, anche di altre autorità, così come è stato detto e documentato, su contributi dati e ricevuti da forze politiche presenti in quest'Aula, piuttosto che da quel comune o da società controllate e partecipate dallo stesso che hanno mandato in default, in fallimento, il comune stesso.
Esso è stato salvato soltanto grazie ad una operazione congiunta del PdL, della Lega Nord e del Movimento per l'Autonomia con un regalo di 140 milioni di euro alla città di Catania, ma potrei anche riferirmi agli altri 500 milioni di euro alla città di Roma, regalo al neo-eletto sindaco Alemanno o all'esclusione della medesima città di Roma dall'obbligo, che invece permane per tutte le altre città italiane grandi e piccole da Milano a Napoli, da Torino a Palermo, e avanti così a salire o a scendere per la penisola, di rispettare il Patto di stabilità interno. Tutte lo devono rispettare meno una: la famosa «Roma ladrona» (la definizione naturalmente non è mia).
L'Italia dei Valori - lo dico da subito e l'ho detto in Commissione come lei sa, signor Ministro - è favorevole all'introduzione del federalismo fiscale nel nostro Paese. È convintamente favorevole perché questa è l'unica strada che porterà all'assunzione, da una parte, di una responsabilità piena e totale (mi auguro generalizzata) da parte degli amministratori nei vari livelli di Governo e, dall'altra, ad attivare una sana competizione tra territori. Ma attenzione: ho detto che siamo Pag. 31favorevoli non a questo testo (o almeno non ancora a questo testo), perché ovviamente la serie di emendamenti che abbiamo presentato, già su questo primo articolo e a seguire su tutti gli altri, così come hanno fatto altre forze politiche del centrosinistra, vanno per l'appunto nella direzione di migliorare il testo. Infatti, al di là dell'affermazione di espressione di voto favorevole all'introduzione del federalismo fiscale, possono coincidere le diverse formulazioni tra quello che vorremmo introdurre e quello che ci viene proposto. Ma avremmo voluto, signor Ministro, lo abbiamo detto e lo ripetiamo in quest'aula, avere informazioni in più, avremmo avuto la necessità di acquisire i dati finanziari sull'articolazione territoriale di spesa delle regioni e degli enti locali, la simulazione matematica degli effetti di attuazione del federalismo fiscale, le grandezze finanziarie mobilitate da questo federalismo fiscale e l'impatto che il medesimo avrà sui vari livelli di Governo, sui territori e sui servizi che vengono erogati su quei territori.
A prescrivere questa acquisizione di dati indispensabili non è chi le parla, signor Ministro, ma una sentenza della Corte costituzionale, quella del lontano 1976, la n. 226. La Corte (senza mai smentirla con ulteriori pronunciamenti) prescrive che il legislatore delegante (cioè il Parlamento) non il legislatore delegato (il Governo) debba disporre in ordine alla copertura ex articolo 81 della Costituzione di tutti i dati fondamentali per verificare, per l'appunto, se esista detta copertura.
Abbiamo chiesto, ma non ottenuto, di assicurare la compatibilità delle norme e dei principi di delega con il quadro delle grandezze finanziarie pubbliche. Questo non è stato detto dal gruppo dell'Italia dei Valori, né dalle forze politiche di opposizione, ma da istituti importanti come la Banca d'Italia, la Corte dei conti e l'ISAE, che hanno più volte evidenziato l'opportunità e la necessità di valutare prima l'impatto finanziario di una riforma di tale portata.
Ci attendevamo che fossero riconosciute al Parlamento quelle prerogative che gli sono proprie, nel fornirgli gli elementi necessari per una valutazione ponderata delle conseguenze, positive ed eventualmente negative, nella fase transitoria - che ci saranno - e in quella a regime, ma anche nella fase di elaborazione dei decreti delegati, nella valutazione in ordine ai modi e ai termini del coordinamento tributario-finanziario tra i diversi livelli di Governo.
Non dobbiamo, non possiamo, non vogliamo, signor Ministro, dare al Governo deleghe in bianco. Non accetteremo mai che il Parlamento venga espropriato nella definizione e nella gestione di questa storica riforma. La responsabilità è del Parlamento, non del Governo, di qualsiasi colore politico questo sia.
Avremmo voluto partire dalla spesa da finanziare per arrivare all'imposta che la finanzia. Avremmo voluto, signor Ministro, che venisse definito prima che cosa fare per poi definire gli strumenti fiscali per coprire le cose da fare. A dirlo, ancora una volta signor Ministro, non è chi le parla, non è un parlamentare del centrosinistra, ma era ed è il Ministro dell'economia e delle finanze di questo Governo. Sono cambiati i tempi, ahimè è cambiato anche l'approccio da parte di quel Ministro.
La domanda, in conclusione, che mi pongo in questo mio primo intervento, signor Ministro e colleghi, è quella che mi sono posto in queste settimane di studio e di valutazione di questo disegno di legge: questa riforma introduce un vero federalismo fiscale nel nostro Paese? Lo ripeto, introduce una vera riforma fiscale nel nostro Paese questo disegno di legge che stiamo esaminando? La risposta, allo stato attuale dell'arte, purtroppo non è positiva: è un compromesso, e le dico di più, è un compromesso al ribasso, al ribasso! L'ultima «chicca» l'abbiamo sentita prima, quella dell'introduzione tra le città metropolitane da istituire di un'importante, di un'importantissima città italiana, come numerose altre città: mi riferisco a Reggio Calabria.
È un compromesso al ribasso, raggiunto non tanto con le opposizioni, anche Pag. 32se per la verità va dato atto a lei, nel lavoro svolto nelle settimane passate nelle Commissioni, di una grande disponibilità, che mi auguro ritroveremo in Aula, anzi mi auguro che ritroveremo addirittura in forma aggiuntiva in quest'Aula, perché il contributo sarà più ampio da parte di tutti i componenti di questo Parlamento. Questo disegno di legge, così come approda oggi in Aula, è stato un compromesso al vostro interno, tra posizioni che andavano verso la strada lombarda da una parte e frenate brusche con arroccamenti in difesa dello status quo dall'altra.
RENATO CAMBURSANO. Concludo. Mi verrebbe da dire, a chiusura di questo mio primo intervento, che se approviamo così com'è questo testo avremo fatto finta di cambiare tutto per non cambiare, ahimè, granché (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Boccia. Ne ha facoltà.
FRANCESCO BOCCIA. Signor Presidente, Ministro, l'articolo 1 ci impone una prima riflessione molto seria sul percorso che questo testo ha fatto dal giorno in cui è uscito dal Consiglio dei ministri; ci impone una riflessione molto seria qui, in quest'Aula rispetto alle modifiche avvenute prima al Senato, che in qualche modo sono state oggetto di profondissime valutazioni all'interno delle Commissioni, in particolar modo all'interno delle Commissioni riunite bilancio e finanze.
Il testo uscito dal Consiglio dei ministri è un altro testo. Alla vigilia di questo dibattito, che non potrà lasciare spazio a interpretazioni o a strumentalizzazioni di parte, è bene sottolineare che il testo e gli emendamenti che stiamo sottoponendo alla valutazione dell'Aula riguardano un provvedimento che è stato profondamente cambiato nei suoi contenuti. Oltre l'80 per cento degli articoli approvati dal Consiglio dei ministri non ci sono più: questo è un dato oggettivo.
Allora, prima di entrare nel merito delle finalità dell'articolo 1, è bene ricordare a noi stessi cosa era uscito dal Consiglio dei ministri. In quella sede era stato licenziato un testo che parlava impropriamente di federalismo fiscale, facendo riferimento ad un modello che consentiva alle stesse regioni di utilizzare le leve fiscali in un modo in cui non era mai accaduto prima nella storia del nostro Paese, indipendentemente dall'equilibrio delle basi imponibili, diverse da regione a regione. Nell'articolo 17 del «fu» provvedimento licenziato dal Consiglio dei ministri si prevedeva l'utilizzo improprio dei Fondi strutturali per intervenire sulle disparità socio-economiche dei territori, delle regioni meno sviluppate, quindi non solo quelle dell'obiettivo 1, che sono le quattro grandi regioni meridionali - la Puglia, la Campania, la Sicilia e la Calabria - perché di fatto si consentiva l'utilizzo di tali Fondi per tutte le disparità. Si consentiva la sostituzione delle risorse correnti, quelle pubbliche, quelle della fiscalità generale, con quelle dei Fondi strutturali.
Nel testo licenziato dal Consiglio dei ministri era previsto l'utilizzo dell'IRPEF come leva fiscale di riferimento; la perequazione era fatta direttamente dalle regioni e i costi standard - vorrei ricordarlo all'Aula - erano considerati una sorta di toccasana. Anche nel testo, recuperando in qualche modo tesi profondamente politiche e utilizzate da alcuni partiti della maggioranza, con l'utilizzo dei costi standard si intendeva in qualche modo dare la certezza che l'equiparazione dei costi da Milano a Palermo per ogni servizio indispensabile, dalla sanità, all'assistenza, all'istruzione avrebbe in qualche modo risolto i problemi degli italiani. Così non era, lo avete ammesso nella discussione che si è svolta prima al Senato e soprattutto dopo in questa Camera, e il testo che in questo momento sottoponete all'Aula ci impone un'ulteriore riflessione.
Infine, è bene ricordare che in qualche modo nel testo si ipotizzava un'accelerazione, che in un certo senso è stata anche tentata dai relatori Leone e Antonio Pepe, Pag. 33evidentemente d'accordo con il Governo, della regionalizzazione della definizione dei costi dell'istruzione che andava oltre le funzioni oggi attribuite alle regioni. In particolar modo, è opportuno richiamare il fatto che le regioni oggi hanno le competenze sui fondi connessi al diritto allo studio e ad altre funzione amministrative, ma certamente non hanno la facoltà di utilizzare le risorse finanziarie di gestione dell'intera attività amministrativa connessa all'istruzione. Infine, la Commissione bicamerale era stata rappresentata come un luogo nel quale si chiedeva il via libera per pareri non vincolanti legati ai decreti di attuazione.
Questo era il quadro uscito dal Consiglio dei ministri. Al Senato una parte di questi temi sono stati completamente affrontati, cancellati e sostituiti e in questa Camera il lavoro svolto dalle Commissioni ha imposto un confronto netto, duro.
Vorrei ricordare al Ministro Calderoli che non è una tesi di parte, e quindi proveniente dai partiti dall'opposizione, ma il Ragioniere generale dello Stato ci ha ricordato come nell'ultimo decennio, dal 1996 al 2006, il rapporto tra spesa pubblica ed entrate su base regionale ha visto un'evoluzione graduale del controllo sulla spesa che, fatto 100 il livello di spesa media, ha portato alcune regioni, come Lombardia, Piemonte e Veneto, ad avvicinarsi a quota 100.
C'è stato, quindi, un aumento del rapporto tra spesa ed entrate proprio nel nord, che rivendicava - anche, mi sia consentito, un po' strumentalmente con questo provvedimento; il nord della maggioranza, non certamente quello dell'opposizione - la certezza di poter avere maggiori risorse disponibili su alcuni servizi indispensabili (penso alla sanità, all'assistenza e, in parte, all'istruzione).
Invece no: la Ragioneria generale dello Stato, l'ISTAT, la Corte dei conti hanno dimostrato come alcune regioni - cito la Lombardia, che è passata da una spesa di 65,77 a 83,41, il Trentino Alto-Adige, che è passato da 110 a 117, il Veneto, che è passato da 76 a 82 - hanno avuto un'evoluzione della spesa che, in qualche modo, ha certificato che il sistema generale di finanza locale, di finanza regionale del Paese, se pur con molti limiti, comunque seguiva un meccanismo di omogeneizzazione del rapporto tra entrata e spesa.
Nello stesso tempo, il sud, spesso richiamato come spendaccione, vedeva un percorso esattamente inverso: la regione Sicilia passava da una spesa complessiva di 155 a 126, la Campania da 141 a 125, la Calabria da 189 a 151.
In altre parole, nel nostro Paese, nell'ultimo decennio, il meccanismo, se volete, anche di apprendimento istituzionale legato alle politiche di convergenza di questioni di integrazione comunitaria, ha portato gradualmente le regioni del nord ad aumentare il meccanismo che porta la spesa pubblica ad avere un raccordo, un rapporto, un raffronto con le entrate e le regioni del sud ad aumentare i meccanismi di controllo. Non è stato abbastanza, ma è bene dire che nell'ultimo decennio le regioni del nord hanno aumentato questo rapporto del 25 per cento e le regioni del Mezzogiorno lo hanno abbassato; certo, in valori assoluti la spesa era ancora alta.
Le regioni del centro - è bene sottolinearlo - hanno mantenuto, di fatto, il livello di spesa inalterato, in particolar modo l'Emilia, la Toscana, le Marche e l'Umbria. Dico questo perché aver utilizzato il totem dei costi standard e della perequazione successiva come strumento ideale per migliorare i meccanismi di controllo del rapporto tra entrate e spesa è un falso storico. Non è così!
Probabilmente ci avremmo messo altri dieci anni, ma il percorso sarebbe stato quello. Qual è il valore aggiunto che esce fuori dal lavoro che abbiamo fatto nelle Commissioni? Se il Governo, il Ministro Calderoli in particolar modo, che ha seguito tutto l'iter, dovesse accettare molti degli emendamenti che il PD sottopone all'attenzione dell'Aula, sentiremmo questo provvedimento naturalmente anche nostro, figlio del lavoro fatto con la modifica del Titolo V della Costituzione e che oggi assomiglia ad un provvedimento che fa dell'unità del Paese un punto fermo. Pag. 34
Non c'è più l'IRPEF, come ha rilevato il Ministro Calderoli, molto opportunamente, comprendendo le ragioni di un'imposta non utilizzabile «alla carta» (perché questa era stata la proposta fatta dal Governo e che, devo dire, aveva in qualche modo retto anche alla prova del Senato, proprio per le ragioni che sono state tirate fuori molto spesso nei dibattiti nelle Commissioni).
L'IRPEF è l'unica imposta che abbiamo che ci consente di intervenire sulle fasce più basse; è l'imposta che ci consente di fare detrazioni e di intervenire sui sussidi e la prima fascia dell'IRPEF è quella che ci consente di intervenire su tutto il Paese.
Oggi non c'è più. È stata cancellata con un intelligente atto di lungimiranza politica e, mi permetto di dire, anche di umiltà politica, e si è concentrata l'attenzione su un'imposta molto più legata alle caratteristiche dei nostri territori e alla condizione in cui sono i nostri territori: penso all'IVA. La stessa IRPEF, in un momento di crisi come questo, non sarebbe mai stata utilizzata, perché quando un Paese non cresce, quando si fa programmazione economica, ci si mette d'accordo su dove tagliare, non certamente su che cosa redistribuirsi; e ciò in questo momento vale a Milano come vale a Roma, a Napoli, a Palermo: quando un Paese non cresce non c'è federalismo fiscale che tenga, si ripartiscono i tagli e non certamente le risorse aggiuntive.
E allora che cosa ci ritroviamo? Ci ritroviamo all'articolo 1 una serie di emendamenti che metteranno alla prova la disponibilità del Governo sulla delega.
FRANCESCO BOCCIA. Mi avvio alla conclusione. Certamente lo sforzo fatto dal Ministro Calderoli sull'istruzione, per quanto riguarda molti di noi, è uno sforzo importante, perché aver ipotizzato l'accelerazione della regionalizzazione dell'organizzazione dell'istruzione, quindi dei costi della scuola, a molti di noi è sembrato il tentativo di alcune regioni, indipendentemente dal colore politico, di azzuffarsi sulle spoglie dello Stato; Stato che, grazie agli interventi operati dal Partito Democratico nelle Commissioni, non solo è stato tutelato, ma la cui centralità viene posta al cuore di questa delega.
Certo, molto ci sarà da dire ancora nel dibattito che ci sarà nei prossimi giorni, e soprattutto su alcuni articoli: penso all'articolo 2, all'articolo 7, all'articolo 8; in particolar modo, all'articolo 8, che è l'articolo di sostanza del provvedimento di delega in esame. Ma per questo ci sarà tempo, e la valutazione della vostra disponibilità, e mi permetto di dire, anche della buona fede politica, passerà attraverso la valutazione dei nostri emendamenti (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
IVANO STRIZZOLO. Signor Presidente, anch'io esprimo alcune rapide riflessioni sul complesso degli emendamenti, ma anche sul merito più complessivo del provvedimento in esame. È evidente che il lavoro che è stato fatto prima al Senato, e poi nelle Commissioni bilancio e finanze, ha consentito, ritengo anche grazie al contributo e all'apporto del Partito Democratico, di migliorare il testo, quello varato dal Governo. E non ho difficoltà neppure io a rimarcare l'atteggiamento costruttivo, dialogante da parte del Governo, in particolare del Ministro Calderoli, nei lavori delle Commissioni per approfondire i vari aspetti che sono stati portati all'attenzione nel provvedimento.
È evidente che anche in Aula noi ci attendiamo un atteggiamento costruttivo da parte del Governo e della maggioranza per cercare di migliorare ulteriormente il testo, e soprattutto per cercare di rimuovere alcuni dei punti permanendo i quali credo sarà difficile esprimere, alla fine, il nostro consenso.
Si è dibattuto a lungo sul tema del federalismo nel nostro Paese; oggi siamo arrivati al tema del federalismo fiscale. Credo che però sarebbe stato, anzi è ancora necessario ed opportuno, non con Pag. 35il dato della Carta delle autonomie, ma anche con un impegno delle istituzioni parlamentari, della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, definire una riorganizzazione dei livelli di funzione di competenze nei diversi livelli istituzionali.
Solo così si porta avanti in concreto, realmente, un percorso riformatore, di cui anzi auspico l'ampliamento citando anche la necessità di ripartire dalla bozza della proposta Violante presentata a conclusione della precedente legislatura, per rivedere anche altri punti del meccanismo istituzionale di rappresentanza e di governo del nostro Paese.
Diversamente, questo provvedimento - di cui ci stiamo occupando in questi giorni e in queste settimane - rischia di non procedere fino in fondo lungo le proprie direttrici di marcia e, a nostro modo di vedere, non riuscirà a realizzare un percorso compiuto di cambiamento, cambiamento che significherebbe, in particolare, realizzare l'obiettivo di una maggiore coesione sociale, politica e istituzionale di questo nostro Paese.
Pertanto, ribadiamo il valore fondamentale dell'unità politica e istituzionale dell'Italia, del nostro Paese, pur nell'ambito della ricerca di una riforma che preveda la possibilità per il cittadino di avere una vicinanza e un controllo democratico autentico nei confronti degli amministratori nei diversi livelli istituzionali.
In merito al presente provvedimento, per quanto riguarda il nostro Paese la realizzazione di una coesione e di una solidarietà è un caposaldo ineludibile: ciò significa realizzare le condizioni per una maggiore autonomia e, nel contempo, per una maggiore responsabilità degli amministratori nei diversi livelli istituzionali.
È evidente che un altro degli obiettivi del provvedimento in esame è quello di realizzare il risanamento e ridurre la spesa pubblica; infatti, attraverso l'impianto che si pensa di poter realizzare - in particolare, lo ripeto ancora una volta, se saranno accolti alcuni emendamenti presentati dal Partito Democratico - si potrà raggiungere un obiettivo legato anche, in futuro, ad una progressiva riduzione della pressione fiscale.
Non dimentichiamoci, infatti, che forse le difficoltà di oggi di questo nostro Paese e la scarsità di risorse da indirizzare (soprattutto in una fase, come questa, di grave crisi economica e sociale) derivano anche dalla presenza di una forte evasione fiscale.
Fa piacere dunque registrare che qua e là anche qualche esponente del Governo e della maggioranza comincino a dire che in fin dei conti bisognerà riprendere il contrasto all'evasione fiscale (tema che alle elezioni politiche è stato una bandiera del centrodestra contro il centrosinistra, che si è assunto l'onere, nei due anni precedenti, di assumere iniziative legislative che hanno portato avanti almeno un inizio di contrasto all'evasione fiscale).
PRESIDENTE. Onorevole Strizzolo, la invito a concludere.
IVANO STRIZZOLO. Signor Presidente, mi avvio alla conclusione facendo anche un riferimento al dato delle regioni a statuto speciale. A quei colleghi che guardano alle regioni a statuto speciale come a un qualcosa da rimuovere per realizzare un grande cambiamento nel nostro Paese dico che, a mio giudizio, quello non è l'obiettivo di fondo, perché le regioni a statuto speciale derivano non solo da particolari condizioni storico-politiche legate anche alla presenza di minoranze linguistiche, ma hanno rappresentato e rappresentano nel Paese anche un'utile esperienza. Parlo in particolare della regione di mia provenienza, il Friuli Venezia Giulia, che nei quarantacinque anni di autonomia speciale ha utilizzato in maniera oculata i meccanismi di autonomia e di specialità. Credo che alcune esperienze delle regioni a statuto speciale vadano considerate positivamente e che non si debba fare di tutte le erbe un fascio.
PRESIDENTE. Onorevole Strizzolo, deve concludere.
IVANO STRIZZOLO. Concludo, rispondendo al collega Nicco che non c'è alcun emendamento del Partito Democratico - quanto meno tra quelli presentati dal gruppo - che incida sul dato delle autonomie speciali. Casomai, si conferma l'obiettivo strategico di un risanamento complessivo della finanza pubblica del nostro Paese e l'obiettivo, altrettanto strategico, di garantire in prospettiva a tutti i cittadini di questo Paese, dal nord al sud, prestazioni sociali in particolare di qualità facendo fronte alla stessa quantità di risorse in proporzione al numero degli abitanti.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, a titolo personale, l'onorevole Mantini. Ne ha facoltà per tre minuti.
PIERLUIGI MANTINI. Signor Presidente, devo dire che il dibattito che finora si è svolto sia al Senato, sia nelle Commissioni bilancio e finanza della Camera, è stato, nel metodo, certamente improntato ad una apertura e al confronto. Oggi, tuttavia, dobbiamo cominciare a registrare i risultati di questo percorso. Come gruppo del Partito Democratico abbiamo messo in luce le numerose mancanze nel recepimento delle proposte formulate. Mi riferisco in particolare alle ancora inaccettabili modalità di partecipazione al processo di riforma da parte delle regioni a statuto speciale, che è un punto molto importante; al mancato riferimento alla fiscalità generale del Fondo perequativo per i servizi non essenziali delle regioni; alla mancata accettazione delle proposte formulate dal gruppo del Partito Democratico per i Fondi perequativi relativi ai servizi non essenziali e alle funzioni non fondamentali; all'assenza di una chiara mappatura, scalettatura, un timing della road map; alla mancanza di possibilità per i comuni e le province di avere una compartecipazione al gettito dei tributi regionali; all'esclusione del trasporto regionale dalle funzioni comprese. Si tratta di molti rilievi di contenuto e tecnici su cui esistono distanze ancora molto importanti.
Tuttavia, sono intervenuto a titolo personale anche per segnalare una mia più forte distanza da questo provvedimento. Questa riforma, che ovviamente non nega la necessità di una piena autonomia fiscale e tributaria da parte dei comuni (anche per reintegrare con urgenza l'ICI, la cui abolizione grava sui bilanci comunali) non può essere realizzata con una legge delega. Così come la Corte costituzionale aveva stabilito non potesse essere realizzata con legge delega la ricognizione dei principi fondamentali delle regioni (mi riferisco alla cosiddetta legge La Loggia, che è stata dichiarata incostituzionale proprio per questo motivo), con una legge delega non può essere affidato al Governo il ridisegno dell'ordinamento fondamentale dello Stato e della stessa nozione di servizi pubblici essenziali. È anche tempo che si ricuperi l'enfasi sulla nozione di Stato unitario, necessario non solo per realizzare il legal standard e un nuovo governo della globalizzazione, ma anche per far ordine sui poteri locali, perché viviamo in un mondo popolato da ventiquattro regioni, 102 province, circa 340 comunità montane, le ATO, da circa 6 mila società pubbliche locali e così via. È stata questa, finora, un'occasione perduta. Spero che il dibattito e l'esame del provvedimento possa darci risultati migliori, ma, francamente, nutro forte sfiducia al riguardo.
PRESIDENTE. Onorevole Mantini, la Presidenza lo consente, sulla base dei criteri costantemente seguiti.
Nessun altro chiedendo di parlare, invito il relatore ad esprimere il parere delle Commissioni.
ANTONIO PEPE, Relatore per la VI Commissione. Signor Presidente, le Commissioni esprimono parere contrario sull'emendamento Vietti 1.1.
Le Commissioni esprimono parere favorevole sull'emendamento Cesare Marini 1.2 a condizione che sia accolta la seguente riformulazione: «Al comma 1, secondo periodo, aggiungere infine le seguenti Pag. 37parole: perseguendo lo sviluppo delle aree sottoutilizzate». Le Commissioni esprimono parere contrario sugli emendamenti Ciccanti 1.3, Romano 1.4, Rubinato 1.5 e Ria 1.6.
Le Commissioni formulano un invito al ritiro, altrimenti il parere è contrario, sull'emendamento Zorzato 1.7, mentre il parere è contrario sugli emendamenti Calvisi 1.8 e Lanzillotta 1.9.
Le Commissioni invitano i presentatori al ritiro dell'emendamento Marinello 1.10, mentre esprimono parere favorevole sull'emendamento 1.500 del Governo. Il parere è altresì contrario sugli emendamenti Froner 1.11, Romano 1.12, Cambursano 1.13, Vietti 1.14 e Giudice 1.15 (peraltro quest'ultimo emendamento è sostitutivo del comma 2 dell'articolo 1 anziché aggiuntivo, quindi il parere è contrario).
ALDO BRANCHER, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, il parere del Governo è conforme a quello espresso dal relatore.
PRESIDENTE. Chiedo al relatore di esprimere il parere anche sugli articoli aggiuntivi.
ANTONIO PEPE, Relatore per la VI Commissione. Signor Presidente, le Commissioni esprimono parere contrario su entrambi gli articoli aggiuntivi Vietti 1.01 e Sereni 1.02.
PRESIDENTE. Secondo le intese intercorse tra i gruppi, il seguito dell'esame del provvedimento è rinviato alla seduta di domani a partire dalle ore 9, e con votazioni a partire dalle ore 9,30.
Mercoledì 18 marzo 2009, alle 9:
S. 1117 - Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell'articolo 119 della Costituzione (Approvato dal Senato) (2105-A).
e delle abbinate proposte di legge: RIA; D'INIZIATIVA DEL CONSIGLIO REGIONALE DELLA LOMBARDIA; PANIZ (452-692-748).
- Relatori: Leone, per la V Commissione; Antonio Pepe, per la VI Commissione.
TESTO INTEGRALE DELL'INTERVENTO DEL DEPUTATO PIERLUIGI MANTINI SUL COMPLESSO DEGLI EMENDAMENTI RIFERITI ALL'ARTICOLO 1 DISEGNO DI LEGGE N. 2105-A
PIERLUIGI MANTINI. Nel testo del Governo sul federalismo fiscale, all'esame della Camera, non vi sono le modifiche essenziali richieste dal Partito Democratico e dunque non è per me possibile, a questo punto dell'esame, un voto di astensione che avalli una delega in bianco alla Lega. D'altronde l'indeterminatezza dei principi di delega è tale da dar luogo a forti dubbi di costituzionalità con riferimento Pag. 38agli articoli 76, 117, 81, 3 e 53, 119 della Costituzione, come ben illustrato dalla pregiudiziale proposta dal gruppo Unione di Centro, che ho condiviso.
Siamo favorevoli ad una maggiore autonomia fiscale degli enti locali ma attraverso soluzioni concordate in Parlamento e non delegate al Governo.
Sono del tutto evidenti i rischi di moltiplicazione dei centri decisionali e di spesa che minano la coesione nazionale, rischi che sono insostenibili in una grave fase di crisi economica oltre che in contrasto con il debito pubblico dell'Italia, che è destinato ad aggravarsi, anche alla luce delle ultime stime dell'ISTAT e della Corte dei conti su una forte riduzione delle entrate fiscali pari a circa 80 miliardi.
Ma il discorso sul federalismo è ovviamente più complesso e articolato.
La parola «federalismo» è, negli stessi manuali, polisensa ed equivoca perché indica modelli istituzionali e storici assai diversi, ma solo in Italia è stata usata, in sostituzione delle nozioni di autonomia locale e regionalismo, per indicare non un processo unitivo di identità storiche diverse ma disgregativo dello Stato nazionale unitario.
È un rischio concreto se si riflette sulla storica disaffezione della borghesia nazionale nei confronti della pubblica amministrazione e sulla problematica formazione delle istituzioni nazionali.
Gli Stati nazionali, eredi dei congressi di Westfalia e di Vienna, non sono morti (come frettolosamente certificato da qualcuno), hanno subito trasformazioni notevoli dopo le grandi guerre (Bretton Woods, crescita dell'Europa, Berlino 1989, 11 settembre 2001, crisi finanziaria 2008) ma sono vivi, e sono ancora gli attori della global governance (G8-G20). Le prime risposte alla crisi in atto sono venute dagli Stati nazionali, non da altri, e la scena multipolare sarà caratterizzata dagli Stati emergenti e da alleanze tra Stati.
La coesione nazionale, espressa nello Stato unitario, è un valore culturale e politico che va salvaguardato e non superficialmente sostituito.
Stato unitario vuol dire anche Stato di diritto, indispensabile per contribuire ai legal standard necessari ad un nuovo governo della globalizzazione, secondo il principio della fiducia nel diritto che deve sostituire la «fiducia nella fiducia» e gli altri aleatori slogans che hanno dominato la fase del liberismo finanziario che ha prodotto la crisi economica mondiale che stiamo vivendo.
Non c'è dubbio che in Italia occorra maggiore autonomia fiscale da parte degli enti locali e delle regioni, coerente con le nuove funzioni esercitate dopo le leggi Bassanini e la riforma del titolo V della Costituzione. Sono possibili certamente tributi locali specifici oltre IRAP, compartecipazioni dinamiche ai grandi tributi erariali, IRPEF, IVA, e leve fiscali autonome, in coerenza con l'articolo 119 della Costituzione. È in particolare urgente reintegrare i bilanci dei comuni dopo la totale soppressione dell'ICI.
Ciò può valere anche per la migliore gestione di beni patrimoniali e demaniali.
Ma il paradigma culturale non può essere il «federalismo esploso e competitivo» ove ogni soggetto territoriale può fare ciò che vuole in campo economico sociale e politico e pretendere le risorse fiscali per finanziarsi.
Ciò genera già oggi sprechi, sovrapposizioni, costose competizioni in luogo di virtuose cooperazioni, moltiplicazione di normative, mercati chiusi anziché aperti, proliferazione di «caste» sul territorio.
Stiamo già pagando un prezzo altissimo a questo disordine: si pensi al turismo delle «piccole patrie», agli atenei ovunque, agli aeroporti che nascono senza alcuna programmazione, all'energia in mano alle regioni, ai costi delle «politiche estere» delle regioni.
Con la crisi in atto non possiamo permetterci tutto ciò, ci sono analisi e stime che lo confermano. Questo sistema era sbagliato fino ad oggi, ora è anche insostenibile. Il Titolo V della Costituzione non va esteso con nuove competenze esclusive alle regioni, va corretto.
Nella riforma Calderoli la parte migliore e più interessante è quella che Pag. 39propone il superamento del criterio della spesa storica dei trasferimenti attraverso la definizione dei costi standard dei servizi essenziali, in modo da premiare i comportamenti virtuosi e limitare gli sprechi e la cattiva amministrazione.
È utile impegnarsi su questo tema ma occorre ammettere che più che di federalismo si tratta di un modello di programmazione pubblica.
È invece assurdo che le regioni «autodecidano» i propri «contributi» alla perequazione sulle cosiddette funzioni non essenziali, che tuttavia sono assai vaste, ed è insostenibile che vengano mantenute le province come sono ossia enti strutturali con forte spesa corrente anziché organi funzionali di coordinamento delle politiche sovracomunali, secondo il principio di sussidiarietà verticale.
Nel federalismo fiscale proposto dal Governo non doveva essere trascurato che gli enti locali hanno già due potenti leve economiche: l'utilizzo, senza regole e limiti, della negoziazione urbanistica e dei proventi dello sviluppo edilizio; la proliferazione delle società pubbliche e miste in ogni campo, anche nei settori economici a pura gestione imprenditoriale. È assurdo che questi temi non siano stati neppure considerati nel disegno del governo come è assurda l'assenza di una seria riforma del potere locale, che doveva precedere e non forse seguire la legge delega.
Abbiamo in Italia 20 regioni, 102 province, 8.400 comuni, con 116.000 eletti, ed inoltre 320 comunità montane, un numero incalcolabile di ATO, enti sovracomunali, consorzi monofunzionali, circa seimila società pubbliche locali: si vuole alimentare con il federalismo fiscale questo stato di cose?
Non si comprendono i rischi di questo federalismo esploso, delle sovrapposizioni, delle confusioni, dell'insostenibilità economico-finanziaria e democratica di questo modello di «federalismo competitivo e divisivo»?
Spesso si sente parlare, con enfasi, di «cultura dei territori» o «identità locali». Sciocchezze, frutto di approssimazione culturale poiché non saranno certo suggestioni sociologiche più o meno di moda a convincerci del valore dell'autonomia dei nostri comuni, nell'Italia erede del Rinascimento. Non abbiamo bisogno dei teorici della Lega: ci sono sufficienti Carlo Cattaneo, Costantino Mortati e Massimo Severo Giannini. Ma una cosa è la piattaforma degli interessi e delle politiche territoriali, che trova una giusta configurazione sulla scala locale anche a prescindere dai confini amministrativi, ben altra cosa è parlare di cultura o identità locale.
Non esiste la cultura pedemontana o padana e le manifestazioni leghiste che tendono ad accreditarla vanno combattute con forza, non assecondate o addirittura condivise.
La cultura è in sé senza aggettivi (o sotto altro profilo, europea e nazionale), si nutre di tradizioni e sopratutto di universalità. In ogni caso la cultura di un democratico è quella che valorizza la relazione positiva con l'altro, che amplia la dimensione individuale, ricerca i legami, la coesione, la condivisione, la storia comune: lo Stato nazionale è un punto storico significativo di questo percorso, un punto da cui partire e da valorizzare in vista di nuovi traguardi e orizzonti, non da frammentare e disperdere.
Abbiamo certo avuto dei miglioramenti del testo del Governo sia al Senato che alle Commissioni bilancio e finanze della Camera, con un duro e meritorio lavoro del gruppo Partito Democratico.
Ma i risultati complessivi non possono indurci ad un voto di sostegno.
Non solo per i profili tecnici da noi proposti e respinti dalla maggioranza, che pure sono rilevanti.
Intendo riferirmi in particolare ai seguenti temi: le modalità di partecipazione al processo di riforma da parte delle regioni a statuto speciale; il mancato riferimento alla fiscalità generale del fondo perequativo per i servizi non essenziali delle regioni; la mancata accettazione delle nostre proposte per i fondi perequativi relativi ai servizi non essenziali e alle funzioni non fondamentali. Le nostre proposte, pur mantenendo il principio costituzionale della capacità fiscale, contengono una formulazione che Pag. 40produce un risultato tendenzialmente più omogeneo sul territorio nazionale; una chiara «scalettatura» temporale della «road map» di attuazione della riforma, anche questa delegata al governo; la mancata accettazione della nostra proposta di inserire la gestione del trasporto regionale fra i servizi essenziali e i beni culturali fra le funzioni fondamentali dei Comuni; la possibilità per i comuni e le province di avere compartecipazioni al gettito di tributi regionali.
Non ci siamo. Non è alle promesse di questo governo che possiamo affidare la ridefinizione dell'ordinamento dello Stato e dei servizi sociali essenziali.
Siamo un'opposizione repubblicana, disponibile alle riforme istituzionali e alla collaborazione di Governo, anche attraverso le mediazioni necessarie, ma le grandi riforme vogliamo farle in parlamento, con contenuti chiari, e non per delega.
Per queste ragioni esprimo con convinzione il mio voto contrario.
1 Nom. Moz. Franceschini e a. 1-123 rif. 524 491 33 246 491 37 Appr.
2 Nom. Moz. Donadi e a. 1-134 524 475 49 238 475 37 Appr.
3 Nom. Moz. Galletti e a. 1-135 rif. 532 342 190 172 55 287 35 Resp.
4 Nom. Moz. Cicchitto e a. 1-138 rif. 519 482 37 242 479 3 35 Appr.
5 Nom. Ddl 2105-A - quest. preg. n. 1 507 504 3 253 28 476 28 Resp.

References: e contrario
 sentenza 
 articolo 81
e contrario
e contrario
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