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Timestamp: 2020-08-05 14:03:43+00:00

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La Cassazione e il simulacro del provider attivo: mala tempora currunt
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Corte di Cassazione, sez. I civile, 21 febbraio 2018, n. 7708
Sommario: 1. Introduzione. – 2. Attivo vs. passivo e lo standard di conoscenza effettiva. – 3. La pronuncia della Cassazione. – 4. Un’occasione persa, un indirizzo pericoloso.
La decisione, invece, è parsa deludere le aspettative, risolvendosi in un confuso e ridondante esercizio ricostruttivo che poco gioverà all’esigenza di fare chiarezza e molto, invece, ha addensato le nubi sull’effettiva interpretazione da attribuirsi alle norme del d.lgs. 70/2003. Si poteva confidare che la Cassazione cogliesse l’occasione per dipanare una costruzione che è talvolta apparsa arbitraria – quella dell’hosting attivo – cui soltanto il Tribunale di Roma è sembrato dare credito in tempi più recenti[3]. Ma per comprendere l’impatto della pronuncia, che si è risolta in un annullamento con rinvio dell’impugnata sentenza della Corte d’appello di Milano, è opportuno ricostruire brevemente le fibrillazioni che hanno caratterizzato la figura dell’hosting provider nella giurisprudenza domestica recente, foriere di implicazioni di non poco momento ai fini dell’effettiva tutela della libertà di espressione sul web alla luce del ruolo nevralgico per la circolazione di contenuti dei fornitori di servizi[4].
Questa opzione applicativa realizza un compromesso tra la figura del provider attivo e quella del content provider, smentendo in realtà l’assunto stesso di partenza (cioè l’impossibilità di beneficiare dell’esenzione di responsabilità: l’esenzione, in realtà, sembrerebbe preservata, salvo però venir meno a condizioni più severe). Del resto, la qualificazione di un provider come attivo anziché passivo non può che essere conseguenza dell’opera dell’interprete, palesandosi così come “reattiva”: non si può, in altri termini, stabilire preventivamente, specie in carenza di una codificazione normativa, chi agisce come prestatore attivo o meramente passivo. Ma proprio per questo si tratta di una opzione problematica, giacché un provider non può conoscere come un giudice lo qualificherà prima che un procedimento sia instaurato e giunto a pronuncia. Dunque, questa costruzione sembra prestare il fianco a ineliminabili torsioni sul piano della certezza del diritto, dal momento che dal grado effettivo di controllo dei provider sui contenuti dipendono importanti ripercussioni sull’ampiezza della tutela della libertà di espressione[9].
Queste argomentazioni venivano profondamente rivisitate dalla pronuncia della Corte d’appello, che non a caso, sgombrando il campo dalla figura del provider attivo, assurgeva a leading case dell’interpretazione più aderente al dato normativo.
In ordine alla qualificazione dell’hosting provider attivo, la Cassazione, all’esito di una ricognizione non soltanto della normativa e giurisprudenza, ma anche delle iniziative più recenti a livello europeo (fra cui la riforma della disciplina del diritto d’autore[13]), afferma che la nozione può ormai ritenersi «un approdo acquisito». Pur senza dilungarsi nella trattazione del regime giuridico applicabile, la sentenza si sofferma però sulla differenza tra provider attivo e passivo richiamando la categoria dell’illecito omissivo e in particolare la tipologia di illecito commissivo mediante omissione in concorso con l’autore principale. È questo, ad avviso della Cassazione, il regime giuridico dell’hosting provider attivo, che risponde della condotta illecita attiva di concorso. Quali sono gli indici di interferenza da accertare in concreto da parte del giudice di merito? La Cassazione richiama, a titolo indicativo ma non esaustivo, molti dei fattori che già la giurisprudenza aveva etichettato come “spia” di un possibile ruolo attivo del provider, menzionando le attività di filtro, selezione, indicizzazione, organizzazione, catalogazione, aggregazione, valutazione, uso, modifica, estrazione o promozione dei contenuti, operate mediante una gestione imprenditoriale del servizio. A queste attività viene equiparata anche l’adozione di una tecnica di valutazione comportamentale degli utenti per aumentarne la fidelizzazione. Tutte le condotte così descritte condividono, ad avviso del Supremo Collegio, il comune tratto di «completare e[d]arricchire in modo non passivo la fruizione dei contenuti da parte di utenti indeterminati». Dopo aver compiuto questa ricostruzione della figura del provider attivo, la Cassazione ha tuttavia respinto i motivi di ricorso: infatti, sebbene la sentenza impugnata non sia condivisa in quanto esclude aprioristicamente l’esistenza di tale fattispecie, la sussunzione della situazione concreta nella fattispecie ex art. 16 del d.lgs. 70/2003 è stata ritenuta corretta. Secondo la Cassazione, la pronuncia della Corte d’appello di Milano ha raggiunto la conclusione che il ruolo di Yahoo! non eccedesse i limiti della prestazione di un mero servizio di hosting passivo. La Suprema Corte ha rilevato che il servizio di pubblica fruizione di video in questione, limitato a una semplice ospitalità di dati, senza la proposta di servizi di elaborazione dei medesimi e senza alcuna manipolazione, non è in grado di mutare la sua natura.
La Cassazione sembra essere andata oltre, sostenendo che una notifica generica può risultare sufficiente a provocare un obbligo di rimozione non soltanto, come era apparso in alcune pronunce, laddove il provider agisca in modo attivo, ma in generale, anche per i provider meramente “passivi”. Il tutto senza sgombrare definitivamente ogni ombra, lasciando cioè aperte le porte a una valutazione caso per caso.
Il regime di responsabilità del provider attivo sembra evolversi da una attenuazione delle norme applicabili agli intermediari verso quello definito dalle norme ordinarie, stante l’idea che il provider agirebbe in concorso con il soggetto autore della condotta.
[2] Rispetto ai rilevanti profili costituzionali che concernono il ruolo dei provider cfr. l’analitica trattazione di O. Pollicino-E. Apa, Modeling the Liability of Internet Service Providers: Google vs. Vivi Down. A Constitutional Perspective, Milano, 2013. Da una prospettiva privatistica, si v. anche M.L. Montagnani, Internet, contenuti illeciti e responsabilità degli intermediari, Milano, 2018.
[3] Cfr. più di recente le sentenze del Trib. Roma del 5 maggio 2016, RTI v. Kewego (su cui E. Rosati, Rome Court of First Instance says that ISP’s unjustified delay in removing infringing content…removes safe harbour protection, in IPKat, 3 giugno 2016), del 15 marzo 2016, RTI v. Break Media (su cui Id., Italian court says that rightholders do not have to indicate URLs when submitting takedown requests, in IPKat, 9 maggio 2016) e del 15 luglio 2016, RTI v. Megavideo (su cui E. Rosati, Rome Court of First instance confirms once again that takedown requests do not need to include URLs’, in IPKat, 18 luglio 2016). Sul caso RTI v. Break Media, cfr. anche App. Roma, 29 aprile 2017. In precedenza, ma in tempi assai risalenti, anche il Tribunale di Milano aveva accreditato questa fattispecie: cfr. Trib. Milano, 20 gennaio 2011, RTI v. ItaliaOnLine e 19 maggio 2011, RTI v. Yahoo! (da cui è poi scaturita la vicenda processuale in commento). Contrarie a questo indirizzo, invece, sono gran parte delle decisioni del foro di Milano e Torino: del primo, basti ricordare la sentenza d’appello oggetto di gravame nella pronuncia in commento, su cui si dirà infra; del secondo, si v. tra le altre Trib. Torino, 8 aprile 2017, n. 1928, Delta TV.
[6] Segnatamente di CGUE, cause riunite C-236/08, 237/08 e 238/08, Google France (2010); C-324/09, L’Oréal SA c. eBay International (2011). Il messaggio delle due sentenze era però diverso da quello indicato dalle corti italiane: secondo la Corte di giustizia, la natura meramente tecnica, automatica e passiva del servizio operato dai prestatori di servizi è condizione affinché gli stessi possano qualificarsi come intermediari e quindi essere soggetti al peculiare regime di responsabilità; pertanto, o un intermediario è meramente neutrale o non è. Le corti italiane, invece, sembrano aver trasferito “dall’esterno all’interno” questo test, così da creare un vero e proprio ibrido quale tertium genus, riconoscendo l’esistenza di un intermediario “attivo”. Più di recente, l’argomento è tornato al centro della giurisprudenza della Corte di giustizia nella pronuncia in C-521/17, Coöperatieve Vereniging SNB-REACT U.A. c. D.M. (2018), su cui cfr. il commento di T. Scannicchio-N.A. Vecchio, I limiti della neutralità: la Corte di giustizia e l’eterno ritorno dell’hosting attivo, in questa Rivista, 1, 2019, 249 ss.
[9] Ben noto, in proposto, quanto teorizzato come collateral censorship in primo luogo da Jack Balkin, riguardo all’effetto che misure di particolare severità imposte agli intermediari possono generare di risulta rispetto alla gestione di contenuti di terzi. Cfr. J.M. Balkin, Free Speech and Hostile Environments, in Columbia Law Review, 99(8), 1999, 2295 ss.; Id., Old-School/New-School Speech Regulation, in Harvard Law Review, 127, 2014, 2296 ss. Rispetto alla applicazione di queste teorie in ambito digitale v. in particolare l’ormai celebre dissenting opinion dei giudici Sajó e Tsotsoria nella sentenza della Grande Camera della Corte EDU nel caso Delfi c. Estonia, ric. 64569/09 (2015).

References: sentenza 
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 art. 16
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