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Timestamp: 2018-12-19 14:48:19+00:00

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Appello civile - La Suprema Corte ribadisce il contenuto dell'atto di appello dopo la riforma dell'art. 342 c.p.c. | Worldlawbook "); // return $("
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La Corte di Cassazione Civile, Sez. VI, con l'ordinanza n. 3535/2018, ribadisce quanto già affermato precedentemente dalla Sez. 3 con l'ordinanza n. 10916 del 05/05/2017 e dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 27199 del 16/11/2017, ovvero che l'art. 342 c.p.c., nella sua attuale formulazione:
- non esige dall'appellante alcun “progetto alternativo di sentenza”;
- non esige dall'appellante alcun vacuo formalismo fine a se stesso;
- non esige dall'appellante alcuna trascrizione integrale o parziale della sentenza appellata o di parti di essa.
La Suprema Corte ritiene che la tesi per la quale, per effetto della riforma dell'art. 342 c.p.c. (riforma introdotta dall'art. 54, comma 1, lettera 0a, del d.l. 22 giugno 2012 , n. 83, convertito nella l. 7 agosto 2012, n. 134), colui il quale intenda proporre appello non possa limitarsi a riproporre le ragioni in fatto ed in diritto già prospettate in primo grado, ma deve “indicare i passi della motivazione [della sentenza impugnata] da censurare, le modifiche da apportare alla stessa (…) ed esporre un progetto alternativo di sentenza”, sia insostenibile per 3 ragioni.
1) La Corte di Cassazione richiama il principio contenuto nel co. 3 dell'art. 156 c.p.c. per il quale la nullità di un atto processuale non può mai essere pronunciata, se l'atto ha raggiunto lo scopo a cui è destinato.
Benché tale norma disciplina la nullità, mentre i requisiti dell'atto di appello elencati dall'art. 342 c.p.c. sono richiesti a pena di inammissibilità, la Corte ritiene che il co. 3 dell'art. 156 c.p.c. sia espressione di un principio generale sotteso dall'ordinamento processuale, che l'interprete non può ignorare. Pertanto, da questo principio discende che “...anche quando si debba giudicare dell'ammissibilità d'una impugnazione, il giudicante deve badare non al rispetto di clausolari astratti o formule di stile, ma alla sostanza ed al contenuto effettivo dell'atto.”.
2) La Suprema Corte afferma che “...le norme processuali, se ambigue, vanno interpretate in modo da favorire una decisione sul merito, piuttosto che esiti abortivi del processo. Le regole processuali infatti costituiscono solo lo strumento per garantire la giustizia della decisione, non il fine stesso del processo”, secondo quanto stabilito dalle Sezioni Unite, anche se in materia diversa da quella dell'ammissibilità dell'atto d'appello (si veda sentenza n. 26242 del 12/12/2014).
3) Anche il diritto processuale, come quello sostanziale, non può non essere interpretato alla luce delle regole sovranazionali imposte dal diritto comunitario.
La Corte di Cassazione ricorda che, in base all'art. 6 co. 3 del Trattato sull'Unione Europea, i principi della CEDU sono stati “comunitarizzati” e sono divenuti “principi fondanti dell'Unione Europea”.
Tra i principi sanciti dalla CEDU vi è quello alla effettività della tutela giurisdizionale, sancito dall'art. 6 CEDU.
Così come da interpretazione della Corte di Strasburgo, il principio di effettività della tutela giurisdizionale va inteso quale esigenza che alla domanda di giustizia dei consociati debba, per quanto possibile, essere esaminata sempre e preferibilmente nel merito.
Di conseguenza, gli organi giudiziari degli Stati membri, nell'interpretazione della legge processuale, “devono evitare gli eccessi di formalismo, segnatamente in punto di ammissibilità o ricevibilità dei ricorsi, consentendo per quanto possibile, la concreta esplicazione di quel diritto di accesso ad un tribunale previsto e garantito dall'art. 6 della CEDU del 1950”.
In applicazione di questi principi, la sentenza pronunciata da Corte EDU, II sezione, 28.6.2005, Zednìk c. Repubblica Ceca, in causa 74328/01, ha affermato che le cause di nullità o di inammissibilità “non possono restringere l'accesso alla giustizia al punto tale da che sia vulnerata l'essenza stessa del diritto fatto valere. Inoltre, [le cause di nullità od inammissibilità] si conciliano con l'articolo 6, § 1, della Convenzione solo se perseguono un fine legittimo e se esiste un rapporto ragionevole di proporzionalità tra i mezzi impiegati e lo scopo avuto di mira” (in questo senso si sono altresì pronunciate Corte EDU, I sez., 21.2.2008, Koskina c. Grecia, in causa 2602/06; e Corte EDU, I sez., 24.4.2008. Kemp c. Granducato di Lussemburgo, in causa 17140/05).

References: sentenza 
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 § 1