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Timestamp: 2019-12-06 06:11:15+00:00

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Triggiano: primo numero de' "il trebio" - Francesco Damiani
1 novembre 2016 5 novembre 2016 Mario Damiani
Triggiano: primo numero de’ “il trebio”
La tentazione di porre a confronto le eclatanti cose del mondo più fruibili e apparentemente più appaganti
con l’austerità delle realtà spirituali scoppia anche dentro di noi.
“… giunse per lei il tempo del parto e dette alla luce il suo primigenito, e lo avvolse in fasce e lo pose a giacere in una mangiatoia perché non c’era posto per loro nell’albergo”.
Gloria a Dio nel piú alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati da lui”.
Alla fine anche noi sorpresi dalla travolgente spiritualità del Natale ci ritroviamo pensosi: capaci di meravigliarci e di far spazio agli interrogativi piú veri sulla nostra vita, su quello che noi siamo. Disarmati della nostra autosufficienza incominciamo a credere che veramente si può sperare e si può augurare all’uomo qualcosa di bello: la pace che quel Bambino è venuto a portarci, facendosi nostro compagno di viaggio.
scopriamo la nostra storia
Conditori e cimiteri di Triggiano
È noto che il culto dei defunti e l’esigenza di serbarne oltre che la memoria anche i resti mortali sono nati con l’uomo.
Nell’antichità i modi di conservare i “resti” furono diversi.
I Germani bruciavano i corpi dei morti, ponendo le ceneri sotto cumuli di terra; gli Egizi ponevano i corpi sotto la sabbia del deserto e, per le personalità più importanti, nelle famose piramidi; ecc.
In sostanza i sistemi di conservazione delle spoglie umane si possono ridurre molto schematicamente a due: la cremazione e la inumazione mediante sepoltura.
Gli Ebrei seppellivano i loro morti, avvolti da un sudarlo di lino dopo averli cosparsi di aromi e d’incensi nelle c.d. “case dell’eternità” scavate nel sasso delle colline prossime all’abitato.
Il sepolcro di Giuseppe d’Arimatea dove fu sepolto il corpo di Cristo prima della Resurrezione fu appunto una di quelle “case dell’eternità” scavate nelle rocce fuori di Gerusalemme.
I Cristiani, sin dalle primitive comunità sorte fuori della Giudea adottano per la conservazione dei resti dei defunti il sistema della sepoltura dei corpi.
Non poteva essere diversamente: si trattava di seguire la parola divina rivolta al primo uomo “ritornerai nella terra da cui fosti tratto” (Gen III, 19), che di per sé non ammette la cremazione. D’altra parte già prima dell’avvento di Cristo le XII tavole romane, come ricorda Varrone, proibivano di ardere i corpi. Infatti i sepolcri della Roma cristiana erano costruiti fuori città e sulla strada pubblica affinché i morti ammoniscano che essi sono trapassati e che i viventi sono mortali “quo pretereuntes admoneant et se fuisse, et illos esse mortales”. (De ing. lat. VI).
Le prime tombe delle comunità cristiane romane fondate da Pietro in Trastevere, sono disposte tra il I e fine IV sec. nei loculi scavati nelle pareti di pozzolana delle catacombe.
Dopo l’editto di Costantino (a. 313) l’uso sepolcrale delle catacombe, non viene meno, ma viene trasportato gradatamente, negli atri e sotterranei delle basiliche. Un fatto è storicamente accertato e sicuro: solo alla fine del VII secolo, i sotterranei delle chiese diventano sepolcreti della comunità urbana. (Gregorovius)
Il primo cimitero di Triggiano sorse, col villaggio, nel X secolo nell’atrio (curtis) chiuso da muro a secco che circondava la chiesa di S. Martino.
Il fatto è documentato dalle numerose tombe disposte in modo ordinato, rinvenute in sito e purtroppo distrutte intorno al 1920 allorché, proprio sul nostro primo cimitero furono costruite all’imboccatura della strada Torre Longa che era anche
l’antica strada che menava a Carbonara, alcune case di civile abitazione.
Sono tutt’ora viventi ed in grado di descriverlo coloro che ritrovarono e distrussero il complesso funebre.
Complesso d’altra parte documentato da numerosi reperti rinvenuti in sito, per lo più monete e medaglie indiscutibilmente medioevali gelosamente custodite dall’attuale legittimo possessore e disponibili, per chiunque volesse esaminarle.
L’esistenza del complesso funebre in argomento è nota anche a P. Daniele che scrive: “Sta di fatto che, in quella zona di Triggiano, oggi denominata ‘Dietro la terra’ e propriamente nei fondi di Vincenzo Campobasso e dì Pietro Mastrolonardo, e del notaio Gerardo Nitti, nello scavare i terreni per la costruzione dei loro fabbricati, furono scoperte, molti anni or sono, parecchie tombe, contenenti vasi”. Sennonché il buon cappuccino, che, tra l’altro non conosce l’esatta ubicazione di San Martino, e parla dei reperti per sentito dire e senza averli personalmente esaminati, nel vano quanto generoso tentativo di vedere ad ogni costo una “Triggiano preistorica” prende un grosso abbaglio e ritiene che le “parecchie” tombe siano preistoriche, non intuendo nemmeno alla lontana, di trovarsi di fronte al medioevale primo cimitero cristiano di Triggiano.
Il cimitero di S. Martino non ebbe lunga vita. Ed infatti venne soppiantato nella seconda metà dell’XI secolo da un nuovo cimitero costruito insieme alla prima chiesa di S. Maria Veterana. Il nuovo cimitero, documentatissimo nelle nostre fonti, si estendeva sul lato est della chiesa Medioevale (attuale via Garibaldi) e comprendeva lo spazio attualmente occupato dalla cappella del Rosario, di Costantinopoli, del Presepio, del Santissimo e di Cristo, nonché l’area antistante fino alla via Garibaldi. Contemporaneamente alla costruzione della chiesa e del cimitero esterno, sotto le navatelle laterali della basilica erano stati costruiti i primi conditori (da condo: nascondere, conservare, seppellire).
Sennonché questi sepolcri interni erano riservati esclusivamente, a ristrettissime categorie sociali (quasi esclusivamente al clero) e comunque solo a chi avesse uno “ius patronatus ad sepulcrum” (il diritto alla sepoltura).
Di tali conditori medioevali e coevi al sorgere della Maggior Chiesa, uno in particolare è documentato nelle fonti scritte.
Nel 1561, prima ancora quindi che la Chiesa subisse alcuna modifica, il primicerio Joanne Vincentio figlio di Colavito de Robino “have uno jus patronato dael sepolcreto de San Leonardo di Trigiano”. I recenti lavori ci hanno permesso di localizzare subito questo sepolcreto con il ritrovamento di una parte di affresco realizzato sull’ingresso, sul quale si intravvede la raffigurazione di S. Leonardo.
Interessante questo sepolcreto nonostante la cappella di S. Lonardo (oggi del Rosario).
La sua dedicazione sta a dimostrare ulteriormente l’epoca di fondazione di S. Maria Veterana (seconda metà dell’XI secolo), se si tiene presente, ciò che storicamente è accertato che il culto di S. Leonardo patrono dei carcerati fu introdotto da noi per la prima volta dai Normanni (1070).
San Leonardo, molto probabilmente fu il primo patrono di Triggiano e non è un caso che il nome di uomo più diffuso a Triggiano fino al 1700 ed oltre è proprio quello di Leonardo.
Altro analogo sepolcreto contiguo a quello precedente dovette essere dedicato, molto verosimilmente a S. Cristoforo il cui culto fu anche diffuso a Triggiano.
Durante i recenti lavori di sterro nel sito di detto sepolcreto, sono state rilevate medaglie votive raffiguranti appunto S. Cristoforo. D’altra parte una delle prime strade medioevali sorte fuori del “fossum” si chiamava via di S. Cristoforo.
La sepoltura in chiesa fino al 1570 fu riservata solo ad una élite, essendo il cimitero del “populo” quello esterno.
Dopo il 1570 le cose mutano radicalmente. In una sorta di rivoluzione culturale si cerca di cancellare il passato con un colpo di spugna. Si rade al suolo l’antica chiesa al fine di ampliarla; vengono aboliti i culti di S. Leonardo e di S. Cristoforo, per dare luogo ai culti divenuti di moda anche nei paesi vicini, dopo la battaglia di Lepanto: precisamente quello della Madonna del Rosario, e del Santissimo Corpo di Cristo, e della
Madonna dei Carmine. La sepoltura in chiesa da eccezione diventa norma generale. Ma andiamo con ordine.
Verso il 1570 si decide di ampliare la chiesa. La decisione sollecitata dalle neonate confraternite, desiderose di darsi una sede più “degna” fu sottoscritta dall’Università, (il Comune), dal Capitolo e dalle confraternite stesse.
La nuova chiesa sorse in regime di condominio. Si stabilì che la navata centrale era di proprietà dell’Università che ne aveva finanziato ì relativi lavori, mentre le navate laterali e le nuove cappelle erano di proprietà delle confraternite a cui spese erano state edificate. Si stabilì altresì che le future spese di manutenzione e restauro sarebbero gravate sul rispettivi enti proprietari. Nel costruire li loro cappelle, ciascuna delle quattro confraternite, del Rosario, del SS Corpo di Cristo, della Madonna de Carmine e della Madonna delle Grazie (quest’ultima in verità non era una vera e propria confraternita ma un sodalizio di soli religiosi) scavano sotto di quelle i sepolcreti per i relativi confratelli e rispettive famiglie
Sorsero così i grandi conditori oggi venuti alla luce, sui due lai della chiesa.
L’Università, per conto suo, nella navata centrale di propria pertinenza, in prossimità dell’ingresso, scavò per tutti i cittadini che non fossero in qualche modo congregati, analogo sepolcreto.
Il cimitero esterno pertanto venne a perdere ogni funzione e, ormai ridotto, nelle sue dimensioni, diventò il “jardenum” della chiesa; giardino che nel secolo scorso scomparirà completamente per fa posto al cosiddetto Cappellone alla chiesa di Cristo e alla costruzione della Cappella di Costantinopoli.
Nel primissimi anni dei 1600 due nuovi conditori vengono scavati nella maggior chiesa. Il primo a cura e spesa del notaio Gaspare Marzano fu ricavato sotto la sacrestia adiacente l’abside medioevale e dal predetto trasformata in una nuova cappella denominata “del Sacro Monte dei Maritaggi” o “del Presepe”. Questo sepolcreto ebbe carattere squisitamente privato essendo destinato per atto notarile al predetto notaio e suoi discendenti; fu in sostanza una tomba di famiglia.
Più interessante e più vasto l’altro conditorio scavato nel XVII sec. a cura dell’Università proprio nella parte absidale della chiesa, e destinato al “populo”.
Non si conoscono esattamente le cause che spinsero l’Università a scavare nella navata centrale questo secondo sepolcreto pubblico. Se si considera che nel predetto secolo si ha a Triggiano un decremento demografico, non si è lontani dal vero se si ritiene che alla costruzione del conditorio di cui si tratta, l’Università fu costretta dalla non prevista epidemia mortale da “Cholira morbus”. Tra i resti umani rinvenuti in questo sepolcreto, molti appartenenti a bambini.
Per lo scavo di tale sepolcreto seicentesco, si dovettero tagliare ben tre tombe pavimentali-absidali. Erano le più antiche, anzi le prime, sorte nella primitiva chiesa di S. Maria Veterana; quella centrale, con ogni probabilità, era la tomba del Barese Leone, dialettico e sacerdote, fondatore e primo proprietario della chiesa stessa che, è bene non dimenticarlo, diversamente da quella di S. Martino sorse come chiesa privata allo scopo, tra gli altri, di consentire al ricco proprietario-committente, appunto, la propria sepoltura.
Ma, tornando al suddetto sepolcreto sub-absidale seicentesco, lo stesso, diversamente dagli altri anteriori di cui si è già detto, fu coperto al piano di pavimento da una volta a veliera (purtroppo accidentalmente crollata durante i recenti lavori di sterro), tipicamente seicentesca. Una copia conforme di tale volta può ammirarsi nella chiesetta seicentesca di santa Lucia. I conditori sopraccennati rimasero in funzione ininterrottamente fino al 1840, nonostante l’editto di Napoleone (1804) vietasse la sepoltura nelle chiese. In verità nel 1819 un cimitero lontano dall’abitato e conforme alle nuove norme in vigore era stato progettato dall’ing. Giovanni Memola sulla strada di Torre Marinara. Ma tale progetto non poté essere realizzato, sia perché l’Università era a corto di quattrini, sia perché il sito prescelto per la costruzione era di proprietà dell’ancora potente Confraternita del Rosario, che non volle nemmeno sentir parlare di cessione del suolo.
Passarono più di vent’anni e l’Università, o meglio coloro che ne erano i “padroni” e che, immancabilmente, erano anche i proprietari dei suoli idonei per la costruzione del camposanto, omette di eseguire la necessaria opera pubblica adducendo una serie di pretesti, che è non opportuno in questa sede raccontare.
Di fronte a tale atteggiamento il Ministero dell’Interno ricorse ad un vero e proprio atto di forza (necessario).
Ordinò che tutti i conditori di Santa Maria Veterana venissero murati a gesso; per i poveri sfortunati Triggianesi che per il futuro dovessero passare a miglior vita l’Università si arrangiasse.
Non fu possibile trasgredire all’ordine e i sepolcreti della Maggior Chiesa furono interrati e murati come prescritto, nel 1840.
Eccone il certificato:
“L’anno milleottocentoquaranta, il giorno dieci Febbraio in Triggiano. Per effetto delle disposizioni di S.E. il Ministro Segretario di Stato degli Affari Interni dì 24 luglio scorso anno 2° dipartimento, comunicateci dal Signor Intendente della Provincia con l’autorevole foglio dì 3 agosto detto scorso anno, e dell’altra ministeriale dei primo corrente Febbraio comunicataci pure con autorevole ufficio di detto Signor Intendente della Provincia dì 25 Gennaio ultimo, che riflettono e l’una e l’altra la chiusura de’ Sepolcri, e colmamento de’ medesini a gesso nella Chiesa Matrice.
Noi sindaco del Comune suddetto, assistiti dal cancelliere comunale d. Corradino Nitti previo invito fatto ai signori Parroco e Primo Eletto, come facenti parte della commissione, unitamente ai medesimi ci siamo trasferiti nella Matrice chiesa ove giunti abbiamo fatto chiamare in nostra presenza i periti muratori Giuseppe e Felice padre e figlio Lagioia ai quali personalmente abbiamo ordinato di adempiere a tutto quanto è prescritto nelle sullodate, cioè colmare e chiudere a gesso esattamente tutti i sepolcri esistenti e predetta Matrice Chiesa.
Eseguendo essi Muratori il loro incarico hanno fedelmente adempiuto a tutto quanto da noi si era imposto; come infatti abbiamo verificato col secondo nostro intervento nella medesima Chiesa.
Del che abbiamo formato il presente verbale sottoscritto da Noi, Parroco Primo Eletto e cancelliere Comunale”.
Vincenzo Carbonara Sindaco
Arciprete de Toma
Lorenzo Ancona primo Eletto
Corradino Nitti cancelliere Comunale
Per qualche tempo le salme dei triggianesi furono “depositate” in un piccolo spazio adiacente il cimitero riservato dei Cappuccini denominato “Terra Santa” ubicato nel giardino del Convento. Finalmente nel 1844 entrò in funzione, non ancora ultimato, il nuovo cimitero, ubicato lontano dall’abitato e difficilmente accessibile, non essendo ancora costruita la via Casalino ed il raccordo tra Triggiano e la consolare Bari-Taranto (cd. capostrada),
Il fondo espropriato in tutta fretta a Francesco Battista bisavolo di chi scrive e a tal Michele Campobasso è oggi sede di Case popolari.
Questo camposanto terz’ultimo in ordine dì tempo durò pochissimo.
Già nel 1909, contro ogni logica e nonostante alcuni scritti infuocati e polemici del sacerdote-poeta don Peppino Palella, contrario allo spostamento, si cominciò a cercare uno nuovo sito per un nuovo camposanto.
Sull’argomento il paese si spaccò in due, caddero alcune amministrazioni comunali, ma la spuntò la famiglia locale politicamente emergente, che per valorizzare come suolo edificabile una vasta tenuta vicina al cimitero ne impose il trasferimento. Iniziava una selvaggia speculazione edilizia, che tra l’altro, ci regalava l’infelice ed assurdo cimitero attuale di Torrelonga; il quarto.
TERITORIO AMBIENTE
Organizzazione della campagna triggianese tra tardo impero ed alto medioevo
Qui di fianco è riprodotta una pianta ostensiva di Triggiano ridotta nel 1819 nella quale è con chiarezza disegnata la rete viaria extraurbana.
La planimetria è importante non tanto e non solo perché è con raro documento della pressoché inesistente cartografia locale, ma soprattutto perché, tra l’altro, costituisce utilissimo strumento di orientamento nello studio del nostro territorio.
Va osservato in via preliminare che la rete viaria di cui al documento non include (e quindi non ne è ‘turbata’) i nuovi tratti e raccordi stradali successivi al 1819 e strettamente collegati allo sviluppo urbano ottocentesco. Manca per esempio l’attuale strada provinciale che collega
Triggiano a S. Giorgio: strada che verrà costruita dopo l’Unità d’Italia; come manca il raccordo (c.d. capostrada), anch’esso post-unitario collega il paese alla consolare Bari Taranto (oggi strada statale n. 100).
Si può dire senza tema di errore, che le ben otto (altro che trivio) vie extraurbane esistenti all’inizio agli inizi del secolo scorso sono le stesse vie medioevali abbondate mete attestate negli atti cinquecenteschi del notaio triggianese Vito Nitti. E infatti nella planimetria le ritroviamo tutte ed intatte: la “via qua itur Barum”; la “via de Palmentiello qua Itur marem”; la “via delle lame”; la “via qua itur Noham”; la “via de Turre Marinaro”; la “viaqua itur Capursium”; la “strectula de S. Croce” Per la quale si va anche a Capurso; la “via de Turrelonga qua itur Carbonarium”.
Sennonché dire che quelle vie sono medioevali è dire poco o nulla se non si aggiunge che le stesse sono sicuramente alto-medioevali È opportuno partire da un da un dato certo.
Le fonti (Codice Diplomatico Barese, Codice Diplomatico Cavense ed atti notarili del XVI sec.) attestano l’esistenza sul nostro territorio di numerose Torri e Corti: Turre de Rudiperti, Turre Longa, Turre Marinaro, Turre Gianavella, Turre Vassallo, Turre Musarra, Turre del Monte (asssurdamente ribattezzata in tempi recenti Torre Telegrafo), Ture di Pirro o de’ Pirris, Turre delle monache, Turre di Paparazio, Curte di S. Angelo, Curte de li caperuni, Curte di Palummo e probabilmente altre che ci sfuggono. Al riguardo ed in particolare per quanto riguarda le turres, almeno per quelle da essi conosciute, è stato ritenuto dagli autori locali che le stesse “servivano di vedetta contro il nemico quando questo cercava di avvicinarsi alle mura del paese per danneggiarlo (sic). Opinione talmente assurda che mi esime dallo spendere molte parole per confutarla. Basti pensare che molte di quelle torri sono anteriori alla nascita di Triggiano. D’altra parte anche a voler ammettere per amore di discorso che siano coeve o successive alla nascita del paese, non è serio pensare ad un misero villaggio di grotte che si circonda di un numero così importante di Torri.
Due domande pertanto si impongono. Qual’era la vera funzione di quelle Torri? E, soprattutto, perché tante torri sul nostro territorio? Per rispondere bisogna riportarsi al fenomeno della c.d. “economia curtense” che si manifestò nell’alto medio evo subito dopo la caduta dell’Impero Romano ed il conseguente dissolversi delle sue strutture politico-amministrative periferiche. Nelle fonti dell’alto medioevo, secondo la più la ed ormai pacifica storiografia (G. Astuti, F. Cousin) curtis, o corte, sta ad indicare uno spazio chiuso spesso fortificato entro il quale insiste i1 castello o l’edificio costituente il centro dell’amministrazione di un possedimento fondiario, o, in senso più lato, Il possedimento stesso cioè un complesso di terre e di poderi, uniti insieme o dispersi, costituenti una unità fondiaria.
La torre quasi sempre Presente nel castello o castrum come sopra inteso ha una duplice funzione: una esterna di vedetta e di estrema difesa; una interna di custodia della corte e sulla Corte.
Ogni curtis sotto Il profilo giuridico costituisce un istituto di diritto pubblico. È fornita di privilegi e di autonomia giurisdizionale ed è caratterizzata da una economia di tipo chiuso nel senso che la produzione e lo scambio dei prodotti agricoli e artigianali si svolge solo nell’ambito stretto del possedimento terriero.
La curtis è autosufficiente ed è quindi dotata di molino, tappeto, palmento e quasi sempre di una chiesa detta “billana”, sulla quale il vescovo non ha alcuna giurisdizione, e pertanto non è “fons bactesimalis” (Fonseca).
Premesso quanto sopra si Può affermare che ognuna delle torris sopraelencate site sul territorio che continuo a chiamare di Triggiano per
mera comodità, corrisponde esattamente ad una ‘Curtis’.
Molte di esse sono documentate.
Quella di Rudiperti nelle cui mura esisteva oltre la Torre, crollata pochi anni fa, il molendino, il trappeto, la chiesa ecc. (C.D.B. XVI n. 124) ancora visibili, è attestata addirittura nel 1024 (C.D.B. 1, n. 12) quando è già eretta in pieve.
Quella di Giavanella è nelle sue strutture murarie ancora in piedi nel XVI sec. ed il notalo Vito Nitti la descrive “cum turre, curte, gripte et aliis membris” (atto dell’8 giugno 1584).
Quella del Monte è attestata dal Catasto Onciario di Triggiano del 1752, dal quale si evince che in parte è crollata ed in parte trasformata in una masseria di ovini e bovini.
Quella di Vassallo, nelle sue principali strutture, è stata recentissimamente distrutta per la costruzione di una villa estiva; ne resta in parte e miracolosamente in piedi la chiesa sul cui pavimento molti ricorderanno con me interessanti mosaici medioevali.
Quella di Musarra, nella quale insisteva una chiesa dedicata a San Nicola è documentata nel 1039 dal Codice Diplomatico Canvense (C.D.C., Milano 1893, p. 115) che ricorda anche la ‘curtis’ o “chiuso” di S.Angelo sito tra le lame ed un “lacus”, corte quest’ultima ricordata anche dal notaio Vito Nitti nonché da vecchie piante catastali.
Sull’origine delle corti o castelli o torri come sopra intese e nel medioevo di pertinenza dei grandi signori ecclesiastici o laici, si è nel passato discusso a lungo.
Ma sulla questione è stato ormai raggiunto un punto fermo, che ci consente di rilevare un fatto: tutte quelle curtes o turres di cui si è parlato altro non sono se non l’espressione della sopravvivenza della organizzazione unitaria della grande proprietà romana, dei “fundi” cioè (da noi data la frequenza e la densità delle torri non mi sembra lecito parlare di “saltus”) e delle “ville” dell’età imperiale, con le modificazioni successive imposte da nuove esigenze e dalle consuetudini, nel nostro caso longobardo, dei popoli barbarici.
È stato ritenuto, e non senza fondamento, che ogni ‘turre’ sorse proprio in difesa di un preesistente ‘limes’ romano (Simeoni).
Se così è le vie extraurbane dalle quali ho preso le mosse sono di epoca romana, sono dei ‘limites’. Non è certamente per un caso se le nostre torri sorgono sulle predette vie necessariamente anteriori.
Né può essere diversamente se si considera che corti e torri sorsero sui preesistenti fundi e ville romane. È certo per esempio che Torre Fringieri è posta su un “1imes” come è stato accertato con dirette indagini di campo (R. Ruta).
Orbene, che cos’è Torre Fringieri? una costruzione eseguita nel XVIII sec. dal triggianese Vito Fringieri nella preesistente “curtis” (nella quale tra l’altro v’era una chiesa dedicata a S. Nicola) nella quale insisteva la Torre Longa; torre che aveva dato il nome alla “via qua itur Carbonarium”, ad un 1imes” cioè che tra gli altri fundi aveva collegato anche quello di Trebius.
È stato accertato altresì, in modo inequivocabile che anche turre de Rudiperti (il c.d. Reddito) sorse su un 1imes”; 1imes” che costituirà la “via qua itur baru”.
Nella zona del nostro territorio meno soggetta all’impetuosa trasformazione agraria dell’ultimo trentennio determinata dall’impianto dei c.d. tendoni, sulle lame cioè, sono tutt’ora ben visibili negli stessi siti sui quali sorgevano le torri, molti resti romani: tratti di “limites cippi di confine” muri di recinzione, ecc. In questo scorcio meraviglioso del territorio triggianese ogni pietra, ogni angolo, ogni tratturo hanno molto da raccontare, se interrogati.
Bisogna concludere che in epoca romana na “nostra” campagna è organizzata secondo una serie continua contigua ed ordinata di fundi e di ville romane. Ne risulta una distribuzione antropica nella campagna piuttosto intensa, molto diversa da quella rilevabile piú tardi allorché varie cause ed in particolare le incursioni saracene rendono insicure le campagne determinandone lo spopolamento.
Dal discorso fatto fin qui va esclusa la Torre di S. Giorgio sita sull’estremo lembo dell’omonimo porto naturale e sorta in diverso periodo e con diversa funzione.
La stessa, sulla quale ritornerò con un discorso ad hoc, fu fatta costruire
Dall’imperatore Augusto analogamente alla Torre Pelosa ed alla Torre Carnosa (ex lido Marzulli) a difesa della costa adriatica.
Il non aver rilevato il cennato tipo di organizzazione territoriale romana prima, curtense dopo, dell'”ager varinus” ha indotto non pochi storiografi locali e non soltanto locali in grossi equivoci.
Da un lato la desinenza gentilizia in ‘anus’ di alcuni toponimi li ha indotti a stabilire erroneamente l’esistenza di un ‘pagus’ o di un ‘vicus’ laddove invece c’era solo un fundus o una villa; (P. Daniele; V. Roppo Lasorsa; ecc.) dall’altro, per alcun paesi di Terra di Bari non aventi desinenza in “ano” sono stati posti problemi di toponomastica che si è
Tentato di risolvere su basi falsamente filologiche o fantastiche. Sotto questo profilo è tipico il caso di Capurso. Molti scrittori dal Pacifico al Torricella al Garruba al d’Addosio al Roppo al Colella si sono arrovellati sul toponimo Capurso.
Hanno detto che il paese ha preso il norne da Orso figlio di Aione, oppure da un Urso o Ursone, oppure dal ritrovamento in loco della testa di un Orso; uno degli scrittori citati fa discendere Capurso addirittura all’orsa polare.
Da ultimo il Pastore in un recentissimo lavoro per certi aspetti stimolante, rifacendosi all’Alessio fa derivare Capurso da “locus” “caprulus” (luogo di capre).
In verità è vano e destinato all’isuccesso qualsiasi tentativo di risolvere il problema toponomastico prescindendo dall’assetto territoriale romano. Se si tiene conto che in età classica il termine “casa” aveva l’univoco e preciso significato di “abitazione del colono”, Capurso non è altro che la casa che il colono Portius costruì sul proprio fundus. Capurso, a mio sommesso avviso, significa appunto casa di porzio. Una casa inserita in un fundus contiguo o vicino ad altri fundi nei quali altrettanti coloni romani costruiscono la loro casa (si badi bene: casa, non domus): la casa di Bactulus (Casabactula), la casa di Maximus (Casamassima) la casa (o villa) Trebius (Triggiano) ecc. in un sistema di “limitatio” deglì “agri divisi et adsignati” determinato da cardini e decumani, quintarii, subruncivi dei quali permangono le tracce; un sistema nel quale si inserisce anche il fundus di Manlius (Magliano) e Valentius Valenzano) ed altri.
Molti degli attuali paesi di Terra di Bari, nonostante varie campanilistiche pretese di preistoricità, sorgeranno tra la fine del X e durante l’XI sec., e si formeranno proprio sui fundi, sulle ville, sulle case romane trasformate o no in ‘curtes’ nell’alto medioevo, ed abbandonate se non distrutte nel periodo immediatamente precedente dalla “furia” saracena.
Le genti più antiche del territorio di Triggiano
Non sono note a tutt’oggi tracce di insediamento preistorico nel luogo stesso ove sorge l’abitato di Triggiano. Ma, per quanto improbabile, noti si può tuttavia escludere in assoluto che in futuro una scoperta archeologica possa provare il contrario.
La ragione generale di questa cautela risiede nel fatto, largamente accertato, che la Puglia è regione, ove è attestata una stratificazione nel popolamento umano dello spessore di qualche centinaio di migliaia di anni. Quindi in teoria è possibile che questo tipo di trovamenti possa manifestarsi nel posto più impensato.
La topografia paleostorica va contando una quantità non comune di stazioni, soprattutto in determinati momenti, come sono quelli in cui si va impiantando nel mezzogiorno della penisola la primitiva civiltà contadina. La scienza paletnologica, che indaga sulle vicende delle comunità a struttura socio-economica elementare nella preistoria e nella protostoria, è oggi in grado di collocare il fenomeno approssimativamente tra la prima metà del VI millennio a.C. e forse la parte finale del millennio precedente.
Anche nel triggianese è dato di registrare una testimonianza di tale tipo. Tuttavia, come ho detto, non dentro il circuito dell’abitato odierno, bensì nel suo comprensorio. Si tratta del villaggio neolitico (è il termine, con il quale la convenzione scientifica indica la civiltà dei primi agricoltori ed allevatori), che era sistemato sulla dorsale del cosiddetto Monte (o Monte del Telegrafo), affacciato sul mare alle spalle di San Giorgio, circa quattro chilometri a S. E. di Triggiano. La stazione era costituita da alcune capanne coperte da frascame intonacato con argilla.
Con una certa probabilità la scelta dovette essere determinata dalla situazione del posto all’intersezione di due direttrici di essenziale importanza per l’insediamento dei neolitici in Terra di Bari: 1) quella della lama, in cui il regime torrentizio lasciava scorrere le acque con una certa continuità e dalla quale i capannicoli traevano il vitale approvvigionamento idrico in presenza di un clima caratterizzato da una maggiore e meglio distribuita piovosità e, quindi, differente rispetto a quello dei giorni nostri; 2) quella costiera, che in quel tratto offre una possibilità di approdo e di riparo nella contigua cala.
Un preliminare esame del rinvenimento, portato a compimento dalla
scuola paletnologica dell’Università di Bari, ha consentito la identificazione di una comunità, inserita in un sistema di correlazioni con le genti dislocate lungo la fascia costiera. I loro strumenti trovano riscontro nel più ampio quadro del neolitico regionale. In più essi, nell’insieme, permettono di allargare i rapporti alla sponda opposta dell’Adriatico e di spingere fruttuosamente la ricerca delle concordanze fino all’Asia anteriore; precisamente in quell’area siro-libano-palestinese, che è ritenuta il più antico focolaio di civilizzazione nel Mediterraneo e che ha contribuito a più riprese, in tempi posteriori, alla formazione della civiltà europea.
Ed anzi vorrei sottolineare, di passaggio, che questo pressoché costante ruolo dell’Oriente asiatico rispetto al nostro continente va riconsiderato nella sua effettiva portata. Basti pensare che dallo stesso crogiuolo gli proviene la componente biblica ed evangelica, facilitata (anche questo è vero) dall’efficienza dei sistemi di comunicazione vigenti entro i confini dell’Impero Romano.
Infine, tornando al tema principale, ora si può aggiungere che gli ultimi studi conducono a retrodatare ulteriormente il villaggio capannicolo del Monte. Pertanto esso dovrebbe essere classificato nel novero delle più antiche stazioni di quella specie identificate in Italia.
Può sorgere spontaneo il quesito: è possibile che l’insediamento in questione rappresenti direttamente l’origine della cittadina?
La risposta per me non è affermativa.
Infatti gli studi di paleostoria tendono a non considerare correttamente posta una simile eventualità; ciò persino in casi, in cui è stato individuato uno strato relativo a questo momento nell’area di un determinato centro abitato attuale.
Una serie di motivazioni viene invocata a sostegno di tale orientamento.
Non è questa la sede per elencarle tutte. Mi limiterò, perciò, ad enunciare quella centrale, secondo la quale i profili protourbani, cioè le fondazioni dei paesi più antichi (taluno evolutosi successivamente con continuità), non risalgano ad epoca anteriore al XVI, massimo XVII, a.C.; quindi ad una età relativamente arcaica (anzi persino arretrati rispetto a quanto non si osasse suporre fino a non molto tempo fa) ma, per altro verso, evidentemente troppo recente per includere un’agglomerazione neolitica, come la nostra, che risale con approssimazione al VI millennio a.C.
In più si deve considerare che il dato del Monte non consente neanche quella sovrapposizione nella stessa località, che è stata registrata in altri centri appuli, ed, infine, che sussiste, allo stato delle conoscenze, un intervallo addirittura plurimillenario tra la traccia identificata e la recente ricostruzione proposta per la fondazione del paese e per le vicende che la dovettero precedere.
Ma, in definitiva, tale stato di fatto non deve angustiare più di tanto. Anzi tutto perché il dato scientifico – è ovvio – non è surrogabile eventualmente con una pseudo-ragione affettiva, tendente ad assumere lustro da ascendenze immaginarie; poi perché quel dato possiede, all’opposto, pur nella attuale limitata evidenza, un concreto e non irrilevante significato storico.
Quest’ultimo poi sta nel riscontro certo di quella che è la sconvolgente antichità della civiltà agricola sul posto stesso, ove oggi ancora l’elemento contadino costituisce una realtà socio-economica fondamentale. Al riguardo mi limito ad evidenziare che a conti fatti dall’impianto del primitivo sfruttamento agrario dell’ ambiente ad oggi sotto intercorsi non alcuni secoli, ma all’incirca ben otto millenni!
Mi pare, dunque, che possa essere proposta all’attenzione comune essenzialmente una prevalente linea di condotta.
Essa consiste nella semplice e forse, sia pure apparentemente, dimessa, ma, nel medesimo tempo, razionale ricezione di quello che, in ultima analisi, è il segmento locale di un processo storico di vasta portata e di ampia risonanza, svoltosi in un passato remoto, ma non per questo meno reale.
Un corretto approccio al problema presenta il vantaggio tangibile di rendere possibile la prosecuzione delle ricerche, le quali possono essere progettate.
Assetto territoriale dell’hinterland barese in età romana
Nel ricostruire la conformazione, il voIto della nostra terra per compiere un’opera di recupero del passato e quindi di conoscenza e di valorizzazione, scopriamo una continuità senza interruzione soprattutto per quanto riguarda la campagna, l’habitat ed il paesaggio. Dallo studio delle facies culturali che si sono susseguite a partire dal neolitico, con gli insediamenti in grotta sulle coste e nell’interno, si è passati alla ricerca ed alla scoperta, spesso casuale, di tombe di ceramiche e di tesoretti appartenenti al popoli italioti, che in periodo storico hanno abitato questa parte della Puglia, ma tranne per Ceglie, per Azetium, per la città di monte Sannace (Turi peucetica), dove sono stati condotti degli scavi sistematici, poco o nulla sappiamo per quanto riguarda gli aspetti topografici e storici del territorio.
Su Bari antica è stata realizzata nel 1966 una raccolta di fonti letterarie con notizie ed elenchi dei ritrovamenti. Lo stesso dicasi per Ceglie, su cui è uscito un pregevole studio a piú mani, a cura dell’Istituto di Archeologia dell’Università di Bari. Ora, se del periodo peuceta e magno greco abbiamo una certa conoscenza, soprattutto attraverso l’illustrazione delle ceramiche, poco ci è conservato del periodo romano, tra cui una quarantina di epigrafi – 30 di Bari, 10 o poco piú di Ceglie -, da cui si apprende che gli abitanti di queste due città, la prima certamente “municipium” erano iscritti alla tribù Claudia. Ma non intendo trattare delle fonti archeologiche ed epigrafiche né di quelle letterarie che testimoniano l’esistenza di Bari e di Ceglie nell’antichità e che si possono trovare nei libri sopra citati. Vorrei invece affrontare un discorso diverso, che abbraccia la vita economica e sociale delle nostre campagne, la distribuzione della popolazione, le strade, in una parola le strutture e le infrastrutture del territorio in un periodo che comprende un millennio circa, a partire dal III sec. a.C., con la conquista della Puglia da parte dei Romani, che la presidiarono con le colonie di Lucera, Venosa e Brindisi.
Che l’agricoltura sia stata l’attività economica più importante nel passato, nessuno lo può disconoscere, ma è possibile ritrovare i segni, le testimonianze dell’occupazione e della ripartizione della terra? È nelle campagne e sulle campagne che va orientata la ricerca, perché l’attività agricola, i tipi e i modi di produzione, i rapporti di proprietà permettevano la sussistenza delle popolazioni, comprese quelle dei centri urbani.
Ebbene se nel Nord gli studi sulla romanizzazione del territorio sono stati pienamente affrontati con numerosi lavori dal Fraccaro, dal Tiboleti e dai loro allievi – a Milano è nato un Centro studi e documentazione sull’Italia romana -, qui da noi, se si eccettua l’opera benemerita del Bradford per la Capitanata, questi studi sono quanto meno negletti.
Chiaramente non possiamo in questa occasione intraprendere una approfondita indagine sul piano diacronico e sincronico della romanizzazione, neppure limitatamente alla Puglia; tenteremo solo di delineare una microricerca relativa alle campagne della conca barese, la cui vocazione agricola si rileva tuttoggi dalla ricchezza e varietà delle culture che la caratterizzano.
Per riferirmi agli autori antichi vorrei fermarmi a due sole ma significative citazioni; Varrone nel De re rustica nomina 12 volte – è tutto dire – la Puglia, mentre il dotto geografo greco Strabone ne esalta la produttività: “benché apparisca pietrosa in superficie, si scopre al lavoro che la terra arabile è profonda, e benché manchi di acqua vi si vedono bei pascoli ed alberi”.
Ma sono i gromatici, gli scrittori di agrimensura che ci forniscono elementi probanti: si aggiungono i dati catastali dei “libri coloniarum”, cataloghi divisi geograficamente in due elenchi. Visti con sospetto dal Mommsen furono rivalutati dal Pais, che li ripubblicò nel 1923. Chiamati anche “libri regionum” ci danno notizie delle assegnazioni di terre fatte in età graccana, triumvirale ed augustea nelle regioni che piú tardi vennero a far parte dell’Italia suburbicaria.
La seconda di queste regioni, con estensione maggiore di quella attuale, era detta “Apulia et Calabria”. Nella I. redazione, della subregione nota col nome di “provincia Calabria” che corrisponde grosso modo alla Puglia centro-meridionale, è detto che i territori Tarantino, Leccese Austrano, Barese furono divisi ed assegnati con il sistema della centuriazione in 200 iugeri da Vespasiano con limiti graccani. Della stessa provincia si dice che ha come confini muri, macere, mucchi di pietre dette “scorofiones” e termini tiburtini come nel Piceno. Segue un elenco alfabetico degli agri delle “civitates” Alcuni di questi agri fanno parte senza alcun dubbio del territorio barese: il “Botontinus” ed il “Rubustinus”, cioè gli agri di Bitonto e di Ruvo, nonché l’ager Varinus, l’agro vero e proprio di Bari. Resta un notevole dubbio se l’ager Caelinus, che si trova al 2. posto dell’elenco, debba corrispondere a quello di Ceglie peuceta o di Ceglie messapica, come sembra piú probabile. I vari agri, in particolare l’ager Varinus che particolarmente ci interessa, sarebbero stati divisi ed assegnati con il sistema della “limitatio” o “centuriatio”, in appezzamenti quadrati di 710 m circa di lato, del tipo standard, cioè di quello piú comune corrispondente ad una superficie di 200 iugeri pari circa 50 ha di terra. È questa una misura originaria, in quanto la centuria corrisponde ai 100 poderi (heredia) di 2 lugeri ciascuno distribuiti da Romolo al primi abitanti di Roma.
A tale operazione procedevano schiere di agrimensori, che servendosi di uno strumento molto semplice, la groma, consistente in un bastone con in cima 4 bracci in croce, a cui erano appesi dei fili a piombo, potevano traguardare e tracciare sul terreno delle linee ortogonali, distanti 710 m. tra loro realizzando così una griglia che ricopriva il terreno come una straordinaria scacchiera.
L’orientamento delle linee che divenivano poi strade, era conforme a quello del “templum” celeste, per cui i cardini seguivano la direzione N. – S., mentre i decumani li tagliavano in direzione E.- O.; in seguito però si perse l’aspetto sacrale e si dette importanza al pendio del terreno, alla direzione dello scolo delle acque, insomma alla morfologia del suolo, per agevolare i processi di coltivazione.
Rifacendoci ai dati fornitici dal catasto di Vespasiano, che coMe ci informa un’iscrizione trovata presso Canne, procedette ad un’opera di rilevamento e di misurazione, anche per consentire allo Stato di riaffermare il diritto di proprietà sulle terre dell’ager publicus usurpate dai privati, abbiamo cercato di ricostruire l’orientamento del reticolo dell’ager Varinus, il cui tracciato, disegnato su di un lucido, viene a coincidere con l’allienamento delle vie, delle “parieti” e persino dei filari delle piante.
Questo reticolo, che piega di 1 e 1/2 verso NE, e che conserva in parte uno dei cardini nella strada Bari-Ceglie, ed un decumano, forse quello massimo, nella Bitritto-Loseto-Valenzano, ha ritrovato una serie di conferme in un’indagine sul terreno da noi condotta in questi anni. È stato così possibile rinvenire pezzi e frammenti della griglia romana, che le vicende storiche, le trasformazioni agrarie, i passaggi di proprietà, gli sbancamenti di terra per la costruzione di strade hanno in gran parte distrutto, ma non dissolto.
Attraverso una paziente ricerca si ricompongono infatti i “limites”, le cornici racchiudenti le centurie quadrate, consistenti in viottoli, in muri a secco, in allineamenti di grossi massi anneriti dal tempo, come pure le divisioni interne delle centurie.
Si può così procedere ad un primo livello di lettura, che ci restituisce come in un palinsesto le tracce piú appariscenti della divisione agraria antica. Ad un esame piú attento compaiono agli incroci o sulle direttrici delle linee di centuriazone nuclei o insediamenti a carattere agricolo, che vengono spesso a coincidere con toponimi prediali romani.
Alcuni, come Triggiano e Valenzano, che con la desinenza in -ano denotano i nomi dei padroni dei “fundi”, sono diventati i nomi degli attuali paesi; altri prediali si trovano in designazioni di luoghi o contrade sulle tavolette dello I.G.M. al 25.000; toponimi analoghi si scoprono attraverso una ricerca meticolosa nei documenti del C.D.B. o nel catasti onciari del ‘700 degli archivi, come Calvano, Corigliano, Luciano, Fisciano, Lampugnano, Guardiano, Rossano, Sogliano, Tersano ecc. per fermarci ai primi due toponimi: Triggiano e Valenzano, essi indicano anche nomi di contrade in agro di Bari, come “Valenzano” nel territorio di Terlizzi e “Triggianello” a SE di Conversano; si ritrovano poi in altre regioni italiane. Valenzano (= fundus Valentii; cfr. W. Schulze, Zur Geschichte lateinischer Eigennamenn, 376) corrisponde tra l’altro ad un nome di paese toscano: Valenzano, Poggio d’Acona, Subbiano.
Triggiano (= fundus Trebii; cfr. Schulze, 246; o meglio Tresii, cfr. Schulze, 97) ricompare nella stessa Toscana, per fermarmi a questa regione, con Trigiano, Monte Castello, Pontedera e con Tregiano, Pieve di Sovigliano.
Orbene nel diritto privato romano “fundus” era il nome che si dava ad ogni immobile consistente in terre e fabbricati; viene ad essere così sinonimo di “villa”, che in latino ha un significato piú largo di fattoria, e designa spesso una unità produttiva, una proprietà rurale con le terre e i fabbricati annessi.
Se poi confrontiamo il “fundus” e la “villa” di Trebius, che viene a trovarsi all’incrocio di due Iimites”, al punto da coincidere con il castrum medioevale di Triggiano (cfr. P. Battista, Triggiano al tramonto dei X secolo, Bari 1983), con la fattoria modello quale la concepisce Columella, vediamo che rispetta certe norme fissate dall’agronomo romano: la villa deve essere situata in pendio, deve trovarsi in una regione fertile con facile accesso, in prossimità della città; cccorre evitare le vicinanze delle paludi a causa delle malattie che arrecano, del mare non essendo sana l’aria delle coste, della strada, perché la villa così situata si vede continuamente chiedere l’asilo per la notte dal viaggiatori di passaggio, che poi si abbandonano a ruberie nei terreni.
A proposito di infrastrutture viarie, questa zona era servita a nord dalla via Traiana, che da Bari scendeva lungo la costa verso Egnazia e poi Brindisi; dalla via di cui parla Strabone, la cosiddetta “mulattiera”, che venendo da Bitonto e passando per Ceglie e Capurso raggiungeva pur essa Egnazia attraversando Conversano. Queste due strade trasversali erano tagliate da strade longitudinali, che congiungevano la Traiana con l’Appia, piú a sud: una di queste univa direttamente Bari con Taranto (cfr. Itin. Antonino I, 119).
Per completare poi il quadro del popolamento antico dell’hinterland barese, occorrerebbe ritrovare e localizzare altri insediamenti scomparsi, che si riscontrano sulle carte antiche. come Maliano altro prediale corrispondente ad un “fundus Malii” (cfr. Schulze, 424), Casabattula (casa abbattuta?) entrambi a sud di Capurso e Mezzana tra Canneto e Sannicandro.
STATUTO “Centro Studi e Ricerche S. Maria Veterana”
Art. 1) È costituita una libera associazione apolitica sotto la denominazione: “Centro Studi e Ricerche Santa Maria Veterana”.
Art. 2) La sede è in Triggiano presso la Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Veterana.
Art. 3) Lo scopo dell’Associazione è:
a) continuare ed approfondire l’opera della Comunità parrocchiale di Santa Maria Veterana, tesa a promuovere una coscienza etnica e civile, riportando alla luce il vasto patrimonio storico-artistico e culturale di Triggiano;
b) proporre ed aprire un ampio dibattito culturale nella comunità di Triggiano rivolto a saldare il futuro con le proprie radici storiche;
e) ripercorrere le grandi tappe della vita della comunità di Triggiano con pubblicazioni periodiche di quaderni per dare voce al patrimonio storico-artistico e culturale di Triggiano;
d) di non proporre finalità ed attività lucrative.
Art. 4) L’emblema dell’Associazione “Centro Studi e Ricerche Santa Maria Veterana – Triggiano” è lo stesso rosone rinascimentale collocato sull’attuale facciata della Chiesa Matrice.
Art. 5) I soci possono essere tutti coloro che si identificano con lo scopo dell’associazione ed in particolare la componente giovanile delle Parrocchie, gli animatori qualificati distintisi nella ricerca storica locale, simpatizzanti. L’ammissione è fatta con domanda scritta e sottoposta a giudizio insindacabile del presidente. Tutti possono dare il contributo della loro esperienza culturale.
Art. 6) Il centro trova la fonte delle proprie necessità da contribuzioni volontarie di soci e non soci, da lasciti, da donazioni, da contributi di enti privati e pubblici e da singole offerte.
Art. 7) L’associazione è amministrata da un Consiglio di Amministrazione composto da cinque membri. Il Presidente è di diritto l’Arciprete pro/tempore o un suo delegato nella persona del Vicario Cooperatore. Il Presidente nomina il Segretario Amministrativo. I rimanenti tre membri sono eletti dall’assemblea.
Art. 8) Il Consiglio di Amministrazione ogni dicembre di ciascun anno compilerà un rendiconto ed una relazione morale sull’attività svolta nell’anno, che sarà sottoposta all’approvazione dell’assemblea generale dei soci entro due mesi (28 febbraio) dalla chiusura.
Art. 9) La vita dell’associazione del Centro Studi e Ricerche San Maria Veterana – Triggiano, sarà guidata da un regolamento interno proposto da1 Consiglio ( Amministrazione ed approvato dal Assemblea dei Soci.
F.to: Candeloro Angelillo; Francesco Di Maggio; Pietro Carbonara; Pasquale Battista; Ugo Guerra; Gerardo Avallone; Giovanni Colletti – Notaio segue impronta del sigillo.
Triggiano, paese canguro
Perché mai canguro? Perché a balzi rapidi e costanti ha conseguito una stabilità economica che non si ferma.
Così si dice di quel comuni (Putignano Triggiano – Castellana Grotte Molfetta) che pur con economie diverse, hanno conseguito uno sviluppo tale da assicurare il proprio divenire.
Agli aspetti di carattere storico, religioso, artistico, culturale che esplodono tutti Insieme nella solenne celebrazione del Millennio di Triggiano (983-1983) noti può essere disgiunto un excursus di vita economica.
Dall’insediamento del periodo ipogeico, alla istituzione della Pieve di S. Martino e al tempi nostri, Triggiano è in una continua acquisizione di posizioni economiche seguendo e piú volte anticipando, le fasi della Storia economica italiana.
Da una economia meramente agricola, che accompagna l’uomo sin dal primi aggregati, la comunità triggianese sbocca per prima in attività di supporto a quella agricola con la creazione di una serie di frantoi oleari, prima a trazione animale e subito dopo a trazione elettromeccanica discontinua e continua. Si è così in una incipiente fase di piccola e media industria, che in breve sviluppa una vasta rete di imprese commerciali, rivolte essenzialmente allo scambio di prodotti ortofrutticoli.
Con il commercio interno dell’olio di oliva si creano anche grandi ditte di esportazioni di mandorle, che per l’operosità e l’intraprendenza dei cittadini Triggianesi (Lagioia – Campobasso – Rubino) il nome di Triggiano – con prestigio e dignità – varca gli oceani e invade tutte le parti è mondo.
Ma la mappa delle attività economiche plurisettoriali, si espande sempre piú dalla variopinta e diffusa attività artigiana – trasformatisi, nel tempo, in piccola e grande industria – balzi rapidi e costanti vengono fatti per entrare decisamente in una fitta rete di organizzazioni di distribuzioni, che rende il tessuto della produzione sempre piú allettane all’unisono con la piú moderna metodologia di organizzazione aziendale.
In un paese di ventimila abitanti pullulano i grandi magazzini, i supermercati, i cash and car, il largo giro di prodotti dolciari, gli stabilimenti di torrefazione di caffè, di imballaggi, di mobili, ecc.
Sorgono le prime ciminiere con “TOSA S.p.A.”, con la “SAFOT S.p.A.” per la estrazione dell’olio dalla sansa di olive.
Ma il canguro balza imperioso e conquista la grande industria.
Ed è nel 1959/60 – oltre 22 anni fa che la Superga S.p.A. del gruppo Pirelli – prediligendo Triggiano – per le molteplici qualità d’intraprendenza e per i valori intrinseci di onestà e di operosità del suo popolo – insedia una grande industria manifatturiera, che assorbe tuttora ben 800 unità lavorative femminile di nuovo impiego e cioè senza distogliere altri settori produttivi, ma accrescendo in modo sensibile la redditività media, in particolare delle categorie meno abbienti.
Con la realizzazione di questo autentico miracolo socio-economico il Comune di Triggiano esplode e suscita interessa nazionale ed europeo, stante alle prime applicazioni del lavoro della donna nella grande industria (frequenti documenti televisivi italiani ed esteri sono stati acquisiti all’epoca), accanto alla quale sorge un moderno asilo nido per l’assistenza delle lavoratrici madri, successivamente donato dalla Superga Pirelli all’Amministrazione Comunale che adempie allo stesso scopo.
L’exploit della “Superga” a Triggiano ha incrementato e continua ad incrementare lo sviluppo socioeconomico; che ha migliorato il tenore di vita e con esso il potere di acquisto sicché la domanda è sempre in continuo aumento.
Tale richiesta ha suscitato l’interesse di numerosi operatori economici, che riscattando la clientela dalla città capoluogo, hanno creato una vasta serie di negozi: di abbigliamento, di mobili, di elettrodomestici, di articoli sanitari, di gioiellerie, di boutique, ecc.
Si è così formato un fiume che porta perennemente l’acqua alle necessità economiche di questa operosa cittadina.
Per quanto completa possa essere la mappa produttrice rimane da risolvere ancora il problema dei giovani.
Di tutte le categorie ed in particolare della gioventù studiosa che si dimena alla ricerca di una occupazione e da anni stenta a trovarla.
È doveroso girare il problema ai nuovi Amministratori, perché creino posti di lavoro.
In questa solenne celebrazione del Millennio di Triggiano si auspica che il canguro continui a dare ancora balzi poderosi per il divenire dei suoi cittadini.
Pierino Carbonara
Triggiano demografica nell’ultimo decennio
Lo schema surriportato evidenzia di per sé l’andamento della popolazione triggianese in 10 anni.
In questa sede non si intende stabilire principi di spiegazione e di previsione, né tantomeno di portata teorica, perché ciò comporterebbe un’analisi spinta ad un maggior grado di dettaglio, in variabili storiche ed in motivazioni sociologiche.
Per questo conviene guardare il fenomeno come un “item”, ossia come una grande unità di studio, così da esonerarci dall’impegno di un’analisi intensiva dei contenuti e delle relazioni significative.
Pertanto ci limiteremo ad un approccio conoscitivo di tipo constatativo.
Il fatto emergente dalla lettura dello schema è l’incremento continuo della popolazione, sia per fattori naturali che per quelli immigratori.
Le nascite, pur conformandosi al trend calante generale, sono comunque superiori ai decessi di ben 231 unità.
Il movimento migratorio, da e per l’estero, non può considerarsi incisivo poiché rientra nel fenomeno di “pendolarismo” dei nostri emigrati, quasi immutato nel tempo, anche se si è accentuato il rientro in patria.
2.2. significativa è, invece, l’immigrazione interna (quella da altri Comuni italiani): una prevalenza sull’emigrazione (sempre interna) di 816 unità nel decennio che, aggiunte alla differenza (+ 2.305) dei nati sui morti, costituisce il reale incremento (+ 3.121) della popolazione di Triggiano nel tempo considerato.
Una motivazione affrettata di ciò può consistere nella constatazione che Triggiano è ormai un agglomerato dell’area metropolitana barese, di valenza naturalmente centripeta, con gli endogeni benefici e menomazione che ciò implica.
Infatti, in tal modo, la problematica esula dai caratteri territoriali perché risente necessariamente di una realtà socio-economica-culturale ben piú diversificata, dinamica e complessa.
Tutto questo deve impegnare i nostri responsabili della cosa pubblica a produrre sforzi maggiori nella ricerca di una piú attenta percezione delle istanze della popolazione amministrata, dal momento che il Comune non si può piú vedere come un ente erogatore di servizi ma come interprete delle esigenze globali della società da rapportare all’ambito di responsabilità.
Necessita, in altri termini, un tipo di analisi che si situi nella dialettica di tutte le parti sociali, dandosi, nei comportamenti individuali ed in quelli delle risorse e delle strutture disponibili, nuovi modelli interpretativi che consentano di adeguarsi ad una realtà sociale in continua evoluzione.
Anche in questa prospettiva, tanti auguri a tutti.
Dal Gruppo Giovanile Parrocchiale
Abbiamo già avuto modo di presentare nella pubblicazione precedente l’esperienza che noi, gruppo giovanile parrocchiale, abbiamo vissuto quest’estate. È stata un’esperienza intensa, che rimane un punto di riferimento importante. Un momento, abbiamo scritto, che non poteva esaurirsi in sé che aveva bisogno di un risvolto, di un impegno concreto nella realtà della nostra Parrocchia. Era stata questa la conclusione del nostro campo.
Questo proposito si sta pian piano trasformando in attività, pur con un certo ritardo dovuto alle vicende riguardanti la Parrocchia che tutti ben conosciamo. Ma finalmente abbiamo iniziato.
Sabato 10 si sono svolti i primi incontri con i ragazzi di scuola media. Sono stati creati una decina di gruppi, tenendo conto della composizione delle singole classi. Ciò con l’intento di rendere quest’esperienza non un momento completamente autonomo da quello scolastico, ma un incontro capace di rendere ancora piú intenso il rapporto che si instaura, nell’ambiente scolastico.
Ogni gruppo è guidato da due animatori, sì da creare nei rapporti tra il ragazzo ed ognuno di noi, una varietà maggiore, una dinamicità che potrebbe perdersi nel momento in cui guidare un gruppo vi fosse un solo animatore.
Gli incontri-riunioni del sabato vogliono permettere ai ragazzi di vivere un’esperienza veramente fraterna, basata cioè su quei valori di amicizia, di dialogo, di rispetto, di solidarietà che spesso oggi non vivono piú, impegnati come sono a seguire i programmi televisivi.
Ci proponiamo di dibattere temi che siano attinenti alla loro età, o problemi proposti dal ragazzi stessi, di insegnare loro a confrontarsi, ascoltando il parere altrui e riferendo il proprio, ed anche, naturalmente, di far loro pienamente vivere il momento del gioco.
In particolare per le vacanze natalizie ci proponiamo di organizzare una manifestazione teatrale.
Dopo il periodo natalizio pensiamo di dedicare, qualche altro giorno durante la settimana per raggiungere una continuità educativa.
Vorremmo concludere con un invito rivolto ai genitori.
La nostra esperienza non pretende di essere esaustiva ed autonoma. Non avrebbe senso se non fosse collegata alla vita del ragazzo: è dalla vita che essa trae origine ed è nella vita che intende verificarsi. Nella vita del ragazzo preadoloescente come dell’uomo di ogni età un ruolo importante è giocato dalla famiglia.
Una presenza dei genitori, con domande ai figli e con l’adesione ad inviti loro rivolti, sarebbe uno stimolo per i ragazzi, ma anche per noi.
… e AGESCI
L’AGESCI, (Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani) è una associazione di ragazzi, in età compresa tra gli 8/20, ed adulti, comprendente in tutta Italia oltre centomila iscritti, che vivono la vita secondo uno stile particolare delineato dal fondatore dello scautismo, lord Baden Powel nel lontano 1907 in Inghilterra.
Lo scautismo è un movimento giovanile, un metodo educativo, una concezione pedagogica, ma è anche e soprattutto per ognuno dei suoi associati una “STORIA”, iniziata insieme ad altri ragazzi, seguendo un capoeducatore “fratellomaggiore” che ci ha trascinati nell’avventura della vita.
Questa vita avventurosa è segnata da due tracce profonde e cioè: la consapevolezza di vivere da uomini liberi e padroni di se stessi e di “essere CHIESA”.
Per quanto riguarda la concezione pedagogica, volendo fare un parallelismo fra scatusimo ed esigenze educative contemporanee, brevemente si possono considerare alcuni e fondamentali obiettivi del metodo:
– l’educazione intellettuale, cioè abituare il ragazzo ad affrontare non solo teoricamente ma soprattutto praticamente la risoluzione dei problemi;
– l’educazione etico-sociale, cioè sviluppare il senso di collaborazione e di disponibilità;
– l’educazione affettiva, per favorire nel ragazzo uno sviluppo armonico dell’affettività senza provocare tensioni e timori;
– l’educazione alla fede, cioè sviluppare attività, da proporre ai ragazzi, che includono: la preghiera, l’esercizio della carità, la vita di fede, la testimonianza, annunciando Gesù Cristo “dentro” la vita quotidiana.
Questi, in breve, gli intenti dell’Associazione che a Triggiano è statafondata piú di venti anni fa da un personaggio sensibile e attento, alle nuove tematiche educative, quale fu il prof. Antenore. Da allora sino ad oggi piú di un migliaio di ragazzi triggianesi hanno vissuto questa meravigliosa avventura. Molti ex associati oggi sono in età superiore ai trent’anni ed hanno un lavoro (dall’operaio al libero professionista, dal professore all’agricoltore, al commerciante ecc.), ed una famiglia propria. Gli anni hanno consolidato la coscienza di essere un’associazione della quale si apprezza il servizio educativo (volontario ma competente), il giusto valore dell’impegno e della serietà e, quello che conta di piú, di essere parte attiva della CHIESA viva e presente nella storia.
Notturno triggianese
Un lontano scalpitar di cavalli
sulla via che va a Bari
il lamento d’un cane che ha fame,
un’ombra, un rumore,
che smuove gli ulivi d’argento
sul far della sera … ;
e la piccola folla s’aduna
nella grotta di Santo Martino.
Son loro … son loro … i nemici di Cristo …;
che fate’? spegnetele quelle lucerne …
Libera nos a Saracenorum, Domine,
Santo Martino proteggici tu.
Le madri stringono forte i bambini
gli uomini immoti,
tendon l’orecchio paurosi.
È la fine … è la fine …!
Santo Martirio aiutaci tu.
… Poi passa il tempo
dorme anche il vento.
S’acqueta la piccola folla,
le fioche lucerne rischiarano
di nuovo la grotta del Santo.
Si smorzan le preci litaniche:
è l’inizio d’un altro domani
Santo Martino ha voluto così.
La morale della favola, ovvero il senso della storia: vivere e sempre un rivivere
C’è, qui a Triggiano,
una piazzetta fuori mano,
dove i camion non passano
neppure i Taxi.
Ai lati sorgono
certe anziane case
una ha perfino
il festone rampicante …
Al centro della piazzetta
una graziosa fontana
sgocciolante.
Pende a fianco di ogni porta
il tirante del campanello
il cui suono s’ode frequente
per quella stradina così carina.
Là in fondo c’è stampato
in piccolo – Piazza San Martino –
sotto la scritta un vecchio arrotino.
Frida Nacci III A
Scuola Media “De Amicis”
Un’immensa gioia:
IV el. Scuola Elem. “Giovanni XXIII”
… la nostra Chiesa Matrice
dopo una corsa contro il tempo per consolidare fondamenta, pilastri e ambienti sotterranei, abbiamo tirato un sospiro di sollievo.
È stato realizzato il camminamento archeologico lungo il quale è possibile osservare ed ammirare le strutture della Chiesa basilicale dell’undicesimo secolo e tutti i sepolcreti.
Una passeggiata molto interessante.
Ora c’è una pausa tecnica per difficoltà insorte nella progettazione del solaio. Difficoltà, già in via di soluzione. È stato anche individuato il probabile pavimento di marmo.
C’è da non scoraggiasi, ma da raddoppiare gli sforzi di generosità.
Il portare a termine questa grandiosa opera si rivela, oggi piú che mai, un fecondo investimento umano, economico e culturale di tutta la Comunità cittadina. Un investimento che ci esalta.
Vi ricordo l'”Albo d’Oro”, come modo concreto per collaborare e dimostrare la vostra generosità.
Nei giorni 25-26 dicembre e 1-2 gennaio dalle ore 9 alle 12 e dalle 16.30 alle 18.00 sarà possibile, a piccoli gruppi guidati, osservare i lavori già realizzati.
Numero unico in attesa di registrazione
Designer Enzo Di Gioia
Srampa: Levante – Bari
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References: Art. 1

Art. 2

Art. 3

Art. 4

Art. 5

Art. 6

Art. 7

Art. 8

Art. 9