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Timestamp: 2020-01-28 11:09:51+00:00

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17 Gennaio 2019, Cassazione civile
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il giudice non può essere chiamato a rispondere per l’esercizio dell’attività interpretativa della legge e valutativa del fatto e delle prove: solo per sentenze pronunciate dopo la riforma del 2015 ha escluso o dalle ipotesi di irresponsabilità del magistrato i casi di dolo e colpa grave.
Chi ha subito il danno ingiusto per effetto del comportamento di un magistrato non può agire direttamente nei confronti di quest'ultimo, ma deve rivolgersi contro lo Stato, nella persona del Presidente del Consiglio dei Ministri, entro 3 anni a partire dal momento in cui è possibile esperirla, ovvero dopo tre anni dalla data in cui il fatto è avvenuto (nel caso in cui il grado del procedimento in cui si è verificato il fatto non sia ancora concluso), o entro tre anni dalla scadenza del termine entro il quale il magistrato avrebbe dovuto provvedere sull'istanza.
In materia di danni cagionati nell’esercizio di funzioni giudiziarie, l’azione di responsabilità fondata su una decisione di ultima istanza asseritamente contrastante con il diritto dell’Unione Europea, ove esperita anteriormente all’entrata in vigore della L. n. 18 del 2015, è soggetta al rito speciale previsto dalla L. n. 117 del 1988 nel testo originario, il quale è l’unico applicabile a tutte le azioni risarcitorie per i danni suddetti, senza che residuino ipotesi di applicabilità del rito ordinario ex art. 2043 c.c.; peraltro, la scelta del legislatore nazionale di assoggettare l’azione ad un rito processuale speciale non è incompatibile con il diritto dell’Unione, ed in particolare con i principi di equivalenza ed effettività della tutela, atteso che né l’uno né l’altro sono compromessi dalle norme processuali vigenti prima della modifica normativa introdotta dalla citata legge del 2015.
In tema di responsabilità civile dei magistrati, la novella del 2015 non ha efficacia retroattiva, onde l’ammissibilità della domanda di risarcimento danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie deve essere delibata alla stregua delle disposizioni processuali vigenti al momento della sua proposizione: il giudizio di ammissibilità previsto dalla precedente disciplina continua ad applicarsi alle domande avanzate con ricorso depositato prima del 19 marzo 2015, data di entrata in vigore della L. n. 18 del 2015.
Il principio di affidamento nell’ambito del diritto processuale non possa ritenersi tale da giustificare la sottrazione del giudice alla doverosa e corretta applicazione delle norme di diritto (nella specie, delle norme del diritto processuale) allo stesso imposte dalla legge.
Se non c'è collegamento tra la lesione del diritto azionato e la violazione delle norme di diritto comunitario (che non interviene a regolare il diritto processuale civile degli Stati membri) è preclusa la verifica pregiudiziale di compatibilità di una normativa nazionale con i principi della Carta di Nizza, laddove la materia disciplinata dalla normativa nazionale non rientri (come quella del diritto processuale civile) nell’ambito del diritto dell’Unione.
Il principio di pubblicità dell’udienza - consacrato, oltre che nell’art. 6 della CEDU, anche in altri trattati internazionali (quali l’art. 14 del Patto internazionale di New York, relativo ai diritti civili e politici, del 16 dicembre 1966, reso esecutivo con la L. n. 881 del 1977, e l’art. 6 del Trattato UE, che ha recepito l’art. 47 della Carta di Nizza) - pur avendo valore costituzionale, non è assoluto, essendo suscettibile di deroga, tra l’altro, quando il giudice possa adeguatamente risolvere le questioni di fatto o di diritto sottoposte al suo esame in base agli atti del fascicolo ed alle osservazioni delle parti.
Non è necessaria la rimessione degli atti alla Corte Costituzionale al fine di valutare la legittimità costituzionale dell’art. 375 c.p.c., in relazione agli artt. 24 e 117 Cost. e all’art. 6 Cedu, nella parte in cui non impone la necessità della trattazione del ricorso per cassazione in pubblica udienza nei casi in cui le parti non ne abbiano goduto nei precedenti gradi del giudizio, nonché in relazione all’art. 111 Cost. nella parte in cui accorda alla Corte di cassazione la facoltà di decidere il rito applicabile ai ricorsi alla stessa proposti.
sez. III Civile, sentenza 23 ottobre 2018 – 17 gennaio 2019, n. 1067
1. Con provvedimento del novembre del 2004, la Corte d’appello di Venezia ha revocato il fallimento della (…) s.p.a., della (omissis) s.p.a., della (omissis) s.c.p.a. e della (omissis) s.p.a., dichiarato d’ufficio dal Tribunale di Padova nel giugno del 1996.
6. Esauriti tutti mezzi interni di ricorso, le ridette società hanno agito dinanzi al Tribunale di Roma, nell’ottobre del 2008, al fine di far valere la responsabilità dello Stato italiano per avere, attraverso il giudice di ultima istanza, violato i principi di diritto posti dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nelle sentenze "Kobler" e "Traghetti del Mediterraneo", secondo cui lo Stato è chiamato a rispondere dei danni arrecati ai singoli a seguito dell’errata interpretazione delle norme, tanto di diritto comunitario, quanto di diritto interno, segnatamente nei casi (come quello occorso in relazione alla vicenda del fallimento delle società attrici) di violazione manifesta nell’interpretazione di norme interne in contrasto con l’interpretazione datane dalle corti nomofilattiche.
11. Avverso il provvedimento della corte territoriale, i fallimenti delle s.r.l. in liquidazione (…), (omissis) e (omissis), nonché la s.c.a r.l. (omissis) in liquidazione, hanno proposto ricorso per cassazione in questa sede, sulla base di tre motivi d’impugnazione.
1. Preliminarmente, osserva il Collegio di dover affermare il principio in forza del quale, pur quando il giudizio di merito - nell’insieme delle sue articolazioni di primo e di secondo grado - si sia integralmente svolto nelle forme del procedimento in camera di consiglio, la discussione del successivo ricorso per cassazione non deve necessariamente svolgersi nelle forme dell’udienza pubblica.
2. Al riguardo, varrà riaffermare in questa sede l’insegnamento consolidatosi nella giurisprudenza di questa Corte, ai sensi del quale il principio di pubblicità dell’udienza - consacrato, oltre che nell’art. 6 della CEDU, anche in altri trattati internazionali (quali l’art. 14 del Patto internazionale di New York, relativo ai diritti civili e politici, del 16 dicembre 1966, reso esecutivo con la L. n. 881 del 1977, e l’art. 6 del Trattato UE, che ha recepito l’art. 47 della Carta di Nizza) - pur avendo valore costituzionale, non è assoluto, essendo suscettibile di deroga, tra l’altro, quando il giudice possa adeguatamente risolvere le questioni di fatto o di diritto sottoposte al suo esame in base agli atti del fascicolo ed alle osservazioni delle parti (cfr., ex plurimis, Sez. 1, Sentenza n. 20282 del 09/10/2015, Rv. 637341 - 01).
5. Con il secondo motivo, le ricorrenti censurano la decisione impugnata per violazione della L. n. 117 del 1988, artt. 2 e 5, nonché per la violazione delle norme comunitarie poste dalle sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea "Kobler" e "Traghetti del Mediterraneo", ovvero per mancata applicazione del diritto interno in conformità al diritto comunitario (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), nonché per omesso o contraddittoria motivazione (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5), per avere la corte territoriale erroneamente confermato che l’attività interpretativa della legge interna esenti il giudice dalla responsabilità per i danni provocati dal relativo cattivo esercizio, a differenza dell’attività interpretativa avente a oggetto il diritto comunitario.
9. Tutti e tre i motivi di ricorso - congiuntamente esaminabili in ragione dell’intima connessione delle questioni dedotte - sono infondati.
10. In linea preliminare, varrà rilevare l’improprietà del richiamo operato dalle ricorrenti all’operatività della norma di cui all’art. 2043 c.c., dovendo nella specie trovare applicazione il principio già sancito da questa Corte di legittimità, ai sensi del quale, in materia di danni cagionati nell’esercizio di funzioni giudiziarie, l’azione di responsabilità fondata su una decisione di ultima istanza asseritamente contrastante con il diritto dell’Unione Europea, ove esperita anteriormente all’entrata in vigore della L. n. 18 del 2015, è soggetta al rito speciale previsto dalla L. n. 117 del 1988 nel testo originario, il quale è l’unico applicabile a tutte le azioni risarcitorie per i danni suddetti, senza che residuino ipotesi di applicabilità del rito ordinario ex art. 2043 c.c.; peraltro, la scelta del legislatore nazionale di assoggettare l’azione ad un rito processuale speciale non è incompatibile con il diritto dell’Unione, ed in particolare con i principi di equivalenza ed effettività della tutela, atteso che né l’uno né l’altro sono compromessi dalle norme processuali vigenti prima della modifica normativa introdotta dalla citata legge del 2015 (cfr. Sez. 3 -, Sentenza n. 258 del 10/01/2017 (Rv. 642354 - 01).
11. In particolare, con riguardo alla contestata applicazione, nel caso di specie, del c.d. filtro di ammissibilità previsto dalla L. n. 117 del 1988, art. 5, la corte territoriale risulta essersi correttamente allineata al principio statuito da questa Corte di legittimità (che il Collegio condivide nella sua interezza e fa proprio, ritenendo di doverne assicurare continuità), ai sensi del quale, in tema di responsabilità civile dei magistrati, la sopravvenuta abrogazione della disposizione di cui alla L. n. 117 del 1988, art. 5, per effetto della L. n. 18 del 2015, art. 3, comma 2, non ha efficacia retroattiva, onde l’ammissibilità della domanda di risarcimento danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie deve essere delibata alla stregua delle disposizioni processuali vigenti al momento della sua proposizione (Sez. 3, Sentenza n. 932 del 17/01/2017, Rv. 642702 - 01; Sez. 3, Sentenza n. 25216 del 15/12/2015, Rv. 638090 - 01).
14. Quanto alla dedotta contrarietà, ai principi del diritto dell’Unione Europea, di una disciplina nazionale che escluda la responsabilità civile dello Stato per i danni provocati dall’attività interpretativa delle norme interne da parte del giudice, varrà richiamare, con specifico riguardo al caso oggetto dell’odierno giudizio, il principio fatto proprio dalla giurisprudenza di questa Corte (anch’esso integralmente condiviso e fatto proprio dal Collegio), secondo cui, in tema di responsabilità civile dei magistrati, nel vigore della disciplina anteriore alla L. n. 18 del 2015 (come imposto ratione temporis nel caso di specie), è infondato il ricorso per cassazione avverso il decreto di inammissibilità dell’azione risarcitoria allorché l’impugnazione risulti basata esclusivamente sull’incompatibilità comunitaria e sulla conseguente richiesta di disapplicazione delle clausole di salvaguardia, di cui alla L. n. 117 del 1988, art. 2, commi 2 e 3, per asserito contrasto delle stesse con i principi generali affermati nelle pronunce della Corte di Giustizia in tema di responsabilità degli Stati membri per l’attività di propri organi giurisdizionali (cfr. Sez. 3 -, Sentenza n. 21246 del 20/10/2016, Rv. 642949 - 01).
Giudice si dimentica di scarcerare (Cass. 1544/19)
Il magistrato che si dimentica di scarcerare un detenuto commette grave violazione di legge derivante da palese "negligenza inescusabile".

References: art. 2043
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 Sentenza 
 art. 2043
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 art. 5
 art. 5
 art. 3
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 art. 2
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