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Timestamp: 2020-05-25 22:05:28+00:00

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Il RSPP, che pure è privo dei poteri decisionali e di spesa, può essere ritenuto (cor)responsabile del verificarsi di un infortunio, ogni qualvolta questo sia oggettivamente riconducibile ad una situazione pericolosa che egli avrebbe avuto l'obbligo di conoscere e segnalare (Infortuni sul lavoro) - 101Professionisti.it
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Anche il RSPP, che pure è privo dei poteri decisionali e di spesa (e quindi non può direttamente intervenire per rimuovere le situazioni di rischio), può essere ritenuto (cor)responsabile del verificarsi di un infortunio, ogni qualvolta questo sia oggettivamente riconducibile ad una situazione pericolosa che egli avrebbe avuto l'obbligo di conoscere e segnalare, dovendosi presumere che alla segnalazione avrebbe fatto seguito l'adozione, da parte del datore di lavoro, delle necessarie iniziative idonee a neutralizzare detta situazione. Il RSPP, quindi, non può essere chiamato a rispondere per il solo fatto di non avere svolto adeguatamente le proprie funzioni di verifica delle condizioni di sicurezza, proprio perché, difetta una espressa sanzione nel sistema normativo. Il fatto, che la normativa di settore escluda la sanzionabilità penale o amministrativa di eventuali comportamenti inosservanti dei componenti del servizio di prevenzione e protezione, non significa che questi componenti possano e debbano ritenersi in ogni caso totalmente esonerati da qualsiasi responsabilità penale e civile derivante da attività svolte nell'ambito dell'incarico ricevuto. Infatti, occorre distinguere nettamente il piano delle responsabilità prevenzionali, derivanti dalla violazione di norme di puro pericolo, da quello delle responsabilità per reati colposi di evento, quando, cioè, si siano verificati infortuni sul lavoro o tecnopatie. Ne consegue che il responsabile del servizio di prevenzione e protezione qualora, agendo con imperizia, negligenza, imprudenza o inosservanza di leggi e discipline, abbia dato un suggerimento sbagliato o abbia trascurato di segnalare una situazione di rischio, inducendo, così, il datore di lavoro ad omettere l'adozione di una doverosa misura prevenzionale, risponderà insieme a questi dell'evento dannoso derivatone, essendo a lui ascrivibile un titolo di colpa professionale che può assumere anche un carattere addirittura esclusivo. (Amb.Dir.)
1) DI. MA. AL. , N. IL (OMESSO);
Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Napoli confermava quella di primo grado che aveva ritenuto la responsabilita' di DI. MA. Al. per il reato di omicidio colposo aggravato dalla violazione della normativa antinfortunistica in danno del lavoratore Na. Sa. (fatto del (OMESSO)).
Le circostanze di tempo e di luogo dell'infortunio sono rimaste incontestate: il Na. , dipendente della AV. In. St. Me. e. Na. s.p.a, alla guida di un trattore agricolo, utilizzato ordinariamente per la movimentazione dei vagoni ferroviari all'interno dello stabilimento sopra indicato, mentre compiva la manovra in retromarcia all'ingresso del capannone n. 14 - manovra necessaria per accedere al capannone n. 10, ove doveva essere posizionata una carrozza ferroviaria - cadeva lateralmente in una fossa di ispezione posta lungo tutto il capannone, lasciata aperta, e cosi' sbalzato al di fuori della cabina, cadeva in tale fossa, ove rimaneva schiacciato dalle ruote del trattore.
Il Di. Ma. , era stato chiamato a risponderne, quale responsabile del servizio prevenzione e protezione della societa' AV. , essendosi ravvisati a suo carico profili di colpa generica e specifica, non avendo lo stesso valutato adeguatamente i rischi connessi alle mansioni che gli operai dovevano svolgere durante le operazioni di movimentazione della carrozze, rischi derivanti in particolare dalla presenza delle fosse di lavorazione non protette al fine di evitare la caduta accidentale di uomini e i mezzi.
Con il primo motivo lamenta la manifesta illogicita' della motivazione che aveva addebitato all'imputato la responsabilita' per la mancata predisposizione di adeguate misure di protezione alla fossa di lavorazione presente nel capannone n. 14, sulla scorta delle affermazioni di un teste, smentita dal ricorrente, secondo il quale per accedere al capannone n. 10 si doveva obbligatoriamente entrare in quello n. 14 nonche' sulla affermata inidoneita' dei sistemi di protezione (paletti di recinzione e catenelle di sicurezza da apporre alle fosse in assenza di attivita' lavorativa).
Tale ultima valutazione trascurerebbe la circostanza che il documento di valutazione dei rischi prendeva in considerazione esclusivamente i luoghi nei quali si poteva svolgere attivita' lavorativa e che il Di. Ma. aveva segnalato al datore di lavoro la necessita' di tenere rigorosamente chiuso il capannone n. 14, in cui non si svolgeva alcuna attivita' lavorativa e non competeva certamente al responsabile del servizio di prevenzione e protezione l'obbligo di sovrintendere le attivita' lavorative, controllandone lo svolgimento.
Cio' soprattutto tenuto conto che dalla documentazione in atti emergeva che i capannoni, compreso quello n. 14 rimanevano chiusi proprio in ossequio alle indicazioni impartite dal Di. Ma. .
Con il secondo motivo, strettamente connesso, si duole della manifesta illogicita' della motivazione laddove la Corte di merito aveva trascurato i limiti del potere si intervento spettante al responsabile del servizio di prevenzione e protezione, a cui compete segnalare tempestivamente al datore di lavoro la situazione di pericolo, cosi' come era stato puntualmente fatto dall'imputato, e non adottare le misure antinfortunistiche e di controllo dello svolgimento delle attivita' lavorative, spettante al datore di lavoro.
Il ricorso e' infondato giacche' le argomentazioni del giudicante con riferimento al profilo della colpevolezza dell'imputato sono convincenti ed in linea con la giurisprudenza di questa Corte.
Premesso che la chiusura dei capannoni, tra cui il 14, non era effettiva, risultando spesso le porte aperte ovvero normalmente apribili da parte degli operai, e che l'operazione posta in essere dalla vittima, comportava necessariamente l'invasione con il trattore a marcia indietro del detto capannone posto di fronte a quello dove doveva essere introdotto il materiale rotabile, i giudici di merito affermano che la responsabilita' dell'imputato risiede nella negligente sottovalutazione dei rischi, collegati alla presenza nei capannoni di ampie fosse, aventi la lunghezza dei capannoni, e nella imperizia dimostrata dallo stesso attraverso l'indicazione nel documento di valutazione dei rischi di rimedi del tutto inidonei (paletti di recinzione e catenelle di sicurezza da apporre alla fosse quando non vi era attivita' lavorativa) ad affrontare la situazione di pericolo.
Da questa premesse in fatto, non sindacabili in questa sede, la sentenza fa discendere la responsabilita' del Di. Ma. , che, nella qualita' di responsabile del servizio di prevenzione e protezione era tenuto non solo a segnalare l'effettivita' del rischio ma anche a proporre concreti ed idonei sistemi di prevenzione e protezione per evitare gli eventi, come quello verificatosi.
Tale conclusione non contrasta, come sostiene il difensore con i principi consolidati di questa Corte, correttamente richiamati anche nel ricorso, senza pero' trame coerente interpretazione.
In proposito, si rileva che la sentenza non pone in discussione il principio che il responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP) che non e' titolare di alcuna posizione di garanzia rispetto all'osservanza della normativa antinfortunistica e che lo stesso opera, piuttosto, quale "consulente" in tale materia del datore di lavoro, il quale e' (e rimane) direttamente tenuto ad assumere le necessarie iniziative idonee a neutralizzare le situazioni di rischio. In effetti, la "designazione" del RSPP, che il datore di lavoro e' tenuto a fare a norma del cit. Decreto, articolo 31 (individuandolo, ai sensi del successivo articolo 32, tra persone i cui requisiti siano "adeguati alla natura dei rischi presenti sul luogo di lavoro e relativi alle attivita' lavorative"), non equivale a "delega di funzioni" utile ai fini dell'esenzione del datore di lavoro da responsabilita' per la violazione della normativa antinfortunistica, perche' gli consentirebbe di "trasferire" ad altri - il delegato - la posizione di garanzia che questi ordinariamente assume nei confronti dei lavoratori. Posizione di garanzia che, come e' noto, compete al datore di lavoro in quanto ex lege onerato dell'obbligo di prevenire la verificazione di eventi dannosi connessi all'espletamento dell'attivita' lavorativa.
Dalla ricostruzione dei compiti del RSPP discende, coerentemente, che il medesimo e' privo di capacita' immediatamente operative sulla struttura aziendale, spettandogli solo di prestare "ausilio" al datore di lavoro nella individuazione e segnalazione dei fattori di rischio delle lavorazioni e nella elaborazione delle procedure di sicurezza nonche' di informazione e formazione dei lavoratori (cfr. articolo 33 del decreto cit.).
Il datore di lavoro, quindi, e' e rimane il titolare della posizione di garanzia nella subiecta materia, poiche' l'obbligo di effettuare la valutazione dei rischi e di elaborare il documento contenente le misure di prevenzione e protezione, appunto in collaborazione con il RSPP, fa pur sempre capo a lui, tanto che la normativa di settore, mentre non prevede alcuna sanzione penale a carico del RSPP, punisce direttamente il datore di lavoro gia' per il solo fatto di avere omessa la valutazione dei rischi e non adottato il relativo documento.
Quanto detto, pero', non esclude che, indiscussa la responsabilita' del datore di lavoro che rimane persistentemente titolare della "posizione di garanzia", possa profilarsi lo spazio per una (concorrente) responsabilita' del RSPP.
Anche il RSPP, che pure e' privo dei poteri decisionali e di spesa (e quindi non puo' direttamente intervenire per rimuovere le situazioni di rischio), puo' essere ritenuto (cor)responsabile del verificarsi di un infortunio, ogni qualvolta questo sia oggettivamente riconducibile ad una situazione pericolosa che egli avrebbe avuto l'obbligo di conoscere e segnalare, dovendosi presumere che alla segnalazione avrebbe fatto seguito l'adozione, da parte del datore di lavoro, delle necessarie iniziative idonee a neutralizzare detta situazione (Sezione 4, 13 marzo 2008, Reduzzi ed altro; Sezione 4, 15 febbraio 2007, Fusilli; Sezione 4, 20 aprile 2005, Stasi ed altro; di recente, cfr. Sezione 4, 2 febbraio 2010, Proc. Rep. Trib. Gorizia in proc. Visintin ed altro). Il RSPP, quindi, non puo' essere chiamato a rispondere per il solo fatto di non avere svolto adeguatamente le proprie funzioni di verifica delle condizioni di sicurezza, proprio perche' come si e' visto, difetta una espressa sanzione nel sistema normativo.
Il fatto, pero', che la normativa di settore escluda la sanzionabilita' penale o amministrativa di eventuali comportamenti inosservanti dei componenti del servizio di prevenzione e protezione, non significa che questi componenti possano e debbano ritenersi in ogni caso totalmente esonerati da qualsiasi responsabilita' penale e civile derivante da attivita' svolte nell'ambito dell'incarico ricevuto. Infatti, occorre distinguere nettamente il piano delle responsabilita' prevenzionali, derivanti dalla violazione di norme di puro pericolo, da quello delle responsabilita' per reati colposi di evento, quando, cioe', si siano verificati infortuni sul lavoro o tecnopatie. Ne consegue che il responsabile del servizio di prevenzione e protezione qualora, agendo con imperizia, negligenza, imprudenza o inosservanza di leggi e discipline, abbia dato un suggerimento sbagliato o abbia trascurato di segnalare una situazione di rischio, inducendo, cosi', il datore di lavoro ad omettere l'adozione di una doverosa misura prevenzionale, rispondera' insieme a questi dell'evento dannoso derivatone, essendo a lui ascrivibile un titolo di colpa professionale che puo' assumere anche un carattere addirittura esclusivo (Sezione 4, 15 luglio 2010, Scagliarmi). Tra i compiti del RSPP, dettagliati dalla richiamata normativa, rientra anche l'obbligo dell'individuazione dei fattori di rischio e delle misure da adottare per la sicurezza e la salubrita' dell'ambiente di lavoro.
Secondo le regole generali, il RSPP puo' essere tenuto a rispondere - proprio perche' la sua inosservanza si pone come concausa dell'evento - dell'infortunio in ipotesi verificatosi proprio in ragione dell'inosservanza colposa dei compiti di prevenzione attribuitigli dalla legge.
In altri termini, relativamente alle funzioni che la normativa di settore attribuisce al RSPP, l'assenza di capacita' immediatamente operative sulla struttura aziendale non esclude che l'eventuale inottemperanza a tali funzioni - e segnatamente la mancata o erronea individuazione e segnalazione dei fattori di rischio delle lavorazioni e la mancata elaborazione delle procedure di sicurezza nonche' di informazione e formazione dei lavoratori- possa integrare una omissione rilevante per radicare la responsabilita' tutte le volte in cui un sinistro sia oggettivamente riconducibile ad una situazione pericolosa ignorata o male considerata dal responsabile del servizio.
Cio' perche', in tale evenienza, l'omissione colposa al potere-dovere di segnalazione in capo al RSPP, impedendo l'attivazione da parte dei soggetti muniti delle necessarie possibilita' di intervento, finirebbe con il costituire (con)causa dell'evento dannoso verificatosi in ragione della mancata rimozione della condizione di rischio: con la conseguenza, quindi, che, qualora il RSPP, agendo con imperizia, negligenza, imprudenza o inosservanza di leggi e discipline, abbia dato un suggerimento sbagliato o abbia trascurato di segnalare una situazione di rischio, inducendo, cosi', il datore di lavoro ad omettere l'adozione di una doverosa misura prevenzionale, ben potrebbe (rectius, dovrebbe) essere chiamato a rispondere insieme a questi (in virtu' del combinato disposto dell'articolo 113 1) dell'evento dannoso derivatone.
La decisione impugnata e', pertanto, in linea con i principi sopra indicati, avendo la Corte di merito apprezzato che l'incidente mortale si verifico' per evidenti carenza dell'apparato prevenzionale e per l'utilizzo di una metodica di lavoro pericolosa che non era stata per tempo evidenziata dal responsabile del servizio di prevenzione e protezione.
Non e' pertanto dubitabile, la posizione di garanzia in cui si trovava il DI. Ma. , nella qualita' di responsabile della sicurezza, in ragione dei propri compiti all'interno dell'azienda, che gli imponevano di attivarsi positivamente per organizzare le attivita' lavorative in modo sicuro, provvedendo alla individuazione e valutazione dei fattori di rischio, all'obbligo di formazione e di vigilanza dei lavoratori finalizzato proprio ad evitare incidenti come quello verificatosi in occasione dell'attivita' di movimentazione della carrozza ferroviaria.
In questa ottica, le considerazioni del difensore degli imputati che vorrebbero mettere in discussione il giudizio di responsabilita' sostenendo che il Di. Ma. , aveva adempiuto agli obblighi allo stesso spettanti, prescrivendo la chiusura dei capannoni e proponendo le misure di prevenzione, mentre spettava al datore di lavoro, imporre ai lavoratori il rispetto di tali prescrizioni e l'adozione concreta dei sistemi di protezione, non colgono nel segno, in quanto non tengono conto della corretta definizione di "ambiente di lavoro" e del concreto contenuto degli obblighi gravanti sul responsabile del servizio di prevenzione e protezione, come sopra delineati.
Sotto il primo profilo, vale la pena di ribadire, come gia' affermato in altre sentenze, che in tema per "ambiente di lavoro" deve intendersi tutto il luogo o lo spazio in cui l'attivita' lavorativa si sviluppa ed in cui, indipendentemente dall'attualita' dell'attivita', coloro che siano autorizzati ad accedere nel cantiere e coloro che vi accedano per ragioni connesse all'attivita' lavorativa, possono recarsi o sostare anche in momenti di pausa, riposo o sospensione del lavoro.
In questa prospettiva non assume rilievo la circostanza, evidenziata dalla difesa, secondo la quale l'imputato, stabilendo il divieto di accesso in determinati capannoni, tra cui quello n. 14, non era tenuto a predisporre alcuna misura di prevenzione perche' non erano luoghi di lavoro, dimostrando cosi' anche di ignorare le modalita' con cui gli operai addetti alla movimentazione delle carrozze svolgevano tale mansione, per eseguire la quale era necessario entrare a marcia indietro nel capannone.
Quanto alla assenza di poteri di intervento dell'imputato, diretti all'adozione di misure prevenzionali ed al rispetto delle stesse da parte dei lavoratori, in quanto di esclusiva competenza del datore di lavoro, le cui conseguenze non sarebbero pertanto ascrivibili all'imputato, i giudici di merito hanno esattamente evidenziato che la responsabilita' del Di. Ma. non si fonda su tali profili ma sulla inadeguatezza delle misure suggerite e sulla ignoranza per negligenza del ciclo produttivo.
Affermazione che si inquadra perfettamente nel quadro normativo sopra delineato che riconduce la responsabilita' del RSPP, tra l'altro, alla mancata o erronea individuazione e segnalazione dei fattori di rischio delle lavorazioni e la mancata elaborazione delle procedure di sicurezza nonche' di informazione e formazione dei lavoratori.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 31
 articolo 32
 articolo 33