Source: https://www.laleggepertutti.it/231926_depressione-per-colpa-del-lavoro-come-avere-il-risarcimento
Timestamp: 2019-09-21 12:15:23+00:00

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Depressione per colpa del lavoro: come avere il risarcimento
Il dipendente ha diritto al riconoscimento quale malattia professionale della depressione insorta in conseguenza dello stress lavorativo determinato dal mobbing subìto.
Sono ormai diversi mesi che, sul lavoro, sei costretto a subire vessazioni di tutti i tipi, sia da parte dei colleghi, che dei superiori. L’iniziale sospetto di essere poco gradito nell’ambiente è diventata ormai una certezza e, anzi, una vera e propria persecuzione. Ogni volta che entri in ufficio ti pervade un senso di amarezza e desolazione; durante il resto della giornata, anche quando dovresti riposarti, ti senti altrettanto frustrato e stressato. Il dottore ha chiamato questo senso di apatia con un nome ben preciso: depressione. Anzi, per essere più precisi, depressione lavorativa. Ora però hai deciso di far valere i tuoi diritti e intraprendere le azioni giudiziarie. Se infatti devi vivere in modo così conflittuale il tuo lavoro è per colpa del datore che non ha tenuto conto delle tue legittime esigenze, lasciando che altri si approfittassero di te. Vuoi insomma tutelarti e agire. Hai chiesto ai sindacati di rappresentarti ma loro ti hanno detto che, per una situazione del genere, ci vuole l’avvocato e il ricorso in tribunale. È infatti necessario che venga accertato, da un giudice, la presenza del mobbing. Cosa conviene fare? Una recente sentenza della Cassazione [1] ha spiegato come avere il risarcimento in caso di depressione per colpa del lavoro.
La sentenza è particolarmente importante perché affronta il tema del riconoscimento della malattia professionale della depressione insorta come conseguenza dello stress lavorativo subìto in ambienti di lavoro e determinato dal mobbing. Il punto però è che la depressione non rientra tra le patologie inserite nelle tabelle dell’indennizzo prestato dall’INAIL. Per cui il tribunale ha valutato la possibile estensione della tutela risarcitoria anche ad ipotesi del genere per quanto non espressamente contemplate dalla legge. Insomma, si può avere il risarcimento per depressione sul lavoro? Ecco cosa è stato detto dai giudici supremi.
1 Infortuni sul lavoro e malattie professionali: quando spetta il risarcimento
2 La depressione sul lavoro è risarcibile?
3 Risarcimento INAIL per infortuni sul lavoro e depressione
Infortuni sul lavoro e malattie professionali: quando spetta il risarcimento
La materia relativa a infortuni sul lavoro e malattie professionali è disciplinata dal testo unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria.
Per infortunio sul lavoro si intende ogni lesione del lavoratore originata, in occasione di lavoro, da una causa violenta da cui può derivare un’inabilità al lavoro permanente (assoluta o parziale) o temporanea. Si pensi all’infortunio in itinere, quello cioè nel normale percorso casa-lavoro.
Per malattia professionale si intende invece una patologia che si sviluppa a causa della presenza di lavori, materiali o fattori nocivi nell’ambiente in cui si svolge l’attività lavorativa (cosiddetto rischio lavorativo). La legge individua un elenco tassativo (non è ammessa interpretazione analogica [3]) di malattie professionali contratte nell’ambito di determinate lavorazioni elencate in una tabella (allegata al testo unico).
Queste malattie professionali si presumono contratte a causa del lavoro, salvo che l’INAIL dimostri il contrario. Pertanto, il lavoratore deve provare solo l’aver contratto la malattia e lo svolgimento di mansioni rientranti nell’ambito delle lavorazioni tabellate.
La Corte Costituzionale [4] ha però stabilito la possibilità di risarcire anche le malattie professionali non inserite nella suddetta tabella. Ma in tal caso la patologia non si presume più, in automatico, contratta a causa dell’ambiente lavorativo: è l’infortunato a doverlo dimostrare. In altri termini, il dipendente deve provare:
La depressione sul lavoro è risarcibile?
La depressione lavorativa non rientra tra le patologie elencate nella tabella dell’indennizzo INAIL. Pertanto alla Cassazione è stato chiesto se il dipendente mobbizzato o stressato, che a causa di ciò abbia riportato una depressione, abbia ugualmente diritto ad essere risarcito dall’INAIL. La Cassazione ha dato risposta positiva: la sindrome depressiva causata dalle vessazioni subite dal lavoratore deve essere indennizzata quale malattia professionale, anche se non è compresa nelle tabelle del decreto del presidente della Repubblica.
Per costante interpretazione giurisprudenziale, il lavoratore ha diritto a vedersi risarciti i danni conseguenti non solo al rischio specifico proprio della lavorazione, ma anche al cosiddetto “rischio improprio” cioè quello «non strettamente insito nell’atto materiale della prestazione ma collegato con la prestazione stessa». Si pensi, ad esempio, al fumo passivo di sigaretta riconosciuta ai lavoratori ad esso esposti durante l’attività svolta.
Risarcimento INAIL per infortuni sul lavoro e depressione
La tutela assicurativa dell’INAIL è quindi riconosciuta per qualsiasi rischio ambientale presente sul luogo di lavoro, a prescindere dalla manualità della mansione effettivamente svolta. Secondo la Corte costituzionale, l’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali vale anche per le malattie diverse da quelle incluse nelle tabelle, purché sia provata la causa di lavoro.
Risultato: tutte le malattie di «natura fisica o psichica la cui origine sia riconducibile al rischio del lavoro, sia che riguardi la lavorazione, sia che riguardi l’organizzazione del lavoro e le modalità della sua esplicazione» danno diritto al risarcimento, anche perché il lavoro riguarda sia la sfera fisica che quella psichica delle persone. Quindi ogni tecnopatia conseguente all’attività svolta è assicurata all’Inail.
[1] Cass. sent. n. 20774/18 del 17.08.2018.
[2] DPR n. 1124/1965 (testo unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali).
[3] Cass. SU sent. n. 1919/1990.
[4] C. Cost. sent. n. 179/1988.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 10 aprile – 17 agosto 2018, n. 20774
Con sentenza n. 294/2012 la Corte d’Appello di Perugia ha rigettato il gravame proposto da L.A. , in qualità di erede di P.P. deceduto nel corso del giudizio di primo grado, contro la sentenza con la quale era stata respinta la domanda intesa ad ottenere il riconoscimento della natura professionale della malattia cagionata al de cuius dalla condotta vessatoria tenuta nei suoi confronti dalla datrice di lavoro, l’Università degli Studi di Perugia, che aveva partecipato al giudizio a seguito di chiamata in causa da parte dell’Inail.
A fondamento della sentenza la Corte d’Appello confermava la conclusione cui era pervenuto il giudice di primo grado il quale aveva ritenuto non tutelabile nell’ambito dell’assicurazione obbligatoria gestita dell’Inail la malattia derivante non direttamente dalle lavorazioni elencate nell’articolo 1 del d.p.r. numero 1124/1965, bensì da situazioni di costrittività organizzativa, come il mobbing dedotto nel ricorso introduttivo, richiamandosi alla sentenza del Consiglio di Stato n. 1576 del 17 marzo 2009 la quale ha sostenuto che la malattia professionale per essere indennizzabile deve rientrare nell’ambito del rischio assicurato ex artt. 3 e 1, 3 comma T.U. 1124. Secondo la Corte d’Appello il rischio rilevante doveva essere comunque connesso, anche se indirettamente, con le lavorazioni di cui all’art. 1 del d.p.r. n. 1124 del 1965. D’altra parte, come rilevava il tribunale di primo grado, mentre l’infortunio è oggetto di tutela assicurativa se avvenuto “in occasione di lavoro”, la malattia professionale in base all’articolo 3 è tutelabile a condizione che sia stata contratta “nell’esercizio e a causa delle lavorazioni” e quindi deve essere causalmente collegata alla specifica attività svolta dall’assicurato, mentre nessun rilievo può essere attribuita all’organizzazione del lavoro.
Contro la sentenza ha proposto ricorso per cassazione L.A. con tre motivi di censura. L’Inail e l’Università degli Studi di Perugia resistono con controricorso. La ricorrente e l’Università degli Studi di Perugia hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..
1.- Con il primo motivo viene dedotta violazione e falsa applicazione dell’articolo 112 c.p.c. e del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato anche con riferimento agli articoli 115, 416 436 c.p.c. ed al generale principio di non contestazione. Nullità della sentenza di secondo grado (articolo 360 n. 4 c.p.c.); ciò in quanto la Corte d’Appello di Perugia era incorsa nel vizio di ultrapetizione o extrapetizione avendo pronunciato oltre i limiti della domanda e dell’eccezioni proposte dalle parti ovvero su questioni non formanti oggetto del giudizio, essendo incontestato tra le parti che la costrittività organizzativa fosse indennizzabile ai sensi del d.p.r. n. 1124/1965, anche se non tabellata, ed attenesse comunque ove provata in concreto, ad un rischio specifico cosiddetto improprio tutelato dal d.p.r..
Il motivo, col quale si sostiene in sostanza che i giudici non potessero rilevare d’ufficio l’infondatezza del diritto fatto valere con la domanda, sotto il profilo della mancata copertura assicurativa da parte del DPR 1124/65 del rischio legato alla malattia in oggetto, è privo di fondamento, trattandosi piuttosto di una questione giuridica, come tale rilevabile d’ufficio e che pertanto prescinde dalle contestazioni o dalle ammissioni delle controparti.
2. Col secondo motivo viene dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 1, 1 e 4 comma, 3, 4, 1 comma, e 66 e 74 del d.p.r. 30 giugno 1965, n. 1124 e dell’art. 13 del decreto legislativo 23 febbraio 2000, n. 38 anche in relazione ai principi affermati dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Cassazione con riferimento all’elenco (lista 2, gruppo 7, voce 01) delle malattie professionali aggiornato; approvato con decreto del Ministero del Lavoro 11 dicembre 2009 emanato in attuazione degli artt. 139 del d.p.r. 1124 e 10, 1 comma del decreto legislativo n. 38/2000. Violazione dell’art. 115 c.p.c. (articolo 360 numero tre c.p.c.) avendo la Corte errato nel disconoscere la indennizzabilità delle malattie psicofisiche derivanti dalla costrittività organizzativa sul presupposto che essa non attenga mai ad un rischio specifico tutelabile dal d.p.r. 1124 del 1965; tanto più che il decreto del Ministro del lavoro dell’11 dicembre 2009 ha approvato una nuova tabella in cui ha inserito espressamente le disfunzioni della organizzazione del lavoro vale a dire la cosiddetta costrittiva organizzativa nella lista due.
2.2. Invero secondo il risalente e costante orientamento giurisprudenziale di questa Corte in materia di assicurazione sociale di cui all’art.1 del DPR 1124/1965 rileva non soltanto il rischio specifico proprio della lavorazione, ma anche il c.d. rischio specifico improprio; ossia non strettamente insito nell’atto materiale della prestazione ma collegato con la prestazione stessa: come questa Corte ha affermato in svariate occasioni (per le attività prodromiche, per le attività di prevenzione, per gli atti di locomozione interna, le pause fisiologiche, le attività sindacali) ai sensi dell’art. 1 TU in materia di infortuni sul lavoro (cfr., tra le tante, Cass. 13882/16, Cass.7313/2016, Cass. 27829/2009; Cass. 10317/2006, Cass. 16417/2005, Cass.7633/2004, Cass.3765/2004, Cass. 131/1990; Cass. 12652/1998, Cass. 10298/2000, Cass. 3363/2001, Cass. 9556/2001, Cass.1944/2002, Cass.6894/2002, Cass.5841/2002″ Cass. 5354/2002). Lo stesso orientamento è stato riaffermato da questa Corte, a proposito dell’art.3 TU e delle malattie professionali, nella sentenza n. 3227/2011, con la quale la protezione assicurativa è stata estesa alla malattia riconducibile all’esposizione al fumo passivo di sigaretta subita dal lavoratore nei luoghi di lavoro, ritenuta meritevole di tutela ancorché, certamente, non in quanto dipendente dalla prestazione pericolosa in sé e per sé considerata (come “rischio assicurato”), ma soltanto in quanto connessa al fatto oggettivo dell’esecuzione di un lavoro all’interno di un determinato ambiente.
2.5. Ed ancora, nella stessa direzione muove, soprattutto, la nota sentenza della Corte Cost. n. 179/1988 che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 3, comma primo, del testo unico numero 1124 del 1965 nella parte in cui non prevede che “l’assicurazione contro le malattie professionali nell’industria è obbligatoria anche per le malattie diverse da quelle comprese nelle tabelle allegate concernenti le dette malattie e da quelle causate da una lavorazione specificata”, talché, come riconosciuto da questa Corte con sentenza n. 5577/1998, l’assicurazione contro le malattie professionali è obbligatoria per tutte le malattie anche diverse da quelle comprese nelle tabelle allegate al citato testo unico e da quelle causate da una lavorazione specificata o da un agente patogeno indicato nelle tabelle stesse, purché si tratti di malattie delle quali sia comunque provata la causa di lavoro.
Pertanto non può essere seguita la tesi espressa dalla sentenza impugnata secondo cui sarebbe da escludere che l’assicurazione obbligatoria copra patologie non correlate a rischi considerati specificamente nelle apposite tabelle; posto che, al contrario, nel momento in cui il lavoratore è stato ammesso a provare l’origine professionale di qualsiasi malattia, sono necessariamente venuti meno anche i criteri selettivi del rischio professionale, inteso come rischio specificamente identificato in tabelle, norme regolamentari o di legge; non potendosi sostenere che la tabellazione sia venuta meno solo per la malattia e sia invece sopravissuta ai fini dell’identificazione del rischio tipico, ai sensi degli artt. 1 e 3 del TU.
2.6. Tale interpretazione è oggi confermata testualmente dall’art. 10 comma 4 Legge 2000 n. 38 dal quale risulta che “sono considerate malattie professionali anche quelle non comprese nelle tabelle di cui al comma 3 delle quali il lavoratore dimostri l’origine professionale”.
L’approdo, cui conduce questo lungo excursus, porta dunque ad affermare che, nell’ambito del sistema del TU, sono indennizzabili tutte le malattie di natura fisica o psichica la cui origine sia riconducibile al rischio del lavoro, sia che riguardi la lavorazione, sia che riguardi l’organizzazione del lavoro e le modalità della sua esplicazione; dovendosi ritenere incongrua una qualsiasi distinzione in tal senso, posto che il lavoro coinvolge la persona in tutte le sue dimensioni, sottoponendola a rischi rilevanti sia per la sfera fisica che psichica (come peraltro prevede oggi a fini preventivi l’art. 28, comma 1 del tu. 81/2008). Pertanto, ed in conclusione, ogni forma di tecnopatia che possa ritenersi conseguenza di attività lavorativa risulta assicurata all’INAIL, anche se non è compresa tra le malattie tabellate o tra i rischi tabellati, dovendo in tale caso il lavoratore dimostrare soltanto il nesso di causa tra la lavorazione patogena e la malattia.
2.7. A tale ricostruzione fa altresì riscontro il fondamento della tutela assicurativa, il quale ai sensi dell’art.38 Cost., deve essere ricercato, non tanto nella nozione di rischio assicurato o di traslazione del rischio, ma nella protezione del bisogno a favore del lavoratore, considerato in quanto persona; dato che la tutela dell’art. 38 non ha per oggetto l’eventualità che l’infortunio si verifichi, ma l’infortunio in sé; ed è questo e non la prima l’evento generatore del bisogno tutelato, sia in termini individuali che sociali, posto che, come riconosciuto dalla Corte Cost. l’”oggetto della tutela dell’art.38 non è il rischio di infortuni o di malattia professionale, bensì questi eventi in quanto incidenti sulla capacità di lavoro e collegati da un nesso causale con attività tipicamente valutata dalla legge come meritevole di tutela” (sentenza n.100 del 2.3.1991).
2.8. In tale ottica, pertanto, non può neppure sostenersi che il premio assicurativo INAIL abbia la funzione di delimitare la tutela assicurativa a rischi precisamente individuati in base alle tabelle; assolvendo invece la precipua funzione di provvedere al finanziamento del sistema, in conformità ai requisiti costitutivi della tutela nei termini fin qui ricostruiti: “il distacco dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro dal concetto statistico-assicurativo di rischio, al quale era originariamente legata (distacco che può considerarsi compiuto con la sentenza di questa Corte numero 179 del 1988) è sollecitata da un’interpretazione dell’articolo 38, secondo comma, coordinata con l’articolo 32 della costituzione allo scopo di garantire con la massima efficacia la tutela fisica e sanitaria dei lavoratori” (ancora Corte Cost. n. 100/1991).
3.- Col terzo motivo viene dedotto l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti in quanto la Corte d’Appello aveva del tutto omesso di esaminare il fatto per cui il signor P.P. sin dal 1997, nell’esercizio delle sue mansioni di bibliotecario e delle attività complementari assegnategli presso l’Università di Perugia, aveva subito un notevole stress lavorativo derivante da una serie di fatti che si erano succeduti in maniera sistematica e che avevano comportato il progressivo insorgere e consolidarsi della malattia depressiva, sindrome dell’adattamento di cui aveva chiesto l’indennizzabilità all’Inail.
Il motivo, riguardante questioni di fatto logicamente subordinate rispetto alla questione concernente l’indennizzabilità della malattia in discorso, deve ritenersi assorbito.
4. Sulla scorta delle precedenti considerazioni il secondo motivo di ricorso va quindi accolto; mentre va rigettato il primo motivo e dichiarato assorbito il terzo. La sentenza va quindi cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio della causa per un nuovo esame al giudice designato in dispositivo, il quale si atterrà ai principi sopra formulati in materia di tutela della malattia professionale discendente dall’organizzazione del lavoro; e provvederà alla statuizione sulle spese anche di questa fase del giudizio.
5. In considerazione dell’esito del ricorso non sussistono i presupposti stabiliti dalla legge per il raddoppio del contributo unificato a carico del ricorrente.

References: sentenza 
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 art. 378
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