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Timestamp: 2019-08-25 20:35:22+00:00

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﻿ Assegno divorzile e una tantum | ilfamiliarista.it
26 Novembre 2018 | Laura Maria Cosmai
Inquadramento | Natura | Presupposti | L'accertamento del diritto: percorso logico | Onere della prova: chi deve provare cosa | L'instaurazione di una nuova convivenza | Decorrenza | Ripetibilità | Una tantum |
L'assegno divorzile come delineato dall'art. 10, l. 6 marzo 1987, n. 74 intervenuto ad innovare l'art. 5, l. 1 dicembre 1970, n. 898 è una misura di solidarietà post-coniugale. L'assegno in esame non spetta, dunque, in virtù o a causa del divorzio, bensì in considerazione del pregresso matrimonio (Cass. civ., sez. I, 10 maggio 2017, n. 11504).
Dal punto di vista classificatorio è un effetto non necessario del matrimonio che si verifica al momento della dissoluzione del vincolo matrimoniale.
Dal punto di vista strutturale tale assegno può essere definito come la conseguenza patrimoniale più significativa della pronunzia di divorzio.
Per effetto di interventi operati dalla giurisprudenza della Suprema Corte in periodi successivi all'entrata in vigore della legge sul divorzio e successive modifiche, si è assistito nell'arco dell'ultimo trentennio ad una variazione - pur in assenza di interventi normativi innovativi - dell'interpretazione della chiave di lettura dell'art. 5 l. n. 898/1970. Deve infatti ricordarsi che dopo un primo e fondamentale intervento affidato alle Sezioni Unite del 1990 (Cass. 29 novembre 1990, nn. 11490, 11491, 11492) – destinato a sanare il contrasto giurisprudenziale apertosi dopo la novella del 1974 - la giurisprudenza si è assestata su un quadro interpretativo che per 27 anni ha caratterizzato il contesto di riferimento, poi innovativamente mutato dalla Cassazione con sentenza 10 maggio 2017, n. 11504 e da ultimo ricomposto – in un quadro interpretativo del tutto nuovo rispetto a quello formatosi nell'ultimo trentennio - dalle Sezioni Unite con la pronunzia 11 luglio 2018, n. 18287.
Si tratta di una obbligazione pecuniaria, di natura mista - assistenziale-risarcitoria/compensativa - tendenzialmente di durata in base alla quale un ex coniuge è tenuto a somministrare periodicamente all'altro un assegno quando quest'ultimo non disponga di mezzi adeguati o comunque non possa procurarseli per ragioni oggettive.
L'assegno assolve alla funzione etica e giuridica di riequilibrare la posizione economico patrimoniale dell'ex coniuge - che non disponga di mezzi adeguati o non possa procurarseli per ragioni oggettive - attraverso una attribuzione a carattere patrimoniale che lo compensi dello squilibrio reddituale e patrimoniale determinatosi in ragione delle scelte di vita matrimoniale operate concordemente dai coniugi durante la vita matrimoniale ovvero del sacrificio delle aspettative professionali effettuate nell'interesse della famiglia.
Spetta al coniuge richiedente dare la prova della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della pretesa economica: non esiste infatti alcun automatismo per la relativa attribuzione attesa l'assoluta autonomia derivante dalla diversità ontologica rispetto all'assegno di mantenimento previsto in sede di separazione.
La sentenza della Suprema Corte a Sezioni Unite 11 luglio 2018, n. 18287 ha recentemente stabilito che l'assegno periodico di divorzio ha una natura composita non solo assistenziale ma a carattere prevalentemente perequativo/compensativo. Ciò sta a dire che non si basa più solo sulla disparità economica dei coniugi (criterio del tenore di vita) e sulle condizioni soggettive del solo richiedente (criterio dell'autosufficienza economica) ma assume un carattere prevalentemente perequativo/compensativo. Il principio di uguaglianza e di pari dignità dei coniugi e di autoresponsabilità degli stessi – principi costituzionalmente sanciti e sui quali il vincolo matrimoniale si fonda - impone una nuova lettura esegetica dell'art. 5 l. n. 898/1970 diretta alla valutazione in concreto dell'adeguatezza dei mezzi e dell'incapacità di procurarseli.
Il mero decorso del tempo tra la separazione e la domanda di divorzio è irrilevante anche se tra le parti non vi sia alcun rapporto di natura economica (Cass. civ., sez, I, sent., 12 febbraio 2013, n. 3398).
Poiché l'assegno divorzile presuppone lo scioglimento del matrimonio, lo stesso prescinde dagli obblighi di mantenimento e di alimenti operanti in regime di convivenza o di separazione e, costituendo un effetto diretto della pronuncia di divorzio, l'assetto economico relativo alla separazione può rappresentare un mero indice di riferimento (Cass. civ.., sez. I, sent., 30 novembre 2007, n. 25010).
La diversa struttura del trattamento rispetto all'assegno di mantenimento, impone di verificare l'inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente ad una esistenza indipendente dal punto di vista economico (Cass. civ., sez. I, 16 maggio 2017, n. 12196; Cass. civ., sez. I, sent., 10 maggio 2017, n. 11504) non rendendosi necessario il ricorrere dello stato di bisogno (Cass. civ., sez. I, sent., 23 febbraio 2006, n. 4021).
Il coniuge richiedente deve supportare la domanda diretta all'attribuzione di un assegno divorzile dando dimostrazione dei presupposti necessariamente richiesti dalla norma, ossia la mancanza di mezzi adeguati o dell'oggettiva impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive.
La Suprema Corte con la recente pronunzia a Sezioni Unite, criticando gli orientamenti interpretativi precedenti, impone il superamento della lettura del dettato normativo (art. 5, comma 6, l. n. 898/1970) secondo una rigida bipartizione bifasica diretta a distinguere tra criteri attributivi (relativi alla fase dell'an) e criteri determinativi (relativi alla fase del quantum) dell'assegno e ciò al fine di tener conto sia dell'esigenza equilibratrice evidenziata con la pronunzia delle Sezione Unite n. 11490/1990 sia della necessità di attualizzare il diritto al riconoscimento dell'assegno agli standard europei.
La rigida bipartizione tra criteri attributivi e determinativi, sorta per delineare più specificamente e rigorosamente i parametri sulla base dei quali disporre l'an ed il quantum dell'assegno di divorzio, e la ricerca del parametro dell'adeguatezza/inadeguatezza dei mezzi al di fuori degli indicatori contenuti nell'art. 5, comma 6, novellato, raggruppati nella prima parte dello stesso, non costituisce una conseguenza necessaria della nuova formulazione della norma (Cass., S.U., n. 18287/2018).
L'art. 5 legge n. 898/1970 oggi vigente va letto e interpretato in maniera unitaria: la scissione tra le due parti della norma (e quindi tra criteri attributivi e determinativi) rischia infatti di condurre ad escludere l'esame proprio di quegli indicatori che l'art. 5, comma 6, l. div. impone di considerare.
Tutti gli indicatori esposti nella prima parte della norma (condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, reddito di entrambi, durata del matrimonio) in quanto rilevatori della declinazione del principio di solidarietà su cui il matrimonio poggia, costituiscono parametri equiordinati necessari per la valutazione dell'inadeguatezza dei mezzi o dell'incapacità di procurarli per ragioni oggettive.
Ai fini della valutazione dell'adeguatezza dei mezzi economici del richiedente deve essere esclusa ogni separazione o graduazione nella valutazione dei criteri attributivi e determinativi: l'adeguatezza dei mezzi economici ha quindi un contenuto prevalentemente perequativo-compensativo che non può limitarsi né a quello strettamente assistenziale né a quello dettato dal raffronto oggettivo delle condizioni economico patrimoniali delle parti.
La valutazione relativa all'adeguatezza dei mezzi economici del richiedente deve essere compiuta operando in via prioritaria la comparazione delle condizioni economico-patrimoniali degli ex coniugi al momento dello scioglimento del vincolo matrimoniale e verificando non solo la sussistenza - in concreto - di un significativo e rilevante squilibrio tra gli stessi ma anche la dipendenza di tale squilibrio dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio con particolare riferimento al sacrificio di aspettative professionali e reddituali fondate sull'assunzione di un ruolo consumato prevalentemente o esclusivamente all'interno della famiglia.
Ai fini del riconoscimento dell'assegno non è sufficiente che si accerti in concreto la sussistenza di un divario reddituale e patrimoniale tra i coniugi, ma è necessario accertare (e quindi giudizialmente dimostrare) che tale squilibrio è conseguenza diretta delle scelte di vita operate concordemente dai coniugi nell'arco della vita matrimoniale.
L'insussistenza di redditi o patrimonio non è condizione né necessaria né sufficiente al riconoscimento dell'assegno. La condizione di mera carenza economica non è sufficiente se non discende da scelte fatte in conseguenza del matrimonio e all'interno di esso. Analoga considerazione vale nel caso in cui, pur esistendo uno squilibrio economico, manchi del tutto il contributo del coniuge “debole” alla formazione del patrimonio dell'altro o del patrimonio comune.
L'assegno potrà essere negato anche nel caso in cui, accertato uno squilibrio reddituale, sia possibile affermare che il coniuge richiedente possa superare autonomamente tale squilibrio.
Non vi sarà spazio per un assegno nei casi in cui non vi sia un notevole divario tra le posizioni economiche dei coniugi .
Per quasi 30 anni – ossia dal 1990 sino alla pronunzia della Cassazione 10 maggio 2017, n. 11504 - il paramento cui fare riferimento per valutare l'adeguatezza dei mezzi economici a disposizione del richiedente per consentirgli standard di vita analoghi a quelli goduti in costanza di matrimonio o che potevano legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio ma fissate al momento del divorzio (Cass. civ., sez. I, sent., 15 maggio 2013, n. 11686; Cass. civ., sez. I, sent., 8 ottobre 2008, n. 24858) è stato il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio. Tale parametro è stato, poi, escluso dai criteri di comparazione dalla Suprema Corte che, con la sentenza n. 11504/2017 ha invitato l'interprete a frazionare il giudizio decisionale necessario per il riconoscimento dell'assegno divorzile in due fasi distinte: la prima volta al solo accertamento della sussistenza del diritto all'assegno – fase dell'an – e la seconda - solo eventuale - diretta alla determinazione della misura dell'assegno ossia alla determinazione del quantum.
Oggi per effetto della interpretazione data dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 18287/2018 deve essere definitivamente abbandonata la distinzione tra fase dell'an e fase del quantum e tra criteri attributivi (ossia rilevanti solo ai fini del riconoscimento del diritto) e criteri determinativi (rilevanti nella quantificazione del diritto) di cui all'art. 5 legge n. 898/1970.
L'accertamento del diritto: percorso logico
L'accertamento della sussistenza del diritto all'assegno prescinde da ogni riferimento al tenore di vita: l'assegno potrà essere riconosciuto se l'ex coniuge non abbia mezzi adeguati e non possa procurarseli allorché vi sia una “accertata” condizione di rilevante squilibrio e la stessa sia determinata da scelte effettuate dalla coppia e da sacrifici operati in costanza di matrimonio e ciò sempreché il divario non sia in concreto superabile. Il percorso logico giuridico si articola nei seguenti passaggi:
1) Accertamento: in primo luogo il giudice deve accertare, anche mediante il ricorso ai poteri ufficiosi riconosciutigli dall'art. 5 legge n. 898/1970, l'esistenza di un'eventuale disparità tra le posizioni economiche complessive di entrambi i coniugi avuto riguardo ai redditi e al patrimonio tenendo conto altresì «di ogni altra utilità» di cui entrambi dispongano (Cass. civ., sez. VI, 10 giugno 2014, n. 13026; Cass. civ., sez. VI, 27 maggio 2014, n. 11797).
La disparità tra le posizioni economico-patrimoniali dei coniugi deve essere “rilevante”.
2) Nesso Causale: l'eventuale e rilevante squilibrio tra le posizioni deve essere causalmente ricollegato alle «scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti in funzione dell'assunzione di uno ruolo trainante endofamiliare»;
3) Rilevanza: va poi accertata la radice causale della disparità, ossia se lo squilibrio economico patrimoniale conseguente al divorzio deriva dal «sacrificio di aspettative professionali e reddituali fondate sull'assunzione di un ruolo consumato esclusivamente o prevalentemente all'interno della famiglia e dal conseguente contributo fattivo alla formazione del patrimonio comune e a quello dell'altro coniuge». La preminente funzione riequilibratice-perequativa dell'assegno comporta la necessità di verificare se lo squilibrio dipende eziologicamente dalle scelte matrimoniali o dai ruoli familiari in relazione alla durata del matrimonio e all'età del richiedente.
Quanto alla durata del matrimonio è indubbio che la stessa influisca oggi non più solo sulla determinazione della misura dell'assegno (Cass. civ., sez. I, sent., 22 marzo 2013, n. 7295) ma anche sullo stesso diritto all'assegno divorzile. Un matrimonio di brevissima durata, nel quale quindi non può apprezzarsi alcun concreto apporto alla conduzione familiare, non può determinare – anche in presenza di sproporzione di redditi - il diritto ad un assegno divorzile che di fatto si risolverebbe nella dazione di una rendita parassitaria. Assume quindi rilevanza la valutazione dell'apporto dato dal coniuge richiedente alla conduzione familiare e alla creazione del patrimonio non solo personale ma anche comune: in tal senso dovrà attribuirsi rilevanza al lavoro domestico (Cass. civ., sez I, sent., 14 gennaio 2008, n. 593).
4) Superabilità: accertato che lo squilibrio economico rilevante è causalmente connesso alle scelte e ai sacrifici fatti in costanza di convivenza nell'interesse della famiglia, si deve verificare se il divario possa essere superato dal richiedente l'assegno, mediante il recupero o il consolidamento della propria attività professionale (giudizio prognostico anche in considerazione dell'età del richiedente in relazione alla concreta possibilità di un adeguato ricollocamento sul mercato del lavoro).
5) Quantificazione: la determinazione è svincolata dal tenore di vita, non sarà connessa all'autosufficienza economica e sarà stabilita tenendo conto dei sacrifici delle aspettative professionali ed economiche fatte in ragione della realizzazione del supremo e comune interesse familiare. Il solo criterio assistenziale non può più considerarsi sufficiente.
Onere della prova: chi deve provare cosa
Il divario tra le posizioni economiche complessive delle parti al momento del divorzio non deve necessariamente essere provato dal coniuge richiedente l'assegno, attesa la vis espansiva riconosciuta ai poteri ufficiosi del giudice.
Sul richiedente incombe in ogni caso un onere di allegazione.
Entrambe le parti dovranno depositare non solo le dichiarazioni dei redditi ma anche la documentazione inerente il patrimonio personale e quello comune – rendendo la dichiarazione prevista dell'art. 5, comma 9,l. n. 898/1970.
Elementi da considerarsi per l'accertamento dei redditi
Possono utilizzarsi le presunzioni
Cass. civ., sez. I, sent., 31 maggio 2007, n. 12763
Non necessità di accertare i redditi nel loro esatto ammontare
Cass. civ., sez. I, sent., 3 settembre 1996, n. 8057
Rilevanza del patrimonio anche improduttivo di reddito
Cass., sez. I, sent.,29 ottobre 1998,n. 10801
Rilevanza del solo patrimonio effettivo ed attuale e dei redditi dotati di una sufficiente stabilità
Cass. civ., sez. I, sent., 10 luglio 2008, n. 19064; Cass. civ., sez. I, sent., 28 gennaio 2004, n. 1487
Rilevanza della pensione di invalidità e dell'indennità di accompagnamento percepite dall'onerato
Cass. civ., sez. I, sent., 14 agosto 1997, n. 7629
Rilevanza dell'indennità di servizio percepita all'estero
Cass., sez. I, sent., 16 giugno 1997, n. 5380
Incidenza sull'obbligato della formazione di una nuova famiglia
Cass. civ., sez. I, sent., 19 marzo 2014, n. 6289
Irrilevanza del reddito del convivente dell'onerato
Cass. civ., sez I, sent., 24 novembre 1999, n. 13053
Il giudice può disporre indagini di Polizia Tributaria, effettuare ordini di esibizione ex art. 210 c.p.c. e autorizzare l'accesso alle banche bati previsto dall'art. 492 c.p.c., applicabile ai giudizi in materia familiare.
Il richiedente l'assegno è tenuto a dare la prova:
a) del contributo dato alla formazione del patrimonio comune e di quello dell'altro coniuge;
b) del nesso causale tra il divario e le scelte fatte in costanza di convivenza;
c) che il divario dipende dalle scelte di conduzione familiare, dai sacrifici fatti da una parte nell'interesse della famiglia e dell'assunzione del ruolo endofamiliare ricoperto.
Aspetti rilevanti per la valutazione dei mezzi del richiedente
Assenza di fonti di reddito stabili per il richiedente
Cass., sez. I, 22 settembre 1999, n. 10260
Rilevanza dei cespiti ereditari pervenuti in costanza di matrimonio
Cass., sez. I, 9 marzo 2000, n. 2662
Rilevanza dei cespiti ereditari pervenuti dopo la separazione
Cass., sez. I, 22 novembre 2000, n. 15055
Irrilevanza della mancata richiesta di un assegno ai fini della valutazione della capacità economica dell'onerato
Cass., sez. I, 19 novembre 2010, n. 23508
Insussistenza dei presupposti dell'assegno divorzile a carico del coniuge che abbia smesso (anche volontariamente) di lavorare
Cass., sez. I, 4 aprile 2002, n. 4800
Irrilevanza del semplice divario di reddito tra i coniugi e degli incrementi patrimoniali
Cass., sez. I, 20 marzo 1998, n. 2955
Rilevanza della disponibilità della casa di abitazione
Cass. civ., sez. I, sent. 28 dicembre 2010, n. 26197
Cass. civ., sent.,10 maggio 2017, n.11504
È sempre possibile il ricorso alle presunzioni.
Entrambe le parti sono tenute a provare l'esistenza di fattori che potrebbero determinare il superamento dello squilibrio.
L'instaurazione di una nuova convivenza
La nuova convivenza instaurata è certamente apprezzabile ai fini della perdita del diritto alla percezione dell'assegno divorzile. Con sentenza del 2011 (Cass. civ., sez. I, sent., 11 agosto 2011, n. 17195) la Suprema Corte, componendo il contrasto creatosi in giurisprudenza tra coloro che ritenevano che la convivenza fosse rilevante solo se incidente positivamente sulla condizione economica di colui che richiede l'assegno e coloro che ritenevano che la stessa fosse sempre rilevante, ha precisato che la convivenza delineata quale stabile modello di vita comune fa cessare il diritto alla percezione dell'assegno divorzile, dal momento che la creazione di un nuovo modello di famiglia - ancorché di fatto - rescinde ogni connessione con il tenore e il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, con ciò, ogni presupposto per la riconoscibilità dell'assegno divorzile fondato sulla conservazione di esso.
Peraltro non essendoci alcuna identità né analogia con il matrimonio del coniuge divorziato (che fa cessare automaticamente il diritto all'assegno) la sussistenza di una stabile convivenza deve essere dimostrata e accertata giudizialmente.
L'instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, ancorché di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell'assegno divorzile a carico dell'altro coniuge, sicché il relativo diritto non entra in stato di quiescenza ma resta definitivamente escluso. Infatti, la formazione di una famiglia di fatto - costituzionalmente tutelata ai sensi dell'art. 2 Cost. come formazione sociale stabile e duratura in cui si svolge la personalità dell'individuo è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l'assunzione piena del rischio di una cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarietà postmatrimoniale con l'altro coniuge, il quale non può che confidare nell'esonero definitivo da ogni obbligo (Cass. civ., sez. VI, 13 dicembre 2016, n. 25528; Cass. civ., sez. I, 3 aprile 2015, n. 6855).
Oggi, alla luce della interpretazione della natura e funzione dell'assegno divorzile come novellata dalla pronuncia delle Sezioni Unite n. 18287/2018 (prevalentemente di carattere perequativo/compensativo) ci si può interrogare se la convivenza stabile ed accertata possa far cessare il diritto all'assegno divorzile. Nella misura in cui l'assegno divorzile - perequativo-compensativo - è diretto a colmare un accertato «gap reddituale e patrimoniale non altrimenti superabile» che si è venuto a determinare per scelte condivise e sacrificio della posizione professionale e personale di un coniuge a beneficio dell'altro o della famiglia, potrebbe dubitarsi che tale funzione possa venire meno per effetto di una successiva convivenza.
Sotto diverso profilo, peraltro, deve osservarsi che la convivenza costituisce un elemento che innovando il giudizio di “non superabilità” del divario e dello squilibrio creatosi per effetto delle scelte di vita effettuate durante il corso del matrimonio fa cessare il diritto all'assegno in quanto rescinde definitivamente ogni rapporto con la pregressa vicenda matrimoniale. Infatti la formazione di una famiglia di fatto da parte del coniuge beneficiario dell'assegno divorzile è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, con piena assunzione del rischio di una eventuale cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarietà postmatrimoniale da parte dell'altro coniuge, il quale non può che confidare nell'esonero definitivo da ogni obbligo (cfr. Cass. n. 11504/2017, cit.). Come osservato anche da Cass.,S.U., n. 18287/2018 negare alla successiva formazione di un legame di fatto un effetto estintivo dell'assegno significherebbe restituire impropriamente all'assegno divorzile quella natura di ultrattività, frutto di una visione criptoindossolubilista del matrimonio.
L'instaurazione da parte dell'avente diritto all'assegno divorzile di uno stabile legame affettivo - una famiglia di fatto - determina il venire meno del dovere di solidarietà che, poggiando sul cardine costituzionale della pari dignità dei coniugi, è alla base dell'assegno di divorzio e comporta il venire meno della necessità di continuare ad appoggiarsi sugli effetti di un vincolo matrimoniale ormai sciolto, senza alcuna possibilità che l'eventuale interruzione di detto legame faccia rivivere la solidarietà post coniugale. L'avente diritto all'assegno infatti si assume consapevolmente i rischi di rinunziare all'assegno per sempre.
L'assegno di divorzio, trovando la propria fonte nel nuovo status delle parti, decorre dal passaggio in giudicato della relativa statuizione.
Rientra nella facoltà discrezionale del giudice ma necessita di un'adeguata motivazione, la possibilità per lo stesso, avvalendosi della previsione di cui all'art. 4, comma 10, l. n. 898/1970 di far decorrere l'assegno dal momento della domanda (Cass., sez. I, sent., 24 settembre 2014, n. 20024): non si tratta di una deroga al principio secondo il quale l'assegno di divorzio decorre dal passaggio in giudicato della relativa statuizione ma di un temperamento di tale principio in relazione alle circostanze del caso concreto (Cass. civ., sez. I, sent., 10 dicembre 2010, n. 24991). Il principio ha portata generale e quindi si applica non solo allorché sia stato pronunziato divorzio con sentenza non definitiva e non richiede specifica domanda in punto di decorrenza (Cass. civ., sez. I, sent., 12 luglio 2007, n. 15611).
Non è invece possibile far decorrere l'assegno da un momento intermedio tra la data della domanda e la data del passaggio in giudicato della sentenza di divorzio (Cass. civ., sez. I, sent., 21 marzo 2002, n. 4038).
Qualora non sussistano i presupposti per il riconoscimento del diritto all'assegno divorzile, le somme corrisposte al coniuge più debole, in base ad una pronuncia poi rivelatasi ab initio errata, debbono essere restituite, trovando la loro erogazione esclusivo fondamento in un titolo originato dalla infondata domanda del coniuge "debole" (Cass. civ., sez. I, sent., 28 maggio 2004, n. 10291).
Peraltro quando l'assegno di divorzio sia destinato, per la sua non elevata entità, a soddisfare mere esigenze di carattere alimentare (in questa ipotesi non si differenzia da quello di mantenimento corrisposto in sede di separazione), qualora il diritto venga meno o se ne riduca l'entità, le somme versate non saranno suscettibili di ripetizione (Cass. civ., sez. I, sent., 9 settembre 2002, n. 13060).
Si tratta della corresponsione in unica soluzione dell'assegno divorzile.
È possibile solo su accordo delle parti. Spetta invece al tribunale la valutazione di equità e congruità della somma corrisposta.
Il versamento della somma esclude la sopravvivenza, in capo al coniuge beneficiario, di un qualsiasi ulteriore diritto nei confronti dell'altro coniuge con la conseguenza che nessuna ulteriore prestazione potrà essere richiesta in caso di peggioramento delle condizioni economiche dell'assegnatario e comunque per la sopravvenienza di giustificati motivi cui è subordinata l'ammissibilità della domanda di revisione (Cass. civ., sez. I, sent., 8 marzo 2012, n. 3635).
L'una tantum non costituisce per il soggetto che la corrisponde onere deducibile dal reddito ai fini dell'applicazione dell'IRPEF in quanto, ai sensi dell'art. 10, comma 1, lett. c), d.P.R. n. 917/1986, la deducibilità è prevista soltanto per l'assegno periodico di divorzio (Cass. civ., sez. V, sent., 6 novembre 2006, n. 23659, Cass. civ., sez. V, sent., 22 novembre 2002, n. 16462).
Essa non è qualificabile come reddito imponibile ai fini IRPEF sulla base di quanto disposto dall'art. 47, comma 1, lett. f), d.P.R. n. 597/1973 (Cass. civ., sez. I, sent., 12 ottobre 1999, n. 11437) per chi la percepisce.
di Donata Piantanida

References: sentenza 
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 art. 210

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