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Timestamp: 2018-03-22 11:49:01+00:00

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Cassazione II civile 9 febbraio 2011, n. 3175 Immobili, donazioni, eredità, successioni, revocatoria, simulazione (2011-04-01) – Gadit
Con atto di citazione notificato il 29-7-1993 G.M. conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di … … assumendo di essere creditore della somma di L. 91.846.300 nei confronti del defunto C. A., padre di C.E., il quale, al momento del suo decesso avvenuto il ****, non aveva lasciato alcun bene all’unica erede, accettante l’eredità con beneficio di inventario, ed aggiungendo che in precedenza il 27-8-1988 il defunto aveva ceduto la nuda proprietà di tutti i suoi beni alla sorella D., al cognato S.I. ed ai nipoti Sp.Al. e M..
Intervenivano poi in giudizio "ad adiuvandum" A.B. e L.M., rispettivamente di professione avvocato difensore ed agronomo, vantando crediti nei confronti di C. A. per attività professionale svolta nell’interesse di quest’ultimo.
In proposito deve premettersi che in tema di azione diretta a far valere la simulazione di una compravendita che sia proposta dal creditore di una delle parti del contratto stesso, alla dichiarazione relativa ai versamento del prezzo, pur contenuta in un rogito notarile di una compravendita immobiliare, non può attribuirsi valore vincolante nei confronti del creditore, atteso che questi è terzo rispetto ai soggetti che hanno posto in essere il contratto, e che possono trarsi elementi di valutazione circa il carattere fittizio del contratto dalla circostanza che il compratore, su cui grava l’onere di provare ti pagamento del prezzo, non abbia fornito la relativa dimostrazione (Cass. 30-5-2005 n. 11372); tuttavia la sentenza impugnata ha affermato che nella fattispecie, laddove sussisteva una quietanza in ordine al pagamento del prezzo di vendita, gli attuali ricorrenti principali non avevano fornito la prova gravante a loro carico, anche di carattere presuntivo, in ordine alla dedotta simulazione relativa della vendita suddetta in quanto dissimulante una donazione; al riguardo occorre rilevare che, considerato che le circostanze di natura indiziaria esposte nel ricorso principale non risultano essere state esaminate dal giudice di appello (ad eccezione di quella relativa alla irrisorietà del prezzo di vendita, oggetto di valutazione peraltro ai fini della configurazione dell’atto del 27-8-1988, come si esporrà meglio più innanzi, quale "negotium mixtum cum donatione"), era onere dei ricorrenti principali, in realtà non assolto, di dedurre di aver specificatamente sottoposto all’esame della Corte territoriale tali elementi ai fini della decisione sulla domanda di accertamento della natura simulatoria della vendita per cui è causa in quanto dissimulante una donazione.
Con il secondo motivo i ricorrenti principali, deducendo violazione e/o falsa applicazione dell’art. 782 c.c. e L. 16 febbraio 1913, n. 89, artt. 47 e 48 nonchè omessa e/o insufficiente motivazione, censurano la sentenza impugnata per aver affermato che, atteso che il prezzo di vendita era del tutto sproporzionato rispetto al valore complessivo della nuda proprietà dei suddetti beni, era stato concluso un "negotium mixtum cum donatione" per il quale non era richiesta la forma particolare prevista per le donazioni.
Il giudice di appello ha ritenuto assolutamente inadeguato il prezzo della suddetta compravendita rispetto al valore dei beni ceduti, posto che, anche tenendo conto della riserva di usufrutto per il venditore e dell’assunzione dell’obbligo di pagamento delle residue rate di mutuo, di cui peraltro non si conosceva l’ammontare, era evidente che la pattuizione complessiva di un prezzo di L. 79.050.000 appariva del tutto sproporzionata rispetto al valore complessivo di L. 504.625.000 della nuda proprietà dei beni; da tale premessa in fatto ha peraltro tratto la conseguenza che non ricorreva una donazione modale, come sostenuto dagli appellanti incidentali, che postulava comunque la gratuità del negozio e l’aggiunta di un onere, bensì un "negotium mixtum cum donatione", ovvero un contratto oneroso con la cosciente pattuizione di un corrispettivo inadeguato alla controprestazione per il quale non era richiesta la forma particolare prevista per le donazioni, cosicchè l’atto pubblico senza testimoni adottato nella specie era perfettamente idoneo a rendere valido il negozio posto in essere dalle parti, anche nel caso si volesse ritenere che la vendita dissimulasse un atto di liberalità ex at. 809 c.c..
Orbene il convincimento espresso dalla sentenza impugnata è conforme all’orientamento ormai consolidato di questa Corte secondo cui il "negotium mixtum cum donatione" costituisce una donazione indiretta attuata attraverso l’utilizzazione della compravendita al fine di arricchire il compratore della differenza tra il prezzo pattuito e quello effettivo, per la quale non è necessaria la forma dell’atto pubblico richiesta per la donazione diretta, essendo invece sufficiente la forma dello schema negoziale adottato (Cass. 10-2-1997 n. 1214; Cass. 21-1-2000 n. 642; Cass. 29-9-2004 n. 19601; Cass. 3-11- 2009 n. 23297), considerato che l’art. 809 c.c., nello stabilire le norme sulle donazioni applicabili agli altri atti di liberalità realizzati con negozi diversi da quelli previsti dall’art. 769 c.c., non richiama l’art. 782 c.c., che prescrive l’atto pubblico per la donazione (Cass. 29-3-2001 n. 4623); può qui aggiungersi, quanto alla disciplina da applicare al "negotium mixtum cum donatione", e dunque a sostegno della opzione per il criterio dello schema negoziale adottato rispetto al criterio della prevalenza, che, facendo la norma sulla forma della donazione parte di quelle disposizioni volte a realizzare la tutela del donante (per evitare che lo spirito di liberalità possa trasformarsi per lui in un pregiudizio), essa, a differenza delle norme che assicurano la tutela dei terzi, non può essere estesa a quei negozi che perseguono l’intento di liberalità con schemi negoziali previsti per il raggiungimento di finalità di altro genere; infatti in tal caso troppo radicale sarebbe il sacrificio dell’autonomia privata alla quale si deve ricondurre il potere delle parti di avvalersi delle figure negoziali per perseguire finalità lecite e, come tali, atte a trovare nell’ordinamento il loro riconoscimento (così in motivazione Cass. 10-2-1997 n. 1214).

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