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Timestamp: 2017-07-27 20:52:23+00:00

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CASSAZIONE PENALE,IMPRESA,FATTURE PER OPERAZIONI INESISTENTI reato ,AVVOCATO PENALE TRIBUTARIO BOLOGNA diritto penale tributario penale tributario confisca penale tributario dichiarazione infedele penale e tributario diritto penale tributario diritto penale tributario penale tributario iva penale tributario limiti penale tributario milano penale tributario nuovi limiti penale tributario omesso versamento iva penale tributario prescrizione penale tributario raddoppio termini DISTRETTO DELLE CONCERIE TOSCANE AVVOCATO PER CAUSE CONCERIE IN MATERIA PENALE E DI RIFIUTI | Avvocato a Bologna - Studio Legale Bologna Avvocato Sergio Armaroli
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DISTRETTO DELLE CONCERIE TOSCANE AVVOCATO PER CAUSE CONCERIE IN MATERIA PENALE E DI RIFIUTI
Cassazione Penale, Sez. 3, 01 ottobre 2014, n. 40527 – Reati imputabili all’impresa: l’amministratore è sempre responsabile
1. Omissis ha proposto ricorso, a mezzo del difensore fiduciario cassazionista, avverso la sentenza del tribunale di AVELLINO, emessa in data 18/12/2012, depositata in data 1/02/2013, con cui la stessa veniva dichiarata colpevole di una serie di violazioni alla normativa ambientale e prevenzionistica in materia di infortuni sul lavoro, in particolare: a) del reato di cui agli artt. 110 c.p., 279 d. lgs. n. 152/2006 (per aver sottoposto, quale legale rappresentante della … s.r.l., a modifica sostanziale l’impianto conciario in assenza dell’autorizzazione all’emissione in atmosfera ai sensi dell’art. 269, d. lgs. citato); b) del reato di cui agli artt. 110 c.p. e, 256, comma 1, lett. A), d. lgs. n. 152/2006 (per aver, nella medesima qualità, effettuato attività di smaltimento dei rifiuti, costituiti da acque di spruzzo, in assenza della prescritta autorizzazione); e) del reato di cui agli artt. 110 c.p. e 256, comma 2, d. lgs. n. 152/2006 (per aver, sempre nella predetta qualità, depositato in modo incontrollato rifiuti provenienti dall’attività, permettendo che il percolato venisse convogliato in acque superficiali); d) del reato di cui agli artt. 110 c.p. e 137, d.lgs. n. 152/2006 (per avere, nella qualità predetta, effettuato lo scarico di acque reflue industriali in acque superficiali in assenza di autorizzazione); e) del reato di cui agli artt. 110 c.p. e 63, d. lgs. n. 81/2008 (per avere, sempre nella detta qualità, omesso di effettuare lavori tali da rendere la pavimentazione del reparto bottali in grado di convogliare sostanze putrescibili e liquidi di risulta della lavorazione pelli nei punti di raccolta e di scarico); f) del reato di cui agli artt.110 c.p. e 63, comma 1, d. lgs. n. 81/2008 (per avere, nella qualità predetta, omesso di mantenere adeguatamente pulito l’impianto di spruzzo in guisa da evitare accumuli di sostanze secche e stratificate); g) del reato di cui agli artt. 110 c.p. e 71, comma 4, lett. A), d. lgs. n. 81/2008, in relazione all’art. 87, comma 2, lett. C) (per avere, nella qualità predetta, omesso adeguata manutenzione della quasi totalità delle apparecchiature utilizzate nel ciclo produttivo); h) del reato di cui agli artt. 110 c.p. e 16, comma 2 e 20, d. lgs. n. 139/2006 (per avere, nella qualità predetta, omesso di richiedere il prescritto certificato di prevenzione incendi per il locale caldaia e montacarichi).
4- Il ricorso dev’essere rigettato per le ragioni di cui si dirà oltre. 5- Preliminarmente, osserva il Collegio come il motivo nuovo non possa essere esaminato da questa Corte, nemmeno come memoria, in quanto pervenuto fuori del termine di gg. 15 previsto dall’art. 611 c.p.p. Ed infatti, è pacifico nella giurisprudenza di questa Corte che non sono suscettibili di considerazione nel giudizio di legittimità, nella specie camerale, le memorie e le produzioni difensive intempestivamente presentate per inosservanza del termine dilatorio di cui all’art. 611 cod. proc. pen. (Sez. 1, n. 8960 del 07/02/2012 – dep. 07/03/2012, Mangione, Rv. 252215). Né, peraltro, può ritenersi sussistere un’ipotesi di caso fortuito o forza maggiore per l’arrivo tardivo del piego raccomandato in cancelleria, spedito peraltro mediante servizio di poste private; ed infatti, già in precedenza, questa Corte ha avuto modo di affermare che tale ritardo non possa comunque essere incluso nella nozione di caso fortuito o forza maggiore in relazione alla presentazione del motivi di gravame da parte dei difensore stesso (Sez. 2, n. 7298 dei 16/02/1982 – dep. 27/07/1982, Boccolari, Rv. 154723). 6. Tanto premesso, può quindi essere esaminato il primo motivo di ricorso, con cui viene dedotto un preteso vizio motivazionale dell’impugnata sentenza. Sul punto, le deduzioni difensive si risolvono in censure sui risultato della valutazione probatoria operata dal giudici di merito, operazione non consentita in questa sede; la sentenza ha, infatti, attribuito la responsabilità penale del fatto alla ricorrente, chiarendo che la stessa, benché non si interessasse direttamente alla gestione dell’azienda, omettendo i necessari controlli in ordine all’andamento della stessa, omettendo di richiedere le dovute autorizzazioni, di preservare l’igiene e la sicurezza dei luogo di lavoro, di vigilare adeguatamente i dipendenti nello svolgimento del proprio operato, certamente ha agevolato la commissione del reati contestati. Detta motivazione, si noti, non può considerarsi affetta dai dedotto vizio motivazionale, laddove si consideri che il giudice di merito, così fornendo la giustificazione per l’attribuzione della responsabilità penale alla stessa ricorrente, mostra di fare corretta applicazione del principio secondo cui l’amministratore di una società, ancorché estraneo alla gestione dell’azienda – anche se esclusivamente riconducibile all’amministratore di fatto – risponde del reato omissivo contestatogli quale diretto destinatario degli obblighi di legge, dunque anche se questi fa mero prestanome di altri soggetti che abbiano agito quali amministratori di fatto, atteso che la semplice accettazione della carica attribuisce allo stesso doveri di vigilanza e controllo. 7. Quanto, poi, al secondo motivo di ricorso, con cui si censura la sentenza impugnata per aver il giudice concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena nonostante abbia irrogato la sola pena dell’ammenda, io stesso si appalesa parimenti inammissibile. Vero è che la richiesta difensiva, in sede di conclusioni, era stata quella di assoluzione per insussistenza dell’elemento psicologico e che il giudice non motiva circa la concessione, anche d’ufficio, del beneficio della sospensione condizionale della pena dell’ammenda, in ragione della prevalenza, di cui non fornisce giustificazione, sul contrario interesse dell’imputato, della funzione rieducativa insita nel beneficio (Sez. 3, n. 11091 del 27/01/2010 – dep. 23/03/2010, Di Rosa e altri, Rv. 246440), ma è altrettanto vero che il quadro normativo è mutato rispetto al passato. Ed Invero, il Collegio condivide, pur consapevole dell’esistenza di decisioni difformi di questa Corte (v., ad es: Sez. 3, n. 47234 del 15/11/2012 – dep. 06/12/2012, Biagioni, Rv. 253994, che, tuttavia, sembrano non tenere adeguatamente conto dell’autorevole esegesi operata dalla Corte costituzionale con la sentenza 8 ottobre 2010, n. 287, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 5, comma 2, lett. d), dei d.P.R. n. 313/2002, limitatamente all’inciso «salvo che sia stato concesso alcuno dei benefici di cui agli articoli 163 e 175 del codice penale»), l’orientamento – che appare conforme ad una lettura costituzionalmente orientata dell’attuale disciplina, come evidenziato dalla sentenza n. 287/2010 della Corte Costituzionale – che ritiene Inammissibile per difetto dell’interesse ad impugnare il ricorso per cassazione avverso la sentenza di condanna a pena dell’ammenda condizionalmente sospesa e relativa a contravvenzione oblabile ex art. 162 bis cod. pen., in quanto l’art. 3 del d.P.R. 14 novembre 2002, n. 313, diversamente dall’abrogato art. 686 cod. proc. pen., prevede oggi l’iscrizione per estratto nel casellario giudiziale anche delle sentenze di condanna concernenti contravvenzioni oblabili (Sez. 3, n. 12914 dei 20/02/2008 – dep. 27/03/2008, Crucito, Rv. 239349). Ed infatti, poiché, per il principio generale, per proporre impugnazione occorre avervi interesse (art. 568, comma quarto, cod. proc. pen.), e rilevato che l’Interesse giuridico qualificato era ravvisato, dalla giurisprudenza difforme a quella seguita da questo Collegio, nella circostanza che dalla condanna “consegue l’iscrizione nel casellario giudiziale, che non può, in caso di sospensione, essere eliminata” (v. la già citata Sez. 3, n. 47234 del 15/11/2012 – dep. 06/12/2012, Biagioni, Rv. 253994), è dunque evidente che, l’intervenuta declaratoria di parziale incostituzionalità dell’art. 5 del citato d.P.R. n. 313/2002, fa venir meno l’interesse ad ottenere la revoca del beneficio concesso in relazione a contravvenzione oblabile ex art. 162-bis cod. pen., avendo infatti la Corte Costituzionale chiarito che «l’esclusione di coloro che abbiano fruito dei benefici di cui agli artt. 163 e 175 cod. pen. dalla possibilità di ottenere la cancellazione dal casellario giudiziale delle iscrizioni relative a condanne alla pena dell’ammenda, decorsi dieci anni dall’estinzione della pena medesima, nel corso dei quali il condannato non abbia compiuto altri reati, deve ritenersi costituzionalmente illegittima», producendo tale preclusione «un trattamento irragionevolmente differenziato fra condannati per i medesimi reati, sulla base di una cautela che, alla luce dell’evoluzione legislativa, è divenuta eccessiva e sproporzionata, non tale quindi da bilanciare lo svantaggio della perennità dell’iscrizione, non prevista invece per condannati in ipotesi giudicati in modo più severo dai giudice» (v., in senso conforme: Sez. 3, sentenza n. 21753 del 2014, ric. D’Amico, non massimata). 8. Quanto, infine, al terzo ed ultimo motivo di ricorso, con cui si censura la mancata specificazione dell’aumento disposto a titolo di continuazione per i reati satelliti, l’infondatezza del medesimo discende dal pacifico principio di diritto per il quale, in tema di determinazione della pena nel reato continuato, deve ritenersi congruamente motivata la sentenza che faccia riferimento alle modalità dei fatti ed ai precedenti penali specifici degli imputati; non sussiste, invece, l’obbligo di specifica motivazione per gli aumenti di pena a titolo di continuazione, valendo a questi fini le ragioni a sostegno della quantificazione della pena-base (Sez. 5, n. 27382 del 28/04/2011 – dep. 13/07/2011, Franceschi e altro, Rv. 250465). 9 Il ricorso dev’essere, dunque, complessivamente rigettato. Segue, a norma dell’articolo 616 c.p.p., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.
REPUBBLICA ITALLANA In nome dei Popolo Itallano LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE TERZA SEZIONE PENALE Composta dai Sigg.ri Magistrati Dott. Aldo Fiale – Presidente Dott. Amedeo Franco – Consigliere Dott.ssa Mariapia Gaetana Savino – Consigliere Dott. Andrea Gentili – Consigliere Dott. Alessio Scancella – Consigliere Rel. ha pronunciato la seguente SENTENZA
sul ricorso proposto da: Omissis avverso la sentenza del tribunale di AVELLINO in data 18/12/2012; visti gii atti, il provvedimento denunziato e li ricorso; udita la relazione svolta dal consigliere Alessio Scarcella; udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. E. Delehaye, che ha concluso per l’annullamento senza rinvio dell’impugnata sentenza per non aver commesso il fatto; udite, per la ricorrente, le conclusioni dell’Avv. … che ha chiesto accogliersi il ricorso;
Fatti tutti commessi in data 2 marzo 2010.
2. Con il ricorso, proposto dal difensore procuratore speciale della ricorrente, vengono dedotti tre motivi, di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. cod. proc. pen. 2.1. Deduce, con il primo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. e) c.p.p., per mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in relazione agli artt. 40, 42 comma 1 e 43, c.p. La censura investe l’impugnata sentenza per aver il giudice ritenuto la ricorrente responsabile (in concorso con altro soggetto non impugnante), dei predetti reati per il solo titolo di legale rappresentante della s.r.l., pur ammettendo il giudice che la stessa non si interessasse direttamente della reale gestione dell’azienda; dall’istruttoria, infatti, era emerso che la stessa rivestiva il ruolo di mero prestanome dell’amministratore di fatto, tale Omissis, che gestiva l’azienda in totale autonomia (si richiamano, a tal proposito, numerose deposizioni testimoniali rese dai test … e dallo stesso …; la stessa aveva un livello culturale basso, avendo frequentato sino alla 2^ media. Il giudice, quindi, avrebbe omesso di svolgere qualsiasi accertamento sulla consapevolezza da parte della ricorrente della condotta negligente ad essa ascrivibile ad altri e della volontà di astenersi da qualsiasi controllo sull’altrui operato come, del resto, sulla incapacità della medesima di comprendere la normativa. Inoltre il giudice avrebbe omesso di motivare sulla generica cognizione da parte della ricorrente sul fatto che l’amministratore di fatto avesse posto in essere condotte integranti i reati contestati; il mero ruolo di amministratore di diritto della ricorrente, non sarebbe sufficiente per imputare alla stessa la responsabilità colposa delle violazioni accertate. 2.2. Deduce, con il secondo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. e) c.p.p., in relazione all’art. 163 c.p. La censura investe poi l’impugnata sentenza per aver il giudice concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena, pur avendo irrogato la sola pena dell’ammenda, senza motivare sull’utilità della concessione dei beneficio rispetto ai contrario interesse dell’imputato a non giovarsene in relazione alla lievità della pena irrogata. 2.3. Deduce, con il terzo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. e) c.p.p., in relazione all’art. 133 e 81 c.p. La censura investe infine l’impugnata sentenza per aver il giudice irrogato l’aumento della pena a titolo di continuazione, dopo aver determinato la pena base, senza specificare quale fosse la frazione di pena attribuibile a ciascuna contravvenzione. 3. Con atto trasmesso a mezzo fax in data 9 giugno 2014, il difensore della ricorrente, in relazione al “motivo nuovo” pervenuto presso la cancelleria di questa Corte in data 6/06/2014 a mezzo piego raccomandato – con cui la ricorrente deduce ulteriormente il vizio di cui alla lett. e) dell’art. 606 c.p.p., per violazione degli artt. 40, 42, comma 1 e 43, comma 3, c.p., sub specie di mancanza, contraddittorietà e manifesta Illogicità della motivazione-, ha chiesto valutarsi detto motivo come “memoria” ai sensi dell’art. 121 c.p.p., eccependo, per quanto è possibile desumere, l’esistenza di una causa di forza maggiore o caso fortuito per l’arrivo tardivo del piego raccomandato.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali cosi deciso in Roma, il 10 giugno 2014.
Depositato in Cancelleria il 01 ottobre 2014
L.L. veniva tratto a giudizio dinanzi al Tribunale di Vicenza per rispondere del reato di lesioni personali colpose per avere quale legale rappresentante della ditta L. F.lli (esercente attività di conceria) – cagionato alla dipendente O.I. lesioni personali gravi, per colpa consistita in imprudenza, negligenza, imperizia e violazione del D.P.R. n. 547 del 1955, art. 115, ed in particolare per aver omesso di munire la pressa a piani mobili LED 10 matricola (OMISSIS) di idonei ripari atti ad evitare che le mani o le altre parti del corpo dei lavoratori venissero offese dal piano inferiore in movimento contro quello fisso; di modo che la O., intenta ad utilizzare con una collega la pressa a piani mobili con movimento verticale, venuta a trovarsi con la mano sinistra in zona pericolosa, allorquando venivano chiusi i ripari ed avviato il ciclo di lavorazione, riportava lesioni personali gravi, quali lo schiacciamento e l’ustione della mano sinistra, comportanti una malattia guarita in oltre quaranta giorni con postumi permanenti (in Chiampo, 03/04/2002).
Il reato di lesioni personali colpose lievi (malattia guarita entro 40 giorni), commesso con violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, è, invero, così come sostenuto dal ricorrente, procedibile a querela di parte secondo la formulazione letterale dell’art. 590 c.p., u.c., laddove è precisato infatti che la deroga alla regola generale della procedibilità a querela con conseguente procedibilità di ufficio riguarda esclusivamente (vi è un espresso richiamo al primo e secondo capoverso) i fatti di lesioni colpose gravi (pericolo di vita per la persona offesa, o indebolimento permanente di un senso o di un organo, o malattia superiore a quaranta giorni) e gravissime, e solo se si tratta di fatti commessi (la norma recita testualmente “limitatamente ai fatti”) con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all’igiene del lavoro o che abbiano determinato una malattia professionale: ne deriva che solo per le lesioni cagionate con violazione delle norme sulla circolazione stradale è sempre richiesta ai fini della procedibilità, a prescindere dall’entità delle lesioni, la querela. L’impugnata sentenza deve essere quindi annullata, con rinvio, per nuovo esame, alla Corte d’Appello di Venezia, altra Sezione, che si atterrà al principio di diritto sopra enunciato, valutando se dagli atti possono trarsi validi ed utilizzabili elementi probatori ai fini della determinazione della durata della malattia derivata alla parte lesa dalle lesioni subite.
Dott. MORGIGNI Antonio – Presidente –
Dott. LICARI Carlo – Consigliere –
Dott. NOVARESE Francesco – Consigliere –
Dott. ROMIS Vincenzo – rel. Consigliere –
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. FEBBRARO Giuseppe, che ha concluso per l’annullamento senza rinvio per improcedibilità derivante dalla mancanza di querela.
All’esito del giudizio, il Tribunale condannava l’imputato alla pena di Euro 300,00, di multa con il beneficio della non menzione.
Proponeva gravame la difesa dell’imputato e la Corte d’Appello di Venezia confermava l’impugnata decisione.
La Corte distrettuale, in risposta alle deduzioni dell’appellante relative alla determinazione della durata della malattia derivata alla parte lesa dalle lesioni subite, ed alla asserita procedibilità del reato a querela, nella specie non presentata, motivava il proprio convincimento sottolineando in particolare che ben poteva prescindersi da qualsiasi valutazione circa la prova della durata della malattia per un periodo superiore ai quaranta giorni – in ordine alla quale appariva inutilizzabile una deposizione testimoniale dalla quale il primo giudice aveva ritenuto di poter trarre il dato probatorio attestante la gravità delle lesioni riportate dalla parte lesa posto che anche per le lesioni personali colpose lievi, purchè commesse, come nella concreta fattispecie, con violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni, il reato sarebbe procedibile di ufficio a norma dell’art. 590 c.p., u.c., di tal che l’eccezione difensiva non poteva comunque trovare accoglimento.
Ha presentato ricorso per Cassazione l’imputato, deducendo violazione di legge sull’asserito rilievo che il reato “de quo” sarebbe perseguibile a querela, mancante in atti, anche sulla scorta della sentenza della Corte Costituzionale n. 178 del 2003 con la quale è stato sottolineato che la procedibilità a querela delle lesioni cagionate con violazione delle norme sulla circolazione stradale, rispetto a quelle derivate dalla violazione della normativa antinfortunistica, è riconducibile ad un’opzione di politica legislativa sottratta ad ogni contestazione di legittimità costituzionale: sostiene il ricorrente che nella citata sentenza del Giudice delle leggi è stato altresì precisato che la procedibilità di ufficio, per le lesioni derivate dalla violazione di norme antinfortunistiche, è limitata alle lesioni gravi e gravissime.
Annulla la sentenza impugnata, con rinvio ad altra Sezione della Corte d’Appello di Venezia.
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 art. 162
 art. 686
 art. 162
 sentenza 
 sentenza 
 SENTENZA

 sentenza 
 sentenza 
 art. 173
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 115
 sentenza 
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