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Timestamp: 2018-04-20 16:35:44+00:00

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L’autorizzazione del giudice penale alla trasmissione delle notizie
Come è noto, <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />la Guardia di Finanza (che svolge anche funzioni di polizia giudiziaria) trasmette agli uffici finanziari elementi e notizie relative a indagini penali, la cui acquisizione è subordinata alla previa autorizzazione dell’Autorità giudiziaria, in relazione alle norme disciplinanti il segreto nelle indagini penali. <?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Infatti, le Fiamme Gialle, in forza dell’art. 63 del D.P.R. n.633/72, e in deroga all’art. 329 del C.P.P., trasmettono agli uffici documenti, dati e notizie acquisiti, direttamente o riferiti, e ottenuti dalle altre forze di Polizia, nell’esercizio dei poteri di polizia giudiziaria.
Sul punto si registrano una serie di sentenze della Corte di Cassazione:
con la sentenza n. 3852 del 9 novembre 2000 (depositata il 16 marzo 2001), ha statuito che l’autorizzazione dell’Autorità giudiziaria alla trasmissione di dati e notizie acquisiti in sede di indagini non è richiesta per la garanzia di diritti del contribuente, ma per la mera tutela del segreto, cosicché la sua assenza non comporta la illegittimità degli atti di accertamento fondati sulle acquisizioni trasmesse in carenza di autorizzazione. Pertanto, ove gli uffici vengano in possesso di dati e notizie trasmessi dalla Guardia di finanza, in assenza di autorizzazione ciò non determina l’inutilizzabilità delle prove stesse, in quanto – come abbiamo già visto – l’inutilizzabilità è categoria giuridica valida solo per il processo penale;
con la sentenza n. 14058 del 12 giugno 2006, ha affermato che la violazione delle regole dell’accertamento tributario non comporta come conseguenza necessaria l’inutilizzabilità degli elementi acquisiti, in mancanza di una specifica previsione normativa in tal senso;
con la sentenza n. 14055 del 16 giugno 2006, ha ritenuto che “l’utilizzo ai fini fiscali della documentazione acquisita nel corso di attività di polizia tributaria non è condizionata all’autorizzazione di cui all’art. 63 del d.p.r.n.633 del 1972, posta a tutela del segreto istruttorio, cosicchè è irrilevante la questione relativa alla mancata produzione dell’autorizzazione stessa ovvero alla sua tardività”;
con la sentenza n. 7900 del 20 febbraio 2007, dep. il 30 marzo 2007, nel ribadire il principio, ne ha fatto discendere la conseguenza che, la carenza di autorizzazione – che precede la trasmissione degli atti e non l’avvio delle indagini – non è suscettibile di incidere direttamente sulla legittimità dei provvedimenti fiscali emanati a seguito dell’utilizzo dei documenti, dati e notizie in tal modo acquisiti;
con la sentenza n. 8181 del 20 febbraio 2007,dep. il 2 aprile 2007, secondo cui l’autorizzazione necessaria alla Guardia di finanza per la trasmissione ed utilizzazione al competente ufficio fiscale di documenti, dati e notizie acquisite nell’esercizio dei poteri di polizia giudiziaria non investe il profilo dello svolgimento delle indagini quanto quello relativo alla disciplina del segreto istruttorio penale. Conseguentemente, la carenza di autorizzazione – che precede la trasmissione degli atti e non l’avvio delle indagini – non è suscettibile di incidere direttamente sulla legittimità dei provvedimenti fiscali emanati a seguito dell’utilizzo dei documenti, dati e notizie in tal modo acquisiti. Qualora intervengano accessi, ispezioni e verifiche, il giudice di merito è tenuto a verificare, in base alle risultanze degli atti processuali, la preventiva concessione delle autorizzazioni contemplate dalla disciplina dell’accertamento. La Cassazione evidenzia che l’art. 52 del D.P.R. n.633/72, oltre a prevedere gli obblighi e le modalità di cooperazione della Guardia di finanza con gli uffici Iva, quale polizia tributaria – dispone che “inoltre“, e cioè oltre ad espletare tali compiti di cooperazione, essa deve trasmettere agli uffici fiscali interessati “documenti, dati e notizie acquisiti … nell’esercizio dei poteri di polizia giudiziaria“, ossia nel corso d’indagini penali. In questo secondo caso, la “previa autorizzazione” richiesta dall’art. 52 del D.P.R. n. 633/72 “non si riferisce, ovviamente, allo svolgimento dell’indagine penale – essendo le funzioni di polizia giudiziaria disciplinate dagli artt. 55 e seguenti e 347 e seguenti del codice di procedura penale -, bensì alla possibilità di derogare all’obbligo del segreto istruttorio (art. 329 del codice di procedura penale) che, senza quella autorizzazione, necessariamente posteriore all’acquisizione dei documenti, dati e notizie, risulterebbe violato. Detta autorizzazione è necessaria, pertanto, al fine del corretto svolgimento dell’indagine penale, e non incide direttamente sulla legittimità degli atti impositivi assunti in base a documenti e notizie pervenuti, anche senza autorizzazione, all’ufficio erariale (Cass. n. 7208/2003, n. 3852/2001, n. 1932/1999)”. In proposito, la Corte richiama la sentenza della Corte Costituzionale n. 51/1992 che chiaramente esprime (in massima) il concetto nei termini seguenti: “La previa autorizzazione del giudice, richiesta al riguardo, e che è appunto diretta a regolare i confini e le possibili interferenze tra l’istruttoria penale e quella tributaria, è infatti espressamente giustificata dall’esigenza di salvaguardare l’efficienza e il buon esito della indagine penale e di tutelare i diritti della persona che ad essa è sottoposta“;
con la sentenza n. 8940 del 15 febbraio 2007 (dep. il 13 aprile 2006), ha sostenuto che ai fini dell’attività di accertamento, l’utilizzazione e la trasmissione di dati, documenti e notizie penalmente rilevanti acquisiti dalla Guardia di finanza sono suscettibili di autorizzazione da parte dell’Autorità giurisdizionale soltanto allorquando l’acquisizione sia avvenuta nell’esercizio di poteri di polizia giudiziaria e non anche per l’espletamento di compiti di polizia tributaria in quanto tale provvedimento è posto a presidio della segretezza e riservatezza dell’indagine penale, e “anche nella prima ipotesi, poiché l’autorizzazione è posta a tutela della riservatezza delle indagini penali e non dei soggetti coinvolti nel relativo procedimento o di terzi, nessuna conseguenza può derivare dalla sua eventuale mancanza, che, se può avere riflessi anche disciplinari a carico del trasgressore, non tocca l’efficacia probatoria dei dati trasmessi, né implica l’invalidità dell’atto impositivo adottato sulla scorta degli stessi (Cass. n. 5557 del 2000, n. 15914 del 2001, n. 15538 e n. 16788 del 2002, n. 14058 del 2006; in tema di Iva, Cass. n. 28695 del 2005)”;
con la sentenza n. 13213 del 24 aprile 2007, dep. il 6 giugno 2007, secondo cui l’eventuale mancanza dell’autorizzazione di cui all’art. 33 del D.P.R. n. 600 del 1973, circa l’utilizzazione degli elementi acquisiti nel corso dell’indagine per fatti penalmente rilevanti non è suscettibile di inficiarne validità ed efficacia probatoria in quanto tale adempimento è strumentale alla tutela del segreto istruttorio;
con la sentenza n. 24533 del 24 settembre 2007, dep. il 26 novembre 2007 afferma il principio per cui le prove assunte in sede penale, in violazione delle garanzie previste proprio da quel processo, possono tuttavia essere trasferite in sede tributaria, purchè siano rispettate le regole del processo tributario. “E’ giurisprudenza di questa Corte che, in tema di accertamenti tributari, nelle indagini svolte ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 33, D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, artt. 52 e 63, la Guardia di Finanza che, cooperando con gli uffici finanziari, proceda ad ispezioni, verifiche, ricerche ed acquisizione di notizie, ha l’obbligo di uniformarsi alle dette disposizioni, sia quanto alle necessaria autorizzazioni che alla verbalizzazione. Tali indagini hanno carattere amministrativo con conseguente inapplicabilità dell’art. 24 Cost. in materia di inviolabilità del diritto di difesa, essendo applicabili, nella successiva ed eventuale procedura contenziosa, le garanzie proprie di questa e vanno pertanto considerate distintamente dalle indagini, che la stessa Guardia di Finanza conduce in veste di polizia giudiziaria, dirette all’accertamento dei reati, con l’osservanza di tutte le prescrizioni dettate dal codice di procedura penale, a tutela dei diritti inviolabili dell’indagato. La mancata osservanza di tali prescrizioni, rilevante al fine della possibilità di utilizzare in sede penale i risultati dell’indagine, non incide purché non siano violate le dette disposizioni del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 33, e del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 52 e 63, sul potere degli uffici finanziari e del Giudice tributario di avvalersene a fini meramente fiscali, senza che ciò costituisca violazione dell’art. 24 Cost. (Cass. 8990/07, Cass. 22035/06, Cass. 15538/02)”;
con la sentenza n. 7335 del 12 dicembre 2007, dep. il 19 marzo 2008, ha “ribadito da un lato (Cass. 5557/2000, 15538/2002) che l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria, prevista dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 33, comma 3, per l’utilizzazione e la trasmissione agli uffici dell’amministrazione finanziaria di documenti, dati e notizie penalmente rilevanti acquisiti dalla guardia di finanza, è necessaria soltanto quando l’acquisizione sia avvenuta nell’esercizio di attività di polizia giudiziaria e non già quando essa sia correlabile all’espletamento di compiti propri della polizia tributaria, come in fatto accertato dai Giudici di secondo grado e non idoneamente contestato dai ricorrenti. Dall’altro, in ogni caso (Cass. 115914/2001, 28695/2005) l’autorizzazione predetta è posta a tutela della riservatezza delle indagini penali, non dei soggetti coinvolti nel procedimento medesimo o di terzi, con la conseguenza che la mancanza di essa, se può avere riflessi anche disciplinari a carico del trasgressore, non tocca l’efficacia probatoria dei dati trasmessi, né implica l’invalidità dell’atto impositivo adottato sulla scorta degli stessi”;
Con sentenza n. 22173 del 17 giugno 2008 (dep. il 3 settembre 2008), la Corte di Cassazione ha riaffrontato la questione, affermando che l’eventuale mancanza dell’autorizzazione di cui all’art. 33, D.P.R. n. 600/1973 circa l’utilizzazione degli elementi acquisiti nel corso dell’indagine per fatti penalmente rilevanti non è suscettibile di inficiarne validità ed efficacia probatoria, in quanto tale adempimento è strumentale alla tutela del segreto istruttorio.
I giudici, dopo aver precisato che la sentenza penale di condanna o di assoluzione, anche quando sia divenuta irrevocabile, non ha efficacia vincolante nel processo tributario, ai sensi dell’art. 654 c.p.p., a causa delle limitazioni della prova (divieto di prova testimoniale) esistenti in quest’ultimo e del fatto che, in esso, trovano ingresso legittime presunzioni, inidonee a fondare la pronunzia penale di condanna (Cass. n. 10945/2005), osservano, “ aderendo a conforme e costante giurisprudenza in argomento (Cass. nn. 11203/ 2007, 2450/2007, 22035/2006, 15538/2002, 15914/2001), che l’autorizzazione del giudice penale, di cui deve munirsi la guardia di finanza per utilizzare e trasmettere al fisco dati, documenti e notizie acquisiti nell’esercizio dei poteri di polizia giudiziaria per l’accertamento dei reati, è posta a tutela della riservatezza delle indagini penali, come pure dei diritti della persona che ad essa è sottoposta (C. cost., sent. n. 51/1992): premessa da cui non può trarsi la conseguenza che la sua mancanza infici la valenza probatoria dei dati trasmessi, o che implichi l’invalidità dell’atto impositivo adottato sulla scorta di questi, non essendo essa predisposta al fine di filtrare ulteriormente l’acquisizione di elementi significativi a fini fiscali (Cass. n. 7208/2003)”.
Infatti la guardia di finanza, cooperando con gli uffici delle imposte per l’acquisizione e il reperimento degli elementi utili ai fini dell’accertamento dei redditi e per la repressione delle leggi sulle imposte dirette (art. 33 cit., comma 3), “persegue l’interesse pubblico al corretto funzionamento del sistema tributario (art. 53 Cost.); interesse di rango non inferiore, ed anzi connesso, a quello per il perseguimento dei reati fiscali, allorché la guardia di finanza agisce anche in veste di polizia giudiziaria”.
La norma fiscale citata (e analogamente, in materia di IVA, il D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 63) “riconosce quindi all’autorità giudiziaria penale il potere – comunque ad essa spettante in virtù, attualmente, dell’art. 329 c.p.p., e certamente non sindacabile dal giudice tributario né dal contribuente in quanto tale – di derogare al segreto istruttorio, in vista dell’interesse ad un sollecito e corretto accertamento tributario”.
La trasmissione non autorizzata di atti coperti dal segreto istruttorio rileva, quindi, solo nell’ambito del giudizio penale e, se può giustificare provvedimenti a carico del trasgressore, non inficia la valenza probatoria dei dati trasmessi, né implica l’invalidità dell’atto impositivo adottato sulla scorta di essi.
L’interesse della parte privata a svolgere compiutamente le proprie difese nel giudizio tributario è peraltro pienamente garantito dalla conoscenza o conoscibilità degli atti trasmessi.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 33
 art. 33
 Cass. 
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 sentenza 
 art. 33
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 art. 63