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Timestamp: 2017-10-20 14:01:23+00:00

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Avvocato Sergio Armaroli | Via Solferino 30, Bologna (BO) | Tel.051.6447838|avvsergioarmaroli@gmail.com
SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA , separazione e affidamento figli minorenni separazione consensuale e figli minorenni separazione giudiziale e figli minorenni genitori separati e figli minorenni MATRIMONIALISTA BOLOGNA ASCOLTO FIGLI NELLE SEPARAZIONI affido congiunto, in ulteriore subordine, in caso di affido alla madre, ampie modalità di frequentazione con il padre, determinazione di un assegno mensile soltanto per i figli
CREDI CHE LA SEPARAZIONE E IL DIVORZIO SIANO UNA COSA FACILE? SBAGLIATO
SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA, AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA ASCOLTO FIGLI NELLE SEPARAZIONI affido congiunto, in ulteriore subordine, in caso di affido alla madre, ampie modalità di frequentazione con il padre, determinazione di un assegno mensile soltanto per i figli
SE DEVI SEPARTI PARLIAMONE, DISCUTIAMONE
NO LA SEPARAZIONE NON E’ UNA COSA FACILE, OCCORRE IMPEGNO DA PARTE DI ENTRAMBI I CONIUGI
Il giudice , al fine della quantificazione dell’assegno di mantenimento del merito deve anzitutto accertare il tenore di vita dei coniugi durante il matrimonio, per poi verificare se i mezzi economici a disposizione del coniuge gli permettano di conservarlo indipendentemente dalla percezione di detto assegno e, in caso di esito negativo di questo esame, deve procedere alla valutazione comparativa dei mezzi economici a disposizione di ciascun coniuge al momento della separazione. In quest’ambito, la valutazione delle condizioni economiche delle parti non richiede la determinazione dell’esatto importo dei redditi posseduti attraverso l’acquisizione di dati numerici, in quanto è necessaria, ma anche sufficiente, un’attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddituali dei coniugi, in relazione alle quali sia possibile pervenire a fissare l’erogazione, in favore di quello più debole, di una somma corrispondente alle sue esigenze (cfr, tra le altre, cass n. 13592 del 2006).
L’art. 6 della legge 1 dicembre 1970 n. 898, nel testo sostituito dall’articolo 11 della legge 6 marzo 1987, n. 74, subordina il provvedimento di assegnazione della casa coniugale alla presenza di figli, minori o maggiorenni non autosufficienti economicamente, conviventi con i coniugi. In assenza di tale presupposto la casa in comproprietà non può essere assegnata dal giudice in sostituzione o quale componente dell’assegno di mantenimento (di separazione o divorzio) e resta soggetta alle norme sulla comunione, in ordine all’uso e all’eventuale divisione (Cass., sez. 1, 21 gennaio 2011, n. 1491; Cass., sez. 1, 22 marzo 2007, n.6979).
AFFIDAMENTO CONGIUNTO FIGLI
È stato, infatti, affermato il principio secondo cui (Cass., 10 dicembre 2014, n. 26060; Cass., 29 luglio 2011, n. 16376; Cass., 18 agosto 2006 n. 18187) l’affidamento congiunto dei figli ad entrambi i genitori – previsto dalla legge sul divorzio, art. 6 (1 dicembre 1970, n. 898, come sostituito dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 11), analogicamente applicabile anche alla separazione personale dei coniugi – è istituto che, in quanto fondato sull’esclusivo interesse del minore, non fa venir meno l’obbligo patrimoniale di uno dei genitori di contribuire, con la corresponsione di un assegno, al mantenimento dei figli, in relazione alle loro esigenze di vita, sulla base del contesto familiare e sociale di appartenenza, rimanendo per converso escluso che l’istituto stesso implichi, come conseguenza ‘automatica’, che ciascuno dei genitori debba provvedere paritariamente, in modo diretto ed autonomo, alle predette esigenze. È stato altresì precisato che il richiamato principio trova conferma nelle nuove previsioni in tema di affido condiviso di cui alla L. n. 54 del 2006.
ASSEGNO PER I FIGLI
l’assegno disposto in favore del genitore presso il quale la prole è prevalentemente collocata non contrasta con il contenuto dell’art. 155 cod. civ., che fornisce alcune indicazioni sui presupposti e caratteri dell’assegno, introducendo il principio generale, già elaborato dalla giurisprudenza della Corte, per cui ciascun genitore provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito. L’ulteriore previsione che il giudice possa disporre, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico, al fine di realizzare tale principio di ‘proporzionalità’, esclude che la Corte territoriale abbia violato detta disposizione, in quanto la previsione di un assegno si rivela quantomeno opportuna, se non necessaria, quando, come nella specie, l’affidamento condiviso preveda un collocamento prevalente presso uno dei genitori: assegno da porsi a carico del genitore non collocatario. Del resto il ricordato art. 155 c.c., fornisce indicazioni specifiche sulla determinazione dell’assegno, considerando, tra l’altro, ‘i tempi di permanenza presso ciascun genitore’.
SEPARARSI COSTA?
Molto in termini di emotivita’ di cambio di vita e cambio di stile di vita
Materia particolarmente delicata, il diritto di famiglia costituisce un ulteriore ambito di specializzazione dello Studio legale, che assiste numerosi clienti in tutta Bologna e provincia nella cause di separazione o divorzio, per l’affidamento dei minori o fornendo consulenze in materia di unioni civili e convivenze di fatto. L’Avv.Sergio Armaroli presta assistenza per la gestione di tutti i rapporti personali e patrimoniali nell’ambito della famiglia, in sede sia civile che penale.
In tema di separazione personale tra i coniugi, al fine della quantificazione dell’assegno di mantenimento, il giudice del merito deve anzitutto accertare il tenore di vita dei coniugi durante il matrimonio, per poi verificare se i mezzi economici a disposizione del coniuge gli permettano di conservarlo indipendentemente dalla percezione di detto assegno e, in caso di esito negativo di questo esame, deve procedere alla valutazione comparativa dei mezzi economici a disposizione di ciascun coniuge al momento della separazion
In quest’ambito, la valutazione delle condizioni economiche delle parti non richiede la determinazione dell’esatto importo dei redditi posseduti attraverso l’acquisizione di dati numerici, in quanto è necessaria, ma anche sufficiente, un’attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddituali dei coniugi, in relazione alle quali sia possibile pervenire a fissare l’erogazione, in favore di quello più debole, di una somma corrispondente alle sue esigenze (cfr, tra le altre, cass n. 13592 del 2006).
Ai fini del riconoscimento del diritto all’assegno di mantenimento in favore di uno dei coniugi, alla luce dei criteri sanciti dall’art. 156 cod. civ., risulta pertanto rilevante la condizione patrimoniale e reddituale comparativa riscontrabile alla luce dei complessivi riscontri istruttori al momento dell’accertamento del diritto, non rilevando, in via generale, ai fini dell’attribuzione di esso, le ragioni recenti o remote dell’assenza attuale di effettiva capacità reddituale, salva la loro valutabilità in sede di quantificazione del contributo, non risultando, peraltro, neanche dedotto dalla parte controricorrente che siano state rifiutate opportunità di lavoro diverse da quella svolta con il coniuge in costanza di matrimonio.
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SEPARAZIONE DOMANDE E RISPOSTE
DOMANDA ma separarsi è una cosa facile?
RISPOSTA No, vi sono mille problematiche da risolvere!
DOMANDA Quale sono le problematiche maggiori nella separazione?
RISPOSTA :i figli la casa coniugale il mantenimento
1)DOMANDA quale differenza c’è tra separazione giudiziale e consensuale?
Con la separazione consensuale che è molto piu’ agevole economica e veloce i coniugi trovano un accordo sulla separazione, cioè preparano un ricorso congiunto con lo stesso avvocato che contiene le condizioni di separazione quali la casa coniugale a chi va, i figli come vengono affidati e i beni come vanno divisi, e infine circa l’assegno di mantenimento .
La separazione giudiziale è una causa ordinaria e si fa quando i coniugi non trovano l’accordo puo’ durar eanni e spesso è assai costosa .
2)DOMANDA Dopo quanto tempo dalla separazione si può chiedere il divorzio?
RISPOSTA: Il termine di un anno (o di sei mesi in caso di separazione consensuale) di ininterrotta separazione a far tempo dalla comparizione dei coniugi davanti al presidente del tribunale, previsto dall’ articolo 3 n. 2 lett. b), legge n. 898 del 1970, per la proponibilità della domanda di divorzio, decorre dall’udienza presidenziale
3)DOMANDA Che cosa comporta la dichiarazione di addebito?
RISPOSTA: La Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, con sentenza n. 13431 del 2008 ha stabilito che “la dichiarazione di addebito della separazione richiede la prova che la irreversibilità della crisi coniugale sia collegabile al comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio di uno o di entrambi i coniugi, sussistendo un nesso di causalità fra di esso e il determinarsi dell’intollerabilità della convivenza”.
Con la dichiarazione di addebito il coniuge non puo’ chiedere l’assegno di mantenimento .
Nella separazione giudiziale, la dichiarazione di addebito implica la prova che l’irreversibile crisi coniugale sia ricollegabile esclusivamente al comportamento volontariamente e consapevolmente contrario ai doveri nascenti dal matrimonio di uno o di entrambi i coniugi, ovverosia che sussista un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati ed il determinarsi dell’intollerabilità dell’ulteriore convivenza; pertanto, in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai predetti doveri tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa efficiente del fallimento della convivenza, legittimamente viene pronunciata la separazione senza
ai fini dell’addebitabilità della separazione il Giudice di merito deve accertare se la frattura del rapporto coniugale sia stata provocata dal comportamento oggettivamente trasgressivo di uno o di entrambi i coniugi, e quindi se sussista un rapporto di causalità tra detto comportamento ed il verificarsi dell’intollerabilità dell’ulteriore convivenza, o se piuttosto la violazione dei doveri che l’ 143 c.c.pone a carico dei coniugi sia avvenuta quando era già maturata una situazione di crisi del vincolo coniugale, o per effetto di essa» (Cass. 2012 n. 8862; Cass. 2012 n. 8873; Cass. Sez. I, 2010, n. 21245; Cass. 2001, n. 12130; Cass. Sez. I, 1999, n 7566).
4)DOMANDA E’ possibile secondo la legge abbandonare la casa familiare, senza aver fatto la separazione legale?
RISPOSTA No Nella fase iniziale della crisi di coppia, ovvero quando il rapporto culmina in una rottura insanabile del menage familiare, desta particolare preoccupazione l’allontanamento della casa coniugale con i figli minori, appunto, prima della separazione da parte del padre o della madre.
Secondo la giurisprudenza, il comportamento “astrattamente” colpevole di uno dei coniugi può dar luogo all’addebito solo se è esso stesso causa della rottura e non piuttosto la conseguenza di una crisi già in atto.
Così, ad esempio, anche il tradimento è stato considerato perdonabile laddove la coppia abbia ormai smesso di avere rapporti e sia ormai divisa oltre che fisicamente anche moralmente. l coniuge che abbandona il tetto coniugale senza una “giusta causa” viola i doveri coniugali ex art. 143 c.c.esponendosi, così, al rischio di vedersi addebitare la separazione, con tutte le conseguenze del caso (si pensi alla perdita del diritto all’assegno di mantenimento).
5)DOMANDA Una volta iniziata la separazione giudiziale, è possibile trasformarla in consensuale?
Assolutamente si in ogni momento, anzi capita molto spesso che in corso di causa i clienti trovino un accordo e trasformino la giudiziale in consensuale
6)DOMANDA successivamente la sentenza di separazione giudiziale o l’omologa della separazione consensuale, posso chiedere la modifica delle condizioni di separazione?
RISPOSTA: L’art. 155 ter c.c. stabilisce che “i genitori hanno il diritto di chiedere in ogni tempo la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, l’attribuzione dell’esercizio della potestà su di essi e delle eventuali disposizioni relative alla misura e alla modalità dell’assegno di mantenimento”. Quindi è possibile chieder ela modifica se ricorrono i presupposti
7)DOMANDA come si stabilisce l’affidamento dei figli all’uno o all’altro genitore?
RISPOSTA secondo l’interesse del minore, tenendo presente che se molto piccoli quasi sempre vanno affidati alla madre
8)DOMANDA Che cosa prevede la legge per il mantenimento dei figli?
Che ogni coniugi in forza del suo reddito provveda al mantenimento dei figli
9) DOMANDA : la separazione consensuale è un negozio di diritto familiare?
La corte ha da tempo affermato (Cass. 12 settembre 1997, n. 9034; 15 maggio 1997, n. 4306; più di recente, v. Cass. 22 novembre 2007, n. 24321; 17 giugno 2004, n. 11342; 23 marzo 2004, n. 5741) che la separazione consensuale è un negozio di diritto familiare avente un contenuto essenziale – il consenso reciproco a vivere separati, l’affidamento dei figli, l’assegno di mantenimento ove ne ricorrano i presupposti – ed un contenuto eventuale, non direttamente collegato al precedente matrimonio, ma costituito dalle pattuizioni che i coniugi intendono concludere in relazione all’instaurazione di un regime di vita separata, a seconda della situazione pregressa e concernenti le altre statuizioni economiche.
10) DOMANDA Con quali modalità vengono affidati i figli?
L’accordo consensuale omologato, o la sentenza giudiziale, stabiliscono a quale dei coniugi sono affidati i figli, unitamente alle condizioni e all’importo relativo al loro mantenimento a carico del coniuge non affidatario.
Per stabilire il coniuge affidatario è irrilevante l’eventuale dichiarazione di addebito, salvo che questa non sia scaturita per cause che riguardino il rapporto con i figli. In sede di separazione deve essere preferito l’affidamento congiunto, salvo che questo non contrasti con l’interesse dei figli.
11) DOMANDA Quando è stato introdotto l’affido condiviso?
RISPOSTA L’affidamento condiviso è stato introdotto nell’ordinamento italiano con la Legge 8 febbraio 2006 n. 54 che ha previsto, in caso di cessazione della convivenza dei coniugi, l’attribuzione stabile ad entrambi i genitori dell’esercizio della potestà in regime di comune accordo.
12 DOMANDA Qual’è il principio alla base dell’affido condiviso?
RISPOSTA Fondamento di tale forma di affidamento è che il minore, pur convivendo con uno solo dei genitori, sia affidato anche all’altro, cosicché entrambi abbiano l’esercizio della potestà sullo stesso.
13)DOMANDA Quanti tipi di divorzio esistono?
RISPOSTA Sotto il profilo della procedura due, il divorzio consensuale e quello contenzioso.
14) DOMANDA Che differenza c’è?
RISPOSTA Nel divorzio consensuale le due parti sono già d’accordo sulle condizioni concernenti l’affidamento dei figli, l’assegno, la casa, la divisione patrimoniale, ecc. Esse presentano un unico ricorso e devono confermare la loro volontà davanti al Tribunale che pronuncerà la sentenza. Nel divorzio contenzioso uno solo dei coniugi presenta la domanda al Presidente del Tribunale, che stabilisce la convocazione dell’altro coniuge, il quale avanzerà le sue richieste. Se necessario, il Presidente pronuncia i provvedimenti di urgenza, quindi la causa prosegue avanti al Giudice Istruttore per raccogliere le prove necessarie in relazione alle domande delle parti.
15)DOMANDA Quali sono le conseguenze del divorzio per i coniugi?
RISPOSTA Tutti e due riacquistano lo stato libero e possono contrarre nuovo matrimonio valido agli effetti civili. La donna perde il cognome del marito, a meno che il Tribunale, su sua richiesta, non la autorizzi a conservarlo per particolari motivi. Si perdono anche i diritti ereditari relativi alla successione del coniuge tranne per particolari casi.
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Dal mio matrimonio speravo di ricavare amore, calore, affetto e comprensione. Invece è stata una relazione basata sulla freddezza e sull’indifferenza. MARILIN MONROE
[Dichiarazione in tribunale durante la causa di divorzio da Joe DiMaggio, 27 ottobre 1954]
Divorziare soltanto perché non ami un uomo è sciocco quasi quanto sposarsi perché lo ami. ZSA ZSA GABOR
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Sono molte le cause che conducono alla fine di una relazione sentimentale.
Ogni coppia ha le sue caratteristiche presenta le sue caratteristiche peculiari e spesso sono diverse le variabili che incidono e che conducono a tale decisione.
1)TRADIMENTO
“in tema di separazione giudiziale dei coniugi, si presume che l’inosservanza del dovere di fedeltà, per la sua gravita, determini l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, giustificando così, di per sè, l’addebito al coniuge responsabile, salvo che questi dimostri che l’adulterio non sia stato la causa della crisi familiare, essendo questa già irrimediabilmente in atto, sicchè la convivenza coniugale era ormai meramente formale (da ultimo, Cass. 14 febbraio 2012, n. 2059; Cass. 7 dicembre 2007, n. 25618).
2)MANCANZA DI DIALOGO
3)MANCANZA DI AFFETTIVITA’
4)MANCANZA DI VOGLIA DI STARE INSIEME
5)MANCATI PROGETTI INSIEME
6)MANCANZA DI RISPETTO
Nelle cause di separazione e divorzio è possibile per i coniugi richiedere l’accertamento dell’addebito a carico dell’altro coniuge qualora ricorrano determinati rigorosi presupposti. Si fa presente che con la richiesta di addebito si introduce un giudizio volto a fare accertare a quale coniuge vada imputato il fallimento del matrimonio.
Il diritto di famiglia è una branca del diritto privato che disciplina i rapporti familiari in genere
parentela e affinità,
rapporti personali fra i coniugi,
rapporti patrimoniali nella famiglia, filiazione,
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SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA, AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA ASCOLTO FIGLI NELLE SEPARAZIONI affido congiunto, in ulteriore subordine, in caso di affido alla madre, ampie modalità di frequentazione con il padre, determinazione di un assegno mensile soltanto per i figliDai rapporti familiari derivano in capo ai componenti della famiglia, diritti soggettivi:
DOMANDA: cosa è lo Scioglimento del matrimonio.
Il matrimonio si scioglie con la morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge. Gli effetti civili del matrimonio celebrato con rito religioso, ai sensi dell’articolo 82, o dell’ articolo 83, e regolarmente trascritto, cessano alla morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge.
DOMANDA Separazione personale.
E’ ammessa la separazione personale dei coniugi.
La separazione può essere giudiziale o consensuale.
Il diritto di chiedere la separazione giudiziale o l’omologazione di quella consensuale spetta esclusivamente ai coniugi.
DOMANDA Cos aè Separazione giudiziale.
DOMANDA : POSSO RICONCILIARMI DOPO LA SEPARAZIONE?
La riconciliazione tra i coniugi comporta l’abbandono della domanda di separazione personale già proposta. I coniugi possono di comune accordo far cessare gli effetti della sentenza di separazione, senza che sia necessario l’intervento del giudice, con una espressa dichiarazione o con un comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione.
La separazione può essere pronunziata nuovamente soltanto in relazione a fatti e comportamenti intervenuti dopo la riconciliazione
DOMANDA QUALI Effetti della separazione sui rapporti patrimoniali tra i coniugi ?
Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri.
L’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato.
Resta fermo l’obbligo di prestare gli alimenti di cui agli articoli 433 e seguenti.
Il giudice che pronunzia la separazione può imporre al coniuge di prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all’adempimento degli obblighi previsti dai precedenti commi e dall’articolo 155.
La sentenza costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ai sensi dell’articolo 2818.
In caso di inadempienza, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all’obbligato, che una parte di essa venga versata direttamente agli aventi diritto.
Qualora sopravvengano giustificati motivi il giudice, su istanza di parte, può disporre la revoca o la modifica dei provvedimenti di cui ai commi precedenti.
DOMANDA cosa è la Separazione consensuale?
La separazione per il solo consenso dei coniugi non ha effetto senza l’omologazione del giudice.
Quando l’accordo dei coniugi relativamente all’affidamento e al mantenimento dei figli è in contrasto con l’interesse di questi il giudice riconvoca i coniugi indicando ad essi le modificazioni da adottare nell’interesse dei figli e, in caso di inidonea soluzione, può rifiutare allo stato l’omologazione. i coniugi viene riconosciuta un’ampia autonomia nello stabilire le condizioni della separazione in ordine alla regolamentazione degli aspetti economici, personali e patrimoniali dei medesimi. Il nostro ordinamento si è curato di garantire principalmente la tutela degli interessi della prole. È, infatti, previsto il controllo da parte del Tribunale delle condizioni di separazione concordate al fine di assicurare che gli accordi presi non ledano gli interessi dei minori e siano conformi alla legge. La separazione consensuale per avere efficacia deve essere omologata dal Tribunale.
_ status familiare (diritti, poteri , doveri)
_ diritti di libertà familiare (es. matrimonio)
_ diritti di solidarietà familiare (es. assistenza, fedeltà, collaborazione)
_ potestà familiare: poteri del genitore per Mantenere, Educare, Istruire (MEI) i figli e curare i loro beni.
Sono diritti assoluti, indisponibili, imprescrittibili, personalissimi, di ordine pubblico, oggetto di particolare tutela penale.
La normativa prevede istituti a carattere personale (matrimonio, filiazione …) e patrimoniali (diritto agli alimenti….)
Riforma del diritto di famiglia L. 19.05.1975 n. 151 (151/1975)
Il legislatore tenendo conto del principio di uguaglianza giuridica dei coniugi ha modificato la disciplina di alcuni rapporti familiari abrogando alcune norme in contrasto con la Costituzione ed ha attuato dei principi della Corte Costituzionale.
L’avvocato Sergio Armaroli patrocinante in cassazione in 20 anni di esperienza e i continui aggiornamenti danno la possibilità di offrire un servizio di consulenza e di assistenza in grado di soddisfare le richieste degli assistiti che saranno vautati con cura e trattati con la massima attenzione , perché l’importante non è partecipare ma vincere !!.
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L’art. 315 bis c.c., sotto la rubrica, “Diritti e doveri del figlio”, dedica i primi tre commi all’elencazione, in chiave positiva, dei diritti del figlio; il quarto comma al dovere dello stesso di rispettare i genitori, di contribuire al mantenimento della famiglia, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze ed al proprie reddito, finché convive con essa; il primo comma, elenca i diritti del figlio verso i genitori, ossia il diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni;
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“Il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni.
Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti.
Il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici, e anche di età inferiore ove capace di discernimento, ha diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.
Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa”
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La nuova disciplina sull’ascolto del minore, contenuta oggi negli artt. 315 bis, 336 bis, 337 bis c.c. e 38 bis – disp.att. c.c. -, é doverosa espressione, come precisa la ricorrente, di rilevantissimi documenti internazionali (e in particolare le convenzioni di New York e Strasburgo).
Già la L. n. 898 del 1970, sul divorzio, con la novella del 1987 aveva previsto l’audizione del minore, ma limitandola notevolmente: il Presidente predisponeva l’ascolto, ove esso fosse strettamente necessario.
Al contrario, la riforma dell’adozione dei 2001 e quella del 2006 sull’affidamento condiviso, hanno esplicitamente previsto tale incombente, riguardo al minore dodicenne, ma pure di età inferiore, se capace di discernimento (si tratta evidentemente di consapevolezza e comprensione, limitatamente al senso dell’audizione stessa, e non certo di una vera e propria capacità), come un obbligo e non una mera facoltà.
La giurisprudenza successiva ha confermato la sussistenza di un obbligo, a pena di nullità, e tuttavia ha ammesso che il minore possa essere sentito da un consulente o dal personale dei servizi sociali, anche se ha precisato che sarebbe necessario uno specifico mandato del giudice (tra le altre Cass. S.u.. 22238 del 2009; n. 21651 de1 2011; 11687 de1 2013).
Oggi l’art. 336 bis c.c. precisa che viene ascoltato dal giudice il minore dodicenne o di età inferiore, se capace di discernimento (tale condizione sarà accertata dal giudice stesso, eventualmente coadiuvato da un ausiliario). Si riconferma l’obbligo del’ascolto in tutti i procedimenti in cui si assumono provvedimenti che riguardano il fanciullo, salvo che l’audizione sia manifestamente superflua o si ponga in contrasto con il suo interesse, ma di ciò il giudice dovrà dar atto con provvedimento motivato.
L’art. 315 bis c.c. prevede altresì che il minore ultradodicenne e anche di età inferiore, se capace di discernimento, abbia diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.
Il principio della bigenitorialita’ che costituisce la ratio ispiratrice della legge sull’affido condiviso (L. n. 54/2006), è ribadito e rafforzato dal comma 2 dell’art. 315 bis c.c., che sancisce ancora una volta il diritto del minore a crescere in famiglia ed a mantenere rapporti significativi con i parenti; infine, il comma 3, riconosce al figlio minore, che abbia compiuto gli anni dodici anni, e anche di età inferiore ove capace di discernimento, il diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.
L’audizione del minore rappresenta un adempimento obbligatorio nel procedimento in cui il giudice debba decidere in ordine a situazioni di diretto interesse del fanciullo (art. 155-sexies comma I c.c.). La Suprema Corte di Cassazione, con l’intervento a Sezioni Unite del 21 ottobre 2009 (v. civ., Sez. Unite, 21 ottobre 2009 n. 22238, Pres. Carbone, rel. Forte) ha, in tal senso, affermato che, in relazione all’art. 6 della Convenzione di Strasburgo, ratificata dalla legge n. 77 del 2003 e all’art. 155 sexies c.c., introdotto dalla Legge 8 febbraio 2006 n. 54, si deve ritenere necessaria l’audizione del minore del cui affidamento deve disporsi, salvo che tale ascolto possa essere in contrasto con i suoi interessi fondamentali e dovendosi motivare l’eventuale assenza di discernimento dei minori che possa giustificarne l’omesso ascolto. Nella fattispecie oggetto dell’intervento delle Sezioni Unite, la Suprema Corte ha affermato che l’audizione dei minori nelle procedure giudiziarie che li riguardano e in ordine al loro affidamento ai genitori è divenuta obbligatoria con l’art. 6 della Convenzione di Strasburgo sullo esercizio dei diritti del fanciullo del 1996, ratificata con la legge n. 77 del 2003 – v. Cass. 16 aprile 2007 n. 9094 e 18 marzo 2006 n. 6081 – per cui ad essa deve procedersi, salvo che possa arrecare danno al minore stesso, come risulta dal testo della norma sovranazionale e dalla giurisprudenza di legittimità – v. Cass. civ. n. 16753 del 2007.
La citata Convenzione di Strasburgo prevede che ogni decisione relativa ai minori indichi le fonti di informazioni da cui ha tratto le conclusioni che giustificano il provvedimento adottato anche in forma di decreto, nel quale deve, tenersi conto della opinione espressa dai minori, previa informazione a costoro delle istanze dei genitori nei loro riguardi e consultandoli personalmente sulle eventuali statuizioni da emettere, salvo che l’ascolto o l’audizione siano dannosi per gli interessi superiori dei minori stessi – in tal senso , ord. 26 aprile 2007 n. 9094 e la giurisprudenza sopra richiamata. L’importanza dell’audizione è, peraltro, ribadita nelle “LINEE GUIDA DEL CONSIGLIO D’EUROPA PER UNA GIUSTIZIA A MISURA DI BAMBINO”, adottate dal Comitato dei Ministri il 17 novembre 2010, dove, nella sezione III, lett. A, è rimarcato il diritto del minore ad avere la possibilità di esprimere la propria opinione nell’ambito dei procedimenti che lo riguardano. Nella sezione IV, lett. D è, poi, sancito, al punto 3, in modo particolarmente cogente, il diritto del minore di essere ascoltato: “i giudici dovrebbero rispettare il diritto dei minori ad essere ascoltati in tutte le questioni che li riguardano”.
Invero i minori che, ad avviso di questa Corte non possono considerarsi parti del procedimento (in tal senso sembra, sia pure con aperture, Cass. 10 ottobre 2003 n. 15145), sono stati esattamente ritenuti portatori di interessi contrapposti o diversi da quelli dei genitori, in sede di affidamento o di disciplina del diritto di visita del genitore non affidatario e, per tale profilo, qualificati parti in senso sostanziale (così C. Cost. 30 gennaio 2002 n. 1).
L’audizione dei minori che, nel procedimento per il mancato illecito rientro nella originaria residenza abituale, non è imposta per legge, in ragione del carattere urgente e meramente ripristinatorio della situazione di tale procedura (Cass. 4 aprile 2007 n. 8481 e 19 dicembre 2003 n. 19544), anche in tale procedura si è però ritenuta in genere opportuna, se possibile (Cass. 4 aprile 2007 n. 8481 e la citata n. 15145 del 2003). Tale audizione era prevista dall’art. 12 della Convenzione sui diritti del fanciullo di New York del 1991 che ritiene sussistere, in caso di riconoscimento della capacità di discernimento del minore, il diritto di questo “di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa”, dandogli la possibilità “di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo riguarda”.
La citata Convenzione di Strasburgo prevede che ogni decisione relativa ai minori indichi le fonti di informazioni da cui ha tratto le conclusioni che giustificano il provvedimento adottato anche in forma di decreto, nel quale deve, tenersi conto della opinione espressa dai minori, previa informazione a costoro delle istanze dei genitori nei loro riguardi e consultandoli personalmente sulle eventuali statuizioni da emettere, salvo che l’ascolto o l’audizione siano dannosi per gli interessi superiori dei minori stessi (in tal senso Cass., ord. 26 aprile 2007 n. 9094 e la giurisprudenza sopra richiamata).
In conclusione, il quesito conclusivo del quinto motivo di ricorso può avere risposta positiva, in rapporto alla dedotta violazione dell’art. 6 della Convenzione di Strasburgo, ratificata dalla legge n. 77 del 2003 e dell’art. 155 sexies c.c., introdotto dalla Legge 8 febbraio 2006 n. 54, dovendosi ritenere necessaria l’audizione del minore del cui affidamento deve disporsi, salvo che tale ascolto possa essere in contrasto con i suoi interessi fondamentali e dovendosi motivare l’eventuale assenza di discernimento dei minori che possa giustificarne l’omesso ascolto, con conseguente fondatezza anche del sesto motivo d’impugnazione nei limiti ora indicati e necessità di cassare l’intero decreto in rapporto alla dedotta omissione dei giudici di
SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA,
Avvocati Bologna, avvocato matrimonialista Bologna LEGGI LA GUIDA ALLA SEPARAZIONE DEI CONIUGI ??
Nel giudizio di separazione dei coniugi, la declaratoria di addebito richiede, quindi, un’autonoma domanda di parte. Gli effetti dell’addebito si riverberano esclusivamente sul piano patrimoniale, determinando la perdita del diritto all’assegno di mantenimento e dei diritti successori in capo al coniuge al quale viene addebitata la separazione.
È ormai consolidato il principio secondo il quale, affinché si possa giungere ad una pronuncia di separazione con addebito, è necessario che venga prima accertata, in maniera rigorosa, la sussistenza di un nesso causale tra la condotta contraria ai doveri nascenti dal matrimonio e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, ovvero il grave pregiudizio all’educazione della prole.
Ove non si riesca a raggiungere la piena prova che la condotta contraria ai doveri del matrimonio posta in essere da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stata causa diretta del fallimento della convivenza, il giudice dovrà necessariamente astenersi dal pronunciare la separazione con addebito.
Se tale violazione cagioni, altresì, la lesione di diritti costituzionalmente protetti, la stessa potrà integrare gli estremi dell’illecito civile, dando così luogo anche ad un’autonoma azione volta al risarcimento dei danni non endo-familiari, senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia preclusiva dell’azione di risarcimento relativa a tali danni.
Quando uno dei due coniugi richiede la separazione giudiziale può quindi chiedere anche l’addebito della separazione all’altro, purché questi abbia tenuto un comportamento contrario ai doveri imposti dal matrimonio.
È bene precisare che l’imputabilità della separazione deve essere richiesta al giudice da parte del coniuge incolpevole, in quanto espressamente previsto dall’articolo 151.
Da notare che il Giudice, nel valutare l’addebitamento, non si baserà su una sola inosservanza dei doveri coniugale (anche se grave e ripetuta nel tempo), ma dovrà provare un nesso di causalità tra il comportamento tenuto dal coniuge e l’intollerabilità da parte dell’altro a continuare la convivenza. Per fare questo il Giudice dovrà analizzare e valutare in modo molto attento il contesto familiare per valutare se si continuino a verificare atti tali da rendere intollerabile la convivenza.
In tema di addebito della separazione si è pronunciata anche la Cassazione, ribadendo che:
La pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola inosservanza dei doveri coniugali, implicando, invece, tale pronuncia la prova che la irreversibile crisi coniugale sia ricollegabile esclusivamente al comportamento volontariamente e consapevolmente contrario a tali doveri da parte di uno o di entrambi i coniugi, e cioè che sussista un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati e il determinarsi dell’intollerabilità della ulteriore convivenza.
(Cass.Civ., sez I, sent. 14042/2008; conf. Cass. Civ., sez I, sent. 21245/2010)
Com’è noto, la L. n. 898 del 1970, art. 4, anche nell’attuale formulazione, conferisce al presidente del tribunale, in caso di infruttuosità del tentativo di conciliazione, il potere di adottare i provvedimenti temporanei ed urgenti che ritenga opportuni nell’interesse dei coniugi e della prole. Non è peraltro dubitabile che, attenendo detto potere anche ai rapporti patrimoniali ed essendo in atto al momento dell’intervento del presidente in sede di giudizio di divorzio il regime di separazione, la norma in esame comporti l’attribuzione a detto giudice della facoltà di incidere sui rapporti patrimoniali della separazione, introducendo in via provvisoria quelle misure che si rendano indispensabili per la tutela del coniuge più debole ed autorizzando la liquidazione medio tempore di un emulumento mensile in suo favore, indipendentemente dal fatto che le clausole della separazione non lo prevedano o lo prevedano in misura diversa (v. sul punto Cass. 1991 n. 12034).
QUALI SONO GLI EFFETTI E CONSEGUENZE DELL’ADDEBITO? (art. 156 c.c.)
Le conseguenze possono riguardare:
1) Assegno di Mantenimento
Il separato con addebito perde il diritto a percepire l’assegno di mantenimento.
Tuttavia resta fermo il diritto all’assegno agli alimenti (che è quello destinato a garantire il minimo indispensabile per la “mera sopravvivenza”).
2) Eredità e Successione
Il coniuge cui viene addebitata la separazione non è più erede del coniuge. Tuttavia, se il coniuge è titolare di assegno alimentare, avrà diritto a percepire un assegno vitalizio.
3) Pensione di Reversibilità
Il separato con addebito ha diritto ad ottenere la pensione di reversibilità solamente nel caso in cui sia titolare di un assegno alimentare (a carico del coniuge deceduto).
4) Indennità di Anzianità e di Preavviso
Il coniuge a cui è stata addebitata la separazione ha diritto ad ottenere l’indennità di anzianità e l’indennità di preavviso per la morte del coniuge, ma solo nel caso in cui sia titolare di un assegno alimentare. L’indennità deve essere corrisposta dal datore di lavoro del coniuge deceduto.
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Nel pronunciare la separazione ai sensi dell’art. 156 c.c. il giudice stabilisce a favore del coniuge cui non sia addebitale la separazione e che non abbia adeguati redditi propri un assegno di mantenimento.
L’art. 5 L.n. 898 del 1970 precisa che il tribunale,con la pronuncia di divorzio, dispone l’obbligo per un coniuge di corrispondere periodicamente all’altro un assegno, quando quest’ultimo non abbia mezzi adeguati o non possa procurarseli per ragioni oggettive.
La norma era stata così modificata dalla L.n.74 del 1987, accentuando il profilo assistenziale dell’assegno e avvicinandolo a quello di separazione, con l’uso di un’identica espressione. La giurisprudenza ha interpretato la nozione di inadeguatezza dei redditi tanto in sede di separazione che in quella di divorzio, nel senso che i mezzi debbano essere tali da consentire al coniuge economicamente più debole di mantenere un tenore di vita analogo a quello che aveva durante la convivenza matrimoniale.
Si tratta di interpretazione giurisprudenziale che, subito dopo la novella del 1987 riguardo sul divorzio, fu variamente contrastata: talora si affermò (al riguardo Cass. 1652 del 1990) che l’indagine sull’adeguatezza andava effettuata con riferimento ad un modello di vita economicamente autonomo e dignitoso, come viene a configurarsi di tempo in tempo nella coscienza sociale. D’altra parte, dopo una sentenza a sezioni unite, la n.11490 del 1990, la prima soluzione, frutto comunque di un interpretazione giurisprudenziale e non certo indicata nella lettera della norma si consolidò ampiamente (tra le altre più recentemente Cass. 4698/2009).
La corte ritiene allo stato di conformarsi alla giunspru enza nettamente prevalente, pur con l’ovvia considerazione che spesso l’obbligato non può mantenere, con la separazione o con il divorzio, il tenore di vita di cui egli stesso godeva durante la convivenza matrimoniale, e tale situazione non potrà che incidere sul diritto del coniuge economicamente più debole. Nella specie, peraltro, il motivo, pur con riferimento anche a violazione di legge, riguarda per gran parte profili di merito, preclusi in questa sede di legittimità.
La sentenza impugnata, con motivazione congrua e non illogica, ha rigettato la domanda della ricorrente, già disattesa in primo grado, evidenziando come, seppur a fronte di una discrepanza reddituale tra i coniugi1la ricorrente non sostenga oneri di alloggio labitando nella casa P1c1Aomproprietà con il marito, gravato da mutuo relativo a detto immobile, ma pure da altro mutuo sulla casa di propria abitazione.
La Corte territoriale ha pure considerato i maggiori oneri a carico del marito per il mantenimento dei figli. Conclusivamente, va rigettato il quarto motivo del ricorso, accolto il terzo, assorbiti gli altri, M cassata la sentenza impugnata, con rinvio, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione. P.Q.M.
avvocato per separazione Bologna,avvocato per divorzio Bologna
AVVOCATO MATRIMONIALISTA ASCOLTO FIGLI
NELLE SEPARAZIONI
BOLOGNA affidamento figli genitori non sposati
BOLOGNA affidamento figli coppie di fatto
BOLOGNA affidamento figli coppie non sposate
BOLOGNA affidamento figli naturali genitori non conviventi
BOLOGNA affidamento figli separazione
BOLOGNA ricorso affidamento figli coppie di fatto
BOLOGNA affidamento figli al padre
BOLOGNA ricorso affidamento figli genitori non sposati
Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 6 luglio – 29 settembre 2015, n. 19327
“scappando da un problema aumenti solo la distanza dalla soluzione”
affido congiunto, in ulteriore subordine, in caso di affido alla madre, ampie modalità di frequentazione con il padre, determinazione di un assegno mensile soltanto per i figli
La nuova disciplina sull’ascolto del minore, contenuta oggi negli artt. 315 bis, 336 bis, 337 bis c.c. e 38 bis – disp.att. c.c. -, é doverosa espressione, come precisa la ricorrente, di rilevantissimi documenti internazionali (e in particolare le convenzioni di New York e Strasburgo). Già la L. n.898 del 1970, sul divorzio, con la novella del 1987 aveva previsto l’audizione del minore, ma limitandola notevolmente: il Presidente predisponeva l’ascolto, ove esso fosse strettamente necessario. Al contrario, la riforma dell’adozione dei 2001 e quella del 2006 sull’affidamento condiviso, hanno esplicitamente previsto tale incombente, riguardo al minore dodicenne, ma pure di età inferiore, se capace di discernimento (si tratta evidentemente di consapevolezza e comprensione, limitatamente al senso dell’audizione stessa, e non certo di una vera e propria capacità), come un obbligo e non una mera facoltà. La giurisprudenza successiva ha confermato la sussistenza di un obbligo, a pena di nullità, e tuttavia ha ammesso che il minore possa essere sentito da un consulente o dal personale dei servizi sociali, anche se ha precisato che sarebbe necessario uno specifico mandato del giudice (tra le altre Cass. S.u.. 22238 del 2009; n. 21651 de12011; 11687de12013). Oggi l’art. 336 bis c.c. precisa che viene ascoltato dal giudice il minore dodicenne o di età inferiore, se capace di discernimento (tale condizione sarà accertata dal giudice stesso, eventualmente coadiuvato da un ausiliario). Si riconferma l’obbligo del’ascolto in tutti i procedimenti in cui si assumono provvedimenti che riguardano il fanciullo, salvo che l’audizione sia manifestamente superflua o si ponga in contrasto con il suo interesse, ma di ciò il giudice dovrà dar atto con provvedimento motivato. L’art. 315 bis c.c. prevede altresì che il minore ultradodicenne e anche di età inferiore, se capace di discernimento, abbia diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano. Va pertanto accolto il relativo motivo del ricorso, con cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla Corte d’Appello iin diversa composizione, con necessario assorbimento dei primi due dei motivi del ricorso, attinenti all’affidamento della minore. Nella memoria difensiva, il resistente precisa che è in corso procedimento di divorziuo e sarebbe stata emessa sentenza, all’odierna udienza discussione, il difensore ha fatto riferimento una pronuncia di dovrzio in secondo grado. Non è stato peraltro effettuatoa alcuna
. Si costituiva il D.V., proponendo domanda di addebito alla moglie, affidamento dei figli a se, in subordine affido congiunto, in ulteriore subordine, in caso di affido alla madre, ampie modalità di frequentazione con il padre, determinazione di un assegno mensile soltanto per i figli, non superiore ad euro 1200,00. All’udienza presidenziale, il Presidente autorizzava i coniugi a vivere separati, affidava i figli alla madre, cui assegnava la casa coniugale e determinava in Euro 1500,00 il contributo di mantenimento ai figli da parte del padre.
Già la L. n.898 del 1970, sul divorzio, con la novella del 1987 aveva previsto l’audizione del minore, ma limitandola notevolmente: il Presidente predisponeva l’ascolto, ove esso fosse strettamente necessario. Al contrario, la riforma dell’adozione dei 2001 e quella del 2006 sull’affidamento condiviso, hanno esplicitamente previsto tale incombente, riguardo al minore dodicenne, ma pure di età inferiore, se capace di discernimento (si tratta evidentemente di consapevolezza e comprensione, limitatamente al senso dell’audizione stessa, e non certo di una vera e propria capacità), come un obbligo e non una mera facoltà.
La giurisprudenza successiva ha confermato la sussistenza di un obbligo, a pena di nullità, e tuttavia ha ammesso che il minore possa essere sentito da un consulente o dal personale dei servizi sociali, anche se ha precisato che sarebbe necessario uno specifico mandato del giudice (tra le altre Cass. S.u.. 22238 del 2009; n. 21651 de12011; 11687de12013). Oggi l’art. 336 bis c.c. precisa che viene ascoltato dal giudice il minore dodicenne o di età inferiore, se capace di discernimento (tale condizione sarà accertata dal giudice stesso, eventualmente coadiuvato da un ausiliario). Si riconferma l’obbligo del’ascolto in tutti i procedimenti in cui si assumono provvedimenti che riguardano il fanciullo, salvo che l’audizione sia manifestamente superflua o si ponga in contrasto con il suo interesse, ma di ciò il giudice dovrà dar atto con provvedimento motivato. L’art. 315 bis c.c. prevede altresì che il minore ultradodicenne e anche di età inferiore, se capace di discernimento, abbia diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.
Va pertanto accolto il relativo motivo del ricorso, con cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla Corte d’Appello iin diversa composizione, con necessario assorbimento dei primi due dei motivi del ricorso, attinenti all’affidamento della minore.
Nella memoria difensiva, il resistente precisa che è in corso procedimento di divorziuo e sarebbe stata emessa sentenza, all’odierna udienza discussione, il difensore ha fatto riferimento una pronuncia di dovrzio in secondo grado. Non è stato peraltro effettuatoa alcuna produzione al riguado, e questa Corte non evidentemente tenerne conto.
E’ bensì vero che l’avvio di una procedura di divorzio, con discussione sull’affidamento di un minore, e a maggior ragione, l’assunzione di provvedimenti, su cui il giudice potrebbe pronunciarsi anche d’ufficioidi regola darebbe luogo a cessazione della materia del contendere tra le parti. Tuttavia, stante la totale incertezza al riguardo, appare evidente e conforme al superiore interesse del minore, la necessità del suo ascolto da parte del giudice.
II giudice dei rinvio potrà eventualmente effettuare accertamenti al riguardo. Va rigettato il quarto motivo di ricorso relativa al mancato accoglimento della domanda di assegno divorzile da parte della B. . Come é noto, nel pronunciare la separazione ai sensi dell’art. 156 c.c. il giudice stabilisce a favore del coniuge cui non sia addebitale la separazione e che non abbia adeguati redditi propri un assegno di mantenimento.
L’art. 5 L.n. 898 del 1970 precisa che il tribunale,con la pronuncia di divorzio, dispone l’obbligo per un coniuge di corrispondere periodicamente all’altro un assegno, quando quest’ultimo non abbia mezzi adeguati o non possa procurarseli per ragioni oggettive. La norma era stata così modificata dalla L.n.74 del 1987, accentuando il profilo assistenziale dell’assegno e avvicinandolo a quello di separazione, con l’uso di un’identica espressione.
La giurisprudenza ha interpretato la nozione di inadeguatezza dei redditi tanto in sede di separazione che in quella di divorzio, nel senso che i mezzi debbano essere tali da consentire al coniuge economicamente più debole di mantenere un tenore di vita analogo a quello che aveva durante la convivenza matrimoniale.
Questa Corte ritiene allo stato di conformarsi alla giunspru enza nettamente prevalente, pur con l’ovvia considerazione che spesso l’obbligato non può mantenere, con la separazione o con il divorzio, il tenore di vita di cui egli stesso godeva durante la convivenza matrimoniale, e tale situazione non potrà che incidere sul diritto del coniuge economicamente più debole.
Nella specie, peraltro, il motivo, pur con riferimento anche a violazione di legge, riguarda per gran parte profili di merito, preclusi in questa sede di legittimità. La sentenza impugnata, con motivazione congrua e non illogica, ha rigettato la domanda della ricorrente, già disattesa in primo grado, evidenziando come, seppur a fronte di una discrepanza reddituale tra i coniugi1la ricorrente non sostenga oneri di alloggio labitando nella casa P1c1Aomproprietà con il marito, gravato da mutuo relativo a detto immobile, ma pure da altro mutuo sulla casa di propria abitazione. La Corte territoriale ha pure considerato i maggiori oneri a carico del marito per il mantenimento dei figli.
Conclusivamente, va rigettato il quarto motivo del ricorso, accolto il terzo, assorbiti gli altri, M cassata la sentenza impugnata, con rinvio, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione. P.Q.M. La Corte accoglie il terzo motivo di ricorso, assorbiti i primi due; rigetta il quarto; cassa la sentenza impugnata, con rinvio1 anche per le spesel alla Corte d’Appe
Presidente Forte – Relatore Dogliotti
Svolgimento del processo Con ricorso in data 22-3-2004, B. Daniela chiedeva al Tribunale di Roma dichiararsi separazione personale dal coniuge D.V.V., con addebito allo stesso, affidamento dei figli minori L., L. ed E. a sè, rassegnazione della casa coniugale, riconoscimento di un assegno di mantenimento per sè e per i figli. Si costituiva il D.V., proponendo domanda di addebito alla moglie, affidamento dei figli a se, in subordine affido congiunto, in ulteriore subordine, in caso di affido alla madre, ampie modalità di frequentazione con il padre, determinazione di un assegno mensile soltanto per i figli, non superiore ad euro 1200,00. All’udienza presidenziale, il Presidente autorizzava i coniugi a vivere separati, affidava i figli alla madre, cui assegnava la casa coniugale e determinava in Euro 1500,00 il contributo di mantenimento ai figli da parte del padre. Con sentenza non definitiva del 21-3-2007, il Tribunale di Roma pronunciava la separazione personale dei coniugi. Con sentenza definitiva in data 10-9-2008, il predetto tribunale dichiarava l’addebitabilità della separazione al marito, affidava i figli minori, collocati presso la madre, ai Servizi sociali, assegnava alla B. la casa coniugale, determinava in Euro 1800,00 il contributo paterno per il mantenimento dei figli. Proponeva appello la B., chiedendo l’affidamento a se dei minori L. ed E., la determinazione in Euro 2400,00 dell’assegno per figli e assegno di mantenimento per in Euro 800,00. Si costituiva il D.V., chiedendo il rigetto dell’appello principale e, in via incidentale, l’addebito soltanto alla moglie. La Corte d’appello di Roma, con sentenza in data 17-2-2012, confermava l’affidamento di E. al servizio sociale, essendo ormai maggiorenni gli altri figli, elevava l’assegno per essi ad Euro 2200,00, confermava l’esclusione per l’assegno della moglie, revocava la pronuncia di addebito della separazione al D.V.. Ricorre per cassazione la B.. Resiste con controricorso il D.V., che deposita due memorie difensive. Motivi della decisione Con il primo motivo, la ricorrente lamenta vizio di motivazione, là dove la Corte d’appello aveva confermato l’affidamento della minore ai Servizi sociali. Con il secondo, violazione dell’art. 3 Convenzione di New York sui diritti dei minori del 1989, ratificata con L.n. 176 del 1991, nonché erronea valutazione dell’interesse della minore E., essendo l’affidamento ai Servizi, nella specie, in contrasto con l’interesse della minore stessa. Con il terzo, violazione dell’art. 12, predetta convenzione i nonché dell’art. 6 Convenzione di Strasburgo sull’esercizio dei diritti dei minori, ratificata con L.n.77 del 2003 nonché degli artt. 1.55 sexies c.c. cost. sul mancato ascolto della minore. Con il quarto, violazione dell’art. 156 e 143 c.c., nonché vizio di motivazione, sul mancato accoglimento della domanda di assegno per la moglie. Per ragioni sistematica va dapprima esaminato il terzo motivo relativo al I mancato ascolto della minore: la Corte d’appello non vi aveva provveduto nonostante epoca di dieci anni, ne avesse fatto richiesta con lettera versata in atti, risultava, secondo la ricorrente, capace di discernimento, come da certificazione medica e relazione scolastica. Né risultava che la minore fosse stata sentita in primo grado. La nuova disciplina sull’ascolto del minore, contenuta oggi negli artt. 315 bis, 336 bis, 337 bis c.c. e 38 bis – disp.att. c.c. -, é doverosa espressione, come precisa la ricorrente, di rilevantissimi documenti internazionali (e in particolare le convenzioni di New York e Strasburgo). Già la L. n.898 del 1970, sul divorzio, con la novella del 1987 aveva previsto l’audizione del minore, ma limitandola notevolmente: il Presidente predisponeva l’ascolto, ove esso fosse strettamente necessario. Al contrario, la riforma dell’adozione dei 2001 e quella del 2006 sull’affidamento condiviso, hanno esplicitamente previsto tale incombente, riguardo al minore dodicenne, ma pure di età inferiore, se capace di discernimento (si tratta evidentemente di consapevolezza e comprensione, limitatamente al senso dell’audizione stessa, e non certo di una vera e propria capacità), come un obbligo e non una mera facoltà. La giurisprudenza successiva ha confermato la sussistenza di un obbligo, a pena di nullità, e tuttavia ha ammesso che il minore possa essere sentito da un consulente o dal personale dei servizi sociali, anche se ha precisato che sarebbe necessario uno specifico mandato del giudice (tra le altre Cass. S.u.. 22238 del 2009; n. 21651 de12011; 11687de12013). Oggi l’art. 336 bis c.c. precisa che viene ascoltato dal giudice il minore dodicenne o di età inferiore, se capace di discernimento (tale condizione sarà accertata dal giudice stesso, eventualmente coadiuvato da un ausiliario). Si riconferma l’obbligo del’ascolto in tutti i procedimenti in cui si assumono provvedimenti che riguardano il fanciullo, salvo che l’audizione sia manifestamente superflua o si ponga in contrasto con il suo interesse, ma di ciò il giudice dovrà dar atto con provvedimento motivato. L’art. 315 bis c.c. prevede altresì che il minore ultradodicenne e anche di età inferiore, se capace di discernimento, abbia diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano. Va pertanto accolto il relativo motivo del ricorso, con cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla Corte d’Appello iin diversa composizione, con necessario assorbimento dei primi due dei motivi del ricorso, attinenti all’affidamento della minore. Nella memoria difensiva, il resistente precisa che è in corso procedimento di divorziuo e sarebbe stata emessa sentenza, all’odierna udienza discussione, il difensore ha fatto riferimento una pronuncia di dovrzio in secondo grado. Non è stato peraltro effettuatoa alcuna produzione al riguado, e questa Corte non evidentemente tenerne conto. E’ bensì vero che l’avvio di una procedura di divorzio, con discussione sull’affidamento di un minore, e a maggior ragione, l’assunzione di provvedimenti, su cui il giudice potrebbe pronunciarsi anche d’ufficioidi regola darebbe luogo a cessazione della materia del contendere tra le parti. Tuttavia, stante la totale incertezza al riguardo, appare evidente e conforme al superiore interesse del minore, la necessità del suo ascolto da parte del giudice. II giudice dei rinvio potrà eventualmente effettuare accertamenti al riguardo. Va rigettato il quarto motivo di ricorso relativa al mancato accoglimento della domanda di assegno divorzile da parte della B. . Come é noto, nel pronunciare la separazione ai sensi dell’art. 156 c.c. il giudice stabilisce a favore del coniuge cui non sia addebitale la separazione e che non abbia adeguati redditi propri un assegno di mantenimento. L’art. 5 L.n. 898 del 1970 precisa che il tribunale,con la pronuncia di divorzio, dispone l’obbligo per un coniuge di corrispondere periodicamente all’altro un assegno, quando quest’ultimo non abbia mezzi adeguati o non possa procurarseli per ragioni oggettive. La norma era stata così modificata dalla L.n.74 del 1987, accentuando il profilo assistenziale dell’assegno e avvicinandolo a quello di separazione, con l’uso di un’identica espressione. La giurisprudenza ha interpretato la nozione di inadeguatezza dei redditi tanto in sede di separazione che in quella di divorzio, nel senso che i mezzi debbano essere tali da consentire al coniuge economicamente più debole di mantenere un tenore di vita analogo a quello che aveva durante la convivenza matrimoniale. Si tratta di interpretazione giurisprudenziale che, subito dopo la novella del 1987 riguardo sul divorzio, fu variamente contrastata: talora si affermò (al riguardo Cass. 1652 del 1990) che l’indagine sull’adeguatezza andava effettuata con riferimento ad un modello di vita economicamente autonomo e dignitoso, come viene a configurarsi di tempo in tempo nella coscienza sociale. D’altra parte, dopo una sentenza a sezioni unite, la n.11490 del 1990, la prima soluzione, frutto comunque di un interpretazione giurisprudenziale e non certo indicata nella lettera della norma si consolidò ampiamente (tra le altre più recentemente Cass. 4698/2009). Questa Corte ritiene allo stato di conformarsi alla giunspru enza nettamente prevalente, pur con l’ovvia considerazione che spesso l’obbligato non può mantenere, con la separazione o con il divorzio, il tenore di vita di cui egli stesso godeva durante la convivenza matrimoniale, e tale situazione non potrà che incidere sul diritto del coniuge economicamente più debole. Nella specie, peraltro, il motivo, pur con riferimento anche a violazione di legge, riguarda per gran parte profili di merito, preclusi in questa sede di legittimità. La sentenza impugnata, con motivazione congrua e non illogica, ha rigettato la domanda della ricorrente, già disattesa in primo grado, evidenziando come, seppur a fronte di una discrepanza reddituale tra i coniugi1la ricorrente non sostenga oneri di alloggio labitando nella casa P1c1Aomproprietà con il marito, gravato da mutuo relativo a detto immobile, ma pure da altro mutuo sulla casa di propria abitazione. La Corte territoriale ha pure considerato i maggiori oneri a carico del marito per il mantenimento dei figli. Conclusivamente, va rigettato il quarto motivo del ricorso, accolto il terzo, assorbiti gli altri, M cassata la sentenza impugnata, con rinvio, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione. P.Q.M. La Corte accoglie il terzo motivo di ricorso, assorbiti i primi due; rigetta il quarto; cassa la sentenza impugnata, con rinvio1 anche per le spesel alla Corte d’Appello di Roman diversa composizione. In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 Dlgs 196/03, in quanto imposto dalla legge.
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AVVOCATO DIVORZIO BREVE BOLOGNA – AVVOCATO PER DIVORZIO BREVE BOLOGNA POCHI MESI PER IL DIVORZIO !!!!
Trascorso il termine di 6 mesi o un anno dalla separazione i coniugi possono chiedere lo scioglimento del matrimonio e procedere quindi con il divorzio.
Nel Divorzio Congiunto, ora diventato divorzio breve, il procedimento viene avviato dai coniugi separati in maniera consensuale. Essi devono raggiungere l’accordo su tutte le condizioni dello scioglimento del matrimonio.
In particolare sull’affidamento e il mantenimento dei figli, sul mantenimento o meno del coniuge più debole, sull’assegnazione della casa coniugale e sulla spartizione dei beni comuni.
Il divorzio diviene dunque consensuale e comporta molti vantaggi per le coppie di coniugi: è meno costoso, più rapido e quindi meno traumatico per i coniugi e per i figli.Chiedi all’avvocato matrimonialista Bologna Sergio Armaroli
L’avvocato matrimonialista Bologna può assistervi anche laddove non sia ancora stata raggiunta la concordia su tutte le condizioni di divorzio, attraverso incontri di mediazione e consulenza al fine di presentare il ricorso con la sottoscrizione di entrambi i coniugi.
i tempi che devono intercorrere fra la separazione e la richiesta per ottenere il divorzio sono ridotti dagli attuali tre anni a dodici mesi in caso di “separazione giudiziale” (quando cioè il divorzio viene chiesto da uno dei due coniugi) e a sei mesi quando la separazione è invece consensuale.
la separazione decorre dalla comparsa dei coniugi davanti al presidente del tribunale
anticipato il momento dello scioglimento della comunione dei beni tra i coniugi: prima si realizzava solo con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione, ora la comunione «si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati»
la nuova legge si applica anche ai procedimenti in corso.
la nuova legge non prevede il divorzio immediato in assenza di un periodo di separazione
ECCO IL TESTO DELLA LEGGE SUL DIVORZIO BREVE
Disposizioni in materia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonche’ di comunione tra i coniugi. (15G00073)
(GU n.107 del 11-5-2015)
Vigente al: 26-5-2015
Al secondo capoverso della lettera b), del numero 2), dell’articolo 3 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni, le parole: « tre anni a far tempo dalla avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale» sono sostituite dalle seguenti: «dodici mesi dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale e da sei mesi nel caso di separazione consensuale, anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale».
All’articolo 191 del codice civile, dopo il primo comma e’ inserito il seguente:
«Nel caso di separazione personale, la comunione tra i coniugi si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati, ovvero alla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione consensuale dei coniugi dinanzi al presidente, purche’ omologato. L’ordinanza con la quale i coniugi sono autorizzati a vivere separati e’ comunicata all’ufficiale dello stato civile ai fini dell’annotazione dello scioglimento della comunione».
Le disposizioni di cui agli articoli 1 e 2 si applicano ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della presente legge, anche nei casi in cui il procedimento di separazione che ne costituisce il presupposto risulti ancora pendente alla medesima data.
Data a Roma, addi’ 6 maggio 2015
Separazione personale dei coniugi – Pronuncia con addebito – Violazione dell’obbligo di fedeltà – Sufficienza – Limiti. (Cc, articoli 143 e 151)
In tema di separazione personale dei coniugi, la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri che l’articolo 143 del Cc pone a carico dei coniugi, essendo invece necessario accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale. La reiterata violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale, tanto più se attuata attraverso una stabile relazione extraconiugale, rappresenta una violazione particolarmente grave di tale obbligo, che, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, causa della separazione personale dei coniugi e, quindi, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge che ne è responsabile, sempre che non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale.
Cass. Sezione I, sentenza 24 ottobre 2005 n. 20536 (in Guida al Diritto, Edizione n. 47 del 10 dicembre 2005, pagina 40)
Separazione personale dei coniugi – Addebitabilità – Aggressione e violazione dei diritti della persona – Comparazione come reazione alla condotta dell’altro coniuge – Esclusione. (Cc, articoli 151)
In tema di addebitabilità della separazione personale, ove i fatti accertati a carico di un coniuge costituiscano violazione di norme di condotta imperative e inderogabili, traducendosi nell’aggressione a beni e diritti fondamentali della persona quali l’incolumità e l’integrità fisica, morale sociale dell’altro coniuge così da oltrepassare quella soglia minima di solidarietà e di rispetto comunque necessaria e doverosa per la personalità del partner, essi sono insuscettibili di essere giustificati come ritorsione e reazione al comportamento di quest’ultimo, sottraendosi anche alla comparazione con tale comportamento, la quale non può costituire un mezzo per escludere l’addebitabilità nei confronti del coniuge che quei fatti ha posto in essere.
Cass. Sezione I, sentenza 19 settembre 2005 n. 18475 (in Guida al Diritto, Edizione n. 44 del 12 novembre 2005, pagina 61)
Separazione giudiziale – Imposizione di principi o di particolare mentalità di un coniuge – Violazione dei doveri del matrimonio – Sufficienza per l’addebito – Sussiste. (Cc, articoli 143, 144, 147 e 151)
Al fine dell’addebitabilità della separazione, il comportamento di un coniuge, rivolto a imporre i propri particolari principi o la propria particolare mentalità, può assumere rilevanza solo se si traduca in violazione dei doveri discendenti dal matrimonio, o comunque sia inconciliabile con i doveri medesimi, atteso che, in caso contrario, e per quanto detti principi o mentalità siano criticabili, si resta nell’ambito delle peculiarità caratteriali, le quali valgono a spiegare le difficoltà del rapporto, ed eventualmente l’errore originariamente commesso nella reciproca scelta, ma non integrano situazioni d’imputabilità della crisi, nel senso previsto dall’articolo 151, comma 2, del codice civile.
Cass. Sezione I, sentenza 2 settembre 2005 n. 17710 (in Guida al Diritto, Edizione n. 41 del 22 ottobre 2005, pagina 67)
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ATTENZIONE MASSIMA ATTENZIONE
By Sergio Armaroli| 2017-10-12T17:38:26+00:00	dicembre 27th, 2015|avvocato matrimonialista Bologna|0 Comments
ATTENZIONE SEPARAZIONE BOLOGNA GIURISDIZIONE LEGGI SUBITO MI RACCOMANDO Conclusivamente in parziale accoglimento del ricorso del G., la giurisdizione del giudice ordinario italiano va negata rispetto alle domande inerenti all’affidamento ed al mantenimento del figlio delle parti, in quanto devolute in via esclusiva alla competenza del giudice del Regno Unito, e deve invece essere affermata relativamente al giudizio di separazione personale, per il cui ulteriore corso le parti vanno rimesse dinanzi al Tribunale di Torre Annunziata.
febbraio 21st, 2017 | 0 Comments
MANCATO PAGAMENTO ALIMENTI NELLA SEPARAZIONE E DIVORZIO QUANDO SCATTA IL REATO DI CUI ALL’ART 570 CP
novembre 19th, 2016 | 0 Comments
ATTENZIONE:DIRITTO DI FAMIGLIA BOLOGNA RIDURRE MANTENIMENTO SE MARITO HA FIGLIO IN SECONDO LETTO
luglio 25th, 2016 | 0 Comments
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AVVOCATO ESPERTO DIVORZIO BOLOGNA: poneva a carico di quest’ultimo un assegno pari a 200 euro mensili in favore della moglie in virtù dell’Inadeguatezza dei mezzi della C., comparati con quelli dell’ex coniuge e della breve durata (due anni) del vincolo coniugale
luglio 21st, 2016 | 0 Comments
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References: art. 6
 art. 11
 art. 155
 articolo 3
 sentenza 
e contrario
 Cass. 
 Cass. Sez. 
 Cass. 
 Cass. Sez. 
 art. 143
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 articolo 83
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
e contrario
 Cass. 
 art. 4
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza