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Timestamp: 2019-03-22 22:57:38+00:00

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Estratto dal libro “W.W.W. Vizi-virtù-valori” – Fabio Bortolotti
abilità dialettica
La dialettica, intesa come arte del dialogo, come arte del ragionamento, come abilità nel condurre una discussione, risale alla classicità greca e si distingue dall’eristica che è l’abilità di ottenere ragione e di prevalere nelle contese verbali.
La prima regola della tecnica oratoria, secondo Cicerone, è quella di saper mantenere sempre il controllo delle parole e di non abbandonarsi all’ira: oratorem irasci minime decet – all’oratore non si addice abbandonarsi all’ira. Cicerone soggiunge poi che non è sufficiente la cultura e la naturale abilità dialettica ma è necessaria anche una formazione umana, morale e filosofica. Ed ancora, oltre a distinguersi per rigore morale, l’oratore deve possedere solide qualità ideali, a riguardo delle quali puntualizza: optimus est orator qui dicendo animos audientium et docet, et delectat et permovet – è ottimo oratore colui che parlando insegna, diletta e commuove gli animi degli uditori (Cicerone, De optimo orat.).
Quindi, secondo gli insegnamenti ciceroniani, l’oratore deve avere cultura, una formazione umana, morale e filosofica, una naturale abilità dialettica, saper mantenere sempre il controllo sia dei gesti che delle parole ed inoltre deve conservare un comportamento conforme alle proprie funzioni. Raggiunge poi il massimo colui che parlando insegna, diletta e commuove gli animi degli uditori.
Oggi, la dialettica è genericamente intesa come l’arte del bel parlare, l’arte del discutere, l’arte del ragionare, e per estensione come la capacità di presentare le proprie argomentazioni in forma particolarmente serrata e convincente.
Se concepita in questo senso, l’abilità dialettica è un pregio ma diventa un detestabile malcostume quando si usa per fini disonesti o per occultare la realtà.
Talleyrand-Périgord, uomo politico e diplomatico francese (1754-1838), nelle sue Memorie ha scritto che «la parola serve a non rivelare e a nascondere il pensiero». Tale angosciante riflessione è talmente adatta al mondo della politica dei nostri tempi da sembrare profetica. I nostri politici, nel consueto vaniloquio filosofeggiante e sterile, sanno infatti nascondere molto bene il loro pensiero sotto una stupefacente varietà di formule.
Quindi, l’abilità dialettica di taluni nostri personaggi politici va ben oltre la regola ciceroniana, oratorem irasci minime decet, rivelandosi un vero e proprio malcostume di tutti coloro che sanno camuffare con scaltrezza e maestria i veri intendimenti e scopi politici, tra cui fanno spicco quelli contrari alla morale tradizionale e al diritto naturale; e così fanno apparire gli obiettivi finali sotto un manto formalmente accettabile, benché siano sostanzialmente o moralmente riprovevoli.
Insomma, l’abilità dialettica detiene un’importanza fondamentale nel campo della politica, dove i personaggi sembrano attori di teatro, abili coniatori di massime e paradossi, di battute imperniate sull’umorismo e sull’ironia tagliente. Chi ha una voce ammaliatrice e all’occasione sa usare espedienti retorici e velenose parole, chi ha il potere di persuadere l’ascoltatore, innescando in lui passioni e moti pulsionali, è solitamente considerato un abile oratore e un bravo politico. Dobbiamo guardarci da tali personaggi perché, facendo cattivo uso della loro abilità dialettica, tendono a storpiare i fatti oppure a farci vedere le cose in termini offuscati o distorti.
Si osserva che la politica, quella veramente seria e giudiziosa, non è spettacolo e quindi se i politici sono parimenti seri e giudiziosi non potranno che fare un uso corretto e sensato della parola. In particolare, eviteranno di seguire tutti quei cattivi metodi dei ciarlatani di far apparire una cosa per un’altra, di cambiare le carte in tavola, di fingere di non capire, di far dire all’altro ciò che quello non ha mai detto, etc.
Per reggere le sorti di un Paese non serve l’abilità dialettica di ciarlatani e commedianti, che sanno solo allestire il teatrino della politica ammaliando ed ingannando le folle con il loro colorito quanto illusorio linguaggio, ma servono persone serie ed assennate che sappiano affrontare responsabilmente i problemi della comunità.
L’aborto può essere spontaneo o provocato. Il primo è dovuto a cause naturali di vario ordine, mentre il secondo è effettuato volontariamente e si distingue in: terapeutico, quando lo stato patologico renda pericolosa la gravidanza, lecito, quando rientra nei casi contemplati dalla legge, criminoso, quando non rientra nei casi previsti dalla legge (l’aborto, in quanto tale, è in ogni caso proibito dal giuramento ippocratico). L’aborto lecito si distingue da quello terapeutico solo da un punto di vista legislativo ma non anche sotto il profilo operatorio.
Sotto il profilo etico, il tema dell’aborto, inteso come interruzione spontanea o procurata della gravidanza, è molto delicato e complesso.
C’è chi sostiene che in una società moderna e pluralista deve essere riconosciuta a tutti piena autonomia di disporre della propria vita e della vita di chi non è ancora nato. Quindi, secondo i sostenitori di tale teoria liberista, la legge civile non può dettare disposizioni restrittive o limitative in materia, sia perchè l’aborto è riconducibile alla morale individuale sia anche perché si finirebbe per esigere che tutti i cittadini vivano secondo un grado di moralità prestabilito, che potrebbe risultare più elevato di quello che essi stessi riconoscono.
C’è chi sostiene, al contrario, che la legge civile deve sottostare alla legge morale naturale, iscritta nel cuore dell’uomo e conosciuta dalla ragione umana, legge che poggia su valori umani e su principi fondamentali i quali non possono essere distrutti o modificati dall’uomo ma soltanto rispettati e promossi. Negare o mettere in dubbio i valori umani ed i principi fondamentali della legge morale naturale significa ridurre l’ordinamento giuridico ad un meccanismo che tende solo a raffrontare diversi e contrapposti interessi, la regolazione dei quali nei regimi democratici avviene a vantaggio dei più forti, capaci di influire sulla formazione del consenso. Tra i valori umani ed i principi fondamentali della legge morale figura in primo luogo il diritto alla vita, perciò l’aborto non può mai essere legalizzato con il pretesto della libertà e dell’autonomia dei singoli.
Al riguardo, San Tommaso d’Aquino scrive: «la legge umana in tanto è tale in quanto è conforme alla retta ragione e quindi deriva dalla legge eterna. Quando invece una legge è in contrasto con la ragione, la si chiama legge iniqua; in tale caso cessa di essere legge e diventa un atto di violenza».
A proposito di aborto, il compianto Don Oreste Benzi (7.IX.1925-2.X.2007), fondatore dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, che opera ormai in tutto il mondo, in una intervista ha parlato di «una media di 500 bambini sgozzati ed uccisi in una giornata in Italia», spiegando poi che «è una cifra indicativa di una scarsa considerazione del valore della vita e nello stesso tempo di uno scarso senso di responsabilità nella procreazione».
Secondo gli indirizzi della Chiesa cattolica, le leggi dello Stato che negano il diritto alla vita, favorendo l’aborto, sono leggi ingiuste in quanto vanno contro il bene del singolo e il bene comune e, in ogni caso, non sono tali da obbligare moralmente, sussistendo anzi il dovere per il cattolico di opporsi con l’obiezione di coscienza. Premesso che la persona umana non può essere costretta a compiere un’azione contraria ai valori umani ed ai principi fondamentali della legge morale, né tantomeno un’azione incompatibile con la sua dignità, i medici e gli operatori sanitari non possono essere obbligati a partecipare alla fase consultiva, preparatoria ed esecutiva, di interventi in materia di aborto ed in genere di atti contro la vita. In una democrazia autentica, nei casi anzidetti, la legge deve salvaguardare gli obiettori di coscienza da sanzioni penali e da qualsiasi danno di carattere disciplinare, economico e professionale.
La Chiesa cattolica ha sempre condannato la pratica dell’aborto provocato. Da ultimo, il Concilio Vaticano II ha affermato che «l’aborto, così come l’infanticidio, costituiscono abominevoli delitti» (cfr. Gaudium et spes, 1965; Evangelium vitae, 1995).
L’aborto provocato è diretto a sopprimere un essere umano che si affaccia alla vita, il più innocente, indifeso, debole, inerme tra tutti, un essere umano totalmente affidato alla protezione ed alle cure di colei che lo porta in grembo. E, spesso, è proprio lei, la madre, a chiederne la soppressione o a procurarla. Da più parti è stato affermato con forza che «si deve assicurare un aiuto efficace per le future madri, affinché le difficoltà materiali e psicologiche non spingano alcuna di esse a sopprimere il proprio bambino. Si deve sviluppare una politica sociale, educativa e culturale che abbia di mira la valorizzazione dell’istituto famigliare, cellula primaria di una sana società».
Non si deve infine dimenticare che il V Comandamento «proibisce come gravemente contrario alla legge morale l’aborto diretto, voluto come fine o come mezzo, nonché la cooperazione ad esso, pena la scomunica, perché l’essere umano, fin dal suo concepimento, va rispettato e protetto in modo assoluto nella sua integrità» (cfr. pagg. 127-128 del Catechismo della Chiesa Cattolica di Joseph Ratzinger, Benedictus PP XVI, 2005).
Spesso la condotta umana, accanto a valori e interessi di vario ordine, ha come movente un fattore affettivo, benché abbia grande influenza anche l’educazione ricevuta e l’esperienza maturata. La varietà della condotta umana, non sempre corretta e razionale, è evocata dall’adagio ovidiano: video meliora proboque, deteriora sequor – vedo le cose migliori e le approvo ma seguo quelle peggiori (Ovidio, Metamorfosi, VII, 20-21), che riassume il tema della contrapposizione di momenti razionali ad altri dominati dalla passione, tema che è quasi una costante anche nella tragedia greca. Questo atteggiamento di debolezza morale e psicologica, rappresentato dal contrasto tra ciò che è razionalmente migliore e ciò che gli istinti spingono a compiere irrazionalmente, id est il tema del conflitto interiore, il Petrarca lo chiama accidia e lo definisce con l’espressione: veggo il meglio e al peggior m’appiglio.
In senso generale, l’accidia è intesa come avversione all’operare, mista a noia e indifferenza, come indolenza e, più genericamente, come pigrizia, negligenza, spesso dovuta a stato depressivo e malinconico.
Il profondo dissidio tra i consigli della ragione e il concreto agire o tra la ragione e la volontà è proprio di ogni tempo e la prima, cioè la ragione, ha spesso la peggio perché non riesce a vincere i sentimenti e le passioni che dominano l’animo umano.
Nella cultura moderna, il significato del termine accidia è alquanto vago, benché resti fortemente connotato di implicazioni moralistiche.
Nella teologia morale cattolica l’accidia è la negligenza nell’esercizio della virtù e, più genericamente, l’impedimento volontario a operare il bene. In passato, si diceva anche del torpore o dell’inerzia in cui cadevano i monaci dediti alla vita contemplativa. Per la dottrina cattolica, l’accidia costituisce uno dei sette vizi capitali (cfr. la voce sub n. 273): superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia (i lussuriosi, gli avari, gli iracondi e gli accidiosi, Dante li pone dal secondo al quinto cerchio).
Secondo i principi della Chiesa Cattolica, «le passioni sono gli affetti, le emozioni o i moti della sensibilità – componenti naturali della psicologia umana – che spingono ad agire o a non agire in vista di ciò che è percepito come buono o come cattivo. Le principali sono l’amore e l’odio, il desiderio e il timore, la gioia, la tristezza, la collera. Passione precipua è l’amore, provocato dall’attrattiva del bene. Le passioni, in quanto moti della sensibilità, non sono né buone né cattive in se stesse: sono buone quando contribuiscono ad un’azione buona, sono cattive in caso contrario» (cfr. pag. 105 del Catechismo della Chiesa Cattolica di Joseph Ratzinger, Benedictus PP XVI, 2005).
accordo di reciproca complicità
Il detto petroniano serva me, servabo te – salva me e io salverò te (Petronio, Satyricon, 44, 5), riferito ad un occulto accordo di reciproca complicità tra due o più soggetti che va a discapito di altri, sembra un inquietante segno premonitore di ciò che oggi conosciamo come modo mafioso di gestire il potere (politico, economico, etc.). Un accordo di tal fatta altro non è che una forma di associazione a delinquere, costituita da una consorteria di persone che mirano a mantenere una posizione di potere e di privilegio attraverso mezzi illeciti e malvagi.
In buona sostanza, si tratta del fenomeno comunemente conosciuto come mafia, cioè di quel particolare tipo di criminalità organizzata sorta in Sicilia ancora prima dell’Unità d’Italia e che ora investe importanti settori della vita nazionale e internazionale.
Nel ventennio fascista, con l’adozione di poteri forti da parte dello Stato e con l’abolizione delle elezioni, il fenomeno mafioso subì una battuta d’arresto, per poi riprendere nuovo vigore fin dal primo momento della liberazione, per la comparsa soprattutto del gangsterismo americano.
Negli anni che seguirono, il fenomeno mafioso si è esteso e sviluppato a macchia d’olio, intrecciandosi vieppiù con il potere politico ed economico ed estendendo la propria influenza in ogni campo, non escluso quello della droga, ed espandendosi a tutti i livelli della società.
Tra le principali cause che hanno favorito il diffondersi del fenomeno mafioso figura l’inefficienza e la carenza dei pubblici poteri, la collusione tra potere politico e mafioso, gli squilibri sociali in genere.
Il fenomeno è ora ramificato su tutto il territorio nazionale, con un’organizzazione operativa a livello internazionale che conta su persone decise ad usare metodi illeciti, avendo cognizione dell’inefficacia sia degli organi istituzionali sia dei mezzi di giustizia. Infatti, a ben poco sono servite le strategie e le contromisure fin qui poste in essere dallo Stato per contrastare il fenomeno mafioso (leggi, commissioni parlamentari, D.I.A., D.N.A., confessioni e collaboratori di giustizia, etc.), per cui si prospettano come indispensabili misure radicali da parte del Parlamento (cfr. anche la voce sub n. 165).
Non v’è chi non veda che detto sistema mafioso favorisce la sottoposizione dei ceti deboli alla protezione di potenti organizzazioni criminali, che si fondano sul ricorso indiscriminato alla violenza.
Tale stato di cose è una piaga sociale particolarmente grave che affligge e preoccupa, forte sintomo di un processo di decadenza morale, la cui estirpazione si pone come conditio sine qua non per assicurare il progresso e la civiltà. Una simile abiezione del costume di vita non fa certo onore ad una moderna società civile.
5. affabulatori politici
Le espressioni oratorie dei politici sono spesso caratterizzate da generiche e vaghe affermazioni, da parole prive di significato e di consistenza reale, per cui inducono a diffidare. In genere, i politici rivelano doti di eleganti affabulatori, di abili tessitori di intrecci, di raffinati manipolatori della realtà oggettiva, quando invece nei loro interventi dovrebbero dare prova di concretezza ed evitare le parole prive di un preciso contenuto di sostanza.
I politici, in special modo quelli di professione, parlano talmente bene e in maniera erudita da farci credere che le cose dette siano esaustive e veritiere. Il linguaggio viene da loro utilizzato per affabulare, cioè per esporre i fatti e le situazioni in forma non oggettiva, in una visione di parte, in una luce distorta, lacunosa o parziale, in modo da trarre in inganno gli uditori.
In genere, i politici sanno come fare sfoggio di tali loro qualità anche nei Parlamenti, ove pare si intendano solo tra addetti ai lavori, mentre all’esterno il loro linguaggio è oscuro e ingannevole.
In realtà, al di là del modo di esprimersi in politichese, si ha la sensazione che i nostri parlamentari non si adoperino per rimediare ai mali che affliggono la società e che rendono la democrazia fragile in quanto sanno che, operando con i poteri forti che la situazione oggi esigerebbe si renderebbero impopolari e quindi la loro rielezione sarebbe irrimediabilmente compromessa (cfr. la voce sub n. 38). E così, per non rivelare al vasto pubblico la reale situazione e l’incapacità politica di risolvere i problemi, parlano, parlano, parlano, senza dir niente nel senso che i loro discorsi si rivelano fumosi, vaghi e privi di consistenza.
Se è questo il modo di atteggiarsi dei nostri politici, sembra quasi profetico il monito catoniano: noli tu quaedam referenti credere semper: exigua his tribuenda fides, qui multa loquntur – non credere sempre a chi ti dà notizie: bisogna prestare poca fede a quelli che parlano molto (Catone, Distico 2, 20).
Ma i nostri politici dovrebbero tenere presente che il loro gioco di turlupinare il popolo con le belle parole, vuote di significato, è oggi conosciuto da tutti e quindi, se vogliono essere creduti, devono passare ai fatti concreti. Nel contempo però anche i cittadini devono farsi accorti e diffidare sempre da chi si limita ad esprimere solo belle parole.
Il deplorevole comportamento dei nostri affabulatori politici, tra l’altro, mal si coniuga con l’etica e la morale comune.
aggressività e sopraffazione
La vita pubblica nella Roma di età repubblicana era caratterizzata da accenti di equità e di umanità ma, corrispondentemente, non sempre lo erano le azioni individuali e la vita privata in genere, nella quale la moralità era destinata a cadere sempre più in basso, tanto da dover accreditare l’adagio plautino: lupus est homo homini, non homo – l’uomo è per l’uomo lupo, non uomo (Plauto, Asinaria, 495; II, 4, 88), da cui traspare un istinto naturale di persone avide e senza scrupoli.
Va osservato che nella letteratura greco-latina il lupo simboleggia la prepotenza e la crudeltà, come si desume dal luogo virgiliano: ovium non curat numerum lupus – il lupo non si cura del numero delle pecore (Virgilio, Bucoliche, 7, 52), secondo cui il lupo non si ferma di fronte a nulla, proprio come le persone avide e senza scrupoli. Tale visione generale compare anche in Seneca (Epistulae, 103, 1, 105, 7); Orazio (Satire, 2, 2, 96); Giovenale (Satire, 15, 165-166; Satire, 14, 41-42).
La tendenza umana alla prevaricazione non venne meno in prosieguo di tempo e neppure i malvagi comportamenti umani nelle epoche successive furono poi tanto diversi.
Ecco quindi che l’homo homini lupus suona come un monito agli uomini a diffidare dei loro simili, poiché molti di loro sotto una parvenza di bontà nascondono solo malvagità e cattiveria, assodato poi che i rapporti umani allo stato di natura sono improntati ad una spietata lotta per la vita.
Non è certamente facile stabilire i motivi profondi di questa aggressività e di questo individualismo dell’uomo. Secondo la moderna psicologia, tali tendenze istintive sono forme di sfrenato desiderio di potere, di superiorità, di prevaricazione, di invidia, che potrebbero essere originate dal mero desiderio di fare il male per il gusto di farlo.
Il filosofo e teorico della politica inglese Thomas Hobbes (1588-1679), nei suoi approfondimenti dell’homo homini lupus, esposti nell’opera De cive, ebbe a definire la società moderna come un irriducibile conflitto di interessi, sostenendo altresì che, nonostante la civiltà e il progresso, nell’uomo è sempre presente l’istinto ferino dello stato di natura. Detto filosofo inglese, e prima di lui molti altri studiosi dell’alto medioevo, ne fece il motto della sua pessimistica concezione sociale, affermando anche che, stante la tendenza umana alla prevaricazione, l’interesse economico schiaccia i più deboli e gli indifesi.
Il filosofo svizzero di lingua francese Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) sostiene invece la bontà originaria dell’uomo e la fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini, teorizzando l’esistenza di uno Stato rispettoso dei bisogni e delle libertà dei singoli individui, uno Stato fondato sul contratto sociale che dispone di un potere legislativo e, distintamente, del potere esecutivo e del potere giudiziario.
All’insegna di tali dottrine politico-filosofiche, nella seconda metà dell’800 ha avuto origine il collettivismo laburista inglese, orientato verso una società senza squilibri di classe, collettivizzata, non controllata con la forza da una élite privilegiata, il cui fine era il conseguimento di un livello di vita superiore a quello raggiunto fino a quel momento. La dottrina del collettivismo, in contrapposizione all’individualismo, sosteneva l’abolizione della proprietà privata e la collettivizzazione dei mezzi di produzione; da qui hanno poi preso le mosse i movimenti politici del socialismo e del comunismo, in tutte le loro variegate forme, che non hanno comunque attenuato la tendenza umana alla prevaricazione.
A fronte del comunismo, trionfo della materia e dell’egualitarismo forzato, si è consolidato il capitalismo, apoteosi dell’egoismo. L’uno e l’altro, nelle esperienze fin qui compiute, si sono dimostrati incapaci di creare sistemi economico-sociali ideali ed altresì sistemi di governo coerenti con le idee che li caratterizzano, onde garantire una vita dignitosa ai cittadini. Il comunismo usa la violenza come metodo per mantenere la continuità del potere, è caratterizzato da mille contraddizioni interne ed ha registrato insuccessi ovunque, creando disuguaglianza sociale e concentrazione del potere economico. Di contro, il capitalismo tende allo sfruttamento per il proprio tornaconto economico e non si preoccupa certo di assicurare a tutti i mezzi per sopravvivere. Nel sistema del capitalismo, chi è più capace e più abile di altri è ben giusto che guadagni di più, a condizione però che i meno capaci e i meno abili possano comunque condurre una vita dignitosa e che non si tolgano le minime necessità a nessuno. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che il capitalismo è stato causa di guerre, congegnate per fare arricchire alcuni Paesi a scapito di altri.
Nell’accezione corrente, il detto latino homo homini lupus esprime l’amara constatazione che l’individuo è potenzialmente nemico del proprio simile ed agisce secondo l’istinto di conservazione e di sopraffazione, oltre a prevalere in lui uno spietato egoismo nei confronti del prossimo. Nel pensiero di Giacomo Leopardi (1798-1837), «l’egoismo è sempre stato la peste della società e quanto è stato maggiore, tanto peggiore è stata la condizione della società» (Zibaldone).
In tema di aggressività, l’analisi del Censis, nel 41° rapporto sullo stato sociale del Paese, presentato il 7 dicembre 2007, descrive un’Italia «aggressiva e litigiosa. È la “degenerazione antropologica”, la modalità espressiva quotidiana degli italiani. Ne sono teatro gli stadi e le famiglie. In casa aumentano violenze e separazioni».
Invero, è facile constatare come i comportamenti dei singoli siano sempre più irruenti e come si tenda a scaricare sugli altri i nostri malumori, le frustrazioni e le umiliazioni che la vita ci riserva. Per complicarci l’esistenza ci pensano poi coloro che cercano di ingerirsi negli affari altrui, coloro che sono portati alle accuse gratuite e alle maldicenze, alle critiche velenose degli avversari politici e delle controparti nei rapporti economici. Insomma, nella quotidianità si registra un accentuato spirito critico e litigioso che rende difficile la convivenza civile, a cui sembra che nessuno riesca a sottrarsi. Tale stato di cose conferma l’amara constatazione dell’homo homini lupus, nel senso che l’individuo è potenzialmente nemico del proprio simile.
A ben guardare, lo spirito di una autentica cristianità, come del resto quello di altre religioni, può costituire un potente antidoto all’homo homini lupus gettando le basi per un sicuro miglioramento individuale e dell’intera società, e quindi per il superamento di quello spietato egoismo connaturato nel tanto efficiente quanto implacabile capitalismo moderno.
Non si deve poi dimenticare che, secondo il pensiero cristiano, il bene è frutto di magnanimità e bontà e non bisogna aspettarsi la ricompensa, mentre il male è frutto di malizia e di malvagità e bisogna sentire il rimorso per averlo commesso e temerne anche le conseguenze.
In ogni caso, i contegni iniqui, l’aggressività, la sopraffazione e le azioni cattive in genere, sono condannevoli sotto il profilo civile e morale in quanto contrari ai principi etici a cui deve uniformarsi il comportamento delle persone oneste, corrette e di sani principi.
agire per convinzione personale
Secondo il monito agostiniano: multitudo non est sequenda – non bisogna seguire la moltitudine (S. Agostino, Enarrationes in Psalmos, 39) è sbagliato adeguarsi passivamente alle idee o alle mode seguite dalla maggioranza.
Sotto il profilo etico-comportamentale, occorre agire per convinzione personale ed assumere comportamenti iuxta propria principia – secondo i propri principi (morali), evitando di farsi trascinare dall’esempio di altri (cfr. la voce sub n. 220). Un proverbio veneto recita: «chi segue gli altri, non arriva mai primo».
Tra l’altro, chi accetta passivamente le teorie o le opinioni di altri, rinunciando a ragionare con la propria testa, non potrà comunque sottrarsi alle proprie responsabilità adducendo l’alibi morale che ha confidato in una opinione altrui.
A fronte di situazioni oggettive, non si deve però cadere nell’errore opposto, allorché la propria convinzione risulti in contrasto con la ragione o la propria opinione non possa comunque essere provata con la ragione.
Le decisioni personali devono essere prese per convinzione, responsabilmente, di propria iniziativa, e non in forza di coercizioni o pressioni provenienti soprattutto dall’esterno.
In ogni caso, quando ci accingiamo a fare una scelta personale dobbiamo ascoltare la nostra coscienza ed orientarci secondo i nostri principi e valori morali, perché solo in questo modo siamo sicuri di indirizzarci verso la scelta giusta e di sentirci in pace con noi stessi.
Ben diversa è poi, ovviamente, la convinzione in campo religioso, ove si esprime una verità di fede che deve essere creduta, ancorché non comprensibile o accessibile alla ragione, come appare dall’alto insegnamento di Tertulliano credo quia absurdum – credo proprio perché è assurdo (De Carne Christi, V).
Al di fuori del campo religioso, il credo quia absurdum si usa invece polemicamente per giustificare o rinfacciare un atteggiamento fatalista o irrazionale di chi crede in ciò che non può essere provato alla luce della ragione. Fatalista si dice infatti chi non tenta di opporsi agli eventi, anzi li accetta passivamente e li subisce con rassegnazione.
A riguardo dell’agire individuale in campo politico, la Nota dottrinale 24-XI-2002 n. 6 della Congregazione per la Dottrina della Fede, circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, afferma con estrema chiarezza che: «Vivere ed agire politicamente in conformità alla propria coscienza non è un succube adagiarsi su posizioni estranee all’impegno politico o su una forma di confessionalismo, ma l’espressione con cui i cristiani offrono il loro coerente apporto perché attraverso la politica si instauri un ordinamento sociale più giusto e coerente con la dignità della persona umana».
Ai nostri giorni, l’agricoltura è divenuto un problema di enorme rilevanza politica e sociale, oltre a presentare seri aspetti tecnici, a riguardo dei quali non mancano timori di vario ordine.
Secondo gli esperti, le colture sarebbero oltremodo forzate al fine di ottenere più di quanto la natura possa dare. Dove fino ad un secolo fa la natura dava 1, con i prodotti ed i mezzi moderni arriva a dare 4, ossia il quadruplo.
È noto poi che nell’agricoltura moderna si fa un uso sfrenato di pesticidi, antiparassitari, anticrittogamici, con conseguenze negative di vario ordine.
Altro problema rilevante è quello degli additivi alimentari, ossia delle sostanze che si aggiungono agli alimenti per conservarne nel tempo le caratteristiche chimiche, fisiche o fisico-chimiche, per evitarne l’alterazione spontanea o per esaltarne le caratteristiche: l’aspetto, il sapore, l’odore, la consistenza.
Le tradizionali tecniche di conservazione degli alimenti, basate su sistemi e mezzi fisici (raffreddamento, riscaldamento, essiccamento), chimici (sale, aceto, zucchero, affumicatura), biologici (fermentazione), in epoca recente sono state affiancate da altre tecniche particolari che possono avere funzione: conservativa, antiossidante, stabilizzante, addensante, emulsionante, gelificante, aromatizzante, colorante, di correzione del ph.
L’uso degli additivi alimentari è regolato da un Decreto del 31 maggio 1965, via via integrato e modificato (anche in aderenza a direttive della Comunità europea), secondo cui possono essere utilizzate solo le sostanze citate in apposite tabelle, periodicamente aggiornate.
Ulteriore problema di non poco conto è quello della c.d. delocalizzazione alimentare, coperto da troppe verità nascoste, fenomeno che si inquadra nel processo di globalizzazione dell’economia, con imponenti effetti economici e sociali. Si tratta del processo in forza del quale un’azienda economico-alimentare (ma il fenomeno è comune nell’industria moderna), constatata la scarsa convenienza a operare nella propria area tradizionale, pone rimedio delocalizzando determinati processi produttivi, fasi o cicli produttivi, in altri Paesi, anche a grande distanza da quello originario, pur conservando però il nome tradizionale del prodotto. Ma si verifica anche il caso di azienda che vuole semplicemente ampliare la propria capacità produttiva. Moltissimi sono gli alimenti influenzati dal fenomeno della delocalizzazione: vino, olio d’oliva, mozzarella, nocciole, pesci d’allevamento, carne in scatola, etc.
Ne consegue che, al di là della qualità del genere alimentare, che può essere più o meno buona, spesso, non c’è corrispondenza fra etichetta posta sul prodotto e il prodotto medesimo.
I suddetti criticabili comportamenti dei responsabili dell’economia moderna, a prescindere dal rispetto o meno dei dettati legislativi, sono comunque contrari a qualsivoglia eticità e moralità pubblica e privata.
aiutare gli sventurati
Ci sono molte persone che sono particolarmente perseguitate dalla sventura, dalle avversità e dalla cattiva sorte, che magari vivono in un ambiente familiare e sociale sfavorevole e che si sentono sole, isolate e spesso inutili. In un contesto simile, in cui le persone si trovano ad affrontare situazioni di vita che ritengono estreme ed insopportabili, è facile che insorgano idee di autodistruzione, ossia di suicidio, inteso come l’atto con cui un individuo si procura volontariamente la morte.
Talvolta, il suicidio non è correlato alle sventure della vita ma è la conclusione di un vissuto interiore personale, doloroso e dilaniante, di uno stato di profonda depressione (dovuto spesso a mancanza di amore), tale da non riuscire più a trovare un senso alla propria esistenza e da non provare più desiderio od emozione per niente.
L’atto suicida costituisce la negazione o il rifiuto della vita e le motivazioni che possono spingere una persona a suicidarsi sono moltissime, in special modo per chi si trova in condizioni di grave disagio psichico. È ben vero che ogni aiuto è talvolta impossibile perché molti sventurati conducono una vita in apparenza normale, pur celando una profonda insoddisfazione interiore, ma è altrettanto vero però che le istituzioni poco o nulla si adoperano per attenuare i disagi delle persone in difficoltà, lasciando così degenerare situazioni personali che potrebbero essere oggetto di salvezza con mirati interventi ex ante.
Le modalità con cui viene messo in pratica un suicidio sono molteplici: overdose di farmaci o stupefacenti, soffocamento, taglio delle vene dei polsi, salto nel vuoto, impiccagione, uso di armi da fuoco, etc. Secondo i dati ISTAT, nel 2003 si sono avuti 3361 suicidi, di cui 2526 uomini e 835 donne (le punte più elevate sono state registrate nell’anno 1991 con 4065 suicidi, nel 1992 con 4038 suicidi, nel 1993 con 4119 suicidi).
Secondo gli esperti, le persone che hanno propositi suicidi non devono cercare di farcela da soli ma devono cercare aiuto, parlandone subito in famiglia o con amici, recandosi in un centro specializzato di assistenza. A queste persone va assicurato il massimo sostegno possibile, sotto ogni profilo umano e sociale, onde possano ricostruire quei rapporti naturali che legano ciascuno alla famiglia, alla comunità, all’ambiente di lavoro, etc.
Da un punto di vista etico-religioso, non si deve dimenticare che l’esistenza è un dono di Dio e che l’uomo non ha il diritto di usarla e gettarla a piacimento in quanto non è l’autore né il padrone della propria vita. La Chiesa cattolica ha sempre assunto una posizione di costante condanna del suicidio, come risulta dai testi: Il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell’essere umano a conservare e a perpetuare la propria vita. Esso è gravemente contrario al giusto amore di sé. Al tempo stesso è un’offesa all’amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi (Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992, nn. 2280-2282).
Quanto poi a coloro che approfittano delle altrui sventure per conseguire propri interessi, la giurisprudenza postclassica ha consacrato il principio nefas est tristes casus expectare – è scelleratezza aspettare i tristi eventi altrui (Paolo), confermato poi nella compilazione giustinianea (Digesto, 18, 1, 34 § 2), secondo cui è una scelleratezza speculare sulle miserie altrui.
In campo letterario, il comportamento di chi sfrutta le altrui fragilità per conseguire propri interessi è delineato dal teologo e umanista olandese Erasmo da Rotterdam (1466-1536) con l’espressione: arbore deiecta, quivis ligna colligit – caduto l’albero ognuno corre a far legna (Erasmo da Rotterdam, p. 738), espressione riferita appunto a quelle persone che non esitano a sfruttare i momenti di debolezza altrui, che approfittano delle altrui sventure o fragilità, per conseguire propri interessi.
Le persone che non esitano a sfruttare i momenti di debolezza altrui, anzi non aspettano altro che qualcuno compia un passo falso per approfittare della situazione, possono definirsi semplicemente ignobili. In ogni caso, simile tendenza comportamentale delle persone costituisce la negazione dell’etica e della morale comune.
Al contrario, le persone dovrebbero essere pronte a collaborare tra di loro, ad assistersi a vicenda, insomma nelle sventure dovrebbe prevalere la fratellanza e la solidarietà umana. Un significativo insegnamento in tal senso compare in Virgilio: non ignara mali, miseris succurrere disco – conoscendo io stesso il dolore, so venire in aiuto agli infelici (Eneide, I, 630); sono le parole che pronuncia Didone nel ricevere Enea ed i suoi compagni di sventura. Con questo verso il poeta indica come nessuno sia più sensibile alle sventure altrui di chi ha già provato qualche sofferenza umana.
Inoltre, le altrui sventure, le situazioni di stento o di bisogno, possono costituire spunto per una particolare forma di aiuto da parte nostra, non meno nobile degli aiuti finanziari, che consiste nel fornire agli sventurati le indicazioni ed i mezzi per risolvere determinate situazioni di bisogno, come insegna il proverbio cinese: «se vuoi aiutare qualcuno non dargli una ciotola di riso ma insegnagli a coltivarlo».
Secondo il pensiero di S. Colombano: felix alterius cui sunt documenta flagella – fortunato colui per il quale le disgrazie altrui sono un insegnamento (S. Colombano, Carmen monastichum, 3, 249, 19), il cristiano dovrebbe prodigarsi nell’offrire il proprio aiuto a chi sia caduto in qualche sventura ed inoltre dovrebbe trarre insegnamento da ciò che capita agli altri.
alibi politici
In diritto penale, si dice alibi la prova che, al momento in cui è avvenuto il fatto, la persona sospettata si trovava in un luogo diverso da quello in cui è stato consumato il reato. Ha solo valore di prova indiziaria.
Il termine alibi è in uso anche nel linguaggio comune per indicare la scusa o il pretesto con cui si giustifica un comportamento manchevole. Si parla così di alibi di ferro, alibi morale, alibi politico, etc.
In campo letterario, dall’amara constatazione oraziana: sacrilegia minuta puniuntur, magna in triumphis feruntur – i delitti piccoli sono puniti, quelli grandi portati in trionfo (Orazio, Epistole, 87, 23) emerge il contrasto fra i grandi e i piccoli, ossia fra i potenti in genere e le persone comuni, con chiara allusione alla doppia disonestà dei primi, che riescono spesso a farla franca. Il passo oraziano evidenzia che nel mondo romano non mancavano certo le sopraffazioni dei potenti sulla gente comune.
Ancora oggi, avvalendosi dei mezzi a loro disposizione, i politici ed i potenti in genere (più in generale, le persone in vista) tentano di scagionare la propria condotta o il proprio comportamento, di giustificare in qualche modo le proprie malefatte, riuscendo talvolta non solo a sfuggire alle loro responsabilità (giuridiche, politiche, morali) ma financo a diventare eroi.
I politici non dovrebbero sentirsi al di sopra degli altri, una casta privilegiata che per assecondare interessi di parte o per finalità partitiche non esita a fare un uso cattivo del potere, ma dovrebbero invece sentirsi al servizio del popolo e del bene comune.
Il politico ed il pubblico amministratore in genere è sempre più spesso alla ricerca di un alibi legislativo dietro cui mimetizzare le sue carenze o le sue responsabilità gestionali. Del resto, l’alibi legislativo non è poi tanto difficile rinvenirlo nell’attuale coacervo di leggi, in cui gioca un ruolo negativo anche la scarsa qualità delle stesse, in una situazione di reiterate riforme e controriforme, dove non poche leggi sono divenute ormai strumenti di mera facciata.
In breve, nella loro posizione di superiorità, i politici riescono spesso a procurarsi un alibi, cioè a trovare una scusante o una giustificazione per scagionare la propria condotta o il proprio comportamento.
Di più, si può notare come la principale preoccupazione dei politici sia quella di assicurarsi un apparente alibi e come a ben poco rilevi se il loro modo di agire sia contrario all’etica e alla morale comune.
Nelle Novelle giustinianee la menzogna è definita come un tentativo di imitazione della verità: falsitas nihil aliud est quam veritatis imitatio – la falsità non è altro che l’imitazione della verità.
In campo letterario, il verso giovenaliano: quid Romae faciam ? mentiri nescio – che ci faccio a Roma ? non so mentire (Giovenale, Satire, III, 41) costituisce una chiara ammissione della realtà del mondo latino, caratterizzato dalla menzogna e dall’ipocrisia, realtà rimasta immutata anche ai giorni nostri. Il luogo ciceroniano: veritas vel mendacio corrumpitur, vel silentio – la verità si corrompe o colla menzogna o col silenzio (Cicerone, De officiis, I, 23, 294) indica i modi di alterare il vero, favorendo così il prevalere della falsità. Assume poi un certo interesse anche l’adagio: tantum est tacere verum, quam et falsum dicere – chi tace la verità è come se dicesse il falso (Querolus, I, 2), tratto dalla commedia anonima Querolus – Il brontolone, composta tra i sec. IV e V d. C.
I classici del pensiero antico e moderno ritengono che l’alterazione della verità nelle sedi di potere sia una componente ineliminabile, insita in ogni forma di azione e di organizzazione politica.
È assodato che, fin dai tempi antichi, l’alterazione della verità, come anche il mentire e il dire bugie, è un topos classico dell’uomo, che lo ha fatto diventare un passepartout per il successo sociale, professionale ed economico.
Si può mentire per calcolo, per interesse o per viltà, ma si può mentire anche per amore, per timidezza, per non dare una risposta maleducata, per coprire cose che recherebbero dolore o preoccupazione a qualcuno, e lo facciamo non solo nei rapporti con gli altri ma anche con noi stessi, al lavoro, con gli amici, con i genitori, etc.
Tra l’altro, se è vero come è vero che il mentire è un atto intenzionale teso ad alterare la verità, chi sa di mentire sa anche che prima o poi cadrà vittima delle sue stesse fabbricazioni. In ogni caso, al di là di tutto, giova sempre chiedersi se conviene coltivare false personalità ed altresì se le menzogne hanno delle conseguenze positive o negative su di noi, se ci comportano vantaggi o svantaggi, e se fingere o alterare la verità migliora veramente la nostra vita. E se la risposta a questi interrogativi è negativa perché mentire ?
Alcuni studiosi dei comportamenti umani hanno fatto osservare che dire la verità, soprattutto nei momenti più difficili della propria vita, e accettarne le conseguenze può aiutarci a stare meglio e a farci sentire più forti. Gli stessi studiosi consigliano di riflettere, alla fine della giornata, sui momenti in cui non siamo stati sinceri con noi stessi o con gli altri ed ogni qualvolta sia possibile è necessario ammetterlo con le persone coinvolte, facendo rettifica il giorno successivo.
La studiosa e saggista Lorella Cedroni ha scritto che la menzogna infesta i dibattiti televisivi, le pagine dei giornali, la politica, e termina poi per definirla, allo stato dei fatti, «la linfa della storia, il succo della cronaca, il cuore dell’economia e il motore della politica».
Ed infatti, le sedi più feconde delle menzogne sono quelle della politica, ad iniziare dalle campagne elettorali fino alle comunicazioni e alle informazioni, ma non sono da meno le alterazioni della verità generate nelle sedi di potere, a cui i governanti ricorrono in maniera indiscriminata e spudorata per giustificare e legittimare il proprio comando.
In un regime totalitario di verità ce n’è una sola, quella propinata dal regime, ed è assoluta come è assoluto il regime, mentre in democrazia di verità ce ne sono molte ma spesso sono pseudoverità o false verità, che gli ignari cittadini sono costretti a bere. Le pseudoverità o false verità non possono essere che inganni: è il far credere ciò che non è vero oppure fare in modo che si creda ciò che non è vero.
Gli abili simulatori, cioè le persone capaci di far credere cose non vere, si possono collocare in tre grandi categorie: appartiene alla prima categoria chi conosce perfettamente l’arte dell’inganno e sa esercitarla in modo tale che non possa mai venire smentito; appartiene alla seconda categoria il raffinato ingannatore professionista che, attraverso allusioni o l’uso di parole ambigue, lascia che gli astanti credano alle apparenze o a quello che a loro piace credere, facendoli così cadere da soli nell’inganno; appartiene alla terza categoria il politico estremista che ostenta anacronistiche ideologie e che, per rendere credibili e verosimili le proprie posizioni estremiste e/o massimaliste, ricorre alla demagogia, all’ipocrisia e al finto moralismo.
La realtà di tutti i giorni dimostra che i politici di ogni schieramento imparano a conoscere molto bene e sanno ben presto far tesoro del famoso adagio del grande maestro di politica N. Machiavelli (1469-1527): «al Principe è necessario essere gran simulatore e dissimulatore».
Insomma, da come vengono prospettate od oscurate le cose in campo politico, si ha l’impressione che il senso della verità, il suo valore etico, si sia in qualche modo alterato, se non del tutto trasformato.
Sta di fatto che alla verità vera e reale hanno accesso solo pochi addetti ai lavori e solo per la parte di loro stretta pertinenza. Quindi, se è vero come è vero che la democrazia poggia su una serie interminabile di pseudoverità o di false verità, allora vuol dire che gli ignari cittadini sono regolarmente lesi nel loro diritto di sapere la verità, di conoscere la verità, e destinati ad essere vittime di un inganno globale.
Quei professionisti della politica che ricorrono alle pseudoverità o false verità e che usano l’ipocrisia come normale strumento per i quotidiani intrighi, che si servono dell’ipocrisia per impostare le loro azioni, non possono però aspettarsi la stima e la fiducia dei cittadini, in quanto i loro comportamenti si rivelano contrari a qualsivoglia eticità e moralità pubblica e privata.
Dalle brevi riflessioni che precedono, emerge che per risanare la nostra mal ridotta democrazia c’è un urgente bisogno di verità, di verità vera e autentica, a portata di tutti, non di verità offuscate, costruite, artefatte, fasulle, né tanto meno di doppie verità o false verità (cfr. anche le voci sub n. 72, 95, 173).
Lo spietato uomo politico tedesco Adolf Hitler (1889-1945), intuendo la potenzialità e la forza della menzogna sulle masse, nel suo Mein Kampf ha scritto: «le masse cadranno vittime più facilmente di una grossa menzogna che di una piccola».
A fronte di certe esternazioni dei nostri politici, della loro tendenza alla sfacciata negazione della verità, nonché della loro sfrontata propensione a dissimulare la realtà, talvolta viene il dubbio che siano suggestionati da detta teoria di Adolf Hitler.
Resta il fatto che le finzioni e le menzogne dei politici, oltre ad essere di cattivo esempio, costituiscono la negazione dell’etica, della deontologia e della morale comune.
Il buon esempio dei governanti nell’osservanza della legge, secondo una consolidata tesi morale-filosofica, è destinato a riverberarsi sui comportamenti dei governati, che vengono trascinati a fare altrettanto.
Nella realtà contemporanea il buon esempio dei governanti sembra però carente, quando non risulti censurabile, come riferiscono le cronache di tutti i giorni.
Assistendo ad un dibattito politico, indipendentemente dai partiti politici in campo, si ha l’impressione di vivere un nuovo feudalesimo, i cui protagonisti (principi, feudatari, vassalli e valvassori) sembrano porre in sottordine il bene comune e gli interessi generali della collettività per abbandonarsi a sterili dibattiti su temi distanti dai veri problemi della gente, intenti solo a cercare il sistema migliore per conservare il potere. E così i loro discorsi si rivelano fuorvianti, fumosi, vaghi e privi di consistenza (amplius, cfr. la voce sub n. 5).
Secondo gli osservatori dei fenomeni politici, l’attuale stato di cose sarebbe dovuto, in gran parte, alla mancanza di alternanza nella nostra classe politica. In pratica, la partita se la giocano tutta in casa i singoli partiti: presentano la lista dei candidati e gli elettori si limitano a ratificarla. Dato che la presenza di certi nominativi è pressoché una costante, se ne deduce che i partiti non gradiscono l’alternanza dei candidati, favoriti dal fatto che non esiste un numero massimo di mandati elettorali sancito dalla legge. E così molti notabili non hanno esitato a fare della politica la loro unica professione, avendo trovato molto confortevole la poltrona politica, svelandosi una solida assicurazione per la vita, una esclusiva missione ben remunerata e una miniera di privilegi di ogni genere.
Ecco spiegato quindi il motivo per cui gli elettori non nutrono fiducia nei partiti, come dimostrano i risultati del sondaggio pubblicato dal quotidiano La Repubblica del 12 settembre 2007: «il 90 % degli elettori è ostile agli attuali partiti» perchè di fatto si sono allontanati dai cittadini, i quali ormai non hanno più voce a forza di urlare il loro sdegno. Aggiungasi che i partiti sono diventati centri di gestione del potere e puntano ad una sempre più capillare penetrazione nei punti vitali della Pubblica Amministrazione, oltre che nei settori economici gestiti o controllati dalla stessa, dando luogo così al c. d. fenomeno della partitocrazia (cfr. le voci sub n. 201 e 208).
Inutile dire che i singoli, da parte loro, ben difficilmente prendono l’iniziativa di lasciare la politica per dedicarsi ad altre attività e, d’altra parte, nella singolarità italica, solo di rado i risultati elettorali sono tali da porre la parola fine alla loro carriera politica. Di questo passo, il concetto di alternanza politica non potrà mai trovare pratica attuazione.
In simili situazioni, si finisce per causare la cristallizzazione del sistema del potere dominante e la democrazia, prima o poi, non potrà che entrare in un’allarmante fase di crisi, in quanto non pienamente sviluppata e difettosa nel suo funzionamento. Al riguardo, non dobbiamo dimenticare che, in una sana democrazia, tanto più forte è la partecipazione democratica, quanto più i cittadini si sentiranno protagonisti della vita democratica e tanto più elevato sarà il grado di civiltà e di benessere sociale raggiunto.
Gli storici latini riferiscono che il precetto morale-filosofico di non recar danno ad altri si era affermato in epoca antecedente alla Lex XII Tabularum (ca. 450 a. C.) ed elevato poi a fondamentale precetto giuridico dai vari ordinamenti succedutisi nel tempo. In età postclassica il precetto dell’alterum non laedere venne interpretato come esplicito divieto di violare la sfera giuridica altrui. Il celebre precetto venne infine trasfuso e codificato nei testi giustinianei, come norma comportamentale di carattere generalissimo: iuris praecepta sunt haec: honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere – i principi del diritto sono questi: vivere onestamente, non recar danno ad altri, dare a ciascuno il suo (Digesto, 1, 10, 1; Institutiones, I, 1, 3).
Il principio che non si deve recare nocumento di sorta a tutto ciò che rientra nella sfera dei beni di altri soggetti di diritto è di indiscusso pregio e di immutabile attualità anche nella concezione giuridica moderna.
Detto principio assume valenza etica prima ancora che giuridica in quanto è espressione diretta della coscienza morale. Le teorie intuizionistiche definiscono la coscienza morale in vari modi: come sentimento immediato del bene e del male, come naturale tendenza che distingue il bene e il male, come valutazione etica delle proprie azioni. Trattasi in ogni caso di un sentimento inibitorio a sfondo culturale che induce ad una certa condotta od a comportarsi in una determinata maniera.
La persona che vuole comportarsi in modo etico non ha che da seguire i dettami della propria coscienza morale. In talune circostanze, il giudizio della coscienza morale, davanti a un’identica fattispecie, potrebbe essere difforme da persona a persona ed allora il caso può essere risolto solo attraverso un confronto leale tra le persone coinvolte. In altre, invece, un’azione potrebbe essere in contrasto con la coscienza morale ma essere invece in sintonia con i dettami della legge, ed allora sorge un conflitto che può essere risolto solo caso per caso, avendo riguardo alla natura e alle finalità proprie della legge in causa.
Se trattasi poi di vicenda pendente davanti all’autorità giudiziaria, il magistrato chiamato a decidere la controversia non si ispirerà alla coscienza morale, o al sistema di valori fatti propri per opzione personale, ma a quello che ispira l’intero ordinamento giuridico. A tale regola devono attenersi anche i liberi professionisti in tutte le occasioni in cui sia chiamato in causa il concetto di responsabilità.
Il nostro sistema giuridico, finalizzato al perseguimento del bene comune, ha recepito il principio minimale dell’alterum non laedere, preferendolo ad altri più incerti criteri. Le pubbliche istituzioni dovrebbero farsi carico del compito di diffondere la cultura della legalità, della responsabilità, del rispetto rigoroso e ossequioso delle leggi, nonché dell’alterum non laedere, prima tra i pubblici dipendenti e poi tra i cittadini, in modo da evitare che fenomeni di degrado civile e morale continuino ad allignare, rendendo il cittadino sempre più suddito delle istituzioni e di impropri centri di potere privato.
In diritto privato, detto basilare principio comporta l’obbligo del risarcimento in caso di danno ed è contemplato in via generale dalle disposizioni di cui agli artt. 1223 – 1227 e 2056 c.c. ma il principio trova poi accoglienza nell’art. 2043 c.c., le cui disposizioni sanciscono l’obbligo di provvedere al risarcimento del danno arrecato a terzi. Lo scopo è quello di riportare il patrimonio del soggetto danneggiato nella situazione antecedente all’atto illecito.
Gli studiosi di etica sociale e di morale comune osservano che l’alterum non laedere assume una valenza sua propria anche come regola comportamentale generale, ampiamente intesa. Al riguardo, occorre infatti tenere presente che il personale modo di atteggiarsi, dipende non solo da norme positive ma anche da regole morali e comportamentali, intendendosi per tali quelle dettate dalla coscienza umana, regole che sono di guida all’uomo per discernere il bene dal male.
Si dice onesta una persona animata da oneste intenzioni, che agisce con lealtà e rettitudine, che mantiene una condotta conforme a virtù. Si dice onesto un pubblico amministratore che, oltre a tali qualità, nell’esercizio di funzioni istituzionali, mira al bene comune e si ispira a giustizia, che dà prova di comportamento esemplare e di profondo rispetto dei principi morali ritenuti universalmente validi, che si astiene da azioni riprovevoli nei confronti del prossimo.
Ed Altresì, un pubblico amministratore o un pubblico funzionario si distingue per onestà se non abusa del potere affidatogli e gestisce con giustizia e correttezza la res publica a lui affidata. L’importanza dell’onestà in capo a tutti coloro che occupano posti di potere emerge dall’adagio oraziano: bonus atque fidus, iudex honestum praetulit utili – buono e affidabile è il giudice che antepone l’onestà all’utile personale (Orazio, Odi, 4, 9, 41), ove il giudice è inteso come l’uomo che decide le sorti della collettività.
Secondo il pensiero di N. Machiavelli (1469-1527), il Principe «deve cercare di sembrare magnanimo, religioso, onesto ed etico», anche se questo suo proposito si rivelerà farisaico alla prova dei fatti perché in cuor suo sa che in realtà i doveri di un principe non gli permettono di possedere alcuna di queste virtù. Non si può certo concordare con tale risultato finale perché il vero uomo di carattere ha un unico modo di vivere la morale e di esprimere l’interiorità della propria coscienza, ragion per cui, in ogni situazione, dimostra coerenza di condotta senza cedimenti di sorta.
Nelle allusioni del linguaggio politico e nelle forme figurate delle dialettiche in genere, si citano molti altri detti di Machiavelli, specie con riferimento a personaggi politici, tra cui spicca quello secondo cui: «è molto più sicuro essere temuti che amati».
Ai nostri giorni, è noto come l’onestà sia spesso sopraffatta dalla bramosia del denaro che, secondo gli osservatori dei fenomeni sociali e gli studiosi dei comportamenti umani, costituisce la principale fonte di ogni male dell’uomo, in quanto lo porta a frodare, ad ingannare, ad essere egoista, invidioso, arrogante e perfino crudele.
Gli studiosi di etica sociale e di morale comune rilevano che il pubblico amministratore deve essere animato da un vero rispetto delle istituzioni, da un alto senso di giustizia sociale, da un autentico senso dell’umano e da una incrollabile fede nei principi propri di una coscienza adamantina. E questa non può che essere la figura di un autentico amministratore onesto.
amnistia, italica singolarità
La storia dimostra che i provvedimenti di clemenza, conosciuti come amnistia, sono una costante nel nostro Paese. Nel secolo scorso, ma il precedente non è stato da meno, le occasioni di amnistia non sono certo mancate. A puro titolo di esempio, se ne cita qualcuna degli anni più turbolenti: 2 settembre 1919, per i reati di guerra connessi alle vicende della prima guerra mondiale; 31 ottobre 1923, per i reati politici ed economico-sociali; 31 luglio 1925, in occasione del venticinquesimo anniversario del regno di Vittorio Emanuele III; 8 gennaio 1930, in occasione del matrimonio del principe Umberto di Savoia con Maria José del Belgio; 4 novembre 1932, decennale della marcia su Roma; 25 settembre 1934, in occasione della nascita di Maria Pia di Savoia, figlia dei principi di Piemonte; 22 giugno 1946, per promuovere la piena pacificazione del Paese; 17 dicembre 1953, per i reati politici, anche di particolare gravità; 22 ottobre 1968, per alleviare le numerose situazioni pendenti conseguenti alle agitazioni studentesche.
L’amnistia, a ben guardare, è un atto profondamente ingiusto, in quanto con essa la legge penale finisce per divenire una beffa, una presa in giro o peggio una farsa. Non è certo di buon esempio per nessuno, né è un modo per promuovere il senso della legalità, per moralizzare l’ambiente pubblico e privato (che si rivela carente di rigore giuridico e morale).
Se si vuole contrastare la dilagante criminalità, in primo luogo occorre puntare su un buon livello di istruzione, di educazione e di cultura. La civiltà di un popolo potrà venire elevata solo attraverso l’innalzamento qualitativo di tali elementi, che sono fondamentali per l’arricchimento della personalità e del modo di essere.
In secondo luogo, si deve mirare ad un mutamento radicale del sistema sanzionatorio, nel senso di prevedere ex lege adeguate sanzioni pecuniarie e/o prestazioni lavorative (interne o esterne), corrispondentemente alla durata della pena, in alternativa alle attuali minipene detentive di breve durata. Invero, esistono già norme di questo tipo (art. 27 c. p.; art. 53 della Legge 24 novembre 1981 n. 689) ma sono norme opzionali e del tutto inadeguate per quanto riguarda la misura delle pene pecuniarie (38 €uro al giorno).
Un ulteriore radicale mutamento, de iure condendo, è quello di abolire la misura uguale per tutti delle sanzioni pecuniarie, introducendo sanzioni proporzionali al reddito del trasgressore, rectius rapportate alla capacità contributiva individuale (ricondotta a 2 o 3 scaglioni di reddito). L’attuale sistema sanzionatorio, che prevede misure uguali per tutti, induce coloro che dispongono di maggiori risorse finanziarie a non farsi troppi scrupoli, incentivando così implicitamente alla disonestà.
Conoscendo l’italico animo, è facile immaginare che se il Legislatore trovasse il coraggio di approvare una siffatta riforma del sistema penale e del sistema sanzionatorio, oltre a risolvere le inveterate questioni finanziarie dello Stato, eviterebbe il continuo ricorso al detestabile istituto dell’amnistia e risolverebbe definitivamente il problema giustizia nei suoi aspetti nevralgici.
Si teme però che il partito politico e/o i politici disposti ad assumere una simile coraggiosa iniziativa non siano ancora nati. In pratica, per il momento, le grandi riforme istituzionali ce le possiamo sognare perché c’è sempre qualche parlamentare che, per interessi elettorali od altro, si oppone alle stesse.
animi cattivi
In fatto di animi cattivi e di malvagità, non mancano significative espressioni letterarie: Catilinam quocumque in populo videas, quocumque sub axe – di Catilina ne puoi vedere in ogni popolo, sotto ogni cielo (Giovenale, Satire, 14, 41-42) che, nell’esortare a guardarsi dalle malvagità, indica come i malvagi si possano trovare ovunque; nequior et iniquior Verre – più tristo e più iniquio di Verre (Cicerone, in Verrem, 1, 46, 121) che, nel ricordare come Verre si sia arricchito depredando la Sicilia, sottolinea la disonestà di una persona.
Secondo il pensiero di N. Machiavelli (1469-1527) la natura umana è malvagia e per fronteggiare la malvagità degli uomini esistono solo due deterrenti: leggi rigorose e più importanti di queste le armi.
Il teologo e storico tedesco Neander Johan August Wilhelm (1789 – 1850) afferma che: pelle sub agnina latitat mens saepe lupina – sotto la pelle di agnello spesso si cela pensiero di lupo gli uomini devono diffidare dei loro simili poiché molti di loro sotto una parvenza di bontà nascondono solo malvagità e cattiveria. Sulla stessa linea si pone anche l’aforisma dello scrittore Alessandro Morandotti: ci sono caratteri che per star bene devono far star male gli altri. Del medesimo tenore è anche l’icastico detto moderno: «uomini e meloni hanno questo in comune, che dal di fuori non si capisce se sono buoni».
Lo spietato uomo politico tedesco Adolf Hitler (1889-1945), intuendo la potenzialità della cattiveria umana, nel suo Mein Kampf ha scritto: «il più forte ha ragione». A fronte di certi comportamenti delle maggioranze politiche dispotiche, di certe forme di dittature delle maggioranze politiche (cfr. le voci sub n. 57, 68, 89, 125, 126, 147) o di certe esternazioni dei politici, talvolta viene il dubbio che siano suggestionati dalla teoria del più forte di Adolf Hitler.
Secondo la moderna psicologia, le tendenze istintive al male, che possono essere originate dal gusto di fare il male ma che possono manifestarsi anche come sfrenato desiderio di potere, di superiorità, di prevaricazione, sono insite nella natura umana e difficili da estirpare.
Ai nostri giorni, non mancano certo le persone oneste e corrette che agiscono secondo coscienza ma non mancano neppure le persone che, autonomamente o sotto la direzione di terzi, operano senza porsi problemi di coscienza, persone perfide e senza scrupoli che fanno volutamente del male ad altre e addirittura godono in cuor loro nel sapere di fare del male e di arrecare danno. Secondo gli scrutatori dell’animo umano, sembra che le persone malvagie, le persone di animo cattivo, non conoscano il sentimento dell’amore verso il prossimo ed a loro volta siano incapaci di amare. A riguardo di tale assenza o carenza di amore verso il prossimo, lo statista Alcide De Gasperi (1881-1954), come riferito dalla figlia Maria Romana nell’intervista a l’Adige dell’11 dicembre 2007, ha acutamente osservato: «lo sappia o non lo sappia, se ne accorga o non se ne accorga, l’uomo ha bisogno di amore».
C’è chi si consola pensando che le persone di animo malvagio, che assumono contegni iniqui ispirati a disonestà e scorrettezza, malgrado ogni loro falsa apparenza, alla fine si svelano per quelle che sono, ma ciò non sembra sia di molto conforto.
In ogni caso, le persone di animo cattivo non devono dimenticare che prima o poi imparano tutti a conoscerle e starne alla larga.
archetipi augustei ?
Secondo la narrazione di Svetonio (Vita di Augusto, XXIII, 4), nel 9 d. C. ben tre legioni guidate dal generale Publio Quintilio Varo vennero sconfitte ed annientate dai Germani, capeggiati da Arminio. Alla notizia della disfatta, narra Svetonio, Cesare Augusto avrebbe rischiato di impazzire e l’episodio lo sconvolse a tal punto che, in segno di dolore, tenne per molti mesi barba e capelli incolti e ogni tanto batteva la testa contro le porte esclamando: Quintili Vare, legiones redde.
Il dolore di Cesare Augusto, in manifestazione del quale tenne per molti mesi barba e capelli incolti, sembra abbia influenzato anche i costumi moderni. Infatti, ai giorni nostri, si nota che qualche pubblico personaggio, quasi a voler esprimere una sorta di afflizione o di frustrazione di origine politica, porta di tanto in tanto una incolta barba, mentre qualche altro la porta come look ordinario; l’interrogativo sorge spontaneo, ad quid – a quale scopo ?, saranno archetipi augustei, inappagate smanie politiche, mal celate delusioni politiche o che altro ?
Ai giorni nostri, c’è chi considera la barba come una rappresentazione esteriore, una componente importante nell’immagine di un uomo, tale da determinarne l’aspetto complessivo, anche per capire il carattere e la personalità.
Nello stile delle persone in vista, specie di quelle di cultura elevata, sembra molto in voga la barba lunga (di una o due settimane), si dice che conferisca un certo fascino.
Coloro che seguono i canoni classici tendono invece ad una diversa opinione, ritenendo che la barba, soprattutto se scarsamente curata, dia un’aria di trascuratezza e indichi in qualche modo una persona particolarmente originale, che si propone di apparire tale e che prova un certo gusto a distinguersi e ad essere additata.
Nel look abituale, si pone poi il problema dell’accostamento barba-cravatta adottato da molti personaggi che si danno l’aria di super uomini di successo (scienziati, intellettuali, politici, etc.). C’è chi sostiene che la barba ben si armonizzi con la cravatta, anzi sia un segno distintivo di eleganza e raffinatezza; chi segue i canoni classici sostiene invece che le due cose siano antitetiche e contraddittorie e quindi il look che ne deriva debba essere criticato.
Se pensiamo che l’onore del mento sia un biglietto da visita degli uomini di successo, vuol dire che non siamo in presenza di archetipi augustei ma che consideriamo la barba come una importante componente esteriore dell’uomo moderno. Del pari, se pensiamo che la cravatta esprima eleganza maschile e sia concepita come un fondamentale accessorio di abbigliamento particolarmente distintivo, vuol dire che siamo portati a considerare sostanziale l’aspetto esteriore della persona.
Infine, se pensiamo che l’accostamento barba-cravatta rappresenti il top dell’uomo moderno, simboleggiando successo, da un lato, ed eleganza maschile, dall’altro, vuol dire che ci lasciamo trascinare dall’apparenza e che, implicitamente, consideriamo tale accostamento un quid pluris che differenzia l’uomo dalla donna, senza speranza di riscossa per quest’ultima.
Non serve molto acume per capire che la persona di successo possiede qualità che vanno ben al di là dell’onore del mento, che il successo dipende da capacità e doti personali, che l’eleganza è solo forma e che ha poco da vedere con la buona riuscita nella vita, che le mere apparenze e peculiarità maschili o femminili sono solo superficialità ma non sostanza.
Sta di fatto, tuttavia, che i personaggi pubblici, siano essi uomo o donna, non danno certo una buona immagine di sé quando si presentano davanti alle telecamere barbuti gli uni e capelli al vento le altre, perché da loro tutti si aspettano, in primis, contegno e decoro, un look acconcio alla carica ricoperta, e non un look da esibizionista o da personaggio dello spettacolo.
Tutto ciò prescinde ovviamente dall’etica dei singoli ma indica come taluni personaggi, sentendosi forse in difetto di alcunché, scelgano di differenziarsi attraverso il look, lasciandosi facilmente trascinare da incoercibili impulsi di esibizionismo e rifugiandosi in mere esteriorità.
artifici della politica
In genere, i vari partiti politici sono scuole di alta astuzia e malizia, ove gli artifici e le segrete intese non hanno frontiere.
Solo nei rari casi in cui il popolo riesce a scoprire il vaso di Pandora, ossia a smascherare per tempo gli artifici della politica ed impedire in qualche modo che vengano portati a compimento, può togliersi la soddisfazione di gridare ai quattro venti che la «farina del diavolo è andata tutta in crusca». Si scopre così che i detentori del potere stavano macchinando nuovi privilegi, condizioni privilegiate o di miglior favore per ristrette cerchie di cittadini, a dispetto della generalità. Gli artifici della politica sono motivo di non poca preoccupazione.
L’art. 3 della Costituzione distingue un’uguaglianza formale, per la quale riconosce a tutti pari capacità giuridica, e un’uguaglianza sostanziale, che è compito della Repubblica promuovere per realizzare «il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Da più parti è stato rilevato come il legislatore e i responsabili della res publica non si siano adoperati sufficientemente per rimuovere le disuguaglianze sociali e per promuovere l’equità sociale, soprattutto per realizzare «il pieno sviluppo della persona umana», come dimostra il fatto che la nostra società non riesce a crescere, anzi si ha l’impressione di una sua immobilità. Di più, sembra quasi che la società si sia abituata alle ingiustizie e ai privilegi di alcuni ceti sociali, creati dall’attuale classe politica, e non riesca a reagire in alcun modo.
Tutti si aspettano un cambiamento di rotta dai partiti politici ed un radicale cambiamento dell’attuale classe politica, che sia il più possibile svincolata dal mondo degli affari, in modo da restituire dignità e onestà alla politica.
Il nostro Paese, per un progresso morale e sociale, ha bisogno di una classe politica integra, composta da persone competenti, oneste, giuste, animate da sani principi, di una classe politica che sappia rispondere efficacemente ai bisogni della società moderna.
È ora e tempo di mettere la parola fine agli artifici della politica, in quanto minano alla base l’etica comportamentale e il dovere di trasparenza da parte di chi esercita funzioni pubbliche.
Nella tradizione romanistica si qualificava come dolus malus lo stato d’animo teso a commettere il torto, senza distinguere se il mezzo usato fosse vi vel fraude – la forza o la frode. Il dolus malus nel diritto romano era semplicemente la consapevolezza del mal fare, concetto questo contemplato sia nel ius civile che nel ius gentium, in contrapposto alla fides bona.
Nell’accezione corrente, la forma latina vi aut fraude indica genericamente il doppio modo in cui si può fare del male agli altri: con la violenza fisica o psichica e con l’imbroglio e la truffa.
In campo letterario, l’adagio publiliano: malefacere qui vult numquam non causam invenit – a chi vuol fare del male (a qualcuno) non manca mai il pretesto (Publilio Syro, M 28) esprime una netta condanna nei confronti dei malvagi, i quali provano appagamento nel compiere il male e riescono sempre a trovare un motivo che lo giustifichi.
Prendiamo qui in considerazione le forme della violenza psichica o morale e dell’imbroglio o inganno, ambedue caratterizzate da una volontà prevaricatrice. Nella forma della violenza morale prevale la pressione psicologica e comporta il prevalere di una volontà forte sopra un’altra più debole, che viene resa succube, mentre nella forma dell’inganno prevale la componente della messa in scena e del raggiro e si manifesta con la prevaricazione di un’intelligenza su un’altra.
In genere, la violenza morale si manifesta nelle figure della diffamazione, dell’insulto, della minaccia, del ricatto. La diffamazione si manifesta gettando discredito su qualcuno con la diffusione di maldicenze sul suo conto, l’insulto si manifesta investendo qualcuno con offese, la minaccia si manifesta incutendo paura di violenza fisica diretta o indiretta, mentre il ricatto si manifesta con lo scambio forzato di qualcosa ma talvolta l’elemento per cui si paga un prezzo è il semplice silenzio.
L’aggressore verbale, autore delle figure su indicate, è responsabile del male da lui commesso e del danno provocato e può essere dissuaso solo con il timore di pesanti sanzioni.
Ma se si vuole migliorare la società e contrastare il dilagante malcostume, non basta affidarsi alla legge penale ma occorre elevare il livello medio di istruzione, di educazione e di cultura. Solo con l’innalzamento qualitativo di tali fattori, che si rivelano fondamentali per l’arricchimento della personalità e del modo di essere, si creano le premesse e le garanzie di maggiore civiltà di un popolo.
In ogni caso, non dobbiamo dimenticare che il male causato con violenza morale o inganno costituisce la negazione dell’etica, della deontologia e della morale comune.
Secondo gli insegnamenti cristiani, chi vuol fare del male deve sempre tenere presente che se qualche malefatta non viene perseguita o rimane impunita da parte della giustizia terrena, nulla può invece sfuggire alla giustizia divina: nullum malum impunitum – nessun male resta impunito.
attività in frode alla legge
In campo letterario, l’agire in frode alla legge emerge dal detto plautino aliquam reperitis rimam – avete trovato una scappatoia, ad indicare come, emanata la legge, si riesca sempre ad eluderla con una scappatoia ovvero con un’astuzia o un espediente in fraus legis.
In campo giuridico, propriamente in diritto privato, il contratto è nullo, per illiceità della causa, quando costituisce il mezzo per eludere l’applicazione di una norma imperativa (art. 1344 c. c.). Si ha frode alla legge, fraus legis, secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, sia in caso di violazione diretta di una norma imperativa, come anche di elusione o di aggiramento della medesima.
Si suole designare genericamente come fraus legis la violazione di una norma di legge, non esplicitamente nella sua formulazione letterale ma implicitamente o indirettamente, qualora l’atto o il comportamento contrasti con l’effettivo contenuto della norma o costituisca il mezzo per eludere la corretta applicazione della norma.
Nella realtà dei nostri giorni, registriamo una caduta dell’etica pubblica e privata, che è all’origine della caduta di legalità e, nel contempo, registriamo un aumento della corruzione, della disonestà, dell’abuso, della frode, devianze che rischiano di diventare comportamenti comuni e giunti a un punto tale da non destare più riprovazione morale e sociale. Un sistema diffuso per aggirare il principio di legalità da parte delle pubbliche istituzioni, che si sostanzia propriamente in un agire in fraus legis, è quello di concludere un accordo, un’intesa, una convenzione, con le varie le parti in causa, con cui si fissano regole di reciproco interesse che prescindono dai dettati legislativi.
A riguardo dell’attività in fraus legis nella gestione della res publica, dovuta al comportamento dei potenti (rappresentanti politici, pubblici amministratori, dirigenti e funzionari) attraverso cui eludono la corretta applicazione di una norma, sembra quasi profetico l’ammonimento ciceroniano: nihil tam proprium imperii est ut legibus vivere – nulla è tanto conveniente al potere statale quanto che esso rispetti le leggi. È quindi interesse superiore dello Stato perseguire con ogni mezzo, con determinazione e senza tregua, tutti i disonesti servitori dello Stato che riescono a sfondare le leggi con tanta facilità e disinvoltura.
Tra l’altro, a prescindere da ogni valutazione sotto il profilo giuridico, i riprovevoli comportamenti anzidetti offrono una cattiva immagine della Pubblica Amministrazione, dell’etica pubblica e della morale comune.
autonomia di pensiero negata
Dagli insegnamenti ciceroniani, si ricava il concetto di non rinunciare mai alla propria critica, al proprio spirito innovativo, a cui si affianca quello di saper contrapporre una propria tesi innovativa alla tesi comune. Il motivo emerge da molti contesti ciceroniani, il più noto dei quali sembra essere il seguente: errare malo cum Platone – preferisco sbagliare con Platone (Cicerone, Tusculanae disputationes, I, 17, 39), che si completa con: quam cum istis vera sentire – che capire il vero con costoro, da intendersi: … piuttosto che avere ragione insieme a costoro.
Nell’accezione corrente, la battuta ciceroniana errare malo cum Platone, nel qualificarsi come una aperta critica alle tendenze conservatrici, tende a privilegiare decisamente le posizioni personali innovative e progressiste. In chiave politica, potrebbe assumere significativa valenza nel parallelismo con gli attuali due schieramenti politici (quello di centrodestra e quello di centrosinistra) in quanto l’aderenza all’uno o all’altro, per un verso, vuol dire accettarne passivamente l’ideologia e, per altro verso, vuol dire rinunciare implicitamente alla propria critica personale. Nel contempo, lo schieramento a destra o a sinistra, imposto dall’attuale sistema, fin dal momento dell’adesione all’uno o altro, costituisce in qualche modo una forma di repressione della propria autonomia di pensiero.
Il sistema del c. d. bipolarismo e/o bipartitismo, visto sotto il profilo tecnico e non certamente politico, risente quindi di un difetto congenito, in quanto il doversi a priori riconoscere nell’uno o nell’altro schieramento finisce per determinare formazioni politiche sclerotizzate e non progressiste, quando invece un sistema parlamentare veramente democratico esigerebbe formazioni politiche caratterizzate da alternanza partitica e multipolarità.
Gli attuali due incoerenti schieramenti, pur nella loro diversità, fondano ambedue le loro radici in un anacronistico conservatorismo ideologico di destra e di sinistra, ed in tale situazione di invariabilità non offrono i necessari presupposti per una vera democrazia parlamentare che dimostri propensione al progressismo e all’autonomia di pensiero, prima da parte dei vari partiti poi dei singoli parlamentari.
In linea tecnica, il principale difetto dell’attuale sistema è quello di ipotizzare il posizionamento dei vari partiti in uno dei due schieramenti contrapposti, quando invece gli apparentamenti politici si dovrebbero fare ex post con il partito che nella consultazione elettorale ha ottenuto la maggioranza dei voti.
Si perviene così al risultato che, sotto il profilo tecnico, la necessaria premessa per poter contare su una vera democrazia parlamentare, quale sicura garanzia di libertà e autonomia di pensiero, oltre che di innovazione, è offerta solo da un sistema multipolare.
azioni buone e cattive
In campo letterario, dall’adagio metaforico senecano: et post malam segetem serendum est – bisogna seminare anche dopo un cattivo raccolto (Seneca, Epistole, 8, 11) si ricava l’insegnamento che non si deve smettere di fare il bene, anche se si è ricevuta ingratitudine, mentre dall’oraziano: in culpa est animus, qui se non effugit umquam – solo l’animo che è colpevole non può fuggire se stesso (Orazio, Epistole, 1, 14, 13) si desume che il rimorso di una colpa tormenterà sempre chi l’ha commessa.
In tema di azioni buone e cattive, dalla saggezza popolare derivano significativi insegnamenti: rifletti prima di commettere una azione stolta perché è tipico degli uomini dire parole sciocche e commettere cattive azioni; fa cose di cui non abbia in seguito a pentirti; evita sempre di fare ciò che non capisci e fa quel che non ti nocerà; le cattive compagnie aumentano le probabilità di cattive azioni; non rifiutare l’aiuto degli altri per dimostrare di essere forte ma non lasciare nemmeno che altri decidano al tuo posto nel labirinto della vita.
Nell’affrontare le molte difficoltà e responsabilità della vita, occorre in primo luogo agire correttamente, evitando cattive azioni nei confronti di chicchessia. Secondo il pensiero di Quintiliano, è insito in un uomo onesto l’agire rettamente: proprium est boni recte facere.
A riguardo del male che facciamo agli altri, il filosofo svizzero di lingua francese Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) ha scritto che «una cattiva azione non ci tormenta appena compiuta, ma a distanza di molto tempo, quando la si ricorda, perché il ricordo non si spegne».
A riguardo invece del male che riceviamo, secondo un vecchio detto popolare, le ferite si rimarginano ma resta la cicatrice, nel senso che il male ricevuto non si dimentica tanto facilmente, lo si porta come un fardello per il resto della vita, e forse è proprio per questo che ci forgia il carattere, ci rende sensibili, schivi e forti. In ogni caso, però, è sempre meglio fare il bene che fare il male, anche se non ce ne viene alcun utile e financo se ce ne viene danno.
Ed anche il nostro legislatore, invertendo i dettati costituzionali, introduce talvolta disposizioni di legge che si rivelano cattive azioni: si pensi allo scaltro vezzo di approvare norme definite ad immagine invertita, cioè norme ingannevoli che prospettano un evento contrario o sfavorevole per il cittadino qualora nei termini di legge rimanga inattivo e non si esprima in senso contrario. In breve, una disposizione di legge così congegnata assoggetta automaticamente il cittadino ad una tassa per un bene o una prestazione voluttuaria o comunque non richiesta, salvo che questi non esprima formalmente rinuncia entro un termine di legge. Un legislatore serio non impone aggravi inutili al cittadino e quindi segue la procedura opposta: sei libero di chiedere o non chiedere un bene o una prestazione voluttuaria e se deciderai di farne richiesta rimarrai assoggettato alla relativa tassa.
In campo religioso, fa spicco il detto pro bono malum, che corrisponde a tradizionali insegnamenti del tipo: ricevere male per bene, fa’ il bene e ricevi il male, fa’ il bene e aspettati il male. In consonanza, la frase di San Paolo: si Deus pro nobis, quis contra nos ? – se Dio è per noi, chi sarà contro di noi ? per i cristiani suona come esortazione a procedere per la propria strada fiduciosi nell’aiuto divino.
Nel pensiero cristiano, il bene è frutto di magnanimità e bontà e non bisogna aspettarsi la ricompensa, mentre il male è frutto di malizia e di malvagità e bisogna sentire il rimorso per averlo commesso e temerne anche le conseguenze.
Il teologo e mistico Gioacchino Da Fiore (1130 – 1202) esprime la tesi secondo cui il bene fatto da noi è affidato alla bontà di Dio che saprà ricompensarci, mentre il male, invece, dobbiamo sempre ricordarlo per chiederne perdono e non farlo più. Secondo altro parallelo adagio religioso «chi fa ciò che non deve avrà ciò che non pensa», nel senso che le azioni cattive sono sempre accompagnate dal rimorso e dalle tristi conseguenze non previste.
Gli storici latini riferiscono che nell’antica Roma, fin dai primi tempi dell’età repubblicana, era sistema consolidato della pubblica autorità imprimere le iniziali di bonum factum << B. F. >> sui pubblici documenti ed in particolari sugli ordini di carattere generale, sulle disposizioni pretorili, sugli editti, etc. Insomma, le iniziali << B. F. >> apparivano sugli atti autoritativi emanati dai pubblici poteri e contraddistinguevano ogni forma esplicativa del potere esercitato.
Da notare che nella classicità latina il concetto di bene comune era molto ampio, comprendendo tutto ciò che si può considerare buono, giusto, onesto, utile per la collettività, concetto destinato ad influenzare positivamente tutta l’attività dei soggetti garanti del sistema, cioè degli organi (monocratici e collegiali) preordinati ad assicurare il bene pubblico e le condizioni di vita in comune.
In ambienti politico-istituzionali, il concetto di bene comune è oggi un po’ controverso ma in genere si tende a considerarlo come il valore politico per eccellenza, a cui deve mirare l’attività politico-economica dello Stato. Taluni hanno etichettato il bene comune come pensiero politico cattolico basato sul solidarismo ma indubbiamente il concetto è molto più vasto, complesso e articolato.
Nell’accezione generale, mentre il concetto di bene rapportato alla persona si può identificare con quello di fare del bene, fare un’azione buona, compiere una buona azione, il concetto di bene comune rapportato all’intera comunità, coinvolgendo ogni dimensione e diversità di valori radicati nella stessa, risulta oggettivamente di non facile definizione. L’ostacolo maggiore, nell’odierna società globale e multiculturale, consiste nella difficoltà di trovare una condivisione sull’esistenza di un bene che possa essere considerato comune.
Dato che la democrazia è fatta di partecipazione, nel confronto democratico per la ricerca del bene comune si deve mettere in conto lo scoglio della non comprensione e non condivisione di alcuni valori e di alcune priorità sociali, scoglio che non si supera con la contrapposizione ma con il dialogo aperto nella ricerca dell’interesse generale e nell’ottica della giustizia sociale.
In senso ampio, per bene comune si può intendere ciò che è buono o utile o indispensabile ai membri di una comunità, in cui ciascun membro, a sua volta, è chiamato a sopportare, per il bene comune, limitazioni e pesi secondo le proprie capacità e responsabilità.
Il bene comune può anche voler dire benessere sociale, il cui conseguimento implica in primo luogo il rispetto della persona e dei diritti fondamentali ed inalienabili da parte dei pubblici poteri, ed in secondo luogo implica che la pubblica autorità garantisca la pace e la sicurezza di un ordine giusto.
E in tema di benessere sociale, è evidente la stretta correlazione con il c. d. welfare, lo stato sociale (cfr. la voce sub n. 279), che è stato ed è tuttora uno strumento importante per la realizzazione del bene comune, benché in questi ultimi anni attraversi una crisi di sviluppo strutturale. All’inizio del secolo scorso lo scopo primario dello stato sociale era quello di alleviare la situazione delle persone ai margini del contesto sociale, facendole partecipi il più possibile del bene comune, mentre oggi, nella migliorata situazione generale, lo stato sociale può essere considerato come l’assunzione da parte delle pubbliche istituzioni di alcuni bisogni della persona e come promozione di nuovi diritti della stessa, dando vita così a generalizzate prestazioni sociali e quindi ad una più evoluta concezione di bene comune.
È compito delle pubbliche istituzioni promuovere il bene comune della società, inteso nella sua più ampia accezione, al fine di migliorare le condizioni di vita dei cittadini, mentre i cittadini, da parte loro, devono prendere parte attiva alla vita pubblica, dando il loro apporto per la realizzazione e il miglioramento del bene comune.
Gli organi istituzionali, ed in particolare i legislatori, dovrebbero impegnarsi a considerare le istanze sociali in una chiara ed ampia visione del bene comune, secondo criteri di giustizia e di moralità, mentre invece nei fatti finiscono per assecondare le aspettative dei gruppi politici che li sostengono. A tali fini, le pubbliche istituzioni dovrebbero assumere come valori fondanti la trasparenza e l’imparzialità, favorire e sostenere gli strumenti di democrazia partecipata e di cittadinanza attiva, affinché tutti possano sentirsi parte di un processo di cambiamento finalizzato a promuovere il benessere delle persone e il soddisfacimento del bene comune.
Ed a sua volta anche la scuola dovrebbe fornire alle nuove generazioni gli elementi informativi di base per partecipare attivamente alla vita democratica e per impegnarsi nella edificazione del bene comune, al fine di favorire un dialogo sui temi della pace, dei diritti umani, della legalità, dell’ambiente, dello sviluppo, etc. (amplius, cfr. la voce sub n. 28).
Ai giorni nostri, trovandoci in presenza di un crescente disagio sociale a cui troppo spesso non viene data risposta, per riscoprire il bene comune c’è bisogno di un forte senso delle istituzioni, dello Stato, della legalità, di un pieno rispetto della Costituzione e dei principi di libertà, di giustizia e di uguaglianza in essa sanciti.
Il Concilio Vaticano II, da parte sua, considera bene comune «l’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono nei singoli membri, nelle famiglie e nelle associazioni, il conseguimento più spedito e più pieno della loro perfezione». Più specificamente, secondo la Chiesa Cattolica «per bene comune si intende l’insieme di quelle condizioni di vita sociale che permettono ai gruppi e ai singoli di realizzare la propria perfezione. Il bene comune comporta: il rispetto e la promozione dei diritti fondamentali della persona, lo sviluppo dei beni spirituali e temporali delle persone e della società, la pace e la sicurezza di tutti. Ogni uomo, secondo il posto e il ruolo che ricopre, partecipa a promuovere il bene comune, rispettando le leggi giuste e facendosi carico dei settori di cui ha la responsabilità personale, quali la cura della propria famiglia e l’impegno nel proprio lavoro. I cittadini inoltre, per quanto è possibile, devono prendere parte attiva alla vita pubblica» (cfr. pag. 111 del Catechismo della Chiesa Cattolica di Joseph Ratzinger, Benedictus PP XVI, 2005).
In senso generale, con bene si esprime il concetto di perfezione morale e spirituale, l’idea di utile, vantaggioso, proficuo, conveniente, mentre con male si esprime il concetto di non rispetto della morale, l’idea di ingiusto, sconveniente e, più in generale, di tutto quanto si oppone al bene, alla virtù, alla morale, all’onestà.
Anzitutto, occorre distinguere il male causato dalla natura (sciagura, calamità, catastrofe, sismi, alluvioni, maremoti, uragani, eruzioni vulcaniche), il male causato dal prossimo (danni materiali o morali, menomazioni, stupri, razzie, abbrutimento, arricchimento indebito, etc.), dal male che ci facciamo da noi stessi (per incoscienza, imprudenza, casualità, etc.).
Rientrano nell’ambito dei mali anche certe gravi menomazioni fisiche (invalidità, handicap), in quanto costringono a vivere in uno stato di prostrazione, così come rientra in essi anche la vecchiaia, in quanto limita le condizioni ottimali di sopravvivenza. La condizione dell’uno e dell’altro di tali mali, emerge dal detto latino: duo que maxima putantur onera, paupertatem et senectutem – quelli che sono reputati i due pesi più gravosi, la povertà e la vecchiaia.
In fatto di mali, le guerre lo sono per definizione, a prescindere dalle cause che le hanno determinate (di natura economica, religiosa, forti interessi delle multinazionali, etc.): bellum quod res bella non sit – la guerra si chiama “bellum” non perché sia una cosa bella (Isidoro di Siviglia, Etymologiae, 18, 1, 9). Tra l’altro, c’è anche chi dalla guerra coglie occasioni di profitto (per la carriera militare, il commercio di armi, interessi economici, etc.), profitto che puzza di sangue umano ed è il frutto di vastissimi danni ai patrimoni pubblici e privati.
A riguardo dei mali, la storia ci insegna che la mala mens- cattiva mente e il malus animus – cattivo animo sono sempre state componenti molto forti in ogni tempo e i malvagi comportamenti umani delle varie epoche lo attestano e lo confermano abbondantemente.
In tema di bene e male, di animo buono e cattivo, non mancano certo affascinanti citazioni letterarie: animi est enim omnis actio, et imago animi vultus, indices oculi – dall’animo parte ogni nostra azione ed il volto è immagine dell’animo, come gli occhi ne sono l’indice (Cicerone, De oratore, 3, 59, 221); nihil non mortale tenemus, pectoris exceptis ingeniique bonis – nulla è in noi che non sia mortale, eccettuati i beni dell’animo e della mente (Ovidio, Tristia, III, 7, 41); homini plurima ex homine sunt mala – molti mali vengono all’uomo dagli uomini (Plinio, Naturalis historia, VII, 1); nihil est miserius quam animus hominis conscius – nulla v’è di più misero che l’animo dell’uomo che è conscio del male che fa (Plauto, Mostellaria, III, 1 13).
A riguardo della capacità di reggere i mali che possono colpire la persona umana nel corso della sua esistenza, fa spicco la riflessione del grande filosofo greco Epicuro: «i mali se affliggono duramente affliggono per poco, altrimenti se lo fanno a lungo vuol dire che si possono sopportare».
Il filosofo e teorico della politica inglese Thomas Hobbes (1588 – 1679), nella sua opera De cive, ebbe a definire la società moderna come un irriducibile conflitto di interessi, sostenendo altresì che, nonostante la civiltà e il progresso, nell’uomo è sempre presente l’istinto ferino dello stato di natura e quindi la persona dall’animo cattivo non perde occasione per fare del male.
L’uomo è da sempre diviso e combattuto tra il bene e il male ed i concetti di bene e male sono da sempre parametri di giudizio sia nel mondo spirituale che sociale, considerati la base del rapporto con la divinità, nel primo, e la base di ogni regola del convivere, nel secondo.
In filosofia si suole qualificare come bene ciò che questa o quest’altra morale comanda, mentre si suole qualificare come male ciò che la morale proibisce. Si dice, peraltro, che non avrebbe senso il bene senza il male, che entrambi hanno bisogno l’uno dell’altro per poter esistere e per poter dare un senso a tutte le cose. Di particolare interesse è poi la teoria secondo cui, spesso, un male manifesto nasconde un bene e viceversa.
In senso ampio, si qualifica come bene ciò che si adegua perfettamente alla legge morale, ciò che è giusto in se stesso. Si qualifica invece come male ciò che non si adegua perfettamente alla legge morale, ciò che è contrario al bene.
Ci sono forme di male che possiamo sia subire che commettere e forme di male che possiamo solo subire. Il male che commettiamo e il male che subiamo può derivare da inganni, prepotenze, offese, ingiustizie, etc. Il male che subiamo ci porta dolore in tutte le sue forme, mentre il male che facciamo può essere sentito come bisogno e piacere di commetterlo, negativo sentimento che in diversa misura sembra annidarsi in ciascuno di noi. Ci sono poi dolori di breve intensità e durata e dolori più intensi e durevoli.
Da notare inoltre che lo stesso genere di male subito da più persone non produce su tutte lo stesso genere di conseguenze, di angoscia o di afflizione: c’è chi è più vulnerabile agli inganni e alle prepotenze, chi lo è alle offese verbali, agli insuccessi personali, al dolore fisico e chi non si rassegna facilmente ai fatti ineluttabili.
Secondo gli studiosi, come il bene non potrebbe esistere senza il male, così non potrebbe esistere la gioia senza il dolore, la notte senza il giorno, la vita senza la morte, e nel momento in cui una delle due componenti dovesse avere il sopravvento sull’altra tutto cesserebbe di esistere, costituendo la condizione necessaria affinché la vita possa manifestarsi. Se tutto ciò è vero, come sembra, e se in questo mondo «è impossibile che il male scompaia», come diceva Platone, si deve almeno preoccuparsi, per quanto rientra nelle possibilità umane, di impedire che l’ingiustizia prevalga sulla giustizia, che la sofferenza prevalga sulla felicità.
E così, nella vita dobbiamo sperimentare bene e male, tristezza e gioia, salute e malattia, odio e amore, etc., ma ogni situazione porta con sé una lezione di vita, una possibilità di crescita interiore, da cui possiamo trarre insegnamento per conoscerci e migliorarci. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che l’essere umano, dentro di sé, possiede tutti gli strumenti necessari per comprendere ciò che è bene e distinguerlo da ciò che è male. In tema, è di un certo pregio, seppur nella sua causticità, la riflessione dello scrittore Alessandro Morandotti, secondo cui: «l’uomo possiede la capacità di distinguere tra bene e male e la facoltà di non tenerne conto» ed è poi di particolare forza e incisività il monito del filosofo francese Voltaire, pseudonimo di Francois Marie Arouet (1694 – 1778), riportato nel suo Dizionario filosofico (1764): «ogni uomo è colpevole di tutto il bene che non ha fatto.
Secondo la moderna psicologia, benché non sia facile stabilire i motivi profondi dei malvagi comportamenti delle persone, le tendenze istintive al male potrebbero essere forme di sfrenato desiderio di potere, di superiorità, di prevaricazione, ma anche di invidia ed infine potrebbero essere originate dal mero desiderio di fare il male per il gusto di farlo.
Resta il fatto che le malvagità, le cattiverie, le vessazioni, le angherie, gli inganni, i contegni iniqui, le aggressività, le sopraffazioni e le azioni cattive in genere, sono condannevoli sotto il profilo civile e morale in quanto contrarie ai canoni etici a cui deve uniformarsi il comportamento delle persone oneste, corrette e di sani principi.
In ogni caso, i saggi indicano che è sempre meglio fare il bene che fare il male, anche se non ce ne viene alcun utile e financo se ce ne viene danno.
Secondo il pensiero cristiano, il bene è frutto di magnanimità e bontà e non bisogna aspettarsi la ricompensa, mentre il male è frutto di malizia e di malvagità e bisogna sentire il rimorso per averlo commesso e temerne anche le conseguenze.
bene maggiore e male minore
Secondo il pensiero aristotelico, la ragione consente all’uomo di distinguere il bene e il male e quindi si pone come regolatrice delle azioni umane e dei costumi.
In filosofia, il bene maggiore è generalmente inteso come il più grande, il più elevato, il più importante, il più significativo, fra due o più beni, mentre il male minore è generalmente inteso come la soluzione non soddisfacente ma che presenta tuttavia i minori risvolti negativi.
Nella famosa opera l’Etica del filosofo olandese Spinoza Baruch (1632 – 1677) sono esposte interessantissime disquisizioni politico-filosofiche sui fondamentali concetti di bene maggiore e male minore.
In particolare, il filosofo riprende la logica aristotelica secondo cui sotto la guida della ragione noi seguiremmo il maggiore di due beni e il minore di due mali. A tale deduzione aristotelica, fanno da corollario alcuni aforismi imperniati sulla guida della ragione, quali in particolare:
– noi seguiremo un male minore in vista di un bene maggiore e trascureremo un bene minore che è causa di un male maggiore;
– noi seguiremo un male presente minore, che è causa di un bene futuro maggiore, e trascureremo un bene presente minore, che è causa di un male futuro maggiore;
– noi seguiremo un bene maggiore futuro piuttosto che un bene minore presente e un male minore presente piuttosto che un male maggiore futuro;
– noi seguiremo solo il bene maggiore e il male minore.
Da quanto precede, ne deriva che un bene che ci impedisce di fruire di un bene maggiore è in verità un male e un male minore è in realtà un bene.
Nei detti popolari, il concetto del male minore è un motivo ricorrente, come ad es.: non va mai tanto male che non possa andar peggio; è meglio perder la camicia che la pelle; è meglio cadere dalla finestra che dal tetto; è meglio dar la lana che la pecora.
benefiche leggi
Secondo il pensiero del teologo Marsilio da Padova (1275-1343), la legge può essere considerata in due modi: nel primo essa mostra soltanto quel che è giusto o ingiusto, vantaggioso o nocivo; nel secondo essa contiene una prescrizione generale, o un precetto coattivo legato ad una punizione, e solo in tal caso può dirsi propriamente legge (Defensor pacis, I, 10, 4-6). Attraverso tale distinguo, Marsilio sostiene che la legge della Chiesa, riconducibile al primo dei due modi de quibus, provvede alle esigenze spirituali dei fedeli senza oltrepassare la sfera dell’interiorità, mentre la legge dello Stato, riconducibile ad entrambi i modi de quibus, provvede a regolamentare i fatti esteriori dell’uomo senza però intaccare la sua coscienza (che deve rimanere libera), legge quest’ultima a cui debbono obbedire tutti, laici e religiosi.
In linea generale, le leggi dello Stato si considerano cattive se perseguono interessi di parte piuttosto che interessi generali, se si pongono in contrasto con il diritto naturale o con i valori morali fondamentali, se violano i principi fondamentali della democrazia e della sovranità popolare, etc., mentre si considerano benefiche se correggono i cattivi costumi e se sono frutto della più ampia condivisione e compartecipazione delle varie forze politiche. Benefiche leggi sono pure quelle che non aggravano il bilancio dello Stato e non appesantiscono più dello stretto necessario la pressione fiscale. Nella storia delle finanze italiane, un memorabile esempio di parsimonia e di oculatezza nei pubblici bilanci è quello del ministro Quintino Sella (1827-1884): si narra che Q. Sella «depennò perfino la spesa di due lire per il cibo al gatto del ministero, osservando che, se era tenuto per distruggere i topi, non aveva bisogno di mangiare a carico delle pubbliche finanze».
Attraverso buone leggi, lo Stato persegue l’obiettivo di vincere i cattivi costumi, anche se sappiamo essere un obiettivo non semplice, come si desume dal frammento plautino: mores mali quasi herba inrigua succrevere uberrume – i cattivi costumi sono come l’erba irrigua che cresce rigogliosamente (Plauto, Trinummus, 30), che allude appunto alla difficoltà di estirpare le cattive abitudini.
La storia ci insegna che un’emergenza o un dilagante malcostume hanno spesso rappresentato il motivo, occasio legis, per indurre il legislatore ad emanare una benefica legge diretta a correggere le deviazioni della società. Ciò non toglie tuttavia che, nella normalità, benefiche leggi siano invece la diretta conseguenza di maturate riflessioni che trovano origine e fondamento nella pratica e nel vissuto. Nella normalità, i presupposti fondamentali per l’emanazione di benefiche leggi sono sicuramente quelli della partecipazione, della condivisione e della concertazione.
In un astruso scenario politico caratterizzato da formazioni politiche sclerotizzate, da esasperati ed esagitati estremismi e da schieramenti al loro interno eterogenei e mancanti di un comun denominatore, detti presupposti sembrano alquanto fragili e, in taluni casi, del tutto assenti (cfr. la voce sub n. 21).
beni propri della natura umana
In senso generale ed astratto, per bene si intende tutto ciò che soddisfa bisogni umani, mentre per beni propri della natura umana si distingue: a) la teoria delle dottrine relativiste, per la quale valgono le comuni regole morali; b) la teoria della maggior parte delle dottrine religiose, per la quale sono invece vincolanti le verità rivelate (ossia i dogmi che sono stati manifestati agli uomini attraverso la rivelazione divina), che prevalgono sulle comuni regole morali.
Tra gli studiosi esistono due diverse scuole di pensiero sulla natura umana: c’è chi sostiene l’innata bontà e chi invece sostiene l’innata malvagità dell’uomo.
Il neurologo e psichiatra austriaco Sigmund Freud (1856-1939) considera l’uomo un essere fondamentalmente malvagio e antisociale, homo homini lupus, addomesticabile solo con l’influsso positivo della società, mentre il psicanalista tedesco Erich Fromm (1900-1980), analizzando la pretesa malvagità innata dell’uomo, mette in evidenza come in certi gruppi sociali non civilizzati la malvagità sia molto limitata e quindi non possa essere considerata un tratto innato della natura umana, potendosi sostenere che essa si sviluppi come reazione a circostanze sociali. Atri studiosi sostengono, al contrario, che l’uomo è creato buono dalla natura, che vi è in lui una propensione innata al bene, antecedente ad ogni formazione culturale.
Sempre secondo il pensiero di Erich Fromm, «nell’etica umanistica il bene è ciò che è bene per l’uomo, il vizio ciò che lo danneggia». Lo stesso Fromm afferma poi che «l’uomo è parte della natura e quindi soggetto alle sue leggi al pari di ogni altra specie animale ma al tempo stesso la trascende. Pur essendo parte della natura, pur nascendo in uno spazio e in un tempo che egli non ha scelto, l’uomo si differenzia da quant’altro della natura faccia parte. Egli deve proseguire sulla strada del proprio sviluppo fino a che non si sia reso completamente umano ed abbia raggiunto un’armonia di un nuovo e più elevato livello».
Gli studiosi concordano invece sul fatto che l’uomo subisce l’influenza della società in cui vive e che è portato ad adattarsi all’ambiente in cui vive.
In genere, si dicono beni immateriali, res incorporales, quelle cose quae tangi non possunt, cioè quei beni privi di materialità ma che, tuttavia, sono percepibili con i sensi o con l’intelligenza. I beni immateriali hanno vita unicamente nel mondo dello spirito oppure sono creati dalla nostra mente, come: le opere dell’ingegno, la creazione inventiva, l’idea dell’opera artistica o tecnica, l’insegna dell’impresa, i marchi della merce, le invenzioni, etc. Più genericamente, si dicono beni immateriali, res incorporales, quei beni che non hanno consistenza fisica ma che hanno tuttavia un valore spirituale o ideale.
All’ampio concetto di beni immateriali, si affiancano i beni propri della natura umana, che sono in quantità illimitata, non si comprano e non si vendono, sono accessibili a tutti ma non tutti conoscono, non hanno un prezzo, si fanno e si possono fare solo gratis. Questi beni si chiamano: umanità, affettuosità, tenerezza, amore, calore umano, benevolenza, affabilità, dolcezza, amicizia, lealtà, buona disposizione d’animo verso il prossimo, cortesia, solidarietà. Tutte queste cose, ahimé non da tutti apprezzate, sono beni importantissimi di valore inestimabile. Più propriamente, sono valori umani che si collocano al di là dell’etica comune e che si traducono in atti ed opere utili, praticando i quali non dobbiamo aspettarci ricompense o riconoscimenti al valore civile in quanto da essi ne deriva solo un’intima gratificazione personale. Ma, in compenso, tali beni hanno la capacità di rendere amabile la vita a tutti coloro a cui sono diretti o che ne sono fatti partecipi, colmandoli di gioia, e nel contempo hanno la prerogativa di rendere grande l’animo di chi li pone in essere, di chi li concretizza in azioni e comportamenti.
Oggi viviamo in un periodo di grande incertezza che determina angoscia ed afflizione nelle persone, nei giovani in particolare. In genere, si preferisce affrontare una situazione difficile ma che presenti un iter evolutivo rapido piuttosto che assecondare aspirazioni a lungo termine portatrici di ansie ed apprensioni, che crescono quanto più dura l’attesa.
Nel nostro Paese, l’incertezza è determinata anche da inquietanti fenomeni di conflittualità, che vanno dalla politica, all’economia, alla religione, alla morale. Si registrano discordanze di orientamenti politici su tutti i grandi temi della società, dalla sanità alla scuola, dal lavoro al welfare, dai trasporti alle comunicazioni, etc., e ciò produce incertezza che in qualcuno genera paura, mentre in altri genera un senso di rivolta.
Il nostro sistema scolastico è in gran parte concepito sulla base di ideologie egualitarie, contrarie per definizione al concetto del merito, le quali risultano del tutto inadeguate per vincere la sfida della globalizzazione. Inoltre, le metodologie oggi seguite nell’educazione, nell’istruzione e nella formazione dei giovani non danno loro una rappresentazione reale della vita, non li abituano al sacrificio e ad affrontare le difficoltà, lasciando così immaginare che si può ottenere tutto con facilità e con l’improvvisazione. In tal modo, i giovani crescono senza ambizioni di eccellere, con l’idea che la mediocrità è di per sé sufficiente per offrire un buon tenore di vita, che non serve impegnarsi e sforzarsi per migliorare la situazione personale.
Al contrario, i giovani dovrebbero essere stimolati ad arricchire le loro conoscenze, a perfezionarsi nelle arti e nelle professioni, ad essere esigenti e intransigenti con se stessi, ad amare il lavoro, ad avere voglia di fare, a sperimentare onde fare meglio della volta precedente, ad elevarsi in continuazione.
Il momento di incertezza che attraversa il mondo dei giovani deriva, oltre che dalla crisi dell’intera società moderna per carenza di idealità e di etica, anche dal distorto stile di vita individuale e sociale. Tra i vari squilibri ed anomalie figura, ad es., il tempo perso per raggiungere il posto di lavoro in luoghi distanti dalla casa di abitazione, così che i genitori sottraggono tempo prezioso all’assistenza e alla formazione dei figli. Seri motivi di preoccupazione sono poi quelli del mondo degli educatori (insegnanti, preti, politici) che, pur cercando di svolgere al meglio i loro doveri formativi, trovano sempre più difficoltà a farsi ascoltare dai giovani ed a percepire le tendenze comportamentali dei giovani. Ulteriori aspetti negativi dei nostri tempi derivano dal mondo dei media, nonché dalla stessa classe politica, che indica schemi e modelli che non preparano i giovani ad affrontare le difficoltà della vita, anzi, sovente li spinge al reclamo permanente dei diritti.
La nostra società ha bisogno di una gioventù motivata, di professionisti altamente specializzati, di una classe dirigente all’altezza dei difficili tempi moderni.
A fronte di ciò, tutti auspicano e si attendono che la classe politica, attraverso le istituzioni, si adoperi nel senso prospettato al fine di soddisfare le sempre più sentite aspettative di certezze, di regole e di valori condivisi.
Il percorso di riforma deve partire dalla scuola che oggi è come appiattita e sembra che viva in una sorta di isolamento, appagata di una erudizione libresca, che non infonde alle nuove generazioni il senso della vita, della sua complessità, del suo divenire. La nostra scuola è separata dal contesto e sembra seguire la cultura egualitaria di matrice comunista, secondo i cui schemi ogni processo di selezione è considerato un meccanismo di esclusione sociale e foriero di disuguaglianza. Occorre cambiare rotta, incrementando sensibilmente il merito scolastico e per far questo si deve dare agli insegnanti adeguati strumenti di valutazione.
La scuola deve essere aperta a tutti ed offrire a tutti le medesime opportunità (art. 34 Cost.), nel venire in aiuto di quelli che hanno maggior bisogno di sostentamento negli studi, deve però premiare quelli che dimostrano capacità ed impegno ed alla fine deve quindi selezionare. In breve, occorre cambiare rotta, incrementando il merito scolastico e per far questo si devono dare agli insegnanti nuovi e adeguati strumenti di valutazione. Si devono poi creare nuovi strumenti di valutazione anche a riguardo della disciplina degli studenti, facendo in modo che un voto negativo in condotta impedisca il passaggio alla classe superiore.
La scuola, così come attualmente strutturata, dai più è ritenuta inadeguata anche per la sua incapacità di instaurare un fruttuoso dialogo con i giovani e di offrire loro una preparazione tale da indirizzarli alla vita adulta. I casi di abbandono della scuola dopo il periodo d’obbligo in Italia si aggirano sul 20 per cento (in Europa siamo al secondo posto dopo la Spagna), preoccupante fenomeno che dovrebbe indurre i politici ad una seria meditazione. I motivi sono tanti, spesso legati alla voglia (ma spesso alla necessità) dei giovani di poter essere finalmente indipendenti e disporre da subito di qualche euro che permetta di vivere la certezza del presente perché considerano il futuro del tutto incerto.
E di questo passo, rispetto alla situazione generale dei vari Paesi europei, i giovani italiani sono quelli che hanno la più bassa scolarizzazione, nel mondo del lavoro hanno le retribuzioni mediamente più basse (di circa il 18%), insomma per molti aspetti sono considerati il fanalino di coda nella Comunità europea.
Da notare poi che i giovani che abbandonano prematuramente la scuola provano spesso un senso di frustrazione e tendono a diventare violenti: contro i loro genitori incapaci di metterli sulla giusta via, contro lo Stato incapace di creare certezze, contro il Governo incapace di procurare casa e lavoro a tutti.
È chiaro che la responsabilità di simile degrado è riconducibile alla miopia della nostra classe politica, limitatasi alla gestione del quotidiano, alla sua incapacità di adeguarsi ai tempi e di innovare le strutture istituzionali obsolete.
A fronte di tutto ciò, viene da chiedersi quale avvenire possiamo attenderci da una classe politica succube di anacronistiche ideologie, divisa su tutto, perfino sui principi e i valori fondamentali tradizionali, da una politica che pensa solo alla propria sopravvivenza, a conservare la poltrona pubblica, e che, nei fatti, si dimostra sempre più distante dai bisogni dei giovani e della gente comune ? (cfr. anche le voci sub n. 45 e 201).
bramosia del denaro
Ai nostri tempi, dicono gli anziani, le disponibilità economiche erano molto scarse ma c’era più solidarietà tra le persone, c’era più umanità. Al giorno d’oggi, per la smodata bramosia del denaro gli uomini ne fanno di tutti i colori.
Oggi più che mai si preferisce dar credito al motto oraziano: tanti quantum habeas sis – quanto hai tanto vali (Orazio, Satire, I, 62), parafrasato dal proverbio medievale: quantum habebis, tantus eris – quanto hai, tanto sei, che allude al metro con cui siamo spesso valutati dagli altri. In consonanza con il tema di avidità di denaro e ricchezza, è anche il pregevole quanto eloquente aggiuntivo adagio oraziano: bene est cui deus obtulit parca quod satis est manu – è felice l’uomo a cui il dio con parca mano ha offerto quanto gli basta (Orazio, Odi, III, 16, 28) e l’ulteriore: imperat aut servit collecta pecunia cuique – ognuno obbedisce o comanda al denaro accumulato (Orazio, Epistulae, 1, 10, 47), ad indicare che il denaro può divenire un servo o un padrone a seconda della saggezza di chi lo possiede, a cui si affianca il detto medievale: pecuniae oportet imperes non servias – al denaro si deve comandare non servire, da cui si evince che occorre sapersi servire del denaro nella giusta misura e non divenire servi del denaro.
Con ciò non si vuole certo mettere in dubbio l’importanza del denaro, ma stigmatizzare che occorre stabilire con esso un giusto rapporto, come attestato dal luogo di Plutarco: nervus gerendarum rerum pecunia – il denaro è l’elemento fondamentale delle imprese (Vita di Cleomene, 27, 1), da cui si desume che il denaro è il motore di ogni iniziativa.
Ed ancora, l’emistichio virgiliano auri sacra fames – esecranda fame dell’oro (del denaro) stigmatizza l’avidità di ricchezze che spinge alle azioni più turpi e quindi condanna la potenza corruttrice del denaro e le bassezze che si commettono per possederlo. Suona quindi come un esplicito ammonimento per coloro che sono disposti a qualunque azione, buona o turpe che sia, pur di accumulare ricchezza: aviditas malum facit – l’avidità porta danno, attratti come sono dal fascino subdolo e perverso del dio denaro.
Oggi, più che mai, l’onestà è spesso sopraffatta dall’avidità e dal desiderio di denaro che, secondo gli osservatori dei fenomeni sociali, costituisce la principale fonte di ogni male dell’uomo, in quanto lo porta a frodare, ad ingannare, ad essere egoista, invidioso, arrogante e perfino crudele.
L’insegnamento che ne deriva è quello di vivere onestamente e dignitosamente, di non lasciarsi prendere dalla bramosia del denaro che non ha mai portato la felicità. Le persone felici sono quelle che si sono create le condizioni di una vita tranquilla, verso se stessi e verso gli altri, che cercano la felicità nella propria coscienza e nel proprio cuore.
buon esempio dei governanti
Una importante teoria filosofico-morale eleva il bene praticato da un soggetto ad un caso di buon esempio, talché altri siano trascinati a fare altrettanto.
La teoria in questione sembra in consonanza con l’adagio senecano: a capite bona valetudo – dal capo viene la buona salute (Seneca, De clementia, II, 2) ed il parallelo claudiano: componitur orbis regis ad exemplum – il mondo si struttura secondo l’esempio del re (Claudiano, De quartu consulatu Honorii, 299), secondo cui i primi a dare il buon esempio dovrebbero essere i governanti e, più genericamente, tutti coloro che sono investiti di pubbliche cariche o che occupano incarichi pubblici.
Gli studiosi di etica sociale e di morale comune osservano che il buon esempio dei governanti è destinato a riverberarsi sui comportamenti dei governati, che vengono trascinati a fare altrettanto.
Ai giorni nostri, l’alto insegnamento senecano a capite bona valetudo sembra poco apprezzato in quanto, nella realtà odierna, il buon esempio dei governanti stenta ad emergere, quando il loro agire politico non risulti censurabile, come confermano le cronache di tutti i giorni.
Ogni giorno registriamo motivi di delusione e di sconforto per i comportamenti pubblici e privati dei nostri governanti, che sembrano intenti solo a conservare la loro poltrona.
In genere, i personaggi politici sono abili nel barcamenarsi, anzi ne hanno fatto la regola dell’agire politico, molti di loro sono incapaci di assumere una condotta che si rispetti e con le loro ciance sanno solo offendere l’intelligenza dei cittadini.
Non sono certo di esempio quei politici che, in un Paese come il nostro in cui esistono livelli di vita così profondamente diversi, poco o nulla fanno per favorire la solidarietà nazionale e per estirpare la delinquenza organizzata.
Mentre i nostri politici sanno distinguersi nella solidarietà internazionale, tanto da fornire uomini e mezzi a molti Paesi per le c. d. missioni di pace, non sanno o non vogliono invece distinguersi per creare una vera solidarietà nazionale (artt. 2, 3, 119 Cost.). Il buon esempio i politici lo dovrebbero dare prima nel nostro Paese, impegnando ampi contingenti militari nella lotta alla mafia e alla delinquenza organizzata, in modo da assicurare uniformità nei livelli di vita ed un vero sviluppo nelle regioni del Mezzogiorno.
L’attuale classe politica, che sembra incapace di scelte coraggiose, oltre che priva di equilibrio e di senso di orientamento, sta vivendo un periodo di incertezza e perdita di valori ed in tale situazione è pura utopia pensare che possa dare il buon esempio; lo spettacolo che ci offre è quindi un riprovevole esempio che le future generazioni si spera non vogliano seguire.
Nella tradizione romanistica, la bona fides assumeva significato di comportamento leale ed onesto, di retta coscienza, di operare nella convinzione di non ledere altrui diritti, di dovere di correttezza, di reciproca lealtà di condotta nei rapporti con terzi. Un comportamento difforme da ciò si poneva in violazione del principio della bona fides.
Chiarito così come la bona fides fondi le sue origini storiche nella cultura e nel pensiero giuridico dell’antica Roma, ben si comprende la definizione di Quintiliano: fides supremum rerum humanarum vinculum est – la fede (fiducia) è il vincolo più sublime delle cose umane.
Nel diritto positivo vigente, il concetto giuridico di buona fede, pur richiamato in numerose norme, non risulta sia mai stato definito in via generale con una norma di legge. La dottrina reputa comunque essere una situazione psicologica rilevante per il diritto in quanto produttiva di conseguenze giuridiche. Il concetto di bona fides è generalmente inteso in senso:
– oggettivo, quale generale dovere di correttezza e di reciproca lealtà di condotta nei rapporti tra i soggetti;
– soggettivo, quale ignoranza incolpevole di ledere una situazione giuridica altrui.
Occorre peraltro tenere presente che in genere la buona fede è presunta nella quasi totalità del casi e chi intende sostenere la mala fede altrui deve sempre dimostrarla e provarla. La buona fede assume rilevanza in numerosi istituti giuridici sia in senso oggettivo che soggettivo e nei rapporti interpersonali in genere.
Il tema della buona fede è presente anche in campo religioso, come si desume dalla frase di San Paolo omnia munda mundi – tutto è puro per i puri (Epistula a Tito, I, 15), secondo cui non commette il male chi è immune da cattivi pensieri ed è in buona fede: «chi non è capace di commettere il male non pensa al male».
Gli esegeti ed i cultori storico-religiosi, al concetto di San Paolo annettono il parallelo importante concetto ciceroniano secondo cui: omne quod non est ex fide peccatum est – tutto ciò che non è in buona fede è male.
buona e cattiva reputazione
Il concetto di bona opinio – buona fama deriva probabilmente dall’adagio publiliano: bona opinio hominum tutior est pecunia – la buona fama (reputazione) degli uomini è più sicura che il denaro (Publilio Syro, B 19). L’importanza della buona fama personale e della priorità della stessa sulle ricchezze è sottolineata anche dall’adagio plautino: ego si bonam famam mihi servabo, sat ero dives – se conserverò a me la buona fama sarò ricco a sufficienza (Plauto, Mostellaria, I, 3, 71), nonché dagli ulteriori detti latini: melius est nomen bonum quam divitiae multae – un buon nome è migliore di molte ricchezze, bona existimatio pecuniis praestat – la stima (personale) vale più delle ricchezze, che indicano appunto come l’essere stimati e rispettati per le proprie virtù valga più che le ricchezze.
In tema di bona opinio, sembrano significativi i detti popolari: buona reputazione val più di gran ricchezza; la stima è da preferirsi alle molte ricchezze; è meglio una povertà onorata che tutti i denari del mondo.
Le Aziende pubbliche e private, come prova della buona reputazione di una persona fisica, richiedono generalmente: l’estratto del casellario giudiziale; il curriculum vitae; le copie delle dichiarazioni delle imposte degli ultimi dieci anni; gli estratti degli ultimi dieci anni del registro esecuzioni e fallimenti; l’estratto del registro di commercio; l’elenco di tutte le indagini penali e di tutti i procedimenti penali e civili degli ultimi dieci anni.
Nei rapporti interpersonali, oggi come ieri, il buon nome e la buona reputazione è fondamento della fiducia, che è un bene inestimabile, moralmente equivalente ad un autentico patrimonio. In genere, l’opportunismo dilagante ci porta a desiderare, se non a pretendere, che le persone abbiano fiducia in noi immediatamente, dimenticandoci che la fiducia delle persone si acquista giorno dopo giorno con il nostro agire trasparente e corretto. I risultati di una fiducia conquistata a poco a poco non sono mai immediati ma arrivano sicuramente e ci appagheranno anche per il tempo passato con molte soddisfazioni, basta avere l’umiltà e la costanza di perseverare.
Per contro, secondo gli studiosi di etica sociale e di morale comune, una cattiva reputazione può determinare anche la morte sociale di un uomo e perfino quella fisica.
caduta di colpa sui cittadini
I pubblici amministratori che, attraverso l’esercizio delle loro funzioni, arrechino un danno ingiusto all’ente amministrato sono tenuti a risarcirlo (Legge 22 aprile 1869 n. 5026 e succ. agg.). Il compito di perseguire e condannare al risarcimento l’autore del danno spetta alla Corte dei conti (Legge 14 agosto 1862 n. 800, istitutiva della Corte dei Conti del Regno di Italia, articolatosi nella formulazione del suo testo unico approvato con R. D. 12 luglio 1934 n. 1214, passando per le Leggi emanate nei primi anni 90, sino alla riforma di cui alla Legge n. 131 del 5 giugno 2003). La preminente funzione istituzionale assegnata alla Corte dei Conti è da individuare nella garanzia della corretta gestione delle pubbliche risorse e nell’esigenza del buon funzionamento delle Amministrazioni per la realizzazione degli interessi pubblici generali e quindi della Comunità amministrata. Il supporto costituzionale delle richiamate garanzie va individuato, rispettivamente, negli articoli 97, 100, 103, comma 2°, della Carta Costituzionale. In particolare, la Legge n. 20/1994 e la Legge n. 639/1996, nel circoscrivere la responsabilità dell’amministratore alle sole ipotesi di dolo e colpa grave, stabilisce il termine di prescrizione in cinque anni ed esclude la trasmissione del debito agli eredi, tranne specifiche eccezioni.
Presso gli Enti pubblici, è molto diffusa la prassi di contrarre un’assicurazione che preveda la copertura di rischi derivanti dall’espletamento di compiti istituzionali connessi con la carica ricoperta e riguardanti la responsabilità patrimoniale e la responsabilità per danni cagionati all’ente o a terzi.
Nulla quaestio se l’amministratore stipula privatamente, a proprie spese, una polizza di assicurazione per i danni eventualmente arrecati all’ente o a terzi, mentre invece è sicuramente criticabile il comportamento di quei pubblici amministratori che, de alieno corio, stipulano tale polizza in nome e per conto dell’amministrazione e quindi con il premio assicurativo a totale carico di quest’ultima. Ciò significa, in buona sostanza, far pagare ai cittadini i danni derivanti da una loro cattiva gestione della res publica, come se tutti avessero concorso in qualche modo a provocarli e quindi dovessero espiare la propria colpa. Gli atti amministrativi che autorizzino dette spese di polizza a carico dell’ente pubblico non rispondono certo a criteri di buona amministrazione e le eventuali leggi che li legittimano sono leggi ingiuste, fatte per assecondare interessi di parte e non interessi generali della comunità.
In ogni caso, tutto ciò dimostra che, nei fatti, i responsabili della res publica non rispondono più di niente a nessuno, in contrasto con l’etica e la morale comune.
Nella tradizione romanistica, fin da età decemvirale, la calumnia era una figura di delitto contro l’amministrazione della giustizia e consisteva in un’accusa falsa ed infondata fatta da un cittadino in sede di pubblica accusa nei confronti di soggetti innocenti: calumniari est falsa crimina intendere – calunniare è accusare di falsi delitti.
Da notare peraltro che, secondo gli storici latini, era abbastanza diffuso il malcostume di servirsi di delatores – accusatori privati per denunciare e calunniare i loro nemici personali. Se nei giudizi penali l’accusa del cittadino (che fungeva come pubblica denuncia) veniva respinta l’accusatore subiva una punizione ma se invece veniva accolta era premiato. Nella prospettiva di un facile guadagno, si ebbero così molti accusatori di professione.
Ancora oggi, la calunnia è intesa come falsa imputazione, ovvero come accusa infondata fatta al solo scopo di diffamare una persona, un ente, un’istituzione.
A riguardo del calunniatore, è famoso l’aforisma del filosofo inglese Francis Bacon (1561 – 1626): audaciter calumniare, semper aliquid haeret – calunnia con spudoratezza, qualcosa resta sempre attaccato (De dignitate et argumentis scientiarum, 8, 2, 34). Invero, il concetto deriva da un passo di Plutarco, ove si legge che un adulatore di Alessandro Magno raccomandava di attaccare e mordere senza paura con calunnie, sostenendo che, anche se la vittima fosse riuscita a sanare la ferita, sarebbe comunque rimasta la cicatrice. L’aforisma ci cita per indicare che una diceria, anche se priva di consistenza, non viene facilmente dimenticata.
Nel sistema del vigente diritto penale, è reo del delitto di calunnia colui che incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato (cfr. artt. 368 – 370 c.p.).
In senso estensivo, si dice della maldicenza, della diffamazione o della diffusione di una notizia priva di fondamento. Si dice altresì del deplorevole comportamento di inviare scritti anonimi (in diritto penale, i documenti che contengono dichiarazioni anonime non possono essere acquisiti né in alcun modo utilizzati, salvo che costituiscano corpo del reato o provengano dall’imputato artt. 240, 333 c.p.p. e art. 367 c.p.).
Una persona saggia e di sani principi, non solo si guarda dal parlare male degli altri ma è portata a pensare sempre bene degli altri e ad evitare anche la critica sterile e il pettegolezzo inutile.
L’abitudine di parlare male degli altri, di rilevare con malignità le debolezze altrui, di calunniare, degli scritti anonimi, è oggi molto diffusa, soprattutto negli ambienti politici. Tale disdicevole fenomeno denota un crollo dei valori morali e dell’etica individuale e sociale, carenza di cultura e di senso civico.
La teologia morale definisce la calunnia come ingiusta denigrazione della fama di una persona con la diffusione di notizie false sul suo conto. È considerata peccato grave perché contraria alla verità e offensiva della giustizia e della carità; il calunniatore è tenuto a una riparazione totale sia ritrattando pubblicamente le menzogne pronunciate o scritte sia riparando i danni arrecati.
carattere integro
L’alto concetto dell’integrità morale è ricorrentemente magnificato dalla classicità latina: nulla lassitudo impedire officium et fidem debet – nessuna debolezza deve impedire di compiere il proprio dovere o di mantenere la fede (Cicerone, Epistulae ad familiares, 12, 25, 6), esalta sostanzialmente il senso del dovere e la fermezza d’animo; magnam rem puta, unum hominem agere – considera una cosa grande il conservare un carattere integro e sempre uguale (Seneca, Epistole, 120), invita a mantenere sempre l’integrità morale e la fermezza d’animo; non beatam vitam in animi securitate ponimus – abbiamo posto la nostra tranquillità nella sicurezza dell’animo (Cicerone, De natura deorum, 1, 53), considera come condizione indispensabile la fermezza d’animo per affrontare serenamente le avversità della vita.
Nei moderni contesti, per esprimere il concetto di integrità morale, si evoca il non possumus degli apostoli Pietro e Giovanni, con cui hanno pronunciato il loro fermo rifiuto di obbedire al divieto imposto dal Sinedrio di Gerusalemme (in pratica dai sacerdoti ebrei) di interrompere la predicazione e di parlare e insegnare nel nome di Gesù: non enim possumus quae vidimus et audivimus non loqui – non possiamo infatti non parlare (tacere) di ciò che abbiamo visto e ascoltato (Atti degli Apostoli, 4, 20).
Lo storico non possumus degli apostoli è stato adottato dalla curia papale per significare che, se anche si volesse aderire ad una richiesta, il dovere impone di non farlo. In seguito, il non possumus del Vaticano è venuto ad assumere una valenza più ampia, surrogando il concetto di integrità morale e, propriamente, l’impossibilità di accedere a richieste di deroga a leggi divine o canoniche oppure a principi di diritto naturale.
Il non possumus è entrato anche nelle moderne forme diplomatiche per indicare che la nostra integrità morale ci impone di non accondiscendere a cose o richieste men che oneste e quindi si usa per esprimere un rifiuto che nasce da una superiore esigenza morale o politica, per manifestare che il proprio senso del dovere impedisce di obbedire ad una richiesta, per significare che in coscienza non ci sentiamo di fare qualcosa, sottintendendo che, anche se si volesse accondiscendere ad una richiesta, il dovere ci impone comunque di assumere un atteggiamento fermamente negativo.
Insomma, il non possumus è sempre di viva attualità, sia che si operi in campo pubblico come nel privato.
In campo pubblico, il concetto di integrità morale investe in primis il dovere istituzionale di chi assolve pubbliche funzioni che è quello di svolgere con dedizione il ruolo di rappresentante del popolo, nel rispetto delle leggi, dei principi di uguaglianza, d’imparzialità e giustizia. Nell’esercizio di pubbliche funzioni, ognuno deve essere garante del bene della collettività e quindi difendere il rispetto della democrazia a prescindere dallo schieramento politico di appartenenza. In tal senso, gli Enti istituzionali dovrebbero dotarsi di un codice di condotta politica, come suggerito dal Congresso dei Poteri Locali e Regionali del Consiglio d’Europa e come auspicato dal Ministero dell’Interno, nel testo presentato a Roma il 27 febbraio 2004 nel corso di un convegno organizzato dal Consiglio d’Europa, codice che riveste un alto valore simbolico ed etico (amplius, cfr. la voce sub n. 47).
In campo privato, un numero sempre maggiore di aziende private ritengono di darsi un codice etico, considerandolo un arma vincente per il recupero di credibilità sull’esterno e per fornire ai lavoratori condizioni di maggior trasparenza e stabilità. Gli stessi manager e prestatori di lavoro in genere considerano fondamentale che le aziende siano dotate di codice etico, non solo per la valorizzazione del proprio lavoro, ma anche per ragioni di autostima.
Nella vita privata non siamo tutti uguali, ci sono persone dal carattere integro e persone che rinunciano totalmente all’integrità morale, alla virtù, preferendo il meglio col minimo sforzo. Non dobbiamo però dimenticare che, secondo i teorici del pensiero e gli studiosi dei comportamenti umani, «chi rinuncia alla sua integrità morale sarà forse libero di vivere come vuole ma non conoscerà mai se stesso e il suo sarà solo un agire senza ragione, un incedere senza meta».
Da tali considerazioni ne deriva che, nella quotidianità, il non possumus si dovrebbe sempre pronunciare a fronte di una richiesta moralmente inaccettabile, sia nei rapporti intersoggettivi che negli ambienti politico-istituzionali.
caratteri della legge
In linea generale, il compito della legge è quello di ordinare e non anche di illustrarne le norme o spiegarne i contenuti: lex iubeat, non disputet – la legge ordini (comandi), non discuta. Il compito di chiarire la portata delle norme di legge è demandato ai regolamenti esplicativi, alle circolari, alle note esplicative, quali strumenti tesi ad illustrare le peculiarità proprie delle varie norme ed a spiegare i contenuti delle medesime.
La legge deve dettare le regole generali della convivenza civile, deve normare ipotesi astratte, deve prescrivere, enunciare principi. Inoltre, perché le leggi possano essere capite da tutti occorre che il loro testo sia breve e steso in termini semplici, chiari ed accessibili.
Da come si presentano i nostri testi legislativi, caratterizzati da numerosissime peculiarità e da infinite norme di dettaglio, non sembra che il legislatore moderno abbia sempre presente l’opportunità di strutturare la legge nel modo anzidetto.
A riguardo dei caratteri delle leggi di delegazione e decreti delegati, la Corte costituzionale ha avuto occasione di chiarire il concetto «del naturale rapporto di riempimento che lega la norma delegata a quella delegante, alla luce della ratio che ispira quest’ultima. Il silenzio della legge di delegazione non osta all’emanazione di norme che rappresentino un coerente sviluppo e completamento della scelta espressa dal legislatore delegante e delle ragioni ad essa sottese, ancorché il potere debba essere esercitato in modo non solo conforme alle finalità che l’hanno determinato, ma anche aderente al sistema delineato nella legislazione precedente».
Ulteriori particolari caratteri della legge chiariti dalla Corte costituzionale riguardano:
– le Leggi di sanatoria, per le quali «il potere di sanatoria (art. 77, terzo comma, Cost.) è ontologicamente diverso, anche per le conseguenze giuridiche, da quello di conversione in legge del decreto-legge, in quanto riguarda i rapporti giuridici sorti nel periodo di vigenza del decreto, la cui provvisoria efficacia è venuta meno ex tunc. Di conseguenza possono essere salvati solo gli effetti già prodottisi durante il periodo di vigenza del singolo provvedimento di urgenza decaduto, impregiudicato ovviamente l’ulteriore potere del legislatore di regolare autonomamente situazioni pregresse, nei limiti in cui è ammissibile una legge retroattiva»;
– le Fonti secondarie, per le quali «la Corte ha riconosciuto il potere ministeriale di emanare norme tecniche (v. da ultimo sentenza n. 356 del 1994), in quanto tali non lesive delle competenze delle Regioni e delle Province autonome. Vanno intese per norme tecniche quelle prescrizioni che vengono elaborate generalmente sulla base dei principi desunti dalle c.d. scienze esatte o dalle arti che ne sono applicazione».
Per quanto riguarda, invece, il carattere interpretativo della legge la Corte costituzionale ha puntualizzato che «può riconoscersi quando la legge interpretativa sia diretta a chiarire il senso della disposizione preesistente e ad imporre una della possibili varianti di senso compatibili con il suo tenore letterale, sia al fine di eliminare eventuali incertezze interpretative, sia per rimediare ad interpretazioni giurisprudenziali divergenti con la linea di politica del diritto perseguita dal legislatore».
In ordine ai caratteri delle Leggi regionali, la Corte costituzionale ha avuto occasione di precisare che:
– «il procedimento legislativo regionale può, in caso di provvedimenti i cui effetti riguardano più enti territoriali, essere condizionato dal legislatore nazionale a procedure di coordinamento e concertazione e di intesa con lo Stato;
– il carattere della competenza legislativa esclusiva è tale da non ammettere che limiti derivanti da principi generali o da norme fondamentali delle riforme economico-sociali;
– il carattere della competenza concorrente, i vincoli derivanti dai principi settoriali possono consistere in un complesso articolato di criteri direttivi risultanti dalla regola generale vigente nel settore ed integrata dalle possibili deroghe stabilite dalla medesima legislazione. Pertanto lo stesso legislatore regionale dovrà attenersi alla regola generale e potrà distaccarsene soltanto con la previsione di discipline derogatorie identiche a quelle dettate dalle leggi dello Stato, ovvero riconducibili alla medesima ratio».
L’analisi del Censis, nel 41° rapporto sullo stato sociale del Paese, presentato il 7 dicembre 2007, descrive un’Italia in cui «in carcere solo 4 su 10 hanno condanna definitiva. Dopo l’indulto i detenuti sono diventati 43.957. Nei penitenziari oltre un terzo è straniero, per lo più clandestini».
Il sistema penitenziario vigente esclude la damnatio in opus publicum – la condanna ai lavori forzati ma prevede però il lavoro penitenziario, sia interno che esterno alla struttura carceraria (Legge n. 354/1975 e D.P.R. n. 431/1976, Legge n. 663/1986 e succ. int. e mod.).
Posto che la legge vigente favorisce l’accesso al lavoro dei detenuti, prevedendo anche il versamento dei relativi contributi previdenziali, viene spontaneo chiedersi quali siano le ragioni che impediscono l’invio in massa ad attività produttive di tutti coloro che si trovino in età lavorativa.
Pur opinando ab extra, è comunque difficile comprendere la vita di un carcerato, privato com’è di qualsivoglia interesse personale, ridotto all’inerzia totale, spesso davanti ad un televisore, obbligato ogni giorno ad un opprimente segregazione, quando invece potrebbe impiegare utilmente il proprio tempo.
Pur previsto dalla legge il lavoro in comune diurno, di fatto, è ridotto a ben poca cosa e pur consci della gravità della situazione poco o nulla si fa per rinnovare l’ambiente carcerario.
Sul fronte legislativo, è auspicabile una coraggiosa radicale modifica del sistema penale, nel senso descritto alla voce sub n. 15. Le innovazioni ivi proposte consentirebbero di rendere più efficace la cultura della legalità, di moralizzare l’ambiente pubblico e privato (che si rivela carente di rigore giuridico e morale) e di rimediare alle attuali misure di giustizia palesemente inadeguate.
Se il Legislatore trovasse il coraggio di riformare il sistema penale e il sistema sanzionatorio, nei termini testé indicati, oltre a risolvere le inveterate questioni finanziarie dello Stato, risolverebbe definitivamente il problema giustizia nei suoi aspetti nevralgici. In questo modo, paradossalmente, la delinquenza nazionale diverrebbe risorsa economica di primaria rilevanza.
Peccato che non ci sia un partito politico e/o singoli politici disposti ad assumere una simile coraggiosa iniziativa.
Dall’autorità giudiziaria, nel frattempo, ci si aspetta un miglior utilizzo degli strumenti a disposizione per contenere l’attuale disagio. Si pensa ad un utile inserimento nell’attività lavorativa, attraverso cui il carcerato potrebbe riscattarsi svolgendo un lavoro dignitoso, consono alle proprie capacità, nella prospettiva di un futuro reinserimento sociale a pieno titolo.
carenze dell’attuale democrazia
La parola greca democrazia (demokratia: demos–popolo, kratos-potere) indicava un particolare tipo di organizzazione dello Stato caratterizzata dall’esercizio del potere da parte dell’insieme dei cittadini, a differenza di aristocrazia, che indicava invece la concentrazione del potere nelle mani di poche grandi famiglie.
Nell’accezione etimologica moderna il termine democrazia, a grandi linee, significa il potere del popolo, recte un sistema politico basato sulla sovranità dei cittadini. Le moderne democrazie si basano sui principi democratici della divisione dei poteri (legislativo, esecutivo, giurisdizionale), della sovranità popolare, del libero esercizio del voto, delle libertà fondamentali (di pensiero, espressione, movimento, di associazione, etc.), dell’eguaglianza giuridica dei cittadini, della maggioranza, con le relative implicazioni.
Il contrario di democrazia è autocrazia, in cui il potere è detenuto da una sola persona. In genere, l’autocrazia deriva da un’autoinvestitura o da una nomina per diritto ereditario, che è il contrario di ciò che avviene in democrazia.
Tra i fondamentali valori della democrazia figura la dignità della persona umana, il rispetto dei suoi diritti e il bene comune, valori che discendono dalla legge morale, prima ancora che da quella civile, e che non possono essere creati o modificati ma soltanto rispettati e promossi. Coloro che non riconoscono l’esistenza dei valori umani e morali, che negano o mettono in dubbio tali valori, mirano a far prevalere gli interessi dei più forti a danno dei più deboli e così facendo distruggono la democrazia o la fanno diventare una parola vuota.
In una democrazia autentica, la legge civile non può mai sostituirsi alla legge morale naturale, né può dettare norme che vanno al di là della sua competenza, che è quella di assicurare il bene comune dei cittadini, attraverso il riconoscimento e la difesa dei loro diritti, di garantire un’ordinata convivenza sociale, di promuovere la solidarietà e la pace sociale.
Secondo gli insegnamenti della Chiesa cattolica, la legge civile deve essere conforme alla legge morale. A tale riguardo, San Tommaso d’Aquino scrive: «la legge umana in tanto è tale in quanto è conforme alla retta ragione e quindi deriva dalla legge eterna. Quando invece una legge è in contrasto con la ragione, la si chiama legge iniqua; in tale caso cessa di essere legge e diventa un atto di violenza».
L’attuale democrazia presenta fragilità, debolezze e difetti di vario ordine, e si dimostra incapace di contrastare fenomeni come: lo spadroneggio dei più forti, l’imperversare dell’illegalità, la legalizzazione dell’arbitrio, gli interessi pubblici intrecciati con interessi privati (cfr. anche la voce sub n. 4 e la voce sub n. 201).
Nella moderna società mancano ideologie forti e globali e, per contro, sono sempre meno sentiti i tradizionali valori della dirittura morale e della solidarietà, si registrano fenomeni di prevaricazione, di sfrenato egoismo e di idolatria del denaro, che da misura di valori materiali è diventato valore per se stesso fino al punto di oscurare ogni altro. Nei rapporti di civile convivenza, come ogni persona è chiamata a compiere i propri doveri così deve poter esercitare i propri diritti, mentre invece nella moderna società si nota sempre più un venir meno ai propri doveri e, nel contempo, uno scarso rispetto dei diritti altrui.
Nella realtà dei nostri giorni, accanto al declino dei valori tradizionali ed al venir meno delle secolari credenze comuni della società, si registrano fenomeni di lassismo che, nel loro iter evolutivo, finiscono per interessare aspetti diversi dell’organizzazione sociale e istituzionale, originando una sensazione di mancanza della legge e dell’autorità dello Stato. E così, oltre a notarsi non poche ingiustizie, registriamo tempi di eccessiva tolleranza e di scarsa moralità pubblica e privata.
La lista sulle carenze della nostra democrazia e della società moderna, nonché sulle sue palesi contraddizioni, potrebbe continuare.
Per porre rimedio a simile stato di cose occorre un ristabilimento dei tradizionali valori, della dirittura morale e della solidarietà, occorre poi un maggior rigore da parte delle pubbliche istituzioni, occorre un occhio di particolare riguardo all’istruzione, all’educazione e alla cultura (cfr. anche le voci sub n. 28 e n. 68). A quando il primo autentico passo in queste direzioni ?
La carità umana è intesa come amore per il prossimo, dettato da sentimenti di pietà, di bontà, di benevolenza. In senso ampio, la carità umana è intesa come affetto disinteressato, ossia come atteggiamento d’animo che fa sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui.
In campo letterario, fanno spicco alcuni adagia della classicità latina: magna est vis humanitatis – grande è la forza della carità umana (Cicerone, Pro Roscio, 22, 63); ignoscito saepe alteri, numquam tibi – perdona spesso agli altri, mai a te stesso (Publilio Syro, Seneca); ignoscito aliis quasi pecces cotidie – perdona agli altri, pensando che tu sbagli tutti i giorni, da cui si ricava l’insegnamento che si deve sempre considerare con comprensione e carità umana l’errore o il fallo compiuto da altri, mentre nel considerare l’errore o il fallo proprio bisogna sempre usare il maggior rigore e la maggior severità possibile. Ed a riguardo degli errori altrui, il luogo terenziano: tu si hic sis, aliter sentias – se fossi nei suoi panni la penseresti diversamente (Terenzio, Andria, 310) suona come invito alla comprensione reciproca richiamando, implicitamente, il concetto di carità umana.
Nei casi dubbi, invece, la saggezza latina si affidava ai celebri motti: dubia in meliorem partem interpretari debent – le questioni dubbie si devono interpretare nel senso migliore; delle cose incerte non si fa legge; nell’incertezza sospendi ogni deliberazione; nel dubbio astienti dal fare. In tema di cose dubbie, piace citare la celebre frase di Sant’Agostino: in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus charitas – nelle cose necessarie unità, nelle cose dubbie libertà, in tutte le cose carità, che sottolinea l’immancabile componente della carità umana e della benevolenza. Il pensiero agostiniano sintetizza importanti principi morali che si traducono in un invito alla carità umana, quale presupposto per la valutazione delle cose con la dovuta obiettività, significando in particolare: nelle cose doverose è opportuno che vi sia l’unità di intenti, nelle cose opinabili è opportuno che vi sia libertà di scelta, in ogni cosa è opportuno che vi sia spirito di carità e benevola comprensione.
Nella quotidianità, si nota sempre meno la carità umana e sembra che, spesso, abbia il sopravvento la disumanità, l’egoismo e l’avarizia. Talvolta, si notano perfino fenomeni di carità pelosa, cioè fatta per ricavarne un vantaggio, fenomeni che denotano un crollo dei valori morali e dell’etica individuale e sociale.

References: e contrario
e contrario
 § 2
 art. 53
 art. 367
 sentenza