Source: https://www.laleggepertutti.it/132702_se-il-vicino-di-casa-ti-perseguita-puoi-denunciarlo
Timestamp: 2018-12-18 12:11:35+00:00

Document:
Se il vicino di casa ti perseguita puoi denunciarlo
Stalking condominiale in caso di rumori, minacce, insulti, invasioni della privacy.
Nei condomini è molto facile sconfinare nel penale: è vero, molte delle condotte più contestate negli edifici non costituiscono reato (ad esempio la produzione di rumori notturni che diano fastidio solo a pochi condomini) e, per altri, l’illecito penale scatta solo in presenza dei casi più gravi (si pensi al getto di oggetti ed acqua dal balcone di sopra a quello di sotto); ed è anche vero che la recente riforma ha depenalizzato i più frequenti reati commessi tra vicini di casa (ingiurie, danni alle cose altrui, dispettucci vari: leggi “Danni e dispetti condominiali: non è più reato”), ma tutte queste condotte, quando poste in essere in modo costante e con lo scopo di generare uno stato d’ansia alla vittima, fanno scattare un reato più grave e – questa volta sì – punito in modo severo. È il caso dello stalking condominiale di cui si è occupata molto spesso la giurisprudenza.
Con la parola stalking si intendono gli atti persecutori: non quindi, solo, quelli dell’uomo ai danni di una donna (o viceversa) dettati da ragioni sentimentali, ma anche quelli tra altri soggetti per i motivi più svariati. Così, chi nel condominio perseguita il proprio vicino di casa, tanto da rendergli impossibile la vita, si macchia del delitto di stalking [1] e viene punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Non è necessario un comportamento reiterato e costante, nel tempo: secondo i giudici bastano anche pochi episodi, finanche due soltanto, purché il risultato sia quello di esasperare la vittima, generando in quest’ultima un grave stato di ansia o costringendola a cambiare le proprie abitudini quotidiane pur di non essere molestata (si pensi a chi deve chiudere le persiane per non essere spiato, a chi è costretto a insonorizzare la propria camera da letto pur di non sentire il calpestio volontario del vicino del piano di sopra, a chi entra nell’edificio dal garage pur di non essere pedinato, ecc.). Senza parlare poi dei casi di chi è costretto a sottoporsi a terapie di tranquillanti pur di recuperare l’agognata pace.
Il tribunale di Padova ha riconosciuto il reato di stalking condominiale in caso di minacce e insulti ai vicini di casa, rumori, bestemmie e altri comportamenti altrettanto gravi. Tali condotte – si legge nella sentenza – avevano ingenerato un profondo stato di ansia nei condomini, costretti a sprangare le porte di casa e a limitare le proprie uscite per non incontrare il molestatore. Tanto ha costretto il G.I.P. a imporre all’indagato di allontanarsi dal condominio pur di non molestare gli altri proprietari. Una misura davvero eccezionale, visto che, secondo la Cassazione, lo stalker dei condomini non può essere allontanato da casa propria.
Secondo il Tribunale di Genova rientrano nello stalking condominiale anche le piccole, insistenti, destabilizzanti torture quotidiane come spiare dalle finestre, suonare musica a tutto volume nel cuore della notte, bussare alle pareti con un bastone, buttare la spazzatura dal balcone e, per completare, anche minacce.
Secondo la Cassazione [2], per aversi stalking, la condotta di disturbo può essere anche condotta in un lasso di tempo brevissimo, purché ingeneri nella vittima uno stato d’ansia grave e perdurante oppure un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona cara, sino a costringere la vittima ad alterare le proprie abitudini di vita. Quindi, anche due sole minacce o molestie possono far scattare il reato in commento [3].
È sempre la Cassazione [4] a precisare che integra il delitto di stalking la condotta di chi compie atti molesti ai danni di più persone, costituendo per ciascuna motivo di ansia, senza bisogno che gli atti molesti siano diretti necessariamente a una sola persona, quando si rechi molestia a diverse persone tra loro accomunate e abitanti nello stesso edificio e si provochi turbamento a tutte le altre e la minaccia fatta a uno può comunque spaventare anche altri.
[2] Cass. sent. n. 38089/2016.
[3] Cass. sent. n. 20985/2016.
[4] Cass. sent. n. 26878/2016.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE – SENTENZA 25 maggio 2011, n.20895 – Pres. Ferrua – est. Rotella
1 – Il Tribunale di Torino condannava in giudizio abbreviato A.F. ad a.2 di reclusione con l’attenuante di cui all’art. 89 c.p. equivalente ad aggravante e recidiva, e la diminuente di cui all’art. 442 c.p.p., per atti persecutori e violenza privata (A – B) commessi in libertà e consecutivi danneggiamento aggravato ed interruzione di ufficio nella Casa Circondariale
(C -D), disponendone la misura di casa di cura e custodia per sei mesi.
Il ricorso deduce: erronea applicazione degli artt. 612 bis e 610 c.p. e vizio di motivazione circa fa sussistenza dell’evento. Ripete quanto già sostenuto con l’appello circa il confinamento dei fatti costitutivi di reato e la necessità di rapportare ciascuna condotta di stalking alla singola persona offesa. Osserva che nel caso della P., il primo episodio precedeva norma incriminatrice, sicché residua solo quello in danno di sua figlia (seguita per istrada). Nel caso della Z., i due episodi, di ingiuria e deterioramento della porta escludono si tratti di condotte reiterate. Nel caso della D.B. si tratte di due episodi di ingiuria ed uno di danneggiamento, non costitutivi di condotte violente o aggressive tali da rapportarsi alla fattispecie di cui all’art. 612 bis c.p., mentre l’inseguimento della L. è da considerarsi fortuito. Sostiene poi errore nel non ritenere assorbiti i due fatti di cui all’art. 610 c.p. nella previsione alternativa di cui all’art. 612 bis, giusto il principio dì specialità di S.U. 16/95, dunque l’esclusione della procedibilità laddove la querela non sia stata presentata. Afferma inoltre che i due reati di violenza privata vanno assorbiti nello stalking, trattandosi di condotte di intimidazione o moleste che provenendo da psicolabile, non sarebbero idonee a limitare la libertà di autodeterminazione altrui, per assenza del connotato finalistico, se la condotta è volta a richieste generiche (andar via dallo stabile).
La Corte di merito ha accolto l’appello, escludendo la continuazione per il delitto previsto dall’art. 612 bis c.p., per remissione di querela della B.. Ha altresì escluso punibilità dei fatti in danno della L. precedenti l’entrata in vigore della norma. E, ferma la violenza privata ai danni di ciascuna persona offesa, ha ritenuto i fatti successivi commessi nei confronti di P., D.B. e L., perché vigente l’art. 612 bis c.p..
Ma ha ritenuto riduttiva la lettura della norma nei senso che gli atti molesti debbano essere per forza rivolti ad una sola persona. E, poiché nella specie erano stati commessi ai danni di più persone di sesso femminile residenti nello stabile in alternativa, costituendo per ciascuna motivo d’ansia, ben sapendo di non avere scampo se si fossero incrociate con il prevenuto (pg. 9), concludeva che la condotta contestata al capo B andava sussunta nell’ipotesi di cui al capo A, avendosi riguardo ad unica condotta di violazione dell’art. 612 bis, ferma la continuazione del delitto con quello di violenza privata.
Ma se ogni condotta, pur rivolta ad una persona, ha cagionato l’evento ai danni di altre, pèrdo più persone offese, non s’intende la ragione di esclusione della continuazione. Inoltre ferma tale la premessa, per quanto concerne la B. , la Corte ha travisato che l’ultimo comma dell’art. 612 bis dispone che si proceda di ufficio se il fatto è connesso con altro delitto per cui si deve procedere d’ufficio. Pertanto la contestata e ritenuta violenza privata ritenuta connessa impediva di prender conto della remissione di querela. A fronte il ricorso pone in unico contesto questioni diverse, ripete la frammentazione dei fatti ed offre diversa limitata lettura del dettato normativo implicando rilettura della norma.
2.1. L’art. 612 bis c.p., introdotto dal D.L. 11/09, punisce a titolo di ‘atti persecutori” chi con condotte reiterate minacci o molesti taluno, in modo da cagionare un suo perdurante stato dì paura o di ansia o uh suo fondato timore di pericolo per l’incolumità propria o di persone prossime o la costrizione ad alterare le proprie abitudini di vita.
Il fatto può essere costituito anche da due sole ‘condotte’, come ha ritenuto ineccepibilmente (con rif. a Cass., Sez. 5^ n. 6417/20120, rv. 245881) la Corte di merito. Tanto premesso è indiscusso che la legge si applichi solo ai fatti commessi dopo la sua entrata in vigore. Ma all’evidenza la preclusione concerne l’evento da cui dipende l’esistenza del reato. Perciò anzitutto il Giudice d’appello si sarebbe dovuto domandare se la reiterazione di atti minatori e molesti, nei confronti di persona già offesa da atti dello stesso genere, attuata dopo l’entrata in vigore della norma integrasse gli estremi del reato. Il mancato rilievo ha avuto in concreto incidenza non per escludere il reato, bensì la continuazione, perché la Corte di merito ha unificato la posizione degli offesi, offrendo la lettura suindicata della norma, travisando come si è visto che gli offesi sono più d’uno.
Va quindi osservato che la locuzione condotte reiterate vuoi dire che si è in presenza di reato complesso, la cui ‘condotta criminosa’, cioè l’azione od omissione di cui è conseguenza l’evento da cui dipende l’esistenza del reato (art. 40 c.p.) è, nei caso di specie, integrata da atti per sé costitutivi di condotte di minaccia o molestia. Pertanto il carattere decisivo della condotta criminosa consiste nella ‘ripetizione’ di ‘atti’ qualificati ‘persecutori’, in quanto il loro insieme cagiona l’evento ulteriore assorbente del reato sopra indicato.
Il meno grave degli atti previsti integra contravvenzione di ‘molestia o disturbo alle persone’. Ma si tratta di reato di sbarramento (art. 660 c.p.), assorbibile ad esempio anche dall’ingiuria, perciò letteralmente dalla progressiva minaccia di male ingiusto (612).
Già il rilievo della funzione di sbarramento della molestia consente d’intendere che la lettera ‘minaccia o molesta taluno’ non implica che ogni atto costitutivo della condotta criminosa dell’art. 612 bis debba avere ad oggetto la stessa persona. Difatti, la minaccia rivolta ad una persona può coinvolgerne altre o comunque costituirne molestia. Si pensi al caso di colui che minacci d’abitudine qualsiasi persona attenda ogni mattino nel luogo
solito un mezzo di trasporto per recarsi ai lavoro. La minaccia in tal caso assorbe bensì la molestia nei confronti della persona cui è rivolta, ma non la molestia arrecata alle altre persone presenti. Perciò può essere decisivo ai fini dell’art. 612 bis, che in diversa occasione altra persona, già molestata, sia oggetto diretto di nuova molestia da parte dell’agente.
È dunque ineludibile l’implicazione che l’offesa arrecata ad una persona per la sua appartenenza ad un genere turbi per se ogni altra che faccia parte dello stesso genere. E se la condotta è reiterata indiscriminatamente contro talaltra, perché vive nello stesso luogo privato, sì da esserne per questa ragione occasionale destinataria come la precedente persona minacciata o molestata, il fatto genera all’evidenza il turbamento di entrambe. Nella specie la molestia ed ancor più la minaccia, viepiù se accentuata da costrizione, è dimostrata rivolta occasionalmente per la stessa ragione a ciascuna delle persone offese, come ritenuto, al di là del rapporto di famiglia previsto dalla norma (il ricorso, peraltro non contesta la comunicazione motiva tra madre e figlia, rilevato per due volte).
Perciò il Giudice di appello ha anzitutto dato corretto rilievo, già sul piano probatorio, ancorché non costitutivo di reato, alla direzione collettiva; indiscriminata della minaccia occasionalmente rivolta alla B., che si era fatta accompagnare dal sacerdote per dissuaderlo dal reiterare fatti già commessi anche nei confronti di altre persone abitanti nello stesso edificio. Quindi ha incensurabilmente ritenuto che le singole condotte, in quanto ripetute nei confronti di donne di qualsiasi età conviventi nell’edificio (v. il ripetuto arresto dell’ascensore dello stabile, dopo che l’una o l’altra vi si era immessa per sfuggire allo stesso autore dei fatti, ben più del seguirne ostentatamele taluna) le coinvolgesse tutte.
2.2. Risulta inoltre anche manifestamente infondato l’argomento di genericità e perciò inoffensività di qualsiasi minaccia presa in esame nelle sentenze, men che le implicazioni che il ricorso vuoi trarre da comportamenti dimostrati di inequivoca valenza. Basti riflettere, si ripete in senso inverso, che lo stesso evento di molestia poi ripetuto è un male ingiusto e che la correttezza della motivazione non è inficiata dalla provenienza della minaccia da persona che manifesti comportamento maniacale. Proprio la relativa consapevolezza può accrescere il turbamento di coloro che si attendono da tele persona un ingiusto male.
È il senso evidente delle sentenze, al di là dalla ratio di previsione della misura di sicurezza nella specie applicata. L’insistere in merito in questa sede, ben più che non essere consentito, travisa l’elemento soggettivo del reato per la capacità dell’imputato.
2.3. Finalmente se la norma incriminatrice di cui all’art. 612 bis è speciale rispetto a quelle che prevedono reati di minaccia o molestia, non lo è rispetto all’art. 610 c.p..
In questa luce risulta in conclusione incensurabile la sentenza sia nell’aver ravvisato lì concorso di reati, sia nel ritenere taluni atti turbativi di persone diverse, oltre il soggetto coinvolto dalla singola condotta, sia nel motivare la responsabilità per i fatti ritenuti.

References: sentenza 
 Cass. 
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 SENTENZA 
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