Source: http://www.papapionono.it/pio-ix-e-la-condanna-di-girolamo-simoncelli/
Timestamp: 2017-10-22 20:57:11+00:00

Document:
Approfondimenti Pio IX e la Condanna di Girolamo Simoncelli
Il testo di questo studio – riveduto e corretto — è tratto da: Atti II Convegno di ricerca storica su Pio IX, 1977, pp. 385-396.
L’argomento di questo capitolo è il più difficile e penoso dal lato storico-etico e psicologico perché di fronte a una condanna a morte tutti si sentono in disagio, specialmente oggi e se si pensa che questa sentenza è stata emessa dallo Stato Pontificio; è la più sofferta pagina di Senigallia, che per cento anni ha diviso la città in due sponde opposte, suscitando, specialmente nel secolo scorso e nel primo ventennio di questo secolo, polemiche virulenti, scritti, lapidi e monumenti contraddittori; è la più complessa rievocazione storica, perché il tristissimo caso (come quello analogo di Monti-Tognetti) si può vedere da due angolature diverse e diametralmente opposte:
1 la sentenza di condanna vista dal lato delle leggi, del Codice Penale e del sistema giuridico dei Governi di allora (compreso lo Stato Pontificio), ha una sua qualificazione, legalità e giustificazione inoppugnabile;
2 la sentenza vista dal lato politico odierno dal comportamento dei partiti, della demagogia, ha un significato contrario, odioso e dissacrante.
Le domande che si sollevano su questo argomento possono essere di quattro specie:
1 Simoncelli, giustiziato il 2 ottobre 1852, colonnello della Guardia civica di Senigallia, era un reo o un martire della libertà? Quali delitti gli furono imputati?
2 Quale fu la responsabilità di Pio IX nella condanna pronunziata dalla Sacra Consulta, con la sentenza del 21 febbraio 1852?
3 Pio IX poteva concedere la grazia?
4 -Perché si fa la rievocazione di questo tragico episodio?
I. SIMONCELLI È UN REO O UN MARTIRE DELLA LIBERTÀ ?
1 Se leggiamo gli Atti processuali della Sacra Consulta, in prima istanza il 31 dicembre 1851, in seconda sessione definitiva e sentenza del 21 febbraio 1852, SIMONCELLI ed altri 12 imputati sono colpevoli, con animo deliberato e spirito di parte per queste imputazioni:
connivenza con la “Compagnia Infernale o degli Ammazzarelli “
invasione del Palazzo del Governatore e manomissione di Atti
violenze e usurpazioni al Brugnetto
assassinio di Lanari e Berluti in carcere
invasione dell’Episcopio, sequestro di carte e denari, ingiurie al Vescovo Giusto Recanati
2 Se esaminiamo invece i due libri del Bonopera (1), la lettera del Sindaco di Senigallia e del Presidente del Comitato del 15-8-1912 (v. appendice 1); l’epigrafe posta sotto l’arco del Comune il 2-10-1912 (v. appendice 2); il monumento eretto nel luogo dell’eccidio nel Centenario della esecuzione (2 ottobre 1852-2 ottobre 1952) (v. appendice 3), SIMONCELLI è un martire della libertà, vittima di Pio IX, e Pio IX è chiamato carnefice, spergiuro, dissoluto e traditore.
Simoncelli è reo?
Si è reso colpevole di vari reati, ma dietro di essi c’era anche da punire la efferatezza degli ammazzarelli; anche Pio IX in una lettera inviata al Gonfaloniere di Senigallia il 16 ottobre 1849, parlava di questo sovvertimento (v. appendice 4) era ben triste infatti il nome di alcune città delle Marche, in tutto lo Stato Pontificio, per l’azione illegale e spesso criminosa di alcune bande brigantesche che operavano a Imola “La Squadraccia”; a Pesaro, Jesi, Camerino, Serra S. Quirico, Sanseverino, ecc. e specialmente ad Ancona, la “Lega Sanguinaria” o degli “Accoltellatori”; a Senigallia agiva la Società degli “Ammazzarelli” o “Compagnia Infernale “.
Anche il nostro Monti Guarnieri negli “Annali di Senigallia” descrive questo concitato periodo, le settarie rappresaglie, le vendette di sangue, le rapine, le atrocità di ogni sorta (pp. 332-340).
Nei due volumi del Bonopera “Sinigallia nel 1848-49 e il processo di Girolamo Simoncelli”, si parla diffusamente degli eccessi deplorevoli della Società Infernale: “…Questi delitti commessi in Senigallia, che, se sono in minor numero di quelli che faceva credere la leggenda interessata dei nemici della Repubblica, sono poi purtroppo abbastanza numerevoli e specialmente alcuni, di indiscutibile gravità” (vol. I pag. 9). Solo che il Bonopera, uomo troppo di parte, riversa la responsabilità degli eccidi sui gesuiti e i preti! … “essi furono gli autori morali, gli ispiratori veri, essi armarono la mano di coloro che si abbandonarono in Senigallia ai deplorevoli omicidi… E da Gaeta partivano circolari ed ordini segreti a preti, a frati ed ai papalini più fegatosi e più fidi perché cercassero in ogni modo di portar la ribellione e lo sconvolgimento … “.
L’Anselmi, nella raccolta di studi storici su Senigallia (2) parla con larghezza di notizie e di critica più imparziale sui duri giorni che visse allora la città quando il delitto era frequentissimo ovunque, quale risultato di uno stato endemico di povertà, di ignoranza e di diffuso alcoolismo.
Il 15 aprile 1849, con un decreto dei Triunviri Romani Mazzini, Armellini e Saffi, venivano mandati quali Commissari straordinari per riportare l’ordine nelle Province di Pesaro, Urbino e Ancona, Dall’Ongaro e il nostro Deputato Dott. Maria Bernabei; ma poco dopo venne inviato–dati gli insoddisfacenti risultati di questi Commissari–Felice Orsini, con pieni poteri, per reprimere le rapine, gli eccidi e le vendette che insanguinavano le nostre terre. “L’assassinio non è Repubblica–tuonava Mazzini–bisogna reprimere e punire”.
Questa gravità dei reati e della responsabilità dei condannati vengono messe in chiara luce dalla sentenza della Consulta: in particolare si denuncia la specifica responsabilità di Simoncelli (3).
II. QUALE FÙ LA RESPONSABILITÀ DI PIO IX NELLA CONDANNA DEL SIMONCELLI ?
Pio IX non era un Capo assoluto “in re temporali” che esercitava personalmente lo “ius vitae et necis”; ciò era demandato al Tribunale competente e legittimo, che era il supremo Tribunale della Sacra Consulta (Appendice 5/A-5/B).
Pio IX poteva dare o negare la grazia–l’ha concessa ad altri–a questo no, vi erano gravissimi motivi per non farlo.
“Se la bontà è una virtù degna del principe, la giustizia tuttavia deve essergli forma di tutte le virtù”, uti ait XXX Testis Ord. Rom. (Summ. p. 569, & 1818). Et iam S.D. in ipsa “amnistia” a 1846 in fine decreti monuerat: “Se la clemenza è il più bell’attributo di un Sovrano, la giustizia ne è il più sacro dovere” (summ. pag. 595, & 1916).
“Maxima voce inclamarunt liberales et inimici Ecclesiae, liberationem petentes horum Monti et Tognetti, at non horruerant mortem innocentium, ad quos occidendos arma eis dederant, dein autem periculo insurgente ad fugam se dederunt”. (Responsio ad Novas Animadversiones–De heroicis virtutibus S. D. pp. 73-74).
Chi inorridisce della morte di Monti e Tognetti e Simoncelli… deve deplorare anche la morte degli innocenti, e sono tanti, che perirono per causa loro.
La legislazione allora vigente e il Codice Penale di tutti i Governi di allora (compreso lo Stato Pontificio) per questi casi gravissimi, specialmente per gli eccidi, prevedevano la pena capitale.
Il processo quindi più che a Pio IX si dovrebbe fare alla Chiesa preconciliare: difatti non si fa il processo a Gregorio XVI, a Sisto V, a San Pio V (quante furono le esecuzioni capitali anche sotto San Pio V); non si fa ai Papi dell’inquisizione; nel caso, dico, si dovrebbe fare alla concezione teologica, morale e canonica del tempo di allora, che ammetteva, giustificava, riteneva necessaria in alcuni casi, anche la condanna all’ultimo supplizio: questione grave che solo in drammatici momenti della storia (e uno è quello che noi attualmente viviamo) si può proporre e subire per la salvezza del corpo sociale.
III. PIO IX POTEVA CONDERE LA GRAZIA A SIMONCELLI ?
Egli la poteva concedere, come nella stessa condanna del Simoncelli è stata condonata a Gaetano Simonetti, date le particolari condizioni della famiglia del condannato; a Simoncelli che venne concessa perché la Sacra Consulta lo ritenne il più responsabile per l’ufficio che ricopriva, per il ruolo di capo morale e ideale della fazione e del Circolo popolare che guidava la rivoluzione Senigalliese, per la connivenza con gli “Ammazzarelli”.
Sulla concessione della grazia v. il capitolo: “Pio IX poteva concedere la grazia a Simoncelli ” nel mio volume: “Pio IX e il Risorgimento; Appendice: Senigallia e Pio IX nel Risorgimento” – Tip. Adr. Senigallia, p. 92-94.
L’opportunità relativa alle istanze della grazia sovrana da parte delle sorelle di Simoncelli e da parte del Card. Lucciardi, Vescovo di Senigallia, e la motivazione della loro non accoglienza, sono state esposte nella “Nuova Rivista ” a pag. 46~49.
Riportiamo alcune note da me pubblicate nel sopracitato volume:
Il Conte Soderini il 21 Settembre 1912 pubblicò sul Corriere d’Italia un lungo studio su “Le gesta e il processo della Compagnia Infernale di Senigallia– nei documenti dell’Archivio di Stato” e ne risultò la più bella e la più nobile rivendicazione di Pio IX, proprio in quei giorni in cui l’On. Bonopera dava alla luce il suo libro che ne offuscava la memoria.
Il Soderini riporta tutte le petizioni che arrivavano al Car. Lucciardi (tra le quali quella della Sorella del Papa, Teresa Mastai – Giraldi) perché intercedesse presso Pio IX.
Non fu il Cardinal Lucciardi insensibile a tante istanze già aveva parlato al Papa: tornò nuovamente ad insistere con lui. Quale ne fosse il risultato sappiamo dalla seguente lettera da lui diretta a Mons. Matteucci:
Dalle stanze di S. Andrea della Valle, 29 marzo 1852.
“Il sott.o Cardinale Vescovo di Senigallia, avendo avuto ieri l’onore di rassegnare alla Santità di N. S. una supplica ed alcune lettere relative all’inquisito GIROLAMO SIMONCELLI di Senigallia, la S. S. si degnò ordinare che l’una e le altre fossero rimesse a V. S. Ill.ma e R.ma, perché voglia fargliene relazione siccome dal relativo processo”.
“Il Cardinale scrivente prende questa occasione per raccomandare a V. S. Ill.ma e R.ma l’altra istanza di Domenico Candolfi e gode a quest’occasione di confer. con distinta stima”
D. Card. LUCCIAPDI V.
Questa lettera è prova manifesta della buona accoglienza fatta dal Papa alle istanze dei Cardinale e dei cittadini di Senigallia e mostra insieme come in cuor suo non albergasse prevenzione o contrarietà alcuna a carico del Simoncelli.
Che se la relazione a lui fatta non riuscì favorevole al Simoncelli, la colpa non è davvero sua. Egli non poteva che stare alle risultanze del processo, quali gli venivano trasmesse. Ora, a prescindere che il Matteucci era un uomo duro, poco facile a commuoversi, sta il fatto che tutti i giudici, tra i quali eran certo persone miti di spirito e tutt’altro che sanguinarie–basterà citare i nomi di Augusto Negroni, Luigi Fiorini, Terenzio Carletti, Bartolomeo Pacca, Domenico Bartolini ecc.–sta il fatto, dico, che tutti costoro s’eran formati il convincimento che il Simoncelli fosse davvero colpevole.
Abbiamo due sentenze, una del mercoledì 31 dicembre 1851 (sopra riportata), l’altra emessa dai due turni riuniti del supremo tribunale, in data di sabato 21 febbraio 1852 con questa si confermava con voti 11, sopra 12 votanti, la condanna del Simoncelli all’estremo supplizio.
I Giudici furono impressionati dal vedere che egli era l’anima di tutto, in bene e in male, ordinando arresti e scarcerazioni, sequestrando e restituendo carte ed altri oggetti, sostituendosi alle autorità senza punto interrogarle, e ricorrendo viceversa ad esse, quando meglio lo stimava, rappresentando insomma solo egli tutte le più svariate parti. Che abbia cercato di risparmiare qualche vittima può darsi, ma questa propizia ipotesi lo lava da ogni responsabilità di fronte alle vittime immolate? E poi perché salvare i Gambelli, che avevan sottoscritto una carta che li faceva passare per rei, e non fare ogni sforzo per conservare in vita il Lanari e il Berluti che, malgrado avessero il pugnale sotto la gola, s’erano rifiutati a prostituire la loro innocenza confessandosi colpevoli? E notisi altra particolarità. Si trattava di sentenza di morte per parecchi. Che effetto avrebbe fatto il vedere sfuggire chi aveva avuto molti patrocinatori, mentre invece gli altri–gli stracci–perché privi di tal patrocinio venivano giustiziati? Che avrebbero detto le disgraziate vedove di quei due trucidati?
Tutto ciò serve a spiegare perché i giudici venissero in quella sentenza così severa, perché non attenuassero di qualche grado la pena, come oggi noi, se giurati in causa analoga, faremmo volentieri. Ma ciò serve a persuaderci che non fu la preoccupazione politica a far condannare il Simoncelli, ma la complicità, sia pure forzata, in un delitto comune.
Certo poi rimane questo: in tutto lo svolgersi del processo mai appare il più lontano accenno ad una qualsiasi influenza personale e in qualsiasi senso di Pio IX.
Il Sac. Dr. Torello Simoncelli nella sua opera “Pio IX e Gerolamo Simoncelli” pubblicata su “Nuova Rivista”, Macerata, 22 Settembre 1912, così termina il suo studio:
E Pio IX? Cosa fece Pio IX del quale si intese con questa commemorazione di Simoncelli (avvenuta a Senigallia il 22 Settembre 1912) infamare la memoria? Chiaro risulta dall’articolo del Soderini quale fosse la sua condotta e come grande fu l’interessamento suo pel condannato. Se non poté accordare la grazia, di chi la colpa? Non certo la sua.
La malafede però non si arresta e quando si è cominciato a falsare si procede innanzi con disinvoltura degna di miglior causa.
Nel manifesto infatti che venne pubblicato dal Comitato per le onoranze al Simoncelli, Comitato presieduto dall’On. Bonopera, si leggono alcune parole che sono una fiera requisitoria contro Pio IX il quale: “Sordo non pure ad ogni voce di giustizia, sì anche ad ogni richiamo dl pietà che gli veniva dal dolce luogo natio, volle confermarla di sua mano l’iniqua sentenza di morte”.
Ma quale la risposta a sì enorme falsità? La diede il Soderini, in data 21 Settembre 1912, inviando all’on. Bonopera una sfida a mezzo della “Voce Misena” di Senigallia. Ecco le sue parole: “Io regalo mille lire –(siamo nel 1912!)–per l’opera o la persona che l’On.le Bonopera vorrà, purché egli cortesemente mi mostri la sentenza di morte con la firma autentica di Pio IX”.
La risposta ci sembra chiara ed evidente, non venne mai, perché Pio IX non firmò nessuna condanna, come non firmavano Sisto V e S. Pio V.
IV. PERCHÈ RIEVOCHIAMO QUESTO TRAGICO EPISODIO ?
Lo ricordiamo per due motivi:
1. Molti storici e anche molti cittadini di Senigallia dicono: si deve dire tutto bene di Pio IX? perché non toccare anche i punti oscuri del suo pontificato? chi non ricorda la condanna di Simoncelli? ecc.
2. Tra le obiezioni e difficoltà che si fanno alla Causa di Beatificazione di Pio IX, c’è anche questa “eccezione”: come si concilia la bontà e la carità di Pio IX, il suo ufficio di paternità universale con una condanna a morte?
Anche Pio X sembra aver detto, a proposito della condanna di Monti-Tognetti: “Basterebbe questo fatto per impedire la canonizzazione del Servo di Dio”.
Se Pio IX – oggi vivesse?
Innanzitutto l’oggi non si giudica con il criterio che avranno i nostri posteri tra cento anni, ma lo giudichiamo con l’oggi che viviamo. Cosi anche il fatto di ieri, di cento anni fa, bisogna giudicarlo, bisogna tornare, bisogna rivivere il costume, la mentalità, la legislazione del secolo che fu.
Anche Paolo VI, pur difendendo strenuamente il deposito della fede, non si comporta con gli erranti come si comportò Pio X; toglie scomuniche inflitte all’Oriente mille anni fa, ridona all’Oriente il capo di S. Andrea e le bandiere di Lepanto, ecc.
Ogni Papa va giudicato nel periodo in cui visse e in cui vive.
Noi comprendiamo Pio IX, stretto in un dilemma traumatico senza uscite: la disciplina, l’ordine, le leggi dello Stato, la difesa degli uccisi ecc., da una parte, e l’animo paterno, il concittadino benefico, il sacerdote santo dall’altra parte.
Noi comprendiamo anche le polemiche, le escandescenze e le lapidi infamanti contro Pio IX; era il passaggio drastico e cruento da una dominazione austriaca, borbonica, assoluta, ad uno stato moderno libero, costituzionale e laico.
Ma da ambedue le sponde, esaminando gli avvenimenti con animo più sereno ed imparziale, si deve sentire una intima sofferenza: molte espressioni si potranno togliere dall’una e dall’altra parte, ma la verità resta: e la verità è che Pio IX, allora, e cioè più di un secolo fa, dati gli eccidi di bande terroristiche, il clima infuocato dei rivolgimenti politici, le leggi del tempo, il comportamento analogo di tutti i governi, le strutture delle Curie, ecc. non poteva fare diversamente di quello che ha fatto.
Noi quindi ricordiamo questo avvenimento diffi-cile e penoso, anche se ha fatto soffrire Senigallia, anche se è un caso che può essere giudicato in modo diametralmente opposto, come detto sopra, perché prima di noi ne ha crucialmente sofferto Pio IX, come per altre e più tragiche pagine del Suo Pontificato; ne ha sofferto perché era dotato di profondissima umanità e di spiritualità evangelica, ma non era personalmente responsabile di questa sentenza perché il Tribunale di allora aveva tutti i carismi dell’etica e del diritto: non ci deve essere quindi un processo a Pio IX, ma una completa riabilitazione il giudizio su Pio IX che agisce tramite il Tribunale della Consulta, deve essere conforme a quello su S. Pio V che agisce tramite il Tribunale dell’inquisizione.
IL MUNICIPIO DI SENIGALLIA E GIROLAMO SIMONCELLI
In data 15 agosto 1912, il Municipio di Senigallia, promuovendo onoranze postume alla memoria dell’ex Tenente Colonnello della Guardia Civica, inviava ai Sindaci della regione la seguente lettera circolare, che noi riportiamo senza commenti, essendo per se stessa eloquente e tale da persuadere di quale spirito settario siano animati certi uomini e certi partiti:
Lì 15 agosto 1912.
“Il 2 ottobre 1852 il colonnello Girolamo Simoncelli, di non altro colpevole che di avere amato la patria con cuore di patriota, con fede di apostolo, con fervore di poeta, a traverso gl’infingimenti di un processo, in cui furono calpestati e conculcati i più elementari principi di onestà e di giustizia, per la malefica volontà del Pontefice spergiuro e dissoluto fu tradotto sul fortino di Senigallia ed ivi, colpito da una imputazione tanto infame quanto calunniosa, venne barbaramente fucilato da un plotone di mercenari.
La storia registra con orrore l’odioso delitto consumato dal Papa Giovanni Maria Mastai Ferretti ai danni d’un integerrimo concittadino, di cui invano con la più pervicace ostinazione egli si affatico poi di contaminare la memoria purissima. E Senigallia ch’ebbe la gloria e la sventura di essere la madre di Abele e di Caino, mentre sorge a maledir il traditor di Porta Pia macchiatosi anche di fratricidio, chiama a gran voce i migliori figli dell’Italia libera dal glogo teocratico, perché con essa vogliano recare un solenne tributo di onore alla vittima della più feroce e pazzesca reazione.
Nel mattino di domenica 22 settembre p. v. sull’arco d’ingresso del civico palazzo sarà inaugurata una lapide, che canterà il canto dell’odio e dell’amore. Alla solenne cerimonia sono invitati, oltre a varie notabilità del mondo politico, anche i signori sindaci dei comuni che appartennero allo Stato della Chiesa e dei comuni maggiori del regno.
Ascriveremmo quindi ad alto onore se anche cotesto spettabile municipio fosse rappresentato alla cerimonia dalla S. V. Ill.ma, da altri (ove lo desiderassero) e dal gonfalone municipale; e per tanto, nel rivolgere la più calda preghiera di voler aderire a tale invito, le saremmo tenutissimi se–non oltre il 25 corrente–rendesse noto il nome e le qualità delle persone che parteciperanno alle onoranze, affinché possiamo inviarle a tempo il programma del festeggiamenti.
In attesa di favorevole riscontro, con distinta considerazione la riveriamo
On. avv. Augusto Bonopera
Prof. Aroldo Belardi”
Sotto l’arco del Comune il 22 settembre 1912 venne posta questa epigrafe:
“A Girolamo Simoncelli vittima di Pio IX i concittadini 60 anni dopo il martirio”
Alla cerimonia, alla quale si volle dare uno spiccato carattere anticlericale, convennero i “liberi pensatori” di tutta la zona. Parlarono l’Avv. On. Augusto Bonopera, il Sindaco Prof. Aroldo Belardi e l’On. Guido Pedracca: bersagli d’obbligo: la memoria di Pio IX. La lapide era stata murata dove c’era un’antichissima immagine della Madonna che ora è ritornata al suo posto perché la lapide nel 1925 venne spezzata da mano ignota.
Il 9 giugno 1925 uscì per iniziativa di un gruppo di cittadini senigalliesi, un fascicolo intitolato “Per una giusta e doverosa rivendicazione” (Tip. Marchigiana – Senigallia, che chiedeva alle Autorità Comunali l’intervento sollecito e decisivo di restituire alla Verità e alla Giustizia il loro posto d’onore e cancellare l’onta di quella lapide che da tredici anni suonava offesa al nome del grande benefattore di Senigallia, riportando le cose al pristino stato.
Nella piazza tra le scuole elementari “Pascoli” e il Politeama “Rossini”, venne innalzato il 2 ottobre 1952 un monumentino a Simoncelli, e sopra fu posta questa lapide:
“A Girolamo Simoncelli i concittadini, 100 anni dopo il martirio qui dove cadde fucilato il 2 ottobre 1852 perchè amò la libertà e servì con fede la repubblica romana”
Nella Biblioteca Comunale Antonelliana di Senigallia si conserva questa lettera di Pio IX ai suoi concittadini, quasi certamente inedita, inviata da Portici il 16 ottobre del ‘49 “PIO PP. IX. O Dilletti figli, salute ed apostolica benedizione. Non possiamo sufficientemente esprimere a parole la grandezza del lutto e dell’afflizione nostra dalla quale, o diletti figli, tento è preso il nostro cuore per i notissimi dannosi e indicibili crimini e delitti di questa nostra comune patria, perpetrati in essa contro le santissime leggi di Dio e della Chiesa, contro il civile principato della Sede Apostolica e contro noi stessi, e ben noti al popoli vicini e lontani. Essendo infatti a ciascuno cara sopra ogni altra cosa la propria patria, voi stessi, da soli comprenderete, o dilletti figli, quanto sia stata per noi più dolorosa la ribellione di Senigallia che, a molti titoli e con più stretto vincolo, ora tenuta ad obbedire al nostro paterno reggimento. Facilmente comprenderete l’acerbissimo dolore del nostro animo per gli esecrabili traditori delle leggi e della patria che, nelle uccisioni, non risparmiarono i propri concittadini e–mai tralasciati i sommovimenti–hanno tentato di spingere codesta nostra città, nella quale noi nascemmo (il testo reca “horti sumus”) verso una rovinosa caduta. (il testo completo è stato riportato a pag. 393).
LA PRIMA SENTENZA DELLA SACRA CONSULTA
Riportiamo il testo della sentenza generale (documento che si conserva nell’archivio Centro Studi Pio IX):
Sacra consulta mercoledi 31 dicembre 1852 il primo turno del supremo tribunale
Composto degl’illustrissimi e Rev.mi Giudici
Monsignori Antonio Matteucci (Segr. e Presidente)
Costantino Borgia
Filippo Torraca
Coll’intervento di Monsignor illustrissimo
Pietro Benvenuti procuratore generale del Fisco
e della R.C.A. e
Degl’ illustrissimi Signori Avvocati Oliampiade Dionisi (Difensore particolare) Stefano Bruni
Pietro Frassinelli
Pietro Gui
Giovanni Sinistri
Lorenzo Pieri (Difensori di Officio).
Assistendo l’infrascritto Cancelliere.
Si è adunato nella grande Aula del Palazzo Innocenziano in
Monte Citorio per giudicare in merito ed a forme di legge la
Causa Intitolata.
Senigallia di più delitti
segue l’elenco dei 66 carcerati.
(Al N. 60 si legge: Simoncelli Gerolamo sopracchiamato Danielli, del fu Giovanni, nato e domiciliato a Senigallia, di anni 30, libero di stato negoziante, ed ex-Tenente Colonnello della Guardia Nazionale)
Chiusa la discussione, e rimasti soli i Giudici per deliberare.
Invocato il Nome Santissimo di Dio
Il Supremo Tribunale ha reso e pronunciato la seguente
Una fazione di uomini perduti, debole, per se sola, ad abbattere il legittimo Governo, per mandare ad effetto i concepiti disegni di sovvertire ogni ordine di civile società, oltre le simu-lazioni e le frodi, pose in opera anche i mezzi tutti del terrore, sanzionando il tradimento, organizzando bande in più parti dello Stato Ponteficio onde commettere sedizioni, violenze e stragi Senigallia fu una delle Città che nei miseri tempi della sofferta anarchia vide pure conculcato ogni diritto, succeduta dall’autorità della legge la popolare licenza, uomini innocenti cacciati nelle prigioni dai colpevoli, gli onesti altri intimoriti, altri vilmente uccisi dai tristi. Anche in Senigallia si collegarono fra loro i più facinorosi, le unione de’ quali era conosciuta col nome di Com-pagnia degli ammazzarelli o Compagnia infernale. E l’enormità che giornalmente si commettevano da costoro piuttosto che ri-provarsi si applaudivano quasi atti sublimi di virtù patria; per cui si udivano nel pubblico teatro degli EVVIVA alla compagnia infer-nale, e con un avviso a stampa del 27 Febbraio 1849 firmato dal Comandante Civico e dai capi del circolo popolare si annunciava che i cadaveri che ad ora ad ora si vedevano stesi per le vie erano ira di popolo; lezione salutare a quegli uomini ai quali il popolo affidava il Governo Repubblicano; e conforto ai buoni ai veri liberali cittadini; e spavento agli iniqui.
Tale era la misera condizione di quella Città, quando le vit-toriose armate di Potenze amiche accorsero a tutelore e garantire la sede de’ Pontefici e ristabilire la pace e la tranquillità negli Stati della Santa Sede.
Voleva giustizia la punizione de’colpevoli. Vennero pertanto altri imprigionati, altri si salvarono con la fuga. Compilati gli atti si è potuto oggi venire si giudizio su molti de’ commessi delitti de’quali va a tenersi proposito secondo l’ordine della Proces-sura”
SENTENZA DEFINITIVA DELLA SACRA CONSULTA
Sabato 21 febbraio 1852
I due turni del supremo tribunale
Composto da (omissis).
Si sono adunsti nella solita Sala del Palazzo Innocenziano di Monte Citorio per giudicare in Revisione a forma dell’Art. 565, del Regolamento organico e di procedura criminale la Causa intitolata
Bavesi
Simoncelli Girolamo sopracchiamato Danielli, del Fu Giovanni, di anni 30, nato domiciliato in Senigallia, libero di stato, negoziante ed ex Tenente Colonnello della Guardia Nazionale.
Sulla quale causa il Primo Turno di questo Supremo Tribunale nel dì 31 dicembre 1851 pronuncio la sua sentenza.
Premesse le solite preci all’Altissimo;
Sentito il Rapporto della Causa fatto dall’illustrissimo e Reverendissimo Monsignor Borgia, Giudice relatore;
Letta la suindicata Sentenza del 31 dicembre 1851, colla quale per gli omicidi nelle persone di Domenico Lanari e Pio Berluti commessi entro il Forte di Senigallia nella notte del 12 aprile 1849 come colpevoli degli omicidi medesimi con animo deliberato per spirito di parte ed in seguito il precedente condetto a maggioranza di voti furono condannati alla pena dell’ultimo supplizio Bavosi, Bedini, ecc., Gerolamo Simoncelli, ecc.
I due turni del Supremo Tribunale hanno pronunciato la seguente
(segue la descrizione dei reati, delle testimonianze, ecc.)
Condanna all’ultimo supplizio Domenico Bavosi, ecc. Gerolamo Simoncelli, ecc.
Mencucci A. – Pio IX e Senigallia, Fano, 1993, pp. 95-99

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
in fine
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 SENTENZA 
 sentenza 

SENTENZA 
 Sentenza