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Timestamp: 2020-08-06 07:41:16+00:00

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FREESOULS: Ego te Absolvo, la nostra opinione
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in nomine Pavlov et Freud
et psichiatria sanctii
L’opinione di FREE SOULS
MALATI O CRIMINALI ?
In un’intervista titolata “Eppure vi dico che chi uccide non è matto” (Il Giornale del 17 giugno 2001), alla domanda se vi sia qualcuno che specula sui delitti, il Prof. Vittorino Andreoli, psichiatra, risponde: «Gli psichiatri, innanzitutto. Il nostro ruolo nel processo è esagerato. Ci basta dichiarare che un omicida è incapace di intendere e di volere per spazzare via anni di indagini dei carabinieri, della polizia, dei pubblici ministeri. È un potere folle. Siamo arrivati al punto, nel caso dello studente di Sesto San Giovanni, di trovarci nel penitenziario in sette fra periti d’ufficio e di parte. Una volta era il giudice il peritus peritorum».
Che cos’è l’incapacità di intendere e di volere? Secondo lo Zingarelli intendere è «Comprendere, intuire, interpretare», mentre volere è «Tendere con decisione ferma, o anche col solo desiderio, al conseguimento o alla realizzazione di qualcosa». Se ne evince che la capacità di intendere e di volere presuppone una comprensione di quanto accade o sta per accadere, o si vuole far accadere, unitamente ad una volontà a far sì che il fatto accada, o a permettere che il fatto accada (in caso di omissione). Infatti in ambito giuridico, la capacità di “intendere” è definita come attitudine a percepire in maniera corretta la realtà e il proprio comportamento nelle sue conseguenze all’interno di essa. Capacità di “volere” è l’idoneità ad autodeterminarsi, scegliendo autonomamente la condotta più ragionevole in vista dei fini che si vogliono perseguire.
A chi non è mai successo di dire o fare qualcosa per poi dire, subito dopo, «mi dispiace, non volevo»? Quante volte ci siamo trovati in una tale situazione? Quante volte abbiamo fatto cose che non intendevamo accadessero? Quante volte abbiamo fatto cose senza comprenderne o prevederne a priori le conseguenze? E allora, siamo tutti incapaci di intendere e di volere? Siamo tutti degli interdetti bisognosi di cure psichiche? Questo, purtroppo, alla lunga pare essere il teorema.
Eppure una differenza c’è. Fino a quando questi episodi di “incapacità di intendere e volere” temporanea (che si verifica, cioè, al momento dell’episodio) si riducono a vicissitudini del quotidiano dove non ci scappa il morto, essi vengono etichettati come “gaffes”, “imperizia”, “mancanza di tatto” oppure “raptus” e non succede nulla. Ma se da queste “gaffes” ne nasce del danno ampio, allora diventano di rilevanza penale. Se ne evince che la differenza sostanziale tra una persona normale (sociale) e un criminale (Individuo con forte tendenza al comportamento antisociale – Zingarelli) consta nella “portata” dei danni commessi. Più una persona combina guai grossi, più essa è considerata “criminale” dalla collettività, e la collettività cerca di non avere a che fare con lei isolandola (ad esempio, in un carcere).
Oggi, però, sta nascendo una nuova “moda” giudiziaria, quella delle assoluzioni per impunibilità determinata dalla formula “incapace d’intendere e di volore”. Tuttavia, per progettare l’omicidio di una suora, o dei propri familiari, e poi tentare di darla a bere agli inquirenti, ci vuole una bella capacità sia di intendere che di volere, e una certa perseveranza nel tempo.
Prendiamo il caso menzionato dal Prof. Andreoli. «Non è penalmente punibile, perché una totale infermità di mente ne ha annullato la capacità di intendere e di volere nel momento in cui il 12 febbraio ha ucciso la sua 16enne ex fidanzata Monica nel cortile di scuola a Sesto San Giovanni». Eppure è stato capace di avere una relazione sentimentale, di andare a scuola e venire promosso fino alle superiori, eccetera, tant’è che prima dell’omicidio era considerato normale (a parte i soliti “dietrologi” che “dopo” diventano improvvisamente intelligenti e giurano che loro sapevano già tutto, ne se erano resi conto). «Quel che è certo è che non è un assassino – ha detto il suo difensore, Nadia Alecci – il ragazzo non è capace di intendere e volere, non può rimanere nel carcere minorile: bisognerà trovare una comunità terapeutica». (da “La Repubblica” del 24 maggio 2001).
Chi è, allora, un assassino? Chi è un criminale punibile? E ancora, qualcuno conosce per caso un cosiddetto criminale che intendeva veramente commettere il crimine? Forse la manovalanza mafiosa? Ma in questo caso, essendo loro nati e cresciuti in quel particolare tessuto sociale, ed essendo stati educati fin dalla tenera età al rispetto dei dettami della mafia (o della camorra, o della n’drangheta…), e vivendo costantemente in mezzo ad altri che istigano all’aderenza alla vita mafiosa, pena l’emarginazione da quella che per loro è, volenti o nolenti, la vita reale, non sono forse anch’essi, al momento del crimine, incapaci di intendere o di volere in modo autodeterminato? Non sono piuttosto essi stessi vittime plasmate ad hoc, talmente imbevute di quella particolare realtà, che sono oramai incapaci di distinguere ciò che è bene da ciò che è male, ma anzi, sono stati portati, fin da piccoli e contro la loro volontà scienziente, a credere che quello fosse il bene? Quel che si vuole insinuare qui, è che seguendo certi teoremi si può dimostrare tutto e il contrario di tutto. Dipende, come recita la canzone, dall’angolazione con cui la si guarda. Nonché, aggiungiamo noi, dallo scopo che si persegue.
Giustamente si chiede la Signora Marzia: «Torniamo alla perplessità che mi nasce dal concetto di esclusione di colpa (e di pena) per il reato consumato durante una temporanea incapacità di intendere e di volere. Questa classificazione, riferita ad atti gravi come l’omicidio, mi sconvolge più che in altri casi. Però io mi domando, come si può escludere che qualunque tipo di reato, dal minore al più efferato, compiuto sotto l’impulso del momento, non rientri nella formula magica della non colpevolezza per incapacità di intendere e di volere? Chi ruba spinto da un desiderio improvviso e irresistibile ci rientra? Chi, sorpassato malamente da un’auto (o derubato di un posto di parcheggio), aggredisce il conducente, segue un impulso momentaneo di improvvisa follia? Sono sgomenta perché di questo passo viene da domandarsi se anche lo stupro non sia un’azione dettata da una momentanea assenza di capacità di intendere e volere, determinata da un eccesso di ormoni in quel momento. E si arriva ai delitti più gravi come l’omicidio, sia si tratti di figlio/a, fratello-sorella, padre-madre, moglie-marito, amico e così via, dove la provocazione può anche essere stata grave. (Ma mai tale da giustificare un omicidio). Non esiste più il delitto d’onore, ma una moglie trovata a letto con l’amico fa scattare la formula dell’incapacità di intendere e di volere temporanea? “È stato un momento di follia, non so cosa mi sia preso, non ricordo più bene, è stato come se un altro avesse agito al mio posto...” Di questo passo il delitto si depenalizza» … «Perché vedete, forse sbaglierò, ma ritengo che, salvo eccezioni e casi estremi, chi sa distinguere il bene dal male, quando commette un reato, ne sia consapevole. Anche se in condizioni di alterata coscienza. A meno che la sua incapacità d’intendere e di volere sia permanente. E davvero non so, come si possa garantire il comportamento futuro di un individuo, giustificando un delitto con la motivazione della follia temporanea. O li giustifichiamo tutti, o nessuno, salvo rare e ben precise eccezioni».
Succede quindi che due padri di famiglia attanagliati dai debiti, resi “incapaci d’intendere e di volere” da una situazione finanziaria disperata, nonché dalla vergogna verso i propri familiari e conoscenti, decidano di risolvere il loro problema sequestrando una ragazza (sequestro Caponeri – giugno 2001). I due “criminali” vengono presto individuati e arrestati e la Giustizia Italiana, una volta tanto, nell’arco di una settimana li processa e li condanna a 16 e 14 anni di carcere. Diciamolo pure, se la sono cercata e meritata; non si va in giro a sequestrare le persone a scopo di estorsione per risolvere i propri problemi. Tuttavia, ci sia consentito, la sentenza e la dinamica giudiziaria stridono un po’ con il caso di quel ragazzo genovese che ha ammazzato la madre a martellate, e che poi è stato giudicato (dagli psicoterapeuti di turno) incapace d’intendere e di volere, nonché socialmente non pericoloso – è solo un povero ragazzo che racconta un sacco di bugie e che quando si sente smascherato si difende col martello, una cosa banale, insomma, una ragazzata –. Il ragazzo, dopo tale “giudizio”, è diventato impunibile per la legge, ed è tornato a casa sua, alla sua vita: sennonché qualche giorno dopo la scarcerazione, ha travolto con la propria moto un anziano signore che camminava tranquillamente per strada. Che volete, poverino, non intendeva fare del male.
Tornando al nostro esempio di cronaca «… Roberto, 17 anni, non può essere obbligato a un ospedale psichiatrico giudiziario, escluso dalla Corte Costituzionale per i minorenni. Nello stesso tempo non può essere rimesso in libertà, perché il grave disturbo di personalità narcisistica-schizoide, sviluppatosi nell’adolescenza, lo rende ancora socialmente pericoloso (perché, altrimenti l’avrebbero liberato!?!?!?, N.d.R.). E neppure può restare in alcun modo in carcere, perché, dopo aver protetto gli altri da lui, bisogna proteggerlo da se stesso, visti i propositi suicidi che gli psicologi colgono non nel senso di colpa che non avverte, ma nel meccanismo stesso della sua malattia (e chi lo dice, lo psicologo?!?!?!, e come si evita il suicidio, legandolo al letto? imbottendolo di psicofarmaci fino a trasformarlo in un vegetale “incapace” di suicidarsi? N.d.R.). Così la perizia d’ufficio … nell’esplorare il labirinto della mente del minorenne, finisce anche per spingersi al confine di quanto la legge può prevedere rispetto a casi-limite come questo: l’affidamento a una comunità specializzata, che lo aiuti a curarsi con psicoterapia e farmaci». Ed ecco svelato l’arcano, lo scopo di una tale perizia. Sottrarre alle patrie galere clienti a vantaggio della propria bottega. I due maldestri sequestratori, avanti con l’età e senza una lira in tasca, vanno in galera, mentre il giovane fanciullo con una lunga vita davanti a sé e di famiglia bene, va’ in una comunità specializzata, che lo aiuti a curarsi con psicoterapia e farmaci. E se non può pagare la famiglia, poiché si tratta di “aiutare” una giovane vita, pagherà lo Stato, cioè noi.
E questa francamente è una discriminazione. Non comprendiamo il motivo di trattamenti così disuguali. È vero che ci sono persone “incapaci d’intendere e di volere” – quelle generalmente etichettate matte – e che queste persone talvolta commettono delitti: per loro l’art. 85 del codice penale prevede l’impunibilità. Ma si tratta di pochi casi eclatanti che chiunque saprebbe riconoscere senza necessariamente l’ausilio di un’orda di periti per stabilirne le menomate condizioni psichiche. Tutti gli altri casi sono mere sperequazione.
Thomas Szasz, autore del libro “L’Incapace”, è anche autore del libro “Malattia mentale, etichetta strategica”. Tale titolo ci sembra calzare a pennello in questa sede. Poiché ci pare proprio che le varie perizie attestanti la sussistenza dell’incapacità “temporanea” d’intendere e di volere siano delle etichette strategiche, realizzate artatamente per scopi che esulano dall’ambito della giustizia. Infatti mirano a creare pazienti che da lì in poi dovranno curarsi con psicoterapie e psicofarmaci (o continuare a farlo coattamente), e tutto questo con il placet della legge. Anche i pedofili, opportunamente etichettati, stanno per fare la stessa fine.
A tutti capita di avere i “cinque minuti” di follia, tutti nel corso della vita hanno dei “raptus”, “perdono le staffe” e fanno cose stupide, ma non tutti, anzi ben pochi, commettono crimini tanto odiosi quanto quelli che invadono le cronache dei media. E giustificare la commissione di un crimine, ad esempio un omicidio, con la scusante che il reo era “temporaneamente incapace d’intendere e di volere”, e in questo modo sottrarlo alla pena prevista dalla legge per chi commette quel tipo di crimine, è veramente un colpo basso.
Non si tratta di fare i bacchettoni moralisti, o voler tornare al Medio Evo, o invocare la pena di morte, come sarcasticamente lamenta il Prof. Romolo Rossi, uno degli estensori della perizia psichiatrica del matricida martellatore (per inciso, vale la pena dare un’occhiata a tale perizia: non è una classica “arrampicata sugli specchi” bensì un’arrampicata direttamente nell’aria in un ambiente sottovuoto; lo specchio, quantomeno, una base d’appoggio, seppur scivolosa, la offre). Si tratta di ridare credibilità alla Giustizia, di ridare sicurezza alla quotidianità. Che fiducia può esservi nella Giustizia, e quale sicurezza nella vita quotidiana, se un assassino viene giudicato “impunibile” perché gli sono venuti i “cinque minuti di follia” e in quei cinque minuti non era responsabile delle sue azioni, e lo ritroviamo perciò libero per strada con la possibilità che gli vengano altri “cinque minuti” o magari “dieci”? E coloro i quali, tramite l’autocontrollo, anziché avere i cinque minuti di follia hanno i cinque minuti di incazzatura e invece di inveire con un martello (o un coltello) inveiscono a parolacce o tutt’al più inveiscono contro una proprietà materiale dell’avversario, come li trattiamo? Li mandiamo normalmente in galera e nessuno ha nulla da ridire.
La Giustizia, una volta, era delegata a persone riconosciute sagge e giuste, le quali giudicavano l’operato – quindi le azioni, i fatti, la realtà oggettiva – delle persone e ne stigmatizzavano i comportamenti dannosi, condannando i responsabili a subire delle pene per le loro azioni, affinché ciò non avesse a ripetersi. I Giudici, da tempo memorabile, vestono toghe nere. Ma da quando sono apparsi i giudici in toghe bianche (o camici bianchi), che anziché giudicare le azioni, i fatti, la realtà oggettiva, giudicano le intenzioni, le ipotesi e la realtà soggettiva, vi è stato uno stravolgimento dei significati, l’assassino non è più assassino, il criminale omicida diventa socialmente non pericoloso, in parole povere la giustizia non esiste più.
Si parla tanto di rieducazione (e noi siamo decisamente per la rieducazione piuttosto che per la reclusione senza sbocchi), ma dov’è la rieducazione in queste sentenze? È forse rieducativo lasciare libero un matricida? Rieducativo per chi? Oppure è rieducativo togliere un ragazzo omicida dal carcere per metterlo in una “struttura terapeutica” – il nuovo nome dei manicomi – dove verrà ingozzato di psicofarmaci? Poiché è palese che tali persone non hanno raggiunto la piena maturità, non è forse il caso di tenerle chiuse, per il bene della comunità, da qualche parte e rieducarle sul serio come il termine impone? (Dallo Zingarelli: Rieducare – Educare di nuovo e meglio, colmando le lacune e correggendo le storture della prima educazione.)
La “capacità di intendere” implica «Comprendere, intuire, interpretare, un’attitudine a percepire in maniera corretta la realtà e il proprio comportamento nelle sue conseguenze all’interno di essa». Capacità di “volere” è «l’idoneità ad autodeterminarsi, scegliendo autonomamente la condotta più ragionevole in vista dei fini che si vogliono perseguire». È indubbio, a ben guardare, che ogni crimine piccolo o grande che sia è una manifestazione di una incapacità in tal senso. È altrettanto indubbio che da qualche parte, in seno alla famiglia o nell’ambito scolastico, il processo educativo non ha svolto appieno il suo ruolo per formare una persona in grado di relazionarsi positivamente ed in modo autodeterminato con il prossimo, sempre e in qualsiasi situazione, come fanno la maggior parte delle persone. Pare a noi che per ripristinare tale capacità giovi di più il ritorno sui testi scolastici che non l’assunzione di pillole “magiche”. Quale educazione possono mai produrre delle pillole? E quale autodeterminismo poi, se è vero, com’è vero, che si agisce con la tal sostanza sulla tal parte del sistema nervoso al fine da ottenere il tal’altro comportamento imposto? È come il gioco dell’orso dei luna park: se si spara addosso all’orso colpendolo in punti prestabiliti esso cambierà direzione. E l’autoderminazione? Roba d’altri tempi come ci ha spiegato mirabilmente Tom Wolfe nel suo articolo “Il cervello senz’anima”.
Posto che sottile, se non proprio nulla, è la differenza che separa il “criminale” dal “temporaneamente incapace d’intendere e di volere”, e posto che entrambe le condizioni nascono da una inadeguata educazione (è assodato che la criminalità sia maggiormente presente in realtà di scarsa scolarizzazione) con conseguente inadeguata capacità di comprendere, intuire ed interpretare, è indubbio che la soluzione sta nel rieducare, colmare cioè le lacune esistenti. Questo vale sia per il sequestratore, che per il rapinatore, il malavitoso, il pedofilo, lo sfruttatore, il “matricida martellatore”, eccetera. Si obietterà che alcuni criminali sono laureati, che quindi hanno studiato. Purtroppo conseguire una laurea non sempre coincide col conseguimento di una comprensione adeguata ai meccanismi della vita reale. Sempre più spesso viene richiesta una conoscenza nozionistica enciclopedica, ancorché separata da una reale capacità applicativa, contrapposta ad una più modesta ma applicabile conoscenza specifica. E nell’ambito di questa richiesta di sforzi mnemonici sansoniani hanno fatto capolino negli ultimi decenni delle “pillole” che “aiutano a studiare” oppure dei registratori che, durante il sonno, imprimono nella memoria i dati oggetto di studio. Non v’è da stupirsi quindi che i laureati possano essere anche “criminali” o “temporaneamente incapaci d’intendere e di volere”: quale effettiva rapportazione e comprensione autodeterminata con l’oggetto di studio può esservi con tali metodi “moderni”? (Tra parentesi, ci sembra di rilevare una certa somiglianza tra questi metodi di studio e la metodologia implicata nel cosiddetto “lavaggio del cervello”.)
Ma cosa ha a che vedere questa disquisizione sulle “toghe bianche” con i Diritti Universali?
Innanzitutto, così come sono strutturate e come agiscono ora le “scienze mentali” sono una palese violazione ai Diritti Universali, come più volte dimostrato anche in questo sito. Laddove il comune sentire dice che la cosa è “nera”, arriva lo scienziato della mente dicendo che la cosa è bianca, avallando tale giudizio con il principio di autorità che lui stesso si arroga (a onor del vero, gli viene riconosciuto anche da taluni tribunali). «Lo dico io, quindi è vero. Punto e basta».
Tutto l’argomento dell’incapacità d’intendere e di volere verte sui seguenti articoli del Codice Penale:
Art. 85 — Capacità di intendere e di volere — Codice Penale
«Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile.
È imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere.»
Art. 86 — Determinazione in altri dello stato d’incapacità, allo scopo di far commettere un reato — Codice Penale
«Se taluno mette altri nello stato d’incapacità d’intendere o di volere, al fine di fargli commettere un reato, del reato commesso dalla persona resa incapace risponde chi ha cagionato lo stato d’incapacità.»
Art. 87 — Stato preordinato d’incapacità d’intendere e di volere — Codice Penale
«La disposizione della prima parte dell’articolo 85 non si applica a chi si è messo in stato d’incapacità d’intendere o di volere al fine di commettere il reato, o di prepararsi una scusa.»
Art. 88 — Vizio totale di mente — Codice Penale
«Non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere o di volere.»
Art. 89 — Vizio parziale di mente — Codice Penale
«Chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità d’intendere o di volere, risponde del reato commesso, ma la pena è diminuita.»
Il problema effetivo è: in base a quali criteri oggettivi si può sancire, al di là di ogni ragionevole dubbio, che una persona è incapace d’intendere e di volere? Si badi bene che tale “etichettatura”, nella realtà, corrisponde automaticamente ad una emissione di sentenza spesso ben più pesante delle sentenze che verrebbero emesse normalmente dal tribunale, poiché venire internati in “centri di cura” a tempo indeterminato – a discrezione dello psicoterapeuta curante – nonché venire obbligati per legge all’assunzione di psicofarmaci è di per sé una pena “infernale”.
Ancor più problematico lo stabilire la “temporanea incapacità d’intendere e di volere”. In base a quali elementi oggettivi si può stabilire a posteriori che in un dato momento precedente, e solo in quel momento, la persona era “temporaneamente incapace d’intendere e di volere”? Temiamo che questo giudizio si presti troppo a “interpretazioni” soggettive dei periti i quali, in questo modo, assurgono al ruolo di veri ed unici giudici insindacabili, ed è in base al loro giudizio che una persona che ha commesso un crimine andrà in carcere, oppure in manicomio (pardon, centro di cura), oppure se ne tornerà a casa come se nulla fosse, magari col semplice obbligo di ingurgitare qualche pillolina al dì.
Succede, purtroppo, che persone innocenti vengano condannate e abbiano a subire ingiustamente il carcere per periodi più o meno lunghi. E se un innocente periziato venisse dichiarato “incapace d’intendere e di volere”? Perderebbe automaticamente i suoi diritti, il procedimento penale finirebbe lì, e lui si ritroverebbe in una situazione a dir poco allucinante. Come quando, in un passato non troppo lontano, venivano erroneamente (?!?!?) o volutamente emesse ordinanze di TSO. Sarebbe un ottimo sistema per togliere di mezzo persone scomode. Queste non sono illazioni, né fantapolitica, né segni di manie persecutorie, bensì fatti di cronaca realmente accaduti. A questo proposito, chi lo desiderasse, può prendere visione dei risultati dell’Esperimento di Rosenham, a cura del dott. Giorgio Antonucci.
Vediamo cosa dice la Legge in relazione all’argomento qui trattato:
L’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo sancisce che: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza». Invece, stando a talune scuole curative, gli esseri umani nascono pieni di ansie e di fobie che si aggravano e moltiplicano con il passare degli anni; sono esseri fondamentalmente irrazionali che necessitano di costante controllo e di cure farmacologiche; sono irreparabilmente inchiodati al loro destino dal loro personale codice genetico, il quale li priva in modo inequicovabile di qualsiasi libero arbitrio e/o capacità di intendere e di volere, salvo porvi rimedio con psicoterapie e farmaci. Per cui, secondo queste scuole curative, non esistono né esseri liberi né diritti umani.
«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.»
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge… Non è vero! Alcuni cittadini davanti alla legge sono criminali, mentre altri sono “temporaneamente incapaci d’intendere e di volere”. Almeno davanti alla legge delle toghe bianche. E anche tra i “temporaneamente incapaci” non v’è uguaglianza: alcuni sono pericolosi e vanno nei centri di cura, altri non sono pericolosi (anche se hanno ammazzato) e vanno a casa.
Articolo 24 – Costituzione
«Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.»
Ma se si viene etichettati “incapaci d’intendere e di volere” come si può agire in giudizio se non si hanno, di fatto, più diritti civili e interessi legittimi? Come può un interdetto dalla legge agire e/o difendersi in giudizio?
Articolo 25 – Costituzione
«Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge. Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso. Nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti per legge.»
Tuttavia sempre più sovente i giudici naturali precostituiti vengono superati, o quanto meno indirizzati, nel giudizio dai giudici in toga bianca, i quali puniscono o non puniscono in base a criteri loro propri che poco o nulla hanno a che vedere con il codice penale e con le leggi dello Stato.
Articolo 27 – Costituzione
«La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra.»
La responsabilità penale, secondo le toghe bianche, è un optional. Nessuno è realmente responsabile delle proprie azioni. Lo è invece il codice genetico, lo sono gli eventi, le fobie, le concatenazioni casuali di situazioni, le madri (loro sono sempre colpevoli, lo diceva anche Freud), eccetera, ad libidum. Non sono le persone ad azionare il martello, bensì sono le mani azionate da impulsi nervosi causati dalla peccaminosa insistenza delle madri che pretendono si sapere come stanno andando gli studi dei propri figli.
Per quanto riguarda l’umanità delle pene, cosa c’è di umano nel gettare una persona a tempo indeterminato in un centro specializzato di cura – un aforisma per manicomio – dove verrà imbottito di psicofarmaci? E cosa c’è di umano nel lasciar andare libero un matricida? E gli altri? quelli che non c’entrano nulla, i vicini di casa dei matricida liberato? non vengono forse anche loro condannati (senza processo) a subire tra loro una persona che solo poche settimane prima gli son girate le scatole e ha ammazzato disinvoltamente il genitore (la fidanzata, il bambino che passava di lì, eccetera)?
E la rieducazione del “condannato” dov’è? Nella pillola? Pillole intelligenti in grado di insegnare? Caspita, fossimo degli insegnanti cominceremmo a preoccuparci seriamente per il nostro posto di lavoro…
Articolo 28 – Costituzione
Ci auguriamo vivamente che l’art. 28 si estenda anche ai periti.
Articolo 32 – Costituzione
«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e come interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.»
Nessuno può essere obbligato … Nemmeno la legge può obbligare a un trattamento che violi i limiti imposti dal rispetto della persona umana. Eppure, allo stato, è sufficiente che una toga bianca dichiari qualcuno “incapace” o “temporaneamente incapace” affinché scatti il meccanismo del TSO. In barba alla Costituzione e ai Diritti Umani.
Ripetiamo quanto detto per l’art. 2 della Costituzione. Stando a talune scuole curative, gli esseri umani nascono pieni di ansie e di fobie che si aggravano e moltiplicano con il passare degli anni; sono esseri fondamentalmente irrazionali che necessitano di costante controllo e di cure farmacologiche; sono irreparabilmente inchiodati al loro destino dal loro personale codice genetico, il quale li priva in modo inequicovabile di qualsiasi libero arbitrio e/o capacità di intendere e di volere, salvo porvi rimedio con psicoterapie e farmaci. Per cui, secondo queste scuole curative, non esistono né esseri liberi né diritti umani.
Articolo 3 – Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
«Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.»
Sia il condannato, sia coloro che non vengono condannati, vale a dire la comunità. Che libertà e che sicurezza ci può essere sapendo che un criminale omicida è stato giudicato impunibile e rispedito a casa?
Articolo 5 – Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
«Nessun individuo potrà essere sottoposto a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti.»
Per quanto riguarda trattamento o punizioni crudeli, inumane o degradanti, ripetiamo il concetto espresso per l’art. 27 della Costituzione: cosa c’è di umano nel gettare una persona a tempo indeterminato in un centro specializzato di cura – un aforisma per manicomio – dove verrà imbottito di psicofarmaci? E cosa c’è di umano nel lasciar andare libero un matricida? E gli altri? quelli che non c’entrano nulla, i vicini di casa dei matricida liberato? non vengono forse anche loro condannati (senza processo) a subire tra loro una persona che solo poche settimane prima gli son girate le scatole e ha ammazzato disinvoltamente il genitore (la fidanzata, il bambino che passava di lì, eccetera)?
Articolo 10 – Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
Non c’è più bisogno, ora, di tribunali equi ed imparziali, poiché il giudizio di una toga bianca scavalca tali “inutili” apparati e pone fine all’udienza, togliendo i giudici in toga nera dall’impaccio di dover emettere una sentenza e relativa condanna.
Articolo 12 – Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
«Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesioni del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.»
Beh, in questo particolare frangente le toghe bianche si danno un bel d’affare. Un ragazzo di famiglia bene rischia di sporcare il proprio onore e la propria reputazione col marchio dell’omicida? Nient’affatto, è solo un povero ragazzo che è stato “temporaneamente incapace d’intendere e di volere” e che ha fatto delle azioni di cui non si è reso conto, e che peraltro non vuole ricordare a conferma della sua totale non responsabilità nonché della sua non pericolosità sociale. E l’onore e la reputazione sono salvi.
Per quanto concerne le “interferenze arbitrarie nella vita privata”… Si etichettano come malattie i normali comportamenti umani mentre si emettono pareri fuorvianti in campo giudiziario, col risultato di rimettere in libertà dei criminali e distruggere la vita a persone innocenti. Queste sì che sono interferenze nella vita privata delle persone. E sono anche azioni lesive dell’onore e della reputazione di chi è innocente e di chi non è realmente malato. Inoltre con l’inganno delle false malattie, si giunge al limite di costringere un individuo, con la forza (il TSO: Trattamento Sanitario Obbligatorio), a subire “cure” psichiatriche. Non è forse un’interferenza arbitraria nella vita privata e nella famiglia, nonché una lesione dell’onore e della reputazione, della salute fisica e dell’integrità psichica?
Articolo 22 – Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
«Ogni individuo in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale nonché alla realizzazione, attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.»
Diritto alla sicurezza sociale… implica che i criminali vengano tolti dalla società e vengano rieducati. Non che vengano reinseriti nella società totalmente stralunati da psicofarmaci e dall’imbarazzo consapevole (poiché loro lo sanno, cari signori in toga bianca, loro lo sanno) di aver commeso un crimine per il quale non sono stati “puniti” come avrebbero dovuto essere.
Articolo 26 – Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
L’istruzione deve creare comprensione e tolleranza. La rieducazione di un criminale (che è sempre un’istruzione) pure.
Articolo 29 – Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
«1. Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.
2. Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.»
Uno dei doveri che ogni individuo ha è quello di contare fino a dieci quando perde le staffe, non quello di diventare “temporaneamente folle”. Non è né un dovere né un diritto. E invece la cosa viene giustificata e spacciata per normale. Un omicida ha il diritto di commettere l’omicidio, basta che lo faccia con tanta efferatezza da poter essere dichiarato “temporaneamente incapace”, e in questo modo vengono eluse quelle limitazioni stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento ed il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri, e vengono sbeffeggiate le esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale di una società democratica.
Articolo 30 – Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
«Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e i principi delle Nazioni Unite. Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di qualsiasi Stato gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione dei diritti e delle libertà in essa enunciati.»
Nessuno ha il diritto di esercitare un’attività o di compiere atti miranti alla distruzione dei diritti e delle libertà enunciati nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Nemmeno le toghe bianche. Naturalmente tali attività lesive dei diritti altrui andrebbero severamente punite. A meno che… A meno che, sotto sotto, quelli incapaci d’intendere e di volere, incapaci di percepire in maniera corretta la realtà e il proprio comportamento nelle sue conseguenze all’interno di essa, nonché incapaci ad autodeterminarsi, scegliendo autonomamente la condotta più ragionevole in vista dei fini che si vogliono perseguire, siano proprio loro: le toghe bianche, i dottori della mente.
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References: sentenza 

Art. 85

Art. 86

Art. 87

Art. 88

Art. 89
 sentenza 

Articolo 24

Articolo 25

Articolo 27

Articolo 28

Articolo 32

Articolo 3

Articolo 5

Articolo 10
 sentenza 

Articolo 12

Articolo 22

Articolo 26

Articolo 29

Articolo 30