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Timestamp: 2020-07-12 02:56:12+00:00

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Attualità e Società | KYK.it - Part 20
Posted on : 06-07-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed
Il lavoro agile arriverà al 50% del personale entro il 2020 e al 60% dal 2021: il ministro Dadone spiega le misure. Ma il piano organizzativo è ancora da scrivere.
Lo smart working non terminerà al cessare dell’emergenza Covid-19 ma anzi verrà ulteriormente potenziato: il ministro della Pubblica amministrazione, Fabiana Dadone, oggi presente ai lavori del Forum Pa 2020, ha illustrato i nuovi traguardi, che vanno oltre l’obiettivo già annunciato di raggiungere la quota di almeno il 40% dei dipendenti in lavoro agile per 2 o 3 giorni della settimana.
«Per migliorare la qualità del servizio proviamo a investire su un’altra rotta: per questo abbiamo guardato al lavoro agile. Portiamo avanti questa esperienza con il 50% dei dipendenti con attività compatibile fino a dicembre prossimo, e poi dal 1 gennaio con il 60% e vediamo», ha detto oggi il ministro ai microfono di Tgcom24 a margine dei lavori, come ci riporta in redazione l’Adnkronos.
Dadone spiega così i motivi dell’emendamento al Dl Rilancio, oggi in approvazione alla Camera, sullo smart working nella Pa: «è stata una scelta fatta per mantenere una continuità rispetto alla fase vissuta durante la pandemia, quando abbiamo messo in lavoro da remoto tutti i dipendenti pubblici la cui attività non richiedesse la presenza fisica. Considerata l’esperienza positiva e per non perdere lo slancio abbiamo lavorato all’emendamento con cui si prevede la proroga dello smart working per il 50% dei dipendenti con attività compatibile fino a dicembre prossimo ed un piano organizzato che porti i lavoratori al 60% dal gennaio prossimo».
In concreto, il nuovo piano organizzativo però «è ancora tutto da scrivere e da organizzare anche con il confronto con il sindacato, già iniziato con l’apertura di tavoli ad hoc, che comporterà la responsabilizzazione dei dirigenti delle strutture chiamati a scegliere chi potrà accedere al lavoro agile», spiega il ministro, che alle critiche sulla riduzione dei consumi risponde così: lo smart working non è solo sostituire con il tavolo della cucina il lavoro svolto in azienda ma di redistribuire anche i luoghi di lavoro: possono esserci locali, tipo caffè, in grado accogliere questa organizzazione del lavoro». Perciò – prosegue – «si tratta di vederla da un altro punto di vista, ad esempio il congestionamento del traffico. Ovviamente si sposteranno alcuni consumi ma possiamo migliorare la qualità del servizio, proviamo ad investire su un’altra rotta e vediamo».
«La rivoluzione è in atto, smart working prorogato e lavoratori delle Pa che rientrano in sicurezza al lavoro. Approvato l’emendamento della collega e amica Vittoria Baldino, secondo la riformulazione a lei proposta, che proroga fino al 31 dicembre 2020 il lavoro agile per il 50% dei dipendenti che svolgono attività eseguibili da remoto e introduce il ‘Piano organizzativo del lavoro agile’ (Pola), con il quale dal 1° gennaio 2021 la percentuale salirà ad almeno il 60%», scrive poi Dadone in un post sulla sua pagina Facebook.
Secondo una ricerca presentata oggi durante il Forum Pa 2020, il ricorso allo smart working durante l’emergenza Covid-19 è stata «per la gran parte dei dipendenti pubblici un’esperienza positiva, che ha portato in qualche caso addirittura a un aumento di produttività: per 7 lavoratori su 10 è stata assicurata totale continuità al lavoro, per il 41,3% l’efficacia è persino migliorata; per il 61% la nuova cultura di flessibilità e cooperazione prevarrà anche finita l’emergenza» ed ha significato anche «una notevole riduzione di sprechi, quantificabili in 135 milioni di ore di spostamenti in meno nei tre mesi di lockdown, pari a 1 miliardo di km non percorsi, 400 milioni di euro di benzina risparmiati e 127 mila tonnellate di CO2 in meno nell’atmosfera, oltre al 30% di costi in meno a carico della Pa tra consumi energetici, gestione delle mense e pulizie dei locali».
Incentivi agricoltura: ora c’è il bonus rottamazione trattori
Finanziamenti a fondo perduto per l’acquisto di macchine agricole: li prevede il nuovo bando Inail per la sicurezza nei campi. Domande al via il 15 luglio.
Al via gli incentivi per la sostituzione dei mezzi agricoli più vecchi con macchine e trattori di ultima generazione: l’Inail ha stanziato 65 milioni di euro da assegnare alle imprese agricole in forma di contributi a fondo perduto e le domande potranno essere presentate a partire dal prossimo 15 luglio.
Il finanziamento si occupa dei trattori e delle altre macchine utilizzate per i lavori agricoli perché «la perdita di controllo totale o parziale di una macchina», spiega l’Inail, è la causa principale di circa un quarto degli infortuni accertati in occasione di lavoro nel settore agricolo», ai quali si aggiunge «la crescita più consistente delle malattie professionali denunciate all’Istituto, che interessano soprattutto il sistema osteomuscolare e del tessuto connettivo, come dorsopatie e tendiniti».
Nella nota stampa diffusa dall’Adnkronos, l’Inail rende noti i criteri del nuovo avviso approvati dal Consiglio di amministrazione il 25 giugno, che ricalcano quelli previsti dal bando Isi 2019, con riferimento alle iniziative dedicate all’agricoltura. Lo stanziamento di 65 milioni di euro è suddiviso in budget regionali e ripartito in due assi di finanziamento; 53 milioni destinati «alla generalità delle micro e piccole imprese operanti nel settore della produzione primaria dei prodotti agricoli» e 12 milioni riservati «ai giovani agricoltori, organizzati anche in forma societaria».
I beneficiari potranno ricevere, per ogni progetto ammesso al finanziamento, un contributo in conto calcolato sulle spese sostenute al netto dell’Iva, pari al 40% per la generalità delle imprese agricole e al 50% per i giovani agricoltori, tra un minimo di mille e un massimo di 60mila euro. L’incentivo è cumulabile con i benefici concessi per far fronte all’emergenza sanitaria ed economica da Covid-19.
Ciascun intervento «può prevedere al massimo l’acquisto di due mezzi agricoli e/o forestali in una delle seguenti combinazioni: un trattore e una macchina dotata o meno di motore proprio, due macchine, di cui una sola dotata di motore, o due macchine senza motore».
I mezzi acquistati, per essere finanziabili, devono soddisfare i requisiti previsti nel bando, con un miglioramento del rendimento e della sostenibilità dell’azienda e realizzando l’abbattimento delle emissioni inquinanti; inoltre devono «assicurare il miglioramento rispetto a uno dei tre fattori di rischio: quello infortunistico legato all’utilizzo di mezzi obsoleti, il rischio rumore e quello legato allo svolgimento di operazioni manuali».
La presentazione delle domande di accesso ai finanziamenti avverrà, a partire dal 15 luglio 2020, in modalità telematica, attraverso una procedura valutativa «a sportello» le cui date sono pubblicate sul portale dell’Istituto. Si potrà caricare sul portale Inail anche la perizia del tecnico incaricato della progettazione, firmato digitalmente in modalità Pades o Cades. «Questa modalità digitale, che permette di abbandonare la redazione cartacea della perizia e il giuramento del perito presso la cancelleria del tribunale locale – precisa il direttore generale dell’Inail, Giuseppe Lucibello – è confermata e viene proposta insieme alla procedura di compilazione online del modulo di perizia asseverata, che sarà sperimentata per la prima volta con questo nuovo bando».
«In questi anni gli incentivi erogati alle aziende agricole si sono rivelati una leva importante per aumentare l’efficacia delle strategie di prevenzione, in un settore di attività caratterizzato da rischi elevati per i lavoratori, contribuendo a ridurre i pericoli che derivano da un parco macchine obsoleto, che non garantisce standard adeguati di sicurezza ed efficienza», commenta la ministra del lavoro, Nunzia Catalfo. «La scelta di incentivare la sostituzione dei mezzi più vecchi con macchine e trattori di ultima generazione, caratterizzati da soluzioni innovative che assicurano la massima protezione dei lavoratori e la riduzione del rumore e delle emissioni inquinanti, migliora i livelli di salute e sicurezza ed aumenta il rendimento e la sostenibilità globale delle aziende in un settore cruciale della nostra economia, producendo crescita e sviluppo», osserva la ministra delle Politiche agricole e forestali, Teresa Bellanova.
Un auto-necrologio, si potrebbe dire. Lo aveva scritto il maestro per annunciare la sua morte. Nel suo commiato, la grandezza di un gigante che non voleva essere di peso.
Non voleva disturbare. Come se fosse possibile… Ennio Morricone se ne va lasciandoci con in testa quei suoi capolavori senza tempo, leggendario sottofondo di scene scolpite nella storia del cinema: da Noodles che dice di essere andato a letto presto per anni, in C’era una volta in America, all’arrivo alla stazione di Flagstone dell’ex prostituta Jill McBain, su una musica ultraterrena come Claudia Cardinale in C’era una volta il West. Da quando, poco dopo le 2 del mattino, si è sparsa la voce che il maestro non c’era più (leggi l’articolo: È morto Ennio Morricone), è stato un tributo continuo al compositore che tante volte ci ha fatto emozionare.
Omaggiato dalla politica e dallo spettacolo
Per il capo dello Stato Sergio Mattarella, se n’è andato «un artista insigne e geniale», un «musicista insieme raffinato e popolare». Le sue «note memorabili – ha scritto su Twitter il presidente del Consiglio Giuseppe Conte – rimarranno indelebili nella storia della musica e del cinema». Lo piangono i colleghi, i musicisti, tutto il mondo dello spettacolo. «Non trovo altre parole, solo un grazie per sempre», lo saluta Elisa, che con lui aveva lavorato a quel magistrale frammento di colonna sonora di Django – Unchained, di Quentin Tarantino, intitolato «Ancora qui».Il produttore Aurelio De Laurentiis sottolinea come ci abbia lasciato «un pezzo del cinema mondiale». «Un eroe della bellezza. Un elegante, umile genio», lo ricorda Lapo Elkann.
E l’avvocato Giorgio Assumma, legale della famiglia Morricone, nel comunicare che i funerali saranno in forma privata e senza preavviso, fatica a contenere l’emozione, parlando dell’amicizia che lo legava al maestro: «Era fatta di poche parole e pochi sguardi, ma è stata un’amicizia intensa – ha detto l’avvocato all’Adnkronos -. Questa notte ho perduto parte della mia vita perché ho avvertito il senso della solitudine. Per me era uno di quei personaggi che si immaginano eterni. E io mio sono consolato pensando che la sua gloria nelle braccia del Signore sarà eterna e pacifica. Solo così si può colmare il vuoto».
Il necrologio per se stesso
L’ultima emozione regalata da Morricone è nelle sue ultime parole: un necrologio scritto dal compositore stesso, nei giorni difficili del ricovero al campus Bio-Medico di Roma, dopo il ricovero per la rottura del femore. Ve le riproponiamo qui, certi della loro intensità.
«Io, Ennio Morricone, sono morto. Lo annuncio così a tutti gli amici che mi sono stati sempre vicino e anche a quelli un po’ lontani, che saluto con grande affetto. Impossibile nominarli tutti. C’è solo una ragione che mi spinge a salutare tutti così e ad avere un funerale in forma privata: non voglio disturbare.
Saluto con tanto affetto Ines, Laura, Sara, Enzo e Norbert, per aver condiviso con me e la mia famiglia gran parte della mia vita. Voglio ricordare con amore le mie sorelle Adriana, Maria e Franca e i loro cari e far sapere loro quanto gli ho voluto bene. Un saluto pieno, intenso e profondo ai miei figli Marco, Alessandra, Andrea e Giovanni, mia nuora Monica, e ai miei nipoti Francesca, Valentina, Francesco e Luca. Spero che comprendano quanto li ho amati.
Per ultima Maria (ma non ultima). A lei rinnovo l’amore straordinario che ci ha tenuti insieme e che mi dispiace abbandonare. A lei il più doloroso addio».
Come non far invecchiare i pomodori
Silenziando un gene è possibile dare longevità alle piante. La scoperta in uno studio italiano.
Lunga vita al pomodoro. Come? Silenziandogli il gene dell’invecchiamento scoperto da uno studio di ricercatori italiani dell’università Statale di Milano pubblicato su ‘Scientific Reports’. Gli esperti hanno preso a cuore il sogno di ogni coltivatore: avere piante più longeve e produttive. E con il loro lavoro scientifico hanno scoperto che esiste un gruppo di fattori di trascrizione presenti nelle piante che svolgono un ruolo fondamentale nel controllo della senescenza delle foglie e dei frutti: i fattori di trascrizione Nac.
Il ruolo di uno dei fattori di trascrizione di tipo Nac nel pomodoro è stato chiarito dallo studio realizzato dal gruppo di Simona Masiero e coordinato da Chiara Mizzotti del Dipartimento di Bioscienze della Statale. Silenziando questo gene Nac è stato visto che le piante di pomodoro restano giovani e verdi molto più a lungo, motivo per cui il gene è stato soprannominato H?BE (Heb), come la dea della giovinezza nella mitologia greca (Ebe, figlia di Zeus ed Era). Heb è espresso in particolare nelle foglie e nelle gemme fiorali, evidenziano gli esperti, e il suo silenziamento porta alla produzione di piante che rimangono giovani con foglie che hanno una migliore capacità di fare fotosintesi e un contenuto più alto di clorofilla.
Le analisi molecolari, spiegano gli esperti, hanno permesso di dimostrare che Heb regola i geni coinvolti nel processo di senescenza andando ad attivare alcuni pathways che determinano la disidratazione dei tessuti e lo smantellamento della clorofilla.
Non è un’impresa facile risolvere il rebus dell’invecchiamento delle piante. Il programma genetico alla base della senescenza è estremamente complesso e regolato a livello trascrizionale, post-trascrizionale, traduzionale e post-traduzionale.
Quando una foglia ingiallisce inizia un processo chiamato senescenza in cui va incontro a diversi cambiamenti citologici e biochimici, come lo smantellamento degli organelli e la degradazione della clorofilla. Le macromolecole precedentemente accumulate vengono distrutte e i prodotti di questa degradazione vengono trasferiti in altri tessuti o organi.
Poter prolungare la vita della pianta e la capacità fotosintetica delle sue foglie aumenta la biomassa, la resa delle colture, la conservazione e l’accumulo di metaboliti. Ecco perché ‘l’elisir di lunga vita’ per ottenere piante di pomodoro ‘matusalemme’, che si mantengono attive e verdi più a lungo, è di grande interesse. Lo studio condotto dai ricercatori italiani, sul gene responsabile del processo di invecchiamento della pianta il cui frutto regna sovrano sulle tavole degli italiani, è preliminare. Ma, assicurano gli autori,pone le basi per future applicazioni che consentiranno di sviluppare coltivazioni più longeve e produttive.
Valutazione equitativa del danno: cos’è
Risarcimento del danno e quantificazione: che succede se non c’è prova dell’entità della lesione subìta?
Spesso, nell’ambito dei processi civili di risarcimento, si parla di valutazione equitativa del danno. Ma, nel dettaglio, cosa significa? Detto in parole molto semplici, si tratta di una modalità di risarcimento che, prescindendo da specifiche prove presentate dal danneggiato, rimette la valutazione al giudice e al suo “prudente apprezzamento”.
In parole più povere, tutte le volte in cui è impossibile quantificare con precisione l’entità di un danno e le conseguenze di una condotta illecita, è il magistrato a determinare, in base a quanto gli pare giusto ed “equo” in relazione al caso concreto, la somma a cui il danneggiato ha diritto.
In questa breve guida cercheremo di capire meglio cos’è la valutazione equitativa del danno.
Il risarcimento del danno e l’onere della prova
Quando si parla di risarcimento del danno – problema tipico del processo civile – la legge impone due fondamentali obblighi a chi lo richiede:
la prova dell’esistenza del danno (ossia della lesione subìta): tale prova si sostanzia nella condotta illecita posta da un’altra persona e delle conseguenze che da questa sono derivate. Ad esempio, in caso di sinistro stradale, bisognerà dimostrare che la macchina è stata danneggiata e che il conducente ha riportato delle ferite;
la prova dell’entità di tale danno (ossia la sua quantificazione in termini monetari). Nell’esempio precedente dell’incidente stradale, la prova consisterà nell’entità della fattura versata all’officina per la riparazione e nei giorni di invalidità conseguenti alle ferite che hanno impedito al conducente di andare a lavorare, con conseguente diminuzione di reddito.
Non basta quindi dimostrare un comportamento illecito altrui o la violazione di un proprio diritto. È necessario provare anche le conseguenze che da tale situazione sono derivate: conseguenze che vanno tradotte in termini monetari. Questa quantificazione è assai facile per quanto riguarda i danni patrimoniali (ad esempio, per dimostrare le spese mediche o le riparazioni effettuate basta presentare le fatture e gli scontrini); è più difficile invece per i danni non patrimoniali per i quali, il più delle volte, si fa ricorso a delle tabelle che, in base ai punti di invalidità determinati da una perizia medico-legale e all’età del danneggiato, fissano un importo a titolo di risarcimento.
L’obbligo di dimostrare non solo la condotta illecita ma l’entità del danno fa sì che le richieste di risarcimento per questioni di “puro principio” non trovino accoglimento nel nostro processo. Si può adire il giudice solo in presenza di un danno effettivo, attuale e concreto.
La «concretezza» del danno fa sì che questo debba essere percepibile immediatamente e «valutabile da un punto di vista economico». Non si possono risarcire i danni presunti o quelli che ci si attende potrebbero verificarsi in futuro.
La difficoltà nel risarcimento del danno
Il punto è però che non sempre si può dimostrare l’entità del danno, specie quando si tratta di danni non patrimoniali.
Per quanto attiene al danno biologico, come visto sopra, viene quantificato sulla base di perizie mediche e di apposite tabelle.
Le cose si complicano quando si tratta di un danno morale, ossia per la sofferenza patita. Sofferenza che, il più delle volte, oltre ad essere soggettiva e relativa, è anche “interiore” e quindi difficilmente dimostrabile.
Di qui l’ordinamento viene in soccorso del danneggiato. Si stabilisce infatti che, tutte le volte in cui l’esistenza di una condotta illecita e certa e, con essa anche il danno subìto, ma non è possibile quantizzare con esattezza il danno, la sua liquidazione viene rimessa al giudice «in via equitativa», ossia sulla base di quanto appare giusto nella vicenda specifica.
Un tipico esempio di liquidazione del danno in via equitativa si può fare in tema di risarcimento del danno per diffamazione. Una persona che offende un’altra in pubblico pone di certo un comportamento illecito; inoltre il danno è dato già dal fatto che la sua reputazione ne viene screditata e umiliata. Ma è difficile tradurre tale danno in termini economici. Sicché ci penserà il giudice, andando a quantificare l’importo sulla base di una serie di indici come, ad esempio, le parole dette, le persone che hanno sentito le offese, la professione del danneggiato e la riduzione della sua reputazione lavorativa.
A stabilire la regola della valutazione equitativa del danno è l’articolo 1226 del codice civile: se il creditore danneggiato non può o non riesce a provare il danno subìto nel suo preciso ammontare, è il giudice a liquidare tale danno con valutazione equitativa.
L’impossibilità della prova va intesa in senso relativo, nel senso che è impossibile anche la prova che potrebbe essere prodotta solo a costo di affrontare grandi difficoltà.
Presupposto perché il giudice proceda a tale valutazione è che il danneggiato abbia già provato la sussistenza di un danno, ma la prova del suo ammontare sia, in relazione alle peculiarità del caso concreto, impossibile o anche solo difficile [1]. La valutazione equitativa deve infatti, per quanto possibile, essere limitato alla funzione di colmare soltanto le lacune relative alla precisa determinazione del danno [2].
Il giudice può fare uso di tale criterio sia per il danno emergente che per il lucro cessante, ma più spesso lo adotta per quest’ultimo, essendo il lucro cessante un danno proiettato nel futuro per la cui determinazione concreta si deve tenere conto delle condizioni personali del danneggiato per una reintegrazione patrimoniale effettiva, non correlata a parametri astratti. La valutazione equitativa può essere necessaria anche soltanto per una parte del danno.
Ad esempio, il giudice, nella valutazione equitativa del lucro cessante subìto dal commerciante a seguito dell’inadempimento del fornitore delle merci dal primo vendute, deve valutare con equo apprezzamento tutte le circostanze del caso, secondo una ricostruzione ideale degli utili che il commerciante stesso avrebbe potuto ragionevolmente conseguire dalla normale esecuzione del contratto. O ancora, in caso di molestie subite dai possessori di un immobile nell’esercizio del loro possesso, il giudice nel quantificare il danno derivante dalla limitazione temporanea del possesso, può adottare quale adeguato parametro di quantificazione, quello correlato ad una percentuale del valore reddituale dell’immobile, la cui fruibilità sia stata temporaneamente ridotta.
Il giudice deve dare conto di quali elementi della fattispecie concreta abbia tenuto conto nella valutazione equitativa del danno.
La valutazione fatta dal giudice non può essere contestata dinanzi alla Cassazione.
I governatori più graditi secondo i sondaggi
Posted on : 06-07-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica
Quali sono i presidenti e i sindaci più popolari? Ecco i risultati dell’indagine.
Il Governance poll 2020, il sondaggio sul livello di gradimento dei presidenti delle 18 Regioni a elezione diretta e dei sindaci di 105 città capoluogo di provincia, rivela che tra i presidenti più popolari, al primo posto c’è il governatore del Veneto Luca Zaia, seguito da quelli del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, dell’Umbria Donatella Tesei e della Calabria Jole Santelli. Sono questi i risultati dell’indagine realizzata per ‘Il Sole 24 Ore del Lunedì‘ da Noto Sondaggi.
Al quinto posto, primo presidente di centrosinistra, c’è il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, il cui gradimento risulta in aumento. Sulla sua pagina Facebook, Bonaccini: «Dico al Pd: lasciamo perdere discussioni sui sondaggi, che peraltro lasciano il tempo che trovano, e concentriamoci sui problemi reali delle persone e del Paese. Forza».
A seguire i presidenti del centrodestra di Abruzzo Marco Marsilio, al sesto posto, seguito da quello del Piemonte Alberto Cirio, da Giovanni Toti (Liguria) che ottiene lo stesso gradimento di Christian Solinas (Sardegna). E ancora il governatore di centrosinistra della Toscana, Enrico Rossi, della Campania Vincenzo De Luca.
Al 12esimo posto, Sebastiano Musumeci presidente della Sicilia, seguito dal governatore della Lombardia Attilio Fontana, del Molise Donato Toma e della Basilicata Vito Bardi, tutti e quattro di centrodestra.
Alla fine della classifica, tre presidenti di centrosinistra: il governatore delle Marche Luca Ceriscioli e il presidente della Puglia Michele Emiliano che ottengono lo stesso indice di gradimento mentre in fondo alla classifica c’è il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti.
«L’onda di piena della pandemia investe anche la politica locale», osserva ‘il Sole 24 Ore commentando i dati parlando di «un doppio dualismo che nella Lega esalta il presidente veneto Zaia e schiaccia il lombardo Fontana, e nel Pd innalza l’emiliano-romagnolo Bonaccini e fa sprofondare il laziale Nicola Zingaretti. Che, però, è il segretario Dem».
Al contrario, agli ultimi posti della classifica ci sono Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, e Virginia Raggi, prima cittadina di Roma, appaiati con un solo decimale di scarto (38,1% contro 38,2%). A far loro compagnia a fondo classifica ci sono Salvo Pogliese a Catania, Giuseppe Falcomatà a Reggio Calabria, Rinaldo Melucci a Taranto e Luigi De Magistris a Napoli. La classifica va male anche per Chiara Appendino, che dopo i primi mesi a Palazzo di Città alla guida di Torino vinceva di slancio la corsa del Governance Poll, mentre ora sprofonda alla casella numero 97: un po’ meglio della collega del Campidoglio e un poco peggio rispetto al Nisseno Roberto Gambino, che al 91esimo posto chiude la non esaltante terna a Cinque Stelle alla guida dei capoluoghi di Provincia.
Conte sotto attacco nella maggioranza
Tra interessi di parte e corsa a Palazzo Chigi. Tensioni tra il Presidente del Consiglio e il Pd.
C’è chi discute per accaparrarsi la poltrona e chi invita ad accantonare i toni rissosi e a rimboccarsi le maniche per risollevare le sorti di un Paese messo in ginocchio da una crisi senza precedenti. Il cielo su Palazzo Chigi è particolarmente nuvoloso e non si esclude l’arrivo di un uragano devastante.
Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio si dichiara preoccupato per lo stato di salute della maggioranza, in quanto si fanno sempre più accese le insoddisfazioni da parte del Partito democratico verso il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Sono giorni che si parla di una possibile sostituzione del premier, pur nella continuazione della legislatura. Non è un mistero che le ultime uscite di Conte abbiano sollevato qualche parere contrario. In gioco, c’è la battaglia sul Mes, che il premier sta cercando di far slittare il più possibile. Poi, ci sono il Recovery Fund e la legge elettorale (il Pd spera di avere un via libera al modello proporzionale in prima lettura entro il 20 settembre).
Secondo i rumors e i dubbi dell’entourage di Conte, tra i sospettati di complotti e congiure ci sono: il leader di Italia Viva Matteo Renzi, il ministro Dario Franceschini e Di Maio. A riportarlo è Il Corriere della Sera.
Ma Di Maio smentisce le ambizioni personali: «Non capisco i toni sempre più accesi tra Pd e Conte, su tematiche che potrebbero risolversi in modo più franco e trasparente».
Ma come sarebbe visto un possibile ritorno alle urne? Il ritorno alle urne è considerata un’opzione irrealizzabile, infatti Di Maio precisa che: «Se c’è un nodo da sciogliere si scioglie, non possiamo lasciare il governo impigliato ai cavilli di qualcuno. Il Paese è in stallo, invece di guardarci allo specchio bisogna intervenire in maniera concreta».
Per il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, il premier non si tocca. A La Repubblica, manifesta la sua grande stima per il presidente del consiglio e per il modo in cui ha guidato il Governo «in uno dei passaggi più difficili della storia della Repubblica e come cerca sempre il punto di equilibrio in una coalizione inevitabilmente complicata. Anche per questo deve essere chiaro che per noi non esistono né un altro premier né un’altra maggioranza in questa legislatura. Ogni nostra parola, anche quando appare critica, è per migliorare l’azione del governo, non per indebolirla».
Il sorpasso nel 2021 con le prossime uscite anticipate. Il personale negli uffici pubblici è sempre più anziano e i nuovi concorsi tardano ad arrivare.
È una pubblica amministrazione sempre più “anziana” quella che emerge dai dati dell’ultimo rapporto presentato oggi al Forum Pa 2020 e riportati dalla nostra agenzia stampa Adnkronos: entro il 2021 ci saranno più pensionati che dipendenti pubblici in servizio.
L’imminente sorpasso sembra determinato dal continuo calo del personale: l’equilibrio tra nuove assunzioni e pensionamenti non è stato ancora raggiunto, nonostante il recente sblocco del turnover che per un decennio ha impedito di reclutare dipendenti nei vari comparti, dalla sanità alla scuola, dai ministeri agli enti locali.
Da qui il “record” che la Pa italiana si accinge a conquistare: secondo i dati illustrati oggi, ci sono complessivamente 3,2 milioni di impiegati pubblici, mentre i pensionati raggiungono già quota 3 milioni e il loro numero è destinato a incrementarsi nel prossimo futuro.
Infatti già oggi 540mila dipendenti – che rappresentano il 16,9% del totale – hanno compiuto 62 anni di età (il 16,9% del totale) e quasi 200mila hanno maturato 38 anni di anzianità contributiva e dunque sono quasi pronti alla pensione. Inoltre, la possibilità di pensione anticipata è stata parzialmente accelerata da Quota 100: nel 2019 sono uscite anticipatamente dalla Pa 90 mila persone, ma considerando anche le precedenti agevolazioni il 57,7% dei pensionati pubblici attuali ha optato per il ritiro anticipato.
Negli anni più recenti, dal 2018 a oggi sono andati in pensione circa 300mila dipendenti pubblici a fronte di sole 112mila nuove assunzioni e 1.700 stabilizzazioni di precari. Invece è appena del 13,7% la percentuale dei dipendenti delle Pa che sono andati in pensione per raggiunti limiti di età, mentre questa percentuale è il 20% nel privato e il 28% negli autonomi). Inoltre la percentuale dei dipendenti pubblici attualmente in servizio è molto più bassa rispetto agli altri Paesi d’Europa: sono il 59% in meno di quelli francesi, il 65% di quelli inglesi e il 70% di quelli tedeschi.
Ora che le nuove assunzioni sono tornate possibili – ne sono un esempio gli ultimi concorsi per 11mila posti statali – le procedure per l’immissione del nuovo personale sono lente: dai lavori del Forum di oggi, intitolato “Resilienza digitale”, emerge che «la media dei tempi tra emersione del bisogno e effettiva assunzione dei vincitori dei concorsi è di oltre 4 anni». Considerando che c’è stato il blocco alle procedure di selezione imposto dall’emergenza Coronavirus e che anche prima la ripartenza era stata lenta (da settembre del 2019 ad oggi sono state messe a concorso meno di 22mila posizioni lavorative) gli esperti rilevano che «di questo passo ci vorrebbero oltre dieci anni a recuperare i posti persi».
Nuovo condono fiscale: il Governo dice no
Il nuovo Piano nazionale di riforme esclude espressamente future sanatorie fiscali e punta invece alla lotta all’evasione e alla riduzione del tax gap.
Addio a nuove rottamazioni, saldo e stralcio di cartelle esattoriali e future edizioni di pace fiscale. Il Governo sembra seriamente intenzionato a mettere uno stop definitivo su queste possibilità: nel nuovo Piano nazionale di riforma (Pnr) redatto dal ministro dell’Economia e Finanze, Roberto Gualtieri, c’è il no a nuovi condoni fiscali messo nero su bianco.
Nella bozza del documento scritto dal ministro, visionata dalla nostra agenzia stampa Adnkronos, tra gli obiettivi che tracceranno la strada dell’azione del Governo per i prossimi mesi, si legge che c’è «la determinazione a non prevedere nuovi condoni che, generando aspettative circa la loro reiterazione, riducono l’efficacia della riscossione delle imposte». In sostanza il Governo vuole evitare che, con una speranza anticipata di prossimi condoni “a basso costo”, si generino nei contribuenti aspettative che li indurrebbero a non pagare le tasse, confidando in una futura sanatoria.
Invece Gualtieri punta ad «aggredire e ridurre il tax gap» e lo fissa come uno dei principali obiettivi del prossimo piano di riforme. Il tax gap non è altro che il divario tra quanto i contribuenti dovrebbero pagare e quanto pagano effettivamente. La differenza è una perdita di gettito per le casse dello Stato ed è un buon indice della stima dell’evasione fiscale che avviene in Italia: se l’indice fosse zero, vorrebbe dire che tutti stanno pagando l’intero ammontare delle imposte dovute, ma così evidentemente non è.
In realtà, dai calcoli emerge che metà degli italiani mantiene l’altra metà, compresi i falsi poveri, e quasi un italiano su due non paga l’Irpef. Il Governo lo sa benissimo e ora corre ai ripari: «non c’è tempo da perdere», scrive Gualtieri nel piano. Anche perché, senza nuovi interventi concreti, c’è il serio rischio di non ottenere gli aiuti europei previsti nel programma straordinario di Recovery Fund per la ripresa dalla crisi provocata dal Coronavirus: l’Italia verrebbe facilmente accusata dagli Stati “frugali” del Nord di essere “spendacciona” e di non fare nulla per combattere questi fenomeni.
Così la strategia complessiva del Governo, anziché puntare al consenso politico ed alla cassa che si otterrebbe una nuova sanatoria, adesso si rivolge proprio alla riduzione del tax gap. Per arrivare a questo, il Pnr prevede di «migliorare la qualità dei controlli effettuati dall’Amministrazione finanziaria e rafforzare l’efficacia della riscossione».
Un rafforzamento dei poteri delle Agenzie fiscali, quindi, ma non solo: sarà impresso anche «un forte impulso alle attività orientate a favorire la compliance volontaria dei contribuenti e a prevenire gli inadempimenti tributari». Qui il Governo punta a incentivare l’adempimento spontaneo dei cittadini al pagamento dei tributi e per ottenere il risultato ricorre a un «maggiore utilizzo dei pagamenti elettronici», ma arriva anche a prevedere «modalità semplificate per la fruizione di agevolazioni o incentivi fiscali».
Proprio la riforma fiscale è uno dei principali temi trattati nel documento, che sarà esaminato nel prossimo Consiglio dei ministri: nel nuovo Piano nazionale di riforme è previsto un taglio delle tasse accompagnato dall’eliminazione dei sussidi ambientalmente dannosi e il nuovo sistema tributario dovrà essere improntato «all’efficienza, all’equità e alla progressività».
Il Governo è consapevole che su questi temi si giova tutto, non solo la credibilità europea ma anche la tenuta dei conti pubblici: Gualtieri afferma, infatti, che «tanto maggiore sarà la credibilità della strategia di rilancio della crescita potenziale e di miglioramento strutturale del bilancio, tanto minore sarà il livello dei rendimenti sui titoli di Stato e lo sforzo complessivo che il Paese dovrà sostenere nel corso degli anni».
Il piano non è ancora stato emanato ma arrivano già le prime critiche: l’economista Carlo Cottarelli, in un intervento su ‘La Stampa‘ di oggi dice che «si confondono un po’ gli obiettivi con gli strumenti. In realtà, la maggior parte delle direttrici è costituita proprio da obiettivi più che da riforme. Il problema è che ci stanno troppe cose. Una strategia deve definire in modo chiaro le priorità (poche) che dovranno essere raggiunte senza tentennamenti. Qui, invece, ci sta un po’ di tutto. Eppure, alcuni punti cruciali sono trattati in modo incompleto».
Intanto, se ancora non è ben chiaro quello che si farà, sembra già deciso quello che il Governo intende non fare: nuovi condoni fiscali e altri tipi di sanatorie sembrano definitivamente esclusi dai prossimi piani di azione.
Tesi di laurea: ultime sentenze
Risarcimento dei danni derivanti dall’illecita riproduzione di una tesi di laurea; corretta consegna del materiale bibliografico; potere discrezionale della commissione di laurea nell’attribuire il voto finale; danno per la lesione cagionata all’immagine pubblica all’Università.
Esposizione della tesi di laurea
La mera freddezza chiaramente palesata dal professore relatore nei confronti dello studente in sede di esposizione della tesi di laurea, non costituisce lesione alla dignità del laureando, e quindi non può essere fonte di responsabilità civile da cosiddetto mobbing universitario.
Tribunale Milano, 16/03/2004
Illecita riproduzione di una tesi di laurea
Il risarcimento dei danni derivanti dall’illecita riproduzione di una tesi di laurea, deve essere commisurato al vantaggio economico conseguito dall’autore dell’illecito, avuto riguardo all’incidenza che l’opera plagiata ha rispetto al contenuto dell’opera plagiaria (nel caso di specie, la tesi di laurea rappresentava circa un terzo del contenuto della monografia).
Corte appello Cagliari, 23/05/2006, n.164
Tesi di laurea: attività di ricerca sperimentale
L’opera prestata dallo studente che svolge attività di ricerca sperimentale ai fini della redazione della tesi di laurea, sotto la supervisione del relatore e con l’ausilio di altri docenti, costituisce apporto inventivo allorquando, attraverso tale lavoro, si ottengano dei risultati inattesi suscettibili di registrazione per brevetto di nuova invenzione ai sensi dell’art. 12 r.d. 29 giugno 1939 n. 1127, cd. “legge invenzioni” (oggi art. 45 d.lg. 10 febbraio 2005 n. 30).
Per tale motivo la registrazione effettuata dall’Università recante l’indicazione, come inventori, dei soli nomi dei docenti che hanno seguito il laureando durante la tesi costituisce illecita lesione – passibile di risarcimento – dei diritti che quest’ultimo poteva vantare sull’opera.
Corte appello Milano sez. I, 23/12/2014, n.4612
Consulenza per la stesura della tesi di laurea
L’interesse che dà luogo ad incapacità a testimoniare, a norma dell’art. 246 c.p.c., è l’interesse giuridico, personale, concreto, che legittima l’azione o l’intervento in giudizio, sicché il lavoratore dipendente di una parte in causa non è, per ciò solo, incapace di testimoniare, né può ritenersi, per questa sola ragione, scarsamente attendibile.
(Nella specie, rilevato che la tutor – assegnata dalla società convenuta alla laureanda attrice – non era titolare di quell’interesse che dà luogo ad incapacità a testimoniare, nonché accertata la corretta consegna del materiale bibliografico e la consulenza per la stesura della tesi di laurea, il Trib. ha respinto la domanda di risoluzione del contratto per grave inadempimento, non risultando imputabile alla società il lamentato ritardo nella consegna della tesi).
Tribunale Roma sez. IX, 12/11/2013, n.22655
Giudizio favorevole del relatore della tesi di laurea
Il giudizio favorevole del relatore della tesi di laurea è solamente un tratto endoprocedimentale di formazione del giudizio della commissione, che non può assumere alcun valore provvedimentale, attribuibile solamente al giudizio espresso dalla stessa commissione di laurea. Pertanto va riconosciuto il potere discrezionale della commissione di laurea nell’attribuire il voto finale non potendo considerarsi condizionata né dalla media dei voti riportata dal candidato nei singoli esami di profitto nel corso degli studi, né dal nulla osta dello stesso relatore della tesi.
Consiglio di Stato sez. VI, 16/09/2013, n.4567
Tesi di laurea con mera trasposizione grafica
Integra il reato di cui all’art. 1, l. 19 aprile 1925, n. 475 la condotta di presentazione di una tesi di laurea consistente nella mera trasposizione grafica, senza alcun contenuto frutto di personale elaborazione o di valutazione critica della fonte utilizzata, di altro elaborato di diverso autore seppure con alcune correzioni e l’aggiunta di minimi elementi di novità.
Cassazione penale sez. III, 13/04/2011, n.18826
Tesi di laurea: il carattere della creatività
Il fatto che una tesi di laurea produca effetti amministrativi, non è circostanza tale da poterne comportare l’esclusione, ex art.5 l. n. 633 del 1941, dall’ambito di tutela del diritto d’autore, non trattandosi di atto promanante da una p.a. e rappresentando invece il prodotto dell’ingegno di chi l’ha redatta, tutelabile dalla legge sul diritto di autore se e in quanto provvista del carattere della creatività; requisito che si connota per un profilo essenzialmente soggettivo, richiedendosi ai fini della tutela non la novità assoluta delle idee ma l’originalità del modo in cui esse vengono organizzate ed esposte in un’opera personale e compiuta.
Tribunale Pisa, 28/10/2010, n.1165
Lavoro, studio ed elaborazione della tesi di laurea
Il c.c.n.l. turismo del 19 luglio 2003 è strettamente connesso all’effettiva partecipazione a corsi di studio e non alle necessità derivanti dalla preparazione di esami (nella fattispecie, è stato escluso che la lavoratrice avesse diritto a tali permessi, in quanto la stessa non doveva frequentare alcun corso, bensì dedicarsi solamente allo studio e all’elaborazione della tesi di laurea).
Tribunale Milano, 14/12/2009
Lavoro pubblicato dal docente e tesi di laurea
La cd. sospensione consequenziale impropria – nell’attesa della definizione del giudizio penale e/o dei fatti “inconfutabilmente accertati” in sede penale – non appare necessaria qualora soccorrano, e siano bastevoli, altri essenziali elementi (nella specie, il confronto comparativo “per tabulas” tra il lavoro pubblicato dal docente e le tesi di laurea degli studenti) sicché il giudicato e/o l’accertamento penale dell’atto non sono le uniche fonti utilizzabili dal giudice contabile per verificare il nesso di causalità tra la condotta ed il danno erariale dovendosi escludere sia la sovrapposizione di accertamenti di fatto sia la violazione non solo del diritto di difesa ex art. 24 cost. (peraltro, liberamente esercitabile in giudizio purché attinente alle richieste dell’attore) ma anche del principio del giusto processo ex art. 111 cost. impropriamente richiamato.
Corte Conti, (Trentino-Alto Adige) sez. reg. giurisd., 30/10/2007, n.48
Voto di laurea non in linea con il regolamento di facoltà
Deve essere accolto il ricorso di impugnazione, volto all’annullamento del provvedimento adottato, qualora dall’istruttoria emerga che la determinazione del punteggio finale di laurea non è in linea con le previsioni di cui al Regolamento tesi di laurea della Facoltà.
T.A.R. Firenze, (Toscana) sez. I, 12/03/2019, n.352
Tesi di laurea: riproduzione illegittima di una parte di un libro
Gli artt. 158, comma 1, e 159, comma 1, della legge n. 633 del 1941 prevedono che chi venga leso nell’esercizio di un diritto di utilizzazione economica a lui spettante può agire in giudizio per ottenere, oltre al risarcimento del danno, che, a spese dell’autore della violazione, siano distrutti gli esemplari o copie illecitamente riprodotti o diffusi (annullata, nella specie, la sentenza che non aveva disposto in merito alla distruzione della tesi di laurea in cui era stata riprodotta illegittimamente una parte di un libro scritto dalla persona offesa, atteso che la pubblicazione della sentenza sul sito web sul quale era stata pubblicata la tesi dell’imputato non poteva in alcun modo avere effettuo equipollente alla distruzione della tesi stessa, perché quest’ultima rimaneva, almeno in astratto, leggibile da chiunque).
Cassazione penale sez. III, 08/10/2014, n.1984
Tesi di laurea svolte da studenti e spacciato come lavoro proprio
Per la sussistenza della responsabilità amministrativa è sufficiente che l’attività d’ufficio abbia costituito occasione necessaria dell’illecito produttivo di danno erariale; di conseguenza, il docente universitario risponde del danno per la lesione cagionata all’immagine pubblica all’Università di appartenenza per aver indebitamente utilizzato, in una pubblicazione scientifica, il testo di tesi di laurea svolte da studenti e spacciato come lavoro proprio.
Corte Conti sez. III, 09/04/2009, n.143

References: e contrario
 art. 45
 art.5
 art. 24
 art. 111
 sentenza 
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