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Timestamp: 2017-09-20 02:10:59+00:00

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ottobre 2014 - Cronaca Giudiziaria 4.0
ottobre 13, 2014 by Daniela Conte 1 Comments A+ a-
Il vincolo affettivo o di coniugio costituisce un'aggravante del reato di stalking. L'assenza di tale vincolo, pertanto, non esime dalla condanna, se la condotta del reo integra gli estremi del reato
Con sentenza del 10.09.2014 n. 37448, la Corte di Cassazione ha espresso il seguente, importante principio di diritto: il reato di stalking, ai sensi dell’art. 612 bis c.p., si configura anche nel caso in cui non esistano rapporti affettivi con la vittima, non rilevando, ai fini della punibilità del reato in questione, il legame affettivo tra la vittima e lo stalker.
L’art. 612 c.p., infatti, stabilisce che “Salvo che il fatto non costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato d’ansia o di paura, ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.
La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa, ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici.
La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’art. 3 della legge 5/2/1992 n. 104, ovvero con armi o da persona travisata...”.
Nel caso di specie, la Suprema Corte ha convalidato il divieto di avvicinamento alle persone offese nei confronti di un sessantenne di Sassari che, per reagire ad attività abusive di cava all’interno di una zona sottoposta a vincolo ambientale, aveva deciso di farsi giustizia da sé, compiendo una serie di atti persecutori - consistiti in pedinamenti, appostamenti, minacce, migliaia di telefonate, sms, invio di comunicazioni di vario genere, affissioni di manifesti di contenuto diffamatorio, passaggi sotto casa e sul luogo di lavoro, nei confronti di un gruppo di persone che lavoravano alla cava - luogo in cui avvenivano le presunte attività abusive.
Il Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) di Nuoro rigettava, con ordinanza, la richiesta di revoca della misura cautelare personale ex art. 282 ter c.p.p. (divieto di avvicinamento alle persone offese ed ai luoghi da esse frequentati) disposta per il reato di cui all’art. 612 bis del c.p.
Veniva proposto appello dinanzi al Tribunale di Sassari, il quale – con ordinanza del 22.01.2014 – lo respingeva.
Avverso l’ordinanza sopra citata, l’imputato ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, sulla base dei seguenti motivi:
- il comportamento di denuncia da lui posto in essere per reagire alle abusive attività di cava su un'area soggetta a vincolo ambientale, mal interpretato dal Tribunale di Sassari per grave carenza investigativa, non può essere considerato atto persecutorio punibile ai sensi dell’art. 612 bis del c.p.;
- il reato di stalking ex art. 612 bis del c.p. e il divieto di avvicinamento ex art. 282 ter del c.p.p. non sono applicabili al caso di specie, in quanto i vincoli affettivi tra i coniugi parti in causa sono cessati nel 2011, difettando, pertanto, il requisito dell’attualità del vincolo affettivo ai fini dell’applicazione della misura cautelare per il reato in questione.
Con la sentenza che qui si commenta, la Suprema Corte – V Sez. penale - ha respinto il ricorso proposto dal sessantenne sardo, ritenendo infondati entrambi i motivi di ricorso proposti.
In particolare, i Giudici di legittimità non hanno ritenuto accoglibile il primo motivo di ricorso poichè «l'eventuale illegittimità dell'operato delle persone offese non può senz'altro giustificare l'adozione di comportamenti esasperatamente assillanti e invasivi dell'altrui vita privata e dell'altrui tranquillità, quali quelli posti in essere» dall'indagato, il quale aveva invece dato origine a un vero e proprio stillicidio persecutorio determinando di conseguenza, uno squilibrio psicologico nelle persone offese, costringendole a mutare le loro abitudini di vita.
E’ stato, parimenti, ritenuto infondato il secondo motivo di ricorso - in merito alla inconfigurabilità del delitto di cui all’art. 612 bis c.p. allorquando non sussistano vincoli affettivi tra la vittima e l’agente, in quanto “il reato in questione non limita e circoscrive la natura e le qualità della parte lesa, nel senso supposto dal ricorrente”.
In buona sostanza, la Corte di Cassazione ha precisato che la condanna per stalking non colpisce soltanto chi è legato alla persona molestata da «vincoli affettivi» ma anche chi pone in essere atti persecutori nei confronti di un’altra persona, per motivi che nulla hanno a che fare con un rapporto affettivo e di coniugio.
Quanto sopra descritto è confermato dalla sentenza della Corte di Cassazione – III Sez. penale – n. 6384 del 11.02.2014, secondo cui la fattispecie di atti persecutori punibile ai sensi dell’art. 612 bis del codice penale si configura anche nel caso di presenza di uno stato di conflittualità tra ex coniugi, in quanto è sufficiente che la condotta dell’agente abbia provocato nella persona offesa uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità.
Nella sentenza sopra citata si legge, altresì, che ai fini della configurabilità del reato di stalking non rileva la sussistenza di vincoli affettivi o di coniugio tra le parti; tale circostanza costituisce esclusivamente un’aggravante ai fini dell’applicazione della pena – che viene aumentata -, come previsto dall’art. 612 – bis, 2^ comma, c.p.
Alla luce di tali motivazioni, la Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare del divieto di avvicinamento alle persone offese nei confronti dell’indagato, rigettato il suo ricorso e condannando lo stesso alla refusione delle spese processuali.
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References: sentenza 
 art. 282
 art. 612
 art. 282
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