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Timestamp: 2020-03-28 09:53:24+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 13144 del 25/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13144 del 25/05/2017
Cassazione civile, sez. III, 25/05/2017, (ud. 16/02/2017, dep.25/05/2017), n. 13144
sul ricorso 15967/2014 proposto da:
G.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA F CORRIDONI
14, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO EMANUELE DE FELICE,
rappresentata e difesa dall’avvocato FRANCESCO PAPA giusta procura a
avverso la sentenza n. 340/2013 della CORTE D’APPELLO di LECCE;
16/02/2017 dal Consigliere Dott. GIUSEPPINA LUCIANA BARRECA;
concluso chiedendo il rigetto del ricorso.
– con una prima sentenza non definitiva, resa il 13 settembre 2010 col n. 488, la Corte di Appello di Lecce ha accolto l’appello proposto da G.L. avverso la sentenza del Tribunale di Lecce che aveva rigettato la domanda risarcitoria avanzata dalla G. nei confronti del Ministero della Salute per avere contratto un’epatite cronica HCV a seguito di trasfusioni di sangue; la Corte di Appello, in riforma della sentenza di primo grado, ha rigettato l’eccezione di prescrizione sollevata dal Ministero ed ha accertato e dichiarato la sussistenza del nesso di causalità tra le trasfusioni e l’epatite e la responsabilità del Ministero convenuto; con separata ordinanza, ritenuta la necessità di determinare l’entità del danno biologico permanente derivato all’attrice dall’infezione epatica, ha disposto CTU medico-legale;
– con la sentenza definitiva qui impugnata la Corte territoriale ha liquidato il danno, condannando il Ministero della Salute al pagamento, in favore dell’appellante, “della somma di Euro 95.252,00, da essa a decurtarsi l’indennizzo ex L. n. 210 del 1992, eventualmente percepito dall’appellante, maggiorato di interessi come specificato in parte motiva, oltre interessi dalla data di pubblicazione della presente pronuncia al soddisfo”, con condanna del Ministero anche al pagamento delle spese di lite, da distrarsi in favore del procuratore antistatario;
– il ricorso è proposto da G.L. con due motivi;
– il Ministero della Salute si difende con controricorso;
– fissata la trattazione del ricorso in Camera di consiglio ai sensi dall’art. 375 c.p.c., comma 2, il pubblico ministero ha depositato in cancelleria conclusioni scritte, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., con le quali ha chiesto il rigetto del ricorso.
– entrambi i motivi di ricorso sono volti a censurare la decisione nella parte in cui, applicando il principio della compensatio lucri cum damno, ha operato lo scomputo, dalla somma liquidata a titolo di risarcimento del danno, dell’eventuale indennizzo percepito dalla G. ai sensi della L. n. 210 del 1992;
– col primo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c, perchè il giudice non avrebbe tenuto conto dell’orientamento della Corte di Cassazione per il quale le somme scomputabili sono solo quelle già percepite dal danneggiato e, soprattutto, è onere del Ministero allegare e provare in giudizio l’effettiva corresponsione dell’indennizzo, nonchè la sua entità, trattandosi di prova di cui è onerato chi adduce un fatto parzialmente estintivo; nel caso di specie, il Ministero non avrebbe fornito questa prova;
– col secondo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione dell’art. 474 c.p.c., perchè la sentenza: 1) ha lasciato indeterminato il quantum dell’indennizzo; 2) non ha tenuto conto dell’orientamento giurisprudenziale per il quale il carattere predeterminato delle tabelle ministeriali relative all’indennizzo non consente di individuare in mancanza di dati specifici, di cui è onerato colui che eccepisce il lucrum, il preciso importo della somma da portare in decurtazione del risarcimento; 3) non è, perciò, idonea a costituire valido titolo esecutivo per un credito certo e liquido, cui invece la parte attrice ha diritto, come da precedenti di legittimità pure citati in ricorso;
– i motivi, da esaminarsi congiuntamente per ragioni di connessione, sono fondati e vanno accolti nei limiti e con le precisazioni di cui appresso;
– i principi di diritto applicabili sono i seguenti:
– “Il diritto al risarcimento del danno conseguente al contagio da virus HBV, HIV o HCV a seguito di emotrasfusioni con sangue infetto ha natura diversa rispetto all’attribuzione indennitaria regolata dalla L. n. 210 del 1992; tuttavia, nel giudizio risarcitorio promosso contro il Ministero della salute per omessa adozione delle dovute cautele, l’indennizzo eventualmente già corrisposto al danneggiato può essere interamente scomputato dalle somme liquidabili a titolo di risarcimento del danno (“compensatio lucri cum damno”), venendo altrimenti la vittima a godere di un ingiustificato arricchimento consistente nel porre a carico di un medesimo soggetto (il Ministero) due diverse attribuzioni patrimoniali in relazione al medesimo fatto lesivo” (così già Cass. S.U. n. 584/2008);
– “L’eccezione di compensatio lucri cum damno è un’eccezione in senso lato, vale a dire non l’adduzione di un fatto estintivo, modificativo o impeditivo del diritto azionato, ma una mera difesa in ordine all’esatta entità globale del pregiudizio effettivamente patito dal danneggiato, ed è, come tale, rilevabile d’ufficio dal giudice, il quale, per determinarne l’esatta misura del danno risarcibile, può fare riferimento, per il principio dell’acquisizione della prova, a tutte le risultanze del giudizio” (così Cass. n. 20111/14, citata nelle conclusioni del pubblico ministero);
– “Nel giudizio promosso nei confronti del Ministero della salute per il risarcimento del danno conseguente al contagio da virus HBV, HIV o HCV a seguito di emotrasfusioni con sangue infetto, l’indennizzo di cui alla L. n. 210 del 1992, non può essere scomputato dalle somme liquidabili a titolo di risarcimento del danno (“compensatio lucri cum damno”), qualora non sia stato corrisposto o quantomeno sia determinato o determinabile, in base agli atti di causa, nel suo preciso ammontare, posto che l’astratta spettanza di una somma suscettibile di essere compresa tra un minimo ed un massimo, a seconda della patologia riconosciuta, non equivale alla sua corresponsione e non fornisce elementi per individuarne l’esatto ammontare, nè il carattere predeterminato delle tabelle consente di individuare, in mancanza di dati specifici a cui è onerato chi eccepisce il lucrum, il preciso importo da portare in decurtazione del risarcimento” (Cass. ord. n. 14932/13, ripetutamente citata in ricorso, così come le successive, conformi, di cui a Cass. ord. n. 25532/13 e n. 4785/14; cfr., da ultimo, anche Cass. ord. n. 9484/16);
– “la parte attrice ha diritto ad un titolo esecutivo per un credito certo e liquido ed è compito del giudice pronunziare la condanna che tenga conto di tutti gli elementi che le parti gli hanno dato o avrebbero avuto l’onere di dargli, senza che possa sopperire una cd. etero integrazione del titolo stesso in un momento successivo” (così, in motivazione, Cass. ord. n. 4785/14, pure citata in ricorso);
– la Corte di Appello di Lecce, pur essendosi attenuta al primo dei principi enunciati e pur avendo dato atto della richiesta di compensazione parziale del risarcimento con l’indennizzo ex lege n. 210 del 1992, avanzata dal Ministero, non ha fatto corretta applicazione degli altri principi di diritto;
– risulta dal ricorso che era emerso, in seguito a consulenza tecnica d’ufficio, che la ricorrente aveva avanzato istanza per i benefici di cui alla citata Legge del 1992 e che la CMO, con verbale del 18 gennaio 2001 n. 217, aveva ritenuto esistente il nesso causale tra l’epatite cronica HCV ed il trattamento con emoderivati;
– il Ministero controricorrente ed il pubblico ministero sostengono che, essendo incontestate queste risultanze, peraltro riscontrate con la sentenza parziale di secondo grado n. 488/2010 (che dà atto dell’ascrivibilità della patologia alla categoria 8 della tabella A allegata al D.P.R. 30 dicembre 1981), ed essendo conoscibile l’età della danneggiata, l’ammontare dell’indennizzo è determinabile; il Ministero aggiunge che sarebbe stato anche determinato e corrisposto (come la stessa danneggiata avrebbe riconosciuto nell’atto introduttivo del secondo grado di giudizio);
– orbene, resta fermo che, applicando i principi di diritto su enunciati, incombe al Ministero l’onere della prova di siffatta corresponsione (a meno che il fatto non sia non contestato od, a maggior ragione, espressamente riconosciuto dalla danneggiata);
– però, in applicazione dei medesimi principi, è onere del giudice di merito dare conto di tutti gli elementi risultanti dagli atti da cui si evinca che, nel caso concreto, l’indennizzo da compensare col risarcimento sia stato richiesto dal soggetto avente diritto; sia stato riconosciuto come dovuto per legge; quindi, sia suscettibile di determinazione, secondo i criteri legali fissati dalla stessa L. n. 210 del 1992;
– con la conseguenza che il giudice dovrà procedere alla relativa determinazione, ove questa sia possibile, ovvero indicare specificamente in sentenza le ragioni dell’impossibilità di siffatta determinazione, concludendo, in tale ultimo caso per la liquidazione integrale del danno in favore della danneggiata;
– in conclusione, non è conforme a diritto una sentenza, quale quella qui impugnata, che rimette alla fase esecutiva la determinazione della somma effettivamente dovuta alla parte attrice a titolo di risarcimento del danno, condizionandone la misura alla verifica successiva di elementi della cui conoscenza o conoscibilità, in base agli atti di causa, va invece dato atto nella sentenza stessa;
– il ricorso va perciò accolto e la sentenza impugnata va cassata quanto alla decisione di compensazione parziale del risarcimento con l’indennizzo ed alla statuizione sulle spese;
– le parti vanno rimesse dinanzi alla Corte di Appello di Lecce, in diversa composizione, che deciderà nel merito della compensatio lucri cum damno, attenendosi ai principi di diritto di cui sopra;
– si rimette al giudice di rinvio anche la decisione sulle spese del giudizio di legittimità.
La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata nei limiti specificati in motivazione e rinvia alla Corte di Appello di Lecce, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.
Dispone che, in caso di utilizzazione della presente ordinanza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi di G.L. riportati nell’ordinanza.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 16 febbraio 2017.

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