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Timestamp: 2020-06-01 17:44:38+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 25575 del 13/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25575 del 13/12/2016
Cassazione civile, sez. VI, 13/12/2016, (ud. 19/10/2016, dep.13/12/2016), n. 25575
sul ricorso 20172-2015 proposto da:
INTESA SANPAOLO S.P.A., C.F. (OMISSIS), quale incorporante SAMPAOLO
unitamente all’avvocato PAOLO TOSI giusta procura speciale a margine
S.N., S.S., S.L., quali eredi
di M.M., C.G., C.A., quali
eredi di C.S., P.M., L.G.,
L.T., quali eredi di L.A., R.C.,
PO.MA., PO.RO., quali eredi di Po.An.,
G.M.E., quale erede di G.V., D.F.L.,
DE.FR.LU., quali eredi di D.F.F., SC.CO.,
LE.LU., LE.FR.LU., LE.MA.AL., LE.SO.AN., quali
eredi di Le.Ca., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA
avverso la sentenza n. 7388/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,
emessa il 07/11/2013 e depositata il 21/08/2014;
udito l’Avvocato Mara Parpaglione (delega verbale Avvocato Giuseppe
FerraRo), che si riporta agli scritti.
La causa è stata chiamata all’adunanza in camera di consiglio del 19 ottobre 2016, ai sensi dell’art. 375 c.p.c. sulla base della seguente relazione redatta a norma dell’art. 380 bis c.p.c.:
“Con sentenza n. 7388/2014 del 21 agosto 2014, la Corte di appello di Napoli, rigettava il gravame proposto da “Intesa Sanpaolo s.p.a. contro la sentenza resa dal Tribunale di Napoli che, in accoglimento della domanda proposta da S.L. e da altri litisconsorti, tutti aventi causa di ex dipendenti del Banco di Napoli (deceduti) già collocati in quiescenza con decorrenza anteriore al 31/12/1990, aveva condannato Intesa Sanpaolo al pagamento in favore dei suddetti delle differenze economiche sul trattamento pensionistico per i periodi e gli importi indicati in ricorso. Ciò in base al mantenimento del meccanismo perequativo aziendale di cui alla Delib. dell’Istituto 17 gennaio 1983. La pretesa dei ricorrenti (dei loro danti causa) traeva titolo da una precedente sentenza del Pretore del lavoro di Napoli (n. 17809/1994), che aveva loro riconosciuto il diritto di conservare il sistema di perequazione automatica delle pensioni, come disciplinato anteriormente all’entrata in vigore del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 503. La suddetta sentenza era stata confermata in grado di appello dal Tribunale di Napoli; successivamente le Sezioni Unite della Cassazione, con sentenza n. 9024/2001, avevano cassato con rinvio la sentenza di appello, riconoscendo tuttavia il diritto dei pensionati al mantenimento del regime perequativo aziendale, ove cessati dal servizio prima del 31 dicembre 1990 e limitatamente al periodo 1.1.1994-26.7.1996.
La Corte di appello di Napoli, nel giudizio di rinvio, aveva riconosciuto il diritto dei pensionati (danti causa degli odierni ricorrenti) a conservare il suddetto regime perequativo aziendale relativamente al periodo 1.1.1994-26.7.1996, condannando per l’effetto la Sanpaolo Imi S.p.A. (incorporante del Banco di Napoli S.p.A.) alla corresponsione dei relativi aumenti di pensione. la pronuncia era stata confermata da questa Corte con sentenza n. 19937 del 19 maggio 2004 – 6 ottobre 2004 (che si era limitata ad una modifica della statuizione solo nella sola parte concernente il regime degli accessori), con conseguente formazione del giudicato. Riteneva la Corte territoriale, nella decisione ora impugnata, irrilevante ai fini della regolamentazione dei rapporti tra le parti lo ius superveniens costituito dalla L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55 in ragione dell’intervenuto giudicato ed escludeva, altresì, che la base di computo delle prestazioni per il periodo successivo potesse essere depurata degli incrementi erogati in virtù del regime perequativo poi abrogato, ciò sulla base del criterio di calcolo definitivamente accertato con riguardo agli anni 1994/1996, il cui risultato era destinato a stabilizzarsi anche per gli anni successivi.
S.N., S.S., S.L. quali eredi di M.M., C.G. e C.A. quali eredi di C.S., P.M., L.G., L.T. quali eredi di L.A., R.C., Po.Ma., Po.Ro. quali credi di Po.An., G.M.E. quale erede di G.V., D.F.L., De.Fr.Lu. quali eredi di D.F.F., S.C., L.L., Le.Fr.Lu., Le.Ma.Al. e Le.So. quali eredi di Le.Ca. resistono con controricorso, mentre gli altri intimati non hanno svolto alcuna attività difensiva.
Con il primo motivo di ricorso la ricorrente denuncia: “Violazione e falsa applicazione dell’art. 324 c.p.c. e dell’art. 2909 c.c., in relazione al D.Lgs. n. 503 del 1992, artt. 9 e 11 come interpretati autenticamente dalla L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55, (art. 360 c.p.c., n. 3)”. Si duole del fatto che la Corte partenopea abbia attribuito una erronea portata alla norma di interpretazione autentica della citata L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55 ed ai suoi rapporti con il giudicato, rendendo il trattamento perequativo degli originari ricorrenti, andati in pensione prima del 31 dicembre 1990, sostanzialmente indifferente alla esistenza o meno della suddetta norma di interpretazione autentica in forza della quale, come chiarito) da consolidata giurisprudenza di legittimità, il sistema di perequazione automatica aziendale è abrogato, per tutti i pensionati (ante e post 31 dicembre 1990), a far data dal gennaio 1994. Conseguentemente, in relazione al diritto di conservare, successivamente al mese di luglio 1996, gli aumenti perequativi ottenuti in virtù del sistema previgente, non venendo in rilievo il principio di intangibilità del giudicato, nè il divieto del ne bis in idem, la pretesa azionata avrebbe dovuto essere decisa alla luce della ridetta norma di interpretazione autentica, e non già in base alla regala iuris affermata dalla sentenza passata in giudicato, siccome sostituita ab origine dalla normativa di interpretazione autentica. Ciò in quanto il diritto alla conservazione dell’assegno perequativo non è parte integrante del giudicato, bensì un diritto conseguente che permane, rebus sic stantibus, al permanere della relativa fonte costitutiva.
Con il secondo motivo di ricorso si deduce “nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c. ovvero per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c., comma 1” (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4) laddove aveva erroneamente ritenuto che la decisione in merito al diritto di conservare il trattamento perequativo maturato sino al luglio 1996 nei successivi ratei pensionistici fosse “assorbente rispetto all’argomentazione concernente la capitalizzazione del trattamento integrativo, asseritamente operato da taluno degli aventi causa degli originari titolari del diritto azionato”. Si assume, infatti, che non ricorreva nè un assorbimento proprio nè improprio in quanto, il motivo di appello censurava la decisione del tribunale nella parte in cui aveva riconosciuto le pretese differenze perequative anche a favore degli credi di quei pensionati (gli eredi di Ch.An., A.G., Ca.Al., L.A., Le.Ca., Ci.Po.Ma., Se.Ma.Ca. e Lu.Fr.), che già avevano risolto ogni rapporto con la società mediante la capitalizzazione del trattamento integrativo avendo considerato irrilevante detta capitalizzazione che, invece, comportava una rinuncia ad ogni pretesa concernente il trattamento integrativo medesimo.
Con il terzo motivo la ricorrente lamenta “violazione e falsa applicazione degli artt. 1197 e 1362 c.c. ” (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3) per erronea interpretazione dell’art. 47 Statuto Fondo Pensione per il Personale del Banco di Napoli nonchè degli atti con cui alcuni pensionati (indicati in ricorso) avevano esercitato la facoltà di capitalizzazione del trattamento pensionistico integrativo. In particolare si evidenzia: che con la domanda era stata chiesta la condanna della società al pagamento delle somme relative al periodo dal 1 luglio 2003 alla data del decesso, che, quindi, i ricorrenti chiedevano l’accertamento del diritto dei loro danti causa a mantenere il trattamento perequativo previsto dalla Delib. Consiglio di Amministrazione gennaio 1983 e maturato alla data del luglio 1996 nei ratei di pensione successivi al luglio 2003 (le richieste di capitalizzazioni erano state tutte presentate nel corso del 2002); che, però, l’aver chiesto ed ottenuto la capitalizzazione del trattamento pensionistico facendo venir meno il diritto alla pensione comportava necessariamente anche il diritto al trattamento perequativo, ai sensi dell’art. 1197 c.c. stante il consenso espresso alla capitalizzazione nelle missive con le quali la stessa era stata richiesta.
Con il quarto motivo la ricorrente deduce “violazione e falsa applicazione degli artt. 1120 e 1362 c.c.” (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3) in quanto i pensionati che avevano richiesto ed ottenuto la capitalizzazione della pensione avevano stipulato un accordo con il quale l’originaria prestazione pensionistica mensile era stata sostituita con una nuova obbligazione avente ad oggetto l’erogazione di un importo in somma capitale con l’intento di estinguere la prestazione pensionistica medesima. Tale accordo novativo, quindi, aveva comportato l’estinzione, ex art. 1230 c.c., della prestazione pensionistica mensile con conseguente infondatezza di ogni pretesa concernente l’obbligazione originaria, esercitata successivamente alla novazione medesima.
A tal fine si premetta che sul problema della perequazione automatica delle pensioni integrative del personale del Banco di Napoli si è formata una giurisprudenza costante, sulla base della quale i lavoratori collocati a riposo prima del 31/12/90 conservano il diritto all’integrazione, diritto che sopravvive alla L. n. 421 del 1992 ed al D.Lgs. n. 503 del 1992. Tale regime perequativo termina il 26/7/1996: in tal senso cfr., ex abis, Cass. nn. 9023 e 9024 del 2001, cui la giurisprudenza successiva si è uniformata, con giudicato formatosi anche in relazione agli odierni intimati (il che è pacifico inter partes).
Successivamente al consolidarsi della giurisprudenza di questa S.C. è intervenuto la L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55 che ha stabilito che la normativa sopra richiamata deve intendersi nel senso che la perequazione automatica delle pensioni, come prevista dal D.Lgs. n. 503 del 1992, art. 11 si applica al complessivo trattamento percepito dai pensionati di cui al D.Lgs. n. 357 del 1990, art. 3.
Tuttavia tale norma di interpretazione autentica non è idonea a rimuovere gli effetti del giudicato (nè essa dispone espressamente la caducazione dei giudicati già formatisi e dei loro effetti futuri: nulla di tutto ciò si legge nel cit. L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55).
Nel caso di specie non solo non vi è alcun fatto nuovo che abbia modificato il contenuto materiale del rapporto o il relativo regolamento pattizio (tale non essendo il summenzionato L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55 che – proprio perchè di mera interpretazione – non ha alcuna attitudine innovativa), ma la retroattività di una norma di interpretazione autentica incontra il limite del giudicato, limite connaturato all’ordinamento in quanto posto a custodia di quel principio di separazione dei poteri che costituisce cardine indefettibile di ogni democrazia costituzionale.
Una diversa opzione ricostruttiva sarebbe costituzionalmente impraticabile per lesione del principio di ragionevolezza ex art. 3 Cost. (letto in chiave a quello di certezza del diritto), del principio di separazione dei poteri (art. 101 cpv. Cost. e art. 104 Cost., comma 1) e dell’art. 117 Cost. attraverso la norma interposta dell’art. 1 prot. Protocollo aggiuntivo n. 1 alla CEDU come interpretato dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, secondo la quale i diritti pensionistici costituiscono un bene ai sensi, appunto, dell’art. 1 del Protocollo n. 1 aggiuntivo alla Convenzione (si vedano, ad esempio, le sentenze della Corte EDU Lakieevie e altri c. Montenegro e Serbia; Grudie c. Serbia; Pejeiè c. Serbia; Stefanetti e altri c. Italia).
Sempre avuto riguardo alla sopravvenienza di una normativa incidente sulla disciplina in base alla quale il giudicato si è formato, deve considerarsi che il fondamento del giudicato sostanziale – che si realizza quando la decisione, oltre ad essere passata formalmente in giudicato (art. 324 c.p.c.), incide sul diritto) fatto valere (art. 2909 c.c.) e che risponde al generale principio della certezza del diritto – è quello di rendere insensibili le situazioni di fatto dallo stesso considerate (per le quali è stata individuata ed applicata la corrispondente regula iuris) ai successivi mutamenti della normativa di riferimento, anche con riguardo allo ius superveniens che contenga norme retroattive.
Pertanto, sebbene l’intangibilità del giudicato riguardi solo quanto sia stato oggetto del giudicato stesso, con esclusione di quanto non fosse deducibile nel giudizio in cui esso si è formato, tale non deducibilità non può ricollegarsi alla mera sopravvenienza di una norma che, senza introdurre una nuova azione, si sia limitata ad interpretare autenticamente una disposizione precedente (cfr, ex ali�, Cass. n. 1583/2010; Cass. n. 18339/2003; Cass. n. 4630/2000; Cass. n. 12701/1995; Cass. n. 8797/1995).
Vale ricordare che la figura dell’ assorbimento in senso proprio ricorre quando la decisione sulla domanda assorbita diviene superflua, per sopravvenuto difetto di interesse della parte, la quale con la pronuncia sulla domanda assorbente ha conseguito la tutela richiesta nel modo più pieno, mentre è in senso improprio quando la decisione assorbente esclude la necessità o la possibilità di provvedere sulle altre questioni, ovvero comporta un implicito rigetto di altre domande. Ne consegue che l’assorbimento non comporta un’omissione di pronuncia (se non in senso formale) in quanto, in realtà, la decisione assorbente permette di ravvisare la decisione implicita (di rigetto oppure di accoglimento) anche sulle questioni assorbite, la cui motivazione è proprio quella dell’ assorbimento, per cui, ove si escluda, rispetto ad una certa questione proposta, la correttezza della valutazione di assorbimento, avendo questa costituito l’unica motivazione della decisione assunta, ne risulta il vizio di motivazione del tutto omessa.(Cass. n. 28663 del 27/12/2013, Cass. n. 17219 del 09/10/2012; Cass. n. 7663 del 16/05/2012).
Nel caso in esame non ricorreva una ipotesi di assorbimento improprio (tantomeno di assorbimento proprio) in quanto, proprio il rigetto del motivo col quale era stata censurata la decisione del primo giudice di riconoscere il diritto alla conservazione del trattamento perequativo maturato sino al luglio 1996 nei successivi ratei pensionistici imponeva di valutare il motivo di gravame che concerneva la possibilità di attribuire tale diritto, con decorrenza 1 luglio 2003, anche a coloro che avevano esercitato la facoltà di ottenere la capitalizzazione del trattamento integrativo.
Per tutto quanto esposto, si propone il rigetto del primo motivo di ricorso, l’accoglimento del secondo e l’assorbimento del terzo e del quarto con riferimento alle posizioni degli eredi di Ch.An., A.G., Ca.Al., L.A., Le.Ca., Ci.Po.Ma., Se.Fi., M.C. e Lu.Fr., la cassazione dell’impugnata sentenza in relazione al motivo accolto, con rinvio alla Corte di Appello di Napoli in diversa composizione; il tutto con ordinanza, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5.”.
Il Collegio condivide pienamente il contenuto della sopra riportata relazione e, pertanto: rigetta il primo motivo di ricorso; accoglie il secondo, dichiara assorbiti il terzo ed il quarto con riferimento alle posizioni degli eredi di Ch.An., A.G., Ca.Al., L.A., Le.Ca., Ci.Po.Ma., Se.Fi., M.C. e Lu.Fr.; cassa l’impugnata sentenza in relazione al motivo accolto e, quindi, solo con riferimento alle posizioni degli eredi di Ch.An., A.G., Ca.Al., L.A., Le.Ca., Ci.Po.Ma., Se.Fi., M.C. e Lu.Fr., con rinvio alla Corte di Appello di Napoli in diversa composizione che provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità; conferma nel resto l’impugnata sentenza in relazione alle altre posizioni.
Le spese del presente giudizio, per il principio della soccombenza, sono poste a carico della ricorrente e vengono liquidate in favore dei controricorrenti nella misura di cui al dispositivo. Non si provvede in ordine alle spese nei confronti degli altri intimati che non hanno svolto alcuna attività difensiva ad eccezione delle posizioni degli eredi di Ch.An., A.G., Ca.Al., L.A., Le.Ca., Ci.Po.Ma., Se.Fi., M.C. e Lu.Fr..
Non sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013). Tale disposizione trova applicazione ai procedimenti iniziati in data successiva al 30 gennaio 2013, quale quello in esame, avuto riguardo al momento in cui la notifica del ricorso si è perfezionata, con la ricezione dell’atto da parte del destinatario (Sezioni Unite, sent n. 3774 del 18 febbraio 2014). Inoltre, il presupposto di insorgenza dell’obbligo del versamento, per il ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (Cass. n. 10306 del 13 maggio 2014).
La Corte, rigetta il primo motivo di ricorso; accoglie il secondo motivo, assorbiti il terzo ed il quarto, con riferimento alle posizioni degli eredi di Ch.An., A.G., Ca.Al., L.A., Le.Ca., Ci.Po.Ma., Se.Fi., M.C. e Lu.Fr. cassa l’impugnata sentenza in relazione al motivo accolto quanto alle predette posizioni e rinvia alla Corte di appello di Napoli in diversa composizione anche per le spese del presente giudizio in relazione alle ridette posizioni; condanna la ricorrente alle spese del presente giudizio in favore dei controricorrenti, spese liquidate in Euro 100,00 per esborsi, Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese forfetario in misura del 15%; nulla spese nei confronti delle altre parti rimaste intimate.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

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 art. 1
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 art. 118
 art. 1230
 Cass. 
 art. 1
 art. 11
 art. 3
 art. 1
 art. 1
 art. 3
 art. 104
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
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 art. 13
 art. 1
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