Source: https://inlungoeinlargo.wordpress.com/diritti/
Timestamp: 2020-04-03 09:33:15+00:00

Document:
I diritti di gay e lesbiche e i doveri del giurista
Poichè il tema è all’ordine del giorno, e in un commento mi si è fatto l’appunto che non riporterei le fonti, pubblico un lavoro interessante ed utilissimo realizzato da una avvocatessa del forum di Ellexelle e che può spiegare meglio ciò che intendevo dire nell’ articolo imputato, facendo in particolare notare come in realtà i Didoré o i Patti d’Amore possano essere importanti principalmente dal punto di vista politico, ma la strada verso un riconoscimento vero e concreto delle coppie omosessuali in quanto coppie è ancora lunga!
Il nostro ordinamento sordo e latitante può essere fonte di infiniti disagi per le persone omosessuali: nessuna legge protegge l’identità sessuale colpendo le discriminazioni, al contrario si favorisce lo sviluppo di un clima omofobico. “Tanti sono i passaggi della quotidianità avvelenati dall’inadeguatezza degli strumenti giuridici; specialmente quando la salute vacilla, le finanze non sono cospicue; in altre parole quando la vita rende una persona più esposta”(1)
All’omofobia si deve reagire perché oltre ad un dovere civico è una questione di rispetto verso noi stessi e la nostra personalità proiettata nella società odierna. Ci sono leggi che lo consentono: ma quanti processi sono stati celebrati per reagire ad un insulto, ad una violenza fisica subita da gay e lesbiche, o per tutelare delle situazioni patrimoniali che le norme discriminano? Pochi, forse anche perché molto spesso è una questione di visibilità e dichiararsi omosessuali per molte/i è ancora difficile se non talvolta improponibile.
Oggi in Italia si avverte sempre più l’esigenza si superare un ordinamento marmoreo, pietrificato da secoli, per giungere ad un sistema di precetti in grado di rispondere alle domande di giustizia di chi non vuole vivere in una società in cui (ben che vada) si è tollerati ma dove in cui non si è trattati come soggetti di diritti.
Concludendo questa breve premessa ci si chiede se queste cose fanno parte della luna; ebbene è proprio in quella direzione che il buon giurista deve guardare.
Non ho pretese di esaustività, tuttavia mi auguro la lettura sia innanzitutto piacevole ma soprattutto utile: ossia possa fornire gli strumenti utili per la vita di ognuna di noi, per conoscere i nostri diritti e per fare in modo di tutelarsi..
A Stella, per aver riletto e corretto l’articolo, un ringraziamento particolare…
1. La famiglia e le varie forme di aggregazione sociale, riconosciute e non
1.1. La famiglia “legislativamente” riconosciuta
Per famiglia il legislatore e gli studiosi del diritto intendono famiglia unita in matrimonio religioso ad effetti civili (celebrato in chiesa e trascritto in comune) o matrimionio civile (celebrato dal Sindaco o suo delegato).
Alla famiglia legittima vengono riconosciuti diritti e doveri che attualmente non sono estesi alle ipotesi di famiglia di fatto (cioè alla convivenza more uxorio). Al giorno d’oggi esiste l’impossibilità di estendere analogicamente al rapporto di convivenza le norme che regolano la famiglia legittima; la dottrina maggioritaria afferma che: “se si potessero estendere per analogia le norme sui diritti, obblighi e poteri che sono previsti per le situazioni familiari, senza che se ne debbano richiedere i presupposti, si arriverebbe praticamente a cancellare tutto il sistema legislativo che è destinato a collegare presupposti e conseguenze dei vincoli legali” (2).
Il vincolo coniugale produce effetti tipici, in primis, la presunzione di legittimità dei figli nati nel matrimonio, l’applicazione automatica della comunione legale come regime patrimoniale della famiglia, la disciplina legale degli effetti della crisi del matrimonio (separazione e divorzio).
1.2. La famiglia di fatto
L’espressione famiglia di fatto indica un legame relativamente durevole, non occasionale, stabile tra due persone (di sesso diverso ma anche dello stesso sesso), che vivono insieme “come se” fossero sposate.
Grave è il Decreto 31/5 – 10/62005 con il quale il Tribunale di Latina ha escluso che potesse essere trascritto un matrimonio contratto legittimamente in Olanda fra due persone dello stesso sesso, perché contrario all’ ordine pubblico internazionale (..) costituito dai soli principi fondamentali e caratterizzanti l’atteggiamento etico-giuridico dell’ordinamento in un determinato periodo storico“).
Tale definizione tuttavia in Italia è stata interpretata da una parte della dottrina in senso di chiusura, escludendo dalla definizione l’unione tra partners dello stesso sesso. Per l’istituto proposto anche per le coppie omosessuali è stato usato il termine PACS (Patto Civile di Solidarietà) od Unione Civile.
1.3. La convivenza more uxorio
Dal latino more uxorio; vuol dire secondo il costume matrimoniale, ossia come marito e moglie. Convivenza more uxorio significa quindi riproporre il modello di famiglia unita in matrimonio, in altre parole l’unione tra uomo e donna.
L’articolo 2 della Costituzione impegna lo Stato a garantire i diritti inviolabili dei cittadini, sia come singoli sia nelle formazioni sociali ove esprimere la propria personalità. La convivenza more uxorio va valutata alla luce di questo articolo della Costituzione e della giurisprudenza costituzionale, ossia come una delle formazioni sociali in cui si sviluppa la personalità dell’individuo.
La condizione è che la detta convivenza sia caratterizzata da un grado di stabilità, nonché da comportamenti dei conviventi corrispondenti, in una effettiva comunione di vita, all’esercizio di “diritti” e “doveri” connotato da reciprocità (ossia doveri e diritti di entrambi i conviventi) e corrispettività (osia che ad ogni dovere imposto ad uno dei conviventi vi sia un corrispettivo obbligo per l’altra parte). Caratteristiche che, secondo le corti chiamate a pronunciarsi, devono essere rigorosamente dimostrate(3).
A mio avviso tale pronuncia pur applicata al caso concreto di convivenza tra eterosessuali, non trova nella definizione data un contrasto con l’applicazione ad una coppia omosessuale, perciò tutto sta ad arrivare (da parte dei giuristi e delle Corti) ad una apertura “mentale” che consenta, se non di eguagliare la famiglia di fatto alla famiglia legittima, almeno a far comprendere le coppie omosessuali nel concetto di conviventi more uxorio. Dottrina e giurisprudenza si sono pronunciate poche volte su casi analoghi in presenza di coppie omosessuali e tuttavia non hanno riscontrato ostacoli a riconoscere coppie dello stesso sesso quali conviventi more uxorio (ma tali pronunce le vedremo in seguito).
Non è tutelabile come famiglia la coppia omosessuale nè quella eterosessuale. Tuttavia, norme nazionali volte a garantire – a scopo di tutela della famiglia, un trattamento più favorevole alle persone coniugate e alle persone di sesso opposto conviventi more uxorio rispetto alle persone dello stesso sesso che abbiano relazioni durevoli – non sono in contrasto con l’art. 14 della Convenzione, che vieta in particolare le discriminazioni fondate sul sesso.
1.4 Regolarizzare lo stato di convivenza
Sarà utile dire, in primis, che la coppia omosessuale potrebbe vedersi riconosciuto, almeno formalmente, il proprio stato di convivenza. Questo non comporta di per sè diritti e doveri ma soltanto una formalità che tuttavia ha un valore di PROVA. Molte volte la legge (es. per ottenere l’assegnazione di alloggi popolari) richiede una prova della convivenza che può essere fornita grazie all’iscrizione all’anagrafe dello stato di convivenza.
Il regolamento anagrafico stabiliva già nel 1958 che: “per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi” (4). Recandosi in municipio è quindi possibile iscriversi come conviventi all’anagrafe; in tale modo si ottiene la certificazione dello stato di famiglia e l’amministrazione ne terrà conto per l’iscrizione alle liste elettorali o il calcolo della tassa dei rifiuti (5).
Questa certificazione può essere richiesta in qualsiasi Comune; non ha niente a che vedere con il “Registro delle unioni civili”, adottato da alcuni Comuni italiani – tra questi: Empoli, Arezzo, Ferrara, Firenze, Perugia, Pisa, Torino, ecc. – e dal significato più che altro simbolico di presa d’atto di una preesistente coabitazione tra due persone per motivi di reciproca assistenza morale e/o materiale.
Per una coppia omosessuale la registrazione anagrafica assume solo un significato simbolico; tuttavia alcuni enti locali hanno riconosciuto dei diritti, quali ad esempio l’accesso alla richiesta di alloggi popolari. Questo è stato attuato dal Comune di Bologna che ha istituito nel 1999 l’attestato di costituzione di famiglia affettiva che consente l’accesso a sovvenzioni comunali nonché la possibilità di concorrere per l’assegnazione di alloggi dell’edilizia popolare.
Nello statuto della regione Toscana(6) all’articolo 4 rubricato “finalità principali”, è possibile leggere che ” La Regione persegue, tra le finalità prioritarie: .. f) il diritto alle pari opportunità fra donne e uomini e alla valorizzazione della differenza di genere nella vita sociale, culturale, economica e politica, anche favorendo un’adeguata rappresentanza di genere nei livelli istituzionali e di governo e negli enti pubblici; g) la tutela e la valorizzazione della famiglia fondata sul matrimonio; h) il riconoscimento delle altre forme di convivenza“. Qualcosa quindi a livello regionale è stato previsto per dare un riconoscimento alle unioni di fatto anche se il potere regolamentare delle regioni è limitato e non può, se non in determinati settori (es. sanità), riconoscere diritti che l’ordinamento nazionale non riconosce.
1.5. La legge e le convivenze (o unioni di fatto)
Si è detto sopra che per le unioni di fatto non è prevista una legislazione ad hoc, ossia chiara, completa e specifica, e ciò comporta che non vi siano diritti e doveri reciproci come nel caso di famiglia legittima. Tuttavia in alcuni casi la legge ha ritenuto opportuno che il convivente fosse equiparato al coniuge per assicurargli diritti che altrimenti gli sarebbero stati preclusi per il fatto di non aver contratto matrimonio.
La disciplina giuridica su questo punto appare frammentaria ed episodica e nessun progetto di legge ha ottenuto l’approvazione delle Assemblee legislative. L’attenzione del legislatore si è via via soffermata su singoli e non coordinati aspetti della convivenza di fatto, mai presi in considerazione sotto un unico profilo organico. Vi sono vari interventi legislativi rilevanti per le unioni di fatto:
– L’art. 199 del Codice di procedura penale del 1988 estende la facoltà di astensione dalla testimonianza al convivente more uxorio (applicabile anche al processo civile ex art. 249 Codice di procedura civile);
– L’art. 681 Codice di procedura penale ammette anche il convivente a presentare la domanda di grazia;
– L’art. 42 della legge 18 marzo 1968, n. 313 riconosce il diritto alla pensione di guerra alla donna convivente da almeno un anno con il militare deceduto per cause belliche;
– In materia di locazione di immobili ad uso di abitazione, il convivente more uxorio del conduttore defunto è oggi compreso (in base alla sentenza della Corte cost., 7 aprile 1988, n. 404:) fra gli aventi titolo a succedergli nel contratto di locazione;
– L’art. 17 della legge 17 febbraio 1992, n. 179, In materia di edilizia pubblica residenziale prevede un’altra ipotesi di successione a favore del convivente more uxorio )in mancanza di coniuge e figli);
– L’art. 4 della legge 8.3.2000 n. 53, il quale accorda al lavoratore e alla lavoratrice il diritto ad un permesso retribuito di tre giorni in caso di decesso o di grave infermità del coniuge o di un parente entro il secondo grado “o del convivente”, purché, in questo caso, “la stabile convivenza…risulti da certificazione anagrafica”;
– Gli artt. 330 e 333 cod. civ. e il nuovo art. 342 bis cod. civ, introdotti dalle leggi 149/2001 e 154/2001, che disciplinano i rimedi esperibili contro gli abusi familiari perpetrati (o subiti) dal coniuge, dal genitore o dal “convivente”
– Il nuovo art. 408 del codice civile introdotto dalla legge 9 gennaio 2004 n. 6 in tema di amministrazione di sostegno per le persone impossibilitate a provvedere ai propri interessi, il quale – ai fini della scelta dell’amministratore – accorda preferenza ai parenti del beneficiario, al coniuge che non sia separato legalmente ovvero alla “persona stabilmente convivente;
– l’art. 5 della legge 19 febbraio 2004 n. 40, in materia di procreazione medicalmente assistita, che riconosce la possibilità di accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita alle “coppie maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi”.
– L’art. 4 della legge 20 ottobre 1990, n. 302 relativa alle disposizioni in favore delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata che prevede elargizioni anche a favore dell’eventuale convivente more uxorio il diritto di richiedere le provvidenze della legge. Non esistono pronunce giurisprudenziali che abilitano il partner omosessuale a tali richieste, ed è quindi dubbia l’interpretazione della presente normativa in tale senso, ma nulla vieta che in futuro vi potranno essere chiarimenti e specificazioni in riguardo. Per gli eventi tutelati dalla legge (vittime di terrorismo) lo Stato prevede una elargizione di 150 milioni (lire) a favore dei parenti, ai soggetti non parenti né affini che risultino conviventi a carico della persona deceduta nei tre anni precedenti l’evento ed ai conviventi more uxorio
– l’ordinamento penitenziario(7) consente nei casi di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente la concessione ai condannati e agli internati di un permesso di recarsi a visitare l’infermo
– la normativa sui consultori familiari(8) assicura l’assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla maternità o alla paternità responsabile e per i problemi sia della coppia che della famiglia. Coppia come unione di fatto tra due persone, che per analogia si estende alle unioni sia etero sia dello stesso sesso
– la legge in materia di provvedimenti a favore di vittime del terrorismo ha esteso al convivente more uxorio il diritto di richiedere le provvidenze della legge a favore delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata. Non esistono pronunce giurisprudenziali che abilitano il partner omosessuale a tali richieste, ed è quindi dubbia l’interpretazione della presente normativa in tale senso, ma nulla vieta che in futuro vi potranno essere chiarimenti e specificazioni in riguardo. Per gli eventi tutelati dalla legge (vittime di terrorismo) lo Stato prevede una elargizione di 150 milioni (lire) a favore dei parenti, ai soggetti non parenti né affini che risultino conviventi a carico della persona deceduta nei tre anni precedenti l’evento ed ai conviventi more uxorio
– la legge in materia di prelievi e trapianti di organi e di tessuti(9)impone al personale medico di fornire informazioni sulle opportunità terapeutiche per le persone in attesa di trapianto, nonché sulla natura e sulla circostanza del prelievo, al convivente more uxorio oltre che ai parenti prossimi ed al legale rappresentante. In questo caso, può qualificarsi come convivente il proprio compagno? In una pronuncia che vedremo in seguito si è parlato di convivente more uxorio per definire il partner omosessuale e non vi sono stati casi in seguito che hanno permesso alle corti di pronunciarsi ulteriormente in merito. Pertanto la risposta è sì e no: sì secondo l’unico orientamento giurisprudenziale esistente e sì secondo una parte della dottrina, no se vediamo l’altra parte della dottrina (maggioritaria). A prescindere dalla risposta alla suddetta domanda, una via legale che consenta al partner omosessuale di avere “voce in capitolo” in simili situazione è la procura sanitaria che sarà oggetto di trattazione nel proseguo
– alcuni enti locali hanno previsto appositi registri per la certificazione della convivenza. Tuttavia l’istituzione di tali Registri è stata bocciata dalla giurisprudenza dei tribunali amministrativi regionali, che non hanno riconosciuto specifica competenza ai comuni di regolamentare fatti sociali, che – a loro dire – non trovano ancora rilievo giuridico da parte della legislazione statale
– dalle Disposizioni concernenti il Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura si evince che le elargizioni ai superstiti vengono concesse anche ai conviventi nei tre anni precedenti l’evento a carico della persona
Per concludere: non mancano le norme che si riferiscono alle unioni di fatto, ciò che manca è un progetto unitario di tutela delle posizioni delle parti all’interno della famiglia ed il riconoscimento indiscusso che quelle omosessuali sono “coppie” come le altre
2. I single e la tutela dei loro diritti
Un single è un cittadino come lo sono tutte le persone che, pur vivendo un rapporto di coppia, non trovano nella legislazione riconoscimento e tutela a quel legame, unione o rapporto. Il cittadino in quanto tale ha dei diritti; analizziamo che cosa può fare un cittadino per tutelarsi in caso di malattia, per disporre del proprio patrimonio o per farsi coadiuvare nella gestione amministrativa.
2.1 Trattamenti sanitari: la procura sanitaria
Di frequente avvengono casi in cui l’amico o l’amica, il compagno o la compagna si sono visti rifiutare un colloquio con i medici e la possibilità di assistere il proprio partner durante le degenze ospedaliere. La questione, non completamente pacifica, è quella relativa all’individuazione dei soggetti cui spetti prestare il proprio consenso in vece del paziente che si trovi in condizioni di incapacità, sia legale sia derivante da causa terapeutica.
Partiamo dal presupposto che “Il paziente è titolare del diritto ad autodeterminarsi in ordine ai trattamenti sanitari e pertanto, ove sia capace di intendere e di volere, il suo consenso non può essere sostituito da quello del familiare”. (Tribunale Milano, 4 dicembre 1997). Tuttavia, nel caso di incapacità di decidere, erano i familiari che venivano chiamati a prendere decisioni in merito ai trattamenti sanitari da praticare, a conoscere le condizioni di salute del familiare e ad assisterlo durante la degenza ospedaliera.
La giurisprudenza ha cercato di superare la rigida attribuzione di competenze che prevedeva che fossero solo i familiari a poter conferire con i medici e decidere sui trattamenti sanitari da praticare sul congiunto malato che si trovi nell’incapacità di poter decidere per se. E’ stato quindi valorizzato “il ruolo svolto dalle persone più vicine al malato, che di fatto saranno sollecitate ad assumersi la responsabilità della decisione”(10). L’individuazione del soggetto chiamato a fornire il proprio consenso viene fatta quindi sul metro della “vicinanza di fatto“, per legame di sangue o consuetudine di vita; il nuovo codice deontologico medico, orientato nell’assoluto rispetto del paziente, consente non tanto il consenso del terzo (che possiamo qualificare come il partner del paziente), quanto l’informazione su diagnosi e prognosi ed intervento medico in genere, al terzo previamente ed espressamente indicato dal paziente(11).
Anche la più recente normativa sulla privacy – D. Lgs. N. 196/2003 – prevede all’art. 82/2° c. inerente Emergenze e tutela della salute e dell’incolumità fisica, che “L’informativa e il trattamento dei dati personali possono avvenire senza ritardo, successivamente alla prestazione, in caso di: 1) impossibilità fisica, incapacità di agire o di incapacità di intendere o di volere dell’interessato, quando non è possibile acquisire il consenso da chi esercita legalmente la potestà, ovvero da un prossimo congiunto, da un familiare, da un convivente (…)”
Il paziente in stato di incoscienza difficilmente potrà indicare la persona alla quale dovranno fornirsi tutte le informazioni mediche e diagnostiche, ed in ogni caso spesso trova il limite del pregiudizio o della mancanza di disponibilità da parte del personale sanitario a dare valore al legame esistente con il “terzo”. Per ovviare a questo problema è possibile sottoscrivere una procura sanitaria volta a dare al partner, all’amico o in genere ad una persona di fiducia, la legittimazione a prestare il proprio consenso nonché a conferire con il personale medico.
Opportunamente informato dal personale sanitario, il fiduciario adotta – in nome e per conto dell’assistito – le soluzioni verosimilmente più vicine a quella che sarebbe stata la volontà della persona; in questa operazione egli si avvarrà, di regola, delle specifiche indicate dal malato e dovrà agire perseguendo rigorosamente il bene di costui.
Si è tentato così di superare questa restrizione che imponeva ai soli familiari l’onere ed il diritto di conferire con i medici e di prendere decisioni che molto spesso non sono mosse da spirito di affetto e solidarietà familiare, ma da mire finanziarie più che morali.
2.2 Un MODELLO DI PROCURA SANITARIA che potete scaricare come documento Word e compilare
2.3 La libertà di disporre per testamento
Faccio una piccola digressione. A molte di voi sarà capitato di vivere direttamente o indirettamente una situazione simile: quante volte uno zio o una zia, un parente non è mai stato tenuto in considerazione e mai che un nipote sia andato a trovarlo eppure nella fase terminale della loro vita tutti gli stanno attorno, lo curano premurosi e lo assistono? Pensateci e non mi dite che tutti sono mossi dal pentimento di non averli trattati nelle dovute maniere prima che arrivassero a quel punto della malattia: l’eredità fa gola a molti. Allora cosa può fare quella persona? Beh, potrebbe sorridere di fronte alla stupidità di chi si affanna per arraffare un pezzo della torta, visto che la torta ha già stabilito a chi darla e come disporne.
Il nostro ordinamento prevede la possibilità di disporre del proprio patrimonio mediante testamento. Tale successione, che prende il nome di successione testamentaria, è libera: questo significa che si è liberi di lasciare il proprio patrimonio al compagno/a, all’amico, ad una associazione, ad un ospedale, al Comune, ad un partito, a chiunque. Vi sono tuttavia delle limitazioni che analizzerò brevemente.
Il testatore (nel nostro caso una di noi), nella libertà di disporre del proprio patrimonio non può in nessun caso escludere dalla disposizione testamentaria gli ascendenti ossia i genitori, i figli legittimi e naturali ed il coniuge. La quota che a loro spetta non potrà in ogni caso attribuirla ad altri; se lo facesse la successione potrebbe venire impugnata e le disposizioni revocate per effetto di una sentenza in cui il Giudice riconoscerebbe le quote dei legittimari riducendo quella dei non legittimari. A questi ultimi può spettare per legge una quota del patrimonio variabile da un quarto a due terzi del totale, a seconda del concorso dei vari soggetti (per una trattazione più approfondita rinvio ad un mio prossimo articolo).
2.4 Nomina di curatore del proprio patrimonio
È possibile altresì nominare un curatore del proprio patrimonio. Recentemente è stato istituito l’amministratore di sostegno, una figura che coadiuva la persona che, per effetto di una infermità o di una menomazione fisica o psichica (anche la senilità è considerata una condizione per poter accedere all’istituto), non è in grado in tutto o in parte di curare i propri interessi. La richiesta viene fatta dallo stesso interessato o dagli eredi o da chi assiste la persona ossia dalla persona stabilmente convivente. La domanda va presentata al Giudice tutelare indicando eventualmente la persona di fiducia che si intende designare quale amministratore del proprio patrimonio. La persona può disporre anche per il futuro nominando con scrittura privata autenticata (sottoscritta di fronte ad un notaio) la persona di fiducia che dovrà amministrare il patrimonio qualora non fosse più in grado di farlo.
2.5. L’adozione da parte di single
In una recente pronuncia la Corte costituzionale ha ritenuto ammissibile l’adozione internazionale negli stessi casi in cui è ammessa l’adozione nazionale, quindi tanto nell’ipotesi di adozione da parte di una coppia, quanto nell’ipotesi di adozione “in casi particolari” da parte di single. Il caso riguardava una donna italiana che aveva richiesto l’adozione di una bambina bielorussa, trovata in stato di abbandono nel suo paese di origine, bisognosa di cure mediche tempestive, con la quale aveva istaurato un rapporto consolidato di convivenza e affetto.
L’adozione di una persona maggiorenne è regolata dagli articoli 291 e seguenti del Codice Civile ed è possibile solo se il divario di età è uguale o supera i 18 anni (vedi ad es. qui: http://www.filodiritto.com/diritto/privato/civile/cognomeadozionepirisi.htm); può rappresentare una scappatoia da prendere in considerazione per situazioni particolari, tipo tasse di successione, nazionalità o altro.
3. La tutela dei conviventi more uxorio: estensione dei diritti dei coniugi anche ai conviventi
Come in parte abbiamo già visto al punto 1.5, l’ordinamento, pur non equiparando la famiglia di fatto alla famiglia legittima, ha al giorno d’oggi riconosciuto una serie di diritti ai conviventi. Così alcuni diritti riservati in precedenza alle coppie unite in matrimonio sono stati estesi alle coppie di fatto per effetto di pronunce giurisprudenziali. E le coppie omosessuali? Vedremo che alcuni diritti sono stati riconosciuti ai conviventi indipendentemente dal sesso, ma siamo lontani da avere una disciplina dettagliata ed una tutela che per ora è riservata solo alle unioni matrimoniali.
In alcuni casi infatti convivente more uxorio è stato considerato anche il partner omosessuale: il problema principale è che le pronunce giurisprudenziali riguardano coppie etero e nessun caso di coppie omosessuali è stato portato all’attenzione dei giudici. Questo vuol dire che – non essendoci state pronunce in senso contrario – potenzialmente sono estendibili anche alle coppie omosessuali i diritti riconosciuti in linea generale ai conviventi etero in quanto non c’è alcuna differenza e non c’è alcun ostacolo legislativo che discrimini la convivenza di persone di sesso diverso o dello stesso sesso, anzi ci viene in aiuto l’art. 3 della Costituzione che vieta le discriminazioni fondate sul sesso. Dico potenzialmente poichè non trovando pronunce giurisprudenziali non si può conoscere un orientamento univoco e definito.
Infatti tale orientamento è stato messo in grave pericolo dal già ricordato Decreto del Tribunale di Latina del 2005. Il sistema giudiziario italiano vincola elusivamente i soggetti che hanno adito quel Giudice e in questo caso si tratta solo di giurisprudenza di merito, ma è pur sempre vero che le argomentazioni del tribunale di Latina potrebbero non solo essere condivise da altri giudici, ma confermate da giudici superiori, dalla Cassazione, e infine dalla Corte Costituzionale.
3.1. La casa e la convivenza
3.11 Vivere in affitto
Nell’interpretare la legge sulle locazioni la Corte Costituzionale ha ricompresso ogni situazione di convivenza, non tanto per la rilevanza del nucleo familiare di fatto, ma per la primaria tutela del diritto di abitazione. In un dovere di solidarietà sociale va compreso l’intento di consentire la successione nel contratto di locazione ad un numero di figure soggettive, anche al di fuori della famiglia legittima, purché con questo abitualmente conviventi(12).
L’art. 6 comma 1 legge n. 392 del 1978 (legge sulle locazioni) prevede che succedano al contratto di locazione i familiari ed eventualmente il convivente more uxorio. Le parti possono derogare a questa disposizione prevedendo nel contratto di locazione chi subentra nel caso di morte del conduttore. Solo in mancanza di tale pattuizione, varranno le disposizione di cui all’art. 6 della legge 392/1978. Che cosa significa questo? Che i partner possono, in sede di stipula del contratto di locazione, inserire una clausola in cui prevedono che il partner convivente, possa succedere al contratto di locazione. E se il partner non è stato indicato come successore nel contratto di locazione ed è erede testamentario? In tale ipotesi succede di diritto al contratto di locazione purchè abitualmente convivente e ciò anche a sfavore degli eredi legittimari (discendenti – i figli ; ascendenti – i genitori). Gli altri eredi non conviventi possono rivendicare diritti sull’immobile? No, in quanto l’erede-convivente succede ex lege al contratto di locazione senza che i non-conviventi possano esperire alcuna azione per estrometterla/o.
3.12 La coppia convive in un immobile di proprietà del partner
Cosa accade alla sua morte? Innanzitutto accadrà che l’immobile andrà in successione.
In questo caso il de cuis, ossia il defunto, potrebbe aver fatto testamento e quindi aver previsto che l’immobile venga assegnato al partner (questo però non deve ledere, come ho scritto sopra, la quota dei legittimari). In caso contrario in mancanza di una disposizione testamentaria il partner sarà costretto a lasciare libero l’immobile in favore degli eredi. E per il tempo in cui questo ha continuato a vivere nell’immobile? Sarà costretto a pagare un canone di affitto o a risarcire gli eredi per aver illegittimamente occupato l’immobile? Le corti di merito hanno stabilito che la prosecuzione dell’occupazione dell’immobile da parte del convivente non dà luogo a risarcimento danni in capo agli eredi. Questi ultimi tuttavia possono richiedere legittimamente il rilascio dell’immobile. (13)
3.13 L’usufrutto sull’immobile di proprietà del partner: cos’è e come fare
Che cosa è l’usufrutto? È un diritto reale minore che consente di godere dell’immobile e di trarre da questo ogni utilità. Quindi è consentito l’uso diretto e indiretto (affittando l’immobile) e la percezione dei frutti derivanti dall’immobile.
Disporre l’usufrutto nel testamento: Il proprietario dell’immobile potrebbe decidere di attribuire al partner l’usufrutto a vita sull’immobile a decorrere dalla sua morte inserendolo nel testamento. In questo caso agli eredi legittimari sarà attribuita la nuda proprietà (che potenzialmente non dovrebbe ledere la quota di legittima).
3.14 Acquistiamo casa. Come ci tuteliamo?
Se l’immobile viene pagato da ambedue in eguale misura, in sede di acquisto si potrebbe attribuire all’altro partner l’usufrutto sulla propria quota di proprietà. In tal caso ciascuno dei partner sarà proprietario di metà dell’immobile e usufruttuario per la parte di immobile del compagno/a. Questo permetterà al partner di continuare a vivere nell’immobile in caso di morte del compagno/a.
Se l’immobile viene pagato da una persona soltanto e si vuole tutelare il partner, è possibile attribuire un diritto di usufrutto in sede di acquisto dell’immobile che può essere subordinato alla sussistenza del rapporto “more uxorio” tra conviventi. Cessando il rapporto di convivenza si può prevedere al risoluzione del contratto costitutivo di usufrutto. È possibile costituire un diritto d’usufrutto anche in un momento successivo. Per la costituzione di tale diritto è necessario rivolgersi ad un notaio che redigerà l’atto e provvederà alla sua registrazione (14).
3.15 Il diritto di abitazione e l’usucapione: la convivenza ultraventennale consente al partner di usucapire il diritto di abitazione
“Ho convissuto una vita con la mia compagna, non ho alcun diritto sull’abitazione di sua proprietà?” Si. Il diritto di abitazione si può usucapire: decorsi i venti anni di convivenza nasce in capo al convivente un diritto di abitazione che si qualifica ex art. 1022 quale un diritto reale minore che consente di abitare l’immobile per bisogno propri o della propria famiglia (quindi anche degli eventuali figli). “Come mi tutelo?” Rivolgendosi ad un legale si intraprenderà un procedimento giudiziale di accertamento della costituzione di tale diritto, naturalmente il tutto supportato da prove concrete (15)
3.16 La convivenza e gli assegnatari di case popolari
L’assegnazione di alloggi popolari: nel 1992 il Comune di Bologna in un bando di concorso per l’assegnazione di alloggi popolari ha parificato la convivenza di persone dello stesso sesso alla convivenza more uxorio. Sul tema le regioni Veneto, Abruzzo, Valle d’Aosta, Umbria, Toscana, Piemonte, Molise e Marche ai fini dell’assegnazione degli alloggi considerano componenti del nucleo familiare anche le persone non legate da vincoli di parentela o affinità, qualora la convivenza duri da almeno due anni e sia documentata.
Se il partner è assegnatario delle case popolari, cosa succede in caso di morte? In tali ipotesi è stato consentito al convivente more uxorio di subentrare nel contratto di assegnazione degli alloggi popolare ove la convivenza con il de cuius sia dimostrata da risultanze anagrafiche in alcuni casi con una durata minima di due anni. (16)
3.17 Per le coppie etero che hanno avuto figli
“A seguito della cessazione della convivenza more uxorio, il giudice ordinario può disporre l’assegnazione della casa coniugale in favore del genitore non proprietario esercente la potestà sul figlio minore”.(Cassazione civile, sez. I, 26 maggio 2004, n. 10102).
In tema di famiglia di fatto e nella ipotesi di cessazione della convivenza more uxorio, l’attribuzione giudiziale del diritto di (continuare ad) abitare nella casa familiare al convivente cui sono affidati i figli minorenni o che conviva con figli maggiorenni non ancora economicamente autosufficienti per motivi indipendenti dalla loro volontà è da ritenersi possibile per effetto della sentenza n. 166 del 1998 della Corte cost., che fa leva sul principio di responsabilità genitoriale, immanente nell’ordinamento e ricavabile dall’interpretazione sistematica degli art. 261 (che parifica doveri e diritti del genitore nei confronti dei figli legittimi e di quelli naturali riconosciuti), 147 e 148 (comprendenti il dovere di apprestare un’idonea abitazione per la prole, secondo le proprie sostanze e capacità) c.c., in correlazione all’art. 30 cost. (Cassazione civile, sez. I, 26 maggio 2004, n. 10102)
3.2 Il lavoro dipendente e i casi di malattia del convivente
3.21 Permesso retribuito in caso di decesso o grave infermità del convivente (art. 1 DM 278/2000)
La lavoratrice e il lavoratore hanno diritto ad un permesso retribuito di tre giorni lavorativi all’anno in caso di decesso o di documentata grave infermità del coniuge o di un parente entro il secondo grado o del convivente, purché la stabile convivenza con il lavoratore o la lavoratrice risulti da certificazione anagrafica. In alternativa, nei casi di documentata grave infermità, il lavoratore e la lavoratrice possono concordare con il datore di lavoro diverse modalità di espletamento dell’attività lavorativa(17).
Misura: 3 giorni all’anno non considerando i festivi e i non lavorativi (es. se prendo permesso di venerdì non si conterà il sabato (se non lavorativo) e la domenica, si conterà il lunedì e il martedì con obbligo di rientro al lavoro mercoledì). Il permesso deve essere obbligatoriamente usufruito entro 7 giorni dal decesso o dall’accertamento della grave infermità. Il lavoratore in questo caso deve previamente comunicare al datore di lavoro di voler avvalersi del permesso. È possibile in alternativa prevedere una riduzione giornaliera dell’orario di lavoro fino al concorrere dei tre giorni lavorativi quindi per un totale di 24 ore. (in questo caso sarà necessario un permesso scritto). Una volta rientrato al lavoro dovrà documentare l’astensione pena la perdita della retribuzione per i giorni previsti.
3.22 I congedi (art. 2 DM 278/2000)
Il congedo lavorativo costituisce una particolare situazione in cui il lavoratore si assenta dal posto di lavoro per un periodo, continuato o frazionato, non superiore ai due anni.
Il congedo viene concesso per gravi motivi relativi alla propria situazione personale o quella del convivente, dei portatori di handicap, parenti e affini entro il 3° grado o di soggetti non conviventi quali il coniuge, i figli, i fratelli, nuora o genero, suoceri).
Cosa si intende per gravi motivi?
Le necessità dei genitori derivanti dal decesso di un familiare;
• Le situazioni che comportano un impegno in particolari cure o nell’assistenza dei soggetti sopra descritti;
Le situazioni di grave disagio personale del lavoratore (es. depressione);
• Le patologie acute o croniche del lavoratore o dei soggetti sopra descritti che determinano una temporale o permanente riduzione o perdita dell’autonomia (es. affezioni croniche di natura reumatica, infettiva ecc.) o che richiedono l’assistenza continuativa o frequenti monitoraggi clinici (es. soggetti sottoposti a dialisi) o richiedono la partecipazione attiva del lavoratore nei trattamenti sanitari (es. trattamenti riabilitativi)
Durante tale periodo il dipendente conserva il posto di lavoro, non ha diritto alla retribuzione e non può svolgere alcun tipo di attività lavorativa. Il congedo non è computato nell’anzianità di servizio né ai fini previdenziali. Il lavoratore può procedere al riscatto, ovvero al versamento dei relativi contributi, calcolati secondo i criteri della prosecuzione volontaria. Tuttavia le patologie vengono individuate precisamente dal Ministero della Sanità(18) e se non ricadono in tali casi particolari non sarà possibile avvalersi del congedo.
Il congedo può essere inoltre richiesto in caso di decesso di uno dei soggetti sopra descritti quando non sia più possibile usufruire dei permessi retribuiti.
3.23 Aspettativa o congedo previsto dai contratti collettivi in particolari ipotesi
Per particolari categorie di lavoratori(19) è prevista la richiesta di aspettativa nel caso di particolari condizioni di salute del lavoratore, dei familiari e dei conviventi stabili. Possono essere richiesti periodi di aspettativa per esigenze personali o di famiglia senza retribuzione e senza decorrenza dell’anzianità, per una durata complessiva di dodici mesi in un triennio. Si tratta tuttavia di situazioni patologiche particolari come tossicodipendenza, di alcolismo cronico e di soggetti portatori di handicap. In tali casi è previsto:
a) il diritto alla conservazione del posto per l’intera durata del progetto di recupero, con corresponsione del trattamento economico previsto per le assenze per malattia, i periodi eccedenti i 18 mesi non sono retribuiti;
b) concessione di permessi giornalieri orari retribuiti nel limite massimo di due ore, per la durata del progetto riabilitativo;
c) riduzione dell’orario di lavoro, con l’applicazione degli istituti normativi e retributivi previsti per il rapporto di lavoro a tempo parziale, limitatamente alla durata del progetto di recupero”.
3.24 Il trasferimento ad altre sedi e le condizioni di salute del convivente
Per i pubblici dipendenti nell’ambito del passaggio diretto ad altre amministrazioni(20) del personale in eccedenza è previsto che, nella redazione delle graduatorie al fine del trasferimento, vengano in rilievo anche le condizioni di salute dei conviventi stabili purché la convivenza sia accertata sulla base di una certificazione anagrafica.
3.3 Convivenza more uxorio e assegno di divorzio
L’instaurazione di una convivenza more uxorio di un divorziato non determina di sè per la decadenza dal diritto di ricevere l’assegno divorzile, a meno che il coniuge onerato del pagamento non dimostri che vi sia un miglioramento delle condizioni economiche dell’altro coniuge (21).
Ha diritto di richiedere il mantenimento il convivente more uxorio una volta cessata la convivenza? È opinione univoca di giurisprudenza e dottrina che, nella mancanza di dati normativi al riguardo, la situazione di convivenza non implica “alcun diritto al mantenimento” di ciascuno dei conviventi nei confronti dell’altro (Cass. 5717/1985).
Anche secondo il Tribunale di Napoli, “non sussiste, allo stato attuale della legislazione, alcun diritto al mantenimento o agli alimenti nei confronti del convivente “more uxorio”, concretizzando la convivenza una situazione di fatto, caratterizzata dalla precarietà e dalla revocabilità unilaterale, cui non si ricollegano diritti e doveri se non di carattere morale” (Tribunale Napoli, 8 luglio 1999; nello stesso senso Corte appello Roma, 28 novembre 1994). In questo caso dunque non si è ritenuto necessario tutelare la/il componente più debole della coppia.
3.4 Le prestazioni patrimoniali tra conviventi
Le prestazioni patrimoniali fatte al convivente durante la convivenza more uxorio non possono essere richieste in restituzione al momento della cessazione del rapporto, in quanto vengono considerate adempimento di un obbligazione naturale per le quali il legislatore ha previsto l’impossibilità di chiedere quanto precedentemente pagato. Però: “le prestazioni patrimoniali di uno dei conviventi “more uxorio” non possono inquadrarsi nello schema dell’obbligazione naturale se hanno come effetto esclusivo l’arricchimento del partner e non sussiste un rapporto di proporzionalità tra le somme sborsate e i doveri morali e sociali assunti reciprocamente dai conviventi. (Nella specie, al convivente “more uxorio” che aveva realizzato un immobile, a proprie spese e con la propria manodopera, sul fondo appartenente al partner è stato riconosciuto il diritto all’indennizzo).” (Cassazione civile, sez. II, 13 marzo 2003, n. 3713).
Cosa implica questo? Che il mantenimento del convivente non può essere restituito, che i regali e le donazioni effettuate tra conviventi non possono essere richiesti indietro una volta cessata la convivenza.
3.5. La coppia convivente e i figli
Possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita non solo le coppie di maggiorenni, in età fertile e di sesso diverso, che siano coniugate ma anche quelle semplicemente conviventi.
I figli naturali sono equiparati ai figli legittimi e possiedono la stessa tutela giuridica dei figli nati dalle unioni matrimoniali. Si applicano quindi tutte le disposizioni relative ai figli legittimi in materia di affidamento, di mantenimento, di esercizio della potestà genitoriale. Il genitore naturale che non esercita la potestà può vigilare sull’istruzione, sull’educazione e sulle condizioni di vita del minore; i genitori naturali devono concordare le decisioni più importanti per la vita del minore, nei limiti del possibile, e senza detrimento per il figlio, con la possibilità di ognuno di loro di adire il Tribunale dei minori quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli all’interesse del figlio.
È di dovere ricordare che non esistono obblighi nei confronti di figli del proprio partner.
3.51 Decidiamo di avere un figlio: come tutelarlo in caso di rottura del rapporto
Sarà possibile alla nascita prevedere la corresponsione di una rendita vitalizia o per un tempo determinato (es. fino al compimento dei 18 anni) a favore del figlio del/la compagna/o. Questo potrebbe essere utile in caso di rottura del rapporto per responsabilizzare la coppia omosessuale che consapevolmente ha scelto di avere prole (e che quindi dovrà contribuire alla crescita e al mantenimento del figlio voluto anche se biologicamente non risulta essere figlio proprio). Oppure sarà possibile costituire un fondo (fondi assicurativi) che consenta al figlio di riscuoterlo al compimento dei 18 anni magari vincolandolo affinchè venga utilizzato per pagamento degli studi universitari.
3.6. Famiglia di fatto e rapporti con i terzi: il diritto al risarcimento danni per la morte del convivente
La moderna giurisprudenza è ormai unanime nel riconoscere, in caso di morte del convivente provocata da terzi, il diritto al risarcimento del danno in favore del convivente superstite. Poiché in seguito dell’interruzione improvvisa del rapporto di convivenza questi viene leso non già in una mera e semplice aspettativa, priva di tutela giuridica, bensì in un fondamentale e inviolabile diritto qual è quello alla solidarietà sociale di cui all’art. 2 Cost. nel diritto di libertà e subisce un danno ingiusto e pertanto risarcibile. (App. Milano 16.11.1993).
Risulta risarcibile il danno morale ex art. 2059 c.c. per il pretium doloris patito dal partner superstite, essendo innegabile che la perdita del convivente provochi sofferenze analoghe a quelle patite per la morte del coniuge; non altrettanto può dirsi per la risarcibilità del danno patrimoniale, in quanto l’eventuale danno patrimoniale dovrà essere rigorosamente dimostrato, ad esempio con l’esistenza di un convenzione che prevedeva il mantenimento del convivente(22). La Cassazione ha riconosciuto la risarcibilità del danno patrimoniale a condizione che vi sia la prova di uno stabile contributo economico in vita dal defunto al danneggiato e qualora risulti correttamente dimostrata siffatta relazione caratterizzata da una tendenziale stabilità e da mutua assistenza morale e materiale. Non basta quindi la mera coabitazione ma occorre anche il riscontro di una relazione interpersonale con carattere di natura affettiva e parafamiliare che si esplichi in un combinanza di vita e di interessi (Cassazione 28.03.94 n. 9288).
3.7 Diritto penale e conviventi
3.71 La testimonianza processuale ed il diritto di astensione del convivente.
“Gli elementi essenziali del rapporto di coniugio vanno identificati nell’esistenza di un legale affettivo stabile che includa la reciproca disponibilità ad intrattenere rapporti sessuali, il tutto compreso in una situazione relazionale in cui siano presenti atteggiamenti di reciproca assistenza e solidarietà; tali elementi non risultano esclusi dalla sola uniformità di sesso fra le persone in relazione, per cui quando essi sono presenti in una convivenza “more uxorio” tra persone dello stesso sesso consentono al testimone di astenersi dal deporre nel procedimento nei confronti del convivente imputato” (Corte assise Torino, 19 novembre 1993)
3.72 La costituzione di parte civile del partner
Il convivente more uxorio può costituirsi parte civile nel processo per omicidio volontario ai danni del suo convivente, se è provata la stabilità del rapporto, al fine di tutelare il proprio diritto di libertà, nascente direttamente dalla Costituzione, alla continuazione del rapporto, diritto assoluto e tutelabile “erga omnes”, senza perciò, interferenze da parte dei terzi. (Corte assise appello Ancona, 31 maggio 2002).
4. Che cosa hanno ottenuto le coppie – conviventi omosessuali a differenza delle coppie eterosessuali?
In linea teorica tutti i diritti riservati ai conviventi eterosessuali possono essere estesi ai conviventi omosessuali in quanto non c’è alcuna legge che vieta questo. Bisogna chiarire che la maggioranza dei diritti che sono stati attribuiti ai conviventi more uxorio sono diritti, originariamente riservati ai coniugi, che sono stati estesi dalla giurisprudenza alle coppie conviventi. Le coppie omosessuali come si collocano? Direi che nulla vieta che le corti chiamate a pronunciarsi in merito a coppie omosessuali non distinguano tra conviventi etero e conviventi omo. Tuttavia poche sono le pronunce in merito:
– In merito alle prestazioni patrimoniali tra conviventi omosessuali: il tribunale di Firenze ha riconosciuto alle prestazioni effettuate tra “compagni”, la natura di atti di adempimento di obbligazioni naturali. “L’attuale coscienza sociale – hanno affermato i giudici toscani – qualifica come dovere morale non solo l’assistenza prestata da uno dei due soggetti a favore dell’altro, ma anche l’esborso di somme di denaro effettuate sempre da uno a favore dell’altro al fine di sopperire alle singole necessità del compagno, atteso il carattere di reciprocità di tali prestazioni effettuate nell’ambito di una famiglia di fatto cui l’ordinamento vigente, in ossequio ai principi costituzionali, attribuisce sempre maggior rilievo”.
– Le locazioni: si è qualificata more uxorio la convivenza tra omosessuali, stabilendo che questa non costituisce abuso della destinazione della cosa locata, salvo che la condotta del locatore sia tale da provocare scandalo (tribunale di Roma 20 novembre 1982).
5. Come disciplinare dal punto di vista patrimoniale la convivenza sia etero che omosessuale
5.1 I contratti di convivenza
In mancanza di una legislazione, l’unico mezzo per disciplinare i rapporti tra conviventi è la sottoscrizione di un contratto di convivenza. La massima autonomia contrattuale garantita dal nostro ordinamento (art. 1321 c.c.) consente di creare contratti ad hoc per situazioni che sono via via diverse e presentano necessità ed esigenze differenti quando vi sia la volontà delle parti e la liceità dell’oggetto.
L’espressione contratto di convivenza non viene qui assunta a designare l’accordo con cui due persone si impegnano a convivere more-uxorio (come un PACS, o un matrimonio tra omosessuali): ogni vincolo di carattere personale sfugge alla regolamentazione pattizia salvo particolari formulazioni. Questo vuol dire che non posso – stipulando un simile contratto – pretendere la fedeltà, l’assistenza morale, prestazioni sessuali. Questi sono diritti / obblighi che sfuggono ai contratti e che lo renderebbero nullo.
Con il contratto si intende piuttosto disciplinare intese di contenuto patrimoniale allo scopo di regolare i rispettivi rapporti economici quali la reciproca contribuzione nell’interesse della famiglia specificandone le relative modalità quantitative e qualitative, un regime degli acquisti ed eventualmente disciplinare problemi che possono insorgere durante il menage o dopo con la cessazione della convivenza e la fine del rapporto.
5.2 I contratti di convivenza e i rapporti di carattere personale
Come abbiamo detto, i doveri di fedeltà, assistenza morale, collaborazione e coabitazione, essendo privi del requisito della patrimonialità non sono idonei ad essere dedotti in un contratto. Tuttavia vi è la possibilità di attribuire un qualche rilievo a taluni aspetti di carattere personale. Inserendo infatti nel contratto una condizione in cui si prevede un comportamento umano si può supplire al divieto di dedurre tale comportamento in obbligazione. Due sono le vie, inserire nel contratto:
1) una condizione che subordina una prestazione patrimoniale da un convivente all’altro all’esecuzione di una prestazione non patrimoniale da parte della persona che fa la promessa (es. “ti prometto che ti darò cento se io non ti sarò fedele o se io non coabiterò più con te fra cinque anni”); oppure
2) una condizione che subordina una prestazione patrimoniale all’effettuazione di una non patrimoniale da parte del destinatario della promessa (es. “ti prometto che ti do cento se tu mi sarai fedele o se tu coabiterai ancora con me fra cinque anni”, “ti prometto che se tu mi darai un figlio lo manterrò fino alla maggiore età”).
La prima di queste due clausole è nulla in quanto finisce con il mascherare un vero è proprio obbligo alla prestazione patrimoniale. Al contrario, la seconda ipotesi è invece valida e potrebbe definirsi premiale in quanto diretta ad attribuire una sorta di compenso per l’effettuazione di una prestazione non patrimoniale. Nel primo caso il contratto potrebbe essere nullo in quanto in presenza di una c.d. condizione meramente potestativa, cioè riguardante un fatto il cui avverarsi dipende dalla volontà della parte che si obbliga. La nullità deriverebbe dal fatto che si avrebbe un’obbligazione senza la volontà di obbligarsi, cosa che non accadrebbe, invece, nel secondo caso. Ai sensi dell’art. 1355 del c.c., “è nulla l’alienazione di un diritto o l’assunzione di un obbligo subordinata a una condizione sospensiva che la faccia dipendere dalla mera volontà dell’alienante o, rispettivamente, da quella del debitore”. La nullità, in casi analoghi, potrebbe però anche derivare dall’oggetto della clausola, laddove l’oggetto fosse un c.d. diritto personalissimo che come tale è inalienabile e irrinunciabile e quindi estraneo al diritto negoziale.
Una certa utilità ha sicuramente l’inserimento in contratto della dichiarazione che attualmente i soggetti convivono assieme ed hanno fissato la loro residenza in un determinato luogo: questo per evitare possibili contestazioni circa la durata della convivenza.
5.3 I contratti di convivenza e i rapporti patrimoniali
1. la contribuzione al menage familiare: una delle prime clausole contrattuali dovrà definire le modalità di contribuzione (una tantum o periodicamente), se mediante apporto di denaro o mediante il lavoro domestico (che la giurisprudenza ha considerato alla stregua di qualsiasi altro lavoro e quindi suscettibile di valutazione economica); un obbligo reciproco di assistenza materiale nel caso di necessità; mancata contribuzione potrebbe avere delle cause giustificative che tuttavia dovranno essere previste (es. disoccupazione involontaria);
2. l’obbligo di corresponsione a titolo di mantenimento di somme di denaro da parte del partner più abbiente a favore del partner più bisognoso;
3. istituire un regime di comunione ordinaria di tutti, o eventualmente di alcuni, i beni da acquistarsi durante la convivenza con effetto reale immediato alla stipula del contratto di acquisto, o con un impegno del partner di trasferire successivamente i diritti nella quota stabilita al convivente;
4. l’obbligo di non vendere la quota in comproprietà con il partner, eventualmente prevedendo una penale nel caso questo accada;
5. disciplinare l’amministrazione dei beni in comproprietà;
6. prevedere il futuro scioglimento della comunione sui beni comuni;
7. ciò non toglie che i partner possano prevedere un regime di separazione dei beni: si potrà prevedere la restituzione di quanto corrisposto dal convivente a titolo contributivo degli acquisti di beni effettuati a nome dell’altro;
8. pattuizioni in vista di un eventuale rottura: l’effettuazione di prestazioni di carattere economico per il periodo successivo alla rottura, periodo che dovrà essere limitato o condizionato ad esempio all’instaurazione di una nuova convivenza da parte dell’obbligato o del ricevente il beneficio, inoltre dovrà essere stabilito precisamente il quantum dovuto, il diritto di uno dei partner di abitare l’immobile in comproprietà, etc.
Attenzione a non commettere errori che potrebbero vanificare questi contratti. Per esempio potrebbe verificarsi che gli obblighi che nascono da una tale convenzione, di fatto potrebbero essere considerati rientranti nella specie delle obbligazioni naturali; che, seppure ad altri fini, spesso in queste convenzioni possono esservi clausole che richiamano il dovere di convivenza o di fedeltà che – come detto sopra – fuoriescono dalla regolamentazione contrattuale; oppure al fatto che questi contratti possano violare il divieto di concludere patti successori alla morte di uno dei conviventi (Bonilini-Cattaneo). Inoltre, occorrerà accertare se questo tipo di contratto si avvicini maggiormente ai contratti con prestazioni corrispettive, a quelli a titolo gratuito, o ai contratti con causa di liberalità, ed in quest’ultimo caso occorrerà valutare se sussistano i requisiti di forma richiesta per la donazione).
Infine, dette convenzioni potrebbero presentare problematiche anche in ordine ai rapporti con i terzi, nei confronti dei quali non potranno essere fatte valere né opposte, quindi la convenzione, anche ove fosse formalmente valida, potrà essere fatta valere esclusivamente tra gli stessi contraenti, senza poter godere del diritto di riscatto sui terzi (Oberto).
5.4 La forma dei contratti
Non è prevista ex lege una forma particolare. Tuttavia ai fini probatori sarà auspicabile la forma scritta per atto pubblico. In Internet o presso uno studio legale è possibile redigere contratti di convivenza adattabili alle varie esigenze e situazioni: il costo riportato è di circa 300/360 euro.
Non esiste un modello standard in quanto tale contratto nasce dalla situazione e dalle esigenze della coppia e pertanto verrà redatto ad hoc in base alle volontà delle parti.
5.5. Il contratto di mantenimento
Si tratta di una convenzione con la quale una parte attribuisce all’altra il diritto di esigere vita natural durante di essere mantenuta quale corrispettivo dell’alienazione di un bene mobile o immobile o della cessione di un capitale. L’obbligo del vitaliziante non consiste nel versamento di una somma di denaro ma nella corresponsione in natura di vitto, alloggio vestiario e assistenza medica.
È possibile inoltre un assicurazione sulla vita che preveda come beneficiario il partner, oppure un fondo pensione per assicurare al partner una rendita in un periodo futuro.
6. Tassazione e conviventi
Storicamente sul piano fiscale la famiglia di fatto e la famiglia legittima sono state spesso tenute nella stessa considerazione. Nel 1931(23) fu istituita l’imposta di famiglia (al giorno d’oggi non più in vigore). Per famiglia ai fini fiscali si intendeva l’unione di persone legate da vincoli di proprietà o di affinità conviventi sia persone che solo convivessero. Ai fini fiscali era rilevante sia l’esistenza di una sfera patrimoniale comune che la reciproca “posizione familiare dei conviventi”, a dimostrazione della solerzia che manifesta lo Stato quando deve riscuotere un credito tributario.
Chi pagava i tributi se non provvedeva il contribuente? Le suprema corte ha stabilito ai fini fiscali la solidarietà tributaria anche tra conviventi more uxorio. La donna non unita in matrimonio con il debitore di imposta ma con lui coabitante e convivente more uxorio, tanto da avere i propri redditi compresi nel coacervo di quelli tassati con l’imposta di famiglia di lui, è solidalmente responsabile con il debitore per il pagamento del tributo(24).
Attualmente rileva la convivenza ai fini dell’applicazione della tassa rifiuti, ed in alcuni casi per il calcolo della tassa per le fognature in quanto soggetti passivi d’imposta sono coloro che occupano a qualsiasi titolo un immobile. La tassa varia in funzione del numero di persone che stabilmente risiedono nell’immobile.
Anche per il diritto al patrocinio a spese dello Stato (cioè per il pagamento degli avvocati difensori) sono cumulati al reddito del soggetto richiedente i redditi delle persone stabilmente conviventi con esso.
7. L’omosessualità può integrare una condizione di inespellibilità dell’immigrata/o
L’adozione di un decreto di espulsione è subordinata all’assenza di situazioni di inespellibilità contemplate dall’art. 19 D.lg. n. 286/1998. Tale previsione legislativa prevede che sia vietata l’espulsione verso stati in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzioni “per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Questa formulazione è stata creata volutamente ampia e generica, affinché il precetto normativo, possa adeguarsi alla evoluzione del costume e del sentire sociale in relazione al mutevole contesto storico e culturale.
Con una recente pronuncia il Giudice di pace di Torino(25) ha considerato la circostanza, documentalmente provata, che l’omosessualità venga punita in Senegal con la pena della reclusione da uno a cinque anni e che in quel paese di religione mussulmana agli omosessuali venga riservato un trattamento vessatorio e discriminatorio e perciò possa essere inquadrata in un ipotesi di inespellibilità.
La vicenda umana del cittadino straniero dichiaratosi omosessuale costretto a fare ritorno in patria costituirebbe motivo di persecuzioni e apparirebbe in contrasto con la libertà sessuale, intesa come libertà di vivere senza condizionamenti e restrizioni le proprie preferenze sessuali, che deve ritenersi espressione del più ampio diritto alla manifestazione e promozione della personalità umana riconosciuto dalla Costituzione all’art. 2.
8. Uno sguardo alla legislazione europea
– La legislazione danese nel 1989 ha disciplinato le unioni fra omosessuali tramite la registrazione presso l’autorità civile. Mediante tale riconoscimento le coppie possono accedere a una forma di tutela simile a quella stabilita per il matrimonio, in specie nella fase dello scioglimento con l’unico limite riguardante la possibilità di adottare minori o di avvalersi dell’inseminazione artificiale. Al partner è tuttavia riconosciuta la facoltà di adottare il figlio dell’altro partner
– Il Belgio ha emanato una legge che disciplina la coabitazione sia etero che omosessuale in alcuni aspetti: tutela patrimoniale, responsabilità per debiti del convivente per obbligazioni assunte dall’altro, la gestione comune dei beni di famiglia di fatto, la disciplina dei rapporti successori etc.
– La Francia ha introdotto il PACS che prevede sia l’unione registrata che non. Contenuto inderogabile dell’accordo è il sostegno reciproco e materiale e possono accedervi coppie di sesso diverso o uguale.
– Il modello tedesco delinea un istituto di diritto familiare per una unione duratura tra persone dello stesso sesso, le/i conviventi sono obbligati alla cura e all’assistenza reciproca, e tale obbligo perdura, pur se modificato, anche se le parti non coabitano e dopo la cessazione della convivenza; possono scegliere un nome comune e al partner che ha convissuto a lungo con i figli dell’altra/o spetta un diritto di frequentazione; tra conviventi si istaura un rapporto familiare e agli effetti successori il convivente è equiparato al coniuge; per gli acquisti i conviventi possono scegliere di regolarli con contratto o assoggettarli a regime di comunione con compensazione finale (legge 16 Febbraio 2001 “abolizione della discriminazione delle convivenze tra persone dello stesso sesso”).
Le esperienze europee sono varie e diversificate ma tutte tendenti ad assicurare un minimo di tutela almeno nel campo patrimoniale alla coppia. La Commissione europea nel caso Sutherland (1997) ha evidenziato l’analogia fra la pretesa di stabile relazione tra omosessuali e la medesima pretesa avanzabile da una coppia eterosessuale.
La Commissione europea dei diritti dell’uomo considera che, nonostante i mutamenti odierni delle mentalità nei confronti dell’omosessualità, le relazioni omosessuali durevoli non rientrano nell’ambito d’applicazione del diritto al rispetto della vita familiare tutelato dall’art. 8 della “Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”, firmata a Roma il 4 novembre 1950 e ratificata dall’Italia con legge 4 agosto 1955 n. 848. (l’art. 8 si riferisce al “Diritto e rispetto della vita privata e familiare” ). Fu per garantire il rispetto da parte degli Stati contraenti degli obblighi da essi assunti con la firma della Convenzione, che vennero istituite la Commissione europea dei Diritti dell’Uomo (1954); la Corte europea dei Diritti dell’Uomo (1959) e il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa.
Il Parlamento Europeo ha votato il 18 gennaio 2006 una risoluzione nella quale si dichiara che “gli stati membri devono assicurare a lesbiche, gay, bisessuali e transessuali la protezione da discorsi o comportamenti omofobici e che i partner dello stesso sesso godano del rispetto, della dignità e della protezione riconosciuti al resto della società”.
Precedenti pronunciamenti qui: http://www.oliari.com/parlamentoeu/parlamentoeu.html
Un sunto qui http://www.arcilesbica.it/speciale_pacs/Europa/non_discriminazione.doc
Per quanto riguarda la situazione negli altri paesi europei al dicembre 2005, vedi allegata tabella.
Un documentatissimo sito che include la situazione nei diversi paesi europe, è qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Unione_civile
Alla stesura definitiva dell”articolo ha contribuito, con alcune integrazioni, anche Lucia, che perciò ringraziamo.
1) In: I diritti degli omosessuali di Paolo Cendon e Francesco Bilotta – Università degli studi di Trieste – Dipartimento giuridico di economia, 2005, http://www.altalex.it. Per una trattazione sul PACS, vedi anche lo Speciale PACS di Christina Sponza. Per un confronto sulla nuova legge inglese “Civil Partnership Bill”, il testo qui
2) Trabucchi, La Famiglia legittima, 1981, 353. Cedam.
3) Cassazione civile, sez. I, 10 ottobre 2003, n. 15148
4) Famiglia anagrafica. Agli effetti anagrafici, per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune.
5) Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223 (in Gazz. Uff., 8 giugno, n. 132). – Approvazione del nuovo regolamento anagrafico della popolazione residente; ” art. 1 – Anagrafe della popolazione residente: l’anagrafe della popolazione residente è la raccolta sistematica dell’insieme delle posizioni relative alle singole persone, alle famiglie ed alle convivenze che hanno fissato nel comune la residenza, nonché delle posizioni relative alle persone senza fissa dimora che hanno stabilito nel comune il proprio domicilio. L’anagrafe è costituita da schede individuali, di famiglia e di convivenza. Nelle schede di cui al comma 2 sono registrate le posizioni anagrafiche desunte dalle dichiarazioni degli interessati, dagli accertamenti d’ufficio e dalle comunicazioni degli uffici di stato civile”
6) Bollettino ufficiale regione Toscana n. 12 del 11.02.2005, L.R. del 11.02.2005. Nella Legge regionale Toscana approvata dal Consiglio regionale nella seduta del 10 novembre 2004, LEGGE REGIONALE 15 novembre 2004 n. 63: “Norme contro le discriminazioni determinate dall`orientamento sessuale o dal’identità di genere”, i 16 articoli offrono una tutela specifica ad omosessuali e transessuali; in particolare l’art. 7 conferisce a chiunque il diritto di indicare la persona che dovrà prendere per lei/lui le decisioni riguardo i trattamenti terapeutici in caso di malattia grave: “Ciascuno ha diritto di designare la persona a cui gli operatori sanitari devono riferirsi per riceverne il consenso a un determinato trattamento terapeutico”). Peccato che il Governo, su proposta del ministro degli Affari regionali Enrico La Loggia abbia deciso di colpire tale legge; le motivazioni del Consiglio dei ministri sarebbero: 1) la Toscana sarebbe intervenuta su diritti di competenza dello Stato; 2) il concetto di orientamento sessuale non avrebbe specifica rilevanza nell’ordinamento giuridico corrente.
La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il ricorso promosso dal Governo contro lo Statuto della stessa Regione Toscana pressappoco con le stesse argomentazioni, riguardo alla lettera h) dell’art. 4 già citato che, dopo “la tutela e la valorizzazione della famiglia fondata sul matrimonio”, riconosce le “altre forme di convivenza”. La decisione è stata motivata non tanto dal fatto che la Corte non ha rilevato alcun contrasto con la Costituzione, quanto perché alle enunciazioni, “anche se materialmente inserite in un atto-fonte, non può essere riconosciuta alcuna efficacia giuridica” e quindi “esse esplicano una funzione, per così dire, di natura culturale o anche politica, ma certo non normativa”. Nella sentenza si legge anche che gli statuti di autonomia, anche se costituzionalmente garantiti, debbono comunque “essere in armonia con i precetti ed i principi tutti ricavabili dalla Costituzione”. Anche se non detto espressamente se ne può ricavare che il riconoscimento di altre forme di convivenza diverse dal matrimonio non è, secondo la Corte in contrasto con alcuna norma costituzionale.
7) L. 26.7.1975 n. 354 art. 30.
8 ) L. 29.7.1975 n. 405
9) L. 1.4.1999 n.91 art. 3
10) “Il rapporto medico – paziente nell’attuale sistema sanitario” D. Corrà.
11) Codice deontologico medico art. 31
12) “È illegittimo, per contrasto con gli art. 2 e 3 cost., l’art. 6 comma 1 legge n. 392 del 1978 (disciplina delle locazioni di immobili urbani), nella parte in cui non prevede tra i successibili nella titolarità del contratto di locazione, in caso di morte del conduttore, il convivente “more uxorio” di quest’ultimo.” (Corte costituzionale, 7 aprile 1988, n. 404); “A norma dell’art. 6 l. n. 392 del 1978, in caso di morte del conduttore succedono nel contratto di locazione il coniuge, gli eredi, i parenti ed affini con lui abitualmente conviventi, nonché, dopo la sentenza costituzionale n. 404 del 1988, il convivente “more uxorio”; ai fini della disciplina sopra richiamata, l’abituale convivenza con il conduttore defunto va accertata alla data del decesso di costui, a nulla rilevando che gli aventi diritto alla successione nel contratto siano o meno rimasti nell’alloggio locato dopo la morte del dante causa, giacché la successione “mortis causa” nel contratto di locazione è fatto giuridico istantaneo che si realizza (o non si realizza) all’atto stesso della morte del conduttore, restando insensibile agli accadimenti successivi” (Cassazione civile, sez. III, 1 agosto 2000, n. 10034).
13) “In ipotesi di convivenza more uxorio in un immobile di proprietà esclusiva di uno dei conviventi, la morte di quest’ultimo non determina il venir meno della detenzione qualificata in capo al convivente superstite. Pertanto, gli eredi del proprietario non hanno diritto di ottenere da quest’ultimo il risarcimento del danno per l’occupazione dell’appartamento proseguita dopo la morte del proprietario, a meno che il convivente non disponga illegittimamente del bene, trasmettendone la detenzione a terzi estranei”. Tribunale Milano, 18 gennaio 2003
14) “È ammissibile la risoluzione del contratto di costituzione di usufrutto d’immobile per il venir meno della situazione di sussistenza o permanenza nel tempo del rapporto “more uxorio” tra conviventi, necessariamente presupposta da essi nella stipula del contratto. È valido ed efficace il contratto di costituzione d’usufrutto d’immobile stipulato tra due conviventi more uxorio, senza corrispettivo alcuno, ove esso trovi il suo fondamento nella convivenza stessa e nell’assetto che i conviventi intendono dare ai loro rapporti”. (Tribunale Savona, 7 marzo 2001)
15) Il diritto di abitazione sull’appartamento del convivente può essere usucapito: il tribunale, nel caso di specie, ha ammesso che il convivente “more uxorio” del defunto comproprietario dell’immobile avesse usucapito, per averne avuto il co-godimento esclusivo con il defunto per oltre venti anni, il diritto di abitazione dell’intera casa in cui aveva convissuto con il de cuius (Tribunale Torino, 14 marzo 2002); “il convivente more uxorio che ha convissuto con compossesso ultraventennale corrispondente al diritto reale di abitazione di una casa, di cui l’altro convivente, premorto, era proprietario, acquisisce, per usucapione, la titolarità, vita natural durante, del diritto di abitazione”. (Tribunale Torino, 28 febbraio 2002).
16) Riporto di seguito alcune pronunce relativamente alla successione nell’assegnazione degli alloggi popolari al convivente more uxorio:
“Alla stregua dell’art. 3 l. reg. Piemonte n. 46 del 1995, mentre gli appartenenti al nucleo familiare in senso stretto hanno titolo a subentrare al precedente assegnatario senza che la convivenza con quest’ultimo abbia avuto una particolare durata, i conviventi more uxorio sono tenuti a dimostrare di aver convissuto con l’assegnatario da almeno due anni prima della pubblicazione del bando di concorso per l’assegnazione dell’alloggio, con la conseguenza che il requisito deve considerarsi mancante se detta stabile convivenza non è dimostrata nelle forme di legge e non trova riscontro nel certificato di residenza storico del soggetto interessato.” (T.A.R. Piemonte, sez. I, 19 gennaio 2005, n. 69); la legge regione Campania n. 18 del 1997 “Nuova disciplina per l’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica”, espressamente indica i soggetti destinatari dell’intervento, e prevede che per nucleo familiare si intenda “la famiglia costituita dai coniugi e dai figli legittimi, legittimati, naturali, riconosciuti ed adottivi e dagli affiliati con loro conviventi, fanno altresì parte del nucleo familiare il convivente more uxorio, gli ascendenti, i discendenti, i collaterali e gli affini fino al terzo grado, purché la stabile convivenza con il concorrente duri da almeno due anni prima della data di pubblicazione del bando di concorso e sia dimostrata nelle forme di legge”; orbene, è palese nell’intendimento del legislatore la considerazione anche di situazioni di convivenza non matrimoniali, purché queste risultino provate e stabilmente consolidate; la valutazione della presenza di convivenze more uxorio, d’altra parte, è considerata dal legislatore alternativa alla esistenza di una condizione matrimoniale” (T.A.R. Campania Napoli, sez. V, 7 dicembre 2004, n. 18511).
17) Legge 8 marzo 2000, n. 53 Articolo 4
18) Si veda in merito il regolamento di attuazione dell’art. 4 in nota 9, approvato con dm 21 luglio 2000, n. 278.
19) Contratto collettivo nazionale di lavoro relativo al personale del comparto delle Agenzie fiscali per il quadriennio normativo 2002-2005 e biennio economico 2002-2003; Contratto collettivo nazionale del lavoro relativo al personale del comparto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, per il quadriennio normativo 2002-2005 ed il biennio economico 2002-2003; Contratto collettivo nazionale di lavoro del personale del Servizio sanitario nazionale; Contratto collettivo di lavoro integrativo del CCNL dell’8 giugno 2000 dell’area della dirigenza medico – veterinaria; CCNL integrativo del CCNL area della dirigenza ruoli sanitario, professionale, tecnico ed amministrativo del SSN stipulato l’8 giugno 2000; Contratto collettivo nazionale di lavoro per il personale non dell’Unioncamere relativo al quadriennio normativo 1999-2002 e biennio economico 1999-2000. Contratto collettivo nazionale di lavoro per il personale non dirigente della Cassa depositi e prestiti – Quadriennio normativo 1998-2001 e biennio economico 1998-1999; Contratto collettivo nazionale di lavoro del personale non dirigente del CNEL relativo al quadriennio normativo 1998-2001 ed al biennio economico 1998-1999 sottoscritto in data 14 febbraio 2001
20) Dm. 23.07.2003 art. 63
21) In nota “In assenza di un nuovo matrimonio, il diritto all’assegno di divorzio, in linea di principio, di per sè permane, nella misura stabilita dalla sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, anche se il suo titolare instauri una convivenza “more uxorio” con altra persona, salvo che sussistano i presupposti per la revisione dell’assegno, secondo il principio generale posto dall’art. 9, comma 1, l. 1 dicembre 1970 n. 898, come sostituito dall’art. 13 l. 6 marzo 1987 n. 74: e cioè che sia data la prova, da parte dell’ex coniuge onerato, che tale convivenza ha determinato un mutamento in melius ossia in meglio – pur se non assistito da garanzie giuridiche di stabilità, ma di fatto adeguatamente consolidato e protratto nel tempo – delle condizioni economiche dell’avente diritto, a seguito di un contributo al suo mantenimento da parte del convivente, o quanto meno di risparmi di spesa derivatigli dalla convivenza. La relativa prova, pertanto, non può essere limitata a quella della mera instaurazione e del permanere di una convivenza mora uxorio dell’avente diritto con altra persona, essendo detta convivenza di per sè neutra ai fini del miglioramento delle condizioni economiche del titolare, potendo essere instaurata con persona priva di redditi e patrimonio, e dovendo l’incidenza economica di detta convivenza essere valutata in relazione al complesso delle circostanze che la caratterizzano. Detta dimostrazione del mutamento in melius delle condizioni economiche dell’avente diritto può essere data dall’onerato con ogni mezzo di prova, anche presuntiva, soprattutto con riferimento ai redditi e al tenore di vita della persona con la quale il titolare dell’assegno convive, i quali possono fare presumere, secondo il prudente apprezzamento del giudice, che dalla convivenza “more uxorio” il titolare dell’assegno tragga benefici economici idonei a giustificare la revisione dell’assegno: benefici che, tuttavia, avendo natura intrinsecamente precaria, debbono ritenersi limitatamente incidenti su quella parte dell’assegno di divorzio che, in relazione alle condizioni economiche dell’avente diritto, sono destinati ad assicurargli quelle condizioni minime di autonomia economica giuridicamente garantita che l’art. 5 della legge sul divorzio ha inteso tutelare e l’art. 9 della stessa non ha inteso sottrarre al titolare dell’assegno, finché questi non contragga un nuovo matrimonio”. Cassazione civile, sez. I, 8 luglio 2004, n. 12557.
22) Persone, Famiglia e Successione 2004, Ipsoa Modulo pagg. 357 – 388.Autori Vari, IPSOA
23) R.D. 14.09.1931 n. 1175 artt. 112 e 113.
24) Cassazione 10.07.1957 n.2744
25) Giudice di pace di Torino, sentenza 21.12.2004 reperibile su internet in www.altalex.it
Fonte: Juris di ElleXelle

References: art. 249
 sentenza 
 art. 342
 art. 408
 sentenza 
 art. 1022
 sentenza 
 art. 261
 art. 2059
 art. 1
 sentenza 
 art. 30
 art. 3
 art. 31
 art. 2
 sentenza 
 Articolo 4
 art. 63
 sentenza 
 sentenza