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Timestamp: 2018-08-16 00:57:46+00:00

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Mercoledì 24 gennaio 2007 - Comm. riunite 0709
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DELLA IX COMMISSIONE MICHELE POMPEO META
Audizione del ministro delle comunicazioni, Paolo Gentiloni Silveri, sulle linee di riforma del sistema televisivo.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, l'audizione del ministro delle comunicazioni, Paolo Gentiloni Silveri, sulle linee di riforma del sistema televisivo.
Do quindi la parola al ministro affinché illustri la sua relazione.
PAOLO GENTILONI SILVERI, Ministro delle comunicazioni. L'audizione rappresenta l'occasione per un aggiornamento circa gli intendimenti programmatici del Governo su questa materia, a circa sei mesi dall'audizione che si è svolta all'inizio della legislatura, nella quale illustrammo i nostri programmi, alcuni dei quali oggi si sono trasformati in disegni di legge.
NICOLA BONO. Una relazione semestrale...
PAOLO GENTILONI SILVERI, Ministro delle comunicazioni. Una relazione semestrale, dice l'onorevole Bono.
Partirei dal disegno di legge n. 1825, per il quale oggi comincia l'esame congiunto delle vostre Commissioni. Il disegno di legge, che ha un numero limitato di articoli, si concentra fondamentalmente su un punto di valore, credo strategico per il paese, ovvero le regole del gioco e del mercato nella delicatissima fase che abbiamo davanti, quella della transizione alla televisione del futuro, la televisione digitale.
Il legislatore, in sostanza, decide nel 2007 su una serie di norme e di regole che riguardano soprattutto la fase di transizione tra il 2007 e il 2012, quella che nel contesto europeo è la fase di transizione dalla televisione analogica alla televisione digitale. Ovviamente alcune norme saranno valide anche a regime, mentre molte riguardano lo sblocco e la reimpostazione di questa fase di transizione.
Non si tratta di una riforma generale del testo unico della radiotelevisione; peraltro, non è detto che sarebbe sensato farla ogni 2-3 anni, altrimenti gli intenti sistemici diventano un elemento di schizofrenia in un sistema di alternanza. Ci sono molte materie, nel testo unico della radiotelevisione, importate nel testo unico della legge n. 112, che non vengono affatto affrontate nel disegno di legge n. 1825: dalla questione dei minori alla questione della Rai, dell'emittenza locale, dei rapporti con le regioni, al tema della radio. Certamente si tratta di un intervento mirato sui temi del mercato e della transizione al digitale. Penso che sia di importanza fondamentale, nel nostro sistema televisivo, un suo esame quanto
più possibile serrato, naturalmente con la massima apertura ai miglioramenti e alle correzioni possibili.
Molto semplicemente, alcuni dei pilastri della legislazione vigente su questa materia sono crollati o vanno comunque modificati. Peraltro, questo è stato - aspetto che conta molto per la maggioranza e per il Governo - uno degli impegni più chiari assunti dal Governo nelle sue dichiarazioni programmatiche iniziali: modificare alcuni degli elementi fondamentali della legge Gasparri. Non basta, credo che altre ragioni, che rapidamente vi enuncio, impongano a mio avviso un esame il più possibile serrato del provvedimento. Stiamo parlando, da una parte, di vincoli «esterni» che ci derivano, da un lato, dalla giurisprudenza costituzionale. Non sempre teniamo presente questo profilo, ma ricordo a tutti noi che ancora nel novembre 2002, quindi poco più di quattro anni fa, la Corte costituzionale - con la sentenza n. 466 - definiva la situazione del nostro settore televisivo addirittura in termini di «incompatibilità con i principi del pluralismo».
È noto come nella scorsa legislatura si sia inteso rimediare al profilo indicato dalla giurisprudenza costituzionale - da ultimo con la sentenza n. 466, ma indicato ormai da nove anni, con ripetute sentenze - attraverso un'impostazione contenuta nella legge n. 112. In sostanza, tale impostazione affermava che il digitale terrestre aveva costituito un effettivo arricchimento del pluralismo e che, in particolare, lo spegnimento della televisione analogica e il trasferimento integrale al digitale terrestre, previsto per il 31 dicembre 2006 - venticinque giorni fa -, avrebbe modificato i termini sui quali era intervenuta la sentenza della Corte costituzionale.
Credo che un qualsiasi esame obiettivo, e non di parte, di tale questione debba portare alla conclusione che la risposta del legislatore, formulata nella scorsa legislatura, alla giurisprudenza costituzionale non è stata efficace. Non c'è stato quello switch-off che si sarebbe dovuto verificare circa un mese fa; non c'è stato, quindi, un effettivo arricchimento del pluralismo. E credo che qualunque osservatore del mondo televisivo avrebbe difficoltà a dire che l'attuale digitale terrestre, non il futuro, costituisca già oggi un effettivo arricchimento del pluralismo.
L'altro vincolo «esterno» ci deriva dall'Unione europea che, come sapete, ha formalizzato - con la messa in mora dell'Italia, il 19 luglio 2006 - la procedura di infrazione nei confronti della legge n. 112 e, di conseguenza, delle parti di essa migrate nel testo unico della radiotelevisione, perché violano il quadro delle regole comunitarie in materia di gestione dello spettro e di accesso non discriminatorio alle risorse frequenziali e ai relativi diritti d'uso.
La Commissione aggiunge reiterati rilievi in ordine alle barriere esistenti all'ingresso di nuovi operatori e all'esigenza di rimuoverle sollecitamente attraverso opportune iniziative, onde evitare che la procedura si concluda, anch'essa come altre, con una condanna dell'Italia.
Il Governo ha risposto a questa messa in mora il 13 settembre 2006, dichiarando la volontà di promuovere un'iniziativa di Governo volta ad adeguare la legislazione interna alle disposizioni dell'ordinamento comunitario violate, ossia l'articolo 9 della direttiva quadro, gli articoli 3, 5 e 7 della direttiva sulle autorizzazioni e gli articoli 2 e 4 della direttiva sulla concorrenza. Questi sono gli articoli delle tre direttive fondamentali del sistema delle comunicazioni europee che la legislazione vigente in Italia viola.
Aggiungeva, il Governo, un proprio impegno a presentare, entro ottobre 2006, un disegno di legge teso a promuovere un'azione - la cui decisione naturalmente spetta al Parlamento - per rimuovere queste violazioni dell'ordinamento europeo. Come sapete, il 12 ottobre 2006 il Governo ha approvato il disegno di legge n. 1825.
Questo per quanto riguarda la ragione dei vincoli «esterni» della giurisprudenza costituzionale, che ovviamente è un meccanismo che potrebbe ripartire in qualsiasi
momento. Essendo palese che i rimedi a quella giurisprudenza, ideati nella scorsa legislatura, non si sono rivelati efficaci, è evidente che, essendoci ormai una giurisprudenza consolidata da circa dieci anni su questa materia, se per via incidentale qualcuno sottoponesse nuovamente il tema alla Corte costituzionale, questa ribadirebbe gli stessi principi, visto che siamo ancora in una fase di televisione analogica.
Una seconda ragione è la necessità di ridisegnare una transizione alla televisione digitale che è fallita - e credo che dobbiamo realisticamente prenderne atto - nell'impostazione che era stata data nella scorsa legislatura. Purtroppo, l'infrazione ultima (credo sia in arrivo oggi o domani) sul tema del finanziamento pubblico ai decoder, insieme alla data di switch-off, che ricordavo prima, ne è il simbolo.
Penso che la legislazione vigente - e questo è un altro motivo dell'urgenza di modificarla - abbia in sostanza consentito al club degli operatori della televisione analogica di blindare la transizione al digitale. Si tratta, come sappiamo, per motivi frequenziali, di un club molto ristretto, con un numero di operatori che non arriva alle dita di due mani, dove naturalmente due dita hanno un peso, dal punto di vista delle frequenze e delle risorse, pari a circa il 90 per cento del totale. Intendo dire che la legge vigente, recepita nel testo unico, non consente agli operatori che non fanno già parte di questo club di entrare nella transizione al digitale.
Contemporaneamente, la normativa vigente non ha creato quel meccanismo competitivo che in altri paesi europei si è determinato, che ha portato nuovi editori a proporre nuovi programmi per la televisione digitale terrestre, quindi a fare gradualmente lievitare questa offerta.
La conclusione, a mio parere, è molto allarmante per il nostro sistema. Se noi adottassimo, come metro di misura, quello del consumo effettivo di televisione digitale terrestre - ossia quanti cittadini in un paese guardano i programmi della televisione digitale terrestre - arriveremmo alla conclusione amara e allarmante che l'Italia è certamente il fanalino di coda in Europa, e di gran lunga.
Abbiamo distribuito i decoder, ma non abbiamo creato le condizioni di mercato, di nuove offerte, di competizione e di nuove frequenze disponibili che creassero l'offerta televisiva. Siccome i nostri concittadini non guardano i decoder, ma la televisione, purtroppo la televisione digitale è ferma.
Queste sono le ragioni per cui il disegno di legge n. 1825 reimposta, oltre alle date, anche le modalità di migrazione di singoli palinsesti, di migrazione anticipata, che liberi frequenze, creando - nel corso dello switch-over, e non solo alla fine - un dividendo digitale, cioè una possibilità di ingresso di nuovi soggetti, rimuovendo le barriere all'ingresso, riducendo i tassi di concentrazione pubblicitaria e di risorse frequenziali, cioè facendo un'operazione che sblocchi, almeno negli intenti del Governo (e poi sarà oggetto del nostro confronto parlamentare), una situazione oggi bloccata.
Per questo sollecito un'analisi molto serrata; non dico che siamo in zona Cesarini, ma di certo se l'Italia non mette mano al vicolo cieco in cui si è ficcata la nostra transizione alla televisione del futuro, rischiamo di restare veramente indietro e di ereditare, nella televisione del futuro, nella televisione digitale, quelle malattie di scarso pluralismo e di concentrazione che sono state più volte indicate.
Entro quest'anno il Governo promuoverà iniziative anche su altri fronti del sistema televisivo. Una è quella, già in corso, che ieri ha visto una prima approvazione della Camera dei deputati - per la parte che riguarda il sistema televisivo, su cui c'è una discussione aperta - e che mi auguro si possa portare a migliore definizione in Senato e successivamente alla Camera, che riguarda i diritti del calcio.
Un altro tema principale, salvo altre iniziative, su cui il Governo - come già nel programma illustrato ad inizio legislatura - intende intervenire, nei prossimi mesi, è
quello della riforma della Rai, tema che riguarda la discussione di un assetto consolidato in questo paese da 32 anni. Com'è noto, l'ultima riforma della Rai risale al 1975, data fatidica perché precede di un anno la fine del monopolio sancita da una sentenza della Corte costituzionale, appunto, nel 1976.
Oggi abbiamo, dunque, un assetto della Rai che deriva da una riforma del 1975. Ci sono stati due microaggiustamenti - il primo nel 1993, l'altro con la legge n. 112 - che hanno riguardato semplicemente i criteri di nomina del consiglio di amministrazione. Nel 1993 furono chiamati in causa i due Presidenti delle Camere, come ricorderete, e nel 2004 l'unica parte dell'articolo della legge n. 112 riguardante la Rai cui si è dato seguito è stata quella della modifica del criterio di nomina del consiglio d'amministrazione. Tutto il resto non è mai stato minimamente preso in considerazione.
Ritengo che il tema sia chiaro, nella sua rilevanza istituzionale, culturale, per i rapporti con il pluralismo, per l'importanza che ha la più grande azienda culturale del paese, per la discussione che è in atto da anni su come arrivare a un risultato di maggiore autonomia dell'azienda rispetto alla politica e su come cercare di dare al servizio pubblico - questo è almeno uno dei miei obiettivi - una caratterizzazione maggiore, appunto, di servizio pubblico. Su questo il Ministero ha avviato una consultazione. Tengo a precisare che le linee guida su cui si è avviata tale consultazione sono state in un certo senso concertate con il Presidente del Consiglio, ma rappresentano un punto di vista - molto aperto su varie questioni - del ministro delle comunicazioni.
Per quel che riguarda il criterio della consultazione pubblica, si tratta di un criterio di importazione europea. In Europa è normalissimo che la Commissione, prima di fare una proposta di qualsiasi genere, avvii una consultazione pubblica. È corretto nel nostro sistema? Io penso che lo sia. Ci sono state e sono in corso esperienze analoghe: una è stata avanzata sul settore parallelo dell'editoria, un'altra è stata avanzata dal ministro della giustizia, per due o tre mesi, prima di portare in Consiglio dei ministri la proposta di riforma degli ordini professionali, che ha impegnato il ministro Mastella e altri colleghi, per molti mesi, nel contatto con le diverse categorie.
Penso che questa consultazione non sia un percorso facile, vista la rilevanza dei nodi emersi, ma mi auguro che ci consentirà di sciogliere i nodi stessi e di portare in Consiglio dei ministri, nel giro dei prossimi mesi, una proposta di riforma che certamente entro quest'anno - ma mi auguro entro il primo semestre - sarà portata all'attenzione del Parlamento.
Altra area su cui certamente interverremo quest'anno, e sulla quale è stato istituito un tavolo di lavoro con il Ministero dei beni culturali, è l'area del sostegno alle produzioni televisive e delle regole per i contenuti digitali nella rete. Di questo magari riparleremo quando il percorso sarà più maturo, ma non c'è il minimo dubbio che ciò che dalla vecchia legge n. 122 è migrato nel testo unico della radiotelevisione debba essere aggiornato, così come il tema della protezione dei contenuti digitali nella rete, della valorizzazione, e via elencando, richiede un intervento di sistema, essendo ormai una delle partite fondamentali che il nostro settore ha davanti.
Concludo con una sottolineatura. Sono assolutamente consapevole del fatto che idealmente sarebbe importante arrivare ad una conclusione con una configurazione sistemica della materia di cui ci occupiamo. Se l'opportunità politica ce lo consentirà, non sarebbe un errore, magari nella parte conclusiva della legislatura, fare un tentativo in questa direzione, sapendo che effettivamente abbiamo un'anomalia, oggi, nel nostro quadro normativo, rappresentata dal fatto che abbiamo separato in due strumenti diversi le due grandi filiere: da un lato il codice delle comunicazioni elettroniche, dall'altro il testo unico della radiotelevisione.
Non c'è il minimo dubbio che se facciamo un ragionamento di sistema, dal
punto di vista del quadro della convergenza - questa si riflette nel quadro comunitario, nell'esistenza di uno strumento come l'authority, nella realtà stessa del Ministero delle comunicazioni, e via dicendo -, tali e tanti sono ormai gli intrecci convergenti, dal mondo delle telecomunicazioni al mondo della televisione e dell'audiovisivo, che una regolazione separata è sempre più faticosa. In tutte le norme che predisponiamo ci rendiamo conto che ci sono aspetti che vanno ad incidere sia da una parte che dall'altra.
Del resto, so perfettamente che l'azione legislativa - di proposta del Governo e di decisione del Parlamento - nasce dai problemi che dobbiamo affrontare con urgenza e dalle condizioni politiche per poterli affrontare. È innanzitutto da questi elementi che si muove il programma che ho cercato oggi di riassumere.
PRESIDENTE. Ringrazio il ministro per l'esposizione. Le sue informazioni e le sue valutazioni oggettivamente contribuiscono a rendere il confronto all'interno delle Commissioni più congruo e più sereno.
Informo i colleghi che i lavori dell'Assemblea riprenderanno alle 9,45. Pertanto, per consentire a ciascun gruppo di intervenire nella discussione, propongo di limitarci ad un intervento per gruppo, della durata di non oltre cinque minuti.
ANGELO MARIA SANZA. Presidente, intervengo sull'ordine dei lavori, per capire come intendiamo procedere e quale senso dare all'informazione odierna del ministro.
A me pare che la relazione del ministro, seppur puntuale, riproponga una sua precedente informativa in questa sede. Francamente avremmo voluto ricevere dal ministro una comunicazione più puntuale, almeno nei confronti del Parlamento, alla luce del fatto che il ministro stesso, qualche giorno fa, ha informato l'opinione pubblica di voler presentare formalmente, entro il mese di febbraio - sono sue dichiarazioni ufficiali -, un disegno di legge sulla riforma della Rai.
Il ministro questa mattina si è attardato, ancora una volta, sul riassetto del sistema. Abbiamo riascoltato, dunque, qual è il pensiero del ministro e del Governo sul disegno di legge n. 1825. Vorrei far notare una contraddizione, riprendendo le ultime parole del ministro, secondo le quali gli intrecci sono tali e tanti, tra i vari aspetti della complessa materia, che è necessario che i lavori del Parlamento procedano con accortezza.
A me pare che noi potremmo avere a disposizione il disegno di legge del ministro sulla riforma della Rai, mentre le Commissioni stanno ultimando le audizioni relative al disegno di legge n. 1825. Pongo la questione ai due presidenti delle Commissioni, sapendo che il ministro e il Governo dovranno farci sapere come procedere.
Ritengo che si stia creando confusione, nel rapporto Governo-Parlamento, nell'ambito dei lavori di queste due Commissioni. Vorrei ascoltare dal ministro un pensiero più puntuale al riguardo, affinché possiamo decidere - in sede di uffici di presidenza o di riunione delle Commissioni, in tarda mattinata - come procedere sul disegno di legge n. 1825 e come tener conto dell'imminente disegno di legge sulla riforma della Rai.
PRESIDENTE. Prendo atto della sua richiesta, onorevole Sanza.
Do quindi la parola ai colleghi che intendono intervenire, secondo l'ordine delle iscrizioni a parlare.
MARCO BELTRANDI. Ringrazio il ministro per la sua presenza e i due presidenti per aver creato questa occasione di confronto all'avvio dell'iter parlamentare di una riforma importante. Come gruppo della Rosa nel Pugno sosterremo il percorso di riforma proposto dal ministro, condividendone sicuramente l'urgenza e le finalità dichiarate.
Probabilmente - anticipo che questo elemento l'ho colto anche nell'intervento
del ministro - se avessimo deciso noi, come Rosa nel Pugno, un percorso di riforma, saremo partiti dalla Rai, per passare poi al resto. Ci rendiamo conto che esistono urgenze che ci spingono in altra direzione, ma quantomeno avremmo affrontato i temi della riforma della Rai e della riforma del sistema contestualmente. A mio modo di vedere, la riforma della Rai è un punto imprescindibile per mutare l'assetto del sistema radiotelevisivo.
Tuttavia, i motivi di urgenza ci sono, non esistono ragioni né politiche né giuridiche che obblighino ad affrontare la materia con un approccio sistemico, e il Governo ha scelto questo percorso. Per quanto ci riguarda, cercheremo sicuramente, nell'iter parlamentare, di dare un contributo per migliorare il provvedimento. Se, infatti, ne condividiamo le finalità, sicuramente alcuni meccanismi individuati per raggiungerle a mio avviso possono essere migliorati.
Vorrei concludere facendo un cenno al discorso della Rai, al quale lo stesso ministro ha fatto riferimento, sebbene esso non sia il vero e proprio oggetto di questa seduta. Come ho già detto, noi teniamo molto alla riforma della Rai e crediamo che il servizio pubblico abbia bisogno di riforme radicali. Ci lasciano un po' perplessi le linee guida che sono state annunciate, ma questa è l'apertura di un percorso che dovrà poi formalizzarsi in un disegno di legge.
Ciò che è decisivo, al di là del merito della proposta Rai, è che si vada ad una riforma importante. Su questo non mi nascondo, faccio parte di questa maggioranza e so che esistono delle divisioni. Personalmente ho un'idea della riforma Rai che, probabilmente, è molto diversa da quella dell'onorevole Ricci. Detto questo, però, credo che la maggioranza debba scegliere da che parte stare, cioè scegliere se riformare veramente o meno. E questo vale anche per tanti altri settori.
MARIO BARBI. Vorrei ringraziare il ministro per l'esposizione e per l'occasione che ci ha offerto, su nostra richiesta, di fare il punto delle iniziative del Governo nel settore radiotelevisivo.
Mi pare che quello che il ministro ci ha detto confermi la necessità e l'urgenza di avviare l'esame del disegno di legge che si occupa del mercato e della transizione al digitale terrestre. È bene che questo esame possa avvenire nei termini che abbiamo stabilito in sede di ufficio di presidenza, anche con l'avvio di un'indagine conoscitiva che consenta di raccogliere tutti gli elementi utili a migliorare il testo che, comunque, nelle sue linee generali, inquadra la questione in modo piuttosto convincente, almeno dal nostro punto di vista.
Ringrazio l'opposizione per l'attenzione che rivolge a questo tema, effettivamente molto forte, che ci consente di dialogare in modo utile. Ritengo che l'avvio della consultazione pubblica sulla questione del servizio pubblico radiotelevisivo non interferisca con l'esame del disegno di legge che riguarda il mercato e le frequenze. Al contrario, considero come un'opportunità la possibilità di affrontare in fasi diverse e distinte le due questioni. Concordo, peraltro, con l'onorevole Beltrandi e con gli altri colleghi circa la necessità e l'urgenza di ridefinire la nozione stessa di servizio pubblico. Ricordava il ministro che la definizione legislativa di questa nozione ha più di trent'anni, quindi è utile ridefinirla. È utile, altresì, arrivare a una riconsiderazione generale della questione, perché il mondo è cambiato molte volte, dal 1975 ad oggi, per quello che riguarda questa materia.
Considero davvero un'opportunità il fatto che noi possiamo avviare l'esame del disegno di legge sul mercato e sulla transizione al digitale ed avere all'orizzonte la riforma del servizio pubblico come questione che riguarda tutta la comunità nazionale e la ridefinizione di questo sistema nel quadro generale delle comunicazioni elettroniche e di un mondo in cui sono cambiate le piattaforme, le modalità di fruizione e i comportamenti di uso e di consumo dell'offerta televisiva.
NICOLA BONO. Vorrei ricordare a tutti i presenti perché questa mattina siamo qui, in modo da riuscire a capire se le motivazioni di questo incontro sono state soddisfatte.
La scorsa settimana, dopo un lungo braccio di ferro tra maggioranza e opposizione, grazie alla mediazione dei due presidenti, si è arrivati all'accordo che, essendovi evidenti connessioni - richiamate questa mattina anche dai colleghi della maggioranza - tra la riforma del sistema televisivo e la riforma annunciata alla stampa da parte del ministro delle comunicazioni, fosse utile ed opportuno ascoltare il ministro, affinché ci riferisse sulla sua idea, sui tempi della riforma della Rai e sulla possibilità di procedere dividendo le due questioni, così come si intende fare.
Del resto, leggo nella convocazione: «Ore 8,30. Audizione del ministro delle comunicazioni, Paolo Gentiloni Silveri, sulle linee di riforma del sistema televisivo». E sottolineo «sulle linee di riforma del sistema televisivo».
Poiché non mi risulta che alcun medico abbia ordinato al ministro, nel bel mezzo del cammin della riforma del sistema televisivo, di dichiarare urbi et orbi la volontà di modificare la Rai, il fatto politico della dichiarazione del ministro Gentiloni - e questo, colleghi della maggioranza, non possiamo fare finta che non sia accaduto - poneva e pone la questione del perché e del come si possa procedere su questo terreno.
Signor ministro, dal momento che ha dichiarato che entro il primo semestre la riforma della Rai potrà essere formalizzata, la prima domanda che le pongo è la seguente: visto che ha le idee così chiare e ci ha fatto un elenco di punti abbastanza accurato, perché sei mesi? In secondo luogo, signor ministro, lei non ha chiarito l'esigenza di un collegamento tra le due leggi, anche se l'ha richiamata indirettamente parlando della necessità di operare con metodi sistemici. Stiamo operando esattamente in maniera incoerente rispetto all'auspicata sistemicità degli interventi: non è un buon legiferare affrontare le questioni a pezzi, senza una loro armonizzazione.
Faccio rispettosamente notare, inoltre, che qualora partisse la discussione sulla riforma del sistema televisivo e fra due, tre o quattro mesi venisse formalizzata la proposta di riforma della Rai, ci potremmo ritrovare, da una parte, con il Senato che discute della riforma della Rai e, dall'altra, con la Camera che sta per ultimare la riforma del sistema televisivo. Avremmo quindi due provvedimenti che viaggerebbero su linee del tutto autonome, incontrandosi o scontrandosi con l'oggettiva difficoltà da parte del Parlamento di capire cosa si stia facendo.
Infine, poiché l'opposizione, perlomeno in questa fase, non sta mettendo in atto alcun tentativo di ostruzionismo per guadagnare tempo (non si capirebbe per quale ragione), sottolineo che stiamo ponendo un problema di sistema e di correttezza nella legiferazione del Parlamento.
Se lei ritiene di voler essere più chiaro in ordine alla connessione tra i due provvedimenti e di voler sciogliere questi dubbi - questo è il nocciolo del problema -, allora questa mattina deve dire chiaramente di aver rilasciato una dichiarazione alla stampa perché ritiene che non ci siano connessioni tra la riforma del sistema televisivo e la riforma della Rai. Noi ne prenderemo atto e andremo avanti.
Deve dirci, inoltre, di aver rilasciato le dichiarazioni alla stampa perché sta per preparare un disegno di legge, e tuttavia ritiene che non vi sia la necessità di aspettarlo, dunque possiamo procedere; oppure, può dirci che c'è effettivamente la necessità di attendere questo disegno di legge che verrà formalizzato fra un certo tempo, e successivamente si potrà procedere con l'unificazione dei due disegni di legge. È così difficile capirsi?
Anche il collega Beltrandi mi è parso abbastanza perplesso circa il modo di procedere. Ha detto, infatti, e ha fatto capire che per disciplina di maggioranza si adegua, ma che, se fosse al Governo, partirebbe con la riforma della Rai e solo dopo si occuperebbe della riforma del
sistema televisivo. Ragionamento assolutamente condivisibile e corretto, e non capisco perché la maggioranza si ostini a respingerlo.
Alla luce di queste considerazioni, ci attendiamo risposte in ordine alle procedure, ai tempi e, soprattutto, alle compatibilità o meno tra le due iniziative legislative. Non è infatti cosa trascurabile la loro gestione in modo autonomo o collegato.
MARIO RICCI. Ringraziamo il ministro Gentiloni per averci offerto un quadro d'insieme. Credo che i provvedimenti già in essere - con l'approvazione, ieri, alla Camera del disegno di legge n. 1825 - o quelli annunciati della riforma televisiva e altri debbano stare in una visione d'insieme che ci guidi nel corso dei nostri lavori, sia in Commissione che in Assemblea.
Credo che i tempi saranno sfalsati, tuttavia abbiamo l'occasione e la possibilità di ragionare all'interno di un quadro d'insieme per quanto riguarda il sistema televisivo nel nostro paese. È una discussione che parte da una logica sistemica - come ci ricordava il ministro -, dentro la quale collochiamo, poi, i nostri punti di vista.
Non credo che sia strettamente necessario, per tenere ferma questa visione di insieme, avere negli stessi tempi la discussione su questi diversi provvedimenti, che fanno parte, per le connessioni che hanno, di un quadro sistemico già richiamato dal ministro.
Mi soffermo quindi su alcuni aspetti, anche riferiti a taluni principi e capisaldi dei provvedimenti che il ministro annunciava. Noi siamo dell'idea che il pluralismo, che deve sottendere ad un sistema efficace ed efficiente di produzione culturale attraverso la televisione, nel nostro paese, debba essere fondato non solo sulla quantità, ma anche sulla qualità. Questo è un primo aspetto che mi preme sottolineare. Oggi infatti registriamo il limite che quasi tutti i canali del duopolio che prevarica la comunicazione nel nostro paese sono segnati dagli stessi format. E questo non è pluralismo, semmai ci sono più strumenti di comunicazione, che offrono però una produzione culturale di bassa qualità. Questo è un punto per noi molto importante, che dovrà segnare la discussione nel corso di questi mesi.
In secondo luogo, lei ha fatto cenno all'autonomia dalla politica. Qui bisogna intendersi. Riteniamo che per offrire una qualità di pluralismo abbiamo bisogno di politiche pubbliche forti e molto puntuali. Un conto è la prevaricazione delle gerarchie dei partiti (della partitocrazia, brutta parola ma serve per intenderci), un conto è invece la capacità, attraverso le istituzioni pubbliche, di mettere in campo, soprattutto nel sistema radiotelevisivo italiano, al fine di produrre una qualità culturale, forti politiche pubbliche in cui il ruolo del Parlamento deve essere centrale.
Diciamo subito che, ad esempio, la riforma del sistema deve essere, per quanto ci riguarda, segnata ancora - con grande nettezza - dalla presenza pubblica e non da processi di privatizzazione.
Terzo aspetto che vorrei segnalare, e che affronteremo nel corso della nostra discussione, è il rapporto fra risorse e contenuti. Dico subito che una presenza pubblica significativa nella comunicazione e nella produzione culturale, attraverso lo strumento televisivo, nel nostro paese, ha bisogno di un forte finanziamento pubblico; diversamente verrebbe meno quel pluralismo che dicevamo prima.
Queste sono alcune questioni sulle quali noi ci misureremo e credo che gli indirizzi e le indicazioni avanzate dal ministro possano benissimo permetterci di lavorare su questi principi, per modificare e migliorare il sistema della comunicazione radiotelevisiva nel nostro paese.
EMERENZIO BARBIERI. Esprimo, sempre nel massimo rispetto personale, una grande delusione dopo aver ascoltato la relazione del ministro Gentiloni. L'opposizione - non la maggioranza - aveva chiesto di audire il ministro prima che si avviasse l'iter di discussione del provvedimento n. 1825. Ciò con la finalità di
capire se a giudizio del Governo - prima ancora che della maggioranza, la cui opinione per la verità conosceremo dopo la relazione dei due presidenti di oggi - non ci fosse alcun tipo di correlazione tra il disegno di legge che ci accingiamo a discutere e la riforma preannunciata della Rai e dell'intero sistema radiotelevisivo.
Il ministro ci ha illustrato alcune posizioni - che trovo molto più complete nella relazione che accompagna il disegno di legge - ma questo nodo non è stato affrontato in alcun modo. Pertanto, noi siamo esattamente nella condizione in cui eravamo quando, come opposizione, abbiamo posto il problema.
La cosa originale è che, dopo aver ascoltato, da parte di taluni della maggioranza, che non c'è nessun tipo di correlazione tra i due provvedimenti, ecco che l'ultimo intervento dell'onorevole Ricci fa capire che la correlazione esiste, e in misura forte. Il nodo, quindi, resta ancora sul tappeto. Che senso ha - è bene che il Governo e la maggioranza ascoltino queste opinioni - che noi avviamo oggi, con le relazioni dei due presidenti, la discussione del disegno di legge n. 1825 quando, prima ancora che al Parlamento, all'opinione pubblica il Governo riferisce cose diverse?
Tra l'altro, signor ministro, le sue distinzioni tra informazioni o consultazioni a nome personale e non del Governo - ha detto di aver informato parzialmente il Presidente del Consiglio - sono distinzioni di lana caprina. Quando lei si muove, lo fa come ministro, quindi in realtà si muove il Governo.
Nel momento in cui riteniamo che esista questa correlazione, credo che sia corretto reimpostare e riproporre la questione che abbiamo sollevato una settimana fa: bisogna cioè che ci vengano fornite motivazioni forti per spiegarci che si possa avviare la discussione del disegno di legge n. 1825, prescindendo da quello che lei ha annunciato sarà presentato relativamente alla riforma del sistema radiotelevisivo.
PRESIDENTE. Non essendovi altri interventi, do la parola al ministro per la replica.
PAOLO GENTILONI SILVERI, Ministro delle comunicazioni. Sono spiacente se ai parlamentari dell'opposizione la mia introduzione non è apparsa sufficientemente convincente.
MARIO RICCI. Mi avrebbe preoccupato se fosse stato così.
PAOLO GENTILONI SILVERI, Ministro delle comunicazioni. Esatto. Se fosse stata troppo convincente poteva essere eccessivo.
Credo di aver argomentato - in risposta ad alcune osservazioni vorrei sottolineare nuovamente qualche punto - il fatto che il Governo ritenga che non solo si possa, ma addirittura si debba, per le ragioni che ho cercato di spiegare, esaminare separatamente e con grande urgenza il provvedimento n. 1825. Se lo rinviassimo - sempre che ci fosse questo intendimento - ci assumeremmo, come Parlamento italiano, una responsabilità alquanto grave: da un lato, nei confronti del giudice costituzionale, i cui consolidati orientamenti sono oggi contraddetti dalla legislazione vigente; dall'altro, nei confronti di un processo di infrazione dell'Unione europea, rispetto al quale il Governo si è impegnato a dare una risposta, modificando di grande urgenza la legislazione vigente; in terzo luogo, nei confronti della transizione del nostro paese verso la televisione digitale che, in modo del tutto evidente, è finita in un vicolo cieco.
Se il Parlamento, magari migliorando e integrando la proposta del Governo, non la rimette su binari credibili, ci assumiamo l'ulteriore responsabilità di condannare l'Italia ad una situazione di retroguardia, da questo punto di vista. L'onorevole Bono mi chiedeva una dichiarazione formale, del tipo: «il Governo ritiene che si possa procedere autonomamente sul 1825»: onorevole Bono, ritengo non solo che si possa, ma che sia un dovere - questo lo
può ritenere il Governo, ma ovviamente è il Parlamento che decide - procedere autonomamente su tale provvedimento.
Da ultimo, c'è una ragione più politica: tra gli intendimenti del programma di Governo - le maggioranze si vincolano anche ai programmi esposti dai Governi all'inizio dei loro mandati - c'è quello di una modifica radicale di alcuni pilastri della cosiddetta legge Gasparri che, con il progetto di legge n. 1825, vengono modificati.
Mi pare che ci siano ragioni chiarissime non solo per poter procedere, ma per dover procedere con il massimo di speditezza possibile.
Aggiungo che la consultazione che il Ministero ha promosso sulla Rai non è un fatto formale, ma rappresenta un percorso effettivo, che riguarda un tema di grande rilievo e che ritengo vada preso per quello che è. Se infatti il Governo avesse in tasca un disegno di legge sulla Rai, lo presenterebbe. Del resto - dato che siamo in Parlamento, in una sede pubblica - abbiamo visto tutti che esistono, nell'ambito delle linee guida, scelte alternative che vengono indicate; esiste una discussione in questo senso nella maggioranza; esiste inoltre un confronto con forze economiche, sociali, sindacali, che andrà avanti nei prossimi mesi. Confido che il Governo possa concludere, entro questo semestre, con una proposta.
Sono trentadue anni, del resto, che manca una riforma della Rai. Non credo che prendersi il tempo di alcuni mesi per una discussione che affini questa proposta sia particolarmente grave, o sintomo di ritardo.
Penso che esistano tutte le condizioni, ma anche un dovere del legislatore - ovviamente questa è una mia valutazione -, visti i vincoli esterni, le caratteristiche di urgenza, il rischio di danno economico che si arrecherebbe al nostro sistema se non si rimette nei binari giusti la transizione al digitale, di affrontare nel modo più aperto e serrato possibile la discussione sul disegno di legge n. 1825.
PAOLO ROMANI. Presidente, mi permetto di intervenire rapidamente sull'ordine dei lavori per ribadire e completare, se possibile, alcune osservazioni già formulate da altri colleghi.
Abbiamo chiesto l'audizione del ministro Gentiloni per capire se vi fossero sovrapposizioni, interferenze, possibilità di confusione fra il provvedimento che è all'esame del Parlamento e le linee guida sulla riforma del servizio pubblico che il ministro ha preannunciato.
Diversamente, l'audizione del ministro avrebbe potuto tranquillamente essere inserita dopo le relazioni del presidente Folena e del presidente Meta, ed essere la prima audizione sul provvedimento che è all'esame del Parlamento. In questo modo avrebbero avuto senso anche le considerazioni che il ministro ha ribadito nella sua replica.
I vincoli esterni e le caratteristiche di urgenza sono un problema che riguarda il provvedimento Gentiloni, non quello di cui avremmo dovuto parlare questa mattina. Noi abbiamo chiesto, dopo lunga discussione, che si capisse quali fossero esattamente le linee guida e gli intendimenti del Governo, per comprendere se fosse possibile per il Parlamento esaminare un provvedimento nel quale noi rinveniamo solo sovrapposizioni rispetto a quanto presente nel provvedimento Gentiloni e relativamente alle linee guida - ad esempio, l'affollamento pubblicitario, la società che gestisce gli impianti, la tempistica, insomma, tutto un mondo che anche alcuni esponenti della maggioranza hanno richiamato.
Le risposte non sono arrivate. Il mio intervento sull'ordine dei lavori serve per esprimere lo stato di totale insoddisfazione rispetto alle risposte del ministro Gentiloni su un problema che era stato posto e che era stato accettato.
Le Commissioni riunite quest'oggi sono qui per capire se possiamo esaminare il provvedimento n. 1825, non avendo la riserva mentale circa l'altro provvedimento che è in arrivo a breve tempo - a dire il vero, il ministro lo nega, ma noi abbiamo colto or ora una dichiarazione
pubblica, dalla quale traspare che il provvedimento dovrebbe arrivare a febbraio, quindi fra un mese, comunque a breve tempo -, senza obbligare il Parlamento ad andare avanti in una complicata e lunga serie di audizioni e di discussioni, sapendo benissimo che fra due mesi arriverà un altro provvedimento di riforma del servizio pubblico, con problematiche assolutamente afferenti allo quello in esame quest'oggi.
Cari signori, il problema esiste, ed è anche un problema di rispetto del Parlamento e del lavoro di queste Commissioni. Non so cosa pensiate voi, ma ritengo che non si possa continuare a discutere in queste condizioni. Non credo infatti che oggi staremmo a sentire, laddove doveste decidere, le vostre relazioni, perché non riteniamo assolutamente esaudita la richiesta che voi stessi avete accettato.
PIETRO FOLENA, Presidente della VII Commissione. Deputato Romani, bisogna distinguere, credo, fra le posizioni di merito e quanto avevamo deciso...
PAOLO ROMANI. Non sono entrato nel merito...
PIETRO FOLENA, Presidente della VII Commissione. Intendo dialogare in modo aperto, se mi ascolta, con le sue osservazioni, in qualche modo già contenute in osservazioni precedenti alla replica del ministro. Questa mattina, durante l'audizione, che è stato giusto fare - io sono stato tra coloro che hanno proposto questa mediazione, insieme al presidente Meta -, abbiamo chiarito due punti in modo inequivocabile.
Il primo punto è che il disegno di legge di riforma della Rai avrà tempi che non sono ravvicinati - se per ravvicinati intendiamo due o tre mesi. Si è parlato del prossimo semestre e di una consultazione apertissima; del primo semestre per il passaggio in Consiglio dei ministri, dopo di che inizia l'iter. Era sembrato, invece, ad una parte della comunicazione esterna, precedente a questa audizione, nelle settimane passate, che questo provvedimento arrivasse prima in Consiglio dei ministri. Questo punto è stato chiarito.
Secondo punto che è stato chiarito è che esistono dei vincoli - quelli che il ministro ha definito vincoli «esterni» - che in qualche modo sostengono la necessità di un esame urgente del disegno di legge. Si può certamente discutere, e discuteremo, del merito di questo esame urgente, ma questi vincoli esterni (procedura di infrazione dell'Unione europea, giurisprudenza della Corte costituzionale, e così via) devono, a mio modo di vedere, confermarci nel fatto che, terminata questa audizione, comincia l'iter del disegno di legge n. 1825. Nel corso di questo iter, che deve essere serrato - come ha detto il ministro -, ma che in alcun modo dovrà avere un ritmo da tappe forzate, abbiamo un programma di audizioni assai vasto, già deliberato unanimemente in ufficio di presidenza.
Credo che siamo nelle condizioni di poter procedere ad un esame disteso, democratico, ampio, pluralista di questo disegno di legge che, pur avendo delle connessioni con gli altri aspetti di riforma generale del sistema, non pone ragioni per rinvii o dilazioni che, a questo punto, esproprierebbero il Parlamento di un dovere.
Abbiamo un disegno di legge presentato ad ottobre alla Camera, siamo alla fine di gennaio e credo che l'avvio di questo iter, nella giornata di oggi, non sia assolutamente da mettere in discussione.
EMERENZIO BARBIERI. Vorrei capire meglio. Dalle parole del presidente Folena, usando schemi che si vedono nei telefilm americani, è realistico pensare che il disegno di legge di riforma della Rai arrivi in Parlamento non prima della fine dell'anno? Se si ritiene che questo provvedimento possa arrivare in aprile-maggio o giugno, è ridicolo - a mio giudizio - pensare di tenere separati i due provvedimenti. Se, invece, si sostiene la necessità di consultazioni e di approfondimenti all'interno della maggioranza - credo che questo problema esista, dato
che l'onorevole Ricci dice una cosa e La Rosa nel Pugno ne dice un'altra diametralmente opposta, del resto siamo abituati a queste farse del Governo -, è realistico pensare che questo provvedimento arrivi dopo alcuni mesi, da quando il disegno di legge n. 1825 ha avviato il suo cammino? Se così non fosse, si ripropone la questione. Mi pare di aver colto questo nelle parole del presidente Folena e vorrei una rassicurazione più forte.
DAVIDE CAPARINI. In effetti, ci sono state due versioni divergenti: il presidente ha indicato il secondo semestre, il ministro il primo. Se il Governo e il Parlamento si coordinassero, oltre a farci un grande piacere, fornirebbero un elemento di chiarezza ai nostri lavori.
PRESIDENTE. La ringrazio del suggerimento. La questione sollevata ad inizio dei lavori dall'onorevole Sanza, insieme ad altre, sarà affrontata nelle sedi naturali, cioè l'ufficio di presidenza e la Commissione.
Ringrazio nuovamente il ministro e dichiaro conclusa l'audizione.

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