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Timestamp: 2018-08-19 14:17:34+00:00

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Corte di Cassazione, III sezione, sentenza 7 giugno 2011, n. 12278. Parificate, ai fini del risarcimento del danno morale in seguito alla morte del congiunto, la famiglia legale e la famiglia di fatto, quando per quest'ultima è provata la stabilità e la continuità nel tempo del rapporto e delle relazioni affettive - Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, III sezione, sentenza 7 giugno 2011, n. 12278. Parificate, ai fini del risarcimento del danno morale in seguito alla morte del congiunto, la famiglia legale e la famiglia di fatto, quando per quest’ultima è provata la stabilità e la continuità nel tempo del rapporto e delle relazioni affettive
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Corte di cassazione – Sezione III civile – sentenza 07 giugno 2011 n. 12278. Parificate, ai fini del risarcimento del danno morale in seguito alla morte del congiunto, la famiglia legale e la famiglia di fatto, quando per quest’ultima è provata la stabilità e la continuità nel tempo del rapporto e delle relazioni affettive
Sentenza 7 giugno 2011, n. 12278
M.G. ed i figli legittimi V.C., V.A. F. e V.G. citavano in giudizio la ————— srl e la ————— Assicurazioni, poi ————– e attualmente —————– Assicurazioni s.p.a, per sentirli condannare al risarcimento dei danni conseguenti all’incidente stradale del ****, nel quale aveva trovato la morte il proprio marito e padre V. A.. Nel giudizio intervenivano la convivente del V., S.M.T., e la figlia naturale dello stesso, S. F..
La sentenza di primo grado ha accertato la pari responsabilità della Cardiello Trasporti e di V.A. nella causazione dell’incidente ed ha risarcito il danno morale subito dalla moglie del V., M.G., nella misura di € 20.658,28, e dai i figli legittimi V.C. e V. G. nella misura di Euro 10.329,14, dalla figlia legittima V.A.F. nella misura di € 5.164,57, dalla convivente S.M.T. nella misura di € 20.658,28 e dalla figlia naturale S.F. nella misura di Euro 10.329,14; ha liquidato in uguale misura il danno patrimoniale fra la famiglia legale e quella di fatto.
Resiste con controricorso la —————- Assicurazioni s.p.a. già —————– Assicurazioni illustrato anche da memoria ex art. 378 c.p.c..
Con il primo motivo di ricorso viene denunziata la violazione degli artt. 2059, 2056, 1223 e 1226 c.c. e dei principi generali in materia di liquidazione del danno non patrimoniale, nonchè vizi di motivazione sul punto ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.
Ad avviso dei ricorrenti il giudice del merito non poteva procedere ad una determinazione complessiva ed unitaria del danno morale ed alla conseguente ripartizione dell’intero importo in modo automaticamente proporzionale tra tutti gli aventi diritto, bensì doveva determinare in concreto il danno morale per ciascuno dei congiunti tenendo conto delle effettive sofferenze patite.
Infatti i giudici di merito hanno proceduto alla ripartizione dell’importo dovuto per danno morale tra tutti gli aventi diritto non in modo automatico, ma nella determinazione in concreto del danno per ciascuno dei congiunti hanno tenuto conto delle effettive sofferenze patite, in modo da rendere la somma riconosciuta adeguata al particolare caso concreto (Cass. n. 116/2001).
Dall’esame del compendio probatorio, i giudici di merito hanno ritenuto provato che da molti anni V.A. aveva stabilito la sede principale della sua attività lavorativa a Rende (CS) e lì aveva costituito con S.M.T. un’unione stabile, caratterizzata non soltanto da un legame affettivo, ma anche dalla gestione comune dei molteplici aspetti della vita quotidiana, con reciproco appoggio morale e materiale, nonchè, successivamente, dalla condivisione dei compiti connessi alla nascita e alla crescita della figlia F., con la quale il V. intratteneva un rapporto sotto ogni profilo assimilabile a quello genitore-figlio;
Si osserva che i Giudici di appello hanno parificato, ai fini del risarcimento dei danno morale, la famiglia legale e la famiglia di fatto, in quanto per quest’ultima è stata provata la stabilità e la continuità nel tempo del rapporto e delle relazioni affettiva.
Quindi, nel risarcimento concreto del danno, tenendo conto della particolarissima situazione di un soggetto con due nuclei familiari legati a lui da una rapporto di protratta e contemporanea stabilità nel tempo, i giudici di merito, lungi dal lamentato automatismo, hanno tenuto conto della diversa intensità del vincolo familiare, moglie convivente e figli, e della effettiva convivenza liquidando alla figlia sposata un importo inferiore.
Con il secondo motivo viene dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 2059, 2056, 1223 e 1226 c.c. e dei principi generali in materia di liquidazione del danno non patrimoniale nonchè vizi di motivazione sul punto ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.
I ricorrenti deducono che la liquidazione del danno non patrimoniale deve comunque rispettare alla esigenza di una ragionevole correlazione tra gravità effettiva del danno ed ammontare dell’indennizzo (e non può consistere in una espressione simbolica).
Si osserva che i ricorrenti non hanno contestato in appello il criterio utilizzato per la quantificazione del danno morale complessivo, richiamando solo nella comparsa conclusionale del giudizio di appello i più recenti e più elevati importi, da centomila e duecentomila Euro, previsti nelle tabelle del Tribunale di Milano nella liquidazione del danno morale in favore del coniuge e dei figli.
Come terzo motivo di ricorso viene denunziato vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione per aver i giudici di merito riconosciuto un contributo annuo di L. 10 milioni alla famiglia di fatto, nell’ambito della quantificazione del danno patrimoniale.
Si osserva che sotto l’apparente denunzia di vizio di omessa motivazione i ricorrenti richiedono a questa Corte un riesame del merito della controversia con una valutazione delle risultanze probatoria diversa da quella motivatamente fatta propria dai giudici di merito.
Nel caso di specie la Corte di Appello ha ritenuto raggiunta la prova dell’effettiva coesistenza dei due nuclei familiari entrambi percepiti e vissuti dal defunto come “famiglia” e del sostegno economico fornito in uguale misura ad entrambi. Della linea argomentativa sviluppata, fondata su prove documentali e deposizioni testimoniali ritenute dalla Corte di appello attendibili, i ricorrenti non segnalano alcuna caduta di consequenzialità, mentre l’impugnazione si risolve in una generica prospettazione dei fatti alternativa a quella del giudice di merito: il che non può trovare spazio nel giudizio di cassazione. Giusti motivi impongono la compensazione delle spese del grado.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa|2011-06-16T11:07:56+00:0016 giugno 2011|Cassazione civile 2011, Delle persone e della Famiglia, Diritto Civile e Procedura Civile, Sentenze - Ordinanze|0 Commenti

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 art. 360
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