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Timestamp: 2018-04-21 00:11:25+00:00

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Un altro Natale indiano per i due marò?
Lucia Abballe - Si dice che la storia si ripete sempre due volte: prima in tragedia, dopo in farsa. Anche questa volta, per il secondo anno consecutivo, il giorno delle forze armate, celebrato il 4 novembre scorso, ha rappresentato l’occasione di rispolverare attestazioni ormai consunte di vicinanza ai due marò, trattenuti da 21 mesi in India. La storia che si ripete, dunque, è tutt’altro che una farsa, perché c’è poco da ridere di fronte alla parabola discendente dell’azione italiana alle prese con il diritto internazionale e con i continui pregiudizi da parte indiana. Mi domando quanto tempo ancora il Governo italiano dovrà aspettare per tentare di mettere il giusto contrappeso sulla bilancia di una verità fortemente offuscata da incongruenze relative alla vicenda. Perché l’impressione che ne viene fuori, è quella di un Paese su cui, a prescindere dalla decisione del Tribunale Speciale, è stata già emessa una sentenza di condanna. E ciò che maggiormente rabbrividisce è che, ad eccezione del Capo dello Stato che ha assicurato il massimo impegno per la risoluzione della vicenda, dietro agli inviti a tenere un basso profilo per “non pregiudicare” i rapporti con l’India, ci sia in realtà la volontà di anestetizzare tutto; perché si sa, lo sdegno da parte dell’opinione pubblica può seriamente compromettere le ragioni di Stato e gli interessi economici perseguiti anche a scapito della dignità umana. Sul banco degli imputati ci sono scelte sbagliate dettate da qualche sussulto di orgoglio e dignità che, però, ha seriamente pregiudicato l’immagine internazionale dell’Italia ed ha costituito un danno di credibilità difficilmente recuperabile. Basti ricordare ciò che è accaduto nel marzo 2013 con la smentita a distanza di poche ore di un ritorno a casa dei nostri due marò, dovuto ad un errore diplomatico che ha provocato, alla storia d’Italia, non pochi imbarazzi. Il festival delle promesse potrebbe però interrompersi bruscamente fra meno di una settimana, quando l’11 e il 12 novembre si svolgerà a Delhi il Summit Europa- Asia. Una notizia, questa, che potrebbe rallegrare i cuori di chi, sino ad oggi, ha espresso parole di solidarietà e conforto ai due marò, di chi si è gonfiato il petto promettendo soluzioni tempestive e altisonanti, di chi non ha perso occasione per celebrare il valore dei nostri due soldati che, in questi 21 mesi, sono diventati soprattutto prigionieri di pregiudizi non solo indiani ma anche da parte della diplomazia internazionale. Si prepari l’Italia ad affrontare questo importante appuntamento con la Storia cercando di coinvolgere, questa volta, le principali cariche dello Stato in un processo decisionale collegiale. Quale migliore occasione per denunciare l’inaudita vicenda dei due marò? Per riscattarsi da un passato di sbandamento generalizzato che ha coinvolto politica e democrazia in un cortocircuito internazionale che ha seriamente compromesso l’immagine dell’Italia? La giustizia italiana sembra condannata all’eterno ritorno di un passato di garantismo ed indulgenza che, questa volta, appare più minaccioso di fronte ad attori internazionali molto più rigorosi e inflessibili. L’indiscrezione rivelata qualche giorno fa sulla possibilità concessa da New Delhi di interrogare in videoconferenza da Roma l’ 11 novembre gli altri 4 fucilieri della Marina che si trovavano sulla petroliera “Enrica Lexie” al momento dell’incidente, potrebbe rappresentare un atto di indulgenza, seppur minimo, da parte indiana. La testimonianza dei 4 fucilieri è l’ultima tappa del processo investigativo indiano che dovrebbe chiudere le indagini della Nia con la formulazione dei capi d’accusa per l’apertura di un eventuale processo contro Latorre e Girone. Se la trattativa continuerà a muoversi su terreni scivolosi come quelli prospettati e l’Italia continuerà ad assumere una posizione di subalternità rispetto all’India, c’è poco da stare tranquilli perché il futuro dei nostri marò dipende soprattutto da come il Governo giocherà l’ultimo match di una partita lunga e travagliata.
Lucia AbballeSi dice che la storia si ripete sempre due volte: prima in tragedia, dopo in farsa. Anche questa volta, per il secondo anno consecutivo, il giorno delle forze armate, celebrato il 4 novembre scorso, ha rappresentato l’occasione di rispolverare attestazioni ormai consunte di vicinanza ai due marò, trattenuti da 21 mesi in India.
La storia che si ripete, dunque, è tutt’altro che una farsa, perché c’è poco da ridere di fronte alla parabola discendente dell’azione italiana alle prese con il diritto internazionale e con i continui pregiudizi da parte indiana. Mi domando quanto tempo ancora il Governo italiano dovrà aspettare per tentare di mettere il giusto contrappeso sulla bilancia di una verità fortemente offuscata da incongruenze relative alla vicenda. Perché l’impressione che ne viene fuori, è quella di un Paese su cui, a prescindere dalla decisione del Tribunale Speciale, è stata già emessa una sentenza di condanna. E ciò che maggiormente rabbrividisce è che, ad eccezione del Capo dello Stato che ha assicurato il massimo impegno per la risoluzione della vicenda, dietro agli inviti a tenere un basso profilo per “non pregiudicare” i rapporti con l’India, ci sia in realtà la volontà di anestetizzare tutto; perché si sa, lo sdegno da parte dell’opinione pubblica può seriamente compromettere le ragioni di Stato e gli interessi economici perseguiti anche a scapito della dignità umana.
Sul banco degli imputati ci sono scelte sbagliate dettate da qualche sussulto di orgoglio e dignità che, però, ha seriamente pregiudicato l’immagine internazionale dell’Italia ed ha costituito un danno di credibilità difficilmente recuperabile. Basti ricordare ciò che è accaduto nel marzo 2013 con la smentita a distanza di poche ore di un ritorno a casa dei nostri due marò, dovuto ad un errore diplomatico che ha provocato, alla storia d’Italia, non pochi imbarazzi.
Il festival delle promesse potrebbe però interrompersi bruscamente fra meno di una settimana, quando l’11 e il 12 novembre si svolgerà a Delhi il Summit Europa- Asia. Una notizia, questa, che potrebbe rallegrare i cuori di chi, sino ad oggi, ha espresso parole di solidarietà e conforto ai due marò, di chi si è gonfiato il petto promettendo soluzioni tempestive e altisonanti, di chi non ha perso occasione per celebrare il valore dei nostri due soldati che, in questi 21 mesi, sono diventati soprattutto prigionieri di pregiudizi non solo indiani ma anche da parte della diplomazia internazionale. Si prepari l’Italia ad affrontare questo importante appuntamento con la Storia cercando di coinvolgere, questa volta, le principali cariche dello Stato in un processo decisionale collegiale.
Quale migliore occasione per denunciare l’inaudita vicenda dei due marò? Per riscattarsi da un passato di sbandamento generalizzato che ha coinvolto politica e democrazia in un cortocircuito internazionale che ha seriamente compromesso l’immagine dell’Italia? La giustizia italiana sembra condannata all’eterno ritorno di un passato di garantismo ed indulgenza che, questa volta, appare più minaccioso di fronte ad attori internazionali molto più rigorosi e inflessibili.
L’indiscrezione rivelata qualche giorno fa sulla possibilità concessa da New Delhi di interrogare in videoconferenza da Roma l’ 11 novembre gli altri 4 fucilieri della Marina che si trovavano sulla petroliera “Enrica Lexie” al momento dell’incidente, potrebbe rappresentare un atto di indulgenza, seppur minimo, da parte indiana. La testimonianza dei 4 fucilieri è l’ultima tappa del processo investigativo indiano che dovrebbe chiudere le indagini della Nia con la formulazione dei capi d’accusa per l’apertura di un eventuale processo contro Latorre e Girone. Se la trattativa continuerà a muoversi su terreni scivolosi come quelli prospettati e l’Italia continuerà ad assumere una posizione di subalternità rispetto all’India, c’è poco da stare tranquilli perché il futuro dei nostri marò dipende soprattutto da come il Governo giocherà l’ultimo match di una partita lunga e travagliata.
Dannato conflitto di interessi
Torquato Cardilli - Il conflitto di interessi è un concetto ostico per la mentalità italiana soprattutto in chi riveste posizioni di rilievo nella politica e nella società. Esso si verifica quando un soggetto cui è stata affidata un’alta responsabilità, abbia degli interessi personali, di qualsiasi natura, non solo monetaria o di carriera, ma anche affettiva, in conflitto con l’imparzialità richiesta dalla legge per l’espletamento della responsabilità affidata, che verrebbe compromessa proprio dagli interessi coinvolti.
Il verificarsi di questo conflitto non costituisce di per sé prova che siano state commesse scorrettezze, ma può costituire un'indebita e non imparziale agevolazione nel caso in cui si cerchi di influenzare il risultato di una decisione. In altre parole dall’esistenza del conflitto di interesse può discendere una condotta impropria.
Il conflitto di interessi, può essere più o meno imparentato con la corruzione soprattutto quando l’autorità che ne è protagonista compie atti su spinta di un’amicizia per trarne un vantaggio o per una riconoscenza a seguito di favori ricevuti. Il che significa che l'imparzialità dell'amministrazione della cosa pubblica, rivolta al bene collettivo, va letteralmente a farsi benedire.
L’ordinamento giuridico dei paesi democratici è solitamente garantista proprio del bene della collettività, nel senso che è contrario allo sfruttamento della posizione per interessi personali in particolare quando l’incarico rivestito abbia una enorme rilevanza pubblica.
Nel nostro paese il problema del conflitto di interessi ha assunto una notorietà nazionale, tutt’ora non risolta, da quando Berlusconi, erede di un sistema consolidato diffuso a tutti i livelli nella società italiana, si è candidato nel 1994 alla guida del Paese.
Sin dall'antichità il conflitto di interessi è stato considerato come fattore inquinante e corruttivo del corretto rapporto tra Stato e cittadino. Basta ricordare la legge Giulia, varata dal Senato romano più di 2.000 anni fa, nel 218 A. C., in piena seconda guerra punica contro Annibale. Visto che allora l'attività economica più redditizia, saldamente in mano al patriziato, era quella del trasporto marittimo delle derrate alimentari, tale legge proibiva ai senatori ed ai loro figli di possedere navi che trasportassero più di 300 anfore.
Quante volte bisogna ripetere che la Costituzione obbliga i governanti al giuramento secondo la formula “giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell'interesse esclusivo della Nazione”? Quante volte bisogna ricordare che la Costituzione impegna i governanti ad agire con disciplina ed onore?
Nella vicenda Ligresti, qualunque sia l’angolo visuale, la frittata è stata fatta e nemmeno la prefetto di ferro dal cuore di panna, Annamaria Cancellieri, sarà capace di ricostruire le uova rotte.
Il suo intervento in favore di Giulia Ligresti, arrestata insieme alla sorella Jonella e al padre Salvatore, accusati di falso in bilancio e aggiotaggio informativo per lo scandalo Fondiaria-Sai, è ben più grave di quello messo in atto in quattro e quattro otto da Berlusconi in favore della presunta “nipote” di Mubarak.
In entrambe le vicende c’è stato un evidente conflitto di interessi: nel caso di Berlusconi tutto si è consumato in una notte, nell’urgenza di far uscire dalla Questura (non dal carcere) una ragazza minorenne, accusata di furto, per evitare che venissero alla luce fatti scabrosi. Mentre in quello della Cancellieri, amica di vecchia data della famiglia Ligresti, è stata messa in atto un minuto dopo gli arresti disposti il 17 luglio dalla Magistratura, e in modo continuato, una condotta di intimità con i parenti degli arrestati per reati gravissimi. La Ministra, contrariamente a quanto ha poi affermato di aver agito per senso umanitario, si è dichiarata “stupefatta e pronta a tutto” nella prima conversazione avuta con la compagna di Salvatore Ligresti, sua amica da molto tempo.
Che vuol dire stupefatta? Forse che non sapeva di che pasta fossero i Ligresti che lei frequentava da almeno trenta anni? Forse non sapeva che il capostipite era stato già arrestato per reati finanziari nel 1987? Forse che non aveva avuto nessun sentore di stranezze amministrative in Fondiaria-Sai dove aveva lavorato persino suo figlio (ricordate la Legge Giulia!) con una carica rilevante tanto da guadagnare una buona uscita di oltre 3 milioni e mezzo di euro?
E che cosa vuol dire pronta a tutto? Anche a fare comunella con chi ha infranto la legge e a infangare la funzione prestigiosa di Ministro di Giustizia dell’Italia?
Bel modo questo di servire la Repubblica, le leggi, i cittadini! Eppure quel giuramento sulla costituzione pronunciato in occasione della nomina a ministro è scolpito sulla pietra dell’onestà che manca a tanti politici.
A questo punto è del tutto irrilevante sapere se la scarcerazione di Giulia Ligresti sia avvenuta per le pressioni fatte dalla Cancellieri sui funzionari del DAP o se il Giudice l’abbia disposta autonomamente in base alle condizioni di salute ed alla richiesta di patteggiamento presentata dalla reclusa. Qui non si tratta di strumentalizzare l’accaduto, per dare ragione o torto per pregiudizio politico, come si sono affrettati a sostenere i difensori d’Ufficio in ambienti politici e dell’informazione, ma bisogna che chi tiene sopra ogni cosa al proprio onore tragga le conseguenze di questa condotta riprovevole.
In fondo la Ministra Idem è stata costretta alle dimissioni per molto meno, così come la Sottosegretaria Biancofiore alla quale sono state tolte le deleghe per una dichiarazione avventata. Non c’è da stupirsi se si siano erti a difensori della Cancellieri la pitonessa del PdL Santanchè, che l’ha invitata a non dimettersi e a disporre un’ispezione ministeriale contro i P.M. di Milano che hanno indagato Berlusconi e il vice primo ministro e ministro dell’Interno Alfano, quello che a sua insaputa si è fatto soffiare sotto il naso la Shalabayeva e che, manco a dirlo, ha affittato una casa proprio da Ligresti.
Ma c’è chi è di tutt’altro parere. Non sono pochi quelli che giudicano la condotta della Ministro di Giustizia un gravissimo ennesimo episodio di mala politica, di confusione tra funzione pubblica e sentimenti privati, in una vicenda opaca nella quale un malinteso senso dell’amicizia (quanto sa di vera amicizia e quanto invece di inquinamento da interessi di lavoro del figlio Pier Giorgio Peluso? Oppure di riconoscenza verso Salvatore Ligresti che si era speso, a suo dire, con Berlusconi per non farla trasferire quando era Prefetto?) è decisamente censurabile.
Non è credibile che l’intervento in favore di Giulia Ligresti sia stato mosso per le condizioni di detenzione o di salute, come scritto dalla Cancellieri in una lettera indirizzata ai capi Gruppo di Camera e Senato, tanto è vero che il giorno stesso dell’arresto, la Cancellieri si era dichiarata con la signora Gabriella Fragni, compagna di Ligresti, disposta a tutto. Ma chi è la Fragni? E’ una cittadina di Parma, dove la Cancellieri ha svolto le funzioni di prefetto, con la quale andava spesso a pranzo insieme, già intima di Antonino Ligresti, fratello dell’arrestato, proprietario della casa in cui abitava la stessa Cancellieri.
E poi è meritevole di restare al posto di Ministro della Giustizia chi, nonostante un passato di Prefetto e di Ministro dell’Interno, è così imprudente da non immaginare che i telefoni dei parenti, dei colleghi di lavoro e degli amici stretti degli arrestati siano sotto controllo?
Insomma di fronte alle richieste di intervento dei familiari degli arrestati (i verbali degli interrogatori sono pieni di registrazioni di conversazioni telefoniche) c’è una sola cosa che la Cancellieri non ha mai detto e cioè che da Ministro della Giustizia, per quanto dispiaciuta, aveva dei doveri di Stato che passano sopra a qualsiasi sentimento.
E’ questo un altro colpo alle Istituzioni malate della Repubblica, non la contestazione dei senza casa, senza lavoro, degli esodati, o di chi protesta per la mancata riforma della legge elettorale o per la mancata abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti.
Torquato Cardilli - Una settimana fa, volando spontaneamente dal terzo piano della sua abitazione, se ne è andato per sempre Carlo Lizzani, un grande regista. Alla venerabile età di novanta anni, ha seguito, come un angelo sofferente, l'altro maestro del cinema, Monicelli, che aveva scelto, come trampolino per l’aldilà, l'unica forma di eutanasia che l'Italia concede: il volo nel vuoto dal quinto piano di un ospedale di Roma.
Il Referendum Propositivo in Italia troverebbe una casa comoda di lunga durata
Gege de Palma - LO STRUMENTO DI DEMOCRAZIA DIRETTA , IN QUANTO PREVEDE L'INTERVENTO DIRETTO DEL POPOLO SENZA IL TRAMITE DEI SUOI RAPPRESENTANTI, PER PROPORRE UNA NUOVA LEGGE. TUTTAVIA QUESTO STRUMENTO DI ESERCIZIO DELLA SOVRANITA' POPOLARE PREVISTO IN SVIZZERA TROVA MOLTI OPPOSITORI SEDUTI IN POLTRONA
L' Italia è incastrata nella tenaglia del bipolarismo
Gerolamo de Palma (Lugano) - Il passato bello o brutto che sia è una realtà storica vissuta sulla nostra pelle, nelle nostre coscienze e soprattutto preludio del domani che come scritto e comprovato “ non v’è certezza”, tanto meno se ad esso non si pensa con le doti della umana e reciproca tolleranza.
Il Grande Fratello di Stato
Lucia Abballe - Non si tratta certo di una riedizione aggiornata delle “vite degli altri”, il film che nel 2006 rappresentò il terreno altamente sensibile e temerario dell’attività di spionaggio condotta nella Berlino dell’Est.
Amnistia senza freni
Torquato Cardilli - E’ inutile farsi illusioni. La natura italiana è quella rappresentata, dopo le gloriose 4 giornate di Napoli del settembre 1943, dalla vecchia tarantella dell’anno successivo che cantava: “…chi ha avuto, ha avuto; chi ha dato, ha dato; scurdammoce ‘o passato, simmo ‘e Napule paisà…”
Non c’è tragedia, non c’è guaio, non c’è emergenza che non venga affrontata con la stessa filosofia volta ad azzerare solo i torti, le malefatte, i tradimenti dei delinquenti e non a premiare la virtù, la coerenza, l’onestà delle vittime.
Questa volta, nel momento più delicato della crisi economico-sociale-politico-istituzionale del paese, di fronte a 4 milioni di disoccupati che non sanno come sbarcare il lunario, centinaia di migliaia di esodati traditi e truffati dallo Stato, migliaia di saracinesche che si abbassano per sempre ogni settimana, imprese che chiudono perché non pagate dallo Stato e imprenditori che si suicidano, vittime mai risarcite, è stato riesumato il problema dell’invivibilità delle carceri italiane. Ci è stato ricordato che per sanare la riprovazione delle Istituzioni europee e di larghi strati dell’opinione pubblica internazionale, non c’è alternativa all’indulto o all’amnistia, continuando la tradizione che viaggia nel solco profondo delle cattive abitudini, scavato dall’insipienza dei nostri governanti (per l’elenco completo dei provvedimenti di clemenza dal 1946 ad oggi vedi quadro in fondo).
Certo la condizione di vita nelle carceri italiane è incivile e indegna di un paese democratico, membro del G8, ma la pensata dell’indulto e dell’amnistia non risolve il problema. Basta esaminare con distacco quali siano stati i risultati della passata esperienza.
L'indulto (previsto dall'art. 174) e l’amnistia (dall'art. 151 del codice penale) sono provvedimenti di indulgenza generale. Il primo si limita ad estinguere in tutto od in parte la pena principale, che viene condonata o commutata, senza estinguere le pene accessorie e lasciando sussistere gli effetti penali della condanna, mentre la seconda estingue il reato e la pena: è insomma una sorte di battesimo che cancella il peccato originale.
Le carceri italiane (molte sono state chiuse e abbandonate con scelte scellerate di politici incapaci di una visione gestionale) hanno una capienza di 45.600 detenuti, ma attualmente i reclusi sono più di 66.000 (di cui 20.000 in attesa di giudizio) con tutti i problemi che il superaffollamento comporta in fatto di promiscuità, di assenza di igiene, di degrado, di malattie, di gesti inconsulti, di suicidi, di perdita di prestigio nei confronti della comunità internazionale.
La Corte europea dei diritti dell’Uomo l’8 gennaio 2013 pronunciò sul caso “Torreggiani” la sentenza contro l’Italia (la patria di Beccaria, quello della pena giusta, della pena certa, della pena non degradante) per le disfunzioni nei servizi di detenzione ed il degrado subito da sette reclusi nelle carceri di Busto Arsizio e Piacenza. L’appello dell’Italia fu respinto lo scorso maggio con la conferma della condanna ad un’ammenda di 100 mila euro per i danni morali inflitti ai detenuti che avevano fatto ricorso, con la richiesta vincolante di presentare entro novembre 2013 un piano di intervento da attuare entro i successivi sei mesi. Se non vogliamo incappare nell’ennesima condanna, la data limite per risolvere la situazione è maggio 2014. La Corte non ci ha detto come farlo, ma solo di farlo, dato che siamo recidivi per aver subito un’altra condanna già nel 2009 per la violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Dunque il problema è certamente gravissimo e urgente, ma è lecito domandarsi: possono i politici che l’hanno causato porvi rimedio? La risposta mi parrebbe un tondo no.
E soprattutto, è percorribile la strada del solito trucco dell’indulto a danno delle persone oneste? A molti dei personaggi che hanno guidato il Ministero della Giustizia in Italia, tuttora in attività, seppure con altra funzione, è mai stato chiesto conto di questo stato di degrado e di disfacimento del sistema Italia? I Ministri della Giustizia a partire da Martelli, Conso, Biondi, Dini, Caianello, Flick, Diliberto, Fassino, Castelli, Mastella, Scotti, Alfano, Nitto Palma, Severino, Cancellieri che hanno fatto?
A luglio 2006 (governo Prodi) le Camere, dopo l’accorato appello di Papa Giovanni Paolo II in favore di un atto di clemenza, con una larghissima maggioranza trasversale approvarono la legge 241 di concessione dell’indulto di tre anni per i reati (comprese corruzione e frode fiscale) commessi fino al 2 maggio 2006 (con esclusione dei reati di terrorismo, strage, banda armata, schiavitù, prostituzione minorile, pedo-pornografia, tratta di persone, violenza sessuale, sequestro di persona, riciclaggio, traffico e detenzione di stupefacenti, usura, mafia) lasciando in piedi le pene accessorie come l’interdizione dai pubblici uffici.
Nonostante il largo consenso, numerose furono le polemiche per il fatto che l’indulto fosse stato applicato anche ai reati di omicidio, ma la critica più serrata fu quella incentrata sull’indebolimento del principio cardine della civiltà di un paese fondata sulla certezza del diritto e sull’implicita dimostrazione di impotenza di infliggere una giusta punizione ai delinquenti che avrebbero potuto contare, prima o poi, su un’altra misura del genere e sulla libertà di compiere nuovi reati tanto è vero che, di lì a poco, aumentarono alcune tipologie di delitti come rapine, furti, scippi, e immigrazione clandestina.
E il perdonismo a pioggia esercitò le funzioni di richiamo catalizzatore per i delinquenti che ancora dovevano attraversare il Mediterraneo o l’Adriatico contando sul fatto che tanto in Italia si poteva fare tutto senza pagare dazio.
Questo giornale (vedi edizione del 17 ottobre 2007) valutando gli effetti dell’indulto concesso l’anno prima, scrisse a chiare lettere, come una profezia, che entro massimo due anni le nostre carceri sarebbero state di nuovo piene. E la previsione si è puntualmente avverata.
A dicembre del 2011 scrivevo che una classe politica inetta e mediocre ha sempre pensato di risolvere il cronico problema del super affollamento delle carceri con il sistema dell'amnistia, dell'indulto, della depenalizzazione, degli sconti di pena, dell'abbreviazione dei termini per la prescrizione ecc. Tutte misure inadeguate ad ammodernare il sistema giudiziario e a migliorare il sistema carcerario.
I geni che ci governano non hanno considerato che la metà dei reclusi è di cittadinanza straniera e che bisognerebbe come primo passo obbligare i paesi di provenienza a riprendersi indietro i propri cittadini che hanno avuto in Italia una condotta delittuosa e contro i quali dovrebbe essere emesso il decreto di bando dal suolo nazionale. Semplice, come dire invenzione dell'acqua calda. Eppure! Non ci mancherebbero i mezzi di convincimento soprattutto sul piano della cooperazione internazionale.
Questa sarebbe la sfida numero uno della nostra politica estera più che inseguire sogni di grandezza partecipando ad un inutile e costosissimo sforzo militare all'estero o di aspirazione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Secondo passo. Per fare uscire migliaia di detenuti (quelli che non hanno offeso la collettività, che non hanno frodato lo Stato, che non hanno commesso crimini contro la proprietà privata, che non hanno arrecato danni fisici ad altri), basterebbe abrogare le vergognose leggi Bossi-Fini e Fini-Giovanardi.
Terza misura. Bisogna che i reclusi restanti si convincano che la loro presenza negli istituti di pena non può essere considerata alla stregua di un pensionato gratuito. Costano allo Stato la modica somma di 60 euro al giorno a persona, cioè solo per i 40.000 detenuti italiani, i cittadini liberi, contribuenti, spendono la bella somma di 2 milioni 400 mila euro al giorno cioè 873 milioni di euro all'anno, cioè oltre 1 miliardo e mezzo all'anno contando i reclusi stranieri, quasi quanto ricavato dalla stretta della Ministra Fornero alle pensioni dei più poveri.
Deve passare la linea che i detenuti debbono pagare per il vitto e l'alloggio in denaro sonante oppure in prestazione di opera, in lavori presso laboratori o in opere di pulizia e manutenzione all’interno o all’esterno del carcere a seconda del grado di pericolosità.
Ne guadagneremmo tutti, non solo il bilancio dello Stato, ma anche la sicurezza dei cittadini e il prestigio del paese.
Nella legislatura apertasi con le elezioni di febbraio 2013 sono stati presentati in Parlamento, a tamburo battente, tre disegni di legge (due al Senato e uno alla Camera) da esponenti della maggioranza delle larghe intese (Manconi e Gozi del PD e Compagna del PdL). Compagna, che aveva già provato nella precedente legislatura ad inserire nella cosiddetta legge anticorruzione Severino un emendamento, popolarmente detto “salva Silvio”, sul reato di concussione, questa volta ha previsto nel nuovo progetto l’amnistia per tutti i reati commessi fino al 14 marzo 2013 con una pena detentiva fino a quattro anni.
C’è in giro qualcuno che non veda in questa proposta una vaga rassomiglianza con un nuovo provvedimento ad personam tenuto conto della postilla sull’indulto, concesso per intero per le pene accessorie temporanee, conseguenti a condanne per le quali è stato già applicato solo in parte l’indulto del 2006? O sono diventati tutti orbi?
Idem alla Camera: il disegno Gozi prevede l’indultabilità delle pene accessorie.
Dunque ricapitolando, in base a queste proposte, chi è stato condannato a 4 anni di reclusione con sentenza definitiva, potrebbe cavarsela anche in caso di solo indulto che cancellerebbe la pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici (e in questo caso la sentenza di interdizione da 1 a 3 anni della Corte di Appello di Milano, fissata per il 19 ottobre, sarebbe del tutto inutile). Stiamo parlando (per chi non l'avesse presente) dello stesso personaggio che già beneficiò di un’amnistia con l’azzeramento del procedimento per falsa testimonianza sulla iscrizione alla P2 di Gelli.
Dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo, la Ministra Cancellieri, non si è posta il problema che il super affollamento carcerario è dovuto alle conseguenze di leggi demenziali (che portano i nomi dei succitati Giovanardi, Bossi, Fini), che un terzo dei detenuti è in attesa di giudizio anche per reati bagatellari (come il possesso di uno spinello!). Senza predisporre un piano organico per l’ammodernamento del sistema Giustizia e del problema carceri, senza ridurre o abolire del tutto con strumenti tecnologici le 400.000 traduzioni di detenuti da un carcere all’altro o per comparire di fronte al magistrato, senza abolire le notifiche a mano fatte dai carabinieri anziché con una semplice comunicazione telematica, senza occuparsi degli agenti di custodia addetti alle scorte o agli uffici, senza eliminare gli sprechi, senza rinforzare i quadri di personale, senza un piano di riabilitazione delle strutture, a giugno ha avanzato la proposta di adottare uno strumento svuota carceri per riportare la situazione in equilibrio.
Quale strumento? L’indulto o l’amnistia, con l’effetto di rimettere in circolazione migliaia di immigrati senza risorse, pronti alla manovalanza della criminalità, migliaia di micro delinquenti, senza lavoro, abbrutiti dalle condizioni di detenzione, pronti a reiterare i loro reati, nonché migliaia di colletti bianchi macchiatisi di corruzione, di frode fiscale, di inquinamento ambientale e avvelenamento dell’aria, dei terreni e dei fiumi, di disastri colposi, di fallimenti, di truffe finanziarie, ecc.
La Ministra non ha pensato all’offesa che sarebbe arrecata a quanti si sono visti legati in casa, picchiati selvaggiamente, derubati da bande di rumeni che, in quanto cittadini comunitari non potrebbero nemmeno essere espulsi, proprio dalla loro rimessa in libertà? Era davvero il caso che il Presidente Napolitano, che non aveva mai inviato uno scritto alle Camere, intervenisse ora con un messaggio (vedi in fondo il quadro completo dei messaggi) per sollecitare un’urgente attenzione sulla necessità di un indulto e un'amnistia?
La richiesta del Presidente Napolitano, formulata con toni imperiosi e ultimativi non risolverebbe nessun problema strutturale e avrebbe come effetti immediati un’umiliante offesa alla dignità e al dolore di tanti italiani vittime del crimine, una grave delegittimazione al lavoro di tanti magistrati, un deleterio scoraggiamento di tanti tutori dell’ordine che a costo di sacrifici anche estremi della vita hanno inteso far rispettare la legge, e come effetto secondario quello di fornire il famoso salvacondotto a chi ha ridotto l’Italia in questo stato.
“...Sono incalcolabili i danni che nascono ai costumi da questo abito di cinismo…l’Italia è, in ordine alla morale, più sprovveduta di fondamenti che forse alcun’altra nazione europea e civile…l’Italia è in uno stato, molto inferiore a quello di tutte l’altre nazioni civili e non ci meraviglieremo punto che gli italiani, la più vivace di tutte le nazioni colte e la più sensibile e calda per natura, sia ora per assuefazione e per carattere acquisito la più morta, la più fredda, la più povera, indifferente e insensibile e molto meno governata …”(dal Discorso di Giacomo Leopardi "sopra lo stato presente dei costumi degli Italiani").
Elenco dei provvedimenti di clemenza adottati dalla fondazione della Repubblica
Decreto Presidenziale 22 giugno 1946, n. 4. Amnistia e indulto per i reati comuni, politici e militari (noto come Amnistia Togliatti, ministro della Giustizia) giustificata dalla necessità di riconciliare il popolo italiano dopo 20 anni di dittatura e una sanguinosa guerra civile.
Decreto legislativo 18 gennaio 1947, n. 244. Estensione dell'amnistia, dell'indulto e della grazia ai condannati nei territori sottratti all'Amministrazione italiana
Decreto C.P.S. 1º marzo 1947, n. 92. Amnistia e indulto per i reati militari in occasione del giuramento di fedeltà alla Repubblica da parte delle Forze Armate
Decreto C.P.S. 8 maggio 1947, n. 460. Amnistia e indulto per i reati il cui procedimento era stato sospeso durante gli anni della guerra
Decreto C.P.S. 25 giugno 1947, n. 513. Amnistia e indulto per i reati commessi per vertenze agrarie
D.P.R. 27 dicembre 1948, n. 1464. Concessione di amnistia e indulto per la detenzione abusiva di armi
D.P.R. 26 agosto 1949, n. 602. Concessione di amnistia e indulto per i reati elettorali
D.P.R. 19 dicembre 1953, n. 922. Concessione di amnistia e indulto per i reati comuni, politici e militari; (noto come Amnistia Azara, ministro della Giustizia)
D.P.R. 4 giugno 1966, n. 332. Concessione di amnistia e indulto per i reati con pena fino a 3 anni
D.P.R. 22 maggio 1970, n. 283. Concessione di amnistia e indulto per i reati con pena fino a 5 anni
D.P.R. 4 agosto 1978, n. 413. Concessione di amnistia e indulto per i reati con pena fino a 3 anni
D.P.R. 18 dicembre 1981, n. 744. Concessione di amnistia e indulto per i reati con pena fino a 3 anni
Legge n. 207, 3 agosto 2003. Concessione del cosiddetto "indultino" per i reati fino a 2 anni
Legge n. 241, 31 luglio 2006. Concessione di indulto di 3 anni.
I messaggi al Parlamento del Presidente della Repubblica
L’istituto del messaggio del Presidente della Repubblica al Parlamento è uno dei poteri riservati al Capo dello Stato dall’articolo 87 della Costituzione che gli riconosce la qualifica di rappresentante dell’unità nazionale e il potere di inviare messaggi alle Camere.
Il messaggio dell'8 ottobre 2013 inviato da Napolitano, all’ottavo anno di mandato, controfirmato dal Presidente del Consiglio Letta, è l'undicesimo messaggio del Capo dello Stato alle Camere, in 67 anni dalla nascita della Repubblica. Prima di lui, solo cinque sono stati i predecessori che si sono rivolti al Parlamento: Segni (1); Leone (1); Cossiga (6); Scalfaro (1); Ciampi (1).
17 SETTEMBRE 1963. Segni scrisse su alcuni problemi istituzionali come la non rieleggibilità del capo dello Stato e le modalità di elezione della Corte Costituzionale.
15 OTTOBRE 1975. Leone espresse considerazioni sulla crisi del Paese e sull'attuazione dei "princìpi e degli istituti della Costituzione". Nonostante la richiesta del gruppo MSI per un dibattito parlamentare la conferenza dei capigruppo ignorò la richiesta.
26 LUGLIO 1990. Cossiga si soffermò sui problemi della giustizia.
6 FEBBRAIO 1991. Cossiga intervenne sulle funzioni del Consiglio Superiore della Magistratura.
26 GIUGNO 1991. Cossiga richiamò l’attenzione sulle riforme istituzionali. Il messaggio fu controfirmato dal ministro della Giustizia, Martelli, ma non dal presidente del Consiglio, Andreotti.
7 NOVEMBRE 1991. Cossiga attirò l'attenzione sul problema della tempestiva nomina dei giudici della Corte Costituzionale.
28 GENNAIO 1992. Cossiga parlò dell'urgenza di una revisione delle norme sulla responsabilità disciplinare dei magistrati. Anche questo messaggio fu controfirmato solo dal ministro della Giustizia Martelli.
30 APRILE 1992. Cossiga rivolse l'ultimo messaggio come saluto al Parlamento in occasione delle sue dimissioni.
18 SETTEMBRE 1996. Scalfaro sensibilizzò il Parlamento sui problemi delle riforme istituzionali e su quelli dell'unità dell'Italia.
23 LUGLIO 2002. Ciampi incentrò le riflessioni sul pluralismo dell'informazione e l’anno seguente rinviò alle Camere la legge Gasparri.
La Storia (ri)scritta per legge
Lucia Abballe - Il ricordo della Shoah che l’Italia sta rinnovando in questi giorni, ripropone il problema di cosa fare affinchè gli orrori delle persecuzioni e del negazionismo non si ripetano più.
L'Italia sprofonda dalla farsa nella tragedia
Torquato Cardilli - In questo inizio di ottobre 2013, mentre corre l’826 mo anniversario della presa di Gerusalemme da parte di Saladino e il 787 mo della morte di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, ancora una volta il nostro paese è stato protagonista in negativo a livello mondiale per quanto accaduto nel catino di Palazzo Madama e nella fossa del mare di Lampedusa.

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