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Timestamp: 2020-02-17 03:33:37+00:00

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Illegittimità di accordi sindacali che limitino la platea dei licenziamenti ai soli addetti agli appalti cessati – art. 5 L. 223/1991
Le sentenze in commento riguardano entrambe la seguente vicenda: un’importante società operante nella logistica, che nel corso del tempo aveva esternalizzato la gestione dell’attività a diverse società cooperative, tutte facenti capo al medesimo Consorzio, aveva dismesso tutte le proprie attività presso un dato magazzino.
La dismissione delle attività aveva quindi comportato la cessazione dei contratti di appalto tra la società e le cooperative ivi operanti, le quali, a loro volta, hanno licenziato tutti i dipendenti addetti al solo appalto cessato all’esito della procedura di licenziamento collettivo di cui alla L. 223/1991.
I licenziati hanno quindi impugnato i recessi datoriali ritenendo illegittima la delimitazione dei licenziamenti ai soli addetti agli appalti cessati effettuata senza comparazione con i numerosi dipendenti operanti in altri appalti, nonostante la fungibilità delle mansioni svolte.
Dal canto loro, le cooperative convenute in giudizio sostenevano la legittimità del loro operato poiché i licenziamenti erano stati effettuati in conformità a quanto previsto da alcuni accordi sindacali stipulati in seno alla procedura di licenziamento collettivo ove, tra gli altri aspetti, si era ritenuto “superfluo stabilire un criterio di scelta sulla base del quale procedere all’individuazione dei lavoratori in esubero” dato che, dal loro punto di vista, la cessazione dell’appalto, di per sé, giustificava l’esubero di tutto il personale ivi addetto.
Le sentenze in commento sono interessanti perché, bocciando questa tesi difensiva, dichiarano esplicitamente l’illegittimità di tali accordi sindacali stipulati in seno alla procedura di licenziamento collettivo sulla basa delle seguenti motivazioni.
Trib. Bergamo, sentenza del 10.4.2019, est. Cassia, Y soc. coop. in liquidazione c. X + 6 (avv.ti Guariso, Neri e Losio
La determinazione negoziale dei criteri di scelta dei lavoratori da licenziare (che si traduce in accordo sindacale) adempie a una funzione regolamentare delegata dalla legge (cfr. C. Cost. 268/1994) per cui deve rispettare non solo il principio di non discriminazione, ma anche il principio di razionalità, alla stregua del quale i criteri concordati – oltre a dover essere coerenti con il fine dell’istituto della mobilità dei lavoratori – devono avere i caratteri dell’obiettività e della generalità, operando senza discriminazione tra i dipendenti, cercando di ridurre al minimo il cosiddetto “impatto sociale”, e scegliendo, nei limiti in cui ciò sia consentito dalle esigenze oggettive a fondamento della riduzione del personale, di espellere i lavoratori che, per vari motivi, anche personali, subiscono ragionevolmente un danno comparativamente minore.
I criteri adottati dagli accordi sindacali devono quindi essere applicabili all’intera platea di lavoratori e il datore di lavoro deve fornire la prova delle esigenze aziendali alla base della limitazione dei licenziamenti ai soli appalti cessati, dando dimostrazione di aver comparato la professionalità dei lavoratori ivi addetti con quelli addetti ad altri appalti o unità locali. Tale prova non può essere esonerata dalla previa conclusione di accordi sindacali che – in quanto privi di qualsiasi specifico riferimento alle ragioni obiettive che impediscono di comparare il personale addetto all’appalto cessato con il restante personale fungibile – si pongono in diretto contrasto con il complesso normativo sopra richiamato.
Trib. Bergamo, sentenza del 21.3.2019, est. Bertoncini, X. (avv.ti Guariso, Neri e Losio) c. Y soc. coop.
La Corte di Cassazione, nelle diverse sentenze in cui ha analizzato la legittimità o meno di accordi sindacali (come ad esempio quello sul criterio dell’anzianità di servizio senza soluzione di continuità o quello della pensionabilità), ha sempre ricordato che i criteri ivi previsti devono avere carattere oggettivo, ed essere applicabili “all’intera platea di lavoratori con esclusione dunque in radice del carattere discriminatorio” (v. Cass. civ. 17249/16, nonché Cass. civ. 18504/16 sul criterio della pensionabilità, o ancora Cass. civ. 31872/18 sul criterio della maggiore competenza e dell’alta specializzazione fissato in sede di accordo sindacale per individuare i lavoratori da mantenere in servizio).
E’ quindi essenziale che il criterio risponda a criteri oggettivi e sia applicabile all’intera platea dei lavoratori (Cass. civ. 17249/16 e Cass. civ. 2694/18).
Tale situazione non si è verificata nel caso in esame, laddove il criterio di cui all’accordo sindacale ha riguardato, su una platea di 137 soci lavoratori, solo quelli addetti al deposito dismesso, sull’unico presupposto della cessazione di tale attività.
Neppure la società convenuta ha addotto, in ossequio ai principi espressi dalla Suprema Corte, elementi atti a dimostrare che tali lavoratori non fossero idonei ad occupare le funzioni lavorative di colleghi addetti ad altri reparti (così, Cass. civ., 15.6.2006 n. 13783).
Tra l’altro, l’assegnazione ad un appalto neppure può ritenersi definitiva, trattandosi di lavoratori soggetti a trasferimenti da un cantiere ad un altro in base alle esigenze della convenuta.
Un simile accordo sindacale non può quindi ritenersi legittimo.
Corte di Cassazione, 19 marzo 2016, est. Lorito, R (avv. Guariso) c. Mac
Chiusura di Unità Locale – Informazioni ex L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 3, – Comparazione nel complesso aziendale -effettivo controllo sulla programmata riduzione di personale e possibilità di misure alternative
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Il tempo trascorso dall’autotrasportatore durante le operazioni di carico e scarico, anche quando queste non richiedono la sua attiva partecipazione, sono a tutti gli effetti “tempo di lavoro” e non può essere quindi sanzionata sotto il profilo disciplinare la legittima condotta del lavoratore che ponga in tali fasi il tachigrafo in modalità di lavoro anzichè di “disponibilità”.

References: art. 5
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 art. 4