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Timestamp: 2018-01-19 23:21:54+00:00

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Randazzo, antiche unità di misura: “tumulu” e “quartara” | Randazzo segreta
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“La conoscenza non ha bisogno di ali e di piume, ma di pesi e misure”
aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaFrancis Bacon
Fin dagli albori della civiltà furono adottati sistemi di misure e pesi. Le attività di raccolto, l’estensione del terreno da coltivare, la caccia, il baratto etc. richiedevano infatti misure di lunghezza, di peso e di capacità.
Inizialmente l’uomo per misurare e pesare si servì di oggetti facilmente reperibili in natura quali bastoni, brocche, secchi e di varie parti del proprio corpo: l’avambraccio (cubito[1]), le braccia tese, il palmo, il pollice, il dito, il piede.
Fin dall’antichità per le principali unità di misura di lunghezza e peso, si realizzarono dei campioni standard, i quali erano accuratamente custoditi dalle autorità nei templi o in luoghi sacri e servivano a modello per ulteriori copie.
Per millenni ogni Impero, Stato o comunità ebbe misure proprie, derivanti da tradizioni e costumi secolari.
In Egitto, per misurare le lunghezze, si adoperava il meh suten (cubito reale), corrispondente a circa 52,3 cm, i cui sottomultipli erano: il palmo (equivalente alla larghezza del palmo escluso il pollice) e il dito (pari alla larghezza di un dito).
L’unità di misura per i volumi dei materiali secchi, come le granaglie, era la hekat corrispondente a circa 4,8 litri. Lo henu pari a 10 hekat, invece, era utilizzato come unità di misura sia per i liquidi (acqua, birra) che per i cereali. Le unità di misura di peso erano il deben (dbn), pari a circa 91 grammi, usato per pesare i metalli e il kite (Kdt) circa 9 grammi[2].
Presso i Sumeri il sistema delle unità di misura di lunghezza era basato sul kus (cubito sumero) pari a 49,5 cm. I volumi venivano misurati in sila, ban, pi e gur mentre le misure di peso erano il se, il gin, il ma.na, il gun[3].
I sistemi di misure e pesi creati in Mesopotamia furono adottati prima dai Greci e in seguito ripresi dai Romani che, a loro volta, li propagarono in tutta Europa.
Le unità di lunghezza utilizzate dai Romani erano: il digitus, l’uncia, il palmus, il pes, il palimpes (anche palmipedalis; un piede più un palmo), il cubitus, il passus, lo stadium, il miliare e la lega. La misura base per il liquidi era il sextarius pari a 0,54 litri con i suoi multipli l’urna (circa 13 litri), l’anphora (circa 26 litri) e l’otre culleus (circa 520 litri) e sottomultipli la lingula o piccolo cucchiaio, il cyathus o cucchiaio, il sextans, il triens e l’hemina. La misura base per gli aridi (granaglie, sementi e legumi) era il modius o moggio pari a 8,67 litri, con il suo multiplo il quandrantal e i sottomultipli il semodius o mezzo moggio, il sextarius e l’hemina. L’unità base delle misure di peso era la dracma pari a 3,408 grammi con i suoi multipli siclo, oncia, libbra e mina e i sottomultipli scrupulum, obolus, siliqua e chalcus[4].
Il campione standard del piede era custodito nel tempio di Giunone Moneta in Campidoglio, mentre i campioni delle unità di peso erano conservate presso il tempio di Giove Capitolino.
La Sicilia, in epoca medievale, aveva un proprio sistema di misura e pesi, che traeva le sue origini dal mondo romano, greco e arabo[5].
I valori di queste unità di misura variavano a seconda delle città e delle terre del Regno e dell’epoca.
Per la città di Randazzo, la più antica testimonianza, anche se non documentata, risale al XIII secolo, quando re Pietro concesse alla chiesa di Santo Stefano, una Regia gabella che anticamente riscuoteva sulla misura del tumulo di questa città[6].
Un tentativo di fare chiarezza nell’ambito delle misure e dei pesi venne compiuto dai Normanni e dagli Svevi. Essi stabilirono che tutti i beni fossero venduti a peso e misura, i quali dovevano essere legittimamente istituiti dalla Regia Camera, alla quale, per servirsene, bisognava pagare un tributo. I campioni standard delle misure dovevano essere conservati dai baiuli locali, i quali, a cadenza mensile, dovevano verificare che non venissero adulterati dai mercandanti. Inoltre, sancirono che i falsificatori o quelli che frodavano sulle misure – ovvero utilizzavano pesi e misure non stabilite dalla Regia Corte – fossero puniti, per la prima volta, con l’ammenda di una libbra d’oro purissimo, di due se il danno era stato perpetrato nei confronti di forestieri; chi non poteva permettersi di pagare tale ammenda, la prima volta, veniva frustato pubblicamente con le misure fraudolente appese al collo; la seconda volta le veniva tagliata la mano; la terza volta sarebbe stato impiccato.
Gli Angioini assegnarono ai secreti il diritto di verificare i pesi e le misure e punire con un’ammenda chi veniva colto a frodare sulle stesse[7].
I tentativi di standardizzare le misure, in particolare quella di capacità per gli aridi, continuarono anche sotto il dominio degli Aragonesi.
Nel 1285 Giacomo d’Aragona (1267-1327)[8], attraverso il Capitolo LXII, De fideli aestimatione terragiorum facienda, della Constitutiones Immunitatum, impose l’uso della salma generale per il terraggio[9], minacciando pene severe per i trasgressori[10].
Figura 1: Orlando, Ritratto di Giacomo d’Aragona, Incisione, 1741
Un importante tentativo di unificazione, avvenne nel 1296, quando Federico d’Aragona o Federico III di Sicilia (1273/4 – 1337), allo scopo di rendere più semplici le transazioni commerciali nel Regno, nel Capitolo XX della Constitutionum Regalium, stabilì che la Sicilia citra flumen Salsum[11] doveva riferire il campione dell’unità di misura di capacità degli aridi, il tumulo (tummino), a quello in uso nella città di Siracusa e il campione di misura di peso, il cantaro, a quello in uso nella città di Messina, mentre la Sicilia ultra flumen Salsum[12] doveva riferire tutti i campioni per le misure di peso e di capacità a quelli della città di Palermo. Dispose, inoltre, che su ogni campione venisse apposto lo stemma reale[13] e delegò alle singole Universitates il compito di controllare i pesi e le misure[14].
Figura 2: Messina, Duomo, Federico III effigiato in un mosaico dell’abside dell’altare maggiore
Figura 3: Stemma di Aragona-Sicilia inquartato in decusse con aquile affrontate, introdotto da Federico III
Tuttavia, i Baroni e i Signori continuarono a utilizzare per il terraggio il grossum tumminum tant’è che, qualche mese più tardi, Federico dovette statuire un ammenda di dodici once per chi veniva colto a frodare sulle misure[15].
Per contrastare le frodi dei mensuratores successivamente, il 28 gennaio 1338, venne emanata una prammatica la quale minacciava pene severe, quali la fustigazione, per i mensuratores che non detenevano il tuminos giusto e approvato[16].
Un secolo dopo, fu Alfonso V d’Aragona (1394 – 1458), nel 1433, a tentare di uniformare le misure, attraverso il De mensura victualium, il quale stabiliva che, la misura del tumulo della Valle di Mazzara doveva essere conforme con quella di Palermo mentre quella delle valli Demone e Noto con la misura di Catania[17].
Figura 4: Parigi, Museo del Louvre, Ritratto di Alfonso V d’Aragona, Mino da Fiesole
A questo seguirono diverse prammatiche quelle del 1446[18] e quelle del 1458[19].
Da alcuni atti notarili, apprendiamo che nel XV secolo le unità di misura[20] più usate a Randazzo, erano quelle lineari, canna e palmo[21]; quelle di superficie agraria, salma[22], tumulo o thumulata[23], palmo[24] e mondello (mundela[25]); quelle dei liquidi, in particolar modo vino e mosto, salma e quartara[26]; nella compravendita degli aridi, così come per quella di carbone e calce, le unità di misura utilizzate erano la salma e il tumulo[27] che in due documenti è chiamato moggio[28]; infine, le unità di misura ponderali, usate anche per l’olio, erano il cantaro, il rotolo e il tumulo[29]. In alcuni documenti si è rinvenuto l’utilizzo di un’unità ponderale detta pisa (pesi) usata per il lino[30], la lana: «duodecim pisa ri lana: p(isa) g(randi) Randacii»[31], nonché il grano: «granorum decem p(isa) g(randi) p(isa) n(ostri)»[32].
Un altro tentativo di unificare pesi e misure viene attribuito a Ferdinando d’Aragona (1424-1494)[33], il quale, nel 1480, emanò un decreto[34], con il quale stabilì l’uniformità di tutti i pesi e le misure in tutte le province del Regno.
Figura 5: Parigi, Museo del Louvre, Busto-ritratto di Ferdinando d’Aragona
Ordinò che i campioni delle misure, scolpiti in un grande parallelepipedo di pietra, venissero collocati nel cortile del Castel Capuano. Infine, stabilì che tutte le città delle province, disponessero di campioni delle unità di misura di pietra e che gli stessi venissero esposti al pubblico affinché ognuno potesse rapportarsi ad essi[35].
Figure 6-7: Napoli, Castel Capuano, parallelepipedo marmoreo ove, Ferdinando d’Aragona, fece incavare i campioni delle unità di misura che dovevano servire da modello in tutto il Regno
In realtà, nonostante i vari editti e le varie prammatiche, ogni distretto, ogni Baronia, continuò a regolare le misure in modo autonomo, utilizzando quelle più convenevoli alle sue circostanze o meglio conciliabili con i propri interessi. È chiaro che ciò provocava gravi disordini e rendeva il commercio molto più complicato.
Pertanto, anche Ferdinando II d’Aragona (1452 – 1516), non potendo esimersi dalla questione, nel 1509, impose a tutte le Città e le Terre del Regno di uniformare tutti i campioni di misura con quelli stabiliti nel Capitula XXV emanato da re Alfonso V.
Figura 8: Berlino, Gemäldegalerie, Ferdinando II d’Aragona
Dispose, altresì, che coloro i quali fossero stati colti con misure non prescritte, sarebbero stati puniti con un’ammenda di mille ducati, lasciando, tuttavia, al Viceré arbitrio di infliggere ulteriori pene, quali la pubblica fustigazione e la condanna a due anni di prigione[36].
Del problema si preoccupò successivamente anche il viceré Ettore Pignatelli, duca di Monteleone, il quale, il 27 luglio 1529, emanò una prammatica in cui dispose che nella città di Palermo, per la misurazione dei tessuti, si facesse uso della canna generale di otto palmi (misura larga).
Figura 9: Ritratto del viceré Ettore Pignatelli, duca di Monteleone
Ordinò, per evitare possibili frodi ai negozianti e ai mercandanti, che «s’habbia da fare una stampa di bronzo seu ramo, con l’Armi della Città, dentro la quale debbia stare alla parte di sotto, il Sapone, con il quale si haverà da segnare detto panno». La pena per i contravventori e di mille fiorini tante volte quante contravverranno[37].
Nel 1582, sarà il Parlamento, nella sessione del 18 giugno, ad affrontare il problema individuando la possibile soluzione che indicherà nel capitolo LXV[38].
Il cammino verso la standardizzazione delle misure nel Regno, fu segnato da una importante prammatica, quella del 30 agosto 1601, promulgata dal viceré Bernardino de Càrdenas y Portugal, duca di Maqueda, con cui si stabiliva l’impiego di misure identiche in tutti i territori del Regno, a contare dal primo di gennaio del 1602.
Figura 10: Ritratto del vicerè Bernardino de Càrdenas y Portugal, duca di Maqueda
Essa stabilì che per la misurazione degli aridi si facesse uso della salma generale di sedici tumuli, ogni tumulo di quattro mondelli, ed il mondello di quattro misure. Per la misurazione dei tessuti si utilizzasse la canna composta da otto palmi, ogni palmo di dodici once, ed ogni oncia di cinque cocci d’orzo[39]. Per quanto riguarda i pesi, la prammatica stabilì che si facesse uso del cantaro di cento rotoli, ogni rotolo di trent’once, l’oncia di otto dramme, la dramma di sessanta cocci di frumento, la libbra di dodici once. Agli argentieri, concesse l’utilizzo del trappeso di sedici cocci di frumento, e l’oncia di trenta trappesi, mentre agli speziali, accordò l’utilizzo degli scrupoli: ogni scrupolo di venti cocci, una dramma di tre scrupoli, un’oncia di otto dramme, una libbra di dodici once, un rotolo di due libbre e mezzo e un cantaro di cento rotoli. Per la misurazione dei liquidi, in particolare per vino e aceto, abolì l’uso della salma e dispose che si facesse uso della quartara di venti quartucci, il barile di due quartare, o quaranta quartucci, e la botte di dodici barili, invece per l’olio si utilizzasse il cafiso di dieci rotoli, e il cantaro di dieci cafisi.
Con la stessa prammatica fu disposta la realizzazione dei nuovi campioni dei pesi e delle misure, in metallo e con impresso il bollo delle armi reali, i quali dovevano poi essere depositati e conservati presso il Tribunale del Real Patrimonio; due copie di essi, inoltre, dovevano essere conservate per ogni Valle: nella Valle di Mazara, una in Palermo e l’altra in Sciacca , nel Valdemone, una in Messina e l’altra in Nicosia e nel Val di Noto, una in Catania e l’altra in Piazza, gli esemplari dovevano essere conservati presso l’Archivio dei Giurati di dette città in modo che gli Agiustatori di tutte le città del Regno potessero rapportarsi ad essi per rettificare le antiche misure.
Figura 11: Stemma degli Asburgo di Spagna per il Regno di Sicilia dal 1580 al 1700
La pena per i contravventori era di once quaranta da versare due terzi al Regio Fisco, e un terzo al denunciatore, oltre alle pene corporali applicate ad arbitrio del Vicerè[40].
In realtà la prammatica di riforma, nel complesso, ebbe scarso successo, tant’è che due secoli dopo, il Parlamento, il 10 luglio 1806, chiese al re di stabilire, attraverso una prammatica, «un peso ed una misura fissa, ed uguale per tutto il Regno, ed una corda parimente uniforme per la misura delle terre»[41]. Ferdinando di Borbone (1751-1825)[42] con regio dispaccio del 28 luglio 1806, condiscese all’equazione dei pesi e delle misure in tutto il Regno ed incaricò la Giunta dei Presidenti e del Consultore di proporre i piani delle corrispondenti prammatiche dopo aver sentito le persone competenti[43].
Figura 12: Ritratto di Ferdinando di Borbone
Dal momento che la Giunta, il 24 settembre 1806, fece rimostranze sull’argomento, il re, il 17 novembre, replicò che attendeva le adeguate proposte sul metodo e ogni altro che avesse relazione con questa importante operazione. Tuttavia, constatato che la Giunta non riusciva a proporre nessuna soluzione, Ferdinando, con regio dispaccio del 19 febbraio 1808, istituì una Deputazione composta dai professori Giuseppe Piazzi[44], Paolo Balsamo[45]e Domenico Marabitti[46], a cui affidò il compito di creare un sistema metrico e ponderale siciliano.
Figure 13-14: Ritratti di Giuseppe Piazzi e Paolo Balsamo
Dopo un anno di intenso lavoro, il primo febbraio 1809, i Deputati sottoposero al re il Codice metrico-siculo[47], che venne approvato dallo stesso con regio dispaccio del 20 febbraio. Così, con la legge del 31 dicembre 1809, venne introdotto in Sicilia l’uso del nuovo sistema metrico. Essa stabilì che a decorrere dal primo gennaio 1811, «pesi e misure saranno sempre le stesse, ed uniformi in tutto il regno senza differenza da Vallo a Vallo, e da Città a Città», annullando le disposizioni dei capitoli dei re Federico d’Aragona e Alfonso V, le posteriori prammatiche e le lettere circolari del Regio Consiglio Patrimoniale del 1731, 1756, 1758, 1776 etc. [48]. L’articolo II della legge stabilì che l’unità base di misura di lunghezza fosse il palmo, diviso in once dodici; l’oncia in dodici linee; la linea in dodici punti; il passetto di palmi due; la mezza-canna di palmi quattro; la canna di palmi otto; la catena di canne quattro; la corda di quattro catene; il miglio di corde quarantacinque. L’unità base di misura di superficie fosse il palmo quadrato; suoi multipli il quartiglio ovvero la canna quadrata di otto palmi quadrati; il quarto di quattro canne quadrate; il carozzo di sedici; il mondello di sessantaquattro; il tumulo ovvero la corda quadrata di duecentocinquantasei; la bisaccia di milleventiquattro; la salma di quattromilanovantasei canne quadrate. L’unità base di misura di capacià per gli aridi fosse il palmo cubo detto tumulo; la bisaccia di quattro tumuli; la salma di sedici e le parti nelle quali si divide il tumulo denominate mondello, carozzo, quarto, quartiglio, ciascuna delle quali fosse la quarta parte della sua precedente. L’unità base di misura di capacità per i liquidi fosse il palmo cubo detto quartara o mezzo barile; il barile di due quartare; la salma di otto barili; la botte di trentadue, uguale al cubo della mezza-canna; il quartuccio fosse la ventesima parte della quartara; la caraffa la metà del quartuccio; il bicchiere metà della caraffa. Infine, l’unità base di misura per il peso fosse il rotolo, che corrispondeva alla quantità di materia, o peso di un quartuccio di olio di oliva lampante[49]; 1’oncia la trentesima parte del rotolo, la libbra di dodici once; la dramma l’ottava parte dell’oncia; lo scrupolo la terza parte della dramma; il grano, denaro o coccio la ventesima parte dello scrupolo; l’ottavo l’ottava parte del grano; il cantaro di cento rotoli[50].
La legge istituì in nove città: Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Caltagirone, Agrigento, Mazzara, Castrogiovanni e Nicosia, una Deputazione dei pesi e misure incaricata della conservazione e del pareggiamento delle misure, composta dal sindaco della città, da una dignità ecclesiastica, e da due persone secolari. Le Deputazioni di Palermo, Messina e Catania, invece, sarebbero state composte, ciascuna, anche da un professore di geometria, da un agronomo e da un agrimensore per l’esame di coloro che avrebbero voluto la patente di pubblici agrimensori[51]. In seguito, con regio dispaccio del 5 aprile 1810, il re condiscende la richiesta delle città di Trapani, Piazza e Sciacca e istituisce una Deputazione di pesi e misure nelle stesse[52].
La stessa legge, stabiliva, altresì, che dovevano essere redatte delle tavole di riduzione e i campioni dei pesi e delle misure dovevano essere depositati e conservati presso il Tesoro della Cattedrale di Palermo[53]; altri esemplari, invece, sarebbero stati inviati alle varie città[54].
A Randazzo, prima della riforma, per le misure di superficie si faceva uso di due diverse lunghezze di corde [55]: la corda di canne 16 e/o quella di canne 22 e palmi 5[56]; per gli aridi si utilizzava la salma alla grossa, pari a 20 tumuli; per i liquidi si faceva uso, della salma di 8 quartare, della quartara di 20 quartucci per il vino e di 21 ½ per il mosto e del quartuccio di once 17 1/3 (peso di acqua); per l’olio si utilizzava il cafiso di rotoli 12 di once 40[57].
Dopo qualche mese dell’annessione della Sicilia al Regno d’Italia, con la legge del 28 luglio 1861, promulgata dal re Vittorio Emanuele II, venne introdotto l’uso del sistema metrico decimale.
Figura 15: Re Vittorio Emanuele II
Ciò nonostante per diversi anni, si continuarono ad utilizzare le vecchie misure insieme alle nuove, specie nel mondo contadino, dove l’usanza non è scomparsa neppure oggi, in modo particolare quando si parla di misure di superficie.
All’interno della Basilica minore di Santa Maria, si conservano due misure campioni di pietra, sulle quali si valutava la giustezza o no delle misure.
La misura campione di capacità per aridi, di volume pari a un tumulo randazzese, è un blocco di arenaria di forma parallelepipeda esagonale, che nella faccia superiore presenta un incavo profondo cm 32 di forma cilindrica. Per evitare adulterazioni della misura, l’orlo superiore è provvisto di una sbarra diametrale in ferro. Su una faccia laterale della misura, vi sono scolpiti tre stemmi di cui uno molto abraso.
Figura 16: Randazzo, Basilica minore di Santa Maria, Misura campione del tumulo
Il primo, il più grande in alto, con scudo – a mandorla sormontato da una corona – inquartato in decusse con aquile affrontate e coronate, è lo stemma di Federico III di Sicilia.
Figura 17: Lo stemma di Federico III di Sicilia scolpito sul tumulo
Nel 1296, Federico III, dopo la sua incoronazione a re di Sicilia, modificò lo stemma reale che rimase immutato fino al 1412[58].
Nel 1262, con il matrimonio di Pietro III d’Aragona (1239-1285) e Costanza II di Sicilia (1249-1302), figlia di Manfredi di Hohenstaufen[59], l’insegna sveva, d’argento all’aquila spiegata e coronata di nero, viene accostata a quella d’Aragona, d’oro a quattro pali di rosso. Tuttavia, sarà Giacomo II (1267-1327)[60], figlio di Pietro III, incoronato re di Sicilia nel 1285, a creare la nuova insegna reale inquartando – da prima in decusse e successivamente dal 1291 in squadra –, al 1° e 4° quarto, i pali d’Aragona con, al 2° e 3° quarto, l’aquila di Svevia-Sicilia.
Figure 18-20: Arme di Aragona-Sicilia introdotto da Giacomo II; Stemma di Federico III di Sicilia; Arme partito di Aragona e Aragona-Sicilia, introdotto da Ferdinando I d’Aragona
Il secondo stemma, in basso a destra sotto lo stemma di Federico III, è il leone rampante, stemma della città di Randazzo.
Figura 21: Stemma illeggibile a causa del degrado della pietra e stemma della città di Randazzo
La capacità dell’antico campione, in misure decimali, è pari a circa 25,722 litri. Pertanto, il tumulo randazzese, nel XIV secolo, era pari a circa 25,722 litri (a seconda del peso specifico).
La misura campione di capacità per i liquidi, di volume pari a una quartara randazzese, presenta un corpo globulare leggermente schiacciato terminante con un’imboccatura circolare. Essa è dotata di due anse forate verticali diametralmente opposte (una delle quali è frammentata), impostate dall’orlo alla pancia. Quest’ultima è provvista di un foro di deflusso, per facilitarne lo svuotamento. Sul corpo della misura vi è scolpito lo stemma di Federico III, in questo caso, però, le aquile sono rivolte a sinistra.
Figura 22: Randazzo, Basilica minore di Santa Maria, Misura campione della quartara
Figura 23: Stemma di Federico III di Sicilia, con aquile rivolte a sinistra, scolpito sulla quartara
La quartara randazzese, nel XIV secolo, valeva circa 6,37 litri. Prima del 1809, essa valeva 8,59 litri per il vino e 9,24 litri per il mosto.
La presenza dello stemma di Federico III sulle due misure campioni, suggerisce che esse furono realizzate tra il 1296 e il 1412 e depositate nella chiesa di Santa Maria in ossequio del capitolo XX della Constitutionum Regalium di Federico III che, come abbiamo detto, ordinava, tra l’altro, la realizzazione di campioni delle misure, da custodire, a cura delle singole Universitates, in luoghi designati, spesse volte all’interno delle principali chiese di ogni città, affinché ognuno potesse rapportarsi ad esse.
Le due misure campioni vengono citate in un Capitula ordinato, il 27 marzo del 1435, da Afonso V per l’universitas della terra di Randazzo: «Item chi ad quista Universitati per li grandi, et antichissimi Servicii, chi fichi a li Signuri Ré, li foru concessi multi gracii, et Privilegi, et precipue la Jurisdictioni di Mero et Mixto Imperio alta, et baxa jurisdictioni, et li fu concesso districtu di multi Casali, et Lochi cum multi preminenzii precipue di li causi criminali, la quali jurisdicioni sempri hanno tenuto, havuto, et usato, et usano di presenti, et chi havino antichi tumini, quartari, et misuri in petra marimorea cum li armi Regali etc. et di quista Universitati cum la quali sempri havino campato, et tutto lo distritto, et la majur parti di Valli Demini»[61].
[1] Il cubito, infatti, corrispondeva alla lunghezza dell’avambraccio dalla punta del gomito a quella del dito medio a mano aperta.
[2] Cartocci A., La matematica degli Egizi. I papiri matematici del Medio Regno, Firenze, University Press, 2007, pp. 28-31.
[3] Mesopotamia: le leggi dei Sumeri, < http://www.maat.it/livello2/leggi-sumere.htm>, agg. 2015.
[4] Vivaldi A., Manuale di Metrologia, <http://www.im.camcom.it/ita/download/manuale_di_metrologia.pdf>, agg. 2015, p. 8.
[5] Bianchini L., Della storia economico-civile di Sicilia libri due, Palermo, 1841, volume II, p. 236.
[6] Plumari G., Codice diplomatico della fedelissima e piena città di Randazzo, ms. del XIX secolo, Biblioteca comunale di Palermo, Qq H 116, n. 15, ff. 12v, 13r.
[7] Dalloz V., Giornale delle udienze della Corte di Cassazione e delle Corti Reali, ovvero Giurisprudenza Generale di Francia in materia civile,commerciale, criminale ed amministrativa, versione italiana a cura di Nicola Comerci, Napoli, 1828, p. 325.
[8] Fu re di Sicilia con il nome di Giacomo I, dal 1285 al 1296.
[9] Il terraggio è un contratto d’affitto agricolo, che prevede un canone in natura. Esso è caratterizzato dalla corresponsione di una quantità di salme di frumento in relazione alle salme di terreno preso in locazione. Così un terreno dato in affitto ad un terraggio equivaleva al pagamento di una salma di frumento per ogni salma di terra; a due terraggi corrispondeva al pagamento di due salme di frumento per ogni salma di terra, ect.
[10] Vedi Documenti, I.
[11] Al di quà del fiume Salso. Dal tempo di Federico II di Svevia, il fiume Salso, segnava la ripartizione dell’isola in due parti, quella orientale del Val Demone e del Val di Noto (citra flumen Salsum), e quella occidentale del Vallo di Mazara (ultra flumen Salsum).
[12] Al di là del fiume Salso.
[13] Inquartato in decusse: nel primo e nel quarto d’Aragona; nel secondo e nel terzo di Svevia-Sicilia.
[14] Vedi Documenti, II.
[15] Vedi Documenti, III.
[16] Vedi Documenti, IV.
[17] Vedi Documenti, V.
[18] Vedi Documenti, VI, VII, VIII.
[19] Vedi Documenti, IX, X.
[20] I documenti si limitano a dare i nomi delle unità, allora in uso, senza fissarne i rapporti.
[21] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 5, c. 117v (1456).
[22] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Manfridus, scaf. 1, cass. 1, vol. 2, c. 23v (1444).
[23] Tomolata. Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 6, cc. 8r, 8v (1460).
[24] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 5, c. 260r (1456).
[25] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio De Panhormo Nicolaus, scaf. 1, cass. 5, vol. 22, c. 61v (1499).
[26] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 5, cc. 46v, 47r (1455).
[27] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Manfridus, scaf. 1, cass. 1, vol. 2, c. 7r (1444); notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 5, cc. 43r (1455), 169v, 170r (1456).
[28] A Randazzo il moggio non si usava, a parte i due documenti dove viene citato: Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 5, cc. 254v, 255r (1456); Idem, vol. 6, c. 165r (1461).
[29] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 5, c. 9v (1455); notaio De Panhormo Nicolaus, scaf. 1, cass. 5, vol. 22, c. r. LXX (1495); Idem, vol. 23, c. 120v (1496); Idem, vol. 25, c. 86v (1498).
[30] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 9, c. 1v (1451).
[31] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio De Panhormo Nicolaus, scaf. 1, cass. 5, vol. 22, (1495).
[32] Archivio della chiesa di San Martino, Libro Rosso, vol. 1, c. 29v (1507).
[33] Ferdinando d’Aragona, meglio conosciuto come Ferrante I, detto anche Don Ferrante, era il figlio naturale di Alfonso V d’Aragona. Fu re di Napoli dal 1458 al 1494.
[34] Dagli Annali Civili del 1840, apprendiamo che seppur non è mai stato rinvenuto il documento originale, la sua esistenza è testimoniata da numerose documentazioni presenti nei Regi Archivi nonché dall’iscrizione incisa sulla mensa di Ferrante che recita: «Ferdinandus rex in utilitatem rei per has mensuras per magistros rationales fieri mandavit». Annali civili del Regno delle Due Sicilie, Napoli, 1840, Volume XXIII, Fascicolo XLVI, p. 101.
[35] Dalloz V., Giornale delle udienze della Corte di Cassazione e delle Corti Reali, op. cit., p. 326.
[36] Vedi Documenti, XI.
[37] Vedi Documenti, XII.
[38] Vedi Documenti, XIII.
[39] In diverse civiltà del mondo antico si riscontra l’utilizzo del chicco di cereale per determinare le unità di misura molto piccole.
[40] Vedi Documenti, XIV.
[41] Codice metrico-siculo diviso in due parti, Catania, 1812, Parte prima, p. 1.
[42] Fu re di Sicilia con il nome di Ferdinando III di Sicilia dal 1759 al 1816.
[44] Per una sua biografia vedi: Maineri B. E., L’astronomo Giuseppe Piazzi. Notizie biografiche, Milano, 1871.
[45] Per una sua biografia vedi: Brancato F., Balsamo Paolo, in «Dizionario Biografico degli italiani», Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani, Roma, 1963, vol. 5, on line: <http://www.treccani.it/enciclopedia/paolo-balsamo_(Dizionario_Biografico)>, agg. 2015.
[46] Codice metrico-siculo, op. cit, p. 2.
[47] Ivi, pp. 5-20.
[48] Vedi Documenti, XV, Articolo I.
[49] Il Piazzi, nelle sue istruzioni ai parroci, afferma che il rotolo « è determinato dalla quantità di olio lampante d’olivo, che si contiene in un quartuccio. Siccome però questa quantità, come ogni altra misura, deve essere sempre la stessa, invariabile, onde possa servire di campione, non si poteva far dipendere nè da qualunque olio di olivo, nè da qualunque tempo. Si sono quindi presi diversi olii nostri di olivo, ben depurati e purificati, e tentati con essi più saggi nella temperatura media di Palermo, o sia a 64° del termometro Fahrenheit, il medio di tutti si è stabilito per campione del rotolo». Codice metrico-siculo, op. cit., Parte prima, pp. 42-43.
[50] Vedi Documenti, XV, Articolo II.
[51] Vedi Documenti, XV, Articolo V.
[52] Codice metrico-siculo, op. cit., Parte prima, p. 45.
[53] Vedi Documenti, XV, Articolo III.
[54] Vedi Documenti, XV, Articolo IV.
[55] La lunghezza della corda, prima della riforma del 1809, non era uniforme per tutto il Regno. Complessivamente essa andava da un minimo di 13 ad un massimo di 30 canne.
[56] La superficie del tomolo che ha per lato o corda di canne 22 e palmi 5 (22×8=176 + 5= 181 palmi), è pari a 32.761 palmi quadrati (1812). La salma consta di 524.176 palmi quadrati (32.761×16); la bisaccia equivale a 131.044 palmi quadrati (32.761×4); il mondello è pari a 8.190, 25 palmi quadrati (32.761:4); il carrozzo equivale a 2.047,56 palmi quadrati (32.761:16); il quarto è pari a 511,89 palmi quadrati (32.761:64); il quartiglio equivale a 127,97 palmi quadrati (32.761:256).
[57] Codice metrico-siculo, op. cit., Parte seconda, pp. CLXIII, 5, 31.
[58] Pertanto, ci sembra plausibile ritenere che lo stemma affisso sulla Porta Aragonese fu fatto apporre da Federico III, considerato il forte legame che egli ebbe con la città di Randazzo, e non da suo padre Pietro III d’Aragona come si era ritenuto fino ad ora.
[59] Figlio naturale dell’imperatore Federico II di Svevia.
[60] Re di Sicilia, come Giacomo I, dal 1285 al 1296.
[61] Plumari G., Codice diplomatico, op. cit., ff. 68v, 69r.
ARCHIVIO DELLA CHIESA DI SAN MARTINO
Libro Rosso, vol. 1.
Notaio De Panhormo Nicolaus, scaf. 1, cass. 5, voll. 22, 23, 25.
Notaio Marotta Manfridus, scaf. 1, cass. 1, vol. 2.
Notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, voll. 5, 6, 9.
AFAN DE RIVERA C., Tavole di riduzione dei pesi e delle misure della Sicilia Ulteriore, in «Tavole di riduzione dei pesi e delle misure delle due Sicilia», Napoli, 1840.
Annali civili del Regno delle Due Sicilie, Napoli, 1840, Volume XXIII, Fascicolo XLVI.
BIANCHINI L., Della storia economico-civile di Sicilia libri due, Palermo, 1841, volume II.
CARTOCCI A., La matematica degli Egizi. I papiri matematici del Medio Regno, Firenze, University Press, 2007.
CESINO FOGLETTA I., Pragmaticarum Regni Siciliae, Panormi, 1700, Biblioteca comunale di Palermo, XXXIII F 9, Tomus Tertius.
Codice metrico-siculo diviso in due parti, Catania, 1812.
DALLOZ V., Giornale delle udienze della Corte di Cassazione e delle Corti Reali, ovvero Giurisprudenza Generale di Francia in materia civile,commerciale, criminale ed amministrativa, versione italiana a cura di Nicola Comerci, Napoli, 1828.
PLUMARI G., Codice diplomatico della fedelissima e piena città di Randazzo, ms. del XIX secolo, Biblioteca comunale di Palermo, Qq H 116, n. 15.
RAIMUNDETTAM R., Regni siciliae Capitula, Venetiis, 1573, Biblioteca universitaria di Padova, A.69.a.57.
RAYMUNDETTUM R., Regni Siciliae Pragmaticarum sanctionus, Venetiis, 1574, Biblioteca centrale della Regione siciliana Alberto Bombace, DOP.SCOM. 510.1, Tomus Primus.
RAYMUNDETTUM R., Regni siciliae Pragmaticarum sanctionum, Panhormi, 1576, Biblioteca Centrale Giuridica di Roma, Tomus secundus.
SPATA J., Regni Siciliae recensioni Francisci Testa Addenda, Panormi, 1865.
TESTA F., Capitula Regni Siciliae quae ad hodiernum diem lata sunt, Panormi 1743, Tomus secundus.
Agnoli P., La standardizzazione delle misure e gli ideali della società moderna, 2002, <http://docplayer.it/3180426-La-standardizzazione-delle-misure-e-gli-ideali-della-societa-moderna-paolo-agnoli-settembre-2002.html>, agg. 2015.
Mesopotamia: le leggi dei Sumeri, < http://www.maat.it/livello2/leggi-sumere.htm>, agg. 2015.
VIVALDI A., Manuale di Metrologia, <http://www.im.camcom.it/ita/download/manuale_di_metrologia.pdf>, agg. 2015.
Figura 1: Orlando, Ritratto di Giacomo d’Aragona, Incisione, 1741, immagine pubblicata in: Testa F., Capitula Regni Siciliae quae ad hodiernum diem lata sunt, Panormi 1741, Tomus primus, p. 1.
Figura 2: Messina, Duomo, Federico III effigiato in un mosaico dell’abside dell’altare maggiore, immagine tratta da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Federico_III_di_Sicilia#/media/File:Federico_III.jpg>, agg. 2015.
Figura 3: Stemma di Aragona-Sicilia inquartato in decusse con aquile affrontate, introdotto da Federico III, immagine tratta da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Stemma_del_Regno_di_Sicilia>, agg. 2015.
Figura 4: Parigi, Museo del Louvre, Ritratto di Alfonso V d’Aragona, Mino da Fiesole, immagine tratta da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Alfonso_V_d%27Aragona#/media/File:Alfons_Da_Fiesole_Louvre_RF1611.jpg>, agg. 2015.
Figura 5: Parigi, Museo del Louvre, Busto-ritratto di Ferdinando d’Aragona, immagine tratta da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_I_di_Napoli#/media/File:Ferdinando_I_Napoli.JPG>, agg. 2015.
Figure 6-7: Napoli, Castel Capuano, parallelepipedo marmoreo ove, Ferdinando d’Aragona, fece incavare i campioni delle unità di misura che dovevano servire da modello in tutto il Regno, immagini tratte da: Panzera G., La mensa di Ferrante, 2002, p. 6, <http://www.giovannipanzera.it/dati/pubblicazioni/di_Giovanni_ Panzera_1945/Testo_mensa.pdf>, agg. 2015.
Figura 8: Berlino, Gemäldegalerie, Ferdinando II d’Aragona, <https://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_II_d%Aragona#/media/File:FerdinandCatholic.jpg >, agg. 2015.
Figura 9: Ritratto del vicerè Ettore Pignatelli, duca di Monteleone, immagine tratta da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Pignatelli_(famiglia)#/media/File:Ettore_Pignatelli.jpg>, agg. 2015.
Figura 10: Ritratto del vicerè Bernardino de Càrdenas y Portugal, duca di Maqueda, immagine tratta da: Prestigiacomo V., Bernardino di Cardines, il famelico e ingordo vicerè-corsaro, <http://www.ilsitodipalermo.it/content/632-bernardino-di-cardines-il-famelico-e-ingordo-vicer%C3%A8-corsaro>, agg. 2015.
Figura 11: Stemma degli Asburgo di Spagna per il Regno di Sicilia dal 1580 al 1700, immagine tratta da: <https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Royal_Coat_of_ Arms_of_Sicily_(1580-1700).svg>, agg. 2015.
Figura 12: Ritratto di Ferdinando di Borbone, immagine tratta da: < https://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_I_delle_Due_Sicilie#/media/File:FerdinandITwoSicilies.jpg>, agg. 2015.
Figure 13-14: Ritratti di Giuseppe Piazzi e Paolo Balsamo. L’immagine relativa a Giuseppe Piazzi è tratta da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Piazzi#/media/File:Giuseppe_Piazzi.jpg>, agg. 2015. L’immagine di Paolo Balsamo, è tratta da: Cutrona S., Paolo Balsamo (1764-1816), < https://termitaniillustri.wordpress.com/207-2/>, agg. 2015.
Figura 15: Re Vittorio Emanuele II, immagine tratta da: <https://commons.wikimedia.org/wiki/File:VictorEmmanuel2.jpg>, agg. 2015.
Figure 18-20: Arme di Aragona-Sicilia introdotto da Giacomo II; Stemma di Federico III di Sicilia; Arme partito di Aragona e Aragona-Sicilia, introdotto da Ferdinando I d’Aragona, tratte da: < https://it.wikipedia.org/wiki/Stemma_del_Regno_di_Sicilia>, agg. 2015.
Ringrazio vivamente il personale dell’ufficio prestito della biblioteca Civica di Mestre, per l’aiuto competente e cortese prestato nel reperire l’importante materiale bibliografico.
Con affetto ringrazio Rita Crimi per aver contribuito a rilevare le misure del tumulo e della quartara.
Ringrazio di cuore, infine, tutti coloro che mi hanno dimostrato e continuano a dimostrarmi amicizia e stima.
Randazzo, antiche unità di misura: “tumulu” e “quartara”ultima modifica: 2016-01-29T12:30:07+00:00da angela-militi
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