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Timestamp: 2020-06-07 06:31:44+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 7764 del 27/03/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7764 del 27/03/2017
Cassazione civile, sez. I, 27/03/2017, (ud. 13/10/2016, dep.27/03/2017), n. 7764
sul ricorso 11413/2012 proposto da:
BANCO DI NAPOLI S.P.A., già denominato SANPAOLO BANCO DI NAPOLI
presso l’avvocato DARIO MARTELLA, che lo rappresenta e difende,
avverso la sentenza n. 1535/2011 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
13/10/2016 dal Consigliere Dott. MARIA ACIERNO;
udito, per il ricorrente, l’Avvocato D. MARTELLA che si riporta;
udito, per la controricorrente, l’Avvocato V. BELLINI che si riporta;
La s.p.a. Sanpaolo Banco di Napoli ha convenuto in giudizio la s.p.a. Poste Italiane deducendo di essere titolare di un conto corrente postale sul quale erano stati illegittimamente addebitati quattro assegni di cui tre di Lire 500.000.000 ed uno di Lire 3.500.000.000, i quali non erano stati tratti da funzionari abilitati ed erano la riproduzione di assegni con la medesima numerazione contenuti in carnet integro e mai utilizzato da parte di banca San Paolo. I titoli recavano firme di traenza palesemente apocrife, diverse da quelle dei funzionari abilitati i cui specimen erano depositati. Inoltre erano tratti a favore di terzi ciò che costituiva un’anomalia rispetto ai precedenti assegni, emessi sempre in favore dello stesso Banco di Napoli. Erano errate le ultime tre cifre del conto e l’indicazione nella firma di traenza non era quella usuale. L’assegno di Lire 3.500.000.000 superava, infine, il limite di traenza. L’istituto bancario chiedeva pertanto lo storno degli addebiti.
il D.P.R. n. 256 del 1989, art. 71, stabilisce che il correntista che intende riscuotere in tempo reale gli assegni tratti dal proprio conto deve scegliere ed indicare sulla scheda contenente il fac simile delle firme di traenza una sigla alfabetica o alfanumerica.
Secondo la Corte territoriale questa mancanza doveva ritenersi irrilevante dal momento che tale sigla era identica a quella apposta sulla lettera del 21/6/93 con la quale il Banco di Napoli aveva richiesto il saldo del conto nonchè a quella apposta su un assegno depositato da Poste Italiane. Della sigla riscontrata sui documenti in atti, identica a quella riportata sui titoli in questione, l’appellante non ha saputo indicare il significato.
In ordine al fatto che tra le operazioni effettuabili in tempo reale in base al contratto non vi erano le operazioni in favore di terzi, la Corte ha rilevato che non risultava depositato il contratto in questione. Comunque ai sensi dell’art. 76, del D.P.R. sopra citato era previsto che si potessero effettuare anche operazioni in favore di terzi.
Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione l’istituto bancario. Ha resistito con controricorso Poste Italiane. Entrambe le parti hanno depositato memoria.
Nel primo motivo di ricorso viene dedotta la omessa, contraddittoria e insufficiente motivazione in ordine ad un fatto controverso e decisivo consistente nell’essere stati gli assegni in questione negoziati presso un altro istituto bancario e presentati in stanza di compensazione. Tale rilievo di fatto avrebbe dovuto indurre a non ritenere applicabili il D.P.R. n. 256 del 1989, artt. 71 e 125, che prevedono l’alternativa della sigla alfanumerica alla firma soltanto per i pagamenti in tempo reale. Gli assegni in questione sono stati presentati nella stanza di compensazione di Milano alle Poste Italiane. Il giudice di appello ha ritenuto erroneamente assorbente l’individuazione di una sigla alfanumerica senza nulla motivare in ordine al mancato pagamento in tempo reale.
Nel secondo motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 256 del 1989, art. 71, comma 6, e dell’art. 2697 c.c., oltre al vizio di motivazione per non avere la Corte d’Appello adeguatamente considerato le anomalie relative alle indicazioni numeriche contenute negli assegni in questione, con particolare riferimento alla sigla identificativa dell’indirizzo del traente. Inoltre si sottolinea come erroneamente la banca abbia ritenuto valida la sigla numerica apposta sui titoli perchè corrispondente a quella apposta su un diverso assegno ma non rinvenuta sul documento indicato dall’art. 71, comma 6, ovvero il fac simile delle firme di traenza depositate dal correntista.
Nel terzo motivo viene dedotta la violazione dell’art. 71, commi 1 e 6, e art. 125 del citato D.P.R. nonchè il vizio ex art. 360 c.p.c., n. 5, per avere il giudice di merito ritenuto che le firme apposte sugli assegni in quanto illeggibili avrebbero potuto essere ricondotte a quelle dello specimen perchè illeggibili anch’esse. Così argomentando non si è compiuto alcun reale accertamento sulla riconducibilità di tali firme al predetto specimen e non si è rilevato che il controllo su di esse è stato del tutto omesso dalle Poste Italiane.
Nel quarto motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 256 del 1989, art. 71, commi 1 e 6, art. 125, commi 1, 2 e 3, oltre al vizio ex art. 360 c.p.c., n. 5, per non avere la Corte d’Appello proceduto ad un corretto esame delle norme secondo le quali:
– Poste Italiane deve verificare la corrispondenza delle firme di traenza con lo specimen o meglio “con il fac simile rilasciato ai sensi dell’art. 71”;
– Viene dall’art. 125, comma 3, sopra menzionato, sanzionata la condotta di Poste Italiane per la mancata osservanza delle disposizioni relativi alla verifica delle firme o, per gli assegni emessi con sigla numerica, della sigla predetta.
La Corte d’Appello ha violato l’art. 71, comma 6, perchè non ha considerato che non è stata rinvenuta una richiesta della banca in ordine al deposito della sigla nè tale sigla appare apposta sul facsimile dello specimen come previsto dalla norma citata. Ha inoltre errato nel non ritenere necessario il controllo delle firme perchè illeggibili e per aver ritenuto idonea la sigla pur non risultandone il deposito formale ed il riscontro sul fac simile dello specimen.
Nel quinto motivo viene dedotta la violazione del D.P.R. n. 256 del 1989, art. 71, comma 1, art. 108, comma 3, e art. 125, comma 1, nonchè il vizio ex art. 360 c.p.c., n. 5, per non avere, la Corte d’Appello ritenuto rilevante l’ulteriore irregolarità consistente nella indicazione contenuta nel timbro di traenza (“Banco di Napoli ufficio contabilità”) invece di quello usuale (“Banco di Napoli filiale di (OMISSIS)”). Tale difformità viene ritenuta irrilevante perchè il carnet degli assegni viene consegnato in bianco e spetta al traente riempire gli spazi bianchi ma il controllo della corretta intestazione del nome del traente è imposto dall’art. 125. La medesima considerazione vale per la dicitura apposta su un altro assegno (“Banco di Napoli sede di Napoli”), in quanto non conforme, al pari dell’altra, a quella contenuta nel facsimile dello specimen. In conclusione la Corte d’Appello omette di dare rilievo a tale significativa irregolarità.
Nel sesto motivo viene dedotta la violazione dell’art. 108, del D.P.R. citato e degli artt. 1 e 6, della legge assegni anche in relazione al vizio ex art. 360 c.p.c., n. 5, per non avere applicato la regola secondo la quale, riscontrata la non corrispondenza tra somma in lettere ed in cifre od un’altra irregolarità si deve sospendere il pagamento. Ne consegue che Poste Italiane avrebbe dovuto riscontrare la discordanza o la difficoltà di comparazione tra le firme apposte e quello del fac simile e sospendere il pagamento.
In conclusione la questione relativa alla sufficienza della sigla numerica anche in ordine ai pagamenti effettuati presso terzi non risulta affatto estranea alla cognizione di merito, nè sotto il profilo della preesistenza di tale sigla, ampiamente trattata nella pronuncia di appello, nè sotto il profilo della utilizzabilità della sigla anche per i pagamenti presso terzi.
Il D.P.R. n. 256 del 1989, art. 71, stabilisce ai prime due commi:
“All’atto della presentazione della domanda di apertura di conto corrente, il richiedente deve rilasciare il facsimile della propria firma su apposita scheda.
4 – Il correntista, che abbia dato la delega a più di due persone, non può designare quelle che sono autorizzate a porre firme congiunte nè stabilire alcuna condizione di altra specie in ordine all’abbinamento.
La norma stabilisce in primo luogo che al momento dell’apertura di un conto corrente postale deve essere depositata firma di traenza del titolare del conto e di uno o più delegati, indicando in tale segno identificativo, analogamente a ciò che avviene per i conti correnti accesi presso istituti bancari, il parametro generale e principale di riferimento per la verifica della provenienza dei titoli di pagamento in circolazione conti dai quali sono tratti. L’art. 125 contiene la specifica regolamentazione della responsabilità dell’Amministrazione postale nelle operazioni di riscontro della firma di traenza, precisando che il riscontro, necessario e non eludibile, della conformità della sottoscrizione alla firma apposta sul fac-simile, ha natura formale e non investe l’autenticità della firma, della quale risponde il delegante ex art. 71, comma 1.
Accanto a tale modalità previsto al comma 6, della norma che negli assegni da riscuotere in tempo reale (presso uffici postali periferici collegati mediante apparecchiature terminali con il centro nazionale elaborazione dati) il correntista intenda rendere riscuotibili gli assegni tratti sul proprio conto, possa essere identificato anche solo da sigla numerica od alfanumerica, precedentemente indicata “sulla scheda contenente il fac simile delle firme di traenza” (art. 71, comma 6). Anche su tale peculiare verifica di conformità la responsabilità dell’Amministrazione postale si sostanzia nell’accertamento della rispondenza della sigla stessa con quella depositata memorizzata presso ufficio detentore del conto. L’art. 125, comma 3, stabilisce infine che la mancata osservanza delle disposizioni di cui ai precedenti commi comporta la responsabilità dell’Amministrazione, salvo i casi di un concorso di colpa del correntista per l’insufficiente custodia degli assegni e del postagiro.
Nessuna delle due condizioni si è verificata nel caso di specie. Quanto alla prima, la Corte d’Appello ha ritenuto che la sigla apposta sugli assegni fosse idonea ad autorizzare il pagamento dei titoli non per averne accertato la preesistenza e la corrispondenza allo scopo sulla base dell’esame del fac simile della firma di traenza, ove la sigla in oggetto doveva essere indicata, ma esclusivamente dal confronto con quella contenuta in una lettera proveniente dal Banco di Napoli e in altro assegno postale tratto da conto corrente intestato al Banco di Napoli. Così operando la Corte territoriale è incorsa in una duplice violazione di legge. In primo luogo ha disatteso la prescrizione, da ritenersi univocamente imperativa, relativa all’obbligatorietà dell’indicazione preventiva della sigla nel fac simile della firma di traenza. Sia l’art. 71, sesto comma che l’art. 125, comma 2, impongono tale esclusiva modalità d’indicazione preventiva della sigla numerica od alfanumerica utilizzabile in luogo della sottoscrizione dell’assegno. Non può ritenersi, al riguardo, equivalente un’altra modalità di prova della preesistenza della sigla in oggetto, diversa dal riscontro della sigla indicata nella scheda contenente il fac simile delle firme del titolare del conto o di suoi delegati. Solo mediante la prova di tale peculiare controllo può dirsi assolto l’obbligo di diligenza a carico di Poste Italiane in ordine alla verifica della corrispondenza della sigla a quella indicata dal correntista. Come evidenziato nell’art. 71, comma 6, la sufficienza della sigla nei limiti dei pagamenti per i quali può essere utilizzata, deriva dal collegamento delle apparecchiature terminali con la banca dati centrale presso la quale deve essere eseguito, al momento del pagamento, il riscontro della sigla apposta sul titolo con quella formalmente depositata secondo quanto stabilito dalla legge. La crucialità della verifica porta ad escludere che la prova dell’indicazione preventiva della sigla, da porsi ad esclusivo carico del traente Poste italiane, possa darsi in modo diverso dal riscontro documentale del fac simile della firma di traenza che contenga anche l’indicazione della sigla. L’assolvimento di tale onere probatorio non ammette equipollenti proprio in virtù della specialità e della natura derogatoria e circoscritta di tale modalità identificativa semplificata. Le esigenze di certezza, univocità e chiarezza della sottoscrizione, stabilite in via generale dal R.D. n. 1736 del 1933, art. 11, sono generalmente soddisfatte mediante il deposito formale della sottoscrizione del titolare del conto e dei suoi delegati. La limitata facoltà di avvalersi di sigla alfanumerica, al fine di soddisfare i requisiti stabiliti nel citato art. 11, non può che essere fondata sull’indicazione preventiva di essa in un unico documento composto e depositato secondo le formalità prescritte dalla disciplina normativa di settore.
Oltre alla mancanza di tale condizione “preventiva” formale, nella specie difetta anche l’ulteriore requisito “funzionale” di utilizzazione della sigla numerica od alfanumerica al posto della sottoscrizione. L’art. 71, comma 6, ne limita l’uso ai pagamenti in tempo reale escludendolo per quelli eseguiti presso terzi, in quanto, per questi ultimi, non potrebbe operarsi il controllo della conformità della sigla con quella preventivamente indicata nel fac simile della firma di traenza, mediante il collegamento tra apparecchiature terminali degli uffici postali e banca dati centrale. Al riguardo la Corte d’Appello ha ritenuto del tutto erroneamente che la prova della limitazione del pagamento in tempo reale dovesse essere fornito dal cliente nonostante che predetta limitazione fosse invece prevista dalla norma. Il richiamo al successivo art. 76, lettera fuori luogo dal momento che la disposizione limita ad indicare in via generale quali operazioni possono essere effettuate sui conti correnti postali, includendovi ovviamente anche quelle presso terzi, senza null’altro indicare. Il riferimento, contenuto in controricorso, ad uno o più accordi ABI relativi all’estensione della sufficienza del riscontro della sigla numerica od alfanumerica in luogo di quello relativo alla sottoscrizione, risulta nuovo e del tutto genericamente formulato.
Anche il terzo motivo deve essere accolto. La motivazione posta a base della correttezza del controllo eseguito sulle sottoscrizioni apposte sugli assegni è radicalmente contraddittoria, oltre che erronea sotto il profilo del parametro normativo costituito dal citato art. 11 della legge assegni e del D.P.R. n. 256 del 1989, art. 71.
L’autorizzazione al pagamento di un assegno postale, da eseguirsi non in tempo reale, non può essere fondato, ai sensi del D.P.R. n. 256 del 1989, art. 71, commi 1 e 6, sul riscontro della sigla numerica od alfanumerica indicata sul titolo di pagamento ma deve avere ad oggetto la verifica della corrispondenza della sottoscrizione apposta sul titolo con quelle contenute nel fac simile depositato presso la banca (nella specie Poste Italiane) trattaria.
L’applicabilità del regime di controllo semplificato, regolato dal D.P.R. n. 256 del 1989, art. 71, comma 6, richiede non soltanto che il pagamento sia in tempo reale e non mediante stanza di compensazione (D.P.R. n. 256 del 1989, art. 125) ma anche che la sigla numerica od alfanumerica sia indicata preventivamente nella scheda contenente il fac simile della sottoscrizione del titolare del conto o dei suoi delegati, regolarmente depositata e se ne fornisca puntuale riscontro probatorio.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 71
 art. 71
 art. 125
 art. 360
 art. 71
 art. 125
 art. 360
 art. 71
 art. 108
 art. 125
 art. 360
 art. 360
 art. 71
 art. 71
 art. 11
 art. 11
 art. 76
 art. 11
 art. 71
 art. 71
 art. 71
 art. 125