Source: https://wishakamax.wordpress.com/2013/06/27/la-tradizione-nascosta-nel-linguaggio/
Timestamp: 2016-12-06 21:46:07+00:00

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La tradizione nascosta nel linguaggio | Serbatoio di pensieri occasionali
La tradizione nascosta nel linguaggio
36 Repliche	A volte capita di incontrare persone straordinarie, che aprono porte della mente che magari erano chiuse da anni. È successo ieri pomeriggio a Bevagna. Sono venuto a Spoleto con la gentil consorte a trovare una cara amica, della quale parlerò in maggior dettaglio in un prossimo post, e con lei ci siamo recati a Bevagna, dove ogni anno c’è una manifestazione dedicata al Medioevo, chiamata “Mercato delle Gaite”. Le gaite sono quattro, e sono i quartieri di Bevagna, che si cimentano uno contro l’altro in varie gare. Il tutto dura dieci giorni, durante i quali è possibile venire a contatto con i mestieri medievali, che era la cosa che ci interessava. Le botteghe sono visitabili nel tardo pomeriggio e dopo cena. Nell’intervallo tra una visita e l’altra siamo invece andati in un posto dove ci sono i resti di un anfiteatro romano, del quale è possibile apprezzare tutte le modalità di costruzione, dalle fondamenta all’opus incertum all’opus latericius alla volta a botte. La conservazione è così buona perché sin dal medioevo sono state costruite delle case sopra di esso, e per l’appunto sopra l’anfiteatro c’è il pavimento, conservato in uno stato eccellente, di una di esse. E la casa, che era di proprietà di un ricchissimo mercante, è stata ripristinata con suppellettili e arredi del tempo (la foto d’apertura è quella di una vasca da bagno, che era nella sala da pranzo, ad ostentare la ricchezza; sì perché lavarsi era roba da ricchi, visto il prezzo della legna). Ed è durante la visita della casa che abbiamo conosciuto la persona che ho definito straordinaria, la nostra guida, un signore che ci ha portato per mano attraverso vocaboli e modi di dire che collegano indissolubilmente il medioevo ai giorni nostri. E’ nel linguaggio che risiede la tradizione, infatti. E la tradizione è uno degli aspetti fondanti e fondamentali della cultura di un popolo. La crisi che stiamo vivendo è innanzitutto culturale, e noi come sistema paese stiamo cedendo all’omologazione economica, che ci vedrà inevitabilmente perdenti, in quanto è una partita che si gioca con regole che non sono affatto consone al nostro modo di essere e di vivere. Ma questo discorso ci porterebbe lontano, e io invece voglio rimanere sul punto linguistico.
Cominciamo col dire che nel medioevo si dormiva seduti. Per capire il perché è necessario fare un po’ di premesse. La prima e più importante riguarda le temperature. Nel medio evo le temperature erano inferiori di 8-10 gradi rispetto a quelle odierne. Il che significa inverni estremamente rigidi nell’entroterra italiano. Pertanto il letto doveva essere posto in cucina, la stanza dove c’era il camino, il fuoco. Ma la vicinanza al camino non sarebbe assolutamente bastata, avendo una enorme dispersione termica data dal fatto che non esistevano i vetri per le finestre (ragione puramente economica, il vetro lavorato anche semplicemente per fare una finestra era un lusso che nessuno poteva permettersi, tranne la chiesa). E quindi si ricorreva ad una stoffa imbevuta di cera d’api o di sego, che così impermeabilizzata diventava una discreta barriera contro il freddo. La controindicazione risiede nel fatto che così sigillata la stanza finirà per contenere poco ossigeno. E quindi si dorme seduti. E quel pezzo verticale che va contro la parete, come lo chiamiamo oggi? Pensateci un attimo, prima di andare avanti, e pensate al vocabolo che usate.
Avete risposto spalliera, testiera o schienale. Appunto. Perché ci si poggiava la schiena. Basta guardare il vocabolo e fare il collegamento. E quando alitiamo su un vetro, cosa succede? Il vetro diventa “appannato“, quindi opaco come se ci fosse un panno, magari incerato, sopra. Un altro motivo per cui si stava seduti è che nell’iconografia medievale sdraiati sono solo i defunti, che la morte porta via tirandoli per i piedi. E quando oggi un chirurgo ci salva da morte quasi certa, ci dirà che ci ha “ripreso per i capelli“, a significare una lotta con la morte che tirava i piedi… Bello eh? Ma non è finita qui, parliamo di ricchi e poveri. I ricchi hanno i vestiti colorati, perché tingerli è segno di distinzione e le tinture sono costose, molto costose. I poveri non tingono le stoffe, lasciandole del colore naturale della canapa o del lino. E nel tempo il colore diventa grigio. Per questo motivo, di ritorno da una festa in cui ci siamo divertiti, diremo che “ne abbiamo viste di tutti i colori” e viceversa se non ci siamo divertiti denunceremo che c’era “un grigiore” che non ci è piaciuto. E cosa sono le cose più preziose nel medioevo? Il sale, l’olio e il vetro. Del vetro abbiamo già detto, del sale si sa per le difficoltà di estrazione, e dell’olio è bene sapere che per i motivi climatici che si dicevano prima gli oliveti erano presenti praticamente solo in Puglia. E quindi produzione minima e costi elevati di trasporto. E quali erano e sono ancora le maggiori iatture conosciute? Rovesciare il sale, versare l’olio, rompere uno specchio. Inoltre, l’olio si evoca citando la corruzione, è necessario “oliare“, proprio per la preziosità del materiale, ad indicare il costo elevato della corruzione. E il conto troppo caro, uscendo dal ristorante, è “salato“.
Ma la metafora che più mi ha meravigliato è quella che riguarda la cera d’api, altro materiale preziosissimo che era usato per fare candele, profumate, solo ed esclusivamente per i ricchi. I poveri avevano le candele di sego (grasso animale), che puzzavano tantissimo. Per questo si dice che “a naso” si riconosce qualcosa. E sempre per la cera d’api, le candele erano usate anche come misuratori di tempo. C’erano candele da una, due e tre ore. E quando si giocava d’azzardo in casa di qualcuno, si accendeva una candela da tre ore. Se il padrone di casa, nel momento in cui finiva la candela, stava perdendo, non era sicuro di volerne accendere un’altra, perché non era sicuro di poter recuperare. E quindi, “il gioco non vale la candela“.🙂
Questo articolo è stato pubblicato in Real life e taggato come bevagna, gaite, linguaggio, persone straordinarie, tradizione il 27 giugno 2013 da Wish aka Max	Navigazione articolo
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36 pensieri su “La tradizione nascosta nel linguaggio”	Ema 27 giugno 2013 alle 23:10	Oh mamma. Fantastico! Mi ha sempre affascinato il medio evo ma, a parte una, queste non le sapevo proprio! Grazie🙂
Rispondi ↓	Wish aka Max Autore articolo27 giugno 2013 alle 23:17	Magari una volta ci andiamo insieme, sono sicuro che rimarresti affascinato anche tu, da quella guida.🙂
Rispondi ↓	黒子 くろこ kuroko 27 giugno 2013 alle 23:18	ma *_*
la rubrica linguistica di Max.
voglio sapere altre coseeeee
Rispondi ↓	Wish aka Max Autore articolo27 giugno 2013 alle 23:26	Inquiring minds want to know?😀
Rispondi ↓	tramedipensieri 27 giugno 2013 alle 23:27	Interessante, molto. Alcune le conoscevo già…ma è sempre bene ampliare la conoscenza: grazie!
PS: L’umbria è stupenda! ci sono stata diverse volte e, dopo la toscana sarebbe la mia “casa ideale”. Peccato non ci sia il mare…
Rispondi ↓	Wish aka Max Autore articolo28 giugno 2013 alle 12:11	Il problema vero è proprio il mare… O meglio la sua assenza! E però resta un meraviglioso territorio da visitare, si scoprono degli angolini assolutamente pregevoli.
Rispondi ↓	tramedipensieri 28 giugno 2013 alle 12:20	L’umbria è un gioiello. Mi piaceMi piace
Rispondi ↓	Wish aka Max Autore articolo28 giugno 2013 alle 12:22	Sì. Davvero.
Rispondi ↓	Bloom2489 27 giugno 2013 alle 23:31	Interessante! In effetti mi ero sempre chiesta perchè si dicesse “il gioco non vale la candela” e il vetro appannato, chi ci aveva mai nemmeno pensato!
Rispondi ↓	Wish aka Max Autore articolo28 giugno 2013 alle 12:12	Sono le due cose che hanno colpito maggiormente anche me… E sono stato tutto il tempo ad ascoltare con la bocca semiaperta…🙂
Rispondi ↓	Bloom2489 28 giugno 2013 alle 12:56	Ci credo, in fondo scoprire cosa c’è dietro a delle cose che si danno per scontate fa quest’effetto🙂
Rispondi ↓	solounoscoglio 28 giugno 2013 alle 09:11	meglio di piero angela! grazie max, erudiscici tutte le volte che puoi!
p.s. quella del dormir seduti mi sembra l’ennesima tortura medioevale….
Rispondi ↓	Wish aka Max Autore articolo28 giugno 2013 alle 12:14	Ahahahahahahah adesso ci metto la musica di Quark in sottofondo! Sulla tortura non so, in realtà la guida sosteneva che se abbiamo dormito così per centinaia di anni, tanto scomodi alla fine non si doveva stare…😉
Rispondi ↓	Luci 28 giugno 2013 alle 10:16	Questo interessantissimo post e, in particolare, il passo in sui dici: “E’ nel linguaggio che risiede la tradizione, infatti. E la tradizione è uno degli aspetti fondanti e fondamentali della cultura di un popolo. La crisi che stiamo vivendo è innanzitutto culturale…” mi hanno subito fatto pensare ad un articolo che leggevo proprio ieri mattina su “La Repubblica”, nel quale si metteva in luce il fatto che l’istruzione universitaria nel nostro paese sta conoscendo una crisi profondissima e questo riguarda soprattutto le facoltà umanistiche…
Rispondi ↓	Wish aka Max Autore articolo28 giugno 2013 alle 12:19	E sì, che è un problema. Il discorso potrebbe ampliarsi, per esempio considerando che è pieno di persone deputate ad amministrare un territorio che quel territorio non lo conoscono. Ma non soltanto in termini geografici (troppo facile pensare al dissesto idrogeologico), ma anche e soprattutto in termini meramente culturali, dal punto di vista della tradizione, con le arti e i mestieri che si porta dietro. E quindi pian piano tutto il nostro patrimonio fatto di tradizione e di conoscenze tramandate si va liquefacendo come neve al sole, disperdendosi in mille rivoli che saranno assorbiti dal terreno. Mala tempora currunt.
Rispondi ↓	ammennicolidipensiero 28 giugno 2013 alle 10:38	che bellissimo post. mi ricorda la sensazione che provai quando scoprii due modi di dire nati qui dalle nostre parti, che non posso non regalarti qui: “a ufo”, a scrocco, deriva dalla scritta “ad u.f.” che stava sulle chiatte che portavano lungo i navigli i materiali per la costruzione del duomo, tant’è che la l’acronimo u.f. stava per “ad usum fabricae” (sottinteso, del duomo). quelli che chiedevano un passaggio alle chiatte per andare a milano salivano sulle chiatte, appunto, a scrocco. l’altro, sempre in tema duomo, è il termine dialettale “magutt”, che qua dicono significhi muratore, carpentiere (tieni presente che non so il dialetto, che qua son acquisito…). è la contrazione di “magister ut supra” –> “mag. ut”, che si scriveva sui faldoni in cui si annotavano i lavoratori nella fabbrica del duomo: il primo in alto alla pagina era il “magister carpentiere in questo e quello e bla bla”; per non riscrivere tutta la spataffiata sulle righe sotto veniva riportato “coem quello sopra”, finchè per risparmiare non è rimasto solo mag. ut.
ecco, la persone che mi raccontò questi due aneddoti mi lasciò con la stessa sensazione che ho percepito in questo post.
(p.s. a parte questo, tutto bene?)
Rispondi ↓	Wish aka Max Autore articolo28 giugno 2013 alle 12:20	Ah, che meraviglia! Grazie tantissimo, queste cose sono preziose per la conservazione di certe tradizioni, e, come ho detto in un altro commento, fanno parte di un patrimonio che non è sufficientemente tutelato.
Rispondi ↓	elinepal 28 giugno 2013 alle 12:59	Ecco ora mi rimane il dubbio sull’origine di “spataffiata”🙂
Rispondi ↓	tittisissa 28 giugno 2013 alle 11:44	Qualcuna la sapevo, qualcun’altra no. In ogni caso è sempre affascinante imparare quanto è complessa e radicata profondamente la nostra bellissima lingua nelle tradizioni, negli usi e costumi, attraverso la storia. Bellissimo post!
Rispondi ↓	Wish aka Max Autore articolo28 giugno 2013 alle 12:21	Grazie Sissa, troppo buona🙂 e sì, nel linguaggio si nascondono meraviglie inimmaginabili.
Rispondi ↓	elinepal 28 giugno 2013 alle 13:00	Ma grazie, grazie, grazie!
Facciamo una raccolta di termini con i loro significati. Magari proprio qui, a casa di MAx!
Rispondi ↓	masticone 28 giugno 2013 alle 15:25	Il post è molto bello e ben scritto.
L’argomento pure, anche se credo che quel signore nel tentativo di stupire abbiamo forse un tantino esagerato. Insomma concedimi il dubbio sul fatto che si dormisse seduti.
Eddai su, quello non jafò proprio a prenderlo seriamente…:)
Rispondi ↓	Wish aka Max Autore articolo30 giugno 2013 alle 15:16	Eppure. Lo sai che sono ingegnere, caro masty, e sono andato a cercare evidenze. E le ho trovate sotto forma di dimostrazione per assurdo. Nel senso che nel primo medioevo, cioè nel 1200 1300, le altezze medie erano grosso modo pari a quelle odierne. Quindi possiamo considerare normale un uomo di un metro e settanta, o poco meno. Ebbene, i giacigli sono tutti non più lunghi di un metro, un metro e venti. Tutti nani, quelli rinvenuti?
Rispondi ↓	masticone 30 giugno 2013 alle 18:14	mi sono spiegato male..
magare è pure vero
magari è come dice quello
ma i latini mangiavano pure sdraiati e mi sembra quanto meno curioso che ci sia stati un’involuzione cosi grande.
Io ho visto i palazzi rinascimentali sia italiani che francesi e anche quelli inglesi. I letti erano normali e sopra ogni cosa, io sono un’amante della storia come tu lo sei dell’informatica e questa cosa del dormire seduti è la primissima volta che la sento dire.
Mi sembra più probabile dire che in quelle circostanze e in quella casa per i più svariati motivi si facesse così, ma che in quell’epoca tutti, TUTTI ribadisco, le persone dormissero da sedute io perdonami non lo credo. Ma ti ripeto, magari sbaglio io
Rispondi ↓	Claudiappì 28 giugno 2013 alle 19:53	Meraviglia, Max!
A parte che non sapevo di questa manifestazione, ma io *adoro* il medioevo e queste cose non le sapevo! Adesso potrò bullarmi con tutti alla prima occasione utile😀
Rispondi ↓	Wish aka Max Autore articolo30 giugno 2013 alle 15:17	Eh, dovresti segnarlo in calendario, allora, ché Bevagna non è tanto lontana da te! L’ultima decade di giugno, e c’è anche un sito, mi pare una cosa tipo ilmercatodellegaite.it, ma se gùgli trovi sicuro.🙂
Rispondi ↓	ludmillarte 29 giugno 2013 alle 13:13	beh, dopo tutti questi meravigliosi commenti (non da meno il post, eh!😉 ) cos’altro aggiungere se non che forse a quel tempo non soffrivano di mal di schiena? però testierà e spalliera mi ha fatto venire in mente per assonanza questa:
“Maniera”
dico: “E’ una frontiera”.
“Di lasciarsi?”, ti chiedo. “Si, così”. (Erri de luca)
p.s.: non c’entra niente lo so, era solo per assonanza.
Rispondi ↓	Wish aka Max Autore articolo29 giugno 2013 alle 13:35	Ma grazie! E’ bellissima, questa perla di Erri De Luca!🙂
(sto leggendo e mi sto documentando, sui tubuli cerebrali, e la quantistica dell’anima, eh ;))
Rispondi ↓	ludmillarte 29 giugno 2013 alle 18:04	molto molto bene. attendo quasi pazientemente…🙂
p.s.: perla triste, ma una relazione che si conclude mano nella mano, è una relazione che continuerà in altro modo e questo è molto confortante e conferisce molta più forza al legame rendendolo davvero speciale (secondo me)
Rispondi ↓	perplessa 4 luglio 2013 alle 12:42	io sapevo solo quella della candela!
interessantissimo questo post….. ^_^
Rispondi ↓	Il Male 10 luglio 2013 alle 23:05	Big brain on Max!
Rispondi ↓	redpoz 15 luglio 2013 alle 19:39	post veramente interessante!
Rispondi ↓	labloggastorie 8 gennaio 2014 alle 12:59	Ecco perchè io credo che noi siamo le nostre parole.
Le parole nascondo un’origine, una tradizione, un modo di vivere, il passato ma anche la tensione verso il futuro.
Non solo tradizione perché attraverso il linguaggio traduciamo noi stessi…
Rispondi ↓	Wish aka Max Autore articolo8 gennaio 2014 alle 13:11	Sai cosa dico sempre io? Che le parole sono pietre. Bisogna usarle con grande cautela e con grande cura. C’è tanta superficialità, in giro. Spesso sento usare con nonchalance delle iperboli e pronunciare delle vere e proprie sentenze lapidarie (per l’appunto). Se la media delle persone leggesse di più, se avesse maggior confidenza col linguaggio, se ci fosse più cultura nel senso vero del termine, non del nozionismo, questo paese sarebbe diverso.
Rispondi ↓	labloggastorie 8 gennaio 2014 alle 13:24	Di Leviana memoria…. la cultura libera ed è l’unico modo per far progredire noi stessi ed il mondo.
Rispondi ↓	Domenico Dalla Costa 29 marzo 2016 alle 07:05	Devo dire che anch’io entrando in questo posto sono restato ammaliato dalla fabulazione e dai concetti espressi da questo napoletano che ha fatto tutta una spiegazione sui colori (il rosso segno di ricchezza) e sulle espressioni (vedi la rottura di un vetro 7 anni di disgrazia! proprio perchè era un materiale costosissimo che si faceva a venezia ed ad Altare)

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