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Timestamp: 2020-03-31 14:37:33+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 15167 del 20/06/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15167 del 20/06/2017
Cassazione civile, sez. III, 20/06/2017, (ud. 10/04/2017, dep.20/06/2017), n. 15167
sul ricorso 17351/2015 proposto da:
AZIENDA UNITA’ SANITARIA LOCALE VITERBO ASL VITERBO, in persona del
Commissario Straordinario e legale rappresentante pro tempore Dott.
M.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PANAMA 26,
presso lo studio dell’avvocato MARIA CRISTINA PIERETTI, che la
V.P., COMUNE DI VITERBO;
avverso la sentenza n. 4/2015 del TRIBUNALE di VITERBO, depositata il
02/01/2015;
MISTRI Corrado, che ha concluso per l’accoglimento del 2 motivo del
udito l’Avvocato GIORGIO D’ALESSIO per delega.
2. Il Tribunale ha ritenuto che la L.R. Lazio n. 34 del 1997, artt. 2 e 3, ripartiscano, in materia, le attribuzioni dei comuni e delle unità sanitarie locali, devolvendo agli uni la realizzazione e la gestione dei canili e alle altre la cattura dei cani randagi. Ha quindi concluso per la responsabilità esclusiva della AUSL – Azienda Unità Sanitaria Locale di Viterbo, dichiarando il difetto di legittimazione passiva del Comune di Viterbo. Ha condannato l’AUSL al pagamento delle spese del grado sia in favore di quest’ultimo che in favore di V.P..
1. Col primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 107 e 112 c.p.c., perchè, avendo il V. convenuto in giudizio soltanto il Comune di Viterbo, il Giudice di Pace ha ordinato l’integrazione del contraddittorio nei confronti dell’Azienda USL di Viterbo. Questa sostiene che il giudice d’appello avrebbe dovuto rilevare l’illegittimità dell’ordine di chiamata in causa, che il primo giudice avrebbe dato in violazione dell’art. 107 c.p.c..
1.1. Il motivo è, per un verso, privo di autosufficienza e, per altro verso, relativo a questione nuova, poichè manca ogni riferimento all’atto di appello dell’AUSL e ad un eventuale motivo col quale questa avrebbe fatto valere, in sede di gravame, il vizio del procedimento e della sentenza di primo grado di che trattasi.
Poichè la questione non è rilevabile d’ufficio e poichè nulla è detto riguardo alla chiamata iussu iudicis nella sentenza d’appello, sarebbe stato onere della ricorrente dimostrare di averne censurato la legittimità dinanzi al Tribunale.
2. Col secondo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione della L. 14 agosto 1991, n. 281, art. 4, nonchè della L.R. Lazio 21 ottobre 1997, n. 34, artt. 1, 2, 3. La ricorrente sostiene che, ferme restando le competenze attribuite alle amministrazioni comunali dalla richiamata legge statale, in forza della legge regionale sarebbe spettato al comune di Viterbo il potere di controllo e di vigilanza sul territorio ed il dovere di provvedere al ricovero, alla custodia ed al mantenimento dei cani, mentre sarebbe spettato alla ASL soltanto il controllo sanitario sui cani custoditi (dovendosi così interpretare, in particolare, l’art. 1, comma 2, e art. 2, comma 1, lett. b, della Legge Regionale). Con la conseguenza, secondo la ricorrente, che la prevenzione del fenomeno del “randagismo” sarebbe di esclusiva competenza dei comuni che si dovrebbero attivare per la rimozione del pericolo, eventualmente segnalando il fenomeno alla ASL territorialmente competente per gli adempimenti di sua spettanza (tra cui la cattura dei cani randagi, ma soltanto su segnalazione appunto del comune o, tutt’al più, su segnalazione di altri enti o di privati cittadini).
Il principio non può che essere qui ribadito poichè l’attribuzione per legge ad uno o più determinati enti pubblici del compito della cattura e quindi della custodia degli animali vaganti o randagi (e cioè liberi e privi di proprietario) costituisce il fondamento della responsabilità per i danni eventualmente arrecati alla popolazione dagli animali suddetti, anche quanto ai profili civilistici conseguenti all’inosservanza di detti obblighi di cattura e custodia.
In tale senso va infatti interpretata la norma della L.R. 21 ottobre 1997, n. 34, art. 2 (“Competenze dei comuni e delle comunità montane”), comma 1, lett. b (non certo lett. d, unica richiamata in sentenza), e succ. mod. (“Tutela degli animali di affezione e prevenzione del randagismo”).
Tuttavia, il terzo comma prevede espressamente che, oltre ai detti compiti, spetti ai servizi veterinari delle aziende USL, tra l’altro “(…) a) il servizio di accalappiamento di cani vaganti, la relativa comunicazione al comune interessato e la consegna dei cani catturati o restituiti alle strutture di ricovero, previa effettuazione delle profilassi previste dal comma 1, lett. f) ed h) (…)”.
Questa competenza in relazione alla cattura e custodia dei cani vaganti o randagi non è in alcun modo condizionata – all’opposto di quanto sostenuto dalla ricorrente sin dai gradi di merito- al fatto che il comune od altri enti o privati cittadini segnalino l’esistenza di cani randagi da accalappiare (a differenza invece di quanto previsto dalla lettera b dello stesso articolo 3, comma terzo), sicchè è corretta l’affermazione del giudice a quo secondo cui l’assunto difensivo della A.S.L. è privo di qualsivoglia riscontro normativo.
D’altronde, poichè non è in discussione che i servizi veterinari delle Aziende USL debbano collaborare, ai sensi della legge regionale, alla tenuta dei canili pubblici gestiti dai comuni, anche per le aziende USL è riscontrabile il fondamento della responsabilità di cui si è detto sopra, rinvenibile negli obblighi di cattura e, quindi, custodia dei cani privi di proprietario (risultante dall’anagrafe canina), la cui violazione è rilevante anche quanto ai profili civilistici.
Pertanto, ai sensi della L.R. Lazio 21 ottobre 1997, n. 34, richiamati art. 2, comma 1, lett. b), e art. 3, comma 3, lett. a), sussiste la responsabilità solidale del Comune di Viterbo e dell’Azienda Unità Sanitaria Locale Viterbo – A.S.L. Viterbo per i danni causati a terzi da cani randagi, dei quali l’uno e l’altra non abbiano assicurato la cattura e la custodia.
Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2, rigettando l’appello incidentale del Comune di Viterbo, confermando perciò integralmente la sentenza del Giudice di Pace di Viterbo n. 767 del 9 luglio 2012 e ponendo a carico del Comune di Viterbo e della A.S.L. Viterbo qui ricorrente, in solido tra loro, le spese del grado di appello, così come già liquidate in favore di V.P..
Le spese dei giudizi di appello e di legittimità vanno invece compensate, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2, (nel testo applicabile ratione temporis, considerata la data, del 30 marzo 2011, dell’atto introduttivo) nei rapporti tra A.S.L. ricorrente e Comune di Viterbo, in considerazione delle incertezze interpretative connesse ai diversi contenuti della legislazione regionale in materia, nonchè della mancanza di precedenti giurisprudenziali di legittimità relativi alla L.R. Lazio 21 ottobre 1997, n. 34.
Non vi è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di cassazione nei confronti di V.P., poichè questi non ha svolto attività difensiva.
Accoglie il secondo motivo per quanto di ragione e cassa la sentenza impugnata nei limiti di questo accoglimento. Decidendo nel merito, rigetta l’appello incidentale del Comune di Viterbo e condanna quest’ultimo, in solido con la A.S.L. qui ricorrente, al pagamento delle spese del giudizio di secondo grado, già liquidate, in favore del V., nell’importo di Euro 1.200,00. Compensa le spese del giudizio di appello e del presente giudizio di legittimità tra ricorrente e Comune di Viterbo; dichiara non luogo a provvedere sulle spese del giudizio di legittimità nei confronti di V.P..

References: Sentenza 
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 art. 4
 art. 2
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 articolo 3
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