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Timestamp: 2020-04-04 18:57:55+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 18928 del 27/09/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18928 del 27/09/2016
Cassazione civile sez. I, 27/09/2016, (ud. 11/02/2016, dep. 27/09/2016), n.18928
T.M., elettivamente domiciliata in Roma, via Marco
Papio, n. 15, nello studio dell’avv. Antonio Gargiulo, che la
rappresenta e difende, unitamente agli avv.ti Antonio Fiordoro e
Angela Tramontano, giusta procura speciale a margine del
AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI NAPOLI, elettivamente domiciliata in
Roma, piazzale Clodio, n. 22, nello studio dell’avv. Brunello
Mileto; rappresentata e difesa dagli avv.ti Aldo Di Falco e Maurizio
Massimo Marsico, giusta procura speciale in atti;
COMUNE DI BROSCIANO, elettivamente domiciliato in Roma, via Orestano,
n. 21, nello studio dell’avv. Fabio Pontesilli; rappresentato e
difeso dall’avv. Enrico Iossa, giusta procura speciale a margine del
avverso la sentenza della Corte di appello di Napoli, n. 1817,
depositata in data 17 maggio 2010;
Sentito per il Comune di Brusciano l’avv. Pontesilli, munito di
1 – Con sentenza depositata in data 16 maggio 2001 il Tribunale di Nola, dichiarata improponibile nei confronti del Comune di Brusciano la domanda, avente ad oggetto il ristoro del pregiudizio conseguente all’occupazione e all’irreversibile trasformazione, senza l’emanazione di tempestivo decreto di espropriazione, di un’area di terreno di sua proprietà, proposta dalla signora T.M., condannava l’Amministrazione provinciale di Napoli al pagamento in favore della predetta attrice della somma di Lire 86.849.420.
1.1 – La Corte di appello di Napoli, con la sentenza indicata in epigrafe, in parziale riforma della sentenza di primo grado, impugnata dalla Provincia e, in via incidentale, dalla T., rigettate le eccezioni proposte dall’amministrazione, e fondate sulla prescrizione, nonchè sulla carenza di legittimazione della controparte, ha ritenuto che il terreno avesse natura agricola, ed ha quindi condannato l’amministrazione provinciale al pagamento della somma di Euro 1562,12, oltre Euro 1.388,36 per la distruzione di essenze arboree ed Euro 18.049,86 per la distruzione di un fabbricato rurale, oltre ad Euro 139,45 a titolo di indennità per occupazione legittima.
1.2 – Per la cassazione di detta decisione la T. propone ricorso, affidato a due motivi, cui resistono il Comune di Brusciano e l’Amministrazione provinciale.
2 – Con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 359 del 1992, art. 5 bis; nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio: facendo riferimento alle caratteristiche intrinseche della zona, e richiamando altresì la nozione di edificabilità di fatto, la T. si duole della qualificazione dell’area come agricola, con conseguente determinazione del valore del terreno attraverso l’applicazione del c.d. “valore agricolo medio”.
2.1 – Con il secondo mezzo si denuncia violazione dell’art. 2043 c.c., nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio: in particolare, sarebbe stato erroneamente escluso il pregiudizio relativo alla porzione del fondo non espropriata e risulterebbe errato il calcolo degli interessi.
3 – Deve preliminarmente rilevarsi, con riferimento al rilievo di inammissibilità sollevato dal Procuratore Generale d’udienza, che il ricorso risulta – tenuto conto della sospensione dei termini per il periodo feriale – tempestivamente consegnato per la notifica all’Ufficiale giudiziario in data 12 ottobre 2010, a fronte della notificazione della sentenza di primo grado effettuata il 28 giugno 2010.
4 – Quanto al primo motivo di ricorso, deve rilevarsi che la corte distrettuale ha correttamente affermato la natura agricola del terreno, tenendo conto del suo inserimento in zona E agricola, nonchè della sua inclusione nella fascia di rispetto stradale. Il riferimento alla potenzialità edificatoria del terreno, prescindendo dai criteri di individuazione dell’edificabilità legale, contrasta con l’orientamento costantemente espresso da questa Corte in merito alla c.d. edificabilità di fatto.
Questa Corte, infatti, ha ripetutamente affermato che non può attribuirsi efficacia decisiva alla natura dei suoli limitrofi, così prescindendo da una ricognizione legale, sulla base delle previsioni specifiche del piano regolatore, della natura del terreno oggetto del procedimento: in tal modo, come rileva la ricorrente in via incidentale, si viene a introdurre, in maniera surrettizia, una nozione di edificabilità di fatto che prescinde dalla classificazione urbanistica dell’area in considerazione, in netto contrasto con il consolidato orientamento di questa Corte (Cass. 28 marzo 1996, n. 2856; 11 dicembre 1996, n. 1037; 5 giugno 1997, n. 5111; 14 gennaio 1998, n. 259; 10 aprile 1998, n. 3717; 12 giugno 1998, n. 5893; 3 luglio 1998, n. 6522; 29 agosto 1998, n. 8634; 17 aprile 1999, n. 3839; 29 aprile 1999, n. 4300; 12 luglio 1999, n. 5806; Cass., Sez. Un. 23.4.2001, n. 172). Deve, quindi, ribadirsi la prevalenza attribuita al parametro della edificabilità legale, rivestendo l’edificabilità di fatto un carattere solo suppletivo e complementare (utilizzabile, ad esempio, in assenza di pianificazione urbanistica: Cass. 17 settembre 1997, n. 9242; 2 settembre 1998, n. 8702; o come apprezzamento delle specifiche caratteristiche dell’area legalmente edificabile: Cass. 29 agosto 1998, n. 8648).
5 – Quanto alla seconda censura, va constatato che il pregiudizio alla residua proprietà è stato escluso sulla base delle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio,che non risultano adeguatamente censurate; corretto, poi, appare il calcolo degli interessi.
6 – Deve, tuttavia, rilevarsi che la Corte di appello per la stima del valore del terreno ha fatto applicazione del criterio incentrato sui VAM, introdotto dalla L. n. 865 del 1971, art. 16 e confermato dalla L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, comma 4, nelle more del giudizio venuto meno per effetto della sentenza n. 181 del 2011 della Corte Costituzionale, che ne ha dichiarato l’illegittimità per contrasto con l’art. 42 Cost., comma 3 e art. 117 Cost..
Ora, allorquando la Consulta con la nota decisione 348/2007 ha dichiarato l’illegittimità del criterio riduttivo di stima stabilito dall’art. 5 bis, commi 1 e 2, per le aree edificabili, questa Corte, anche a Sezioni unite, ha enunciato il principio che nel giudizio di legittimità, instaurato a seguito di ricorso contro la sentenza della Corte d’appello che aveva liquidato l’indennità in base al meccanismo suddetto dichiarato incostituzionale, era applicabile il criterio del valore venale pieno del fondo tratto dalla L. n. 2359 del 1865, art. 39,tuttora in vigore, non solo quando il ricorrente sollevi questioni sulla legge applicabile, o invochi espressamente quest’ultimo parametro, ma anche quando contesti la quantificazione in concreto dell’indennità anche esclusivamente in relazione al profilo della congruità del prezzo di mercato attribuito all’immobile espropriato; e perfino quando la censura investa soltanto la qualità edificatoria/agricola del terreno, in quanto la relativa contestazione non può non censurare per ciò stesso (senza necessità di farlo in modo espresso) la pronuncia sulla normativa applicata.
Ciò perchè in ordine all’individuazione del criterio legale di stima non è concepibile la formazione di un giudicato autonomo – così come la pronunzia sulla legge applicabile al rapporto controverso non può costituire giudicato autonomo rispetto a quello sul rapporto -, nè l’acquiescenza allo stesso, dato che il bene della vita alla cui attribuzione tende l’opponente alla stima è l’indennità, liquidata nella misura di legge, non già l’indicato criterio legale; e perchè d’altra parte non potrebbe giammai considerarsi “nuova” la relativa questione, atteso che il giudice, nella ricerca dei criteri legali, non incontra, nei limiti della domanda, alcun vincolo derivante dalle deduzioni delle parti e che nella complessa fattispecie dell’indennità espropriativa non è possibile separare i profili di fatto da quelli di diritto. D’altra parte, nell’ambito della prima censura, si afferma espressamente (pag. 10) l’erroneità del ricorso al criterio fondato sul valore agricolo medio.
In virtù di tali considerazioni questa Corte ha costantemente affermato (Cass., Sez. un., 23 luglio 2013, n. 17868; Cass., 8 maggio 2012, n. 8442; Cass., 17 ottobre 2011, n. 21386) che identico principio debba trovare applicazione allorchè l’espropriato abbia reagito alla stima della corte territoriale (con il meccanismo dei VAM) operata sul presupposto della destinazione agricola/non edificatoria del terreno, assumendone invece (pur se infondatamente) la natura edificatoria: posto che anche in questo caso ricorre il problema del rapporto fra giudizio di cassazione e declaratoria di incostituzionalità retroattiva di una norma; e perchè il problema si pone negli stessi termini, dato che la pronuncia di illegittimità costituzionale non si applica ai soli rapporti ormai esauriti in modo definitivo, per avvenuta formazione del giudicato o per essersi verificato altro evento cui l’ordinamento collega il consolidamento del rapporto medesimo, ovvero per essersi verificate preclusioni processuali, o decadenze e prescrizioni non direttamente investite, nei loro presupposti normativi, dalla pronuncia d’incostituzionalità.
7 – Con i motivi di impugnazione sopra indicati la ricorrente ha impedito la definitiva ed immodificabile determinazione del valore del fondo (salvo che per le ulteriori voci, non contestate) ponendone in discussione l’ammontare ancora dovuto, e dalla parte ritenuto incongruo. L’impugnazione, pur se limitata al presupposto della natura non edificatoria del terreno, rimette in discussione proprio il criterio legale utilizzato dalla corte territoriale, tenuto conto che il relativo capo della sentenza riposa sulla premessa dell’applicabilità della L. n. 865 del 1971, art. 16 e della L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, comma 4. Venuti meno i criteri riduttivi suddetti a seguito della declaratoria di illegittimità costituzionale, la Corte deve ribadire quanto già affermato dopo la menzionata sentenza 348/2007 della relativa ai suoli edificatori: che cioè per la stima dell’indennità torna nuovamente applicabile il criterio generale dell’indennizzo pari al valore venale del bene, fissato dalla L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 39, che è l’unico criterio ancora vigente rinvenibile nell’ordinamento, e per di più non stabilito per singole e specifiche fattispecie espropriative, ma destinato a funzionare in linea generale in ogni ipotesi o tipo di espropriazione salvo che un’apposita norma provvedesse diversamente. E che quindi nel caso concreto si presenta idoneo a riespandere la sua efficacia per colmare il vuoto prodotto nell’ordinamento dall’espunzione del criterio dichiarato incostituzionale: anche per la sua corrispondenza con la riparazione integrale in rapporto ragionevole con il valore venale del bene garantita dall’art. 1 del Protocollo allegato alla Convenzione europea, nell’interpretazione offerta dalla Corte EDU.
Vale bene precisare che i principi testè affermati non mutano in relazione alla natura risarcitoria del presente giudizio, caratterizzato dall’illegittimità dell’occupazione: il parametro utilizzato, come testimonia l’irrisoria entità della somma liquidata, è comunque illegittimo, ed, anzi, lo è maggiormente laddove si consideri che la liquidazione del pregiudizio avrebbe dovuto essere in ogni caso effettuata sulla base del valore di mercato del bene.
L’applicazione del criterio in questione da parte del giudice di rinvio comporta l’applicazione dei medesimi principi già applicati per quello rivolto a risarcire l’espropriazione illegittima degli stessi fondi non edificatori; quali impongono di tener conto delle obbiettive ed intrinseche caratteristiche ed attitudini dell’area in relazione alle utilizzazioni autorizzate dagli strumenti di pianificazione del territorio: perciò consentendo pure al proprietario interessato da un’espropriazione rituale, di dimostrare sempre all’interno della categoria suoli/inedificabili, anche attraverso rigorose indagini tecniche e specializzate, che il valore agricolo sia mutato e/o aumentato in conseguenza di una diversa destinazione del bene egualmente compatibile con la sua ormai accertata non edificatorietà. E, quindi, che il fondo, in parte qua, suscettibile di sfruttamento ulteriore e diverso da quello agricolo, pur senza raggiungere i livelli dell’edificatorietà, abbia un’effettiva e documentata valutazione di mercato che rispecchia queste possibilità di utilizzazioni intermedie tra l’agricola e l’edificatoria (parcheggi, depositi, attività sportive e ricreative, chioschi per la vendita di prodotti ecc): sempre che siano assentite dalla normativa vigente sia pure con il conseguimento delle opportune autorizzazioni amministrative.
8 – La sentenza impugnata, pertanto, va cassata in relazione all’indicata necessità di tener conto, nei termini sopra specificati, dello ius superveniens, con rinvio alla Corte di appello di Napoli, che, in diversa composizione, applicherà i principi richiamati, provvedendo, altresì, al regolamento delle spese processuali relative al presente giudizio di legittimità.
La Corte pronunciando sul ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Napoli, in diversa composizione.

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 art. 5
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 Cass. 
 Cass. 
 art. 16
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 sentenza 
 art. 117
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 art. 39
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