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Timestamp: 2019-01-17 13:03:11+00:00

Document:
Cassazione civile, 1990, Vedi massime correlate
Con sentenza del 6 marzo 1987 il Tribunale di Latina dichiarava la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario contratto in data 4 maggio 1963 fra L. R. e G. A., ponendo a carico del R. ed a favore dell'A. un assegno mensile di divorzio di lire 100.000 mensili, a decorrere dal passaggio in giudicato della sentenza, nonché un assegno mensile di lire 120.000, dalla data della sentenza stessa, per concorrere al matrimonio del figlio F., nato il gg/mm/aaaa. La sentenza condannava il R. a pagare all'A. la somma di lire 16.442.553, oltre gli interessi del 9 giugno 1982, quali arretrati dovuti e non corrisposti dal R. a titolo di mantenimento e poneva a carico del R. metà delle spese processuali, compensando la restante metà.
Il R. proponeva appello, in ordine ai provvedimenti di carattere economico, chiedendo che fosse dichiarata inammissibile per difetto di domanda o, in subordine, fosse respinta nel merito la condanna del R. al pagamento dell'assegno di lire 100.000 in favore dell'A., e che fosse dichiarata inammissibile per difetto di interesse o altrimenti fosse respinta domanda relativa al pagamento di arretrati, assolvendo inoltre il R. dalle spese di lite ed anzi condannando l'A. al pagamento delle spese dei due gradi del giudizio.
La Corte d'appello di Roma, con sentenza 23 gennaio 1989, rigettava l'impugnazione e dichiarava l'adeguamento automatico ex legge dell'assegno divorzile secondo gli indici Istat, con riferimento alla data del passaggio in giudicato della sentenza ed a decorrere dalla stessa data dell'anno successivo e condannava il R. alle spese del giudizio d'appello. Osservava la Corte:
- che in ordine al primo motivo (con cui si deduceva la violazione del principio della domanda nella statuizione dell'assegno ex art. 5 legge 1.12.1970 n. 898 a favore dell'A. già nella comparsa di risposta di primo grado la convenuta aveva chiesto "disporsi a carico dell'attore ed a favore...
Col primo motivo, il R. denuncia la violazione e falsa applicazione dell'art. 99 c.p.c., in relazione agli artt. 167 e 189 comma 1 c.p.c. ed all'art. 5 legge n. 898 del 1970, mod. con l. n. 74 del 1987, ai sensi dell'art. 360 n. 3 e n. 5 c.p.c., osservando che l'A., in primo grado, aveva chiesto in via riconvenzionale rivalutazione dell'assegno mensile in favore dei figli, il rendiconto delle pigioni relative alla casa in comproprietà, nonchè restituzione di some e risarcimento, quest'ultimo fondato su una serie di assunti circa asserite anticipazioni effettuate per riparazioni di immobili; ovvero, in subordine, disporsi a carico dell'attore somma risarcitoria per la suesposta causale, secondo i criteri di cui all'art. 5 comma 4 legge 1 dicembre 1970 n. 898; è evidente che con tale proposizione non veniva chiesto un assegno, ma una somma "una tantum" per la causale delle pretese spese sostenute per riparazioni di immobili di proprietà del marito, sia per il singolare usato, sia per il richiamo espresso alla causale di cui alla precedente richiesta di restituzione; nonché per il carattere subordinato rispetto alla restituzione e per l'inclusione della proposizione sopra richiamata sotto il capo di domanda n. 3: "restituzione somme".
È evidente - secondo il ricorrente - che l'A. non chiedeva un assegno periodico, avendo fatto riferimento all'art. 5 quale criterio alternativo di liquidazione della somma richiesta. Tale intendimento può ricondursi al fatto che l'A. aveva rinunciato ad un assegno di mantenimento in sede di separazione e si rendeva conto della contraddizione che sarebbe stata rappresentata da una richiesta di assegno in sede di divorzio, quando la sua situazione economica era migliorata per l'apertura di un negozio di parrucchiera in Aprilia.
La Corte d'appello ha respinto la doglianza relativa alla violazione del principio della domanda, unicamente soffermandosi sul riferimento della A. al...

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 art. 5