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Timestamp: 2019-07-18 09:44:35+00:00

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violenza sessuale Archivi - Studio Legale Avvocato Antonella Arcoleo
Palpeggiare una donna “per scherzo” è violenza sessuale
17 Luglio 2019 Da Studio Legale Arcoleo Lascia un commento
Palpeggiare una donna non integra i più lievi reati di molestia o di violenza privata. Secondo la Cassazione si configura invece il reato più grave di violenza sessuale se vengono coinvolte zone erogene con movimenti rapidi e insidiosi. Quindi il fatto di agire per scherzo non consente di riqualificare il reato in uno di quelli meno gravi. C’è abuso infatti tutte le volte in cui la vittima subisce una limitazione della sua libertà, ed è costretta a subire violenza contro la sua volontà. (Cass. III pen. n. 46218/2018).
La Corte d’Appello, confermando la sentenza di primo grado, ha condannato un uomo per violenza sessuale ex art. 609 bis c.p.
Questi, infatti aveva tenuto una condotta consistente nel palpeggiare il sedere di una donna, sua collega, in modo ripetuto e rapido.
Secondo l’uomo però i giudici di prime cure erano stati troppo severi con lui.
A suo dire, la sua condotta altro non era che uno scherzo! La difesa infatti sosteneva che, nel palpeggiare la donna, l’uomo ” rideva, quasi in un atteggiamento di sfida, a sfotto'”.
Quindi, secondo questo ragionamento, la sua condotta si sarebbe dovuta qualificare come molestia o violenza privata.
Per questo l’uomo ha fatto ricorso in Cassazione.
Ma la Suprema Corte non ha condiviso le ragioni dell’imputato. Infatti gli insidiosi e repentini palpeggiamenti in zone erogene, su persona non consenziente, configura reato di violenza sessuale.
Gli Ermellini specificano anche che integra il reato ex art. 609 bis c.p. qualsiasi atto che limita la libertà del soggetto passivo. Soggetto dunque costretto a subire violenza contro la sua volontà.
Quindi si ha violenza sessuale tutte le volte in cui l’atto è così insidioso e rapido da non permettere alla vittima di opporsi.
Per tutti questi motivi la Cassazione ha confermato la condanna per violenza sessuale nonostante l’uomo abbia agito per scherzo.
Violenza sessuale: niente aggravante per assunzione volontaria di alcol. Leggi qui
Aspetto fisico e stupro: l’eventuale non avvenenza della vittima non giustifica l’assoluzione dei carnefici. Leggi qui
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Aspetto fisico e stupro: l’eventuale non avvenenza della vittima non giustifica l’assoluzione dei carnefici
12 Aprile 2019 Da Studio Legale Arcoleo Lascia un commento
L’aspetto fisico è irrilevante in caso di stupro. E non può essere preso in considerazione per stabilire se la vittima è credibile. Lo ha stabilito la Cassazione in una recente sentenza.
La Corte di Appello di Ancona ha assolto due ragazzi sudamericani, condannati in primo grado per violenza sessuale di gruppo nei confronti di una giovanissima peruviana. Nelle motivazioni i giudici avevano sottolineato che all’imputato principale “la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo ‘Vikingo'”.
La sentenza, che risale al novembre 2017, fece scalpore. Tanto che il Guardiasigilli Bonafede dispose un’ispezione.
Tutto da rifare! Infatti la Cassazione ha annullato la sentenza, rinviando tutto alla Corte di Appello di Perugia per un nuovo giudizio di secondo grado.
A detta della Suprema Corte, infatti, i giudici di secondo grado avrebbero deciso per l’assoluzione sulla base di una “incondizionata accettazione” delle dichiarazioni degli imputati. E non solo. Secondo gli Ermellini i fatti descritti dai ragazzi – che alluderebbero ad un rapporto consenziente – non sarebbero supportati da prove. Anzi, contro di loro un dato inconfutabile: la brutalità del rapporto sessuale. A seguito del quale la ragazza ha subìto un intervento e una trasfusione.
Ma i giudici di Piazza Cavour sono andati ancora oltre. E hanno “bacchettato” i giudici dell’appello per aver fondato le proprie motivazioni su elementi “irrilevanti quanto eccentrici”, come appunto l’aspetto fisico della vittima!
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8 Marzo 2019 Da Studio Legale Arcoleo Lascia un commento
L’ 8 marzo si festeggia la Giornata Internazionale della Donna. Una ricorrenza che purtroppo, nel tempo, ha perso il suo valore.
Oggi, 8 marzo, si celebra la Giornata Internazionale della Donna, più nota come “Festa della Donna”, ricorrenza istituita per ricordare le conquiste politiche, economiche e sociali delle donne, scontando violenze e soprusi di ogni sorta.
Molti ritengono che l’ 8 marzo evochi un tragico incidente avvenuto negli Stati Uniti, ovvero l’incendio in una fabbrica tessile che ha causato la morte delle operaie che vi lavoravano. L’episodio tuttavia non si colloca chiaramente nel tempo: alcuni lo collocano nel 1857, altri nel 1911, altri sostengono che si sia verificato nel mese di febbraio.
In realtà la Festa della Donna ha trovato origine nei movimenti femministi politici di rivendicazione dei diritti delle donne di inizio Novecento. In particolare nel movimento socialista che sia negli Stati Uniti che in Europa, sosteneva la questione femminile, il voto alle donne, l’uguaglianza di genere.
Per alcuni anni la giornata si è celebrata nei vari Paesi in date diverse. In seno alla Seconda Conferenza Internazionale delle donne comuniste, intervenuta a Mosca nel 1921, si è individuato l’8 marzo come data di riferimento per la celebrazione della Giornata Internazionale dell’operaia.
In Italia, nel settembre 1944 è nata l’ UDI, Unione donne Italiane, che ha deciso di celebrare, l’ 8 marzo, la Giornata delle Donne nelle zone liberate dell’Italia.
Nel 1946 la mimosa è divenuta il simbolo di questa ricorrenza, in quanto fiore di stagione e a basso costo.
Negli anni Settanta è nato in Italia il Movimento Femminista ; l’ 8 Marzo 1972 si è tenuta a Roma, a Campo de Fiori, la Manifestazione della Festa della Donna, durante la quale le donne italiane manifestarono per i loro diritti, tra cui la legalizzazione dell’aborto.
Successivamente, le Nazioni Unite, hanno proclamato il 1975 come Anno Internazionale delle Donne. E l’ 8 marzo di quell’anno i movimenti femministi di tutto il mondo hanno manifestato per l’uguaglianza tra uomo e donna.
Purtroppo questa ricorrenza nel tempo ha perso di spessore e valore. I diritti per cui per anni le donne di tutto il mondo hanno combattuto sono andati dimenticati dietro un’apparente emancipazione della figura femminile, purtroppo non confermata dalla realtà contestuale e dalla cronaca.
Non si possono dimenticare alcuni dati allarmanti; da gennaio ad ottobre 2018, in Italia, si sono consumati 70 femminicidi. Donne uccise per mano di chi diceva di amarle. Di cui 5 solo in Sicilia. Da gennaio a fine luglio 2018, 2.241 donne (tra italiane e straniere) hanno presentato denuncia per stupro. Sono 1 milione 404 mila le donne che lo scorso anno hanno subito molestie fisiche o ricatti sessuali sul posto di lavoro (dati Istat).
Per non parlare del divario salariale di genere: le donne guadagnano il 44% in meno rispetto ai loro colleghi maschi (Il Sole 24 Ore). E della disoccupazione femminile, delle penalizzazioni di carriera a seguito della maternità, della non corretta ripartizione tra uomo e donna degli impegni domestici e di accudimento dei figli.
La situazione della donna appare oggi più preoccupante, a tratti drammatica. L’ 8 marzo dovrebbe essere occasione di riflessione ed impegno per la rivalutazione della donna, poichè fino a quando le donne subiranno violenza, di ogni tipo e sino alla morte, non è possibile scorgere alcun festeggiamento.
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Il maestro di sci e l’atleta minorenne: è reato
30 Ottobre 2018 Da Studio Legale Arcoleo Lascia un commento
Tra maestro e allievo c’è una situazione di oggettiva sudditanza. Se i due hanno rapporti sessuali, anche nell’ambito di una relazione affettiva, il maestro compie reato. E poco importa se l’affetto tra i due è sbocciato prima che si creasse il legame maestro-allievo. (Cass. Pen. Sez. III, 12 ottobre 2017- 3 maggio 2018 n. 18881).
La situazione potrebbe sembrare di per sé romantica: un amore nato sulle piste da sci tra il maestro e un’atleta. Tanto romanticismo viene meno se consideriamo che l’atleta in questione è una ragazza minorenne. In particolare infra-sedicenne, cioè tra i 14 e i 15 anni, prima del compimento dei 16.
I due si sarebbero incontrati quando ancora non erano uno maestro dell’altra. Ne era nata una relazione sentimentale, e i due avevano già avuto rapporti. Dopo qualche tempo, l’uomo e la ragazza si ritrovano a far parte della stessa scuola di sci. Lei come atleta affiliata, lui come addetto all’accompagnamento dei ragazzi agli allenamenti e alle trasferte. E la loro relazione continuò anche in questo periodo, così come i rapporti sessuali.
La Suprema Corte, confermando i due precedenti gradi di giudizio, ha ritenuto l’uomo colpevole del reato di atti sessuali con minorenne, ai sensi dell’art. 609 quater, comma 1 n. 2.
La norma spiega come il reato si verifichi in due ipotesi precise: La prima, quando un maggiorenne compie atti sessuali con un minore che non ha ancora compiuto 14 anni (comma 1 n. 1), la seconda quando il minore è infra-sedicenne, e tra lui e il maggiorenne intercorre un rapporto di parentela, o di “affidamento” per motivi di educazione o istruzione.
Il rapporto di affidamento in custodia per motivi di educazione/istruzione si instaura con gli insegnanti quando i genitori affidano un minore ad una scuola. Non importa quale tipologia di istruzione sia impartita nella scuola, quindi può trattarsi anche di uno sport.
La norma dunque fa intendere che il rapporto che si instaura tra maestro e allievo è di per sé caratterizzato da una oggettiva sudditanza. Per cui il consenso del minorenne ai rapporti sessuali sarebbe in ogni caso viziato.
La Suprema Corte ha ritenuto suggestiva, ma priva di fondamento giuridico la tesi difensiva dell’uomo. Questi infatti ribadiva che non vi sarebbe stato nessun condizionamento della minore, in quanto la loro relazione era iniziata molto tempo prima che lui divenisse il suo maestro.
La Cassazione ha altresì stabilito che la condizione di affidamento si verifica anche in mancanza di una formale attribuzione di compiti all’affidatario. In particolare, richiamando una sua precedente pronuncia, la Cassazione ha sottolineato come il rapporto di affidamento può instaurarsi con uno qualsiasi degli insegnanti della predetta struttura. Dunque non necessariamente con colui il quale è specificamente preposto alla cura didattica (Corte di cassazione, Sezione III penale, 10 luglio 2012, n. 27282).
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Violenza sessuale: niente aggravante per assunzione volontaria di alcol
6 Agosto 2018 Da Studio Legale Arcoleo Lascia un commento
In caso di violenza sessuale di gruppo non è aggravante il fatto che la vittima fosse ubriaca per volontaria assunzione di sostanze alcoliche. L’aggravante esiste solo nel caso siano gli stupratori a obbligare la vittima ad assumere alcool o droghe. Tuttavia lo stato di ubriachezza è comunque rilevante ai fini dell’inferiorità psichica o fisica e dunque della capacità di questa ad acconsentire al rapporto sessuale (Cass., sez. III, 19 gennaio-11 luglio 2018, n.32462).
Con la recentissima sentenza in commento, depositata giorno 11 luglio 2018, la III sezione penale della Corte di Cassazione si è pronunciata sui delitti contro la libertà sessuale giungendo ad una decisione fortemente innovativa.
La Suprema Corte ha espresso il principio di diritto secondo cui l’aggravante che prevede l’aumento della pena se i fatti sono commessi “con l’uso di armi o sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti o di altre sostanze gravemente lesive della salute della persona offesa” (art. 609 ter c.1 n.2) non si configura se lo stato di ubriachezza è causato volontariamente dalla vittima stessa.
La presente pronuncia ha creato scalpore e critiche, in particolar modo da movimenti femministi che hanno mal interpretato la decisione dei giudici. Gran parte della responsabilità è da attribuire ai mezzi di informazione di larga diffusione che hanno dato la notizia, articolando il contenuto in termini non esattamente giuridici. La mancata lettura del testo integrale della sentenza ha comportato il fraintendimento del principio espresso dalla Cassazione.
Per ben comprendere l’iter logico-giuridico seguito dai giudici della Corte, occorre fare un accenno al fatto.
Nel 2011, in primo grado, il Tribunale di Brescia aveva assolto due uomini accusati di violenza sessuale di gruppo in quanto la vittima non sarebbe stata ritenuta attendibile.
Solo nel 2017 la Corte d’Appello di Torino aveva considerato in modo diverso il fatto, valutando diversamente il referto emesso dal p.s. dopo l’avvenuta violenza. I giudici di secondo grado avevano condannato i due imputati a tre anni di reclusione per il reato di violenza sessuale di gruppo, con l’aggravante dell’aver commesso il fatto nei confronti di un soggetto in palese stato di ubriachezza.
Nei confronti della predetta sentenza la difesa aveva presentato ricorso per Cassazione sostenendo che non vi fosse stata violenza né riduzione ad uno stato di inferiorità: in particolare, la difesa aveva sottolineato come la sostanza alcolica, affinché potesse configurarsi l’aggravante, avrebbe dovuto essere somministrata dall’agente; invece, nel caso di specie, la vittima aveva assunto le bevande alcoliche volontariamente durante la cena, prima che la violenza venisse perpetrata.
Con la pronuncia in esame la Cassazione ha confermato la responsabilità degli imputati per il reato di violenza sessuale di gruppo, approfittando dello stato di alterazione psichica della vittima. Tuttavia, la sentenza di secondo grado è stata cassata con riguardo all’applicazione dell’aggravante perché, come si evince dalla lettura dell’art. 609 ter, affinché possa configurarsi l’aggravante è necessario che sia il soggetto attivo del reato ad aver somministrato, mediante atteggiamento violento o minaccioso, la sostanza alcolica al fine di perpetrare la violenza.
Dagli atti invece traspare che la vittima avesse volontariamente assunto alcol. Secondo consolidata giurisprudenza di legittimità la Cassazione ha ribadito che:
“In tema di violenza sessuale di gruppo, rientrano tra le condizioni di inferiorità psichica o fisica previste dall’art 609 bis c.p. comma 2 n. 1, anche quelle conseguenti alla volontaria assunzione di alcolici o di stupefacenti, in quanto anche in tali casi la situazione di menomazione della vittima, a prescindere da chi l’abbia provocata, può essere strumentalizzata per il soddisfacimento degli impulsi sessuali dell’agente”.
Dunque l’assunzione volontaria di alcool incide senza dubbio sulla capacità della vittima di prestare il proprio consenso al rapporto sessuale.
Ciò premesso, i giudici della III Sezione hanno espresso il principio di diritto per cui
“Integra reato di violenza sessuale di gruppo (art. 609 octies c.p.), con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica, la condotta di coloro che inducano la persona offesa a subire atti sessuali in uno stato di infermità psichica determinato dall’assunzione di bevande alcoliche, essendo l’aggressione all’altrui sfera sessuale connotata da modalità insidiose e subdole, anche se la parte offesa ha volontariamente assunto alcool e droghe, rilevando solo la sua condizione di inferiorità psichica o fisica seguente all’assunzione delle dette sostanze.”
Occorre far chiarezza sull’interpretazione della pronuncia: la Cassazione non sostiene che l’assunzione volontaria di sostanze alcoliche o stupefacenti da parte della vittima sia attenuante, piuttosto specifica che non è aggravante poiché l’aggravante si configura nella sola ed unica ipotesi in cui sia stato lo stupratore ad indurre la vittima ad assumere alcol o droghe.
Archiviato in: Legge e Giurisprudenza Etichettato con: assunzione alcol, assunzione droghe, cassazione n.32462, stupro, ubriachezza, violenza sessuale

References: sentenza 
 art. 609
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