Source: https://www.geropa.it/2016/07/
Timestamp: 2019-01-16 17:28:35+00:00

Document:
luglio 2016 - Geropa Srl - Gestione Entrate e Riscossione Entrate Locali ' : ''; var month = [1,2,3,4,5,6,7,8,9,10,11,12]; var month2 = ["Jan","Feb","Mar","Apr","May","Jun","Jul","Aug","Sep","Oct","Nov","Dec"]; var day = postdate.split("-")[2].substring(0,2); var m = postdate.split("-")[1]; var y = postdate.split("-")[0]; for(var u2=0;u2
Questa scelta, tra l’altro volontaria e intenzionale compiuta dal Comune di Roma è stata giudicata pregiudizievolmente dall'organo giudicante. Il tribunale infatti, ha evidenziato che Roma Capitale, avrebbe potuto partecipare alla mediazione ed eventualmente raggiungere un accordo senza pregiudicare un’eventuale rivalsa, riconoscendo così, ma non giustificando l’eventuale volontà di non giungere ad accordo con la controparte. Quindi ribadisce con veemenza che la Pubblica amministrazione non può sottrarsi alla mediazione per il timore di incorrere in danno erariale poiché l'obbligo di partecipare vale per tutti; il giudice sottolinea però che è opportuno che il funzionario incaricato di rappresentare la Pa in mediazione concordi previamente con chi ha il potere dispositivo del diritto il perimetro entro il quale condurre le trattative.
Per il giudice, il rifiuto del comune a partecipare alla mediazione non solo è ingiustificato, ma è anche «irragionevole, illogico e contrario allo spirito e alla lettera delle legge». Si è trattato, secondo il tribunale, di un comportamento doloso, perché «la parte convocata si è volontariamente e consapevolmente sottratta all'obbligo» di partecipare alla mediazione. E’ così che il giudice condanna Roma Capitale per responsabilità processuale aggravata, prevista dall'articolo 96, comma 3, del Codice di procedura civile, a pagare il doppio delle spese legali liquidate. Il comune viene dunque condannato a risarcire il danno e a versare le spese, oltre a una somma pari al contributo unificato e all'indennizzo per responsabilità processuale.
La Suprema Corte con sentenza n. 13305/2016 ha statuito che il comune può prevedere per le abitazioni una tariffa rifiuti diversa rispetto all'esercizio alberghiero senza l'obbligo di doverne motivare la differenziazione. Per la Corte dunque, è legittima la delibera comunale di approvazione del regolamento e delle tariffe che prevede due distinte categorie per le civili abitazioni e per gli esercizi alberghieri, applicando a questi ultimi una tariffa maggiore rispetto alla prima, giustificata dalla differente capacità produttiva di rifiuti, desunta dalla comune esperienza.
I giudici a sostegno del loro orientamento citano l’articolo 49 del Dlgs 22/1997, con il quale si stabilisce la legittimità per i Comuni di introdurre una tariffa differenziata fra utenza domestica e non, anche se in realtà tale norma disciplina un regime di prelievo diverso rispetto a quello Tarsu. Inoltre, a detta dei giudici, non è previsto alcun obbligo di motivazione, per la delibera che prevede la differenziazione delle tariffe fra categorie di utenze differenti, configurandosi questo come un atto amministrativo a contenuto generale con portata erga omnes.
Tutto questo si affaccia però, in un panorama normativo e giurisprudenziale non affatto pacifico. Ci troviamo di fronte difatti, a pareri discordanti, è così infatti che parte della giurisprudenza ritenente che la delibera comunale di approvazione del regolamento e delle tariffe deve contenere anche le modalità di applicazione dei parametri contenuti nella normativa. Il regolamento, deve riportare alcuni elementi essenziali per il calcolo delle tariffe e fornire gli elementi utili che consentano di capire come si giunga alla loro puntuale determinazione e applicazione. Non sarebbero ammessi parametri non supportati da un'adeguata istruttoria tecnica, quantificati sulla base di metodologie incerte o di difficile identificazione, né tantomeno dall'esperienza comune. La disciplina regolamentare, per un principio di trasparenza amministrativa, deve chiarire sulla base di quali criteri logici o logico-matematici si possa pervenire all'accorpamento e omogeneizzazione in un unico indice quali-quantitativo di differenti categorie e sottocategorie. Possiamo quindi facilmente evincere la totale contrapposizione di tale orientamento con la ratio della sentenza in commento.
Rimanendo fedeli però alla tesi cassata, tralasciando quindi la mole di contrasti che da questa ne scaturiranno, è opportuno evidenziare come gli effetti di tale sentenza potrebbero influenzare anche i contenuti della Tari. La legge 147/2013 dispone, infatti, che i criteri di applicazione della tariffa possano fare riferimento al metodo normalizzato (Dpr 158/1999). La giurisprudenza amministrativa definisce tale metodo il risultato di una elaborazione approfondita, frutto di un'ampia attività istruttoria, svolta sulla base dell'analisi delle più significative esperienze locali di gestione del servizio. Negli allegati al decreto sono riportati coefficienti di calcolo per le tariffe specifici sia per le utenze domestiche sia per le categorie di utenze non domestiche. Nel dettaglio, per queste ultime, sono previsti coefficienti distinti per gli alberghi con e senza ristorante. Ciononostante, secondo una nota diramata dall'Ifel, il richiamo della disciplina a predetti criteri operativi di graduazione delle tariffe non esime il Comune dal dimostrare la razionalità in relazione alla situazione locale della produzione dei rifiuti per le diverse categorie.
Con la notifica di Roma Capitale ad una congregazione religiosa di due distinti avvisi di accertamento, relativi ad Ici per gli anni 2004 e 2005, per recuperare l’imposta dovuta per un fabbricato rispetto al quale era stata invocata l’esenzione ex articolo 7, Dlgs 504/92. L’ente religioso proponeva ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale, la quale lo accoglieva solo parzialmente nel senso che riconosceva la sussistenza del requisito soggettivo necessario per l'esenzione, ma affermando la sussistenza solo parziale del requisito oggettivo e per questo disponeva lo scorporo di una percentuale di tributi pari ad una misura considerata equa del 30% dell'accertamento. La Commissione Tributaria Regionale del Lazio, adita dall’ente territoriale, rigettava l'appello, confermando la decisione di primo grado con implicita affermazione del beneficio dell'esenzione da parte dell’ente religioso.
A decidere la controversia però la Suprema Corte con sentenza n. 13971/2016, attraverso la quale si ribadisce che in tema d'imposta comunale sugli immobili, deve essere escluso dall'esenzione un fabbricato nel quale un ente religioso svolga un'attività a dimensione imprenditoriale, anche se non prevalente. Secondo il giudice di legittimità, infatti, l’esenzione è prevista solo per gli immobili destinati in via esclusiva allo svolgimento di determinate attività tra le quali quelle dirette all'esercizio del culto ed alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi e all'educazione cristiana. Per gli immobili in cui si svolgono attività diverse dalla religione e dal culto è necessario, invece, verificare se tali attività, anche se esercitate da enti religiosi, siano svolte per lo scopo istituzionale protetto dal Dlgs n. 504/1992, articolo 7, comma 1, lett. i) nella formulazione anteriore alle modificazioni introdotte dalla legge n. 248 del 2005. Viene quindi confermato il consolidato orientamento giurisprudenziale, in base al quale l'esenzione di cui al citato articolo 7, è prevista a condizione che gli immobili - appartenenti ai soggetti di cui all'articolo 87 (ora 73), comma 1, lett. c), del Dpr n. 917/1986 - siano destinati esclusivamente allo svolgimento di una delle attività ivi contemplate, tra le quali quelle indicate nel richiamato art. 16, lett. a), della Legge n. 222/1985: attività di religione o di culto, cioè dirette all'esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all'educazione cristiana. Non spetta, pertanto, in relazione ad un immobile, appartenente ad un ente religioso, destinato ad attività ricettiva o ad assistenza di pellegrini. Tale orientamento, non sembra isolato, anzi, risulta confermato da numerose pronunce della Corte di Cassazione, tra cui recentemente quinta sezione sentenza n.14225/15 relativa alle condizioni che giustificano l’esenzione dal pagamento dell’Ici da parte degli enti ecclesiastici che gestiscono scuole paritarie cattoliche.
La pronuncia, che non può non trovare accoglimento in quanto segue il principio di diritto secondo il quale l’esenzione non si applica ai fabbricati di proprietà di enti ecclesiastici o religiosi non rilevando né la destinazione degli utili eventualmente ricavati al perseguimento di fini sociali o religiosi, né il principio della libertà di svolgimento di attività commerciale da parte di un ente ecclesiastico, fondato, oltre che sull'art. 16, lett. a), della legge n. 222 del 1985, anche sulla legge 25 marzo 1985, n. 121. (Cass.24500/09).
L' ESENZIONE IMU E I COMODATI PER ENTI NON COMMERCIALI: CASSAZIONE IN CONFUSIONE
Per dovere di cronaca, però, dobbiamo ricordare che con la risoluzione n. 4/DF del 4 marzo 2013 il Ministero delle Finanze, aveva optato per un’apertura espansiva, dichiarando che in tutti i casi di immobili posseduti da un ente non commerciale dati in comodato ad altro ente non commerciale potesse operare l'esenzione Imu. Conseguentemente la stessa Cassazione con sentenza n. 25508 del 18 dicembre 2015 inizia a discostarsi dai precedenti giudizi riconoscendo il diritto all'esenzione per un immobile concesso in comodato ad un altro ente non commerciale appartenente alla stessa struttura dell'ente concedente per lo svolgimento di un'attività meritevole prevista dalla norma agevolativa. E’ con tale sentenza che la corte inizia a giustificare questa “rivoluzione” di pensiero effettuando un’analisi giurisprudenziale di legittimità, sostenendo che seppur è vero che la giurisprudenza di legittimità è costante nel richiedere l'utilizzazione diretta del bene da parte del possessore, è altrettanto vero che le fattispecie analizzate in passato dalla Corte hanno riguardato ipotesi di locazione del bene ad altro ente (Cassazione n. 12495/2004, n. 7395/12, n. 14094/2010 ed altre). Si tratta, però, di affermazioni non del tutto fondate, perché esiste giurisprudenza di legittimità che ha negato l'esenzione anche in caso di concessione in comodato. Inoltre con la sentenza in commento la Corte non aderisce integralmente alla tesi ministeriale espressa nella risoluzione n. 4/DF del 2013, in quanto ritiene sussistente il diritto all'esenzione non in tutti i casi di concessione in comodato, ma solo nell'ipotesi di concessione ad altro ente che è incardinato nella stessa struttura organizzativa dell'ente possessore. E’ però con la sentenza n. 13542/2016 che la Cassazione dà continuità alla precedente interpretazione e così la riempie di forza. Individua una sorta di deroga al principio in base al quale l'esenzione opera solo se il fabbricato è utilizzato direttamente dall'ente possessore, riconoscendo il diritto all'esenzione nel caso di utilizzo da parte di un ente che sia strumentalmente collegato ed appartenente alla stessa struttura dell'ente concedente che è titolare del diritto di proprietà sull'immobile medesimo.
E’ però opportuno e inevitabile rilevare la confusione della Corte, che si trova alla disperata ricerca del particolare, dimenticando così la funzione cardine spettante a se stessa ovvero quella di garantire l'osservanza della legge, la sua interpretazione uniforme e l'unità del diritto in uno Stato nazionale. Basterebbero quindi tutti i precedenti pronunciamenti e le ordinanze che si sono susseguite a chiudere il caso a livello interpretativo, ma Cassazione e Dipartimento delle finanze hanno rimesso in discussione la lettura costituzionale, alimentando così un inevitabile e infinito contenzioso.
Anche se scaduta lo scorso 30 giugno, grazie al ravvedimento operoso, è ancora possibile rimediare a omissioni o errori relativi alla dichiarazione Imu-Tasi del 2015. E’ però vero che non tutte le violazioni sono regolarizzabili. Caso cardine è senz’altro quello relativo agli immobili merce delle imprese costruttrici. Tali unità, se non locate, sono totalmente esenti da Imu. L’articolo 2, comma 5-bis, Dl 102/2013 prevede che il contribuente debba presentare, a pena di decadenza, la denuncia tributaria entro il 30 giugno dell'anno successivo. Ne consegue che se un'impresa ha applicato nel corso del 2015, per la prima volta, l'esenzione per determinate unità immobiliari, avrebbe dovuto necessariamente rispettare il termine: se non lo ha fatto, l'agevolazione è decaduta. Si tratta però di un'eccezione, poiché nella disciplina Imu-Tasi la regola è che la presentazione della denuncia non è mai condizione costitutiva per ottenere un'agevolazione. L'obbligo della denuncia Imu, inoltre, non sussiste per la gran parte delle variazioni immobiliari che, transitando per il sistema di interscambio dei dati catastali, sono comunque conoscibili da parte dei Comuni. Dalle istruzioni alla compilazione della denuncia Imu, inoltre, si desume che le possibilità di incrocio dei dati da parte degli enti locali vanno ben oltre il citato protocollo informatico. In tutti questi casi, non vi è dunque obbligo di denuncia e l'unico adempimento previsto è il pagamento dell'imposta alle scadenze di legge. E’ obbligatorio invece, denunciare l'acquisto di un'area fabbricabile e le sue variazioni di valore. Allo stesso modo, il contribuente deve dichiarare la data di inizio e di fine dello stato di inagibilità o inabitabilità di un immobile, a meno che il Comune non ne sia a conoscenza per altre vie (come l'ordinanza di sgombero del fabbricato). Se l'omissione o l'infedeltà dell'adempimento dichiarativo si è accompagnata a pagamenti omessi o insufficienti, la violazione da regolarizzare è solo quella dichiarativa che "assorbe" l'illecito sul versamento. Se la violazione è l'omessa presentazione della denuncia, il ravvedimento entro 90 giorni dalla scadenza costa il 10% dell'imposta non versata (un decimo del 100%). Con la riforma delle sanzioni è stato poi introdotto il termine breve di 30 giorni, entro il quale la sanzione base è dimezzata. Dunque la tardiva denuncia presentata entro il 30 luglio comporta una sanzione ridotta del 5 per cento. Oltre la scadenza di 90 giorni, è corretto ritenere che il ravvedimento sia ancora possibile entro il 30 giugno 2017, con il pagamento della sanzione ridotta del 12,5% (un ottavo del 100%). Se la dichiarazione è infedele, invece, è possibile la regolarizzazione intermedia entro 90 giorni, con il versamento della sanzione ridotta del 5,56% (un nono del 50%), insieme alla presentazione della denuncia corretta. Superati i 90 giorni, anche in questo caso il termine ultimo è il 30 giugno 2017, con applicazione della sanzione ridotta del 6,25% (un ottavo del 50%) e sempre con la maggiorazione degli interessi legali.
La Suprema Corte è tornata ad occuparsi dell’obbligo di motivazione che deve contenere l’atto di accertamento.
Con l’ordinanza n. 12659 del 17 giugno 2016 ha precisato che, ai fini della corretta identificazione del valore da attribuire all’immobile, l’avviso di accertamento deve, in ogni caso, contenere l’espresso riferimento ai parametri di cui all’articolo 5 del Dlgs 504/92 e non solo basarsi sulle risultanze di una compravendita relativa ad analogo bene.
La sentenza riforma così, la decisione del giudice di merito che aveva accolto l’appello proposto dal concessionario Ici del Comune di Caserta, dando, quindi, piena conferma all’avviso di accertamento emesso nei confronti di una persona giuridica e relativo alla rideterminazione del valore di un’area fabbricabile con destinazione urbanistica D2 e, pertanto, edificabile.
Nel merito, la controversia si era conclusa a favore dell’ente impositore, ma la Corte di legittimità ha cassato la sentenza impugnata in quanto ha omesso di valutare un fatto decisivo.
L’ente impositore aveva giustificato, in appello, che la determinazione del valore attribuito all’area edificabile si basava su quanto riportato in un atto di compravendita avente ad oggetto analogo bene immobile. A parere del contribuente, invece, l’atto era privo di riferimento ai parametri indicati dalla norma di riferimento (articolo 5, comma 5, Dlgs 504/92), in cui è stabilito che per le aree fabbricabili, il valore è costituito da quello venale in comune commercio al 1° gennaio dell'anno di imposizione, avendo riguardo alla zona territoriale di ubicazione, all'indice di edificabilità, alla destinazione d'uso consentita, agli oneri per eventuali lavori di adattamento del terreno necessari per la costruzione, ai prezzi medi rilevati sul mercato dalla vendita di aree aventi analoghe caratteristiche.
La pronuncia non può che essere condivisa, in quanto la motivazione è elemento fondamentale della pretesa erariale e, nel caso delle aree edificabili, a prescindere dall’esistenza di uno strumento di comparazione, occorre sempre richiamare i riferimenti che la legge impone per determinare l’imponibile, cioè il valore venale in comune commercio all’inizio dell’anno di imposizione, ricavabile in base ai diversi parametri indicati nel predetto articolo 5.

References: e contrario
 sentenza 
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 sentenza 
 articolo 7
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 articolo 7
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 art. 16
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 sentenza 
 articolo 5