Source: http://www.overlex.com/tesi_immigrazione_stranieri_1.asp
Timestamp: 2018-11-16 02:12:49+00:00

Document:
INTEGRAZIONE DEI MINORI STRANIERI IN ITALIA - tesi di laurea
CORSO DI LAUREA IN SCIENZE E TECNICHE DELL'INTERCULTURALITÀ
INDIRIZZO ARABISTICA
PROGETTI, POLITICHE E LINEE ORIENTATIVE DELL'INTERVENTO IN TOSCANA
Laureanda: Laura Flaim
Relatore: Prof.ssa Letizia Bindi
Correlatore: Prof. Aldo Becce
Nei sentieri costretti in un palmo di mano,
Khorakhanè ( a forza di essere vento)
PREMESSA IV-V
Gli Aspetti psicologici e dell'identità
1.1 La migrazione dei bambini e degli adolescenti
1.2 Diverse situazioni sociali e migratorie
1.3 Un caso a parte: i minori non accompagnati
1.4 Un'identità difficile
1.5 Le possibili soluzioni adottate dai minori nel processo
di costruzione dell'identità
Il modello d'integrazione italiano
 Il modello “mediterraneo”
 Uno sguardo alle principali modifiche apportate dalla nuova legge su immigrazione e asilo n. 189/2002
 Potenziali ostacoli all'integrazione
 Come promuovere l'integrazione e il benessere psicologico dei minori
SEZIONE SECONDA (clicca qui)
IL GRADO D'INSERIMENTO DEI MINORI STRANIERI IN TOSCANA
La ricerca empirica: servizi e progetti rivolti ai minori stranieri in Toscana 28
3.1 L'organizzazione dei servizi sociali nella regione Toscana 28
3.2 La disposizione dei servizi in rete
3.3 La distribuzione geografica dei progetti
3.4 I target prioritari
3.5 La tipologia degli obiettivi
I settori d'intervento per l'inserimento dei minori stranieri
 Le cifre dei minori stranieri in Toscana: breve sguardo d'insieme
 Le case d'accoglienza e il settore assistenziale
 Il sostegno scolastico e la formazione
 Il settore sanitario
 Una nota dolente: “sunna lieve” all'interno delle unità ospedaliere
 Carcere e giustizia
 Minori extracomunitari e giustizia: intervista al Sostituto Procuratore della Procura della Repubbilca c/o il
 La mediazione nel processo penale minorile
4.6 Interventi a favore dei minori non accompagnati
SEZIONE TERZA (clicca qui)
PRESENTAZIONE DI UNA REALTÀ CONCRETA:
IL PROGETTO “ C.O.M.E ” A FIRENZE
Organizzazione ed analisi del progetto C.O.M.E. a Firenze
 Contesto e motivazione
 Dall'idea al progetto: il percorso di progettazione
 La descrizione del progetto
 I dati di affluenza e l'utenza del C.O.M.E
 Alcune considerazioni sul progetto
Intervista all'operatrice e mediatrice socio-culturale del progetto
Questo studio nasce dal Progetto di Ricerca intitolato “L'integrazione dei minori stranieri in Italia” patrocinato da Unicef e Caritas e affidato al coordinamento scientifico della Cattedra di Antropologia Culturale del Corso di Laurea in Scienze e Tecniche dell'Interculturalità dell'Università di Trieste.
La ricerca si è basata sul monitoraggio delle varie realtà amministrative e istituzionali, incluso il privato sociale, in termini di “buone pratiche” volte all'inserimento dei minori stranieri nella società d'accoglienza.
Questa rilevazione è stata condotta da un gruppo di lavoro composto da tredici studenti, ognuno dei quali è stato incaricato di monitorare la realtà in questione in una o più Regioni d'Italia, in modo da poter raccogliere approfonditamente dati relativi alle specificità degli Enti Locali nell'ordine sequenziale di Regione, Province e Comuni capoluoghi.
- la prima, effettuata tramite ricerca sul Web, ha focalizzato la rilevazione di progetti e servizi rivolti ai minori stranieri attivati tra il 2000 e il 2004;
- la seconda si è svolta attraverso il contatto diretto con responsabili e referenti delle istituzioni o associazioni promotrici, finalizzato all'attestazione delle qualità dei progetti presi in esame;
- l'ultima ha visto la stesura di un breve report, riportante in forma scritta i dati raccolti nelle fasi precedenti.
Il materiale frutto della ricerca comprende sia la normativa in materia di minori stranieri ( pubblicazioni diffuse in rete, rassegna stampa, studi e ricerche ) sia le pagine dei siti Internet che offrono servizi e progetti alle cosiddette “seconde generazioni” di immigrati.
Quanto raccolto è stato organizzato ed archiviato utilizzando un supporto digitale (Cd-Rom) che ha permesso, nella terza fase, di individuare facilmente ambito, settore e luogo d'intervento delle “buone pratiche” a favore dei minori stranieri.
La consultazione del Cd-Rom rende possibile la lettura di una tabella riassuntiva che riporta denominazione, soggetti promotori, tipologia e anno di realizzazione dei progetti ivi contenuti (v. Appendice 1). L'elenco, oltre a servire come indice di riferimento per il report, rappresenta uno strumento eloquente per delineare il quadro degli interventi in atto rivolti ai minori stranieri.
L'ambito territoriale di ricerca in cui ho svolto il monitoraggio è quello della Regione Toscana.
Come si vedrà nel corso di questo studio, la quantità dei servizi offerti è considerevole, ma ciò non deve indurre a credere che il contesto di riferimento sia esente da contraddizioni ed ambiguità.
I testi che esplorano aspetti quantitativi e presenza di minori stranieri in Italia mostrano con chiarezza come il nostro Paese sia ormai diventato per molti versi un luogo di “stabilizzazione” degli immigrati e sia dunque entrato nella seconda fase del ciclo migratorio, che vede sia la presenza di immigrati singoli, sia di nuclei familiari. Ciò, oltre a fornire un segno evidente di una presenza sempre meno provvisoria degli immigrati stranieri nel nostro paese, ha ridotto la condizione di “invisibilità sociale” dello straniero, rendendo inevitabile il ripensamento dei servizi sociali, sanitari ed educativi.
Il dossier Caritas 2004 stima circa due milioni e mezzo d'immigrati regolarmente presenti in Italia e di questi più del ventuno percento è costituito da minori in età compresa fra gli zero e i diciotto anni. Fino a qualche anno fa la popolazione immigrata era composta da una forte prevalenza di soggetti produttivi, quindi soprattutto lavoratori maschi adulti, mentre ora si assiste al progressivo riequilibrio delle diverse fasce d'età.
In questo contesto, l'arrivo dei figli dal paese d'origine, attraverso le procedure di ricongiungimento familiare, o la loro nascita nel paese d'arrivo, ha contribuito in modo significativo alla ridefinizione del progetto migratorio poiché è iniziata ad emergere la necessità di un inserimento meno marginale nella società e, in seno alle comunità immigrate di primo arrivo, sono nate nuove aspirazioni e aspettative per la “ riuscita sociale ” dei figli.
Se tutto questo da un lato risponde ad un effettivo bisogno di ringiovanimento della nostra popolazione, dall'altro ci pone di fronte a sfide e riflessioni diverse, che vedono come “soggetto motorio” l' integrazione e più in particolare l' integrazione sociale .
Infatti solo quest'anno (2005), per la prima volta dal 1992, l'Italia è riuscita ad avere un valore positivo delle nascite rispetto ai decessi, grazie all'incremento dei figli delle donne immigrate ( Corriere della Sera , 28 giugno 2005).
Parlare di integrazione sociale significa concepire l'immigrazione come un fenomeno di lungo respiro, che attraverso varie generazioni e fasi, giunge ad una piena cittadinanza sociale basata sul rispetto reciproco tra culture diverse e sulla possibilità reale per l'immigrato di partecipare e contribuire attivamente alla vita della società in condizioni di parità rispetto agli autoctoni.
Il bambino e l'adolescente straniero costituiscono il momento più avanzato del processo di confronto culturale dell'intera famiglia nella società, poiché sono proprio loro ad avere il primo contatto con le istituzioni e con i primi luoghi di socializzazione.
I servizi sociali, le scuole, i tribunali, gli ospedali, ma anche la stessa società civile si trovano improvvisamente a dover gestire, e a convivere con una nuova figura, un nuovo cittadino, una nuova persona: il minore straniero.
La stessa definizione del termine appare complessa e ricca di ambiguità: solitamente viene utilizzato il termine “minore straniero” perché termine “neutro”, che rimanda alla situazione giuridica, piuttosto che alla storia diretta o familiare di migrazione.
Sarebbe improprio definirli “immigrati” dal momento che circa la metà di loro è nata in Italia e conosce il paese d'origine solo indirettamente, d'altra parte, definirli “seconde generazioni” assegna loro un'etichetta rigida, quasi a sottolineare un'eredità che passa di padre in figlio e che sembra connotare l'identità in maniera perenne. Con questa breve distinzione di termini non voglio spiegare quale sia quello più o meno appropriato, ma fornire la dimostrazione di quanto sia complessa ed eterogenea la figura del minore straniero e di quante realtà siano nascoste dietro quel termine.
Questo pone anche delle difficoltà nei proponimenti d'integrazione dello stesso. Ogni minore ha un mondo alle spalle, una situazione diversa da caso a caso, un percorso migratorio diretto o indiretto, vissuto, subito o semplicemente respirato in famiglia per essere figlio d'immigrati. Un nome consono potrebbe essere quello suggerito da Tahar Ben Jelloun che chiama i minori immigrati “ génération involontaire ” (generazione involontaria): «una generazione destinata ad incassare i colpi; questi giovani non sono immigrati nella società, lo sono nella vita... Essi sono lì senza averlo voluto, senza aver nulla deciso e devono adattarsi alla situazione in cui i genitori sono logorati dal lavoro e dall'esilio, così come devono strappare i giorni a un avvenire indefinito, obbligati ad inventarselo invece che viverlo».
Partendo da questa premessa, la mia analisi si propone di indagare all'interno di una realtà specifica, la Regione Toscana , ciò che associazioni ed istituzioni concretamente fanno per adémpiere al meglio al compito dell'integrazione dei minori stranieri nella società.
Nella prima parte cercherò di vedere il problema nel suo insieme, soffermandomi brevemente sulle problematiche connesse alla difficile identità del bambino straniero e su uno sguardo d'insieme al modello d'integrazione italiano.
La seconda parte, quella centrale, vedrà il caso specifico della Toscana. Sulla base dell'indagine “L'integrazione dei minori stranieri in Italia”, analizzerò i progetti ed i servizi rivolti ai bambini stranieri nei vari settori d'intervento.
Si è reso necessario verificare come i vari soggetti si sono attivati nell'accoglienza e nella progettazione, e l'eventuale grado di coordinamento interistituzionale per gli interventi in fase di attuazione. L'obiettivo è di costruire un quadro il più possibile completo della realtà esistente, definendo le tipologie dei soggetti coinvolti, gli obiettivi e gli ambiti d'intervento delle azioni volte all'inserimento dei minori stranieri. La mia attenzione si focalizzerà poi, nella terza parte, sul caso specifico del progetto in atto presso il Centro di Orientamento Minori Extracomunitari (C.O.M.E. ) del Comune di Firenze.
Per spiegare al meglio la progettazione e l'organizzazione del servizio darò voce alla mediatrice socio-culturale che opera all'interno del progetto, riportando l'intervista fattale, che mostra direttamente da un lato le ambiguità dei sistemi d'integrazione, la complessità delle problematiche, la precarietà dei servizi, e dall'altro la forza e la volontà di avanzare passo dopo passo per migliorare la situazione ed imboccare la strada verso l'integrazione e la realizzazione, nel senso ampio del termine, di questi bambini e ragazzi.
Sentimenti nostalgici e vissuti di perdita accompagnano spesso il viaggio di migrazione dei bambini e dei ragazzi nel paese d'accoglienza; sono più acuti nelle fasi iniziali dell'arrivo e sfumano con il tempo per lasciare il posto ai ricordi e alle immagini confuse della memoria (?). Sono viaggiatori non per scelta, che si trovano spesso catapultati in una parte del mondo all'improvviso e spesso senza che vi sia una preparazione al distacco. Come li ha definiti Tahar Ben Jelloun essi sono la génération involontaire, una generazione involontaria, destinata ad incassare i colpi: questi giovani non sono immigrati nella società, lo sono nella vita. Sono lì senza averlo voluto, senza aver nulla deciso e devono adattarsi alla situazione in cui i genitori sono logorati dal lavoro e dall'esilio, così come devono strappare i giorni a un avvenire indefinito, obbligati ad inventarselo invece che viverlo (?). Una generazione involontaria che, nei paesi europei, è cresciuta notevolmente negli ultimi anni, rendendo il fenomeno di difficile gestione.
La precarietà, la condizione psicologica e sociale del minore immigrato o di origine straniera sono tratti che sembrano intrinsecamente connessi al fatto che questi soggetti sono come ingabbiati da una scelta subita, o meglio, coinvolti negli esiti di una scelta che essi, proprio in quanto minori, hanno subito più di altri soggetti (?).
I minori immigrati si trovano coinvolti in molteplici passaggi: dal paese di origine a quello che li ospita, dalla cultura familiare a quella della scuola, dal mondo interno della dimora a quello esterno, dai suoni familiari e affettivi della lingua madre alle parole indecifrabili della seconda lingua.
Gli studi psicologici, psichiatrici e sociologici hanno mostrato gli effetti traumatici prodotti dall'immigrazione nei minori che ne sono, più o meno direttamente, protagonisti. Si sono voluti mettere particolarmente in luce gli effetti che permangono anche dopo il passaggio dalla prima alla seconda generazione. Si è parlato di separazione, di elaborazione del lutto e di processi di rimodellamento identitario, ponendo l'accento sul clima di conflitto interetnico e interculturale in cui essi avvengono. Questi studi hanno anche evidenziato gli aspetti per così dire "positivi" dell'immigrazione, intesa come evento che mette alla prova le capacità degli individui di superare i traumi che ogni cambiamento, ogni "momento di passaggio" inevitabilmente comporta (?).
Negli studi sulla migrazione infantile, viene utilizzato di frequente il concetto della vulnerabilità (?)declinandolo in maniera specifica di analisi di caso e consultazioni psicologiche ed etnopsichiatriche. La vulnerabilità starebbe ad indicare uno stato di minore resistenza a fattori nocivi ed aggressivi; è un concetto dinamico poiché riguarda il processo di sviluppo del minore. Una variazione, interna o esterna, del funzionamento psichico del bambino vulnerabile è tale da provocare una significativa disfunzione, un dolore intenso, un arresto o uno sviluppo minimo delle sue potenzialità. Questa fragilità si manifesta sul piano psicologico attraverso sensibilità o debolezze, reali o latenti, immediate o differite, stagnanti o esplosive (?).
Il concetto di vulnerabilità sta ad indicare un rischio, ma anche una possibilità, sottolineando la responsabilità e il ruolo della famiglia e dei servizi nel creare le condizioni che prevengano ed attenuino tale rischio.
Questo termine non può essere compreso appieno se non viene messo a confronto con il suo opposto, la resilienza (?), che indica proprio la capacità di resistere, di difendersi, e di reagire.
Alcuni bambini sembrano sviluppare risorse interne straordinarie per far fronte ad eventi e sfide imprevisti; hanno la capacità di attraversare eventi importanti e cambiamenti profondi mobilitando risorse per non farsi sommergere dalle difficoltà.
Le migrazioni dei bambini e dei ragazzi si traduce per molti in un evento faticoso che segna in maniera profonda la loro storia e l'identità personale. I cambiamenti sono molteplici ed improvvisi, le fratture laceranti ed inevitabili, i compiti ai quali devono far fronte nel paese d'accoglienza appaiono in un primo tempo ardui e al di fuori della loro portata.
La migrazione è per tutti un evento cruciale, da non sottovalutare, da preparare con cura, poiché segna l'avvio di un nuovo capitolo nella storia familiare e l'inizio del nuovo viaggio nel mondo che li accoglie. Viaggio da sostenere nelle sue tappe, da facilitare nelle conquiste e da aiutare nelle soste, poiché comporta per i minori che ne sono coinvolti fatiche aggiuntive, ostacoli e sfide da superare.
Crescere tra due culture, come avviene per i figli di immigrati nel nostro paese, costituisce una eccellente opportunità: è la preziosa occasione di impadronirsi di una doppia ricchezza, quella di due mondi che possono rendersi fertili a vicenda.
Tuttavia, perché questa opportunità possa venire colta appieno, è necessario che i minori di origine straniera trovino le condizioni per superare alcune difficoltà che possono incontrare sul loro cammino. Alcuni di questi ostacoli dipendono dalla situazione sociale e migratoria in cui essi si trovano, altri da specifiche dinamiche legate proprio al crescere tra due culture.
Sia per la situazione sociale che per quella migratoria, i minori stranieri si possono trovare in situazioni assai differenziate. E' utile tenerlo presente, perché a diverse condizioni si accompagnano fattori di volta in volta favorevoli od ostacolanti la felice crescita psicologica dei bambini.
Per queste differenti condizioni di partenza si possono distinguere:
- bambini nati in Italia da genitori con regolare permesso di soggiorno.
Questa è senz'altro la condizione più favorevole. I piccoli crescono, sostanzialmente come i bambini italiani, imparano facilmente la lingua e la loro socializzazione viene agevolata fin dai primi anni di vita. Non conoscono traumi di separazione e di dislocazione nello spazio, e le loro eventuali difficoltà possono far capo essenzialmente alla gestione delle dinamiche interculturali;
- bambini immigrati con i genitori. Si tratta in questo caso di piccoli che conoscono il trauma di una separazione dal loro mondo di origine. Conoscono un “prima” e un “dopo” che devono connettere, e questo non è sempre agevole, soprattutto se l'evento migratorio interviene durante la fase del loro sviluppo.
In questo caso attraversano un trauma doloroso, fatto di separazione da persone care, dal contesto in cui sono cresciuti, per essere innestati in un ambiente nuovo, nei cui confronti spesso sperimentano una sensazione di profonda estraneità.
Essi, oltre tutto, non sono sostenuti dalle intense motivazioni che hanno spinto i loro genitori a migrare, ma vivono il viaggio come qualcosa che subiscono passivamente (?), e non di rado lo possono percepire come una vera e propria violenza. Siccome a volte incolpano di questa violenza subita i loro genitori, questo può determinare conflitti familiari, tanto più difficili da gestire quanto meno i genitori sono consapevoli di quanto sta avvenendo;
- minori ricongiunti (?). I bambini che giungono in Italia a distanza di tempo dai loro genitori attraversano almeno per la seconda volta un momento di sradicamento, segnato da fratture e cambiamenti improvvisi. Non sono loro a scegliere inizialmente il primo distacco dai genitori, e ancora non sono loro a scegliere di separarsi in un secondo tempo dalle figure significative con cui hanno condiviso gli ultimi anni di vita.
Questi minori subiscono un trauma iniziale non indifferente, anche se non facilmente quantificabile, qual' è quello della separazione dalla madre, solitamente a sei mesi di vita, in un momento decisivo, come ben sanno gli psicologi dell'età evolutiva, nel costruire una efficace relazione di attaccamento. A questo aggiungono, verso i sette o gli otto anni, un'ulteriore separazione vissuta in modo anche più drammatico. Essi vengono strappati da una famiglia che è quella che li ha cresciuti, e in cui esistono in genere due “genitori affettivi” (ad esempio i nonni), per essere “adottati” dai loro genitori biologici che però, sul piano affettivo, possono essere dei perfetti sconosciuti. E' una situazione ad altissimo rischio: è come creare artificialmente dei piccoli orfani, che vengono poi forzatamente adottati. Quasi tutti i bambini che passano attraverso questo percorso incontrano una sofferenza profonda e un conseguente disagio psicologico;
- figli di genitori non in regola con il permesso di soggiorno. Fortunatamente questi minori non sono molti, perché in genere la presenza di bambini nelle famiglie immigrate avviene dopo che c'è stato un buon radicamento sociale, espresso dall'ottenimento del permesso di soggiorno e di una condizione lavorativa relativamente stabile. Tuttavia, esistono minori che vivono nel nostro paese con genitori irregolari. Questa condizione si accompagna, con grande frequenza, a situazioni di emarginazione socio-economica (povertà, precarietà abitativa, genitori in condizioni di stress) che costituiscono un fattore di alto rischio sia per il raggiungimento del benessere psicologico sia per la loro integrazione;
- figli di rifugiati. Il rischio, per questi bambini, è quello di vivere con genitori molto provati sul piano psicologico. I rifugiati sono spesso stati vittime di violenze, a volte di torture, che possono aver danneggiato il loro equilibrio psichico e quindi la loro capacità di occuparsi efficacemente dei figli;
- minori orfani. Perdere i genitori è sempre una situazione gravissima per ogni bambino. Tuttavia, per i figli di immigrati può essere ancora più catastrofico che per un piccolo italiano. Questo perché, nella maggior parte dei casi, le famiglie di origine straniera sono nucleari, mancano le relazioni familiari allargate, e i piccoli hanno quindi meno possibilità di trovare figure genitoriali vicarianti (nonni, zii) che possano aiutarli a superare in qualche modo l'evento luttuoso.
L'equilibrio fragile su cui si reggono le famiglie di immigrati può venire messo in crisi, per le stesse ragioni, anche senza arrivare alla morte di un genitore: basta una malattia, o un infortunio, perché l'intero gruppo si trovi in serie difficoltà;
- bambini stranieri adottati, che sfuggono all'osservazione di chi si occupa di famiglie immigrate, perché vengono immediatamente rubricati come italiani, ma che tuttavia spesso soffrono di problemi non dissimili da quelli dei figli di immigrati, che si vanno ad aggiungere a diversi livelli di sofferenza psichica legati alla loro preesistente storia di vita che li ha condotti alla condizione di adattabilità;
- minori nomadi. Spesso con cittadinanza italiana, che costituiscono un gruppo sui generis, spesso con gravi problemi per quanto riguarda la prevenzione e l'assistenza
medica e sociale, anche se con un buon grado di integrazione psicologica all'interno della propria comunità;
- infine i cosiddetti “minori non accompagnati” (?), giovani adolescenti che hanno tentato l'avventura migratoria per conto proprio, talora in contatto con le organizzazioni criminali, e che si trovano a dover fronteggiare notevoli complessità non solo di natura giuridica, ma anche psicologica: quella di percepire se stessi come adulti mentre la società italiana li considera ancora, a tutti gli effetti, poco più che bambini.
Se si parla di forte disagio psicologico e di difficoltà d'integrazione per i minori stranieri “accompagnati”, il problema si acuisce parlando di quei minori che invece giungono in Italia soli, in quanto sono i più colpiti in termini di sradicamento e di scarsa integrazione. Le loro prospettive per il futuro risultano ancora più incerte poiché, potendo ottenere soltanto un permesso di soggiorno per “minore età” (?) , con il conseguimento dei diciotto anni possono essere facilmente espulsi verso il paese d'origine, oppure cadere nell'illegalità.
La definizione di minore straniero non accompagnato contenuta nella norma regolamentare del Comitato per i Minori Stranieri (?) è di recente formulazione e definisce « minore straniero non accompagnato presente nel territorio dello Stato, il minorenne non avente cittadinanza italiana o di altri Stati dell'Unione europea che, non avendo presentato domanda di asilo, si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato privo di assistenza e rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili in base alle leggi vigenti nell'ordinamento italiano ».
Dai dati del Comitato per i Minori Stranieri risulta che nel settembre 2003 in Italia erano presenti circa 7900 minori non accompagnati con e senza permesso di soggiorno (?).
I paesi di maggior provenienza sono la Romania ( il 37,2% dei minori non accompagnati sono di origine rumena) il Marocco ( 20,1% ) e l'Albania (16,8%) (?). L'età dei minori è compresa tra i 15 e i 17 anni ( 82% ) di cui il 68% è fra i 16 e i 17 e l' 84% di essi sono maschi.
La maggior parte di essi sono inviati dai propri genitori, o sono partiti per sfuggire a situazioni di disagio economico o spinti dai compagni per una forte avventura (?). Questi paesi vedono una situazione in cui le strutture e le risorse non sono sufficienti a garantire il benessere della maggior parte della popolazione. (?)
I minori non accompagnati giungono clandestinamente in Italia e trovano rifugio presso connazionali, in abitazioni di fortuna, in condizioni igieniche precarie.
Dalle informazioni raccolte presso i Centri di Pronto Intervento, si registra che molti di questi ragazzi hanno cercato di lavorare come sfasciacarrozze perché offrono posti per dormire, negli autolavaggi, nelle campagne come pastori o braccianti per la raccolta di pomodori, olive, frutta, per accudire animali, nei cantieri come manovali, nei trasporti come facchini etc. Tutti lavori in nero e sottopagati. Altri ragazzi cadono nelle reti di manovratori che li utilizzano per compiere reati. (?)
Da questi dati emerge che la tipologia dei minori non accompagnati ha degli elementi comuni, per quanto riguarda l'età, la scolarità (8 anni di scuola) ed il percorso migratorio condotto.
I minori vengono accolti presso Centri di Pronto Intervento Minori ( CPIM ) che, dall'ottobre dell'1988 al giugno del 2003, hanno accolto circa 3500 adolescenti.
Le maggiori richieste che presentano i ragazzi presso i centri in cui vengono accolti riguardano in primo luogo la regolarizzazione, poi il lavoro. Non ammettono il rimpatrio perché non vogliono deludere le aspettative dei loro genitori.
I minori operano delle scelte adulte ma si trovano a richiedere interventi non solo assistenziali e di segretariato sociale, ma di vero e proprio sostegno in un momento particolarmente delicato del loro sviluppo. Sono consapevoli del loro disagio e della forte difficoltà all'integrazione.
Mostrano spesso resistenza alla frequenza di corsi d'italiano, a corsi di formazione professionale, aggravata spesso dalla difficoltà di socializzazione e sono demotivati nell' apprendimento di informazioni utili al loro futuro impegno sociale. Le difficoltà di adattamento al contesto comunitario sono in parte interpretate come difesa del disagio. Il contesto sta chiedendo loro troppo rispetto allo sviluppo maturativo, alle competenze e alle abilità sociali e di ciò ne hanno preso piena coscienza. Nel tentativo di diventare autonomi lasciandosi alle spalle affetti, cultura, modi di fare, lingua, si trovano di fronte a richieste di comportamento alle quali non sono in grado di rispondere adeguatamente. Ciò li porta a sviluppare atteggiamenti assistenzialistici e di immobilismo, cosicché i centri di accoglienza diventano vere e proprie sale di attesa.
1.4 Un' identità difficile
Nei percorsi migratori, al di là dei problemi contingenti, si presentano anche problemi di carattere simbolico, effetto delle nuove dinamiche sociali caratterizzate dal confronto e dalla convivenza di popolazioni differenti e tra etnie e culture diverse. L'identità etnica diventa un'importante risorsa alla quale attingere nella dimensione del multidimensionale incontro-scontro originato dai movimenti migratori (?).
Nella ricerca di punti fermi, il minore che emigra si trova in una condizione più problematica rispetto agli altri, aggravata dal fatto che, prima nel paese d'origine, poi nel paese d'arrivo, non ha avuto esperienze familiari, sociali, culturali che gli hanno consentito la formazione e il mantenimento di proprie radici, ma ha vissuto una forma di frattura. L'affermazione della propria identità etnica, non appare solo l'espressione di un atteggiamento difensivo, ma sovente diventa una manifestazione simbolica, di cui peraltro la comunità d'arrivo poco o nulla conosce. Ciò implica molte difficoltà a mantenere con coerenza gli elementi costitutivi del modello culturale d'origine, con possibili conseguenze a livello d'integrità psicologica del soggetto (?).
Il minore si trova nella necessità di dover risolvere al più presto il complicato rapporto con il proprio passato e con il paese d'origine, anche se nato nel paese in cui si trova a vivere. La costruzione dell'identità di questi bambini coinvolge nel suo processo, soggetti che appartengono a mondi culturali ed etnici differenti. Questo implica che ai bambini stranieri o di origine straniera non è concessa la possibilità di avere un'unica identità etnica, proprio perché l'esperienza migratoria, sia diretta che indiretta rappresenta per loro un elemento di lacerazione identitaria.
In questo caso, la famiglia svolge un ruolo fondamentale, soprattutto in quella che i sociologi definiscono la fase di socializzazione primaria che si compie nei primi anni di vita. Nel corso invece della socializzazione secondaria sono attivi agenti diversi da quelli familiari, che pongono valori e ruoli spesso differenti da quelli elaborati nella fase precedente. In questa seconda fase diventa centrale la comunità d'appartenenza, che conosce i propri modelli culturali e difficilmente conosce o riconosce quelli portati dai nuovi arrivati.
Indubbiamente il rapporto tra il paese d'arrivo e il paese d'origine si sviluppa in maniera ambigua. Accanto ad un' identità etnica originaria, i ragazzi e le ragazze in un secondo momento entrano in contatto con altre proposte d'identità proposte dalla comunità d'arrivo. Se da parte degli appartenenti al gruppo l'etnicità viene considerata un dato, ereditato e da conservare gelosamente, da condividere e da
trasmettere quanto più possibile inalterato alle successive generazioni, l'analisi globale di una società multietnica mostra come essa sia più il frutto di una scelta, sottoposta ad un continuo processo di invenzione e reinvenzione per dinamiche interne, ma soprattutto per il confronto con gli altri gruppi. L'identità culturale non può ritenersi qualcosa di automaticamente acquisito e trasmesso sotto il segno della tradizione: è una scelta, in quanto la maggiore o minore accettazione di tutti o di alcuni caratteri ritenuti alla base dell'etnicità deriva da strategie attuali e sempre negoziabili controllate da élite interne ai gruppi, espresse e realizzate nei confronti degli altri gruppi.
Essere un figlio di immigrati non comporta un'automatica e semplicistica ascrizione ad un determinato gruppo etnico, poiché i fattori che influiscono sulla formazione dell'identità sono molteplici.
È forse per queste constatazioni che gli studiosi definiscono la seconda generazione di immigrati, “ la generazione del sacrificio”, quella che paga maggiormente i costi psicologici dell'immigrazione senza riuscire ad ottenerne i benefici.
 Le possibili soluzioni adottate dai minori nel processo di costruzione dell'identità
L'ipotesi di fondo è che i bambini stranieri o di origine straniera sono sottoposti ad un duplice processo di acculturazione e socializzazione, che determina, tra l'altro, una lacerazione dell'Io, diviso tra istanze culturali e affettive in conflitto: quella di cui sono portatori i genitori e quella del paese d'arrivo. Al minore è affidato il difficile compito di mediare tra due mondi lontani, che tra l'altro tendono a proporre modelli d'identità etnica estremamente pericolosi: la famiglia rischia di proporgli un'etnicità simbolica mummificata, e la società d'arrivo invece un'etnicità folklorica e di esclusione (?). Il minore si trova così a dover evitare i rischi connessi
all'eventuale accettazione delle identità etniche proposte e a dovere cercare di proporne una propria, operazione estremamente complessa ed articolata.
In questa realtà il minore straniero tenta di ricomporre le lacerazioni che si trova a vivere, adottando una delle quattro soluzioni (?) che qui di seguito verranno esposte. Esse presentano numerose sfacettature , che dipendono da molteplici fattori che intervengono nelle relazioni instaurate tra i vari soggetti : lo straniero, la sua famiglia, la società di partenza, la società d'accoglienza, le comunità di connazionali presenti nel paese d'arrivo etc.
La prima soluzione adottata dal minore straniero può essere la cosiddetta resistenza culturale. Il termine resistenza sottolinea l'atteggiamento assunto dallo straniero nei confronti della società d'arrivo e il suo tentativo di fare riferimento, prevalentemente od esclusivamente, alla cultura e all'identità etnica originaria proposta dai genitori, accettandone i molteplici aspetti, che vanno dalla lingua alla cucina, dall'abbigliamento al modo di comportarsi nella società. Da questa prospettiva, anche le amicizie tendono ad essere ridotte al minimo nei confronti dei coetanei non connazionali, fatto che determina una forte propensione alla formazione di sottogruppi nei quali i momenti di scambio e di confronto con l'esterno si riducono all'indispensabile, mantenendo invece all'interno della famiglia aspetti tradizionali assai radicati. Si tratta di vere e proprie “comunità incapsulate” che spesso abitano in zone circoscritte.
La resistenza culturale rappresenta un momento di rafforzamento dell'identità etnica, che però non deve condurre ad una chiusura ghettizzante, ma ad un pluralismo multiculturale che garantisca il rispetto delle diversità.
Il rischio di tale soluzione è evidente perché se non viene adeguatamente affrontata e gestita finisce per far sentire i minori sempre e comunque stranieri ed “altri” nel paese d'arrivo.
La seconda soluzione è invece, all'opposto della prima, legata al processo di assimilazione. Il minore straniero in questo caso aderisce pienamente alla proposta identitaria della società d'arrivo e rifiuta o meglio rinnega la propria cultura d'origine. I vantaggi di tale soluzione sono costituiti dalla forte volontà di apprendimento e adattamento al paese d'accoglienza e dalla quantità e qualità degli scambi con gli autoctoni. I rischi sono, invece, la possibilità di svalorizzare parti di sé, l'aumento della conflittualità nei confronti dei legami familiari e la rottura fra le generazioni. Nel processo di assimilazione si viene poi a creare una situazione per molti versi paradossale: da una parte, il modello culturale dominante nel paese d'immigrazione è realmente percepito dal minore come quello vincente, e questo è quello che gli viene proposto nella sua esperienza quotidiana (dalla scuola, alla televisione etc.); dall'altra sono praticamente svanite o non sono mai state realizzate le procedure per una vera assimilazione. Ne consegue una sfasatura tra le aspettative del minore straniero e la disponibilità della società d'arrivo.
La terza soluzione è quella che si può definire della marginalità e che in genere è presentata come la condizione più frequente tra i ragazzi stranieri. L'identità di questi ragazzi risulta confusa, essi vivono ai margini, sia della cultura d'origine, sia di quella d'arrivo, incapaci di proporre una reale proposta identitaria alternativa. Sono coloro che non si sentono di appartenere ad alcuna delle due culture, che si collocano passivamente in entrambe, incapaci di scegliere tra l'affetto familiare e il fascino dell'emancipazione.
Infine la quarta soluzione è quella della doppia etnicità . In genere si tratta di un lento, ma profondo lavoro analitico, in cui l'identità viene formata dal continuo confronto tra i due mondi, la famiglia e la società d'arrivo, confronto che non comporta risoluzioni definitive o estremiste, ma un processo di selezione ed adeguamento. In tal modo il minore riesce ad avere un'identità formata dall'armonizzazione ed integrazione dei valori delle due differenti culture, e soprattutto viene sviluppato un senso di duplice appartenenza.
In genere la doppia etnicità è considerata la soluzione migliore , proprio perché permette al minore un maggiore equilibrio, nonché una maggiore capacità critica, una maggiore obiettività e sensibilità. Si tratta comunque di un equilibrio assai articolato che può essere realizzato soltanto se la società stessa ha sviluppato un'organizzazione multiculturale (o per lo meno bi-culturale) superando anche quel razzismo istituzionale assai difficile da sradicare (?).
L'integrazione è un concetto multidisciplinare e multidimensionale, che ha a che fare con l'acquisizione di strumenti e di capacità, con i rapporti tra individui, riferendosi essa all'incontro di un soggetto con un contesto di altri soggetti, infine con l'integrità del sé, ovvero con la possibilità di ricomporre ed esprimere la propria storia, la propria lingua e la propria appartenenza (?).
Proprio le reali opportunità di scelta dovrebbero essere l'elemento su cui basare una possibile politica di integrazione, capace di rispettare anche le identità e le diversità etniche, che quindi dovrebbero essere intese non come obblighi, ma come scelte.
2.1 Il modello “mediterraneo”
Ciò che contraddistingue il termine integrazione è il suo carattere dinamico. Un percorso che coinvolge due entità distinte: l'individuo che cerca di integrarsi e di coesistere al meglio nel contesto di accoglimento e la società ospitante che lo aiuta, lo lascia fare o lo ostacola nel raggiungere il suo scopo (?).
Il concetto d'integrazione può essere definito come l'inclusione di una nuova popolazione all'interno delle strutture sociali già esistenti nel paese d'immigrazione e la qualità con cui questa si relaziona con la società ospitante. Integrazione significa quindi acquisizione di diritti, possibilità di realizzazione di sé senza ostacoli, costruzione di relazioni sociali e formazione di sentimenti di appartenenza e di identificazione.
Ciò che più caratterizza il caso italiano nel panorama internazionale delle migrazioni è il rapido passaggio dalla condizione di grande paese di emigrazione a quella di paese di immigrazione (?), mentre ancora più recente e lacerante è la presa di coscienza dell'importanza e dell' irreversibilità di questo processo.
Questa trasformazione generazionale è avvenuta però in modo quasi inconsapevole e non ancora del tutto accettato, attestata peraltro dalla natura della produzione legislativa degli ultimi anni. (?)
Il modello d'integrazione italiano, più che un modello progettato e costruito esplicitamente dalle istituzioni politiche, è un modello formato in maniera opaca e poco sistematica. La scarsa regolamentazione istituzionale, costellata di sanatorie anziché di misure governative precauzionali, la debole regia delle istituzioni pubbliche nei percorsi d'accoglienza, l'inserimento nel mondo del lavoro contraddistinto inizialmente da informalità e precarietà, ne sono un segnale e un indice notevoli.
Per il contesto italiano si presenta un modello d'integrazione “mediterraneo”, che caratterizza tutti i paesi dell'Europa meridionale, ma che trova in Italia una delle espressioni più complesse (?). Il recente passaggio da paese d'emigrazione a paese d'immigrazione, l'inserimento iniziale di manodopera straniera nei lavori stagionali agricoli, le frequenti occasioni di rientro dovute ad uno scarso controllo alle frontiere, politiche più permissive che repressive, contraddistinguono i paesi del bacino mediterraneo dagli altri.
Questo ha portato ad un'iniziale assenza di norme regolanti l'immigrazione ed alla seguente reazione allarmistica delle istituzioni tramite emanazione di leggi mirate al contenimento ed alla restrizione dei nuovi ingressi, con la conseguente presenza sempre maggiore di ingressi irregolari.
Un altro elemento caratterizzante il modello mediterraneo è quello della concentrazione degli immigrati in un impiego del terzo settore, in particolare nei servizi alle persone ( colf, badanti, collaboratrici familiari etc. ). Questo richiama un aspetto ulteriore, quello cioè di un immigrazione con un'alta percentuale femminile. Infine un ultimo tratto caratterizzante, consiste nella scarsa possibilità di accesso degli immigrati alle politiche sociali, dovuta non solo all'inadeguatezza degli strumenti legislativi, alla scarsa sensibilizzazione e forse poco concreta accettazione, ma anche al carattere complesso e meno stabile dell'immigrazione in questi paesi.
Il nostro modello si è basato su di un'incorporazione, un patto tacito che ha consentito negli ultimi anni una relativa accettazione degli immigrati nella società italiana, basato su di una “integrazione subalterna” in cui gli immigrati sono ammessi in quanto lavoratori, disponibili ad accettare occupazioni sgradite e ormai rifiutate dai lavoratori italiani. (?)
In un quadro come questo, inserire il futuro delle seconde generazioni di immigrati, dei figli delle “cavie” di questo processo diventa quanto mai una sfida.
Le normative, i servizi, le politiche sociali devono adeguarsi e ben disporsi al nuovo cambiamento, considerando questo come una risorsa, un'occasione di crescita e non un problema da risolvere e “restringere”.
Le recenti modifiche alla legge 40 del 1998 dimostrano come, nonostante sia urgente una normativa adeguata che possa facilitare il percorso d'integrazione degli immigrati entranti e già presenti sul territorio italiano, tali emendamenti rischiano di rendere sempre più precaria la presenza del cittadino straniero in Italia.
Per avere un riferimento normativo, quasi d'obbligo se si vuole inquadrare il modello d'integrazione nel nostro Paese, vediamo brevemente quali sono le modifiche apportate dalla nuova legge n. 189 del 2002. (?)
Una prima modifica consiste nell'ideazione di una nuova terminologia legata al permesso di soggiorno, che viene definito ora “contratto di soggiorno per lavoro subordinato” (?). Questo prevede, come la precedente legge, il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno sulla base di un contratto di lavoro. Un'altra novità all'interno di tale clausola specifica l'obbligo da parte del datore di lavoro, che intenda assumere un lavoratore extracomunitario residente all'estero, di sobbarcarsi l'impegno del pagamento delle spese di rientro nel paese di provenienza, rendendo così meno appetibile l'assunzione di lavoratori extracomunitari.
Il permesso di soggiorno verrà poi rinnovato, se ne sussistono i requisiti, per una
durata massima non superiore a quella stabilita col rilascio iniziale e non più per una durata pari al doppio di quello precedente. (?) Questi emendamenti rendono precario il soggiorno dei regolari.
La nuova legge prevede inoltre la raccolta dei rilievi fotodattiloscopici dei cittadini extracomunitari nei casi di richiesta e rinnovo del permesso di soggiorno (?) e rende operativa, nella quasi totalità dei casi, l'espulsione con accompagnamento immediato alla frontiera riservando l'intimazione a lasciare il territorio dello Stato entro 15 giorni a casi circoscritti (ex. cittadino straniero fermato con un permesso di soggiorno scaduto da più di 60 g .). (?)
Il periodo di divieto al reingresso passa da 5 a 10 anni (?) con facoltà dell'autorità amministrativa di disporre discrezionalmente un'eventuale riduzione del periodo di rientro.
Viene poi allungato il periodo di detenzione nei Centri di Permanenza Temporanea da 30 a 60 giorni (?), quando contemporaneamente non si incentivano gli accordi di riammissione con gli Stati di provenienza per accelerare l'espletamento degli accertamenti d'identità e il rilascio dei documenti di viaggio da parte delle autorità diplomatiche del paese d'origine dello straniero espulso.
Il trattenimento in questo caso risulta vano se non si trovano le vie di collaborazione con le autorità diplomatiche straniere, in grado di svolgere un ruolo chiave nel dare certezza all'identità dello straniero espulso, requisito essenziale per poter rinviare lo stesso nel paese di effettiva provenienza.
Per quanto concerne le disposizioni per il ricongiungimento familiare, vengono poste restrizioni con l'abrogazione dell'articolo della vecchia normativa per cui erano dichiarati come aventi diritto al ricongiungimento familiare i parenti (tutti) a carico entro il terzo grado, inabili al lavoro secondo la legislazione italiana (?). L'abrogazione di tale articolo si pone in netto contrasto con la proposta di direttiva della Commissione Europea (?) che consente invece il ricongiungimento anche a tale categoria. Il campo viene ristretto ai soli figli maggiorenni a carico che non possono provvedere al proprio sostentamento a causa del loro status di salute che comporti invalidità totale. (?)
Si escludono anche dalla possibilità di ricongiungimento i genitori a carico che hanno altri figli. (?) Inoltre si impone al familiare presente in Italia di includere nella documentazione da presentare in Questura, per l'ottenimento del nulla-osta, la documentazione attestante i rapporti di parentela, coniugio e minore età, autenticata dall' autorità diplomatica italiana. (?)
La Legge 40/1998 prevedeva invece che tale documentazione dovesse essere allegata alla domanda di visto d'ingresso e fosse di competenza del solo consolato italiano. L'emendamento introdotto comporta un consistente allungamento dei tempi per i ricongiungimenti familiari e un notevole aggravio della procedura per l'ottenimento del nulla-osta.
Viene abrogato l'articolo relativo alla procedura della “prestazione di garanzia per l'accesso al lavoro”, le cosiddette “sponsorizzazioni”, (?) che rende minore la possibilità di ingresso legale in Italia per lavoro e annulla l'opportunità d'incontro diretto tra domanda e offerta sul mercato, condizione fondamentale per l'instaurarsi di rapporti fiduciari tra lavoratore e datore di lavoro.
La nuova normativa restringe inoltre l'accesso all'edilizia residenziale pubblica con l'abrogazione dell'articolo che dava la possibilità alle Regioni di concedere contributi a Comuni, Province, Consorzi di comuni o Enti morali pubblici e privati per opere di risanamento igienico-sanitario di alloggi di loro proprietà o di loro disponibilità legale, da destinare ad abitazioni di stranieri titolari di carta o permesso di soggiorno. (?)
Il nuovo articolo (?) prevede che “hanno diritto all'accesso agli alloggi di edilizia residenziale pubblica, a parità con i cittadini italiani, gli stranieri titolari di carta di soggiorno e quelli regolarmente soggiornanti in possesso di permesso di soggiorno almeno biennale (?), che esercitano una regolare attività di lavoro subordinato o autonomo”. Ciò significa che non potranno più accedere agli alloggi di edilizia residenziale pubblica coloro che sono iscritti al collocamento e nulla è dato di sapere su cosa possa succedere nel caso in cui un cittadino extracomunitario, titolare di un contratto di locazione presso una di queste strutture, perda il posto di lavoro o si dimetta.
A fronte di queste osservazioni, non si può fare a meno di notare che sebbene l'obiettivo principale della nuova legge è quello di incrementare la prevenzione e la repressione dell'immigrazione illegale, sostanziali modifiche apportate a numerosi articoli della Legge 40/1998 rendono più precaria la presenza dello straniero già presente regolarmente sul territorio, mettendo in crisi il concetto d'integrazione sociale fondamentale per l'inserimento delle seconde generazioni d'immigrati.
2.3 Potenziali ostacoli all'integrazione
I fattori che possono creare ostacoli all'integrazione sono numerosi, tra cui il principale e più influente, è quello della condizione di clandestinità. Ad esso sono associate conseguenze di grave portata, come le precarie e inadeguate condizioni alloggiative, la povertà, la scarsa attenzione per la salute, nonché l'insufficiente o nulla affluenza scolastica (?). In conseguenza della situazione di irregolarità, nonché delle precarie condizioni economiche, le famiglie cambiano spesso la loro abitazione (?) creando forti disgregazioni all'interno di tutto il nucleo familiare, e in particolare ai figli. La regolarizzazione diventa il punto di partenza p45 er proseguire nel percorso d'integrazione, sia per gli adulti, che per i minori.
Solo a titolo di esemplificazione cito il caso emblematico dei minori che giungono in Italia soli ( minori non accompagnati ), privi di permesso di soggiorno, e privi di una qualsiasi figura di riferimento. Questi ragazzi, che partono con un percorso di clandestinità, vivono in una condizione di precarietà estrema. In loro si è visto come è più difficile instaurare dei processi d'integrazione a lungo termine.
Un altro fattore importante è la discriminazione che relega il minore immigrato in una specifica condizione di svantaggio, che va distinta da quella di altre categorie di minori "a rischio", anch'essi svantaggiati ma non "diversi" per la loro origine etnica o di immigrazione. La diversità dovuta all'origine può certo sommarsi, come spesso avviene, allo svantaggio socioeconomico ma permane come stigma che, in quanto tale, conferisce un carattere specifico alla condizione del minore immigrato.
Oltre all'ostilità di un contesto inospitale e al relativo clima di conflitto e violenza - esiti tipici delle pratiche discriminatorie - bisogna poi tener conto di un altro aspetto, per così dire "soggettivo", potenziale rischio di non integrazione del minore immigrato. È noto come l'origine immigrata o l'appartenenza a una minoranza etnica si associno a maggiori difficoltà nel dare pieno e libero sviluppo alle "capacità" del minore. Ne sono esempi emblematici: l'influenza delle barriere linguistiche e culturali; l'azione negativa di stereotipi e pregiudizi su base etnica e razziale; la non condivisione con i valori delle componenti sociali maggioritarie. Esempi peraltro supportati dalle evidenze statistiche che mostrano le difficoltà scolastiche cui questi soggetti vanno incontro; oppure la loro minore rappresentanza nelle posizioni di maggior rilievo in ambito lavorativo, artistico o, comunque, nelle professioni per le quali è richiesto un più alto grado di formazione. Anche da questo punto di vista, il portato di diversità culturale - seppure, per altri versi, rappresenti una ricchezza - si traduce in una sorta di handicap (in rapporto ai livelli di performance imposti dal contesto ospite o maggioritario) che caratterizza in modo specifico i minori immigrati (rispetto ad altre categorie di soggetti) e configura ulteriori elementi di difficoltà e svantaggio per poter raggiungere quel grado d'inserimento auspicabile in una società democratica fondata sul rispetto dei diritti.
2.4 Come promuovere l'integrazione e il benessere psicologico dei minor i
Una domanda che sorge spontanea in questo quadro è quella di capire come si può svolgere un'azione preventiva per lo sviluppo e l'integrazione dei minori.
Questi ragazzi hanno bisogno di essere aiutati e sostenuti, affinchè sappiano sfruttare al meglio le loro risorse e la loro condizione di bi - culturalità. Un primo tipo di aiuto è quello di identificare e seguire con occhio attento i piccoli più bisognosi di benessere psichico (?). Saper riconoscere i ragazzi in condizione di maggior svantaggio significa poterne cogliere i segnali di maggior disagio e poter intervenire con loro, e, se possibile, con le loro famiglie, per avviare dei percorsi psicosociali, psicopedagogici, e psicoterapeutici per garantirne la tutela. (?)
Da questo primo accorgimento si passa ad uno scalino superiore, di tipo sociale: favorire l'integrazione degli immigrati nel nostro contesto sociale. (?) Maggiore è il grado di accoglienza nel nostro Paese, minori saranno le tensioni tra famiglia e società, e migliore sarà il contesto di crescita dei figli. Per fare questo è necessario intervenire a livello legislativo ed amministrativo da un lato, e diffondere un comune senso della cultura dell'accoglienza in tutta la società civile.
Un altro punto molto importante per lo sviluppo del minore è di tipo psicopedagogico. I minori stranieri, che soffrono più di ogni altro di crisi identitarie, hanno bisogno di essere aiutati nell'emersione di un senso di doppia appartenenza: da una parte quella legata al paese di origine e dall'altra quella del paese d'arrivo. Sembra questo il vero segreto dell'integrazione. (?) La nuova vita nel paese d'arrivo rappresenta, dal punto di vista dei processi identitari, una doppia possibilità. L'investimento di energia psichica sui valori, gli artefatti, le persone della nuova cultura può, a medio e lungo termine, rappresentare una fonte di conflitto, di dolore, addirittura di patologia psichica; in direzione opposta, può costituire invece l'occasione di esperienze soggettive buone, attraverso le quali il minore ricostruisce in modo positivo un'identità nuova, composta da elementi del passato ed elementi originali, legati al nuovo contesto ed alla nuova società. (?)
Da questo punto di vista i luoghi principali per un'azione efficace sono quelli della socializzazione: la scuola, soprattutto, ma anche gli spazi d'aggregazione, i centri sportivi, i luoghi d'incontro del doposcuola, etc. Qui i minori hanno la possibilità di confrontarsi con la nuova realtà in cui sono immersi e di cui ne sono loro stessi gli attori.
In generale è più utile intervenire a livello collettivo, piuttosto che sul singolo bambino. Interventi pedagogici personalizzati, in un contesto in cui il ragazzo è l'unico straniero, possono essere controproducenti perché sottolineano la diversità del soggetto rispetto ai suoi compagni, il che rappresenta un rischio. Mentre in un gruppo eterogeneo, un lavoro sulle specificità di ognuno può divenire un'occasione per la valorizzazione delle diversità tramite una condivisione delle stesse.
In questo ambito un lavoro di educazione alla multiculturalità risulta promettente. Conoscendo e apprezzando la ricchezza della diversità, il ragazzo può ricevere il “permesso” di non rinunciare alle proprie radici, ma a valorizzarle e considerarle preziose. Parallelamente è utile promuovere un senso di appartenenza alla realtà locale per cui i minori stranieri si sentano considerati italiani a tutti gli effetti, in modo da poter progettare un futuro nel luogo in cui, con ogni probabilità, rimarranno per sempre.
(?) Graziella Favaro, pedagogista, in La difficoltà del crescere: minori stranieri e tutela, Atti del corso, Provincia di Milano -Settore alle politiche sociali 2003
(?) Tahar Ben Jelloun
(?) Istituto psicanalitico per le ricerche sociali, Integrazione ed identità dei minori immigrati, p.6
(?) Vedi nota 3
(?) E.J.Anthony, C.Chiland, C.Koupernik, L'enfant dans sa famille, l'enfant vulnerable , Puf, Paris 1982
(?) M.R.Moro, Bambini in cerca di aiuto. I consultori di psicoterapia transculturale , UTET- Torino, 2001
(?)Resilienza: «capacità di un materiale di resistere ad urti improvvisi senza spezzarsi». Definizione presa da Zingarelli 2005
(?) La distinzione così dettagliata delle diverse esperienze migratorie e psicologiche dei minori stranieri è stata in parte presa da Marco Mazzetti, in La difficoltà del crescere: minori stranieri e tutela, Atti del corso 2003, Provincia di Milano – Settore Politiche sociali, pp.70-73
(?) Qui spicca la definizione data a questi minori da T.Ben Jelloun che li chiama génération involontarire.
(?)Come specifica M.Ambrosini, questi a loro volta possono essere distinti tra quanti sono giunti in età prescolare e quanti sono arrivati in Italia dopo aver iniziato il processo di apprendimento scolastico in un altro paese, in Seconde generazioni - Un'introduzione al futuro dell'immigrazione in Italia, Fondazione Giovanni Agnelli , Torino 2004, p.6
(?) Il tema qui accennato viene ripreso e approfondito nel paragrafo successivo. Vedi paragrafo 1.3
(?) Se concesso dal Comitato Minori Stranieri.
(?) Art.1,2 DPCM535\99
(?) I dati qui riportati riguardano i minori segnalati, quindi visibili.
(?) Comitato per i Minori Stranieri, Anno 2003
(?) N. A. La Gamba , Responsabile Centri di Pronto Intervento Minori della Caritas di Roma.
(?) A.Bruni C. Durso, operatrici del servizio C.O.M.E (Centro Orientamento Minori Stranieri ) a Firenze.
(?) Vedi nota 10
(?) Lazzarini G., La società multietnica, FrancoAngeli, Milano, 1993, pp.62-63
(?) Sogna Bedogni, Minori stranieri tra disagio e integrazione nell'Italia multietnica - Uno sguardo antropologico . L'Harmattan Italia, Torino 2004, p.26
(?) Presidenza Consiglio dei Ministri – Dipartimento Affari Sociali. Un volto o una maschera? I percorsi di costruzione dell'identità. Rapporto 1997 sulla condizione dell'infanzia e dell'adolescenza , Centro Nazionale di Documentazione ed Analisi sull'Infanzia e l'Adolescenza, Istituto degli Innocenti, Firenze,1997
(?) Ibidem p.14
(?) Moyersoen J., Minori stranieri non accompagnati:quali percorsi di integrazione , in Al passo del loro crescere, Atti della prima conferenza regionale sui diritti dell' infanzia e dell'adolescenza, Regione Friuli Venezia Giulia, Udine, 7-9 novembre 2005
(?) G. Zincone, Secondo rapporto sull'integrazione degli immigrati in Italia , Il Mulino, Bologna, 2001, p. 86
(?) Riferimento a M.I. Macioti ed E. Pugliese, L' esperienza migratoria. Immigrati e rifugiati in Italia , Roma-Bari, Laterza 2002. Frase questa che viene riportata spesso quando si parla del fenomeno migratorio italiano.Forse una delle maggiori peculiarità del caso italiano è proprio questa.
(?) Per questo si rimanda al paragrafo succesivo
(?) E. Pugliese, L'Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne , Il Mulino, Bologna, 2002 p.95
(?)M. Ambrosini, S. Molina, Seconde Generazioni- Un'introduzione al futuro dell'immigrazione in Italia, Fondazione Agnelli , 2004, p.17
(?) Da Monica Molteni, giurista della Caritas Ambrosiana . Osservazioni in merito alla nuova legge n. 189/2002 di modifica alla normativa in materia di immigrazione ed asilo
(?) Art. 5-bis della Legge 189 del 2002 (La cosiddetta Bossi Fini), all'interno del Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell' immigrazione e norme sulla condizione dello straniero.
(?) Art. 5, comma 4 del T.U.
(?) Art.5, comma 2-bis, 4-bis e Art. 6, comma 4.
(?) Art. 13 del T.U.
(?) Art. 13 comma 14 T.U.
(?) Art. 14 comma 5 del T.U.
(?) Ex Art. 27 comma 1 d) del T.U. abrogato con la nuova legge 189/2002
(?) Direttiva COM 2000 n° 624
(?) Art. 27 comma 1 b-bis) T.U.
(?) Art. 29 comma 1 c) del T.U.
(?) Art. 29 comma 7 del T.U.
(?) Ex Art. 21 del T.U.
(?) Ex Art. 38 comma 5 del T.U.
(?) Art. 40 comma 6 dell'attuale legge sull'immigrazione.
(?) Nel vecchio articolo non veniva specificato il periodo di possesso del permesso di soggiorno.
(?) S.Bedogni, Minori stranieri tra disagio e integrazione nell'Italia multietnica , L'Harmattan Italia, 2004, p.83
(?) In questo caso non si ha diritto d'accesso alle strutture d'edilizia pubblica. Vedi Capitolo 2.2.
(?) Fra questi risultano in prima fila i minori non accompagnati
(?) “ I percorsi possibili. Esperienze e reti di opportunità ”, a cura di Marco Mazzetti, psicologo del Centro di psicologia e analisi trnsazionale di Milano, in La difficoltà del crescere: minori stranieri e tutela , Atti del corso, Provincia di Milano – Settore Politiche sociali, , Milano, Ottobre-Dicembre 2003, p.69
(?) Ibidem, p. 76
(?) Ibidem
(?) " Minori soli: integrazione e diritto alla progettualità ", a cura di Paolo Inghilleri, etnopsichiatra – Università di Verona, in La difficoltà del crescere: minori stranieri e tutela , Atti del corso, Provincia di Milano- Settore Politiche Sociali, Milano, Ottobre-Dicembre 2003, p.79

References: sui generis
 Art.1
 Art. 5
 Art. 5
 Art.5
 Art. 6
 Art. 13
 Art. 13
 Art. 14
 Art. 27
 Art. 27
 Art. 29
 Art. 29
 Art. 21
 Art. 38
 Art. 40