Source: http://bultrini.blogautore.repubblica.it/2013/12/20/un-giallo-usa-india-e-i-diritti-dei-loro-popoli/
Timestamp: 2019-05-20 18:29:28+00:00

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Un giallo Usa-India e i diritti dei (loro) popoli - Asiaticom - Blog - Repubblica.it
Il caso diplomatico che sta distruggendo decenni di buone relazioni tra gli Stati Uniti e l’India, alleati perfino nei delicati settori dell’energia atomica e della lotta al terrorismo, sembra aver sostituito sui media del Continente le polemiche sulla sentenza della Corte Suprema che ha praticamente messo fuorilegge i gay, col rischio di arresto e condanna fino a 10 anni per ogni rapporto sessuale tra persone dello stesso sesso.
L’arresto e la perquisizione corporale della vice console indiana negli Usa Devyani Khobragade (nella foto d'archivio e, sotto, dopo la disavventura), accusata dalla polizia americana di aver falsificato i documenti del visto Usa per sottopagare una baby sitter, ha evidentemente colpito l’orgoglio di una èlite e di una media borghesia che è fiera di essere indiana ma abitualmente abusa delle donne di servizio con salari infimi e poche ore di riposo, senza contare i casi di violenza che hanno riempito le cronache di questo ultimo anno. E’ un fatto comunque che l’attenzione e il furore delle istituzioni indiane si siano concentrati soprattutto sul fato di una persona anziché su quello di milioni. “Non è tanto la sorte di un individuo – ha detto infatti il ministro degli Esteri indiano commentando la notizia in Parlamento – ma del nostro sentimento come nazione e del nostro posto nel mondo".
Parole grosse, nonostante nella realtà la vasta maggioranza della popolazione non legga i giornali né usi Internet, comprese le ragazze e le donne che lavorano nelle case dei ricchi, un po’ perché non gli è permesso, un po’ perché la gran parte non conosce la scrittura inglese o hindi. Tra gli stessi lavoratori che guardano talvolta la tv, non saranno probabilmente molti quelli interessati alle disavventure di una Vip all’estero, e ancora meno quelli istintivamente portati a solidarizzare con lei. Nemmeno tenendo conto che Devyani è una dalit – o fuoricasta – come molti dei domestici a lavoro nero in India, pur avendo avuto la possibilità di salire parecchi gradini aldisopra di altri esponenti del suo ceto, potendo lavorare con una certa agiatezza in America, oltre che in Italia, in Pakistan e in Germania.
Devyani è anche abbastanza nota per le sue attività a favore dei diritti umani e specialmente delle donne e delle caste più deboli. Eppure secondo la legale americana della baby sitter, aveva “sfruttato e sottopagato” la sua collaboratrice, né più né meno che il suo collega ex Console negli Usa - denunciato per "lavoro forzato" - e altri datori di lavoro indiani accusati perfino di aver ucciso di botte i domestici, come nel caso recente della moglie di un parlamentare.
Fatto sta che le autorità indiane hanno messo in atto una serie di rappresaglie per ripristinare la dignità ferita – quella di Deyani e dell’India nel suo insieme - davanti agli occhi del proprio Paese e del mondo intero, con tanto di ritiro delle credenziali degli addetti consolari americani e la rimozione delle transenne di protezione all’ambasciata Usa di Delhi. Adeguata o sbagliata che sia, la dura reazione indiana alla persecuzione penale della viceconsole appare comunque decisamente sproporzionata rispetto al generale silenzio che circonda la ben più vasta e seria sorte di omosessuali, lesbiche e transessuali dopo la sentenza della Corte Suprema con la quale si definisce il rapporto tra persone dello stesso sesso “contronatura” e pertanto punibile col carcere.
Sebbene il ministro indiano della Giustizia e la stessa leader del Congresso al governo Sonia Gandhi abbiano a parole definito la sentenza “arcaica” e promesso un’ordinanza di depenalizzazione che dovrà entro 6 mesi essere avallata dal Parlamento, ben poco è stato fatto al di là delle dichiarazioni pubbliche per esprimere quantomeno lo stesso sdegno che ha portato alle ritorsioni diplomatiche anti-americane dopo l’arresto e la perquisizione della viceconsole a New York.
Forse perché i giudici supremi sono a loro volta indiani ed esprimono un sentimento comune a parecchi concittadini di vedute ristrette e poco liberali, come dimostrano le reazioni del partito ultraortodosso hindu del BJP, che per bocca del suo presidente Rajnath Singh ha definito il sesso gay "un atto innaturale che non può essere supportato", ricalcando di fatto le parole dei giudici, mentre un suo collega ha accusato del fenomeno “l’influenza dei costumi occidentali”. Non solo. In una strana e ibrida alleanza trasversale tra esponenti religiosi tradizionalmente ai ferri corti su tutto, lo stesso giubilo alla sentenza è stato espresso da una delle principali organizzazioni islamiche indiane, secondo la quale l’omosesualità “è contraria ai principi e valori tradizionali dell’India”.
E’ in questo clima che lo stesso Segretario di Stato Usa John Kerry – un esponente democratico noto per le sue campagne sui diritti umani – ha evitato del tutto l'argomento gay ma ha espresso il suo “rammarico” per il trattamento riservato alla signora Devyani. Niente scuse formali dunque, negate decisamente anche da una portavoce del Dipartimento di Stato che esclude un ripensamento americano e dice che il processo andrà avanti, fino eventualmente alla condanna per la falsificazione dei dati del visto che prevede fino a 15 anni.
Nessun tentativo nemmeno di ricucire i rapporti diplomatici deteriorati, anche se la stessa portavoce ha confermato che c’è stato un intenso scambio di contatti di qua e di là dall’Oceano: ”Siamo impegnati in lunghe conversazioni fin dall’estate con il governo indiano su questo problema a Washington, a New York, a New Delhi". Dunque del caso si parla ben prima dell’arresto e del clamore internazionale che ne è seguito. Ma da parte americana, la patria del diritto che non manca di redarguire il resto del mondo quando si viola la libertà di singoli e popoli, solo una generica nota di critica è stata diffusa per contestare la sentenza della Corte Suprema contro una fascia consistente della popolazione indiana. Eppure Barak Obama è perfino giunto a mandare una lesbica a capeggiare la delegazione olimpica americana ai Giochi d’Inverno di Sochi, per dare uno schiaffo morale all’omofobo leader russo Vladimir Putin.
La foto del bacio di questo gay sikh americano in reazione alla sentenza è stata prima camcellata e poi rimessa in pagina da facebook
Ai gay del grande Continente – privi di un consistente e solidale supporto internazionale - non resta dunque che aspettare in completo choc una mossa del proprio governo contro la norma che li rigetta nell’ombra e nella paura. Solo negli ultimi 4 anni, dopo una sentenza dell’Alta Corte di Delhi che depenalizzo’ il reato, i gay avevano iniziato a vivere in relativa libertà e spesso a dichiararsi tali ai loro stessi familiari e agli amici, sebbene con la discrezione imposta dall’etichetta morale di una società che non è mai stata troppo tollerante.
Ma nonostante la promessa che il governo “farà del tutto” per trovare una via legale alla depenalizzazione, la resistenza dei fondamentalisti religiosi e un'eventuale cautela della stessa maggioranza del Congresso per paura di perdere voti nel 2014, potrebbe se non impedire, quantomeno ritardare il provvedimento. Con le conseguenze che ognuno puo’ immaginare, per il reingresso in clandestinità di una massa consistente di persone ora soggette a severe pene detentive per un rapporto sessuale e già penalizzate in genere dall’essere nate in un Paese di enormi tabù come l’India. Non il solo certamente, ma l’unico che ama fregiarsi del titolo di “più grande democrazia del mondo”.
Tag: Diplomazia, Diritti umani, Gay, India, Stati Uniti

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