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Timestamp: 2016-06-25 03:33:05+00:00

Document:
Thyssenkrupp: le pene sono da rideterminare
29 aprile 2014 - Cat: Sentenze commentate
La sentenza della Corte di Cassazione sull’incendio alla Thyssenkrupp del 6 dicembre 2007 sottolinea le responsabilità, ma annulla le condanne con rinvio per una loro rideterminazione e conferma la derubricazione da omicidio volontario a omicidio colposo.
Roma, 29 Apr – Nella notte del 24 aprile 2014 è arrivata l’attesa sentenza della Corte di Cassazione che a Sezioni unite ha riconosciuto la colpevolezza di tutti i sei imputati per gli incidenti seguiti all’incendio della Thyssenkrupp di Torino ma ha annullato le condanne con rinvio ad un nuovo dibattimento per ridefinire le pene.
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Prima di arrivare al dettaglio
della sentenza della Cassazione è bene
fare una breve sintesi di quanto
accaduto in questi anni in relazione all’incidente di Torino del 6 dicembre
Per l’incendio che provoca ben
sette morti tra gli operai, il dibattimento si apre il 15 gennaio del 2009. Quasi cento udienze, nuovi
protocolli di indagine in materia di infortuni sul lavoro, un’attenzione
mediatica inusuale, l'eccezionalità dei reati contestati ai sei imputati
chiamati a rispondere del rogo: tutti elementi che fin da subito mostrano
quanto tali vicende giudiziarie siano destinate ad avere innumerevoli
conseguenze sui futuri processi
per incidenti sul lavoro.
di primo grado arriva il 15 aprile 2011. Una sentenza storica: viene
condannato l'amministratore delegato Harald Espenhahn a 16 anni e mezzo di
carcere per omicidio volontario con dolo
eventuale (e altri dirigenti a pene dai 10 ai 13 anni di carcere).
Si passa al secondo grado di
giudizio. Il processo
d’appello parte il 28 novembre 2012 e la sentenza arriva il 28 febbraio
2013. La Corte d’Assise d’appello di Torino indica che gli imputati agirono “nella convinzione che gli eventi sarebbero
stati evitati” e arriva alla derubricazione del reato da omicidio
volontario con dolo eventuale a omicidio
colposo con colpa cosciente, con conseguenti riduzioni di pena. Ad esempio
per Harald Espenhahn, da 16 anni e mezzo di carcere si passa a 10 anni.
Un ribaltamento parziale della
sentenza di primo grado che tuttavia, come sottolineato ai nostri microfoni da Raffaele
Guariniello - coordinatore del pool di magistrati della Procura di Torino –
accoglie l’impianto accusatorio allestito dal pool, “condanna tutti gli imputati, condanna la società come ente in base alla
responsabilità amministrativa, mette in luce la riconducibilità di questa
tragedia alle scelte strategiche di fondo, cioè alla politica della sicurezza
dell’azienda. Quindi costituisce un grande ammonimento per tutte le imprese”.
Si arriva infine al ricorso in Cassazione contro la
sentenza d’appello, richiesto con diverse motivazioni da entrambi le parti, e
alla sentenza del 24 aprile 2014. Malgrado il procuratore generale
Carlo Destro avesse chiesto la conferma delle pene inflitte in appello per
omicidio colposo (dieci anni di carcere per Harald Espenhahn, dai nove ai sette
anni per i dirigenti Gerald Priegnitz e Marco Pucci, il direttore dello
stabilimento Raffaele Salerno, il responsabile dell’area tecnica Daniele Moroni
e l’ RSPP
Cosimo Cafueri), le Sezioni Unite penali della Cassazione annullano le
condanne con rinvio per rideterminare le pene. Ci vorrà dunque un nuovo processo d’Appello per stabilire
gli anni di condanna per i dirigenti della Thyssenkrupp poiché alcuni reati
minori sono stati riconfigurati.
La sentenza conferma la responsabilità dei sei imputati per omicidio colposo -
escludendo tuttavia definitivamente le ipotesi
di omicidio volontario – e annulla una parte della sentenza di appello
relativa a una circostanza aggravante. Restano poi invariati i
risarcimenti riconosciuti alle vittime e le sanzioni per la responsabilità amministrativa della
Thyssenkrupp che in base al Decreto
Legislativo n. 231 dell’8 giugno 2001 “Disciplina della responsabilità
anche prive di personalità giuridica, a norma dell'articolo 11 della legge 29
settembre 2000, n. 300” era già stata condannata al pagamento della
sanzione di 1 milione di euro, nonché all'esclusione da contributi e
sovvenzioni pubbliche per sei mesi, al divieto di pubblicizzare i prodotti
sempre per sei mesi, alla confisca di 800mila euro.
Nella ricostruzione dei fatti - letta dal giudice relatore Rocco Blaiotta
- le responsabilità sono chiare. Si ricorda “l’inefficienza e l'inidoneità dei meccanismi di emergenza dello
stabilimento a svolgere le loro funzioni”, si indica che “la situazione dell'impianto era di grave
degrado, la pulizia non era accurata mentre è importante che in strutture di
questo tipo sia rimossa la presenza di materiale infiammabile”. E non si
nasconde che dopo l’incidente “gli
ispettori della Asl rilevarono ben 116 violazioni” relative alla sicurezza
e che quando gli operai tentarono di intervenire sulle fiamme “il primo estintore risultò non funzionante,
venne poi srotolata una manichetta antincendi ma l'apparato di spegnimento non
funzionò per la mancanza di pressione”, che “anche l'operazione di allarme risultò farraginosa e impossibile” e
“i mezzi di soccorso ebbero difficoltà a
entrare nello stabilimento”. Senza dimenticare poi che i lavoratori “non avevano ricevuto alcuna formazione
professionale per mettersi in salvo dal rischio del flash fire in una struttura
in cui gli incendi erano quotidiani”.
Se la sentenza della Cassazione
conferma le pesanti colpe degli imputati e riconosce l'aggravante della
previsione dell'evento, della colpa cosciente, tuttavia rende più difficile per
il futuro, nei processi in materia di sicurezza, il riconoscimento dell’ omicidio
volontario con dolo. A commento della sentenza il
procuratore Raffaele Guariniello sottolinea che, malgrado le indagini del suo
pool fossero già chiuse in soli tre mesi, dopo sei anni e mezzo non si ha
ancora una sentenza definitiva sul caso Thyssenkrupp. E conclude che “la giustizia deve essere più rapida
altrimenti non appare adeguata. Chi di dovere, nel Governo, nel Parlamento e in
ogni altra sede competente, ne prenda coscienza”.
Questo articolo è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Commenta questo articolo!Rispondi Autore: GG29/04/2014 (11:04:58)Ho sempre pensato, fin dall'inizio, che attribuire un reato di omicidio volontario per reati di evento legati alla sicurezza del lavoro è assolutamente assurdo e pretestuoso, qui ha giocato molto l'ambito emozionale e la ribalta mediatica che, seppur a ragione, dimentica che esiste una distinzione netta tra il "ti volevo ammazzare" ed il "non lo volevo ma ti ho ammazzato lo stesso". Senza entrare nel merito della consistenza delle pene nei due casi, non essendo materia mia, è ovvio e addirittura lapalissiano che comunque una differenza sostanziale c'è!
GGRispondi Autore: Andrea Ariani04/05/2014 (10:55:54)è invece uno schifo che tre gradi di giudizio non siano riusciti a consegnare un verdetto in un processo dove è PALESE chi ha le colpe e chi deve pagare.
Per GG: le ricordo che in primo grado era stato dato il DOLO EVENTUALE, che ha una sfumatura diversa dall'omicidio volontario. Si vada a rivedere la definizione e scoprirà che, dai fatti di cui si è a conoscenza, tale pena era lapalissiana.Rispondi Autore: GG07/05/2014 (14:32:17)Dissento, ed inizio col dire che si condanna non per la "pena che ci si merita" ma per il reato commesso e quindi in relazione alla legge violata.
Che la cassazione abbia ribaltato la questione è questo che era (per me) lapalissiano, infatti la invito ad andarsi a leggere l'art.43 del codice penale
IL DELITTO E' COLPOSO, O CONTRO L'INTENZIONE, QUANDO L'EVENTO, ANCHE SE PREVEDUTO, NON È VOLUTO DALL'AGENTE E SI VERIFICA A CAUSA DI NEGLIGENZA O IMPRUDENZA O IMPERIZIA, OVVERO PER INOSSERVANZA DI LEGGI, REGOLAMENTI, ORDINI O DISCIPLINE.
Io non credo che ci sia da aggiungere altro. Poi, sia chiaro, rispetto le opinioni diverse.

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