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Timestamp: 2018-03-23 01:09:24+00:00

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Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 8 gennaio 2014, n. 172. In caso di mobbing, l’accertamento del danno alla salute del dipendente non comporta necessariamente anche il riconoscimento del danno alla professionalità. - Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 8 gennaio 2014, n. 172. In caso di mobbing, l’accertamento del danno alla salute del dipendente non comporta necessariamente anche il riconoscimento del danno alla professionalità.
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Sentenza 8 gennaio 2014, n. 172
(OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;
COMUNE DI ROMA C.F. (OMISSIS), in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEL TEMPIO DI GIOVE 21 – AVVOCATURA COMUNE DI ROMA, presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende giusta delega in atti;
(OMISSIS) C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta delega in calce al ricorso;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELENTANO Carmelo, che ha concluso per l’inammissibilita’ e rigetto per entrambi i ricorsi.
Con sentenza del 25 febbraio 2009 pubblicata il 28 novembre 2009 la Corte d’appello di Roma, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Roma del 15 novembre 2005, ha condannato il Comune di Roma al risarcimento del danno da mobbing in favore di (OMISSIS) nella misura di euro 16.000,00 in luogo di quella di euro 30.000,00 riconosciuta dal giudice di primo grado. La Corte territoriale ha motivato tale pronuncia ritenendo provato il danno subito dalla (OMISSIS) a causa della condotta mobizzante posta in essere dal Comune di Roma concretizzatasi in provvedimenti disciplinari e trasferimenti dichiarati illegittimi; tale danno e’ stato quantificato sulla base della consulenza tecnica d’ufficio che ha riconosciuto il danno alla salute della dipendente. Tuttavia la Corte romana ha escluso il danno alla professionalita’ ritenendolo non provato nemmeno presuntivamente, avendo la (OMISSIS) comunque svolto mansioni di tipo amministrativo in relazione alle quali il periodo di forzata inattivita’ dovuto al comportamento illegittimo del Comune di Roma, non ha prodotto conseguenze in termini di perdita di opportunita’ lavorative o obsolescenza, circostanze queste nemmeno dedotte dalla dipendente.
La (OMISSIS) propone ricorso per cassazione avverso tale pronuncia, articolato su due motivi.
La (OMISSIS) resiste con controricorso al ricorso incidentale avversario.
La stessa (OMISSIS) ha presentato memoria.
Con il primo motivo del ricorso principale si lamenta insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 5. In particolare si deduce che la Corte territoriale avrebbe contraddittoriamente affermato la sussistenza del danno patito dalla ricorrente a seguito dell’illegittima condotta posta in essere dal Comune di Roma nei suoi confronti, escludendo, poi, l’esistenza del danno alla professionalita’ adducendo la mancanza di allegazione delle circostanze che lo avrebbero determinato, circostanze invece ritenute sussistenti ai fini del danno riconosciuto.
Con il secondo motivo si assume violazione e falsa applicazione delle norme e dei principi in tema di illecito civile, responsabilita’ civile per inadempimento contrattuale ed extracontrattuale del datore di lavoro, mobbing, nonche’ risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale derivante lesione alla sfera della professionalita’ del lavoratore; in particolare violazione e falsa applicazione delle orme di cui agli articoli 1218, 2103, 2087, 2043 e 2059 cod. civ., nonche’ dell’articolo 2 Cost., in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3; violazione e falsa applicazione delle norme e dei principi in materia di onere della prova, presunzioni semplici, valutazione ed apprezzamento delle risultanze istruttorie e dei fatti non contestati: in particolare violazione e falsa applicazione degli articoli 2697 e 2729 e segg. cod. civ., e articoli 115 e 116 cod. proc. civ. in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3. In particolare si deduce che l’acclarato comportamento mobizzante del Comune di Roma, caratterizzato da discriminazione e da persecuzione psicologica, avrebbe necessariamente determinato mortificazione morale ed emarginazione professionale, per cui il danno alla professionalita’ dovrebbe essere ritenuto almeno presunto.
Con l’unico motivo del ricorso incidentale si lamenta violazione e falsa applicazione delle norme in materia di inadempimento contrattuale, obbligo di protezione datoriale dell’integrita’ psico-fisica e della personalita’ materiale del lavoratore, dequalificazione, demansionamento e mobbing, presunzioni semplici ed onere probatorio; segnatamente, violazione e falsa applicazione degli articoli 1218, 2087, 2013, 2697, 2729 e segg. cod. civ., e degli articoli 115 e 116 cod. proc. civ., in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3. In particolare si deduce che il Comune di Roma non avrebbe posto in essere un comportamento mobbizzante non avendo disposto alcun trasferimento, ma solo un cambio di funzioni nell’esercizio dei legittimi poteri imprenditoriali, ed al quale sarebbe stato comunque obbligato a causa della mancata erogazione dei fondi destinati all’Ufficio Formazione del Personale, per cui sarebbe stato impossibile potere adempiere a quanto richiesto dalla dipendente.
Il primo motivo del ricorso principale e’ infondato. Non sussiste alcuna logica contraddittorieta’ nel riconoscimento del danno biologico e nel rigetto della domanda relativa al danno alla professionalita’. E’ di palmare evidenza che le due voci di danno hanno presupposti completamente diversi, essendo una relativo al fisico del lavoratore, mentre la seconda alla sua professionalita’ e cioe’ all’aspetto della sua prestazione e capacita’ lavorativa.
Del tutto coerente e’ quindi una pronuncia, come quella impugnata, che riconosca un tipo danno e ne disconosca un altro. D’altra parte il danno alla professionalita’ non puo’ essere considerato in re ipsa nel semplice demansionamento, essendo invece onere del dipendente provare tale danno dimostrando, ad esempio, un ostacolo alla progressione di carriera. Questa Corte ha piu’ volte affermato che in caso di accertato demansionamento professionale, la liquidazione del danno alla professionalita’ del lavoratore non puo’ prescindere dalla prova del danno (cfr. Cass. 30 settembre 2009 n. 20980). Nel caso in esame l’attuale ricorrente principale nemmeno ha dedotto circostanze che inducano ad affermare l’esistenza del tipo di danno richiesto, affermando, invece, un’inammissibile danno alla professionalita’ in re ipsa.
Anche il secondo motivo del ricorso principale e’ infondato. Infatti la ricorrente, nell’affermare che le circostanze di fatto dedotte sono acclarate e nemmeno contestate dal Comune di Roma, pretende di ricavare dalle stesse circostanze un particolare tipo di danno, quale quello alla professionalita’ che, come detto a proposito del primo motivo, richiede una specifica allegazione e prova.
Anche il ricorso incidentale proposto dal Comune di Roma e’ infondato.
Le circostanze di fatto poste a fondamento della domanda di risarcimento del danno della (OMISSIS) sono pacifiche, e la Corte territoriale ha esattamente ritenuto che il datore di lavoro avrebbe dovuto provare di avere fatto tutto cio’ che era in suo potere per evitare il danno alla dipendente. Nel caso in esame e’ pacifico che la dipendente ha subito sanzioni e trasferimenti dichiarati illegittimi, per cui correttamente e’ stato ritenuto sussistente il presupposto per la condanna del datore di lavoro responsabile al risarcimento del danno morale e biologico subito dalla dipendente destinataria di provvedimento poi riconosciuti illegittimi. In ordine alle circostanze dedotte dal ricorrente incidentale, si osserva che il ricorso difetta anche del requisito dell’autosufficienza non essendo indicate con sufficiente chiarezza le risultanze istruttorie da cui ricavare la sussistenza delle circostanze da cui ricavare la necessita’ dei provvedimenti adottati nei confronti della (OMISSIS). Stante la reciproca soccombenza le spese di giudizio vanno compensate fra le parti.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa| 2014-01-22T12:23:01+00:00	22 gennaio 2014|Cassazione civile 2014, Corte di Cassazione, Diritto del Lavoro e della Previdenza sociale, Sentenze - Ordinanze|0 Commenti
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