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Timestamp: 2018-12-12 11:45:24+00:00

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La consegna del denaro idonea a perfezionare il contratto reale di mutuo non va intesa nei soli termini di materiale e fisica traditio del danaro medesimo - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione seconda civile, Sentenza 8 ottobre 2018, n. 24683.
Sentenza 8 ottobre 2018, n. 24683
La quietanza non si configura quale clausola (anche se e’ contenuta all’interno di una clausola) ma costituisce atto unilaterale di riconoscimento del pagamento e integra, tra le parti, confessione stragiudiziale, proveniente dal creditore e rivolta al debitore; sicche’ fa piena prova dell’avvenuto pagamento, poiche’ da’ luogo ad una confessione stragiudiziale, sicche’ il quietanzante non e’ ammesso alla prova contraria, salvo che dimostri l’errore o la violenza ai sensi dell’articolo 2732 c.c.. Non si tratta, dunque, di una clausola (o condizione), e tantomeno di una clausola che inverte l’onere della prova, ma di un atto che costituisce prova dell’avvenuto pagamento ad opera del mutuante: quanto infatti alla “prova contraria” spettante ai mutuatari, trattasi, all’evidenza, di espressione impropria per significare che – come e’ la regola desumibile dagli articoli 2697 e 1218 c.c. – una volta che il creditore abbia dato la prova del perfezionamento del contratto, spetta al debitore fornire la prova dell’adempimento
1.3. – E’ noto che nella interpretazione del contratto, l’accertamento, anche in base al significato letterale delle parole, della volonta’ degli stipulanti, in relazione al contenuto del negozio (cfr. Cass. n. 18509 del 2008), si traduce in un’indagine di fatto affidata in via esclusiva al giudice di merito. Ne consegue che tale accertamento e’ censurabile in sede di legittimita’ soltanto per vizio di motivazione (Cass. n. 1646 del 2014), nel caso in cui (contrariamente a quanto risulta nella presente fattispecie) la motivazione stessa risulti talmente inadeguata da non consentire di ricostruire l’iter logico seguito dal giudice per attribuire all’atto negoziale un determinato contenuto, oppure nel caso di violazione delle norme ermeneutiche; con la precisazione che nessuna di tali censure puo’ risolversi in una critica del risultato interpretativo raggiunto dal giudice, che si sostanzi nella mera contrapposizione di una differente interpretazione (tra le tante, Cass. n. 26683 del 2006; Cass. n. 18375 del 2006; Cass. n. 1754 del 2006). Per sottrarsi al sindacato di legittimita’, infatti, quella data dal giudice del merito al contratto non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili e plausibili interpretazioni, si’ che quando di una clausola contrattuale siano possibili due o piu’ interpretazioni, non e’ consentito, alla parte che aveva proposto la interpretazione poi disattesa dal giudice del merito, dolersi in sede di legittimita’ che sia stata privilegiata l’altra (Cass. n. 8909 del 2013; Cass. n. 24539 del 2009; Cass. n. 15604 del 2007; Cass. n. 4178 del 2007; Cass. n. 17248 del 2003).
1.4. – Nella specie, procedendo ad una coordinata lettura della dichiarazione del mutuante contenuta nel sopra richiamato articolo 1 del contratto inter partes, la Corte distrettuale, facendo propria l’interpretazione del giudice di prime cure, ha congruamente e logicamente (e quindi incensurabilmente) individuato la volonta’ espressa nella dichiarazione in esame clausola, ossia quella di dare conto dell’avvenuto perfezionamento del contratto di mutuo (v. sub 1.2.). La qual cosa rileva innanzitutto in termini di corretto riconoscimento della valenza sostanziale e probatoria della riasciata quietanza di pagamento, cui deve essere esclusa la portata di mera clausola di stile (in quanto asseritamente di contenuto generico: cfr. Cass. n. 18321 del 2016; Cass. n. 13792 del 2006). Tanto piu’ che la consegna del denaro idonea a perfezionare il contratto reale di mutuo non va intesa nei soli termini di materiale e fisica traditio del danaro medesimo (o di altre cose fungibili), rivelandosi, invero, sufficiente il conseguimento della sua disponibilita’ giuridica da parte del mutuatario, ricavabile anche dall’integrazione di quel contratto con il separato atto di quietanza a saldo (Cass. n. 17194 del 2015).
3.2. – Nella specie si tratta di quietanza resa dalla parte al contraente che, per definizione non e’ un terzo. Invero, il creditore che, rilasciando quietanza al debitore, ammette il fatto del ricevuto pagamento rende confessione stragiudiziale alla parte, con piena efficacia probatoria, ai sensi degli articoli 2733 e 2735 c.c., sicche’ non puo’ impugnare l’atto se non provando, a norma dell’articolo 2732 c.c., che esso e’ stato determinato da errore di fatto o violenza, essendo insufficiente provare la non veridicita’ della dichiarazione (Cass. n. 4196 del 2014; nello stesso senso Cass. sez. un. n. 19888 del 2014, secondo cui la quietanza “tipica”, essendo indirizzata al solvens, fa piena prova dell’avvenuto pagamento, sicche’ il quietanzante non e’ ammesso alla prova contraria per testi, salvo dimostri, in applicazione analogica dell’articolo 2732 c.c., che il rilascio della quietanza e’ avvenuto per errore di fatto o per violenza). Ne’ vale a contestare tale affermazione l’avvenuta cessione pro soluto del credito giacche’ essa trasferisce al cessionario la medesima posizione, sostanziale e processuale, del cedente.
5.3. – Quanto al secondo profilo (della contestata efficacia interruttiva della prescrizione della domanda di intervento nella esecuzione da parte del creditore non munito di titolo esecutivo), la Corte di merito ha richiamato le affermazioni del giudice di legittimita’, secondo cui, nell’espropriazione forzata, il ricorso per intervento costituisce una domanda proposta nel corso del giudizio, secondo l’espressione contenuta nell’articolo 2943 c.c., comma 2 sicche’ dal momento in cui esso e’ presentato al momento in cui il processo esecutivo si chiude con l’approvazione del progetto d distribuzione del ricavato che provvede sulla domanda formulata con l’intervento la prescrizione non corre, come previsto dall’articolo 2945 c.p.c., comma 2 (Cass. n. 9679 del 1997). In conformita’ a siffatto principio, questa Corte ha ribadito che, nell’espropriazione forzata, il ricorso per intervento, recante istanza di partecipazione alla distribuzione della somma ricavata, e’ equiparabile alla “domanda proposta nel corso di un giudizio” idonea, a mente dell’articolo 2943 c.c., comma 2, ad interrompere la prescrizione dal giorno del deposito del ricorso ed a sospenderne il corso sino all’approvazione del progetto di distribuzione del ricavato della vendita (Cass. n. 26929 del 2014; conf. Cass. n. 11794 del 2008). Laddove, poi, la Corte di merito ha altresi’ precisato che (ai sensi dell’articolo 499 c.p.c.nella formulazione applicabile ratione temporis) la domanda formulata dal creditore nell’ambito del giudizio esecutivo de quo, in quanto diretta nei confronti del debitore in un giudizio gia’ pendente, doveva ritenersi “comunicata” al debitore mediante il deposito agli atti di quel processo, senza necessita’ di apposita notifica, ai fini della interruzione della prescrizione.
La violazione dell’articolo 115 c.p.c. e quella dell’articolo 116 c.p.c. quando...

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Sentenza 
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 articolo 1
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 Cass. sez. 
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