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Timestamp: 2018-08-16 05:48:54+00:00

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Contraffazione di una denuznia di smarrimento....
Contraffazione di una denuznia di smarrimento.
Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 13-04-2018) 31-05-2018, n. 24640
avverso la sentenza del 11/06/2015 della CORTE APPELLO di ROMA;
Udito il Procuratore Generale Dr. GIUSEPPE CORASANITI, che ha concluso per l'annullamento senza rinvio per intervenuta prescrizione;
Udito il difensore, Avv. Valerio Aulino, il quale si riporta ai motivi del ricorso.
1. Con sentenza datata 11/06/2015 la Corte d'appello di Roma ha confermato la decisione di primo grado, che aveva condannato B.C. alla pena di giustizia, avendolo ritenuto responsabile del reato di cui all'art. 476 c.p., comma 2 e art. 482 c.p., per aver contraffatto l'integrazione di denuncia di smarrimento dell'assegno n. (OMISSIS) tratto sul conto corrente n. (OMISSIS) dell'agenzia n. (OMISSIS) della (OMISSIS), prodotta all'istituto al fine di bloccare il pagamento del titolo da lui consegnato a M.R..
2.1. Con il primo motivo si lamentano violazione di legge e vizi motivazionali, per avere i giudici di merito omesso di verificare la falsità del documento, con particolare riguardo al timbro della stazione dei carabinieri e al sigillo della Repubblica, in quanto la semplice assenza dal servizio del carabiniere che risultava avere sottoscritto l'atto di ricezione della denuncia non era incompatibile con l'intervento di un diverso militare che, privo del potere di ricevere la denuncia stessa, avrebbe potuto apporre la propria firma. Aggiunge il ricorrente: a) che, in ogni caso, non era neppure stato chiarito se il documento presentato alla banca era una fotocopia, con conseguente inconfigurabilità del reato, o un originale, nel qual caso i giudici di merito avrebbero dovuto spiegare come l'imputato avesse avuto a disposizione i timbri in uso alla stazione dei carabinieri; b) che, in definitiva, non era stata raggiunta la prova che l'autore della contraffazione fosse l'imputato, il quale aveva una semplice delega ad operare sul conto sul quale era stato tratto l'assegno.
2.2. Con il secondo motivo si lamenta violazione di legge, rilevando che già con la sentenza di primo grado l'imputato era stato assolto dall'altro reato che gli era stato contestato, la calunnia, in quanto il Tribunale aveva ritenuto che la denuncia di smarrimento dell'assegno derivasse da una condotta colposa e che il B. non avesse alcuna intenzione di incolpare un innocente del delitto presupposto di ricettazione. Si osserva in ricorso che, nel caso di specie, l'imputazione di calunnia presupponeva logicamente la falsificazione, che doveva pertanto ritenersi assorbita nella prima, dalla quale l'imputato era, come detto, stato assolto.
2.3. Con il terzo motivo si lamenta violazione di legge, rilevando che l'integrazione della denuncia deve essere ritenuta una scrittura privata almeno fino a quando non spieghi effetti nei confronti dei terzi, mentre, nel caso di specie, l'integrazione di denuncia era stata immediatamente intercettata dagli operanti.
1. Il primo motivo è inammissibile, per manifesta infondatezza e genericità.
Innanzi tutto il medesimo ricorrente svolge le sue considerazioni ammettendo la falsità del documento, quale emerge in termini evidenti dal fatto che è stato accertato, in termini non oggetto di alcuna critica, che il militare che ha sottoscritto l'attestazione di ricezione della integrazione di una precedente denuncia non era in servizio nell'orario indicato nella stessa.
Se poi i timbri fossero o non originali è circostanza di nessun rilievo, perchè l'esistenza di altri profili di contraffazione e le eventuali complicità che quest'ultimo scenario potrebbe prospettare, non incidono nè sull'accertata falsità della sottoscrizione, nè sulla razionale conclusione dei giudici di merito, secondo i quali l'unico soggetto interessato a bloccare il pagamento e il conseguente protesto (l'emittente non potendo sapere se il prenditore avrebbe o non completato il titolo con l'indicazione del luogo di emissione, in origine mancante, secondo quanto emerge dalla sentenza di primo grado), era l'imputato, il quale era, per un verso, il debitore del M., quale egli stesso aveva riconosciuto nella dichiarazione del 17/03/2008, e, per altro verso, logicamente interessato a non pregiudicare la situazione della società (la B. I di B.G. & C. s.a.s.), titolare del conto sul quale era stato tratto l'assegno e sul quale egli era delegato ad operare.
Generica è poi la critica che, in termini alternativi ed ipotetici, investe, per la prima volta in sede di legittimità (a quanto consta dalla non contestata ricostruzione del contenuto del gravame operata dalla sentenza impugnata) la natura di originale o di copia del documento presentato alla banca e ciò anche in ragione del fatto che è stata ritenuta non integrare il delitto di falsità materiale previsto dagli artt. 476 e 482 c.p. la condotta di colui che esibisca la falsa fotocopia di un provvedimento amministrativo inesistente, qualora si tratti di fotocopia esibita ed usata come tale dall'imputato, ma è stato, altresì, precisato che diversa conclusione si impone se la fotocopia possegga i requisiti, di forma e di sostanza, capaci di farla sembrare un atto originale o la copia conforme di esso ovvero comunque documentativa dell'esistenza di un atto corrispondente (Sez. 5, n. 8870 del 09/10/2014 - dep. 27/02/2015, Felline, Rv. 263422).
2. Il secondo motivo è inammissibile per manifesta infondatezza, dal momento che non esiste alcuna correlazione fattuale tra il capo a), per il quale il B. è stato condannato, e il capo b), per il quale è stato assolto, dal momento che la calunnia di cui a quest'ultima imputazione riguarda un diverso assegno.
3. Il terzo motivo è inammissibile per manifesta infondatezza, in quanto, anche a tacer del fatto che l'assegno, presentato per l'incasso dal prenditore, non era stato pagato proprio per effetto della denuncia di smarrimento, resta da considerare che l'atto pubblico fidefaciente va colto nell'attestazione di presentazione della denuncia dinanzi al pubblico ufficiale.
4. L'inammissibilità del ricorso preclude il rilievo della eventuale prescrizione maturata successivamente alla sentenza impugnata (Sez. Un., n. 32 del 22/11/2000, De Luca, Rv. 217266).
5. Alla pronuncia di inammissibilità consegue, ex art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, in ragione delle questioni dedotte, appare equo determinare in Euro 2.000,00.
Depositato in Cancelleria il 31 maggio 2018

References: Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 482
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 616