Source: http://avvemilianomancino.blogspot.com/2015/12/
Timestamp: 2017-10-22 22:37:15+00:00

Document:
Studio Legale Mancino: dicembre 2015
Testo fotocopiato e messo in vendita: condanna per il titolare della copisteria
Fotocopie a raffica. Riprodotte ben trenta opere letterarie, destinate alla didattica. Sanzione inevitabile per il titolare della copisteria. Non è proponibile la linea difensiva dell’uomo: irrilevante il fatto che il costo di ogni singola opera in vendita fosse pari al costo complessivo delle fotocopie totali eseguite (Cassazione, sentenza 47590/15).
Nessuna discussione sulla condotta del titolare della copisteria. Acclarato che egli ha «riprodotto, a fine di lucro, in copie fotostatiche trenta opere letterarie complete». Di conseguenza, è inevitabile, per i giudici di merito, la condanna per la violazione della normativa sul diritto d’autore. Secondo il legale del commerciante, però, va tenuto presente che, nonostante la «abusività della duplicazione», è mancato completamente il «lucro». Ciò perché «le opere erano poste in vendita ad un prezzo che non superava il costo ordinario del numero delle fotocopie eseguite per la riproduzione dell’opera». Invece, sempre ragionando in ottica difensiva, «il fine di lucro sarebbe stato evidenziabile» solo laddove il commerciante «avesse praticato, in ragione del contenuto della fotocopia, trattandosi di opera coperta dal diritto d’autore, un sovrapprezzo ulteriore rispetto all’ordinario costo della fotocopia».
Ma l’obiezione proposta dal legale si rivela inutile. Per i giudici della Cassazione, difatti, è non discutibile la condanna nei confronti del titolare della copisteria. In premessa, viene ribadita la «natura abusiva della duplicazione delle opere», alla luce della mancanza del «cosiddetto ‘bollino Siae’». Subito dopo, però, i magistrati respingono anche l’ipotesi della assenza di «lucro» nella condotta del commerciante, soprattutto perché è evidente la «destinazione alla vendita» dei «volumi indebitamente riprodotti». Peraltro, anche se «il prezzo di vendita fosse stato prossimo o anche coincidente con quello praticato per il mero servizio di fotocopiatura», aggiungono i giudici, comunque la «finalità commerciale» sarebbe stata sufficiente per desumere il «fine di lucro» che non va identificato come «una sorta di plusvalenza rispetto al prezzo di mercato dell’altro analogo servizio» di fotocopiatura «svolto lecitamente».
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Testo fotocopiato e messo in vendita: condanna per il titolare della copisteria - La Stampa
Revoca patente: è incidente anche la collisione con un veicolo in sosta
In relazione alla revoca della patente, è da considerare incidente anche la collisione con un veicolo in sosta. Per la sentenza n. 49352/2015 della Suprema Corte va disposta la revoca della patente di guida nel caso in cui il conducente in stato di intossicazione alcolica abbia provocato un sinistro stradale, nella cui nozione, da interpretare in senso ampio, rientra qualsiasi collisione e anche un lieve tamponamento, lungo la traiettoria di marcia, con un veicolo in sosta.
È sufficiente anche il lieve tamponamento con un’auto in sosta a determinare la revoca della patente di guida, nel caso in cui il conducente venga sorpreso a circolare con un tasso alcolemico superiore alla soglia legalmente consentita.
Ad affermarlo è la Quarta Sezione della Suprema Corte, che, per la risoluzione del caso, ha definitivamente chiarito la nozione di “incidente” e le conseguenze che discendono dalla guida in stato di alterazione per l’assunzione di bevande alcoliche.
La vicenda nasce dalla “bravata” di un automobilista che, postosi alla guida in stato di ebbrezza, aveva ben presto perso il controllo del proprio veicolo, arrestando la marcia contro un’auto in sosta lungo il tragitto percorso.
L’incauto conducente aveva ricevuto la notifica di un decreto penale di condanna per il reato di guida sotto l'influenza dell'alcool (art. 186 cod. strada), in conseguenza della rilevazione di un tasso alcolemico superiore a 1,5 g\l e della contestazione dell’aggravante di aver provocato un incidente.
Nel successivo giudizio di opposizione, celebrato con rito abbreviato, l’imputato era stato condannato alla pena ritenuta di giustizia ed erano state applicate le gravose e afflittive sanzioni amministrative accessorie della sospensione della patente di guida e della confisca del veicolo.
Il procuratore generale ricorreva avverso la sentenza di merito, che aveva erroneamente applicato la sospensione e non invece la revoca della patente di guida, che consegue quale effetto automatico in caso di condanna nell’ipotesi di incidente.
Sul punto, l’art. 186 cod. strada prevede che “qualora al conducente che provochi un incidente stradale sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi per litro (g/l), la patente di guida è sempre revocata”.
E' evidente che il legislatore ha diversificato le situazioni tra chi guida semplicemente un veicolo in stato di ebbrezza e chi, nella stessa condizione, provoca un incidente, trattandosi di ipotesi ritenuta, ovviamente, più grave e pericolosa socialmente.
Non è apparsa convincente la tesi a discarico dell’imputato, secondo la quale “non sarebbe sufficiente essere rimasti coinvolti in un sinistro, ma occorrerebbe aver provocato l'incidente”, specie qualora (come nel caso in esame) non si sia verificato alcun pericolo per l'incolumità altrui e dello stesso conducente, ma soltanto un marginale e microscopico impatto senza alcuna conseguenza di rilievo (urto dello spigolo anteriore del mezzo con quello posteriore del veicolo in sosta).
Ma tale prospettazione non ha convinto gli ermellini: anche un lieve tamponamento che non abbia procurato gravi danni ai veicoli o lesioni alle persone fa scattare l’aggravante e, di conseguenza, la revoca della patente.
In tema di guida in stato di ebbrezza, l'aver provocato un incidente deve essere inteso come qualsiasi avvenimento inatteso che, interrompendo il normale svolgimento della circolazione stradale, possa provocare pericolo alla collettività, senza che assuma rilevanza l'avvenuto coinvolgimento di terzi o di altri veicoli (Cass. pen., Sez. 4, sentenza n. 47276 del 06/11/2012, dep. 06/12/2012, Rv. 253921).
Più di recente, è stato anche specificato che è sufficiente che si verifichi un urto del veicolo contro un ostacolo, ovvero la sua fuoriuscita dalla sede stradale, pur senza constatazione di danni a persone o ose (Cass. pen., Sez. 4, sentenza n. 36777 del 02/07/2015, dep. 10/09/2015, Rv. 264419).
La previsione normativa non è diretta ad evitare ingorghi o rallentamenti, ma situazioni di grave pericolo, derivanti dalle inadeguate condizioni psico-fisiche nelle quali l'agente si pone alla guida.
Ciò che rende la fattispecie aggravata è il fatto che il conducente, postosi alla guida in condizioni psicofisiche alterate, abbia concretamente dimostrato di non essere in grado di padroneggiare il mezzo.
In prospettiva di sintesi, ai fini dell’integrazione della circostanza aggravante che determina la revoca della patente di guida, rileva ogni emblematica e comprovata anomalia nella marcia del veicolo, costretto ad arrestarsi attraverso modalità non fisiologiche, che denotano un comportamento anomalo del conducente.
Va da ultimo segnalato che anche in caso di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, sussiste sempre il dovere per il giudice di disporre l'applicazione di una sanzione amministrativa accessoria, atteso che l'applicazione della causa di non punibilità presuppone comunque l'accertamento della materialità del fatto (Cass. pen., Sez. 4, sentenza n. 44132 del 09/09/2015, dep. 02/11/2015, Rv. 264830).
Per leggere la sentenza clicca qui: www.quotidianogiuridico.it/~/media/Giuridico/2015/12/29/revoca-patente-e-incidente-anche-la-collisione-con-un-veicolo-in-sosta/493522015 pdf.pdf
Ecco l'autocertificazione per chi non paga il canone Rai
La Legge di Stablità 2016 prevede che l'importo del canone scenderà da 113 euro a 100 euro, e a 95 euro nel 2017.
Dal 2016 il canone RAI verrà pagato attraverso la bolletta elettrica, pur costituendo una voce distinta su cui non si pagano le tasse.
La novità sul metodo di pagamento per il canone Rai sarà attiva solo dal 2017 .
Il canone Rai nel 2016 dovrà essere pagato dal mese di luglio 2016, versando in un'unica soluzione tutto l'importo, questo a causa dei tempi di organizzazione necessari alle compagnie elettriche per introdurre il pagamento del Canone Rai 2016 sulla bolletta della luce.
Casi di esenzione dal canone :
- non si possiede apparecchio televisivo
- l'immobile dell'utenza è una seconda casa
- l'immobile dell'utenza è stato dato in locazione
- unico apparecchio ceduto/rottamato
- l'intestatario abbonamento è deceduto
Nei casi di esenzione si consiglia di inviare con raccomandata a/r all'all'Agenzia delle Entrate S.A.T. (Sportello Abbonamenti TV, Ufficio Torino 1, Casella postale 22, 10121 Torino) autocertificazione ai sensi art 46 d.p.r. 445 del 2000.
scarica il fac-simile dell'autocertificazione:Autocertificazione-Canone-Rai.pdf
Tetto a 3 mila per il contante
Dal 1° gennaio 2016 il divieto di pagamenti e transazioni in contanti sale dai 1.000 ai 3.000 euro, mentre resta fermo il limite di 1.000 euro per le pubbliche amministrazioni. Il nuovo limite si applicherà anche in relazione ai pagamenti delle locazioni di unità abitative e nel trasporto merci. Sono alcune delle novità previste dalla legge di stabilità in merito ai pagamenti in contanti. Gli effetti delle modifiche all'art. 49. Con le modifiche apportate all'art. 49 comma 1 del dlgs 231/07, il limite non raggiungibile per le transazioni in contanti (pagamento fatture, finanziamento fra soci e società, prelevamenti utili dei soci dalle società) regolate in unica soluzione, sale da 1.000 a 3.000 euro. Ne consegue che dal 1° gennaio tutte le operazioni fra privati (persone fisiche o persone giuridiche) regolate in contanti entro il limite di 2.999,99 euro saranno assolutamente lecite.
In merito al passato, tuttavia, in relazione alla circostanza che, sia le irregolarità sulle transazioni che le omesse comunicazioni, sono assoggettate a sanzioni amministrative e non penali (art. 58, commi 1 e 7-bis), in assenza di una disposizione normativa specifica deve ritenersi non applicabile il principio del favor rei, per pagamenti in contanti compresi fra i 1.000 e i 2.999,99 euro. Il limite dei 3.000 euro varrà anche per le locazioni e trasporto merci. Le nuove disposizioni, peraltro, per espressa previsione normativa si applicano anche ai canoni di locazione di unità abitative e ai pagamenti dei corrispettivi per le prestazioni rese in adempimento dei contratti di trasporto di merci su strada.
fonte: www.italiaoggi.it//Tetto a 3 mila per il contante - ItaliaOggi
Schiamazzi degli avventori che stazionano all’esterno di un locale e responsabilità dei gestori
Interessanti indicazioni fornite da una recente pronuncia del Tribunale di Novara che ha stabilito alcuni parametri entro i quali può essere ritenuta sussistente la responsabilità penale ex art. 659 c.p. del gestore di un bar per gli schiamazzi e i disturbi alla quiete pubblica causati dagli avventori di un locale.
Per leggere la sentenza clicca qui: www.giurisprudenzapenale.com/wp-content/uploads/2015/12/trib-novara-sentenza.pdf
By Avv. Emiliano Mancino a dicembre 25, 2015
La Cassazione dice “no” al risarcimento per la sindrome Down non diagnosticata
Non esiste il «diritto a non nascere se non sano» e questo «mette in scacco il concetto stesso di danno» per il bambino nato malato. Lo affermano le Sezioni Unite della Cassazione chiamate in causa dalla richiesta di risarcimento danni, a nome proprio e della figlia, di una coppia che ha citato l’Asl di Lucca e i primari dei reparti di ginecologia e del laboratorio di analisi.
Nonostante un’indagine prenatale, i medici non avevano riscontrato che la bambina fosse affetta dalla sindrome di Down. Se correttamente informata la madre non avrebbe portato a termine la gravidanza e per questo ha chiesto il risarcimento. Le Sezioni Unite lo hanno respinto per quanto riguarda la bambina, mentre hanno disposto un nuovo approfondimento per il danno psicologico subito invece dalla madre.
Secondo la Cassazione non esiste il diritto al risarcimento del danno per il bambino nato malato «tanto più che di esso si farebbero interpreti unilaterali i genitori nell’attribuire alla volontà del nascituro il rifiuto di una vita segnata dalla malattia; come tale, indegna di essere vissuta (quasi un corollario estremo del cosiddetto diritto alla felicità)».
Per la Cassazione, non c’è un diritto a non nascere, così come «non sarebbe configurabile un diritto al suicidio tutelabile contro chi cerchi di impedirlo»: nessuna responsabilità avrebbe il soccorritore «che produca lesioni cagionate ad una persona nel salvarla dal pericolo di morte». L’ordinamento, aggiungono le Sezioni unite, «non riconosce il diritto alla non vita: cosa diversa dal cosiddetto diritto di staccare la spina, che comunque presupporrebbe una manifestazione di volontà ex ante, attraverso il testamento biologico». L’accostamento tra le due situazioni «è fallace». I giudici intervengo così su un aspetto che essi stessi definiscono «delicato e controverso», con implicazioni «filosofiche ed etico-religiose» e «indirizzi di pensiero» segnati «da accese intonazioni polemiche». Su cui anche la giurisprudenza si è divisa.
La Cassazione a Sezioni unite sottolinea che l’indirizzo giurisprudenziale favorevole alla «pretesa risarcitoria del nato disabile verso il medico» finisce con l’assegnare al risarcimento «un’impropria funzione vicariale, suppletiva di misure di previdenza e assistenza sociale». Nella sua disamina la Corte, che cita precedenti casi anche all’estero, mette in guardia dal «rischio di una reificazione dell’uomo, la cui vita verrebbe ad essere apprezzabile in ragione dell’integrità psico-fisica»: una «deriva eugenetica» che ha caratterizzato il dibatto in altri Paesi, come in Francia, dove è poi intervenuta una legge specifica (legge Kouchner del 2002) per affermare proprio che nessuno può far valere un danno derivante dal solo fatto di esser nato. La Corte respinge poi la «patrimonializzazione dei sentimenti, in una visione panrisarcitoria dalle prospettive inquietanti».
Le Sezioni unite hanno comunque annullato la sentenza della Corte d’Appello di Firenze che negava il risarcimento ai genitori. La legge 194 sull’aborto riconosce infatti il diritto di interrompere la gravidanza laddove la nascita determini `un grave pericolo per la salute fisica e psichica della donna´, ma per attribuire l’eventuale risarcimento del danno occorre provare che la donna avrebbe effettivamente «esercitato la scelta abortiva». Anche, spiegano gli ermellini, approfondendo «lo stato psicologico». Accertamento che i giudici di merito hanno sottovalutato.
fonte: www.lastampa.it//La Cassazione dice “no” al risarcimento per la sindrome Down non diagnosticata - La Stampa
Critiche alla decisione emessa in Appello. Richiamato dalla società il fatto che «il ciclomotore sia stato posto in circolazione con più persone a bordo». Obiezione inutile, però, secondo la Cassazione. Ciò perché la «circolazione» del ciclomotore con «più persone a bordo» non comporta «necessariamente la responsabilità del trasportato». Non regge, in sostanza, la tesi della accettazione dei «rischi della circolazione». Per i giudici di terzo grado, difatti, questa forma di «abusiva circolazione» non può attribuire in automatico alla «persona trasportata» una «responsabilità» per l’incidente. Per dare solidità a questa prospettiva, difatti, è necessario «l’accertamento» – mancato in questa vicenda – del «contributo causale offerto dal trasportato». Non più discutibile, quindi, il fatto che la donna trasportata sul ciclomotore non sia da ritenere corresponsabile, assieme al conducente, per lo scontro coll’automobile.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Due ragazzi sul motorino, scontro con un’auto: salva da responsabilità la persona trasportata - La Stampa
Paga il premio, anche se in ritardo: la garanzia assicurativa resta sospesa
L’accettazione, da parte dell’assicuratore, del pagamento tardivo del premio non può configurare una rinuncia alla sospensione della garanzia assicurativa; tale accettazione, infatti, è idonea esclusivamente ad evitare la risoluzione di diritto del contratto. In questo senso si è pronunciata la Cassazione, con la sentenza 23901/15.
Una donna agiva in giudizio nei confronti di un’amministrazione comunale, per ottenere il risarcimento dei danni derivatigli da una caduta la cui causa parte attrice riconduceva ad una buca coperta di foglie, sita sul marciapiede di una strada. Nel procedimento intervenivano gli eredi di parte attrice, venuta a mancare nelle more del giudizio, ed una compagnia assicuratrice, chiamata in garanzia dal Comune. Il giudice di prime cure condannava il Comune al pagamento di una somma a titolo di risarcimento, rigettando la domanda di garanzia per l’assenza di copertura assicurativa.
L’amministrazione soccombente presentava domanda di gravame, che la Corte territoriale competente dichiarava inammissibile. Il Comune ricorreva per cassazione, lamentando la violazione dell’art. 2051 c.c., in relazione al mancato riconoscimento del caso fortuito. L’amministrazione ricorrente, inoltre, rilevava violazione degli artt. 1901, 1460, comma 2, e 1375 c.c. , in relazione all’asserita condotta in mala fede della compagnia assicuratrice, che aveva accettato il pagamento del premio pur essendo a conoscenza della sospensione della copertura assicurativa, realizzatasi a causa di un disguido nel pagamento.
L'assicuratore ha facoltà di rifiutare la garanzia assicurativa?. La Cassazione ha preliminarmente dichiarato l’inammissibilità del motivo di ricorso inerente alla violazione dell’art. 2051 c.c.; la sentenza di primo grado aveva, infatti, fondato l’accoglimento della domanda su due autonome rationes decidendi, argomentando sia in relazione all’art. 2051, sia con riferimento all’art. 2043 c.c. . Per questo motivo, il Collegio ha rilevato il difetto di interesse del ricorrente, dal momento che la sentenza sarebbe comunque fondata, in relazione all’art. 2043 c.c. .
La Suprema Corte ha affermato che deve escludersi che l’accettazione da parte dell’assicuratore del pagamento tardivo del premio possa configurare una rinuncia alla sospensione della garanzia assicurativa; tale accettazione, infatti, è idonea esclusivamente ad evitare la risoluzione di diritto del contratto. Gli Ermellini hanno ribadito il consolidato principio per cui, nell’ambito assicurativo, l’art. 1901, comma 2, c.c.(sospensione della garanzia per mancato pagamento del premio) rappresenta applicazione dell’eccezione di inadempimento, prevista dall’art. 1460 c.c. .
Deve, pertanto, essere esclusa la sussistenza, in capo all’assicuratore, della facoltà di rifiutare la garanzia assicurativa in caso di contrarietà a buona fede «come nel caso in cui l’assicuratore medesimo abbia, sia pure tacitamente, manifestato la volontà di rinunciare alla sospensione, ad esempio tramite ricognizione del diritto all’indennizzo ovvero accettazione del versamento tardivo del premio senza effettuazione di riserve, nonostante la conoscenza del pregresso verificarsi del sinistro». Nel caso di specie, come sottolineato dalla Corte di legittimità, l’assicurazione ha accettato il pagamento quando ancora non era a conoscenza del sinistro verificatosi durante il periodo di scopertura. Per le ragioni sopra esposte, la Cassazione ha rigettato il ricorso.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Paga il premio, anche se in ritardo: la garanzia assicurativa resta sospesa - La Stampa
In Gazzetta Ufficiale pubblicato il DECRETO 11 dicembre 2015 del INISTERO DELL'ECONOMIA E DELLE FINANZE Modifica del saggio di interesse legale. (GU Serie Generale n.291 del 15-12-2015)
La misura del saggio degli interessi legali di cui all'articolo 1284 del codice civile è fissata allo 0,2 per cento in ragione d'anno, con decorrenza dal 1° gennaio 2016.
fonte: www.ilsole24ore.com//Modifica del saggio di interesse legale
D.lgs. 180 e 181 del 16 novembre 2015: le nuove regole sulle crisi bancarie
La crisi finanziaria, che ha colpito il mondo in un drammatico crescendo a partire dall’estate del 2007, ha messo in evidenza la mancanza, nei paesi più avanzati, di regole che consentissero di affrontare con rapidità ed efficacia la crisi delle banche. Messi di fronte all’alternativa fra salvare le proprie banche con denaro pubblico e lasciarle fallire, scatenando il panico come era accaduto con Lehman Brothers e mettendo in ginocchio l’economia reale, i governi di Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Belgio e di molti altri paesi scelsero la seconda strada.
In conseguenza delle dure lezioni così apprese, è iniziato un movimento globale dei regolatori che, a partire dal Financial Stability Board e passando per l’Unione europea, ha portato all’emanazione di un complesso di regole in materia di crisi bancarie ispirate a tre principi:
1) pianificazione: devono essere attentamente pianificate le azioni da intraprendere in caso di crisi:
a) dal lato della banca, mediante “piani di risanamento” da far scattare rapidamente in caso di peggioramento della situazione;
b) dal lato dell’autorità chiamata a gestire l’eventuale dissesto, con “piani di risoluzione”, cioè programmi da mettere in atto qualora la banca cada o stia per cadere a breve in stato di dissesto, finalizzati a consentire un’ordinata gestione della situazione;
2) intervento precoce: in caso di situazione di crisi, ma non ancora di dissesto, devono essere disponibili strumenti di intervento precoce da parte dell’autorità che vigila sulla stabilità della banca;
3) “risoluzione” (nuovo termine con cui si indica l’ordinata gestione del dissesto dell’intermediario): in caso di dissesto vero e proprio, devono essere disponibili strumenti che, qualora la liquidazione della banca possa avere un impatto sistemico (cioè avere ripercussioni sull’economia reale), consentano di garantire la continuità delle sue funzioni essenziali senza ricorso, o con un ricorso limitato, a fondi pubblici o ad aiuti esterni.
In quest’ottica, l’Unione europea ha emanato la direttiva 59/2014/UE, detta anche Bank Recovery and Resolution Directive, o BRRD. La sua attuazione in Italia è avvenuta, con alcuni mesi di ritardo sul termine di recepimento del 31 dicembre 2014, mediante l’emanazione di due decreti legislativi gemelli, i d.lgs. 16 novembre 2015, nn. 180 e 181.
Il d.lgs. 181/2015: l’adeguamento del Testo unico bancario
Il d.lgs. 181/2015 adegua il Testo unico bancario alla direttiva, come segue:
a) impone a tutte le banche di adottare un piano di risanamento, individuale o di gruppo, che individui le misure che la banca intende adottare al fine di riequilibrare la sua situazione patrimoniale e finanziaria qualora in futuro essa subisse un significativo deterioramento (nuovi artt. 69-ter ss.);
b) prevede che le varie entità di un gruppo possano stipulare accordi finalizzati al sostegno finanziario nell’eventualità di una crisi, e che possano comunque prestarsi tale sostegno (nuovi artt. 69-duodecies ss.);
c) prevede penetranti poteri della Banca d’Italia in caso di peggioramento della situazione della banca (c.d. poteri di intervento precoce, ricordati sopra), consistenti nel potere di impartire ai suoi organi l’ordine di attuare le misure del piano di risanamento o di negoziare accordi con i suoi creditori (nuovi artt. 69-noviesdecies ss.), o nel potere di rimuovere i suoi amministratori, organi di controllo o dirigenti apicali (art. 69-vicies-semel);
d) prevede alcuni adeguamenti (non particolarmente significativi) alle procedure di amministrazione straordinaria e liquidazione coatta amministrativa delle banche, già previste dal TUB (rispettivamente, artt. 70 ss. e artt. 80 ss.
Il d.lgs. 180/2015: le nuove regole sulla “risoluzione” delle banche
Il d.lgs. 180/2015 detta invece un complesso di regole del tutto nuove.
Esso prevede in primo luogo che la Banca d’Italia studi la situazione di ogni banca, preparando un piano d’azione definito, come già detto, “piano di risoluzione”, per l’eventualità che essa cada in stato di dissesto (artt. 7 ss.). Tale piano ha la funzione di consentire alla Banca d’Italia di affrontare la crisi, nel momento in cui dovesse presentarsi, senza essere colta di sorpresa e in modo efficace, in relazione alle peculiarità della singola banca o del singolo gruppo bancario (dimensione, caratteristiche di business, interconnessione con altri intermediari finanziari, ecc.).
Il cuore della normativa, tuttavia, è la disciplina della risoluzione vera e propria (artt. 17 ss.). Essa prevede che in caso di dissesto di una banca, non superabile in tempi brevi mediante interventi di mercato (aumenti di capitale, dismissioni, ecc.) o azioni di forza (quelle sopra viste, consentite dal TUB), la Banca d’Italia debba, nell’ordine (artt. 20 ss.):
a) aprire la procedura di risoluzione, quando ciò sia necessario ad assicurare la continuità delle funzioni essenziali, a tutelare i depositanti e gli investitori protetti da sistemi di garanzia o di indennizzo, a ridurre l’onere a carico delle finanze pubbliche (artt. 21);
La procedura di risoluzione, in sostanza, sottrae la banca in dissesto alla procedura di insolvenza normalmente prevista, e ciò al fine di ridurre il rischio sistemico e i costi per i creditori e per la collettività.
Il punto fondamentale, dunque, è capire quali sono gli strumenti che consentono alla risoluzione di operare più efficientemente della liquidazione coatta amministrativa. Si tratta di strumenti, in larga parte nuovi, che permettono di operare sia sull’attivo e sull’azienda, trasferendoli rapidamente a terzi, sia sul passivo, riducendolo al fine di coprire le perdite e ripristinare il patrimonio necessario perché la banca possa operare. Essi sono, principalmente:
1) lo strumento della cessione di tutte le attività e le passività, o parte di esse, a terzi o a un ente-ponte, che li rilevano assicurando la continuità dell’attività bancaria;
Con il bail-in, le perdite della banca sono poste a carico dei suoi azionisti e dei suoi creditori, e non a carico di terzi (tipicamente, altre banche o la fiscalità generale). Se ad esempio la banca, per poter operare, deve avere un patrimonio di +10 e ha invece un deficit (cioè ha un attivo inferiore ai debiti) di ‒100:
- si eliminano gli azionisti;
- si riducono di 100 i diritti dei creditori, secondo il loro ordine di soddisfazione (da quelli subordinati a quelli via via più garantiti), riportando il passivo della banca ad un valore uguale al suo attivo;
- così azzerato il deficit, si converte un’altra parte delle pretese dei creditori (sempre rispettando la gerarchia), facendoli diventare azionisti nella misura necessaria a ripristinare il patrimonio di 10, che occorre alla banca per operare. Se invece la banca ha solo un patrimonio insufficiente, ma non un deficit, allora gli azionisti vengono diluiti ma non eliminati. Si tratta di un salvataggio interno della banca in crisi, contrapposto a quello fatto con i soldi dei contribuenti (che viene comunemente definito bail-out).
Lo strumento dell’ente-ponte è stato immediatamente utilizzato, il 22 novembre 2015, per la risoluzione di quattro banche, trasferendo, nel giro di poche ore, tutte le loro attività (ad eccezione dei crediti in sofferenza) e tutte le loro passività (ad eccezione delle obbligazioni subordinate, cioè le più rischiose), a quattro nuove società. Il bail-in entrerà invece in vigore dal 1° gennaio 2016.
Altre considerazioni e prospettive future. Per le banche e i gruppi più grandi dell’Eurozona, assoggettati a vigilanza della BCE, e per tutti i gruppi transnazionali con sedi nell’Eurozona, le nuove regole verranno applicate non dalla Banca d’Italia, ma dal neocostituito Single Resolution Board con sede a Bruxelles. Gran parte delle nuove regole, inoltre, si applicano anche alle SIM e agli altri intermediari finanziari.
L’intervento è tecnicamente complicatissimo, e vi sono poi ulteriori elementi che dovrebbero farlo funzionare a dovere (in primis, il fondo di risoluzione finanziato dalle banche, che mira a fornire risorse alla gestione della crisi, e il fondo di garanzia dei depositi). Al di là dei dettagli tecnici e dei rilevanti spunti innovativi, occorre tuttavia tentare di individuare gli obiettivi della nuova normativa. Essi sono in sostanza due:
1) ridurre la possibilità che si verifichi una crisi bancaria. In questo i due decreti legislativi in commento costituiscono solo l’ultimo di una serie di vari interventi che, a questo scopo, hanno incrementato i requisiti patrimoniali perché le banche possano operare, hanno uniformato a livello europeo le regole in materia di valutazioni (ad esempio, dei crediti), hanno accentrato nella BCE la vigilanza delle banche e dei gruppi più significativi dei 19 paesi dell’Eurozona e hanno dotato le autorità di vigilanza dei singoli paesi di incisivi poteri di intervento sull’autonomia delle banche (da ultimo, in Italia, con il d.lgs. 12 maggio 2015, n. 72, che ha modificato il TUB);
2) consentire che, qualora si verifichi, la crisi venga gestita con il minimo impatto per i clienti e i creditori della banca e, possibilmente, senza costi per i contribuenti.
Se tutto questo funzionerà, sarà l’esperienza a dirlo. Non si può tuttavia rimpiangere un passato in cui nessuno subiva perdite dal dissesto di una banca: ciò accadeva, infatti, perché gli sportelli bancari avevano un alto valore di mercato e potevano essere venduti ad altre banche, e perché le risorse mancanti venivano prelevate dai contribuenti, aumentando così il debito pubblico. Queste condizioni non ci sono più: le banche chiudono i propri sportelli, figuriamoci se ne acquistano altri, e il debito pubblico è al limite della sostenibilità.
La conseguenza è che le banche sono divenute imprese (quasi) come le altre, e possono fallire. Quando ciò accade, c’è sempre qualcuno che perde. Le nuove regole cercano di ridurre quella perdita al minimo
Per leggere il decreto clicca al link:www.quotidianogiuridico.it/~/media/Giuridico/2015/12/17/d-lgs-180-e-181-del-16-novembre-2015-le-nuove-regole-sulle-crisi-bancarie/181 pdf
By Avv. Emiliano Mancino a dicembre 17, 2015
Apologia dello Stato Islamico su internet: istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo
Con la pronuncia n. 47489 depositata il 1° dicembre 2015, la prima sezione penale della Corte di Cassazione ha affermato che integra l’elemento soggettivo del delitto di cui all’art. 414 c.p. (Istigazione a delinquere), aggravato dalla finalità di terrorismo, la diffusione, su siti internet di libero accesso, di scritti, redatti in lingua italiana e rivolti ad un pubblico di soggetti radicati sul territorio nazionale, realizzati con stile incisivo e capaci di suscitare interesse e condivisione, che, data per presupposta la esecuzione di atti di terrorismo, esaltino la diffusione e l’espansione, anche con l’uso di armi, di una organizzazione terroristica, presentino personaggi ufficialmente classificati come terroristi nei documenti internazionali e contengano link a siti internet facenti capo all’organizzazione terroristica.
Nel caso sottoposto alla attenzione della Corte, il ricorrente era indagato per avere fatto apologia dello Stato Islamico pubblicamente e, in particolare, mediante la diffusione sulla rete internet di un documento, denominato: “Lo Stato Islamico, una realtà che ti vorrebbe comunicare”. Dalle indagini era emerso che l’indagato era in contatto con personaggi espulsi dal territorio dello Stato, nonchè con cittadini italiani convertitisi all’islam radicale. La perquisizione eseguita nei suoi confronti aveva permesso il rinvenimento di attrezzatura informatica contenente materiale rilevante dello stesso tipo e, nell’interrogatorio davanti al P.M., l’indagato, ammettendo di essere autore del documento, aveva sostenuto di aver voluto soltanto riportare ciò che il c.d. Stato islamico diceva di sè e aveva negato di avere aderito al contenuto del messaggio finale del testo, che invitava i Musulmani a supportare il “Califfato Islamico” e ad accorrere in suo aiuto.
La Corte di Cassazione ha preso le mosse ricordando come l’apologia possa avere ad oggetto anche un reato associativo e, quindi, anche il delitto di associazione con finalità di terrorismo anche internazionale di cui all’art. 270 bis c.p., cosicchè il pericolo concreto può concernere non solo la commissione di atti di terrorismo, ma anche la partecipazione di taluno ad un’associazione di questo tipo (art. 270 bis c.p., comma 2).
Ad avviso dei giudici, non può essere accolta la tesi, sostenuta dal ricorrente, secondo cui il documento diffuso su internet sollecitava solo un’adesione “ideologica” dei potenziali lettori allo “Stato islamico” e alle sue caratteristiche di “stato sociale”, attento al benessere dei suoi “cittadini”.
Al contrario, lo scritto in questione - afferma la Corte - presupponeva e accettava la natura combattente e di conquista violenta da parte dell’organizzazione (cioè l’esecuzione di atti di terrorismo), esaltava la sua diffusione ed espansione, anche con l’uso delle armi, distingueva l’umanità tra “un campo di Iman esente da ipocrisia e un campo di miscredenza esente da Iman” e valorizzava “la mappa della futura espansione del Califfato, che in poche parole è l’intero pianeta Terra”; faceva esplicito riferimento alle “molteplici fazioni militari Islamiche” alleate con il Califfo e riportava una frase del Portavoce ufficiale evocativa della conquista (“Vi promettiamo che, con il permesso di Allah, questa sarà la ultima vostra campagna. Verrà annientata e sconfitta come successe con tutte le vostre ultime campagne. Eccetto per cui questa volta saremo noi ad assaltarvi e non ci assalterete mai più. Se non saremo noi a raggiungervi saranno i nostri figli o i nostri nipoti“); ancora, il documento presentava personaggi ufficialmente classificati come terroristi nei documenti internazionali e conteneva diversi link a siti internet facenti capo all’organizzazione terroristica.
L’adesione che veniva sollecitata nei destinatari non era affatto soltanto “ideologica”, alla luce della caratteristica di documento scritto in italiano e rivolto ad un pubblico di soggetti radicati sul territorio nazionale, realizzato con stile incisivo e capace di suscitare interesse e condivisione: documento che indicava l’adesione al “Califfato” come obbligatoria sulla base di un’interpretazione corretta di tipo religioso (“Sappi che non hai diritto di opporre l’autorità di un Califfo scelto su una metodologia corretta, scelto dai Musulmani“) e che esplicitamente sosteneva l’adesione all’associazione (“Fratello e sorella in Allah, non è forse giunto il momento di supportare la Ummah? Non è forse il momento di aiutare i Musulmani e supportare il loro Califfato? Accorri al supporto del Califfato Islamico“).
Infine- conclude la sentenza – in tale contesto la natura pubblica dell’apologia è perfettamente integrata dalle modalità di diffusione del documento (peraltro, nel caso concreto, della potenzialità diffusiva della pubblicazione era pienamente consapevole l’indagato, tanto da sollecitarla su altro sito, chiedendo aiuto alla espansione del suo lavoro).
fonte: www.giurisprudenzapenale.com//Apologia dello Stato Islamico su internet: istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo
Come i chirurghi, i piloti, i responsabili di depositi di fuochi d’artificio, i macchinisti di treni ad alta velocità. Gli insegnanti piemontesi, in base a una recente delibera regionale che ha rinnovato le prescrizioni di un precedente atto del 2012 mai davvero messe in pratica, dovranno sottoporsi a visita medica per individuare l’eventuale dipendenza da alcol. Il medico competente, responsabile della sorveglianza sanitaria nei luoghi di lavoro, deciderà poi chi dovrà fare (a sorpresa) anche il test alcolimetrico. Della questione si è parlato nei giorni scorsi nelle conferenze di servizio convocate dall’Ufficio scolastico regionale e da allora le scuole - che per «povertà» avevano fin qui ignorato la delibera - hanno un problema in più e, in prospettiva, molti soldi in meno. Già nel 2012 i conti, per una scuola da mille allievi, ammontavano ad almeno 4000 euro l'anno. Per i presidi, uno spreco: individuare e sottoporre a visita medica un dipendente etilista è possibile senza costosi test a tappeto.
Perché il Piemonte si trovi a fronteggiare questo problema, lo riassume Antonietta Di Martino, referente per la sicurezza dell’Usr: «Nel 2006 la Conferenza Stato-Regioni ha stilato l’elenco delle mansioni a rischio e ha inserito gli insegnanti, dal nido alle superiori, in quanto a loro sono affidati gli allievi. L’articolo 41, comma 4 bis del Testo Unico del 2008 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro ha poi demandato alla Conferenza di definire le modalità dell’accertamento». La maggioranza delle regioni, in attesa di indicazioni, si è fermata. La giunta Cota, invece, aveva interpretato la legge come operativa. «La delibera del 2012 aveva definito le linee di indirizzo - visita annuale per tutti e test ogni tre anni - stabilendo un periodo di osservazione di un anno a cui sarebbe seguito un nuovo provvedimento, arrivato in ottobre».
La nuova delibera alleggerisce un po’ le prescrizioni, ma di fatto le rende operative. «Il medico decide chi sottoporre al test sulla base della visita solo se sospetta alcoldipendenza. L’Usr - aggiunge Antonietta Di Martino - ha chiesto alla Regione di chiarire formalmente la periodicità delle visite, costose. Il vero obiettivo, però, è di arrivare ad eliminare l’insegnamento dall’elenco vista la sproporzione tra rischio e misure da adottare». In questo senso pare si possa ben sperare. «In novembre il ministero della Salute ha inviato un nuovo elenco di attività da sottoporre alla Conferenza unificata: l’insegnamento non c’è». Resta da chiarire quando la Conferenza potrà occuparsi della faccenda.
fonte: www.lastampa.it//Test (a sorpresa) anti alcol anche per gli insegnanti - La Stampa
Libretto postale sequestrato per ricettazione: non serve che il denaro provenga dal reato
Sono legittimamente confiscabili i beni e le altre utilità di cui il condannato per determinati reati non possa giustificare la provenienza, senza che rilevi se tali beni siano o meno derivanti dal reato per cui è stata pronunciata condanna. Lo ha confermato la Cassazione con la sentenza 42005/15.
Il gip aveva disposto il sequestro preventivo del libretto postale intestato ad un uomo in relazione al reato di ricettazione. L'uomo propone istanza di riesame contro il decreto, che è respinta dal Tribunale. Per la cassazione di tale ordinanza ricorre l’uomo, lamentando di aver dimostrato la provenienza lecita di parte del denaro sequestrato, mentre la restante somma doveva ritenersi compatibile con la regolare presenza del ricorrente e della sua compagna sul territorio nazionale in relazione ai redditi leciti da entrambi prodotti.
Gli Ermellini hanno in primis chiarito che il sequestro nel caso di specie è stato disposto ai sensi degli artt. 321 c.p. (Pene per il corruttore) e 12 sexies l. n. 356/1992 (Ipotesi particolari di confisca), che prevede in caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta per una serie di reati - fra i quali la ricettazione -, la confisca dei beni nella disponibilità del condannato, ove sia provata, da un lato, l’esistenza di una sproporzione fra il reddito da lui dichiarato o i proventi della sua attività economica ed il valore economico di detti bene e, dall’altro, che non vi sia una giustificazione credibile in ordine alla provenienza dei suddetti beni.
Non rileva che i beni derivino dal reato per cui è pronunciata la condanna. Ancora più specificatamente, continuano i Giudici di Piazza Cavour, sono legittimamente confiscabili a norma del succitato art. 12 sexies i beni e le altre utilità di cui il condannato per determinati reati non possa giustificare la provenienza, senza che rilevi se tali beni siano o meno derivanti dal reato per cui è stata pronunciata condanna. Il legislatore, infatti, ha introdotto una presunzione di illecita accumulazione patrimoniale, che può peraltro essere superata per mezzo di una giustificazione circa la legittimità della provenienza dei beni da parte dei soggetti che hanno la titolarità o la disponibilità dei beni; per assolvere tale onere, da un lato, basta che sia fornita la prova di un rituale acquisto, essendo necessario che i mezzi impiegati per il relativo negozio derivino da legittime disponibilità finanziarie, e, dall’altro, non si richiede che gli elementi allegati siano idonei ad essere valutati secondo le regole civilistiche sui rapporti reali, possessori o obbligazionari, ma solo che essi, valutati secondo il principio della libertà della prova e del libero convincimento del giudice, dimostrino una situazione diversa da quella presunta. Un tale quadro, quindi, concludono dal Palazzaccio, se non implica la «sufficienza di prospettazioni meramente plausibili», neppure «coincide con un concetto di rigorosa prova». Con riferimento al caso di specie, la Corte territoriale ha fornito motivazione logica e congrua, basata su motivazioni insindacabili in sede di legittimità, e pertanto il Supremo Collegio ha rigettato il ricorso in esame.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Libretto postale sequestrato per ricettazione: non serve che il denaro provenga dal reato - La Stampa
Denunce in lingua straniera
Gli stranieri potranno presentare, alla procura della Repubblica presso il tribunale del capoluogo del distretto, la denuncia o querela nella propria lingua e ottenere gratuitamente la traduzione della relativa attestazione. Rafforzati i diritti della vittima a conoscere e ricevere, nella propria lingua, gli atti essenziali per una sua migliore e consapevole partecipazione al processo sin dal primo contatto con l’autorità. Il Consiglio dei ministri, su proposta del presidente Matteo Renzi e del ministro della giustizia Andrea Orlando, ha approvato ieri, in esame definitivo, il decreto legislativo di attuazione della direttiva 2012/29/Ue che istituisce norme in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e che sostituisce la decisione quadro 2001/220/GAI. Il decreto (in merito al quale il guardasigilli ha parlato via Twitter di «più diritti, assistenza e protezione») si rivolge in modo particolare a chi, vittima di un reato, si dovesse trovare in condizione di particolare difficoltà come, ad esempio, le donne, i minori, gli stranieri con (appunto) difficoltà con la lingua italiana e a chi ha subito violenza. Il decreto legislativo apporta parziali modifiche al sistema normativo vigente. Alcune sono di particolare rilievo per l’ordinamento processuale penale, come la previsione secondo la quale, qualora la persona offesa sia deceduta in conseguenza del reato, le facoltà e i diritti previsti dalla legge possano essere esercitati, oltre che dal coniuge, anche dalla persona legata da relazione affettiva e con essa stabilmente convivente. Nel decreto è introdotta la definizione di vulnerabilità della vittima, che ora è desunta, oltre che dall’età e dallo stato di infermità o di deficienza psichica, dal tipo di reato, dalle modalità e circostanze del fatto per cui si procede. Nella valutazione della condizione della persona offesa si terrà conto quindi se il fatto risulta commesso con violenza alla persona o con odio razziale, se è riconducibile a criminalità organizzata, terrorismo o tratta degli esseri umani, se ha finalità di discriminazione e se la vittima è affettivamente, psicologicamente o economicamente dipendente dall’autore del reato.
fonte: www.italiaoggi.it//Denunce in lingua straniera - News - Italiaoggi
By Avv. Emiliano Mancino a dicembre 12, 2015

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 sentenza 
 art. 659
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 art. 12