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Stranieri. Cittadinanza italiana e permesso di soggiorno - Pagina 2 - GrNet.it
Messaggio da iosonoquì » sab mag 24, 2014 7:52 pm
In nove mesi, dopo il matrimonio, mia moglie ha avuto la cittadinanza italiana.
Basta seguire l'iter passo passo e rivoltare la Prefettura competente che, se si latita, latita anch'essa!!!
Messaggio da panorama » lun giu 23, 2014 8:30 pm
1) - cittadino straniero, giunto in Italia in possesso di visto di ingresso ordinario rilasciato dalla rappresentanza diplomatica italiana in Albania.
Il Consiglio di Stato ha accolto l'Appello del ricorrente, scrivendo:
2) - Orbene, rileva la Sezione che il permesso di soggiorno, che consegue al nulla osta al lavoro di cui all’art. 22, comma 2, del D. Lgs. n. 286/1998, è atto dovuto a séguito del perfezionamento della procedura con la firma da parte dello straniero del contratto di soggiorno ai sensi del successivo comma 6 ( firma, questa, indubbiamente intervenuta nel caso di specie in data 16 novembre 2007 ); senza che rilevi, ai fini della validità di detto contratto, l’accertamento postumo del fatto che la ditta era, come risulta dal provvedimento oggetto del giudizio, “cessata addirittura due mesi prima del rilascio della autorizzazione al lavoro”, che l’Amministrazione avrebbe dovuto rilevare nella sede appropriata degli accertamenti previsti dal citato art. 22 e che comunque al più avrebbe potuto portare ad un provvedimento di annullamento d’ufficio della autorizzazione stessa, nella fattispecie non intervenuto.
3) - Ne consegue che il mancato perfezionamento del rapporto di lavoro per causa non imputabile al lavoratore straniero munito di regolare visto di ingresso per motivi di lavoro subordinato ( in particolare, per quanto viene in rilievo nel caso all’esame, per sopravvenuta inattività dell’impresa ), equivalendo alla cessazione del rapporto di cui al comma 11 dello stesso art. 22, deve comportare quanto meno il rilascio di permesso di soggiorno per attesa di occupazione, ai cui fini l’interessato dovrà allegare solamente l’iscrizione al centro per l’impiego, nonché la dimostrazione inerente la disponibilità di fonti lecite di sostentamento.
23/06/2014	201403166 Sentenza	3
N. 03166/2014REG.PROV.COLL.
N. 04177/2009 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 4177 del 2009, proposto da:
rappresentato e difeso dagli avv.ti Paolo Persello ed Arturo Salerni ed elettivamente domiciliato presso lo studio del secondo, in Roma, via Carso, 23,
della sentenza del T.A.R. FRIULI-VENEZIA-GIULIA - n. 00049/2009, resa tra le parti, concernente diniego rilascio permesso di soggiorno.
Vista l’Ordinanza n. 2907/2009, pronunciata nella Camera di Consiglio del giorno 9 giugno 2009, di accoglimento della domanda di sospensione dell’esecuzione della sentenza appellata;
Data per letta, alla pubblica udienza del 22 maggio 2014, la relazione del Consigliere Salvatore Cacace, nessuno essendo ivi comparso per l’appellante;
1. - L'appello può essere deciso, sussistendone i presupposti, con sentenza in forma semplificata, ai sensi dell’articolo 74 del c.p.a.
2. – L’odierno appellante impugna la sentenza, con la quale il Tribunale Amministrativo Regionale per il Friuli Venezia Giulia ha respinto il ricorso da lui proposto avverso il provvedimento, con cui il Questore della Provincia di Udine ha rifiutato l’istanza di rilascio di un permesso di soggiorno per lavoro subordinato.
Non si è costituita l’Amministrazione appellata.
Con Ordinanza n. 2907/2009, pronunciata nella Camera di Consiglio del giorno 9 giugno 2009, è stata accolta la domanda di sospensione dell’esecuzione della sentenza appellata.
La causa è stata chiamata e trattenuta in decisione alla udienza pubblica del 22 maggio 2014.
3. – L’appello è fondato.
Come risulta invero dagli atti, il diniego di rilascio del permesso di soggiorno è stato determinato, secondo quanto consta dalla motivazione dello stesso, dal fatto che il cittadino straniero, giunto in Italia in possesso di visto di ingresso ordinario rilasciato dalla rappresentanza diplomatica italiana in Albania per motivi di lavoro subordinato e della prodromica autorizzazione al lavoro rilasciata dalla Provincia di Udine, non ha provveduto a sottoscrivere il contratto di soggiorno con il datore di lavoro, né a perfezionare il rapporto di lavoro presso l’Ufficio di collocamento.
Orbene, rileva la Sezione che il permesso di soggiorno, che consegue al nulla osta al lavoro di cui all’art. 22, comma 2, del D. Lgs. n. 286/1998, è atto dovuto a séguito del perfezionamento della procedura con la firma da parte dello straniero del contratto di soggiorno ai sensi del successivo comma 6 ( firma, questa, indubbiamente intervenuta nel caso di specie in data 16 novembre 2007 ); senza che rilevi, ai fini della validità di detto contratto, l’accertamento postumo del fatto che la ditta era, come risulta dal provvedimento oggetto del giudizio, “cessata addirittura due mesi prima del rilascio della autorizzazione al lavoro”, che l’Amministrazione avrebbe dovuto rilevare nella sede appropriata degli accertamenti previsti dal citato art. 22 e che comunque al più avrebbe potuto portare ad un provvedimento di annullamento d’ufficio della autorizzazione stessa, nella fattispecie non intervenuto.
Ne consegue che il mancato perfezionamento del rapporto di lavoro per causa non imputabile al lavoratore straniero munito di regolare visto di ingresso per motivi di lavoro subordinato ( in particolare, per quanto viene in rilievo nel caso all’esame, per sopravvenuta inattività dell’impresa ), equivalendo alla cessazione del rapporto di cui al comma 11 dello stesso art. 22, deve comportare quanto meno il rilascio di permesso di soggiorno per attesa di occupazione, ai cui fini l’interessato dovrà allegare solamente l’iscrizione al centro per l’impiego, nonché la dimostrazione inerente la disponibilità di fonti lecite di sostentamento.
Rileva inoltre, nel caso di specie, la violazione dell’art. 5, comma 5, del D. Lgs. n. 286/1998, nella parte in cui, una volta che si consideri il mancato perfezionamento del rapporto di lavoro di cui alla autorizzazione originaria alla stregua di una mera “irregolarità” amministrativa sanabile, obbliga l’Amministrazione a tener conto dei “nuovi elementi”, consistenti, nel caso all’esame, nell’instaurazione di un rapporto di lavoro, se pure con un diverso datore; tanto più quando ne sia data prontamente notizia all’Amministrazione.
4. – All’accoglimento dell’appello consegue, in accoglimento del ricorso di primo grado, l’annullamento del rifiuto oggetto del giudizio.
Le spese del doppio grado, liquidate nella misura indicata in dispositivo, séguono, come di regola, la soccombenza.
Condanna l’Amministrazione appellata alla rifusione di spese ed onorarii del doppio grado in favore dell’appellante, liquidandoli in complessivi Euro 5.000,00=, oltre I.V.A. e C.P.A.
Così deciso in Roma, addì 22 maggio 2014, dal Consiglio di Stato in sede giurisdizionale – Sezione Terza – riunito in Camera di consiglio con l’intervento dei seguenti Magistrati:
Messaggio da panorama » mar giu 24, 2014 4:51 pm
L'Unione Europea apre all'Albania: sarà uno stato membro
Il Consiglio Ue ha dato il via libera allo status di Paese candidato all’ingresso nell’Unione europea all’Albania.
La decisione è stata presa dopo una mattinata di discussioni al Consiglio Affari generali a Lussemburgo e sarà formalizzata dai capi di Stato e di governo nel vertice di Ypres di giovedì e venerdì.
L’Italia, rappresentata oggi a Lussemburgo dal sottosegretario per gli Affari europei Sandro Gozi, è sempre stata convinta sostenitrice dell’ingresso dell’Albania, come ha confermato questa mattina lo stesso Gozi: «riteniamo sia assolutamente fondamentale riconoscere all’Albania lo status di paese candidato e accelerare il processo di adesione di tutti i Balcani occidentali, a partire da Albania e Serbia».
notizia di oggi 24 giugno 2014
Messaggio da panorama » gio lug 24, 2014 10:13 am
diniego dell’istanza di emersione dal lavoro irregolare ai sensi dell’art. 1 ter della l. 102/2009, domanda respinta sul rilievo che l’interessato fosse stato condannato per il reato di cui all’art. 14, co. 5 ter, del d.lgs 286/1998, per essersi trattenuto nel territorio italiano in violazione dell’ordine impartito dal questore ai sensi del co. 5 bis.
Il Consiglio si Stato ha ACCOLTO il ricorso del ricorrente:
1) - L’appello è fondato e va accolto, sulla scorta della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 28 aprile 2011, in causa C/61/11, emessa su domanda pregiudiziale proposta ai sensi dell’art. 267 TFUE dalla Corte di Appello di Torino, nell’ambito di un procedimento penale a carico di un cittadino extracomunitario condannato in primo grado alla pena di un anno di reclusione proprio per il reato di permanenza irregolare sul territorio italiano, senza giustificato motivo, in violazione di un ordine di allontanamento emesso nei suoi confronti dal questore di Udine.
2) - Ciò posto, sul noto rilievo secondo cui il principio di diritto affermato nelle sentenze interpretative della Corte di giustizia si impone con effetti erga omnes (Corte cost. 23 aprile 1985, n. 113; 11 luglio 1989, n. 289; Cass. 3 ottobre 1997, n. 9653), la vicenda conseguente all’emanazione della sentenza della Corte di giustizia 28 aprile 2011 deve essere sostanzialmente inquadrata in un’ipotesi di abolitio criminis, così ricadendo nella sfera di applicazione dell’art. 2 comma 2 c.p. anche per quanto concerne gli effetti retroattivi (v. , per un precedente in termini, Cass. pen. VI, 19 ottobre 2010, n. 41683).
22/07/2014	201403908 Sentenza	3
N. 03908/2014REG.PROV.COLL.
N. 02235/2011 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 2235 del 2011, proposto da:
OMISSIS, rappresentato e difeso dall'avv. Paolo Guidorzi, con domicilio eletto presso la Segreteria della terza sezione del Consiglio di Stato in Roma, piazza Capo di Ferro, 13;
Ministero dell'Interno, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, presso i cui uffici è domiciliato in Roma, via dei Portoghesi, 12;
della sentenza breve del T.A.R. VENETO, sezione III n. 1446/2010, resa tra le parti, concernente il diniego dell’istanza di emersione dal lavoro irregolare
Vista l’ordinanza della sezione n. 1585/2011, con cui è stata accolta la domanda cautelare;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 10 luglio 2014 il Cons. Hadrian Simonetti, presente ai preliminari l’Avvocato dello Stato Varrone;
1. Nell’interesse dell’odierno ricorrente venne presentata domanda di emersione dal lavoro irregolare, ai sensi dell’art. 1 ter della l. 102/2009, domanda respinta sul rilievo che l’interessato fosse stato condannato per il reato di cui all’art. 14, co. 5 ter, del d.lgs 286/1998, per essersi trattenuto nel territorio italiano in violazione dell’ordine impartito dal questore ai sensi del co. 5 bis.
2. Proposto ricorso avverso tale diniego, denunciando la violazione dell’art. 1 ter co. 13 della l. 102/2009 in quanto il reato in questione non rientrerebbe né tra quelli ostativi all’emersione, il Tar lo respingeva ritenendo che il reato fosse da ricomprendere tra quelli previsti dall’art. 381 c.p.p. e che la questione di legittimità costituzionale, prospettata in via subordinata, fosse manifestamente infondata.
3. Con il presente appello è impugnata la sentenza, riproponendo e sviluppando le originarie censure, in particolare sottolineando la specificità della fattispecie di reato di cui all’art. 14, co. 5 ter.
Nella camera di consiglio dell’8.4.2011 è stata accolta la domanda cautelare e all’udienza del 10.7.2014 la causa è passata in decisione.
4. L’appello è fondato e va accolto, sulla scorta della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 28 aprile 2011, in causa C/61/11, emessa su domanda pregiudiziale proposta ai sensi dell’art. 267 TFUE dalla Corte di Appello di Torino, nell’ambito di un procedimento penale a carico di un cittadino extracomunitario condannato in primo grado alla pena di un anno di reclusione proprio per il reato di permanenza irregolare sul territorio italiano, senza giustificato motivo, in violazione di un ordine di allontanamento emesso nei suoi confronti dal questore di Udine.
4.1. Con essa, la Corte di Giustizia ha dichiarato che la direttiva 2008/115 (immediatamente applicativa in alcune sue parti), in particolare i suoi artt. 15 e 16, deve essere interpretata nel senso che essa osta ad una normativa di uno Stato membro, come quella italiana in discussione nel procedimento principale, che preveda l’irrogazione della pena della reclusione al cittadino di un paese terzo il cui soggiorno sia irregolare per la sola ragione che questi, in violazione di un ordine di lasciare entro un determinato termine il territorio di tale Stato, permane in detto territorio senza giustificato motivo.
4.2. Ciò posto, sul noto rilievo secondo cui il principio di diritto affermato nelle sentenze interpretative della Corte di giustizia si impone con effetti erga omnes (Corte cost. 23 aprile 1985, n. 113; 11 luglio 1989, n. 289; Cass. 3 ottobre 1997, n. 9653), la vicenda conseguente all’emanazione della sentenza della Corte di giustizia 28 aprile 2011 deve essere sostanzialmente inquadrata in un’ipotesi di abolitio criminis, così ricadendo nella sfera di applicazione dell’art. 2 comma 2 c.p. anche per quanto concerne gli effetti retroattivi (v. , per un precedente in termini, Cass. pen. VI, 19 ottobre 2010, n. 41683).
4.3. Il che comporta, quale ulteriore e decisiva conseguenza, che la condanna penale riportata a suo tempo dall’odierno appellante per il reato di cui all’art. 14 comma 5 ter del D.lgs. 286/1998 non può (più) essere considerata in alcun modo ostativa alla sua domanda di regolarizzazione che, quindi, dovrà essere nuovamente esaminata dall’Amministrazione competente (v. Ad. Plen. n. 8/2011).
5. Vi sono giustificati motivi per compensare le spese di lite, alla luce dei differenti orientamenti esistenti alla data del provvedimento impugnato.
definitivamente pronunciando sull'appello, lo accoglie e, per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata, annulla l’atto impugnato con il ricorso di primo grado.
Messaggio da panorama » mar nov 04, 2014 2:24 pm
DINIEGO RINNOVO PERMESSO DI SOGGIORNO cittadina albanese per motivi di lavoro subordinato
1) - Il primo giudice, in particolare, dichiarava:
- ) - l’irrilevanza del ritardo nel definire l’istanza di rinnovo del permesso di soggiorno agli effetti della legittimità dell’atto conclusivo del procedimento;
- ) - l’insussistenza dei presupposti per il rilascio di permesso di soggiorno per attesa di nuova occupazione e la mancanza di un provvedimento di ricongiungimento familiare agli effetti dell’ rilevanza del legame con il figlio minore nato in Italia.
Il Consiglio di Stato Accoglie l'appello dell'interessata scrivendo:
2) - E’, invece, fondata la doglianza che fa richiamo all’esistenza in Italia del legame familiare con il figlio minore, di cui si documenta l’iscrizione alla scuola primaria, che il Questore avrebbe dovuto prendere in considerazione prima di negare il rinnovo del permesso di soggiorno.
Cmq. leggete il tutto x completezza qui sotto.
31/10/2014	201405388 Sentenza	3
N. 05388/2014REG.PROV.COLL.
N. 05738/2011 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 5738 del 2011, proposto da OMISSIS, rappresentata e difesa dagli avv. Massimo Mazzi e Pietro Asta, con domicilio eletto presso il secondo in Roma, via Cola di Rienzo 163;
della sentenza breve del T.A.R. LOMBARDIA - MILANO: SEZIONE IV n. 07680/2010, resa tra le parti, concernente DINIEGO RINNOVO PERMESSO DI SOGGIORNO
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 9 ottobre 2014 il consigliere Bruno Rosario Polito;
nessuno è presente per le parti ;
1. Con ricorso proposto avanti al T.A.R. per la Lombardia la cittadina albanese OMISSIS impugnava per dedotti motivi di violazione di legge ed eccesso di potere in diversi profili il provvedimento del Questore della Provincia di Milano in data 15 settembre 2010, recante il diniego di rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato scaduto in data 10 dicembre 2007.
A sostegno dell’atto di diniego il Questore richiamava gli artt. 4, comma 3, del t.u. n. 286 del 1998 e 13, comma 2, del d.P.R. n. 394 del 1999 i quali, rispettivamente, stabiliscono che l’ingresso e soggiorno nel territorio dello Stato è consentito allo “ …straniero che dimostri di essere in possesso di idonea documentazione atta a confermare lo scopo e le condizioni del soggiorno”, nonché “la disponibilità di un reddito da lavoro o da altra fonte lecita sufficiente al sostentamento proprio e dei familiari conviventi a carico”.
Con sentenza in forma semplificata n. 7680 del 2010 il T.A.R. adito respingeva il ricorso.
Il primo giudice, in particolare, dichiarava: l’irrilevanza del ritardo nel definire l’istanza di rinnovo del permesso di soggiorno agli effetti della legittimità dell’atto conclusivo del procedimento; l’insussistenza dei presupposti per il rilascio di permesso di soggiorno per attesa di nuova occupazione e la mancanza di un provvedimento di ricongiungimento familiare agli effetti dell’ rilevanza del legame con il figlio minore nato in Italia.
Avverso la sentenza n. 7680 del 2010 la sig.ra OMISSIS ha proposto appello ed ha contestato le conclusioni del primo giudice insistendo nei motivi di legittimità articolati in prime cure.
Il Ministero dell’ Interno non si è costituito in giudizio.
All’udienza del 9 ottobre 2014 il ricorso è stato trattenuto per la decisione.
2. L’appellante censura la sentenza del T.A.R. nella parte in cui ha ritenuto irrilevante, agli effetti della validità del provvedimento negativo impugnato, il ritardo con il Questore si è pronunziato sulla domanda di rinnovo del permesso di soggiorno.
Va ribadito al riguardo – in linea con il concorde indirizzo della giurisprudenza amministrativa – che l’inosservanza dei termini che cadenzano nel tempo lo svolgimento del procedimento amministrativo non determina l’illegittimità del provvedimento finale, stante la loro natura ordinatoria e sollecitatoria e l’ assenza di ogni effetto privativo del potere esercitato in relazione al loro decorso.
2.1. In base al principio tempus regit actum il Questore ha correttamente verificato l’assenza di un valido rapporto di lavoro subordinato al momento del provvedere, che costituisce presupposto essenziale per il rilascio e rinnovo del titolo di soggiorno in Italia ai sensi dell’ art. 5, comma 3, del d.lgs. n. 286 del 1998, e al quale vanno ricondotti i mezzi di sussistenza sufficienti per le esigenze dello straniero e del di lui nucleo familiare (artt. 4, comma 3, del d.lgs. n. 286 del 1998 e 9, comma 4, del d.P.R. n. 394 del 1999).
2.2. Quanto alla censura inerente al mancato rilascio, ai sensi dell’art. 22, comma 9 del d.lgs. n. 286 del 1998 citato, di un permesso di soggiorno della durata ivi indicata per l’iscrizione nelle liste di collocamento ai fini della costituzione di un nuovo rapporto di lavoro, in virtù del provvedimento cautelare di questa Sezione n. 3431 del 2011 l’odierna appellante ha ampiamente fruito del beneficio di legge e ciò priva di interesse ogni domanda di annullamento del decreto del 15 settembre 2010 che - malgrado l’ assenza di specifica istanza agli effetti predetti - è censurato per non avere provveduto sul punto.
2.3. La ricorrente invoca la costituzione di un nuovo rapporto di lavoro subordinato idoneo a consentire il rilascio del permesso di soggiorno in base all’ art. 5, comma 5, del d.lgs. n. 286 del 1998, ove è stabilito che, nei casi in cui vengono a mancare gli originari requisiti per l’ingresso ed il soggiorno in Italia, deve tenersi conto dei sopraggiunti elementi che consentono il rilascio del titolo di soggiorno.
Premesso che l’ Amministrazione non deve effettuare alcuna istruttoria d’ufficio ai fini della verifica di dette sopravvenienze - vertendosi a fronte di procedimento ad iniziativa di parte con ogni conseguente onere probatorio a carico dell’istante - nessun elemento è stato fornito dalla ricorrente a sostegno dell’introduzione nel procedimento di cui è controversia della documentazione inerente alla costituzione del nuovo rapporto di lavoro su cui avrebbe dovuto pronunziarsi il Questore.
2.4. E’, invece, fondata la doglianza che fa richiamo all’esistenza in Italia del legame familiare con il figlio minore, di cui si documenta l’iscrizione alla scuola primaria, che il Questore avrebbe dovuto prendere in considerazione prima di negare il rinnovo del permesso di soggiorno.
In tale contesto, invero, l’ automatismo espulsivo che si collega al riscontro, al momento del provvedere, dell’assenza dei presupposti di carattere vincolato per il rinnovo del permesso di soggiorno, va temperato - alla luce di quanto previsto dall’art. 2, comma 1, lett. b), del d.lgs. n. 5 del 2007, ad integrazione dell’ art. 9 del menzionato d.lgs. - con l’obbligo di valutare, in sede di diniego di rinnovo del permesso di soggiorno, anche l’effettività dei costituiti vincoli familiari.
La valutazione dell'effettività e della natura dei vincoli familiari va svolta non soltanto in caso di avvenuto ricongiungimento familiare, secondo quanto previsto nell'art. 5, comma 5, del t.u., dal d.lgs. n. 5 del 2007, ma alla luce dell’art. 8 CEDU va logicamente estesa anche in favore dello straniero che abbia analoghe relazioni familiari, ma non abbia avuto bisogno di esperire la procedura di ricongiungimento in quanto il nucleo familiare è già unito (cfr. Cons. St., Sez. III, n. 2915 del 9 giugno 2014; n. 2856 del 17 maggio 2012; Sez. VI, n. 6566 del 13 settembre 2010).
Per le considerazioni che precedono l’appello va accolto e, per l’effetto, va accolto il ricorso di primo grado e va annullato il provvedimento con esso impugnato, fatti salvi gli ulteriori provvedimenti dell’ Amministrazione.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, in riforma della sentenza impugnata, accoglie il ricorso di primo grado e annulla il provvedimento con esso impugnato, fatti salvi gli ulteriori provvedimenti dell’ Amministrazione.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 9 ottobre 2014 con l'intervento dei magistrati:
Messaggio da panorama » mer giu 24, 2015 4:39 pm
RESIDENZA E PERMESSO DI SOGGIORNO: IMPORTANTE CIRCOLARE DEL MINISTERO INTERNO
Messaggio da panorama » sab set 12, 2015 9:00 am
PARERE ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 1 ,numero provv.: 201502509 - Public 2015-09-03 -
Numero 02509/2015 e data 03/09/2015
NUMERO AFFARE 01206/2015
Ministero dell'interno - Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione.
Ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto dal signor S. T., avverso il provvedimento della Prefettura di Roma di rigetto dell’istanza di emersione dal lavoro irregolare;
Vista la relazione trasmessa con nota prot. n. 3869 del 07/07/2015 con la quale il Ministero dell'interno - Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione ha chiesto il parere del Consiglio di Stato sull'affare consultivo in oggetto;
Esaminati gli atti e udito il relatore, presidente Giuseppe Barbagallo;
Il signor S. T., cittadino rumeno, impugna il decreto di rigetto dell’istanza di emersione di lavoro irregolare adottato dal Prefetto di Roma in data 12 gennaio 2004.
Poiché la Romania è divenuta membro della UE dall’1.1.2007, al ricorrente sono applicabili le norme sulla libera circolazione di cui al d.lgs. n. 30/07 attuativo della direttiva 2004/38/CE, e pertanto l’impugnato provvedimento ha perduto di efficacia con la conseguente improcedibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse.
Messaggio da panorama » sab set 12, 2015 11:46 am
Richiesta di parere in relazione alla conversione del permesso di soggiorno da motivi religiosi a lavoro subordinato.
1) - Il predetto orientamento non sempre è stato confermato dal Consiglio di Stato, in sede di appello.
2) - Invero, con la decisione n. 1612 del 20 marzo 2013 il Consiglio di Stato, Sezione terza, ha statuito la possibilità di convertire il permesso di soggiorno per motivi religiosi in permesso di soggiorno per lavoro subordinato, in quanto la normativa non pone alcuna preclusione esplicita e la tipologia dei casi di conversione non può intendersi affatto tassativa, non ponendo l'art. 5 del d. lgs 285/1998 vincoli al rinnovo del permesso di soggiorno per un titolo diverso da quello originariamente posseduto;
3) - mentre con la successiva decisione n. 2292 depositata il 24 aprile 2013 della medesima sezione, lo stesso Consiglio di Stato si è espresso in modo difforme, sottolineando come le indicazioni fornite dall'art. 14 del DPR 394/1999 debbano intendersi derogatorie e a titolo di eccezione e che non sono suscettibili di applicazione estensiva o tanto meno analogica. Ha concluso, pertanto, il predetto organo giurisdizionale che il permesso di soggiorno per motivi religiosi non può ritenersi suscettibile di conversione.
4) - Si rappresenta, al riguardo, che seppure i giudici amministrativi ritengono possibile la conversione del permesso di soggiorno da motivi religiosi a lavoro subordinato, non può, comunque, sottacersi la difficoltà di ammettere la conversione in parola, in assenza di una disposizione che la preveda espressamente, anche se l'articolo 5, comma 5, del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero - di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni non pone alcuna limitazione ai motivi giustificativi del rinnovo del permesso di soggiorno pure se diversi da quelli posti a base dell'originario permesso.
5) - Si sottolinea, infine, che la Camera dei deputati, in data 10 giugno 2015 ha approvato l'ordine del giorno ( 9/2977-A/8), in armonia con la direttiva rimpatri 2008/115/CE, in sede di discussione del disegno di legge europea 2014.
6) - La specificità ed eccezionalità della disciplina concernente il rilascio del permesso di soggiorno per motivi religiosi esclude che si possa ritenere che, allo stato dell’attuale normativa, in mancanza di una disposizione esplicita, le fonti normative prevedano la facoltà di conversione del permesso di soggiorno rilasciato per motivi religiosi in permesso di soggiorno per motivi di lavoro.
PARERE ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 1 ,numero provv.: 201502426 - Public 2015-08-25 -
Numero 02426/2015 e data 25/08/2015
NUMERO AFFARE 01048/2015
Vista la relazione n. 3556 del 19 giugno 2015 con la quale il Ministero dell'interno - Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione ha posto il quesito;
Il Ministero dell’interno espone che la normativa vigente (art. 14 d.P.R. n. 394/1999) non prevede la conversione del permesso di soggiorno per motivi religiosi in permesso di soggiorno per lavoro subordinato, in deroga alle regole ordinarie e generali stabilite per quest'ultimo.
Quindi, in linea con quanto stabilito dal legislatore, il Ministero ha ritenuto non accoglibili le istanze presentate dai religiosi finalizzate ad ottenere la predetta conversione.
Tuttavia, negli ultimi anni l’Amministrazione è risultata più volte soccombente, in qualità di resistente, nei ricorsi proposti innanzi ai Tribunali amministrativi regionali per l'annullamento dei provvedimenti di diniego delle richieste di conversione del permesso di soggiorno per motivi religiosi in permesso di soggiorno per motivi di lavoro. I Tribunali amministrativi hanno stabilito, infatti, che la tipologia dei permessi di soggiorno oggetto di conversione, indicata dalla normativa, non fosse tassativa e, quindi, non escludesse tale conversione, anche se non esplicitamente e che, quando si era inteso escludere tale possibilità, l'inconvertibilità era stata espressamente sancita. Inoltre, i Tribunali amministrativi hanno evidenziato che l'art. 5, comma 5, del d.lgs. n. 286/1998 non porrebbe alcuna limitazione ai motivi giustificativi del rinnovo del permesso anche se diversi da quelli posti a base dell'originario permesso
La giurisprudenza prevalente dei tribunali amministrativi regionali ha ritenuto, dunque, possibile, pur in mancanza di un'espressa previsione normativa, tale conversione, con un orientamento ormai pressoché unanime e consolidato nel tempo (cfr. in proposito, tra le altre, TAR. Lazio, sez. Il, 5 febbraio 2009, n. 1206; TAR. Lombardia, sez. IV, 2 marzo 2012, n. 696; TAR. Lazio 25 luglio 2012 n. 6943; TAR. Lazio 15 novembre 2012 n. 10487; TAR. Toscana, 7 marzo 2013, n. 389; TAR. Lazio n. 10146 del 27 novembre 2013 e n. 285 del 9 gennaio 2015).
Dall'esame delle pronunce sopra indicate risulta, infatti, che la normativa vigente, nel caso di abbandono dello status di religioso, non vieta espressamente la conversione del permesso per motivi religiosi in permesso per motivi di lavoro, non ponendo vincoli generali al rinnovo del permesso di soggiorno per un titolo diverso da quello originariamente posseduto.
Secondo tale orientamento, l'indicazione delle possibilità di conversione di cui all'articolo 14 del d.P.R. n. 394 del 31 agosto 1999 (Regolamento recante norme di attuazione del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero) non può ritenersi tassativa, ristretta alle ipotesi espressamente disciplinate, ma riguarda ogni titolo di soggiorno ivi incluso, dunque, quello rilasciato per motivi religiosi.
Il predetto orientamento non sempre è stato confermato dal Consiglio di Stato, in sede di appello.
Invero, con la decisione n. 1612 del 20 marzo 2013 il Consiglio di Stato, Sezione terza, ha statuito la possibilità di convertire il permesso di soggiorno per motivi religiosi in permesso di soggiorno per lavoro subordinato, in quanto la normativa non pone alcuna preclusione esplicita e la tipologia dei casi di conversione non può intendersi affatto tassativa, non ponendo l'art. 5 del d. lgs 285/1998 vincoli al rinnovo del permesso di soggiorno per un titolo diverso da quello originariamente posseduto; mentre con la successiva decisione n. 2292 depositata il 24 aprile 2013 della medesima sezione, lo stesso Consiglio di Stato si è espresso in modo difforme, sottolineando come le indicazioni fornite dall'art. 14 del DPR 394/1999 debbano intendersi derogatorie e a titolo di eccezione e che non sono suscettibili di applicazione estensiva o tanto meno analogica. Ha concluso, pertanto, il predetto organo giurisdizionale che il permesso di soggiorno per motivi religiosi non può ritenersi suscettibile di conversione.
Alla luce di tale orientamento giurisprudenziale, non sempre univoco, è stata rilevata l'esigenza di chiarire se l'interpretazione delle fonti normative seguita dal Ministero sia in linea con il dettato normativo, anche al fine di evitare l'insorgere di un eventuale contenzioso, pure a livello comunitario, con conseguenti oneri a carico del Ministero, considerando altresì che i magistrati amministrativi potrebbero ritenere legittimi, in futuro, altri casi di conversione del permesso di soggiorno (ricerca e missione), non previsti dalla vigente norma, in conformità con quanto affermato, nella decisione depositata il 20 marzo 2013, dal Consiglio di Stato, secondo cui "la tipologia dei casi di conversione non può intendersi affatto tassativa né può giustificare un'interpretazione restrittiva della sua portata".
Si rappresenta, al riguardo, che seppure i giudici amministrativi ritengono possibile la conversione del permesso di soggiorno da motivi religiosi a lavoro subordinato, non può, comunque, sottacersi la difficoltà di ammettere la conversione in parola, in assenza di una disposizione che la preveda espressamente, anche se l'articolo 5, comma 5, del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero - di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni non pone alcuna limitazione ai motivi giustificativi del rinnovo del permesso di soggiorno pure se diversi da quelli posti a base dell'originario permesso.
Inoltre, va sottolineato che gli ingressi per motivi religiosi alla data del 30 aprile 2015 sono stati 28.937 - tra cui mussulmani, ortodossi, copti, cattolici - e che un'eventuale modifica legislativa, volta ad estendere la conversione del permesso di soggiorno da motivi religiosi in motivi di lavoro subordinato potrebbe creare nel tempo non poche difficoltà per l'elevato numero di richieste.
Si sottolinea, infine, che la Camera dei deputati, in data 10 giugno 2015 ha approvato l'ordine del giorno ( 9/2977-A/8), in armonia con la direttiva rimpatri 2008/115/CE, in sede di discussione del disegno di legge europea 2014. Tale ordine del giorno impegna il Governo ad adottare tempestivamente apposita circolare diretta a chiarire i dubbi interpretativi in merito alla normativa sopra richiamata, in coerenza con l'orientamento giurisprudenziale prevalente e con la disciplina europea e, quindi, a dichiarare la esistenza allo stato attuale della facoltà di conversione del permesso di soggiorno rilasciato per motivi religiosi.
Alla luce delle fonti normative e della giurisprudenza alla quale ha fatto riferimento, il Ministero dell’interno ha ritenuto opportuno acquisire il parere di codesto Alto Consesso, al fine di chiarire, se sia possibile la conversione del permesso di soggiorno rilasciato per motivi religiosi in permesso di soggiorno per motivi di lavoro, sia autonomo che subordinato, previa verifica della sussistenza dei presupposti di legge in relazione al titolo di soggiorno richiesto e in rispetto delle quote di ingresso.
Quindi i permessi per motivi religiosi sono rilasciati ai religiosi stranieri, intesi come coloro che abbiano già ricevuto ordinazione sacerdotale, o condizione equivalente, religiose, ministri di culti appartenenti ad organizzazioni confessionali al fine esercitare attività ecclesiastica, religiosa o pastorale in deroga alle regolare ordinarie e generali e senza sottostare alle restrizioni quantitative secondo i paesi di provenienza previste per il rilascio dei permessi per motivi di lavoro.
L’articolo 14 del decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999 n. 394 (regolamento a norma dell’articolo 1, comma 6, d.P.R. 25 luglio 1998 n. 286) stabilisce poi che il permesso di soggiorno rilasciato per motivi di lavoro subordinato o di lavoro autonomo e per motivi familiari può essere utilizzato anche per le altre attività consentite allo straniero, anche senza conversione o rettifica del documento, per il periodo di validità dello stesso.
L’argomento posto dal Ministero si concentra sulla questione di diritto: se la normativa vigente consenta la conversione del permesso di soggiorno per motivi religiosi in permesso di soggiorno per lavoro subordinato.
Va rilevato che l’art. 28, comma 1, del testo unico, approvato con d.P.R. 25 luglio 1998, n. 286, prevede espressamente che gli stranieri titolari del permesso di soggiorno per motivi religiosi hanno il diritto a mantenere o riacquistare l’unità familiare alle condizioni previste; che questi, dunque, possono presentare domanda di ricongiungimento familiare nei confronti di familiari all’estero e possono ottenere il permesso di soggiorno per motivi familiari per i propri familiari.
Quanto sopra non toglie, però, che l’unica ragione per la quale la persona ha ottenuto il permesso di soggiorno è stata quella di svolgere nel territorio nazionale l’attività strettamente collegata al proprio ministero religioso, ovvero, l’ingresso in Italia è determinato da motivazioni religiose. Se tali presupposti vengono meno, perché i titolari di tali permessi intendono dedicarsi ad attività (profane) di lavoro subordinato o di lavoro autonomo, viene a mancare l’unico presupposto di entrata e di permanenza nel territorio nazionale ed il soggetto non ha più ragione di trattenervisi.
Ne consegue che la persona interessata, titolare del permesso di soggiorno per motivi religiosi non vanta un diritto alla conversione in permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato o di lavoro autonomo anche se questo non è esplicitamente escluso dall’articolo 14 sopra citato.
Anche a non ritenere tassative le ipotesi di conversione di cui all’art 14 del menzionato d.P.R. n. 394/1999, sebbene la tassatività appaia più coerente con il sistema delle quote e in tal senso è una recente giurisprudenza del Consiglio di Stato (Sez. III, n. 2292/2013), la risposta al quesito è comunque nel senso di escludere la facoltà di conversione per la fattispecie prospettata nel quesito. Un’interpretazione logica e sistematica della disposizione di cui al menzionato art. 14 non consente di ritenere prevista la conversione del permesso di soggiorno per motivi religiosi a permesso di soggiorno per lavoro subordinato o autonomo. Tale articolo disciplina la sola conversione dei permessi di soggiorno rilasciati per motivi di lavoro subordinato in permesso di lavoro autonomo e viceversa, ivi compresi i permessi per motivi familiari; questi, però, limitatamente ai permessi concessi per ingressi al seguito del lavoratore (e non per soggiorni diversamente autorizzati, come, appunto, per i religiosi), per motivi umanitari ovvero per integrazione minore nei confronti dei minori che si trovino nelle condizioni di cui all’art. 32, commi 1-bis e 1-ter del testo unico (art. 14 d.P.R. n. 394/1999, comma 1, lettera c).
Tale interpretazione limitativa della facoltà di conversione dei permessi di soggiorno è in consonanza con l’articolo 6, comma 1, del t.u. in base al quale solo i permessi di soggiorno rilasciati per motivi di lavoro subordinato, lavoro autonomo e familiari possono essere utilizzati anche per le altre attività consentite e che solo i permessi di soggiorno rilasciati per motivi di studio e formazione possono essere convertiti, comunque prima della loro scadenza, e previa stipula del contratto di soggiorno per lavoro ovvero previo rilascio della certificazione attestante la sussistenza dei requisiti previsti dall'articolo 26, in permesso di soggiorno per motivi di lavoro nell'ambito delle quote stabilite a norma dell'articolo 3, comma 4, secondo le modalità previste dal regolamento di attuazione.
Giusta il disposto dell’art. 5, comma 2, d. lgs. n 286/1998 il permesso di soggiorno per l’esercizio delle funzioni di ministro di culto può essere concesso seguendo speciali modalità di rilascio da stabilire nel regolamento di esecuzione ed il decreto ministeriale 12 luglio 2000 elenca i requisiti e le condizioni per l'ottenimento del visto d’ingresso per motivi religiosi e cioè:
c) nei casi in cui le spese di soggiorno dello straniero non siano a carico di enti religiosi, l'interessato deve disporre di mezzi di sussistenza non inferiori all'importo stabilito dal Ministero dell'interno con la direttiva di cui all'art. 4, comma 3, t.u.
Hans Zelger	Giuseppe Barbagallo
Messaggio da panorama » mer nov 11, 2015 5:44 pm
N.B.: La Corte Costituzionale riconosce il diritto anche agli stranieri.
Art. 80, comma 19, della legge 23 dicembre 2000, n. 388 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2001), «nella parte in cui subordina al requisito della titolarità della carta di soggiorno la concessione agli stranieri legalmente soggiornanti nel territorio dello Stato della pensione di invalidità civile per sordi e della indennità di comunicazione».
1) - l’INPS aveva negato le provvidenze richieste in quanto il richiedente non risultava «titolare di carta di soggiorno o permesso di soggiorno di lungo periodo».
Richiamata la sentenza di questa Corte n. 11 del 2009 e sottolineato come, nella situazione di specie, l’INPS abbia resistito insistendo nel valorizzare l’assenza, in capo al richiedente, «quantomeno del requisito del soggiorno in Italia da almeno 5 anni», il giudice a quo riporta, altresì, ampi stralci della sentenza n. 187 del 2010, segnalando come, alla luce di questa giurisprudenza, il requisito individuato come rilevante per i cittadini extracomunitari sia, in definitiva, il legale soggiorno nel territorio dello Stato: il quale requisito – si sottolinea – «non attiene alla stabilità della condizione, ma all’effettività della stessa in senso sostanziale».
Messaggio da panorama » lun gen 18, 2016 8:11 pm
PARERE ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 1 ,numero provv.: 201600046 - Public 2016-01-13 -
Numero 00046/2016 e data 13/01/2016
NUMERO AFFARE 01882/2015
Richiesta di parere sull’ostensibilità della documentazione amministrativa “classificata”, prodotta o detenuta dal Ministero dell’interno per ragioni inerenti alle proprie funzioni istituzionali.
Vista la relazione trasmessa nota 29 ottobre 2015 n. 22-3180/4, con la quale il Ministero dell'interno - Gabinetto del ministro - ha chiesto il parere del Consiglio di Stato sull’affare consultivo in oggetto;
1. Il Ministero dell’interno, premesso che la concessione della cittadinanza italiana è provvedimento “altamente discrezionale” e non revocabile in presenza di gravi elementi sopravvenuti, rappresenta che l’ingresso nel teatro mondiale di nuove organizzazioni terroristiche, che hanno assunto un ruolo di primissimo piano nella c.d. “guerra asimmetrica”, costituisce una minaccia a livello globale, che impone, nel caso di contenzioso conseguente al rigetto delle istanze di naturalizzazione, l’adozione di maggiori cautele a tutela della sicurezza nazionale e delle fonti di intelligence coinvolte nell’istruttoria del procedimento di rigetto.
Richiamato, quindi, il contenuto di precedente parere di questa Sezione (1° luglio 2014, n. 226) in risposta ad altro quesito in materia di accesso difensivo alla documentazione classificata, l’Amministrazione riferisce che il “Comparto Intelligence”, interessato ai sensi del citato parere a rendere il proprio avviso in merito all'ostensione dei documenti classificati originati nell'ambito dei procedimenti in parola, ne ha recentemente negato in modo reciso l’esibizione, anche parziale, al fine di tutelare la propria attività.
2. Stanti i delicati interessi coinvolti, sicurezza dello Stato e diritto di difesa in giudizio, e dovendosi comunque preservare la supremazia del primo sul secondo, il Ministero dell’interno ritiene che, nei procedimenti relativi ai ricorsi avverso il diniego di naturalizzazione, occorra mantenere un atteggiamento “prudente” nel concedere l’accesso difensivo con un sostanziale “arretramento della soglia di conoscibilità” delle risultanze informative e investigative. Conseguentemente pone a questo Consiglio i seguenti quesiti:
a) se l'attuale quadro normativo possa essere interpretato nel senso che, in caso di pronuncia che riconosca al ricorrente in un giudizio di annullamento, che abbia parallelamente o incidentalmente proposto istanza di accesso, il diritto di ottenere l'ostensione dei documenti richiesti, l'Amministrazione possa mantenere una condotta processuale di non esibizione, ai sensi dei principi che regolano il processo amministrativo (artt. 63 e 64 c.p.a.) giustificandola, nei casi che i documenti facciano riferimento all'espletamento di attività informative particolarmente sensibili, specie nell'attuale momento storico, con la necessità di tutelare il prioritario interesse pubblico alla non divulgazione delle informazioni;
b) se, conseguentemente, sempre in base al vigente quadro normativo, possa ritenersi che, nei casi rappresentati, la pronuncia in materia di accesso non sia suscettibile di esecuzione coattiva; se, inoltre, fatte salve naturalmente le valutazioni nei singoli casi di esclusiva competenza, rispettivamente, del giudice penale e del giudice contabile, la condotta del funzionario che nei sensi indicati non adempia motivatamente all'ordine di esibizione possa ritenersi in via generale immune da censure sotto il profilo della responsabilità penale (art. 328 c.p.) e amministrativa;
c) come debba interpretarsi - alla luce della recente giurisprudenza circa i rapporti tra accesso difensivo e casi di esclusione dell'accesso e in relazione sia all'esercizio dell'accesso, incidentale o parallelo al ricorso giurisdizionale avverso il diniego della cittadinanza, sia all'accesso nell'ambito del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica - il disposto del comma 7 dell'art. 24 della legge 241/1990 in rapporto ai casi di esclusione del diritto di accesso, ove si tratti di atti di cui, come nel caso di documenti classificati, sia vietata la divulgazione ai sensi dell'art. 42, comma 1, legge n. 124/2007;
d) in subordine se sia possibile - in caso di ordine di esibizione nell'ambito di un giudizio ex art. 116 del c.p.a. o di un ricorso al Presidente della Repubblica per annullamento del diniego di concessione della cittadinanza - ostendere un documento amministrativo nuovo, recante l'intestazione dell’Amministrazione dell’interno (in modo da preservare la fonte di intelligence che ha comunicato gli elementi di controindicazione), che, privo di riferimenti all'originatore, riporti solo motivazioni di ordine generale - come, a mero titolo di esempio "la sospetta aderenza a posizioni fondamentaliste e come tali presumibilmente estremiste" - dalle quali non si possa risalire ad attività, luoghi, persone o altri elementi collegati al contesto in cui le informazioni sono state acquisite.
3. Il parere richiesto dal Ministero dell’interno ripropone questioni, già oggetto del parere 1835/2013 reso dalla Sezione all’adunanza del 16 aprile 2014, concernente l’ostensibilità della documentazione amministrativa “classificata”, prodotta o detenuta dallo stesso Ministero per ragioni inerenti alle proprie funzioni istituzionali, con specifico riferimento ai procedimenti di diniego di concessione della cittadinanza.
Al riguardo si considera preliminarmente che il quadro legislativo di riferimento non ha subito nel frattempo modifiche: pertanto, si richiamano le considerazioni già espresse sull’interpretazione e sulla corretta applicazione dell’art. 24, commi 1, lettera a), e 7, della legge 7 agosto 1990, n. 241 e dell’art. 42, comma 8, della legge 3 agosto 2007, n. 104, e si ribadisce che entrambe le disposizioni di legge intervengono in stretta connessione tra loro in materia di diritto ad agire in giudizio, stabilendo concordemente che, fatti salvi i casi di opposizione del segreto di stato, il diritto di accesso prevale sulle esigenze di riservatezza soltanto nel caso in cui sia necessario per l'utilizzo difensivo, diritto che il Costituente ha inteso garantire con una nutrita serie di garanzie processuali.
La definizione di una posizione di equilibrio tra gli interessi coinvolti è riservata al giudice adito, al quale compete stabilire, in contraddittorio con le parti e nel rispetto dei vincoli normativi, le cautele da osservarsi nel consentire l’accesso difensivo, in modo da non vanificare l’istanza di tutela richiesta dal ricorrente.
4. Con il primo dei quesiti si chiede se, nel caso in cui il giudice amministrativo ordini l’ostensione di documenti classificati richiesta dal ricorrente e l’ente originatore ne precluda l’esibizione per ragioni di tutela di un primario interesse pubblico, l’Amministrazione possa giustificare con detta argomentazione l’inottemperanza e sottrarsi, quindi, alla prevedibile soccombenza in giudizio. Un tale effetto conseguirebbe necessariamente all’applicazione degli artt. 63 e 64 del codice del processo amministrativo, che rinviano al codice di procedura civile quanto al potere del giudice di ordinare anche a terzi di esibire in giudizio documenti (artt. 210 e 211 c.p.c.) e di disporre ispezioni (art. 118 c.p.c.), nonché di trarre elementi di valutazione ai fini decisori dal contegno tenuto dalle parti, alle quali spetta di fornire gli elementi di prova che siano nella loro disponibilità (art. 116 c.p.c.).
Sul punto va considerato che il parallelismo richiamato in relazione tra le disposizioni che riguardano l’acquisizione e la formazione della prova tra processo civile e processo amministrativo deve necessariamente estendersi all’art. 65 c.p.a., concernente l’esercizio del potere d’istruttoria presidenziale e collegiale, e all’art. 213 c.p.c., il quale stabilisce che, fuori dai casi di cui agli artt. 210 e 211 c.p.c., il giudice può richiedere d’ufficio alla pubblica Amministrazione le informazioni scritte relativi ad atti e documenti dell’Amministrazione stessa, che è necessario acquisire al processo.
In sostanza, la legge pone in capo alla pubblica Amministrazione un obbligo di collaborazione con il giudice, che nel caso del processo amministrativo è rafforzato dal fatto che la pubblica Amministrazione, oltre ad essere parte del procedimento, è essa stessa detentrice di elementi di prova che si trovano nella sua disponibilità e che essa deve pertanto porre a disposizione del giudice come istituzione, cioè come potere dello Stato tenuto ad agire in modo neutrale come terzo rispetto al processo.
Orbene dall’insieme delle disposizioni codicistiche richiamate si ricava il principio generale che spetta soltanto ed esclusivamente alla parte introdurre nel giudizio i fatti e presentare la prova degli stessi, a meno che, come nel caso del diniego di cittadinanza, non sia materialmente impossibilitata a produrre il mezzo di prova, sicché potrà chiedere al giudice di acquisirlo.
Concordemente si è espressa anche la Corte di cassazione, la quale ha ritenuto che: “la distribuzione dell'onere della prova deve tenere conto (...) anche del principio della riferibilità o vicinanza o disponibilità dei mezzi di prova, perché la copertura costituzionale di cui gode il diritto di agire in giudizio a tutela delle proprie posizioni soggettive impone di non interpretare la legge in modo da renderne impossibile o troppo difficile l'esercizio” (Cass., sez. III, 11 maggio 2009, n. 10744).
Fermo restando, quindi, l’obbligo dell’Amministrazione di collaborare lealmente con l’Autorità giudiziaria ai fini dell’acquisizione delle prove, sull’attendibilità delle quali l’organo giudicante è chiamato ad esprimersi, va ricordato che il contesto di cautela entro il quale l’acquisizione deve avvenire è chiaramente definito dall’art. 42, comma 8, della legge n. 124 del 2007, che recita testualmente: “8. Qualora l'autorità giudiziaria ordini l'esibizione di documenti classificati per i quali non sia opposto il segreto di Stato, gli atti sono consegnati all'autorità giudiziaria richiedente, che ne cura la conservazione con modalità che ne tutelino la riservatezza, garantendo il diritto delle parti nel procedimento a prenderne visione senza estrarne copia”-
Secondo il tenore letterale della disposizione, le cautele devono essere disposte caso per caso dal magistrato, sentita l’Amministrazione riferente, e svilupparsi con modalità diverse a seconda della situazione generale e del momento (per esempio, esibizione documentale con o senza omissis, in forma originale o in forma sintetica) senza tuttavia spingersi al punto di vanificare l’esercizio del diritto di agire in giudizio con interpretazioni elusive dei principi costituzionali e della legislazione nella specifica materia.
5. Il secondo quesito sottende una preoccupazione sui profili di responsabilità penale e amministrativa a carico del responsabile dell’unità organizzativa che non ottemperi all’ordine di esibizione documentale, sia in sede giurisdizionale sia in sede di ricorso straordinario.
Al riguardo la Sezione non può astenersi dal considerare che si tratta di una formulazione ipotetica, contrastante con il principio di leale collaborazione a cui dev’essere improntato il rapporto tra Amministrazione e giudice.
Per ciò che riguarda in particolare l’aspetto penale, in mancanza di eccezione relativa al segreto di Stato, non pare possibile in sede consultiva individuare una generale causa di giustificazione per l’ipotesi specifica in questione. Spetta al giudice penale valutare l’esistenza di tutti gli elementi del reato e, in particolare, dell’elemento psicologico di esso.
Per quanto riguarda in particolare il giudizio amministrativo, comportamenti resistenti non giustificati dell’Amministrazione rileverebbero ai fini della valutazione delle prove ai sensi dell’art. 64 c.p.a.
6. In ordine al terzo quesito, riguardante l’interpretazione dell’art. 24, comma 7, della legge n. 241 del 1990 e il suo coordinamento con l’art. 42, commi 1 e 8, si confermano le considerazioni ermeneutiche già espresse nel parere n. 1835/2013, che si riferiscono all’accesso difensivo in sede di ricorso giurisdizionale o straordinario e non riguardano le richieste di accesso ai documenti amministrativi direttamente rivolte all’Amministrazione, competente ad adottare i relativi provvedimenti.
7. Infine, per ciò che riguarda il quarto quesito sulle possibili modalità di ostensione della documentazione classificata, l’argomento è stato già esaminato al punto 5, nell’ambito della risposta al primo quesito, di cui costituisce corollario.
Messaggio da panorama » mer feb 27, 2019 8:29 pm
Il CdS Accoglie l'appello del Ministero dell'Interno
1) - termini di conclusione del procedimento sulle diverse istanze di rilascio della concessione della cittadinanza italiana di cui all'art. 3 del D.P.R. n. 362 del 1994.
Organizzazione Sindacale Confederazione Generale Italiana del Lavoro (Cgil), Associazione Federazione Nazionale di Consumatori e Utenti (Federconsumatori), Istituto Nazionale Confederale Assistenza (Inca), rappresentati e difesi dagli avvocati Michel Accardo, Luca Formilan, Antonio Mumolo, Luca Santini, con domicilio eletto presso lo studio Luca Santini in Roma, viale Carso, 23;
1. Accoglie in parte l’appello principale del Ministero nei sensi e nei limiti di cui in motivazione, e per l’effetto in riforma della decisione impugnata rigetta il ricorso di primo grado.
Umberto Realfonzo	Lanfranco Balucani

References: art. 22
 art. 22
 Sentenza	
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 art. 22
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 Cass. 
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 Cass. 
 Sentenza	
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 Cass. 
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 Cass. 
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 Sentenza	
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 sentenza 
 art. 5
 art. 5
 art. 9
 sentenza 
 art. 14

Art. 80
 sentenza 
 sentenza 
 art. 116