Source: http://divorzio.ch/taxonomy/term/9
Timestamp: 2017-08-17 11:45:01+00:00

Document:
Altri aspetti finanziari | divorzio.ch
Caso 405, 1 luglio 2017 << caso precedente | caso successivo >>
I coniugi si sono sposati a Lugano nel 1986, adottando il regime della separazione dei beni. Dal matrimonio sono nate due figlie, ormai maggiorenni. Le parti vivono separate di fatto dal 2005. Il 4 aprile 2007 il marito ha avviato la procedura di divorzio unilaterale. Esperita l’istruttoria, la sentenza è stata emanata il 22 settembre 2014. Il primo giudice ha tra l’altro ingiunto alla moglie di versare al marito CHF 100’000.00 con interessi in restituzione di un mutuo e CHF 70’000.00 con interessi a titolo di indennità fondata sull'art. 165 cpv. 2 CC. Contro tale sentenza la moglie è insorta al Tribunale d’appello.
Riguardo al mutuo di CHF 100’000.00 che il marito ha concesso alla moglie la moglie ha opposto in compensazione di avere eseguito in favore del coniuge tutta una serie di pagamenti dalle causali più disparate, quali ad es. la casa malati della famiglia, fatture di garage, orario del medico del marito, viaggi, vacanze, ristoranti, acquisti di vestiti, benzina, III° pilastro del marito, imposte di quest’ultimo, ecc. Il Pretore ha ritenuto tuttavia che nessuno di quei versamenti potesse essere compensato con il mutuo di CHF 100’000.00, trattandosi di spese che rientravano nell'ordinario mantenimento della famiglia (art. 163 CC).
Per quanto concerne l’importo di CHF 70’000.00 la moglie ha contestato l’adempimento delle condizioni alla base dell’art. 165 cpv. 1 CC.
Prestito di CHF 100’000.00
L’art. 165 cpv. 2 CC prevede de che il coniuge ha diritto ad una equa indennità qualora con il suo reddito o la sua sostanza, abbia contribuito al mantenimento della famiglia in misura notevolmente superiore a quanto era tenuto. L'indennità dell'art. 165 cpv. 2 CC va definita sulla base degli accordi intercorsi fra i coniugi circa il riparto dei compiti assunto all'interno della coppia, in modo da valutare se il coniuge in questione abbia davvero contribuito al mantenimento della famiglia in misura notevol­mente superiore a quanto era tenuto secondo gli accordi. Se non risultano accordi, l'eventuale indennità va determinata in base a criteri oggettivi, indipendentemente dal fatto che un coniuge si rendesse conto o no della partecipazione finanziaria “notevolmente” superiore prestata dall'altro rispetto agli obblighi imposti dal diritto matrimoniale. È necessario dunque valutare in ogni singolo caso la natura e l'entità del contributo pecuniario (o della collaborazione professionale) prestate da quel coniuge, confrontandole con le altre prestazioni fornite come contributo ordinario al mantenimento della famiglia. Per determinare un'equa indennità fondata sul­l'art. 165 cpv. 2 CC occorre conoscere quale era il fabbisogno ordinario della famiglia durante la vita in comune. Sapere se un coniuge abbia contribuito al fabbisogno familiare “in misura notevolmente superiore” rispetto a quanto sarebbe stato tenuto implica accertare, di conseguen­za, a quanto ammontasse mediamente il fabbisogno della famiglia nel caso specifico e in che modo tale fabbisogno fosse finanziato. Mancando un simile termine di riferimento, non è possibile stabilire se un coniuge abbia davvero contributo in misura superiore – né tanto meno notevolmente superiore – al dovuto.
Orbene, nel caso concreto il Tribunale d’appello ha rilevato che i dati sul fabbisogno minimo delle parti calcolato dal Pretore si riferiscono al periodo successivo la separazione di fatto e tutto si ignora sulla proporzione in cui durante la comunione domestica i coniugi sovvenzionassero il fabbisogno della famiglia. Il mero fatto di contribuire al sostentamento della famiglia non dà diritto di per sé a crediti compensativi, nemmeno se i coniugi vivono nella separazione dei beni, a meno che costoro si siano accordati in tal senso. Su questo punto l’appello è stato respinto.
Indennità di CHF 70’000.00
Il coniuge che ha collaborato alla professione o nell'impresa dell'altro in misura notevolmente superiore al contributo che gli incombe per il mantenimento della famiglia ha diritto a un'equa indennità (art. 165 cpv. 1 CC). La collaborazione del coniuge è “notevolmente superiore” quando equivale, in sostanza, al­l'esecuzione di compiti da parte di un lavoratore stipendiato (DTF 120 II 280 consid. 6a; sentenza TF 5A_642/2011 del 14 marzo 2012, consid. 4.2.1). L'indennità si giustifica soprattutto quando il coniuge che collabora nella professione dell'altro non partecipa ai benefici del lavoro di lui, in specie se i coniugi hanno adottato la separazione dei beni. I salari di categoria, comprese le quote delle assicurazioni sociali, costituiscono un punto di partenza, ma vanno commisurati alle circostanze concrete (I CCA 11.2012.37, consid. 8b con rinvii, del 13 ottobre 2014; sentenza TF 5A_642/2011, consid. 5.2, del 14 marzo 2012).
Un coniuge che, oltre a svolgere la propria attività lucrativa a tempo pieno, collabora per circa quattro ore la settimana sull'arco di dieci anni – come ha fatto il marito nel caso concreto – in mansioni amministrative o commerciali alla professio­ne dell'altro contribuisce al mantenimento della famiglia non solo in misura superiore, ma in misura notevolmente superiore a quanto gli impone l'art. 163 cpv. 1 CC. Diversamente da quanto si è visto per il contributo in denaro della moglie (art. 165 cpv. 2 CC), il quale non può essere definito “notevolmente superiore” agli obblighi derivanti dal matrimonio in mancanza di ogni termine di riferimento circa il reciproco finanziamento del fabbisogno familiare durante la vita in comune, per quanto riguarda la collaborazione professionale del marito il quadro è chiaro: tra il 1994 e il 2004 entrambi i coniugi hanno lavorato a tempo pieno, ma oltre all'attività a tempo pieno il primo ha fornito una prestazione lavorativa di circa quattro ore settimanali a sussidio dell’altro. Il Pretore ha ritenuto equo l'ammontare dell'indennità chiesta dal marito (CHF 70’000.00), rilevando che tale somma corrisponde a una retribuzione di CHF 35.00 orari (per 2000 ore di lavoro), ciò che il Tribunale d’appello ha ritenuto adeguato per il lavoro svolto dal marito; per di più, come ricorda il Pretore, il marito non profitta dei benefici del lavoro svolto partecipando alla liquidazione del regime matrimoniale, i coniugi avendo adottato la separazione dei beni.
Pertanto, anche su questo punto l’appello è stato respinto.
Data creazione: 1 luglio 2017
Data modifica: 1 luglio 2017
Caso 396, 16 febbraio 2017 << caso precedente | caso successivo >>
I coniugi sono sposati dal 1980 ed hanno ha stabilito il loro domicilio in Svizzera. Il 31 ottobre 2010 il marito ha annunciato la sua partenza per l’estero. L’allora rappresentante dei contribuenti ha comunicato con scritto del 19 maggio 2014 all'Ufficio di tassazione che in seguito al trasferimento del marito all’estero, i coniugi avevano “deciso di vivere separati di fatto senza decisione giudiziaria”. Il marito si è inoltre impegnato a garantire alla moglie i fondi necessari per mantenere lo stesso stile di vita.
Notificando alla moglie la tassazione 2012, con decisione del 5 giugno 2014, l’Ufficio di tassazione ha commisurato un reddito imponibile superiore rispetto a quanto dichiarato, aggiungendo un reddito d’altra fonte e spiegando che si trattava di “prestazioni valutabili in denaro o reddito d’altra fonte stabiliti per insufficienza di disponibilità finanziaria”. La contribuente ha contestato l’imposizione di altri redditi oltre a quanto dichiarato, ma l’Ufficio di tassazione ha confermato la propria decisione. Così la moglie ha presentato appello alla Camera di diritto Tributario.
Secondo l’art. 9 cpv. 1 LIFD e 8 cpv. 1 LT, il reddito e la sostanza di coniugi non separati legalmente o di fatto sono cumulati, qualunque sia il regime dei beni. In caso di divorzio o di separazione legale o di fatto, per contro, ogni coniuge è tassato individualmente per tutto il periodo fiscale. Secondo la Circolare n. 30 dell’Amministrazione federale delle contribuzioni del 21 dicembre 2010, i criteri determinanti per procedere ad una tassazione indipendente dei coniugi che vivono separati sono i seguenti:
assenza di un’abitazione coniugale (art. 162 CC), sospensione della comunione domestica (art. 175 CC), esistenza di un domicilio proprio per ogni coniuge (art. 23 CC);
non esiste più una comunione economica per l’abitazione e il mantenimento;
in pubblico la coppia non si presenta più unita;
la separazione deve essere duratura (almeno un anno) oppure terminare con lo scioglimento del matrimonio.
Il Tribunale federale ha stabilito che i presupposti menzionati sono cumulativi e che in ogni caso deve esservi stata la sospensione della comunione domestica ed i mezzi finanziari non devono più essere impiegati in comune (sentenza TF 2A.432/2004 del 16 dicembre 2004 consid. 3.2; v. anche sentenza TF 2A.458/2006 del 18 dicembre 2006 consid. 3.1). La prova dell’adempimento delle condizioni per una tassazione separata è a carico del contribuente.
Venendo al caso in esame, la situazione familiare ed economica dei coniugi è stata considerata tutt’altro che chiara. Infatti a dire dell’Autorità di tassazione esisterebbe tutt’oggi una comunione economica malgrado la “separazione di fatto” dovuta all’obbligo del marito di risiedere all’estero per motivi professionali. Quest’ultimo rientrerebbe sovente in Ticino e la separazione solo provvisoria.
Il fatto che un contribuente annunci all’autorità comunale di aver trasferito il proprio domicilio altrove non ha alcun effetto immediato sull’assoggettamento fiscale. Secondo la giurisprudenza il domicilio di una persona si trova nel luogo in cui è situato, di fatto, il centro dei suoi interessi vitali. Esso si determina in base all’insieme delle circostanze oggettive ed esteriori, dalle quali si possono dedurre tali interessi, e non dai semplici desideri espressi dal contribuente. Il domicilio fiscale non può quindi essere scelto liberamente; una preferenza soltanto affettiva per un luogo piuttosto che per un altro non entra in considerazione (DTF 138 II 300). Se si trasferisce all’estero, il contribuente deve continuare a pagare l’imposta federale diretta fintantoché non provi di avere costituito un nuovo domicilio fiscale all’estero. Questo significa che l’esistenza di un nuovo domicilio o di una dimora all’estero (ciò che è equivalente sul piano dell’assoggettamento) sarà ammessa solo nel caso in cui l’interessato paghi delle imposte in quel luogo o ne sia esentato (sentenza TF 2A.475/2003 del 26 luglio 2004).
In applicazione analogica della regola generale prevista dall’art. 8 CC, nella procedura fiscale l’onere della prova è ripartito nel senso che l’autorità fiscale è tenuta a dimostrare l’esistenza di elementi che fondano o aumentano l’onere fiscale, mentre è a carico del contribuente la prova di quei fatti che concorrono ad escludere o a ridurre il debito verso l’erario (DTF 133 II 153 e DTF 121 II 257). Di principio, la prova del domicilio fiscale spetta quindi all’autorità di tassazione, trattandosi di un elemento costitutivo dell’imposta (art. 123 cpv. 1 LIFD).
Il contribuente ha un dovere di collaborazione (art. 124 segg. LIFD) che gli impone in particolare di dimostrare il trasferimento di domicilio. A tal fine non deve solo comprovare il definitivo scioglimento dei legami con il precedente domicilio, ma deve anche esporre le circostanze che hanno portato alla fondazione di un nuovo domicilio altrove (DTF 138 II 300 consid. 3.4; v. anche sentenza TF 2C_472/2010 del 18 gennaio 2011 consid. 2.2).
Nel caso concreto qualora il marito avesse mantenuto il proprio domicilio presso quello della moglie, la comunione domestica tra i coniugi risulterebbe pacifica. Ma anche qualora fosse resa verosimile l’esistenza di un nuovo domicilio all’estero, rispettivamente comprovata l’assenza di un domicilio in Svizzera, occorrerà comunque partire dal principio che i coniugi continuano a condurre una vita in comune, in considerazione del fatto che la tassazione separata dei coniugi è un’eccezione, che sottostà a precise condizioni cumulative, che nella presente fattispecie non sono tutte adempiute. La scala delle aliquote applicabile è conseguentemente quella più favorevole riservata ai contribuenti coniugati, così come richiesto dalla ricorrente. D’altra parte, contrariamente a quanto sembra sostenere nel gravame, si giustifica il cumulo dei fattori imponibili, sia che il marito abbia mantenuto il proprio domicilio fiscale nel comune svizzero, sia che lo abbia effettivamente trasferito all’estero. Certo, quando i coniugi sono domiciliati l’uno in Svizzera e l’altro all’estero, solo il primo è assoggettato illimitatamente in Svizzera. Fintanto che continuano ad avere una vita in comune, il coniuge domiciliato in Svizzera è tuttavia imposto sul proprio reddito all’aliquota corrispondente alla totalità dei loro redditi, applicando la scala delle aliquote riservata ai coniugi viventi in comunione domestica.
Spetterà all’autorità di tassazione determinare la situazione patrimoniale del marito, sia esso considerato residente nel Canton Ticino (ai fini del computo globale del reddito e della sostanza imponibili) oppure all’estero (ai fini del calcolo delle aliquote applicabili). A tal fine in virtù della massima ufficiale, l’autorità di tassazione potrà procedere a tutte le indagini che reputerà necessarie per provare la credibilità delle indicazioni dei contribuenti, mentre a questi ultimi è imposto l’obbligo di fare tutto il necessario per consentire una tassazione completa ed esatta (art. 200 LT; art. 126 cpv. 1 LIFD). In caso contrario l’autorità potrà procedere ad una stima dei redditi e della sostanza del marito, conformandosi agli indispensabili criteri di prudenza che devono sempre essere tenuti presenti in procedimenti del genere ma evitando nel contempo di scegliere, in caso di dubbio, la soluzione più favorevole al contribuente.
La decisione impugnata è stata annullata e gli atti rinviati all’Ufficio di tassazione perché emetta delle nuove decisioni motivate, dopo avere esperito gli accertamenti indicati sopra.
Data creazione: 16 febbraio 2017
Data modifica: 19 febbraio 2017
Consenso del coniuge alla messa a pegno dell'abitazione famigliare
Caso 395, 1 febbraio 2017 << caso precedente | caso successivo >>
Data creazione: 1 febbraio 2017
Data modifica: 12 aprile 2017
Caso 380, 1 giugno 2016 << caso precedente | caso successivo >>
Data creazione: 1 giugno 2016
Data modifica: 1 giugno 2016
Caso 369, 16 dicembre 2015 << caso precedente | caso successivo >>
Data creazione: 16 dicembre 2015
Caso 364, 1 ottobre 2015 << caso precedente | caso successivo >>
Nel corso di un’udienza del 16 luglio 2012 i coniugi sono stati autorizzati a vivere separati. Le parti hanno stabilito che la separazione avesse effetto retroattivo a partire dal 1° aprile 2012. Hanno inoltre pattuito che l’abitazione coniugale fosse attribuita alla moglie, con la custodia dei due figli della coppia. In merito ai contributi di mantenimento per la moglie e i due figli, il marito si è impegnato a versare mensilmente determinati contributi alimentari.
Nella decisione di tassazione IC/IFD 2012, l’Ufficio di tassazione ha permesso alla sola moglie, coniuge beneficiario degli alimenti, di poter applicare la deduzione sociale per figli e non ha riconosciuto al marito la deduzione dei contributi per il mantenimento per i figli e per la moglie per l’intero anno fiscale, ma unicamente da luglio 2012, cioè a partire dal momento dell’udienza tenutasi davanti al Pretore.
Il marito/contribuente ha interposto reclamo.
Relativamente alla prima censura, vale a dire la mancata possibilità di vedersi riconosciuta la deduzione sociale per figli, il Tribunale d’appello ha fatto riferimento alla recente sentenza del Tribunale federale 2C_1145/2013 e 2C_1146/2013, consid. 5.2.1, del 20 settembre 2014, dove è stato indicato che vi sono regole che rientrano fra quelle semplificazioni e quegli schematismi che si riscontrano nel diritto tributario nell’interesse della praticabilità e che sono ammessi fintantoché non entrano in contrasto troppo forte con il principio di uguaglianza (sentenza cit., consid. 5.2.2). Il versamento della pensione alimentare costituisce uno spostamento di risorse: colui che riceve la pensione l’utilizza per i bisogni propri e dei figli in aggiunta alle sue risorse personali a cui la pensione è assimilata e sulla quale è imposto.
La conseguenza di ciò è che questo, e solo questo genitore, che sul piano fiscale provvede al sostentamento, rispettivamente alla parte essenziale del sostentamento, ha diritto alla deduzione sociale per i figli.
Ritenuto dunque che nel caso concreto i presupposti per ottenere la deduzione non erano adempiuti al 31 dicembre del periodo fiscale (31.12.2012), al marito non è stato riconosciuto il diritto, per quel periodo, alla deduzione sociale (integrale e tantomeno parziale) richiesta.
Con la seconda censura il ricorrente ha lamentato la mancata deduzione «degli alimenti prelevati in contanti dalla moglie o versati dal sottoscritto [il contribuente] nel periodo precedente al verbale di udienza». Si è riferito al fatto che, prima dell’udienza dinanzi al pretore, nella quale è stata autorizzata la separazione dei coniugi, ha sostenuto le spese di mantenimento dei figli e della consorte senza poter dedurre gli alimenti.
Nel caso concreto il verbale di udienza, datato 16 luglio 2012, prevede la separazione dei coniugi con effetto retroattivo al 1° aprile 2012. Visto il corto lasso di tempo trascorso tra la separazione di fatto e l’udienza dinanzi al pretore, il Tribunale d’appello ha ritenuto che si potesse accordare l’effetto retroattivo anche al versamento dei contributi per il mantenimento dei figli e della consorte, ma la deduzione è stata riconosciuta soltanto per l’ammontare stabilito dal verbale di udienza.
Data creazione: 1 ottobre 2015
Data modifica: 1 ottobre 2015
Pagamento della tassa sugli utili immobiliari - trasferimento di un coniuge altrove e differimento
Caso 361, 1 agosto 2015 << caso precedente | caso successivo >>
Data creazione: 1 agosto 2015
Data modifica: 1 agosto 2015
Caso 357, 1 giugno 2015 << caso precedente | caso successivo >>
Data creazione: 1 giugno 2015
Divisione degli averi previdenziali; versamento straordinario da parte del datore di lavoro a favore di un coniuge sul proprio conto previdenziale
Caso 355, 1 maggio 2015 << caso precedente | caso successivo >>
Come viene considerato ai fini della divisione della previdenza professionale in caso di divorzio il versamento straordinario di capitale da parte del datore di lavoro a favore di un coniuge sul proprio conto previdenziale?
In una sentenza del 20 febbraio 2014 il Tribunale Cantonale delle Assicurazioni di Lugano ha stabilito quanto segue:
Con sentenza 8 ottobre 2012 il Tribunale d’appello ha parzialmente accolto l’appello presentato da un coniuge avverso la sentenza 7 aprile 2011 con cui il Pretore ha pronunciato il divorzio e regolamentato le relative conseguenze accessorie. La prima Camera civile ha segnatamente riformato il giudizio pretorile nel senso di riconoscere alla moglie il diritto alla metà del capitale previdenziale accumulato dal marito durante il matrimonio con trasmissione degli atti, dopo crescita in giudicato del provvedimento, al Tribunale cantonale delle assicurazioni.
Giusta l’art. 22 cpv. 1 LFLP in caso di divorzio le prestazioni d'uscita acquisite durante il matrimonio sono divise conformemente agli art. 122 CC, art. 123 CC e agli art. 280 CPC e art. 281 CPC. Per l’art. 22 cpv. 2 LFLP la prestazione d'uscita da dividere corrisponde per ciascun coniuge alla differenza tra la prestazione d'uscita aumentata degli averi di libero passaggio esistenti al momento del divorzio e la prestazione d'uscita aumentata degli averi di libero passaggio esistenti al momento della celebrazione del matrimonio. Alla prestazione d'uscita e all'avere di libero passaggio esistenti al momento del matrimonio vanno aggiunti gli interessi dovuti al momento del divorzio. I pagamenti in contanti effettuati durante il matrimonio non sono computati.
Le prestazioni suscettibili di essere divise ai sensi degli art. 122 CC e art. 22 e segg. LFLP sono le pretese che derivano da un rapporto di previdenza sottomesso alla LFLP, così come i conti o le polizze di libero passaggio ai sensi della OLP. Si tratta quindi di prestazioni della previdenza professionale obbligatoria (pilastro 2A) e della previdenza più estesa (pilastro 2B). Non rientrano invece nel campo d’applicazione di suddette norme le prestazioni sia del primo (AVS) che del terzo pilastro (3A e 3B) (cfr. in particolare sentenza TF B 128/05 del 25 luglio 2006).
Presso l'istituto di previdenza dove è affiliato il marito durante il matrimonio, a seguito del passaggio dal sistema delle prestazioni a quello misto dei primati ed al fine di recuperare la prestazione di vecchiaia ideale secondo il vecchio sistema, sul conto previdenziale dell’ex marito è stato accreditato da parte dell’allora datore di lavoro un importo unico di CHF 41'916.85.
Litigiosa è la questione di sapere se il suddetto importo di CHF 41'916.85 accreditato sul conto previdenziale del marito nel luglio 2002 debba essere considerato (ed in che misura) prestazione divisibile acquisita durante il matrimonio.
L’art. 22 cpv. 3 LFLP – e quindi la distinzione secondo l’origine dei beni utilizzati per il versamento, ossia per il riacquisto con consecutivo aumento della prestazione d’uscita – si applica se il versamento è effettuato dall’assicurato (lavoratore), ritenuto che in tal caso il riacquisto realizzato con beni equivalenti ad acquisti nel regime matrimoniale legale rientra negli importi da dividere ex art. 122 CC e deve pertanto essere ripartito tra i coniugi in caso di divorzio. Nel caso concreto si tratta inequivocabilmente di versamento finanziato ed effettuato, in data 1. luglio 2002, dal datore di lavoro e non dall’assicurato medesimo, motivo per cui non torna applicabile l’art. 22 cpv. 3 LFLP.
La dottrina maggioritaria, come pure la giurisprudenza di alcuni Cantoni, ritiene che versamenti (sul conto previdenziale) effettuati dal datore di lavoro durante il matrimonio – ma anche accrediti, a seguito di guadagni straordinari, decisi ed eseguiti dall’istituto di previdenza durante il matrimonio (sentenza TFA B 18/01 del 14 maggio 2002) – a favore del lavoratore vanno interamente divisi in caso di divorzio.
L’intera considerazione, in dottrina e nella suevocata giurisprudenza cantonale, ai fini della divisione giusta gli art. 122 CC e art. 22 e segg. LFLP, quale capitale presente al momento del divorzio di un versamento effettuato durante il matrimonio non dal lavoratore, risulta d’altronde pure il criterio adottato nella prassi nel settore previdenziale e consiste nel non operare deduzione alcuna dall’avere presente al momento del divorzio in caso di versamenti di capitali che non costituiscono beni propri del lavoratore e che vengono versati dopo la celebrazione del matrimonio, anche se dipendenti da capitale accumulato prima del matrimonio.
Stante quanto precede, il Tribunale Cantonale delle Assicurazioni ha ritenuto che l’importo di CHF 41'916.85 debba essere considerato acquisito durante il matrimonio e debba quindi interamente essere fatto oggetto di divisione.
Data creazione: 1 maggio 2015
Data modifica: 4 maggio 2015
Scioglimento della società semplice tra i coniugi - investimenti e plusvalore congiunturale
Caso 339, 1 settembre 2014 << caso precedente | caso successivo >>
Come si scioglie una società semplice costituita dai coniugi e come viene suddiviso il ricavato immobiliare e relativo plusvalore del fondo acquistato tramite tale società?
In una sentenza del 22 gennaio 2014, il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:
I coniugi si sono uniti in matrimonio il 28 ottobre 1988 e hanno avuto quattro figli. Il loro regime matrimoniale è quello ordinario della partecipazione agli acquisti.
Durante il matrimonio i coniugi hanno tra l'altro acquistato un immobile in società semplice.
Nel 2010 è stata avviata la procedura di divorzio e i coniugi all'udienza del 10 aprile 2012 hanno concluso un accordo parziale sulle conseguenze accessorie, lasciando quale unico punto controverso la liquidazione del regime matrimoniale. Il 1° maggio 2012 il giudice ha pronunciato il divorzio ex art. 112 CC, regolando le conseguenze accessorie in base agli accordi dei coniugi e decidendo la condanna del marito al pagamento di CHF 16'218.00 a titolo di liquidazione del regime matrimoniale, sciogliendo inoltre la società semplice con la quale i coniugi avevano acquistato un fondo, decidendo le formalità di vendita e di ripartizione del ricavato.
Non soddisfatto delle decisioni dei giudici di prima e seconda istanza, il marito ha ricorso al Tribunale federale.
I coniugi hanno acquistato, durante il matrimonio, nel 1994, un fondo per il tramite di una società semplice. Nell'ambito dell'accordo parziale concluso all'udienza del 10 aprile 2012 le parti si sono accordate per la vendita del fondo e hanno demandato al giudice la decisione sul riparto del ricavato.
Al momento dello scioglimento della società semplice e del regime matrimoniale a seguito di divorzio occorre procedere in due fasi: prima di tutto si deve liquidare la società semplice e successivamente il relativo risultato va integrato nella liquidazione del regime matrimoniale (cfr. sentenza TF 5A_646/2012 del 15 aprile 2013, consid. 3.4 con riferimenti di dottrina). Se dedotti i debiti sociali, rimborsate ai singoli soci le anticipazioni e le spese, e restituite le quote conferite, resta un avanzo, questo deve ripartirsi fra i soci come guadagno (art. 549 cpv. 2 CO). Il socio, che ha conferito la proprietà di una cosa, non riprende la cosa stessa; gli ha però diritto al prezzo per la quale fu ricevuta; se tale prezzo non sia stato convenzionalmente determinato, egli può pretendere il valore delle cose al tempo in cui vennero conferite (art. 548 CO). In difetto di patto speciale, ogni socio ha una parte uguale nei guadagni e nelle perdite, senza riguardo alla specie e all'ammontare della sua quota (art. 533 CO). Con il riparto del guadagno o della perdita, la liquidazione della società semplice è considerata terminata.
Il risultato della liquidazione della società semplice va in seguito considerato nella liquidazione del regime matrimoniale.
Il ricorrente lamenta del fatto che i giudici cantonali abbiano suddiviso il maggior valore congiunturale avuto dal fondo non solo in proporzione all'acquisto iniziale, ma anche in base all'investimento successivo.
Orbene, il ricorrente ha investito nell'acquisto immobiliare CHF 150'00.00 di beni propri e CHF 18'000.00 di acquisti. Successivamente ha investito altri CHF 175'360.00 di suoi acquisti. Egli ritiene che il riparto del plusvalore congiunturale debba dunque avvenire nella misura dell'89.28% a favore dei suoi beni propri (CHF 150'000.00) e del 10.72% a favore ei suoi acquisti iniziali (CHF 18'000.00), senza contare gli ulteriori CHF 175'360.00 di suoi acquisti.
Tale tesi non è stata condivisa dai giudici. A livello di regime matrimoniale un fondo è da vedere nel suo insieme, sia dal profilo fattuale sia da quello giuridico. Il plusvalore congiunturale si riferisce dunque all'intero fondo, indipendentemente dal fatto che il plusvalore sia più connesso ad una parte del bene; perciò partecipano al riparto del plusvalore non solo gli investimenti iniziali, ma anche quelli successivi. Può capitare che il terreno sia acquistato con una massa, ad es. beni propri del marito, e la casa successivamente edificata sia finanziata con un'altra massa, ad es. acquisti del marito (cfr. sentenza DTF 132 III 145, consid. 2.2., pag. 149 e segg.): non importa se il plusvalore congiunturale sia dovuto all'aumento di valore del terreno o della casa: non deve esservi alcun rapporto di causalità tra gli investimenti e il plusvalore. E' unicamente determinante che si tratti di un plusvalore congiunturale e non industriale, ritenuto che quest'ultimo ricade per contro in ogni caso negli acquisti ex art. 197 cpv. 2, cifra 1 CC.
Da notare che il Tribunale federale non risparmia alcune critiche il ricorrente, laddove non ha sollevato ad es. la censura sul calcolo del plusvalore per il quale avrebbe potuto far valere l'influsso del fattore tempo relativamente agli investimenti successivi (consid. 3.2).
Data creazione: 1 settembre 2014
Data modifica: 1 settembre 2014

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 DTF 
 sentenza 
 art. 126
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 122
 art. 123
 art. 280
 art. 281
 art. 122
 art. 22
 sentenza 
 art. 122
 art. 122
 art. 22
 sentenza 
 art. 112
 sentenza 
 sentenza 
 art. 197