Source: http://www.puntosicuro.it/sicurezza-sul-lavoro-C-1/ruoli-figure-C-7/lavoratori-C-73/il-rifiuto-di-indossare-le-scarpe-antinfortunistiche-AR-10374/
Timestamp: 2016-08-28 18:52:21+00:00

Document:
16 novembre 2010 - Cat: Lavoratori
Come comportarsi con il lavoratore che rifiuta di indossare le scarpe antinfortunistiche? Gli obblighi del datore di lavoro e le esenzioni mediche dall'indossare i DPI.
Come risolvere il problema del lavoratore che presenta certificazioni mediche attestanti
l'impossibilità di calzare scarpe antinfortunistiche?
Una situazione problematica, talmente comune da potersi
definire addirittura «quotidiana», che le figure della sicurezza si trovano ad
affrontare, è quella del lavoratore che rifiuta di indossare le scarpe
In questo articolo verrà illustrato quali sono gli obblighi
del datore di lavoro a riguardo, analizzando come comportarsi anche nella
situazione limite in cui il lavoratore dovesse esibire certificazioni mediche
attestanti l'impossibilità di calzare scarpe antinfortunistiche; verrà infine
analizzato il problema della ripartizione delle spese nel caso in cui un
lavoratore richieda che l'azienda gli paghi un plantare necessario ad indossare
le scarpe antinfortunistiche.
Per comprendere integralmente gli obblighi
del datore di lavoro in materia di dispositivi di protezione individuale (DPI)
è necessario partire dal ruolo centrale che la giurisprudenza di legittimità,
in modo assolutamente uniforme, affida all'art.2087 c.c..
Con l'osservanza della normativa specifica, però, non si
esauriscono gli obblighi di sicurezza del datore di lavoro in quanto,
rappresentando l'art.2087 c.c. norma di chiusura del sistema antinfortunistico,
il datore di lavoro è tenuto ad adottare anche quelle misure che, pur non
previste dalla legge come obbligatorie, dovessero rendersi necessarie in base alla
particolarità del tipo di lavoro svolto.
E' da sottolineare come, nella formulazione scelta dal
legislatore dell'art.2087 c.c., le misure necessarie alla tutela dell'integrità
fisica del lavoratore debbano essere adottate «in base alla esperienza»: Tale
formulazione rimanda logicamente al concetto di «prevedibilità del rischio»:
"In materia di eventi colposi per violazione di regole antinfortunistiche,
allorchè siano contestate l'imprudenza, la negligenza e l'imperizia, il
criterio per l'individuazione della colpa è data dal ricorso al concetto di
prevedibilità, ossia il principio che, fuori dell'ipotesi di inosservanza di
specifiche prescrizioni normative, possono ascriversi a colpa solo quegli
eventi che, in relazione alle particolari circostanze del caso concreto, siano
prevedibili dal soggetto al momento della realizzazione della sua condotta. Ne
consegue che non può pretendersi l'adozione di accorgimenti per fronteggiare
evenienze infortunistiche assolutamente impensabili ed eccezionali in base alla
comune esperienza" (Cass. Pen. sez. IV, 8.6.87 n.7130). Nello stesso
art.384 del DPR 547/55, del resto, il legislatore optava per una formulazione
per così dire «aperta», senza indicare «tutti» i lavori in cui le scarpe
antinfortunistiche sono obbligatorie: "Per la protezione dei piedi nelle
lavorazioni in cui esistono specifici pericoli di ustioni, di causticazione, di
punture o di schiacciamento, i lavoratori devono essere provvisti di calzature
resistenti ed adatte alla particolare natura del rischio. Tali calzature devono
potersi sfilare rapidamente".
Dunque, nei casi in cui non esista un obbligo di
comportamento imposto tassativamente dalla legge - in quanto già valutato come
pericoloso dal legislatore - sarà il datore di lavoro a valutare, sotto propria
responsabilità, se tale rischio appaia «prevedibile» o meno: di conseguenza, in
caso di infortunio dovuto a mancanza di scarpe antinfortunistiche, il datore di
lavoro dovrà cercare di dimostrare al giudice come tale rischio di
schiacciamento non fosse ragionevolmente prevedibile.
Per riassumere, l'obbligo di indossare le scarpe
antinfortunistiche scatta:
(tale elenco è costituito dal punto 3 dell'allegato VIII del D.Lgs
Comunque, ogni qualvolta risulti «prevedibile» un rischio di
lesioni ai piedi: tale prevedibilità dovrà essere valutata dal SPP in sede di
Ma allora quando un rischio può essere definito
«prevedibile»? In passato la Corte di Cassazione ha mantenuto un atteggiamento
estremamente severo in materia di prevedibilità del rischio: ne rappresenta
l'archetipo la sentenza Cass. 19.4.90, in cui il datore di lavoro veniva
condannato in violazione dell'art.382 del DPR 547/55 nel sinistro occorso ad
cantoniere che, sorvegliando e dirigendo il traffico, veniva colpito da sasso
mosso da taglia erbe manovrato da un collega a ben 36 metri di distanza.
Nella fattispecie di lesione all'occhio dovuta a chiodo che
rimbalzava all'indietro mentre veniva piantato con un martello, la Suprema
Corte aveva modo di affermare come "l'art.382 del DPR 547 del 27.4.1955 si
riferisce non solo alle lavorazioni in cui tali proiezioni siano abituali, ma
anche alle lavorazioni in cui le proiezioni siano eccezionali e contingenti.
Trattasi infatti di una norma a carattere generale, non contenente una
elencazione tassative di attività per cui è necessaria la misura cautelare e
pertanto rientra nella previsione qualsiasi tipo di lavoro, compreso quello
edile, anche se il pericolo di proiezione di schegge non sia molto
probabile" (Cass. sez. IV pen. 19.10.90 n.13944, Timpano). A queste sono
seguite una serie di condanne, sempre per violazione dell'art.382 del DPR
547/55, nel caso di lesioni agli occhi dovute ad chiodo che spezzatosi
inchiodando una tavola (Cass.2.5.94, Attili; Cass. 17.12.81), dovute a punta
del trapano spezzatasi (Cass. 15.3.1983), a scheggia di malta o metallica
pulendo manualmente una carriola (Cass. 30.5.83) o a scheggia di alluminio nel
travaso di alluminio fuso (Cass. 10.7.90, Filippini).
Molto interessante risulta l'inclusione (Cass. sez. IV pen.,
7.3.1990 n.3255, Talleri) tra in rischi prevedibili che obbligano il datore di
lavoro a fornire DPI (giubbotto antiproiettile) il caso di guardia giurata
ferita durante una rapina
ad una banca.
In Cass. sez. III penale 12.7.1989 n.10166, Machetta veniva
esclusa, invece, la responsabilità del datore di lavoro in caso di infortunio
al piede ad un lavoratore impegnato nella manipolazione di listelli di legno
del peso massimo di 2 Kg e che venivano sollevato da terra al massimo due
Una delle sentenze in cui viene più lucidamente ed
esplicitamente affrontato il tema della «prevedibilità» del rischio rimane,
però, senza dubbio Cass. penale sez. III, 27.08.1997, Colucci: "Presupposto
per la sussistenza del reato di cui all'art.382 D.P.R.27 Aprile 1955 n.547 è
che il dipendente eserciti un lavoro che lo esponga a rischi di offesa agli occhi,
perché solo in tal caso il datore di lavoro lo deve munire di occhiali, visiere
o altri appropriati dispositivi di protezione individuale. Rischio equivale a
pericolo, cioè a "probabilità" di danno, che è notoriamente nozione
diversa dalla mera "possibilità" di danno: per questa ragione è
illegittimo argomentare che dal momento che un danno si è verificato
nell'esercizio di una determinata mansione, per ciò stesso quella mansione
presenta il rischio relativo (cioè la probabilità e non la mera possibilità di
danno)". In questa sentenza la Corte ha pertanto modo di distinguere in
modo approfondito tra i concetti di «probabilità» di danno e di semplice
«possibilità», riconducendo, pertanto, il concetto di colpa esclusivamente alla
«prevedibilità» del rischio: d'altronde, individuando nella «semplice
possibilità» la linea di demarcazione penale, si finirebbe, ad esempio anche
con il dovere imporre occhiali
di protezione anche agli impiegati, dato che seno pur sempre «possibili»
incidenti agli occhi con penne o altri oggetti da scrivania; inoltre, una tale
interpretazione finirebbe con il valutare la condotta del datore di lavoro «ex
post», cioè con il senno del poi, il che non appare giuridicamente corretto.
Ovviamente, poi, nella valutazione, va tenuto presente anche la potenziale
gravità dell'infortunio per cui la scelta e l'entità delle protezioni deve essere
più rigorosa in caso di danni gravi.
Da rimarcare come nel caso in cui il legislatore indichi
esplicitamente l'obbligo di un DPI in una certa lavorazione (vedi appunto
l'allegato VIII del D.Lgs 81/2008), la mancata fornitura di DPI integri la
violazione di una «norma di puro pericolo» già di per sé sanzionabile: il
reato, infatti, " ...si realizza con la semplice omissione di tale
fornitura al lavoratore dipendente, atteso che la norma incriminatrice non
esige anche che ne derivi una situazione di pericolo per l'incolumità", e
cioè anche qualora se non si verifichi nessun infortunio.
Infine, ovviamente, non bisogna mai confondere un DPI con un
semplice indumento da lavoro (Cass. Pen., IV, 21 giugno 1993. Baccilieri)
Di fronte ad un rischio di infortunio o di malattia
professionale, sia che questo sia stato indicato tassativamente dal
legislatore mediante apposito precetto legislativo, sia che questo emerga dalla
particolarità del lavoro mediante la valutazione dei rischi aziendali, sono
sempre da privilegiarsi le misure che consentono la "riduzione dei rischi
alla fonte" e la "priorità delle misure di protezione collettiva
rispetto alle misure di protezione individuale" (art.15 comma 1 e-i D.Lgs
81/2008) secondo il consolidato principio di sussidiarietà. Coerentemente,
all'art. 75 comma 1 del D.Lgs 81/2008 si legge come "I DPI devono essere
impiegati quando i rischi non possono essere evitati o sufficientemente ridotti
da misure tecniche di prevenzione, da mezzi di protezione collettiva, da
misure, metodi o procedimenti di riorganizzazione del lavoro".
In caso di esposizione a rischio di rumore,
ad esempio, prima di imporre l'uso di tappi o cuffie, il datore di lavoro dovrà
prima assicurarsi di avere fatto tutto quanto tecnicamente fattibile per
abbattere il rumore alla sorgente e, solo una volta assolto a tale compito,
potrà imporre «sussidiariamente» con intransigenza l'utilizzo di cuffie o
Nel caso delle scarpe antinfortunistiche, invece, tale
problema raramente sussiste, non esistendo, nella stragrande maggioranza delle
tipologie di lavoro, misure alla fonte o di tutela collettiva in grado di
eliminare il rischio di lesioni ai piedi.
I doveri degli imprenditori non si limitano a fornire i DPI,
a disporre che questi vengano utilizzati e a fornire alcune informazioni sul
corretto utilizzo di questi: l'art.18 comma 1f del D.Lgs 81/2008 infatti,
impone all'imprenditore di richiedere l'osservanza da parte dei singoli
lavoratori delle norme vigenti, dell'uso dei mezzi di protezione collettivi e
dei dispositivi di protezione individuali messi a loro disposizione.
Gli artt.20 comma 1d e 78 comma 2 del D.Lgs 81/2008, che
obbligano i lavoratori ad utilizzare in modo appropriato i DPI potrebbero
essere utili, al massimo, per individuare una corresponsabilità del lavoratore,
ma non esentano in alcun modo il datore di lavoro dai propri obblighi, specie
alla luce del principio di equivalenza causale sancito dall'art.41 c.p.
Infatti, "in tema di prevenzione infortuni, il datore
di lavoro non solo deve approntare le misure antinfortunistiche, ma ha anche
l'obbligo di vigilare, affinché tali misure siano attuate ed i lavoratori si
avvalgano dei dispositivi di protezione messi a loro disposizione" (Cass.
penale, sez. IV, 22-03-1984 n. 2681, Collodel) dato che "non basta porre a
disposizione dei dipendenti i presidi antinfortunistici" in quanto "è
necessario pretendere ed imporne l'uso effettivo e vigilare perché ciò
avvenga" (Cass. pen.sez.IV 20.1.98 n. 644, Compagno),o ancora "... il
controllo che il datore di lavoro deve esercitare sull'operato dei dipendenti
perché non si verifichino infortuni sul lavoro, essendo finalizzato a tutela
l'integrità psico-fisica del lavoratore, non può risolversi nella messa a
disposizione di questi ultimi dei presidi antinfortunistici e nel generico
invito a servirsene ma deve costituire una delle particolari attività
dell'imprenditore, gravando su questo l'onere di fare cultura sul rispetto
delle norme antinfortunistiche, di svolgere continua, assidua azione
pedagogica, con il ricorso, se del caso, anche a sanzioni disciplinari nei
confronti dei lavoratori che non si adeguino alle citate disposizioni"
(Cass. Pen. Sez. IV, 6.10.95 ); è pertanto colpevole il DDL che"... a
conoscenza del comportamento più volte tenuto dal lavoratore in violazione
della norma antinfortunistica, lo abbia ripetutamente ripreso ed invitato ad
attenersi alle disposizioni ma, di fronte all'inottemperanza del predetto, non
abbia adottato più decisi provvedimenti idonei ad evitare comunque la
violazione delle misure di sicurezza" (Cass. pen. sez. IV, 9.12.96, Capo e
Però, specialmente nelle regioni dove la disoccupazione è a
livelli più bassi ed è difficile trovare operai con professionalità specifiche,
i datori di lavoro sovente si trovano in grossa difficoltà ad imporre l'uso
della sicurezza in generale e in particolar modo dei DPI. E' del resto noto
come gli operai più anziani, più esperti e professionalmente competenti, siano
spesso quelli più riluttanti a cambiare abitudini di lavoro e in questi casi il
datore di lavoro si trova in imbarazzo ad applicare sanzioni disciplinari a
dipendenti che potrebbero per questo dimettersi, lasciando un vuoto di
professionalità non colmabile e con conseguente danno grave per l'azienda.
Sul piano giuridico, però, queste difficoltà pratiche nulla
cambiano in materia di obblighi penalmente rilevanti per il datore di lavoro:
un lavoratore che lavori senza scarpe antinfortunistiche in una mansione
a rischio rappresenta una situazione di pericolo permanente e «conoscibile» per
il datore di lavoro, pericolo che fa automaticamente sorgere un corrispondente
e tassativo obbligo per questi di attivarsi e rimuovere prontamente il
rischio»).
Il problema apparentemente si complica, però, quando il
lavoratore presenta un certificato del medico curante o di uno specialista in
cui viene certificata l'impossibilità ad indossare una scarpa
antinfortunistica. In genere la documentazione medica si riferisce a patologie
che il sanitario ritiene causate dalla scarpa o comunque a patologie che il
continuare ad indossare la scarpa potrebbe aggravare. Le lamentele dei
dall'eccessiva sudorazione che peggiorerebbe preesistenti micosi (piede
d'atleta) o da malformazioni del piede incompatibili con la scarpa.
L'art.76 comma 2c del DLgs 81/2008, che afferma come un DPI
debba "tenere conto delle esigenze ergonomiche o di salute del
lavoratore" e il comma d, che afferma come i DPI debbano "poter
essere adattati all'utilizzatore secondo le sue necessità", potrebbero
indurre erroneamente molti a pensare che un certificato medico possa a questo
punto costituire valido documento per esentare il lavoratore dall'indossare le
scarpe. Non siamo a conoscenza di sentenze della Corte di Cassazione che
abbiano affrontato nello specifico casi del genere, ma è abbastanza logico
prevedere come anche in questo caso l'obbligo impositivo del datore di lavoro
non venga meno in quanto:
L'art.41 della Costituzione garantisce all'imprenditore
libertà di impresa a condizione che questa non si svolga contro la utilità e la
sicurezza sociale. Allo scopo di bilanciare i diritti tutelati dagli articoli
41 e 32 della Costituzione, il legislatore ha formulato l'art.2087 c.c. che
impone al datore di lavoro di adottare tutte le misure che dovessero rendersi
necessarie per la tutela dell' integrità
psico-fisica del lavoratore.
La salute, rappresentando uno dei «diritti fondamentali»
protetti della Costituzione e rappresentando «interesse della collettività»
(art.32 Cost.) , rappresenta tipico esempio di «diritto indisponibile»: come
tutti i diritti indisponibili non è pertanto suscettibile di essere scambiata o
ceduta, anche parzialmente, mediante patti o accordi.
L'obbligo di sicurezza ex art. 2087 c.c. del datore di
lavoro di adottare tutte le misure necessarie per la tutela dell'integrità
fisica del lavoratore, rende il datore di lavoro suscettibile di responsabilità
risarcitoria nei confronti del lavoratore (nonchè penale). Nel momento in cui
il datore di lavoro concedesse al lavoratore una esenzione dall'indossare le
scarpe antinfortunistiche, sarebbe allora necessario o implicito una sorta di
patto in cui il lavoratore, in cambio dell'esenzione dall'indossare le scarpe,
pattuirebbe una rinuncia al richiedere danni al datore di lavoro, non più in
grado di adottare tutte le misure di sicurezza richiestigli dalla legge.
Questo tipo patto rappresenterebbe un chiaro esempio di
«cessione» parziale, a mezzo di patto, del proprio diritto alla salute tutelato
dall'art.32 della Costituzione: tale tipo di patto, però, proprio per la
«natura indisponibile» del diritto alla salute, non è ammissibile.
Tale patto sarebbe, inoltre, per il datore di lavoro privo
di ogni valore liberatorio in termini di responsabilità penale, in quanto le
norme di prevenzione degli infortuni, tra le quali rientra l'obbligo di
calzature antinfortunistiche, appartenendo al diritto pubblico, non possono
essere derogate da accordi privati, espliciti o impliciti che siano.
Rappresentando, inoltre, l'obbligo di utilizzo di DPI un reato perseguibile
d'ufficio e non a querela, ogni patto in materia non cambierebbe in nessun modo
sull'iter giudiziario dell'eventuale illecito.
Su un piano più pratico, inoltre, ogni eventuale accordo tra
datore di lavoro e lavoratore potrebbe costituire agevole possibilità di
sistematico aggiramento della legge, in quanto potrebbe consentire al datore di
lavoro, sulla base di certificati medici certificanti anche semplici "disagi"
ad indossare i DPI, di ottenere dai propri dipendenti documenti utili a non
applicare questa ed altre norme antinfortunistiche.
Tutto quanto sopra, infine, diventa particolarmente
rilevante "... quando si tenga conto dello stato di soggezione del
lavoratore dipendente nei confronti del datore di lavoro e del conseguente
potere di suggestione di quest'ultimo; e quando si tratti di tutelare diritti
per loro natura indisponibili e costituzionalmente garantiti, quali il diritto
alla salute" (estratto da Cass. Penale sez. VI, sentenza n. 1473 del
4.2.99).
A maggior ragione, ovviamente, per quanto sopra, sarebbero
del tutto irrilevanti fogli di liberatoria sottoscritti dal lavoratore (del
tipo «... me ne assumo io la responsabilità ...»).
Come è corretto comportarsi
Riprendendo il già citato art.76 comma 2c ("DPI devono
tenere conto delle esigenze ergonomiche o di salute del lavoratore"), di
fronte all'esibizione da parte del lavoratore di un certificato medico
attestante l'impossibilità di indossare le scarpe antinfortunistiche, al datore
di lavoro non rimane altro che:
1) Consultare il medico
competente (se nominato) chiedendogli se il problema del lavoratore
(problema che dovrebbe comunque rimanere coperto da segreto medico) comporta
davvero impossibilità o comunque usura nell'indossare il DPI. Talvolta il
problema può essere infatti risolto dal medico o può trattarsi di un problema
transitorio. Nel caso la ditta non abbia un medico competente può essere
richiesta visita medica ai sensi dell'art.5 dello statuto dei lavoratori.
2) Nel caso i motivi medici siano effettivamente fondati la
scelta migliore è ricercare una scarpa il più adatta possibile al lavoratore.
In genere conviene indirizzare direttamente il lavoratore ad un negozio
specializzato in modo che possa scegliere direttamente lui la scarpa
antinfortunistica che gli provoca meno disagio. Restano ovviamente fermi i principi
di idoneità delle caratteristiche antinfortunistiche della scarpa. In caso
fosse addirittura necessario far costruire una scarpa "ad hoc" per il
lavoratore, si aprirebbe però il problema della marchiatura CE o comunque della certificazione
3) Nel caso non si riesca a trovare una scarpa adatta allo
scopo non rimane che valutare il trasferimento del lavoratore ad altro reparto
ove non vi sia rischio di schiacciamento e quindi obbligo di scarpe
antinfortunistiche. Nel caso tale impossibilità derivi da oggettiva e
giustificata motivazione medica si tratta di una vera e propria (sopravvenuta)
non inidoneità alla mansione con tutte le conseguenze affrontate dalla Corte di
Cassazione con la sentenza a sezioni unite 7755/98.
Una problematica quasi altrettanto frequente osservabile
nelle aziende è rappresentata dal lavoratore che, per potere calzare le scarpe
antinfortunistiche, deve indossare plantari per motivi medici personali e per
questo richiede che sia il datore di lavoro a pagargli tale presidio medico.
In questo caso le fonti giuridiche in questione appaiono
sostanzialmente diverse dal caso precedente.
Va premesso come la Corte di Cassazione non si sia mai
occupata direttamente di questa problematica per cui non sono rintracciabili
sentenze in materia ma è comunque ricavabile qualche preziosa indicazione dai
principi di giurisprudenza consolidatasi negli anni nel repertorio della
Per analizzare correttamente il problema è necessario
partire dall'art.23 della Costituzione che stabilisce come "nessuna
prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla
legge". Questo principio costituzionale sancisce un vero e proprio
«principio di riserva di legge»: affinché, cioè, si possa imporre di fare o far
pagare qualcosa a qualunque cittadino, e quindi anche al datore di lavoro, è
sempre necessaria una esplicita legge in tal senso. Pertanto, affinché possa
essere imposto al datore di lavoro di «pagare» il plantare è sempre
indispensabile individuare preventivamente una esplicita «copertura legale»; in
assenza di questa, non vi è obbligo.
Premesso questo, diventa di grandissima importanza la
sentenza della Corte di Cassazione civile sezione lavoro n.10339/2000: la
fattispecie riguarda il caso di un facchino
che era stato giudicato inidoneo alle mansioni di operatore unico aeroportuale
in quanto idoneo a svolgere solo compiti che non comportassero sforzi fisici
eccessivi, e che, per questo, data la impossibilità di espletare il compito
principale delle proprie mansioni, era stato licenziato per «giustificato
motivo oggettivo». Nel ricorso per Cassazione il lavoratore contestava alla
ditta la mancata applicazione dell'art.2087 c.c. a causa del "rifiuto di
adottare assetti organizzativi che consentissero l'agevole sostituzione con
altri dipendenti nell'espletamento dei compiti più usuranti" e nella
mancata adozione di "misure tecniche diverse in relazione al carico dei
bagagli e della zavorra, secondo il precetto di cui all'art. 48 D.Lgs.
626/1994". Il lavoratore, in altre parole, invocava l'art.2087 c.c. e il
D.Lgs 626/94 quali fonti giuridiche che, a suo giudizio, avrebbero dovuto
obbligare la ditta ad adottare misure organizzative e tecniche per mettere il
lavoratore menomato fisicamente comunque nelle condizioni di lavorare in
Scomponendo analiticamente su un piano medico-legale la
situazione, si può notare come il lavoratore in questione presenti una duplice
1. Il lavoratore
non è più «idoneo» a sollevare pesi, in quanto la movimentazione
manuale dei carichi potrebbe comportare prevedibili rischi per la sua
2. L'esigenza di
tutelare la salute del lavoratore, vietando l'impiego in mansioni comportanti
la movimentazione manuale dei bagagli, determina inevitabilmente una
significativa riduzione della performance lavorativa ("capacità")
dell'operatore, tra l'altro, proprio nella componente principale del proprio
Ora non esiste dubbio alcuno come, per quello che riguarda
il «pericolo per la salute» del lavoratore rappresentato dalla movimentazione
manuale dei carichi dei bagagli, proprio l'art.2087 c.c. e il D.Lgs 81/2008,
impongano al datore di lavoro non adibire più il lavoratore a questa mansione.
Ma il discorso cambia per quello che riguarda l'invocato
obbligo a carico del datore di lavoro di adottare assetti organizzativi e
misure tecniche necessarie a fare in modo che un lavoratore così menomato
potesse ancora in qualche modo lavorare. La Cassazione, a riguardo, ha modo di
affermare un principio di grande importanza: "Se ne deve trarre una prima
conclusione: quand'anche il ricorso ai mezzi offerti dalle avanzate tecnologie
fosse stato in grado di eliminare gravosi sforzi fisici nell'esecuzione di
determinati lavori, non è configurabile un obbligo dell'imprenditore di
adottarli per porsi in condizione di cooperare all'accettazione della
prestazione lavorativa di soggetti affetti da infermità, che vada oltre il dovere
di garantire la sicurezza imposto dalla legge (D.lgs. 626/1994)".
L'indicazione della Corte di Cassazione appare perentoria:
D.Lgs 626/94 (oggi D.Lgs 81/2008) e art.2087 c.c. sono leggi che riguardano
esclusivamente la sicurezza sul lavoro e da esse è ricavabile, per il datore di
lavoro, solo un obbligo di garantire la sicurezza dei lavoratori subordinati;
D.Lgs 81/2008 e art.2087 c.c., pertanto, in materia di salute dei lavoratori,
riguardano esclusivamente la sfera della « idoneità»
e non quella della «capacità» di lavoro.
Il datore di lavoro è dunque tenuto, in base a queste due
previsioni legislative, ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare
l'integrità fisica e morale del lavoratore ma non può parimenti essere
obbligato in forza a queste stesse fonti legislative ad adottare misure
tecnico-organizzative che sopperiscano alla quella quota di «capacità
lavorativa» che il lavoratore menomato ha perso; né esistono, d'altronde, per i
lavoratori non rientranti nella tutela della legge 68/99 altre fonti giuridiche
in tal senso, e necessarie invece ai sensi dell'art.23 della Costituzione.
Trasferendo questi principi alla problematica del lavoratore
che reclama l'acquisto di un plantare da parte dell'azienda, le conseguenze
appaiono ovvie: art.2087 c.c. e D.Lgs 81/2008 possono obbligare il datore di
lavoro solo a garantire la sicurezza e quindi a fornire scarpe
antinfortunistiche idonee a garantire l'incolumità dei lavoratori. Il plantare,
invece, non rappresenta in alcun modo un dispositivo finalizzato a tutelare il
lavoratore dai rischi specifici lavorativi, essendo esclusivamente finalizzato
a correggere malformazioni del piede proprie del lavoratore: non è quindi
desumibile dall'art.2087 c.c. e e dal D.Lgs 81/2008 una idonea fonte legale,
necessaria invece ai sensi dell'art.23 della Costituzione, ad obbligare il
datore di lavoro ad acquistare un presidio del genere.
La conclusione è obbligata: imporre l'acquisto del plantare
da parte del datore di lavoro comporterebbe una violazione dell'art.23 della
Costituzione e quindi spetta al lavoratore l'acquisto di tale presidio. Non va,
però, dimenticato l'art.76 comma 2c che, come visto sopra, afferma come i DPI
debbano tenere conto delle esigenze ergonomiche o di salute del lavoratore: da
questo precetto normativo è invece desumbile un chiaro obbligo per il datore di
lavoro di fornire calzature antinfortunistiche, se necessario, anche
individualizzate, che eventualmente tengano conto della necessità del
lavoratore di indossare tali plantari.
Istituto di Formazione alla Prevenzione, ISFoP Milano
Fonte: MedicoCompetente.
Questo articolo è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.	COMMENTA questo articolo nel FORUM di PuntoSicuro!	Commenta questo articolo!Rispondi Autore: ALFIERO MARIN16/11/2010 (10:04:12)EsaustivoRispondi Autore: larghi s16/11/2010 (11:54:44)articolo interessante, molto esaustivo e dettagliato. peccato che molte sentenze citate della suprema corte siano antidiluviane, alcune anche ante 626. Rispondi Autore: Giangiacomo Tognana17/11/2010 (09:31:10)articolo molto interessante ed utile.
Se possible chiedo un chiarimento: al punt 3 dell' Allegato VIII del D.Lgs. 81/08 in merito all' obbligatorietà dell' uso dei dpi, citato nell' articolo, sta scritto "...può rendersi necessario mettere a disposizione...".
Quindi per come lo leggo non stabilisce l' obbligo di uso per le attività elencate.
Grato per ogni indicazione.
Rispondi Autore: Luca Bersanti30/11/2010 (11:50:19)Buongiorno
Pongo una questione similare a quelle trattate.
Il Medico competente, avuto l'esito delle visite oculistica per i videoterminalisti, emette delle idoneità con la prescrizione di indossare lenti correttive o occhiali da vista.
Come si deve comportare il datore di lavoro se lavoratore si presente senza occhiali?
In particolare, chi deve acquistare gli occhiali nel caso in cui il lavoratore non li possieda?
Ovvero gli occhiali sono da considerarsi DPI per i videoterminalisti?
In caso negativo, è lecito per il medico competente imporne l'uso, costringendo nel contempo il datore di lavoro alla verifica (non sempre agevole per chi porta lenti a contatto), indicandone la prescrizione nell'idoneità alla mansione?Rispondi Autore: barbara29/03/2011 (12:44:58)io che lavoro al reparto pane di un supermercato dove si svolge l'attività di doratura del pane e cottura di pizze e brioches, sono obbligata ad usare calzatura antinfortunistiche? grazie!!Rispondi Autore: Stefania Stella08/11/2011 (16:22:56)Ciao Barbara,
se fossi obbligata ti rifiuteresti di indossarle? e perchè? Rispondi Autore: Mauro Moretton26/12/2012 (19:50:36)Salve a tutti !!
Riesco convivere con le calzature antinfortunistiche solo evitando mansioni che comportano eccessivo camminamento ..In questo caso l'effetto collaterale quasi immediato sono le unghie che si incarniscono da trauma conseguente (dopo aver operato cinque mesi in eccessivo camminamento mi son dovuto togliere tre unghie incarnite ..).Operando in qualsiasi altra mansione che non comporti eccessivo camminamento non ho avuto, per anni, nessun problema ..Il medico di base cosiccome lo specialista che mi ha curato le unghie hanno riconosciuto per iscritto il problema ma l'azienda non me lo riconosce ..Non si tratta di provare con altri tipi o marche di scarpe (comunque già fatto) ma solamente di impiegarmi diversamente .. Grazie a chi mi risponderà !!Rispondi Autore: Patrizia Burgio26/01/2013 (14:32:41)Quando bisogna cambiare le scarpe antinfortunistiche? C'è una scadenza che la legge prevede? GrazieRispondi Autore: Pina S.13/03/2013 (13:56:32)Salve, sono una dipendente con qualifica di banconiera pescheria in un supermercato ed ho un problema. A causa di uno sperone calcaneare e di alluce valgo non potrei più indossare gli stivali che sono abbligatori visto il contatto continuo con l'acqua. Ma, il medico dell'azienda mi ha fatto ideonea con limitazione all'uso degli stivali e cioè dovrei indossare le scarpe antinfortunistiche cosa impossibile in quanto sarei sempre con i piedi bagnati. Cosa devo fare??Grazie.Rispondi Autore: Graziano Montanari14/03/2013 (21:32:21)Salve, vorrei chiedere un consulto sui DPI oculari. Io porto già occhiali per miopia abbastanza avanzata, quindi il datore di lavoro, ha fatto fare la visita oculistica e ha dato a disposizione un paio di occhiali graduati, senza tener conto del peso e dei riflessi causati dalla loro conformazione. Nel caso che questi DPI dessere disagi, tipo male o giramenti di testa, vista annebbiata o altri, come mi devo comportare?? Premetto che io lavoro nella quasi totalità del tempo, in un ambiente esente da qualsiasi pericolo, tipo polvere, aria compressa, trucioli di qualsiasi genere, liquidi o quant'altro. Grazie Rispondi Autore: giuseppe sclafani16/08/2013 (12:47:19)lavoro in una azienda aeroportuale. faccio l' autista di navetta , il mio percorso giornaliero e intorno a l' area esterna dell' aeroporto il percorso di circa 3 km. a giro, il mezzo che porto e di 40 posti 10 a sedere gli altri all' inpiedi. faccio partenza dagli arrivi prendo i passeggeri che devono noleggiare le macchine nel giro c'e' una fermata per dipendenti poi arrivo ai noleggi ricarico i passeggeri per le partenze e ritorno agli arrivi. la mia domanda e' una l' azienda ci costringe a portare la navetta con le scarpe antifortunistiche quindi non avendo sensibilita nei pedali perche le scarpe sono molto pesanti e con il problema di fare qualche danno, come mi e capitato di schiacciare sia l' accelleratore assieme al freno. vorrei sapere se sono a norma per portare un mezzo publico e se posso dire alla mia azienda che mi rifiuto
Rispondi Autore: Maurizio Punelli08/11/2013 (08:28:43)Buongiorno,
volevo gentilmente sapere se i capi reparto o figure responsabili che operano in un ambiente dove obbligano i lavoratori a portare le scarpe antinfortunio sono esentati dal portarle anche loro o no?
grazieRispondi Autore: Armando Scicchitano16/04/2015 (17:10:31)Svolgo la mansione di preposto in azienda come devo comportarmi nel caso un dipendente lamenta il volersi togliere le scarpe antiinfortunistica e lavorare con le calzature da ginnastica??Rispondi Autore: Stefania18/09/2015 (03:18:32)Salve vorrei sapere se esiste un obbligo di.indossare le scarpe antinfortunistiche per chi svolge il.solo compito di cassa, in questo caso di cassa di un supermercato. Grazie.
INFORTUNI IN ITINEREIl rifiuto di indossare le scarpe antinfortunisticheMOVIMENTI RIPETITIVI E SOVRACCARICOI rischi da sovraccarico per carrozziere, elettrauto e gommistaVedi tutte le categorie...Le Rubriche di PuntoSicuro

References: art.384
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. sez. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 2087
 Cass. 
 sentenza 
 art.76
 sentenza 

sentenza 
 art.2087
 art.2087
 art.2087