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Timestamp: 2020-07-11 08:23:40+00:00

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RESPONSABILITA' EX ART. 2087 C.C. - INQUADRAMENTO E PRESUPPOSTI - Rassegna di diritto del lavoro
RESPONSABILITA’ EX ART. 2087 C.C. – INQUADRAMENTO E PRESUPPOSTI
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Cass. n. 13915/2020
La responsabilità ex art. 2087 cod. civ. è infatti di carattere contrattuale, in quanto il contenuto del contratto individuale di lavoro risulta integrato per legge (ai sensi dell’art.1374 cod. civ.) dalla disposizione che impone l’obbligo di sicurezza e lo inserisce nel sinallagma contrattuale, sicché il riparto degli oneri probatori nella domanda di danno differenziale da infortunio sul lavoro si pone negli stessi termini che nell’art. 1218 cod. civ. sull’inadempimento delle obbligazioni.
Il principio sopra esposto non comporta l’affermazione di una responsabilità oggettiva ex art.2087 cod. civ., nella stessa misura in cui l’allegazione del mancato pagamento di una somma di denaro non comporta una responsabilità oggettiva del debitore, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ..
Da ciò discende che il lavoratore il quale agisca per il riconoscimento del danno differenziale da infortunio sul lavoro, deve allegare e provare la esistenza dell’obbligazione lavorativa, del danno, ed il nesso causale di questo con la prestazione, mentre il datore di lavoro deve provare che il danno è dipeso da causa a lui non imputabile, e cioè di avere adempiuto al suo obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitare il danno (vedi Cass. 13/8/2008 n.21590, Cass. 26/6/2009 n.15078, Cass. 17/2/2009 n.3788).
Il dovere di sicurezza a carico del datore di lavoro a norma dell’art.2087 civ., va assolto con l’adozione di tutte le cautele necessarie ad evitare il verificarsi dell’evento dannoso ed anche con l’adozione di misure relative all’organizzazione del lavoro, tali da evitare che lavoratori meno esperti siano coinvolti in lavorazioni pericolose, mediante lo svolgimento di attività inerente all’istruzione, informazione e formazione sui rischi nelle lavorazioni.
La giurisprudenza di questa Corte riconosce che persino l’accertato rispetto delle norme antinfortunistiche di cui al D.P.R. n. 626 del 1994, e dell’allegato 6 a tale decreto non esonera affatto il datore di lavoro, dall’onere di provare di aver adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi dell’evento, con particolare riguardo all’assetto organizzativo del lavoro, specie quanto ai compiti dell’apprendista, alle istruzioni impartitegli, all’informazione e formazione sui rischi nelle lavorazioni (vedi Cass. 18/5/2007 n.11622, Cass. 24/1/2012 n.944, Cass. 2/10/2019 n.24629).
E siffatto onere, alla stregua delle acquisizioni probatorie analiticamente scrutinate dai giudici del gravame, non risulta sia stato adempiuto, considerate le dichiarazioni rese dal medesimo ricorrente in sede di libero interrogatorio nel corso del quale aveva ammesso di “non aver fatto alcuna raccomandazione” al lavoratore sulle modalità di funzionamento del semirimorchio ed in particolare del suo sollevamento.
Cass. n. 11546/2020
In via di premessa deve rammentarsi che la natura contrattuale della responsabilità incombente sul datore di lavoro in relazione al disposto dell’art.2087 cod. civ. – che peraltro può concorrere con quella extracontrattuale originata dalla violazione di diritti soggettivi primari (vedi Cass. 17/7/1995 n.7768, in motivazione Cass. 21/4/2017 n.10145, rqss. 12/8/2019 n.21333) – è ormai da tempo consolidata.
L’inserimento dell’obbligo di sicurezza all’interno della struttura del rapporto obbligatorio – in quanto il contenuto del contratto individuale di lavoro risulta integrato per legge (ai sensi dell’art.1374 cod. civ.) dalla disposizione che impone l’obbligo di sicurezza e lo inserisce nel sinallagma contrattuale – è indubbiamente fonte di obblighi positivi a carico del datore, il quale è tenuto a predisporre un ambiente ed una organizzazione di lavoro idonei alla protezione del bene fondamentale della salute, funzionale alla stessa esigibilità della prestazione lavorativa, con la conseguenza che è possibile per il prestatore di eccepirne l’inadempimento e rifiutare la prestazione pericolosa (art. 1460 cod. civ.).
Alla -luce della sua formulazione ‘aperta’, la giurisprudenza consolidata è concorde nell’assegnare all’art.2087 cod. civ. il ruolo di norma di chiusura del sistema di prevenzione, operante cioè anche in assenza di specifiche regole d’esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, ma volta a sanzionare, anche alla luce delle garanzie costituzionali del lavoratore, l’omessa predisposizione di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale e della maggiore o minore possibilità di venire a conoscenza e di indagare sull’esistenza di fattori di rischio in un determinato momento storico (vedi fra le tante, Cass. 14/1/2005, n. 644; Cass. 1°/2/2008, n. 2491; Cass. 3/8/2012, n. 13956; Cass. 8/10/2018, n. 24742).
Tuttavia, pur valorizzando la ‘funzione dinamica’ che va attribuita alla disposizione di cui all’art. 2087 cod. civ., in quanto norma diretta ad indurre l’imprenditore ad attuare, nell’organizzazione del lavoro, un’efficace attività di prevenzione attraverso la continua e permanente ricerca delle misure suggerite dall’esperienza e dalla tecnica più aggiornata al fine di garantire, nel migliore dei modi possibili, la sicurezza dei luoghi di lavoro, è stato condivisibilmente riconosciuto che la responsabilità datoriale non è suscettibile di essere ampliata fino al punto da comprendere, sotto il profilo meramente oggettivo, ogni ipotesi di lesione dell’integrità psico-fisica dei dipendenti e di correlativo pericolo.
L’art.2087 cod. civ. non configura infatti un’ipotesi di responsabilità oggettiva (vedi sul punto ex plurimis, Cass. 23/5/2019 n.14066), essendone elemento costitutivo la colpa, intesa quale difetto di diligenza nella predisposizione delle misure idonee a prevenire ragioni di danno per il lavoratore.
Né può desumersi dall’indicata disposizione, un obbligo assoluto in capo al datore di lavoro di rispettare ogni cautela possibile e diretta ad evitare qualsiasi danno al fine di garantire così un ambiente di lavoro a ‘rischio zero’ quando di per sé il pericolo di una lavorazione o di un’attrezzatura non sia eliminabile, così come non può ragionevolmente pretendersi l’adozione di strumenti atti a fronteggiare qualsiasi evenienza che sia fonte di pericolo per l’integrità psicofisìca del lavoratore; va infatti considerato che, ove applicabile, un siffatto principio importerebbe quale conseguenza l’ascrivibilità al datore di lavoro di qualunque evento lesivo, pur se imprevedibile ed inevitabile, e nonostante l’ambito dell’art.2087 cod. civ. riguardi una responsabilità contrattuale ancorata a criteri probabilistici, e non meramente possibilistici.
Come più volte ribadito dalla giurisprudenza di questa Corte (v. Cass. 15/6/2016 n.12347; Cass.10/6/2016 n.11981) non si può automaticamente desumere, dal semplice verificarsi del danno, l’inadeguatezza delle misure di protezione adottate, ma è necessario, piuttosto, che la lesione del bene tutelato derivi causalmente dalla violazione di determinati obblighi di comportamento imposti dalla legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche in relazione al lavoro svolto.
Cass. n. 3282/2020
L’incorporazione dell’obbligo di sicurezza all’interno della struttura del rapporto obbligatorio è indubbiamente fonte di obblighi positivi del datore, il quale è tenuto a predisporre un ambiente ed una organizzazione di lavoro idonei alla protezione del bene fondamentale della salute, funzionale alla stessa esigibilità della prestazione lavorativa, con la conseguenza che è possibile per il prestatore di eccepirne l’inadempimento e rifiutare la prestazione pericolosa (art. 1460 cod. civ.).
Alla luce della sua formulazione ‘aperta’, la giurisprudenza consolidata è concorde nell’assegnare all’art. 2087 cod. civ. il ruolo di norma di chiusura del sistema di prevenzione, operante cioè anche in assenza di specifiche regole d’esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, ma volta a sanzionare, anche alla luce delle garanzie costituzionali del lavoratore, l’omèssa predisposizione di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale e della maggiore o minore possibilità di venire a conoscenza e di indagare sull’esistenza di fattori di rischio in un determinato momento storico (v., tra le tante, Cass. 14/1/2005, n. 644; Cass. 1°/2/2008, n. 2491; Cass. 3/8/2012, n. 13956; Cass. 8/10/2018, n. 24742).
Tuttavia, pur valorizzando la ‘funzione dinamica’ che va attribuita alla disposizione di cui all’art. 2087 cod. civ., in quanto norma diretta a spingere l’imprenditore ad attuare, nell’organizzazione del lavoro, un’efficace attività di prevenzione attraverso la continua e permanente ricerca delle misure suggerite dall’esperienza e dalla tecnica più aggiornata al fine di garantire, nel migliore dei modi possibili, la sicurezza dei luoghi di lavoro, è stato condivisibilmente riconosciuto che la responsabilità datoriale non è suscettibile di essere ampliata fino al punto da comprendere, sotto il profilo meramente oggettivo, ogni ipotesi di lesione dell’integrità psico- fisica dei dipendenti e di correlativo pericolo.
L’art.2087 cod. civ. non configura infatti un’ipotesi di responsabilità oggettiva (vedi sul punto ex plurimis, Cass. 23/5/2019 n.14066, Cass. 29/3/2019 n. 14066), essendone elemento costitutivo la colpa, intesa quale difetto di diligenza nella predisposizione delle misure idonee a prevenire ragioni di danno per il lavoratore.
Né può desumersi dall’indicata disposizione un obbligo assoluto in capo al datore di lavoro di rispettare ogni cautela possibile e diretta ad evitare qualsiasi danno al fine di garantire così un ambiente di lavoro a ‘rischio zero’ quando di per sé il pericolo di una lavorazione o di un’attrezzatura non sia eliminabile, neanche potendosi ragionevolmente pretendere l’adozione di strumenti atti a fronteggiare qualsiasi evenienza che sia fonte di pericolo per l’integrità psicofisica del lavoratore, ciò in quanto, ove applicabile, avrebbe come conseguenza l’ascrivibilità al datore di lavoro di qualunque evento lesivo, pur se imprevedibile ed inevitabile.
Come più volte ribadito dalla giurisprudenza di questa Corte (v. Cass. 15/6/2016, n. 12347; Cass. 10/6/2016, n.11981) non si può automaticamente presupporre, dal semplice verificarsi del danno, l’inadeguatezza delle misure di protezione adottate, ma è necessario, piuttosto, che la lesione del bene tutelato derivi causalmente dalla violazione di determinati obblighi di comportamento imposti dalla legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche in relazione al lavoro svolto.
In tal senso non può sottacersi che anche per la violazione dell’art. 4, lett.c) del d.p.r. 27 aprile 1955 n.547 (che obbliga datori di lavoro, dirigenti e preposti a “disporre ed esigere che i singoli lavoratori osservino le norme di sicurezza ed usino i mezzi di protezione messi a loro disposizione” e postula la prioritaria dimostrazione della relativa condotta omissiva) l’assolvimento degli obblighi imposti da tale norma, deve essere verificato con riguardo alle peculiari caratteristiche dell’impresa, ai tipi di lavorazione ivi effettuati, all’entità del personale e ai diversi gradi di rischio.
Ciò non comporta, peraltro, sempre ed in ogni caso, una sorveglianza ininterrotta o la costante presenza fisica del controllore accanto al lavoratore, ma può anche sostanziarsi in una vigilanza generica, seppure continua ed efficace, intesa ad assicurare nei limiti dell’umana efficienza, che i lavoratori seguano le disposizioni di sicurezza impartite ed utilizzino gli strumenti di protezione prescritti (vedi Cass. 26/11/1994 n.10066).
L’obbligo di controllo del datore di lavoro non può essere tale da far configurare una sorveglianza continua del lavoratore, non potendo essere richiesto al titolare della posizione di garanzia una persistente attività di costante verifica dell’utilizzo dello strumento di sicurezza (era emerso infatti che il ricorrente in occasione dell’infortunio, nonostante indossasse la cintura a disposizione, avesse omesso di agganciarla al cestello, riuscendo ad eludere il controllo del responsabile per la sicurezza che in quel momento era presente e stava lavorando a terra).
Conclusivamente, tale essendo il quadro probatorio delineato nel corso del giudizio di merito, immune da censure è da ritenersi la decisione della Corte territoriale che ha reputato insussistente la responsabilità del datore nella causazione del sinistro, in un contesto in cui è limpidamente emersa – per quanto sinora detto – la fornitura da parte datoriale, dei necessari mezzi di protezione non disgiunta dalla allegazione di istruzioni sull’uso degli stessi e dall’esercizio costante di una attività di vigilanza sul rispetto delle istruzioni impartite, attuata mediante il responsabile della sicurezza.
Nel contesto descritto di puntuale assolvimento da parte datoriale di tutti gli obblighi previsti dalla legge, la condotta del lavoratore – il quale aveva omesso di agganciare alla cesta la cintura di sicurezza anticaduta (che pure indossava), nonostante i continui richiami ad un uso corretto delle misure di protezione antinfortunistica e la persistente, effettiva attività di vigilanza espletata dal personale addetto attestata delle univoche dichiarazioni testimoniali acquisite – aveva assunto il carattere dell’assoluta imprevedibilità, inopinabilità ed esorbitanza rispetto ai procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, sì da porsi quale causa esclusiva dell’evento.
Cass. n. 1109/2020
Sul datore di lavoro gravano sia il generale obbligo di “neminem laedere” espresso dall’art. 2043 cod. civ. (la cui violazione è fonte di responsabilità extracontrattuale), sia il più specifico obbligo di protezione dell’integrità psico-fisica del lavoratore sancito dall’art. 2087 cod. civ. ad integrazione “ex lege” delle obbligazioni nascenti dal contratto di lavoro (la cui violazione determina l’insorgenza di una responsabilità contrattuale).
Qualora la responsabilità fatta valere sia quella contrattuale, dalla natura dell’illecito (consistente nel lamentato inadempimento dell’obbligo di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità psico-fisica del lavoratore) non deriva affatto che si versi in fattispecie di responsabilità oggettiva (fondata sul mero riscontro del danno biologico quale evento legato con nesso di causalità all’espletamento della prestazione lavorativa), ma occorre pur sempre l’elemento della colpa, ossia la violazione di una disposizione di legge o di un contratto o di una regola di esperienza.
La necessità della colpa – che accomuna la responsabilità contrattuale a quella aquiliana – va poi coordinata con il particolare regime probatorio della responsabilità contrattuale, che è quello previsto dall’art. 1218 cod. civ. (diverso da quello di cui all’art. 2043 cod. civ.), cosicché grava sul datore di lavoro l’onere di provare di aver ottemperato all’obbligo di protezione, mentre il lavoratore deve provare sia la lesione all’integrità psico-fisica, sia il nesso di causalità tra tale evento dannoso e l’espletamento della prestazione lavorativa (Cass. lav. n. 4184 del 24/02/2006, conformi id. n. 12763 del 21/12/1998, n. 5491 del 02/05/2000 e n. 23162 del 7/11/2007.
Cfr. parimenti Cass. lav. n. 8911 del 29/03/2019, secondo cui la responsabilità del datore di lavoro per inadempimento dell’obbligo di prevenzione di cui all’art. 2087 c.c. non è una responsabilità oggettiva, ma colposa, dovendosi valutare il difetto di diligenza nella predisposizione delle misure idonee a prevenire danni per i lavoratori, in relazione all’attività lavorativa svolta, non potendosi esigere la predisposizione di misure idonee a fronteggiare ogni causa di infortunio, anche quelle imprevedibili.
V. altresì Cass. lav. n. 26495 del 19/10/2018: l’art. 2087 c.c. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro – di natura contrattuale – va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento; ne consegue che incombe al lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare, oltre all’esistenza di tale danno, la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’una e l’altra, e solo se il lavoratore abbia fornito tale prova sussiste per il datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno (Conformi Cass. lav. n. 24742 in data 8/10/2018, n. 18626 del 5/8/2013 e n. 2038 del 29/01/2013).
Cass. n. 33392/2019
La necessità della colpa – che accomuna la responsabilità contrattuale a quella aquiliana – va poi coordinata con il particolare regime probatorio della responsabilità contrattuale, che è quello previsto dall’art. 1218 cod. civ. (diverso da quello di cui all’art. 2043 cod. civ.), cosicché grava sul datore di lavoro l’onere di provare di aver ottemperato all’obbligo di protezione, mentre il lavoratore deve provare sia la lesione all’integrità psico-fisica, sia il nesso di causalità tra tale evento dannoso e l’espletamento della prestazione lavorativa (Cass. lav. n. 4184 del 24/02/2006, conformi id. n. 12763 del 21/12/1998, n. 5491 del 02/05/2000 e n. 23162 del 07/11/2007.
Parimenti Cass. lav. n. 8911 del 29/03/2019, secondo cui la responsabilità del datore di lavoro per inadempimento dell’obbligo di prevenzione di cui all’art. 2087 c.c. non è una responsabilità oggettiva, ma colposa, dovendosi valutare il difetto di diligenza nella predisposizione delle misure idonee a prevenire danni per i lavoratori, in relazione all’attività lavorativa svolta, non potendosi esigere la predisposizione di misure idonee a fronteggiare ogni causa di infortunio, anche quelle imprevedibili.
Cass. n. 30679/2019
«In materia di infortuni sul lavoro, al di fuori dei casi di rischio elettivo, nei quali la responsabilità datoriale è esclusa, qualora ricorrano comportamenti colposi del lavoratore, trova applicazione l’art. 1227, co. 1, c.c.; tuttavia la condotta incauta del lavoratore non comporta concorso idoneo a ridurre la misura del risarcimento ogni qual volta la violazione di un obbligo di prevenzione da parte del datore di lavoro sia giuridicamente da considerare come munita di incidenza esclusiva rispetto alla determinazione dell’evento dannoso, il che in particolare avviene quando l’infortunio si sia realizzato per l’osservanza di specifici ordini o disposizioni datoriali che impongano colpevolmente al lavoratore di affrontare il rischio o quando l’infortunio scaturisca dall’avere il datore di lavoro integralmente impostato la lavorazione sulla base di disposizioni illegali e gravemente contrarie ad ogni regola di prudenza o infine quando vi sia inadempimento datoriale rispetto all’adozione di cautele, tipiche o atipiche, concretamente individuabili, nonché esigibili ex ante ed idonee ad impedire, nonostante l’imprudenza del lavoratore, il verificarsi dell’evento dannoso».
«Qualora risulti l’inosservanza, da parte del datore di lavoro, di specifici doveri informativi (o formativi) del lavoratore rispetto all’attività da svolgere, tali da rendere altamente presumibile che, ove quegli obblighi fossero stati assolti, il comportamento del lavoratore da cui è scaturito l’infortunio non vi sarebbe stato, non è possibile addossare al lavoratore, sotto il medesimo profilo, l’ignoranza delle circostanze che dovevano essere oggetto di informativa (o di formazione), al fine di fondare una colpa idonea a concorrere con l’inadempimento datoriale e che sia tale da ridurre, ai sensi dell’art. 1227 c.c., la misura del risarcimento dovuto».
Il ricorrente, facendo leva anche su alcune massime di legittimità secondo cui in caso di violazione delle norme poste a tutela dell’integrità fisica del lavoratore il datore di lavoro è «interamente responsabile dell’infortunio che ne sia derivato e non può invocare il concorso di colpa del danneggiato», contesta il fatto che sia stato riconosciuto un suo concorso di colpa nella causazione dell’infortunio.
Non vi è dubbio che il nesso causale tra l’attività lavorativa ed il danno resti addirittura escluso in presenza di un rischio c.d. elettivo, declinato in riferimento ai comportamenti abnormi del lavoratore (tradizionalmente riferiti ad azioni intraprese volontariamente e per motivazioni personali ed estranee alle attività lavorative) come anche rispetto a quelle condotte che, pur afferendo all’ambito della prestazione, non sono prevenibili né, secondo il grado diligenza richiesto, in concreto impedibili e quindi destinate ad operare come caso fortuito rispetto alla responsabilità datoriale.
V. a quest’ultimo proposito, Cass. 11 aprile 2013, n. 8861, che ha escluso la responsabilità datoriale in un caso in cui un lavoratore, dopo aver iniziato le ordinarie mansioni affidategli munito dei prescritti dispositivi di protezione individuale, se ne era privato non appena sfuggito alla sorveglianza del capo officina; analogamente.
V. Cass. 21 marzo 2018, n. 6995, in un caso in cui l’infortunio era derivato dall’inosservanza, non concretamente innpedibile, di un divieto scritto ed esplicitato in un cartello posto in modo visibile sul veicolo, nel punto stesso ove il lavoratore era salito per farsi incautamente trasportare.
Viceversa v. Cass. 18 giugno 2018, n. 16026, che ha escluso il rischio elettivo in un caso in cui il lavoratore aveva violato la direttiva di dare inizio ad una certa attività solo dopo una data ora, ma in ciò era stato agevolato dal comportamento datoriale di consegna anticipata delle chiavi per l’accesso ai luoghi, ritenuto in contrasto con l’obbligo di porre in essere anche le misura preventive di salvaguardia rispetto a comportamenti anticipatori, seppure anomali o colposi, dei lavoratori; v. infine Cass. pen. 21 marzo 2019, n. 27871, secondo cui per l’esclusione della responsabilità del garante, è necessario che questi abbia posto in essere anche le cautele che sono finalizzate proprio alla disciplina e governo del rischio di comportamento imprudente (analogamente, anche Cass. pen. 19 maggio 2017, n. 24923).
In giurisprudenza si è ripetutamente affermato che, quella dell’art. 2087 c.c., non costituisce ipotesi di responsabilità oggettiva e che il lavoratore è onerato della sola prova della “nocività” del lavoro, spettando poi al datore dimostrare di avere adottato tutte le misure cautelari idonee ad impedire l’evento.
Ciò posto non può escludersi, che il comportamento colposo del lavoratore, autonomamente intrapreso ma tale da non integrare gli estremi del rischio elettivo, possa determinare un concorso di colpa, da regolare ai sensi dell’art. 1227 c.c. (così Cass. 13 febbraio 2012, n. 1994, in motivazione, Cass. 14 aprile 2008, n. 9817; Cass. 17 aprile 2004, n. 7328; ma anche, in ambito previdenziale e di regresso, Cass. 3 settembre 2018, n. 21563; Cass. 20 luglio 2017, n. 17917; Cass. 2 febbraio 2010, n. 2350) allorquando l’evento dannoso non possa dirsi frutto dell’incidenza causale decisiva del solo inadempimento datoriale, ma derivi dalla indissolubile coesistenza di comportamenti colposi di ambo le parti del rapporto di lavoro.
L’inadempimento datoriale agli obblighi di prevenzione non è infatti in sé incompatibile con l’esistenza di un comportamento del lavoratore qualificabile come colposo, in quanto di ciò non vi è traccia negli artt. 2087 e 1227 c.c., né in alcuna altra norma dell’ordinamento.
D’altra parte le norme sanciscono l’obbligo del lavoratore di osservare i doveri di diligenza (art. 2104 c.c.), anche a tutela della propria o altrui incolumità (ratione temporis, art. 6 d.p.r. n. 547/1955; art. 5 d.lgs. 626/1994; ora art. 20 d. Igs. 81/2008) ed è indubbia la sussistenza di tratti del sistema prevenzionistico che coinvolgono anche i lavoratori (v. Cass. pen. 10 febbraio 2016, n. 8883), così come è scontato che i rapporti interprivati restino regolati, senza che metta qui conto una qualche più specifica dimostrazione in proposito, anche dal generalissimo principio di autoresponsabilità per le proprie azioni.
I poteri direzionali determinano la soggezione agli ordini impartiti (art. 2104, co. 2, c.c.) e la predisposizione organizzativa, come anche la destinazione dell’organizzazione ad un fine produttivo espressione di un interesse proprio del datore di lavoro, impongono, nella menzionata logica di preminenza della persona, che i presidi di sicurezza risalgano alla responsabilità primaria datoriale: art. 2087 c.c.; art. 31 della c.d. Carta di Nizza, ove si prevede che «ogni lavoratore ha diritto a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose», che evidentemente devono essere predisposte e curate dal datore di lavoro.
In sostanza, la struttura del rapporto di lavoro, se non può in assoluto impedire al lavoratore di rifiutare l’adempimento di ordini datoriali indebitamente pericolosi per la propria salute (Cass., 1 aprile 2015, n. n. 6631; Cass. 10 agosto 2012, n. 14375), non toglie che, se quegli ordini siano viceversa osservati e ne consegua l’evento lesivo, la disposizione datoriale assorba in sé l’intera efficacia causale giuridicamente rilevante.
E’ dunque in questa prospettiva che va colto il significato di alcune pregresse massime secondo cui l’inadempimento all’obbligo di protezione è ragione di esclusione del concorso di colpa.
Tale affermazione va infatti meglio intesa nel senso che, per il particolare assetto che la responsabilità assume nel settore del lavoro, il comportamento incauto della vittima, in quanto al contempo destinataria dei doveri di protezione sopra menzionati, resta, almeno nelle ipotesi sopra viste, privo di rilievo giuridico a fini risarcitori, pur non escludendosi la possibilità, al di fuori di tali ambiti, di un concorso colposo ex art. 1227 c.c..
Cass. n. 26614/2019
Per quanto attiene agli elementi costitutivi della responsabilità per la morte del lavoratore, il requisito soggettivo della colpa è integrato dalla violazione, da parte del datore di lavoro, delle regole cautelari di prevenzione evocate dall’art. 2087 cod. civ., strettamente correlate, in termini di ragionevole prevedibilità, alla verificazione dell’evento in quanto fondate, se non sulla certezza scientifica, sulla probabilità o possibilità – concreta e non ipotetica – che la condotta considerata determini l’evento (Cass. n. 5813 del 2019).
Cass. n. 25689/2019
La responsabilità datoriale incontra l’unico limite rappresentato dalla inesigibilità dal datore di lavoro della al predisposizione di accorgimenti idonei a fronteggiare cause d’infortunio del tutto imprevedibili (Cass. n. 8911 del 2019, Cass. n. 1312 del 2014); in questa prospettiva il datore di lavoro è stato ritenuto totalmente esonerato da ogni responsabilità solo quando il comportamento del lavoratore presenta caratteri di abnormità ed esorbitanza, necessariamente riferiti al procedimento lavorativo “tipico” ed alle direttive ricevute, in modo da porsi quale causa esclusiva dell’evento (Cass. n. 3786 del 2009): così integrando il cd. “rischio elettivo”, ossia una condotta personalissima del lavoratore, avulsa dall’esercizio della prestazione lavorativa o anche ad essa riconducibile, ma esercitata e intrapresa volontariamente in base a ragioni e motivazioni del tutto personali, al di fuori dell’attività lavorativa e prescindendo da essa, come tale idonea ad interrompere il nesso eziologico tra prestazione ed attività assicurata (Cass. n. 18786 del 2014).
Tanto premesso, l’ampiezza del contenuto dell’obbligo di sicurezza gravante ex art. 2087 cod. civ. sulla parte datoriale, obbligo che deve necessariamente conformarsi e misurarsi sulle concrete modalità di espletamento della prestazione di lavoro dipendente, non consente di accedere all’assunto della Corte di merito secondo il quale l’autorizzazione all’uso del mezzo proprio ed il pagamento della connessa indennità, implicando la completa autonomia operativa del prestatore, comportano l’esonero per la parte datoriale da ogni responsabilità collegata alla guida del mezzo. Tale assunto, che si risolve nella prospettazione di una sorta di traslazione del rischio connesso all’espletamento della prestazione lavorativa per il solo fatto dell’autorizzazione all’uso del mezzo proprio, oltre a non trovare riscontro nelle specifiche disposizioni che regolano l’autorizzazione all’uso del mezzo proprio dei dipendenti postali, non è coerente con il rilievo costituzionale degli interessi coinvolti ( artt. 4, 32 Cost.).
Dal complesso di tali disposizioni specificamente regolanti la materia dell’autorizzazione all’uso del mezzo proprio da parte di dipendenti dell’allora Amministrazione Poste e Telecomunicazioni non è dato evincere alcuna indicazione nel senso di una trasferimento al dipendente del rischio per gli infortuni collegati alla guida dello stesso; in particolare, siffatta assunzione di responsabilità, non potrebbe discendere, come invece sembra opinare il giudice di secondo grado, dalla previsione di un’indennità forfettaria trattandosi di emolumento espressamente destinato a remunerare gli oneri a carico dell’agente derivanti dall’impiego ed uso del proprio mezzo e per la guida di esso e cioè, in sintesi, le spese di manutenzione del mezzo e per l’approvvigionamento di carburante.
Argomentare diversamente, del resto, significherebbe definire la fattispecie in esame sulla base di una inaccettabile logica di scambio tra sicurezza/e remunerazione economica, estranea all’ordinamento giuslavoristico ed in contrasto con i principi costituzionali in tema di tutela del lavoro e del diritto alla salute.
In base alle considerazioni che precedono deve, quindi, escludersi che l’autorizzazione all’uso del mezzo proprio si configuri ex se quale causa destinata, in ipotesi di infortunio lavorativo, ad esonerare la datrice di lavoro da ogni responsabilità connessa all’uso del mezzo; l’obbligo di sicurezza che fa capo alla parte datoriale implica, infatti, la necessità per questa di farsi carico della valutazione del rischio connesso a specifiche modalità di esecuzione della prestazione pretese in relazione all’utilizzazione del veicolo di proprietà al quale il dipendente è stato autorizzato.
Cass. n. 17579/2019
Posto che l’art.. 2087 cod. civ. riguarda una responsabilità contrattuale ancorata a criteri probabilistici e non solo possibilistici (Cass. 29.1.2013 n. 2038), in ciò differenziandosi l’accertamento da svolgersi per il risarcimento del danno ricondotto a comportamento datoriale, l’autorità del giudicato copre sia il dedotto, sia il deducibile, cioè non soltanto le ragioni giuridiche fatte espressamente valere, in via di azione o in via di eccezione, nel medesimo giudizio (giudicato esplicito), ma anche tutte quelle altre che, se pure non specificamente dedotte o enunciate, costituiscano, tuttavia, premesse necessarie della pretesa e dell’accertamento relativo, in quanto si pongono come precedenti logici essenziali e indefettibili della decisione (giudicato implicito).
Con la conseguenza che, qualora due giudizi tra le stesse parti abbiano per oggetto un medesimo negozio o rapporto giuridico e uno di essi sia stato definito con sentenza passata in giudicato, l’accertamento compiuto circa una situazione giuridica o la risoluzione di una questione di fatto o di diritto incidente su punto decisivo comune ad entrambe le cause o costituenti indispensabile premessa logica della statuizione contenuta nella sentenza passata in giudicato, precludono il riesame del punto accertato e risolto, anche nel caso in cui il successivo giudizio abbia finalità diverse da quelle che costituiscono lo scopo ed il “petitum” del primo (cfr., tra le tante, Cass. 26.2.2019 n. 5480, Cass. 30.10.2017 n. 25745, Cass. 23.2.2016 n. 3488, Cass. 5.7.2013 n. 16824, Cass. 21.12.2010 n. 25862) (la vicenda riguarda un giudizio instaurato per demansionamento nel quale era stata dichiarata inammissibile la domanda diretta all’accertamento del mobbing e del risarcimento del danno, rispetto al quale, a distanza di qualche anno, è sopraggiunto il riconoscimento del mobbing e del relativo danno da parte dell’INAIL. Il ricorrente ha richiesto la riforma della sentenza in ragione del predetto – sopravvenuto – accertamento, ritenendo che lo stesso potesse smentire la dichiarata inammissibilità della domanda).
Ai fini dell’applicazione dell’art. 2087 e dell’attribuzione della responsabilità al datore di lavoro, non risulta decisiva, ai fini della decisione , la natura tabellare dell’infermità del cd “dito a scatto”.
Ed infatti, non opera nella presente fattispecie la presunzione legale di eziologia professionale, essendo quest’ultima finalizzata all’accertamento dell’indennizzabilità assicurativa della malattia professionale, questione che esula dal thema dedicendum del presente giudizio, in cui la domanda ha ad oggetto il risarcimento danni chiesto al datore di lavoro in ragione, lo si ripete, del dedotto inadempimento riconducibile agli obblighi di cui all’art.2087 c.c..

References: ART. 2087
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 art. 20
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 art. 31
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 art. 1227

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