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Timestamp: 2018-12-14 07:27:55+00:00

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La sentenza del TAR Veneto n. 680 del 2013 contiene una ampia disamina della nozione di "costruzione" di cui all'art. 873 del codice civile. La discussione ruotava intorno a due silos scoperti ad uso agricolo, a servizio della stalla esistente.
Scrive il TAR: "5. L’oggetto della controversia ora sottoposta a questo Collegio può essere circoscritta alla qualificazione della natura giuridica del manufatto in relazione al quale il soggetto controinteressato ha ottenuto l’emanazione del permesso di costruire in sanatoria.
5.1 A parere del Comune di Santa Giustina in Colle si tratterebbe di modesti manufatti la cui realizzazione non avrebbe comportato la creazione di superfici utili o volumi.
5.2 Confermando le argomentazioni del Comune il soggetto controinteressato rileva come detta impostazione sia stata, a sua volta, fatta propria anche dalla Soprintendenza nel momento in cui ha rilasciato il parere di compatibilità paesaggistica ai sensi dell’art. 167 e 181 del D.Lgs. 42/2004 e, ciò, in considerazione del presupposto che la compatibilità paesaggistica può essere rilasciata in sanatoria solo nel caso in cui determinati lavori, realizzati in assenza o difformità dall’autorizzazione paesaggistica, che non abbiano determinato creazione di superfici utili.
5.3 Il Comune di Santa Giustina in Colle fonda, pertanto, la legittimità del provvedimento impugnato evidenziando esso sia stato emanato in applicazione dell’art.4 punto 12 delle NTA, laddove queste ultime definiscono la distanza dai confini quale “distanza minima misurata con riferimento alla sola superficie coperta”. Considerato che nel caso di specie i manufatti risultano privi di una copertura, secondo l’Amministrazione comunale, ne conseguirebbe l’inapplicabilità della disciplina sulle distanze nella parte in cui sancisce il rispetto il limite minini dei 5 metri dai confini e, quindi, la legittimità della concessione in sanatoria ora impugnata.
6. Dette argomentazioni non possono essere condivise.
6.1 E’ del tutto evidente come nel caso di specie sia stata violato il connaturato disposto di cui all’art. 873 del codice civile e dell’art. 4 e 15 punto 4 delle NTA del Comune di Santa Giusta del Colle, laddove queste ultime prevedono la necessità del rispetto della distanza minima di 5 metri dal confine e, ciò, ricordando come uno dei muri di cui si compone il manufatto di cui si tratta sia stato realizzato proprio sul confine della proprietà.
6.2 Sul punto va ricordato che l’art. 873 del codice civile consente alle Amministrazioni comunali di prevedere distanze più ampie e, ciò, senza circoscrivere o limitare l’applicabilità di una disciplina di carattere nazionale. E’ del tutto evidente, infatti, che prevedere l’applicabilità della disciplina delle NTA, in materia di distanze, alle sole superficie coperte avrebbe l’effetto di introdurre una nuova nozione di costruzione, riferita appunto alle sole costruzioni coperte, circoscrivendo di fatto l’ambito dell’art. 873 del codice civile, introducendo delle deroghe ad una norma di fatto inderogabile.
6.3 Sul punto va ricordato che, come ha rilevato un costante orientamento giurisprudenziale (per tutti T.A.R. Lombardia Milano Sez. IV, 04-05-2011, n. 1174) “Agli effetti dell'art. 873 c.c., la nozione di costruzione, che è stabilita dalla legge statale, è unica, e non può essere derogata, sia pure al limitato fine del computo delle distanze, dalla normativa secondaria, giacché il rinvio contenuto nella seconda parte dell'art. 873 c.c., è limitato alla sola facoltà per i regolamenti locali di stabilire una distanza maggiore (tra edifici o dal confine) rispetto a quella codicistica”.
6.4 Anche la Corte di Cassazione ha avuto modo di precisare che la nozione di costruzione agli effetti dell’art. 873 c.c. è unica e non può subire deroghe, neppure al limitato fine del computo delle distanze legali, da parte delle norme secondarie, in quanto il rinvio contenuto nella seconda parte del suddetto articolo ai regolamenti locali è circoscritto alla sola facoltà di stabilire una distanza maggiore (Cass. civ. Sez. II 07 Ottobre 2005 n. 19530).
7. E’, allora, del tutto evidente che le NTA locali non possono fornire una nozione loro propria del concetto di costruzione e, ciò, sia
considerando “l’unicità” di detta nozione in quanto riferita ad una legge nazionale sia, rilevando come detta interpretazione implicherebbe la violazione di una norma anch’essa inderogabile.
8. Nel caso di specie è del tutto irrilevante che il manufatto sia privo di una copertura e, ciò, considerando come, ai fini dell'osservanza delle norme sulle distanze legali, la nozione di costruzione non si identifica con quella di edificio.
8.1 Essa deve intendersi integrata tutte le volte in cui si sia in presenza di opere che attuino una trasformazione urbanistico-edilizia del territorio, con perdurante modifica dello stato dei luoghi, e con riferimento ad un manufatto che, per struttura e destinazione, abbia carattere di stabilità e permanenza.
8.2 Come ha ulteriormente precisato la Giurisprudenza di merito “la nozione di costruzione è comprensiva non solo dei manufatti in calce e mattoni, ma di qualsiasi opera che, indipendentemente dalla forma e dal materiale con cui è stata realizzata, determini un ostacolo del genere (Conferma della sentenza del T.a.r. Basilicata - Potenza, sez. I, n. 849/2009 e Cons. Stato Sez. IV, 22-01-2013, n. 354).
La successiva giurisprudenza, nell’elaborare una nozione di costruzione più ampia di quella di edificio, ha inteso escludere dall’ambito di applicazione dell’art. 873 del codice civile solo le opere realizzate nel sottosuolo o i manufatti che non si elevino oltre il livello del suolo e, ciò, nell’intento – argomentando a contrario - di ricomprendere tutte quelle opere dotate di immobilità e di stabile collegamento con il suolo.
8.3 Nel caso di specie, come ha rilevato correttamente la Corte di Cassazione nella sentenza di rinvio non siamo in presenza di un unico muro di cinta (come sostiene parte resistente), poiché i due muri risultano essere uniti da una platea di cemento, circostanza quest’ultima che consente di rinvenire l’esistenza di una vera e propria costruzione, a sé stante, e dotata di una propria e autonoma funzionalità".
sentenza TAR Veneto 680 del 2013
In materia di riscossione di contributi di urbanizzazione c’è la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo o quella del giudice ordinario a seconda delle questioni sollevate
Con la sentenza n. 620 del 2013 il TAR Veneto ha deciso un ricorso col quale la parte ricorrente ha chiesto l’annullamento dell’iscrizione a ruolo e della conseguente cartella di pagamento emessadalla Cariverona Banca spa, concessionaria della riscossione dei tributi per un comune, in relazione a un contributo di costruzione in entrambe le sue componenti (commisurate agli oneri di urbanizzazione e al costo di costruzione). Secondo il ricorrente, nessun contributo è dovuto trattandosi di intervento qualificabile come opera pubblica di interesse generale, esente dal contributo ex art. 9, comma 1, lett. f, L. 77/10.
Nel ricorso il ricorrente ha dedotto l’illegittimità del procedimento di riscossione seguito che, anziché avvenire attraverso le procedure di formazione del ruolo previste dall’art. 67 del D.P.R. n. 43/1988, avrebbe dovuto seguire la procedura di cui al regio decreto n. 639/1910, fondata sull’ingiunzione del sindaco. Con il secondo motivo di ricorso ha invece eccepito la nullità della notifica della cartella esattoriale, per assenza di elementi d’identificazione del debitore e dell’ufficiale esattore e per mancata indicazione della modalità di notifica.
Il Comune ha eccepito il difetto di giurisdizione del TAR, il quale ha così deciso: "Pregiudizialmente, deve essere accolta l’eccezione di difetto di giurisdizione. Infatti, nel caso in esame non viene contestata la debenza o la quantificazione del contributo di costruzione - questione che forma oggetto di separato giudizio e che, investendo il momento autoritativo del rapporto tra pubblica amministrazione e privato, ricade nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo ai sensi dell’art. 133 comma 1, lett. f, del c.p.a. - bensì la legittimità del procedimento di riscossione seguito e la validità formale del titolo esecutivo e della sua notifica. Pertanto, tali questioni, investendo il momento meramente esecutivo di riscossione coattiva del credito vantato dalla P.A. ed in particolare le modalità di esercizio dell’esecuzione forzata, non possono che essere conosciute dal giudice ordinario secondo parametri di legittimità tutti interni alla disciplina dell'esecuzione. In tal senso si è espressa la Corte di Cassazione, secondo la quale "In tema di contributi di urbanizzazione determinati a carico del beneficiario di concessione edificatoria sussiste la giurisdizione del giudice ordinario limitatamente alle contestazioni attinenti alla legittimità del procedimento di riscossione (se mediante l'impiego dello strumento del ruolo ovvero mediante l'ingiunzione del sindaco), mentre deve essere esclusa per quelle che investano l'an od il quantum di detti contributi, vertendosi in tema di atti autoritativi dell'ente territoriale, denunciabili davanti al giudice amministrativo" (Cassazione civile, sez. un., 19 ottobre 1998, n. 10365). In conclusione il Collegio ritiene che difetti la giurisdizione in capo al giudice amministrativo sulla controversia in oggetto e che la stessa sia da attribuire al giudice ordinario".
sentenza TAR Veneto 620 del 2013
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La Corte Costituzionale promuove gli ambiti in materia di distribuzione del gas naturale
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 134 del 2013, dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 24, comma 4, del decreto legislativo 1° giugno 2011, n. 93 (Attuazione delle direttive 2009/72/CE, 2009/73/CE e 2008/92/CE relative a norme comuni per il mercato interno dell’energia elettrica, del gas naturale e ad una procedura comunitaria sulla trasparenza dei prezzi al consumatore finale industriale di gas e di energia elettrica, nonché abrogazione delle direttive 2003/54/CE e 2003/55/CE), sollevata, in riferimento all’art. 76 della Costituzione, dal Tribunale amministrativo per la Lombardia, sede di Milano.
Con ordinanza del 17 febbraio 2012 (reg. ord. n. 110 del 2012), il Tribunale amministrativo per la Lombardia, sede di Milano, ha sollevato, in riferimento all’articolo 76 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 24, comma 4, del decreto legislativo 1° giugno 2011, n. 93 (Attuazione delle direttive 2009/72/CE, 2009/73/CE e 2008/92/CE relative a norme comuni per il mercato interno dell’energia elettrica, del gas naturale e ad una procedura comunitaria sulla trasparenza dei prezzi al consumatore finale industriale di gas e di energia elettrica, nonché abrogazione delle direttive 2003/54/CE e 2003/55/CE), nella parte in cui prevede che, a far data dalla entrata in vigore del medesimo decreto legislativo (29 giugno 2011), le gare per l’affidamento del servizio di distribuzione di gas naturale sono effettuate unicamente per ambiti territoriali di cui all’art. 46-bis, comma 2, del decreto-legge 1° ottobre 2007, n. 159 (Interventi urgenti in materia economico-finanziaria, per lo sviluppo e equità sociale), convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1 della legge 29 novembre 2007, n. 222.
La Corte ha rigettato la questione con la seguente motivazione: ".....La scelta effettuata sin dal 2007 si è dunque compiutamente definita nel corso del 2011, consentendo il passaggio da un sistema caratterizzato da estrema frammentazione (affidamento del servizio su base territoriale comunale), al cosiddetto sistema ambiti.
Con indicazioni progressivamente più puntuali, nella parte generale della legge di delega n. 96 del 2010, l’art. 2, comma 1, lettera b), dispone che, «ai fini di un migliore coordinamento con le discipline vigenti per i singoli settori interessati dalla normativa da attuare, sono introdotte le occorrenti modificazioni alle discipline stesse, fatti salvi i procedimenti di semplificazione amministrativa ovvero le materie oggetto di delegificazione».
La norma censurata, nel prevedere la moratoria temporanea delle gare di affidamento del servizio di distribuzione del gas naturale su base territoriale diversa dagli ambiti individuati, ai sensi dell’art. 46-bis del d.l. 159 del 2007, risponde alla ratio della delega ed ai principi e criteri direttivi richiamati, in quanto rende applicabile la nuova disciplina degli affidamenti, evitando il rinnovo delle concessioni su base comunale e, con esse, l’ulteriore frazionamento delle gestioni".
Corte Costituzionale su legittimità periodo transitorio gare GAS
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Come si coordina l’autorizzazione paesaggistica con la conferenza di servizi?
Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Segretariato Generale, con la circolare n. 26 del 29 maggio 2013, coordina le norme degli artt. 14 e ss. della l. n. 241/1990 (concernenti al conferenza di servizi) con la normativa prevista dall’art. 146 del D. Lgs. n. 42/2004 (riguardante l’autorizzazione paesaggistica).
In particolare la circolare recepisce il parere dell’Ufficio legislativo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali del 23 aprile 2013 laddove afferma che: “l’amministrazione procedente (Regione o Comune subdelegato) può indire la conferenza di servizi, per un intervento richiedente l’autorizzazione paesaggistica, solo se, richiesto il parere vincolante della Soprintendenza, questa non lo ha pronunciato nel termine di quarantacinque giorni (ai sensi dell’art. 146, comma 8, del Codice di settore, che prevale, in quanto norma speciale, sulla previsione generale di trenta giorni contenuta nel ripetuto articolo 14 della legge generale sul procedimento amministrativo), oppure quando, nel termine suddetto la Soprintendenza ha espresso un parere negativo”.
Le medesime considerazioni valgono anche per lo Sportello Unico delle Attività Produttive (SUAP) e per lo Sportello Unico per l’Edilizia (SUE) per i quali: “resta ius receptum il principio per cui gli sportelli unici svolgono funzioni esclusivamente di front office con i cittadini, ma non alterano il quadro distributivo delle competenze”. Con riferimento al SUAP il parere sottolinea che: “presupposto perché l’amministrazione procedente, ai fini dell’autorizzazione paesaggistica, vada avanti prescindendo dal parere del Soprintendente, è che sia “scaduto il termine previsto per le altre amministrazioni per pronunciarsi sulle questioni di loro competenza”, mentre in relazione al SUE si legge: “nel secondo caso (sportello unico per l’edilizia), l’articolo 5 del d. P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia) recepisce ed esplica anch’esso i due principi fondamentali già sopra evidenziati: a) lo sportello unico è solo un ufficio di smistamento di atti nei confronti dell’utenza, ma non sostituisce, né assorbe le competenze ordinarie delle altre amministrazioni coinvolte; b) la conferenza di servizi è solo eventuale e può essere indetta unicamente dopo l’inutile decorso dei termini per l’acquisizione del parere vincolante del Soprintendente, ai sensi dell’articolo 146 del Codice di settore, secondo le modalità e le regole generali degli articoli 14 e seguenti della legge n. 241 del 1990”.
Riassumendo quanto esposto: “a) non è possibile indire validamente la conferenza di servizi se non dopo l’inutile decorso del termine di quarantacinque giorni previsto dal comma 9 dell’articolo 146 cit. per l’espressione del parere del Soprintendente, ivi previsto (e ciò in ogni caso, anche allorquando al conferenza di servizi sia indetta dallo sportello unico per le attività produttive o dallo sportello unico per l’edilizia, atteso che le relative discipline speciali non derogano, ma rinviano alle norma comuni di cui agli articoli 14 e seguenti della legge n. 241 del 1990);
b) non può ritenersi validamente acquisito, ai sensi del comma 7 dell’articolo 14-ter cit., il parere favorevole della Soprintendenza ove la conferenza di servizi sia stata indetta in assenza dell’apposito calendario almeno trimestrale previsto o sia stata celebrata in una data non inclusa nel predetto calendario”.
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Le sanzioni per le opere realizzate in assenza o difformità dell’autorizzazione paesaggistica vanno versate alla Regione?
La Regione Veneto, con DGRV n. 2072 del 07.12.2011, pubblicata sul BUR n. 98 del 27.12.2011, disciplina le modalità di calcolo della sanzione prevista dagli artt. 167 e 181 del D. Lgs. n. 42/2004 (c.d. Codice dei beni culturali e del paesaggio) per le opere realizzate in assenza o difformità dell’autorizzazione paesaggistica prevista ex art. 146 del D. Lgs. n. 42/2004.
In particolare si legge che: “rilevato che ai sensi dell’articolo 167, la sanzione è uguale alla somma equivalente al maggiore importo tra il danno arrecato e il profitto conseguito mediante la trasgressione, e che l’importo della sanzione pecuniaria è determinato previa perizia di stima, è doveroso osservare che sia l’art. 167 e che l’art. 181 tacciono circa i criteri per il calcolo dell’indennità, di tal che appare ragionevole riferirsi, per analogia, a quelli dettati dal Decreto 26 settembre 1997 del Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali, con il quale sono stati, infatti, determinati i parametri e le modalità per la quantificazione dell’indennità risarcitoria per le opere abusive realizzate nelle aree sottoposte a vincolo”.
Nello specifico: “l’art. 2, comma 1, del citato Decreto Ministeriale 26 settembre 1997 prevede che “l'indennità risarcitoria di cui all'art. 15 della legge 29 giugno 1939, n. 1497, è determinata previa apposita perizia di valutazione del danno causato dall'intervento abusivo in rapporto alle caratteristiche del territorio vincolato ed alla normativa di tutela vigente sull'area interessata, nonché mediante la stima del profitto conseguito dalla esecuzione delle opere abusive” e, che, in via generale, è qualificato quale profitto la differenza tra il valore dell'opera realizzata ed i costi sostenuti per la esecuzione della stessa, alla data di effettuazione delle perizia”
Inoltre, per la quantificazione del profitto, il Decreto Ministeriale rinvia esplicitamente alla tabella allegata alla l. 28.02.1985 n. 47 recante le “Norme in materia di controllo dell’attività urbanistico-edilizia, sanzioni, recupero e sanatoria delle opere edilizie”, talché “Le ipotesi in cui il Codice consente il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica in sanatoria, tassativamente indicate al comma 4 dell’art. 167 ed al comma 1-ter dell’art. 181, possono essere ricondotte alle tipologie 4, 5, 6, 7 della classificazione degli abusi prevista dalla citata tabella allegata alla Legge 47/1985”.
La DGRV, tuttavia, non chiarisce se quanto supra esposto valga generalmente per tutte le sanzioni inflitte ai sensi dell'art. 167 del D. Lgs. n. 42/2004 (e che devono essere versate alla Regione) o se, invece, si riferisce unicamente alle sanzioni relative ai procedimenti per il rilascio dell'autorizzazione paesaggistica in corso presso la Regione.
Infatti, nella DGRV, si legge che: “La Lr 10/2011 ha modificato la Legge regionale 23 aprile 2004, n. 11 “Norme per il governo del territorio in materia di paesaggio” disciplinando le competenze regionali in materia di paesaggio e disponendo espressamente all’ art. 15 (Norma transitoria) che i procedimenti per il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica, che alla data della presente legge, risultino in corso presso la Regione sono dalla stessa conclusi”.
DGRV 2072 del 2011
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Con la pubblicazione in G.U. n.82 dell’8 aprile 2013 del D.L. n.35/13 sono state introdotte nuove disposizioni in tema di certificazione e di cessione dei crediti vantati dalle imprese nei confronti della Pubblica Amministrazione. Tali novità si sommano a quelle già introdotte dai decreti del 22 maggio 2012 e del 25 giugno 2012 con i quali è stato previsto che le imprese possono certificare i crediti maturati per somministrazioni, forniture e appalti nei confronti delle Regioni, degli Enti locali e del Servizio Sanitario Nazionale principalmente al fine di ottenere una anticipazione/cessione del credito stesso presso istituti bancari ovvero la compensazione del credito con importi iscritti a ruolo. Dal mese di dicembre del 2012 è attiva la piattaforma utile per la richiesta della certificazione dei crediti verso le Pubbliche Amministrazioni. Nel periodo compreso tra il 1° giugno 2013 e il 15 settembre 2013 sarà comunicato dalle Pubbliche Amministrazioni, per mezzo della piattaforma elettronica, l’elenco completo dei debiti certi, liquidi ed esigibili maturati entro il 31 dicembre 2012 con l’indicazione del creditore e dei tempi di pagamento. Per i crediti diversi da quelli che sono stati già oggetto di cessione o di certificazione, la comunicazione da parte della Pubblica Amministrazione dei dati identificativi del creditore e dell’ammontare del credito equivarrà all'effettiva certificazione del credito stesso, senza più la necessità da parte dell’impresa di procedere con l’istanza telematica. Essendo ad oggi iscritti alla piattaforma le Pubbliche Amministrazioni e le imprese creditrici, ma non ancora le banche e gli intermediari finanziari, sono state pubblicate al link http://certificazionecrediti.mef.gov.it/CertificazioneCredito/guida/index.xhtml?reloadDefault Values=true le guide pratiche per le operazioni di smobilizzo del credito certificato. Si suggerisce, pertanto, agli interessati di richiedere la certificazione dei crediti nei confronti delle amministrazioni statali, centrali e periferiche, delle regioni e delle province autonome, degli enti locali e degli enti del servizio sanitario nazionale mediante l’iscrizione alla piattaforma telematica (http://certificazionecrediti.mef.gov.it/CertificazioneCredito/home.xhtml), qualora si voglia procedere all’anticipazione/cessione del credito presso un istituto bancario. L’istanza di certificazione può essere presentata da società, imprese individuali o persone fisiche che vantino un credito non prescritto, certo, liquido ed esigibile scaturente da un contratto avente ad oggetto somministrazioni, forniture ed appalti nei confronti di una Pubblica Amministrazione.
Le novità per l’acconto IMU 2013
Anche quest’anno, come lo scorso anno, l’IMU è stata interessata da molti interventi “dell’ultima ora” di cui occorrerà tenere considerazione nel calcolo del prossimo 17 giugno 2013 (il 16 cade di domenica): si tratta, in particolare, di interventi che riguardano le modalità di versamento del tributo. Sul punto, peraltro, il Ministero ha già fornito la propria interpretazione attraverso la circolare n.2/DF del 23 maggio 2013.
La sospensione parziale
Il D.L. n.54 del 23 maggio 2013 ha previsto la sospensione del versamento dell’acconto IMU per le seguenti categorie di immobili:
a) abitazione principale e relative pertinenze (queste ultime da individuarsi nel limite di un immobile per ogni categoria catastale C/2, C/6 e C/7), esclusi i fabbricati classificati nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9 (immobili di pregio). Al riguardo è bene ricordare l’importanza dell’esatta qualificazione dell’abitazione principale ai fini IMU, quale unica unità immobiliare nella quale il contribuente dimora e risiede, peraltro con la verifica del nucleo familiare nel caso in cui i coniugi abbiano più immobili in cui abitano, ubicati nel medesimo Comune. È da considerarsi posticipato anche il versamento dei fabbricati assimilati all’abitazione principale, quali quelli degli anziani/disabili ricoverati in istituto di ricovero/sanitario o degli italiani all’estero che mantengono a disposizione in Italia il proprio immobile (queste assimilazioni vanno verificate sul regolamento del Comune);
b) unità immobiliari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa, adibite ad abitazione principale e relative pertinenze dei soci assegnatari, nonché alloggi regolarmente assegnati dagli Istituti autonomi per le case popolari (IACP) o dagli enti di edilizia residenziale pubblica comunque denominati;
c) terreni agricoli e fabbricati rurali di cui all’art.13, commi 4, 5 e 8, del D.L. n.201 del 6 dicembre 2011.
Quello descritto, ad oggi, non può comunque considerarsi un pieno esonero ma solamente una posticipazione; il tutto è, infatti, vincolato alla riforma della tassazione del mondo immobiliare che dovrà essere approvata entro la fine nel mese di agosto. In mancanza di interventi il versamento andrà effettuato con le regole attuali al 16 settembre 2013: al termine dell’estate occorrerà, quindi, verificare se e quanto versare in relazione a tali immobili a titolo di acconto.
Le aliquote per l’acconto
In sede di conversione del D.L. n.35/13 è stata modificata la previsione riguardante l’individuazione dei parametri di calcolo per l’acconto. Per gli immobili non interessati dalla sospensione del versamento, l’articolo 13-bis del D.L. n.35/13, “rispolverando” un vecchio meccanismo proprio dell’Ici, stabilisce che:
 per il versamento della prima rata, da eseguirsi entro il 17 giugno 2013, si deve tener conto delle aliquote e delle detrazioni dei dodici mesi dell’anno precedente (ossia il 2012);
 per il versamento della seconda rata a saldo per l’imposta dovuta per l’anno 2013, il cui termine scade il 16 dicembre 2013, con eventuale conguaglio sulla base della prima rata, si deve avere riguardo agli atti (delibere dei Comuni) pubblicati sul Portale del sito internet del Ministero delle Finanze entro il 16 ottobre 2013 (a tal fine i Comuni devono inviare le predette delibere per la pubblicazione entro il 9 ottobre 2013). In caso di mancata pubblicazione delle delibere entro il predetto termine del 16 ottobre, si deve tener conto di quelle adottate per l’anno precedente.
Si ricorda che la Legge di stabilità 2013 ha abrogato la compartecipazione erariale al versamento IMU: quindi tutta l’imposta viene destinata al Comune, ad eccezione del tributo relativo ai fabbricati di categoria catastale D, il cui gettito è riservato all’Erario sulla base dell’aliquota fissa dello 0,76% (incrementabile dal Comune sino allo 0,3%). Tale disposizione va coordinata con la previsione del D.L. n.35/13 convertito. Questi sono i chiarimenti offerti sul punto dalla circolare n.2/DF/13:
 si deve tener conto del moltiplicatore (da applicare alla rendita rivalutata per individuare la base imponibile) previsto per il 2013, ossia 65, visto che il riferimento al 2012 riguarda le aliquote e non le basi imponibili;
 il calcolo dell’acconto sarà sviluppato, in coerenza con le citate esigenze di semplificazione, e, in considerazione della formulazione dell’emendamento, applicando in ogni caso l’aliquota vigente nei dodici mesi dell’anno precedente per la fattispecie in questione, anche nel caso in cui detta aliquota risulti inferiore a quella standard (0,76% prevista per tali immobili);
 in sede di versamento della seconda rata dell’IMU, i contribuenti dovranno applicare l’aliquota dello 0,76% o quella eventualmente elevata dai Comuni per l’anno 2013.
Premesso che i codici tributo per i versamenti IMU vigenti (introdotti lo scorso anno dalla risoluzione n.35/E/12) rimangono a tutt’oggi validi, si ricorda inoltre che sono stati istituiti, tramite la R.M. n.33/E del 21 maggio 2013, i nuovi e specifici codici tributo per il versamento dell’IMU relativa a tale tipologia di fabbricati:
3925 denominato “IMU – imposta municipale propria per gli immobili ad uso produttivo classificati nel gruppo catastale D – STATO”
3930 denominato “IMU – imposta municipale propria per gli immobili ad uso produttivo classificati nel gruppo catastale D – INCREMENTO COMUNE.
Imprenditore agricolo a titolo principale e contributo di costruzione: è dovuto col piano casa?
L’art. 7 della l.r. Veneto n. 14/2009 recita: “1. Per gli interventi di cui agli articoli 2 e 3, il contributo di costruzione è ridotto del 60 per cento nell’ipotesi di edificio o unità immobiliari destinati a prima abitazione del proprietario o dell’avente titolo.
1 bis. In deroga al comma 1, per gli interventi di cui agli articoli 2 e 3 che utilizzano fonti di energia rinnovabile con una potenza non inferiore a 3 kwh , il contributo di costruzione:
2. I comuni possono stabilire ulteriori incentivi di carattere economico in caso di utilizzo delle tecniche costruttive della bioedilizia o che prevedano il ricorso alle energie rinnovabili”.
Qualora un imprenditore agricolo a titolo principale (avente i requisiti soggettivi ed oggettivi previsti dal vigente Piano Casa) chieda un ampliamento della sua abitazione principale, è tale disposizione che trova applicazione?
Seppur la maggioranza dei Comuni sembra dare risposta positiva al quesito - in virtù, forse, di una presunta specialità del Piano Casa - si sottolinea la presenza di altre disposizioni che sembrerebbero escludere, invece, la corresponsione tali oneri di costruzione: l’art. 88 l.r. Veneto n. 61/1985 recita: “Il contributo non è dovuto per le concessioni di cui all’art. 9 della L. 28 gennaio 1977, n. 10, entro i limiti e con le modalità ivi previste.
Per le opere da realizzare nelle zone agricole, ivi comprese le residenze in funzione della conduzione del fondo e delle esigenze dell’imprenditore agricolo a titolo principale, singolo o associato, la condizione di imprenditore agricolo a titolo principale è riconosciuta, su richiesta dell’interessato, dall’Ispettorato Provinciale per l’Agricoltura.
Le nuove costruzioni o gli ampliamenti di edifici esistenti con destinazione d' uso residenziale sono considerati funzionali alle esigenze dell’imprenditore agricolo a titolo principale se diretti ad assicurare al nucleo familiare dell’imprenditore stesso un alloggio con volume residenziale, esclusi gli accessori, fino a un massimo di 600 mc. e, quando si tratti di un nucleo familiare superiore a sei unità, un volume residenziale fino a un massimo di 100 mc. per componente.
Le opere relative agli annessi rustici, quando è superato il rapporto di copertura del 5%, sono considerate funzionali alla conduzione del fondo solo per strutture necessarie alla realizzazione dei piani di sviluppo aziendali conformi ai piani zonali oppure a seguito di apposita certificazione del competente Ispettorato Provinciale per l’Agricoltura.
La vendita degli immobili, realizzati ai sensi della lettera a) dell’art. 9 della L. 28 gennaio 1977, n. 10, a soggetti privi dei requisiti di imprenditore agricolo a titolo principale ovvero effettuata indipendentemente dalla vendita del fondo nei 10 anni successivi al rilascio del certificato di abitabilità o di agibilità costituisce modificazione d' uso ai sensi e per gli effetti dell’ultimo comma dell’art. 10 della L. 28 gennaio 1977, n. 10”; altresì l’art. 17 del D.P.R. 380/2001 prevede: “1. Nei casi di edilizia abitativa convenzionata, relativa anche ad edifici esistenti, il contributo afferente al permesso di costruire è ridotto alla sola quota degli oneri di urbanizzazione qualora il titolare del permesso si impegni, a mezzo di una convenzione con il comune, ad applicare prezzi di vendita e canoni di locazione determinati ai sensi della convenzione-tipo prevista dall’articolo 18.
4. Per gli interventi da realizzare su immobili di proprietà dello Stato il contributo di costruzione è commisurato alla incidenza delle sole opere di urbanizzazione”.
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Un Comune ha posto alla Regione un quesito sul piano casa: si tratta di un nuovo corpo edilizio staccato staccato dalla abitazione esistente, ricavando una nuova abitazione, ai sensi dell'articolo 2 della L.R. 14/09.
Il problema che si pone è come regolarsi nel caso in cui, durante l'esecuzione dei lavori, l'interessato voglia vendere l'immobile a terze persone, alle quali volturare il titolo abilitativo.
La Regione risponde che "si ritiene che quantomeno sino all'avvenuta conclusione dell'iter amministrativo, relativo alla pratica in oggetto, non sia opportuno consentire la voltura dell'atto abilitativo edilizio".
La risposta non risulta molto soddisfacente.
In primo luogo, rileviamo che "opportuno" è un aggettivo che richiama la discrezionalità: ma su queste cose c'è discrezionalità del Comune? In secondo luogo, siamo proprio sicuri che il giorno dopo la conclusione dell'iter si possa vendere l'immobile a un terzo qualsiasi, realizzando così una bella speculazione in deroga al PRG, magari in zona agricola?Era proprio questo lo scopo del piano casa?
In verità, la risposta sembra tradire l'imbarazzo dell'interprete per una legge piuttosto ambigua, che chiama "ampliamento" quella che poi si è voluto far diventare la possibilità di costruire veri e propri edifici autonomi dove capita (e senza neanche il rispetto delle distanze dai confini).
QuesitoPianoCAsa
rispostaQuesitoPianoCasa
Decreto legge 63/2013 per il recepimento della Direttiva 2010/31/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 maggio 2010 sulla prestazione energetica nell’edilizia
Sulla GU n.130 del 5-6-2013 è stato pubblicato il DECRETO-LEGGE 4 giugno 2013, n. 63, recante "Disposizioni urgenti per il recepimento della Direttiva 2010/31/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 maggio 2010, sulla prestazione energetica nell'edilizia per la definizione delle
procedure d'infrazione avviate dalla Commissione europea, nonche' altre disposizioni in materia di coesione sociale. (13G00107)".
«1-bis. In relazione all'articolo 6, paragrafo 1, della direttiva 2010/31/UE, in caso di nuova costruzione, nell'ambito della relazione di cui al comma 1, e' prevista una valutazione della fattibilita'tecnica, ambientale ed economica per l'inserimento di sistemialternativi ad alta efficienza tra i quali, a titolo puramenteesemplificativo, sistemi di fornitura di energia rinnovabile,cogenerazione, teleriscaldamento e teleraffrescamento, pompe dicalore e sistemi di misurazione intelligenti.».
«Art. 15 (Sanzioni). - 1. L'attestato di prestazione energetica di cui all'articolo 6, il rapporto di controllo tecnico di cui all'articolo 7, la relazione tecnica, l'asseverazione di conformita'e l'attestato di qualificazione energetica di cui all'articolo 8, sono resi in forma di dichiarazione sostitutiva di atto notorio ai sensi dell'articolo 47, del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445.
5. Il proprietario o il conduttore dell'unita' immobiliare, l'amministratore del condominio, o l'eventuale terzo che se ne e'assunta la responsabilita', qualora non provveda alle operazioni dicontrollo e manutenzione degli impianti di climatizzazione secondoquanto stabilito dall'articolo 7, comma 1, e' punito con la sanzioneamministrativa non inferiore a 500 euro e non superiore a 3000 euro.
10. In caso di violazione dell'obbligo di riportare i parametri energetici nell'annuncio di offerta di vendita o locazione, come previsto dall'articolo 6, comma 8, il responsabile dell'annuncio e'punito con la sanzione amministrativa non inferiore a 500 euro e non superiore a 3000 euro.».
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References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 

sentenza 
 sentenza 
 art. 9

sentenza 
 sentenza 
 articolo 14
 art. 146
 art. 15