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Timestamp: 2017-02-23 14:34:38+00:00

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Dare un nome solo in parte falso ai carabinieri è reato
Lo sai che? Pubblicato il 5 settembre 2016 Articolo di Redazione Lo sai che? Dare un nome solo in parte falso ai carabinieri è reato L’AUTORE: Redazione
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Sanzionato chi riferisce solo a metà le proprie generalità se le pubbliche autorità gli chiedono nome e cognome.
Condannato chi non fornisce le proprie generalità ai carabinieri. E non solo. Anche chi dice una mezza bugia come, ad esempio, nel caso di chi riferisca in modo corretto solo il proprio cognome e non il nome. A dirlo è una recente sentenza della Cassazione.
Inutile allora biascicare il proprio nome, mangiandosi sillabe solo per far cadere in errore i Carabinieri e sperare così che il verbalizzante, non comprendendo bene le sillabe, scriva un nome per un altro. Chi è chiamato a identificarsi lo deve fare in modo chiaro e corretto, senza giocare su possibili equivoci. Diversamente scatta il reato di «falsa dichiarazione a un pubblico ufficiale». E la posizione del cittadino diventa indifendibile: consequenziale la condanna.
Nel caso di specie la falsa dichiarazione era stata resa nel corso di perquisizione, e quindi essa era destinata ad «essere trasfusa nell’atto, avente indiscutibilmente natura pubblica, che avrebbe documentato le operazioni compiute dal pubblico ufficiale».
Sentenza Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 20 luglio – 5 settembre 2016, n. 36834
Presidente Savani – Relatore Settembre
1. La corte d’appello di Perugia ha, con la sentenza impugnata, confermato quella emessa dal giudice di prima cura, che aveva ritenuto M.F. responsabile dei reato di cui all’art. 495 cod. pen. per aver dichiarato ai carabinieri, nel corso di un controllo su strada, di chiamarsi M.A..
2. Contro la sentenza suddetta ha proposto ricorso per Cassazione il difensore dell’imputato lamentando, con un primo motivo, l’erronea applicazione della legge penale e un vizio di motivazione con riguardo all’elemento psicologico del reato. Deduce che, in base all’art. 495 cod. pen., nel testo anteriore alla modifica apportata dal d.l. 23 maggio 2008, n. 92, conv …le false dichiarazioni al pubblico ufficiale erano punite ai sensi della norma suddetta allorché fossero destinate ad essere riprodotte in un atto pubblico e di ciò fosse consapevole l’agente: circostanza su cui non è stata fornita nessuna spiegazione. Con altro motivo si duole della mancata riqualificazione del reato ai sensi dell’art. 496 cod. pen..
Il ricorso è manifestamente infondato. Effettivamente, prima della riforma del 2008, le false dichiarazioni al pubblico ufficiale erano punite ai sensi dell’art. 495 cod. pen. allorché fossero state rese “in un atto pubblico”, dovendo altrimenti applicarsi la più favorevole disciplina dell’art. 496 cod. pen.. Tale situazione si è concretizzata nella specie, dacché le false dichiarazioni sono state rese – come si legge in sentenza – nel corso di una perquisizione, sicché le stesse erano destinate ad essere trasfuse nell’atto – avente indiscutibilmente natura pubblica – che avrebbe documentato le operazioni compiute dal pubblico ufficiale; dei che M. era certamente a conoscenza, essendo il destinatario di quell’attività.
La sentenza impugnata fa corretta applicazione dei principi di diritto valevoli nella specie, per cui non merita nessuna delle censure mosse dal ricorrente. Il ricorso è di conseguenza inammissibile.
Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e, ravvisandosi profili di colpa nella proposizione dei ricorso, al versamento di una somma a favore della Cassa delle ammende che, in ragione dei motivi dedotti, si stima equo determinare in Euro 2.000.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna li ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 2.000 a favore della Cassa delle ammende.
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