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Timestamp: 2020-05-29 14:13:51+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 165 del 05/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 165 del 05/01/2017
Cassazione civile, sez. lav., 05/01/2017, (ud. 18/10/2016, dep.05/01/2017), n. 165
sul ricorso 20705-2011 proposto da:
L.C., C.F. (OMISSIS), B.P.R. C.F.
(OMISSIS), BR.SA. C.F. (OMISSIS), C.G. C.F.
(OMISSIS), D.R. C.F. (OMISSIS), E.M.
C.F. (OMISSIS), F.M. C.F. (OMISSIS), FE.CA.
C.F. (OMISSIS), G.C. C.F. (OMISSIS), GI.EN. C.F.
(OMISSIS), K.M.L. C.F. (OMISSIS), M.T. C.F.
(OMISSIS), MI.AN. C.F. (OMISSIS), R.G. C.F.
(OMISSIS), S.L. C.F. (OMISSIS), SA.EL. C.F.
(OMISSIS), T.D. C.F. (OMISSIS), T.M. C.F. (OMISSIS),
V.E. C.F. (OMISSIS), VO.AN. C.F. (OMISSIS),
Z.M.G. nata a (OMISSIS), GI.RO. C.F. (OMISSIS),
I.M. C.F. (OMISSIS), PA.AN. C.F. (OMISSIS), elettivamente
domiciliati in ROMA, SALITA DI SAN NICOLA DA TOLENTINO 1/B, presso
lo studio dell’avvocato DOMENICO NASO, che li rappresenta e difende,
avverso la sentenza n. 481/2011 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
depositata il 22/06/2011 R.G.N. 1129/2009;
18/10/2016 dal Consigliere Dott. ANNALISA DI PAOLANTONIO;
udito l’Avvocato RIOMMI MAURIZIO per delega Avvocato NASO DOMENICO;
1 – La Corte di Appello di Milano, previa riunione dei giudizi, ha respinto le impugnazioni proposte dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca avverso le sentenze del locale Tribunale, nn. 2200/2009, 1599/2010, 2254/2010, 2629/2010, che avevano dichiarato il diritto degli appellati, tutti collaboratori scolastici e docenti assunti con contratti successivi a tempo determinato, per lo più di durata annuale, a vedersi riconoscere l’anzianità di servizio ai fini della quantificazione del trattamento retributivo ed avevano pronunciato condanna generica del Ministero al pagamento delle differenze dovute.
2 – La Corte territoriale ha premesso che gli assunti a tempo determinato del comparto scuola non beneficiano della progressione stipendiale, legata alla anzianità di servizio, riconosciuta al personale di ruolo ed ha ritenuto la disparità di trattamento non giustificata e non conforme al principio di non discriminazione sancito dalla clausola 4 dell’Accordo quadro, trasfuso nella Direttiva 99/70/CE del 28 giugno 1999 e recepito nel nostro ordinamento dal D.Lgs n. 368 del 2001, art. 6.
2.1 – Ha richiamato la giurisprudenza della Corte di Giustizia per sottolineare il carattere incondizionato e preciso della clausola, di diretta applicazione nelle controversie nelle quali sia parte, in qualità di datore di lavoro, lo Stato. Ha aggiunto che la anzianità di servizio, ove destinata ad incidere sul trattamento retributivo, rientra fra le condizioni di impiego, in relazione alle quali non è consentita la discriminazione rispetto al lavoratore a tempo indeterminato comparabile.
2.2 – La Corte territoriale ha, poi, evidenziato che la disparità di trattamento non può essere giustificata facendo leva sulla specialità del sistema di reclutamento scolastico e sulla legittimità dei termini apposti ai contratti succedutisi nel tempo e ciò perchè il divieto di discriminazione si pone anch’esso in funzione antiabusiva, in quanto finalizzato ad impedire che il rapporto a termine possa essere utilizzato dal datore per risparmiare sul costo del lavoro. Detto divieto era stato nella specie eluso giacchè, a fronte di lavoratori inquadrati nella stessa qualifica e svolgenti le medesime mansioni, nessuna rilevanza poteva assumere la distinzione fra personale di ruolo e non di ruolo.
2.3 – Infine la sentenza di appello ha ritenuto infondata anche l’eccezione di prescrizione, facendo leva sulla natura risarcitoria della pretesa e ritenendo di conseguenza inapplicabile il termine quinquennale. Ha aggiunto che, in ogni caso, la prescrizione non poteva decorrere in costanza di rapporto, in quanto il contratto a termine non garantisce la stabilità richiesta dalla sentenza n. 63/1966 della Corte Costituzionale.
3 – Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca sulla base di un unico motivo. I litisconsorti indicati in epigrafe hanno resistito con controricorso, illustrato da memoria.
1 – Il ricorso denuncia, con l’unico motivo formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, “violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, art. 6; violazione del D.L. n. 70 del 2011, art. 9, comma 18 come convertito dalla L. n. 106 del 2011; violazione della L. 11 luglio 1980, n. 312, art. 53 e della L. 3 maggio 1999, n. 124, art. 4; violazione della direttiva 99/70/CE”. Sostiene, in sintesi, il Ministero ricorrente che alle supplenze, stipulate per garantire la continuità del servizio scolastico ed educativo, non si applica la disciplina generale dettata dal D.Lgs. n. 368 del 2001, bensì la normativa di settore, ed in particolare la L. n. 124 del 1999, art. 4. Aggiunge che il CCNL per il comparto scuola sottoscritto il 4 agosto 1995 esclude che ai lavoratori a tempo determinato possano essere riconosciuti gli scatti di anzianità ed insiste sulla legittimità della pattuizione contrattuale, conforme alla direttiva Europea, non essendo comparabile la posizione dei supplenti, che sottoscrivono ogni anno un nuovo contratto del tutto autonomo rispetto al precedente, con quella dei dipendenti di ruolo, assunti a seguito di concorso. Richiama il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, nella parte in cui attribuisce alla contrattazione collettiva il potere di disciplinare la materia dei contratti a tempo determinato stipulati dalle Pubbliche Amministrazioni, ed aggiunge che l’Accordo quadro ha come finalità solo quella di coniugare le esigenze di flessibilità del lavoro e di sicurezza dei lavoratori, per cui attribuisce rilievo alle esigenze di specifici settori, che giustificano il ricorso alla tipologia contrattuale e le differenziazioni fra lavoratori a tempo determinato ed indeterminato. Infine eccepisce la inapplicabilità alla fattispecie della L. n. 312 del 1980, art. 53, trattandosi di norma che non ha fra i suoi destinatari i supplenti.
A partire dalla contrattualizzazione dell’impiego pubblico, per il personale docente, amministrativo, tecnico ed ausiliario del comparto scuola assunto con contratto a tempo determinato le parti collettive hanno previsto che il trattamento economico dovesse essere commisurato a quello iniziale stabilito per il personale a tempo indeterminato di pari qualifica (art. 47 del CCNL 4.8.1995 per il quadriennio normativo 1994/1997 ed il biennio economico 1994/1995).
La retribuzione spettante ai dipendenti di ruolo è stata, invece, rapportata alla anzianità di servizio, secondo un sistema di sviluppo professionale incentrato sulla differenziazione del trattamento economico per posizioni stipendiali, che si conseguono in forza del regolare svolgimento, nel tempo, delle funzioni e della partecipazione alle attività di formazione ed aggiornamento (artt. 27 del CCNL 4.8.1995; art. 16 CCNL 26.5.1999; art. 77 CCNL 24.7.2003; art. 79 CCNL 29.11.2007).
Le tabelle allegate ai singoli contratti hanno, quindi, previsto i livelli retributivi secondo la sequenza 0/2 – 3/8 – 9/14 – 15/20 – 21/27 – 28/34 – 35 ed oltre, sequenza che è rimasta sostanzialmente immutata sino alla sottoscrizione del CCNL 4 agosto 2011 (finalizzato a garantire la sostenibilità economica e finanziaria del piano straordinario di assunzioni a tempo indeterminato di personale docente, educativo ed ATA stabilito, per il triennio 2011/2013, dal D.L. n. 70 del 2011, art. 9, comma 17, convertito con modificazioni dalla L. 12 luglio 2011, n. 106) che ha rimodulato le posizioni stipendiali, accorpando nella prima fascia la anzianità di servizio 0/8.
2.1 – Correttamente la Corte territoriale ha ritenuto non giustificata la diversità di trattamento e, quindi, accertato il diritto degli appellati ad essere retribuiti secondo il medesimo sistema di progressione professionale previsto per gli assunti a tempo indeterminato.
Il motivo di ricorso, nella parte in cui insiste sulla legittimità dei contratti a termine, sulla specialità del sistema di reclutamento scolastico, sulla esistenza di ragioni oggettive legate alla necessità di assicurare la continuità didattica, sovrappone e confonde il principio di non discriminazione, previsto dalla clausola 4 dell’Accordo quadro sul lavoro a tempo determinato (concluso il 18 marzo 1999 fra le organizzazioni intercategoriali a carattere generale – CES, CEEP e UNICE e recepito dalla Direttiva 99/70/CE), con il divieto di abusare della reiterazione del contratto a termine, oggetto della disciplina dettata dalla clausola 5 dello stesso Accordo.
L’obbligo posto a carico degli Stati membri di assicurare al lavoratore a tempo determinato “condizioni di impiego” che non siano meno favorevoli rispetto a quelle riservate all’assunto a tempo indeterminato “comparabile”, sussiste, quindi, a prescindere dalla legittimità del termine apposto al contratto, giacchè detto obbligo è attuazione, nell’ambito della disciplina del rapporto a termine, del principio della parità di trattamento e del divieto di discriminazione che costituiscono “norme di diritto sociale dell’Unione di particolare importanza, di cui ogni lavoratore deve usufruire in quanto prescrizioni minime di tutela” (Corte di Giustizia 9.7.2015, causa C-177/14, Regojo Dans, punto 32).
2.2 – La clausola 4 dell’Accordo quadro, alla luce della quale questa Corte ha già risolto questioni interpretative dei CCNL del settore pubblico (Cass. 26.11.2015 n. 24173 e Cass. 11.1.2016 n. 196 sulla interpretazione del CCNL comparto enti pubblici non economici quanto al compenso incentivante; Cass. 17.2.2011 n. 3871 sulla spettanza dei permessi retribuiti anche agli assunti a tempo determinato del comparto ministeri), è stata più volte oggetto di esame da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che ha affrontato tutte le questioni rilevanti nel presente giudizio.
a) la clausola 4 dell’Accordo esclude in generale ed in termini non equivoci qualsiasi disparità di trattamento non obiettivamente giustificata nei confronti dei lavoratori a tempo determinato, sicchè la stessa ha carattere incondizionato e può essere fatta valere dal singolo dinanzi al giudice nazionale, che ha l’obbligo di applicare il diritto dell’Unione e di tutelare i diritti che quest’ultimo attribuisce, disapplicando, se necessario, qualsiasi contraria disposizione del diritto interno (Corte Giustizia 15.4.2008, causa C- 268/06, Impact; 13.9.2007, causa C307/05, Del Cerro Alonso; 8.9.2011, causa C-177/10 Rosado Santana);
b) il principio di non discriminazione non può essere interpretato in modo restrittivo, per cui la riserva in materia di retribuzioni contenuta nell’art. 137 n. 5 del Trattato (oggi 153 n. 5), “non può impedire ad un lavoratore a tempo determinato di richiedere, in base al divieto di discriminazione, il beneficio di una condizione di impiego riservata ai soli lavoratori a tempo indeterminato, allorchè proprio l’applicazione di tale principio comporta il pagamento di una differenza di retribuzione” (Del Cerro Alonso, cit., punto 42);
d) a tal fine non è sufficiente che la diversità di trattamento sia prevista da una norma generale ed astratta, di legge o di contratto, nè rilevano la natura pubblica del datore di lavoro e la distinzione fra impiego di ruolo e non di ruolo, perchè la diversità di trattamento può essere giustificata solo da elementi precisi e concreti di differenziazione che contraddistinguano le modalità di lavoro e che attengano alla natura ed alle caratteristiche delle mansioni espletate (Regojo Dans, cit., punto 55 e con riferimento ai rapporti non di ruolo degli enti pubblici italiani Corte di Giustizia 18.10.2012, cause C302/11 e C305/11, Valenza; 7.3.2013, causa C393/11, Bertazzi).
2.3 – Questa Corte ha già affermato che la interpretazione delle norme eurounitarie è riservata alla Corte di Giustizia, le cui pronunce hanno carattere vincolante per il giudice nazionale, che può e deve applicarle anche ai rapporti giuridici sorti e costituiti prima della sentenza interpretativa. A tali sentenze, infatti, siano esse pregiudiziali o emesse in sede di verifica della validità di una disposizione, va attribuito il valore di ulteriore fonte del diritto della Unione Europea, non nel senso che esse creino ex novo norme comunitarie, bensì in quanto ne indicano il significato ed i limiti di applicazione, con efficacia erga omnes nell’ambito dell’Unione (fra le più recenti in tal senso Cass. 8.2.2016 n. 2468).
Ha insistito, infatti, sulla natura non di ruolo del rapporto di impiego e sulla novità di ogni singolo contratto rispetto al precedente, già ritenuti dalla Corte di Giustizia non idonei a giustificare la diversità di trattamento (si rimanda alle sentenze richiamate nella lettera d del punto che precede), nonchè sulle modalità di reclutamento del personale nel settore scolastico e sulle esigenze che il sistema mira ad assicurare, ossia sulle ragioni oggettive che legittimano il ricorso al contratto a tempo determinato e che rilevano ai sensi della clausola 5 dell’Accordo quadro, da non confondere, per quanto sopra si è già detto, con le ragioni richiamate nella clausola 4, che attengono, invece, alle condizioni di lavoro che contraddistinguono i due tipi di rapporto in comparazione, in ordine alle quali nulla ha dedotto il ricorrente.
2.4 – Priva di rilievo nella fattispecie è la specialità della disciplina delle supplenze del settore scolastico rispetto alla normativa generale dettata dal D.Lgs. n. 368 del 2001, poichè la necessità di disapplicare le norme contrattuali relative al diverso trattamento retributivo previsto per gli assunti a tempo determinato è conseguenza della diretta applicazione della richiamata clausola 4, come interpretata dalla costante giurisprudenza della Corte di Giustizia.
2.5 – La Corte territoriale, inoltre, ha confermato le sentenze di primo grado, di condanna generica, con le quali è stato riconosciuto il diritto degli attuali controricorrenti al riconoscimento della anzianità di servizio nei medesimi termini previsti per il personale a tempo indeterminato. La sentenza non ha ritenuto applicabile la L. 11 luglio 1980, n. 312, art. 53, norma questa che ormai disciplina il solo trattamento economico degli insegnanti di religione, sicchè la censura formulata nel ricorso deve ritenersi inammissibile per difetto di interesse.
2.6 – I capi della sentenza relativi alla natura dell’azione esperita ed alla applicabilità del termine decennale di prescrizione non sono stati oggetto di motivo di ricorso, per cui ogni pronuncia al riguardo è preclusa dalla formazione del giudicato interno.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 6
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 6
 art. 9
 art. 53
 art. 4
 art. 4
 art. 36
 art. 53
 art. 16
 art. 77
 art. 79
 art. 9
 Cass. 
 Cass. 
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 Cass. 
 sentenza 
 art. 53
 sentenza