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1 laparabola RIVISTA DI STUDI E RICERCHE SULLA COMUNICAZIONE TRIMESTRALE DELL AIART Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in Abbonamento Postale D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. I comma 2 - DCB - ROMA NUMERO GIUGNO Luca Borgomeo MEDIA E MINORI: L ECLISSI DI UNA VERA TUTELA Adriano Zanacchi LA PUBBLICITÀ DEI GIOCHI D AZZARDO Mario Guidorizzi IL BENE E IL MALE NEL CINEMA Riccardo M. Colangelo IL DIRITTO ALL OBLIO IN INTERNET Riccardo Giumelli FATTI, FICTION, FACTION
2 INDICE la Editoriale Luca Borgomeo Media e Minori: l eclissi di una vera tutela Articoli Adriano Zanacchi La pubblicità dei giochi d azzardo Mario Guidorizzi Il bene e il male nel cinema Riccardo M. Colangelo Il diritto all oblio in internet Riccardo Giumelli Fatti, fiction, faction PARABOLA RIVISTA DI STUDI E RICERCHE SULLA COMUNICAZIONE Rivista di studi e ricerche sulla comunicazione Trimestrale dell AIART Anno IX n Giugno 2015 Direttore: LUCA BORGOMEO Vice Direttore: GIOVANNI BAGGIO ISSN Registrazione al Tribunale di Roma n. 230/2004 del Direttore responsabile: Luca Borgomeo Impaginazione e Stampa: Stilgrafica s.r.l. Via Ignazio Pettinengo Roma Adesione all Aiart comprensiva de La Parabola Euro 30,00 c/c postale n intestato a Aiart. Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonomento Postale D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004) n. 46 art. I comma 2 - DVCB - ROMA Direzione, Redazione e Amministrazione: Aiart, via Albano, Roma - Tel web: Comitato scientifico Aiart: Giulio Alfano, Giuseppe Antonelli, Giancarlo Arbasini, Giovanni Baggio (Presidente), Nerina Battistin, Tiziana Benedetti, Ivana Ceccarini, Filippo Ceretti, Gianni Chiostri, Sandra Costa, Daniela D Alò, Gianni De Marco, Paola De Rosa, Claudia Di Lorenzi, Marisa Ferroglio, Stefano Gaeta, Francesco Giacalone, Damiano Felini, Armando Fumagalli, Domenico Infante, Lorenzo Lattanzi, Ivan Maffeis, Mariachiara Martina, Norberto Mazzoli, Elena Lanfranco, Fabio Lanfranco, Cosma Ognissanti, Cecilia Salizzoni, Manolo Salvi, Barbara Sartoci, Maria Elisa Scarcello, Marcello Soprani, Giuseppe Valperga, Mons. Dario Edoardo Viganò, Nicoletta Vittadini, Adriano Zanacchi.
3 Adriano Zanacchi: La pubblicità dei giochi d azzardo La pubblicità, recita l art.41 della Costituzione, non può svolgersi in contrasto con l utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Alla luce di questa premessa, Adriano Zanacchi, docente alla facoltà di Scienze della comunicazione dell Università Pontificia salesiana di Roma, mette in evidenza, nel suo saggio, la necessità di vietare la pubblicità a favore dei giochi d azzardo, in quanto mezzo promozionale di un attività in conflitto con gli interessi degli individui raggiunti e, più in generale, con il benessere della comunità. Sottrarsi alla pubblicità, afferma Zanacchi, è spesso impossibile, a causa della sua intrusività, soprattutto se diffusa attraverso la radio, la televisione, le affissioni, internet. Da qui la necessità di abolire la pubblicità per tutte le forme di gioco d azzardo, tenendo in considerazione anche l appello dell Organizzazione Mondiale della Sanità che ha ufficialmente riconosciuto il gioco d azzardo come una forma di dipendenza patologica e quindi non più gioco, ma autentica malattia sociale, anche a causa della sua allarmante diffusione. Il saggio costituisce, quindi, alla luce degli enormi rischi economici, individuali, familiari e sociali, oltre che una esortazione educativa e un serio appello alla responsabilità sociale una considerazione critica contro gli enormi interessi in gioco, a partire da quelli dello Stato, che hanno contribuito a modificare radicalmente il quadro legislativo, trasformando il nostro Paese in un grande casinò a cielo aperto. Mario Guidorizzi: Il bene e il male nel cinema L Articolo 21 della Costituzione consente la libertà di stampa e di tutte le forme di espressione vietando, nel contempo, le pubblicazioni, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume ; termine, quest ultimo, dai confini indefiniti e spesso impugnati a seconda della sensibilità dei singoli. Mario Guidorizzi, docente di Storia del Cinema presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell Università di Verona, esplicita, nel suo saggio, il concetto di buon costume, associato al prodotto cinematografico, come semplice buona educazione e senso di rispetto nei confronti del pubblico e invita con considerazioni critiche a riflettere sui troppi film anche d autore che trasgrediscono con regolare indifferenza la buona educazione e quel senso di rispetto e di disciplina che ogni mezzo di comunicazione di massa dovrebbe promulgare. Non si tratta di tornare ai tempi della censura o del Codice Hays, afferma Guidorizzi, ma il cinema non può essere trasformato in una valvola di sfogo in cui tutto è concesso. L autore, infine, dopo essersi soffermato su alcuni film che fanno parte del vasto panorama cinematografico italiano e non, sottolineandone gli aspetti positivi ma anche negativi in riferimento al concetto di buon costume, si sofferma in maniera drastica e provocatoria sulla necessità di rendere il cinematografo: morale, moralizzatore ed educatore. 3 SOMMARIO
4 Riccardo M. Colangelo: Il diritto all oblio in Internet Attraverso questo saggio, tratto dalle tesi di laurea magistrale in giurisprudenza (università di Pavia), Riccardo M. Colangelo, che è anche responsabile Aiart Pavia, intende approfondire una tematica oggi particolarmente discussa il diritto all oblio con specifico riferimento ad Internet; tematica soggetta anche ad un notevole successo mediatico legato in maniera rilevante alla sentenza della Corte di giustizia dell Unione Europea (CGUE) del 13 maggio 2014, relativa al noto caso Costeja Gonzàlez. Colangelo, si sofferma sulla svolta decisiva che la seguente sentenza ha dato al concetto di diritto all oblio nella Rete, obbligando il gestore di un qualsiasi search engine a sopprimere dall elenco dei risultati- che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona- informazioni relative alla persona stessa. Il saggio, inoltre, analizza, nel dettaglio, il modulo google ed i suoi contenuti; il modulo Bing della Microsoft nato nel luglio 2014 successivamente alla pubblicazione del modulo Google; per poi terminare con l indicare i pro e i contro dei seguenti moduli e quindi la precarietà della soluzione dei moduli oltre alla conseguente nascita di una nuova nozione di diritto all oblio che tende a coincidere con quella di habeas data. Riccardo Giumelli: Fatti, fiction, faction Sono moltissimi i casi di cronaca che in questi anni sono stati resi noti dai media: dai fatti di Cogne a quelli di Garlasco, da quelli di Perugia a quelli di Avetrana e più recentemente di Motta Visconti. Tutti omicidi finiti sotto le luci dei riflettori della stampa e della televisione. In questo saggio Riccardo Giumelli, docente di sociologia dei processi comunicativi della Facoltà di Scienze sociali dell Università di Verona, mette in luce la pluralità dell informazione, dei mezzi e dei canali a disposizione che disperdono l attenzione e la percezione dello spettatore. Si tratta di nuove narrazioni che sostituiscono, affiancano, sostenendo o demolendo i grandi sistemi simbolici precedenti: mitologici, filosofici, con i quali i produttori di contenuti mediatici costruiscono senso e attraverso i quali gli utenti danno senso alla realtà. Per l A. i mass media sono, allora, forme culturali e fattori primari nei processi di socializzazione e nella formazione della coscienza collettiva. Se il linguaggio mediatico costruisce la realtà, essa assume nei media forme nuove, che dipendono, dalle stesse grammatiche dei media. Le notizie si contaminano, le situation comedy o le serie Tv diventano fonti di ispirazione per la vita quotidiana, secondo quanto sostengono i television studies e la funzione bardica della televisione. Dalla realtà si prendono i materiali grezzi che vengono lavorati in forma di fiction e restituiti al pubblico come dei modelli, delle norme, dei valori in grado di agganciare le aspirazioni quotidiane delle persone e determinare i loro comportamenti sociali. 4
5 MEDIA E MINORI: L ECLISSI DI UNA VERA TUTELA Quando, nel novembre del 2011, cadde il Governo Berlusconi e iniziò il rapido declino di un esperienza che ha segnato la vita politica italiana per un ventennio (un altro ventennio infausto!), molti italiani, soprattutto gli utenti della tv pensarono che finalmente nel sistema televisivo italiano - dopo 20 anni di monopolio Mediaset-Rai - si incominciasse a voltare pagina. Il degrado culturale, morale e sociale del Paese è in gran parte dovuto al sistema televisivo che ha veicolato - con l informazione, l intrattenimento e lo spettacolo messaggi devastanti, influenzando negativamente i cittadini e in modo particolare le giovani generazioni. Chi guarda con un minimo atteggiamento vigile e critico i programmi della tv italiana, non può non condividere questo severo giudizio su un servizio che via, via col tempo è andato sempre più degradando, smarrendo quasi del tutto la sua funzione fondamentale in un Paese civile e democratico. La causa principale di questo degrado è la concentrazione di un potere politico, economico, finanziario, mediatico nelle mani di un unico soggetto, abile nel costruire un impero mediatico, ( favorito dalla sottovalutazione dell importanza dei media e dalla ignavia di quasi tutta la classe politica ) diventato, con la discesa in campo di Berlusconi, un tutt uno col sistema politico e istituzionale del Paese. Nessuna meraviglia che Mediaset sia diventata in pochi anni l assoluto protagonista del sistema televisivo 5 di Luca Borgomeo EDITORIALE
6 italiano, riducendo ruolo, prestigio e spazi della Rai, che nei fatti perdeva il connotato di servizio pubblico, finendo per essere omologa alla tv berlusconiana. Se sul video non apparisse il logo della Rete, quasi tutti i telespettatori non sarebbero in grado di distinguere un programma Rai da quello Mediaset. Questi sono fatti, non giudizi o opinioni. E i fatti parlano. Rapidamente richiamiamo i principali. Mediaset e Rai, formalmente due entità distinte, hanno sotto la regia di Berlusconi - realizzato un vero e proprio monopolio del servizio televisivo italiano, per molti aspetti reso legittimo cioè conforme alla legge dalla famigerata legge Gasparri (L.112 del 2005). Quando il proprietario delle maggiori reti televisive private è diventato per voto popolare presidente del Consiglio del Governo italiano, nelle sue mani si è concentrato tutto, quasi tutto, il potere televisivo italiano; alla proprietà di Mediaset si è aggiunto il potere decisionale sulla Rai. Parlare di concorrenza tra Rai e Mediaset è un flatus vocis: ne hanno una prova continua i telespettatori che non riescono più a distinguere i programmi Rai da quelli Mediaset. Il potere di Mediaset-Rai sul sistema televisivo italiano è assoluto. Si basa fondamentalmente sulla gestione degli ascolti e sulla spartizione del cospicuo bottino della pubblicità televisiva. Manco a dirlo, Mediaset fa la parte del leone. L Auditel, azienda privata, di proprietà Mediaset (33%), Rai (33%), Upi(33%), fornisce i dati degli ascolti (meglio sarebbe dire dei televisori accesi!) e su questi numeri, non controllati dalle istituzioni (Governo, Parlamento, Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni) né, tanto meno, dalle associazioni degli utenti, si basa la spartizione della quasi totalità della pubblicità televisiva. Ancor più grave è, poi, il fatto che i dati Auditel, impropriamente considerati idonei a valutare le scelte dei programmi da parte dei telespettatori, finiscano per determinare la programmazione televisiva di tutte le emittenti. E ciò fornisce una plausibile spiegazione del continuo peggioramento della qualità di molti programmi! A sostenere il duo Mediaset-Rai, nell arco di venti anni, sono state le istituzioni democratiche, a cominciare dai Governi (non solo quelli presieduti da Berlusconi), dalla Commissione Parlamentare di Vigilanza sulla rai, e da ultimo, ma non in ordine di efficacia del sostegno, dall Agcom, istituita nel 1997 e che, nei fatti, ha dimostrato grande attenzione alle esigenze di Mediaset-Rai, finendo per vanificare quasi del tutto la sua funzione, importantissima in un Paese democratico, di Autorità di garanzia nel campo delle comunicazioni, tutelando gli interessi delle emittenti, più che quelle degli utenti, dei cittadini. Per questi motivi rassegnai nel marzo del 2013 le dimissioni da Presidente del Consiglio Nazionale Utenti- Agcom, denunciando la carente terzietà dell Autorità. 6
7 Questa, attualmente, è diretta da un Consiglio di 4 commissari (2 di area Forza Italia, 1 Udc, 1 Pd). Che guardi con interesse a Mediaset e non consideri affatto gli utenti è una ovvia conseguenza.(2 più 2 fa 4). Su questi temi tanto rilevanti per lo sviluppo sociale e politico del Paese, il fervore riformistico del Governo Renzi, in oltre un anno, non si è mai soffermato. Non ha battuto ciglia. Qualche esilarante idea in materia di canone, rinnovati propositi di liberare la Rai dalla pressione dei partiti, una proposta di riforma della Rai, priva di un disegno innovativo e del tutto inidonea a farle recuperare l autorevolezza e la dignità di servizio pubblico, un chiaro disegno di sostituire i vertici Rai, forse per accrescere (sic) il potere del Governo sulla parte pubblica del duopolio Mediaset-Rai. Su tutte le altre questioni che pesano come macigni sul sistema televisivo italiano, peraltro in continua evoluzione sotto la spinta di un incessante sviluppo tecnologico dell intero settore dei media, silenzio assoluto. Latitanza assoluta da parte del Ministero dello Sviluppo, guidato dall ex vice Presidente della Confindustria Federica Guidi. Si ha quasi l impressione che una sorta di cartello avvisi il Governo hic sunt leones (forse, trattandosi di animali, meglio sarebbe parlare del biscione, che campeggia nel logo Mediaset) e gli impedisca di affrontare gli annosi e gravi problemi del sistema televisivo, di tanto in tanto inutilmente evocati col solito conflitto d interessi. Certamente nel cosiddetto patto del Nazareno qualche punto riguardava anche la tv e l impero mediatico di Berlusconi. Quieta non movere. A meno che muovendo non si rafforzi il potere delle emittenti a danno degli utenti, contribuendo al degrado culturale e morale della tv italiana. È il caso della triste vicenda del Comitato Media e Minori, sulla quale il Governo non ha mosso un dito per evitarne la liquidazione ; ha lasciato correre, facendo affidamento sulla capacità di gestire il problema da parte di Confindustria-Televisioni (Una federazione di recente costituzione nell ambito confindustriale, alla quale aderisce anche la Rai, che è un azienda che svolge un servizio pubblico, e che non potrebbe e non dovrebbe essere assistita e tutelata da una struttura privata, come la Confindustria, che peraltro persegue finalità proprie del settore industriale; la Rai non è un industria, ma un azienda che opera nel campo dell informazione e dello spettacolo!). Ovviamente a Confindustria-Televisione non è mancato il pieno sostegno delle emittenti, di Mediaset in particolare; né è venuta meno la stretta collaborazione dell Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. E così il cerchio si è chiuso, prima bloccando per quasi tre anni ogni attività del Comitato Media e Minori, poi avviando uno sconcertante disegno di cambiare il Codice di autoregolamentazione Tv e Minori, sottoscritto nel 2002 dalle emittenti con l obiettivo di tutelare i minori utenti della tv. È bene ricordare che, scaduto nel dicembre 2011 il Comitato Media e Minori (organismo composto da 15 componenti ( 5 per le emittenti, 5 per gli 7
8 utenti, 5 per le istituzioni) che vigila sulle applicazioni del Codice, valuta le violazioni, segnalate dagli utenti, e trasmette all Agcom le richieste di sanzioni),l Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, cui compete la nomina del Presidente, senza fornire alcuna giustificazione non procede alla designazione e fa passare quasi venti mesi, bloccando ogni attività del Comitato Media e Minori. Un vero e proprio regalo alle emittenti e un segnale di mancanza di rispetto agli utenti, al CNU, alle associazioni. A luglio 2013 finalmente l Agcom si decide a indicare il Presidente, consentendo al Ministero dello Sviluppo di nominare il nuovo Comitato, con quindici componenti(5 per le emittenti, 5 per gli utenti, 5 per le istituzioni). Pochi mesi dopo l insediamento, il nuovo Comitato subisce un duro colpo. Questa volta la parte dei duri la svolgono con efficacia e spregiudicatezza la Rai e Mediaset, sotto la regia di Confindustria-Televisioni, che procedono allo scioglimento dell Associazione Tv e Minori, costituita nel 2002 da Rai (40%), da Mediaset (40%) e altre emittenti per la gestione e il finanziamento dell attività del Comitato. L Associazione Tv e Minori, cioè Rai e Mediaset, cessa la sua attività, licenzia in tronco i 4 dipendenti e non finanzia più il Comitato per convegni, riunioni, pubblicazioni, rimborso spese di trasporto ecc.)in pratica costringe il Comitato all inattività. È evidente che una volta costituita la Federazione Confindustria - Televisioni, cui aderiscono Rai e Mediaset e altre emittenti, la vecchia Associazione Tv e Minori non ha più ragione di esistere. La mano passa a Confindustria -Televisioni che, non solo non assicura più il finanziamento al Comitato (che l Associazione garantiva), ma avvia, - d intesa con il Presidente del Comitato Media e Minori( ignaro di rappresentare tutto il Comitato,anche gli utenti!) e con le emittenti una elaborazione di un nuovo Codice per sostituire quello del 2002, diventato legge dello Stato, in quanto recepito nella L.112 del È una scelta irresponsabile e ostile alle associazioni degli utenti. Le proteste non fermano l iniziativa di Confindustria, sostenuta dal Governo e dall Agcom. La bozza di riforma del Codice, giunta per vie traverse anche alle Associazioni, conferma che il disegno è liquidare l esperienza del Comitato Media e Minori, rafforzare il potere delle emittenti, consolidare il duopolio Mediaset-Rai, rendere insignificanti le associazioni di telespettatori, genitori, consumatori, utenti dei media,limitare del tutto l azione di tutela dei minori davanti alla tv. È un disegno che testimonia quanto sia carente la sensibilità sociale dei burattinai dell intera operazione che l Aiart contrasterà con ogni mezzo, fidando la speranza è l ultima a morire in un sussulto di dignità da parte del Governo e del Parlamento che, una volta per sempre, devono rendersi conto che questo sistema televisivo non è degno di un Paese civile e democratico. E che, per intervenire, non è mai troppo tardi! 8
9 1. Due premesse LA PUBBLICITÀ DEI GIOCHI D AZZARDO La tesi sostenuta in questo contributo, cioè la necessità di vietare la pubblicità a favore dei giochi d azzardo, richiede due premesse allo scopo di evitare l accusa di demonizzazione della pubblicità e così prevenire, sotto questo profilo, la reazione del potente lobbismo del settore. 1. La pubblicità è un importante e legittima risorsa per chi vuole promuovere la vendita di un prodotto o incrementare l utilizzazione di un servizio. É, come si dice, una funzione fondamentale del marketing, un essenziale strumento al servizio dello sviluppo economico. Fonte di ricchezza, come l ha definita sinteticamente Flaubert In quanto attività economica, la pubblicità è tutelata dall art. 41 della Costituzione che stabilisce, peraltro, che essa «non può svolgersi in contrasto con l utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Come affermano due illustri giuristi, Maurizio Fusi e Paolina Testa, nel loro manuale 9 di Adriano Zanacchi ARTICOLI
10 Diritto e Pubblicità (Lupetti 1991), «nel nostro ordinamento la libertà di pubblicità esiste ed è costituzionalmente garantita, ma trova i suoi limiti invalicabili nelle norme che tendono a proteggere gli interessi della collettività e i diritti dei singoli» (p. 9). La pubblicità e lo sviluppo economico La pubblicità, dunque, costituisce un sussidio utile, se non necessario, per lo sviluppo dell attività economica, che tuttavia può risultare in conflitto in determinati casi con gli interessi degli individui raggiunti e, più in generale, con il benessere della comunità. Alla luce di queste premesse vediamo più da vicino la natura della pubblicità e la sua rilevante dimensione economica, per poi considerare il fenomeno del gioco d azzardo e la sua pericolosità e valutare la necessità di vietarne la pubblicità in quanto mezzo promozionale di un attività contraria agli interessi dei singoli e a quelli generali. 2. La natura della pubblicità La pubblicità tende a imporre, non a proporre La pubblicità è, per sua natura, una forma di comunicazione invadente, pervasiva, ripetitiva, generalmente imposta ai destinatari, spesso aggressiva sia nei contenuti, sia nelle modalità diffusive: tende a imporre, non a proporre, non invita al dialogo, mira al convincimento acritico, ottenuto su base emozionale. Infatti agisce prevalentemente sul piano affettivo anziché su quello della persuasione razionale. Non si basa sull argomentazione, ma spinge suggestivamente a fare, a scegliere, con artifici suadenti, con immagini piacevoli, ignorando gli aspetti negativi legati al consumo dei prodotti o all uso dei servizi, specialmente quando si tratta di prodotti e servizi a rischio. Sottrarsi alla pubblicità è spesso impossibile, a causa della sua intrusività, soprattutto se diffusa attraverso la radio, la televisione, le affissioni, internet. Un apprezzato esponente del mondo pubblicitario immaturamente scomparso, Marco Vecchia, non ha esitato ad affermare che «La pubblicità ha come destino l imporsi non desiderata» 2. L imposizione costituisce un atto autoritario, una prepotenza, e danneggia maggiormente i soggetti più deboli, più indifesi, mentre un elementare principio etico avverte che la colpa della sprovvedutezza «non deve cadere sullo sprovveduto, che ha mille motivi per esserlo, 10
11 tutti innocenti, ma su chi lo inganna, che di motivi ne ha di solito uno solo e sempre disonesto. I confini di ammissibilità della retorica dell imbonimento devono apparire precisi e avere forza preventiva, agire cioè prima che il danno sia irreparabile» 3. Per giustificare ad ogni costo, o per escludere, le possibili conseguenze negative, dirette e indirette, della pubblicità, specialmente la sua indebita pressione sulle persone raggiunte, sono chiamate in causa le consuetudini commerciali, che finirebbero per giustificare il dolus bonus, l inganno ritenuto innocuo e non idoneo a trarre in inganno il consumatore o l utente, ritenuto consapevole delle vanterie e dei sotterfugi della comunicazione commerciale. Una tesi che risale al diritto romano e che rinvia ancora oggi, in una realtà comunicativa sempre più affollata e incontrollabile, alla consapevolezza dei consumatori e degli utenti, compresi quelli (in particolare i minori) per varie ragioni più svantaggiati sotto il profilo della ricezione critica dei messaggi circolanti, a partire da quelli commerciali, specie con riferimento a prodotti e servizi a rischio. È il rinvio alla concezione del cosiddetto consumatore medio Dalla tutela del consumatore più debole alla tutela di quello medio L infelice adozione di questo concetto rappresenta l abbandono della tutela dei più deboli quali sono, in misura più elevata, coloro che manifestano la propensione a scommettere e, a maggior ragione, chi è già vittima di una più o meno grave compulsività. Risale al 1964 il fondamentale contributo del giurista Adriano Vanzetti (che è stato anche Vicepresidente dell Istituto dell autodisciplina pubblicitaria) a sostegno del principio che la tutela effettiva dall inganno pubblicitario deve fare riferimento alla figura del consumatore sprovveduto, cioè «la categoria più debole e bisognosa di fronte all insidia pubblicitaria» 4. Viceversa è prevalsa l astrazione del consumatore medio, in tempi recenti adottata in documenti comunitari e naturalmente recepita sollecitamente anche in casa nostra. In passato, il Giurì dell autodisciplina aveva accolto (pronuncia n. 29 del 1976) l indicazione di Vanzetti, affermando che «la tutela dell autodisciplina è rivolta soprattutto alla parte meno evoluta dei destinatari dei messaggi», posizione ribadita successivamente, come nella pronuncia n. 9/1980, che ha fatto riferimento alla necessità di tutela del consumatore meno agguerrito criticamente, ma poi sempre più riorientata verso quella figura astratta del consumatore medio che ha finito per prevalere, come si è detto, nella legislazione comunitaria e nell orientamento autodisciplinare. Il dolus bonus e l inganno del consumatore Va tutelato soprattutto il consumatore più debole 11
12 In una significativa pronuncia del 2001 (la n. 302) il Giurì dell autodisciplina aveva però affermato di non vedere ragione «per abbandonare il criterio del consumatore più sprovveduto» anche nel caso in cui le normative italiana e comunitaria si fossero eventualmente indirizzate come poi è purtroppo accaduto «verso criteri di giudizio meno rigorosi nella valutazione dell ingannevolezza della pubblicità: perché l autodisciplina pubblicitaria ha una lunga tradizione di regole più impegnative di quelle statali, e d altro canto ha sempre puntato a una protezione particolarmente intensa degli interessi dei consumatori». La pubblicità specula sul raziocinio indebolito La tecnica del lavaggio del cervello Purtroppo questa protezione delle persone più deboli di fronte alle lusinghe della comunicazione commerciale è stata sopraffatta dal lavoro delle lobby al servizio dei più egoistici interessi imprenditoriali. Già nel 1935 il grande storico olandese Johan Huizinga, osservando i sintomi inquietanti della società del suo tempo, affermava, riferendosi anche alla propaganda politica, che «la pubblicità, in tutte le sue forme, specula su un raziocinio indebolito e, grazie alla sua enorme diffusione e importunità, coopera all indebolimento. Il nostro tempo è pertanto dinanzi al fatto umiliante che due grandi progressi culturali, da cui molto ci si aspettava, l istruzione obbligatoria e la pubblicità, invece di concorrere all elevazione del livello culturale, come pareva ovvio, portano invece con sé, nella loro applicazione alcuni sintomi di degenerazione e d indebolimento» 5. La pubblicità, insomma, concorre all indebolimento del raziocinio : operazione tanto più pericolosa quando concerne prodotti o servizi che presentano elementi, maggiori o minori, di pericolosità individuale e/o sociale. Secondo il filosofo sociale Marshall McLuhan, la pubblicità costituisce una potentissima aggressione che «sembra basarsi sull avanzatissimo principio secondo il quale la più piccola unità modulare, se ripetuta in modo rumoroso e ridondante, finirà gradatamente per imporsi. Il principio del rumore viene spinto così fino al livello della persuasione, e ciò corrisponde di fatto alle tecniche del lavaggio del cervello» 6. In realtà, la tecnica della ripetizione costituisce un unicum della pubblicità. Reiterando sistematicamente gli stessi messaggi si possono ottenere risultati fortemente persuasivi: la comunicazione viene accettata attraverso il meccanismo del condizionamento, che fa leva sull imposizione e sulla prepotenza. Proprio secondo un importante agenzia 12
13 pubblicitaria, la Young & Rubicam, «La frequenza pubblicitaria in Tv è spesso ai limiti del doping. E l assuefazione visiva è proporzionale alla banalità dei contenuti» 7. Giampaolo Fabris, sociologo dei consumi, non ha esitato ad affermare che «Coloro che controllano le opinioni e le credenze della nostra società ricorrono, più che alla violenza fisica, alla persuasione di massa. I programmi psicologici e gli annunci pubblicitari prendono il posto dell intimidazione e della coercizione» 8. La pubblicità, in effetti, «si impone con prepotenza alla visione del pubblico», come ha affermato anche il Giurì dell autodisciplina pubblicitaria a proposito dei manifesti nella pronuncia n. 144/2002. Il che vale, a maggior ragione, per la pubblicità radiofonica, televisiva e su internet che fanno dell intrusione un vero e proprio cavallo di battaglia. Si può citare in proposito un altra pronuncia del Giurì, la n. 31 del 2001: la pubblicità «è imposta alla visione dai mezzi di comunicazione di massa, e viene vista anche da chi non vorrebbe o non dovrebbe vederla». La pubblicità si impone in modo prepotente alla visione del pubblico 2.2. La pubblicità è una forma di comunicazione combattiva Con i suoi contenuti fondati prevalentemente, se non esclusivamente, su fattori emozionali, la pubblicità si presenta come fattore combattivo della competizione commerciale, contestato dagli economisti classici in quanto contrastante, a differenza delle modalità comunicative di natura informativa ( costruttive ), con il modello economico della concorrenza perfetta. Ma già il carattere impositivo dei messaggi si presenta come una caratteristica di combattività : anche la semplice informazione, se imposta (e ripetutamente), viola la libertà del sistema comunicativo. Può far sorridere, allora, il motto di una grande agenzia pubblicitaria americana con uffici anche in Italia: Truth well told, che esalta l aspetto attraente dei messaggi pubblicitari nel rispetto della verità. Se non che tali messaggi, oltre a magnificare prodotti e servizi, tendono spesso a consumare un inganno sottile, fatto di promesse non esplicite, di ricorso all iperbole, cioè all esagerazione più o meno smaccata, all uso di forme accattivanti e di testimonial popolari, e finiscono spesso per esaurirsi negli espedienti di richiamo, minimizzando le caratteristiche dei prodotti e dei servizi. Uno dei giochi oggi più popolari è ingannevole addirittura nel nome: Gratta e vinci, un invito reciso che suona, falsamente, come una promessa di vittoria sicura. E poi Prendi tutto, Miliardario e Megamiliardario, Turista per Il carattere impositivo del messaggio pubblicitario 13
14 sempre, Sbanca tutto : sollecitazioni perentorie combinate con allettanti promesse lontane anni luce dalla realtà. Gratta e Vinci: l inganno di una promessa di vittoria sicura La promessa esplicita o implicita, anche quando non è ingannevole, è tipica del linguaggio pubblicitario, insieme al registro emozionale ed euforizzante, anticamera del possibile inganno, specialmente quando si tratta di prodotti a rischio dei quali vengono taciuti o sottovalutati i pericoli. O quando, come vedremo, questi pericoli sono indicati in modo subdolamente frettoloso o illeggibile, sempre con modalità burocratiche, che nulla hanno a che vedere con l attraente promessa di fondo proposta con i toni enfatici caratteristici della pubblicità. La pubblicità, in definitiva, è una forma di comunicazione che si carica spesso di aspetti negativi, dalla quantità all invadenza, dagli eccessi di richiamo via via fino alla menzogna vera e propria: tanto più gravi quando tendono a promuovere prodotti e servizi caratterizzati da pericolosità, individuale e/o sociale. Codice I.A.P. La pubblicità deve essere onesta, veritiera, corretta 2.3. La necessità di regole Del resto, lo stesso mondo professionale (imprese, operatori pubblicitari, mezzi di comunicazione) ha avvertito la necessità di stabilire regole deontologiche, mediante un codice oggi denominato Codice della comunicazione commerciale (in precedenza, dal 1966, Codice di autodisciplina pubblicitaria), reperibile sul sito dell Istituto dell autodisciplina pubblicitaria (IAP). Tale codice si propone solennemente, nelle sue Norme Preliminari e Generali, di «assicurare che la comunicazione commerciale, nello svolgimento del suo ruolo particolarmente utile nel processo economico, venga realizzata come servizio per il pubblico, con speciale riguardo alla sua influenza sul consumatore», mentre nell Art. 1 recita: «La comunicazione commerciale deve essere onesta, veritiera e corretta. Essa deve evitare tutto ciò che possa screditarla». Nel valutare la natura della comunicazione pubblicitaria si deve tener conto, in special modo, delle sue caratteristiche negative soprattutto quando essa viene utilizzata per promuovere i cosiddetti prodotti e servizi a rischio, che propone in una luce favorevole e attraente e dei quali tende a favorire il consumo o l uso. Il già citato Codice della comunicazione commerciale contiene una specifica norma sui prodotti (e, credo di poter aggiungere, anche sui servizi) pericolosi, l art. 12 bis, riferito proprio alla sicurezza sulla quale stabilisce: 14
15 Art. 12bis Sicurezza. La comunicazione commerciale relativa a prodotti suscettibili di presentare pericoli, in particolare per la salute, la sicurezza e l ambiente, specie quando detti pericoli non sono facilmente riconoscibili, deve indicarli con chiarezza. Comunque la comunicazione commerciale non deve contenere descrizioni o rappresentazioni tali da indurre i destinatari a trascurare le normali regole di prudenza o a diminuire il senso di vigilanza e di responsabilità verso i pericoli. Questa norma ammette chiaramente l esistenza di prodotti che possono risultare pericolosi per la salute, la sicurezza e l ambiente e va da sé che i più pericolosi sono quelli che possono compromettere l integrità psico-fisica degli individui e i loro rapporti familiari e sociali. E infatti, come vedremo più avanti, l art. 28 ter del Codice autodisciplinare stabilisce una serie di limiti per i giochi con vincita in denaro (chiamarli d azzardo deve essere sembrato sconveniente!). Ma vedremo anche la difficoltà di applicazione di tali criteri e, soprattutto, l inutilità di limitazioni parziali alla pubblicità per l azzardo. La pubblicità di prodotti che possono nuocere Per concludere su questo primo punto, si deve tener conto essenzialmente di tre caratteristiche peculiari della comunicazione pubblicitaria: - quanto al contenuto, siamo di fronte ad una modalità di comunicazione che tende a proporre solo le caratteristiche positive di prodotti e servizi con promesse, esplicite o meno, di piacere, felicità, successo, fortuna. Nel caso dei giochi d azzardo promuove un attività certamente pericolosa, che viene decantata con toni enfatici: il gusto della scommessa e la prospettiva di vincite immaginarie; - quanto alla forma, è a tutti noto che la pubblicità si presenta in termini attraenti: è studiata da operatori esperti che piegano la comunicazione all interesse esclusivo dei committenti, sfruttando ogni possibile espediente per richiamare attenzione, per influenzare emotivamente atteggiamenti e comportamenti; - quanto, infine, alle modalità diffusive, la pubblicità è invadente, non rispetta spazi, viene diffusa dappertutto; è intrusiva, spezza il flusso delle trasmissioni radiotelevisive, così come si insinua nelle pagine di quotidiani e periodici e inonda le strade e le piazze; è ripetitiva, non si accontenta di dire le cose una sola volta, ma reitera i messaggi fino a comportare il pericolo di un vero e proprio condizionamento. Contenuti, forme e modalità diffusive del messaggio pubblicitario 15
16 La pubblicità: una specie di guida sociale Tutto ciò porta a considerare con preoccupata attenzione l affermazione di Ronald Berman che la pubblicità costituisce una specie di guida sociale, che dà consigli sullo stile di vita, sulla morale, sul comportamento 9. Si può dire, insomma, che rappresenta una forma di approvazione sociale di tutto ciò che propone, esaltando come realtà culturale desiderabile «una sete insaziabile di possesso e di consumo, che finisce per dominare ossessivamente tutta l esistenza della persona» 10. La sola presenza di annunci pubblicitari a favore del gioco d azzardo nella programmazione televisiva (e altrove) ne costituisce una potente e micidiale fonte di legittimazione, che sconfigge raccomandazioni familiari, esortazioni educative, appelli alla responsabilità sociale. 3. Il gioco d azzardo come attività a rischio Gravi rischi non soltanto economici Azzardo vuol dire rischio: la parola deriva probabilmente dall arabo dado (al-zahr) 11, forse il più antico strumento di gioco con la sorte. A sua volta il nome latino del dado, alea, è diventato sinonimo di rischio. L esito del gioco d azzardo, infatti, non dipende dall abilità di chi lo pratica, ma dalla fortuna, che è cieca, mentre nei giochi d azzardo organizzati è addirittura guidata scientificamente dal favore per chi li gestisce, per chi tiene il banco. Tutti questi giochi, inoltre, comportano non solo il rischio economico, che è certo, ma anche una serie di conseguenze dannose sia per gli scommettitori (la compulsività del gioco e i relativi comportamenti di dipendenza ) sia per le loro famiglie, provocando in non pochi casi vere e proprie tragedie individuali e familiari e pesanti ricadute sulla collettività, specie sul servizio sanitario nazionale. Soprattutto esposti agli incitamenti televisivi sono i minori e le persone in difficoltà, quando non addirittura in crisi per mancanza di reddito e di lavoro. Le motivazioni per cui si gioca sono molteplici. Dal semplice passatempo/divertimento all illusione del denaro facile, che spesso si lega anche al bisogno reale di molti disperati; dal sogno di cambiare il proprio destino al fascino della vincita e alla seduzione, al brivido del rischio; dal desiderio di sottrarsi alla noia e alla solitudine al bisogno di sfuggire a preoccupazioni, a sentimenti di disagio, a sensi di colpa, all ansia, alla depressione. Fino al condizionamento dovuto al tentati- 16
17 vo di rimediare alle perdite precedenti o di pagare i debiti di gioco. Fino all abitudine e alla vera e propria schiavitù dell azzardo. Tra i fattori che spingono a giocare, dapprima in modo occasionale e poi, quando accade, in maniera compulsiva, agiscono anche alcune convinzioni o false verità e anche credenze superstiziose, come ritenersi più bravi o più fortunati di altri, o pensare che per vincere sia sufficiente continuare a giocare perché prima o poi la fortuna arriva, oppure che i numeri ritardatari nel lotto abbiano maggiori probabilità di essere estratti, e via dicendo. Sui giocatori d azzardo incombe il pericolo della febbre del gioco, che non è certo una novità dei nostri giorni. Basterebbe pensare a uno dei capolavori di Fëdor Dostoevskij, Il giocatore (scritto nel 1866), in cui l analisi del gioco d azzardo si accompagna alla narrazione di vicende drammatiche sulle sue conseguenze, che l autore ha vissuto anche in prima persona, avendo scritto questo romanzo per pagare debiti di gioco. O ai Fiori del male di Charles Baudelaire (1857), in cui nella poesia Il gioco il poeta francese descrive i giocatori come «poveracci che all abisso corrono con fervore». Oppure alla forza diabolica che porta alla rovina il protagonista del Fu Mattia Pascal di Pirandello (1904). Oggi il gioco d azzardo si manifesta sempre più drammaticamente come attività pericolosa, individualmente e socialmente, a causa del moltiplicarsi delle formule offerte dal mercato e delle pressioni esercitate per incentivarlo presso il pubblico più vasto possibile. Si tratta di un attività che pone a rischio seriamente l interesse economico e la vita stessa dei singoli scommettitori, non solo perché le probabilità di vincita sono insignificanti rispetto al potere del banco, ma anche perché provoca forme di dipendenza, di compulsione, spinta incontenibile a compiere determinate azioni, anche se dannose per sé e per altri (Vocabolario Zingarelli). Il gioco d azzardo, inoltre, non risulta pericoloso solo per chi scommette e per la sua famiglia, ma presenta anche altre gravi conseguenze di ordine collettivo, compresi i costi per il recupero dalle patologie da gioco. L ampia letteratura in materia non lascia dubbi. Così come non lasciano dubbi le cronache che vedono coinvolti scommettitori di ogni categoria sociale, compresi gli sventurati che rubano, rapinano o ammazzano per spillare soldi e personaggi del mondo dello spettacolo che abbandonano le scene per l incapacità di resistere alla schiavitù del gioco. I fattori che spingono a giocare Il pericolo della febbre del gioco Un attività pericolosa per le persone e la società 17
18 Non a caso i giuochi d azzardo sono vietati dal Codice Penale: Vietati dal Codice Penale «Art Esercizio di giuochi d azzardo. Chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, o in circoli privati di qualunque specie, tiene un gioco d azzardo o lo agevola è punito con l arresto da tre mesi ad un anno e con l ammenda non inferiore a 206». La pena è raddoppiata se il fatto viene commesso in un pubblico esercizio. Il successivo art. 721 precisa che «sono giuochi d azzardo quelli nei quali ricorre il fine di lucro e la vincita o la perdita è interamente o quasi interamente aleatoria». Ma gli enormi interessi in gioco, a partire da quelli dello Stato, hanno modificato radicalmente il quadro legislativo, dapprima cautamente, poi in modo sempre più aperto, con varie giustificazioni, dalle esigenze di cassa dello Stato al tentativo di sottrarre il settore, per questa via, alla criminalità più o meno organizzata Il dilagare delle legalizzazioni Oggi siamo di fronte a una pratica di giochi d azzardo legalizzati che in Italia, fino a qualche decennio fa «era circoscritta a pochi spazi, come i casinò, e a momenti ben precisi, come le estrazioni del lotto e le lotterie» 12. Ormai il gioco d azzardo è possibile praticamente ovunque, si è «insinuato nella vita degli italiani, condizionando le dinamiche socioeconomiche e le politiche nazionali» 13. Le continue modifiche del quadro legislativo Gradualmente la scommessa è stata resa possibile attraverso una molteplicità di formule (e non più limitata alle case da gioco autorizzate, al lotto, alle lotterie, alle scommesse su eventi sportivi) che ha favorito un imponente allargamento della cerchia degli scommettitori, anche grazie a una martellante pubblicità, specialmente televisiva e in rete. Insieme alle macchine da gioco in locali dedicati, ma anche nei bar, esiste una gamma variegata di giochi d azzardo accessibili a tutti e praticamente ovunque, a partire da quello oggi forse più popolare, costituito dalle diverse forme di gratta e vinci, insieme alla quale sono disponibili il poker on line, il Superenalotto, il Totocalcio, e altre modalità di scommesse. Il 2003 è l anno che ha segnato un prima e un dopo nel gioco d azzardo: «La sua liberalizzazione, voluta dalle principali forze politiche, di 18
19 maggioranza e di opposizione, ne ha permesso un consumo di massa che sembra aver trasformato il Paese in un grande casinò a cielo aperto. [ ]Sembra paradossale, ma dal proibizionismo sul gioco, che distingueva l Italia dagli altri Paesi occidentali, si è passati a una situazione di concessioni senza limiti che in pochi anni ha generato un industria con il terzo fatturato più alto del Paese. Essa è composta da una filiera di imprese del settore dei giochi autorizzati dallo Stato, in cui lavorano circa persone. Se da un lato stupisce il fatturato annuo legale, che si aggira intorno agli 87 miliardi di euro, dall altro la spesa media che grava sugli italiani maggiorenni per il gioco d azzardo raggiunge punte di euro in Abruzzo e di a Pavia» 14. Cambia anche il meccanismo dei giochi e «si sta chiudendo il sipario sul gioco d azzardo tradizionale, che fino agli anni Novanta era permesso solamente in uno dei quattro casinò del Paese». I casinò sono in profonda crisi perché «i nuovi giocatori scelgono la vincita immediata (slot machine, Gratta e vinci, Bingo, videopoker) rispetto al gioco che richiede un tempo di attesa (poker, totocalcio, scommesse, lotterie)». «È l avvento di una sorta di ipnosi collettiva imposta dalla pubblicità, che svolge la funzione del pifferaio magico di Hamelin». «I costi per lo Stato sono ingenti: si parla di circa 6 miliardi di euro per interventi psicologici, ricoveri, medicine, la perdita di rendimento, il costo sociale dei divorzi, i fallimenti, le conseguenze delle violenze familiari e sociali che il gioco provoca, e così via». «Per circa un secolo, dal 1897 al 1992, le leggi hanno considerato il gioco d azzardo un pericolo sociale per la legalità, l ordine, il risparmio e i conti pubblici» e «fino agli inizi degli anni Novanta esso veniva considerato illegale, salvo per pochi casi di esercizio autorizzato mediante una riserva assoluta di legge». Dal 1992 ha inizio la liberalizzazione, nascono le lotterie istantanee (1994), si autorizzano le sale-scommesse (1997), nascono le sale Bingo (1999), sono autorizzate le slot machine (2003) e le scommesse Big Match (2005), tra il 2007 e il 2008 viene legalizzato l azzardo online, nel 2009 nascono le videolottery e il Gratta e vinci («una sorta di lotteria spontanea, che fa tramontare definitivamente la Lotteria di capodanno») 15. E così l Italia è diventata un gran casinò a cielo aperto 87 miliardi di euro: il fatturato del gioco d azzardo 3.2. Dal piacere del gioco alla malattia È ormai cosa certa che a causa del gioco ci si può ammalare. Si parla, in proposito, di ludopatia, termine usato anche in testi legislativi, ma scorretto: da sostituire con gioco d azzardo patologico (GAP), una 19
20 forma di dipendenza ufficialmente riconosciuta dall Organizzazione Mondiale della Sanità e trattata in Italia nei Servizi per le dipendenze patologiche (SerD)» 16. Non ogni gioco (ludo, dal latino ludum) provoca, fortunatamente, la dipendenza patologica, che caratterizza invece il gioco d azzardo. La tendenza patologica a scommettere è un disturbo psichiatrico Nel citato contributo di Esposito sono richiamati vari studi su questo fenomeno, che in Italia riguarda, come persone a rischio, tra 300mila e 1,3 milioni di persone. La tendenza patologica a scommettere è un vero e proprio disturbo psichiatrico, ormai documentato da una letteratura imponente: un impulso irrefrenabile a giocare in maniera compulsiva, a vivere l eccitazione del rischio, che spesso è tanto più forte quanto più alta è la posta, anche come fuga dalla realtà, talvolta fino a perdere tutto, a indebitarsi e a rubare, per continuare. Il Dipartimento Politiche Antidroga ha pubblicato Gambling, un Manuale sul gioco d azzardo problematico e patologico per i Dipartimenti delle Dipendenze 17. Nell introduzione del volume il Capo del Dipartimento, Prof. Giovanni Serpelloni, si esprime in questi termini: «Il gioco d azzardo, anche nel nostro Paese, ha assunto dimensioni rilevanti, seppure non ancora ben definite, e una forte spinta commerciale facilmente percepibile dalle innumerevoli pubblicità che sempre più sono presenti sui media. Il gioco d azzardo porta con sé un rischio che, in particolari gruppi di persone ad alta vulnerabilità, può sfociare in una vera e propria dipendenza comportamentale (Gioco d Azzardo Patologico - GAP). Un disturbo compulsivo complesso Questa condizione è ormai riconosciuta come un disturbo compulsivo complesso e cioè una forma comportamentale patologica che può comportare gravi disagi per la persona, derivanti dall incontrollabilità del proprio comportamento di gioco, e contemporaneamente la possibilità di generare gravi problemi sociali e finanziari oltre che di entrare in contatto con organizzazioni criminali del gioco illegale, anche e soprattutto con quelle dell usura. Infatti, da un punto di vista sociale, i soggetti affetti da GAP presentano un elevato rischio di compromissione finanziaria personale che ha evidenti ripercussioni in ambito fa- 20

References: art.41
 Articolo 21
 sentenza 
 sentenza 
 art. 41
 Art. 1
 art. 12
 Art. 12
 art. 28
 art. 721