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Timestamp: 2019-09-22 14:36:06+00:00

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La penisola coreana tra questione successoria e rischio di una nuova guerra - Asia Maior - An Italian think tank on Asia
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Le vicende che hanno contrassegnato la penisola coreana, nel corso del 2010, hanno ruotato attorno a due avvenimenti «apparentemente» legati l’uno con l’altro. Da un lato, l’avvio della questione successoria a Nord; dall’altro, il rinnovato stato di grave tensione nei rapporti inter-coreani, che alla fine dell’anno raggiungevano il «minimo storico», facendo aleggiare l’incubo di una nuova guerra fratricida.
La designazione da parte di Kim Jong-il del figlio terzogenito Kim Jong-un (appartenente alla classe 1982 o 1983) alla successione del potere e la contemporanea nomina di una sorta di «governo ombra» – con il compito di «guidare» il giovane e inesperto «delfino» nella difficile fase di transizione del potere e di costruzione di una reputazione di degno successore, non solo del padre, ma anche e soprattutto del nonno Kim Il Sung – contribuivano a mettere fine ad un lungo periodo di speculazioni e di illazioni sui possibili scenari futuri (per lo più catastrofici) del regime nord-coreano nel periodo post Kim Jong-il. È interessante osservare come parte degli studiosi e degli analisti a livello internazionale avessero iniziato a presagire l’«imminente» fine del regime del «caro leader» già a partire dalla seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso [Cumings 2009, pp. 285-86]; ma era stato soprattutto il presunto ictus che aveva colpito Kim Jong-il nell’estate del 2008 e il conseguente peggioramento delle sue condizioni di salute, a rendere sempre più saliente la questione del cambio della guardia nel paese. Un fatto, questo, rivelato dai rapporti pubblicati dal think tank americano Foreign Relations Council e da quello sud-coreano KINU (Korean Institute for National Unification) rispettivamente nel gennaio 2009 e nel gennaio 2010 [AM 2009, p. 263].
La designazione del successore di Kim Jong-il è stata cadenzata da una serie di passaggi importanti durante l’anno preso in considerazione, tra cui un’eccezionale seconda sessione plenaria dell’assemblea suprema del popolo (ASP), ai primi di giugno, in occasione della quale il cognato del «caro leader», Chang Song-thaek, veniva nominato alla vice presidenza della potente commissione di difesa nazionale (CDN); una storica terza conferenza dei delegati del Partito dei Lavoratori Coreani (PLC) a fine settembre, a 44 anni dalla precedente e a 30 dall’ultimo congresso del PLC (il VI), in occasione del quale Kim Jong-il era stato designato ufficialmente alla successione di Kim Il-sung; un’imponente parata militare, il 10 ottobre, per commemorare il 65° anniversario della fondazione del PLC, in occasione della quale Kim Jong-un faceva la sua prima apparizione pubblica a fianco del padre e degli altri massimi dirigenti del partito. Infine, la pubblicazione, agli inizi di novembre, di una lista da parte del regime contenente i nominativi della commissione statale incaricata dell’organizzazione dei funerali di Jo Myung-rok (ex numero due nella gerarchia del potere, morto il 6 novembre), all’interno della quale il nome di Jong-un seguiva immediatamente quello del padre: una chiara indicazione del fatto che la sua nomina era stata ufficialmente riconosciuta e che, da quel momento, era lui il numero due del regime. Altrettanto importanti ai fini di legittimare l’investitura di «Kim III» sul piano internazionale, sono state le visite di Kim Jong-il in Cina alla ricerca, secondo il parere degli esperti, della «benedizione» da parte del potente vicino e suo unico alleato.
In merito alle relazioni inter-coreane, il 2010 ha visto un «apparente» processo di sostanziale continuità rispetto al passato, caratterizzato dalla prosecuzione del solito andamento altalenante, con una serie di provocazioni da parte di Pyongyang, che ha persistito nella sua politica di brinkmanship – una strategia che, come è noto, utilizza il rischio calcolato come arma di sfida – e le consuete reazioni di Washington e dei suoi principali alleati nell’area. Per la verità, nell’anno sotto esame, il comportamento dell’RPDC (Repubblica Popolare Democratica di Corea) si è spinto anche oltre la tradizionale politica di provocazioni, portando il clima di tensione nella penisola ai massimi livelli. Una prima volta, a seguito dell’incidente della corvetta sud-coreana «Cheonan» – colata a picco il 26 marzo nelle acque del Mar Giallo, facendo oltre 40 vittime – che i risultati di un’indagine condotta da un gruppo di esperti a livello internazionale attribuivano ad un siluro nord-coreano; una seconda volta, il 23 novembre, in conseguenza dell’attacco nord-coreano all’isola di Yeonpyeong, il primo sulla terraferma dai tempi della guerra di Corea, costato la vita a quattro persone (tra cui due civili). Unanimemente «condannati» dalla comunità internazionale (sia pure con modalità differenti), con la prevedibile eccezione dell’RPC (Repubblica Popolare Cinese), questi attentati contribuivano ad esacerbare i rapporti tra le due Coree, oltre che quelli tra Pyongyang e Washington, e a destabilizzare notevolmente l’area dell’Asia del Nord-est. Come diretta conseguenza della situazione sopra descritta, si assisteva infatti ad un ritorno «in forze» degli Stati Uniti nell’area, testimoniato dalle imponenti esercitazioni navali effettuate nel Mar Giallo, a partire dalla seconda metà del 2010, non solo con la Corea del sud, ma anche con il Giappone. Questo ritorno degli USA favoriva il consolidarsi del triangolo di sicurezza Washington-Seul-Tokyo, potenzialmente in grado di svolgere un’azione di contenimento nei confronti della Cina. Contemporaneamente si assisteva ad un «apparente» ridimensionamento del ruolo di Pechino, il cui emblema era rappresentato dalla poca considerazione con la quale era stato accolto l’invito del governo cinese, in seguito all’attacco nord-coreano all’isola di Yeonpyeong, per una riunione di emergenza con i capi delle delegazioni impegnate nel cosiddetto «dialogo a sei» (Cina, USA, Giappone, Russia, Corea del sud, Corea del nord) per la risoluzione della questione del nucleare nord-coreano (in fase di stallo dal 2008). L’atteggiamento dei cinque, con tutta probabililità, mirava a disinnescare il crescente clima di tensione nella regione.
Per quanto concerne l’ambito economico, il 2010 non presentava cambiamenti significativi rispetto all’anno precedente, con un Nord che sembrava sprofondare sempre più in un baratro senza fine [AI 2010] e un Sud in piena ripresa, come testimoniato dai vari rapporti pubblicati nel corso dell’anno, in particolare quello dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico [OECD 2010]. In definitiva, le uniche novità degne di rilievo erano rappresentate, da un lato, dalla firma dell’accordo di libero scambio tra la Repubblica di Corea e l’Unione Europea, in occasione del vertice EU-Corea del sud di metà ottobre, e dall’altro, dal vertice del G20 di Seul (11-12 novembre). Al di là dei discutibili risultati del summit, quest’ultimo attribuiva alla Corea del sud un ruolo chiave nel fissare le nuove regole per l’economia globale, che contribuivano a stabilire un nuovo approccio allo sviluppo. Il comunicato finale, la cosiddetta «dichiarazione di Seul» – che il «Korea Herald» ribattezzava prontamente come «Seoul consensus» [W/KH 12 novembre 2010, «Seoul Consensus»] – conteneva, per la prima volta, un riferimento alle politiche di cooperazione e per lo sviluppo, con un impegno dei leader per un piano pluriennale teso ad aumentare la sicurezza alimentare e a far diminuire il divario tra le nazioni povere e le nazioni ricche [W/CS 12 novembre 2010, «Chiude il G20: più lavoro per la crescita», § 2].
2. Il mistero della successione «svelato»
2.1 Le tappe del passaggio di consegne
Ai primi di giugno del 2010, il parlamento di Pyongyang si riuniva eccezionalmente per la seconda volta in un anno per «discutere di questioni organizzative interne» alla presenza di Kim Jong-il, laddove questi aveva disertato la sessione ordinaria del 9 aprile, indetta per l’approvazione del bilancio. Vale la pena di precisare che l’assemblea di norma si riunisce una sola volta, per la durata di un giorno, al fine di ratificare le decisioni prese al vertice della dittatura. Gli unici punti all’ordine del giorno della sessione straordinaria erano due. Il primo riguardava la sostituzione di Kim Jong-il con Choe Yong-rim alla carica di primo ministro, legata, secondo il parere degli esperti, al fallimento della riforma monetaria del dicembre 2009. La riforma, infatti, aveva causato proteste pubbliche e malcontento fra la popolazione ridotta alla fame, ed era già costata la vita al suo proponente, il responsabile del dicastero della Pianificazione e delle Finanze, Pak Nam-gi (condannato alla fucilazione il 18 marzo).
Il secondo punto riguardava l’attribuzione a Chang Song-thaek, uno dei più fedeli sostenitori (nonché cognato) del dittatore nord-coreano, della carica di vice presidente della potente commissione di difesa nazionale (presieduta dallo stesso Kim Jong-il), in una mossa che si riteneva fosse invece strettamente legata al passaggio di consegne del potere [W/AN 7 giugno 2010, «Pyongyang: cambi al vertice per favorire la successione del terzo Kim»]. Seguiva l’annuncio da parte dell’agenzia di stato nord-coreana (KNCA), in occasione del 60° anniversario della guerra tra le due Coree, della decisione dell’ufficio politico del PLC di convocare per i primi di settembre una conferenza dei delegati del partito, al fine di «eleggere il suo organo supremo di comando alla luce delle nuove esigenze del partito» [Foster-Carter 2010, § 26]. Annuncio che, a detta di alcuni analisti, costituiva un chiaro segnale per legittimare una transizione di potere nel «misterioso» paese [W/AN 26 giugno 2010, «La Corea del Nord avrà presto un nuovo leader»].
La conferenza di settembre sarebbe stata la terza del suo genere dalla nascita del partito, dopo quelle del 1958 e del 1966. In base allo statuto del PLC, il compito principale di tale tipo di adunanze – che avrebbero dovuto aver luogo a cadenza quinquennale – era quello di coordinare il lavoro del partito tra un congresso e l’altro. Il fatto che fossero passati 44 anni dall’ultima, e 30 anni dall’ultimo congresso del PLC, rivelava in realtà come i contenuti dello statuto fossero oramai «lettera morta», ma rendeva l’evento di per sé straordinario [Ruediger 2010a, § 1]. Dopo un rinvio non giustificato da parte del comitato organizzatore, che dava adito ad una miriade di speculazioni sulle motivazioni del misterioso ritardo, la conferenza dei delegati del partito dei lavoratori coreano apriva finalmente i battenti il 28 di settembre [W/KH 15 settembre 2010, «North Korea delays Workers’ Party Meeting»]. Al di là della fondamentale restaurazione della defunta struttura della leadership del partito [Ruedi- ger 2010b, §§ 5, 6; Chon Hyun-joon 2010, passim], il risultato principale della conferenza era rappresentato dalla rielezione alla segreteria generale di Kim Jong-il, accolta, secondo fonti ufficiali, da «una pioggia di applausi» e «gratitudine per il lavoro svolto» [W/KH 28 settembre 2010, «North Korea officially starts succession», § 7; W/KCNA 28 settembre 2010, «Kim Jong Il Reelected as General Secretary of WPK», § 2]. Un gesto simbolico, ma denso di significato; era infatti una chiara indicazione del fatto che Kim Jong-il avrebbe continuato a detenere le redini del potere fino alla morte [W/REU 1 ottobre 2010, «North Korea’s Kim Jong-il no lame duck, in U.S. view»]. Al contempo, il figlio terzogenito, Kim Jong-un – il quale il giorno prima, insieme a Kim Kyong-hui (sorella del padre, nonché consorte di Chang Song-thaek) e altri quattro fedelissimi del regime, era stato elevato dal padre alla carica di generale a «quattro stelle» – veniva nominato membro del comitato centrale del partito e vice presidente della commissione centrale militare per la difesa nazionale, uno degli organi più autorevoli del paese.
L’elezione alla carica di generale a «quattro stelle» di un ragazzo poco più che ventenne e di una donna privi di alcuna esperienza militare appariva, di fatto, come la realizzazione di un disegno preciso, ovvero la successione dinastica del potere di governo, una sorta di omaggio alla vecchia famiglia di stampo confuciano. Il fatto che la nomina del «delfino» a generale avesse preceduto l’attribuzione di incarichi in seno al partito rivelava altresì la volontà di proseguire nella politica del songun, cioè nella politica che postula la preminenza sul resto della società delle forze armate e ne considera il sostegno come fondamentale per il consolidamento della leadership politica [W/KH 28 settembre 2010, «North Korea officially starts succession» § 13]. Attraverso tali nomine, Kim Jong-il faceva per il figlio quello che suo padre, Kim Il-sung, aveva fatto per lui nel 1970, nominandolo alla vice presidenza del partito e indicandolo come suo successore alla guida del paese. Di fatto, Kim Jong-il lo sarebbe divenuto solo 24 anni dopo, alla morte del padre. La differenza nei due approcci alla successione era quanto mai evidente. Laddove, infatti, Kim Il-sung aveva preparato per tempo la successione del figlio, dandogli la possibilità di consolidare la propria base di potere quando egli era ancora in vita, al contrario, il nome di Kim Jong-un è apparso per la prima volta nei media nord-coreani solo il 27 settembre 2010, in occasione della sua nomina a generale a «quattro stelle». Il che tradiva un certo senso di urgenza da parte del leader nord-coreano. È appurato, infatti, che la decisione di affrettare il passaggio di consegne del potere da parte di Kim padre risulti strettamente legata alle sue precarie condizioni di salute, laddove l’occasione ideale per un «reale» passaggio di poteri avrebbe potuto essere il 2012, anno in cui si celebra il centenario della nascita di Kim Il-sung (colui che era stato elevato a sommo «presidente eterno» da un emendamento costituzionale del 1998).
Il 2012, tra l’altro, rappresenta per il regime un anno speciale, designato come l’anno in cui la Corea del nord diventerà una Kangsong Taeguk, ovvero una grande nazione prospera e potente. Inoltre, sempre nel 2012, sono previsti degli avvicendamenti importanti sulla scena internazionale, potenzialmente in grado di ripercuotersi sulle vicende del regime nord-coreano. Tra questi, vi sarà l’elezione di nuovi presidenti negli Stati Uniti, in Russia e nella Corea del sud, oltre al cambio del presidente e del segretario generale del partito comunista nell’RPC. Un passaggio dei poteri si rendeva dunque necessario prima che lo stato di salute del «caro leader» degenerasse e prima che gli avvicendamenti di cui si è detto sopra imponessero delle scelte importanti a Pyongyang. Nella consapevolezza che, data la giovane età, ma soprattutto l’inesperienza di governo, Kim Jong-un avrebbe potuto incontrare degli ostacoli nella delicata fase di consolidamento del suo potere, Kim Jong-il gli metteva a fianco due persone con una forte esperienza politica e di governo. Si trattava dei già menzionati Kim Kyong-hui e Chang Song-thaek (in qualità di «reggenti»), i quali insieme a pochi altri fedelissimi del dittatore nord-coreano (tra cui Kang Sok-ju, l’architetto del programma nucleare di Pyongyang, e Kim Kye-gwam, già capo delegazione nei colloqui internazionali sugli armamenti nucleari), andavano a costituire una leadership collettiva, una sorta di «governo ombra», con il compito di sorreggere lo stato fino alla completa maturazione politica del «brillante compagno» (questo l’epiteto attribuito a Kim Jong-un) e di garantire così il successo della transizione dinastica del potere [Gwetzman 2010, passim; Kim Jin-ha 2010, p. 2].
Il 10 ottobre, Kim Jong-un faceva la sua prima apparizione pubblica a fianco del padre in occasione dell’imponente parata militare organizzata per festeggiare, in un tripudio di orgoglio nazionalista, il 65° anniversario della fondazione del PLC. Quell’apparizione fungeva da vero e proprio battesimo e designazione ufficiale dell’erede del dittatore nord-coreano. Non è un caso, infatti, che, con una mossa alquanto inusuale, le autorità del regime avessero occasionalmente concesso visti ad un ristretto numero di giornalisti stranieri per assistere alla manifestazione e, attraverso l’uso di internet (concessione altrettanto inusuale da parte del regime di Pyongyang), ne avessero reso partecipe il mondo intero [W/CS 10 ottobre 2010, «A Pyongyang, per il rito d’iniziazione di Kim Terzo»]. Secondo il parere di alcuni esperti, la parata militare, ritenuta la più grande mai realizzata nel paese, rappresentava un segno di fedeltà al successore di Kim Jong-il ed era al contempo una chiara indicazione della stabilità del regime [W/G 10 ottobre 2010, «Kim Jong’un attends North Korean military parade», §§ 5, 10; W/S 10 ottobre 2010, «Corea del Nord, debutto pubblico per l’erede del ‘Caro leader’», § 3].
L’ultima fase che interveniva a sancire formalmente il passaggio di consegne del potere nelle mani di Kim Jong-un era la pubblicazione, l’8 novembre, da parte del regime, di una lista contenente i nominativi dei componenti la commissione statale incaricata di organizzare e presiedere le esequie solenni di Jo Myung-rok, ex numero due nella gerarchia del potere, morto il 6 novembre all’età di 82 anni, a causa di una malattia cardiaca. Nella suddetta lista, il nome di Jong-un seguiva immediatamente quello del padre, a dimostrazione del fatto che la sua nomina era stata ufficialmente riconosciuta e che, a partire da quel momento, risultava essere lui il numero due del regime [W/AT 9 novembre 2010, «Young Kim set for early China photo-op», §§ 8-9]. In effetti, come hanno spiegato alcuni analisti, per quanto le cariche attribuitegli nel mese di settembre lo avessero già legittimato di fatto a succedere al padre, tuttavia, «bisogna considerare [anche] il protocollo statale». In questo senso, «una lista ufficiale è il modo migliore per fissare la gerarchia politica in una sistema come è quello della Corea del Nord» [W/AN 8 novembre 2010, «Il ‘terzo Kim’ scala la vetta: ora è il numero 2 del regime»].
2.2 I «frequenti» viaggi di Kim Jong-il in Cina
Nel corso del 2010, Kim Jong-il compiva ben due visite nell’RPC, a distanza di poco meno di quattro mesi l’una dall’altra, e a quattro anni dall’ultima. Il senso di tali visite si caricava di profondi significati per vari motivi: innanzitutto la Cina popolare rappresenta l’alleato storico della Corea del nord ed è uno dei pochi paesi (se non l’unico) ad avere la capacità, almeno teoricamente, di influire sulle scelte di Pyongyang. Inoltre, bisogna tenere in considerazione la scarsa propensione di Kim Jong-il ad uscire dai confini nord-coreani, le sue precarie condizioni di salute, il clima di rinnovata tensione nella penisola (all’indomani dell’incidente della «Cheonan»), ma anche e soprattutto la questione della successione di Kim Jong-un.
Con riferimento alla prima visita (agli inizi di maggio), gli analisti concordavano nel ritenere che lo scopo fosse da legare strettamente alla richiesta di aiuti materiali e di sostegno politico. Kim Jong-il, infatti, doveva far fronte alle difficoltà economiche e di consenso all’indomani della disastrosa riforma monetaria che aveva determinato un ulteriore malcontento tra la popolazione già stremata dalla povertà, nonché alla pesante accusa da parte delle autorità sud-coreane di essere i responsabili dell’affondamento della corvetta «Cheonan» [W/AN 6 maggio 2010, «Kim Jong-il in Cina per parlare di aiuti economici e nucleare»]. La seconda visita (alla fine di agosto) dava luogo, al contrario, ad una ridda di ipotesi e di speculazioni circa le reali motivazioni che avevano spinto il leader nord-coreano ad intraprendere un secondo viaggio a meno di quattro mesi dal precedente, con un Nord in preda a devastanti alluvioni e alla vigilia di una storica conferenza del partito [W/E 2 settembre 2010, «Greet- ings, comrades. What lies behind the Dear leader’s latest trip to China?»]. Tanto più che, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa sud-coreana «Yonhap» (ma non confermato né da Pechino né da Pyongyang), ad accompagnare il padre vi sarebbe stato anche Kim Jong-un. Fatto, quest’ultimo, che veniva interpretato come una ricerca dell’assenso da parte del potente vicino e storico alleato, nonché principale partner commerciale del disastrato paese.
In particolare, non passava inosservata la concomitanza del viaggio di Kim Jong-il con l’importante missione, sia pure in veste privata e a fini umanitari, dell’ex presidente americano Jimmy Carter in Corea del nord. L’obiettivo di Carter era quello di far rilasciare il cittadino americano Aijalon Mahli Gomes, condannato a otto anni di lavori forzati essere entrato illegalmente nel paese agli inizi del 2010. Ad alimentare il dibattito era soprattutto il sospetto che il «caro leader» avesse voluto sottrarsi di proposito ad un incontro atteso dalla maggioranza degli osservatori e che avrebbe potenzialmente potuto contribuire ad attenuare la tensione tra i due paesi. La «stranezza» di questo comportamento di Kim Jong-il, messa in evidenza da Bradley Martin (autore di un volume dedicato alla «dinastia Kim»), discende dal fatto che Kim Jong-il ha sempre manifestato un grande rispetto per le persone più anziane. In circostanze analoghe, nel 2000, quando il presidente sud-coreano Kim Dajung si era recato a Pyongyang in occasione del primo vertice inter-coreano, Kim Jong-il aveva voluto essere presente all’incontro [W/AT 28 agosto 2010, «The Dear Leader has left the building», §§ 15-17].
Inoltre, a mettere in luce la «stranezza» del comportamento di Kim Jong-il vi è il fatto che Jimmy Carter non fosse un ex presidente degli Stati Uniti d’America qualsiasi, ma l’omologo del padre del leader nord-coreano. Come tale aveva avuto un ruolo chiave nel disinnescare la prima crisi nucleare, recandosi a Pyongyang nel 1994 per negoziare con Kim Il-sung.
Considerazioni analoghe portavano alcuni analisti, come Andrei Lankov (dell’università Kookmin di Seul), a sollevare perfino dei dubbi circa lo stato mentale del «caro leader» [W/AT 28 agosto 2010, «The Dear Leader has left the building», § 18]. Viceversa, vi era chi riteneva che le mosse di quest’ultimo fossero state attentamente calcolate. In particolare, Han Suk-hee (esperto di relazioni tra Cina e Corea del nord dell’università Yonsei di Seul) affermava che con la decisione di non incontrare Carter, Kim Jong-il aveva voluto lanciare all’amministrazione Obama un chiaro messaggio di insoddisfazione, relativamente alle vigenti sanzioni finanziarie americane [W/AT 28 agosto 2010, «The Dear Leader has left the building», §19].
Al di là di ogni possibile considerazione, le «frequenti» visite del «caro leader» in Cina sottolineavano, da una parte, che il regime nord-coreano non poteva permettersi di perdere il prezioso sostegno politico ed economico del potente vicino, nella consapevolezza che da tale sostegno sarebbe dipesa la sopravvivenza stessa del regime nell’era post Kim Jong-il; dall’altra parte, erano una chiara dimostrazione della volontà dei governanti cinesi di sostenere il loro alleato fino in fondo.
2.3 La scelta di Kim Jong-un e le reazioni dei familiari
Quella di Kim Jong-un è stata sicuramente una nomina non prevista dagli analisti, i quali per lungo tempo hanno focalizzato la loro attenzione sui suoi due fratelli maggiori, Kim Jong-nam e Kim Jong-chol.
Nato (assieme a Jong-chol) dalla terza moglie del leader nord-coreano, Ko Young-hee, morta di cancro nel 2004, di Kim Jong-un si conosceva ben poco, a partire dalla sua stessa data di nascita. Si riteneva, però, che avesse tra i 27 e i 28 anni. È interessante osservare come la propaganda del regime propenda per la seconda ipotesi, in modo tale che la sua data di nascita (1982) termini con il numero due, come quella del padre (1942) e del nonno (1912) [W/AT 29 set- tembre 2010, «Kim the Younger steals the show», § 3]. Kim Jong-un è comunque molto giovane, soprattutto in una società come quella nord-coreana, che si ispira ancora alla cultura confuciana e all’interno della quale gli anziani godono di grande rispetto. Basti pensare che lo stesso Kim Jong-il, nominato «delfino» dal padre a 38 anni, era poi salito al potere solo 14 anni dopo, a seguito della scomparsa del suo predecessore.
Tornando alla figura dell’erede designato, le uniche indiscrezioni sul suo conto si dovevano al giapponese Kenji Fujimoto, pseudonimo che nasconde l’identità di uno dei cuochi personali del «caro leader». In un suo libro di memorie, Fujimoto descriveva Kim Jong-un tale e quale al padre, sostenendo che il ragazzo fosse «il suo preferito». Insieme condividevano la passione per la cultura pop, per il baseball americano e per la vita lussuosa; e dal padre, Jong-un sembrava aver ereditato alcune malattie come il diabete e svariati problemi cardiaci, dovuti allo scarso esercizio fisico [W/CF 27 agosto 2010, «Corea del nord: il misterioso Kim Jong-un», § 2]. Fujimoto, avendo vissuto con la famiglia dei Kim dalla fine degli anni Ottanta e per ben 13 anni, aveva avuto il privilegio di vedere crescere Jong-un, osservandone la natura assertiva nonché la predisposizione alla leadership fin dalla più giovane età. Non a caso Fujimoto era stato il primo a predire, agli inizi degli anni Duemila, che Jong-un sarebbe stato il prescelto fra i tre figli (le due figlie femmine non erano naturalmente contemplate) a succedere a Kim Jong-il alla guida del paese. Ma all’epoca non era stato preso sul serio dagli osservatori della Corea del nord, i quali ritenevano che la giovane età di Jong-un rendesse più probabile la nomina di uno dei suoi due fratelli maggiori [W/AT 2 ottobre 2010, «All power to the little general», § 9].
Di Jong-un si diceva che avesse studiato in Svizzera, iscritto sotto falso nome all’International School of Bern di Gümligen, dove aveva appreso il francese, il tedesco e l’inglese, e che fosse tornato nel suo paese dopo il 2000, per proseguire gli studi all’università militare dedicata a suo nonno. Poco si sapeva anche del suo curriculum all’interno del regime, mentre era appurato che non avesse alcuna esperienza nell’esercito. In definitiva, dunque, la sua unica fonte di legittimazione sembrava risiedere nel fatto di essere il figlio «prediletto» del padre. Il che lo esponeva potenzialmente ad una serie di pericoli, provenienti in primis dalla sua cerchia ristretta di familiari [W/AT 22 ottobre 2010, «For the Kims, the weakest link is family»]. Tali timori trovavano conferma quando, il 9 ottobre, il primogenito del «caro leader», Kim Jong-nam, si diceva contrario alla «trasmissione ereditaria del potere di terza generazione», in occasione di un’intervista concessa alla televisione giapponese «Asahi», accettando ciò nonostante la decisione del padre e dando la sua disponibilità ad offrire «dall’estero» il proprio sostegno alla nuova leadership. Vale la pena ricordare che Kim Jong-nam è caduto in disgrazia nel 2001, dopo essere stato trovato in Giappone con un passaporto falso. Risiede da anni in una sorta di esilio dorato in Cina, all’interno del territorio della regione amministrativa speciale di Macao, dove pare passi il tempo a giocare nei casinò e dove può contare su legami molto stretti con la potente élite cinese locale [W/CI 12 ottobre 2010, «Kim Jong-un’s Big Brother ‘Against Hereditary Succes- sion’»]. Tuttavia, più dell’intervista in sé, che già suscitava numerosi interrogativi in merito alla posizione di Pechino, per il semplice fatto di aver acconsentito ad un’intervista di tal fatta, a fare notizia era, soprattutto, il presunto intervento dello stesso governo cinese a protezione di Kim Jong-nam, contro possibili azioni da parte degli stretti collaboratori dell’erede designato alla successione. A riferirlo era il maggiore quotidiano di Seul «Chosun Ilbo», il 13 ottobre, secondo il quale esisteva un piano cinese contro Kim Jong-un. Le ipotesi si basavano su quanto riferito da fonti del governo sud-coreano secondo le quali Jong-nam sarebbe stata la soluzione sostenuta dalla leadership cinese in caso di collasso improvviso del regime nord- coreano [W/CI 13 ottobre 2010, «China ‘Warned N.-Korea to Leave Kim Jong-nam Alone’»; W/CI 14 ottobre 2010, «Does Kim Jong-nam’s Criticism Reflect Chinese View of N. Korea?»].
2.4 Kim Jong-un: un nuovo Deng o un vecchio Kim?
Fin dal momento in cui Kim Jong-il aveva svelato i suoi piani per la successione al potere del figlio terzogenito Kim Jong-un, gli osservatori della Corea del nord si erano illusi che l’istruzione di stampo internazionale di quest’ultimo, la sua conoscenza delle lingue e del mondo esterno avrebbero potuto contribuire a farne un potenziale leader riformatore. Lo stesso Kenji Fujimoto, in un’intervista al quotidiano giapponese «Yomiuri» del 16 ottobre 2010, si diceva certo che vi fosse un’elevata probabilità che Jong-un potesse intraprendere una politica di riforma e di apertura, analoga a quella avviata in Cina sul finire degli anni Settanta da Deng Xiaoping. Contrariamente a quanto sostenuto dall’ex cuoco Fujimoto, la maggioranza degli analisti cinesi e sud-coreani riteneva che tali probabilità fossero «pari a zero». Secondo il loro punto di vista, infatti, il fatto che la legittimità di Kim Jong-un fosse costruita attorno a quella del padre e del nonno implicava che, fin tanto che il «caro leader» fosse rimasto in vita, sarebbe stato difficile, se non impossibile, per l’erede designato avviare un sia pur minimo programma di riforme, in quanto questo avrebbe rappresentato un attacco all’eredità paterna. Gli esperti ritenevano altresì che l’erede designato avesse una lunga strada da percorrere per consolidare il proprio potere prima di potersi imbarcare in un qualsiasi programma riformista. D’altro canto, sempre secondo gli esperti, neppure la nomina a generale «a quattro stelle», implicante la prosecuzione della politica del songun, sarebbe stata sufficiente a rafforzare la posizione di Kim Jong-un [W/AT 4 novembre 2010, «Reform not on young Kim’s menu»; W/DI 1° ottobre 2010, «N.Korea to Mantain Oppression Policy Until Suc- cession Complete»].
In effetti, già la conferma di Kim Jong-il nelle sue cariche, in occasione della conferenza dei delegati del partito, era intervenuta a chiarire che, fino a quando il dittatore nord-coreano non avesse esalato l’ultimo respiro, nulla sarebbe cambiato in seno alla società e che egli avrebbe continuato ad avere l’ultima parola. Inoltre, nulla sembrava far pensare che gli svariati inviti da parte di Pechino ad emulare il modello economico cinese, l’ultimo dei quali fatto in occasione della visita del «caro leader» in Cina a fine agosto [W/CI 2 settembre 2010, «Hu ‘Told Kim Jong-il It’s Time for Economic Reform’»], avessero sortito il benché minimo effetto; al contrario, Kim Jong-il, memore degli effetti destabilizzanti della disastrosa riforma monetaria del dicembre 2009, respingeva con forza ogni ipotesi di riforma [Bluth 2010, p. 241].
3. Le due Coree tra tensione e timidi tentativi di riappacificazione3.1 Il 2010 tra retorica altisonante e il rischio di una nuova guerra
Nell’ambito delle relazioni inter-coreane, l’anno preso in esame vedeva un processo di sostanziale continuità rispetto al passato, caratterizzato dalla prosecuzione del suo solito andamento altalenante, con una serie di provocazioni da parte di Pyongyang e le consuete risposte da parte degli attori direttamente interessati, sebbene con un ritmo decisamente più frenetico. Per la verità, nel corso del 2010, il comportamento dell’RPDC si spingeva oltre la tradizionale politica di provocazioni, portando il clima di tensione nella penisola ai massimi livelli e allontanando di fatto le speranze che il 60° anniversario dell’inizio della guerra di Corea avrebbe potuto essere degnamente festeggiato con la firma di un trattato di pace, in sostituzione dell’armistizio. Si consideri che, nella cultura tradizionale coreana e dell’Asia Orientale in generale, tali anniversari rivestono un particolare significato culturale e morale, in occasione dei quali si celebra la vita passata e si dà la benedizione per quella futura, con l’auspicio che un nuovo spirito di portata storica emerga a rimpiazzare il vecchio [Heonik 2010, § 12]. Alla fine dell’anno, i rapporti tra le due Coree avevano raggiunto il minimo storico, al punto che alcuni analisti non escludevano l’ipotesi di una nuova guerra fratricida [W/FP 16 dicembre 2010, «How to Stop the Next Korean War»; W/ICG 23 dicembre 2010, «North Korea: The Risks of War in the Yellow Sea»].
In realtà, il 2010 era sembrato aprirsi sotto i migliori auspici per la penisola coreana, con un messaggio di inizio anno da parte del regime del nord che esprimeva il desiderio di creare un «sistema di pace durevole nella penisola coreana e di avviare un processo di denuclearizzazione attraverso il dialogo e il negoziato» [W/KCNA 1 gennaio 2010, «Joint New Year Editorial»]. Inesorabilmente seguiva, però, già a metà gennaio la prima minaccia da parte del regime di Kim Jong-il, effettuata per il tramite della commissione di difesa nazionale, di ricorrere alla «guerra santa» in risposta al presunto piano di emergenza predisposto da Seul per far fronte ad un eventuale collasso del regime nord-coreano. Alla fine del mese di gennaio, Pyongyang sparava i primi colpi di artiglieria, di quella che sarà una lunga serie, vicino al confine della disputata frontiera marittima, la cosiddetta «linea di demarcazione marittima» (NLL). In effetti, si trattava di colpi sparati nell’ambito di un’esercitazione militare per la quale la Corea del nord aveva annunciato due mesi di interdizione alle imbarcazioni attorno alle isole di Baengnyeong e di Dachong.
In quegli stessi luoghi, il 26 marzo (alle ore 21 locali), una nave della marina militare sud-coreana, la corvetta «Cheonan», affondava poco lontano dal confine che divide le acque territoriali tra i due paesi, a seguito di una esplosione interna di dubbia natura. Non si trattava del primo incidente nell’area; il confine marittimo tra le due Coree era stato, infatti, già teatro di scontri mortali in passato, l’ultimo dei quali nel novembre del 2009. Tornando al caso della «Cheonan», il fatto che, fin dal principio, le autorità sud-coreane non avessero escluso un possibile coinvolgimento del regime di Pyongyang (da questo prontamente negato) contribuiva ad alimentare un clima di rinnovata tensione nella penisola. Tensione che raggiungeva il culmine quando, il 20 maggio, sono stati resi noti i risultati di un’inchiesta realizzata da un gruppo indipendente di esperti a livello internazionale; questi risultati fugavano definitivamente i dubbi sulle modalità dell’incidente, attribuendo ad un siluro nord-coreano le cause dell’esplosione della corvetta. Tali sviluppi avevano un fortissimo impatto sull’opinione pubblica sud-coreana, tanto che la reazione del governo di Seul non si faceva attendere. All’annuncio di nuove sanzioni economiche, seguiva il congelamento di tutte le relazioni commerciali con Pyongyang e la ripresa della propaganda contro il regime del Nord all’interno della cosiddetta «zona demilitarizzata». A sua volta, l’RPDC strappava l’accordo del 2004, volto a prevenire scontri navali accidentali con la Corea del sud. Anche la risposta della comunità internazionale è stata immediata.
Gli Stati Uniti condannavano il fatto come un «atto di aggressione» e un «comportamento inaccettabile», che necessitava di «una risposta forte ma misurata»; il Giappone definiva il gesto «imperdonabile» esprimendo la «più ferma condanna»; l’ONU, per il tramite del suo segretario generale, Ban Ki-moon, definiva «inquietanti» i risultati dell’indagine, dichiarando che il consiglio di sicurezza avrebbe «preso delle misure appropriate alla gravità della situazione»; la Cina – nonostante i tentativi americani di ottenerne il sostegno ai fini dell’approvazione di nuove misure contro Pyongyang – si limitava invece a definire «deplorevole» l’accaduto, senza spingersi fino a sostenere Seul. Pechino invitava altresì le parti coinvolte al mantenimento della calma, invocando l’uso di strumenti diplomatici per fronteggiare la crisi [W/PD 21 maggio 2010, «China hopes for cal- mness, restraint over ROK warship sinking»]. Il governo sud-coreano decideva così di investire il consiglio di sicurezza dell’ONU dell’incidente, con la richiesta di «sanzioni severissime» contro la Corea del nord. Ma la dichiarazione del presidente Ban Ki-moon (che già per sé non aveva alcun valore vincolante), emessa il 9 luglio, deludeva fortemente le aspettative del governo sud-coreano. Nonostante gli incontrovertibili risultati dell’inchiesta internazionale, infatti, il consiglio di sicurezza non accusava direttamente il governo di Pyongyang, ma si limitava a «biasimare» la perdita di vite umane. Con toni analoghi era formulata la «condanna» da parte dei membri dell’ASEAN, riuniti a Hanoi il 23 luglio, in occasione del 17° incontro dell’ARF (Asean Regional Forum). Seul decideva a quel punto di dare avvio ad una serie di imponenti manovre militari navali, sia singolarmente, sia in maniera congiunta con gli Stati Uniti, a scopo di deterrenza. Questi movimenti contribuivano ad accrescere ulteriormente lo stato della tensione nell’area, portandolo a livelli che non si erano più visti dai tempi della guerra di Corea. In particolare, dal 5 al 9 agosto la Corea del sud teneva le più importanti esercitazioni anti-sottomarino della sua storia nei pressi della linea di demarcazione marittima. Tali esercitazioni erano accolte dal regime di Kim Jong-il con il lancio di 130 granate vicino al medesimo confine e con il sequestro di un peschereccio sud-coreano, per presunta pesca di frodo nella sua zona economica speciale. Pochi giorni dopo, a partire dall’11 agosto, Seul e Washington davano avvio a ben 11 giorni di esercitazioni militari congiunte, alle quali Pyongyang rispondeva con la minaccia di ricorrere ad una «rappresaglia senza pietà». Contemporaneamente gli Stati Uniti applicavano nuove sanzioni contro la Corea del nord, volte a congelare i beni di singoli individui, compagnie e organizzazioni sospettate di finanziare il programma nucleare nord-coreano [W/BB 30 agosto 2010, «Obama Widens North Korean Sanctions on Nuclear Fundings»].
Dopo un periodo di calma «apparente», che consentiva al governo nord-coreano di riallacciare il discorso relativamente alla ripresa dei negoziati per il nucleare nell’ambito del cosiddetto «dialogo a sei» (già abbozzato, per la verità, in occasione della visita a Pyongyang, ai primi di febbraio, del sottosegretario generale dell’ONU, Lynn Pascoe, e dopo una serie di incontri tra esponenti cinesi e nord-coreani di alto livello, sempre nei primi mesi dell’anno), il clima tornava a farsi arroventato a metà ottobre in occasione della partecipazione di Seul, per la prima volta, alla cosiddetta iniziativa di sicurezza contro la proliferazione (PSI). Quest’ultima era stata avviata dagli Stati Uniti nel 2003, con l’obiettivo di «interdire i materiali nucleari ed il contrabbando di armi di distruzione di massa» ed era rivolta principalmente contro alcuni dei paesi, come la Corea del nord, indicati dal governo americano subito dopo gli attacchi dell’11 settembre come «stati sostenitori del terrorismo». La partecipazione di Seul alla PSI implicava l’ospitalità nelle sue acque, al largo del porto meridionale di Busan, delle esercitazioni navali congiunte di oltre 14 paesi (tra cui Stati Uniti, Giappone, Australia, Francia e Canada) [W/KH 13 ottobre 2010, «PSI exercise begins in waters off Busan»]. Questo gesto era prontamente denunciato da Pyongyang come una «chiara dichiarazione di guerra» e portava a fine ottobre al primo scontro a fuoco transfrontaliero sulla terraferma dal 2007.
Su tale scia, l’apice della tensione veniva raggiunto il 23 novembre, quando, attorno alle due del pomeriggio, l’artiglieria nord-coreana iniziava a sparare decine di salve di proiettili sull’isoletta di Yeonpyeong, al largo della costa occidentale della penisola, subito a sud della linea di demarcazione marittima. L’artiglieria sud-coreana rispondeva con un’ottantina di colpi, in quella che era la più violenta escalation delle tensioni tra i due paesi dall’affondamento della «Cheonan» nel marzo precedente. Il fatto che l’attacco fosse stato perpetrato alla luce del sole, che il bersaglio non fosse in mare ma sulla terraferma, dove molte case erano state bruciate, e che tra le vittime vi fossero anche dei civili contribuiva a rendere l’incidente «il più grave» dai tempi della guerra di Corea. Non a caso, i mezzi di informazione sud-coreana mettevano subito l’accento su quello che era ritenuto «il primo attacco contro la popolazione civile dal 1953», riportando nel dettaglio le reazioni di una popolazione spaventata in fuga dall’isola [W/S 24 novembre 2010, «Sull’orlo di una nuova guerra»]. Di fatto, la vista delle colonne di fumo nero che si innalzavano dalla struttura militare colpita e dai tetti delle case circostanti impressionava fortemente l’opinione pubblica sud-coreana, che chiedeva una linea dura del proprio governo verso Pyongyang.
A differenza dell’incidente della corvetta, per il quale il governo sud-coreano aveva atteso i risultati dell’inchiesta internazionale prima di accusare formalmente il governo nord-coreano, questa volta il ministero degli Esteri condannava immediatamente l’attacco ritenendolo «intenzionale e pianificato» e «una chiara violazione dell’armistizio» di Seul. Opposta era, invece, la versione del governo di Pyongyang, che dichiarava di essersi limitato a «rispondere al fuoco». In effetti, risulta che, a poche ore dall’attacco, i nord-coreani avessero protestato contro l’ennesima esercitazione militare sud-coreana in corso nelle acque contestate della zona, nel corso della quale era poi stato aperto il fuoco.
È importante, a questo punto, aprire una piccola parentesi sulle modalità con le quali era stato tracciato il confine marittimo tra le due Coree all’indomani della fine della guerra, e sulle quali, secondo alcuni analisti, si dovrebbe intervenire al fine di porre termine ad un contenzioso lungo oltre mezzo secolo [W/ICG 23 dicembre 2010, «North Korea: the Risks of War in the Yellow Sea», §§ 9, 11]. Durante le discussioni per l’armistizio, l’ONU (su pressione degli USA) aveva approfittato dello stato di debolezza in cui versava la marina nord-coreana per tracciare unilateralmente la linea di confine marittima che, se da un lato avvantaggiava Seul attribuendole acque particolarmente ricche di risorse ittiche, dall’altro, danneggiava gli interessi del Nord, limitando l’accessibilità dello strategico porto di Haeju. Ragion per cui, Pyongyang ha sempre rifiutato il riconoscimento di tale demarcazione e la sovranità sud-coreana su quelle acque.
Ciò detto, l’incidente in questione non era che l’ennesimo di un lungo elenco di «episodi isolati» dalla guerra di Corea; ma era intervenuto in una situazione già fortemente compromessa e, soprattutto, nel momento in cui la comunità internazionale era stata posta di fronte ad una nuova sfida dal parte del regime di Pyongyang.
L’attacco era partito, infatti, proprio mentre il rappresentante speciale del segretario di Stato statunitense per la Corea del nord, Stephen Bosworth, si trovava a Pechino (dopo due soste a Seul e To- kyo) al fine di «coordinare» la gestione della questione nucleare [W/AT 24 novembre 2010, «North Korean shells aim to shock», § 6]. Bosworth si stava, infatti, occupando di un impianto di arricchimento dell’uranio sito nella nota località nord-coreana di Yongbyon, la cui esistenza era stata rivelata qualche giorno prima a Siegfried Hecker, fisico dell’Università di Stanford nonché ex direttore del Laboratorio nazionale di Los Alamos. Hecker – che già nel 2006 aveva avuto modo di recarsi in Corea del Nord, all’indomani del primo test nucleare – si era detto «stupito» circa il grado di sofisticazione della struttura [W/AN 22 novembre 2010, «Corea del Nord, ‘sbalorditivo’ il nuovo impianto nucleare»]. Notizia quest’ultima, che già di per sé aveva rappresentato un’escalation della tensione nella penisola, tanto più che metteva in evidenza le capacità di Pyongyang di ricorrere sia alla guerra nucleare sia alla guerra convenzionale [Hayes 2010, §§ 3,4]. Subito era scattato l’allarme internazionale, con il governo di Seul che diceva di essere «molto preoccupato», con Washington che aveva parlato senza mezzi termini di «aperta sfida» e con Tokyo che aveva definito la situazione «totalmente inaccettabile» [W/CS 23 novembre 2010, «La Corea del Nord bombarda il Sud, 70 case in fiamme. Condanna dell’ONU»]. Al contrario, nessun commento era giunto da Pechino.
Anche dopo l’attacco di novembre, laddove gli Stati Uniti, il Giappone, la Russia, il segretario generale dell’ONU, la NATO, e l’UE esprimevano una ferma condanna all’attacco, la Cina, con una mossa già vista, si diceva «preoccupata» per la situazione venutasi a creare tra le due Coree e tornava ad invitare le parti interessate alla calma e alla moderazione, continuando a ribadire la necessità di ricorrere all’ausilio di strumenti diplomatici [W/PD 23 novembre 2010, «China expresses concern over allegedly shell attack against Korea»]. A tal proposito proponeva, per i primi di dicembre, una riunione di emergenza con i capi delle delegazioni impegnate nei cosiddetti «colloqui a sei». La proposta, però, non trovava ascolto tra i partner, che ritenevano che tale mossa avrebbe potuto essere intesa come acquiescenza verso Pyongyang. Per di più, Pechino si vedeva costretta ad incassare le critiche di quanti (in primis di Washington e di Seul) lamentavano il fatto che la Cina non stesse esercitando le dovute pressioni – degne di una grande potenza responsabile – nei confronti del regime di Pyongyang. Non è da trascurare, in questo contesto, il fatto che la Cina sia stata esclusa dal mini-vertice, riunito a Washington il 6 dicembre, tra Stati Uniti, Repubblica di Corea e Giappone, al fine di trovare una soluzione condivisa al problema, quella che il segretario di Stato, Hillary Clinton, definiva una «posizione univoca». Dalla riunione trilaterale emergeva per l’appunto la richiesta a Pechino di fare pressioni sul Nord [Smith 2010, passim].
Nel frattempo, nuove e sempre più frequenti esercitazioni militari navali della Corea del sud, tra quest’ultima e gli Stati Uniti (che vedevano anche la partecipazione della portaerei americana a propulsione nucleare «George Washington»), e anche tra gli Stati Uniti e il Giappone (definite dalla stampa «le più imponenti della storia»), portavano la tensione alle stelle, rendendo il rischio di un nuovo conflitto nella penisola sempre più concreto. Neanche la riunione di emergenza del consiglio di sicurezza dell’ONU, convocata per il 19 dicembre, sembrava in grado di porre fine a quei pericolosi giochi di guerra. Il tentativo di mediazione diplomatica dell’ONU non aveva successo perché, per l’ennesima volta, l’ostruzionismo della Cina e della Russia impediva una presa di posizione dura delle Nazioni Unite nei confronti del regime nord-coreano. I due paesi chiedevano, infatti, che il testo finale da sottoporre al voto fosse neutrale, laddove invece gli altri membri del consiglio volevano che la Corea del nord fosse indicata chiaramente come responsabile della crisi [W/AN 20 dicembre 2010, «Giochi di guerra fra le due Coree. Fallisce all’Onu il tentativo di mediazione»].
3.2 Le «ragioni» di Pyongyang
Sono in tanti ad essersi chiesti quali siano state le ragioni che possano aver indotto un regime sull’orlo del collasso economico e nel bel mezzo di una delicata fase di transizione del potere ad imbarcarsi in una nuova serie di atti provocatori che hanno portato la penisola coreana sull’orlo di una seconda guerra fratricida. Al di là di quanti hanno reputato eccessiva l’importanza attribuita agli eventi sopra descritti e hanno ritenuto ingiustificato lo stupore destati da questi in Occidente, in considerazione del fatto che «la storia della penisola coreana è attraversata da 60 anni di provocazioni», essendo «nel DNA del regime di Pyongyang condurre azioni provocatorie» [W/AGI 24 novembre 2010, «Crisi coreana: ‘Basta con la dietrologia’», § 2], le tesi più accreditate sono state sostanzialmente due, strettamente legate l’una all’altra.
La prima vedeva le mosse di Pyongyang dettate da ragioni di politica interna, legate in particolare al cambio di successione al vertice del potere. Questa avrebbe dettato, all’interno del regime, la ricerca di nuovi consensi attraverso la leva nazionalistica anti sud-coreana. Come si è già detto, l’erede designato è molto giovane e soprattutto è completamente sprovvisto di qualsiasi esperienza militare e di governo. Da questo punto di vista, le rinnovate azioni militari contro la Corea del sud avrebbero avuto come obiettivo quello di rafforzare le credenziali di Kim Jong-un, non solo nei riguardi del popolo nord-coreano, ma anche e soprattutto nei confronti dell’establishment militare che ne aveva appoggiato la candidatura. Molti analisti erano infatti convinti che gli incidenti in questione fossero stati usati internamente per attribuire al «delfino» i successi militari (in particolare circolavano voci che l’incidente della «Cheonan» fosse stato architettato proprio da Kim Jong-un), ai fini del consolidamento della propria base di potere. Lo stesso Kim Jong-il aveva ricevuto una lunga formazione in vista della successione al padre. In quel periodo, gli erano stati attribuiti svariati incidenti, tra cui l’organizzazione dell’assalto al palazzo presidenziale sud-coreano nel 1968; il sequestro, sempre nel 1968, di una nave spia americana («Pueblo») con 82 ostaggi trattenuti per quasi un anno; l’uccisione di due ufficiali americani all’interno della zona demilitarizzata, nel 1976 [W/NYT 28 maggio 2010, «Succession May Be Behind N. Korea’s New Belligerence», §§ 5-8]. Con i medesimi fini, la macchina propagandistica nord-coreana – addestrata per costruire attorno ai leader la nomea di «geni» di qualcosa – mirava a far passare l’erede designato per «genio del nucleare» [W/FT 21 novembre 2010, «Succession helps to explain show of prowess»]. Vi era anche chi riteneva che, attraverso tale «sfoggio» di prodezza, si volesse lanciare un messaggio agli americani, relativamente al fatto che, nonostante il cambio della guardia al vertice, la Corea del nord non diventava più remissiva, ma rimaneva ferma sulle sue posizioni [W/R 24 novembre 2010, «La storia congelata», § 6].
La seconda tesi propendeva invece per ritenere le mosse di Pyongyang parti integranti di una manovra calcolata per accrescere la tensione nella regione e mantenere così l’attenzione del mondo intero su di sé. In particolare quella degli Stati Uniti, i quali, a seguito dell’adozione da parte dell’amministrazione Obama della cosiddetta politica di «pazienza strategica», avevano teso a marginalizzare il problema nord-coreano. Come ha spiegato Aidan Foster-Carter (coreanista dell’Università di Leeds): «Si tratta di un gioco provocatorio e allo stesso tempo peculiare. È una pazzia che ha un metodo. Ancora prima dell’attacco, l’aver permesso a uno scienziato americano di visitare un nuovo impianto per l’arricchimento dell’uranio costruito in appena 18 mesi ha rimesso in primo piano la questione del nucleare […]. Il messaggio era dunque chiaro: ‘possiamo causare guai. Sappiamo come fare. Fareste meglio a crederci e ad iniziare a dialogare con noi più seriamente’» [W/FT 23 novembre 2010, «US has no good options over Korea clash», §§ 2-3]. Del medesimo avviso era anche lo studioso di Corea, Andrei Lankov, secondo il quale la giustificazione degli attacchi era da ricondurre alla necessità di lanciare un messaggio inequivocabile con l’artiglieria e le centrifughe nucleari, dopo che per due anni la Corea del nord era stata ignorata sia da Washington sia da Seul [W/AGI 30 novembre 2010, «Pyongyang: rivelato il piano nucleare», § 1]. In altre parole, il regime nord-coreano cercava disperatamente di attirare l’attenzione del governo americano, di renderlo più disponibile e di costringerlo a trattare. Per questo motivo non nascondeva, ma al contrario ostentava, la sua attività nucleare, lasciando qualche dubbio sul possibile uso che avrebbe potuto farne. Così facendo, puntava a presentarsi al tavolo di eventuali trattative con armi forti; e le uniche di cui disponeva erano, per l’appunto, il deterrente nucleare e le armi convenzionali [W/KH 6 dicembre 2010, «North Korea: how will it end?», §7].
Una tesi altrettanto convincente era quella sostenuta dal ricercatore del KINU, Cho Min, secondo la quale la Corea del nord stava portando avanti una strategia di «guerra del business» attentamente calcolata, che guardava oltre la Corea del sud e gli Stati Uniti e prendeva di mira direttamente la Cina [Cho 2010, p. 1]. Una strategia, quest’ultima, assolutamente analoga a quella adottata da Kim Il-sung sul finire degli anni Sessanta, con la quale era abilmente riuscito a sfruttare le tensioni tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica per ottenere aiuti economici e militari da Mosca. Seguendo il ragionamento di Cho, nella continua fase di pressioni e di sanzioni in cui era venuta a trovarsi la Corea del nord negli ultimi anni, il regime si era visto obbligato, suo malgrado, a puntare sulla Cina per garantire la propria sopravvivenza. Ciò detto, nonostante che dall’incidente della «Cheonan» il rapporto tra i due paesi fosse uscito notevolmente rafforzato (come descritto nel cap. 2.2), sembrava che Pyongyang fosse lungi dall’aver ottenuto quei vantaggi sostanziali che immaginava di poter avere dalla restaurazione dell’«alleanza di sangue» con Pechino. In particolare, le richieste presentate da Kim Jong-il ai suoi ospiti in occasione della visita di maggio – una vera e propria «lista di desideri» comprendente svariate dozzine di aerei da combattimento di nuovo modello, circa 30 miliardi di dollari in assistenza economica, una fornitura annuale di un milione di tonnellate di petrolio e di un milione di tonnellate di riso – avevano ricevuto una tiepida risposta. Difatti, il cosiddetto «piano di cooperazione» suggerito da Pechino non era che una dichiarazione priva di significato, la quale enfatizzava, per di più, la reciprocità nelle relazioni commerciali. Anche durante il secondo viaggio di Kim Jong-il in Cina, i cinesi non sembravano disposti a soddisfare le aspettative di «aiuti incondizionati» del «caro leader», confermando quelle riserve che, fin dai tempi di Kim Il-sung, il regime nord-coreano aveva nutrito nei riguardi del governo di Pechino.
In tali circostanze, Kim Jong-il aveva deciso di mutare la propria strategia. Ovvero: dal momento che la Cina non sembrava intenzionata a soddisfare gli aiuti richiesti, vi sarebbe stata costretta. In che modo? Semplicemente esacerbando la situazione nella regione [Cho 2010, p. 5], nella piena consapevolezza del fatto che la stabilità dell’area rappresentava una delle massime priorità della politica estera e, in definitiva, anche della politica interna dell’RPC. In linea con quest’ultima tesi, Franco Mazzei (orientalista ed esperto di relazioni internazionali) ha sostenuto che, al di là di tutto, la chiave della rinnovata crisi della penisola coreana fosse da rinvenirsi nel clima di crescente tensione che squassava l’Asia Nord-orientale – dove la linea di Obama era di contenere la Cina e di rafforzare il rapporto con il Giappone e con la Russia -, clima del quale il regime nord-coreano si era approfittato [W/AGI 24 novembre 2010, «Crisi coreana: Basta con la dietrologia», §§ 1, 6]. Anche François Godement (analista dell’European Council on Foreign Relations) metteva in evidenza la grande intelligenza dimostrata dal regime di Pyongyang nel servirsi dei potenziali conflitti marittimi attivati da Pechino nel corso del 2010 come copertura per i propri comportamenti apparentemente irresponsabili, ben sapendo che la Cina non avrebbe potuto scendere a patti con paesi con i quali aveva dei contenziosi aperti [Godement 2010, § 6].
3.3 Il «ritorno» degli Stati Uniti in Asia Nord-orientale
La fine del 2010 lasciava intravedere uno scenario geopolitico differente da quello prospettato alla fine del 2009 (come evidenziato nel precedente volume di Asia Maior) che sembrava presagire il tramonto, sia pure in una prospettiva di lungo periodo, dell’egemonia americana, e ad una sua sostituzione con una «rinnovata» egemonia sinica [AM 2009, pp. 11, 253]. Nell’anno in questione si è assistito, infatti, ad un ritorno «prepotente» degli Stati Uniti nell’area, già preannunciato per la verità con l’avvio, nel 2009, di un processo di rinvigorimento delle alleanze esistenti tra Stati Uniti, Giappone, Corea del sud e Australia, e dalla promozione di nuovi legami più forti con paesi quali India e Vietnam, al fine di rafforzare l’accerchiamento strategico della Cina. In particolare, la seconda metà del 2010 vedeva gli Stati Uniti prendere parte ad una inedita serie di imponenti esercitazioni militari navali, non solo congiuntamente alla Corea del Sud, ma anche con il Giappone, che vedevano la partecipazione di numerose navi da guerra e il dispiegamento, per la prima volta dal 1995, di una portaerei americana nel Mar Giallo. Una tale presenza, a poche decine di miglia dalle coste cinesi, era fonte di grande imbarazzo per il governo di Pechino, oltre che di grande preoccupazione. Le provocazioni militari del governo nord-coreano avevano infatti offerto l’occasione per il consolidamento del triangolo di sicurezza Stati Uniti-Corea del sud-Giappone, il quale sebbene destinato a fronteggiare la minaccia contingente rappresentata dalle sfide del regime nord-coreano, pareva indirettamente rivolto a svolgere un’azione di contenimento nei confronti della stessa Cina, [You 2010, § 4].
I timori di Pechino sembravano trovare una conferma agli inizi del 2011, quando giungeva la notizia che i ministri della Difesa del Giappone e della Corea del sud erano riuniti a Seul per discutere, per la prima volta, di accordi militari tra i due paesi. Le trattative vertevano in particolare sulla stipula di un accordo relativo alla condivisione di un servizio di intelligence militare, il cosiddetto accordo di sicurezza generale sulle informazioni militari (GSOMIA). Questo, secondo il quotidiano giapponese «Asahi Shimbun», avrebbe consentito alla Corea del sud di entrare a far parte del sistema di difesa anti missile balistico degli Stati Uniti e del Giappone [W/WSWS 13 gennaio 2001, «South Korea and Japan discuss first-ever military a- greements», § 2]. È interessante osservare come, per quanto il Giappone e la Corea del sud fossero entrambi alleati degli Stati Uniti, tra i due non vi era mai stata alcuna cooperazione militare bilaterale. I motivi sono da ricercare nelle note ragioni legate al persistente risentimento sud-coreano nei confronti del brutale dominio coloniale giapponese nella penisola.
Le trattative in questione rappresentavano una vera e propria «svolta», che poteva ritenersi in qualche modo legata ai recenti cambiamenti intervenuti in seno alla società sud-coreana, la quale, sul finire del 2010, risultava pervasa da un insolito atteggiamento bellicoso. In effetti, all’indomani dell’attacco all’isola di Yeonpyeong aveva preso avvio nel paese un radicale ripensamento in merito alle relazioni con il Nord. Laddove fino a quel momento Seul aveva condiviso con Washington l’assunto fondamentale secondo il quale i rischi di una guerra nella penisola erano tali che alle provocazioni di Pyongyang sarebbe stato meglio rispondere con gesti simbolici e sanzioni economiche, dopo l’attacco del 23 novembre l’atteggiamento del governo coreano si era fatto più aggressivo, anche dietro la pressione di un’opinione pubblica furibonda, arrivando a contemplare l’ipotesi di una risposta militare nell’eventualità di attacchi reiterati da nord [W/KH 6 dicembre 2010, «North Korea: how will it end?», § 3]. A confermare il nuovo atteggiamento bellicoso che sembrava pervadere non solo il governo, ma tutta la società, intervenivano i risultati di un sondaggio realizzato alla fine del 2010 secondo i quali l’80% della popolazione sud-coreana si diceva favorevole a sostenere una rappresaglia militare nell’eventualità di un nuovo attacco da parte del Nord, laddove dopo l’incidente della «Cheonan», solo il 30% aveva sposato l’opzione militare [W/FP 16 dicembre 2010, «How to stop the next Korean war», § 2].
3.4 Il discredito di Pechino
Se, da un lato, la rinnovata crisi nella penisola coreana aveva offerto l’occasione per un ritorno in forze degli Stati Uniti in Asia Nord-orientale, dall’altro lato aveva messo a dura prova la credibilità della Cina, determinando un «apparente» ridimensionamento della sua influenza nella regione e gettando un grave discredito su quell’immagine di «grande potenza responsabile» (fuzeren de daguo) che era andata faticosamente costruendosi dalla fine degli anni Novanta [Onnis 2011, pp. 83 ss.].
Fin dal principio, la tendenza dei paesi occidentali era stata quella di attribuire al governo di Pechino la responsabilità dei comportamenti del regime nord-coreano, ivi inclusa quella di riportare all’ordine il suo recalcitrante alleato [W/KH 25 novembre 2010, «U.S. urges China to influence N. Korea to reduce tension»; W/AT 30 novembre 2010, «Fall guys in Beijing need better PR», §§ 1, 3]. Alla base di tale tendenza vi era una errata percezione circa la reale influenza (o capacità di persuasione) dell’RPC nei riguardi della Corea del nord, determinata da considerazioni sia di natura storico- politico-ideologica, sia di natura economica. A spiegare come la suddetta influenza fosse, di fatto, sempre stata sovrastimata intervenivano gli stessi studiosi cinesi. Essi sostenevano che, in realtà, la Cina non aveva mai avuto molto controllo sulla Corea del nord, per il semplice fatto che i nord-coreani avevano sempre detestato subire l’influenza straniera, ivi compresa quella cinese, arrivando a considerare la Cina come una sorta di «minaccia» per il proprio sistema politico [W/AGI 26 novembre, «Crisi coreana: cosa farà Pechino?», § 3; W/GT 27 dicembre, «North Korea must ‘pledge’ peace, talks», §§ 23, 24]. Pechino ne era stata sempre consapevole, ma ciò nonostante la Corea del nord continuava ad occupare un posto di rilievo nel delicato sistema di pesi e contrappesi che caratterizzava gli equilibri della regione. Secondo Cai Jian (esperto di questioni nord-coreane presso l’università Fudan di Shanghai), le particolari circostanze in cui era venuta a trovarsi la Cina nel corso del 2010, soprattutto nei suoi rapporti con gli Stati Uniti, avevano fatto sì che per quanto Pechino non avesse visto di buon occhio le operazioni belliche del regime nord-coreano, non avesse potuto esimersi dall’appoggiare (o in ogni caso, dal non contrastare) Kim Jong-il. In quel particolare momento, il sostegno a Pyongyang rappresentava, infatti, uno strumento politico forte da impiegare nella battaglia che vedeva la Cina contrapposta a Washington a causa, tra le altre, della questione della rivalutazione dello yuan e del controllo americano del Mar Cinese Meridionale [W/AGI 24 novembre 2010, «Pyongyang: la difficile partita di Pechino», § 13]. In linea con tale interpretazione, Victor Cha (del Center for Strategic and International Studies di Washington) definiva i legami tra Pechino e Pyongyang come un rapporto caratterizzato da una sorta di «ricatto reciproco» [Cha 2011, § 3]. Un rapporto, cioè, in cui ognuno ha bisogno dell’altro per sopravvivere, ragion per cui, al di là delle reciproche insoddisfazioni (come è emerso peraltro dai recenti documenti pubblicati dal sito internet WikiLeaks), è difficile reciderlo.
Nel corso dell’anno in esame, a mettere sotto continua pressione il regime cinese era soprattutto l’atteggiamento neutrale mantenuto da Pechino nelle vicende della penisola coreana che, agli occhi della comunità internazionale, equivaleva ad approvare l’operato di Pyongyang. Erano in tanti a chiedersi perché mai Pechino, anziché abbandonare il regime di Kim Jong-il al suo destino, continuasse a puntellare ad oltranza il regime nord-coreano, mostrandosi riluttante a fare pressioni su Pyongyang. Alcuni studiosi occidentali ritenevano che le ragioni principali fossero da rinvenirsi sia nei legami storico-ideologici che continuavano a legare i due paesi, sia nei timori di Pechino di dover pagare le conseguenze di un eventuale crollo del regime nord-coreano. Tale evento, infatti, avrebbe comportato inevitabilmente l’arrivo di milioni di profughi, determinando un’emergenza umanitaria di difficile gestione, e, in ultima istanza, avrebbe potuto portare alla riunificazione delle penisola sotto l’egida di Seul (e indirettamente di Washington). Uno scenario quanto mai sgradito a Pechino, che preferiva di gran lunga il persistere di uno «stato cuscinetto» (per quanto problematico), tra sé e un alleato di ferro degli Stati Uniti, quale era la Corea del sud [Bush 2010, p. 17]. Altri mettevano invece l’accento sia sull’importanza attribuita dal governo cinese al principio della non interferenza negli affari interni di un altro stato – uno dei capisaldi che informano la politica estera dell’RPC fin dagli anni Cinquanta – sia sui timori di Pechino di rivelare la sua debole «presa» nei confronti del regime nord-coreano e di apparire come una tigre di carta [Lewis 2010, §§ 6-7].
Gli studiosi cinesi concordavano invece nel ritenere che la motivazione principale dell’atteggiamento neutrale di Pechino risiedesse fondamentalmente nella sua interpretazione dei fatti, che portava sostanzialmente a «dare ragione» a Pyongyang. Ovvero: gli scontri nel Mar Giallo erano stati una conseguenza dell’instabile confine marittimo tra le due Coree, mentre non costituivano di per sé una minaccia alla sicurezza regionale [W/AT 30 novembre 2010, «Fall guys in Beijing need better PR», §§ 7-8]. Quali che fossero le reali motivazioni di Pechino, la Cina aveva pagato a caro prezzo la sua scelta. La fine del 2010 vedeva una Cina «sfidata» e «snobbata»: una posizione di forza ben diversa da quella che solo due anni prima le aveva consentito, con una certa supponenza, di annullare unilateralmente un vertice con l’Unione Europea per una «semplice» questione di principio [AM 2008, pp. 270-72].
3.5. La mano «tesa» di Lee Myung-bak
Dopo diversi mesi di provocazioni reciproche, il 29 dicembre 2010, il presidente conservatore sud-coreano, Lee Myung-bak, lanciava un sorprendente appello al dialogo, appello che veniva reiterato tre giorni dopo, in occasione del tradizionale discorso d’inizio anno, dove si affermava che il Nord doveva rendersi conto che per mezzo dell’avventurismo militare non si poteva giungere a nulla e, soprattutto, che: «Se il Nord si mostra sincero la porta del dialogo rimane aperta» [W/AN 3 gennaio 2011, «A sorpresa, Seoul apre al Nord: ‘C’è ancora posto per il dialogo’»]. A dire il vero, anche nel corso del 2010, in diverse occasioni il presidente sud-coreano aveva dimostrato la volontà del proprio governo di avviare un dialogo con la controparte nord-coreana, sia con l’intento di allentare il crescente stato di tensione nella penisola, sia con l’obiettivo di iniziare ad intavolare il discorso relativo alla riunificazione della penisola, che pure vedeva in una prospettiva di lungo periodo. In particolare, il 15 agosto, in occasione del 65° anniversario della liberazione nazionale dal giogo giapponese, Lee aveva proposto un piano di riunificazione «in tre stadi» e un «sistema di tassazione per l’unificazione» al fine di far fronte ai costi ad essa correlati [W/KH 16 agosto 2010, «Lee proposes ‘unification tax’»]. Costi che gli esperti stimavano attorno ai 300 miliardi di dollari [W/GT 15 settembre 2010, «Unification of Koreas would cost $3 trillion: experts»]. Agli inizi di ottobre era seguita la firma di un protocollo di intesa tra la Corea del sud e la Germania, con il quale Berlino si impegnava ad offrire al governo di Seul la consulenza necessaria per un’eventuale riunificazione delle due Coree [W/AN 4 ottobre 2010, «Corea, Berlino insegnerà a Seoul come si riunifica un Paese»].
Il clima di calma «apparente» che, come si è detto, aveva conosciuto la penisola a partire dalla fine di agosto, consentiva ai due governi di riprendere il programma degli incontri tra le famiglie separate dai tempi della guerra di Corea. Il 1° ottobre, Seul e Pyongyang concordavano l’avvio, tra la fine di ottobre e i primi di novembre, di un nuovo ciclo di incontri tra le famiglie separate, da tenersi nel sito turistico congiunto sul monte Kumgang, chiuso dall’estate 2008 come diretta conseguenza dell’uccisione di una turista sud-coreana. Di fatto, il primo raduno aveva luogo fra il 30 e il 31 ottobre, e il secondo fra il 3 e il 5 novembre. Si trattava della 18a sessione di incontri organizzata dall’avvio del programma (nel 2000) che, secondo le stime del ministero per l’Unificazione, aveva consentito la riunione di oltre 20.000 persone appartenenti a circa 3.500 famiglie [W/KH 31 ottobre 2010, «Hundreds visit N.K. for family reunion»; W/KH 3 no- vembre 2010, «Two Koreas begin another round of family reunions»].
Le mosse di Lee, soprattutto quella di fine anno, portavano a dare ragione a quanti avevano sempre sostenuto che, con la Corea del nord, l’unica via percorribile fosse rappresentata dal coinvolgimento (engagement) attraverso il dialogo [Kim, Kang 2009, passim].
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