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Timestamp: 2018-06-21 17:35:18+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE - SENTENZA 13 marzo 2017, n.6382
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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE - SENTENZA 13 marzo 2017, n.6382MASSIMA
Con sentenza depositata il 22 maggio 2009 il Tribunale di Roma, Sezione specializzata in materia di proprietà industriale e intellettuale, su domanda proposta dal procuratore di Or.Mo. , N.W. , e di Pista 2000 s.r.l., inibiva a Circo P.O. s.r.l. l’utilizzo del marchio registrato "O. ".
La sentenza veniva impugnata dalla società attrice e la Corte di appello di Roma, nella resistenza degli appellati, con sentenza pubblicata in data 31 ottobre 2011, respingeva il gravame. Osservava in sintesi il giudice dell’impugnazione: che il prenome "P. ", aggiunto a "O. ", non era sufficiente ad escludere la confondibilità, tenuto anche conto della fama assunta dal marchio della parte appellata; che l’assunto secondo cui la registrazione di tale marchio era stata dichiarata nulla non risultava provato; che non era del pari dimostrato il preuso che l’appellante aveva allegato; che il rischio di confusione doveva ravvisarsi, nel caso specifico, nel possibile radicarsi, presso il pubblico, del convincimento di un collegamento tra le attività dell’appellante e quella contrassegnata con il marchio "O. ".
Detta pronuncia è oggetto del ricorso per cassazione proposto da Circo P.O. , che è basato su due motivi. Gli intimati, evocati in questa fase di legittimità attraverso il procuratore R.S. , non hanno svolto attività nella presente sede.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE - SENTENZA 13 marzo 2017, n.6382 - Pres. Ragonesi – est. Falabella
Con il primo motivo sono lamentati omessa, difettosa ed erronea motivazione circa un punto decisivo della controversia. È dedotto che la Corte di appello, nel respingere il gravame della ricorrente, aveva mancato di prendere in considerazione la sentenza della Corte di appello di Venezia del 21 gennaio 2010 la quale, accertando la nullità del marchio 'O. ', aveva stabilito che il cognome O. non aveva, in sé, carattere distintivo dell’attività della sola M. , alla quale preesistevano numerose compagnie circensi con la stessa denominazione. Viene altresì esposto che la Corte di appello di Roma, con sentenza n. 5191 del 1990, si era già espressa nel senso che in campo circense - nel quale le famiglie derivano da un unico capostipite - la capacità distintiva dei segni era data non tanto dal patronimico, che li accomuna, quanto dal prenome degli artisti più famosi nell’ambito di ciascuna compagnia. Nel corpo del motivo si svolgono poi considerazioni quanto alla negata portata caratrerizzante del segno 'O. ' e al preuso di esso da parte della società istante.
Il tema del giudicato, poi, risulterebbe pertinente solo con riferimento a pronunce rese tra le stesse parti dell’odierno giudizio o con riguardo a sentenze che, pur emesse tra diversi contendenti, abbiano accertato la decadenza o la nullità del marchio 'O. ' (di cui si dibatte), giacché, in quest’ultimo caso, la decisione giudiziale avrebbe efficacia erga omnes (art. 123 c.p.i.). In tal senso, va allora subito osservato che la sentenza della Corte di appello di Roma del 17 dicembre 1990 non ha accertato la decadenza o la nullità del marchio oggi in contestazione, né essa risulta pronunciata tra le parti del giudizio odierno.
Il procuratore generale ha nondimeno concluso per l’accoglimento del ricorso richiamando, in tema di nullità del marchio 'O. ', la recente pronuncia di Cass. 15 marzo 2016, n. 5079. Con tale sentenza è stato respinto il ricorso proposto da N.W. e Pista 2000 nei confronti di Armando O. (che non è parte del presente giudizio) avverso una sentenza della Corte di appello di Torino: il giudizio - come si legge nella menzionata decisione di questa, S.C. - aveva ad oggetto l’inibitoria all’utilizzo del segno 'O. ' (oltre che la pubblicazione del provvedimento e la fissazione di una penale per ogni trasgressione al disposto divieto).
Si desume dalla sentenza n. 5079 del 2016 che la Corte di Torino aveva rilevato che il marchio 'O. ', del quale era titolare N. , era nullo per contrasto con l’art. 7 reg. 40/94/CE, il quale richiede la novità del segno come condizione del suo carattere distintivo.
Occorre premettere, riprendendo un argomento pocanzi solo accennato, che l’accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato fa stato ad ogni effetto, di regola, soltanto tra le parti, i loro eredi o aventi causa (art. 2909 c.c.): in tal senso, l’espressa previsione dell’efficacia erga omnes del giudicato di nullità del titolo di proprietà industriale - già sancita dall’art. 79, 1 co. r.d. n. 1127/1939 per i brevetti di invenzione e dall’art. 58, 3 co. r.d. n. 929/1942 per i marchi di impresa, e che oggi trova espressione nella previsione dell’art. 123 c.p.i. - costituisce deroga ad una regola generale. In detta prospettiva, questa Corte si è più volte espressa nel senso che, in base alla disciplina nazionale in tema di brevetti e di marchi, ove la - nullità del titolo di proprietà industriale sia proposta in via di mera eccezione, il relativo accertamento è compiuto incidenter tantum (per tutte: Cass. 17 novembre 2011, n. 24179; Cass. 16 luglio 2004 n. 13159), sicché la pronuncia assunta nel giudizio relativo alla contraffazione non è idonea ad assumere autorità di giudicato in ordine alla questione relativa alla nullità o validità del brevetto (sul punto, da ultimo, Cass. 25 luglio 2016, n. 15339, ove il richiamo a Cass. 22 novembre 2006, n. 24859, secondo cui, per l’appunto, il giudice della contraffazione definisce la questione pregiudiziale relativa alla nullità del brevetto in via incidentale, senza che sia prospettabile l’eventualità di un contrasto tra giudicati tra la sua pronuncia e quella resa dal giudice cui sia stata proposta una vera e propria domanda di nullità del titolo di privativa; in senso conforme alla sentenza da ultimo richiamata è Cass. 3 ottobre 2012, n. 16830).
Ove, poi, venga in questione la contraffazione del marchio comunitario, l’art. 54 reg. (CE) n. 40/94, ora art. 55 reg. (CE) 207/09, considera 'privo degli effetti' previsti dal regolamento comunitario il marchio 'nella misura' in cui esso 'è dichiarato parzialmente o interamente nullo': e tale espressione pare evidentemente riferita alle decisioni rese a seguito di vera e propria domanda, non implicando l’accoglimento dell’eccezione di nullità (che sia stata opposta nella causa di contraffazione del marchio) alcuna declaratoria di invalidità della. Ove, quindi, la nullità sia opposta dal convenuto nel giudizio di contraffazione - come si ricava essere accaduto nella controversia cui ha messo capo la sentenza n. 5079 del 2016 di questa Corte - è evidentemente necessario, ai fini del prodursi di un giudicato munito della suddetta efficacia ultra partes, che essa sia fatta valere con una domanda riconvenzionale di nullità, a norma degli artt. 96 reg. (CE) n. 40/94 e 100 reg. (CE) n. 207/09.
Risulta del resto significativo che l’art. 96.6 del regolamento n. 40/94 e l’art. 100.6 del regolamento n. 207/09 prevedano l’iscrizione nel registro dei marchi comunitari delle sole decisioni, passate in giudicato, 'in merito ad una domanda riconvenzionale di decadenza o di nullità di un marchio comunitario'. La norma non fa riferimento alle decisioni in cui il tribunale dei marchi comunitari accolga una semplice eccezione di nullità: ma ciò, a ben vedere, è agevolmente comprensibile. Infatti, la detta registrazione va correlata a quell’effetto definito dalla dottrina di vera e propria 'radiazione' del marchio riconosciuto nullo: effetto che si concreta nell’efficacia assoluta della riconosciuta nullità, che non può essere opponibile ad alcuni soggetti e inopponibile ad altri. L’assenza di una prescrizione che imponga la registrazione della pronuncia con cui si accolga una semplice eccezione di nullità si spiega, dunque, proprio con l’insussistenza, in quest’ultimo caso, di una efficacia erga omnes della sentenza.
Ciò posto, la pronuncia citata dal pubblico ministero non consente di affermare che nel giudizio avente ad oggetto la contraffazione del marchio comunitario 'O. ', conclusosi, in sede di legittimità, con la sentenza n. 5079 del 2016, fosse stata proposta una vera e propria domanda riconvenzionale di nullità del marchio comunitario e che, in conseguenza, in quel procedimento il segno distintivo di cui qui si dibatte sia stato dichiarato privo di effetti, secondo quanto in precedenza chiarito. In conseguenza, non è possibile sostenere che l’accertamento svolto in detta sede spieghi effetti nel presente giudizio.
Per il resto, il motivo è incentrato su questioni di fatto, le quali - come è ben noto - non possono essere prospettate alla Corte di legittimità.
Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto. Asserisce la società istante che alla luce della giurisprudenza, da essa citata della dichiarazione di nullità del marchio 'O. ', doveva negarsi capacità distintiva a tale segno, con la conseguenza che la condotta del Circo P.O. non poteva integrare concorrenza sleale. D’altro canto, è aggiunto, l’estrema notorietà di O.M. escludeva che chi si recasse ad assistere a uno spettacolo del circo di P.O. potesse essere convinto di trovarvi O.M. .
Ora, la sentenza impugnata ha evidenziato come l’associare la parola 'P. ', che è un nome di battesimo, al termine 'O. ' non è sufficiente ad escludere da confondibilità del segno tra le strutture operanti nel; settore circense, rilevando, altresì, come l’odierna società ricorrente non avesse nemmeno provato che 'P.O. ' corrisponda al patronimico di un suo socio attuale.
Ha precisato poi la Corte distrettuale che la confusione tra i segni e i prodotti era idonea a determinare, nel caso specifico, l’inesatto convincimento 'di un collegamento tra le rispettive attività circensi delle parti, con la possibilità che l’utilizzatore abusivo del marchio ottenga da tale situazione ricadute vantaggiose indebite'.
La censura svolta dalla ricorrente (in ordine al fatto che il pubblico che accorre agli spettacoli del Circo P.O. non può credere di recarsi a uno spettacolo circense di O.M. ) non coglie allora nel segno, in quanto prospetta una ipotesi di confusione (tra segni o prodotti) ben diversa da quella delineata dalla impugnata sentenza: infatti - si ripete - questa ha valorizzato il pericolo dell’insorgere di un inesatto convincimento, nel pubblico, circa il collegamento tra le attività dei due operatori economici, e cioè il rischio di associazione di cui si è sopra detto.

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