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Timestamp: 2019-10-16 05:50:11+00:00

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avv. donatello esposito - employment lawyer: ottobre 2012
Lavoro autonomo - Compenetrazione delle attività - Unica prestazione di lavoro subordinata
CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 25 ottobre 2012, n. 18286
...tra le stesse parti possono certamente cumularsi un rapporto di lavoro subordinato ed un rapporto di collaborazione autonoma ma solo quando sia netta e non fittizia la distinzione tra le prestazioni che ne costituiscono rispettivamente oggetto in una con i relativi tempi di esecuzione e, ..se invece come nella specie le prestazioni pertinenti due contratti non solo non sono agevolmente sceverabili ma tendono addirittura a sovrapporsi e a confondersi, la conclamata soggezione dell'una al vincolo di dipendenza induce a presumere che ne sia rimasta investita altresì la seconda con conseguente sussunzione dì essa sotto il medesimo schema negoziale
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 17 luglio – 25 ottobre 2012, n. 18284
...Il lavoro prestato oltre il settimo giorno determina "non solo, a causa della prestazione lavorativa nel giorno di domenica, la limitazione di specifiche esigenze familiari, personali e culturali alle quali il riposo domenicale è finalizzato, bensì una distinta ulteriore "sofferenza": la privazione della pausa destinata al recupero delle energie psico - fisiche (il fondamento di questa esigenza di recupero è da ricercare in una cadenza che - anche ove non si ritenga di risalire alla Torah - è inscritta, come fatto lungamente protrattosi nel tempo, nella nostra coscienza e nella nostra biologia)" (Cass. n. 2610 del 4.2.2008).
Nell'ipotesi di protrazione del lavoro oltre il sesto giorno, l'indicata "sofferenza" del lavoratore esige tuttavia un compenso dell'oggettivo onere che, anche per il suo "valore marginale", la prestazione esige. Poiché l'onerosità è nella stessa prestazione in quanto effettuata dopo il sesto giorno consecutivo di lavoro, il relativo compenso non è (quantomeno non integralmente) dato da un riposo compensativo riconosciuto dopo il settimo giorno (in quanto tale riposo non coincide con il riposo nel settimo giorno) (cfr. Cass. n. 2610 del 2008 cit.).
In ordine alla natura giuridica che questo compenso assume, è stato escluso che esso costituisca un indennizzo o un risarcimento, dovendo piuttosto riconoscersi la sua natura retributiva (Cass. n. 2610 del 2008; conf., Cass. n. 12318 del 7.6.2011), con soluzione qui condivisa e ribadita.
È da escludere che il compenso abbia natura di indennizzo (come invece ritenuto da Cass. 16 luglio 2002 n. 10334) poiché questo presuppone generalmente l'assenza d'uno specifico precostituito rapporto fra le parti nell'ambito del quale l'evento sorge, mentre la "sofferenza" di cui si discute è diretta conseguenza dello specifico rapporto lavorativo. Ugualmente, è da escludere che il compenso costituisca il risarcimento d'un danno (come ritenuto da Cass. 11 aprile 2007 n. 8709), stante la legittimità (in quanto normativamente prevista) della continuativa protrazione della prestazione nel settimo giorno. Il compenso non è nemmeno retribuzione di lavoro straordinario (per tale conclusione, Cass. 19 maggio 2004 n. 9521), trovando causa non nell'onerosità della protrazione dell'orario giornaliero, bensì nella distinta particolare onerosità della prestazione effettuata dopo il sesto giorno consecutivo di lavoro (v. Cass. n. 2610 del 2008, conf. Cass. n. 12318 del 7.6.2011).
In conclusione, il compenso ha natura di retribuzione dell'onerosità della specifica prestazione.
Tale compenso può essere previsto dalla stessa norma collettiva e, ove la norma collettiva non lo preveda, questo deve essere determinato dal giudice, attraverso integrazione della norma (che, avendo per oggetto la specificazione delle legittime "conseguenze" del contratto, ha il suo fondamento nell'art. 1374 cod. civ.), sulla base d'una motivata valutazione che tenga conto dell'onerosità della prestazione lavorativa, e di eventuali forme di compensazione normativamente previste per istituti affini, quale il compenso del lavoro domenicale, od altro (Cass. n. 2610 del 2008).
Nella particolare fattispecie, la contrattazione collettiva del settore non aveva previsto alcuna maggiorazione né per il lavoro domenicale né per l'attività lavorativa prestata nel settimo giorno nel periodo fino al 30.4.1987 e successivamente, con l'entrata in vigore del nuovo CCNL, aveva previsto una maggiorazione pari al 20% della paga oraria per il solo lavoro domenicale (art. 76).
La Corte di appello ne ha dato atto, come pure ha riferito della inesistenza di altre clausole che prevedessero una qualche forma di remunerazione indiretta volta compensare il disagio del lavoro prestato di domenica e nel settimo giorno di lavoro.
Se la normativa collettiva successiva ha ritenuto di individuare nella suddetta maggiorazione un valido criterio remunerativo per la prestazione di lavoro domenicale (non coincidente con il riposo settimanale), la medesima ratio è ravvisabile nella prestazione lavorativa del c.d. settimo giorno. In entrambi i casi il compenso è diretto a remunerare la particolare "onerosità" o "penosità" del lavoro prestato, in un caso, con sacrificio degli interessi personali e familiari connessi alla mancata fruizione della domenica, nell'altro con il sacrificio di chi si trovi costretto a differire il riposo settimanale oltre la normale cadenza di sei giorni lavorativi, per effetto della prestazione resa nel settimo giorno, ma pur sempre con successiva fruizione del riposo compensativo.
D'altra parte anche nel precedente giurisprudenziale richiamato (Cass. n. 2610/2008 cit.) e qui condiviso, è stato espressamente osservato che, ove la normativa collettiva non lo preveda, questo specifico compenso può essere individuato alla stregua di eventuali forme di compensazione normativamente previste per istituti affini, indicando tra questi il compenso per lavoro domenicale.
Il parametro costituito dal compenso previsto per il lavoro domenicale è stato, dunque, già indicato da questa Corte quale valido criterio da assumere per una valutazione equitativa del quid pluris dovuto al lavoratore per il disagio insito nella prestazione lavorativa resa nel settimo giorno.
Etichette: LAVORO NEL SETTIMO GIORNO
DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 30 maggio 2002, n. 115 (in Suppl. ordinario n. 126 alla Gazz. Uff., 15 giugno, n. 139). - Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia. (T.U. SPESE DI GIUSTIZIA) (Testo A) (1).
Art. 9, comma 1-bis
Nei processi per controversie di previdenza ed assistenza obbligatorie, nonche' per quelle individuali di lavoro o concernenti rapporti di pubblico impiego le parti che sono titolari di un reddito imponibile ai fini dell'imposta personale sul reddito, risultante dall'ultima dichiarazione, superiore a tre volte l'importo previsto dall'articolo 76, sono soggette, rispettivamente, al contributo unificato di iscrizione a ruolo nella misura di cui all'articolo 13, comma 1, lettera a), e comma 3, salvo che per i processi dinanzi alla Corte di cassazione in cui il contributo e' dovuto nella misura di cui all'articolo 13, comma 1 .
Ministero della Giustizia, decreto 2 luglio 2012; G.U. 25 ottobre 2012, n. 250
L'importo di euro 10.628,16, indicato nell'art. 76, comma 1, del D.P.R. n. 115/02, così come adeguato con decreto del 20 gennaio 2009, e' aggiornato in euro 10.766,33.
Pertanto il nuovo limite di reddito valido per l’esenzione è portato ad € 32.298,99.
RICONOSCIUTA LA MALATTIA PROFESSIONALE PER TUMORE DA UTILIZZO PROLUNGATO DEL CELLULARE
Cassazione civile , sez. lavoro, sentenza 12.10.2012 n° 17438
In caso di malattia professionale non tabellata la prova della causa di lavoro deve essere valutata in termini di ragionevole certezza, ammettendo la possibilità dell’origine professionale della malattia insorta quando si ravvisi, nel caso concreto, un rilevante grado di probabilità.
Nel caso di specie, il lavoratore aveva agito in giudizio deducendo che, in conseguenza dell'uso lavorativo protratto, per dodici anni e per 5-6 ore al giorno, di telefoni cordless e cellulari all'orecchio sinistro, aveva contratto una grave patologia tumorale; le prove acquisite e le indagini medico legali avevano permesso di accertare, nel corso del giudizio, la sussistenza dei presupposti fattuali dedotti, in ordine sia all'uso nei termini indicati dei telefoni nel corso dell'attività lavorativa, sia all'effettiva insorgenza di un "neurinoma del Ganglio di Gasser" - tumore che colpisce i nervi cranici, in particolare il nervo acustico e, più raramente, come nel caso di specie, il nervo cranico trigemino-, con esiti assolutamente severi nonostante le terapie, anche di natura chirurgica, praticate. (1)
(*) Riferimenti normativi: artt. 3 e 139, d.P.R. n. 1124/1965.
(1) Cfr. ex multis, Cass. Civ., sez. lavoro, sentenza 13 aprile 2002, n. 5352 eCass. Civ., sez. lavoro, sentenza 26 giugno 2009, n. 15080.
Etichette: MALATTIA PROFESSIONALE
Compatibilità fra integrazioni salariali e attività di lavoro autonomo o subordinato
Circolare INPS n. 130 del 4 ottobre 2010
Con la Circolare n. 130 del 4 ottobre 2010, che sostituisce, con alcune integrazioni la circolare n. 107 del 5 agosto 2010, l’INPS interviene sul tema della compatibilità delle integrazioni salariali con l’attività di lavoro autonomo o subordinato e la cumulabilità del relativo reddito.
In particolare, come chiarisce la Circolare in oggetto, l’attività lavorativa che può essere svolta pur continuando a percepire il trattamento di cassa integrazione guadagni è quella che sarebbe stata compatibile con il rapporto di lavoro, sospeso, che ha originato l’integrazione, come potrebbe verificarsi, ad esempio, in caso di lavoro a tempo parziale.
Per quanto riguarda le fattispecie di compatibilità e cumulabilità delle integrazioni salariali con le prestazioni di lavoro accessorio di tipo occasionale rese negli gli anni 2009 e 2010, trova applicazione un diverso meccanismo. In tali casi, ai fini della corretta applicazione della norma di cui al comma 1bis dell’articolo 70 del Decreto Legislativo n. 276/2003, si rende necessario che la quota di contribuzione IVS (invalidità, vecchiaia e superstiti), pari a 1,30 euro per ogni buono lavoro del valore di 10 euro, affluisca alla gestione a carico della quale è posto l’onere dell’accredito figurativo correlato alle prestazioni integrative o di sostegno al reddito.
CONTRIBUTO UNIFICATO: LEGGE DI STABILITA' E NOVITA' PER IL 2013
Nella bozza di DDL approvata dal Consiglio dei Ministri la scorsa settimana vi sono, tanto per cambiare, nuovi aumenti del contributo unificato, alcuni manifesti, altri subdolamente nascosti in meccanismi sanzionatori.
E’ opportuno tenere presente queste modifiche per accelerare eventualmente la proposizione di azioni giudiziarie.
Il testo approvato dal CDM (che ovviamente dovrà passare al vaglio del Parlamento), prevede innanzitutto l’introduzione di un nuovo meccanismo sanzionatorio in caso di soccombenza giudiziale in grado di appello.
Il contributo unificato viene usato come deterrente.
Quando l'impugnazione, anche se proposta in via incidentale, è respinta integralmente oppure dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l'ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale.
Un obbligo che, precisa la disposizione, nasce al momento del deposito del provvedimento del giudice che ha accertato i presupposti per infliggere l’aumento.
Quindi il discrimine temporale per l’applicazione del nuovo meccanismo, dovrebbe spostarsi alla data di pubblicazione dei provvedimenti. Ciò significa che verrebbero coinvolti anche i procedimenti in corso, dovendosi avere riguardo al momento del decisum. E’ da approfondire comunque l’aspetto dell’immediata applicabilità ai procedimenti in corso.
Ed ancora. Viene introdotta un’altra norma che penalizza (anche in questo caso, tanto per cambiare) gli Avvocati in prima battuta ed i loro Clienti (eventualmente) in seconda battuta: i compensi (ove non sono però comprese le spese, ma solo gli onorari) liquidati dai giudici, e messi a carico della parte soccombente (ex art. 91 cpc), non potranno essere superiori all’importo della causa promossa.
Ciò significa ridurre ulteriormente i compensi (ovviamente la finalità è quella di salvaguardare grossi Enti o Società coinvolti in filoni come l’Enel, le Compagnie telefoniche, etc).
Altre novità per il comparto della giustizia riguardano il varo di tariffe forfettarie per le intercettazioni telefoniche e il premio agli uffici giudiziari più virtuosi (sul punto siamo curiosi di verificare se verranno redatte “classifiche” per consentire, finalmente, di esporre al pubblico ludibrio gli Uffici Giudiziari inefficienti e popolati da personale dalla salute estremamente cagionevole e da incalliti frequentatori di bar, corridoi e conventicole personali. Speriamo bene!
Inoltre è previsto un nuovo ed indiscriminato aumento del contributo unificato per tutti i tipi di procedimenti in ambito di giustizia amministrativa, già a livelli assurdi.
C’è poco da sperare nel Parlamento, per cui, come già accaduto lo scorso anno, è molto probabile un’approvazione tout court da parte del Parlamento.
Etichette: CONTRIBUTO UNIFICATO, LEGGE DI STABILITA
Il datore di lavoro può favorire le dimissioni volontarie dei lavoratori erogando un incentivo economico a favore di coloro i quali presentino le dimissioni stesse entro un certo termine da lui stabilito.
In questo caso, però, la presentazione delle dimissioni rappresenta solo una proposta con riserva di accettazione da parte del datore di lavoro: il rapporto di lavoro si estingue nel momento in cui quest'ultimo, anche con comportamento concludente (per esempio liquidando le spettanze del lavoratore), aderisce a tale proposta (Cass. 22 gennaio 1994 n. 600).
Tale strumento è frequentemente utilizzato quando vi sia del personale in esubero e si voglia agevolare l'esodo volontario di uno o più dipendenti senza ricorrere alle procedure di licenziamento.
Le dimissioni incentivate, pur essendo riferibili ad una iniziativa del datore di lavoro, sono caratterizzate dalla volontà del lavoratore di risolvere il rapporto e pertanto non sono equiparabili al licenziamento per riduzione del personale. Ciò comporta che al lavoratore non spetta il diritto di precedenza in caso di nuove assunzioni (Cass. 24 marzo 2004 n. 5940), né i trattamenti di disoccupazione o di mobilità e che le sue dimissioni non rientrano nel computo del numero minimo di licenziamenti necessario ad integrare la fattispecie del licenziamento collettivo (Cass. 1° marzo 2003 n. 3068).
1) Se il datore di lavoro, con il proprio comportamento, ingenera falso affidamento sulla corresponsione di incentivi all'esodo, viene viziato il processo formativo della volontà di rassegnare le dimissioni (Trib. Ravenna 6 dicembre 2001).
2) Se il lavoratore dà le dimissioni prima del termine concordato (ad esempio, per poter ottenere in anticipo la pensione di anzianità), l'obbligazione contrattuale sorta tra l'azienda e il lavoratore stesso deve ritenersi nulla. In tal caso, infatti, le dimissioni del lavoratore fanno venire meno la causa per la quale è stata formulata la proposta di incentivo all'esodo (Cass. 29 marzo 2007 n. 7732).
3) Non ricorre l'ipotesi di dimissioni quando tra il lavoratore e il datore di lavoro si raggiunga un accordo per l'adesione del lavoratore alla procedura di mobilità volontaria (Cass. 7 febbraio 2011 n. 2982).
RIPOSI E PERMESSI PER DIPENDENTI PUBBLICI IN PART TIME CON FIGLI DISABILI
Il Dipartimento della Funzione Pubblica con nota, prot. DFP n. 0036667 del 12 settembre 2012, ha fornito un parere in merito a quanto previsto dall'art. 42 comma 5 e ss., del D.L.vo n. 151 del 2001 (Riposi e permessi per i figli con handicap grave) relativamente al personale in regime di part time verticale.
Oggetto: congedo ex art. 42, comma 5 e ss., del d.lgs. n. 151 del 2001 - personale in regime di part time verticale.
Per quanto riguarda la rilevanza dei periodi non lavorativi (ossia dei periodi durante i quali, in virtù dell'articolazione del part-time verticale la prestazione non deve essere resa), considerato che in generale i congedi possono essere fruiti in corrispondenza dei periodi in cui è dovuta la prestazione, ad avviso dello scrivente, il conteggio dovrebbe comprendere solo i mesi o le giornate coincidenti con quelli lavorativi. Le festività, le domeniche e le giornate del sabato (nel caso di articolazione dell'orario su 5 giorni alla settimana) ricadenti nel periodo non lavorativo dovrebbero essere escluse dal conteggio, con eccezione di quelle immediatamente antecedenti e seguenti il periodo se al termine del periodo stesso non si verifica la ripresa del servizio ovvero se il dipendente ha chiesto la fruizione del congedo in maniera continuativa.
Etichette: PERMESSI, PUBBLICO IMPIEGO, TEMPO PARZIALE
Riporto uno stralcio della recente pronuncia della Suprema Corte volta a configurare l'esatta nozione di lavoratore notturno come individuato dal D.Lgs. n. 532/1999. In particolare la Corte chiarisce che per calcolare gli 80 giorni occorre riferirsi non all'anno solare ma all'anno "lavorativo".
Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 27 aprile – 1° ottobre 2012, n. 37903
La decisione impugnata, infatti, dopo avere individuato nell'art. 2, comma 1, lettera b), n. 2), del d.lgs. n. 532 del 1999 - il quale prevede che “in difetto di disciplina collettiva è considerato lavoratore notturno qualsiasi lavoratore che svolga lavoro notturno per un minimo di ottanta giorni lavorativi all'anno” - la disposizione applicabile al caso in esame, interpreta erroneamente tale disposizione. In particolare, alle pagine 3 e 4 della sentenza impugnata si legge, che Va.Mo. ha svolto “nel solo anno compreso tra aprile 2007 e marzo 2008”, almeno 82 giorni di lavoro notturno e V.M. ha svolto “nel solo anno compreso tra ottobre 2007 e luglio 2008” almeno 111 giorni di lavoro notturno.
Tali riferimenti - che, come anticipato al precedente punto 3.1., devono essere ritenuti corretti in punto di fatto - si fondano, in punto di diritto, sull'implicito assunto per cui l'anno cui riferirsi per calcolare se il limite di 80 giorni sia stato superato può essere individuato in qualsiasi intervallo temporale di 365 giorni, con la conseguenza che, nel caso di specie, detto limite dovrebbe ritenersi, appunto, superato. Si tratta di un'interpretazione che si pone in conflitto con la lettera e con la ratio della disposizione, perché trascura del tutto la durata complessiva del rapporto di lavoro, non consentendo, ad esempio, la concentrazione delle giornate di lavoro notturno alla fine dell'anno lavorativo e all'inizio dell'anno lavorativo successivo. Né la disposizione censurata può essere intesa nel senso che Tanno cui fa riferimento sia Tanno solare, perché tale interpretazione - non tenendo conto dell'effettiva durata del rapporto di lavoro - avrebbe l'inconveniente di consentire, per rapporti di lavoro iniziati in prossimità della fine dell'anno solare, un cumulo di giornate di lavoro notturno nella fase finale dell'anno e nella fase iniziale dell'anno successivo: sarebbe, in altri termini, possibile svolgere 160 giorni sostanzialmente consecutivi di lavoro notturno, a condizione di ripartirli fra i mesi finali dell'anno in cui il rapporto di lavoro è sorto e i mesi iniziali dell'anno successivo.

References: Sentenza 
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Art. 9
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 art. 91
 art. 42
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