Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-10397-del-27-04-2017
Timestamp: 2020-08-12 01:37:56+00:00

Document:
Sentenza Cassazione Civile n. 10397 del 27/04/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10397 del 27/04/2017
Cassazione civile, sez. III, 27/04/2017, (ud. 10/03/2017, dep.27/04/2017), n. 10397
sul ricorso 15941/2015 proposto da:
ALA ASSICURAZIONI SPA in persona dell’Amministratore Delegato
Dott.ssa C.P., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
APRICALE 31, presso lo studio dell’avvocato MASSIMO VITOLO, che la
rappresenta e difende unitamente agli avvocati MARCO RODOLFI,
FILIPPO MARTINI giusta procura in calce al ricorso;
T.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G. G. BELLI
27, presso lo studio dell’avvocato PAOLO MEREU, che lo rappresenta e
difende unitamente all’avvocato ALBERTO SAVIOZZI giusta procura in
MILANO ASSICURAZIONI SPA, D.N.;
avverso la sentenza n. 1517/2014 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,
10/03/2017 dal Consigliere Dott. GRAZIOSI CHIARA;
Sostituto Procuratore generale Dott. CORRADO MISTRI che ha concluso
chiedendo l’accoglimento del ricorso proposto da ALA assicurazioni
spa avverso la sentenza pronunciata dalla Corte di appello di
Brescia e depositata in data 23 dicembre 2014, per quanto di ragione
e con particolare riguardo al terzo ed al quarto motivo di ricorso;
Con sentenza del 1 dicembre 2011 il Tribunale di Brescia accoglieva domanda di risarcimento di danni subiti in conseguenza di sinistro stradale proposta da T.M. nei confronti di D.N. e della sua compagnia assicuratrice Ala Assicurazioni S.p.A. Il sinistro era avvenuto il (OMISSIS): mentre percorreva una strada statale sulla propria motocicletta, l’attore si era scontrato con un motociclo guidato dal D., al quale il Tribunale attribuiva la responsabilità esclusiva per invasione della corsia di marcia del T..
Avendo proposto appello Ala Assicurazioni S.p.A., la Corte d’appello di Brescia lo rigettava con sentenza del 17 dicembre 2014 – 26 gennaio 2015.
Ha presentato ricorso Ala Assicurazioni S.p.A. sulla base di cinque motivi, sviluppati anche con memoria; si difende con controricorso il T..
1. Il primo motivo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli art. 2054 c.c., comma 2, nonchè artt. 40 e 41 c.p..
Si adduce che l’art. 2054 c.c., comma 2, detta una presunzione di colpa superabile soltanto dalla prova della responsabilità esclusiva, per cui non vi è concorso di responsabilità soltanto se “risulti con certezza, dalle modalità del fatto, che non vi era per l’altro conducente una reale possibilità di evitare l’incidente”, come per esempio in caso di invasione della corsia così repentina da creare un ostacolo inevitabile. E’ pertanto necessario al riguardo un accertamento in concreto.
Si invocano altresì gli artt. 40 e 41 c.p., per affermare che il concorso di cause non esclude il rapporto di causalità fra azione/omissione da un lato ed evento dall’altro, onde le cause sopravvenute escludono la causalità soltanto qualora siano state da sole sufficienti a determinare l’evento.
Si attribuisce, quindi, alla corte territoriale la violazione di tali principi: è vero, come la corte rileva, che la violazione di norme disciplinanti la circolazione stradale non è di per sè fonte di responsabilità, in quanto è necessario che il comportamento integrante la violazione incida causalmente sull’evento dannoso; ma, nel caso in esame, se il T. non si fosse trovato indebitamente alla guida (indebitamente perchè aveva soltanto l’autorizzazione ad esercitarsi alta guida del motociclo) e avesse rispettato i limiti di velocità (che invece aveva superato), avrebbe potuto evitare il sinistro o limitarne le conseguenze, scartando la motocicletta del D. o impattandola a una velocità inferiore.
Il secondo motivo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame di fatto discusso e decisivo.
Il T., non avendo l’abilitazione alla guida, non poteva guidare il motociclo su tale strada, bensì soltanto in “luoghi poco frequentati”; e infatti la Polstrada gli contestò la violazione di cui all’art. 122 C.d.S., commi 2 e 5, perchè era su una strada statale. Ad avviso della ricorrente ciò è decisivo; ma la corte territoriale in proposito non “ha speso una sola parola”. Invece – sostiene ancora la ricorrente – il T. avrebbe influito sulla causazione del sinistro con la scarsa padronanza della sua motocicletta, dimostrata dal non avere potuto evitare lo scontro con quella del D..
I due motivi, visto il loro contenuto appena sintetizzato, meritano con evidenza un vaglio congiunto. Entrambi infatti – il primo schermandosi sotto una pretesa violazione di diritto, il secondo sotto una asserita decisività dell’elemento fattuale sul quale argomenta – nella loro effettiva sostanza criticano direttamente l’accertamento di fatto compiuto dal giudice d’appello, prospettando una valutazione alternativa dell’esito istruttorio. Meramente ad abundantiam, quindi, si rileva che la corte territoriale ha fornito un’adeguata ricostruzione della dinamica del sinistro (motivazione, pagine 9-10), nella cui solida struttura, poi, la mancata menzione del fatto che il T. avesse violato l’art. 122 C.d.S., commi 2 e 5, nulla inficia, poichè la corte territoriale, con assoluta chiarezza, ricostruisce l’incidente stradale come originato esclusivamente dalla condotta del D., senza alcun rilievo nè della velocità del T. nè della sua pretesa (e generica) scarsa padronanza del veicolo che, si ripete, con una censura di puro fatto la ricorrente qui adduce.
I due motivi sono, in conclusione, inammissibili.
2. Il terzo motivo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 137 cod. ass., artt. 1223, 1226 e 2056 c.c., sostenendo l’erroneità della liquidazione del danno patrimoniale.
Il giudice d’appello ha ritenuto dimostrato un lucro cessante del T., e quindi ha aderito alla decisione del giudice di prime cure, che ha operato la capitalizzazione del triplo della pensione sociale annua, senza scarto tra vita fisica e vita lavorativa. Ammette la ricorrente (richiamando proprio giurisprudenza di questa Suprema Corte, come Cass. sez. 3, 5 giugno 2012 n. 8985) che è ormai principio consolidato che lo scarto non vada tenuto in conto (per inciso, si rileva che invece proprio la mancata applicazione dello scarto era una delle doglianze d’appello). Tuttavia la corte territoriale avrebbe violato il principio evincibile dagli artt. 137 cod. ass., 1223 e 2056 c.c. per cui l’accertamento di postumi permanenti che incidono sulla capacità lavorativa non esime dall’onere della prova in concreto dell’esistenza di danno patrimoniale. E la corte non avrebbe considerato che dal giudizio di primo grado emergerebbe un danno da perdita di chances, piuttosto che una diminuzione del guadagno, ovvero un lucro cessante. Incomprensibile inoltre sarebbe l’avere “il Tribunale” effettuato il calcolo su 75% quale grado di invalidità, laddove dalla c.t.u. non emergerebbe tale percentuale di riduzione della capacità lavorativa specifica.
Dunque la ricorrente imputa al giudice di secondo grado il non avere dimostrato l’esistenza del danno patrimoniale da diminuzione della capacità di lavoro specifica: ma l’appello in realtà riguardava (come l’incipit del motivo) le modalità della liquidazione, e non la prova della esistenza del danno (cfr. le precisate conclusioni davanti alla corte territoriale dell’attuale ricorrente, che richiamano l’applicazione dell’articolo 137, primo comma, anzichè dell’art. 137 cod. ass., comma 3, e l’applicazione dello scarto tra vita lavorativa e vita biologica). Inammissibilmente fattuale è infine la critica in ordine alla determinazione della percentuale della perdita di capacità lavorativa specifica nel 75%.
Anche questo motivo, pertanto, non ha consistenza.
Il quarto motivo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione dell’art. 137 cod. ass., artt. 1223, 1226, 1499 e 2056 c.c., nel criterio di liquidazione del danno patrimoniale subito per diminuzione della capacità lavorativa specifica: la capitalizzazione del guadagno perduto avrebbe dovuto essere ridotta mediante un coefficiente di minorazione, cioè un coefficiente di capitalizzazione anticipata, giacchè – altrimenti – il danneggiato lucrerebbe subito gli interessi composti sulla somma che avrebbe guadagnato soltanto in futuro.
Il motivo è privo di autosufficienza, poichè non indica quando sarebbe stata proposta tale questione ai giudici di merito; e al contrario, per di più, dalle precisate conclusioni d’appello dell’attuale ricorrente appare trattarsi di una inammissibile questione nuova.
3. Il quinto motivo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 1224 c.c., comma 2 e art. 144 cod. ass., comma 1.
La ricorrente, dato atto che il giudice di secondo grado ha respinto il motivo d’appello relativo alla sua condanna a pagare gli interessi e rivalutazione sul massimale di polizza per mala gestio impropria, osserva che, se l’assicurazione, dopo la richiesta del danneggiato, rispetto alla cui relativa scadenza è in mora, non si attiva nel caso in cui tale richiesta l’abbia messa in grado di determinare an e quantum, realizza effettivamente la mala gestio, per cui si trova obbligata oltre il limite del massimale in forza di responsabilità per inadempimento ex art. 1224 c.c., senza necessità di altra prova del danno quanto agli interessi legali e, se al riguardo sussistono allegazione e prova – anche presuntiva -, pure quanto al maggior danno ex art. 1224 cpv. c.c.; e per ottenere interessi e rivalutazione oltre il limite del massimale non è necessaria una domanda specifica, essendo sufficiente che il danneggiato abbia chiesto l’integrale risarcimento del danno. Nel caso di specie, allora, la ricorrente sostiene di non essere stata posta in grado di determinare an e quantum del danno, e che riguardo al quantum lo sarebbe stata soltanto a seguito dell’espletamento della c.t.u. di primo grado; e comunque il T. non avrebbe nè allegato nè provato il danno ex art. 1224 c.c., comma 2.
Deve rilevarsi che il terzo motivo d’appello, come emerge anche dalle precisate conclusioni dell’attuale ricorrente dianzi alla corte territoriale, chiedeva di “dichiarare che, con riferimento all’ipotesi di mala gestio impropria, non è dovuta la rivalutazione monetaria e che per il calcolo degli interessi legali la mora sul residuo massimale decorre dal 25.01.2008, data della c.t.u., e che conseguentemente a tale titolo, nella denegata ipotesi di conferma della sentenza in punto di responsabilità, sarebbe dovuto l’importo di Euro 43.060,28 e non l’importo di Euro 245.283,31 pagato in esecuzione della sentenza”.
E’ quindi evidente che l’attuale ricorrente aveva chiesto alla corte di merito di correggere quanto accertato dal primo giudice in ordine all’epoca della mora (la data della c.t.u.), in ordine al capitale rispetto al quale avrebbero dovuto calcolarsi gli interessi (il residuo massimale) e in ordine alla non debenza della rivalutazione. Il motivo è fondato nei limiti che si verranno ora a individuare.
La corte (motivazione, pagine 13-14) descrive il contenuto della doglianza nel modo seguente: “La terza censura s’incentra sulla condanna dell’appellante al pagamento di interessi e rivalutazione monetaria sul massimale di polizza per mala gestio impropria. Infatti, il primo giudice avrebbe condannato la compagnia al pagamento, anche oltre i limiti del massimale, di interessi e rivalutazione monetaria, nonostante il T. non avesse provato alcun maggior danno. Inoltre, considerando le conclusioni del c.t.u. relative al 2008 e tenuto conto delle tabelle del 2003, la valutazione del danno biologico era pari (nel 2004) a Euro 558.303, interamente coperta dagli acconti nel frattempo versati dalla Compagnia (Euro 700.000,00). L’ulteriore danno – per Euro 1.009.126,11, concernente le spese future – era stato determinato in sede di c.t.u. e solo allora era risultato superiore al massimale. Conseguentemente, non sarebbe risultata dovuta la rivalutazione monetaria, mentre gli interessi legali sul massimale residuo, pari a Euro 850.000,00, avrebbero dovuto decorrere dal 25 gennaio 2008 e dopo, sull’ulteriore somma di Euro 300.000,00, dal 10 marzo 2009”.
La corte, poi, risponde alla doglianza per quanto concerne l’esistenza della mala gestio impropria, correttamente qualificandola come ingiustificato ritardo che integra inadempimento e identificando nella scadenza del termine che per la compagnia assicurativa vale come spatium deliberandi (ai sensi della L. 24 dicembre 1969, n. 990, art. 22, ratione temporis qui applicabile, e corrispondente nel contenuto al D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, art. 145) il dies a quo degli interessi e della rivalutazione dovuti oltre il massimale dall’assicuratore al danneggiato: in quest’ottica accerta in concreto, alla luce dei dati che reputa all’epoca già disponibili alla compagnia in ordine al sinistro e al conseguente danno, la data in cui venne a trovarsi in mora l’attuale ricorrente, confutando così la prospettazione che quest’ultima soltanto dopo l’espletamento della c.t.u. medico – legale nel primo grado del giudizio sia stata in grado di adempiere.
Dunque, il giudice d’appello tace sulla censura relativa all’assenza di allegazione e prova del maggior danno ex artt. 1224 cpv. c.c., da parte del T., evidentemente ritenendo che egli ne fosse esonerato al pari che per gli interessi di mora, e che pertanto fosse comunque pronunciabile la relativa condanna. E se, allora, la risposta alla doglianza in ordine ai presupposti della mala gestio impropria è corretta in punto di diritto – discendendone, come appena si è rilevato, il necessario accertamento di fatto, dalla corte operato – (sulla responsabilità da colpevole ritardo dell’assicuratore della r.c.a. nei confronti del danneggiato, tradizionalmente definita mala gestio impropria, che comporta anche senza specifica domanda – essendo sufficiente quella di risarcimento integrale dei danni – il superamento del massimale per interessi di mora e maggior danno cfr. tra i più recenti arresti Cass. sez. 3, 14 marzo 2016 n. 4892, Cass. sez. 3, 17 febbraio 2016 n. 3014, Cass. sez. 3, 27 giugno 2014 n. 14637, Cass. sez. 3, 28 giugno 2010 n. 15397 e Cass. sez. 3, 25 maggio 2010 n. 12726), ritenere invece che il danneggiato non abbia, per sostenere questa voce del generale petitum risarcitorio, l’onere di allegare e provare (naturalmente, anche in via presuntiva) il maggior danno di cui all’art. 1224 cpv. c.c., non segue la giurisprudenza di questa Suprema Corte (v. Cass. sez. 3, 9 luglio 2008 n. 18851, Cass. sez. 3, 30 ottobre 2007 n. 22883, Cass. sez. 3, 24 gennaio 2006 n. 1315 e Cass. sez. 3, 5 settembre 2005 n. 17768) che siffatto onere gli attribuisce, in conformità ad evidenti principi generali. Entro questi limiti, dunque, il quinto motivo del ricorso è fondato, avendo erroneamente la corte territoriale omesso di esaminare se il T. aveva allegato e provato, anche in via presuntiva, il suddetto maggior danno quale presupposto per la conferma della condanna al riguardo pronunciata nei confronti dell’appellante dal giudice di prime cure; ne consegue che entro tali limiti deve essere cassata la sentenza d’appello, con rinvio, anche per le spese del grado, ad altra sezione della stessa corte territoriale.
Accoglie il ricorso limitatamente al quinto motivo, cassa in relazione e rinvia, anche per le spese del grado, a diversa sezione della Corte d’appello di Brescia.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 art. 2054
 art. 360
 art. 360
 Cass. sez. 
 art. 360
 art. 360
 art. 144
 art. 1224
 art. 1224
 art. 1224
 sentenza 
 art. 22
 art. 145
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 sentenza