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Timestamp: 2018-07-18 18:25:26+00:00

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Storia: maggio 2016
Carta dell'Europa nel 1900, da max400.forumfree.it
Il 1.800, che si era aperto con il principio di legittimità dei sovrani artefici della Restaurazione post-Napoleonica, si era chiuso con i principi di nazionalità e autodeterminazione dei popoli. Durante quel secolo, si era passati dalla prevalenza di regimi autoritari e conservatori ad ordinamenti sempre più liberali e democratici, caratterizzati da un'impegno sociale crescente. Fra il 1871 e il 1914 l'Europa era stata uno spazio civile più unitario che mai, caratterizzato da forti omogeneità e simbiosi di esperienze culturali e di orientamenti ideali. La relativa facilità con cui i gruppi dirigenti che vollero la guerra, la poterono scatenare, dimostrerà che le aggregazioni particolaristiche e le contrapposizioni di interessi conservavano un'influenza determinante rispetto ai motivi di omogeneità e di solidarietà. E' perciò legittimo parlare di guerra civile insita nel teatro europeo, per quella che sarà chiamata la prima guerra mondiale.
Da un secolo non vi erano state guerre, sul suolo europeo, fra potenze europee lontane o non confinanti e le spedizioni militari avvenivano perlopiù per le occupazioni, nelle colonie, contro popolazioni più deboli.
I motivi del conflitto non vanno ricercati nella competizione coloniale fra potenze, infatti le maggiori potenze imperialistico-colonialiste, Francia, Gran Bretagna e Russia, rivale del Regno Unito in Oriente, erano alleate fra di loro formando la Triplice Intesa, ma piuttosto nelle mire espansionistiche sia dell'impero austro-ungarico (che con l'impero germanico e il regno d'Italia partecipava alla Triplice Alleanza) che dell'impero russo, riguardo ai territori balcanici dell'ormai agonizzante impero ottomano.
Va sottolineato che, formalmente, tutte queste alleanze assumevano la forma di "assicurazioni" e ogni nazione inserita nel gioco delle alleanze avrebbe ricevuto il soccorso degli alleati soltanto nel caso fosse stata attaccata ma non erano previsti aiuti a chi attaccava per primo, motivo per cui l'Italia cambiò poi schieramento e nessuno Stato, alla fine del conflitto, avrebbe riconosciuto di avere attaccato per primo.
Mentre la Triplice Intesa era composta da potenze imperialistico-colonialiste, la Triplice Alleanza era composta da potenze che si interessavano di più ai loro interessi e confini in Europa: l'impero germanico, nato nel 1871 dalla fusione del regno di Prussia con altri territori germanici, l'impero asburgico austro-ungarico retto dal 1848 fino al conflitto da Francesco Giuseppe e il regno d'Italia, sorto nel 1861 dal regno sabaudo di Sardegna. In particolare, l'impero militaristico prussiano era stato frustrata nelle sue aspirazioni coloniali e aveva spostato le sue pressioni imperialistiche sull'Europa orientale mentre nell'impero asburgico austro-ungarico, costellato dalle popolazioni tedesche, magiare (ungheresi), ceche, slovacche, polacche, ucraine, slovene, croate, serbe, rumene e italiane, erano in corso lotte per l'autonomia e l'autodeterminazione. Nel 1882 l'Italia confluì nell'alleanza tra Germania e Austria-Ungheria, assicurando così ai due imperi centrali un alleato per un possibile conflitto con la Francia.
Le cause della contrapposizione fra i due blocchi risalivano al secolo precedente gli avvenimenti del luglio 1914, con le trasformazioni del sentimento di nazionalismo che interessò le popolazioni europee e limitrofe (i turchi). In generale si distingue tra il nazionalismo democratico o liberale, che si affermò in Europa e America Latina durante la prima metà dell'Ottocento ed il nazionalismo della seconda metà del XIX secolo. Il primo sottintendeva la nazione come comunità che coesiste pacificamente e pariteticamente con altre nazioni (tipico ad esempio di Giuseppe Mazzini), mentre il secondo è legato, da una parte alla reazione aristocratico-borghese contro la democrazia parlamentare, dall'altra si concentra sull'espansionismo e quindi si coinvolge nella gara di supremazia extraeuropea, il colonialismo. Nel '900, la crescente rivalità tra gli stati modificò definitivamente il significato del nazionalismo e l’idea di nazione cessò di essere legata all’aspirazione di un continente delle Nazioni che condividessero valori e solidarietà, ma si trasformò in esaltazione del “sacro diritto” di ogni popolo a coltivare l’egoismo nazionale.
Le prime manifestazioni del nazionalismo si hanno durante la Rivoluzione Francese ed in seguito nei paesi occupati dalle truppe napoleoniche; è accettato da quasi tutti gli storici il nesso tra diffusione del nazionalismo e sviluppo industriale di un paese, come pure quello tra nazionalismo ed alfabetizzazione delle masse popolari; in tal senso l'età napoleonica costituisce un chiaro spartiacque tra una Europa pre-nazionale, dove l'identità dei vari Stati è costituita dalla continuità dinastica, ed una Europa dove il soggetto primo ed ultimo della politica interna ed estera è costituito dallo Stato-Nazione. Affinché questo passaggio si completasse era necessaria l'eliminazione dell'Impero (inteso come Stato plurinazionale) come modello politico; in questo senso tutte le principali guerre del XIX secolo, per terminare con la Grande Guerra, contribuirono alla creazione di Stati nazionali dalle ceneri di Stati plurinazionali come l'Impero Asburgico, l'Impero Ottomano e l'Impero Russo. Si potrebbero individuare tre fasi del sentimento "nazionalizzante" da parte degli europei:
1) la Restaurazione (1815/48), quando il Nazionalismo costituisce un'ideologia progressista e liberale sostenuta da una borghesia ancora in lotta con i vecchi ceti aristocratici per il dominio dello Stato;
2) l'età del libero scambio (1848/71) che vede il consolidamento dell'egemonia borghese basata sul binomio liberismo-Stato nazionale; in questo periodo nasceranno l'Italia e la Germania come nuovi Stati-Nazione, assecondati, per interessi diversi, da Francia ed Inghilterra;
3) l'età dell'Imperialismo (1871-1914) quando, anche a causa della lunga e grave crisi economica nota come "Grande depressione", le borghesie nazionali utilizzano il nuovo binomio protezionismo-imperialismo in una competizione crescente che sfocerà nella prima guerra mondiale.
Nel XIX secolo, con l'arrivo di ideali liberali e nazionali diffusi negli ambienti colti slavi, in seguito al romanticismo e alle guerre napoleoniche, nacque il panslavismo, movimento culturale che mirava alla presa di coscienza dei popoli slavi di radici comuni e si poneva come obiettivo quello di creare un unico Stato nazionale. La bandiera panslava assunta nel Primo Congresso Panslavo a Praga nel 1848, fu poi la bandiera della Jugoslavia, letteralmente "Slavia del Sud". Lo scrittore Ján Kollár (1793-1852) aveva attributo agli idiomi slavi, nel saggio "Sulla reciprocità letteraria dei diversi ceppi e dialetti della nazione slava" (del 1836), il carattere di dialetti riferentisi a un'unica antica lingua, quella che i linguisti odierni definiscono proto-slavo. I principali teorici del movimento erano residenti dentro i confini dell'Impero Asburgico, ovvero Cechi, Sloveni, Slovacchi, Croati e Serbi. Il primo congresso panslavo avvenne a Praga nel 1848, presieduto dallo storico František Palacký. La più grande divisione teorica fu quella tra il "Piccolo Panslavismo", che escludeva la Russia e il "Grande Panslavismo" che la comprendeva, aspirazione che fu poi condivisa, per quanto li riguardava, dai nazionalisti tedeschi che si divideranno in "Piccoli Tedeschi" che guarderanno alla Germania vera e propria e in "Grandi Tedeschi" pangermanisti, che aspireranno all’unione di tutte le stirpi germaniche d’Europa, mentre l'appartenenza all’Islam, dal punto di vista non tanto propriamente religioso quanto storico-culturale, diventerà, nella prospettiva nazional-progressista turca, una discriminante nel progetto di costruzione di una nuova “grande patria turca”. I “Giovani Turchi”, filotedeschi e ammiratori della Germania guglielmina, si andranno distinguendo in nazionalisti "Piccolo Turchi" e in "Grandi Turchi" panturanici: una distinzione che ripeteva esattamente quella dei nazionalisti tedeschi. Il turanismo è un'ideologia nata nel XIX secolo tra Turchia, Ungheria e Germania ad opera di intellettuali ottomani, per promuovere l'unione e il "rinascimento" di tutti i popoli turanici, ovvero ugro-finnici (ugrici in particolare), turchici, mongoli, dravidi, e giapponese. Il termine si basa sul nome geografico del bassopiano turanico, posto tra gli attuali stati dell'Asia Centrale di Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan, area da cui un tempo si credevano derivassero alcune lingue uralo-altaiche (in particolare le ugriche, le mongole, le dravidiche e quella giapponese). Fino alla seconda guerra mondiale questa ideologia era assai diffusa soprattutto in Ungheria, Turchia e Giappone, dove ottenne appoggio politico a livello anche ufficiale. Oggi sopravvive solo la sua variante panturca, ancora assai forte in Turchia, Caucaso (soprattutto Azerbaigian) e Asia Centrale (Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakistan). Rimangono tuttavia movimenti che ancora oggi si ispirano a questa ideologia, tra cui il partito nazional-socialista giapponese “Kokka Shakaishugi Nippon Rōdōsha-Tō”, il partito ungherese di estrema destra “Jobbik”, il partito turco detto “Movimento Nazionale” e i “Lupi grigi” (bozkurtlar in turco), questi ultimi divenuti famosi soprattutto dopo l'attentato a papa Giovanni Paolo II da parte del loro membro Ali Ağca.
L'Impero Russo usò spesso l'idea della riunificazione slava e di Mosca come Terza Roma, la seconda era stata Costantinopoli, per giustificare la sua espansione nell'Europa centro-orientale e nei Balcani. Il movimento ebbe ruolo ideologico fondamentale per la creazione del Regno di Jugoslavia anche se la mancata riunione di tutti i popoli slavi fu dovuta ad aspri conflitti d'origine storica e alla mancanza di coesione territoriale, essendo slavi del nord e del sud, divisi geograficamente dalla presenza di Austriaci, Ungheresi e Romeni, popoli di cultura e lingua non slava.
Con la fine della guerra di Crimea (1853-56), combattuta vittoriosamente dall'Impero ottomano, Francia, Gran Bretagna e Regno di Sardegna contro l'Impero russo, si riunì nella capitale francese il congresso di Parigi, nel quale il Presidente del consiglio del Regno di Sardegna, Camillo Benso conte di Cavour, ottenne che per la prima volta in una sede internazionale si ponesse la questione italiana.
All'unità d'Italia, Napoleone III fu sentimentalmente favorevole, come lo era - senza sentimento - anche la Gran Bretagna, poiché un'Italia unita avrebbe potuto contrastare la potenza francese. In un tumultuoso precipitare degli eventi, nel 1861 nacque il Regno d'Italia in cui, a partire dal 1862, vennero presi provvedimenti atti a ridurre al minimo le spese militari, anche su spinta del cancelliere prussiano Otto von Bismarck.
In quegli anni, l’impero ottomano era “l’ammalato” al cui capezzale si affollavano le potenze d’Europa, non tanto per guarirlo quanto per contendersene l’eredità, facendo a pezzi i suoi domini per inglobarli nei loro. Ma i sultani avevano imparato a sfruttare le rivalità tra francesi e inglesi, tra francesi e tedeschi, tra russi e tedeschi, tra russi e inglesi. Il primo nemico dell’impero sultaniale ottomano era senza dubbio lo czar di tutte le Russie, che ambiva al controllo degli Stretti tra Mediterraneo e Mar Nero, agognava la stessa Istanbul e si atteggiava a protettore di tutti i cristiani ortodossi sudditi dei sultani e infatti nel 1854 la coalizione franco-anglo-piemontese aveva combattuto in Crimea in difesa del sultano contro i russi, ma per vantaggi loro. Nel 1878, con il congresso di Berlino, il principe di Bismark salverà l’impero ottomano in procinto di cedere alle truppe dello czar e da allora, il sultano si appoggerà sempre più alla Germania, facendone il suo partner privilegiato ai livelli non solo diplomatico, ma anche economico, finanziario, tecnologico, militare, culturale. Le élites ottomane andavano a studiare nelle città tedesche e l’esercito sultaniale si riformerà secondo modelli germanici. La trionfale visita del Kaiser Guglielmo II ai territori dell’impero nel 1898, con teatrali ingressi a Istanbul, a Damasco e a Gerusalemme, rafforzerà l’amicizia germanico-ottomana.
Nel 1866, durante il regno di Francesco Giuseppe, l'Impero austriaco venne sconfitto dalla Prussia e dall'Italia. In questo modo perse alcuni territori (tra cui il Veneto) e con essi tutta la sua influenza sulle regioni tedesche e italiane. Per l'Italia fu la terza guerra di indipendenza, uno degli episodi del Risorgimento. Fu combattuta dal Regno d'Italia (il primo conflitto come Regno) contro l'Impero austriaco dal 20 giugno 1866 al 12 agosto 1866, nel più ampio quadro della guerra austro-prussiana, della quale rappresentò il fronte meridionale. Il conflitto ebbe origine dalla necessità dell'Italia di affiancare la Prussia nel tentativo comune di eliminare l'influenza dell'Austria sulle rispettive nazioni. Dopo l'attacco della Prussia all'Austria del 15 giugno 1866, così come previsto dal trattato di alleanza italo-prussiana dell'aprile 1866, l'Italia dichiarò guerra all'Austria. Passato il confine, una parte dell'esercito italiano comandata da Alfonso La Marmora fu però sconfitta nella battaglia di Custoza. Né tale insuccesso fu bilanciato dagli eventi successivi, poiché alle vittorie di Giuseppe Garibaldi e la sua avanzata verso Trento seguì per l'Italia un'altra sconfitta nella battaglia navale di Lissa. Nonostante ciò, grazie sia agli accordi presi in precedenza che alla vittoria della Prussia sul fronte settentrionale, nonché all'intervento diplomatico della Francia, al termine della guerra l'Austria cedette formalmente alla Francia il Veneto (oltre a Mantova e a parte del Friuli) che fu girato all'Italia. Un plebiscito confermò l'annessione. L'Italia non riuscì però ad annettersi i territori nel Tirolo meridionale conquistati. Il conseguente indebolimento austriaco si riversò anche negli affari di politica interna, rappresentati in particolar modo dal difficile rapporto con la nazione magiara. L'anno dopo venne concluso un compromesso tra Austria e Ungheria e, in seguito a lunghe trattative, venne firmato l'Ausgleich ("compensazione"), il 12 giugno 1867, che avrebbe diviso lo stato asburgico in Cisleitania (Austria) e Transleitania (Ungheria e Croazia): nasceva così l'Impero austro-ungarico. Pur politicamente uniti, i due regni, riguardo a questioni di politica interna, rappresentavano due entità separate. In base all'Ausgleich, ogni dieci anni veniva deliberato un gran numero di decreti-legge in materia economica, politica e finanziaria, che dovevano regolare i rapporti tra le due parti dell'Impero ed essere approvati sia dalla camera ungherese che dal consiglio imperiale. Con questo compromesso, da una parte vennero quindi smorzate le pericolose tensioni interne tra popolazione austriaca e ungherese, ma dall'altra si creò una significativa divisione che spezzava in due la mastodontica struttura dell'Impero, eliminando la presenza di un unico parlamento centrale. Gli immensi territori gestiti dagli Asburgo riunivano in sé un'infinità di etnie, spesso in contrasto con il governo centrale, che rivendicavano la propria autonomia. Talvolta, come nel caso degli italiani e dei serbi, le spinte autonomiste erano ancora più stimolate dall'esistenza di stati nazionali al di là dei confini dell'Impero. Le varie popolazioni, pur essendo unite dallo stesso desiderio di autonomia, erano spesso in contrasto tra di loro, tanto che si sviluppò una forte convergenza tra nazionalità e stratificazione sociale: la nazionalità più numerosa, ma, soprattutto, più progredita a livello culturale, lo era anche a livello economico, occupando nelle aree urbane le posizioni di maggior rilievo politico e amministrativo; le altre, invece, prevalevano nelle campagne. Spesso le nazionalità di maggior rilievo seguivano una vera e propria politica di oppressione nei confronti delle rispettive minoranze nazionali. In Austria le due popolazioni di maggiore rilievo erano quella ceca (slava) e quella tedesca. La prima continuò a rivendicare fino alla fine dell'Impero la propria autonomia, anelando alla ricostituzione del Regno di Boemia, come ai tempi di Venceslao, mentre l'altra sottolineò sempre il carattere tedesco della monarchia asburgica, considerandosi l'unico stato nazionale legittimo dell'Impero.
Il predominio coloniale mondiale della triade anglo-franco-russa nel 1870 poteva dirsi concluso, ma non erano concluse le pretese delle potenze europee in Africa.
In Germania, dopo la guerra franco-prussiana, durata dal 19 luglio 1870 al 10 maggio 1871, tra il secondo Impero francese (e dopo la sua caduta, dalla terza Repubblica francese) e il Regno di Prussia, sostenuto dalla Confederazione Tedesca del Nord e alleato con i regni tedeschi del sud di Baden, Baviera e Württemberg, che avevano nel frattempo sancito l'unità dell'impero tedesco, il cancelliere del nuovo Reich, Otto von Bismarck, costruì il suo complesso sistema di alleanze che avrebbe dovuto mettere al sicuro il neonato Impero tedesco, ponendolo alla stessa altezza delle altre grandi potenze europee. Bismarck non aveva alcuna intenzione offensiva o espansionistica ma, al contrario, mirava al consolidamento dei rapporti diplomatici con gli altri paesi europei. Egli stesso aveva definito la Germania uno stato "saturo" che, dopo la vittoriosa guerra franco-prussiana, a conseguenza di cui era sorta la Comune di Parigi e avrebbe permesso ai Savoia l'occupazione di Roma, libera dalle truppe di Napoleone III Bonaparte, aveva finalmente messo a tacere lo scomodo vicino francese che gli aveva ceduto l'Alsazia e buona parte della Lorena. A questo punto il primo obiettivo di Bismarck sarebbe consistito nel far rimanere la Francia in uno stato di permanente incapacità, scongiurando una possibile guerra di rivincita. Il cancelliere raggiunse lo scopo cercando di isolare completamente la repubblica privandola di amici e sostenitori e quindi diresse i propri interessi verso le nazioni delle est: l'Impero russo e l'Impero austro-ungarico, assicurando al contempo la fine di pericolose tensioni nei Balcani.
Mentre nasceva la Germania unita sotto l'Impero degli Hohenzollern, si avviavano alla loro affermazione nuove potenze extraeuropee, quali Stati Uniti d'America e Giappone.
L'Italia, fino al 1876 era stata governata dalla destra dello schieramento parlamentare. Favorevoli alla cosiddetta "Italietta", i conservatori cercarono di favorire lo sviluppo interno del paese, tenendolo lontano da pericolose ambizioni espansionistiche e da alleanze scomode. Il ministro degli esteri Visconti Venosta, nel 1873 affermava: «Se l'Italia fosse aggredita dalla Francia sarà la Germania a correrle spontaneamente in aiuto, perché ciò è nel suo interesse. Legata da patti alla Germania, l'Italia potrebbe invece essere costretta ad una guerra d'aggressione, non in qualità di alleato, ma di sgherro».
Nel 1876, la Destra Storica cadde, lasciando spazio ad un'aggressiva Sinistra che, guidata da Francesco Crispi, voleva portare il paese allo stesso livello delle grandi potenze. Le spese militari subirono un'improvvisa impennata e cominciarono a profilarsi le prime mire colonialistiche in nord Africa.
Nel 1877 inizia la guerra russo-turca, originata dalle sollevazioni del 1875 degli slavi cristiani ortodossi dei territori dell'Impero ottomano in Europa. Tali rivolte furono appoggiate dalla Russia che in questi eventi vide una possibilità di estendere la propria influenza fino al Mediterraneo. In difesa degli slavi e dopo una preparazione diplomatica con le altre potenze, nell'aprile 1877 lo zar Alessandro II inizia la guerra contro la Turchia facendo entrare il suo esercito nel Principato di Romania. Nonostante formalmente sottoposto ai turchi, il principe Carlo I di Romania, per ottenere l'indipendenza, dichiara guerra al sultano Abdul Hamid II. Passato il Danubio, le forze russe e rumene, entrano nella Bulgaria turca, dove già l'anno prima le popolazioni si erano ribellate nella rivolta d'aprile. Dopo una serie di battaglie e il lungo assedio di Pleven, i russi hanno ragione dell'esercito turco arrivando, all'inizio del 1878, alle porte della capitale ottomana Istanbul, l'antica Costantinopoli. Ma la Gran Bretagna, antagonista della Russia in Asia, manda come avvertimento la sua flotta nel mar di Marmara e lo Zar si decide quindi alla pace. Nel marzo del 1878 si conclude il trattato di Santo Stefano, vantaggioso per la Russia ma rettificato poi nel congresso di Berlino del 1878. Il trattato prese il nome dal villaggio turco di San Stefano nel quale fu stipulato. La Russia impose alla Turchia la cessione di buona parte dei suoi possedimenti in Europa, determinando l'indipendenza del Montenegro, della Serbia, della Romania e l'autonomia della Bulgaria, il cui territorio arrivava fino all'Egeo, che divenne un protettorato russo, benché formalmente ancora ottomana.
Dal 13 giugno al 13 luglio 1878, nella capitale tedesca si era svolto il primo Congresso di Berlino, promosso dall'Austria e accettato dalle altre potenze europee per rettificare il trattato di Pace di Santo Stefano, con il quale la Russia, dopo aver sconfitto la Turchia nella Guerra del 1877-1878, aveva accresciuto il suo potere nei Balcani. Il Congresso rettificò, rispetto alla Pace di Santo Stefano, la destinazione dei territori turchi in Europa ridimensionando le conquiste russe. Lasciò che la Bulgaria divenisse un satellite della Russia ma stabilì l'amministrazione austriaca della Bosnia. Confermò invece l'indipendenza della Romania, della Serbia e del Montenegro. La Germania, che fece da mediatrice, per aver scongiurato la grave crisi fra la Russia e l'Austria aumentò il suo prestigio ma incrinò i suoi rapporti con la Russia che non fu soddisfatta dei negoziati. La Turchia, pur perdendo estesi territori, limitò i danni rispetto alla Pace di Santo Stefano. Oltre alla Russia, alla Turchia, all'Austria e alla Germania, al Congresso di Berlino parteciparono la Gran Bretagna, la Francia e l'Italia.
Fra l'altro dopo il congresso di Berlino del 1878, che aveva strappato al sultano turco molte aree balcaniche, era ormai chiaro che l’impero ottomano stava avviandosi a coincidere sempre di più, sotto il profilo territoriale, quasi esclusivamente con la penisola anatolica (a parte il Meridione arabo). Erano quindi nate all’interno della classe dirigente ottomana – e soprattutto negli ambienti più colti e vicini all’Occidente – le istanze di totale turchizzazione dell’Anatolia: un’idea fino ad allora inaudita.
Nel 1879 si stipula la Duplice alleanza, o Alleanza austro-tedesca, un patto militare difensivo firmato a Vienna da Germania e Austria, motivato, oltre che dalla volontà di Bismark di isolare la Francia, dal pericolo di un attacco della Russia ad una delle due potenze, visto l'attrito tedesco con il primo ministro russo Gorčakov e le conseguenze della vittoria russa nella guerra russo-turca del 1877. E' il primo accordo permanente concluso in tempo di pace tra due grandi potenze dalla fine dell’Ancien régime, in parte come conseguenza del Congresso di Berlino, la Duplice alleanza, fu voluta principalmente dal cancelliere tedesco Otto von Bismarck.
La situazione fra Germania, Russia e Austria-Ungheria si stabilizzò temporaneamente con la nascita dell'Alleanza dei tre imperatori del 1881 fra Germania, Russia e Austria sulla questione dei Balcani.
Nel 1882, l'Italia confluisce nell'alleanza tra Germania e Austria-Ungheria. I due imperi centrali si assicurarono così un alleato per un possibile conflitto con la Francia. Nacque in questo modo il primo ampio blocco politico europeo, la Triplice alleanza, sotto la cui protezione l'anno seguente si posero anche i regni di Romania, Serbia (tramite l'Austria) e Spagna (tramite l'Italia). Inizialmente l'accordo fu voluto principalmente dall'Italia, desiderosa di rompere il suo isolamento dopo l'occupazione francese della Tunisia del 1881, alla quale anche lei avava aspirato. Successivamente, con il mutarsi della situazione in Europa, l'alleanza fu sostenuta soprattutto dalla Germania desiderosa di paralizzare la politica della Francia.
Nello stesso anno, il 1882, la casuale occupazione italiana di Massaua diede inizio a una lunga e dispendiosa guerra contro l'Etiopia, in cui la finale annessione dell'Eritrea e della Somalia non poterono compensare le enormi spese militari che ritardarono inevitabilmente il decollo industriale italiano: quel cattivo utilizzo dei capitali ebbe inevitabili ripercussioni in tutto il paese.
Nel 1887 il legame dei tre imperatori del 1881 fra Germania, Russia e Austria mutò con il "Trattato di controassicurazione", che assicurava la neutralità di Germania e Russia nel caso che uno dei due si fosse trovato in guerra con una terza potenza. Riguardo ai rapporti con la Gran Bretagna, Bismarck tendeva a semplicemente a evitare che stringesse un'alleanza con Francia e Russia. Finché durò il governo liberale di Gladstone, Bismarck continuò a mantenere le distanze dal paese, al quale si riavvicinò con il ritorno del partito conservatore di Lord Salisbury, proponendo un'alleanza formale, inizialmente accolta con soddisfazione ma poi rifiutata, temendo che tale impegno internazionale potesse legare le mani al paese.
Con l'umiliante sconfitta di Sedan del 1871, nella guerra franco-prussiana, in Francia era crollato definitivamente il sogno di una nuova egemonia francese. Il nuovo governo che s'instaurò, la Terza Repubblica, presentò sin dal principio debolezze strutturali tali da portare il paese, anche a causa di gravi crisi e scandali, sull'orlo della rovina totale. La Francia fu guidata dal partito repubblicano, perlopiù sostenuto dall'alta borghesia che, ispirandosi all'ideale del "laissez-faire" e del "juste-milieu", operava in nome di un'economia prospera, da difendere anche a scapito dei ceti meno abbienti. A questo schieramento di centro si opponevano i radicali, sempre alla ricerca di riforme egualitarie e i conservatori, nazionalisti e nostalgici della monarchia. Dopo la breve parentesi boulangista, la situazione politica si normalizzò con la presidenza di Sadi Carnot nel 1887. Georges Ernest Jean-Marie Boulanger (Rennes, 29 aprile 1837 - Ixelles, 30 settembre 1891) è stato un generale e politico francese. Era entrato nell'esercito nel 1856 e prestò servizio in Algeria, Italia, Cocincina e nella guerra franco-prussiana, guadagnandosi una buona reputazione. Fu promosso generale di brigata nel 1880 e nel 1882 fu nominato ispettore della Fanteria al Ministero della Guerra, cosa che gli permise di farsi un nome come riformatore militare. Nel 1884 venne assegnato al comando dell'armata che occupava Tunisi, ma venne richiamato a causa delle differenze d'opinione con Pierre-Paul Cambon, funzionario politico della città. Ritornato a Parigi, iniziò a prendere parte alla vita politica sotto l'egida di Georges Clemenceau e del Partito Radicale. Nel gennaio 1886, quando Freycinet venne portato al potere grazie al sostegno del leader radicale, a Boulanger venne affidato l'incarico di Ministro della Guerra. Fu al Ministero della Guerra che Boulanger ottenne notorietà. Egli introdusse delle riforme a vantaggio dei soldati e si appellò al desiderio francese di rivincita contro l'Impero tedesco. Facendo ciò, finì per essere visto come l'uomo destinato a portare avanti tale rivincita. Con la sconfitta politica di Freycinet, nel dicembre 1886, venne confermato ministro da René Goblet, ma fu costretto ad andarsene nel 1887 e in seguito fu anche privato del suo comando nell'esercito, per via di accuse di insubordinazione. A dimostrazione del fatto che era difficile mettere a tacere una persona rispettata, Boulanger venne prontamente eletto alla Camera, con un programma che chiedeva la riforma della costituzione. Alla Camera faceva parte della minoranza e le sue azioni erano dirette al mantenimento della sua immagine pubblica. Né il suo fallimento come oratore, né la sua sconfitta in un duello con Floquet, allora un anziano civile, ridussero l'entusiasmo del suo seguito popolare. Durante il 1888 la sua personalità fu la caratteristica dominante della politica francese, e quando rassegnò il suo seggio, come protesta contro il ricevimento avuto alla Camera delle sue proposte revisioniste, gli elettori gareggiarono l'uno contro l'altro per sceglierlo come loro rappresentante. Il "movimento" Boulangista marciò quindi a pieno ritmo. I bonapartisti si erano collegati al generale, e anche il Conte di Parigi incoraggiò i suoi seguaci ad appoggiarlo. Il suo nome era il tema della canzone popolare "C'est Boulanger qu'il nous faut". Boulanger e il suo cavallo nero divennero gli idoli della popolazione parigina e il generale venne invitato a concorrere per la presidenza. Accettò, ma la sua ambizione personale gli alienò ben presto i suoi sostenitori repubblicani, che vedevano in lui un potenziale dittatore militare. Diversi monarchici comunque gli diedero sostegno finanziario, nonostante che Boulanger si vedesse più come un futuro dittatore che come un restauratore della monarchia. Nel gennaio 1889, un colpo di Stato sembrava realizzabile, dato che Boulanger era ormai divenuto una minaccia per la repubblica parlamentare. Se si fosse messo immediatamente alla testa di una rivolta, avrebbe potuto effettuare il "coup d'état" su cui avevano lavorato i cospiratori e avrebbe potuto governare la Francia, ma il momento propizio passò. Poco dopo il governo francese emise nei suoi confronti un mandato di arresto per tradimento. Tra lo stupore dei suoi amici, il 1º aprile fuggì da Parigi, prima che il mandato venisse eseguito, andando prima a Bruxelles e poi a Londra. Dopo la fuga, il sostegno di cui godeva si ridusse, e i boulangisti vennero sconfitti nelle elezioni generali del luglio 1889. Lo stesso Boulanger, essendo stato processato e condannato in contumacia per tradimento, andò a vivere in Inghilterra, nel Jersey, prima di tornare al Cimitero di Ixelles, a Bruxelles, nel settembre 1891, per suicidarsi con un colpo di pistola alla testa sulla tomba della sua amante, Madame de Bonnemains (nata Marguerite Crouzet), che era morta nel luglio precedente. Boulanger venne così sepolto nello stesso cimitero.
In seguito alla presidenza di Sadi Carnot del 1887, nuovi movimenti nazionalisti presero il sopravvento e al grido di "La Francia ai Francesi" iniziò a diffondersi una preoccupante ideologia antisemita che raggiunse il suo culmine nel settembre 1894 con l'Affaire Dreyfus, che riguardò l'accusa di spionaggio militare a favore della Germania di un ufficiale francese di origine ebrea. Le accuse, basate su elementi estremamente deboli, costarono a Dreyfus cinque anni di carcere sull'isola del Diavolo, per essere riabilitato completamente solo nel 1906. Un diplomatico italiano allora in servizio a Parigi, Raniero Paolucci di Calboli, si convinse ben presto dell'innocenza di Dreyfus e cominciò così a raccogliere materiale sul caso, tanto da lasciare ai posteri un notevole archivio, oggi conservato a Forlì. L'affaire produsse grande risonanza mediatica e sancì la nascita dell'intellettuale moderno nel "J'accuse!" di Émile Zola. Nel dettaglio dell'"affaire", il colonnello Picquart riuscì ad avvertire contemporaneamente dei fatti comprovanti l'innocenza di Dreyfus, sia il vicepresidente del Senato Auguste Scheurer-Kestner che lo scrittore ebreo Bernard Lazare, amico di famiglia di Dreyfus, il quale fece partire un'intensa campagna stampa a favore del prigioniero. I «dreyfusards» presero coraggio. Molti intellettuali radicali, per esempio Octave Mirbeau, aderirono alla campagna innocentista. Il 25 novembre 1897, Émile Zola pubblica sul quotidiano «Le Figaro» un articolo che finisce con: «La verità è in marcia». Così spiegò il suo interventismo pubblico: «Dietro le mie azioni non si nascondono né ambizione politica, né passione di settario. Sono uno scrittore libero, che ha dedicato la propria vita al lavoro, che domani rientrerà nei ranghi e riprenderà la propria opera interrotta [...] E per i miei quarant'anni di lavoro, per l'autorità che la mia opera ha potuto darmi, giuro che Dreyfus è innocente...Sono uno scrittore libero, che ha un solo amore al mondo, quello per la verità...». Un «antidreyfusard» onesto, Georges Clemenceau, energico e famosissimo politico radicale francese soprannominato «Il Tigre», rivide le sue posizioni e a novembre iniziò la sua campagna per la revisione del processo ospitando sul suo giornale, «L'Aurore», il 13 gennaio 1898, la famosa lettera di Zola al Presidente della Repubblica Félix Faure, intitolata "J'accuse!". Nelle parole della storica statunitense Barbara W. Tuchman, si trattò di "una delle grandi rivoluzioni della storia". Il giorno dopo, sempre su «L'Aurore», apparve la celebre «Petizione degli intellettuali», che reca tra i firmatari metà dei professori della Sorbona e numerosi artisti, come Gallè, l'artista del vetro, il grande Manet, Jules Renard, Andrè Gide, Anatole France. Erano stati tanti giovani brillanti della Parigi di fine secolo - tra i quali Marcel Proust e il fratello Robert, con gli amici Jacques Bizet, Robert des Flers - a impegnarsi a far firmare il manifesto nel quale si dichiaravano pubblicamente dalla parte di Zola - subito inquisito e condannato per vilipendio delle forze armate sia in primo che secondo grado - e quindi di Dreyfus. Lo Stato Maggiore rispose facendo arrestare Picquart e scatenando sui giornali nazionalistici una violenta campagna di diffamazione contro ebrei, democratici e liberali.
Fu in questo humus che nacque il sionismo, l'aspirazione degli ebrei a possedere una loro nazione.
Il fondatore del sionismo è Theodor Herzl, un giornalista ashkenazita (ebreo originario della Germania o di altri stati dell'Europa centrale e orientale) assimilato suddito dell'Impero austro-ungarico. Nel 1895 Herzl fu inviato come corrispondente del suo giornale a Parigi per seguire il processo dell'affare Dreyfus, esploso nel 1894, che fu accompagnato da una feroce campagna di stampa francese che riproponeva stereotipi antisemiti. In seguito a questa esperienza, Herzl si rese conto che l'assimilazione e l'integrazione degli ebrei in Europa non aveva dato frutti e che gli ebrei avevano bisogno di un proprio Stato, dove poter vivere in pace e sicurezza lontano dai pregiudizi e dalle false accuse tipici dell'antisemitismo. La sua conclusione derivava dalla sua esperienza nell'Impero austro-ungarico: in una compagine nazionale eterogenea, come si presentava a fine Ottocento l'Impero asburgico, italiani, serbi, croati, ungheresi, cechi, slovacchi, polacchi galiziani, tedeschi di Boemia e di Transilvania, tutti avevano i propri rappresentanti nel Parlamento imperiale e potevano appellarsi a una propria "nazione" e a una "terra" che loro apparteneva, una "patria" dentro o fuori i confini dell'impero, tutti tranne gli ebrei, né gli altri popoli riconoscevano gli ebrei come parte di essi. Herzl avrebbe sviluppato la sua idea e l'avrebbe tradotta in Der Judenstaat ("Lo Stato degli Ebrei"), un volume pubblicato all'inizio del 1896 senza conoscere gli scritti dei suoi predecessori e subito tradotto in varie lingue. All'immediato successo del volume e al dibattito suscitato, Herzl fece seguire il primo Congresso Sionista Mondiale, che si tenne a Basilea dal 29 al 31 agosto 1897, col fine di costituire un movimento permanente. Il Programma di Basilea affermava che: "il sionismo si sforza di ottenere per il popolo ebraico un focolare garantito dal diritto pubblico in Palestina". I metodi da adottare per il raggiungimento di questo obiettivo erano: 1) l'incoraggiamento della colonizzazione ebraica in Palestina; 2) l'unificazione e l'organizzazione di tutte le comunità ebraiche; 3) il rafforzamento della coscienza ebraica individuale e nazionale; 4) iniziative per assicurarsi l'appoggio dei diversi governi per realizzare gli obiettivi del sionismo. Herzl si inserì in una tradizione di pensiero di lingua tedesca iniziata con Hess, e in quella tradizione riunì attorno a sé la prima generazione di leader sionisti (Max Bodenheimer, Max Nordau, Otto Warburg, David Wolffsohn), a cui sono state vicine anche personalità come Albert Einstein. Questa tradizione era quasi compattamente parte della corrente dei "Sionisti generali" (ossia non affiliati a movimenti specifici) di ispirazione liberale. Le idee di Herzl si inserirono in un movimento migratorio ebraico già in atto, causato, in Russia, dai pogrom degli anni 1881-1882 e poi degli anni 1903-1906. Secondo dati del 1930, dal 1880 al 1929 emigrano dalla Russia 2.285.000 ebrei e di questi, 45.000 affluirono in Palestina. La stragrande maggioranza preferì recarsi altrove: 1.930.000 scelsero le Americhe, 240.000 l'Europa ed i restanti l'Africa e l'Oceania. Dall'Austria, dall'Ungheria e dalla Polonia emigrano, dal 1880 al 1929, in 952.000: 697.000 nelle Americhe, 185.000 in altri Paesi europei, 40.000 in Palestina. Proporzioni analoghe si riscontrarono fra i migranti provenienti da altri Paesi. In totale, durante questi decenni migrano 3.975.000 ebrei: 2.885.000 negli Stati Uniti, 365.000 nel resto delle Americhe (principalmente Argentina e Canada), 490.000 in Europa occidentale e centrale (specie Francia e Germania), e solo 120.000 in Palestina. L'importanza dell'emigrazione dalle terre soggette all'Impero russo (oggi facenti parte di Lettonia, Lituania, Polonia, Bielorussia, Ucraina) portò naturalmente all'emergere di una leadership di tali origini nel movimento sionista, come ad esempio Leon Pinsker. Nell'Ebraismo americano, importante più dal punto di vista del sostegno finanziario che dell'emigrazione, svolse un ruolo fondamentale il rabbino Solomon Schechter.
Nell'impero austo-ungarico, l'unico modo efficace per tenere a bada le spinte rivoluzionarie interne, stava in un'energica amministrazione centrale, in grado di neutralizzarle facendo leva sugli antagonismi tra le nazionalità. Questa fu la linea politica adottata dal conte Eduard Taaffe, che dal 1879 al 1893 ricoprì la carica di primo ministro. Con la politica del pugno di ferro controllò rigidamente la stampa, arrestando in tempo lo sviluppo di movimenti prima liberal-borghesi e poi social-democratici (1886). I primi segnali di cedimento di questa fragile struttura cominciarono ad apparire nel 1890, nell'occasione in cui la politica dell'Ausgleich affrontava il problematico rapporto tra le nazionalità ceca e tedesca. Taaffe trattò l'Ausgleich solo con i rappresentanti del partito conservatore dei Vecchi Cechi, molto meno radicale nelle questioni di nazionalità rispetto a quello dei Giovani Cechi, guidato da Karel Kramář. Già nell'elezioni dell'anno successivo, quest'ultimo riuscì a conquistare i tre quarti dei seggi del parlamento boemo, rendendo i rapporti con il conservatore Taaffe inesistenti e decretandone la fine. Con le dimissioni di Taaffe, gli successe Alfred III di Windisch-Grätz, che fece approvare una riforma elettorale che riuscì a sistemare la situazione, pur sempre in equilibrio precario. Se nella zona transleitanica (Ungheria e Croazia) le spinte indipendentiste preoccupavano il potere centrale, in quella cisleitanica (Austia) lo sviluppo interno era dominato dai contrasti nazionalistici tra partiti cechi e tedeschi, che non davano speranze di raggiungere un compromesso, reso impossibile dalla inconciliabilità delle proposte dell'una e dell'altra fazione. Per migliorare la situazione, Francesco Giuseppe assegnò la carica di primo ministro al conte Kazimierz Badeni. Questi, con riforme atte a diffondere in tutto il territorio moravo e boemo il bilinguismo per tutti gli uffici, ottenne esattamente l'effetto contrario, acuendo ancora l'odio tra le due nazionalità. Seguirono quindi dimostrazioni in tutti i territori da parte di tedeschi e cechi. Essendo in minoranza nel consiglio imperiale, i tedeschi assunsero una politica di ostruzionismo che rese impossibile qualsiasi lavoro parlamentare e Badeni decise di usare il pugno di ferro rendendo possibile la temporanea sospensione dei parlamentari dell'opposizione. Così però, spinse i socialdemocratici ad abbracciare la causa tedesca, costringendo il primo ministro alle dimissioni. I governi successivi (Gautsch e Thun), pur cercando di ammorbidire la situazione, non ci riuscirono e il clima sociale si manteneva pericolosamente esplosivo. Nella zona cisleitanica ormai non esisteva più un ordine costituzionale e il frazionamento della monarchia danubiana sembrava inevitabile. I cechi costituirono un partito nazional-socialista che premeva per l'indipendenza di uno stato ceco e i tedeschi, erano capeggiati dall'antisemita radicale Georg von Schönerer, che entusiasmava i seguaci con l'idea di una possibile annessione al Reich. La situazione continuò a rimanere instabile sino al governo Koerber (1899-1904). Ernest von Koerber riuscì a raggiungere una certa stabilità manovrando abilmente l'opinione pubblica, con l'introduzione di un'assicurazione contro l'invalidità e la vecchiaia e con la riduzione della giornata lavorativa dei minatori a nove ore. Limitandosi a risolvere problemi amministrativi, non avrebbe certo assicurato pace e stabilità per gli anni successivi.
La situazione interna russa era in stallo. Le modeste riforme dello zar Alessandro II che nel 1861 avevano abolito la servitù della gleba, non avevano nemmeno contemplato la creazione di un sistema parlamentare, sia pure di tipo consultivo. Riguardo alla politica estera, sin dagli anni settanta dell'800 la Russia aveva avviato un processo espansionistico che l'aveva messa in contatto particolarmente con le nazioni dell'est. Nel 1877-1878 la vittoria nella guerra russo-turca le consentì la conquista della Bessarabia mentre già nel 1875 aveva strappato l'isola di Sachalin, nel Pacifico, alla Cina. In questo modo l'impero russo andava sviluppandosi sulle coste dell'Oceano Pacifico, entrando in contatto con nuove potenze, quali gli Stati Uniti (a cui vendette l'Alaska) e il nascente Giappone, con cui entrò in conflitto nel 1904. Tuttavia questa fase di espansione territoriale terminò nel 1905, quando ulteriori avanzamenti avrebbero scatenato conflitti di ampia portata. L'ultima conquista fu la regione dell'Amur, su cui dovette ripiegare dopo aver perso ogni speranza in Manciuria e in Corea con la guerra russo-giapponese. Nel 1881, comunque, lo zar "buono" finì vittima di un attentato e con Alessandro III ogni ulteriore tentativo riformista venne arrestato. Nel 1894 gli successe il figlio, Nicola II, che diede il via ai primi deboli tentativi di un regime parlamentare. Il primo organo russo degno di questo nome fu la Duma, frutto della cosiddetta prima rivoluzione del 1905, nata anche a causa delle delusioni nella guerra persa contro il Giappone. Alla fine della rivoluzione lo zar concesse un regime vagamente parlamentare basato su due Camere con potere legislativo (il consiglio di stato e la Duma), ma con nessuna possibilità di influenzare l'attività di governo, continuando i ministri a dipendere dai voleri dello zar.
Nel 1882 iniziò la corsa alle alleanze; Otto von Bismarck allargò l'alleanza fra la Germania e gli Asburgo all'Italia, (la triplice alleanza) nel tentativo di spegnere nei francesi ogni velleità di rivincita per la sconfitta patita nel 1871. L'alleanza fu pensata anche in senso anti russo, sbarrando allo zar ogni possibilità di mettere piede nel Mediterraneo. Per reazione, venne sancita un'alleanza tra Francia e Russia nel 1893 alla quale si aggiunse, nel 1907, la Gran Bretagna (la triplice intesa).
Visto che Gran Bretagna, Francia e più timidamente anche la Germania, si erano assicurate ampie conquiste in Africa, anche l'Italia cercò il suo spazio nel corno d'Africa.
Battaglia di Adua in un celebre dipinto etiope.
Nel 1882 il Regno d'Italia acquistò dalla compagnia Rubattino la baia di Assab, iniziando così la penetrazione nell'area e iniziò così la campagna d'Eritrea, in un clima di ottimismo che venne stroncato durante la battaglia di Adua, dove, all'alba del 1º marzo 1896, i 15.000 soldati del generale Oreste Baratieri vennero travolti dagli oltre 100.000 guerrieri di Menelik II.
Nel 1885 al secondo Congresso di Berlino, vengono ridefinite le aree di espansione coloniale di Francia, Inghilterra, Russia, Belgio e Germania. Il regista di queste operazioni diplomatiche è sempre il cancelliere tedesco Otto von Bismarck (1862-1890).
In generale, le politiche aggressive degli stati europei sfociarono in vari conflitti circoscritti alle colonie, ma nei ceti dirigenti andava comunque crescendo la percezione di un conflitto generalizzato, che prima o poi avrebbe coinvolto le maggiori potenze in uno scontro all'ultimo sangue.
Sul finire dell'800, l'enorme Impero ottomano era in piena crisi politica dovuta proprio alla ingente quantità di territori che lo costituivano. I domini extraeuropei erano governati con relativa facilità, determinata dalla comune fede che univa l'Arabia, la Mesopotamia, la Palestina, la Siria e zone del litorale nordafricano. Nelle provincie europee, invece, sorgevano in continuazione ribellioni a causa di spinte indipendentiste e anche religiose. La situazione era resa ancora più insostenibile dalla ferocia del dominio turco, che domava senza pietà qualsiasi insurrezione. Costantemente minacciata a nord dal colosso russo, la Turchia stava ormai crollando a causa del cattivo governo e della sua arretratezza in campo economico e militare. Solo la Gran Bretagna sembrava nutrire simpatia nei confronti dell'impero ottomano, sentimento ampiamente giustificato dall'eterna concorrenza coloniale che la legava alla Russia che, senza l'ostacolo turco, avrebbe ottenuto facilmente uno sbocco sul mare Mediterraneo, danneggiando, ovviamente, l'economica britannica. L'impero ottomano cominciò ad avvertire primi danni sin dal 1877, quando venne impegnata in un conflitto con la Russia. La reazione che aveva scatenato in conseguenza alle ribellioni degli slavi ortodossi di Bosnia ed Erzegovina, cominciate nel 1875 e terminate nel febbraio del 1877, fu talmente violenta e sanguinaria che suscitò lo sdegno e l'orrore dell'intera Europa, non più abituata a metodi così barbari. Così, nell'aprile del 1877 la Russia, slava ed ortodossa, si mosse minacciosamente contro la Turchia scavalcando la Romania e dando inizio alla guerra russo-turca. Salvata in extremis dalla minaccia inglese di un attacco all'impero zarista, la Turchia ne uscì piuttosto malandata, costretta, nel successivo congresso di Berlino a cedere alla Gran Bretagna l'isola di Cipro (ufficialmente come ricompensa per l'appoggio concesso) e all'Austria l'amministrazione della Bosnia e dell'Erzegovina (che nominalmente rimanevano sotto la sovranità turca). Inoltre Bulgaria, Serbia e Romania approfittarono della situazione disagiata dell'impero per sottrarsi alla condizione di vassallaggio che le legava alla Turchia. Nel 1881 fu anche costretto a cedere la Tessaglia e parte dell'Epiro alla Grecia. Dopo dodici anni di relativa tranquillità, la Turchia tornò alle armi per sedare le rivolte autonomiste degli armeni (1890) e dei cretesi (1896). Questi, in particolare, non si accontentarono delle larghe autonomie loro concesse e, dopo aver sterminato i contadini turchi nell'isola, nel 1897 proclamarono l'annessione alla Grecia. Aiutato dai tedeschi, che avevano affidato al generale von der Goltz la riorganizzazione dell'esercito turco, l'impero ottomano riuscì a uscire vittorioso dalla guerra greco-turca. Solo nel 1908 Creta renderà definitiva la propria annessione alla Grecia e l'impero austriaco dichiarerà "territori dell'impero" la Bosnia e l'Erzegovina, che fino ad allora si era limitato ad amministrare. Una nuova ribellione sorse in Albania, oppressa dai Turchi e minacciata dai paesi confinanti che, salvata dall'intervento delle grandi potenze, nel 1913 dichiarò la propria indipendenza. Oltre alle ribellioni provenienti dall'interno, l'impero cominciò a soffrire le offensive delle altre nazioni, come l'Italia, che l'attaccò in Libia e nell'Egeo, e a perdere ogni influenza nel continente europeo con la perdita di tutti i territori nei balcani. Con l'avvicinarsi del conflitto mondiale, la Turchia si trovava in una situazione di tale crisi da doversi affidare all'aiuto delle altre potenze: ai tedeschi, come già in precedenza, venne assegnata la riorganizzazione dell'esercito, ai britannici quella della marina e ad esperti francesi il riassetto delle finanze. In questo modo, venne scongiurata la bancarotta dello stato turco, che in seguito riuscì a mostrarsi un nemico ancora temibile.
Sul finire del diciannovesimo secolo la Gran Bretagna era bloccata dall'incapacità dei suoi partiti di prendere in mano la situazione con decisione, guidando la nazione verso gli orizzonti di uguaglianza sociale che andavano profilandosi in tutti i paesi europei. Da una parte i conservatori, principali responsabili di questa stasi politica interna, distraendo le masse con le avventure coloniali, continuavano a mantenere una politica reazionaria che bloccava al paese ogni progresso in ambito sociale, dall'altra i liberali, i soli in grado di ridare vita al paese, troppo divisi e troppo poco organizzati, avevano perso tutte le opportunità che gli si erano presentate, per prima l'allargamento del diritto al voto a tutti i cittadini di sesso maschile con famiglia a carico. Le elezioni del 1885 portarono effettivamente a una vittoria liberale, affiancata però dall'ingresso in parlamento di ottantadue deputati irlandesi, in grado di paralizzare l'intero meccanismo legislativo pur di avanzare le proprie istanze indipendentiste. Per dare una scossa alla situazione, il leader liberale William Ewart Gladstone (alla sua seconda premiership) cercò di concedere all'Irlanda la "Home rule", status che fa riferimento all'autogoverno, alla devoluzione o indipendenza dei suoi stati costituenti, inizialmente l'Irlanda, poi Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Il tentativo si rivelò catastrofico e portò alla separazione dai liberali dei "liberal unionists" che, guidati da Chamberlain, si muovevano in difesa dell'imperialismo. Mentre la politica interna era dominata dai continui "battibecchi" tra i due schieramenti politici, la popolazione era sempre più coinvolta dall'audace politica estera, dominata innanzitutto dalla questione boera, che subì una notevole scossa in seguito al "Jameson Raid", la disastrosa operazione armata britannica contro la Repubblica boera del Transvaal, in Sudafrica, presieduta da Paul Kruger. La Repubblica del Transvaal, o Repubblica Sudafricana era una repubblica boera nel territorio dell'attuale Sudafrica esistita tra il 1848 e il 1902, fondata dal Voortrekker (i voortrekker, nome in lingua afrikaans per pionieri o avanguardia, letteralmente "quelli che vanno avanti", erano contadini afrikaner bianchi, allora conosciuti come boeri, che negli anni 1830 e 1840 emigrarono dalla Colonia del Capo controllata dai britannici, nella zona a nord del fiume Orange, un tempo abitata da popolazioni nere) Marthinus Wessel Pretorius, con capitale la città di Potchefstroom (in seguito la capitale divenne Pretoria) e un'estensione pari alla provincia sudafricana del Transvaal. Dal 1877 al 1881 subì temporaneamente l'occupazione britannica, per poi divenire nuovamente indipendente con la vittoria dei coloni voortrekkers nella prima guerra boera. Dopo alcune grandi conquiste in campo economico e di sviluppo sotto la presidenza di Paul Kruger, la sua esistenza terminò nel 1902 dopo la sanguinosa seconda guerra boera, quando venne annessa definitivamente dal Regno Unito e accorpata alla colonia reale del Sudafrica. Quando la colonia sudafricana divenne un dominion, il Transvaal (dal 1910 al 1994) formò la provincia sudafricana del Transvaal. I boeri (dall'olandese boer, «contadino») sono una popolazione sudafricana di origine olandese; essi discendono dai coloni che si stabilirono nella zona del Capo di Buona Speranza nel XVII secolo, per poi diffondersi nel resto dell'attuale nazione nel corso del XIX secolo, fino a fondare, nella seconda metà dell'Ottocento, le repubbliche autonome dello Stato Libero dell'Orange e del Transvaal (le cosiddette Repubbliche boere). I principali motivi che li indussero a lasciare il Capo per addentrarsi nell'entroterra furono il desiderio di sottrarsi al dominio britannico (che reclamava il Sudafrica come propria colonia) e quello di scampare alle continue guerre di espansione che il Regno Unito conduceva contro le tribù native sulle frontiere orientali e settentrionali del Paese. Il termine è spesso usato come sinonimo di afrikaner, che tuttavia designa, più genericamente, tutti i bianchi di lingua afrikaans, una lingua germanica occidentale parlata in Sudafrica e Namibia. I Boeri esercitarono un ruolo fondamentale nella storia del Sudafrica fino alla fine del XX secolo, in particolar modo tra il 1961 e il 1994, quando il Paese, già criticato per le sue posizioni discriminatorie contro le popolazioni non bianche, fu indotto a uscire dal Commonwealth su pressione di alcuni suoi membri, Canada in testa, per costituirsi in repubblica indipendente sotto la guida di Hendrik Verwoerd, che istituì il regime di separazione razziale noto come apartheid. I Boeri riuscirono così, pur essendo solo il 5% della popolazione complessiva del Sudafrica, a ottenere la propria parte nella dirigenza della nazione (assieme alla più numerosa minoranza anglosassone), facendo diventare l'afrikaans la seconda lingua ufficiale della nazione e conducendo il Sudafrica a livelli di benessere (limitatamente alla sua popolazione bianca) paragonabili a quelli occidentali. Dall'abrogazione dell'apartheid e la fine del sistema discriminatorio per razze in favore di un ordinamento dello Stato basato sul suffragio universale, l'influenza degli afrikaner sulla vita politica sudafricana è enormemente diminuita, a causa della loro inferiorità numerica rispetto ad etnie quali gli zulu e gli xhosa.
Nel Regno Unito, i primi segni di cambiamento cominciarono a farsi sentire nel febbraio del 1900, quando venne fondato il Labour Representation Committee, nato dalla separazione definitiva dei sindacati dai vecchi partiti tradizionali. La svolta decisiva avvenne alle elezioni del 1906, che registrarono la straordinaria vittoria dei liberali, che nel giro di pochi mesi cominciarono un'operazione di ammodernamento del sistema politico inglese, cominciando con la sistematica soppressione dei privilegi dell'aristocrazia.
Nell'impero germanico, nel 1888, alla morte di Guglielmo I, salì al trono il figlio, Federico III, il cui regno durò appena 99 giorni, al quale successe il giovane Guglielmo II. Questi, infastidito dall'imponente e ingombrante tutela del Cancelliere Otto von Bismarck, lo spinse alle dimissioni il 20 marzo 1890, creandosi tutto lo spazio necessario per mettere in pratica le proprie idee politiche.
Ben lontano dall'atteggiamento filo-russo di Bismarck, Guglielmo II si rifiutò di rinnovare il trattato di controassicurazione con la Russia, trattato che avrebbe assicurato la neutralità di Germania e Russia nel caso che uno dei due si fosse trovato in guerra con una terza potenza. Di conseguenza lo zar Alessandro III concluse nel 1891 un accordo con la Francia, a norma del quale entrambe le parti si sarebbero impegnate a soccorrere l'altra in caso di aggressione, il che rese ormai palese la presenza di un secondo, seppur ancora poco solido fino all'adesione della Gran Bretagna del 1907, blocco politico europeo.
In linea con la politica bismarckiana, anche Guglielmo II cercò di mantenere amichevoli rapporti con la Gran Bretagna, ma la politica espansionistica in campo commerciale del Kaiser entrò presto in attrito con gli interessi britannici. Il primo caso riguardò la Turchia, territorio in cui la Germania espandeva i propri commerci ampliando la rete ferroviaria che la collegava alle zone orientali. Lord Edward Grey riferisce che nel 1892 "da Berlino arrivò improvvisamente una specie di ultimatum con il quale ci si chiedeva di smettere di contendere" ai tedeschi " le concessioni ferroviarie in Turchia". Da notare che nel 1895 la Germania raggiunse, nel panorama europeo, il primato nei 4 settori industriali: siderurgico, chimico, elettrico e meccanico. Il secondo episodio di contrasto riguardò la disastrosa operazione armata britannica contro la Repubblica del Transvaal, ricordata come il “Jameson Raid”, in occasione del quale, il 3 gennaio del 1896, successivamente a una riunione del gabinetto, il Kaiser decise di inviare un telegramma di solidarietà al presidente boero Paul Kruger, in cui sembrava negare la sovranità inglese sul Transvaal. La situazione giunse ad una tensione tale che Guglielmo II propose a Francia e Russia di creare una lega contro la Gran Bretagna. Il progetto ben presto fu lasciato per molteplici motivi: innanzitutto i due paesi interpellati risposero negativamente, ma soprattutto la Germania si accorse di non avere alcuna probabilità di successo sul regno britannico finché non avesse avuto a propria disposizione una flotta tale da fronteggiare la temibile marina inglese. Risale proprio a questo periodo la ferrea intenzione del Kaiser di rivoluzionare la marina tedesca, affidando l'operazione all'ammiraglio Alfred von Tirpitz.
Nel 1895, l'Italia scatena la prima guerra italo-abissina contro l'Etiopia, attaccandola dai suoi territori in Eritrea e Somalia. Le differenti interpretazioni del trattato di pace stipulato nel 1889, posero le basi per lo scoppio di un conflitto e la successiva avanzata italiana in Abissinia (o Etiopia), ma la pronta reazione delle truppe abissine costrinse inizialmente l'Italia alla resa. Dopo questa prima sconfitta, l'Italia subisce, il 1º marzo 1896, la definitiva e pesante disfatta di Adua, nella quale caddero sul campo circa 7.000 uomini. Il 26 ottobre 1896 si conclude la pace di Addis Abeba, con la quale l'Italia rinuncia alle sue mire espansionistiche in Abissinia. La disfatta provoca forti reazioni in tutta Italia, dove c'è chi propone un immediato rilancio del progetto coloniale e chi, come una parte del partito socialista, propone di abbandonare immediatamente le imprese colonialiste.
Nonostante i numerosi contrasti, nel 1898 il governo inglese propone alla Germania quell'alleanza a lungo ricercata da Bismarck durante il suo governo. In quest'occasione però, sono i tedeschi a rigettare gli insistenti tentativi di Chamberlain, ben sapendo che la Gran Bretagna avrebbe utilizzato la Germania per proteggersi dall'Impero zarista. Comprendendo questo fine, il Kaiser e l'allora cancelliere Bernhard von Bülow erano sicuri che la Gran Bretagna non avrebbe mai rivolto la propria attenzione verso la Duplice Intesa (Francia e Russia). In realtà si sbagliarono nel sottovalutare l'ammonimento di Chamberlain che nel 1898 e nel 1901 affermava: « Il periodo dello splendido isolamento inglese è terminato... Noi preferiremmo avvicinarci alla Germania e aderire alla Triplice Alleanza. Ma se ciò risulterà impossibile, contempleremo un riavvicinamento alla Francia e alla Russia ».
Intanto, la trionfale visita del Kaiser Guglielmo II ai territori dell’impero ottomano nel 1898, con teatrali ingressi a Istanbul, a Damasco e a Gerusalemme, rafforza l’amicizia germanico-ottomana.
In Italia, tra il 1898 e il 1899 la fame e la disoccupazione portano a una situazione apparentemente rivoluzionaria. Durante la Rivolta dei Boxer in Cina (1899-1901), l'Italia interviene nel paese asiatico con un corpo di spedizione, al fianco delle altre Grandi Potenze e alla fine del conflitto, il governo cinese concede all'Italia una piccola zona nella città di Tientsin, il porto di Pechino.
Con l'ascesa al trono di Vittorio Emanuele III, in seguito all'assassinio di Umberto I per mano dell'anarchico Gaetano Bresci (il 29 luglio 1900), ebbe inizio un periodo di rapida evoluzione.
Dal 1900, dopo secoli di egemonia incontrastata dell’Europa sul resto del mondo, iniziarono a emergere potenze extraeuropee come gli Stati Uniti e il Giappone, che entrarono nella competizione imperialistica, talvolta infliggendo sconfitte umilianti alle tradizionali potenze europee.
Ai primi del '900, fra i paesi industriali produttori, la Germania fu seconda solo agli Stati Uniti d'America, che rappresentava il maggior mercato interno del mondo, per quanto il suo sistema bancario fosse ad uno stato embrionale ed esportasse solo il 5% della sua produzione. Alcune nazioni europee, da parte loro, investivano negli USA per il 10% del suo mercato in: armamenti, industrie telegrafiche, telefoniche e tranviarie oltre a gas, acqua ed elettricità... tutti asset collegati alle urbanizzazioni. L'industria petrolifera nacque negli Stati Uniti (nei pressi di Titusville, Pennsylvania) negli anni '50 dell'800 per l'iniziativa di Edwin Drake. Il 27 agosto 1859 venne aperto il primo pozzo petrolifero redditizio del mondo. L'industria crebbe lentamente durante l'800 e non diventò di interesse nazionale USA fino agli inizi del ventesimo secolo; l'introduzione del motore a combustione interna fornì la domanda che ha poi largamente sostenuto questa industria. I primi piccoli giacimenti "locali" in Pennsylvania e in Ontario sono stati velocemente esauriti, portando i " boom petroliferi" in Texas, Oklahoma, e California. Alcune nazioni europee avevano considerevoli riserve petrolifere nei loro possedimenti coloniali, e incominciarono ad utilizzarli a livello industriale.
Dopo anni in cui la Germania pareva dirigere le sorti d'Europa, intorno al 1902 le altre potenze, sempre più urtate dall'arroganza tedesca, cominciarono a intraprendere trattative più o meno segrete per regolare i loro rapporti a proposito delle colonie, estromettendo la Germania. Il primo patto in tal senso venne stipulato il 30 gennaio 1902 tra Gran Bretagna e Giappone, alleanza che porterà indirettamente lo stato giapponese in guerra con la Russia. Questa trattativa diplomatica fu la prima a decretare la fine dello "splendido isolamento" e l'avvicinamento alla nascita di un nuovo e solido blocco politico europeo.
Nello stesso anno, erano cominciate le prime trattative segrete tra Francia e Italia, che avrebbero preparato quest'ultima alla guerra italo-turca combattuta tra il 1911 e il 1912. In tale modo l'Italia aveva intrapreso un doppio gioco diplomatico: se da una parte nell'autunno del 1902 rinnovava la Triplice Alleanza con Germania e Austria, dall'altra assicurava alla Francia la neutralità nel caso in cui i suoi alleati le avessero dichiarato guerra.
Fondamentalmente ogni alleanza fra potenze europee, era valida solo per la difesa da un'eventuale attacco, infatti, alla fine della Grande Guerra nessuno avrebbe riconosciuto di avere attaccato per primo.
Grave per il Reich fu la stipulazione anglo-francese del 1904 della “Entente cordiale”, in cui le due parti riconoscevano le loro sfere d'influenza coloniale. Pur non menzionando questioni di politica europea, il patto fu un duro colpo per la Germania che, pur mantenendo una facciata di indifferenza, capiva di perdere importanza nelle questioni d'oltremare.
Nella guerra russo-giapponese del 1904-1905 per la prima volta nella storia moderna uno stato europeo fu sconfitto da una nazione di razza non bianca. L’umiliazione fu particolarmente sentita in un periodo in cui andavano diffondendosi teorie razziste sulla superiorità biologica della razza bianca, destinata a dominare e a civilizzare il mondo intero (razzismo).
Nel 1907 la corsa alle alleanze scatenata da Otto von Bismarck, che nel 1882 aveva allargato l'alleanza fra la Germania e gli Asburgo all'Italia, (la triplice alleanza) nel tentativo di spegnere nei francesi ogni velleità di rivincita per la sconfitta patita nel 1871 e pensata anche in senso anti russo, sbarrando allo zar ogni possibilità di mettere piede nel Mediterraneo, per reazione, vide sancita un'alleanza tra Francia e Russia nel 1893 alla quale si aggiunse, nel 1907 la Gran Bretagna (la triplice intesa).
Nel 1907, nell'impero ottomano, i vari gruppi che costituivano l’opposizione al governo sultaniale, capeggiati dal Comitato “Unione e Progresso” e dalla società “Patria e Libertà” guidata da Mustafa Kemal (il futuro Atatürk) si fusero nel Partito che ordinariamente venne denominato “dei Giovani Turchi”, con un programma fortemente nazionalista e modernizzatore ispirato principalmente al nazionalismo tedesco e alle tesi teistico-scientiste care agli ambienti massonici (le logge massoniche erano penetrate nel mondo musulmano già dalla fine del Settecento, sull’onda dell’entusiasmo suscitato in Egitto dal proclama che il giovane generale Bonaparte aveva pubblicato in Alessandria il 2 luglio del 1798). Le genti anatoliche, pretendevano i “Giovani Turchi”, andavano rigorosamente turchizzate espellendo dalla penisola le minoranze etniche (arabi nel Meridione, turchi e armeni nell’interno, greci sulle coste occidentali); da questo punto di vista – mentre i curdi, iranici e musulmani, venivano soggetti a una specie di turchizzazione unilaterale -, il problema più grave era costituito dagli armeni, che per giunta erano anche cristiani. L’Islam difatti, dal punto di vista non tanto propriamente religioso quanto storico-culturale, stava sempre più divenendo nella prospettiva nazional-progressista turca una parte del progetto di costruzione di una nuova “grande patria turca”. I “Giovani Turchi”, filotedeschi e ammiratori della Germania guglielmina, si andavano dal canto loro distinguendo in nazionalisti “piccolo-turchi e in “grandi turchi” panturanici: una distinzione che ripeteva esattamente quella dei nazionalisti tedeschi in “piccoli tedeschi” che guardavano alla Germania vera e propria e in “grandi tedeschi” pangermanisti che aspiravano all’unione di tutte le stirpi germaniche d’Europa, così come era stato per panslavisti. La fazione dei “Giovani Turchi” che s’ ispirava al pangermanesimo sognava un futuro impero “da Edirne a Samarcanda”, fondato sull’unione in un solo grande stato-nazione di tutte le genti turche a ovest e ad est del Caspio. Non bisogna dimenticare queste aspirazioni, perché nella società turca di oggi esse stanno risorgendo e fanno parte del complesso panorama nazional-religioso dei movimenti che appoggiano il presidente Erdoğan.
(Franco Cardini da https://ytali.com/2016/06/03/a-proposito-del-genocidio-armeno-e-non-solo-2/)
Inoltre i dirigenti dei "Giovani Turchi", in particolare Talat Paşa, si macchiarono delle colpe del genocidio armeno, condotto durante la prima guerra mondiale.
Carta delle etnie nell'impero austro-ungarico nel 1911.
La situazione serba divenne sempre più problematica, soprattutto a partire dal 1908, allorquando l'Austria-Ungheria annetté ai propri territori la Bosnia-Erzegovina, nonostante le proteste turche, che presentava una popolazione di soli serbocroati. La Bosnia-Erzegovina era stata controllata legalmente dall'impero asburgico, secondo i dettami del primo trattato di Berlino, dal 1878.
L’amicizia del più potente sovrano d’Europa, il Kaiser Guglielmo II, non bastò a proteggere il sultano ottomano dai giovani militari e intellettuali che erano, fra l'altro, a loro volta dei sinceri ammiratori della giovane e fiera Germania imperiale. La rivolta militare di Salonicco capeggiata da un gruppo di giovani ufficiali (i Giovani Turchi) tra i quali si distingueva il leader Enver Bey, nel luglio del 1908, aveva come scopo immediato il ristabilimento della costituzione del 1876 che era stata successivamente sospesa: ma rappresentava in realtà la generale sconfessione del governo di Abdül-Hamit che, nonostante avesse accettato il reintegro costituzionale, fu deposto meno di un anno dopo. Il nuovo sultano Mehmet V dovette affrontare una serie di sollevazioni, dall’Albania alla penisola arabica.
Nel settembre del 1908, la Grecia si annette Creta e nell’ottobre di quell'anno, Ferdinando I di Sassonia-Coburgo si proclama czar di Bulgaria. Si andava preparando, con l’accordo almeno provvisorio di Austria e Russia - e la riserva di un loro futuro scontro per l’egemonia - la definitiva deturchizzazione, anche formale, dell’intera penisola balcanica.
Deluso dall'annessione all'Austria-Ungheria della Bosnia (dove vivevano 825.000 serbi di fede ortodossa e abitavano molti altri sostenitori della causa serba) e costretto a riconoscere tale annessione nel marzo 1909 mettendo così un freno alle agitazioni dei nazionalisti serbi, il governo serbo rivolse le sue mire espansionistiche verso sud, in quella che era la "Vecchia Serbia" (il Sangiaccato di Novi Pazar e la provincia del Kosovo). Alle mire serbe si aggiunsero quelle bulgare: dopo aver ottenuto l'appoggio della Russia nell'aprile 1909, la Bulgaria desiderava infatti annettere i territori ottomani in Tracia e Macedonia. Nel frattempo, il 28 agosto 1909 in Grecia, un gruppo di ufficiali (Stratiotikos Syndesmos) chiesero una riforma costituzionale, la rimozione della famiglia reale dalla guida delle forze armate e una politica estera più decisa e nazionalista con cui poter risolvere la questione cretese e ribaltare l'esito della sconfitta del 1897. A questi avvenimenti si aggiunse l'insurrezione del marzo 1910 della popolazione albanese in Kosovo (appoggiata dai Giovani Turchi) e, nell'agosto 1910, il Montenegro diventò a sua volta un regno.
In seguito, l'impero ottomano subisce l’aggressione dell’Italia che, pur alleata dell’amica Germania, tra 1911 e 1912 gli strappa le ultime residue province nordafricane da esso ancora almeno formalmente controllate, Tripolitania e Cirenaica. Gli italiani occuparono anche Rodi e il Dodecaneso e giunsero a forzare lo stretto dei Dardanelli. Il 12 ottobre del 1912, turchi e italiani accedevano alla faticosa pace di Losanna. Il sultano avrebbe invero volentieri ceduto Tripolitania e Cirenaica all’Italia in cambio di un suo governo nella sostanza coloniale, ma che formalmente rispettasse la sovranità ottomana: tale accordo era già stato accettato dall’Inghilterra per l’Egitto e dalla Francia per Algeria e Tunisia. Ma il governo di Giolitti, che aveva scatenato la guerra per distogliere l’attenzione degli italiani da forti difficoltà interne, aveva bisogno di un’affermazione piena, non di una transazione che sarebbe parsa un ripiego se non una mezza sconfitta. Così la guerra continuò per approdare alla costituzione di una “Libia italiana”.
Guidata dalla forte personalità di Giovanni Giolitti, l'Italia fece progressi notevoli, coronati dalla fortunata guerra italo-turca combattuta tra il settembre del 1911 e l'ottobre del 1912. Anche il poeta romagnolo e socialista Giovanni Pascoli, reclamava un posto al sole per l'Italia e all'inizio della campagna libica pronunciò il discorso "La grande proletaria si è mossa". La guerra italo-turca (nota in italiano anche come guerra di Libia e per i turchi come Guerra di Tripolitania) fu combattuta dal Regno d'Italia contro l'Impero ottomano tra il 29 settembre 1911 e il 18 ottobre 1912, per conquistare le regioni nordafricane della Tripolitania e della Cirenaica. Le ambizioni coloniali spinsero l'Italia ad impadronirsi delle due province ottomane che nel 1934, assieme al Fezzan, avrebbero costituito la Libia, dapprima come colonia italiana ed in seguito come Stato indipendente. Durante il conflitto fu occupato anche il Dodecanneso, arcipelago del Mar Egeo; quest'ultimo avrebbe dovuto essere restituito ai turchi alla fine della guerra, ma rimase sotto amministrazione provvisoria da parte dell'Italia fino a quando, con la firma del trattato di Losanna nel 1923, la Turchia rinunciò a ogni rivendicazione, e riconobbe ufficialmente la sovranità italiana sui territori perduti nel conflitto. Nel corso della guerra, l'Impero ottomano si trovò notevolmente svantaggiato, poiché avrebbe potuto rifornire il suo piccolo contingente in Libia solo attraverso il Mediterraneo e la flotta turca non fu in grado di competere con la Regia Marina; gli Ottomani, così non riuscirono ad inviare rinforzi alle loro province nordafricane. Pure se minore, questo evento bellico fu un importante precursore della prima guerra mondiale, perché contribuì al risveglio del nazionalismo nei Balcani. Osservando la facilità con cui gli italiani avevano sconfitto i disorganizzati turchi ottomani, i membri della Lega Balcanica attaccarono l'Impero prima del termine del conflitto con l'Italia. Durante il conflitto italo-turco si registrarono numerosi progressi tecnologici nell'arte militare tra cui, in particolare, l'impiego dell'aeroplano (furono schierati in totale 9 apparecchi) sia come mezzo offensivo che come strumento di ricognizione. Il 23 ottobre 1911 il pilota Carlo Maria Piazza sorvolò le linee turche in missione di ricognizione, e il 1º novembre dello stesso anno l'aviatore Giulio Gavotti lanciò a mano la prima bomba aerea (grande come un'arancia, si disse) sulle truppe turche di stanza in Libia. Altrettanto significativo fu l'impiego della radio con l'allestimento del primo servizio regolare di radiotelegrafia campale militare su larga scala, organizzato dall'arma del genio sotto la guida del comandante della compagnia R.T. Luigi Sacco e con la collaborazione dello stesso Guglielmo Marconi. Infine, il conflitto libico registrò il primo utilizzo nella storia di automobili in una guerra: le truppe italiane furono dotate di autovetture Fiat Tipo 2 e motociclette SIAMT.
Resta il fatto che la Libia è stata un'unità inventata dall'Italia e non era mai stata un'entità politica unitaria, antefatto che potrebbe motivare l'attuale crisi libica. La Libia non ha mai posseduto un tessuto sociale comune fra le varie tribù.
Comunque, tra il 1910 e il 1914, si conseguì in Italia la massificazione dell'istruzione secondaria e l'ingresso della donna del mondo del lavoro qualificato (con la "rivoluzione" della macchina da scrivere). Alla vigilia della prima guerra mondiale l'Italia, passando da un'economia prevalentemente agricola a una di stampo industriale, era divenuta la settima potenza industriale del mondo e aveva inoltre dato prova di buone capacità militari nel conflitto contro la Turchia.
Nel 1911, l'occupazione italiana della Tripolitania, regione appartenente nominalmente all'Impero Ottomano, ne indebolì la posizione internazionale stimolando ulteriormente le mire dei piccoli stati balcanici. Grazie alla mediazione russa, gli Stati balcanici conclusero una serie di accordi: tra la Serbia e la Bulgaria nel marzo 1912, tra la Bulgaria e la Grecia nel maggio 1912 e il Montenegro, infine, siglò accordi con Serbia e Bulgaria nell'ottobre 1912. Proprio in seguito a questi accordi, si ebbe lo scoppio della prima guerra balcanica, a cui seguì, l'anno dopo, la seconda guerra balcanica.
Temendo un’eccessiva espansione austriaca, e con l’implicito appoggio russo, la Serbia, la Bulgaria, la Grecia e il Montenegro (regno indipendente dal 1910) dichiarano guerra alla Turchia nell’intento di determinare una nuova situazione balcanica che escludesse l’impero austroungarico. Ciò dette adito alle due successive, complesse “guerre balcaniche” del 1912-13, dalle quali si uscì con la pace di Bucarest del 1913 che deluse tutti i contraenti ma dalla quale scaturì il riconoscimento dell’Albania come principato autonomo.
Nelle guerre balcaniche, combattute nell'Europa sud-orientale nel 1912-1913, gli stati componenti la Lega Balcanica (Regno di Bulgaria, Grecia, Regno del Montenegro e Regno di Serbia) dapprima conquistarono agli ottomani la Macedonia e gran parte della Tracia e poi si scontrarono tra loro per la spartizione delle terre conquistate. Le promesse disattese ed i malumori furono causati dal mancato completamento del processo di emancipazione delle terre balcaniche da quel che rimaneva dell'Impero Ottomano durante il XIX secolo. I serbi, durante la guerra russo-turca del 1877-78, avevano infatti conquistato molti territori mentre la Grecia si era annessa la Tessaglia nel 1881 (anche se poi ne dovette restituire una piccola parte agli Ottomani nel 1897) e la Bulgaria (principato autonomo dal 1878) la provincia della Rumelia orientale nel 1885. Questi tre stati, insieme al Montenegro, nutrivano mire espansionistiche verso quei territori, ancora sotto il dominio ottomano, noti con il nome di "Rumelia" e che comprendevano la Rumelia orientale, la Macedonia e la Tracia. Del resto, già a metà Ottocento, le tensioni fra gli stati balcanici desiderosi di sottrarre terre in Macedonia e Tracia all'Impero Ottomano, avevano spinto le grandi potenze a far sì che lo status quo fosse mantenuto e che le autorità ottomane garantissero l'incolumità delle popolazioni cristiane a loro sottomesse coinvolte nella lotta per la liberazione dal dominio dell'impero ottomano stesso. Queste questioni, tuttavia, si ripresentarono quando nel luglio 1908 i Giovani Turchi costrinsero il Sultano a ripristinare la Costituzione ottomana da lui stesso sospesa. Fu così che l'Austria-Ungheria approfittò dell'instabilità politica dell'Impero Ottomano per annettersi la provincia della Bosnia ed Erzegovina (già occupata, in realtà, nel 1878). A sua volta, la Bulgaria si proclamò un regno completamente indipendente (nell'ottobre 1908), mentre i greci procedettero con l'annessione dell'isola di Creta (le Grandi Potenze, tuttavia, bloccarono quest'ultima operazione).
All'indomani del congresso di Berlino del 1878, in cui venne ufficialmente riconosciuta come Stato sovrano, la Serbia rimaneva un piccolo paese con poco più di 50.000 km quadrati, con strutture arcaiche e una popolazione di poco inferiore ai 2 milioni di abitanti. Senza accesso al mare, priva di ferrovie, la Serbia era costituita da un'immensa società contadina di piccoli e medi proprietari, le cui attività principali consistevano nella coltivazione dei cereali, nell'arboricoltura e nell'allevamento di maiali. Le poche industrie manifatturiere erano specializzate nella trasformazione di prodotti agricoli. La sola città importante all'epoca era Belgrado, la capitale, con circa 30.000 abitanti. Serbia e Montenegro parteciparono alle guerre balcaniche (1912-1913) contro Turchia prima e Bulgaria poi, uscendone rafforzati e ampliati territorialmente. Il progetto di una possibile unificazione dei due Regni fu bloccato però dall'Austria-Ungheria, che dichiarò, poco tempo dopo, guerra al Regno di Serbia, a seguito dell'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando avvenuto a Sarajevo da parte di Gavrilo Princip, un nazionalista serbo-bosniaco, che dette il pretesto che provocò la prima guerra mondiale.
Carta degli stati balcanici nel 1914, in cui la Bosnia
fa parte dell'impero austro-ungarico.
Le due guerre balcaniche rappresentarono un'importante premessa per lo scoppio della prima guerra mondiale: fu proprio in seguito all'espansione serba nella regione che l'Austria-Ungheria cominciò ad allarmarsi. Tali timori erano condivisi dalla Germania, che vedeva nella Serbia un prezioso alleato della minacciosa Russia. Dunque, fu proprio l'accresciuta potenza serba a rappresentare una delle principali ragioni che spinsero gli Imperi centrali a decretare l'inizio della prima guerra mondiale. Boris Urlanis, nel suo lavoro "Voini I Narodo-Nacelenie Europi" (del 1960), stimò che le due guerre balcaniche causarono l'uccisione di 122.000 persone durante le operazioni belliche e la morte di altre 20.000 per le ferite riportate durante gli scontri. A questi bisogna poi aggiungere gli 82.000 morti a causa delle malattie.
Dopo la “rivoluzione di Salonicco”, l’impero ottomano era ormai preda delle fazioni. Nel luglio del 1912, dopo una serie di colpi di mano, un governo detto del “Grande Gabinetto”, presieduto da Ahmet Muhtar Pasha, aveva sciolto l’assemblea nazionale e adottato una politica violentemente opposta ai membri del partito di “Unione e Progresso”. Esso fu rovesciato nel gennaio del 1913, i piena crisi balcanica, da Enver Bey, che assunse direttamente il potere – insignito anche del titolo di pasha – a capo di una trojka rivoluzionaria. S’impose così un regime monopartitico, legittimato peraltro dalle elezioni del maggio 1914: ne fu anima “ideologica” un intellettuale di origine curda, Ziya Gökalp, che stabilì in tre punti fondamentali il suo programma nazionalista e sociale:
1) turchizzazione dei settori sociali, economici e politici del paese (nella prospettiva d’un futuro impero che comprendesse i turchi non solo dell’Anatolia, ma anche dell’Azerbaijan e dell’Asia centrale);
2) islamizzazione come segno identitario e rimedio morale ai guasti provocati dall’occidentalizzazione; ma, al tempo stesso,
3) decisa occidentalizzazione sotto il profilo non etico-culturale bensì politico, civico, tecnologico e militare (quella che egli definiva “contemporaneizzazione”). Il nazionalismo unitarista-progressista s’ispirava largamente al darwinismo sociale, concepiva la lotta tra le nazioni come conflitto tra “specie organiche” e avversava la morale democratica importata dall’Occidente liberale anzitutto in quanto morale individualistica, decisa sostenitrice di diritti ma negatrice di doveri. Scriveva Gökalp: “Non dire mai: ho diritto; il diritto non esiste; c’è solo il dovere… Il mio animo, il mio cuore non pensano, sentono. Seguono la voce che viene dalla nazione. Chiudo gli occhi, compio il mio dovere”. Un’etica che sotto molti aspetti si potrebbe definire – non diversamente dalla visione socioantropologica che l’animava – “prenazista”.
La crisi austro-serba del luglio 1914, fu in realtà una crisi fra Austria e Russia (nella quale ciascuna delle due contendenti contava sul suo sicuro alleato, rispettivamente la Germania e la Francia con l'impegno difensivo della Gran Bretagna) coinvolse rapidamente nel conflitto: Germania, Russia, Francia, Belgio, Inghilterra e Giappone (che ambiva a occupare la concessione coloniale tedesca di Chaochow, chiave alla sua penetrazione in Cina settentrionale).
L'evento che dette il via alla deflagrazione del primo conflitto mondiale coincise a quando il Kaiser Guglielmo II si trovava a Kiel, in occasione dell'annuale regata sull'Elba, nell'ambito della "Settimana di Kiel", il 28 giugno 1914, quando lo raggiunse un telegramma che annunciava che l'arciduca Francesco Ferdinando, in visita a Sarajevo, era rimasto vittima di un attentato insieme con la consorte morganatica, Sofia (un matrimonio morganatico è un tipo di matrimonio contratto in tra persone di diverso rango sociale, che impedisce il passaggio alla moglie dei titoli e dei privilegi del marito). L'erede al trono degli Asburgo si era recato in visita ufficiale nella città serba quello stesso giorno, in occasione dell'anniversario della sconfitta che i turchi avevano inflitto ai serbi nella battaglia del Kosovo del 1349. L'organizzazione terroristica serba "Mano Nera" aveva affidato a sei giovani cospiratori il compito di attentare alla vita dell'arciduca in nome dell'indipendenza serba, minacciata dalle mire imperialistiche dell'imperatore asburgico Francesco Giuseppe. In mattinata uno di questi lanciò una bomba contro la macchina dell'erede, ma l'ordigno, rimbalzando sulla fiancata, esplose contro l'automezzo successivo, ferendo due ufficiali. Nonostante il tentato assassinio, il corteo continuò il suo cammino e giunto in municipio Francesco Ferdinando apostrofò le autorità in tono irato: « È così che accogliete i vostri ospiti? Con le bombe? ». L'arciduca chiese di essere condotto in automobile all'ospedale, per far visita agli ufficiali feriti e il fato volle che in una strada stretta, incrociassero Gavrilo Princip, che esplose contro il "bersaglio mancato" due colpi ferendo entrambi i passeggeri, che morirono lungo il tragitto all'ospedale.
Al diffondersi della notizia del crimine tutte le nazioni reagirono indignate e con orrore. Solo due paesi rimasero insensibili all'accaduto: l'Austria e la Serbia. Da una parte la stampa serba fece ben poco per dissimulare il suo compiacimento, come anche l'opinione pubblica e lo stesso governo che, appena uscito malamente dalle guerre balcaniche, non desiderava altro che pace e reagì in modo stranamente apatico. L'Austria, del resto, diede inizio a una debole indagine per determinare se la Serbia avesse effettivamente avuto parte all'attentato, dalla quale non emerse alcuna prova a sostegno di questa tesi. Gli attentatori non erano a conoscenza della natura dei rapporti tra l'imperatore d'Austria e l'arciduca. Questi, infatti, era uno dei pochi uomini di potere che guardasse con una certa simpatia alla causa serba e si pensava che progettasse di sostituire il dualismo austro-ungarico con un trialismo di Austria, Ungheria e paesi slavi meridionali. Per le sue idee politiche e per lo scandaloso matrimonio con Sophie Chotek von Chotkowa, che non apparteneva a nessuna delle dinastie europee regnanti, Francesco Ferdinando si era alienato le simpatie della corte e dello stesso zio, l'imperatore Francesco Giuseppe, che sembra avesse reagito alla notizia dell'attentato con queste parole: « Un potere superiore ha ristabilito l'ordine che io, purtroppo, non sono riuscito a preservare ». All'indomani dell'attentato, il ministro degli esteri austriaco, conte Berchtold, e il capo di stato maggiore, barone Conrad von Hötzendorf, fremevano al pensiero di approfittare della situazione per ridimensionare il ruolo della Serbia. Francesco Giuseppe, però, non si dimostrava pienamente convinto dal progetto e temeva che un attacco alla Serbia avrebbe coinvolto altre potenze, prima fra tutte la Russia.
Il conte Tisza, il primo ministro ungherese, condivideva gli stessi dubbi dell'imperatore obiettando che non sarebbe stato difficile trovare un "casus belli" qualora ce ne fosse stato bisogno. Il capo di stato maggiore dell'esercito austro-ungarico, Conrad von Hötzendorf, si preoccupò di coprire le spalle all'Austria e cercò di coinvolgere la Germania, inviando al Kaiser un memorandum e una lettera personale firmate dell'imperatore. D'altro canto Guglielmo II non aveva bisogno di sollecitazioni e rivelò subito i suoi più drastici intenti. In realtà, fino a poco tempo prima, il Kaiser si era sempre presentato di indole moderata riguardo a un conflitto su vasta scala e questo suo mutamento di umore risultò assai strano. Probabilmente le cause sono da ricercare nel fatto che non voleva essere tacciato di debolezza o, piuttosto, che voleva ricordare l'amicizia che lo legava al principe assassinato. Fatto sta che il 5 luglio, con una lettera la Germania assicurava il suo più completo appoggio, aggiungendo che la Russia "non era assolutamente pronta per la guerra". Riguardo al terzo componente della Triplice Alleanza, l'Italia, l'Austria preferì tenere Roma all'oscuro dei propri piani, sicura che sarebbe bastato l'alleato tedesco a scongiurare il disastro.
Nelle due settimane successive l'attentato, la situazione europea sembrava ancora lontana dallo scoppio di un conflitto su vasta scala, tanto che in tutti i paesi le previsioni si mostravano ottimistiche. Il 30 giugno Sir Arthur Nicolson, il più alto funzionario al Foreign Office (il dicastero del Regno Unito responsabile della promozione degli interessi del Paese all'estero), scrisse all'ambasciatore britannico a San Pietroburgo: «La tragedia che si è appena consumata a Sarajevo non comporterà, credo, ulteriori complicazioni». Nel frattempo in Austria i ministri discutevano su quali misure dovessero adottare contro la Serbia e solo il conte Tisza sembrava covare profetici dubbi: «...l'attacco austriaco alla Serbia provocherà, per quanto umanamente possibile prevedere, una guerra mondiale». I timori del primo ministro ungherese però, vennero messi in sordina di fronte al fatto che se l'Austria si fosse mostrata debole, avrebbe rischiato di perdere la stima e l'appoggio della Germania. Mentre Sir Arthur Nicolson persisteva nel suo atteggiamento ottimista, scrivendo all'ambasciatore britannico a Vienna «Dubito che l'Austria prenda iniziative serie e prevedo che la tempesta si placherà », intorno al 9 luglio in Austria si cominciavano a muovere i primi passi per la redazione di un ultimatum da inviare al governo serbo. L'obiettivo consisteva nell'avanzare delle richieste talmente improponibili che il netto rifiuto serbo avrebbe inevitabilmente spinto l'Austria a dichiararle guerra. Le condizioni, definite a Vienna il 19 luglio, erano rappresentate in quindici punti, alcuni dei quali violavano palesemente l'autonomia serba. Oltre alla repressione di qualsiasi forma di propaganda antiaustriaca, l'ultimatum chiedeva che il governo serbo condannasse i militari implicati nell'attentato, che promettesse la cessazione delle ingerenze in Bosnia e esigeva l'esonero di qualsiasi funzionario serbo e la nomina di funzionari austriaci nei posti di potere.
Il 21 luglio, dietro spinta dei propri ministri, Francesco Giuseppe diede l'assenso alle condizioni poste, dichiarando: «La Russia non può accettarlo... Ciò significa la guerra generale». L'ultimatum venne consegnato alla 6 di mattina del 23 luglio fissando il suo termine massimo in 48 ore. Il giorno successivo il governo tedesco avviò la propria politica offensiva trasmettendo ai governi di Russia, Francia e Gran Bretagna delle note diplomatiche che definivano le richieste austriache "moderate e giuste", aggiungendo, minacciosamente, che "ogni interferenza" avrebbe portato a incalcolabili conseguenze. Due minuti prima della scadenza delle 48 ore, la risposta serba venne consegnata all'ambasciatore austriaco, il barone Giesl, che, senza averla neanche letta, secondo gli ordini ricevuti, lasciò in treno Belgrado. Tre ore dopo cominciava la parziale mobilitazione delle forze austriache sul fronte serbo. Il 24 luglio, d'altro canto, il consiglio dei ministri russo decise di mobilitare in segreto tredici corpi d'armata pronti a iniziare l'offensiva contro l'Austria in nome del panslavismo.
La Triplice Alleanza, in scadenza l'8 luglio 1914, venne rinnovata anticipatamente il 5 dicembre 1912, con l'aggiunta di un particolare protocollo riguardante i Balcani. Proprio in tale contesto, allorquando nel 1913 l'Austria-Ungheria aveva progettato una operazione militare contro la Serbia, l'opposizione dell'Italia lo aveva mandato a monte, esasperando l'avversione di Francesco Ferdinando e del generale Franz Conrad von Hötzendorf e del loro apparato militare. Questa insofferenza portò la diplomazia austro-ungarica durante gli ultimi giorni della cosiddetta crisi di luglio, a giocare d'astuzia. Il 22 luglio 1914 l'ambasciatore Kajetan Mérey incontrò al ministero degli Esteri a Roma il marchese Antonino di San Giuliano, il quale venne rassicurato in maniera piuttosto generica sulla posizione che l'Austria-Ungheria intendeva assumere nei confronti della Serbia e del Montenegro. Il 24 luglio, Antonio di San Giuliano assieme a Antonio Salandra, al cospetto dell'ambasciatore tedesco Hans von Flotow, presero visione dell'ultimatum presentato dall'Austria-Ungheria alla Serbia e ne rimasero sconcertati.
Visto che il governo di Vienna non aveva ragguagliato minimamente Roma durante la fase di preparazione del durissimo ultimatum alla Serbia, onde evitare le facilmente prevedibili reazioni negative e nel tentativo di impedire qualunque forma di protesta formale, anticipò la scadenza dell'ultimatum stesso alle ore 17 del giorno successivo.
La Serbia, su consiglio dell'Intesa, aveva risposto abilmente alle brusche richieste austriache accettandole tutte, a eccezione dei punti che violavano manifestamente l'indipendenza serba. Nonostante a Vienna e Berlino non si fosse prevista questa svolta e si fosse percorsa la linea politica già predisposta, l'accondiscendente risposta della Serbia mutò radicalmente la situazione e di fronte alla nuova situazione, il 27 luglio il cancelliere del Reich, Bethmann Hollweg, decise di cambiare strategia politica e, seguendo i consigli del governo britannico, esortò l'Austria-Ungheria alla moderazione spingendola ad avviare trattative bilaterali con la Russia. Lo stesso Guglielmo II dopo aver letto la nota serba pare che abbia esclamato: «Ma allora viene a mancare ogni motivo di guerra!».
La Serbia rifiutò comunque di sottoscrivere i punti dell'ultimatum che ledessero la sua reale autonomia e così
i "giochi erano fatti" e l'Europa si avviava verso una strada senza uscita. Tutte le grandi potenze cominciarono a dare le prime disposizioni militari (persino in Gran Bretagna, il generale Smith-Dorrien ordinò di presidiare "tutti i punti vulnerabili" meridionali del paese) e alle ore 12 del 28 luglio l'Austria dichiara ufficialmente guerra alla Serbia. La mobilitazione totale si avvia il 29 luglio, dando inizio al "fatale automatismo delle mobilitazioni" che nel giro di poco tempo avrebbe spinto tutte le nazioni europee nell'inesorabile vortice di una guerra totale mentre i presupposti della Triplice Alleanza, con l'azione messa in atto dall'Austria-Ungheria senza intesa preventiva con l'Italia e anzi, tenendola deliberatamente all'oscuro, erano stati violati non solo nello spirito ma anche nella pratica, per cui il Regno d'Italia si mantenne neutrale.
La catena delle alleanze, da https://commons.
wikimedia.org/w/index.php?curid=14895591
In questo fumetto satirico, chiamato "La catena delle alleanze", viene chiaramente mostrato come il precario equilibrio europeo potesse crollare a causa dei fitti rapporti che si erano instaurati tra le potenze.
Il 1º agosto, dopo l'inizio delle ostilità fra Austria-Ungheria e Serbia, il governo tedesco dichiara guerra alla Russia, che aveva mobilitato l'esercito e due giorni dopo anche alla Francia. La strategia tedesca era condizionata dal dover sostenere una guerra sia sul fronte russo che su quello francese, aggravato dalle concezioni belliche prettamente aggressive che, entro pochi giorni dalla mobilitazione, prevedevano un attacco lungo il comune confine usando tutto il potenziale bellico a disposizione. La duplice dichiarazione di guerra era il necessario primo passo in vista dell'attuazione del piano Schlieffen, che prevedeva la sconfitta della Francia con una "guerra lampo" di sole sei settimane prima di rivolgere l'attenzione a est contro i russi, di cui si presupponeva un posizionamento lento.
Il 2 agosto, esattamente il giorno successivo a quello della dichiarazione tedesca di guerra alla Russia, l’impero ottomano stipulò un trattato con la Germania e dichiarò al tempo stesso la “neutralità armata”; ma il 20 ottobre successivo due navi da guerra tedesche, formalmente passate alla flotta turca, attaccarono le coste russe del Mar Nero. Di conseguenze, il 5 novembre, Russia, Inghilterra e Francia dichiarano guerra alla Turchia.
Carta dell'Europa nella prima guerra mondiale, con gli imperi centrali
(Triplice Alleanza) in rosso e i paesi deel Triplice Intesa in verde.
Sono indicati inoltre i fronti di guerra.
Nello stesso 2 di agosto, la Germania invase lo stato neutrale del Lussemburgo mentre il 4 agosto, dopo che un formale ultimatum era stato respinto, i tedeschi invasero il Belgio avanzando a gran velocità, azione che diede il pretesto per la dichiarazione di guerra britannica alla Germania, anche se il Regno Unito non aveva truppe sul continente europeo e il suo corpo di spedizione doveva ancora essere radunato, armato e inviato oltre la Manica.
La partecipazione dell'Italia alla guerra ebbe inizio il 24 maggio 1915, circa dieci mesi dopo l'avvio del conflitto, durante i quali il paese conobbe grandi mutamenti politici, con la rottura degli equilibri giolittiani e l'affermazione di un quadro politico che manifestava mire espansionistiche, legate al fervore patriottico ed agli ideali risorgimentali. Inizialmente il Regno d'Italia si era mantenuto neutrale, visto che la triplice alleanza presupponeva un intervento in caso di attacco subito dall'alleato e fra l'altro l'Italia era stata tenuta all'oscuro del contenuto dell'ultimatum austriaco alla Serbia, non potendo così esprimere un proprio eventuale veto. Parallelamente, alcuni esponenti del governo italiano iniziarono trattative diplomatiche con entrambe le forze in campo, che si conclusero con la sigla del patto segreto di Londra con le potenze della Triplice intesa, così come era avvenuto nel 1902 con la Francia. Durante questo lungo periodo di trattative, l'opinione pubblica giocò un ruolo decisionale fondamentale, e la scelta o meno di entrare in guerra fu condizionata dalle decisioni delle masse popolari, divise tra interventisti e neutralisti, a dispetto del parlamento italiano che non ebbe l'opportunità di esprimere la propria opinione. I più convinti neutralisti erano i socialisti, che ottemperavano così agli impegni presi nella seconda internazionale, anche se l'ex direttore del quotidiano socialista l'"Avanti!", Benito Mussolini, si schierò con gl'interventisti. Alla conclusione delle trattative fra gli stati europei, il Regno d'Italia abbandonò lo schieramento della Triplice alleanza e dichiarò guerra all'Austria-Ungheria il 23 maggio 1915, avviando le operazioni belliche a partire dal giorno seguente. L'Italia dichiarò poi guerra all'Impero ottomano il 21 agosto 1915, al Regno di Bulgaria il 19 ottobre 1915 e all'Impero tedesco il 27 agosto 1916.
L'entrata in guerra dell'Italia aprì un lungo fronte sulle Alpi Orientali, esteso dal confine con la Svizzera a ovest fino alle rive del mare Adriatico a est. Lungo questo fronte, le forze del Regio Esercito sostennero il loro principale sforzo bellico contro le unità dell'Imperiale esercito austro-ungarico, con combattimenti concentrati nel settore delle Dolomiti, nell'Altopiano di Asiago e soprattutto nel Carso, lungo le rive del fiume Isonzo. Contemporaneamente alle operazioni belliche, la guerra ebbe anche una profonda influenza sullo sviluppo industriale del paese oltre ad avviare grandi cambiamenti in ambito sociale e politico. Il fronte interno giocò un ruolo fondamentale per il sostegno dello sforzo bellico: gran parte della vita civile e industriale fu completamente riadattata alle esigenze economiche e sociali che il fronte imponeva, e comparve la militarizzazione dell'industria, la soppressione dei diritti sindacali a favore della produzione di guerra, i razionamenti per la popolazione, l'entrata della donna nel mondo del lavoro e moltissime altre innovazioni sociali, politiche e culturali. La guerra impose uno sforzo popolare mai visto prima; enormi masse di uomini furono mobilitate sul fronte interno così come sul fronte di battaglia, dove i soldati dovettero adattarsi alla dura vita di trincea, alle privazioni materiali e alla costante minaccia della morte, che impose ai combattimenti la necessità di dover affrontare enormi conseguenze psicologiche collettive ed individuali, che andavano dalla nevrosi da combattimento, al reinserimento nella società fino alla nascita delle associazioni dei reduci.
L'accordo Sykes-Picot, ufficialmente "Accordo sull'Asia Minore", è un accordo segreto stipulato fra i governi del Regno Unito e della Francia, che definiva le rispettive sfere di influenza nel Medio Oriente dopo che si fosse sconfitto l'impero ottomano nella prima guerra mondiale. I negoziati, condotti dal francese François Georges-Picot e dal britannico Mark Sykes, ebbero luogo tra novembre 1915 e marzo 1916, con l'assenso della Russia. L'accordo venne poi definitivamente firmato il 16 maggio 1916.
I termini dell'accordo furono pubblicati dal Manchester Guardian il 26 novembre 1917.
I governi francese e britannico concordarono:
Schema dell'accordo Sykes-Picot.
- Francia e Regno Unito sono pronti a riconoscere e proteggere uno Stato arabo indipendente o una confederazione di Stati arabi sotto la sovranità di un capo arabo. Che nell'area A la Francia e nell'area B la Gran Bretagna avranno la preminenza su diritti d'impresa e sui prestiti locali. Che nell'area A solo la Francia e nell'area B solo la Gran Bretagna potranno fornire consiglieri o funzionari stranieri in caso di richiesta da parte di uno Stato arabo o di una confederazione di Stati arabi.
- nella zona blu alla Francia e nella zona rossa alla Gran Bretagna verrà permesso di istituire un controllo o un'amministrazione diretta o indiretta a loro piacimento e a seconda se ciò possa armonizzarsi con uno Stato arabo o una confederazione di Stati arabi.
- nella zona marrone (fucsia nello schema, la Palestina n.d.r.) potrà essere istituita un'amministrazione internazionale la cui forma dovrà essere decisa dopo essersi consultati con la Russia ed in seguito con gli altri alleati ed i rappresentanti dello sceriffo della Mecca.
- al Regno Unito verranno concessi i porti di Haifa e San Giovanni d'Acri e garantito lo sfruttamento delle acque dei fiumi Tigri ed Eufrate; per l'area B da parte sua il governo di Sua Maestà si impegna a non aprire negoziati per la cessione di Cipro a favore di potenze terze senza il previo consenso del governo francese.
- Alessandretta sarà un porto aperto nei confronti dei commerci dell'impero britannico e che non ci saranno discriminazioni a proposito di tasse portuali o strutture nei confronti di navi o merci britanniche; che ci sarà libertà di transito per le merci britanniche attraverso Alessandretta e su ferrovia attraverso la zona blu o tra l'area B e l'area A; e che non ci sarà alcuna discriminazione diretta od indiretta contro le merci britanniche sulle ferrovie o contro le merci e le navi britanniche in qualunque porto delle aree suddette. Che Haifa sarà un porto aperto nei confronti dei commerci della Francia, i suoi dominion e protettorati, e non ci saranno discriminazioni a proposito di tasse portuali o strutture nei confronti delle navi o delle merci francesi. Che ci sarà libertà di transito per le merci francesi attraverso Haifa e su ferrovia attraverso la zona marrone qualora tali merci siano destinate o provengano dalla zona blu, dall'area A o dalla area B e non ci sarà alcuna discriminazione diretta od indiretta contro le merci francesi sulle ferrovie o contro le merci e le navi francesi in qualunque porto delle zone suddette.
- nell'area A la ferrovia di Baghdad non verrà estesa verso sud oltre Mossul e nell'area B verso nord non oltre Samara fino al completamento della ferrovia che collega Baghdad ed Aleppo passando per la valle dell’Eufrate e successivamente previo accordo dei due governi.
- il Regno Unito ha il diritto di costruire, amministrare ed essere il solo proprietario di una ferrovia che colleghi Haifa con l'area B e che ha il diritto di trasportare truppe lungo questa linea in ogni momento. I due governi concordano sul fatto che lo scopo di questa ferrovia è di facilitare il collegamento ferroviario tra Baghdad e Haifa e concordano inoltre che, nel caso in cui problemi tecnici o le spese che si dovrebbero sostenere per realizzare questa linea di collegamento attraverso la sola zona marrone possano rendere impraticabile questo progetto, il governo francese dovrebbe essere pronto a considerare che la linea in questione potrebbe attraversare anche Polgon, Banias, Keis Marib, Salkhad e Otsda Mesmie prima di raggiungere l'area B.
- nelle zone blu e rosse e anche nelle aree A e B e nessuna tariffa verrà aumentata né ci sarà una conversione da una tassa ad valorem a tariffe specifiche senza previo accordo tra le due potenze.
Non ci saranno barriere doganali interne tra le suddette aree. Le tasse sulle merci destinati verso l'interno verranno riscosse al porto d'entrata e consegnate all'amministrazione dell'area di destinazione.
- il governo francese non parteciperà mai a negoziati per la cessione dei suoi diritti e non cederà tali diritti sulla zona blu a qualunque potenza terza, tranne lo Stato arabo o la confederazione di Stati arabi, senza il previo consenso del governo di Sua Maestà che, da parte sua, si impegna allo stesso modo nei confronti del governo francese a proposito della zona rossa.
- i governi britannico e francese, in qualità di protettori dello Stato arabo concordano che non acquisiranno e non consentiranno ad una potenza terza di acquisire possedimenti territoriali nella penisola arabica né consentiranno ad una potenza terza di installare una base navale sulla costa orientale o sulle isole del Mar Rosso. Ciò, tuttavia, non impedisce eventuali ritocchi della frontiera di Aden che si potrebbero rendere necessari come conseguenza dell'aggressione turca.
- i negoziati con gli arabi a proposito dei confini dello Stato arabo continueranno a seguire gli stessi canali di sempre da parte delle due potenze.
- alcune misure per controllare l'importazione di armi all'interno dei territori arabi devono essere analizzate dai due governi.
Le conseguenze dell'accordo furono che al Regno Unito fu assegnato il controllo delle zone comprendenti approssimativamente la Giordania, l'Iraq ed una piccola area intorno ad Haifa mentre alla Francia fu assegnato il controllo della zona sud-est della Turchia, la parte settentrionale dell'Iraq, la Siria ed il Libano. La zona che successivamente venne riconosciuta come Palestina doveva essere destinata ad un'amministrazione internazionale coinvolgente l'Impero russo e altre potenze.
Carta dell'accordo Sykes-Picot l'8 maggio 1916.
Da questo accordo, che permise alle due potenze coloniali una supremazia nel medio oriente petrolifero, si scateneranno conflitti, dovuti a confini arbitrari tracciati col righello, che porteranno fino ai nostri giorni.
A lato, una mappa del Medio Oriente inclusa nel carteggio tra George Picot e Mark Sykes (dalla Royal Geographical Society).
Da: http://www.ilpost.it/2016/05/16/ accordo-sykes-picot/
Cosa fu l’accordo di Sykes-Picot. Fu firmato tra Francia e Regno Unito cento anni fa oggi: secondo l'ISIS e molti altri è la causa di tutti i mali del Medio Oriente. Sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo si cominciò a parlare di ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) nel giugno del 2014, quando qualche migliaia di miliziani a bordo di pick-up Toyota attaccarono a sorpresa alcune città nel nord dell’Iraq. Nel giro di poche settimane, l’ISIS conquistò Mosul, la seconda città dell’Iraq, occupò alcuni dei valichi al confine con la Siria e arrivò a poche decine di chilometri da Samarra e Baghdad. Tra le molte e sorprendenti conquiste militari, i miliziani dell’ISIS celebrarono soprattutto la cancellazione dell’odiata frontiera tra Iraq e Siria, una linea che le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale avevano tracciato quasi un secolo prima senza troppo riguardo per le popolazioni che abitavano quei territori. Nel luglio del 2014 il capo dell’ISIS, Abu Bakr al Baghdadi, pronunciò un discorso nella moschea di Mosul, la sua prima ed unica apparizione in pubblico fino ad oggi. Baghdadi citò anche la cancellazione della frontiera e disse che l’ISIS non si sarebbero fermato «fino a che non avremo piantato l’ultimo chiodo nella bara della cospirazione Sykes-Picot». “Sykes-Picot” è un nome che in Occidente è stato in gran parte dimenticato, tranne che dagli esperti di Medio Oriente e dagli amanti delle cospirazioni: si riferisce agli incontri che si tennero durante la Prima guerra mondiale tra diplomatici britannici e francesi per decidere la spartizione di quello che oggi è il Medio Oriente. Portarono al raggiungimento di un accordo segreto, che non venne approvato dai Parlamenti dei due paesi né discusso in una conferenza internazionale. La data a cui viene fatta risalire la sua ratifica è il 16 maggio del 1916, esattamente cento anni fa. In molti considerano l’accordo una delle cause principali dei problemi del Medio Oriente contemporaneo. I diplomatici dell’epoca sono stati accusati di aver disegnato le frontiere senza considerare le complicate divisioni religiose e le reti di fedeltà tribale che si sovrappongono nella regione (tutta questa storia ha anche assunto sfumature comiche, con confini che si dice siano il prodotto di una gomitata o di uno starnuto da parte di uno dei cartografi). Il risultato fu la creazione di stati disomogenei e difficili da governare con stabilità. Nel mondo arabo è molto diffusa l’idea che i guai del Medio Oriente siano colpa dell’Occidente e dell’accordo di Sykes-Picot: quando l’ISIS ha cancellato parte della frontiera tra Siria e Iraq, ha usato la stessa retorica per sostenere di avere messo fine agli accordi e di aver ripristinato l’antica unità della comunità musulmana. Dare tutta la colpa all’Occidente, hanno scritto Steven A. Cook e Amr T. Leheta su Foreign Policy, non è altro che «un caso di cattiva storiografia e applicazione scadente delle scienze sociali». La realtà è che gli accordi di Sykes-Picot furono un pasticcio che quasi nessuna delle parti in causa aveva intenzione di rispettare. I negoziati non furono condotti da grandi diplomatici con la tuba, come dice la leggenda, ma da un gruppo di dilettanti, faccendieri e truffatori: Mark Sykes, il delegato britannico, era un parlamentare al suo primo incarico di governo, convinto che il mondo fosse manipolato da una cabala di ebrei; George Picot era un diplomatico francese, sostenitore di una Grande Siria che comprendeva l’attuale Turchia, la Siria, il Libano e parte dell’attuale Iraq. Una parte importante delle trattative fu condotta da un misterioso ufficiale arabo, comparso praticamente dal nulla, che con gli inglesi si finse un emissario dei nazionalisti arabi, e con i nazionalisti arabi un inviato del governo inglese. L’accordo fu ultimato quando era ancora molto difficile prevedere chi avrebbe vinto la guerra: in Francia era in corso la grande battaglia di Verdun, mentre in Medio Oriente gli inglesi avevano subìto soltanto sconfitte. Nel clima di incertezza di quei mesi, l’accordo Sykes-Picot era soltanto una generica dichiarazione di intenti tra Francia e Regno Unito e conteneva un’altrettanto generica promessa di indipendenza ad alcuni leader tribali arabi in cambio di una ribellione armata contro l’Impero Ottomano, che all’epoca controllava l’odierno Medio Oriente. Nel testo degli accordi non c’erano mappe di stati con i rispettivi confini, ma soltanto “aree di influenza” che sarebbero dovute spettare a un paese piuttosto che ad un altro. Agli arabi sarebbe dovuta andare un’area indipendente che comprendeva gran parte delle odierne Siria, Giordania e Arabia Saudita, oltre a una piccola fetta di Iraq. Negli stessi mesi in cui l’accordo veniva sottoscritto, altri diplomatici in altri uffici stavano già lavorando ad altri accordi completamente diversi da quello sottoscritto da Sykes-Picot.
I confini come li conosciamo oggi furono disegnati molti anni dopo, in una serie di conferenze dopo la fine della guerra. La grande rivolta annunciata dagli arabi in cambio dell’indipendenza non si era materializzata e per Francia e Regno Unito fu facile rimangiarsi la loro promessa di indipendenza. La “leggenda nera” dell’accordo Sykes-Picot nacque perché il leader bolscevico Lenin ne fece pubblicare la copia conservata negli archivi dello zar dopo la Rivoluzione di Ottobre. Fu un grande scandalo all’epoca, perché l’accordo era rimasto segreto fino ad allora, mentre pubblicamente Francia e Regno Unito si erano impegnate a non suddividersi quello che rimaneva dell’Impero Ottomano prima di aver concluso la guerra e consultato le popolazioni locali. Ma anche spostare le critiche dall’accordo Sykes-Picot ai successivi trattati che portarono alla nascita del moderno Medio Oriente rischia di essere altrettanto futile. I diplomatici europei non furono così inaccurati, come invece si sostiene spesso, e nel loro lavoro cercarono per quanto possibile di conciliare le esigenze politiche con la realtà locale. All’epoca buona parte delle divisioni che oggi ci sembrano insanabili, come quella tra sciiti e sunniti, erano a malapena percepite e raramente davano origine a violenze etniche o religiose. Molti storici ritengono semplicistico attribuire alle frontiere artificiali tutti i problemi del Medio Oriente. Come notano Cook e Leheta, gran parte delle frontiere di tutto il mondo è il frutto di negoziati tra interessi politici contrapposti che raramente hanno portato a soluzioni geograficamente ed etnicamente omogenee. Raccontare le popolazioni locali come attori inerti nelle mani delle cospirazioni occidentali è da tempo ritenuto un atteggiamento paternalistico-orientalistico.
La situazione caotica che c’è in Siria è uno degli esempi migliori che spiegano come gli accordi sottoscritti dopo la Prima guerra mondiale abbiano una parte secondaria nel Medio Oriente di oggi. Nick Danforth ha ricordato sul New York Times come gli amministratori francesi cercarono di dividere la Siria in due entità: da una parte quella che volevano controllare direttamente, abitata da cristiani e alauiti (un gruppo religioso associato allo sciismo); dall’altra parte quella che volevano far governare agli arabi in maniera autonoma, abitata dai sunniti. All’epoca furono proprio i nazionalisti pan-arabi che si opposero all’idea degli amministratori francesi, al punto da convincerli ad amministrare la Siria come un’unica entità. È strano come l’accordo Sykes-Picot sia diventato il sinonimo del tradimento dell’indipendenza araba e delle ingerenze dell’Europa in Medio Oriente, visto che il diplomatico britannico Mark Sykes fu tra i pochi a credere nella possibilità di creare una grande nazione araba indipendente. Nel corso dei negoziati, Sykes, che aveva iniziato le trattative su posizioni anti-arabe ed era convinto che il mondo fosse manipolato da una cospirazione ebraica, si convertì al sionismo e al nazionalismo arabo. Mentre preparava i testi dell’accordo sperava di creare un Medio Oriente dove ebrei e arabi avrebbero coesistito pacificamente, all’interno di stati indipendenti.
Nel 1917 si verificò la rivoluzione russa, che portò al rovesciamento dell'Impero russo capitanato dal regime zarista e alla formazione prima della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa e, cinque anni più tardi, nel 1922, in seguito alla guerra civile russa, dell'Unione Sovietica, dove si tentò di applicare le teorie sociali ed economiche di Karl Marx e Friedrich Engels.
All'inizio del 1917 l'Impero russo, che da tre anni combatteva nella prima guerra mondiale come membro della triplice intesa, era stremato: le perdite ammontavano a più di sei milioni tra morti, feriti e prigionieri e tranne alcune vittorie sul fronte austriaco, ormai vanificate dagli eventi, la Russia aveva subito una grave serie di sconfitte che avevano comportato la perdita della Polonia, di una parte di Paesi Baltici e dell'Ucraina, portando così il fronte all'interno dei suoi stessi confini, mentre le condizioni del popolo si aggravavano fortemente. Il regime zarista, chiuso a riccio nella difesa del principio dell'autocrazia, aveva ormai perso del tutto il contatto con la realtà della Russia, al punto che anche molti degli elementi conservatori delle classi tradizionalmente alleate del regime, stavano prendendo coscienza che solo un'uscita di scena di Nicola II, e forse dello stesso zarismo, avrebbero loro permesso di mantenere il controllo dello Stato. A Mosca scoppiò la rivolta con la rivoluzione di febbraio e il 2 marzo Duma e Soviet di operai e soldati si accordarono per la deposizione dello zar, e l'istituzione di un governo provvisorio formato da cadetti, menscevichi e socialisti rivoluzionari. Si formò il governo provvisorio di L'vov, che indusse Nicola II ad abdicare. Mentre lo zar e la sua famiglia venivano arrestati, nel paese si formarono due poteri: quello del governo provvisorio, e quello dei Soviet, formato da delegati eletti compresi i bolscevichi. Contemporaneamente si diffuse in tutto il paese il disfattismo nazionale, segno della crescente stanchezza verso la guerra. Il leader bolscevico Lenin, tornato dall'esilio, sostenne la necessità di trasformare la rivoluzione borghese di febbraio in Rivoluzione Proletaria, guidata dai Soviet, che mirasse all'instaurazione di una società comunista. Nell'ottobre i bolscevichi occuparono i punti nevralgici della capitale istituendo il Consiglio dei Commissari del Popolo, dando vita alla rivoluzione d'ottobre. La vittoria dei bolscevichi portò al rovesciamento del Governo Provvisorio Russo e alla nascita della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. Dal 1917 al 1921 esploderà la Guerra civile russa che vedrà la vittoria dell'Armata Rossa (dei bolscevichi) sull'Armata Bianca (contro-rivoluzionari). A seguito di ciò, nel 1922, verrà istituita l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). La Russia uscì così dal sistema degli stati europei.
Agli inizi del 1918 i bolscevichi presero la decisione di uscire al più presto dalla guerra. La pace di Brest-Litovsk del 3 marzo, segnò quindi la fine delle ostilità tra Russia e Germania, ma per potere ritirarsi dal conflitto, la Russia dovette cedere alla Germania un territorio immenso ricco di popolazione e risorse economiche: la Finlandia, gli stati baltici Estonia, Lettonia e Lituania, la Polonia slava e l'Ucraina. Poco dopo, anche la Romania ritenne di dover concludere con gli Imperi Centrali la pace di Bucarest (il 5 aprile), che si rivelò non meno dura di quella imposta alla Russia.
Sul fronte italiano, dopo una lunga serie di inconcludenti battaglie, la vittoria degli austro-tedeschi nella battaglia di Caporetto dell'ottobre-novembre 1917 fece arretrare il fronte fino alle rive del fiume Piave, dove la resistenza italiana si consolidò, al prezzo di sommari processi con le esecuzioni capitali di numerosi ufficiali. Nel paese, il contrasto fra neutralisti ed interventisti si era accentuato enormemente dall'ottobre del 1917, quando i bolscevichi gestirono la rivoluzione russa e molti socialisti aspirarono così ad un'insurrezione internazionale, al di là dei confini fra stati. La decisiva controffensiva di Vittorio Veneto fino alla rotta delle forze austro-ungariche, sancì la stipula dell'armistizio di Villa Giusti il 3 novembre 1918 e la fine delle ostilità, che costarono al popolo italiano circa 650.000 caduti e un milione di feriti. La firma dei trattati di pace finali portò a un rigetto delle condizioni a suo tempo fissate nel Patto di Londra e a una serie di contese sulla fissazione dei confini settentrionali del paese, innescando una grave crisi politica interna sfociata nella cosiddetta "Impresa di Fiume", cui si sommarono i rivolgimenti economici e sociali del biennio rosso; questi fattori gettarono poi le basi per il successivo avvento del regime fascista.
L'articolo 231 del Trattato di Versailles, il trattato di pace che pose ufficialmente fine alla prima guerra mondiale, stipulato nell'ambito della Conferenza di pace di Parigi del 1919-1920 e firmato da 44 Stati il 28 giugno 1919, riconosce la Germania come "responsabile, per esserne stata la causa, di tutte le perdite e di tutti i danni subiti dai governi alleati e associati e dai loro nazionali in conseguenza della guerra loro imposta dalla aggressione della Germania e dei suoi alleati". Le potenze alleate, dunque, attribuivano ogni responsabilità alle mire espansionistiche e alla politica tedesca degli ultimi decenni. Nonostante la questione abbia generato numerosi dibattiti tra gli studiosi, è indubbio che la sconsiderata diplomazia condotta dal Kaiser Guglielmo II e dai suoi funzionari abbia rapidamente sconvolto l'equilibrio che il cancelliere Otto von Bismarck aveva cercato di instaurare tra le potenze europee, contribuendo in tal modo alla creazione delle due fazioni contrapposte degli Alleati e degli Imperi centrali.
Dal 1919 e fino al 1933, in Germania governò la fragile repubblica di Weimar, che vacillava sotto il peso degli indennizzi di guerra richiesti dai vincitori nel trattato di Versailles. La Germania si impegnò a pagare 132 miliardi di marchi oro (6.600.000.000 di sterline) ma l'ammontare delle riparazioni venne in seguito ridimensionato con l'accordo sui debiti esteri germanici del 27 febbraio 1953. In data 3 ottobre 2010 la Germania ha finito di rimborsare i debiti imposti dal trattato con il pagamento dell'ultimo debito per un importo di 69,9 milioni di euro. L'effetto congiunto di quei debiti con la grande depressione del '29 porterà la Germania nazista ad essere responsabile anche della seconda guerra mondiale.
Carta della Vojvodina.
Dopo la conclusione della prima guerra mondiale, la Serbia, che era stata impegnata in guerra dalla fine del luglio 1914 e aveva subito perdite umane pari a quelli delle potenze occidentali, alla Conferenza di pace di Parigi del 1919 acquisì la Vojvodina, che nel 1914 faceva parte dell'Impero austro-ungarico. La Voivodina è un'area multietnica, divisa tra più di 26 differenti gruppi, ma quello maggioritario è costituito dai serbi, circa il 70%. La grande diversità culturale e linguistica si accompagna a un elevato livello di tolleranza tra le varie genti e fa dell'area la parte economicamente più stabile della Serbia.
Nella Conferenza di pace di Parigi del 1919, la Serbia divenne parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che dal 1929 divenne Regno di Jugoslavia (che significa Slavia del sud), sotto la dinastia dei Karađorđević.
La Serbia con in giallo il Kossovo.
Si pensi comunque che Croati e Serbi vivono in vari stati balcanici e ogni stato è così multietnico, così come il Kossovo, culla dell'etnia serba, è a maggioranza di Albanesi. Il Kosovo ha proclamato unilateralmente la propria indipendenza nel 2008, venendo riconosciuto da circa la metà degli stati membri ONU. La Serbia continua a considerarlo una provincia secessionista, nonostante gli accordi del 2013 sulla normalizzazione delle relazioni abbiano rilassato l'atmosfera tra i due paesi.
C'è da considerare che, mentre Sloveni e Croati sono a maggioranza cristiani cattolici, i Serbi sono cristiani ortodossi e adottano l'alfabeto cirillico.
Inoltre il lungo dominio turco nei paesi balcanici ha originato un discreto numero di musulmani e Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina, era famosa per testimoniare le tre religioni con una biblioteca che conteneva opere delle tre culture.
Durante la seconda guerra mondiale, a seguito dello smembramento del Regno di Jugoslavia, la Serbia divenne uno Stato fantoccio della Germania nazista, affidato da Hitler al generale Milan Nedić, lo stesso che nel 1918 fece firmare la resa agli Imperi Centrali, in modo simile al generale Pétain in Francia, ed al nazista serbo Dimitrije Ljotić. Il Governo filonazista di Nedić collaborò pienamente con la Germania sino alla liberazione congiunta della capitale da parte dell'Armata Rossa e dei partigiani jugoslavi nell'ottobre 1944. Il croato maresciallo Tito, che era a capo del movimento comunista della Resistenza jugoslava, in quell'occasione abbandonò l'isola di Lissa, dove risiedeva sotto protezione inglese, e si trasferì a Belgrado, dove, per rendersi accettabile alla città ostile al comunismo, concedette ampie amnistie ai collaborazionisti, integrandoli nell'Armata Popolare di Liberazione, e perseguitò poi aspramente gli oppositori fino a costringerli alla resa.
Nel 1920, nella Conferenza che si tiene nel castello Devachan in Sanremo, la Gran Bretagna chiede il Mandato per la Palestina, a seguito del quale il sionismo otterrà la Palestina. Da http://www.ilvangelo-israele.it/news/immagini/ConferenzaSanRemo1922.pdf. La Conferenza di San Remo: estratto da "The Arab-Israeli Reader", redatto da Walter Laqueur, New York 1976, versione ridotta del completo Accordo di San Remo.
Sanremo, castello Devachan.
Nella Conferenza di San Remo, il 24 Aprile 1920, si affrontò la questione se assegnare il Mandato (per la Palestina), per conto della Lega delle Nazioni, alla Gran Bretagna. I termini del Mandato furono discussi anche con gli Stati Uniti che non erano membri della Lega. In merito a tutto ciò, fu confermato dal Consiglio della Lega delle Nazioni il 24 Luglio 1922 e divenne operativo nel Settembre 1923 il seguente testo: "Il Consiglio della Lega delle Nazioni:
Poiché le principali Potenze Alleate si sono accordate, al fine di dare effetto alle disposizioni dell’Articolo 22 del Patto della Lega delle Nazioni, per affidare a un Mandatario, scelto dalle dette Potenze, l’amministrazione del territorio della Palestina che precedentemente appartenne all’Impero turco entro i confini che potranno essere da loro determinati; e Poiché le principali Potenze Alleate si sono anche accordate che il Mandatario debba essere responsabile per dare effetto alla dichiarazione originalmente fatta il 2 Novembre 1917 dal Governo di Sua Maestà Britannica e adottata dalle dette potenze, in favore della costituzione in Palestina di una nazione per il popolo ebreo, essendo chiaramente inteso che nulla dovrebbe essere fatto a pregiudizio dei diritti civili e religiosi delle comunità non-ebree esistenti in Palestina o dei diritti e status politico goduto dagli ebrei in qualsiasi altro paese;
e Poiché con ciò è stato dato riconoscimento alla connessione storica del popolo ebreo con la Palestina e alle basi per ricostituire la loro nazione in quel paese;
e Poiché le principali Potenze Alleate hanno scelto Sua Maestà Britannica come Mandatario per la Palestina; e Poiché il mandato nei confronti della Palestina è stato formulato nei termini seguenti ed è stato sottoposto al Consiglio della Lega per approvazione;
e Poiché Sua Maestà Britannica ha accettato il mandato nei confronti della Palestina e ha cominciato ad esercitarlo per conto della Lega di Nazioni in conformità alle disposizioni seguenti;
e Poiché dall’Articolo 22 summenzionato (paragrafo 8), è previsto che il grado di autorità, controllo o amministrazione da esercitarsi dal Mandatario, non essendovi stato precedente accordo tra i Membri della Lega, sarà definito esplicitamente dal Consiglio della Lega di Nazioni.
Confermando detto Mandato, definisce i suoi termini come seguono:
Articolo 1. Il Mandatario avrà i pieni poteri di legislazione e di amministrazione, fatta salva la loro limitazione derivante dai termini di questo mandato.
Articolo 2. Il Mandatario sarà responsabile per mettere il paese in condizioni politiche, amministrative e economiche tali che assicurino la costituzione della nazione, come disposto nel preambolo e lo sviluppo di istituzioni auto-governanti e anche per la salvaguardia dei diritti civili e religiosi di tutti gli abitanti della Palestina, senza distinzione di razza e religione.
Articolo 3. Il Mandatario, fino a quando le circostanze lo permetteranno, incoraggerà l’autonomia locale.
Articolo 4. Un’apposita agenzia ebrea sarà riconosciuta come persona giuridica con lo scopo di consigliare e cooperare con l’Amministrazione della Palestina in questioni economiche, sociali e altre concernenti la costituzione della nazione ebrea e gli interessi della popolazione ebrea in Palestina e, sempre soggetta al controllo dell’Amministrazione, assistere e prendere parte allo sviluppo del paese. L’Organizzazione Sionista, fin tanto che la sua organizzazione e costituzione siano adeguate nell’opinione del mandatario, sarà riconosciuta come tale agenzia. Procederà alla consultazione col Governo di Sua Maestà Britannica per assicurare la cooperazione di tutti gli ebrei disposti a collaborare alla costituzione della nazione ebrea.
Articolo 5. Il Mandatario sarà responsabile per fare in modo che nessun territorio della Palestina sarà ceduto o affittato a, o in qualsiasi modo messo sotto il controllo di un Governo di qualsiasi Potenza straniera.
Articolo 6. L’Amministrazione della Palestina, nell’assicurare che i diritti e la posizione di altre parti della popolazione non siano pregiudicate, faciliterà l’immigrazione ebrea sotto condizioni appropriate e incoraggerà, in co-operazione con l’agenzia ebrea indicata nell’Articolo 4, la prossima sistemazione degli ebrei sulla terra, incluse terre dello Stato e terre incolte non richieste per scopi pubblici.
Articolo 7. L’Amministrazione della Palestina sarà responsabile per decretare una legge sulla nazionalità. Sarà incluso nelle disposizioni di questa legge quadro come facilitare l’acquisizione della cittadinanza palestinese da parte di ebrei che prendano la loro residenza permanente in Palestina.
Articolo 8. I diritti e l’immunità degli stranieri, inclusi i benefici di giurisdizione e protezione consolare precedentemente goduti dalla Capitolazione o uso nell’Impero Ottomano, non saranno applicabili in Palestina. A meno che le Potenze i cui cittadini godettero i summenzionati privilegi il 1 Agosto 1914, avranno precedentemente rinunciato al loro ristabilimento o si saranno accordate per la loro non applicazione per uno specifico periodo, questi diritti e immunità possono, all’espirazione del mandato, essere riattivati immediatamente nella loro interezza o con modifiche sulle quali si accordino le Potenze interessate.
Articolo 9. Il Mandatario sarà responsabile per fare in modo che il sistema giudiziario stabilito in Palestina assicuri agli stranieri, così come ai nativi, una garanzia completa dei propri diritti. Il Rispetto per la condizione sociale e personale dei vari popoli e comunità e per i loro interessi religiosi sarà garantito pienamente. In particolare, il controllo e l’amministrazione di Waqfs saranno esercitate in concordanza con la legge religiosa e le disposizioni dei fondatori.
Articolo 10. Pendente la creazione di speciali accordi d’estradizione che si riferiscono alla Palestina, i trattati d’estradizione in vigore tra il mandatario e altre potenze straniere si applicheranno alla Palestina.
Articolo 11. L’Amministrazione della Palestina prenderà le misure necessarie per salvaguardare gli interessi della comunità in riferimento allo sviluppo del paese e, soggetto a qualsiasi obbligazione internazionale accettata dal Mandatario, avrà il pieno potere per provvedere alla proprietà pubblica o al controllo di alcune delle risorse naturali del paese o ai lavori, servizi e utilità pubbliche stabilite o in procinto di essere stabilite. Introdurrà un sistema agrario adatto alle necessità del paese con riguardo, fra le altre cose, alla desiderabilità di promuovere lo stanziamento e la coltura intensiva della terra. L’Amministrazione può trovare un accordo con l’agenzia ebrea menzionata nell’Articolo 4 per costruire o operare, con termini giusti ed equi, qualsiasi lavoro, servizio e utilità pubblica e sviluppare alcune delle risorse naturali del paese, fin tanto che queste questioni non siano intraprese direttamente dall’Amministrazione. Qualunque di tali accordi dovrà prevedere che nessun profitto distribuito da tale agenzia, direttamente o indirettamente, eccederà una tariffa ragionevole di interesse sul capitale e qualsiasi profitto ulteriore sarà da essa utilizzato per il beneficio del paese in modo approvato dall’Amministrazione.
Articolo 12. Al Mandatario sarà affidato il controllo delle relazioni estere della Palestina, e il diritto di emettere exequatur a consoli nominati da Potenze straniere. Avrà titolo anche per la protezione diplomatica e consolare dei cittadini della Palestina quando si trovino fuori dai propri confini territoriali.
Articolo 13. Tutta la responsabilità connessa coi Luoghi Santi ed edifici o luoghi religiosi in Palestina, inclusa quella di preservare i diritti esistenti e di assicurare libero accesso ai Luoghi Santi, edifici e luoghi religiosi e il libero esercizio del culto, assicurate le necessità di ordine pubblico e decoro, è assunto dal Mandatario che sarà responsabile solamente verso la Lega delle Nazioni per tutte le questioni connesse con quanto indicato, statuito che nulla in questo articolo preverrà il Mandatario da raggiungere accordi che possa ritenere ragionevoli con l’Amministrazione allo scopo di rendere effettive le disposizioni di questo articolo; è anche statuito che nulla in questo Mandato sarà determinato che conferisca all’autorità del Mandatario d’interferire con la struttura o la gestione degli edifici sacri solamente musulmani, le cui immunità sono garantite.
Articolo 14. Una Commissione speciale sarà nominata dal Mandatario per studiare, definire e determinare i diritti e le richieste relative ai Luoghi Santi e i diritti e le richieste che si riferiscono alle diverse comunità religiose in Palestina. Il metodo di nomina, di composizione e delle funzioni di questa Commissione sarà sottoposto al Consiglio della Lega per la sua approvazione e la Commissione non sarà nominata o eserciterà le proprie funzioni senza l’approvazione del Consiglio.
Articolo 15. Il Mandatario farà in modo che la completa libertà di coscienza e il libero esercizio di tutte le forme di culto, sottoposte solamente al mantenimento dell’ordine pubblico e dei costumi siano assicurati a tutti. Nessuna discriminazione di qualsiasi genere sarà fatta tra gli abitanti della Palestina in ragione della razza, religione o lingua. Nessuna persona sarà esclusa dalla Palestina per l’unica ragione del suo credo religioso. Il diritto di ciascuna comunità a mantenere le proprie scuole per l’istruzione dei propri membri nella propria lingua, posto che si adeguino ai requisiti didattica di natura generale determinati dall’Amministrazione imporre, non sarà negato o danneggiato.
Articolo 16. Il Mandatario sarà responsabile per l’esercizio della supervisione su istituzioni religiose e di beneficenza di tutte le fedi in Palestina che può essere richiesta per il mantenimento dell’ordine pubblico e il buono governo. Sottoposta a tale supervisione, nessuna misura sarà presa in Palestina per ostruire o interferire con l’attività di tali istituzioni o discriminare qualsiasi loro rappresentante o membro in ragione della sua religione o nazionalità.
Articolo 17. L’Amministrazione della Palestina può organizzare su base volontaria le forze necessarie per la conservazione della pace e dell’ordine, anche per la difesa del paese, soggette comunque alla soprintendenza del Mandatario, ma non le userà per scopi diversi da quelli sopra specificati salvo col beneplacito del Mandatario. A parte tali scopi, nessuna forza militare, navale o dell’aria sarà reclutata o mantenuta dall’Amministrazione della Palestina. Nulla in questo articolo precluderà l’Amministrazione della Palestina dal contribuire alle spese per il mantenimento delle forze del Mandatario in Palestina. Il Mandatario avrà titolo in qualsiasi tempo di usare le strade, ferrovie e porti della Palestina per il movimento delle forze armate e di trasporti di combustibile e approvvigionamenti.
Articolo 18. Il Mandatario farà in modo che non ci sia discriminazione in Palestina contro i cittadini di qualsiasi Stato Membro della Lega delle Nazioni (incluse società incorporate sotto le sue leggi) in comparazione con quelli del Mandatario o di qualsiasi Stato straniero in questioni riguardanti la tassazione, il commercio o la navigazione, l’esercizio di industrie o professioni o nel trattamento di vascelli mercantili o aerei civili. Egualmente non ci sarà discriminazione in Palestina contro beni che provenienti da o destinati ad alcuno di detti Stati e ci sarà libertà di transito sotto condizioni eque attraverso l’area affidata. Soggetta a quanto detto e agli altri provvedimenti di questo mandato, l’Amministrazione della Palestina può, su consiglio del Mandatario, imporre tasse e dazi doganali che possano essere considerati necessari e compiere i passi che si possano ritenere migliori per promuovere lo sviluppo delle risorse naturali del paese e per salvaguardare gli interessi della popolazione. Può anche, su consiglio del Mandatario, concludere speciali accordi doganali con qualsiasi Stato il cui territorio nel 1914 era interamente incluso nella Turchia Asiatica o Arabia.
Articolo 19. Il Mandatario aderirà per conto dell’Amministrazione della Palestina a qualsiasi convenzione internazionale generale già esistente o che possa essere conclusa in futuro con l’approvazione della Lega delle Nazioni e relative alla tratta degli schiavi, al traffico d’armi e munizioni o al traffico di droga o relativa all’equità commerciale, libertà di transito e navigazione, navigazione aerea e comunicazione postale, telegrafica e senza fili o proprietà letteraria, artistica o industriale.
Articolo 20. Il Mandatario coopererà per conto dell’Amministrazione della Palestina, fino a che le condizioni religiose, sociali e altre lo permettano, all’esecuzione di qualsiasi politica comune adottata dalla Lega delle Nazioni per prevenire e combattere la malattia, incluse le malattie di piante e animali.
Articolo 21. Il Mandatario assicurerà la promulgazione entro dodici mesi da questa data, e ne assicurerà l’esecuzione, di una Legge sulle Antichità basata sulle seguenti norme. Questa legge assicurerà uguaglianza di trattamento nella questione degli scavi e della ricerca archeologica ai cittadini di tutti gli Stati Membri della Lega delle Nazioni.
Articolo 22. L’inglese, l’arabo e l’ebraico saranno le lingue ufficiali della Palestina. Qualsiasi dichiarazione o iscrizione in arabo su francobolli o moneta in Palestina sarà ripetuta in ebraico e qualsiasi dichiarazione o iscrizione in ebraico sarà ripetuta in arabo.
Articolo 23. L’Amministrazione della Palestina riconoscerà i giorni santi delle rispettive comunità in Palestina come giorni legali di riposo per i membri di tali comunità.
Articolo 24. Il Mandatario farà un rapporto annuale al Consiglio della Lega delle Nazioni a soddisfazione del Consiglio per le misure prese durante l’anno in esecuzione delle disposizioni del mandato. Copie di tutte le leggi e regolamentazioni promulgate o pubblicate durante l’anno saranno comunicate col rapporto.
Articolo 25. Nei territori Iying tra la Giordania e il confine orientale della Palestina come deciso in via definitiva, il Mandatario avrà titolato, col beneplacito del Consiglio della Lega delle Nazioni, di posticipare o non applicare le disposizioni di questo mandato in quanto da esso considerate inapplicabili alle condizioni locali esistenti, e di applicare provvedimenti per l’amministrazione dei territori che potrà considerare appropriati a quelle condizioni, purché nessuna azione che sarà presa sia incompatibile con le disposizioni degli Articoli 15, 16 e 18.
Articolo 26. Il Mandatario acconsente che in caso qualsiasi disputa di qualsiasi genere sorgesse tra il Mandatario e un altro Membro della Lega delle Nazioni che si riferisse all’interpretazione o all’applicazione del mandato, tale disputa se non può essere risolta con una negoziazione, sarà sottoposta alla Corte Permanente di Giustizia Internazionale prevista dall’Articolo 14 dell’Accordo della Lega di Nazioni.
Articolo 27. Il beneplacito del Consiglio della Lega delle Nazioni è richiesto per qualsiasi modifica dei termini di questo mandato.
Articolo 28. Nell’eventualità della terminazione del mandato col presente conferito al Mandatario, il Consiglio della Lega delle Nazioni emetterà le disposizioni che potrà ritenere necessarie per salvaguardare per sempre, sotto garanzia della Lega, i diritti assicurati dagli Articoli 13 e 14, e userà la sua influenza per assicurare, sotto la garanzia della Lega che il Governo della Palestina onorerà pienamente le obbligazioni finanziarie legittimamente sottoscritte dall’Amministrazione della Palestina durante il periodo del mandato, inclusi i diritti dei dipendenti pubblici alle pensioni o gratifiche. Il presente strumento sarà depositato in originale nell’archivio della Lega delle Nazioni e copie munite di certificato saranno spedite dal Segretario Generale della Lega delle Nazioni a tutti i Membri della Lega.
Redatto a Londra il ventiquattresimo giorno di Luglio, mille novecento e ventidue."
Pubblicato da Andrea Bonaveri a 17:12 Nessun commento:
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