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Timestamp: 2020-05-29 20:38:44+00:00

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La sentenza della Corte tedesca e il suo significato politico
Del 23 mag 2020
Il funzionamento della Banca Centrale Europea (BCE) e, più in generale, del Sistema Europeo di Banche Centrali è disciplinato dal Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea (TFUE) e dal protocollo n.4 che accompagna tale Trattato. All'articolo 7 di quest’ultimo si parla dell’indipendenza della BCE[1]. Nell'esercizio delle sue funzioni e nel perseguimento dei propri obiettivi di politica monetaria, la Banca di Francoforte non deve subire interferenze o accettare istruzioni provenienti da altri organismi, comprese le altre istituzioni europee e gli Stati membri. L’indipendenza è uno dei principi cardini dell’area Euro. Alla base c’è una motivazione precisa: senza indipendenza, un esecutivo potrebbe modificare liberamente i tassi di interesse o, in generale, la politica monetaria per perseguire obiettivi elettorali o di breve termine, rischiando poi, nel lungo periodo, gravi ripercussioni sull'economia e sul benessere dei cittadini.
Dopo i primi momenti di incertezza, inaspriti dall'uscita della Presidente della Banca Centrale Lagarde con disastrose ripercussioni sui mercati, la BCE ha varato un nuovo piano di acquisti straordinario denominato Pandemic Emergency Purchase Program (PEPP) con una dotazione finanziaria pari a 750 miliardi di euro fino alla fine del 2020. Questa è stata una boccata di ossigeno per i Paesi dell’area Euro che hanno più difficoltà a finanziarsi sul mercato.
Lo scorso 5 maggio, la Corte Costituzionale Federale Tedesca ha pubblicato una sentenza indirizzata proprio alla BCE. L’impatto sull'opinione pubblica europea è stato molto forte e subito si è temuto uno stop del PEPP. In realtà, i giudici tedeschi non hanno contestato il programma emergenziale per contenere gli effetti della pandemia, ma il precedente Quantitative Easing. La sentenza non è però da sottovalutare. Il programma introdotto da Draghi non è esente da contestazioni e possiamo citare due precedenti storici in cui l’operato della BCE venne messo in discussione. Difatti, nel 2015 e nel 2018 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) ha dovuto pubblicare due sentenze nelle quali dimostrava che l’operato di Francoforte non fosse contrario ai Trattati UE. L’argomentazione di fondo della Corte è che il Quantitative Easing rientri nell’ambito della politica monetaria e serva a perseguire l’obiettivo della BCE: la stabilità dei prezzi. Inoltre, l’acquisto avviene nei mercati secondari e non primari, quindi non si può parlare di finanziamento diretto del debito. Il fatto che poi ci siano effetti sulla politica economica degli Stati membri è una conseguenza fisiologica della politica monetaria di Francoforte. La questione sembrava essere stata accantonata, ma la sentenza dello scorso 5 maggio ha risollevato il problema.
I giudici tedeschi, nella comunicazione resa nota[2], hanno sostenuto che le giustificazioni della Corte di Giustizia Europea sulle proporzionalità del Quantitative Easing non fossero “comprensibili”. Ciò che viene contestato non è tanto il programma della BCE, ma il volume degli interventi. Come spiega bene Carlo Cottarelli in un video su Facebook[3], la Corte tedesca ritiene che gli interventi di Francoforte abbiano importanti ricadute sulla politica fiscale, sulle imprese e sulle banche, innescando fenomeni di moral hazard o aiutando i possessori di titoli rischiosi a liberarsene. Tutto questo eccederebbe uno dei principi cardine dell’Unione Europea: la proporzionalità. L’intervento delle istituzioni deve essere strettamente proporzionale agli obiettivi e alle competenze assegnate nel corso dell’integrazione europea. Alla BCE viene chiesto di difendersi dalle accuse nei prossimi tre mesi, dimostrando che i propri programmi non scavalcano il suo mandato.
Un articolo di "Politico" ha sintetizzato con due parole il messaggio della Corte tedesca: “Germany decides”.[4] Quella che poteva sembrare una partita solamente giuridica e di cavilli burocratici, in realtà ha un chiaro significato politico. Limitare l’azione della BCE renderebbe più difficile perseguire programmi innovativi nei prossimi anni, ma le conseguenze potrebbero essere estese anche ad altri ambiti dell’integrazione europea. Ci sono sempre state delle polemiche fra organismi interni agli Stati e le istituzioni europee, ma il tono con cui queste accuse sono state mosse è abbastanza sorprendente. Sostanzialmente, non si riconosce il parere della Corte di Giustizia Europea, che aveva già risposto alle accuse nei confronti dei programmi della BCE. Questo potrebbe spingere altre Corti nazionali a seguire il percorso di quella tedesca e a contestare le sentenze europee che hanno, magari, danneggiato quel Paese. Bruxelles sta attraversando un momento delicato, non solo per il Coronavirus, ma anche per il comportamento dei governi ungheresi e polacchi nei confronti dello stato di diritto. Non è una questione da poco. L’integrazione europea deve poggiare su dei principi, ma anche su delle regole condivise. Se ogni Stato mettesse in dubbio le regole su cui è stata costruita la comunità, diventerebbe praticamente impossibile tenere insieme 27 Paesi già divisi su molte cose. La sentenza della Corte tedesca rischia di creare un precedente pericoloso e di incrinare il quadro comune giuridico sul quale poggia il diritto europeo.
Dopo pochi giorni, è arrivata la risposta della Presidente della Commissione Europea von der Leyen[5], il cui tono ha sorpreso per la sua durezza. Si è detta addirittura pronta a valutare una possibile procedura di infrazione nei confronti della Germania. Sarà molto difficile che si arrivi ad un tale scontro fra Bruxelles e Berlino, ma anche qui il messaggio è chiaro: ribadire le gerarchie europee. L’argomentazione della von der Leyen si basa sul fatto che la politica monetaria è esclusiva competenza della BCE e, soprattutto, sul primato del diritto comunitario rispetto a quello nazionale. La Presidente ha ricordato che, sulle questioni europee, l’ultima parola spetta alla CGUE, quindi la Corte tedesca non avrebbe l’autorità per contestare la sentenza del 2018 citata precedentemente.
Nei momenti di crisi, tutti i problemi strutturali di una qualsiasi organizzazione vengono alla luce. Lo abbiamo visto in Italia, con l’estrema lentezza burocratica che ha rallentato l’arrivo delle misure introdotte per sostenere l’economia; lo avevamo già visto a livello europeo con la crisi migratoria degli anni passati e quella dei debiti sovrani e lo stiamo vedendo anche adesso con il Covid-19. Questa crisi accentuerà ancora di più le diseguaglianze economiche fra Nord e Sud Europa. Senza entrare nei dettagli delle statistiche, il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato uno studio[6] dove emerge una significativa divergenza delle economie europee in seguito all’impatto del Covid. Questo dovrebbe spingere la nostra classe dirigente a prendere atto del fatto che gli attuali strumenti di governance economica non sono sufficienti per far fronte al mondo post-Coronavirus. La convergenza che doveva realizzarsi nel ventennio passato non ha avuto successo. Cosa accadrà se i programmi innovativi della BCE termineranno e si tornerà ad una gestione pre-Draghi? Molto probabilmente le economie europee saranno ancora più lontane, minando la forza e l’unità politica di Bruxelles. Questo potrebbe innescare nuove spinte centrifughe di alcuni Paesi membri. Nei momenti di crisi, dovrebbero emergere delle grandi strategie per dare un indirizzo preciso al nostro futuro, riappropriandocene. L’orizzonte, però, pare tutt'altro che roseo.
[1] https://www.ecb.europa.eu/ecb/legal/pdf/it_statute_from_c_11520080509it02010328.pdf
[3] https://www.facebook.com/CCottarelli/videos/701372397294268
[4] https://www.politico.eu/article/german-court-lays-down-eu-law/
[5] https://www.politico.eu/article/vera-jourova-eu-top-court-has-final-word-on-blocs-law/
[6] https://www.imf.org/en/Publications/WEO/Issues/2020/04/14/weo-april-2020
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