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Timestamp: 2014-10-24 12:42:16+00:00

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Sentenza Pollari
Chiuso il caso giudiziario del sequestro Abu Omar :quando la Corte costituzionale si fa Giudice speciale del caso concreto"(Cass. Sez. Prima penale, sentenza 20447 del 24.2-16.5.2014)
Pubblichiamo due recenti sentenze disciplinari che hanno definito un caso di ritenuto esercizio di attività di esercizio di libera professione, non consentita per il magistrato quale attività riconducibile a libera…	Dovere di riserbo del magistrato
Sul tema sempre attuale e problematico del dovere di riserbo del magistrato, nel contesto delle aspettative e dei diritti, individuali e collettivi, all’informazione sull’attività giudiziaria, pubblichiamo il testo della relazione…	Esperienze, iniziative e progetti relativi alla riorganizzazione degli uffici giudiziari, all’utilizzazione delle nuove tecnologie, alle best practices, alla elaborazione di indicatori e strumenti per il controllo di gestione per dare un momento di confronto, di elaborazione e di diffusione aperto.
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La fase introduttiva del giudizio e la costituzione delle parti.Chiarimenti richiesti e indicazione delle questioni rilevabili d’ufficio, dopo la novella dell’art. 101 c.p.c.
La portata del significato da attribuire all’espressione “questioni rilevabili d’ufficio” muta poi, in senso più o meno restrittivo, a seconda degli orientamenti interpretativi sinora formatisi al riguardo. Vi è chi osserva [65] che di questione rilevante ai sensi dell’art. 101, 2° comma, deve parlarsi soltanto quando la questione medesima rientri nell’ambito applicativo dell’art. 279, 2° comma, nn. 1, 2, 3 e 4. Si tratterebbe dunque, come spiegato da questa autorevole dottrina, delle questioni litis ingressum impedientes, idonee a provocare la definizione del giudizio in rito, ed anche di quelle di merito inerenti all’esistenza o inesistenza di un fatto costitutivo, estintivo, impeditivo o modificativo del diritto fatto valere in giudizio. Secondo tale prospettazione, pertanto, il giudice non ha l’obbligo di segnalazione alle parti di una questione già affrontata dalle parti stesse, ma alla quale il giudice intenda attribuire una soluzione giuridica differente e originale; e l’adozione di una soluzione giuridica estrinseca rispetto ai termini del dibattito processuale si giustifica facendo una lineare applicazione del principio iura novit curia. Il divieto della terza via non dovrebbe inoltre operare con riguardo ai provvedimenti ordinatori, che pure siano effetto della risoluzione di questioni processuali rilevabili d’ufficio, come accade in caso di ordine di integrazione del contraddittorio ai sensi dell’art. 102 [66]. Sempre su questa linea - per cui l’ambito delle questioni rilevabili d’ufficio viene fatto coincidere con quello delle questioni pregiudiziali di rito (ad es. nullità della domanda principale ovvero riconvenzionale, questione di giurisdizione ovvero competenza) e preliminari di merito (v. supra) -, si evidenzia [67] che potrebbero altresì porsi questioni pregiudiziali di merito; si tratta cioè dell’accertamento di rapporti giuridici pregiudiziali o incompatibili con quello dedotto in giudizio. E si fa proprio l’esempio (assai emblematico per questo tema) del rilievo officioso di nullità del contratto dedotto in giudizio per azionare il diritto all’adempimento della prestazione con esso pattuita. Ora, un tale rilievo potrebbe fondare l’interesse attoreo a conseguire un accertamento con efficacia di giudicato (ex art. 34) dell’insussistenza della nullità, così da poter impedire alla controparte di contestare in altre sedi giudiziarie la validità (sotto il profilo controverso) del contratto medesimo. Poiché però la domanda avanzata ex art. 34 ha comunque carattere di novità, talchè è proponibile di regola solo all’udienza ex art. 183, si pone il problema di conciliare tale scansione processuale col rilievo officioso che sia tardivo; e al riguardo si osserva ragionevolmente che la ratio della nuova norma dovrebbe giustificare il superamento dello sbarramento processuale relativo alle domande nuove, quando l’interesse a proporle si fondi proprio sul rilievo tardivo della questione pregiudiziale di merito.
Testo scritto della relazione svolta alla prima settimana di studio relativa al tirocinio ordinario in materia civile riservata ai magistrati nominati con d.m. 5.8.2010, Roma 21 – 25 febbraio 2011 [1] Questa la ferma linea seguita dalla giurisprudenza di legittimità: per tutte, Cass. n. 18783/2009, la quale evidenzia che il petitum può dunque rinvenirsi anche“nella parte espositiva e non necessariamente in quella destinata a riportare le conclusioni”.
[5] In tal senso Cass. n. 17023/2003, la quale in motivazione afferma che “l'identificazione dell'oggetto della domanda va operata avendo riguardo all'insieme delle indicazioni contenute nell'atto di citazione e dei documenti ad esso allegati”. [6] In tal senso Cass. n. 29241/2008, la quale, in relazione ad una fattispecie di deduzione in giudizio di un diritto eterodeterminato, in motivazione afferma che “vertendo su diritti di credito vale a dire su diritti cosiddetti eterodeterminati, richiede l'esatta individuazione del ‘petitum’ e della ‘causa petendi’ attraverso una corretta ed esaustiva esposizione dei fatti posti a sostegno della domanda - La ‘ratio’ della norma è evidente, risiedendo nell'esigenza di porre il convenuto nella necessità di apprestare le proprie difese sulla base del contenuto dell'atto di citazione, prima ancora della produzione documentale da parte dell'attore che avviene successivamente, ai sensi dell'art. 165 c.p.c., al momento della sua costituzione con finalità meramente probatorie”.
[7] Cass. S.U. n. 2435/2008 ricorda che “deve ribadirsi - in conformità, del resto, ad una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice - che il giudice ha il potere-dovere di esaminare i documenti prodotti dalla parte solo nel caso in cui la parte, interessata, ne faccia specifica istanza esponendo nei propri scritti difensivi gli scopi della relativa esibizione con riguardo alle sue pretese, derivandone altrimenti per la controparte la impossibilità di controdedurre e per lo stesso giudice impedita la valutazione delle risultanze probatorie e dei documenti ai fini della decisione (cfr. Cass. 16 agosto 1990, n. 8304). Poiché nel vigente ordinamento processuale, caratterizzato dall'iniziativa della parte e dall'obbligo del giudice di rendere la propria pronunzia nei limiti delle domande delle parti, al giudice è inibito trarre dai documenti comunque esistenti in atti determinate deduzioni o indicazioni, necessarie ai fini della decisione, ove queste non siano specificate nella domanda, o - comunque - sollecitate dalla parte interessata (cfr. Cass. 12 febbraio 1994, n. 1419; Cass. 7 febbraio 1995, n. 1385. Nel senso che perché il giudice possa e debba esaminare documenti versati in atti lo stesso deve accertare, oltre la ritualità della produzione, cioè verificare che la produzione stessa sia avvenuta nel rispetto delle regole del contraddittorio, anche la esistenza di una domanda, o di una eccezione, espressamente basata su quei documenti, Cass. 22 novembre 2000, n. 15103, specie in motivazione)”. [8] Condivisibile il rilievo di Graziosi C., Fase introduttiva del giudizio, relazione all’incontro di studio “Seconda settimana di studio relativa al tirocinio ordinario per i magistrati ordinari in tirocinio nominati con d.m. 6 dicembre 2007”, Roma, 5 – 9 maggio 2008, la quale osserva che la durata dei termini di comparizione “è stata scelta dal legislatore come unità di misura temporale per un contraddittorio effettivo, e non formale: convocare le parti per una udienza anteriore al decorso di tali termini realizza, invece, un contraddittorio non conforme alla valutazione legislativa”.
[11] Cass. n. 5904/2005 chiarisce infatti che “se è vero che la costituzione nel procedimento cautelare non può valere certamente, sic et simpliciter, come costituzione nel giudizio di merito, non può tuttavia escludersi che le due costituzioni intervengano in un unico atto qualora la parte abbia in tale unico atto compiutamente preso posizione rispetto ad entrambi i giudizi. Nella specie, dalla lettura della costituzione in sede cautelare, risulta che la parte si è difesa compiutamente anche in relazione al giudizio di merito”. [12] In tal senso, Cass. n. 1935/2003 e Cass. n. 13746/2002.
[16] Per tutte, Cass. n. 4598/2006, nella quale si spiega chiaramente che “ai fini della identificazione della ‘causa petendi’, posta dalla parte a base della domanda, non rilevano tanto le ragioni giuridiche addotte a fondamento della pretesa avanzata in giudizio, bensì l'insieme delle circostanze di fatto che la parte pone a base della propria richiesta”. [17] Questa l’attenta analisi di Ricci G.F., Diritto processuale civile, II, Torino 2009, 7, il quale osserva che la previsione della nullità della domanda per mancata indicazione dei fatti (artt. 163, 3° comma, n. 4 e 164, 4° comma, c.p.c.) costituisce la necessaria conseguenza della creazione di un processo civile con preclusioni; e rileva, a conferma della sua ricostruzione, che prima della riforma del ’90 la carenza di allegazione circa i fatti non determinava la nullità dell’atto introduttivo, ma tutt’al più il rigetto della domanda nel merito.
[19] Si veda, ad es., Cass. n. 14581/2007, la quale in motivazione ha ben chiarito che le allegazioni di fatto devono avere luogo “al massimo entro il termine ultimo entro il quale nel processo di primo grado si determina definitivamente il thema decidendum … e probandum, e cioè entro la prima udienza di trattazione ovvero entro il termine perentorio eventualmente fissato dal giudice ex art. 183 cit. ‘...per replicare alle domande ed eccezioni nuove o modificate dell'altra parte....’ e ‘...per proporre le eccezioni che sono conseguenza delle domande e delle eccezioni medesime...’ (tale principio di diritto è stato così esposto con riferimento all'art. 183 cit. non novellato in quanto è questo quello applicabile nella causa in esame; il medesimo principio vale però anche con riferimento all'art. 183 novellato che prevede un termine perentorio per fini corrispondenti)”. Tale pronuncia, in linea peraltro con la prevalente giurisprudenza (che appunto limita in tal senso lo svolgimento dell’attività assertiva), si pone in continuità con diverse altre precedenti pronunce, tra cui Cass. n. 9323/2004, la quale in motivazione rimarca nitidamente il confine tra attività di deduzione dei fatti e deduzione probatoria, osservando che “le richieste istruttorie dirette a provare le circostanze di fatto rilevanti secondo il rispettivo onere probatorio” vanno fatte “sulla base del thema decidendum così fissato”, e cioè “con la chiusura dell'udienza di prima trattazione o alla scadenza dei termini di cui al quinto comma dell'art. 183 c.p.c.” (si trattava ovviamente di fattispecie dedotta in giudizio secondo il “penultimo” rito, in cui il completamento dell’attività assertiva coincideva con le memorie ex art. 183, 5° comma). Si veda anche, in precedenza e sempre sulla stessa linea interpretativa, Cass. n. 4376/2000. [20] Così Balena, Istituzioni di diritto processuale civile, II, Bari 2010, 63, il quale pertanto conclude nel senso che la preclusione (implicitamente) desumibile dall’art. 183 riguarda solo l’allegazione di nuovi fatti principali implicanti la proposizione di domande o eccezioni (in senso stretto) nuove, oppure la modifica (emendatio) di quelle (compiutamente e validamente già proposte.
[21] Monteleone, Diritto processuale civile, Padova 2002, prefazione: “L’Italia è l’unica nazione … in cui le cause si fanno non per essere decise, ma per essere istruite anche quando non ve n’è alcun bisogno ! Tanto che potrebbe profilarsi un grave conflitto di attribuzioni, se il Ministero di Grazia e Giustizia rivendicasse a sé con buon diritto il titolo di Ministero della Pubblica Istruzione”. [22] Consolo, Spiegazioni di diritto processuale civile, III, Torino 2010, 45 ss.
Al contrario, sembra ritenere invece che il giudice possa ulteriormente disporre la rinnovazione, Verde G., Diritto processuale civile. 2. Processo di cognizione, Bologna 2010, 14, il quale peraltro dà conto del rilievo secondo cui talvolta la reiterazione del vizio o financo l’inserimento di qualche altro vizio, può plausibilmente corrispondere all’intento di allungare maliziosamente i tempi processuali (si pensi all’interesse dilatorio che muove un’azione di accertamento negativo del credito); l’autore sembra avallare la tesi secondo cui, in base alla lettera dell’art. 164, 2° comma, il giudice non potrebbe dichiarare l’estinzione e dovrebbe disporre un’ulteriore rinnovazione. E anche Luiso, Diritto processuale civile, II, cit., 13, pur dando atto che il problema è aperto, ritiene preferibile la tesi della rinnovazione ripetuta. [30] Così Graziosi C., Fase introduttiva del giudizio, relazione all’incontro di studio “Seconda settimana di studio relativa al tirocinio ordinario per i magistrati ordinari in tirocinio nominati con d.m. 6 dicembre 2007”, Roma, 5 – 9 maggio 2008.
[41] Esemplare la fattispecie esaminata da Cass. n. 998/2009, la quale ha escluso che potesse operare la presunzione in discorso – talchè dunque la domanda non poteva estendersi automaticamente verso un soggetto diverso dalla “compagnia convenuta” - a fronte delle seguenti conclusioni attoree: "il giudice dovrà condannare al pagamento del risarcimento dovuto soltanto ed interamente dalla compagnia convenuta e procedere ad un'eventuale graduazione delle colpe, rilevanti nei rapporti interni tra i corresponsabili". [42] La distinzione è generalmente affermata dalla Suprema Corte; vi veda, per tutte, Cass. n. 23308/2007, relativa ad una fattispecie di danni da infiltrazione di acque luride (proveniente da una fognatura) verificatisi in una autorimessa di proprietà di Tizio. In concreto il condotto fognario era utilizzato sia da Caio, sia da Sempronio. Ora, il convenuto Caio, condannato in primo grado e poi appellante, non aveva mai contestato di dover rispondere dei danni in questione, avendo invece censurato la decisione di primo grado nella parte in cui l'aveva condannato a risarcirli in solido con gli altri titolari della servitù, invece che per la sola parte a suo carico. La Cassazione ha affermato che la domanda attorea, non essendo stata avanzata specificamente ed espressamente anche contro Sempronio, non poteva estendersi automaticamente a quest’ultimo in virtù della chiamata in causa fatta da Caio, perché la volontà di Caio (quale emergente dalla domanda avanzata contro Sempronio) non era quella di individuare Sempronio quale unico responsabile.
[45] Cass. n. 9169/2008 afferma il principio secondo cui non basta la mera violazione procedimentale a giustificare la caducazione della sentenza, e spiega che “dovendo il giudice d'appello pronunciarsi sul merito della controversia, l'appellante, allorquando deduca un vizio in procedendo, non può limitarsi alla mera indicazione del vizio stesso, riservandosi di specificare in prosieguo le attività che sarebbero state compromesse o pregiudicate dalla violazione della regola processuale, ma deve indicare specificamente dette attività. In particolare, allorquando venga dedotto, come nella specie, il vizio della sentenza di primo grado, per avere il Tribunale deciso la causa nel merito prima ancora che le parti avessero definito il thema decidendum e il thema probandum, l'appellante non può limitarsi a dedurre tale violazione, ma deve specificare quale sarebbe stato il thema decidendum sul quale il giudice di primo grado si sarebbe dovuto pronunciare, ove fosse stata consentita la richiesta appendice di cui all'art. 183 c.p.c., comma 5, e quali prove sarebbero state dedotte”. [46] Così Morlini, La riforma e l’udienza ex art. 183 c.p.c., relazione all’incontro di studio del C.S.M. del 26 gennaio 2007, il quale peraltro ricorda che “la definitiva versione della riforma operata dalla l. n. 263/2005 abroga la previsione della necessaria assunzione in riserva,, limitandosi a prevedere che la decisione tramite ordinanza riservata sia solo una delle opzioni possibili”.
[51] Cfr., per tutte, Cass. n. 15705/2005, secondo cui “non è affetta da nullità e non è oggetto di alcuna censura la sentenza che si fonda su una questione rilevata di ufficio al momento dell'assunzione della decisione e non sottoposta dal giudice al preventivo contraddittorio delle parti con l'indicazione alle stesse parti di detta questione. Non può infatti essere pronunciata la nullità per inosservanza di atti del processo se la nullità non è comminata dalla legge: una disposizione in tal senso manca nell'articolo 183 c.p.c. come sanzione dell'omessa indicazione alle parti delle questioni rilevabili di ufficio (nei sensi suddetti sentenze 29/4/1982 n. 2712; 18/4/1998 n. 3940; 28/1/2004 n. 1572, ove, in particolare, si esclude che l'articolo 183 c.p.c. come sopra interpretato, si ponga in contrasto con i principi di cui all'articolo 24 Costituzione)”. [52] Balena, La riforma della giustizia civile, Torino 2009, 29 ss.
[59] Buoncristiani, Il principio del contraddittorio nel rapporto tra parti e giudice, Judicium.it, § 3, nella sua chiara e articolata analisi, utilizza al riguardo la definizione di fatti c.d. avventizi, così rifacendosi alla dottrina francese. Anche nella giurisprudenza di legittimità si dà conto esplicitamente di tali fatti, e per es. al riguardo Cass. n. 14581/2007 ricorda in motivazione le “allegazioni ‘silenti’ (espressione usata da parte della dottrina)” per qualificare quei fatti “di cui le parti (si noti: tutte le parti) non hanno consapevolezza (ad es. perché emergenti da documenti prodotti per dimostrare fatti del tutto diversi)”. [60] Buoncristiani, Il principio del contraddittorio nel rapporto tra parti e giudice, cit., § 3.
[73] Buoncristiani, Il principio del contraddittorio nel rapporto tra parti e giudice, cit., § 5, ipotizza che il rilievo officioso possa giustificare, a fondamento di un credito pecuniario, la deduzione di un titolo giuridico diverso rispetto a quello su cui è fondata l’azione originaria: “se l’attore chiede il pagamento di una somma di denaro in base ad un contratto e il giudice rileva d’ufficio che c’è un difetto di procura di chi ha sottoscritto il contratto in nome e per conto del convenuto ovvero che c’è nullità per vizio di forma, l’attore potrà reagire non soltanto replicando in fatto che il convenuto ha comunque ratificato l’operato del presunto falsus procurator ovvero in diritto che la forma scritta è richiesta soltanto ad probationem e, comunque, chiedere ammissione di interrogatorio formale dell’avversario sull’effettiva stipula del contratto, ma potrà anche introdurre una fattispecie costitutiva concorrente della pretesa azionata, quale l’ arricchimento senza causa”. [74] Condivisibile pertanto l’osservazione di Bove, Brevi riflessioni sui lavori in corso nel riaperto cantiere della giustizia civile, Judicium.it, § 6, il quale osserva che “se trattasi di una questione dalla quale emerge la necessità di una nuova trattazione, comprendente attività di allegazione di fatti, nonché di produzione di nuovi mezzi di prova o di presentazione di nuove istanze istruttorie, è chiaro che il giudice dovrà darvi corso. Né ad una simile riapertura di attività potrebbe opporsi l’avvenuto maturarsi di preclusioni, perché il principio del contraddittorio prevale sempre sul principio di preclusione, ossia ogni parte deve poter reagire, allegando e provando, ai rilievi del giudice, a prescindere dal momento in cui questi siano sollevati, senza la necessità di passare da un previo provvedimento di rimessione in termini”. [75] così Ricci G.F., Diritto processuale civile, II, cit., 32
[80] Così Consolo, Le Sezioni Unite sulla causalità del vizio nelle sentenze della terza via: a proposito della nullità, indubbia ma peculiare poiché sanabile allorché emerga l’assenza in concreto di scopo del contraddittorio eliso, in Corr. giur., cit., 355 ss., il quale, con riguardo all’impugnazione della sentenza emessa in violazione del divieto in parola, osserva che “L’errore si rivelerà decisoriamente nocivo e così tale da determinare la riapertura del nuovo grado (o in sede di rinvio a valle della cassazione della sentenza) della trattazione della causa, ogni qual volta la mancata concessione di adeguati spazi dialettici alle parti per il compimento di atti causativi abbia arrecato un reale vulnus al loro diritto di difesa, ossia abbia impedito di svolgere allegazioni o di richiedere istanze istruttorie conferenti e così tali che avrebbero potuto portare – con un adeguato grado di verosimiglianza – ad una diversa soluzione della questione”. [81] Si veda infatti Cass. S.U. n. 20935/2009, la quale in motivazione ritiene: “indiscussa la violazione ‘deontologica’ da parte del giudicante che decida pronunciando sentenza sulla base di rilievi non previamente sottoposti alle parti (all'udienza ex art. 183 c.p.c., ovvero, se emersi o comunque acclarati diacronicamente rispetto ad essa, anche in un momento successivo del processo)”.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 34
 art. 34
 art. 183
 Cass. 
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 art. 183
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 § 3
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 § 6
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