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Timestamp: 2016-08-31 02:07:45+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE - SENTENZA 21 giugno 2012, n.10303
MERCOLEDÌ 31 AGOSTO AGGIORNATO ALLE 4:7	Sezioni
RESPONSABILIT&AGRAVE; CIVILE E FATTI ILLECITI (2043 – 2057 C.C.) Invalidità permanente CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE - SENTENZA 21 giugno 2012, n.10303MASSIMAIn tema di danno biologico, la cui liquidazione deve tenere conto della lesione dell'integrità psicofisica del soggetto sotto il duplice aspetto dell'invalidità temporanea e di quella permanente, quest'ultima è suscettibile di valutazione soltanto dal momento in cui, dopo il decorso e la cessazione della malattia, l'individuo non abbia riacquistato la sua completa validità con relativa stabilizzazione dei postumi. Ne consegue che il danno biologico di natura permanente deve essere determinato soltanto dalla cessazione di quello temporaneo, giacché altrimenti la contemporanea liquidazione di entrambe le componenti comporterebbe la duplicazione dello stesso danno.CASUS DECISUSIn data (omissis) Pa.Lu. , mentre partecipava, come ciclista dilettante, ad una cronoscalata individuale da (...) a (omissis) , organizzata dall'A. S. "Pedale Umbro", andava a collidere con un'autovettura che transitava nell'opposta corsia, riportando gravissime lesioni.
PRECEDENTIConformeDifformeCass. 25 febbraio 2004, n. 3806.TESTO DELLA SENTENZACORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE - SENTENZA 21 giugno 2012, n.10303 - Pres. Amatucci – est. Ambrosio
Il ricorso principale attiene alla determinazione quantitativa del
risarcimento, mentre quello incidentale riguarda la questione logicamente
prioritaria della determinazione del sia pur limitato concorso della vittima;
sennonché, trattandosi di ricorso condizionato, va anteposto l'esame del
ricorso principale, in quanto solo al verificarsi della condizione della
fondatezza del ricorso principale, diventa attuale l'interesse alla decisione
su quello incidentale.
Con il primo motivo di ricorso si denuncia violazione e falsa applicazione
dell'art. 2043 cod. civ. in relazione all'art. 32 Cost. (art. 360 n. 3 cod.
proc. civ.) Al riguardo parte ricorrente lamenta che la Corte di appello abbia
confermato il criterio seguito dal primo Giudice per la liquidazione del danno
biologico permanente, prendendo in considerazione l'età del danneggiato al
momento del sinistro (luglio 1994) anziché al momento della cessazione
dell'inabilità temporanea (30 dicembre 1999). Secondo parte ricorrente ciò
comporterebbe una duplicazione risarcitoria per il medesimo periodo
(dall'incidente sino al (omissis) ), rifondendo al danneggiato il medesimo
danno, per il medesimo periodo, sia come danno biologico temporaneo che come
danno biologico permanente.
La censura - che, contrariamente a quanto sembra supporre parte resistente, non
pone in discussione la congiunta risarcibilità del danno biologico da
permanente e da temporanea, quanto piuttosto la loro cumulabilità con
riferimento allo stesso periodo temporale - è fondata.
l'argomentazione, svolta nell'impugnata sentenza a sostegno del rigetto
dell'analogo motivo di appello - secondo cui “il danno in considerazione si è
verificato, nella sua componente di percentuale di invalidità permanente, fin
dal momento dell'accadimento del fatto” (pag. 42 della sentenza) -contrasta con
i principi medico-legali, secondo cui a qualsiasi lesione dell'integrità
psico-fisica consegue sempre un periodo di invalidità temporanea, cui può seguire
un'invalidità permanente, risultando, questa, esclusa in due casi: e cioè
quando, decorso il periodo di malattia, la persona risulti completamente
guarita, non essendo residuati postumi oppure quando la malattia abbia esito
letale. In sostanza, se un significato utile vuole darsi all'argomento svolto
dalla Corte di appello, questo può essere solo che “fin dall'accadimento del
fatto” era prevedibile, attesa la gravità delle lesioni, che il Pa. avrebbe
riportato postumi permanenti; ciononostante il rilievo non giustifica affatto
la liquidazione del danno biologico da permanente con riferimento alla data
dell'evento, dal momento che l'inabilità permanente postula che la malattia sia
cessata e che i postumi si siano stabilizzati e, cioè, che l'organismo abbia riacquistato
un equilibrio, per quanto alterato, stabile.
quindi riaffermato il principio - da cui si è discostata la decisione impugnata
- secondo cui in tema di danno biologico, la cui liquidazione deve tenere conto
della lesione dell'integrità psicofisica del soggetto sotto il duplice aspetto
dell'invalidità temporanea e di quella permanente, quest'ultima è suscettibile
di valutazione soltanto dal momento in cui, dopo il decorso e la cessazione
della malattia, l'individuo non abbia riacquistato la sua completa validità con
relativa stabilizzazione dei postumi. Ne consegue che il danno biologico di
natura permanente deve essere determinato soltanto dalla cessazione di quello
temporaneo, giacché altrimenti la contemporanea liquidazione di entrambe le componenti
comporterebbe la duplicazione dello stesso danno (Cass. 25 febbraio 2004, n.
3806).
motivo di ricorso va, dunque, accolto.
Con il secondo motivo di ricorso si denuncia violazione o falsa applicazione
degli artt. 329 e 346 cod. proc. civ. (art. 360 n. 3 cod. proc. civ.). Al
riguardo parte ricorrente si duole che la Corte di appello abbia riconosciuto
sulla somma di Euro 877.098,00, liquidata a titolo di danno non patrimoniale,
gli interessi legali da calcolarsi sulla somma devalutata all'epoca del
sinistro e rivalutata anno per anno secondo indici ISTAT; osserva che la
sentenza di primo grado aveva riconosciuto, per lo stesso titolo, al Pa. la
somma di Euro 1.031.880,00 alla data della sentenza, espressamente senza
aggiunta di rivalutazione e interessi; rileva, dunque, che - non avendo il Pa.
, nell'appello incidentale, censurato la decisione di prime cure sul punto del
mancato riconoscimento degli interessi il giudice di appello non avrebbe potuto
riformare la decisione impugnata, riconoscendo anche gli interessi a far data
l'assunto, su cui si basa il motivo di ricorso - e cioè che non vi sia stata
alcuna istanza o censura nell'appello incidentale del Pa. sul punto della
liquidazione degli accessori - è smentito dalle conclusioni, riportate
nell'epigrafe della sentenza impugnata, da cui risulta che l'appellante
incidentale aveva richiesto “di rivalutare in positivo”, tra l'altro, la
determinazione quantitativa del danno non patrimoniale e di condannare gli
odierni resistenti, anche in solido con gli altri originari convenuti, “al
risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti e subendi
dall'attore nella misura che, anche in accoglimento dell'appello incidentale,
di cui ai precedenti punti risulterà dovuto, sempre con gli interessi e la
rivalutazione”, in tal modo espressamente sollecitando il riesame sulla
liquidazione del complessivo contenuto del danno, ivi incluso quello da lucro
appare superfluo aggiungere che - secondo principio acquisito nella
giurisprudenza di questa Corte - in tema di risarcimento del danno, dovendo la
liquidazione essere effettuata in valori monetari attuali, non è necessaria
l'espressa richiesta da parte dell'interessato degli interessi legali sulle
somme rivalutate, la quale deve ritenersi compresa nella domanda di integrale
risarcimento inizialmente proposta e se avanzata per la prima volta in appello
non comporta una violazione dell'art. 345 cod. proc. civ., atteso che nei
debiti di valore il riconoscimento degli interessi c.d. compensativi
costituisce una modalità liquidatoria del possibile danno da lucro cessante,
cui è consentito al giudice di far ricorso con il limite dell'impossibilità di
calcolarli sulle somme integralmente rivalutate alla data dell'illecito, e che
l'esplicita richiesta deve intendersi esclusivamente riferita al valore
monetario attuale ed all'indennizzo del lucro cessante per la ritardata
percezione dell'equivalente in denaro del danno patito (Cass. 28 aprile 2010,
n.10193).
motivo va, dunque, rigettato.
L'accoglimento del primo motivo di ricorso principale realizza la condizione
cui è subordinato il ricorso incidentale, imponendone l'esame.
Con l'unico e articolato motivo di ricorso incidentale si denuncia violazione e
falsa applicazione dell'art. 651 cod. proc. pen. (art. 360 n. 3 cod. proc.
civ.) e omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto
controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 n.5 cod. proc. civ.).
Il motivo riguarda il punto della decisione impugnata, con il quale il giudice
di appello, premessa l'esposizione dell'iter della vicenda penale - e
segnatamente richiamate la sentenza del Tribunale di Viterbo in data
14.01.2002, di accertamento la responsabilità penale del C. a titolo di colpa,
con contestuale condanna generica al risarcimento del danno e al pagamento
della provvisionale in favore del Pa.; nonché la sentenza della Corte di
appello di Roma in data 21.11.2003 di non doversi procedere per intervenuta
prescrizione, nei confronti del predetto C. con contestuale conferma delle
statuizioni civili - ha evidenziato, da un lato, che la sentenza di
proscioglimento non può avere efficacia di giudicato né a favore, né contro
l'imputato e, dall'altro, che tale principio va coordinato in funzione
dell'esistenza o meno della questione risarcitoria nel giudizio penale. In
particolare la Corte territoriale ha rilevato - con specifico riferimento alla
questione dell' incidenza causale dell'eventuale condotta colposa del
danneggiato - che “l’apoditticità della condanna alla provvisionale, emessa
senza alcun approfondimento della questione civilistica” (cfr. pag. 19 della
sentenza), nonché la mancata partecipazione del Ministero al giudizio penale
imponevano di rivalutare interamente e liberamente i fatti così come accertati
anche in sede penale, avvalendosi degli elementi raccolti in quella sede e
ritualmente acquisiti al presente processo.
tale valutazione sono risultati determinanti: gli elementi raccolti nel
giudizio penale nei confronti del C. e altri, in sede civile, nel primo grado
del presente giudizio e sempre in sede penale nel giudizio innanzi al Pretore
di Viterbo a carico di F.L.M. (conducente dell'autovettura, assolto) “nel quale
il Pa. si costituì parte civile” (pag. 24 della sentenza) e segnatamente,
quanto a quest'ultimo procedimento, gli elementi emergenti dalle dichiarazioni
rese dal perito prof. G. in ordine all'individuazione del punto di impatto
-derivandone, da un lato, la conferma della colpa del C. e dell'efficienza
causale della relativa condotta nella produzione dell'evento e, dall'altro,
l'affermazione di un pur limitato concorso della vittima, in ragione del 15%.
Al riguardo parte ricorrente deduce che la decisione impugnata si pone in parte
qua in aperta violazione dell'art. 651 cod. proc. pen., stante l'accertamento
con sentenza del Tribunale di Viterbo della penale responsabilità del C. , per
violazione delle norme del codice della strada, per violazione di norme
generiche di prudenza, per la prevedibilità dell'evento; la stessa decisione
sarebbe altresì contraddittoria, perché pur riconoscendo l'indubbia
responsabilità del C. , non avrebbe valorizzato gli elementi probatori che
deponevano per un repentino cambio di corsia da parte del motociclista
(costringendo il ciclista a spostarsi verso la corsia opposta) e, per converso,
avrebbe riconosciuto efficacia probatoria alle dichiarazioni inopponibili
nell'ambito del presente giudizio - rese dal perito prof. G. .
Il motivo è infondato, sotto il profilo della violazione di legge e
inammissibile, sotto quello del vizio motivazionale e va, dunque, rigettato.
il primo profilo le deduzioni del ricorrente incidentale ignorano un duplice
passaggio argomentativo della decisione impugnata, laddove si evidenzia sia
l'avvenuta riforma delle sentenza penale di condanna del C. , per essere stato
in appello il reato dichiarato estinto per prescrizione, sia la limitata
valenza della contestuale declaratoria di responsabilità civile, avuto riguardo
all'estraneità del Ministero al giudizio penale e all'apoditticità della
conferma della condanna del C. al pagamento della provvisionale.
posto, è fuori luogo il richiamo all'art. 651 cod. proc. pen., dovendosi,
altresì, escludere qualsiasi efficacia extrapenale alla sentenza di
proscioglimento. A tal riguardo le SS.UU. - nel ribadire il principio secondo
cui la disposizione di cui all'art. 652 cod. proc. pen. (così come quelle degli
artt. 651, 653 e 654 del codice di rito penale) costituisce un'eccezione al
principio dell'autonomia e della separazione dei giudizi penale e civile
sancito dal codice del 1988, in quanto tale soggetta ad un'interpretazione
restrittiva – hanno affermato che, nel rapporto tra giudizio penale e giudizio
civile per il risarcimento e le restituzioni, non può estendersi l’efficacia
extrapenale della sentenza assolutoria pronunciata in seguito a dibattimento ex
art. 652 cod. proc. pen. (cosi come quelle degli artt. 651, 653 e 654 cod.
proc. pen.) alle sentenze, pur irrevocabili, di non doversi procedere perché il
reato si è estinto per prescrizione o amnistia e ciò anche allorquando il
giudice penale abbia accertato e valutato il fatto nella sua materialità (SS.UU.
2 6 gennaio 2011, n. 1768). Invero la limitazione dell'efficacia di giudicato
nei giudizi di danno alle sole sentenze di condanna o di assoluzione, contro
l'imputato o a favore dell'imputato, nei limiti specificati dagli artt. 651 e
652 cod. proc. pen., e non anche alle sentenze di non luogo a procedere, per i
fatti accertati ai fini della decisione, è una conseguenza della natura e della
struttura delle sentenze di non luogo a procedere, che non contengono una
decisione di merito positiva o negativa della responsabilità, ma solo di
improcedibilità o di arresto della pretesa punitiva.
ben vero che, nella specie, con la sentenza di proscioglimento vi è stata anche
la conferma della condanna generica del C. al risarcimento del danno in favore
del Pa. ; e tuttavia - ferma l'incontestabilità (nei confronti dello stesso C.
) della statuizione di condanna, estesa anche all'esistenza del pregiudizio
risarcibile, avuto riguardo alla conferma della provvisionale - l'autonomia
valutativa del giudice civile sul punto di concorso di colpa del danneggiato si
giustifica, prima ancora che per la mancata partecipazione del Ministero al
giudizio penale, in considerazione del rilevato mancato approfondimento della
problematica, attesa la conferma della responsabilità civile del C.
“indipendentemente da un ipotetico concorso di colpa” del ciclista (cfr. pag.
17 della sentenza impugnata) e considerata, altresì, qualche carenza
motivazionale anche della sentenza di condanna emessa in primo grado dal
Tribunale di Viterbo (cfr. pag.22).
costituisce ius reception nella giurisprudenza di questa Corte che la questione
relativa ad un eventuale concorso di colpa del danneggiato, non risolta con
effetto di giudicato nella sede penale, deve essere affrontata nel giudizio
civile per il risarcimento del danno, posto che, in materia di condanna
generica al risarcimento del danno, la serie causale inizia ma non si esaurisce
con il fatto o il comportamento potenzialmente dannoso del debitore; essa si
svolge, invece, in quel seguito d'accadimenti da accertare nel giudizio di
liquidazione, che fanno assurgere quella potenzialità astratta ad attualità
concreta, secondo le modalità e la misura da determinarsi caso per caso. Ne
consegue che il giudicato di condanna generica del debitore non preclude nel
successivo giudizio di liquidazione l'eccezione di concorso di colpa del
creditore ed il relativo accertamento (Cass. 16 dicembre 2005, n. 27723).
Negata, per le suddette ragioni, l'estensibilità del giudicato penale
all'accertamento della colpa esclusiva dell'imputato, non è censurabile neppure
l'accertamento delle concrete modalità del fatto, sulla scorta (anche) degli
atti del procedimento penale nei confronti dell'automobilista, posto che - per
quanto si legge nella sentenza impugnata - il Pa. era costituito parte civile
in quel procedimento.
il resto il motivo di ricorso incidentale, pur denunciando, apparentemente, un
vizio di motivazione della sentenza di secondo grado, inammissibilmente (perché
in contrasto con i limiti del giudizio di legittimità) sollecita una nuova
valutazione degli elementi di prova e delle risultanze fattuali (come
definitivamente accertate in sede di merito) ad opera di questa Corte, onde
trasformare surrettiziamente il giudizio di Cassazione in un terzo grado di
merito, nel quale ridiscutere analiticamente tanto il contenuto di fatti e
vicende processuali, quanto l'attendibilità maggiore o minore di questa o di
quella risultanza procedimentale, quanto ancora le opzioni espresse dal giudice
di appello non condivise e per ciò solo censurate.
rammenta che il vizio di omessa o insufficiente motivazione, deducibile in sede
di legittimità ex art. 360, n. 5, cod. proc. civ., sussiste solo se nel
ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia
riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della
controversia, e non può invece consistere in un apprezzamento dei fatti e delle
prove in senso difforme da quello preteso dalla parte perché la citata norma
non conferisce alla Corte di Cassazione il potere di riesaminare e valutare il
merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo
logico-formale e della correttezza giuridica, l'esame e la valutazione fatta
dal giudice del merito al quale soltanto spetta individuare le fonti del
proprio convincimento, e, all'uopo, valutarne le prove, controllarne
l'attendibilità e la concludenza, e scegliere, tra le risultanze probatorie,
quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (Cass. 16 febbraio
2006, n.3436).
fattispecie il tessuto motivazionale della sentenza censurata non presenta
evidenti aporie di ragionamento che, sole, possono indurre a ritenere
sussistente il vizio di assenza, contraddittorietà o illogicità di motivazione;
né le deduzioni dei ricorrenti rivelano alcun contrasto disarticolante tra le
emergenze processuali e il ragionamento seguito.
In definitiva va accolto il primo motivo di ricorso principale, rigettato il
secondo; va altresì rigettato il ricorso incidentale; la sentenza impugnata va,
dunque, cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio ad altra sezione
della Corte di appello di Perugia in diversa composizione, perché provveda alla
rideterminazione quantitativa del danno da inabilità permanente, facendo
applicazione del principio sub 1.2. e decida anche sulle spese del giudizio di
Corte, decidendo sui ricorsi riuniti, accoglie il primo motivo di ricorso
principale; rigetta il secondo, nonché il ricorso incidentale condizionato;
cassa la sentenza impugnata in relazione e rinvia anche per le spese del
giudizio di cassazione alla Corte di appello di Perugia in diversa

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art. 652
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 art. 360
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