Source: http://quadernivicentini.it/il-libro-di-carreri-magistrati-avvocati-giornalisti-p3/
Timestamp: 2018-01-22 18:00:01+00:00

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Pubblicato da admin il 21 dicembre 2017
(vedi parte 2)
Un’incompatibilità vicentina
Sentenza. Secondo lei, gravissima. Condanna al trasferimento d’uficio. Dice Carreri: « Cacciata dalla mia città ». Inoltre, perdita di un anno di anzianità di servizio. Ad aggravare questa sanzione sarebbe paradossalmente stata la lettera che la giudice fece a suo tempo a Bozza denunciando il suo metodo direttivo, il suo livore nei propri confronti, lo stato di abbandono delle pratiche e la loro disorganizzazione. Il Fresa, anziché, al limite, ignorare la lettera, la mise sul tavolo della sanzione, ne tenne conto e rivoltò le accuse senza entrare nel merito, senza chiedere un’inchiesta, e le definì « pettegolezzi ».
Ma qui il lettore si sorprende ancora. Dato l’andamento del « processo », dati gli indiscutibili precedenti di incompatibilità vicentina denunciati dalla stessa Carreri, se proprio si voleva condannarla (e si voleva) il trasferimento altrove diventava logico. Secondo la Carreri molte questioni, ben più gravi, addebitate a magistrati, finivano poi in un buffetto o poco più. è sicuramente vero, ma il confronto non regge. Fin dagli inizi « vicentini » il processo da lei subito fu un processo politico e a tesi. Al quale decise infine di opporre appello. Alle famose Sezioni Unite Civili della Cassazione.
Il secondo attacco (stavolta sfavorevole) dell’orda mediatica
Prima dell’appello, tuttavia, c’è il secondo attacco dell’orda mediatica.
Il primo era stato favorevole, come sappiamo, anche troppo. Era inoltre stata una causa non secondaria dell’assurdità del processo e della sua discutibile conclusione. Il secondo è anche peggio. Molto peggio.
Nasce dall’Ansa, anzi dallo stesso estensore della relazione del CSM, il famoso Fresa. Il quale sembra essere molto soddisfatto della sua sentenza e connessa motivazione, al punto che la pubblica nel sito web di proprietà della sua corrente politica « In Movimento! ».
Che un magistrato del CSM pubblichi con compiacimento una propria sentenza su un sito di parte è una cosa che non si può non trovare bizzarra. Ovviamente la pubblicazione non passa inosservata, c’è di mezzo il famoso giudice-skipper.
Si muove l’ANSA come una folgore. Chiama Carreri un giornalista dell’agenzia, un certo Fabbri, e le chiede conferma. Lei tenta di mascherare la cosa ma non ci riesce. La notizia, com’è logico, esplode. I giornali comprano e vendono notizie.
Cecilia Carreri si sorprende. Noi, leggendola, ci sorprendiamo che si sorprenda. Non può pensare che la bomba mediatica esploda solo per eventi eccezionali e ammirevoli (una splendida regata atlantica da Dunquerque a Bahia) e poi, per una sentenza del CSM, oltretuttoclamorosa e lauta di assurdi rimandi a quella precedente ammirevole e famosa vicenda sportiva, registrino con un trafiletto in ultima pagina. I falchi arrivano più famelici di prima. La nostra scrittrice-giudice è abituata, da buona professionista, a coltivare con cura il proprio archivio. Non le sfugge niente.
“Si scatenò l’inferno. Una valanga di articoli” La sintesi bombarola dei titoli di giornali e telegiornali
La stampa italiana, a partire dall’Ansa, che ne è la miccia, non guarda mai per il sottile nel brevissimo termine. Spara sintesi graffianti che è un piacere. Le parole si ubriacano da sole. Inizia l’Ansa, subito attenta a cogliere l’attimo: Giudice in malattia compie regata. Condannata dalla sezione disciplinare del CSM. Era un lunedì mattina, il 14 gennaio 2008.
« Si scatenò l’inferno. Una valanga di articoli cominciò a difendersi a macchia d’olio, velocissima, su tutti i giornali e le televisioni nazionali, su Internet, sui social, sui blog. » Difficile stargli dietro. Tutti i telegiornali della Rai diedero la notizia in prima serata. Questo è clamoroso, ma comprensibile. La colpa non è della notizia in sé (in fondo la sentenza è solo il trasferimento di un giudice), la colpa è della fama accumulata in precedenza dal giudice-skipper.
La giornalista Monica Bussetto andò oltre: Giudice in aspettativa per malattia, passava il suo tempo a fare regate. Detta così, effettivamente suona solo calunniosa e falsa. E anche ridicola. Ma è la stampa, bellezza.
Divertente quello che la Carreri definisce « una specie di necrologio» del ‘Giornale di Vicenza’: Malata, invece è in regata. Trasferito il giudice Carreri. Il titolo era sbagliato perché il mitico Fresa non aveva punito un inganno perpetrato dal giudice. La Carreri non era stata in regata aggirando la legge o ingannando le visite fiscali. La sentenza era molto più sottile, diversa. Ma nei titoli sarebbe risaltata poco o male. Così vendeva meglio e di più. L’ipocrisia viene dopo, quando il giornalista del GdV, che conosce la Carreri come le sue tasche, avendo venduto centinaia di articoli che la riguardavano, sia come giudice che come skipper, ne tesse le lodi e la definisce «giudice di inappuntabile rigore e indipendenza». Scrive l’interessata: «Come se fossi morta.»
‘Il Corriere della Sera’, con Dino Martirano, non alza il livello qualitativo, fa l’originale. Il titolo è una tesi di laurea: La giudice malata fa la velista. Dopo mesi di allenamento in Atlantico, trasforma il congedo per malattia in ferie per far la regata oceanica. Non solo trasformista, anche truffaldina.
Mettendo assieme, come in un puzzle, tutte le sintesi bombarole dei titoli dei giornali o dei telegiornali, ne esce davvero un ritratto sconvolgente. Dice bene l’autrice: « L’immagine costruita dai giornalisti era quella del giudice falso ammalato, del fannullone che si divertiva a navigare anziché lavorare. Sembrava che fossi andata a navigare per mesi, anni, lasciando il lavoro con falsi certificati medici: un’immagine odiosa. »
‘Il Gazzettino’ è sbrigativo: In malattia, faceva regate. Quasi fratello gemello di ‘Di Più’: Si dà malata, ma era in barca.
Giudice-skipper e stampa italiana: un boccone a lunga digeribilità. Ma la ‘fama’ mediatica è un nulla cosmico
Superati i giorni dello scoop (che tale non era) e dei titoli che catturavano la pancia del lettore, la vicenda della giudice-skipper è tutt’altro che esaurita. La stampa italiana capisce che è un boccone a lunga digeribilità per il lettore medio. E impazza ancora.
C’è anche qualche tentativo di ampliare il tema a livello di giustizia: Se la giustizia fa acqua, il giudice va in barca.
Voglio notare, tuttavia, in questa squallida disamina, che quando il bubbone è esploso con la condanna del CSM, la stampa italiana si è gettata sullo stesso a corpo morto accentuando la spersonalizzazione della figura interessata. La Carreri non è mai chiamata con il suo nome nei titoli. è il giudice-skipper. O il giudice tout court. è anonima. è la dimostrazione lampante di come la fama da lei stessa alimentata – e gradita – nel periodo buono, quello del giudice bravo che fa regate straordinarie e vincenti, era già sciolta. Questo fa riflettere: tra Carreri Cecilia e il giudice vince il giudice nel messaggio mediatico. Carreri, chi? Ciò significa che la fama mediatica, anche quella in apparenza più fertile e prolungata, in realtà è un nulla cosmico. Già consumata al suo apparire (come le macchine nuove che dopo un po’ sono già vecchie).
La vicenda si trasferisce, come emblema, negli instant-book
La stampa continua a fare il suo mestiere. Il boccone è prelibato (in mancanza di meglio). Ora confeziona, più che urlare, altri titoli.Confeziona inchieste. La piccola vicenda è dilatata a emblema. Il problema dell’assenteismo, dei certificati medici eccessivi per giustificare assenze retribuite e no, è sempre attuale in Italia. Grave e attuale. Non aspetta altro che l’esempio palmare per scatenarsi.
La cattiva stampa del giorno dopo confeziona solo titoli ad alto reddito. Ma c’è una seconda fase. I buoni giornalisti che approfittano del casus belli per sfornare inchieste « alte » e confezionare « instant book » (una specialità dei giornalisti italiani d’inchiesta, con presentazioni il più delle volte in luoghi di villeggiatura) sono attentissimi e vigili. Non cambiano il mondo (anzi, è il mondo com’è che fa la loro fortuna, così sfornano libri). Un tipo, diciamo, di spazzatura alta.
Ma sempre spazzatura è.
Troppo emblematica la vicenda della Carreri punita dal CSM per la regata atlantica, per non essere utilizzata a puntino, per non fare da paradigma che dimostra l’assunto. Tra tanta spazzatura mediatica (alta e bassa) merita, a conclusione, estrapolare due casi molto significativi: quelli dell’ex giudice Felice Casson e del concittadino scrittore-giornalista del ‘Corriere della Sera’, Gian Antonio Stella.
Casson, intervistato dal ‘Corriere del Veneto’, dà fondo a tutta la peggior retorica superficiale di chi utilizza politicamente e personalmente una vicenda per lustrarsi l’immagine. Arriva a dire: « Punizione leg- gera per quel giudice ». Il disprezzo è un sentimento che, se esibito, non può limitarsi a opinioni in superficie. Carreri, nel libro, rimarca giustamente che l’angelico Casson è diventato senatore senza aver dato le dimissioni da magistrato.
L’osso di Gian Antonio Stella e di Stefano Livadiotti
Gian Antonio Stella – che aveva studiato nel liceo a fianco del suo (ma questo è irrilevante) – carica la propria interpretazione dei fatti relativi alla condanna (nell’autorevole « Corriere della Sera ») di elementi iper-dispregiativi e sottintesi (tipo: io la conoscevo bene) e scrive, quasi inviperito: « Per avere mentito al Tribunale per il quale lavorava, presentando decine di certificati medici che la dipingevano minata da strazianti dolori alla schiena mentre partecipava come skipper a regate assai impegnative anche per un aitante professionista, il CSM ha condannato il giudice Carreri. » E poi aggiunse, Stella: « Vada a farsi una strambata. »
Sintetico, riduttivo, tecnicamente falso, il messaggio del concittadino Stella. Con una dose di cattiveria aggiunta (la strambata) inutile e incomprensibile.
La materia è poi servita a Stella (con Rizzo) per arricchire un capitolo importante de La Deriva, uno dei tanti instant book
che sommergono le librerie e di cui lui è uno specialista affermato. Lo stesso testo dispregiativo alquanto, dedicato a Carreri, con la pubblicazione addirittura di un certificato medico, scanalizzato, della stessa, è ripreso pari pari da un altro giornalista « alto », Stefano Livadiotti, che lo inserì nel suo personale instant book successivo, dal titolo Magistrati. L’ultracasta.
La Carreri commenta questi fatti con una frase assolutamente condivisibile: « Tutti a rosicchiare lo stesso osso. » è la stampa italiana dell’ultimo ventennio, Bellezza.
Le doppie dimissioni da magistrato
Ma non finisce qui, ovviamente. Il drago ha tante teste ed è sempre sveglio.
Il profluvio indecente della stampa (durato più o meno per tutti i primi mesi del 2008) turbò ulteriormente il nostro giudice. Era inutile far presente che la sentenza del CSM non era definitiva e che era pendente il ricorso in Cassazione e pertanto, al di là dei pessimi toni usati per informarne il pubblico, nella sostanza lei aveva diritto ad un minimo di presunzione di innocenza. Non se ne parla nemmeno.
Le sue dimissioni dall’Associazione Nazionale Magistrati, doverose dopo l’insulto subito dalla sede di Vicenza con Falcone segretario, seguite dalle, forse frettolose, dimissioni dalla magistratura, accendono di nuovo la miccia degli scrupolosi giornalisti. In Italia le dimissioni non sono mai paganti per chi le offre. Sono lette come una sentenza d’auto-accusa. Si dimette perché è debole. E se è debole è perché ha sbagliato. Fine della storia. La stampa, dunque,insiste. Ma il massimo della « finezza » lo raggiunge il trio di ben noti quotidiani «progressisti » che furono dell’Eridania, del petroliere Monti e del famoso Gardini, e che ora sono del gruppo Riffeser Monti, ‘Il Resto del Carlino’, ‘Il Giorno’, ‘La Nazione’.
La giornalista Marinella Rossi fa un’inchiesta relativa ad una ginecologa assenteista. Il titolo a piena pagina è questo: Finta ammalata per un anno, ginecologa arrestata. Come per tutti i quotidiani che si rispettino, bisogna mettere accanto al pezzo una foto rappresentativa del fenomeno. Ne va della leggibilità. Il più delle volte è un’immagine da film, magari perché non si ha a portata di mano una foto del protagonista dell’articolo. Se si parla di mafiosi, magari si mette un’immagine di Marlon Brando o di Robert De Niro da un Padrino di Hollywood. Se si parla di un dissidio tra una nuora e una suocera con l’intervento di un giudice si tira fuori Quel mostro di suocera con Jennifer Lopez. è una fantasia ad orologeria, automatica, di cui i giornali quotidiani italiani, per riempir le pagine, vanno matti.
Ebbene, chi ci mette, il capo redattore di Marinella Rossi, accanto a quel titolo della ginecologa assenteista? In mancanza di meglio, ci mette la foto, in grande, di Cecilia Carreri, giudice-skipper, sorridente, con un microfono in mano, in una delle serate in suo onore organizzate da qualche ente nel periodo buono. In un battibaleno il giudice si trasforma in « ginecologa assenteista e arrestata ».
Le dimissioni dalla magistratura sono un altro doppio boomerang.
Il primo, sul versante mediatico (che s’infervora ancora). Il secondo, sul piano squisitamente personale e pratico: perde in un colpo solo il diritto allo stipendio e alla pensione. Sono decisioni che Carreri prende sull’onda della stanchezza, del senso di isolamento, e dell’attacco concentrico e continuo nei suoi confronti di giornali, giornaletti e TV. Ci si mettono anche Bruno Vespa, immancabile e tenebroso, Ballarò, Domenica In e quant’altro. Insopportabili. Carreri si sente accerchiata. Cade in una depressione profonda e grave.
Come il refrain di una canzonetta. Arrivano gli avvocati, illustri e no
Anche il ricorso in Cassazione, che conferma la condanna del CSM, contribuisce la sua parte. In tutti i servizi (allora era di moda il tema) affini al Paese dei finti malati la Carreri è inserita sempre, senza pensarci su due volte. Ormai la storiella che la riguarda è come il refrain di una canzonetta. Si canticchia sempre, a casa, in auto, in pullman.
Arriva il momento di ricorrere alla giustizia ordinaria. Querele, richieste di sequestro di libri, azioni civili di risarcimento e quant’altro. Per far questo ci vogliono avvocati, possibilmente bravi avvocati.
Quegli avvocati che lei da giudice ha certo conosciuto bene, valutandone pregi, difetti, manie, lacune, eccellenze. Ma capire un avvocato da giudice è una cosa, capirlo da cliente è un’altra. Sono due soggetti completamente diversi. Per le due vicende giudiziarie già maturate, il procedimento penale di Trento, l’azione del CSM e l’eventuale opposizione, Carreri aveva dovuto ricorrere all’aiuto di avvocati. Il rapporto non era mai decollato troppo bene.
Mario Blandini (quello che le disse rassegnato: « E’ un’esecuzione…»), pur essendo un nome alto (già procuratore generale a Trento) era uscito di scena senza infamia e senza lode.
A Trento inizialmente si affidò a Michela Dorigatti. Aveva assistito il perito di parte (parcella onesta) ma l’avvocatessa, neanche il tempo di far decollare la procedura, le chiese una parcella spropositata e lei la licenziò. La Dorigatti si fece liquidare la parcella dall’Ordine, ma l’importo presentato era di molto inferiore a quello che le aveva chiesto. Storie italiane. Non un bell’inizio. A Roma, per sondare il terreno del ricorso in Cassazione, consultò due autorità del Foro, Giovanni Giacobbe e il famoso Franco Coppi. Il primo Le chiese subito un acconto di 10 mila euro per una parcella che aveva preventivato in 20 mila. Il secondo non le chiese nulla ma non rispose nemmeno alle sue email.
Poi c’era stato il caso di Manuela Romei Pasetti, potente personaggio del distretto veneziano, ma questa addirittura rifiutò la nomina. L’unico positivo era stato in fondo Roberto Bertuol, di Trento, pur nell’impossibilità di sollecitare per l’interrogatorio (un anno e mezzo!) il terribile De Benedetto, aveva portato a termine il mandato con un successo.
Ma dopo la seconda ondata mediatica negativa e le dimissioni della magistratura, sul fronte avvocati iniziava la seconda fase. Dove se ne vedranno, davvero, di belle, varie, e fantasiose.

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