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Timestamp: 2019-10-18 09:29:27+00:00

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Rapporti fra esercizio della libertà religiosa e fattispecie penale: la scriminante dell’ordine pubblico nel reato di porto di armi. Cass. Pen., Sez. I, n. 24084/2017. - Scuola di Legge
La sentenza annotata — negli ultimi giorni attenzionata dai media e dalle riviste di settore — si segnala per la delicata tematica affrontata: entro quali limiti l’esercizio della libertà religiosa può scriminare una condotta penalmente rilevante?
Il Tribunale di Mantova condannava Tizio alla pena dell’ammenda per il reato di cui all’art. 4, comma 2, legge 110/1975, per avere portato fuori dalla propria abitazione, senza giustificato motivo, un coltello di circa 20 cm idoneo, per proprie caratteristiche, all’offesa.
Avverso la sentenza, l’imputato ricorreva in Cassazione per saltum, chiedendo l’annullamento della sentenza impugnata.
A sostegno del gravame, l’imputato invocava la tutela offerta dall’art. 19 della Costituzione ritenendo la propria condotta scriminata per aver agito conformemente ai dettami religiosi: il coltello “KIRPAN” era un simbolo della religione di appartenenza ed il conseguente porto un adempimento del dovere religioso.
Con la pronuncia in commento, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendolo infondato, valorizzando la valenza del precetto costituzionale dell’art. 19 Cost. nonché il principio di sicurezza ed ordine pubblico.
In principio di motivazione, la Suprema Corte analizza – sia pur brevemente – la fattispecie contravvenzionale contestata all’imputato.
L’art. 4, comma 2, l. 110/1975 punisce chi, senza giustificato motivo, porti fuori della propria abitazione o delle appartenenze di essa – fra gli altri – <<strumenti da punta o da taglio atti ad offendere>>.
Spetta – dunque – all’imputato provare la sussistenza della scriminante del <<giustificato motivo>> onde andare esente da responsabilità penale.
La Suprema Corte non dubita affatto che la libertà religiosa trovi ampia tutela nell’ordinamento nazionale, giusta il disposto dell’art. 19 Cost.
Riconosce – tuttavia – che la medesima incontri un limite – prima di tutto testuale – nel <<buon costume>>, oltreché nel principio dell’ <<ordine pubblico>> inteso come pacifica convivenza della comunità sociale.
Gli ermellini citano – in proposito – proprio l’art. 19 Cost., nonché l’art. 9 CEDU e la giurisprudenza Costituzionale, oltre all’art. 2 Cost. che, riconoscendo e garantendo i diritti inviolabili dell’uomo, conferma l’importanza dell’esercizio della libertà religiosa quale peculiare diritto irrinunciabile dell’individuo, sia pure entro i limiti sopra cennati.
Così, <<se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con l’art. 2 Cost. che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante. […] La società multietnica è una necessità, ma non può portare alla formazione di arcipelaghi culturali configgenti, a seconda delle etnie cha la compongono, ostandovi l’unicità del tessuto culturale e giuridico del nostro paese che individua la sicurezza pubblica come un bene da tutelare e, a tal fine, pone il divieto del porto di armi e di oggetti atti ad offendere.
Nessun ostacolo viene in tal modo posto alla libertà di religione, al libero esercizio del culto e all’osservanza dei riti che non si rivelino contrari al buon costume. Proprio la libertà religiosa, garantita dall’art. 19 invocato, incontra dei limiti, stabiliti dalla legislazione in vista della tutela di altre esigenze, tra cui quelle della pacifica convivenza e della sicurezza, compendiate nella formulata dell’<<ordine pubblico>>.
Concludendo con il seguente principio di diritto: <<nessun credo religioso può legittimare il porto in luogo pubblico di armi o di oggetti atti ad offendere>>.
In estrema sintesi dunque – ritiene la Suprema Corte – l’osservanza dei precetti religiosi e dei dettami della religione di appartenenza non integra la scriminante del <<giustificato motivo>> di cui all’art. 4, comma 2, l. 110/1975 quando, in (potenziale) pericolo, è la sicurezza e l’ordine pubblico nazionale.
Cassazione penale, sez. I, 31/03/2017, (ud. 31/03/2017, dep.15/05/2017), n. 24084
1. Con sentenza emessa il 5 febbraio 2015, il Tribunale di Mantova ha condannato S.J. alla pena di Euro 2000 di ammenda per il reato di cui alla L. n. 110 del 1975, art. 4, perchè “portava fuori dalla propria abitazione senza un giustificato motivo, un coltello della lunghezza complessiva di cm 18,5 idoneo all’offesa per le sue caratteristiche”. Commesso in (OMISSIS).
3. Avverso questa sentenza ha presentato ricorso l’imputato personalmente chiedendone l’annullamento per violazione dell’art. 4 della Legge n. 110/1975 e vizio di motivazione. Ritiene che il porto di coltello era giustificato dalla sua religione e trovava tutela dell’art. 19 Cost.. Il coltello (KIRPAN), come il turbante, era un simbolo della religione e il porto costituiva adempimento del dovere religioso. Chiede quindi l’annullamento della sentenza.
2.2. L’imputato ha affermato che il porto del coltello era giustificato dal credo religioso per essere il Kirpan “uno dei simboli della religione monoteista Sikh” e ha invocato la garanzia posta dall’art. 19 Cost.. Il Collegio, pur a fronte dell’assertività dell’assunto, non ritiene che il simbolismo legato al porto del coltello possa comunque costituire la scriminante posta dalla legge.
2.4. Nessun ostacolo viene in tal modo posto alla libertà di religione, al libero esercizio del culto e all’osservanza dei riti che non si rivelino contrari al buon costume. Proprio la libertà religiosa, garantita dall’art. 19 invocato, incontra dei limiti, stabiliti dalla legislazione in vista della tutela di altre esigenze, tra cui quelle della pacifica convivenza e della sicurezza, compendiate nella formula dell’ “ordine pubblico”; e la stessa Corte costituzionale ha affermato la necessità di contemperare i diritti di libertà con le citate esigenze. Come osserva il Giudice delle leggi nella sentenza numero 63 del 2016 “Tra gli interessi costituzionali da tenere in adeguata considerazione nel modulare la tutela della libertà di culto – nel rigoroso rispetto dei canoni di stretta proporzionalità, per le ragioni spiegate sopra – sono senz’altro da annoverare quelli relativi alla sicurezza, all’ordine pubblico e alla pacifica convivenza”.
2.5. Nello stesso senso, si muove anche l’art. 9 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che, al comma 2, stabilisce che “La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo può essere oggetto di quelle sole restrizioni che, stabilite per legge, costituiscono misure necessarie in una società democratica, per la protezione dell’ordine pubblico, della salute o della morale pubblica, o per la protezione dei diritti e della libertà altrui”.
3. Pertanto, tenuto conto che la L. n. 110 del 1975, art. 4 ha base nel diritto nazionale, è accessibile alle persone interessate e presenta “una formulazione abbastanza precisa per permettere loro – circondandosi, all’occorrenza, di consulenti illuminati – di prevedere, con un grado ragionevole nelle circostanze della causa, le conseguenze che possono derivare da un atto determinato e di regolare la loro condotta” (Gorzelik ed altri c. Polonia (Grande Camera), n 44158/98, p. 64, CEDU 2004), va affermato il principio per cui nessun credo religioso può legittimare il porto in luogo pubblico di armi o di oggetti atti ad offendere.
Così deciso in Roma, il 31 marzo 2017.
Depositato in Cancelleria il 15 maggio 2017.
Scuola di Legge2017-08-10T17:51:00+02:0021 Maggio 2017|Sentenze|

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