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Timestamp: 2018-07-21 09:58:07+00:00

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﻿ BANCAROTTA FRAUDOLENTA PROVA In materia di bancarotta fraudolenta la prova della distrazione o dell'occultamento dei beni della società dichiarata fallita può essere desunta dalla mancata dimostrazione, ad opera dell'amministratore, della destinazione dei beni suddetti - Avvocato Penalista Bologna
da Sergio Armaroli | Mag 13, 2016 | bancarotta fraudolenta- bancarotta documentale.- ricorsi cassazione per condanna bancarotta | 0 commenti
BANCAROTTA FRAUDOLENTA PROVA
In materia di bancarotta fraudolenta la prova della distrazione o dell’occultamento dei beni della società dichiarata fallita può essere desunta dalla mancata dimostrazione, ad opera dell’amministratore, della destinazione dei beni suddetti
il giudice che ha emesso un provvedimento cautelare personale non è incompatibile a provvedere in ordine alla richiesta di giudizio immediato nei confronti dello stesso imputato e per lo stesso fatto, dato che si tratta di valutazione che non definisce nè una fase del procedimento nè un grado di giudizio” (Cass., Sez. 3, n. 5349 del 18/01/2011, P., Rv 249571, dove si è opportunamente differenziato il caso della emissione del decreto previsto dall’art. 454 del codice di rito rispetto a quello della partecipazione al giudizio abbreviato od alla applicazione di pena su richiesta).
Sentenza 3 ottobre 2013 – 18 settembre 2014, n. 38325
Dott. PALLA Stefano – Consigliere –
F.M.G., nato a (OMISSIS);
avverso la sentenza emessa il 26/04/2012 dalla Corte di appello di Trieste;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. MURA Antonio, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
udito per il ricorrente l’Avv. Lovat Bernardo, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso, e l’annullamento della sentenza impugnata.
1. Il 26/04/2012, la Corte di appello di Trieste confermava la sentenza emessa dal Tribunale di Pordenone in data 06/11/2009 nei confronti di F.M., condannato alla pena di anni 7 di reclusione per delitti di bancarotta fraudolenta per distrazione e documentale, nonchè per un ulteriore reato D.Lgs. n. 74 del 2000, ex art. 8, addebiti relativi alla gestione della società “Il Centro” s.r.l. (dichiarata fallita nel 2006); il reato fiscale si riferiva a fatture per operazioni inesistenti che l’imputato si assumeva avere emesso quale legale rappresentante di altra ditta (impresa individuale “Area Service di Ferro Maurizio – Azienda per il Recupero Energetico ed Ambientale”). La predetta “Area Service” si assumeva peraltro beneficiaria di alcune delle distrazioni ipotizzate, in particolare attraverso la presunta cessione alla società “Il Centro” di beni strumentali di ingente valore – per 1.020.000.000 di lire – che la “Area Service” aveva invece acquistato pochi anni prima come semplici rottami per complessive 200.000 lire, nonchè di un know how per la produzione di polimeri di cui l’impresa individuale comunque non disponeva.
2. Avverso la predetta pronuncia propone ricorso per cassazione il difensore dell’imputato.
2.1 Con un primo motivo, la difesa lamenta l’inosservanza dell’art. 454 cod. proc. pen., e correlato difetto di motivazione, essendo stata accolta dal Gip del Tribunale di Pordenone una richiesta di giudizio immediato avanzata dal P.M. procedente malgrado fosse già decorso il termine di 90 giorni previsto dal codice di rito, da intendersi tassativo.
La questione era stata sollevata già dinanzi al Tribunale ed alla Corte di appello, ma risulta rigettata richiamando giurisprudenza di legittimità di segno contrario; giurisprudenza che tuttavia reputa non utilizzabili ai fini dell’emissione del decreto di giudizio immediato (e di valutazione del presupposto requisito di evidenza della prova) gli atti di indagine eventualmente compiuti dal P.M. dopo la scadenza del termine qualificato ordinatorio: nel caso concreto, però, sarebbe stato violato anche tale principio, giacchè risulta richiamata nel decreto del Gip anche una relazione integrativa del curatore fallimentare, acquisita tardivamente (sul punto, la Corte di appello, con valutazione ex post che la difesa considera illegittima, avrebbe apoditticamente affermato che quella relazione doveva intendersi irrilevante).
2.2 Con il secondo motivo, nell’interesse del ricorrente si deduce “violazione del principio del giusto processo per incompatibilità del Gip che ha disposto il giudizio immediato”, giacchè il magistrato firmatario del decreto de quo aveva poco tempo prima emesso un provvedimento restrittivo della libertà a carico dell’imputato (e la mancanza di serenità del giudice si dovrebbe anche evincere dalla inosservanza delle norme processuali per cui vi è doglianza al punto precedente).
2.3 Il terzo motivo si riferisce a presunte contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata laddove il F. risulta essere stato ritenuto responsabile di condotte di bancarotta (quale legale rappresentante della società “Il Centro”), per avere distratto somme in favore della “Area Service”, ed al contempo, quale titolare di quest’ultima, per l’emissione di fatture a fronte delle asserite operazioni inesistenti su cui si sarebbero fondate le stesse distrazioni. Obietta la difesa che, se vi fu distrazione – ma non risulterebbe comunque accertato alcun passaggio concreto di denaro fra le due ditte in quanto l’accusa si fonda soltanto sui dati contabili – le operazioni non potrebbero considerarsi inesistenti;
nel contempo, l’accusa per il reato fiscale presuppone che i beni oggetto di quelle prestazioni non siano stati ceduti alla società fallita, che invece li ricevette senz’altro.
La situazione di incertezza emersa dal dibattimento avrebbe reso doverosa una sentenza di assoluzione ai sensi dell’art. 530 c.p.p., comma 2; ciò in quanto non vi sarebbe stato riscontro alla tesi accusatoria nella deposizione del curatore fallimentare, che avrebbe solo genericamente indicato una corrispondenza tra l’entità complessiva dei prelievi operati dalle casse della società “Il Centro” e l’ammontare di tutte le fatture esaminate, senza poter riferire con certezza taluni dei prelievi in questione alle fatture della “Area Service”. Anche il Lgt. D.G., della Guardia di Finanza, non avrebbe dichiarato di avere accertato flussi effettivi di denaro dalla società fallita all’impresa individuale, ma solo movimentazioni contabili; sulle dichiarazioni di quel teste si fonderebbe poi l’assunto dei giudici di merito secondo cui non vi sarebbe stata reale cessione di beni strumentali di valore, nè di know how, ma si tratta di indicazioni non attendibili perchè basata su un esame parziale delle scritture contabili, mentre la documentazione relativa al know how era stata effettivamente fornita da chi l’aveva elaborata (tale Ing. Fo.), e non può costituire elemento di prova contraria la circostanza che fosse redatta in inglese, visto che si trattava di un tecnico con normali esperienze di lavoro all’estero.
In mancanza di una perizia che la difesa aveva vanamente richiesto nei vari gradi di giudizio (già muovendo da una prima richiesta di rito abbreviato condizionato, disattesa dal Tribunale), non si potrebbe affermare che si trattasse di meri rottami: erano invece beni di cui la precedente proprietà – la ditta “Friulnova” – intendeva disfarsi per esigenze di liquidazione, e che il F. acquistò a buon mercato facendo un ottimo affare, ma vennero poi rigenerati e adattati alle esigenze imprenditoriali della società “Il Centro”, divenendo un impianto di estrusione a tutti gli effetti (fra l’altro, vi risultano compiute attività di riparazione, a singoli estrusori, per 100 milioni di lire, il che da la misura che il valore reale non potesse essere quello dell’originario acquisto).
2.4 Con il quarto motivo, si lamenta carenza e contraddittorietà della motivazione, nonchè inosservanza ed erronea applicazione degli artt. 216, 219 e 223 legge fall., in punto di elemento psicologico.
La difesa sottolinea che i fatti distrattivi contestati si collocano almeno cinque anni prima della dichiarazione di fallimento, ed è pertanto impossibile ravvisare in capo al F. – al momento di quelle condotte – il dolo necessario per ritenere configurabili i reati in rubrica, ferma restando la mancata prova di prelievi in denaro effettivi. Secondo il curatore, l’insolvenza si manifestò nel 2004 (a nulla rilevando la circostanza, erroneamente evidenziata dalla Corte territoriale, che nel 2003 vi furono alcuni decreti ingiuntivi nei confronti della società poi fallita), mentre le movimentazioni contabili anzidette riguardano il 2000 e il 2001. Ne deriva, stando alla tesi difensiva, che sarebbe “inverosimile che nel 2000, nel 2001 o nel 2003 F. già si prefissasse l’intenzione di sottrarre patrimonio alla garanzia dei creditori: lo stato di insolvenza, è pacifico, non si era ancora manifestato. Noto l’orientamento giurisprudenziale per cui ogni attività imprenditoriale acquista rilievo penale nel momento della dichiarazione di fallimento, ma francamente pare oggi assolutamente anacronistico pretendere di ricondurre ad un comportamento distrattivo fatti occorsi ben 4 anni prima del manifestarsi dello stato di insolvenza e ben 6 anni prima del fallimento”.
Sul punto, vengono richiamati precedenti giurisprudenziali e riferimenti di dottrina a sostegno della tesi illustrata.
2.5 Il quinto motivo, sviluppando gli argomenti appena illustrati, riguarda presunti vizi di motivazione della sentenza impugnata, nonchè l’erronea applicazione degli artt. 216 e 223 legge fall., con riguardo alla ritenuta sussistenza dell’elemento psicologico quanto alla specifica condotta distrattiva che avrebbe riguardato il residuo di cassa, data l’esiguità della somma in questione (1.682,97 Euro) e la circostanza che il F. venne nel giro di poco tempo dal fallimento sottoposto a misura cautelare.
2.6 Con il sesto motivo si deduce carenza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, nonchè erronea applicazione degli artt. 216 e 223 legge fall., in ordine alla ravvisata ipotesi di bancarotta documentale, già sul piano materiale esclusa dalle dichiarazioni di una teste che sostenne di aver curato regolarmente la tenuta delle scritture contabili. In concreto, secondo il curatore sarebbero mancate solo le scritture di dettaglio in ordine al libro degli inventari, che tuttavia nella prassi non vengono redatte essendo sufficienti i mastrini contabili; al più, sarebbe dunque ravvisabile il meno grave addebito di bancarotta semplice.
2.7 Con il settimo motivo, la difesa censura la sentenza impugnata per essere stata omessa l’assunzione di una prova decisiva, con riferimento alla già richiamata perizia estimativa e contabile in punto di valutazione dei beni oggetto della cessione dalla “Area Service”. Quell’accertamento avrebbe anche consentito di verificare sia le asserite irregolarità nella tenuta delle scritture, sia l’entità dei versamenti e finanziamenti operati dal F. nelle casse della società fallita durante il periodo in cui questa era rimasta attiva.
2.8 Nell’interesse del ricorrente si fa altresì notare la “contraddittorietà delle motivazioni nella riferibilità all’imputato dei fatti contestati e quindi nella determinazione della pena”. In particolare, il difensore del F. lamenta che, da una pena base fissata (senza specificarne le ragioni) in anni 4 di reclusione, i giudici di merito avrebbero operato un aumento di due terzi per la recidiva, ma – in difetto di una contestazione espressa ex art. 99 c.p., comma 4 (la recidiva sarebbe stata contestata per la prima volta nell’ambito del presente processo), l’aumento avrebbe dovuto essere della metà e non fino a due terzi.
2.9 Con l’ultimo motivo, la difesa censura la condanna dell’imputato al risarcimento dei danni alla parte civile ed alla correlata provvisionale: segnala a riguardo che, non essendo stato provato alcun concreto trasferimento di denaro da Il Centro s.r.l. ad Area Service, nessun danno risulta provato nei confronti del fallimento.
1. Il ricorso non può trovare accoglimento, dovendosi anzi chiarire già in premessa che tutti i motivi di ricorso – ad eccezione del quarto, che pone questioni in diritto di obiettivo spessore, comunque limitate all’addebito di bancarotta fraudolenta patrimoniale e sì da far intendere che sulle contestazioni residue si sia già formato il giudicato – si palesano non ammissibili, costituendo mera iterazione di doglianze già discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame. Come più volte affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, “la mancanza di specificità del motivo … deve essere apprezzata non solo per la sua genericità, intesa come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, dal momento che quest’ultima non può ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificità che conduce, a norma dell’art. 591 cod. proc. pen., comma 1, lett. c), alla inammissibilità della impugnazione” (Cass., Sez. 2, n. 29108 del 15/07/2011, Cannavacciuolo).
1.1 Quanto al primo motivo, non possono che richiamarsi le argomentazioni già adottate dalla Corte territoriale nel rigettare il corrispondente profilo di gravame avverso la decisione del Tribunale. Come già da tempo precisato dalla giurisprudenza di legittimità, infatti, “il termine di novanta giorni stabilito dall’art. 454 c.p.p., comma 1, per la richiesta di giudizio immediato ha carattere tassativo per quanto attiene al compimento delle indagini, mentre ha natura ordinatoria quanto alla materiale presentazione della richiesta” (Cass., Sez. 1, n. 45079 del 26/10/2010, Arangio Mazza, Rv 249006; v., già nello stesso senso, Cass., Sez. 3, n. 41579 del 04/10/2007, Cerami).
Il fatto che tra le acquisizioni istruttorie sia stata indicata dal Gip – tra le fonti di prova idonee a far ritenere evidente la prova a carico del F. – anche una relazione integrativa depositata dal curatore fallimentare, intervenuta dopo la scadenza del suddetto termine, non può assumere valenza dirimente: da un lato, al di là della valutazione di merito successivamente spiegata dalla Corte territoriale (secondo cui si trattava di un atto poco rilevante o comunque sovrabbondante), il requisito della evidenza del materiale probatorio ai fini dell’accusa non ha comunque una portata di mera sommatoria aritmetica; dall’altro, la difesa non rappresenta perchè e sotto quali profili quella relazione avrebbe dovuto, al contrario, intendersi decisiva ai fini dell’emissione del decreto di giudizio immediato e non lo fossero invece i già numerosi elementi istruttori richiamati dal giudice.
1.2 Anche in relazione alla seconda censura appaiono più che adeguate le ragioni evidenziate nella sentenza impugnata al momento del rigetto dell’identico motivo di appello; appare del tutto irrilevante che il Gip, nel sottoscrivere il decreto ex art. 454 cod. proc. pen., non si avvide del decorso del termine o del deposito oltre i novanta giorni della ricordata relazione integrativa (visto che, per quanto appena segnalato, ciò non comporta alcun vizio di quella decisione, nè formale nè sostanziale), mentre “il giudice che ha emesso un provvedimento cautelare personale non è incompatibile a provvedere in ordine alla richiesta di giudizio immediato nei confronti dello stesso imputato e per lo stesso fatto, dato che si tratta di valutazione che non definisce nè una fase del procedimento nè un grado di giudizio” (Cass., Sez. 3, n. 5349 del 18/01/2011, P., Rv 249571, dove si è opportunamente differenziato il caso della emissione del decreto previsto dall’art. 454 del codice di rito rispetto a quello della partecipazione al giudizio abbreviato od alla applicazione di pena su richiesta).
1.3 Manifestamente infondate risultano le doglianze del ricorrente in ordine alla pretesa contraddittorietà immanente ai capi d’imputazione sub a1), a2) e b).
Dalla disamina congruamente compiuta da parte della Corte territoriale – con il puntuale richiamo alle relative risultanze istruttorie, ivi compresa l’indicazione dei testimoni da cui le circostanze di fatto erano state evidenziate – emerge che vi furono movimenti di denaro in uscita dalla società fallita, a fronte delle fatture indicate nel capo b): se anche quelle somme non confluirono formalmente nella disponibilità della “Area Service”, come sottolinea la difesa, è però innegabile che il destinatario finale fu lo stesso F. A pag. 19 della motivazione della sentenza impugnata si legge chiaramente che il sottufficiale della Guardia di Finanza escusso aveva sì affermato che la Area Service aveva incassato quel denaro “per modo di dire”, ma volendo così rappresentare che “le somme di denaro che provengono da Il Centro a fronte di queste fatture preesistenti … vanno nelle tasche di F., vanno sul conto corrente di F.”.
Ergo, non si può in alcun modo sostenere l’insussistenza del fatto, così come contestato: quella persona fisica era pur sempre lo stesso soggetto giuridico rispetto all’impresa individuale a lui riferibile, con il risultato che denaro confluito sul suo conto corrente doveva intendersi confluito nella disponibilità della Area Service, e viceversa.
La Corte di appello ha poi diffusamente chiarito che le obiettive risultanze processuali deponevano nel senso che i beni strumentali di cui al capo a1), venduti nel 2001 dalla Area Service alla società fallita per oltre un miliardo di lire, erano sicuramente gli stessi che la ditta individuale aveva acquistato nel 1996 dalla Friulnova per appena 200.000 lire; le relative fatture, tranne che per un muletto, avevano contenuto del tutto corrispondente e sovrapponibile, e vi era stato riscontro “fisico” della presenza dei beni de quibus rispetto al luogo (non a caso, un capannone adibito a deposito rifiuti) dove lo stesso imputato aveva dichiarato che erano stati sistemati. I beni in questione erano in giacenza da molto tempo presso la Friulnova, già in liquidazione: risalivano in particolare agli anni Settanta, come dichiarato dalla titolare di quella ditta, e non potevano pertanto coincidere con il macchinario revisionato – al costo di circa 100 milioni di lire – oltre venti anni dopo (il teste della difesa che aveva riferito di quelle riparazioni, di cui si da contezza a pag. 22, aveva non solo rappresentato che l’apparato sul quale era intervenuto non poteva risalire a così tanto tempo prima, ma che si trattava financo di un macchinario avente impiego non compatibile con il know-how descritto al capo a2).
Contestando le conclusioni appena accennate, peraltro senza neppure tenere conto delle indicazioni esposte dai giudici di merito per confutarne doglianze già avanzate, il ricorrente non fa che sollecitare inammissibilmente questa Corte ad una rivalutazione delle risultanze istruttorie.
1.4 E’ necessario invece un approfondimento sui temi esposti dalla difesa con il quarto motivo di ricorso.
1.4.1 Contrariamente alle tesi sostenute nell’interesse del ricorrente, la giurisprudenza di questa Corte si è da tempo orientata nell’affermare che nel reato di bancarotta fraudolenta “i fatti di distrazione, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, assumono rilevanza penale in qualunque tempo essi siano stati commessi, e quindi anche se la condotta si è realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza. Tutte le ipotesi alternative previste dalla norma si realizzano mediante condotte che determinano una diminuzione del patrimonio, diminuzione pregiudizievole per i creditori: per nessuna di queste ipotesi la legge richiede un nesso causale o psichico tra la condotta dell’autore e il dissesto dell’impresa, sicchè nè la previsione dell’insolvenza come effetto necessario, possibile o probabile, dell’atto dispositivo, nè la percezione della sua preesistenza nel momento del compimento dell’atto, possono essere condizioni essenziali ai fini dell’antigiuridicità penale della condotta. E del resto, quando il legislatore ha ritenuto necessaria l’esistenza di un tal nesso lo ha previsto espressamente nell’ambito della legge fallimentare, all’art. 223, distinguendo le condotte previste dall’art. 216 (legge fall., art. 223, comma 1) da quelle specificamente volte a cagionare il dissesto economico della società (legge fall., art. 223, comma 2), per modo che solo in tali ultime fattispecie delittuose è previsto un nesso causale o psichico tra condotta ed evento” (Cass., Sez. 5, n. 39546 del 15/07/2008, Bonaldo).
Ancor più analiticamente, gli stessi principi risultano ribaditi nel 2011, quando si è rilevato che “il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è reato di pericolo, ed è pertanto irrilevante che al momento della consumazione l’agente non avesse consapevolezza dello stato d’insolvenza dell’impresa per non essersi lo stesso ancora manifestato” (Cass., Sez. 5, n. 44933 del 26/09/2011, (OMISSIS), Rv 251214). Nella motivazione di quest’ultima pronuncia, si è segnalato che “il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non richiede il dolo specifico, ma si perfeziona con il dolo generico, ossia con la consapevolezza di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte”, precisandosi che non può intendersi rilevante la circostanza che all’epoca della distrazione non si fosse ancora manifestato uno stato d’insolvenza: “infatti, ad integrare il reato non è richiesta la conoscenza dello stato d’insolvenza dell’impresa, in quanto ogni atto distrattivo viene ad assumere rilevanza ai sensi della legge fall., art. 216, in caso di fallimento, indipendentemente dalla rappresentazione di quest’ultimo. Qualora, poi, la deduzione debba intendersi rapportata alla asserita insussistenza del dissesto all’epoca dei fatti, così implicitamente evocandosi la teoria cd. della “zona di rischio penale” …, ugualmente deve essere disattesa in quanto, per la speciale configurazione del precetto, la protezione penale degli interessi creditori è assicurata mediante la sua connotazione di reato di pericolo. L’offesa penalmente rilevante è conseguente anche all’esposizione dell’interesse protetto alla probabilità di lesione, onde la penale responsabilità sussiste non soltanto in presenza di un danno attuale ai creditori, ma anche nella situazione di messa in pericolo dei loro interessi. Conseguentemente, il delitto di bancarotta non impone contestualità tra l’azione antidoverosa ed il pregiudizio derivante dalla stessa, ma ammette anche uno sfasamento temporale, se esso non elide il portato dannoso dell’azione: sicchè la tutela penale dispiega la sua efficacia retroattivamente, risalendo a ritroso, a far data dalla dichiarazione di fallimento, ricapitolando ogni passaggio della gestione dell’impresa fallita nel pregiudizio che viene accertato al momento della dichiarazione di insolvenza con la verifica delle passività gravanti sulla stessa”.
1.4.2 L’orientamento ora illustrato risulta contraddetto da altra pronuncia di questa stessa Sezione, secondo cui “nel reato di bancarotta fraudolenta per distrazione lo stato di insolvenza che dà luogo al fallimento costituisce elemento essenziale del reato, in qualità di evento dello stesso e pertanto deve porsi in rapporto causale con la condotta dell’agente e deve essere, altresì, sorretto dall’elemento soggettivo del dolo” (Cass., Sez. 5, n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta, Rv 253493).
L’impianto motivazionale di quest’ultima sentenza muove dal presupposto che “non può da un lato ritenersi che qualsiasi atto distrattivo sia di per sè reato, dall’altro che la punibilità sia condizionata ad un evento” (la dichiarazione di fallimento, di cui viene diffusamente discussa la natura all’interno della struttura della fattispecie incriminatrice) “che può sfuggire totalmente al controllo dell’agente, e dunque ritorcersi a suo danno senza una compartecipazione di natura soggettiva e, ancor peggio, senza che sia necessaria una qualche forma di collegamento eziologico tra la condotta e il verificarsi del dissesto”; l’analisi viene peraltro parametrata sulle peculiarità del caso allora suo judice, dove – a differenza delle varie fattispecie concrete di cui alla precedente giurisprudenza, nelle quali “si trattava di episodi distrattivi compiuti nel periodo immediatamente antecedente alla dichiarazione di fallimento, che avevano impoverito l’impresa al punto da provocarne od aggravarne in modo irreversibile la crisi” – a quegli imputati era riferibile una amministrazione “priva di contiguità con il fallimento, essendo stata seguita da altre gestioni totalmente estranee”, con tanto di amministrazione giudiziale ex art. 2409 cod. civ. medio tempore conclusasi “senza alcun rilievo dell’amministratore su eventuali situazioni di insolvenza ed addirittura con una vendita della società a terzi dietro corrispettivo”.
Nella sentenza Corvetta si evidenzia quindi che se il fallimento è “il risultato di un’azione dell’imprenditore, da cui la legge (o, meglio, la giurisprudenza conforme) fa dipendere l’esistenza stessa del delitto”, lo stesso fallimento, “o meglio il suo presupposto di fatto, cioè lo stato di insolvenza, deve essere dall’agente preveduto e voluto, quantomeno a titolo di dolo eventuale. Il soggetto, cioè, deve prefigurarsi che il suo comportamento depauperativo porterà verosimilmente al dissesto (il cui risvolto è la lesione del diritto di credito, che costituisce l’interesse principale protetto dalla norma penale) ed accettare tale rischio.
Ogni diversa soluzione in punto dolo costituisce una violazione dei principi generali di cui agli artt. 42 e 43 cod. pen., che costituiscono l’ossatura della responsabilità penale personale del nostro ordinamento”. Ne deriverebbe l’opzione interpretativa secondo cui “la bancarotta è un reato di evento e tale evento consiste nella insolvenza della società, che trova riconoscimento formale e giuridicamente rilevante nella dichiarazione di fallimento. Questa è la unica ricostruzione strutturale del reato coerente con le premesse; il fallimento è elemento costitutivo dell’illecito in qualità di evento e si pone quale conseguenza (esclusiva o concorrente) della condotta distrattiva dell’imprenditore.
L’interesse protetto dalla norma, dunque, non è solo il potenziale pregiudizio del ceto creditorio, ma la lesione definitiva dei diritti di credito che si determina con il fallimento; tanto è vero che, occorre ribadirlo, per quanto siano consistenti e ripetuti gli atti di spoliazione del patrimonio dell’impresa, l’imprenditore non è punito se non viene successivamente dichiarato il fallimento”.
Con la richiamata pronuncia si avverte peraltro che “la tesi “secca” della non necessarietà del rapporto di causalità tra la condotta dell’imprenditore e il fallimento (che si accompagna alla ritenuta non necessarietà del dolo a copertura dell’insolvenza), porterebbe a conseguenze assurde; da un lato non sarebbe punibile l’imprenditore che drena risorse enormi da una società dotata di un patrimonio attivo considerevole, tale da permetterle di sfuggire al fallimento, dall’altra sarebbe invece punito con la pesante sanzione di cui alla legge fall., art. 216, un imprenditore o un amministratore della società che moltissimi anni prima del fallimento abbia prelevato indebitamente una modestissima somma di denaro (anche se l’impresa ha poi operato in attivo e pagato regolarmente i propri creditori e sia poi caduta in dissesto esclusivamente per le condotte spoliative di successivi amministratori) …. Sarebbe esente da responsabilità quell’imprenditore che, pur avendo causato il dissesto della sua impresa con gravi atti di spoliazione, riuscisse ad ottenere il consenso dei creditori ad una procedura di soluzione negoziale della crisi (salvo il concordato, per l’imprenditore collettivo), mentre sarebbe penalmente sanzionato l’imprenditore che compie un atto di distrazione di modesta entità e molto risalente nel tempo, se non incontra il favore dei creditori. E ciò anche se il dissesto dell’impresa dipende esclusivamente da fattori esterni alla sua condotta, e cioè, per esempio, da una congiuntura economica negativa o da circostanze comunque imprevedibili o ancor più da condotte successive di altre persone”.
1.4.3 La giurisprudenza successiva alla pronuncia di cui si è appena data contezza risulta peraltro tornata a sposare l’orientamento precedente, ritenendo che “ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento” (Cass., Sez. 5, n. 7545 del 25/10/2012, Lanciotti, Rv 254634; v. anche Cass., Sez. 5, n. 27993 del 12/02/2013, Di Grandi).
In una quasi coeva decisione, identicamente massimata (Rv 254061) questa Sezione ha precisato che “anche dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 11 aprile 2002, n. 61, ad integrare il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione non si richiede l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione e il successivo fallimento …. Al riguardo vale la pena di rimarcare che il rapporto eziologico fra la condotta vietata e il dissesto della società è richiesto dalla legge fall., art. 223, comma 2, n. 1, nel testo novellato, con esclusivo riferimento alle ipotesi di bancarotta “da reato societario”, il cui elemento oggettivo – nel modello descrittivo recato dagli artt. 2621, 2622, 2626, 2627, 2628, 2629, 2632, 2633 e 2634 cod. civ., richiamati dalla norma incriminatrice – è del tutto diverso da quello che caratterizza le condotte vietate dall’art. 216 della stessa legge, richiamato invece dal citato art. 223, comma 1″ (Cass., Sez. 5, n. 232 del 09/10/2012, Sistro).
1.4.4 Il collegio ritiene di aderire alla consolidata e “tradizionale” giurisprudenza, anche in adesione alla giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte che nell’analisi del reato di bancarotta hanno avallato “l’abbandono definitivo della concezione del fallimento come evento” (v. Cass., Sez. U, n. 21039 del 27/01/2011, Loy).
Uno degli elementi fondamentali, per orientare la decisione nel senso indicato, si rinviene in effetti nelle già ricordate divergenze strutturali tra la fattispecie disegnata dall’art. 216, legge fall., e quella risultante dalle varie ipotesi previste dal successivo art. 223, comma 2: solo in queste ultime, infatti, il legislatore ha inteso conferire immediato rilievo a condotte che cagionino il fallimento, ovvero cagionino o concorrano a cagionare il dissesto della società. Non sembra pertanto che i pur pregevoli sforzi argomentativi contenuti nella sentenza Corvetta riescano a superare il dato letterale: laddove il legislatore ha inteso individuare la necessità di un nesso causale fra il comportamento del soggetto attivo del reato ed il successivo dissesto, od il fallimento che ne sia derivato, ciò è espressamente prescritto. Nè pare possibile interpretare l’art. 223, comma 2, legge fall., come una sorta di norma di chiusura, con funzioni interpretative dell’intero sistema sanzionatorio: da un lato, si tratta di una previsione recentemente modificata (nel 2002), e se si fosse avvertita l’esigenza di uniformare le varie previsioni incriminatrici in tema di bancarotta (volendo intendere, come si sostiene nella richiamata sentenza, che “i fatti di bancarotta di tipo patrimoniale in tanto rilevano in quanto abbiano in qualche modo rilevanza nella produzione del dissesto”) il legislatore ben avrebbe potuto porre mano anche al precedente art. 216; dall’altro, se è vero che la lettura delle plurime ipotesi di rilievo penale di cui alla legge fallimentare rende palesi alcuni difetti di coordinamento (come parimenti avvertito nella sentenza Corvetta), è ancor più evidente che non vi sarebbe necessità di reprimere la condotta di chi abbia “cagionato con dolo il fallimento della società” (art. 223, comma 2, n. 2) se già l’art. 223, comma 1 venisse a sanzionare per le società commerciali condotte di distrazione ex art. 216, di cui possa affermarsi la rilevanza penale soltanto qualora siano fattore causale del fallimento medesimo.
Deve perciò ritenersi che, tornando ad esaminare il precetto normativo, la condotta sanzionata dall’art. 216 legge fall. – e, per le società, dall’art. 223, comma 1 – non sia quella di avere cagionato lo stato di insolvenza o di avere provocato il fallimento, bensì – assai prima – quella di depauperamento dell’impresa, consistente nell’averne destinato le risorse ad impieghi estranei all’attività dell’impresa medesima. La rappresentazione e la volontà dell’agente debbono perciò inerire alla deminutio patrimoni (semmai, occorre la consapevolezza che quell’impoverimento dipenda da iniziative non giustificabili con il fisiologico esercizio dell’attività imprenditoriale): tanto basta per giungere all’affermazione del rilievo penale della condotta, per sanzionare la quale è sì necessario il successivo fallimento, ma non già che questo sia oggetto di rappresentazione e volontà – sia pure in termini di semplice accettazione del rischio di una sua verificazione – da parte dell’autore.
Come efficacemente segnalato in una ancor recente sentenza di questa Corte, “ogni atto distrattivo assume rilievo ai sensi dell’art. 216 legge fall., in caso di fallimento, indipendentemente dalla rappresentazione di quest’ultimo, il quale non costituisce l’evento del reato che, invece, coincide con la lesione dell’interesse patrimoniale della massa, posto che se la conoscenza dello stato di decozione costituisce dato significativo della consapevolezza del terzo di arrecare danno ai creditori ciò non significa che essa non possa ricavarsi da diversi fattori, quali la natura fittizia o l’entità dell’operazione che incide negativamente sul patrimonio della società” (Cass., Sez. 5, n. 16579 del 24/03/2010, Fiume, Rv 246879).
E’ del resto innegabile che ci si trovi dinanzi ad una fattispecie disegnata come reato di pericolo, come già avvertito nella motivazione della sentenza (OMISSIS), sopra richiamata; fattispecie in relazione alla quale il giudice delle leggi ebbe da tempo a rilevare che “il legislatore avrebbe potuto considerare la dichiarazione di fallimento come semplice condizione di procedibilità o di punibilità, ma ha invece voluto … richiedere l’emissione della sentenza per l’esistenza stessa del reato. E ciò perchè, intervenendo la sentenza dichiarativa di fallimento, la messa in pericolo di lesione al bene protetto si presenta come effettiva e reale” (Corte Cost., sentenza n. 146 del 27/06/1982); la bancarotta fraudolenta patrimoniale è dunque, più propriamente, reato di pericolo concreto, dove la concretezza del pericolo assume una sua dimensione effettiva soltanto nel momento in cui interviene la dichiarazione di fallimento, condizione peraltro neppure indispensabile per l’esercizio dell’azione penale o per l’adozione di provvedimenti de libertate, ai sensi del combinato disposto degli artt. 7 e 238 legge fall. Ed è per questo che rimane esente da pena il soggetto che impoverisca una società di risorse enormi, quando questa può comunque continuare a disporne di ben più rilevanti, idonee a fornire garanzia per le possibili pretese creditorie: perchè in quel caso, a differenza dell’ipotesi dell’imprenditore che si renda responsabile di una distrazione modesta (ma a fronte di un patrimonio suscettibile di risentirne significativamente), il pericolo di un pregiudizio per i creditori non avrà assunto la concretezza richiesta dal dato normativo.
Anche le indicazioni della giurisprudenza di legittimità in tema di cd. “bancarotta riparata” avvalorano la conclusione appena illustrata; vero è che in quegli interventi si è ritenuto che “non integra il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione il finanziamento concesso al socio e da questi restituito in epoca anteriore al fallimento, in quanto la distrazione costitutiva del delitto di bancarotta si ha solo quando la diminuzione della consistenza patrimoniale comporti uno squilibrio tra attività e passività, capace di porre concretamente in pericolo l’interesse protetto e cioè le ragioni della massa dei creditori”, ma si è al contempo precisato che il momento cui fare riferimento per verificare la consumazione dell’offesa è pur sempre “quello della dichiarazione giudiziale di fallimento e non già quello in cui sia stato commesso l’atto, in ipotesi, antidoveroso” (Cass., Sez. 5, n. 39043 del 21/09/2007, Spitoni, Rv 238212; v. anche Cass., Sez. 5, n. 8402 del 03/02/2011, Cannavale).
In sostanza, e in definitiva, l’imprenditore deve considerarsi sempre tenuto ad evitare l’assunzione di condotte tali da esporre a possibile pregiudizio le ragioni dei creditori, non nel senso di doversi astenere da comportamenti che abbiano in sè margini di potenziale perdita economica, ma da quelli che comportino diminuzione patrimoniale senza trovare giustificazione nella fisiologica gestione dell’impresa (come accaduto nel caso del F. e della società Il Centro, attraverso l’acquisto per oltre un miliardo di lire di beni di palese inconsistenza). Nè può rilevare, contrariamente a quanto l’odierno ricorrente sostiene nella vicenda oggi in esame, che lo stato di insolvenza – di cui non è necessario l’agente abbia rappresentazione o volontà di perseguimento – si sia manifestato tre anni dopo rispetto alle obiettive condotte di impoverimento della società a lui riferibili.
1.5 Sul quinto motivo debbono ancora una volta richiamarsi gli argomenti evidenziati dalla Corte giuliana: come correttamente rilevato a pag. 24 della sentenza impugnata, “il modesto importo della somma oggetto di distrazione … è irrilevante ai fini della configurabilità del reato”, mentre è stato anche di recente ribadito che “in materia di bancarotta fraudolenta la prova della distrazione o dell’occultamento dei beni della società dichiarata fallita può essere desunta dalla mancata dimostrazione, ad opera dell’amministratore, della destinazione dei beni suddetti” (Cass., Sez. 5, n. 22894 del 17/04/2013, Zanettin, Rv 255385). Inoltre, il fatto che l’imputato fosse stato sottoposto a misura restrittiva della libertà personale dopo poco tempo dalla dichiarazione di fallimento può solo incidere sulla giustificazione del suo ritardo nella corresponsione al curatore dell’importo corrispondente al residuo di cassa, non certo ad escludere la rilevanza penale di una distrazione già realizzata.
1.6 Anche il sesto motivo di ricorso costituisce apodittica iterazione di doglianze già mosse avverso la decisione di primo grado, senza che il ricorrente dimostri di aver tenuto conto delle ragioni addotte dalla Corte territoriale per disattenderle; fra l’altro, la difesa ribadisce che la teste P. avrebbe dichiarato di una regolare cura dei libri contabili, quando invece – v. pag. 25 della sentenza impugnata – ella aveva ricordato solo della generica compilazione di non si sa quali documenti per il bilancio del 2004 (a fronte di gravi irregolarità protrattesi per almeno tre esercizi). Quanto alla possibile derubricazione dell’addebito, deve ricordarsi che “l’omessa tenuta della contabilità interna integra gli estremi del reato di bancarotta documentale fraudolenta – e non quello di bancarotta semplice – qualora si accerti che scopo dell’omissione sia quello di recare pregiudizio ai creditori” (Cass., Sez. 5, n. 32173 dell’11/06/2009, Drago, Rv 244494): nel caso di specie, diversamente dalla ricostruzione difensiva secondo cui vi sarebbe stata solo qualche lacuna nel libro degli inventari, mancava qualsivoglia indicazione di dettaglio sulle voci di bilancio, sì da non consentire neppure di far emergere la consistenza dell’attivo e del passivo patrimoniale (il curatore non era stato in grado di individuare e recuperare un presunto credito di oltre 200.000,00 Euro), ed una così estesa omissione della tenuta della contabilità appare ragionevolmente incompatibile con un’ipotesi di mera trascuratezza colposa.
Non si vede peraltro come le risultanze di semplici mastrini possano in qualche misura consentire di ricavare quel che si dovrebbe desumere da inventari niente affatto curati.
1.7 Manifestamente infondato è parimenti il settimo motivo di ricorso: gli elementi in fatto richiamati dalla Corte di appello per non accogliere la richiesta di un approfondimento peritale appaiono, per le ragioni sopra illustrate, senz’altro ineccepibili e – in ogni caso – la giurisprudenza di legittimità risulta costantemente orientata nel senso che “la perizia non rientra nella categoria della “prova decisiva” ed il relativo provvedimento di diniego non è sanzionabile ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d), in quanto costituisce il risultato di un giudizio di fatto che, se sorretto da adeguata motivazione, è insindacabile in Cassazione” (Cass., Sez. 6, n. 43526 del 03/10/2012, Ritorto, Rv 253707).
1.8 In punto di trattamento sanzionatorio, la Corte territoriale ha evidenziato che:
– la pena base di anni 4 di reclusione trovava causa anche nella evidente ricorrenza delle due aggravanti contestate ai sensi dell’art. 219 legge fall., a fronte dell’insussistenza di elementi per concedere all’imputato le attenuanti generiche, peraltro neppure invocate dalla difesa;
– la contestazione dell’ipotesi di cui all’art. 99 c.p., comma 4, derivava dal riferimento espresso in rubrica alla “recidiva specifica, reiterata e infraquinquennale”;
– il conseguente aumento di due terzi era pertanto doveroso, visto che i precedenti riguardavano plurimi reati giudicati fra il 2000 e il 2005, con già una condanna per bancarotta fraudolenta.
Ne deriva l’inammissibilità delle doglianze della difesa atteso che “la graduazione della pena, anche rispetto agli aumenti ed alle diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti ed attenuanti, rientra nella discrezionalità del giudice di merito, il quale la esercita, così come per fissare la pena base, in aderenza ai principi enunciati negli artt. 132 e 133 cod. pen., sicchè è inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione, miri ad una nuova valutazione della congruità della pena” (Cass., Sez. 3, n. 1182 del 17/10/2007, Olia, Rv 238851).
1.9 L’ultimo motivo di ricorso deve intendersi parimenti inammissibile giacchè la condanna generica al risarcimento dei danni, pronunciata dal giudice penale, non esige alcuna indagine in ordine alla concreta esistenza di un danno risarcibile, postulando soltanto l’accertamento della potenziale capacità lesiva del fatto dannoso e della esistenza di un nesso di causalità tra tale fatto e il pregiudizio lamentato (così Cass., Sez. 5, n. 45118 del 23/04/2013, Di Fatta; v. anche Cass., Sez. 6, m. 14377 del 26/02/2009, Giorgio); inoltre, l’impugnazione con ricorso per cassazione della statuizione con cui è stata concessa una provvisionale alla parte civile non è ammissibile nè sull’an (v. Cass., Sez. 5, n. 5001 del 17/01/2007, Mearini), nè sul quantum (v. Cass., Sez. 4, n. 34791 del 23/06/2010, Mazzamurro), trattandosi di provvedimento per sua natura insuscettibile di passare in giudicato e destinato ad essere travolto dall’effettiva liquidazione dell’integrale risarcimento.
2. Il rigetto del ricorso comporta la condanna del F. al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità.
Così deciso in Roma, il 3 ottobre 2013.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 8
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 99
 sentenza 
 art. 454
 sentenza 
 art. 223
 art. 223
 art. 216
 sentenza 
 art. 2409
 sentenza 
 art. 216
 art. 223
 art. 223
 art. 223
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 art. 216
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