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Timestamp: 2017-06-27 07:04:58+00:00

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bastamortesullavoro: marzo 2014
8 APRILE 2014 ORE 18 RIUNIONE PUBBLICA COMITATO 5 APRILE DI ROMA - RETE NAZ. SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO E SUI TERRITORI
APRILE 2014 ORE 18 RIUNIONE PUBBLICA COMITATO 5 APRILE DI ROMA - RETE NAZ. SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO E SUI TERRITORI PRESSO ASS. USICONS LARGO VERATTI 25 (metro B fermata Marconi, bus 170, 791, 23)
COMUNICATO E AVVISO - per pubblicazione, divulgazione, diffusione, grazie
"COMITATO 5 APRILE" DI ROMA, NODO LOCALE DELLA RETE NAZIONALE SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO E SUI TERRITORI, PRESSO LA SEDE DELL'ASSOCIAZIONE USICONS, LARGO G. VERATTI 25 (metro B fermata Marconi, bus 170 da stazione Trastevere, bus 791 da Eur o da Metro A Cornelia, bus 23 da Ostiense).
ORDINDE DEL GIORNO: PREPARAZIONE E PARTECIPAZIONE A MANIFESTAZIONE DEL 24 APRILE A ROMA, IN CONCOMITANZA CON SENTENZA DI CASSAZIONE SUL CASO THYSSENKRUPP (24 aprile Piazza Cavour) e INIZIATIVA LANCIATA DA EX OPERAI
PROSECUZIONE INIZIATIVE DI INFORMAZIONE E INTERVENTO SU: IN-SICUREZZA NELLE SCUOLE E IN-SICUREZZA NEL COMPARTO FERROVIARIO,
INIZIATIVE DI SENSIBILIZZAZIONE A SOSTEGNO DELL'ASSOCIAZIONE 29 GIUGNO E DELL'ASSOCIAZIONE IL MONDO CHE VORREI
FAMILIARI DELLE VITTIME DELLA STRAGE DI VIAREGGIO, SOSTEGNO AI LICENZIAMENTI NELLE FERROVIE...
per info e contatti e mail circolotlc@hotmail.com, usicons.roma@gmail.com, usiait1@virgilio.it
e mail nazionale della Rete naz. salute e sicurezza sul lavoro e sui territori bastamortesullavoro@gmail.com Pubblicato da
AMIANTO: QUALE GIUSTIZIA PER LE VITTIME COORDINAMENTONAZIONALE DELLE ASSOCIAZIONI DELLE VITTIME E DEGLI EX ESPOSTI ALL’AMIANTO (CNA)
cellulare:339 25 16 050 fax:1782 27 59 93
13marzo 2014 Senatodella Repubblica
marzo si è svolto il convegno organizzato dal Coordinamento NazionaleAmianto (CNA) in collaborazione con il senatore Felice Casson, vice presidentedella Commissione Giustizia del Senato.
portando i loro importanti contributi: il dottor Roberto Riverso,giudice del lavoro a Ravenna; la dottoressa Sara Panelli e il dottor Gianfranco Colace (Pubblici Ministeri a Torino). Ha introdotto il senatore Felice Casson.E’ intervenuta, mostrando la sua più ampia disponibilità ad affrontarel’argomento l’onorevole Franca Biondelli, recentemente nominata sottosegretariaal Lavoro.
Successivamentesi è
sviluppata un’ampia discussione fra i rappresentanti delle vittime e degliex esposti (essi stessi vittime ed ex esposti all’amianto) con gli espertigiuristi e tecnici, che ha portato a prendere le seguenti decisioni.
2.Chiedere al Presidente del Consiglio e al Ministero del Lavoro l’adeguamentodel Fondo per le vittime dell’amianto, già istituito, ma limitato ai lavoratoriex esposti
e non alle vittime da esposizione casalinga e ambientale.
3.Chiedere
al Presidente del Consiglio e ai Ministeri competenti la messa insicurezza dei siti pubblici contaminati da amianto: il piano di edilizia e dimessa in sicurezza delle scuole (già annunciato dal Presidente del Consiglio)deve prevedere anche la rimozione dell’amianto nelle ancora 116 scuolecontaminate. Alla stessa stregua devono essere messi in sicurezza esuccessivamente bonificati, 37 ospedali, case di cura, case di riposo, 86uffici della pubblica amministrazione, 27 impianti sportivi, 8 biblioteche ealmeno 4 grandi siti industriali dismessi.
5.Predisporre un documento sul principale oggetto della discussione del convegnopresso il
Senato, quello della relazione amianto-giustizia tramite il qualeSenatore Felice Casson assume il compito di presentare un disegno di legge e/odi proporre emendamenti a leggi esistenti a riguardo di alcuni essenzialiproblemi che devono essere celermente affrontati e risolti:
f)l’istituzione
della Procura Nazionale sulla salute e sicurezza del lavoro edell’ambiente o, in subordine, la istituzione di un apposito ufficio dimagistrati competenti ed esperti a livello distrettuale.
Infinele
associazioni ed sindacati nella giornata del 28 aprile, dedicata a livellointernazionale alle vittime dell’amianto, organizzeranno presidi,manifestazioni e incontri a livello regionale per l’attuazione del PianoRegionale Amianto e di quanto richiesto.
AMIANTO ALL’EX ENICHEM DI PISTICCI, FELICE CASSON E ALTRI 13 SENATORI SCRIVONO AL MINISTRO
DaIl Quotidiano della Calabria
Domenica16 marzo 2014
AMIANTOALL’EX ENICHEM, FELICE CASSON E ALTRI 13 SENATORI SCRIVONO AL MINISTRO“RIAPRITE I FASCICOLI DORMIENTI”
Enichemdi Pisticci: Casson chiede al Ministro lumi sui morti di amianto “Matera non tutela i lavoratori”
L’ultimoesposto-denuncia alla Procura di Matera dell’AIEA risale a un anno fa
altri 13 senatori (Albano, Amati, Chiti, Favero, Fedeli, Filippi, Gatti,Ghedini, Granaiola, Lepri, Pagliari, Pegorer, Scalia) ha presentato unainterrogazione al Ministro della Giustizia sul caso dello stabilimentoAnic/Enichem di Pisticci scalo. L’ex giudice Felice Casson chiede che venganofinalmente sbloccati e esaminati i fascicoli “Dormienti in materia di soggettiesposti alle fibre killer di amianto e delle altre sostanze tossiche e nocivepresenti nello stabilimento”. II vice presidente della II commissione giustiziadel Senato, ripercorre la vicenda ripartendo dal più recente esposto,presentato alla Procura di Matera il 15 aprile dello scorso anno da MarioMurgia, vice presidente dell’AIEA (Associazione Italiana Esposti Amianto).
“Adistanza di quasi un anno dall’esposto-denuncia, non risulta alcun serio attod’indagine compiuto dal PM assegnatario del fascicolo”. Nella denuncia diMurgia si faceva riferimento alle “Decine di morti che solo nell’ultimodecennio si sono verificate tra i dipendenti dello stabilimento Anic/EniChemSpA, sito presso l’area industriale di Pisticci
Scalo, per varie letali patologie,in larghissima maggioranza di natura tumorale, addebitabili, con altissimogrado di probabilità logica e credibilità razionale, a sostanze cancerogene cuiquesti lavoratori sono stati esposti per lunghi periodi di tempo sul posto dilavoro; a partire dall’amianto”. Nell’interrogazionedi Casson si legge tra l’altro che l’associazione AIEA aveva già inoltratoaltre denunce tutte indubitabilmente costituenti macroscopiche eplausibilissime notizie di reato, senza mai aver avuto notizia di alcunprovvedimento adottato o richiesto. “Lasensazione concreta” - sostengono i firmatari dell’interrogazione al ministro –“che traspare da queste non azioni e omissione, è che nella città di Matera nonesista o sia stata abrogata ogni forma di tutela penale della salute deilavoratori”. “Numerose”-
si legge ancora – “le consulenze tecniche d’ufficio ambientali, espletatepresso i tribunali di Matera e Potenza, che attestano l’esposizioneall’amianto. In esse risulta che la presenza dell’amianto è
superiore ai limitiprevenzionali previsti dalla legge”. Aconferma
di un fenomeno che ha creato indiscutibili ricadute, l’interrogazioneaggiunge che nell’ospedale di Matera è da tempo attiva la sorveglianzasanitaria dei lavoratori ex esposti ad amianto, una struttura sanitaria cheregistra e monitora lo stato di salute dei lavoratori a suo tempo espostiall’amianto e garantisce la denuncia di malattie professionali. “Ildato più allarmante” - prosegue il testo dell’interrogazione – “è rappresentatodal consistente numero di ex
dipendenti deceduti per patologie maligneasbesto-correlate che purtroppo continuano a manifestarsi con sempre crescenteinsorgenza”.
AntonellaCiervo
di Arnaldo Capezzuto | 24 marzo 2014
Cornuti e mazziati. Non solo hanno interrato rifiuti
tossici, inquinato terreni, avvelenato un quartiere, esportato in giro per
l’Italia un know-how criminale che ha contribuito a creare l’Italia dei
fuochi – come raccontano i verbali desecretati della
Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo di rifiuti - adesso passano anche all’incasso.
La grande discarica di Pianura sembra essere stata risucchiata dal tempo. Nessuno ricorda nulla. Sembra
come non fosse mai esistita a Napoli. Il grande mostro c’è. Aperta negli anni ’50 e collocata nel cratere del
vulcano degli Astroni, nei suoi 43 anni di attività può bene rappresentare l’evoluzione degli affari intorno alla gestione dei rifiuti fino alla fine
degli anni ’90. Per ora dorme e nasconde nel suo ventre i miasmi e
le reazioni chimiche tossiche di anni e anni di sversamenti illegali. Dal
libro nero del passato piomba sul Comune di Napoli, guidato dal sindaco
anomalo Luigi De Magistris, un macigno che veste i panni di una sentenza del
Consiglio di Stato che sancisce e ordina a Palazzo San Giacomo il pagamento
sull’unghia della somma di 18 milioni di euro. Una batosta. Un colpo
sferrato sotto la cintola dell’Amministrazione e che vale un “ko”. La sentenza è del 2011, dopo una lunghissima contesa giudiziaria. Con la delibera n. 966/2013 la Giunta propone di
inserire la voce di spesa nel piano di riequilibrio, riconosce il debito fuori bilancio, articola una rateizzazione riassunta
in un programma di pagamenti dal 2004 (10 milioni) al 2005 (8 milioni). Così si
chiude il contenzioso con la Elektrica, impresa in liquidazione
volontaria, colpita – tra l’altro – da interdittiva antimafia e figlia
di quella Di. Fra. Bi di Francesco La Marca, Giorgio Di Francia, Salvatore Di Francia, Domenico La Marca, Pietro Gaeta
che affonda le radici della propria storia nella storia dello sversatoio di
Pianura. La verità è che i “Signorotti della munnezza” non sono mai andati via
da Napoli. Inchieste, indagini dell’antimafia, vicinanze pericolose ai clan,
non sono bastati. Il contenzioso risale agli anni in cui la gestione dei
rifiuti solidi urbani era affidata alla direzione della Nu del Municipio
partenopeo. E’ la storia degli anni dei commissariamenti, privatizzazioni,
esternalizzazioni dei servizi fino alle finte emergenze. Disastri su
disastri che oltre ad essere ambientali sono anche amministrativi. La
Elektrica ha gestito l’ultimo periodo di attività della discarica di Pianura
occupandosi dello smaltimento dei rifiuti dal 1987 al 1994. Nel 1997, a fronte
di un contratto di appalto, affidato in sede commissariale, viene avanzata,
dalla società Elektrica, un’istanza di variazione che assommerà
complessivamente a 22 miliardi di lire, il che comporta una variazione,
sull’ammontare dell’intero appalto, pari a più del 20% del suo valore. Dalla
resistenza del Comune di Napoli viene ad oggi la delibera di riconoscere il
credito per una vicenda che, nei vari gradi di giudizio fino al Consiglio di
Stato, si è svolta nell’ambito tecnico-amministrativo e non sul terreno
politico. Il denaro dei partenopei sarà incassato dalla Ubi Factor,
società che ha acquistato – nel frattempo - il credito dalla Elektrica.
Un papocchio che puzza da lontano. Poco c’entrano i rifiuti. Una “dote”
milionaria accumulatasi con le precedenti Giunte comunali a partire da Antonio
Bassolino fino a Rosa Russo Iervolino. All’epoca si decise di non decidere.
Tanto è vero che nel 2004 il Consiglio di Stato censura l’operato del Comune e
delega a Luigi Nocera (in quota Udeur) - all’epoca dei fatti – assessore
all’Ambiente della Giunta Regionale campana diretta dallo stesso Bassolino
(l’allora sindaco che non decise e censurato dal Consiglio di Stato) alla
nomina di un commissario. Una scelta giusta ma inappropriata visto che
l’avvocato della società Elektrica era ed è Andrea Abbamonte,
contemporaneamente membro (in quota Udeur) con delega al personale e alla
sicurezza delle città della stessa Giunta regionale. Non è proprio un conflitto
d’interesse ma una questione di opportunità e buon andamento della cosa
pubblica. Se fai l’assessore non dovresti fare il legale di una società che ha
rapporti e un contenzioso con la pubblica amministrazione. Di lì a poco,
comunque, nel 2004, l’assessore all’Ambiente individua, fra il personale della
Regione, un funzionario che si occuperà dell’esecuzione della sentenza. Il
funzionario incaricato consegnerà due relazioni, in qualità di commissario ad
acta, confermando il debito del Comune di Napoli nella cifra di 18 milioni di
euro. Nel 2006 il funzionario e commissario ad acta sarà nominato
“Responsabile amministrativo” pro tempore “dell’Ente Parco Regionale del Bacino
idrogeografico del fiume Sarno” con atto congiunto a firma dell’assessore
all’Ambiente e dell’assessore al personale della Giunta Regionale Campana (entrambi si dimetteranno per vicende giudiziarie). Una storia che è contemporaneamente un paradosso visto che la sola
bonifica di una parte della discarica, dove insieme ai rifiuti urbani finivano
anche seppelliti veleni industriali e fanghi tossici provenienti dal
Nord-Italia e dall’Acna di Cengio, costerà almeno oltre i tre milioni di euro.
Nei fatti non è possibile nemmeno ipotizzare che l’esborso parziale o totale
sia a carico di chi impunemente ha inquinato per anni cioè la società di
gestione ovvero chi per suo conto ora incassa il credito dal Comune. Verrebbe
da ridere, invece no, da piangere. E pensare che nel 1995 il Prefetto ordinò
che la stessa Di.Bi.Fra. disponesse un progetto di sistemazione ambientale
dell’intera discarica. Lavori eseguiti ma significativamente difformi rispetto
al progetto e non idonei. La relazione della Commissione parlamentare della XIII Legislatura è chiara: a pagina 25 spiega con chiarezza che
tutti i rifiuti sversati illegalmente nella discarica di Pianura sono della
società, Di.Bi.Fra o Elektrica, alla quale il Consiglio di Stato ha
riconosciuto il cospicuo credito. Oltre al danno, la beffa. Appunto: Cornuti e
mazziati. Domani questa grana sarà all’ordine del giorno del Consiglio
comunale, saggezza imporrebbe al Municipio di sottrarsi al pagamento del
credito, di impugnare la sentenza e battagliare presentando un ricorso alla
Corte Europea dei diritti dell’Uomo. Un dovere farlo per rispetto di chi a Pianura si è visto sterminare l’intera
famiglia e per chi continua a morire.
Processo per Santa Giulia in aula arrivano i residenti: noi parte civile al processo
Udienza preliminare il 26. "Chiederemo i
Milano, 23 marzo 2014 - Processo Santa Giulia,
finalmente ci siamo. Mercoledì è in programma l’udienza preliminare: il gup
Roberta Nunnari dovrà decidere se rinviare a giudizio gli undici indagati
dell’inchiesta sulle mancate bonifiche dell’area ex Montecity-Rogoredo.
Con ogni probabilità, quel giorno in Tribunale ci saranno pure i residenti del
comitato di quartiere per presentare, attraverso l’avvocato Luisa Bontempi,
l’atto di costituzione di parte civile: «Abbiamo intenzione di chiedere un
risarcimento danni per tutto quello che abbiamo passato in questi anni».
Ancora da definire il numero di persone che alla fine aderiranno all’iniziativa
giudiziaria: la lista verrà compilata domani sera, al termine della riunione ad
hoc convocata dai vertici dell’associazione; in quella sede, verrà pure deciso
se presentarsi come singoli cittadini piuttosto che investire ufficialmente il
comitato Milano Santa Giulia del compito di rappresentare l’intero quartiere
tristemente salito alla ribalta mediatica il 20 luglio 2010.
Cioè il giorno in cui la Guardia di Finanza, su mandato della Procura,
sequestrò una fetta consistente dell’area: secondo i pm Laura Pedio e
Gaetano Ruta, gli indagati, tra cui figura l’ex dominus di Risanamento, Luigi
Zunino, avrebbero utilizzato quei terreni per smaltirci «rilevanti quantità di
rifiuti senza la prescritta autorizzazione», costituendo «discariche abusive
nelle corrispondenti zone di smaltimento» e creando «un cumulo dell’ordine di
grandezza di 30mila metri cubi». Un vero e proprio disastro ecologico, così
devastante da contaminare «le acque della falda sospesa e della prima falda con
sostanze tossiche gravemente nocive per la salute e l’ambiente». Lunga la lista
dei materiali «cancerogeni» sversati illegalmente: metalli, antiparassitari,
Ddt, tricloroetilene, tetracloroetilene, tricolorometano, dicloroetilene. Tra i
destinatari degli avvisi di chiusura indagini, notificati dagli inquirenti nel
dicembre scorso, ci sono pure Annalisa Gussoni, ex capo dell’ufficio Bonifiche
del Comune, e Paolo Perfumi, all’epoca responsabile dell’Arpa Milano.
giudiziaria si chiuse nel 2010 senza risultati. Ora un nuovo fascicolo sulle
gare d'appalto per l'adeguamento della discarica che dovrebbe ospitare il
materiale cancerogeno prodotto fino al 2003 dall'azienda. I cui manager hanno
ripreso la produzione in Uruguay
di Renzo Parodi | 24 marzo 2014
Sulla Stoppani, l’azienda che per un secolo ha
prodotto il micidiale cromo esavalente a due passi dal mare di Cogoleto
(cittadina alla frontiera ovest di Genova), esplode l’ennesima “bomba”. A
scoppio ritardato, perché la Stoppani dal 2003 ha cessato la produzione. Eppure
non ha smesso di rappresentare una minaccia serissima per la salute e
l’ambiente, terrestre e marino. Il sito industriale dismesso infatti è zeppo di
scorie di cromo esavalente, una sostanza altamente tossica e cangerogena. Non
si è riusciti a disfarsene perché – spiegano all’assessorato regionale
all’ambiente – la discarica di Molinetto era stata chiusa perché non rispondeva
agli standard di sicurezza. Il procuratore della Repubblica di Genova, Michele
Di Lecce, conferma a ilfattoquotidiano.it l’esistenza
dell’inchiesta: “Gli accertamenti sono in corso già da tempo. No, non ci sono
indagati”. L’Europa aveva aperto una procedura di infrazione. Proprio sul sito
di Molinetto si sono accesi i riflettori della Procura genovese che ha aperto
un fascicolo contro ignoti. L’ipotesi investigativa è che la gara di appalto
sia stata ritagliata su misura per favorire qualcuno. E non si esclude che il
favore sia stato ripagato a suon di tangenti.
L’antefatto. La Regione Liguria
ha stanziato 2,7 milioni di euro per mettere in sicurezza il sito di
Molinetto, per decenni utilizzato dalla Stoppani come pattumiera di rifiuti
tossici e abbandonato nel 2007. Il denaro stanziato dalla Regione Liguria è
molto meno di quello che occorre per la messa in sicurezza del sito sulle
alture di Cogoleto. Si autorizza allora, oltre alla discarica di 54mila
metri cubi provenienti dall’ex fabbrica Stoppani (18mila dei quali di
materiale pericoloso frammisto alla terra del’arenile), lo sversamento di
50mila metri cubi di materiale contenente amianto, proveniente da scavi
ferroviari. L’escamotage consentirà a chi si aggiudicherà l’appalto di fare
cassa, colmando la differenza tra il finanziamento regionale (2,7 milioni di
euro) e i costi dell’intervento complessivo (8,6 milioni di euro), che
comprendono la demolizione di alcuni manufatti sull’area della ex fabbrica. Cecilia
Brescianini, vicecommissario per la Stoppani precisa che chi si
aggiudicherà l’appalto avrà 30 mesi di tempo per colmare la discarica che dovrà
essere coperta da un involucro (capping) per evitare il filtraggio dei
percolati. Il caso Molinetto scatena la bagarre politica. Interrogazioni
piovono dovunque, in Regione, al Parlamento di Roma a quello di Strasburgo. E
la procura genovese, in silenzio, indaga. “Sono stata un’ingenua – ammette parlando a ilfattoquotidiano.it
l’assessore all’ambiente, Renata Briano, piddina di orientamento
civatiano – Ho citato gli scavi in galleria per la realizzazione del Terzo
Valico. Ma era soltanto un esempio. E comunque quei materiali sono innocui
perché l’amianto non è in forma di fibre libere, si trova all’interno della
roccia”. Il Cociv, il consorzio che realizza i lavori per il Terzo Valico ferroviario
tra Liguria e Piemonte, aveva immediatamente reagito alle dichiarazioni di
Briano, puntualizzando che l’utilizzo del sito di Molinetto non è mai stato
preso in esame per lo smaltimento dello smarino prodotto dalle trivellazioni
per le gallerie e non fa parte della convenzione firmata dalla Regione. Una
Dall’inchiesta penale, condotta dal sostituto
procuratore Francesco Cardona Albini, l’assessore Briano prende le distanze:
“Non ne so nulla. Il bando di gara è stato pubblicato dalla Regione, ma non è
farina del nostro sacco”. In effetti l’appalto è stato lanciato dall’ente
commissariale che era subentrato nel 2007 alla Stoppani. Il commissario, il
prefetto di Genova Giovanni Balsamo, in una lettera pubblicata dal Secolo
XIX, ricapitola gli eventi dopo il fallimento della Immobiliare Val Lerone,
la scatola vuota con la quale la Stoppani riuscì ad evitare di pagare i danni
provocati nei decenni. Riversando sullo Stato gli onori della costosissima
bonifica dei siti inquinati dal cromo esavalente. Lo Stato finora ha speso 52
milioni di euro per ridurre l’inquinamento delle acque di falda, dove
la presenza di cromo è scesa – certifica Balsamo – da 35.000 gr/l a 10.000 gr/l
nel 2013. E’ qualcosa, ma assai poco. Sgomberato il relitto della fabbrica
dalle scorie che ancora lo deturpano, l’area resterà gravemente inquinata e
quindi inutilizzabile. Serve un miliardo di euro per la bonifica radicale e
quei soldi non ci sono. La famiglia Stoppani in compenso non ci ha rimesso un
Il management della Stoppani era finito a processo per
disastro ambientale. L’accusa era retta dallo stesso pm che indaga su
Molinetto. La vicenda giudiziaria si era chiusa nel 2010 con un nulla di
fatto. Due dirigenti condannati, ma salvi grazie alla prescrizione. Uno di
loro, l’uomo di fiducia della famiglia Stoppani, Giuseppe Bruzzone – ha
scoperto Il Secolo XIX – oggi è amministratore unico della Dirox Italia srl,
la branca italiana dalla multinazionale con la quale il gruppo Stoppani ha
ripreso la produzione del cromo in Uruguay. Intervistato, il giudice
uruguayano Enrique Viana ha raccontato di aver chiesto al tribunale di
Montevideo già nel 2008 di chiudere la fabbrica che sorge alle porte dalla
Capitale. Richiesta negata e giudice bollato come “allarmista”. Risultato: la
Dirox continua a produrre ed inquinare e – conclude Viana – “tutto avviene con
la tolleranza delle autorità. E’ un disastro che dovremo pagare di tasca nostra
quando Dirox deciderà, se deciderà, di andarsene”. La storia uruguaiana ricalca
quella della Stoppani di Cogoleto. I cittadini di Arenzano e Colgoleto e gli
ambientalisti in lotta per decenni contro l’azienda, autorizzata a sversare in
mare i fanghi al cromo. E la politica a ballonzolare sul filo senza assumere
decisioni nette. Pubblicato da
Ilva il 19 giugno udienza dal gup. Possibile richiesta di trasferimento del processo
Fissata la data della
prima udienza del procedimento nel quale sono coinvolti 3 società e 50
imputati, tra cui Emilio, Nicola e Fabio Riva, il governatore di Puglia Nichi
Vendola, l'ex presidente della Provincia Gianni Florido e il primo cittadino
Ippazio Stefano. Alcuni membri del collegio difensivo sarebbero pronti a
richiedere il passaggio ad un'altra città per incompatibilità ambientale
di Francesco Casula | 24 marzo 2014
Potrebbe arrivare il prossimo 19 giugno l’istanza di
rimessione del processo contro l’Ilva di Taranto nel quale sono
coinvolti 3 società e 50 imputati tra i quali Emilio, Nicola e Fabio Riva,
il governatore di Puglia Nichi Vendola, l’ex presidente della provincia
Gianni Florido e il primo cittadino in carica Ippazio Stefano. Il
giudice per udienze preliminari Vilma Gilli, infatti, ha stabilito la
data per la prima udienza nella quale, secondo indiscrezioni, alcuni membri del
folto collegio difensivo sarebbero pronti a depositare la richiesta per
chiedere il trasferimento del processo in un’altra città. Fuggire da
Taranto, insomma, per incompatibilità ambientale vista la pressione mediatica e
popolare intorno alla vicenda che, secondo gli avvocati degli industriali
lombardi, impedirebbe ai magistrati di poter condurre serenamente il processo.
Se le indiscrezioni dovessero essere confermate,
quindi, il gup Gilli sarà tenuta a interrompere l’udienza preliminare –
sospendendo di conseguenza anche i termini di prescrizione e di decorrenza
dei termini di eventuali custodie cautelari – e inviare tutto alla Corte di
Cassazione. Toccherà quindi ai giudici della Suprema corte valutare le
argomentazioni sostenute dalla difesa e dal procuratore generale e poi decidere
se confermare Taranto come sede in cui giudicare i Riva e gli altri oppure
individuare un altro palazzo di giustizia per celebrare il processo. Proprio a
Taranto, come difensore di Sabrina Misseri accusata dell’omicidio di Sarah
Scazzi, qualche anno fa l’avvocato Franco Coppi aveva presentato la
stessa istanza che la Corte di Cassazione – nonostante la richiesta
analoga del procuratore generale – aveva, però, rigettato qualche mese dopo.
Secondo quanto trapelato in questi giorni, tuttavia, non sarebbe Coppi – che
difende una delle società dei Riva – ad aver preparato l’atto per chiedere lo
spostamento del processo.
Un maxiprocesso che, anche nei numeri, è un evento
epocale per la città eternamente divisa tra lavoro e salute. A testimoniarlo
c’è anche il numero mastodontico di parti offese individuate dalla Procura: tra
abitanti del quartiere Tamburi, allevatori, mitilicoltori, operai, parenti dei
lavoratori morti in fabbrica come Francesco Zaccaria e Claudio Marsella,
associazioni ed enti istituzionali il numero di persone, fisiche o giuridiche,
danneggiate dalle emissioni nocive della fabbrica. L’attuale Palazzo di
giustizia di Taranto non ha aule in grado di accogliere un numero così
elevato di persone e quindi dopo il vano tentativo di utilizzare l’ex aula
bunker che ospitò i maxi processi alla mafia di Taranto a cavallo tra gli anni
’80 e ’90, il tribunale ionico ha dovuto cambiare strada individuando nella
palestra che si trova nella caserma dei Vigili del fuoco, come luogo
idoneo per celebrare le udienze.
La Rete nazionale per la sicurezza e salute sui posti di lavoro e sul territorio organizza la partecipazione - info bastamortesullavoro@gmail.com
“LIBERIAMOCI” DAI PADRONI
Il prossimo 24 aprile la Corte di Cassazione sarà chiamata a pronunciarsi in merito alla strage ThyssenKrupp del dicembre 2007 in cui persero la vita 7 nostri compagni di lavoro: Antonio, Roberto, Bruno, Angelo, Rocco, Rosario e Giuseppe.
Dopo le condanne inflitte inizialmente in primo grado, definite “storiche” ed esemplari”, sono stati derubricati in secondo grado sia l’omicidio volontario, sia il dolo eventuale, che la Corte d’Appello ha trasformato in “omicidio colposo aggravato dalla colpa cosciente”: ampiamente ridotte le pene per tutti gli imputati. Non è stata la sensibilità dei giudici ma la mobilitazione popolare che ha portato alle condanne di primo grado, lavoro poi vanificato dal passare del tempo e dalla (quasi) totale cappa di silenzio calata dai media sulla vicenda, che ha poi al colpo di spugna in secondo grado.In un Paese come il nostro, dove Vaticano, massonerie, lobby e grandi famiglie industriali hanno fatto e continuano a fare il bello e il cattivo tempo, vedendo il più che fondato sospetto che in Cassazione vengano alleggerite le posizioni degli imputati, invitiamo lavoratori e cittadini a presidiare il palazzo dove ha sede la Corte di Cassazione a Roma il 24 aprile prossimo.Per sostenere le famiglie delle vittime e i lavoratori e ricordare a quanti in questi anni - vertici aziendali, Confindustria, A.m.m.a., sindacalisti Uil conniventi con l’Azienda come Maurizio Peverati e Michele Carbonio e operai e quadri che hanno testimoniato il falso, hanno macchinato dietro le quinte con lo scopo di impedire l’accertamento della verità e delle responsabilità degli imputati - che la classe operaia non dimentica la più grande strage di lavoratori degli ultimi 30 anni che ha colpito Torino, culla della tradizione operaia e della Resistenza al nazifascismo.Una città che, colpita duramente dalla crisi innescata dal capitale finanziario, fatica a trovare un nuovo volto che non sia quello tradizionalmente legato alla Fiat e al design automobilistico ormai al tramonto, complici il benestare politico di vecchi e nuovi amministratori (Chiamparino e Fassino) e l’appoggio finanziario da parte di gruppi bancari (in primis Intesa San Paolo, il cui Presidente Bazoli è notoriamente legato alla formigoniana CL e ancor più al suo braccio finanziario, la potentissima lobby CdO, la Compagnia delle Opere) con l’appoggio possibile a colui che in pochi anni ha distrutto decine migliaia di posti di lavoro, non solo a Torino, delocalizzando la produzione in altri paesi: Sergio Marchionne. Una Città in cui il lavoro, divenuto sempre più precario, insicuro e mal retribuito, sta letteralmente scomparendo, lasciando decine di migliaia di persone senza alcuna prospettiva per il futuro. Una Città in cui il Sindaco P. Fassino appoggia l’inutile quanto costosa opera della Tav e assicura, parlando di Expo 2015, che “è responsabilità di tutti sostenere l’evento”. Inutile dire che, come per la Tav, anche per Expo e i lavori per la sua realizzazione si sono scatenati gli appetiti di immobiliaristi, affaristi e politici legati alle onnipresenti (quando si parla di appalti e contratti pubblici milionari) imprese legate alla Compagnia delle Opere (CL) e per le quali son già partite numerose inchieste da parte della magistratura che hanno portato ad arresti per tangenti e illeciti amministrativi.Piero Fassino non perde occasione per dare il suo sostegno a gruppi finanziari e industriali che, sperperando centinaia di milioni di euro in opere inutili, stanno affossando Torino (e l’Italia) ed è così responsabile di aver reso il capoluogo piemontese una delle città italiane più colpite dagli effetti della crisi. Proprio di questi giorni è la notizia, che suona come una vera e propria beffa, visti i numeri dei giovani disoccupati torinesi (35 % nel 2013), che proprio la nostra Città, durante il prossimo semestre europeo guidato dall’Italia, è designata ad ospitare il vertice europeo contro la disoccupazione giovanile.Se non si rilancia il lavoro, utile e dignitoso, come unica misura per contrastare gli effetti più nefasti della crisi, si andrà inevitabilmente ad un aumento della conflittualità sociale. E le soluzioni potrebbero essere molte: aumentare l’orario di apertura dei musei, rilanciare il patrimonio artistico aprendo nuovi siti archeologici e rilanciando quelli già esistenti, potenziando il trasporto pubblico anche nelle fasce notturne, bonificando le ex aree industriali dismesse (compresa l’area ThyssenKrupp) dalle sostanze nocive, potenziando istruzione e sanità. Cittadini a pieno titolo, non considerati tali solo quando le amministrazioni devono “fare cassa” con tasse, balzelli e rincari di ogni genere.Nessuna fiducia nelle istituzioni, complici dello stato di crisi in cui versiamo, ma al contrario rompere il meccanismo della delega e della sudditanza alla quale siamo abituati e lottare in prima persona, ognuno secondo le proprie possibilità e le proprie caratteristiche, per cambiare questo sistema produttivo che genera profitti (per la classe dominante) in cambio di lutti (per i proletari) e affermarne uno nuovo che stiamo già creando sulle ceneri del capitalismo ormai in disfacimento: il socialismo. Solo un sistema produttivo in cui siano i lavoratori stessi ad esercitare il controllo dei mezzi di produzione, e sulla sicurezza del lavoro, sarà in grado di eliminare i morti sul lavoro, vittime del profitto dei padroni.Ci rivolgiamo alla parte sana del Paese, chi lotta contro la devastazione ambientale, per la dignità del lavoro e in difesa dei diritti, a quanti sono già in lotta per una società migliore, perché in vista del 24 aprile prossimo promuovano e partecipino in prima persona al presidio di solidarietà ai familiari di tutte le vittime del profitto davanti alla Corte di Cassazione a Roma, piazza Cavour. Noi non dimentichiamo.Nessuna giustizia, nessuna pace.Torino, 25 marzo 2014 Ex lavoratori ThyssenKrupp Torino
37enne stroncato da un infartoLascia la moglie incinta e una bimba17 marzo 2014Stezzano - Un muratore di 37 anni è morto stroncato da infarto a Le Due Torri di Stezzano, dove aveva terminato da poco il suo turno di lavoro. Lascia la moglie, incinta, e una figlia di 3 anni. Il padre della vittima era morto un mese fa.La tragedia si è consumata domenica 16 marzo nel parcheggio al secondo piano del centro commerciale di Stezzano. Armando Tucci - questo il nome della vittima - residente a Cologno Monzese in mattinata si era recato a Le Due Torri per eseguire alcuni lavori.Attorno alle 15 finito il lavoro è risalito in auto, ma proprio in quel momento ha accusato un malore. Alcune persone hanno notato l’uomo come svenuto in auto e hanno chiamato il 118. Ma all’arrivo dei soccorritori l’uomo era già deceduto. La moglie con la quale aveva appuntamento proprio a Le Due Torri è stata chiamata dai carabinieri che le hanno dato la tragica notizia in caserma. Solo un mese fa era deceduto il papà di Armando.Infortunio sul lavoro: un muratore di 49 anni muore nel VaresottoData: 17/03/2014Un muratore di 49 anni è morto nella mattinata di lunedì 17 marzo a Venegono Superiore (in provincia di Varese) per via delle ferite riportate in seguito alla caduta dal tetto di un edificio dov’era impegnato in alcuni lavori di riparazione.Si trovava a un’altezza di circa sette metri e l’impatto con il suolo è stato molto forte. Soccorso dal personale del 118, è deceduto poco dopo. Sul posto sono intervenuti i carabinieri, che stanno ricostruendo la dinamica dell’accaduto.
L'Ilva, Taranto, la salute. Una lettera che invita a non abbassare la testa Ospitiamo volentieri la lettera di Marco Zaframundo, tarantino e
coordinatore della Usb nella città-fabbrica dell'Ilva.
IO… Cittadino Tarantino Coordinatore USB (Unione
Sindacale di Base) Sono passati tre mesi dal grande evento della vittoria sudatissima dell’USB
per il rinnovo delle RSU in Ilva, vorrei spiegare tutto quello che in questo
lasso di tempo ci è stato negato e di conseguenza è stato negato a tutti quei
lavoratori che ci hanno dato fiducia con il voto democratico. A cominciare
dalla stanza per coordinare le attività sindacali interne alla fabbrica
(ESECUTIVO), i mezzi per poterci spostare sui vari reparti, il monte ore che
ancora non si è stabilito a quanto ammonta pur avendo ottenuto il 20% dei voti,
superando la FIOM e arrivando a pari merito con la FIM, e per finire ma di
certo non meno importante ci viene negata la figura importantissima del RLS che
dovrebbe garantire la sicurezza dei lavoratori in fabbrica.
Azienda e sindacati (UILM-FIOM-FIM) hanno cercato di farci capire che se
avessimo affievolito le nostre posizioni, il nostro modo di fare, avremmo
ottenuto vantaggi e aperture da parte degli stessi.
Abbiamo assistito a tanti incontri già predisposti a tavolino in direzione
dove tutti erano seduti alle proprie poltrone sindacali e aziendali, mentre noi
assistevamo in piedi pronti a contestare, non firmando accordi o procedure
sfavorevoli per i lavoratori. La nostra impressione è quella che ancora oggi
sindacati e azienda vadano a braccetto firmando accordi e accordini senza
sentire i lavoratori aggaravando sempre di più la loro posizione già precaria e
confusa offendendo la dignità e l’intelligenza di quanti hanno votato USB per
una fabbrica migliore che sia eco-compatibile con la SALUTE, il LAVORO e la
Vorrei che tutti riflettessero sul proprio futuro e soprattutto dei propri
figli. Alla luce del V° decreto salva Ilva ancora qualcuno crede che arriverà
un qualsiasi governo che salvaguardi la città di Taranto, o che FIOM-FIM-UILM
si decidano finalmente a tutelare i lavoratori della fabbrica?
Non voglio essere profeta e speculare sul momento drammatico che stiamo
attraversando ma l’unica alternativa a questo trinomio Azienda – sindacati –
Governo siamo solo noi lavoratori e cittadini di Taranto. Come me ci sono tanti
altri che vogliono cambiare questo sistema, che ad ogni provocazione cercano
una reazione,che non dimenticano, come io non ho dimenticato CLAUDIO,FRANCESCO,
CIRO, STEFANO e tutte le altre vittime invisibili che ogni giorno si ammalano,
muoiono di Ilva,purtroppo siamo sempre pochi rispetto alla gravità e
drammaticità dei fatti.. Concludo il mio pensiero, ringraziando tutti quanti
sono impegnati in questa lotta impari,quelli che ci sostengono tutti i giorni
con i loro gesti e le loro rassicurazioni mettendoci la faccia e spesso anche
altro, invito tutti quelli che hanno voglia di cambiare a non aver paura, a far
uscire il proprio coraggio perché ognuno di noi è coraggioso, ho visto troppa
gente disperata,abbandonata e umiliata nel suo essere sia come lavoratore della
fabbrica sia come cittadino di Taranto, facciamo in modo, tutti assieme che
questo stato repressivo che viviamo non diventi uno stato depressivo e di
totale sconfitta.Ho voluto condividere questo mio stato d’animo per dire che
prima di essere un coordinatore USB sono innanzitutto Padre,marito,e cittadino
di Taranto che ama la sua famiglia, la sua città e che difenderà i suoi ideali
fino a che avrà le forze per farlo. USB c’è almeno per me….Taranto è viva per tutti noi!! * Coordinatore USB Taranto e cittadino di Taranto Taranto 28.02.2014
Disastro ambientale e
omicidio colposo. Queste le accuse contro i vertici dello stabilimento di
Taranto, responsabili, secondo la procura, della morte degli operai per
Quattro anni e sei mesi di reclusione. È la nuova
richiesta di condanna formulata dal pubblico ministero Raffaele Graziano
nei confronti di Emilio Riva, 87enne ex patron dell’Ilva di
Taranto, del figlio Fabio e dell’ex direttore della fabbrica Luigi
Capogrosso. Disastro e omicidio colposo sono i reati contestati dalla
procura di Taranto ai tre soggetti già travolti dall’inchiesta “ambiente
svenduto” e ad altri 26 imputati (per i quali sono state chieste condanne tra i
2 e i 9 anni di reclusione), tutti ai vertici dello stabilimento
siderurgico di Taranto dal 1975 al 1995, cioè dalla gestione statale
come Italsider fino a quella privata in mano alla famiglia lombarda. A
rischiare la condanna anche Giorgio Zappa, direttore generale dell’ex Italsider
poi passato a Finmeccanica, Francesco Chindemi attuale amministratore delegato
della Lucchini. La sentenza del processo, prevista per il 23 maggio
prossimo, dovrà fare luce sulla morte di 21 operai deceduti tra il 2004
e il 2010 per mesotelioma pleurico dovuto, secondo l’accusa, all’ingente
presenza di fibre d’amianto presenti all’interno della fabbrica. Per
la procura di Taranto, gli imputati omettevano “di adottare cautele che
secondo l’esperienza e la tecnica sarebbero state necessarie a tutelare l’integrità
fisica” dei dipendenti oltre “ad altre adeguate misure di prevenzione
ambientali e personali” per ridurre la diffusione di polveri dannose. Gli
operai, quindi, sarebbero stati “ripetutamente esposti ad amianto durante lo
svolgimento di attività lavorative” tanto, secondo l’accusa, da ammalarsi
mortalmente. “Questo lungo dibattimento – ha spiegato il pm Graziano durante la
sua requiesitoria – rappresenta uno spaccato della vita della comunità
tarantina. È una vicenda che mostra le gravi violazioni avvenute in fabbrica in
materia di sicurezza in fabbrica”. Il magistrato ha ricordato gli
esiti delle maxi perizie dell’inchiesta “ambiente svenduto” che hanno
certificato la situazione “allarmante” vissuta da operai e cittadini. Le
indagini dell’Arpa secondo il pubblico ministero hanno dimostrato la
“sostanziale compromissione della salute operai” ed evidenziato come tra nei
primi anni ’90 nel capoluogo ionico vi fosse già un tasso di mortalità per
mesotelioma pleurico nettamente maggiore rispetto al resto della Puglia. “È
possibile pertanto ritenere – si legge nelle conclusioni di un documento a
firma di Lucia Bisceglia, dirigente dell’Arpa Puglia – che i soggetti
che hanno prestato servizio presso lo stabilimento siderurgico di Taranto e che
risultano registrati nell’archivio Inps nel periodo 1974-1997 mostrano un
rischio di morire per mesotelioma pleurico pari a più del doppio rispetto a
soggetti confrontabili per sesso, classe quinquennali di calendario e di età
della regione Puglia”. In aula anche il procuratore capo Franco Sebastio
che nella sua breve discussione ha mostrato la prima sentenza di condanna
dell’Italsider datata 1982. “È un ciclo che si ripete – ha spiegato Sebastio –,
ma a differenza di allora, oggi sento parlare di ‘tenere insieme salute e
lavoro’, ma ancora no ho trovato nessuno in grado di spiegare come si fa. La
speranza – ha concluso il capo della procura – è che questa sentenza possa
rappresentare una risposta a questo interrogativo”.
I 27 morti dimenticati della porcilaia di Potenza
POTENZA - Ventisette di loro sono morti e tredici vivono con un'invalidità
permanente. Sono i lavoratori della Cip Zoo di Potenza, la porcilaia zeppa d'amianto
che ancora oggi costituisce una delle emergenze ambientali. Nessuno di loro
ha mai avuto un soldo, quel risarcimento previsto dall'articolo 29 comma 4
della legge 677/1991. Tutto questo nonostante il sequestro del sito da parte
della magistratura, la certificazione, da parte dell'Azienda sanitaria,
della presenza di fibre d'amianto e il verbale di sopralluogo dell'Arpab,
datato 2006, in cui si parla di amianto aerodisperso.
E rischia di essere dimenticata anche la più volte annunciata operazione di
bonifica del sito: l'impresa Pellicano verde di Muro Lucano si è aggiudicata
da tempo la relativa gara d'appalto (che rientra nell'accordo quadro per
lavori di bonifica e copertura di cemento amianto su immobili di proprietà
della Regione) ma non ha ancora messo mano al sito. Il problema è che al
momento non c'è la copertura finanziaria. Si aspetta l'approvazione del
Alla Cokeria-Ilva un altro grave infortunio - un anno fa nello stesso reparto moriva Ciro Moccia
Processo Intempo Ravenna: comunicato Rete nazionale sicurezza sul lavoro-nodo di Ravenna
Oggi si è tenuta a Ravenna la terza udienza preliminare per il processo a carico di 21 dirigenti ENI accusati a vario titolo di omicidio, lesioni e disastro colposi. Erano presenti in aula una sessantina tra operai e parenti dei deceduti, assenti tutti gli imputati. La scorsa udienza (6 febbraio) erano state esposte dal PM Ceroni e dagli avvocati di parte civile, le tesi per cui si sarebbe dovuto procedere con le imputazioni ascritte ai vari dirigenti ENI. Oggi è stata la volta delle arringhe difensive da parte del collegio di difesa composto da vari principi del foro(da segnalare Grosso di Torino; Maspero ,Lucibello e Simoni di Milano e Bolognesi di Ferrara). Le tesi difensive si sono snocciolate su due punti fondamentali: la prescrizione dei reati poiché avvenuti venti e più anni addietro e poi sulla estraneità ai fatti da parte degli imputati, poiché nei vari interventi succedutesi, volevano rimarcare l'assenza di responsabilità dei dirigenti, che a loro dire non avevano compiti di gestione delle operazioni (che invece
sarebbero toccati ai preposti alla salute e alla sicurezza) ma avevano solo compiti di dirigenza ed organizzazione della produzione. Addirittura secondo l'avvocato Bolognesi, del fatto che nell'organigramma aziendale non ci fossero i preposti per la sicurezza, non è possibile accusare i vertici aziendali, ma eventualmente l'azienda stessa. Però, aggiungiamo noi, probabilmente anzi sicuramente, i dirigenti gestivano loro l'organizzazione del lavoro e delle produzioni, ed in quanto gestori dovevano pur prevedere ed organizzare la sicurezza e la salute sui luoghi di lavoro, visto che le norme di tutela esistono già dalla nascita della Repubblica italiana e sono sancite anche nella Costituzione. Quindi se uno è responsabile dello stabilimento, è anche direttamente responsabile di quel che accade al suo interno sia in materia produttiva, organizzativa ed anche del rispetto e della tutela della sicurezza e della salute. Ma a tutto ciò non ci sarà mairisposta dallo stato italiano poiché per alcuni imputati sono già intervenuti i termini di prescrizione per i reati di omicidio colposo e lesioni colpose e per gli altri maturerà durante l'iter processuale. Per la legge italiana il conteggio per la prescrizione scatta quando viene diagnosticata la malattia e non quando ci sia l'aggravamento o il decesso, quindi si può legittimamente affermare che questo è un bel colpo di spugna sulle responsabilità di chi dovrebbe tutelare la salute e la sicurezza negli
ambienti lavorativi. Il GUP Farinella ha dichiarato il rinvio a giudizio degli imputati. Tale tesi segue l'onda del processo Eternit di Torino che acclara il disastro ancora in atto poiché l'insorgenza delle malattie ed i decessi sono ci sono tutt'oggi . Da notare che una della parti civili (i parenti di un operaio deceduto) si è fatta escludere dalla costituzione di parte civile. Avranno raggiunto un accordo con l'azienda per un risarcimento? questo è quello che vociferavano gli operai presenti. L'eventuale condanna per disastro colposo darebbe luogo ai risarcimenti per tutte le parti civili, che probabilmente avranno dei soldi ma sicuramente non avranno giustizia piena a causa della prescrizione che quasi sempre assicura impunità ai potenti. La prossima udienza con l'inizio del dibattimento si svolgerà sempre a Ravenna il 25 giugno prossimo. Riporteremo l'evolversi del processo sul blog.
"Ass.ne Ex Esposti Amianto - Giampaolo Lilliu" <amianto.or@gmail.com>
Vi inviamo le iniziative che la nostra Associazione ha portato avanti:
Nell'edizione delle 19.30 del TGR del 24/02/14 in onda su RAITRE, è apparsa
la notizia della presenza di Amianto nel litorale di Abarossa, del quale
chiediamo la bonifica immediata, a causa della massiccia presenza della
fibra killer, per tutelare la salute delle famiglie e, più in generale, dei
cittadini che, specialmente nella stagione estiva, frequentano a migliaia la
spiaggia di Santa Giusta.
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-a72acd3d-67ab-4f65-9f3a-9ed6c8046ea8-tgr.html#p=0
Il Comune di Oristano stanzia fondi per la rimozione dell’amianto grazie
alle pressioni della nostra associazione:
http://lanuovasardegna.gelocal.it/oristano/cronaca/2014/02/16/news/l-areas-bonifica-piu-agevole-grazie-all-amministrazione-1.8683432
Le nostre richieste ai candidati alla presidenza della regione:
http://amiantoonlus.altervista.org/le-nostre-sei-domande-ai-candidati-alla-presidenza-della-regione/
La risposta di Michela Murgia e Sardegna Possibile:
http://amiantoonlus.altervista.org/risposte-michela-murgia-degli-assessori-possibili-ai-nostri-quesiti-sullamianto/
La risposta di Francesco Pigliaru:
http://amiantoonlus.altervista.org/incontro-col-candidato-presidente-francesco-pigliaru/
http://amiantoonlus.altervista.org/resoconto-dellincontro-al-caesars-hotel-cagliari-col-candidato-pigliaru/
Abbiamo posto all'attenzione del Presidente Pigliaru, prima che venisse
eletto, alcuni punti importanti per la nostra battaglia di civiltà per la
definitiva sconfitta dell'amianto. siamo molto soddisfatti del fatto che
queste nostre richieste siano state accolte e in particolare che siano state
inserite nel programma del Presidente, come dimostra l'estratto che di
seguito riportiamo:
5. Organizzazione entro il 2014 della Prima Conferenza Regionale sull’amianto,
come stabilito dalla LR 22/2005, mai attuata dall’attuale giunta, e in
quella sede definizione di un piano operativo per le iniziative conseguenti
di monitoraggio e smantellamento dell’amianto dalle strutture pubbliche e
Lunedì 24 si è tenuto in Provincia un incontro con l’assessore all’ambiente
Mariella Pani
http://amiantoonlus.altervista.org/incontro-con-lassessore-allambiente-della-provincia-di-oristano-mariella-pani/
ALESSANDRIA - "Nessuna delle sostanze contenute nelle acque ad uso potabile distribuite da Solvay è cancerogena". Né il cromo esavalente, né i clorurati. E' quanto ha sostenuto il consulente della difesa Solvay all'udienza del processo contro otto ex dirigenti e amministratori delle aziende del Polo chimico di Spinetta Marengo, sotto accusa per omessa bonifica e inquinamento della acque. Il perito Tommaso Dragani, dell'Istituto tumori di Milano tenta di smontare pezzo per pezzo, partendo dalla credibilità, quanto aveva sostenuto invece il consulente dell'accusa professor Gilli nella sua relazione. Un muro contro muro, sempre più alto, tra accusa e difesa. Dragani non solo insiste sulla "non cancerogenicità delle sostanze", ma mette anche in discussione la metodologia adottata da Gilli nel presentare l'analisi di rischio.
Posto che esistono cinque gruppi di "rischio", dalle sostanze cancerogene a quelle "probabilmente non cancerogene", solo due di quelle presenti nelle acque provenienti dal polo chimico e destinate ad uso umano potrebbero essere classificate come "probabilmente cancerogene" (il livello 2): il cromo esavalente e il tricloroetilene, "presenti in ogni caso in concentrazioni entri i limiti di legge sulla potabilità". I dati che sforavano, secondo il perito della difesa, "si riferivano ad acque ad uso industriale o irriguo. Il cromo esavalente, secondo il perito che cita studi e metodologie sul tema, "risulta cancerogeno solo per inalazione e non per ingestione". Dormiranno sonni più tranquilli gli abitanti di Spinetta? Ai margini della deposizione di Dragani, gli avvocati di parte civile fanno presente che, anche qualora non risultassero cancerogene, per dimostrare l'avvelenamento basta che le sostanze siano "dannose per la salute", e provochino malattie croniche o comunque alterino la salute dei cittadini. E poi c'è "l'effetto cocktail" di cui aveva parlato sempre in udienza il consulente delle parti civili professor Ugazio per cui una singola sostanza potrebbe non avere effetti gravi, ma più sostanze insieme sì. E nella acque di Spinetta ne sono state rilevate una ventina.

References: SENTENZA 
 sentenza 
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