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Timestamp: 2019-11-18 13:29:41+00:00

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Antigone Onlus | Emilio Quintieri
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Lascia un commento Posted on 15/10/2019 16/10/2019 Antigone Onlus, Camera dei Deputati, Camere Penali, Carceri, Consiglio d'Europa, Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, Ergastolo, Giustizia, Magistratura, Morire di Carcere, Radicali, Regime 41 bis OP, Regione Calabria, Ristretti Orizzonti, Senato della Repubblica, Senza categoria, Tortura
Attacco “radicale” al Senatore Magorno: «Sull’ergastolo ostativo ha cambiato idea… »
Nella vita si può (e per certi aspetti si deve) cambiare idea ma è possibile farlo in modo “evolutivo” verso sponde diametralmente opposte a quelle per cui ci si è battuti e ci si è spesi mettendoci la faccia? Si possono scrivere battaglie ideologiche fondanti un giorno con la mano sinistra e qualche giorno più in là con quella destra? Il dibattito è eternamente aperto ma in politica è più complesso uscirne. Resta traccia e ti rinfacciano tutto. Tant’è che poi la domanda di cui sopra torna a galla: si può voltar faccia in materie “essenziali”? Se lo chiede, e lo chiede soprattutto al senatore renziano Ernesto Magorno, il militante e dirigente radicale Emilio Quintieri.
Materia pesante e compromettente, al centro del dibattito. Trattasi dell’ergastolo ostativo, sentenza storica e recente della Corte di Strasburgo che ha mandato su tutte le furie una importante fetta di inquisitori, a partire dal procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri. Ma che ha visto anche il coinvolgimento mediatico di una parte politica del campo, divisa tra le bottiglie di spumante dei garantisti e “premialisti” etici da un lato e i duri dall’altro. Tra questi ultimi, tra quelli cioè che senza appello hanno condannato (sulla linea di Gratteri) la sentenza della Corte di Strasburgo (a proposito dell’ergastolo ostativo) anche il “nostro” senatore Ernesto Magorno, ovviamente renziano per chi non ne avesse contezza. Che assume una posizione ferma e rigida a proposito della materia così delicata in termini di diritti essenziali e primordiali da garantire anche in presenza di crimini e criminali conclamati. Questo per dire che il dibattito è e resta aperto ma che per Magorno, paradossalmente, aperto non era per niente qualche tempo fa.
E già perché proprio Emilio Quintieri ricorda in un lungo post di qualche giorno fa che il Magorno di oggi è lo stesso di quello di qualche tempo fa che, coinvolto sul punto esattamente opposto a quello per cui ora si batte, aveva messo la sua firma d’appartenenza. Sì, è proprio così. Quintieri ricorda che proprio lui nel 2015 ha interpellato e coinvolto Magorno (ottenendone la partecipazione) in una proposta di legge (prima firmataria Bruno Bossio) che andava esattamente nella direzione che oggi la Corte di Strasburgo ha “bendetto” e che fa infuriare il Magorno di oggi. Anche la battaglia del Magorno di ieri è alla base dell’incazzatura del Magorno di oggi. Nel 2015 protagonista del testo di legge che oggi maledice come concetto, dopo la sentenza del Tribunale europeo. Al punto che Quintieri, dopo aver riproposto il testo di legge del 2015 sull’ergastolo ostativo nel suo post conclude cosi, «certo che la coerenza è cosa completamente sconosciuta all’onorevole Magorno… ».
Redazione Il Fatto di Calabria – 11 ottobre 2019
http://www.ilfattodicalabria.it
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Lascia un commento Posted on 10/10/2019 10/10/2019 Antigone Onlus, Camera dei Deputati, Camere Penali, Carceri, Consiglio d'Europa, Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, Ergastolo, Giustizia, Magistratura, Morire di Carcere, Regime 41 bis OP, Ristretti Orizzonti, Senato della Repubblica, Senza categoria, Tortura
“Così ho vinto la battaglia contro il fine pena mai”. Parla l’Avv. Antonella Mascia difensore di Marcello Viola
A 58 anni, la veronese Antonella Mascia è l’avvocato che ha seguito il caso del mafioso Marcello Viola di fronte alla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Già nel giugno scorso, Strasburgo le aveva dato ragione: gli articoli 4bis e 58ter dell’ordinamento penitenziario (che vietano permessi e semilibertà a chi non collabora con la Giustizia) violano i diritti umani. Ora la Grande Chambre ha respinto l’opposizione dell’Italia, che chiedeva un nuovo giudizio. Capitolo chiuso, e il nostro Paese dovrà tenerne conto.
Piaccia o meno la decisione dei giudici, resta che a discutere di diritti dei detenuti con questa donna – una pasionaria alla Erin Brockovich – si finisce con l’affrontare temi molto più ampi, compresa la difficoltà che incontrano tantissime donne a coniugare figli e carriera. Ma prima della vita privata, ci sono gli echi delle polemiche scatenate dalla decisione della Grande Chambre. E l’avvocato Mascia sembra voler subito ribattere a chi l’accusa di aver fatto un favore ai boss della criminalità organizzata.
“La mafia è una cosa orribile. Ma uno Stato civile non può fare delle leggi che calpestano la dignità delle persone, decidendo a priori che “se un criminale non collabora allora è pericoloso”. E se non lo facesse perché è innocente? Oppure per il timore di ritorsioni? Senza contare che c’è chi entra nel programma di collaborazione solo per ottenere sconti di pena. Insomma, pentiti e redenti non sempre coincidono”.
Dicono che se un giorno alcuni criminali come il boss Leoluca Bagarella o la brigatista Nadia Lioce otterranno dei permessi premio, la colpa sarà soltanto sua…
“Già. Mi ha sorpreso la superficialità di alcuni commenti politici, ma anche il livore dimostrato da alcuni giuristi che sembrano voler soffiare sulla paura, invece di fare chiarezza”.
Doveva metterlo in conto: in fondo ora l’Italia dovrà modificare l’ergastolo ostativo, che è il cardine della lotta alla mafia…
“Il timore è che senza lo spauracchio del “fine pena mai”, i mafiosi non collaboreranno più. In realtà non esiste alcun automatismo: semplicemente all’ergastolano andrà riconosciuto il diritto di chiedere permessi premio o altri benefici. Se accogliere o meno questa domanda, però, lo deciderà il giudice: nel caso rappresenti ancora un pericolo per la società, il detenuto rimarrà in carcere. Insomma, è stata una battaglia per garantire dei diritti, non per conquistare dei privilegi”.
“Certo. E vedrà che prima o poi lo capiranno”
Capiranno che cosa?
“Che ho reso un grande servizio al mio Paese”.
Come c’è finita un’avvocatessa veronese a combattere al fianco di un condannato per mafia?
“Mi interessava la sua battaglia. Ormai da tempo mi sento libera di occuparmi esclusivamente di cause legali che riguardano i diritti civili, la salvaguardia dell’ambiente, la salute…”.
Un’idealista…
“Sì, mi batto per degli ideali. Quando lavoravo a Verona mi occupavo di tutelare i diritti dei migranti per conto della Cgil ed ero l’avvocato di Legambiente. Oggi che ho uno studio a Strasburgo faccio causa allo Stato per non aver impedito l’avvelenamento della Terra dei Fuochi, mi occupo di maltrattamenti da parte delle forze dell’ordine e di come portare di fronte alla Corte europea l’inquinamento da Pfas che ha colpito il Veneto”.
Perché proprio Strasburgo?
“Perché sento di poter fare la differenza. Le sentenze della Corte europea incidono sulla vita di milioni di persone. E poi perché qui riesco a coniugare lavoro e vita privata”.
A Verona non ci riusciva?
“L’Italia ha ancora tanta strada da fare sul fronte del diritto di vivere appieno l’essere genitore. Nel 2000 mi sono ritrovata di fronte a un’evidenza: realizzarmi professionalmente significava dover trascurare il mio bambino, non potergli stare accanto e guidarlo nella crescita come avrei voluto. Insomma, non riuscivo a fare bene sia la mamma che l’avvocato. Così, quando mio marito ha ricevuto la proposta di lavorare in Francia, ho accettato di seguirlo”.
Ha ricominciato da zero…
“Per un anno e mezzo mi sono concentrata sulla famiglia. Poi è arrivata l’opportunità di uno stage di tre mesi alla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Avevo 42 anni e gli altri stagisti erano tutti giovanissimi. Me la sono cavata bene e sono arrivati dei contratti a tempo determinato. Lì ho capito quanto sia importante l’Europa e il suo apparato giudiziario”.
Quando è tornata a indossare la toga?
“Mentre lavoravo ho cominciato ad approfondire gli argomenti di cui mi occupavo tutti giorni. Così ho conseguito un master in Diritto internazionale e Diritti dell’Uomo, presso l’Università Shuman di Strasburgo. Giorno dopo giorno, sentivo il bisogno di mettere a frutto ciò che stavo imparando. Tradotto: ho capito di voler tornare a fare l’avvocato. Ci sono riuscita nel 2010, quando ormai ero sulla soglia della cinquantina: ho aperto il mio ufficio legale a Strasburgo, iniziando a collaborare con alcuni studi in Italia”.
Oggi riesce a conciliare l’essere una mamma e un avvocato?
“Ora mio figlio è un adulto e io riesco a dedicare molto più tempo al lavoro. Ma intanto ho imparato a bilanciare le esigenze personali e quelle professionali. Spero che altre colleghe ci riescano. Anche in Italia”.
Corriere di Verona, 10 ottobre 2019
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Lascia un commento Posted on 09/10/2019 Antigone Onlus, Camera dei Deputati, Camere Penali, Carceri, Consiglio d'Europa, Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, Ergastolo, Giustizia, Magistratura, Morire di Carcere, Regime 41 bis OP, Ristretti Orizzonti, Senato della Repubblica, Senza categoria, Tortura
Il costituzionalista Andrea Pugiotto : “Non è vero che rivedremo circolare per le strade i boss mafiosi. È una bugia”
Andrea Pugiotto, Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Ferrara, tra i massimi esperti di ergastolo ostativo e capofila nella battaglia per eliminarlo, commenta all’Agi la decisione della Corte Europea. “Dopo la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, non è vero che, come ho letto, rivedremo circolare per le strade i boss mafiosi. Questa è una bugia anche se detta da un procuratore antimafia”. Così Andrea Pugiotto, ordinario di diritto costituzionale all’Università di Ferrara, tra i massimi esperti in Italia di ergastolo ostativo e capofila nella battaglia per eliminarlo, commenta all’Agi la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
“Caduto l’automatismo ostativo – argomenta – si ritornerà alla regola della valutazione giurisdizionale individuale. Si chiama riserva di giurisdizione ed è prevista dalla Costituzione come meccanismo di garanzia per tutti i cittadini, detenuti compresi. Chi preferisce un giudice ‘passacarte’, in realtà mostra totale sfiducia nella magistratura di sorveglianza, preferendo alla sua autonomia e indipendenza una sua subordinazione alle informative degli apparati di polizia”.
“I giudici europei – prosegue il docente – non ignorano affatto il fenomeno mafioso, ma sanno che nessun reato, per quanto grave, legittima la violazione della dignità umana protetta dal ‘divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti’ previsto dall’articolo 3 della Cedu. Non sono affatto sorpreso di questa decisione. La sentenza Viola del 13 giugno scorso non faceva altro che applicare al caso italiano una giurisprudenza consolidatissima che considera contraria all’articolo 3 della Cedu una pena perpetua priva di concrete prospettive di liberazione del detenuto, alla luce del suo percorso educativo. Solo chi antepone la logica della politica a quella, stringente, del diritto, poteva anche solo ipotizzare un esito differente”.
Secondo il professore, autore anche di un libro a quattro mani con l’ex ergastolano Carmelo Musumeci, è sbagliato dire, come riportato da diversi organi di stampa, che “fare la guerra all’ergastolo ostativo è un messaggio ai boss mafiosi” e che “superare l’ergastolo ostativo significa armarli di nuovo” e che “la Corte europea deve dichiarare da che parte sta nella lotta alla mafia”. Per Pugiotto “sono prese di posizione chiaramente mirate a esercitare pressioni sul panel dei 5 giudici europei alla vigilia della loro odierna, coerente e scontata decisione. Eppure, i vari procuratori (anche emeriti) che hanno preso cosi’ la parola dovrebbero sapere che l’articolo 3 della Cedu è una delle sole quattro norme che non ammettono eccezione o sospensione, nemmeno in uno Stato di guerra. I giudici europei non ignorano affatto il fenomeno mafioso, ma sanno che nessun reato, per quanto grave, legittima la violazione della dignità umana protetta da quel divieto. Forse, nei prossimi giorni, ci toccherà sentire voci scandalizzate che chiederanno all’Italia di uscire dal Consiglio d’Europa”.
La decisione di oggi è importante per due ragioni. La prima riguarda il fatto che “la sentenza definitiva segnala nell’ergastolo ostativo un problema strutturale nel nostro ordinamento penitenziario, invitando l’Italia a porvi rimedio attraverso una sua riforma ‘di preferenza di iniziativa legislativa’. Diversamente i molti ricorsi siamesi pendenti a Strasburgo e promossi da altri ergastolani ostativi saranno certamente accolti e l’Italia subirà ripetute condanne per non avere adempiuto all’obbligo di rispettare una delle norme chiave della Cedu”.
La seconda ragione “è che il 22 ottobre, la Corte Costituzionale si pronuncerà su due questioni di legittimità riguardanti l’articolo 4-bis, comma I, dell’ordinamento penitenziario, che introduce il regime ostativo applicato all’ergastolo. I giudici costituzionali dovranno misurarsi con le meditate argomentazioni dei loro colleghi di Strasburgo”.
Attualmente, spiega Pugiotto, “tre ergastolani su quattro sono ostativi, cioè condannati per gravi reati associativi che, diversamente da tutti gli altri ristretti in prigione, non beneficeranno mai di alcuna misura extramuraria a meno che non rivelino ciò che ancora sanno dei loro crimini. Lo scopo di tale regime – come la stessa Corte Costituzionale ha recentemente riconosciuto – è di incentivare, per ragioni investigative e di politica criminale generale, la collaborazione con la giustizia attraverso un ‘trattamento penitenziario di particolare asprezza. Il perno di questo regime – una vera e propria presunzione legale assoluta – è che solo collaborando si ha la prova certa sia della rottura col sodalizio criminale che dell’avvenuto processo di ravvedimento del reo”.
La Corte Europea, argomenta il professore, “non ha bocciato la collaborazione come condizione per accedere ai benefici penitenziari ma ha contestato l’equivalenza tra mancata collaborazione e pericolosità sociale del condannato, invitando il legislatore italiano a prevedere anche per l’ergastolano non collaborante la necessita’ di accedere ai benefici penitenziari, se ha dato la prova del sicuro ravvedimento”.
Per esempio, “la scelta se collaborare o meno puoò non essere libera, quando il reo teme ritorsioni su di sé o vendette contro i propri familiari”. La stessa collaborazione “può nascere anche dall’unico proposito di ottenere i benefici”.
“Ecco perché – è l’opinione di Pugiotto – il solo modo di restituire coerenza al sistema è che sia la magistratura di sorveglianza a valutare, caso per caso, alla luce dell’intero percorso trattamentale del reo, se sia ancora specialmente pericoloso, indipendentemente dalla sua collaborazione con la giustizia. Come diceva Leonardo Sciascia, ‘la criminalita’ mafiosa non si combatte con la ‘terribilita’ del diritto’ ma con gli strumenti dello Stato di diritto'”.
http://www.agi.it – 09 ottobre 2019
Andrea Pugiotto Carceri Carmelo Musumeci Consiglio d'Europa Corte Costituzionale Corte Europea dei Diritti dell'Uomo detenuti Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Ergastolo Ostativo Marcello Viola Ministero della Giustizia Università di Ferrara

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