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Timestamp: 2017-10-18 02:05:09+00:00

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Ddl edilizia, Fazio: "La mia non era una sanatoria". La parola all'accusato | TimeSicilia
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Il giudizio della politica e degli ordini professionali è praticamente unanime: il testo unico sull’edilizia approvato ieri dal Parlamento siciliano segna un passo avanti in questo delicato settore. La necessità di una riforma si avvertiva. Soprattutto sul fronte della tutela, considerando che l’ultima legge che regolava la materia è del 1978 ed è quella voluta dall’allora presidente della Regione, Piersanti Mattarella, assassinato nel 1980 (la legge che gli avrebbe attirato contro l’ira dei mafiosi anche se il suo omicidio rimane avvolto ne mistero. Rocco Chinnici, parlando di questo delitto siciliani e di altri, diceva che c’era “un filo rosso” che legava i grandi delitti: un unico progetto politico).
“La legge – dice Gianpiero Trizzino ex presidente della Commissione Ambiente dell’Ars a proposito del ddl approvato ieri – consentirà una notevole riduzione delle pastoie burocratiche per le imprese, grazie all’informatizzazione del sistema attraverso moduli on line e sportelli telematici e porterà benefici anche alla salvaguardia del paesaggio, attraverso il riconoscimento di nuove fasce di rispetto (quali quelle della Rete Natura 2000) e grazie al recupero dell’esistente, al fine di non gravare sui terreni liberi”.
Giudizio, come detto, ampiamente condiviso anche dalle altre forze politiche.
Al momento, in attesa di leggere il testo, ci vogliamo soffermare su un particolare. Ovvero sull’emendamento dello scandalo, quello che secondo la maggioranza dell’opinione pubblica, avrebbe introdotto una sanatoria per le costruzioni abusive lungo le coste, presentato dal deputato trapanese Girolamo Fazio. Il quale è stato letteralmente travolto dalle polemiche ed è finito pure nel mirino della stampa nazionale.
Sappiamo già come è finita. E’ intervenuto il ministro dell’Ambiente e il Presidente dell’Ars, Giovanni Ardizzone l’ha giudicato inammissibile “perché incostituzionale”. Ha fatto bene? Parrebbe di sì. Ma non sfugge la doppiezza di Ardizzone che none esita a definire incostituzionale una norma se a suggerirlo è Roma (l’emendamento- come ha fatto notare in Aula il deputato Giorgio Assenza- era all’Ars da mesi, non se ne era accorto?) , mentre fa orecchie da mercante se una norma, per quanto possa essere incostituzionale, fa comodo al Governo nazionale.
Ci riferiamo, va da sé, all’accordo truffa con lo Stato (ve ne parliamo approfonditamente qua) che include la seconda rinuncia ai contenziosi con lo Stato (ovvero ai soldi che potremmo incassare grazie ai pronunciamenti della Corte Costituzionale) che Ardizzone ha incardinato in una legge sulle variazioni di bilancio (cosa quanto mai discutibile visto che tali leggi non potrebbero contenere norme che esulano dal tema) ignorando tutti i dubbi di costituzionalità espressi da esperti della materia: l’accordo stravolge, in favore di Roma, le previsioni statutarie in tema di tributi. Ma lo Statuto potrebbe essere modificato solo con legge costituzionale. Per Ardizzone, però, tutto è a posto.
Quindi sulla correttezza di Ardizzone nutriamo non pochi dubbi e se questa volta l’ha indovinata è solo perché la notizia della ‘sanatoria’, a differenza della truffa in danno dei siciliani, è finita anche sui media di regime e quindi alle orecchie del ministro che è parte di quel Governo che Ardizzone sta attento a non dispiacere. Nonostante rappresenti la massima istituzione siciliana e nonostante siano i siciliani a pagarlo.
Detto questo torniamo all’emendamento. Ripetendo che il giudizio negativo è stato praticamente unanime. Ci sembra però giusto dare anche la parola a Fazio che ieri in Aula si è difeso con forza (e ha votato a favore del ddl). Sostenendo che con il suo emendamento non voleva introdurre una sanatoria, ma superare un obbrobrio giuridico determinato dal fatto che, dopo la legge del 1991, si sono considerati abusivi quelli che per la legge del 1976 non lo erano. Retroattivamente, dunque. Va da sé che una legge entra in vigore dal momento della sua pubblicazione.
Questo il suo intervento, ognuno la pensi come vuole, va da sé, ma sentire la voce ‘dell’incriminato” ci sembra doveroso:
Palazzo Reale, sede dell’Ars
“Signor Presidente, onorevoli colleghi, sicuramente non andrete a fare un sogno, ma un incubo credo che lo andrete a percepire.
Grazie, Presidente, per avermi dato la parola e, quindi, avere consentito l’intervento anche se la richiesta, ovviamente, è una richiesta di ritiro. E consentitemi, anche, di esprimere tutta la mia amarezza perché, finalmente, posso esternare nella sede che, a mio avviso, è naturale, la sede competente, qual è l’effetto, la previsione normativa che è devastante nei confronti dei cittadini.
Faccio un ragionamento. E’ mai possibile che viene prodotta una legge e, nei fatti, produce effetti devastanti e il Parlamento non interviene per effettuare una verifica e, quindi, correggerla laddove questa norma vìola, dal punto di vista sostanziale, alcuni princìpi che sono stati oggetto di riferimento nell’intervento da parte del Presidente?
Ebbene, io credo che questo Parlamento abbia una responsabilità e, soprattutto, deve conoscere,
perché non lo sa. Non sa cosa è successo e non sa che la norma ha trovato applicazione non per
scelta del Parlamento, bensì per scelta di un altro Organo, che non c’entra nulla con il Parlamento e
che però ha interpretato la volontà del Parlamento applicandola e, quindi, rendendola attuativa.
Cerco di spiegarmi perché possa essere compreso anche da coloro i quali sicuramente non hanno
una cultura giuridica e hanno qualche difficoltà a seguire il ragionamento giuridico, però è di
estrema importanza e di estrema valenza. Perché quello che è successo è un obbrobrio giuridico, in quanto va a violare uno dei diritti fondamentali su cui poggia, onorevole, il nostro Ordinamento giuridico che è proprio il principio della certezza del diritto.
Cerco di spiegarmi, e non posso non farlo se non do lettura di quello che è avvenuto tra il 1976 e il 1991 che sono date estremamente importanti dove il legislatore ha espresso la propria volontà, ma la cui attuazione, forse, meritava una maggiore attenzione.
Iniziamo con la legge, appunto, n. 78/76. Nel 1976 il nostro legislatore assume una decisione di intervenire in una legge sul turismo, dettando una disciplina di carattere urbanistico. Già di per sé è una scelta un po’ anomala. Ma superiamo questa scelta!
La formula che utilizza è veramente scandalosa. Perché scandalosa? Utilizza questa formula,
colleghi, perché, come potete comprendere, erano altri vostri colleghi, altri nostri colleghi, che hanno
formulato quel dettato.
Sala d’Ercole, l’Aula dell’Assemblea regionale siciliana
La norma, segnatamente l’articolo 15, lettera A così espressamente recita: “Ai fini della formazione degli strumenti urbanistici generali, comunali, debbono osservarsi in tutte le zone omogenee, ad eccezione della zona A e B, in aggiunta alle disposizioni vigenti, le seguenti prescrizioni: lettera A: “le costruzioni debbono arretrarsi di mt. 150 dalla battigia, entro detta fascia sono consentite opere ed impianti destinati alla diretta fruizione del mare, nonché la ristrutturazione degli edifici esistenti senza alterazione dei volumi già realizzati”.
Comprendete e credo che anche ricorderete che questa formulazione, alquanto confusionaria, ha
determinato immediatamente nell’ambito del corpo sociale e anche dagli addetti ai lavori
l’incertezza, se la stessa era rivolta ai Comuni come testualmente era previsto, oppure se esplicava effetti immediatamente in capo ai privati cittadini e quindi l’obbligo in capo agli stessi di osservarla.
Ebbene, questa iniziale incertezza venne subito chiarita perché intervenne un’autorevole
intervento e fu la circolare applicativa, da parte dell’assessorato dell’Ambiente (un suo collega,
assessore per il Territorio e l’Ambiente) che testualmente precisò: in sede di applicazione della legge
regionale 12 giugno 1976, n. 78 recante: “provvidenze per lo sviluppo del turismo in Sicilia” sono
sorte talune perplessità circa l’interpretazione del complesso di norme contenute negli articoli 15, 16,
18 e 19 che riguardano la disciplina urbanistica. Si rende necessario, pertanto, emanare direttive
interpretative atte a facilitare l’applicazione anche in relazione ai quesiti specifici posti a questo
assessorato dai diversi Comuni. Va innanzitutto precisato l’ambito di applicazione, ma passo avanti.
Il primo, sarebbe l’articolo 15, lettera a), pone l’obbligo per i Comuni di recepire in fase di
formazione degli strumenti urbanistici le prescrizioni sopra accennate, quindi pone l’obbligo in capo ai Comuni di recepirle e poi renderle esecutive. Aspettate, ma dice oltre “facoltando implicitamente la Regione ad introdurle d’ufficio al momento dell’approvazione in caso di inosservanza di detto obbligo da parte dei Comuni in sede di adozione”.
E’ chiaro e pacifico che quindi la norma così come era stata interpretata dal Governo regionale dell’epoca, con la circolare applicativa, non produceva effetti immediati e diretti in capo ai cittadini, bensì solo quando la stessa norma fosse stata recepita nella pianificazione urbanistica dei Comuni di competenza e resa poi in qualche modo esecutiva.
A questa interpretazione univoca e, secondo me, troncante, si aggiunge altra autorevole
interpretazione che è quella che viene demandata ed è stata demandata ai giudici amministrativi
perché tra il 1976 e il 1990 non rinveniamo alcuna sentenza se non quelle che precisano che le
norme non trovavano applicazione immediata e diretta, bensì solo quando venivano applicate dopo il recepimento.
Mi permetto, semplicemente e solamente, di richiamare la vostra attenzione su un passaggio a mio avviso significativo e anche esso importante per ben capire che cosa è successo ai nostri cittadini. In tal senso si pronunciava la II sezione del Tribunale Amministrativo Regionale di Palermo nella decisione 461 del 4 luglio 1989, e solo nel 1990 si registrava una prima decisione di segno contrario.
Nella sentenza n. 403 del 4 giugno 1990, infatti, la II sezione del TAR Catania si esprimeva per la forza immediatamente precettiva dell’articolo 15 della legge regionale 78/1976. La stessa sentenza dava atto, però, che la soluzione normalmente affermata era quella della sua efficacia indiretta, ossia
in quanto recepita negli strumenti urbanistici.
Troncante è la decisione del CGA, vorrei ricordare che il CGA è l’organo superiore rispetto al TAR, in quanto questa sentenza è stata impugnata dinanzi al CGA il cui risultato è stato completamente ribaltato. Il 26 marzo 1991 con la sentenza n. 99 la Sezione giurisdizionale del Consiglio di Giustizia Amministrativa perentoriamente affermava: – colleghi andatevelo a leggere se non credete a quello che effettivamente io vi dico – “la disposizione dell’articolo 15 della lettera a) della legge regionale 12 giugno 1976, n. 78 costituisce precetto rivolto ai Comuni i quali nella
formulazione degli strumenti urbanistici avrebbero dovuto vietare in zone diverse da quella a) e b) la edificazione a meno di centocinquanta metri dalla battigia. Tale norma, quindi, non pone un immediato e diretto vincolo di inedificabilità che esplica efficacia nei confronti dei terzi, ma vincola i Comuni a conformarvisi nella redazione dei futuri piani urbanistici”.
Presidente, questa è una sentenza che è stata pronunciata dal nostro Consiglio di Giustizia
Amministrativa nel 1991, il 26 marzo 1991, la sentenza reca il numero 99.
Signori colleghi ciò significa che fino al 1991 ai siciliani, a tutti i siciliani è stato detto da
autorevoli organi, dal Governo regionale, dall’assessorato per il Territorio e l’Ambiente, insieme ai giudici amministrativi che non vi era alcun divieto che loro dovevano rispettare, perché potevano benissimo costruire, ovviamente rispettando l’altro divieto, di non costruire senza munirsi di concessione edilizia.
Questo va da sé, interviene ulteriormente il legislatore regionale nel 1991 e, cari colleghi, vi
prego, vorrei che faceste attenzione al dettato. Legge regionale n. 15 del 30.04.1991: “Modifiche e integrazioni alla legge regionale del 27 dicembre 1978, n. 71”. All’articolo 2, comma 3, cosi testualmente stabilisce: “Le disposizioni di cui all’articolo 15, comma 1, lett a) d) ed e), della legge regionale 12 giugno 1976, n. 78, devono intendersi direttamente ed immediatamente efficaci anche nei confronti dei privati. Esse prevalgono sulle disposizioni degli strumenti urbanistici generali e dei regolamenti edilizi”.
Ebbene, abbiamo una decisione da parte del nostro legislatore dove precisa che quella norma
anziché valere, esclusivamente in capo ai Comuni, produce effetti nei confronti dei privati e pone
l’obbligo nei confronti degli stessi di rispettare il precetto che ha stabilito la norma.
Cari colleghi ci hanno insegnato che la legge produce effetti solo quando viene pubblicata e quando, ovviamente, viene portata a conoscenza dei destinatari, entra in vigore dalla pubblicazione.
Entra in vigore dal momento in cui viene pubblicata. Non è cosi! E la singolarità, l’aberrazione
giuridica è proprio questa, perché non è il legislatore che dice e aggiunge a questa legge, – dal
momento in cui la legge è entrata in vigore – non è una decisione che assume il legislatore, bensì è
un’interpretazione della giurisprudenza che la equipara, la ritiene un’interpretazione autentica,
motivo per cui ne fa discendere gli effetti dal 1976.
Quando mi sono occupato per motivi di servizio di questa questione sono rimasto del tutto
inorridito. Ma sapete perché inorridito? Stiamo parlando di un’interpretazione che è fatta in questo
caso, non dallo stesso organo che ha emanato, che ha prodotto la norma ma di un altro organo che si
deve occupare, non di interpretare la legge, la mia volontà, ma di applicare la norma! E sfido
chiunque di voi e anche gli ambientalisti: questa può definirsi un’interpretazione autentica?
Signori la legge del ’76, così testualmente prevedeva, qui è un disposto normativo nuovo, perché
introduce una novità nell’ordinamento giuridico, perché dice una cosa totalmente diversa che non ne
aveva minimamente accennato nel ’76, e come fai a ritenere che questa è la volontà di questo
Parlamento, del Parlamento precedente.
L’on. Fazio ieri all’Ars
Vorrei semplicemente sottolineare un altro aspetto che mi sembra ancor più rilevante: quindi, l’interpretazione viene fatta da un altro organo non dallo stesso organo, equiparando l’interpretazione autentica, ma viene fatta quindici anni dopo. E’ lo stesso organo? Mi direte, chi ha fatto diritto, si presume che sia la volontà dello stesso organo, perché c’è una continuità, come c’è la continuità anche adesso. Ma non posso ignorare il fatto che dal 1976 al 1991, è il terzo Parlamento,
se non addirittura il quarto. Però questa è la volontà del Parlamento del 1976. Come fai a dirlo?
Come fai ad affermare una cosa del genere? Ma andiamo all’effetto pratico. Qual è l’effetto pratico che ha determinato questo modo di agire, questa abnormità giuridica, cosa ha determinato? Io non ero abusivo fino al 29 aprile del 1991, lo sono diventato il 30 aprile 1991. Io non ero abusivo, può mai un ordinamento giuridico far sì che un cittadino possa essere punito se allo stesso non è stato evidenziato qual è il precetto e che se lo vìola questa è la sanzione perché il precetto, non glielo ho detto nel 1976, glielo dico nel 1991, ma lui, la sua condotta l’ha posta in essere nel 1976, non nel 1991.
Presidente, le sembra cosa da poco? Per uno che è cultore del diritto questo è un elemento
fondamentale su cui poggia la stessa democrazia di un popolo. E tanto è vero che non è consentito ai
nostri organi fare una operazione del genere in materia penale perché sovviene l’articolo 25, secondo
comma: “Nessuno può essere punito se non in forza di una legge entrata in vigore prima del fatto compiuto”, eppure non siamo in materia penale. Quindi questo può accadere. E questo Parlamento, non assumendosi la responsabilità, perché qui non è il problema della premialità degli abusivi. Ma cosa c’entra la sanatoria? Qui è in gioco uno dei principi fondamentali cardini del nostro ordinamento. In quale paese civile può essere detto a un soggetto ‘guarda che 15 anni prima la tua condotta è sanzionata’ e quello mi dici ‘ma da quale norma?’
Dalla norma che è entrata in vigore nel 1991! Ma come è possibile una cosa del genere? Come è immaginabile? Ma di cosa stiamo parlando? Sono stato aggredito, ma di cosa? Io volevo presentare una sanatoria?
Io volevo ristabilire quel principio che per me è fondamentale, perché per me è fondamentale e viene prima di qualsiasi altra tutela. Anch’io sono un ambientalista. Ma che credete? Ma come faccio a ignorare e a trascurare? E invece sono stato boicottato. Perché lo sono stato? Perché se non ne parlo con voi, qual è la sede naturale? Non è il Parlamento che produce le leggi, non è il Parlamento che è responsabile nei confronti della collettività?
A quale organo mi rivolgo, signor Presidente? Lei mi insegna che la Corte Costituzionale ha una competenza, quella di verificare la legittimità delle leggi e degli atti aventi forza di legge. Qui non è il legislatore che ha dichiarato che quella è una norma di interpretazione autentica, è la giurisprudenza. Come faccio a rimetterla al vaglio della Corte Costituzionale? Onorevole Trizzino, è una cosa squallida, questa è una cosa seria?
Lei che ha fatto diritto, se ne rende conto cosa significa questo, significa che noi consentiamo la punizione, anche un suo fratello, un suo parente domani potrà essere punito per che cosa? Perché dieci anni fa ha posto in essere una condotta! Ma cosa ho violato? Quale è il precetto? E questo è il frutto sa di che cosa?
Del fatto che il legislatore, il Parlamento non si è assunto mai la responsabilità, perché io ho diritto,
ho diritto, di avere un precetto laddove debba essere chiaro a tutti, la cui violazione determina questo
effetto. Ebbene, come potevo tacere in questi anni?
Ho presentato il disegno di legge e sono stato massacrato. On. Girolamo Fazio”.
Ars ddl edilizia Girolamo Fazio la difesa di Girolamo Fazio sanatoria lungo le coste
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