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Timestamp: 2019-12-06 01:55:26+00:00

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Cessione d’azienda e liberazione del cedente dai debiti ex art. 2560 c.c.: il debito da mutuo | Studio Legale Tidona e Associati | Diritto Bancario e Finanziario
3 Dicembre 2019 In Diritto bancario
1. La responsabilità ex art. 2560 c.c. – 2. La liberazione dell’alienante. – 3. Il comportamento concludente. – 4. La liberazione nell’accollo.
La responsabilità ex art. 2560 c.c.
La sorte dei debiti in caso di trasferimento di azienda è regolata, come noto, dall’art. 2560 cod. civ., che prevede, da un lato, la permanente responsabilità dell’imprenditore alienante per i debiti inerenti all’esercizio dell’azienda, e, dall’altro lato, la responsabilità dell’acquirente per i debiti risultanti dalle scritture contabili. Come chiarito dalla Suprema Corte in Cass. civ. Sez. III, 30-06-2015, n. 13319, la ratio della norma è duplice, andando a bilanciare l’interesse dei creditori a mantenere intatta la garanzia del loro credito e l’interesse economico alla facile circolazione dell’azienda, garantito dalla previsione, per l’acquirente, di conoscere esattamente i debiti di cui dovrà rispondere, ovvero quelli risultanti dalle scritture contabili obbligatorie. Si discute se la norma comporti il trasferimento del debito in capo all’acquirente e la responsabilità del cedente a titolo di garanzia[1] ovvero se il cedente resti l’obbligato principale cui acceda la responsabilità solidale dell’acquirente[2], salvo, naturalmente, un accollo “interno” convenzionale a carico del cessionario o comunque un patto che impedisca al cessionario il regresso nei confronti del cedente. L’automatismo della cessione del debito era stato previsto dal progetto del codice di commercio del 1940 ed è stato invece tolto nella versione del codice civile vigente[3], il che fa propendere per il mantenimento del debito in capo al cedente. Nello stesso senso è orientata la giurisprudenza prevalente, secondo la quale “sul piano sostanziale la stessa previsione della solidarietà dell’acquirente (art. 2560 c.c., comma 2) dell’azienda nella obbligazione relativa al pagamento dei debiti dell’azienda ceduta è posta a tutela dei creditori, e non dell’alienante e pertanto essa non determina alcun trasferimento della posizione debitoria sostanziale, nel senso che il debitore effettivo rimane pur sempre colui cui è imputabile il fatto costitutivo del debito, e cioè il cedente” (così Cass. civ. Sez. I, 03 ottobre 2011, n. 20153). La responsabilità del cessionario va dunque inquadrata nella forma dell’accollo cumulativo ex lege[4]
La liberazione dell’alienante
In base alla lettera del primo comma dell’articolo 2560 c.c., l’alienante non è liberato dai debiti inerenti all’esercizio dell’azienda ceduta anteriori al trasferimento, se non risulta che i creditori vi hanno consentito. La norma può essere interpretata nel senso di richiedere un consenso del creditore al trasferimento d’azienda oppure alla liberazione dal debito ed è in quest’ultimo senso che viene interpretata da giurisprudenza[5] e dottrina dominanti[6].
Per poter concludere che il credito si sia estinto o invece persista, occorre dunque verificare che il creditore abbia acconsentito alla liberazione dal debito dell’alienante l’azienda, il che, se non comporta problemi nei casi in cui vi sia una dichiarazione espressa (ipotesi più teorica che pratica, nell’ambito di trasferimenti che riguardino complessi aziendali di grande consistenza), presenta invece criticità quando si tratti di dover valutare un comportamento concludente. Nel caso deciso dalla Suprema Corte in Cass. 28 settembre 2004, n. 19454 si è ritenuto che né l’affermata perfetta conoscenza da parte del creditore del trasferimento d’azienda, né l’adesione del medesimo creditore alla richiesta di mutare l’intestazione di fatture a carico della cessionaria dell’azienda, (argomenti portati dalla corte di merito a sostegno della avvenuta “liberazione”) contrastano con la volontà della creditrice di ritenere tenuti a rispondere dei debiti sia cedente che cessionario, con ciò ammettendo peraltro implicitamente che si possa valutare la portata concludente del comportamento del creditore ai fini della liberazione del cedente e quindi condividendo, almeno in questo, l’orientamento della corte di merito[7].
La giurisprudenza di merito, non ha peraltro un orientamento univoco circa la natura di tale comportamento concludente.
Il Tribunale di Roma in un caso (peraltro isolato) ha aggiunto quello che la norma di cui all’art. 2560 c.c. non dice, vale a dire che l’alienante non è liberato se non risulta che i creditori vi hanno “espressamente” consentito[8]
In un altro recentissimo caso[9], con motivazione più elaborata, si è invece ritenuto sufficiente un consenso implicito derivante da un comportamento omissivo. Nel decreto motivato del 23 ottobre 2019 reso in sede di adunanza dei creditori, incidenter tantum ai fini dell’ammissione al voto nell’ambito di una procedura di concordato preventivo (e quindi con pronuncia che non comporta alcun accertamento definitivo sull’esistenza del credito, come da orientamento costante della giurisprudenza, ex multis espresso in Cass. 20/4/2016 n. 7972), il Tribunale di Milano ha considerato idonea a configurare la liberazione implicita da parte del creditore (nello specifico una banca, creditrice in virtù dell’erogazione di un mutuo) “la conoscenza specifica del negozio traslativo dell’azienda che contiene un patto espresso di accollo”, desunta dalla richiesta di voltura e di subentro nella specifica posizione contrattuale da parte del cessionario dell’azienda, cui abbiano fatto seguito “assenza di rilievi e di opposizione” da parte del creditore. Quali ulteriori elementi che portano ad interpretare il silenzio della banca come comportamento concludente diretto a liberare l’alienante l’azienda, il Tribunale di Milano rileva che “la cessione di ramo aziendale è stata iscritta nel registro delle imprese con valenza di pubblicità-notizia” e che il bilancio della cedente “dopo il trasferimento, pienamente accessibile al creditore bancario, dava conto del transito della posizione debitoria non più iscritta a carico” della cedente. La pronuncia del Tribunale di Milano non solo ammette dunque la valenza del comportamento concludente, ma ritiene sufficiente a tal fine anche un comportamento omissivo senza che sia necessaria la forma “espressa” del consenso.
La liberazione nell’accollo
L’orientamento giurisprudenziale, per così dire “permissivo” in materia di liberazione dalla responsabilità del cedente l’azienda è conforme anche alla disciplina in materia d’accollo di cui all’art. 1273 c.c. (cui può ricondursi il trasferimento d’azienda contenente un patto espresso di accollo a carico del cessionario) a maggior ragione se si considera che la norma dell’art. 2560 c.c. non contiene alcuna previsione di liberazione espressa. La lettera dell’art. 1273 c.c. richiede, per la liberazione del debitore originario, che ciò sia dichiarato “espressamente” dal creditore (il che non è richiesto dall’art. 2560 c.c. che si limita a considerare liberato il cedente se “risulta che i creditori vi hanno consentito”): ebbene, in tale contesto, la giurisprudenza[10] ha ritenuto che ai fini della liberazione possa essere verificato se sussistano elementi probatori da cui inferire la volontà del creditore di sostituzione del debitore originario con uno nuovo e, quindi, di liberazione del primo dal suo obbligo, da considerarsi “espressione di un contegno concludente univocamente diretto a liberare il debitore originario”[11].
La Suprema Corte ha precisato più di recente[12] il predetto principio nel senso che “[…] l’affermazione contenuta in Cass., n. 9835 del 1994, richiamata dal ricorrente, la quale, affermando che per la liberazione del debitore originario non è necessaria una dichiarazione scritta del creditore ma è sufficiente un contegno univocamente diretto a tale risultato, ha avuto riguardo a forme espressive diverse dalla dichiarazione scritta e non ha invece statuito che dalla dichiarazione espressa si possa prescindere”.
A maggior ragione, nell’ambito della cessione d’azienda, laddove l’art 2560 c.c. non richiede alcuna “forma espressa” del consenso del creditore, la liberazione dell’alienante può ben desumersi da un contegno univocamente diretto a tale risultato, anche se consistente in un mero silenzio o inazione a fronte di richieste di liberatoria o di riconoscimento del trasferimento dell’obbligazione in capo al cessionario, specie in presenza di un creditore bancario, in grado di avere contezza e consapevolezza della liberazione, “pubblicizzata” da alienante e cessionaria mediante il deposito dei rispettivi bilanci e dell’atto di trasferimento aziendale nel Registro delle Imprese.
[1] Casanova, M., Impresa e azienda, in Tratt. Vassalli, 10, t. 1, 1, Torino, 1974.
[2] G. Ferrari, Voce azienda, in Enc. dir., dir. priv., Milano, 1959.
[3] Commentario al codice civile a cura di P. Cendon, art. 2560 c.c. p. 105.
[4] Cass. civ. Sez. I, 09 ottobre 2017, n. 23581.
[5] V. Cass., 28 settembre 2004, n. 19454.
[6] Campobasso, G.F., Diritto commerciale, 1, Diritto dell’impresa, Torino, 2013, p.157; MARTORANO, L’azienda, in Tratt. Buonocore, Torino, 2010, p. 228; contra Colombo, L’azienda, in Tratt. dir. comm. dir pubbl. econ., diretto da Galgano, Padova, 1979, p. 156 ss.
[7] Corte d’Appello di Ancona, 26 febbraio 2000, n. 56/00.
[8] Tribunale Roma Sez. VIII, 06 maggio 2017.
[9] Tribunale di Milano, Sez. II, 23 ottobre 2019.
[10] Tribunale Brescia Sez. III, 17 febbraio-2018; Tribunale Milano Sez. VII, 09 maggio 2014; Cass. civ. Sez. I, 19 novembre 1994, n. 9835; Cass. 21 novembre 1983 n. 6935;
[11] Cass. civ. Sez. I, 19 novembre 1994, n. 9835.
[12] Cass. 24 giugno 2009, n. 14780.

References: art. 2560
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