Source: https://www.scribd.com/document/119177733/sabino-fortunatoI-soggetti-passivi-delle-procedure-concorsuali
Timestamp: 2018-01-24 02:41:59+00:00

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Description: saggio di diritto fallimentare
1 Imprese soggette al fallimento e al concordato preventivo
[1] Sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori che esercitano un’attività commerciale, esclusi gli enti pubblici ed i piccoli imprenditori. [2] Ai fini del primo comma, non sono piccoli imprenditori gli esercenti un’attività commerciale in forma individuale o collettiva che, anche alternativamente: a) hanno effettuato investimenti nell’azienda per un capitale di valore superiore a euro trecentomila; b) hanno realizzato, in qualunque modo risulti, ricavi lordi calcolati sulla media degli ultimi tre anni o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, per un ammontare complessivo annuo superiore a euro duecentomila. [3] I limiti di cui alle lettere a) e b) del secondo comma possono essere aggiornati ogni tre anni con decreto del Ministro della giustizia sulla base della media delle variazioni degli indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati intervenute nel periodo di riferimento.
Commento di SABINO FORTUNATO
Sommario 1. I soggetti passivi delle procedure concorsuali. La struttura della norma e i problemi irrisolti. – 2. I precedenti progetti di riforma. Interessi protetti e opzioni di politica legislativa. – 3. La dicotomia fra imprenditore e impresa (con cenni a patrimoni destinati e gruppi). – 4. Imprenditore e “non imprenditore; imprenditore individuale e imprenditore collettivo; estensioni soggettive. – 5. Imprenditore commerciale, imprenditore artigiano e imprenditore agricolo. – 6. Le esenzioni: a) enti pubblici. – 7. (Segue:) b) piccoli imprenditori. – 8. (Segue:) Criteri quantitativi versus criteri qualitativi. – 9. (Segue:) Ricavi lordi e investimenti nell’azienda. – 10. Conclusioni.
1. I soggetti passivi delle procedure concorsuali. La struttura della norma e i problemi irrisolti. Il dibattito sull’ambito soggettivo di applicazione delle procedure concorsuali è ricorrente nella nostra letteratura giuridica e tende a rinfocolarsi, ovviamente, in occasione delle riforme del sistema; ma con pari ricorrenza le soluzioni legislative sembrano restare fedeli all’ottica tradizionale che, dalla codificazione napoleonica in poi e senza tener conto delle modifiche sottostanti del diritto dell’economia nel suo complesso e della evoluzione del quadro comparato, identificano le procedure concorsuali come procedure esecutive speciali destinate all’imprenditore commerciale privato di medio-grande dimensione. Il novellato art. 1 della legge fallimentare mantiene inalterata la struttura complessiva della disposizione che ci consegna il regio decreto n. 267 del 1942, secondo la generale e ampiamente criticata opzione legislativa di procedere alla
“riforma organica” sul vecchio impianto normativo1. Si limita ad eliminare tanto dalla rubrica quanto dal 1° comma il riferimento all’abrogato istituto dell’amministrazione controllata2; ridefinisce a contrario al 2° comma, a fini esonerativi, la categoria dei “piccoli imprenditori”, ripristinando criteri quantitativi (alternativi) di individuazione della categoria, dopo la parentesi che aveva fatto ricorso ai criteri qualitativi codicistici (art. 2083) a seguito della sostanziale abrogazione del medesimo comma per effetto della riforma tributaria e delle pronunce della Corte Costituzionale; e nell’ultimo, questo sì innovativo, comma introduce meccanismi regolamentari di possibile adeguamento delle soglie quantitative al processo inflattivo della moneta. Ma in sede interpretativa si vedrà che il tempo e le modifiche complessive del sistema, anche sul versante dell’impresa, non sono trascorsi invano. Negli anni Settanta del secolo scorso Galgano ricordava che “nei paesi anglosassoni e in quelli di lingua tedesca il fallimento e le altre procedure concorsuali sono procedure esecutive di diritto comune, applicabili ad ogni sorta di debitore insolvente”3; in tempi recenti anche altri Paesi europei di tradizione napoleonica (Francia e Spagna, per fare alcuni esempi) hanno esteso le procedure concorsuali, sia pure con i dovuti adeguamenti, ad ogni sorta di debitore insolvente4. Ma la polemica – come ci rammenta Bonsignori5 – è ancor più risalente, se è vero che già in sede di redazione del codice di commercio del 1882 il tentativo di estendere il fallimento ad ogni debitore insolvente, sostenuto da Zanardelli, finì per soccombere a fronte della diversa opinione di P.S. Mancini; né miglior esito ebbero analoghe proposte formulate dalla commissione del 1919 per la riforma dello stesso codice di commercio, neppure riprese dai progetti del 1925 e del 1940, sì che il codice civile del 1942 ribadiva la delimitazione specialistica con l’art. 22216 e la separata legge fallimentare confermava la medesima impostazione nell’art. 1. L’ “esercizio logico” (così acutamente Bonsignori) è proseguito ad opera di autorevoli giuristi anche all’indomani dell’unitario codice civile e del nuovo ordinamento costituzionale; ma è sempre più diventato impellenza politico-legislativa a fronte del diverso impianto del diritto comunitario (in cui, com’è noto, la nozione di impresa non fa distinzione fra commercialità e agrarietà dell’attività e si estende anche ai servizi degli esercenti professioni intellettuali) e da ultimo della diversa portata assunta nel nostro ordinamento dalla nozione di “imprenditore agricolo” (con
E vedi quanto da me osservato già in L’incerta riforma della legge fallimentare, in Corr. Giur., 2005, p. 597. Sulle ragioni della soppressione dell’istituto dell’amministrazione controllata v. SORCI, Commento sub art. 1, in TERRANOVA-FERRI jr.-GIANNELLI-GUERRERA-PERRINO-SASSANI (a cura di), La nuova legge fallimentare annotata, Napoli, 2006, p. 10 s. 3 GALGANO, Disposizioni generali. Della dichiarazione di fallimento. Art. 1-22, in BRICOLA-GALGANO-SANTINI (a cura di), Commentario Scialoja-Branca sulla Legge fallimentare, Bologna-Roma, 1974, p. 49. 4 Così in Germania l’Insolvenzordnung, in Spagna la Ley concursal, e già in Gran Bretagna l’Insolvency Act e negli USA il Bankruptcy Code. Nella stessa direzione si muove il Regolamento comunitario n. 1346/2000. Quanto alla Francia…. 5 Il fallimento, Padova, 1986, p. 172 ss., in GALGANO (a cura di), Trattato di dir. comm. e pubbl. dell’economia, IX. 6 La norma ancora recita: “Gli imprenditori che esercitano un’attività commerciale, esclusi gli enti pubblici e i piccoli imprenditori, sono soggetti, in caso d’insolvenza, alle procedure del fallimento e del concordato preventivo, salve le disposizioni delle leggi speciali”. Si noti come non v’è menzione dell’amministrazione controllata, che invece veniva indicata nell’art. 1 l. fall.; e come permanga il riferimento alla sola “insolvenza” quale presupposto oggettivo del concordato preventivo, nonostante la modifica apportata all’art. 160 l. fall. che oggi parla di “stato di crisi”.
La riforma della legge fallimentare. imprenditori e non imprenditori” (art. sia pure con forme e modalità semplificate (art. il disegno di legge delega DS si occupava della “disciplina della crisi e dell’insolvenza dei debitori. agricole o artigiane. 1. In particolare le proposte della prima Commissione Trevisanato applicavano tanto la procedura di composizione concordata della crisi quanto la procedura di liquidazione concorsuale anche al piccolo imprenditore. 1). lett. e allora prevedendo: per le imprese (commerciali. Interessi protetti e opzioni di politica legislativa. nel contempo all’insolvente civile si consentiva di accedere alla esdebitazione. 8 Tutti i testi si possono leggere in JORIO-FORTUNATO (a cura di). senza distinguere fra imprenditore commerciale e imprenditore agricolo né fra piccolo e medio-grande. 1. l’estensione dei principi delle procedure concorsuali non solo a tutti gli imprenditori ma anche al soggetto civile. 1. n. 2. poiché – nella misura in cui le procedure concorsuali tendono a perdere il connotato sanzionatorio a carico dell’imprenditore insolvente e ad introdurre meccanismi premiali (accordi stragiudiziali e concordati. 3 . 5. Tanto le proposte di legge delega (di maggioranza e di minoranza) della prima Commissione Trevisanato quanto il disegno di legge di riscrittura integrale della disciplina delle crisi della seconda Commissione Trevisanato nonché il disegno di legge delega depositato dai DS8 effettuavano la duplice coerente scelta di estendere le procedure concorsuali ad ogni imprenditore. p. b del testo di maggioranza e del testo alternativo). 2004. co. Nella prospettiva da ultimo indicata si sono mossi tutti i progetti di riforma organica elaborati nella medesima legislatura in cui ha finito per essere approvata l’attuale disciplina. denominata procedura di esdebitazione del debitore- 7 Nella stessa prospettiva POTITO-SANDULLI. nonché – e sia pure con i dovuti adeguamenti – di estenderle allo stesso insolvente civile. 1. una procedura di composizione del sovraindebitamento. per le persone fisiche non esercenti attività d’impresa.d. secondo i quali “è prevedibile.la riforma del 2001) e dai fenomeni di forte coinvolgimento del debitore civile nell’economia di mercato. Milano. Commento sub art. co. a breve. ivi inclusi i piccoli imprenditori) una procedura di ristrutturazione delle passività e una procedura di insolvenza. 4. 4. La riforma delle procedure concorsuali. esdebitazione) per una più tempestiva soluzione della crisi (anche solo) finanziaria del debitore – mal si comprendono quali possano essere le ragioni di specialità che delimitano i rimedi a favore del solo imprenditore commerciale (privato) medio-grande e non ne consentano l’estensione all’imprenditore agricolo o a qualsiasi insolvente civile7. protette)”. La situazione è paradossalmente aggravata dalla stessa “riforma organica” voluta dalla legge delega del 14 maggio 2005. con i dovuti adattamenti. I precedenti progetti di riforma. in considerazione delle attività esercitate (in particolare attività professionali c. b e art. in NIGRO-SANDULLI (a cura di). 80. Ma analogamente. co. lett.
in Il fallimento. A me pare che in termini deflattivi può sortire un miglior risultato la razionalizzazione delle procedure che consegue all’apertura del concorso presso un’unica sede giudiziaria e a carico dell’unitario patrimonio investito dalla crisi. Commento sub art. Di contro i sostenitori della tesi estensiva sottolineavano: l’esigenza di parità di 9 Per una sintesi cfr. poiché si assiste solo ad uno spostamento di carico dagli uffici fallimentari agli uffici delle esecuzioni singolari. n. p. Deve evidenziarsi che l’opzione che si muove nel solco più tradizionale è dovuta al cd. Sull’estensione dei soggetti esonerati. Il nuovo fallimento. le ragioni connesse al bilanciamento dei costi con i benefici che si possono ritrarre da una generalizzata procedura concorsuale con lo snellimento dei riti12. E vedi su tali vicende SANTANGELI. in Il fallimento. 1. a. n. lett. nella proposta elaborata del Ministero dell’Economia ed esitata il 7 luglio 2005. co. delusioni e divagazioni nella riforma della fase prefallimentare. 10 4 . nella proposta del Ministero della Giustizia esitata il 18 luglio 2005”. idoneo ad aggregare. 2)9. e per “qualsiasi debitore” una procedura di composizione negoziale delle crisi (art.poiché appare del tutto incongruo rispetto alla finalità perseguita. p. 12 Osservo. rispetto a quello concesso ad altri debitori. così che – secondo il noto “principio di conservazione della massa” di Lavoisier – nulla si crea e nulla si distrugge. Queste univoche e sostanzialmente concordanti proposte di riforma sono state cancellate d’un colpo. basato sulla fiducia personale. Ancora una volta l’affrettato legislatore delegante ha confuso le esigenze deflattive dei carichi giudiziari con quelle di semplificazione delle procedure. nonché della loro esposizione debitoria. senza alcuna espressa giustificazione se non quella che sembra leggersi implicitamente nel criterio di delega dettato dall’art. Milano. 969. allargava senz’altro ad ogni “imprenditore” l’ambito di applicazione delle procedure concorsuali. ferma l’esenzione per enti pubblici e piccolo imprenditore. in un unico regime. in considerazione delle loro qualità e delle loro relazioni e valenze in campo economico. la quale non obbedisce a criteri di razionalità quando si prospetta come strumentale alla semplificazione predetta. 80: “semplificare la disciplina attraverso l’estensione dei soggetti esonerati dall’applicabilità dell’istituto”10. 1 della legge 14 maggio 2005. che l’esigenza deflattiva dei carichi giudiziari. p. di contro il “testo Giuliano”. 990 s. “testo Vietti”. la complessità della liquidazione affidata ad un curatore nel caso dell’insolvente civile. 2005. tenuto in Roma il 15 e 16 febbraio 2006 e in Milano il 22 e 23 febbraio 2006. Evidentemente giustificare l’allargamento dell’area di non soggezione alle procedure concorsuali con esigenze di “semplificazione della disciplina” costituisce motivazione fuori bersaglio: semplificare significa eliminare procedure più complesse piuttosto che rendere inapplicabili gli istituti ad interi ambiti soggettivi. La legge delega per la riforma delle procedure concorsuali: principi e criteri direttivi. All’indomani del nuovo codice di commercio del 1882 i sostenitori della tesi restrittiva invocavano: la difficoltà di accertamento dell’insolvenza del debitore civile. Analogamente FABIANI. 6. secondo il quale “sospingere una area non indifferente delle imprese fuori dal fallimento significa anche rendere applicabile una procedura esecutiva novellata nella quale è data preferenza ai creditori più abili e solerti con la pretermissione degli interessi degli altri”. 4 s. essa essendo piuttosto favorita dal modo in cui il procedimento si sviluppa e dalla qualità del risultato che ottiene”. 2006. Conquiste. 1. comma 6. la diversità del credito concesso al commerciante. in SANTANGELI (a cura di). Meno improvvisate sono state storicamente le giustificazioni volta a volta addotte dalla dottrina per delimitare l’area soggettiva delle procedure concorsuali all’imprenditore commerciale medio-grande. Criterio “veramente singolare” – com’è stato prontamente osservato11 . è in questo modo solo apparentemente realizzata. soggetti in luogo di altri e di indicare pertanto la ragione giustificativa dell’area di esenzione. FAUCEGLIA. 11 Così PLENTEDA. p. 2005. perseguita attraverso la restrizione della platea dei soggetti attingibili dalle procedure concorsuali. 2.consumatore. in Atti del Convegno Paradigma su “La riforma del fallimento e delle altre procedure concorsuali”. tuttavia. basato su garanzie reali. il quale sottolinea che “l’allargamento dell’area di esonero dal fallimento in funzione della semplificazione” finisce in realtà per escludere “un vero e proprio principio di natura sostanziale.
espellendolo dal mercato a tutela del buon nome della classe imprenditoriale o a tutela del corretto funzionamento del mercato medesimo. op. cit. si continuò ad insistere sul maggior allarme sociale ed economico connesso all’insolvenza dell’imprenditore commerciale medio-grande a fronte dell’insolvenza di debitori civili. p. ancor più quando questi aspirano ad un analogo trattamento creditorio14. Torino. Laddove sul versante opposto si evidenziò che spesso molte norme del codice civile presuppongono l’accertamento dell’insolvenza anche del debitore civile. e. che (presuntivamente) il solo dissesto dell’imprenditore commerciale medio-grande evocherebbe. che risulta anacronistico rispetto alla eliminazione della distinzione fra obbligazioni commerciali e obbligazioni civili mantenere il privilegio per gli imprenditori agricoli. Ma quando l’evoluzione dei rapporti economici investe in modo pervasivo l’intero mercato con forme e tecniche di cui fruiscono indistintamente gli operatori. l’utilità della estensione dei concordati a favore del debitore civile e delle eredità. p. p. Non si tratta più di punire (o prevalentemente di punire) l’imprenditore decotto. cit. e per altro verso di realizzare la più efficiente liquidazione di quei patrimoni per la miglior soddisfazione degli interessi coinvolti dalla crisi. 5 . appena attenuata dalla giustificazione di una tutela di interessi più generali dell’intero mercato (rispetto a quelli dei creditori coinvolti dal dissesto del debitore).trattamento fra i creditori. 63 ss. secondo la risalente concezione medioevale e sanzionatoria dell’insolvenza15.. tende ad affermarsi una diversa concezione delle procedure concorsuali. 173 che cita da un lato Lordi e N. A bocce ferme. medio-grandi o piccoli.1978. Per una sintesi del dibattito cfr. consumatori o investitori civili. I. sul minor ricorso al credito di questi ultimi. op. siano essi imprenditori commerciali o agricoli. p.. anche RUISI-JORIO-MAFFEI ALBERTI-TEDESCHI. nel quadro della vecchia disciplina fallimentare del 1942. cit. o di una tutela corporativa della sola classe mercantile. Che questa tendenza sia ormai prevalente è dimostrato dalla circostanza che in tutti gli ordinamenti la crisi dei 13 La sintesi è magistralmente operata da BONSIGNORI. op. op. 50 s. Il fallimento. se del caso scindendo le vicende dei soggetti dalle vicende di imprese ed aziende. oltre che l’esigenza di uniformarsi alle legislazioni germaniche e anglosassoni13. in particolare.. Si tratta piuttosto da un lato di salvaguardare – per quanto possibile – le residue potenzialità dei complessi produttivi. l’opportunità di reprimere gli abusi delle esecuzioni individuali con la minaccia del concorso anche per l’insolvente civile e di favorire l’afflusso di capitali in agricoltura per la maggior garanzia offerta dal fallimento. anche GALGANO. Candian. l’esonero per imprenditori agricoli e professionisti intellettuali è apparsa ai più una ingiustificata condizione di privilegio. E dopo l’unificazione del diritto delle obbligazioni e la creazione di una unitaria categoria di imprenditore. cit. 14 E vedi sempre BONSIGNORI. 15 Cfr. Ferrara. Jaeger e dall’altro lato De Semo. che ricorda altresì la “condizione di privilegio” di cui godono nel nostro ordinamento i professionisti intellettuali. ancora GALGANO. Provinciali e Micheli. attuate con il codice civile del 1942. 172 riferendo le posizioni rispettivamente di Mortara e di Vivante. piccoli imprenditori e imprenditori agricoli.. quale strumento di gestione delle crisi e di soddisfazione concordata o coatta della pluralità degli interessi coinvolti dal dissesto individuale. 50-51. p. Ma cfr.
fall. p. Per un concetto tradizionale del diritto commerciale. in Dir. in Riv. adagiandosi sulle soluzioni che la tradizione ci consegna sotto il “mito soggettivistico” delle procedure concorsuali. 6 . Provinciali. il fallimento coinvolge il patrimonio sociale che appartiene pro quota ai soci. 69 ss. La disciplina delle procedure concorsuali. La riprova sta nella scarsa attenzione prestata alla revisione della disciplina del fallimento delle società e nella 16 Il che. in altre parole. e si formulò l’esempio della società per azioni non registrata. apprestandosi procedure speciali (come accade per la nostra amministrazione straordinaria16) che mirano innanzitutto alla ristrutturazione dell’impresa (secondo il noto adagio “too big to fail”) e quindi alla sua articolata liquidazione. la presunta condizione di privilegio che vorrebbe sottrarre imprenditori agricoli. Satta). 1942. 7 ss. e RUISI-JORIO-MAFFEI ALBERTI-TEDESCHI. 17 La tesi secondo cui la legge fallimentare del 1942 contiene una profonda antinomia fra imprenditore e impresa e che oggetto della procedura concorsuale è l’impresa e non l’imprenditore venne sostenuta da SEGNI. priva di personalità giuridica ma anche di soci illimitatamente responsabili e in cui. Fallimento dell’imprenditore o dell’impresa?. piuttosto irragionevolmente per impedire a questi soggetti l’accesso – anche solo su basi volontarie – a quei rimedi – concordatari o giudiziari – che possono agevolare la soluzione della crisi e al cui esito ci si può avvantaggiare della esdebitazione. Azzolina. fall. i quali però non falliscono17. non significa accettare l’idea di una progressiva “amministravizzazione” della gestione delle crisi delle grandi imprese. op. De Semo.. come purtroppo è accaduto nel nostro ordinamento.. dunque. avanzandosi l’idea che per queste ultime in particolare l’esecuzione concorsuale non colpisce le persone (fisiche) ma i beni. p.. Impressioni sulla nuova legge fallimentare.. Messineo. professionisti intellettuali. 3.) e subito contrastata da PUGLIATTI. In questa diversa prospettiva. comm. secondo cui non è concepibile “une faillite sans failli”. p. (seguito. In occasione della nostra riforma il contrasto si è riproposto sulla possibilità di un fallimento dei “patrimoni destinati” e sulle forme di coordinamento dei fallimenti di imprese di gruppo. 1943. Ma in verità il legislatore ha finito per affrontare il tema senza un serio approfondimento delle problematiche connesse. op. La riflessione che precede introduce un secondo tema di dibattito. 1946. dovrebbe ricostruirsi soprattutto come disciplina di attività e di patrimoni. Pajardi. fra gli altri. insolvente civile (e gli stessi piccoli imprenditori) ai rimedi concorsuali e paraconcorsuali è destinata a ribaltarsi: si finisce. 145 s. pur esso affacciatosi all’indomani delle innovazioni codicistiche del 1942 e che è stato in qualche modo ripreso in occasione della recente riforma della legge fallimentare: il fallimento investe gli imprenditori o l’impresa? All’epoca la polemica si sviluppò soprattutto sulla distinzione tra il fallimento dell’imprenditore individuale e il fallimento delle “società commerciali”. La dicotomia fra imprenditore e impresa (con cenni a patrimoni destinati e gruppi). in Dir. dir. 87 ss. I. I. l’impresa obiettivizzata. cit. II. Per una sintesi del dibattito cfr. cit. (con l’isolata adesione di SOTGIA.. BONSIGNORI. ovviamente.. da Andrioli. p. 169 ss. piuttosto che come disciplina dei soggetti. p.grandi apparati produttivi e dei grandi gruppi di imprese difficilmente si traduce nell’immediata espulsione dal mercato. Ragusa Maggiore.
cit. Nonostante la cancellazione dell’imprenditore collettivo dal registro delle imprese. 7 . op. ma anche quello dell’imprenditore defunto. cit. peraltro. si traduce sempre nella creazione giuridica di un unitario centro di imputazione di atti.. 181 ss. 22 BONSIGNORI. Padova. p. attività e rapporti cui si accompagna un fenomeno di separazione patrimoniale ovvero di patrimoni destinati allo scopo.. 2003. Il carattere strumentale della soggettività giuridica.. p. tra fallimento dei soggetti e fallimento dei patrimoni piuttosto radicale e sotto certi profili datata. L’impresa è l’attività economica esercitata19 da un soggetto (imprenditore) cui essa viene giuridicamente imputata. 189). il difetto della personalità giuridica in alcune collettività organizzate non significa anche assenza di soggettività giuridica in capo a queste ultime. 20 Il fallimento. come espressione di una soggettività che “si prolunga”.. considera “non eccezionali” le norme che sottopongono a fallimento imprenditore cessato e imprenditore defunto. secondo cui “l’attività non può fallire”.mancata introduzione di regole – che pure si era tentato di elaborare nelle Commissioni di studio – sulla disciplina delle crisi dei gruppi di imprese18. p. cit. Ma osserva BONSIGNORI. Quest’ultimo A. Procedure concorsuali e società nella prospettiva della riforma. quando si pensi alle società di capitali unipersonali a responsabilità limitata. Indubbiamente le successive acquisizioni dottrinarie e giurisprudenziali in materia di personalità giuridica. I. soggetti di diritto e impresa fanno apparire la contrapposizione fra imprenditore e impresa. 2004. peraltro. la considerazione unitaria di atti attività e rapporti “si prolunga” ai fini concorsuali... banca e merc. fall. 10 e 11 l. La presenza dell’imprenditore (individuale o collettivo) ha lo scopo di individuare il patrimonio investito dal concorso dei creditori21. 1974. tanto che il suo sostrato “materiale” sia rappresentato da una persona fisica quanto che lo sia da una collettività organizzata. in Giur. op. loc . Comm. e sia pure entro limiti temporali ragionevoli oltre i quali può riuscire difficoltosa la ricostruzione unitaria dei rapporti afferenti l’impresa22. attività e rapporti. Ma vedi quanto si osserva infra nel testo. anche p. 1974. 102 nota 1. Milano. 170 s. non anche il patrimonio (e v. quale centro di unificazione di atti. sembra propenso ad accogliere la tesi che nell’attuale ordinamento legittimati passivi delle procedure concorsuali restano persone fisiche ed enti collettivi. 21 Così sempre FERRARA. e dunque nonostante l’estinzione del soggetto giuridico. che mira a destinare un determinato patrimonio all’esercizio di una determinata attività e a garantire i soggetti terzi coinvolti dall’esercizio di quell’attività. 6 ss. Ma la tecnica della soggettivizzazione. L’insolvenza – come già osservava Ferrara20 . risulta evidente. A me pare che la non eccezionalità.. 3 ss. fin.). p.. op. p. Diritto fallimentare. 213 ss. I. E ciò spiega perché sia concepibile non solo il fallimento dell’imprenditore cessato. 19 Rilievo già mosso da SATTA. nonché a NIGRO.presuppone l’imprenditore. Procedure concorsuali e società in Italia e in Europa. in Dir. secondo cui a questo primo scopo se ne accompagnerebbe un secondo: quello di individuare la natura delle obbligazioni che afferiscono al detto patrimonio. p. 182 che tale secondo scopo “si presenta come un profilo troppo contrastante con l’unificazione del diritto civile e commerciale”. è ancor più evidente in base alla recente riforma che assimila ai detti effetti – a differenza di quanto accadeva in passato – imprenditori individuali e imprenditori collettivi. temperata peraltro dal termine di decadenza annuale. non essenziali). In altre parole la creazione di soggetti giuridici è tecnica di imputazione di atti e attività e di separazione patrimoniale. pur ritenendo che l’antinomia fra imprenditore e impresa sia confermata da una pluralità di disposizioni della legge fallimentare del 1942 (p. come è ormai pacificamente ritenuto per le società di persone e le associazioni non riconosciute. 18 Su questi aspetti mi permetto rinviare a FORTUNATO. così evidenziando la ratio complessiva degli istituti recati dagli artt. ma investe il suo patrimonio anche se produce effetti personali (reputati.
partecipativi e di funzionamento) da sottoporre a pubblicità costitutiva degli effetti reali (depositata e iscritta nel registro delle imprese ai sensi dell’art. Regole che a me paiono inidonee. sia che esso faccia capo ad una società di cui sia stato dichiarato il fallimento sia che esso faccia capo ad una società in bonis. 2447-bis. stando a quanto previsto dall’art. comma 2°. forse ritenendo sufficiente la normativa codicistica che ancora una volta sembra evocare le regole della liquidazione della società in quanto compatibili (art.a. disciplina la sola ipotesi del patrimonio destinato “incapiente” facente capo ad una società già dichiarata fallita.c. Mi sembra allora incongruo non aver pensato ad una specifica disciplina concorsuale del patrimonio destinato “insolvente”. lett. 1°. previa autorizzazione del giudice delegato. Con “ipocrita pudicizia” l’art. 155 l.c. comma 1°. l. 155. pur non giungendo a configurare una distinta società nella società per azioni in cui il patrimonio viene in concreto ad articolarsi. a disciplinare il necessario concorso dei creditori del patrimonio che dovrebbe aprirsi di fronte alla sua accertata “incapienza”. Nulla dispone per il patrimonio “incapiente” quando la società non sia essa insolvente. La disciplina codicistica non sembra del tutto omogenea a quella fallimentare. Ha imposto. a c. Ma ancora potrebbe emergere sin dalla dichiarazione di fallimento della società o nel corso della gestione separata che il patrimonio risulti “incapiente” (insufficiente a soddisfare tutti i creditori particolari). ma senza sopportarne i costi relativi. 2447-novies. l’attività e i rapporti si imputano allo specifico affare nella misura in cui sussista la “spendita dell’affare” alla stregua di quanto accade nella “spendita del nome” di chi agisce per “altro soggetto”. Il già ricordato “mito soggettivistico” ha finito per imporre ora una disciplina incoerente ora una disciplina carente. obbligando gli amministratori (o forse il curatore. per esempio.) a redigere il rendiconto finale (art.). fall. co. la segregazione patrimoniale trova fondamento in una deliberazione costitutiva (una sorta di atto costitutivo con l’indicazione di tutti gli elementi essenziali patrimoniali. ma al contempo prevedendo che il curatore assuma l’amministrazione del patrimonio con “gestione separata”. 2447-quater). La nuova figura dei “patrimoni destinati ad uno specifico affare”. prevedendo che il curatore “provvede. alla sua liquidazione secondo le regole della liquidazione della società in quanto compatibili”. c. utilizza molti strumenti propri alla tecnica di soggettivizzazione. potendolo cedere a terzi per conservargli la funzione produttiva (ciò che allora sembra supporre tutt’altro che la cessazione della destinazione allo scopo) o in subordine liquidarlo (art. 2447-sexies) ed è oggetto di “separato rendiconto” da allegare al bilancio della società. 2436: art. 2447-novies). lo specifico affare (id est: gli eventi di gestione. E tutto ciò ovviamente si giustifica nell’ottica della tutela dei rapporti coi terzi sorti in connessione con l’attività del patrimonio destinato. atti e rapporti) è documentato da appositi libri e scritture contabili (art. nel primo e nel secondo caso. che il fallimento della società determini senz’altro la “cessazione della destinazione del patrimonio allo specifico affare”.). per cui il curatore 8 .). introdotta dalla riforma societaria del 2003 (art. E d’altro canto nei rapporti coi terzi gli atti. Nei lavori preparatori si ammette esplicitamente che si perseguono i medesimi risultati della costituzione di una nuova società. 156 l. fall. fall.
9 . anche se solo a determinati effetti24. fall. anche. poiché diversamente verrebbe meno la funzione stessa per cui l’istituto è stato pensato (e cioè la separazione del rischio d’impresa corso dalla società nel perseguimento del proprio oggetto sociale dal rischio d’impresa corso per il singolo affare)23. il patrimonio destinato. ci si chiede se l’unitarietà del referente economico possa sortire effetti parimente unitari sul piano della crisi e dell’insolvenza. p. p. Ma com’è possibile applicare le norme ordinarie sulla liquidazione. e permarrà. 174: “La questione. lett. V’è chi afferma che l’insolvenza non può che far “prevalere la liquidazione giudiziale su quella volontaria per i diversi interessi sottesi alla realizzazione della par condicio creditorum” e che comunque il referente soggettivo resta “la società”. Qui il problema sembra nascere per una esigenza quasi opposta a quella che è sollevata dal patrimonio destinato ad uno specifico affare. g proposta di legge DS d’iniziativa Fassino e altri). delle conseguenti procedure concorsuali e delle responsabilità (d’impresa) per le obbligazioni contratte da una qualsiasi componente del gruppo. nell’altra. Procedure concorsuali e società. p. senza che ciò implichi senz’altro insolvenza della società. 324 (art. tutti gli effetti rispetto ai creditori ed ai terzi avranno un referente nel curatore”. in quanto compatibili (art. p. 9 progetto di legge delega della prima Commissione Trevisanato nel testo di maggioranza e minoranza). cit. (art.. (artt.. naturalmente. 156 l. co. o. per il “gruppo di imprese”. considerata all’art. il che vale quanto dire che la disciplina concorsuale è innanzitutto disciplina del patrimonio. al contrario. ancora. per le obbligazioni derivanti da fatto illecito. 29 (Introduzione). Per tale ultimo istituto ci si interroga se sia possibile un fallimento del patrimonio senza soggetto. cit. civ. Questa commistione di profili soggettivi ed oggettivi (imprenditore. b. perlomeno nel senso che l’incapienza è contenuta nell’insolvenza. 7.). 24 Così sempre CAIAFA. 121 ss.. FORTUNATO. cit. qualora si richieda la necessaria presenza di un suo rappresentante all’esterno. p. secondo cui i debiti vanno pagati mano a mano che scadono. p. op. Incapienza ed insolvenza non sembrano nozioni molto distanti. della riforma delle procedure concorsuali” della seconda Commissione Trevisanato). 227 s.l. qualora vi sia un vizio genetico nella delibera costitutiva del patrimonio…”. 4. 23 Osserva CAIAFA. 2006. a fronte di patrimoni separati che fanno capo ad una pluralità di soggetti giuridici.d. Padova. attività e patrimonio) si ripropone in materia di “gruppo di imprese”. nel senso che lo spossessamento e. 276 s. 25 Sui tentativi di soluzione delle problematiche sollevate dai patrimoni destinati vedi i progetti di riforma delle Commissioni Trevisanato e dei DS in JORIO-FORTUNATO (a cura di). Nuovo diritto delle procedure concorsuali. p. op. 200-209 progetto “schema d. 2447-quinquies cod. e non piuttosto i principi della concorsualità? E perché mai la gestione – pur separata – e la liquidazione devono affidarsi al curatore della società (ancora fa premio il pregiudizio soggettivistico!). Cenni per una impostazione sistematica anche in S.procede alla sua liquidazione secondo le regole della liquidazione della società. non si pone con riferimento all’ipotesi in cui la separazione venga meno per avere la società assunto la responsabilità sussidiaria o. 177 secondo il quale “il centro di imputazione … delle situazioni soggettive derivate dall’apertura del concorso sarà la società. comunque. senza cogliere il possibile conflitto d’interessi di cui egli può essere portatore fra la tutela dei creditori generali (della società) e la tutela dei creditori particolari (del patrimonio)? E ancor più il legislatore tace del tutto nel caso di insolvenza del patrimonio in quanto tale.. quindi anche dell’attività e per certi versi del soggetto (o delle persone fisiche o anche collettive cui siano imputabili responsabilità)25.
Il nostro ordinamento ha fatto. ciascuno con un proprio patrimonio e con eventualmente distinti nuclei di soci di minoranza e di creditori sociali e tuttavia accomunati da una direzione e coordinamento unitari che fanno capo normalmente ad un autonomo soggetto giuridico “capogruppo”. BolognaRoma. giungere a configurare forme di responsabilità risarcitorie in presenza di comportamenti abusivi e scorretti nell’esercizio della direzione e coordinamento unitari. in Comm. E proprio perché a distinte masse attive corrispondono distinte masse passive. L’insolvenza va valutata. 2497-2497-septies) per quel che concerne la pubblicità e trasparenza. Altra cosa è. si affiancano ormai generali diposizioni sui coordinamenti dei controlli sindacali e di revisione contabile fra società controllante e società controllate e soprattutto sulla direzione e coordinamento di società (artt. notevoli passi in avanti nel disegnare una generale disciplina del “gruppo di imprese”. Alle disposizioni sui bilanci consolidati. ai fini della soggezione alla procedura concorsuale. ma come l’effetto di una separazione patrimoniale che si avvale della tecnica della distinta soggettività giuridica. la motivazione delle decisioni influenzate da una tale direzione e 26 GALGANO(-BONSIGNORI). sulla relazione degli amministratori. La giurisprudenza ha giustamente ritenuto che non esiste una soggettività giuridica del gruppo (un unitario centro di imputazione giuridica di atti e attività) e ne ha tratto anche la conseguenza che non è possibile parlare di fallimento del gruppo in quanto tale. Si è passati dai “frammenti” di disciplina – secondo la nota espressione utilizzata da Galgano26 .Nel gruppo l’unicità dell’impresa (come attività) è parcellizzata in una pluralità di soggetti giuridici. se pur non compiuta proprio nel settore che ci occupa. Scialoja-Branca. aggravata e sulla responsabilità degli amministratori della capogruppo per i danni arrecati alla controllata nell’ambito della speciale normativa sulla amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi. p. Non mi sembra che in questo caso il superamento delle distinte soggettività giuridiche. 23. Nella seconda ipotesi si salvaguarda la voluta (e giuridicamente legittima) separazione patrimoniale e si introducono correttivi che operano non sul piano dell’imputazione di atti e attività ma sul piano dell’illecito (contrattuale o extracontrattuale) e conseguente riparazione risarcitoria. Nella prima ipotesi si opererebbe con la tecnica dell’imputazione di atti e attività ad un soggetto unitario che non esiste giuridicamente (e forse anche economicamente. considerato che gli eventuali distinti nuclei dei soci di minoranza e dei creditori sociali rompono anche sotto il profilo economico la presunta unitarietà dell’impresa). 10 . Legge Fallimentare. con riferimento alla singola società del gruppo e non con riguardo all’intero gruppo. Fallimento delle società. ovviamente. in virtù della direzione e coordinamento unitari.ad una regolamentazione generale. sia pure gradualmente. che sui singoli patrimoni separati devono poter trovare la propria soddisfazione. sia in grado di perseguire equi risultati di giustizia sostanziale. sulla revocatoria cd. di cui l’istituto del “gruppo” è espressione. 1997. Senonchè questo ragionamento non può essere considerato come la conseguenza del mito soggettivistico del fallimento.
(artt. il diritto di recesso in caso di mutate condizioni nel quadro del gruppo. Il fallimento. p. Quanto alle responsabilità mi pare che esse risultino sufficientemente delineate dal diritto comune. la legittimazione di curatore commissario liquidatore e commissario straordinario all’esercizio dell’azione di responsabilità spettante ai creditori sociali in caso di fallimento. della riforma delle procedure concorsuali” della seconda Commissione Trevisanato). In questa prospettiva la crisi e l’insolvenza del “gruppo”. cit. proprio in considerazione dell’esercizio della direzione unitaria cui tali componenti sono state assoggettate e potrebbero continuare ad essere assoggettate anche in sede concorsuale. 117 ss. In sede di riforma fallimentare è mancato il coraggio di completare la disciplina dell’insolvenza in presenza del gruppo: una disciplina rispettosa dell’autonomia e separazione delle masse attive e passive dei soggetti facenti parte del gruppo e che tuttavia tenesse conto delle esigenze di coordinamento tra possibili molteplici procedure che possono investire i distinti soggetti componenti il gruppo. le osservazioni in FORTUNATO. (art. 225 ss. imporrebbe perlomeno di delineare criteri rilevanti per la definizione del gruppo stesso e dell’area di imprese e società che vi appartengono. 270/1999) né mancavano concrete proposte da parte delle Commissioni di studio e dei progetti parlamentari27. Trattato di diritto privato. op.. 9 proposta di legge DS d’iniziativa Fassino e altri). anche per l’ipotesi di insolvenza. Imprenditore e “non imprenditore”. 27 Cfr. 2000. senza che si debba andare necessariamente alla ricerca di un superamento del velo della personalità giuridica con l’imputazione diretta alla controllante dei debiti della controllata28. 351 ss. liquidazione coatta amministrativa e amministrazione straordinaria di società soggetta all’altrui direzione e coordinamento. 27 ss. p. (Introduzione). per una impostazione sistematica. estensioni soggettive. 4. i finanziamenti infragruppo. cit. in IUDICA-ZATTI (a cura di). Milano.coordinamento.lgs. Le crisi d’impresa.l.d. 11 . p. 15 progetto di legge delega della prima Commissione Trevisanato nel testo di maggioranza e minoranza). ferma la separazione delle masse attive e passive dei singoli componenti e la valutazione autonoma della crisi ed insolvenza di ognuno. 180 ss. imprenditore individuale e imprenditore collettivo. p. la responsabilità da direzione e coordinamento in violazione “dei principi di corretta gestione societaria e imprenditoriale” per i danni arrecati ai soci e ai creditori sociali della controllata. 176 ss. Procedure concorsuali e società. sulla scia della nota teoria bigiaviana del “socio tiranno”. L’individuazione della capogruppo finirebbe allora per comportare effetti in tema di competenza per territorio nell’apertura delle procedure concorsuali e in tema di articolazione e coordinamento degli organi per la gestione delle stesse. n. Sulla natura di “imprenditore” della holding pura vedi nel testo citato p. Vedi anche. oltre che per le revocatorie (considerato che per i finanziamenti infragruppi sussiste già una disciplina di diritto comune). 189-199 progetto “schema d.. p. 1. JORIO-FORTUNATO (a cura di).. 293 (art. 28 Per una diversa prospettiva JORIO. p. Eppure non mancavano modelli da seguire (come quello riveniente dalla legge Prodi-bis d.
2082.f. 2) la professionalità. a prima vista.c. all’espressione finale dell’art. al momento di rilievo della perdita della qualificazione di imprenditore. Di questi profili si occupa. 4) la destinazione al mercato dei beni e servizi prodotti. e alla presenza degli elementi costitutivi della fattispecie che sono solitamente individuati nei seguenti: 1) l’esercizio di una attività economica. che pur sempre alla teoria dell’impresa si debba ritornare per stabilire la nozione di “piccolo imprenditore”. per esempio. infine. che già il testo originario dell’art. La distinzione fra imprenditore e non imprenditore consente di individuare l’area di non fallibilità (o più in generale di esclusione dai rimedi concorsuali) ed è riconducibile (in mancanza di norme speciali nella materia) alla nozione di “imprenditore” offerta dall’art. distinta (anche se non necessariamente separata) da quella presente in sede generale all’art. quando. quanto a quest’ultimo aspetto. invece. quando mantiene natura di “soggetto privato” e non diventa “ente pubblico”. Occorre tuttavia subito avvertire. che solleva una questione di coordinamento con la generale nozione codicistica. Ma quale che sia il dibattito sugli elementi costitutivi della fattispecie “imprenditore”. in cui altri ravvisano piuttosto il requisito della destinazione al mercato – la produzione per lo scambio).c. in verità. e se altro requisito essenziale sia costituito dalla liceità dell’attività o se anche l’attività illecita faccia acquisire la qualità di imprenditore.La limitazione dell’area soggettiva di fallibilità ai soli “imprenditori commerciali privati non piccoli” pone evidentemente quattro problemi definitori: quando un soggetto assume la qualità di “imprenditore” e quando vi resta estraneo. A. mi preme osservare che è proprio in sede concorsuale che tali questioni hanno modo di essere più compiutamente affrontate e che i maggiori problemi sono posti non tanto dall’imprenditore individuale o persona fisica quanto 12 .. E da ultimo sembrerebbe. Ci si interroga se requisito essenziale sia anche lo scopo di lucro (da ricomprendere – secondo alcuni – nella professionalità) o se sia sufficiente la sola economicità quale metodo di gestione tendente al pareggio fra costi e ricavi. 2082 c. per il quale in questa sede non si può che rinviare alle trattazioni sulla teoria dell’impresa. 2083 c. 3) l’organizzazione. ricorre il requisito esonerativo della “piccolezza”. e che il novellato testo dell’art. detta in termini ancor più autonomi (“ai fini del primo comma”) una definizione di “non piccolo imprenditore esercente un’attività commerciale in forma individuale o collettiva”. Né mancano ulteriori profili di specialità rispetto alla teoria generale dell’impresa per quel che attiene. Si discute altresì se l’attributo “economico” riferito all’attività identifichi il metodo di gestione della economicità o piuttosto la finalità di produrre beni e servizi (nuova ricchezza) (finalità che alcuni riconducono. In altre parole sembra sussistere una “specialità concorsuale” della nozione di piccolo imprenditore. la teoria generale dell’impresa e ad essa occorre perlopiù fare riferimento per l’individuazione soprattutto della fattispecie di imprenditore e di imprenditore commerciale in particolare. Ma su questi temi si tornerà più oltre. 1 legge fallimentare dettava una autonoma nozione di “piccolo imprenditore”. 1 l. inoltre. non è estraneo alla individuazione dei criteri discretivi fra ente pubblico e soggetto privato. Il diritto pubblico. quando va qualificato altresì come “commerciale”.
le eventuali plurime attività (imprese o non imprese) che gli facciano capo. occorre distinguere fra collettività che si costituiscono anche solo per comportamenti concludenti e collettività che esigono a pena di nullità a fini costitutivi la presenza di un elemento formale. ma riconoscendo che la presenza di un contratto scritto e. che nel nostro ordinamento . E così anche la “non occasionalità” (in cui si riconosce la professionalità dell’imprenditore) o il ricorso ad una etero-organizzazione (o lo stesso scopo di lucro o economicità) devono valutarsi in punto di fatto quali requisiti costitutivi dell’imprenditore individuale. Il che tocca trasversalmente tutti i punti di identificazione della fattispecie. società di capitali etc. Per le prime (società di fatto. Quanto invece all’imprenditore collettivo. ma dall’esercizio effettivo degli atti che integrano quell’attività e dall’abbandono di un tale esercizio effettivo (anche se poi si tratterà di verificare quali atti siano univocamente idonei a segnare l’inizio e quali la cessazione dell’attività). Per le seconde (società di capitali. Ma il problema che si pone è se.quanto all’imprenditore individuale . in capo alla persona fisica. poiché basta che una di esse integri gli estremi dell’impresa commerciale affinché ne discenda l’acquisizione della qualificazione di imprenditore (sulle attività connesse in caso di imprenditore agricolo vedi più oltre). 1 l. con le conseguenze che ne discendono. sia sufficiente ad integrare gli estremi dell’imprenditore (sia come attività economica. assumendo che in tal caso sussista una deroga al principio di effettività. E’ pacifico. società cooperative. associazioni riconosciute e fondazioni.). in presenza di un contratto scritto e produttivo di effetti (società di persone regolari. associazioni non riconosciute prive di un contratto costitutivo in forma scritta) potrà farsi applicazione del principio di effettività soprattutto per quel che riguarda l’inizio dell’attività e dunque l’acquisto della qualità di imprenditore. etc.) l’iscrizione nel registro (delle imprese) è elemento formale costitutivo della fattispecie in mancanza del quale si dovrà semmai verificare se la concreta attività esercitata sia riconducibile al primo genere di collettività organizzate. iscritto costituisca uno di quegli atti univocamente indirizzati alla organizzazione dell’attività d’impresa da cui non possa che discendere l’acquisizione della qualità di imprenditore (sempre che l’oggetto sociale individui attività 13 . senza attendere che vengano di fatto posti in essere atti di gestione. quando richiesto.dall’imprenditore collettivo (e per la “normatività” dell’espressione vedi innovativamente proprio l’art.f.) o collettività organizzata. sia come professionalità ed organizzazione) la sola enunciazione nel contratto o statuto dell’oggetto sociale. B) Il nodo essenziale è costituito dal “principio di effettività” dell’esercizio della attività economica ai fini dell’acquisizione e permanenza della qualificazione di imprenditore. Dottrina e giurisprudenza prevalenti sogliono fornire risposta positiva al quesito. infatti.l’inizio e la cessazione dell’attività (e conseguentemente l’acquisto e la perdita della qualità di imprenditore) discendono non da dichiarazioni formali o da iscrizioni in particolari registri. Né potrebbero distinguersi. società di persone irregolari. Mi sembra invece che la risposta possa continuare ad essere positiva senza sacrificare il principio di effettività.
Il che può significare o che la cancellazione determini a danno dei terzi una presunzione assoluta di cessazione. E infatti la cessazione dell’attività resta pur sempre per l’imprenditore individuale il momento da cui far decorrere l’anno quale termine di decadenza entro cui è consentito dichiararne il fallimento. impliciti essendo nel contratto altresì i requisiti della professionalità (anche per il cd. in quanto il termine di decadenza è fatto decorrere dalla cancellazione dell’imprenditore dal registro delle imprese. 319). sportive etc. e a maggior ragione se poi l’esercizio di attività d’impresa venga assunto ad oggetto statutario esclusivo o principale. che ha costituito la risposta legislativa alla sentenza interpretativa di illegittimità costituzionale della vecchia formulazione del citato articolo (Corte cost. piena di ambiguità e di problematicità ulteriori. Del resto a fronte di un oggetto statutario enunciato ma poi di fatto non attuato difficilmente si pongono problemi di affidamento dei terzi.d’impresa). il quale – se integra gli estremi dell’attività d’impresa – farà acquisire al soggetto collettivo che l’esercita la qualità d’imprenditore. quantomeno ai fini dell’assoggettamento alle procedure concorsuali.). ma culturali. oppure – come sarei più propenso a ritenere – che il principio di effettività prevale tanto a favore quanto contro l’imprenditore individuale. Ed è quanto. All’oggetto statutario potrebbe sovrapporsi in via esclusiva o in via concomitante altro oggetto in concreto perseguito: il principio di effettività avrà modo di superare la presunzione collegata all’oggetto statutario e trovare applicazione all’oggetto in concreto perseguito. nel senso che questi potrà provare che l’effettiva cessazione sia eventualmente anteriore alla formalità della cancellazione o sia avvenuta a prescindere completamente dall’essere stata adempiuta o meno la detta formalità e che i terzi potranno in senso opposto provare che l’effettiva cessazione (nonostante la 14 . 10 l. sempre che l’insolvenza si sia manifestata anteriormente o entro il detto anno e benché a tutela dell’affidamento dei terzi venga a determinarsi una inversione dell’onere della prova. E’ quanto parrebbe ricavarsi dal novellato art. tutte le volte in cui in concreto si trovino ad esercitare attività patrimoniali economiche (produttrici di nuova ricchezza) sia che assumano carattere accessorio sia che assumano carattere prevalente rispetto a quella ideale. accade per associazioni. 21 luglio 2000. C) Al principio di effettività. peraltro. la legge fallimentare non sembra dare in ogni caso il medesimo rilievo per l’ipotesi di cessazione dell’attività d’impresa e dunque per la perdita della qualità di imprenditore. ferma la possibilità per l’imprenditore individuale di dimostrare che l’effettiva cessazione è avvenuta anteriormente. per i quali perlopiù si giustifica lo statuto dell’imprenditore e dell’imprenditore commerciale in particolare. anche se essa non poteva discendergli dall’oggetto statutario.f. religiose. fondazioni e comunque enti privati che abbiano ad oggetto statutario attività ideali (dunque attività non patrimoniali. Una risposta. Non esiste alcuna norma che esoneri tali soggetti dall’acquisizione della qualità di imprenditore (come accade invece per le imprese-organo di enti pubblici). tuttavia. Il legislatore introduce una semplificazione probatoria. n. per esempio. ma è data (e non si dice a chi) “la facoltà di dimostrare il momento dell’effettiva cessazione dell’attività” da cui far decorrere tale termine. unico affare) e della organizzazione.
ciò che sembra riguardare le società di persone e non anche le società di capitali per le quali è prevista la sola cancellazione su domanda (d. Il sistema non convince. n. ove sia intervenuta la cancellazione su domanda. se la cessazione effettiva per l’imprenditore collettivo rileva solo in caso di cancellazione di ufficio. Non si comprende poi perché per le società di persone. Il problema. a meno che ovviamente non procedano a regolarizzarsi con l’iscrizione e conseguente cancellazione. in caso di equiparazione all’imprenditore individuale. “si continuerà a dibattere se la fase liquidatoria comporti prosecuzione dell’attività commerciale o meno. problema che si ripropone in tutta la sua difficoltà perlomeno per i casi di “cancellazione di ufficio”.fallimentonline. sta nel definire ancora una volta in che cosa consista per l’imprenditore collettivo la “effettiva cessazione dell’attività”. 15 . in www. Ipsoa. anche se. 39. 247). ma solo quando ne sia stata disposta la “cancellazione di ufficio” dal registro delle imprese. p. Senonchè una tale violazione tocca ormai anche l’imprenditore individuale. che non è preclusa quando la cancellazione sia avvenuta d’ufficio.it e poi in DE CRESCENZIO-MATTEI-PANZANI. sia preclusa la prova dell’anteriorità della cessazione effettiva. 20. Lo stesso principio trova applicazione anche all’imprenditore collettivo. in ritardo rispetto all’effettiva data di cessazione dell’impresa”29. dimentica che se 29 Così acutamente PANZANI. Com’è stato correttamente osservato.P. se ne presuppone necessariamente l’avvenuta iscrizione.formale cancellazione) sia avvenuta in un momento successivo alla cancellazione medesima. questione che in passato ha visto soluzioni contrastanti. E’ comprensibile la preoccupazione di non svantaggiare le società iscritte rispetto a quelle non iscritte. in ipotesi. infatti. p. poiché anzi la mancata estensione del principio di effettività viene visto dalla Relazione come ulteriore sanzione per la violazione dell’obbligo di iscrizione. obbligato comunque alla iscrizione. a differenza dell’imprenditore individuale non iscritto. né mi sembra che si colga nel giusto quando si individua il vantaggio per la società non iscritta – come sembra presumere la Relazione – nel potersi avvalere. per cui si spingerebbe in tal modo le società non iscritte a regolarizzarsi. con ciò premiandosi gli imprenditori collettivi non diligenti a danno di quelli che hanno comunque chiesto la cancellazione. La riforma delle procedure concorsuali. e per quanto si è detto le sole società di persone) e non anche le società non iscritte (società di fatto e società irregolari). 23 luglio 2004. E allora perché non estendere sempre e comunque il principio di effettività con analoghi meccanismi presuntivi in caso di cancellazione dal registro delle imprese come nel caso dell’imprenditore individuale? La possibile obiezione. 2006. della prova della cessazione di fatto dell’attività laddove la società iscritta deve attendere la cancellazione che consegue alla completa liquidazione. La riforma organica delle procedure concorsuali. La Relazione accompagnatoria al decreto delegato di riforma trae dal dettato della norma la conseguenza che al principio di effettività della cessazione potranno far ricorso le sole società iscritte (o regolari. Il secondo atto. Di qui la conseguenza che le società non iscritte. continuerebbero ad essere assoggettate al fallimento senza alcun limite temporale.R. e ciò perché.
i.a. non perché privi di alcuno degli elementi costitutivi della fattispecie imprenditoriale ma per antico “privilegio normativo”. che fa riferimento “ad uno dei tipi regolati nei capi III. o di s. D) Sotto il profilo soggettivo tanto l’ipotesi dell’imprenditore cessato quanto l’ipotesi dell’imprenditore defunto non sembrano costituire eccezione alla regola della soggezione del solo “imprenditore” alle procedure concorsuali (ciò che giustifica l’applicazione anche del concordato preventivo e degli altri istituti paraconcorsuali a tali fattispecie. nel fallimento per estensione. muniti di sola auto-organizzazione e privi perciò di etero-organizzazione. 147. pur dopo la perdita della qualità. ma sottoposte alla liquidazione coatta amministrativa. Per questo continuo a ritenere che l’estensione discenda dal profilo formale della qualità 30 V. purtroppo rimasto irrisolto. ma solo per quelle contratte nel periodo di irregolare situazione di unicità. Il vero problema. 1°.. Al fallimento sono poi sottratte. (cfr. L’irragionevolezza delle soluzioni solleva questioni di legittimità costituzionale sotto il profilo della disparità di trattamento.s. l.c. benché gli artt.n. All’area della imprenditorialità e quindi delle procedure concorsuali.fall. dunque. 10 e 11 siano dettati in tema di fallimento)30. IV e VI del Titolo V del libro quinto del codice civile”). novellato art. offriva una interpretazione estensiva del previdente art. che trova giustificazione comunque nei rapporti d’impresa. Va semmai segnalata la circostanza che la riforma ha definitivamente chiarito che al fallimento per estensione soggiacciono i soli soci illimitatamente responsabili appartenenti a società che tipologicamente comprendono soci illimitatamente responsabili. infatti. co.a. ma anche gli esercenti professioni intellettuali. Siamo di fronte ad una forma di ultrattività della disciplina dell’imprenditore.l. g.p.l’inattività può comportare la cancellazione di ufficio non si vede come ci si possa iscrivere per essere subito dopo cancellati.r. la s.e.. le “imprese sociali” caratterizzate fra l’altro dal divieto di distribuzione dell’utile ai propri soci associati o partecipi… In senso opposto e in via eccezionale a me paiono essere soggetti al fallimento per estensione i soci illimitatamente responsabili. quali la s. …società fra professionisti. benché sfuggano all’area della imprenditorialità e per ragioni di stretta connessione alla medesima. anche se receduti o defunti e purchè entro l’anno dalla pubblicizzazione dell’evento. peraltro. BONSIGNORI… 16 .e. società avvocati.p. sono sottratti non solo i lavoratori autonomi. Parte della giurisprudenza. 147 l. ma non anche l’unico socio di s. che finiva per coinvolgere anche il socio unico di società di capitali. fall. e poi semmai nell’imporre un onere di pubblicità dell’evento a tutela dei terzi. sta nel definire una volta per tutte quando si possa parlare di cessazione per l’imprenditore individuale e quando per l’imprenditore collettivo. quando divenisse illimitatamente responsabile. e la s.a. Soluzione non condivisibile già solo per la circostanza che il socio unico di società di capitali assume responsabilità illimitata (in caso di violazione delle regole che ne consentono la limitazione di responsabilità ora pur in caso di unicità) non per tutte le obbligazioni sociali.a.
senza che tuttavia esista una norma che definisca espressamente la nozione di “imprenditore commerciale”.. imprenditore artigiano e imprenditore agricolo. e che altri si pongono il quesito se esista altresì una nozione di imprenditore civile (cui potrebbe ricondursi anche l’artigiano) sul presupposto di una definizione conchiusa dell’imprenditore commerciale ai sensi dell’art. Ovviamente non si intende ignorare che opinione parimenti prevalente individua in positivo l’imprenditore agricolo di cui all’art. come si dirà fra breve.di socio illimitatamente responsabile per tutte le obbligazioni sociali. per altro verso la nozione che se ne ricaverebbe indirettamente dall’art. 2195 c. Ora a me pare che molta acqua sia passata sotto i ponti rispetto al dettato originario del codice civile del 1942 e al relativo contesto. che pur condividono la soluzione normativa sulla esclusione dei soci di srl e spa. La lettura di molte disposizioni codicistiche fa riferimento all’ “imprenditore che esercita un’attività commerciale” o alle “imprese commerciali”. con la sola eccezione della qualificazione “industriale” delle attività produttive enunciate al n. 5.c. L’art. ma la legislazione speciale che si è succeduta ha dilatato la figura dell’impresa artigiana ben oltre i limiti desumibili dai criteri qualitativi dell’art. 1. con la sola eccezione dell’aggettivo “industriale”. sia dal punto di vista dell’evoluzione socio-economica sia dal punto di vista delle innovazioni normative.f. ma ai fini delle procedure concorsuali la qualificazione è ormai 31 Diversa la valutazione in POTITO-SANDULLI. E’ noto che la prevalente opinione ritiene che a tal fine non sia utilizzabile l’art. farebbero supporre l’esistenza di attività imprenditoriali non commerciali. p.. 5 e nota 5. – come per il passato – sottopone alle procedure concorsuali “gli imprenditori che esercitano un’attività commerciale”. 2083 e perseguendo finalità agevolative che nulla hanno a che fare con le esenzioni del piccolo imprenditore dallo statuto proprio dell’impresa commerciale. op. 2083. Imprenditore commerciale. Il problema definitorio sembra allora ruotare tutto intorno alla “industrialità”. piuttosto che da una presunta qualità sostanziale di co-imprenditore31. A) La nozione di “artigiano” veniva collocata nell’ambito del “piccolo imprenditore” ai sensi dell’art. Il che ripropone nel nostro ordinamento il quesito se sia possibile individuare un’area imprenditoriale “non commerciale”.. 2195 sembra appiattirsi. sulla generale nozione di imprenditore con una sostanziale coincidenza dell’area dell’impresa commerciale con l’area dell’impresa tout court. 17 . sia perché individua espressamente solo le imprese obbligate all’iscrizione nel registro delle imprese sia perché la lettura delle attività enumerate sembra risolversi in una ripetizione della generale nozione di imprenditore offerta dall’art. per un verso le disposizioni che fanno riferimento a imprese commerciali. cit. 2082 c. senza comunque definirle in positivo.c. 2195. 1 l. Insomma. in quanto tale sottratta allo statuto dell’imprenditore commerciale. In questa prospettiva può continuare a parlarsi di un regime esonerativo dell’artigiano in quanto piccolo imprenditore rispetto all’area della medio-grande commercialità. 2135 come figura da estrapolare dall’area della commercialità.
La nuova nozione di imprenditore agricolo e dei soggetti equiparati ha origini comunitarie. 18 . 2135 e l’art. poiché il fondo rustico o il fondo acqueo può essere utilizzato ma anche non utilizzato. n. in contrapposizione alla quale si viene organizzando la moderna attività “industriale” di produzione di beni e servizi. si inserisce in un processo di modernizzazione del settore agricolo. La prima nozione è l’unica rimasta legata all’ottica della medioevale “bottega artigiana”. Insomma assistiamo a nozioni distinte di artigiano: quella codicistica per la sottrazione dallo statuto dell’imprenditore commerciale. quella fallimentare che in verità è assorbita da una speciale definizione di “piccolo imprenditore” e supera la stessa necessità di interrogarsi sulla caratterizzazione artigiana o meno della piccola impresa. quella prevista dalle leggi speciali per le agevolazioni finanziarie e tributarie che conseguono all’iscrizione nell’albo speciale. A un tale risultato interpretativo può e deve giungersi a maggior ragione dopo la riforma del 2001 che ha integralmente riscritto l’art.c. ove essa possa qualificarsi anche come “industriale” e ove questo aggettivo si assuma come indicativo di processi produttivi standardizzati e meccanizzati applicabili e applicati alla coltivazione dei fondi. Le altre due nozioni sono ormai sganciate da quell’ottica fortemente limitata. ben potendo l’attività produttiva delineata dall’art. 2135 ricadere nella seconda. 2195 c. rischio ambientale e trasferire l’impresa agricola fra le attività industriali di cui al n. Le attività agricole a titolo principale sono ormai tali anche a prescindere dalla effettiva coltivazione di un fondo. L’originaria formulazione dell’art.irrilevante trovando in tale sede applicazione – sempre a fini esonerativi – una definizione di piccolo imprenditore che fa leva esclusivamente su speciali criteri quantitativi di identificazione. sia per le attività agricole essenziali che per quelle connesse. 2135 ed ha equiparato all’imprenditore agricolo l’imprenditore ittico oltre che le cooperative e i consorzi sia di imprenditori agricoli sia di soggetti che forniscono in via principale. di un processo produttivo oggettivato che utilizzando le più moderne tecniche di coltivazione poteva abbattere fortemente il cd. B) Un processo analogo ha investito la nozione di “imprenditore agricolo”. che venga ottenuto con tecniche tradizionali o meno. 2195. sia esso di carattere vegetale o animale. fungendo esclusivamente da parametro dei prodotti merceologicamente riconducibili a quelli che si otterrebbero anche dalla coltivazione del fondo. Ma già non mancava chi – come Giuseppe Ferri – finiva per attrarre all’area della commercialità l’imprenditore agricolo tutte le volte in cui quel collegamento fra attività umana e sfruttamento della potenzialità produttiva del fondo rustico acquisiva connotazioni di “industrialità”. E del resto e a ben vedere non sembra esistere fra l’art. e poco importa che il prodotto abbia destinazione alimentare o meno. 1 un rapporto di reciproca esclusività. 1 dell’art. tanto che in molti vi leggevano un prolungamento della concezione dominicale dell’impresa agricola. poiché esse si qualificano per il fatto che l’attività umana interagisca con un processo vitale il cui esito sia un prodotto vivente. anche a terzi. 2135 era tutta incentrata sul collegamento dell’attività umana con il “fondo”. della prevalenza del lavoro del titolare e dei propri familiari sugli altri fattori della produzione. servizi nel settore selvicolturale.
della pesca e dell’acquacoltura per favorire l’internazionalizzazione delle relative imprese e l’apertura e regolazione dei relativi mercati.). ma ancora una volta in funzione delle provvidenze che possono servire a sostenerne lo sviluppo. Ovviamente anche l’imprenditore agricolo può assumere i connotati della piccolezza tanto a fini civilistici (art. cit. 5 nota 4. p. 1 l. Nella stessa direzione FERRI. L’esclusione degli enti pubblici dalla soggezione alle procedure concorsuali di diritto comune è legata non certo ad una esigenza deflattiva ma alla natura e alle finalità “pubblicistiche” dell’ente. Torino. secondo regole spesso dettate in via specifica. p. op. Le esenzioni: a) enti pubblici. 2003. 19 .FERRI.forestale. quando sul piano statutario non ci si trovi né di fronte ad un ente pubblico economico né ad un ente pubblico territoriale. ma per l’ente pubblico economico (art. p. Manuale di diritto commerciale.. 23 ss. l’unico per il quale potrebbe porsi un problema di qualificazione in termini di “imprenditore” per avere ad “oggetto esclusivo o principale un’attività commerciale”33. il legislatore della riforma non solo ha mantenuto ferma la 32 Per un approfondimento di questa linea di pensiero v. nonché di SANTANGELI. Milano. La riforma dell’impresa agricola. Tradizionalmente si osserva che l’esclusione è sancita dall’art. E’ pur vero che anche altri enti pubblici. 5. così qualificabili per legge o sulla base di molteplici indici elaborati in sede di diritto amministrativo. 33 POTITO-SANDULLI.c. possono trovarsi ad esercitare attività d’impresa che. Adesiva la posizione di IRRERA. FORTUNATO. Va anche precisato che gli enti pubblici economici si sono assottigliati nel nostro ordinamento a seguito delle privatizzazioni e che comunque per gli enti pubblici la legge dispone o la liquidazione coatta amministrativa o altre forme di sistemazione del dissesto. 2135 non si contrappone all’art. cit. (Segue:) b) piccoli imprenditori. Anche in questa ipotesi evidentemente la natura pubblicistica dell’ente impedirà la soggezione alle procedure concorsuali di diritto comune. ove ulteriori riferimenti. 2006. non implicano in capo al medesimo l’acquisto della qualità di imprenditore. 2195 e l’imprenditore agricolo non sfugge “automaticamente” all’area della commercialità32. nei limiti in cui mantengono carattere accessorio o strumentale rispetto alle finalità statutarie “non economiche” dell’ente. non per l’ente pubblico in generale. 2201 c. ma ad un ente dalle finalità statutarie ideali in cui di fatto l’attività economica in concreto esercitata sia prevalente o addirittura esclusiva. in ABRIANI-MOTTI (a cura di). 6. La nuova nozione di impresa agricola.it/fallimento. Ma il problema può porsi proprio nei casi dubbi. op. Le imprese soggette a fallimento e l’iniziativa per la dichiarazione di fallimento nello schema di decreto legislativo di riforma. L’art. p.B. 12a ed. 43 ss. E’ una nozione pensata nella prospettiva dei rapporti di mercato.fall. 2083 con il riferimento al coltivatore diretto) quanto ai fini delle procedure concorsuali (ove prevalgono meri criteri quantitativi di individuazione del piccolo imprenditore tout court).ipsoa.. 7. a cura di ANGELICI e G. non per sottrarla alla relativa disciplina. Stabilito che in sostanza e in via di principio ogni imprenditore è soggetto alle procedure concorsuali. in www.
. op. l’insolvenza è riconducibile essenzialmente all’inadempimento. ma evita decisioni assunte senza contraddittorio e dunque senza garantire al debitore di chiedere il rigetto nel merito del ricorso. op. meritava una più attenta ed oculata messa a punto. con la fissazione di soglie impeditive di diverso ammontare fra giudice e giudice. Analogamente POTITO-SANDULLI.d. e poiché le soglie appaiono fissate a livelli piuttosto elevati. che pure la vecchia formulazione dell’art. E’ dunque coerente che questo accertamento possa essere condotto durante il procedimento istruttorio. 1 l. 15. in secondo luogo è stata introdotta una ulteriore esenzione che invade addirittura la sfera del medio-grande imprenditore. tutte le volte in cui egli presenti una complessiva esposizione debitoria (scaduta e non pagata) inferiore ad € 25. op. donde forse conseguenze sulla nozione stessa di “insolvenza”. 10 s. in considerazione della tecnica normativa utilizzata che ancora una volta lascia margini di incertezza interpretativa in contrasto con la finalità di semplificazione dichiaratamente perseguita. l. nel contempo ridefinendo ai soli fini concorsuali la categoria mediante criteri esclusivamente quantitativi e non già qualitativi.f.. 80/2005. prospettica”. tale circostanza può sì appesantire il ruolo del giudice. Ciò significa che il creditore di una somma di minima entità può comunque aspirare al fallimento del proprio debitore laddove dimostri l’esistenza di altri debiti scaduti e non pagati. l’area della non fallibilità è stata in concreto allargata nel rispetto del criterio direttivo fissato nella legge delega n. Ciò ha fatto individuando soglie quantitative di “non piccolezza”. privo di ombre e di aspetti problematici.00. Eppure la situazione che si era determinata in materia di esonero del piccolo imprenditore sulla base della vecchia disciplina. è stata invece edificata intorno al precetto enunciato dalla Corte costituzionale secondo il quale il fallimento non deve rivelarsi un procedimento che ostacola la tutela e la attuazione del diritto di credito..f. E’ noto che il vecchio co.c. 2083 c. in buona parte recisa dagli interventi legislativi di sistema e dalle sentenze della Corte Costituzionale. il primo dei quali (minimo imponibile in sede di accertamento della ricchezza mobile) veniva spazzato via dalla riforma tributaria degli anni Settanta del secolo scorso e il 34 Sottolineano anche POTITO-SANDULLI.000. Questa esenzione infatti scatta solo se si accerta che i debiti non soddisfatti superano la somma di € 25. introduceva una presunzione di piccolezza (“sono considerati”) sulla base di due subordinati criteri quantitativi. i quali tuttavia rilevano che l’assenza di un debito scaduto attuale “esclude la dichiarazione di fallimento anche in presenza di una insolvenza c. 2 dell’art. 208334. 5-6 che la nozione è valida ai soli fini concorsuali e che non si traduce in abrogazione dell’art. 20 . tuttavia. come invece accade per la generale nozione codicistica di cui all’art.. ult. 1 l. p..p. cit. In tale prospettiva la scelta del legislatore è apprezzabile e lo è anche rispetto alla collocazione sistematica.000 (art.)”. manteneva con l’escludere le “società commerciali” dall’area della “piccolezza”.c.)35. 35 FABIANI. p. Analogamente SANTANGELI. Il quadro che si è così delineato non è. Se il fallimento presuppone la presenza di debiti scaduti e non pagati. pp.. D’altro canto quel criterio direttivo trova attuazione sotto altri due profili: innanzitutto l’ampliamento dimensionale della categoria di “piccolo imprenditore” ai fini concorsuali si accompagna alla eliminazione di ogni distinzione fra imprenditore individuale e imprenditore collettivo. Questa prassi spesso censurata perché contraddirebbe il postulato per il quale il mancato pagamento di un piccolo debito sarebbe espressione emblematica del dissesto.f. oggi abituato a rigettare in limine i ricorsi dei piccoli creditori. non se il credito azionato è inferiore a questa soglia (scelta che avrebbe rischiato di risultare illegittima in quanto avrebbe negato tutela in dipendenza della entità del credito). 6. cit. superando una delle quali si ricade certamente fra i soggetti fallibili. op. valida ad altri fini.. ricorda che “presso molti tribunali sia invalsa la prassi di rigettare i ricorsi per fallimento in presenza diu crediti di importo limitato. co. 96 c.tradizionale esenzione dalle procedure giudiziarie degli enti pubblici. con eventuali richieste accessorie sanzionatorie ( rifusione delle spese e risarcimento del danno ex art. cit. cit. ma ha ribadito l’esenzione per i “piccoli imprenditori”.
coordinamento invero che sin dall’inizio aveva costituito un “puzzle” per i giuristi36 ma che ora diventava unico criterio identificativo della nozione sia a fini civilistici sia a fini concorsuali. disponeva che “in nessun caso sono considerate piccoli imprenditori le società commerciali”. Ovviamente ciò consentiva ed ha consentito una enorme differenziazione fra i giudici di merito nell’applicazione del criterio qualitativo. ma una definizione di “non piccolezza” “ai fini del primo comma”. 1962. Innanzitutto sembra fornire una nozione di piccolo imprenditore ai soli fini concorsuali. E tuttavia proprio la tecnica definitoria in negativo. poiché espressamente l’ultima parte del co. apre la via a nuovi dubbi interpretativi. n.000) veniva eliminato dalla dichiarazione di illegittimità della Corte costituzionale con sentenza n. per una irragionevole disparità di trattamento evidenziata in alcune pronunce di merito37. Ma nel contempo ciò aveva aperto la via alla rivendicazione di piccolezza da parte di analoghe società non artigiane o industriali. 395). Corte Cost. p. In secondo luogo l’esonero sembra investire tanto l’imprenditore individuale quanto qualsiasi imprenditore collettivo. Per una sintesi della situazione previgente rispetto alla riforma vedi SORCI. Di qui la ricerca di un coordinamento con la generale nozione codicistica di piccolo imprenditore offerta dall’art. purchè costituite non in forma di srl (Corte Cost. p. 4 ss. 6 febbraio 1991. 368. utilizzata per delimitare verso l’alto l’area di assoggettabilità al fallimento. La nuova disciplina parrebbe offrire soluzione ad alcune questioni che avevano finito per occupare il campo sulla base della residua vecchia formulazione della disciplina.f. L’eliminazione di ogni criterio quantitativo faceva riemergere i soli criteri qualitativi individuati dall’art. La presenza di società artigiane aveva portato ad una revisione della rigida distinzione e indotto la Corte Costituzionale ad allargare la categoria del piccolo imprenditore anche alle società artigiane di modeste dimensioni. 570/1989. cit. 2 art. Milano. 2083. 54. Corte Cost.. posto che non solo non è stata ripetuta l’esclusione delle “società commerciali” dal novero dei piccoli imprenditori. infatti.secondo (capitale investito nell’azienda non superiore a £ 900. con incertezze enormi per gli operatori e disparità di trattamento fra imprese simili in relazione alla sede giudiziaria di competenza. pacificamente la piccolezza investiva i soli imprenditori individuali e non anche le collettività organizzate. Corso di diritto commerciale. op. n. Peraltro. 23 luglio 1991. 1 l. ma l’area di “non piccolezza” è definita indifferentemente sia che l’impresa venga esercitata “in forma individuale o collettiva”. 2083 nella “prevalenza” del lavoro proprio e dei propri familiari sul lavoro altrui e sui capitali investiti. prima che la normativa speciale sull’impresa artigiana consentisse l’iscrizione nell’albo delle società artigiane (con esclusione della sola forma delle società azionarie). A mio avviso. ove anche altri riferimenti di dottrina e giurisprudenza. 21 . n. non introduce semplicemente una “presunzione” di “piccolezza” come per il passato (“sono considerati”). 248. poco preoccupandosi della nozione generale codicistica e di un coordinamento con la medesima. 31 ottobre 1991. come fra poco si vedrà. E per vero quest’ultima precisazione 36 37 Così ASCARELLI.
che individua nei criteri dell’art. a) Quanto al primo quesito. inoltre.diritto. che dovrebbe evitare per il futuro il riproporsi della questione di illegittimità costituzionale che ha investito la residua vecchia formulazione della norma rispetto ad una soglia legislativamente congelata. 2083 c.c. In tal senso. In forza della prima.it. 22 . dovendosi presumere in via assoluta la presenza di un medio-grande imprenditore soggetto allora alle procedure concorsuali. in nulla innoverebbe rispetto al sistema previgente in termini di ampiezza dei soggetti non fallibili.ilquotidianogiuridico.fall. Si esprime a favore del primo orientamento. ma il superamento di una delle due soglie impedirebbe ogni ulteriore indagine sul piano qualitativo.. in Diritto & Diritti. teso al contenimento della spesa pubblica ed all’economicità dell’azione dei poteri statali. però. in www. Da ultimo è stato inserito al terzo comma un meccanismo di adeguamento al processo inflattivo delle soglie quantitative. e cioè sia la “proposta di parere del relatore approvata dalla Commissione” agli atti della II Commissione Giustizia della Camera dei deputati sia la Relazione al decreto legislativo. www. A me pare che l’orientamento meritevole di accoglimento sia il secondo e che tanto è dato desumere non solo da una serie di argomenti logico-sistematici. sostanzialmente presunzioni assolute di non piccolezza salva la prova della non piccolezza al di sotto delle dette soglie e secondo i criteri qualitativi di cui all’art. i problemi riemergono sotto vari profili: a) posto che il legislatore individua chi non è certamente piccolo imprenditore ai fini del primo comma. la nozione di piccolo imprenditore va individuata sulla base dell’art. 2083. questo significa che al di sotto di una delle soglie quantitative occorre tornare al criterio qualitativo di identificazione del piccolo imprenditore fissato dal codice civile all’art. alcuni autori ritengono che il dato letterale autorizza una duplice interpretazione della norma.aiuta probabilmente a risolvere i dubbi interpretativi posti dalla malagevole tecnica definitoria in negativo cui sopra si è accennato. nei quali 38 Sull’alternativa cfr. 1 l. nonostante la non perspicua tecnica legislativa utilizzata. La nozione di piccolo imprenditore dopo l’approvazione della riforma delle procedure concorsuali. Detto questo. deporrebbero i lavori preparatori.it. devono sempre considerarsi ai fini concorsuali piccoli imprenditori38. (Segue:) Criteri quantitativi versus criteri qualitativi. Peraltro la seconda interpretazione meglio risponde ad altro principio della legge delega. Si è osservato innanzitutto che l’interpretazione da privilegiare dev’essere coerente con il criterio della legge delega che imponeva di estendere l’area della non fallibilità e la prima interpretazione in realtà. LO CANE. rivista on line. La figura del “piccolo imprenditore” nella riforma del diritto fallimentare. ma anche da argomenti letterali. In forza della seconda interpretazione i soggetti che non superano alcuna delle due soglie. 2083? b) Come si definiscono le soglie quantitative? In particolare cosa deve intendersi per “investimenti nell’azienda per un capitale” di valore superiore a euro trecentomila? E per “ricavi lordi”? 8. riproponendo il criterio qualitativo. BAILETTI.
In altre parole se l’intento del legislatore fosse stato quello di definire l’area dei medio-grandi imprenditori di sicuro soggetti alle procedure concorsuali. e FIALE. 39 Cfr. 2345-bis)40. patrimonio netto. individuale o collettivo. per esigenze di semplificazione e certezza. Ancora sul piano letterale osservo che la vecchia espressione normativa di tipo presuntivo (“sono considerati”) è sostituita da una espressione di tipo assertivo (“ai fini del primo comma. che non ha alcun senso se riferito al mediogrande imprenditore sottratto al fallimento. valore aggiunto) ora alle sue caratteristiche strutturali (capacità di produzione. La riforma del diritto fallimentare: un primo panorama delle principali novità. (Segue:) Investimenti nell’azienda e ricavi lordi. loc. 2 in oggetto individui una presunzione assoluta di non piccolezza. Nella legge fallimentare il criterio è riferito all’ “imprenditore” 23 . numero addetti.. e nota 13 sottolineano come il criterio “dimensionale” prescelto per definire il piccolo imprenditore si trova coniugato in molteplici leggi speciali sulla base di più indici volta a volta specifici e non sempre coincidenti. al di sotto della quale occorrerebbe far riferimento al criterio qualitativo dell’art. produzione realizzata. per esempio. Prime note critiche in tema di riforma fallimentare. Ma ciò che maggiormente convince è il richiamo ad ogni forma di imprenditore. ma meno imprecisi di quelli disposti. 40 POTITO-SANDULLI. 6 s. op. A queste considerazioni mi sembra che se ne possano aggiungere altre due... 2083 per definire il piccolo imprenditore sottratto al fallimento. che resterebbe l’univo vero criterio definitorio. Ma così facendo l’indicazione delle soglie quantitative non assolverebbe ad alcuna apprezzabile funzione definitoria e si rivelerebbe del tutto inutile rispetto al criterio qualitativo dell’art. Napoli. b) Quanto al secondo quesito. p. v’è solo da rimpiangere che si sarebbero potuto scegliere sì criteri quantitativi. op. op. cit. 1 l. che trovano fondamento nella stessa lettera della legge. Continuo a pensare. 9. totale attivo). investimenti effettuati. nonché i lavori ivi citati di IRRERA. Diritto fallimentare. ALLEVA.con tutta chiarezza ci si riferisce alle soglie come limite massimo dell’area di non fallibilità39. non sono…). che motivo c’era di precisare che essi vi sarebbero stati assoggettati sia che avessero rivestito la forma individuale che la forma collettiva? E chi mai ne avrebbe potuto dubitare? Quel richiamo ha senso solo se si considera la necessità di dirimere la questione con riferimento al “piccolo imprenditore” e superare il previgente sistema che a tal fine escludeva dal quel novero le “società commerciali”. p. che la piccola impresa ai fini concorsuali possa definirsi sulla falsariga dei criteri utilizzati nella IV direttiva comunitaria per consentire la redazione del bilancio abbreviato (ove il riferimento è all’attivo e ai ricavi da vendite e prestazioni di bilancio e al numero medio dei dipendenti: art. cit.f. 2006. Ove si ritenesse che il co. 2083. Nello stesso senso anche SANTANGELI. 6 nota 7. ci si troverebbe comunque di fronte ad un’area grigia costituita dai soggetti che eventualmente non integrano gli estremi del piccolo imprenditore ai sensi dell’art. 2083 ma neppure del “non piccolo imprenditore” ai sensi del citato comma 2 art. In altre parole il richiamo alla indifferenza della forma individuale o collettiva dell’impresa è la spia dell’intento legislativo di definire a contrario al di sotto delle complementari due soglie l’area del piccolo imprenditore sottratto al fallimento. anche se per lo più riferibili ora all’aspetto della dinamica operativa dell’impresa (fatturato. sempre LO CANE.cit.
riassume il dibattito nel vigore del criterio sussidiario previsto dall’art. Cenati. p. quello che fa leva sugli “investimenti nell’azienda” (per un capitale di valore superiore ad euro trecentomila) è decisamente più ostico da definire. che debba computarsi anche il valore dei beni in leasing (pure per le società che ancora non applicano il metodo patrimoniale IAS). è ora proposta da POTITO-SANDULLI. tanto immesso dall’imprenditore quanto da terzi. ha posto in luce una varietà di opinioni piuttosto disarmante. p. concludendosi per l’unitarietà del patrimonio del debitore (analoga soluzione. in omaggio al principio di prevalenza della sostanza sulla forma. L’opinione prevalente riteneva che dovesse prendersi in considerazione sia il capitale fisso che il capitale circolante. Solidoro e Verna) o le sole immobilizzazioni (D’Amora. Vedi anche in maniera diffusa. cit. 2 art. Alcuni hanno infatti osservato che occorre guardare alla funzione della norma e al criterio direttivo dettato dal legislatore delegato. che evidenzia i possibili diversi criteri di riferimento suggeriti (“il capitale investito. 9).Si è finito invece per riprodurre in buona parte problematiche che già venivano difformemente affrontate rispetto alla vecchia formulazione del co. 41 SORCI.. 1 l. op. La questione era affrontata con riferimento al solo imprenditore individuale-persona fisica. E se quello che fa riferimento ai “ricavi lordi” secondo la media degli ultimi tre anni o dall’inizio dell’impresa – se inferiore – è di più agevole interpretazione.. op. che faccia riferimento al patrimonio investito. op. Se per un verso l’intento legislativo di ampliare la platea degli imprenditori esentati dalle procedure piuttosto che all’ “impresa”.fall. cit.f. V’è chi identifica gli investimenti nell’azienda nel valore dei conferimenti di capitale da parte dei soci o dell’imprenditore (Viganò. La Croce ed Ortolani). Danovi. quando già ci si interrogava su cosa dovesse intendersi per “capitale investito nell’azienda” e a quale momento della vita dell’impresa ci si dovesse riferire nell’individuare la soglia esonerativa. RUISI-JORIO-MAFFEI ALBERTI-TEDESCHI. v. 7 ss. op. sia sulla pluralità delle aziende sia per gli elementi da includere nel “capitale investito” sia sul tempo in cui la valutazione va compiuta. Al dibattito sulla scelta dei criteri di definizione del piccolo imprenditore a fini concorsuali fa cenno anche la Relazione accompagnatoria della riforma. ma ora ovviamente deve tenersi conto anche dell’imprenditore collettivo. l’ammontare dell’indebitamento complessivo. Manzonetto). il numero di dipendenti impiegato dall’imprenditore. p.. 1 l.. 6 s. cit. Una tale eterogeneità di vedute non è nuova41 e tuttavia merita di ritrovare una qualche bussola. anche SANTANGELI. b1) Una meritoria indagine promossa dal Presidente Quatraro fra una decina di aziendalisti del Foro di Milano.. a proposito della qualificazione di piccolo imprenditore per colui “nella cui azienda risulta essere stato investito un capitale non superiore a lire novecentomila”. il totale dell’attivo di impresa. 24 . altri criteri basati su indici civilistici di valutazione degli utili di bilancio”). chi all’opposto parla dell’intero attivo di bilancio (così la Commissione Procedure Concorsuali del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti) e chi comunque esclude dall’attivo i crediti verso soci per versamenti ancora dovuti e i ratei e risconti attivi per considerare le immobilizzazioni più l’attivo circolante (Martellini. V. cit. ma la dimensione è comunque misurata escludendo fattori estranei all’impresa. che ritengo condivisibile. salvo che l’impresa non abbia conseguito una soglia minima di utili. ricomprendendovi invece i soli rimpiazzi. p. E v’è chi infine ritiene. e insomma “tutti i beni collegati all’impresa da un vincolo di destinazione economica”. I due criteri quantitativi accolti dal legislatore sono alternativi (è sufficiente superare una delle due soglie per escludere la presenza di un piccolo imprenditore) ma anche complementari (nel senso che ove non risulti applicabile un criterio potrà applicarsi l’altro). un criterio “misto”. di chiara fama. In molti poi si pongono il quesito se le immobilizzazioni debbano considerarsi al lordo degli ammortamenti e degli altri fondi rettificativi dell’attivo e al netto delle dismissioni.f. E per l’imprenditore individuale si poneva la questione se la soglia del capitale investito dovesse riferirsi a ciascuna delle imprese esercitate da uno stesso soggetto.. 97 ss.
Peraltro la Relazione. In questa prospettiva occorre farsi carico di definire per un verso il criterio aggregativo degli elementi da includere negli “investimenti” e per altro verso l’epoca a cui la dimensione aziendale va riferita. quando non sono stati realizzati ancora ricavi di rilievo. e a un dato puntuale che misuri la dimensione strutturale di una determinata impresa44. loc. ad una commessa straordinaria non mi sembra debba essere preso in considerazione ai fini dimensionali. op.concorsuali potrebbe far propendere per la tesi del calcolo dei soli conferimenti di capitale dell’imprenditore o dei soci. Non mi sembra perciò che si debba guardare senz’altro agli investimenti compiuti all’inizio dell’impresa. Cfr. chiarisce che “il primo si adatta maggiormente alla fase iniziale dell’attività di impresa.. la seconda espressione rinvia al cumulo degli investimenti effettuati sin dall’inizio dell’impresa. 44 Sostengono POTITO-SANDULLI. Sotto il secondo profilo non avrebbe molto senso una ricostruzione della dimensione aziendale risalente nel tempo sino al momento iniziale dell’impresa. al riguardo RUISI-JORIO-MAFFEI ALBERTI-TEDESCHI. p. ma anche dei beni di terzi stabilmente utilizzati dall’imprenditore.. “giro d’affari” è di per sé irrilevante. L’investimento eccezionale dovuto. con la precisazione che il cd. v. per esempio. cit. p. op. occorre guardare poi al dato puntuale. Questo mi induce a ritenere innanzitutto che gli “investimenti” rilevanti certo devono potersi definire mediante un “rinvio alla tecnica”42. La prima espressione autorizzava dunque ad una verifica riferita al momento della insolvenza (risulta). ma senza trascurare che il criterio selettivo fra le possibili alternative tutte tecnicamente individuabili deve essere di carattere “normativo” e che nella specie non può che farsi discendere dalla funzione assolta dalle esenzioni. p. ma a quelli che nella fase della crisi ne continuano a contrassegnare la dimensione: piuttosto che a un dato cumulativo.fall. Di qui l’implicita opzione. 101 ss. co. La verità è che occorre guardare pur sempre alla funzione dell’esonero in base all’allarme sociale e al coinvolgimento del mercato che la crisi d’impresa è idonea ad attivare. 8. come è stato di recente sostenuto e come in passato pure è stato affermato. op. si assisterebbe ad un ampliamento eccessivo e tutto sommato ingiustificato in considerazione della notoria sottocapitalizzazione delle nostre imprese. mentre il nuovo testo fa riferimento agli imprenditori che “hanno effettuato” investimenti. Tanto si ricaverebbe dalla lettera della norma raffrontata al testo abrogato quanto dalle precisazioni compiute dalla Relazione di accompagnamento al decreto delegato della riforma. Sotto il primo profilo il richiamo agli “investimenti nell’azienda” evoca una dimensione strutturale che abbia una sua stabilità non contingente o del tutto transitoria. cit. 25 . Vedi anche BAILETTI. che potrebbe essere così lontano da non assumere alcun rilievo sul piano della dimensione acquisita all’epoca in cui la crisi ha cominciato a manifestarsi.f. E ciò tanto che gli investimenti siano realizzati con capitale proprio o con capitale di terzi (sotto qualsiasi forma: apporti. il secondo si attaglia meglio ad un’attività di impresa dove gli investimenti risalgono ad un tempo lontano”. l. nel sottolineare che i due criteri sono tra loro complementari. cit.. cit. per il cumulo degli stessi sin dalla costituzione dell’impresa. Ovviamente quando si parla di “dato puntuale” ci si riferisce ad un periodo 42 43 Così POTITO-SANDULLI. 8 che gli investimenti devono riferirsi al capitale che “a partire dall’origine è stato investito nell’azienda”.. op. Il testo abrogato faceva riferimento al capitale che “risulta” essere stato investito. 1. che riferiscono le soluzioni già fornite sotto il vigore dell’art. beni e servizi in uso per i quali si sopporti un corrispettivo)43. finanziamenti. quanto agli investimenti. 2. ma anche del magazzino e dell’attivo circolante che costituisce la dotazione normale per rispettare il ciclo operativo dell’impresa. In questo senso mi pare che si debba tener conto senz’altro delle immobilizzazioni..
p. come del resto suggerisce il secondo criterio. Sempre in un’ottica di interpretazione funzionale sembra anzi potersi trarre dalla limitazione temporale del secondo criterio l’indicazione che l’indagine sulla dimensione aziendale. 26 . e dunque senza escludere che agli investimenti si debba guardare anche nella fase più avanzata e ai ricavi lordi anche nella fase iniziale.. in Giur. a parte il discutibile valore interpretativo dei lavori preparatori se non collegati a criteri interpretativi sistematici e sostanziali. Al criterio patrimoniale si affianca il criterio reddituale. 1958 voce “Fallimento”. è del tutto ambiguo. dall’inizio dell’impresa. anche laddove gli investimenti fossero andati persi e fossero stati successivamente rinnovati. non sono mancate divergenze interpretative. ma anche alla differente tipologia dell’impresa. 3° ed. sottolineando come l’uno si adatti “maggiormente” alla fase iniziale e l’altro “meglio” ad una fase più avanzata. per un ammontare complessivo annuo superiore a euro duecentomila”. 162 ss. Rep. ad atti di disposizione a titolo gratuito o ad atti di disposizione a corrispettivi chiaramente non congrui)45. p. in Foro napol. …. 142. 28 nota 36. La tesi non convince. ma che siano comunque facilmente accertabili in sede prefallimentare sia sulla base delle scritture contabili e dei registri fiscali. p. tendeva ad escludere che dovessero considerarsi il “capitale perduto” e successivamente non sostituito. p.. Potenza. Venezia.fall. App. che introduceva il correttivo delle variazioni intervenute nel termine massimo di due anni stabilito per le revocatorie es atr. all’epoca dell’insolvenza. tuttavia. Anche su questa espressione. 612. se di durata inferiore. ma analogamente a FERRARA. In questo senso si potrebbe analogicamente guardare alla dimensione media degli “investimenti effettuati”. in Dir. BIGIAVI. nell’ultimo triennio o. evidenziava la possibilità del passaggio da piccola impresa a impresa medio-grande per effetto degli investimenti successivi. oppure si potrebbe ricostruire la dimensione degli investimenti presenti al momento della dichiarazione di fallimento oltre a quelli eventualmente dismessi nel periodo sospetto con depauperamento del patrimonio aziendale strumentale ad abbattere le soglie di rilevanza dell’impresa non piccola (si pensi. tanto che in passato sulla base del medesimo testo si giungeva a sostenere ambedue le tesi (quella che guardava al solo momento dell’insolvenza o “nei suoi pressi” e quella che risaliva al momento iniziale dell’attività d’impresa). sotto il profilo degli investimenti effettuati. I. in Giust. decreti del 25 giugno e 23 maggio 1957. i due criteri che rispecchiano in maniera più congrua l’effettiva consistenza delle dimensioni effettivamente (sic!) assunte dall’impresa insolvente e del patrimonio aziendale. L’argomento letterale mi sembra di per sé debole. CASANOVA. 1960. fall. 142 che con riguardo alle merci acquistate (capitale circolante) evidenziava la necessità di riferirsi ad un solo “ciclo produttivo”. …. 1959. Vallo Lucania. DEL VECCHIO. p. 116.temporale che si situa all’epoca dell’insolvenza. La “piccola impresa”. It. p. l. per esempio.. SATTA. in via assolutamente alternativa tra di loro. L’argomento basato sulla Relazione. Civ.. La stessa Relazione non considera i criteri alternativi come riferibili senz’altro a momenti diversi dell’impresa. che faceva riferimento all’ultimo anno di attività. App. 45 Già nel vigore dell’abrogato criterio sussidiario del “capitale investito” il punto di riferimento era per molti l’epoca dell’insolvenza. 1963. p. in Temi napol. III. Del resto se si valorizza una interpretazione di tipo funzionale. Il che mi sembra equivalente a sostenere che occorre guardare alle dimensioni attuali dell’impresa.. …. Lezioni di diritto fallimentare.. Al “ciclo produttivo in corso” al momento della dichiarazione di fallimento si agganciava anche SCHERMI. se di durata inferiore. è da riferire all’epoca dell’insolvenza. Il fallimento... I. 99 s. laddove precisa che “all’esito della discussione sono stati prescelti. o Trib. Diritto fallimentare. RAZZA. L’alternatività non è da riferire solo alla fase di “start up” dell’impresa o a quella di consolidamento. 8 giugno 1960. cioè dei beni tutt’ora collegati da un vincolo di destinazione economica all’impresa. p. 64 ss. 1957. e quello dei ricavi lordi riferito espressamente dal legislatore alla media degli ultimi tre anni dalla dichiarazione di fallimento o dall’inizio dell’attività.. II. 449 s. b2) Il secondo alternativo criterio dimensionale fa leva sui “ricavi lordi calcolati sulla media degli ultimi tre anni o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore. sia sulla base delle informative richieste di prassi alla Guardia di finanza”. Fatto è che la stessa Relazione prende in considerazione come “rilevante” la dimensione dell’impresa all’epoca dell’insolvenza. 22. Cfr. …. potendovi essere settori produttivi che esigono bassi investimenti ma che producono alti ricavi e settori che esigono alti investimenti ma producono ricavi moderati. per un verso sembra inutile una ricerca delle dimensioni aziendali che si spinga troppo oltre nel tempo rispetto all’epoca dell’insolvenza e per altro verso ci si troverebbe dinanzi a criteri troppo disomogenei: quello degli investimenti cumulativi sin dall’origine dell’impresa. 12 giugno 1957.
E poiché si tratta di definire la dimensione aziendale in funzione dell’allarme sociale che la crisi dell’impresa è in grado di generare. 48 Così POTITO-SANDULLI. e non certo quello “erratico” di cassa. utili su cambi. 9.. secondo cui. assicurazioni. 27 . i premi e le imposte (IVA) direttamente connessi alla vendita dei prodotti e/o servizi (l’art.. con la sola esclusione appunto di quelli straordinari che non avrebbero alcun significato nell’ottica qui segnalata. gli sconti. A me pare che la seconda tesi sia preferibile. significa solo che non devono detrarsi altri costi di diretta imputazione e che siano stati eventualmente detratti (spese di trasporto. in tale accezione. ma anche altre componenti positive: ricavi accessori. 8. op. quale contropartita ricevuta in cambio di beni e servizi riconducibile al “valore della produzione” di cui alla voce A1 del conto economico (art. op. fitti o canoni di segno opposto)48. Nel contempo ha ritenuto di dover limitare il contenuto dell’espressione avendo riguardo ai soli ricavi derivanti dalla “attività tipica” dell’impresa. canoni attivi. anzi essa sembra rinviare a qualsiasi tipo di ricavo (provento) generato dall’attività dell’impresa. interessi attivi.c. op. p. In altre parole mentre nella prima tesi si considerano tutti i ricavi che discendono sia dalla gestione caratteristica che da quelle accessorie. gli abbuoni. Così POTITO-SANDULLI. 2425-bis impone di iscrivere i ricavi al netto dei detti importi). royalties. Sostanzialmente analoga è la posizione del gruppo di lavoro investito dal Presidente Quatraro. Nella individuazione dei ricavi rilevanti a misurare la dimensione aziendale dovrà prevalere il criterio di competenza. con esclusione parrebbe dei proventi finanziari e dei proventi straordinari. 46 47 SORCI. ma di cosa? Ritengo anch’io che ciò non significa affatto ricomprendere nei ricavi anche i resi. proprio in considerazione del più volte menzionato criterio di interpretazione funzionale. 9 ove anche le esemplificazioni di cui nel testo.V’è chi ha innanzitutto osservato che “il concetto di ‘ricavo lordo’ è del tutto atecnico ed estraneo alla terminologia ragionieristica. mi sembra che tutti i proventi che hanno un qualche carattere di stabilità (anche di tipo finanziario) debbano essere sommati. In parte diversa la posizione di chi invece ritiene che l’espressione “ricavi lordi” senza altra specificazione induce ad affermare che “debba essere considerato non solo quanto realizzato dalla vendita dei beni e/o servizi. cit. 2425 c. provvigioni) o compensati (saldo tra interessi. nella seconda tesi probabilmente si escludono i soli proventi straordinari ma non anche quelli finanziari. p. sempre però che siano stati generati dall’attività d’impresa”47. “i ricavi si ottengono direttamente dal bilancio sommando le voci A1 e A5 del conto economico: ricavi dalla vendita dei beni e dalla prestazione di servizi ed altri ricavi”. “non sono certo dei ricavi”.). dividendi. proventi della “gestione caratteristica” che sono fonte di ordinaria sopravvivenza dell’impresa. per il quale resi. abbuoni etc. I ricavi devono essere assunti “al lordo”.. La lettera della disposizione non aiuta proprio per la atecnicità dell’espressione. Conforme il gruppo di lavoro Quatraro. p. contributi. cit. ma anche proventi di natura diversa purchè collegati ai primi in quanto derivanti da “attività accessorie” all’attività tipica (voce A5 del conto economico: “altri ricavi”)46. cit.
In sede di istruttoria prefallimentare può. l’onere farà carico al debitore. Sia pure in forma dubitativa. infine. Si è voluto tener conto. p. infine. E’ stato osservato che trattandosi di condizione esonerativa. La ricostruzione potrà dunque avvenire sia sulla scorta delle scritture contabili sia sulla scorta di documentazione fiscale sia in base ad altre fonti di informazione. …deve optare per la sentenza dichiarativa di fallimento”. L’espressione utilizzata dal legislatore con riguardo al solo criterio dei ricavi lordi non può valere ad escludere analoga libertà dei mezzi di prova per l’altro criterio. e d’altro canto un argomento sistematico-letterale ricavabile dall’art. La “piccolezza” può in realtà essere vista non come eccezione alla regola del fallimento dell’imprenditore. n. 49 50 Analogamente POTITO-SANDULLI. delle difficoltà connesse allo stato disorganizzativo dell’impresa che spesso si accompagna alla crisi. sorgere il problema su chi incomba l’onere della prova della “piccolezza” ai fini dell’esonero dalla soggezione alla procedura concorsuale. da intendere a mio avviso come ultimi tre esercizi trascorsi al momento della dichiarazione di fallimento49. cit. in mancanza di una espressa delimitazione dei mezzi ammissibili in proposito. Gli istanti dovranno limitarsi a fornire la prova della qualificazione imprenditoriale del debitore. ma a questi spetterà provare la sussistenza delle condizioni di esonero50. ma debba estendersi anche al criterio patrimoniale basato sugli investimenti effettuati. può essere ribaltato: a chi invoca l’applicazione della procedura concorsuale l’onere di dimostrare la sussistenza di tutti i presupposti oggettivi e soggettivi della procedura. Il ragionamento. 9. insomma. p. ma come criterio di delimitazione dell’ambito soggettivo di applicazione delle procedure concorsuali.. ivi compreso il carattere non piccolo dell’impresa esercitata.I ricavi lordi rilevanti vanno. Questa libertà probatoria. Induce a tale interpretazione da un canto una esigenza di semplificazione (poiché diversamente occorrerebbe riclassificare tutti i dati contabili in funzione di un triennio che non coincide necessariamente con gli esercizi). op. Sembra chiaro che fra le scritture relative agli ultimi tre esercizi e l’indicazione dei ricavi lordi riferiti agli ultimi tre anni sussista una evidente connessione. osserva FABIANI.f. assunti secondo il loro dato medio dell’ultimo triennio. ha l’onere di depositare le scritture contabili e fiscali obbligatorie concernenti “i tre esercizi precedenti” (o l’intera esistenza dell’impresa. insomma. 14 l. piuttosto che come tre anni a decorrere a ritroso da detto momento. Mi sembra che la tesi provi troppo. op.fall. infatti. se inferiore) e deve fra l’altro indicare i “ricavi lordi” per ciascuno degli ultimi tre anni. 28 .. cit. Inoltre una tale libertà probatoria mi sembra che non possa ritenersi limitata alla dimostrazione del solo criterio esonerativo basato sui ricavi lordi. poiché “la norma stabilisce una forma di esonero. L’imprenditore che chiede il proprio fallimento. 5 che il tribunale. 10. Conclusioni. oltre che di eventuali occultamenti di ricavi. quando non disponga dei dati necessari a valutare la dimensione dell’impresa “nonostante abbia fatto ricorso anche ai poteri istruttori officiosi”. tuttavia. è destinata a confrontarsi in sede di istruttoria prefallimentare con i principi del giusto processo e con il diritto al contraddittorio di tutte le parti interessate. b3) Sotto il profilo probatorio i ricavi lordi potranno essere ricostruiti “in qualunque modo risulti”.
p. La direttiva di restringere l’area soggettiva di applicazione delle procedure concorsuali di diritto comune sembra essere stata dettata più dalla paura della innovazione che da una opzione convinta e ragionata. 13). nel suo Parere sullo schema di decreto legislativo di riforma. ma le soglie di esonero appaiono significativamente elevate. disponibili invece per il medio-grande imprenditore52. Certo. Ma il rilievo sembra generalizzato nei primi commenti. 51 Analogamente il Parere della II Commissione permanente del Senato suggeriva quantomeno di dimezzare gli importi delle due soglie rappresentate dagli investimenti e dai ricavi lordi. 9. sganciate dal mito soggettivistico dell’insolvenza. p. di gruppi e più in generale di società.Al termine di queste notazioni non si può che ritornare con spirito critico sulle occasioni mancate e sulle contraddizioni interne al sistema. 29 . 12 ss. sia dell’imprenditore che dell’insolvente civile. sono stati compiuti passi in avanti con la semplificazione dei criteri di individuazione del “piccolo imprenditore”.. per i costi da sostenere e per la difficoltà nelkl’individuazione dei beni. Soprattutto si potevano dettare norme più adeguate in materia di patrimoni destinati. così accentuando lo svecchiamento di una legislazione concorsuale nata come strumento sanzionatorio e punitivo dell’imprenditore decotto ed ora indirizzata a strumento di sistemazioni oggettiva della crisi. op. anche richiamando il Parere approvato dal Consiglio Superiore della Magistratura. Ma rende anche “più probabile la disgregazione del patrimonio aziendale” per la pluralità delle azioni esecutive conseguenti all’aggressione individuale dei beni aziendali e riduce irragionevolmente la possibilità di accesso agli strumenti negoziali di salvataggio. cit. Vedi anche SANTANGELI. il quale evidenzia che la novellata esecuzione individuale “tutela meno i creditori non ancora muniti di titolo esecutivo. 52 Nello stesso senso SORCI. Una direttiva sbagliata che i futuri sviluppi potrebbero auspicabilmente correggere. op. è soggetta a maggiori oneri per il debitore. Come ha osservato la Commissione Giustizia della Camera. presenti nel panorama comunitario e comparato. ove la negoziazione generale dell’insolvenza è di fatto preclusa e sposta il carico giudiziario da un ufficio all’altro”51. “la riduzione dell’ambito applicativo delle procedure concorsuali aumenta l’impatto sulle procedure esecutive individuali.. e sconta procedure di liquidazione dei beni meno efficaci” (p. Ci si poteva avvicinare ai più evoluti sistemi di regolazione delle crisi. cit.
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 Art. 1
 art. 2447
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