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Timestamp: 2017-09-24 08:45:09+00:00

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Reato tentato: differenza tra l’abbandono volontario dell’azione e l’interruzione per cause indipendenti (Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 31 agosto 2017, n. 39749). – Noi Radiomobile™
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Reato tentato: differenza tra l’abbandono volontario dell’azione e l’interruzione per cause indipendenti (Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 31 agosto 2017, n. 39749).
Posted on 13 settembre 2017 AuthorNoi RadiomobileLeave a comment
3. Da entrambe le sentenze di merito, pienamente convergenti sia sotto il profilo della responsabilità dell’imputato che sotto il profilo del trattamento sanzionatorio applicatogli, emergeva che la sera del (omissis) , a (…), il F. attentava alla vita di S.C. – con la quale intratteneva una relazione sentimentale che era in corso di scioglimento e in conseguenza della quale avevano convissuto nell’abitazione dove si svolgevano i fatti in contestazione – colpendola reiteratamente con un coltello da cucina e provocandole ferite multiple nella zona toracica e nell’area cranica, che ne imponevano l’immediato ricovero, eseguito presso l’Ospedale “San Carlo” di Milano, a seguito del quale veniva rilasciata alla vittima una prognosi di guarigione di 40 giorni.
Nella prima fase delle indagini preliminari, veniva esaminata anche la vicina di casa della vittima, P.A. , che aveva allertato telefonicamente le forze dell’ordine, consentendo l’immediato soccorso della persona offesa, la quale evidenziava di non avere mai avuto la percezione che i rapporti tra il F. e la S. – che conosceva come conviventi – fossero deteriorati o connotati da dinamiche conflittuali, non avendo mai sentito urla provenienti dalla loro abitazione.
La P. precisava anche che, la sera dell’accoltellamento, aveva sentito bussare veementemente alla sua porta la S. che, chiedendole aiuto e urlando, aveva accusato il fidanzato di averla aggredita, dicendo ripetutamente “è stato lui”.
Nella colluttazione che ne era seguita, causata dal tentativo dell’imputato di difendersi, la S. si feriva involontariamente con il coltello da cucina che impugnava, ma, nonostante le ferite riportate accidentalmente, tentava di colpire ancora il fidanzato; il F. , a questo punto, prendeva delle forbici che trovava casualmente nella stanza dove si verifica lo scontro e iniziava a brandirle all’indirizzo della fidanzata, allo scopo di intimorirla e indurla in tal modo ad arrestarsi.
La vittima, tuttavia, in preda alla rabbia e condizionata dallo stato di ebbrezza nel quale versava in quel momento, usciva dalla sua abitazione mettendosi a gridare e, dopo avere bussato alla porta d’ingresso dell’appartamento della vicina, iniziava ad accusarlo ingiustamente, dicendo di essere stata accoltellata.
Osserva il Collegio che il presupposto sul quale il ricorrente fonda il suo assunto difensivo, secondo cui l’aggressione armata dell’imputato in danno della S. era inidonea a provocarne la morte, risulta smentito dalla sequenza dell’azione delittuosa – correttamente ricostruita nel provvedimento in esame caratterizzata dall’uso di un coltello da cucina con cui venivano provocate alla vittima numerose ferite, localizzate nell’area toracica e nella zona cranica, in conseguenza delle quali veniva ricoverata presso l’Ospedale (omissis).
Sui profili valutativi censurati dalla difesa del F. , invero, la sentenza di appello si soffermava con un percorso motivazionale immune da censure, evidenziando – sulla base di un vaglio ineccepibile degli esiti dell’accertamento medico-legale svolto dalla dottoressa C. – che l’azione delittuosa dell’imputato era certamente idonea a determinare la morte della S. , avendo provocato i colpi di coltello inferti dal ricorrente la penetrazione dell’arma da taglio nel torace e nella testa della vittima, in aree corporee nelle quali si trovano numerosi organi vitali.
Si consideri, in proposito, il passaggio motivazionale esplicitato a 11 del provvedimento impugnato, nel quale la Corte territoriale evidenziava come costituisse un elemento probatorio incontroverso quello secondo cui il ricorrente avesse accoltellato la propria fidanzata nel corso di un’articolata sequenza omicida.
Dalla ricostruzione di tale sequenza omicida discendeva la correttezza della contestazione elevata al F. , desumibile “dall’uso di un mezzo offensivo potenzialmente “micidiale”, dalla reiterazione, pluralità e direzione dei colpi, inferti da distanza ravvicinata, con notevole forza (…) ed in parti del corpo indubbiamente vitali, quali il torace e l’addome, dalla sussistenza di un adeguato movente, dall’intensità, infine, della determinazione, desumibile da quel lucido e devastante infierire nel colpire la P.O.”.
Sulla scorta di tale ricostruzione dell’aggressione attuata dal ricorrente nei confronti della S. , che deve essere necessariamente correlata alle circostanze di tempo e di luogo nelle quali maturava la sua determinazione omicida, il Giudice di appello milanese formulava un giudizio affermativo sull’idoneità degli atti posti in essere dall’imputato a provocare la morte della vittima, nel valutare la quale è necessario richiamare la giurisprudenza consolidata di questa Corte, secondo cui: “L’idoneità degli atti, richiesta per la configurabilità del reato tentato, deve essere valutata con giudizio “ex ante”, tenendo conto delle circostanze in cui opera l’agente e delle modalità dell’azione, in modo da determinarne la reale adeguatezza causale e l’attitudine a creare una situazione di pericolo attuale e concreto di lesione del bene protetto” (cfr. Sez. 1, n. 27918 del 04/03/2010, Resa, Rv. 248305).
Osserva, in proposito, il Collegio che l’univocità degli atti costituisce il presupposto indispensabile per ritenere una condotta delittuosa riconducibile all’alveo applicativo dell’art. 56 cod. pen..
Tutto questo risponde all’esigenza di ricostruire la volontà dell’agente rispetto all’aggressione del bene giuridico protetto della norma, conformemente a quanto statuito da questa Corte, secondo cui: “In tema di tentativo, il requisito dell’univocità degli atti va accertato ricostruendo, sulla base delle prove disponibili, la direzione teleologica della volontà dell’agente quale emerge dalle modalità di estrinsecazione concreta della sua azione, allo scopo di accertare quale sia stato il risultato da lui avuto di mira, sì da pervenire con il massimo grado di precisione possibile alla individuazione dello specifico bene giuridico aggredito e concretamente posto in pericolo” (cfr. Sez. 4, n. 7702 del 29/01/2007, Alasia, Rv. 236110).
In questo contesto, non può non rilevarsi che la dinamica dell’aggressione della S. deve ritenersi dimostrativa del fatto che l’azione armata del F. conseguisse a una volontà omicida persistente e univocamente orientata nella direzione prefigurata dalla sentenza impugnata, consentendo di affermare che il ricorrente avesse voluto colpire la persona offesa noncurante del rischio di causarne la morte.
Si consideri, in particolare, il passaggio motivazionale della sentenza impugnata, esplicitato a pagina 11, in cui si evidenziava correttamente che l’accoltellamento patito dalla S. per mano del ricorrente “aveva causalmente determinato una massiva situazione dall’esito potenzialmente letale, e non evolutasi nell’evento morte solo per il tempestivo soccorso anche chirurgico (…)”.
Ne discende che, nel caso di specie, l’evento delittuoso deliberato dal ricorrente non veniva raggiunto per uno sviluppo imprevedibile degli avvenimenti, costituito dall’inaspettata reazione della S. , la quale, nonostante la violenza dell’aggressione armata subita e le ferite riportate a seguito dell’accoltellamento, invocava disperatamente l’aiuto della vicina di casa, riuscendo in tal modo a interrompere l’azione omicida del F. , con un comportamento autonomo rispetto all’aggressione del fidanzato.
Sul punto, la motivazione fornita dal provvedimento impugnato a pagina 5 – perfettamente sovrapponibile a quella resa dalla sentenza di primo grado, dove si richiamava il comportamento reattivo della persona offesa – appare ineccepibile, laddove si affermava che il racconto della vittima trovava “plurimi riscontri: nelle dichiarazioni della vicina di casa P. e nella documentazione medica attestanti lesioni, una ventina di ferite, del tutto compatibili con la riferita dinamica dell’aggressione”.
Occorre, pertanto, ribadire che la dinamica del tentato omicidio, alla quale si è fatto riferimento nei paragrafi 2 e 2.1, cui si rinvia, unitamente alle ferite riportate dalla S. nell’area toracica e nella zona cranica, deve ritenersi dimostrativa del fatto che l’aggressione armata dell’imputato conseguisse a una volontà omicida univocamente orientata, atteso che la sequenza dell’azione delittuosa impone di affermare che il ricorrente avesse voluto colpire la fidanzata allo scopo di ucciderla.
Si consideri, in particolare, il passaggio della sentenza, esplicitato a pagina 11, in cui la Corte territoriale, richiamando la dinamica del ferimento della vittima e le regioni corporee attinte dai fendenti del ricorrenti, affermava che gli elementi di giudizio “dimostrano inequivocabilmente la direzione causale univoca dell’azione di F. a ledere l’integrità fisica della P.O., la concreta idoneità del suo volontario agire a produrre l’evento letale, nonché la sussistenza dell’intento omicida (…)”.
Ricostruita in questi termini la vicenda processuale, la Corte di appello di Milano ha correttamente valutato il compendio probatorio acquisito, vagliandolo alla luce delle circostanze di tempo e di luogo attraverso le quali l’azione omicida del F. si sviluppava in danno della S. , sottraendosi a qualunque censura di legittimità.
Infatti, la ricostruzione della dinamica dell’aggressione posta in essere dall’imputato in danno della fidanzata – iniziata all’interno dell’abitazione di quest’ultima e arrestatasi in conseguenza delle urla di aiuto rivolte dalla S. alla vicina di casa – depone univocamente nel senso che il ricorrente, dopo avere tentato di uccidere la vittima, accoltellandola, non abbia volontariamente abbandonato l’azione, ma vi sia stato costretto da una serie di circostanze, oggettive e soggettive, quali l’imprevista reazione della S. e la sua richiesta disperata di aiuto.
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