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Timestamp: 2019-07-23 23:13:20+00:00

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La società libera – Seconda parte | Filosofia e nuovi sentieri
15 aprile 2018 di filosofiaenuovisentieri2012	1 Commento
Il bisogno sociale di far convivere la libertà individuale con quella collettiva, è il bisogno di avere e di lasciare che gli altri abbiano per la pace e la prosperità della società; dacché la libertà è facile infiammarsi guerrafondaia al sentor di schiavitù: la libertà è di tutti o di nessuno! Questo significa dover riconoscere legittimamente la realtà sia di sé che dell’altro, cioè intima l’esistenza di sé nel rapporto con l’esistenza dell’in sé oltre sé, affinché nessuno abbia da reclamare con diritto ciò che gli è dovuto e che gli spetta lecitamente: quivi, nel riconoscimento e legittimazione dell’altrui, senza violentarlo e degradarlo, ciascuno può essere sconfinatamente libero, piuttosto che violentato e degradato. Ciò significa che la libertà non rimane sempre libertà indifferentemente se sceglie il bene o il male, ma può essere libertà legittima, coartante doli ed elevante vantaggi, o illegittima, violentante e degradante.
Regola XIII – libertà in sé: È bene in sé se è coartante o elevante, è male in sé se è violentante o degradante; indipendentemente se ciò che è bene per uno può essere male per un altro, essendo quest’ultima una libera relazione soggettiva, l’altro un dispotico oggetto in sé. – Dove l’in sé «è l’oggetto che perdura uguale per tutti i soggetti benché tutti i soggetti possano relativizzarlo in misura della propria individualità e dell’oggetto in questione» (Ceravolo 2016); «è la ragione sovrasensibile accessibile per via intellegibile, costante da ovunque la si emetta, lo stesso riferimento per tutti» (Ceravolo, Dieci argomenti di filosofia).
Orbene osserviamo la differenza fra libertà legittima o illegittima, indossando gli occhiali da sole di Socrate – di quell’intellettualismo etico greco che, da Pitagora a tutta la filosofia greca, ha riconosciuto la coincidenza fra “bene” e “sapere”: l’elevante e il coartante si rifanno alla saggezza, il degradante e violentante all’ignoranza. Cosi la libertà di fare male è un atto di ignoranza, mentre è saggezza scegliere liberamente il bene. Ciò significa che la «libertà illegittima», come «atto ignorante», è confinata dentro una minore conoscenza, ed è confinata quindi non è libera; è un po’ libera sì, ma non è completamente libertà. Qui l’unica libertà a potersi dire tale rimane la libertà legittima: è libertà solo quella mossa dal disprezzo verso il dolo e dalle preferenze verso i vantaggi tutti, essendo costretta dall’ignoranza un’altra forma di agire, non libera e confinata a una minore saggezza che porta a un minore cuore, al male.[2]
Regola XIV – libertà (III): Al fine del proprio massimo guadagno, è il massimo bene per sé che si sceglie, mentre al male si è costretti per ignoranza o circostanze. Adunque se libertà vuol dire scegliere, allora non esiste libertà nello scegliere il male, solo costrizione. L’unica libertà possibile è scegliere dentro le opportunità del bene.[3]
Detto tecnicamente: al male si è costretti, al bene liberi. Diciamolo eticamente: alla banalità del male son tutti capaci, alla semplicità del bene pochi ne hanno le abilità. Lo diciamo in senso comune: il male è dannoso (violentante o degradante), il bene è utile (coartante doli o elevante vantaggi). Vediamo dunque l’applicazione di queste abilità nei vari campi della società libera.
Il bene individuale e collettivo è diritto della società.
Libro IV Pratiche. Art. 1. Bene
14. Libertà economica
Le limitazioni coartanti ed elevanti della società verso i suoi membri, sono mosse da quel tacito contratto sociale fra individuo e collettività, a cui le parti cedono parte della propria libertà naturale per garantire la propria tutela (coartare doli) ed espansione (elevare vantaggi); di conseguenza per garantire anche le tutele fondamentali ed espansioni meritocratiche di tutte le altre parti della società.
Tale contratto implica che la libertà individuale «eticamente» finisca dove inizia la libertà altrui, in un uso acconcio della stessa al fine di non arrecare e riceve danno, di tutelare e mantenere. Il che ci apre a quell’idea originaria e naturale di economia come uso parsimonioso della ricchezza. Quella stessa idea espressa da Leonardo da Vinci convinto che la natura fosse «economica», cioè guidata a massimizzare la ricchezza dal minimo capitale necessario (risparmio) piuttosto che massimizzare il capitale per una conseguente dispersione della ricchezza (spreco); ovverosia guidata a ricompensare il capitale invece che svilirlo.
Regola XV – etica economica: L’etica di arricchimento individuale non lede la giusta ricompensa delle parti.
In questo senso originario di economia come risparmio, parlare di economia dei beni includendo fra gli stesi anche la libertà, significa parlare «tecnicamente» di un utilizzo acconcio per una maggiore ricchezza, per espandere ed evolvere. Infatti come è piccola la ricchezza ottenibile depredando e traumatizzando un lago (spreco) in confronto a quella ottenibile mantenendo il lago nelle condizioni di poter offrire sempre nutrimento (risparmio), o così come è ridicola la ricchezza ottenibile da una continua produzione (spreco) in confronto al guadagno di un riutilizzo/riciclo (risparmio), così è altrettanto piccola la ricchezza ottenibile tramite un uso smodato della propria libertà a limitare illegittimamente quella degli altri, in confronto al bene ottenibile dalla spinta propulsiva di una società libera. Ma questo, in fondo, è il risultato di quella elementare proporzione – riadattando Alessandro Manzoni: se si desse (limitazione positiva) invece che prendere (limitazione negativa), ciò che si riceverebbe da tutti gli altri sarebbe di più di quello che possono prendere le proprie sole mani.
Regola XVI – tecnica economica: La tecnica di arricchimento individuale è un proporzionale ritorno da un adeguato arricchimento collettivo.
Naturalmente stiamo parlando di un’economia con un’etica e tecnica legittime, cioè che riconoscono e quindi non-sfavoriscono le parti individuali e collettive in causa. Abbiamo così due aspetti di libertà sociale dal punto di vista di un’economia etica e tecnica; ove l’etica riguarda il modo di vivere, la tecnica la condotta delle pratiche – che ora osserviamo rispettivamente.
L’economia regola la giusta ricompensa delle parti e il loro arricchimento.
II. Art. 2. Economia
15. Libertà etica
Dalle limitazioni (coartanti ed elevanti) mosse dal contratto sociale, si può dire che la possibilità di una società libera è limitata eticamente e obbligatoriamente dal rispetto e riconoscimento che ogni individuo deve avere per l’altrui parte. Ovvero la libertà sociale è possibile solo dove ogni individuo tuteli ogni altro garantendoli quel diritto proprio dell’etica universale della reciprocità.
Regola XVII – etica della libertà: «Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te e non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te». Tale che un segno di riconoscimento della società libera sia che tutti i suoi individui e collettività vivano nella massima concordia.
La prima parte dell’etica della reciprocità – «fai agli altri» e «non fare agli altri» – riguarda le preferenze esterne dell’individuo: come si vorrebbe che venissero trattati gli altri. La seconda parte dell’etica della reciprocità – «ciò che vorresti fatto a te» e «ciò che non vorresti fosse fatto a te» – riguarda le preferenze interne dell’individuo: come si vorrebbe essere trattati. La qual distinzione è il luogo dove si giocano le preferenze fra l’imperium collettivo (esterno) e la potentia individuale (interna), conseguentemente i limiti, doli e vantaggi di una società libera. Tale che la simmetria dell’etica della reciprocità possa essere impiegata tecnicamente nel tentativo di fare, di un Paese diviso, una Civiltà unita, grazie al garantismo delle sue «leggi di etica reciprocità»: è legittimo diritto se l’imposizione coarta tutti i casi uguali (non fare agli altri…) o avvantaggia tutti (fai agli altri…), ma diviene delittuosa e illegittima se ne coarta solo qualcuno o si concentra per il vantaggio di pochi a discapito di altri. In mancanza della garanzia dell’etica della reciprocità, si parla tecnicamente non più di società libera, ma di “libertà” di alcuni individui o collettività sugli altri.
L’etica si apre alla profonda comprensione dei diritti, delle condizioni e dell’uso. Gestisce le limitazioni coartanti secondo «principio di parità»; un’eguale dove il “pari” ha natura pitagorica femminile e infinita — con (teoria) doti di scelta fra le doppiezze delle cose, in virtù della loro parità.[4] Fra i suoi precetti evoca l’accogliere, il ricevere, la comprensione, il «prendere» (consapevolezza). Davanti all’etica, la parità si realizza levando disparità, meditando sull’unità delle cose, quindi riportando la doppiezza all’unità. Protettrice e guardiana – levando – garantisce la minima libertà.
L’etica ripudia il dolo fra le parti, mantenendosi parimenti valida per tutti.
II. Art. 3. Etica
16 Libertà tecnica
Chiamiamo libertà tecnica quella a cui, sotto i crismi di una scientificità riconoscibile, è data l’anarchia di proporre alternativi modi di pensare e di praticare in confronto a quelli assodati dalla collettività.
Regola XVIII – libertà tecnica: È l’anarchia scientifica di compromettere le scienze in corso, di sfidare paradigmi consolidati per via di sovversivi crismi scientifici.
Il crisma scientifico della libertà tecnica, presuppone che il suo atto anarchico avvenga sia dal punto di vista di critica al modello consolidato, accusato di falsità e dolosità, sia dal punto di vista di conferma del sovversivo modello, promessa di verità e vantaggio. Tale che la libertà tecnica si realizzi solamente nella possibilità di un contraddittorio che chiarisca le ricchezze teoriche e miglioramenti pratici della propria proposta (elevazione) e che la difenda individuando le debolezze teoriche o errori pratici della proposta da sovvertire (coercizione), sino alla dimostrazione di sua superiorità o inferiorità astrattiva e previsionale.[5] In questo senso la libertà tecnica nega la soppressione delle opinioni divergenti dal consolidato, ma ne cerca invece il confronto su dati attendibili, al più l’archiviazione per mancanza di prove; poiché tecnicamente, senza una legittima libertà di discussione, la verità non ha l’efficacia di emergere. Ne segue l’onere tecnico di controllare la possibilità di chi può addurre l’esistenza di motivi idonei a migliorare, e regolare chi può strumentalizzare per soddisfare interessi in contrasto col mantenimento (limite coartante) ed espansione (limite elevante) delle parti. Controllare e regolare, coi scudi e le lance delle «leggi di etica reciprocità». La sfera di dominio della libertà tecnica, coprente sia modelli di pensiero che di pratica, non di tutto il pensiero ma di tutta la pratica, presuppone che il suo atto anarchico trascini con sé rivoluzionarie forme di sviluppo del pensiero o di realizzazione pratica, quindi tutta una sorta di indisciplina alle autorità, eccentricità di vocabolario, movimenti di riordinamento sociale e di maggiore efficacia.
La tecnica si indirizza all’alta pratica dei diritti, delle condizioni e dell’uso. Gestisce le limitazioni per vantaggio secondo «principio di merito»; una differenza dove il “dispari” ha natura pitagorica maschile e perfetta – con (teoria) capacità di agire sull’unità delle cose, in virtù della loro disparità.[6] Fra i suoi precetti evoca il cogliere, il portare, la conoscenza, il «dare» (consapevolezza). Davanti alla tecnica, la disparità si realizza aggiungendo unità, agendo sull’unità delle cose, quindi riportando le disparità all’unità. Guerriero e conquistatore – aggiungendo – si efficienza alla massima libertà.
La tecnica favorisce il vantaggio fra le parti, evolvendosi parimenti favorevole per tutti.
II. Art. 4. Tecnica
17. Libertà clandestina
Per i due sopra capitoli etici-tecnici traiamo subito una profezia: se l’efficiente tecnica dell’illuminato guerriero conquistatore dei cieli si rimette alla garante etica dell’oscura protettrice e guardiana della terra, allora è bene. Altrimenti fuoco e metallo taglieranno i cuori degli uomini, angoscia e vuoto copriranno i volti delle donne. Per il sottostante concettuale di questa profetica trama tecnoetica[7] e per quanto detto sin qui, la società libera, entro limiti etici e tecnici, non può vietare e anzi deve avvalorare la tutela del diverso, per non cadere nella dittatura della società (imperium collettivo) o di ristretti gruppi sociali o di un singolo (potentia individuale). Tantoché qualunque libera società non può negare fra i suoi doveri il «Diritto alla clandestinità sociale», garantendo così ad ogni clandestino i soli diritti sanciti dalla «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo» e altresì impedendo al clandestino sociale di arrecare danno al cittadino e alle norme a cui questo ha aderito quando ha deciso di vivere sotto lo Stato sociale.
Regola XIX – etica clandestina: Tutte le forme di tutela delle minoranze, sono vincoli etici di restrizione della dittatura.
Abbiamo così che un altro segno di riconoscimento della società libera, sia quello di avere leggi etiche e tecniche subordinate al «principio di parità», parimenti compatibili anche con le minoranze e i dissidenti preservati nella loro sacra individualità e tutelati persino nel più estremo diritto di ribellione alla società: la clandestinità sociale. Ben distinguendo il ribelle sociale dal clandestino sociale: il primo, similmente alla libertà tecnica, risponde alle leggi sociali cercando di cambiarle in misura della sua ribellione; il secondo ne è fuori.
Regola XX – tecnica clandestina: Il diritto alla clandestinità sociale, aut aut delle dittature, risponde tecnicamente ai diritti universali dell’uomo, all’etica universale della reciprocità, ai limiti positivi (coartanti, elevanti) della libera espressione e non interferisce oltre con le leggi della società.
Avere leggi sociali compatibili con le minoranze, significa avere un interesse individuale incluso in quello collettivo e, per inverso, un interesse collettivo espressione di quello individuale. Quindi «leggi di parità e merito» che coprono sia le tutele fondamentali e i doli sia le espansioni meritocratiche e i vantaggi, in un codice civile riconoscente la libera espressione nei termini di “non-sfavorire”: non creare dolo, crea vantaggio. Non è vantaggio ciò che crea dolo, non è dolo ciò che porta vantaggio, giacché contaminandosi il dolo può essere inferiore al vantaggio allora è vantaggio, superiore allora è dolo.
Un tale codice permette alle minoranze, come a un dissidente, di appellarsi a una legge collettiva accusandola tecnicamente di sfavoritismo[8], oppure di mostrarne di più legittime o, in fine, di accettarla oppure di non accettarla affatto, appellandosi al diritto di clandestinità sociale. In una società libera.
La tutela è proporzionale ai vincoli di restrizione delle discriminazioni.
Libro V Tutele. Art. 1. Discriminazioni
18. Conservazione della libertà individuale e collettiva
Dalla libertà clandestina si evidenzia il bisogno di tutela dell’individuo da parte della collettività e viceversa. Secondo i seguenti precetti:
Regola XXI – conservazione individuale: Per quanto la società sia ciò a cui si riconduce l’individuo, ciò a cui l’individuo deve rispondere, essa è comunque l’insieme degli individui, specchio di tutti i suoi membri e di questi nessuno escluso. Nel riconoscimento di ciò, a ogni individuo e collettività una società libera deve rispondere come garante della loro libertà.
Così come la società libera deve garantire la libertà di ogni individuo e collettività indistintamente, così ogni individuo e collettività indistintamente non devono sfavorire la libertà della società. Ne segue che il fine di una società libera, deve essere certamente quello di promuovere la libertà di ogni singolo individuo, ma limitatamente al rispetto che l’individuo deve avere nei confronti della libertà collettività e, in generale, dell’altrui mondo.
Regola XXII – conservazione collettiva: Se è vero che la libertà si manifesta tramite valori individuali, allora essa è anzitutto una proprietà reale del mondo, una possibilità dell’universo affinché possa manifestarsi tramite gli individui. E se anzitutto è una possibilità universale, quindi della società tutta, allora per garantire la propria libertà sarebbe anzitutto da garantire la libertà altrui, sino al collettivo, prima che l’altrui la pretenda lecitamente con forza sino al dolo.
A questo punto possiamo allacciarci alla formulazione di Herbert Lionel Adolphus Hart e da essa proseguire: «nella sfera protetta del diritto, [l’individuo] è un sovrano», la collettività un impero.
Bisogna dunque ripetere ed evidenziare come un esclusivo aspetto di libertà individuale o collettiva prese distintamente l’una dall’altra e così utilizzate, sono l’errore interpretativo di un valore di libertà più alto; dato appunto dal riconoscimento della propria e altrui libertà. Contrariamente:
Se si desse conto solo dell’efficace libertà individuale (o di una lobby di individui) quest’ultima potrebbe ledere, con anche atti sopraffanti e monopolistici, alla libertà dell’altrui – come in una proiezione dell’ideologia capitalista;
Se si desse conto solo della garante libertà collettiva (o di una maggioranza), questa potrebbe schiacciare, con anche atti oppressivi e conformistici, la libertà delle differenze individuali – come in una proiezione dell’ideologia comunista.
Ben detto, a scegliere fra «sopraffazioni individuali» e «oppressioni collettive», fra le due l’unica soluzione sensata e di massimo guadagno appare la terza: una libertà sociale intesa come equilibrio dosato fra libertà collettiva e individuale, fra comunanza e differenza, fra imperium e potentia, garantismo ed efficacia, parità e merito, scevra da limitate ideologie ma con idee e azioni tramite cui la società possa mantenere e favorire l’individuo, le collettività e la loro integrazione cercando di limitarle esclusivamente nei doli che possono arrecarsi vicendevolmente o per i vantaggi verso tutti.
La sfera dell’interesse individuale deve essere rispettata nei
limiti in cui lo consente la tutela dell’interesse collettivo e viceversa.
III. Art. 2. Sfere
[2] Distinguendo i due massimi gradi della conoscenza fra “sapienza” e “saggezza”: non voglio in alcun modo affermare che chi più sa più ama. Perché non è la sapienza di tante cose ad ampliare l’amore, bensì la saggezza di alcune verità. Cosicché la verità di un solo contadino porti più amore di tutta la sapienza sbagliata di un’intera scuola filosofica. Certo: ho appena parlato di coincidenza fra ragione-amore, ma di questo ho detto qualcosa nel mio libro Mondo. Strutture portanti. Dio, conoscenza ed essere.
[3] Questo è il terzo principio che dedico alla libertà e non a una sua declinazione. Gli altri due nel mio libro Libertà, dal quale si possono cogliere completamente le dinamiche di tale principio.
[4] Tale teoria dice questo: se sono uguali posso riflettere sulle loro differente (es. 2+2=3+1); e se hanno parità posso scegliere indifferentemente fra la loro doppiezza. P.S. Ciò che è uguale (es. A=B) non è necessariamente identico (A=A), viceversa invece sì.
[5] Un esempio attuale di libertà tecnica lo potete seguire attraverso questi due miei articoli: la proposta costruttiva del mio sovvertivo paradigma filosofico «Dieci argomenti di filosofia» (in Filosofia e nuovi sentieri); la critica decostruttiva al consolidato paradigma filosofico occidentale «Critica al nichilismo» (in Azioni Parallele). N.B. Per completezza tale sovversivo paradigma sorge nel mo libro 2016, mentre in quel articolo lo si tratta sotto altri argomenti.
[6] Tale teoria dice questo: se sono differenti posso agire sulla loro unità (es. 7+5=13); e se hanno disparità posso agire differentemente sulle loro unità.
[7] Tecnoetica s. f. [comp. di “tecnica”- ed “etica”] – Disciplina che studia la riflessione etica che norma il comportamento delle pratiche e la flessione tecnica che influenza tale norma.
[8] Sfavoritismo s. m. [der. sfavorire] – Atto di natura violentante o favorente doli, degradante o sfavorente vantaggio.
One thought on “La società libera – Seconda parte”
20 aprile 2018 alle 09:15
Libertà e responsabilità sono collegati alla giustizia attraverso il diritto.
A mio parere, se gli uomini fossero tutti buoni gli uni con gli altri, non occorrerebbe la statuizione di un diritto, e chi avesse in animo di fare il giudice o l’avvocato, potrebbe passare miglior tempo per andare in riva al fiume a pescare.
http://pibond.blogspot.it/2009/05/diritto-e-giustizia-o-liberta-e.html

References: Art. 1
 Art. 2
 Art. 3
 Art. 4
in fine
 Art. 1
 Art. 2