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Cassazione sentenza n. 25073 del 7 novembre 2013 - Licenziamento per impossibilità della prestazione - Studio Cerbone
Cassazione sentenza n. 25073 del 7 novembre 2013 – Licenziamento per impossibilità della prestazione
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 07 novembre 2013, n. 25073
Lavoro – Licenziamento – Impossibilità della prestazione – Iscrizione ad un albo professionale o all’esercizio di attività professionale – Mancanza dei requisiti soggettivi
La Corte di appello, giudice del lavoro, di Napoli, in accoglimento dell’impugnazione proposta dal (…) e (…) in (…) riforma della sentenza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, rigettava la domanda proposta da (…) intesa ad ottenere la declaratoria di illegittimità del licenziamento intimatole in data 21/6/2006 e la conseguente condanna della società alla reintegra della lavoratrice nel posto di lavoro ed al risarcimento del danno. Riteneva la Corte territoriale che il licenziamento fosse stato intimato per una definitiva impossibilità della prestazione in ragione della mancanza in capo alla (…) dei requisiti soggettivi e cioè dei titoli che abilitassero la dipendente a svolgere l’attività di masso-kinesiterapia. Riteneva, in particolare, che la non avesse fornito la prova di possedere un titolo che la abilitasse, in base alla previsione di cui al d.lgs. n. 502/1992, all’iscrizione ad un albo professionale o all’esercizio di attività professionale in regime di lavoro dipendente o autonomo e che, quanto alla disciplina sopravvenuta di cui alla legge n. 42/1999 (cui era stata data attuazione con il decreto interministeriale 20/7/2000), solo i massofisiopterapisti in possesso di un diploma conseguito all’esito di un corso triennale potessero vantare un titolo equipollente al diploma universitario richiesto per legge (situazione questa non sussistente nel caso della (…), (…) in (…) possesso (…)solo (…) di un diploma biennale).
Per la cassazione di tale sentenza (…) propone ricorso affidato a quattro motivi.
Resiste con controricorso il (…) che (…) ha (…) anche depositato memoria ai sensi dell’art. 378 cod. proc. civ..
2. Con il secondo motivo è denunciata violazione degli artt. 11 cod. civ., 1 legge n. 403/71, art. 6, co. 3, d.lgs. n. 502/92 come modif. dall’art. 7, co. 3 d.lgs. n. 517/93, art. 9 legge n. 341/90, d.m. 27/7/2000, artt. 1, 2, 3, per aver la Corte di merito erroneamente interpretato la modifica legislativa, in tema di professioni sanitarie, riferita solo all’acquisizione, da parte dei nuovi diplomandi, dei relativi titoli specialistici, senza incidere su posizioni lavorative ultradecennali già acquisite da lavoratori assunti in base al possesso dei titoli richiesti dalla precedente normativa. Assume, in particolare, la mancanza di divieti ex lege all’espletamento della professione in base alla precedente normativa, sulla base della previsione dei titoli biennali ad esaurimento, del principio di irretroattività della legge che non può regolamentare ex novo un rapporto sorto precedentemente con la previsione di una causa di risoluzione fondata sul possesso di requisiti diversi da quelli previgenti (il possesso del diploma biennale anziché triennale). Assume che la legislazione di riforma delle professioni sanitarie non ha riordinato altresì la figura del massofisioterapista e, invocando all’uopo, giurisprudenza amministrativa pronunciatasi in tal senso anche quanto alla conservazione dei relativi corsi di formazione, conclude che il massofisioterapista biennale ha un titolo abilitante, non costituisce ad esaurimento ma di profilo valido su tutto II territorio nazionale.
Al riguardo basta osservare che la censura che con tale motivo si introduce appare del tutto generica, laddove la precisa ragione giustificativa della decisione si rinviene, in coerenza con le motivazioni del recesso esercitato dal datore di lavoro e con i poteri di qualificazione giuridica devoluti al giudice dell’impugnazione.
nell’esistenza di una situazione di impossibilità sopravvenuta della prestazione di lavoro, derivante dalla mancanza in capo alla lavoratrice, per effetto di disposizioni normative sopravvenute, del titolo professionale necessario per l’esercizio dell’attività lavorativa richiesta dal datore di lavoro e come tale idonea ad incidere sulla funzionalità della relativa organizzazione di lavoro.
Nessuna indebita conversione dei motivi del licenziamento (che, intimato per mancanza di un requisito soggettivo, sarebbe stato confermato per ragioni inerenti alla sfera organizzativa dell’impresa) è, pertanto, ravvisabile, avendo, piuttosto, la Corte territoriale valutato il recesso alla luce dei criteri normativi previsti dall’art 1464 cod. civ., e, quindi, alla luce di un criterio prognostico circa la possibile ripresa della funzionalità del rapporto senza significativi pregiudizi per l’organizzazione del datore di lavoro.
Ciò precisato, deve osservarsi come il ricorso, dopo aver passalo in rassegna le disposizioni normative nel caso pertinenti, non specifica (se non per il profilo dell’irretroattività della legge) sotto quale aspetto la ricognizione della fattispecie astratta, operata dalla Corte di merito, appaia incompatibile con i criteri di interpretazione legale, sì da rendere l’interpretazione offerta irriducibile al contenuto precettivo della norma.
Ha, infatti, rilevato il Consiglio di Stato, escludendo l’illegittimità del D.l. 27 luglio 2000 (ndrD.M. 27 luglio 2000), il quale annovera fra i titoli equipollenti al diploma universitario di fisioterapista di cui al D.M. n. 741 del 1992 il diploma di massofisioterapista, solo se conseguito all’esito di un corso triennale, che una corretta interpretazione della legge n. 42 del 1999, art. 4, commi 1 e 2, di cui il decreto citato costituisce attuazione, porta a disattendere un’impostazione secondo cui tutti i titoli preesistenti devono essere riconosciuti come equipollenti ai diplomi universitari di nuova istituzione.
Il D.I. 27 luglio 2000 (ndrD.M. 27 luglio 2000), è stato, quindi, ritenuto esente da profili di illegittimità, “prendendo lo stesso atto di una situazione di base contrassegnata dall’evidente disparità dei vari percorsi formativi, selezionando all’interno di essi quelli ritenuti in grado di fornire all’operatore una formazione di livello adeguato all’esercizio di una attività professionale altrimenti riservata a soggetti che abbiano conseguito il diploma di scuola media superiore ed abbiano positivamente frequentato un corso di laurea triennale”.
Tanto basta per affermare la legittimità del recesso ex art. 1464 c.c., rispetto al quale, per come ha chiarito questa Suprema Corte, è indispensabile stabilire dì volta in volta se vi siano elementi in grado di rendere oggettivamente prevedibile la cessazione dell’impossibilità ed il tempo occorrente, potendo, in tal contesto, le ragioni organizzative dell’impresa giustificare l’interesse alla risoluzione del rapporto di lavoro anche in caso di assenza prevedibilmente di breve durata, come, al contrario, escluderne l’interesse in caso di assenza prevedibilmente prolungata, ma pur sempre entro i confini della ragionevolezza (v., ex multis, Cass., 1591/2004).
11. Avuto riguardo alla peculiarità della fattispecie, sulla quale constano due soli recenti precedenti di legittimità, sussistono giusti motivi per compensare fra le parti le spese dei presente giudizio.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 6
 art. 9
 art. 4
 art. 1464