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Timestamp: 2020-08-14 06:11:52+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 31789 del 07/12/2018 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31789 del 07/12/2018
Cassazione civile sez. VI, 07/12/2018, (ud. 11/10/2018, dep. 07/12/2018), n.31789
sul ricorso 18801-2017 proposto da:
F.A., M.P., elettivamente domiciliati in ROMA,
VIA ATTILIO REGOLO 19, presso lo STUDIO LEGALE LIPERA, rappresentati
e difesi dall’avvocato NICOLETTA CERVIA;
partecipata dell’Il /10/2018 dal Consigliere Relatore Dott.
che con sentenza in data 13 maggio – 18 luglio 2016 numero 205 la Corte d’Appello di Genova confermava la sentenza del Tribunale di Massa, che aveva:
– respinto la domanda proposta da AMEDEO F. nei confronti dell’ex datrice di lavoro, NUOVO PIGNONE S.p.A. per il risarcimento del danno biologico, morale ed esistenziale subito a seguito dell’esposizione ad amianto ed ad altre sostanze morbigene nel corso dell’attività lavorativa, svolta con mansioni di saldatore;
– accolto la analoga domanda proposta da M.P. limitatamente al danno biologico, respingendola per il danno morale ed esistenziale;
che a fondamento della decisione la corte territoriale rilevava che quanto al danno biologico la ctu espletata, con motivazione rigorosa, aveva evidenziato:
– con riferimento alla posizione del F., che non sussisteva la BPCO e che le patologie lamentate non potevano essere correlate alta pregressa esposizione ad amianto;
– con riferimento alla posizione del M., che sussisteva la origine professionale della broncopneumopatia cronica ostruttiva sofferta ma non delle altre patologie lamentate. Tali conclusioni tenevano conto della documentazione medica prodotta, degli esiti della ctu ambientale e della sussistenza di fattori morbigeni extralavorativi (fumo di sigaretta).
Del pari infondata era la domanda per il risarcimento del danno morale e del danno esistenziale: pur essendo astrattamente concepibile la risarcibilità del danno non patrimoniale anche in mancanza di una lesione della integrità fisica, i lamentati turbamenti, angosce e stress erano rimasti disancorati da elementi obiettivi dei quali inferire che essi si fossero tradotti in un concreto peggioramento della vita dei lavoratori appellanti; era dunque impossibile apprezzare l’esistenza del danno oltre che la sua gravità, dovendo trovare conferma le argomentazioni svolte dal giudice del primo grado. Tali argomentazioni non erano contrastate dei motivi di appello, in quanto gli appellanti si erano limitati a richiamare numerose pronunce di legittimità in tema di danno non patrimoniale, senza ricostruire diversamente gli elementi di fatto.
che avverso la sentenza hanno proposto ricorso F.A. e M.P., articolato in quattro motivi, cui ha opposto difese con controricorso la società NUOVO PIGNONE spa;
che la proposta del relatore è stata comunicata alle parti-unitamente al decreto di fissazione dell’udienza- ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c.; che le parti ricorrenti hanno depositato memoria.
– con il primo motivo- ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, -violazione e falsa applicazione degli artt. 2,3 e 32 Cost., degli artt. 2043, 2059, 2087, 2727 c.c. e ss., del D.P.R. n. 27 del 2009, art. 5, D.P.R. n. 181 del 2009, art. 1, per avere la corte d’appello negato il diritto al risarcimento del danno morale e del danno esistenziale, ritenendo non applicabile il ricorso alle presunzioni.
Con il motivo si assume che la sentenza impugnata, nel ritenere omessa la allegazione di elementi oggettivi da cui ricavare il peggioramento della vita dei lavoratori, non chiariva quali dovessero essere tali elementi e che, invece, essi erano integrati dalle allegazioni contenute in ricorso (i dipendenti avevano svolto le loro mansioni per l’intero periodo lavorativo in un ambiente inquinato e la consapevolezza di ciò e l’aver visto morire i numerosi colleghi di lavoro aveva generato incertezza del proprio vivere; la apprensione iniziale era degenerata in angoscia ed in prostrazione fisica e morale). La ctu ambientale aveva dimostrato che i lavoratori di NUOVO PIGNONE avevano operato in un ambiente altamente inquinato; la condotta del datore di lavoro aveva prodotto una lesione dei diritti costituzionalmente garantiti dagli artt. 2,3,4,32,38 e 41 Cost., ovvero dall’insieme delle norme che tutelavano la personalità non solo fisica ma anche morale del lavoratore; le allegazioni dimostravano il danno attraverso presunzioni semplici;
con il secondo motivo – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione degli artt. 2087,2059,2697 c.c., nonchè degli artt. 115 e 116 c.p.c., per avere la corte di appello omesso di considerare che l’esposizione all’amianto ed ad altri fattori morbigeni e l’insorgenza della malattie erano state provate dai documenti. Si censura la sentenza impugnata per essersi conformata alle conclusioni della CTU medico legale in ordine al danno biologico, senza prendere posizione sulle contestazioni puntuali espresse dai lavoratori. I ricorrenti hanno assunto di avere impugnato le argomentazioni della c.t.u. medica, per non aver preso posizione sui dati documentali prodotti. A fronte delle critiche svolte dal consulente tecnico di parte il giudice dell’appello avrebbe dovuto indicare le ragioni dell’adesione alla ctu, che era stata recepita acriticamente;
– con il terzo motivo – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, -violazione degli artt. 2087,2059,2697 c.c., per avere la corte di appello travisato le risultanze processuali, documentate attraverso certificazioni mediche della ASL. Si censura la sentenza impugnata per essersi conformata alle conclusioni della CTU medico legale, che aveva negato la sussistenza di malattie risultanti dalle certificazioni rilasciate da enti pubblici, senza prendere posizione sulle contestazioni puntuali espresse dai lavoratori sulla base della consulenza di parte. Il ricorrente F. ha assunto di avere impugnato le argomentazioni della c.t.u. medica quanto alla assenza della derivazione dalla attività lavorativa della faringo-laringite e della BPCO ed il M. ha denunziato la mancata considerazione da parte del ctu della laringo-faringite cronica.;
– con il quarto motivo – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 4 e 5, – violazione dell’art. 92 c.p.c, comma 2, con riferimento alla decisione di compensazione delle spese del grado nella misura del 50%. Si assume che la indiscussa sussistenza dell’esposizione professionale ad amianto avrebbe imposto la compensazione totale delle spese di lite;
Quanto al primo motivo, la Corte territoriale ha ritenuto la mancanza di prova del danno morale e del danno esistenziale per la mancata emersione di circostanze obiettive, dotate di un sufficiente grado di specificità, sintomatiche del danno.
Giova premettere che questa Corte nell’arresto a Sezioni Unite dell’11 novembre 2008 nr. 26972, nel definire la consistenza e le condizioni di risarcibilità del danno non patrimoniale, dopo avere chiarito che, al di fuori dei casi di risarcibilità previsti direttamente dalla legge, il danno non patrimoniale è risarcibile unicamente se derivato dalla lesione di diritti inviolabili della persona riconosciuti dalla Cost., ha respinto tanto la tesi che identifica il danno nella lesione stessa del diritto (danno- evento) che la variante costituta dalla affermazione che nel caso di lesione di valori della persona il danno sarebbe in re ipsa. Ha osservato che entrambe le tesi snaturerebbero la funzione del risarcimento in quella di una pena privata per un comportamento lesivo.
La Corte territoriale, dunque, non ha negato la rilevanza, ai fini della prova del danno non-biologico, delle presunzioni ma ha affermato che nella concreta fattispecie di causa non erano emersi elementi obiettivi, dotati di un sufficiente grado di specificità, sulla base dei quali risalire alla sofferenza ed al cambiamento delle abitudini di vita derivati dalla consapevolezza della esposizione lavorativa ad agenti nocivi.
Il ragionamento della Corte di merito, che ha evidenziato che la mancanza di elementi obiettivi specifici impediva di inferire la prova per presunzioni, appare, pertanto, corretto in punto di diritto.
Tanto premesso, il giudizio di fatto circa la genericità delle allegazioni ed il mancato raggiungimento della prova è impugnabile in questa sede unicamente con la deduzione di un vizio di motivazione ovvero con la allegazione di un fatto specifico non esaminato nella sentenza impugnata. Nella fattispecie di causa, tuttavia, il giudizio, conformemente reso nei due gradi di merito tanto in ordine al danno morale che quanto al danno esistenziale, resta non più contestabile, ai sensi dell’art. 348 ter c.p.c., commi 4 e 5.
Quanto al secondo motivo ed al terzo motivo, che possono essere esaminati congiuntamente in quanto strettamente connessi, le censure-seppure articolate rispettivamente sub specie di violazione di norme ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, – nei contenuti contestano l’accertamento di merito, compiuto in sentenza, in adesione alle conclusioni del ctu, circa il quadro patologico e la dipendenza o meno delle malattie dei due lavoratori dalla esposizione lavorativa.
La mancata adesione del giudicante ai rilievi critici del consulente di parte non consente, infatti, di configurare l’assunto errore di diritto nè il travisamento delle risultanze processuali.
Il quarto motivo, avente ad oggetto la misura della disposta compensazione delle spese, è infondato. In merito alla censurabilità, in sede di legittimità, della statuizione con la quale, in ipotesi di soccombenza reciproca, il giudice abbia ritenuto di compensare, in tutto o in parte, le spese di lite, la giurisprudenza di questa Corte ha ripetutamente affermato che, poichè il sindacato della S.C. è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa, esula da tale sindacato e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite, e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca sia nell’ipotesi di concorso di altri giusti motivi. (ex aliis, Cass. n. 15217 del 2013, n. 17457 del 2006).
che, pertanto, il ricorso deve essere respinto con ordinanza in camera di consiglio ex art. 375 cod.proc.civ.
Condanna le parti ricorrenti al pagamento della spese, che liquida in Euro 200 per spese ed Euro 2.500 per compensi professionali oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 5
 art. 1
 sentenza 
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 sentenza 
 art. 360
 Cass. 
 art. 375