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Timestamp: 2017-10-19 16:38:33+00:00

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023 -Ricordi di un avvocato (fine) « Ricordare…
Uccidere un anticomunista non è reato
Vorrei qui ricordare anche la serie impressionante di sacerdoti trucidati in Emilia, che furono trentuno, mi sembra: un vero e proprio massacro di autentici uomini di Dio che, specie nei piccoli paesi, non si erano piegati al dominio del Partito comunista o, meglio, della sua ala militarista che vedeva nella vittoria della Resistenza una occasione irripetibile per rimuovere ogni possibile ostacolo all’instaurazione di un vero e proprio predominio assoluto.
A mio giudizio, Togliatti non era tra questi: ma, essendo stalinista, non poteva denunciare i colpevoli e doveva proteggerli: il Partito, al vertice, sapeva sia la verità su questi delitti, sia il fatto che taluni suoi funzionari “istruivano” i testimoni falsi per sostenere, ad esempio, che una povera donna violentata e massacrata era stata una spia fascista, come era accaduto nel processo Morselli. Ma bisognava difendere il Partito.
Tanto premesso, veniamo ad un processo al quale ho partecipato: quello per l’omicidio di Don Preci. Nella relazione del Procuratore della Repubblica di Bologna — Dott. Messina — al Procuratore Generale di Bologna in data 15 gennaio 1950 — due anni dopo le elezioni del 1948 — si legge:
“Nella notte del 23 maggio 1945 veniva ucciso con colpi di arma da fuoco alla testa il parroco Don Giuseppe Preci di Montaldo frazione di Montese. Le indagini e l’istruttoria espletate a quel tempo dettero esito negativo perché non poterono essere identificati gli autori del delitto.
Nell’agosto del 1949 la Questura di Modena potè raccogliere nuovi elementi a seguito dei quali gli autori e responsabili sono stati scoperti.
Esaminata infatti la perpetua del parroco, Tamburini Teresa, la quale aveva già deposto innanzi al Giudice Istruttore (foglio 12, fascicolo Ignoti) nel corso della prima istruttoria giudiziaria, questa si indusse a dire la verità e dichiarò ai Carabinieri (fog. 6, 1° Vol.) che la sera del 23.5.45 fu svegliata dalla voce del contadino Bononcini Irmo nella cui casa abitava insieme al sacerdote, essendo andata quasi distrutta la canonica; il Bononcini l’avvertì che due persone chiedevano del prete, per i conforti religiosi ad un ammalato, ella avvertì il prete poi aprì la porta di casa trovandosi di fronte Zanni Ivo e Galluzzi Giuseppe da lei ben conosciuti.
Don Preci dimostrò riluttanza ad uscire di notte, ma i due, per convincerlo, acconsentirono affinchè venisse accompagnato dalla domestica.
Così tutti uscirono ed i due sopravvenuti misero in mezzo il prete e la donna e si avviarono verso la Chiesa Nuova.
Dopo aver percorso circa trecento metri lo Zanni, estratta la pistola dalla tasca posteriore dei pantaloni, stando alle spalle del prete, gli esplodeva due colpi mirando alla testa ed uccidendolo. Subito dopo lo Zanni ed il Galluzzi intimarono alla donna di allontanarsi e di tacere pena la morte e affinchè la minaccia fosse più efficiente esplosero due colpi mentre ella si allontanava. Il giorno successivo la Tamburini sarebbe stata nuovamente minacciata di morte dallo Zanni se avesse parlato.
La Tamburini aggiunse che lo Zanni ed il Galluzzi le ordinarono di lasciare la porta di casa aperta quando fosse rientrata in casa e che quivi fu raggiunta dai due i quali, dopo aver frugato, si impadronirono di gioielli ex voto e di denaro, di un ostensorio d’oro, dei calici preziosi contenuti e custoditi in un secchio rinvenuto sotto il letto.
A tale impossessamento sarebbero stati presenti il Bononcini e sua moglie ai quali lo Zanni ed il Galluzzi avrebbero dato 30.000 lire del denaro trafugato e un’uguale somma alla Tamburini”. (pp. 1-4)”
Nel processo svoltosi avanti la Corte di Assise di Bologna, mi costituii parte civile per conto del fratello di Don Preci a tanto indotto da un sacerdote coraggioso che non poteva disertare quella battaglia e che, in proprio, non aveva titolo per costituirsi.
Il processo si concluse con la sentenza del 5 febbraio 1951 che condannava gli imputati Giuseppe Galluzzi, Ivo Zanni e Amilcare Lucchi per omicidio premeditato alla pena di anni diciotto di reclusione: limite questo raggiunto in seguito alle concessioni di generose attenuanti.
Di più: tredici anni furono subito condonati e gli ulteriori condoni rimisero gli imputati in libertà.
Le condanne e le pene scontate erano state letteralmente risibili, ma comunque, per la prima volta in Emilia, si affermava la responsabilità di ex partigiani comunisti per l’omicidio di un sacerdote.
Avverso quella sentenza fu interposto ricorso, poi convertito in appello, essendo stato nel frattempo introdotto il grado di appello anche per le sentenze emesse dalla Corte di Assise, che, fino a quella modifica, erano state soggette soltanto a ricorso per Cassazione.
Comunque, entrata in vigore la nuova normativa, il ricorso fu convertito in appello, e la Cassazione designò come giudice di rinvio la Corte di Assise di Appello di Firenze che, con sentenza in data 4 aprile 1952, confermò la sentenza di primo grado.
Infine, la Corte Suprema di Cassazione respinse i secondi ricorsi degli imputati.
Il principio, come ho detto, era salvo: ma il Partito comunista aveva raggiunto, difendendo quegli assassini e garantendo loro l’impunità — anche in forza delle leggi volute da Togliatti — una posizione di assoluto predominio. Ripetiamo: non a caso le regioni che erano state più fasciste — Toscana ed Emilia — avevano dato, nelle elezioni del 1948, la maggioranza assoluta al fronte dominato dai comunisti.
Assassinio di Don Pessina
Debbo ora occuparmi brevemente di un processo famoso nel quale non ebbi parte al tempo in cui fu celebrato: dovetti rileggere tutti gli atti solo quando, più di quaranta anni dopo, il generale dei carabinieri Pasquale Vesce fu vergognosamente accusato di avere — quando, come capitano, aveva guidato le prime indagini — costretto testimoni e imputati a formulare false accuse nei confronti dei primi imputati, dei quali, poi, attraverso la “richiesta” di revisione, di cui subito dirò, si riconobbe l’innocenza.
Parliamo dell’assassinio di Don Umberto Pessina, parroco di San Martino Piccolo — frazione di Correggio, in provincia di Reggio Emilia — consumato nella tarda serata del 18 giugno 1946.
L’azione penale fu promossa solo dopo le elezioni del ’48, che segnarono la sconfitta del Partito comunista, e ne fu autentico motore Monsignor Beniamino Secche, all’epoca dei fatti Vescovo di Reggio Emilia: un uomo di intemerata coscienza e di leggendario coraggio, al quale non fu mai perdonato di avere — deponendo avanti la Corte all’udienza del 7 febbraio 1949 — reso una dichiarazione che parla a volumi:
“Nella mia diocesi sono stati uccisi dieci parroci, tre dai tedeschi e sette dopo la Liberazione“.
Sta di fatto che, all’esito di una lunga vicenda processuale, passò in giudicato la sentenza della Corte di Assise di Perugia — alla quale il processo era stato rimesso “per legittimo sospetto” — del 26 febbraio 1949, recante condanna di Elio Ferretti alla pena di anni ventuno di reclusione — di cui diciannove condonati — di Germano Nicolini alla pena di anni ventidue — di cui undici condonati — e di Antonio Prodi alla pena di anni venti, interamente condonati.
Osserviamo incidentalmente, a proposito della “abbondanza” dei condoni, che nell’art. 16 del Dpr 22 giugno 1946, n. 4 — la cosiddetta amnistia “Togliatti” e contestuale condono si legge: “Il presente decreto entra in vigore il giorno della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale 23 giugno 1946 n. 137 ed ha efficacia per i reati commessi a tutto il giorno 18 giugno 1946“.
È il giorno in cui Don Pessina fu assassinato, ed era l’ultimo giorno utile per fruire di un condono smisurato: le coincidenze sono meno casuali di quanto comunemente si creda.
Tornando alla cronaca, la Corte aveva scritto nella sua sentenza:
“Don Pessina, per definizione del suo Vescovo, era un sacerdote esemplare ed aveva partecipato validamente alla lotta di liberazione, come si legge nel rapporto della Questura di Reggio Emilia. Combattente per la religione contro la irregolarità della dottrina marxista.
Quelli che frequentavano la sua Chiesa e ascoltavano le sue prediche assicurarono a Don Neviani che Don Pessina non faceva della politica. Era stato minacciato prima delle elezioni del 1948, ma, superate queste, la sua morte violenta non può spiegarsi senza cause sopravvenute. (p. 56)”
E le “cause sopravvenute” di natura politica erano costituite dalla resistenza del sacerdote alle prepotenze di coloro che esercitavano sulla regione un vero e proprio dominio di fatto.
A questo punto è doveroso ricordare che, più di quaranta anni dopo, di quella sentenza fu chiesta e ottenuta la revisione, e che la Corte di Assise di Perugia, con sua sentenza in data 7 dicembre 1993, stabilì che colpevoli dell’omicidio erano, invece, Cesarino Catellani, William Gaiti ed Ero Righi — militanti nello stesso partito dei primi imputati — ma la Corte, avendo escluso l’aggravante della premeditazione, dichiarò estinto il reato di omicidio per intervenuta amnistia.
Sennonché — e il dato è essenziale — la Corte confermò la natura politica del delitto scrivendo: “Ritiene la Corte di avere dato a tale interrogativo una anticipata risposta allorché ha affermato che l’azione fu decisa da esponenti del partito comunista italiano di Correggio“. (p. 32)”
La Corte, nella sentenza definitiva e riconosciuta da tutti giusta, scrisse:
“Dal contesto di tali elementi probatori si ha la conferma che fin dal giorno successivo i massimi dirigenti del partito comunista di Correggio e quelli del comitato direttivo provinciale di Reggio Emilia erano a conoscenza che ad uccidere Don Pessina la sera del 18/6/1946 era stata una squadra composta dagli attuali imputati“. (pp. 15-16).
Veniamo ora a un “particolare“, ricordando che è proprio nei particolari — come insegnava Schopenhauer — che si annida la maggior quantità di veleno.
Ebbene, nel rapporto dei carabinieri del 7 agosto 1946 ho letto:
“L’omicidio, che destò non poca impressione, rimaneva inesplicabile dati gli ineccepibili precedenti morali e politici del Don Pessina, avendo, peraltro, con la sua attività, partecipato validamente alla lotta di liberazione“.
Ed ecco cosa dichiarò il principale imputato nel primo processo, poi assolto in sede di rinvio, Germano Nicolini — allora sindaco comunista di Correggio — il 27 giugno 1946 ai carabinieri, al tempo delle primissime indagini, che non ebbero seguito, in considerazione dei tempi in cui si svolsero:
“Ritengo, per mia convinzione personale, che l’omicidio sia stato commesso da forze occulte (SAM O altre organizzazioni similari) allo scopo di determinare dissidi e malintesi fra i diversi partiti e specialmente creare delle ostilità al Partito Comunista, che in base alle conseguenze sarebbe il più indiziato in questa circostanza“.
Quando si pensi che le SAM erano le “Squadre di Azione Mussolini” che facevano parte delle “forze occulte della reazione in agguato“, si ha la prova dei limiti che la menzogna può raggiungere e superare.
Ma il Nostro aveva aggiunto:
“Altro motivo penserei ad una questione privata di cui io non posso dare alcuna versione dato che mi sono sempre disinteressato degli affari degli altri“.

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