Source: http://www.papaseparatiliguria.it/norme-che-regolano-le-ctu/
Timestamp: 2018-09-25 07:26:04+00:00

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NORME CHE REGOLANO LE CTU (ovvero come difendersi, a termine di Legge, dai pochissimi CTU disonesti) - Papà Separati LiguriaPapà Separati Liguria	NORME CHE REGOLANO LE CTU (ovvero come difendersi, a termine di Legge, dai pochissimi CTU disonesti) - Papà Separati Liguria
Nell’ambito delle cause di separazione, per l’affidamento della prole spesso il magistrato si affida e si appoggia a un consulente tecnico. E’ difficile ipotizzare che, in un sistema ideologizzato come quello italiano (affidamento della prole al padre al disotto dei 10 anni 3.3%, di cui solo lo 0.6% per via giudiziale), l lavoro di quest’ultimo sia sgombro da pregiudizi e dalla pressione latente del committente. Ci troviamo così , molto spesso, a lottare con periti che – come una sorta di eco – ricalcano mellifluamente il pensiero del giudice. La conoscenza degli elementi FORMALI da cui una perizia non può prescindere, fornisce ai genitori uno strumento basilare per· difendersi da perizie che, talora, configurano un vero e proprio abuso; proprio questo è l’intento con cui pubblichiamo il pezzo degli amici Papà Separati dai figli di Varese.
Tratto da un provvedimento giudiziale presso il Tribunale di Varese del 2005:· “… Essendo questo il quadro in cui al giudice è richiesto di dettare provvedimenti circa l’affidamento del minore e del diritto di visita del coniuge non affidatario (in caso di affidamento non congiunto) deve necessariamente ribadirsi che il richiamo alla Consulenza tecnica d’ufficio è imprescindibile. Ed invero, non pare superfluo ricordare in questo contesto che il legislatore del 1942, nell’offrire al giudice un nuovo strumento conoscitivo, la consulenza tecnica appunto, ha inteso mettergli a disposizione un mezzo adeguato per integrare le proprie cognizioni tecniche durante il corso dell’istruzione della causa e che, in assenza di riscontrati gravi errori commessi dal consulente, le motivate conclusioni di quest’ultimo si riverberano e confluiscono nei provvedimenti dettati dal giudice”.
Questo esempio spiega molto bene l’importanza della Consulenza Tecnica d’Ufficio: non indiscutibile mezzo di prova ma strumento per integrare le conoscenze del giudice. Il quale, comunque, essendo peritus peritorum, può anche disconoscere la consulenza e decidere in modo contrario ai suggerimenti del perito.
Dovrebbe ormai essere· chiaro a tutti che il sistema degli affidamenti ai minori in Italia non è completamente privo di pregiudizi di natura sessuale. L’affido dei minori fino a 10 anni al padre è pari (dati ISTAT 2004) al 3.3% (con la punta dello 0.3% di Bolzano): questo dato, però, è comprensivo dell’80-85% di separazioni consensuali per cui ne possiamo dedurre, con margine di errore veramente risicato, che la percentuale di minori affidati al padre per esplicita decisione del magistrato al termine della giudiziale è solo un quinto delle cifre testè riportate (quindi 0.6% su base nazionale e di queste il 60% per diretta richiesta del CTU – cioè circa lo 0.36% del totale!).
Secondo noi queste percentuali mal si conciliano con l’esclusivo interesse del minore se si tiene solo conto –per esempio- che la percentuale di malattie psichiatriche nella popolazione generale supera, secondo il Ministero della Salute, il 10%.
Tutto questo parrebbe confortare l’opinione di molti di una magistratura fortemente ideologizzata in questo campo specifico; e questo non può ovviamente non riverberarsi in una influenza sui consulenti tecnici.
Negli Stati Uniti si è iniziato a sviluppare lo studio delle consulenze tecniche (tecniche, quindi teoricamente “neutre”, perché neutra dovrebbe essere la Scienza) nei paesi totalitari e nei sistemi ideologizzati: si è visto che esiste una inevitabile forte influenza sugli esiti delle perizie e si è cominciato a parlare di “perizie di compiacenza”.
D’altronde possiamo immaginare che il perito, nominato sulla fiducia da un campione di quella magistratura che, ce lo hanno detto i dati ISTAT, ha assunto una posizione molto netta sul tema, voglia correre il rischio di contrapporsi al giudice rischiando di essere poi rinnegato e delegittimato e quindi di uscire da un sistema economicamente premiante (e non solo per le consulenze al giudice ma anche perché, così facendo, si può essere frequentemente chiamati per le più remunerative· consulenze di parte)?
Potrà anche accadere (a un nostro iscritto è successo e, infatti, la psicologa che aveva fatto la proposta blasfema “sia affidata la piccola al padre” è stata delegittimata subito dal magistrato) ma difficilmente potremmo essere convinti che questa sia la regola.
Le Consulenze tecniche sono governate dalle norme del CPC e dalle relativa norme attuative.
E’ opportuno che tutti ne siano a conoscenza poiché sono molto più facilmente contrastabili gli errori procedurali che quelli di sostanza, di merito (che vengono, anche se macroscopici, fatti rientrare agevolmente nella insindacabile autonomia del professionista).
Per i gravi reati commessi nella perizia di cui al provvedimento con cui è iniziato questo articolo, il perito in questione è stato oggetto di un complesso procedimento penale ed escluso dall’albo. Con buona pace del giudice che tanta fiducia aveva riposto in lui!
[modifica] CAPO II Dei consulenti tecnici del giudice
[modifica] SEZIONE I Dei consulenti tecnici nei procedimenti ordinari
Codice di procedura Civile:·· Sezione III: DELL’ISTRUZIONE PROBATORIA
Nei casi di cui agli articoli 61 ss. il giudice istruttore, con l’ordinanza prevista nell’articolo 187 ultimo comma o con altra successiva, nomina un consulente tecnico e fissa l’udienza nella quale questi deve comparire.
(Assistenza all’udienza e audizione in camera di consiglio)
I CTU (solitamente in queste cause sono psicologi, psichiatri, neuropsichiatri) spesso sono dipendenti di strutture pubbliche (ASL, ospedali). Essi, tranne nel caso in cui eseguano la perizia per strutture consultoriali o connesse ai Servizi Sociali), svolgono la prestazione in modo autonomo. E’ prassi che il CTU chieda un anticipo sull’onorario. Al saldo dovrà emettere fattura. Su questa dovrà essere presente la residenza (trattandosi di ditte individuali coincide con il domicilio fiscale) e la Partita IVA (da cui, tramite il penultimo e terzultimo numero, è possibile risalire alla provincia di apertura della medesima). Da questo ne deriva una prima possibilità di controllo sulla rispondenza della residenza reale· all’art.16 delle norme attuative del cpc.
Bisogna poi insospettirsi (e nel caso fare una segnalazione all’autorità giudiziaria e alla dirigenza della struttura pubblica) se la prestazione per cui si è ottenuta fattura (farsela rilasciare sempre: altrimenti sporgere denuncia a Guardia di Finanza e Procuratore della Repubblica) individuale si è tenuta, tutta o in parte, in luoghi pubblici. In quel di Varese ci è capitato che colui che da anni decideva, in virtù della sua serietà professionale, dei destini di decine di bambini, in realtà eseguisse sedute peritali abusivamente all’interno dell’ASL, in orario di pubblico servizio e stipendio, utilizzando altresì gli orari di servizio per le· visite domiciliari.
Questo presuppose, da parte del Pubblico Ufficiale CTU, la violazione del rapporto fiduciario con la Pubblica Amministrazione, la violazione della autocertificazione con cui il CTU aveva giurato di eseguire la libera professione aldifuori delle strutture pubbliche e, conseguentemente, reati molto gravi quali, per ipotesi, PECULATO, FALSO IDEOLOGICO, TRUFFA AI DANNI DELLO STATO, INTERRUZIONE DI PUBBLICO SERVIZIO, chiaramente incompatibili con la credibilità che si dovrebbe attribuire a questa qualifica.
Solo alcune strutture pubbliche (pochissime in Italia) consentono ai dipendenti di eseguire la libera professione individuale all’interno della struttura, comunque in regime cosiddetto “extra moenia”.
Allo stesso modo, ricordiamo che il CTU, in assenza del giudice, deve segnalare data, luogo, ora di inizio delle operazioni peritali. Non è obbligatorio (ma è buona prassi) segnalare il calendario di tutte le sedute in questione. Nel nostro caso varesino questo mancava per ostacolare eventuali controlli incrociati col cartellino timbrato dell’ASL. Diffidare quindi di relazioni peritali troppo vaghe dal punto di vista cronologico e geografico.
Da un punto di vista sostanziale queste –quantunque legali- potrebbero essere comunque attaccate per la incapacità di fondare una certezza legale e di possedere il requisito della storicità (cioè la capacità di garantire una memoria storica delle attività). Infatti la verbalizzazione si dovrebbe concretare nella NARRAZIONE STORICO – GIURIDICA del procedimento decisorio:············ data, luogo indicazione nominativa dei presenti e punti principali della discussione, quantunque non richiesti dalla legge, rappresentano però le indicazioni necessarie per poter verificare , ex post, la correttezza del procedimento cui si riferiscono. Gravi lacune e scorrettezze potrebbero far paventare,· da parte del magistrato, un venir meno del dovere di vigilanza. Per quanto riguarda, in sintesi, il problema della certezza legale, dobbiamo dire che gli atti di certezza sono dichiarazioni di rappresentazioni relative ad atti o fatti. Essi sono frutto di due momenti: accertativi e certificativi (render chiaro a se stessi e il dichiarare ad altri ciò che si è appreso). E’ chiaro che una relazione scritta priva di elementi concreti (date, luoghi, orari) assume un carattere astratto, aleatorio, poco consono all’acquisizione del potere di costituire una vera certezza legale.
Per la responsabilità civile di CTU e CTP rimandiamo al bell’articolo di un avvocato del Foro di Lecce, Raffaele Plenteda, reperito su http://www.altalex.com/.
La responsabilita’ civile del consulente tecnico di parte
Sommario: 1.La consulenza giudiziaria, il consulente del giudice, il consulente di parte. 2. Il consulente di parte e l’avvocato: un’ipotesi ricostruttiva. 3. Casi borderline: il comportamento del professionista.
1. La consulenza giudiziaria, il consulente del giudice, il consulente di parte.
Esiste un comune giudizio negativo intorno all’inflazione di azioni di responsabilità professionale, legato alla considerazione che l’abuso di questo strumento, senza dubbio, incide negativamente sul sereno esercizio di attività professionali importanti e delicate1. D’altra parte, tuttavia, non va taciuto che, in linea di principio, un sistema di responsabilità professionale, opportunamente equilibrato ed epurato da finalità “persecutorie”, potrebbe produrre il benefico effetto di consentire una continua verifica della competenza tecnica e/o scientifica dei vari operatori intellettuali. La condanna al risarcimento del danno da colpa professionale, così, oltre all’effetto riparatorio a favore della vittima della malpractice, avrebbe l’utile funzione di sanzionare gli operatori meno competenti e capaci, emarginarli e, come extrema ratio espellerli dal sistema, con conseguente innalzamento degli standards complessivi di ciascun settore.
2. Il consulente di parte e l’avvocato: un’ipotesi ricostruttiva.
Lo specialista-consulente di parte, in definitiva, concorre con l’avvocato, ciascuno relativamente al proprio bagaglio di competenze e nei rispettivi ruoli, alla determinazione dei molteplici profili che compongono la linea
difensiva dell’assistito. Le plurime opzioni, scelte, dottrine ed argomentazioni tecniche, scientifiche e giuridiche prese a riferimento, dedotte e sostenute, infatti, rappresentano l’essenza stessa della posizione processuale della parte. Si viene a formare, così, una vera e propria “simbiosi processuale” tra le attività delle due figure professionali.
3. Casi borderline: il comportamento del professionista
La letteratura specialistica, in ogni area, presenta agli operatori del settore questioni di non semplice ed univoca soluzione. Spesso, addirittura, non esiste un approdo dottrinario universalmente condiviso e gli stessi interventi degli Autori, per esperti ed autorevoli che siano, prospettano dei percorsi argomentativi e delle conclusioni tra loro non sempre convergenti. A ciò, deve aggiungersi che i casi della vita presentano ciascuno le proprie peculiarità e, molte volte, risultano difficilmente incasellabili nei precedenti, oggetto delle trattazioni scientifiche, ovvero non presentano elementi tali da consentire con certezza l’individuazione e l’applicazione di una specifica “legge di copertura”.
Ci si vuol riferire, in altri termini, ai casi-limite, casi che si prestano ad una pluralità di possibili soluzioni, non necessariamente in linea tra loro. E’ intuitivo come l’intrinseca incertezza scientifica, che questi casi pongono, esponga lo specialista-consulente di parte al rischio che la propria posizione sia smentita dalle risultanze tecniche del processo, rendendolo, in astratto, facile bersaglio di azioni di responsabilità.
In realtà, i casi borderline implicano senza dubbio la soluzione, da parte del professionista-consulente, di quei “problemi tecnici di speciale difficoltà”, cui fa riferimento l’art. 2236 Cod. Civ. al fine di limitare la responsabilità del prestatore d’opera intellettuale alle sole ipotesi di dolo o colpa grave. La disposizione appena richiamata, in particolare, offre una positiva guarentigia al consulente di parte il quale, sostenendo con la dovuta diligenza e perizia le (valide) tesi scientifiche integrate nella linea di difesa della parte, è protetto da azioni di responsabilità esperite per il sol fatto che la tesi sostenuta sia stata legittimamente disattesa nelle risultanze tecniche del processo, aderenti ad altro orientamento.
Trascurando l’ipotesi estrema del contegno doloso del professionista, nei casi borderline il consulente di parte sarà chiamato a rispondere solo in ipotesi di sua colpa grave. Una colpa di tale grado, tuttavia, non è esclusa per il solo fatto che lo specialista abbia svolto con diligenza e perizia la propria attività nel c.d. “contraddittorio tecnico”: è necessario, altresì, che egli abbia assunto un comportamento improntato a prudenza, in particolar modo nella fase antecedente e prodromica al giudizio.
E’ una questione di metodologia, inerente al rapporto tra committente e consulente: lo specialista non può limitarsi a fare propria una tra le possibili soluzioni della questione tecnica sottoposta alla sua attenzione, magari la soluzione più aderente alle esigenze processuali della parte ed, in questo modo, andare senz’altro esente da qualsiasi possibile conseguenza sul piano della responsabilità. Egli, viceversa, deve anzitutto e preventivamente mettere al corrente la parte che la questione tecnica, sottesa al giudizio da promuovere, è di difficile e non univoca soluzione, “delineando sia gli elementi favorevoli che quelli contrastanti con l’ipotesi che viene proposta al vaglio dello specialista sempre, ovviamente, in forma critica e dettagliata”18. L’omissione di tali informazioni, infatti, integra di per sé un’imprudenza che, a sua volta, è suscettibile di configurare una colpa del consulente, grave proprio in ragione della natura borderline del caso, la quale avrebbe imposto una particolare cautela.
Se la parte soccombente sarà in grado
di fornire al giudice dell’azione di responsabilità professionale elementi idonei ad attestare che se avesse saputo della natura particolarmente controversa della questione tecnica posta alla base della propria difesa, (con ragionevole certezza o con probabilità19) non avrebbe intrapreso l’azione giudiziaria, non è escluso che lo specialista-consulente vada incontro a condanna al risarcimento, nonostante non gli si possa rimproverare alcunché in merito alla mancata adesione del c.t.u. alla propria tesi tecnico-scientifica.
Vale la pena, in chiusura, fare un breve riferimento ad una nuova specifica problematica, che riguarda, in modo particolare i consulenti medico-legali ed è inerente alla nuova procedura di c.d. “indennizzo diretto” in materia di R.C.A. Come è noto, infatti, l’art. 149 del nuovo “Codice delle Assicurazioni”20 introduce una particolare procedura di risarcimento per il “danno alla persona subito dal conducente non responsabile se risulta contenuto del limite” “di danno biologico permanente … da lesioni pari o inferiori al nove per cento”21, che si differenzia dall’ordinaria procedura (disciplinata dall’art. 148), che è ancora applicabile per le ipotesi di danno biologico di “non lieve entità”. Per quanto qui interessa, bisogna evidenziare che, nel secondo caso, il danneggiato può ordinariamente proporre azione giudiziale avverso l’Assicuratore del responsabile civile del sinistro, mentre nel primo caso “il danneggiato può proporre l’azione diretta … nei soli confronti della propria impresa di assicurazione”22.
Il sistema risarcitorio appena succintamente descritto sarà vigente per i sinistri verificatisi a partire dal 1° febbraio 200723. Allo stato, pertanto, non è possibile fornire una risposta certa al problema del destino processuale, a cui andrà incontro la domanda risarcitoria proposta dal conducente nei confronti della Compagnia del responsabile civile (anzicchè nei confronti della propria impresa di assicurazione) sul presupposto, rivelatosi erroneo in sede di accertamento giudiziale, che le lesioni riportate in conseguenza del sinistro qualifichino un danno biologico “di non lieve entità”.
Non è certo questa la sede per criticare (come meriterebbero!) le deprecabili ambiguità che crea questo nuovo sistema. Stando al dato normativo, tuttavia, non sembra peregrino ritenere che, nel caso di specie, il danneggiato potrebbe vedersi integralmente rigettata nel merito la domanda di risarcimento perché, in mancanza di danno biologico di non lieve entità, nessuna obbligazione sarebbe ravvisabile in capo all’Assicuratore del responsabile civile24.
Dalla valutazione preliminare del danno biologico da parte del medico legale incaricato dal danneggiato, dunque, dipende addirittura l’individuazione della corretta procedura (stragiudiziale e giudiziale) da intraprendere al fine di conseguire il debito risarcimento. Ne consegue che un’erronea valutazione “al rialzo” da parte del medico-legale produrrebbe sistematicamente l’esito negativo della vertenza, integrando in maniera automatica il nesso causale tra condotta e danno ed aprendo, così, la strada all’azione di responsabilità nei confronti dello specialista-consulente. Da qui, s’impone una particolare prudenza nell’operato del medico-legale già nella fase “pre-giudiziale”, in special modo con riferimento ai casi di lesioni fisiche che si pongono al limite della soglia (per quanto arbitraria la si consideri) che discrimina tra danno biologico di lieve e di non lieve entità.
Sembra, ormai, consolidato il principio di responsabilità dei professionisti, chiamati con sempre maggiore frequenza a rispondere del proprio operato. Si tratta di un fenomeno affermato, del quale è possibile cogliere aspetti negati e positivi, questi ultimi legati, come si è accennato, anche al possibile controllo “diffuso” delle competenze e capacità professionali in campo. Per consentire questo effetto benefico ed evitare che l’inflazione delle azioni di responsabilità strangoli la libertà di esercizio delle professioni, tuttavia, è necessario costruire un sistema equilibrato, scevro di quelle finalità ed effetti persecutori che oggi ancora si colgono.
In questo percorso, merita un’attenzione specifica la figura del professionista-consulente e la particolare attività di supporto che egli svolge nell’ambito della giustizia, dove non si può più prescindere dagli essenziali contributi scientifici di consulenti “di particolare competenza tecnica”25. L’attività di consulenza giudiziaria, a qualunque area essa si riferisca, incide sull’effettività della tutela dei diritti ed interessi dei soggetti dell’ordinamento e deve essere svolta, per questo, con tutte le cautele ed attenzioni che la sua importanza impone.
Affermare in materia un principio di responsabilità del professionista, pertanto, appare necessario, tanto quanto individuarne tratti e contorni ben definiti, proprio al fine di garantire la “certezza del diritto” a quanti intendano assolvere al proprio ruolo professionale, anche all’interno di un processo, con serietà e competenza, ma anche con la necessaria serenità.
1 Ne sanno qualcosa i medici, nell’ambito della cui categoria si assiste addirittura alla nascita di iniziative associative precipuamente rivolte a contrastare culturalmente l’abuso dell’azione di responsabilità civile e penale per “colpa medica”. Tra queste si segnale l’Associazione “Amami” (Associazione Medici Accusati di Malpractice Ingiustamente). Nel sito www.associazioneamami.it sono reperibili interessanti contributi sul problema.
2 La definizione generalissima di responsabilità professionale è di M. Moretti, La responsabilità civile del consulente tecnico, reperibile all’url www.associazioneamami.it/Pdf/La%20responsabilità/20del%c.t.u.%20medico.pdf .
Ovviamente la normativa di riferimento è costituita dalla disciplina dalla definizione di diligenza nell’adempimento di cui all’art. 1176 Cod. Civ., con specifico riferimento al secondo comma, nonché alla disciplina del contratto di prestazione d’opera intellettuale (artt. 2229 ss. Cod. Civ.) e, in particolare, all’art. 2236 Cod. Civ.
3 Così Cass. Civ., SS. UU., 06-11-1980 n. 5946.
4 M. Moretti, cit., fornisce una definizione analoga dell’attività di consulenza, ancorchè precipuamente riferita al consulente del giudice. Secondo l’autore, infatti, l’obbligazione del c.t.u. è quella di “attingere in modo cauto, diligente e prudente ad ogni risorsa del proprio bagaglio scientifico e di compiere in tal senso ogni sforzo al fine (…) di consentire al giudice di formulare, suo tramite, un accertamento o una valutazione”.
5 Vedi, per es., Cass. civ., sez. III, 10-08-2004, n. 15411.
6 Il regime penale è in tutto analogo a quello previsto per i periti nell’ambito del procedimento penale, in virtù dell’espresso rinvio contenuto nel primo comma dell’art. 64 Cod. Proc. Civ. Il secondo comma della disposizione, peraltro, introduce una specifica previsione contravvenzionale per l’ipotesi di “colpa grave nell’esecuzione degli atti che gli sono richiesti”, regime che concorre con le ipotesi delittuose, configurabili in caso di inadempienza dolosa (Cfr. Cass. Pen., Sez. VI, 24-05-90 n. 7277). Quanto al regime disciplinare, ci si riferisce alla previsione di cui all’art. 19 delle Disp. Att. Cod. Proc. Civ., secondo cui “La vigilanza sui consulenti tecnici è esercitata dal Presidente del Tribunale, il quale, d’ufficio o su istanza del Procuratore della Repubblica o del Presidente dell’Associazione Professionale può promuovere azione disciplinare contro i consulenti che non hanno tenuto una condotta morale e politica specchiata o non hanno ottemperato agli obblighi derivanti dagli incarichi ricevuti.
7 “Tranne che il giudice riconosca che ricorre un giusto motivo di astensione”: così recita il primo comma dell’art. 63 Cod. Proc. Civ.
8 Vedi, per tutti, L.P. COMOGLI, Le prove civili, Torino, 2004, p. 662.
9 Inciso tratto dall’art. 64 del Codice Deontologico dell’Ordine dei Medici.
10 I corsivi sono tratti da A. Farneti – A. Gentilomi, La responsabilità del medicolegale ovvero come passare da inquirente ad inquisito, reperibile all’url www.studiomedico.it/allegati/responsabilità1.rtf.
11 Gli interventi in materia sono ancora davvero sporadici, tanto che A. Fareti – A. Gentilomi, cit., li definiscono addirittura “pionieristici”.
12 E’ principio processuale civilistico consolidato, quello secondo cui la struttura triadica del processo deve essere garantita in ogni caso di consulenza tecnica. Sul punto, vedi F.P. Luiso, Diritto processuale civile, tomo II, pp. 91 s., Giuffrè, 1999, dove l’Autore chiarisce che “nella consulenza tecnica si ricrea la struttura dialettica del processo perché vi è un consulente tecnico d’ufficio che integra le cognizione del giudice ed i consulenti tecnici delle parti che integrano le cognizioni delle parti. Essendo essi tutti in possesso delle medesime cognizioni tecniche, fra loro possono discutere e si rende possibile la realizzazione del principio del contraddittorio sulle conclusioni cui giunge il consulente tecnico d’ufficio”.
13 F.P. Luiso, cit., p. 92.
14 Per tutti, vedi Limongelli, in particolare, Avvocato e danni, in L. Viola (a cura di). Trattato pratico di diritto civile, tomo I, cap. VI, Halley editrice, in corso di pubblicazione.
15 Vedi sopra, nota n. 14.
16 Così Cass. Civ., Sez. III, 05-06-1996 n. 6264.
17 Così Cass. Civ., Sez. III, 06-02-1998 n. 1286. Sul punto, vedi M. Grisafi, La responsabilità dell’avvocato, reperibile all’url http://www.studiogrisafi.com/par4.html, in cui l’Autore precisa che “così facendo la cassazione ha applicato anche nell’ambito della responsabilità dell’avvocato il principio espresso dalla cassazione penale in tema di responsabilità medica per perdita di chance di guarigione e di sopravvivenza”.
18 I corsivi sono tratti da A. Farneti – A Gentilomi, cit.. Anche chi affronta
la questione dal punto di vista dello specialista, in definitiva, è sensibile alla necessità di una puntuale informazione, che abbia ad oggetto il carattere controverso della questione.
19 Intorno al nesso di causalità, vedi supra.
20 D. lgs. n. 209 del 07-09-2005.
21 Combinato disposto artt. 149 e 139 Cod. Ass.
22 Art. 149 co. 6 Cod. Ass.
23 Art. 15 del regolamento attuativo del sistema del risarcimento diretto, D.P.R. n. 254 del 18.07.2006, reperibile all’url http://www.altalex.com/index.php?idnot=10147.
24 Per completezza, bisogna respingere decisamente la ricostruzione, secondo cui la domanda dovrebbe essere rigettata in rito per carenza del presupposto processuale della c.d. “legittimazione passiva” della Compagnia convenuta: secondo il comune insegnamento, infatti, i presupposti processuali si valutano in base al contenuto della domanda giudiziale e, nel caso di specie, la domanda conterebbe una richiesta di risarcimento (del danno biologico di non lieve entità), sufficiente a fondare la legittimazione processuale.
25 Il riferimento è all’art. 61 Cod. proc. Civ., dettato per la scelta del consulente d’ufficio.
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2 pensieri su “NORME CHE REGOLANO LE CTU (ovvero come difendersi, a termine di Legge, dai pochissimi CTU disonesti)”
Luigia Verde il 3 luglio 2017 alle 16:35 scrive:
il ctu nominato dal giudice per affidamento minori,risulta conoscente della famiglia della controparte (madre),ex prete del paese e successivamente lasciato i voti attualmente ctu,e nella sua relazione finale di parte a favore solo della madre,non presentando al giudice le risposte da me date dei test valutativi.oltretutto il ctu non ha informato il giudice della conoscenza della famiglia ,io ho documentazione da parte di un investigatore da me assunto per verificare in riguardo la conoscenza.Il giudice afferma che doveva venire a conoscenza di cio’ prima dell’udienza e che ormai i tempi sono scaduti visto che il ctu ha depositato la relazione.chiedo come comportarsi e a chi rivolgersi. GRAZIE
Redazione il 5 luglio 2017 alle 22:26 scrive:
Pare motivazione molto fragile è insufficiente per una ricusazione … nel caso andava posta riserva prima . Difficile possa essere accolta
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References: Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Art. 149
 Art. 15