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Timestamp: 2017-02-22 10:40:57+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II PENALE - SENTENZA 13 settembre 2011, n.33839
PATRIMONIO (REATI CONTRO LA –ARTT. 624-648-TER) CP Art. 646 E’ configurabile l’appropriazione indebita di crediti? CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II PENALE - SENTENZA 13 settembre 2011, n.33839MASSIMAIn tema di appropriazione indebita, il bene oggetto del reato deve essere costituito dal denaro o da altro bene mobile comunque suscettibile di fisica apprensione. Pertanto, difettando il carattere della materialità, non sono suscettibili di appropriazione indebita i crediti di cui taluno abbia la giuridica disponibilità per conto d’altri (come può avvenire nei casi di mandato, commissione, agenzia, mediazione, ecc), a meno che tali crediti non siano divenuti equiparabili alle cose mobili per effetto della "incorporazione" in un documento (ad esempio, un titolo di credito).
CASUS DECISUSCon sentenza del 12 ottobre 2010 la Corte d’appello di Bari, riformando in toto la sentenza pronunciata in data 30 aprile 2008 dal Tribunale di Trani, assolveva un agente assicurativo dal reato di appropriazione indebita per non aver corrisposto alla sua compagnia assicurativa premi riscossi dai propri subagenti. La corte territoriale osservava, in particolare, che non vi era prova che l’imputato avesse mai incassato quei premi assicurativi, risultando, al contrario, che i subagenti erano stati inadempienti, e che quindi non sarebbe ravvisabile l’indebita appropriazione degli stessi. Avverso tale pronunzia ha proposto ricorso la compagnia assicurativa, costituitasi parte civile, contestando, in particolare, il concetto restrittivo e strettamente materiale di "possesso" fatto proprio dalla Corte d’appello, ed osservando che l’agente, pur non detenendole materialmente, aveva comunque la giuridica disponibilità di quelle somme, in quanto vantava corrispondenti crediti nei confronti dei subagenti obbligati nei suoi confronti.PRECEDENTIConformeDifformeCass. 11 maggio 2010, n. 20647.ANNOTAZIONEdi Roberta Invigorito
Nella sentenza in epigrafe la Suprema Corte è chiamata a valutare se il bene oggetto del reato di appropriazione indebita di cui all’art. 646 c.p. può essere costituito da un credito, ed, in particolare, se il potere dell’agente di riscuotere (art. 1744 c.c.) i crediti pecuniari per conto del preponente implichi in capo al primo la giuridica disponibilità della somma, tanto da potersene indebitamente appropriare prima ancora, o comunque a prescindere dal fatto, di aver materialmente riscosso la prestazione. La fattispecie oggetto di giudizio riguarda, infatti, un assicuratore chiamato a rispondere di appropriazione indebita per non aver versato alla compagnia assicurativa le somme riscosse dai subagenti. Nell’occasione non è, però, stato provato che l’imputato avesse effettivamente ricevuto le somme dai propri subagenti, per cui si è posto il problema circa la configurabilità del reato rispetto ai crediti vantati proprio nei confronti dei subagenti. Al riguardo, i giudici di primo grado, la cui sentenza è stata poi riformata completamente in appello, avevano ritenuto perfettamente sovrapponibile il caso alla fattispecie penale di appropriazione indebita, considerando che comunque l’imputato aveva la disponibilità giuridica, perché le somme di denaro dovute alla compagnia assicurativa afferivano all’insieme dei beni nella disponibilità di quest’ultimo, disponibilità caratterizzata dalla titolarità del diritto di credito vantata nei confronti dei subagenti. Al quesito in esame i giudici di legittimità danno risposta negativa, evidenziando che l’art. 646 c.p. indica, quali possibili oggetti dell’appropriazione indebita, il denaro o le cose mobili. In particolare, “per cosa mobile deve intendersi qualsiasi entità di cui sia possibile la fisica detenzione, sottrazione, impossessamento od appropriazione e che sia in grado di spostarsi autonomamente ovvero di essere trasportata da un luogo ad un altro, compresa quella che, pur non mobile originariamente, sia resa tale mediante l’avulsione o l’enucleazione dal complesso immobiliare di cui faceva parte” La nozione penalistica di cosa mobile non coincide quindi con quella civilistica, rivelandosi per certi aspetti più ridotta, in particolare laddove non considera cose mobili le entità immateriali, come le opere dell’ingegno ed i diritti soggettivi, che, invece, l’art. 813 c.c., assimila ai beni mobili. Tale nozione non è dunque comprensiva dei diritti soggettivi in genere e dei crediti in particolare che, in quanto beni immateriali, non sono suscettibili di fisica appropriazione. Anche il denaro, pertanto, deve essere inteso nella sua accezione materiale di bene mobile, e non come utilità "mediata", ossia quale oggetto della prestazione di un debito pecuniario. La espressa dicitura contenuta nell’art. 646 c.p. trova la sua giustificazione nell’esigenza di superare il principio civilistico valevole per le cose fungibili, ma non sta affatto a significare che l’appropriazione indebita possa riguardare, oltre le cose mobili, anche i crediti pecuniari. Infatti, poiché la fattispecie di cui all’art. 646 c.p. presuppone - quale elemento minino essenziale della condotta incriminatrice - l’atto materiale dell’appropriazione, l’oggetto dell’azione delittuosa deve essere costituito necessariamente da un bene mobile suscettibile di essere fisicamente appreso. Tali non si rivelano i diritti di credito, a meno che non siano "incorporati" in un documento (come nel caso dei titoli di credito). Sulla base di tali argomentazioni la Suprema Corte afferma il seguente principio di diritto. In tema di appropriazione indebita, il bene oggetto del reato deve essere costituito dal denaro o da altro bene mobile comunque suscettibile di fisica apprensione. Pertanto, difettando il carattere della materialità, non sono suscettibili di appropriazione indebita i crediti di cui taluno abbia la giuridica disponibilità per conto d’altri (come può avvenire nei casi di mandato, commissione, agenzia, mediazione, ecc), a meno che tali crediti non siano divenuti equiparabili alle cose mobili per effetto della "incorporazione" in un documento (ad esempio, un titolo di credito). Piuttosto, commette il reato di cui all’art. 646 c.p. l’agente che, solo dopo aver effettivamente riscosso la prestazione, se ne appropri senza rivolgerla in favore all’avente diritto.
TESTO DELLA SENTENZACORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II PENALE - SENTENZA 13 settembre 2011, n.33839 - Pres. Fiandanese – est. D’Arrigo
d’appello di Bari - riformando in toto la sentenza pronunciata in data 30 aprile 2008
dal Tribunale di Trani - assolveva S.P. dal reato di appropriazione indebita
dell’importo di Euro 73.262,16 consistente in premi assicurativi riscossi dai
propri subagenti e che, nella qualità di agente, avrebbe dovuto corrispondere
alla compagna assicurativa Progress Assicurazioni s.p.a. La corte territoriale
osservava, in particolare, che non vi era prova che il S. avesse mai incassato
quei premi assicurativi - risultando, al contrario, che i subagenti erano stati
inadempienti - e che quindi non sarebbe ravvisabile l’indebita appropriazione
pronunzia ha proposto appello la parte civile Progress Assicurazioni s.p.a.
(nel frattempo posta in l.c.a.), allegando due motivi. Col primo, la parte
civile contesta il concetto restrittivo e strettamente materiale di
'possesso' fatto proprio dalla Corte d’appello, osservando che il S.,
pur non detenendole materialmente, aveva comunque la giuridica disponibilità di
quelle somme, in quanto vantava corrispondenti crediti nei confronti dei
subagenti obbligati nei suoi confronti.
Col secondo
motivo il provvedimento impugnato è censurato sub specie di vizio di
motivazione, per il fatto di aver prestato maggior credito alla versione dei
fatti fornita dall’imputato - secondo cui i subagenti erano a loro volta tutti
inadempimenti -piuttosto che a quanto dichiarato in proposito da alcuni dei
testimoni escussi (in particolare, i testi R.L. e C.N.).
infondato e deve essere rigettato.
devono essere esaminati in ordine invertito, in quanto non vi sarebbe ragione
di discutere dell’ampiezza del concetto di 'possesso' penalmente
rilevante se si ritenesse comprovato che il S. ricevette materialmente il
denaro da parte dei suoi subagenti. La questione assumerebbe rilievo solamente
se si prestasse fede alla versione opposta, fatta propria dai giudici di
appello, secondo cui l’imputato non incassò mai dai subagenti le somme che
avrebbe dovuto riversare alla compagnia assicurativa.
Ciò posto, il
denunciato vizio di motivazione non sussiste. La deposizione dei testi R. e C.,
di cui la Corte
d’appello non avrebbe tenuto debito conto, non avalla in modo univoco la tesi
sostenuta dalla parte civile. In particolare, il teste R., ispettore
amministrativo della Progress Assicurazioni s.p.a., ha dichiarato di aver
accertato che l’agenzia di S. presentava “un saldo di cassa per rimesse di
polizze pagate dai clienti è non versate alla compagnia” di circa Euro
73.263,00. La deposizione nulla dice circa i rapporti fra il S. ed i subagenti
ed il teste non precisa se gli importi riscontrati contabilmente erano nella materiale
disponibilità dell’imputato. L’uso dell’espressione “saldo di cassa” non è, da
solo, indicativo della disponibilità di denaro contante, non essendo certo che
l’espressione sia stata usata in senso tecnico ed anzi trasparendo dal tenore
complessivo della deposizione che quell’importo costituiva solo una risultanza
La teste C.,
direttore commerciale della Progress Assicurazioni s.p.a., ha invece
espressamente dichiarato di aver avuto notizie di problemi intercorsi fra il S.
ed almeno uno dei suoi subagenti, ma ha liquidato la questione osservando
“comunque questi sono fatti che alla Compagnia non riguardano perché il
rapporto è diretto con l’agente e l’agente risponde dei suoi rapporti con il
subagente”. La tesi è stata poi avallata dal giudice di primo grado, che ha
ritenuto l’irrilevanza dei rapporti interni fra l’agente ed i subagenti sulla
base della clausola contenuta nell’art. 6 del contratto di agenzia. Ma,
all’evidenza, la clausola che pone la responsabilità per i fatti dei subagenti
in capo all’agente opera sul piano dell’inadempimento civilistico e non
interferisce con la ricostruzione in punto di fatto ritenuta dalla Corte
di appello - che ha riformato quella di primo grado - non vi è quindi alcun
travisamento dei fatti, dal momento che le risultanze processuali indicate in
ricorso non depongono in modo univoco nel senso sostenuto dalla parte civile.
Questa Corte ha,
infatti, ripetutamente affermato che ricorre il vizio di motivazione illogica o
contraddittoria solo quando emergono elementi di illogicità o contraddizioni di
tale macroscopica evidenza da rivelare una totale estraneità fra le
argomentazioni adottate e la soluzione decisionale (Cass. 25 maggio 1995, n. 3262).
termini, occorre che sia mancata del tutto, da parte del giudice, la presa in
considerazione del punto sottoposto alla sua analisi, talché la motivazione
adottata non risponda ai requisiti minimi di esistenza, completezza e logicità
del discorso argomentativo su cui la decisione è fondata e non contenga gli
specifici elementi esplicativi delle ragioni che possono aver indotto a
disattendere le critiche pertinenti dedotte dalle parti (Cass. 15 novembre 1996,
n. 10456).
conclusioni restano ferme pur dopo la legge n. 46 del 2000 che, innovando sul
punto l’art. 606 lett. e) c.p.c., consente di denunciare i vizi di motivazione
con riferimento ad 'altri atti del processo': alla Corte di
cassazione resta comunque preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a
fondamento della decisione impugnata e l’autonoma adozione di nuovi o diversi
parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, ritenuti maggiormente
plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa, dovendosi essa
limitare a controllare se la motivazione dei giudici di merito sia
intrinsecamente razionale e capace di rappresentare e spiegare l’iter logico
seguito (ex plurimis: Cass. 1 ottobre 2008 n. 38803).
Quindi, pur dopo
la novella, non hanno rilevanza le censure che si limitano ad offrire una
lettura alternativa delle risultanze probatorie, dal momento che il sindacato
della Corte di cassazione si risolve pur sempre in un giudizio di legittimità e
la verifica sulla correttezza e completezza della motivazione non può essere
confusa con una nuova valutazione delle risultanze acquisite. La Corte, infatti, non deve
accertare se la decisione di merito propone la migliore ricostruzione dei
fatti, né deve condividerne la giustificazione, ma limitarsi a verificare se
questa giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di
una plausibile opinabilità di apprezzamento (v. Cass. 3 ottobre 2006, n. 36546;
Cass. 10 luglio
tali principi e considerato l’effettivo contenuto degli elementi di prova indicati
in ricorso, deve escludersi che la sentenza di appello contenga vizi di
motivazione. La tesi della parte civile ricorrente costituisce solamente una
prospettazione alternativa di merito, non rilevante in sede di legittimità.
motivo di ricorso deve essere quindi rigettato.
Tali conclusioni
impongono l’esame del primo motivo di ricorso che - come s’è detto in
precedenza - è in realtà logicamente subordinato al rigetto della censura
relativa al vizio di motivazione.
di primo grado - poi riformata in appello - l’inadempimento civilistico è stato
ritenuto perfettamente sovrapponibile alla fattispecie penale di appropriazione
indebita. La parte civile sostiene che bene avrebbe deciso il giudice di primo
grado ed invece sarebbe erronea la sentenza di appello, in quanto fondata su
“un’interpretazione del concetto di possesso estremamente restrittiva e dunque
erronea”. In particolare, afferma che l’imputato, pur senza aver riscosso le
somme dovutegli dai subagenti, ne avesse comunque la disponibilità giuridica
“atteso che le somme di denaro dovute alla compagnia assicurativa offerivano
all’insieme dei beni nella disponibilità di quest’ultimo, disponibilità
caratterizzata dalla titolarità del diritto di credito vantata nei confronti dei
subagenti”. Si afferma, in altri termini, che la conclusione del contratto
assicurativo, comprensivo del premio intascato dal subagente, “determina la
signoria piena dell’agente sul credito riscosso e dunque sull’esistenza -nel
senso giuridico - della somma indicata, indipendentemente dalla materiale
apprensione in capo”.
ruota, in apparenza, intorno al concetto giuridico di 'possesso'
rilevante nella fattispecie di cui all’art. 646 c.p.. Ma, a ben vedere,
l’argomento sviluppato dalla parte civile conduce alla domanda conclusiva se ci
si possa indebitamente appropriare anche dei crediti altrui nell’ambito di
rapporti quali mandato, agenzia ed affini. O, più esattamente, se il potere
dell’agente di riscuotere (art. 1744 c.c.) i crediti pecuniari per conto del
preponente implichi in capo al primo la giuridica disponibilità della somma,
tanto da potersene indebitamente appropriare prima ancora - o comunque a
prescindere dal fatto - di aver materialmente riscosso la prestazione.
Al quesito deve
essere data risposta negativa.
L’art. 646 c.p.
indica, quali possibili oggetti dell’appropriazione indebita, il denaro o le
cose mobili.
recentemente osservato da questa Corte, “per cosa mobile deve intendersi
qualsiasi entità di cui sia possibile la fisica detenzione, sottrazione,
impossessamento od appropriazione e che sia in grado di spostarsi autonomamente
ovvero di essere trasportata da un luogo ad un altro, compresa quella che, pur
non mobile originariamente, sia resa tale mediante l’avulsione o l’enucleazione
dal complesso immobiliare di cui faceva parte” (Cass. 11 maggio 2010, n. 20647).
La nozione penalistica di cosa mobile non coincide quindi con quella
civilistica, rivelandosi per certi aspetti più ridotta, in particolare laddove
non considera cose mobili le entità immateriali - come le opere dell’ingegno ed
i diritti soggettivi - che, invece, l’art. 813 c.c., assimila ai beni mobili.
Tale nozione non è dunque comprensiva dei diritti soggettivi in genere e dei
crediti in particolare che, in quanto beni immateriali, non sono suscettibili
di fisica appropriazione.
menzione del denaro potrebbe, a rigor di termini, apparire pleonastica, essendo
anch’esso una cosa mobile. Ed invece, questa specificazione serve a chiarire
che anche il danaro può costituire oggetto del reato di appropriazione
indebita, nonostante la sua ontologica fungibilità che, sotto il profilo degli
effetti civili, comporta l’immediato trasferimento della proprietà unitamente
al possesso, con l’obbligo eventualmente previsto dal titolo di restituire il
tantundem. Dal punto di vista penalistico, invece, proprio in virtù della
precisazione contenuta nell’art. 646 c.p. al trasferimento del possesso non si
accompagna necessariamente anche quello della proprietà, come accade nei casi
di deposito, di custodia o di consegna del danaro con un preciso vincolo di
scopo: in questi casi il possesso del danaro non conferisce il potere di
compiere atti di disposizione non autorizzati o, comunque, incompatibili con il
diritto poziore del titolare del denaro e ove ciò avvenga si commette il
delitto di appropriazione indebita (Cass. 25 ottobre 1972, n. 4584).
Anche il denaro,
pertanto, deve essere inteso nella sua accezione materiale di bene mobile, e
non come utilità 'mediata', ossia quale oggetto della prestazione di
un debito pecuniario. La espressa dicitura contenuta nell’art. 646 c.p. trova
la sua giustificazione nell’esigenza di superare il principio civilistico
valevole per le cose fungibili, ma non sta affatto a significare che l’appropriazione
indebita possa riguardare, oltre le cose mobili, anche i crediti pecuniari.
la fattispecie di cui all’art. 646 c.p. presuppone - quale elemento minino
essenziale della condotta incriminatrice - l’atto materiale
dell’appropriazione, l’oggetto dell’azione delittuosa deve essere costituito
necessariamente da un bene mobile suscettibile di essere fisicamente appreso.
Tali non si rivelano i diritti di credito, a meno che non siano
'incorporati' in un documento (come nel caso dei titoli di credito).
illustrata nel ricorso non è quindi pertinente. La delimitazione della nozione
penalistica di 'possesso' giova a circoscrivere l’area dei beni di
cui l’agente si può indebitamente appropriare da quelli che altrimenti
costituiscono oggetto di furto. Si tratta, quindi, di una qualificazione che
traccia un sottoinsieme all’interno delle cose mobili o del denaro; un concetto
che, per dirla in altri termini, deve essere applicato dopo quello di
'bene mobile'. Non tutti i beni giuridici di cui l’agente ha la
disponibilità giuridica sono suscettibili di appropriazione indebita, ma solo i
beni mobili ed il denaro.
esposto nel ricorso in esame non tiene, invece, conto di quest’ultimo passaggio
ed indica la relazione di 'possesso' fra il soggetto attivo ed il
bene come l’unico criterio selettivo delle cose suscettibili di appropriazione
indebita; in tal modo si giunge quindi all’inappropriata conclusione che i
crediti, di cui l’agente ha la giuridica disponibilità, possono essere
indebitamente appresi. Si trascura però di considerare il dato decisivo che il
bene, ancor prima che posseduto dall’agente, deve essere astrattamente
suscettibile di fisica apprensione e quindi deve essere un bene materiale.
deve essere affermato il seguente principio di diritto. In tema di
appropriazione indebita, il bene oggetto del reato deve essere costituito dal
denaro o da altro bene mobile comunque suscettibile di fisica apprensione.
Pertanto, difettando il carattere della materialità, non sono suscettibili di
appropriazione indebita i crediti di cui taluno abbia la giuridica
disponibilità per conto d’altri (come può avvenire nei casi di mandato,
commissione, agenzia, mediazione, ecc), a meno che tali crediti non siano
divenuti equiparabili alle cose mobili per effetto della
'incorporazione' in un documento (ad esempio, un titolo di credito).
commette il reato di cui all’art. 646 c.p. l’agente che, solo dopo aver
effettivamente riscosso la prestazione, se ne appropri senza rivolgerla in
favore all’avente diritto.
sentenza di appello si è sostanzialmente conformata al principio testé esposto,
il ricorso deve essere rigettato anche sotto questo profilo.
rigetta il
ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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