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Timestamp: 2020-05-30 14:15:03+00:00

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In tema di diritto di sepolcro - Renato D'Isa - Sentenze - Ordinanze
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In tema di diritto di sepolcro
Corte di Cassazione, sezione seconda civile, Sentenza 20 agosto 2019, n. 21489.
Sentenza 20 agosto 2019, n. 21489
In tema di diritto di sepolcro, dalla concessione amministrativa del terreno demaniale destinato ad area cimiteriale al fine di edificazione di una tomba deriva, in capo al concessionario, un diritto di natura reale sul bene (il cd. diritto di sepolcro), la cui manifestazione è costituita prima dalla edificazione, poi dalla sepoltura. Tale diritto, che afferisce alla sfera strettamente personale del titolare, è, dal punto di vista privatistico, disponibile da parte di quest’ultimo, che può, pertanto, legittimamente trasferirlo a terzi, ovvero associarli nella fondazione della tomba, senza che ciò rilevi nei rapporti con l’ente concedente, il quale può revocare la concessione soltanto per interesse pubblico, ma non anche contestare le modalità di esercizio del diritto “de quo”, che restano libere e riservate all’autonomia privata.
sul ricorso 23812-2015 proposto da:
(OMISSIS), COMUNE DI BRESCIA in persona del Sindaco pro tempore;
avverso la sentenza n. 1104/2014 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA, depositata il 22/09/2014;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10/04/2019 dal Consigliere Dott. TEDESCO Giuseppe;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CAPASSO Lucio, che ha concluso per il rigetto dei primi tre motivi, per l’accoglimento del quarto motivo e per l’assorbimento dei restanti motivi del ricorso;
udito l’Avvocato (OMISSIS), difensore del ricorrente che ha chiesto l’accoglimento del ricorso; udito l’Avvocato (OMISSIS), difensore dei resistenti che ha chiesto l’inammissibilita’, o in subordine, il rigetto del ricorso.
Nella controversia instaurata da (OMISSIS) nei confronti di (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), al fine di accertare che i convenuti non vantavano diritti sulla tomba denominata ” (OMISSIS)” posta nel cimitero (OMISSIS), il Tribunale di Brescia accoglieva la domanda, accertando che il diritto competeva al solo attore. Condannava pertanto i convenuti a far traslare le salme di (OMISSIS) e (OMISSIS).
La Corte d’appello di Brescia in riforma della sentenza ha accolto la domanda subordinata dei convenuti, intesa a conseguire il riconoscimento dell’acquisto del diritto per usucapione, mentre ha mantenuto ferma la statuizione del primo giudice in ordine al fatto che non c’era una situazione di contitolarita’ pro quota del diritto di sepolcro in forza di successione ai soggetti cui competeva originariamente il diritto di sepoltura.
In proposito la corte ha rilevato che gli ultimi soggetti cui competeva tale diritto erano (OMISSIS), morto nel (OMISSIS), e (OMISSIS), morto nel (OMISSIS), i quali erano deceduti senza lasciare figli.
Il primo aveva nominato eredi testamentari (OMISSIS) e (OMISSIS) (di cui i convenuti (OMISSIS) erano nipoti per discendenza diretta) e il secondo aveva nominato erede testamentario (OMISSIS), padre dell’appellante e odierno ricorrente (OMISSIS) (nel testamento era chiesto all’erede di unire il suo cognome con quello (OMISSIS)).
Cio’ posto la Corte di merito, dopo avere richiamato i principi in materia di sepolcro familiare o gentilizio, ha ritenuto che, nella specie, il sepolcro avesse perso tale connotato, con la conseguente trasformazione in sepolcro ereditario, solo con la morte dell’ultimo.
superstite nella cerchia dei fondatori, e quindi solo con la morte di (OMISSIS).
Sulla base di tali considerazioni la corte ha riconosciuto che il diritto alla sepoltura, a quel punto trasmissibile mortis causa, fosse stato acquistato dall’erede testamentario del medesimo (OMISSIS) e alla morte di lui dal figlio (OMISSIS) (attuale ricorrente).
Nello stesso tempo la corte ha riconosciuto che, in considerazione del fatto che la famiglia (OMISSIS) aveva esercitato il diritto di sepoltura da oltre settanta anni nella tomba in questione, ci fossero nella specie i requisiti dell’acquisto del diritto per usucapione, dovendosi escludere in considerazione dell’uso prolungato l’ipotesi della tolleranza eccepita dall’avente diritto.
Per la cassazione della sentenza (OMISSIS) ha proposto ricorso affidato a tredici motivi, cui i (OMISSIS) hanno resistito con controricorso.
1. In via preliminare, in relazione all’eccezione di inammissibilita’ del ricorso sollevata dai controricorrenti, il collegio ritiene di fare proprio il principio secondo il quale “la tecnica di redazione mediante integrale riproduzione di una serie di documenti si traduce in un’esposizione dei fatti non sommaria, in violazione dell’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 3, e comporta un mascheramento dei dati effettivamente rilevanti, tanto da risolversi in un difetto di autosufficienza, sicche’ e’ sanzionabile con l’inammissibilita’, a meno che il coacervo dei documenti integralmente riprodotti, essendo facilmente individuabile ed isolabile, possa essere separato ed espunto dall’atto processuale, la cui autosufficienza, una volta resi conformi al principio di sinteticita’ il contenuto e le dimensioni globali, dovra’ essere valutata in base agli ordinari criteri ed in relazione ai singoli motivi (Cass. 18363/2015)”.
L’applicazione di tale principio consente di disattendere l’eccezione, posto che nel caso di specie, seppure fra gli atti e i documenti trascritti, ve ne siano alcuni che non sono essenziali per il rispetto del requisito ex articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 3, il ricorso e’ formato in termini tali da consentire di individuare e isolare facilmente le parti sovrabbondanti, la cui eliminazione non pregiudica minimamente la comprensione della vicenda.
La sentenza e’ oggetto di censura nella parte in cui la corte ha riconosciuto che, in concomitanza con la morte dell’ultimo superstite della cerchia dei fondatori, il sepolcro si era trasformato da familiare in ereditario. Secondo il ricorrente cio’ che rileva, ai fini della permanenza del carattere originario, non e’ la discendenza, ma la trasmissione del cognome.
Si fa notare al riguardo che l’ultimo titolare del diritto, nel disporne per testamento, aveva voluto che il beneficiario unisse al proprio cognome quello di (OMISSIS).
Sono richiamati in proposito le norme del regolamento cimiteriale. Il motivo e’ infondato.
“Nel sepolcro ereditario lo ius sepulchri si trasmette nei modi ordinari, per atto inter vivos o mortis causa, come qualsiasi altro diritto, dall’originario titolare anche a persone non facenti parte della famiglia, mentre nel sepolcro gentilizio o familiare – tale dovendosi presumere il sepolcro, in caso di dubbio – lo ius sepulchri e’ attribuito, in base alla volonta’ del fondatore, in stretto riferimento alla cerchia dei familiari destinatari del sepolcro stesso, acquistandosi dal singolo iure proprio sin dalla nascita, per il solo fatto di trovarsi col fondatore nel rapporto previsto dall’atto di fondazione o dalle regole consuetudinarie, iure sanguinis e non iure successionis, e determinando una particolare forma di comunione fra contitolari, caratterizzata da intrasmissibilita’ del diritto, per atto tra vivi o mortis causa, imprescrittibilita’ e irrinunciabilita’. Tale diritto di sepolcro si trasforma da familiare in ereditario con la morte dell’ultimo superstite della cerchia dei familiari designati dal fondatore, rimanendo soggetto, per l’ulteriore trasferimento, alle ordinarie regole della successione mortis causa” (Cass. n. 7000/2012; conf. n. 17122/2018).
Analogamente irrilevanti sono i richiamati alle norme contenute nel regolamento per le tumulazioni nel cimitero di Brescia, le cui previsioni non interferiscono con l’applicazione dei principi sopra indicati (in disparte il dubbio, prospettato dal procuratore generale nel corso della discussione orale, se alle relative prescrizioni possa riconoscersi il rilievo di norme di diritto, la cui violazione sia denunciabile in cassazione ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1 n. 3).
3. Il secondo motivo denunci omesso esame di un fatto decisivo.
Il genitore dell’attuale ricorrente, designato erede testamentario da (OMISSIS), ne aveva assunto il cognome, perpetuandolo poi nei discendenti.
Il motivo e’ assorbito dal rigetto del motivo precedente.
4. Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli articoli 822, 824, 1140 e 1158 c.c..
Lamenta il ricorrente che il diritto di sepolcro non e’ suscettibile di usucapione, a prescindere dalla distinzione fra sepolcro gentilizio e familiare, in conseguenza della demanialita’ dell’area su cui esso insiste.
Si sostiene che il possesso deve esplicarsi non solo nei confronti del privato, ma anche dell’amministrazione, essendo in ogni caso necessaria, ai fini della configurabilita’ dell’esercizio di fatto, un’autorizzazione comunale o altro provvedimento amministrativo in forma scritta.
In assenza di coinvolgimento della pubblica amministrazione l’usucapione non e’ configurabile.
Il diritto al sepolcro, inteso come diritto alla tumulazione, ha natura reale e patrimoniale; conseguentemente, l’esercizio del potere di fatto corrispondente al contenuto di tale diritto concreta un possesso (articolo 1140 c.c.) utile per l’usucapione (Cass. n. 1134/2003) e suscettibile di tutela possessoria (Cass. n. 1009/2008).
E’ stato anche chiarito che “in tema di diritto di sepolcro, dalla concessione amministrativa del terreno demaniale destinato ad area cimiteriale al fine di edificazione di una tomba deriva, in capo al concessionario, un diritto di natura reale sul bene (il cosiddetto diritto di sepolcro), la cui manifestazione e’ costituita prima dalla edificazione, poi dalla sepoltura. Tale diritto, che afferisce alla sfera strettamente personale del titolare, e’, dal punto di vista privatistico, disponibile da parte di quest’ultimo, che puo’, pertanto, legittimamente trasferirlo a terzi, ovvero associarli nella fondazione della tomba, senza che cio’ rilevi nei rapporti con l’ente concedente, il quale puo’ revocare la concessione soltanto per interesse pubblico, ma non anche contestare le modalita’ di esercizio del diritto de quo, che restano libere e riservate all’autonomia privata” (Cass. n. 1134/2003).
Si sostiene che la lunga durata del godimento e la sistematicita’ dell’uso non escludono la tolleranza, ma implicano che l’onere di provarla sia a carico del deducente. Cio’ avrebbe imposto alla corte d’appello di ammettere la prova orale per provare la tolleranza stessa.
A tutto concedere il possesso di controparte potrebbe essere riferito alla sola collocazione dei tre defunti gia’ sepolti, senza la facolta’ di fare ulteriori tumulazioni.
6. Il quinto motivo denuncia violazione dell’articolo 2697 c.c., ravvisata nel fatto che la corte di merito ha riconosciuto l’usucapione in assenza di prova dei fatti costitutivi.
6. Il sesto motivo denuncia una pluralita’ di errores in procedendo:
– omesso esame di un’eccezione di parte.
Il giudice d’appello ha omesso di considerare che il deducente, per negare il possesso, ha fatto valere non solo la tolleranza, ma altresi’ l’esistenza di un titolo di detenzione incompatibile.
– la mancanza, nella sentenza, di una concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto che l’attuale ricorrente aveva dedotto a sostegno di tale eccezione;
– l’omesso esame e il mancato accoglimento delle istanze di prova orale, in assenza di qualsiasi motivazione.
In materia di acquisto per usucapione di diritti reali immobiliari, poiche’ l’uso prolungato nel tempo di un bene non e’ normalmente compatibile con la mera tolleranza, essendo quest’ultima configurabile, di regola, nei casi di transitorieta’ ed occasionalita’, in presenza di un esercizio sistematico e reiterato di un potere di fatto sulla cosa spetta a chi lo abbia subito l’onere di dimostrare che lo stesso e’ stato dovuto a mera tolleranza (Cass. n. 9275/2018; n. 3404/2009).
E’ stato chiarito che “in tema di usucapione, per stabilire se un’attivita’ corrispondente all’esercizio della proprieta’ o altro diritto reale sia stata compiuta con l’altrui tolleranza e sia quindi inidonea all’acquisto del possesso, la lunga durata dell’attivita’ medesima puo’ integrare un elemento presuntivo nel senso dell’esclusione della tolleranza qualora non si tratti di rapporti di parentela, ma di rapporti di mera amicizia o buon vicinato, giacche’ nei secondi, di per se’ labili e mutevoli, e’ piu’ difficile, a differenza dei primi, il mantenimento della tolleranza per un lungo arco di tempo” (Cass. n. 4237/2008; n. 11277/2015; n. 11315/2018).
La corte ha inoltre omesso qualsiasi indagine sulla genesi del potere di fatto esercitato dai convenuti, in presenza di deduzioni istruttorie intese a dimostrare che la sepoltura era avvenuta in forza di consenso dell’avente diritto. In termini astratti, infatti, il consenso iniziale e’ argomento incompatibile con il possesso utile per l’usucapione (Cass. n. 5551/2005; n. 12080/2018).
7. L’ottavo motivo denuncia nullita’ della sentenza per avere pronunciato ultra petita.
A fronte di una domanda volta a rivendicare la contitolarita’ del bene in forza di usucapione, la corte ha riconosciuto in motivazione il possesso esclusivo e la piena ed esclusiva proprieta’ del sepolcro in capo ai convenuti, pur dichiarando in dispositivo genericamente il diritto degli appellanti al sepolcro.
Il nono motivo denuncia la nullita’ della sentenza per violazione del giudicato interno.
In ordine al riconoscimento della titolarita’ del diritto in capo al ricorrente, operata con la sentenza di primo grado, i (OMISSIS) non avevano proposto appello.
L’undicesimo motivo denuncia nullita’ della sentenza per grave anomalia motivazionale o per mancanza assoluta di motivazione relativamente all’esclusione del ricorrente dal diritto di sepolcro.
Il riconoscimento della titolarita’ esclusiva in capo a uno dei partecipanti alla comunione implicava che costui avesse posto in essere atti idonei a mutare il titolo del possesso, cio’ che, nella specie, non era avvenuto.
Il tredicesimo motivo denuncia violazione dell’articolo 92 c.p.c..
8. In conclusione la sentenza deve essere cassata in relazione al quarto, quinto e sesto motivo, con rinvio alla Corte d’appello di Brescia in diversa composizione, affinche’ valuti la domanda riconvenzionale di usucapione in conformita’ ai principi sopra indicati e regoli le spese del giudizio di legittimita’.
Il regime probatorio delle variazioni dell’opera

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