Source: http://www.centrostudilivatino.it/caso-cappato-il-centro-studi-livatino-presenta-atto-di-intervento-nel-giudizio-di-legittimita-costituzionale/
Timestamp: 2018-04-27 04:47:36+00:00

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Caso Cappato: il Centro Studi Livatino presenta atto di intervento nel giudizio di legittimità costituzionale | Centro Studi Rosario Livatino
Nelle prime pagine dell’ordinanza la 1° Corte di Assise di Milano limita la rilevanza della questione ai fini del giudizio di costituzionalità alla condotta di agevolazione del suicidio di Fabiano Antoniani, avendolo Marco Cappato aiutato a recarsi in Svizzera alla clinica Dignitas, ma escludendo che ciò abbia rafforzato il primo nell’intento di uccidere sé stesso: ciò sarebbe emerso, secondo la Corte, all’esito della istruttoria. E’ una valutazione in fatto opinabile, essendo espressa per incidens in una ordinanza, e non già in una sentenza, e contrastando – in assenza di un accertamento giudiziario connotato dalla irrevocabilità – con quanto già evidenziato dal Gip del Tribunale di Milano con l’ordinanza di imputazione coattiva del 10 luglio 2017. E cioè con la circostanza che il proposito suicidario si è trasformato in una possibilità concreta soltanto tramite l’intervento e la consultazione di Marco Cappato, il quale ha “corroborato e guidato nella sua volontà” il desiderio di morire espresso dalla vittima. Il che integra in modo evidente il concorso morale nella forma del “rafforzamento del proposito suicidario”. Lo stesso Gip aveva rettificato l’impostazione della Procura della Repubblica di Milano – nella sostanza fatta propria dal Giudice della rimessione – di impropria restrizione della condotta ai frammenti immediatamente antecedenti il gesto finale: poter contare invece sul contributo fornito dall’imputato ha conferito un apporto causale apprezzabile ai fini della realizzazione del suicidio. Il nesso causale tra la condotta e la morte è evidente alla stregua del principio della condicio sine qua non.
2.2. La tutela assoluta della vita è proclamata anche nei più importanti atti dell’Assemblea del Consiglio d’Europa. Nella Raccomandazione 1418 del 1999 l’Assemblea raccomanda al Comitato dei Ministri di incoraggiare gli Stati membri del Consiglio d‘Europa a rispettare e proteggere la dignità dei malati incurabili e dei morenti a tutti i livelli “mantenendo il divieto assoluto di mettere intenzionalmente fine alla vita dei malati incurabili e dei morenti: 1. visto che il diritto alla vita, in particolare per ciò che concerne i malati incurabili ed i morenti è garantito dagli Stati membri conformemente all’art. 2 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che dispone che la morte non può essere inflitta a chiunque intenzionalmente; 2. visto che il desiderio di morire espresso da un malato incurabile o da un morente non può mai costituire un fondamento giuridico alla sua morte per mano di un terzo; 3. visto che il desiderio di morire espresso da un malato incurabile o da un morente non può in sé servire da giustificazione legale all’esecuzione di azioni destinate a provocare la morte” (Raccomandazione 1418 del 1999, Protection des droits de l’homme et de la dignité des malades incurables et des mourants, § 9, lett. c). Nella Risoluzione 1859 del 2012 l’Assemblea parlamentare ha ribadito che “l’eutanasia nel senso di uccidere intenzionalmente, con un’azione o un’omissione […] deve sempre essere vietata” e ha concluso nel senso che “in caso di dubbio, la decisione deve sempre prendersi in favore della vita e del prolungamento della vita” (Risoluzione 1859 del 2012 Protéger les droits humains et la dignité de la personne en tenant compte des souhaits précédemment exprimés par les patients, § 5, § 7.8).
3.1. Sconcerta anzitutto che la I Corte di Assise di Milano abbia ritenuto “superata” la sentenza Pretty c. Regno Unito del 29 aprile 2002. Invero, come ha dimostrato analiticamente il Gip di Milano nell’ordinanza 10 luglio 2017, la giurisprudenza della Corte EDU ha confermato che la Convenzione tutela il bene vita in modo espresso, senza assolutamente superare i princìpi, in quella sentenza affermati, che “[…] la natura generale del divieto di suicidio assistito non è sproporzionata” e che “gli Stati hanno il diritto di controllare, attraverso l’applicazione del diritto penale generale, le attività pregiudizievoli per la vita e la sicurezza dei terzi […]” e che, infine, “Spetta, in primo luogo, agli Stati valutare il rischio di abuso e le probabili conseguenze degli abusi eventualmente commessi che implicherebbe un’attenuazione del divieto generale di suicidio assistito o la creazione di eccezioni al principio. Esistono rischi manifesti di abuso, nonostante le argomentazioni sviluppate in merito alla possibilità di prevedere barriere e procedure di protezione”.
Anzi, la Repubblica Federale tedesca, che non prevedeva il delitto di aiuto al suicidio, lo ha espressamente introdotto nello Strafgesetzbuch al § 217 sotto la rubrica “Geschäftsmäßige Förderung der Selbsttötung” allo scopo di punire coloro che, nello svolgimento dell’attività professionale, forniscono aiuto al suicidio altrui (“(1) Wer in der Absicht, die Selbsttötung eines anderen zu fördern, diesem hierzu geschäftsmäßig die Gelegenheit gewährt, verschafft oder vermittelt, wird mit Freiheitsstrafe bis zu drei Jahren oder mit Geldstrafe bestraft. (2) Als Teilnehmer bleibt straffrei, wer selbst nicht geschäftsmäßig handelt und entweder Angehöriger des in Absatz 1 genannten anderen ist oder diesem nahesteht“).

References: § 9
 § 5
 § 7
 sentenza 
 sentenza 
 § 217