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Timestamp: 2018-12-14 09:03:11+00:00

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L’art. 688, comma 1, del d.p.r. 15 marzo 2010, n. 90 (Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare, a norma dell’articolo 14 della legge 28 novembre 2005, n. 246) prevede che «i documenti caratteristici hanno lo scopo di registrare tempestivamente il giudizio personale diretto e obiettivo dei superiori sui servizi prestati e sul rendimento fornito dal militare, rilevando le capacità e attitudini dimostrate e i risultati conseguiti». La giurisprudenza costante di questo Consiglio è nel senso che il giudizio sul rendimento e sulle qualità del personale militare formulato dai superiori gerarchici con le schede valutative ha natura ampiamente opinabile, in quanto comunque affidato a “giudizi di valore”, come tali esclusivamente soggettivo. Le valutazioni circa le capacità e le attitudini dimostrate in concreto da un militare nel periodo considerato sono connotate da un’ampia discrezionalità che può essere sindacata solo quando risulti palese l’esistenza di una chiara figura sintomatica dell’eccesso di potere (Cons. Stato, sez. IV, 9 marzo 2011, n. 1519; sez. III, 20 novembre 2009, n. 1729). Per approfondire scarica il testo integrale della sentenza.
"È ormai consolidata giurisprudenza di questo Consiglio nel senso che, qualora un medico ospedaliero che ricopra posizione funzionale intermedia – ad esempio un aiuto “anziano” o il solo aiuto in servizio – svolga mansioni primariali su un posto vacante, non occorre alcun atto organizzativo o amministrativo di conferimento delle mansioni superiori, giacché non può ammettersi l’ipotesi che una struttura sanitaria rimanga priva del titolare delle funzioni di vertice, responsabile dell’attività svolta nel suo ambito (tra le molte, cfr. Cons. Stato, III Sez., n. 4985/2013).". È questo il principio ribadito dalla Terza Sezione del Consiglio di Stato che nella sentenza del 1 marzo 2017 ha affermato che, "nel superiore interesse (e nella responsabilità del presidio medico) verso il pubblico degli utenti – pazienti, un basilare principio di buon andamento e di efficiente servizio di sanità pubblica imponga che vi sia sempre un titolare formale ovvero sostanziale della struttura medica che preveda in organico il posto di primario. Né può, l’Amministrazione sanitaria, lucrare “de facto” e “de iure” per effetto della mancata copertura del posto primariale, che, una volta istituito, non è destinato a rimanere un mero proclama di volontà senza che alcun concorso effettivamente segua. Per approfondire vai al testo integrale della sentenza
Nella vicenda in esame si controverte della legittimità della sentenza con cui il T.A.R. Lazio ha respinto la richiesta proposta da una signora di condanna del Ministero dell’Interno al risarcimento dei danni conseguenti alla illegittima esclusione dell’arruolamento della Polizia di Stato e dunque alla condanna a corrisponderle le somme per stipendi e accessori non percepiti a causa della ritardata assunzione, oltre interessi e rivalutazione. Il Consiglio di Stato, Sezione Terza, ha rigettato l'appello rilevando che "l’Adunanza Plenaria di questo Consiglio ha chiarito, con sentenza n. 10 del 1991, che la “restitutio in integrum” agli effetti economici oltre che giuridici, spetta al pubblico dipendente solo nel caso di sentenza che riconosca l’illegittima interruzione di un rapporto già in corso e non anche di giudicato che dichiari illegittimo il diniego di costituzione del rapporto di lavoro. La ricorrente, a seguito dell’annullamento del diniego di assunzione presso la Polizia di Stato, ha ottenuto, come doveroso, il riconoscimento della decorrenza ai fini giuridici dalla stessa data attribuita a coloro che nella stessa procedura di assunzione erano stati nominati tempestivamente. Non può, invece, riconoscersi ai fini economici il diritto alla corresponsione delle retribuzioni per il periodo di ritardo nell’assunzione. Tale diritto, in forza della sua natura sinallagmatica, presuppone necessariamente l’avvenuto svolgimento dell’attività di servizio (cfr. tra le molte, Cons. Stato, III Sez. , n. 1029/2015). Per quanto riguarda la domanda di risarcimento del danno, non può ritenersi che il mero dato dell’annullamento giurisdizionale della esclusione e dunque la ammissione e poi assunzione in servizio successiva (ma con la medesima decorrenza giuridica) rispetto a quella dei colleghi di concorso, sia sufficiente a costituire gli elementi che l’art. 2043 cod. civ. invocato stabilisce, ed in particolare l’ingiustizia del danno e la colpevolezza dell’Amministrazione, ai fini della responsabilità civile di quest’ultima. La gravità ed ingiustizia del danno, inclusa la colpevolezza della parte resistente, devono essere dimostrate da chi fa valere la pretesa risarcitoria. Nel caso in esame, l’ammissione al corso per agente in prova era stata provvisoria e la valutazione negativa dell’Amministrazione sui requisiti della concorrente, annullata dal T.A.R. Lazio con sentenza, non può presumersi – in difetto di alcuna prova a riguardo - come atto amministrativo colpevolmente o dolosamente arrecante un danno ingiusto alla candidata esclusa. Non emerge, nella apodittica affermazione pretensiva dell’appellante, il richiamo di alcun fatto o circostanza da cui possa ragionevolmente desumersi l’elemento psicologico occorrente per integrare la domanda ex art. 2043 cod. civ.". Per approfondire scarica il testo integrale della sentenza.
Quesito: Il Sindaco espone che il Comune “conta attualmente una popolazione pari a n. 1773 abitanti. A seguito delle dimissioni volontarie presentate in data 10.04.2014 dalla dipendente comunale, collaboratore amministrativo, area amministrativa, servizi demografici, il posto medesimo è rimasto vacante” e, quindi, “l'Amministrazione ha intenzione di procedere all'assunzione, attraverso concorso pubblico, di un nuovo dipendente a tempo pieno ed indeterminato, a decorrere dall'anno 2017”. Sulla scorta di detta premessa, l’ente istante richiama la normativa susseguitasi in questi anni in tema di c.d. turn over e conclude affermando che «per le assunzioni da effettuarsi nel 2017, pertanto, è possibile utilizzare i "resti" delle facoltà assunzionali degli anni 2014-2015-2016 (calcolati sulle rispettive cessazioni degli anni 2013-2014-2015, applicando le percentuali vigenti nel tempo, meno la spesa per le assunzioni effettuate nel triennio 2014-2015-2016). I "resti" delle facoltà assunzionali, per l'anno 2017, sono quindi i seguenti: - capacità assunzionali 2014: 60% dei risparmi delle cessazioni del 2013; 80% per gli enti con rapporto tra spesa del personale e spesa corrente inferiore al 25%; - capacità assunzionali 2015: 60% dei risparmi delle cessazioni del 2014; 100% per gli enti con rapporto tra spesa del personale e spesa corrente inferiore al 25%; - capacità assunzionali 2016: 25% dei risparmi delle cessazioni del 2015; 100% per gli enti con rapporto tra spesa del personale e spesa corrente inferiore al 25% e 75% per i comuni con popolazione fino a 10.000 abitanti con rapporto tra dipendenti e popolazione inferiore a quello previsto per gli enti dissestati». In punto di fatto, inoltre, l’ente istante afferma di rispettare «i presupposti della citata normativa, che risultano essere seguenti: a) sussistenza di personale cessato nell'anno 2014; b) spesa complessiva del personale inferiore al 25 % delle spese correnti; c) rispetto del limite di spesa relativo al valore medio di spesa del triennio antecedente alla data di entrata in vigore dell'art. 3 comma 5 bis del D.L. n. 90/2014; d) rapporto tra dipendenti-popolazione dell'anno precedente inferiore al rapporto medio dipendenti-popolazione per classe demografica come definito triennalmente con il Decreto del Ministro dell'interno di cui all'art. 263, comma 2, del D.Lgs. 267/2000. Detto ciò, il Comune formula il seguente quesito in merito all’assunzione di un dipendente a tempo pieno e indeterminato, mediante concorso pubblico, a decorrere dall'anno 2017: è possibile utilizzare il 100% della «capacità assunzionale relativa alla cessazione intervenuta nell'anno 2014 ("resto" assunzionale anno 2015)» oppure l'utilizzo del resto della capacità assunzionale va conteggiato «nella percentuale del 75% della spesa del personale cessato»? ---ooo0ooo--- PARERE IN SINTESI: Nell’ambito della disciplina del c.d. turn over, al fine di calcolare la “capacità assunzionale” bisogna prendere come riferimento la percentuale indicata per l’anno in cui si intende avviare la procedura di assunzione, a prescindere da quale fosse la percentuale indicata nell’anno a cui si riferiscono le cessazioni intervenute (ossia i c.d. resti). Infatti, i “resti” devono essere presi in considerazione solo per determinare l’entità del budget di spesa su cui va parametrata la capacità assunzionale che deve necessariamente essere rispettosa della percentuale fissata dal legislatore per l’anno in cui si intende procedere con la nuova assunzione. ---ooo0ooo--- PARERE ESTESO: I) Il quadro normativo che ha regolato la c.d. disciplina del turn over negli enti locali dall’anno 2014 ad oggi. L’art. 3, comma 5, del decreto-legge del 24 giugno del 2014, convertito dalla legge n. 114 del 2014, come modificato dal decreto-legge 19 giugno 2015, n. 78, convertito dalla legge n. 125 del 2015, aveva previsto che: «Negli anni 2014 e 2015 le regioni e gli enti locali sottoposti al patto di stabilità interno procedono ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite di un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari al 60 per cento di quella relativa al personale di ruolo cessato nell'anno precedente. Resta fermo quanto disposto dall'articolo 16, comma 9, del decreto legge 6 luglio 2012, n.95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n.135. La predetta facoltà ad assumere è fissata nella misura dell'80 per cento negli anni 2016 e 2017 e del 100 per cento a decorrere dall'anno 2018. Restano ferme le disposizioni previste dall'articolo 1, commi 557, 557-bis e 557-ter, della legge 27 dicembre 2006, n.296. A decorrere dall'anno 2014 è consentito il cumulo delle risorse destinate alle assunzioni per un arco temporale non superiore a tre anni, nel rispetto della programmazione del fabbisogno e di quella finanziaria e contabile; è altresì consentito l'utilizzo dei residui ancora disponibili delle quote percentuali delle facoltà assunzionali riferite al triennio precedente….». Il comma 5 quater, del medesimo articolo di legge, tuttavia, innalzava le predette percentuali affermando che «Fermi restando i vincoli generali sulla spesa di personale, gli enti indicati al comma 5, la cui incidenza delle spese di personale sulla spesa corrente è pari o inferiore al 25 per cento, possono procedere ad assunzioni a tempo indeterminato, a decorrere dal 1º gennaio 2014, nel limite dell'80 per cento della spesa relativa al personale di ruolo cessato dal servizio nell'anno precedente e nel limite del 100 per cento a decorrere dall'anno 2015». La norma citata, quindi, oltre ad individuare determinate capacità assunzionali espresse in termini percentuali sulle cessazioni intervenute nell’anno precedente, ha introdotto la possibilità di cumulare le risorse destinate alle assunzioni per un arco temporale non superiore a tre anni. Per gli anni 2015 e 2016 il legislatore, tuttavia, ha introdotto, per le assunzioni a tempo indeterminato, una disciplina derogatoria al quadro normativo esistente. Infatti, ai sensi dell’art. 1, comma 424, della legge n. 190 del 2014 (legge di stabilità 2015), modificata dall'art. 4, comma 2-bis, del decreto-legge 19 giugno 2015, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2015, n.125, “ Le regioni e gli enti locali, per gli anni 2015 e 2016, destinano le risorse per le assunzioni a tempo indeterminato, nelle percentuali stabilite dalla normativa vigente, all'immissione nei ruoli dei vincitori di concorso pubblico collocati nelle proprie graduatorie vigenti o approvate alla data di entrata in vigore della presente legge e alla ricollocazione nei propri ruoli delle unità soprannumerarie destinatarie dei processi di mobilità. È fatta salva la possibilità di indire, nel rispetto delle limitazioni assunzionali e finanziarie vigenti, le procedure concorsuali per il reclutamento a tempo indeterminato di personale in possesso di titoli di studio specifici abilitanti o in possesso di abilitazioni professionali necessarie per lo svolgimento delle funzioni fondamentali relative all'organizzazione e gestione dei servizi educativi e scolastici, con esclusione del personale amministrativo, in caso di esaurimento delle graduatorie vigenti e di dimostrata assenza, tra le unità soprannumerarie di cui al precedente periodo, di figure professionali in grado di assolvere alle predette funzioni…”. Il quadro normativo appena delineato è stato oggetto di numerosi interventi in sede consultiva della Giurisprudenza contabile e, tra questi, in questa sede ci si limita a segnalare le pronunce della Sezione delle Autonomie. Con una prima delibera (deliberazione n. 26/AUT/2015/QMIG) la Sezione ha affermato il principio in base al quale “gli enti locali possono effettuare assunzioni di personale a tempo indeterminato utilizzando la capacità assunzionale del 2014 derivante dalle cessazioni di personale nel triennio 2011-2013 nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica; mentre, il budget di spesa del biennio 2015-2016 (riferito alle cessazioni di personale intervenute nel 2014 e nel 2015), è soggetto ai vincoli posti dall’articolo 1, comma 424 della legge 190 del 2014 finalizzati a garantire il riassorbimento del personale provinciale”. La medesima Sezione, con la successiva deliberazione n. 28/SEZAUT/2015/QMIG, ha inoltre precisato che il riferimento “al triennio precedente” inserito nell’art. 4, comma 3, del decreto-legge n. 78 del 2015, che ha integrato l’art. 3, comma 5, del decreto-legge n. 90 del 2014, è da intendersi in senso dinamico, con scorrimento e calcolo dei resti, a ritroso, rispetto all’anno in cui si intende effettuare le assunzioni”. Con la legge 28 dicembre 2015, n. 208 (legge di stabilità per il 2016), il legislatore ha nuovamente modificato il regime delle assunzioni stabilendo nuovi limiti alla capacità assunzionali degli enti locali. Difatti, il comma 228 dell’art. 1, dispone che: “Le amministrazioni di cui all'articolo 3, comma 5, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, e successive modificazioni, possono procedere, per gli anni 2016, 2017 e 2018, ad assunzioni di personale a tempo indeterminato di qualifica non dirigenziale nel limite di un contingente di personale corrispondente, per ciascuno dei predetti anni, ad una spesa pari al 25 per cento di quella relativa al medesimo personale cessato nell'anno precedente. In relazione a quanto previsto dal primo periodo del presente comma, al solo fine di definire il processo di mobilità del personale degli enti di area vasta destinato a funzioni non fondamentali, come individuato dall'articolo 1, comma 421, della citata legge n. 190 del 2014, restano ferme le percentuali stabilite dall'articolo 3, comma 5, del decreto-legge 24 giugno 2014, n.90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114. Il comma 5- quater dell'articolo 3 del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n.114, è disapplicato con riferimento agli anni 2017 e 2018.” L’art. 16 del c.d. d.l. enti locali (D.L. n. 113/16 conv. con mod. nella l. 160/16), tuttavia, oltre ad aver abrogato la lettera a) dell’'articolo 1, comma 557, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, all'articolo 1, comma 228, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, dopo il primo periodo, aggiunge il seguente: «Ferme restando le facoltà assunzionali previste dall'articolo 1, comma 562, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, per gli enti che nell'anno 2015 non erano sottoposti alla disciplina del patto di stabilità interno, qualora il rapporto dipendenti-popolazione dell'anno precedente sia inferiore al rapporto medio dipendenti-popolazione per classe demografica, come definito triennalmente con il decreto del Ministro dell'interno di cui all'articolo 263, comma 2, del testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, la percentuale stabilita al periodo precedente è innalzata al 75 per cento nei comuni con popolazione inferiore a 10.000 abitanti». Da ultimo, la legge di bilancio per il 2017 (l. n. 232/2016), alla lettera d) del comma 479 dell’art. 1 ha stabilito che “ai sensi dell'articolo 9, comma 4, della legge 24 dicembre 2012, n. 243, a decorrere dall'anno 2018, con riferimento ai risultati dell'anno precedente e a condizione del rispetto dei termini perentori di certificazione di cui ai commi 470 e 473”, «per i comuni che rispettano il saldo di cui al comma 466, lasciando spazi finanziari inutilizzati inferiori all'1 per cento degli accertamenti delle entrate finali dell'esercizio nel quale è rispettato il medesimo saldo, nell'anno successivo la percentuale stabilita al primo periodo del comma 228 dell'articolo 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208, è innalzata al 75 per cento qualora il rapporto dipendenti-popolazione dell'anno precedente sia inferiore al rapporto medio dipendenti-popolazione per classe demografica, come definito triennalmente con il decreto del Ministro dell'interno di cui all'articolo 263, comma 2, del testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267». Dunque, nell’attuale quadro normativo, la capacità di turn over è stata sensibilmente ridotta rispetto alla previsione del decreto-legge n. 90 del 2014. Difatti, gli enti locali possono, ora, assumere per gli anni 2017 e 2018 nella misura del 25 per cento della spesa del personale cessato nell’anno precedente o del 75% quando ricorre la deroga prevista dal c.d. D.L. enti locali o dalla legge di bilancio per il 2017. II) Nozione di capacità assunzionale. Chiarito il quadro normativo, in merito al quesito formulato, il Comune riferisce che il rapporto dipendenti-popolazione dell'anno precedente è inferiore al rapporto medio dipendenti-popolazione per classe demografica (come definito triennalmente con il decreto del Ministro dell'interno di cui all'articolo 263, comma 2, del testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267); dunque, il medesimo ente istante, avendo una popolazione superiore ai 1000 e inferiore a 10.000 abitanti e non avendo ancora proceduto a nuove assunzioni, ha una capacità assunzionale pari al 75% del budget formatesi prendendo come riferimento le cessazioni avvenute nel triennio precedente (che, nel caso di specie, è rappresentato dalla cessazione intervenuta nell’anno 2014). In linea generale, questa Sezione rammenta all’ente che quando il legislatore interviene per modificare solo la percentuale del c.d. turn over, al fine di calcolare la “capacità assunzionale” bisogna prendere come riferimento la percentuale indicata per l’anno in cui si intende avviare la procedura di assunzione, a prescindere da quale fosse la percentuale indicata nell’anno a cui si riferiscono le cessazioni intervenute (ossia i c.d. resti). Infatti, i “resti” devono essere presi in considerazione solo per determinare l’entità del budget di spesa su cui va parametrata la capacità assunzionale che deve necessariamente essere rispettosa della percentuale fissata dal legislatore per l’anno in cui si intende a procedere con la nuova assunzione." Per approfondire scarica il testo integrale del parere.
La l. 30 dicembre 2010, n. 240, si propone espressamente di dare attuazione alle “disposizioni di cui all'articolo 33 e al titolo V della parte II della Costituzione” e all’art. 1 comma 2 dispone, con norma qualificata di principio, che “ciascuna università opera ispirandosi a principi di autonomia e di responsabilità”. In tali termini, il Consiglio di Stato, Sesta Sezione nella sentenza del 24 febbraio 2017 ha ricordato che il titolo di “Professore Emerito” è in sintesi e prima di tutto un’onorificenza, che l’università conferisce alla chiusura della carriera ad uno studioso, perché ritiene che l’opera di questi sia particolarmente rappresentativa dei valori espressi dalla propria attività scientifica e civile. Tale potere di apprezzamento positivo fa parte del contenuto minimo di qualsiasi autonomia (cfr. Sez. VI, 16 febbraio 2017, n. 696). Essa infatti non si concepirebbe per soggetti nemmeno autorizzati ad esprimere in via ufficiale opinioni sulla propria sfera di competenza. Tale giudizio positivo esprime non solo il merito scientifico, ma anche l’adesione ad un più ampio complesso di valori civili, ed è quindi legittimamente espresso anche con una delibera del Senato accademico, del quale fanno parte non solo professori, come tali colleghi e pari del docente che si intende onorare, ma anche rappresentanti di diverse categorie. Così la recente sentenza C.G.A. 18 febbraio 2016, n. 42. Il Collegio, in conclusione, ha ritenuto la competenza del Senato accademico, che nella specie si è pronunciato a termini del regolamento. Nel merito poi, si segnala il passaggio motivazionale con il quale il Consiglio di Stato rileva che fra le ragioni di reiezione della proposta di conferimento del titolo vi è il rilievo di una circostanza che l’appellante incidentale come fatto storico non nega, ovvero la sua passata appartenenza alla nota “Loggia P2”. Si tratta di un’associazione sciolta d’autorità con la l. 25 gennaio 1982, n. 17, come esempio concreto delle associazioni segrete proibite dalla stessa legge, anche a pena di responsabilità disciplinare per i dipendenti pubblici che ne facciano parte. Non risulta dunque anomalo o affetto da eccesso di potere il giudizio di non meritevolezza, basato sull’esser stato membro di tale associazione, perché conforme ad una valutazione negativa dello stesso legislatore". Per approfondire vai al testo integrale della sentenza.
L’art. 916 d. lgs. 15 marzo 2010 n. 66 (Codice dell’ordinamento militare), all’art. 916, nell’ambito della Sezione IV (Capo II del Titolo V), dedicata ai casi di “sospensione dall’impiego”, prevede, oltre alla “sospensione a seguito di condanna penale” (art. 914), ed alla “sospensione precauzionale obbligatoria” (art. 915), anche la “sospensione precauzionale facoltativa connessa a procedimento penale” (art. 916), la quale “può essere applicata nei confronti di un militare se lo stesso è imputato per un reato da cui può derivare la perdita del grado” e non può avere comunque durata superiore a cinque anni (art. 919, co. 1). Sulla base di tale richiamo normativo la Quarta sezione del consiglio di stato con sentenza depositata in data 8 febbraio 2017 ha affermato che "Ciò, dunque, che funge da necessario presupposto perché l’amministrazione militare possa valutare se disporre (o meno) la sospensione precauzionale facoltativa – che ha natura di misura cautelare e non già di sanzione - è l’essere il militare imputato per un reato da cui può derivare la perdita del grado. Quest’ultima (che è “sanzione disciplinare di stato”) può essere conseguenza: -	o di procedimento disciplinare (art. 865); -	ovvero (senza procedimento disciplinare), per i casi in cui vi sia “condanna definitiva, non condizionalmente sospesa, per reato militare o delitto non colposo che comporti la pena accessoria della rimozione o della interdizione temporanea dai pubblici uffici, oppure una delle pene accessorie di cui all’art. 19, comma 1, numeri 2) e 6) del codice penale” (art. 866). In particolare, per quel che interessa nella presente sede, giova ricordare che l’art. 29 cod. pen., prevede che la interdizione temporanea dai pubblici uffici consegua ad una condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a tre anni. In virtù dei rinvii effettuati dalle norme ora indicate, può dunque affermarsi che l’applicazione della sospensione precauzionale facoltativa può aversi allorchè il militare sia imputato (cioè vi sia stato esercizio nei suoi confronti dell’azione penale, in uno dei modi previsti dal c.p.p.) e che lo sia per un reato per il quale la eventuale futura condanna possa comportare l’applicazione della pena accessoria della interdizione temporanea dai pubblici uffici, e cioè per un delitto la cui pena edittale massima sia pari o superiore a tre anni. In altre parole, l’art. 916 del Codice dell’ordinamento militare, nell’individuare il presupposto perché l’amministrazione possa valutare l’applicazione (o meno) della misura cautelare facoltativa fa riferimento a reati (e più precisamente, a delitti) che “possono” astrattamente comportare l’applicazione della pena accessoria della interdizione temporanea dai pubblici uffici, e non già alla pena irrogata in concreto. Quanto ora affermato per un verso risponde alla normale tecnica di rinvio degli istituti di diritto penale sostanziale e processuale, in assenza di diverse e specifiche indicazioni, sia in quanto l’art. 916 si riferisce ad un militare “imputato” e, dunque, ad un soggetto non già condannato bensì nei confronti del quale si procede per uno dei reati per i quali potrebbe trovare (in astratto) applicazione la pena accessoria considerata. Ovviamente, ferma la necessità che si proceda nei confronti del militare per uno dei reati (delitti) ora indicati, stante la natura facoltativa della misura cautelare, compete all’amministrazione militare vagliare, in esercizio della propria potestà discrezionale, la opportunità dell’applicazione della misura, per il tramite di un giudizio congruamente motivato. Tale giudizio – ferma la verifica dell’esistenza dei presupposti di legge e della competenza dell’autorità che dispone la misura – è sottoposto al sindacato di legittimità del giudice amministrativo - onde non invadere il “merito” amministrativo – nei limiti del difetto di motivazione ovvero della irragionevolezza o illogicità di quanto disposto. Nella vicenda esaminata dal Collegio, un carabiniere è stato condannato, all’esito del giudizio di I grado, ad un anno e sei mesi di reclusione per i delitti di simulazione di reato e di falso materiale in atto pubblico; delitti per i quali il limite massimo edittale di pena è, rispettivamente, di tre anni (nel caso della simulazione: art. 367 c.p.) e di sei anni, nel caso di falso materiale (art. 476 c.p.), elevato a dieci anni, se si tratta di atto che faccia fede fino a querela di falso (art. 476, cpv.). Come è dato osservare, si tratta di delitti per i quali l’applicazione della pena accessoria della interdizione temporanea dai pubblici uffici è astrattamente possibile, e, dunque, di reati per i quali, in base a quanto innanzi esposto, può trovare applicazione la misura cautelare della “sospensione precauzionale facoltativa”. A fronte di tali considerazioni, non assume rilievo: - né che vi sia stata condanna in I grado, ben potendo la misura cautelare essere applicata (ovvero permanere) fintanto che è pendente il giudizio penale, nei limiti temporali previsti dall’art. 919 cod. mil.; - né che la pena irrogata in concreto sia stata inferiore a tre anni, e dunque non abbia comportato l’interdizione temporanea dai pubblici uffici, posto che – come si è detto – l’art. 916 fa riferimento alla pena editale massima per i delitti ivi indicati, e non già a quella irrogata in concreto. Né, a maggior ragione, possono essere condivise le argomentazioni dell’appellato, laddove fa riferimento: -	ad una applicazione della misura precauzionale per i casi di condanna penale (pag. 15 memoria 31 ottobre 2016), poiché non è necessaria la intervenuta sentenza di condanna; -	ovvero laddove afferma che “una volta pronunciata la decisione, anche di I grado, la concreta irrogazione della sospensione non può prescindere dall’esito del giudizio, poiché altrimenti si rischierebbe di consentire l’adozione di una sanzione in assenza dei presupposti essenziali” (pagg. 19-20), poiché, come s è detto, la sospensione precauzionale è misura cautelare e non ha natura di sanzione." Per continuare la lettura della sentenza accedi al data base
Un dipendente fruisce delle due ore di permesso giornaliero per ciascun giorno lavorativo di cui all’art.33, comma 2, della legge n.104/1992. Nel corso del medesimo mese, il dipendente di cui si tratta non ha fruito delle due ore di permesso, effettuando anche prestazioni di lavoro straordinario. Questa fattispecie può rientrare nella tipologia di utilizzo misto dei citati permessi e, quindi, nel limite di 3 giorni fruibili ad ore nel limite massimo di 18 ore mensili?
Un dipendente fruisce delle due ore di permesso giornaliero per ciascun giorno lavorativo di cui all’art.33, comma 2, della legge n.104/1992. Nel corso del medesimo mese, il dipendente di cui si tratta non ha fruito delle due ore di permesso, effettuando anche prestazioni di lavoro straordinario. ... Continua a leggere

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 art. 2043
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 art. 367
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