Source: https://www.previti.it/archives/date/2018/04
Timestamp: 2020-06-02 02:46:24+00:00

Document:
Aprile 2018 - Studio Previti
Azione revocatoria – Prova della scientia decoctionis
Nell’azione revocatoria fallimentare, la prova della scientia decoctionis dell’accipiens è ricavabile: a) dalle modalità non più regolari dei pagamenti, riferiti a importi non corrispondenti alle fatture (nel caso di specie peraltro scadute) e dal divieto di accettazione di pagamenti postdatati; b) dall’esistenza di un eccesso di indebitamento verso i fornitori, già prima della riunione dei creditori, e dall’utilizzo di assegni in bianco, incassati oltre un mese dopo la loro spedizione; c) dalla continuità dei rapporti tra le parti, ove la convenuta sia fornitrice abituale della fallita ed operante nello stesso ambito territoriale.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 4794 dell’1.3.2018.
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Eccezione di compensazione ed azione revocatoria
Nel caso in cui, in sede di verifica del passivo innanzi al giudice delegato, il curatore si avvalga di un diritto contrattuale del fallito, gli viene preclusa ogni possibile ragione di inefficacia di detto negozio, perché facendo valere un diritto contrattuale della parte dichiarata fallita, gli viene poi preclusa ogni eventuale ragione di inefficacia nei confronti del medesimo documento, in quanto incompatibile con la dedotta opponibilità del documento alla massa dei creditori.
Lo ha sancito il Tribunale di Milano con sentenza del 7.3.2018, rifacendosi al principio – pacifico in sede di Legittimità, a mente del quale nel procedimento fallimentare l’ammissione di un credito, sancita dalla definitività dello stato passivo, una volta che questo sia stato reso esecutivo con il decreto emesso dal giudice delegato ai sensi dell’art. 97 L.F., acquisisce all’interno della procedura concorsuale un grado di stabilità assimilabile al giudicato, con efficacia preclusiva di ogni questione che riguardi il documento posto a base del credito, comprese le eventuali cause di prelazione che lo assistono (Cass., Sez. I, Ord. 27 ottobre 2017, n. 25640); questioni che non possono più essere riproposte inter partes neanche successivamente in altro giudizio.
La preclusione di ogni ragione di inefficacia di un documento di cui il curatore si avvale in sede di stato passivo riposa sul fatto che il curatore, avvalendosi di una scrittura e rendendola opponibile alla massa, subentra in un rapporto contrattuale del fallito o fa valere un diritto del medesimo, non diversamente da un avente causa del fallito.
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Mancata diversificazione degli investimenti. Responsabilità della banca
Deve essere riconosciuta una responsabilità a carico della banca che abbia convogliato tutte le somme affidate nell’acquisto di bond argentini, anche se all’epoca non avevano un indice di pericolosità.
Ciò in quanto la teorica “sicurezza” dell’investimento non esimeva la banca dall’obbligo di informare gli investitori.
Lo ha stabilito la Suprema Corte con la ordinanza n. 6911 del 20.3.2018, con la quale ha confermato l’impugnata sentenza resa dalla Corte di Appello di Roma. Agli investitori, secondo gli Ermellini, dovevano essere fornite le informazioni richieste dalla legge sulla natura e i caratteri propri degli specifici titoli mobiliari.
La Corte di merito censurava l’affermazione del Tribunale secondo cui la valutazione di adeguatezza dell’investimento è necessaria solo in presenza di investimenti marcatamente speculativi. Evidenziava, piuttosto, che la valutazione di adeguatezza dell’investimento deve essere compiuta anche qualora, come nel caso di specie, il cliente si sia rifiutato di fornire le informazioni relative al proprio profilo di investitore. Stigmatizzava la Corte territoriale che, secondo il Tribunale, mancava la prova della negligenza dell’intermediario, argomento errato perchè il giudice di prime cure avrebbe dovuto piuttosto accertare se l’intermediario avesse fornito lui la prova di aver agito con sufficiente diligenza. Rilevava ancora la Corte capitolina che, piuttosto, la Banca aveva ammesso di essersi astenuta dal fornire qualsiasi informazione sulle obbligazioni argentine.
Nel caso di specie, infatti, ci si trovava in presenza dell'(ipotizzato) investimento di un intero patrimonio addirittura in un solo titolo, peraltro di alto rendimento e – fosse solo per questo, in base ad una ovvia regola di esperienza – per sua stessa natura rischioso.
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Decreto Ilva: la consulta ne dichiara l’incostituzionalità perchè manca il bilanciamento di tutti gli interessi costituzionali rilevanti
La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, d.l. 4 luglio 2015, n. 92 recante “Misure urgenti in materia di rifiuti e di autorizzazione integrata ambientale, nonché per l’esercizio dell’attività d’impresa di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale” applicato con riferimento alle attività dello stabilimento Ilva (cd. Decreto “salva Ilva”).
La Consulta con sentenza n. 58 del 23 marzo 2018 ha ritenuto fondata, in riferimento agli artt. 2, 3, 4, 32, co. 1, 35, co. 1, 41, co. 2, e 112 Cost., la questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, d.l. n. 92 del 2015, sollevata dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Taranto, ritenendo che non sia astrattamente precluso al legislatore di intervenire per salvaguardare la continuità produttiva in settori strategici per l’economia nazionale e per garantire i correlati livelli di occupazione, ma ha precisato che ciò può farsi solo attraverso un ragionevole ed equilibrato bilanciamento dei valori costituzionali in gioco, tra cui il diritto alla salute, il diritto all’ambiente salubre e il diritto al lavoro.
Ebbene, secondo la Corte, nel caso in esame, manca del tutto la richiesta di misure immediate e tempestive atte a rimuovere prontamente la situazione di pericolo per l’incolumità dei lavoratori, nonché ogni riferimento a disposizioni di legge in materia di sicurezza sul lavoro o ad altri modelli organizzativi e di prevenzione, essendo privilegiato in modo eccessivo l’interesse alla prosecuzione dell’attività produttiva, sacrificando del tutto le esigenze di diritti costituzionali inviolabili legati alla tutela della salute e della vita stessa (artt. 2 e 32 Cost).
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Duro scontro delle organizzazioni sindacali italiane con Ryanair nelle aule di giustizia
Con due provvedimenti intervenuti a poco più di un mese l’uno dall’altro il Tribunale italiano ha dichiarato illegittima la condotta attuata dalla maggiore compagnia europea low cost ai danni dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali.
Il primo provvedimento è stato emesso dal Tribunale di Busto Arsizio che con decreto del 5 febbraio 2018 ha accolto il ricorso ex art. 28 l 300/70 promosso dalla Filt Cgil dichiarando l’antisindacalità del comportamento di Ryanair consistente nel rifiuto di porre in essere qualsiasi forma di incontro con i sindacati e nel rifiuto di fornire agli stessi informazioni relative alle procedure previste dalla normativa nazionale in materia di vigilanza, controllo e sicurezza dei posti di lavoro.
Il secondo provvedimento è stato emesso dal Tribunale di Bergamo che con ordinanza del 30 marzo 2018 ha accolto il ricorso ex art. 28 d.lgs. 150/11 e ex art. 5, co.2, d.lgs. 216/03 promosso sempre dalla Filt Cgil dichiarando il carattere discriminatorio della “clausola di estinzione” inserita nel contratto individuale dei dipendenti e condannando Ryanair a titolo risarcitorio al pagamento in favore del sindacato ricorrente della somma di € 50.000,00.
La cd “clausola di estinzione”, secondo il Giudicante, comporta una discriminazione diretta nei confronti dei lavoratori e indiretta nei confronti delle organizzazioni sindacali.
Si legge nella predetta clausola: “questo accordo rimarrà in vigore per tutto il tempo che il personale di cabina di Ryanair contatti direttamente il datore di lavoro e non effettui interruzioni di lavoro (work stoppages) o qualunque altra azione di natura sindacale che Ryanair o le società di mediazione di lavoro saranno obbligate a riconoscere qualunque sindacato del personale di cabina o se vi sarà qualunque azione collettiva di qualsiasi tipo, in questo caso il contratto dovrà intendersi annullato e inefficace e qualunque incremento retributivo o indennitario (allowance) o cambio di turno concessi sotto la vigenza del presente contratto sarà annullato”
L’associazione sindacale ricorrente eccepiva il carattere discriminatorio di tale clausola, condiviso dal giudicante, in quanto idonea ad incidere sulle condizioni di accesso al lavoro, disincentivando i lavoratori sindacalizzati dall’instaurare rapporti di lavoro con la compagnia aerea, in quanto le “convinzioni personali” rientravano nei fattori di rischio della discriminazione.
Il giudicante, superando le eccezioni sollevate dalla compagnia aerea di giurisdizione e diritto applicabile, dichiarando la natura extracontrattuale dell’azione proposta e, conseguentemente, l’applicabilità del diritto nel luogo ove è stato posto in essere il danno lamentato, ha altresì accolto la domanda della organizzazione sindacale ricorrente volta ad ottenere il risarcimento del danno cd. “punitivo”, la cui funzione, recentemente, peraltro, espressa dalle Sezioni Unite (v. sentenza 16601/2017), è quella appunto di “punire” l’autore dell’illecito condannandolo ad un importo superiore all’effettivo pregiudizio patito dal danneggiato.
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Diritto all’oblio e ambito di applicazione territoriale
Con un importante e recente provvedimento, il Garante Privacy italiano ha aperto nuovi scenari in merito all’ambito di applicazione territoriale del diritto all’oblio, fornendo ulteriori delucidazioni interpretative dei noti principi di diritto espressi dalla sentenza “Google Spain” resa dalla Corte di Giustizia Europea.
Nel caso di specie, il Garante ha accolto il ricorso presentato da un cittadino italiano, residente all’estero, il quale richiedeva la rimozione, dalla lista dei risultati europei ed extraeuropei del motore di ricerca di “Google”, di n. 26 URL che conducevano a commenti e brevi articoli anonimi gravemente offensivi e lesivi della propria dignità e reputazione.
La difesa della resistente, oppostasi alla suindicata richiesta di rimozione ‘globale’, verteva sull’asserita evidenza che le azioni volte alla tutela dei dati personali godrebbero, in base alle disposizioni della Direttiva 95/46/CE, di un ambito di applicazione limitato al solo territorio comunitario.
Nel decidere a favore della deindicizzazione, il Garante ha ritenuto che la “perdurante reperibilità” sul web di contenuti non corretti e inesatti avesse un impatto “sproporzionatamente negativo” sulla sfera privata del ricorrente, ciò anche nell’ottica del necessario bilanciamento tra diritti dell’interessato e diritto all’informazione, di cui alla nota sentenza “Google Spain” e alla successive Linee Guida del WP29.
In più, “al fine di rendere effettiva la tutela assicurata al ricorrente nel caso di specie, tenuto conto anche che quest’ultimo ha dichiarato di risiedere al di fuori dell’Unione europea”, il Garante, pienamente applicando il principio di effettività posto alla base del diritto dell’Unione Europea, ha ordinato a Google di estendere la rimozione dei contenuti contestati anche alle versioni extraeuropee del motore di ricerca.
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https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png 0 0 Gaia Arturi https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png Gaia Arturi2018-04-20 15:38:102018-04-20 16:31:38Viola il diritto all'oblio riproporre in Tv il vecchio filmato di un'intervista negata

References: sentenza 
 sentenza 
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 art. 28
 art. 28
 art. 5
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