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Timestamp: 2019-10-20 04:04:30+00:00

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Cass. civ., sez. III 14-03-2006, n. 5473 IMPUGNAZIONI CIVILI – CASSAZIONE SPECIALI – PROCEDIMENTI IN MATERIA DI FAMIGLIA E DI STATO DELLE PERSONE – Accordi contenenti attribuzioni patrimoniali di beni mobili o immobili a favore dell’altro coniuge – Gadit
Cass. civ., sez. III 14-03-2006, n. 5473 IMPUGNAZIONI CIVILI – CASSAZIONE SPECIALI – PROCEDIMENTI IN MATERIA DI FAMIGLIA E DI STATO DELLE PERSONE – Accordi contenenti attribuzioni patrimoniali di beni mobili o immobili a favore dell’altro coniuge
Con sentenza in data 13 luglio – 13 settembre 1999, il Tribunale di Roma, decidendo sulla domanda proposta dalla Banca di Roma nei confronti di D.A., T.D., M. C., in proprio e quale esercente la patria potestà sui minori T.V. e T.L., B.C., in proprio e quale esercente la patria potestà sulla minore D. L., dichiarava inefficaci nei confronti della Banca Nazionale del Lavoro S.p.A. e del Banco di Sicilia S.p.A. due atti di compravendita rispettivamente intervenuti tra D.A. e C. B. e tra T.D. e M.C..
Con sentenza in data 24 settembre – 2 ottobre 2001, la Corte di Appello di Roma dichiarava inammissibile l’intervento del Banco di Sicilia nei confronti di T.D. e di M.C. in proprio e nella qualità, respingeva l’appello proposto da M. C., in proprio e nella qualità di esercente la potestà su T.L., B.C., T.V. e D. L. nei confronti della Banca Nazionale del Lavoro e quello proposto da B.C., D.A. e D.L. nei confronti del Banco di Sicilia.
La Corte territoriale osservava: l’intervento del Banco di Sicilia era inammissibile nei confronti di T.D. e M. C. per il divieto del ne bis in idem, mentre era ammissibile nei confronti di D.A. e B.C. trattandosi di intervento adesivo autonomo; il trasferimento immobiliare non poteva essere considerato adempimento di debito scaduto ed era, quindi, revocabile; le convenzioni stipulate in rapporto alla separazione personale erano meramente accessorie rispetto a quest’ultima, trovando in essa non la causa ma soltanto l’occasione e, quindi, erano revocabili; la disposizione patrimoniale era stata effettuata a titolo gratuito; la domanda di revoca era stata accolta sulla base di una serie di elementi precisi, gravi e concordanti.
Avverso la suddetta sentenza M.C., in proprio e quale esercente la potestà sul figlio T.L., B.C., T.V. e D.L. hanno proposto ricorso per Cassazione affidato a tre motivi.
Il Banco di Sicilia ha resistito con controricorso ed ha proposto ricorso incidentale nei confronti di T.D. e M. C..
La Banca Nazionale del Lavoro ha resistito con controricorso.
Successivamente le due banche hanno depositato memorie.
Preliminarmente la Corte riunisce i due ricorsi ai sensi dell’art. 335 c.p.c..
Con il primo motivo le ricorrenti principali lamentano violazione dell’art. 2901 c.c. e contraddittorietà ed erroneità della motivazione sul rilievo che le cessioni di quota di immobili sono state effettuate dal T. e dal D. in adempimento degli impegni rispettivamente assunti in Tribunale in sede di separazione legale e, quindi, non sono revocabili, stante il disposto dell’art. 2901 c.c., comma 3.
In sostanza, le ricorrenti assumono che gli atti di cessione di cui si discute costituiscono adempimento di una prestazione scaduta e documentata dai verbali delle cause di separazione e che, quindi, debbono essere esclusi dalla revocatoria, con conseguente inammissibilità dell’azione delle Banche creditrici, le quali avrebbero, semmai, dovuto rivolgerla verso l’atto di separazione.
Con il secondo motivo esse denunciano come viziata la motivazione della sentenza della Corte territoriale con riferimento alle affermazioni concernenti l’assenza di elementi che consentano di ritenere sussistente la rinuncia a prestazioni da parte delle mogli separande o della pattuizione di un corrispettivo (dagli atti notarili risulta espressamente il carattere gratuito delle cessioni).
Le due censure sono indubbiamente connesse e, quindi, ne appare opportuno l’esame congiunto.
Questa Corte ha già autorevolmente chiarito (Cass. n. 5741 del 2004) che gli accordi di separazione personale fra i coniugi, contenenti attribuzioni patrimoniali da parte dell’uno nei confronti dell’altro e concernenti beni mobili o immobili, non risultano collegati necessariamente alla presenza di uno specifico corrispettivo o di uno specifico riferimento ai tratti propri della "donazione", e – tanto più per quanto può interessare ai fini di una eventuale loro assoggettabilità all’actio revocatoria di cui all’art. 2901 c.c – rispondono, di norma, ad un più specifico e più proprio originario spirito di sistemazione dei rapporti in occasione dell’evento di "separazione consensuale" (il fenomeno acquista ancora maggiore tipicità normativa nella distinta sede del divorzio congiunto), il quale, sfuggendo – in quanto tale – da un lato alle connotazioni classiche dell’atto di "donazione" vero e proprio (tipicamente estraneo, di per sè, ad un contesto – quello della separazione personale – caratterizzato proprio dalla dissoluzione delle ragioni dell’affettività), e dall’altro a quello di un atto di vendita (attesa oltretutto l’assenza di un prezzo corrisposto), svela, di norma, una sua "tipicità" propria la quale poi, volta a volta, può, ai fini della più particolare e differenziata disciplina di cui all’art. 2901 c.c., colorarsi dei tratti dell’obiettiva onerosità piuttosto che di quelli della "gratuità", in ragione dell’eventuale ricorrenza – o meno – nel concreto, dei connotati di una sistemazione "solutorio-compensativa" più ampia e complessiva, di tutta quell’ampia serie di possibili rapporti (anche del tutto frammentari) aventi significati (o eventualmente solo riflessi) patrimoniali maturati nel corso della (spesso anche lunga) quotidiana convivenza matrimoniale.
Dal condivisibile precedente sopra menzionato si evince che, nei casi come quello di specie, il giudice di merito, in considerazione della "tipicità" del rapporto, deve accertare se, in concreto, la cessione del bene sia avvenuta a titolo gratuito oppure a titolo oneroso.
La sentenza impugnata, pur non uniformandosi in toto all’insegnamento di questa Corte, ha tuttavia eseguito l’accertamento concernente il carattere oneroso o gratuito della cessione da esso richiesto, optando per il secondo in considerazione di quanto espressamente indicato (cessione a titolo gratuito) nei rogiti e dell’assenza di un qualsiasi elemento probatorio utile a dimostrare il contrario.
Quella in esame è, dunque, una valutazione di merito basata sull’esame delle risultanze processuali, a cui il giudice di legittimità non ha accesso, motivata in termini adeguati ed esenti da vizi logici o giuridici.
Non inducono a diversa statuizione l’asserita omessa ed erronea considerazione da parte del giudice di secondo grado degli atti processuali, espressa in termini assolutamente generici e perciò inidonei a soddisfare il principio dell’autosufficienza del ricorso, nè la denunciata erroneità nella interpretazione degli atti notarili, essendo affidata al giudice di merito l’interpretazione della volontà negoziale delle parti e non potendo la contestazione al suo apprezzamento essere limitata al semplice dissenso o alla mera prospettazione di una diversa (e più favorevole) interpretazione rispetto a quella adottata dal giudicante, dal momento che sussiste l’onere di indicare, in modo specifico, i criteri in concreto non osservati dal giudice di merito e, soprattutto, il modo in cui questi si sia da essi discostato.
Le due censure in esame risultano, quindi, infondate.
Con il terzo motivo le ricorrenti eccepiscono violazione dell’art. 2697 c.c. e omessa motivazione su un punto decisivo della controversia, avendo il giudice di appello tratto il proprio convincimento da una prova presuntiva dei presupposti per la revocatoria, senza che le controparti avessero fornito alcun elemento idoneo a sostegno della loro tesi.
A dimostrare l’infondatezza della censura è sufficiente considerare (Cass. n. 10156 del 2004) che, per poter configurare il vizio di motivazione su un asserito punto decisivo della controversia, è necessario un rapporto di causalità fra la circostanza che si assume trascurata e la soluzione giuridica data alla controversia, tale da far ritenere che quella circostanza, se fosse stata considerata, avrebbe portato ad una diversa soluzione della vertenza. Il mancato esame di elementi probatori, contrastanti con quelli posti a fondamento della pronunzia, costituisce vizio di omesso esame di un punto decisivo solo se le risultanze processuali non esaminate siano tali da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia probatoria delle altre risultanze sulle quali il convincimento è fondato, onde la ratio decidendi venga a trovarsi priva di base.
Le ricorrenti non hanno indicato alcuna omissione di motivazione riferibile ad un punto decisivo della controversia come sopra delineato, ma si sono limitate ad una contestazione, peraltro generica, delle valutazioni espresse dalla sentenza impugnata.
Questa ha spiegato di condividere la statuizione del Tribunale in quanto basata su una serie di elementi gravi, precisi e concordanti, analiticamente indicati e ritenuti idonei a dimostrare la fondatezza della domanda.
Il giudice di legittimità non ha il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico – formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando, così, liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti (salvo i casi tassativamente previsti dalla legge).
Il percorso motivazionale della sentenza impugnata è logico e coerente ed, è, quindi, idoneo a superare il vaglio di legittimità.
Il ricorso principale risulta, dunque, infondato e va respinto con aggravio per la parte soccombente delle spese del giudizio di Cassazione, liquidate come in dispositivo.
La controricorrente incidentale S.p.A. Banco di Sicilia lamenta l’insufficienza della motivazione e l’omesso esame di un punto decisivo circa la contestata applicabilità del principio ne bis in idem con riferimento all’intervento da essa spiegato nei confronti di T.D. e M.C. e dichiarato inammissibile dalla Corte territoriale.
La denunciata omissione sussiste poichè effettivamente la sentenza impugnata non ha indicato le ragioni (non ricavabili neppure dalla parte espositiva) della dichiarata violazione del principio del ne bis in idem, con la ulteriore conseguenza che risulta impossibile qualsiasi verifica in proposito.
Il ricorso è, dunque, fondato, per cui la sentenza va annullata sul punto con rinvio ad altra sezione della medesima Corte territoriale, che provvedere anche in ordine alle spese del giudizio di Cassazione.
Riunisce i ricorsi. Rigetta il ricorso principale e accoglie l’incidentale. Cassa in relazione al ricorso accolto e rinvia, anche per le spese del giudizio di Cassazione tra la Banco di Sicilia S.p.A. e T.D. e M.C., ad altra sezione della Corte di Appello di Roma. Condanna le ricorrenti principali a pagare in solido alla Banca Nazionale del Lavoro S.P.A. le spese di questo giudizio, che liquida in complessivi Euro 4.100,00, di cui Euro 4.000,00 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge.
Condanna B.C. e D.L. a pagare in solido alla Banco di Sicilia S.p.A. le spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 3.600,00, di cui Euro 3.500,00 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge.

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