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Timestamp: 2018-08-21 12:04:08+00:00

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(articolo pubblicato sul sito internet www.diritto.it)
Come è noto, l’art. 172, co. VII, c.p., prevede che l’ “estinzione delle pene non ha luogo, se si tratta di recidivi (…)”.
Orbene, la Corte di Cassazione, nella decisione in argomento, ha affermato che, affinchè la recidiva possa impedire l’estinzione della pena per decorso del tempo, è necessario che tale circostanza aggravante:
- sia stata già dichiarata nel giudizio di merito;
- abbia ad oggetto condanne antecedenti a quella per la quale viene invocata la causa prevista dall’art. 172 c.p. .
Tale approdo ermeneutico, peraltro, non rappresenta un quid novi nel panorama giurisprudenziale dato che la Cassazione, già in diverse pronunce, è pervenuta a siffatta conclusione decisoria.
Invece, come emerge in questo stesso provvedimento, vi è un orientamento minoritario cristallizzato nella sentenza “Sez. 1, n. 11348 del 16 marzo 2006, Boscarolo, massima n. 233469” secondo il quale, viceversa, la preclusione della recidiva opera "per tutte le condanne riportate dal recidivo siano esse antecedenti o successive a quella in cui è stata ritenuta la recidiva".
Ebbene, è evidente come la soluzione prospettata dalla Cassazione in questa pronuncia sia la più corretta e conforme all’orientamento nomofilattico non solo prevalente, ma anche quello più consona alla ermeneutica elaborata in sede di legittimità in subiecta materia.
D’altronde, la Cassazione, in numerosi decisioni, ha avallato tale opzione interpretativa affermando come la recidiva, per produrre effetti penali ai fini della prescrizione della pena, debba “essere dichiarata dal giudice della cognizione”[1] posto che non è sufficiente, in sede esecutiva, l’esistenza dei “presupposti per la sua formale contestazione o che la stessa possa essere desunta da elementi rilevabili dal certificato penale”[2].
In secondo luogo, è del pari chiaro che lo status di recidivo deve essere riconosciuto con una sentenza antecedente a quella con la quale si applica la pena di cui si invoca l’estinzione ovvero con quella con cui viene comminata la pena oggetto della relativa richiesta.
Infatti, ai sensi dell’art. 172, co. IV, c.p., ai fini del calcolo del lasso temporale richiesto per determinare l’estinzione della pena, il “termine decorre dal giorno in cui la condanna è divenuta irrevocabile” e quindi, la condizione di recidivo deve risultare già al momento in cui il soggetto viene giudicato in via definitiva per la pena da estinguere.
Invero, tale indirizzo interpretativo si fonda su una interpretazione strictu sensu di questa norma giuridica ossia secondo la quale questa disposizione legislativa si limiterebbe “ad imporre la preclusione all'ottenimento della prescrizione della pena per il recidivo in genere e non per chi è stato ritenuto recidivo nella condanna in relazione alla quale si chiede la prescrizione della pena”[3].
In realtà, come già esposto, è invece chiaro che, salvo ricondurre al giudice dell’esecuzione il potere di riconoscere la recidiva, tale condizione, nel momento in cui vi è già una condanna ad una pena di cui si chiede l’estinzione, non sussiste e quindi non può rilevare se riconosciuta successivamente.
Infatti, è stato osservato che la disposizione contenuta nel comma 7 bis dell'articolo 58 quater o.p. si riferisce “alla recidiva dichiarata con la sentenza la cui pena è in esecuzione e di cui si chiede la sostituzione con una misura alternativa” proprio perché essa fa riferimento "al condannato al quale sia stata applicata la recidiva..."[5].
Da ultimo, è stato osservato che anche l'articolo 50 bis, o.p., introdotto dall'articolo 7, comma 5, legge 251/05, prevede come “la semilibertà possa essere concessa, ai detenuti ai quali sia stata applicata con sentenza la recidiva ex articolo 99, comma 4, Cp, solo dopo l'espiazione dei due terzi della pena”[9].
Quindi, sulla scorta di tale scenario normativo, è stato ritenuta l’ipotesi ermeneutica (adottata nella sentenza in argomento) preferibile anche per quanto riguardo l’istituto previsto dall’art. 172 c.p., siccome più consona all’ordinamento giuridico o meglio, all’interpretazione sistematica che è stata data alla recidiva tout court.
Ebbene, tale assunto scientifico è sicuramente fondato posto che sarebbe irragionevole per un verso, considerare la recidiva rilevante solo quanto riconosciuta in sentenza a proposito di settori giuridici eguali (quale è il caso della sospensione dell’esecuzione della pena) o affini (quale è il regime della semilibertà o di accesso a misure alternative alla detenzione), dall’altro, considerare questa circostanza inerente la persona del colpevole, seppur non valutata in sede di cognizione, fattore ostativo ai fini del giudizio de quo.
Difatti, il decorso del tempo attenua l’interesse dello Stato “ad eseguire la pena, interesse che viene meno con lo svanire del ricordo del fatto e delle conseguenze sociali di esso”[13].
Da ciò deriva che l’unico modo attraverso il quale appurare se il decorso del tempo (richiesto per l’estinzione della pena) si sia interrotto, è quello di verificare se il giudice di merito abbia rilevato delle circostanze che possono incidere successivamente in sede di esecuzione.
Sicchè è evidente quindi come il tracciato argomentativo delineato in questo decisum sia condivisibile siccome:
- fedele ad un consolidato orientamento nomofilattico con il quale si salvaguardia l’unità e la coerenza dell’ordinamento giuridico nel suo complesso;
- idoneo a fornire un’interpretazione ragionevole e uniforme dell’istituto della recidiva.
[2]Cass. pen., sez. I, 2/02/05, n. 10425. In senso conforme, Cass. pen., sez. I, 8/10/09, n. 40605: gli “effetti di legge correlati alla recidiva reiterata si producono a condizione che il giudice la dichiari, non potendo dirsi sufficiente che dal certificato penale emerga una situazione rapportabile alla recidiva "de qua"”.
[7]Giuseppe Santalucia, “Benefici alternativi ai recidivi reiterati L'affidamento in prova dopo la ex Cirielli”, D&G, 2006, 34, 53.
[12]Fiandaca - Musco, “Diritto penale, Parte generale, Bologna, Zanichelli editore, 2004, pag. 779.
[13]Antolisei, “Manuale di Diritto Penale”, Milano, Giuffrè editore, 1997, pag. 764.

References: sentenza 
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 articolo 99
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 Cass.