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Timestamp: 2018-07-16 15:48:29+00:00

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Ipse dixit - Blog - Milano - Repubblica.it
Roberto Maroni ha annunciato che chiederà al Governo di sospendere in trattato di Shenghen nei sei mesi di Expo 2015. E’ già successo che venisse sospeso per brevi peridi di fronte a particolari emergenze, ma mai si è dato che lo fosse per lunghi periodi.
Maroni, che nella Lega salviniana fa la parte del moderato, avanza comunque la sua proposta sapendo perfettamente che Matteo Salvini, esattamente come Marine Le Pen, il trattato di Shenghen lo vuole abrogato e che nel suo movimento che molto frequenta l’iperbole a scopo elettorale, c’è chi pensa di reindrodurre la pena di morte (Calderoli ancora in continuità con la Le Pen) e chi (Paolo Grimoldi) nell’aula del Parlamento accusa il Governo di «complicità coi terroristi».
Che consistenza possa avere questo dibattito sembra scontato avendo i ministri Gentiloni e Alfano già chiarito che, semmai il trattato dovesse essere rivisto, lo sarebbe per quanto riguarda la vigilanza sui confini extraeuropei non certo su quelli interni dell’Unione della quale la libertà di movimento resta uno dei pilastri.
Non c’è poi chi non colga la “stranezza” di una manifestazione che volendosi mondiale si svolgerebbe in un Paese che si protegge dietro nuove frontiere.
Non si parla di sicurezza quando si fa solo propaganda. E’ propaganda legare Schenghen all’immigrazione perché se si abolisse il trattato, tutti gli sforzi, molto contrastati, per risolvere a livello europeo il problema dei rifugiati che sbarcano in Italia, verrebbero vanificati, i 50mila siriani transitati in Centrale sarebbero ancora tutti lì e il Paese sarebbe chiamato ad assisterli ed accoglierli da solo. Perché le frontiere, e Maroni da ex ministro dovrebbe ben saperlo, servono anche a questo.
Tag: frontiere, Lega, M>atteo Salvini, Marine Le Pen, Paolo Grimoldi, Roberto Calderoli, Roberto Maroni, Shenghen, Unione
Pochi giorni fa, la Procura di Bergamo ha chiesto il rinvio a giudizio per 34 persone in base all’articolo 1 della legge Scelba del 1948, «per aver promosso, costituito, organizzato o diretto un’associazione di carattere militare». La pena prevista va da uno a dieci anni di reclusione.
L’associazione in questione è la Guardia Nazionale Padana Beccaria. Meglio sarebbe scrivere «era» giacché sul suo «carattere militare» cominciò a indagare il procuratore di Verona, Guido Papalia, nel 1996. Da allora sono passati 18 anni impegnati più che in indagini in un groviglio di conflitti di competenze, territori e prescrizioni, che ha fatto uscire di scena i presunti organizzatori (Umberto Bossi, Roberto Maroni, Francesco Speroni, Roberto Calderoli, Mario Borghezio, Giancarlo Pagliarini e Marco Formentini, che hanno fatto valere l’immunità parlamentare) e lasciato nelle peste i militanti. Che, nell’arco di 18 anni non sono certamente le focose camice verdi di allora.
Non 18, ma 200 anni sono passati dalla pubblicazione di “Dei delitti e delle pene” nel quale Cesare Beccaria affermava che «perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev'essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a' delitti, dettata dalle leggi». Aggiungendo che nell’immaginario collettivo l’immediatezza della pena serve a rinforzare il senso del giusto castigo, mentre il ritardare la pena farebbe percepire il castigo come una forma di spettacolo.
In questo caso si sta dando, appunto, spettacolo. E non dei migliori.
Tag: Bergamo, Francesco Speroni, Giancarlo Pagliarini, Guardia Nazionale Padana, Guido Papalia, Legge Scelba, Marco Formentini, Mario Borghezio, Roberto Calderoli, Roberto Maroni, Umberto Bossi, Verona
Il servizio di catering nel carcere di Bollate
Della Provincia ormai si parla solo perché “non paga i conti”: niente investimento in Expo (ci dovrà pensare il Governo che aveva garantito 60 milioni che non ha ancora versato), niente fondi per la Scala.
Palazzo Isimbardi, sede della provincia di Milano
D’altronde, in applicazione della Legge Delrio, le competenze delle Province dovrebbero passare a Regioni e Città metropolitane e con esse beni, investimenti e personale. Con modalità abbastanza confuse, visto che la Provincia è già costretta a mancare ai propri impegni mentre non si capisce chi debba farvi fronte.
E nessuno vuole, apparentemente, riassorbirne il personale. In Lombardia sono 2.850 dipendenti: inserirli nell’organico della Regione significherebbe raddoppiarne, praticamente, il numero (e i costi). Inoltre, la Legge di Stabilità stabilisce che le Regioni debbano farsi carico del personale delle Province semplicemente rinunciando al turnover, un'operazione che durerebbe non mesi, ma anni.
Se anche si superasse l’ostacolo, le risorse per pagare i nuovi stipendi nella casse della Regione non ci sono e, se le si reperissero, potrebbero essere stanziate solo in base a una nuova legislazione che resta tutta da definire, per la Regione come per la Città metropolitana.
Nell’attesa, le Province dovrebbero continuare a pagare i propri dipendenti nella lunga fase di transizione da un ente all’altro, sia quelli che continueranno ad avere incarichi, sia quelli assegnati a servzi passati alle competenze di Regione e Città metropolitana. Ma attingendo a quali risorse?
La situazione, giustamente, molto preoccupa i sindacati che sollecitano risposte dal Parlamento temendo che si stiano creando le premesse per un nuovo caso esodati che, a livello nazionale, coinvolgerebbe 20mila persone.
Se la “ristrutturazione” delle Province doveva contribuire a tagliare i costi della politica e semplificare la struttura della pubblica amministrazione, non sembra che l’obiettivo sia a portata di mano.
Tag: città metropolitana, dipendenti, Graziano Delrio, Provincia, Regione
Matteo Salvini è molto soddisfatto della sua proposta di adottare la “flat tax”, la tassazione piatta del 15%, per sottrarre i contribuente alla morsa del fisco esoso che finanzia uno stato spendaccione. La proposta “copiata” da quella di Forza Italia nella versione reaganiana dei sui esordi (pronta a riproporla ora nella versione della tassazione unica al 20%), si riassume nell’efficace slogan «pagare meno per pagare tutti».
Purtroppo per Salvini e Berlusconi la tassazione piatta contraddice la lettera dell’articolo 53 della Costituzione che, oltre a stabilire che «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva» afferma anche che, proprio per questo, «il sistema tributario è informato a criteri di progressività».
Esattamente come la proposta grillina di sottoporre a referendum la permanenza dell’Italia nell’Euro, dunque, a prescindere dalla bontà della proposta bisognerebbe varare in Parlamento (in questo parlamento e con questa maggioranza) una riforma costituzionale che permettesse di realizzare quanto ci si propone.
Un ostacolo, forse, insuperabile. C’è però un altro dato di cui tener conto che è quello ricavabile dall’uso di una semplice calcolatrice tascabile. Punto di riferimento per “manovrarla” l’analisi che su lavoce.info propongono in dettaglio Francesco Daveri e Luca Danielli che, senza troppe complicazioni (ma considerando le diverse fasce “esenti”), stimano in caso di accoglimento della proposta Berlusconi un minor gettito fiscale di 95,4 miliardi e per quella di Salvini di 104,75 miliardi.
Si può certo obiettare che così sarebbe se a pagare fossero quelli che pagano oggi, ma che, di fronte alla “flat tax”, anche chi ha evaso scientificamente in questi anni potrebbe valutare la “convenienza” di tornare a comportarsi come un cittadino “per bene”.
Se tutti gli “evasori”, come è negli auspici dei promotori, si scoprissero improvvisamente contribuenti fedeli, sostengono Daveri e Danielli, si recupererebbero fino a 50 miliardi. Ne mancherebbero, dunque, altrettanti. Da tagliare al bilancio dello Stato. Così si torna al punto di partenza e alla domanda cui tutti vogliono sottrarsi: come dove e “a danno” di chi si taglia la spesa pubblica?
Invece di perdere tempo con aliquote immaginarie, Salvini e Berlusconi dovrebbero spiegare solo questo agli elettori, a meno che non pensino di finanziare a debito quei 50 miliardi facendone poi scontare i fin troppo prevedibili effetti e chi avrà creduto, ancora una volta, alle loro promesse.
Tag: aliquote, Articolo 53, Costituzione, Euro, flat tax, Forza Italia, Francesco Daveri, gettito, lavoce.info, Luca Danielli, M>atteo Salvini, M5S, Silvio Berlusconi, spesa pubblica, tasse
Liberisti alle vongole
Doveva essere «la prima autostrada realizzata senza un euro di finanziamento pubblico». Non era del tutto vero perché tra i finanziatori c’erano la Cassa depositi e Prestiti e la Banca europea per gli Investimenti che sono soggetti, sostanzialmente, pubblici. Avrebbe potuto anche finire così se l’opera non fosse costata il triplo di quanto preventivato e gli utenti non fossero la metà di quelli previsti. Nessun piano finanziario potrebbe reggere a queste “variabili” e se ne dovrebbe chiedere conto a chi li ha elaborati e a quanti, nelle pubbliche istituzioni, lo ha entusiasticamente avallato.
Nessuna coda al casello della Brebemi
La Brebemi sta invece diventando l’ennesima opera faraonica da rifinanziare con fondi pubblici per evitarne il fallimento. Un esito scontato per la cultura “liberista” che, a parole, dovrebbe ispirare il cendrodestra, ma che, insaporita da italiche vongole, si declina nell’inventariare le soluzioni finanziarie più strampalate: prima la richiesta di defiscalizzazione (non si può fare per un’opera i cui lavoro sono già ultimati), poi il raddoppio del periodo di concessione (sui quali per altri concessionari, “miracolati” da una delle peggiori privatizzazioni mai fatte in Italia, l’Unione europea ha già aperto una procedura di pre-infrazione), infine una semplice iniezione di liquidità che sarà molto interessante scoprire come non possa essere rubricata (e sanzionata da Bruxelles) come aiuto di Stato.
Roberto Maroni si è intestato la trattativa con il ministro Maurizio Lupi che, secondo le anticipazioni, porterebbe all’erogazione di 270 milioni da parte del Tesoro e 60 da parte della Regione. La stessa pronta a tagliare i fondi per il trasporto pubblico.
C’è il dettaglio che solo il mese scorso la Commissione Ambiente della Camera ha approvato un ordine del giorno per impegnare il Governo a vigilare perché i costi della Brebemi non gravino sulle casse dello Stato. Ma, si sa, gli ordini del giorno non sono leggi e su quella di Stabilità, che potrebbe contenere questo “regalo”, si prevede il voto di fiducia. Se poi tutto finisse nel “milleproroghe” c’è solo da sperare che qualcuno se ne accorga in tempo.
Tag: aiuti di Stato, Banca europea degli investimenti, Bei, BreBeMi, Cassa Depositi e Prestiti, Commissione Ambiente, concessioni, defiscalizzazione, infrazione, legge di Stabilità. milleproproghe, Maurizio Lupi, Roberto Maroni, Tesoro, trasporto pubblico, Unione europea
Il secondo “rimpasto” della giunta regionale nell’arco di otto mesi non poteva che alimentare un dibattito politico che divide la stessa maggioranza. In attesa che, in una prossima, prevedibile, tornata, si debbano soddisfare oltre che gli appetiti di Forza Italia anche quelli dell’astro nascente Matteo Salvini.
Mariastella Gelmini, coordinatrice lombarda di Forza Italia
Molto si discute anche della “qualità” delle nuove deleghe, dello “spacchettamento” di quelle sulla Casa e della sua opportunità di fronte alle emergenze abitative, sulle non nascoste velleità di controllo sulla costituzione della città metropolitana…
Analisi e interpretazioni che rischiano di mettere in secondo piano il dato di fatto che gli incarichi sono stati distribuiti in violazione del terzo comma dell’articolo 11 dello Statuto della Regione Lombardia che stabilisce: «La Regione promuove il riequilibrio tra entrambi i generi negli organi di governo».
Puntualmente, la regola della “parità di genere” non è stata rispettata, esponendo le decisioni di Roberto Maroni alla già anticipata impugnazione da parte dell’Associazione Articolo 51. Con un esito che è facilmente prevedibile da quando il Consiglio di Stato, il 21 Giugno 2012, ha sentenziato che «le Giunte debbano essere obbligatoriamente paritarie o, qualora il numero degli assessorati fosse dispari, al numero più vicino alla metà numerica». La sentenza si applicava alla composizione della prima Giunta Formigoni, il cui azzeramento il “Celeste” evitò con un secondo abborracciato “rimpasto” egualmente sanzionato dal Tar (il 21 novembre 2012). Che portò alla terza Giunta sulla cui composizione i magistrati amministrativi non poterono giudicare perché costretta dagli scandali allo scioglimento.
Tutto già visto e già ampiamente sperimentato dunque. Per evitare, nuovi “incidenti” la presidente di Articolo 51, Angela Ronchini, aveva indirizzato l’8 ottobre scorso, a Mariastella Gelmini, la “regista” del rimpasto, una lettera aperta nella quale le segnalava questi precedenti. Senza ottenere alcun risultato, come si dimostra.
Si replica così uno spettacolo il cui finale è noto. E anche se la giustizia amministrativa si dimostrerà troppo lenta nel sanzionare le decisioni della politica, che per evitarne le conseguenze si inventerà sempre nuovi rimpasti, resterà davanti agli elettori la sua pratica di assoluto disprezzo delle leggi che pure si è data.
Tag: Angela Ronchini, Articolo 11, Articolo 51, Consiglio di Stato, Forza Italia, Giunta, Lega, Lombardia, M>atteo Salvini, Mariastella Geòlmini, parità di genere, Roberto Maroni, sentenza, Tar
La Legge di Stabilità impone tagli pesanti agli enti locali che gli amministratori ritengono impossibile garantire se non riducendo i servizi o aumentandone i costi. L’ipotesi di mettere mano alla razionalizzazione della propria spesa, a partire da quella per funzionari e dirigenti, piuttosto che al disboscamento della giunga delle controllate e partecipate, per passare alle centrali uniche d’acquisto, non sembra all’ordine del giorno. Anzi, dal livello regionale (la più ipertrofica e screditata fra le amministrazioni locali) si è già messa in moto una strategia per “compensare” il taglio dei contributi statali con i soldi dei cittadini.
A prescindere dalla constatazione che così il debito pubblico non calerà mai, c’è da notare come i tagli tendano a venir trasferiti da un ente all’altro a evitare di assumersene ogni responsabilità diretta. Così, ad esempio, la Regione Lombardia “gira” tagli per 150 milioni su comuni e province (della cui attuale struttura di bilancio nessuno può oggi dirsi certo) riducendo il proprio contributo al trasporto locale.
Per Milano questo significa veder ridotte le proprie risorse di 40 milioni di euro da aggiungere ai 60 di minori introiti già previsti per effetto della Legge di Stabilità. Ammesso che questa avesse una qualche razionalità almeno nella ripartizione dei tagli ai vari livelli delle amministrazioni locali, con questo “trucco” contabile il suo profilo viene completamente snaturato, permettendo alla Regione di mantenere la promessa di non mettere mano a tasse e tariffe, ma costringendo i Comuni a farlo. Senza alcun rischio politico, poiché il massimo che possono fare i Comuni è protestare prima che lo facciano, ma contro i loro sindaci, gli elettori.
Tag: Comuni, legge di stabilità, Milano, Regione Lombardia, trasporti
Da quando Roberto Calderoli è stato costretto a smobilitare l’indimenticabile Circo Padano ospitando alcune sue fiere in giardino, i rapporti della Lega con il mondo animale sono divenuti molto problematici.
Resta nella leggenda il banchetto trentino di Mario Borgezio a base di carne d’orso (importata – non si è mai capito se legalmente – dalla Slovenia). Un menù che difficilmente la Lega neo-putiniana replicherà vista l’antica tradizione russa sugli orsi.
Non sono plantigradi, se per nomignolo, gli orsetti lavatori – i procioni – contro i quali Roberto Maroni ha appena lanciato una campagna per farli sparire dal parco Adda Nord. Malgrado l’aspetto simpatico, si tratta di una specie definita «pericolosa» dallo stesso ministero dell’Ambiente già nel 1996. Il destino dei procioni sembra segnato perché «interferiscono con la presenza di altre specie animali di maggiore interesse conservazionistico» e sono «potenziali vettori di un virus della rabbia, di maggiore virulenza rispetto a quello veicolato dalla volpe». Fermo restando che anche le volpi, in Lombardia, non se la passano benissimo.
Se la passavano bene, invece, le nutrie, molto meno simpatiche dei procioni: da quando le pellicce di castorino sono passate di moda, hanno colonizzato gli argini dei fiumi sforacchiandoli pericolosamente. Ma il Consiglio regionale ne ha decretato «l’eradicazione» con ogni strumento a disposizione fino alla classica fucilata. Un modo per risarcire anche la potente lobby delle doppiette dei molti divieti che sono stati imposti ai cacciatori, al netto delle sempre stupefacenti deroghe regionali (regolarmente impugnate dalla comunità europea che ha anche avviato una procedura d’infrazione per l’uso che si fa dei richiami vivi).
Ma per meglio testimoniare da che parte sta la Lega, adesso c’è anche la battaglia ingaggiata con l’Europa sul delicatissimo tema dello spiedo bresciano. Effettivamente una tradizione della cucina locale che rischia seriamente di sparire dai nostri piatti. In realtà confezionare gli spiedi come vorrebbe la tradizione era diventato complicato già dal 1992 quando era stata varata la legge 157 sulla caccia. Che, su indicazione della Comunità è stata recentemente modificata vietando «di vendere e acquistare uccelli vivi o morti appartenenti alle specie viventi naturalmente allo stato selvatico, tranne alcune eccezioni». Trattandosi di una legge all’italiana, il cacciatore potrà sempre infilare sulla ranfia gli uccellini abbattuti, ma non potrà venderli così che è facile immaginare la nascita di presunti circoli privati senza scopo di lucro dedicati al consumo compulsivo di polenta e osei con relative irruzioni dei Nas, polemiche, multe, processi…
Resta il fatto che per l’Europa (e per l’Italia) «la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato (non della Regione che in assoluta incoerenza legifera sull’argomento) ed è tutelata nell'interesse della comunità nazionale ed internazionale»: sarà difficile contrastare il principio con una raccolta di firme già iniziata, naturalmente, a Brescia a cura di Viviana Beccalossi (Fratelli d’Italia) che in Regione è assessore al Territorio, Urbanistica e Difesa del suolo. E che in Regione ha raccolto lo scontato appoggio della Lega che ha voluto però collegare la sua nobile battaglia in difesa della tradizione culinaria nazionale alla sua altrettanto tradizionale campagna contro l’invasione del kebab. Che fa, comunque, parte di un’altra egualmente nobile tradizione le cui tracce pare risalgano all’antica Grecia.
Nella migliore tradizione, una polemica assolutamente inutile, ma comunque una “ghiotta” occasione per sfoggiare un nuovo set di magliette, in perfetta coerenza con lo stile comunicativo di Matteo Salvini che con le sue felpe multi-slogan ha finalmente indicato alla politica la strada del fumetto.
Resta, purtroppo, ancora aperta la contesa fra scoiattoli rossi e grigi, italiani e pacifici i primi, americani e aggressivi i secondi. Ma confidiamo nella rapida approvazione di una delibera Cip & Ciop che chiarisca definitivamente il caso.
Tag: Brescia, caccia, cacciatori, castorino, kebab, M>atteo Salvini, Mario Borghezio, nutria, orsetto lavatore, orso, polenta e osei, Regione, Roberto Calderoli, Roberto Maroni, scoiattolo, spiedo, Viviana Beccalossi
Il primo a invocare l’intervento dell’esercito per contrastare l’occupazione delle case popolari è stato Matteo Salvini. Proposta che ora sembra fare propria anche l’assessore alla Casa, della Regione Paola Bulbarelli.
Non c’è chi non noti una certa sproporzione fra i fini e i mezzi. O forse si tratta semplicemente di una nuova trovata di fronte alla constatazione che l’annunciato pugno di ferro contro gli abusivi si sta traducendo in un gioco dell’oca nel quale ad ogni intervento dell’amministrazione corrisponde una reazione eguale e contraria da parte degli occupanti più o meno organizzati.
Oppure della una coazione a ripetere quanto si è già sperimentato, con buoni risultati propagandistici, nel recente passato. Anche nel 2008, infatti, durante il governo Berlusconi IV, col decisivo contributo di Roberto Maroni (ministro dell’Interno) e Ignazio La Russa (Difesa) venti strade di Milano furono affidate al presidio di 350 militari. Era l’operazione “Strade Sicure” accolta con entusiasmo dall’allora sindaco Letizia Moratti, ma i cui risultati (e relativi costi) i ministeri interessati si sono sempre ben guardati dal documentare se non affidando alla Questura la diffusione di dati sulla riduzione dei crimini di strada che non hanno mai trovato riscontro nelle statistiche di Palazzo di Giustizia. Anche perché, pur se qualificati come agenti di pubblica sicurezza, i militari non potevano agire come tali se non quando a loro volta “scortati” da vigili e poliziotti.
Ma l’importante era far vedere per strada blindati e uomini armati e con questo rassicurare i cittadini al di là di qualsiasi risultato. Che è quanto pare si voglia ritentare oggi.
Semmai si concedesse comunque l’intervento dei militari, un loro utilizzo certamente più efficace sarebbe quello di “piantonare” via Gregorovius, zona Niguarda, dove sono accatastati 1.800 scatoloni di pratiche. Quelle che Aler ha “gentilmente” scaricato a Mm quando il Comune si è ripresa la gestione delle sue case popolari. Già si dibatte su come sia stato possibile che si creasse questo “giacimento” di cartaccia e di chi sia la responsabilità, ma resta il fatto che per smaltirlo ci vorranno almeno sei mesi. Quanti se non delle truppe d’assalto, ma dei grigi furieri ci mettessero le mani?
Tag: Ignazio La Russa, M>atteo Salvini, Paola Bulbarelli, Roberto Maroni, Silvio Berlusconi, Strade Sicure
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