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Timestamp: 2020-04-02 13:29:52+00:00

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Roman Jakobson, linguistica e poetica - «Mais, moi, j’adorais la grammaire dès le début.» La nozione di grammatica secondo Roman Jakobson - Ledizioni
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«Mais, moi, j’adorais la grammaire dès le début.» La nozione di grammatica secondo Roman Jakobson
Ringrazio Marina Castagneto e Stefania Sini per l’invito a partecipare al convegno su Roman Jakobson tenutosi a Vercelli nel novembre 2015, e quindi a questo volume. Sono grata all’uditorio presente al convegno per le domande e le osservazioni, e in particolare a Romano Lazzeroni, Pierluigi Cuzzolin e Chiara Fedriani per i preziosi commenti su questo lavoro. Infine, un ringraziamento va anche a Silvio Cruschina per avermi gentilmente inviato i suoi lavori ed aver discusso con me i dati del siciliano.
1 Roman Jakobson, Russie, Folie, Poésie. Textes choisis et présentés par Tvezan Todorov, Paris, Édit (...)
1Il titolo di questo contributo riecheggia le parole di Roman Jakobson in un’intervista da lui rilasciata a Tzvetan Todorov. Di seguito ne viene riportato un estratto più ampio:1
- (T. Todorov) Cet intérêt pour la poésie n’a jamais été dissocié chez vous de l’intérêt pour le langage. Quand avez-vous commencé à vous intéresser à la description de la langue elle-même?
- (R. Jakobson) Je me souviens de beaucoup de mes camarades d’école que les leçons de grammaire ennuyaient particulièrement. Mais, moi, j’adorais la grammaire dès le début, et, quand Bogdanov, dont j’ai parlé, m’a demandé de faire des exercices pour le cas de la déclinaison russe, des exemples phraséologiques pour chaque cas, j’ai adoré préparer ces exercices et je me suis fait moi-même différentes complications. Je prenais les cas sans préposition, avec préposition, du langage parlé, des citations des poètes…
2 Su questo aspetto, che non verrà trattato qui per ragioni di spazio, si veda Paul Kiparsky, Roman (...)
2Che Jakobson abbia nutrito una passione per la grammatica sin da giovane è dunque un fatto di cui ci ha raccontato lui stesso. Che poi abbia declinato questa passione in varie forme, dedicandosi a diversi aspetti correlati alla nozione di grammatica – inclusa la grammatica della poesia2 – è qualcosa che risulta evidente dalla sua opera.
3 Roman Jakobson, Boas’ view of grammatical meaning, in Id., The Hague-Paris, Mouton, [1959a] 1971, (...)
3L’oggetto di indagine di questo lavoro è il concetto di grammatica elaborato da Jakobson su modello di Franz Boas.3 Più precisamente, gli aspetti su cui ci si concentrerà sono i seguenti: (i) quali sono gli elementi su cui poggia la definizione jakobsoniana di grammatica, o, più precisamente, di significato grammaticale (grammatical meaning); (ii) qual è il peso teorico attuale di questa definizione alla luce, in particolare, degli studi di tipologia linguistica.
4Questo articolo è strutturato come segue: la sezione 2 illustra la nozione di grammatica secondo Jakobson; la sezione 3 si concentra su un criterio cruciale per questa definizione, quello di obbligatorietà; le sezioni 4 e 5 riguardano uno ‘studio di caso’ relativo alla categoria di evidenzialità, della quale si era occupato lo stesso studioso, per illustrare quale sia la possibile influenza della concezione jakobsoniana sull’esame delle categorie stesse a livello interlinguistico; segue la sezione 6 con delle brevi conclusioni.
2. La riflessione di Roman Jakobson sulla grammatica
5Nell’articolo già citato del 1959, Jakobson ricollega esplicitamente la sua riflessione sulla nozione di grammatica alle conclusioni raggiunte sullo stesso tema da Franz Boas, in particolare in un lavoro del 1938:
4 Jakobson, Boas’ view of grammatical meaning, cit., p. 489.
Grammar, according to Boas, singles out, classifies, and expresses various aspects of experience and, moreover, performs another important function: “it determines those aspects of each experience that must be expressed”. Boas astutely disclosed the obligatoriness of grammatical categories as the specific feature which distinguishes them from lexical meanings.4
5 Ivi, p. 492. Naturalmente, questo non impedisce che esistano categorie ‘universalmente’ obbligator (...)
6In questo passo viene citato un concetto chiave nella caratterizzazione jakobsoniana della grammatica, ossia quello di obbligatorietà, che distinguerebbe le categorie grammaticali dai meri significati lessicali. Quali categorie linguistiche siano opzionali e quali obbligatorie dipende dalle singole lingue (e culture), ed è questo il vero tratto di distinzione tra le lingue stesse: ad esempio, una lingua può non disporre di un’espressione grammaticale per la categoria di tempo, di aspetto o di definitezza, ma esprimerle attraverso mezzi lessicali. Per usare ancora le parole di Jakobson, «the true difference between languages is not in what may or may not be expressed but in what must or must not be conveyed by the speakers».5
6 Come osservato da Jakobson, Boas’ view of grammatical meaning, cit., p. 489., «in our verbal commu (...)
7Accanto alla nozione di obbligatorietà, sulla quale ritorneremo in § 3, due criteri che secondo lo studioso contribuiscono a definire le categorie grammaticali nella loro specificità sono: (i) la presenza di scelte binarie, come quella tra attivo e passivo, tra preterito e non-preterito, o tra progressivo e non-progressivo (in riferimento all’inglese);6 (ii) la valenza semantica delle categorie stesse.
7 Ivi, p. 493.
8 Noam Chomsky, Syntactic Structures, The Hague, Mouton, 1957, p. 15, citato da Jakobson, Boas’ view (...)
8Jakobson segue ancora una volta Boas nel sostenere che la differenza tra categorie grammaticali è portatrice di informazione semantica e nello schierarsi contro quella che definisce «an antisemantic theory of grammatical structure».7 Questo concetto viene illustrato discutendo il ben noto caso riportato da Chomsky come esempio di frase priva di senso, benché grammaticale:8
(1) Colorless green ideas sleep furiously
‘Incolori verdi idee dormono furiosamente’
10 Ivi, p. 495.
9Come Jakobson argomenta (parafrasandolo), non si vede la ragione per cui non dovrebbe potersi dire, in senso metaforico, che le idee di qualcuno sono verdi, così come Tolstoj, ad esempio, ha parlato di ‘orrore rosso, bianco e quadrato’ (Vse tot že užas krasnyj, belyj, kvadratnyj).9 Tuttavia, aggiunge, «even if we pedantically censor any image-bearing expression and deny the existence of green ideas, […] the non-existence, the fictitiousness of these entities has no bearing on the question of their semantic significance».10 Infatti, come precisa, è soltanto il mancato rispetto delle norme che si configurano come obbligatorie in una certa lingua a determinare la agrammaticalità di una frase e quindi a privarla della sua informazione semantica, come illustrato dall’esempio (2b), dove, violando l’ordine delle parole, si crea una frase agrammaticale e dunque incomprensibile se paragonata a (2a):
(2) a. It seems to move toward the end
‘Sembra volgere alla fine’
b. *Move end toward seem
10Jakobson attribuisce quindi a Boas il merito di aver riconosciuto «the constraining power of the grammatical pattern»11 – un ‘potere’ che si oppone alla relativa libertà delle scelte lessicali – e fa suo questo modello di analisi nell’interpretazione dei dati linguistici.
3. La nozione di obbligatorietà: teoria della grammatica e tipologia
12 Cfr. Christian Lehmann, Thoughts on grammaticalization, 2a ed., Erfurt, Seminar für Sprachwissensc (...)
11Come si è visto nella sezione precedente, il criterio centrale per definire una categoria grammaticale è, nella visione di Jakobson, quello di obbligatorietà. La definizione jakobsoniana di grammatica come ars obligatoria è stata discussa, tra gli altri, da Christian Lehmann, che punta l’accento, in particolare, sul ruolo del contesto: per citare le sue parole, «the criterion of obligatoriness […] does not appear to me to be an absolute one. Something is obligatory relative to the context; i.e. it may be obligatory in one context, optional in another and impossible in a third context».12
12Di fatto, a mio parere non si può prescindere dal concetto di obbligatorietà purché, però, si ammetta la sua ‘articolazione’ in almeno due livelli: (i) obbligatorietà del sistema e (ii) obbligatorietà della scelta, che, in quanto tale, è legata in effetti al tipo di contesto. Da un lato, parlando di obbligatorietà del sistema, abbiamo a che fare con quel criterio assoluto in senso jakobsoniano che ci permette di distinguere a livello astratto tra categorie grammaticali e categorie non grammaticali all’interno di una data lingua (si veda, su questo, anche § 4 e § 5). Dall’altro, a livello di contesto, la scelta di una forma grammaticale non è necessariamente obbligatoria, come giustamente sottolineato da Lehmann, ma questa forma può competere con altre forme che rivestono una funzione simile: per fare un esempio richiamandoci a quanto già detto in § 2, nella lingua latina il tempo è una categoria grammaticale, per cui l’opposizione tra preterito e non-preterito nel modo indicativo è codificata sul piano formale dall’opposizione tra indicativo perfetto e indicativo presente. Tuttavia, in un contesto nel quale si fa riferimento ad un evento passato, rappresentato come compiuto, l’uso dell’indicativo perfetto al posto dell’indicativo presente non è affatto obbligatorio (benché possa essere definito come la scelta non-marcata), dato che il perfetto può essere sostituito dal cosiddetto presente storico, ossia una forma di indicativo presente con valore contestuale di passato (altra cosa è ovviamente l’alternanza dell’indicativo perfetto con l’imperfetto).
13In relazione a questo, un punto cruciale al quale si accennerà soltanto, per esigenze di brevità, riguarda il presunto carattere binario, oltre che obbligatorio, delle scelte grammaticali: la selezione di una forma in un dato contesto non riflette necessariamente, spesso proprio per la sua polifunzionalità, «a set of two-choice situations» (cfr. nota 7 in questo articolo), né il carattere marcato o non marcato delle forme stesse. Ad esempio, il fatto che in italiano antico, diversamente che in latino, la categoria di definitezza sia obbligatoria e dunque grammaticale, in quanto codificata dall’opposizione tra articolo definito e indefinito (mentre il latino non aveva articoli, appunto), non implica che la scelta tra i due determinanti sia sempre obbligata in direzione dell’uno o dell’altro. Accade, infatti, che i due articoli ricorrano nello stesso tipo di contesto e alternino con una ‘terza scelta’, ossia con zero:
(3) E se alcuna femina ha il suo marito che non sia fedele né fatto cristiano… (Bibbia, Cor 7, 10)
(4) Ercules […] avea una sua moglie, la quale li dava molti travaglia (Nov. 70)
(5) Michele Porcello […] avea moglie, ed era un uomo malizioso e reo (Sacc., Nov. 86)
13 Su questo aspetto mi sia concesso il rimando a Maria Napoli, Ercules avea una sua moglie: su posse (...)
14Benché non si possa affermare che nei casi citati articolo definito, articolo indefinito e zero siano del tutto intercambiabili, dato che il loro uso è comunque influenzato da fattori semantico-pragmatici,13 tuttavia è innegabile che ricorrano in un analogo tipo di contesto (presenza del verbo di possesso avere, che regge come complemento oggetto un nome che indica una relazione di parentela e può essere preceduto dall’aggettivo possessivo), e che in questo specifico contesto mostrino un certo grado di opzionalità.
14 Si veda, ad esempio, la discussione in Martin Haspelmath, Pre-established categories don’t exist: (...)
15Il concetto di ‘obbligatorio’ come opposto a quello di ‘opzionale’ entra inevitabilmente in gioco anche nell’ambito della tipologia linguistica, a proposito del problema teorico della confrontabilità tra categorie.14 Per quello che si è detto finora dovrebbe risultare evidente che, facendo propria la prospettiva jakobsoniana, per essere confrontabili due (o più) lingue devono presentare una categoria grammaticale – tale perché caratterizzata da obbligatorietà – che veicoli la stessa informazione semantica, indipendentemente dalla forma in cui questa è espressa. Dunque, mentre, da una parte, il criterio semantico per l’individuazione delle categorie grammaticali sembra imprescindibile, dall’altra, se ci atteniamo al criterio di obbligatorietà, è ovvio che le categorie puramente lessicali non risulterebbero rilevanti ai fini del confronto interlinguistico.
4. Tra grammatica e lessico: la categoria linguistica di evidenzialità
16Per dare un’illustrazione di quanto argomentato fin qui, mostrandone, per così dire, un’applicazione pratica, discuterò di evidenzialità, per la quale Jakobson stesso, per primo, ha tentato di offrire una caratterizzazione, isolandola come categoria linguistica a sé:
15 Roman Jakobson, Shifters, verbal categories, and the Russian Verb, in Id., SW. II, pp. 130-147: 13 (...)
Evidential is a tentative label for the verbal category which takes into account three events - a narrated event, a speech event, and a narrated speech event (Ens), namely the alleged source of information about the narrated event. The speaker reports an event on the basis of someone else’s report (quotative, i.e. hearsay evidence), of a dream (relative evidence), of a guess (presumptive evidence) or of his own previous experience (memory evidence).15
16 Alexandra Y. Aikhenvald, Evidentiality, Oxford, Oxford University Press, 2004, p. 3.
17 Ivi, pp. 2-3. Per ogni esempio viene riportata la traduzione inglese fornita dall’Autrice insieme (...)
17Questa categoria è stata di recente molto studiata, soprattutto in tipologia. Alexandra Aikhenvald, che se ne è ampiamente occupata, la descrive come segue: «Evidentiality is a linguistic category whose primary meaning is source of information».16 Tra le lingue appartenenti al campione tipologico della Aikhenvald nelle quali l’evidenzialità corrisponde ad una categoria grammaticale in senso jakobsoniano, vi è il Tariana (Arawak, nord-ovest dell’Amazonia), da cui vengono riportati i seguenti esempi:17
iɾiida
di-manika-ka
3sgnf-play-REC.P.VIS
‘José has played football (we saw it)’
di-manika-mahka
3sgnf-play-REC.P.NONVIS
‘José has played football (we heard it)’
di-manika-nihka
3sgnf-play-REC.P.INFR
‘José has played football (we infer it from visual evidence)’
di-manika-sika
3sgnf-play-REC.P.ASSUM
‘José has played football (we assume this on the basis of what we already know)’
di-manika-pidaka
3sgnf-play-REC.P.REP
‘José has played football (we were told)’
18Apparentemente, le frasi da (6) a (10) descrivono lo stesso evento (‘José ha giocato a football’): in realtà, in ognuna di esse viene usata una diversa marca di evidenziale sul verbo, a seconda che il parlante abbia visto con i suoi occhi la partita (es. 6), abbia sentito i rumori provocati da essa (es. 7), abbia potuto inferire che José ha giocato da certe evidenze visive (ad es., il fatto che José abbia preso con sé le sue scarpe da football: es. 8), abbia formulato una supposizione sulla base di conoscenze generali, senso comune, etc. (es. 9), o, infine, ne sia stato informato da qualcun altro (es. 10).
19L’evidenzialità è dunque una categoria grammaticale in Tariana, così come nelle altre lingue studiate dalla Aikhenvald (che volutamente non prende in considerazione la ‘evidenzialità lessicale’: cfr. § 5), dal momento che i parlanti sono obbligati a specificare la fonte dell’informazione attraverso una marca linguistica dedicata.
5. L’evidenzialità in siciliano
18 Cfr. Mario Squartini, The internal structure of evidentiality in Romance, «Studies in Language», 2 (...)
20La situazione descritta per il Tariana non vale ovviamente per molte altre lingue, tra cui quelle romanze, che non sembrano possedere una categoria grammaticale specifica di evidenzialità. Tuttavia, questo non ha impedito ad alcuni studiosi di notare come in tali lingue la fonte dell’informazione possa essere espressa attraverso diversi mezzi lessicali: ad esempio, avverbi (it. apparentemente, visibilmente, etc.) e costruzioni avverbiali (it. secondo me etc.), verbi (fr. penser, trouver, avoir l’impression, etc.) e forme verbali temporali o modali (it. futuro concessivo, condizionale di dovere, etc.).18
21Ci troviamo dunque di fronte a due ‘tipi’ di evidenzialità:
19 Silvio Cruschina, The expression of evidentiality and epistemicity: Cases of grammaticalization in (...)
Evidenzialità come categoria grammaticale, limitata a quelle lingue in cui esiste un sistema grammaticalizzato (più o meno complesso) di evidenziali.
Evidenzialità come categoria anche lessicale, e dunque come ‘categoria funzionale universale’.19
20 Queste espressioni sono state studiate da Silvio Cruschina, al quale faccio qui riferimento (Silvi (...)
22A questo proposito, un caso particolarmente interessante è rappresentato dall’uso, a un livello di lingua colloquiale e informale, dell’espressione italiana dice che con valore non referenziale, esemplificata in (11), e della sua forma equivalente in siciliano dicica (varietà dialettale di Mussomeli), illustrata in (12), entrambe interpretabili come strategie di evidenziale per l’informazione riportata:20
(11) Dice che domani pioverà
(12) Dicica iddu ci cafuddava
[lett. dice-che lui le dava botte]
21 Tuttavia, precisa Cruschina, Tra dire e pensare, cit., p. 111, si può escludere «che dice che deri (...)
23L’italiano dice che ha, secondo Cruschina, caratteristiche proprie di elementi grammaticalizzati: il verbo è usato alla III persona singolare in forma impersonale (ossia, senza soggetto espresso)21 ed è invariabile sul piano morfologico; precisando quanto anticipato sopra, si può dire che «ha semplicemente una funzione evidenziale di introduttore di discorso indiretto all’interno di una configurazione monofrasale. [..] Viene utilizzato per riportare un’evidenza di ‘terza mano’ […] ottenuta da una fonte non specificata».22
23 Ivi, p. 113.
24Una funzione simile riveste la forma siciliana corrispondente all’italiano dice che, ovvero dicica, che è stata così descritta dallo scrittore Leonardo Sciascia in Occhio di Capra:23
Dicica. Dice che. Non ‘si dice che’, ma uno solo, innominato, ‘dice che’. È l’incipit di ogni aneddotica malignità, di ogni racconto sulle disgrazie altrui. Il ‘dicica’ alleggerisce la responsabilità del narratore, come nel ‘si dice’ italiano, ma al tempo stesso rende più segreta, più esclusiva, più preziosa e godibile la notizia. Non lo sanno tutti. Era uno solo a saperla. E ora siamo in tre.
25Dicica ha dunque valore di evidenziale, nel senso che qualifica la natura della fonte di informazione su cui si basa il parlante: «in particolare, dicica indica che si tratta di informazione indiretta, di dicerie, di pettegolezzi o di voci che circolano in una determinata comunità».24
26Stando a Cruschina, dicica, derivato dalla fusione della III persona singolare di diri ‘dire’ e il complementatore ca ‘che’, si collocherebbe ad un livello di grammaticalizzazione più avanzato dell’italiano dice che, comportandosi, sia sul piano semantico che sintattico, come un vero e proprio avverbio.
27Passando brevemente in rassegna i principali argomenti forniti dallo studioso, si può notare come in certe varietà dicica presenti riduzione o erosione fonologica, mentre sul piano morfologico è un elemento ormai cristallizzato e, in quanto tale, non ammette flessione (*dicivaca [imperfetto], *dissica [passato remoto], *dicissica [congiuntivo]). Inoltre, è incompatibile con i modificatori, come gli avverbi tipicamente usati con il sintagma verbale o con la negazione (*un dicica). La spia più importante del maggior grado di grammaticalizzazione di dicica è però la sua libertà sintattica. Dicica può apparire da solo, come nella risposta ellittica contenuta in (13), e non ha una posizione fissa all’interno della frase (14a, 14b, 14c):
(13) a. Chi jè veru ca si maritanu dumani?
[lett. che è vero che si sposano domani?]
b. Dicica!
[dice-che]
(14) a. Dicica Maria jè malata
[lett. dice-che Maria è malata]
b. Maria dicica jè malata
[lett. Maria dice-che è malata]
c. Maria jè malata, dicica
[lett. Maria è malata, dice-che]
28Infine, a livello lessicale, dicica è ‘desemanticizzato’, come mostra il fatto che può trovarsi insieme ad una forma del verbo dire che abbia un soggetto referenziale, senza dare luogo ad alcuna ridondanza di significato:
(15) Maria dici/dissi ca dicica arrubbaru a machina au dutturi
[lett. Maria dice/disse che dice-che rubarono la macchina al dottore]
25 Cruschina, The expression of evidentiality and epistemicity, cit., p. 17.
26 Cfr. Paolo Ramat, Davide Ricca, Prototypical adverbs: On the scalarity/radiality of the notion of (...)
27 Cfr. anche Pietrandrea, op. cit., p. 60.
28 Cruschina, Tra dire e pensare, cit., p. 121.
29Come menzionato sopra, dicica sarebbe classificabile come un avverbio, ossia corrisponderebbe apparentemente ad un nuovo elemento lessicale. Tuttavia, in riferimento al processo che ha come esito questa forma, Cruschina preferisce parlare di grammaticalizzazione, appunto, piuttosto che di lessicalizzazione, ed espone diversi argomenti a sostegno della sua tesi, relativi alla natura sia del processo stesso sia della nuova forma. Il mutamento avvenuto in siciliano condivide alcuni tratti, già esemplificati sopra, «that represent typical diagnostics or parameters of grammaticalization, such as phonological reduction, morphological and syntactic decategorialisation, and desemantization».25 D’altra parte, argomenta ancora Cruschina, basandosi in particolare su Ramat e Ricca,26 l’avverbio è una categoria scalare e funzionale che mostra sia proprietà lessicali sia proprietà grammaticali. Per concludere, data anche la riduzione di autonomia mostrata da questo elemento,27 sarebbe lecito decretarne la natura non prototipicamente lessicale, e descrivere il mutamento che ne ha determinato la formazione, quello da verbo ad avverbio, «come un passaggio da ‘meno grammaticale’ a ‘più grammaticale’».28
29 Per cui si può rimandare, tra gli altri, a Laurel J. Brinton, Elisabeth C. Traugott, Lexicalizatio (...)
30Per ovvie ragioni di spazio non mi addentro oltre nel problema della definizione dello status di questa forma, né nell’ancora più dibattuto e complesso discorso relativo all’ipotesi dell’esistenza di un continuum, invece che di una separazione netta, tra forme grammaticali e lessicali,29 che è ovviamente centrale nel dibattito su cosa sia ‘evidenziale’ in una data lingua, ma ritorno al nostro punto di partenza, la definizione di grammatica secondo Roman Jakobson.
30 Ma si veda anche Alexandra Y. Aikhenvald, Evidentials: Their links with other grammatical categori (...)
31Dovrebbe risultare ovvio, per quanto esaminato fino a questo punto, che, partendo da un approccio come quello della Aikhenvald sintetizzato in § 4 e che si richiama esplicitamente a Jakobson,30 quella descritta nelle varietà romanze non sarebbe da intendere come ‘evidenzialità’. La stessa studiosa sottolinea in più punti nel suo libro questo concetto:
31 Aikhenvald, Evidentiality, cit., p. 10.
32 Ivi, p. 382.
Every language has some way of referring to the source of information, but not every language has grammatical evidentiality. Having lexical means for optional specification of the source of knowledge is probably universal – cf. English I guess, they say, I hear that, etc., as well as lexical verbs such as allege (e.g. the alleged killer of X). [...] These expressions are not obligatory; consequently, they are tangential to the present discussion.31
Once evidentials had been ‘discovered’ through the ground-breaking work of Boas, Jakobson, and Barnes, to name but a few, there has been an upsurge in attempts to show that familiar Indo-European languages are not deprived of this fascinating category. Studies of lexical expressions of information source in English, Dutch, or Modern Greek under the label of ‘evidentiality’ run the risk of submerging this grammatical category and obscuring its status in languages where it does exist.32
33 Alexandra Y. Aikhenvald, Information source and evidentiality: what can we conclude?, in Evidentia (...)
32Conclusioni simili – in particolare, l’idea che si rischi di ‘sommergere’ l’evidenzialità grammaticale sotto quella lessicale, se si studia quest’ultima – appaiono esageratamente rigide, soprattutto quando si considera il piano diacronico, che ci mostra come talvolta le lingue acquisiscano nuove categorie grammaticali proprio a partire da strategie lessicali. La stessa Aikhenvald del resto non può che osservare come «evidential strategies may develop into grammatical evidentials».33
33Il caso di dicica, che è il prodotto di una grammaticalizzazione e non ha valore esclusivamente lessicale, è esemplificativo: questa forma sembrerebbe appartenere all’ambito della ‘evidenzialità lessicale’, come la definirebbe la Aikhenvald, ma in realtà la sua natura opzionale è del tutto relativa, poiché il suo uso è circoscritto ad una funzione ben precisa, e risulta meno libera sintatticamente e dunque ‘più grammaticale’, come osservato sopra, di altri elementi avverbiali.
34Se dunque la concezione di grammatica ereditata da Jakobson ci dà degli strumenti concettuali per distinguere tra categorie che fanno parte della grammatica di una lingua perché esprimono distinzioni obbligatorie a livello di sistema, d’altra parte non ci impedisce di riconoscere l’esistenza di categorie funzionali di natura – almeno in principio – lessicale, suscettibili in certi casi di mutare il loro status, né di comparare eventualmente le prime alle altre. Da tale prospettiva, si può dire che il siciliano nella variante dialettale di Mussomeli ha una marca di evidenziale, non grammaticale in senso jakobsoniano ma derivata da un processo di grammaticalizzazione, che è dicica. Tanto ‘evidenziale’, dal punto di vista semantico-funzionale, quanto le marche obbligatorie del Tariana.
35Concludendo brevemente, possiamo affermare prima di tutto che la nozione di grammatica ereditata da Jakobson (e da Boas) ci permette di distinguere tra categorie linguistiche che hanno uno status grammaticale in certe lingue e categorie linguistiche funzionali che non sono necessariamente espresse in una lingua a livello della sua ‘grammatica’ (intesa come sistema di scelte obbligatorie): la definitezza non è una categoria grammaticale in latino o in russo, perché non dà luogo a scelte obbligatorie tra forme quali gli articoli, diversamente che in italiano.
34 Jakobson, Implications of Language universals, cit., p. 586.
36Questa distinzione può essere usata come strumento di indagine che ci permette di affinare l’analisi intralinguistica e di cogliere la specificità strutturale di ogni lingua, definita da ciò che questa deve esprimere e non da ciò che può esprimere. Sul piano tipologico, tale distinzione dovrebbe valere come un imprescindibile caveat, non, tuttavia, per decidere cosa è confrontabile e cosa non lo è, ma per decidere in che termini può avvenire il confronto interlinguistico: anche nelle lingue che non esprimono una determinata categoria concettuale a livello di sistema grammaticale, questa può avere espressione, ed il suo status sarà diverso, ma sul piano semantico-funzionale le due categorie potranno comunque essere suscettibili di un confronto. Lo stesso Jakobson ha del resto osservato che «one must agree with Greenberg that it would be impossible to identify grammatical phenomena in languages of differing structure without ‘employing semantic criteria’»34.
37Dall’altra parte, l’idea che ogni categoria si fondi necessariamente su una scelta binaria e obbligatoria rischia di non tenere conto della complessità, anche semantica, delle categorie grammaticali stesse, della loro possibile scalarità, della gradualità connessa ai processi di grammaticalizzazione, della eventuale polifunzionalità delle forme e della intersezione tra grammatica e altri fattori (come quelli pragmatici): la definitezza è una categoria grammaticale in italiano, diversamente che in latino o in russo, in quanto nel suo sistema esistono forme dedicate alla sua espressione, quali gli articoli, ma tale categoria non è riconducibile esclusivamente alla scelta tra articolo definito e articolo indefinito, che in determinati contesti mostrano un certo grado di opzionalità ed entrano in concorrenza con altre scelte.
35 Roman Jakobson, Results of a joint conference of Anthropologists and Linguists, in Id., SW. II, pp (...)
38In altre parole, ciò che deve essere espresso spesso interagisce con la molteplicità di ciò che può essere usato, così come, da una prospettiva diacronica – dal momento che l’analisi sincronica dovrebbe riuscire ad incorporare in sé i mutamenti linguistici35 –, ciò che può essere usato talvolta si trasforma in ciò che deve essere espresso.
1 Roman Jakobson, Russie, Folie, Poésie. Textes choisis et présentés par Tvezan Todorov, Paris, Éditions du Seuil, 1986, pp. 23-24.
2 Su questo aspetto, che non verrà trattato qui per ragioni di spazio, si veda Paul Kiparsky, Roman Jakobson and the Grammar of Poetry, in A Tribute to Roman Jakobson 1896-1982, Berlin-New York, Mouton de Gruyter, 1983, pp. 27-38: 33; Giulio C. Lepschy, La linguistica del novecento, Bologna, Il Mulino, 1992, pp. 154-156; Bertil Malmberg, L’analisi del linguaggio nel XX secolo: teorie e metodi, Bologna, Il Mulino, 1985, pp. 167-168.
3 Roman Jakobson, Boas’ view of grammatical meaning, in Id., The Hague-Paris, Mouton, [1959a] 1971, pp. 489-496; Franz Boas, Language, in Id., General Anthropology, Boston, D.C. Heath, 1938. Cfr. Roman Jakobson, Franz Boas’ Approach to Language, in Id., SW. II, pp. 477-488: 481; Roman Jakobson, On linguistic aspects of translation, in Id., The Hague-Paris, Mouton, [1959b] 1971, pp. 260-266: 264 s.; Roman Jakobson, Poetry of grammar and grammar of poetry, in Id., SW. II, pp. 87-97: 87.
5 Ivi, p. 492. Naturalmente, questo non impedisce che esistano categorie ‘universalmente’ obbligatorie, come quelle, appunto, che fanno riferimento alla universal grammar: ivi, pp. 492-493 (cfr. anche Roman Jakobson, Implications of Language universals, in Id., SW. II, pp. 580-591).
6 Come osservato da Jakobson, Boas’ view of grammatical meaning, cit., p. 489., «in our verbal communication we are faced with a set of two-choice situations». Questo criterio è ovviamente legato alla nozione di marcatezza, per cui si veda, rispetto alla dimensione grammaticale, Gabriele Diewald, On some problem areas in grammaticalization studies, in Grammaticalization. Current views and issues, a cura di Katerina Stathi, Elke Gehweiler e Ekkehard König, Amsterdam, Benjamins, 2010, pp. 17-50: 23.
8 Noam Chomsky, Syntactic Structures, The Hague, Mouton, 1957, p. 15, citato da Jakobson, Boas’ view of grammatical meaning, cit., p. 494.
12 Cfr. Christian Lehmann, Thoughts on grammaticalization, 2a ed., Erfurt, Seminar für Sprachwissenschaft der Universität, 2002, p. 10.
13 Su questo aspetto mi sia concesso il rimando a Maria Napoli, Ercules avea una sua moglie: su possesso e indefinitezza, «Studi Italiani di Linguistica Teorica e Applicata», XLI, 3, 2012, pp. 497-514: 497 e 507-508 s. da cui sono tratti gli esempi da (3) a (5).
14 Si veda, ad esempio, la discussione in Martin Haspelmath, Pre-established categories don’t exist: consequences for language description and typology, «Linguistic Typology» 11, 1, 2007, pp. 119-132.
15 Roman Jakobson, Shifters, verbal categories, and the Russian Verb, in Id., SW. II, pp. 130-147: 135.
17 Ivi, pp. 2-3. Per ogni esempio viene riportata la traduzione inglese fornita dall’Autrice insieme alle relative glosse, per le quali si danno le seguenti corrispondenze: 3 = third person; ASSUM = assumed; INFR = inferred; NONVIS = non-visual; REC.P = recent past; REP = reported; sgnf = singular non-feminine; VIS = visual.
18 Cfr. Mario Squartini, The internal structure of evidentiality in Romance, «Studies in Language», 25, 2001, pp. 297-334; Mario Squartini, Lexical vs. grammatical evidentiality in French and Italian, «Linguistics», 46/5, 2008, pp. 917-947; Mario Squartini, Evidentiality in interaction: The concessive use of the Italian Future between grammar and discourse, «Journal of Pragmatics», 44/15, 2012, pp. 2116-2128; Patrick Dendale, Julie Van Bogaert, A semantic description of French lexical evidential markers and the classification of evidentials, in Evidentiality between lexicon and grammar, a cura di Mario Squartini, «Rivista di Linguistica» (numero speciale), 19, 1, 2007, pp. 65-89; Paola Pietrandrea, The grammatical nature of some epistemic-evidential adverbs in spoken Italian. In Evidentiality between lexicon and grammar, a cura di Mario Squartini, «Rivista di Linguistica» (numero speciale), 19, 1, 2007, pp. 39-63; Silvio Cruschina, Eva-Maria Remberger, Hearsay and reported speech: Evidentiality in Romance, «Rivista di Grammatica Generativa», 33, 2008, pp. 99-120 e, infine, Gerda Haßler, Evidentiality and the expression of speaker’s stance in Romance languages and German, «Discourse Studies», 17, 2015, pp. 182-209, che mette a confronto lingue romanze e tedesco.
19 Silvio Cruschina, The expression of evidentiality and epistemicity: Cases of grammaticalization in Italian and Sicilian, «Probus», 27, 2015, pp. 1-31: 6.
20 Queste espressioni sono state studiate da Silvio Cruschina, al quale faccio qui riferimento (Silvio Cruschina, Tra dire e pensare: casi di grammaticalizzazione in italiano e siciliano, «La Lingua Italiana: Storia, Strutture, Testi», 7, 2011, pp. 105-125; Cruschina, The expression of evidentiality and epistemicity, cit.). In particolare, i casi citati nel testo come (11) e (12) sono tratti da Cruschina, The expression of evidentiality and epistemicity, cit., p. 2 e 16, i casi da (13) a (15) sono tratti Cruschina, Tra dire e pensare, cit., pp. 112 s. Tutti gli esempi in siciliano si riferiscono, come accennato sopra, alla varietà dialettale di Mussomeli, parlata in provincia di Caltanissetta.
21 Tuttavia, precisa Cruschina, Tra dire e pensare, cit., p. 111, si può escludere «che dice che derivi dalla perdita del pronome si nell’espressione impersonale si dice che».
26 Cfr. Paolo Ramat, Davide Ricca, Prototypical adverbs: On the scalarity/radiality of the notion of ADVERB, «Italian Journal of Linguistics / Rivista di Linguistica», VI, 1994, pp. 289-326. Si veda anche Cruschina, Tra dire e pensare, cit., p. 121.
29 Per cui si può rimandare, tra gli altri, a Laurel J. Brinton, Elisabeth C. Traugott, Lexicalization and language change, Cambridge, Cambridge University Press, 2005.
30 Ma si veda anche Alexandra Y. Aikhenvald, Evidentials: Their links with other grammatical categories, «Linguistic Typology», 19/2, 2015, pp. 239-277, e, analogamente, Claudia M. Brugman, Monica Macaulay, Characterizing evidentiality, «Linguistic Typology», 19/2, 2015, pp. 201-237.
33 Alexandra Y. Aikhenvald, Information source and evidentiality: what can we conclude?, in Evidentiality between lexicon and grammar, a cura di Mario Squartini, «Rivista di Linguistica» (numero speciale), 19/1, 2007, pp. 209-227: 214. Sulla nascita delle categorie grammaticali (con riferimento anche a quella di evidenzialità) si veda Pierluigi Cuzzolin, Categorie grammaticali e classi di parole: qualche riflessione a margine, in Categorie grammaticali e classi di parole. Statuto e riflessi metalinguistici, a cura di Francesco Dedè, Roma, Il Calamo, 2016, pp. 101-114.
35 Roman Jakobson, Results of a joint conference of Anthropologists and Linguists, in Id., SW. II, pp. 554-567.
Università del Piemonte Orientale: maria.napoli[at]uniupo.it
NAPOLI, Maria. «Mais, moi, j’adorais la grammaire dès le début.» La nozione di grammatica secondo Roman Jakobson In : Roman Jakobson, linguistica e poetica [en ligne]. Milano : Ledizioni, 2018 (généré le 02 avril 2020). Disponible sur Internet : <http://books.openedition.org/ledizioni/4660?mobile=1>. ISBN : 9788855260176. DOI : https://doi.org/10.4000/books.ledizioni.4660.
Napoli, M. 2018. «Mais, moi, j’adorais la grammaire dès le début.» La nozione di grammatica secondo Roman Jakobson. In Esposito, E., Sini, S., & Castagneto, M. (Eds.), Roman Jakobson, linguistica e poetica. Milano : Ledizioni. doi :10.4000/books.ledizioni.4660
Napoli, Maria. “«Mais, moi, j’adorais la grammaire dès le début.» La nozione di grammatica secondo Roman Jakobson”. Esposito, Edoardo, et al.. Roman Jakobson, linguistica e poetica. Milano : Ledizioni, 2018. (pp. 407-419) Web. <http://books.openedition.org/ledizioni/4660?mobile=1>.
ESPOSITO, Edoardo (dir.) ; SINI, Stefania (dir.) ; et CASTAGNETO, Marina (dir.). Roman Jakobson, linguistica e poetica. Nouvelle édition [en ligne]. Milano : Ledizioni, 2018 (généré le 02 avril 2020). Disponible sur Internet : <http://books.openedition.org/ledizioni/4465?mobile=1>. ISBN : 9788855260176. DOI : https://doi.org/10.4000/books.ledizioni.4465.
Esposito, Edoardo, et al., ed. Roman Jakobson, linguistica e poetica. Milano : Ledizioni, 2018. Web. <http://books.openedition.org/ledizioni/4465?mobile=1>.
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10.4000/books.ledizioni.4660

References: § 3
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