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Timestamp: 2019-12-10 09:55:52+00:00

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Avvocati foro Novara Bossi Buscaglia Dulio: processi diritto penale, del lavoro, civile. Avvocato per causa divorzio licenziamento furto truffa incidente sinistro stradale - » Il risarcimento per i danni alla vita affettiva: due nuove sentenze dellaCassazione.
Il risarcimento per i danni alla vita affettiva: due nuove sentenze dellaCassazione.
Il risarcimento per i danni alla vita affettiva: due nuove sentenze della Cassazione.
Cassazione – Sezione terza civile – sentenza 7-31 maggio 2003, n. 8827
Presidente Carbone – relatore Amatucci
Pm Pivetti – parzialmente conforme – ricorrente Ventura – controricorrente Dalla Riva ed altri
l. Nel 1987 Dalmazio Frigeri e Nadia Dalla Riva, in proprio ed in nome del figlio minore Fabio, convennero in giudizio il professor Giovanni Zinelli, i dottori Fabrizio Sartori ed Alessandro Ventura, la Usl n. 9 di Reggio Emilia e L’Arcispedale S. Maria Nuova per il risarcimento dei danni connessi alla tetrapresi spastica ed alla atrofia cerebrale da asfissia neonatale da cui era affetto Fabio Frigeri, assumendo che l’infermità era stata determinata da errori diagnostici e/o da comportamenti omissivi del personale sanitario dell’ospedale dove il bambino era nato il 15.4.1982 a seguito di parto cesareo.
Tutti i convenuti resistettero. Su richiesta dei convenuti Zinelli, Ventura ed Usl fu autorizzata la chiamata in causa dei rispettivi assicuratori Allianz Pace spa, Vittoria Assicurazioni spa ed Assitalia spa, che a loro volta resistettero.
Espletata consulenza tecnica d’ufficio collegiale, il tribunale di Reggio Emilia respinse la domanda con sentenza 37/1996 sui rilievi che l’Arcispedale era privo di autonoma soggettività giuridica, che il dottor Sartori aveva partecipato solo all’esecuzione del parto cesareo (la corretta esecuzione del quale non era controversa), che durante il travaglio erano state prestate cure adeguate e che doveva escludersi un tardivo ricorso al taglio cesareo in conseguenza di un errore prognostico.
2. La decisione è stata riformata dalla Corte d’appello di Bologna che, decidendo con sentenza 177/00 sul gravame degli attori cui avevano resistito tutti gli appellati già convenuti in primo grado, ha solidalmente condannato il dottor Aldo Ventura (nella cui imperita condotta ha ravvisato un apporto causale colposo quantificato nel 50%) e la Usl n. 9 a pagare:
- a Fabio Frigeri lire 1.200.000.000 a titolo di risarcimento dei danni biologico e morale complessivamente liquidati, nonché lire 36.000.000 milioni annue, da rivalutarsi periodicamente, a titolo di danno patrimoniale futuro fino a quando lo stesso fosse rimasto in vita;
3. Avverso detta sentenza ricorre per cassazione Aldo Ventura, affidandosi a quattro motivi, illustrati anche da memoria, cui resistono con unico controricorso Nadia Dalla Riva e Dalmazio Frigeri, che hanno a loro volta depositato memoria.
L’Assitalia ha aderito con controricorso al ricorso del Ventura.
Tutti gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva.
1.1. I resistenti pregiudizialmente eccepiscono l’inammissibilità del ricorso (avverso la sentenza pubblicata il 22.2.2000) per essere stato lo stesso proposto nei confronti dell’altro litisconsorte Fabio Frigeri come se ancora fosse minore e quindi con evocazione in giudizio dei genitori già esercenti la potestà, benché egli fosse divenuto maggiorenne il 15.4.2000, circa un anno prima della notifica del ricorso (avvenuta nell’aprile del 2001), com’era noto al ricorrente Ventura in relazione all’oggetto della causa, nella quale era prospettata la sua responsabilità per la colposa condotta tenuta proprio il giorno della nascita di Fabio Frigeri (15.4.1982), del resto indicata nello stesso ricorso per cassazione.
Assumono che si verta in ipotesi di nullità dell’intero ricorso e non solo della notificazione e che, comunque, trattandosi di cause scindibili, il ricorso sarebbe inammissibile quantomeno nei confronti di Fabio Frigeri.
1.2. Il ricorso è stato proposto nei confronti di “Nadia Dalla Riva, Dalmazio Frigeri e Fabio Frigeri, rappresentato in giudizio dai genitori Nadia Dalla Riva e Dalmazio Frigeri” e notificato mediante consegna di tre distinte copie presso il domicilio del difensore avvocato Gianni Scagliarini.
Non si è invece costituito alcun rapporto processuale in questa fase nei confronti di Fabio Frigeri, che aveva acquistato la capacità di stare in giudizio col raggiungimento della maggiore età ed al quale il ricorso avrebbe dunque dovuto essere direttamente notificato presso il suo domicilio reale (a meno che non fosse stato interdetto, ma avrebbe dovuto in questo caso essere evocato in giudizio in persona del tutore e non anche dei genitori). Vertendosi in ipotesi di cause scindibili ed essendo ormai preclusa l’impugnazione nei confronti di Fabio Frigeri a seguito del decorso del termine superiore all’anno dalla pubblicazione della sentenza, non ricorrono i presupposti per la notifica del ricorso al medesimo ai sensi dell’articolo 332, comma 1, Cpc.
Né, con riferimento al caso del raggiungimento della maggiore età “dopo” la conclusione della fase processuale nella quale il minore era rappresentato in giudizio dai genitori, vi è contrasto di indirizzi ‑ come prospettato dal ricorrente ‑ sulla persona nei cui confronti l’impugnazione va proposta. Le sentenze richiamate in memoria (Cassazione, 15220/01, 1646/01, 11996/98, 5593/98, 5181/98, 2486/98, 6561/97) concernono invero il diverso caso nel quale il raggiungimento della maggiore età (con la cessazione della rappresentanza da parte dei genitori) intervenga nel corso del processo; caso disciplinato dall’articolo 300 Cpc, che subordina l’interruzione alla dichiarazione o alla notifica da parte del procuratore della parte costituita. Nell’ambito di tale fattispecie effettivamente la giurisprudenza di questa Corte non è univoca, essendosi per un verso affermato che la non automatica cessazione della rappresentanza processuale dei genitori per il solo fatto che il minore abbia raggiunto la maggiore età (e dunque la continuazione della rappresentanza degli stessi in difetto di notifica o comunicazione della circostanza con un atto del processo) opera tuttavia soltanto nell’ambito della stessa fase processuale, stante l’autonomia dei singoli gradi del giudizio, con la conseguenza che l’impugnazione va proposta nei confronti del minore appellante senza possibilità di sanatoria mediante rinnovazione della notifica (Cassazione, 8380/00, 9387/01, 1206/02); ed essendosi per altro verso sostenuto che il raggiungimento della maggiore età da parte del minore costituito per mezzo del suo legale rappresentante, se non dichiarato o notificato, resta privo di incidenza nel corso del processo, che prosegue regolarmente nei confronti del suo legale rappresentante, al quale pertanto ben vengono notificate le impugnazioni avverso le sentenze pronunciate nelle diverse fasi del giudizio (Cassazione, 1814/95, 11966/98, 1646/01, 15220/01 e, da ultimo, 1268/03).
Per converso, nel caso in cui la perdita della capacità di stare in giudizio dei genitori in rappresentanza del figlio e il correlativo acquisto di tale capacità da parte ,del minore divenuto maggiorenne intervengano “dopo” la sentenza che chiude il relativo grado di giudizio, si rendono applicabili i principi enunciati dalle Sezioni unite con sentenza 11394/96, che giudicò insuperabile l’esigenza che “il processo di impugnazione si instauri tra i soggetti reali” ed inaccettabile “la tesi che vuol comunque ed in generale condizionare il dovere di indirizzare l’impugnazione contro i soggetti reali al fatto che l’impugnante abbia avuto notizia dell’evento morte o perdita della capacità, senza di che l’impugnazione stessa, per una sorta di perpetuatio del precedente soggetto e dunque, ancora una volta per effetto di una fictio, sarebbe validamente instaurata nei confronti della parte defunta o divenuta incapace”. Con la stessa sentenza si chiarì anche come
fosse del tutto improprio il riferimento al rimedio della rinnovazione della notificazione ex articolo 291 Cpc, “in quanto si tratta non di semplice nullità della notificazione ma di errata identificazione del soggetto passivo della vocativo in ius”, precisandosi che il vizio in questione andava ricondotto “al combinato disposto degli articoli 163, n. 2 e 164 Cpc in quanto vizio attinente alla individuazione dei soggetti dell’impugnazione, con l’effetto che, almeno stando alla disciplina anteriore alla novella di cui alla legge 353/90, non sarebbe possibile la rinnovazione dell’atto”. E si adombrò un possibile dubbio di costituzionalità per la mancata previsione di un rimedio di restituzione in termini in riferimento all’ipotesi in cui sussistessero ampi margini possibile incolpevolezza dell’errore.
Nel caso in esame, nel quale la possibilità della rinnovazione é preclusa dalla inapplicabilità dell’articolo 164, comma 2, Cpc (nel testo successivo alla novella) alle controversie che, come la presente, erano già pendenti alla data del 30.4.1995 (ex articolo 9, decreto legge 432/95, convertito nella legge 534/95), il dubbio cui si è accennato è eliso non solo dal rilievo di generale valenza che un minore è naturaliter destinato a diventare maggiorenne e che i margini di incolpevolezza dell’errore sono dunque sempre assai ristretti, ma dall’obiettiva circostanza che la data di nascita di Fabio Frigeri era, prim’ancora che nota al medico (attuale ricorrente) per essere stato quegli evocato in giudizio proprio in relazione al comportamento tenuto nell’imminenza della nascita, addirittura esposta nel ricorso per cassazione.
Il ricorso va pertanto esaminato con esclusivo riferimento alla posizione dei controricorrenti genitori di Fabio Frigeri, per essere stato validamente proposto soltanto nei confronti degli stessi.
2.1. Col primo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione degli articoli 2043, 2056, 2059, 1223 e 1226 Cc, nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, in riferimento all’articolo 360, nn. 3 e 5, Cpc, per avere il giudice d’appello arbitrariamente equiparato l’incidenza causale del ritardo imputabile e di quello non imputabile al dottor Ventura.
Il giudice di secondo grado – afferma il ricorrente – aveva ritenuto che, essendosi la brachicardia manifestata sul tracciato cardiotografico alle ore 7,10, il suo perdurare per ulteriori dieci minuti avrebbe dovuto indurre ad un immediato intervento cesareo, deciso invece solo alle 7,40 (anziché alle 7,20) ed eseguito alle 8,05 in considerazione del tempo tecnico necessario per la preparazione e l’esecuzione dell’intervento. Si duole dunque che la corte d’appello, nell’ambito del lasso temporale di 55 minuti intercorso tra il primo manifestarsi di uno stato fetale non rassicurante ed il parto, abbia inesplicatamente ed irragionevolmente determinato nel 50% l’incidenza causale del ritardo di venti minuti imputato a colpa del dottor Ventura in ordine al danno biologico verificatosi, benché tale frazione del tempo complessivo fosse inferiore a quella di 35 minuti decorsa senza colpa di alcuno. E sostiene che, in altra parte della motivazione, abbia contraddittoriamente ristretto in venti minuti il tempo necessario tra il primo manifestarsi della sofferenza e l’intervento proprio al fine di ripartire in parti uguali la valenza dannosa degli eventi.
Con motivazione assolutamente limpida la corte d’appello, dopo aver accertato la “macroscopica” imperizia del ginecologo di turno per non aver saputo ravvisare e congruamente affrontare i chiari segni di una rilevante sofferenza fetale (brachicardia ed altri concorrenti sintomi) evidenziati dal tracciato cardiotografico per dieci minuti e che il colpevole ritardo nel far venire alla luce il bambino fu di almeno venti minuti, ha ritenuto che, poiché tra il primo manifestarsi della sofferenza fetale e l’effettivo intervento occorrono almeno venti minuti durante i quali alcune lesioni si vengono inesorabilmente a produrre, il ritardo colpevole potesse essere apprezzato solo in termini di aggravamento delle stesse.
Ha poi osservato che, ai fini della determinazione dell’entità di tale aggravamento, in considerazione della gravità della patologia del Frigeri (prossima al 100% sotto il profilo biologico) risultasse pertinente la considerazione “che una gravità anche di poco inferiore avrebbe rappresentato un miglioramento ben superiore a quello desumibile da una valutazione puramente tabellare della funzionalità corporea, di talché il danno biologico, valutato in una prospettiva non statica ma dinamica, sarebbe risultato grandemente inferiore: la limitata possibilità di movimento anche di un solo arto, una sia pur modesta capacità di comprensione. avrebbero costituito un miglioramento fondamentale rispetto alla attuale condizione vegetativa del soggetto” (pagina 20 della sentenza). Ha dunque concluso la corte d’appello che, “dovendo necessariamente, per motivi di quantificazione monetaria, esprimersi in termini percentuali”, l’aggravamento del danno biologico conseguente al colpevole ritardo potesse essere valutato nel 50%.
La parificazione dell’incidenza causale degli “almeno20 minuti di ritardo imputabile ai 35 (tutt’al più) di ritardo non imputabile non è, dunque, affatto immotivata, ma spiegata in relazione alla esponenziale attitudine di una funzionalità sia pur minima ad attenuare gli effetti finali. Sicché, sotto il profilo del risultato, la valenza negativa, degli ultimi venti minuti di ritardo è stata ritenuta pari a quella degli altri trentacinque, considerandosi che nei venti minuti comunque necessari per far nascere un bambina mediante taglio cesareo alcune lesioni inesorabilmente si producono e che, dunque, il ritardo imputabile non potesse apprezzarsi se non in termini di aggravamento.
Il ragionamento avrebbe potuto essere inficiato solo dal rilievo che, dopo 35 minuti, il danno è comunque interamente prodotto e che, per questo, doveva nella specie essere negato il nesso causale tra il ritardo dipeso da imperizia e lo stato finale del bambino. Ma di tanto la corte d’appello si è fatta puntuale carico rilevando (a pagina 19), sulla scorta del parere del consulente, che “i primi segni di sofferenza già costituiscono l’indice della asfissia che, a seconda della intensità e della durata, può portare alla cerebropatia, con conseguenze tuttavia di diversa intensità sia sul fisico che sulla mente. Ciò che, d’altra parte, rende evidente che in simili situazioni anche pochi minuti possono risultare preziosi, almeno al fine di ridurre la gravità delle lesioni; senza tuttavia dimenticare che, tra il prima manifestarsi della sofferenza fetale e l’effettivo intervento occorrono almeno 20 minuti durante i quali lacune lesioni si vengono inesorabilmente a produrre, sicché ogni ulteriore ritardo si può porre solo in termini di aggrava,mento delle stesse”.
3.1. Col secondo motivo è denunciata violazione e falsa applicazione degli articoli 2043, 2056, 1223 e 1226 Cc e vizio di motivazione per avere la corte d’appello determinato in lire 648.000.000 le spese di cura e assistenza affrontate dai genitori nei primi e già trascorsi diciotto anni della vita del figlio in base allo stretto criterio di quantificazione equitativo adottato per le spese future (lire 6.000.000 mensili, metà delle quali poste a carico del Ventura in relazione al suo apporto causale colposo), mentre avrebbe dovuto liquidare le prime sulla scorta delle prove anche documentali che la parte interessata avrebbe dovuto e (in larga misura) potuto offrire.
Quanto al danno biologico e morale basta osservare che unica possibile forma di liquidazione di ogni danno privo delle caratteristiche della patrimonialità è quella equitativa, sicché la ragione del ricorso a tale criterio è insita nella natura del danno e nella funzione del risarcimento realizzato mediante la dazione di una somma di denaro, che non è reintegratrice di una diminuzione patrimoniale, ma compensativa di un pregiudizio non economico. È dunque escluso che si possa far carico al giudice di non aver indicato le ragioni per le quali il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare ‑ costituente la condizione per il ricorso alla valutazione equitativa di cui all’articolo 1226 Cc ‑giacché in tanto una precisa quantificazione pecuniaria sarebbe possibile in quanto esistessero dei parametri normativi fissi di commutazione, in difetto dei quali il danno non patrimoniale non può mai essere provato nel suo preciso ammontare.
3.4. Quanto alla liquidazione equitativa delle spese affrontate in diciotto anni dai genitori del minore cerebroleso, la corte d’appello ha anzitutto determinato in lire 6.000.000 mensili le spese occorrenti per la “necessaria, pressoché costante, ancorché non necessariamente infermieristica, assistenza di un soggetto assolutamente incapace di svolgere anche le più elementari funzioni”. Ed ha poi assunto lo stesso importo (metà del quale da corrispondersi dai soggetti obbligati) ai valori monetari dell’epoca della pronuncia (com’è corretto in relazione alla natura di debito di valore dell’ obbligazione risarcitoria) per liquidare il danno subito dai genitori (lire 36.000.000 x 18 = lire 648.000.000).
Benché non siano state indicate le ragioni del ricorso del giudice alla valutazione equitativa, le stesse caratteristiche del caso di specie attentano come fosse in re ipsa l’impossibilità ovvero la grande difficoltà (sufficiente ad integrare i presupposti di cui all’articolo 1226 Cc: (cfr. Cassazione, 1474/96, 11202/94, 4609/95) per i genitori di provare nel loro preciso ammontare l’entità delle spese affrontate, nel corso di diciotto anni, per l’assistenza del minore ridotto ad uno stato vegetativo. Appartiene invero alla nozioni di comune esperienza che in ipotesi siffatte si impongono esborsi straordinari per soddisfare le più variegate esigenze, spaziandosi dai necessari adattamenti della casa di abitazione ai presidi sanitari, dagli accorgimenti particolari per l’alimentazione e l’igiene personale alla vigilanza (costante) ed alle cura, con inevitabile pervasione di ogni aspetto dell’esistenza di chi si occupi del soggetto, anche sotto il profilo strettamente economico; sicché la predisposizione delle “prove” delle spose si tradurrebbe nell’impossibile (o gravemente difficoltosa) contabilizzazione della vita stessa, inesigibile soprattutto da parte di chi abbia preoccupazioni ben più incombenti di quella costituita dalla imputazione di ogni singola erogazione di denaro, tra l’altro non sempre documentabile e non sempre univocamente collegabile alla situazione che la abbia provocata.
Entrambe le censure vanno pertanto rigettate.
4.1. Col terzo motivo ‑ che va a questo punto esaminato – la sentenza è censurata per violazione e falsa applicazione degli articoli 2043, 2056, 2059 e 1223 Cc, nonché per vizio di motivazione su punto decisivo della controversia.
Il ricorrente si duole che il giudice di merito, dopo aver offerto una rassegna delle posizioni della giurisprudenza sul cosiddetto “danno riflesso” e ritenuto che altro è il danno morale ed altro il danno biologico patito dai congiunti della vittima (primaria), abbia poi ritenuto che “… al danno morale per il nefasto evento in sé considerato si è aggiunto quello consistente nel più totale sconvolgimento delle loro (dei genitori, n.d.e.) abitudini e delle normali aspettative, unitamente all’esigenza di provvedere perennemente alle esigenze del figlio ridotto in condizioni pressoché esclusivamente vegetative. Danno, quindi, di natura esistenziale, che si aggiunge e sovrappone a quello morale, nella sua accezione tradizionale di sofferenza acuta, ma ristretta esclusivamente al campo interiore: danno esistenziale che ‑ qualora non lo si voglia classificare come biologico nella più ampia accezione sopra specificata certamente trova ingresso e tutela nell’ambito del danno morale”.
Si è in particolare ritenuto che la struttura della norma che prevede il danno morale (articolo 2059 Cc) non è di ostacolo all’applicazione anche a tale ambito dei principi elaborati a proposito dei cosiddetti “danni riflessi” (o “di rimbalzo, secondo la definizione della giurisprudenza d’oltralpe, costituiti dalle lesioni di diritti di cui siano portatori soggetti diversi dalla vittima iniziale del fatto ingiusto ma in significativo rapporto con la vittima stessa), che avevano già indotto a ravvisare la risarcibilità del danno biologico a favore degli stretti congiunti del soggetto leso e sopravvissuto al fatto (cfr., tra le altre, Cassazione, 8305/96 e 12195/98).
Tali rilievi ‑ ribaditi anche da Cassazione, 13358/99, 4852/99 e 1516/01 (esclusa solo Cassazione, 2037/00) ‑sono stati da ultimo condivisi dalle sezioni unite che, componendo il contrasto che si andava di nuovo profilando, hanno enunciato il seguente principio di diritto, che va qui riaffermato: “ai prossimi congiunti della persona che abbia subito, a causa del fatto illecito costituente reato, lesioni personali, spetta anche il risarcimento del danno morale concretamente accertato in relazione ad una particolare situazione affettiva con la vittima, non essendo ostativo il disposto dell’articolo 1223 Cc, in quanto anche tale danno trova causa immediata e diretta nel fatto dannoso, con conseguente legittimazione del congiunto ad agire iure proprio contro il responsabile” (Cassazione Sezioni unite, 9556/02).
Resta il problema di stabilire se i pregiudizi che la corte d’appello ha inteso indennizzare rientrino nel danno biologico ovvero in quello morale e se, dunque, la sentenza sia censurabile nella parte in cui ha riconosciuto il risarcimento di un danno, definito di “natura esistenziale”, sul sostanziale rilievo che era in definitiva ininfluente la esatta collocazione dei pregiudizi in questione nell’una o nell’altra tipologia di danno.
4.3. Va premesso che questo stesso collegio, con sentenza resa in data odierna (sui ricorsi riuniti iscritti ai numeri nn. 12989 e 16386 del ruolo generale del 2001, Zani C. Sai e Mazzunno e viceversa, rel. ed est. Preden) in fattispecie nella quale era stato riconosciuto a favore della moglie, della figlia e della madre della vittima deceduta il risarcimento del danno biologico, sotto il profilo esistenziale, pur in difetto di prova di una patologia che potesse fare affermare la lesione del diritto alla salute intesa come integrità fisica e psichica, ha ritenuto che l’ammissione a risarcimento del danno non patrimoniale da uccisione di congiunto, consistente nella perdita del rapporto parentale (inserito da un’ormai cospicua giurisprudenza di merito nell’ambito del cosiddetto danno esistenziale), fosse sostanzialmente da condividersi, pur se con le .seguenti, testuali precisazioni:
« Il risarcimento del danno non patrimoniale è previsto dall’articolo 2059 Cc (“Danni non patrimoniali”), secondo cui: “Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge.” All’epoca dell’emanazione del codice civile (1942) l’unica previsione espressa del risarcimento del danno non patrimoniale era racchiusa nell’articolo 185 del Cp del 1930.
Nel vigente assetto dell’ordinamento, nel quale assume posizione preminente la Costituzione ‑ che, all’articolo 2, riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo ‑, il danno non patrimoniale deve essere inteso come categoria ampia, comprensiva di ogni ipotesi in cui sia leso un valore inerente alla persona.
Appare inoltre significativa l’evoluzione della giurisprudenza di questa Suprema Corte, sollecitata dalla sempre più avvertita esigenza di garantire l’integrale riparazione del danno ingiustamente subito, non solo nel patrimonio inteso in senso strettamente economico, ma anche nei valori propri della persona (articolo 2 Costituzione). In proposito va anzitutto richiamata la rilevante innovazione costituita dall’ammissione a risarcimento (a partire dalla sentenza 3675/81) di quella peculiare figura di danno non patrimoniale (diverso dal danno morale soggettivo) che è il danno biologico, formula con la quale si designa l’ipotesi della lesione dell’interesse costituzionalmente garantito (articolo 32 Costituzione) alla integrità psichica e fisica della persona. Non ignora il Collegio che la tutela risarcitoria del cosiddetto danno biologico viene somministrata in virtù del collegamento tra l’articolo 2043 Cc e l’articolo 32 Costituzione, e non già in ragione della collocazione del danno biologico nell’ambito dell’articolo 2059, quale danno non patrimoniale, e che tale costruzione trova le sue radici (v. Corte costituzionale, sentenza 184/86)
nella esigenza di sottrarre il risarcimento del danno biologico (danno non patrimoniale) dal limite posto dall’articolo 2059 (norma nel cui ambito ben avrebbe potuto trovare collocazione, e nella quale, peraltro, una successiva sentenza della Corte costituzionale, la 372/94, ha ricondotto il danno biologico fisico o psichico sofferto dal congiunto della vittima primaria) . Ma anche tale orientamento, non appena ne sarà fornita l’occasione, merita di essere rimeditato.
Si deve quindi ritenere ormai acquisito all’ordinamento positivo il riconoscimento della lata estensione della nozione di danno non patrimoniale”, inteso come danno da lesione di valori inerenti alla persona, e non più solo come “danno morale soggettivo”.
La sentenza così prosegue:
«Venendo ora ad esaminare la questione della ammissione a risarcimento del danno non patrimoniale da uccisione di congiunto, consistente nella definitiva perdita del rapporto parentale (con tale espressione sinteticamente lo designa una ormai cospicua giurisprudenza di merito, che lo inserisce nell’ambito del cosiddetti danno esistenziale ), osserva il Collegio che il soggetto che chiede iure proprio il risarcimento del danno subito in conseguenza della uccisione di un congiunto lamenta l’incisione di un interesse giuridico diverso sia dal bene salute del quale è titolare (la cui tutela ex articolo 32 Costituzione, ove risulti intaccata l’integrità biopsichica, si esprime mediante il risarcimento del danno biologico), sia dall’interesse all’integrità morale, la cui tutela, agevolmente ricollegabile all’articolo 2 Costituzione, ove sia determinata una ingiusta sofferenza contingente, si esprime mediante il risarcimento del danno morale soggettivo. L’interesse fatto valere nel caso di danno da uccisione di congiunto è quello alla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia, alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell’ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli articoli 2, 29 e 30 Costituzione.
Il danno non patrimoniale da uccisione di congiunto, consistente nella perdita del rapporto parentale, si colloca quindi nell’area dell’articolo 2059 in raccordo con le suindicate norme della Costituzione.
Il suo risarcimento postula tuttavia la verifica della sussistenza degli elementi nel quali si articola l’illecito civile extracontrattuale definito dall’articolo 2043. L’articolo 2059 non delinea una distinta figura di illecito produttiva di danno non patrimoniale, ma, nel presupposto della sussistenza di tutti gli elementi costitutivi della struttura dell’illecito civile, consente, nei casi determinati dalla legge, anche la riparazione di danni non patrimoniali (eventualmente in aggiunta a quelli patrimoniali nel caso di congiunta lesione di interessi di natura economica e non economica).
L’evento naturale “morte” non causa soltanto l’estinzione della vita della vittima primaria, che subisce il massimo sacrificio del relativo diritto personalissimo, ma causa altresì, nel contempo, l’estinzione del rapporto parentale con i congiunti della vittima, che a loro volta subiscono la lesione dell’interesse alla intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che connota la vita familiare.
Si ripropone, in questo caso, il fenomeno della propagazione intersoggettiva delle conseguenze di un medesimo fatto illecito. Figura nota, della quale la giurisprudenza, in tema di danni non patrimoniali, ha fatto governo in varie ipotesi, ammettendo a risarcimento: il danno morale soggettivo da morte di congiunto (sentenza 2915/71; 1016/73; 6854/88; 11396/97); il danno morale soggettivo cagionato da lesione non mortale sofferta da un congiunto, come statuito, innovando il precedente orientamento restrittivo (di cui sono espressione le sentenze suindicate) , dalla più recente giurisprudenza di questa Suprema Corte (sentenza 4186/98; 4852/99; 13358/99; 1516/01; Sezioni unite, 9556/02); il danno consistente nella impossibilità di intrattenere rapporti sessuali a causa delle lesioni subite dal coniuge (sentenza 6607/86); il danno subito dalla moglie e dai figli di un infortunato, rimasto in coma profondo, per la lesione dei diritti riflessi di cui siano portatori, ai sensi degli articoli 143 e 147 Cc (sentenza 8305/96). Ma ricadono nel paradigma, sia pur in materia di danni patrimoniali, anche l’ipotesi della lesione del diritto di credito ad opera di un terzo (secondo quanto affermato nel caso Meroni dalle Sezioni unite con la nota sentenza 174/71) e del danno patrimoniale subito dai congiunti della vittima (ai quali viene equiparato il convivente more uxorio: sentenza 2988/94) per la perdita delle contribuzioni che da quella ricevevano ed avrebbero presumibilmente ancora ricevuto in futuro, sempre pacificamente riconosciuto dalla giurisprudenza civile (sentenza 3929/69; 2063/75; 4137/81; 11453/95; 1085/98; ma v. anche Corte costituzionale, sentenza 372/94).
È agevole opporre che la prevedibilità dell’evento.dannoso deve essere valutata in astratto e non in concreto; che l’evento dannoso è costituito, in tesi, dalla lesione ~dell’interesse all’intangibilità delle relazioni familiari; che tale lesione deve ritenersi prevedibile, rientrando nella normalità che la vittima sia inserita in un nucleo familiare, come coniuge, genitore, figlio o fratello.
Volendo far riferimento alla nota distinzione tra danno‑evento e danno‑conseguenza (introdotta da Corte costituzionale 184/86, che ha collocato nella prima figura il danno biologico, ma abbandonata dalla successiva Corte costituzionale 372/94), si tratta di danno-conseguenza.
Non vale pertanto l’assunto secondo cui il danno sarebbe in re ipsa, nel senso che sarebbe coincidente con la lesione dell’interesse. Deve affermarsi invece che dalla lesione dell’interesse scaturiscono, o meglio possono scaturire, le suindicate conseguenze, che, in relazione alle varia fattispecie, potranno avere diversa ampiezza e consistenza, in termini di intensità e protrazione nel tempo.
La soluzione è, peraltro, affermativa. Il riconoscimento dei “diritti della famiglia” (articolo 29, comma 1, Costituzione) va
invero inteso non già, restrittivamente, come tutela delle estrinsecazioni della persona nell’ambito esclusivo di quel nucleo, con una proiezione di carattere meramente interno, ma nel più ampio senso di modalità di realizzazione della vita stessa dell’individuo alla stregua dei valori e dei sentimenti che il rapporto parentale ispira, generando bensì bisogni e doveri, ma dando anche luogo a gratificazioni, supporti, affrancazioni e significati.
4.6. Si risarciscono così ‑ come si è detto sopra e solo nel caso di conseguenze pregiudizievoli derivanti, secondo i richiamati principi della regolarità causale, dalla lesione di interessi di rango costituzionale ‑ danni diversi da quello biologico e da quello morale soggettivo, pur se anch’essi, come gli altri, di natura non patrimoniale.
Il che non impedisce, proprio per questo e nell’ottica della concezione unitaria della persona, che la valutazione equitativa di tutti i danni non patrimoniali possa anche essere unica, senza una distinzione ‑ bensì opportuna, ma non sempre indispensabile ‑ tra quanto va riconosciuto a titolo di danno morale soggettivo e quanto a titolo di ristoro dei pregiudizi ulteriori e diversi dalla mera sofferenza psichica, ovvero quanto deve essere liquidato a titolo di risarcimento del danno biologico in senso stretto (se una lesione dell’integrità psico‑fisica sia riscontrata) e quanto per il ristoro dei pregiudizi in parola; ovvero, ancora, che la liquidazione del danno biologico, di quello morale soggettivo e degli ulteriori pregiudizi risarcibili sia espressa da un’unica somma di denaro, per la cui determinazione si sia tuttavia tenuto conto di tutte le proiezioni dannose del fatto lesivo.
Non può insomma negarsi che proprio il difetto di tutela risarcitoria degli interessi costituzionalmente garantiti ora invece riconosciuta ‑ abbia provocato una tendenza alla dilatazione degli spazi propri di altre voci di danno, che non ha più ragione di essere.
4.8. È conclusivamente il caso di chiarire che la lettura costituzionalmente orientata dell’articolo 2059 Cc va tendenzialmente riguardata non già come occasione di incremento generalizzato della poste di danno (e ‑mai come strumento di duplicazione di risarcimento degli stessi pregiudizi), ma soprattutto come mezzo per colmare la lacuna, secondo l’interpretazione ora superata della norma citata, nella tutela risarcitoria della persona, che va ricondotta al sistema bipolare del danno patrimoniale e di quello non patrimoniale: quest’ultimo comprensivo del danno biologico in senso stretto, del danno morale soggettivo come tradizionalmente inteso e dei pregiudizi diversi ad ulteriori, purché costituenti conseguenza della lesione di un interesse costituzionalmente protetto.
4.9. Nella specie deve senz’altro escludersi che la corte d’appello sia incorsa in una duplicazione risarcitoria delle stesse conseguenze pregiudizievoli, avendo avuto cura di chiarire puntualmente che la liquidazione ‑ legittimamente effettuata, come s’è detto, con l’indicazione di una somma omnicomprensiva ‑ è stata riferita sia alla “sofferenza acuta, ma ristretta esclusivamente al campo interiore”, sia alla frustrata aspettativa dei genitori ‑ ad una normale vita familiare dedita all’allevamento della prole, ad una normale conduzione di vita, ad una serena vecchiaia”, sicché “al danno morale per il nefasto evento in sé considerato si è aggiunto quello consistente nel più totale sconvolgimento delle loro abitudini e delle normali aspettative, unitamente all’esigenza di provvedere perennemente alle esigenze del figlio ridotto in condizioni pressoché esclusivamente vegetative”.
Per quanto, dunque, la motivazione della sentenza vada corretta nella parte in cui la corte di merito ha ritenuto di poter alternativamente ricomprendere i predetti pregiudizi nell’ambito del danno biologico, che non è invece configrurabile ne manchi una lezione dell’integrità psico-fisica secondo i canoni fissati dalla scienza medica (in tal senso si è di recente orientato il legislatore con gli articoli 13 del decreto legislativo 38/2000 e 5 della legge 57/2001, prevedendo che il danno biologico debba essere suscettibile di accertamento o valutazione medico legale), ovvero nel danno morale soggettivo, il cui ambito resta quello proprio della mora sofferenza psichica e deve anzi a questa essere esclusivamente ricondotto, ha tuttavia
adottato una soluzione conforme a diritto laddove, in presenza della lesione di un interesse costituzionalmente protetto, ha liquidato l’intere danno non patrimoniale anche in riferimento al pregiudizio ulteriore consistente nella permanente privazione della reciprocità affettiva propria del più stretto tra i rapporti parentali.
Cassazione – Sezione terza civile – sentenza 7-31 maggio 2003, n. 8828
Pivetti – difforme – ricorrente Zani
Il giorno 8 agosto 1993, Antonio Belcuore veniva investito da un’auto di proprietà di Luciano Mazzunno e ri portava lesioni a causa delle quali decedeva il 23.10.1993.
Il tribunale, con sentenza dell’8.10.1998, dichiarava la colpa esclusiva del Mazzunno e condannava in solido i convenuti a pagare alla Zani la somma di lire 163.210.000, di cui lire 100.000.000 per danno morale, lire 50.000.000 quale erede della defunta figlia Barbara per il danno morale da quest’ultima sofferto, lire 3.850.000 quale unica erede della vittima per il danno biologico temporaneo sofferto dalla medesima e lire 9.360.000 per esborsi; alla Sileo la somma di lire 30.000.000 a titolo di danno morale; ai Belcuore la somma di lire 20.000.000 ciascuno a titolo di danno morale; rigettava la domanda della Zani per il risarcimento iure hereditatis del danno morale sofferto dalla vittima, quella di risarcimento del danno biologico patito iure proprio dalla Zani e dalla Sileo e quella di risarcimento del danno patrimoniale subito dalla Zani.
Proponevano appello gli attori, chiedendo: l’elevazione dell’importo del risarcimento del danno morale sofferto dalla Zani, da Barbara Belcuore e dalla Sileo; il riconoscimento alla Zani, iure hereditatis, del danno morale sofferto dall’ucciso e l’elevazione del danno biologico subito dal medesimo; il riconoscimento del danno biologico o esistenziale subito dalla moglie, dalla figlia e dalla madre della vittima per la perdita del congiunto; il riconoscimento alla vedova del danno patrimoniale.
La Corte d’appello di Brescia, con sentenza del 2.1.2001, accoglieva parzialmente l’appello. La corte così provvedeva:
- riconosceva il danno morale sofferto dalla vittima tra il giorno dell’ investimento e quello della morte, e lo liquidava in lire 25.000.000, in favore della Zani, unica erede a seguito della morte della figlia
- riconosceva la sussistenza, in capo ai congiunti della vittima, del danno biologico iure proprio, sotto il profilo del danno esistenziale, consistente nella permanente alterazione dell’equilibrio del nucleo familiare; riteneva in re ipsa la prova del pregiudizio, in quanto lamentato da congiunti legati alla vittima da stretto rapporto parentale e da vincolo di convivenza; liquidava, equitativamente, l’importo del relativo risarcimento in favore della Zani, in lire 30.000.000 in proprio ed in lire 10.000.000 quale erede della figlia Barbara, ed in lire 20.000.000 in favore della Sileo;
- confermava il rigetto della domanda di risarcimento del danno patrimoniale subito dalla Zani, sul rilievo che il defunto marito era pensionato, che alla vedova competeva la pensione di reversibilità e che nessuna prova era stata fornita circa l’esecuzione di lavori in proprio, quale elettricista, da parte del marito.
Ha resistito, con controricorso, la S.A.I., che ha altresì proposto ricorso incidentale, affidato ad unico mezzo, nei confronti della Zani, in proprio e quale erede della figlia, e della Sileo.
1. I due ricorsi, proposti avverso la medesima sentenza vanno riuniti (articolo 335 Cpc).
2. Con l’unico mezzo, la ricorrente, denunciando violazione di norme di diritto (articoli 2056 e 1226 Cc; articolo 2043 Cc; articoli 315, 433, 230bis Cc; articoli 29. 30 e 32 Costituzione) ed omessa motivazione, censura il mancato riconoscimento del risarcimento del danno patrimoniale subito dalla Zani in conseguenza della morte del marito.
Il totale diniego della sussistenza di un danno patrimoniale subito dalla vedova per la morte del marito è stato motivato dalla corte d’appello sulla base di due argomentazioni: a) la vedova ha perduto la quota di reddito che il marito le riservava, ma ha acquisito la pensione di reversibilità; b) manca la prova che il marito, elettricista pensionato, svolgesse in proprio dei piccoli lavori in tale qualità.
Il primo argomento è errato, in quanto applica il principio della compensatio lucri cum damno. Ma tale ipotesi non si configura quando, a seguito della morte della persona offesa, alla vedova sia stata concessa una pensione di reversibilità, poiché tale erogazione si fonda su un titolo diverso rispetto all’atto illecito (sentenza 1140/97; 1347/98; 10291/01).
La motivazione risulta quindi errata in diritto. La sentenza va pertanto cassata con rinvio ad altro giudice che dovrà nuovamente motivare sul punto concernente la attribuzione alla vedova del danno, patrimoniale tenendo conto del suindicato principio.
Ricorso n. 16386101
3. Con l’unico mezzo, la ricorrente ‑incidentale, denunciando violazione ed erronea applicazione di norme di diritto nonché contraddittorietà della motivazione, censura la sentenza della corte d’appello nella parte in cui ha accolto la domanda di risarcimento del danno biologico, sotto il profilo esistenziale, in favore della moglie, della figlia e della madre della vittima.
Sostiene: che la corte d’appello ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno esistenziale inquadrandolo nell’ambito del danno biologico, quale lesione del diritto alla salute tutelato dall’articolo 32 Costituzione inteso in senso ampio; che il danno biologico può trovare adeguato risarcimento solo ove sia data la prova della sussistenza di una situazione patologica che possa far affermare la violazione del bene salute costituzionalmente garantito, mentre nessuna prova al riguardo è stata fornita dagli attori.
3.1.1. La corte d’appello ha accolto la domanda degli attori, formulata come domanda di risarcimento di danno biologico iure proprio, sotto il profilo del danno esistenziale, sul rilievo che l’uccisione di un congiunto provoca un pregiudizio al bene salute, da intendere non ristretto alla mera integrità fisica (e psichica), ma esteso anche al benessere sociale, come ritenuto dalla Corte costituzionale con la sentenza 184/86; che tale pregiudizio non é coincidente con gli stress emozionali contingenti, ai quali si addice la previsione dell’articolo 2059 Cc, in quanto consiste nella permanente alterazione dell’equilibrio del nucleo familiare; che la prova della sussistenza di tale pregiudizio deve ritenersi in re ipsa, quando è lamentato da stretti congiunti, conviventi con la vittima.
3.1.2. L’ammissione a risarcimento del danno non patrimoniale da uccisione di congiunto, consistente nella perdita del rapporto parentale (con tale espressione sinteticamente lo designa una ormai cospicua giurisprudenza di merito, che lo inserisce nell’ambito del cosiddetto danno esistenziale ), compiuta dalla corte territoriale va condivisa nella sua essenza, anche se necessita di alcune precisazioni.
3.1.3. Il risarcimento del danno non patrimoniale è prevista dall’articolo 2059 Cc (“Danni non patrimoniali” secondo cui: “Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge.” All’epoca dell’emanazione del codice civile (1942) l’unica previsione espressa del risarcimento del danno non patrimoniale era racchiusa nell’articolo 185 del Cp del 1930.
Ritiene il Collegio che la tradizionale restrittiva lettura dell’articolo 2059, in relazione all’articolo 185 Cp, come diretto ad assicurare tutela soltanto al danno morale soggettivo, alla sofferenza contingente, al turbamento dell’animo transeunte determinati da fatto illecito integrante reato (interpretazione fondata sui lavori preparatori del codice del 1942 e largamente seguita dalla giurisprudenza) , non può essere ulteriormente condivisa.
Nel vigente assetto del l’ordinamento, nel quale assume posizione preminente la Costituzione ‑ che, all’articolo 2, riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo ‑, il danno non patrimoniale deve essere inteso come categoria ampia, comprensiva di ogni ipotesi in cui sia leso un valore inerente alla persona.
3.1.4. Tale conclusione trova sostegno nella progressiva evoluzione verificatasi nella disciplina di tale settore, contrassegnata dal nuovo atteggiamento assunto, sia dal legislatore che dalla giurisprudenza, in relazione alla tutela riconosciuta al danno non patrimoniale, nella sua accezione più ampia di danno determinato dalla lesione di interessi inerenti alla persona non connotati da rilevanza economica (in tal senso, v. già Corte costituzionale, sentenza 88/1979).
3.1.4.1. Nella legislazione successiva al codice si rinviene un cospicuo ampliamento dei casi di espresso riconoscimento del risarcimento del danno non patrimoniale anche al di fuori dell’ ipotesi di reato, in relazione alla compromissione di valori personali (articolo 2 della legge 117/88: risarcimento anche dei danni non patrimoniali derivanti dalla privazione della libertà personale cagionati dall’esercizio di funzioni giudiziarie; articolo 29, comma 9, della legge 675/96: impiego di modalità illecite nella raccolta di dati personali; articolo 44, comma 7, del decreto legislativo 286/98: adozione di atti discriminatori per motivi razziali, etnici o religiosi; articolo 2 della legge 89/2001: mancato rispetto del termine ragionevole di durata del processo).
3.1.4.2. Appare inoltre significativa l’evoluzione della giurisprudenza di questa Suprema Corte, sollecitata dalla sempre più avvertita esigenza di garantire l’integrale riparazione del danno ingiustamente subito, non solo nel patrimonio inteso in senso strettamente economico, ma anche nei valori propri della persona (articolo 2 Costituzione). In proposito va anzitutto richiamata la rilevante innovazione costituita dall’ammissione a risarcimento (a partire dalla sentenza 3675/81) di quella peculiare figura di danno non patrimoniale (diverso dal danno morale soggettivo) che è il danno biologico, formula con la quale si designa l’ipotesi della lesione dell’interesse costituzionalmente garantito (articolo 32 Costituzione) alla integrità psichica e fisica della persona.
Non ignora il Collegio che la tutela risarcitoria del cosiddetto danno biologico viene somministrata in virtù del collegamento tra l’articolo 2043 Cc e l’articolo 32 Costituzione, e non già in ragione della collocazione del danno biologico nell’ambito dell’articolo 2059, quale danno non patrimoniale, e che tale costruzione trova le sue radici (v. Corte Costituzione, sentenza 184/86) nella esigenza di sottrarre il risarcimento del danno biologico (danno non patrimoniale) dal limite posto dall’articolo 2059 (norma nel cui ambito ben avrebbe potuto trovare collocazione, e nella quale, peraltro, una successiva sentenza della Corte costituzionale, la 372/94, ha ricondotto il danno biologico fisico o psichico sofferto dal congiunto della vittima primaria). Ma anche tale orientamento. non appena ne sarà fornita l’occasione, merita di essere rimeditato.
3.1.4.3. Si deve quindi ritenere ormai acquisito all’ordinamento positivo il riconoscimento della lata estensione della nozione di “danno non patrimoniale”, inteso come danno da lesione di valori inerenti alla persona, e non più solo come “danno morale soggettivo”.
3.1.5. Venendo ora alla questione cruciale del limite al quale l’articolo 2059 del codice del 1942 assoggetta il risarcimento del danno non patrimoniale, mediante la riserva di legge, originariamente esplicata dal solo articolo 185 Cp (ma v. anche l’articolo 89 Cpc), ritiene il Collegio che, venendo in considerazione valori personali di rilievo costituzionale, deve escludersi che il risarcimento del danno non patrimoniale che ne consegua sia soggetto al limite derivante dalla riserva di legge correlata all’articolo 185 Cp.
Una lettura della norma costituzionalmente orientata impone di ritenere inoperante il detto limite se la lesione ha riguardato valori della persona costituzionalmente garantiti. Occorre considerare, infatti, che nel caso in cui la lesione abbia inciso su un interesse costituzionalmente protetto la riparazione mediante indennizzo (ove non sia praticabile quella in forma specifica) costituisce la forma minima di tutela, ed una tutela minima non é assoggettabile a specifici limiti, poiché ciò si risolve in rifiuto di tutela nei casi esclusi (v. Corte costituzionale, sentenza 184/86, che si avvale tuttavia dell’argomento per ampliare l’ambito della tutela ex articolo 2043 al danno non patrimoniale da lesione della integrità biopsichica; ma l’argomento si presta ad essere utilizzato anche per dare una interpretazione conforme a Costituzione dell’articolo 2959).
D’altra parte, il rinvio ai casi in cui la legge consente la riparazione del danno non patrimoniale ben può essere riferito, dopo l’entrata in vigore della Costituzione, anche alle previsioni della legge fondamentale, atteso che il riconoscimento nella Costituzione dei diritti inviolabili inerenti alla persona non aventi natura economica implicitamente, ma necessariamente, ne esige la tutela, ed in tal modo configura un caso determinato dalla legge, al massimo livello, di riparazione del danno non patrimoniale.
3.1.6. Venendo ora ad esaminare la questione della ammissione a risarcimento del danno non patrimoniale da uccisione di congiunto, consistente nella definitiva perdita del rapporto parentale (con tale espressione sinteticamente lo designa una ormai cospicua giurisprudenza di merito, che lo inserisce nell’ambito del c.d. danno esistenziale ), osserva il Collegio che il soggetto che chiede iure proprio il risarcimento del danno subito in conseguenza della uccisione di un congiunto lamenta l’incisione di un interesse giuridico diverso sia dal bene salute, del quale è titolare, la cui tutela ex articolo 32 Costituzione, ove risulti intaccata l’integrità biopsichica, si esprime mediante il risarcimento del danno biologico, sia dall’interesse all’integrità morale, la cui tutela, agevolmente ricollegabile all’articolo 2 Costituzione, ove sia determinata una ingiusta sofferenza contingente, si esprime mediante il risarcimento del danno morale soggettivo. L’interesse fatto valere nel caso di danno da uccisione di congiunto è quello alla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia, alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell’ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli articoli 2, 29 e 30 Costituzione.
Si tratta di interesse protetto, di rilievo costituzionale, non avente natura economica, la cui lesione non apre la via ad un risarcimento ai sensi dell’articolo 2043, nel cui ambito rientrano i danni patrimoniali, ma ad un risarcimento (o meglio: ad una riparazione), ai sensi dell’articolo 2059, senza il limite ivi previsto in correlazione all’articolo 185 Cp in ragione della natura del valore inciso, vertendosi in tema di danno che non si presta ad una valutazione monetaria di mercato.
3.1.7. Il danno non patrimoniale da uccisione di congiunto, consistente nella perdita del rapporto parentale, si colloca quindi nell’area dell’articolo 2059 in raccordo con le suindicate norme della Costituzione.
3.1.8. Per quanto concerne il nesso di causalità, va rilevato che, nel caso in cui la perdita del rapporto parentale sia determinata dall’ uccisione di un congiunto, il medesimo fatto (uccisione di una persona) lede in pari tempo situazioni giuridiche di soggetti diversi legati da un vincolo parentale.
Si ripropone, in questo caso, il fenomeno della propagazione intersoggettiva delle conseguenze di un medesimo fatto illecito. Figura nota, della quale la giurisprudenza, in tema di danni non patrimoniali, ha fatto governo in varie ipotesi, ammettendo a risarcimento: il danno morale soggettivo da morte di congiunto, (sentenza 2915/71; 1016/73; 6854/88; 11396/97); il danno morale soggettivo cagionato da le non mortale sofferta da un congiunto, come statuito, innovando il precedente orientamento restrittivo (di cui sono espressione le sentenze suindicate), dalla più recente giurisprudenza di questa Suprema Corte (sentenza 4186/98; 4852/99; 13358/99; 1516/01; Sezioni unite, 9556/02); il danno consistente nella impossibilità di intrattenere rapporti sessuali a causa delle lesioni subite dal coniuge (sentenza 6607/86); il danno subito dalla moglie e dai figli di un infortunato, rimasto in coma profondo, per la lesione dei diritti riflessi di cui siano portatori, ai sensi degli articoli 143 e 147 Cc (sentenza 8305/96) Ma ricadono nel paradigma, sia pur in materia di danni patrimoniali, anche l’ipotesi della lesione del diritto di credito ad opera di un terzo (secondo quanto affermato nel caso Meroni dalle Sezioni unite con la nota sentenza 174/71) e del danno patrimoniale subito dai congiunti della vittima (ai quali viene equiparato il convivente more uxorio: sentenza 2988/94) per la perdita delle contribuzioni che da quella ricevevano ed avrebbero presumibilmente ancora ricevuto in futuro, sempre pacificamente riconosciuto dalla giurisprudenza civile (sentenza 3929/69; 2063/75; 4137/81; 11453/95; 1085/98; ma v. anche Corte costituzionale, sentenza 372/94).
Al fine di individuare il responsabile dell’evento lesivo (incidente sulle posizioni giuridicamente protette facenti capo alla vittima primaria ed a quelle che si suole definire come vittime secondarie) dovrà essere accertato il nesso di causalità materiale intercorrente tra la condotta dell’uccisore e la morte della vittima primaria alla stregua delle regole dettate dagli articoli 41 e 42 Cp, secondo i criteri della c.d. causalità di fatto o naturale, impostati sul principio della condizione sine qua non o della equivalenza, con il correttivo del criterio della “causalità efficiente(v., per tutte, sentenza 8348/96 e 5923/95, che esprimono un orientamento consolidato).
Una volta risolta il problema dell’imputazione dell’evento (problema che è proprio della responsabilità extracontrattuale, poiché in quella contrattuale il soggetto responsabile è di norma il contraente inadempiente: sentenza 11629/99), dovrà invece procedersi alla ricerca del collegamento giuridico tra il fatto (uccisione) e le sue conseguenze dannose, selezionando quelle risarcibili, rispetto a quelle non risarcibili, in base ai criteri della causalità giuridica, alla stregua di quanto prevede l’articolo 1223 Cc (richiamato dall’articolo 2056, comma 1, Cc), che limita il risarcimento ai soli danni che siano conseguenza immediata e diretta dell’illecito, ma che viene inteso, secondo costante giurisprudenza (sentenza 89/1962; 373/71; 6676/92; 1907/93; 2356/00; 5913/00), nel senso che la risarcibilità deve essere estesa ai danni mediati ed indiretti, purché costituiscano effetti normali del fatto illecito, secondo il criterio della cosiddetta regolarità causale (sul punto v., da ultimo, Sezioni unite, sentenza 9556/02, in tema di danno morale soggettivo sofferto dai congiunti della vittima di lesioni non mortali, che conferma le argomentazioni della sentenza 4186/99).
3.1.9. Circa l’elemento soggettivo, non sembra esatto ritenere che, essendo necessaria la prevedibilità dell’evento al fine di ritenere sussistente la colpa, il soggetto che ha posto in essere la condotta che ha causato la morte della vittima primaria non dovrebbe rispondere del danno subito dai congiunti per difetto di prevedibilità degli eventi ulteriori, tra i quali rientra la privazione, in danno dei superstiti, del rapporto coniugale e parentale, e, quindi, per mancanza di colpa.
agevole opporre che la prevedibilità dell’evento dannoso deve essere valutata in astratto e non in concreto; che l’evento dannoso è costituito, in tesi, dalla lesione dell’interesse all’intangibilità delle relazioni familiari; che tale lesione deve ritenersi prevedibile, rientrando nella normalità che la vittima sia inserita in un nucleo familiare, come coniuge, genitore, figlio o fratello.
3.1.10. Per quanto concerne, infine, la prova del danno, osserva il Collegio che il danno non patrimoniale da uccisione di congiunto non coincide con la lesione dell’interesse protetto, esso consiste in una perdita, nella privazione di un valore non economico, ma personale, costituito della irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare; perdita, privazione e preclusione che costituiscono conseguenza della lesione dell’interesse protetto.
Volendo far riferimento alla nota distinzione tra danno‑evento e danno‑conseguenza (introdotta da Corte costituzionale 184/86, che ha collocato nella prima figura il danno biologico, ma abbandonata dalla successiva Corte costituzionale 372/94), si tratta di danno‑conseguenza.
Non vale pertanto l’assunto secondo cui il danno sarebbe in re ipsa, nel senso che sarebbe coincidente con la lesione dell’interesse. Deve affermarsi invece che dalla lesIone dell’interesse scaturiscono, o meglio possono scaturire, le suindicate conseguenze. che, in relazione alle varie fattispecie, potranno avere diversa ampiezza e consistenza, in termini di intensità e protrazione nel tempo.
Il danno in questione deve quindi essere allegato e provato. Trattandosi tuttavia di pregiudizio che si proietta nel futuro (diversamente dal danno morale soggettivo contingente), dovendosi aver riguardo al periodo di tempo nel quale si sarebbe presumibilmente esplicato il godimento del congiunto che l’illecito ha invece reso impossibile, sarà consentito il ricorso a valutazioni prognostiche ed a presunzioni sulla base degli elementi obbiettivi che sarà onere del danneggiato fornire.
La sua liquidazione, vertendosi in tema di lesione di valori inerenti alla persona, in quanto tali privi di contenuto economico, non potrà che avvenire in base a valutazione equitativa (articoli 1226 e 2056 Cc), tenuto conto dell’intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza, e di ogni ulteriore utile circostanza, quali la consistenza più o meno ampia del nucleo familiare, le abitudini di vita, l’età della vittima e dei singoli superstiti.
L’impugnata sentenza va quindi cassata con rinvio ad altro giudice di pari grado, che dovrà attenersi ai suenunciati principi (sub n. 2.1. e n. 3.1.10).
Il giudice di rinvio, che si designa in altra sezione della Corte d’appello di Brescia, provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione.
La Corte riunisce i ricorsi e li accoglie; cassa e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della Corte d’appello di Brescia.

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 articolo 29
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 articolo 185
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