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Timestamp: 2018-12-19 14:44:33+00:00

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Infermiere condannato per avere applicato un catetere contro la volontà del paziente (Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 24 settembre 2015, n. 38914). – Noi Radiomobile™
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Infermiere condannato per avere applicato un catetere contro la volontà del paziente (Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 24 settembre 2015, n. 38914).
Il rifiuto, espresso dal paziente, a subire un trattamento sanitario (nella specie: applicazione di un catetere), esclude la ricorrenza delle scriminanti dell’adempimento di un dovere e dello stato di necessità invocate da chi proceda ugualmente al compimento dell’atto.
– con il quinto motivo, quanto al capo d’imputazione relativo alle lesioni, i vizi di cui art. 606, lett. b) ed e) c.p.p. in relazione all’art. 582 c.p., atteso che la presenza di piccole ecchimosi sul dorso della mano sinistra, non costituisce il reato di lesioni personali, secondo i principi espressi con riferimento al concetto di malattia, che richiede il concorso del requisito essenziale di una riduzione apprezzabile di funzionalità, cui può anche non corrispondere una lesione anatomica e sia il capo d’imputazione, che la sentenza impugnata non attestano una mancata o limitata funzionalità o un significativo processo patologico dovuto alla presenza di piccole ecchimosi;
2. Nella sentenza impugnata i fatti sono stati descritti nel senso che, in data (OMISSIS) M.R. , di anni 84, ricoverato presso dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria S. Maria della Misericordia di Udine, riferiva a s.i.t. che, nella notte tra il (OMISSIS) , un infermiere gli aveva “sostituito il catetere vescicale” contro la sua volontà (sostituzione questa che, poi, si appurava essere in realtà un’apposizione), ponendo in essere atti di imposizione e di violenza nei suoi confronti, consistiti nell’ignorare il suo diniego, motivato da complicazioni avute in un precedente ricovero a seguito del posizionamento di analogo catetere, e nel colpirlo ripetutamente alle mani e alle braccia per vincere la sua resistenza, nonché per costringerlo a stare fermo; l’ufficiale di P.G. che raccoglieva le dichiarazioni dava atto della presenza di quattro ecchimosi sul dorso della mano sinistra ed altre sul dorso della mano destra del M. ; in data 15.6.2010 questi effettuava anche il riconoscimento fotografico dell’attuale imputato, il quale risultava essere in servizio nella notte tra il (OMISSIS) , come confermato dai prospetti ospedalieri acquisiti in atti; in base alla concorde versione dei fatti resa dai testimoni, eccettuato il M. , ed alla luce di quanto risultante dalla cartella clinica acquisita in atti, era certo che il paziente non fosse in precedenza portatore di catetere vescicale; veniva sentita l’unica teste oculare, l’infermiera J.
M. , che in sostanza confermava la versione dei fatti della p.o. ed anzi evidenziava che in quel frangente aveva tentato ripetutamente di convincere l’imputato a desistere dall’operazione di apposizione del catetere per il fatto che il paziente rifiutata l’intervento ed era in terapia con diuretici, oltre ad essere incorso in perdite di urina, circostanza che portava ad escludere che si fosse formato un “globo vescicale”; il T. , tuttavia, di fronte allo stato di agitazione dell’anziano, si era vieppiù alterato ed aveva iniziato ad imprecare, urlando ed assumendo un atteggiamento minaccioso anche verso la collega, intimandole di prendere le polsiere per immobilizzare il paziente ed apponendo, quindi, al M. il catetere; in sede di procedimento disciplinare avviato nei confronti del T. , gli veniva irrogata in data 6.7.2010 dall’Azienda di appartenenza la sanzione della sospensione dal servizio e dalla retribuzione per giorni dieci;
6. Pur volendo, condividere, infatti, la tesi, secondo la quale il medico, ovvero il soggetto abilitato all’espletamento di trattamenti sanitari è legittimato a sottoporre il paziente, affidato alle sue cure, al trattamento terapeutico, che giudica necessario alla salvaguardia della salute dello stesso, pur in assenza di un esplicito consenso, nel caso, invece, della volontà del paziente, manifestata in forma inequivocabilmente negativa concretizzante un rifiuto del trattamento terapeutico prospettatogli, l’operatore trova un limite invalicabile al suo operare, ancorché l’omissione dell’intervento possa cagionare il pericolo di un aggravamento dello stato di salute dell’infermo e, persino, la sua morte.
In tale ultima ipotesi, qualora il medico effettui ugualmente il trattamento rifiutato, potrà profilarsi a suo carico il reato di violenza privata (arg. ex Sez. 1, n. 26446 del 29/05/2002). In proposito, è stato, infatti, evidenziato come non paia seriamente discutibile, invero che in una società ispirata al rispetto e alla tutela della persona umana, quale portatrice di un patrimonio culturale e spirituale prezioso per l’intera collettività, non possa darsi assoluta prevalenza al valore sociale dell’individuo.
6.2. Con la pronuncia delle SS.UU. del 21/01/2009, n. 2437 è stata ribadita la sicura illiceità, anche penale, della condotta del medico che abbia operato in corpore vili “contro” la volontà del paziente, direttamente o indirettamente manifestata, e ciò a prescindere dall’esito, fausto o infausto, del trattamento sanitario praticato, trattandosi di condotta che quanto meno realizza una illegittima coazione dell’altrui volere.
Anche il codice deontologico, approvato il 16 dicembre 2006, all’art. 35 conferma, appunto, che il “medico non deve intraprendere attività diagnostica e/o terapeutica senza l’acquisizione del consenso esplicito e informato del paziente”, aggiungendo – quale ulteriore conferma del principio della rilevanza della volontà del paziente come limite ultimo dell’esercizio della attività medica – e “in presenza di un documentato rifiuto di persona capace, il medico deve desistere dai conseguenti atti diagnostici e/o curativi, non essendo consentito alcun trattamento medico contro la volontà della persona”.
9. Nel contesto precisato non possono essere invocate le indicate esimenti, neppure a livello putativo, in considerazione del dissenso/rifiuto della p.o., che non legittimava l’imputato ad intervenire e, comunque, per carenza dei presupposti di esse, atteso che lo stato di necessità, quantunque erroneamente supposto dall’agente, sulla base di un errore scusabile nell’apprezzamento dei fatti, doveva essere ancorato ad una situazione obiettiva, atta a far sorgere nel soggetto la convinzione di trovarsi in presenza del pericolo attuale per la salute della p.o., situazione che, per quanto evidenziato, non ricorreva.
Sul punto, vanno richiamati i principi costantemente affermati da questa Corte, secondo i quali l’allegazione da parte dell’imputato dell’erronea supposizione della sussistenza dello stato di necessità non può basarsi su un mero criterio soggettivo, riferito al solo stato d’animo dell’agente, ma deve essere sostenuta da dati di fatto concreti, che, se pur non idonei a realizzare quelle condizioni di fatto che farebbero obbiettivamente scattare l’esimente, siano tali da giustificare l’erronea persuasione di trovarsi in una situazione di necessità (Sez. I, 22/04/2009, n. 19341;Sez. I, 25/02/2014, n. 28802).
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References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 606
 sentenza 
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