Source: http://www.avvocatogratis.com/2010/05/la-corte-costituzionale-bacchetta-ancora-il-governo/
Timestamp: 2016-10-24 15:52:21+00:00

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GRATUITO PATROCINIO E CORTE COSTITUZIONALE
LA CORTE COSTITUZIONALE BACCHETTA ANCORA IL GOVERNO?
La conoscenza è potere: condividi e fai girare.SCANDALO A CORTE! AUTOGOL DELLA CONSULTA??MAFIA 1STATO 0SECONDO LA CONSULTA E’ ILLEGITTIMO IL DIVIETO DI GRATUITO PATROCINIO AI CONDANNATI PER MAFIAIl governo Berlusconi, ed in primis il ministro Angelino Alfano, affondati dalla Corte in una delle missioni vessillo dell’attacco alla mafia.Gratuito patrocinio e mafiaDue anni fa, con DL n. 92 del 23 maggio 2008, era stata introdotta una norma del testo unico in materia di spese di giustizia che negava il beneficio del gratuito patrocinio a quanti, con sentenza passata in giudicato, risultino condannati per taluni gravi reati, quali quelli di mafia.Il legislatore aveva cosÃ¬ introdotto una presunzione assoluta di superamento della soglia massima reddituale che consente l’ammissione al beneficio del patrocinio a spese dello Stato.In tal modo, al momento della valutazione dell’ammissione, era necessario verificare il casellario giudiziario ed accertare che non vi fossero condanne per reati di cui agli articoli :416-bis del codice penale,291-quater del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43,73, limitatamente alle ipotesi aggravate ai sensi dellâ€™articolo 80, e 74, comma 1, del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309,nonchÃ© per i reati commessi avvalendosi delle condizioni previste dal predetto articolo 416-bisovvero al fine di agevolare lâ€™attivitÃ delle associazioni previste dallo stesso articolo 416 bis.Se vi era una condanna definitiva per tali fattispecie, si presumeva una redditualitÃ tale da impedire l’ammissione al “PatrocinioÂ a spese dello Stato”.Questa scelta legislativa era stata moralmente vicina a tutta quella popolazione che viveva nelle aree d’Italia ad alta presenza mafiosa e ove si vedevano gli stessi boss giÃ condannati chiedere in blocco l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato.Tuttavia, la questione della legittimitÃ costituzionale di tale norma Ã¨ stata sottoposta alla Consulta dai Tribunali di Catania e di Lecce (sezione distaccata di Campi Salentina), entrambi in composizione monocratica, che la avevano appunto sollevata in riferimento proprio alla nuova formulazione l’art. 76, comma 4-bis, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia).La Corte Costituzionale accoglie l’eccezione di incostituzionalitÃ e abbatte oggi la presunzione assoluta di redditivitÃ superiore ai minimi di legge, prevedendo una semplice presunzione relativa e cosÃ¬ introducendo la possibilitÃ per il boss, anche se condannato per reati a favore della mafia – per reati, quindi, di importante significanza criminale -, di essere ammesso al patrocinio dello Stato, purchÃ© indichi e documenti â€œconcreti elementi di fatto dai quali possa desumersi, in modo chiaro e univoco, l’effettiva situazione economico-patrimoniale, oltre che il suo allontanamento dal contesto criminale di maturazione del fattoâ€.Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, esprimendo rammarico, ha ricordato che â€œil governo, con un provvedimento di urgenza, aveva abolito il patrocinio gratuito per i boss mafiosi, bloccando la strada a coloro i quali, dopo avere commesso reati gravissimi, dichiarandosi nullatenenti, avevano anche la possibilitÃ di avvalersi dell’avvocato gratis da parte dello Statoâ€.Non si puÃ² perciÃ² nascondere il fatto che, con la dichiarazione di incostituzionalitÃ della presunzione assoluta contraria ai mafiosi condannati, lâ€™intervento della Corte costituzionale vanifica lâ€™intento del legislatore, ossia del Parlamento, lasciando un vantaggio al criminale giÃ condannato che resta incomprensibile all’italiano medio: quell’Italiano che vive nel rispetto delle regole e crede nelle istituzioni. Di fatto, insomma, si Ã¨ vista una grave perdita di autorevolezza del massimo organo giudiziario italiano nonostante le dichiarazione di giustificazione tecnica rilasciate dallo stesso Guardasigilli in copertura della Consulta.Alfano non ha perÃ² potuto celare che resta aperta una finestra a favore della criminalitÃ e si aggrava il carico di lavoro della magistratura: invero Ã¨ sempre presente l’estrema difficoltÃ legata all’accertamento oggettivo del reddito proveniente dalle attivitÃ delittuose della criminalitÃ organizzata che, come tutti sanno, non fattura i propri proventi.Avv. Alberto ViganiCondividiEcco la sentenza 139/2010 nel suo testo integrale:SENTENZA N. 139ANNO 2010REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANOLA CORTE COSTITUZIONALEcomposta dai signori:Presidente: Ugo DE SIERVO;Giudici : Paolo MADDALENA, Alfio FINOCCHIARO, Alfonso QUARANTA, Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Maria Rita SAULLE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI,ha pronunciato la seguenteSENTENZAnei giudizi di legittimitÃ costituzionale dellâ€™art. 76, comma 4-bis, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), promossi dal Tribunale di Catania con ordinanza del 17 luglio 2009 e dal Tribunale di Lecce (sezione distaccata di Campi Salentina) con ordinanza del 26 marzo 2009, rispettivamente iscritte ai nn. 299 e 301 del registro ordinanze 2009 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 51, prima serie speciale, dell’anno 2009.Visto lâ€™atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;udito nella camera di consiglio del 24 marzo 2010 il Giudice relatore Gaetano Silvestri.Ritenuto in fatto1. â€“ Il Tribunale di Catania in composizione monocratica, con ordinanza del 17 luglio 2009 (r.o. n. 299 del 2009), ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24, secondo e terzo comma, della Costituzione, questione di legittimitÃ costituzionale dellâ€™art. 76, comma 4-bis, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), nella parte in cui â€“ avuto riguardo ai soggetti giÃ condannati con sentenza definitiva per i reati di cui agli artt. 416-bis del codice penale, 291-quater del d.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43 (Approvazione del testo unico delle disposizioni legislative in materia doganale), 73, limitatamente alle ipotesi aggravate ai sensi dellâ€™articolo 80, e 74, comma 1, del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), nonchÃ© per i reati commessi avvalendosi delle condizioni previste dal predetto articolo 416-bis ovvero al fine di agevolare lâ€™attivitÃ delle associazioni previste dallo stesso articolo â€“ esclude la possibilitÃ di dimostrare, ai fini dellâ€™ammissione al patrocinio a spese dello Stato, lâ€™indisponibilitÃ di un reddito superiore ai limiti indicati nellâ€™art. 76, comma 1, dello stesso d.P.R. n. 115 del 2002.Il giudice rimettente Ã¨ chiamato a valutare il reclamo proposto dallâ€™interessato, giÃ in precedenza ammesso a fruire del patrocinio a spese dello Stato, nei confronti del provvedimento con il quale il Tribunale di Catania, preso atto dellâ€™esistenza a suo carico di una precedente condanna irrevocabile per il delitto di cui allâ€™art. 416-bis cod. pen., ha disposto la revoca del beneficio. CiÃ² in applicazione del comma 4-bis dellâ€™art. 76 del testo unico in materia di spese di giustizia, introdotto dallâ€™art. 12-ter, comma 1, lettera a), del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), nel testo integrato dalla relativa legge di conversione (art. 1, comma 1, della legge 24 luglio 2008, n. 125).Il giudice a quo osserva, in punto di rilevanza, come la revoca dellâ€™ammissione sia stata correttamente disposta, con il provvedimento oggetto di reclamo, alla luce della previsione contenuta nellâ€™art. 112, comma 1, lettera d), dello stesso d.P.R. n. 115 del 2002, secondo cui, entro i cinque anni successivi alla definizione del processo, il giudice provvede a revocare il beneficio del patrocinio a spese dello Stato nel caso constati la mancanza, Â«originaria o sopravvenutaÂ», delle relative condizioni di reddito. In particolare, anche la presunzione negativa introdotta con il d.l. n. 92 del 2008 dovrebbe essere apprezzata nella valutazione sulla perdurante ammissibilitÃ del beneficio.Non potrebbe essere accolta, a tale ultimo proposito, la tesi prospettata dalla difesa del reclamante, fondata sullâ€™asserita Â«natura sostanzialeÂ» della norma censurata e dunque sulla sua irretroattivitÃ secondo il disposto dellâ€™art. 2 cod. pen. La legge sul patrocinio a spese dellâ€™Erario, osserva il rimettente, impone una valutazione Â«dinamicaÂ» dei requisiti reddituali, e la normativa di nuova introduzione influisce sullâ€™accertamento dei redditi in questione.Poste tali premesse, il giudice a quo ritiene che lâ€™introduzione di una presunzione iuris et de iure circa il superamento del reddito compatibile con il beneficio contrasti con il dettato costituzionale.Dopo aver richiamato, in particolare, il disposto del terzo comma dellâ€™art. 24 Cost., il rimettente sottolinea come la Corte costituzionale abbia stabilito che la difesa dei non abbienti Ã¨ oggetto di un interesse generale, oltre che soggettivo, tanto che non rilevano le ragioni concrete dellâ€™indisponibilitÃ di un reddito adeguato (sono citate le sentenze n. 144 del 1992, n. 139 del 1998 e n. 33 del 1999). La Corte di cassazione, dal canto suo, avrebbe posto in luce la particolare cogenza, nei giudizi penali, dellâ€™interesse pubblico ad una piena esplicazione del diritto di difesa (Ã¨ richiamata la sentenza delle Sezioni unite penali n. 25 del 24 novembre 1999).Chiarito il rango costituzionale del diritto allâ€™assistenza tecnica dei non abbienti, il giudice a quo rileva come la presunzione introdotta dal legislatore discrimini ingiustificatamente tra coloro che siano stati condannati per i delitti indicati nella norma censurata e persone che siano state condannate per reati diversi. La differenza di trattamento non potrebbe essere giustificata Â«con il solo riferimento al maggior allarme sociale derivante dalla commissione dei delittiÂ» compresi nellâ€™elenco dello stesso comma 4-bis dellâ€™art. 76. Dâ€™altra parte, se il legislatore avesse inteso semplicemente escludere i soggetti in questione dallâ€™accesso al beneficio, lâ€™avrebbe esplicitamente disposto, secondo il modello giÃ applicato con riguardo ad alcuni reati tributari (art. 91 del d.P.R. n. 115 del 2002).I principi di uguaglianza e ragionevolezza sarebbero violati anche sotto altri profili.Sarebbe ingiustificato, anzitutto, il diverso trattamento istituito tra gli appartenenti ad associazioni criminali: infatti, riguardo ai componenti delle associazioni di tipo mafioso e delle associazioni finalizzate al contrabbando di tabacchi lavorati esteri, la norma censurata introduce una presunzione generalizzata di Â«abbienzaÂ», senza distinguere a seconda del ruolo, ed in particolare tra dirigenti e semplici partecipi; nel caso delle associazioni finalizzate al narcotraffico, invece, la citata presunzione colpisce unicamente organizzatori e dirigenti del sodalizio, posto il riferimento in via esclusiva al comma 1 dellâ€™art. 74 del d.P.R. n. 309 del 1990. Non sarebbe ragionevole, secondo il rimettente, una differente valutazione del ruolo apicale in ragione delle diverse finalitÃ perseguite dai gruppi criminali.Del pari irragionevole sarebbe lâ€™analogia di trattamento istituita tra i partecipi di unâ€™associazione mafiosa ed i soggetti che abbiano Â«soloÂ» commesso un reato avvalendosi delle condizioni previste dallâ€™art. 416-bis cod. pen. od al fine di agevolare lâ€™attivitÃ di una associazione di tipo mafioso. Lâ€™estensione del meccanismo presuntivo a soggetti non appartenenti al gruppo criminale, per quanto ad esso contigui, varrebbe a contraddire la stessa ratio dellâ€™intervento legislativo.La normativa censurata colliderebbe anche con lâ€™art. 24, terzo comma, Cost., con lâ€™art. 6, comma 3, lettera c), della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertÃ fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, e con lâ€™art. 14, comma 3, lettera d), del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, firmato a New York il 16 dicembre 1966, che garantiscono ai non abbienti Â«la possibilitÃ di accedere, comunque, alla difesaÂ».La presunzione censurata avrebbe lâ€™effetto concreto di escludere sempre, senza possibilitÃ di eccezione, lâ€™accesso di determinati soggetti al patrocinio, non giÃ in forza della loro condizione di reddito, ma Â«in ragione delle risultanze del certificato del casellario giudizialeÂ»: sarebbe inutile finanche la positiva documentazione della concreta indisponibilitÃ di un reddito eccedente i limiti posti dalla legge per lâ€™accesso al beneficio. Una condanna per un reato compreso nellâ€™elenco dei precedenti preclusivi, specie se risalente, non sarebbe effettivamente significativa circa lâ€™attuale condizione di Â«abbienzaÂ» dellâ€™interessato, il quale, ad esempio, potrebbe essersi allontanato dallâ€™ambiente criminale.Di conseguenza la norma censurata, almeno nella parte in cui non ammette il condannato a produrre elementi di prova utili a vincere la relativa presunzione, determinerebbe una lesione del diritto di difesa, sia con riguardo al terzo comma dellâ€™art. 24 Cost., sia con riferimento al secondo comma della stessa norma, posto che lâ€™accesso al patrocinio rappresenta lo strumento per il pieno ed effettivo esercizio del diritto in questione.Il rimettente esclude, da ultimo, che i dubbi circa la legittimitÃ della norma oggetto di censura possano essere superati attraverso una interpretazione Â«costituzionalmente orientataÂ», che neghi il carattere assoluto della presunzione ed ammetta, dunque, la possibilitÃ di una prova contraria. Sarebbero ostativi, in tal senso, sia il tenore letterale della disposizione, sia la chiara intenzione del legislatore (desunta, nella specie, dai lavori preparatori delle assemblee parlamentari, ove si legge che la norma censurata Â«prevede lâ€™esclusione del gratuito patrocinio per i condannatiÂ» riguardo a determinati reati).2. â€“ Il Tribunale di Lecce, sezione distaccata di Campi Salentina, con ordinanza del 26 marzo 2009 (r.o. n. 301 del 2009), ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., questione di legittimitÃ costituzionale dellâ€™art. 76, comma 4-bis, del d.P.R. n. 115 del 2002, nella parte in cui esclude â€“ con riguardo ai soggetti giÃ condannati con sentenza definitiva per i reati di cui agli artt. 416-bis cod. pen., 291-quater del d.P.R. n. 43 del 1973, 73, limitatamente alle ipotesi aggravate ai sensi dellâ€™art. 80, e 74, comma 1, del d.P.R. n. 309 del 1990, nonchÃ© per i reati commessi avvalendosi delle condizioni previste dal predetto articolo 416-bis ovvero al fine di agevolare lâ€™attivitÃ delle associazioni previste dallo stesso articolo â€“ che il giudice possa verificare se il richiedente lâ€™ammissione al patrocinio a spese dello Stato abbia ricavato redditi dal reato pregresso, e se tali redditi permangano, in misura superiore a quella fissata per lâ€™accesso al patrocinio, nellâ€™anno antecedente alla presentazione dellâ€™istanza.Il giudice a quo deve provvedere sulla richiesta dellâ€™imputato di essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato, e rileva che lâ€™interessato Ã¨ stato condannato con pronuncia irrevocabile per il delitto di associazione di tipo mafioso. Tale precedente, pur ricorrendo tutti gli ulteriori presupposti per lâ€™accoglimento, imporrebbe il rigetto della domanda.La norma censurata, secondo il rimettente, introduce una presunzione avente ad oggetto lâ€™esistenza, lâ€™ammontare e la durevolezza del reddito (pur illecito) prodotto da determinati delitti. Detta presunzione sarebbe assoluta, producendo gli stessi effetti di una diretta esclusione dal beneficio dei condannati per i reati in questione, cosÃ¬ da elevare a prova insuperabile di Â«abbienzaÂ» una Â«norma di esperienza relativaÂ» che, come tale, dovrebbe invece essere sottoposta alla verifica del caso concreto.La regola di prova introdotta dal legislatore violerebbe il principio di uguaglianza sotto molteplici profili, proprio in quanto fondata su una presunzione irragionevole. I delitti associativi sono puniti anche quando non sia stato commesso alcun reato di attuazione del programma. Non ogni reato produce necessariamente un profitto e, comunque, non sempre i profitti conseguiti in ambito associativo vengono distribuiti fra tutti i componenti del gruppo criminale. Non potrebbe essere stabilito in via presuntiva, inoltre, che il reddito (illecito) conseguito al reato superi per quantitÃ la soglia fissata per lâ€™accesso al patrocinio. In ogni caso, dovrebbe essere dimostrata la disponibilitÃ del reddito in questione nellâ€™anno fiscale antecedente alla domanda, e la presunzione diverrebbe tanto piÃ¹ irragionevole quanto piÃ¹ lontani nel tempo risultino i fatti accertati con la sentenza di condanna (nel caso di specie, i fatti stessi risalgono a circa nove anni prima della domanda proposta nel giudizio a quo).La disposizione censurata, in definitiva, comporterebbe una illegittima discriminazione tra i condannati per determinati reati e gli ulteriori instanti per lâ€™ammissione al patrocinio a spese dello Stato, e produrrebbe, per i primi, una ingiustificata compressione del diritto di difesa.3. â€“ Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dallâ€™Avvocatura generale dello Stato, Ã¨ intervenuto nel giudizio introdotto con lâ€™ordinanza r.o. n. 301 del 2009, mediante atto depositato in data 5 gennaio 2010, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata.Lâ€™applicazione della norma censurata presuppone, infatti, che la colpevolezza dellâ€™interessato per i reati in essa indicati sia stata accertata con sentenza irrevocabile.Dâ€™altro canto, la presunzione circa la disponibilitÃ di redditi incompatibili con lâ€™accesso al beneficio â€“ presunzione effettivamente insuperabile â€“ sarebbe fondata su una Â«consolidata massima di esperienzaÂ», che documenta lâ€™enormitÃ dei profitti prodotti dal crimine organizzato. Il ricorso a meccanismi presuntivi sarebbe imposto proprio dal carattere illecito, e dunque clandestino, dei redditi in discussione.Secondo la difesa erariale, la discrezionalitÃ legislativa trova il limite della ragionevolezza e non quello della Â«certezzaÂ» delle conseguenze che vengono tratte da una determinata premessa. Sarebbe ingiustificato lâ€™accollo da parte dello Stato degli oneri pertinenti alla difesa di soggetti la cui condizione di non Â«abbienzaÂ» appaia tale solo in forza dellâ€™occultamento del patrimonio posseduto. La necessitÃ di evitare questo effetto, che risulterebbe Â«odioso al comune sentire dei cittadiniÂ», giustificherebbe Â«il rischio che, in qualche sporadico caso, il reato commesso non abbia reso, in termini economici, i profitti consuetiÂ».Sarebbe anche ragionevole, sempre a parere dellâ€™Avvocatura generale, la presunzione che i profitti ricavati dalle attivitÃ criminali indicate si risolvano Â«per molti anniÂ» in redditi superiori ai limiti fissati per lâ€™accesso al patrocinio, il che renderebbe irrilevante la questione del tempo intercorso tra la condanna e la successiva istanza di ammissione.La normativa censurata, in realtÃ , sarebbe inserita in un piÃ¹ generale contesto di accentuata severitÃ nel trattamento di reati ad elevato allarme sociale, anche sul piano delle regole processuali e dellâ€™ordinamento penitenziario, in una logica di Â«doppio binarioÂ» la cui ammissibilitÃ sarebbe stata asseverata tanto dalla Corte costituzionale che dalla Corte europea dei diritti dellâ€™uomo.Considerato in diritto1. â€“ I Tribunali di Catania e di Lecce (sezione distaccata di Campi Salentina), entrambi in composizione monocratica, sollevano questioni di legittimitÃ costituzionale dellâ€™art. 76, comma 4-bis, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), nella parte in cui â€“ avuto riguardo ai soggetti giÃ condannati con sentenza definitiva per i reati di cui agli artt. 416-bis del codice penale, 291-quater del d.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43 (Approvazione del testo unico delle disposizioni legislative in materia doganale), 73, limitatamente alle ipotesi aggravate ai sensi dellâ€™art. 80, e 74, comma 1, del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), nonchÃ© per i reati commessi avvalendosi delle condizioni previste dal predetto articolo 416-bis ovvero al fine di agevolare lâ€™attivitÃ delle associazioni previste dallo stesso articolo â€“ esclude la possibilitÃ di accertare, ai fini dellâ€™ammissione al patrocinio a spese dello Stato, lâ€™indisponibilitÃ di un reddito superiore ai limiti indicati nellâ€™art. 76, comma 1, dello stesso d.P.R. n. 115 del 2002.1.1. â€“ Secondo il Tribunale di Catania la norma censurata â€“ stabilendo con presunzione assoluta che il reddito del condannato Â«si ritieneÂ» superiore ai limiti fissati per lâ€™accesso al patrocinio â€“ contrasterebbe con lâ€™art. 3 della Costituzione, anzitutto per la difformitÃ di trattamento istituita, senza giustificazione, tra i soggetti condannati per reati indicati nella stessa norma e quelli condannati per reati diversi, ma di gravitÃ comparabile. Sarebbero inoltre discriminati tra loro gli appartenenti con ruoli non apicali ad associazioni criminose, sul solo presupposto delle differenti finalitÃ perseguite dalle rispettive organizzazioni e della conseguente, diversa qualificazione giuridica. Nello stesso tempo, la norma censurata assimilerebbe, senza alcuna giustificazione, i soggetti appartenenti ad associazioni di tipo mafioso e quelli che, pur avendo agito per favorire dette associazioni oppure avvalendosi delle connesse capacitÃ di intimidazione, non siano stati partecipi delle relative organizzazioni criminali.Il Tribunale di Catania prospetta anche una violazione del secondo comma dellâ€™art. 24 Cost., nonchÃ© del terzo comma della medesima norma, evocato unitamente allâ€™art. 6, comma 3, lettera c), della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertÃ fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ed allâ€™art. 14, comma 3, lettera d), del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, firmato a New York il 16 dicembre 1966. La norma censurata, in particolare, eluderebbe il diritto allâ€™assistenza gratuita ed al pieno esercizio della difesa con riferimento a soggetti che, pur avendo in precedenza commesso un reato incluso nellâ€™elenco contenuto nella norma stessa, non dispongano di un reddito adeguato.In ragione dei vizi denunciati, secondo il Tribunale, il comma 4-bis dellâ€™art. 76 del d.P.R. n. 115 del 2002 dovrebbe essere dichiarato illegittimo nella parte in cui non consente al richiedente, il quale sia stato in precedenza condannato con riguardo ad un reato Â«ostativoÂ», di provare la mancata percezione di un reddito superiore ai limiti fissati nel primo comma dello stesso art. 76.1.2. â€“ Il Tribunale di Lecce (sezione distaccata di Campi Salentina) prospetta una violazione dellâ€™art. 3 Cost. per lâ€™asserita irragionevolezza della presunzione sottesa alla norma oggetto di censura, che accredita allâ€™interessato, per lâ€™anno fiscale antecedente alla sua istanza di patrocinio a spese dello Stato, un reddito superiore ai limiti di accesso. CiÃ² sebbene lâ€™intervenuta condanna possa riguardare un reato non necessariamente produttivo di profitti nella misura indicata, o comunque non produttivo di redditi tali da legittimare la stessa presunzione a prescindere dal tempo intercorso tra il fatto criminoso e lâ€™epoca di presentazione dellâ€™istanza.Secondo il rimettente, il denunciato contrasto con la Costituzione dovrebbe essere rimosso dichiarando illegittima la norma censurata nella parte in cui non consente al giudice di verificare se il reato cui si riferisce la condanna Â«ostativaÂ» abbia davvero prodotto, con specifico riguardo allâ€™anno antecedente alla richiesta del patrocinio, un reddito superiore ai limiti per lâ€™accesso al beneficio.2. â€“ Le ordinanze di rimessione riguardano la stessa norma, e pongono questioni analoghe, di talchÃ©, al fine di una trattazione unitaria, Ã¨ opportuna la riunione dei relativi procedimenti.3. â€“ Le questioni sono fondate, nei termini di seguito specificati.3.1. â€“ Preliminarmente occorre rilevare che la norma censurata contiene una presunzione di possesso di un reddito superiore a quello minimo previsto dalla legge, che, se ritenuta assoluta, non ammette la prova del contrario e rende pertanto inutili ed irrilevanti eventuali indagini del giudice, volte ad accertare le effettive condizioni economiche dellâ€™imputato. Che si tratti di presunzione iuris et de iure emerge con chiarezza dal dato testuale della disposizione in oggetto: per i soggetti in essa indicati Â«il reddito si ritiene superiore ai limiti previstiÂ». Non sono stabiliti, nella norma in questione, condizioni e metodi per svolgere accertamenti, facoltativi od obbligatori, sul reddito del richiedente, ma si indica, con lâ€™uso perentorio del presente indicativo, la conclusione cui il giudice deve pervenire, in base al semplice accertamento che lâ€™imputato sia stato condannato con sentenza definitiva per uno dei reati elencati nella norma stessa. Si tratta, non senza qualche eccezione, di reati collegati alle associazioni a delinquere di stampo mafioso, alle associazioni finalizzate al narcotraffico ed al contrabbando di tabacchi lavorati esteri.Lâ€™intento del legislatore Ã¨ quello di evitare che soggetti in possesso di ingenti ricchezze, acquisite con le attivitÃ delittuose appena indicate, possano paradossalmente fruire del beneficio dellâ€™accesso al patrocinio a spese dello Stato, riservato, per dettato costituzionale (art. 24, terzo comma), ai Â«non abbientiÂ». Tale eventualitÃ Ã¨ resa piÃ¹ concreta dallâ€™estrema difficoltÃ di accertare in modo oggettivo il reddito proveniente dalle attivitÃ delittuose della criminalitÃ organizzata, a causa delle maggiori possibilitÃ , per i partecipi delle relative associazioni, di avvalersi di coperture soggettive e di strumenti di occultamento delle somme di denaro e dei beni accumulati.La stessa difesa dello Stato, che pur chiede il rigetto della questione, ammette il carattere insuperabile della preclusione di ogni accertamento nel caso concreto, derivante dalla natura assoluta della presunzione.Lâ€™interesse dei soggetti non abbienti che potrebbero restare privi della garanzia di un pieno esercizio del diritto di difesa, sacrificato secondo lâ€™Avvocatura dello Stato in casi Â«sporadiciÂ», costituirebbe una sorta di bene cedevole nel bilanciamento necessario al fine di evitare un effetto Â«odioso al comune sentire dei cittadiniÂ», consistente nel pubblico impegno per la difesa di persone, responsabili di gravi reati, che solo apparentemente versano in una situazione di povertÃ .3.2. â€“ Accertato che la disposizione censurata contiene una presunzione assoluta â€“ presupposto sul quale i rimettenti escludono la possibilitÃ di una interpretazione costituzionalmente orientata â€“ occorre mettere a confronto la norma in sÃ© e per sÃ© considerata, la sua ratio, come prima identificata, e le norme costituzionali invocate come parametri, vale a dire gli artt. 3 e 24, secondo e terzo comma, Cost.4. â€“ Questa Corte ha precisato che le presunzioni assolute, specie quando limitano un diritto fondamentale della persona, violano il principio di eguaglianza, se sono arbitrarie e irrazionali, cioÃ¨ se non rispondono a dati di esperienza generalizzati, riassunti nella formula dellâ€™id quod plerumque accidit (sentenze n. 139 del 1982, n. 333 del 1991, n. 225 del 2008). In particolare, Ã¨ stato posto in rilievo che lâ€™irragionevolezza della presunzione assoluta si puÃ² cogliere tutte le volte in cui sia â€œagevoleâ€ formulare ipotesi di accadimenti reali contrari alla generalizzazione posta a base della presunzione stessa (sentenza n. 41 del 1999).4.1. â€“ Nel caso di specie, occorre porsi la domanda se sia â€œagevoleâ€ formulare ipotesi in cui il reddito, superiore a quello minimo previsto dalla legge per accedere al gratuito patrocino, non sia nella effettiva disponibilitÃ del soggetto richiedente, con la conseguenza che lo stesso si trovi nella impossibilitÃ di assicurarsi unâ€™adeguata difesa fiduciaria.Occorre premettere, al fine indicato, che lâ€™elenco di cui al comma 4-bis dellâ€™art. 76 del d.P.R. n. 115 del 2002 comprende anche reati non necessariamente riferibili, nella prospettiva del singolo autore, ad un contesto di criminalitÃ organizzata. Ãˆ il caso, ad esempio, di alcune ipotesi aggravate di illecita detenzione di sostanze stupefacenti, che sono appunto comprese tra le fattispecie ostative ma non sono per se stesse significative di una stabile dedizione ad attivitÃ criminali particolarmente lucrose.Ad ogni modo, pur se riguardata nella sua dimensione prevalente di norma relativa al crimine organizzato, la disposizione censurata non si sottrae ad un giudizio di irragionevolezza, per il carattere assoluto della presunzione introdotta.Una prima conclusione in tal senso emerge dal dato, di comune esperienza e avvalorato dalla giurisprudenza ordinaria, secondo cui esiste una sensibile differenza tra la posizione ed il reddito dei capi delle associazioni criminali e la cosiddetta manovalanza del crimine, spesso compensata con somme di scarsa entitÃ , che non consentono disponibilitÃ economiche di consistenza tale da procurare ai percettori risorse adeguate a provvedere alla loro difesa in eventuali futuri processi.A questo proposito vengono in rilevo due considerazioni, che si combinano nella valutazione sulla legittimitÃ costituzionale della norma censurata.La prima Ã¨ relativa alla illimitata durata nel tempo della preclusione allâ€™accertamento dellâ€™effettiva situazione economica dei soggetti che richiedono lâ€™ammissione al patrocinio a spese dello Stato. La indistinta assimilazione di capi e gregari delle associazioni criminali ha lâ€™effetto di applicare una misura eguale a situazioni che possono essere â€“ e sono, nellâ€™esperienza concreta â€“ fortemente differenziate. La conseguenza Ã¨ che, pur potendosi agevolmente ipotizzare casi di Â«non abbienzaÂ» per i semplici partecipi delle organizzazioni criminali, questi ultimi subiscono lo stesso trattamento dei loro capi, che dalle attivitÃ delittuose hanno tratto ingenti profitti, tali da assicurare disponibilitÃ finanziarie per un piÃ¹ lungo periodo. La presunzione assoluta, nei casi indicati, produce lâ€™effetto sostanziale di una impropria sanzione, per il fatto di appartenere o di essere appartenuto ad una organizzazione criminale, consistente nella limitazione indiscriminata nellâ€™esercizio di un diritto fondamentale come quello di difesa.Il legislatore mostra di essere consapevole della difficoltÃ di una completa assimilazione nel trattamento dei membri di unâ€™organizzazione criminale, ed esclude che la presunzione colpisca anche i meri partecipi delle associazioni dedite al narcotraffico. Tutta da dimostrare rimane tuttavia una migliore, generalizzata situazione patrimoniale dei meri partecipi ad associazioni di tipo mafioso o dedite al contrabbando di tabacchi.La seconda considerazione che si impone Ã¨ quella relativa allâ€™irrilevanza, ai fini della norma censurata, dei percorsi individuali successivi alla condanna definitiva per uno dei reati, che puÃ² essere molto risalente nel tempo â€“ come nel caso del rimettente Tribunale di Lecce â€“ senza che abbia rilievo un eventuale, accertato allontanamento del soggetto instante dal contesto criminale di maturazione del fatto.Giova sottolineare che la presunzione assoluta opera per lâ€™assistenza difensiva necessaria in processi aventi ad oggetto qualunque tipo di reato, anche del tutto eterogeneo rispetto alle attivitÃ della criminalitÃ organizzata, con la conseguenza che non acquista alcun rilievo una eventuale estraneazione dalle associazioni criminali indicate nella norma. In casi del genere la regola presuntiva non trova conferma neppure nel possibile valore sintomatico della nuova imputazione, che dâ€™altronde consisterebbe in unâ€™accusa non ancora comprovata.La presunzione in esame, estesa a tutti reati e senza limite di tempo, impedisce che si possa tener conto di un eventuale percorso di emancipazione dai vincoli dellâ€™organizzazione criminale, perfino nellâ€™ipotesi in cui il soggetto sia imputato di un reato, anche colposo, che nulla abbia a che fare con la criminalitÃ organizzata. Ãˆ agevole ipotizzare la situazione di disagio personale, economico e sociale, di chi, partecipe di una associazione di stampo mafioso, tenti il reinserimento nella societÃ , incontri difficoltÃ a trovare lavoro e sconti, in vari campi della vita di relazione, la sua pregressa appartenenza e si trovi coinvolto in procedimenti penali, nei quali non possa esercitare una difesa adeguata â€“ proprio per dimostrare la sua estraneitÃ al crimine â€“ a causa di una reale condizione di indigenza, il cui accertamento Ã¨ precluso al giudice dalla norma censurata.A tutto ciÃ² si deve aggiungere che tale norma esplica i propri effetti non soltanto quando il condannato sia chiamato a difendersi in un nuovo procedimento penale, ma anche nel caso del suo coinvolgimento in un processo civile, amministrativo, contabile o tributario, e dunque in situazioni prive del minimo significato, di natura anche soltanto indiziaria, circa lâ€™attualitÃ di un comportamento criminale.4.2. â€“ Finanche lâ€™ottenuta riabilitazione non inciderebbe sullâ€™esclusione perpetua dallâ€™accesso al patrocinio a spese dello Stato. Lâ€™art. 178 cod. pen. stabilisce infatti che la riabilitazione estingue le pene accessorie ed ogni altro effetto penale della condanna. Tuttavia la giurisprudenza di legittimitÃ ha chiarito che componente essenziale dellâ€™effetto penale Ã¨ la natura sanzionatoria dello stesso (Cass., Sezioni unite penali, sentenza 20 aprile 1994, n. 7); tale componente non sussiste nellâ€™esclusione dal patrocinio, che trova la sua ratio, come giÃ detto, nella presunzione che il soggetto condannato per reati collegati alla criminalitÃ organizzata abbia lucrato dalla sua attivitÃ delittuosa in misura tale da renderlo privo del requisito del reddito inferiore al minimo stabilito dalla legge. Sarebbe del resto palesemente abnorme configurare come sanzione una compressione del diritto di difesa, per lâ€™evidente assurditÃ di diminuire, per effetto di una condanna in sede penale, la possibilitÃ di difendersi da successive azioni penali.In sintesi, la norma censurata imprime sui soggetti in essa indicati uno stigma permanente e incancellabile, che incide, comprimendolo, sul diritto fondamentale di difesa, cosÃ¬ come configurato dallâ€™art. 24, secondo e terzo comma, Cost.5. â€“ Alle considerazioni di cui sopra si deve aggiungere il rilievo che il terzo comma dellâ€™art. 24 Cost. contiene una prescrizione generale e incondizionata, che integra e completa quella del secondo comma, con lâ€™effetto che lâ€™accesso al patrocinio a spese dello Stato puÃ² essere diversamente regolato per i non abbienti solo in presenza di altri principi costituzionali da salvaguardare, per garantire la tutela di beni individuali o collettivi di pari meritevolezza. Questi ultimi, in ogni caso, non possono incidere sul pieno esercizio del diritto di difesa (lâ€™ammissione al patrocinio a spese dello Stato comporta comâ€™Ã¨ noto, oltre alla facoltÃ di scegliere un difensore di fiducia, la possibilitÃ del ricorso a consulenti ed investigatori privati, ed un piÃ¹ favorevole regime per quanto attiene alle spese processuali).Non occorre spendere molte parole per ricordare quanto lâ€™attivitÃ delittuosa della criminalitÃ organizzata provochi gravi lesioni dei diritti fondamentali dei cittadini e incida negativamente sulle condizioni di vita democratica e civile di intere comunitÃ , determinando, di contro, cospicui arricchimenti per gli associati. Su questi presupposti sociali, il legislatore ben puÃ² introdurre discipline particolari, anche nella fruizione di diritti fondamentali, che tuttavia non possono mai risolversi nella pratica vanificazione degli stessi.Nel caso di specie, non puÃ² ritenersi irragionevole che, sulla base della comune esperienza, il legislatore presuma che lâ€™appartenente ad una organizzazione criminale, come quelle indicate nella norma censurata, abbia tratto dalla sua attivitÃ delittuosa profitti sufficienti ad escluderlo in permanenza dal beneficio del patrocinio a spese dello Stato. CiÃ² che contrasta con i principi costituzionali Ã¨ il carattere assoluto di tale presunzione, che determina una esclusione irrimediabile, in violazione degli artt. 3 e 24, secondo e terzo comma, Cost. Si deve quindi ritenere che la norma censurata sia costituzionalmente illegittima nella parte in cui non ammette la prova contraria.6. â€“ Lâ€™introduzione, costituzionalmente obbligata, della prova contraria, non elimina dallâ€™ordinamento la presunzione prevista dal legislatore, che continua dunque ad implicare una inversione dellâ€™onere di documentare la ricorrenza dei presupposti reddituali per lâ€™accesso al patrocinio. SpetterÃ al richiedente dimostrare, con allegazioni adeguate, il suo stato di Â«non abbienzaÂ», e spetterÃ al giudice verificare lâ€™attendibilitÃ di tali allegazioni, avvalendosi di ogni necessario strumento di indagine.Certamente non potrÃ essere ritenuta sufficiente una semplice auto-certificazione dellâ€™interessato, peraltro richiesta a tutti coloro che formulano istanza di accesso al beneficio, poichÃ© essa non potrÃ essere considerata Â«prova contrariaÂ», idonea a superare la presunzione stabilita dalla legge. SarÃ necessario, viceversa, che vengano indicati e documentati concreti elementi di fatto, dai quali possa desumersi in modo chiaro e univoco lâ€™effettiva situazione economico-patrimoniale dellâ€™imputato.Rispetto a tali elementi di prova, il giudice avrÃ lâ€™obbligo di condurre una valutazione rigorosa e allo scopo potrÃ certamente avvalersi degli strumenti di verifica che la legge mette a sua disposizione, anche di quelli, particolarmente penetranti, indicati allâ€™art. 96, comma 3, del d.P.R. n. 115 del 2002. La ratio della relativa previsione â€“ che concerne le richieste di accesso al patrocino a spese dello Stato da parte degli imputati per uno dei reati previsti dallâ€™art. 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale â€“ Ã¨ certamente valida anche per le fattispecie oggetto del presente giudizio.per questi motiviLA CORTE COSTITUZIONALEriuniti i giudizi,dichiara lâ€™illegittimitÃ costituzionale dellâ€™art. 76, comma 4-bis, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), nella parte in cui, stabilendo che per i soggetti giÃ condannati con sentenza definitiva per i reati indicati nella stessa norma il reddito si ritiene superiore ai limiti previsti per lâ€™ammissione al patrocino a spese dello Stato, non ammette la prova contraria.CosÃ¬ deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 14 aprile 2010.F.to:Ugo DE SIERVO, PresidenteGaetano SILVESTRI, RedattoreGiuseppe DI PAOLA, CancelliereDepositata in Cancelleria il 16 aprile 2010.Il Direttore della CancelleriaF.to: DI PAOLAASSOCIAZIONE ART. 24 COST. PER LA TUTELA DEL DIRITTO DI DIFESASe ORA vuoi davvero saperne di più sul Patrocinio a spese dello Stato, scarica qui di seguito le Guide Brevi predisposte dallo staff di Avvocatogratis.com e dall’associazione ART. 24 Cost.:Guida Breve per l’accesso al GRATUITO PATROCINIO.Guida Breve alla Separazione ed al Divorzio con il gratuito patrocinio.Guida Breve all’Affidamento Condiviso dei figli con il gratuito patrocinio.Guida Breve al Licenziamento ed all’Impugnativa con il gratuito patrocinio.Guida Breve al Recupero dei Crediti di Lavoro con il gratuito patrocinio.Guida Breve all’Amministratore di Sostegno con il gratuito patrocinioGuida Breve alla Mediazione Civile con il gratuito patrocinioGuida Breve alla Riabilitazione Penale con il gratuito patrocinioGuida Breve alla Esdebitazione Fallimentare con il gratuito patrocinioGuida Breve al Recupero Crediti dei lavoratori dell’appalto con il gratuito patrocinioGuida Breve alle Dimissioni per Giusta Causa con il gratuito patrocinioGuida Breve al Risarcimento ex Legge Pinto con il gratuito patrocinioGuida Breve al Recupero del Credito con Decreto Ingiuntivo anche con il gratuito patrocinioGuida Breve per l’accesso alla procedura di ristrutturazione della Crisi da Sovraindebitamento anche con il gratuito patrocinioGuida Breve allo Sfratto per Morosità anche con il gratuito patrocinio Non aspettare per imparare come darti la migliore tutela: saperne di più vuol dire NON SBAGLIARE! 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Questo articolo è stato pubblicato in Avvocato gratuito, Gratuito patrocinio, Processo penale, Sentenze e taggato come ammissione, avvocato, Avvocato gratuito, Causa penale, Gratuito patrocinio, limite di reddito, patrocinio a spese dello stato il 1 maggio 2010 da Alessio Alberti	Navigazione articolo
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CORTE COSTITUZIONALE: IMPUGNI? NIENTE SPESE. →
3 pensieri su “LA CORTE COSTITUZIONALE BACCHETTA ANCORA IL GOVERNO?”
Francesco 30 maggio 2010 alle 09:23	Buon giorno,
scrivo per avere delle informazioni sul patrocinio gratuito.
Vorrei sapere quale Ã¨ la Legge/normativa in vigore per il patrocinio gratuito in campo penale e , vorrei sapere se se ne possono avvalere anche i detenuti condannati con il 416 bis per fare un’istanza al magistrato di sorveglianza.
Esiste un modulo prestampato per far domanda?
In attesa di un vostro riscontro vi saluto e vi ringrazio per la disponibilitÃ .Francesco
View Comment	admin 30 maggio 2010 alle 21:13	Salve Francesco,
il riferimento normativo che disciplina il Patrocinio a Spese dello Stato, conosciuto gergalmente come gratuito patrocinio, Ã¨ il DPR 115/2002 (Testo Unico sulle Spese di Giustizia).
Vale anche per il patrocinio penale.
PuÃ² trovare il testo di legge, sia in estratto che per intero, a questo link.
Per trovare invece la bozza di domanda di ammissione al patrocinio a spese dello stato puoi scaricare la guida breve al gratuito patrocinio con alla fine le domande da compilare: clicca qui per scaricare la guida breve.
View Comment	Francesco 31 maggio 2010 alle 19:56	Grazie infinite.Francesco

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 articolo 416
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