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Timestamp: 2018-08-21 19:49:57+00:00

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Disconoscimento del contratto o di altra scrittura privata
> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 giugno 2016
Il disconoscimento di un contratto, una lettera, di una firma apposta su qualsiasi altro documento o, più in generale, di qualsiasi scrittura privata deve essere specifico e determinato.
Colui contro il quale, in causa, è stato prodotto un contratto, una donazione, una lettera o qualsiasi altra scrittura privata, può contestare la firma sul documento con il cosiddetto disconoscimento della scrittura privata. In questo modo, egli dichiara che la firma o la scrittura della scrittura privata non è la sua e che, pertanto, tale documento non lo vincola.
In particolare, per il disconoscimento, la parte contro cui il documento in questione è prodotto deve:
– negare formalmente la propria scrittura o la propria firma;
– effettuare il disconoscimento entro la prima udienza o con la prima risposta successiva alla produzione (termine perentorio); se però il disconoscimento è tardivo, è onere della controparte eccepirne la tardività, non potendo essere il giudice a rilevarlo d’ufficio.
A seguito del disconoscimento, la parte che ha prodotto la scrittura contestata può:
– rimanere in silenzio: in tal caso la scrittura disconosciuta non ha alcuna efficacia probatoria;
– proporre un’istanza volta ad accertare l’autenticità della scrittura: in questo caso si apre il procedimento di verificazione.
L’istanza di verificazione
Una volta che l’interessato abbia disconosciuto la scrittura privata, spetta alla controparte (che l’abbia prodotta e intenda avvalersene) provare il contrario, ossia la genuinità del documento e della firma. Lo dovrà fare con il cosiddetto procedimento di verificazione della scrittura privata la cui presentazione dell’istanza non richiede particolari formalità.
Lo scopo della verificazione è – come suggerisce il nome stesso – “verificare” che la firma apposta sulla scrittura in contestazione sia effettivamente quella del soggetto contro cui il documento è prodotto. Tale riscontro viene effettuato da un perito (esperto in grafologia) nominato dal giudice, il quale accerta se vi sia somiglianza o meno tra la firma presente sulla scrittura “dubbia” con quella apposta, dallo stesso presunto firmatario, su altri documenti. Documenti che devono, pertanto, essere prodotti da colui che propone l’istanza di verificazione (ossia da chi ritiene che la firma sia genuina). Egli, pertanto, nel momento in cui avanza l’istanza di verificazione deve proporre tutti i mezzi di prova utili per l’accertamento, producendo o indicando le scritture necessarie per la comparazione.
La verificazione può effettuarsi solo sull’originale della scrittura privata; se questa è stata depositata in copia, la parte che l’ha prodotta deve esibire l’originale. Se ciò non è possibile o se non viene dimostrato che la copia è identica al testo originale, il documento diventa inutilizzabile.
Il giudice dispone, quindi, le modalità di custodia della scrittura oggetto di verificazione ed assegna un termine per il deposito degli scritti di comparazione; se necessario, nomina un consulente tecnico di grafologia (art. 217 c. 1 c.p.c.). Può, inoltre, ordinare alla parte presunta autrice di scrivere sotto dettatura: se la parte rifiuta o non compare, la scrittura si intende riconosciuta (art. 219 c.p.c.).
Come si fa il disconoscimento della scrittura privata?
Torniamo sul gradino anteriore: quello del disconoscimento che deve fare colui contro il quale la scrittura è prodotta. Tale disconoscimento di scrittura privata, pur non richiedendo l’uso di formule particolari, non può mai essere generico, ma specifico e determinato. In particolare – secondo una recente sentenza della Cassazione [1] – è necessario che la parte contro la quale la scrittura è prodotta in giudizio:
se egli è l’autore apparente del documento prodotto, impugnando l’autenticità della stessa, nella sua interezza o limitatamente alla sottoscrizione e contestando formalmente tale autenticità;
nel caso di erede, acquirente o donatario dall’apparente sottoscrittore, dichiarando di non riconoscere la scrittura o la sottoscrizione di quest’ultimo.
In pratica chi intende disconoscere una scrittura privata è tenuto a negare formalmente la propria scrittura o la propria sottoscrizione. In altre parole la parte deve impugnare chiaramente l’autenticità del documento nella sua interezza o in ordine alla sottoscrizione.
Infatti, pur non imponendo formalità particolari, il codice richiede che la contestazione circa l’autenticità sia “specifica” e “determinata” così che ne risulti con certezza una volontà espressa in tal senso [2].
[1] Cass. sent. n. 11048 del 27.05.2016.
[2] Cass. sent. n. 9543/2002.
Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 8 marzo – 27 maggio 2016, n. 11048
Presidente Matera – Relatore Abete
Con ricorso al tribunale di Latina L.D’A. e M.P.S. chiedevano ingiungersi ad E.M. il pagamento della somma di lire 78.480.000 oltre interessi e rivalutazione monetaria.
I ricorrenti esponevano di esser creditori del suindicato importo in virtù di scrittura privata siglata con il M. in data 1.8.1992.
Con decreto n. 16312001 il tribunale di Latina pronunciava l’ingiunzione così come richiesta.
Con atto di citazione del 4.5.2001 E.M. proponeva opposizione.
Deduceva, tra l’altro, “che il documento prodotto in sede monitoria è costituito da una informale copia fotostatica, di cui se ne disconosce il contenuto” (così ricorso, pag. 2); che la “scrittura privata non è stata sottoscritta né è mai esistita nei termini indicati dai ricorrenti” (così ricorso, pag. 2); che invero egli opponente ed il D’A. avevano stipulato un accordo giusta il quale quest’ultimo gli aveva ceduto le attrezzature e gli arredi esistenti all’interno dello studio ubicato in Latina, alla via Montesanto, n. 28, a fronte del corrispettivo di lire 18.200.000, oltre i.v.a., da versarsi mediante quattordici rate mensili da lire 1.300.000 ciascuna, rate al cui pagamento aveva puntualmente provveduto; che in ogni caso M.P.S. non era “mai stata creditrice di alcuna somma” (così ricorso, pag. 2).
Costituitisi, i ricorrenti invocavano il rigetto dell’opposizione.
Con sentenza n. 981/2004 il tribunale adito accoglieva l’opposizione e revocava il decreto ingiuntivo.
Interponevano appello L.D’A. e M.P.S.. Resisteva E.M..
Con sentenza n. 4347 dei 20.9126.10.2010 la corte d’appello di Roma accoglieva il gravame ed, in totale riforma della sentenza impugnata, rigettava l’opposizione esperita dall’appellato in prime cure e confermava l’ingiunzione di pagamento; condannava l’appellato a rimborsare agli appellanti le spese del doppio grado.
Esplicitava la corte che le dichiarazioni di cui all’atto di citazione in opposizione non erano dirette “a contestare la conformità della copia al suo originale, bensì la sottoscrizione o il contenuto del contratto, sebbene con espressioni generiche e inidonee” (così sentenza d’appello, pag. 4); che, “dunque, detto disconoscimento era inidoneo a privare la copia del documento della sua efficacia probatoria” (così sentenza d’appello, pag. 4).
Esplicitava ulteriormente che, “in presenza di un disconoscimento serio e circostanziato (…) il giudice avrebbe dovuto comunque ritenere provata la conformità della copia all’originale mediante altri mezzi di prova, comprese le presunzioni” (così sentenza d’appello, pag. 5); che, conseguentemente, la testimonianza resa dall’avvocato D.M., concernente non già “il contenuto del documento ma solo la conformità della copia al suo originale (…), era certamente idonea, ai fini dell’art. 2719 cod. civ. a conservare il valore probatorio della copia nell’ambito del giudizio” (così sentenza d’appello, pag. 5).
Avverso tale sentenza ha proposto ricorso E.M.; ne ha chiesto sulla scorta di quattro motivi la cassazione con ogni susseguente pronuncia in ordine alle spese di lite.
L.D’A. e M.P.S. hanno depositato controricorso; hanno chiesto dichiararsi inammissibile ovvero rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese.
Con il primo motivo il ricorrente deduce “violazione e falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 214 – 215 1 ° comma n. 2) c.p.c. – 2719 c.c. e dei principi in tema di disconoscimento di scrittura privata” (così ricorso, pag. 7).
Adduce che, contrariamente all’assunto della corte di merito, che ha negato che egli ricorrente avesse formalmente disconosciuto la scrittura cui controparte ha correlato il preteso suo credito, “il disconoscimento della scrittura privata non richiede formule sacramentali o speciali” (così ricorso, pag. 8); che in ogni caso le enunciazioni di cui all’atto di citazione in opposizione non lasciano “dubbi sulla loro idoneità ad integrare sia il disconoscimento del contenuto della scrittura privata (falsità materiale del documento) (…), sia il disconoscimento di conformità della fotocopia all’originale ex art. 2719 c.c.” (così ricorso, pag. 9); che d’altra parte gli opposti si erano “limitati a richiedere in via istruttoria una perizia calligrafica sulla firma del M. riportata in fotocopia (…), non (…) idonea, tale mera richiesta (…), a sostanziare l’istanza di verifica di cui all’art. 216 c.p.c.” (così ricorso, pag. 9); che al contempo, avendo “disconosciuto non solo la conformità della fotocopia all’originale (…), ma anche e principalmente il contenuto dello stesso documento prodotto, l’utilizzo di esso nel processo, in mancanza della procedura di verificazione, doveva ritenersi assolutamente precluso” (così ricorso, pag. 10).
Con il secondo motivo il ricorrente deduce “violazione e falsa applicazione della norma di cui all’art. 2724 c.c. in tema di ammissibilità ed utilizzabilità della prova testimoniale” (così ricorso, pag. 10).
Adduce che a mente dell’art. 2724 c.c. “la prova testimoniale, sulla quale la sentenza di appello fonda il proprio disposto, non poteva essere valutata e, in effetti, neppure ammessa” (così ricorso, pag. 10); che difatti il principio di prova per iscritto postulato dal n. 1) dell’art. 2724 c.c. “non sussiste in quanto l’unico documento (…) è stato disconosciuto nella sua intrinseca sostanza (…) e, non essendone stata effettuata la verificazione, non può ritenersi utilizzabile nel processo” (così ricorso, pag. 10); che inoltre neppure ricorrono nella fattispecie le astratte previsioni dei nn. 2) e 3) dell’art. 2724 c.c..
Con il terzo motivo il ricorrente deduce “contraddittorietà ed incongruità della motivazione circa un punto decisivo della controversia” (così ricorso, pag. 11).
Adduce che, “quando anche volesse ritenersi effettuato (…) il solo disconoscimento della fotocopia all’originale del documento (…), per affermare che una fotocopia è conforme all’originale dei documento riprodotto è necessario conoscere, o ricordare, di quest’ultimo l’intrinseco contenuto, quanto meno per quanto concerne gli elementi precipui e caratterizzanti” (così ricorso, pagg. I1 – 12); che pecca “di illogicità e contraddittorietà la motivazione della sentenza d’appello quanto ritiene che il teste possa certificare la conformità della copia all’originale pur non conoscendone o ricordandone, per sua stessa affermazione, il contenuto e, specificamente, in relazione alla pretesa clausola che avrebbe pattuito sull’avviamento, punto fondante della controversia” (così ricorso, pagg. 12 – 13).
Con il quarto motivo il ricorrente deduce “omessa pronunzia circa un punto decisivo della controversia, relativo alla posizione dell’appellante S.M.P.” (così ricorso, pag. 13).
Adduce che la sentenza d’appello non ha tenuto conto della contestazione sollevata nell’atto di opposizione al decreto ingiuntivo alla cui stregua M.P.S. non ha mai vantato alcun credito nei suoi confronti ed alla cui stregua giammai gli è stata notificata o comunicata la cessione del credito da parte del D’A. alla medesima S..
Si giustifica la disamina simultanea dei primi tre motivi di ricorso. I motivi anzidetti invero sono strettamente connessi. Tutti in ogni caso sono destituiti di fondamento.
E’ ben evidente, alla luce dei passaggi motivazionali in precedenza pedissequarnente riferiti, che il dictum di seconde cure, in relazione ai profili specificamente investiti dalle censure in disamina, è ancorato ad una duplice ratio decidendi.
Segnatamente, in ordine alla prima ratio (“detto disconoscimento era inidoneo a privare la copia del documento della sua efficacia probatoria (…) “), nel solco dell’insegnamento di questa Corte di legittimità (secondo cui, ai sensi dell’art. 214 c.p. c. il disconoscimento di scrittura privata, pur non richiedendo l’uso dì formule sacramentali, postula che la parte contro la quale la scrittura è prodotta in giudizio impugni chiaramente l’autenticità della stessa, nella sua interezza o limitatamente alla sottoscrizione, contestando formalmente tale autenticità, ove egli sia l’autore apparente del documento prodotto, ovvero, nel caso di erede o avente causa dall’apparente sottoscrittore, dichiara di non riconoscere la scrittura o la sottoscrizione di quest’ultimo; e secondo cui l’idoneità delle espressioni utilizzate dalla parte a configurare un valido disconoscimento costituisce giudizio di fatto incensurabile in sede di legittimità se congruamente motivato: cfr. Cass. 1.7.2002, n. 9543) espresso in relazione al disconoscimento ex art. 214 c.p.c., ma appieno reiterabile pur in relazione al disconoscimento ex art. 2719 c.c., devesi reputar ineccepibile il giudizio di fatto alla cui stregua la corte distrettuale ha opinato per la inidoneità del disconoscimento.
Tanto, propriamente, alla luce del testuale tenore dell’iniziale atto di opposizione che il ricorrente ha riprodotto – per la parte che all’uopo rileva – nel corpo del ricorso (cfr. ricorso, pagg. 8 – 9).
Segnatamente, in ordine alla seconda ratio (“in presenza di un disconoscimento serio e circostanziato (…) il giudice avrebbe dovuto comunque ritenere provata (…)”), nel solco dell’insegnamento di questa Corte di legittimità (secondo cui il disconoscimento della conformità di una copia fotografica o fotostatica all’originale di una scrittura, di cui all’art. 2719 c. c., non ha gli stessi effetti del disconoscimento della scrittura privata previsto dall’art. 215, 1 ° co., n. 2), c.p.c., giacché mentre quest’ultimo, in mancanza di richiesta di verificazione, preclude l’utilizzazione della scrittura, la contestazione ai sensi dell’art. 2719 c.c. non impedisce al giudice di accertare la conformità all’originale anche mediante altri mezzi di prova, comprese le presunzioni: cfr. Cass. 15.6.2004, n. 11269; Cass. 15.5.1987, n. 4479) devesi, con precipuo riferimento al secondo motivo di ricorso, parimenti reputar inappuntabile il dictum di seconde cure nella parte in cui la corte territoriale ha tratto argomento per concludere nel senso della conformità della copia all’originale dalle dichiarazioni rese dall’avvocato D.M. escusso in qualità di testimone in prime cure.
In pari tempo, esimente in ordine al terzo motivo di ricorso, si rappresenta quanto segue.
Per un verso, che, in ossequio al canone di cosiddetta “autosufficienza” dei ricorso per cassazione, quale positivamente sancito all’art. 366, 1° co., n. 6), c.p.c., ben avrebbe dovuto il ricorrente, onde consentire a questa Corte il compiuto riscontro dei propri assunti, riprodurre più o meno testualmente nel corpo del ricorso l’intero complesso delle dichiarazioni rese dal teste D.M. e non già limitarsi a trascriverne singoli stralci (cfr. Cass. Sez. lav. 27.2.2009, n. 4849, secondo cui, qualora, con il ricorso per cassazione, venga dedotta l’incongruità o illogicità della motivazione della sentenza impugnata per l’asserita mancata valutazione di risultanze processuali è necessario, alfine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività della risultanza non valutata (o insufficientemente valutata), che il ricorrente precisi – mediante integrale trascrizione della medesima nel ricorso – la risultanza che egli asserisce decisiva e non valutata o insufficientemente valutata, dato che solo tale specificazione consente alla Corte di cassazione, alla quale è precluso l’esame diretto degli atti di causa, di delibare la decisività della risultanza stessa)
Per altro verso, che col terzo mezzo di impugnazione E.M. sostanzialmente prospetta una pretesa migliore e più appagante valutazione delle dichiarazioni rese dal teste D.M.. li motivo, quindi, involge gli aspetti del giudizio – interni al discrezionale ambito di valutazione degli elementi di prova e di apprezzamento dei fatti – afferenti al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi del percorso formativo di siffatto convincimento rilevanti nel segno dell’art. 360, 1 ° co., n. 5), c.p.c.. E, perciò, si risolve in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito, in una richiesta diretta all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, estranea alla natura ed alle finalità del giudizio di cassazione (cfr. Cass. 26.3.2010, n. 7394; Cass. sez. lav. 7.6.2005, n. 11789).
Si rappresenta infine, in ordine all’assunto del ricorrente (di cui al primo motivo) in virtù del quale il disconoscimento da lui operato “non verteva sull’autenticità della firma riportata in fotocopia, ma sul contenuto del documento” (così ricorso, pag. 9), che, una volta acclarata la conformità della copia all’originale, non poteva e non può che esplicar valenza l’insegnamento di questo Giudice del diritto a tenor del quale la scrittura privata fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza della dichiarazione da chi l’ha sottoscritta, se colui contro la quale è prodotta ne riconosce la sottoscrizione ovvero se questa è legalmente considerata come riconosciuta (cfr. Cass. 29.4.1991, n. 4749).
Non merita seguito il quarto motivo di ricorso.
Si rappresenta che E.M., totalmente vittorioso in primo grado, senz’altro avrebbe dovuto, ai sensi dell’art. 346 c.p.c., riproporre in modo chiaro e preciso le questioni, le eccezioni ovvero le prospettazioni difensive risultate superate od assorbite alla luce della statuizione di primo grado, in modo da manifestare in forma non equivoca la volontà di chiederne il riesame, al fine di evitare la presunzione di rinuncia derivante da un comportamento omissivo (cfr. Cass. 11.6.2010, n. 14086). In questi termini si rappresenta che del pari in dipendenza del principio di cosiddetta “autosufficienza” del ricorso per cassazione, ben avrebbe dovuto il ricorrente (cfr. Cass. 30.4.2010, n. 10605) riprodurre testualmente nel corpo del ricorso le espressioni con cui aveva in seconda istanza riproposto, in ossequio al disposto dell’art. 346 c.p.c., la quaestio concernente la qualità di creditrice di M.P.S., quaestio che non era “stata oggetto (…) di trattazione nella sentenza di primo grado (…), avendo dichiarato l’insussistenza del titolo sul quale si basava la pretesa creditizia” (così ricorso, pag. 15) (cfr. Cass. 20.9.2006, n. 20405, secondo cui l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità qualora sia denunciato un error in procedendo – è il caso del rilievo de quo agitur – presuppone comunque l’ammissibilità del motivo di censura, onde il ricorrente non è dispensato dagli oneri correlati alla regola dell'”autosufficienza”).
Il rigetto del ricorso giustifica la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità. La liquidazione segue come da dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente, E.M., a rimborsare ai controricorrenti, L.D’A. e M.P.S., le spese del presente giudizio di legittimità che si liquidano nel complesso in euro 3.700,00, di cui euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario delle spese generali, i.v.a. e cassa come per legge.

References: sentenza 
 Cass. 
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 sentenza 
 art. 2719
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 Cass. 
 art. 214
 art. 2719
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. Sez. 
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 Cass. sez. 
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 Cass. 
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 Cass.