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Il massacro di Katỳn - Sentenza Janowiec and Others v. Russia, 16 Aprile 2012Diritti Europa
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Posted by: Teresa Vozza in Categorie Violazioni CEDU, I diritti in Europa, In evidenza, Tortura e violenze 19 aprile 2012
Il massacro di Katỳn – Sentenza Janowiec and Others v. Russia, 16 Aprile 2012
KATÝN – Maggio 1940. Nella foresta di Katỳn stava avvenendo un massacro, presagio di quell’evento che sarà una delle ferite più gravi della storia dell’uomo. 21.857 i funzionari statali e militari polacchi furono uccisi a colpi di pistola alla nuca.
La verità arriva nel 1990 con la scoperta di un documento top secret <<Plico Sigillato n.1>>, rivelata da Gorbacev, dove Stalin assieme ad altri generali dell’armata sovietica firmavano l’ordine per l’uccisione di 25.700. Nella stessa occasione Gorbacev, ultimo segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica dal 1985 al 1991 ha esposto le scuse ufficiali alla Polonia, ammettendo altri due luoghi di massacro. Per i parenti delle vittime a distanza di 50 non è ancora giunto il momento della giustizia.
La vicenda del massacro di Katỳn era nota fin dal 3 aprile del 1943 quando la Radio Berlino della Germania nazista lo denunciava per motivi di propaganda militare politica contro l’URSS. Venne istituita persino una commissione Speciale Internazionale d’Inchiesta e Intimidazione sotto il patrocinio della Croce Rossa Internazionale, in accordo con il potere nazista per scoprire la responsabilità e poter accusare i nemici sovietici. I risultati di tale Commissione non verranno mai accettati e riconosciuti dall’URSS.
IL CASO – Le indagini storiche sono durate per quasi 50 anni, fino al 2004 quando il Duma (parlamento russo) emette una atto con cui chiude il caso ponendo il sigillo di stato. Da lì in poi la Polonia ha più volte esposto il desiderio di avere una maggiore chiarezza sul massacro e nel 2005 la Camera dei deputati polacca ha inviato la richiesta allo stato russo di togliere il segreto dai documenti, dichiarare la presenza di un genocidio e di risarcire le vittime. Era come se la Russia democratica non volesse riconoscere i massacri avvenuti durante il regime sovietico.
Il deposito del ricorso è avvenuto nel 2007, quando le quindici vittime chiedono aiuto alla Corte Europea dei diritti dell’uomo, dopo avere più volte visto il rifiuto delle istituzioni giuridiche e militari russe. Non solo ma era successo più di una volta che i giudici della nazione rossa avevano negato il diritto al processo non riconoscendo lo status di parenti delle vittime ai ricorrenti.
Nel 2011 i giudici di Strasburgo dichiarano fin da subito la questione ammissibile, ma sorgono polemiche riguardo la competenza in merito alla violazione dell’art.2, in quanto al momento delle indagini e del massacro non era stata ancora istituita la stessa corte, in più l’adesione della Russia alla Convenzione arriverà molto dopo, nel 1998.
CORTE EDU – in attesa del giudizio finale, che molto probabilmente sarà oggetto dell’attenzione della Grande Camera, ai sensi dell’art. 43 e 44 della CEDU, la Corte di Strasburgo si è pronunciata condannando la Russia per le seguenti violazioni:
violazione art 38 CEDU – Obbligo di cooperare nell’esamina del caso
I giudici condannano la Russia per aver violato l’ art 38 CEDU nel momento in cui non hanno reso noto l’atto del 2004, con il quale venivano chiuse le indagini con l’apposizione del segreto di stato. La Corte sottolinea l’obbligo di trasparenza e pubblicità dello stato democratico, soprattutto in situazioni così gravi. Inoltre tale comportamento avrebbe violato anche un’altra fonte di diritto internazionale, ovvero la Convenzione di Vienna sui trattati, che vieta ad uno stato di poter apporre limitazioni di diritto interno per giustificare il mancato adempimento di obblighi pattizi.
non competente ad esaminare la violazione dell’ art 2 CEDU – Obbligo di indagare per la perdita di vite
Questione più contorta per l’ art. 2 CEDU sull’obbligo della Russia a indagare per la perdita delle vite. La problematicità è di carattere formale giuridico. La lontananza tra il massacro e l’istituzione della corte rende difficile decifrare la competenza dello stesso organo. Non solo, la maggior parte delle indagini sono state effettuate durante un periodo in cui l’ex stato sovietico non aveva ancor aderito alla Convenzione: secondo la Corte pertanto non vi sono prove a sufficienza per fornire un collegamento tra il 1998, data della firma della Convenzione Europea da parte della Russia, e il 1940, anno del massacro: la Corte perciò si dichiara incompetente a conoscere sulla violazione del diritto alla vita.
violazione art 3 CEDU – divieto di trattamenti disumani e degradanti
Allo stesso tempo viene dichiarata la violazione dell’ art 3 CEDU; la sentenza si premura di distinguere la situazione tra l’art. 2 e l’art.3. L’obbligo di divieto di trattamenti disumani consiste nell’assicurare una via di ricorso effettivo ai parenti delle vittime, e di riconoscerle quali legittimate ad ottenere giustizia. Mentre il comportamento richiesto dall’art. 2 si esauriva nel momento investigativo, sul quale la Corte si dichiara, come abbiamo detto, non competente. E’ una distinzione poche volte adottata, che infatti non viene accettata da tutti i giudici. L’ex stato sovietico è responsabile di essersi dimostrato sempre indifferente ai disagi causati ai parenti, di non aver garantito il diritto al ricorso. Il danno causato nel negare sempre risposta ai ricorrenti è duplice: a seguito della perdita familiare non viene permesso di sapere perché della perdita e chi ha ucciso i cari dei cittadini polacchi.
La Russia in questa vicenda si vede responsabile anche ai sensi di altre norme di diritto internazionale, come la Convenzione di Ginevra, nella parte in cui obbliga a garantire un trattamento rispettoso della persona umana anche ai prigionieri di guerra, assieme alla Convenzione dell’Aia sulle limitazioni nell’uso della forza e la soluzione pacifica delle controversie e alla Convenzione internazionale per i Diritti Civili e Politici.
‘Katỳn’ il film
Tra le vittime del massacro c’era anche il padre del regista Andrzej Wajda, il quale nel 2007 realizza un film dal nome ‘Katỳn’. Secondo il distributore italiano Mario Mazzarotto la pellicola non avrà tanta fortuna in Italia per motivi di ‘boicottaggio commerciale, storico-culturale’; a differenza della vera e propria censura politica avvenuta in Russia.
I rapporti tra lo stato Polacco e quello Russo sembrano migliorarsi quando nel 2010 vengono messi in rete i documenti già noti sul massacro da parte delle autorità russe. Non solo viene istituita una giornata di commemorazione alle vittime del massacro, da celebrare a Varsavia. Purtroppo l’evento non avrà luogo e il giorno 10 aprile 2010 verrà ricordato per il drammatico incidente dell’aereo presidenziale polacco, che schiantandosi a Smolensk in Russia causerà 93 morti.
In eventi così tragici gli uomini si rifanno al diritto per colmare un vuoto, una mancanza, che rimarrà tale per sempre. I quindici parenti delle vittime chiedono che vengano individuati i soggetti che spararono a brucia pelo i propri cari.
La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza Janowiec and Others v. Russia del 16 Aprile 2012
Art 2 CEDU Art 3 CEDU Art 38 CEDU Dean Spielmann Quinta Sezione	2012-04-19
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