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Timestamp: 2019-06-19 22:54:10+00:00

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AGL ALLEANZA GENERALE DEL LAVORO: giugno 2012
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Viene da sorridere pensando che la delocalizzazione, lo spauracchio di oggi, sia nata nel 1492, con la scoperta dell'America.
E che da allora sia andata avanti perchè ritenuta essenziale per lo sviluppo e inarrestabile, pena l'arretramento del benessere.
Il lavoro allora diventa come una coperta troppo corta nel letto in cui dormono più persone: occorre cercare di tirarlo a sé a scapito degli altri per più tempo possibile. E' una battaglia per la sopravvivenza dei territori. Che però possono combattere per sopravvivere. Ma, di solito, vince sempre chi cerca di attrarre lavoro, cioè chi attacca, difficilmente chi si difende ossia chi vuole trattenere il proprio lavoro. Stiamo parlando di nazioni in cui c'è concorrenza tra regioni e di continenti in cui c'è sfida tra nazioni. Esistono in teoria regole ma non soggetti forti che sappiano e limitare la perdita di benessere delle zone meno competitive. Per definizione sono le multinazionali a suonare la musica.
Come attaccare (attrarre)? Adottando imposte sui redditi e regole IVA favorevoli rispetto ai paesi concorrenti. Come difendersi? Disincentivare l'uscita del lavoro dal proprio Paese imponendo vincoli alle aziende che delocalizzano altrove (più tasse, visto che i profitti sempre , di fatto, in capo al soggetto imprenditoriale che ha sede nel paese di partenza prima o poi ritornano oppure obbligo di restituzione di contributi e aiuti pubblici ricevuti nel caso in cui poi l'impresa vada a investire con quei soldi all'estero).
Grande risonanza sta avendo negli USA la iniziativa bipartisan relativa ai call center indiani (leggi qui http://www.economiaweb.it/usa-dichiarata-guerra-ai-call-center-indiani/ )In Italia siamo un po' indietro. Leggendo (qui http://www.torinotoday.it/economia/lavoratori-indesit-assemblea-28-giugno-2012.html ) la notizia della protesta dei lavoratori dell'INDESIT di None (TO) a cui manifestiamo tutta la nostra solidarietà, stupisce di trovare ancora di sindacati che hanno un approccio infermieristico alla questione, pendendo dalle labbra del funzionario di turno del Ministero dello Sviluppo Economico o della Regione. Ci domandiamo cioè perchè questi Sindacati non utilizzino tutti i loro legami politici per fare in modo che iniziative politico-legislative sulla questione non restino prerogative di forze politiche e di personalità dignitosissime e meritevoli , per carità, ma, per il momento, un po' “marginali”.Alcuni esempi: questo http://www.italiadeivalori.it/territorio/veneto/14756-lavoro-ditec-subito-legge-contro-delocalizzazione , questo: http://www.youtube.com/watch?v=gpfXG3lM5rM e questo http://www.prov-reggioemilia.leganord.org/index.php?option=com_content&view=article&id=24:finanziamenti-per-mercati-esteri-usati-per-delocalizzare&catid=27&Itemid=116 .
Anche se la colpa non è mai dei lavoratori, per questa volta vorremmo pregare i “rappresentati” (i lavoratori) di reagire alla disperazione e di sollecitare i “rappresentanti” (i loro dirigenti sindacali) a bussare alla porta dei loro onorevoli di riferimento per darsi una smossa in materia. Non è detto infatti che a qualcuno possano venire idee migliori, oltre a quelle attualmente sul piatto. Certo occorre coraggio su due terreni da sempre ostici per certi sindacati: l'imposizione di regole severe alle imprese a tutela del pubblico interesse (un pizzico di dirigismo statalista ) e la “flessibilità” fiscale (un pizzico di liberismo). Due ingredienti che , nella giusta dose, senza eccedere, combinati con accortezza, ogni tanto potrebbero essere di giovamento all'ammalato grave: il mondo del lavoro italiano.
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IMMIGRAZIONE: STOP AL CONSUETO POLVERONE POLITICO. USIAMO IL BUON SENSO.
L'ultimo rapporto Caritas parla di 600 mila stranieri che hanno perso il permesso di soggiorno a seguito della perdita del lavoro.
Presumibilmente molti di questi non sono tornati nel loro Paese ma sono rimasti in Italia nella clandestinità e lavorando in nero.
E' per il nostro Paese un enorme passo indietro sul sentiero della civiltà.
Siamo per la regolarizzazione di tutti coloro che stanno già in Italia solo per lavorare. Sarebbe un grande atto di umanità e un beneficio economico rilevante per le casse statali in crisi. Attenzione però a non sovraesporre in maniera eccessiva il legame tra clandestinità degli stranieri, criminalità e lavoro nero. Fenomeni che oggi ormai colpiscono, alla stessa maniera, i lavoratori italiani. Regolarizzare significa far emergere la reale consistenza della forza lavoro in Italia al fine di adottare soluzioni valide per tutti. Al di là, questo, di analisi economiche che vedono nella questione immigrazione una portata strutturale (nell'accezione marxista) e nel riconoscimento del diritto di voto alle elezioni amministrative una priorità politica, come se il primo problema di queste persone fosse non tanto di assurgere subito a livelli umani di esistenza e di pari dignità ma di partecipare, dopo aver attraversato il mondo, a contese tra grillini, leghisti, vendoliani o berlusconiani. Non facciamo la figura dei provinciali anche con loro. Capiamo che questa urgenza viene soprattutto da sindacati legati a doppio filo con la politica e i partiti. Le priorità sono dunque: una urgente regolarizzazione (come quella del 2003), provvedimenti amministrativi urgenti da parte del Dicastero dell'Interno che pongano fine al muro di silenzio tra uffici immigrazione e utenza (perfino agli avvocati è oggi impossibile avere ragguagli sullo stato di una pratica), potenziare l'insegnamento dell'italiano e combattere la speculazione in merito, semplificare la legislazione, scrivendo assieme con chi lavora in strada nuove regole meno ottuse e illusorie, più moderne e civili. Più che permessi di soggiorno legati alla denuncia degli sfruttatori, già esistenti, sarebbe bene allungare tutti i permessi coerentemente ai tempi biblici (non per colpa del personale) di esame di queste pratiche. Meno polemica politica o pregiudizi ideologici (già di fatto siamo una società multietnica, se ne facciano tutti una ragione) ,quindi e più vicinanza alle sofferenze reali di questa gente. Dimostriamo che non necessariamente un paese impoverito debba abbruttirsi anche nei valori morali.
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SPENDING REVIEW NELLA P.A.: QUELLO CHE I SINDACATI NON SANNO, NON POSSONO O NON VOGLIONO DIRE.
Dicono che in Italia non ci sia più l'unità sindacale. Non si direbbe, scorrendo le prese di posizione sulla Spending Review. L'unità programmatica e metodologica è a dir poco granitica. Si avvicina la fine del mondo, probabilmente (la Spending Review), e quindi tutti, ricchi e poveri, belli e brutti, piccoli e grandi pregano e si perdonano l'un l'altro.
Punto di partenza, una giusta osservazione: il Governo decreta senza consultarci. E' una novità di Monti? No, è una tradizione dei governi degli ultimi vent'anni, di destra, di centro e di sinistra. Chi governa è lì col mandato degli elettori, i quali (tranne chi ci lavora, per istinto di autoconservazione) non ne possono più di una PA fatta così e che a maggioranza vogliono che la PA serva a qualcosa di migliorativo della propria vita, sia più efficiente e dimagrisca nei costi. In realtà ci si accontenterebbe almeno che non fosse troppo esosa e assillante con il contribuente. Con o senza l'appoggio dei sindacati. Anzi, se questi urlano di dolore vuol dire che si è toccato dove era giusto farlo.E i sindacati? Non si tocchino più i lavoratori pubblici, loro hanno già dato, il turn over è bloccato, i contratti non si rinnovano più, i servizi rischiano di sparire a causa dei tagli lineari, per carità non si parli di licenziamenti di massa in questa fase senza speranza, ecc. ecc.
E' la solita commedia. La montagna dei tagli partorirà un topolino, si cercherà di non irritare l'elettore (che oggi viaggia, quella non manca mai, in un vero e proprio supermarket dell'antipolitica: ce n'è per tutte le tasche e per tutta la lunghezza della nostra penisola).Come quei poveri non vedenti (veri) che camminano per strada col bastone bianco, Monti e i suoi compagni di gita governativa staranno attenti ad aggirare tutti quegli ostacoli che sembrano troppo duri. Ma andranno comunque avanti, finchè serviranno ai partiti che non potevano, per manifesta inferiorità, gestire questa fase critica.Vogliono l'incontro con il Governo prima che la Spending Review sia attuata. Nella PA, in particolare, ci si chiede perchè la mano destra (Monti/Fornero) abbia agito non tenendo conto di quel che faceva l'altra mano (Patroni Griffi). Memoria corta: ci si è già scordati delle riunioni con i Ministri della Funzione Pubblica in cui non era presente neppure un ologramma di qualcuno del Ministero dell'Economia (i cordoni della borsa) a rassicurare sugli impegni?
Cori pertanto finti, rituali, ipocriti e impotenti. La vera sfida, per i Sindacati della PA è provare che l'attuale PA possa servire a qualcosa ossia per un motivo diverso da quello di essere ammortizzatore sociale per 50-60enni che se fatti fuori ingrosserebbero la massa degli esodati. In altre parole: stavolta i Sindacati dovrebbero incontrare non il Governo ma i cittadini che quel governo dice di rappresentare (non elettoralmente ma , nel disagio e nel fastidio, sì).Niente stati di agitazione, quindi, niente scioperi, ma proposte, piani alternativi. Pensate che c'è arrivato pure il governo (strumentalmente e teatralmente) a capire che qualcosa ai cittadini doveva essere chiesto direttamente.Se i sindacati sapessero coagulare non solo i desideri dei loro associati che, giustamente, nelle loro Amministrazioni, si sentono assediati e minacciati ma quelli di questi ultimi e di tutti i cittadini che lavorano al di fuori della PA, quale alibi resterebbe al governo dei banchieri?
Qui è lo spartiacque, la prova della verità per valutare chi e quali sindacati siano organici o meno alle logiche dei grandi gruppi finanziari. Perchè nelle piattaforme sindacali si parla genericamente di lotta all'evasione non dando altra soluzione che la conservazione e l'aumento del personale delle Agenzie Fiscali, organizzate così come sono e non si ha il coraggio di indicare cose più concrete e afferrabili per restituire i soldi ai ccittadini?Esempi: le consulenze esterne delle PA, i costi dei palazzi del potere, l'obbligo che un pubblico amministratore possa avere uno e un solo incarico alla volta, le spese militari, il ritiro dalle missioni estere, la fine delle agevolazioni fiscali alle confessioni religiose, il finanziamento pubblico a partiti e ad editoria, abbassamento degli stipendi dei dirigenti a poco sopra quello dei funzionari apicali, la scaricabilità di ogni spesa individuale dalle nostre tasse, riduzione e razionalizzazione delle istituzioni locali,ecc. Ecc.
Proposte vecchie, se vogliamo ma da anni tabù per tutti i sindacati in quanto troppo “politiche”. Ma cosa è rimasto della politica? Nulla, si viaggia a vista, elezione per elezione, cavalcando tutto e il contrario di tutto. Ma ora c'è la Spending Review. La domanda a cui non si può evitare di rispondere è: “come Stato dove recupero questi soldi?”La risposta sindacale (e delle forze sociali) non può essere: “non da me, perchè ho già dato” ma:”mi assumo la responsabilità, in nome dei cittadini , di tutti i cittadini, di indicarti questa soluzione e di sostenerti nel perseguirla”. Solo così i Sindacati della PA, i lavoratori della PA che essi dovrebbero rappresentare al meglio potranno riannodare quel legame e quella solidarietà che da vent'anni li separano dall'opinione pubblica e dal resto dei cittadini che lavorano e producono. E vincere, finalmente..
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LA MINI-RIFORMA (QUALUNQUE ESSA SIA) E' SEMPRE MEGLIO DELL'IMMOBILISMO?
Per leggere l'articolo di Giuliano Ferrara su Il Giornale di oggi clicca sul link:
http://www.ilgiornale.it/interni/lavoro_mini-riformameglio_dellimmobilismo/24-06-2012/articolo-id=593984-page=0-comments=1
Giuliano Ferrara su “Il Giornale” di oggi lancia un salvagente al Ministro Fornero. Trae spunto dal ribasso della benzina operato a sorpresa dall'ENI di Scaroni. Una decisione piccola, improvvisa e silenziosa.Un sollievo per gli automobilisti e i camionisti. La riforma Fornero avrà lo stesso effetto sul mondo del lavoro?Il paragone sembra un po' ardito. Teniamo presente che non sempre un piccolo movimento è salvifico. Se fatto nella direzione sbagliata è quello che ti fa precipitare nel burrone (la fine della convivenza civile e della pace sociale). Ecco, la differenza tra Scaroni e Fornero sembra questa. Il primo tenta di ravvivare un deserto pietrificato, quello economico, la seconda lo sbriciola irreparabilmente perchè getta al vento i valori che hanno sostenuto il mondo del lavoro da anni. Sarà difficile, cioè, raccogliere i pezzi e rincollarli. Comprendiamo la Fornero. E' una delle massime esponenti della Sezione Italiana dell'Internazionale Bancaria che si è impadronita dell'Europa. Quest'ultima ha commissariato la politica scaturita dalle urne e ci ha chiesto il compitino, anche sul diritto del lavoro. Qualcosa di scritto dobbiamo portarlo a Bruxelles, a costo di copiare di qua o di là.E così avverrà. Poi, avuta la sufficienza “politica” in Europa, in Italia si scatenerà la bagarre in vista delle elezioni (e ognuno rimescolerà le carte) . Ovviamente (e sta accadendo) la “riforma” Fornero è attaccabile innanzitutto da due lati, da destra e da sinistra. Ma anche (qui è giusta la citazione di Ferrara del Wall Street Journal) da chi da decenni vive, nel mondo anglosassone, in sistemi di Welfare radicalmente diversi dal nostro. E ci critica in buona fede, dimenticando un tratto essenziale del nostro modo di essere: quello di interpretare “all'italiana” i sacri canoni dell'economia, siano essi anglosassoni che continentali. Un esempio? Come leggerebbero all'estero articoli tremebondi oggi apparsi sulla stampa italiana che interpretano il silenzio di Marchionne sulla sentenza del Tribunale di Roma (riassunzione 145 operai FIOM) come anticipatrice dell'intenzione FIAT di lasciare definitivamente l'Italia, data l'insostenibilità della presunta morsa dei Tribunali e dei sindacati antagonisti?E che descrivono gli operai piemontesi come terrorizzati da quest'ipotesi? All'estero domanderebbero: ma perchè Marchionne e la FIAT in Italia mantengono un sostanziale monopolio dell'auto in Italia? Chi glielo ha consentito?Non c'è una alternativa? Vaglielo a raccontare che in Italia la FIAT, per motivi storici, è più invisa alla destra che alla sinistra!E che quindi un fenomeno come il precariato, a cui anche la riforma Fornero, come quella Treu e Biagi, farà il solletico, non è una anticipazione di modernità (verso il modello USA) ma uno sfregio e una schiavitù che sistematicamente, in Italia, le forze dominanti impongono a quelle sottomesse. Un po' come il vecchio Apartheid sudafricano: là posti riservati ai bianchi e ai neri, qua da noi, oggi, tre mercati del lavoro: quello degli stabili (a cui strumentalmente, per scatenare guerre tra poveri, qualcuno osa assimilare gli statali , i salariati privati a tempo indeterminato e i pensionati i quali scivolano invece sempre più verso la povertà) quello degli instabili (per lo più giovani senza santi in paradiso) e quello degli stranieri (che nella “civile” Italia sono i moderni schiavi) . Incomunicabili tra loro.
Le vere decisioni sarebbero altre: riformare lo Stato riorganizzandolo (perchè alcune parti di esso oggi non servono a nulla) con la partecipazione attiva di chi ci lavora dentro, dando il benservito alle società partecipate create dal clientelismo politico e abbassando, per un certo periodo, i compensi dei dirigenti fino a poco sopra quelli dei funzionari apicali (servire lo Stato,in una fase della propria carriera, è più nobile che arricchirsi tramite esso) . Lasciar perdere i proclami sull'evasione fiscale (fantasma inafferrabile che nessuno in Italia è mai riuscito a debellare) ma ricostruire da zero (perchè ormai la stratificazione di norme ha raggiunto livelli demenziali) un sistema più equo e più semplice (anche copiandolo, ma presto, dall'estero) , anche qui con la partecipazione attiva dei lavoratori del fisco e delle forze sociali. E poi, infine, prendere una decisione analoga a quella di Scaroni che, diminuendo il prezzo della benzina ha aumentato il benessere di chi lavora: riduciamo il cuneo fiscale e aumentiamo, una volta tanto, il denaro che finisce in tasca ai lavoratori. Questo ci aspettiamo che i Professori riescano ad iniziare perchè, onestamente, se tutto si riducesse invece a colpi bassi e a battute, quelli che governavano prima erano più abili e, quanto meno, con le loro vicende boccaccesche, con i tesorieri disinvolti e con gli immobili pagati a loro insaputa ci facevano anche un po' ridere che, in periodi di crisi e abbattimento, non è poco.
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SULLA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI ROMA CHE HA ORDINATO L'ASSUNZIONE DI 145 LAVORATORI ISCRITTI FIOM NELLA NEWCO FIAT DI POMIGLIANO E SULLE POLEMICHE SCATURITE.
le sentenze vanno rispettate (e non solo per opportunità, come Passera ha fatto intendere) non etichettate politicamente (come ha fatto gran parte della stampa di area moderata)
chi dice (Sacconi) che la sentenza mette a rischio investimenti dall'estero non può pretendere che in cambio di lavoro e denaro (che lui non ha attratto negli anni in cui ha governato) l'Italia diventi una repubblica delle banane
la sentenza è il risultato dell'applicazione di regole e il mondo civile si fonda sulle regole
nessun datore di lavoro dovrebbe conoscere quanti lavoratori appartengono a un sindacato e la loro identità.Se fosse stato così il tentativo di Marchionne sarebbe fallito sul nascere
ad esempio nelle piccole aziende (pensiamo, cari colleghi del sindacato, anche a quei lavoratori, spesso dimenticati) , addirittura, la delega a qualunque sindacato è l'anticamera del licenziamento
occorre trovare un sistema migliore di protezione per il lavoratore (quelli previsti non hanno funzionato) per tutelare la sua libertà di adesione al sindacato, non deve essere cioè questa per forza materia di giudici. In questo senso, l'accordo interconfederale di giugno 2011(con la scelta di tornare a valorizzare le RSA a scapito delle RSU e di “contare” le deleghe, come unico mezzo di espressione della rappresentanza dei lavoratori) potrebbe rivelarsi un attentato strisciante alla libertà di scelta sindacale dei lavoratori più pesante di quello operato da Marchionne
Addirittura a volte la delega ai maggiori sindacati è una specie di pizzo che il lavoratore paga per la propria tranquillità. Non vorremmo che una volta “sistematesi” la FIOM con le sentenze e le altre sigle con gli accordi separati FIAT, la vita non diventasse impossibile veramente per i non tesserati e per quelli appartenenti a sigle nuove che volessero farsi spazio
Paradossalmente , si tutela il voto segreto in Parlamento (comunque esercitato da soggetti forti) e non la riservatezza dell'appartenenza di un lavoratore (soggetto debole) che non voglia esserne dirigente, ad un sindacato
Non è possibile introdurre però la lottizzazione tra sigle sindacali anche delle assunzioni
E' l'operazione di pulizia etnico-sindacale compiuta dalla FIAT con la new company, una inedita forzatura nel panorama politico-sindacale italiano, ade aver originato questa spirale di guerra giudiziaria
L'imprenditore non può violare le norme anti-discriminazione, lanciare il sasso e poi nascondere la mano dietro la salvaguardia di un principio di libertà d'impresa di cui lui per primo ha abusato
Dietro questa vicenda, più che l'inadeguatezza della giustizia, vi sono: il fallimento del collocamento pubblico e privato, il ritardo culturale dell'imprenditoria italiana, l'impotenza della politica e del governo nei confronti della grande impresa
L'appartenenza o meno a sindacati in fabbrica solo in Italia è un problema irrisolvibile. Siamo un paese arretrato, in materia di convivenza civile e cultura dei diritti. Notare che ancora una volta solo degli obblighi provenienti dall'esterno (l'Europa) consentono al nostro Paese di fare un passo avanti. Anche su questo, da soli, non ce la facciamo.
Stupisce il silenzio “speranzoso” delle sigle sindacali diverse da CGIL, da mesi, su questa questione della discriminazione FIAT ai danni di FIOM. E' una brutta pagina del sindacalismo italiano. La FIOM può anche aver peccato in passato , in Italia, di arroganza e tentato di monopolizzare la rappresentanza sindacale. Ma non si reagisce a ciò stando a osservare la decimazione di tale soggetto (seppur rivale) da parte del padronato. Non sognamo certo il ritorno dell'unità sindacale stile anni settanta. Ma è indubitabile che quando si parla di libera agibilità del sindacato nelle fabbriche questo principio lo si debba difendere non solo per se stessi ma per tutti i sindacati.
La UILM ci risparmi ridicoli ricorsi contro la sentenza del Tribunale di Roma. La FIAT ha già ottimi avvocati che la tutelano e ci manca solo che in Italia i Sindacati dei lavoratori, in periodi di crisi occupazionale, facciano ricorsi contro assunzioni. Verrebbe quasi da pensare, malignamente, che i giudici romani abbiano inconsapevolmente mandato all'aria una lottizzazione delle nuove assunzioni adottata d'accordo tra FIAT e certi sindacati.Certo la FIAT non fallirà per 145 operai in più. Potrebbe anche mantenerli (lo diciamo provocatoriamente, non si scandalizzino gli aziendalisti di sinistra) grazie a tutti gli aiuti ricevuti in passato dai contribuenti.
E per fare un esempio di come sarebbe possibile voltar pagina, ricordiamo che il Tribunale di Modena, nei giorni scorsi, ha sollevato la questione di costituzionalità dell'art. 19 dello Statuto dei lavoratori (quello che detta le regole per costituire le rappresentanze sindacali in azienda).I maggiori sindacati dimostrino maturità, essendo capaci assieme di proporre al Parlamento, a quasi vent'anni dal referendum , una soluzione democratica e partecipativa al tema della determinazione della rappresentatività in azienda e smettendo di scavare buche l'uno sotto i piedi dell'altro. Mentre i lavoratori (attivi o inattivi loro malgrado) sono sempre più soli, sfiduciati e impoveriti
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UNA PASSERA NON FA PRIMAVERA (PER LE MICROIMPRESE)
Apprendiamo della grottesca vicenda in corso al Ministero dello Sviluppo Economico relativa alle “cambiali finanziarie” nel decreto sviluppo. Originariamente, in commissione, era stata concepita come una mini obbligazione riservata alle piccole imprese. Senonchè, dopo la sosta nel nido di Passera (il Ministero) l'art. 11 del decreto (strumenti di finanziamento delle PMI) cerca di prendere il volo ma si accorge di non poterlo più fare . Gli sono state tagliate le alucce. Per fortuna non rovina al suolo ma tra i rovi della burocrazia (in odore di Lobby). Originariamente in esso era previsto che tutte le imprese potessero usufruire del nuovo strumento finanziario. Ora sono, in sostanza, escluse le microimprese. Ed è stato previsto, in sostanza anche l'obbligo del giudizio di un'agenzia di rating per emettere il mini bond.
Ma questo top manager non si era impegnato a dirigere il suo Dicastero rifuggendo dalle logiche vetuste dei polverosi ministeri?
Sembrerebbe una commedia di Totò, se non fosse che ci sono piccoli imprenditori che si suicidano strozzati da un sistema di credito bancario incivile e lavoratori delle PMI senza ammortizzatori sociali sicuri e sufficienti che piombano sul lastrico con le loro famiglie.
Pubblicato da agl alleanza generale del lavoro a 12:49
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(nella foto, il Vice Ministro dell'Economia, Vittorio Grilli)
Pubblicato da agl alleanza generale del lavoro a 11:54
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Stiamo lavorando febbrilmente per fare in modo che tutti i siti partano a pieno regime. Siamo comunque tranquilli e rilassati.Faremo sicuramente un buon lavoro. Seguiteci soprattutto nei prossimi giorni.
Etichette: Roberto Fasciani
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