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Recidiva equivalente alle attenuanti? Si applica comunque il limite di aumento di pena. – Noi Radiomobile™
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Recidiva equivalente alle attenuanti? Si applica comunque il limite di aumento di pena.
(Corte di Cassazione penale, SS.UU, sentenza 21.07.2016, n. 31669)
Sentenza 21 luglio 2016, n. 31669
1. Il Tribunale di Bergamo, con sentenza del 12/2/2015, ha riconosciuto F.D. responsabile dei reati di cui all’art. 635 c.p., commi 1 e 2, n. 1, art. 81 c.p., comma 2, e art. 610 c.p., dichiarando non doversi procedere in relazione alle ulteriori contestazioni, concernenti i delitti di lesioni personali lievi e furto, per essere gli stessi estinti per remissione di querela.
2. Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Brescia, denunciando la violazione dell’art. 81 c.p., comma 4, e art. 99 c.p., comma 4, e la conseguente irrogazione di una pena non conforme a legge.
Il giudice del merito, operato il giudizio di equivalenza tra attenuanti generiche e recidiva, implicitamente esteso anche all’aggravante prevista dall’art. 635 c.p., comma 2, n. 1, ha operato un aumento, a titolo di continuazione, pari a un mese di reclusione in luogo di quello di mesi due e giorni venti che la corretta applicazione dell’art. 81, comma 4, avrebbe richiesto.
3. La Quinta Sezione ha posto in evidenza la sussistenza di un contrasto interpretativo in ordine all’applicabilita’ dell’aumento di pena non inferiore al terzo previsto dall’art. 81 c.p., comma 4, in caso di riconosciuta equivalenza delle circostanze attenuanti alla recidiva specifica, reiterata e infraquinquennale, pronunciando ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite.
1. La questione di diritto per la quale il ricorso e’ stato rimesso alle Sezioni Unite e’ la seguente: “Se il limite di aumento di pena non inferiore a un terzo della pena stabilita per il reato piu’ grave, di cui all’art. 81 c.p., comma 4, nei confronti dei soggetti ai quali sia stata applicata la recidiva prevista dall’art. 99, comma 4, stesso codice, operi anche quando il giudice consideri la recidiva stessa equivalente alle riconosciute attenuanti”.
2. L’art. 81 cod. pen. stabilisce al quarto comma, aggiunto dalla L. 5 dicembre 2005, n. 251, art. 5, comma 1: “Fermi restando i limiti indicati al terzo comma, se i reati in concorso formale o in continuazione con quello piu’ grave sono commessi da soggetti ai quali sia stata applicata la recidiva prevista dall’art. 99, comma 4, l’aumento della quantita’ di pena non puo’ essere comunque inferiore ad un terzo della pena stabilita per il reato piu’ grave”.
Come rilevato nell’ordinanza di rimessione, la giurisprudenza di legittimita’ non e’ pervenuta ad un’univoca interpretazione della disposizione appena richiamata, rinvenendosi due contrapposti indirizzi: uno, maggioritario, secondo cui la recidiva deve ritenersi applicata anche in caso di ritenuta equivalenza della stessa alle attenuanti, operando, cosi’, il limite minimo per l’aumento indicato dall’art. 81 c.p., comma 4; l’altro, minoritario, che ritiene invece il giudizio di equivalenza produttivo di un sostanziale annullamento dell’efficacia della recidiva, la quale non potrebbe, quindi, ritenersi applicata, con la conseguenza che l’aumento per la continuazione non deve sottostare a detto limite.
3. Escludendo che il testo dell’art. 99 c.p., come sostituito dalla L. 5 dicembre 2005, n. 251, art. 4, abbia sostanzialmente ripristinato il regime di obbligatorieta’ della recidiva preesistente alla riforma del 1974 e condividendo l’analisi della disposizione operata dalla giurisprudenza di legittimita’ e costituzionale, la sentenza Calibe’ ha ribadito che la recidiva reiterata di cui all’art. 99 c.p., comma 4, opera quale circostanza aggravante inerente alla persona del colpevole di natura facoltativa.
Nel senso che e’ consentito al giudice di escluderla motivatamente e considerarla tamquam non esset ai fini sanzionatori, all’esito di una verifica in concreto sulla reiterazione dell’illecito quale indice sintomatico di riprovevolezza e pericolosita’, da effettuare tenendo conto della natura dei reati, del tipo di devianza di cui sono il segno, della qualita’ dei comportamenti, del margine di offensivita’ delle condotte, della distanza temporale e del livello di omogeneita’ esistente fra loro, dell’eventuale occasionalita’ della ricaduta e di ogni altro possibile parametro individualizzante significativo della personalita’ del reo e del grado di colpevolezza, al di la’ del mero ed indifferenziato riscontro formale dell’esistenza di precedenti penali.
Rileva ancora la richiamata sentenza che, se tale valutazione ha esito negativo, il giudice, escludendo la recidiva, la ritiene non rilevante e non la applica, non considerandola ai fini della determinazione della pena, ne’, tanto meno, nel giudizio di comparazione di cui all’art. 69 c.p..
Diversamente, nel caso in cui la recidiva venga apprezzata come indicativa di maggior colpevolezza e pericolosita’, essa produce tutti i suoi effetti, ivi compresi quelli di cui all’art. 81 c.p., comma 4. In tali ipotesi, infatti, essa, oltre che “accertata” nei presupposti (sulla base dell’esame del certificato del casellario), e’ anche “ritenuta” dal giudice ed “applicata”, determinando l’effetto tipico di aggravamento della pena, anche nel caso in cui svolga semplicemente la funzione di paralizzare, con il giudizio di equivalenza, l’effetto alleviatore di una circostanza attenuante.
In una successiva pronuncia (Sez. U, n. 20798 del 24/02/2011, Indelicato, Rv. 249664), le Sezioni Unite hanno posto in evidenza la natura della recidiva quale circostanza pertinente al reato, che richiede un accertamento, nel caso concreto, della relazione qualificata tra lo status e il fatto, che deve risultare sintomatico, in relazione alla tipologia dei reati pregressi e all’epoca della loro consumazione, sia sul piano della colpevolezza che su quello della pericolosita’ sociale, respingendo, sulla base di una lettura costituzionalmente orientata, la possibilita’ di qualsiasi automatismo, inteso come instaurazione presuntiva di una relazione qualificata tra status della persona e reato commesso, e privilegiando, invece, una valutazione discrezionale cui e’ correlato uno specifico obbligo motivazionale.
4. Cio’ posto, vanno esaminati i contenuti delle pronunce che hanno formulato le contrapposte opzioni ermeneutiche, causa del contrasto che le Sezioni Unite sono chiamate a risolvere.
Prendendo in considerazione la questione dell’operativita’ del limite minimo di aumento per il concorso formale o la continuazione in caso di recidiva reiterata ritenuta equivalente alle attenuanti riconosciute dal giudice, una prima pronuncia (Sez. 5, n. 9636 del 24/01/2011, Ortoleva, Rv. 249513) ha ritenuto tale limite non applicabile nel caso in cui il giudice non abbia considerato la recidiva reiterata concretamente idonea ad aggravare la sanzione per i reati in continuazione o in concorso formale, ed in relazione ad essi l’abbia esclusa e, pertanto, non “applicata”, ritenendo sussistente tale situazione nel caso esaminato, ove il Tribunale aveva riconosciuto all’imputato l’attenuante di cui all’art. 62 c.p., n. 4, ritenuta equivalente alle contestate aggravanti, tra cui la recidiva specifica reiterata, che la Corte considerava, quindi, apprezzata come sostanzialmente non incidente in concreto sull’entita’ della pena (in senso conforme, cfr. Sez. 5, n. 22980 del 27/01/2015, Parada, Rv. 263985; Sez. 5, n. 43040 del 20/06/2015, Martucci, Rv. 264824).
A tale decisione si contrapponeva altra pronuncia (Sez. 6, n. 25082 del 13/06/2011, Levacovich, Rv. 250434) nella quale si riteneva di dover pervenire a conclusioni diametralmente opposte, rilevandosi che, ad eccezione dei casi in cui la recidiva sia stata esclusa, in quanto non sintomatica di una piu’ accentuata colpevolezza e pericolosita’ dell’imputato, venendo cosi’ espunta dal regime sanzionatorio applicabile, essa conservi inalterati, nelle altre ipotesi, i suoi effetti ulteriori, ivi compreso quello di cui all’art. 81 c.p., comma 4.
Tale evenienza, in presenza di un giudizio di bilanciamento, si verificherebbe tanto nel caso di ritenuta equivalenza quanto in quello di subvalenza rispetto alle attenuanti riconosciute, poiche’, verificandosi dette ipotesi, la recidiva risulterebbe “ritenuta” ed “applicata”.
5. Richiamati i contrapposti orientamenti giurisprudenziali che hanno dato origine al contrasto, pare opportuno ricordare che l’art. 81 c.p., comma 4, e’ stato scrutinato anche sotto il profilo della sua conformita’ al dettato costituzionale.
La Quinta Sezione, analizzando l’eccezione di incostituzionalita’ della richiamata disposizione, sollevata con riferimento all’art. 3 Cost., l’ha ritenuta manifestamente infondata in considerazione del fatto che l’aumento di pena e’ giustificato dalla sostanziale diversita’ delle situazioni regolate, in quanto il legislatore ha facolta’ di comminare le pene con aumenti differenziati in misura precostituita in ragione della minore o maggiore proclivita’ a delinquere del reo “recidivo reiterato”, ed essendo detto aumento del tutto ragionevole, oltre che conforme al principio dell’emenda di cui all’art. 27 Cost., dal momento che una pena non commisurata adeguatamente al valore dell’illecito, identificato anche in base alla propensione a delinquere che il reo esprime, sarebbe frustranea rispetto alla rieducazione del condannato (Sez. 5, n. 30630 del 09/04/2008, Nikolic, Rv. 240445, richiamata da Sez. 2, n. 18092 del 12/04/2016, Lovreglio, non mass.).
La Corte costituzionale, con ordinanza n. 193 del 2008, ha dichiarato la manifesta inammissibilita’ delle questioni di legittimita’ costituzionale dell’art. 69 c.p., comma 4, e art. 81 c.p., comma 4, osservando che l’art. 81 c.p., comma 4, presuppone una positiva valutazione da parte del giudice circa la concreta idoneita’ della recidiva reiterata ad aggravare la pena per i reati in continuazione o in concorso formale, come emerge dal tenore letterale della norma (“soggetti ai quali sia stata applicata la recidiva”) e che “risulterebbe, del resto, affatto illogico che una circostanza, priva di effetti ai fini della determinazione della pena per i singoli reati contestati all’imputato (ove non indicativa, in tesi, di maggiore colpevolezza o pericolosita’ del reo), possa produrre un sostanziale aggravamento della risposta punitiva in sede di applicazione di istituti – quali il concorso formale di reati e la continuazione – volti all’opposto fine di mitigare la pena rispetto alle regole generali sul cumulo materiale”.
6. Dato atto del panorama giurisprudenziale relativo al tema trattato, va rilevato, in primo luogo, come sia del tutto pacifico che, con la riforma del 2005, il legislatore abbia inteso intervenire con maggior rigore nei confronti del recidivo, discostandosi quindi dai diversi criteri che avevano ispirato il precedente intervento modificativo ad opera del D.L. 11 aprile 1974, n. 99, convertito dalla L. 7 giugno 1974, n. 220, prevedendo, in linea generale, piu’ consistenti aumenti di pena ed altri effetti decisamente sfavorevoli, lasciando al giudice un ambito di azione piu’ limitato nella graduazione della pena, come e’ appunto avvenuto con il limite imposto dall’art. 81 c.p., comma 4.
Va anche ribadito che la questione del limite di aumento minimo per la continuazione in caso di recidiva reiterata si pone solamente nel caso in cui la recidiva venga ritenuta dal giudice ed utilizzata nel giudizio di bilanciamento, non rilevando il diverso caso in cui la recidiva sia stata, invece, esclusa, come chiaramente precisato nella sentenza Sez. U, Calibe’.
Si pone a questo punto il problema della individuazione della corretta accezione del verbo “applicare” utilizzato dall’art. 81 c.p., comma 4, verificando, quindi, quando la recidiva possa dirsi “applicata” dal giudice.
La sentenza Grassi, prendendo in esame una vicenda concernente l’applicabilita’ dell’indulto di cui al D.P.R. n. 394 del 1990, ha considerato il significato di “utilizzazione funzionale” che va riconosciuto al verbo “applicare”, il quale, con riferimento ad una norma, e’ tale se “concretamente ed effettivamente utilizzata in senso funzionale ai suoi scopi, facendole esercitare uno qualsiasi degli effetti che le sono propri e da essa dipendano con nesso di causalita’ giuridica necessaria, in modo che senza di essa non possono derivare quegli effetti che il giudice riconosce nel farne uso”.
Con specifico riferimento alla circostanza aggravante si osserva che la stessa e’ riconosciuta ed applicata non soltanto quando e’ produttiva del suo effetto tipico di aumento dell’entita’ della pena, ma anche quando, in applicazione dell’art. 69 c.p., si determinino altri effetti, quali la neutralizzazione di una circostanza attenuante concorrente.
Le considerazioni svolte nelle due precedenti decisioni delle Sezioni Unite vanno qui ribadite, osservando come le stesse si attaglino maggiormente alla specificita’ della recidiva, la quale richiede, da parte del giudice, un accertamento complesso e articolato, inerente la maggiore colpevolezza e l’aumentata capacita’ a delinquere, che solo se negativo esclude ogni conseguenza e che, invece, permane e sopravvive comunque alla valutazione comparativa operata nel giudizio di bilanciamento, perche’, quando questo avviene, la recidiva e’ stata gia’ riconosciuta ed applicata, essendole stata attribuita quell’oggettiva consistenza che consente il confronto con le attenuanti concorrenti: attivita’ successiva, questa, rimessa alla discrezionalita’ del giudice.
Dunque, all’atto del giudizio di comparazione, l’azione dell’applicare la recidiva si e’ gia’ esaurita, perche’ altrimenti il bilanciamento non sarebbe stato necessario: la recidiva ha comunque esplicato i suoi effetti nel giudizio comparativo, sebbene gli stessi siano stati ritenuti dal giudice equivalenti rispetto alle circostanze attenuanti concorrenti, in assenza delle quali, pero’, la recidiva avrebbe comportato l’aumento di pena.
7. Va osservato che anche in altre occasioni in cui la giurisprudenza di legittimita’ ha affrontato questioni comunque riferite alla recidiva, si e’ ritenuto che il giudizio di bilanciamento con altre circostanze concorrenti non determini conseguenze neutralizzanti degli ulteriori effetti della recidiva.
E cosi’, in tema di prescrizione, si e’ affermato che la recidiva reiterata, quale circostanza aggravante ad effetto speciale, rileva ai fini della determinazione del termine di prescrizione, anche qualora nel giudizio di comparazione con le circostanze attenuanti sia stata considerata equivalente (Sez. 6, n. 39849 del 16/09/2015, Palombella, Rv. 264483; Sez. 2, n. 35805 del 18/06/2013 Romano, Rv. 257298; Sez. 1, n. 26786 del 18/06/2009, Favuzza, Rv. 244656; Sez. 5, n. 37550 del 26/06/2008, Locatelli, Rv. 241945).
Ci si riferisce, inoltre, in simili casi, alla sostanziale “applicazione” della recidiva, rilevando che la circostanza aggravante deve ritenersi, oltre che riconosciuta, anche applicata, non solo quando esplica il suo effetto tipico di aggravamento della pena, ma anche quando produca, nel bilanciamento tra circostanze aggravanti e attenuanti di cui all’art. 69 c.p., un altro degli effetti che le sono propri, cioe’ quello di paralizzare un’attenuante, impedendo a questa di svolgere la sua funzione di concreto alleviamento della pena da irrogare (v., ad es., Sez. 2, n. 2731 del 02/12/2015, dep. 2016, Conti, Rv. 265729 in tema di prescrizione; Sez. 1, n. 8038 del 18/01/2011, Santoro, Rv. 249843; Sez. 1, n. 43019 del 14/10/2008, Buccini, Rv. 241831; Sez. 1, n. 29508 del 14/07/2006, Maggiore, Rv. 234867 in tema di divieto di sospensione dell’esecuzione di pene detentive brevi; Sez. 1, n. 47903 del 25/10/2012, dep. 2012, Cecere, Rv. 253883; Sez. 1, n. 27846 del 13/07/2006, Vicino, Rv. 234717, in materia di detenzione domiciliare).
Neppure puo’ dirsi che tale ragionamento si ponga in contraddizione con il principio del favor rei, dal momento che il giudice puo’ tanto escludere radicalmente la recidiva, quanto ritenerla sussistente e confrontarla con le circostanze concorrenti, con esiti diversi circa la dosimetria della pena.
“Il limite di aumento di pena non inferiore a un terzo della pena stabilita per il reato piu’ grave, di cui all’art. 81 c.p., comma 4, nei confronti dei soggetti ai quali sia stata applicata la recidiva prevista dall’art. 99, quarto comma, stesso codice, opera anche quando il giudice consideri la recidiva stessa equivalente alle riconosciute attenuanti”.
9. Venendo all’esame dei motivi di ricorso, va rilevato che gli stessi risultano fondati, avendo il giudice del merito, dopo aver effettuato il giudizio di bilanciamento nei termini indicati in premessa, operato un aumento per la continuazione nei confronti dell’imputato, gia’ dichiarato “recidivo reiterato”, in misura inferiore al limite imposto dall’art. 81 c.p., comma 4, ed irrogato una pena finale non conforme a legge.
Cio’ comporta l’annullamento della sentenza impugnata, limitatamente al trattamento sanzionatorio, con rinvio alla Corte di appello di Brescia ai sensi dell’art. 569 c.p.p., comma 4, fermo restando il giudicato sul punto della decisione relativo all’affermazione di colpevolezza.
Depositato in Cancelleria il 21 luglio 2016.
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