Source: https://www.diritto.it/la-gestione-dei-rifiuti-urbani-nel-codice-ambientale/
Timestamp: 2018-04-26 03:26:27+00:00

Document:
L’Autorità d’Ambito e la gestione integrata dei rifiuti
Le modalità di affidamento del servizio nella disciplina dei rifiuti
Brevi considerazioni sulla gestione "in house"
La disciplina regionale veneta (l. R. 3/2000) e la gestione della fase transitoria – La situazione nella Provincia di Treviso
Un aspetto da esaminare riguarda la distinzione tra <ciclo integrato dei rifiuti> e <gestore unico per l’intero ambito>.
Il ciclo integrato dei rifiuti (definizione all’art. 183, lett. d), richiedendo che esso comprenda anche lo smaltimento, che deve realizzarsi completamente all’interno dell’ambito, conduce all’unicità del soggetto gestore, che si desume anche dallo scopo della legge, in quanto fonda l’organizzazione su ambiti territoriali ottimali; lo scopo è il "superamento della frammentazione delle gestioni attraverso un servizio di gestione integrata dei rifiuti" (art. 200, comma 1), anche per raggiungere "adeguate dimensioni gestionali".
E’ quindi chiaro che la disciplina presuppone che vi sia un unico gestore per ambito territoriale.
L’art. 183 del Codice Ambientale, nel definire il gestore del servizio di gestione dei rifiuti, prevede, comunque, che esso possa ricorrere ad altre imprese "per lo svolgimento di singole parti del servizio medesimo", coordinandole.
Il gestore del servizio, pertanto, può ricorrere ad altre imprese, in possesso dei requisiti di legge, per lo svolgimento di singole parti del servizio, fermo restando il suo ruolo di unico referente della gestione e coordinatore delle imprese partecipanti. In ogni caso l’affidamento deve riguardare la realizzazione dell’intero servizio (art. 201, comma 4).
2. L‘Autorità d’Ambito e la gestione integrata dei rifiuti
Nel testo del Codice Ambientale, l’Autorità d’Ambito è un soggetto dotato di personalità giuridica, espressione delle autonomie locali – e quindi rappresentativo di secondo grado – che ha compiti di indirizzo politico-amministrativo, di amministrazione attiva (essenzialmente la gestione delle gare) e di controllo.
La nuova struttura organizzativa disegnata dal Codice porta, dunque, novità di non poco conto: l’unico referente soggettivo per tutte le aziende di settore è l’Autorità d’Ambito e non più i Comuni, singoli o associati. Questo referente esclusivo è un soggetto composto da una componente politica (tanti quanti sono i Comuni compresi nell’ATO), ognuna portatrice di esigenze proprie e a volte anche particolari per specificità (avendo riguardo al contesto territoriale piuttosto che alle dimensioni dell’ente specifico). Di converso il gestore non può ricoprire cariche all’interno dell’Autorità e non vede, nella propria compagine societaria, la presenza di alcun soggetto politico. Netta appare, infatti, nel disegno normativo la separazione tra le funzioni di governo (riconosciute all’Autorità a garanzia prioritaria dell’unitarietà gestionale) e le funzioni di gestione.
L’art. 202, comma 1, del Codice Ambientale, infatti, nello stabilire che l’Autorità d’Ambito aggiudica il servizio di gestione integrata dei rifiuti urbani mediante "gara", precisa che la stessa deve essere disciplinata dai principi e dalle disposizioni comunitarie, in conformità ai criteri di cui all’art. 113, comma 7, del D. Lgs. 267/2000. E’ emersa fin da subito, quindi, la scomparsa della possibilità di scelta tra diversi modelli di gestione come consentito dal comma 5 dell’art. 113 del TUEL sostituita dalla previsione della procedura ad evidenza pubblica per la scelta del gestore. Il Codice, dunque, ammette una sola modalità di affidamento del servizio, ritenendo che in questo settore esista un mercato dove operano soggetti economici ed è quindi intervenuto a tutela di quel mercato, e in definitiva della concorrenza, creando per i rifiuti una disciplina di settore diversa rispetto a quella ordinaria.
E’ disciplinata anche l’utilizzazione dei beni strumentali per il servizio, in modo diverso rispetto a quanto prevede l’art. 113 del TUEL.
E’ più precisa la dizione utilizzata nell’art. 198 (“Sino all’inizio delle attività del soggetto aggiudicatario della gara ad evidenza pubblica indetta dall’Autorità d’ambito ai sensi dell’art. 202, i comuni continuano la gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati avviati allo smaltimento in regime di privativa nelle forme di cui all’art. 113, comma 5, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267”); tale disposizione – “i comuni continuano la gestione” – può naturalmente riferirsi anche a gestioni in economia o a gestioni dirette svolte attraverso società in house.
La ratio di tali disposizioni va rinvenuta, altresì, nella scelta generale della legislazione settoriale in materia di rifiuti del Codice Ambientale, che si fonda sull’idea che i problemi della gestione dei rifiuti urbani non pericolosi siano risolti in un ambito territoriale definito, tendenzialmente di dimensione provinciale:
– art. 195, lett. o) , linee guida statali sulla cooperazione tra enti locali nell’ambito;
– art. 196, lett. g) delimitazione regionale degli ambiti;
– art. 199, lett. d) ed e) autosufficienza e promozione regionale della gestione per ambiti;
– art. 200, comma 1: la gestione dei rifiuti urbani è organizzata per ambiti, secondo i criteri del superamento della frammentazione delle gestioni e del conseguimento di adeguate dimensioni gestionali;
– art. 202, il servizio è aggiudicato dall’Autorità d’ambito come servizio di gestione (art. 183 lett. d) integrata (art. 183 lett. cc) comprendente il complesso delle attività volte ad ottimizzare la gestione dei rifiuti, ivi compresa l’attività di spazzamento.
La continuazione delle gestioni attuali, se pur attribuite con modalità considerate legittime anche dalla normativa successiva, sarebbe radicalmente in contrasto con tutte le finalità della disciplina. Detto in sintesi, nel settore rifiuti, alla questione di cui si occupa la disciplina generale (consentire la continuazione delle gestioni che già erano in regola), si aggiunge l’altro aspetto, il riordino delle gestioni attraverso la scelta di un gestore per ambito.
La disciplina transitoria dell’art. 204 del Codice Ambientale si inserisce in un contesto che presuppone una rapida attuazione del nuovo sistema, anche se i termini previsti dal Codice non sono stati rispettati (era previsto dal Codice il termine del 31.01.2007), data la necessità almeno del piano d’ambito per poter attuare le procedure sulla scelta del gestore.
L’obiettivo del legislatore è di avere un’unica funzione di regolazione del ciclo affidata all’Autorità d’Ambito. Per questo il Piano d’Ambito deve partire subito, con le caratteristiche di un piano industriale di sistema.
Il comma 1 dell’art. 204 non sembra presupporre un apposito provvedimento amministrativo di proroga, che richiederebbe una motivazione caso per caso. Dicendo che "i soggetti che esercitano il servizio, anche in economia, alla data di entrata in vigore della parte quarta del presente decreto, continuano a gestirlo fino alla istituzione ed organizzazione del servizio di gestione integrata dei rifiuti da parte dell’Autorità d’ambito", sembra voglia dire che almeno di norma non si deve provvedere, in caso di scadenza naturale, a nuovi affidamenti.
La "continuazione" delle gestioni fino alla scelta del nuovo gestore è un passaggio necessario, deciso direttamente dalla legge. Con la conseguenza che, salvo sempre la possibilità per la p.a. di disporre diversamente per ragioni particolari, adeguatamente motivando, i gestori esistenti alla data di entrata in vigore del codice – indipendentemente dal titolo – hanno "diritto" di continuare l’attività.
A ben vedere questa disposizione è posta a tutela della riforma, per rendere possibile che la gestione del servizio e l’individuazione del nuovo gestore siano effettivamente e tempestivamente fatti a livello d’ambito, e non in modo frammentato, come fin qui generalmente avvenuto. Sarà quindi sufficiente, almeno nel primo periodo, che gli amministratori prendano atto che le gestioni continuano in regime di proroga ex lege. Tutto ciò a condizione che si tratti di gestioni in essere nell’aprile 2006.
L’espresso riferimento dell’art. 204 ai "soggetti che esercitano il servizio alla data di entrata in vigore del presente decreto continuano a gestirlo…" rende chiaro l’intento del legislatore di evitare nuovi affidamenti intermedi tra la cessazione delle gestioni esistenti e l’affidamento del servizio integrato di gestione dei rifiuti da parte dell’Autorità d’Ambito.
Alla stessa conclusione induce la previsione del comma 3 dello stesso articolo 204 prevedendo la nomina del commissario ad acta da parte del Presidente della Giunta Regionale nei casi di inadempimento da parte dell’Autorità d’Ambito entro il termine previsto dal comma 2 (31 gennaio 2007).
Se si dovesse concludere che, scaduto il periodo transitorio, occorre procedere con l’affidamento del servizio tramite gara – perché così dice la legge (l’art. 202 del Codice ambientale) e così dice la giurisprudenza (che sempre più spesso afferma, anche di fronte all’art. 113 del TUEL, essere la gara la regola e l’affidamento in house l’eccezione che va motivata) – competerebbe all’Autorità d’ambito di indirla per l’intero ambito e per l’intero ciclo, anche in assenza di un piano d’ambito con tutte le conseguenze negative che ciò comporterebbe anche in ragione della lunga durata – 15 anni – prevista per l’affidamento del servizio.
E’ urgente, dunque, al fine di evitare l’insorgere di contenziosi che si dia attuazione alle norme, anche attraverso l’intervento sostitutivo regionale.
– L’articolo 202 del D. Lgs. 152/2006 prevede: "L’Autorità d’ambito aggiudica il servizio di gestione integrata dei rifiuti urbani mediante gara disciplinata dai principi e dalle disposizioni comunitarie, in conformità ai criteri di cui all’art. 113, comma 7, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, nonché con riferimento all’ammontare del corrispettivo…, tenuto conto delle garanzie di carattere tecnico e delle precedenti esperienze specifiche dei concorrenti, secondo modalità e termini definiti con decreto dal Ministro dell’ambiente…….";
– l’art. 198 dice che "sino all’inizio delle attività del soggetto aggiudicatario della gara ad evidenza pubblica indetta dall’Autorità d’ambito,…i comuni (o gli enti di bacino) continuano la gestione dei rifiuti urbani …in regime di privativa nelle forme di cui all’art. 113, comma 5" forme che sono quindi destinate a cessare;
– l’art. 201 dice che le attività di gestione ed erogazione del servizio sono affidate "ai sensi dell’art. 202 e nel rispetto della normativa comunitaria e nazionale sull’evidenza pubblica"; quindi non si può neppure argomentare dicendo che la normativa comunitaria consente l’in house e che quindi il rinvio lascia aperta l’applicazione sia dell’in house, sia della gara, perché il richiamo è specifico alla normativa comunitaria sull’evidenza pubblica;
– lo stesso comma 1 dell’art. 202 contiene dei criteri di selezione del gestore (l’ammontare del corrispettivo offerto) che non sono pertinenti ad un rapporto in house, ma lo sonose si tratta di selezionare un soggetto terzo, pubblico o privato.
– l’art. 150 del medesimo D. Lgs. 152/2006 che, nel disciplinare la scelta delle forme di gestione e procedure di affidamento del servizio idrico integrato, richiama espressamente la possibilità della gestione in house, cosa che non avviene per i rifiuti;
– lo schema di decreto correttivo del D. Lgs. 152/2006, approvato in prima lettura dal Consiglio dei Ministri il 13 settembre scorso, prevede una modifica all’art. 202: "le parole : "gara disciplinata" sono sostituite dalle seguenti:"procedure disciplinate" ed è soppresso il riferimento al comma 7". I tempi di un’eventuale approvazione definitiva del testo correttivo sono, tuttavia, molto lunghi a seguito del mancato rispetto dei tempi stabiliti della legge delega e conseguente decadenza dei "correttivi" in itinere. Il nuovo ed unico schema di decreto legislativo in itinere dovrà ora ripercorrere l’intero iter previsto, ossia tre approvazioni da parte del Governo alternate da due approvazioni delle Commissioni parlamentari;
– la decisione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato del 27/09/2006 ove si legge, fra l’altro, “si ricorda come, da ultimo, anche l’articolo 202 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, Testo Unico in materia ambientale, espressamente stabilisca che le competenti autorità di ambito aggiudicano il servizio di gestione integrata dei rifiuti urbani mediante gara disciplinata dai principi e dalle disposizioni comunitarie, in conformità ai criteri di cui all’articolo 113, comma 7, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267. Si definisce chiaramente con ciò la necessità di confronto tra operatori – indipendentemente dalla natura giuridica dei medesimi e, soprattutto, dalla rispettiva titolarità del capitale sociale – improntato ai principi concorrenza, così come anche dalla stessa Autorità più volte ribaditi”;
– la successiva ampia e argomentata decisione della medesima Autorità del 14/12/2006, cui si rinvia;
– la sentenza del TAR Campania Napoli sez. I 02/08/2007 n. 7229 da cui emerge che "Il nuovo sistema delineato dal d.lgs. 152/06 per la gestione integrata dei rifiuti urbani, caratterizzato dalla separazione delle funzioni di indirizzo, organizzazione e controllo da quelle gestorie (artt. 201, co. 4, e 202, co. 1), persegue l’obiettivo del superamento della frammentazione delle gestioni sulla base di ambiti territoriali ottimali (art. 200, co. 1, lett. a) attraverso la previsione di una gestione "integrata" dei rifiuti, ad opera di un unico gestore cui vengano affidate, a mezzo di procedura comunitaria, la realizzazione, gestione ed erogazione dell’intero servizio (comprese le attività di gestione e realizzazione degli impianti) e la raccolta, la raccolta differenziata, la commercializzazione e lo smaltimento completo di tutti i rifiuti urbani ed assimilati prodotti all’interno dell’ATO (art. 201, co. 4): cosicché l’affidamento e l’avvio della gestione integrata appaiono incompatibili con la sopravvivenza di gestioni parziali preesistenti, si tratti o meno di gestioni dirette, in house o affidate a terzi. Ne consegue l’interesse del legislatore a segnare lo spartiacque tra il vecchio ed il nuovo sistema di gestione, stabilendo che le gestioni in corso, una volta conclusa la complessa fase d’avvio del nuovo modello, debbano cessare, ancorché anticipatamente. A ciò si è provveduto con gli artt. 198 e 204, che vanno rettamente intesi nel senso di sancire la cessazione in ogni caso, anche in via anticipata, delle gestioni in corso, a seguito dell’affidamento del servizio integrato al nuovo gestore. La decadenza delle gestioni in corso risponde all’esigenza di evitare che la loro prosecuzione (benché legittimata dai rispettivi titoli) pregiudichi l’esercizio in forma integrata del servizio nell’intero territorio. Non si vede, viceversa, in qual modo una proroga ex lege delle gestioni preesistenti sino all’affidamento del nuovo servizio possa servire a tale interesse, essendo la gestione integrata comunque destinata a fare, del preesistente, tabula rasa".
La forma di gestione dei servizi pubblici prevista dall’art. 113, comma 5, lett. c) del D. Lgs. 267/2000, il cosiddetto in house providing, ha animato negli ultimi anni un acceso dibattito e diverse, e discordanti, opinioni dottrinali e pronunce giurisprudenziali.
Non è la sede per trattare compiutamente l’argomento.
L’art. 113, comma 5, prevede che l’erogazione del servizio pubblico locale di rilevanza economica avviene secondo le discipline di settore e nel rispetto della normativa dell’Unione europea, con conferimento della titolarità del servizio “… c) a società a capitale interamente pubblico a condizione che l’ente o gli enti pubblici titolari del capitale sociale esercitino sulla società un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi e che la società realizzi la parte più importante della propria attività con l’ente o gli enti pubblici che la controllano”.
La Corte ha ribadito il principio generale per cui sussiste sempre l’obbligo per le amministrazioni aggiudicatrici – o enti ad esse equiparate – di applicare le regole comunitarie che prevedono l’attribuzione di appalti e/o servizi mediante procedura ad evidenza pubblica, costituendo qualsiasi deroga ad esse come mera eccezione, da interpretarsi il più possibile restrittivamente.
Richiamando l’applicazione dei principi fondamentali del Trattato CE, di cui agli artt. 43 e 49, sempre prevalenti pur in esclusione dell’applicazione della direttiva 92/50/CE relativa ad appalti di pubblici servizi, la Corte ha ribadito che anche nell’ipotesi di concessione di pubblici servizi ad ente non indipendente dall’autorità affidataria devono applicarsi i principi relativi al richiamato “controllo analogo” e alla “prevalenza dell’attività”, confermando, con tale precisazione, che questi due presupposti sono ormai cardini fondamentali ai fini della valutabilità della aderenza all’ordinamento comunitario – ed a quello nazionale ad esso conformato – di tutte le ipotesi di affidamento diretto, anche se a società a capitale interamente pubblico (sentenza 18.11.2000, in causa C-107/98, Teckal).
In particolare, la Corte ha precisato che le due condizioni (“controllo analogo” e “prevalenza”) devono essere “… oggetto di un’interpretazione restrittiva e l’onere di dimostrare l’effettiva sussistenza delle circostanze eccezionali che giustificano la deroga a quelle regole grava su colui che intenda avvalersene. Occorre esaminare, innanzitutto, se l’autorità pubblica concedente eserciti sull’ente concessionario un controllo analogo a quello esercitato suoi propri servizi. Tale valutazione deve tenere conto di tutte le disposizioni normative e delle circostanze pertinenti. Da quest’esame deve risultare che l’ente concessionario in questione è soggetto ad un controllo che consente all’autorità pubblica concedente di influenzarne le decisioni. Deve trattarsi di una possibilità di influenza determinante sia sugli obiettivi strategici che sulle decisioni importanti …”.
La Corte di giustizia è di recente tornata sui medesimi principi proprio in riferimento all’interpretazione dell’art. 113, comma 5, d.lgs. n. 267/2000 con la sentenza 6.4.2006, in causa C-410/04, AMTAB. La Corte, ribadendo nuovamente l’applicabilità generale dei principi di parità di trattamento, non discriminazione e trasparenza, di cui agli artt. 43, 49 e 86 del trattato CE, ha specificato che tali principi non ostano ad una disciplina nazionale che consente ad un ente pubblico di affidare un servizio pubblico direttamente ad una società della quale esso detiene l’intero capitale, “… a condizione che l’ente pubblico eserciti su tale società un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi e che la società realizzi la parte più importante della propria attività con l’ente che la detiene”.
Il quadro normativo è cambiato con l’emanazione del D. Lgs. 22/1997, decreto Ronchi, che ha introdotto, fra l’altro, il principio del necessario superamento della frammentazione e polverizzazione della gestione del rifiuto urbano.
In aderenza alle direttive comunitarie, il D. Lgs. 22/1997 ha fondato un complesso e articolato sistema nel quale l’attività di smaltimento dei rifiuti (costituente il fulcro della previgente disciplina di cui al d.P.R. 10 settembre 1982, n. 915) rappresenta soltanto “la fase residuale della gestione dei rifiuti” (art. 5 comma 1), in funzione di un modello di gestione integrata dei rifiuti, comprendente l’intero ciclo (dalla raccolta, al trasporto, al recupero, allo smaltimento, al controllo di ciascuna di tali operazioni e delle discariche e degli impianti di smaltimento anche dopo la loro chiusura), polarizzato sul principio di minimizzazione dello smaltimento finale dei rifiuti e, correlativamente, sulla massimizzazione(o ottimizzazione) delle attività intese alla riduzione dei rifiuti da smaltire, sia attraverso la prevenzione della produzione dei rifiuti, sia mediante il potenziamento delle attività di riutilizzo, riciclaggio e recupero dei rifiuti, nel contesto delle quali assume rilievo particolare la raccolta differenziata dei rifiuti ed il loro “recupero” secondo le operazioni delineate dall’allegato C al d.lgs. n. 22 del 1997.
Possiamo inoltre ritenere che – esistendo un piano regionale rifiuti del 2004 – la Regione non ritenga di dover adeguare immediatamente il proprio piano al fine della redazione dei piani d’ambito, e che non ritega di dover modificare la legge regionale, perché sostanzialmente giàconforme.
L’assemblea dell’Autorità d’Ambito, riunita il 7 ottobre 2005, ha eletto il Comitato Istituzionale.
Con la sottoscrizione della convenzione e l’insediamento degli organi, l’Autorità d’Ambito "Marca Ambiente" è entrata nella sua operatività ed ha iniziato ad esercitare le proprie funzioni previste dall’art. 15 della L. R. 3/2000 nonché dalla convenzione sottoscritta da tutti gli Enti.
"Art. 3 – Obblighi degli enti convenzionati
Art. 4 – Costituzione dell’Autorità d’ambito, denominazione, sede
Allo stato è in fase di redazione il Piano d’Ambito, già previsto dall’art. 19 della L. R. 3/2000 ed oggi dall’art. 203, comma 3, del D. Lgs. 152/2006 e, pertanto, vige la disciplina transitoria tra le precedenti gestioni e quella unitaria che dovrà essere assicurata dall’Autorità d’Ambito.
La transizione fra gli attuali Enti di Bacino e la nuova Autorità d’Ambito è disciplinata dalla Legge Regionale 3/2000, nella parte compatibile con il Codice Ambientale.
L’art. 16-bis della L. R. 3/2000, prevede, infatti, un periodo transitorio allorché dispone che, nelle more dell’individuazione delle forme di servizio di gestione dei rifiuti urbani da parte dell’Autorità d’ambito, ai sensi del comma 3 dell’articolo 19, e dell’operatività dell’organizzazione del servizio da questa approvata, rimangono in essere ed esercitano le funzioni loro proprie gli enti responsabili di bacino di cui al piano regionale di smaltimento dei rifiuti solidi urbani approvato con deliberazione del Consiglio regionale n. 785/1988.
Tale disposizione può, certamente, essere applicata nella parte in cui prevede, fino all’operatività delle nuove gestioni, la permanenza degli enti di bacino, in quanto interlocutori dei soggetti gestori e titolari dei relativi contratti di servizio. La previsione, infatti, è logica, non confligge con le nuove disposizioni statali, concerne un istituto – gli enti di bacino – che è proprio della legislazione regionale, quindi non vi è ragione di non applicarla.
Gli enti di bacino, dunque, hanno sostanzialmente la stessa natura dell’Autorità d’ambito, ma rappresentano soltanto una parte dell’ambito e sono l’interfaccia della frammentazione gestionale. La loro permanenza ha naturalmente carattere provvisorio, in attesa che l’Autorità d’ambito stabilisca le nuove modalità di gestione e di affidamento e li sostituisca nelle attività di governo dell’ambito.
Se per qualche ragione venisse meno un gestore, la decisione sulla procedura da seguire spetta all’Autorità d’Ambito.
Ne deriva, dunque, che gli enti di bacino non possono assumere iniziative in tema di modalità di gestione dei rifiuti, dato che ogni attività in materia deve essere ripensata e valutata a dimensione di ambito e quindi ad opera dell’Autorità d’ambito, nel relativo piano. Ciò non significa che in attesa dell’approvazione del piano ogni nuova iniziativa debba essere congelata, ma che essa deve passare attraverso l’Autorità d’ambito, che sarà in grado di decidere in relazione agli effetti sull’attività pianificatoria in itinere, evitando ad esempio realizzazioni che pregiudicherebbero decisioni successive.
Nella logica della legge, le innovazioni, ogni nuova decisione che impegni l’organizzazione futura del servizio, debbono ora essere decise in sede di Autorità d’ambito, possibilmente per l’intero ambito, sempre nella direzione dell’attuazione della legge.
Il problema è dunque di attuazione della legge e dei relativi tempi. Secondo la legge regionale le gestioni preesistenti si estinguono comunque al più tardi al 31 dicembre 2006 (“2. Nelle more dell’operatività dell’organizzazione del servizio di gestione dei rifiuti approvato dall’Autorità d’ambito, conformemente alle disposizioni di cui al comma 15 bis dell’articolo 113 del decreto legislativo n. 267/2000 e successive modificazioni, le concessioni ed i contratti di servizio di cui al comma 1 si estinguono comunque entro e non oltre la data del 31 dicembre 2006, fatte salve le eccezioni di cui ai commi 15 bis e 15 ter del medesimo articolo 113”), mentre secondo la sopravvenuta legge statale (Codice ambientale, art. 204), le gestioni in corso proseguono fino alla scelta del nuovo gestore da parte dell’Autorità (“I soggetti che esercitano il servizio, anche in economia, alla data di entrata in vigore della parte quarta del presente decreto, continuano a gestirlo fino alla istituzione e organizzazione del servizio di gestione integrata dei rifiuti da parte delle Autorità d’ambito“), scelta che deve avvenire tuttavia in tempi brevissimi, entro i nove mesi scadenti (anzi, scaduti) al 31 gennaio 2007 (“In relazione alla scadenza del termine di cui al comma 15-bis dell’articolo 113 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, l’Autorità d’ambito dispone i nuovi affidamenti, nel rispetto delle disposizioni di cui alla parte quarta del presente decreto, entro nove mesi dall’entrata in vigore della medesima parte quarta”).
In tale situazione non sembra ammissibile configurare la possibilità di nuovi affidamenti da parte degli Enti di Bacino, spettanti esclusivamente all’Autorità d’Ambito.

References: art. 195
 art. 196
 art. 199
 art. 200
 art. 202
 articolo 204
 sentenza 
 sentenza 

Art. 4
 articolo 113
 art. 204