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Timestamp: 2019-10-21 20:19:44+00:00

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12 | Ottobre | 2018 | Edscuola
Archivi giornalieri: venerdì 12 Ottobre 2018
La Società Astronomica Italiana, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – Dipartimento dell’istruzione – Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e la Valutazione del Sistema Nazionale di Istruzione, nell’ambito del Protocollo d’Intesa MIUR/SAIT, in sinergia con la Città Metropolitana di Reggio Calabria ed in collaborazione con il Centro Italiano Femminile provinciale di Reggio Calabria, indicono la
Ipotesi federale: I prof all’amministrazione locale? La Leha: “Sì ma ci vuole un accordo”
Prendere una cattedra e impegnarsi a tenerla per almeno 5 anni, potrebbe essere questa la misura adottata dal Parlamento per mettere un freno alle richieste di trasferimento dei docenti che, ogni anno, usufruiscono della mobilità per tornare a casa. Sono decine di migliaia gli insegnanti della scuola italiana trasferitisi da una regione all’altra per lavorare. Soprattutto si tratta di docenti delle regioni meridionali che, assunti al Nord, cercano appena possibile di rientrare. Lasciando però scoperte altrettante cattedre nelle scuole del Nord. Un problema che finora non ha trovato soluzione, a cui sta lavorando da tempo però il comparto scuola della Lega.
Si parte quindi da concorsi regionalizzati: un modo anche per dare uno stop alle trasferte e ai trasferimenti: «Se non altro spiega il senatore Pittoni – perché gli attuali stipendi non consentono di gestire trasferte di centinaia di chilometri da dove hai affetti e interessi. E con la Buona scuola la questione coinvolge ormai trasversalmente docenti di tutte le latitudini. La nostra proposta per i prossimi concorsi, dopo la fase transitoria per stabilizzare, prevede candidati liberi di scegliere in quale regione eleggere il proprio domicilio professionale: una norma europea già recepita dall’Italia. Per poi confrontarsi alla pari con gli altri iscritti nella stessa regione. Il vincolo dei 5 anni è al momento una proposta da discutere, alla fine gli anni potrebbero anche scendere a tre. Ma l’obiettivo resta quello di evitare continui spostamenti».
A proposito di legame contrattuale tra docente e territorio di assunzione, in questi giorni nel mondo della scuola si parla molto dei possibili risvolti del processo per l’autonomia amministrativa e legislativa avviato da molte regioni del Nord. In base all’autonomia le Regioni avrebbero campo libero su vari ambiti, tra cui la scuola, e dunque potranno gestire gli organici, prevedendo anche fondi ad hoc per organici aggiuntivi in base alle necessità. «Il feralismo sta sicuramente a cuore alla Lega – ammette Pittoni – ma si tratta di un percorso complesso da portare avanti con un accordo Stato-Regioni».
Per agevolare intanto il rientro a casa dei docenti del Sud, la Lega sta pensando ad una sorta di piano di rientro potenziando il tempo pieno al Sud: oggi in Italia dei circa 2 milioni 800mila studenti di scuola elementare sull’intero territorio nazionale solo un milione scarso usufruisce del tempo pieno, e tra questi il 58% si trovano al Nord, appena l’11% al Sud e il 4% in Sardegna e Sicilia. Aumentando il tempo pieno nelle regioni meridionali si creerebbero posti di lavoro nelle scuole del Mezzogiorno.
Una famiglia faceva ricorso al TAR del Veneto per chiedere l’annullamento della delibera n. 9 del 10 novembre 2017 del Consiglio d’Istituto dell’-OMISSIS- che ha determinato l’articolazione dell’orario settimanale delle lezioni adottando la “settimana corta” in luogo delle sei ore scelte dai genitori all’atto dell’iscrizione dei propri figli all’inizio del triennio presso la -OMISSIS- “ -OMISSIS-”.
Il ricorrente, dopo aver ricostruito i dati normativi pertinenti (art. 21, comma 7-8 e 9 L. 15 marzo 1997 n. 59; art. 1 d.lgs. 31 marzo 1998 n. 112; art. 74 d.lgs. 16 aprile 1994 n. 297; art. 5 d.P.R. n. 275/1999) ha evidenziato che la determinazione del calendario scolastico è di competenza regionale, ai sensi dell’art. 138 d.lgs. n. 112/1998 che non può operare in contrasto con i limiti stabiliti dall’art. 74 d.lgs. n. 297/1994 che stabilisce in 200 giorni il numero minimo dei giorni di lezione; proprio tale ultima norma, ad avviso del ricorrente, è risolutiva nella soluzione della questione in esame.
Il numero minimo di giorni di lezione legislativamente previsto comporta, anche tenuto conto della norma che stabilisce il monte ore di lezione per ciascuna scuola, la strutturazione del calendario e conseguentemente dell’orario su sei giorni settimanali, mentre qualora il numero minimo di giorni di lezione fosse riferito ad una calendarizzazione su cinque giorni settimanali il monte ore di ciascuna scuola sarebbe ampiamente superato. Ciò sta a significare che il calendario scolastico, e prima di esso la norma di riferimento, è stabilito con riferimento ad un articolazione su sei giorni settimanali anziché cinque.
Il ricorso verrà respinto con delle argomentazioni puntuali che toccano più sfere che meritano di essere riportate. Come da sentenza del 02/08/2018 N. 00842/2018 del TAR per il Veneto.
Autonomia organizzativa della scuola e calendario scolastico
“Quanto all’infondatezza, giova evidenziare che dal chiaro tenore dell’art. 5, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275 (<<3. L’orario complessivo del curricolo e quello destinato alle singole discipline e attività sono organizzati in modo flessibile, anche sulla base di una programmazione plurisettimanale, fermi restando l’articolazione delle lezioni in non meno di cinque giorni settimanali e il rispetto del monte ore annuale, pluriennale o di ciclo previsto per le singole discipline e attività obbligatorie>>) si ricava che rientra nell’autonomia organizzativa della scuola la scelta tra l’orario su cinque o sei giorni settimanali, fermo restando che quella in cinque giorni è considerata l’articolazione minima.
In altri termini, alle Istituzioni scolastiche è riconosciuta la facoltà di adottare tutte le forme di flessibilità ritenute opportune e funzionali alle esigenze didattiche, attraverso la pianificazione modulare del monte ore annuale di ciascuna disciplina ed attività, ferma restando l’articolazione delle lezioni in non meno di cinque giorni settimanali ed il rispetto del monte ore annuale o pluriennale del ciclo previsto per le singole discipline ed attività obbligatorie (cfr. T.A.R. Abruzzo, Pescara, sez. I, 22 maggio 2018, n. 166).”
La normativa vigente non impone alle scuole una particolare articolazione settimanale delle lezioni
“Con il secondo motivo di gravame il ricorrente censura la violazione dell’art. 74 D.Lgs. N. 297/1994 capo V PUNTO 3 e art. 7 punto 3 e 5. Secondo il ricorrente, atteso che “allo svolgimento delle lezioni sono assegnati almeno 200 giorni”, se dalle giornate del calendario scolastico stabilito dalla Regione (mediamente 270 giorni annuali) togliamo le domeniche, le festività obbligatorie, i giorni di sospensione obbligatoria delle lezioni determinate dal Ministero dell’Istruzione, i giorni effettivi di lezione sono di poco superiori ai 200 giorni; se con la settimana corta togliessimo tutti i sabati il risultato sarebbe di circa 170 giorni effettivi di lezione (se non addirittura meno) all’anno e di conseguenza nettamente inferiore rispetto al minimo consentito.
L’inammissibilità discende dal fatto che in presenza di gravame interposto avverso atti di natura programmatoria, come nella specie, la giurisprudenza amministrativa richiede che parte ricorrente dimostri in concreto in qual modo l’attività amministrativa censurata rechi un pregiudizio immediato, attuale e concreto nella sfera giuridica di chi propone l’azione (cfr. cit. T.A.R. Abruzzo, Pescara, sez. I, 22 maggio 2018, n. 166). La censura, comunque, si rivela infondata, atteso che – come condivisibilmente chiarito dalla citata sentenza T.A.R. Liguria, sez. II, 21 gennaio 2016, n. 59 – il numero minimo di giorni di lezione legislativamente previsto comporta, anche tenuto conto della norma che stabilisce il monte ore di lezione per ciascuna scuola, la strutturazione del calendario e conseguentemente dell’orario su sei giorni settimanali.
Risulta, infatti, agevolmente intuibile che ove il numero minimo di giorni di lezione fosse riferito ad una calendarizzazione su cinque giorni settimanali il monte ore di ciascuna scuola sarebbe ampiamente superato; in definitiva, il calendario scolastico, e prima di esso la norma di riferimento, è stabilito con riferimento ad una articolazione su sei giorni settimanali anziché cinque. Tuttavia, la stessa sentenza pacificamente conclude nel senso che è concesso alle singole Istituzioni scolastiche la facoltà, pienamente rientrante nell’autonomia scolastica, di strutturare un orario settimanale su cinque giorni; ritiene il Collegio che tale scelta non implica alcuna violazione del predetto parametro – numero di giorni – (proprio nel presupposto che detto parametro è fondato su una articolazione su sei giorni settimanali, anziché cinque).
In altri termini, la normativa vigente non impone alle scuole una particolare articolazione settimanale delle lezioni, limitandosi a prevedere la “distribuzione minima” in cinque giorni alla settimana e lasciando loro la possibilità di scegliere discrezionalmente tra “settimana corta” (che non incide, violandolo, sul termine minimo di 200 giorni di lezioni) e “settimana lunga”.
Non è concepibile una “paralisi” del potere di “aggiornamento della programmazione”
“Infondata è pure la doglianza concernente il fatto che il Piano dell’offerta formativa consegnato alle famiglie non prevedeva l’adozione della c.d. settimana corta; ed invero, come risulta dal combinato disposto degli artt. 3 (come sostituito dall’art. 1, comma 14, della legge 13 luglio 2015, n.107) e 5 del decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275, l’articolazione settimanale degli orari delle lezioni non rientra nel “contenuto proprio” del Piano dell’offerta formativa. Inoltre, in disparte l’assorbente ragione di infondatezza sopra evidenziata, la censura in esame muove da una premessa erronea: ed invero, atteso che il piano triennale dell’offerta formativa è rivedibile annualmente (cfr. cit. art. 3 del decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275 come sostituito dall’art. 1, comma 14, della legge 13 luglio 2015, n. 107: <<1. Ogni istituzione scolastica predispone, con la partecipazione di tutte le sue componenti, il piano triennale dell’offerta formativa, rivedibile annualmente […]>>) nessuna aspettativa potrebbe formarsi in ordine alla “stabilità” (tale da sostanziare uno stato di immodificabilità) nel tempo del Piano medesimo. In altri termini, non è concepibile una “paralisi” del potere di “aggiornamento della programmazione” che consente alla scuola di assicurare la costante adeguatezza tra gli strumenti organizzatori e le esigenze del servizio e dei suoi utenti.”
Validità delibera e firma
“Con il quinto motivo il ricorrente censura la nullità della delibera n. 9 del 10 novembre 2017, in quanto priva di firme autentiche e della relata di pubblicazione. Per il ricorrente è, infatti, nullo il provvedimento amministrativo che manchi degli elementi essenziali, che è viziato da difetto assoluto di attribuzione, che è stato adottato in violazione o elusione del giudicato, nonché negli altri casi previsti dalla legge.
Il motivo è infondato. Nel documento depositato dalle parti resistenti sono presenti – in calce al verbale del Consiglio d’Istituto del 10 novembre 2017 – le sottoscrizioni del segretario e del presidente. In ordine al documento depositato da parte ricorrente in data 12 luglio 2018 (delibera n. 9 del Consiglio d’Istituto del 10 novembre 2017), è ben vero che difettano le sottoscrizioni del segretario e del presidente; tuttavia, in adesione ad un costante orientamento giurisprudenziale, il Collegio ritiene che non solo la non leggibilità della firma, ma anche la stessa autografia della sottoscrizione non possono costituire requisiti di validità dell’atto amministrativo, ove concorrano elementi testuali, emergenti anche dal complesso dei documenti che lo accompagnano, che permettono di individuare la sua sicura provenienza (come risulta nel caso in esame); in conclusione l’atto amministrativo esiste come tale allorché i dati emergenti dal procedimento amministrativo consentano comunque di ritenerne la sicura provenienza dall’Amministrazione e la sua attribuibilità a chi deve esserne l’autore secondo le norme positive, salva la facoltà dell’interessato di chiedere al giudice l’accertamento dell’effettiva provenienza dell’atto stesso dal soggetto autorizzato a firmarlo (cfr. T.A.R. Campania, Napoli, sez. VII, 3 maggio 2018, n. 2960; T.A.R. Campania, Napoli, sez. VIII, 8 novembre 2017, n. 5245); pertanto la censura in esame deve essere, anche per questa via, disattesa. (…)”
Sul difetto di cronologia delle pagine, omissis e firme degli atti consegnati ai sensi della 241/90
Il ricorrente, in particolare, contesta che nella documentazione consegnatagli e relativa all’accesso agli atti manca la cronologia delle pagine, mancano le firme e sono presenti cancellature ed omissis
Le ipotesi di nullità dei provvedimenti amministrativi hanno carattere tassativo e, come stabilito dall’art. 21-septies, della legge 7 agosto 1990, n. 241 e ss. mm. ed ii., si verificano nei casi di mancanza degli elementi essenziali, di difetto assoluto di attribuzione, di violazione o elusione del giudicato, nonché negli altri casi espressamente previsti dalla legge (cfr. Cons. Stato, sez. V, 10 gennaio 2017, n. 45; Cons. Stato, sez. V, 4 maggio 2015, n. 2237; T.A.R. Lazio, Roma, sez. I quater, 5 maggio 2017, n. 5440).
In particolare, la c.d. nullità strutturale (per difetto, dunque, degli elementi essenziali) si verifica tutte le volte in cui l’atto amministrativo sia privo dei requisiti necessari per poter essere giuridicamente qualificato come tale, sulla scorta di un raffronto meramente estrinseco rispetto al paradigma legale (cfr. T.A.R. Lombardia, Milano, sez. II, 3 aprile 2018, n. 876). Orbene, fermo quanto sopra già detto in ordine alla mancanza di sottoscrizione (e che deve pertanto qui intendersi ribadito), il difetto di cronologia delle pagine può al più assumere valore di mera irregolarità, perché non idonea ad incidere sul contenuto concreto dell’atto, al pari delle cancellature ed omissis (che possono essere state utilizzate come tecnica di tutela della riservatezza) che non incidono in alcuna misura sui profili “strutturali” dell’atto.”
Venerdì 12 ottobre studenti in piazza: “ribalteremo il governo del cambiamento”
Venerdì 12 ottobre scatta la prima mobilitazione studentesca nazionale contro Cinque Stelle e Lega al governo: “Serve una scossa!” lo slogan scelto per l’iniziativa, con hashtag #agitiamoci, organizzata dalla Rete della Conoscenza (un network nazionale cui aderiscono l’Unione degli Studenti e Link – Coordinamento Universitario).
Miglia di studenti in tutta Italia
Da tutta Italia migliaia di studenti medi, delle superiori e gruppi universitari scenderanno in piazza per protestare contro l’esecutivo e chiedere un “vero cambiamento”, appunto una “scossa”, nel settore istruzione: “Scendiamo in piazza in tutta Italia perché vogliamo smascherare i bluff dei Ministri che parlano di sicurezza e innovazione per le nostre scuole ignorando le vere condizioni delle studentesse e degli studenti. La scuola pubblica fa acqua da tutte le parti. Bloccheremo le città e agiteremo il paese: Salvini e Di Maio state attenti, il 12 ribalteremo il vostro governo del cambiamento”, avverte la Rete.
Ma ogni anno è così
La protesta contro il governo è un appuntamento fisso ormai e non c’è inizio d’autunno senza manifestazioni, seguite magari da occupazioni o autogestioni degli istituti.
Quella di domani era stata già annunciata il 10 settembre, quando le scuole ancora non avevano riaperto.
Le rivendicazioni degli studenti
Le rivendicazioni degli studenti sono chiare: “Ancora troppi silenzi e nessuna risposta sui disastri della legge 107, dalla riforma dell’Esame di stato all’alternanza scuola-lavoro; non esiste un piano reale di finanziamento sull’edilizia scolastica: ancora nel 2018 ci crollano i soffitti in testa, pretendiamo la messa in sicurezza degli edifici, spazi aperti e di qualità; non esiste la garanzia del diritto allo studio: la dispersione scolastica è un cancro del nostro Paese e troppi studenti e studentesse sono costretti ad abbandonare il loro percorso: pretendiamo un reddito di formazione per tutti che abbatta le disuguaglianze e che ci garantisca di vivere le nostre scuole e la nostra città senza che siano le barriere economiche e sociali a decidere sul nostro futuro e sulle nostre aspettative; non esiste alcun tipo di tutela nei percorsi di alternanza scuola-lavoro che troppo spesso si sono rivelati dannosi, costosi, non formativi e utili solo a farci lavorare gratuitamente magari da enti privati che distruggono le nostre città: pretendiamo un Codice Etico che ci tuteli e che garantisca i nostri diritti e che proibisca alle aziende e agli Enti Privati collusi con la mafia o colpevoli di disastri ambientali di lucrare sulla nostra formazione”.
Dispersione scolastica, Bussetti: “Così affronterò il problema”
Lotta senza quartiere alla dispersione scolastica. A Sky Tg24, il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, è chiaro sull’argomento: “Il problema della dispersione scolastica va
affrontato su due fronti: la soddisfazione dei bisogni primari e l’orientamento. Serve maggiore sistematicità su questi due temi”.
“I ragazzi hanno attitudini ed è su queste che gli insegnanti devono concentrarsi, aggiunge Bussetti – i ragazzi hanno una idea di quello che vogliono fare, la scuola deve far emergere le loro attitudini più che puntare sulle competenze”.
Ogni ragazzo che rimane fuori dal sistema di istruzione è un’occasione persa per il Paese. Puntare, dunque, all’aumento del tempo prolungato nelle scuole, all’ampliamento dell’offerta formativa, all’attuazione di misure, con particolare attenzione alle situazioni di svantaggio sociale, anche promuovendo la personalizzazione dei percorsi di studi mediante interventi formativi modulari.
Dal 1995 a oggi, come segnala TuttoScuola in un dossier, 3 milioni e mezzo di studenti hanno abbandonato la scuola statale, su oltre 11 milioni iscritti alle superiori (-30,6%).
Rimangono Sicilia, Campania, Sardegna, Puglia e Calabria le regioni con più elevato tasso di abbandono scolastico.
I costi sono enormi: 55 miliardi di euro. L’emorragia continua perché almeno 130 mila adolescenti che iniziano le superiori non arriveranno al diploma.
Lo ribadisce anche uno studio dello Svimez, associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, che segnala come al Sud il 18,5% dei ragazzi hanno abbandonato la scuola avendo conseguito al massimo la licenza media.
Nella nota di aggiornamento al Def, il governo fornisce un quadro complessivo delle linee programmatiche che il governo intende seguire nell’ambito dell’istruzione.
Nella Nadef c’è spazio anche per la lotta alla dispersione scolastica, con il governo che proseguirà gli sforzi diretti a limitare l’abbandono, incentivando gli studenti a proseguire gli studi.
In questo senso si può interpretare la riduzione delle ore di alternanza scuola/lavoro: meno competenze, più qualità e più ore curricolari.
Il governo interverrà sul sistema dell’alternanza al fine di rendere i percorsi il più possibile orientativi e di qualità, anche relativamente al territorio di riferimento.
In tal senso il monte ore globale verrà ridefinito in base al percorso scolastico.
Stipendi insegnanti, Bussetti: ‘Nessuna riduzione. Rimedierà la legge di bilancio’
Meno 300 milioni di euro. A questa cifra ammonterebbero i tagli ai redditi destinati al personale scolastico previsti nel Def, unica cifra che interessa la scuola presente nel documento e che è possibile trovare alla voce “Dati di consuntivo”. Stipendi ridotti in vista dunque, ma il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, in un’intervista a LaStampa rassicura: “Nessun taglio “.
“Non ci sarà nessuna riduzione degli stipendi per il personale docente – dichiara Bussetti a Flavia Amabile, giornalista de LaStampa -. Questo nonostante il fatto che il precedente governo avesse previsto tagli alla retribuzione che avrebbero raggiunto i 29 euro al mese in meno per i docenti di minore anzianità e gli Ata a partire da gennaio prossimo”.
Eppure nel Def si legge chiaramente che i redditi da lavoro dipendente nella pubblica amministrazione si ridurranno in media dello 0,4% nel biennio 2020-21, tanto che i sindacati hanno già affermato che non accetteranno stipendi ridotti. “La legge di bilancio, su mia proposta, rimedierà al problema – chiarisce il Ministro – stanziando le risorse che servono per evitarlo”.

References: art. 1
 art. 74
 art. 5
 sentenza 
 art. 7
 sentenza 
 sentenza 
 art. 3