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Timestamp: 2019-02-23 14:39:13+00:00

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Consiglio di Stato, sezione III, sentenza 1 agosto 2014, n. 4121. Nessun giudizio di pericolosità sociale del richiedente deve precedere il rilascio dell'autorizzazione al porto d'armi, ma solamente un giudizio prognostico sull'affidabilità del soggetto e sull'assenza di rischio che egli possa abusare delle armi - Renato D'Isa
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Consiglio di Stato, sezione III, sentenza 1 agosto 2014, n. 4121. Nessun giudizio di pericolosità sociale del richiedente deve precedere il rilascio dell'autorizzazione al porto d'armi, ma solamente un giudizio prognostico sull'affidabilità del soggetto e sull'assenza di rischio che egli possa abusare delle armi
sentenza 1 agosto 2014, n. 4121
sul ricorso numero di registro generale 5196 del 2009, proposto da:
rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici è domiciliato ex lege, in Roma, via (…);
Relatore, nell’udienza pubblica del giorno 8 maggio 2014, il Cons. Paola Alba Aurora Puliatti;
Udito per il Ministero appellante, alla stessa udienza, l’avvocato dello Stato Va.;
1. – Con ricorso proposto dinanzi al TAR Lombardia, sede di Milano, notificato il 28 giugno 2008, il ricorrente ha impugnato il provvedimento del -OMISSIS-, emesso in data -OMISSIS-, con cui è stata rigettata l’istanza da lui presentata per il rinnovo della licenza di porto di fucile per uso caccia.
2. – Con la sentenza in epigrafe, il T.A.R., accogliendo l’impugnazione, ha annullato il provvedimento, rilevandone il difetto di motivazione.
Tale disciplina, rileva il TAR, “è diretta al presidio dell’ordine e della sicurezza pubblica, alla prevenzione del danno che possa derivare a terzi da indebito uso ed inosservanza degli obblighi di custodia, nonché della commissione di reati che possano essere agevolati dall’utilizzo del mezzo di offesa”.
I provvedimenti autorizzzatorii postulano, quindi, che il beneficiario sia indenne da mende, osservi una condotta di vita improntata a puntuale osservanza delle norme penali e di tutela dell’ordine pubblico, nonché delle comuni regole di buona convivenza civile, sì che non possano emergere sintomi e sospetti di utilizzo improprio dell’arma.
E’ sufficiente, pertanto, anche un’erosione minima del requisito della totale affidabilità del soggetto a fondare il diniego di autorizzazione, fermo restando in capo all’amministrazione l’onere di esternare non solo il presupposto di fatto che l’ha indotta ad intervenire, ma anche le ragioni per le quali il soggetto viene ritenuto capace di abusare delle armi e munizioni.
Il primo giudice ha, quindi, osservato che il provvedimento di diniego oggetto del giudizio ha fatto riferimento alle condanne penali riportate dall’interessato, tra cui quella per il reato (detenzione illegale di armi) di cui agli artt. 10 e 12 della legge n. 497 del 1974, art. 23, c. 4., della legge n. 110/1975 e 62 bis c.p., alla pena di mesi 8 di reclusione ed alla multa di Lire 140.000, con il beneficio della non menzione e della sospensione condizionale della pena.
In definitiva, secondo il TAR, nessuno dei motivi addotti dalla pubblica amministrazione, considerato nella sua isolatezza, ha una portata automaticamente ostativa al possesso della licenza di porto uso caccia, richiedendosi invero una valutazione complessiva della personalità del soggetto destinatario del diniego di rinnovo dell’autorizzazione di polizia, onde valutarne l’incidenza in ordine al giudizio di affidabilità e/o probabilità di abuso nell’uso delle armi, sulla base di una congrua ed adeguata istruttoria, della quale dar conto in motivazione, “onde evidenziare le circostanze di fatto che farebbero ritenere il soggetto richiedente pericoloso o comunque capace di abusi”.
La valutazione dell’Autorità di pubblica sicurezza è caratterizzata da ampia discrezionalità, perseguendo in tale materia lo scopo di prevenire, per quanto possibile, i delitti (ma anche i sinistri involontari), che potrebbero avere occasione per il fatto che vi sia la disponibilità di armi da parte di soggetti non pienamente affidabili; tanto che il giudizio di “non affidabilità” è per certi versi più stringente rispetto a quello di “pericolosità sociale”, giustificando per esempio il diniego anche in situazioni che non hanno dato luogo a condanne penali o misure di pubblica sicurezza, ma a situazioni genericamente non ascrivibili a “buona condotta” (si è ritenuto, ad es., legittimo il diniego in situazioni di inusuale conflittualità fisica e verbale nei rapporti familiari, o di convivenza, o di vicinato: Consiglio di Stato, sez. III, 19/09/2013, n. 4666).
Secondo la giurisprudenza di questa Sezione, da cui il Collegio non ha motivo di discostarsi, la licenza di porto d’ armi può essere negata anche in assenza di sentenza di condanna per specifici reati connessi proprio al corretto uso delle armi, potendo l’Autorità amministrativa valorizzare nella loro oggettività sia fatti di reato diversi, sia vicende e situazioni personali del soggetto che non assumano rilevanza penale, concretamente avvenuti, anche non attinenti alla materia delle armi, da cui si possa desumere la non completa “affidabilità” all’uso delle stesse (Consiglio di Stato, sez. III, 29/07/2013, n. 3979).
In particolare, l’art. 43 cit., per quanto riguarda la licenza di portare armi, prevede il divieto di autorizzazione a chi ha riportato condanna alla reclusione per i medesimi delitti di cui sopra, non colposi, ovvero a chi ha riportato condanna a pena restrittiva della libertà personale per violenza o resistenza all’autorità o per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico; oppure, da ultimo, a chi ha riportato condanna per diserzione in tempo di guerra, anche se amnistiato, o per porto abusivo di armi.
Ci si riferisce ai fatti di reato in materia previdenziale e di contributi previdenziali e assistenziali di cui all’art. 2, comma 1, della legge n. 638/83, oggetto del decreto penale del GIP della -OMISSIS-del 23.3.1992; alle sentenze del 30 gennaio 1995, del 24 gennaio 1996 e del 26.2.1996, emesse a -OMISSIS-, per omissione di ritenute previdenziali ex art. 2, comma 1°, della legge n. 638/83; alla sentenza della -OMISSIS-del -OMISSIS-, per omesso versamento di ritenute previdenziali e assistenziali ex art. 2, comma 1, del D.Lgs. n. 463/1983 ed alla sentenza della Corte di Cassazione del -OMISSIS-, per la medesima fattispecie; anche se si tratta di sentenze tutte che hanno dichiarato estinti i reati a seguito di intervenuto versamento tardivo delle somme dovute.
3. – Le spese del doppio grado di giudizio, liquidate nella misura indicata in dispositivo, seguono, come di regola, la soccombenza.
il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale – Sezione Terza – definitivamente pronunciando sull’appello come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata, respinge il ricorso di primo grado.
Condanna la parte appellata alla rifusione delle spese del doppio grado di giudizio in favore dell’appellante, liquidandole in complessivi euro 3000,00, oltre accessori di legge.

References: sentenza 
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 art. 23
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 art. 2
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