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Timestamp: 2019-07-21 16:05:27+00:00

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maria teresa de luca | Responsabile Civile
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La Terza Sezione della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 30999 del 30.11.2018, ha statuito che per poter affermare la colpa medica bisogna sempre accertare i sintomi aspecifici e comuni
Nella specie, è stata confermata la colpa medica a carico del sanitario che pur comprendendo che il paziente avesse problemi neurologici, non intervenne tempestivamente ma rinviò i necessari accertamenti.
M.A. decede in seguito alle conseguenze della rottura di un aneurisma cerebrale. La moglie (C.A.) ed i due figli minori (M.A. e G.) di M.A. convengono dinanzi al Tribunale di Nuoro Mu.Lu., F.R.M.N. e la AUSL di Nuoro, esponendo che il rispettivo marito e padre, M.A., ebbe uno svenimento e, su indicazione del medico curante, si rivolse al pronto soccorso dell’ospedale, dove venne visitato dalla dott.ssa F.R.M.N., la quale gli prescrisse unicamente una visita cardiologica ed il controllo della pressione sanguigna.
Cinque giorni dopo, sempre su indicazione del medico curante, a causa d’una preesistente cefalea M.A. torna nel medesimo ospedale, dove venne visitato dalla dott.ssa Mu.Lu., la quale anche in questo caso non prescrisse particolari accertamenti diagnostici, limitandosi a prescrivere l’assunzione di un farmaco.
M.A. viene colto da una emiparesi sinistra; questa volta, sempre in ospedale, viene sottoposto ad un esame TAC del cranio, che rivela la presenza d’un ematoma intracranico, dovuto alla rottura d’un aneurisma e sebbene il paziente, trasferito ad altra struttura, fosse stato ivi sottoposto ad intervento chirurgico di evacuazione dell’ematoma e di chiusura della lesione che l’aveva provocato decedeva a causa delle conseguenze del pregresso ematoma intracranico.;
Con sentenza 16.7.2007 n. 486 il Tribunale di prime cure rigettava la domanda e la sentenza viene appellata dai soccombenti.
Con sentenza 11.1.2016 n. 3 la Corte territoriale rigetta il gravame.
Le ragioni della decisione (disconoscimento della colpa medica)
La Corte territoriale ha escluso il nesso di causa tra l’intempestiva diagnosi di aneurisma e la morte del paziente sul presupposto che le possibilità di successo dell’intervento di clippaggio dell’aneurisma sarebbero state identiche, anche se l’intervento fosse stato compiuto subito dopo la prima visita all’ospedale.
I ricorrenti sostengono però che, se l’intervento di clippaggio dell’aneurisma fosse stato tempestivamente eseguito, la “rottura maggiore” dell’aneurisma non ci sarebbe stata, e non vi sarebbe stata l’emorragia subaracnoidea causa del danno cerebrale.
Questo “fatto” (formazione dell’ematoma), osservano gli Ermellini, effettivamente non è stato preso in considerazione dalla Corte d’appello, e presenta tutti i requisiti richiesti dall’art. 360 c.p.c., n. 5 (così come interpretato da Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830).
Secondo la Cassazione, infatti, in tanto può affermarsi che le possibilità di successo del medesimo intervento, eseguito sul medesimo paziente, non mutano sol perché eseguito due settimane prima o due settimane dopo, in quanto si assumano stazionarie le condizioni del paziente, vale a dire ceteris paribus.
Nel caso de quo, tuttavia, mancava il presupposto del ceteris paribus: a giugno l’aneurisma non era rotto, e non c’era l’ematoma; a luglio invece l’aneurisma s’era rotto, e si era formato l’ematoma.
La logica deduttiva induce la Suprema Corte a ritenere che se l’intervento fosse stato eseguito immediatamente, non vi sarebbe stata l’emorragia, la quale fu la causa del danno cerebrale e della morte.
Il fatto “formazione dell’ematoma”, pertanto, non considerato dalla Corte territoriale, era teoricamente idoneo a condurre una decisione differente da quella impugnata in punto di nesso di causalità, e, dunque, decisivo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5.
La sentenza va dunque cassata con rinvio su questo punto e il giudice di rinvio dovrà esaminare l’appello proposto dagli odierni ricorrenti, accertando se un più tempestivo intervento di clippaggio dell’aneurisma, compiuto quando l’ematoma non si era ancora formato o comunque non aveva raggiunto le dimensioni di cm 4×2, avrebbe avuto ragionevoli probabilità di salvare la vita del paziente.
Con altro motivo di ricorso i ricorrenti lamentano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, l’omesso esame d’un fatto decisivo e controverso.
La valutazione della diligenza esigibile dal medico per la valutazione della colpa medica
I ricorrenti infatti sostengono che la Corte d’appello avrebbe applicato una regola erronea per la valutazione della diligenza esigibile dal medico, esonerando da colpa un sanitario che, dinanzi a sintomi generici, non aveva compiuto alcuno sforzo per il loro corretto inquadramento.
In particolare gli Ermellini si soffermano a considerare in cosa consiste la colpa civile che rappresenta la deviazione rispetto ad una regola di condotta che può essere non solo in una norma giuridica, ma anche in una regola di comune prudenza o nelle leggi dell’arte ed il cui accertamento va compiuto alla stregua dell’art. 1176 c.c. (ex multis, Cass., Sez. 3, Sentenza n. 17397 del 08/08/2007, Rv. 598610), che impone al debitore di adempiere la propria obbligazione con diligenza il cui parametro di valutazione non è uguale per tutti: nel caso di inadempimento di obbligazioni comuni, ovvero di danni causati nello svolgimento di attività non professionali, il primo comma dell’art. 1176 c.c. impone di assumere a parametro di valutazione della condotta del responsabile il comportamento che avrebbe tenuto, nelle medesime circostanze, il “cittadino medio”, ovvero il bonus paterfamilias: vale a dire la persona di normale avvedutezza, formazione e scolarità, nel caso, invece, di inadempimento di obbligazioni professionali, ovvero di danni causati nell’esercizio d’una attività “professionale” in senso ampio, il secondo comma dell’art. 1176 c.c., prescrive un criterio più rigoroso di accertamento della colpa poiché il “professionista”, infatti, è in colpa anche quando abbia tenuto una condotta difforme da quella che avrebbe tenuto, al suo posto, un ideale professionista “medio” (il c.d. homo eiusdem generis et condicionis).
L’ideale professionista medio
La Suprema Corte precisa che, nella propria giurisprudenza, l’ideale “professionista medio” di cui all’art. 1176 c.c. comma 2 non è un professionista “mediocre”, ma è un professionista “bravo”: ovvero serio, preparato, zelante, efficiente, quindi occorre chiedersi cosa avrebbe fatto il medico “diligente” ex art. 1176 c.c., vale a dire il medico bravo, dinanzi a sintomi aspecifici. La risposta al quesito è che di fronte a sintomi aspecifici, potenzialmente ascrivibili a malattie diverse o comunque di difficile interpretazione, il medico non può acquietarsi in una scettica epochè, sospendendo il giudizio ed attendendo il corso degli eventi, deve, al contrario, o formulare una serie di alternative ipotesi diagnostiche, verificandone poi una per una la correttezza; oppure almeno segnalare al paziente, nelle dovute forme richieste dall’equilibrio psicologico di quest’ultimo, tutti i possibili significati della sintomatologia rilevata.
Pertanto, il medico che, di fronte al persistere di sintomi od indici diagnostici dei quali non è agevole intuire l’eziogenesi, non solo non compia ogni sforzo per risalire, anche procedendo per tentativi, alla causa reale del sintomo, ma per di più taccia al paziente i significati di esso, tiene una condotta non conforme al precetto di cui all’art. 1176 c.c..
La sentenza (riconoscimento della colpa medica)
Nel caso de quo è stata la stessa Corte d’appello ad accertare in punto di fatto che il paziente “non presentava segni o sintomi che indicassero chiaramente un evento emorragico cerebrale“.
La Corte territoriale, dunque, ha accertato in fatto che il paziente presentava sintomi generici, ed escluso per ciò solo che il medico fosse in colpa per non averli correttamente inquadrati, incorrendo nel c.d. vizio di sussunzione della fattispecie: infatti proprio l’aver accertato in facto che i sintomi non erano chiari, e non deponevano chiaramente per l’esistenza di un aneurisma sanguinante, avrebbe dovuto condurre alla conclusione in iure che i sanitari furono negligenti, per aver scartato a priori anche questa ipotesi, senza previamente disporre alcun accertamento specialistico.
La Corte d’appello, nel far propria la valutazione in punto di diritto fatta dal c.t.u, ha anche richiamato la bibliografia citata dall’ausiliario, nella quale compare il contributo di Sakr, Ghosn e Vincent, Cardiac manifestations after subarachnoid hemorrhage: a systematic review of the literature, in Prog. Cardiovasc. Dis., 2002 Jul-Aug; 45(1), 67. Contributo nel quale si afferma l’esatto opposto di quanto sostenuto dal c.t.u. e condiviso dalla Corte d’appello, ovvero che “despite the considerable literature describing cardiac alterations during the course of subarachnoid hemorrhage (SAH), epidemiological (…) aspects are yet to be clarified. Further studies are needed to evaluate the magnitude of this problem“.
La sentenza impugnata, pertanto, va dunque cassata con rinvio alla Corte d’appello di Cagliari, la quale nel riesaminare il gravame dovrà attenersi al seguente principio di diritto:
Esiste colpa medica quando un sanitario, dinanzi a sintomi aspecifici, non prende scrupolosamente in considerazione tutti i loro possibili significati, e senza alcun approfondimento si limiti a far propria una sola tra le molteplici e non implausibili diagnosi.
Guardrail: il Comune risarcisce il danno senza adeguata manutenzione
In caso di omessa manutenzione del guardrail da parte dell’ente proprietario della strada, quest’ultimo è tenuto a risarcire gli utenti per i danni causati da tale omissione
Tanto è stato stabilito da una recente pronuncia della Suprema Corte di Cassazione, che ha condannato un Comune, in qualità di proprietario di una strada “non a norma” a risarcire i danni subiti da un motociclista che per omessa manutenzione di un guardrail difettoso. Dall’impatto il conducente del motociclo riportava gravissime lesioni personali di cui chiedeva il risarcimento.
La Corte di Cassazione, Terza Sezione Civile, con l’ordinanza n. 22801 depositata il 29 settembre 2017 ha illustrato le funzioni del guardrail e individuato le responsabilità carico degli enti proprietari e custodi delle strade nel caso in cui vi sia una omessa manutenzione o la barriera laterale stessa risulti difettosa.
Nel caso in esame un giovane motociclista ha subito lesioni gravissime, tra cui anche la perdita di un braccio, dopo che era venuto a collidere con il guardrail, su una strada di proprietà di un Comune in provincia di Brescia.
Secondo gli Ermellini, l’Ente, proprietario della strada, deve risarcire il motociclista per i danni patiti per l’omessa manutenzione del guardrail.
Più nel dettaglio, il motociclista ed i suoi genitori hanno convenuto in giudizio il Comune in quanto a seguito del sinistro, il ragazzo era andato a collidere con il guardrail non ben fissato e, che a seguito di tanto aveva assunto un’anomala posizione obliqua.
Il suo bordo tagliente causava l’amputazione del braccio del giovane.
Il giudice di primo grado riteneva responsabile del sinistro il Comune e lo condannava a risarcire al giovane centauro la somma di 1 milione di euro e centomila euro a ciascuno dei genitori.
La Corte territoriale ribaltava l’esito del giudizio escludendo la responsabilità del Comune, non essendo stata fornita la prova del nesso causale tra la presenza di (eventuali) alterazioni del manto stradale e la caduta del motociclista.
Il motociclista ed i suoi genitori propongono ricorso per cassazione articolato in sei motivi, cui resiste il Comune di Pozzolengo con controricorso.
La sentenza preliminarmente ritiene astrattamente riconducibile la responsabilità del gestore della strada nell’alveo dell’art. 2051 c.c., in quanto ritiene che l’anomalia che viene indicata come causa dell’evento e cioè la sconnessione della sede stradale, è una situazione su cui sicuramente l’ente titolare della custodia avrebbe la possibilità e l’onere di intervenire in virtù dell’obbligo sullo stesso gravante di mantenere in efficienza la sede viaria per impedire il verificarsi di eventi dannosi per gli utenti.
Differente rispetto alla sentenza di appello è la soluzione prospettata dagli Ermellini che, per ciò che concerne gli obblighi di manutenzione hanno osservato che la funzione del guardrail non è solo quella di evitare o contenere il rischio della fuoriuscita di strada dei veicoli nei tratti particolarmente pericolosi della carreggiata, ritenendo che le barriere non sono costruite solo con il fine di reggere l’impatto con gli autoveicoli.
Ed allora qual è l’effettiva funzione del guardrail?
E’ quella di diminuire la pericolosità del tratto di strada in cui è posizionato e tale sua funzione si esplica:
– Delimitando visivamente il bordo strada
– Offrendo resistenza nel momento dell’impatto dei veicoli
– Offrendo protezione agli utenti della strada, automobilisti, motociclisti, ciclisti e pedoni, che vengano per qualsiasi motivo proiettati verso il bordo della strada, evitando loro più gravi conseguenze della caduta.
Ciò posto, appare evidente che l’Ente territoriale che decide di installare il guardrail è tenuto alla sua manutenzione, facendo così in modo che lo stesso possa continuamente assolvere alla sua funzione protettiva.
Infatti, l’eventuale impatto con il guardrail è un evento che si può certamente prevedere sia dal punto di vista tecnico che da quello giuridico (cfr. Cass., n. 22801/17).
Secondo gli Ermellini, l’amministrazione che, pur avendo collocato una barriera laterale di contenimento non curi di verificare che la stessa, per il passaggio del tempo o per l’azione degli agenti naturali o anche per l’impatto con veicoli, non abbia assunto una conformazione o non presenti delle asperità tali da costituire un pericolo per gli utenti della strada, ed ometta di intervenire con adeguati interventi manutentivi al fine di ripristinarne le condizioni di sicurezza, viola non solo le norme specifiche che le impongono di collocare barriere stradali volte al contenimento dei veicoli che rispettino determinati standard di sicurezza (sul tema di recente Cass. n. 10916 del 2017), ma i principi generali in tema di responsabilità civile.
Per quanto concerne poi la valutazione della eventuale responsabilità del Comune non per la diretta causazione dell’incidente, ma per l’aggravamento delle conseguenze da esso derivanti, va detto che in tema di responsabilità civile, qualora la produzione di un evento dannoso nella complessità di tutte le sue conseguenze negative possa apparire riconducibile alla concomitanza di più fattori causali, sia che essi abbiano agito concorrentemente per produrre il fatto dannoso in sè, sia che uno di essi abbia inciso esclusivamente nell’aggravare le conseguenze che si sarebbero autonomamente prodotte, nel caso in esame, per colpa dello stesso danneggiato, ogni fattore causale deve essere autonomamente apprezzato per determinare in che misura esso abbia contribuito al verificarsi dell’evento, sia che esso abbia operato come concausa sia che, come nella specie, esso possa aver dato luogo ad un autonomo segmento causale provocando conseguenze più gravi di quelle che si sarebbero verificate in mancanza di esso.
Nel caso di specie, la corte territoriale non ha opportunamente verificato se e in che misura le conseguenze dannose riportate dal B. siano imputabili alla eventuale responsabilità del Comune derivante dal non aver eliminato la fonte di pericolo consistente nel guardrail difettoso.
La sentenza impugnata è stata pertanto cassata, e rinviata alla Corte d’Appello di Brescia in diversa composizione, che deciderà anche sulle spese del giudizio di cassazione.
GUARD RAIL NON A NORMA? C’E’ SEMPRE RISARCIMENTO IN CASO DI SINISTRO?
Consenso informato: valido il disegno del taglio da fare col bisturi
Il consenso informato è valido anche se effettuato con un disegno del taglio da fare con il bisturi
Chiunque riceva un trattamento sanitario ha diritto a essere adeguatamente informato sulle caratteristiche dell’intervento che si accinge a ricevere, sui rischi dello stesso e sugli esiti successivi alla pratica chirurgica che dovrà essere adottata nel caso specifico. Si tratta del c.d. consenso informato.
E’ questo un diritto inviolabile della persona protetto, in primis, dagli articoli 2, 13 e 32 della nostra Costituzione, oltre che dai primi articoli della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
E la Corte di Cassazione con la sentenza n. 9806 del 20 aprile 2018 è stata chiamata ad esaminare il caso di un paziente che lamentava di non essere stato adeguatamente informato sulla cicatrice lasciata da un intervento di chirurgia estetica per rimuovere un tatuaggio.
Un paziente conveniva davanti al Tribunale di Roma, un medico chirurgo e la clinica privata, ove questi operava, per sentirli condannare al risarcimento dei danni subiti a seguito di un intervento chirurgico eseguito dal sanitario, consistito nella rimozione di un tatuaggio impresso sul deltoide destro.
A dire dell’uomo l’intervento non aveva raggiunto un risultato soddisfacente, essendo residuata una cicatrice di notevoli dimensioni.
La responsabilità del chirurgo era ricondotta alla circostanza di non avere informato adeguatamente il paziente circa gli effetti dell’intervento.
Costituitosi, il sanitario contestava nel merito la pretesa, mentre la clinica eccepiva il difetto di legittimazione passiva.
Il Tribunale di Roma accoglieva la domanda, con condanna del medico convenuto al pagamento delle somme, ritenendo non dimostrata la circostanza che il convenuto avesse adeguatamente informato il paziente, rigettando la domanda nei confronti della clinica cui non incombeva alcun dovere di controllo sulle prestazioni mediche eseguite.
Il medico proponeva appello nei confronti del solo paziente contestando la violazione del principio del consenso informato, escludendo la riconducibilità del trattamento alla chirurgia estetica e deducendo l’assenza di errori nella scelta dell’intervento e in sede di esecuzione. Contestava, altresì, l’ammontare del danno come liquidato.
La Corte territoriale rigettava l’impugnazione e condannava il medico al pagamento delle spese di lite, rilevando che sul professionista gravava un dovere di informazione la cui violazione è fonte di responsabilità contrattuale e che il convenuto non aveva dimostrato di avere assolto l’onere a lui spettante di adeguatamente informare il paziente.
Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il sanitario affidandosi a due motivi.
Con il primo motivo il ricorrente lamenta ai sensi dell’articolo 360 n. 3 c.p.c, la violazione degli articoli 228 e 230 c.p.c, nonché degli articoli 2732 e 2733 c.c. e dell’articolo 116 c.p.c. con riferimento alla motivazione della Corte d’Appello secondo cui gravava sul professionista l’onere di dimostrare di avere fornito una compiuta informazione circa gli esiti cicatriziali che sarebbero derivati, al fine di consentire al paziente di effettuare una consapevole comparazione tra costi e benefici di un intervento meramente elettivo.
Sta di fatto che, in sede di interrogatorio formale, il paziente avrebbe confessato l’esistenza di uno scambio di informazioni sulle tecniche utilizzabili e tali dichiarazioni confessorie non valutate dalla Corte territoriale.
Con il secondo motivo lamenta l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, ai sensi dell’articolo 360, n. 5 c.p.c, in quanto la sentenza avrebbe omesso di considerare gli esiti dell’interrogatorio formale, nonché le risultanze testimoniali documentali connotata dal requisito della decisività.
La Suprema Corte osserva che dalle risultanze processuali emerge che il paziente durante l’interrogatorio ha riferito che la soluzione adottata dal medico era esteticamente migliore rispetto alla dermoabrasione e che il sanitario aveva indicato con il proprio dito l’andamento dell’intervento.
Inoltre, il chirurgo successivamente, con un pennarello, disegnava il taglio che con il bisturi avrebbe dovuto fare.
Da tanto gli Ermellini ricavano che il paziente, in sede di interrogatorio formale, ha riconosciuto di avere avuto con il chirurgo un dialogo specifico sul tema, ricevendo spiegazioni tecniche sui due diversi tipi di intervento al fine di valutare quello preferibile e ciò con riferimento preciso all’esito cicatriziale di entrambi.
In pratica, il paziente ha dichiarato di avere concordato, insieme al medico, l’intervento escludendo la dermoabrasione, proprio in funzione del miglior esito cicatriziale e ricevendo indicazioni attraverso un disegno.
Ebbene, la sentenza d’appello, al contrario, omette di considerare il riferimento specifico agli esiti cicatriziali, nel momento in cui motiva il rigetto della impugnazione.
Da ciò consegue che il ricorso per cassazione deve essere accolto e la sentenza va cassata con rinvio, atteso che, in forza della omessa valutazione di un segmento delle dichiarazioni rese in sede di interrogatorio, non sono stati esaminati i presupposti fondamentali dell’azione, quali l’onere di adeguata informazione che non riguarda solo la modalità dell’intervento, ma anche gli esiti cicatriziali che sarebbero derivati dall’intervento.
Riferiscono gli Ermellini che si tratta di una valutazione di esclusiva competenza del giudice di merito che dovrà essere espletata dal giudice di rinvio.
DISTOCIA DI SPALLA PRECEDENTE: AL PAZIENTE RETICENTE NESSUN RISARCIMENTO
Giudicato penale: ha effetto vincolante nel processo civile
La Corte di Cassazione, sez. III Civile, con l’ordinanza depositata l’11 dicembre 2018, n. 31947, Presidente Vivaldi – Relatore Cigna, si è occupata dei riflessi del giudicato penale sul processo civile
Nel vigente codice di procedura penale il rapporto tra il processo civile e quello penale si configura in termini di completa autonomia e separazione, salvi i casi di cui agli artt. 75 co. 3 c.p.p e 211 delle disp. att. c.p.p. in materia di giudicato penale.
Il terzo comma dell’art. 75 c.p.p. prevede la prima eccezione alla regola, disponendo che: il giudizio civile di danno debba essere sospeso soltanto allorché l’azione sia stata proposta in sede civile dopo la sentenza penale in primo grado o dopo la precedente costituzione di parte civile nel processo penale, salve ovviamente le eventuali eccezioni previste dalla legge.
Ed infatti, unicamente in tali casi si verifica una concreta interferenza del giudicato penale nel giudizio civile di danno, che, quindi, non può pervenire anticipatamente ad un esito potenzialmente diverso rispetto a quello penale per ciò che attiene la sussistenza di uno o più dei comuni presupposti di fatto.
Inoltre, il dettato dell’art. 211 delle disp. att. c.p.p. prevede che il processo civile può essere sospeso fino alla definizione del processo penale se questo può dare luogo a una sentenza che abbia efficacia di giudicato nell’altro processo e se è già stata esercitata l’azione penale.
Gli eredi di M.F., rispettivamente madre e fratello, hanno convenuto in giudizio dinanzi al Tribunale di Ravenna R.U. e la Fondiaria-SAI SpA, rispettivamente quale proprietario-conducente dell’autovettura Opel Citroen C5 tg (…) e quale impresa designata per la Regione Emilia Romagna del Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada L. n. 990 del 1969, ex art. 19, lett. b), ratione temporis applicabile, al fine di sentirli condannare al risarcimento dei danni subiti in conseguenza delle lesioni e del conseguente decesso del proprio congiunto, avvenuto in esito a sinistro stradale.
A seguito di disposta integrazione del contradditorio si costituirono M.G. , T.V. , T.C. e T.C. , quali eredi di T.E., conducente di altra auto (Honda Civic) coinvolta nello stesso incidente, deceduto per cause indipendenti dallo stesso, i quali chiesero il risarcimento dei danni per le lesioni subite dal congiunto in conseguenza del sinistro.
Si costituirono, inoltre, la moglie del defunto M.F., M.M., figlia, e S.C.D., quale esercente la potestà genitoriale sul minore M.L., figlio, e chiesero anch’essi il risarcimento dei danni subiti in conseguenza del decesso di M.F..
La Assicurazioni ha eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva per mancanza di copertura assicurativa del R. al momento dell’incidente, atteso che quest’ultimo aveva effettuato il pagamento del rateo dopo la scadenza e senza informare la Compagnia del sinistro in cui era stato coinvolto.
Il Tribunale, previa dichiarazione di esclusiva responsabilità del R. nella causazione dell’incidente in questione, lo condanna, in solido con la Fondiaria-SAI SpA, al pagamento, a titolo di risarcimento danni, della somma di Euro 300.000,00 per ciascuno in favore di R.G. , M.M. e M.L. e della somma di Euro 150.000,00 in favore di M.R..
La Corte d’Appello di Bologna ha ribadito l’esclusiva responsabilità del R. e, accertata la mala gestio impropria di Fondiaria SAI, ha determinato il credito residuo, condannando in solido R.U. ed Unipol Sai al pagamento dei relativi importi ed accogliendo la domanda di regresso della seconda nei confronti del primo. Avverso detta sentenza Unipolsai Assicurazioni SpA propone ricorso per Cassazione, affidato a due motivi.
Resistono con controricorso R.G. e M.M. , M.M. , M.L. , M.G. , T.V. , T.C. e T.C. , quali eredi di T.E. , e Sara Assicurazioni.
Con il primo motivo la ricorrente UnipolSai lamenta che la Corte d’Appello non abbia considerato che, come previsto dall’art. 651 cpp, la sentenza penale irrevocabile di condanna ha efficacia di giudicato, ed è quindi vincolante nel processo civile di risarcimento del danno, solo quanto all’accertamento del fatto e della sua illiceità ma non con riferimento alle valutazioni ed alle qualificazioni giuridiche attinenti agli effetti civili della pronuncia e con il secondo motivo si duole che la Corte, omettendo di vagliare gli elementi desunti dal giudizio penale, non abbia tenuto conto del particolare valore probatorio, facente fede sino a querela di falso, del contenuto dei rilievi eseguiti dai CC di Ravenna, che nel relativo verbale avevano dato atto della presenza della copertura assicurativa.
L’effetto vincolante del giudicato penale definitivo
La Suprema Corte ha già avuto più volte modo di ribadire che “la sentenza del giudice penale che, accertando l’esistenza del reato, abbia altresì pronunciato condanna definitiva dell’imputato al risarcimento dei danni in favore della parte civile, demandandone la liquidazione ad un successivo e separato giudizio, spiega, in sede civile, effetto vincolante in ordine alla “declaratoria iuris” di generica condanna al risarcimento ed alle restituzioni, ferma restando la necessità dell’accertamento, in sede civile, della esistenza e della entità delle conseguenze pregiudizievoli derivate dal fatto individuato come “potenzialmente” dannoso e del nesso di derivazione causale tra questo e i pregiudizi lamentati dai danneggiati” (cfr. Cass. 5560 del 2018; conf. Cass. 18352/2014).
Da tanto discende che l’accertamento fattuale, relativo alla mancata copertura assicurativa, compiuto nel processo penale, in cui ha partecipato quale responsabile civile anche la Unipolsai, conclusosi con l’affermazione della penale responsabilità dell’imputato e la condanna dello stesso, in solido con la responsabile civile, al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili, non può non fare stato nei confronti della detta responsabile civile, trattandosi di accertamento in fatto che ha costituito il presupposto stesso della condanna generica della Fondiaria, quale impresa designata, al risarcimento dei danni.
Sulla base delle su esposte considerazioni la Corte ha rigettato il ricorso principale e quello incidentale.
MEDICI CONDANNATI: NON HA ALCUN RILIEVO LA DIFFICOLTA’ DELL’INTERVENTO
Diritto di credito: risarcibile il danno anche se commesso per colpa
L’illecito aquiliano che abbia cagionato, quale conseguenza, un danno da lesione di un diritto di credito obbliga l’autore al risarcimento del danno, a nulla rilevando che questo sia stato causato con colpa o dolo
La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 31536 del 6 dicembre 2018, relatore dott. Marco Rossetti, ha stabilito che l’illecito civile extracontrattuale, che abbia avuto come effetto la lesione di un diritto di credito, obbliga l’autore del fatto al risarcimento del danno, a nulla rilevando che il danno medesimo sia stato causato da colpa o da dolo.
Il ricorso è affidato ad un unico motivo che contiene, in realtà, plurime censure.
Gli Ermellini ritengono erronea la statuizione della Corte territoriale che, nel caso in esame, aveva ritenuto che il danno derivante da lesione del diritto di credito possa essere risarcito unicamente se commesso con dolo.
Ma la lesione del diritto di credito quando è risarcibile con riferimento all’elemento soggettivo?
Per la Cassazione l’illecito aquiliano può consistere nella lesione di un diritto assoluto, di un diritto relativo, di un interesse legittimo e di qualsiasi interesse preso in considerazione dall’ordinamento (Cass., SS.UU. n. 500/1999).
Tanto è vero che nessuna distinzione in materia, è introdotta dall’art. 2043 c.c. per ciò che attiene l’elemento soggettivo fra i diversi tipi di illeciti.
Ciò significa che saranno pertanto risarcibili:
1) Il danno consistito nella lesione di un diritto soggettivo assoluto causato con dolo o colpa;
2) Il danno consistito nella lesione di un diritto di credito causato con dolo o colpa;
3) Il danno consistito nella lesione di un interesse giuridicamente rilevante se causato con dolo o colpa.
Questo principio, in verità, era già stato più volte affermato dalla Suprema Corte. Si ricordano ad esempio, la sentenza n. 174 del 1971, con riferimento al danno da lesione del credito patito dal creditore a seguito dell’uccisione del debitore; la sentenza n. 11695 del 2018 che attiene al danno da lesione del credito di regresso del fideiussore, scaturito dall’abusiva erogazione di credito al debitore principale ed infine, la decisione n. 2844 del 2010 relativamente al danno da lesione del credito del datore di lavoro, scaturito dall’invalidità del lavoratore causata da un terzo.
Gli Ermellini, di conseguenza, nell’interesse della legge, ribadiscono il seguente principio di diritto:
L’illecito aquiliano che abbia avuto per effetto la lesione di un diritto di credito obbliga l’autore al risarcimento del danno, a nulla rilevando che questo sia stato causato con colpa o dolo.
Altro interrogativo cui deve rispondere la Suprema Corte nell’esaminare la sentenza impugnata è quello relativo alla sussistenza del nesso causale tra la condotta ed il danno.
Sul punto gli Ermellini osservano, in primis, che lo stabilire se vi sia o meno nesso di causa tra una determinata condotta ed un danno è un accertamento di fatto, riservato al giudice del merito e non sindacabile in sede di legittimità (ex plurimis, Cass., n. 4439 del 2014).
Inoltre, ai fini dell’accertamento del nesso di causa non rileva che l’attore abbia domandato il risarcimento di un danno emergente o di una perdita di chances.
Ed infatti, anche tra la condotta illecita e la perdita di chances deve sussistere un nesso di causa, così come è richiesto anche tra la condotta illecita ed il danno emergente.
Tale nesso va accertato con gli stessi criteri in entrambi i casi.
Con riferimento alla perdita di chance, infatti, ciò che può essere incerto è il risultato utile sperato che si è perduto, e non invece il nesso tra la condotta illecita e la perdita della speranza (Cass., n. 5641 del 2018).
E la prospettazione in termini di perdita di chance deve essere eccepita nel giudizio di primo grado e non formulata per la prima volta in grado di appello.
Ma per gli Ermellini, stabilire se la condotta sia stata tenuta con o senza mala fede è questione, per un verso estranea alla ratio decidendi e, per altro, irrilevante ai fini del decidere. Ed infatti, anche se la condotta fosse stata tenuta in mala fede, la ritenuta insussistenza del nesso di causa tra essa ed il danno ne avrebbe escluso la rilevanza giuridica.
In base alle su esposte argomentazioni la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso.
CESSIONE DEL CREDITO AL LEGALE INCARICATO DI RECUPERARLO, E’ LEGITTIMA?

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 Sentenza 
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 art. 1176
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 Cass. 
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 art. 19
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