Source: https://www.studiomarino.net/il-nuovo-orientamento-della-giurisprudenza-tributaria-5-anni-per-la-riscossione-dei-tributi-a-pena-di-prescrizione/news/87/2019/6/10
Timestamp: 2020-06-06 17:20:44+00:00

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Secondo i Giudici tributari non vi sono più dubbi al riguardo: la richiesta di qualsiasi imposta – erariale o di competenza degli enti locali – si prescrive in cinque anni dalla notifica degli atti di accertamento e riscossione (ad esempio, cartella di pagamento), con la conseguente estinzione della pretesa impositiva qualora l'Agente della Riscossione non provveda ad interrompere il decorso della prescrizione con la notifica di atti idonei in tal senso.
Grazie alla recentissima sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Lazio n. 1416/2019 e al richiamo alla giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione, può dunque dirsi ormai superato il precedente orientamento in tema di prescrizione, che imponeva di distinguere tra la riscossione dei tributi di spettanza dell’Erario (ad esempio, IRPEF, IVA, IRAP, ecc.) ovvero degli Enti locali (ad esempio, IMU, TASI, ICI, ecc.) : solo per i secondi si riteneva, infatti, operante il termine di cinque anni, mentre per i primi l’Agenzia delle Entrate poteva disporre del più lungo termine di prescrizione decennale per attivare la riscossione delle imposte.
Difatti, sulla scorta della nota pronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione n. 23397 del 17.11.2016, appare ormai chiaro e condiviso dalla giurisprudenza tributaria che ciò che rileva non è l’identità del soggetto creditore, quanto piuttosto la natura (amministrativa o giudiziaria) dell’atto in cui è cristallizzata la pretesa impositiva, e nello specifico:
- le richieste di pagamento contenute in una sentenza definitiva, passata in giudicato, si prescrivono del termine ordinario di dieci anni;
- viceversa, le richieste recate in atti tributari dell’Amministrazione finanziaria (creditore), non essendo suscettibili di acquisire la stessa forza del giudicato, non possono che essere soggette al più breve termine di prescrizione di cinque anni, a prescindere dal tipo d’imposta richiesta (IRPEF, IRES, IVA, IRAP, IMU, TASI, ecc.) .
Non solo. I Giudici affermano che la scadenza quinquennale oltre la quale nulla potrà più essere richiesto al contribuente, si applica non solo alle cartelle di pagamento ma anche gli avvisi d'intimazione, agli avvisi di accertamento, di rettifica e liquidazione e, in generale, a qualsiasi atto amministrativo tributario finalizzato alla riscossione dei tributi, salvo che l’atto recante la richiesta di pagamento non sia sub judice (e quindi durante la pendenza di un giudizio) essendo stato tempestivamente impugnato.
In tale ipotesi, la richiesta di pagamento avanzata dall’Agente della riscossione è nulla se nel frattempo è decorso il termine quinquennale di prescrizione e non siano stati notificati al contribuente atti interruttivi successivi (entro il quinquennio).
Tali principi sono stati ribaditi nella alla pronuncia in commento.Nel giudizio d’appello, infatti, l'Agenzia delle Entrate – Riscossione riteneva che per le iscrizioni a ruolo riguardanti Iva, Irap e Ritenute alla fonte, il termine di prescrizione fosse decennale, anziché quinquennale.
Ebbene, la pretesa dell’Amministrazione è stata rigettata dalle Commissioni Tributarie sia ini primo che in secondo grado, le quali hanno richiamato entrambe in punto di motivazione la chiara statuizione della Suprema Corte a Sezioni Unite, proprio sul tema della durata della prescrizione dei crediti erariali.
In particolare, affermano i Giudici d’appello che “la prescrizione per i tributi richiesti IVA – IRAP e ritenute alla fonte è quinquennale da computare dalla notifica di ciascuna cartella e dalla notifica dell’intimazione impugnata.
Da ciò ne consegue che è maturata la prescrizione limitatamente alle sei cartelle trattandosi di attività soggetta a termine breve di prescrizione quinquennale, infatti nella fattispecie la Commissione Tributaria Provinciale ha legittimamente ritenuto che i crediti sottesi alle cartelle n. (…) si fossero prescritti per decorso del termine quinquennale.
Il richiamo alla sentenza della Cassazione a Sezioni Unite n. 23397 del 17.11.2016 è confacente. Difatti, la Suprema Corte ha affermato chiaramente il principio secondo cui la notifica della cartella non può produrre l’effetto di ‘trasformare’ il termine breve di prescrizione quinquennale previsto dalla legge per i contributi previdenziali, nel termine ordinario decennale, in quanto la mancata impugnazione della cartella non produce gli effetti del giudicato. Pertanto, secondo la Corte, anche dopo la notifica della cartella, il credito iscritto a ruolo per il quale la legge prevede una prescrizione breve, resta soggetto al medesimo termine breve di prescrizione.
I Giudici della Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con la sentenza n. 23397 depositata in data 17.11.2016, hanno definitivamente stabilito che le pretesa della Pubblica Amministrazione (Agenzia delle Entrate, Inps, Inail, Comuni, Regioni, etc.) si prescrivono nel termine ‘breve’ di cinque anni, eccetto nei casi in cui la sussistenza del credito non sia stata accertata con sentenza passata in giudicato o a mezzo di decreto ingiuntivo. (…)
È indubbio che, sia la cartella di pagamento sia gli altri titoli che legittimano la riscossione cattiva di crediti dell’Erario e/o degli Enti previdenziali e così via sono atti ammnistrativi privi dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato (…)
In breve, la prescrizione dei crediti erariali è di cinque anni e la richiesta di rateizzazione presentata dal contribuente non è idonea ad interromperla poiché solo gli atti dell’Agenzia notificati al contribuente possono determinare l’interruzione del termine di prescrizione.
I contribuenti dispongono dunque di un’ulteriore autorevole argomentazione difensiva che amplia nettamente i margini di difesa nel giudizio tributario. Tanto più se si considera che la suddetta sentenza della CTR Lazio n. 1416/2019 è ispirata ai più recenti pronunciamenti della Cassazione sull’argomento.
Oltre alla nota pronuncia a Sezioni Unite n. 23397/2016, da tutti richiamata, appare significativa anche la sentenza n. 30362 del 23.11.2018, in cui la Corte di Cassazione ha osservato che “i tributi locali si prescrivono nel termine di cinque anni dal giorno in cui il tributo è dovuto o dal giorno dell’ultimo atto interruttivo tempestivamente notificato al contribuente, ai sensi dell’art. 2948 n. 4 c.c., come già affermato dalla Cassazione, con sentenza del 23 febbraio 2010, n. 4283, avuto riguardo proprio ai tributi locali.
La prescrizione quinquennale è giustificata da un ragionevole principio di equità che vuole che il debitore venga sottratto all’obbligo di corrispondere quanto dovrebbe per prestazioni già scadute tutte le volte che queste non siano state tempestivamente richieste dal creditore.
Nel solco delle considerazioni che precedono si è inserita la sentenza della Cass. Civ. SS.UU. n. 23397/2016, la quale ha ampliato l’ambito di applicazione della prescrizione breve.
Infatti, mentre con la nota ordinanza n. 20213/15 la S.C. aveva affermato che la prescrizione quinquennale operava laddove il titolo esecutivo fosse costituito dalla sola cartella esattoriale dell’Ente della Riscossione, sicché nelle altre ipotesi di sussistenza del credito erariale (ad esempio, la notifica dell’avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate) avrebbe dovuto essere introdotta la prescrizione decennale, il nuovo orientamento ha esteso i margini difensivi del cittadino, il quale potrà chiedere al giudice l’estinzione del credito statale per intervenuta prescrizione breve, non soltanto nei casi di notifica di cartella esattiva (art 36 bis e/o ter d.P.R. n. 600/1973), bensì anche nelle fattispecie riguardanti qualsiasi atto amministrativo di natura accertativa (avvisi di accertamento, avvisi di addebito, ecc.)”.
Peraltro, analoghi principi erano già stati affermati dalla Corte con sentenza n. 930 del 17.01.2018, secondo cui "la scadenza del termine perentorio stabilito per opporsi o impugnare un atto di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva produce soltanto l'effetto sostanziale della irretrattabilità del credito ma non determina anche l'effetto della c.d. "conversione" del termine di prescrizione breve eventualmente previsto in quello ordinario decennale, ai sensi dell'art. 2953 cod. civ.".
In tale contesto la Corte aveva altresì chiarito l’applicazione del principio con riguardo a tutti gli atti di riscossione mediante ruolo dei crediti relativi alle entrate dello Stato, ivi compresi i crediti delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli altri Enti locali, nonché delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie.
In conclusione, per il principio di equità che giustifica la prescrizione quinquennale dei crediti della Pubblica Amministrazione, ivi compresa l’Agenzia delle Entrate, il contribuente potrà validamente opporsi al pagamento di quanto gli venga richiesto in virtù di atti amministrativi tributari come avvisi, cartelle e intimazioni di pagamento, che gli siano stati notificati da oltre cinque anni.
Spetterà dunque all’Amministrazione finanziaria dimostrare che il credito in questione non si è ancora estinto, con onere della prova a suo esclusivo carico, avendo provveduto a richiedere tempestivamente il pagamento al contribuente con atti interruttivi, idonei a determinare il nuovo decorso della prescrizione, notificati entro il termine di cinque anni.
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