Source: https://www.laleggepertutti.it/156702_tradimento-sospetto-basta-per-la-separazione-con-addebito
Timestamp: 2018-05-26 12:02:50+00:00

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Tradimento sospetto: basta per la separazione con addebito
Lo sai che? Tradimento sospetto: basta per la separazione con addebito
Infedeltà: anche se non c’è prova della relazione extraconiugale, basta il sospetto a far scattare l’addebito se le voci di paese ledono la dignità del coniuge.
Un detto popolare ricorda che tre indizi fanno una prova. Una massima che ha un fondamento anche giuridico. La legge chiama gli indizi con il termine «presunzioni»; queste possono diventare una prova se sono «gravi, precise e tra loro concordanti» (il che presuppone che siano in numero superiore a uno). Ma che succede se si ha a che fare solo con un sospetto? Mettiamo il caso del tradimento del coniuge. Tutti in città vedono l’uomo parlare con l’amica del cuore; in molti mormorano, ma nessuno li ha mai scoperti in flagrante. Eppure questo comportamento, da solo, può bastare per chiedere la separazione con addebito. Possibile? Sì, se i sospetti generano voci e le voci finiscono per infangare la reputazione dell’altro coniuge. Come dire: nel matrimonio bisogna anche rispettare la forma e l’apparenza. A dirlo è il Tribunale di Roma con una recente sentenza [1]. Insomma, il tradimento sospetto basta per la separazione con addebito.
Secondo i giudici romani, sono sufficienti i sospetti senza tradimento a far scattare l’addebito se il gossip lede la dignità del partner. Tale situazione finisce per rendere la convivenza intollerabile perché genera disagio nel coniuge vittima del pettegolezzo, tanto da portarlo ad allontanarsi dalla società per non sentire il bisbiglio alle proprie spalle.
Nella dinamica dell’addebito, anche gli aspetti esteriori contano perché la relazione pubblica di un uomo sposato con un’altra donna, benché non si sostanzi in un vero e proprio tradimento, può comunque umiliare la moglie e far cessare la comunione spirituale e materiale della coppia [2].
È dunque possibile la separazione con addebito anche senza la prova dell’infedeltà.
Secondo la giurisprudenza rilevano anche alcuni comportamenti che, pur non costituendo adulterio, sono gravemente ingiuriosi nei confronti dell’altro coniuge e possono giustificare l’addebito della separazione (cosiddetta infedeltà apparente) come ad esempio [3]:
la condotta che fa sorgere nell’altro coniuge e nei terzi il fondato sospetto del tradimento;
la consapevolezza e la volontà di commettere un fatto lesivo dell’altrui onore e dignità;
il pregiudizio alla dignità personale dell’altro coniuge, tenuto conto della sua sensibilità e dell’ambiente in cui vive.
La Cassazione, ad esempio, ha ritenuto sussistente l’infedeltà apparente nel caso di un coniuge che, anche senza consumare il tradimento, intrattiene con un estraneo una relazione platonica, relazione che, dagli aspetti esteriori con cui il sentimento è coltivato e dall’ambiente ristretto in cui i coniugi vivono, dà luogo a plausibili sospetti di infedeltà, comportando offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge [4]. Ed ancora, dà diritto a ottenere la separazione con attribuzione di colpa all’altro coniuge se questi fa supporre ai terzi l’esistenza di una relazione extraconiugale, benché in concreto una relazione non si sia mai stabilizzata [5].
In ultimo, citiamo un precedente in cui la Suprema corte ha riconosciuto l’infedeltà apparente in caso di approcci pubblici e insistenti verso un’altra persona anche non accompagnati da rapporti sessuali [6].
Ma come dimostrare il «tradimento sospetto»? Mai come in questo caso contano i testimoni, che sono gli unici a poter confermare il vocio popolare e i comportamenti ambigui ed equivoci tenuti dalla coppia di presunti fedifraghi.
L’infedeltà apparente, fra coniugi separati, integra l’ipotesi dell’ingiuria grave e costituisce causa di addebito qualora: a) la condotta del coniuge infedele sia tale da ingenerare nell’altro coniuge e nei terzi il fondato sospetto del tradimento; b) il comportamento sia animato dalla consapevolezza e dalla volontà di commettere un fatto lesivo dell’altrui onore e dignità; C) dalla condotta dell’infedele sia derivato un pregiudizio per la dignità personale dell’altro coniuge, attesa la sensibilità del tradito e dell’ambiente in cui vive.
[1] Trib. Roma, sent. n. 1469/17.
[3] Cass. sent. n. 6834/1998; n. 7156/1983.
[4] Cass. sent. n. 15557/2008, n. 3511/1994.
[5] Cass. sent. n. 29249/2008.
[6] Cass. sent. n. 9472/1999.
Cass. sent. n. 15557/2008
a relazione di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione ai sensi dell’art. 151 cod. civ. quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e quindi, anche se non si sostanzi in un adulterio, comporti offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge. (Rigetta, App. Venezia, 16 Novembre 2004)
L’obbligo della fedeltà deve essere inteso non soltanto come astensione da relazioni sessuali extraconiugali ma quale impegno, ricadente su ciascun coniuge, di non tradire la fiducia reciproca, ovvero di non tradire il rapporto di dedizione fisica e spirituale tra i coniugi, avvicinandosi la nozione di fedeltà coniugale a quella di lealtà, la quale impone di sacrificare gli interessi e le scelte individuali di ciascun coniuge che si rivelino in conflitto con gli impegni e le prospettive della vita comune.
La Suprema Corte ribadisce il principio già più volte affermato secondo cui la relazione di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione ai sensi dell’art. 151 c.c. quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e, quindi, anche se non si sostanzi in un adulterio, comporti comunque offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge.
Cass. sent. n. 6834/1998
La relazione di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione ai sensi dell’art. 151 c.c. quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e quindi, anche se non si sostanzi in un adulterio, comporti offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge.
Cass. sent. n. 7156/1983
Anche dopo la riforma del diritto di famiglia, sono rilevanti i comportamenti dei coniugi dopo la pronunzia di separazione, sicché ciascuno può chiedere il mutamento del titolo di quest’ultima, passando da una separazione consensuale omologata ad una separazione addebitata, per fatti e comportamenti dell’altro idonei a pregiudicare definitivamente la ripresa della comunione interconiugale in danno anche degli interessi della prole.
Cass. sent. n. 9472/1999
In tema di separazione personale dei coniugi, l’indagine sulla intollerabilità della convivenza e sulla addebitabilità della separazione stessa – istituzionalmente riservata al giudice del merito ed incensurabile in Cassazione se sorretta da congrua motivazione – non può basarsi sull’esame di singoli episodi di frattura (che possono essere anche successivi al verificarsi della situazione di intollerabilità della convivenza e possono incidere sul giudizio di addebitabilità quale causa concorrente alla definitiva rottura) ma deve derivare dalla valutazione globale dei reciproci comportamenti, quali emergono dal processo; ne consegue che la violazione del dovere di fedeltà può non giustificare, da sola, la pronuncia di separazione con addebito al coniuge adultero qualora la rottura dei rapporti coniugali sia stata determinata indipendentemente dalla successiva violazione dei doveri di fedeltà da parte di uno dei due coniugi. (Nella specie la S.C. ha, peraltro, riformato la sentenza del giudice di merito che aveva escluso l’addebitabilità della separazione ad uno dei coniugi, nonostante la acclarata violazione dell’obbligo di fedeltà da parte del medesimo, ritenendo non sufficientemente motivata la esclusione della rilevanza di tale vicenda quale causa efficiente dell’avvenuta separazione).
L’infedeltà di uno dei coniugi può integrare da sola violazione dei doveri nascenti dal matrimonio ancorchè sia rimasta allo stadio di mero tentativo (nella specie l’adulterio non si è concretizzato per mancanza di corrispondenza da parte del terzo).
L’indagine sulla intollerabilità della convivenza e sulla addebitabilità della separazione dei coniugi – istituzionalmente riservata al giudice di merito – non può basarsi sull’esame di singoli episodi di frattura ma deve derivare da una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, quali emergono dal processo, ben potendo la prova di determinati comportamenti di un coniuge influire sulla valutazione della efficacia causale dei comportamenti dell’altro.
1 Calabrò Ivana Maria Ester, con ricorso 9 dicembre 1994, premesso di avere contratto il 24 aprile 1973 matrimonio con Provenzano Antonio, dal quale il 30 gennaio 1974 era nato il figlio Alessandro, chiedeva al Tribunale di Caltanissetta che fosse pronunciata la separazione personale tra essi coniugi. Esperito infruttuosamente il tentativo di conciliazione, i coniugi venivano autorizzati a vivere separati e la casa coniugale veniva assegnata al marito. Rimesse le parti davanti al giudice istruttore, la Calabrò chiedeva che la separazione fosse pronunciata con addebito a carico del marito, che le fosse assegnata la casa coniugale e le fosse attribuito un assegno mensile.
Il Provenzano si costituiva chiedendo che la separazione fosse pronunciata con addebito a carico della moglie, in quanto aveva abbandonato ingiustificatamente il domicilio coniugale.
Il Tribunale, con sentenza 24 febbraio 1996, pronunciava la separazione con addebito a carico della Calabrò; assegnava la casa coniugale al marito; compensava fra le parti le spese processuali. La Calabrò proponeva appello, chiedendo l’esclusione dell’addebito a proprio carico, l’assegnazione della casa coniugale, nonché un assegno di mantenimento di lire 1.500.000, con decorrenza dalla domanda. Il Provenzano resisteva chiedendo il rigetto del gravame.
La Corte di appello di Caltanissetta, con sentenza 20 gennaio 1996, riformava parzialmente la sentenza impugnata, escludendo l’addebito a carico della Calabrò e ponendo a carico del marito ed in suo favore un assegno di lire 600.000 mensili. Avverso tale decisione ha proposto ricorso il Provenzano formulando tre motivi, ai quali la Calabrò resiste con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria.
1.Con il primo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 146, 147 e 151 cod.civ., nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi. Si lamenta in proposito che la Corte di appello abbia escluso l’addebito della separazione a carico della Calabrò, stabilito dal Tribunale per abbandono del domicilio coniugale, in quanto era avvenuto dopo il deposito del ricorso per separazione. Si sostiene che la Corte avrebbe omesso di considerare che non si era trattato nel caso di specie di un mero allontanamento dal domicilio coniugale, ma di vero e proprio abbandono, con violazione degli obblighi di assistenza verso la prole e l’altro coniuge. In memoria si aggiunge che, non essendosi la Calabrò allontanata dal domicilio coniugale subito dopo la presentazione del ricorso per separazione, non poteva più allontanarsene a suo piacimento.
Con il secondo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 146 e 151 cod. civ., nonché l’omessa ed erronea valutazione delle prove e l’omessa, erronea ed apparente motivazione su punti decisivi. Ciò poiché la Corte di appello aveva escluso l’addebito a carico della Calabrò con riferimento alla relazione adulterina allegata dal Provenzano, perché non esisteva alcuna prova certa e comunque, i sospetti di infedeltà, erano inidonei a costituire offesa alla dignità del Provenzano, in quanto Calabrò era stata notata in compagnia di altro uomo in Vittoria, località distante da Caltanissetta. Si osserva al riguardo che la Corte aveva omesso di valutare adeguatamente il carattere del fatto accertato, lesivo della dignità e del decoro dell’altro coniuge ed idoneo ad ingenerare nei terzi un giusto sospetto di infedeltà.
Con il terzo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 156 cod. civ., nonché l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo, per essere stato l’assegno di mantenimento in favore della Calabrò quantificato senza adeguato riferimento ai redditi del Provenzano, gravato del mantenimento del figlio, delle spese per il completamento della casa e del mutuo su di questa gravante, nonché con decorrenza retroattiva e con indicizzazione.
Secondo un principio giurisprudenziale consolidato, l’abbandono della casa familiare, che di per sé costituisce la violazione di un obbligo matrimoniale e, conseguentemente, di addebito della separazione, non concreta tale violazione se si provi che esso è stato determinato da giusta causa (da ultimo Cass. 29 ottobre 1997, n. 10648; 28 agosto 1996, n. 7920). A norma dell’art. 146, comma 2 cod. civ., la proposizione della domanda di separazione costituisce giusta causa di allontanamento dalla residenza coniugale, venendo così ad essere stata legislativamente tipizzata una giusta causa di allontanamento dalla casa familiare, la quale non costituisce violazione dell’obbligo matrimoniale di coabitazione e non può dare luogo all’addebito della separazione.
Nel caso di specie la Corte di appello ha accertato che l’odierna resistente si allontanò dal domicilio domestico successivamente alla presentazione della domanda di separazione e pertanto, sulla base del sopra esposto principio, esattamente ha negato che la separazione potesse esserle addebitata per il solo fatto di tale allontanamento, senza che possa rilevare – al contrario di quanto sostiene il ricorrente – il tempo intercorso fra la presentazione della domanda e l’allontanamento, né la provvisorietà o la definitività dell’allontanamento, che sono circostanze estranee alla ratio della norma sopra citata, che è quella di escludere l’obbligo di convivenza per chi abbia presentato domanda di separazione personale.
Né può essere presa in considerazione in questa sede l’affermata violazione di obblighi di assistenza connessi con la coabitazione, in quanto indicati del tutto genericamente e senza specifico riferimento alla loro allegazione in fase di merito.
3.Parimenti infondato è il secondo motivo.
Questa Corte, in tema di addebitabilità della separazione, ha affermato che la relazione di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione ai sensi dell’art. 151 cod. civ. quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e quindi, anche se non si sostanzi in un adulterio, comporti offesa all’onore e alla dignità dell’altro coniuge (Cass. 14 aprile 1994, n. 3511; 3 gennaio 1991, n. 26) e la relativa valutazione è insindacabile in sede di legittimità, se adeguatamente motivata.
Nel caso di specie la Corte di appello, partendo in diritto dall’affermazione di tali principi – con la conseguente insussistenza del vizio di violazione di legge dedotto con il motivo – ha negato in fatto la ricorrenza dei presupposti di addebitabilità della separazione alla Calabrò sotto il profilo allegato, in quanto i fatti addotti dall’odierno ricorrente si erano sostanziati unicamente nella circostanza che, dopo l’allontanamento della moglie dal domicilio coniugale in conseguenza dell’inizio della causa di separazione, il ricorrente, con alcune persone poi indicate come testimoni, aveva pedinato tale Giambrone Gaetano, amico di famiglia, accertando che egli si incontrava con la Calabrò, passeggiando con lei per le vie di Vittoria. Secondo la Corte “siffatte risultanze non costituiscono prova certa di una relazione adulterina, né – in considerazione delle circostanze e degli aspetti esteriori riferiti dai testi – può affermarsi che la sussistenza di sospetti di infedeltà comporti, nel caso di specie, offesa alla dignità dell’altro coniuge, giacché la Calabrò è stata notata in compagnia del Giambrone in Vittoria (località molto distante dall’ambiente di Caltanissetta in cui vive il marito) soltanto nei primi del mese di marzo 1995, allorquando la stessa, dopo la presentazione della domanda di separazione, si era allontanata dal domicilio domestico, tanto più che vi è prova in atti che la Calabrò, priva di qualsiasi reddito o altra risorsa finanziaria, vive a Caltanissetta fin dal marzo 1995, ospite di una sua amica, Magnolia Apollonia, così come riferito da quest’ultima in qualità di teste”.
Trattasi di una valutazione di merito, che esclude non solo la prova dell’adulterio, ma anche l’esistenza di un comportamento che, potendo farlo sospettare nell’ambiente di vita dei coniugi, possa costituire comunque offesa all’altro coniuge. Essendo tale motivazione immune da vizi logici, essa risulta incensurabile in questa sede.
4.Infondato, infine, è anche il terzo motivo, essendo stato l’assegno di mantenimento in favore della Calabrò liquidato in esatta applicazione dell’art. 156 cod. civ., a norma del quale il giudice, pronunciando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri, disponendo che l’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze ed ai redditi dell’obbligato. Detto assegno, infatti, le é stato attribuito in relazione alla mancanza di addebito, alla totale mancanza di redditi propri, all’età, che le rende estremamente difficile trovare un lavoro, nonché tenendosi conto del reddito dell’odierno ricorrente (di circa 2.100.000 mensili), assegnatario della casa in comproprietà e della circostanza che con lui vive un figlio maggiorenne, ma non ancora economicamente autonomo. La determinazione di detto assegno nella misura di lire 600.000 mensili, con decorrenza dalla domanda e indicizzazione Istat annua, rappresenta una valutazione di merito incensurabile in questa sede, mentre la indicizzazione, come già affermato da questa Corte, é consentita in forza dell’interpretrazione analogica dell’art. 5, comma 7, della legge n. 898 del 1970, come modificato dall’art. 10 della legge n. 74 del 1987, attesa la natura eminentemente assistenziale tanto dell’assegno di divorzio che di quello di separazione (Cass. 2 marzo 1994, n. 2051).
Ne consegue il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente alle spese del grado, che si liquidano nella misura di lire duecentomila per spese vive e lire due milioni per onorari.
Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente Provenzano AntonÌo alle spese di questo grado, che liquida, in favore di Calabrò Ivana Maria Ester nella misura di lire duecentomila per spese vive e lire due milioni per onorari.
Il Tribunale di Ravenna pronunciava la separazione dei coniugi Angelo Amati e Anna Tanzarella e rigettava le reciproche domande d’addebito, assegnando l’abitazione alla moglie in funzione sostitutiva del contributo per il mantenimento di lei a carico del marito, proprietario esclusivo della casa e compensando le spese di giudizio; l’addebito alla donna era escluso, per non essere provati con certezza né la violazione da parte di lei degli obblighi di fedeltà al marito, per aver tentato d’iniziare una relazione con un altro uomo senza riuscirvi, né il nesso di causalità tra tale condotta e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza tra i coniugi.
Avverso tale sentenza proponeva appello l’Amati, che insisteva per l’addebito alla moglie, in quanto era restrittiva la visione dei doveri di fedeltà coniugale da parte del Tribunale, che aveva escluso fossero violati dalle pressanti profferte amorose della donna verso un altro uomo, non sfociate in rapporti sessuali ma tanto insistenti da indurre quello a rivolgersi ai Carabinieri e allo stesso marito di lei per non essere più molestato, attribuendo la separazione a frizioni tra i coniugi diverse e non meglio precisate.
Con il gravame l’Amati chiedeva l’assegnazione della casa coniugale non essendovi figli conviventi con la donna che giustificassero la conservazione per lei dell’abitazione familiare e dovendosi denegare che l’uso della casa potesse valere come contributo economico a carico del coniuge proprietario per il mantenimento dell’altro, anche perché nel caso alla moglie nulla competeva per l’addebito a suo carico. Costituitasi, la donna si opponeva al gravame del marito, chiedendone il rigetto; la sentenza della Corte d’appello di Bologna di cui in epigrafe, riteneva che non avesse determinato la separazione la condotta della Tanzarella, violativa dei doveri di fedeltà nascenti dal matrimonio, perché anche se non s’era concretata in una relazione sessuale con altro uomo e consistette solo in approcci rimasti senza effetto, come dimostravano biglietti anonimi e telefonate continue e la presenza assidua della donna nell’autobus condotto dall’uomo, essa integrava comunque comportamenti lesivi della dignità del marito per la pubblicità delle condotte stesse ingiuriose verso l’Amati; era però escluso che da tale condotta fosse derivata la intollerabilità della prosecuzione della convivenza, come risultava chiaro dalla deposizione della figlia maggiore dei coniugi che aveva evidenziato l’esistenza di una crisi dei loro rapporti prima della accuse di infedeltà derivate dalle azioni di cui sopra. In ordine all’abitazione coniugale di proprietà dell’Amati, non essendovi figli conviventi non autosufficienti, l’assegnazione alla Tanzarella non era giustificata dal suo diritto al mantenimento in deroga al principio di disponibilità del bene per il proprietario; la Corte quindi revocava l’assegnazione disposta in primo grado e sostituiva tale beneficio con un contributo a carico dell’Amati e a favore della donna di L. 450.000 mensili a decorrere dal rilascio della casa, compensando le spese di causa.
Avverso detta sentenza propone ricorso per cassazione l’Amati per tre motivi, illustrati da successiva memoria e la Tanzarella resiste con controricorso, seguito anch’esso da memoria ex art. 378 c.p.c.
1.I tre motivi di ricorso lamentano violazione dell’art. 151, 2° co. c.c., in relazione all’art. 143 2° co. c.c., dell’art. 343 c.p.c. e dell’art. 91 c.p.c. per erronea applicazione, dalla Corte territoriale in primis dalle norme sull’addebito e sul nesso eziologico tra i comportamenti della donna idonei a ledere la dignità del ricorrente e la separazione; inoltre con il secondo motivo si lamenta l’ultrapetizione della sentenza impugnata che, decisa la revoca dell’assegnazione dell’abitazione alla Tanzarella, aveva sostituito questo diritto con un contributo a carico dell’Amati, pur in difetto di appello incidentale della donna e con il terzo motivo si deduce la errata conseguente disciplina delle spese di causa. La sentenza impugnata, pur affermando esattamente che l’obbligo di fedeltà coincide con la lealtà e con l’impegno di dedizione fisica e spirituale verso il coniuge (in tal senso la citata Cass. 18 settembre 1997 n. 9287) e considerando censurabili e criticabili le azioni della Tanzarella, aveva poi negato che esse avessero causato la separazione, senza considerare che non è necessario che le violazioni degli obblighi derivanti dal matrimonio siano la causa unica dell’intollerabilità della prosecuzione della convivenza ai fini dell’addebito, essendo sufficiente che abbiano concorso a deteriorare i rapporti tra i coniugi. Per il ricorrente, la Corte territoriale, ritenute non provate con certezza le altre cause di dissidio tra i coniugi, aveva escluso illogicamente che i tentativi della donna di avere una relazione con un terzo fossero stati tra le situazioni da cui era dipesa l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, non rilevando che la stessa ammissione di controparte in comparsa di risposta che la decisione dell’Amati di chiedere la separazione dipendeva da infondati sospetti sulla fedeltà di lei, provava il riconoscimento da parte sua dell’addebito domandato a suo carico dal marito. L’affermazione della figlia, sentita quale teste, di una pregressa incompatibilità di carattere tra i coniugi, era generica e immotivata e costituiva piuttosto un’opinione che un fatto, avendo inoltre la deposizione testimoniale dell’uomo corteggiato dalla Tanzarella in ordine alle confidenze di questa sulla crisi del matrimonio effetti irrilevanti per dimostrare che l’intollerabilità a proseguire la convivenza tra le parti fosse derivata da altri fattori e non dall’azione ingiuriosa della donna, che, già esternando il suo innamoramento verso un terzo con il quale si tratteneva a lungo in autobus, rendeva plausibile e pubblica una relazione apparentemente adulterina come tale causativa della separazione, avendo in ogni caso le violazioni di doveri che nascono dal matrimonio anche se non manifestate a terzi rilievo per l’addebito al coniuge che le pone in essere. Con il controricorso la Tanzarella deduce che tale motivo in quanto introduce valutazioni di fatto, è inammissibile e rileva che esistevano varie cause, soprattutto di interesse che determinarono intollerabilità della prosecuzione della convivenza.
1.1 L’Amati deduce in effetti l’insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza di merito, esattamente fondata sull’affermazione della violazione dei doveri di fedeltà da parte della Tanzarella, per il fatto che detta violazione non avrebbe causato l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza. In realtà i giudici d’appello hanno ritenuto sicuramente accolto l’ampio concetto d’obbligo di fedeltà di cui all’art. 143 c.c. elaborato dalla giurisprudenza, ma hanno poi affermato che “la mera prova di censurabili comportamenti idonei ad ingenerare il giustificato dubbio sulla fedeltà dell’altro coniuge e quindi la rottura della fiducia tra i coniugi, ove svincolata dalla prova della sua efficienza causale in ordine alla crisi coniugale (anzi in presenza di elementi probatori sintomatici di suoi preesistenti affioramenti) o da una valutazione globale dei reciproci atteggiamenti, non appare da sola sufficiente ad una pronuncia di addebito della separazione (in tal senso di recente Cass. 30.01.1992 n. 961)”. I giudici di merito hanno di conseguenza affermato che alla Tanzarella “non fosse addebitabile la separazione in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio” (art. 151 c.c.), derivando la fine della vita comune tra le parti da altre cause; ad avviso del ricorrente tale statuizione non è motivata nell’escludere che la rottura dei rapporti coniugali sia avvenuta anche per effetto o in considerazione della violazione dei doveri di lealtà e fedeltà coniugale da parte della Tanzarella riscontrata nella stessa sentenza. Rileva questa Corte che l’addebito alla moglie si è escluso dalla sentenza di merito con argomentazioni, da cui non emergono in modo esaustivo i motivi per i quali l’azione ingiuriosa della moglie verso l’Amati non avrebbe determinato la separazione e sul piano “cronologico” e su quello “logico”. Per il profilo temporale, non risultano entità e cause di precedenti crisi coniugali tra le parti, tali da essere state esse le fonti dell’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, indipendentemente quindi dalla successiva violazione dei doveri di fedeltà da parte della Tanzarella, come emersa dall’istruttoria espletata; la figlia maggiore della coppia, nella sua deposizione riportata nella stessa sentenza impugnata, afferma che la crisi tra i genitori si era “aggravata per carenza di dialogo e per i risentimenti insorti a seguito delle accuse di tradimento” e dallo svolgimento del processo della sentenza di merito risulta che la donna in sede di costituzione in appello, pur affermando l’esistenza di vari temi di conflitto tra le parti, prima che ella cercasse aiuto e confidenza nell’uomo da lei “corteggiato”, sembra riconoscere che tale sua condotta abbia aggiunto un altro fronte di crisi tra lei e marito. Solo la prova di un’intollerabilità già in atto della prosecuzione della convivenza tra i coniugi precedente agli approcci amorosi della Tanzarella verso l’altro uomo, sul piano cronologico, esclude che l’accertata violazione dei doveri coniugali da parte di lei ha concorso a provocare la separazione. La Corte territoriale, pur se accenna alla “presenza di elementi probatori sintomatici di preesistenti affioramenti” di una crisi coniugale, non ne indica cause ed entità né ne precisa i tempi, così impedendo ogni valutazione della mancanza o sussistenza di soluzioni di continuità tra le predette tensioni e le altre a base del ricorso per separazione proposto dall’Amati. Inoltre dal punto di vista “logico” non emerge chiaro dai motivi la causa dell’esclusione di ogni nesso eziologico tra le azioni della Tanzarella e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, attraverso la dimostrazione di altra causa esclusiva e assorbente o comunque tale da evidenziare l’irrilevanza o inadeguatezza dell’apparente infedeltà della donna al marito a provocare la rottura della vita in comune. Su tale insufficiente valutazione dei fatti in ordine al nesso causale tra condotta ingiuriosa della Tanzarella verso l’Amati e separazione, sui due indicati piani “cronologico” e “logico”, il ricorso deve essere accolto e la sentenza impugnata deve cassarsi con rinvio ad altra sezione della stessa Corte d’appello di Bologna perché riesamini la questione dell’addebito e del nesso eziologico tra le accertate violazioni di doveri di fedeltà coniugale della Tanzarella e la sopravvenuta intollerabilità della prosecuzione della convivenza tra i coniugi.
2.Il secondo motivo deduce l’ultrapetizione dei giudici d’appello, che, pur mancando il gravame incidentale della Tanzarella, accogliendo l’impugnazione dell’Amati sull’assegnazione della casa familiare, hanno revocato tale assegnazione sostituendola con un contributo di L. 450.000 al mese in favore della donna, che nulla aveva domandato non proponendo appello; il motivo resta assorbito dall’accoglimento dell’impugnazione in ordine all’accertamento dell’addebito chiesto dall’Amati, perché solo all’esito di tale valutazione si chiarirà l’esistenza del diritto al mantenimento o ai soli alimenti per la Tanzarella e di conseguenza potrà affrontarsi anche il profilo processuale di una pretesa ultrapetizione per essersi comunque mantenuto un contributo in favore della donna dopo avere escluso che l’assegnazione della casa familiare possa sostituire il mantenimento stesso, pur in assenza di appello incidentale sul punto. Altrettanto è a dirsi per il terzo motivo di ricorso, che lamenta l’erronea compensazione delle spese di causa, sulle quali, comprese quelle del presente giudizio di cassazione, dovrà naturalmente pronunciarsi la stessa Corte d’appello in sede di rinvio.
La Corte accoglie il primo motivo e dichiara assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’appello di Bologna (altra sezione) anche per le spese.
Cass. sent. n. 29249/2008
Con sentenza del (OMISSIS), il Tribunale di Pesaro dichiarava (anche) la separazione personale dei coniugi D.M.A., ricorrente, ed S.A.F., respingeva la domanda del D. M. di addebito della separazione alla moglie ed imponeva al medesimo di corrispondere alla S. l’assegno mensile di mantenimento, in misura pari ad Euro 310,00, annualmente rivalutabili.
Con sentenza del 29.09 – 13.10.2004, la Corte di appello di Ancona, in parziale riforma della sentenza di primo grado, impugnata dal D. M., addebitava la separazione alla S. e per l’effetto dichiarava che il marito nulla doveva per il mantenimento della moglie.
La Corte di merito osservava e riteneva, tra l’altro e per quanto ancora rileva,:
1. che l’appellante si era doluto del rigetto della sua domanda di addebito della separazione alla moglie per infedeltà, deducendo anche che il Tribunale:
– aveva omesso il valutare il riscontro probatorio dell’infedeltà costituito dalla deposizione resa dal teste V. nonché di tenere in adeguata considerazione che la moglie aveva intrattenuto un rapporto sentimentale con il medesimo uomo già in epoca antecedente alla prima separazione personale del (OMISSIS), seguita da riconciliazione, e che nel (OMISSIS) la relazione extraconiugale era ripresa, come ribadito dalla teste N.;
– aveva del pari trascurato quanto dichiarato dalla stessa S. all’udienza presidenziale, ossia che aveva intrattenuto il rapporto sentimentale sin dal (OMISSIS), epoca in cui aveva lasciato di sua spontanea volontà la residenza coniugale per trasferirsi in altro alloggio;
– non considerato che il lungo tempo trascorso insieme dai coniugi (circa quarant’anni) e le esperienze condivise impedivano di imputare la rottura ad una non meglio specificata “intollerabilità della convivenza”;
b.che il comportamento del coniuge tale da evidenziare agli occhi dei terzi l’esistenza di una stabile relazione extraconiugale, rappresentava di per sé, quand’anche non tradottosi in effettivo adulterio, una violazione particolarmente grave dell’obbligo di fedeltà coniugale, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, doveva ritenersi, di regola, causa della separazione personale dei coniugi e, quindi, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge che se ne era reso responsabile, a meno che non fosse risultata la preesistenza di una crisi coniugale già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale;
c.che nella specie dal complesso delle prove espletate in primo grado risultava indubbiamente intrattenuta dalla S. una relazione con altro uomo, coltivata con aspetti esteriori (manifestazioni affettive anche in pubblico – v. deposizione teste V.) tali da ingenerare più che plausibili sospetti di infedeltà, così da comportare offesa alla sensibilità e al decoro del marito;
d.che era del tutto mancata la prova dell’intollerabilità della convivenza coniugale in epoca anteriore ai contegni d’infedeltà della S.;
e.che in particolare i primi giudici, una volta ritenuto che i coniugi dopo il (OMISSIS) si erano riconciliati e che il loro rapporto era stato normale sino al (OMISSIS), avevano espresso una valutazione dei fatti carente sul piano cronologico e logico, con precipuo riferimento al nesso di causalità tra infedeltà della S. e crisi coniugale, tramite anche svalutazione della deposizione della teste N., ex convivente della persona con cui ella aveva intrapreso il rapporto extraconiugale;
f.che la ricostituzione della comunanza spirituale ed affettiva tra i coniugi dopo la prima crisi del (OMISSIS) e sino all’anno (OMISSIS), costituiva circostanza di cui anche i primi giudici avevano dato atto, riferendo l’esito dell’istruttoria espletata e le esplicite ammissioni della S.;
g.che, dunque, il gravame del D.M. doveva essere accolto e la separazione personale addebitata alla moglie, con conseguente esclusione del diritto di quest’ultima all’assegno di mantenimento.
Avverso questa sentenza la S. ha proposto ricorso per Cassazione notificato il 16.09.2005. Il D.M. ha resistito con controricorso notificato il 25.10.2005, illustrato da memoria.
Con il ricorso la S. denunzia “Violazione art. 360 c.p.c., n. 5.
Insufficiente e/o contraddittoria motivazione nella sentenza de quo – preteso addebito a carico della ricorrente”.
Premette anche che separatasi consensualmente dal marito già nel (OMISSIS), solo a seguito delle insistenze di quest’ultimo era rientrata nella casa coniugale, da cui si era nuovamente allontanata nel (OMISSIS), che al giudizio per separazione personale, introdotto dal coniuge, era stato riunito quello di divorzio, da lei iniziato in epoca successiva al primo, e che tale sua domanda era stata disattesa in ragione della ritenuta sopravvenuta ricostituzione del coniugio.
Deduce che a sostegno della statuizione di addebito a sé della separazione la Corte di merito ha posto argomentazioni insufficienti e contraddittorie, non inquadrando cronologicamente i fatti, dal momento:
– che la sua relazione extraconiugale era iniziata eventualmente nel (OMISSIS), dopo il (OMISSIS), giorno in cui si era allontanata dalla casa coniugale, e, quindi, non aveva avuto alcuna incidenza sul rapporto di coniugio già compromesso;
– che si era dato probabilmente credito alle dichiarazioni confuse, farraginose e relative a risalenti episodi, rese dalla teste N., ritenendola, a differenza dei primi giudici, affidabile, nonostante il rapporto affettivo, tradottosi pure in convivenza, che la legava all’uomo con cui anche lei aveva stabilito la relazione extraconiugale;
– che in ogni caso aveva lasciato la casa coniugale nel (OMISSIS), non per un pregresso rapporto extraconiugale ma per evidente intollerabilità della convivenza;
– che non si sono considerati i reiterati e gravi episodi delittuosi, per i quali aveva presentato querele, di cui nel (OMISSIS) il marito si era reso autore in suo danno e per i quali aveva sporto querele, i quali avrebbero dovuto indurre ad escludere il pronunciato addebito;
– che è stato operato il richiamo ad inconferenti precedenti giurisprudenziali.
La ragione di addebito della separazione personale alla S. appare ineccepibilmente ricondotta dalla Corte distrettuale, non tanto all’allontanamento della ricorrente dall’abitazione familiare, quanto al suo antecedente reprensibile contegno, idoneo ad evidenziare ai terzi l’esistenza della relazione extraconiugale, quand’anche in concreto non ancora intrattenuta con carattere di stabilità. Di tale conclusione i giudici di merito risultano avere dato ampio e logico fondamento motivazionale, con richiamo al complesso delle risultanze istruttorie, ivi comprese le ammissioni della ricorrente, e, dunque, senza specificamente valorizzare il solo contenuto della deposizione resa dalla teste N.. D’altra parte una volta argomentatamele ed irreprensibilmente ritenuto, anche per il profilo temporale, che la compromissione del rapporto coniugale era dipesa dall’infedeltà della moglie, manifestatasi in un contesto di ristabilita affectio coniugalis, gli asseriti successivi episodi di rilievo penale di cui si sarebbe reso autore il D.M., avrebbero potuto semmai integrare ragioni per addebitare anche al marito la separazione, come peraltro non chiesto dalla S., ma non certo per elidere le conseguenze dell’antecedente autonoma causa di intollerabilità della prosecuzione del rapporto matrimoniale.
Conclusivamente il ricorso deve essere respinto, con conseguente condanna della soccombente S.A.F. al pagamento in favore del D.M. delle spese processuali relative al giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la S. a rimborsare al D. M. le spese del giudizio di cassazione, spese liquidate nella complessiva somma di Euro 2.700,00, di cui Euro 2.500,00 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.

References: sentenza 
 Cass. 
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 art. 378
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 art. 360
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