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Timestamp: 2019-02-21 01:21:23+00:00

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Autonomia Regionale e Federalismo: un dibattito che parte da lontano - di Daniele Mercadante - OT
Autonomia Regionale e Federalismo: un dibattito che parte da lontano
di Redazione · ottobre 11, 2017
Da alcuni mesi si sono accesi i riflettori sul Referendum consultivo indetto dalla Regione Veneto il 22 Ottobre 2017 per chiedere maggior autonomia allo Stato centrale in determinate competenze previste dalla Costituzione. Ma per comprendere appieno questo passaggio elettorale, senza naufragare nel dibattito politico attuale, serve effettuare un salto nella storia e tentare un ragionamento diacronico, per quanto sia difficile riassumerlo in poche righe.
In seguito alla riforma costituzionale del 2001 è accaduto che sul piano giuridico la partita per le Regioni a statuto ordinario per ottenere maggior autonomia si potesse giocare su due binari: o trattando con lo Stato chiedendo maggior autonomia per competenze secondo gli art. 116 e 117 Cost., oppure, con legge dello Stato, attuare direttamente il più ambizioso federalismo fiscale secondo l’art. 119 della Carta.
Ma arriviamo al tema caldo citato inizialmente: tutto questo processo cos’ha di fatto cambiato, in senso autonomista o federalista, per la Regione Veneto? Ad oggi ha solo esteso le competenze in cui la Regione può legiferare, ma non ha di certo aumentato la sua autonomia amministrativa e fiscale. Eppure questo non significa che non è stata tentata alcuna strada per raggiungere tali obiettivi.
Infatti, approfondendo l’annosa tematica, la Regione Veneto già nel 2006, ovvero cinque anni dopo l’ultima riforma costituzionale, avviò l’iter per iniziare il procedimento di trattativa con lo Stato centrale seguendo il primo binario, quello più “soft”: richiedere maggior autonomia “per competenze” e dunque seguendo il 116 e il 117 Cost.. Il procedimento durò sino al 2008, quando per sopraggiunta crisi politica del governo Prodi II le forze del centro-destra, dunque Lega Nord compresa, tornarono al governo con il Berlusconi IV. Di lì a poco il blocco delle destre per attutire le forti pretese del partito di Bossi si diede da fare e approvò la legge delega del 2009 n.°42 detta “Federalismo Fiscale”, iniziando per la prima volta a seguire la strada più “strong”, quella legata al 119 Cost., lasciando in sospeso il primo binario iniziato dalla Regione Veneto. Per questioni tecniche e di procedimento legislativo, la legge delega prevedeva che il Governo, in un tempo massimo di ventiquattro mesi, approvasse questa legge con successivi decreti legislativi articolo per articolo, e in particolare il cruciale articolo 2 comma 6 sui “costi standard”. Infatti proprio i Lea (livelli essenziali di assistenza) e i Lep (livelli essenziali di prestazione) sarebbero diventati, attraverso questo decreto legislativo, i parametri di misurazione per permettere a ciascuna Regione ordinaria di confrontare il proprio residuo fiscale con quello delle altre, individuando dunque il residuo trattenibile da ogni ente regionale nei confronti dello Stato. Per il Veneto oggi tale residuo ammonta a quindici miliardi di euro annui, trattenuti dal governo centrale (dato Istat e Mef). Il motivo per cui il Consiglio dei Ministri non approvò tale decreto fu principalmente politico e interno al centro-destra, poiché nel 2010 ci fu l’uscita dalla maggioranza di Futuro e Libertà per l’Italia di Fini e la nascita del “terzo polo” in seguito alla fallita sfiducia al governo Berlusconi IV nel dicembre dello stesso anno.
Gli ultimissimi anni sono stati segnati come ben sappiamo da una crisi finanziaria senza precedenti, che ha portato nel 2011 al governo tecnico Monti. Con le successive elezioni il dibattito sulle Regioni si è pressoché congelato, sia perché la nuova strada da percorrere sotto le esortazioni delle istituzioni europee sembrava ora quella del riaccentramento dei poteri, sia perché il centro-destra ne usciva come principale responsabile della situazione disastrosa che si era venuta a creare sul piano economico. Il governo di “larghe intese” Letta è durato pochi mesi (2013), sino alla nomina da parte del Presidente Napolitano di Renzi alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (2014). Il governo Renzi ha di fatto sancito definitivamente l’imbocco della strada inversa rispetto a quelle precedenti, volendo diminuire il potere regionale e la spesa pubblica, come consigliavano la Commissione e la Banca Centrale Europea. La riforma costituzionale Renzi-Boschi è stata approvata definitivamente dal Parlamento nel 2016, ora mancava solamente l’ultimo passo: il Referendum Costituzionale previsto dalla Costituzione.
Per quanto riguarda le Regioni, la riforma Renzi-Boschi sopprimeva le materie concorrenti introdotte nel 2001, e rafforzava il potere dello Stato nel riparto delle competenze. In più la clausola di supremazia introdotta nel nuovo art. 117 Cost. avrebbe sancito la definitiva sepoltura di tutte le istanze autonomiste regionali, ed un ritorno allo stato accentrato.
Nel frattempo il plebiscito elettorale ottenuto da Zaia nel 2015, confermato al secondo mandato alla guida della Regione Veneto, fu raggiunto proprio grazie alla promessa elettorale di continuare il processo di richiesta di maggior autonomia allo Stato, lasciato in sospeso nel 2007, e questo con la contemporanea indizione del tutto originale di un Referendum consultivo regionale “sull’autonomia del Veneto”. Dunque mentre la Regione proseguiva la strada interrotta del primo binario, lo Stato contemporaneamente iniziava quella opposta di riaccentramento dei poteri!
L’iter referendario veneto è iniziato con le leggi regionali 15 e 16 del 2014, in cui la Regione lo istituì per la prima volta. Ma lo Stato, per le ragioni viste, impugnò le due leggi regionali dinanzi alla Corte Costituzionale: con la sentenza del 2015 n.°118 la Consulta abrogò la legge 16 inerente all’indipendenza del Veneto perché contraria all’art. 5 della Costituzione, ma salvò uno dei restanti cinque quesiti richiedibili attraverso Referendum consultivo della legge 15, ossia quello che verrà posto il 22 Ottobre 2017: “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”.
Ora non voglio trarre alcuna conclusione “di parte” sul Referendum consultivo del 22 Ottobre, ognuno ha diritto di parteciparvi secondo la propria convinzione personale. Mi riservo solo di trarre alcune conclusioni che mi paiono inconfutabili alla luce del ragionamento fatto.
1) Il Referendum consultivo indetto dalla Regione Veneto, pur non essendo giuridicamente vincolante, è pienamente legittimo, e questo lo dice la Corte Costituzionale nella sentenza del 2015 n.°118: “Contrariamente a quanto sostenuto dalla resistente, è giuridicamente erroneo equiparare il referendum consultivo a un qualsiasi spontaneo esercizio della libertà di manifestazione del pensiero da parte di più cittadini, coordinati tra loro. Il referendum è uno strumento di raccordo tra il popolo e le istituzioni rappresentative, tanto che si rivolge sempre all’intero corpo elettorale (o alla relativa frazione di esso, nel caso di referendum regionali), il quale è chiamato ad esprimersi su un quesito predeterminato. Inoltre, anche quando non produce effetti giuridici immediati sulle fonti del diritto, il referendum assolve alla funzione di avviare, influenzare o contrastare processi decisionali pubblici, per lo più di carattere normativo. Per questo, i referendum popolari, nazionali o regionali, anche quando di natura consultiva, sono istituti tipizzati e debbono svolgersi nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione o stabiliti sulla base di essa”. Dunque è falso affermare la presunta illegittimità del Referendum, perché la sentenza della Corte lo rende già di per sé costituzionalmente legittimo.
2) La legge regionale del 2014 n.° 15 prevede un quorum del 50% di cui non si parla mai: questo implica che il Referendum, seppur non vincolante, inviti il Veneto a recarsi alle urne aumentandone il “senso del dovere”. Se il quorum non dovesse essere superato l’iter infatti si bloccherebbe.
3) Molte forze politiche oltre a Lega Nord e Forza Italia stanno appoggiando tale Referendum trasversalmente: Rubinato per il Partito Democratico ha istituito il comitato per il “Sì” per il suo partito, parlando addirittura di “spallata veneta”; il Movimento Cinque Stelle è da sempre favorevole al quesito referendario; Indipendenza Veneta sostiene il Referendum nonostante l’impulso secessionista; Fare! di Tosi sostiene il “Si”; Alleanza Popolare di Alfano pur non facendo campagna attiva invita a recarsi alle urne. Insomma, una grande differenza rispetto al Referendum costituzionale Renzi-Boschi, che era sostenuto unicamente dai partiti di maggioranza di governo(Pd, Ncd, Scelta Civica, Ala), e non da forze di opposizione.
Possiamo dibattere a lungo sulla positività o meno del Referendum consultivo del 22 Ottobre 2017, ma l’unico dato imprescindibile è non dimenticare che se fosse stato approvato il Referendum costituzionale di Dicembre 2016 chiedere maggior autonomia seguendo il “primo binario” non sarebbe stato più possibile: la riforma Renzi-Boschi avrebbe modificato radicalmente sia il 116 che il 117 della Costituzione, cancellando le competenze concorrenti Stato-Regione su cui trattare per ottenere più autonomia. Allo stesso tempo le Regioni a statuto speciale sarebbero rimaste intatte e ci sarebbe stata ancor più disuguaglianza con quelle ordinarie, fra cui il Veneto circondato da Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige.
In più per un democratico convinto andare a votare resta sempre e comunque un diritto-dovere: lo è stato anche per il Referendum consultivo del 1989 che dava mandato al Parlamento Europeo di avviare una fase costituente continentale; allora ci fu l’80% di affluenza alle urne e un risultato favorevole dell’88% dei votanti, con grande mobilitazione dei partiti di sinistra.
Infine, ma non per importanza, non andare a votare il 22 Ottobre sarebbe ancora una volta come darla vinta a tutte le formazioni politiche che per decenni hanno utilizzato le parole “autonomia” e “federalismo” come slogan elettorali. Se l’affluenza risulterà bassa potremmo stare certi che autonomia e federalismo resteranno solo un proclama elettorale per chissà quanti anni ancora, facilmente strumentalizzabile e senza alcuna concretizzazione. Una buona affluenza e una vittoria del “Sì” invece obbligherebbero il governatore Zaia a trattare seriamente con lo Stato: se non cambierà nulla il primo responsabile politico regionale sarà inevitabilmente lui.
Non andare a votare significa sempre e comunque lasciare che altri decidano al posto tuo: in democrazia è così! Si può votare “Si”, “No” oppure lasciare scheda bianca.
Per chi fosse interessato – SU QUESTO LINK– è possibile leggere un’analisi più esaustiva dello stesso tema di Daniele Mercadante.
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References: art. 116
 articolo 2
 art. 117
 sentenza 
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