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Timestamp: 2017-03-24 12:01:26+00:00

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LAZIO: SUBITO ELEZIONI. Il Consiglio di Stato conferma la sentenza del TAR. Consiglio di Stato Sez. VI sentenza 13 marzo 2013 n. 1502. Sull’interpretazione costituzionalmente orientata del diritto di insistenza Elezioni nel Lazio: il Consiglio di Stato sospende provvisoriamente l’efficacia della sentenza del TAR Lazio " />
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Scritto il: febbraio 08, 2015
In: Amministrativa, Diritto Ambientale, Diritto Amministrativo, Dottrina, Giurisprudenza, Notizie
Il Consiglio di Stato si è nuovamente pronunciato sugli OGM, rigettando il ricorso del Signor Fidenato:
1. L’odierno appellante, intendendo seminare sui propri terreni (nelle Province di Pordenone e di Udine) la varietà di mais OGM MON 810, ha impugnato dinanzi al TAR del Lazio il d.m. adottato dal Ministero della salute, di concerto con quelli delle politiche agricole e dell’ambiente, in data 12 luglio 2013, con cui la coltivazione della predetta varietà è stata vietata fino La sentenza all’adozione di misure comunitarie d’urgenza di cui all’art. 54, comma 3, del regolamento (CE) n. 178/2002, e comunque per un periodo non superiore a diciotto mesi dalla data del provvedimento.
(b) – la Corte di Giustizia, con sentenza della IV Sezione in data 8 settembre 2011, in cause da C-58/10 a C-68/10, riguardo ai presupposti indicati dal suddetto art. 34, ha affermato che “…occorre considerare che le espressioni «manifesto» e «grave rischio» devono essere intese come atte a riferirsi a un serio rischio che ponga a repentaglio in modo manifesto la salute umana, la salute degli animali o l’ambiente. Questo rischio deve essere constatato sulla base di nuovi elementi fondati su dati scientifici attendibili. Infatti, misure di tutela adottate in forza dell’art. 34 del regolamento n. 1829/2003 non possono essere validamente motivate con un approccio puramente ipotetico del rischio, fondato su semplici supposizioni non ancora accertate scientificamente. Al contrario, siffatte misure di tutela, nonostante il loro carattere provvisorio e ancorché esse rivestano un carattere preventivo, possono essere adottate solamente se fondate su una valutazione dei rischi quanto più possibile completa tenuto conto delle circostanze specifiche del caso di specie, che dimostrino che tali misure sono necessarie …”.
(a) – l’immissione in commercio è stata autorizzata con decisione della Commissione in data 22 aprile 1998, 98/294/CE, ai sensi della direttiva 90/220, su richiesta della Monsanto Europe.
(b) – in data 11 luglio 2004, la Monsanto, in applicazione dell’art. 20, del regolamento n. 1829/2003, ha notificato alla Commissione il mais MON 810 quale «prodotto esistente», ed ha così potuto continuare ad immetterlo in commercio alle condizioni indicate nell’autorizzazione iniziale, in attesa di una decisione finale in esito al rinnovo.
(c) – in data 4 maggio 2007, la Monsanto ha chiesto il rinnovo dell’autorizzazione per il mais MON 810, sulla base dell’art. 20, par. 4, del regolamento n. 1829/2003.
(c) – contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente, non può dirsi che mancassero i presupposti (esistenza di un rischio grave e manifesto per la salute o per l’ambiente, acclarato sulla base di elementi scientificamente attendibili) richiesti dall’art. 34, cit., per l’adozione della misura d’emergenza; infatti: (c.1) – l’autorizzazione rilasciata nel 1998 alla Monsanto si basava su una normativa superata da quella attualmente in vigore, tant’è che a distanza di ben sette anni dalla data di presentazione dell’istanza di rinnovo dell’autorizzazione nessuna decisione è stata adottata in merito dalla Commissione Europea; (c.2) – tale situazione di impasse è avvalorata dalla circostanza che l’EFSA, se nel 2009 aveva dato parere positivo, tuttavia successivamente, si era pronunciata diversamente, tenendo conto anche di altri aspetti del rischio ambientale non tenuti presente nel parere originario; (c.3) – in un simile contesto, il diffondersi di coltivazioni di mais transgenico sulla base di un’autorizzazione risalente nel tempo, la quale non poteva tener conto di una normativa successiva più restrittiva nonché delle problematiche connesse ai rischi ambientali successivamente emerse ed avvalorate dagli studi richiamati nel decreto, le quali avevano in sostanza precluso alla Commissione Europea di procedere al rinnovo dell’autorizzazione, poteva rappresentare un situazione di concreto ed attuale pericolo tale da giustificare l’adozione del decreto impugnato.
Si sono costituiti anche gli interventori ad opponendum nel giudizio di primo grado, intimati dall’appellante -Coldiretti, CODACONS, Legambiente Onlus, Greenpeace Onlus, Slow Food Italia, Associazione sementieri mediterranei, Associazione nazionale Città del vino, Associazione italiana per l’agricoltura biologica, Federazione italiana agricoltura biologica e biodinamica – ed hanno controdedotto.
Sono intervenuti ad opponendum per la prima volta in appello Fare Verde Onlus e l’Associazione NOOGM.
L’eccezione va disattesa, tenuto conto che: (a) – al momento del passaggio in decisione dell’appello il divieto temporaneo di coltivazione spiegava ancora la sua efficacia; (b) – l’interesse all’accertamento dell’illegittimità del divieto temporaneo permane ai fini risarcitori in riferimento al periodo di vigenza; (c) – la l.r. Friuli Venezia Giulia 5/2014 non elimina detto interesse, in quanto non è retroattiva; senza contare che la compatibilità comunitaria della legge regionale (legge che comunque non appare idonea a risolvere alla radice la questione, dato che comporta un ulteriore divieto temporaneo, per un anno o, qualora intervenga prima della scadenza del termine annuale, fino all’adozione delle misure nazionali di coesistenza volte ad evitare la presenza di OGM nelle colture convenzionali e biologiche – la cui adozione, peraltro, è meramente facoltizzata dal paragrafo 2.4 della raccomandazione 2010/C-200/01 della Commissione Europea del 12 luglio 2010), affinché essa si possa applicare ai fini di una pronuncia di improcedibilità, contrariamente a quanto sembra ipotizzare la sentenza appellata, non esulerebbe dalthema decidendum ma dovrebbe essere scrutinata nel presente giudizio; (d) – la sanzionabilità penale della violazione del divieto di coltivazione non elimina, ma semmai rafforza l’interesse alla decisione sulla legittimità del divieto; (e) – .una mera proposta di direttiva non ha portata precettiva.
Il Collegio osserva, tuttavia, che l’art. 34, cit., non stabilisce un percorso conoscitivo e valutativo obbligato, in quanto, prima ancora di menzionare, come strumento qualificato di evidenziazione dei presupposti per la sospensione o la modifica di un’autorizzazione, i pareri dell’EFSA, indica i presupposti sostanziali per intervenire sulle autorizzazioni, ed anche testualmente (“ … ovvero qualora, alla luce di un parere dell’Autorità…”) non esclude che la sussistenza di detti presupposti venga desunta in altro modo.
Scritto da: Valentina Cavanna il 8 febbraio 2015.
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