Source: https://www.gitc.it/2017/07/
Timestamp: 2019-12-10 02:16:56+00:00

Document:
Luglio 2017 - Gruppo Italiano Torrefattori Caffè | GITC
Home/Archive for month: Luglio, 2017
“Scadenza 31 luglio 2017”
• Comunicazione del Ministero della Salute
• Modulistica da inviare alla Azienda Sanitaria Locale tramite SUAP (Sportello Unico Attività Produttive)
• Istruzioni per la compilazione del modulo.
Scaricate il file qui allegato: “Ministero Salute MOCA”
Le torrefazioni se non sono anche produttrici di materiale MOCA non sono tenute alla comunicazione in quanto hanno già trasmesso al SUAP le indicazioni della loro attività come da Regolamento Europeo Nr. 852/2004.
“Ciò che c’è da sapere sui materiali e oggetti destinati a venire a contatto con gli alimenti”
Per rendere più efficienti monitoraggi e controlli, e conseguentemente incentivare la Sicurezza Alimentare in Unione Europea, vi è un nuovo adempimento che riguarda gli operatori MOCA, ovvero di materiali e oggetti destinati a venire a contatto con alimenti.
Essi devono comunicare la propria esistenza. Il termine per farlo è stato fissato dal decreto legislativo 29/2017 al 31 luglio 2017. Medesimo decreto che chiarisce anche le sanzioni per omessa o ritardata comunicazione.
Ma chi è tenuto a ottemperare questo obbligo? Chiarisce il quadro Marco Pasqualini, consulente in materia di Food safety and Food contact e relatore di un incontro dedicato proprio a questo tema il 13 luglio a Unindustria Treviso, sgombrando immediatamente il campo: le torrefazioni hanno già comunicato al SUAP l’inizio della loro attività in base al Regolamento Europeo 852/2004 pertanto non sono tenute anche alla comunicazione MOCA.
MOCA, ovvero materiali e oggetti destinati a venire a contatto con alimenti. Potrebbe chiarire di che cosa si tratta?
Lo sono quindi per esempio gli oggetti da cucina, quali posate o contenitori; casalinghi e affini, quali le tazzine od i piatti o caffettiere e pentole; avvolgenti e imballaggi per alimenti; ma anche le parti di macchine destinati ad entrare in contatto con gli alimenti, quali serbatoi, tubi o snodi, valvole, filtri… etc.
Di conseguenza i materiali con i quali tali oggetti si producono, quindi coils o barre di acciaio o altri metalli, pellets di materia plastica, vernici e rivestimenti, carte e cartoni, gomme etc…
In quale contesto normativo si inserisce il recente decreto legislativo 29/2017?
Il Decreto è un atto legislativo a supporto della Sicurezza Alimentare in Unione Europea. Si inserisce infatti negli obblighi comunitari previsti specificatamente per la Sicurezza Alimentare e più in generale per l’applicazione di norme e regolamenti emanati in UE: gli Stati Membri devono assicurare i controlli ed un apparato sanzionatorio proporzionato e dissuasivo. Risponde dunque ad un obbligo comunitario.
Qual è la finalità che consegue questo provvedimento?
La finalità è quella di prevedere un adeguato e ordinato (puntuale) apparato sanzionatorio inerente le norme vigenti in materia di Sicurezza Alimentare di materiali e oggetti in quanto destinati ad entrare in contatto con gli alimenti.
La vera novità è solo una, anche se fondamentale: il Decreto Legislativo chiarisce che gli Operatori del Settore MOCA devono rendere atto notorio della loro esistenza, allo scopo di popolare la banca dati delle Autorità di Controllo e ciò con il fine ultimo di consentire all’Autorità stessa di programmare e pianificare i controlli ufficiali in modo efficace.
Le altre novità riguardano la sostanza del Decreto Legislativo, che intende mettere a disposizione dell’Autorità Competente per i controlli ufficiali un apparato sanzionatorio articolato e puntuale, riferito alle ipotesi di non conformità in base ai regolamenti generali e specifici comunitari inerenti i MOCA e già esistenti in UE fin dall’anno 2004.
Quali sono i soggetti interessati dal nuovo obbligo di comunicazione?
Tutti i produttori, inclusi gli importatori in UE, i trasformatori e/o i distributori di MOCA; in modo assolutamente speculare alla produzione alimentare e dei mangimi.
Ne saranno interessati quindi tutti gli importatori o produttori in Italia, trasformatori o distributori di oggetti da cucina, quali posate o contenitori; importatori o produttori in Italia, trasformatori o distributori di casalinghi e affini, quali le tazzine od i piatti o caffettiere e pentole; importatori o produttori in Italia, trasformatori o distributori di avvolgenti e imballaggi per alimenti; ma anche importatori o produttori in Italia, trasformatori o distributori, di macchine e parti di macchine destinati ad entrare in contatto con gli alimenti, quali macchine per il caffè, serbatoi, tubi o snodi, valvole, filtri… etc, inclusi gli importatori o produttori in Italia, trasformatori o distributori di macchine erogatrici di prodotti alimentari, per lo stesso principio di cui sopra.
Gli obblighi riguardano l’intera filiera, quindi anche i produttori dei materiali con i quali gli oggetti saranno realizzati.
Le sanzioni previste sono particolarmente importanti; ciò in virtù del fatto che il Decreto Legislativo attualizza le sanzioni ed anche per il fatto che debbono essere dissuasive.
Sono quindi previste ammende che vanno da un minimo di 1.500€ ad un massimo di 80.000€, naturalmente con una modulazione a seconda dei casi specifici.
Si rammenti che, in merito, per le previsioni vigenti, sarà nel caso irrogata una sanzione pari al doppio del minimo o ad un terzo del massimo previsti.
Il termine per la comunicazione prevista era il 31 luglio. Sono previste (e se sì quali) sanzioni per comunicazioni effettuate in ritardo?
La comunicazione deve essere stata eseguita entro il 31 luglio per tutte le attività d’Impresa già esistenti, che abbiano prodotto/importato, trasformato o distribuito MOCA e/o che abbiano emesso Dichiarazioni di Conformità a tal fine.
Dal 1 agosto, la presenza sul mercato di MOCA o di una Dichiarazione di Conformità di un MOCA, antecedenti la data del 31 luglio, che non trovino supporto e riscontro nella presenza dell’Organizzazione nel registro in possesso delle Autorità di Controllo, potrà essere sanzionato in base al disposto dell’Art. 6 comma 4 del DLgs 29/2017, con una sanzione da un minimo di 1.500€ ad un massimo di 9.000€ (e per quanto sopra detto quindi pari a 3.000€).
Quali sono gli altri importanti adempimenti in tema MOCA a cui sono tenuti gli operatori?
Ogni manufatto destinato a contatto con i prodotti alimentari, nell’Unione Europea, è regolamentato dal punto di vista della sua sicurezza, attraverso un complesso articolato di norme che concorrono per lo scopo. In particolare due classi di regolamentazioni sono da tenere in considerazione per la produzione di MOCA.
La prima classe di regolamenti raggruppa le norme di conformità dei sistemi di assicurazione e controllo della qualità.
Ogni azienda che desideri progettare, realizzare, distribuire o importare e immettere sul mercato un manufatto classificato MOCA, dovrà quindi almeno:
1) mettere a punto un Sistema GMP standard, conforme con il Regolamento 2023/06/CE;
2) definire e documentare come fa a garantire il rispetto del Regolamento 1935/04/CE e delle eventuali disposizioni specifiche esistenti per le tipologie di materiali con le quali realizza il MOCA.
Una particolare attenzione sarà da tenere rispetto a quei requisiti definiti fondamentali, sanzionati anche in modo severo dal nuovo Decreto Legislativo n.29/2017.
Non da ultimo si consideri poi che, indipendentemente dalle sanzioni amministrative, la cessione di componenti di MOCA in alimenti, oltre i limiti di sicurezza (per es per migrazione o distacco di parti), comporta la segnalazione di Notizia di Reato ex art. 347 CPP all’Autorità Giudiziaria.
In tal caso, ed in extrema ratio, la eventuale condanna per taluno dei delitti preveduti applicabili dal Codice Penale, importerebbe l’interdizione da cinque a dieci anni dalla professione, arte, industria, commercio o mestiere, nonché l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese per lo stesso periodo.
Benvenuti in filiera alimentare, dunque.
MARCO PASQUALINI & Partners
Via Biamonti, 15 Bis • 10131 Torino (TO) Italy
Tel. 0039 011 819 34 35
direzione@marcopasqualini.it • pasqualinimarco.wix.com/marcopasqualini
Attualmente consulente e formatore dell’Istituto Italiano Imballaggio (www.istitutoimballaggio.it).
Lead Auditor qualificato primari OdC sugli schemi UNI EN ISO 22000:05 Food Packaging; Vending e Catering, GMP e Standard di Prodotto oltre UNI EN ISO 9001:08.
Business Operator qualificato, iscritto al registro dei Food Contact Expert AIBO-FCE (www.foodcontactexpert.org) al n. 63/11.
Consulente di Direzione qualificato Experienced Executive Professional.
Storicamente ricopre incarichi di crescente responsabilità nel mondo industriale e dei servizi, tali da conferire una visione delle cose pragmatica ed orientata alla soluzione dei problemi.
Cessata l’attività manageriale ha fondato il proprio studio professionale associato, per la fornitura di servizi altamente specializzati ad enti pubblici, privati ed imprese
Gestisce abitualmente progetti in area Consulenza di Direzione, Sistemi di Gestione della Qualità, Risk Management e Regulatory, con particolare riferimento all’area sicurezza alimentare materiali a contatto con alimenti, ed all’area ambientale (sistemi e prodotti).
“La recente sentenza della Corte di Giustizia UE spiegata dall’avvocato Klaus”
• NOTIZIARIO TORREFATTORI, agosto 2017, autore Susanna de Mottoni •
Il 14 giugno la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è espressa con una sentenza che porta ulteriore chiarezza nell’ambito delle denominazioni utilizzate per la promozione e la commercializzazione degli alimenti. Il caso specifico riguarda i prodotti lattiero-caseari e i sostituti di origine vegetale, come il “latte di soia”. L’avvocato Barbara Klaus, specializzata in diritto alimentare europeo, chiarisce le novità introdotte dalla sentenza.
In quale contesto normativo si inserisce la sentenza?
La sentenza riguarda la normativa relativa alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori (Regolamento (Ue) n. 1169/2011 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2011), e più precisamente, la corretta denominazione di un alimento.
A livello europeo, tale denominazione, vale a dire, il nome col quale è venduto un alimento, costituisce una delle informazioni che deve essere obbligatoriamente riportata nell’etichetta.
Questa informazione permette di identificare gli alimenti in maniera chiara e precisa. Conseguentemente, la sentenza del 14 giugno 2017 della Corte di giustizia dell’Unione europea, nell’affermare che denominazioni come “latte”, “crema di latte o panna”, “burro”, “formaggio”, “iogurt” siano riservate unicamente al latte di origine animale o a prodotti da esso derivati, si inserisce in un contesto normativo volto a garantire che i consumatori siano adeguatamente informati sugli alimenti che consumano e che le stesse informazioni siano fornite in modo tale da non trarre in inganno il consumatore sulle caratteristiche degli stessi (in particolare, sulla natura, identità, proprietà e sulla composizione).
Quali prodotti ne sono l’oggetto?
La sentenza della Corte di giustizia riguarda specificamente il caso della società “TofuTown”, che pubblicizza e distribuisce prodotti puramente vegetali con denominazioni come “Soyatoo burro di tofu”, “formaggio vegetale”, “Veggie-Cheese”, “Cream”.
Pertanto, la pronuncia ha stabilito, soltanto, il divieto di utilizzo delle denominazioni riservate al latte e ai prodotti derivati dal latte per alimenti vegetariani o vegani sostitutivi del latte o dei prodotti lattiero-caseari.
La sentenza del 14 giugno 2017 della Corte di giustizia ha stabilito che non è possibile utilizzare la denominazione “latte” e le denominazioni riservate ai prodotti lattiero-caseari (vale a dire, ad esempio, “crema di latte o panna”, “burro”, “formaggio”, “iogurt”, “latticello”, “kefir”, ecc.) per designare un prodotto puramente vegetale, e ciò anche nel caso in cui tali denominazioni siano completate da indicazioni esplicative o descrittive che indicano l’origine vegetale del prodotto in questione.
Per l’Italia, rimangono comunque eccezionalmente ammesse le denominazioni “latte di mandorla”, “burro di cacao”, “latte di cocco” e “fagiolini al burro”.
Prendendo, per esempio, il caso del cosiddetto “latte di soia”. Questo non potrebbe venir definito tale neanche nei listini/menu dei bar?
La sentenza si riferisce all’utilizzo della denominazione “latte” sull’etichetta per designare un prodotto puramente vegetale e riguarda, quindi, i prodotti preconfezionati. Il prodotto comunemente conosciuto come “latte di soia”, venduto in una confezione non può, pertanto, essere denominato “latte di soia” nell’etichetta e nella pubblicità.
Al ristorante/bar, il prodotto viene venduto sfuso, quindi, la sentenza non si riferisce direttamente a questa fattispecie. In ogni caso, la normativa che è stata interpretata dalla Corte di giustizia, ossia, l’art. 78 para. 2 del Regolamento (UE) n. 1308/2013 stabilisce che le definizioni, le designazioni o le denominazioni di vendita figuranti nell’allegato VII, ivi compresa la denominazione “latte”, possono essere utilizzate nell’UE solo per la commercializzazione di un prodotto conforme ai corrispondenti requisiti stabiliti nel medesimo Regolamento, che riserva, come detto, il nome “latte” ai prodotti di origine esclusivamente animale, a meno che tale prodotto non figuri nell’elenco delle eccezioni sopra già citate, circostanza che non ricorre nel caso della soia.
Di conseguenza, a mio avviso, anche nei listini/menu dei bar non è lecito designare la bevanda di soia con la denominazione “latte”. Quindi, in via precauzionale, sebbene il rischio di incorrere in sanzioni sia lieve, per non indurre in errore il consumatore, si consiglia anche a bar e ristoranti che vendono la bevanda a base di soia sfusa e non confezionata, di attenersi al dettato della pronuncia della Corte di giustizia.
Come valuta nel complesso l’iniziativa?
La sentenza della Corte di giustizia si pronuncia conformemente a quanto previsto dalla normativa di cui è stata richiesta l’interpretazione (vale a dire, l’articolo 78 e l’allegato VII del Regolamento (Ue) n. 1308/2013).
Quindi, i giudici hanno deciso correttamente.
Vi sono rilievi di particolare interesse?
Oltre a quanto sopra affermato, segnalerei altresì che la Corte di giustizia ribadisce quanto già riconosciuto e garantito dall’articolo 78, para 3 del Regolamento (Ue) n. 1308/2013 (la cui interpretazione è in esame). In particolare, infatti, è previsto che, per rispondere a comprovate necessità derivanti dall’evoluzione della domanda dei consumatori, dal progresso tecnico e da esigenze di innovazione della produzione, alla Commissione europea è conferito il potere di adottare modifiche alle definizioni di vendita stabilite. Conseguentemente, nonostante ad oggi la Commissione non abbia ancora adottato alcun atto simile per quanto riguarda le definizioni e le denominazioni di vendita del latte e dei prodotti lattiero caseari, non è escluso che in futuro vengano apportate delle modifiche in tal senso, alla luce della modalità con cui i consumatori percepiscono diciture come, ad esempio, “latte di soia”.
Inoltre, la Corte di giustizia ha specificato nella sentenza che le denominazioni legalmente previste per altre categorie merceologiche quali carni o pesci non sono soggette a restrizioni paragonabili a quelle alle quali sono soggetti i produttori di alimenti vegetariani o vegani sostitutivi del latte o dei prodotti lattiero caseari.
Di conseguenza, attualmente, denominazioni quali “wurstel vegetariano”, “cotoletta vegetariana” possono essere impiegate, previa verifica dei singoli prodotti caso per caso.
La sentenza riguarda i prodotti lattieri e il veganesimo. Se la si osserva invece dalla prospettiva dei prodotti surrogati, potrebbe aprire la strada anche ad altre iniziative analoghe, ovvero a una stretta su alcune denominazioni commerciali? Pensando al settore caffè, a prodotti quali caffè di vinacce, di ghiande, di farro…?
Ritengo improbabile che, nel breve periodo, per il settore del caffè, si verifichi un’iniziativa analoga a quella palesatasi per il latte ed i prodotti lattiero caseari. Infatti, la ragione principale sottesa alla pronuncia della Corte di giustizia è da vedersi nel fatto che prodotti non di origine animale (ad esempio, la bevanda di soia, che è un liquido ottenuto da un legume essiccato, reidratato, macinato e ricostituito di acqua) venivano impropriamente commercializzati, ad esempio, con la denominazione “latte”. Essendo quest’ultimo un prodotto che, dal punto di vista giuridico, è definito come proveniente da fonti animali, la Corte di giustizia ha esplicitamente escluso che prodotti vegetali (che, per definizione, non contengono alcun componente del latte) venissero riferiti ai prodotti lattieri.
Diversamente, a livello nazionale, il caffè è disciplinato dal Decreto del Presidente della Repubblica 16 febbraio 1973, n. 470, il quale reca le definizioni e le condizioni per il commercio di specie di caffè.
Sebbene occorra verificare caso per caso la conformità delle caratteristiche del prodotto da commercializzarsi a dette definizioni e regole, ritengo comunque che le disposizioni applicabili al settore del caffè offrano una base giuridica sufficiente per impedire che i consumatori possano essere tratti in errore da indicazioni ingannevoli.
L’avvocato BARBARA KLAUS svolge l’attività legale in Italia e in Germania, essendo iscritta come Rechtsanwalt all’Albo degli Avvocati di Norimberga e come Avvocato presso l’Albo degli Avvocati di Milano.
È specializzata nel diritto europeo ed internazionale; ha maturato una qualificata esperienza nel diritto alimentare europeo (compreso il diritto concernente i prodotti di consumo in generale ed i mangimi) e degli Stati membri.
È inoltre attiva anche nel campo del diritto dei prodotti cosmetici, dei dispositivi medici, dei farmaci e dei beni di consumo. Presta consulenza legale e strategica nei suddetti settori ad aziende nazionali ed internazionali ed alle associazioni di categoria; rappresenta i clienti dinanzi alle autorità amministrative e giudiziali.
È, inoltre, specializzata nel diritto antitrust e della concorrenza nonché in materia di commercio estero dell’Unione europea e di diritto commerciale internazionale (diritto dell’OMC).

References: art. 347
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