Source: http://www.museobiassono.it/Italiano/IgnazioCantu/LeVicendeDellaBrianza/capitolo.php?capitolo=41
Timestamp: 2017-11-22 22:10:13+00:00

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Alcuni mi potrebbero chiedere per quale ragione io abbia assegnato un capitolo speciale al nostro famosissimo storico Giuseppe Ripamonti, invece di collocarlo come gli altri nel paragrafo degli uomini illustri. A’ quali risponderò che avendomi la cortesia dell’Eccellentissimo signor conte Borromeo permesso di pubblicare pel primo, parte d’un processo da poco tempo venuto in cognizione fra le moltissime carte che rendono importantissimo il suo archivio, ho trovato di dare alla vita di questo illustre brianzuolo un’estensione tale, che, a giudizio mio meritava di far figura isolata nel quadro che rappresento delle vicende della mia patria.
Neppure a tutti i Brianzuoli credo sarà nota la piccola terra montuosa di Tegnone poco discosta da Rovagnate, nella pieve di Missaglia. Ivi nel 1577 nacque Giuseppe Ripamonti da Bortolo detto Bortolino, uomo di mediocre fortuna, alla buona, come i più della gente di montagna, non però intento ad agreste vita(1). Non ancora uscito da fanciullo era stato mandato dal padre a Milano perché attendesse agli studj. Meditò con tanta assiduità le bellezze delle letterature greche e latine, che scriveva in queste lingue assai meglio che nella sua naturale.
Terminato il corso de’ seminarj e consecrato sacerdote venne trascelto professore di lettere latine, nel quale insegnamento quanto si distinguesse lo potrà di leggieri comprendere chi conosce la facilità con cui nelle opere sue maneggiò sempre quell’aureo linguaggio. Ma da quell’epoca ha principio la lunga serie de’ suoi guai, cagionati in parte dall’irritabilità del suo carattere e in parte dall’invidia de’ suoi colleghi.
Entrò egli in lite facilmente cogli altri impiegati del seminario, uomini tutti di poca levatura, a’quali era argomento di derisione un dotto che passava dalla sua scuola a studiare indefessamente nel silenzio della propria stanza, che amava la solitudine, e cercava ogni guisa di ischivare la società de’ colleghi.
Nè le contese si ridussero a parole, poichè una volta egli ed un prete Visconti si lasciarono andar ad insulti così violenti, che finirono col dividersi malconci della persona. L’arcivescovo Federigo credendo di togliere di mezzo tutti questi umori colse dell’occasione in cui fondò il collegio dei Dottori alla custodia della Biblioteca Ambrosiana, per nominare fra essi anche il nostro Ripamonti(2). Ma non tardarono nuovi disgusti. I dottori dell’Ambrosiana vedendo che il Ripamonti era pur sempre nel cuore del cardinale, entrarono in sospetto che egli abusasse di questo favore a danno di essi. Nulladimeno le cose erano corse per qualche tempo fra segrete ed uniformi antipatie, quando alcuni accidenti ruppero del tutto lo sdruscito. Uno dei dottori di nome Antonio Rusca, una volta trafugata la medaglia che il Ripamonti recava al collo, come distintivo del suo impiego, la nascose. Corsero fra l’offeso e l’offensore dapprima parola d’insulto poi atti più ancora insultanti, e con parole e più con fatti saldarono le loro partite, senza che niun de’ due rimanesse creditore. Un’altra volta con Antonio Olgiati, che era il primo bibliotecario si rabbuffò assai fieramente, sospettando questi che il Ripamonti sparlasse di lui e che si fosse adoperato presso il cardinale, perchè un nipote d’esso Olgiati non ottenesse un posto nel seminario. Altri dissapori ebbe con Antonio Giggeo, e Antonio SaImazia.
Tutto ciò succedeva prima del 1617. Il glorioso Federigo Borromeo fra gli statuti della Biblioteca Ambrosiana ordinò che i dottori di essa ad un intervallo periodico dovessero pubblicare un lavoro, che avesse più o meno analogia collo stabilimento a cui erano addetti. Venuta la volta anche pel Ripamonti, questi diede fuori la decade prima della sua storia della chiesa milanese, scritta per insinuazione dello stesso cardinale(3), coll’approvazione del Padre Bariola, che n’avea avuta speciale commissione.
Venuto questo bellissimo lavoro in luce, i più ne dicevano bene, e lo stesso cardinale se ne compiacque coll’autore. Ma i nemici, che stavano all’erta, l’esaminarono minutamente e vi trovavano entro certa storia d’un prete Fortunato che s’attagliava molto ai casi del Ripamonti. Non si poterono far le lagnanze col censore che era morto, ma raffrontata la copia approvata, con quella pubblicata fu scoperto che la storia del prete Fortunato v’era stata introdotta di pianta dopo la revisione, e questo fu motivo più che ragionevole perchè il Ripamonti venisse arrestato e sostenuto nel palazzo arcivescovile(4). Allora si passò in minutiossima rivista l’opera del nostro autore, e ne uscirono mille gravissime accuse. Le principali di esse sono d’aver ricordate a disonore di Sant’Agostino alcune riprovevoli azioni precedenti la sua conversione, le quali, sarebbe stato meglio tener nascoste; d’aver colla dipintura d’alcuni finti religiosi de’tempi di Sant’Ambrogio raffigurata una classe di religiosi de’ tempi suoi; d’aver rappresentati nella sua opera difetti naturali e corporali de’ suoi superiori, e fatte maligne allusioni.
A tutte queste accuse se ne aggiunsero altre più gravi, ed erano due lettere trovate nella sua camera appena appena terminate in cui diceva poco bene del cardinale Federigo; non essere mai stato visto durante la sua dimora in seminario a dir l’ufficio, né la corona e neppure a farsi il segno del cristiano; di non avere che rare volte celebrata la messa. Né qui è tutto: fu deposto da alcuni et creduto per esser delle persone sacerdoti che avea dati più argomenti d’essere ateo, di negare I’ immortalità dell’anima(5) d’aver negati i demonj e, quel che è molto contradditorio, d’aver nel medesimo tempo avuto con essi relazione, tenendo pratiche con assai che facevano professione di magia, d’aver detto una volta che dobbiamo passarcela quaggiù alla meglio, perchè non sappiamo come debba andare dopo la morte(6). Si aggiunge l’accusa d’aver letti libri proibiti, d’aver tentata la fuga dal palazzo arcivescovile per cui era stato rinchiuso nelle prigioni ordinarie, d’aver conversato col poeta Francesco Elli milanese inquisito dal sant’Officio volte in compagnia del Padre Mazzonio confessore et anco l’ho recitato in compagnia del signor Binzetto alcune volte et chi m’habbia veduto io non lo so.
inter. An eo tempore quo ipse permanebat in seminario semper et de tempore commedebat tam mane, quam vespere et ea hora qua caeteri in dicto seminario commedebant vel alibi et qua hora ipse commedebant.
Ris. Io conforme all’appetito magnauo et doue et quando mi piaceua senza osseruare nè luogo, nè tempo ...
inter. An ipse habeat aliquos maleuolos seu inimicos et quinam sint et maleuolentiae seu inimicitiae causam recenseat.
Ris. Dopo auer nominati per suoi nemici i dottori della Ambrosiana, e i maestri del seminario aggiunge: - Nel paese mio ho per nemico il curato di Naua mio paese chiamato pre. Celidonio Ponzone, non già ch’io sia nemico a lui, ma alcuni anni sono furono fatti certi matrimonji. Esso si tenne danneggiato grandemente pretendendo maritare alcuni suoi filii in quelle donne, cioè in Ladomia Fumagalla et Constanza sua figliuola et da quel tempo in qua sebbene habbiamo conuersato insieme so per di sicuro che esso curato con tutta la sua casa ha tenuto uerso di me animo mal affetto et a casa mia non so di hauer altri nemici se non fussino gli amici di questo curato al quale più io in quanto a me non sono nemico.
Nella terra di Barzanò sono miei capitali nemici cioè furono d’un mio zio alcuni Pirouano detti di M. Giouan Maria per alcune archibugiate seguite tra Pre. Gaspare Pirouano, et Pre. Battista Ripamonti mio zio, che è morto; et l’inimicitia s’è mantenuta anco meco, pensandosi essi Pirouano ch’io hauessi adoperato per far mandare in galera detto prete Gasparo, come poi fu mandato. Et nel monte di Brianza non credo di hauer altro nemico.
inter. An ipse tempore hiemali dum in seminario permanebat fuerit in coquina calefaciendi causa et dum se calefaciebat, aliquid quod ipsi circa caminum permanebat seu pendebat acceperit, vel aliquid dixerit circa illud quod pendebat.
Ris. In cucina io ci sarò stato con gli altri a scaldarmi, ma quello che vi pendesse io non lo so, eccetto la catena.
inter. An sub camino ignis pendebat, seu adsit aliqua, rotaquae habeat funes duplices, vel una duplici capite.
Ris. Ci deue (essere) quell’istrumento da uoltar l’arosto, ma con che ordigno vi sii io non lo so.
inter. An ipsi fuerit unquam dictum a Rectore seminarii seu a Vicerectore, uel Praefecto dicti seminarii quod ipse faceret suum debitum et munus recte, et quod ipse aegre tulerit, recenseat ueritatem.
Ris. Ho questa fermissima memoria che in quanto al fare l’officio mio nel seminario non mi fosse detta mai nessuna parola dal Retore, nè dal Vicerettore, nè Prefetto de’ studii ----
Nel tempo che io fui maestro mi pare che io facessi quell’officio senza reprensione, nel rimanente del tempo li detti superiori non haueuauo autorità sopra di me, nè si sarebben disposti a nolermi riprendere, può ben essere che alcuna parola di disgusto sia nata, della quale io non mi ricordo con il Rettore, Vicerettore et Ministro forse per non andare al refettorio a tempo o per qualche altra occasione della quale essi pensassero d’hauere autorità.
inter. An ipse aegre tulerit hujusmondi monitiones habitas a dictis officialibus.
Ris. Per all’hora io n’hauerò preso disgusto, ma subito poi l’animo mio come suole si sarà smenticato del tutto.
inter. An eo tempore quo lis caepta fuit in quo loco erat ipse.
Ris. Io stauo nel seminario quando detta lite fu cominciata.
Inter. Quanto tempore ipse post captam litim permansit in dicto seminario.
cio; d’aver derisa la canonizzazione di San Carlo, e d’aver tentato d’espatriare per recarsi in Ispagna in qualità di istoriografo ai servigi del già gover - Ris. Sono stato un pezzo in seminario dipoi la lite, la
quale s’incominciò per burla et s’intromise per grande tempo, et poi si ripigliò ecc.”
Ma venuta l’ora tarda fu per quel giorno sospeso l’interrogatorio e Ripamonti venne rimandato alle sue prigioni.
Ai 17 settembre dello stesso 1619, fu continuato nel medesimo luogo.
Richiesto se avesse meglio pensato a ricordarsi de’ suoi nemici
Rispose. Quando io farò le mie diffese per cagion delle quali dimando che mi sia dato il mio processo, all’hora produrrò nominatamente li nemici miei et le cagioni d’esse inimicizie; intanto in generale parlando io allego per sospetti tutti li signori et officiali del seminario et tutti i dottori della Biblioteca Ambrosiana, tutti li signori et tutti li dipendenti del signor cardinale arciuescouo, et il che sia detto cùn ogni douuta riverenza infinchè io non uegga altri trattamenti uerso la persona mia protesto et dico con gran dolore di dubitar molto delle ire dell’istesso cardinale arciuescouo presso di me.
inter. Se riconoscesse per giuste le deposizioni fatte alla presenza del signor Reverendo Arcelli.
Ris. Io le riconosco et in quanto a tutte quelle che nei processi fatti sotto detto signor antecessore io replico l’adulterazione da esso Vicario publicata per questa città la quale io farò constare nelle mie difese, cioè che detto Arcelli l’ha pubblicato. In oltre in quanto a esse deposizioni io dico che esso signor Vicario Arcelli come ben sa il signor Fortunato notaro qui presente et scriuente, era solito mentre io respondeuo, di prendermi le parole di bocca, et rispondeua et dictaua esso in iscambio mio, tutto ciò che li pariua et questo fu da esso fatto in ciascuno delli miei esamini. Inoltre io produrrò testimonii religiosissimi et grauissimi li quali furono da esso Arcelli adoperati per mezzani per farmi dire a suo modo alcune cose, protestandomi per mezzo d’essi mezzani che non altrimenti io non poteuo placare il signor cardinale che dicendo quelle cose, et all’incontro facendomi minacciar lunga prigionia et animo implacabile s’io non le diceuo puntualmente come esso me le faceua esporre....
Appartiene molto alla verità, et alla salute mia che io dica come questo Arcelli prima di farsi gli esamini con longhi ragionamenti mi sforzava a dire nelli esami che s’haueua da fare moltissime cose le quali io di presente non ho per dette, perchè furono meri effetti delle fraudi di lui, imperocchè fra l’altre cose mi supponeua ch’io almeno come buon seruitore del signor cardinale Arciu. fussi obbligato a sollecitare l’apparenza di questa prigionia, che così egli la chiamava et che maggior clemenza prouocarei se m accomodassi a dire la tale et la tal cosa, nè ui era giorno ch’egli non dicesse che nel giorno seguente sarei libero s’hauessi detto a suo modo, et poi ueniua qui con il notaro et diceua simplicemente molte cose, che la uerità istessa farà apparir essere state dette per compiacimento solo ad detto Arcelli et la somma di queste fraudi constituiua intorno all’acconsentir io ad una certa sospitione ch’egli allegava hauersi di me intorno a quella historia “.
Raccogliendo dalle parole che si dicevano fra loro gli esaminatori che la sentenza era ancora molto lontana.
Disse. “Io domando questa giustitia speditamente dopo un anno che non si fa se non tirar in lungo (a) “.
Finito il processo anche di quel giorno 17 settembre 1619 prima di sottoscriverlo disse:
“Io sono sicurissimo d’ottenere giustitia, con tutto ciò le cose passate fanno che io sia sforzato a temere sempre qualche fraude non dalli signori Vicarii et altri officiali, ma dalla qualità dell’officio et più sospettando io che si
(a)	Aveva già il Ripamonti avuto fino allora i seguenti costituti. Uno ai 23, il secondo ai 27, il terzo al 28, il quarto ai 30 del settembre 1618, gli altri furono al 4, al 6, all’8, al 16, al 17 ottobre, e al 15, 20, e 26 novembre 1619.
natore della Lombardia Don Pedro de Toledo. Non mancò chi l’accusasse come d’aver prevaricato in azioni oscene; e trovo nel processo un lungo seguito di deposizioni fatte dal galoppino della stamperia Nava, che soleva portare alla casa del Ripamonti le prove di stampa, durante la pubblicazione della Storia della Chiesa milanese; ma vedendo che nella condanna, ove si riassumono tutte le accuse, di questa non si tien conto, conviene credere che gli stessi giudici l’avessero per falsa, o almeno per priva delle prove legali.
Erano quasi quattro anni che il prigioniero invocava la sua sentenza; il padre di lui con lettere, di cui una esiste tuttora nell’archivio Borromeo, sollecitava il corso del processo; la salute del Ripamonti era in uno stato deplorabile, eppure la sentenza non gli fu letta che ai 16 agosto 1622 emanata da frate Abondio Lambertenghi di Como, Inquisitore generale di Milano, e dal Vicario arcivescovile Mario Antonino, ambedue delegati dal cardinale Federigo Borromeo con lettera 22 febbrajo 1622.
In questa sentenza vien condannato il Ripamonti.
I. Ad incorrere nelle censure imposte dal sacro concilio lateranense colla facoltà però d’invocare l’assoluzione.
uada per l’arte del……	e del mestiere a fine di farmi cadere in qualche contrarietà, protesto che se il presente processo in alcuna cosa sarà differente del passato ciò auuerrà o per le maniere adoperate dal suddetto Arcelli o per trouarsi io dopo un anno di prigionia con la mente molto turbata, sicchè ueramente egli può auuenirmi che in alcune circostanze et alcune cotali cosette io sia errato. Et in particolare non potendomi io immaginare a che fine mi sono fatti descriuere certi uomini (b), dico intorno a cotali descrittioni che non fu mai costume mio di guardare qual uiso, o qual persona portasse seco questo o quell’altro più che tanto et più dell’essere di quelle persone da me descritte mi rimetto a quello che si è et che si può uedere se sono uiui, et se li presenti signori Vicario et fiscale non li conoscono come nuoui in queste parti possono farseli adittare. Et in quanto alle istesse descrittioni le quali io non saprei immaginare finchè da me si cerchino fuori di quella arte criminale a me sospetta in ogni cosa, dico che nell’esame ultimo descrissi questo et quello come mi ueniua in bocca, per sbrigarmi essendo stato cinque hore in piedi et non potendo più come indisposto
Con ogni douuta humiltà e riuerenza uedendo che non si truoua esito alle cose mie, se non infelicissime prolonghe, dimando che al presente mi sia dato il mio processo. il quale se al presente non mi si dà, con ogni douuta humiltà piangendo, et lagrimando protesto d’appellarmi alla S. Sede Apostolica et mi tengo per appellato quando il processo non mi si dia, o in loco del processo speditione tale ch’io esca una uolta di qui se la giustitia uuole. Et di nuouo protesto essere appellato alla S. Sede Apostolica quando alcuna minima prolonga più non si dia dal giorno d’hoggi poichè in un anno passa, si sanano fatti li processi contro li forusciti della Marca.
Sottoscritto. Io P. Gioseffo Ripamonti ho detto qualmente di sopra per la uerità di man propria “.
(b)	Ripamonti aveva nella sua storia fatto il ritratto fisico e morale di qualche persona onde alcuni che volevano tirar tutto in male cominciarono a sussurrare che aveva inteso con questi ritratti alludere al rettore, e vicerettore del seminario, ed ai dottori della Biblioteca Ambrosiana.
II. A rimanere nelle carceri arcivescovili per tre anni ed essere poi relegato a due altri anni in qualche Luogo Pio a scelta del cardinale arcivescovo, e tutto a titolo d’emenda e coll’obbligo di dare idonea sicurtà.
III. Viene proibita la storia sua finchè non sia ristampata colle volute correzioni.
IV. Gli si proibisce di pubblicare altre opere senza speciale autorizzazione del Santo Ufficio.
V. Gli si ordina il digiuno per un anno in ogni venerdì, e la recita del rosario ogni settimana, riservando ai supremi Inquisitori ed all’Arcivescovo la facoltà di commutare ed anche alleggerire la condanna.
Ripamonti sentì con corpo indisposto, ma con animo franco la sentenza la quale gli parve tanto poco misurata alla sua colpa che invocò la grazia dell’Arcivescovo, e l’Arcivescovo, mite e non mai dimentico dei servigi ricevuti dal supplicante gli commutò la prigionia in quella d’un semplice arresto nello spazio del palazzo arcivescovile.
Esultò l’animo dell’infelice a questa diminuzione di pena e alla mattina del 29 settembre 1622 fece aggiungere al suo processo queste seguenti parole che io fedelmente trascrivo:
1622 adì 29 settembre la mattina
“Constituito io Prete Gioseffo Ripamonti alla sentenza di uoi Notaro e testimonij infrascritti: Dico e protesto che mia mente non fu, nè di presente è, che hauendo io renontiato all’appellatione ch’era stata da me interposta dalla sentenza data contro di me dai signori Giudici Deputati da Monsignor Illustrissimo Cardinale Borromeo Arcivescovo di Milano mio Signore e Padrone con rimettermi del tutto alla pietà del Signor Illustrissimo acciò modificasse le pene e penitenze impostemi in detta sentenza persona alcuna facesse più ricorso dal sommo Pontefice nè da altro superiore per ottenere la reuisione o altr’ordine contra detta sentenza, et se tal ricorso è stato fatto dopo detta mia renuntia, ciò non è stato fatto di mio consenso più non uoglio che sortisca effetto alcuno. E perchè detto Monsignor Illustrissimo hieri per quanto da te notaro mi fu notificato, ordinò che io fossi allargato con assegnarmi (per sua mera gratia e benignità) tutto il palazzo arcivescovile, con che io dia prima sicurtà di non partirmi poi senza prima speciale licenza, dico et protesto, che l’intentione mia è, che quando io sarò posto in tal libertà, nel qual caso io potrò a mio piacere trattare con miei parenti et amici e dargli quei ordini che a me pareranno necessarj per mio seruitio se di nuouo fosse tentata cosa alcuna col far ricorso in mio nome, o in fauor mio al sommo Pontefice o ad altri superiori come sopra, ciò non sarà, ne uoglio che s’intenda fatto di mio consenso, se di ciò non constarà per qualche scrittura fatta o almeno firmata di mia mano perchè non intendo di far ricorso ad altro superiore per mio aiuto che al suddetto Monsignor Illustrissimo mio Signore e Pron. dalla cui pietà spero ottenere ogni giusta gratia”.
Se Ripamonti avesse ulteriori remissioni di pena m’è ignoto, ma o la sua condotta posteriore emendasse la passata, o le sue accuse fossero svelate per calunnie, l’arcivescovo Federigo Borromeo lo rimise in suo favore ed approvò la sua nomina quando il re di Spagna lo elesse canonico della Scala.
Il marchese di Legnanes, governatore dello stato milanese lo dichiarò regio istoriografo, ed egli per corrispondere al nobile impiego, diede fuori nel 1625 la seconda parte della storia della chiesa milanese, e nel 1628 la terza che contiene la vita di San Carlo. Preparava intanto un lavoro molto grandioso in continuazione della Storia patria di Tristano Calchi, anch’essa in latino idioma dettata, nella quale ravvisi i pregi e i difetti delle opere antecedenti. Pulitezza di lingua, narrazione drammatica, quadri grandiosi; poca smania di perdersi in congetture si getta sulle notizie comprovate e le pone in quel maggior grado di luce che gli è possibile. Lapidi, iscrizioni, reliquie dell’antichità isfuggono alle sue indagini, ama piuttosto veder documenti di pergamene che dicano qualche cosa di più, ed esporre gli oggetti da lui, testimonio oculare, esaminati. Però non è affatto immune dai difetti, che macchiarono anche i migliori scrittori del suo secolo, tanto infelice per l’italiana letteratura. Antitesi, concettini, frasi iperboliche, giuochetti di parole, metafore ardite, una quasi continua turgidezza di periodo, sono le colpe che di leggieri si possono in lui ravvisare. Di quest’opera non vennero pubblicate dall’autore che dieci libri (1641 e 43), il resto uscì dopo la sua morte 1648 per cura di Stefano Sclatter che ebbe commissione d’ordinarlo.
Fra le molte relazioni contemporanee che abbiamo della famosa peste del 1630 quella del Ripamonti(7) “va di gran lunga innanzi a tutte, e per la copia e per la scelta de’fatti e ancor più pel modo di dividerli(8) “.
Questo uomo dopo una travagliata virilità fu preso da nuovi tormenti, all’appressarsi della vecchiaja, tormenti che dovevano in segreto preparare la sua morte. Toccando il sessantesimo anno dell’età sua cominciò a sentirsi per le ossa una febbre di consunzione, e vide gonfiarsi, ogni dì più il ventre e le gambe. Fattosi un consulto di medici esperti, fu deciso che come unica speranza rimaneva al suo mal lento di respirare l’aria natale, quell’aria:
Ch’ entro il polmon capace
Urta sè stessa e scende
E gli egri spirti accende
E le forze rallegra
E gli animi rintegra.
La speranza fu delusa: venuto il Ripamonti a Rovagnate presso il curato di questa terra sentì la sua salute ruinare al peggio, finchè pieno di rassegnazione e di confidenza in Colui
... che eterna ciò che a lui somiglia
spirò ai 14 agosto 1644 in quella terra stessa, con universale dolore degli amici, dei religiosi e dei dotti. Quest’uomo grande oggi riposa nel sepolcro riserbato ai sacerdoti, e invano l’ammiratore cerca un sasso che lo distingua dalla incognita turba degli altri preti, nè si saprebbe il luogo della sua morte e della sua sepoltura quando non esistesse un rozzo articolo necrologico nei registri mortuarj della chiesa di Rovagnate(9).
Ripamonti fu uomo di ordinata statura, di membra aggiustate, di salute ferma ma poi ruinata dai continui studj e dalla prigionia. “ Imparò con tanta prestezza lettere greche et hebraiche, et arrivò tant’oltre nella perfezione di queste due lingue, che facilmente si sarebbe fatto credere agl’ huomini d’esser nato, et allevato piuttosto in Athene o in Gerusalemme che in Lombardia: ch’egli poi vaglia molto nella lingua latina non m’affaticarò in accennarlo, posciachè riesce così mirabile in quella, come altri nella materna. Favorillo il cielo d’una sì tenace e gran memoria, che di quanto ha letto, distintamente si ricorda, e di questa virtù particolare se ne servì più volte nel sentire le prediche, le quali da esso nel tesoro della sua memoria portate a casa, nel latino idioma trasportava come le haveva sentite in volgare(10)
V. Historiarum Patriae in Continuationem Tristani Calchi, usque ad mortem Federici Cardinalis Borromei, lib. XXXIII. Mediolani apud Malatestas, 1641 et 1643. Vol. III. in fol.° I primi dieci libri sono pubblicati dall’autore, gli altri postumi, da Stefano Sclatter.
VI. Historiarum Patriae, lib. VIII. Mediolani apud Malatestas, 1648, in fol.° Publicati da Orazio Lando.
Oltre un’infinità di opuscoli. Le altre opere che restano del Ripamonti sono frammenti staccati e pubblicati come inseriti nelle opere di merito o d’importanza maggiore.

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