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Timestamp: 2016-10-25 19:06:45+00:00

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RICHIEDI CONSULENZA SU QUESTO ARGOMENTO	Le sentenze pronunciate in grado d’appello o in unico grado (1) possono essere impugnate per revocazione:
CommentoAppello: [v. 339]; Prova: [v. 115]. Revocazione: costituisce un mezzo di impugnazione a critica vincolata. Rispetto al fenomeno del giudicato [v. 324] la (—) assume una duplice natura: è mezzo di impugnazione straordinario quando è fondato sui motivi di cui a numeri 1), 2), 3) e 6) i quali, essendo relativi a fatti o situazioni il cui verificarsi o la cui scoperta può compiersi in un qualunque momento successivo all’emanazione della sentenza, non condizionano il passaggio in giudicato della stessa; è mezzo di impugnazione ordinario quando è fondata sui motivi di cui ai numeri 4) e 5), in quanto vizi conoscibili sulla base della sola sentenza. Dolo: attività che si concreta in artifici o raggiri per indurre in errore un soggetto. Forza maggiore: è ogni forza esterna che determina una persona contro la sua volontà in modo necessario ed inevitabile. Errore di fatto: consiste in una inesatta percezione o valutazione della realtà.
(1) La norma esprime il principio dell’incompatibilità tra revocazione ed appello, nel senso che non si potrà ricorrere al mezzo d’impugnazione in esame quando la parte ha ancora a disposizione l’appello. Il riferimento alle sentenze emesse in unico grado va qui inteso in senso ampio comprendendo non solo le sentenze inappellabili ex lege, ma anche quelle per le quali sia decorso inutilmente il termine per promuovere l’appello, sempre che si tratti di revocazione straordinaria [v. 396]. Inoltre, ai sensi dell’art. 391bis, la revocazione per errore di fatto può avere ad oggetto anche le sentenze della Corte di Cassazione. Data la funzione anche rescissoria del giudizio di revocazione, la Corte, in caso di accoglimento, deve non limitarsi a dichiarare fondata la domanda, ma sostituire la sua precedente sentenza disponendo, a seconda dei casi, il rinvio prima negato o riformulando il «dictum» vincolante nel pendente giudizio di rinvio o decidendo integralmente nel merito, obbligando il giudice di rinvio a dichiarare improcedibile ex art. 336, c. 2 la riassunzione della causa davanti a sé; oppure, se il detto accoglimento sopravviene alla sentenza che ha già concluso il giudizio di rinvio, annulla in tutto o in parte tale sentenza.
Giurisprudenza annotataIn generale
La pretesa incompatibilità del giudice, che ebbe a pronunciare sulla sentenza oggetto della domanda di revocazione, a far parte del collegio chiamato a decidere su di essa non determina nullità deducibile in sede di impugnazione, in quanto la stessa incompatibilità può dar luogo soltanto all’esercizio del potere di ricusazione, che la parte interessata ha l’onere di far valere, in caso di mancata astensione del giudice, nelle forme e nei termini di cui all’art. 52 c.p.c.
Cass. 8 giugno 2007, n. 13433.
È inammissibile il ricorso per revocazione nel quale non sia indicata alcuna delle cause di revocazione previste dall’art. 395 c.p.c.
Cons. St. V, 31 maggio 2011, n. 3252.
È inammissibile l’impugnazione per revocazione del decreto della corte d’appello, che, a norma dell’art. 31 della convenzione di Bruxelles del 27 settembre 1968, ratificata con L. 21 giugno 1971 n. 804, abbia dichiarato in Italia la esecutività di sentenza straniera, quando sia dedotto un motivo che abbia influito sulla sentenza straniera, dovendo invece i vizi dedotti attenere al provvedimento di esecutività della sentenza straniera. Cass. 30 maggio 1981, n. 3538.
È inammissibile il ricorso per revocazione di un decreto decisorio del Capo dello Stato, ex art. 395, n. 4, c.p.c., allorquando si denunci un errore di diritto e non di fatto, come nell’ipotesi in cui si contesti il fatto che la domanda di indennità di accompagnamento sia priva della documentazione sanitaria che comprovi la sussistenza dei requisiti prescritti e si chieda, conseguenzialmente, alla competente commissione il riesame della stessa. Trattasi, infatti, di censure riguardanti la valutazione di atti e l’applicazione di norme giuridiche, con criteri ritenuti non corretti dal ricorrente.
Cons. St., 28 ottobre 2003, n. 3095.
È inammissibile il ricorso per revocazione di un decreto decisorio del Capo dello Stato, ex art. 395 n. 4, c.p.c., nel caso in cui si assuma essere stato omesso l’esame di prove documentali prodotte ovvero si sia proceduto ad una erronea od incompleta valutazione delle medesime, traducendosi tali doglianze in una censura di errore di giudizio che esorbita dall’ambito dell’impugnazione per revocazione e che, quindi, non è denunciabile con tale mezzo.
Cons. St. 14 ottobre 2003, n. 3567.
Nel contenzioso tributario l’istanza di revocazione è ammessa soltanto nei confronti di sentenze che, involgendo accertamenti di fatto, non siano ulteriormente impugnabili sul punto controverso o che non siano state effettivamente impugnate nei termini.
Cass. trib., 18 maggio 2007, n. 11596.
Motivi di revocazione: dolo della parte
Per integrare la fattispecie del dolo processuale revocatorio ai sensi dell’art. 395, n. 1, c.p.c., non è sufficiente la sola violazione dell’obbligo di lealtà e probità previsto dall’art. 88 c.p.c., né, in linea di massima, sono di per sé sufficienti il mendacio, le false allegazioni o le reticenze, ma si richiede un’attività («macchinazione») intenzionalmente fraudolenta che si concretizzi in artifici o raggiri subiettivamente diretti e oggettivamente idonei a paralizzare la difesa avversaria e a impedire al giudice l’accertamento della verità, pregiudicando l’esito del procedimento.
Cass. 10 marzo 2005, n. 5329; conforme Cass. lav., 26 gennaio 2004, n. 1369; Cass. 30 agosto 2002, n. 12720; Cass. 9 giugno 2002, n. 8916.
Integra la fattispecie del dolo processuale revocatorio (art. 395, n. 1, c.p.c.) quell’attività intenzionalmente fraudolenta che si concreti in artifici e raggiri (che possono consistere anche nel mendacio su fatti decisivi della causa), tali da travisare una situazione in modo da farla apparire diversa da quella reale, onde fuorviare il giudice nell’accertamento della verità processualmente rilevante.
Cass. 24 marzo 2006, n. 6595.
Falsità della prova
Prova falsa, ai sensi dell’art. 395 n. 2 c.p.c. è quella che sia stata dichiarata tale con sentenza passata in giudicato, ovvero quella la cui falsità sia stata riconosciuta dopo la sentenza impugnata. Questo secondo presupposto non può consistere nella valutazione del contenuto di una deposizione testimoniale che la parte compia in maniera difforme da quella seguita dal giudice del merito o nella confessione sostanzialmente resa dalla parte nel corso di un giudizio.
Cass. 22 febbraio 2006, n. 3947; conforme Cass. 29 agosto 1994, n. 7576; Cass. 30 marzo 1992, n. 3863.
Ai fini della fattispecie revocatoria di cui all’art. 395, n. 3, c.p.c., il requisito della decisività del documento va escluso nel caso in cui questo non sia, per sua natura, destinato a costituire la prova di un determinato fatto, ma rappresenti soltanto un mezzo di conoscenza di un fatto decisivo, prima ignorato e del quale l’interessato poteva procurarsi “aliunde” la conoscenza stessa; mentre è sufficiente, ad integrare l’assenza di colpa nella mancata produzione, il fatto di non aver potuto chiedere nemmeno l’esibizione del documento, per avere incolpevolmente ignorato la sua esistenza e la persona che lo deteneva.
Cass. 20 dicembre 2011, n. 27832.
Ai fini dell’ammissibilità dell’impugnazione per revocazione, ai sensi dell’art. 395, n. 3, c.p.c., è necessario che la parte si sia trovata nell’impossibilità di produrre il documento asseritamente decisivo nel giudizio di merito, incombendo sulla stessa parte, in quanto attrice nel relativo giudizio, l’onere di dimostrare che l’ignoranza dell’esistenza del documento o del luogo ove esso si trovava fino al momento dell’assegnazione della causa a sentenza non era dipeso da colpa o negligenza, ma dal fatto dell’avversario o da causa di forza maggiore. Ne consegue che, nell’ipotesi di ignoranza dell’esistenza di un documento, l’onere della parte è soddisfatto dalla dimostrazione di una situazione di fatto tale da giustificarne la mancata conoscenza, mentre in quella di ignoranza soltanto del luogo di conservazione l’ammissibilità dell’impugnazione è subordinata alla prova di una diligente ricerca del documento e, nel caso di un suo pregresso possesso, dell’essersi verificato lo smarrimento per cause eccedenti la possibilità di controllo della parte.
Cass. 16 gennaio 2008, n. 735.
Rapporti con la querela di falso
Ove si adduca la falsità degli atti del procedimento di merito, la querela di falso va proposta in via principale ed è nella impugnazione per revocazione, ai sensi dell’art. 395, 1º comma, n. 2, c.p.c., il mezzo per rescindere la sentenza che, poi, possa essere riconosciuta aver pronunciato su prove dichiarate false, laddove la nozione di prova, dovendosi correlare al tipo di vizio di cui si dimostri che la sentenza è risultata essere affetta, può essere costituita dalla relazione di notificazione di un atto processuale quando il vizio della sentenza sia un vizio derivante da violazione della norma sul procedimento che di tale atto dispone la notificazione.
Cass. 16 gennaio 2009, n. 986.
È inammissibile la revocazione della sentenza del Consiglio di Stato - proposta ai sensi dell’art. 395 n. 3 c.p.c. - ove si adduca di avere reperito un documento non prodotto in causa attestante l’irregolarità contributiva di una società partecipante ad una gara di appalto qualora, nel corso del giudizio concluso con la sentenza di cui si chiede la revocazione, sia stata accertata la regolarità contributiva del medesimo soggetto con certificazione dell’Inps avverso la quale non sia stata proposta querela di falso.
Cons. St., 19 luglio 2007, n. 4057.
Al fine di ipotizzare un errore di fatto idoneo, ai sensi dell’art. 395, n. 4, c.p.c., a sorreggere il ricorso per revocazione, è necessario che via sia stata una errata percezione del contenuto degli atti di giudizio, derivante da svista o abbaglio dei sensi, oggettivamente ed immediatamente rilevabile, sì da indurre il giudicante a supporre l ‘inesistenza di un fatto decisivo che risulta invece positivamente accertato ovvero l’esistenza di un fatto decisivo incontestabilmente escluso dagli atti di causa, ma anche che l’errore sia stato determinante ai fini della pronuncia emessa. Tale supposizione non deve essere implicita, ma deve essere espressa e risultare dalla motivazione, in quanto un abbaglio dei sensi è incompatibile con l’omissione di motivazione, perché è la motivazione che rileva l’abbaglio.
Cons. St. 27 marzo 2012, n. 1783; conforme Cons. St. 22 febbraio 2012, n. 963.
Ai sensi dell’art. 395, n. 4, c.p.c., sussiste errore di fatto, rilevante ai fini revocatori, quando è supposto un fatto la cui verità è incontrastabilmente esclusa ovvero l’inesistenza di un fatto la cui verità è positivamente stabilita: l’errore di fatto consiste quindi in una divergenza tra la realtà processuale e ciò che risulta espressamente dalla sentenza. La motivazione è il criterio formale di emersione dell’errore di fatto ed il crinale che separa l’errore di fatto e il difetto di motivazione (un abbaglio dei sensi è incompatibile con l’omissione di motivazione, perché è la motivazione che rivela l’abbaglio).
Cons. St. 23 marzo 2012, n. 1689.
La revocazione della sentenza ex art. 395, n. 4, c.p.c. presuppone che la decisione sia fondata su un fatto di cui senza fondamento sia stata rappresentata l’esistenza o l’inesistenza: occorre dunque un decisivo nesso causale tra l’erronea supposizione e la pronunzia.
Cons. St. 16 marzo 2012, n. 1512.
La lettura e l’interpretazione dei documenti di causa appartiene all’insindacabile valutazione del giudice e non può essere censurata quale errore di fatto previsto dall’art. 395, n. 4, c.p.c., salvo trasformare lo strumento revocatorio in un inammissibile terzo grado di giudizio. Ciò in quanto l’errore di fatto deducibile in sede di revocazione non è ravvisabile nel caso in cui si assuma che il giudice abbia omesso di esaminare, su questione oggetto di discussione tra le parti, le prove documentali esibite o acquisite d’ufficio, ovvero abbia proceduto ad una erronea ed incompleta valutazione delle medesime: siffatta doglianza si risolve in una censura di errore di giudizio, esorbitante in quanto tale dall’ambito della revocazione.
Cons. St. 5 marzo 2012, n. 1235.
La previsione normativa sancita dall’art. 395, n. 4), c.p.c.: a) impedisce che il rimedio revocatorio, in quanto eccezionale, possa essere trasformato in un ulteriore grado di giudizio; b) esige che l’abbaglio dei sensi consista in una errata percezione del fatto oggettivamente ed immediatamente rilevabile e non si esaurisca in un vizio di assunzione del fatto, né in un errore nella scelta del criterio di valutazione del fatto medesimo; c) esclude che l’errore di fatto sia ipotizzabile in presenza di una erronea valutazione delle risultanze probatorie.
Cons. St. 5 marzo 2012, n. 1254; conforme Cons. St. 28 febbraio 2012, n. 1155.
In tema di revocazione delle sentenze della Corte di cassazione, la configurabilità dell’errore di fatto, ai sensi dell’art. 395, n. 4, c.p.c., presuppone che la decisione appaia fondata, in tutto o in parte, esplicitandone e rappresentandone la decisività, sull’affermazione di esistenza o inesistenza di un fatto che, per converso, la realtà effettiva (quale documentata in atti) induce, rispettivamente, ad escludere od affermare, così che il fatto in questione sia percepito e portato ad emersione nello stesso giudizio di cassazione, nonché posto a fondamento dell’argomentazione logico-giuridica conseguentemente adottata dal giudice di legittimità. Ne consegue che, allorché la Corte, come nella specie, risolva, in applicazione di appositi principi e di un’adeguata interpretazione normativa, una determinata questione giuridica implicata dall’inosservanza di un necessario adempimento processuale sottoposto al rispetto di una specifica modalità notificatoria e di un termine perentorio e non prorogabile (l’invalida notificazione dell’integrazione del contraddittorio disposta con ordinanza, ai sensi degli artt. 330 e 331 c.p.c., sul ricorso incidentale), il ricorso per revocazione è inammissibile, non potendo affermarsi che l’impugnata sentenza sia incorsa in un errore di fatto.
Cass. 31 gennaio 2012, n. 1383.
In tema di revocazione delle sentenze della Cassazione, è inammissibile il ricorso al rimedio previsto dall’art. 391 bis c.p.c. nell’ipotesi in cui il dedotto errore riguardi norme giuridiche, atteso che la falsa percezione di queste, anche se indotta da errata percezione di interpretazioni fornite da precedenti indirizzi giurisprudenziali, integra gli estremi dell’”error iuris”, sia nel caso di obliterazione delle norme medesime (riconducibile all’ipotesi della falsa applicazione), sia nel caso di distorsione della loro effettiva portata (riconducibile all’ipotesi della violazione).
Cass. 29 dicembre 2011, n. 29922.
L’errore di fatto, idoneo a costituire il vizio revocatorio previsto dall’art. 395, n. 4, c.p.c., deve consistere in un “travisamento di fatto costitutivo di “quell’abbaglio dei sensi” che cade su un punto decisivo ma non espressamente controverso della causa.
Cons. St. IV, 15 dicembre 2011, n. 6615.
A norma dell’art. 395, 1º comma, n. 4, c.p.c., una sentenza può essere oggetto di revocazione solo quando sia effetto del preteso errore di fatto e cioè unicamente nell’ipotesi in cui il fatto che si assume erroneo costituisca il fondamento della decisione revocanda o rappresenti l’imprescindibile, oltre che esclusiva, premessa logica di tale decisione, sicché tra il fatto erroneamente percepito, o non percepito, e la statuizione adottata intercorra un nesso di necessità logica e giuridica tale da determinare, in ipotesi di percezione corretta, una decisione diversa.
Cass., Sez. Un., 23 gennaio 2009, n. 1666.
L’omesso esame di atti difensivi, asseritamente contenenti argomentazioni giuridiche non valutate, non può essere considerato un errore di fatto riconducibile all’art. 395, comma 1, n. 4, c.p.c. (Fattispecie riferita a richiesta di revocazione di sentenza della Cassazione ex art. 391 bis c.p.c.).
Cass. 18 gennaio 2012, n. 714.
Non costituisce errore di fatto che giustifichi la revocazione di una sentenza del tribunale, quello in cui, nell’ambito di un giudizio contumaciale, sarebbe incorso il giudice nella percezione delle risultanze istruttorie; si tratta infatti di un vizio che la parte contumace avrebbe potuto conoscere al momento della notifica della sentenza di primo grado e che doveva essere fatto valere con l’appello.
Cass. 25 gennaio 2007, n. 1647.
Contrarietà a precedente giudicato
Si può configurare un contrasto tra giudicati qualora una sentenza successiva non abbia tenuto conto di una decisione precedente, ma non quando il medesimo oggetto abbia già fatto parte della cognizione di entrambi i giudici. Cons. St., Ad. plen., 11 giugno 2001, n. 3.
Ai fini dell’applicazione dell’art. 395, n. 5, c.p.c., perché una sentenza possa considerarsi contraria a un precedente giudicato occorre che tra i due giudizi esista identità di soggetti ed oggetto, tale che tra le due vicende si verifichi un’ontologica e strutturale concordanza degli elementi sui quali deve essere espresso il secondo giudizio rispetto agli elementi distintivi della decisione emessa per prima.
Cons. St., sez. IV, 4 dicembre 2007, n. 6156.
La revocazione delle sentenze pronunciate dal giudice tributario è ammissibile anche nel caso di contrasto con un precedente giudicato.
È inammissibile la revocazione per contrasto con precedente giudicato delle sentenze della Corte di Cassazione che abbiano deciso le cause nel merito, non essendo contemplato dalla legge tale motivo di revocazione in relazione alle sentenze di legittimità, potendo il conflitto tra diverse “regulae iuris”, derivanti da due distinti giudicati sullo stesso oggetto, essere composto con la prevalenza del secondo sul primo, in base all’art. 15 delle preleggi, applicabile trattandosi di vicenda relativa a comandi giuridici. È, inoltre, manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale (per violazione degli artt. 3 e 24 Cost.) della omessa previsione dell’indicato motivo di revocazione, sia perché non sussiste identità, o analogia, tra le posizioni del giudice di rinvio e della Corte di cassazione, quest’ultima potendo decidere nel merito la controversia solo in base ai medesimi accertamenti ed apprezzamenti di fatto che costituiscono i presupposti del giudizio di diritto, sia perché l’esclusione di detto rimedio attiene ai limiti ed alle condizioni di operatività del giudicato, affidate alla valutazione discrezionale del legislatore ordinario, alla quale non resta estranea l’esigenza, tutelata dall’art. 111 Cost., di evitare che i giudizi di protraggano all’infinito.
Cass. 29 dicembre 2011, n. 29580.
La revocazione del lodo arbitrale per dolo del giudice, ai sensi degli artt. 831, comma 1, e 395, n. 6, c.p.c., richiede che il dolo dell’arbitro sia stato accertato con sentenza passata in giudicato e che esso consista in un intento fraudolento, ovvero in una collusione che hanno falsato la corretta formazione della decisione, costituendo causa diretta e determinante del provvedimento ingiusto; pertanto, la falsa attestazione apposta sul lodo in ordine alla deliberazione del medesimo in conferenza personale di tutti gli arbitri e le irregolarità che inficiano le modalità di svolgimento delle riunioni del collegio arbitrale incidono sulla validità sostanziale del lodo, senza tuttavia integrare il succitato dolo revocatorio, dato che esse non influiscono sul procedimento di formazione della volontà degli arbitri, ma riguardano la regolarità del documento formato successivamente all’adozione della decisione, alla quale ciascun arbitro può avere apportato il proprio apporto volitivo, senza inganno o collusione, benché abbia manifestato la propria volontà in più riunioni separate di due arbitri.
Cass. 27 gennaio 2004, n. 1409.
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