Source: http://www.studiolegaleagati.it/2011/06/multe-notifica-oltre-il-termine-no-allobbligo-di-comunicare-i-dati-del-conducente/
Timestamp: 2017-11-25 11:23:40+00:00

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Multe, notifica oltre il termine: no all'obbligo di comunicare i dati del conducente - Studio Legale Agati
Il giudice d’appello riteneva che la ricorrente non aveva ottemperato all’invito a comunicare nel termine di legge i dati richiestile, perchè, pur prescindendo dalla idoneità della comunicazione di mancata identificazione del conducente, la comunicazione stessa era avvenuta fuori termine, essendo stata eseguita il 5 maggio 2006 e non entro il venti marzo 2006, allo scadere dei trenta giorni dalla data della notifica del primo verbale, avvenuta, come detto, il 18 febbraio. Escludeva poi la sussistenza di un giustificato motivo dell’omissione.
La S. ha proposto tempestivo ricorso per cassazione, al quale il Comune di Trieste ha resistito con controricorso.
Il giudice relatore ha avviato la causa a decisione con il rito previsto per il procedimento in camera di consiglio. E’ stata depositata memoria. L’adunanza camerale, tenutasi il 5 novembre, è stata riconvocata il 3 maggio 2011. 2) La relazione preliminare ha rilevato che il ricorso è inammissibile e comunque manifestamente infondato. Parte ricorrente, che non individua in apposita rubrica i motivi di censura e le norme violate, formula due quesiti di diritto.
Il primo attiene alla ritenuta tardività della comunicazione ed è così formulato: “Caducato il D.L. 21 settembre 2005, n. 184, che modificava secondo le indicazioni della Corte Costituzionale, l’art. 126 bis C.d.S., comma 2 nel senso che la comunicazione dei dati del conducente doveva essere fornita alìorgano di polizia procedente entro sessanta giorni dalla data di notifica del verbale di contestazione, può dirsi rimasta in vigore la precedente formulazione dell’articolo di cui sopra, già rilevata in contrasto con la Costituzione, secondo cui detta comunicazione doveva essere invece effettuata entro trenta giorni?”.
Pertanto la censura, al di là della norma applicabile ratione temporis nella specie (per via del sovrapporsi di tre versioni dell’art. 126 bis e di Corte Cost n. 27/05) è comunque inammissibile, perchè priva di aderenza alla realtà fattuale accertata in sentenza e non impugnata.
In proposito mette conto evidenziare che l’accertamento in ordine all’invio della comunicazione contenuto nel passo (citato supra) della sentenza d’appello non è stato oggetto di critica, nè è stato smentito con gli opportuni riferimenti documentali. Neppure si è dato atto in ricorso della produzione del documento attestante una diversa data di spedizione della comunicazione. Vale in proposito evidenziare, come ha già fatto il giudice relatore, che parte ricorrente ha anche omesso la specifica indicazione degli atti processuali e dei documenti sui quali il ricorso si fonda (art. 366 c.p.c., come interpretato da Cass 23019/07). La specifica indicazione, quando riguardi un documento prodotto in giudizio, postula che sì individui dove sia stato prodotto nelle fasi di merito, e, in ragione dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, anche che esso sia prodotto in sede di legittimità (SU 28547/08 e, più dettagliatamente SU 7161/2010). Le omissioni di cui all’art. 366 c.p.c. comportano, giova ricordare, l’inammissibilità del ricorso, ove quest’ultimo si debba fondare su tali atti e documenti.
La questione del limite temporale, più chiaramente trattata dalla stessa parte ricorrente nella memoria ex art. 380 bis c.p.c., non risulta però posta in questi termini al giudice d’appello, come si evince dalle conclusioni di parte appellante riportate in epigrafe, che alludevano, oltre che al giustificato motivo, a ulteriore profilo, costituito dalla mancanza di coscienza e volontà dell’omissione, involgente la L. n. 689 del 1981, art. 3 e quindi ben diverso da quello esposto in sede di legittimità. Se così è, è d’uopo ricordare: A) che per evitare una statuizione di inammissibilità, per novità della censura, la parte aveva l’onere di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, e, per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo avesse fatto, onde dar modo alla Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa. B) che il giudizio di accertamento della pretesa sanzionatoria dell’amministrazione, introdotto con ricorso in opposizione, ai sensi della L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 22, è delimitato per l’opponente dalla causa petendi fatta valere con quel ricorso e per l’amministrazione dal divieto di dedurre motivi o circostanze diverse da quelli enunciati con l’ingiunzione, a fondamento della pretesa sanzionatolo, (Cass. 17625/07); C) che, per conseguenza, il giudice, salve le ipotesi di inesistenza, non ha il potere di rilevare ragioni di invalidità del provvedimento opposto o del procedimento che l’ha preceduto non dedotte nell’atto di opposizione, nemmeno sotto il profilo della disapplicazione del provvedimento stesso, e che l’opponente, se ha facoltà di modificare l’originaria domanda nei limiti consentiti dagli artt. 183 e 184 cod. proc. civ., non può tuttavia introdurre in corso di causa motivi dei quali il ricorso era del tutto privo (Cass. 6013/03) e far valere vizi diversi da quelli esposti, entro i termini di legge, con l’atto introduttivo del giudizio (Cass.12544/03; 1533/05).
4) Il ricorso di S.K. è dunque inammissibile con riguardo a ognuno dei profili proposti.
Si tratta di stabilire se la tardività (per superamento del termine di cui all’art. 201 C.d.S., comma 1) della contestazione della violazione principale renda illegittima la sanzione de qua perchè esclude la sussistenza dell’obbligo, per il proprietario del veicolo, di comunicare gli estremi del conducente del veicolo al momento del rilevamento dell’infrazione; con la conseguenza che risulterebbe illegittima la pretesa sanzionatoria connessa alla violazione per omessa comunicazione, successivamente contestata con apposito verbale di accertamento.
Ferma la possibilità di rimettere la causa al Primo Presidente perchè ne investa le Sezioni Unite in presenza di questione di diritto già decisa in modo contrastato dalle sezioni semplici o che presenti questione di massima di particolare importanza, al Collegio giudicante è consentito tuttavia di affrontare la questione giuridica per enunciare un principio di diritto che sia comunque particolarmente importante.
Tale facoltà risponde all’esigenza di decidere più sollecitamente la questione, verosimilmente già studiata almeno da presidente e relatore, tanto se la ragione di inammissibilità sia emersa in corso di adunanza, quanto in presenza di declaratoria di inammissibilità prospettata nella relazione preliminare. Risponde altresì all’opportunità, laddove si tratti di questioni nuove o comunque non tali da meritare l’immediata attenzione delle Sezioni Unite, di consentire che si dispieghi al più presto l’esame delle sezioni semplici, il confronto di opinioni, il dialogo con la dottrina; di verificare sollecitamente le ricadute anche sulla giurisprudenza di merito, di avviare quel reticolo sedimentato di giudizi che da forma al diritto vivente, il quale non è articolato solo dalla voce privilegiata del consesso apicale.
Nè si deve trascurare che la sede camerale è quella che propriamente è chiamata a sancire l’inammissibilità di un ricorso secondo il rito di cui agli artt. 375 e segg. c.p.c..
Non v’è da sorprendersi di questa scelta, poichè la composizione della Corte in adunanza camerale è identica a quella che essa ha in pubblica udienza, essendo il Collegio formato sempre da cinque magistrati della Sezione. La concreta organizzazione della Corte consente di aggiungere che a questo ufficio sono chiamati (tanto dopo l’istituzione della Sesta Sezione, L. n. 69 del 2009, quanto al tempo della Struttura per l’esame preliminare formata in occasione della riforma del 2006) tutti i magistrati delle sezioni – o contemporaneamente o con periodici avvicendamenti -, restando così escluso che in sede camerale siano impiegati soltanto consiglieri meno esperti o autorevoli.
Da disattendere è infine anche l’orientamento dottrinale che vuoi limitare il potere d’ufficio di cui all’art. 363, comma 3 all’enunciazione del principio di diritto attinente le ragioni per le quali il ricorso è stato dichiarato inammissibile. Va affermato per contro che il chiaro intento del legislatore, che traspare dall’art. 363, comma 3, è quello di favorire l’emergere, nonostante l’inammissibilità del ricorso, del principio di diritto cui il giudice di secondo grado avrebbe dovuto attenersi nel decidere la questione – di merito o processuale – che era stata fatta oggetto del giudizio di legittimità.
Come ha osservato la memoria della ricorrente, questa pretesa dell’amministrazione non può però protrarsi per un tempo illimitato, tenendo obbligato il proprietario anche se l’invito gli venga inoltrato tardivamente. Il testo dell’art. 126 bis prevede che la comunicazione debba essere inoltrata entro sessanta giorni dalla data di notifica del verbale di contestazione. Detta notifica può però avere effetto solo se ritualmente eseguita, cioè se pervenuta all’obbligato entro i 150 giorni dalla commessa violazione. Tale interpretazione si impone per coerenza logica con quanto previsto dall’art. 201 C.d.s. in ordine alla illegittimità della sanzione conseguente alla violazione principale.
Si badi che lo sforzo mnemonico del proprietario del veicolo è esigibile solo se contenuto in ragionevoli tempi, che sono dal legislatore previsti in relazione al fatto che la sanzione è – in questi casi necessariamente – irrogata in relazione a ipotesi in cui è mancata la contestazione immediata dell’infrazione (art. 201 C.d.S., comma 1 bis). Pertanto l’obbligo del proprietario (comunicazione entro sessanta giorni dalla notificazione del verbale di contestazione) può scattare solo se sorretto da notificazione tempestiva di detto verbale.
Va aggiunto che non rileva che il primo verbale, ove tardivamente notificato, non sia stato oggetto di opposizione. La sanzione conseguente all’omessa comunicazione viene infatti accertata in un secondo momento, a seguito della verifica del mancato adempimento all’invito. Solo il verbale di sanzione ex art. 126 bis C.d.S. – se notificato – può e deve essere opposto, facendo valere la ragione di illegittimità di tale pretesa, costituita dal tardivo inoltro del verbale di contestazione della prima violazione.
In relazione al secondo motivo di ricorso pronuncia nell’interesse della legge principio di diritto nei sensi di cui in motivazione.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 380
 art. 3
 art. 22
 art. 126