Source: http://www.gfbv.it/3dossier/vda/identi-cla.html
Timestamp: 2018-10-16 08:11:51+00:00

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Nazioni senza Stato e diritti collettivi. Il coraggio della clandestinità intellettuale contro l'omogeneizzazione delle coscienze, l'appiattimento della cultura, gli opportunismi della politica e la criminalizzazione del'azione per l'affermazione dei diritti collettivi delle Nazioni senza Stato, di Claudio Magnabosco, marzo 2001
Nazioni senza Stato e diritti collettivi.
Il coraggio della clandestinità intellettuale contro l'omogeneizzazione delle coscienze, l'appiattimento della cultura, gli opportunismi della politica e la criminalizzazione del'azione per l'affermazione dei diritti collettivi delle Nazioni senza Stato
1 - LA CLANDESTINITA' CULTURALE | 2 - DECLARATION UNIVERSELLE | 3 - UNIVERSAL DECLARATION OF THE RIGHTS OF PEOPLES | 4 - Déclaration de Saint-Jacques-de-Compostelle, de l'Intergroupe des Nations sans Etat du Parlement européen | 5 - DÉCLARATION UNIVERSELLE DES DROITS LINGUISTIQUES | 6 - IV CONFÉRENCE DES NATIONS SANS ETAT D'EUROPE (CONSEU) | 7 - Autodeterminazione, Europa dei Popoli e diritti linguistici nel dibattito politico in Valle d'Aosta | 8 - Conclusioni della IV Assemblea della CONSEU | 9 - Risultati della CONSEU | 10 - PER UNA NUOVA DICHIARAZIONE DEI RAPPRESENTANTI DELLE POPOLAZIONI ALPINE | 11 - IMMIGRAZIONE INTERNA, UN PROGETTO EUROPEO | 12 - COMMENTO CRITICO AL VOLUMETTO DEL BUREAU EUROPEO PER LE LINGUE MENO DIFFUSE | 13 - UN INDIPENDENTISMO VISTO DA DENTRO
1 - LA CLANDESTINITA' CULTURALE .: su :.
In questo "dossier" sono raccolti documenti e considerazioni apparentemente disomogenei sia dal punto di vista linguistico (alcuni sono presentati in lingua francese, altri in lingua italiana, altri in catalano, altri ancora in inglese), sia dal punto di vista del contenuto (alcuni sono documenti ufficiali - quantunque poco noti - altri sono addirittura verbali interni di un gruppo politico). Direttamente o indirettamente, però, sono tutti accomunati dallo stesso intento: offrire informazioni e spunti di riflessione. Il problema della Nazioni senza Stato continua ad esser oggetto di interpretazioni contraddittorie: la dinamica europea, le prospettive istituzionali interne a ciascuno Stato e a tutti gli Stati, la natura stessa del problema identitario nella dimensione che i fenomeni assumono in prospettiva mondializzata, inducono ad interpretarlo riduttivamente: infatti se un tempo ai sudtirolesi o ai valdostani che rivendicavano l'applicazione, se non di altro, almeno di diritti linguistici, veniva risposto "per Dio, siamo in Italia", oggi la risposta alle loro rivendicazioni è un'altra, ugualmente equivoca e strumentale, "nella realtà europea le rivendicazioni 'localiste' non hanno senso"; e aggiungiamo a quest'affermazione, la ripetizione anche di un altro concetto: "ormai dobbiamo ragionare in dimensione mondiale" che accentua i tentativi di non riconoscere alle Nazioni senza Stato i loro diritti. Le Nazioni senza Stato risentono di questa situazione e, troppo spesso, perdono di vista la necessità di non accettare altri compromessi; se un tempo hanno subito ed accettato la condizione di "minoranze" cui sono state costrette ed hanno poi inutilmente rivendicato tutti i diritti che apparentemente erano stati riconosciuti alle minoranze, oggi accettano altri ruoli, ancor più subalterni: dal punto di vista linguistico, così, le loro lingue sono definite "meno diffuse"; dal punto di vista istituzionale il loro territorio storico viene considerato "transfrontaliero" e, quindi, oggetto di una rappresentatività non nelle principali istituzioni europee, ma in tutt'altro spazio, le Regioni e il Comitato delle Regioni, gli organismi di cooperazione transfrontaliera, ecc. In buona sostanza Nazioni che avrebbero diritto alla autodeterminazione si rassegnano a rinunciarvi: ne è buon esempio la Valle d'Aosta il cui Consiglio regionale si appresta ad approvare un progetto di riscrittura dello Statuto di Autonomia, addirittura formulando un concetto secondo il quale l'autonomia all'interno dello Stato italiano sarebbe la risultante dell'esercizio del diritto alla autodeterminazione che - in realtà - non mai stato neppure ipotizzato; quindi non solo si accetta una diminutio dei propri diritti, ma addirittura si sottoscrive una resa, giungendo ad asserire che questa diminutio è soddisfacente e chiude un contenzioso storico.
Tutto ciò avviene a causa di uno sbandamento politico e culturale che non è difficile considerare come risultato di un'omogeneizzazione delle coscienze e di un appiattimento della cultura; a tutto ciò corrisponde, inoltre, la criminalizzazione di ogni altra rivendicazione, per cui chi si permette anche solo di formulare un generico appello al diritto alla autodeterminazione, si pone al di fuori della legge. Che sia la legge degli Stati è inutile ribadirlo. E', tuttavia, comprensibile come e perché le forze politiche, sindacali e culturali che dovrebbero rappresentare le Nazioni senza Stato, si trovino in questa situazione e non sappiano sempre indicare altre strade che quelle scaturite dall'appiattimento, adeguandosi ad essa. Se, tuttavia, questa fosse una scelta strategica, atta - cioè - ad affrontare tempi difficili salvando il salvabile ed aspettando tempi migliori, non ci dovremmo preoccupare troppo. Se questa fosse una scelta che nasce dalla coscienza che la radicalizzazione ha in se il rischio di trasformare l'affermazione della propria identità in una delle tante forme di fascismo possibili, ci troveremmo di fronte ad una scelta di grande intelligenza.
Nulla, però, ci conforta in questo senso, nessun intellettuale ha elaborato un'analisi che vada in questo senso, nessun filosofo ha analizzato la realtà con chiarezza. Sorge, quindi l'esigenza di un'elaborazione politica, culturale e filosofica che dia alle Nazioni senza Stato una prospettiva diversa da quella della dipendenza. La prima esigenza che si pone, a questo proposito, è avere uno spazio di dibattito e di confronto assolutamente liberi: non si può riscrivere il diritto dei Popoli se la riflessione resta delimitata e ristretta dal contesto dello Stato di cui si è parte, dell'Europa di cui è parte lo Stato cui si appartiene, del blocco politico-economico mondiale di cui è parte l'Europa, ecc. Quella che definisco "clandestinità intellettuale" è una scelta: pensare al di fuori degli schemi e dei limiti, pur senza scadere nell'utopia e nell'idealismo, senza romanticismi e contraddizioni. Pensare liberamente.
A ben vedere, il tutto si riconduce, poi, alla libertà, semplicemente alla libertà. Il fatto di doverci pensare e di porsene il problema significa che c'è bisogno di libertà perché non siamo liberi, non siamo completamente liberi. E c'è bisogno, quindi, di un processo di liberazione.
I documenti che sono proposti in questo dossier evidenziano che nel dibattito sui diritti delle Nazioni senza Stato, troppe volte ci si accontenta che altri li scrivano e li descrivano, mentre sono le Nazioni stesse a doverlo fare: le molteplici dichiarazioni universali cui tutti fanno quotidiano riferimento, sono - in realtà - una summa compromissoria di diritti formulati dagli Stati o dalle potenze o dai blocchi politico-economici; le uniche Dichiarazioni Universali scaturite da dinamiche diverse sono la Dichiarazione Universale dei Diritti Collettivi dei Popoli, la Dichiarazione Universale dei Diritti Linguistici e la Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli; la Dichiarazione di Santiago di Compostella, sottoscritta dai parlamentari europei delle Nazioni senza Stato è, invece, un documento intermedio: rivendica i diritti delle Nazioni senza Stato nel quadro dell'Unione europea, anche se a firmarla sono partiti politici come l'UV che, a casa loro, rifiutano di definirsi sostenitori dei diritti delle Nazioni, dichiarano e giurano di non considerarsi affatto nazionalitarie o nazionaliste, accettano il ridimensionamento imposto loro dalle logiche statali ed europee: il parlamentare europeo Luciano Caveri, valdostano, firmatario della Dichiarazione, è stato eletto nella stessa lista del Presidente Prodi, difficile - quindi - sostenga due diversi tipi di Europa, quella di chi la guida oggi così come è e quella che la Nazioni senza Stato vorrebbero che fosse. Quanti sono, però, coloro che, pur impegnati nel terreno della rivendicazione del diritto alla autodeterminazione dei Popoli, conoscono questi documenti? E chi ricorda ancora il contenuto innovativo della Dichiarazione di Brest o quello moderato, ma coerente nella sua essenzialità, del Bureau des Nations sans Etat? E cosa resta in Italia della Dichiarazione di Chivasso?
Questo dossier, quindi, vuol contribuire a costruire la coscienza che nel gioco degli opportunismi della politica, le forze delle Nazioni senza Stato non saranno mai vincenti e che, anzi, l'assimilazione ai giochi politici degli Stati, dei loro partiti, delle loro istituzioni internazionali (compresa l'Europa), corrisponde ad un'assimilazione anche dell'identità. Questo dossier, si apre presentando anzitutto le Dichiarazioni basilari del diritto dei Popoli, fortemente volute dall'UNPO e dalla CONSEU e presentate così come l'UNPO e la CONSEU stessa le divulgano; oltre a questi due documenti è qui riproposto anche il testo della Dichiarazione Universale dei Diritti Linguistici. A corredo di questi documenti, indispensabile alla comprensione di tutti gli studi che ho elaborato sui diritti delle Nazioni senza Stato, sono poi presentati altri documenti ed altre proposte.
2 - DECLARATION UNIVERSELLE .: su :.
Déclaration Universelle Des Droits Collectifs des Peuples
Considérant les progrés accomplis notamment depuis deux siècles par la "Déclaration des Droits de l'Homme et du Citoyen" dans la prise de conscience de l'égalité de toutes les personnes humaines;
Considérant qu'un des apports majeurs à la compréhension de cette égalité a été la reconnaissance de la différence des êtres humains en raison de leur langue, culture, appartenance à un peuple concret, comme l'a affirmée la "Déclaration Universelle des Droits de l'Homme" proclamée par l'ONU en 1948;
Considérant que les droits individuels à l'égalité et à la différence ne peuvent s'épanouir que dans le cadre du peuple auquel chacun s'identifie;
Considérant que chaque peuple est le détenteur exclusif de ses droits collectifs et inaliénables à l'égalité et à la différence;
Considérant que la "Charte de l'ONU" a affirmé et reconnu dans son article 1.2 la nécessité de "développer entre les nations des relations amicales fondées sur le principe de l'egalité des droits des peuples et de leurs respectifs droits à disposer d'eux-mêmes"; que d'autres textes de l'ONU comme les divers "Pactes Internationaux" relatifs aux droits politiques, sociaux, économiques, culturels, etc précisent plus l'ampleur des droits collectifs; que des documents en cours de discussion au sein de l'ONU, comme la "Déclaration sur les droits des peuples indigènes" nous conduisent à interpréter, pour en traduire le plein sens, tous les droits individuels à la lumière des droits collectifs;
Considérant que, en application de ces principes de nombreux peuples peuvent non-seulement exercer leur droit à l'autodétermination et prendre entre leurs mains la souveraineté et l'indépendance qui leur correspond, mais encore peuvent approfondir leur cohesion interne et leur solidarité avec les autres peuples;
Constatant que les droits collectifs affirmés ainsi n'ont pas pu encore être reconnus et mis en pratique dans l'ensemble des peuples et que perdurent sur la planète des conflits et des affrontements qui découlent de la négation ou de la limitation de l'exercice de ces droits;
Constatant que ces situations ont des conséquences juridiques et politiques dans l'organisation de la société humaine qui institutionnalisent dans le droit international, des inégalités et des discriminations entre les peuples et que cette organisation se trouve essentiellement à la merci des pouvoirs des Etats constitués et des organismes que ces derniers créent et contrôlent;
Constatant que les relations entre peuples sont actuellement le monopole des États constitués qui s'arrogent, en conséquence, le pouvoir de déterminer le niveau de participation dans la vie internationale, alors que les peuples sont les seuls sujets et source de droits dans toutes les dimensions collectives;
Considérant que pour assurer puis maintenir leur domination sur des aires géographiques déterminées et conserver leur monopole de décision sur les relations internationales, les États imposent des modèles institutionnels confondant la citoyenneté et la nationalité, leur permettant ainsi, soit de nier l'existence des peuples, soit de les soumettre, par différents statuts juridiques (autonomie, régionalisation, décentralisation et autres) à des limitations de souveraineté ou à des situations de dépendance;
Constatant que ces dernières années la société civile a élaboré diverses propositions pour promouvoir la reconnaissance des droits des peuples en particulier depuis la "Déclaration des Droits des Peuples" publiée à Alger le 4 juillet 1.976;
Constatant néanmoins que les diverses initiatives faites dans cette direction admettent habituellement des restrictions aux droits collectifs des peuples en les conditionnant au maintien des structures étatiques en vigueur, à travers notamment la notion de minorité;
Considérant que pour franchir une nouvelle étape dans la construction de l'entente entre les peuples et contribuer ainsi à bâtir une Paix juste et universelle et en conséquence durable pour tous, il est indispensable de définir, d'une manière intrinsèque et complète, les droits collectifs des peuples et leur mode d'exercice, indépendamment de leurs situations actuelles politiques et juridiques,
L'Assemblée Générale de la "Conférence des Nations sans État d'Europe" (CONSEU) propose à toute l'Humanité, avec la collaboration de ses organismes internationaux competents d'adopter et de mettre en oeuvre la suivante "Déclaration Universelle des Droits Collectifs des Peuples".
L'absence d'une définition universellement admise du concept de "peuple" met en évidence que celui-ci n'est pas une notion statique mais dynamique. L'histoire montre que des communautés humaines, reconnues comme peuples, sont apparues et disparues ou ont ressurgi par la suite, sur la scène internationale, avec d'autres noms. Pourtant les évolutions ou regressions des communautés humaines voire des peuples ne peuvent en aucun cas fonder le degré d'acceptation ou la limitation du respect dû aux droits collectifs et individuels des personnes qui les composent. Les droits des peuples maintiennent toujours, objectivement, la même et propre identité. Il appartient aux communautés humaines elles-mêmes de s'ériger dans l'histoire en tant que peuples et donc de devenir sujets de droits collectifs.
La présente Déclaration a pour but de définir les droits collectifs des peuples et de préciser par là même le concept de peuple.
Titre l. Des Peuples et Nations.
Art. 1. Toute collectivité humaine ayant une référence commune à une culture et à une tradition historique propre, développées sur un territoire géographiquement déterminé, ou dans d'autres domaines, constitue un peuple.
Art. 2. Tout peuple a le droit de s'identifier comme tel. Aucune autre instance ne peut se substituer à lui pour le définir.
Art. 3. Tout peuple a le droit de s'affirmer comme nation. L'existence d'une nation se manifeste par la volonté de ses membres à s'autoorganiser politiquement et institutionnellement.
Art. 4. Tout peuple jouit d'une manière imprescriptible et inaliénable, des droits collectifs et des prérogatives énoncés dans la présente Déclaration.
Titre II. Des droits nationaux des Peuples.
Art. 5. Tout peuple a le droit d'exister librement quelle que soit sa dimension démographique.
Art. 6. Tout peuple a le droit de s'autodéterminer de façon indépendante et souveraine.
Art. 7. Tout peuple a le droit de s'autogouverner en suivant les choix démocratiques pris par ses membres.
Art. 8.1 Tout peuple a le droit au libre exercice de sa souveraineté sur l'intégralité de son territoire;
8.2 Tout peuple qui a été expulsé de son territoire a le droit d'y retourner et d'y exercer sa souveraineté , dans le respect des droits des personnes éventuellement présentes sur ce territoire, qui appartiennent à d'autres peuples;
8.3 Tout peuple soumis à une division suite à une partition territoriale inter o intra étatique, a le droit de rétablir son unité territoriale, politique et institutionnelle;
8.4 Tout peuple itinérant qui a développé historiquement sa conscience nationale selon ce mode d'existence, a droit à la garantie de sa libre circulation.
Art. 9 Tout peuple a le droit d'exprimer et de développer sa culture, sa langue et ses règles d'organisation, et de se doter pour ce faire des propres structures politiques, juridiques, d'enseignement, de comunication et d'administration publique et d'autres qui lui conviennent dans le cadre de sa souveraineté.
9.2 Tout peuple se trouvant dans les conditions mentionnées dans l'article 8.2 ou bien victime d'autres décisions qui le divisent arbitrairement, a le droit de rétablir son unité linguistique, culturelle, et les autres prérogatives qui lui sont propres et le distinguent.
Art. 10 Tout peuple a le droit de disposer des ressources naturelles de son territoire et, le cas échéant, des eaux territoriales qui s'y rattachent, de les mettre en valeur pour son développement, son progrés et le bien-être de ses membres, dans le respect des dispositions des articles 17 et 18 de la présente Déclaration, se référant aux exigences ecologiques et de solidarité.
Titre III. Des droits internationaux des Peuples.
Art. 11. Tous les peuples sont et demeurent libres et égaux en droit, quelque soit la nature des relations internationales qu'ils trient.
Art. 12 Tout peuple a le droit d'être pleinement reconnu en tant que tel dans le concert des nations et de participer à égalité de voix et de vote aux travaux et décisions de tous les organismes internationaux représentatifs des différentes volontés souveraines.
Art. 13 Tout peuple a le droit d'établir librement avec chacun des autres peuples les relations convenables à l'intérêt des parties, dans la forme qu'ils auront conjointement déterminée.
Art. 14. Tout peuple a le droit de s'unir à d'autres peuples, sous formes confédératives ou semblables, ce qui implique le droit de rompre librement et unitéralement les accords, sans préjudice des droits des autres peuples.
Art. 15 Tout peuple a le droit de bénéficier équitablement des ressources naturelles de la planète et de l'univers, des acquis technologiques, du progrés scientifique et de l'équilibre écologique, qui composent le patrimoine commun de l'humanité.
Art 16. Tout peuple a droit à la solidarité, ce qui comporte la coopération mutuelle entre les peuples, la reconnaissance explicite des identités qui les distinguent, l'application des principes d'équité et de réciprocité, les échanges des richesses naturelles, des acquis technologiques et des progrés économiques et sociaux et autres biens qui sont partageables.
Art. 17. Tout peuple a le droit d'empêcher l'usage des richesses naturelles et des acquis tecnologiques à des fins ou dans des conditions qui mettent en danger la santé et la sécurité d'autres peuples ou qui compromettent l'équilibre écologique de l'environnement.
Art. 18. Tout peuple a le droit à la légitime récupération de ses biens ainsi qu'à une réparation adéquate lorsqu'il est spolié, complètement ou partiellement, de ses richesses naturelles ou atteint dans sa souveraineté ou dans l'équilibre de son environnement.
Art. 19 Tout peuple a un droit de recours direct auprès des jurisdictions internationales dont les responsables doivent être élus démocratiquement par les représentants élus de tous les peuples et les arbitres choisis d'accord avec les parties en litige.
Titre IV. Des droits des membres des Peuples
Art. 20 Tout individu vivant ou non au sein de son peuple a le droit d'exercer pleinement les droits individuels reconnus par les différentes Déclarations, Conventions et Pactes Internationaux, dans la perpective et le contexte des droits collectifs sus-énoncés.
Titre V. Dispositions transitoires
Art 21 Conformément aux normes du Droit International qui sont à compléter avec les principes de la présente Déclaration tout peuple privé par la force ou la pression d'un de ses droits collectifs à le droit à la résistance s'il le faut utilisant les moyens nécessaires pour sa légitime défense, jusqu'à l'obtention de son retablissement total.
Art. 22 Tout peuple, même reconnu, dans la mesure où il est soumis à des situations de tutelle ou comportant des formes de discrimination, de colonisation, dans ses différentes expressions, ou à n'importe quelle limitation de sa souveraineté, a le droit de mettre en oeuvre les mêmes moyens et recours, cités dans l'article 21, pour obtenir sa souveraineté et le plein exercice des droits qui appartiennent à tous les peuples sans distinction.
Titre VI. Clauses finales.
Art. 23 L'application de la présente Déclaration entraine la disparition de toutes les situations négatives ou limitatives des droits collectifs des peuples et la caducité de toutes les dispositions juridiques étatiques ou internationales, les ignorant ou y portant atteinte.
Art. 24. Les signataires de la présente Déclaration s'engagent à oeuvrer pour la reconnaissance de tous les peuples et de leurs droits collectifs par les organismes internationaux compétents et pour leur représentation au sein de ceux-ci. Ces organismes ainsi restructurés auront alors mission de garantir le respect des droits collectifs des peuples définis dans la présente Déclaration et de remédier au moyen des tribunaux démocratiques de justice qu'il faille instituer, aux violations qui puissent les atteindre.
- Barcelona, Première édition, approuvée par le 2e. sommet de la CONSEU le 27 mai 1990
- Barcelona, seconde édition mise à jour au 3e. sommet de la CONSEU, le 22 novembre 1998
- València proclamée publiquement le 24 avril 1999, Barcelona, confirmée le 21 janvier 2001
3 - UNIVERSAL DECLARATION OF THE RIGHTS OF PEOPLES .: su :.
Whereas human rights cannot be fully realized without the recognition of the right to cultural, national, linguistic, and ethnic identity, of individuals and peoples,
Whereas the coexistence of different peoples is a necessary condition for the preservation and development of the all cultures, languages, and spiritual traditions,
Whereas in the history of humankind, peoples have endured longer than the states of the world, Whereas the attempts to force people to adopt new identities to suit the political objectives of states have led to violations of human rights and the rights of peoples,
Now, therefore, the General Assembly of the Unrepresented Nations and Peoples Organisation reaffirms the universal human rights and the rights of peoples as inalienable rights in international law and declares:
All peoples have the right to their own adobe, within their ancestral territory, where they can exercise their right to self-determination. Peoples shall not be expelled from their respective territories. These territories or portions thereof shall not be taken from them, annexed or otherwise altered by force or without the agreement of the people or peoples concerned.
All peoples have the right to return to their own adobe if they have been expelled therefrom or their territories have been taken in violation of Article 3.
In accordance to the exercise of their right to self-determination, peoples should, if they so desire, exercise self-government and create appropriate organs for self-government within their territory.
All peoples have the right to ecological security and protection of its natural environment.
Adopted by the UNPO VI General Assembly In Tallinn, Estonia, February 17th, 2001
4 - Déclaration de Saint-Jacques-de-Compostelle, de l'Intergroupe des Nations sans Etat du Parlement européen .: su :.
L'intergroupe des nations sans Etat du Parlement européen se réunit à Saint-Jacques-de-Compostelle, ville symbolique au niveau de la formation historique de la conception même de l'Europe, pour analyser la situation de la structuration de l'Union européenne dans la perspective des modifications des Traités intervenus à Nice et de l'élargissement à de nouveaux Etats de l'Est et de la Méditerranée. L'intergroupe se réunit alors qu'à l'aube du XXIe siècle, l'Union européenne connait une évolution historique vers une intégration majeure et vers un partage des souverainetés, qui s'inscrit dans le cadre d'un processus de transfert de la souveraineté à des instances supranationales s'accompagnant de la reconnaissance politique et institutionnelle des réalités nationales internes aux Etats membres de l'Union ainsi que d'une décentralisation en faveur d'entités politiques subétatiques à caractère territorial. Ce processus ouvre de nouvelles perspectives aux nations qui réclament la reconnaissance de leurs compétences politiques et législatives, de même que le droit à l'autonomie majeure sur le plan national et dans le cadre de l'Union européenne.
L'intergroupe des nations sans Etat, constitué de députés nationalistes d'Ecosse, du Pays de Galles, de Flandre, du Val d'Aoste, de Catalogne, du Pays Basque, de Galice, d'Andalousie et des Iles Canaries s'est fixé comme objectifs la défense et la reconnaissance politique de la diversité nationale, culturelle et linguistique européenne, l'application des principes d'autonomie et de subsidiarité dans l'exécution des politiques communautaires, le soutien de la politique d'équilibre territorial et de cohésion sociale de l'Union et la promotion de la participation politique, au sein des institutions de l'Union européenne, des nations sans Etat et, en général, des entités politiques autonomes des Etats membres.
Les députés de l'Intergroupe relèvent d'organisations politiques reposant sur un nationalisme démocratique, universaliste, civique et défendant les droits de l'Homme. Ils respectent les formes et objectifs institutionnels adoptés par chaque force politique dans la poursuite de la souveraineté et de l'autonomie pour leur nation. Les organisations réunies au sein de l'Intergroupe rejettent avec force la violence dans la poursuite de leurs objectifs politiques. Les membres de l'Intergroupe estiment que l'Union européenne constitue un espace politique potentiellement valable en vue de la reconnaissance du nationalisme civique représenté par nos partis, lequel est compatible avec l'approfondissement de l'Europe des citoyens et des peuples et opposé à l'expansionnisme centralisateur et uniformisant de certains Etats ayant tant de fois entrainée des guerres tragiques dans l'histoire de l'Europe.
L'Intergroupe dèfend un principe de la souveraineté partagée cohèrent avec le processus de construction d'une Europe politique et exige des Etats membres qu'ils reconnaissent explicitement ce principe aussi bien au niveau des compétences transférées à l'Union européenne qu'à celui des compétences politiques et législatives des nations et entités politiques jouissant d'un niveau élevé d'auto gouvernement. L'Union européenne se trouve à un nouveau carrefour mettant en jeu son caractère même, dans ce qui constitue aujourd'hui un double défi. Elle doit ainsi reconnaitre un caractère politique à part entière à ses institutions spécifiques que sont le Parlement et la Commission européenne, afin d'arriver un équilibre et à un controle démocratique et de donner aux institutions à représentation directe le controle de l'Union économique et monétaire ainsi que des piliers de sécurité, militaire et judiciaire. Dans un même temps, elle doit adapter ses institutions en vue de permettre l'intégration de nouveaux Etats du Centre, de l'Est et de la Mèditerranée, pour que l'élargissement à concurrence de trente Etats ou plus n'entraine pas l'abandon des objectifs politiques et de cohésion sociale et territoriale visé par la Communauté européenne. Dans ce cadre, nous assistons à une bataille opposant, d'une part, les partisans du maintien de l'Union européenne intergouvernementale actuelle qui permet aux gouvernements des Etats membres de prendre les décisions sans aucun controle démocratique, voire en secret, et, d'autre part, ceux qui sont convaincus de la nécessité d'une Union politique dans laquelle les institutions dérivent directement de la volonté démocratique des peuples et des citoyens. Jusqu'aujourd'hui, le Parlement directement élu par les citoyens n'a pas atteint sa pleine expression de la souveraineté populaire dans la mesure où les Gouvernements des Etats membres exercent à travers le Conseil le pouvoir exécutif et l'essentiel du pouvoir législatif de la Communauté, affaiblissant par la même le role de la Commission Européenne, de sorte que les progrès réalisés dans l'articulation politique et économique de l'Union donnent lieu à des régressions au niveau du controle démocratique et de la garantie des droits politiques, économiques et sociaux conquis tout au long de l'histoire sur le plan de l'Etat ou de la nation.
Face à cette situation, dans une Union européenne à caractère politique, un Parlement élu directement par les peuples et les citoyens, jouissant de compétences lègislatives et de la souveraineté pour les compétences propres de l'Union dèfinies constitutionnellement, et une Commission européenne lègitimèe par son élection par le Parlement passeraient au premier plan. Le caractère politique et démocratique de l'Union européenne serait garanti par une Constitution définissant les compétences des institutions européennes et des Etats et nations, ainsi que celles des différents entités politiques territoriales. A cet effet, les organisations politiques et les députés de l'Intergroupe, réunis à Saint-Jacques-de-Compostelle, veulent mettre en évidence les positions politiques suivantes:
* Elles revendiquent l'autonomie et la représentation extérieure des nations et de toutes les entités internes des Etats avec des compétences politiques et législatives. Elles rèclament dans ce cadre les pouvoirs politiques nécessaires à la défense au sein de l'Union européenne de leurs propositions et intérets. Dans ce même ordre d'idées, la présence directe des nations au sein des institutions de l'Union européenne est parfaitement raisonnable. Il suffit pour ce faire d 'établir les mécanismes institutionnels qui la rendent possible. Pour exercer l'influence requise, les nations et entités politiques territoriales doivent pouvoir participer aux réunions du Conseil. Il devrait également leur etre permis d'etre toujours présentes aux réunions de la Commission des représentants permanents des Etats membres (COREPER) qui ont lieu avant les réunions du Conseil. La présence active des nations doit permettre de coordonner et adapter la construction de l'Union européenne aux nouvelles réalités nationales, qui divergent aujourd'hui fortement de celles qui prévalaient à l'époque de l'établissement de la structure institutionnelle de la Communauté européenne.
* Elles appuient pleinement l'application du principe de la subsidiarité qu'elles considèrent comme un instrument de base pour que les décisions soient prises au niveau politique le plus proche des citoyens européens. Pour que les questions d'intéret publique soient gérées de manière juste et efficace, il est important que l'administration soit proche des peuples et des citoyens. Dans tous les cas, les députés de l'Intergroupe s'opposent à une interprétation du principe de la subsidiarité qui n'affecterait que les relations entre les Etats membres et les institutions de l'Union et qui ferait dépendre l'intervention des organes internes des Etats membres d'une décision des Etats. La subsidiarité doit impliquer le transfert de questions exécutives importantes et décisives vers le niveau le plus proche des citoyens et donner lieu à une véritable participation aux institutions communautaires pour tous les pays et toutes les nations de l'Union européenne.
* Elles défendent la diversité linguistique europèenne. L'Union européenne doit consolider et renforcer la reconnaissance des langues officielles des nations sans Etat et promouvoir la richesse des langues qui ne sont pas majoritaires au sein de l'Union. Une reconnaissance majeure devrait nécessairement impliquer l'acceptation des différentes langues reconnues dans les Etats membres au même niveau que les langues officielles de ces Etats. La reconnaissance de ces langues contribuerait à leur préservation ainsi qu'à la consolidation et à la structuration des nations qui se caractérisent par cette différence.
* Elles réclament le maintien des instruments d'équilibre territorial et de cohésion sociale des fonds structurels, la mise en oeuvre d'une politique européenne de l'emploi et la défense des secteurs productifs de tous les pays européens, et, tout particulièrement, de ceux qui, comme l'agriculture et la peche, entrainent un établissement traditionnel de la population européenne.
* Elles s'engagent à oeuvrer au renforcement des droits de l'Homme au sein de leurs Etats et nations ainsi que dans le monde entier. L'Intergroupe des nations sans Etat a inscrit au nombre de ses priorités la dénonciation de toute violation des droits de l'Homme en vue de les empecher et de les prévenir à l'avenir. Il entend pour ce faire collaborer avec le Tribunal européen des droits de l'Homme de Strasbourg et avec le Tribunal international de justice de La Haye.
* Elles réclament l'établissement de circonscriptions électorales européennes qui garantissent, une représentation appropriée de chacune des nations. La carte électorale européenne devrait etre revue pour mieux refléter la structure territoriale des nations, que ce soient de véritables Etats-nations, ou des territoires nationales jouissant d'un auto gouvernement à caractère politique et législatif. Elles exigent que l'élargissement à de nouveaux Etats aille de paire avec l'augmentation du nombre de sièges au sein du Parlement européen afin que la représentation actuelle des différents pays et nations de l'Union ne souffre pas de ce processus.
* Elles défendent la nécessité de transformer l'Union européenne en une véritable démocratie, principalement en vue de l'élargissement à de nouveaux Etats, et demandent la mise en oeuvre d'un processus ayant pour objectif la rédaction d'une Constitution Européenne établissant les principes constitutifs et la répartition des compétences entre l'Union et les Etats, les nations et les autres entitès politiques avec capacité législative propre.
Dans la perspective de la réforme des traités décidée à Nice et prévue pour 2004, l'Intergroupe des nations sans Etat encouragera ces principes et fera des propositions alternatives au sein du Parlement européen et à la société européenne en général, ensemble avec le mouvement démocratique pour une Europe politique et sociale, en faveur d'une Europe de la diversité nationale et culturelle.
Saint-Jacques-de-Compostelle, janvier 2001
5 - DÉCLARATION UNIVERSELLE DES DROITS LINGUISTIQUES .: su :.
Considérant la Déclaration universelle des droits de l'homme de 1948, qui affirme dans son préambule sa "foi dans les droits fondamentaux de l'homme, dans la dignité et la valeur de la personne humaine, dans l'égalité des droits des hommes et des femmes" et qui, dans son article 2, établit que "chacun peut se prévaloir de tous les droits et de toutes les libertés" sans distinction "de race, de couleur, de sexe, de langue, de religion, d'opinion politique ou de toute autre opinion, d'origine nationale ou sociale, de fortune, de naissance ou de toute autre situation";
Considérant le Pacte international relatif aux droits civils et politiques du 16 décembre 1966 (article 27) et le Pacte international relatif aux droits économiques, sociaux et culturels de la même date qui déclarent, dans leurs préambules, que l'être humain ne peut pas être libre si l'on ne crée pas les conditions qui lui permettent de jouir autant de ses droits civils et politiques que de ses droits économiques, sociaux et culturels;
Considérant la résolution n° 47/135, du 18 décembre 1992, de l'Assemblée générale de l'Organisation des Nations unies (Déclaration des droits des personnes appartenant à des minorités nationales ou ethniques, religieuses et linguistiques);
Considérant les déclarations et les conventions du Conseil de l'Europe, dont la Convention européenne pour la protection des droits de l'homme et des libertés fondamentales du 4 novembre 1950 (article 14), la Convention du Conseil des ministres du Conseil de l'Europe du 29 juin 1992, par laquelle est adoptée la Charte européenne sur les langues régionales ou minoritaires, la Déclaration du sommet du Conseil de l'Europe, le 9 octobre 1993, relative aux minorités nationales, et la Convention-cadre pour la protection des minorités nationales de novembre 1994;
Considérant la Déclaration de Saint-Jacques-de-Compostelle du PEN Club International et la Déclaration du 15 décembre 1993 du Comité de traductions et de droits linguistiques du PEN Club International concernant la proposition de réaliser une conférence mondiale sur les droits linguistiques;
Considérant que, dans la Déclaration de Recife (Brésil) du 9 octobre 1987, le XXIIe Séminaire de l'Association internationale pour le développement de la communication interculturelle recommande aux Nations unies de prendre les mesures nécessaires afin d'adopter et d'appliquer une Déclaration universelle des droits linguistiques;
Considérant la Convention n° 169, du 26 juin 1989, de l'Organisation internationale du travail, relative aux peuples indigènes dans les pays indépendants;
Considérant que la Déclaration universelle des droits collectifs des peuples, adoptée en mai 1990 à Barcelone, déclare que tout peuple a le droit d'exprimer et de développer sa culture, sa langue et ses règles d'organisation et, pour ce faire, de se doter de ses propres structures politiques, d'éducation, de communication et d'administration publique dans un cadre politique distinct;
Considérant la Déclaration finale de l'Assemblée générale de la Fédération internationale des professeurs de langues vivantes adoptée à Pécs (Hongrie) le 16 août 1991, recommandant que "les droits linguistiques soient consacrés droits fondamentaux de l'homme";
Considérant le rapport de la Commission des Droits humains du Conseil économique et social des Nations unies, du 20 avril 1994, sur le texte provisoire de la Déclaration des droits des peuples indigènes, qui considère les droits individuels à la lumière des droits collectifs;
Considérant le texte provisoire de la Déclaration de la Commission interaméricaine des droits humains sur les droits des peuples indigènes, adoptée lors de sa 1278e session, le 18 septembre 1995;
Considérant que la majorité des langues menacées dans le monde appartiennent à des peuples non souverains et que deux des principaux facteurs qui empêchent le développement de ces langues et accélèrent le processus de substitution linguistique sont l'absence d'autonomie politique et la pratique des États qui imposent leur structure politico-administrative et leur langue;
Considérant que l'invasion, la colonisation et l'occupation, ainsi que d'autres situations de subordination politique, économique ou sociale, impliquent souvent l'imposition directe d'une langue étrangère ou tout au moins une distorsion dans la perception de la valeur des langues et l'apparition d'attitudes linguistiques hiérarchisantes affectant la loyauté linguistique des locuteurs; considérant donc que, pour ces motifs, les langues de certains peuples qui sont devenus souverains sont confrontées à un processus de substitution linguistique dû à une politique qui favorise la langue des anciennes puissances tutélaires;
Considérant que l'universalisme doit reposer sur une conception de la diversité linguistique et culturelle qui dépasse à la fois les tendances homogénéisatrices et les tendances à l'isolement facteur d'exclusion;
Considérant que, pour garantir une cohabitation harmonieuse entre communautés linguistiques, il faut établir des principes d'ordre universel qui permettent d'assurer la promotion, le respect et l'usage social public et privé de toutes les langues;
Considérant que divers facteurs d'ordre non linguistique (historiques, politiques, territoriaux, démographiques, économiques, socioculturels, sociolinguistiques et du domaine des comportements collectifs) génèrent des problèmes qui provoquent la disparition, la marginalisation ou la dégradation de nombreuses langues et qu'il faut, dès lors, envisager les droits linguistiques d'un point de vue global, afin de pouvoir appliquer dans chaque cas les solutions adéquates;
Conscients qu'une Déclaration universelle des droits linguistiques devient nécessaire pour corriger les déséquilibres linguistiques et assurer le respect et le plein épanouissement de toutes les langues et établir les principes d'une paix linguistique planétaire juste et équitable, considérée comme un facteur clé de la cohabitation sociale;
À l'heure actuelle, ces facteurs se définissent par:
- La tendance unificatrice séculaire de la plupart des États à réduire la diversité et à encourager des attitudes négatives à l'égard de la pluralité culturelle et du pluralisme linguistique.
- Le processus de mondialisation de l'économie et donc du marché de l'information, de la communication et de la culture, qui bouleverse les domaines de relation et les formes d'interaction qui garantissent la cohésion interne de chaque communauté linguistique.
- Le modèle de croissance économique que promeuvent les groupes économiques transnationaux prétendant identifier la déréglementation avec le progrès et l'individualisme compétitif avec la liberté, ce qui génère de graves et croissantes inégalités économiques, sociales, culturelles et linguistiques.
- Dans une perspective politique, concevoir une organisation de la diversité linguistique qui permette la participation effective des communautés linguistiques à ce nouveau modèle de croissance.
- Dans une perspective culturelle, rendre pleinement compatible l'espace de communication mondiale avec la participation équitable de tous les peuples, de toutes les communautés linguistiques et de tous les individus au processus de développement.
- Dans une perspective économique, fonder un développement durable sur la participation de tous, sur le respect de l'équilibre écologique des sociétés et sur des rapports équitables entre toutes les langues et toutes les cultures.
- Précisions conceptuelles
- le droit d'être reconnu comme membre d'une communauté linguistique;
1. La présente Déclaration considère que les personnes qui se déplacent et fixent leur résidence sur le territoire d'une communauté linguistique différente de la leur ont le droit et le devoir d'avoir une attitude d'intégration envers cette communauté. L'intégration est définie comme une socialisation complémentaire des dites personnes de façon à ce qu'elles puissent conserver leurs caractéristiques culturelles d'origine tout en partageant avec la société d'accueil suffisamment de références, de valeurs et de comportements pour ne pas se heurter à plus de difficultés que les membres de la communauté hôte dans leur vie sociale et professionnelle.
La présente Déclaration part du principe que les droits de toutes les communautés linguistiques sont égaux et indépendants du statut juridique ou politique de leur langue en tant que langue officielle, régionale ou minoritaire; les expressions "langue régionale" et "langue minoritaire" ne sont pas utilisées dans la présente Déclaration car il y est fréquemment recouru pour restreindre les droits d'une communauté linguistique, même si la reconnaissance d'une langue comme langue minoritaire ou régionale peut parfois faciliter l'exercice de certains droits.
1. Toutes les langues sont l'expression d'une identité collective et d'une manière distincte de percevoir et de décrire la réalité; de ce fait, elles doivent pouvoir bénéficier des conditions requises pour leur plein développement dans tous les domaines.
Section I - Administration publique et organismes officiels
Tout membre d'une communauté linguistique a le droit d'utiliser sa propre langue dans ses rapports avec les pouvoirs publics et de se voir répondre dans cette langue. Ce droit s'applique également dans les relations avec les Administrations centrales, territoriales, locales ou supraterritoriales compétentes sur le territoire dont cette langue est propre.
Section II - Enseignement
Section III - Onomastique
Section IV - Médias et nouvelles technologies
Section V - Culture
Section VI - Domaine socio-économique
6 - IV CONFÉRENCE DES NATIONS SANS ETAT D'EUROPE (CONSEU) - (Barcelone, 19-21 janvier 2001) .: su :.
1 - L'Union Européenne et les Nations sans Etat, sujet brûlant d'actualité
Dans les divers Traités et Accords qui ont marqué le processus de création et de développement de l'Union européenne, il faut mentionner, en tant que protagonistes du projet et de sa réalisation, non seulement les gouvernements étatiques, mais encore les citoyens et les peuples qui forment la société européenne. Ce sont, en définitive, les citoyens et les peuples qui donnent leur sens et représentativité aux gouvernements étatiques. Cependant, il y a des déficits structurels et politiques dans l'intéraction entre les gouvernements établis, les citoyens et les peuples. Autrement, il n'y aurait plus de conflits et de tensions qui marquent aujourd'hui, souvent d'une façon grave, la vie quotidienne de la société européenne.
Pour combler ces déficits, l'Union Européenne devrait être un nouveau terrain ou un nouveau environnement dans lequel puissent s'ouvrir de plus nombreuses et meilleures voies, afin de mieux promouvoir le respect et l'égalité intrinsèques de tous les êtres humains (dans notre cas, de tous les citoyens européens) ainsi que le respect à la différence qui personnifie ou distingue chacun de ces citoyens (avec les langues, cultures, et identifications correspondantes à un des peuples ou communautés qui forment la mosaïque humaine de notre continent).
Ce processus devrait permettre d' avancer vers le perfectionnement de la démocratie et, en conséquence, de la coexistence, de personnes et de peuples, qualifiés généralement de minorité sur leur propre territoire historique, se trouvent marginalisés; à cause d'un ensemble de circonstances qui ne leur ont pas été favorables. Ce sont ces personnes et ces peuples qui sont les plus disposés, au moins objectivement, à revendiquer une Union Européenne qui soit, véritablement, le paradigme, dans le monde, de la pluralité et de l'égalité des citoyens, peuples ou nations.
Malgré tout, il n'existe pas assez de plateformes ou de points de rencontre entre les partis, mouvements, associations des peuples marginalisés ou non reconnus comme tels, pour pouvoir discuter et fixer les axes de travail de manière à obtenir l'Union Européenne qu'ils souhaitent, c'est-à-dire plus compréhensive et compromise avec leur propre réalité plurinationale. C'est de là qu'est partie la proposition bien opportune que l'association culturelle CIEMEN (Centre International Escarré pour les Minorités Ethniques et les Nations) et d'autres associations ont diffusé, au début des années 1980, de créer une "Conférence des Nations sans Etat d'Europe" (CONSEU) permanente. La proposition répondait aux besoins de trouver une issue à un sujet brûlant au sein de l'Union Européenne qui pose en question les visions et les comportements démocratiques de la classe politique dominante.
2 - Objectifs de la CONSEU
Depuis sa toute première session, en 1986, la CONSEU a étudié les aspects communs qui caractérisent la situation des Nations sans Etat au sein de l'Europe et a recherché des solutions aux problématiques, également communes, qui concernent ces Nations dans le contexte européen et, plus généralement, dans le monde. Les participants des trois sessions qu'a tenu la CONSEU (1986, 1989, 1998) ont toujours essayé de défendre le principe selon lequel, pour reformuler la question nationale et pour redonner à tous les citoyens et à tous les peuples la place juste qui leur correspond au sein de la mosaïque qu'est la société européenne, il faut approfondir le sens des droits de l'homme.
Dans cette perspective, un des aboutissements les plus remarquables, à ce jour, de la CONSEU a été la rédaction d'une "Déclaration Universelle des Droits Collectifs des Peuples" proposée à la société et à ses institutions en tant que complément à la "Déclaration Universelle des Droits de l'Homme" (concentrée sur les droits individuels) et point de référence pour la construction de systèmes démocratiques plus conformes à l'évolution de la compréhension des droits humains. Cette dernière initiative de la CONSEU est une tentative de combler un vide, étant donné que jusqu'à présent aucune institution officielle n'a démontré un vrai intérêt pour ce thème, malgré le fait que la société civile assume de plus en plus que nous nous trouvons dans une "nouvelle génération" des droits humains, marquée justement par leur dimension collective, et qu'il faut être conséquents Avec sa démarche, la CONSEU a voulu souligné que les valeurs de référence pour construire l'Union Européenne sont insuffisants dans la "Déclaration Universelle des Droits de l'Homme" de l'ONU. Il faut avancer pour que, par exemple, l'Union Européenne soit capable de répondre à ces défis, afin de bâtir une Europe plus humaine, plus fidèle à l'identité plurielle qui la défini. Bien sûr, l'introduction des coordonées contenues dans la dimension collective des droits humains, implique des changements importants dans la restructuration de l'espace politique européen. La CONSEU les a signalé à travers ce slogan: non à l'Europe fermée des Etats, oui à l'Europe ouverte des Peuples ou Nations. C'est à dire, non à une Europe qui veut construire un nouveau espace démocratique en tenant compte seulement les droits humains individuels, oui à une Europe qui assume les droits humains dans leur double versant, individuelle et collective.
C'est dans le contexte de telles contradictions, qu'est apparue l'idée, chaque jour plus partagée et consolidée, que l'Union Européenne, pour arriver à atteindre ce qu'elle devrait être, doit se doter de sa propre Constitution, qui corresponde à ce que les Européens veulent pour leur futur. Les discussions autour de cette question, ont commencé à se cristalliser, au niveau de la classe politique dominante, en un projet de "Charte Européenne des Droits Fondamentaux"; projet qui est retenu par plusieurs observateurs et politiciens comme l'embryon ou le préambule de ce que serait la Constitution Européenne, d'après les critères qu'on pourrait définir de l'Europe officielle.
3 - Contribution au débat sur la nécessité de rédiger une "Constitution Européenne"
Encouragé par cette dynamique, le Secrétariat de la CONSEU, aux termes des résolutions prises dans la Troisième Assemblée Générale de la CONSEU (22 novembre 1998), convoque la Quatrième Assemblée Générale pour les 19-21 janvier 2001 Barcelone (Pays Catalans), dans les conditions indiquées par le Programme ci-joint.
Le thème central de la Quatrième Assemblée Générale sera, comme vous pourrez l'observer dans le texte du Programme, la Constitution Européenne: que peuvent apporter les Nations sans État, à partir de leurs expériences respectives et de leurs respectives revendications ou aspirations.
D'ores et déjà, le Secrétariat de la CONSEU demande que les participants à cette assemblée (ouverte à tous ceux accrédités d'une association civique, politique ou syndicale) préparent leur contribution, par écrit, si possible, afin de simplifier et de faciliter les travaux.
Un des objectifs des travaux de la Quatrième Assemblée est de démontrer que beaucoup de membres des Nations sans Etat sont favorables à une Constitution Européenne qui considère les droits de l'homme individuels et collectifs comme valeurs prioritaires, comme source, justification et garantie de la démocratie à construire.
Les propositions concrètes issues de cette Assemblée, seront adressées aux institutions européennes, en commençant par le Parlement européen, et à la société européenne en général; propositions qui puissent servir à améliorer ou compléter d'autres projets qui s'élaborent dans diverses instances.
Enfin, Il s'agit d'une occasion unique, dans le sens que nous nous trouvons au seuil du processus qui devrait nous mener à faire un pas de grande signification pour le futur de l'Union Européenne. Les Nations sans Etat ont, naturellement, leur mot à dire, encore qu'à certains niveaux de décision elles se trouvent écartées comme telles.
4 - Considerazioni sulla CONSEU
La CONSEU deve diventare una dinamica reale. Per riuscirci è necessario svincolarla dal CIEMEN che - tuttavia - ne è, ne resta e ne deve rimanere il principale componente. La CONSEU non può vivere solo e quando il CIEMEN si attiva per realizzarne una nuova edizione, assumendone - tra l'altro - gli oneri e gli obblighi. Altrimenti la CONSEU corre gli stessi rischi che già il CIEMEN corre e, cioè, la catalanizzazione. Altrimenti la CONSEU resterà solo una delle molteplici attività del CIEMEN.
Propongo che la CONSEU diventi un Parlamento delle Nazioni senza Stato e che, di conseguenza, ogni Nazione vi abbia un proprio "Parlamentare". I lavori di preparazione delle riunioni del Parlamento dovranno essere coordinati da un "esecutivo", organismo ristretto ed agile, formato da persone che possano contattarsi ed incontrarsi con una certa facilità; il CIEMEN potrà agevolare questa fase di lavoro, facendo in modo che i membri di questo esecutivo siano i referenti/protagonisti/invitati nelle attività (riunioni, convegni, congressi, dibattiti) promosse e finanziate da enti diversi (Governi locali, Parlamento europeo, ecc.) per affrontare le diverse problematiche. I membri di questo esecutivo potranno approfittare di queste occasioni per incontrarsi e discutere le problematiche della CONSEU, spostandosi grazie a rimborsi ed ospitalità.
E' necessaria, quindi, una fase di ricostituzione della CONSEU; la partecipazione ai lavori della CONSEU da parte di Parlamentari e rappresentanti politici che vi aderiscono come si aderisce ad un Congresso qualunque, non serve a nulla. La partecipazione di Parlamentari e forze politiche che usano la CONSEU, ma non ne portano in alcun modo avanti i progetti, è inutile e negativa: si rischia addirittura che per avere una di queste partecipazioni occasionali, si delegittimi il lavoro di chi opera con più continuità e coerenza, ma non ha al momento posizioni di potere o di prestigio e vede presenti nella CONSEU proprio i responsabili di questa situazione.
Propongo la designazione di un "esecutivo" provvisorio, formato da persone che abbiano il compito di convocare la prossima CONSEU in modo che questa sia davvero una riunione del Parlamento delle Nazioni senza Stato.
E' indispensabile che il CIEMEN riattivi il proprio sito INTERNET e che questo sia articolato, come lo era in passato, con una finestra riservata alla CONSEU.
Questa edizione della CONSEU è deficitaria dal punto di vista della comunicazione e della organizzazione, perché non basta inviare un programma di massima ai potenziali partecipanti per ottenere un risultato; e non si può ottenere l'attenzione dei media senza una preparazione adeguata ed appositamente gestita all'interno delle singole Nazioni senza Stato.
Non si deve aver paura di agganciare in alcune Nazioni senza Stato solo dei piccoli gruppi o dei singoli militanti; se - ad esempio - i partiti nazionalitari non rispondono perché sostanzialmente difendono posizioni meramente regionaliste, dobbiamo avere il coraggio della clandestinità intellettuale, dare forza alle piccole, ma coerenti voci e non aggregarsi al coro della cultura dominante, nemmeno al coro delle accomodanti scelte di quanti considerano le Nazioni senza Stato delle Minoranze e, in virtù di questo, mendicano privilegi, briciole d'autonomie, stracci di regionalismo.
Purtroppo perfino all'interno delle Nazioni senza Stato il riconoscersi "minoranze" cui spettano diritti promessi e fissati da altri, è un atteggiamento prevalente, neppure giustificato da scelte strategiche che rendano tale rivendicazione preferibile al nulla, ma risultato di un'omogeneizzazione delle coscienze e di un appiattimento culturale.
A tal punto ciò è grave che chi rivendica l'autodeterminazione - non ha bisogno di fare le scelte drammatiche dell'ETA per esser considerato portatore di rivendicazioni illegali e pericolose. A tal punto manca il coraggio di assumere tali posizioni, che per non essere criminalizzati, oltre a ridimensionare la portata delle proprie rivendicazioni, ci si unisce al coro di quanti considerano gli etarra solo dei criminali.
Dobbiamo cercare l'autodeterminazione nella pace, ma non possiamo suicidarci per far piacere agli Stati, alla destra europea postfascista, postnazista e postfranchista. Bisogna negare agli Stati - responsabili della minorizzazione delle Nazioni senza Stato - ed ai partiti della destra statonazionalista il diritto di considerare chiusa la storia e di negare, pertanto, che il diritto all'autodeterminazione possa ancora essere esercitato anche in Europa, malgrado l'Europa.
La CONSEU deve diventare un momento di concreta militanza politica, non una passerella per politici in carriera, non una spazio dove realizzare sofisticate operazioni di chirurgia giuridica, sottilizzando sul significato delle parole e - di fatto - consegnando non agli intellettuali, ma all'intellettualismo il compito di approfondire la trattazione dei problemi.
In questo modo potremo ottenere almeno un risultato: quello di fare da cassa di risonanza per i protagonisti di una cultura diversa da quella legata - in un modo o nell'altro - alle logiche del compromesso troppo forti in Europa, negli Stati e perfino all'interno delle Regioni/Comunità, ecc. dove concreta dovrebbe essere, invece, la preoccupazione non per l'Europa, non per i singoli Stati, non per le Regioni/Comunità, ecc., ma per la propria Nazione senza Stato.
Manca uno spazio di libertà per le Nazioni senza Stato: in Europa tutto sembra limitarsi culturalmente a ciò che si può fare nel Bureau, politicamente a ciò che fa il partito europeo che raggruppa gli autonomisti o a ciò che fa l'Intergruppo delle minoranze nel Parlamento Europeo, istituzionalmente al lavoro all'interno del Comitato delle Regioni, negli spazi della Cooperazione transfrontaliera, nei Comitati (ad esempio per le Alpi o altro), nelle Regioni o Comunità Autonome.
Il titolo che ho dato a queste brevi considerazioni e proposte, riassume lo spirito che credo debba animarci, altrimenti, lo ripeto, la CONSEU diventerà un Congresso qualunque, una delle tante attività del CIEMEN e la Dichiarazione Universale dei Diritti Collettivi uno dei tanti velleitari appelli, più significativo di tanti altri documenti conclusivi di Congressi solo perché si è dato un titolo roboante.
7 - Autodeterminazione, Europa dei Popoli e diritti linguistici nel dibattito politico in Valle d'Aosta .: su :.
Questo documento è stato redatto e discusso in seno alla "noua Equipe d'Action Culturelle", associazione culturale che, sorta in forma spontanea nel 1967, organizzata strutturalmente nel 1973, attiva sotto questa forma fino al 1998, riorganizzata in prospettiva "nuova" nel 1999, ha recentemente raccolto 2487 firme in calce ad un progetto di legge d'iniziativa popolare per il riconoscimento della lingua francoprovenzale come lingua della Valle d'Aosta.
Negli ultimi dieci anni le forze politiche, sindacali e culturali attive in Valle d'Aosta si sono misurate in modo molto contraddittorio con il problema della autodeterminazione e della costruzione dell'Europa dei Popoli.
Fino al 1990 l'UV, partito di maggioranze relativa, si definiva "movimento nazionalitario", portava avanti accordi organici di collaborazione politica ed elettorale con le forze delle nazionalità presenti nello Stato italiano; il SAVT, secondo sindacato in VdA, se pur a fatica dava seguito agli intenti condivisi con gli altri Sindacati del CPSN (Comitato Permanente dei Sindacati Nazionalitari); le forze culturali o risultavano autocentrate (e, quindi, poco attente alle dinamiche internazionali), o erano fiancheggiatrici dell'UV e della sua politica interna ed esterna. L'UV ed i suoi uomini che reggevano il potere locale, hanno poi mutato scelte e posizioni:
in ambito culturale, hanno privilegiato i rapporti con il COMFEMILI, gestito e controllato da personaggi della politica italiana, contribuendo a far entrare in crisi le organizzazioni nazionalitarie storiche;
in ambito sindacale hanno quasi interrotto le relazioni con i sindacati membri del CPSN, limitandoli alle sole occasioni ufficiali e simboliche, privilegiando politiche di unità con i sindacati italiani;
in ambito politico elettorale hanno interrotto la stretta collaborazione con i partiti nazionalitari, giungendo alle ultime elezioni europee ad apparentarsi con un partito italiano, i Democratici di Prodi e Di Pietro, ottenendo un parlamentare europeo;
in ambito istituzionale hanno presentato a Roma un progetto di "trasformazione dello Stato in senso federalista", nel quale tutte le attuali Regioni dello Stato italiano vengono definite Repubbliche, rinunciando a qualsiasi affermazione relativa alle nazionalità ed al fatto che le attuali Regioni corrispondono solo ad un criterio geografico.
La rinuncia ad una politica nazionalitaria si è tradotta in posizioni regressiste assunte a fronte di diverse problematiche:
a fronte di un referendum popolare che chiedeva il riconoscimento del francoprovenzale come lingua, l'UV, il SAVT e le forze culturali affini, hanno affermato che il francoprovenzale non è una lingua;
a fronte del dibattito sulla applicazione dell'articolo 6 della Costituzione italiana (lo Stato tutela le minoranze linguistiche), l'UV ha tiepidamente sostenuto la rivendicazione e, quando una legge è stata approvata dallo Stato, ha sostenuto i diritti della lingua francoprovenzale in Piemonte, ma non in Valle d'Aosta;
i richiami da parte di esponenti culturali al rispetto della Dichiarazione Universale dei Diritti linguistici, che il Consiglio regionale della Valle d'Aosta ha pur formalmente approvato, sono stati inutili.
E' successo, così, che all'interno dell'UV prima, e fuori di essa poi, si è fatta sentire una contestazione fortemente ancorata ai valori ideali e caratterizzata dalla rivendicazione del diritto alla autodeterminazione e dalla affermazione che il francoprovenzale è la vera lingua dei valdostani (senza negare il valore storico culturale della lingua francese).
E' successo che è stata contestata una legge regionale che prevede il pagamento a tutto il pubblico impiego di un'indennità di bilinguismo: ogni mese i lavoratori percepiscono una somma per il fatto che "conoscono la lingua francese"; questa conoscenza non è neppure accertata seriamente e, comunque, è assurdo che se la lingua francese fosse la lingua dei valdostani, come afferma l'UV che considera il francoprovenzale un dialetto francese, questi siano pagati perché la conoscono: un referendum per l'abrogazione di questa legge ha raccolto oltre 2000 firme ed è stato poi sospeso per non scatenare uno scontro linguistico, avendo comunque trovato l'opposizione dell'UV e del SAVT che con questa indennità hanno "comprato" quanti non conoscono la lingua francese, non la usano, ma si fingono bilingui.
E' successo che alle ultime elezioni regionali un movimento politico indipendentista, formato da giovani e da ex unionisti, ha raccolto l'1% dei voti, togliendo all'UV (che ha conquistato 17 seggi dei 35 disponibili nel Consiglio regionale) il 18° seggio.
E' successo che alle ultime regionali, quasi il 30% della popolazione o non ha votato o ha lasciato la scheda in bianco o l 'ha annullata.
In Italia l'azione del CIEMEN e gli effetti della CONSEU sono impossibili se si continua a ritenere che partiti come l'UV o la SVP o il Partito Sardo d'Azione (che in SudTirolo e in Sardegna operano sostanzialmente con le stesse contraddizioni dell'UV in Valle d'Aosta) e governi locali come quelli retti dall'UV o dalla SVP o con l'apporto del PSd'Az. possano essere un interlocutore privilegiato. E' piuttosto necessario portare avanti con coerenza le "nostre" prospettive e richiamare i partiti e movimenti nazionalitari dello Stato italiano ad un'azione più corretta: toni e modalità possono essere affinati, ma la sostanza non cambia: se ci accontentiamo delle Dichiarazioni di principio, non andremo lontano.
8 - Conclusioni della IV Assemblea della CONSEU .: su :.
Al moment que estem entrant en el període de construcció política de la Unió Europea i que comença el procés d'integració al seu si de pobles i nacions del centre i de l'est del nostre continent, la CONSEU ha convocat la seva IV Assemblea plenària, a Barcelona, els dies 19-21 de gener del 2001. En coherència amb les raons que la van fer néixer, el 1985, s'ha proposat donar nous passos cap a la promoció dels drets col·lectius fonamentals dels pobles i de les nacions sense Estat.
La CONSEU considera que la dinàmica actual de construcció de la Unió Europea, seguidora dels acords diplomàtics presos entre Estats que s'han atribuït la sobirania popular a fi d'organitzar el mercat liberal, no pot desembocar en la formació d'institucions europees realment democràtiques. Ho il·lustra el fet que l'essencial del poder legislatiu ha estat usurpat per una Conferència intergovernamental i un Consell Europeu, emanacions dels Estats. Aquesta confiscació és en detriment del Parlament Europeu, l'única representació democràtica que té avui la Unió Europea. En efecte, al Parlament Europeu només se li concedeix un paper de codecisió, amb competències limitades.
D'altra part, la "Carta dels Drets Fonamental de la Unió Europea", tal com ha estat adoptada pels Estats, a través del Consell Europeu, a Niça el desembre del 2000, tot i tenir presents una sèrie important de drets humans individuals, no segueix la mateixa línia pel que fa als drets col·lectius dels pobles. Aquests es troben reduïts a una petició de principi tan sols referit al respecte de la diversitat cultural i lingüística. Si en la perspectiva d'elaboració d'una Constitució Europea, l'aportació d'aquesta Carta resulta si més no un mig fracàs, és perquè els governs estatals conserven una clara voluntat de continuar repartint-se les prerrogatives de la sobirania per a utilitzar-les segons les seves conveniències.
Tanmateix, la necessitat d'elaborar normes jurídiques i polítiques fonamentals que esdevinguin la base per a organitzar les institucions europees i el funcionament de la Unió Europea, constitueix una preocupació de primer ordre en el conjunt de la societat civil europea. D'aquí que la CONSEU s'hagi decidit a promoure i alimentar un debat per tal que d'aquesta preocupació, convertida en oportunitat històrica, en surtin unes propostes sobre la construcció d'unes institucions europees: unes institucions que, tot posant en qüestió la visió estatalista d'Europa dels segles XIX i XX, siguin garantides per una Constitució que tingui com a paràmetres, d'una banda, els Drets Humans, tal com són articulats en la Declaració Universal dels Drets Humans de l'ONU i la Convenció Europea dels Drets Humans, i de l'altra banda, en la Declaració Universal dels Drets Col·lectius dels Pobles, redactada i aprovada per la CONSEU, en sintonia amb l'anomenada nova generació dels drets humans.
En efecte, la construcció de la futura Europa no garantiria el principi de la igualtat dels éssers humans si no es basés en el respecte d'unes normes que són els eixos de qualsevol organització democràtica de la vida pública.
Com a primer pas, i per a fer arrencar una dinàmica constituent, des de les Nacions sense Estat d'Europa, les organitzacions presents a la quarta CONSEU, originàries de nombrosos països, han centrat l'atenció en els següents aspectes que haurien de ser contemplats en la Constitució Europea: els principis generals d'un dret democràtic europeu, els fonaments de les institucions europees futures, la sobirania compartida, la gestió dels moviments migratoris i del creixement sostenible.
Sobre aquests punts, la CONSEU ha marcat les línies de recerca i reflexió que es podrien sintetitzar en els següents enunciats:
1) la separació efectiva dels poders i la devolució efectiva de les facultats legislatives a la representació popular democràticament elegida;
2) el respecte al dret a l'autodeterminació de tots els pobles del continent, sigui quina sigui la seva dimensió demogràfica;
3) el compartir voluntàriament i igualitàriament entre aquests pobles la seva respectiva sobirania per a l'interès comú;
4) la possibilitat oferta a qualsevol migrant de gaudir plenament dels mitjans per relacionar-se i viure dins de la comunitat en què s'instal·la i per integrar-s'hi.
Dins d'aquesta perspectiva cal fer evolucionar les institucions actuals de la Unió Europea seguint un procés que les porti a transformar-se per fer possible la realització dels objectius apuntats. Es tracta d'un procés que s'haurà d'anar verificant per etapes successives.
Per a portar a terme una primera etapa, la CONSEU proposa:
1) transferir ràpidament el poder legislatiu al Parlament Europeu i el poder executiu a la Comissió Europea;
2) generalitzar el mode d'escrutini electiu del Parlament Europeu en circumscripcions electorals que corresponguin, almenys, a les diverses nacions, amb o sense Estat existents, tot reunint eventualment les nacions que avui es troben separades per fronteres estatals.
3) facultar la participació de les nacions sense Estat, a través dels seus representants elegits, en els àmbits de decisió europeus en tots els afers que les afectin més directament.
A fi de potenciar la dinàmica de reflexió i de diàleg per a elaborar propostes de cara a la confecció de la Constitució Europea, dinàmica iniciada en el curs de la present sessió plenària, la CONSEU vol consolidar-se com a "grup de pressió". I amb aquest objectiu decideix::
1) crear un Comitè de seguiment de les resolucions preses, amb la missió de recollir les propostes, preparar i redactar un projecte institucional global per a l'Europa dels Pobles;
2) restablir el Secretariat permanent que tindrà aquestes funcions:
2,1), sostenir logísticament el Comitè de seguiment;
2,2), alimentar el debat el més ampli possible sobre les orientacions esmentades, en particular a partir de la instal·lació d'una pàgina web pròpia a internet, oberta a totes les contribucions;
2,3), convocar una Convenció dels Pobles d'Europa per a aprovar un projecte definitiu de Constitució Europea, a partir dels treballs del Comitè de seguiment, abans de la cimera intergovernamental europea que tindrà lloc a Berlin el 2004 i en la qual es discutiran, probablement, els continguts de la Constitució Europea.
La CONSEU, a través dels seus òrgans esmentats, es compromet ja a:
1) presentar, en un breu termini els primers resultats dels seus treballs al Parlament Europeu, partint de la voluntat expressada en la present resolució, com a primera contribució a la reflexió general sobre el futur de la Unió Europea i de les seves institucions;
2) tenir informats, periòdicament, els parlamentaris europeus sobre els progressos dels treballs del Comitè de seguiment fins a la Convenció anunciada;
3) difondre les resolucions preses al conjunt de l'opinió pública europea.
En tota aquesta sèrie de propostes i decisions, la CONSEU vol remarcar el seu convenciment que com més democràtic sigui l'espai humà europeu, més cabuda justa hi tindran tots els seus ciutadans i tots els pobles, millor convivència i solidaritat hi haurà entre ells. És per això que la CONSEU està ben decidida a continuar la seva tasca comuna amb la certesa que el respecte als Drets Col·lectius dels Pobles en l'elaboració de normes que hauran de regir l'Europa futura, és l'únic mitjà per a preservar una pau duradora, més enllà dels conflictes que, després de la segona guerra mundial, han estat massa sovint generats pel no respecte a aquests drets fonamentals.
Finalment, la CONSEU es felicita per l'interès que està suscitant, sigui entre les Nacions sense Estat d'Europa, com bé ho demostra la participació de representants polítics, socials, culturals, de tantes d'aquestes Nacions, sigui entre els parlamentaris europeus de diferents formacions, com bé ho manifesta la seva participació en aquesta IV Assemblea.
L'Assemblea de la IV Conferència de Nacions sense Estat vol encara felicitar el Centre Internacional Escarré per a les Minories Ètniques i les Nacions (CIEMEN), en ocasió del vint-i-cinquè aniversari del seu naixement, tot recordant que és l'organisme que va permetre la creació de la mateixa CONSEU i li ha garantit la continuïtat. Els participants en la present CONSEU li desitgen que pugui prosseguir les seves tasques de col·laboració amb la CONSEU amb l'entusiasme, rigor, perseverança i coratge que sempre ha demostrat.
Barcelona, 21 de gener del 2001
9 - Risultati della CONSEU .: su :.
El CIEMEN valora molt positivament la celebració de la IV Assemblea de la Conferència de Nacions sense Estat d'Europa (CONSEU), que ha tingut lloc al Pati maning (Antiga Casa de la Caritat) de Barcelona, durant els dies 19, 20 i 21 de gener:
- La iniciativa ha tingut el suport institucional de la Generalitat de Catalunya, a través de la Conselleria de Relacions Institucionals (des de la Direcció General de Relacions Exteriors), de la Diputació de Barcelona i de l'Ajuntament de Barcelona.
- Per a la seva organització s'ha comptat amb un Consell assessor fomat per persones vinculades a diverses opcions polítiques, Joan Vallvé (CiU), Jaume Renyer(ERC), Joan Colom i Xavier Rubert de Ventós (PSC), Antoni Gutiérrez Díaz (IC).
- La convocatòria ha estat seguida per un públic nombrós que ha omplert del tot la capacitat de la Sala d'actes de la Casa de la Caritat.
- Per primera vegada s'ha aconseguit reunir a Barcelona representants de la majoria de les nacions sense estat d'Europa: (CiU, ERC, PSC, IC, PSAN, BNV, PSM, PNB, EA, EH, BNG, UDB, PDB, Còrsica Nazione, Sardigna Natzione, Partito Sardo d'Azione, Volksunie, Partit Nacionalista Gal·lès, Celtic League, Playd Cymru, SNP, Sinn Feinn, ...a més d'entitats cíviques i culturals)
- Les sessions s'han desenvolupat en un ambient d'absoluta normalitat democràtica, sense posicions radicals ni exclusivismes, de manera que han pogut conviure i dialogar des d'un vicepresident del Parlament Europeu socialista, a eurodiputats del PNB, EA o EH, en una actitud modèlica per part de tothom de respecte pels valors democràtics i de tolerància envers les posicions dels adversaris polítics.
- S'ha aconseguit fer participar en un mateix fòrum de debat, representants de diverses formacions polítiques amb representants d'entitats cíviques i culturals, propiciant així un acostament real de la societat civil a les institucions europees.
- Les conclusions dels treballs portats a terme aquests dies esdevenen una aportació molt interessant de cara a la construcció d'una Europa més democràtica i respectuosa amb la diversitat. Es planteja la necessitat d'avançar cap a una veritable unió europa, entesa com a federació de pobles, que trenqui amb les actituds tancades i fonamentalistes d'uns estats que es resisteixen a perdre els seus privilegis.
- Les nacions sense estat d'Europa representades en la CONSEU han posat en evidència una clara voluntat europeista, que contrasta amb els posicionaments conservadors dels estats que a Niça van voler fer valdre els seus particularismes alentint així el procés d'unificació europea, assegurant-se que no perdrien la seva capacitat de decisió en detriment de les institucions comunitàries.
- S'ha posat les bases per a crear un ampli grup de pressió que integri tots els partits nacionalistes europeus, a més entitats i organitzacions cíviques, de cara a fer un front comú en defensa dels drets col·lectius dels pobles. Amb la perspectiva d'un extens programa d'acció conjunta per fer arribar al Parlament Europeu, a la resta d'institucions i a l'opinió pública en general els principis i les propostes aquí elaborades, i en general la veu de totes les nacions sense estat.
- L'acord de tots els grups presents a la CONSEU queda només pendent de la confirmació dels seus respectius òrgans de direcció, per tal de formar un secretariat permanent que permeti vehicular fins al Parlament Europeu les propostes aprovades aquests dies, i emprendre altres iniciatives de coordinació i d'actuació conjunta.
Per tot això, el CIEMEN considera aquesta CONSEU com un esdeveniment molt important de cara a consolidar una força europea que aglutini les nacions sense estat, que permeti defensar els seus drets tot construint una Europa més justa, més democràtica i més respectuosa amb els drets col·lectius dels pobles.
10 - PER UNA NUOVA DICHIARAZIONE DEI RAPPRESENTANTI DELLE POPOLAZIONI ALPINE .: su :.
Il 19 dicembre del 1943 i rappresentanti delle popolazioni alpine si riunirono clandestinamente a Chivasso per tracciare, insieme, le linee di un'azione antifascista che portasse alla caduta del regime ed alla trasformazione dello Stato italiano in vera Repubblica Federale, sull'esempio della Svizzera e della sua organizzazione cantonale. La "Dichiarazione di Chiasso" è rimasta a lungo, e lo è tuttora, un documento di riferimento imprescindibile per quanti sono impegnati nella rivendicazione dei diritti dei Popoli.
Tuttavia il 1943 è lontano e, per questa ragione alcuni esponenti del CIEMEN hanno voluto riunirsi il 19 dicembre dell'anno 2000 per verificare l'attualità del Documento e per proporne una riscrittura. Il nuovo Documento non è stato diffuso in quanto è considerato soltanto una bozza di lavoro; è stato, però, proposto all'attenzione di numerosi esponenti della cultura e della politica dell'arco alpino, affinché una nuova Dichiarazione di Chivasso sia effettivamente redatta.
Chivasso, 19 dicembre 2000
Noi Popoli delle vallate alpine
che gli effetti della oppressione politica, il mancato reale sviluppo economico e la distruzione della cultura locale denunciati nella Dichiarazione sottoscritta il 19 dicembre 1943 come doloroso risultato di 20 anni di governo fascista e accentratore, ancora permangono in larga parte dopo quasi 60 anni di democrazia,
come nel 1943
a) che la libertà di lingua è condizione essenziale per la salvaguardia della personalità umana;
b) che il vero federalismo è il quadro più adatto a fornire le garanzie di questo diritto individuale e collettivo e rappresenta la soluzione del problema delle piccole nazionalità, garantendo nel futuro assetto europeo l'avvento di una pace stabile e duratura.
- dei mutamenti determinati dalla nascita di un'Europa, rispondente più ai bisogni degli Stati e dei mercati che a quelli dei Popoli,
- del fenomeno della mondializzazione
- del fatto che le riforme politico - istituzionali non sono più procrastinabili in Italia,
si impone l'esigenza di un rinnovato impegno a favore dei diritti individuali e dei diritti collettivi dei Popoli, diritti formalizzati in Dichiarazioni, Carte ed Appelli sottoscritti da istituzioni internazionali o da organismi di cooperazione tra i Popoli stessi.
1- nel quadro generale del prossimo Stato italiano che economicamente ed amministrativamente auspichiamo sia organizzato con criteri veramente federalistici, alle valli alpine dovrà essere riconosciuto il diritto a costituirsi in comunità politico-amministrative autonome e/o indipendenti di tipo cantonale;
2- come tali ad esse dovrà. essere assicurata adeguata rappresentanza nelle assemblee parlamentari dello Stato e dell'Europa;
3- ad esse dovrà essere riconosciuto, altresì, il diritto all'uso della lingua locale anche in tutti gli atti pubblici e il diritto all'insegnamento, in tutte le scuole di ogni ordine e grado, della e nella lingua stessa.
6- dovrà, inoltre, esser sancito il riconoscimento costituzionale del diritto alla autodeterminazione.
- affinché questa Dichiarazione sia ampiamente diffusa nelle Alpi, concorrendo con questo alla ricomposizione di antiche Nazioni divise dai confini tracciati dagli Stati, facendo dell'area alpina il territorio delle libertà e dei diritti dell'uomo e dei Popoli.
agli organismi internazionali che si occupano di diritti dei Popoli e delle minoranze, l'onere morale di tener conto della voce dei Popoli alpini anche affrontando il difficile momento della integrazione europea: l'Europa rischia - infatti - di non essere altro che una sorta di nuovo Stato che promette ai Popoli ed alle minoranze ciò che i vecchi Stati hanno già promesso pur di non riconoscere ai Popoli ed alle minoranze il rispetto dei loro diritti fondamentali e - tra questi - il diritto alla autodeterminazione.
11 - IMMIGRAZIONE INTERNA, UN PROGETTO EUROPEO .: su :.
Il presente progetto è una semplice proposta. Nessuno si è occupato di dargli un seguito, resta, quindi, lo studio di attuabilità di un'idea. Illustra l'esigenza di analizzare cosa ne sia degli emigrati che, provenendo da zone dove si parla una lingua "meno diffusa", sono andati ad insediarsi in zone dove sono in uso altre lingue "meno diffuse". Gli uni diventano lo strumento di denazionalizzazione degli altri nel momento stesso in cui, essendo costretti all'emigrazione, subiscono essi stesi gli effetti di una disidentificazione. A meno che tra immigrati e comunità ospitanti non scattino meccanismi di solidarietà e di collaborazione ...
Il presente documento, destinato ipoteticamente ad esser finanziato dalle istituzioni regionali ed europee, ne assume il linguaggio (in particolare il riferimento alle lingue definite "meno diffuse") anche se ne resta evidente la contraddittorietà.
Oggi l'unità europea pone tutti i cittadini su un piano di parità di diritti.
Gli spostamenti da un paese all'altro per turismo, lavoro, cultura, sono favoriti e nessuno è più straniero o emigrante in Europa se appartiene ad uno degli Stati che hanno costruito l'Europa.
Sussistono, tuttavia, in questa stessa nuova Europa, gli effetti di un fenomeno sociale relativo ad un diverso momento storico nel quale molti Popoli europei e, in particolare, quelli economicamente disagiati, hanno conosciuto massicce emigrazioni.
Una delle direttrici di queste emigrazioni sono state le Regioni più ricche dello stesso Stato d'appartenenza; una seconda direttrice sono state le aree europee dove lo sviluppo economico ed industriale offriva opportunità di lavoro; una terza sono stati i più lontani continenti.
Esistono anche situazioni diverse, legate a specifiche professionalità che hanno aperto spazi importanti a migranti meno oppressi dai bisogni elementari; o legate a progetti politici che spostando da un'area all'altra masse consistenti di popolazione, hanno determinato una "snazionalizzazione" di aree alloglotte invise alle logiche centraliste.
Lo studio che ci proponiamo di realizzare consiste nella riscrittura di alcune pagine di questa storia di migrazioni di europei all'interno dell'Europea (tralasciando, quindi, l'altra emigrazione di cui ci occupa prioritariamente nei nostri tempi e, cioè, quella dei terzomondiali), affrontando temi quali l'integrazione, o l'assimilazione degli emigranti/immigranti; nel fare ciò lo studio si propone di verificare, in particolare per le comunità parlanti lingue che l'Europa definisce "meno diffuse", come sia stato possibile preservare radici, identità e lingue originarie insediandosi in territori dove altre lingue e culture "meno diffuse" sono presenti; rispetto ai problemi specifici posti da questa situazione particolare, ci si propone di verificare se integrazione ed assimilazione sono avvenuti nel rispetto dell'identità delle comunità ospitanti o invece in ossequio dei piani centralisti di disidentificazione attivati nei loro confronti.
Non si tratta di un fenomeno del passato, esaurito dal procedere della storia: la capillare presenza di associazioni, ad esempio, friulane, sarde e valdostane in tutta Italia e in tutta Europa (oltre che nel mondo, ma questo è un altro tema) non è solo emblematica di altre analoghe situazioni ma, sulla base di dati concreti, quantunque non analizzati scientificamente, porta a constatare come anche le seconde e le terze generazioni dei migranti conservano identità e lingua di provenienza e chiedono strumenti nuovi per poterla preservare ulteriormente.
Quindi, mentre oggi auspichiamo che un cittadino sardo che va a lavorare in Catalogna, impari il Catalano e non dimentichi il sardo (pur praticando l'italiano e lo spagnolo), dobbiamo consentire lo sviluppo economico di tutte le comunità, affinché l'emigrazione non sia più una piaga determinata dal mancato sviluppo economico ma, effettivamente, solo una libera circolazione di cittadini europei in Europa.
Lo studio che ci proponiamo mira a render possibile un mappatura del fenomeno dell'emigrazione in Europa (e, in particolare quindi, nelle aree di stanziamento di comunità parlanti lingue meno diffuse) di cittadini appartenenti a comunità parlanti altre lingue meno diffuse.
Si ritiene che dall'analisi delle diverse problematiche usciranno non solo interessanti osservazioni e proposte sulla costruzione di una coscienza europea ed europeista, non solo concreti progetti di ulteriore valorizzazione delle lingue "meno diffuse", ma anche elementi utili a comprendere il nuovo fenomeno migratorio che pone l'Europa di fronte a significative masse di extra-comunitari africani e di cittadini dell'Europa dell'est.
Il progetto si potrebbe sviluppare nell'arco di tre anni di ricerca, prendendo avvio dall'analisi delle problematiche dell'emigrazione dallo Stato italiano verso l'Europa di persone o gruppi parlanti le lingue meno diffuse dello Stato.
L'iniziativa potrebbe essere promossa dalle sezioni operanti in Italia del CIEMEN e dell'OPM, affiancate dalla LELINAMI.
Partner istituzionali ideali potrebbero essere la Regione Autonoma Valle d'Aosta, la Regione Sardegna e la Regione Friuli Venezia Giulia.
Il lavoro di ricerca potrà essere attivato con il coinvolgimento delle associazioni degli emigranti delle singole comunità parlanti lingue meno diffuse, interessando - altresì - le strutture e gli organismi istituzionali dell'emigrazione italiana.
Il primo passo verso la realizzazione del progetto è la costituzione di un Comitato scientifico, alla cui composizione dovranno partecipare gli organizzatori ed i partners.
Il secondo passo è l'attivazione di un gruppo di lavoro, incaricato di procedere materialmente alla raccolta dei materiali e dei dati. Questo gruppo potrebbe operare a contatto con l'Ufficio di Bruxelles del Bureau europeo per le lingue meno diffuse, al fine di facilitare taluni contatti preliminari ed ottenere da rappresentanti delle singole comunità parlanti lingue "meno diffuse", un'analisi per quanto concerne la loro realtà specifica, della problematica della ricerca.
Il sostegno delle Regioni potrebbe consistere nell'attivazione di progetti-obiettivo che consentano l'assunzione di personale a tempo determinato per l'attuazione della ricerca.
Le fasi successive del progetto, relative al secondo ed al terzo anno, comportano uno sforzo considerevole poiché, la mappatura dovrebbe interessare il problema delle migrazioni interne all'Europa di tutte le comunità parlanti lingue "meno diffuse".
12 - COMMENTO CRITICO AL VOLUMETTO DEL BUREAU EUROPEO PER LE LINGUE MENO DIFFUSE, "PAROLE CHIAVE" .: su :.
Il Bureau Europeo per le Lingue Meno Diffuse ha edito numerose pubblicazioni. Tra queste spicca "Parole chiave", curato da Silvia Carrel. Il volumetto è di un certo interesse, in particolare perché è il frutto dello sforzo di dare omogeneità non tanto all'azione del Bureau che opera in ambiti e contesti ben definiti, quanto al metodo di ricerca e presentazione delle singole realtà. Chi, tuttavia, ha un'ottica diversa da quella del Bureau, non può non individuare alcune contraddizioni nel volumetto, contraddizioni così riassumibili.
Il volumetto "Parole chiave" edito dal BELMR presenta alcune incongruenze che andrebbero modificate. Ci sembra, anzitutto, sbagliato dedicare al BILINGUISMO soltanto lo spazio di un rinvio al PLURILINGUISMO. Superfluo precisare quanto il Bilinguismo sia specifico; pur portando al Plurilinguismo, di esso sussistono esperienze concrete, elaborazioni culturali, analisi sociolinguistiche e studi psicolinguistici oltre che concrete esperienze politiche ed amministrative. Ci sembra necessario trattare anche l'argomento del MONOLINGUISMO, dimenticato del tutto nel libretto, atteggiamento psicologico rilevante, per quanto non positivo in assoluto, che induce alcune comunità parlanti lingue meno diffuse ad affermare, anzitutto, la propria lingua nel proprio territorio e solo successivamente, per libera scelta, per necessità di comunicazione e per situazione contingente disegnata dalla storia, a passare al bilinguismo ed al plurilinguismo.
Ciò comporta un approfondimento del tema della IDENTITA' (linguistica, etnica, nazionale) e dei DIRITTI COLLETTIVI che spettano alle identità stesse, voci che andrebbero trattate nel manualetto.
Ci sembra assolutamente irrinunciabile poter agevolmente individuare sul manuale quali Stati abbiano firmato la CARTA EUROPEA DELLE LINGUE MINORITARIE E REGIONALI; per alcuni è indicata addirittura la data della firma, per altri non è indicato neppure se abbiano firmato oppure no. Sarebbe, altresì, utile poter individuare a quali lingue la Carta faccia riferimento, poiché, piemontesi, veneti e lombardi (per fare un esempio delimitato allo Stato italiano) fanno riferimento alla Carta per affermare che la loro lingua è riconosciuta a livello europeo, al pari del basco, del sardo, ecc.
Ci sembra assolutamente necessario che la trattazione di una lingua meno diffusa, non scompaia nel passaggio da uno STATO dove è individuata ad un altro dove è stanziata, ma è dimenticata nel volume. Un esempio emblematico: i francoprovenzali non esistono solo in Italia; poiché sono presenti pure in Francia, non possono scomparire nella trattazione specifica della realtà francese senza che ciò rappresenti o un errore o una grave incongruenza.
Talune situazioni linguistiche particolari, vedi le lingue bavaresi presenti in Italia, meritano una trattazione che ne evidenzi la specificità: i CIMBRI arrivano dallo Jutland con cui hanno mantenuto o ritessuto collegamenti culturali; sono la matrice, non una delle componenti, della presenza "bavarese" in Italia. Senza questa indicazione risulterebbe necessario distinguere anche le diversità dialettali WALSER, ecc., scendendo via via fino al campanilismo linguistico delle varianti dialettali.
Ancora per quanto concerne queste stesse comunità vale, in parte, quanto osservato a proposito dei francoprovenzali: non sono presenti solo in Italia e non si comprende come possano scomparire dalla trattazione dei singoli altri Stati in cui sono stanziati. I WALSER, ad esempio, sono presenti lungo l'asse Italia, Austria, Svizzera e Liechtenstein. Se, come il volume evidenzia, sussiste la possibilità che una lingua sia lingua in uno Stato e dialetto in un altro, ciò non spiega perché, allora, meritino spazio a sé, i dialetti d'oil in Francia e non quelli germanici nei paesi di lingua tedesca.
La sensazione di disomogeneità nasce quando è evidente che non può essere il CRITERIO NUMERICO DEI PARLANTI a determinare la considerazione della presenza o meno di una lingua: poiché, i francoprovenzali scompaiono in Francia, i grecanici dovrebbero scomparire in Italia ... mentre è opportuno che in una corretta mappatura nessuno scompaia.
Il manuale non dovrebbe, poi, dimenticare alcune presenze linguistiche particolari come i tabarchini di Sardegna, e questo non per la necessità di dar spazio e citazione ad alcuni dialetti soltanto, ma perché di essi (dei tabarchini nel caso specifico) si fa menzione in una legge regionale importante, quella con la quale la Regione Sardegna ufficializza il sardo e il catalano.
Perché, poi, occuparsi delle problematiche linguistiche di alcune COMUNITA' RELIGIOSE (gli ebrei) evitando di trattare, per analogia, la realtà, ad esempio, della comunità valdese, a cavallo tra francese, occitano e francoprovenzale?
Sarebbe utile chiarire se i gruppi linguistici siano INDO-EUROPEI o no, indicandone sempre l'appartenenza o dandola per scontata e specificando, di conseguenza, solo i casi contrari.
Sarebbe interessante poter almeno accennare, per alcuni casi più rilevanti, all'importanza del SUSTRATO LINGUISTICO. Ad esempio per il sardo è scorretto limitarsi alla indicazione "lingua autoctona" quando le specifiche del testo rimandano poi soltanto alle influenze catalane e castigliane molto importanti, ma non sufficienti a spiegare la specificità della lingua sarda.
Analogamente varrebbe la pena di citare la presenza di componenti particolari in una lingua: il francoprovenzale, ad esempio, conserva qualcosa del suo carattere celtico e qualcosa della sua STORIA pre-indoeuropea; se questo fatto non è scientificamente rilevante per i linguisti lo è, quanto meno, dal punto di vista culturale generale: in Valle d'Aosta ci sono i più importanti ritrovamenti archeologici relativi ad una civiltà pre indo-europea.
Evidenziamo, poi, un'anomalia "politica": mentre in tutti gli Stati è normalmente indicata la presenza di un Comitato dell'Ufficio Europeo per le lingue meno diffuse, in Italia è messa in particolare risalto la presenza del Confemili. Ora se il Confemili è il Comitato in Italia dell'Ufficio stesso, non si capisce perché meriti tanto specifica e difforme individuazione rispetto ai Comitati degli altri Stati; se non lo è, o se non è soltanto questo, salta agli occhi di tutti che ci troviamo di fronte all'unico organismo nato solo quando e perché sussiste l'Ufficio e l'Europa ha attivato meccanismi di rappresentatività e di finanziamento; in ogni caso l'esistenza di organizzazioni storiche della cooperazione e della collaborazione tra organizzazioni delle lingue meno diffuse non può esser dimenticata, a meno di non operare una volontaria discriminazione. Alcune di queste organizzazioni sono presenti fin dagli anni '60; nel volume alcune di esse sono indicate tra le Organizzazioni internazionali che hanno una propria specifica voce; ma, oggettivamente, quando - come il CIEMEN - sono addirittura nate in Italia, non si vede come possano scomparirvi. Su 5 organizzazioni esistenti in Italia, il Bureau ha contatti istituzionali con una sola, discrimina - quindi - le altre - e legittima quella che ha meno storia.
Ancora a proposito di omogeneità, sorprende l'indicazione del PIEMONTESE come voce attraverso cui trattare il tema della problematica lingua-dialetto. Perché non il veneto? E perché citare espressamente le lingue d'oil e non quelle gallo romanze o gallo-italiche?, ecc. La tendenza di questi ultimi tempi è quella di considerare le espressioni linguistiche della cosiddetta "Padania" come diversificazioni di un'unica lingua, essendo le differenze tra di esse minori delle differenze che sussistono - ad esempio- tra i diversi "dialetti" occitani.
Ci pare, comunque, che l'indicazione delle "lingue d'oil" e delle problematiche comunque legate al Piemontese, ecc. siano equivoche; per la stessa ragione per quale vengono citate le "lingue" d'oil, potrebbero esser citate e differenziate anche le lingue d'oc, ecc. e potrebbe, ad esempio, esser distinto perfino il catalano usato a Barcelona da quello usato a Velencia, facendo arbitrariamente del catalano due lingue.
Ci pare gravissima l'indicazione contenuta nel manuale relativa al sardo "vissuto come un patois italiano"; se ciò fosse vero bisognerebbe - e a ben maggior ragione - evidenziare per molte altre lingue il rapporto di dipendenza da un'altra lingua; occitani e francoprovenzali sono italianizzati e piemontesizzati; anche molti "tedeschi" sono italianizzati, senza che di questo si faccia ceno nel libretto; una simile CARATTERIZZAZIONE del sardo è - quindi - fuori luogo e disomogenea rispetto alla trattazione delle altre situazioni linguistiche.
POPOLO, NAZIONE e REGIONE ci paiono voci assolutamente irrinunciabili in quanto appartenenti al linguaggio, alla rivendicazione delle diverse realtà parlanti lingue meno diffuse. Purtroppo nel volumetto non sono prese in considerazione.
La DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI LINGUISTICI merita una voce specifica, non solo per l'ampiezza dei suoi contenuti e per la serietà del lavoro che l'ha resa possibile; istituzioni autonomistiche importanti come il Consiglio regionale della Valle d'Aosta, il Parlamento Catalano, quello Basco, ecc. l'hanno fatta propria. Non si vede come possano essere considerate patrimonio di riferimento culturale delle comunità parlanti lingue meno diffuse, solo le Carte e le Dichiarazioni scaturite dagli Stati e - talora - neppure da questi sottoscritti, mentre non lo siano altre Carte e altre Dichiarazioni nate dalle comunità stesse e da queste approvate formalmente, sia in sede politico-culturale che nell'ambito delle loro istituzioni.
Il riferimento alla SUSSIDIARIETA' è importante, ma può risultare poco credibile se la sussidiarietà è estrapolata dal suo humus naturale, il federalismo; il FEDERALISMO merita una voce specifica, risponde alle aspettative delle comunità parlanti lingue meno diffuse, sia che l'abbiamo concepito "contro" la logica degli Stati, sia che l'abbiano scelto nella sua componente "linguistica" (espressa da importanti filosofi e studiosi).
Noi siamo coscienti che queste e altre osservazioni possibili evidenziano non i limiti di una pubblicazione che ha indubbi meriti, ma un limite politico-culturale insito nella logica sin qui portata avanti dal Bureau, in particolare per quanto concerne lo Stato italiano. Ci permettiamo di ritenere che il Bureau e l'Europa non possano ritenersi soddisfatti della situazione che si è determinata in Italia, situazione che non è risultata in tutta la sua negatività soltanto perché le organizzazioni esterne al Bureau ed al Confemili, non hanno mai scelto la strada di un'aperta contestazione.
13 - UN INDIPENDENTISMO VISTO DA "DENTRO" .: su :.
Verbali di un gruppo di studio e di lavoro
Parlare di indipendenza e di autodeterminazione è sempre difficile.Un gruppo politico indipendentista ha svolto recentemente alcune riunioni di formazione, rivolte soprattutto ai giovani, nel tentativo di spiegare problemi e difficoltà di una scelta "altra" rispetto alle tendenze ed alle mode che semplificano i problemi ricorrendo a parole "magiche" come "Europa", "mondializazione", "globalizzazione" quasi che queste fossero il punto di vista obbligatorio cui ricondurre tutto il resto, compreso il diritto dei Popoli alla Autodeterminazione. Ma chi impone questo obbligo?Il testo è qui presentato nella sua forma originale di verbale interno; i limiti formali del testo risentono, oltre che di questo, anche del fatto che nelle riunioni la lingua utilizzata non era l'italiano: questo documento è una traduzione.
Il Gruppo ha analizzato, anzitutto, le difficoltà create dal fatto che non esistono norme, leggi, disposti del diritto internazionale che consentano direttamente il libero accesso all'autodeterminazione e, quindi, all'indipendenza da parte di tutti i Popoli e di qualunque Popolo.
I riferimenti pur esistenti in materia, non vengono presi in considerazione all'interno dell'Europa occidentale, dove è riconosciuta a livello internazionale solo l'esistenza di "minoranze etniche'" cui vanno applicate - al massimo - norme di tutela e specifiche limitate garanzie da parte degli Stati.
I Popoli che si trovino in questa situazione, qualora i loro diritti in quanto minoranze vengano violati, possono rivolgersi a diverse autorità internazionali per lamentare la violazione subita.
Il diritto all'autodeterminazione trova più facile applicazione in due tipi di Stati: quelli che non appartengono al mondo occidentale e quelli che, essendo organizzati su base federale, non sono Stati unitari: in Jugoslavia, nell'URSS, in Cecoslovacchia l'esercizio da parte di alcuni Popoli, del diritto all'autodeterminazione è stato possibile, oltre che per le gravissime contingenze della storia, anche per il fatto che si sono resi indipendenti Popoli che erano già riconosciuti istituzionalmente come Popoli e non come minoranze.
Ciò detto potrebbe apparire che non esistano altre possibilità per accedere all'autodeterminazione, se non quella della lotta, della rivolta, delle armi.
Ci sono esempi di Popoli che hanno conquistato con le armi la loro indipendenza e, da quel momento, sono entrati a far parte del consesso internazionale dei popoli, passando direttamente dal non essere altro che gruppi terroristici al diventare Stati pienamente riconosciuti. Ci sono anche esempi di Popoli che, malgrado una dura lotta armata (vedi Palestinesi e Curdi), non hanno ottenuto ciò che speravano e cui avevano diritto e subiscono una criminilizzazione della loro lotta, considerata solo come terrorismo
Pare, quindi, assolutamente necessario affermare il principio secondo il quale le cosiddette "minoranze" sono, in realtà, Popoli cui, anche all'interno dell'Europa, va riconosciuto il diritto all'autodeterminazione.
In tal senso vanno recuperati positivamente tutti i documenti e le carte internazionali che affermano il diritto all'autodeterminazione dei Popoli e vanno recuperati i documenti che richiedono l'applicabilità di tale diritto anche in Europa occidentale.
Le Nazioni senza Stato d'Europa (occidentale ed orientale) hanno firmato negli anni '85 e '90, la Dichiarazione Universale dei Diritti Collettivi dei Popoli, che è l'unico documento internazionale nato non dal volere degli Stati, ma dalla collaborazione tra i Popoli, le Nazioni senza Stato.
In questo ambito internazionale sono state messe in atto iniziative concrete affinché il diritto internazionale comprendesse anche questa specifica rivendicazione dei Popoli, delle Nazioni senza Stato; in particolare è stato consegnato all'ONU, direttamente nelle mani del Segretario generale Perez de Quellar, il "Document Emile Chanoux" che concerne proprio il diritto alla autodeterminazione.
Il Gruppo si è interrogato su quali altre strade siano percorribili per rendere l'indipendenza possibile e non rischiare che gli indipendantisti siano portatori soltanto di un sogno irrealizzabile.
Molto più a lungo si è discusso di strategie internazionali e di cooperazione con altre organizzazioni: da un lato è emersa la necessità di interpretare il diritto dei Popoli alla autodeterminazione in senso lato ed aperto, ipotizzando che tale opportunità riguardi tutti i gruppi umani che si riconoscano e si autodefiniscano Popoli; dall'altra è emersa l'esigenza di affrontare la problematica secondo l'ottica "etnica", in base alla quale gli Stati dovrebbero esser costituiti sulla base di un'identità, e dovrebbero poter diventare Stati soprattutto tutte quelle Regioni-Comunità-Popolazioni ecc. la cui identità abbia una vera radice.
In tal senso è stato evidenziato il rischio che i vantaggi e/o i privilegi dell'autonomia e della indipendenza possano alimentare campanilismi ed egoismi mascherati da identità nuove; è stato evidenziato il rischio che "Popoli" come quello lombardo, risvegliatosi o inventato grazie alla rivendicazione leghista, possano proporsi o essere considerati degli alleati della battaglia indipendentista dei popoli che hanno un'identità storica, culturale e linguistica reale.
E' stato evidenziato, altresì, il rischio che una visione tanto allargata possa risultare un deterrente che impedisca vieppiù l'applicazione del diritto alla autodeterminazione: considerare che tutti i singoli localismi, i provincialismi, gli autonomismi, ecc. individuano un Popolo che, potenzialmente, ha il diritto alla autodeterminazione, significa - in sostanza - affermare che questo diritto non ce l'ha nessuno; diversamente tutti gli Stati attuali non avrebbero più ragione di esistere e potrebbero esser spaccato in cento Stati e si sancirebbe un sistema politico economico squilibrato in seno al quale i poteri e l'esercizio di una qualche sovranità sarebbero continuamente rimessi in discussione.
A sostegno di queste considerazione è stato portato l'esempio delle molteplici iniziative per l'applicazione dell'articolo 6 della Costituzione italiana che avrebbe dovuto assicurare alle minoranze linguistiche un'apposita tutela; con il termine "minoranze linguistiche" il costituente intendeva quei Popoli la cui lingua non appartiene, in alcun modo, al sistema linguistico della lingua di Stato, risultando o completamente autoctoni o posti a scavalco delle frontiere di Stato. Sulla base di questo criterio sono state individuate le lingue oggetto della tutela ex art. 6 che sono, in tutto secondo alcuni 12, secondo altri 13 o 14, a seconda che si vogliano o no riconoscere i rom, a seconda che i valdostani siano considerati francofoni o francoprovenzali. Ogni volta che la legge è stata in procinto di essere approvata, superando gli ostacoli posti dai neofascisti che riconoscevano solo la lingua italiana, è stato posto l'ostacolo di integrare la lista con altre lingue quali il piemontese, il lombardo, il veneto, il ligure, ecc. e la legge si è arenata. Solo dopo 50 anni la legge è, poi, stata approvata.
Il problema non è quello di individuare lingue di serie A e lingue di serie B, Popoli di serie A e Popoli di serie B: è che senza specifici criteri di riferimento, la nostra rivendicazione rischia di diventare una rivendicazione sconclusionata.
E' stato evidenziato che in nessun modo i baschi ed i catalani potrebbero pensare di allargare, nella penisola iberica, il riconoscimento di Popoli senza Stato alle molteplici identità regionali della Spagna, mentre è indubbio che Galleghi-Baschi e Catalani sono Popoli del tutto diversi dal Popolo Castigliano; tutti, compresi baschi, catalani galleghi e castigliani hanno variabili regionali della loro identità, variabili che costituiscono un problema diverso da quello ricondotto al diritto alla autodeterminazione. Gli accordi tra "nazionalità" e "regionalità", quindi, possono essere soltanto di tipo ideologico, riguardare - cioè - ad esempio la condivisione della lotta di classe, che è una cosa diversa dalla lotta di liberazione nazionale. Può esistere una sintonia tra quanti mirano a portare avanti una lotta di liberazione nazionale e di affermazione del socialismo al tempo stesso (è quanto hanno fatto i firmatari della Carta di Brest), ma questa è una ulteriore diversificazione del problema.
E' stato osservato che se il problema è abbattere lo Stato italiano affinché, di conseguenza, ciascun Popolo giochi le sue carte, allora i possibili alleati sono molto più numerosi di quelli che si possono trovare tra quanti rivendicano una più o meno discussa identità nazionale: i centri sociali, l'area della autonomia extraparlamentare, l'area del cosiddetto Popolo di Seattle, ma questo è un terreno nel quale è molto pericoloso e contraddittorio andare a cercare alleati.
E' stato anche osservato che se il criterio è quello di riconoscere il diritto alla autodeterminazione a tutti e a chiunque, non sussisterebbero ragioni valide per contrapporsi alla Lega Nord o per differenziarsi da essa, mentre, sostanzialmente, valdostani-sudtirolesi-occitani ecc. non si considerano in alcun modo padani.
Sulla provocazione di immaginare e disegnare una mappa "etnica" dei Popoli oggi all'interno dello Stato italiano, evitando che le Regioni disegnate dai geografi italiani acquisiscano un'identità che non hanno, il Gruppo - data l'ora tarda - interrompe la discussione.
Nel corso dell'incontro serale il Gruppo ha illustrato agli altri partecipanti i primi risultati dell'incontro di informazione e formazione.
Ne è scaturito un dibattito riguardante la dimensione europea dei fenomeni sociali, culturali e politici contemporanei: secondo alcuni questa è una dimensione ineluttabile e positiva; secondo altri è la dimensione pericolosa di un nuovo Stato o, comunque, di una federazione di Stati; secondo altri ancora l'indipendenza comporta un ritenersi liberi di immaginare scenari diversi da quelli esistenti, quali, ad esempio, la nascita di una Confederazione delle Alpi o del Mediterraneo.
La prosecuzione della trattazione è stata rinviata alla prossima riunione del Gruppo, con l'impegno di approfondire il problema delle cosiddette istituzioni transfrontaliere, create dagli Stati e dall'Europa: se si riconosce l'esistenza di identità transfrontaliere, coinvolgendo Popoli e Regioni che non hanno alcuna affinità, allora si può riconoscere validità a qualsiasi arbitraria costruzione di identità quale l'identità padana.
Il Gruppo ha iniziato la riunione leggendo la proposta di verbale delle precedenti riunioni e traendo dalla lettura lo spunto per approfondire ulteriormente gli argomenti.
Sono emerse due posizioni: la prima ipotizza di interpretare il diritto dei Popoli alla autodeterminazione in senso lato, senza limite alcuno e, in tal modo, estendendolo a piemontesi, lombardi, veneti e a quant'altri lo richiedano. Sostenendo questa posizione è stato evidenziato che il Popolo X per accedere alla autodeterminazione, mentre non intende far ricorso alla lotta armata, non si preclude nessun'altra strategia, ivi compresa quella di tentare di destabilizzare lo Stato italiano con l'apporto di quanti lavorano in tal senso: in una situazione destabilizzata, l'esercizio della autodeterminazione potrebbe essere facilitato e favorito dal persistere di specifiche caratteristiche etniche, linguistiche, culturali, storiche, territoriali, ecc.. La seconda posizione parte dalla considerazione che sia necessario operare concretamente per rendere applicabile quanto già espresso nel diritto internazionale a proposito del diritto alla autodeterminazione; quello che manca è il chiarimento su chi siano i fruitori di tale diritto e dove esso possa essere applicato (anche all'interno dell'Europa?). Sostenendo questa tesi è stato affermato che il diritto alla autodeterminazione dovrebbe riguardare le "Nazioni senza Stato", quelle cioè, la cui coscienza storica della propria identità, le ha portate ad esser riconosciute almeno come minoranze; tale riconoscimento riduttivo è, comunque, la prova che il diritto internazionale riconosce che tali Popoli non avendo un proprio Stato hanno, comunque dei diritti, non concedendo i quali lo status quo potrebbe essere messo in discussione; a sostegno di questa tesi che non esclude la possibilità o il diritto per i Popoli e/o le Nazioni di volontà di accedere alla autodeterminazione per altre ragioni che non siano quelle storiche, quelle etniche e quelle linguistiche, è stato ricordato che in Italia l'applicazione dell'articolo 6 della Costituzione è stata impossibile per due ragioni; l'opposizione dei fascisti e la richiesta di allargare l'applicazione del diritto alla tutela linguistica non solo alle lingue intese dal costituente (le lingue straniere all'Italia), ma a tutte le lingue parlate in Italia, senza considerare se siano lingue, dialetti, parlate e gerghi. A sostegno della seconda tesi è stata tratta la conclusione che se non esiste certezza del destinatario di un diritto, nessuno ne fruirà.
Il confronto sulle due tesi è proseguito a lungo, sostanzialmente, continuando a riproporre le due tesi seguendo ottiche ed esemplificazioni diverse.
Illustrando le diverse argomentazioni, nel corso della riunione serale sono affiorate alcune considerazioni circa la non incompatibilità delle due posizioni.
E' stato, tuttavia, evidenziato che mentre è in atto questo approfondimento, non sono da trascurare altre esigenze relative alla chiarezza del problema indipendentista; è stato, così, richiesto al gruppo di lavorare nel senso di un documento di "fattibilità" dell'indipendenza.
E' stato, altresì, evidenziato, che l'indipendenza comporterà, anche qui a livello teorico, l'opportunità di non restate necessariamente collocati nell'Europa .
Uno dei partecipanti ha espresso la seguente posizione: "In merito al confronto interno che stiamo portando avanti sul problema della autodeterminazione e della indipendenza, ritengo necessario formalizzare alcune considerazioni.
Il nostro Popolo esiste, storicamente esiste, ed è una Nazione come lo sono tutti i Popoli che hanno coscienza diffusa della loro identità.
Come tale il nostro Popolo ha diritto ad accedere alla autodeterminazione attraverso la quale scegliere liberamente il proprio destino: noi riteniamo che il suo futuro migliore sia quello di costituirsi in Stato, pur non ritenendo che lo Stato sia la forma istituzionale migliore, ma solo quella che consentirebbe al nostro Popolo, di potersi effettivamente governare e rappresentare da se.
Da queste prime considerazioni discende una impostazione politica e culturale che è il nucleo forte della proposta indipendentista: proponiamo un progetto di indipendenza sostenibile, perché il diritto non può negare ad una Nazione senza Stato la possibilità di darsi uno Stato.
Sappiamo benissimo che quasi nessuno Stato costituito è nato sulla base di un criterio veramente nazionale; sappiamo, tuttavia, che l'ambizione degli Stati è stata quella di diventare Stati nazionali, attribuendosi forzatamente quelle caratteristiche di unità linguistica, culturale, storica e territoriale e quella coscienza della propria identità che non possedevano e che erano indispensabili a fare di essi, appunto, delle Nazioni. Su questa base il diritto internazionale formula il diritto alla autodeterminazione che noi chiediamo sia applicato a tutte le Nazioni senza Stato.
Sostenere la legittimità, per chiunque lo desideri, di diventare uno Stato per ragioni diverse da quelle identitarie, è in realtà, riconoscere, in buona sostanza, che l'identità non è indispensabile per accedere al diritto di darsi uno Stato.
Così come i vecchi Stati attuali sono sorti per ragioni diverse, per lo più economiche, così pure nuovi Stati possono nascere per analoghe ragioni: la Lombardia, ad esempio, avrebbe - in tal senso - tutte le ragioni e le potenzialità economiche per diventare uno Stato.
Il che ci pone di fronte ad una precisa responsabilità politica e culturale: quella di assecondare una strategia di disfatta dello Stato italiano, portata avanti con l'apporto di tutti e di chiunque, nella aspettativa di uscire dal caos che ne nascerà con la conquista della autodeterminazione. Che la conquistino Nazioni senza Stato vere e proprie o altre forme di aggregazione attorno all'idea di Stato, non dovrebbe - in tal senso - interessarci più di tanto.
A credere in questa "soluzione" sono state, nella storia d'Italia, quattro diverse forze: i comunisti prima di diventare PDS, Ulivo ed altro, quando avevano come obiettivo quello di portare l'Italia fuori dall'Europa occidentale; i fascisti, prima durante e dopo il ventennio, quando hanno cavalcato la teoria "tanto peggio tanto meglio"; la Lega, in tempi a noi vicini, quando auspicando che l'Italia non entrasse in Europa e nei meccanismi dell'EURO, riteneva di poter determinare una spaccatura dell'Italia a causa dalla doppia velocità di sviluppo del nord del sud; i rivoluzionari che svilupparono la teoria del "nazimaoismo", l'alleanza - cioè- tra estremismi e forze antisistema di qualunque tipo, pur di rendere possibile la rivoluzione e destabilizzare le istituzioni.
Se come indipendentisti abbiamo ben chiara la prospettiva identitaria, immetterci in un meccanismo di disfatta strumentale dello Stato italiano potrebbe risultare contraddittorio: infatti o scegliamo la via di quel federalismo (globale) che mira alla scomparsa dello Stato e cerchiamo di affrettare questo processo in Italia (tagliandoci, tuttavia le gambe da soli, poiché, noi uno Stato lo vogliamo!), oppure scegliamo la strada del federalismo etnico e, allora, rispetto alla forma Stato dobbiamo avere un atteggiamento più radicato al rispetto di regole e norme, altrimenti non costruiremo mai l'Europa dei Popoli, ma solo una diversa Europa degli Stati.
Ma dobbiamo rendere credibile e sostenibile il progetto indipendentista: quando parliamo di Popoli, di Nazioni, di federalismo, di diritto, queste parole non devono essere equivoche
Il potenziale rivoluzionario su cui possiamo contare, oggi, in Italia, è assai ridotto: in Veneto e in Lombardia la rivendicazione non è ad un punto di rottura (anche se le azioni di rivolta sono eclatanti, come l'occupazione del Campanile di San Marco a Venezia), perché le ragioni ideali della rivendicazioni sono state sovrapposte alle ben più forti rivendicazioni economiche che le hanno innescate; i grandi e piccoli imprenditori che oggi sostengono la ribellione contro lo Stato, sanno bene fino a che punto possono arrivare, dopo di che scaricheranno gli idealisti e si accontenteranno di quella autonomia fiscale e politica che lo Stato, comunque, accorderà loro. E' l'Europa a metterli in guardia dal non estremizzare troppo le rivendicazioni, perché, fuori dall'Europa essi sono fuori dal mercato.
Il potenziale di solidarietà internazionale all'interno dell'Europa è considerevole, anche se è impensabile che tutte le Nazioni senza Stato possano, da un momento all'altro, accedere tutte e contemporaneamente alla autodeterminazione; questo perché non esiste un diritto internazionale che si sovrapponga al diritto interno ai singoli Stati costituiti che esercitano la sovranità su di un territorio. Ciò che può nascere dal livello internazionale non è il diritto in se, ma la cultura del diritto e della necessità del diritto rispetto al problema della autodeterminazione e della indipendenza.
Noi possiamo sicuramente percorrere tutte le strade possibili, ma rispetto al problema che ci siamo posti di fronte ai Popoli (la coscienza) e di fronte alla prospettiva di far crescere la cultura del diritto alla autodeterminazione in Europa, noi dobbiamo imparare a scindere il terreno strategico da quello ideale, senza invertirli.
Se per noi il principio identitario è importante ed è forte, a livello di impostazione ideale e culturale non possiamo e non dobbiamo prescindere da esso; il che significa aspettarsi dagli "altri", amici-alleati che siano, ugual approfondimento: il ragionamento identitario rivolto all'Italia, ad esempio, è importante per diverse ragioni:
- la prima è che siamo in Italia e che in Italia dobbiamo affermare il nostro diritto a staccarci dall'Italia; che ci piaccia oppure no, questo è un passaggio inevitabile. Dobbiamo aver ben chiaro nella mente il processo ipotetico di esercizio della autodeterminazione: il nostro Popolo chiede l'autodeterminazione; le sue istituzioni formalizzano la richiesta di esercizio della autodeterminazione allo Stato Italiano oppure, avendo una risposta negativa, propongono direttamente un referendum in tal senso; nel primo caso il risultato del referendum è già di per se ufficializzato e riconosciuto, nel secondo le tensioni che seguiranno dovranno essere risolte a livello - questo sì - internazionale, come qualsivoglia altro conflitto. In questo percorso sono necessari i presupposti che formulavo inizialmente e, cioè, il diritto della nostra Nazione senza Stato a darsi uno Stato attraverso una via democratica.
L'altro percorso implica il caos. Certo una Italia in situazione caotica potrebbe trovarsi nella condizione di "mollare" nei confronti di rivendicazioni più legittime, tenendo invece uno zoccolo duro nazionale proprio: come dire che Valle d'Aosta e Sud Tirolo potrebbero andarsene, mentre per gli altri cambierebbe poco, anche a costo di bloccare il caos distribuendo prebende ed autonomie fiscali.
Io sono convinto che questa seconda strada, quella dell'accordo politico tra tutti gli anti-statalisti, non vada del tutto trascurata: è stata, del resto, la strada indicata nel 1979 per spiegare gli accordi elettorali europei raggiunti dai partiti delle Nazioni senza Stato con siciliani, albanesi, veneti, lombardi e piemontesi; ma questa non è la strada che possiamo apertamente proporre per condividere la rivendicazione dell'indipendenza, né quella che possiamo sostenere come irrinunciabile presupposto culturale ed ideale.
Ci troviamo a dover affrontare un'epoca nella quale tutto è massificato: la risposta più logica e diretta alla massificazione è il recupero della microdimensione. Chi ha una vera identità da proporre e da difendere ha un futuro; chi non ce l'ha, la cerca, la inventa perché è comunque questa la strada che gli Stati esistenti hanno percorso e che la stessa Europa percorre: darsi una identità a tutti i costi".
Ultimo agg.: 7.1.2004 | Copyright | Motore di ricerca | URL: www.gfbv.it/3dossier/vda/identi-cla.html | XHTML 1.0 / CSS | WEBdesign, Info: M. di Vieste

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