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Timestamp: 2017-09-22 13:26:37+00:00

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Studio Legale Tidona - L'anatocismo bancario successivo al 1° luglio 2000 è illegittimo se in contratto non è prevista l'eguale periodicità nel calcolo degli interessi, sia attivi che passivi
L'anatocismo bancario successivo al 1° luglio 2000 è illegittimo se in contratto non è prevista l'eguale periodicità nel calcolo degli interessi, sia attivi che passivi
Tribunale di Reggio Emilia, sez. II, sent. n. 650 23-04-2014
Nel caso di illegittima capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi da parte della banca, poiché effettuata prima del 1/7/2000 o poiché effettuata successivamente ma senza riconoscere eguale periodicità nel calcolo degli interessi attivi, non è dovuta capitalizzazione alcuna, nemmeno annuale.
La commissione di massimo scoperto, per essere valida, deve rivestire i requisiti della determinatezza o determinabilità dell'onere aggiuntivo che viene ad imporsi al cliente, e ciò accade quando sono previsti sia il tasso della commissione, sia i criteri di calcolo, sia la sua periodicità.
Ritenuta l'invalidità della pattuizione di interessi anatocistici, nel caso di mancata disponibilità di tutti gli estratti conto relativi al rapporto in contestazione, per il riparto dell'onere probatorio occorre distinguere due situazioni: laddove sia la banca ad agire per il pagamento ed il primo estratto conto sia a debito per il cliente, la ricostruzione dell'andamento del rapporto deve essere effettuata partendo dal saldo zero; nel caso invece in cui sia il correntista ad agire in ripetizione, la ricostruzione del rapporto è circoscritta al periodo in relazione al quale risultano prodotti gli estratti conto, senza potere muovere dal saldo zero in caso di un primo estratto conto a debito per il cliente.
Promuovendo la presente controversia, [...] espone di avere intrattenuto per anni con la Banca [...] due rapporti di conto corrente bancario, caratterizzati dall'applicazione di clausole anatocistiche illegittime, dalla previsione di interessi usurari, dal pagamento di spese non contrattualmente dovute e di commissioni di massimo scoperto illegittime.
Pertanto, sulla base di una dettagliata perizia stragiudiziale affidata ad uno studio di commercialisti, chiede la condanna della banca alla restituzione della somma capitale di euro 349.410,04, oltre interessi, in quanto corrisposta indebitamente; e chiede altresì di risarcire il danno subìto dalla erronea segnalazione alla centrale rischi effettuata dalla banca in relazione all'andamento dei conti correnti.
a1) Con riferimento elle condizioni praticate dalla banca, è indubbio che, per quanto concerne il periodo precedente il 1° luglio 2000, non è possibile alcuna capitalizzazione degli interessi passivi, e ciò sulla base della ormai granitica giurisprudenza inaugurata dalla Corte di Cassazione nel 1999 e mai più disattesa nei 15 anni successivi, ed anzi ribadita più volte sia a sezioni semplici (Cass. n. 2374/1999, Cass. n. 3096/1999, Cass. n. 12507/1999, Cass. n. 6263/2001, Cass. n. 1281/2002, Cass. n. 4490/2002, Cass. n. 4498/2002, Cass. n. 8442/2002, Cass. n. 14091/2002, Cass. n. 17338/2002, Cass. n. 17813/2002, Cass. n. 2593/2003, Cass. n. 12222/2003, Cass. n. 13739/2003, Cass. n. 4092/2005, Cass. n. 4093/2005, Cass. n. 4094/2005, Cass. n. 4095/2005, Cass. n. 6187/2005, Cass. n. 7539/2005, Cass. n. 10599/2005, Cass. n. 10376/2006, Cass. n. 11749/2006, Cass. n. 11466/2008), sia a Sezioni Unite (Cass. Sez. Un. n. 21095/2004, Cass. Sez. Un. n. 24418/2010), precisando poi che la banca neppure puo' invocare l'istituto dell'overruling a tutela di un suo incolpevole affidamento, trattandosi di mutamento di giurisprudenza riguardante la materia sostanziale e non processuale (Cass. n. 20172/2013).
È qui appena il caso di ricordare, trattandosi di insegnamento ormai pacifico, che partendo dal dato normativo dell'art. 1283 c.c., norma imperativa ed eccezionale che consente l'anatocismo solo con il doppio limite di una domanda giudiziale o una convenzione posteriore alla scadenza, e di interessi dovuti da almeno sei mesi, è stato chiarito che gli usi contrari richiamati dalla norma e che alla stessa possono derogare, sono usi normativi e non negoziali.
Ciò posto, è stato evidenziato come non esista alcun elemento che autorizzi a parlare di usi normativi che consentano la capitalizzazione trimestrale degli interessi a carico del cliente di un istituto di credito: infatti, dal punto di vista oggettivo tale previsione è unicamente riconducibile alle norme interne dell'ABI (che hanno mera natura pattizia), e l'inserimento nelle raccolte delle Camere di Commercio è una presunzione dell'esistenza di un uso e non già della sua natura normativa piuttosto che negoziale; da un punto di vista soggettivo, difetta in ogni caso l'elemento della opinio iuris ac necessitatis, posto che l'accettazione da parte della clientela di una capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi ed annuale di quelli attivi non è sentita come conforme al diritto oggettivo, ma solo come presupposto indefettibile per accedere ai servizi bancari, dato il suo inserimento nei moduli. La conclusione è che la previsione contrattuale della capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente, è basata su un uso negoziale e non su norma consuetudinaria; e pertanto, tale previsione è nulla per violazione della norma imperativa dell'art. 1283 c.c.
La commissione di massimo scoperto è stata infatti diversamente definita o individuata, limitandosi alle due accezioni principali e più diffuse, come il corrispettivo per la semplice messa a disposizione da parte della banca di una somma, a prescindere dal suo concreto utilizzo (ed in tal senso si parla, a volte, anche di commissione di affidamento), oppure come la remunerazione per il rischio cui la banca è sottoposta nel concedere al correntista affidato l'utilizzo di una determinata somma, a volte oltre il limite dello stesso affidamento (nozione, quest'ultima, che sembra essersi imposta più di recente).
Da tale diversità di natura e giustificazione è derivata anche la sopra accennata diversità di metodologie applicative, dal momento che, in coerenza con il primo profilo della commissione, questa viene calcolata sull'intero ammontare della somma affidata, mentre nella seconda ipotesi il calcolo avviene soltanto sul massimo saldo dare registrato sul conto in un determinato periodo (sul periodo da prendere a riferimento si registrano, poi, le più svariate soluzioni, a volte prendendosi in considerazione il trimestre, ed a volte anche periodi ben più brevi, sino addirittura allo scoperto giornaliero). Ancora, manca l'univocità in ordine alla periodicità di calcolo delle commissioni di massimo scoperto, che in alcuni casi vengono computate dalla banca addirittura come un accessorio degli interessi, seguendo la medesima periodicità.
Infatti, per un verso già puo' opinarsi che trattasi di eccezione inammissibile perché tardiva, in quanto nel proprio atto introduttivo la difesa della banca si è limitata ad una generica ed apodittica affermazione che le pretese attoree erano "prescritte, inammissibili, infondate e indimostrate" (pag. 35 comparsa di costituzione e risposta), sovrapponendo categorie giuridiche tra loro del tutto distinte e non illustrando i termini dell'eccezione di prescrizione.
Pur se lucidamente argomentata dalla difesa di parte attrice e sostenuta da qualche sparuta pronuncia di merito, non puo' quindi essere accolta la tesi per la quale, sulla base del cosiddetto principio di vicinanza della prova, deve sempre e comunque farsi ricadere sulla banca l'onere della produzione degli estratti conto, indipendentemente dal fatto che sia presentata dalla banca stessa domanda di pagamento ovvero sia proposta dal correntista domanda di ripetizione.
Infatti, il principio di vicinanza della prova puo' e deve guidare l'interprete nei casi in cui la ricostruzione degli oneri probatori è oggettivamente dubbia (cfr. Cass. Sez. Un. n. 13533/2001 sul riparto probatorio tra creditore e debitore, nonché Cass. Sez. Un. n. 141/2006 sul riparto probatorio in ordine ai requisiti dimensionali dell'art. 18 Stat. Lav.), ma non puo' certo essere utilizzato per scardinare le regole generali poste dall'art. 1697 c.c., così come invece accadrebbe nel caso che qui occupa.
Va invece rigettata la domanda attorea di ottenere il risarcimento per il presunto maggior danno derivante dalle segnalazioni alla centrale rischi ritenute illegittime - domanda in realtà sostanzialmente abbandonata in coso di causa in quanto neppure illustrata nelle difese conclusive - in quanto da un lato dette segnalazioni non possono essere ritenute illegittime, essendo relative alla situazione contabile all'epoca vigente tra le parti e non ancora oggetto di contestazione; dall'altro lato e comunque, anche a volere in mera ipotesi diversamente opinare, l'attore non ha provato, ed in realtà nemmeno offerto di provare o quantomeno dedotto nelle sue linee generali, il danno asseritamente subìto a seguito di tali segnalazioni, ciò che è dirimente per il rigetto della domanda risarcitoria.
- condanna la Banca [...] a pagare a [...] euro 140.310,10, oltre interessi legali dal 30/1/2010 al saldo;
- condanna la Banca [...] a rifondere a [...] le spese di lite del presente giudizio, che liquida in euro 900 per compensi, euro 15.000 per compensi, oltre IVA e CPA come per legge;
- pone le spese di CTU, già liquidate in corso di causa con separati decreti 14-15/5/2012 e 11/5/2013, definitivamente a carico dela Banca [...].

References: Cass. 
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