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Timestamp: 2019-10-16 07:45:52+00:00

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Cassazione civile anno 2005 n. 1658 Ricorso Comportamento processuale e dichiarazione dei procuratori Titoli di credito – Gadit
Cassazione civile anno 2005 n. 1658 Ricorso Comportamento processuale e dichiarazione dei procuratori Titoli di credito
Nell’impugnata sentenza lo svolgimento del processo è esposto come segue.
"Con ricorso depositato il 26-7-90 la B. P. di P. e B. soc. coop. a r.l., con sede in P., premesso che era creditrice nei confronti di D. G. dell’importo di L. 25.340.720, ivi comprese le spese di protesto, in forza di n. 10 cambiali di L. 2.500.000 cadauna, emesse dal predetto D. con girata della Impresa Costruzioni G. & C. snc e scontate dalla B. alla I. Fin. spa di Martina Franca, ed aggiungendo che la società I. Fin. e la Impresa Costruzioni G. & C. snc erano state dichiarate tallite, chiedeva ed otteneva dal Presidente del Tribunale di Bari in data 8-10-90 decreto ingiuntivo di pagamento, provvisoriamente esecutivo, nei confronti de D. per la somma di L. 25.340.720, oltre che per gli interessi e spese di procedura. Avverso detto decreto proponeva opposizione il D., con atto notificato il 3-12-90 invocando la revoca per la falsità della sua firma di emittenza apposta in calce a tutti gli effetti ad opera degli amministratori della società G., resisi protagonisti, assieme ad altre società collegate, di un crak economico e finanziario dell’ordine di circa 80 miliardi di lire, realizzato attraverso la emissione di cambiali falsificate e di truffe ai danni di numerose persone di Mola di Bari, fatto che aveva avuto risonanza anche sulla stampa; deduceva, altresì, di non aver mai contratto debiti con l’impresa G., tranne nell’autunno del 1984, epoca in cui gli amministratori di detta impresa lo indussero ad acquistare due degli appartamenti da costruirsi su un suolo ex M., dietro rilascio di effetti cambiari del tutto diversi da quelli azionati con l’ingiunzione, ma successivamente apprendeva che il suolo non era stato acquistato e l’opera non sarebbe stata mai realizzata.
Con comparsa di risposta del 2-1-91 si costituiva la B. P. di P. e B., resistendo all’opposizione e proponendo istanza di verificazione.
Sospesa dal G.I. la provvisoria esecuzione, veniva disposta ed espletata consulenza tecnica grafica, a mezzo della Dott.ssa E. S., al fine di accertare la autografia o meno delle firme di emissione.
Depositata la relazione, la causa passava in decisione.
Il Tribunale di Bari – Sezione 1^ Civile, con sentenza n. 145 del 17- 12-96/18-1-97, – rilevando che, in base alle risultanze della consulenza tecnica di ufficio, le firme a nome di D. G. apposte sulle cambiali erano, con forte probabilità, autentiche e aggiungendo che tali risultanze erano confortate dalle ammissioni dell’opponente D. di aver effettivamente rilasciato titoli a favore dell’impresa G. per l’acquisto di appartamenti, senza poi ottenerne la restituzione pur in mancanza di conseguimento degli immobili, eccezioni, queste, però, non opponibili alla B., quale terzo possessore in buona fede -, rigettava la opposizione confermando il decreto; condannava il D. al pagamento delle spese processuali.
Avverso codesta sentenza, non notificata, proponeva appello il D., con atto notificato il 5-5-97, dinanzi a questa Corte, chiedendo la riforma della sentenza, per i motivi che si illustreranno in seguito.
Con comparsa di risposta del 4-7-97 si costituiva la B. M. spa, già B. P. di P. e B. soc. coop. a r.l., resistendo all’appello e invocando il rigetto…".
Con sentenza 23.12.99 – 13.3.00 La Corte di Appello di Bari, definitivamente pronunziando sull’appello, provvedeva come segue:
"1) rigetta l’appello;
2) condanna l’appellante D. G. a pagare in favore della B. M. spa le spese di questo grado, liquidate di ufficio in mancanza di specifica, in complessive L. 4.035.000, di cui L..
350.000 per esborsi, L. 1.350.000 per diritti, L. 2.000.000 per onorari, L. 335.000 per spese generali oltre ccap ed iva come per legge.".
Contro questa decisione ha proposto ricorso per Cassazione D. G..
La B. DI ROMA s.p.a. "…nella qualità di società incorporante e subentrante in tutto il patrimonio attivo e passivo della incorporata B. M. spa…" ha resistito con controricorso.
Detta parte ricorrente ha anche depositato memoria.
I motivi di ricorso vanno esaminati insieme in quanto connessi.
Con il primo motivo il ricorrente D. G. denuncia "Violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., 61 e 116 c.p.c. sull’onere della prova (art. 360 n. 3 c.p.c.). Contraddittorietà ed illogicità di motivazione. Omessa ed insufficiente motivazione su punti decisivi della controversia – art. 132 n. 4 c.p.c. – (art 360 n. 5 c.p.c.)" esponendo doglianze che possono essere riassunte come segue. Il Supremo Collegio ha insegnato che la perizia grafica ha valore solo di indizio, mentre i Giudici di merito l’hanno ritenuta prova vera e propria (così violando l’art. 61 c.p.c.). Orbene la Corte di merito ha errato nel ritenere provata la esistenza del debito soltanto attraverso la perizia grafica che, per un verso concludeva esclusivamente in termini di "forte probabilità" (non certezza), e per altro verso, per sua natura avrebbe potuto costituire solo un indizio e non prova, ove pure avesse concluso in termini di certezza, n ragionamento seguito dalla Corte di merito è viziato ancora sotto altro profilo, allorchè condivide sia l’iter seguito dal C.T.U. nell’indagine, sia le relative conclusioni, quali fonti di prova.
Ritengono infatti i Giudici che la CTU non avrebbe concluso in termini dubitativi, in quanto è il metodo scientifico applicato che si avvale di dati esclusivamente probabilistici per giungere a conclusioni assai vicine alla certezza. Con l’ulteriore precisazione che gli accertamenti effettuati non potevano prescindere da leggi probabilistiche, basate non sulla certezza assoluta, ma su un rilevante grado di certezza che, "pur sempre è tale da escludere ogni ragionevole dubbio". In verità non sembra che il ragionamento sia coerente e logico, nè risulta congruamente motivato, poichè non può escludersi il dubbio allorchè il metodo non è di certezza, come dalla stessa Corte ritenuto. Infine, non è logica, coerente e congruamente motivata la decisione sul punto, poichè per un verso ritiene che il metodo seguito è probabilistico, e per altro verso ritiene che tale metodo è di certezza probatoria, nei sensi voluti dall’art. 2697 c.c. E’ pur vero che, sia pure fugacemente e confusamente, la Corte di Appello tenta di motivare il suo convincimento, aggiungendo alle risultanze della CTU una pretesa ammissione del D. in ordine a rapporti cambiari precedenti. Ma il ragionamento è in radice viziato ed in aperto contrasto con le risultanze documentali. Infatti, in primo luogo era il difensore del D. (non questi), che con l’atto di opposizione aveva dichiarato che nell’anno 1984 erano stati rilasciati effetti cambiari riguardanti una precedente truffa, mai restituiti, ma del tutto diversi rispetto a quelli posti a base del decreto opposto (relativi all’anno 1987). Nel giudizio in esame, i titoli oggetto di causa recano la data di (presunta) emissione all’11.4.1987, cioè dopo tre anni rispetto alla prima. Tra l’altro la Corte avrebbe dovuto congruamente dimostrare e motivare le ragioni per le quali la "ammissione" del difensore del D., così come realmente espressa (anno 1984), non era credibile, e per quali oggettive e credibili ragioni, al contrario, doveva riguardare le cambiali oggetto di causa, che erano dell’anno 1987. In ogni caso, la Corte per togliere efficacia al "contegno" rilevato, non poteva onerare il D. della prova di aver pagato i precedenti effetti. La sentenza impugnata ha omesso di valutare complessivamente le risultanze processuali, mentre al contrario ha proceduto ad una considerazione atomistica di dati inconfutabili.
Con il secondo motivo il ricorrente D. G. denuncia "Omessa decisione su un punto decisivo della controversia. Ancora violazione e falsa applicazione degli artt .2697 c.c., 116 e 132 c.p.c. (artt. 360 n. 3 e 5 c.p.c.)" esponendo doglianze che possono essere riassunte come segue. Ritiene la Corte di Appello che la autografia risulterebbe confermata dal raffronto delle scritture, ed in particolare dal rilievo che il "gesto grafico ed il gesto fuggitivo fossero perfettamente corrispondenti e che le poche differenze riscontrate erano qualitativamente quantitativamente insignificanti e spiegabili solo con il maggiore spazio che la mano aveva avuto a disposizione, nell’apporre ha firma nei fogli in bianco per il saggio di comparazione rispetto a quello più ristretto dell’effetto cambiario". E’ evidente che i Giudici del merito abbiano seguito il metodo della comparazione alfabetica, limitandosi a paragonare tra di loro le singole lettere. Ma è notorio che quel metodo non ha nulla di scientifico, e che al metodo calligrafico si è sostituito quello grafonomico, che studia la grafia non solo nel suo aspetto obiettivo.
Erroneo è ancora il ragionamento dei Giudici del merito nella parte in cui sostiene che la autografia delle cambiali poteva desumersi dalla ammissione del D. di non aver avuto in restituzione cambiali emesse nel 1984. Nella sostanza, la decisione ritiene che le cambiali oggetto di causa potrebbero essere quelle emesse nel 1984. Il ragionamento però è illogico e contraddittorio con le risultanze documentali.
Con il terzo motivo il ricorrente D. G. denuncia "Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia. Violazione e falsa applicazione degli artt. 2702, 2769 c.c., 116 e 214 c.p.c. (art 360 n. 3 e 5 c.p.c.)." esponendo doglianze che possono essere riassunte come segue. La decisione impugnata afferma erroneamente che il metodo seguito dal C.T.U. nell’accertamento è scientifico, anche se non di certezza matematica. Non si conosce quale regola di scienza sia stata applicata (la parte ricorrente ribadisce poi censure già esposte).
Nel caso di specie la Corte ha escluso senza adeguata motivazione il fatto notorio, massicciamente provato e riconosciuto, peraltro specifico e sovrapponibile al caso in esame, dichiarando puramente e semplicemente che "non può assolutamente risolversi in prova, anche in favore del D., circa la falsità di emittenza delle cambiali in oggetto, atteso che lo stesso D. ha ammesso di aver avuto rapporti economici e finanziari con detta impresa e di aver effettivamente rilasciato cambiali a suo nome a favore della stessa, senza aver mai aggiunto o provato di averle pagate". Come è stato evidenziato in sede di appello, da un attento esame delle cambiali, risultava che la data di negoziazione (e dei bolli) è tra l’11.11.1987 ed il 16.12.1987. La girata non recava data, e quindi per l’art. 24 co. 2 della legge sulla cambiale, vi è la presunzione della priorità solo rispetto alla data di scadenza, e non in altri momenti. Orbene, le date suddette sono tutte successive alla dichiarazione de fallimento della Ditta G. (Sentenza Trib. Taranto del 09.10.1987, come è pacifico e risulta dalla copia di atto di citazione in revocatoria allegato). Sicchè, se la Fallita ha negoziato i titoli in epoca successiva alla dichiarazione di fallimento, da un lato la girata è nulla, a causa della incapacità del girante e conseguente titolarità del credito solo in capo alla Curatela fallimentare, dall’altro, stante la efficacia "erga omnes" della sentenza dichiarativa del Fallimento, la B. opposta non aveva titolo per esigere il credito. In ogni caso tutti gli elementi sopra evidenziati, valutati nel loro complesso, confermavano che i titoli posti a base della domanda erano apocrifi, e che si era in presenza di una truffa.
Con il quarto motivo la parte ricorrente denuncia "Omessa ed insufficiente motivazione e decisione sulla nullità della girata (art. 360 n. 3 e 5 c.p.c.)" esponendo doglianze che possono essere riassunte come segue:
A) E’ provato che la girata è nulla, in quanto avvenuta dopo la dichiarazione del fallimento del girante.
B) Il D. aveva disconosciuto anche il contenuto dei titoli, in quanto falsi nella compilazione, in tutte le parti, oltre che nella sottoscrizione. Aveva anche precisato che la data ed il luogo di emissione erano falsi.
C) Per tali ragioni, la Corte non poteva considerare "titoli cambiali" i documenti posti a base della domanda, con ogni conseguenza sulla presunta astrattezza degli stessi e alla non opponibilità di eccezioni alla B. opposta.
D) Accanto alle altre erronee statuizioni, i Giudici del merito hanno omesso ogni decisione in ordine alla eccepita (e provata) nullità della girata, in quanto successiva alla dichiarazione del Fallimento della girante.
Con il quinto motivo la parte ricorrente denuncia "Contraddittorietà di motivazione sulla richiesta di rinnovo della CTU. Violazione dell’art. 61 c.p.c. (art 360 n. 3 e 5 c.p.c.)" esponendo le seguenti doglianze. La consulenza non è mezzo di prova, ma può essere ritenuta necessaria dalle circostanze e deve essere ammessa dal Giudice quando le parti lo richiedano. La Corte ha rigettato l’istanza del D., ritenendo le censure di questi generiche. Al contrario l’odierno ricorrente aveva evidenziato che il Consulente non aveva seguito un metodo scientifico, e la censura di per sè era sufficiente a sollecitare il rinnovo della indagine. Inoltre il D. aveva fatto presente e documentato con sentenze allegate al fascicolo che il Tribunale di Bari, chiamato a decidere su numerose opposizioni a decreti di ingiunzione e precetti cambiari, aventi tutti ad oggetto la falsità di sottoscrizioni cambiarie riguardanti la fallita Impresa G., aveva affidato la perizia grafica a CTU diversi, ed in particolare alcune al noto prof. Di Desidero, ed altre alla Dott. S. (CTU nel presente giudizio). Inspiegabilmente, la Dott. S. aveva ritenuto autografe tutte le firme sottoposte al suo esame in diversi giudizi riguardanti tutti parti diverse, mentre il prof. Di Desidero le aveva ritenute tutte apocrife. Aveva ancora evidenziato il D. che lo stesso Tribunale di Bari (sezione seconda, con altro Magistrato Relatore), aveva disatteso la CTU della stessa Dr.ssa S..
Le doglianze in questione non possono essere accolte, in quanto l’impugnata decisione è fondata su una motivazione che in tutte le sue parti è sufficiente, logica, non contraddittoria e rispettosa della normativa sopra indicata.
Con riferimento alla tesi secondo cui "…era il difensore del D. (non questi!…), che con l’atto di opposizione aveva dichiarato che nell’anno 1984 erano stati rilasciati effetti cambiari riguardanti una precedente truffa, mai restituiti, ma del tutto diversi rispetto a quelli posti a base del decreto opposto (relativi all’anno 1987)… occorre rilevare che si è di fronte ad una doglianza inammissibile prima ancora che priva di pregio (essendo comunque l’impugnata decisione immune, come già esposto, da vizi logici o giuridici), in quanto, in violazione del principio di autosufficienza del ricorso, non viene riportata la dichiarazione del "difensore del D." insieme al contesto rilevante dell’atto (cfr. Cass. n. 11133 del giorno 11/06/2004: "Ai fini dell’ammissibilità del ricorso per Cassazione, è necessario che il ricorrente indichi in modo autosufficiente, e cioè con specificazione che consenta, attraverso lo stesso ricorso, la chiara e completa cognizione dei fatti e delle argomentazioni, gli elementi trascurati dalla sentenza impugnata, nella loro materiale consistenza, nella loro pregressa deduzione in sede di merito e nella loro processuale rilevanza, intesa quale potenzialità probatoria che consenta di giungere ad una diversa decisione."; cfr. anche tra le altre Cass. n. 2838 del 25/03/1999, Cass. n. 3284 del 05/03/2003, Cass. il 14262 del 28/07/2004, e Cass. a SEZ. U n. 9561 del 16/06/2003; ovviamente tale principio di diritto vale anche con riferimento al contenuto di ani difensivi di gradi precedenti). Quanto alla mancanza di pregio della censura (nel senso che questa è comunque giuridicamente errata) è opportuno aggiungere in particolare: – che "il comportamento processuale (che nel cui ambito rientra anche il sistema difensivo adottato dal suo procuratore) o extraprocessuale delle parti, può costituire, ai sensi dell’art. 116 cod. proc. civ., non solo elemento di valutazione delle risultanze acquisite ma anche unica e sufficiente fonte di prova." (v. tra le altre Cass. n. 12145 del 10.08.2002; Cfr. tra le altre: Cass. n. 10268 del 16/07/2002; cass. n. 06568 del 06/07/1998;
e cass. n. 06344 del 05/06/1991); – che la sopra citata affermazione del difensore del D. rientra ovviamente in detto comportamento processuale; – e che la Corte di Appello ha correttamente (anche se in modo parzialmente implicito) applicato tale principio di diritto (inquadrando chiaramente in detto significativo comportamento anche quello identificato con la frase: "…senza che abbia mai aggiunto o comunque provato di averle pagate…"; il che chiarisce chiaramente che la Corte non si è basata su un mancato adempimento di un affermato onere di provare detto pagamento; ma ha semplicemente ritenuto significativa ex art. 116 c.p.c. la mancata affermazione o prova di aver provveduto al pagamento).
La censura riguardante la C.T.U. è inammissibile (oltre che per le ragioni A e B che verranno esposte in seguito con riferimento generale a tutte le doglianze fondate su specifiche risultanze processuali) anche per i seguenti ulteriori e particolari motivi: -1) in quanto non vengono realmente, specificamente e ritualmente esaminate le effettive argomentazioni svolte dalla Corte nella sua lunga ed esauriente motivazione sul punto; -2) in quanto anche la tesi secondo cui la "…comparazione alfabetica…" non avrebbe nulla di scientifico è generica essendo esposta in termini sostanzialmente apodittici e senza adeguato supporto argomentativo concernente specificamente quanto affermato dal C.T.U. (va aggiunto che comunque il brevissimo brano (citato) della C.T.U. (più precisamente trattasi della citazione del punto della motivazione in cui la Corte a sua volta cita quanto asserito dal C.T.U.; v. le ultime righe a pag. 10 del ricorso, e le prime righe della pagina successiva) su cui si fonda è certamente privo del requisito della decisività; e che le ulteriore doglianze esposte in memoria sul punto sono inammissibili in quanto tardive).
Pure la censura riguardante la "negoziazione" della cambiale da parte dell’impresa G. e quindi l’asserita nullità della girata è inammissibile (oltre che per le ragioni A e B che verranno esposte in seguito con riferimento generale a tutte le doglianze fondate su specifiche risultanze processuali) anche per i seguenti ulteriori e particolari motivi: -1) in quanto non vengono realmente, specificamente e ritualmente esaminate le effettive argomentazioni svolte dalla Corte nella sua esauriente motivazione circa le date suddette; -B) in quanto le rationes decidendi esposta da detto Giudice sono in realtà tre; tutte e tre sono autonome; e ciascuna di esse è idonea da sola a sorreggere la decisione sul punto (secondo l’iter logico-giuridico della sentenza) mentre la parte ricorrente critica solo la ratio concernente le date predette (nella sentenza vengono esposte le seguenti tre rationes: "…Con il terzo motivo si lamenta che non sia stata ritenuta la inesistenza del credito per nullità della negoziazione avvenuta successivamente alla dichiarazione di fallimento della Impresa Costruzioni G. e desumibile dallo esame delle date tra l’1-11-87 e il 16-12-87 esistenti in calce sul davanti delle cambiali. Anche questo motivo è infondato. Intanto vi è da dire che tali date non contengono alcun riferimento nè a bolli o a timbri di uffici pubblici nè a bolli o timbri della B. nè ad atti di negoziazione nè ad atti di girata, sicchè non vi è alcun elemento che possa far ritenere la girata delle cambiali compiuta dopo la dichiarazione di fallimento di detta Impresa. In secondo luogo vi è da rilevare che nessun interesse può aver il D. ad eccepire la nullità della girata, essendo egli debitore e dovendo comunque pagare. In terzo luogo va osservato che, in applicazione del principio del divieto di oppone al possessore di buona fede del titolo eventuali eccezioni personali fondate sui rapporti con i precedenti possessori, l’emittente non può rifiutare il pagamento della cambiale, eccependo che il titolo è stato girato a terzi dal prenditore, dopo che questi e stato dichiarato tallito, essendo in tal caso la girata inefficace solo ed esclusivamente nei confronti della massa dei creditori del girante fallito…"); a tal proposito va rilevato che secondo una giurisprudenza consolidata "Qualora la sentenza di merito impugnata si fondi su più ragioni autonome, ciascuna delle quali logicamente e giuridicamente idonea a sorreggere la decisione, l’omessa impugnazione, con ricorso per Cassazione, anche di una soltanto di tali ragioni determina l’inammissibilità, per difetto di interesse, anche del gravame proposto avverso le altre, in quanto l’eventuale accoglimento del ricorso non inciderebbe sulla "ratio decidendi" non censurata, con la conseguenza che la sentenza impugnata resterebbe pur sempre fondata su di essa." (v. tra le altre Cass. n. 5902 del 23/04/2002; e Cass. n. n. 11200 del 17/07/2003); tale giurisprudenza va certamente condivisa nella sua parte essenziale, precisando però che la ratio non censurata, proprio in quanto non è stata oggetto di impugnazione non può in alcun modo essere valutata dal Giudice dell’impugnazione medesima; quindi quest’ultimo deve valutare l’idoneità della medesima a sorreggere autonomamente la decisione solo stando all’iter logico seguito nel punto in questione dell’impugnata sentenza; in altri termini, se in quest’ultima la ratio non impugnata viene esposta come idonea a sorreggere autonomamente la decisione, dato che tutta la ratio stessa (e quindi anche detta sua asserita idoneità;
che costituisce chiaramente essenziale parte della medesima) non può più essere posta in discussione, il Giudice dell’impugnazione deve limitarsi a prendere atto di ciò e dichiarare quindi inammissibile la doglianza concernente l’ulteriore ratio contestata; il principio di diritto va quindi esposto (più esattamente) nei seguenti termini:
Qualora la sentenza di merito impugnata si fondi su più ragioni autonome, ciascuna delle quali logicamente e giuridicamente idonea a sorreggere la decisione secondo l’iter logico-giuridico seguito sul punto in questione nella sentenza impugnata, l’omessa impugnazione, con ricorso per Cassazione, anche di una soltanto di tali ragioni determina l’inammissibilità, per difetto di interesse, del gravame proposto avverso le altre, in quanto l’eventuale accoglimento dell’impugnazione con riferimento a queste ultime ragioni non inciderebbe sulle rationes decidendi non censurate (ovvero sulla ratio decidendi non censurata), con la conseguenza che la sentenza impugnata resterebbe pur sempre fondata su queste ultime (ovvero su quest’ultima)".
Per il resto i motivi, nella misura in cui si fondano su specifiche risultanze processuali, sono inammissibili per le seguenti ragioni: – A) perchè, in violazione del sopra citato principio di autosufficienza del ricorso non riportano ritualmente il contenuto delle risultanze processuali in questione (in particolare della C.T.U. e delle cambiali); i brani talora citati sono troppo brevi e quindi non consentono a questa Corte una sufficiente valutazione; – B) perchè "il vizio di omessa o insufficiente motivazione, deducibile in sede di legittimità ex art 360 n. 5 cod. proc. civ., sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia, e non può invece consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte perchè la citata norma non conferisce alla Corte di Cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico – formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fiata dal giudice del merito al quale soltanto spetta individuare le fonti del proprio convincimento, e, all’uopo, valutarne le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione" (Cass. S.U. n. 05802 dell’11/0671998; v. inoltre, tra le successive: Cass. 10406 del 29/05/2004, Cass. n. 08523 del 05/05/2004; e cass. n. 01025 del 22/01/2004); invece nella specie le doglianze, al di là della loro formale enunciazione comprendente anche asseriti vizi giuridici, consistono in sostanza in una diversa valutazione in ordine alla scelta, all’interpretazione, all’attendibilità ed alla concludenza delle risultanze istruttorie idonee a chiarire i fatti in contestazione, e non costituiscono quindi rituali motivi di ricorso.
Le doglianze sul punto debbono quindi ritenersi inammissibili prima ancora che prive di pregio (in quanto la motivazione dell’impugnata decisone deve comunque ritenersi sufficiente, logica, non contraddittoria e rispettosa della normativa in questione).
Le doglianze che non sono (anche) inammissibili sono comunque prive di pregio perchè la motivazione contenuta nell’impugnata decisione contiene valutazioni tipicamente di merito che si sottraggono al sindacato di legittimità essendo (come già sopra rilevato) immuni dai vizi logici e giuridici lamentati.
Non rimane dunque che rigettare il ricorso.
Sussistono giusti motivi per compensare le spese del giudizio di Cassazione.
Così deciso in Roma, il 18 novembre 2004.
Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2005

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 art. 132
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 Cass. 
 Cass. 
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 art. 116
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