Source: http://www.geronimados.com/2011/11/
Timestamp: 2018-11-16 11:29:45+00:00

Document:
GERONIMADOS: novembre 2011
L'AVVOCATO E' TENUTO A CONSEGNARE I DOCUMENTI IN SUO POSSESSO
Anche se il cliente non paga le spese legali, l’avvocato è tenuto a consegnare la documentazione in suo possesso.
Corte di Cassazione Sez. unite – Sentenza n. 24080 del 17 novembre 2011
Dalla lettura della sentenza impugnata emerge in fatto che dopo avergli revocato ogni mandato, il sig. L..M. ha presentato un esposto nei confronti dell’avv. D.P. , a carico del quale il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Monza ha poi aperto procedimento disciplinare per i seguenti capi d’incolpazione: 1) per avere violato gli artt. 33, 42 e 43 CDF perché, dopo la revoca della sua nomina a difensore avvenuta con racc. r.r. del 25 luglio 2006, ricevuta il 3 agosto 2006, non si adoperava affinché la successione nei mandati avvenisse senza danni per l’assistito sig. M.L. ed anzi, agiva in senso inverso non consegnando la documentazione né la contabilità delle spese sostenute ed in particolare: a) richiedendo in data 3 novembre 2006 (e cioè a revoca già avvenuta), due copie autentiche con formula esecutiva della sentenza n. 789/2006 del Giudice di Pace di Monza, pronunciata nella causa M.L. /Comune di Villasanta ed E. spa e non consegnandole né al cliente né al nuovo difensore precludendo e/o comunque rendendo più difficoltosa ed onerosa la prosecuzione della difesa ed in particolare l’esecuzione del titolo in esame; b) non fornendo al cliente e al nuovo difensore copia delle fatture relative agli assegni fatti sulla Banca Popolare di Bergamo per l’importo rispettivamente di Euro 250,00, 1.000,00 e 1.400,00, precludendo in tal modo e comunque rendendo più difficoltosa ed onerosa l’eventuale attività di recupero di detti importi e comunque non fornendo al cliente informazioni che è obbligato a fornire ex art. 42 co. II CDF; c) non fornendo al cliente e al nuovo difensore copia della documentazione inerente un sinistro trattato nell’interesse del sig. L..M. con la F. Ass.ni (e in particolare copia della quietanza che ha definito il sinistro), violando in tal modo il disposto di cui all’art. 42 CDF ed impedendo e/o comunque rendendo più difficoltosa l’attività di verifica inerente la posizione.
2) Per aver violato gli artt. 5, 6, 7 e 8 CDF in quanto, in violazione dei doveri di probità, lealtà, correttezza, fedeltà e diligenza non consegnava al sig. L..M. , suo assistito che in più sedi e forme gliene faceva esplicita richiesta a far tempo dal 25 luglio - 3 agosto 2006, i documenti di cui al capo 1)… E ciò nonostante esplicito impegno in tal senso assunto avanti alla Commissione Disciplinare dell’Ordine di Monza in data 26 marzo 2007″.
Così riassunte le difese del ricorrente, osserva il Collegio che secondo il Consiglio Nazionale Forense, l’inesatto richiamo dei capi d’incolpazione operato dal dispositivo della decisione del Consiglio dell’Ordine era stato il frutto di un mero errore materiale che aveva determinato una semplice discrepanza chiaramente percepibile e, perciò, incapace d’ingenerare ragionevoli dubbi sul contenuto e le ragioni della condanna dell’incolpato che, infatti, aveva impugnato in modo ampio ed articolato, mostrando così di non aver risentito alcun pregiudizio del suo diritto di difesa. Trattandosi di valutazione di merito non inficiata da vizi logici o giuridici né adeguatamente contestata dall’incolpato, che in violazione del principio di autosufficienza del ricorso non ha nemmeno riprodotto il testo del provvedimento del Consiglio dell’Ordine, il primo motivo del ricorso dev’essere di conseguenza rigettato.
Quanto al terzo motivo, giova innanzitutto precisare che il Consiglio Nazionale non si è interrogato sulla natura, processuale o meno, della richiesta delle copie né ha sostenuto che l’avv. P. avrebbe dovuto spingersi a consegnarle anziché limitarsi a metterle a disposizione, ma si è attenuto alle risultanze istruttorie, ritenendo ampiamente dimostrato dalle raccomandate in atti, nonché dalle dichiarazioni del M. e del suo nuovo difensore, che ad un certo punto della vicenda l’incolpato aveva cominciato a porre in essere una condotta finalizzata ad ostacolare il suo ex cliente. In un quadro del genere, ha osservato il Consiglio Nazionale, risultava irrilevante accertare se la richiesta delle copie fosse stata o meno fatta su sollecitazione del M. , perché anche a prescindere dal fatto che la presentazione dell’istanza era avvenuta tre mesi dopo la revoca del mandato e, cioè, quando l’ex cliente aveva già più volte domandato la restituzione della documentazione, quello che in realtà contava era che l’avv. P. non poteva non sapere che la loro mancata acquisizione avrebbe impedito al M. di procedere in forma esecutiva.
In considerazione di quanto sopra, il Consiglio Nazionale ha quindi concluso per la sussistenza della responsabilità disciplinare dell’avv. P. , esprimendo in tal modo un giudizio che non può essere sindacato in questa sede perché basato su di una ricostruzione dell’accaduto immune da errori logici o giuridici.
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Corte di Cassazione - Ordinanza n. 22759/2011 Novembre 3, 2011 ·
Infortunio in itinere - No all’indennizzabilità se di sua scelta il lavoratore ha utilizzato il mezzo proprio per recarsi al lavoro
Corte di Cassazione Sez. Lavoro - Sent. del 03.11.2011, n. 22759
Proponeva gravame il L. e la Corte di Appello di Reggio Calabria, con sentenza dell’11 maggio-1 giugno 2010, rigettava l’appello.
Il ricorrente, infatti, articola la censura richiamando la giurisprudenza di questa Corte con la quale sono stati indicati i principi di diritto che governano l’indennizzabilità degli infortuni occorsi durante il tragitto di andata e ritorno dall’abitazione al luogo di lavoro; principi che sono stati, poi sussunti dal legislatore nel disposto dell’ultimo comma dell’articolo 12 del D.Lgs n. 38/2000. Il ricorrente, però, non precisa in alcun modo quali siano le affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata che siano in contrasto con le disposizioni richiamate, così non consentendo a questa Corte di adempiere il compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione (Cassazione civile, sez. 1. 6 febbraio 2009, n. 2993), né il L. riporta il contenuto dei documenti che asserisce essere stati mal valutati dal giudice del gravame.
Depositata in Cancelleria il 03.11.2011
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IL LAVORATORE HA DIRITTO ALLE DIFFERENZE RETRIBUTIVE PER MANSIONI SUPERIORI PUR IN ASSENZA DI UN DIRITTO ALLA PROMOZIONE.
Corte di Cassazione Sez. Lavoro - Sent. del 27.10.2011, n. 2243
Con sentenza n. 78/06 il Tribunale di Orvieto condannava il Ministero della Giustizia a pagare a D. le differenze retributive spettanti ex art. 52 del D. Lgs. n. 165/01 per l’espletamento di mansioni appartenenti a qualifica superiore perché, essendo direttore della Casa Circondariale di Orvieto, in quanto tale inquadrato nella IX qualifica funzionale (poi divenuta area C3), aveva proseguito nello svolgere dette funzioni anche dopo che l’istituto penitenziario era stato individuato, con D.M. 23.10.01 emesso ai sensi deIl’art. 3 d.lgs. n. 146/2000, come ufficio di livello dirigenziale non generale, struttura a capo della quale era prevista - appunto - la figura del dirigente.
La decisione era ribaltata dalla Corte d’Appello di Perugia con sentenza del 10.12.08, che rigettava la domanda del D. non potendosi considerare come qualifica immediatamente superiore quella dirigenziale, appartenente ad un ruolo e ad una carriera diversi, tale da individuare un differente status aggiungevano i giudici del gravame che il D. per effetto della nuova classificazione della Casa Circondariale di Orvieto, era rimasto al vertice della medesima struttura in attesa della nomina del dirigente, continuando ad operare con i poteri e le prerogative del funzionario dirigente di area C3, senza gli obblighi e i poteri propri della figura dirigenziale.
Per la cassazione di tale sentenza ricorre il D. affidandosi a quattro motivi.
1- Con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 52 d.lgs. n. 165/01 (oltre che degli artt. 4 d.lgs. n. 146/2000, 36 Cost. e 21l26 c.c.) nella parte in cui l’impugnata sentenza ha ritenuto la norma inapplicabile nell’ipotesi di espletamento delle mansioni di dirigente da parte di un funzionario di area C 3 consideratane la diversità di ruolo, di carriera e di status di guisa che quella
dirigenziale non potrebbe considerarsi come qualifica superiore ai sensi e per gli effetti della disposizione citata.
Con il secondo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 24 del vigente CCNL per il comparto Ministeri e degli artt. 1362 e ss. c.c., che stabilisce che sono altresì considerate mansioni superiori - per i dipendenti che rivestono l’ultima posizione economica dell’area di appartenenza - quelle corrispondenti alla posizione economica iniziale dell’area immediatamente superiore.
Con il terzo motivo si prospetta violazione e falsa applicazione dell’art. 20 d.P.R. n. 266/87, dell’art. 13 CCNL comparto Ministeri 1998-2001, degli artt. 1362 e ss. c.c. relativamente all’interpretazione dell’art. 13 e della nuova classificazione del personale attuata dal predetto CCNL, all. A, nonché dell’art. 4 d.lgs. n. 146/2000, nella parte in cui la gravata pronuncia non ha considerato che il diritto alle differenze retributive oggetto di lite trova titolo nelle espletate funzioni di reggenza dell’ufficio in attesa della destinazione del dirigente titolare, reggenza che nel caso del D. si era protratta per oltre 5 anni, vale a dire ben oltre una mera fase transitoria, fino a quando non era stato - poi - effettivamente nominato dirigente della struttura.
Con il quarto motivo ci si duole della contraddittorietà od illogicità della motivazione laddove la Corte territoriale ha escluso che il D. avesse svolto mansioni dirigenziali sol perché si era limitato a permanere a capo della struttura di cui era già direttore, nonostante che la stessa fosse stata ormai individuata come sede da ricoprire con incarico dirigenziale.
2- Il primo e il quarto motivo - da esaminarsi congiuntamente perché connessi ed esattamente oppositivi alle argomentazioni svolte dall’impugnata sentenza sono fondati.
Si premette che nel presente contenzioso è in discussione non già l’attribuzione della qualifica dirigenziale, bensì il mero diritto al pagamento delle differenze retributive per l’espletamento delle relative mansioni ad poera di un funzionario di area C 3.
Secondo l’impugnata sentenza, non essendo la figura del funzionario in alcun modo equiparabile a quella del dirigente, diversi essendone ruolo e carriere, resterebbe esclusa l’applicazione dell’art. 52 d.lgs. n. 165/2001.
L’affermazione collide, però, con l’insegnamento che questa S.C. ha già avuto modo di esprimere, da ultimo, con sentenza n. 8529 del 12.4.06 e che va qui ribadito, infatti, se è pur vero che il cit. art. 52 al Co. 1° stabilisce che “l‘esercizio di fatto di mansioni non corrispondenti alla qualifica di appartenenza non ha effetto ai fini dell‘inquadramento del lavoratore o dell‘assegnazione di incarichi di direzione”, nondimeno il co. 5° dello stesso articolo disciplina l’ipotesi dell’assegnazione a mansioni proprie di “una qualfica superiore” (dunque, anche non immediatamente superiore: cfr. Cass. 25.10.2004 n. 20692; Cass. 48.04 n. 14944) al di fuori dei casi espressamente consentiti dal secondo comma; e mentre stabilisce, da un lato, la nullità di tale assegnazione, dall’altro riconosce - però - il diritto del lavoratore a percepire le differenze di trattamento economico rispetto alla qualifica superiore medesima.
Asserire che la specificità della carriera dirigenziale osterebbe all’applicazione del co. 5° del cit. art. 52 ne contraddice la ratio, che è proprio quella di assicurare in ogni caso al lavoratore, pur in assenza di un diritto alla promozione, la retribuzione proporzionata alla qualità del lavoro prestato, conformemente al principio di cui all’art. 36 Cost. (cfr. giurisprudenza innanzi citata); inoltre, esporrebbe all’abnorme esito ermeneutico di una tutela retributiva inversamente proporzionale all’importanza e alla qualità delle mansioni svolte, nel senso che la garanzia retributiva si applicherebbe in caso di mansioni anche di poco più elevate perché appartenenti ad un livello contrattuale immediatamente superiore, ma non a quelle proprie di una carriera e di un ruolo di rilievo e responsabilità maggiori.
Né ha pregio obiettare - come sostenuto dal Ministero della Giustizia sulla scia della concorrente ratio decidendi, che risulta nella gravata pronuncia, che il D., grazie alla nuova classificazione della Casa Circondariale di Orvieto, era rimasto al vertice della stessa struttura in attesa della nomina del dirigente, continuando ad operare con prerogative e poteri pur sempre uguali di quando era a capo del medesimo istituto penitenziario come funzionario di area C 3.
L’argomento - in realtà - è ribaltabile: proprio il fatto che detto istituto penitenziario era stato individuato, con D.M. 23.10.01 emesso ai sensi dell’art. 3 d.lgs. n. 146/2000, come ufficio di livello dirigenziale non generale, struttura a capo della quale era previsto - appunto - un dirigente, dimostra che il prosieguo, da parte dell’odierno ricorrente, di quelle stesse mansioni in quella medesima Casa Circondariale non era più consono alle attribuzioni di un funzionario di area C 3.
Diversamente opinando, si perverrebbe - anche qui - all’assurda conclusione che il superiore trattamento retributivo sarebbe spettato solo al funzionario di area C 3 che, trasferito da altro istituto penitenziario, fosse stato destinato, nello stesso periodo oggetto della domanda per cui oggi è causa, a dirigere la Casa Circondariale di Orvieto (dopo il cit. D.M. 23.10.01) in luogo del D. e non anche a quest’ultimo, che - invece - era rimasto al suo posto.
In altre parole, malgrado l’assoluta identità di mansioni e di posizione, il discrimine sarebbe dato dalla mera provenienza (da altro istituto penitenziario) del funzionario.
Per l’effetto la Corte, cassata l’impugnata sentenza e decidendo nel merito, accoglie la domanda del D. nei termini di cui alla sentenza di primo grado anche per le spese. Compensa le spese del giudizio di appello e condanna il Ministero della Giustizia al pagamento di quelle del giudizio di
legittimità, liquidate come da dispositivo.
accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito accoglie la domanda del D. nei termini di cui alla sentenza spese. Compensa le spese del giudizio d’appello e condanna il Ministero della Giustizia al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in € 30,00 per esborsi e in euro duemila/00er onorari oltre IVA e CPA.
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