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Timestamp: 2016-07-29 18:14:40+00:00

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Nascondere I Beni All’azione Esecutiva Del Fisco E’ Reato | Orrick, Herrington & Sutcliffe LLP - JDSupra
Nascondere I Beni All’azione Esecutiva Del Fisco E’ Reato
L’art. 11, comma 1, d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, dispone: “E’ punito con la eclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, al fine di sottrarsi al agamento di mposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni mministrative elativi a dette imposte di ammontare complessivo superiore ad euro inquantamila, aliena imulatamente o compie atti fraudolenti sui propri o su altrui beni donei a rendere in tutto o in parte la procedura di riscossione oattiva”.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 39079 del 23 settembre scorso, prosegue nell’affermare che la configurabilità del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte non è subordinata al preventivo esperimento di procedure esecutive (cartelle di pagamento) da parte dell’Amministrazione finanziaria, ma all’idoneità dell’atto (simulato o fraudolento) a porre in pericolo l’adempimento dell’obbligazione tributaria.
Download PDF Client Alert -Tax – Nascondere i beni all’azione esecutiva del fisco è reato 1 Tax Law Alert OTTOBRE 2013 A cura del Dipartimento italiano Tax Alessandro Mainardi amainardi@orrick.com Simone Arecco sarecco@orrick.com Il presente documento è una nota di studio. Quanto nello stesso riportato non potrà pertanto essere utilizzato o interpretato quale parere legale né utilizzato a base di operazioni straordinarie né preso a riferimento da un qualsiasi soggetto o dai suoi consulenti legali per qualsiasi scopo che non sia un'analisi generale delle questioni in esso affrontate. La riproduzione del presente documento è consentita purché ne venga citato il titolo e la data accanto all’indicazione: Orrick, Herrington & Sutcliffe, Newsletter. NASCONDERE I BENI ALL’AZIONE ESECUTIVA DEL FISCO E’ REATO L’art. 11, comma 1, d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, dispone: “E’ punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte di ammontare complessivo superiore ad euro cinquantamila, aliena simulatamente o compie atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte la procedura di riscossione coattiva”. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 39079 del 23 settembre scorso, prosegue nell’affermare che la configurabilità del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte non è subordinata al preventivo esperimento di procedure esecutive (cartelle di pagamento) da parte dell’Amministrazione finanziaria, ma all’idoneità dell’atto (simulato o fraudolento) a porre in pericolo l’adempimento dell’obbligazione tributaria. Con un orientamento che può oramai definirsi consolidato, la Corte ribadisce che, con la disposizione ex art. 11, d.lgs. 74 del 2000, la fattispecie incriminante ivi contenuta si è trasformata da reato di danno in reato di pericolo (cfr. Cass. 17071 del 2006; Cass. 14720 del 2008). IL FATTO: Il Gip del Tribunale di Udine adottava un provvedimento di sequestro preventivo nei confronti del contribuente (nel caso specifico si tratta di un commercialista), contestando a quest’ultimo di aver compiuto atti fraudolenti al fine di sottrarsi al pagamento delle maggiori imposte accertate per gli anni 2005 -2010. Le operazioni in esame che, secondo il giudice di prime cure, integrano la fattispecie ex art. 11, d.lgs. 74/2000, erano costituite da una cessione di alcuni immobili a favore di una S.r.l., di cui il contribuente era il rappresentante legale, e la successiva cessione delle quote della stessa alla convivente.Client Alert -Tax – Nascondere i beni all’azione esecutiva del fisco è reato 2 Il ricorrente impugnava il provvedimento di sequestro preventivo avanti il Tribunale del riesame che ne respingeva in toto la richiesta di annullamento. LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE: Preliminarmente la Corte di Cassazione identifica i requisiti di configurabilità del reato di sottrazione fraudolenta nei seguenti termini: a) sotto il profilo psicologico è necessario il dolo specifico “ovvero il fine di sottrarsi al pagamento del proprio debito tributario”; mentre b) sotto il profilo materiale deve essere presente “una condotta fraudolenta atta a vanificare l’esito dell’esecuzione tributaria coattiva la quale non configura un presupposto della condotta, in quanto è prevista dalla legge solo come evenienza futura che la condotta, idonea, tende a neutralizzare”. La Suprema Corte, a questo punto, specifica che “non solo non è necessario che la procedura di riscossione coattiva abbia avuto avvio, ma anche che i prodromi di essa, ossia l’accertamento tributario sia già stato posto in essere attraverso le verifiche e le successive contestazioni”. A seguito di questa premessa, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso, sostenendo che le complesse operazioni poste in essere dal contribuente sono atte a “ridurre la capacità patrimoniale del contribuente stesso, riduzione da ritenersi, con un giudizio ex ante, idonea … a vanificare in tutto o in parte… una eventuale procedura esecutiva”. La Corte ritiene altresì integrato l’elemento psicologico del reato (dolo specifico) dallo status professionale del contribuente: “il protagonista di tale complessa operazione è un dottore commercialista, ossia di un professionista ben consapevole del significato dell’obbligazione tributaria … e dell’eventualità del suo accertamento successivo”. CONCLUSIONI: La Corte di Cassazione, richiamando la voluntas legis presente nella relazione governativa al decreto legislativo n. 74, afferma che il bene giuridico protetto dall’art. 11 del d.lgs. citato non è più l’effettivo danno che subirebbe l’erario per gli atti posti in essere dal contribuente (come disposto dall’abrogato art. 97, comma 6, D.p.r. n. 602/73), ma il mero rischio per l’erario di non poter realizzare la pretesa tributaria: questo anche se non è stato eseguito alcun accertamento fiscale. Si badi bene che la Corte non prende in esame “l’antieconomicità” delle operazioni poste effettivamente in essere dal contribuente, ma le esamina, tramite un giudizio “ex ante”, solamente per verificare se le stesse possono ledere la garanzia patrimoniale rappresentata dai beni dell’obbligato e vanificare così la riscossione del tributo. Inoltre, solo il fatto di essere commercialista, comporta per la Corte una consapevolezza maggiore, rispetto al “contribuente medio”, delle operazioni effettuate e in questo modo viene integrato implicitamente e senza necessità di prova da parte dell’Amministrazione il dolo specifico del reato.Client Alert -Tax – Nascondere i beni all’azione esecutiva del fisco è reato 3 Nonostante la Corte non si pronunci a riguardo, si può sostenere che il debito tributario debba preesistere alla condotta criminosa tenuta dal contribuente: questo in quanto l’inesistenza di un debito tributario non sembra conciliabile con la disposizione normativa, la quale prevede la volontà di sottrarsi al pagamento delle imposte (di questo parere, ex plurimis, il consiglio nazionale del notariato, con lo studio n. 149-2012/C, approvato il 15 marzo 2012).
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References: sentenza 
 sentenza 
 art. 11
 Cass. 
 Cass. 
 art. 11
 art. 97