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Timestamp: 2018-07-23 17:24:42+00:00

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ORIENTAMENTI GIURISPRUDENZIALI RECENTI IN TEMA DI CONTENZIOSO TRIBUTARIO
di Marco Stangalini
1) SENTENZA n. 10506, del 9 gennaio 2006 (depositata l'8 maggio 2006) CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONE TRIBUTARIA
Presidente Paolini, Relatore Virgilio
Massima: La notificazione dell'atto a mezzo del servizio postale non si esaurisce con l'affidamento dello stesso all'ufficiale giudiziario ma si perfeziona con la consegna al destinatario. A tal fine, l'avviso di ricevimento costituisce l'unico documento idoneo a dimostrare l'avvenuta consegna. La mancata produzione non comporta la mera nullità bensì l'inesistenza della notificazione.
Commento: La notifica degli atti giudiziari a mezzo del servizio postale non si esaurisce con la spedizione dell'atto, ma si perfeziona con la consegna del relativo plico al destinatario, e l'avviso di ricevimento prescritto dall'art. 149 del codice di procedura civile e dalle disposizioni della L. 20 novembre 1982, n. 890, è il solo documento idoneo a dimostrare l'intervenuta consegna, la data di essa e infine l'identità e idoneità della persona a mani della quale è stata eseguita.
Anche nell'ambito del processo tributario, per la notifica del ricorso, la mancata produzione dell'avviso di ricevimento comporta non la mera nullità, ma l'inesistenza della notificazione (della quale non può essere ordinata la rinnovazione ai sensi dell'art. 291 del codice di procedura civile) e l'inammissibilità del ricorso medesimo, non potendosi accertare l'effettiva e valida costituzione del contraddittorio.
2) SENTENZA n. 9127 del 1° febbraio 2006 (depositata il 19 aprile 2006)
CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONE TRIBUTARIA
Presidente Favara, Relatore Cicala
Massima: L'art. 52, comma 5, del D.P.R. n. 633/1972 (richiamato dall'art. 33 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600) secondo cui "non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente ai fini dell'accertamento in sede amministrativa o contenziosa" i documenti (libri, scritture, registri, eccetera) che non siano stati acquisiti durante gli accessi perché il contribuente ha rifiutato di esibirli (o perché ha dichiarato di non possederli o perché, comunque, li ha sottratti al controllo), trova applicazione, alla luce dell'art. 24 della Costituzione, solo quando si sia in presenza di una specifica richiesta o ricerca da parte dell'Amministrazione e di un rifiuto, o di un occultamento da parte del contribuente medesimo. Quest'ultimo può, perciò, depositare in sede giudiziaria documenti che non abbia esibito ai verbalizzanti (sempre che costoro non li abbiano esplicitamente richiesti).
Commento: La disposizione deve essere letta ed interpretata alla luce del diritto alla difesa sancito dall'art. 24 della Costituzione, e coerentemente al principio della capacità contributiva statuito dall’art. 53 della Costituzione.
La limitazione alla possibilità della prova è perciò collegata ad uno specifico comportamento del contribuente, che si deve sottrarre alla prova stessa fornendo validi elementi per dubitare della genuinità di documenti che abbiano a "riaffiorare" nel corso del giudizio.
Tale limitazione è del resto temperata dalla possibilità riconosciuta al contribuente di dimostrare la non volontarietà della sottrazione originaria della documentazione.
3) SENTENZA n. 31 del 10 aprile 2006 (depositata l'8 maggio 2006)
COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE DI BOLOGNA, SEZIONE XIV
Presidente Monaci, Relatore Guicciardi
Massima: Il fallito, in qualità di soggetto potenzialmente leso dagli effetti degli accertamenti tributari relativi a periodi d'imposta precedenti la dichiarazione di fallimento, ha una propria legittimazione processuale al contenzioso tributario, distinta da quella della curatela, azionabile solo nell'ipotesi in cui il fallimento decida di non opporsi alla pretesa fiscale.
Commento: Sulla scorta di un'interpretazione sistematica degli artt. 43 della legge fallimentare e 16 del D.P.R. n. 636/1972, è coerente il riconoscimento al fallito, in qualità di soggetto potenzialmente leso dagli effetti degli accertamenti tributari relativi a periodi d'imposta precedenti la dichiarazione di fallimento, di una propria legittimazione processuale, distinta da quella della curatela ed anzi azionabile solo nell'ipotesi in cui il fallimento decida di non opporsi alla pretesa fiscale.
4) SENTENZA n. 14063 del 4 maggio 2006 (depositata il 16 giugno 2006)
Presidente Saccucci, Relatore Napoletano
Massima: A causa dell'effetto devolutivo dell'appello anche nel processo tributario i poteri del giudice del gravame vanno determinati con esclusivo riferimento all'iniziativa delle parti, con la conseguenza che, in assenza di appello incidentale, la decisione del giudice del gravame non può essere più sfavorevole, nei confronti della parte che abbia invece impugnato, di quanto non sia stata la sentenza oggetto del gravame riformandola in peius.
Commento: Il principio della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato è di diritto vivente anche nella giurisprudenza della sezione tributaria della Suprema Corte. Infatti i poteri del giudice d'appello vanno determinati con esclusivo riferimento all'iniziativa delle parti, con la conseguenza che, in mancanza di impugnazione incidentale della parte parzialmente vittoriosa, la decisione del giudice d'appello non può essere più sfavorevole all'appellante e più favorevole all'appellato di quanto non sia stata la sentenza impugnata, e non può, quindi, dare luogo alla reformatio in peius in danno dell'appellante .
5) SENTENZA n. 17735 del 9 maggio 2006 (depositata il 4 agosto 2006)
Presidente Magno, Relatore Di Blasi
Massima: Il principio desumibile dagli artt. 132, comma 2, n. 4, del codice di procedura civile e 118 delle disposizioni di attuazione dello stesso codice secondo il quale, la mancata esposizione dello svolgimento del processo e dei fatti rilevanti della causa, ovvero la mancanza o l'estrema concisione della motivazione in diritto determinano la nullità della sentenza allorquando rendano impossibile l'individuazione del thema decidendum e delle ragioni poste a fondamento del dispositivo, è applicabile anche nel processo tributario come disciplinato dal D.Lgs.n. 546/1992, in forza del generale rinvio (contenuto nell'art. 1 comma 2, del citato decreto legislativo) alle norme del codice di rito compatibili, e, dunque, anche alle disposizioni di attuazione del medesimo codice.
Commento: Si è ormai consolidato il principio enunciante che in forza del generale rinvio materiale alle norme del codice di rito compatibili, contenuto nell'art. 1, comma 2, del D.Lgs. n. 546 del 1992, è applicabile al nuovo rito tributario così come disciplinato dal sopracitato decreto il dettato desumibile dalle norme di cui agli artt. 132, comma 2, n. 4), del codice di procedura civile, e 118 delle disposizioni di attuazione dello stesso codice, secondo il quale la mancata esposizione dello svolgimento del processo e dei fatti rilevanti della causa, la mancanza o l'estrema brevità della motivazione in diritto determinano la nullità della sentenza quando rendono impossibile l'individuazione del thema decidendum e delle ragioni poste a fondamento del dispositivo.
6) SENTENZA n. 15171 del 12 maggio 2006 (depositata il 30 giugno 2006)
Presidente Paolini, Relatore Sotgiu
Massima: La sospensione per un periodo di novanta giorni del termine per impugnare l'avviso di accertamento, determinata dalla presentazione da parte del contribuente dell'istanza di accertamento con adesione (art. 6 del D.Lgs. n. 218/1997), non viene meno per il fatto che le parti abbiano, prima della scadenza dei novanta giorni, formalizzato il mancato raggiungimento dell'accordo.
Commento: Non si può allora attribuire alla chiusura del procedimento di adesione al concordato, prima della decorrenza dei novanta giorni di cui all'art. 6 del D.Lgs. n. 218/1997, il significato di una rinuncia del contribuente, ad avvalersi della sospensione dei termini per novanta giorni concessa a coloro che si avvalgono della procedura di accertamento con adesione.
Quindi, in ipotesi di presentazione dell’istanza di accertamento con adesione, anche se il procedimento amministrativo è chiuso con un verbale di mancata adesione, il termine per ricorrere è sempre di centocinquanta (sessanta ex art. 21 d.lgs. n. 546/1992 e novanta per effetto della presentazione dell’istanza di accertamento per adesione) giorni decorrenti dalla notifica dell’avviso di accertamento.
7) SENTENZA n. 23374 del 21 settembre 2006 (depositata il 30 ottobre 2006)
Presidente Saccucci, Relatore D'Alonzo
Massima: Il giudizio di ottemperanza ha la funzione di "rendere effettivo" il comando contenuto nella sentenza passata in giudicato cosicché quando la sentenza accolga il ricorso avverso il provvedimento di diniego di un'agevolazione il giudice dell'ottemperanza può disporre il rimborso di quanto erroneamente versato (ancorché la sentenza passata in giudicato non disponga esplicitamente in tal senso).
Commento: Il comma 1 dell'art. 70 del D.Lgs. 31 dicembre 1992 n. 546 consente alla "parte che vi ha interesse" di chiedere "l'ottemperanza agli obblighi derivanti dalla sentenza della commissione tributaria passata in giudicato"; il comma 3 del medesimo art. 70, poi, impone di riportare nel "ricorso" introduttivo del "giudizio di ottemperanza", "a pena di inammissibilità" dello stesso, la "precisa indicazione" della sentenza da ottemperare.
Quindi il mero riscontro della mancanza, nella sentenza da ottemperare, di un espresso comando (quand'anche limitato al solo an debeatur) di rimborso delle imposte non dovute non esclude obbligo dello stesso giudice investito dell'ottemperanza di "rendere effettivo" il comando (indubitabilmente contenuto in detta decisione) concernente il diritto del contribuente a fruire degli specifici benefici fiscali alla stesso riconosciuti.
8) SENTENZA n. 22204 del 29 settembre 2006 (depositata il 16 ottobre 2006)
Presidente Paolini, Relatore Marigliano
Massima: Costituisce principio consolidato, che giustifica la decisione del ricorso dell'Amministrazione in camera di consiglio ex art. 375 del codice di procedura civile, l'affermazione secondo cui l'Amministrazione che debba rimborsare somme riscosse a titolo di tributo è tenuta anche alla corresponsione degli interessi del danno da svalutazione monetaria, ove il contribuente dimostri di averlo subito.
Commento: Sul punto si è consolidata la giurisprudenza, sancendo il principio che "al contribuente spetta, oltre agli interessi, anche il maggior danno da rivalutazione monetaria ex art. 1224, comma 2, del codice civile, ancorché le disposizioni specificamente emanate in materia di rimborsi d'imposta, nulla prevedano al riguardo" (cfr. Cass. civ., sentenze n. 2415 del 1986 e n. 552 del 1999).
9) SENTENZA n. 24992 del 23 ottobre 2006 (depositata il 24 novembre 2006)
Presidente Saccucci, Relatore Genovese
Massima: Non trova applicazione nel processo tributario il principio proprio del processo civile, secondo cui la contumacia del convenuto liberamente apprezzabile da parte del giudice ex art. 116 del codice di procedura civile, può costituire ammissione sulla domanda attorea. Poiché la sentenza passata in giudicato costituisce regula iuris e non elemento di fatto, il ricorrente che contesti l'attività interpretativa del giudicato posta in essere dal giudice dell'ottemperanza (art. 70 del D.Lgs. n. 546/1992) solleva una quaestio iuris e non una (inammissibile) quaestio facti (nel caso di specie la Corte ha escluso che dalla condanna al rimborso dell'imposta derivi quale regula iuris ex iudicato l'obbligo di versare gli interessi anatocistici).
Commento: Nel processo tibutario (che richiama, attraverso l'art. 49 del D.Lgs. n. 546 del 1992, le disposizioni del Titolo III, Capo I, del Libro II del codice di procedura civile - escluso l'art. 337 -, sulle impugnazioni in generale, e attraverso l'art. 62 del D.Lgs. n. 546 del 1992, la disciplina del ricorso per cassazione) non opera il principio secondo cui la contumacia del convenuto, che nel processo civile ordinario è liberamente apprezzabile ai sensi dell'art. 116 del codice di procedura civile, consente al giudice di desumere argomenti di prova. Tale contumacia non importa ammissioni sulla domanda attorea né, equivale ad una manifestazione di volontà favorevole alle pretese dell'attore, il quale non è perciò dispensato dall'onere di provare i fatti costitutivi delle proprie pretese.
La giurisprudenza amministrativa formatasi in materia, sicuramente richiamabile, stante l'equivalenza fra il giudizio di ottemperanza disciplinato dall'art. 70 del D.Lgs. n. 546 del 1992 e quello previsto dalla L. n. 1034 del 1971 (istitutiva dei Tar), ritiene che "il giudice può enucleare e precisare il contenuto degli obblighi nascenti dalla sentenza passata in giudicato, chiarendone il reale significato, ma non può riconoscere un diritto nuovo ed ulteriore rispetto a quello fatto valere con la sentenza da eseguire, ancorché conseguente e collegato" (cfr. Cons. Stato n. 1108/1997, n. 244/1999, n. 247/2002, n. 1050/2002).
10) SENTENZA n. 6391 del 3 febbraio 2006 (depositata il 22 marzo 2006)
Presidente Papa, Relatore Genovese
Massima: Le disposizioni che sanciscono l'inammissibilità dell'atto introduttivo del giudizio debbono essere interpretate ed applicate in armonia con i principi della Costituzione ed in particolare con il diritto alla difesa in giudizio sancito dall'art. 24 della medesima. Di conseguenza si deve procedere ad una interpretazione restrittiva dell'art. 22 del D.Lgs. n. 546/1992 (cui rinvia l'art. 53 del medesimo decreto legislativo) e applicare la sanzione estrema della inammissibilità dell'appello solo quando siano lesi profili sostanziali del contraddittorio processuale. L'inammissibilità per difetto di sottoscrizione del ricorso si verifica dunque solo quando la sottoscrizione stessa manchi del tutto e non quando il contribuente (in violazione del citato art. 22) consegni all'ufficio la copia dell'appello priva di sottoscrizione e depositi in segreteria l'originale regolarmente sottoscritto.
Commento: Con riferimento alla previsione di cui all'art. 22, comma 1, del D.Lgs. n. 546/1992, riguardante l’attività di consegna del ricorso in originale all'ufficio e di deposito della copia, attestata come conforme dalla parte, presso la Segreteria della Commissione, l'eventuale irregolarità che abbia ad oggetto tale procedura deve essere interpretata in senso restrittivo. Quindi è necessario inquadrare tale irregolarità in un limitato campo di operatività, comprensivo cioè dei soli casi nei quali la sanzione estrema dell'inammissibilità è davvero giustificata, sempre tenendo presente l'insegnamento della Corte Costituzionale, con riguardo al processo tributario, secondo il quale le disposizioni processuali tributarie devono essere lette in armonia con i valori della "tutela delle parti in posizione di parità, evitando irragionevoli sanzioni di inammissibilità".

References: SENTENZA 
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 SENTENZA 
 art. 21
 SENTENZA 
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 sentenza 
 art. 70
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 SENTENZA 
 art. 375
 art. 1224
 Cass. 
 SENTENZA 
 art. 116
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 SENTENZA 
 art. 22