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Timestamp: 2020-07-09 12:35:54+00:00

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Ingiustificato trasferimento, mobbing: giurisdizione amministrativa | Sentenze
Ingiustificato trasferimento, mobbing: giurisdizione amministrativa
Scritto il Novembre 27, 2015 Febbraio 2, 2017 da sentenze
Consiglio di Stato sentenza n. 5371 26 novembre 2015
In materia di lavoro alle dipendenze della PA, il rapporto tra addetti a funzione pubblica e superiori gerarchici si svolge secondo norme giuridiche interne che regolano l’esercizio della funzione pubblica per fini ad essa propri. Per tale ragione può ritenersi che l’ipotesi di utilizzo del pubblico potere mediante emissione di atti amministrativi allo scopo di affliggere un appartenente all’amministrazione costituisca negazione di una fondamentale finalità del rapporto di lavoro e attenga quindi pur sempre a tale nozione, rappresentandone un profilo patologico.
Le controversie in materia di ingiustificato trasferimento del dipendente pubblico e suo mancato (dovuto) ri-trasferimento nella sede originaria rientrano nella giurisdizione del giudice amministrativo. La giurisdizione amministrativa non sussiste invece per la parte inerente la domanda risarcitoria collegata ai complessivi comportamenti dell’Amministrazione non tradottisi in atti amministrativi.
1.- Con ricorso al TAR del Lazio, il sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri Omissis, domandava l’accertamento dell’illegittimità della nota prot. 481190 del 9.11.2009 (del Ministero della Difesa – DG personale militare – divisione infortunistica) recante rigetto di istanza di risarcimento del danno (sotto vari profili e altresì proposta col predetto ricorso) presentata dal ricorrente il 14.1.2009, in relazione ad attività di indagini di polizia giudiziaria. Le indagini sfociavano in un procedimento penale che tuttavia si concludeva con la piena assoluzione del ricorrente.
2. Con la sentenza epigrafata il TAR adìto ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di giurisdizione del giudice amministrativo, argomentando che:
– “il danno di cui si chiede il ristoro non è la conseguenza di un provvedimento avente natura di atto amministrativo – cioè che costituisce espressione della funzione amministrativa – bensì dell’espletamento di un’attività di natura diversa….”;
– “La circostanza che i soggetti che hanno svolto con asserita negligenza l’attività in contestazione siano militari ed appartengono allo stesso ambiente lavorativo in cui opera il ricorrente e che detta attività abbia avuto dei riflessi sul piano della gestione del personale” non avrebbe rilievo, poiché “nel caso in esame non è in gioco la violazione di regole del rapporto di lavoro”, attesa la mera occasionalità del nesso tra l’attività di polizia giudiziaria e l’ambiente lavorativo.
3.- Contro la decisione del TAR l’interessato ha proposto l’odierno appello, muovendo in sintesi dal rilievo, del tutto ignorato dal primo giudice, che, come emerge dalla sentenza di assoluzione, le indagini sarebbero state promosse e condotte dai colleghi della polizia giudiziaria in realtà per dar luogo ad un “regolamento di conti” interno al comando procedente. Da ciò, oltre all’ingiustizia dell’inchiesta avviata, la violazione dell’obbligo di correttezza nei rapporti di lavoro mediante un’illecita gestione (attraverso vari atti e manchevolezze) della posizione professionale dell’interessato e per ingiusto trasferimento dell’interessato in altra sede, peraltro non rimosso mediante ritrasferimento nella sede originaria, nonostante la sentenza di assoluzione.
4.- L’appello è meritevole di parziale accoglimento.
Su un piano generale giova rilevare che il rapporto tra addetti a funzione pubblica e superiori gerarchici si svolge secondo norme giuridiche interne che regolano l’esercizio della funzione pubblica per fini ad essa propri. Per tale ragione può ritenersi che l’ipotesi di utilizzo del pubblico potere mediante emissione di atti amministrativi allo scopo di affliggere un appartenente all’amministrazione costituisca negazione di una fondamentale finalità del rapporto di lavoro e attenga quindi pur sempre a tale nozione, rappresentandone un profilo patologico.
Nè può condividersi l’opinione che la vicenda lamentata dall’interessato non tragga origine da atti di detta natura; al contrario, la tesi è smentita dallo stesso incontestabile dato per cui il procedimento criticato dal ricorrente è indubbiamente una sequenza di atti posti in essere da parte dei soggetti responsabili dell’organizzazione amministrativa tenuta alle indagini di polizia giudiziaria.
Nemmeno convince l’analogo assunto per cui l’esercizio del potere costituirebbe soltanto l’“occasio” del comportamento dannoso, poichè questa opinione potrebbe aver rilievo nel caso in cui fosse ipotizzato un comportamento non intenzionale, ma non certo allorquando, come nella fattispecie in esame, sussiste un complessivo esercizio di poteri pubblici che si indica in tesi essere avvenuto al solo fine di danneggiare il destinatario. A questo riguardo, in realtà, non può trascurarsi ed appare decisivo che il contenzioso sollevato dal sig. Omissis origina da una sentenza penale di assoluzione, la quale (qualificando eziologicamente la vicenda come un “regolamento di conti”) non si è dunque limitata ad una valutazione sui fatti ascritti e sulle responsabilità dell’imputato Omissis, ma ha definito l’indagine condotta dal Comando con un’espressione (“regolamento di conti”), nella quale non può non riconoscersi una ipotesi astratta di comportamento afflittivo nei confronti dell’interessato, da vagliare da parte del giudice avente giurisdizione.
Ricostruito come sopra il contenzioso sottoposto a questo giudice, la fattispecie dedotta in giudizio e che sostanzia la azionata prospettazione risarcitoria va ricondotta all’ambito del “mobbing”, in merito al quale il Consiglio ha già avuto modo di affermare la giurisdizione amministrativa; sul punto è stato infatti chiarito che “nelle fattispecie in cui il comportamento qualificabile come mobbing viene ricollegato a specifici atti giuridici…….…. si configura la giurisdizione amministrativa (v. Cons. di Stato supra cit., e sez. VI, n.2015/2008, in G.A. 2008,I,p.616)” (Cons. di Stato, sez.IV, n.2125/2015). Al contrario, la giurisdizione amministrativa deve ritenersi esclusa nel caso di “comportamenti vessatori non posti in essere nell’esercizio del potere di supremazia gerarchica posto a regolazione dello svolgimento del rapporto di lavoro, ma che si limitano ad atteggiamenti vessatori e persecutori (v. Cons. di Stato, sez. VI, n. 3584/2012, in G.A., 2012, I, p.1118)”.
In definitiva: a)- la giurisdizione amministrativa va affermata (in riforma sul punto della decisione gravata) con riferimento ai profili derivanti da atti autoritativi dell’amministrazione quali il trasferimento nella specie contestato dall’interessato ed il mancato ri-trasferimento nella sede originaria, nonostante la sentenza di assoluzione;
b)- la giurisdizione amministrativa non sussiste invece per la parte inerente la domanda risarcitoria collegata ai complessivi comportamenti dell’Amministrazione non tradottisi in atti amministrativi; per tale profilo il gravame deve essere respinto e la sentenza confermata.
5.- Sussistono giuste ragioni per disporre la compensazione delle spese del presente grado di giudizio.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (sezione IV), definitivamente pronunziando in merito al ricorso in epigrafe, accoglie l’appello in parte e nei termini di cui in motivazione, nei quali, per l’effetto, riforma la sentenza impugnata e rimette la cognizione della controversia al TAR del Lazio.
Per il resto respinge l’appello, confermando la declaratoria di difetto di giurisdizione.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 29 settembre 2015 […]
MOBBING E GIURISDIZIONE, RAPPORTO DI LAVORO ALLE DIPENDENZE DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE, sentenza n. 5371 26 novembre 2015
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