Source: http://www.notiziariogiuridico.it/zainaminoranzelinguistiche.html
Timestamp: 2018-11-19 14:33:06+00:00

Document:
Consiglio di Stato, IV sezione, sentenza n.2345 del 19 aprile 2000
sulla tutela delle minoranze linguistiche nel procedimento innanzi la Commissione centrale di riconoscimento dello status di rifugiato politico
Il commento dellavv. Carlo Alberto Zaina
Con la sentenza sopra riportata il Consiglio di Stato ribadisce una volta di più, e di tale intervento vi era francamente estrema necessità, il diritto dello straniero ad essere posto nella condizione di comprendere ogni atto che, provenendo sia da un'Autorità giurisdizionale, che da organi amministrativi (nella fattispecie la Commissione Centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato politico), abbia forza e capacità di incidere su di un suo diritto soggettivo.
Il problema dell'obbligo di traduzione degli atti nella lingua parlata e compresa dallo straniero, ha, ormai radici temporalmente datate.
Nonostante sia stato affrontato anche dalla Corte Costituzionale, con la nota sentenza n. 10 del 1993, nonostante trovi linee guida nella Convenzione dei diritti dell'uomo di New York (art. 6 co. 3° lett. A) della CONVENZIONE DEI DIRITTI DELLUOMO, recepita con L.4.8.1955 N. 848) e nel PATTO INTERNAZIONALE RELATIVO I DIRITTI CIVILI E POLITICI, (art. 14 co. 3° lett. A recepito dalla L. 25.10.77 N. 881.), recepite solo formalmente dal nostro ordinamento con leggi ad hoc, esso rimane, sul piano giurisprudenziale irrisolto e di fatto inattuato concretamente.
Con la sent. 10/93, il giudice delle leggi, infatti, ha affermato che la mancanza di un obbligo espresso di traduzione nella lingua nota allindiziato non può affatto impedire "lespansione della garanzia assicurata con lart. 143 co. 1 c.p.p., in conformità ai diritti riconosciuti dalle convenzioni internazionali, ratificate in Italia e dallart. 24 co. 2° della Costituzione..".
Il principio che, quindi, non può essere revocato in dubbio è quello della preventiva traduzione dellatto destinato al cittadino straniero; in una lingua che costui possa comprendere appieno.
Esso integra, indubitabilmente, il diritto più ampio e completo alla difesa, con ciò intendendosi la possibilità per lindagato di recepire le accuse mossegli, cioè il fatto materiale che gli viene addebitato, nonché la relativa violazione di legge e, su tale abbrivio, poter contestare e contraddire le stesse.
A tutto ciò non può ovviare la circostanza che lindagato straniero si munisca di un difensore, se è vero che ad esempio, lordinanza di custodia cautelare si pone spesso, quale primo originario atto attraverso il quale lindiziato dovrebbe comprendere la sussistenza di un procedimento penale a proprio carico fondato su indizi.
Su tale presupposto non può che concludersi per lammissibilità della esclusione della traduzione.
La giurisprudenza di legittimità ha affermato, infatti, che ".Anche lordinanza di custodia cautelare come il decreto di fissazione del giudizio, infatti, è un atto di fronte al quale lindagato straniero che non comprendesse la lingua italiana potrebbe esser pregiudicato nel suo diritto di partecipare al procedimento a suo carico libero nella persona, in quanto, non comprendendo cosa in esso scritto, non sarebbe posto in grado di valutare né quali siano gli indizi ritenuti a suo carico (e quindi difendersi con riferimento agli stessi) né se sussistano o meno i presupposti per procedere allimpugnazione dellordinanza per nullità ai sensi dellart. 292 comma 2, c.p.p.." (Cass. Sez. III, 8.9.1999 n. 1527 (c.c. 26.4.1999), Braka ed altro, in Archivio della Proc. Pen. 1999, pg. 598; cfr. anche Cass. Sez. V 22.6.1995, n. 1310, Alagra.
Il diritto a comprendere esattamente nella propria lingua un atto processuale od un atto amministrativo è, quindi, riconosciuto dinanzi ai giudici penali ed amministrativi di legittimità, siccome principio indiscusso ed indiscutibile sul piano formale, ma rimane, certamente, nella pratica, lettera morta, atteso che è assai raro che ci si imbatta, nell'ambito dei giudizi che riguardano cittadini stranieri (ed in special modo extracomunitari) nella traduzione dei provvedimenti che li riguardino.
Il tutto nonostante che vi sia un preciso dovere-presupposto di verificare la condizione di comprensione della lingua in capo allo straniero: "Presupposto indispensabile perchè vi sia lobbligo, ai sensi dellart. 143 c.p.p. (quale interpretato dalla corte Costituzionale con sentenza n. 10 del 1993)di disporre la traduzione del decreto di citazione a giudizio dellimputato straniero è che questultimo ignori, di fatto, la lingua italiana. Cass. Sez. IV, 1.2.2000, n. 1141, Vernedas, in Arch. Proc. Pen., pg. 154.
lI principio in parola, infatti, è unitario ed inscindibile e richiede una soluzione comune, anche se si rivolge a problematiche ed ordinamenti apparentemente diversi tra loro sul piano sostanziale e su quello procedurale .
Non essendo certamente di oggi il problema, fu gioco-forza dover ricorrere all'intervento della Corte costituzionale, che con la sentenza 19 gennaio 1993 n. 10, precisò quali fossero gli ambiti del cd. "diritto all'interprete" nell'ambito del processo penale.
Il problema appare in tutta la sua gravità soprattutto in relazione ad atti quali ad esempio, l'ordinanza applicativa una misura cautelare personale, il decreto che fissa l'udienza preliminare o che dispone il giudizio dibattimentale o che fissa il giudizio immediato, da un lato, il provvedimento di espulsione o di dinego del permesso di soggiorno, dall'altro.
Il parallelismo fra le misure cautelari ed i provvedimenti ablativi il diritto dello straniero a soggiornare in Italia, mi pare meritevole di approfondimento, in relazione all'argomento in esame, anche perchè sono queste le sitauzioni che maggiormente comportano l'insorgere dei problemi sin qui lamentati.
In realtà (ed in concreto), proprio per come concepita, per la sua collocazione (nell'ambito delle disposizioni di attuazione, ben poco conosciute dagli stessi giuristi ed addetti ai lavori), per la creazione di competenze anomale (il direttore del Carcere od un operatore del carcere designato, quest'ultimoscelto non si sa in base a quale criterio), essa finisce per arrecare solo danno al soggetto che ne deve fruire: il detenuto, rivelando, quindi, la sua totale inutilità.
Ed ancora, appare assai stravagante la delega di competenze ad una autorità amministrativa, la qualegià oberata di ben altri problemi, ha compiti, funzioni del tutto diversi dal giudice e conoscenz tecnico-giuridiche, spesso, sia consentito dirlo senza tema di offesa per nessuno, insufficienti in materia di atti giurisdizionali.
Ciò nonostante si è in presenza di una costante disapplicazione di questi principi da parte di giudici di merito.
In proposito è interessante ricordare un recentissimo pronunziamento del Tribunale di Venezia (Sez. Riesame) del 29.9.2000, che nega che sia compito del G.I.P. quello di tradurre l'ordinanza di custodia cautelare nella lingua dello straniero (nella fattispecie un cittadino austriaco), perchè costui può avvalersi della citata procedura di cui all'art. 94 disp.att. cpp, per conoscere il contenuto del provvedimento.
Non essendo, nel caso concreto, stata attivita tale procedura, secondo il Collegio, l'indagato non avrebbe alcun diritto a dolersi del vizio lamentato!
Illuminante, in proposito, a conferma di quanto si va dicendo è una ordinanza del Tribunale del Riesame di Bologna, (22.5.2000) che, rigettando un ricorso avverso ordinanza di custodia cautelare emessa dal G.I.P di Rimini, ha affermato che, essendo stato presente l'interprete, all'interrogatorio di garanzia dello straniero colpito da ordinanza custodiale , si deve ritenere che l'indagato abbia avuto la possibilità di comprendere l'accusa, e che, quindi, nessuna lesione del diritto di difesa è ravvisabile nella mancata traduzione del titolo, pur dando atto che il direttore del carcere, nella fattispecie, avrebbe segnalato come lindagato avesse una carente conoscenza della nostra lingua.
l'interprete è presente solo all'interrogatorio, non ha possibilità di operare prima di tale momento, sicchè l'indagato non ha alcuna possibilità nei giorni precedenti di comprendere e di giungere a tale fase preparato a contraddire, se del caso, le accuse mossegli;, comprimendo il diritto di difesa al solo breve momento in cui l'interprete sarà presente dinanzi al giudice;
è gioco forza, per ovvie ragioni anche temporali, che l'interprete traduca, quindi, sommariamente i concetti trasfusi nell'ordinanza, che può essere corposa ed articolata; tale modus operandi non permette allo straniero di trovarsi nella stessa condizione dell'italiano. L'indagato straniero potrà avere, nel migliore dei casi, solo un'idea generica, ma mai precisa in relazione sia a fatti, che, soprattutto, a osservazioni giuridiche, talora già difficili da comprendere per un addetto ai lavori;
Il principio stabilito in massima e cioè che "...Lart.3 del DPR 15 maggio 1990, n.136 va interpretato nel senso che la lingua del richiedente deve essere da questi conosciuta e comprensibile e, pertanto, il richiamo alla lingua del cittadino straniero non deve intendersi in senso tecnico, con riferimento cioè agli idiomi ufficiali dei diversi paesi, ma con riguardo agli specifici contesti lessicali e sintattici che sono radicati, con tanta varietà, nelle comunità di tutto il mondo e di cui alcune popolazioni e gruppi fanno uso in modo talvolta esclusivo" deve divenire regola cogente di portata, applicazione e valore generale, e non rimanere affermazione di principio priva di una concreta conseguenziale attuazione.
Sarebbe, infatti, sufficiente stabilire che "E' fatto obbligo a tutte la Amministrazioni dello Stato, al momento di emissione di atti o provvedimenti sia amminstrativi, che giurisdizionali, accertare anche a mezzo interprete se lo straniero comprenda e parli la lingua italiana, e comunque, in quale lingua egli si esprima. Ove a seguito di tale accertamento, sia dimostrato che lo straniero non si esprime, nè comprende la lingua italiana, l'atto, che deve essere emesso nei di lui confronti, dovrà essere tradotto nell'idioma di origine o in altro dal medesimo parlato e capito. La violazione di tale procedura comporterà la nullità e conseguente inefficacia dell'atto emesso.
lI diritto al giusto processo nasce da questi aspetti ritenuti a torto marginali.
E, peraltro, tristissimo dovere constatare la concreta discrasia fra la giurisprudenza di legittimità e quella di merito su di un tema che, invece, non dovrebbe creare contrasti proprio per la sua portata e per il suo significato di tutela delluomo.
Il testo della pronunzia
(tratto dal sito della rivista DirittoItalia  www.dirittoitalia.it)
sul ricorso in appello proposto dai signori Greci e Hamit Demir in proprio e quali esercenti la potestà sui minori Abdullah, Serhat e Firat tutti rappresentati e difesi dall'avv. Salvatore Coluccia del Foro di Udine ed elettivamente domiciliati in Roma, Via Padre Semeria, n.63
il Ministero dell'interno in persona del Ministro in carica rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato presso cui per legge domicilia in Roma, alla Via dei Portoghesi n.12;
della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale del Friuli Venezia Giulia n.1350/98 del 22 ottobre 1998;
I signori Demir, cittadini turchi di etnia curda, nel giugno 1996 lasciavano il Kurdistan turco per evitare persecuzioni dirette nei confronti del capofamiglia, appartenente al PKK, nonché degli altri membri della famiglia.
L'Amministrazione dell'Interno si è costituita e, con memoria 24 settembre 1999, ha sostenuta la piena conformità dell'impugnata decisione.
L'appello è fondato per quanto dedotto nel primo motivo di gravame, il cui favorevole scrutinio determina l'assorbimento di tutti gli altri.
Sembra equo compensare le spese anche di questa fase del giudizio.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale - Sezione Quarta accoglie l'appello e, per l'effetto, in riforma della sentenza in epigrafe indicata, annulla i provvedimenti impugnati con il ricorso di primo grado, salvi gli ulteriori provvedimenti dell'Autorità amministrativa.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. Sez. 
 sentenza 
 Cass. Sez. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza