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Timestamp: 2016-02-09 11:13:33+00:00

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Cass. civ., sez. lav., sent. n. 2789 del 17.02.2009
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Lavoro - "Per <<mobbing>> [...] si intende comunemente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell'ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili, che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l'emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità. Ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro sono pertanto rilevanti i seguenti elementi: a) la molteplicità dei comportamenti a carattere persecutorio, illeciti o anche liciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l'evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico e il pregiudizio all'integrità psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell'elemento soggettivo, cioè dell'intento persecutorio."
https://www.facebook.com/FocusLegaleCass. Civ., Sez. Lav., sent. n. 2789 del 17.02.2009 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE LAVOROComposta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:Dott. SCIARELLI Guglielmo - PresidenteDott. DE RENZIS Alessandro - ConsigliereDott. DI NUBILA Vincenzo - ConsigliereDott. DAGOSTINO Giancarlo - rel. ConsigliereDott. AMOROSO Giovanni - Consigliereha pronunciato la seguente: sentenzasul ricorso 29353/2005 proposto da:G.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIOVANNI PIERLUIGI DA PALESTRINA 19, pressolo studio dellavvocato FRANCO FABIO FRANCESO, rappresentato e difeso dagli avvocatiBRUNO ANTONELLO, BRUNO GIUSEPPE giusta mandato in calce al ricorso; - ricorrente – controPOSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamentedomiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso lo studio dellavvocato FIORILLO Luigi, che larappresenta e difende unitamente allavvocato TOSI PAOLO, giusta delega a margine delcontroricorso; - controricorrente –avverso la sentenza n. 861/2005 della CORTE DAPPELLO di TORINO, depositata il 01/07/2005R.G.N. 676/04; udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del 16/12/2008 dalConsigliere Dott. GIANCARLO DAGOSTINO; udito lAvvocato FIORILLO; udito il P.M., in persona
https://www.facebook.com/FocusLegaledel Sostituto Procuratore Generale Dott. LO VOI Francesco, che ha concluso per il rigetto delricorso. Svolgimento del processoCon ricorso al Tribunale di Torino G.M. conveniva in giudizio Poste Italiane s.p.a. e premesso diaver svolto le mansioni di portalettere dal (OMISSIS) fino all(OMISSIS), esponeva che il giorno(OMISSIS) scendendo dallautovettura di servizio era scivolato su una lastra di ghiaccio battendoviolente mente la testa e riportando lesioni personali per le quali lINAIL gli aveva riconosciuto unainvalidità dell11%. Sosteneva il ricorrente che linfortunio sul lavoro era da imputarsi a colpa dellePoste che non lo avevano dotato di idonee scarpe antiscivolo. Riferiva, altresì, che dal (OMISSIS)all(OMISSIS) la direttrice dellufficio postale di (OMISSIS), presso il quale prestava servizio, nontenendo alcun conto delle sue condizioni di salute, lo obbligava ad effettuare lavoro straordinario,gli imponeva di sollevare pesanti pacchi di corrispondenza, lo poneva in cattiva luce nei confrontidei colleghi di lavoro redarguendolo in loro presenza e lo minacciava di licenziamento, cosìcagionandogli un profondo stato depressivo.Tanto premesso chiedeva la condanna della società convenuta al pagamento di Euro 15.735,34 atitolo di risarcimento del danno biologico conseguente allinfortunio del (OMISSIS); chiedeva altresìla condanna della società al risarcimento del danno biologico, da determinarsi tramite CTU, per ilpresunto "mobbing" subito nellufficio di (OMISSIS).La s.p.a. Poste Italiane si costituiva e resisteva alle domande.Il Tribunale di Torino, con sentenza depositata il 27.11.2003, respingeva il ricorso. Lappelloproposto dal lavoratore veniva respinto dalla Corte di Appello di Torino con sentenza depositata il1 luglio 2005 sulla base delle seguenti considerazioni: a) nessuna responsabilità ex art. 2087 c.c.,era imputabile al datore di lavoro per linfortunio del (OMISSIS) perchè nessuna norma impone allaspa Poste Italiane di dotare i portalettere di scarpe antiscivolo e perchè operando il portalettere incondizioni ambientali variabili nellarco delle ore lavorative, calzature adatte ad un certo terreno e adeterminate condizioni climatiche non lo erano per luoghi e condizioni diverse, sicchè non sipoteva stabilire in anticipo quali calzature fossero adatte per tutte le ore di lavoro; b) dalletestimonianze raccolte era emersa una situazione di continua conflittualità tra la direttricedellUfficio, che esigeva prestazioni di lavoro straordinario, ed il G. che non intendeva farle, mentrenulla era stato provato in ordine alla richiesta di sollevare pacchi pesanti, per cui non era risultata
https://www.facebook.com/FocusLegaleprovata una condotta prevaricatrice e vessatoria della direttrice nei confronti dellappellanteconfigurante il c.d. mobbing. Per la cassazione di tale sentenza G.M. ha proposto ricorsosostenuto da due motivi. Poste Italiane s.p.a. resiste con controricorso illustrato con memoria. Motivi della decisioneCon il primo motivo il ricorrente denuncia violazione dellart. 41 Cost. e art. 2087 c.c., nonchè vizidi motivazione, e sostiene: che lobbligo del datore di lavoro di adottare tutte le misure idonee adimpedire infortuni non si esaurisce nella mera osservanza di norme di legge o contrattuali, ma siestende alladozione di tutte quelle misure che siano idonee a garantire lincolumità dei lavoratori inbase alla comune esperienza ed alle regole della tecnica; che sul lavoratore infortunato grava sololonere di provare il danno e la sua derivazione dallambiente di lavoro, mentre spetta al datore dilavoro lonere di provare di aver adottato tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro inconcreto svolto dal dipendente, si rendano necessarie per tutelarne lintegrità fisica;che dunque ha errato il giudice di appello non ravvisando alcuna responsabilità delle Poste,malgrado queste non avessero assolto allonere probatorio su di loro incombente.Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione degli artt. 2087, 2043 e 2049 c.c.,violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè vizi di motivazione, e sostiene: che il giudice diappello non ha fatto buon governo delle prove testimoniali raccolte omettendo di prendere inesame quelle dalle quali emergeva il comportamento vessatorio della direttrice dellUfficio(testimonianze di L. D., R.G., I.L. e T.C.) e fondando invece il suo giudizio su testimonianze, o supassi di testimonianze, favorevoli alla società, peraltro senza motivare in alcun modo tale scelta.Il primo motivo di ricorso è infondato.La giurisprudenza di legittimità è costante nellaffermare che lart. 2087 cod. civ., non configura unaipotesi di responsabilità oggettiva a carico del datore di lavoro, con la conseguenza di ritenerloresponsabile ogni volta che il lavoratore abbia subito un danno nellesecuzione della prestazionelavorativa, occorrendo invece che levento sia pur sempre riferibile a sua colpa, per violazione diobblighi di comportamento, concretamente individuati, imposti da norme di legge e di regolamentoo contrattuali ovvero suggeriti dalla tecnica e dallesperienza, il cui accertamento costituisce ungiudizio di fatto riservato al giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità se logicamente econgruamente motivato (Cass. n. 6018/2000, n. 1579/2000). Quanto allonere della prova, allavoratore che lamenti di aver subito un danno alla salute a causa dellattività lavorativa svolta
https://www.facebook.com/FocusLegaleincombe lonere di provare lesistenza di tale danno, la nocività dellambiente di lavoro e il nessocausale fra questi due elementi; quando il lavoratore abbia provato tali circostanze, grava suldatore di lavoro lonere di dimostrare di aver adottato tutte le cautele necessarie ad impedire ilverificarsi del danno (Cass. n. 16881/2006, n. 7328/2004, n. 12467/2003).A questi principi si è correttamente attenuta la Corte di Appello laddove ha osservato che, mentrenessuna norma, legale o contrattuale, impone alle Poste di dotare i portalettere di scarpeantiscivolo, non è neppure ravvisabile la responsabilità della società per violazione di norme dicomune prudenza, in quanto la presenza di ghiaccio sulla strada è una situazione legata aparticolari condizioni climatiche e ambientali non facilmente prevedibili in anticipo, anche perchè ilportalettere, dovendo spostarsi sul territorio, può incontrare condizioni, sia atmosferiche cheambientali, molto diverse e variabili nel corso della giornata lavorativa. La Corte Territoriale ha cosìdato congrua spiegazione della mancanza di colpa del datore di lavoro nella produzionedellevento dannoso subito dal dipendente e tale accertamento di fatto, per essere congruamente elogicamente motivato, non è suscettibile di censura in sede di legittimità.Parimenti infondato è il secondo motivo di ricorso. Per "mobbing" (nozione elaborata dalla dottrinae dalla giurisprudenza giuslavoristica) si intende comunemente una condotta del datore di lavoro odel superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratorenellambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili, che finisconoper assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire lamortificazione morale e lemarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibriofisiopsichico e del complesso della sua personalità. Ai fini della configurabilità della condotta lesivadel datore di lavoro sono pertanto rilevanti i seguenti elementi: a) la molteplicità dei comportamentia carattere persecutorio, illeciti o anche liciti se considerati singolarmente, che siano stati posti inessere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio;b) levento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra lacondotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico e il pregiudizio allintegrità psico-fisica dellavoratore; d) la prova dellelemento soggettivo, cioè dellintento persecutorio.La Corte di Appello ha ritenuto che le testimonianze raccolte, pur evidenziando lesistenza dicontrasti tra la dirigente dellufficio ed il G. in ordine alle modalità di svolgimento delle prestazioni di
https://www.facebook.com/FocusLegalelavoro da parte del dipendente, non sono tuttavia tali da provare la sussistenza di un intentovessatorio del dirigente dellufficio postale di (OMISSIS) nei confronti del lavoratore.Con la censure in esame il ricorrente assume che il giudice del gravame non abbia valutatocorrettamente le prove, trascurando le prove testimoniali o le parti delle prove testimonialifavorevoli alle tesi del G. e privilegiando invece quelle a questi contrarie. Una siffatta censura nontiene conto però della costante giurisprudenza di questa Corte secondo cui il vizio di omessa oinsufficiente motivazione, denunciabile con ricorso per Cassazione ai sensi dellart. 360 c.p.c., n. 5,non può consistere nella difformità dellapprezzamento dei fatti e delle prove dato dal giudice delmerito rispetto a quello preteso dalla parte. Al riguardo è appena il caso di ricordare che secondola costante giurisprudenza di questa Corte il compito di valutare le prove e di controllarnelattendibilità e la concludenza, di individuare le fonti del proprio convincimento scegliendo tra lecomplessive risultanze del processo quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicitàdei fatti e di dare la prevalenza alluno o allaltro mezzo di prova, spetta in via esclusiva al giudicedel merito; di conseguenza la deduzione con il ricorso per cassazione di un vizio di motivazionedella sentenza impugnata, per omessa, errata o insufficiente valutazione delle prove, nonconferisce al giudice di legittimità il potere di riesaminare il merito dellintera vicenda processualesottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridicae della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice di merito (cfr. tra le tanteCass. n. 6064/2008, n. 17076/2007, n. 3994/2005, n. 11933/2003, n. 5231/2001).Nella specie le valutazioni delle risultanze probatorie operate dal giudice di appello sonocongruamente motivate e liter logico- argomentativo che sorregge la decisione è chiaramenteindividuabile, non presentando alcun profilo di manifesta illogicità o insanabile contraddizione. Percontro, le censure mosse dal ricorrente si risolvono sostanzialmente nella prospettazione di undiverso apprezzamento delle stesse prove e delle stesse circostanze di fatto già valutate dalgiudice di merito in senso contrario alle aspettative del medesimo ricorrente e si traducono nellarichiesta di una nuova valutazione del materiale probatorio, del tutto inammissibile in sede dilegittimità.In definitiva, il ricorso deve essere respinto con conseguente condanna del ricorrente alpagamento, in favore del resistente, delle spese del giudizio di Cassazione, liquidate come indispositivo.
https://www.facebook.com/FocusLegale P.Q.M.La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio diCassazione, che liquida in Euro 22,00 per esborsi ed in Euro duemila per onorari, oltre spesegenerali, I.V.A. e C.P.A..Così deciso in Roma, il 16 dicembre 2008.Depositato in Cancelleria il 17 febbraio 2009
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Regolamento Isvap n. 4 del 9 agosto 2006
Tribunale di Bari, sentenza del 23.10.2013

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 sentenza 
 sentenza 
 art. 2087
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