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Timestamp: 2019-08-21 20:19:46+00:00

Document:
Corte Suprema di Cassazione sentenza 18056/2019
Ordinanza 18056/2019
Risarcimento del danno biologico cd. terminale - Presupposti
Il danno biologico cd. terminale è configurabile, e trasmissibile "iure successionis", ove la persona ferita non muoia immediatamente, sopravvivendo per almeno ventiquattro ore, tale essendo la durata minima, per convenzione legale, ai fini dell' apprezzabilità dell'invalidità temporanea, essendo, invece, irrilevante che sia rimasta cosciente.
Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Ordinanza 5 luglio 2019, n. 18056 (CED Cassazione 2019)
1. Il 31.8.2003 a Civitella Val di Chiana (AR) si verificò un sinistro stradale che coinvolse:
(a) un autoveicolo Ford Fiesta, del quale erano comproprietari Corneliu Ghinea e Ionica Ceoplan, condotto da quest'ultima, assicurato contro i rischi della responsabilità civile dalla Società Cattolica di Assicurazione coop. a r.l. (d'ora innanzi, "la Cattolica"), sul quale erano trasportati i coniugi Corneliu Ghinea e Maria Ghinea ed i loro due figli, Don Sebastian Ghinea e Beatrice Ghinea;
(b) l'autobus Iveco di proprietà della società ATIS di Peri Crispino Mario e Franco s.n.c. (d'ora innanzi, "la ATIS"), assicurato contro i rischi della responsabilità civile dalla società RAS s.p.a. (poi divenuta Allianz s.p.a., e come tale d'ora innanzi sempre indicata).
2. In conseguenza dell'urto: - Corneliu Ghinea (trasportato) patì lesioni personali; - sua moglie (Maria Ghinea) e i suoi due figli (Don Sebastian e Beatrice), tutti trasportati, morirono.
Un primo giudizio venne introdotto dalla società ATIS dinanzi al Tribunale di Arezzo, al fine di ottenere il risarcimento dei danni derivanti dal danneggiamento del mezzo di sua proprietà, e si concluse con una sentenza definitiva della Corte d'appello di Firenze, che attribuì a Ionica Ceoplan una responsabilità dell'80% nella causazione del sinistro, ed al conducente dell'autobus il restante 20%.
Il secondo giudizio è il presente, che venne introdotto nel 2005 dinanzi al Tribunale di Milano da Corneliu Ghinea (come s'è detto, trasportato sul veicolo Ford Fiesta, nonché marito e padre delle altre tre vittime), da Neculai Toader e da Gigi Toader, che erano rispettivamente padre e fratello di Maria Ghinea.
Tutti costoro domandarono il risarcimento dei danni rispettivamente patiti tanto nei confronti del proprietario (ATIS) e dell'assicuratore (Allianz) del veicolo antagonista (l'autobus); sia nei confronti dell'assicuratore del veicolo sul quale viaggiavano le vittime (Cattolica).
Tutti i convenuti si costituirono, contestando le rispettive responsabilità. In corso di causa venne chiamata in giudizio anche Ionica Ceoplan, come s'è detto comproprietaria del veicolo Ford Fiesta.
4. Con sentenza 8 agosto 2010 n. 10535 il Tribunale di Milano attribuì la responsabilità esclusiva del sinistro a Ionica Ceoplan, conducente e comproprietaria dell'autoveicolo Ford Fiesta.
Accolse, di conseguenza, le domande attoree nei soli confronti di Ionica Ceoplan e della Cattolica.
5. La sentenza fu appellata in via principale dalla Cattolica, che si dolse sia dell'attribuzione alla propria assicurata (Ionica Ceoplan) dell'intera responsabilità per l'accaduto, sia della stima dei danni, ritenuta eccessiva.
6. Con autonomo e successivo atto d'appello (da qualificare quindi come appello incidentale) la sentenza di primo grado fu appellata altresì da Corneliu Ghinea, Neculai Toader e Gigi Toader, i quali domandarono:
-) l'attribuzione anche alla ATIS ed al suo assicuratore di un concorso di colpa;
-) la condanna della Allianz oltre il massimale assicurato, per mala gestio;
-) l'accoglimento della domanda di risarcimento del danno patrimoniale proposta da Corneliu Ghinea, e consistito:
--) nella perdita della capacità di lavoro; -
-) nella perdita dell'apporto economico della moglie, e di quello che avrebbe ricevuto dai figli;
-) l'incremento della stima del danno non patrimoniale patito da tutti e tre gli appellanti.
7. Riuniti i due appelli, con sentenza 8.6.2016 n. 2282 la Corte d'appello di Milano:
-) attribuì a Ionica Ceoplan, conducente dell'autoveicolo, un concorso di colpa dell'80%, mentre attribuì al conducente dell'autobus il restante 20% di responsabilità;
-) rigettò la domanda di risarcimento del danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro proposta da Corneliu Ghinea, sul presupposto che questi non avesse provato l'entità del reddito percepito al momento dell'infortunio; rigettò altresì le richieste istruttorie formulate dal danneggiato, reputandole "del tutto generiche, non contenendo se non la sola indicazione della retribuzione percepita all'epoca";
-) rigettò la domanda di risarcimento del danno patrimoniale proposta da Corneliu Ghinea, e concernente la perdita del contributo economico da parte della moglie ed, in futuro, dei figli, ritenendola non provata;
-) ritenne corretta la stima del danno biologico patito da Corneliu Ghinea compiuta dal primo giudice (che lo aveva liquidato in euro 50.000); ritenne in particolare la Corte d'appello che tale valutazione fosse corretta osservando che "non si è in presenza di una lesione comportante una incidenza sulla complessiva integrità psicofisica del danneggiato quanto di una lesione comportante la riduzione della capacità lavorativa dell'interessato";
-) negò che Beatrice Ghinea, figlia del ricorrente sopravvissuta per tre giorni al sinistro, avesse acquisito in vita e trasmesso al padre il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale patito nel periodo di sopravvivenza, a causa della brevità dello stesso;
-) per quanto riguarda il danno non patrimoniale da uccisione dei prossimi congiunti, la Corte d'appello lo liquidò come segue:
--) assunse a base di calcolo i criteri uniformi adottati dal Tribunale di Milano (c.d. "Tabelle") del 2010;
--) devalutò i valori delle tabelle del 2010 "per praticità di calcolo" alla data del sinistro (2003);
--) in considerazione del fatto che Corneliu Ghinea aveva perso contestualmente l'intero nucleo familiare, aumentò il risarcimento del 25%;
-) rigettò la domanda di mala gestio nei confronti "della società assicuratrice" (non si precisa, in sentenza, quale delle due società convenute) sul presupposto che "la particolarità dell'evento imponeva una valutazione ponderata del caso", e che di conseguenza il ritardo dell'assicuratore nell'adempimento delle proprie obbligazioni non fosse ingiustificato.
8. La sentenza d'appello è stata impugnata per cassazione da Corneliu Ghinea, Neculai Toader e Gigi Toader, con un ricorso unitario basato formalmente su cinque motivi, contenenti però plurime censure.
Hanno resistito con controricorso sia la Cattolica che la Allianz, la quale ha altresì depositato memoria ai sensi dell'art. 380 bis.1 c.p.c..
1.1. Il primo motivo di ricorso è riferibile alla posizione del solo Corneliu Ghinea. Con tale motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell'art. 360, n. 4, c.p.c., che la sentenza sia nulla in quanto poggiante su una motivazione "irrazionale e contraddittoria", e che di conseguenza l'art. 132, comma 2, n. 4, sia stato violato.
1.2. Con una prima censura (pp. 9-14 del ricorso) Corneliu Ghinea lamenta che la Corte d'appello avrebbe rigettato la sua domanda di risarcimento del danno patrimoniale da perdita della capacità lavorativa adottando una motivazione tautologica, e perciò nulla. Espone che la Corte d'appello ha rigettato la sua domanda di risarcimento del danno non patrimoniale da perdita della capacità di lavoro ritenendola non provata.
(-) a causa del triplice lutto familiare aveva patito una grave sindrome neurologica ("disturbo depressivo maggiore"), e tale circostanza era emersa dalla consulenza tecnica d'ufficio. Dinanzi a questi elementi di fatto - prosegue il ricorrente - la Corte d'appello "avrebbe dovuto fare ricorso alla prova presuntiva" per liquidare il danno patrimoniale da perdita del reddito da lavoro, ovvero applicare il criterio del triplo dell'assegno sociale. Conclude il ricorrente osservando che il mancato ricorso all'una od all'altro, da parte della Corte d'appello, costituirebbe una "motivazione tautologica".
1.2.2. Tanto meno la motivazione della sentenza può dirsi "tautologica" sol perché il giudice di merito non abbia fatto ricorso alla prova presuntiva invocata da una delle parti, od al criterio sussidiario del triplo dell'assegno sociale, come invocato dal ricorrente (p. 14 del ricorso).
L'affermazione "rigetto la domanda perché non ho la prova del danno" non è dunque tautologica, in quanto in essa la causa (mancanza di prova) e l'effetto (rigetto della domanda) non si identificano. Va da sé che lo stabilire, poi, se sia stata corretta o scorretta la valutazione con cui il giudice di merito ha escluso la sussistenza della prova del reddito percepito dalla vittima, esula dal perimetro del sindacato di legittimità.
1.2.3. In secondo luogo, la scelta del giudice di merito di fare o non fare ricorso alla prova presuntiva è insindacabile in sede di legittimità, e comunque quella scelta potrebbe essere censurata al massimo come omesso esame d'un fatto decisivo - nella ricorrenza degli altri presupposti di legge -, non certo assumendo che il mancato ricorso alla prova presuntiva sia causa di nullità della sentenza.
Tale criterio, infatti è alternativo (e non "residuale", come preteso dal ricorrente), in quanto dettato dalla legge per disciplinare i casi in cui la vittima non abbia un reddito, e non certo per sopperire alle negligenze istruttorie delle parti o dei loro procuratori (ex multis, Sez. 6 - 3, Ordinanza n. 8896 del 04/05/2016, Rv. 639896 - 01; Sez. 3, Ordinanza n. 25370 del 12/10/2018, Rv. 651331 - 01).
2. Con la seconda censura (pp. 15-17 del ricorso) inglobata nel primo motivo il ricorrente Corneliu Ghinea si duole del rigetto della sua domanda di risarcimento del danno patrimoniale, consistito nella perdita dell'apporto economico a lui fornito dall'attività lavorativa della moglie.
2.1. Nella parte in cui lamenta il rigetto della prova testimoniale intesa a dimostrare l'apporto economico della scomparsa in favore del ricorrente, la censura è inammissibile ai sensi dell'art. 366, n. 6, c.p.c..
Di questi tre oneri, il ricorrente non ne ha assolto alcuno. Il ricorso, infatti, non riassume né trascrive il contenuto delle richieste istruttorie; né indica con quale atto ed in quale fase processuale siano state formulate; né indica in quale fascicolo e con quale indicizzazione si trovi allegato l'atto suddetto.
Il giudizio sulla sussistenza dei presupposti per il ricorso alla prova presuntiva; sulla gravità, precisione e concordanza degli indizi che la giustificano; sulla sufficienza della prova presuntiva; forma oggetto di altrettanti apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito e non sindacabili in sede di legittimità (ex multis, Sez. 6 - 1, Ordinanza n. 1234 del 17/01/2019, Rv. 652672 - 01; Sez. 5, Sentenza n. 8315 del 04/04/2013, Rv. 626129 - 01; Sez. 3, Sentenza n. 237 del 10/01/1995, Rv. 489602 - 01).
3.1. Anche questa terza censura non sfugge al vizio delle prime due: ovvero che il ricorrente prospetta come "motivazione insanabilmente contraddittoria" quella che fu, più semplicemente, una motivazione a lui non gradita.
La Corte d'appello ha dunque ritenuto non provato che i figli della vittima, se fossero sopravvissuti e divenuti adulti, avrebbero contribuito economicamente al sostentamento del padre. Il ricorrente si duole di questa valutazione sostenendo che la Corte d'appello avrebbe dovuto prendere in esame le circostanze di fatto rappresentate dalla nazionalità e dai costumi sociali delle vittime: ma questa, com'è evidente, costituisce una censura che investe la valutazione delle prove e il giudizio prognostico sulla probabile esistenza futura del danno, e cioè apprezzamenti di puro fatto, riservati al giudice di merito.
Espone che, in conseguenza della commorienza della moglie e dei due figli, aveva patito una malattia psichica; che l'esistenza di tale malattia era stata accertata dal consulente tecnico d'ufficio nominato dal Tribunale, e che la suddetta malattia aveva lasciato postumi permanenti stimati dall'ausiliario del giudice in misura pari ad una compromissione del 50% della complessiva validità dell"individuo. Soggiunge che, in applicazione dei criteri uniformi per la stima del danno alla salute adottati dal Tribunale adìto (le c.d. tabelle milanesi), un'invalidità di tale grado, in un soggetto della sua età (31 anni al momento del fatto), si sarebbe dovuta monetizzare con la somma di 361.920 euro, mentre il Tribunale aveva ritenuto di liquidare il danno alla salute patito dall'odierno ricorrente in soli 50.000 euro. Soggiunge che la Corte d'appello, chiamata a stabilire se tale valutazione del Tribunale fosse stata corretta, rispose in modo affermativo, osservando: "non si è in presenza di una lesione comportante una incidenza sulla complessiva integrità psicofisica del danneggiato, quanto di una lesione comportante la riduzione della sola capacità lavorativa dell'interessato.
Per quanto (...) tale lesione non abbia comportato un danno patrimoniale, non può negarsi che da essa possa derivare un maggiore sforzo per il danneggiato nel conseguire in futuro lo stesso reddito che egli conseguiva o poteva conseguire in precedenza". Conclude il ricorrente sostenendo che tale motivazione non sia intelligibile, in quanto pur ammettendo in fatto l'esistenza della malattia psichica, nega che essa abbia inciso "sulla complessiva integrità psicofisica dell'individuo", né ha liquidato il pur accertato danno alla salute in base ai criteri comunemente adottati dalla giurisprudenza di merito.
Per la stima di tale danno, nel corso del giudizio di primo grado era stato nominato un consulente tecnico medico-legale, cui venne chiesto di stabilire se Corneliu Ghinea avesse patito un danno alla salute permanente, e di che entità.
Il consulente tecnico medico-legale, anche sulla scorta del parere d'un ausiliario psicologo, concluse che la vittima, in conseguenza della perdita contemporanea della moglie e dei due figli, aveva patito un "disturbo depressivo maggiore cronico", e che questa malattia comportava una riduzione della validità biologica del 50%.
La Corte d'appello, nonostante queste conclusioni, ha tuttavia negato che la lesione patita da Corneliu Ghinea "comportasse una incidenza sulla complessiva integrità psicofisica del danneggiato".
La motivazione adottata dalla Corte d'appello, e sopra trascritta, genera invece nel lettore un irresolubile dubbio buridaneo, giacché delle due l'una:
-) se la Corte d'appello avesse inteso disattendere le conclusioni del c.t.u., nella parte in cui ha ritenuto che Corneliu Ghinea fosse invalido al 50%, essa non ha esposto le ragioni di tale dissenso;
4.6. La sentenza impugnata va dunque cassata sotto questo aspetto, con rinvio al giudice di merito, il quale nell'esaminare il corrispondente motivo d'appello di Corneliu Ghinea, sanerà le mende motivazionali sopra rilevate, ed in particolare:
-) valuterà se condividere o meno la relazione di consulenza d'ufficio nella parte in cui afferma esistere un danno psichico, e che questo abbia comportato una invalidità permanente pari al 50% (valutazione, quest'ultima, che è mancata nella 'sentenza impugnata, e che si imporrà anche alla luce dell'evidente iato tra la gravità del caso e lo scarno approfondimento clinico compiuto dal consulente d'ufficio e dal suo ausiliario sul piano dell'indagine psicologica);
Resta solo da aggiungere, per maggior chiarezza ed a prevenzione di eventuali qui pro quo in sede di rinvio, che l'invalidità biologica di cui s'è appena detto può scaturire tanto da una lesione fisica, quanto da una lesione psichica. L'una e l'altra costituiscono infatti, dal punto di vista giuridico, un "danno biologico". Il c.d. "danno psichico" non è un pregiudizio diverso dal danno biologico: è, più semplicemente, un danno biologico consistente nella alterazione o soppressione delle facoltà mentali. Si tratta dunque d'una categoria descrittiva e non giuridica, così come - ad esempio -, se si parlasse di "danno neurologico" o di "danno cardiovascolare".
Ove, poi, una lesione della salute psichica venga a cumularsi con un evento stressogeno quale il lutto, spetterà al giudice di merito stabilire in concreto se il dolore causato dalla perdita d'un familiare sia o non sia degenerato in una sindrome di rilievo neurologico: accertamento, quest'ultimo, da compiere con metodo accurato e scientificamente valido, consistente nel far somministrare al danneggiato adeguati test psicologici; nel farlo sottoporlo a reiterati colloqui con uno specialista psichiatra; e finalmente nel comparare la sintomatologia presentata dalla vittima con le descrizioni nosografiche delle malattie psichiche contenute nei testi scientifici, e principalmente nell'universalmente utilizzato Diagnostic and Statiscal Manual of Mental Disorders, o "DSM-5".
Con essa i ricorrenti lamentano che la Corte d'appello avrebbe sottostimato il danno non patrimoniale da loro rispettivamente sofferto in conseguenza della morte dei rispettivi congiunti.
Lo stabilire, infatti, quale sia il "prezzo del dolore" patito da chi abbia perso un prossimo congiunto è una valutazione di puro fatto, riservata al giudice di merito: lo ammette, del resto, la difesali stessi ricorrenti, la quale a pagina 23, ultimo capoverso, del ricorso, si lascia andare freudianamente alla seguente affermazione: "è evidente che la Corte d'appello non abbia correttamente valutato come nel caso in esame esistessero tutti í requisiti (...) per giustificare la liquidazione nella forma massima dei valori stabiliti dalle tabelle".
5.1. Col terzo motivo tutti e tre i ricorrenti lamentano che la sentenza impugnata sia da un lato nulla, ai sensi dell'articolo 360, n. 4, c.p.c.; e dall'altro lato violi, ai sensi dell'articolo 360, n. 3, c.p.c., gli articoli 1226, 1227, 2043, 2056 e 2059 c.c.
Lamentano che la Corte d'appello abbia erroneamente applicato, per liquidare nell'anno 2016 il danno non patrimoniale da essi patito, le tabelle diffuse dal Tribunale di Milano nell'anno 2010, nonostante sin dal 2014 queste tabelle fossero state aggiornate, e gli importi ivi previsti aumentati.
5.3. Corollario di tale principio è che, se nelle more del giudizio il criterio indicato da questa Corte come idoneo a garantire la parità di trattamento venga a mutare, il giudice di merito dovrà liquidare il danno in base ai nuovi criteri condivisi e generalmente applicati al momento della decisione, e non in base a criteri risalenti ed oramai abbandonati (ex multis, Sez. 3 - , Sentenza n. 24155 del 04/10/2018, Rv. 650934 - 02; Sez. 3 - , Ordinanza n. 22265 del 13/09/2018, Rv. 650595 - 01; Sez. 3 - , Sentenza n. 25485 del 13/12/2016, Rv. 642330 - 01; Sez. 3 - , Sentenza n. 21245 del 20/10/2016 (Rv. 642948 - 01), salva l'ipotesi in cui il debitore, al momento della decisione, non abbia già adempiuto spontaneamente la propria obbligazione: in tal caso soltanto l'esattezza dell'adempimento va valutata in base al criterio di liquidazione generalmente applicato al momento della solutio spontanea, e non al momento - successivo - della decisione sulla esattezza dell'adempimento (Sez. 3 - , Sentenza n. 5013 del 28/02/2017, in motivazione).
-) il motivo sarebbe inammissibile, perché il ricorrente non ha indicato a quale diverso e più vantaggioso risultato sarebbe pervenuta la decisione, se avesse fatto applicazione dei diversi e più aggiornati criteri da lui invocati;
-) in ogni caso questa Corte avrebbe già stabilito che è consentito al giudice d'appello liquidare il danno non patrimoniale in base ai criteri giurisprudenziali "vigenti" alla data della decisione di primo grado, (tv anche quando tali criteri siano mutati prima della conclusione del giudizio d'appello. Invoca, al riguardo, la decisone pronunciata da Sez. 6 - 3, Ordinanza n. 1305 del 25.1.2016.
Costituisce, pertanto, nozione di fatto rientrante nella comune esperienza, non impedita a questa Corte, quella secondo cui l'aggiornamento periodico delle tabelle giurisprudenziali per la stima del danno non patrimoniale comporta un innalzamento dei valori ivi previsti. Sarebbe stato, dunque, onere della controricorrente Allianz dedurre, e dimostrare, che solo nel 2016 il Tribunale di Milano avrebbe deciso di diffondere nuove tabelle, riduttive dei risarcimenti per l'innanzi liquidati.
Non contrasta con tali decisioni il precedente invocato dalla controricorrente Allianz (come s'è detto, Cass. 1305/16, cit.), il quale aveva ad oggetto una fattispecie ben diversa rispetto a quella oggi in esame.
6.1.1. La controricorrente società Allianz ha eccepito l'inammissibilità del motivo, per novità della questione in essa prospettata.
Ove, poi, la Allianz a p. 27 del proprio controricorso avesse inteso dolersi (il controricorso non è del tutto chiaro su questo punto) che la domanda di risarcimento del danno patito da Beatrice Ghinea, ed il cui credito fu acquisito jure haereditario dal padre, non era stata prospettata nemmeno in primo grado, essa avrebbe dovuto proporre un ricorso incidentale condizionato, inteso a censurare l'ultrapetizione in cui, in tesi, sarebbe incorsa la Corte d'appello.
Questo danno può teoricamente manifestarsi in due modi, ferma restando la sua unitarietà quale concetto giuridico. I
l primo è il pregiudizio derivante dalla lesione della salute; il secondo è costituito dal turbamento e dallo spavento derivanti dalla consapevolezza della morte imminente.
Il lemma "invalidità", infatti, per secolare elaborazione medico-legale, designa uno stato menomativo che può essere transeunte (invalidità temporanea) o permanente (invalidità permanente).
L'espressione "invalidità temporanea" designa lo stato menomativo causato da una malattia, durante il decorso di questa.
L'espressione "invalidità permanente" designa invece lo stato menomativo che residua dopo la cessazione d'una malattia.
L'esistenza d'una malattia in atto e l'esistenza di uno stato di invalidità permanente non sono tra loro compatibili: sinché durerà la malattia, permarrà uno stato di invalidità temporanea, ma non v'è ancora invalidità permanente; se la malattia guarisce con postumi permanenti si avrà uno stato di invalidità permanente, ma non vi sarà più invalidità temporanea; se la malattia dovesse condurre a morte l'ammalato, essa avrà causato solo un periodo di invalidità temporanea (Sez. 6 - 3, Ordinanza n. 32372 del 13.12.2018; Sez. 3, Sentenza n. 5197 del 17/03/2015, Rv. 634697 - 01; così pure Sez. 3 Sentenza n. 7632 del 16/05/2003, Rv. 563159, § 3.3 dei "Motivi della decisione").
Quanto al danno biologico temporaneo, per potersene predicare l'esistenza sarà necessario che la lesione della salute si sia protratta per un tempo apprezzabile, perché solo un tempo apprezzabile consente quell' "accertabilità medico legale" che costituisce il fondamento del danno biologico temporaneo.
Se la vittima non sia consapevole della fine imminente, infatti, non è nemmeno concepibile che possa prefigurarsela, e addolorarsi per essa
La Corte d'appello ha rigettato la domanda di risarcimento proposta da Corneliu Ghinea, ed avente ad oggetto il ristoro del pregiudizio patito dalla figlia nei tre giorni di sopravvivenza trascorsi tra il sinistro e la morte, con la seguente motivazione: "nulla va riconosciuto [a Corneliu Ghinea] per la morte della minore Beatrice, figlia, dato il breve periodo di sopravvivenza della stessa post evento, di circa tre giorni".
6.8.1. In primo luogo, infatti, essa àncora la sussistenza del danno alla durata della sopravvivenza. Ma nella giurisprudenza di questa Corte, per quanto sopra esposto, la durata della sopravvivenza non è elemento costitutivo del danno consistente nell'aver provato la formido mortis. La paura di morire può provarla anche chi sopravviva pochi minuti alla lesione; così come può restarne immune chi sia sopravvissuto per lungo tempo.
La durata della sopravvivenza può essere un elemento indiziario dal quale desumere l'esistenza del pregiudizio (in base al rilievo che una sopravvivenza di pochi istanti, ad esempio, difficilmente lascia alla vittima la consapevolezza della propria sorte); e costituisce certamente un parametro di valutazione del quantum debeatur. Non costituisce, invece, elemento costitutivo dell'an debeatur.
6.8.2. In secondo luogo, per escludere l'esistenza del danno patito da Beatrice Ghinea il giudice di merito avrebbe dovuto accertare non già e non solo per quanto tempo sopravvisse, ma avrebbe dovuto accertare: -
) se la sopravvivenza superò le 24 ore, al fine di stabilire se si era prodotto un danno biologico da invalidità temporanea;
Con esso si lamenta, ai sensi dell'articolo 360, n. 4, c.p.c., la nullità della sentenza per mancanza di motivazione.
Sostengono i ricorrenti che la Corte d'appello non avrebbe motivato in modo chiaro, logico e non contraddittorio il rigetto della domanda di accertamento della mala gestio delle due compagnie assicuratrici, e della conseguente responsabilità ultramassimale.
Infatti, essendo stati accolti in questa sede i motivi di ricorso concernenti la stima del danno alla salute patito da Corneliu Ghinea, la stima del danno non patrimoniale patito da Beatrice Ghinea, e la stima del danno non patrimoniale da uccisione patito da tutti e tre i ricorrenti, e dovendo il giudice di merito procedere per tutti tre ad una nuova valutazione e liquidazione, sarebbe stato impossibile per il ricorrente (e sarebbe impossibile anche per questa Corte) antivedere come si orienterà il giudice di rinvio, per poi stabilire se nel caso di specie sussista o non sussista un problema di incapienza del massimale.
Gli odierni ricorrenti chiesero alla Corte d'appello la condanna dei due assicuratori convenuti (la Cattolica, assicuratore del vettore; e la Allianz, assicuratore del veicolo antagonista) sul presupposto che essi avessero colposamente ritardato l'adempimento delle rispettive obbligazioni (c.d. mala gestio impropria).
La Corte d'appello, confermando la decisione di primo grado, rigettò il relativo motivo di gravame, affermando che non sussisteva la mala gestio "da parte della società assicuratrice" (non è chiaro a quale delle due società convenute intendesse riferirsi la Corte d'appello), giacché il ritardo dell'assicuratore nell'adempimento della propria obbligazione nel caso di specie era giustificato, alla luce della "particolarità dell'evento [che] imponeva una valutazione ponderata del caso".
Nel caso di specie, infatti, sono decedute tre persone che erano trasportate su un autoveicolo venuto a collisione con altro mezzo: e secondo la legislazione e la giurisprudenza vigenti all'epoca del fatto (2003) i congiunti delle vittime potevano invocare la responsabilità solidale cumulativa tanto del vettore, quanto del veicolo antagonista, ai sensi del combinato disposto degli artt. 2054, comma primo, e 2055 c.c..
Di conseguenza, qualunque assicuratore mediamente diligente, ai sensi della norma appena indicata, deve sapere che, in presenza della morte d'una persona trasportata:
Né a giustificazione della mora debendi in cui sono incorsi i due assicuratori convenuti sarebbe valso invocare l'eventuale incertezza nella ricostruzione della dinamica del sinistro. Tale incertezza, infatti, in presenza della morte d'una persona trasportata, aggrava, invece che attenuare, la responsabilità dell'assicuratore in caso di ritardato adempimento.
Di conseguenza l'assicuratore il quale, dinanzi ad un sinistro dalla dinamica controvertibile, neghi caparbiamente la responsabilità del proprio assicurato nei confronti della pretesa avanzata da persona trasportata, affida le proprie difese ad una eccezione di incerto fondamento, e si espone per ciò solo al rischio di condanna per mala gestio impropria.
7.5. In conclusione, nel caso di morte d'una persona trasportata su un veicolo a motore in conseguenza d'uno scontro tra veicoli:
-) se non vi è incertezza sulla dinamica del sinistro, gli assicuratori dei veicoli coinvolti, una volta spirato lo spatium deliberandí di cui all'art. 22 I. 24.12.1969 n. 990, si presumono per ciò solo in mora culpata;
-) se vi è incertezza sulla dinamica del sinistro, i due assicuratori dei veicoli coinvolti debbono, ai sensi dell'art. 1176, comma 2, c.c., prefigurarsi l'ipotesi della corresponsabilità dei rispettivi assicurati, ex artt. 2054 e 2055 c.c., ed il non farlo costituisce per ciò solo una mora culpata.
Questi essendo i criteri da applicare per l'accertamento della male gestio impropria dell'assicuratore della r.c.a., ne consegue che nel caso di specie la Corte d'appello, dichiarando giustificato il ritardo dei due assicuratori in un caso di morte di tre persone trasportate sul presupposto che il caso concreto presentava delle "particolarità", ha effettivamente adottato una motivazione imperscrutabile, non spiegando quali fossero tali "particolarità".
-) cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d'appello di Milano, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

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 § 3
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