Source: http://avvocatiforlicesena.it/aggiornamenti-giurisprudenziali/9-civile.html
Timestamp: 2019-05-23 08:49:27+00:00

Document:
Sei qui: Home Aggiornamenti giurisprudenziali Civile
Niente pensione di reversibilità in assenza di assegno di divorzio
Lo sostiene la Corte di Cassazione nell’ordinanza 11129/19, depositata il 19 aprile.
La fattispecie. Una vedova faceva domanda per ottenere la pensione di reversibilità a seguito della morte del marito da cui aveva divorziato. La donna, infatti, sosteneva di essere titolare di un assegno di mantenimento, riconosciutole dal Tribunale in sede di giudizio di separazione.
Il Tribunale di Roma respingeva la domanda in quanto l'assegno previsto in sede di separazione, di natura alimentare e fondato sul presupposto della permanenza del vincolo coniugale, non poteva rivivere una volta dichiarata la cessazione degli effetti del matrimonio; inoltre, difettando dunque, in capo alla ricorrente la titolarità di un assegno di divorzio.
Tale decisione veniva confermata anche in Appello e dai Giudici di legittimità.
La Suprema Corte ammette che il coniuge rispetto al quale sia stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e che non sia passato a nuove nozze, può vantare il diritto, in caso di morte dell’ex coniuge, all'attribuzione della pensione di reversibilità o di una quota di questa.
Gli stessi Ermellini aggiungono, però, che il riconoscimento di questo diritto in caso di concorso con altro coniuge superstite, presuppone che il richiedente, al momento della morte dell'ex coniuge, risulti titolare di assegno di divorzio giudizialmente riconosciuto dal Tribunale.
Data la mancanza di un assegno divorzile in favore della vedova a carico dell’ex coniuge, la domanda deve essere rigettata.
Nota a cura avv. E. Oropallo
In caso di sottrazione internazionale del minore, se c’è il rischio fondato di pericoli fisici o psichici per il minore e se quest’ultimo ha anche espresso una volontà contraria al rientro, i giudici nazionali non sono tenuti a disporre il rimpatrio del minore ritenuto sottratto. La Corte di Cassazione, prima sezione civile, si è pronunciata con ordinanza n. 9767/19 dell’8 aprile, respingendo il ricorso di una madre che chiedeva il rientro in Germania della propria figlia.
Per la Suprema Corte, che ha ritenuto infondato il ricorso, non si è verificata alcuna violazione della Convenzione dell’Aja sugli aspetti civili della sottrazione internazionale di minori del 25 ottobre 1980, ratificata dall’Italia con legge n. 64/1994, confermando una giurisprudenza costante che ritiene prevalente il diritto del minore rispettando nel caso di specie la sua opinione di voler restare in Italia.
Necessario motivare la mancata audizione del minore infradodicenne
Interessante sentenza della Corte di Cassazione che ha ribadito l’obbligo del Giudice – già contemplato dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo – di sentire il minore nelle procedure giudiziarie che lo riguardano o di motivare la sua mancata audizione.
Il caso. Nel 2017, il Tribunale di Vicenza, con decreto emesso ai sensi dell’art. 337-bis c.c., accogliendo parzialmente le istanze di una madre, nei confronti dell’altro genitore, disponeva l’affidamento condiviso dei due figli minorenni, con collocazione prevalente presso l’abitazione materna.
Il Tribunale accoglieva anche l’istanza materna di iscrizione di un figlio, infradodicenne, presso la scuola secondaria del Comune di residenza, più vicina all’abitazione della madre. L’uomo proponeva reclamo alla Corte d’Appello di Vicenza, la quale, con decreto, lo rigettava. Avverso il decreto della Corte territoriale l’uomo proponeva ricorso per Cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost. - stante la decisorietà e definitività del provvedimento.
Motivi di impugnazione. Con il primo motivo il ricorrente lamentava l’omessa audizione del figlio minore in merito alla scelta della scuola media da frequentare. Per l’uomo la Corte d’Appello aveva disatteso l’istanza di audizione diretta del minore, senza fornire spiegazione di tale decisione.
Con il secondo motivo il ricorrente si doleva del fatto che la Corte non avesse fornito motivazione sulla mancata audizione del figlio - trattandosi, invece, di un punto decisivo -, in relazione alla scelta della scuola, da valutarsi nell’interesse del minore.
Con il terzo motivo censurava il decreto impugnato per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, con riferimento alla scelta della scuola media da frequentare da parte del minore.
Osservazioni della Corte. I Supremi Giudici, dopo aver rigettato la eccezione sollevata nel controricorso di inammissibilità del ricorso, essendo il decreto emesso dalla Corte d’Appello in sede di reclamo perché ha carattere decisorio e definitivo ed è, pertanto, ricorribile in Cassazione ai sensi dell'art. 111 Cost..
La Suprema Corte esamina poi congiuntamente i primi tre motivi di ricorso, ritenendoli connessi e li reputa fondati.
L’ascolto del minore di almeno dodici anni e anche di età inferiore, purchè dotato di capacità di discernimento, costituisce una modalità, tra le più rilevanti, di riconoscimento del suo diritto fondamentale ad essere informato e ad esprimere le proprie opinioni nei procedimenti che lo riguardano.
Ad avviso dei Supremi Giudici, la motivazione del giudice - che decide di non disporre l’ascolto - deve essere tanto più stringente quanto più il minore si avvicina all’età dei 12 anni, oltre la quale subentra l’obbligo legale dell’ascolto.
Nel decreto impugnato, invece, manca la motivazione giustificativa dell’omessa audizione diretta del minore, né sono esplicitate le ragioni per le quali è ritenuto superfluo l’ascolto diretto o contrario all’interesse del minore o le motivazioni di incapacità di discernimento dello stesso.
I Giudici della Prima Sezione civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza in oggetto, accolgono i primi tre motivi di ricorso e cassano il decreto impugnato rinviando alla Corte di Appello di Venezia anche per la decisione sulle spese del giudizio di legittimità.
Lo ha affermato la Cassazione, con ordinanza n. 2675/18, depositata il 5 febbraio.
La vicenda. Il Tribunale di Alessandria rigettava la domanda dell’attore volta ad ottenere, nei confronti di un Azienda Ospedaliera, il risarcimento dei danni subiti per l’erronea esecuzione dell’intervento di raschiamento uterino cui era stata sottoposta la moglie a seguito del quale la gravidanza era proseguita e si era conclusa con la nascita di una bambina, contro la volontà dei genitori. Il Tribunale, con sentenza confermata anche dalla Corte d’Appello, sosteneva che non fosse dimostrato che gli interessati avessero espresso la sicura volontà di abortire.
Motivazione del tutto illogica e apparente. La Suprema Corte ha rilevato che la domanda attorea è stata respinta senza alcuna plausibile motivazione. Infatti, osserva la Cassazione, i Giudici di merito si sono limitati a dedurre l’insufficienza di prove ed ad affermare, illogicamente, che la nascita della figlia fosse una riprova del fatto che la madre non avesse intenzione di fare ricorso ad una interruzione volontaria di gravidanza.
Il diritto al risarcimento del padre. Dopo aver riscontrato la motivazione illogica ed apparente dei Giudici, la Suprema Corte, ha affermato un nuovo principio di diritto in tema di responsabilità medica per erronea diagnosi concernente il feto e conseguente nascita indesiderata.
Infatti la Cassazione ha disposto che il risarcimento dei danni derivanti dall’inadempimento delle struttura sanitaria all’obbligazione contrattuale spetta, non solo alla madre, ma anche al padre, «atteso il complesso di diritti e doveri che, secondo l’ordinamento, si incentrano sulla procreazione cosciente e responsabile, considerando che, agli effetti negativi delle condotta del medico ed alla responsabilità della struttura in cui egli opera, non può ritenersi estraneo il padre, il quale deve perciò, considerarsi tra i soggetti protetti»; da cui consegue il relativo diritto al risarcimento dei danni, «fra i quali deve ricomprendersi il pregiudizio di carattere patrimoniale derivante dai doveri di mantenimento dei genitori nei confronti dei figli».
In conclusione la Cassazione ha accolto il ricorso e cassato la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’Appello che nel riesaminare la controversia dovrà attenersi ai suddetti principi.
La rilevanza dell’inizio della convivenza more uxorio ai fini dell’esclusione dell’assegno divorzile
Il caso. La controversia oggetto di ricorso per cassazione trae origine da un procedimento per la modifica delle condizioni di divorzio nel giudizio svoltosi davanti alla Corte d’Appello di Brescia. Nella specie il Giudice di merito, in riforma della decisione di prime cure, escludeva che la convivenza more uxorio dell’ex coniuge, beneficiario dell’assegno divorzile, facesse venire meno il diritto all’assegno stesso.
La decisione di merito è contestata davanti alla Suprema Corte dall’ex marito, in qualità di obbligato al versamento dell’assegno.
La Cassazione per decidere la controversia ha richiamato l’ormai consolidato principio di diritto secondo il quale la convivenza more uxorio dell’ex coniuge, fa venir meno il diritto all’assegno, indipendentemente dalla posizione economica di ciascun convivente.
Sul punto la Cassazione con ordinanza n. 2732/18; depositata il 5 febbraio rileva che nella fattispecie non vi sono dubbi che l’ex moglie abbia intrapreso una relazione stabile con un altro uomo, ammessa anche dalla medesima durante il giudizio d’appello. Da quanto richiamato dalla valutazione della Corte deriva la conseguente fondatezza del ricorso principale promosso dall’ex marito per cui, la Suprema Corte, ha cassato il provvedimento impugnato con rinvio alla Corte d’Appello di Brescia che, fermo il principio dell’esclusione dell’assegno divorzile in virtù della stabile convivenza, dovrà accertare il momento in cui questa si è costituita.
La Sez. III civile della Cassazione (sentenza n. 6592/19, depositata il 7 marzo).
La questione processuale affrontata dalla S.C. riguarda l’eccepita tardività del ricorso per cassazione, notificato, secondo le tesi a sostegno dell’eccezione, con un giorno di ritardo in ragione del termine della sospensione feriale, ormai limitato ad “un mese”.
A tale proposito la Cassazione precisa che non si tratta di “un mese” di sospensione feriale, bensì di “31 giorni”. Secondo un più generale principio, infatti, per i termini mensili o annuali, fra i quali è compreso quello di decadenza dall'impugnazione ex art. 327 c.p.c., osserva, a norma degli artt. 155, comma 2, c.p.c. e 2963, comma 4, c.c., che il sistema della computazione civile, non "ex numero" bensì "ex nominatione dierum", nel senso che il decorso del tempo si ha, indipendentemente dall'effettivo numero dei giorni compresi nel rispettivo periodo, allo spirare del giorno corrispondente a quello del mese iniziale; analogamente si deve procedere quando il termine di decadenza interferisca con il periodo di sospensione feriale dei termini.
Sulla scorta di questi ormai pacifici principi, il ricorso per cassazione è stato considerato tempestivamente proposto.
Assegno divorzile e onere della prova nella situazione reddituale delle parti.
La valutazione delle prove è rimessa, ai sensi dell’art. 116 c.p.c., al prudente apprezzamento del giudicante e non può ritenersi in alcun modo condizionata dalla scelta, parimenti discrezionale, di disporre, d’ufficio o su istanza di parte, indagini patrimoniali tramite polizia tributaria al fine di procedere al doveroso accertamento dei fatti rilevanti per la decisione. Così la Corte di Cassazione con la sentenza n. 9535/19, depositata il 4 aprile.
I Supremi Giudici ribadiscono un principio già affermato in una precedente pronuncia di legittimità, ad avviso della quale in sede di determinazione dell'assegno di divorzio, l'occupazione di fatto di un immobile da parte del coniuge configura utilità che fuoriesce dall'ambito valutativo proprio dei valori legalmente posseduti da ciascuno dei coniugi.
I Giudici Supremi affermano che, in tema di divorzio, l'art. 5, comma 9, l. n. 898/1970, non impone al Tribunale in via diretta ed automatica di disporre indagini avvalendosi della polizia tributaria ogni volta in cui sia contestato un reddito indicato e documentato, ma rimette allo stesso giudice la valutazione di tale esigenza.
A 16 anni ha scoperto che l’uomo da lei identificato come il proprio papà non era in realtà il suo genitore biologico, la cui identità è stata invece accertata solo grazie ad un accertamento giudiziale.
Legittimo il diritto della ragazza, oramai maggiorenne, ad ottenere dall’uomo rivelatosi essere suo padre, non solo il mantenimento ma anche il risarcimento per il danno esistenziale subito (Cassazione, ordinanza n. 9497/19, sez. VI Civile - 1, depositata il 5.4.2019).
Tutto ha origine quando la ragazza vede sconvolta la propria vita: quello che per sedici anni ha chiamato “papà” non è in realtà suo padre. Passaggio successivo è «l’accertamento giudiziale di paternità» che affronta insieme alla madre e che le permette di conoscere l’identità del proprio genitore biologico. E i Giudici le riconoscono il diritto di ottenere dall’uomo non solo 1.500 euro al mese a titolo di «contributo al mantenimento» ma anche 30 mila euro a titolo di «risarcimento del danno esistenziale» da lei subito.
La decisione presa dalla Corte d’Appello viene ora confermata e resa definitiva dalla Cassazione, che respinge il ricorso proposto dal legale dell’uomo.
In particolare, è ritenuta evidente la «lesione esistenziale» riportata dalla ragazza, una volta preso atto che l’uomo da lei chiamato “papà” non era in realtà il suo vero genitore. Mentre è irrilevante, aggiungono i Giudici, il fatto che ella abbia avuto comunque «un padre legittimo» per diciotto anni.
L'avvocato che assiste più parti con posizioni identiche ha diritto alla liquidazione di onorario unico
Così ha stabilito la Corte di Cassazione, seconda sezione civile, con l’ordinanza n. 8677/19 depositata il 28 marzo.
Ha ritenuto la Corte che in una fattispecie nella quale è applicabile ratione temporis il d.m. 585/1994 sulle tariffe professionali, se l'avvocato ha assistito una pluralità di parti con posizioni processuali identiche trova applicazione il comma 4 dell'art. 5 del d.m.. Il legale ha così diritto alla liquidazione di un onorario unico che può essere aumentato nelle percentuali indicate nella disposizione citata in base al numero di parti assistite.
Vale la pena osservare che il principio espresso dalla Cassazione può essere esteso anche agli odierni parametri forensi di cui al d.m. 55/2014.
Infatti oggi l'art. 4, comma 2 del d.m. citato (modificato poi dal d.m. 37/2018) ha prescrizioni analoghe.
Anche sotto il vigore dell'attuale disciplina si può quindi ritenere che la norma citata detti un principio di carattere generale, non riferito al solo soccombente ma anche al cliente.
Obbligo vaccinale: la sola richiesta all’Asl non è sufficiente per l’iscrizione scolastica
Non può essere accolta la domanda cautelare volta all’annullamento del provvedimento di diniego dell’accesso alla scuola pubblica per il mancato assolvimento dell’obbligo vaccinale previsto dal d.l. n. 73/2017, conv. in l. n. 119/2017. La mera presentazione all’istituto scolastico della formale richiesta alla Asl competente per la somministrazione delle vaccinazioni obbligatorie è infatti idonea ai soli fini dell’iscrizione, ma la procedura deve essere completata entro il termine di scadenza per l’iscrizione. Così ha stabilito il TAR Abruzzo, Sez. I, ordinanza n. 41/19; depositata il 23 febbraio.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 327
 sentenza