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Timestamp: 2017-05-27 16:29:23+00:00

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1 A mia mamma Rosy A mio fratello Patrick A Francesca A Maria Rosa Grazie per il vostro sostegno e il vostro affetto2 3 4 INDICE Introduzione pag.01 CAPITOLO I: IL REPORTING DEGLI ATTENTATI Quel 3 settembre 1982 Cronaca di una morte annunciata Istantanee sulla morte di Dalla Chiesa La strage di Capaci: 23 maggio 1992 Istantanee della strage di Capaci L autobomba di via D Amelio: 19 luglio 1992 La televisione sempre più tempestiva pag.07 pag.09 pag.10 pag.12 pag.18 pag.19 pag.24 CAPITOLO II: UN ANNO DOPO Le commemorazioni di Carlo Alberto Dalla Chiesa e le polemiche Falcone e Borsellino, ancora insieme La televisione pag.26 pag.29 pag.31 pag.35 CAPITOLO III: LA COSTRUZIONE DELLA MEMORIA Dieci anni nel ricordo di Carlo Alberto Dalla Chiesa Il 1986: l anno del non ricordo e del maxiprocesso Proseguono le commemorazioni Dalla carta stampata alla televisione Giovanni Falcone commemorato da quattordici anni Le commemorazioni televisive su Falcone La stampa ricorda Paolo Borsellino pag.40 pag.42 pag.44 pag.45 pag.47 pag.52 pag.555 CAPITOLO IV: QUANDO FILM E FICTION PARLANO DI MAFIA Giuseppe Ferrara, cineasta sensibile alla mafia I film I fruitori dei film su Dalla Chiesa e Falcone Le fiction I dati auditel delle due fiction Le recensioni pag.59 pag.60 pag.64 pag.66 pag.69 pag.69 CAPITOLO V: PAGINE DI MAFIA In nome del popolo italiano Storia di Giovanni Falcone Il valore di una vita Confronti pag.72 pag.74 pag.76 pag.77 BIOGRAFIE pag.79 ELENCO MATERIALI pag.926 In quest articolo pubblicato da "L'Unità" il 31 maggio 1992, otto giorni dopo la strage di Capaci, il giudice Giovanni Falcone traccia con chiarezza un quadro dell'evoluzione di Cosa Nostra a partire dal dopoguerra e denuncia la sottovalutazione che, per molto tempo, ha caratterizzato l'approccio delle istituzioni al problema della mafia. IO, FALCONE, VI SPIEGO COS È LA MAFIA Nella relazione finale della Commissione d'inchiesta Franchetti-Sonnino del lontano 1875/76 si legge che «la mafia non è un'associazione che abbia forme stabili e organismi speciali... Non ha statuti, non ha compartecipazioni di lucro, non tiene riunioni, non ha capi riconosciuti, se non i più forti ed i più abili; ma è piuttosto lo sviluppo ed il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male». Si legge ancora: «Questa forma criminosa, non... specialissima della Sicilia», esercita «sopra tutte queste varietà di reati»...«una grande influenza» imprimendo «a tutti quel carattere speciale che distingue dalle altre la criminalità siciliana e senza la quale molti reati o non si commetterebbero o lascerebbero scoprirne gli autori»; si rileva, inoltre, che «i mali sono antichi, ma ebbero ed hanno periodi di mitigazione e di esacerbazione» e che, già sotto il governo di re Ferdinando, la mafia si era infiltrata anche nelle altre classi, cosa che da alcune testimonianze è ritenuta vera anche oggidì». Già nel secolo scorso, quindi, il problema mafia si manifestava in tutta la gravità; infatti si legge nella richiamata relazione:«le forze militari concentrate per questo servizio in Sicilia risultavano 22 battaglioni e mezzo fra fanteria e bersaglieri, due squadroni di cavalleria e quattro plotoni di bersaglieri montani, oltre i Carabinieri in numero di 3120». Da allora, bisogna attendere i tempi del prefetto Mori per registrare un tentativo di seria repressione del fenomeno mafioso, ma i limiti di quel tentativo sono ben noti a tutti. Nell'immediato dopoguerra e fino ai tragici fatti di sangue della prima guerra di mafia degli anni 1962/1963 gli organismi responsabili ed i mezzi di informazione sembrano fare a gara per minimizzare il fenomeno. Al riguardo, appaiono significativi i discorsi di inaugurazione dell'anno giudiziario pronunciati dai Procuratori Generali di Palermo. Nel discorso inaugurale del 1954, il primo del dopoguerra, si insisteva nel concetto che la mafia «più che una associazione tenebrosa costituisce un diffuso potere occulto», ma non si manca di fare un accenno alla gravissima vicenda del banditismo ed ai comportamenti non ortodossi di qualcuno che avrebbe dovuto e potuto stroncare l'attività criminosa ; il riferimento è chiaro, riguarda il7 Procuratore Generale di Palermo, dottor Pili espressamente menzionato nella sentenza emessa dalla Corte d'assise di Viterbo il 3/5/1952: «Giuliano ebbe rapporti, oltre che con funzionari di Pubblica Sicurezza, anche con un magistrato, precisamente con chi era a capo della Procura Generale presso la Corte d'appello di Palermo: Emanuele Pili». Nella relazioni inaugurali degli anni successivi gli accenni alla mafia, in piena armonia con un clima generale di minimizzazione del problema, sono fugaci e del tutto rassicuranti. Così, nella relazione del 1956 si legge che il fenomeno della delinquenza associata è scomparso e, in quella del 1957, si accenna appena a delitti di sangue da scrivere, si dice ad «opposti gruppi di delinquenti». Nella relazione del 1967, si asserisce che il fenomeno della criminalità mafiosa era entrato in una fase di «lenta ma costante sua eliminazione» e, in quella del 1968, si raccomanda l'adozione della misura di prevenzione del soggiorno obbligato, dato che «il mafioso fuori del proprio ambiente diventa pressoché innocuo». Questi brevissimi richiami storici danno la misura di come il problema mafia sia stato sistematicamente valutato da parte degli organismi responsabili benché il fenomeno, nel tempo, lungi dall'esaurirsi, abbia accresciuto la sua pericolosità. E non mi sembra azzardato affermare che una delle cause dall'attuale virulenza della mafia risieda, proprio, nella scarsa attenzione complessiva dello Stato nei confronti di questa secolare realtà. Debbo registrare con soddisfazione, dunque, il discorso pronunciato dal Capo della Polizia, Vincenzo Parisi, alla Scuola di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza. In tale intervento, particolarmente significativo per l'autorevolezza della fonte, il Capo della Polizia, in sostanza, individua nella criminalità organizzata e in quella economica i proventi della maggior parte delle attività illecite del nostro paese tra le quali spiccano soprattutto il traffico di stupefacenti e il commercio clandestino di armi. Sottolineando che la criminalità organizzata - e quella mafiosa in particolare - è, come si sostiene in quell'intervento, «la più significativa sintesi delinquenziale fra elementi atavici... e acquisizioni culturali moderne ed interagisce sempre più frequentemente con la criminalità economica, allo scopo di individuare nuove soluzioni per la ripulitura ed il reimpiego del denaro sporco». L'argomentazione del prefetto Parisi, ovviamente fondata su dati concreti, ha riacceso l'attenzione sulla specifica realtà delle organizzazioni criminali e denuncia, con toni giustamente allarmanti, il pericolo di una saldatura tra criminalità tradizionale e criminalità degli affari: un pericolo che minaccia la stessa sopravvivenza delle istituzioni democratiche come ci insegnano le esperienze di alcuni paesi del Terzo mondo, in cui i trafficanti di droga hanno acquisito una potenza economica tale che si sono perfino offerti - ovviamente, non senza contropartite - di ripianare il deficit del bilancio statale. Ci si8 domanda allora, come sia potuto accadere che una organizzazione criminale come la mafia anziché avviarsi al tramonto, in correlazione col miglioramento delle condizioni di vita e del funzionamento complessivo delle istituzioni, abbia, invece, vieppiù accresciuto la sua virulenza e la sua pericolosità. Un convincimento diffuso è quello - che ha trovato ingresso perfino in alcune sentenze della Suprema Corte - secondo cui oggi saremmo in presenza di una nuova mafia, con le connotazioni proprie di un'associazione criminosa, diversa dalla vecchia mafia, che non sarebbe stata altro che l'espressione, sia pure distorta ed esasperata, di un comune sentire di larghe fasce delle popolazioni meridionali. In altri termini, la mafia tradizionale non esisterebbe più e dalle sue ceneri sarebbe sorta una nuova mafia, quella mafia imprenditrice per intenderci, così bene analizzata dal prof. Arlacchi. Tale opinione è antistorica e fuorviante. Anzitutto, occorre sottolineare con vigore che Cosa Nostra (perché questo è il vero nome della mafia) non è e non si è mai identificata con quel potere occulto e diffuso di cui si è favoleggiato fino a tempi recenti, ma è una organizzazione criminosa - unica ed unitaria - ben individuata ormai nelle sue complesse articolazioni, che ha sempre mantenuto le sue finalità delittuose. Con ciò, evidentemente, non si intende negare che negli anni Cosa Nostra abbia subito mutazioni a livello strutturale e operativo e che altre ne subirà, ma si vuole sottolineare che tutto è avvenuto nell'avvio di una continuità storica e nel rispetto delle regole tradizionali. E proprio la particolare capacità della mafia di modellare con prontezza ed elasticità i valori arcaici alle mutevoli esigenze dei tempi costituisce una della ragioni più profonde della forza di tale consorteria, che la rende tanto diversa. Se oltre a ciò, si considerano la sua capacità di mimetizzazione nella società, la tremenda forza di intimidazione derivante dalla inesorabile ferocia delle punizioni inflitte ai trasgressori o a chi si oppone ai suoi disegni criminosi, l'elevato numero e la statura criminale dei suoi adepti, ci si può rendere però conto dello straordinario spessore di questa organizzazione sempre nuova e sempre uguale a sé stessa. Altro punto fermo da tenere ben presente è che, al di sopra dei vertici organizzativi, non esistono terzi livelli di alcun genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa Nostra. Ovviamente, può accadere ed è accaduto, che, in determinati casi e a determinate condizioni, l'organizzazione mafiosa abbia stretto alleanze con organizzazioni similari ed abbia prestato ausilio ad altri per fini svariati e di certo non disinteressatamente; gli omicidi commessi in Sicilia, specie negli ultimi anni, sono la dimostrazione più evidente di specifiche convergenze di interessi fra la mafia ed altri centri di potere. Cosa Nostra però, nelle alleanze, non accetta posizioni di subalternità; pertanto, è da escludere in radice che altri, chiunque esso sia, possa condizionarne o9 dirigerne dall'esterno le attività. E, in verità, in tanti anni di indagini specifiche sulle vicende di mafia, non è emerso nessun elemento che autorizzi nemmeno il sospetto dell'esistenza di una direzione strategica occulta di Cosa Nostra. Gli uomini d'onore che hanno collaborato con la giustizia, alcuni dei quali figure di primo piano dell'organizzazione, ne sconoscono l'esistenza. Lo stesso dimostrato coinvolgimento di personaggi di spicco di Cosa Nostra in vicende torbide ed inquietanti come il golpe Borghese ed il falso sequestro di Michele Sindona non costituiscono un argomento a contrario perché hanno una propria specificità tutte ed una peculiare giustificazione in armonia con le finalità dell'organizzazione mafiosa. E se è vero che non pochi uomini politici siciliani sono stati, a tutti gli effetti, adepti di Cosa Nostra, è pur vero che in seno all'organizzazione mafiosa non hanno goduto di particolare prestigio in dipendenza della loro estrazione politica. Insomma Cosa Nostra ha tale forza, compattezza ed autonomia che può dialogare e stringere accordi con chicchessia mai però in posizioni di subalternità. Queste peculiarità strutturali hanno consentito alla mafia di conquistare un ruolo egemonico nel traffico, anche internazionale, dell'eroina. Ma, per comprendere meglio le cause dell'insediamento della mafia nel lucroso giro della droga, occorre prendere le mappe del contrabbando di tabacchi, una delle più tradizionali attività illecite della mafia. Il contrabbando è stato a lungo ritenuto una violazione di lieve entità perfino negli ambienti investigativi e giudiziari ed il contrabbandiere è stato addirittura tratteggiato dalla letteratura e dalla filmografia come un romantico avventuriero. La realtà era però ben diversa, essendo il contrabbandiere un personaggio al soldo di Cosa Nostra, se non addirittura un mafioso egli stesso ed il contrabbando si è rivelato un'attività ben più pericolosa di quella legata ad una violazione di un interesse finanziario dello Stato, in quanto ha fruttato ingenti guadagni che hanno consentito l'ingresso nel mercato degli stupefacenti della mafia ed ha aperto e collaudato quei canali internazionali - sia per il trasporto della merce sia per il riciclaggio del danaro - poi utilizzati per il traffico di stupefacenti. Occorre precisare, a questo proposito, che già nel contrabbando di tabacchi, si realizzano importanti novità della struttura mafiosa. È ormai di comune conoscenza che Cosa Nostra è organizzata come una struttura piramidale basata sulla famiglia e ogni uomo d'onore voleva intrattenere rapporti di affari prevalentemente con gli altri membri della stessa famiglia e solo sporadicamente con altre famiglie, essendo riservato ai vertici delle varie famiglie il coordinamento in seno agli organismi direttivi provinciali e regionale. Assunta la gestione del contrabbando di tabacchi - che comporta l'impiego di consistenti10 risorse umane in operazioni complesse che non possono essere svolte da una sola famiglia - sorge la necessità di associarsi con membri di altre famiglie e, perfino, con personaggi estranei a Cosa Nostra. Per effetto dell'allargamento dei rapporti di affari con altri soggetti spesso non mafiosi sorge la necessità di creare strutture nuove di coordinamento che, pur controllate da Cosa Nostra, con la stessa non si identificassero. Si formano, così, associazioni di contrabbandieri, dirette e coordinate da uomini d'onore, che non si identificavano, però, con Cosa Nostra, associazioni aperte alla partecipazione saltuaria di altri uomini d'onore non coinvolti operativamente nel contrabbando, previo assenso e nella misura stabilita dal proprio capo famiglia. In pratica, dunque, l'antica, rigida compartimentazione degli uomini d'onore in famiglie ha cominciato a cedere il posto a strutture più allargate e ad una diversa articolazione delle alleanze in seno all'organizzazione. Cosa Nostra però non si limita ad esercitare il controllo indiretto su altre organizzazioni criminali similari, specialmente nel Napoletano, per assicurare un efficace funzionamento delle attività criminose. Il fatto che esiste anche a Napoli una famiglia mafiosa dipendente direttamente dalla provincia di Palermo, non deve stupire perché la presenza di famiglie mafiose o di sezioni delle stesse (le cosiddette decine ), fuori della Sicilia, ed anche all'estero, è un fenomeno risalente negli anni. La stessa Cosa Nostra statunitense, in origine, non era altro che un insieme di famiglie costituenti diretta filiazione di Cosa Nostra siciliana. Quando Cosa Nostra interviene sul contrabbando presso la malavita napoletana, dunque, lo fa allo scopo dichiarato di sanare i contrasti interni ma più verosimilmente con l'intenzione di fomentare la discordia per assumere la direzione dell'attività. Ecco perché, nel corso degli anni, sono stati individuati collegamenti importanti tra esponenti di spicco della mafia isolana e noti camorristi campani, difficilmente spiegabili già allora con semplici contatti fra organizzazioni criminali diverse. Ed ecco, dunque, perché il contrabbando di tabacchi costituì una spinta decisiva al coordinamento fra organizzazioni criminose, tradizionalmente operanti in territori distinti; coordinamento la cui pericolosità è intuitiva. Nella seconda metà degli anni '70, pertanto, Cosa Nostra con le sue strutture organizzative, coi canali operativi e di riciclaggio già attivati per il contrabbando e con le sue larghe disponibilità finanziarie, aveva tutte le carte in regola per entrare, non più in modo episodico come nel passato, nel grande traffico degli stupefacenti. In più, la presenza negli Usa di un folto gruppo di siciliani collegati con Cosa Nostra garantiva la distribuzione della droga in quel paese. Non c'è da meravigliarsi, allora, se la11 mafia siciliana abbia potuto impadronirsi in breve tempo del traffico dell'eroina verso gli Stati Uniti d'america. Anche nella gestione di questo lucroso affare l'organizzazione ha mostrato la sua capacità di adattamento avendo creato, in base all'esperienza del contrabbando, strutture agili e snelle che, per lungo tempo, hanno reso pressoché impossibili le indagini. Alcuni gruppi curavano l'approvvigionamento della morfina-base dal Medio e dall'estremo Oriente; altri erano addetti esclusivamente ai laboratori per la trasformazione della morfina-base in eroina; altri, infine, si occupavano dell'esportazione dell'eroina verso gli Usa. Tutte queste strutture erano controllate e dirette da uomini d'onore. In particolare, il funzionamento dei laboratori clandestini, almeno agli inizi, era attivato da esperti chimici francesi, reclutati grazie a collegamenti esistenti con il milieu marsigliese fin dai tempi della cosiddetta French connection. L'esportazione della droga, come è stato dimostrato da indagini anche recenti, veniva curata spesso da organizzazioni parallele, addette al reclutamento dei corrieri e collegate a livello di vertice con uomini d'onore preposti a tale settore del traffico. Si tratta dunque di strutture molto articolate e solo apparentemente complesse che, per lunghi anni, hanno funzionato egregiamente, consentendo alla mafia ingentissimi guadagni. Un discorso a sé merita il capitolo del riciclaggio del danaro. Cosa Nostra ha utilizzato organizzazioni internazionali, operanti in Italia, di cui si serviva già fin dai tempi del contrabbando di tabacchi, ma è ovvio che i rapporti sono divenuti assai più stretti e frequenti per effetto degli enormi introiti, derivanti dal traffico di stupefacenti. Ed è chiaro, altresì, che nel tempo i sistemi di riciclaggio si sono sempre più affinati in dipendenza sia delle maggiori quantità di danaro disponibili, sia soprattutto dalla necessità di eludere investigazioni sempre più incisive. Per un certo periodo il sistema bancario ha costituito il canale privilegiato per il riciclaggio del danaro. Di recente, è stato addirittura accertato il coinvolgimento di interi paesi nelle operazioni bancarie di cambio di valuta estera. Senza dire che non poche attività illecite della mafia, costituenti per sé autonoma fonte di ricchezza (come, ad esempio, le cosiddette truffe comunitarie), hanno costituito il mezzo per consentire l'afflusso in Sicilia di ingenti quantitativi di danaro, già ripulito all'estero, quasi per intero proveniente dal traffico degli stupefacenti. Quali effetti ha prodotto in seno all'organizzazione di Cosa Nostra la gestione del traffico di stupefacenti? Contrariamente a quanto ritenevano alcuni mafiosi più tradizionalisti, la mafia non si è rapidamente dissolta ma ha accentuato le sue caratteristiche criminali. Le alleanze orizzontali fra uomini d'onore di diverse famiglie e di diverse province hanno favorito il processo, già in atto da tempo, di gerarchizzazione di Cosa Nostra ed al12 contempo, indebolendo la rigida struttura di base, hanno alimentato mire egemoniche. Infatti, nei primi anni '70 per assicurare un migliore controllo dell'organizzazione, veniva costituito un nuovo organismo verticale, la commissione regionale, composta dai capi delle province mafiose siciliane col compito di stabilire regole di condotta e di applicare sanzioni negli affari concernenti Cosa Nostra nel suo complesso. Ma le fughe in avanti di taluni non erano state inizialmente controllate. Esplode così nel 1978 una violenta contesa culminata negli anni Due opposte fazioni si affrontano in uno scontro di una ferocia senza precedenti che investiva tutte le strutture di Cosa Nostra, causando centinaia di morti. I gruppi avversari aggregavano uomini d'onore delle più varie famiglie spinti dall'interesse personale - a differenza di quanto accadeva nella prima guerra di mafia caratterizzata dallo scontro tra le famiglie - e ciò a dimostrazione del superamento della compartimentazione in famiglie. La sanguinaria contesa non ha determinato - come ingenuamente si prevedeva - un indebolimento complessivo di Cosa Nostra ma, al contrario, un rafforzamento ed un rinsaldamento delle strutture mafiose, che, depurate degli elementi più deboli (eliminati nel conflitto), si ricompattavano sotto il dominio di un gruppo egemone accentuando al massimo la segretezza ed il verticismo. Il nuovo gruppo dirigente a dimostrazione della sua potenza, a cominciare dall'aprile 1982, ha iniziato ad eliminare chiunque potesse costituire un ostacolo. Gli omicidi di Pio La Torre, di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Rocco Chinnici, di Giangiacomo Ciaccio Montalto, di Beppe Montana, di Ninni Cassarà, al di là delle specifiche ragioni della eliminazione di ciascuno di essi, testimoniano una drammatica realtà. E tutto ciò mentre il traffico di stupefacenti e le altre attività illecite andavano a gonfie vele nonostante l'impegno delle forze dell'ordine. La collaborazione di alcuni elementi di spicco di Cosa Nostra e la conclusione di inchieste giudiziarie approfondite e ponderose hanno inferto indubbiamente un duro colpo alla mafia. Ma se la celebrazione tra difficoltà di ogni genere di questi processi ha indotto Cosa Nostra ad un ripensamento di strategie, non ha determinato l'inizio della fine del fenomeno mafioso. Il declino della mafia più volte annunciato non si è verificato, e non è, purtroppo, prevedibile nemmeno. È vero che non pochi uomini d'onore, diversi dei quali di importanza primaria, sono in atto detenuti; tuttavia i vertici di Cosa Nostra sono latitanti e non sono sicuramente costretti all'angolo. Le indagini di polizia giudiziaria, ormai da qualche anno, hanno perso di intensità e di incisività a fronte di una organizzazione mafiosa sempre più impenetrabile e compatta talché le notizie in nostro possesso sulla attuale consistenza dei quadri mafiosi e sui nuovi adepti sono veramente scarse.13 Né è possibile trarre buoni auspici dalla drastica riduzione dei fatti di sangue peraltro circoscritta al Palermitano e solo in minima parte ascrivibile all'azione repressiva. La tregua iniziata è purtroppo frequentemente interrotta da assassinii di mafiosi di rango, segno che la resa dei conti non è finita e soprattutto da omicidi dimostrativi che hanno creato notevole allarme sociale; si pensi agli omicidi dell'ex sindaco di Palermo, Giuseppe Insalaco e dell'agente della PS Natale Mondo, consumati appena qualche mese addietro. Si ha l'eloquente conferma che gli antichi, ibridi connubi tra criminalità mafiosa e occulti centri di potere costituiscono tuttora nodi irrisolti con la conseguenza che, fino a quando non sarà fatta luce su moventi e su mandanti dei nuovi come dei vecchi omicidi eccellenti, non si potranno fare molti passi avanti. Malgrado i processi e le condanne, risulta da inchieste giudiziarie ancora in corso che la mafia non ha abbandonato il traffico di eroina e che comincia ad interessarsi sempre più alla cocaina; e si hanno già notizie precise di scambi tra eroina e cocaina già in America, col pericolo incombente di contatti e collegamenti - la cui pericolosità è intuitiva - tra mafia siciliana ed altre organizzazioni criminali italiane e sudamericane. Le indagini per la individuazione dei canali di riciclaggio del denaro proveniente dal traffico di stupefacenti sono rese molto difficili, sia a causa di una cooperazione internazionale ancora insoddisfacente, sia per il ricorso, da parte dei trafficanti, a sistemi di riciclaggio sempre più sofisticati. Per quanto riguarda poi le attività illecite, va registrato che accanto ai crimini tradizionali come ad esempio le estorsioni sistematizzate, e le intermediazioni parassitarie, nuove e più insidiose attività cominciano ad acquisire rilevanza. Mi riferisco ai casi sempre più frequenti di imprenditori non mafiosi, che subiscono da parte dei mafiosi richieste perentorie di compartecipazione all'impresa e ciò anche allo scopo di eludere le investigazioni patrimoniali rese obbligatorie dalla normativa antimafia. Questa, in brevissima sintesi, è la situazione attuale che, a mio avviso, non legittima alcun trionfalismo. Mi rendo conto che la fisiologica stanchezza seguente ad una fase di tensione morale eccezionale e protratta nel tempo ha determinato un generale clima, se non di smobilitazione, certamente di disimpegno e, per quanto mi riguarda, non ritengo di aver alcun titolo di legittimazione per censurare chicchessia e per suggerire rimedi. Ma ritengo mio preciso dovere morale sottolineare, anche a costo di passare per profeta di sventure, che continuando a percorrere questa strada, nel futuro prossimo, saremo costretti a confrontarci con una realtà sempre più difficile.14 INTRODUZIONE Qual è la reale potenza dei mass-media? Possono televisione, giornali, editoria, cinema osannare o dimenticare dei personaggi che hanno dato un contributo tangibile all Italia, o riuscire a commemorarli a dovere? Sono stati questi i primi quesiti che mi sono posta quando ho deciso di intraprendere l argomento della costruzione della memoria collettiva legata alle stragi di mafia quale tema per la mia dissertazione finale. Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono accomunati da un medesimo destino: essere stati assassinati dalla mafia che cercavano di sconfiggere, rei di aver creduto in ideali che li avevano indotti a pensare di poter raggiungere, prima o poi, il loro obiettivo. Ognuno di noi ha cognizione di chi siano queste tre personalità: ne conosce gli estremi biografici, le cause della morte, le battaglie intraprese. Tuttavia, se periodicamente i massmedia, tramite diversi espedienti, non avessero continuato a ragionare di loro, probabilmente molti ricordi a loro legati sarebbero offuscati. Un impegno importante, che non sempre è stato assolto in maniera puntuale e doverosa, soprattutto per quanto riguarda la televisione e la carta stampata. L obiettivo di questo lavoro è dunque dimostrare come i quotidiani, la televisione, l editoria, il cinema e le fiction abbiano commemorato Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino, e con quale tempistica. Per ottenere un simile risultato, ho preso in considerazione tutti i diversi medium sopra elencati. Per quanto attiene la carta stampata, ho esaminato il quotidiano La Stampa. Dal 1982 al 2006 ho raccolto tutti gli articoli relativi a queste tre personalità e alle commemorazioni a loro legate: le stesse peraltro non si svolgevano solo in occasione degli anniversari, ma anche nel corso dell anno. Nell analizzare gli articoli ho inoltre tenuto conto della loro collocazione all interno del quotidiano: quando occupavano la prima pagina, quando vi era su di essa solo un richiamo alle pagine interne, che tipo di taglio veniva dato, se vi era o meno la presenza di fotografie all interno di tali articoli. Ciò che ho potuto notare è che, con il passare degli anni, sempre più spesso le notizie relative alle commemorazioni di Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino apparivano solamente nelle pagine interne, spesso sottoforma di un trafiletto a destra della pagina, che in alcuni casi al primo colpo d occhio potrebbe persino sfuggire. 115 Dalla lettura di tali articoli si evince che la stesura degli stessi è affidata da sempre agli stessi giornalisti, gli unici che hanno deciso di scrivere di mafia e di fare dei loro scritti un atto di denuncia sociale. Ritornano quindi le firme di Francesco La Licata, Saverio Lodato, Attilio Bolzoni, Antonio Ravidà, riscontrabili anche nel campo dell editoria attinente all argomento. La sezione relativa alla televisione si è concretizzata grazie al supporto dell Archivio Rai di Torino. La sede valdostana della tv di Stato non ha infatti prestato attenzione alle mie richieste, al contrario di quanto avvenuto nel capoluogo piemontese. Mi è stata quindi offerta la possibilità di visionare tutti i documenti relativi alle morti di Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino, oltre che tutte le trasmissioni confezionate per commemorarli, soprattutto in occasione dei loro anniversari di morte. Un lavoro che ha fatto emergere le diversità di realizzazione dei filmati mutate nel corso degli anni: si passa dalla notizia statica e asciutta della morte del generale Dalla Chiesa data con l edizione della notte del telegiornale di Rai Uno alle immagini in diretta delle stragi di Capaci e di via D Amelio: un confronto risultato sicuramente interessante dal punto di vista personale. La carta stampata e la televisione hanno giocato un ruolo primario per la diffusione delle notizie delle stragi e per la cronaca dei giorni che seguirono tali eccidi; sempre questi due mass-media sono stati presi come riferimento per quanto attiene le diverse commemorazioni, in quanto a loro spettava il compito immediato di divulgare le informazioni relative a cortei e manifestazioni indetti in memoria di Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino. Il mio lavoro dunque si è basato sull analisi di questi due medium per quanto riguarda il come sono state diffuse le notizie delle tragiche morti e delle commemorazioni mensili o annuali, ma non solo. Ho inoltre analizzato le pellicole cinematografiche, le fiction e i libri legati a tali uomini antimafia, anche se tali prodotti non sono quasi mai stati confezionati in occasione di commemorazioni legate alle tre date: 3 settembre, 23 maggio e 19 luglio. Per ciò che concerne i film, ho riscontrato che ne sono stati prodotti solamente due, dedicati rispettivamente a Carlo Alberto Dalla Chiesa e Giovanni Falcone, proiettati per la prima volta rispettivamente nel 1984 e nel Nel visionarli ho cercato di comprendere il punto di vista del regista: che cosa ha voluto raccontare, quali aspetti ha posto in rilievo e quali ha trascurato, che figura è emersa dal racconto del cineasta; nel capitolo dedicato ai film e alle fiction non vi saranno quindi solamente recensioni degli stessi, ma analisi di tali lavori. 216 La stessa scelta è stata adoperata per l esame delle due fiction su Falcone e Borsellino. Non ho ritenuto opportuno confrontare il film e la fiction su Falcone in quanto ritengo che i due prodotti siano a priori molto diversi tra loro, per tempi di realizzazione, per costi, ma soprattutto per fruizione. I libri, che rappresentano l ultimo capitolo della mia tesi, sono in realtà il primo medium al quale mi sono interessata. Quando infatti ho iniziato, diversi anni fa, ad appassionarmi all argomento criminalità organizzata e alle figure di uomini antimafia, per prima cosa ho iniziato a documentarmi leggendo vari libri sull argomento. Anche in questo caso la lettura è stata di tipo critico, per capire personalmente in prima istanza e successivamente spiegare ai fruitori del mio scritto le intenzioni degli autori dei vari libri esaminati. La parte che maggiormente mi ha coinvolta è stata quella relativa all analisi delle raccolte de La Stampa. Leggere diversi articoli scritti da grandi firme e verificare come tali lavori siano stati impaginati ha rappresentato per me una lieve crescita dal punto di vista professionale, considerato il fatto che collaboro da anni per un settimanale locale della Valle d Aosta. Dal punto di vista umano sono stata più colpita dalla visione dei film e delle fiction, dove spesso ho piacevolmente riscontrato delle analogie con i testi letti a riguardo; si tratta a mio giudizio di un aspetto rilevante, in quanto sinonimo di fedele trasposizione della realtà. In questa sede ritengo opportuno anticipare una serie di considerazioni. Posso infatti affermare che vi sono delle diversità di costruzione della memoria dei tre diversi personaggi. Semplificando il concetto, dal mio lavoro è emerso che Carlo Alberto Dalla Chiesa è stato il personaggio meno ricordato e commemorato, mentre Giovanni Falcone incarna l uomo anti mafia per eccellenza, l eroe di un Italia che lotta contro la mafia. A supporto di quanto sopra dichiarato, sottolineo che le commemorazioni relative alla morte del Generale si sono svolte sino al 1991: nel 1992, nonostante ricorresse il suo decennale, non vi sono né messe né celebrazioni ufficiali, e credo che questo sia da imputare al fatto che quell anno sono avvenute le stragi di Capaci e via D Amelio. Quest aspetto tra l altro è tipico del modo attuale di fare giornalismo: la notizia più recente fa dimenticare quella passata, anche se di uguale importanza o inerente al medesimo argomento. Anche la memoria di Paolo Borsellino non gode della stessa attenzione che i mass-media rivolgono verso quella del suo amico e collega Giovanni Falcone. A questo punto viene da chiedersi perché. Perché i mezzi di comunicazione hanno in qualche modo eletto il magistrato di Palermo simbolo della lotta alla mafia, discriminando altre due personalità 317 che si erano battute per lo stesso obiettivo e che hanno pagato la loro scelta nello stesso modo di Falcone? Di fatto Giovanni Falcone è l uomo maggiormente nominato sui quotidiani, soprattutto a lui vengono dedicati convegni, messe, cerimonie, sia il piccolo che il grande schermo realizzano dei prodotti sulla sua biografia, e anche l editoria si occupa maggiormente della sua figura. Secondo il mio punto di vista, la strage di Capaci rappresenta una svolta. Una sorta di spartiacque tra la vecchia e la nuova mafia, quella che prima colpiva a volto scoperto uccidendo in mezzo a una strada a colpi di fucile (come Dalla Chiesa) e che ora preferisce nascondersi dietro il tasto di un detonatore. Non più proiettili ma tritolo, non più assassini che affrontano la loro vittima ma esecutori che spiano da lontano i movimenti del loro bersaglio e colpiscono a distanza, come per Falcone e per Borsellino. La strage di Capaci ha anche cambiato il modo di fare notizia, per quanto attiene i delitti mafiosi. Scompaiono i sotto pancia, le notizie delle edizioni notturne dei telegiornali per fare spazio alle edizioni in diretta di questi ultimi: ai cittadini vengono spesso fornite notizie sommarie, appena reperite da agenti di polizia presenti sul posto o dai passanti, ma esse sono supportate da immagini molto eloquenti destinate a rimanere indelebili nella memoria e nel tempo. La televisione e i giornali hanno veicolato una serie di messaggi visivi, in qualche modo universali. L autostrada divelta, il rumore delle sirene, polvere e macerie ovunque, ma non solo. Dei funerali delle tre personalità si ricordano gli applausi della folla rivolti ai feretri, ma anche i fischi e gli insulti all indirizzo dei politici presenti alle funzioni religiose. Di quei momenti, tuttavia, rimane scolpito nella memoria il discorso della vedova di Vito Schifani, uno degli agenti della scorta di Falcone. Come se quelle parole potessero fare in qualche modo comprendere ai lettori e ai telespettatori il dolore di quelle famiglie, vittime a loro volta della mafia; si vuole far intendere di una collusione tra mafia e politica, ed è emblematica la scena in cui il prete toglie la parola alla vedova che stava pronunciando il suo discorso dal pulpito: come se stesse dicendo delle verità scomode che non dovevano essere ascoltate, come se la Chiesa si vergognasse per quelle dichiarazioni, o, peggio, avesse paura. Il messaggio del rapporto tra mafia e politica e il fatto che questi tre personaggi siano stati abbandonati al loro destino era già stato fatto passare nel 1982, quando, durante i funerali del generale Dalla Chiesa, la figlia Rita chiese che venisse tolta una corona di fiori inviata dal Presidente della Regione Sicilia. Tuttavia, perché Giovanni Falcone è l uomo anti mafia per antonomasia? Forse per la sua aria sorniona, opposta a quella per certi versi austera del generale Dalla Chiesa o a quella 418 riservata del giudice Borsellino, che lo fa sembrare più vicino alla gente comune. O forse perché ha fondato con il suo collega Rocco Chinnici il pool antimafia, e quindi la popolazione identifica con questa nascita la sua volontà manifesta di combattere la criminalità organizzata. O ancora, e qui ritorna il ruolo dei mass-media, perché tutti i mezzi di comunicazione, quando si parla di debellare la lotta alla mafia, fanno riferimento a Falcone, e dunque la gente associa questa figura al tema di cui sopra. Mi sono infine posta un quesito: tutto questo è servito a qualcosa? Hanno avuto un senso le morti di Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino, oppure tutto è tornato come prima? L Italia è stata definitivamente scossa dal suo torpore, è capace di distinguere la mafia in tutte le sue sfaccettature? Perché essa non si manifesta solamente attraverso gli agguati o le sparatorie, ma anche attraverso i ricatti, le estorsioni, i sequestri, gli abusi, la lotta al potere. Sono riusciti, almeno in parte, questi tre personaggi a centrare gli obiettivi che si erano prefissati di raggiungere? Considerato che ancora oggi di loro se ne parla, anche se purtroppo non abbastanza spesso, credo che un timido sì lo si possa affermare. 519 CAPITOLO I IL REPORTING DEGLI ATTENTATI Nel corso degli anni, l avvicendarsi delle nuove tecnologie ha mutato anche il modo e i tempi di dare e diffondere le notizie. I giornali hanno da sempre ricoperto un ruolo preponderante, ma sono stati surclassati dalla televisione che a sua volta risulta spesso (a meno per quanto riguarda l immediatezza di diffusione delle notizie) superata dal web. Nel 1982, nonostante gli italiani avessero appreso della morte del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa attraverso un sottopancia ovvero una scritta in sovrimpressione sullo schermo - trasmesso sulla seconda rete Rai intorno alle 21.30, fu la carta stampata a seguire da vicino l avvenimento, non limitandosi al racconto dei fatti, ma divulgando la biografia del prefetto di Palermo e seguendo la cronaca dei funerali e delle polemiche che li hanno contraddistinti. Per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino fu diverso. Vi furono interruzioni di programmi ed edizioni speciali dei telegiornali (speciali non solamente per l orario della messa in onda ma anche per la gravità dell evento che trattavano), mentre la carta stampata, suo malgrado, non poteva fare altro che raccontare, il giorno dopo i tragici fatti, quello che gli italiani già avevano appreso e impresso nella mente attraverso immagini eloquenti e significative delle stragi. Credo che si tratti di un fenomeno normale, e se tali avvenimenti fossero successi a distanza di qualche anno, ritengo opportuno affermare che con ogni probabilità la gente sarebbe venuta a conoscenza delle tragedie dal web, anche se per maggiori informazioni ed approfondimenti si sarebbe precipitata, se possibile, ad accendere i televisori alla ricerca di maggiori informazioni. Entrando nel merito della questione, vediamo come gli italiani hanno saputo della morte di queste tre personalità. 620 1 QUEL 3 SETTEMBRE 1982 Erano da poco trascorse le 21, quando l Italia fu scossa da una terribile notizia. Avevano assassinato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emmanuela Setti Carraro, mentre il loro autista Domenico Russo era rimasto gravemente ferito (sarebbe morto in ospedale, dopo dieci giorni di coma). A dare la notizia una scritta in sovrimpressione trasmessa dalle reti Rai: «Palermo. Questa sera alle il generale Dalla Chiesa è stato ucciso» 1. Poche righe che gettano l intera penisola nello sconforto, ma soprattutto una regione in particolare, la Sicilia. Una Sicilia che negli ultimi anni era stata devastata da una serie di omicidi di matrice mafiosa che avevano avuto come vittime politici, magistrati, giudici, nonché gli stessi mafiosi ma di bande rivali a quelle dei mandanti. 2 In modo particolare, come è elementare presupporre, la città maggiormente colpita fu il capoluogo regionale, Palermo. La notizia viene letta da milioni di italiani, ma in questi numeri sono compresi, purtroppo, anche i famigliari delle vittime. Nando, figlio del generale, e Gianmaria, fratello della seconda moglie di Dalla Chiesa, apprendono dalla televisione la tragedia che si è abbattuta su di loro. Solamente un ora prima dell attentato, la famiglia Setti Carraro aveva sentito telefonicamente Emmanuela, che telefonava ogni sera per augurare la buonanotte ai suoi cari. Quel 3 settembre 1982 aveva parlato con la madre rassicurandola (anche se non poteva svelare dove si trovava e gli spostamenti che effettuava con il marito) e affermando che a quella telefonata fatta dalla Prefettura ne sarebbe seguita un altra, una volta rientrati a casa, per la buonanotte. Così non fu. 3 Emmanuela Setti Carraro si trovava infatti in Prefettura, aspettando che il marito terminasse la sua lunga giornata di lavoro. Il generale, per depistare chi secondo lui lo teneva sotto controllo, aveva prenotato un tavolo per due in un ristorante a Mondello, anche se in realtà era sua intenzione cenare a casa con la moglie. 4 Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie escono da Villa Withaker poco prima delle 21: la donna sale al posto di guida della sua A112, seguiti dall agente Domenico Russo a bordo di un Alfetta. 1 P.BENEDETTO, La famiglia di Emmanuela apprende dalla tv la notizia del tragico agguato di Palermo, «La Stampa», 5 settembre 1982, pag.1. 2 P.SAPEGNO, M.VENTURA, Generale, Città di Castello, Limina, 1997, pag P.SAPEGNO, M.VENTURA, Generale, Città di Castello, Limina, 1997, pag.4. 4 Ibidem. 7 Vedere altro
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References: sentenza 
 art. 186
 Articolo 55
 art. 9
 Art. 1
 art. 5
 Sentenza