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Timestamp: 2018-04-21 21:18:39+00:00

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Assegno di mantenimento: quando spetta e come si calcola
Le Guide Assegno di mantenimento: quando spetta e come si calcola
Le Guide Pubblicato il 13 novembre 2015
> Le Guide Pubblicato il 13 novembre 2015
Assegno di mantenimento per il coniuge più debole in caso di separazione e divorzio: requisiti per averne diritto, parametri ed esempi di calcolo, rinuncia, modifica, perdita del diritto, rivalutazione Istat.
Tra le molte questioni sulle quali sorgono i maggiori contrasti al momento della separazione e del divorzio, sicuramente quella relativa all’assegno di mantenimento dovuto al coniuge economicamente più debole (in genere la donna) costituisce quella più ricorrente. Pochi accettano, infatti, l’idea di essere tenuti a versare un assegno all’ex, nonostante che la vita coniugale sia cessata. Cercheremo, in questo articolo, di chiarire molti aspetti di questo beneficio economico.
Che cos’è il mantenimento?
Spesso si usa la parola “mantenimento” per riferirsi a situazioni diverse.
Una cosa è, infatti, l’assegno di mantenimento, una cosa quello divorzile e altra cosa ancora sono gli alimenti. Pur avendo, infatti, tutti questi benefici una funzione assistenziale del coniuge, essi partono tuttavia da diversi presupposti. Cerchiamo allora di fare chiarezza.
L’assegno di mantenimento [1] è un importo periodico dovuto da un coniuge all’altro dopo la separazione e trova la sua fonte nel reciproco dovere di solidarietà tra marito e moglie previsto dalla legge [2]. Esso è legato al fatto che la separazione non fa cessare il vincolo del matrimonio ma lo sospende semplicemente.
Tale assegno vuole permettere al coniuge (che non abbia mezzi sufficienti per sostenere un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio) di adeguarsi alle nuove condizioni di vita derivanti dalla disgregazione del nucleo familiare.
Dunque, la legge non si riferisce allo stato di bisogno del soggetto più debole bensì alla insufficienza di risorse economiche idonee ad assicurargli la conservazione del tenore della vita coniugale e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stessa.
Ove, invece, il coniuge versi in uno stato di bisogno vero e proprio, egli potrà richiedere all’altro di versargli gli alimenti, ossia quell’importo necessario a far fronte ai bisogni di vita primari. Gli alimenti possono essere chiesti da chiunque anche al di fuori del giudizio di separazione e divorzio, a prescindere dall’eventuale sentenza di addebito e indipendentemente dall’età del richiedente (ne abbiamo parlato in questo articolo: “Stato di bisogno di familiari anziani: alimenti, come e da chi ottenerli”).
L’assegno divorzile, ossia quello dovuto da uno dei coniugi dopo il divorzio, si basa, sulla definitiva chiusura di ogni legame tra le parti.
Per tale motivo, pur essendo anch’esso finalizzato a consentire la conservazione del tenore di vita goduto durante la vita matrimoniale, ai fini del suo riconoscimento la legge richiede la sussistenza di requisiti più severi (vedi dopo): non basta, dunque, la mancanza di adeguati redditi, ma occorre anche che si trovi nella oggettiva impossibilità di procurarseli.
Ciascuno di questi benefici, vanno espressamente richiesti in giudizio sicché il giudice (a differenza di quanto avviene per l’assegno di mantenimento per i figli) non potrebbe disporli se non gli sia stata fatta esplicita istanza tal senso.
Quali sono i requisiti per aver diritto all’assegno di mantenimento?
In caso di separazione dei coniugi, la legge [1], ai fini del riconoscimento dell’assegno, fa riferimento a due precise condizioni.
Quella che l’eventuale beneficiario:
– non abbia ricevuto una pronuncia di addebito a seguito del giudizio di separazione (cioè che il giudice non l’abbia ritenuto responsabile del fallimento del matrimonio) per aver tenuto una condotta contraria ai doveri coniugali;
– non disponga di “adeguati redditi propri“.
Attenzione però: disponendo l’obbligo di versamento dell’assegno, il giudice deve cercare di riequilibrare le posizioni economiche dei coniugi, permettendo ad entrambi i coniugi (e non solo a quello più debole) di mantenere il medesimo tenore di vita goduto durante il matrimonio, se compatibile con l’attuale reddito complessivamente disponibile oppure (ove ciò non sia concretizzabile) consentire un tenore di vita che si avvicini il più possibile a questo.
Cosa deve valutare il giudice?
Con tale obiettivo, il giudice dovrà valutare, anche avvalendosi dell’ausilio di un consulente tecnico, “le circostanze e i redditi dell’obbligato”, accertando:
– quale sia stato il tenore di vita goduto dai coniugi durante il matrimonio e se i mezzi economici di cui dispone il richiedente gli permettano di conservarlo anche in assenza dell’assegno;
– la sussistenza o meno di una disparità economica tra le parti attraverso l’analisi dei redditi derivanti dall’attività lavorativa anche, cosiddetta “in nero” di ciascuna (in caso di disoccupazione del richiedente, l’attitudine a svolgerla tenuto conto dell’età, della salute e dell’eventuale esperienza lavorativa acquisita), il possesso di titoli, depositi e conti correnti;
– ogni utilità, diversa dal denaro, valutabile in termini economici: si pensi alla titolarità di immobili che producono reddito, all’assegnazione della casa coniugale (utilità valutabile in misura pari al risparmio della spesa necessaria per godere dello stesso immobile a titolo di locazione), ecc.;
– le spese gravanti su ciascuno dopo la separazione, ad esempio il mutuo sulla casa coniugale, il canone di locazione o il mutuo su una nuova casa, la presenza di figli nati da un’altra relazione, le spese sanitarie ove vi sia una malattia cronica, ecc.
Stabilendo la misura dell’assegno, il giudice – come dicevamo – dovrà cercare di riequilibrare l’eventuale disparità economica delle parti: l’attribuzione dell’assegno al coniuge economicamente più debole non dovrà, infatti, provocare effetti analoghi sull’altro.
Si comprende bene, allora, come tale compito non sia certamente facile anche tenuto conto che, di norma, l’elemento in maggiore discussione nelle cause di separazione è costituito proprio dalla verifica del reale patrimonio e reddito di marito e moglie.
Pertanto il magistrato dovrà:
– in un primo momento (ai fini della pronuncia dei provvedimenti provvisori pronunciati alla prima udienza presidenziale) svolgere una cognizione sommaria della documentazione depositata dalle parti
– e, di seguito, nel corso della causa, valutare ogni prova documentale e testimoniale che lo conduca alla stima non solo del pregresso tenore di vita dei coniugi, ma anche della loro attuale ed effettiva condizione economica, anche avvalendosi dell’ausilio della polizia tributaria (per un approfondimento leggi: “Assegno di mantenimento: quanto rileva la documentazione fiscale?”). Tale indagine potrà anche portare a smentire le risultanze documentali inizialmente prodotte.
Quali sono i requisiti necessari per aver diritto all’assegno?
Come dicevamo in premessa, ai fini del riconoscimento di tale assegno, poiché col divorzio il legame coniugale si scioglie in modo definitivo, la legge richiede dei requisiti più severi.
Non è sufficiente, infatti, che l’ex coniuge non abbia mezzi adeguati, ma occorre anche che non possa procurarseli per ragioni oggettive.
A riguardo, si registra negli ultimi tempi una maggior rigidità da parte dei giudici i quali non solo sembrano circoscrivere il riconoscimento dell’assegno ai casi di comprovata impossibilità a procurarsi un reddito da parte del coniuge più debole, ma anche riguardo alla prova che questi dovrà fornire a riguardo.
Non basta, insomma, domandare l’assegno dichiarandosi, ad esempio, casalinga; bisognerà, invece, dimostrare in giudizio la propria effettiva incapacità economica: prova tanto più difficile quanto più giovane sia l’età di chi richiede l’assegno e quanto minori siano stati gli anni di matrimonio (di tanto abbiamo parlato, di recente nell’articolo: “Divorzio: addio mantenimento della moglie”).
– della durata del matrimonio: la brevità dell’unione rende più debole il vincolo familiare da cui scaturisce l’obbligo di versare l’assegno; in altre parole, un matrimonio durato poco non può costituire una sorta di “assicurazione a vita” per il coniuge più debole, il quale potrà sì aspettarsi di ricevere un assegno dall’ex ma certamente di importo ridotto rispetto a quanto previsto (per un approfondimento leggi: “Matrimonio durato poco, mantenimento più basso”). Tra l’altro, la Cassazione ha chiarito [4] che il diritto all’assegno viene meno nei casi in cui il matrimonio sia stato celebrato solo formalmente senza poi dar vita ad alcuna comunione materiale e spirituale tra i coniugi per volontà e colpa del coniuge che richiede l’assegno;
– del contributo personale fornito alla vita famiglia durante il matrimonio: si pensi alla donna che pur non avendo mai lavorato abbia comunque consentito per anni al marito un notevole risparmio in quanto si sia sempre occupata della cura della casa e dei figli [5]. Tale contributo deve essere stato effettivo e non potrebbe certamente ritenersi sussistente nel caso in cui la donna, pur essendo sempre rimasta in casa, si sia abitualmente avvalsa dell’aiuto di colf e di baby sitter, pesando parimenti sul bilancio familiare;
– del contributo economico fornito alla conduzione familiare durante il matrimonio: in tal caso il giudice dovrà più che altro fare riferimento alle risultanze emerse a riguardo nel giudizio di separazione;
– delle condizioni dei coniugi, ossia della loro attuale situazione patrimoniale e personale (e i suoi riflessi sul piano economico): si pensi all’instaurazione di una nuova famiglia da parte del coniuge che dovrebbe versare l’assegno oppure al subentro di gravi problemi di salute che riducono la capacità lavorativa di uno dei due;
– delle ragioni della decisione, cioè dei comportamenti, anche processuali, che hanno portato alla definitiva conclusione del rapporto coniugale: si tratta comunque di un criterio che di norma viene ritenuto marginale nei giudizi di divorzio in quanto, di solito, in tale sede non trovano ingresso prove attinenti alle cause del fallimento del matrimonio. Fa eccezione il caso in cui vi sia stato divorzio immediato senza separazione, come, ad esempio, quando il matrimonio non è stato consumato.
L’assegno di divorzio deve uniformarsi a quello di separazione?
A volte accade che in sede di divorzio, venga confermato al coniuge richiedente un assegno divorzile di misura pari a quello di mantenimento riconosciuto con la sentenza di separazione.
Ciò non deve rappresentare una regola generale, per quanto accada non di rado che l’assegno di mantenimento sia preso dal magistrato a parametro di quello divorzile.
In realtà, come chiarito di recente dalla Suprema corte [6], la diversa natura dei due assegni fa sì che il giudice non possa riconoscere l’assegno di divorzio motivandolo solo in base alla condizione economica dei coniugi al momento della separazione, ma richiede la necessaria valutazione delle attuali condizioni attuali dei coniugi, accertando se il coniuge più debole si trovi nella impossibilità oggettiva di procurarsi mezzi adeguati al proprio sostentamento.
Potrebbe ben darsi, quindi, che l’assegno divorzile abbia un importo diverso (maggiore o minore) rispetto a quello di mantenimento o anche che il giudice ritenga che siano venuti meno i presupposti per il suo riconoscimento.
Esistono dei modi precisi per calcolare l’assegno per il coniuge?
Non esistono dei criteri matematici che consentono il calcolo esatto dell’assegno e, pertanto, il giudice dispone di una certa discrezionalità a riguardo: come abbiamo visto, infatti, sono molti i fattori che il giudice deve valutare ai fini del riconoscimento del beneficio e, soprattutto, dipendono da molteplici variabili.
In ogni caso, alcuni specifici studi hanno permesso la realizzazione di tabelle utilizzate in molti tribunali che fanno riferimento a uno specifico modello di calcolo (cosiddetto MoCAM: Modello Calcolo Assegno Mantenimento) che, attraverso un software, consente di calcolare l’ammontare dell’assegno sia per il coniuge (nei casi di separazione e divorzio) che per i figli (anche nel caso di rottura di una unione di fatto).
Allo scopo di comprendere come possa essere calcolato l’assegno di mantenimento, facciamo riferimento ad un paio di situazioni “base” in cui non entrano in gioco molte variabili.
Simuliamo il caso in cui la moglie casalinga e senza redditi richieda un assegno al marito il quale percepisce un reddito medio da lavoro dipendente di circa 1400,00 € mensili.
In tale ipotesi, un fattore determinante nella quantificazione dell’assegno è rappresentato dalla variabile della assegnazione della casa coniugale alla donna (circostanza che può costituire oggetto di accordo anche in assenza di figli non autosufficienti); bisognerà, infatti, tenere conto dell’incidenza del risparmio sul canone di locazione che, per una casa di medie dimensioni, viene stimato in media intorno ai 700 euro (cifra che, naturalmente, dipende anche molto dal tipo di immobile e dalla zona territoriale in cui è situato).
Sicché, se non vi siano ulteriori parametri economici da considerare (ad esempio delle rendite), l’assegno potrà essere stabilito in questa misura:
– circa 350 € mensili (ossia 1/4 del reddito del marito), qualora la moglie ottenga l’assegnazione della casa;
– circa 470 € (cioè 1/3 del reddito dell’obbligato) se non vi è assegnazione dell’immobile.
Altro esempio può riguardare il caso, piuttosto ricorrente, in cui la moglie abbia comunque una propria disponibilità economica (si pensi ad una piccola rendita o ad un lavoro part time), ma questa non le consenta di conservare il tenore di vita goduto durante il matrimonio.
In tale ipotesi, gli stessi calcoli di cui al primo esempio andranno effettuati sulla differenza tra i redditi dei coniugi. Perciò in tal caso, se alla donna entrino, ad esempio 500 € al mese:
– in caso di assegnazione della casa, le spetteranno 225 euro, ossia 1/4 del reddito del coniuge (di € 1400) sottratti i 500 € (per un totale di 900 €);
– se non c’è assegnazione, invece, la stessa operazione andrà calcolata su 1/3 del reddito del coniuge: per un totale di 300 €.
Il coniuge può rinunciare all’assegno?
In generale la rinuncia all’assegno è sempre possibile, purché riferita solo all’assegno di mantenimento personale e non a quello per i figli e d’altronde, come dicevamo, il giudice può disporlo solo se vi sia una espressa richiesta in tal senso.
Rimane fermo il fatto che tale rinuncia vale con riferimento alle condizioni di autosufficienza esistenti al momento della separazione e non preclude in assoluto che ove esse mutino (si pensi ad un problema di salute che non permetta al soggetto di poter lavorare) il coniuge possa chiedere al giudice che l’assegno gli venga versato.
Per un approfondimento sul tema rinviamo alla guida: Separazione e divorzio: si può rinunciare all’assegno di mantenimento?
L’assegno può essere modificato?
Ciascuno dei coniugi può sempre chiedere, anche indipendentemente dall’altro, la modifica (nel senso di un aumento, di una riduzione o anche di una revoca) dell’assegno. Tale richiesta deve comunque essere motivata e basarsi su una circostanza che abbia modificato i presupposti della precedente provvedimento (si pensi al caso di perdita del posto di lavoro o alla nascita di un figlio).
Quando si perde il diritto all’assegno?
Il diritto all’assegno (a seconda dei casi, di mantenimento o divorzile) viene meno:
– se l’avente diritto subisce l’addebito della separazione per aver assunto dei comportamenti contrari ai doveri derivanti dal matrimonio (fedeltà, coabitazione, assistenza morale e materiale, collaborazione nell’interesse della famiglia). In tal caso, rimane fermo il diritto ad ottenere dal coniuge gli alimenti qualora versi in stato di bisogno;
– in caso di mutamento delle condizioni di reddito richieste dalla legge per averne diritto e tali da consentire al coniuge beneficiario dell’assegno di mantenere un tenore di vita analogo a quello avuto durante il matrimonio;
– se dopo la separazione, interviene la riconciliazione dei coniugi; attenzione però: in tal caso non sarebbe sufficiente provare che i coniugi abbiano continuato a convivere anche dopo che il giudice li ha autorizzati a vivere separatamente (a riguardo leggi: “Separazione: per la riconciliazione la sola convivenza non fa prova”);
– se, ottenuto il divorzio, l’avente diritto si risposa, in quanto in tale ipotesi i doveri di assistenza e solidarietà coniugale si trasferiscono sul nuovo coniuge: peraltro, poiché le nuove nozze non costituiscono una circostanza soggetta a valutazione discrezionale (in quanto rilevabili da semplice indagine anagrafica), il coniuge obbligato potrà cessare di versare l’assegno senza rivolgersi al giudice per ottenere la revoca della pronuncia che lo disponeva [7];
– se il beneficiario dell’assegno intraprenda una nuova convivenza, indipendentemente dal fatto che in seguito la relazione possa rompersi: come, infatti, chiarito di recente dalla Cassazione la formazione di una nuova famiglia di fatto da parte del coniuge divorziato determina la perdita definitiva dell’assegno divorzile in quanto “una famiglia di fatto, espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole da parte del coniuge, eventualmente potenziata dalla nascita di figli, dovrebbe essere necessariamente caratterizzata dalla assunzione piena di un rischio, in relazione alle vicende successive della famiglia di fatto, mettendosi in conto la possibilità di una cessazione del rapporto tra conviventi”[8].
In tal caso, tuttavia, la cessazione del diritto non è automatica, ma il coniuge interessato a non versare più l’assegno dovrà sottoporre la sua istanza di revoca alla valutazione del giudice, provando le circostanze della stabilità della nuova relazione intrapresa dall’ex;
– in caso di morte del coniuge obbligato al versamento.
In tale ipotesi, il beneficiario dell’assegno ha diritto ad altre forme di tutela economica sia sul piano previdenziale (per il cui approfondimento rinviamo a riguardo alle nostre guide: “Pensione di reversibilità” “Pensione di reversibilità: spetta anche al separato con addebito”) che successorio (a riguardo leggi: “Coniugi separati: che accade in caso di morte e successione ereditaria?” e Assegno di divorzio a carico dell’eredità: quando e come ottenerlo”).
Cos’è la rivalutazione Istat dell’assegno?
L’assegno di mantenimento e divorzile devono essere rivalutati annualmente secondo gli indici Istat.
Tale rivalutazione, prevista dalla legge, permette l’adeguamento dell’assegno al costo medio della vita, consentendogli di conservare nel tempo il suo potere d’acquisto. In tal modo, il coniuge beneficiario potrà, anche a distanza di molti anni, acquistare e usufruire con quella cifra della stessa quantità e qualità di beni.
Nel caso di mancato versamento dell’assegno con la rivalutazione dovuta, l’avente diritto potrà agire giudizialmente contro il coniuge obbligato per il recupero delle somme maturate senza prima farle accertare dal giudice.
Per un approfondimento sul tema rinviamo alle guide: “Come rivalutare l’assegno per il mantenimento dopo la separazione o il divorzio” e “Rivalutazione Istat dell’assegno di mantenimento: che fare se l’ex non la versa? “.
[1] Art 156 cod. civ.
[3] Art. 5 L. 898/70.
[4] Cass. sent. n. 8233/00 e n. 18241/06.
[5] Cass. sent. del 14. 1.2008.
[6] Cass. sent. n. 1631/2015.
[7] Trib. Bari sent. del 2.03.2011.
[8] Cass. sent. n. 6855/15.
13/03/2017 alle 23:55
Sposarsi e in effetti firmare una cambiale in bianco.
Anonimo marzo 2017 ha detto:
29/03/2017 alle 01:46
Io sono donna, ma sono dell’idea che certe donne che hanno voluto la separazione solo perché si son stufate, perché non sono più attratte dal partner, o cose analoghe…..non meritano un cavolo! Non lo volete più? Vi arrangiate!
Mettono l’uomo in inferiorità, in tutti i sensi
Antonio Arfé ha detto:
14/08/2017 alle 07:31
Ritengo che l’assegno di mantenimento per la moglie, in sede di separazione, si debba elargire solo per il primo anno per dare un sostentamento nel mentre cerca un lavoro. Trascorso questo periodo, se ha trovato lavoro bene, altrimenti farà parte dei tanti disoccupati. Chiaramente per i figli assistenza totale e oltre.
04/10/2017 alle 16:35
Penso, che quando una donna arrivi a una separazione, è perché probabilmente ha subito di tutto e di più dal proprio marito e quindi il mantenimento è assolutamente necessario anche per le torture psicologiche subite!
11/10/2017 alle 15:39
Xche? Caro anonimo non puo? Essere il contrario?????????????

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