Source: http://www.camera.it/leg17/410?idSeduta=0022&tipo=stenografico
Timestamp: 2019-02-18 13:52:56+00:00

Document:
Seduta n. 22 di giovedì 23 maggio 2013
MANFRED SCHULLIAN, Segretario, legge il processo verbale della seduta del 17 maggio 2013.
Sul processo verbale (ore 9,02).
MANLIO DI STEFANO. Signor Presidente, le chiedo una rettifica del verbale, secondo l'articolo 32 del Regolamento e mi riferisco al resoconto stenografico della seduta di ieri. Nello stesso si dice testualmente: «Dai banchi del gruppo MoVimento 5 Stelle si urla: “Bombardiamo”». Chiedo che sia modificato in: «Dai banchi del gruppo MoVimento 5 Stelle il deputato Manlio Di Stefano urla al ministro Alfano: “Allora bombardiamoli”». Specifico che ho detto queste parole con coscienza, utilizzando una iperbole chiaramente, e non in riferimento alle istituzioni, bensì al popolo valsusino, dato che reputo inasprire la presenza militare in Val di Susa, istituendo una task force come promesso dal Ministro dell'interno, l'ennesimo sopruso verso la popolazione valsusina. Grazie.
PRESIDENTE. Prendo atto di tale chiarimento che figurerà nel resoconto della seduta odierna.
SIMONE BALDELLI. Presidente, per rilevare che trovo singolare, dopo il fatto che ieri il sottoscritto abbia sollevato alla Presidenza la questione relativa alla parola: «Bombardiamo», che il collega che ha pronunciato la suddetta parola intenda fare la precisazione, non subito dopo il rilievo sottoposto alla Presidenza...
PRESIDENTE. Deputato, mi scusi, lei interviene per chiarire il suo pensiero sul processo verbale ?
SIMONE BALDELLI. Io intervengo per chiarire il mio pensiero, signor Presidente, sottolineando la singolarità dell'intervento del collega che avviene oggi, in sede di processo verbale, e non ieri quando si è sollevata la questione in senso politico – su cui pure la Presidenza, non avendo udito, diciamo, l'intervento del collega o dei colleghi... perché è possibile che, essendo stato stenografato, questa espressione provenisse dai banchi del gruppo MoVimento 5 Stelle, ma non semplicemente da un solo collega –; è possibile che il collega intenda chiarire il proprio pensiero in relazione a quello che egli ha espresso, ma, in primo luogo, è possibile che questa parola sia stata pronunciata anche da altri, magari senza lo stesso intendimento. In secondo luogo, per quanto riguarda la mia personale espressione dell'intervento di ieri, continuo a considerare pericoloso, offensivo e intollerabile questo linguaggio all'interno dell'Aula parlamentare, a maggior ragione se confermato in questa sede.
PRESIDENTE. La ringrazio, deputato. Con questi chiarimenti il processo verbale si intende approvato.
PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, non vi sono ulteriori deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna.
Sull'ordine dei lavori (ore 9,07).
GEA SCHIRÒ PLANETA. Chiedo di parlare.
GEA SCHIRÒ PLANETA. Signor Presidente, oggi è il 23 maggio, data della morte di Giovanni Falcone. Volevo parlarne brevemente, mi dispiace che l'Aula sia vuota. Oggi è il 23 maggio, ventunesimo anno dalla morte di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, dell'agente scelto Antonio Montinaro, dell'agente Vito Schifani e dell'agente Rocco Di Cillo (Deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle si levano in piedi).
Desidero che l'Aula di Montecitorio si unisca idealmente alle celebrazioni che in questo momento si svolgono a Palermo presso il Reparto Scorte della caserma Pietro Lungaro, e a quelle che di pomeriggio si svolgeranno all'Albero Falcone.
Desidererei anche che questa data diventasse una celebrazione e terminasse di essere soltanto l'anniversario di una strage.
Ricordare oggi quella data che sussume e rappresenta il sacrificio di tanti magistrati morti nell'esercizio delle loro funzioni non deve cadere nella macabra retorica della morte come sacrificio supremo. Sarebbe come riconoscere che, dopo la scomparsa dei nostri eroi civili, tutto è finito. Ma la commozione e lo stordimento provati di fronte alla crudeltà delle stragi, non ci esime, proprio per nutrire la memoria, dal rinnovare le analisi sulla obbligata convivenza dei cittadini italiani con queste catastrofi, questi punti di rottura che nutrono la storia recente d'Italia. Per questo dico e, se potessi, esigerei, che il 23 maggio diventi una celebrazione della giustizia viva, del diritto applicato e delle regole vissute.
«L'impegno nella lotta alla mafia, alle mafie nel disarticolare la malversazione mafiosa mascherata da falsa imprenditoria: un fenomeno che falsifica l'economia di interi territori e tiene numerose famiglie sotto il giogo economico mafioso malavitoso». Con queste parole, a margine della riunione della Commissione giustizia di ieri, il Ministro Cancellieri ha riconfermato la fedeltà alle intuizioni investigative di Giovanni Falcone e la loro attualità.
Un ulteriore, significativo ringraziamento dell'istituzione che rappresentiamo dovrebbe andare alla Fondazione Giovanni e Francesca Falcone. La Fondazione ideata e presieduta da Maria Falcone e Alfredo Morvillo, fratelli dei due giudici, è riuscita a vivere senza perdere di vista la società italiana nelle sue sfaccettature e nei suoi cambiamenti: prova della sua bontà propositiva è il fulcro della sua azione rivolta principalmente ai giovani.
«Le nuove rotte dell'impegno. Geografia e legalità»: questo è il tema scelto quest'anno che ha dato il titolo al concorso nazionale e alla cerimonia istituzionale per ricordare – oltre che Giovanni Falcone e Francesca Morvillo – Paolo Borsellino, le donne e gli uomini delle scorte – anche quella ovviamente di Paolo Borsellino –, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Vincenzo Li Muli – oltre ai già citati uomini della scorta di Falcone e Morvillo.Pag. 3
Duecentocinquanta le scuole siciliane coinvolte, altre 250 selezionate dal MIUR, 2.600 gli studenti che viaggeranno sulle navi della legalità – anzi che sono salpate da Civitavecchia e Napoli e sono già approdate a Palermo, accolte dagli studenti palermitani –, 13 i Paesi europei coinvolti: questi gli argomenti e i numeri della volontà di guardare al futuro della Fondazione, con lungimirante sguardo rivolto al futuro e non vittimisticamente rivolto al passato.
Voglio chiudere rendendo omaggio a un grande italiano, un anticonformista sempre dalla parte degli ultimi, scomparso ieri. «Agitatevi ! Indignatevi, ribellatevi. Agitatevi perché il mondo intero ha bisogno del vostro entusiasmo. Il mondo è malato e solo voi lo potete guarire. Organizzatevi perché c’è bisogno della vostra forza come del pane (...). Come in tutti i movimenti, c’è anche questo aspetto. La fase di stanca, al tramonto si va via. Poi però arriva un nuovo giorno». Ebbene, sono questi i giovani nutriti dalle parole di Don Gallo e dall'esempio dei nostri eroi civili, ripeto, quelli a cui si rivolge ancora il messaggio di onestà, trasparenza e coraggio di Giovanni Falcone (Applausi).
PRESIDENTE. La ringrazio, ovviamente la Presidenza e l'Assemblea si associano.
(Iniziative normative volte ad ampliare la portata della legge n. 654 del 1975 («Mancino-Reale») con riferimento alle discriminazioni fondate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere – n. 2-00047)
PRESIDENTE. Passiamo alla prima interpellanza urgente Chimienti n. 2-00047, concernente iniziative normative volte ad ampliare la portata della legge n. 654 del 1975 («Mancino-Reale») con riferimento alle discriminazioni fondate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere (Vedi l'allegato A – Interpellanze urgenti).
Chiedo alla deputata Chimienti se intenda illustrare la sua interpellanza o se si riservi di intervenire in sede di replica.
SILVIA CHIMIENTI. Signor Presidente, chiedo di illustrare l'interpellanza.
SILVIA CHIMIENTI. Gentile Ministro Idem, venerdì scorso 17 maggio, si è svolta la Giornata internazionale contro l'omofobia e la transfobia e, contemporaneamente, nelle piazze in tutto il mondo, sono state promosse iniziative di sensibilizzazione per accendere i riflettori sulla progressiva recrudescenza di odio e violenza contro gli omosessuali, i bisessuali e i transessuali. Il successo e la forte adesione a questa giornata, con le bandiere arcobaleno che hanno colorato le piazze di tutta Europa, della Cina, dell'Africa, della Russia e del Sudamerica, deve, a nostro parere, costituire un'occasione irrinunciabile per riflettere sull'emergenza della situazione italiana.
Nei giorni scorsi nel nostro Paese si sono, infatti, verificati gli ennesimi atti di natura razzista e omofoba, che rappresentano solo gli ultimi esempi in ordine di tempo di una lunghissima e drammatica escalation. A Roma, lo scorso 6 maggio, due ragazzi omosessuali sono stati aggrediti verbalmente sul Lungotevere. A Palermo, il 30 aprile scorso, un giovane omosessuale è stato ferito con una mazza.
Ma a fare da contraltare al clamore di questi gesti e alle grida di indignazione che si sollevano quotidianamente c’è un silenzio legislativo assordante. Al momento, infatti, in Italia, l'omofobia e la transfobia intese come la diffusione di odio e l'istigazione a commettere atti di discriminazione e violenza nei confronti delle persone omosessuali e trans, non sono punite come figura di reato autonomo, a differenza di quanto avviene quando le stesse Pag. 4azioni hanno come vittima una persona a causa della sua etnia, razza, nazionalità, lingua o religione.
Questo irragionevole vuoto legislativo rende la minoranza delle persone omosessuali e trans sempre più facile bersaglio di esclusioni, discriminazioni e violenze, che impediscono loro di realizzare a pieno la propria personalità e di vivere con serenità il proprio quotidiano in famiglia, sul lavoro e nella società.
L'assenza di una protezione legislativa rappresenta una violenza ripetuta dei principi cardine della nostra Costituzione, rimasta l'unico faro a tutela dell'eguaglianza degli individui, ma evidentemente non sufficiente per arginare questa nuova ondata di attacchi omofi.
Signora Ministro, in gran parte dell'Europa le barriere e i pregiudizi contro i diversi orientamenti sessuali si stanno combattendo e abbattendo, almeno a livello politico e legislativo. Solo nel nostro al Paese il muro dell'omertà, dell'ignoranza e del pregiudizio è ancora alto: un muro che le istituzioni devono contribuire a far crollare al più presto. Non possiamo più permetterci di aspettare o di rimandare: l'emergenza, come evidenziano i fatti di cronaca citati poc'anzi, è assoluta.
Un Paese veramente democratico non può, infatti, prescindere da una legislazione che punisca esplicitamente l'omofobia e la transfobia come reati con sanzioni detentive e pecuniarie; così avviene in Danimarca, Francia, Islanda, Norvegia, Paesi Bassi, Svezia e in molti altri Paesi dell'Unione europea.
Questo Parlamento è largamente rinnovato, da molti viene definito il più laico della storia repubblicana, ma non credo che si tratti di una questione di laicità o di fede. Punire finalmente l'omofia e la transfobia è semplicemente un atto di civiltà, di buon senso. Non cogliere immediatamente l'opportunità che ci offre la composizione di quest'Assemblea sarebbe imperdonabile e ci renderebbe tutti responsabili di una mancanza gravissima.
Pochi giorni fa è stata presentata una proposta di legge che intende estendere la legge «Mancino-Reale» per proteggere l'orientamento sessuale e le identità di genere. La proposta è stata sottoscritta da duecentoventuno deputati di diversi gruppi parlamentari, tra cui MoVimento 5 Stelle, PD, SEL e Scelta Civica. Ciò dimostra che quando si affronta il tema dei diritti delle persone è possibile e direi doveroso superare le ideologie e i dettami del proprio credo politico per approdare ad un'unità di intenti che finalmente sia di esempio per il Paese intero e ponga delle basi solide per costruire una cultura di tolleranza e di libertà ad oggi ancora irrealizzata.
Mi rivolgo in particolare a chi non ha sottoscritto questa proposta di legge che, a nostro modo di vedere, è una semplice e naturale emanazione del principio di uguaglianza sancito dall'articolo 3 della nostra Costituzione.
Vorrei chiederle proprio questo, signor Ministro, se, tenendo presente anche i richiami dell'Unione europea e del Consiglio d'Europa, non intenda tra le sue priorità sostenere ed agevolare l’iter legislativo della proposta di legge per l'estensione della legge «Mancino-Reale» che persegue penalmente i reati contro la persona per motivi etnici, religiosi e politici, estendendoli anche ai casi riguardanti l'orientamento sessuale e l'identità di genere (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
PRESIDENTE. Il Ministro per le pari opportunità, lo sport e le politiche giovanili, Josefa Idem, ha facoltà di rispondere.
JOSEFA IDEM, Ministro per le pari opportunità, lo sport e le politiche giovanili. Illustre Presidente, onorevoli deputati, la promozione dei diritti delle persone, delle pari opportunità e della parità di trattamento, nonché la prevenzione e rimozione di ogni forma e causa di discriminazione rappresentano un impegno prioritario del Ministero per le pari opportunità, lo sport e le politiche giovanili.
Anche la prevenzione ed il contrasto dell'omofobia e della transfobia vanno, pertanto, inquadrate nell'ambito della tutela dei diritti umani e delle pari opportunità.Pag. 5
Al riguardo segnalo che il 16 maggio scorso ho partecipato alla Conferenza europea per la «Giornata internazionale contro l'omofobia e la transfobia», organizzata dal Governo olandese, tenutasi a L'Aja, che si è conclusa con la firma da parte dei Ministri dei Governi presenti (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Spagna, Svezia, Finlandia, Croazia, Olanda e, naturalmente, l'Italia) di un documento condiviso per un impegno congiunto e un'azione coordinata a livello europeo in materia di orientamento sessuale e identità di genere.
Ciò al fine di innalzare il livello della tutela dei diritti umani e la parità di trattamento per le persone LGBT nell'Unione Europea mediante un approccio politico globale, per l'affermazione dei diritti umani e del principio di parità. Considerato l'importante ruolo svolto in tale ambito dalla società civile, il 17 maggio scorso, insieme al Presidente del Senato e alla Presidente della Camera, ho incontrato il mondo dell'associazionismo quotidianamente impegnato nella tutela dei diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender. Sono fermamente convinta, infatti, che soltanto attraverso la più ampia collaborazione con il mondo delle associazioni e delle istituzioni ai diversi livelli si possano affrontare e risolvere le questioni ancora aperte per la piena affermazione dei diritti di tutte le persone. Desidero, inoltre, sottolineare che, nel corso dell'incontro, è emersa la volontà da parte delle più alte cariche dello Stato di vigilare affinché, attraverso cambiamenti culturali e normativi, si giunga presto ad una piena tutela dei diritti delle persone omosessuali, bisessuali e transgender che rappresenta, come sottolineato dal Presidente del Senato, l'ultima frontiera del lungo percorso storico che ha accompagnato l'affermazione e la protezione dei diritti umani.
A questo proposito, vorrei sottolineare che è operante presso il Dipartimento della pubblica sicurezza – Direzione centrale della polizia criminale del Ministero dell'interno – l'Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (OSCAD), istituito nel settembre 2010, per rispondere in modo operativo alla domanda di sicurezza delle persone a rischio di discriminazione. L'OSCAD è un organismo interforze composto dai rappresentanti della polizia di Stato e dell'Arma dei carabinieri il cui scopo è quello di offrire uno spaccato conoscitivo sull'eterogeneo mondo delle discriminazioni, fungendo da collettore generale delle segnalazioni che meritano interventi mirati da parte degli organi investigativi presenti sul territorio. In particolare, segnalo che l'OSCAD parteciperà ad un progetto, denominato TAHCLE (Training against hate crimes for law enforcement), predisposto dall'Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani (ODIHR), un organismo facente parte dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, il cui scopo è quello di favorire la formazione di funzionari/ufficiali per la prevenzione e il contrasto dei crimini d'odio.
Inoltre, nei prossimi mesi, funzionari della segreteria dell'Osservatorio ed esperti dell'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (UNAR), operante presso il Dipartimento per le pari opportunità, proporranno iniziative seminariali sulle discriminazioni fondate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere al personale della polizia e dei carabinieri. Sul versante internazionale, l'OSCAD è, invece, impegnato nella realizzazione di progetti diretti ad implementare lo scambio informativo, a condividere formazione e buone prassi, nonché a cooperare a livello operativo mediante l'istituzione di una rete di punti di contatto che possano comunicare tramite il canale Interpol. Ricordo che l'impegno dell'Italia in materia di contrasto alle discriminazioni fondate sull'orientamento sessuale e l'identità di genere si è, altresì, concretizzato nella definizione della strategia nazionale LGBT rientrante nell'ambito del progetto «Combattere le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere», promosso dal Consiglio d'Europa in attuazione della raccomandazione adottata dal Comitato dei ministri CM/Rec (2010)5, a Pag. 6cui l'Italia ha aderito mediante l'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali.
L'elaborazione della citata strategia è avvenuta attraverso il coinvolgimento e la consultazione delle associazioni LGBT, delle istituzioni nazionali, regionali e locali, compreso l'OSCAD, nonché delle parti sociali e di altri attori a diverso titolo coinvolti. Proprio a partire dall'analisi delle maggiori criticità attualmente esistenti in Italia in riferimento alle persone LGBT, sono stati individuati quattro ambiti strategici di intervento che costituiscono gli assi della strategia: l'educazione e istruzione, il mondo del lavoro, la sicurezza e le carceri, i media e la comunicazione. In riferimento a ciascun ambito strategico di intervento, sono stati definiti gli obiettivi prioritari e le misure concretamente attuabili all'interno del quadro normativo vigente.
In particolare, evidenzio che il contrasto all'omofobia e alla transfobia rappresenta un obiettivo strategico sia all'interno dell'asse sicurezza, ove sono state inserite specifiche misure volte a prevedere percorsi di formazione, informazione e sensibilizzazione per le forze di polizia, sia all'interno dell'asse educazione, per quanto attiene, ad esempio, al contrasto del bullismo omofobico e transfobico.
Il Dipartimento per le pari opportunità è impegnato sul fronte educativo, unitamente al Ministero dell'istruzione, università e ricerca, attraverso la programmazione annuale della «Settimana contro la violenza e la discriminazione», durante la quale le scuole di ogni ordine e grado, promuovono, attraverso corsi rivolti a docenti, discenti e genitori, iniziative di sensibilizzazione, informazione e formazione sulla prevenzione della violenza fisica e psicologica.
È mia intenzione implementare – in collaborazione con il Ministro dell'istruzione – le attività della «Settimana contro la violenza», poiché la scuola può e deve contribuire a rimuovere ogni forma di intolleranza, di violenza, pregiudizio e discriminazione, promuovendo la crescita comune dei giovani, evitando divisioni, discriminazioni e pregiudizi, favorendo un insegnamento fondato sulla conoscenza dei diritti fondamentali, sull'educazione alla legalità e al rispetto tra i generi.
Rientra fra le attività di informazione e sensibilizzazione anche la realizzazione, da parte della citata struttura, della campagna nazionale di comunicazione «Sì alle differenze, no all'omofobia.»
Uno degli obiettivi principali della campagna, veicolata sui principali media – stampa, Tv, affissioni e distribuzione di materiale informativo –, è quello di continuare a promuovere la «cultura del rispetto»: il rispetto della persona, dei diritti e delle differenze scevre da pregiudizi o stereotipi.
Come sottolineato, infatti, dalla Presidente della Camera nel corso della Giornata internazionale contro l'omofobia e la transfobia: «Le aggressioni e le violenze avvengono anche perché in Italia è tuttora diffusa una cultura machista ed omofoba, che riduce le donne ad oggetto e gli omosessuali a macchietta, a gruppo isolato, che può essere tollerato fintantoché non inizia a rivendicare i propri diritti e la propria identità. A quel punto diventa oggetto di attacchi a ogni livello, attacchi verbali e fisici».
Vorrei però far presente che il cambiamento culturale richiede non solo iniziative di formazione, informazione e sensibilizzazione, ma anche un intervento deciso sul piano normativo, dal momento che l'ordinamento giuridico italiano non dispone di alcuna legge contro l'omofobia e la transfobia, né contempla norme di rango ordinario che incriminino o aggravino il trattamento sanzionatorio per la discriminazione fondata sull'orientamento sessuale della vittima. A tale proposito, nel condividere i contenuti e le finalità dell'A.C. 245 a firma dell'onorevole Scalfarotto, comunico che è mia intenzione impegnarmi per sostenere l'adozione di una legge specifica contro i reati di omofobia e transfobia che mi auguro possa ricevere il più ampio sostegno da parte di tutte le forze politiche presenti in Parlamento, affinché si possa completare al più presto il cammino verso una società pienamente paritaria.Pag. 7
Ciò appare più che mai una necessità a fronte dell'esperienza esemplare di altri Stati come la Francia, la Spagna, la Germania, il Belgio, il Portogallo e la Gran Bretagna che già dispongono di strumenti penalistici di contrasto all'omofobia.
Non bisogna, infatti, dimenticare, come ho già avuto modo di affermare in precedenza, che dai diritti si misura il grado di maturità e di solidità di una democrazia e che l'assenza di diritti produce esclusione, violenza e instabilità.
Consentitemi pertanto di concludere questo mio intervento ricordando quanto affermato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione della giornata internazionale contro l'omofobia e la transfobia: «In momenti di difficoltà economica (...) più che mai è necessario vigilare (...) affinché il disagio sociale non concorra ad acuire fenomeni di esclusione gravemente lesivi dei valori costituzionali di uguaglianza e solidarietà su cui si deve fondare una convivenza civile» (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e MoVimento 5 Stelle).
PRESIDENTE. La deputata Silvia Chimienti ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatta per la risposta alla sua interpellanza. Ha dieci minuti.
SILVIA CHIMIENTI. Signor Presidente, signor Ministro, sono molto soddisfatta della sua risposta, e ho molto apprezzato anche le dichiarazioni che lei ha rilasciato alla stampa nei giorni scorsi. Spero che l'Esecutivo tutto condivida la sua posizione e mi auguro che l'iniziativa legislativa di cui ha parlato poc'anzi venga calendarizzata al più presto (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
(Iniziative volte a contrastare il fenomeno della violenza contro le donne – n. 2-00057)
PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza urgente Binetti n. 2-00057, concernente iniziative volte a contrastare il fenomeno della violenza contro le donne (Vedi l'allegato A – Interpellanze urgenti).
Chiedo alla deputata Paola Binetti se intenda illustrare la sua interpellanza o se si riservi di intervenire in sede di replica.
PAOLA BINETTI. Signor Presidente, intendo illustrare la mia interpellanza e poi, a seconda della risposta, intervenire in sede di replica.
PAOLA BINETTI. La premessa che voglio fare è che non è certo la prima volta che l'Italia si trova a dover affrontare momenti alquanto critici. Si sono già verificate pesanti crisi economiche, unitamente a fasi di estrema incertezza politica, che hanno dilaniato il Paese. Tutti concordano, però, nel dire che in passato una delle forze, anzi forse la principale, su cui gli italiani hanno sempre potuto contare per ricostruire una società migliore è stata la famiglia: un'istituzione coesa, in cui la solidarietà interna ha attutito e contrastato la durezza delle condizioni esterne. Oggi la violenza crescente al suo interno segnala che questa forza non è più così compatta e non è più in grado di sostenere il peso delle sconfitte individuali e degli smottamenti sociali. La crisi familiare, tuttavia, viene occultata, e lo vediamo nei sempre più frequenti casi di femminicidio che purtroppo funestano le pagine dei nostri giornali.
La crisi familiare non è soltanto crisi economica, è crisi anche di valori, è crisi di affetto e crisi di cultura. Stiamo assistendo ad una distorta capacità di amare ? La gelosia, i timori di abbandono, le fragilità estreme, qualcuno parla addirittura in realtà di amoricidio: si può davvero uccidere per amore ? Il confine tra odio e amore si sta assottigliando pericolosamente ? C’è un'idea distorta di possesso affettivo nella relazione di coppia, ma anche nella relazione padre-figlia: sei mia e faccio di te ciò che voglio, e anche un'esasperata forma di angoscia da separazione: perché io non esisto senza di te. Non sono domande inutili, sono il contesto socioculturale in cui si inserisce questo pericoloso fenomeno in aumento.Pag. 8
I fatti sono ben noti e rappresentano cifre da brivido, quelle del femminicidio in Italia: siano ai primi posti nel mondo calcolando che viene uccisa una donna ogni tre giorni; in otto anni sono state uccise più di 900 donne, ma la cosa più grave è che il 70 per cento di quelle uccise nel 2012 aveva denunciato il proprio assassino per stalking, maltrattamenti e abusi. Quello che emerge e che fa più orrore, sia a leggere le statistiche che i casi di cronaca nera, è che il maggior numero di violenze sessuali è messo in atto da un uomo che la donna conosce. Di solito, infatti, i responsabili di questi reati, consumati nel 63 per cento dei casi tra le mura domestiche, sono coloro che dichiarano di amare le loro donne: mariti lasciati, fidanzati traditi o che non accettano la fine di una storia, e tutto ciò indipendentemente da alcune caratteristiche della donna, quale l'età, la nazionalità, lo stato sociale, il carattere, l'istruzione e l'occupazione. Nello specifico, sono 124 le donne uccise nel 2012 e quest'anno siamo già a quota 40: ci troviamo davanti a un dato davvero preoccupante, se si considerano, inoltre, i 47 tentati femminicidi e le 8 otto vittime tra figli e altre persone. Questo è quanto risulta dal Rapporto sul femminicidio in Italia nel 2012, fatto dalla «Casa delle donne» di Bologna, che dal 2005 raccoglie dati sul fenomeno sempre più allarmante e, quindi, meritevole di immediata attenzione da parte della politica.
Soprattutto in tema di pari opportunità, mi sembra che vi sia ancora una lunga strada da fare per riconoscere i diritti delle donne a una loro espressione personale, professionale, culturale, sociale e familiare. Una contraddizione solo apparente: le regioni del Nord restano quelle in cui i delitti sono più frequenti – il 52 per cento – a dimostrazione che laddove le donne vivono situazioni di maggiore autonomia e indipendenza, essendo quindi meno propense ad accettare di subire violenze e disparità di potere nella relazione, esse sono anche maggiormente a rischio di finire vittime della violenza maschile. Stiamo parlando di femminicidio, quindi della forma estrema della violenza, quella che termina con la morte della vittima, ma non c’è dubbio che frequenti casi di violenze con intensità diverse sono veramente molto rilevanti anche nelle regioni del Sud, dove, probabilmente, raggiungono meno questa soglia di drammaticità.
Ma le donne si ribellano alla violenza soprattutto quando la violenza si sposta sui figli. È il grande mistero: perché la donna non si ribella prima, non si ribella con maggiore intensità, non chiama in causa il sistema delle istituzioni ? Sembra quasi che ciò che innesca la ribellione alla violenza sia soprattutto l'amore verso i figli. È allora che si innesca una spirale creativa, a volte anche, in questo caso, drammatica, per sottrarsi e sottrarre alla violenza. Anche se c’è un fenomeno-paradosso: sono, a volte, le madri delle vittime a sottovalutare, almeno all'inizio, i fatti, la descrizione della violenza subita nella famiglia, a difendere, nonostante tutto, il nucleo familiare, a suggerire pazienza, magari, anche perdono. Fortunatamente, non si parla più di delitto d'onore, abolito nel 1981, ma resta tutto l'orrore del degrado affettivo, psicologico e morale di una situazione che avrebbe potuto avere ben diversi risvolti.
C’è anche, però, un fenomeno importante, di risonanza internazionale. Negli ultimi anni, in diversi consessi internazionali, lo Stato italiano è stato fortemente redarguito dalle Nazioni Unite per lo scarso e inefficace impegno nel contrastare la violenza maschile nei confronti delle donne. Nell'agosto del 2011, il comitato CEDAW, il Comitato per l'implementazione della Convenzione per l'eliminazione di ogni discriminazione sulle donne – quello che voteremo la prossima settimana –, e nel giugno 2012, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne hanno rivolto allo Stato italiano una serie di raccomandazioni. Ad oggi, siamo ancora del tutto inottemperanti rispetto agli standard e agli impegni internazionali. L'osservazione all'Italia di Rashida Manjoo, speciale rapporteur delle Nazioni Unite per il contrasto della violenza Pag. 9alle donne, sono pesanti. In Italia resta un problema grave: risolverlo è un obbligo internazionale.
Femminicidio è crimine di Stato tollerato dalle pubbliche istituzioni per l'incapacità di prevenire, di proteggere e tutelare la vita delle donne che vivono diverse forme di discriminazione e di violenza durante la loro vita. In Italia sono stati fatti sforzi da parte del Governo attraverso l'adozione di leggi e politiche, incluso il Piano di azione nazionale contro la violenza, ma non hanno portato ad una diminuzione dei femminicidi e non si sono tradotti in un miglioramento della condizione di vita delle donne e delle bambine.
Il Rapporto sottolinea anche l'unico dato positivo, potremmo in qualche modo dire, che è la maggiore attenzione della stampa nella descrizione dei femminicidi, tralasciando, a volte, la solita etichetta di omicidio passionale, che ingenera confusione e non descrive adeguatamente la situazione. Finalmente i giornalisti focalizzano la propria attenzione sui maltrattamenti e le denunce che hanno preceduto il delitto, escludendo il cosiddetto raptus. Il femminicidio, infatti, raramente è frutto di un eccesso d'ira incontrollato, ma costituisce soltanto l'ultimo scalino di una lunga escalation, che potrebbe essere fermata prima. Se fino al 2011, in quasi il 90 per cento dei casi riportati dalla cronaca tale informazione non era reperibile, oggi si apprende frequentemente dai mezzi d'informazione che il 40 per cento delle donne uccise nel 2012 aveva già subito violenza da parte del partner o dell'ex, che poi l'ha uccisa. E questo è un dato importante, che dimostra come la consapevolezza dei media sul legame profondo tra violenza di genere e femminicidio, in questi casi, è cresciuta e si è consolidata.
C’è da dire, però, che, anche attraverso i mezzi di informazione, troppo spesso, l'immagine della donna, che viene in qualche modo tradotta attraverso le campagne di pubblicità, attraverso anche una rappresentazione, se volete, anche cinematografica o, comunque, narrativa, ammette troppo spesso l'accento sulla violenza, creando, a volte, anche dei pericolosi fattori di emulazione, e, comunque, in qualche modo, cercando sempre, nel penetrare nella tipologia di colui che è non la vittima, ma è l'aggressore, cercare di contenerne le responsabilità, giustificandole all'interno di un contesto di degrado personale, familiare, educativo, che toglie la carica di responsabilità profonda che la violenza agita ha sulle donne, le uniche, poi, per le quali non c’è un'ulteriore possibilità, un'ulteriore prospettiva, perché la morte chiude la strada, davvero, anche alla riparazione.
Serve, quindi, una prevenzione di questi delitti, che è possibile e necessaria. Si richiede, però, una tipologia di interventi diversificati a seconda della situazione concreta in cui vive la donna, della sua autonomia economica, della presenza o meno dei figli, della sua capacità di reagire con energia, della sua tendenza a subire passivamente le situazioni. Quindi, una prevenzione che agisca a tutto campo sulle categorie psicologiche, le categorie sociali, le categorie culturali, le categorie economiche e professionali.
La prevenzione si può realizzare offrendo una protezione sempre maggiore e sempre più qualificata alle donne che vivono situazioni di violenza prima che giungano a conseguenze irreparabili. Fondamentale importanza assume la formazione di tutti i soggetti che lavorano nei vari settori con le vittime di violenza e i minori. L'assenza di una adeguata specializzazione rappresenta un fattore di rischio per l'incolumità psicofisica delle donne che si rivolgono alle autorità e ai servizi territoriali per chiedere aiuto e può determinare prassi deleterie e percezioni soggettive che sminuiscono o giustificano gli abusi, determinando una condizione di «vittimizzazione secondaria» ed aumentando il pericolo di ulteriore violenza. C’è bisogno di una formazione veramente molto attenta e molto delicata anche sotto il profilo psicologico, sia nei luoghi in cui le donne, con grande fatica, vanno a denunciare – sappiamo tutti che per le donne, molte volte, denunciare la violenza subita corrisponde, quasi, a subire una seconda violenza; la descrizione dei dettagli, Pag. 10la descrizione nelle circostanze viene spesso assunta come una forma ulteriore di umiliazione che rende difficile, se non c’è una competenza particolare dall'altra parte, anche semplicemente la narrazione dei fatti e degli eventi –, ma la stessa cosa serve anche nei pronto soccorsi a cui queste donne si rivolgono per poter curare le ferite, quando queste ferite ancora ammettono e permettono una cura. Si deve porre fine all'umiliazione e alla frustrazione delle donne che in sede civile combattono per il riconoscimento dei propri diritti e di quelli dei propri figli, vagando da una sede all'altra a seconda delle diverse competenze territoriale dei diversi giudici. Occorre intervenire presto, ai primi segnali di violenza, identificare le concause, l'alcolismo, la droga, ma anche quando ci si trova di fronte a delle personalità borderline.
Il tema vero, oggi, è che la prevenzione può essere un fattore di largo margine che per raggiungere una grande popolazione richiede dei tempi e può richiedere dei tempi prolungati ma davanti al «sintomo sentinella», davanti alla violenza agita, davanti anche alla piccola violenza agita, davanti alla violenza verbale che in qualche modo scatena la paura, l'angoscia, il timore, lì, allora, non stiamo parlando di prevenzione ma stiamo parlando di intervento precoce, stiamo parlando di una facile predizione, di una profezia che si attuerà quasi sicuramente. È lì che noi dobbiamo intervenire con forza e con energia (Applausi dei deputati del gruppo Scelta Civica per l'Italia).
JOSEFA IDEM, Ministro per le pari opportunità, lo sport e le politiche giovanili. Illustre Presidente, onorevoli deputati, fin dall'inizio del mio mandato ho inteso impegnarmi con decisione nelle iniziative volte al contrasto della violenza contro le donne. Come ho avuto modo di sottolineare in differenti sedi istituzionali oltre centoventi donne sono state uccise nel 2012 – una cifra che potrebbe essere ancora più alta, secondo dati che saranno ufficializzati a breve, dato già sottolineato dall'onorevole interpellante – e altre trentuno donne dall'inizio dell'anno, e questi sono i dati di cui dispongo. Sono poi decine di migliaia le donne vittime di violenza domestica le quali a loro volta richiedono un intervento forte, deciso e condiviso. Nel corso dell’audit nazionale sulla violenza di genere svoltosi ieri, ho a questo scopo incontrato le istituzioni e le associazioni impegnate a livello nazionale e locale nella prevenzione e nel contrasto del fenomeno della violenza contro le donne. Si è trattato di un utile e proficuo confronto dal quale è emersa in maniera decisa la necessità di reperire maggiori risorse finanziarie da destinare ai centri antiviolenza già esistenti e, proprio in ragione dell'aumento esponenziale della domanda di aiuto che proviene dal mondo delle donne, di crearne di nuovi, soprattutto in quelle aree territoriali in cui è maggiore il gap tra domanda e offerta di aiuto. Al riguardo ricordo che il Consiglio d'Europa raccomanda l'esistenza di un centro antiviolenza ogni diecimila persone e di un centro di emergenza ogni cinquantamila abitanti. In Italia, mentre dovrebbero essere 5 mila 700 posti letto, ce ne sono poco più di 500; siamo purtroppo lontani dagli standard europei prima indicati e richiesti. Nel corso del 2012 il dipartimento per le pari opportunità, in attuazione di quanto previsto dal primo piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking ha destinato, attraverso avvisi pubblici, e apposite campagne di comunicazione, più di 18 milioni di euro alle azioni di prevenzione e di contrasto alla violenza di genere. In merito a questo specifico aspetto ho dichiarato nell’audit di ieri, e lo confermo oggi, che servono maggiori risorse finanziarie perché, se è vero che alcune attività possono essere realizzate a costo zero, altre, e mi riferisco proprio alle attività indispensabili svolte dai centri antiviolenza, necessitano di cospicue risorse senza le quali le tante donne Pag. 11maltrattate, offese, umiliante, vessate, non potrebbero proteggere la loro vita e quella dei loro figli.
Le donne, infatti, non sono le uniche vittime di questo massacro silenzioso.
Penso ai tanti bambini costretti ad assistere agli episodi di violenza fisica o psicologica posti in essere nei confronti delle loro mamme.
Sono convinta che un'adeguata prevenzione al fenomeno ridurrebbe, nel medio e lungo periodo, anche i costi sociali strettamente connessi alla violenza. Secondo un'indagine realizzata dal Consiglio d'Europa, tali costi sono stati stimati in circa 34 miliardi di euro all'anno nei soli Paesi Membri del Consiglio d'Europa: circa 555 euro pro capite.
Basti pensare ai costi legati all'assistenza medica, legale e psicologica delle vittime; all'utilizzo delle forze di polizia, dei servizi sociali e dei sistemi di accoglienza delle donne e dei loro bambini.
Il Governo ed, in particolare, il Ministero che ho la responsabilità di guidare, intende impegnarsi, anche attraverso l'istituenda task force interministeriale, sia al reperimento di risorse finanziarie sia all'individuazione di ulteriori azioni positive tese a favorire il necessario cambiamento culturale. In quest'ottica, la task force dovrà, perciò, vedere l'attivo coinvolgimento anche del Ministero dell'Economia e delle Finanze, oltre ai Ministeri dell'Interno, della Giustizia, dell'Istruzione e della Salute.
Al riguardo, segnalo in particolare che il Ministero della Salute, già dal 2007, affronta il tema della prevenzione della violenza contro le donne tanto che ha istituito, all'interno della Commissione «Salute delle donne», il gruppo di lavoro «La violenza contro le donne: prevenzione, servizi, formazione degli operatori socio-sanitari» che ha prodotto un proprio documento in cui si sottolinea l'importanza di istituire nei Dipartimenti d'Emergenza e Accettazione (c.d. «DEA») uno sportello dedicato alle donne vittime di violenza e maltrattamenti, con operatori ed operatrici sanitari adeguatamente formati, in grado di assistere le vittime. Tali progetti sono già oggetto di sperimentazione in alcune realtà ospedaliere come l'Ospedale Mangiagalli di Milano, l'Ospedale S. Anna di Torino e l'Ospedale S. Camillo di Roma, solo per citarne alcune: bisogna continuare su questo fronte ma bisogna fare di più, molto di più.
La violenza contro le donne non è solo un problema delle donne, ma riguarda l'intera collettività e nessuna legge, anche la più rigorosa dal punto di vista penale, né iniziative di carattere amministrativo sono in grado di arginare le conseguenze se non sono accompagnate da una reale volontà di cambiamento nel rapporto tra i sessi e le persone.
Ritengo, al riguardo, decisivo il ruolo di prevenzione che possono svolgere le scuole, come potenti agenti di cambiamento, con iniziative di sensibilizzazione, informazione e formazione che conferiscano agli studenti autonomia e capacità d'analisi.
Non meno importante è poi la predisposizione, negli uffici giudiziari, di sezioni specializzate in grado di aiutare le donne a superare la loro paura di denunciare; si tratta di un ostacolo molto grande, tante volte.
È necessario, altresì, disporre di informazioni complete ed aggiornate, quantitative e qualitative, sul fenomeno. Per le suddette finalità è mia intenzione costituire un Osservatorio nazionale sulla violenza di genere e sullo stalking che raccolga, tra l'altro, dati uniformi come richiesto anche dall'Unione europea; questo è un aspetto molto importante per conoscere l'entità del fenomeno e per intervenire con efficacia.
Al riguardo, segnalo che lo scorso 8 maggio si è tenuta, presso il Ministero dell'Interno – Direzione Centrale della Polizia Criminale – una riunione dell'Osservatorio per la Sicurezza contro gli atti discriminatori (OSCAD) nel corso della quale è stata concordata l'immediata istituzione di un tavolo tecnico di lavoro (con rappresentanti della Direzione Centrale della Polizia criminale, della Direzione centrale anticrimine e del II Reparto del Comando Generale dell'Arma dei carabinieri) Pag. 12per l'analisi dei dati disponibili in modo da poter definire le dimensioni del fenomeno della violenza sulle donne.
Le misure prioritarie che ho in sintesi illustrato e le iniziative già in campo potranno, tra l'altro, trovare un valido supporto nel momento in cui entrerà in vigore la «Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica» (c.d. «Convenzione di Istanbul») in ordine alla quale, come è noto, è all'esame della Camera dei Deputati, il progetto di legge di ratifica, con il pieno appoggio del Governo.
La ratifica della Convenzione di Istanbul costituirà, pertanto, un utile strumento per introdurre nel nostro ordinamento adeguate misure di carattere amministrativo, quali le azioni di formazione, sensibilizzazione ed educazione, unitamente a misure di carattere normativo per proteggere le donne vittime di violenza di genere e di violenza domestica.
Desidero, infine, condividere con voi un'ultima considerazione relativa all'uso dell'informazione da parte dei mass media, i quali tendono ad utilizzare un linguaggio giustificatorio del fatto criminoso: uccisa per motivi passionali, motivi sentimentali, gelosia o causa di un raptus, linguaggio che tradisce la radicata «solidarietà maschile» e che contribuisce a diffondere quella cultura dei ruoli che deve, invece, essere sradicata, in quanto imprigiona la donna, ma anche l'uomo, in stereotipi ormai inaccettabili.
Anche su tale aspetto, la citata Convenzione ci indica la strada da percorrere e sarà il faro delle nostre azioni future.
PRESIDENTE. La deputata Binetti ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatta per la risposta alla sua interpellanza, per dieci minuti.
PAOLA BINETTI. Signor Presidente, sono soddisfatta ma non completamente; vi spiegherò qual è il punto per il quale non sono soddisfatta.
Mi sembra che ci sia stata un'attenzione abbastanza evidente alla misura della prevenzione attraverso il coinvolgimento delle scuole: suppongo che questo sarà un obiettivo in accordo con il Ministero dell'istruzione, attraverso una cultura che riconosce nella parità della dignità anche la cultura della differenza. Questo è un concetto che noi riteniamo fondamentale, per poter sviluppare un'autentica lotta contro la violenza: la cultura della differenza, anche nella differenza specifica tra l'uomo e la donna, e quindi anche la differenza negli approcci, la differenza nella modalità di soluzione dei problemi, ma anche la differenza nella gestione delle relazioni affettive.
È fondamentale che questo lavoro si svolga con l'aiuto della scuola, evidentemente, che è il luogo della formazione extrafamiliare principale con cui i giovani si confrontano, ma anche nel contesto sociale in cui si muovono, il contesto della vita associativa dei ragazzi, di tutte le associazioni giovanili possibili e immaginabili, degli scout ai club, a tutte le forme in cui imparano a convivere insieme.
Mi sembra fondamentale – anche io vi avevo accennato, ma sono contenta che il Ministro abbia fatto al riguardo delle sottolineature molto concrete e precise – la necessità di una sensibilizzazione forte all'interno degli ospedali. Noi avevamo parlato l'anno scorso, in occasione di una mozione presentata su questo argomento, addirittura di «sportello rosa», cioè di un luogo integrato in cui la donna potesse andare sapendo di poter contare non solo sulla presenza dei clinici, non solo sulla presenza evidentemente delle forze di polizia, come succede anche in tutti i pronto soccorso, ma anche su una presenza psicologica specificamente capace di creare le condizioni del dialogo.
Analogamente – l'attenzione posta affinché quando una donna va a denunciare possa trovare non soltanto la burocratizzazione e la verbalizzazione della denuncia, ma anche il contesto e il clima di inclusione e di solidarietà che faciliti una narrazione più dettagliata, e non soltanto la descrizione secca di ciò che è accaduto, Pag. 13che permetta di risalire alle cause, che permetta di descrivere il contesto – considero tutto questo positivo.
Mi sembra che molta attenzione il Ministro abbia messo sui centri antiviolenza: a parte il condividere totalmente la necessità di aumentare le risorse per essi disponibili, quanto al fatto che il numero dei centri antiviolenza possa raggiungere la cifra descritta non so se sarà un progetto strettamente realizzabile. È però vero che servono i centri antiviolenza, dove le donne possano andare e dove le donne possano anche stare.
C’è però una cosa che mi sembra che sia rimasta molto sullo sfondo e che, invece, è quella che costituisce, nella definizione stessa del Trattato che andremo a discutere sulla «violenza domestica», il contesto concreto e culturale del quale noi abbiamo parlato in questo momento – dal momento che molto spesso la violenza matura all'interno del confine di una famiglia –, ossia la cultura della famiglia. Mi sembra che manchi totalmente il riferimento alle politiche familiari.
Molto spesso il tema delle politiche familiari si concentra – lo cito come esempio – semplicemente sul piano dell'etichetta, il famoso quoziente familiare: sembra che tutte le problematiche e le politiche familiari debbano andare – e debbono anche andare – nella direzione di una riduzione della pressione fiscale, nella fornitura di servizi, come, ad esempio, gli asili nido, i luoghi dell'assistenza domiciliare per gli anziani, eccetera; mi sembra però che si dimentichi che il cuore vero del problema è offrire gli strumenti di cultura, gli strumenti oggettivi con cui la qualità delle relazioni familiari riconquisti la solidità dei legami e dei vincoli, perché è quella la chiave in cui si innesta la violenza.
Stiamo parlando di una violenza domestica e dobbiamo ancora aspettare questo Governo, perché credo sia lei la persona che ha la delega, ma non so francamente chi abbia la delega sulle politiche familiari. È sulle politiche familiari che ci dobbiamo aspettare il contrasto vero, la prevenzione forte contro la violenza. È nella solidità di un legame, nella capacità di elaborare in progress le tensioni che si possono creare – sappiamo tutti che ci sono i famosi corsi di preparazione alla vita matrimoniale: ce ne sono alcuni che nascono più nel contesto delle parrocchie, ma ce ne sono tanti altri e il comune di Roma aveva lanciato anche corsi di preparazione al matrimonio totalmente laici –, ma noi dobbiamo ottenere la stabilità dei vincoli, il riconoscimento reciproco della dignità, la capacità di elaborare le crisi, di fare chiarezza sui momenti di tensione e di rilanciare la qualità del rapporto. È lì che noi dobbiamo andare. Se quello è il luogo denunciato della violenza, allora è lì che noi dobbiamo portare l'aiuto concreto e lo dobbiamo portare nella relazione, all'interno della relazione di coppia, perché giustamente, come anche il Ministro ha sottolineato, il problema del femminicidio è sostanzialmente un problema degli uomini, perché chi esercita la violenza è l'uomo.
È vero che noi dobbiamo agire sulla donna e con la donna perché aumenti il livello di autostima e la capacità di elaborare la prima crisi e di reagire positivamente. Sappiamo tutti come, davanti alle personalità violente, l'atteggiamento di chi si chiude in sé stesso – una sorta di atteggiamento masochistico – finisce con lo stimolare il sadismo, la violenza e l'aggressività dell'altro. Dobbiamo insegnare tutto questo alle donne, dobbiamo insegnare le cose analoghe e complementari dall'altra parte, ma è sulla relazione che va posto l'interesse, è sui centri di relazione all'aiuto di coppia, sui centri di psicoterapia, sui centri che prendono in carico la relazione come il soggetto malato e non solo l'uomo o non solo la donna.
Credo che questa sia una pagina tutta da scrivere, è una pagina tutta da reinventare, perché è inutile che noi diciamo, come ogni tanto i giornali fanno – faccio riferimento al bellissimo intervento che ha fatto stamattina l'onorevole Gea –, che uccide più la famiglia che la mafia (ogni tanto c’è questo slogan che gira su qualche giornale), ma noi siamo i grandi sostenitori della famiglia. Noi crediamo che la Pag. 14famiglia sia davvero la cellula del sistema sociale e crediamo che è da lì che si generano la vita, gli affetti, le relazioni e la solidarietà.
Se questa è la malattia, se quello è il teatro di guerra, del disagio e della sofferenza, allora è lì che noi dobbiamo innestare energie positive, una sorta di «endovena» di capacità di coesione e di unità, che è peraltro necessaria, perché altrimenti, nel momento in cui non si agisce in questo modo, si esaspera la necessità dei due poli, quello sanitario e quello giudiziario, e alle spalle mi resta la scuola. E davanti cosa mi resta ? Il centro di antiviolenza, ma il cuore del problema è la famiglia ed è per questo che noi riteniamo che la famiglia debba avere la massima attenzione e non sono solo le politiche familiari, indispensabili, ma non solo queste: sono le politiche dei legami, degli affetti, quelle intermittenze del cuore che oggi richiedono un intervento in progress. Man mano che le situazioni cambiano e maturano la coppia deve poter trovare la possibilità di elaborare le proprie difficoltà e frustrazioni.
Allora, non limitiamoci a dire che il teatro domestico è quello in cui esplode maggiormente la violenza.
Se è così, è a quel teatro che noi chiediamo che venga data la massima attenzione, il massimo livello di aiuto e anche il massimo livello di rispetto quando si parla della famiglia.
(Iniziative anche normative in merito alla dismissione del patrimonio immobiliare della fondazione Enasarco e degli altri enti previdenziali privatizzati – n. 2-00062)
PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza urgente Lombardi n. 2-00062, concernente iniziative anche normative in merito alla dismissione del patrimonio immobiliare della fondazione Enasarco e degli altri enti previdenziali privatizzati (Vedi l'allegato A – Interpellanze urgenti).
Chiedo alla deputata Lombardi se intenda illustrare la sua interpellanza o se si riservi di intervenire in sede di replica.
ROBERTA LOMBARDI. Sì, signor Presidente, vorrei illustrare l'interpellanza.
ROBERTA LOMBARDI. La sottoscritta, portavoce di molte famiglie inquiline Enasarco, chiede di interpellare il Ministro dell'economia e delle finanze e il Ministro del lavoro e delle politiche sociali.
Premesso che con il decreto legislativo n. 509 del 1994 gli enti previdenziali sono stati trasformati in associazioni o in fondazioni con deliberazione dei competenti organi, a condizione che non usufruissero più di finanziamenti o altri ausili pubblici di carattere finanziario – e vorrei sottolineare questa frase – ( ex articolo 1 del decreto legislativo n. 509 del 1994), pur continuando a sussistere come enti senza scopo di lucro, assumevano personalità giuridica di diritto privato, così rimanendo titolari di tutti i rapporti attivi e passivi dei corrispondenti enti previdenziali e dei rispettivi patrimoni.
In merito alla loro gestione, le associazioni o le fondazioni hanno autonomia gestionale, organizzativa e contabile, sempre in relazione alla natura pubblica dell'attività svolta, motivo per cui sono sottoposte alla vigilanza del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, del Ministero dell'economia e delle finanze, oltre che a quella dei Ministeri specifici competenti per ciascun ente, nonché a quella della Corte dei conti.
Il legislatore, con decreto legislativo n. 104 del 1996, che prevede l'obbligo a vendere per INPS, INAIL, INPDAP e gli altri enti previdenziali, tra cui Enasarco, ha deciso di disciplinare l'attività in campo immobiliare degli enti previdenziali, secondo una specifica tabella (allegata alla legge n. 70 del 1975) in cui era ricompressa anche Enasarco.
Solo otto anni dopo, è stata approvata la legge 23 agosto 2004, n. 243, nella quale, all'articolo 1, comma 38 – norma definita di interpretazione autentica –, il legislatore ha stabilito che l'articolo 1, comma 1, del decreto legislativo 16 febbraio 1996, n. 104, non si applicava agli Pag. 15enti privatizzati ai sensi del decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, ancorché la trasformazione in persona giuridica di diritto privato sia intervenuta successivamente alla data di entrata in vigore del medesimo decreto legislativo.
La Suprema Corte, in merito a tale norma, a sezioni unite, con sentenza n. 20322 del 2006 si è espressa affermando che tale norma, seppure formulata come norma di interpretazione autentica, ha carattere innovativo, quindi conferma l'esigenza di tutelare i rapporti giuridici che, secondo le leggi previgenti, avevano previsto la prelazione o l'opzione legale a favore del conduttore qualificato. Mi dispiace, peraltro, dover fare tutto questo lungo excursus normativo, ma ciò rende forse rende l'idea di quanto sia stratificata la storia di questi enti.
L'Enasarco ha deciso di dismettere il patrimonio immobiliare già nel 2008 (vendita che ha avuto inizio nel 2011) e, nel farlo, l'ente ha siglato con le organizzazioni sindacali degli accordi che si sono dimostrati capestro per gli inquilini, visto che moltissimi di loro si sono trovati nell'impossibilità di acquistare i rispettivi alloggi, con gravissimo danno per gli stessi e per l'emergenza abitativa alla quale questi immobili degli enti previdenziali avrebbero dovuto porre un argine. La fondazione Enasarco stimava il valore del patrimonio immobiliare da bilancio in circa 3 miliardi di euro; oggi, invece, in piena crisi immobiliare, ne vuole ricavare dalla vendita circa 4,5 miliardi di euro.
La dismissione del patrimonio immobiliare di Enasarco è crescente motivo di ansia tra gli inquilini, anche perché gli istituti di credito convenzionati con la fondazione Enasarco per aver vinto dei bandi pubblici, Banca nazionale del lavoro e Monte dei Paschi di Siena, dopo aver appunto dapprima vinto una gara pubblica e diffuso dati mediante i quali si rendeva nota agli inquilini la possibilità di stipulare mutui a tassi, termini e condizioni accessibili, hanno successivamente e unilateralmente modificato tali condizioni, a discapito dei medesimi inquilini che ora si vedono sfumare la possibilità di acquistare l'agognata casa, che magari stanno già pagando da trenta o quarant'anni con il canone di locazione.
Gli immobili di proprietà di Enasarco richiamano un'architettura di tipo economico, sul genere, per impianto strutturale ed architettonico, per materiali e finiture, di quelle adottate per i complessi intensivi di edilizia economica-popolare, che rientrano nella disciplina prevista dalla legge n. 167 del 1962 e, in moltissimi casi, è stata denunciata persino la presenza di amianto, con gravissimo pregiudizio per la salute degli inquilini stessi.
Sono risultate, quindi, assolutamente erronee le classificazioni catastali dei palazzi in vendita: circostanza che potrebbe comportare un aumento ingiustificato del patrimonio immobiliare, con indicazioni anche errate nei relativi bilanci dell'ente. L'Enasarco vende il patrimonio privo di manutenzione e/o ristrutturazione, imponendo agli inquilini di firmare, al momento dell'acquisto la rinuncia a qualsiasi garanzia di legge, compresi i vizi occulti.
Un sindacato, Asia Usb, e moltissimi inquilini hanno, a fronte di tutte queste violazioni, presentato diverse denunce penali presso la procura della Repubblica di Roma per contestare quanto stiamo rappresentando. La delega delle indagini, relativamente a queste denunce e in casi simili, viene affidata alla Guardia di finanza, gruppo competente a verificare eventuali reati in materia.
La dismissione degli enti previdenziali sta cagionando notevoli tensioni sociali e numerosi contenziosi, che vedono, quale controparte, anche il Ministero del lavoro e delle politiche sociali; vista la contraddittorietà delle norme poste a base delle dismissioni, si profila l'impossibilità per gli inquilini di poter acquistare casa, ma, ancor più, la difficoltà di accedere al credito, viste le gravose condizioni che sono costretti a sopportare.
Il decreto-legge – perché la storia legislativa continua – n. 16 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 44 del 2012, ha previsto, ai sensi dell'articolo 5, che «(...) ai fini dell'applicazione delle disposizioni in materia di finanza Pag. 16pubblica, per amministrazioni pubbliche si intendono gli enti e i soggetti indicati ai fini statistici nell'elenco oggetto del comunicato dell'Istituto nazionale di statistica in data 24 luglio 2010 (...)»; nell'elenco ISTAT appena menzionato figurano tutti gli enti previdenziali privatizzati, tra cui anche Enasarco.
A seguire, il decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, all'articolo 3, comma 11-bis, aveva previsto una nuova procedura e tempi più ragionevoli (120 giorni) per gli inquilini per poter decidere di accettare o meno la prelazione sulle rispettive case. Inoltre, la sentenza del Consiglio di Stato, sezione VI, n. 6014 del 2012, ha chiarito, una volta per tutte, che la trasformazione operata dal decreto legislativo n. 509 del 1994 ha lasciato, quindi, immutato il carattere pubblicistico dell'attività istituzionale di previdenza e assistenza svolta dagli enti in esame, che conservano una funzione strettamente correlata all'interesse pubblico, costituendo la privatizzazione un'innovazione di carattere essenzialmente organizzativo.
Invero, la legge n. 228 del 2012, all'articolo 1, comma 168, ha espressamente statuito che il comma 11-bis dell'articolo 3 del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, non si applica al piano di dismissioni immobiliari della fondazione Enasarco, facendo salvi gli accordi tra detto ente e le associazioni o sindacati degli inquilini stipulati alla data di entrata in vigore della presente legge; accordi che riportano i giorni per lo svolgimento dell'opzione di prelazione a 60, andando, quindi, a configurare un trattamento anticostituzionale, perché viola l'articolo 3 della Costituzione, prevedendo un trattamento differente tra gli inquilini Enasarco e gli inquilini degli altri enti privatizzati.
Tale norma comporta, quindi, evidenti disparità di trattamento, ravvisandosi un lapalissiano profilo di illegittimità costituzionale per i motivi che vi ho poco sopra esposto. L'Enasarco avrebbe negli anni scorsi fatto ricorso a rischiosissimi ed avventati investimenti finanziari per un ammontare che sembrerebbe di circa 1,5 miliardi di euro, di cui ben 780 milioni di euro investiti nel fondo Anthracite delle Isole Cayman, garantiti da Lehman Brothers, con perdite che potrebbero essere colmate con i proventi delle dismissioni imposte agli inquilini, che dovrebbero pagare, quindi, con i loro risparmi, gli azzardi finanziari dell'ente.
Come già sollevato con interrogazioni parlamentari, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, con nota protocollata n. 6192 del 14 giugno 2011, ha indicato al presidente della fondazione Enasarco le otto associazioni sindacali degli agenti e rappresentanti di commercio – tra queste, la Cisal Federagenti – che avrebbero dovuto far parte del consiglio di amministrazione di Enasarco.
L'attuale consiglio di amministrazione sembrerebbe però non validamente costituito, in quanto non è presente il rappresentante del sindacato Cisal Federagenti. In più la nomina del presidente di Enasarco, segretario generale, con la rappresentanza legale della UilTucs, risulterebbe non rispondere ai criteri dell'articolo 17 dello statuto. Infatti, per la nomina del presidente è richiesto, ex articolo 17, il requisito della professionalità che, ai sensi dell'articolo 1, comma 4, lettera b), del decreto legislativo n. 509 del 1994 è ritenuto esistente solo nei soggetti appartenenti alla categoria degli agenti e rappresentanti di commercio, anche in stato di quiescenza.
Il signor Brunetto Boco, attuale presidente, non risulterebbe rivestire la qualità di rappresentante di commercio, né attivo né in pensione, e non sembrerebbe quindi avere i requisiti per essere eletto consigliere prima e, conseguentemente, presidente dopo. Si tratta di circostanze che sono riconducibili alle ipotesi di gravi violazioni di legge contemplate dall'articolo 2, comma 6, del decreto legislativo n. 509 del 1994, che comportano, in casi normali, il commissariamento dell'ente.
Per la dismissione del patrimonio di Enasarco è stato siglato un accordo da tutte le organizzazioni sindacali in rappresentanza degli inquilini tra cui Sicet, Pag. 17Uniat, che fa riferimento a UIL, Sunia, che fa riferimento a CGIL, Unione Inquilini e così via. Tale aspetto farebbe ravvisare notevoli perplessità circa l'incompatibilità degli stessi soggetti sindacali o facenti parte delle medesime sigle sindacali che, se da una parte siedono nei rispettivi consigli di amministrazione degli enti previdenziali, dall'altra parte stipulano accordi in rappresentanza degli inquilini.
Molti statuti degli stessi sindacati prevedono l'incompatibilità per i propri iscritti a partecipare nei consigli di amministrazione di enti pubblici, avendo cariche elettive nei rispettivi sindacati. Le perplessità e le commistioni sopra indicate trovano, purtroppo, riscontro nel fatto che, da informazioni che ci sono arrivate da numerosi inquilini degli immobili, risulterebbero affittuari di appartamenti di Enasarco: il figlio del segretario generale UIL Angeletti, il segretario confederale organizzativo nazionale, Carmelo Barbagallo, il figlio o la figlia di Giuseppe Selvaggio dell'Uniat, sindacato inquilini che siede al tavolo delle trattative.
Infine, l'interpellante è giunta in possesso di due contratti di locazione, uno dei quali è intestato al dottor Magliocco Giuseppe, relativo ad un appartamento sito in Roma con una superficie di circa 120 metri quadri e che prevede un canone mensile ad euro 650,76, e l'altro contratto risulta essere intestato a Magliocco Francesco, relativo ad un appartamento sempre a Roma con una superficie di circa 60 metri quadri che prevede un canone mensile pari ad euro 283,59. Entrambi gli appartamenti, tra l'altro, godono di pertinenza di un garage.
Risulterebbe che entrambi i contratti siano stati sottoscritti per la fondazione Enasarco dal dottor Donato Porreca, che era presidente di questo stesso ente e soggetto che risulterebbe essere stato condannato per corruzione dalla V sezione penale del Tribunale di Roma per la cessione del patrimonio. Da ricerche espletate, le generalità del dottor Magliocco Giuseppe sembrerebbero corrispondere a quelle del generale di brigata dello SCICO, reparto speciale della Guardia di finanza, ed il signor Francesco potrebbe essere il padre dello stesso.
Se, alla luce di questa lunga, lunghissima premessa, l'interpellante chiede se non riteniate necessario, come Governo, e opportuno:
proporre l'abrogazione dell'articolo 1, comma 38, della legge 23 agosto 2004, n. 243, e del comma 168 dell'articolo 1 della legge n. 228 del 2012, nella parte in cui prevede che le disposizioni di cui al comma 11-bis dell'articolo 3 del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito con legge n. 135 del 2012, non si applicano al piano di dismissioni immobiliari della fondazione Enasarco;
applicare alle dismissioni degli enti previdenziali di cui al decreto legislativo n. 509 del 1994, così come già prevedeva la normativa, il decreto legislativo n. 104 del 1996, norma che, oltre a tutelare maggiormente gli inquilini per una serie di garanzie in essa contenute, permetterebbe agli enti stessi di vendere il loro patrimonio con più ragguardevoli risultati;
stabilire con norma interpretativa che il decreto legislativo n. 104 del 1996 trovi applicazione anche alle dismissioni attuate attraverso fondi immobiliari SGR...
ROBERTA LOMBARDI. ... che hanno avuto il conferimento del loro patrimonio da enti previdenziali di cui ai decreti di cui sopra;
disporre, in relazione alle dismissioni degli enti previdenziali privatizzati, un tavolo tecnico interistituzionale finalizzato a stabilire norme uniformi per tutti gli enti privatizzati in materia di accesso alle unità immobiliari e di affitti da applicare, tenuto conto dei redditi degli inquilini, nonché in materia di dismissioni, vista la necessità di superare la discrezionalità che ogni ente previdenziale privatizzato ha finora applicato alla gestione immobiliare;
nelle more dell'instaurazione di questo tavolo tecnico, di voler sospendere con provvedimento di urgenza gli sfratti per finita locazione e morosità degli inquilini Pag. 18degli enti previdenziali, anche se attuati attraverso fondi immobiliari SGR o altre società, per un tempo non inferiore a un anno;
di quali elementi disponga in ordine alla legittimità della nomina del presidente di Enasarco, Brunetto Boco, e quali iniziative eventuali intendete adottare al riguardo;
accertare e verificare, tramite ispezioni delle agenzie del territorio competenti, la reale corrispondenza delle categorie catastali degli immobili di proprietà di Enasarco a quelle denunciate dallo stesso ente;
PRESIDENTE. Deputata deve concludere.
ROBERTA LOMBARDI. Sì, Presidente, posso saltare alcuni punti che sono ad ogni modo presenti nell'interpellanza che è depositata agli atti e su cui comunque ci aspettiamo risposta.
Si chiede, inoltre, se non intendete verificare che il signor Magliocco Giuseppe sia realmente il generale di brigata dello SCICO, e in base a quali criteri gli siano stati assegnati gli appartamenti e se mai gli uffici che lui sta guidando, o uffici contigui, abbiano avuto incarico di indagare sulle denunce pervenute relative alle dismissioni del patrimonio degli enti (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
CARLO DELL'ARINGA, Sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, con l'interpellanza urgente in oggetto l'onorevole Lombardi pone numerose e rilevanti questioni relative all'attività di dismissione del patrimonio immobiliare della fondazione Enasarco, con particolare riguardo ai seguenti aspetti: 1) al corretto inquadramento normativo della questione, in specie per ciò che riguarda la posizione degli enti previdenziali trasformati in associazioni e fondazioni di diritto privato ai sensi del decreto legislativo del 1994; 2) all'avvio di un tavolo tecnico interistituzionale volto ad affrontare in modo congiunto i molteplici risvolti della questione; 3) ad alcune ipotesi di presunto malgoverno relative alla gestione delle procedure di dismissione, alla nomina del presidente dell'ente e alla stipula di alcuni contratti di locazione di immobili della fondazione.
Al riguardo devo premettere che il grande numero e la delicatezza delle questioni proposte avrebbe richiesto un esame estremamente approfondito, ragione per cui, pur disponendo già di numerosi elementi di risposta, ritengo opportuno fare riserva di ulteriori possibili esami e approfondimenti.
Devo inoltre premettere che molte delle questioni segnalate dall'onorevole interpellante e, in particolare, quelle volte a modificare la normativa primaria esistente in materia, coinvolgono profili decisionali che esulano dalle competenze del solo Ministero che rappresento, in quanto coinvolgono, talora perlomeno, scelte che spettano al Governo nella sua collegialità.
Partendo quindi dai primi tre quesiti, osservo che l'onorevole interpellante ha chiesto: a) in primo luogo, di valutare l'abrogazione di alcune previsioni di legge, in particolare di alcune previsioni della legge n. 243 del 2004 e della legge di stabilità, l'ultima, del 2013, le quali escludono gli enti previdenziali privatizzati e, segnatamente, l'Enasarco, dall'applicazione delle previsioni di legge in tema di alienazione del patrimonio immobiliare degli enti previdenziali di natura pubblica; b) in secondo luogo, l'applicazione, per le alienazioni degli immobili di Enasarco, delle generali disposizioni vigenti per gli enti previdenziali di natura pubblica; c) in terzo luogo, l'introduzione di una disposizione interpretativa la quale chiarisca che il decreto legislativo n. 104 del 1996, sempre in tema di dismissioni del patrimonio immobiliare degli enti pubblici, trova applicazione anche nel caso di dismissioni attuate attraverso fondi immobiliari di società di gestione del risparmio Pag. 19che hanno avuto il conferimento del loro patrimonio dagli enti previdenziali di cui al decreto legislativo del 1994.
Tre quesiti, che possono essere esaminati in modo congiunto, in quanto trattano del quadro normativo relativo alle procedure di dismissione immobiliare che interessano gli enti previdenziali trasformati in associazioni e fondazioni senza scopo di lucro. Al riguardo, devo premettere che, in base alle previsioni del decreto legislativo n. 509 del 1994, alcuni enti di previdenza – tra cui appunto l'Enasarco – sono stati trasformati in persone giuridiche di diritto privato, come sappiamo, senza scopo di lucro, così determinando in via di principio l'inapplicabilità nei loro confronti – stante la disposizione di interpretazione autentica di cui al comma 38 dell'articolo 1 della legge n. 243 del 2004 – della normativa relativa alle dismissioni del patrimonio immobiliare degli enti pubblici e delle speciali procedure di vendita previste per le operazioni di dismissione del patrimonio immobiliare.
Tuttavia, nel corso degli anni si è manifestata in modo evidente l'oggettiva difficoltà sistematica nel conciliare diverse esigenze. Da un lato, il carattere comunque privato degli enti previdenziali di cui al decreto legislativo, quali l'Enasarco, con ciò che ne consegue, riguardo a questo carattere privato, come conseguenze in termini di autonomia e anche nella gestione del patrimonio. E dall'altro, il fatto che gli enti previdenziali privatizzati, però, operano nel campo di un settore estremamente sensibile, questa è l'altra esigenza: quella della tutela previdenziale di base, intesa quale bene primario intangibile, sì da giustificare la fissazione di regole e controlli di fonte pubblica, diversi e più incisivi rispetto a quelli che sarebbero in linea generale giustificabili nei confronti di soggetti di natura privatistica. Esigenze diverse, quindi.
È opportuno qui ricordare che i principi, ma anche le singole disposizioni, del decreto legislativo n. 509 del 1994 non hanno subito fino ad oggi alcuna modifica e sono tuttora pienamente operanti, nonostante nel tempo si siano moltiplicate le spinte del legislatore a incrementare il complesso dei vincoli finanziari e amministrativi imposti alle gestioni, attraendo nell'orbita della finanza pubblica anche le casse private di previdenza, sulla scorta della loro inclusione nell'elenco ISTAT di individuazione delle amministrazioni pubbliche.
D'altra parte, anche considerato che se taluni interventi hanno reso poco distinguibile la linea di demarcazione tra, da un lato, l'autonomia privata con quello che consegue e l'interesse pubblico dall'altro – due esigenze non sempre facili da contemperare – nonostante questo, deve anche sottolinearsi come, in senso contrario, alcune iniziative hanno invece contribuito a rafforzare proprio l'autonomia riconosciuta agli enti previdenziali privatizzati, salvaguardando gli equilibri delle gestioni, in funzione – questo è importante – della autosostenibilità di lungo periodo ad ulteriore garanzia degli assicurati nell'effettività e ottimizzazione – insomma, rendere possibile al meglio il rendimento del proprio bagaglio contributivo – del proprio contributo, una volta naturalmente maturati i requisiti pensionistici.
In definitiva, pur dandosi atto di importanti spinte normative nel senso del rafforzamento dei controlli pubblicistici sull'attività di enti quali l'Enasarco, non può affermarsi allo stato, oggi, l'esistenza di un orientamento legislativo volto ad affermare la natura pienamente pubblicistica di tali enti, quale sembra emergere dall'interpellanza.
Del resto, anche la recente sentenza del Consiglio di Stato n. 6014 del 2012, richiamata, sostanzialmente ha ribadito un principio già consolidato nell'ordinamento, laddove ha affermato che «la trasformazione operata dal decreto legislativo n. 509 del 1994 ha lasciato, quindi, immutato il carattere pubblicistico dell'attività istituzionale di previdenza e assistenza svolta da questi enti, che conservano una funzione strettamente correlata all'interesse pubblico, costituendo la privatizzazione una innovazione di carattere essenzialmente organizzativo».Pag. 20
Tale premessa si è resa necessaria per chiarire che tutte le operazioni intraprese dall'Enasarco come dagli altri enti gestori della previdenza privata, se pure assunte in base alle specifiche esigenze e peculiarità della categoria rappresentata in virtù dell'autonomia riconosciuta, sono state presidiate nel tempo da controlli istituzionali, interni ed esterni, che hanno spesso condotto anche ad interventi di richiamo effettuati per ricondurre le attività poste in essere nel solco della legittimità, ferma restando – si ribadisce ancora una volta – l'autodeterminazione nella selezione delle scelte di realizzo, del fine di interesse pubblico e consolidamento della gestione (insomma, quelle innovazioni di carattere organizzativo di cui ha parlato il Consiglio di Stato). Questa è l'autonomia riconosciuta.
Poste tali considerazioni appare difficile ipotizzare, come richiesto dall'interpellante, sistematici processi di omogeneizzazione di obiettivi e procedure (procedure in particolare, al di fuori delle prescrizioni generali dirette ad imporre il conseguimento del risultato fondamentale che è quello della sostenibilità pluriennale per garantire agli assicurati che avranno una pensione), alla luce della normativa vigente che continua a tutelarne l'autonomia e la ricerca individuale delle soluzioni più rispondenti alle esigenze delle categorie.
Nello specifico caso di Enasarco la procedura di dismissione – così veniamo al punto – resa necessaria dall'enorme quantità di immobili di proprietà dell'ente non sufficientemente redditizi, visti i canoni bassi, e dai consistenti costi di manutenzione è stato nel tempo monitorata dalle amministrazioni vigilanti e ritenuto uno strumento imprescindibile per sollevare l'ente dalle spese eccessive a fronte del realizzo ottenuto.
Più nel dettaglio, gli effetti della procedura di dismissione del patrimonio immobiliare dell'Enasarco, che è iniziata nel 2011, sono stati valutati dal Ministero che rappresento nell'ambito della attività istituzionale di vigilanza, ai sensi dell'articolo 1, comma 763, della legge n. 296 del 2006.
Con riferimento al piano triennale 2011-2013 degli investimenti di Enasarco, preciso che esso è stato approvato, con decreto 24 novembre 2010 del Ministero dell'economia e delle finanze di concerto con il Ministero del lavoro, così come disposto dall'articolo 8, comma 15, del decreto-legge n. 78 del 2010, convertito con modificazioni nella legge n. 122 del 2010 e dal decreto interministeriale 10 novembre 2010, che dispone, tra l'altro – per le operazioni che non hanno effetti sui saldi strutturali di finanza pubblica, tra cui le vendite dirette di immobili a privati – la mera comunicazione ai Ministeri vigilanti.
Tale piano 2011-2013, prevede la vendita di immobili in via diretta per 2 miliardi e 460 milioni e gli apporti a fondi immobiliari per 2 miliardi di euro. Il piano è stato successivamente aggiornato dalla stessa Enasarco il 13 settembre 2011 con la previsione della vendita di immobili in via diretta per 2 miliardi e 582 milioni di euro e apporti a fondi immobiliari per un miliardo e 657 milioni di euro e inviato come previsto alle amministrazioni vigilanti, Ministero del lavoro e Ministero dell'economia e delle finanze.
Peraltro, relativamente al piano triennale 2013-2015, la fondazione non ha previsto un investimento di risorse finanziarie per l'acquisto diretto di immobili ma solo l'investimento attraverso fondi immobiliari gestiti da società di gestione del risparmio private e professionali ad eccezione delle sedi strumentali che resteranno di proprietà dell'ente.
La plusvalenza derivante dalle operazioni di investimento immobiliare, come evidenziato nel bilancio di previsione di quest'anno, sarà destinata in parte alla riserva, a patrimonio netto vincolato a favore della previdenza ed, in parte, a coprire direttamente il disavanzo previdenziale in modo da azzerare ogni effetto sulla riserva legale soprattutto in considerazione del fatto che il progetto di dismissione rappresenta uno degli elementi a garanzia – ripeto ancora – della sostenibilità di lungo periodo, che è una preoccupazione Pag. 21che si esprime in questa circostanza ma ripetuta in molte altre circostanze.
Quarto e quinto quesito: l'onorevole interpellante chiede l'istituzione di un tavolo tecnico interistituzionale finalizzato a stabilire una disciplina uniforme per gli enti privatizzati in materia di gestione del patrimonio immobiliare. Al riguardo, faccio presente che, nel corso della passata legislatura, la competente direzione generale di questo Ministero aveva preso parte ai lavori di un tavolo tecnico con i rappresentanti del Ministero dell'economia e delle finanze, del Dipartimento del tesoro e degli enti previdenziali pubblici che si sono conclusi con l'elaborazione di alcune ipotesi normative volte a razionalizzare e semplificare le procedure di dismissione del patrimonio immobiliare.
Con l'avvio di questa nuova legislatura, i risultati di tale lavoro fatto nella precedente possono certamente rappresentare una utile base sulla quale avviare un confronto tra tutti i soggetti interessati nella prospettiva di individuare un percorso condiviso che, nel rispetto del quadro normativo vigente, possa dare definitiva soluzione ad alcune delle questioni sollevate dall'onorevole interpellante.
Quindi, si può continuare il lavoro fatto per certi versi. Tuttavia appaiono, fin da ora, poco percorribili – questo è il parere del Ministero che rappresento – interventi non adeguatamente ponderati volti a modificare i rapporti contrattuali in atto tra inquilini ed enti previdenziali laddove siano state accertate ipotesi di morosità e finita locazione. Senza dare un giudizio definitivo, ma queste sembrano strade poco percorribili; questo è il mio parere.
Del resto, occorre sottolineare che le casse privatizzate, nel quadro normativo delineato dal decreto legislativo n. 509 del 1994 e dal decreto legislativo n. 104 del 1996 in materia di gestione e disposizione del proprio patrimonio immobiliare, hanno piena autonomia gestionale da esercitarsi al fine del raggiungimento dell'equilibrio economico-finanziario e del contenimento del rischio della gestione del proprio attivo (insomma, hanno queste finalità prioritarie). Ciò nell'ottica di assicurare tutela agli interessi previdenziali e assistenziali degli iscritti alle casse stesse e, quindi, il perseguimento della funzione pubblica ad esse affidata dall'articolo 38 della Costituzione.
Pur riconoscendo tali preliminari obiettivi, in sede di stesura del piano di dismissione del proprio patrimonio immobiliare, la fondazione Enasarco ha comunque rivolto particolare attenzione ai risvolti socio-economici di tale operazione.
In tal senso, le modalità operative adottate dall'ente possono considerarsi, almeno in linea di principio, ispirate al rispetto dei principi di trasparenza e coniugano gli obiettivi economico-gestionali della fondazione con la tutela degli inquilini. Diamo un giudizio positivo su questi aspetti.
La fondazione, infatti, è la prima cassa, tra quelle pubbliche e private, che ha scelto la vendita diretta agli inquilini e che ha indetto gare comunitarie per individuare i soggetti più qualificati a cui affidare i servizi di supporto all'intero piano di dismissioni.
Al riguardo, occorre sottolineare che altra cosa è la predisposizione delle linee generali del piano di dismissione della fondazione che, nel caso di specie, è avvenuto con l'adeguato e condivisibile coinvolgimento delle parti sociali interessate, mentre altra cosa diversa è l'eventuale esistenza di singoli episodi di malgoverno i quali, laddove accertati e provati nelle competenti sedi, anche giudiziarie, devono essere certamente sanzionati nelle forme di legge.
Per quanto attiene alla possibilità di assumere iniziative normative volte a regolare in maniera più organica i processi di dismissione immobiliare, posso fin d'ora assicurare la piena disponibilità del Ministero che rappresento ad ogni utile approfondimento che vada nelle direzioni di fornire risposte adeguate a fasce di popolazione in condizioni di disagio ovvero di uniformare ai criteri di massima trasparenza le modalità di selezione degli inquilini di tali enti. Tutto ciò nella consapevolezza che eventuali interventi in tal senso, che vadano anche nella direzione di Pag. 22modificare l'attuale quadro normativo di riferimento, è chiaro che vanno rimessi all'intero Governo e non solo a questo Ministero, ma da parte di questo Ministero massima apertura a suggerimenti che vadano in questa direzione.
Con un ulteriore quesito, l'onorevole interpellante pone all'attenzione del Governo la possibile contrarietà della procedura di nomina dell'attuale presidente (dottor Brunetto Boco) rispetto alle pertinenti disposizioni di legge.
Esaminata la pertinente normativa, le lamentate illegittimità non sembrano sussistere. Questo è il nostro parere. Ed infatti, per quanto riguarda i requisiti per la nomina a consigliere (e conseguentemente, a presidente) dell'Enasarco, occorre fare riferimento agli articoli 8, comma 1 (concernente la composizione del consiglio di amministrazione), e 17 (relativo ai requisiti di professionalità del presidente e dei componenti degli altri organi), occorre tener conto dello statuto della Fondazione, approvato con decreto del Ministro, eccetera eccetera.
La lettura sistematica e combinata dell'articolo 8, comma 1 e dell'articolo 17 dello statuto, giustificherebbe la nomina di soggetti che non possano vantare l'esercizio, anche pregresso, dell'attività di agente o rappresentante di commercio, purché in possesso dei requisiti professionali previsti.
In particolare, la disposizione generale in materia di professionalità del presidente e dei componenti degli organi della Fondazione è contenuta nel comma 1 dell'articolo 17 dello statuto, laddove si prevede che detti soggetti «devono possedere adeguate capacità ed esperienza amministrativa, conseguite presso istituzioni e soggetti pubblici o privati di significative dimensioni nello svolgimento di funzioni direttive o nell'assolvimento di incarichi di vertice, anche facendo parte di organismi collegiali e di amministrazione, per uno o più periodi non inferiori ad un triennio», e sottolineo «anche».
Il comma 2 del medesimo articolo 17 stabilisce che «ai sensi dell'articolo 1, comma 4, lettera b), del decreto legislativo n. 509 del 1994, il requisito della professionalità è ritenuto esistente nei soggetti appartenenti alla categoria degli agenti e rappresentanti di commercio, anche in stato di quiescenza» Ripeto: il requisito della professionalità è ritenuto esistente. La disposizione in esame, quindi, introduce una mera presunzione – questo è il parere mio e del Ministero – del requisito di professionalità per la suindicata tipologia di soggetti, presunzione che non ha, però, carattere escludente, e che deve essere letta in combinazione con le previsioni di carattere generale, in tema di professionalità, contenute nel comma 1 della stessa disposizione. Cioè, non bisogna essere solo così per avere le indicate professionalità.
Le norme statutarie da ultimo menzionate si pongono in linea con le previsioni contenute – mi avvio alla conclusione – nel già richiamato articolo 1, comma 4, del decreto legislativo n. 509 del 1994, in base al quale gli statuti e i regolamenti degli enti privatizzati devono determinare i requisiti per l'esercizio dell'attività istituzionale, con particolare riferimento alla onorabilità e professionalità dei componenti degli organi collegiali e, comunque, dei responsabili dell'associazione o fondazione. Tale professionalità è considerata esistente qualora essa costituisca un dato caratterizzante l'attività professionale della categoria interessata.
Da tale disposizione deriva, infatti, come conseguenza diretta e necessaria, che gli amministratori – come si spiega nel dettaglio – non devono necessariamente avere svolto come professione l'attività dell'agente di commercio, essendo anzi previsto, come requisito principale, lo svolgimento di attività di diversa natura.
Per quanto concerne, poi, l'ulteriore quesito relativo alla costituzione del consiglio di amministrazione della Fondazione Enasarco per gli anni 2011-2015, evidenzio, sotto il profilo meramente procedurale, che a seguito della richiesta del presidente della Fondazione, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sulla scorta delle risultanze istruttorie sul grado di rappresentatività di ciascuna delle categorie interessate, con nota del 14 giugno Pag. 232011, ha comunicato allo stesso presidente dell'Enasarco, in ordine graduale decrescente, le sigle maggiormente rappresentative delle suddette categorie. Come evidenziato anche da un costante orientamento giurisprudenziale, l'intervento del Ministro ha, dunque, carattere meramente endoprocedimentale rispetto al provvedimento finale, che compete, invece, alla Fondazione, di cui ha la responsabilità.
Per quanto riguarda, infine, il quesito relativo ai contratti di locazione, intestati ai signori Magliocco e agli altri che sono stati citati, l'Enasarco ha precisato che i relativi canoni corrispondono esattamente a quelli risultanti dagli accordi sindacali sottoscritti dalla Fondazione con le associazioni sindacali maggiormente rappresentative della categoria degli inquilini e che, pertanto, gli stessi risultano essere conformi a quanto – all'epoca della stipula – risultava disposto in considerazione del rispettivo bilanciamento degli interessi.
ROBERTA LOMBARDI. Signor Presidente, no, non siamo soddisfatti e spiegherò per quale motivo al sottosegretario e ai presenti. Apprezziamo la disponibilità e la grande mole di dati, anche aggiornati in previsione dei piani futuri, che l'Enasarco e la fondazione stanno mettendo in campo; e ovviamente ci riserviamo, poi, di trarre altre considerazioni da quella che è la risposta del sottosegretario ed esamineremo questi dati.
Quello che però sfugge – e qui, nonostante abbia una serie di risposte, che vengono da una serie di numerosi incontri con avvocati e inquilini, che poi leggerò, che dà parziale risposta anche alla controrisposta del sottosegretario – è l'impatto sociale devastante, per il quale io invito il sottosegretario alla prossima assemblea che organizzeremo con gli inquilini: per farle capire che cosa significa, a sessanta, settant'anni, dopo trenta o quarant'anni di vita in una casa, spesso anche abbastanza modesta, fatiscente, con manufatti in amianto che mettono a repentaglio quotidianamente la tua salute, cosa significa trovarsi una lettera che ti chiede un raddoppio di canone, di passare dai 600-700 euro di canone mensile che ti avevano chiesto e per i quali, tutto sommato, avevi organizzato la tua vita e il tuo budget familiare a 1.700-1.800 euro, così, da un giorno all'altro; e una richiesta di arretrati, pari a 10, 11, 12 mila euro, che puoi dilazionare in comode rate pari ad un anno.
Quindi, hai tutta la tua vita economica, familiare, la tua previsione per la vecchiaia – perché si parla di persone che, spesso e volentieri, stanno anche alla fine dell'attività lavorativa o stanno già godendo di una pensione (beati loro che ancora ce l'hanno !) –, che viene stravolta, perché non sei più in grado di affrontare quegli oneri. Dall'oggi al domani. In più, ti trovi anche degli interessi di mora per un contratto che è rimasto fermo per tre anni e ti ritrovi da pagarli dall'oggi al domani. E dove li trovi questi soldi ? E questo devi farlo nel giro di poco, perché, altrimenti, verrai buttato fuori da casa tua, la casa dove sei stato da trenta o quarant'anni.
Oppure, ti viene mandata una lettera di prelazione: hai sessanta giorni per pagare l'immobile dove vivi da trenta, quarant'anni, che hai ampiamente pagato in questi anni, e te lo vedi valutato a un prezzo superiore a quello di mercato. Perché una casa al Torrino – ma non il Torrino dove abita Totti, la parte quella nobile, il Torrino quello popolare, quello con i casermoni –, una casa di un centinaio di metri quadri di edilizia popolare, veramente popolare, ti viene valutata 800 mila euro, e hai un comodo sconto del 10 per cento che te la fa arrivare a 700 mila euro. E tu non hai un mutuo convenzionato, perché il tuo ente, l'Enasarco, quello che doveva garantirti la tranquillità della pensione e della vecchiaia, ha emesso un bando pubblico che hanno vinto degli istituti di credito e che unilateralmente hanno modificato nel momento in cui hanno detto che c'era una crisi finanziaria mondiale e che, quindi, non potevano Pag. 24onorare il bando pubblico. Enasarco non ha annullato il bando, non ha emesso un nuovo bando o trovato nuovi interlocutori finanziari che potessero aiutare le famiglie ad affrontare questa emergenza.
Oppure se anche tu potessi affrontare quel genere di interessi e condizioni, hai cinquanta, sessanta, settant'anni, quale banca ti offrirà un mutuo a questa età ? Un mutuo trentennale, un mutuo quarantennale che, tra l'altro, non è stato mai applicato come condizione nonostante fosse previsto nel bando pubblico. Allora noi ci chiediamo come mai tali enti che sono enti senza scopo di lucro, abbiano questa autonomia gestionale, organizzativa e contabile, visto che hanno una natura pubblica che è stata statuita da sentenze varie nella loro attività svolta e la natura pubblica è una natura previdenziale. Come diceva giustamente il sottosegretario, essi devono assicurare la vecchiaia delle persone che, per una vita, hanno versato i loro contributi in questi fondi e che sono quelle che poi, adesso, si trovano in questa situazione e che hanno alimentato con una contribuzione pubblica indiretta questi fondi. Tutto ciò, violando la legge di privatizzazione che statuiva che gli stessi enti si sono trasformati in associazioni ad una precisa condizione, secondo la legge, e cioè di non usufruire più di finanziamenti o ausili pubblici di carattere finanziario; eppure, essi hanno beneficiato della contribuzione obbligatoria che è stata definita da tutti, in modo pacifico, una forma di finanziamento indiretta e quindi hanno violato la legge stessa con la quale venivano costituiti.
Il decreto legislativo n. 104 del 1996 ha deciso di disciplinare la vendita del patrimonio immobiliare degli enti previdenziali secondo una tabella allegata alla legge n. 70 del 1975 tra cui era ricompresa Enasarco. Tutti gli enti inseriti in quella tabella erano obbligati per legge a vendere, ma quella legge non ha mai trovato applicazione oppure ha trovato una parziale applicazione. Gli inquilini, adesso, chiedono solo l'applicazione di quella legge, chiedono giustizia. La legge n. 243 del 2004, norma definita di interpretazione autentica, con cui è stato stabilito che gli enti previdenziali non siano più obbligati alla vendita, arriva a distanza di otto anni e ne è stato fatto un uso distorto. Ci si chiede che cosa abbiano fatto i ministeri competenti dal 1996 al 2004; è vero che il sottosegretario è espressione di un Governo da poco insediatosi ma, come mi è stato anche ricordato in sede di presentazione di questa interpellanza urgente, questa questione del patrimonio immobiliare degli enti previdenziali è una questione che va avanti da minimo dieci anni e quindi immagino che gli uffici competenti nei Ministeri coinvolti, in questi anni, abbiano acquisito tutte le informazioni per dare delle risposte esaustive alle persone che stanno per essere buttate in mezzo ad una strada. Perché i ministeri, compreso il suo, non hanno obbligato gli enti a vendere il patrimonio così come prevedeva la legge ? Se fosse accaduto molti inquilini si sarebbero potuti comprare la casa, l'agognata casa, con la stessa legge utilizzata da moltissimi politici italiani, tra cui, non ultimo, il sottosegretario Patroni Griffi (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle). Anche loro, così facendo, avrebbero pagato la casa in lire e non in euro, l'avrebbero comprata quando la maggior parte aveva ancora un'età per la quale la banca gli avrebbe concesso un mutuo e non, quindi, adesso, a settanta, ottanta novant'anni, tutti pensionati.
L'Enasarco ha deciso di dismettere il patrimonio immobiliare già nel 2008, vendita che ha avuto inizio nel 2011; relativamente alla figura del presidente deve sapere che l'accordo venne siglato, in rappresentanza di Enasarco, proprio dal signor Brunetto Boco in qualità di presidente. Però, se va a verificare, non solo Boco non poteva essere presidente, nonostante voi abbiate sommato un'interpretazione di norme, né consigliere del consiglio di amministrazione, ma ha siglato un accordo prima della delibera del consiglio di amministrazione che disponeva la vendita; mi spiego meglio, l'accordo era sottoscritto da Brunetto Boco Pag. 25in qualità di presidente e dalle organizzazioni sindacali e venne siglato due giorni prima della delibera del consiglio di amministrazione che decise di vendere il patrimonio dell'ente – forse una vendita all'insaputa dell'ente – il famoso progetto Mercurio che oggi forse è meglio definire «progetto al mercurio» viste le conseguenze nefaste. Mentre in un qualsiasi Paese civile una simile procedura comporterebbe l'illegittimità dell'accordo, qui, non è illegittimo, nonostante non sia stato mai ratificato dal consiglio di amministrazione; cioè, egli ha firmato un accordo prima della sua nomina e successivamente non c’è stata una sanatoria di questa violazione.
Nonostante tutto, questo accordo siglato con le organizzazioni sindacali, da quanto riferito dagli inquilini, non è mai stato rispettato: moltissimi inquilini si sono ritrovati nell'impossibilità di acquistare i rispettivi alloggi, con gravissimo danno per gli stessi e per l'emergenza abitativa. L'emergenza abitativa, vorrei ricordare; e vorrei ricordare la relazione con la natura pubblica dell'attività svolta da questi enti.
L'accordo prevede un calcolo preciso per stabilire i prezzi, in cui si sarebbero dovuti applicare dei coefficienti riduttivi, quali la tipologia edilizia, la manutenzione, la qualità edilizia: abbiamo detto prima di che tipo di case si tratti.
ROBERTA LOMBARDI. Il prezzo, comunque, non doveva superare il prezzo medio previsto dall'Agenzia del territorio. Invece, Enasarco che ha fatto ? Ha calcolato il prezzo degli alloggi partendo dal prezzo medio !
Una cattiva gestione finanziaria dell'ente non può andare a discapito della natura stessa dell'ente, che ricordo essere una natura pubblica con finalità di calmierare il mercato immobiliare e di garantire la previdenza e la vecchiaia di migliaia di famiglie italiane (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
(Orientamenti del Governo circa la realizzazione da parte di Difesa Servizi Spa di un impianto fotovoltaico nella riserva naturale della Vauda, in provincia di Torino – n. 2-00055)
PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza urgente Bonomo n. 2-00055, concernente orientamenti del Governo circa la realizzazione da parte di Difesa Servizi Spa di un impianto fotovoltaico nella riserva naturale della Vauda, in provincia di Torino (Vedi l'allegato A – Interpellanze urgenti).
Chiedo alla deputata Francesca Bonomo se intenda illustrare la sua interpellanza o se si riservi di intervenire in sede di replica.
FRANCESCA BONOMO. Signor Presidente, intendo illustrarla.
FRANCESCA BONOMO. Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevoli colleghi, vorrei portare alla vostra attenzione, ed in modo particolare alla sua, signor sottosegretario Alfano, e attraverso di lei al Ministro della difesa, una questione di rilevante importanza per il territorio da cui provengo, il Canavese: zona situata nella provincia di Torino, ma che ha inoltre una valenza nazionale, per le ragioni che le illustrerò in seguito.
Il Ministero della difesa, con la legge del 23 dicembre 2009, n. 191, poi oggetto di riassetto nell'articolo 535 del codice dell'ordinamento militare di cui al decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66, ha costituito la società Difesa Servizi Spa, allo scopo di svolgere attività negoziale diretta all'acquisizione di beni immobili, servizi e connesse prestazioni strettamente correlate allo svolgimento dei compiti istituzionali dell'amministrazione della difesa, non direttamente collegate all'attività operativa delle Forze armate; e più in generale, al fine di valorizzare beni e attività attualmente di pertinenza del Ministero della difesa e di ogni sua articolazione. È pertanto Pag. 26uno strumento mediante il quale l'amministrazione della Difesa intende perseguire una politica di autofinanziamento strutturale.
In particolare, tra i settori prioritari di intervento della Difesa Servizi Spa rientrano la valorizzazione e la gestione degli immobili militari, e in particolare la valorizzazione energetica di caserme e strutture militari tramite l'installazione di impianti fotovoltaici.
A tale proposito, in data 7 aprile 2011 è stata firmata la prima convenzione attuativa con il Ministero della difesa, che affida alla società Difesa Servizi Spa la gestione di 64 siti in uso alla suddetta amministrazione, ai fini della loro valorizzazione mediante installazione di impianti per la produzione di energia da fonte rinnovabile, direttamente oppure attraverso la concessione o la locazione a terzi a fronte della corresponsione di un congruo corrispettivo.
Allo scopo di tutelare l'ambiente e di limitare l'occupazione smisurata di suolo da parte di impianti fotovoltaici, con l'articolo 65, comma 1, del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito poi con legge 24 marzo 2012, n. 27, recante disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività, è stato escluso l'accesso agli incentivi statali di cui al decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, agli impianti solari fotovoltaici con moduli collocati a terra in aree agricole.
Tale disposizione, però, ai sensi del comma 2 del medesimo articolo 65, non si applica agli impianti realizzati e da realizzare su terreni della disponibilità del demanio militare. La società Difesa Servizi Spa ha pubblicato in data 22 settembre 2011 un bando pubblico per selezionare soggetti economici cui concedere a titolo oneroso l'uso di terreni per la realizzazione di impianti di produzione di energia da fonte solare fotovoltaica. Tra i terreni in oggetto vi è appunto l'area del poligono «Esperienze per l'armamento» situato nella riserva naturale della Vauda, ubicata in provincia di Torino e comprendente i territori dei comuni di Rivarossa, Front Canavese, San Francesco al Campo, Nole, Vauda, San Carlo Canavese e Lombardore.
Questa riserva fu istituita con legge regionale 7 giugno 1993, n. 23. Questa legge specifica all'articolo 3 le seguenti finalità dell'istituzione della suddetta riserva: «tutelare e conservare le caratteristiche naturali e paesaggistiche dell'area, anche attraverso interventi di recupero ambientale», «consentire, qualificare e valorizzare le attività agro-zootecniche, compatibilmente con la finalità indicate» sopra, «promuovere il recupero del patrimonio forestale» e infine «assicurare la fruizione dell'area a fini culturali, scientifici e ricreativi».
La zona in oggetto, oltre ad essere sfruttata da agricoltori e da allevatori per il pascolo del bestiame, è anche utilizzata per attività turistiche e non (escursionismo a piedi, in bicicletta, a cavallo) in quanto rappresenta una delle aree a bassa antropizzazione più estese dell'intera provincia di Torino e mantiene a pieno titolo la caratteristica di suolo libero da interferenze umane.
L'articolo 12 del decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387, dispone che l'ubicazione degli impianti di produzione di energia elettrica deve tenere conto delle disposizioni in materia di sostegno nel settore agricolo, con particolare riferimento alla valorizzazione e alla tutela della biodiversità, così come del patrimonio culturale e del paesaggio rurale di cui alla legge 5 marzo 2001, n. 57, articoli 7 e 8, nonché del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 228, articolo 14.
La provincia di Torino, inoltre, si è dotata di un piano territoriale di coordinamento approvato dalla regione Piemonte con deliberazione del consiglio regionale 21 luglio 2011, n. 121-29759, pubblicata sul Bollettino ufficiale regionale n. 32 dell'11 agosto 2011, che tra i suoi fondamenti pone la salvaguardia dei suoli liberi del territorio provinciale.
La giunta della regione Piemonte ha poi approvato con due delibere, pubblicate sul Bollettino ufficiale regionale del 2 febbraio 2012, n. 5, le nuove regole per l'installazione di impianti alimentati a fonti rinnovabili, Pag. 27da cui emerge la necessità di salvaguardare le aree di interesse naturalistico da installazioni industriali per la produzione di energia da fonti rinnovabili.
Infine, più recentemente il Consiglio di Stato, con la sentenza 15 gennaio 2013, n. 176, ha evidenziato che, nell'ambito di una riserva naturale, l'interesse alla salvaguardia dell'ambiente deve essere considerato preminente rispetto all'esigenza di realizzare impianti da fonti energetiche rinnovabili.
Coerentemente, tutti questi strumenti legislativi, a partire da quelli nazionali e poi nel caso di specie anche quelli regionali e provinciali da un lato incentivano l'utilizzo di fonti di energia rinnovabile come gli impianti fotovoltaici, ma dall'altro ne impediscono ora la realizzazione sui terreni agricoli. È più che lecito chiedersi quindi come mai proprio i beni del demanio militare non siano legati a questo vincolo, ancor più in ragione del fatto che sono molteplici i terreni del demanio militare che sono allo stesso tempo riserve naturali.
Questa riserva è inoltre un sito di interesse comunitario con classificazione internazionale IT1110005 ed è inserita nel progetto europeo Natura 2000, che è il principale strumento della politica ambientale dell'Unione europea per la conservazione delle biodiversità. Nello specifico il SIC della Vauda si estende per 2.646 ettari, di cui 1.200 sono appartenenti al demanio militare ed è la più vasta area di brughiera pedemontana caratterizzata da un'ampia zona pianeggiante punteggiata da stagni e laghetti, con praterie a molinia caerulea interrotte da ampi tratti di brugo, cui si associano alberi sparsi e boschetti in prevalenza di betulla e pioppo tremulo. Le brughiere pedemontane sono un ambiente particolarmente ricco di vertebrati, in particolare per quanto concerne avifauna e erpetofauna. L'elevata biodiversità di questo sito va ricercata nel fatto che qui sono sopravvissute popolazioni scomparse da gran parte della pianura piemontese. Oggi quindi la riserva è inserita nell'Ente di gestione delle aree protette dell'area metropolitana di Torino, peccato però che ora essa sia commissariata.
La società aggiudicataria del bando pubblico – che è stato promosso dalla società Difesa Servizi Spa – la Belectric, attraverso la Ciriè Centrale PV Sas della Belectric Italia Srl, con sede legale in Roma e sede operativa in Sermoneta, Latina, ha presentato un primo progetto denominato «Bonifica bellica, realizzazione di impianto per la produzione di energia elettrica da fonte fotovoltaica e successivo ripristino ambientale delle aree interne al poligono militare – esperienze per l'armamento».
Esso prevedeva la costruzione di un impianto di una potenza pari a 45 megawatt e si estendeva su una superficie di 73 ettari, cioè un'ampiezza pari a circa 120 campi di calcio, insistente interamente su terreni localizzati all'interno del SIC.
La Belectric ha presentato il progetto per l'avvio del procedimento di valutazione di impatto ambientale e contestuale valutazione di incidenza. Questo procedimento è stato avviato nel mese di agosto 2012. Per tale progetto, la provincia di Torino ha dato valutazione di incidenza negativa ed è emersa la necessità di rilocalizzare l'impianto. Il secondo progetto era all'esame della terza Conferenza di servizi che è in attesa del parere richiesto alla sovrintendenza ai beni architettonici e paesaggistici, che dovrebbe pervenire entro fine mese. Questo progetto, tuttavia, prevede la costruzione di un impianto della medesima potenza ed estensione rispetto al primo, ma frazionato in quattro lotti insistenti sul territorio della riserva naturale orientata della Vauda.
Come si può facilmente rilevare, le dimensioni prospettate dell'impianto e la sua realizzazione in questo territorio trasformeranno, di fatto, la riserva orientata della Vauda in un'area industriale. Quest'opera deturperà irrimediabilmente un'area altamente pregiata a livello ambientale, e molto importante per il territorio, sia dal punto di vista turistico, che della fruibilità da parte dei cittadini locali che degli allevatori.Pag. 28
Per questi motivi e per le ragioni giuridiche di tutela dell'ambiente da me illustrate fin qui, tutte le amministrazione comunali, eccetto una, comprese nel territorio della riserva, si sono pronunciate, per mezzo di delibere consiliari, contro la realizzazione di questo impianto. Similari delibere sono poi state approvate anche nei comuni limitrofi, tra i quali quello di Barbania, paese di mia residenza. La provincia di Torino si è espressa, sia tecnicamente, che politicamente, a favore, ed anche alcuni consiglieri regionali, appartenenti a diversi partiti politici – in modo particolare PD, Sel e MoVimento 5 Stelle – hanno depositato mozioni di opposizione all'opera. Si sono, inoltre, mobilitate diverse associazioni di categoria, tra cui la Coldiretti e le associazioni ambientaliste, Legambiente e ATA, associazione di tutela ambientale, che si è fatta promotrice di diverse manifestazioni pubbliche per esprimere la contrarietà al progetto. Moltissimi sono poi i cittadini di questo territorio che hanno partecipato a questa manifestazione pacifica e trasversale a tutela di questo bene comune, che è la riserva naturale della Vauda.
La domanda che le pongo in quest'Aula, signor sottosegretario, è la seguente: non sarebbe stato più opportuno installare tali impianti prioritariamente su aree compromesse, dal punto di vista dell'utilizzo, come tetti di caserme e capannoni, aree a piazzale già cementificate, o altro, piuttosto che danneggiare definitivamente un'area di grande peso ambientale e paesaggistico (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e MoVimento 5 Stelle) ?
GIOACCHINO ALFANO, Sottosegretario di Stato per la difesa. Signor Presidente, vista l'interpellanza urgente appena illustrata dall'onorevole Francesca Bonomo, ritengo fornire in premessa un breve quadro riepilogativo.
Come evidenziato nell'atto, in data 7 luglio 2011, è stata stipulata una convenzione tra il Ministero della difesa e la società Difesa Servizi Spa per la realizzazione di impianti fotovoltaici, tra gli altri, all'interno del sito militare Poligono Esperienze per l'Armamento, in località Ciriè/San Carlo Canavese, provincia di Torino.
La convenzione risulta essere stata registrata dagli organi di controllo in data 11 ottobre 2012.
A seguito di tale registrazione si è resa possibile l'aggiudicazione, da parte della società in parola, della procedura di gara per l'individuazione dei soggetti deputati alla realizzazione degli impianti fotovoltaici in questione.
Difesa Servizi Spa ha, quindi, provveduto alla stipula dei contratti con l'aggiudicatario di ciascun lotto funzionale in cui erano suddivise le superfici dei sedimi militari resi disponibili, ponendo a carico delle ditte aggiudicatarie l'onere dei processi autorizzativi, obbligo, questo, direttamente fissato, con la citata convenzione, in capo alla stessa Difesa Servizi Spa.
In data 20 settembre 2012, quest'ultima ha provveduto a convocare la prevista Conferenza di servizi necessaria all'eventuale ottenimento delle autorizzazioni per realizzare gli impianti fotovoltaici all'interno del sito militare in argomento.
Nel corso della conferenza, il rappresentante della regione Piemonte – aree Naturali protette – settore flora e fauna, ha evidenziato, fra le altre cose, come la realizzazione degli impianti fotovoltaici determinasse una compromissione dell'area dal punto di vista naturalistico e ambientale.
Successivamente, in data 27 settembre 2012, è stato svolto uno specifico sopralluogo al fine di appurare le tipologie vegetative protette presenti. I partecipanti al sopralluogo si sono, tuttavia, riservati di esprimersi in seno al tavolo tecnico, che si è poi tenuto, a partire dal 4 ottobre, proprio presso la provincia di Torino, in qualità di ente competente per gli aspetti di valutazione di impatto ambientale (la cosiddetta VIA).
Al tavolo tecnico ha partecipato anche Difesa Servizi Spa, che ha reso noto una favorevole apertura da parte degli enti Pag. 29competenti al rilascio delle previste autorizzazioni, laddove si fossero valutate delle soluzioni alternative in termini di aree da prendere in considerazione, sempre all'interno del poligono.
Durante le attività del citato tavolo di lavoro, la società aggiudicataria ha individuato aree alternative su cui localizzare l'impianto, rielaborando, di conseguenza, il progetto; tale individuazione, peraltro, è avvenuta sulla base di quanto convenuto con gli organi tecnici della regione Piemonte e della provincia di Torino nelle riunioni all'uopo tenutesi tra dicembre 2012 e febbraio 2013.
Le nuove aree individuate ricadono anche nei comuni di San Carlo Canavese e San Francesco al Campo, atteso il compatibile interesse naturalistico. Lo scorso 6 febbraio è stato presentato il nuovo progetto, integrato con le relazioni richieste e con proposte di compensazioni associate. Con le successive riunioni della conferenza dei servizi, in data 20 marzo e 30 aprile 2013, le amministrazioni hanno espresso il proprio parere di competenza sulla modifica al progetto, esprimendo, tuttavia, suggerimenti finalizzati all'ulteriore miglioramento del medesimo. Al momento, si è in attesa della deliberazione della giunta provinciale di Torino sulla valutazione di impatto ambientale definitiva.
Detto questo, osservo, più in generale, che, nell'ambito dello sforzo sinergico che la Difesa sta perseguendo per il miglioramento del quadro di approvvigionamento strategico dell'energia, della sicurezza e dell'affidabilità dei sistemi con il ricorso all'utilizzo di energie da fonti rinnovabili, lo sfruttamento di alcune superfici a terra di poligoni, limitatamente alla piena disponibilità delle aree prive di eventuali vincoli paesaggistici ambientali, con piena applicazione delle leggi e dei regolamenti vigenti, consente di disporre di superfici estese e non frammentate che possono essere dedicate a più convenienti iniziative, senza inficiare le attività operative dei reparti.
Tanto premesso, con specifico riferimento alla domanda posta dagli onorevoli interpellanti, preciso che la convenzione con Difesa Servizi Spa conferisce assoluta priorità all'utilizzo di tetti, caserme, capannoni, aree a piazzale già cementificato, ma anche ad altre situazioni, come quella, appunto, dei terreni, risultando, peraltro, in linea con quanto prospettato e suggerito nell'atto di sindacato ispettivo in esame.
Tale accordo, per completezza d'informazione, contempla solo undici siti, tra cui quello in esame, che riguardano superfici a terra, da considerare quale attività integrativa, e non sostitutiva, degli indirizzi generali della Difesa per lo sviluppo dei progetti sinora sostenuti.
PRESIDENTE. La deputata Bonomo ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatta per la risposta alla sua interpellanza.
FRANCESCA BONOMO. Signor Presidente, signor sottosegretario, direi che sono soddisfatta, ma in parte, nel senso che ha sicuramente dimostrato un'apertura, o comunque un voler discutere, un voler confrontarsi. Quindi, mi auguro che se, come probabilmente saprà, la prossima valutazione di impatto ambientale fatta dalla provincia sarà nuovamente negativa, il Ministero della difesa non continuerà nella ricerca della conclusione di questo impianto su quel sito.
Tra l'altro – lei ha citato adesso non mi ricordo quale articolo, ma diceva che la costruzione di questi impianti non deve neanche inficiare le attività operative – a me risulta che, ad esempio, proprio in quella zona lì, la Brigata Taurinense svolgeva determinate esercitazioni, che, se questo impianto venisse costruito, non potrebbe più fare. Quindi, andrebbe, in realtà, anche contro l'articolo che lei mi ha appena citato.
Comunque vorrei solo precisare che la sottoscritta e il Partito Democratico sostengono convintamente l'utilizzo di fonti energetiche rinnovabili, perché non vorrei, appunto, che la nostra interpellanza urgente venisse male interpretata.
Il fotovoltaico è per noi una risorsa importante da promuovere anche attraverso incentivi, ma deve essere una tecnologia di sostegno alla salvaguardia della Pag. 30natura e non uno strumento di distruzione del paesaggio e dell'ambiente stesso. Quindi, per questa ragione, permangono alcuni dubbi, in particolare rispetto al fatto se sia corretto che i terreni agricoli di proprietà del demanio militare abbiano un trattamento diverso rispetto ai terreni agricoli di proprietà privata, ai fini dell'accesso agli incentivi statali di cui al decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28.
Ricordo che, tra l'altro, gli incentivi statali sulle fonti rinnovabili in parte sono finanziati direttamente dai cittadini con il pagamento delle bollette. Ci domandiamo, quindi – e se lo domandano tanti cittadini italiani, amministratori locali compresi –, se sia giusto che i terreni compresi in aree protette e comunque di elevato peso ambientale possano rientrare nel compendio immobiliare di cui all'allegato A della convenzione, citata da lei prima, tra il Ministero della difesa e la società Difesa Servizi Spa.
Mi domando – e se lo domandano in molti e se lo è domandato ad esempio anche il noto meteorologo e climatologo italiano Luca Mercalli in una nota trasmissione televisiva – se non sarebbe meglio usare i tetti dei 25 mila chilometri quadrati di territorio costruiti in Italia e, quindi, utilizzare tetti di caserme o altri immobili dell'amministrazione della difesa che sono pur presenti in gran numero. Quindi, a questo proposito chiederei veramente, come lei ha detto prima, di prendersi l'incarico di chiedere al Ministro della difesa di svolgere una nuova istruttoria per trovare altri luoghi, aventi queste caratteristiche sopracitate, nei quali porre gli impianti in oggetto.
Crediamo, quindi, che nella riserva orientata nella Vauda, così come anche in nessun altro parco, non debbano essere consentite costruzioni di megaimpianti fotovoltaici e crediamo quindi che le prese di posizione, anche contrarie, espresse dalle istituzioni territoriali ai vari livelli in questo caso, debbano essere maggiormente tenute in considerazione e portarvi a riconsiderare la scelta fatta.
Ho anche presentato una mozione per affrontare questo tema in modo definitivo, che attualmente sta girando tra i deputati dei diversi schieramenti politici, perché penso che la questione in esame non ha colore politico e deve essere affrontata in maniera trasversale. Quindi, qualora i miei colleghi fossero interessati, li prego anche di chiedermene conto in modo tale che io la possa girare.
È quindi giunto il tempo di smettere di trovare dei rimedi in massima parte temporanei ai problemi del nostro Paese. Dobbiamo, invece, altresì a partire da oggi, e in particolar modo proprio da questo Governo, trovare delle soluzioni stabili e risolutive alle questioni. Questo è il dovere della politica e quindi è il nostro dovere (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
(Elementi ed iniziative in ordine al progetto di riqualificazione e potenziamento della strada provinciale n. 46 Rho-Monza in vista dell'Expo 2015 – n. 2-00049)
PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza urgente Cimbro n. 2-00049, concernente elementi ed iniziative in ordine al progetto di riqualificazione e potenziamento della strada provinciale n. 46 Rho-Monza in vista dell'Expo 2015 (Vedi l'allegato A – Interpellanze urgenti).
ELEONORA CIMBRO. Signor Presidente, grazie, intendo illustrarla.
Il tema oggetto dell'interpellanza urgente riguarda, appunto, la trasformazione della strada provinciale n. 46 in autostrada A52 in vista dell'Expo 2015. Infatti, tra le opere connesse all'Esposizione universale che si terrà a Milano a partire dal 1o maggio 2015, è stato inserito l'intervento per la riqualificazione e il potenziamento della strada provinciale n. 46 Rho-Monza, il cui iter è stato avviato con la sottoscrizione, in data 28 luglio 2006, della convenzione tra la provincia di Milano e la Milano Serravalle-Milano Tangenziali Spa.Pag. 31
Il progetto, in fase di realizzazione, prevede la trasformazione dell'attuale arteria stradale che collega Rho a Monza in un'autostrada urbana a due corsie per senso di marcia. Si tratta di un'opera fondamentale che collega, da est ad ovest, il nord di Milano con la chiusura dell'anello delle tre tangenziali, con l'obiettivo di ridurre le attuali criticità viabilistiche esistenti.
Il tracciato complessivo è lungo 9,2 chilometri: dall'attuale tangenziale nord (A52) all'altezza di Paderno Dugnano, all'autostrada A8 Milano – Laghi all'altezza dello svincolo di Rho Fiera.
Il lavoro, appunto, è stato suddiviso in tre lotti funzionali: i primi due sono realizzati da Milano Tangenziali Serravalle e collegano l'interconnessione con l'A52 in corrispondenza di Milano-Meda e lo scavalco della ferrovia Milano-Varese. Il costo previsto è di 202 milioni di euro, di cui 177 milioni di euro disponibili.
Il terzo lotto funzionale è realizzato da Autostrade per l'Italia e collega lo scavalco della ferrovia Milano-Varese con lo svincolo della ex strada statale n. 233 «Varesina». Il costo previsto è di 104 milioni di euro, di cui 55 milioni di euro disponibili.
L'Anas, in data 2 febbraio 2009, ha approvato il progetto preliminare relativo ai tre tratti in cui è stata suddivisa l'opera. Le concessionarie hanno successivamente avviato la progettazione definitiva con tempi e modi diversi, anche per quanto riguarda la scelta delle procedure di affidamento dei lavori.
L'adeguamento dell'infrastruttura viaria viene giudicato necessario da tutte le amministrazioni locali coinvolte e tutti i comuni interessati – Baranzate, Bollate, Cormano, Novate Milanese, Paderno Dugnano – hanno espresso il loro assenso all'ipotesi di rendere più sicura e più scorrevole la strada di collegamento tra Rho e Monza, in accordo con la provincia di Milano e la regione Lombardia.
Le perplessità che sono state sollevate riguardano le scelte progettuali, che non hanno tenuto conto delle osservazioni presentate dagli enti locali in fase di valutazione d'impatto ambientale e le cui conseguenze, in termini di salute pubblica e sostenibilità ambientale, sono estremamente critiche.
I comuni, infatti, pur favorevoli alla realizzazione dell'opera, hanno fortemente criticato la realizzazione di tratti sopraelevati di attraversamento dei centri abitati, che, in molti casi, si trovano a breve distanza dalle abitazioni dei cittadini, e, in particolare, vicino a una scuola che ospita circa duemila studenti.
Inoltre, gli enti locali hanno anche proposto un progetto alternativo, approvato da tutti gli organi di governo dei comuni e condiviso dai comitati di cittadini presenti sul territorio. In particolare, la proposta avanzata prevede la realizzazione di tratti in trincea e in galleria, con lo specifico obiettivo di contenere l'impatto acustico, visivo e l'inquinamento determinato dalle polveri ed inquinanti, seguendo i criteri seguiti per la realizzazione delle più recenti infrastrutture realizzate in contesti analoghi a livello europeo.
Tra le perplessità espresse dagli enti locali si evidenzia la richiesta di pronunciamento di compatibilità ambientale inviata al Ministero dell'ambiente, al Ministero per i beni e le attività culturali, alla regione Lombardia e alla provincia di Milano, da parte dell'amministrazione comunale di Novate Milanese, con cui sono state segnalate evidenti criticità dell'opera e, tra queste, segnaliamo: l'insufficiente considerazione del corridoio ecologico regionale; l'eccessivo consumo di territorio, in particolare nell'area del parco locale di interesse sovracomunale della Balossa; la non conformità con gli strumenti urbanistici vigenti, in particolare per quanto riguarda le aree verdi; i potenziali effetti dannosi sulla salute dei cittadini, sia sotto l'aspetto dell'inquinamento acustico, per la modesta efficacia della «galleria fonica», sia sotto l'aspetto dell'inquinamento atmosferico, per il prevedibile aumento di emissioni di agenti inquinanti legati al traffico veicolare.
I cittadini e le associazioni hanno presentato un lungo, articolato e circostanziato documento di osservazioni al progetto, in cui si afferma che l'opera non Pag. 32migliora la qualità dell'aria, peggiora l'inquinamento acustico, non riduce i rischi di incidentalità stradale, causa nuovo consumo di suolo e riduzione dell'estensione delle aree protette della zona, influisce negativamente sotto il profilo paesaggistico e causa la riduzione del valore degli immobili dell'intera area.
Purtroppo, però, le istanze delle amministrazioni e dei cittadini non sono state ascoltate. Al momento attuale, lo stato di avanzamento dei progetti sembra rendere ancora più difficili eventuali correzioni di scelte progettuali discutibili.
La provincia di Milano e la regione Lombardia, durante i diversi incontri avuti con le amministrazioni locali, hanno ripetutamente confermato che non è possibile realizzare l'interramento nella tratta di affiancamento per ragioni economiche, di cui non è stato dato riscontro oggettivo, nonostante le numerose richieste di verifica da parte delle amministrazioni interessate, e questo vale in particolare per quanto riguarda l'ipotesi di sottopasso della ferrovia nord.
Allo stato attuale, il progetto presentato dall'aggiudicatario dei lotti 1 e 2 ha favorevolmente accolto le prescrizioni presentate dai comuni di Novate Milanese e Bollate nella preconferenza di servizi dell'aprile 2010 per quel che riguarda il collegamento ecologico che si colloca all'interno della rete ecologica regionale; tuttavia, non ha minimamente affrontato le enormi criticità presenti nel territorio di Paderno Dugnano e la richiesta di realizzazione del percorso in trincea e del sottopasso ferroviario che gli stessi comuni di Novate Milanese e Bollate hanno presentato in tutte le sedi istituzionali. Il progetto, così articolato, con le minime correzioni descritte è stato presentato al Ministero per la richiesta del parere di VIA e ha accolto il parere contrario di entrambi i comuni al momento della formalizzazione del parere di VIA da parte degli stessi.
Una delle principali motivazioni che ostano all'accettazione di significative modifiche del progetto è legata alla tempistica, come confermato dalla procedura concorsuale scelta, che ha tenuto conto, in modo sostanziale, delle soluzioni con riduzione dei tempi di realizzazione rispetto al progetto a base di gara, in modo da garantire l'apertura funzionale dell'opera nel 2015, prima dell'inizio di Expo.
In realtà, però, i tempi di realizzazione dell'opera sono in netto contrasto con il programma iniziale: infatti, nel cronoprogramma del gennaio 2010 l'inizio dei lavori era previsto per marzo 2012 e la loro ultimazione a settembre 2014. Lo stesso cronoprogramma, aggiornato a dicembre 2012, porta l'avvio dei lavori a luglio 2013 e la loro ultimazione ad aprile 2015, ossia in sostanziale concomitanza con l'inizio dell'Esposizione universale.
In data 16 marzo 2011 era stata presentata un'interrogazione a risposta in Commissione sulla medesima questione da parte degli onorevoli del Partito Democratico Vinicio Peluffo, Duilio e Enrico Farinone. Il Sottosegretario Mario Mantovani, delegato dal Governo a rispondere, aveva fornito in data 6 aprile 2011 una risposta che era stata dichiarata insoddisfacente dai firmatari, in quanto si era limitata a riassumere i fatti accaduti e le decisioni via via adottate dagli organi competenti in ordine alla realizzazione degli interventi di potenziamento in superficie della strada di collegamento fra le città di Rho e Monza, eludendo completamente la questione di fondo posta dagli atti di sindacato ispettivo, con i quali si chiedeva, non tanto di acquisire elementi di conoscenza sui costi e sui tempi di realizzazione dell'opera in questione, quanto di sapere con chiarezza se, a giudizio del Governo, un'opera di così devastante impatto ambientale e di così negativi effetti per la salute dei cittadini si dovesse o non si dovesse realizzare.
Per questo anche oggi, sottosegretario, chiediamo quali provvedimenti il Governo intenda adottare al fine di pervenire ad una revisione del progetto di riqualificazione della strada Rho-Monza che tenga conto delle aspettative e dei diritti dei cittadini che vivono nei centri urbani attraversati dalla provinciale n. 46, sia provvedendo all'interramento della Rho-Monza nei tratti stradali di attraversamento dei Pag. 33centri abitati, sia attraverso ogni altro intervento di modifica del progetto finalizzato a ridurre l'impatto ambientale, sociale, sanitario e paesistico dell'opera.
Se non ritenga, inoltre, che il problema dei possibili maggiori costi e le esigenze della tempistica – attesa la modesta probabilità che l'opera (connessa e non essenziale) sia ultimata prima dell'inizio dell'Esposizione universale – giustifichino la «blindatura» dell'opera.
Se intenda avviare un confronto tra i Ministeri competenti, i comuni interessati, la regione Lombardia, la provincia di Milano e le concessionarie per valutare la possibilità concreta di modificare il progetto, tenendo conto dei tempi e dei costi, in modo da evitare lo spreco di risorse e di energie e la frammentazione dell’iter procedurale ed amministrativo.
Se non ritenga, quindi, che alla luce del mancato rispetto del cronoprogramma e in vista dell'Esposizione universale, vi siano le condizioni per prevedere, intanto, la realizzazione dell'interramento del tratto del lotto 3, rimandando, invece, ad una fase successiva la realizzazione dei lotti 1 e 2, per i quali sarà necessario reperire ulteriori risorse.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per le infrastrutture e i trasporti, Erasmo D'Angelis, ha facoltà di rispondere.
ERASMO D'ANGELIS, Sottosegretario di Stato per le infrastrutture e i trasporti. Signor Presidente, onorevole Cimbro, onorevoli deputati, l'interpellanza, come ha spiegato l'onorevole Cimbro, si riferisce al progetto di riqualificazione e potenziamento della strada provinciale n. 46 Rho-Monza nel tratto compreso tra l'autostrada A8 Milano-Laghi e l'interconnessione con la strada statale n. 35 Milano-Meda. È un'opera connessa all'Esposizione universale che inizierà a Milano il 1o maggio 2015 e l’iter è stato avviato ben sette anni fa con convenzione firmata il 28 luglio 2006.
È un'opera di adeguamento infrastrutturale viaria ritenuta utile e indispensabile sin dall'inizio da regione Lombardia, provincia di Milano, da tutte le amministrazioni locali interessate, quindi i comuni di Baranzate, Bollate, Cormano, Novate Milanese, Paderno Dugnano, perché rende più sicuro e scorrevole – e bisogna farlo – il collegamento tra Rho e Monza.
Come correttamente segnalato dall'onorevole Cimbro, l'infrastruttura è suddivisa in tre lotti funzionali in carico a due distinte società concessionarie: i lotti 1 e 2 in carico a Milano Serravalle-Milano Tangenziali Spa e il lotto 3 in carico ad Autostrade per l'Italia Spa. Più precisamente i lotti 1 e 2 interessano i comuni di Paderno Dugnano, Cormano, Bollate e Novate Milanese, mentre il lotto 3 interessa i comuni di Novate Milanese e Baranzate. Per i lotti 1 e 2 è già stato individuato, attraverso procedura di appalto integrato, il consorzio di imprese che realizzerà l'opera e che ha già redatto il progetto esecutivo. Al riguardo, il provveditorato interregionale alle opere pubbliche per la Lombardia e la Liguria, in qualità di stazione appaltante, ha informato che sono state avviate anche le relative procedure espropriative.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE MARINA SERENI (ore 11,30).
ERASMO D'ANGELIS, Sottosegretario di Stato per le infrastrutture e i trasporti. Il competente Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, ha riferito che il progetto di riqualifica con caratteristiche autostradali della strada provinciale n. 46 Rho-Monza, dal termine della tangenziale nord di Milano, galleria artificiale, al ponte sulla linea ferroviaria Milano-Varese compreso, corrispondente Pag. 34alle tratte 1 e 2 del progetto preliminare della viabilità di adduzione al sistema autostradale esistente A8-A52 Rho-Monza, è attualmente in fase di valutazione di impatto ambientale.
Le osservazioni pervenute da parte delle amministrazioni e dei cittadini sono state trasmesse alla commissione tecnica VIA-VAS per le valutazioni di merito nell'ambito del procedimento in corso. In merito poi al lotto 3, viabilità di adduzione al sistema autostradale esistente A8-A52 Rho-Monza, riqualifica e potenziamento della strada provinciale n. 46 nella tratta da Paderno a Rho, nuovo polo fieristico, tratto compreso tra l'intersezione con la strada statale n. 233, viadotto sulla linea Milano-Saronno, la variante di Baranzate, il suddetto Ministero ha comunicato che la procedura di VIA si è conclusa con decreto di compatibilità ambientale del 10 agosto 2012, positivo con prescrizioni, ed ha precisato che la commissione tecnica nell'espressione del parere di competenza ha tenuto conto delle osservazioni pervenute nel corso della procedura. Durante l’iter di valutazione dell'impatto ambientale è stata acquisita ulteriore documentazione tra cui uno studio comparato con la soluzione di interramento proposta dai comuni interessati.
Appare però del tutto evidente che l'interpellanza dell'onorevole Cimbro e degli altri onorevoli tocca punti rilevanti che riguardano valutazioni circa il rispetto della realizzazione del progetto nei tempi previsti dal cronoprogramma e sui possibili impatti di tipo ambientale, paesaggistico, acustico e sulla salute dei cittadini.
Peraltro, siamo anche di fronte a pareri contrari dei comuni. Ai rilievi formulati dall'interpellanza, dunque, il Governo intende rispondere avendo a disposizione ulteriori valutazioni e maggiori elementi di conoscenza. Pertanto, andremo ad un approfondimento tecnico in tempi molto brevi e in rapporto con il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, la regione Lombardia, la provincia di Milano, gli enti locali interessati, anche le concessionarie, per verificare, intanto la sussistenza delle problematiche sollevate nell'interpellanza, e anche al fine di individuare possibili migliori soluzioni e mitigazioni da adottare garantendo, ovviamente, la coerenza tecnico-economica del progetto e, soprattutto, l'urgenza di concluderlo.
PRESIDENTE. Il deputato Casati ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la risposta all'interpellanza Cimbro n. 2-00049, di cui è cofirmatario.
EZIO PRIMO CASATI. Signor Presidente, grazie signor sottosegretario, buongiorno colleghi, devo dire che possiamo ritenerci soddisfatti della risposta del sottosegretario perché, per la prima volta, un'opera che ha avuto l'attenzione di molti enti vede il Governo entrare nel merito di una problematica. Questa è un'opera che vede trasformare una strada provinciale, che per un pezzo del proprio tratto è a carreggiata singola, in una strada di carattere autostradale urbano che, però, in alcuni tratti prevede, per esempio, la realizzazione, con affiancamento di altre strutture viarie importanti, di ben quattordici corsie. Il tutto si svolge a poche decine di metri da insediamenti residenziali, da insediamenti scolastici e, comunque, da un tessuto urbanizzato in maniera molto, molto fitta che vede grande difficoltà ad un inserimento di questo genere.
Positivo il fatto che il Governo si riservi di approfondire le osservazioni degli interpellanti, ma, soprattutto, degli enti locali i quali tutti hanno sottolineato l'importanza di quest'opera la quale, oltre a servire un evento importante come l'Esposizione internazionale, Expo 2015, porta con sé la chiusura dell'anello tangenziale di tutte le tangenziali milanesi e, quindi, la chiusura a nord con il tratto est-ovest; sicuramente riveste per la mobilità su gomma del territorio milanese una grande importanza. I comuni hanno riaffermato la volontà di realizzare quest'opera perché la ritengono strategica e, se realizzata con i crismi della modernità e di tutte le opportunità che in questo momento e in questi anni possono trovare risposta nell'ingegneria moderna, non vedono ostacoli. Pag. 35Il problema grande è che quello presentato è un progetto che porta con sé veramente tantissime difficoltà. Nei tratti iniziali il progetto prevede un ponte con una campata alta 80 metri che si innesca in un paesaggio urbano completamente pianeggiante, circondato da abitazioni di pochi piani di altezza. Prevede la realizzazione di un tunnel protettivo che si affianca alla Milano-Meda e tra il potenziamento di questa, le corsie d'emergenza, i tratti stradali complanari e la nuova realizzazione, si arriva alla realizzazione di quattordici corsie.
Quindi, la risposta che attendiamo – immagino ci saranno integrazioni alla risposta da parte del Governo – tenga conto di tutte queste esigenze e del fatto che i comitati dei cittadini e le amministrazioni comunali – addirittura, per alcuni territori, vi è proprio la completa adesione di tutti i cittadini – vedono con preoccupazione la questione di dare una risposta affrettata ad un problema che va risolto in maniera soddisfacente e che può portare con sé veramente un beneficio per questi territori che già pagano un prezzo rispetto alla mobilità. Essendo il primo hinterland della città di Milano, pagano già un grande prezzo e un tributo per ciò che hanno sul loro territorio afferente al sistema autostradale del trasporto.
Vorrei suggerire al sottosegretario negli approfondimenti di verificare la possibilità di un tavolo dove convocare le parti, quindi la regione Lombardia e la provincia di Milano, ma dove interpellare anche i comitati dei cittadini e, soprattutto, i comuni, che hanno sempre trasmesso un grande senso di responsabilità rispetto a questo tipo di esigenza che ha la comunità territoriale. Vi è altresì, però, la necessità di far sì che il sistema viabilistico non sia un sistema dello scorso secolo, perché il progetto attuale, di fatto, è un percorso che vede progettualmente scelte dello scorso secolo: quindi pensare a tratti in sopraelevata, a tratti in rilevato, anziché in trincea o in galleria, in un territorio che vede, da un lato, la necessità di proteggere il sistema urbanistico e il sistema di vivibilità dei territori, e dall'altro, il prezzo di cannocchiali ecologici e di sistemi che sono, tra l'altro, riconosciuti dalla regione Lombardia. Vi è, quindi, la necessità assoluta di salvaguardare l'ambiente e non si può pagare un prezzo che è superiore al beneficio.
Quindi, realmente, signor sottosegretario, io sono molto soddisfatto della risposta e soprattutto della presa in carico da parte del Governo di questo problema. È un problema che non ha mai trovato un tavolo di concertazione. L'unico tavolo di concertazione rischia di essere quello dei tribunali. Pensare che enti contro enti si possano schierare per risolvere le loro diatribe presso i tribunali è veramente una follia di costi, di necessità e di bisogni. Quindi, in relazione al fatto che il Governo se ne prenda carico e si riservi ulteriormente di darci risposte, l'unico appello che noi gli rivolgiamo è quello di essere molto rapidi, perché, nel frattempo, come lei ha detto, tutte le procedure stanno avanzando e l'Expo 2015 si avvicina.
Ricordiamo che stiamo parlando di un'opera accessoria connessa non essenziale, cioè è sicuramente essenziale al sistema viabilistico, è connessa all'Expo, ha trovato – diciamo – il veicolo Expo per trovare i finanziamenti e la propria realizzazione, ma questo non può calpestare né i diritti degli enti territoriali, né i diritti dei cittadini a garantirsi la salute, la salubrità e il fatto che questo territorio abbia, certo, un'infrastruttura importante al servizio di tutta la mobilità del nord Italia, ma che abbia, soprattutto, rispetto per il luogo dove questa infrastruttura viene collocata: il rispetto dei luoghi, delle persone e dell'ambiente (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
(Iniziative di competenza volte ad incentivare il finanziamento delle piccole e medie imprese da parte degli istituti di credito e a tutelare i piccoli risparmiatori – n. 2-00059)
PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza urgente Brunetta e Pagano n. 2-00059, concernente iniziative di competenza Pag. 36volte ad incentivare il finanziamento delle piccole e medie imprese da parte degli istituti di credito e a tutelare i piccoli risparmiatori (Vedi l'allegato A – Interpellanze urgenti).
Chiedo al deputato Pagano se intenda illustrare l'interpellanza di cui è cofirmatario – nel qual caso ha 15 minuti – o se si riservi di intervenire in sede di replica.
ALESSANDRO PAGANO. Signor Presidente, signor sottosegretario, gentili colleghi, uno dei problemi più grossi dell'ora presente e di quest'epoca che stiamo attraversando è la perdita della memoria storica. Non mi riferisco a fatti di cento anni fa o di venti anni fa, ancora peggio: fatti di soltanto due mesi, tre mesi prima vengono dimenticati. Io, in questo momento, ho una rassegna stampa del 27 marzo che vorrei evocare a mo’ di testimonianza rispetto al tema che è stato sollevato oggi, per far comprendere che tale tema non è frutto di un caso, bensì c’è un disegno, una programmazione, ahimè, ai nostri danni ed è bene che questo ragionamento diventi oggetto di dibattito e di confronto.
Il 27 marzo ultimo scorso, in occasione del fallimento del primo accordo Unione europea-Cipro, ci fu un durissimo scontro tra Schäuble, il Ministro delle finanze tedesco, e il Primo ministro cipriota, Anastasiades: sostanzialmente, il primo si lamentava nei confronti del secondo per il mancato rispetto degli accordi, cioè il prelievo forzoso dai depositi bancari ciprioti. Il mancato accordo fu poi fatto pagare ai ciprioti con un costo che è noto a tutti, cioè al 40 per cento.
Quel piano, il 27 marzo, fallì e ci fu una reazione forte di Schäuble, che sostanzialmente disse: «non sono però affatto preoccupato, perché c’è la BCE che è un buon paracadute, i nostri programmi saranno sostanzialmente tutti realizzati – tra un po’ spiegherò per bene che cosa intendeva Schäuble – e, quindi, possiamo – testualmente – occuparci dei nostri interessi nazionali». Sappiamo bene quali sono gli interessi del Ministro tedesco, che guardava soprattutto alle elezioni tedesche e, comunque, in generale ha un'insofferenza nei confronti dei Paesi periferici, percepiti come inaffidabili in maniera quasi irredimibile. Ovviamente, noi siamo tra questi.
Quello di Schäuble, comunque, non è un pensiero casuale, perché in verità, come voi sapete, i tempi e i ritmi economici e finanziari vengono oggi dettati dalla Germania: quindi, sostanzialmente, ci fu un cambiamento di rotta, segnalato anche nella famosissima intervista al Financial Times del Presidente dell'Eurogruppo, Dijsselbloem – anche se poi in parte fu smentita –, nella quale veniva detto: da questo momento in poi, ci dobbiamo scordare la ricapitalizzazione diretta delle banche.
Le cose qui non sono evocate per caso, perché dobbiamo andare adesso in tandem con la nuova norma che è stata prevista e che è stata sdoganata, cioè la norma chiamata «bail-in», «paracadute», che è il principio secondo cui a pagare devono essere gli azionisti e gli obbligazionisti e che la strada dell'Unione europea a proposito dei due pilastri fondamentali che hanno sempre contraddistinto la libertà dei popoli in questa materia è quella che, alla base di tutto, ci deve essere un «fondo di garanzia»; e che, quindi, la garanzia nei confronti del cittadino, del risparmiatore, era data dallo Stato che doveva intervenire per garantire gli stessi.
Tutto questo sembra che sia saltato. Il primo a rendersene conto in assoluto – ogni tanto, qualcosa la azzecca pure lui – è il Presidente francese, Hollande, che dice testualmente: è qualcosa di inaccettabile e sulla garanzia dei depositi bancari noi saremo assolutamente fermi, è un principio assoluto e irrevocabile; manterremo lo status quo. Speriamo che questa sua posizione virtuosa venga mantenuta, perché, ovviamente, noi abbiamo bisogno di alleati rispetto alla strategia tedesca.
Ho fatto questa premessa per spiegare concretamente che, ormai, mi sembra che ci sia una tendenza a cambiare le regole del gioco e, cioè che, nello specifico, primo: le condizioni strutturali per le quali le banche raccolgono risorse nel Pag. 37medio e lungo periodo cambieranno; secondo: la capacità di dare sostegno alle piccole e medie imprese da parte delle banche sarà pregiudicata.
La futura direttiva introdurrà come innovazione assoluta nell'ordinamento italiano lo strumento del Bail-in – noto come conversione forzosa degli strumenti di debito emessi dalle banche, in strumenti di capitale di rischio, oppure, in alternativa, decurtazione forzosa del valore dei titoli di debito di una banca che versi in condizione di crisi – con il fine di evitare il ricorso al salvataggio della stessa banca con denaro pubblico.
Il disegno dello strumento del bail-in va letto unitamente alle norme appena varate dalla CRD IV/CRR (Basilea 3) sui requisiti di capitale e di liquidità per l'esercizio dell'attività bancaria, tenuto conto anche dei vincoli della MifiD/Mifir per quanto riguarda gli obblighi in capo agli emittenti di strumenti finanziari presso il pubblico dei risparmiatori. Ciò pone chiaramente il problema cruciale per il nostro sistema bancario di raccogliere a condizioni sostenibili per poter finanziare l'economia reale e gli investimenti di medio-lungo termine della piccola e media impresa italiana. Si tratta di un tema di grande rilevanza, anche in considerazione della ripresa dell'economia che tarda a manifestarsi.
Il nostro Parlamento, nel dicembre 2012, proprio perché era preoccupato, dettò degli indirizzi generali che andavano proprio all'interno di quello che ho appena detto, e cioè individuò precisi orientamenti affinché il futuro regime di gestione delle crisi bancarie non pregiudicasse ulteriormente la capacità della parte sana del sistema bancario di continuare a stare al fianco del sistema produttivo del Paese al fine di realizzare lo sviluppo e la salvaguardia della coesione sociale. Tradotto, ciò significa che il Parlamento era preoccupato nel salvaguardare principalmente i nostri obbligazionisti e i nostri azionisti qualora si fossero presentate situazioni di criticità. Tutto questo, dunque, non solo per salvaguardare azionisti e obbligazionisti ma per salvaguardare, poi, i beneficiari di questa raccolta di fondi che le banche ovviamente avrebbero riversato a favore delle piccole e medie imprese, concedendo crediti.
Quindi, vi è una situazione che oggi possiamo dire paradossale, dove ci sono le piccole e medie imprese che non ricevono finanziamenti da parte del sistema bancario; e mi sembra di poter dire che il fenomeno si accentuerà ancora di più qualora il bail-in si dovesse realizzare nella sua interezza.
Qualcuno dirà che questa è direttiva europea, ma noi siamo qui anche per portare avanti le nostre idee e non a subire. Sappiamo che c’è un'ostilità nei confronti del modello Italia che è giudicato retrogrado rispetto ai grandi modelli del Nord. Ci hanno spiegato che la grande industria era straordinaria e che la piccola impresa non valeva niente, peccato che lo dicessero perché erano invidiosi perché noi avevamo, e speriamo di mantenerla, una piccola e media impresa eccezionale, capace di reggere le grandi sfide mondiali con una capacità e una flessibilità fuori dal comune; questo ovviamente non andava bene ai grandi modelli economici centralisti e statalisti.
Ci hanno spiegato che le famiglie italiane erano un disastro e poi abbiamo scoperto che le famiglie italiane erano quelle meno indebitate rispetto alle famiglie dell'Europa del nord ed erano addirittura virtuose perché risparmiavano.
Questo fatto fa impazzire alcuni popoli del Nord che dominano in questo momento la scena economica; per loro sapere che noi abbiamo 8 mila 500 miliardi di euro di attivo nelle nostre famiglie (sono il frutto dei sacrifici dei padri, dei risparmi e della mentalità che ci portiamo avanti da generazioni) evidentemente li fa stare male.
Questo Governo di solidarietà nazionale ha un significato fondamentale; noi abbiamo dato forza ad un Esecutivo perché quando l'Esecutivo si presenta debole Pag. 38agli occhi di chi vuole spadroneggiare ovviamente ne subisce di tutti i colori; quando invece si ha la forza – forza che viene ovviamente dall'avere un Governo forte nei numeri oltre che nella capacità di immaginare un percorso – ovviamente i risultati sono diversi.
Signor sottosegretario, signor Ministro, quello che noi immaginiamo è che ovviamente si battano i pugni (capisco che fino al giorno 29 dobbiamo fare i bravi e i buoni perché è in corso la procedura di infrazione a carico dell'Italia); ma dal giorno 30 questa interpellanza urgente vuole dare una forza ulteriore all'Esecutivo per far sì che vada in Europa a ridiscutere su tutto.
Quindi, concludendo con lo specifico tema del bail-in, si deve prestare doverosa tutela ai piccoli risparmiatori. Questo è quello che si chiede – e concludo, signora Presidente – anche oltre i livelli minimi previsti dalla garanzia dei depositi bancari. In effetti, poiché il bail-in introdurrà un meccanismo di salvataggio delle banche a carico degli investitori è necessario che il piccolo risparmiatore non sia equiparato all'investitore istituzionale o, comunque, «sofisticato». Penso che questa sia una richiesta legittima che giustifichi questa interpellanza urgente e ci aspettiamo naturalmente che il Governo agisca in maniera consequenziale.
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Pagano. No, il mio sguardo non conteneva alcun rimprovero, perché aveva ancora qualche minuto di tempo.
Il sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze, Alberto Giorgetti, ha facoltà di rispondere.
ALBERTO GIORGETTI, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signor Presidente, l'interpellanza urgente dell'onorevole Brunetta n. 2-00059, nel richiamare i contenuti della proposta di direttiva in materia di gestione e risoluzione delle crisi bancarie, tra cui il meccanismo del bail-in, chiede al Governo di assumere idonee iniziative in Europa e in ambito nazionale affinché la citata direttiva non si traduca in un ostacolo all'attività di finanziamento del sistema produttivo.
Al riguardo, sentita la Banca d'Italia attraverso il Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio, si fa presente che con riferimento al meccanismo di bail-in, l'esperienza acquisita in questi ultimi anni ha messo in luce l'importanza per gli ordinamenti nazionali di dotarsi di strumenti che assicurino che le perdite derivanti dal dissesto di un intermediario bancario siano sopportate dai suoi creditori (oltre che dai suoi azionisti) senza il ricorso all'intervento pubblico. In questo senso, il bail-in è stato incluso fra gli strumenti di risoluzione indicati dal Financial Stability Board nelle proprie raccomandazioni, che sono state approvate dai Paesi del G20 del novembre del 2011.
La direttiva è attualmente in discussione presso le competenti istituzioni europee. Nel contesto del negoziato in corso, il Governo italiano si è espresso favorevolmente nei confronti di un sistema armonizzato al bail-in in ambito europeo, al fine di ridurre l'incertezza per gli investitori, limitare i rischi legali per l'autorità, ed evitare effetti di spillover fra i diversi Stati membri, legati al possibile trattamento non uniforme dei creditori in Europa.
Tenuto conto delle implicazioni sui diritti dei creditori delle banche in difficoltà, la proposta di direttiva prevede che nell'attivazione dello strumento debba applicarsi il principio di proporzionalità. Tale principio verrà opportunamente graduato nel recepimento della direttiva nell'ordinamento nazionale.
Per quanto riguarda l'impatto del nuovo quadro normativo europeo sui costi Pag. 39di raccolta bancaria e sulla capacità di finanziare le piccole e medie imprese, la nuova disciplina europea dovrebbe essere applicabile a tutte le banche a prescindere dalla loro dimensione o dalla loro natura giuridica. Questo principio appare in linea con la previsione contenuta negli strumenti, secondo cui un efficace regime di risoluzione dovrebbe essere applicabile non solo alle istituzioni aventi rilevanza sistemica, ma a tutti gli enti il cui fallimento potrebbe rivelarsi critico.
La proposta di direttiva prevede, inoltre, che l'imposizione agli intermediari di speciali oneri regolamentari, debba essere giustificato dalla necessità di tutelare interessi pubblici (in particolare, la salvaguardia della stabilità finanziaria), sulla base del principio di proporzionalità. L'applicazione di tale principio assume particolare rilievo per la valutazione degli istituti disciplinati dalla direttiva, tenuto conto delle loro possibili implicazioni sui diritti dei creditori della banca in difficoltà e, conseguentemente, sul costo della raccolta.
Per quanto concerne, infine, le banche italiane di minori dimensioni operanti a livello locale, va precisato che nel passato – anche recente – le crisi di tali intermediari non hanno posto un significativo livello di rischio sistemico, essendo state risolte facendo ricorso agli strumenti ordinari previsti nel nostro ordinamento (l'amministrazione straordinaria, la liquidazione coatta amministrativa, l'intervento dei sistemi di garanzia dei depositanti). L'entrata in vigore della direttiva in materia di crisi bancarie e il suo recepimento nel nostro ordinamento non dovrebbe impedire di continuare a far ricorso alle modalità di risoluzione delle crisi, già impiegate con successo dalle competenti autorità italiane.
Rispetto alle sfide complessive indicate dall'onorevole Pagano, ovviamente il Governo è sensibile, e compatibilmente con un quadro di carattere internazionale che sappiamo essere particolarmente complicato, farà valere le proprie ragioni per la tutela dei giusti interessi nazionali.
ALESSANDRO PAGANO. Signor Presidente, sono soddisfatto ma non avevo dubbi perché la competenza del sottosegretario è nota e la linea del Governo – ovviamente è facile da intuire – sarebbe stata la medesima. Però devo utilizzare questi pochi minuti per ricordare alcune cose, non tanto al Governo e ai pochi presenti, ma almeno sono cose che rimangono agli atti e ciò serve per fare cultura, per ragionare, per diffondere e per confrontarsi nelle proprie tesi.
Mi riferisco ad una intervista, signor sottosegretario, che è apparsa un po’ di mesi fa, di Vladimir Bukovskij che, com’è noto, è il più grande dissidente sovietico e che adesso vive a Cambridge. Egli era in esilio già prima del 1989 (chi ha memoria si ricorderà del famoso scambio con il leader comunista cileno di quell'epoca, Luis Corvalán). Ebbene, Bukovskij dice delle cose molto interessanti che, secondo il mio modesto parere, vale la pena raccontare. Quindi, farò il lettore di un grande della storia contemporanea.
Dice l'intervistatore: è almeno dal 2000 che lei sostiene che l'Unione europea è copia conforme dell'Unione sovietica. Gli aspetti in comune da lei evidenziati partono dall'impalcatura stessa della nuova Europa, un'unione in Repubbliche dall'impianto socialista, rette da una manciata di persone non elette che fanno promesse tipicamente bolsceviche, uguaglianza, equità e giustizia – quella giustizia, quella equità, quella uguaglianza – e non riconoscono le Nazioni ma solo i cittadini di un popolo nuovo, con «europeo» al posto di «sovietico». A tanti anni di distanza, gli eventi mi pare che le stiano dando ragione.
Ha dimenticato la somiglianza – dice Bukovskij – nel modo di iniziare, come fu creata l'Unione sovietica ? Certo, con la forza militare, ma anche costringendo le Repubbliche a unirsi con la minaccia finanziaria, facendo loro paura economicamente. Pag. 40Quindi ci siamo, ma siamo ancora all'inizio della prima fase. La meta finale di tutte le unioni che si sono costruite fino ad ora non si esaurisce con la sottomissione al controllo di Bruxelles ma va oltre. Quello a cui si punta è l'edificazione di un unico Stato sotto un unico Governo mondiale, con un'unica legge e un'unica pensione e così via. Le crisi finanziarie servono a spingere in questa direzione.
È fortissima questa affermazione. Quindi – dice l'intervistatore – l'impoverimento generale dunque sarebbe voluto ? È il concetto stesso di unione – risponde Bukovskij – a togliere flessibilità all'economia. Un'unica economia rende impossibili i continui aggiustamenti necessari per favorire gli scambi, ed è vero è una logica assoluta. Non dimentichiamoci che anche l'Unione sovietica andò in bancarotta; certo, eravamo molto più avanti nella strada per l'integrazione verso un unico Stato, non solo monetaria ma anche di popolo, ma l'URSS a differenza dell'Europa aveva risorse enormi. Ogni tanto tiravano fuori una miniera di petrolio, di diamanti e di oro, e reggevano. E questo li ha fatti andare avanti, altrimenti sarebbero falliti non negli anni Ottanta, ma già alla fine degli anni Trenta, cioè dieci anni dopo – o quasi – la Rivoluzione bolscevica del 1917.
Ancora, un'altra domanda: ha detto che la crisi è solo alla prima fase, la seconda ? Con il tempo si passa alla sfiducia che può portare all'ostilità. Quella è la prossima fase e gli esempi abbondano: basti pensare alla ex Jugoslavia, all'ex Unione sovietica, Paesi costretti a convivere sotto lo stesso tetto, che sono cresciuti sotto una bandiera federale ma che poi, quando la pentola a pressione è scoppiata, sono andati via.
È per questo che stanno piano piano unificandosi anche le forze militari. Si tratta di una costruzione di uno Stato unico, unico Governo, unico Presidente, unica politica; le difficoltà economiche aiutano a ridurre la sovranità perché la gente è più disposta ad accettare ed obbedire. Usano l'economia per schiacciare lo Stato nazionale, a me pare che la usino per schiacciare la gente.
Mi pare di avere colto in quegli anni, quelli che hanno segnato l'inizio della Comunità europea, una crescita economica e sociale straordinaria.
L'Unione europea, quella che nasce nel 1992, quella che nasce con gli accordi che poi hanno portato alla moneta europea, è ben altra cosa. Bisogna tenere la guardia alta ed evitare che succedano situazioni di questo genere: oggi abbiamo parlato di bail-in e della distruzione dei piccoli risparmiatori, ma già possiamo contare decine di esempi di questa Europa, che sa solo misurare la lunghezza del cetriolo attraverso logiche burocratiche e che, invece, non interviene realmente a favore della gente. L'intervista di Bukovskij sembra ci si voglia dire che qui il programma sia in autentica malafede. Vigilare in questo senso non è una cosa sbagliata.
(Iniziative di competenza in merito ad una recente modifica dello statuto della Fondazione Monte dei Paschi di Siena riguardante la localizzazione della sede principale – n. 2-00061)
PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza urgente Mucci n. 2-00061, concernente iniziative di competenza in merito ad una recente modifica dello statuto della Pag. 41Fondazione Monte dei Paschi di Siena riguardante la localizzazione della sede principale (Vedi l'allegato A – Interpellanze urgenti).
Chiedo alla deputata Mucci se intenda illustrare la sua interpellanza o se si riservi di intervenire in sede di replica.
MARA MUCCI. Signor Presidente, gentile sottosegretario, colleghi, i Monti di pietà, nell'Italia comunale, vennero fondati dai francescani per combattere la piaga dell'usura, che affliggeva le classi più miserabili. Siena, come comune più laico di altri, il suo Monte di pietà lo volle pubblico e non religioso.
Fu fondato nel 1472, affidato alla gestione di una magistratura finanziaria operante dal 1300 e forse prima, la Dogana dei Paschi.
Fino al 1990, pur mantenendo parte della sua caratteristica umanitaria ed etica, che gli derivava dall'essere stata fondata contro l'usura, la banca è ricchissima e, per dimensioni, la quarta d'Italia, e la più patrimonializzata e liquida d'Europa; forse unica in Italia, ha la massima valutazione delle agenzie di rating anglosassoni. Nel 1982, ha più di 4 mila miliardi di lire, certamente più di 4 miliardi di euro odierni, di liquidità tutta propria, tutta investita nell'interbancario. Non c’è banca, grandissima o grande, che non ricorra ai suoi finanziamenti, mentre le banche minori non trovano di meglio che depositare il loro surplus di liquidità presso di lei. Insomma, la banca delle banche. Senza che nessuno se ne accorgesse, il Monte era diventata un'autentica potenza perché, fino ad allora, il Monte era stato amministrato da personaggi che avevano sì un'appartenenza politica, ma come fatto secondario rispetto agli interessi della banca.
Le ragioni di successo di questa banca erano la senesità e, quindi, il rapporto viscerale che deteneva nei confronti della popolazione e la gestione degli affari: si rifuggiva dai grandi affari speculativi e dalle grandi relazioni, privilegiando la piccola e media industria, le famiglie e gli enti pubblici. Pazienza se la crescita era lenta, ma era sicura.
Dal 1990 al 1995, parte il grande dibattito sulla privatizzazione della banca. Il sistema bancario è tutto in mano alle banche pubbliche, si strillava paonazzi in ogni dove: partiti, Parlamenti, Governo, Amato, Ciampi, Dini, D'Alema, nella Confindustria e nelle associazioni di categoria, nelle università e su tutti in media. Nessuno, però, che si chiedesse perché il sistema bancario italiano fosse quasi esclusivamente pubblico. Il perché glielo dicevano da Siena: il sistema bancario italiano era soprattutto pubblico perché le banche private erano soprattutto fallite, fallite a decine nelle dieci o quindici grandi crisi dall'Unità d'Italia ad oggi. Nessuno che si chiedesse perché i confindustriali, allora pieni di soldi e tra i più accaniti sostenitori della privatizzazione delle banche, non si fossero da soli fatti delle banche private. Certo, perché rischiare, se potevano comprarsi per quattro soldi le azioni delle banche pubbliche privatizzate ? Tutta questa gente è andata anche a Siena a dire: «Ora vi si insegna noi come si fa a fare una banca».
Dal 1995, dopo circa cinque secoli, con un atto di Governo posto il 14 agosto, il Monte dei Paschi di Siena, da istituto di diritto pubblico, divenne una banca di diritto privato, il cui unico socio era la fondazione bancaria. Questo fu l'inizio del declino del Monte dei Paschi di Siena.
Negli anni, il controllo politico previsto dallo Statuto da parte del comune, della provincia e della regione, ha di fatto influito sulla gestione della fondazione e della banca, avallando tutte le azioni che hanno portato la banca all'attuale dissesto.
Lo statuto della fondazione Monte dei Paschi di Siena, oggetto di recente modifica, recitava: «La fondazione Monte dei Paschi di Siena ha piena capacità di diritto privato e persegue fini di utilità sociale nei settori della ricerca scientifica, dell'istruzione, dell'arte, della sanità, dell'assistenza alle categorie sociali deboli, della valorizzazione dei beni e delle attività culturali, nonché dei beni ambientali, mantenendo e Pag. 42rafforzando i particolari legami con Siena, il suo territorio e le sue istituzioni – legami plurisecolari e consolidati dagli atti normativi vigenti – anche nella continuazione della originaria finalità di beneficenza e nel compito di favorire ed incoraggiare, anche con interventi a sostegno dei programmi e dei progetti del comune e della provincia di Siena, la promozione dello sviluppo economico, assecondando la realizzazione e la gestione di infrastrutture e di servizi che migliorino l'assetto del territorio senese, la qualità di vita della sua comunità e il reinsediamento delle attività produttive che facilitano il raggiungimento degli obiettivi predetti».
La deputazione generale, nei giorni scorsi, ha approvato un nuovo statuto, che non garantisce la storica localizzazione della sede della banca Monte dei Paschi nella città di Siena.
Il nuovo statuto si uniforma più ai principi della Carta delle fondazioni che alla rappresentanza della città di Siena e provincia e la composizione dell'organo di indirizzo rappresenterà non solo gli enti storicamente designati, ma anche realtà nazionali ed internazionali, considerato che l'articolo 10 del decreto legislativo 17 maggio 1999, n. 153, prevede che il Ministero dell'economia e delle finanze eserciti un controllo sulle modifiche dello statuto delle fondazioni bancarie. Chiediamo, dunque, quali sono i motivi di urgenza che inducono ad una modifica rapida dello statuto della fondazione Monte dei Paschi di Siena.
Chiediamo, inoltre, quali iniziative urgenti, per quanto di competenza, intenda assumere il Governo al fine di tutelare la fondazione Monte dei Paschi di Siena come patrimonio nazionale e, più in particolare, garantire lo storico legame tra i senesi e l'istituto menzionato. Vorrei ricordare che attualmente il comune e la provincia di Siena eleggono la maggior parte dei membri della deputazione, organo di governo della fondazione, e detengono, quindi, il controllo e il legame con la comunità senese. Quali iniziative urgenti, quindi dicevamo, per quanto di competenza intende assumere il Governo al fine di tutelare la fondazione Monte dei Paschi di Siena e se si ritenga opportuno che l'approvazione dello statuto, da parte del Ministero dell'economia e delle finanze, sia sospesa fino a quando le vicende giudiziarie che interessano i vertici della banca Monte dei Paschi di Siena siano concluse o, in alternativa, almeno successivamente alle elezioni amministrative del comune di Siena (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze, Alberto Giorgetti, ha facoltà di rispondere.
ALBERTO GIORGETTI, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signor Presidente, al riguardo vorrei far presente che la nuova formulazione dello statuto prevede che la fondazione garantisca «il proprio impegno» – all'interno di virgolette, virgolettato – affinché la banca mantenga nella città di Siena la sede e la direzione generale. Secondo la precedente formulazione, invece, la fondazione doveva garantire il mantenimento, nella città di Siena, della sede della banca e che almeno la metà e il presidente del consiglio di amministrazione fossero domiciliati nel comune o nella provincia di Siena, mentre il nuovo testo è coerente con l'attuale quota partecipativa della fondazione e appare più rispettoso del principio di separazione tra la fondazione e le scelte gestionali della banca conferitaria. L'imminenza della scadenza degli organi, che dovrebbero essere ricostituiti secondo regole di governance più funzionali, ha impresso, evidentemente, un'accelerazione alla possibilità di modificare lo statuto, che dovrebbe rispecchiare l'interesse della stessa Banca Monte dei Paschi di Siena e, quindi, del territorio senese.
Per quanto concerne la composizione dell'organo di indirizzo, si precisa che le fondazioni bancarie sono persone giuridiche private con autonomia statutaria, per cui al Ministero dell'economia e delle finanze, quale autorità di vigilanza sulle fondazioni bancarie, non compete intervenire sulle scelte operate dalle fondazioni Pag. 43nella composizione dell'organo di indirizzo, che rispecchia gli ambiti di intervento istituzionali e non necessariamente la provenienza territoriale dei suoi componenti. Non rientra, altresì, nelle competenze del citato Ministero la richiesta di garantire il legame storico tra i senesi e la Banca Monte dei Paschi di Siena.
Si soggiunge, infine, che il decreto legislativo n. 153 del 1999, all'articolo 10, comma 3, lett. c), dispone che l'autorità di vigilanza approva le modifiche statutarie delle fondazioni entro sessanta giorni dal ricevimento.
È assolutamente evidente, onorevole, che, da questo punto di vista, ormai la giurisprudenza dà una sostanziale piena autonomia alle fondazioni, che hanno natura privatistica, e che quindi gli aspetti di vigilanza, ovviamente, sono assolutamente limitati, e non certamente sulle materie che sono state proposte.
Restano delle considerazioni politiche, che noi, ovviamente, rispettiamo, ma su cui non vi è competenza del Ministero dell'economia e delle finanze.
PRESIDENTE. Il deputato Massimo Artini ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la risposta all'interpellanza Mucci n. 2-00061, di cui è cofirmatario.
MASSIMO ARTINI. Signor Presidente, gentile sottosegretario, assolutamente non mi ritengo soddisfatto, per il semplice fatto che non è che non vi sia la competenza – su questo, senz'altro, ce lo sta dicendo lei e ci posso anche credere –, ma manca la volontà di voler agire.
Lei mi sta dicendo che, attualmente, questo statuto va a rispettare quello che è l'attuale capitale della fondazione bancaria, quando siamo arrivati a questo grazie a questa deputazione e alle deputazioni precedenti (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
Mi perdoni, ma questa deputazione è quella che nel 2008 è stata istituita, ha preso in carico l'affare Antonveneta e l'ha avallato, anzi, nella persona del suo presidente, lo ha lodato (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle), per poi ritrovarsi il presidente attuale, Mancini, che ci dice di aver fatto né più né meno quello che gli è stato detto.
E un Ministro, o comunque lei, in rappresentanza del suo Ministro, mi viene a dire che nessuna competenza di vigilanza è attribuita al Ministero ? Noi siamo in una situazione in cui abbiamo perso una ventina di miliardi di euro di patrimonio della Banca. La fondazione è passata dal 100 per cento della quota nella società bancaria del Monte dei Paschi all'attuale 35 per cento, non perché sia passato del tempo o altro, ma per precise scelte.
La Banca, come giustamente ricordava la deputata Mucci, fino al 1990 era una delle più solide, non a livello nazionale, ma a livello europeo. Si è portata a questo livello perché si è voluto fare questa scissione verso le fondazioni bancarie. Quindi, le ripeto, assolutamente non sono soddisfatto della risposta.
Tengo a precisarle anche che questa deputazione è in scadenza tra due mesi e questa deputazione si prende la briga, essendo espressione di un partito politico preciso – che in quel caso è proprio il Partito Democratico, ma che comunque viene dai DS, dal PDS e così via – di cambiare uno statuto nell'istante in cui vi sono quasi le elezioni amministrative e con il rischio per il Partito Democratico di perdere il potere e il controllo su quello che è successo nella Banca negli ultimi 20 anni.
È una cosa incredibile che mi venga detto dal Ministero che non ha alcun tipo di controllo, e quindi non vi è neanche alcun tipo di controllo nel voler rendere sana una banca che ha vissuto e ha fatto vivere non solo la Toscana, non solo Siena (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle), ma tutta l'Italia.
Le chiedo anche – colgo l'occasione di averla qui davanti a noi – di pensare di prevedere a livello legislativo, per evitare che si ripeta in futuro quello che è successo, norme di maggiore trasparenza nella definizione degli organi statutari, sia Pag. 44delle banche di rilevanza economica, come può essere il Monte dei Paschi, sia delle fondazioni bancarie.
In più, le chiedo una cosa che è abbastanza logica, considerato quello che è successo, purtroppo, anche grazie al presidente dell'attuale deputazione, cioè sempre lo stesso Mancini: non permettere che il presidente di una fondazione possa diventare, poi, presidente della banca, cioè operare uno scambio dove è palese, a questo punto, il conflitto di interesse, o, comunque, le incompatibilità dovrebbero essere logiche e normate (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
In ultimo – lo sentirà, sono abbastanza toscano, anche se non di Siena, però mi preme molto portare questo appunto – le dico questo: per 530 anni la Banca era stata dei senesi. I senesi l'hanno fatta arrivare ad essere una delle migliori banche italiane. In soli 13 anni l'abbiamo completamente depauperata del suo patrimonio, sono stati venduti tutti quelli che erano i patrimoni per garantire utili ai soci privati.
Le richiedo semplicemente di pensare, con il suo Governo, di riportare la Banca a quelli che erano i veri proprietari, cioè i senesi; ma non i partiti senesi, bensì i cittadini senesi (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
Lunedì 27 maggio 2013, alle 16:
MOGHERINI ed altri; SPADONI ed altri; MIGLIORE ed altri; BERGAMINI ed altri; GIORGIA MELONI: Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fatta a Istanbul l'11 maggio 2011 (C. 118-878-881-940-968-A).
— Relatore: Carfagna.

References: articolo 1
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 17
 sentenza 
 articolo 17
 articolo 1
 articolo 65
 articolo 14
 sentenza 
e contrario