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Timestamp: 2019-03-24 23:10:12+00:00

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Lo Studio Monticchio - Maddalo, tramite il sito commercialista telematico, ha implementato il servizio di consulenza gratuita on-line anche attraverso le FAQ (Frequently Asked Questions), sono le domande poste frequentemente dagli utenti complete di una serie di risposte stilate direttamente dallo studio.
Il servizio mira ad un economia di tempo dell’utente. Pertanto, si ritiene utile dare riscontro alle domande più ricorrenti rispondendo all’utente in questione, e pubblicando le risposte affinché altri utenti interessati ne possano avere visione.
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altro - Responsabilità sui debiti sociali del socio accomnandante nelle sas
Buongiorno, la mia compagna ha ricevuto , da una società di recupero crediti, l'intimazione di pagamento per una fattura di 700 euro del 2002 a carico di una s.a.s. nella quale era socia accomandante. Il capitale sociale di 2.000 euro era così suddiviso : - accomandatario 800 euro; - accomandante 1.200 euro; La mia compagna non appariva nella denominazione della società , non ha mai partecipato alla gestione aziendale, non ha nemmeno mai percepito utili o prelevato una qualsiasi somma dalle casse della società, ha versato regolarmente la propria quota del capitale sociele. La società è cessata dal 2005. Vi chiedo cortesemente di chiarirmi il motivo dell'intimazione di pagamento ...pensavo che i soci accomandanti rispondessero solo della quota versata..... Grazie.
Come Lei espone, nella Sua richiesta, la signora è responsabile solo e limitatamente alla quota di capitale conferita. Occorre capire se la società di recupero crediti dispone di una fidejussione prestata dalla signora a favore del creditore. Se la signora non ha mai prestato fidejussioni e non ha mai partecipatato alla gestione della società, mantenendo la propria posizione giuridica di socio accomandante, non è tenuta ad alcun pagamento delle somme salvo caso, in seguito alla liquidazione della sas, la signora abbia incassato con piano di riparto una quota del capitale netto di liquidazione.
Un locale censito catastalmente C1 , può essere adibito pure ad uso ufficio? il Comune non ha nel suo regolamento nessuna prescrizione in merito. se si quale normativa o legge lo consente ? grazie
Salve, per poter essere adibito ad uso ufficio il locale deve rispondere al requisito della abitabilità...per poter essere ottenuto è necessario apportare le evntuali modifiche al locale (messa a norma degli impianti, predisposizione di un bagno, ecc), dopo di chè andrebbe riaccatastato e richiesto il certificato di abitabilità. a quel punto il Comune dovrebbe rilasciare il cambio di destinazione d'uso nella categoria "A/10", dopo di che sarà possibile poter adibire il locale ad uso ufficio... tale pratica è piu lunga a spiegarsi che ad attuarsi, Le consiglio di rivolgersi all'ufficio tecnico del Suo Comune o ad un buon geometra. Cordiali saluti Giacomo Maddalo
consulenza commerciale - Validità dell'ordine via mail
Gent.mi dottori, sarei lieto di avere un chiarimento su questa questione, faccio un esempio: Nel commercio internazionale (ipotizziamo settore merceologico agroalimentare) abbiamo un importare americano e un esportatore italiano. L'importatore americano procedere per fare un ordine di merce all'azienda italiana, tramite una semplice mail ordinaria (non PEC) quest'ordine non è fatto su carta intestata e non è sottoscritto. L'azienda italiana attende il pagamento per spedire (quindi sembrerebbe che col pagamento si perfezioni il contratto). Vorrei sapere se l'ordine eseguito in questo modo è valido, oppure se è prevista una forma diversa per la validità legale. Ringrazio anticipatamente e vi faccio i complimenti per il sito ed il servizio che offrite! Alessandro Depalo
Gentile Sig. A.D. La ringraziamo per la Sua attenzione e stima circa il ns. operato tramilte il portale, Le inviamo brevi delucidazioni circa la Sua richiesta, in funzione alle informazioni trasmesse. L'ordine una volta accettato diventa un vero e prorpio contratto tra il fornitore e l'acquirente e come ogni contratto può assumere le diverse forme, anche verbale. Pertanto il comportamento dell'acquirente, che accetta il preventivo a mezzo mail e provvede al pagamento alle coordinate del fornitore, è da considerarsi perfezionamento del contratto con ongi validità legale, ma limitatamente alle condizioni e clausole espresse. Distinti Saluti
consulenza del lavoro - Compensi occasionali nel pubblico impiego
Desidero sapere se un dipendente pubblico può percepire compensi chiometrici + rimborso forfettario da una associazione di volontariato. Nella fattispecie ci sono impedimenti normativi (se si quali) e l'Azienda di appartenenza può esercitare provvedimenti a carico dellvoratore che percepisce tali rimborsi.
Gentile Lettore, un dipendente pubblico può sicuramente percepire rimborsi km e non compensi se svolge attività full-time presso un pubblica amministrazione. Il dipendente pubblico potrebbe percepire compensi occasionali solo ed esclusivamente per lo svolgimento di attività occasionale, previo l'ottenimento del nulla osta del proprio datore di lavoro, in questo caso l'ente o la pubblica amministrazione con cui si ha il rapporto di lavoro.
consulenza fiscale - L'esistenza di attività non dichiarate o la inesistenza di passività dichiarate è desumibile anche sulla base di presunzioni semplici, purchè queste siano gravi, precise e concordanti
L'art. 24, cc. 4, lett. f) e 5 della Legge Comunitaria 2008 ha modificato il c. 3 dell'art. 54 del D.P.R. 633/1972 e la lett. d) del c. 1 dell'art. 39 del D.P.R. 600/1973, eliminando le disposizioni introdotte dal D.L. 223/2006. L'intervento operato dal legislatore in sede di approvazione della Legge Comunitaria 2008 si è reso necessario, per quanto riguarda l'IVA, a seguito dell'invio, da parte della Commissione Europea, di un parere motivato (procedura di infrazione n. 2007/4575) con il quale la stessa aveva sollevato eccezioni di compatibilità della predetta disposizione con l'ordinamento comunitario. In particolare, la Commissione ha ritenuto la citata disposizione dell'art. 54 del D.P.R. 633/1972 contrastante con la regola sancita dalla direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28.11.2006; ai sensi dell'art. 73 della direttiva, infatti, la base imponibile ai fini Iva 'comprende tutto ciò che costituisce il corrispettivo versato o da versare al fornitore o al prestatore per tali operazioni da parte dell'acquirente destinatario o di un terzo, comprese le sovvenzioni direttamente connesse con il prezzo di tali operazioni'. In considerazione delle modifiche normative intervenute, quali sono gli effetti delle medesime sulle controversie pendenti?
Con l'abrogazione delle disposizioni introdotte agli artt. 54, c. 3 D.P.R. 633/1972 e 39, c. 1, lett. d) del D.P.R. 600/1973 dal D.L. 223/2006, la Legge Comunitaria 2008 ha fatto venire meno le presunzioni legali previste dal medesimo decreto-legge, ripristinando, in sostanza, il quadro normativo esistente prima della sua entrata in vigore, ossia prima del 4.07.2006. Pertanto, a seguito dell'entrata in vigore della predetta legge, per gli accertamenti relativi alle cessioni di beni immobili trovano applicazione le disposizioni di carattere 'generale' di cui all'art. 39, c. 1, lett. d) del D.P.R. 600/1973, il quale dispone che "L'esistenza di attività non dichiarate o la inesistenza di passività dichiarate è desumibile anche sulla base di presun­zioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti", nonché dell'art. 54, c. 2 del D.P.R. 633/1972, il quale statuisce che "Le omissioni e le false o inesatte indicazioni possono essere indirettamente desunte anche sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti". Con le norme abrogate dalla Legge Comuni­taria 2008, il legislatore fiscale aveva introdotto una presunzione legale relativa, c.d. juris tantum, di corrispondenza del corrispettivo negoziale al valore normale del bene. Ciò premesso, occorre valutare se le modifiche introdotte agli artt. 54, c. 3 e 39, c. 1, lett. d) citati dalla Legge Comunitaria 2008 producano effetti con riferimento al periodo compreso tra la data di entrata in vigore del decreto "Visco-Bersani" (4.07.2006) e quella di decorrenza delle predette modifiche (15.07.2009 per l'IVA e 29.07. 2009 per le imposte sui redditi), con riguardo alle situazioni non ancora definite. Al riguardo, si ritiene che l'abrogazione della presunzione legale relativa, a suo tempo introdotta dal D.L. 223/2006, produca effetti anche con riferimento al periodo pregresso. Tanto si desume dalla C.M. 7.02.2007, n. 11/E, paragrafo 12.4, con la quale è stato affermato che la norma introdotta dal D.L. 223/2006 (e a maggior ragione la successiva norma abrogativa) ha "natura procedimentale" e che, pertanto, "ha efficacia anche per le rettifiche relative ai periodi d'imposta ancora accertabili". Venuta meno la presunzione legale relativa a favore dell'ufficio, lo scostamento dei corrispettivi dichiarati per le cessioni di beni immobili rispetto al valore normale torna a costituire elemento presuntivo semplice, con la conseguenza che trovano appli­cazione le citate disposizioni di carattere generale di cui all'art. 39, c. 1, lett. d) del D.P.R. 600/1973 e all'art. 54, c. 2 del D.P.R. 633/1972. Gli uffici dovranno, pertanto, valutare, con riferimento alle controversie pendenti, se le motivazioni degli accertamenti impugnati si dimostrino comunque adeguate o se, invece, alla luce dell'intervenuta modifica normativa, si rivelino insufficienti così da richiedere l'abbandono del contenzioso in corso, tenuto conto dello stato e grado del giudizio. In altri termini, gli uffici coltiveranno il contenzioso qualora, in sede di controllo, l'infedeltà del corrispettivo dichiarato sia sostenuta, oltre che dal mero riferimento allo scostamento dello stesso rispetto al prezzo mediamente praticato per immobili della stessa specie o similari, anche da ulteriori elementi presuntivi idonei ad integrare la prova della pretesa (quali, a titolo meramente esemplificativo, il valore del mutuo qualora di importo superiore a quello della compravendita, i prezzi che emergono dagli accertamenti effettuati con la ricostruzione dei ricavi sulla base delle risultanze delle indagini finanziarie, i prezzi che emergono da precedenti atti di compravendita del medesimo immobile). Nel riesaminare le controversie pendenti, quindi, gli uffici dovranno valorizzare la presenza di tali ulteriori elementi presun­tivi, i quali, tra loro associati, siano idonei a sostenere la pretesa tributaria in fase contenziosa, tenuto conto, altresì, delle ragioni rappresentate dal contribuente.
In conseguenza di sentenza del giudice tributario, è stata modificata la rendita catastale di un fabbricato. Per effetto della pronuncia giurisprudenziale, si chiedono chiarimenti in ordine all'ef­ficacia temporale delle variazioni di rendita catastale.
I dubbi interpretativi segnalati sono stati indotti da specifici quesiti formulati da taluni contribuenti, successivamente all'emanazione della circolare n. 11/ 2005, con la quale l'Agenzia del Territorio ha fornito alcune indicazioni in ordine all'efficacia temporale delle rettifiche catastali in seguito all'esercizio dell'autotutela. Con la richiamata circolare - peraltro emanata in conformità del parere reso dall'Avvocatura Generale dello Stato con consultiva CS 18721/04 (nota prot. 67615 del 14.05.2005) -dopo aver fornito chiarimenti circa la natura e la portata del provvedimento di autotutela nel settore catastale, è stato evidenziato come l'annullamento dell'accer­tamento in autotutela di un pregresso provvedimento di accatastamento non può che avere effetto retroattivo, ossia dalla data di decorrenza del classamento rivelatosi errato e, per tale motivo, successivamente rettificato. L'Avvocatura Generale dello Stato, peraltro, nel parere richiamato, ha sottolineato che restano escluse dall'ambito concettuale dell'autotutela e, quindi, dal riconosci­mento di un'efficacia retroattiva, tutte le variazioni riconducibili all'intervento di nuovi elementi afferenti la partita catastale che possono, invece, giustificare una revisione in relazione al mutamento degli stessi elementi rilevanti. Fattispecie, queste ultime, che, ad avviso del predetto organo legale, non sembrano rinvenibili nella peculiare ipotesi di accertamento giudiziale dell'illegittimità di un provvedimento di attribuzione di rendita. Proprio in relazione a tale ultimo aspetto, sono stati richiesti chiarimenti in ordine all'attribuibilità di analoga efficacia retroattiva alla modificazio­ne della rendita catastale derivante da sentenze definitive del giudice tributario. Come già accennato nella circolare n. 11/ 2005, la Corte di Cassazione, con sentenza 28.07.2005, n. 15862, ha evidenziato che nell'ipotesi in cui la variazione dipenda da correzione di un pregresso errore e non da modificazione dei parametri, non si rende applicabile il disposto di cui all'art. 5, c. 5. L. 504/1992, secondo cui il valore catastale per l'ICI è quello vigente al 1.01 dell'anno di imposizione. Sempre con riferimento alle variazioni catastali, la stessa Corte, con sentenza 22.03.2005, n. 6206, dopo aver osservato in linea generale che l'annullamento dell'atto amministrativo pregiudizievole deve necessariamente implicare anche la caducazione degli effetti verificatisi medio tempore, ha precisato che l'efficacia della rendita catastale modificata con sentenza tributaria passata in giudicato non può non coinvolgere anche il periodo ricompreso tra la data di proposizione del ricorso e la data della sentenza. Sul punto i giudici di legittimità hanno aggiunto che una diversa soluzione, oltre che porsi in contrasto con i principi costituzionali in materia di tutela dei diritti, potrebbe entrare anche in conflitto con i principi costituzionali di capacità contributiva (art. 53, c. 1) e di riserva di legge (art. 23) che presiedono alla disciplina del prelievo fiscale. In sintesi, tali indirizzi giurisprudenziali sembrano autorizzare, anche per quanto concerne le variazioni di rendita derivanti da sentenze del giudice tributario, il superamento della regola posta dall'art. 74 della L. 21.11.2000, n. 342, tendente a valorizzare, ai fini dell'efficacia degli atti catastali, la notifica dell'attribuzione o modificazione della rendita (sulla diversità tra efficacia e applicabilità si veda Cassazione, sentenza 26.10.2005, n. 20775). Superamento che, invece, è stato ritenuto possibile nella peculiare ipotesi di variazioni di rendita conseguenti all'esercizio della potestà di autotutela, in relazione alle quali, come accennato, la richiamata circolare n. 11/2005 ha ribadito che la nuova rendita esplica efficacia retroattiva, cioè a decorrere dalla data dell'originario classamento, indipendentemente dalla data di notifica della nuo­va rendita agli intestatari. L'indirizzo interpretativo appena delineato è stato confermato anche recentemente dalla Corte di Cassazione, con sentenza 1.06.2006, n. 13069, nella quale si è tra l'altro affermato che per effetto dell'intervenuto passaggio in cosa giudicata della decisione concernente la rendita catastale, ai fini di stabilire l'ammontare dell'Ici dovuta dal contribuente, deve tenersi conto esclusivamente della rendita irreversibilmente determinata da quel giudice tributario, poiché solo tale rendita è quella da conside­rare legittimamente risultante in Catasto (ovverosia 'messa in atti') al 1.01 dell'anno di riferimento dell'imposta, a norma del c. 2 dell'art. 5 del D. Lgs. n. 504/1992. In tale occasione, la Suprema Corte, nel rimettere la questione di merito al giudice di secon­do grado, ha ribadito la forza del generale principio secondo cui (Cassazione, Sez. I, sentenza 26.10.1983, n. 6322) gli effetti di ogni provvedimento giurisdizionale retroagiscono al momento della domanda, se (come indubitabile nella specie) a tale momento esistevano già le condizioni richieste per l'emanazione del provvedimento. Sulla questione, in considerazione della delicatezza della problematica, nonché dell'impatto e dell'incidenza della stessa sul piano dei rapporti tra Fisco e contribuente, l'Agenzia del Territorio ha acquisito il preventivo parere dell'Avvocatura Generale dello Stato. Nella predetta richiesta, dopo un articolato excursus degli orientamenti giurisprudenziali più significativi sulla tematica, l'Agenzia del Territorio - rilevato che la variazione di rendita conseguente a decisione del giudice tributario, al pari della variazione conseguente ad un provvedimento emesso in sede di autotutela, non appare qualificabile strictu sensu come mero atto modificativo della rendita, ma piuttosto come atto tendente a ripristinare la correttezza e/o la legittimità di un provvedimento (l'atto attributivo o modificativo della rendita oggetto di impugnazione) errato fin dall'origine, cioè fin dalla sua emanazione - ha ipotizzato che anche alle modificazioni della rendita catastale scaturenti dalle sentenze emesse in sede tribu­taria possa essere riconosciuta efficacia retroattiva, analogamente a quelle derivanti dall'esercizio della potestà di autotutela (quantomeno dalla data di proposizione del ricorso). D'altra parte, sembrerebbe contraddittorio riconoscere efficacia retroattiva alla decisione amministrativa di annullamento per illegittimità dell'atto (attribuzione di rendita) e non attribuire analoghi effetti retroattivi alla pronuncia giudiziale con cui è stata accertata l'illegittimità di un classamento, in quanto non riflettente la reale situazione dell'immobile censito dall'amministrazione. L'Avvocatura Generale dello Stato, con parere n. 15373 del 5.02.2007, richiaman­dosi alla citata sentenza della Corte di Cassazione n. 13069 del 1.06.2006, concor­dando con quanto prospettato dall'Agenzia del Territorio circa l'opportunità di reputare il carattere retroattivo delle decisioni adottate dal giudice tributario, in analogia a quanto avviene nel caso di annullamento di ufficio nella sede propria dell'esercizio del potere di autotutela, ha precisato che gli effetti del provvedimento giurisdizionale retroagiscono al momento della domanda. Sulla scorta delle considerazioni che precedono, può concludersi, quindi, che anche alle modificazioni della rendita catastale derivanti da sentenze emesse in sede tributaria può essere riconosciuta efficacia retroattiva, analogamente alle variazio­ni derivanti dall'esercizio della potestà di autotutela (i cui effetti retroagiscono al momento della domanda).
Nelle istruzioni al modello Intrastat servizi - dove si legge che devono essere indicati gli estremi (numero e data) della fattura - non è chiaro se il riferimento sia alla fattura ricevuta o alla fattura (autofattura) che deve emettere il committente.Se lo scopo dell'indicazione di questi dati è di "incrociare" l'Intrastat presentato dal prestatore estero con i dati indicati dal committente italiano, l'indicazione dei dati dell'autofattura può trovare riscontro con i dati della fattura emessa da parte del prestatore?
Nella circolare n. 36/2010 dell'agenzia delle Entrate, al punto 32, si chiarisce che il numero e la data da indicare negli elenchi Intrastat sono quelli indicati nel registro, di cui all'articolo 23 del Dpr 633/72, delle fatture emesse o nell'apposito registro unico sezionale (qualora il contribuente ne abbia istituito uno apposito). Nel modello, dunque, dovrà essere indicato il numero attribuito dal committente all'autofattura, in sede di rilevazione della stessa nel registro delle vendite.
Una società italiana installa una cabina elettrica in Spagna (cliente/committente spagnolo), e la fattura è comprensiva di montaggio e lavoro. L'operazione va indicata in Intrastat?E se il cliente italiano ha emesso una fattura di acconto, l'operazione va indicata in Intrastat quando sono stati effettivamente svolti i lavori (fattura di saldo)?
Per quanto attiene alle forniture di beni, anche in dipendenza di contratti d’appalto, d’opera e simili con invio dei beni in un altro stato comunitario per essere ivi installati, montati o assiemati direttamente dal fornitore italiano o da terzi per suo conto, esse sono considerate cessioni intracomunitarie non imponibili ai sensi dell’articolo 41, comma 1, lettera c) del Dl 331/1993, e quindi devono essere indicate negli elenchi Intrastat.Come chiarito dalla circolare 13 del 23 febbraio 1994, nel caso di acquisto o cessione intracomunitaria di beni «…in presenza di fatturazione anticipata o pagamento anticipato del corrispettivo totale o parziale, le relative operazioni sono indicate negli elenchi riepilogativi con riferimento non alla data di registrazione dell’operazione ma a quella in cui è stata eseguita la consegna o la spedizione dei beni...».
Un avvocato, che nel 2010 ha avuto un volume d'affari di 15mila euro e beni strumentali nel triennio di 2mila euro, può optare il regime dei minimi? Poiché l'avvocato ha effettuato prestazioni professionali nei confronti di un cittadino tedesco, chiedo, inoltre, se deve inviare il modello Intra.
Il regime dei minimi, di cui all'articolo 1, commi da 96 a 117, della legge 244/2007, è un regime naturale. Pertanto, se in passato il contribuente non ha optato per un altro regime contabile (con vincolo triennale) è possibile beneficiare del predetto regime in presenza di tutte le condizioni di legge. Nel caso in questione, quindi, il contribuente può avvalersi di tale regime sin dal 1° gennaio 2011 senza la necessità di esercitare alcuna opzione. La volontà di applicare il regime dei minimi dovrà desumersi dal comportamento concretamente assunto (comportamento concludente).Quanto al secondo quesito, non sarà neppure necessario presentare il modello Intrastat dei servizi effettuati. Infatti, secondo quanto precisato dall'agenzia delle Entrate (circolare 36/E del 2010), per queste operazioni non sussiste il presupposto di applicazione della disciplina degli scambi intracomunitari, in quanto i contribuenti minimi non addebitano l'Iva a titolo di rivalsa. Si tratta, quindi, di un'operazione interna senza diritto di rivalsa.
Una ditta italiana esporta in India della merce che fattura per 10mila euro, con regolare bolletta doganale. A destinazione, parte della merce (6mila euro) si rivela difettosa e il cliente indiano (che non restituisce la merce per accordo con il fornitore italiano) chiede lo sconto della parte difettosa. Il fornitore italiano dovrà rettificare l'esportazione originaria con la produzione della nota di accredito (ai sensi dell'articolo 8, Dpr 633/72) di 6mila euro alla dogana di uscita della merce oppure dovrà emettere una nota di credito (fuori campo Iva, articolo 2) senza alcuna comunicazione alla dogana di uscita della merce?
Considerato che nel caso prospettato dal lettore le operazioni originarie non state assoggettate a Iva (non imponibili Iva ai sensi dell'articolo 8, Dpr 633/72, in quanto cessioni all'esportazione), la nota di variazione si risolve in una mera modifica dell'originario ammontare, qualificata con il titolo di non imponibilità (articolo 8, Dpr 633/72). Tutto ciò in considerazione del fatto che la merce difettosa rimane in India e non ritorna in Italia.Ciò premesso, si ricorda che l'amministrazione finanziaria ha precisato che le note di credito, anche se non emesse, riducono per il corrispondente ammontare il plafond con riferimento all'anno in cui è stata effettuata l'esportazione (si veda la circolare 23 febbraio 1994, n. 13/E, paragrafo 10.3.a., e la circolare 27 febbraio 2003, n. 8/D).
In caso di cessioni e acquisti da paesi black list per stabilire se la periodicità di invio delle operazioni effettuate è mensile o trimestrale si deve superare, nei quattro trimestri precedenti il 1º luglio 2010, l'importo di 50mila euro. Nel caso in cui le cessioni effettuate siano superiori a 50mila euro e gli acquisti siano inferiori alla stessa somma, la periodicità della trasmissione dei dati cessioni/acquisti è mensile oppure per le cessioni è mensile e per gli acquisti è trimestrale?Le vendite effettuate all'esportazione (articolo 8 del Dpr 633/72) a privato cittadino residente in un paese black list, non operatore economico, vanno dichiarate o no?
Il superamento della soglia per una categoria di operazioni – ad esempio, per le cessioni di beni – determina l’obbligo di presentazione mensile anche per gli acquisti di beni e servizi. In sostanza, secondo quanto chiarito di recente dall’amministrazione finanziaria con circolare 53/E del 21 ottobre 2010 (paragrafo 3), le singole categorie di operazioni non si sommano tra loro, ma sono considerate singolarmente ai fini della determinazione del raggiungimento della soglia. Il superamento della stessa per una singola categoria di operazioni determina l’applicazione della periodicità mensile anche se per le altre categorie di operazioni non è stato superato l’ammontare previsto.Quanto al secondo quesito, non sussiste l’obbligo di segnalazione se il cliente è un soggetto privato (articolo 1 del Dm 30 marzo 2010 e circolare Assonime 32/2010).
Nella circolare dell'agenzia delle Entrate n. 53/E del 21 ottobre 2010, al punto 3.1, viene indicato come momento rilevante ai fini della comunicazione quello della registrazione. Nel caso però di un cliente, che presenta mensilmente la comunicazione, il quale costruisce un'attrezzatura con emissione di una fattura di acconto ad ottobre 2010 alla consegna dei primi campioni, di una seconda fattura di acconto datata dicembre 2010 a completamento della linea e di una fattura di saldo a gennaio 2011 (data di approvazione finale dei campioni) deve comunicare l'importo totale nel 2011 oppure deve presentare tre diverse comunicazioni? In generale, per la merce si segue il criterio della consegna del bene? E se il contratto prevede la consegna in più tranche singolarmente fatturate?
Pur in assenza di chiarimenti specifici, si suggerisce di presentare tre distinte comunicazioni, relative a ciascun acconto. Ai fini Iva, gli acconti anticipano il momento di effettuazione dell’operazione, a prescindere dalla qualificazione dell’operazione come «cessione di beni» o come «prestazione di servizi» (appalto per la costruzione di un’attrezzatura). Ai fini della comunicazione «black list», è opportuno che l’operazione sia ancorata al momento di effettuazione ai fini Iva. Secondo la normativa nel modello di comunicazione sono incluse le «operazioni registrate o soggette a registrazione, ai sensi delle disposizioni in materia di imposta sul valore aggiunto, nel periodo di riferimento» (articolo 4, comma 2, del Dmef 30 marzo 2010). Quindi, questo criterio è sicuramente valido se l’operazione si configura come una cessione all’esportazione, per cui, al momento di percezione degli acconti, è necessario emettere una fattura non imponibile ai sensi dell’articolo 8 Dpr 633/72. Nel caso di una prestazione di servizi, eseguita nei confronti di un soggetto extracomunitario, la fattura potrebbe anche non essere emessa e annotata sui registri Iva. Tuttavia, la circolare agenzia delle Entrate 53/E del 21 ottobre 2010 ha chiarito che, il momento rilevante per determinare il periodo in cui comprendere le operazioni da segnalare coincide, in generale, con la data di registrazione nei registri Iva ovvero, se precedente o alternativa, nelle scritture contabili obbligatorie. Tra l’altro, questa soluzione è in linea con quanto espressamente richiesto ai fini Intrastat (circolare agenzia delle Entrate 36/E del 21 giugno 2010, paragrafo 9).
Una società si fa costruire sul tetto del proprio stabilimento un impianto fotovoltaico e successivamente vende a un'altra società l'impianto stesso e le concessioni/permessi, mantenendo invece la proprietà e l'uso dell'immobile. La cessione dell'impianto fotovoltaico è da trattare come vendita di un impianto e quindi è soggetta a Iva 10% oppure come una cessione di azienda?
La vendita dell'impianto fotovoltaico è soggetta a Iva, non essendo assimilabile a una cessione d'azienda. Nel caso specifico è applicabile l'aliquota Iva del 10% prevista per la vendita di impianti di produzione di energia da fonte solare-fotovoltaica (numero 127-quinquies della tabella A, parte III, allegata al Dpr 633/72). Per una conferma si veda la circolare dell'agenzia delle Entrate n. 46/E del 19 luglio 2007 (paragrafo 7.1).
Vorrei sapere qual è la maggioranza per una eventuale installazione di un impianto fotovoltaico (pannelli da installare sopra il lastrico solare delle terrazzecondominiali). L'impianto fornirebbe l'energia per i soli servizi (max 15 kw). Sono previsti dei finanziamenti? C'è una scadenza per un'eventuale domanda? Sono previsti degli incentivi?
A norma dell’articolo 26, comma secondo, della legge 10/91, come modificato da ultimo dall’articolo 27, comma 22, della legge 23 luglio 2009, n. 99 «per gli interventi sugli edifici e sugli impianti volti al contenimento del consumo energetico e all’utilizzazione delle fonti di energia di cui all’articolo 1, individuati attraverso un attestato di certificazione energetica o una diagnosi energetica realizzata da un tecnico abilitato, le pertinenti decisioni condominiali sono valide se adottate con la maggioranza semplice delle quote millesimali rappresentate dagli intervenuti in assemblea».Circa gli incentivi e le provvidenze, previste dall’articolo 7 del Dlgs 387/2003, per la conversione della fonte solare in impianti fotovoltaici, si rinvia alla circolare 19 luglio 2007, n. 46/E dell’agenzia delle Entrate. La circolare illustra le modalità per il servizio di scambio sul posto e le modalità per la cessione al gestore della rete elettrica dell’energia non consumata sul posto, tenendo presente che nel caso del lettore è applicabile la disciplina dettata per gli impianti di potenza fino a 20 Kilowatt.Le provvidenze disciplinate del richiamato articolo 7 sono erogate direttamente dal gestore del sistema elettrico (Gse Spa), sicché tutti gli interessati devono rivolgersi al gestore inviando un’apposita istanza di ammissione ai benefici. Tra tutte le domande presentate, il soggetto gestore provvede a stilare una graduatoria di assegnazione degli incentivi. La tariffa incentivante è attribuita, per l’energia generale dell’impianto, misurata da un contatore posto all’uscita del gruppo di conversione di corrente continua in corrente alternata, moltiplicando i valori in centesimi di euro, previsti dalla stessa tariffa per i Kilowatt prodotti.Viceversa, non si rende applicabile al detrazione del 55% o del 36%. La detrazione del 55% ai sensi dell’articolo 1, commi 20-24, legge 244/2007 non trova applicazione in relazione agli interventi per i quali viene applicata la cosiddetta agevolazione “in conto energia” o “tariffa incentivante” (di cui al Dlgs 387/2003), in quanto incompatibili con la detrazione fiscale (risoluzione 207/E/2008 e circolare 46/E/2007). La stessa risoluzione 207/2008 esclude, poi, l'applicabilità delle agevolazioni del conto energia con il 36% per l'impianto fotovoltaico (articolo 2, comma 10, legge 191/2009) richiamando una previsione del ministero dello Sviluppo economico (decreto 19 febbraio 2007 del ministero dello Sviluppo economico, articolo 9, comma 4, che esclude espressamente la cumulabilità tra 36% e il conto energia). In sostanza, la tariffa incentivante è incompatibile con le agevolazioni per le ristrutturazioni edilizie e per quelle di riqualificazione energetica.
In un impianto fotovoltaico condominiale (con 16 proprietari) per la produzione di energia elettrica, solo per gli impianti condominiali, con scambio sul posto, il controvalore in euro dell' energia venduta al fornitore (Enel) deve essere dichiarato da ogni singolo condomino (quota millesimale) nella denuncia dei redditi? Se sì, in quale quadro?
Nell’ipotesi di impianto fotovoltaico di potenza fino a 20 kW, posto al diretto servizio delle unità abitative del condominio, possono verificarsi due ipotesi operative, fra loro alternative: 1) cosiddetto scambio di energia sul posto, consistente nell’immettere in rete l’energia non utilizzata e creare, così, un credito di energia nei confronti del gestore della rete, prelevabile nei tre anni sucessivi; 2) vendita dell’energia esuberante.Nel primo caso (che è quello descritto dal lettore) non emerge alcuna conseguenza tributaria; nel secondo, invece, i proventi derivanti dalla vendita dell’energia rilevano come redditi diversi - attività commerciale non esercitata abitualmente, ex articolo 67, comma 1 lettera i) Tuir – che, nell’evenienza in cui vengano conseguiti dal condominio, vanno imputati in capo ai singoli condomini in ragione dei millesimi di proprietà (circolare 46/E del 19 luglio 2007 paragrafo 9.2.1), e da ciascuno dichiarati nel quadro RL di Unico Pf sezione II-A rigo RL14 (modulistica 2010).
Un'agenzia viaggi acquista da un tour operator online (di Palma di Maiorca) un soggiorno in un alloggio in albergo italiano. Si tratta di un acquisto di singolo servizio richiesto all’agenzia viaggi da cliente privato italiano. L’agenzia viaggi riceve dal tour operator fattura senza addebito di Iva e con l'applicazione del regime delle agenzie di viaggio. L’agenzia, nel riaddebitare il costo dell’alloggio sul cliente, addebita in fattura anche una quota inerente la provvigione spettante. Alla luce delle novità introdotte negli articoli 7-ter e 7-quater del Dpr 633/72, si chiede se è giusto il seguente comportamento: l'agenzia viaggi autofattura il singolo servizio, integrando con Iva al 10 per cento; emette fattura al cliente riaddebitando il costo dell’alloggio, aumentato di una esigua provvigione per intermediazione, in un unico imponibile con aliquota Iva del 10 per cento. Stante il chiarimento della circolare 36/E/2010, non si dovrebbero effettuare invii di elenchi Intrastat. Nel caso di albergo situato in territorio non italiano, sarebbe operazione fuori campo Iva.
Si ricorda che nel caso in cui il servizio alberghiero (o altro servizio singolo) sia stato acquistato dall’agenzia di viaggi a proprio nome, quindi non sia stato preventivamente acquistato dalla stessa, bensì acquistato a seguito di una specifica richiesta del cliente (mandato senza rappresentanza – servizi singoli acquistati in nome proprio e per conto dei clienti), l’acquisto e la rivendita del servizio alberghiero o di altro servizio singolo non rientrano nel regime speciale Iva di cui all’articolo 74-ter del Dpr 633/1972. Infatti, in tale ipotesi tornerà applicabile il regime Iva ordinario. Va da sé che l’agenzia di viaggio dovrà rifatturare il servizio al cliente finale applicando l’aliquota Iva nonché il regime proprio del servizio acquistato (risoluzione 6/E dell’11 febbraio 1998). In tale ipotesi, nel caso di servizio alberghiero, l’agenzia di viaggio emetterà nei confronti del cliente fattura con l’aliquota Iva del 10%, sempre che si tratti di prestazione territorialmente rilevante in Italia.Per l’agenzia di viaggio, l’Iva relativa alla prestazione alberghiera acquisita — non rientrando nel regime speciale — sarà ordinariamente detraibile (articolo 19 del Dpr 633/1972). Quindi, per la vendita di soggiorni alberghieri in Italia (articolo 7-quater del Dpr 633/1972), l’agenzia di viaggi dovrà applicare al cliente l’Iva con l’aliquota ridotta del 10% (Tabella A, parte III, del Dpr 633/72) e l’importo dovuto dal cliente andrà annotato nel registro delle fatture emesse. L’agenzia di viaggi dovrà espressamente concordare con l’albergo o altro fornitore di servizi (ad esempio tour operator) l’acquisizione del servizio a una tariffa stabilita (cioè a un prezzo diverso da quello di vendita) e ricevere dall’albergo (o tour operator) una fattura per il costo di acquisto con Iva o senza Iva (a seconda del criterio della territorialità Iva). La fattura di acquisto per il prezzo concordato dell’albergo (o tour operator) deve essere annotata nel registro degli acquisti ordinari, con Iva detraibile.Rispondendo al quesito posto dal lettore, sembra che nel caso prospettato vi sia alla base un mandato senza rappresentanza, quindi l’agenzia di viaggi, soggetto passivo Iva "stabilito" in Italia, procederà all’emissione di autofattura con Iva al 10% — e non vi sarà obbligo di presentazione degli elenchi Intrastat — per la prestazione alberghiera (in quanto l’albergo si trova in Italia) fatturata dal tour operator, soggetto passivo Iva "stabilito" in altro Paese della Ue (il corrispettivo fatturato dal tour operator comunitario dovrebbe avere un prezzo diverso da quello di vendita al cliente finale); successivamente, l’agenzia di viaggi fatturerà al cliente la prestazione alberghiera (al prezzo di vendita, che sarà superiore a quello stabilito con il tour operator) con applicazione dell’Iva al 10 per cento. Diversamente (al riguardo il lettore dovrà analizzare la propria situazione), nel caso in cui vi sia un mandato con rappresentanza (servizi singoli acquistati in nome e per conto dei clienti), la fattura per il servizio (albergo o altro servizio) sarà emessa dal prestatore direttamente nei confronti del committente/cliente (anche se il pagamento potrà essere effettuato tramite l’agenzia di viaggio, che incasserà e girerà le somme dovute ai sensi dell’articolo 15 del Dpr 633 del 1972). In tale caso, l’agenzia di viaggio si limita a percepire una provvigione (soggetta ad aliquota Iva ordinaria, sempreché venga rispettato il criterio della territorialità Iva di cui agli articoli 7 e seguenti del Dpr 633/1972) a fronte della prenotazione che fatturerà nei confronti del committente e/o dell’esercizio commerciale (per esempio, l’albergo).Infine, si ricorda che, per quanto attiene alle agenzie di viaggio, la circolare 36/E del 21 giugno 2010 ha fatto presente che il regime speciale Iva di cui all’articolo 74-ter del Dpr 633/1972 riservato a tali soggetti (tenendo presente che nel caso prospettato dal lettore tornerà applicabile il regime ordinario Iva e non quello speciale) non ha subito modifiche in merito alla territorialità Iva delle prestazioni di servizi e alla conseguente presentazione degli elenchi Intrastat.Va da sé che la vendita di un pacchetto turistico effettuato dalle agenzie di viaggio che utilizzano il regime speciale Iva sarà un servizio che seguirà il principio del paese del prestatore; conseguentemente, non dovranno essere presentati gli elenchi Intrastat.La circolare in commento prosegue chiarendo che, nel caso in cui il tour operator renda un servizio singolo in nome e per conto del cliente, soggetto passivo d’imposta stabilito in altro stato della Ue, tale servizio rientrerà tra le intermediazioni, quindi seguirà la regola generale della territorialità Iva (articolo 7-ter del Dpr 633/1972). Va da sé che in tale ipotesi si dovranno presentare gli elenchi Intrastat servizi.
Intendo installare dei pannelli solari per acqua calda. Qual è l'iter burocratico per ottenere la detrazione del 55 per cento? L'aliquota Iva per l'acquisto del materiale completo è del 10 per cento?Le spese di progettazione e oneri del comune possono essere detratti?Se l'installazione viene eseguita da un soggetto diverso dal venditore del materiale, posso detrarre anche tale importo? Che aliquota Iva va applicata per le spese di manodopera?
Per l'installazione dei pannelli solari per la produzione di acqua calda si rende applicabile la detrazione del 55% per interventi di riqualificazione energetica degli edifici esistenti (articolo 1, commi 20-24, legge 244/2007). L’importo massimo della detrazione, comprensivo delle spese professionali strettamente inerenti l’installazione, è previsto in misura pari a 60.000 euro. Si evidenzia che, per l’installazione di pannelli solari l’articolo 1, comma 24, lettera c, della legge 244/2007 ha stabilito che, tra gli adempimenti cui è tenuto il contribuente, non è più necessaria l’acquisizione dell'attestato di certificazione/qualificazione energetica. In particolare, i soggetti interessati al beneficio sono tenuti ad acquisire la seguente documentazione:1) asseverazione di un tecnico abilitato che attesti la rispondenza dell’intervento ai requisiti richiesti (articoli 6-9 del Dm 19 febbraio 2007).Con l`entrata in vigore del Dm 6 agosto 2009, per quanto riguarda il caso di installazione di pannelli solari, per la produzione di acqua calda, realizzati in autocostruzione, in alternativa ai requisiti relativi a: pannelli solari e bollitori garantiti per almeno cinque anni e pannelli solari con certificazione di qualità conforme alle norme Uni 12975 o Uni En 12976 rilasciata da un laboratorio accreditato, può ora essere prodotto l'attestato di partecipazione a uno specifico corso di formazione da parte del soggetto beneficiario, escludendo la certificazione di qualità del vetro solare e delle strisce assorbenti, secondo le norme Uni vigenti, rilasciata da un laboratorio certificato;2) scheda informativa relativa agli interventi realizzati contenente i dati elencati nello schema di cui all’allegato F del decreto 19 febbraio 2007. Il soggetto che sostiene le spese deve inviare all’Enea, entro 90 giorni dalla fine dei lavori, la scheda informativa tramite il sito Internet www.acs.enea.it, con rilascio della ricevuta informatica (articolo 4, comma 1-bis, lettera b, Dm 19 febbraio 2007). Le spese di progettazione e gli eventuali oneri concessori o le spese per il rilascio della Dia sono comunque detraibili se strettamente inerenti l’esecuzione dell’intervento. Ai sensi della disposizione di cui al n. 127-sexies tabella A, parte III, Dpr 633/72, alle cessioni dei componenti di impianti termici solari (quali pannelli solari, bollitori e pompe) si rende applicabile l’Iva 10% sole se si tratta di cessioni effettuate nei confronti di soggetti dediti all'installazione o costruzione di impianti termici a energia solare nonché degli utilizzatori finali che rilascino, sotto la propria responsabilità, una dichiarazione circa l'utilizzazione dei beni per la costruzione. Per la sola manodopera, le cui spese sono comunque detraibili, si rende applicabile l’Iva con aliquota ordinaria del 20% (per tutti gli approfondimenti vedi nuova guida al 55% edita dall’agenzia delle Entrate a novembre 2009 pubblicata sul sito www.agenziaentrate.it).Al riguardo, si precisa che con la Finanziaria per il 2010, l'aliquota del 10% sui lavori in edilizia diventa a regime. L'aliquota Iva del 10% è applicabile alle prestazioni di servizi relative alla realizzazione, su fabbricati a prevalente destinazione abitativa privata, degli interventi di recupero. Si tratta, in pratica, degli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, di restauro e risanamento conservativo e di ristrutturazione edilizia.
Nel 2006 ho fatto ristrutturare un vecchio fabbricato rurale. Ho affidato i lavori a un'impresa edile con regolare contratto di appalto chiedendo che mi venisse applicata l'aliquota Iva del 10% ai sensi della voce 127-quaterdecies della tabella a, parte III, allegata al Dpr 633 del 26 ottobre 1972. L'impresa, oltre a effettuare i lavori di ristrutturazione e di restauro conservativo, mi ha anche la fornito e collocato degli arredi (letti, armadi , tavoli, sedie eccetera). Alla fine ha emesso fattura al 10% anche per la fornitura degli arredi (il cui ammontare era circa il 10% sul totale dell'importo appaltato). A seguito di un accertamento dell'agenzia delle Entrate, mi viene contestata una sanzione più la differenza di aliquota) per la parte della fattura relativa agli arredi, che secondo loro doveva essere al 20%. La stessa contestazione viene fatta all'impresa che ha eseguito i lavori. Ci sono dei presupposti per opporre ricorso?
Si ricorda che l’Iva agevolata del 10%, in merito alle ristrutturazione edilizie, è applicabile sia alle prestazioni di lavoro che alla fornitura di materiali e di beni, solo nel caso in cui, questi ultimi, non costituiscano una parte significativa del valore complessivo della prestazione. Al riguardo è opportuno precisare che i beni significativi sono stati espressamente individuati dal decreto 29 dicembre 1999 (ascensori e montacarichi; infissi esterni e interni; caldaie; video citofoni; apparecchiature di condizionamento e riciclo dell’aria; sanitari e rubinetteria da bagni; impianti di sicurezza). Su tali beni l’aliquota agevolata del 10% si applica solo fino alla concorrenza della differenza tra il valore complessivo della prestazione e quello dei beni significativi (si veda la guida fiscale pubblicata sul sito www.agenziaentrate.it). Sulla base di quanto esposto si evince che il rilievo da parte dell’agenzia delle Entrate risulta corretto.Ciò premesso, si osserva che nel caso in esame, le contestazioni (sanzioni e differenza aliquota Iva) sono state fatte sia nei confronti della parte cedente (soggetto che ha emesso la fattura “errata”) sia nei confronti del cessionario (soggetto che ha acquistato gli arredi), richiamando di fatto la «solidarietà nel pagamento dell’imposta». Si ritiene che nel caso di specie il soggetto tenuto al pagamento delle sanzioni nonché della differenza di aliquota Iva è unicamente il cedente che ha emesso la fattura “errata”. Tale tesi è confermata dalla sentenza n. 22 del 17 marzo 2005 della prima sezione della Commissione tributaria regionale del Lazio. Infatti, la Commissione ha previsto l’esclusione della responsabilità solidale del cessionario per la differenza d’imposta così come per la sanzione derivante dall’errata applicazione delle aliquote Iva nella fattura emessa dal cedente. Il cessionario è solamente tenuto alla regolarizzazione della fattura ai sensi dell’articolo 6, comma 8, Dlgs 471/97, verificandone la correttezza formale e la presenza di tutti gli elementi previsti dall’articolo 21, Dpr n. 633/1972 (ad esempio l'indicazione dei dati fiscali rilevanti ed obbligatori), mentre non è in alcun modo sindacabile la valutazione dell’emittente in merito all’aliquota Iva applicabile all’operazione. Per meglio dire, la sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio ha escluso la responsabilità solidale del cessionario nel caso di aliquota Iva errata emessa dal cedente. Resta in ogni caso a carico del cessionario la regolarizzazione della fattura ai sensi dell’articolo 6 del Dlgs 471/97 verificando la correttezza formale della fattura stessa.
Sono un lavoratore autonomo che ha aderito al regime dei minimi. La legge prevede che a fronte di un esubero pari al 50% dei 30mila euro massimi previsti il contribuente sia obbligato a versare l’Iva calcolata sul reddito complessivo percepito durante l’intero anno. Il legislatore sembra “presumere” che si applichi una maggiorazione dei propri compensi pari all’Iva invece non dovuta come previsto. La mia attività è regolata da incarichi rilasciati da enti pubblici e privati per l’erogazione di servizi afferenti a bandi comunitari e regionali dai quali è chiaro il compenso che mi verrà corrisposto al lordo di oneri previdenziali ed al netto di Iva; l’importo corrisponde a quanto emetto in fattura (non imputo l’Iva e non maggioro alcunché). Esiste la possibilità di richiedere in tempi brevi il rimborso dell’Iva versata e non percepita risultante dal saldo attivo come un credito d’imposta?
La risposta alla domanda del lettore se in caso di superamento di oltre il 50% del limite di 30mila euro di entrate è possibile chiedere il rimborso dell’Iva versata e non percepita, è negativa. Per i contribuenti che applicano il regime dei minimi, di cui all’articolo 1, commi da 96 a 117, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, Finanziaria 2008, nel caso di superamento del limite di 30mila euro, si fa riferimento all’entità delle entrate complessive. Si possono verificare due situazioni, una del contribuente che a fine 2010 supera il limite di 30mila euro e decade dal regime dei minimi a partire dal 2011 e l’altra del contribuente che nel corso del 2010 supera di oltre il 50% il limite di 30mila euro, e decade dal regime dei minimi già nel corso del 2010. In entrambi i casi, ai fini della verifica del superamento del limite di 30mila euro o di 45mila euro, le entrate si considerano nel loro importo complessivo.La persona fisica in possesso dei requisiti per applicare il regime dei minimi nel 2010, a parità di entrate lorde nell’anno 2009 e nell’anno 2010, può trovarsi in una curiosa situazione, conseguenza del fatto che, mentre per le entrate dell’anno 2009, si fa riferimento alle entrate al netto dell’Iva, per le entrate dell’anno 2010 si fa riferimento alle entrate lorde. Può quindi verificarsi il caso del contribuente che nell’anno 2009 aveva entrate lorde di 31.200 euro, con Iva compresa di 5.200 euro (26mila più 5.200 euro di Iva al 20%), e che, essendo in possesso degli altri requisiti previsti per i contribuenti minimi, applica il nuovo regime nel 2010.Nello stesso tempo, se nel 2010 le sue entrate complessive saranno di importo uguale a quelle del 2009, di 31.200 euro, nel 2011 non potrà più applicare il regime dei minimi perché ha superato il limite di 30mila euro.Un esempio di superamento del limite di 45mila euro nel corso dell’anno 2010, può essere quello del professionista che a fine 2010 ha entrate complessive per 48mila euro soggetti ad aliquota ordinaria del 20%. Egli dovrà “scorporare” l’Iva del 20% sui 48mila euro di entrate, e considerare l’Iva dovuta di 8mila euro. In questo caso, il suo volume d’affari effettivo sarà di 40mila euro, per effetto dello “scorporo” dell’Iva sulle vendite effettuate, ma, ai fini della verifica del superamento del limite di 45mila euro (30mila euro più 15mila, cioè il 50% di 30mila euro), l’importo da prendere in considerazione è quello complessivo di 48mila euro.Questo contribuente, in sede di determinazione dell’Iva dovuta, potrà però detrarre l’Iva pagata sugli acquisti effettuati nell’anno 2010. Se, ad esempio, ha acquistato beni strumentali nell’anno per 10mila euro, con Iva detraibile al 20%, pari a 2.000 euro e sostenuto delle spese per 8mila euro, con Iva detraibile di 1.600 euro, presenterà una dichiarazione annuale Iva, con Iva detraibile per 3.600 euro. Tra l’Iva dovuta di 8mila euro e l’Iva detraibile di 3.600 euro, risulterà a debito Iva per l’importo di 4.400 euro.
Una Srl ha presentato bilancio finale di liquidazione il 31 luglio 2010. In base alla risoluzione dell'agenzia dell'Entrate 66/E del 6 luglio 2010, il periodo relativo alla chiusura della liquidazione non costituisce periodo d'imposta autonomo, ma per esso va redatto il modello SC (sulla base del bilancio finale di liquidazione). Ciò significa che nel frontespizio del modello Unico, nei righi relativi al periodo d'imposta, si dovranno indicare la data di messa in liquidazione, nel caso 12 giugno 2007, e la data finale, 31 luglio 2010, e non il periodo 1° gennaio-31 luglio 2010?
Nel caso indicato dal lettore, la liquidazione della società si è protratta per meno di cinque anni e di conseguenza il reddito, ai fini Ires, deve essere determinato provvisoriamente per ciascun esercizio intermedio, salvo conguaglio in base al bilancio finale ai sensi dell’articolo 182, comma 3 del Tuir, Dpr 22 dicembre 1986, n. 917.Come indicato dalla risoluzione 66/E del 6 luglio 2010, la società deve presentare, entro l’ultimo giorno del nono mese successivo a quello di chiusura della liquidazione (quindi entro il 30 aprile 2011), la dichiarazione riepilogativa ai fini Ires relativa all’intero periodo di liquidazione, redatta sulla base del bilancio finale di liquidazione, utilizzando il modello Unico 2010 Società di capitali.Si ritiene che, in caso di liquidazione che si protrae per non più di cinque esercizi, stante la logica della determinazione provvisoria del reddito per ciascun periodo di imposta intermedio e del conguaglio in base al bilancio finale di liquidazione, nel modello Unico si debbano indicare le date iniziali e finali della liquidazione.Nel frontespizio del modello Unico 2010 dovrà inoltre essere indicato il codice “4” (soggetto estinto) per lo stato e il codice “3” (termine della liquidazione) per la situazione.
Devo provvedere al rifacimento del tetto e alla sostituzione della caldaia nella casa dove abito. La spesa preventivata è di 50mila euro. Io sono pensionata statale con un'Irpef di 2.700 euro e mio marito (comproprietario al 50%) è pensionato Inarcassa con un'Irpef di 14mila euro. In quale quadro del modello Unico si specifica la spesa sulla quale si determina la detrazione? Sia io che mio marito saremo sempre in credito di imposta che non ci verrà mai rimborsata.
L’importo della detrazione annuale deve essere indicato nel quadro RP, Sezione III del modello Unico 2010 (mini), colonna 8 delle righe RP39-40 per il 36% e RP44-45 per il 55%. In sostanza si indica l’importo detraibile annualmente (1/10 del 36% o 1/5 del 55%). Trattandosi di detrazioni dalle imposte sul reddito (Irpef, per le persone fisiche), e non di un credito di imposta, il beneficio del 36%( articolo 2, comma 10, della legge 191/2009) come quello del 55% (articolo 1, commi 20-24, della legge 244/2007) si applica solo a condizione di capienza di imposta. In sostanza se nell’anno di imposta non esiste un importo di Irpef dovuta almeno pari all’imposta detraibile per i lavori di ristrutturazione dell'abitazione (quota parte di competenza dell'anno), la parte eccedente viene persa e non può essere portata a scomputo nell’anno successivo come avviene per i crediti di imposta. Pertanto, nel caso di specie, la detrazione (rata annuale) compete annualmente nei limiti dell’Irpef (2.700 euro per la moglie e 14mila euro per il marito) annualmente dovuta. Nell'ipotesi di incapienza Irpef per alcuni dei periodi di imposta in cui si recupera la detrazione, la quota detraibile di ciascuno dei periodi di imposta considerati sarà perduta e non potrà essere detratta, competendo solo se il soggetto che ha sostenuto le spese abbia un Irpef annuale da pagare. In sede di dichiarazione dei redditi, per gli anni di in capienza Irpef, la quota viene sempre indicata ma in sede di liquidazione di imposta la detrazione non viene operata.
Pur essendo il mio reddito da molti anni uguale ogni anno (a parte i rinnovi del Ccnl), ogni anno sulla busta paga di dicembre mi ritrovo, insieme a molti colleghi, un conguaglio di 500-600 euro a debito, perché il datore di lavoro calcola male l'Irpef mese per mese, così poi è obbligato a recuperare l'imposta non versata a fine anno. Alle rimostranze di alcuni dipendenti, che chiedevano un calcolo mese per mese più veritiero, l'azienda ha risposto che o tutti sono d'accordo (siamo circa 60) oppure non se ne fa niente, e non se ne è fatto niente.Vorrei sapere se è un comportamento lecito e se c'è un modo per costringere l'azienda a calcolare più appropriatamente l'Irpef mensile ed evitare il "dissanguamento" a inizio anno.
Le modalità di tassazione del reddito di lavoro dipendente sono contenute nell’articolo 23 del Dpr 600 che prevede quanto segue: la ritenuta è calcolata sulla parte imponibile di reddito da lavoro dipendente corrisposto in ciascun periodo di paga, ragguagliando il periodo di paga ai corrispondenti scaglioni di reddito ed applicando le aliquote Irpef previste. L’Irpef lorda così ottenuta può essere diminuita delle detrazioni di imposta, se il sostituito dichiara di avervi diritto sottoscrivendo una specifica richiesta su modulistica solitamente fornita dal proprio datore di lavoro. Le mensilità aggiuntive scontano la stessa tassazione nel periodo di paga in cui vengono corrisposte, ma possono essere tassate senza essere cumulate con il reddito prodotto nello stesso mese e non beneficiano però di detrazioni di imposta.Ciò detto, a fine anno e più precisamente non oltre il 28 febbraio dell’anno successivo, ovvero a cessazione di rapporto se questa fosse antecedente, il sostituto di imposta è tenuto a rideterminare l’imposta su base annua calcolata sul reddito complessivamente prodotto dal dipendente, applicando gli scaglioni annui con le aliquote corrispondenti, le detrazioni spettanti su base annua e depurando l’Irpef netta così ottenuta, delle imposte già versate in corso d’anno. Con questa operazione – definita appunto conguaglio di fine anno, ovvero di fine rapporto in relazione alla situazione – l’imposta viene ragguagliata al reddito complessivamente prodotto e, ad esempio, la minore Irpef calcolata sulle mensilità aggiuntive tassate “separatamente” dal reddito relativo al periodo di paga, viene ora recuperata aggravando, in talune ipotesi, il debito di imposta dovuto dal dipendente. Ed ancora, è possibile che su base annua il dipendente che si trova al limite di scaglione e lo supera negli ultimi periodi di paga, si possa riposizionare su un’aliquota media effettivamente più elevata rispetto a quella considerata nei singoli periodi di paga. Infine, una tassazione a conguaglio eccessivamente significativa potrebbe anche essere determinata da un’inadeguata stima di reddito complessivo utile per determinare le detrazioni di imposta spettanti.Come si può evincere dunque, le variabili che rilevano in fase di tassazione a conguaglio sono molteplici e pertanto i fattori che possono appesantire la tassazione del mese di dicembre sono diversi, così come diverse sono le singole situazioni reddituali di ciascun sostituito di imposta.Con riferimento al quesito in argomento, è dunque presumibile ritenere che il sostituto di imposta abbia operato correttamente la tassazione nei singoli periodi di paga e che la maggiore Irpef dovuta a conguaglio, sia legata alle situazioni sopra descritte.È invece opportuno segnalare al lettore che, con la circolare 326/1997 (di cui si consiglia la lettura per avere un quadro chiaro e completo di come è operata la tassazione dal sostituto di imposta), il ministero delle Finanze ha previsto la possibilità per il sostituito di imposta di comunicare al proprio sostituto un'aliquota più elevata rispetto a quella che sarebbe dovuta, da applicare in ogni periodo di paga; il prelievo delle imposte sarebbe, in questo modo, graduato nell’arco del periodo di imposta, anticipando all’erario mese per mese quanto sarebbe invece dovuto su base annua.Poiché si tratta di una scelta soggettiva, non è necessario che vi aderiscano anche tutti gli altri dipendenti dell’azienda e quindi il lettore potrebbe risolvere in questo modo il problema segnalato.
Sono proprietario di un appartamento in una palazzina di 4 appartamenti. Il muro esterno di contenimento che delimita il confine fra il nostro terreno e quello di altri 2 proprietari sta cadendo. Per la demolizione e la ricostruzione vorremmo fruire della detrazione del 36 per cento. Poiché non si tratta di un condominio (non abbiamo il codice fiscale) chiedo se la comunicazione al Centro operativo di Pescara può essere una per ogni proprietario e le fatture una per ogni proprietario.
Le parti comuni agevolate con la detrazione del 36%, ai sensi dell’articolo 2, comma 15 della legge 203/2008 sono esclusivamente quelle elencate dall’articolo 1117, n. 1, del codice civile, poiché è solo ad esse che la norma istitutiva del beneficio (articolo 1, legge 449/1997) rinvia espressamente. Pertanto, anche il rifacimento del muro di confine deve ritenersi agevolato così come i lavori di recupero edilizio riguardanti le fondazioni, il tetto, le scale, il portone d’ingresso, il portico ed il cortile degli edifici. Nel caso proposto, ai fini della detrazione Irpef del 36% (articolo 2, comma 15, legge 203/2008), nell’ipotesi di lavori su parti comuni condominiali, è sufficiente che gli adempimenti siano eseguiti da uno dei comproprietari. In assenza di condominio, infatti, è sufficiente che uno dei 4 comproprietari provveda agli adempimenti in nome e per conto anche degli altri (unica comunicazione a Pescara). A tal proposito, infatti, nell’ipotesi in cui le spese siano state sostenute, per il medesimo intervento, da più soggetti, con la risoluzione n. 167/E/2007 è stato ribadito che è sufficiente che uno solo di essi provveda alla trasmissione del modello di comunicazione al Centro operativo di Pescara, mentre gli altri contribuenti interessati sono tenuti unicamente ad indicare in dichiarazione il codice fiscale del soggetto che ha inviato tale documentazione (si veda anche la risoluzione n. 184/E/2002). In assenza di tabelle millesimali, tra l'altro, la ripartizione del beneficio avviene sulla base di un preventivo accordo scritto tra i comproprietari da allegare alla comunicazione preventiva da inviare al Centro operativo di Pescara. Fatture e bonifici possono essere separati ovvero anche unici. Tuttavia, nelle fatture occorre inserire la percentuale delle spese per i 4 condomini e nei bonifici ci deve essere il codice fiscale di tutti i comproprietari.
Un artigiano, con codice attività 452010, può fruire della legge Tremonti-ter? Se sì, bisogna presentare una specifica istanza per essere autorizzati a fruire della detassazione del 50% Irpef/Ires? E quale sarà il relativo codice tributo?
L’articolo 5 del Dl 1° luglio 2009, n. 78, consente di escludere dall’imposizione sul reddito d’impresa un importo pari al 50% del valore degli investimenti in nuovi macchinari e in nuove apparecchiature compresi nella divisione 28 della tabella Ateco 2007, fatti a decorrere dal 1° luglio 2009 e fino al 30 giugno 2010. La nuova Tremonti consiste in una detassazione dal reddito di impresa e opera in modo analogo alle agevolazioni Tremonti-bis e Tremonti. Essa si applica a tutti i soggetti residenti nel territorio dello stato, in relazione alle attività produttive di redditi d’impresa, indipendentemente dalla natura giuridica, dalla dimensione e dal settore produttivo di appartenenza degli stessi. L’articolo 5 del decreto non subordina l’applicazione dell’agevolazione in esame all’adozione di particolari regimi d’imposta o contabili da parte dei soggetti interessati. L’agevolazione compete, quindi, anche se, per regime naturale o per opzione, i beneficiari determinano il reddito d’impresa con criteri forfettari o applicano regimi d’imposta sostitutivi, o adottano regimi contabili semplificati. I soggetti che adottano regimi caratterizzati dalla semplificazione degli obblighi contabili, qualora intendano avvalersi della Tremonti-ter, hanno l’onere di documentare i costi sostenuti per gli investimenti agevolabili. Dunque, non vi è da presentare alcuna domanda.
Siamo un' azienda di costruzione edilizia privata. Un nostro cliente ha comprato un appartamento in fase di costruzione, senza il box. Il compromesso non è stato registrato perché senza caparra, solo con acconti prezzo soggetti a Iva. A distanza di 6 mesi, il cliente compra un box e mi chiede se può utilizzare l'agevolazione fiscale del 36 per cento. Posso registrare solo il preliminare del box e fargli fare i relativi bonifici? La procedura è corretta?
La risposta è affermativa. È irrilevante che il box venga acquistato contestualmente o anche successivamente all’appartamento, o che il preliminare per il box venga fatto separatamente rispetto a quello dell’abitazione cui accede. L’importante è che il preliminare del box venga registrato, e che gli acconti relativi al box vengano versati dopo la registrazione del preliminare. La detrazione Irpef del 36% (articolo 2, comma 15, legge 203/2008) spetta anche all’acquirente di box pertinenziale a un’abitazione, purché di nuova realizzazione e limitatamente ai costi sostenuti dall’impresa cedente per la costruzione dello stesso (da assumere nel limite massimo di 48mila euro), così come risultanti da apposita attestazione da questa rilasciata. In tal ambito, con la circolare 121/E dell'11 maggio 1998, l'amministrazione finanziaria ha chiaramente affermato che l’agevolazione compete anche al promissario acquirente dell'immobile pertinenziale, alle condizioni però che sia stato regolarmente stipulato un compromesso di vendita dell'unità immobiliare, che per questo compromesso sia stata effettua la registrazione presso l'ufficio competente e che gli estremi della registrazione siano indicati nel modulo di comunicazione da presentare al Centro operativo di Pescara. Con la risoluzione 38/E dell’8 febbraio 2008, l’agenzia delle Entrate ha chiarito che, in assenza di un contratto preliminare di vendita regolarmente registrato, da cui risulti la destinazione funzionale del box a servizio dell’immobile, l’acquisto dell’autorimessa, anche contestuale all’abitazione in costruzione, non può beneficiare della detrazione del 36% ai sensi dell’articolo 2, comma 15, legge 203/2008, con riferimento alle spese per la sua realizzazione. In sostanza, tutti gli acconti relativi all’acquisto del box pertinenziale, da pagare con bonifico bancario o postale, devono avvenire solo dopo la registrazione del preliminare, pena l’inapplicabilità dei benefici fiscali per tali somme, anche se il rogito avviene nello stesso anno in cui è stipulato il preliminare.
Nell' ambito di una manutenzione straordinaria in un appartamento, i materiali acquistati direttamente dal committente, e solo posati da un'impresa esecutrice, rientrano nelle spese su cui ottenere la detrazione del 36per cento?
La risposta è affermativa. Anche le spese per l’acquisto dei materiali, separatamente dalla manodopera, rientrano tra le voci detraibili ai fini dell'agevolazione del 36 per cento. Con riferimento alla detrazione Irpef del 36% per il recupero edilizio delle abitazioni (articolo 2, comma 15 legge 203/2008), è stato chiarito che la stessa può essere fruita anche nell’ipotesi in cui i lavori siano eseguiti “in economia”, ossia direttamente dal soggetto proprietario o detentore dell’abitazione, seppur limitatamente alle spese d’acquisto dei materiali impiegati (non essendoci, in tal caso, anche costi sostenuti per la manodopera: circolare 121/E/1998). Nel caso di specie, pertanto, non è necessario che il venditore dei materiali fornisca anche la manodopera. Le spese sostenute per la manodopera possono fruire autonomamente della detrazione del 36 per cento. Ovviamente, prima dell’inizio dei lavori, occorre inviare la prescritta comunicazione al centro operativo di Pescara, mentre le spese, sia per i materiali che per la manodopera, devono essere pagate con bonifico bancario o postale (circolare 95/E del 2000).
Un complesso immobiliare è stato ristrutturato. I lavori sono iniziati nel febbraio 2006 e sono terminati nel febbraio 2009. L'atto notarile di compravendita sarà a breve. L'acquirente ha diritto alla detrazione Irpef del 36 % sulle case ristrutturate?
La risposta è negativa. Anche se non esiste un ufficiale orientamento ministeriale, la risposta, anche tenuto conto dell’interpretazione restrittiva dell’agenzia delle Entrate in materia di detrazione del 36% è negativa. In particolare, nel caso di specie, si ritiene non applicarsi, la detrazione del 36% (nei limiti del 25% del corrispettivo contrattuale, sino a un massimo di 48mila euro, articolo 2, comma 15, della legge 22 dicembre 2008, n. 203 prorogata sino al 30 giugno 2013 dal disegno di legge finanziaria in via di approvazione). Le attuali condizioni legate all’agevolazione impongono, infatti, non solo che il rogito avvenga entro il 30 giugno 2013, ma anche che i lavori di recupero integrale del fabbricato siano «eseguiti dal 1° gennaio 2008 al 31 dicembre 2012». Quest’ultima prescrizione normativa sembra escludere dal beneficio fiscale l’acquisto di unità abitative i cui interventi di recupero siano stati avviati precedentemente al 1° gennaio 2008, come accade nella fattispecie proposta (lavori iniziati nel febbraio 2006). Pertanto, la detrazione non sembra potersi applicare per l’acquisto dell’abitazione, nel caso in esame, anche se il rogito si stipulerà nel dicembre 2009, poiché i lavori di ristrutturazione dell'intero immobile sono stati avviati prima del 1° gennaio 2008.
Per la realizzazione di un'opera pubblica, suddivisa in più categorie specialistiche (opere edili, impianti tecncologici) è costituita un'Ati, nel cui atto costitutivo è precisato che le opere edili verranno eseguite interamente da uno degli associati – la capogruppo –, mentre gli impianti verranno eseguiti per il 50% da entrambi gli associati. L'ente pubblico committente richiede che la fatturazione dei vari stati di avanzamento avvenga interamente da parte della capogruppo, mentre l'altro associato fatturerà la propria quota alla capogruppo anziché direttamente al committente. È corretta questa procedura? In effetti, la fatturazione in capo alla mandataria è sicuramente corretta in caso di Ati orizzontale (ossia in caso di indivisbilità dell'opera) mentre nel caso in questione le opere sono divisibili ma in alcuni casi eseguite congiuntamente.
La risposta è negativa. È, infatti, unanime che la fatturazione nei confronti della stazione appaltante, in caso di Ati, deve avvenire «pro-quota» da parte delle imprese associate. E ciò sulla base della evidente considerazione che la partecipazione in Ati al contratto non determina la costituzione di un soggetto nuovo che si sostituisce alle singole imprese raggruppate (Corte dei conti, sezione controllo Stato, 66/91).Ad analoghe conclusioni, è pervenuto peraltro anche il ministero delle Finanze che, con diverse risoluzioni succedutesi negli anni, ha segnalato l’obbligo di fatturazione diretta alla stazione appaltante da parte delle singole imprese costituenti l’Ati, relativamente alla propria quota di lavoro eseguito.Pertanto, correttamente, ogni liquidazione deve essere corredata con le fatture delle Imprese – intestate alla stazione appaltante – che hanno contribuito alla contabilizzazione del relativo importo (risoluzione ministero delle Finanze 530742/92).Ciò non di meno, il pagamento della fattura o dello stato avanzamento lavori (Sal), nella loro interezza, andrà effettuato esclusivamente a mani della impresa capogruppo, risultando illegittima ogni diversa modalità operativa (ad esempio, pagamento pro-quota alle singole mandanti).Come sostenuto dal supremo giudice contabile già nel 1990, l’avvenuto conferimento in capo al mandatario di rappresentanza esclusiva nei confronti del soggetto appaltante fino all’estinzione del rapporto, ha quale conseguenza logica, ancor prima che giuridica, che il pagamento di ciascun Sal debba necessariamente avvenire a mani della capogruppo (deliberazione Corte dei conti, sezione controllo Stato, n. 32/90). D’altro canto, è stato altresì osservato che neppure può ipotizzarsi una fatturazione da parte della sola capogruppo, in quanto ciò potrebbe integrare gli estremi di un negozio simulato o in frode alla legge (si veda deliberazione citata).
Un contribuente trimestrale effettua una vendita nel corso del terzo trimestre, ma emette la fattura nel quarto trimestre. In quali sanzioni incorre, oltre all'Iva a debito?
La sanzione applicabile alla tardiva fatturazione – secondo il parere espresso dall'amministrazione finanziaria – è la stessa prevista per l’omessa fatturazione: dal 100% al 200% dell’imposta (circolare 25 gennaio 1999, n. 23/E).Se dalla tardiva fatturazione è scaturito anche un omesso o carente versamento periodico dell’imposta, è applicabile pure la sanzione amministrativa pari al 30% di ogni importo non versato (articolo 13, comma 1, del Dlgs 471 del 1997). In entrambi i casi è possibile definire la sanzione (ravvedimento operoso) in misura ridotta a un decimo del minimo (equivalente al 3%) se la violazione è stata commessa fino al 31 gennaio 2011 (articolo 13, comma 1, lettera b, del Dlgs 18 dicembre 1997, n. 472, come da ultimo modificato dall’articolo 1, comma 20, lettera a, della legge 13 dicembre 2010, n. 220).Per le violazioni commesse dal 1º febbraio 2011, la sanzione è ridotta a un ottavo del 30% (3,75%).
Un professionista riceve un fondo spese comprensivo anche di una parte relativa ai compensi professionali. In quale periodo d’imposta devono essere dichiarate ai fini delle imposte sui redditi le somme così percepite?
Il fondo spese non assume per sessanta giorni, alle condizioni indicate qui di seguito, natura di compenso. Se il professionista esercita l’attività di commercialista, avvocato o notaio i compensi possono essere fatturati entro sessanta giorni rispetto al momento in cui è costituito il fondo spese. Ne consegue che i compensi devono essere dichiarati, anche ai fini delle imposte sui redditi, nell’esercizio in cui si procede alla fatturazione degli stessi. A tal proposito deve essere ricordato come la possibilità di procedere alla fatturazione entro il predetto termine sia subordinata al verificarsi di alcune condizioni previste tassativamente dal Dm 31 ottobre 1974. In particolare:• il professionista deve esercitare l’attività di commercialista, avvocato o notaio;• il fondo ricevuto deve essere misto (indistinto), cioè comprensivo sia di compensi, che di spese;• deve essere annotato in un apposito registro delle somme in deposito;• in alternativa al registro delle somme in deposito i professionisti in contabilità ordinaria, che utilizzano il registro dei movimenti finanziari, approvato con decreto del 15 settembre 1990, possono registrare l’importo ricevuto nella colonna movimenti c/terzi del predetto libro contabile.Si osservi, altresì, come il citato decreto ministeriale del 1974 contenga disposizioni facenti chiaramente riferimento agli adempimenti in materia di Iva (la fatturazione). Deve tuttavia ritenersi che, pur mancando un’analoga disposizione ai fini delle imposte sui redditi, le indicazioni contenute in tale provvedimento trovino di fatto applicazione anche a tali fini. Pertanto, se il fondo viene corrisposto il 20 dicembre del 2010 la fattura potrà essere emessa entro sessanta giorni, quindi anche nel periodo d’imposta 2011. In questo caso i compensi concorreranno alla formazione del reddito professionale sempre nel 2011.
Nel caso in cui un commerciante al dettaglio provveda all'emissione di fatturazione differita senza che — all'atto della cessione dei beni — sia emesso Ddt o scontrino fiscale parlante (emettendo quindi un qualsiasi scontrino fiscale privo delle integrazioni che lo rendano idoneo alla procedura di fatturazione differita), quali sono le sanzioni applicabili?
Nel caso specifico, si ritiene che il comportamento adottato non possa essere oggetto di nessuna sanzione, anche in considerazione del fatto che la cessione è stata certificata tramite scontrino fiscale, al momento della cessione del bene.In astratto, se è emessa una fattura differita senza documento di supporto — Ddt (documento di trasporto) o scontrino parlante — potrebbe essere contestata la tardiva emissione del documento "fattura".Tuttavia, se l'imposta relativa è stata annotata nel periodo di competenza (mese o trimestre), la tardiva emissione di fattura rappresenta una violazione "meramente formale", per la quale non può essere irrogata alcuna sanzione, tratandosi di un comportamento che non incide sulle imposte dovute e che non ostacola l'attività di controllo (articolo 6, comma 6 bis, del Dlgs 472/97).A conferma della interpretazione proposta, si ricorda che la stessa Amministrazione finanziaria ha chiarito che rappresenta una violazione "formale" quella relativa all'emissione o alla registrazione di una fattura annotata "con un ritardo talmente esiguo da consentire ugualmente la computazione della relativa imposta nella liquidazione periodica di competenza" (circolare 180/E del 10 luglio 1998). Tale principio, espresso quando era consentita la regolarizzazione delle violazioni formali "a costo zero" entro tre mesi (articolo 13, comma 4, del Dlgs 472/97 in vigore sino al 19 marzo 2001), vale a maggior ragione oggi dopo l'introduzione del concetto di violazione "meramente formale".
Un'impresa consegna ai clienti, periodicamente, con documento di trasporto merce per importi inferiori a 5mila euro pagati in contanti subito o ratealmente.Come consentito dalla normativa fiscale tali cessioni non sono fatturate immediatamente, ma con fattura differita riepilogativa di importo superiore a 5mila euro. Alla luce del Dl 78/2010 è ammissibile tale prassi? In sostanza, cosa si intende per valore oggetto di trasferimento?
Preliminarmente deve essere precisato che il sistema di fatturazione differita, disciplinato dall’articolo 21, comma 4 del Dpr 633/1972, è ammesso a condizione che il contribuente non percepisca acconti. A tal proposito l’amministrazione finanziaria ha fornito alcuni chiarimenti con la circolare ministeriale 9 agosto 1975 n. 27/501706. Il documento citato ha precisato «innanzitutto che nel sopra accennato sistema di fatturazione differita il pagamento, totale o parziale effettuato contestualmente o successivamente all’emissione della bolletta di consegna o del documento di trasporto non fa venir meno la facoltà di emettere la fattura entro il mese successivo» (in base alla disposizione attuale entro il 15 del mese successivo). Invece, se anteriormente all’emissione dei suddetti documenti ha luogo il pagamento, totale o parziale, del corrispettivo, il cedente deve emettere la fattura entro lo stesso giorno del pagamento. Il lettore, poi, si preoccupa che il pagamento “frazionato” di importi singolarmente inferiori a 5mila euro, ma complessivamente superiori a tale limite, possa configurare una violazione del divieto di cui all’articolo 49, comma 1 del Dlgs 231/2007 (normativa antiriciclaggio). A tal proposito deve essere rilevato come la disposizione citata non possa considerarsi violata qualora i pagamenti siano relativi a distinte ed autonome operazioni, ovvero siano relativi alla medesima operazione, quando il frazionamento è connaturato all’operazione stessa (a esempio per i contratti di somministrazione), oppure quando è la conseguenza di un preventivo accordo tra le parti (a esempio pagamento rateale). Pertanto, ove il venditore e l’acquirente si siano preventivamente accordati circa tali modalità di pagamento, nessuna violazione viene commessa. In ogni caso rientra nel potere discrezionale dell’amministrazione valutare caso per caso se il frazionamento sia stato invece realizzato con lo specifico scopo di eludere il divieto imposto dalla disposizione. Pertanto, è opportuno che si proceda alla conservazione della traccia relativa all’avvenuto accordo di pagamento rateale.
Ho iniziato l'attività di libero professionista il 1°gennaio 2008 accedendo al regime dei minimi. Vorrei sapere se dal 1°gennaio 2012 potrò accedere al nuovo regime dei minimi considerando che ho compiuto i 35 anni nel mese di giugno 2011.
Limite di cinque anni, nel regime dei minimi, dall'ingresso nel 2008. Chi ha iniziato una nuova attività nel 2008, entrando nel regime dei minimi, ha diritto ad applicare tale regime per almeno un quinquennio, e quindi fino al 2012, compreso il contribuente che potrà applicare detto regime anche se ha compiuto 35 anni nel 2011.
Una persona fisica, con 46 anni di età, l'8 novembre 2007 ha iniziato un'attività di lavoro autonomo con attribuzione di partita Iva. Nel 2008, avendone i requisiti, è entrata nel regime dei minimi ex articolo 1, commi da 96 a 117, della legge 244/2007. A seguito delle modifiche apportate dall'articolo 27 del Dl 6 luglio 2011, n. 98, quale regime dovrà adottare nel 2012.
Attività iniziata nel 2007: si accede agli ex minimi. Tenuto conto che il soggetto in questione ha iniziato l'attività nel 2007, è escluso che possa applicare il nuovo regime dei minimi in vigore dal 2012. Possedendo i requisiti previsti per il vecchio regime (articolo 1, commi da 96 a 117 della legge 244/2007) sempre dal 2012 il contribuente può entrare nel regime dei contribuenti ex minimi, cioè il regime che presenta agevolazioni contabili, ma determinazione ordinaria del reddito e dell'imposta dovuta (articolo 27, Dl 98/2011).
Sono un imprenditore agricolo professionale. Sono iscritto all'Inps ed ho una partita iva. Ho una iscrizione all'albo degli Agriturismi. L' idea è quella di realizzare un Agriturismo e quindi ristrutturare una fatiscente costruzione vicino casa all'interno del terreno agricolo su cui insiste la mia attività agricola. La ristrutturazione viene data in appalto ad una ditta di costruzione che ha il compito di realizzare un immobile per i seguenti usi: - Per rimessaggio Agricolo, Trattore e attrezzature varie, - Per Deposito per prodotti coltivati, olio, vino, ecc. - Diversificare parte del volume destinandolo ad Agriturismo. L'agronomo mio consulente parla di aliquota agevolata al 4%. L'agronomo della CNA che segue la pratica parla di aliquota agevolata al 10%. Vorrei conoscere quale aliquota iva agevolata considerare e quale è la normativa vigente al momento.
Costruzioni rurali aliquote iva normali o agevolate. La suprema Corte di Cassazione sez I del 12.3.1996 n.2026 ha definitivamente sancito che per le costruzioni rurali non sono concesse agevolazioni Iva e che le stesse sono limitate agli immobili appartenenti al catasto edilizio urbano. Ciò in altri termini significa che non esistono aliquote specifiche per il settore agricolo e che si deve fare riferimento alla normali aliquote per i fabbricati civili. L'aliquota del 4% di cui parla l'agronomo è riferibile solo all'acquisto di abitazione nell'ambito della normativa sulla 1 casa e non è sicuramente il suo caso. La sua associazione parla dell'aliquota del 10% che è applicabile per contratti aventi per oggetto prestazioni di recupero del patrimonio edilizio di cui all'art 31 comma 1 lett a) b) c) e d) della Legge 5.8.1978 n.457 su fabbricati a prevalente destinazione abitativa (art.2 comma 15 della Legge 22.12.2008 n.203). Se la suddetta prevalenza non è dimostrata o se l'unità destinata alla parte non abitativa è autonoma si applica l'aliquota ordinaria del 20%. Fonte normativa art.2 comma 15 della Legge 22.12.2008 n.203
Un cittadino in possesso di altri requisiti per accedere al regime dei minimi, con 40 anni, se inizia l'attività nel 2011, avrà sempre per i primi cinque anni il nuovo regime con il 5% della tassazione dal 2012 E se inizia l'attività nel 2012 o nel 2013, avrà sempre cinque anni del nuovo regime o, vista l'età, non può accedervi.
L'età non è un requisito per l'ingresso al regime dei minimi. Anche la persona fisica di età superiore a 35 anni, che inizierà l'attività nei prossimi anni, se in possesso dei requisiti di cui all'articolo 27, del decreto legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, potrà applicare il nuovo regime dei minimi per l'anno di inizio attività e per i quattro successivi. Potranno infatti fruire del nuovo regime le persone fisiche e, in particolare, come precisa la norma, i giovani o coloro che perdono il lavoro, e potranno applicarlo, per l'anno in cui l'attività è iniziata e per i quattro successivi. Sono interessate esclusivamente le persone fisiche: a) che intraprendono un'attività d'impresa, arte o professione; b) che l'hanno intrapresa dopo il 31 dicembre 2007. Il nuovo regime in vigore dal 2012 sarà super  scontato, con l'imposta sostitutiva che si ridurrà al 5 per cento. È inoltre disposto che il nuovo regime sia applicabile a certe condizioni, quali, ad esempio, quella di non avere esercitato, nei tre anni precedenti l'inizio, attività artistica, professionale o d'impresa, anche in forma associata o familiare. L'attività da esercitare non deve comunque costituire, in alcun modo, la semplice prosecuzione di altra attività precedentemente svolta sotto forma di lavoro dipendente o autonomo, escluso il caso in cui l'attività precedentemente svolta consista nel periodo di pratica obbligatoria ai fini dell'esercizio di arti o professioni. Un'altra condizione riguarda il caso di prosecuzione di un'attività d'impresa svolta in precedenza da altro soggetto; in questo caso, l'ammontare dei ricavi realizzati nell'anno precedente non deve essere superiore a 30mila euro (articolo 27, comma 2, decreto legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito dalla legge 15 luglio 2011, n. 111).
Un professionista di 40 anni ha iniziato l'attività nel 2009, e ha optato per il regime dei contribuenti minimi. Per quanto tempo potrà fruire dell'agevolazione del 5 per cento Fino al 2013 (2009, 2010, 2011, 2012, 2013) oppure, avendo compiuto 35 anni, dovrà applicare il regime ordinario?
Quinquennio del regime dei minimi aperto anche agli over 35. Il contribuente in questione potrà utilizzare il regime dei minimi fino al 2013, poiché il quinquennio di utilizzo è un diritto per il quale è indifferente il fatto che l'età anagrafica abbia già superato i 35 anni (articolo 27, decreto legge 98/2011)
Un dipendente, nato il 29 settembre 1978 e iscritto dal giugno 2008 al regime dei contribuenti minimi (ex articolo 1, commi da 96 a 117, legge 244/2007), per attività di consulenza software, potrà ancora rimanere in tale regime pur essendo dipendente o dovrà passare al nuovo regime semplificato residuale, previsto dal Dl 98/2011 Il soggetto non ha svolto in precedenza attività né d'impresa né di lavoro autonomo.
Per il dipendente decisiva l'attività svolta da minimo. Preliminarmente, è necessario verificare se l'attività esercitata in forma autonoma coincida con quella svolta nella qualità di lavoratore dipendente. In questo caso, qualora il riscontro fornisca un esito positivo, il lettore dovrà uscire, con effetto dal 1° gennaio 2012, dal regime dei minimi per entrare, se lo ritiene sufficientemente vantaggioso, in quello degli ex minimi. Infatti, in questo caso i benefici fiscali sono notevolmente ridimensionati rispetto alla situazione precedente. Invece, qualora la tipologia di attività sia diversa, come è presumibile (altrimenti si porrebbe un problema di concorrenza con il datore di lavoro), il contribuente potrà beneficiare, qualora sia in possesso di tutti i requisiti di legge, del nuovo regime dei minimi anche per gli anni 2012 e 2013. L'anno in cui viene raggiunto il trentacinquesimo anno di età è il 2013; quindi, a partire dal 1° gennaio 2014, il contribuente dovrà cambiare regime e potrà applicare, nel caso in cui lo ritenga comunque favorevole, il regime degli ex minimi.
Ho aperto la partita Iva con il regime dei minimi (ex articolo 1, commi da 96 a 117, della legge 244/2007) nell'agosto 2008. Con la nuova manovra, i cinque anni al 5% decorrono dal 1° gennaio 2012, oppure dal momento in cui ho aperto la partita Iva.
Regime dei minimi Cinque anni dall'apertura della partita iva. Il periodo minimo di permanenza, pari a cinque anni, decorre dal momento di apertura della partita Iva. In sostanza, nel caso del lettore, sarà possibile beneficiare del regime dei minimi fino al 31 dicembre del 2012. Successivamente sarà possibile continuare a beneficiare del regime dei minimi, quindi anche per il 2013 e per gli anni successivi fino al raggiungimento del 35° anno di età, se il contribuente continuerà a essere in possesso dei requisiti stabiliti sia dall'articolo 1, commi da 96 a 99 della legge 244/2007, sia dal Dl 98/2011 (articolo 27).Superato il trentacinquesimo anno di età, egli sarà costretto ad uscire dal regime dei minimi a partire dal periodo d'imposta successivo. Se, invece, il lettore ha più di 35 anni, potrà rimanere nel nuovo regime solo per il 2012.
Una persona fisica che ha già compiuto 35 anni e che vuole intraprendere una piccola attività artigiana, può accedere al nuovo regime dei minimi Se sì, deve aprire la partita Iva entro il 31 dicembre 2011 In alternativa vi sono altre forme agevolate per chi non ha mai svolto un'attività e, come nel caso specifico, risulta disoccupato.
Chi inizia un'attività entra nel nuovo regime dei minimi. Il nuovo regime dei minimi, che entrerà in vigore dal 2012, di cui all'articolo 27 del decreto legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, potrà essere applicato dalle persone fisiche ed, in particolare, come precisa la norma, dai giovani o da coloro che perdono il lavoro. Essi potranno applicarlo per l'anno in cui l'attività è iniziata e per i quattro successivi. Sono interessate esclusivamente le persone fisiche: a) che intraprendono un'attività d'impresa, arte o professione; b) che l'hanno intrapresa dopo il 31 dicembre 2007. Il nuovo regime dei minimi è applicabile anche oltre il quarto periodo di imposta successivo a quello di inizio dell'attività, ma non oltre il periodo di imposta di compimento del trentacinquesimo anno di età.Il lettore, che ha un'età superiore a 35 anni, potrà accedere al nuovo regime a partire dall'anno in cui inizia l'attività. Se inizierà l'attività nell'anno 2011, potrà applicare il regime dei minimi, di cui all'articolo 1, commi da 96 a 117, della legge 244/2007, con il forfait del 20% sul reddito dichiarato. Dal 2012, se in possesso dei requisiti, potrà passare nel nuovo regime dei minimi, che, in luogo del forfait del 20 per cento, prevede un'imposta forfetaria del 5% sul reddito dichiarato.
Sono in corso di esecuzione lavori di ristrutturazione della prima casa di mio padre con pagamento, da parte mia e di mia moglie, dei costi che verranno sostenuti. Le fatture possono essere intestate a noi con Iva al 4 per cento. Possiamo inoltre richiedere le agevolazioni fiscali del 36% e del 55%, visto che sosterremmo noi tutte le spese.
Nella casa del padre 36% e 55% a familiari conviventi La detrazione del 36% (articolo 2, comma 10 della legge 191/2009) e quella del 55% (articolo 1, comma 48, della legge 13 dicembre 2010, n. 220) competono, oltre al proprietario, anche ai familiari conviventi (anche figlio e nuora), ma sempre a condizione che sussista un rapporto di convivenza (residenza in comune) da prima dell'inizio dei lavori, e che gli stessi paghino direttamente le spese (fatture a loro intestate e bonifici da loro eseguiti). La residenza (anagrafica) non deve essere necessariamente nella casa oggetto dell'intervento, ma anche in una casa diversa. L'intervento di ristrutturazione è soggetto all'Iva del 10% e mai a quella del 4%, limitata agli appalti per la costruzione della prima casa o all'acquisto della prima casa (n.127-quaterdecies,tabella A, parte III, Dpr 633/72).
Volevo sapere se i termini di presentazione all' Enea per il risparmio del 55% nell'anno 2008 erano sempre costituiti dai 90 giorni dalla fine lavori, oppure se si poteva presentare la documentazione entro il 31 dicembre 2008, a prescindere dalla data di ultimazione dei lavori, sempre nel 2008.
Per il 55% comunicazione fine lavori entro 90 giorni Per fruire della detrazione del 55% (articolo 1, comma 48, della legge 220 del 13 dicembre 2010), i contribuenti devono inviare all'Enea, entro 90 giorni dalla fine dei lavori, l'attestato di certificazione energetica o quello di qualificazione energetica (ove richiesto) e la scheda informativa (non deve essere, invece, inviato il documento di asseverazione) tramite il sito internet www.acs.enea.it, operativo dal 30 aprile 2008, con rilascio della ricevuta informatica (articolo 4, comma 1-bis, lettera b, Dm 19 febbraio 2007). Pertanto, per gli interventi eseguiti e ultimati nel 2008 la comunicazione doveva essere inviata entro i successivi 90 giorni successivi all'ultimazione.
Ho installato una stufa a biomassa con i parametri richiesti per la fruizione della detrazione del 55%, e ora vorrei installare delle pompe di calore con analoghe caratteristiche richieste dal fisco per la detrazione. L'asseverazione prevista è unica per tutti e due i sistemi oppure no, visto che il costo sicuramente raddoppierebbe o quasi? E, se effettuo queste operazioni entro il 2011, posso beneficiarne in toto, comprendendo anche la fattura dell'asseveratore.
Due interventi contestuali con doppia asseverazione La detrazione del 55% (articolo 1, comma 48, della legge 13 dicembre 2010, n.220), si rende applicabile anche per l'installazione della caldaia a biomassa (si veda «Faq Enea - Domande più frequenti», disponibili sul sito internet www.enea.it e, in particolare, la domanda n. 42). Se con il medesimo intervento si provvede anche alla sostituzione dell' impianto di climatizzazione invernale preesistente, integrale o parziale, con impianti dotati di pompe di calore ad alta efficienza, gli stessi devono rispettare i requisiti individuati nell'articolo 9, commi 2-bis e 2-ter del decreto 19 febbraio 2007 e nel relativo allegato H. In tal caso, la detrazione spetta separatamente. Per ciascuno dei due interventi, anche se effettuati contestualmente, si ritiene sia necessaria una specifica asseverazione, a meno che non si tratti di intervento di riqualificazione globale dell'intero edificio, per il quale l'asseverazione può essere unica. Anche le spese per il rilascio dell'asseverazione risultano detraibili. La detrazione si applica con riferimento a tutte le spese sostenute entro il prossimo 31 dicembre 2011, data di scadenza della agevolazione (salvo proroga, si veda la guida al risparmio energetico ed al 55% pubblicata su www.commercialistatelematico.net area Utility Guida al contribuente).
L'agevolazione per investimenti ambientali, di cui ai commi 6 - 13 della legge 388/2000, consente la detassazione del costo sostenuto da una Spa per la realizzazione di un impianto fotovoltaico di potenza inferiore ai 200 Kwp? Se sì, qual è l'anno in cui si può fruire dell'agevolazione? È cumulabile il contributo del Gse con la detassazione di cui alla legge 388/2000.
Impianti fotovoltaici come investimenti ambientali L'articolo 6, commi 13-19, della legge 388/2000 consente la detassazione della quota di reddito destinata agli investimenti ambientali da parte delle imprese qualificabili come Pmi e che siano in contabilità ordinaria. Data la definizione di investimento ambientale, inteso come costi di acquisto delle immobilizzazioni materiali, di cui all'articolo 2424, primo comma, lettera B, n. II, del Codice civile, necessarie per prevenire, ridurre e riparare danni causati all'ambiente dall'attività di impresa, anche gli impianti fotovoltaici rientrerebbero in tale definizione. In ogni caso, è detassabile solo la quota di reddito pari all'eccedenza degli investimenti ambientali effettuati nel periodo d'imposta rispetto alla media degli stessi investimenti realizzati nei due periodi d'imposta precedenti.
Siamo una società immobiliare la cui attività consiste nel dare in locazione capannoni. In uno di questi dobbiamo eliminare il tetto in eternit e sostituirlo con un prodotto a norma, provvedendo anche all'intera copertura a pannelli fotovoltaici. Quali agevolazioni possiamo ottenere?
Non c'è detrazione sul fotovoltaico. L'impianto fotovoltaico, diretto alla produzione di energia elettrica, non rientra tra gli interventi ammessi alla detrazione del 55% (articolo 1, comma 48, della legge 13 dicembre 2010, n. 220). Infatti, per i pannelli fotovoltaici si applicano le agevolazioni per il conto energia. L'amministrazione finanziaria (risoluzione 207/E del 20 maggio 2008) precisa che le due agevolazioni (55% e conto energia) hanno finalità diverse, in quanto l'agevolazione della tariffa incentivante, prevista per l'installazione dei pannelli fotovoltaici, costituisce una misura a sostegno della produzione di energia elettrica da fonte solare, mentre la detrazione del 55%, operante per la riqualificazione energetica degli edifici, è finalizzata alla riduzione dei consumi. Inoltre, l'amministrazione finanziaria ribadisce che tali agevolazioni non sono fra loro cumulabili, e chiarisce che le spese sostenute per la realizzazione dei pannelli fotovoltaici, finalizzati alla produzione di energia elettrica, non possono essere agevolate con la detrazione del 55%, relativa, invece, agli interventi di risparmio energetico. In ogni caso, il 55% non si renderebbe applicabile anche perché si tratta poi di fabbricati concessi in locazione e non utilizzati direttamente (risoluzione 340/E del 1° agosto 2008). Non si rende nemmeno applicabile la detrazione del 36% (all'articolo 2, comma 10 della legge 191/2009) per sostituire il tetto in eternit, in quanto non si tratta di edificio a destinazione residenziale, ma di un capannone.
Può godere dell'agevolazione fiscale del 55 % un intervento di rifacimento della copertura dei tetti di due differenti capannoni (costruiti e uniti tra loro in epoche diverse) che preveda la coibentazione per il raggiungimento dei valori necessari per lo sgravio fiscale solo su uno dei due tetti? Comunque, il tetto non interessato dallo sgravio sarà realizzato con coibentazione, come previsto dal Dlgs 311.
Il risparmio energetico è sull'intero edificio. Trattandosi di due capannoni attualmente uniti, il raggiungimento dei valori di trasmittanza termica deve essere valutato sull'intero edificio. La detrazione del 55% (articolo 1, comma 48, legge 220/2010), si rende applicabile anche per il rifacimento del tetto dell'edificio (struttura opaca orizzontale). In particolare, la detrazione in questo caso è subordinata al conseguimento, al termine dell'intervento di una riduzione della trasmittanza termica utile U delle strutture componenti l'involucro edilizio, in base ai valori della trasmittanza termica U delle varie strutture/elementi sui quali si interviene, riportati nelle tabelle di cui all'allegato B del decreto 11 marzo 2008. Per tale categoria di interventi, il limite massimo di detrazione, con riferimento a ciascun comproprietario e unità immobiliare è pari a sessantamila euro; entro 90 giorni dall'ultimazione dei lavori, occorre inviare all'Enea la prescritta documentazione (asseverazione, certificazione energetica e scheda informativa sull'intervento, rilasciati dal tecnico abilitato, circolare 36/E del 2007). Ovviamente, la riduzione della trasmittanza termica se i due capannoni sono uniti deve essere valutata complessivamente.
Vorrei sapere se, a vostro parere, la ritardata od omessa trasmissione della comunicazione per lavori concernenti gli interventi di riqualificazione energetica che proseguono oltre il periodo d'imposta 2010 sia ravvedibile. È comunque confermato che, come indicato nella relativa guida alle agevolazioni fiscali per il risparmio energetico, pubblicata sul sito dell'agenzia delle Entrate, il ritardato invio o l'omessa trasmissione di detta comunicazione non comporta decadenza dal beneficio fiscale?
Lavori a cavallo per il 55%: ritardo senza decadenza La risposta è affermativa. Con il provvedimento del direttore dell'agenzia delle Entrate, protocollo 57639/2009 è stato approvato il modello di comunicazione, con le relative istruzioni e le modalità di trasmissione, da presentare all'amministrazione finanziaria, nel caso in cui il contribuente abbia sostenuto spese per interventi di riqualificazione energetica, agevolati con la detrazione del 55% (articolo 1, comma 48, della legge 13 dicembre 2010, n.220) e che si protraggono in più periodi d'imposta. Tale modello, da presentare entro 90 giorni dal termine del periodo d'imposta nel quale i lavori hanno avuto inizio, deve essere inviato all'agenzia delle Entrate, esclusivamente in via telematica (utilizzando il prodotto informatico disponibile gratuitamente sul sito dell'agenzia delle Entrate www.agenziaentrate.gov.it), direttamente dal contribuente, o tramite intermediari abilitati. A tal riguardo, con la circolare 21/E/2010, l'agenzia delle Entrate ha chiarito che il mancato, o tardivo, invio della comunicazione da trasmettere in caso di lavori pluriennali non comporta la decadenza dall'agevolazione, ferma restando l'applicazione della sanzione in misura fissa (da 258 a 2.065 euro), prevista dall'articolo 11, comma 1, del Dlgs 471/1997, per l'omesso o irregolare invio di ogni comunicazione prescritta dalle norme tributarie
La mamma, 86 anni, per due terzi, e i figli, per un terzo, sono proprietari di un capannone adibito a laboratorio artigianale accatastato in categoria D1, dato in affitto. La copertura in cemento amianto deve essere smaltita, e sostituita con copertura coibentata; sembra che l'intervento, sebbene sia classificabile come manutenzione straordinaria, non generi agevolazione del 36% ai fini Irpef. Se la nuova copertura soddisfacesse i requisiti di contenimento energetico, si può accedere alla agevolazione del 55% in tre anni (paga solo la mamma)? Sarà affidato a una impresa un incarico unico; l'agevolazione corrisponde alla sola nuova copertura, o a tutto l'intervento compreso di ponteggi, smaltimento amianto, ripristino gronde, eccetera? Fatta la comunicazione di inizio lavori al Comune, bisogna notificare all'Enea entro 90 giorni dalla fine dei lavori? Dove si possono trovare i parametri di riferimento per sapere se la nuova copertura soddisfa i requisiti di contenimento energetico?
Il 55% per la copertura del capannone Si conferma che la detrazione del 36% (articolo 2, comma 10 della legge 191/2009), prevista anche per gli interventi di bonifica dall'amianto, non si applica per i lavori eseguiti su edifici non residenziali, come nel caso di specie. Per contro, trattandosi di laboratorio artigianale (accatastato in D/1), si applica la detrazione del 55% (articolo 1, comma 48, della legge 13 dicembre 2010, n.220). In particolare, la detrazione è subordinata al conseguimento, al termine dell'intervento, di una riduzione della trasmittanza termica delle strutture componenti l'involucro edilizio, in base ai valori della trasmittanza termica U delle varie strutture/elementi sui quali si interviene, riportati nelle tabelle di cui all'allegato B del decreto 11 marzo 2008. Per tale categoria di interventi, il limite massimo di detrazione, con riferimento a ciascun comproprietario e unità immobiliare, è pari a 60mila euro. Entro 90 giorni dall'ultimazione dei lavori occorre inviare all'Enea la prescritta documentazione (asseverazione, certificazione energetica e scheda informativa sull'intervento, rilasciati dal tecnico abilitato, circolare 36/E del 2007).
Un soggetto privato titolare di azienda agrituristica, beneficia di aiuti comunitari a fondo perduto (tramite Gal - Gruppi azione locali) per ampliamento/ristrutturazione locali nei limiti del 50% dell'investimento. Può beneficiare, limitatamente al 50% di spesa a proprio carico, della detrazione Irpef del 36%, visto che si tratta di ristrutturazione di immobili, seppure strumentali all'attività agrituristica? In sostanza, i due benefici (contributo comunitario e detrazione Irpef) sono cumulabili?
Possibile cumulo con gli aiuti tramite Gal. Il beneficio cui fa riferimento il lettore (erogato dal Gal) si configura certamente come aiuto di Stato, probabilmente notificato alla Ue mediante apposita procedura o attribuito sulla base di un cosiddetto regolamento generale di esenzione. Esso è difficilmente cumulabile con altri aiuti di Stato, ma può senza problemi essere cumulato con incentivi che non hanno questa richiamata qualifica. La detrazione del 36% delle spese sostenute - essendo misura di agevolazione tributaria di carattere generale e, dunque, non selettiva - può legittimamente sommarsi con gli aiuti del Gal.
La mancata compilazione del quadro RU circa il credito di imposta per incremento occupazionale può pregiudicare il riconoscimento del credito? Esistono già delle pronunzie di commissioni tributarie?
Incentivo alle assunzioni anche senza «indicazione». Quello a cui fa riferimento il lettore è, molto probabilmente, il bonus fiscale per le assunzioni disposto e disciplinato dall'articolo 63 della legge 289 del 27 dicembre 2002 (Finanziaria 2003) che, a sua volta, aveva esteso gli effetti dell'incentivo di cui all'articolo 7 della legge 388/2000. Né l'articolo 63 né il 7 citati prevedono, tra le cause di decadenza dall'incentivo, la mancata indicazione in dichiarazione. Nessun documento di prassi, inoltre, prevede simile fattispecie. Al momento, non si conoscono precedenti di giurisprudenza in materia.
Il socio di una società di persone, con quota di partecipazione pari al 10%, è deceduto il 10 giugno 2009. Gli eredi (marito e due figli maggiorenni) hanno presentato a maggio 2010 la denuncia di successione includendo anche il bilancio della società partecipata. A novembre 2010 gli altri soci hanno liquidato, in base allo statuto societario, il valore della sua quota agli eredi. Come deve essere tassata la quota liquidata in capo agli eredi?
La tassazione della quota liquidata agli eredi. Le modalità di tassazione della quota liquidata a favore degli eredi del socio defunto possono essere diverse in dipendenza del fatto che, tra la data di costituzione della società e la data del decesso, siano trascorsi più o meno di cinque anni, essendo peraltro irrilevante il momento in cui è stata acquisita la qualità di socio. Nel primo caso si può avere accesso alla tassazione separata, in applicazione dell'articolo 17, comma 1, lettera l) del Tuir, dovendosi assumere come biennio di riferimento per il calcolo dell'aliquota da applicare, quello precedente l'anno in cui è sorto il diritto per gli eredi, il che significa, nel caso in esame, che essendo il diritto sorto nel 2009  anno del decesso  il biennio di riferimento è il 2007  2008. Nel diverso caso in cui tra la data della costituzione e quella del decesso siano trascorsi meno di cinque anni, opera invece l'articolo 20-bis del Tuir, che prevede la tassazione della somma ricevuta dagli eredi in via ordinaria, essendo detta somma considerata reddito di partecipazione e, in definitiva, d'impresa, ed è ragionevole ritenere che la tassazione avvenga nell'anno in cui la somma è riscossa.
Una Srl del settore costruzioni edili, con due soci, capitale sociale 20mila euro, vuole sciogliersi. Ha in proprietà un solo bene merce, che è un terreno edificabile su cui non intende costruire, acquistato da un privato nel 1997 senza Iva con un valore iscritto a bilancio di 50mila euro (valore attuale di mercato 300mila euro). Oggi la società non ha attività costruttive in corso, non ha beni strumentali, non ha attrezzatura, non ha crediti o debiti, non ha utili da distribuire. Nel 2010 i soci hanno rivalutato, come persone fisiche, la loro quota sociale: ciascuno da 10mila a 150mila euro. Non riuscendo a vendere la società, e volendo chiuderla, si chiede qual è il regime fiscale, in capo alla società e in capo ai soci, in caso di assegnazione ai soci di quell'unico bene merce presente in bilancio.
Liquidazione di una società e assegnazione dei beni. Sotto il profilo procedurale si ritiene che, prima dell'assegnazione del terreno ai soci, sia opportuno deliberare la messa in liquidazione della società. Una volta che essa ha effetto, sarà possibile procedere all'assegnazione del terreno, che, stante la situazione prospettata, produrrà un rilevante effetto fiscale sui soci. Infatti, l'assegnazione del bene in natura produce dividendo  quindi reddito di capitale  per la parte del valore normale del bene assegnato che eccede il costo fiscalmente riconosciuto della partecipazione e, nel caso in esame, questo valore è quello non rivalutato. Infatti, più volte l'amministrazione finanziaria ha ribadito che il valore rivalutato della partecipazione può essere utilizzato solo quando si genera un reddito diverso di natura finanziaria  obiettivo che si può conseguire solo con la cessione della partecipazione  e non quando si genera un reddito di capitale.
Una Sas è costituita da tre soci: A accomandatario con quote pari al 45%, B accomandante al 45%, C accomandante al 10 per cento. Come risulta da uno stesso verbale notarile redatto nel giugno 2010, il socio C cede il 5% al socio A e il 5% al socio B, uscendo dalla compagine sociale. I soci A e B dichiarano di voler trasformare la Sas in Srl. La Srl ha come soci solo A e B entrambi al 50 per cento. Da chi dovrà essere dichiarato per trasparenza il reddito della Sas? Da tutti e tre i soci o solo dai soci A e B?
Sas chi acquista la quota dichiara per trasparenza. La questione segnalata è da tempo oggetto di due diverse posizioni. Da una parte l'agenzia delle Entrate, la quale ritiene (si vedano le istruzioni alla compilazione del quadro RK di Unico società di persone) che la cessioni di quote (sia capitale sia utili) abbia significato immediato solo se muta la compagine societaria; dall'altra quella della dottrina maggioritaria, secondo cui, cedendo l'intera quota (capitale e utili), l'operazione ha rilevanza fiscale immediata. Nel caso posto, tuttavia, va rimarcato che la compagine societaria muta, poiché un socio esce dalla medesima, il che porta a concludere, anche in base alla restrittiva tesi dell'agenzia delle Entrate, che i soci presenti alla chiusura del periodo d'imposta della Sas siano A e B. A costoro andrà imputato per trasparenza il reddito prodotto nella frazione di periodo in cui era operante la società di persone.
Un contratto in regime gestito cointestato tra marito e moglie viene chiuso. Viene prodotta una doppia certificazione di minusvalenza al 50% per entrambi i soggetti. Può uno dei due caricare la propria minusvalenza su di un contratto, sempre in regime gestito, cointestato con altro soggetto, ad esempio la figlia?
Minusvalenza trasferibile su un nuovo rapporto Preliminarmente è opportuno ricordare che il caso proposto dal lettore trova la sua disciplina nell'articolo 7, comma 13, Dlgs 461/97, commentato dal paragrafo 3.4 della circolare 165/1998. Da essi si ricava che, alla chiusura di un rapporto gestito, le minusvalenze residue possono essere utilizzate in diminuzione dei risultati positivi maturati in un altro rapporto di gestione, «intestati al contribuente». Vale la pena osservare che, in una situazione simile, cioè quella riferibile al regime cosiddetto del risparmio amministrato, la norma è più rigida, poiché afferma che la possibilità di trasferire minusvalenze da un rapporto chiuso a un altro rapporto analogo è ammessa se il rapporto di provenienza e quello di destinazione delle minusvalenze hanno i medesimi intestatari, il che non ricorrerebbe nel caso in esame. Tuttavia, considerando che il disposto normativo che riguarda il caso proposto è di tenore diverso e che, nel concreto, è possibile separare la quota di reddito spettante a ciascun cointestatario, sembrerebbe ragionevole che la quota di minusvalenza certificata al marito possa essere utilizzata in diminuzione dai redditi a lui imputabili pro quota, prodotti nell'ambito del nuovo rapporto, anche se cointestato con la figlia.
Vorrei sapere se una fattura, ad esempio di 6.000 euro, può essere pagata con due pagamenti in contanti da 3.000 euro ciascuno.
Pagamento in contanti: conta la somma totale L'articolo 49 del Dlgs 231/07 vieta il trasferimento di denaro contante o di libretti di deposito bancari o postali al portatore o di titoli al portatore in euro o in valuta estera, effettuato a qualsiasi titolo tra soggetti diversi, quando il valore oggetto di trasferimento, è complessivamente pari o superiore a 5.000 euro. Il trasferimento è vietato anche quando è effettuato con più pagamenti inferiori alla soglia, che appare artificiosamente frazionata. Il trasferimento può tuttavia essere eseguito per il tramite di banche, istituti di moneta elettronica e Poste Italiane Spa. Dalla lettura della disposizione in esame si può affermare che il pagamento in contanti di un'operazione di valore complessivo superiore alla soglia dei 5.000 euro, effettuato anche in momenti frazionati, è vietato, con la conseguenza che in tali casi è necessario provvedere al pagamento mediante strumenti che assicurano la tracciabilità. Unica alternativa rimane solo l'esistenza di un contratto con data certa che prevede il pagamento rateale ancor prima dell'entrata in vigore delle citate normative. Solo in tal caso la fattura che supera il limite può essere pagata con più rate anche in contanti con importo inferiore ai limiti.Tale limite con la manovra correttiva di agosto 2011 è stato ridotto ad ¬. 2.500,00.
Sono un professionista con partita Iva, non iscritto ad alcuna Cassa. Ho stipulato un contratto di collaborazione con un'azienda. Al netto dell'importo, l'azienda mi rimborsa le spese a piè di lista di trasferta che devo sostenere. Vorrei sapere qual è il regime ai fini fiscali e previdenziali delle spese di trasferta. In particolare (registrando la documentazione fiscale di tutte le spese sostenute, rimborso chilometrico auto autorizzata, pedaggi autostradali, alberghi, pasti): 1) la fattura che emetto solo per le spese di trasferta deve includere Inps 4%, 20% Iva e ritenuta d'acconto? 2) l'importo rimborsato va dichiarato solo ai fini Irpef, non va dichiarato oppure va dichiarato ai fini Irpef e contributi previdenziali?
Le spese rimborsate hanno natura di compensi. Le spese indicate dal lettore nel quesito non sono oneri sostenuti in nome e per conto del cliente. In altre parole, anche se rimborsate, tali spese sono riconducibili nella sfera del professionista che però, per non rimanere inciso, le "ribalta" sul cliente. In sostanza, le spese, quando vengono rimborsate, assumono di fatto la natura di compensi soggetti a Iva e a ritenuta d'acconto. La soluzione vale per le indennità chilometriche, le spese autostradali, le spese alberghiere, per ristoranti, eccetera. Pertanto, il rimborso potrà essere altresì assoggettato alla maggiorazione del 4% prevista, facoltativamente, per i professionisti iscritti alla gestione separata dell'Inps. Da ultimo, occorre ricordare che il professionista potrà considerare in deduzione dal reddito professionale tali oneri (anche se rimborsati) secondo le regole di cui all'articolo 54 del Tuir. In questo modo, laddove non dovessero essere applicate le limitazioni ivi previste, il rimborso degli oneri sarà, sotto il profilo fiscale, neutro. In questo caso, il professionista subirà semplicemente una tassazione anticipata dovuta all'applicazione della ritenuta Irpef del 20 per cento.
Una società immobiliare (Srl) nel 2008 ha dato in appalto la costruzione di appartamenti da rivendere successivamente, e a tal fine ha stipulato un contratto di mutuo per finanziare la costruzione. Gli interessi passivi, ogni fine anno, vengono portati a incremento del valore delle rimanenze e sfuggono quindi al test del 30% del Rol (risultato operativo lordo). A fine 2010, però, la ditta appaltatrice fallisce e la costruzione si interrompe in attesa di una nuova impresa edile che possa proseguire la costruzione. Nel frattempo (2011) le rate del mutuo continuano a maturare e a essere pagate. Al riguardo si chiede: gli interessi passivi sostenuti nel 2011 durante la temporanea pausa della costruzione (chiaramente non dipendente dalla volontà della società appaltante) possono continuare a essere capitalizzati sulle rimanenze e quindi possono continuare a sfuggire al test del 30% del Rol?
Mutui e interessi passivi per gli immobili-merce. La risposta è affermativa. Infatti, l'articolo 96, comma 1 del Tuir esclude espressamente dal proprio ambito oggettivo di applicazione gli interessi passivi e gli oneri assimilati compresi nel costo dei beni ai sensi del comma 1, lettera b) dell'articolo 110 del Tuir.Tale norma prevede che si comprendono nel costo dei beni anche gli oneri accessori di diretta imputazione, esclusi gli interessi passivi e le spese generali, ad eccezione degli interessi passivi sui prestiti contratti per la costruzione o ristrutturazione degli immobili alla cui produzione è diretta l'attività dell'impresa (cosiddetti immobili-merce). Gli interessi possono essere capitalizzati fino al completamento della costruzione. Tali oneri finanziari sono, pertanto, esclusi dalle limitazioni previste dall'articolo 96 del Tuir, nella misura in cui risultino compresi nel costo fiscale dei beni ai sensi dell'articolo 110, comma 1, lettera b) del Tuir stesso.
Se l'azienda acquista un'auto aziendale, è obbligatorio assegnarla a un dipendente oppure la si può lasciare "a disposizione"? È più vantaggiosa la prima scelta o la seconda?
Auto aziendali, deducibilità secondo la destinazione. L'acquisto di un'autovettura può essere effettuato per diversi scopi, tra i quali, ad esempio, quello di avere un veicolo sempre a disposizione presso l'azienda o di concederlo in uso promiscuo a un dipendente, che lo potrà usare per fini sia lavorativi che extra-lavorativi. La deducibilità dei relativi costi cambia a seconda delle diverse ipotesi sopra indicate. Ai sensi dell'articolo 164 del Tuir, la deducibilità dei costi è limitata al 40 per cento nel caso in cui l'autoveicolo sia tenuto a disposizioneper usi aziendali, con l'ulteriore limitazione di non poter tenere conto della parte del costo di acquisto che eccede 18.075,99 euro. Se l'autovettura viene data in uso promiscuo a un dipendente per la maggior parte del periodo d'imposta, i relativi costi sono invece deducibili nella misura del 90% senza ulteriori limitazioni, mentre in capo al dipendente sorge un fringe benefit pari al 30% dell'importo, corrispondente a una percorrenza convenzionale di 15mila chilometri, calcolato sulla base del costo chilometrico di esercizio desumibile dalle tabelle nazionali Aci, al netto degli ammontari eventualmente trattenuti al dipendente.
È stato chiesto a un professionista, iscritto sia al relativo Ordine che alla Cassa di competenza, di svolgere delle prestazioni non rientranti nella sua attività professionale: si chiede se, pur essendo in possesso della relativa partita Iva, questo soggetto possa, relativamente a tali prestazioni "occasionali", emettere nota di collaborazione con compenso inferiore a 5mila euro.
Prestazioni occasionali estranee all'attività. La risposta è positiva, a condizione che le prestazioni in questione non siano riconducibili nell'ambito della sua attività professionale. In questo caso, il contribuente deve verificare che le prestazioni non siano previste all'ordinamento professionale di appartenenza ovvero, laddove non previste, non attinga alle sue competenze tecnico-professionali per porre in essere le medesime. Effettuata questa duplice verifica, in caso di esito positivo, le prestazioni rimarranno estranee all'attività tipicamente esercitata e, quindi, il contribuente potrà limitarsi all'emissione di una semplice ricevuta.
Sono un libero professionista con il regime dei "minimi" (ex articolo 1, commi da 96 a 117, legge 244/2007). Ho una lettera di incarico professionale un azienda dove svolgo il ruolo di direttore e da cui incasso circa 29.000 euro annui. Quest'anno, la proprietà dell'azienda mi ha chiesto di fare uno studio/ricerca della normativa e del territorio di collocazione di nuove iniziative imprenditoriali. Per questa attività di consulenza mi hanno proposto una «prestazione occasionale» della durata di 20 giorni per complessivi 4.900 euro. Corro il rischio di vedermi "contestata" questa consulenza e di superare i 30mila euro o invece è legittimo per lo stesso committente fare "fatture" e una prestazione occasionale?
Prestazioni occasionali, necessaria una verifica. Il rischio sussiste ed è concreto. Il lettore dovrà valutare se la prestazione che viene definita di tipo occasionale richiede, per essere effettuata, di attingere alle conoscenze tecnico/giuridiche necessarie per lo svolgimento dell'attività professionale che ha determinato l'attribuzione della partita Iva. In questo caso, ove la verifica fornisse una risposta positiva, la prestazione occasionaledovrebbe essere attratta nell'ambito dell'attività professionale. In questo caso, risulterebbe superato il limite massimo di 30.000 euro e dall'anno successivo il contribuente dovrà uscire dal regime agevolato. Presumibilmente, per effettuare lo studio della normativa il lettore utilizza in buona parte le nozioni/conoscenze necessarie per lo svolgimento dell'attività di direttore. Pertanto, in linea di principio, i compensi di 4.900 euro dovrebbero essere attratti nell'attività principale. In ogni caso, la verifica deve essere effettuata caso per caso.
Una Srl ha ottenuto il riconoscimento di un credito dall'Inps di 20mila euro per precedente inquadramento dei dipendenti errato (settore industria anziché artigiano). Quindi, contabilmente è stata effettuata la seguente registrazione: crediti v/Inps a sopravvenienza attiva. Il credito è stato completamente utilizzato in compensazione nell'anno in cui è stato appunto riconosciuto. Vorrei sapere se, ai fini fiscali, la sopravvenienza attiva dovrà essere tassata nell'esercizio in cui viene riconosciuta o se esiste la possibilità della rateizzazione, ad esempio in cinque quote costanti.
Sopravvenienza tassata senza rateazione. La seconda ipotesi prospettata non è praticabile. Si ricorda che, ai sensi dell'articolo 88, comma 1 del Tuir, si considerano sopravvenienze attive i ricavi o altri proventi conseguiti a fronte di spese, perdite od oneri dedotti o di passività iscritte in bilancio in precedenti esercizi e i ricavi o altri proventi conseguiti per ammontare superiore a quello che ha concorso a formare il reddito in precedenti esercizi, nonché la sopravvenuta insussistenza di spese, perdite od oneri dedotti o di passività iscritte in bilancio in precedenti esercizi. Il successivo comma 2 dell'articolo citato consente la rateazione, in quote costanti nell'esercizio e nei successivi non oltre il quarto, solamente delle indennità percepite per la perdita o il danneggiamento dei beni strumentali, per importi superiori rispetto a quelli già rilevati come plusvalenze nei precedenti esercizi.
La nostra società ha quattro unità locali operative 365 giorni all'anno. Possediamo cinque autovetture in uso non esclusivo agli amministratori e ai dipendenti, che vengono usate per spostarsi quotidianamente sulle varie unità locali o per viaggi. Abbiamo deciso di portare la percentuale di deduzione fiscalmente ammissibile, sia per Iva che per i costi, dal 40 al 50% in quanto riteniamo che le autovetture, seppure di grossa cilindrata, siano uno strumento necessario al nostro lavoro, tanto da pensare di aumentare ancora questa percentuale. Qual è il parere dell'esperto?
Sconto integrale solo per veicoli strumentali. Ai fini delle imposte sul reddito, l'agenzia delle Entrate ha sostenuto in diverse occasioni (si vedano le circolari 48/1998, 1/E/2007 e 11/E/2007) che la deducibilità integrale dei costi delle autovetture è consentita solo per i veicoli senza i quali non può essere esercitata l'attività dell'impresa (quali i veicoli utilizzati dalle scuole guida o dagli autonoleggi). Di conseguenza, le autovetture che non sono destinate a essere utilizzate esclusivamente come beni strumentali nell'attività propria dell'impresa, e che non sono assegnate ai dipendenti, possono essere dedotte nella misura del 40% prevista dall'articolo 164 del Tuir. Anche ai fini Iva vige la medesima percentuale di detrazione stabilita dall'articolo 19-bis 1, lettera c) del Dpr 26 ottobre 1972, n. 633, con possibilità di detrarre l'Iva integralmente in caso di utilizzo esclusivo, che deve essere effettivo e adeguatamente documentato.
Un chinesiologo con partita Iva, iscritto all'albo dei chinesiologi e alla gestione separata Inps, svolge la sua attività presso un centro di riabilitazione. Inoltre, percepisce dei compensi da una piscina come istruttore di nuoto. Questi compensi sono da considerare come redditi diversi, ex articolo 67, comma 1, lettera m) del Tuir e, di conseguenza, non concorrono alla formazione del reddito complessivo sino a un importo di 7.500 euro? Oppure, essendo percepiti da un soggetto con partita Iva, vanno fatturati e, quindi, concorrono alla formazione del reddito professionale?
Istruttore di nuoto esente fino a 7.500 euro. La possibilità di beneficiare della detassazione dei redditi conseguiti dagli sportivi dilettanti, ivi compresi gli istruttori, entro il limite massimo di 7.500 euro, è subordinata alla sussistenza di una serie di condizioni. Infatti, come ricordato dal lettore, le prestazioni in discorso di cui all'articolo 67, comma 1, lettera m) del Tuir non devono avere natura professionale. Inoltre, i relativi compensi devono essere erogati da una società o associazione sportiva dilettantistica, quindi in possesso dei requisiti di cui all'articolo 90 della legge 289/2002. Nel caso di specie, è necessario verificare preliminarmente se le prestazioni di istruttore di nuoto debbano essere "attratte" nell'attività svolta professionalmente, cioè quella concernente le prestazioni di riabilitazione. A tale proposito, è possibile osservare che se anche un istruttore di nuoto è in possesso delle nozioni motorie di base che possono essere utilizzate anche nello svolgimento dell'attività professionale presso il centro di riabilitazione, si ritiene che non operi la predetta attrazione. Pertanto, il semplice possesso di una partita Iva non rappresenta una condizione sufficiente per ritenere che l'attività di istruttore venga svolta professionalmente. Sarebbe però utile poter verificare in concreto con quale frequenza e impegno l'attività sportiva venga in concreto esercitata.
Due lavoratori autonomi, iscritti a un albo professionale, decidono nel 2011 di costituire tra loro una società semplice per l'esercizio dell'attività professionale. Ognuno di essi apporta nella società semplice, a valore contabile, i beni strumentali ammortizzabili tra i quali un immobile censito A10, adibito a studio professionale, acquistato nell'anno 2009 e ammortizzato con la percentuale di legge. La società semplice potrà continuare ad ammortizzare i beni strumentali, compreso l'immobile ufficio censito A10?
L'ufficio conferito non si ammortizza. Si ritiene, in mancanza di una differente interpretazione da parte dell'amministrazione finanziaria, che il conferimento dell'ufficio debba essere assimilato, ai fini delle imposte sul reddito (articolo 9, comma 5 del Tuir), a un nuovo acquisto da parte della società semplice, con conseguente impossibilità di ammortizzare il relativo costo. Si ricorda, infatti, che la disciplina temporanea che consentiva la deduzione delle quote di ammortamento nel reddito di lavoro autonomo ha avuto effetto solamente per gli immobili acquistati dal 1° gennaio 2007 al 31 dicembre 2009 (articolo 1, commi 334 e 335 della legge 27 dicembre 2006, n. 296).
Un medico professionista intende acquistare un ufficio (categoria A/10) da adibire a proprio studio. È possibile che il soggetto acquisti l'immobile personalmente, mantenendolo quindi nella sfera privata, oppure il fatto che utilizzi l'immobile esclusivamente in ambito professionale lo inquadra automaticamente come immobile strumentale? Nell'ipotesi di acquisto come privato, si ritiene possibile affittare l'immobile a se stesso (come professionista) dichiarando il reddito nel quadro RB e deducendo il relativo costo in contabilità?
Lo studio medico non resta nella «sfera privata». La risposta alla prima domanda è negativa, nel senso che, se l'immobile è utilizzato esclusivamente per l'esercizio dell'attività, non sarà possibile mantenere il cespite nella sfera privata. La conclusione è stata ribadita dall'agenzia delle Entrate con la risoluzione 13/E del 2010. L'analisi del documento di prassi trova la sua origine nell'articolo 43 del Tuir. In pratica, è sufficiente che l'immobile sia impiegato (esclusivamente) quale bene strumentale, quindi sia adibito a sede dell'attività professionale, affinché il cespite entri a far parte della sfera professionale, con la conseguente rilevanza delle plusvalenze, in caso sia di alienazione, sia di autoconsumo. In base a questo rigoroso orientamento, il professionista non può conservare l'immobile nella sua sfera personale, cioè acquistarlo in qualità di privatoe, sia pure successivamente, destinare l'immobile posseduto a titolo personale all'effettivo svolgimento dell'attività. Di conseguenza, non è neppure corretta la seconda soluzione, quindi non è consentita la stipula di un contratto di affitto a sé stesso.
Il socio di una società agricola semplice nel 2010 è uscito dalla compagine sociale per recesso, vedendosi assegnare una cifra maggiore del valore conferito oltre cinque anni prima, al momento del suo ingresso. La società ha pagato la somma in questione vendendo alcuni dei terreni agricoli sociali. È corretto pensare che il socio receduto non debba pagare alcunché per il plusvalore conseguito, in quanto il patrimonio della società è esclusivamente costituito da beni che non darebbero comunque origine a redditi fiscalmente rilevanti?
Operazione irrilevante: plusvalore non imponibile. I redditi di partecipazione non costituiscono un'autonoma categoria reddituale, ma assumono la natura della categoria reddituale da cui traggono origine (circolare 6/E del 13 febbraio 2006, risposta 7.12). Poiché l'attività di una società semplice non può essere di natura commerciale, e a questa preclusione si correla l'impossibilità di conseguire redditi d'impresa, gli importi attribuiti per trasparenza al socio (persona fisica) della stessa saranno inevitabilmente soggetti al medesimo trattamento reddituale. Pertanto, è da ritenere (ma la peculiarità della fattispecie meriterebbe un intervento interpretativo ufficiale) che il plusvalore compreso nel corrispettivo conseguito da quest'ultimo in sede di recesso non si configuri come elemento imponibile (in base all'articolo 20-bis del Tuir), se esso rappresenta il frutto di un'operazione fiscalmente irrilevante, in base alla lettera b), comma 1, articolo 67 del Tuir, posta in essere dalla partecipata, quale la vendita di un immobile (terreno non edificabile o fabbricato) posseduto da più di cinque anni.
Nel caso in cui una società operante nel settore edile, nel corso del 2010, modifichi la propria attività prevalente passando al settore delle locazioni (codice 70.20.01), nel calcolare i coefficienti di ammortamento, ai fini fiscali, si deve fare riferimento alla Sezione della tabella ministeriale del Dm 31 dicembre 1988 relativa alle locazioni o al settore edile?
Coefficienti da calcolare sull'attività prevalente. Ai sensi del comma 2, dell'articolo 102 del Tuir, la deduzione degli ammortamenti, ai fini fiscali, è ammessa in misura non superiore a quella risultante dall'applicazione al costo dei beni dei coefficienti di ammortamento stabiliti dal Dm 31 dicembre 1988, ridotti alla metà per il primo esercizio. Se vengono utilizzati beni previsti solamente per un'altra categoria, devono essere applicati questi coefficienti, sempreché le condizioni di usura e di impiego del cespite siano le stesse. Nel caso specifico del lettore, si ritiene che debba fare riferimento all'attività prevalente nel periodo di imposta.
Una società di capitali possiede solo immobili civili che loca a terzi, ammobiliati, mediante contratti della consueta durata di 4 + 4. I mobili e gli arredi acquistati dalla società per gli immobili locati sono fiscalmente ammortizzabili o devono essere ripresi a tassazione in sede di dichiarazione dei redditi?
Indeducibili le spese per immobili locati. Gli immobili civili locati a terzi non sono considerati strumentali, in quanto «pur potendo essere in certo senso strumentali rispetto alle finalità che il soggetto d'imposta persegue attraverso l'esercizio dell'impresa, costituiscono, nel contempo, l'oggetto della predetta attività imprenditoriale» (si veda a tal riguardo la circolare 21 maggio 1999 n. 112/E). Ai sensi dell'articolo 90 comma 2 del Tuir, le spese e gli altri componenti negativi relativi a tali beni immobili non sono ammessi in deduzione. Sono invece deducibili le spese societarie, quali quelle per il personale addetto alla contabilità, le spese per la tenuta della contabilità stessa, le spese per la consulenza societaria e fiscale, gli emolumenti agli eventuali organi di controllo eccetera.
consulenza fiscale - 730 congiunto e detrazione interessi passivi
Buongiorno, mia moglie nel corso del 2011 ha svolto alcuni lavori saltuari, ha superato la soglia dei 2840,51 euro, anche se ben di poco per essere ancora a mio carico, pertanto per potere usufruire in pieno delle detrazioni degli interessi passivi del mutuo che abbiamo insieme deve fare una dichiarazione 730 congiunta, che presenterò come tutti gli anni al mio datore di lavoro. Alcuni lavori svolti da mia moglie sono delle prestazioni occasionali, altri come co.co.co, per un totale di quattro datori di lavoro, pertanto ha ricevuto: a) due modelli CUD per le co.co.co b) due dichiarazioni per ritenuta d'acconto per le prestazioni occasionali Ecco i quesiti: 1) I dati dei CUD del punto a) debbono essere riportati nella sez.C1-C2 ? 2) Nei CUD sono indicati come numero di giorni di lavoro rispettivamente 30 e 20, riporto nel punto C4 il totale 50? 3) In uno dei CUD nelle annotazioni con il codice AN è riportato: la detrazione minima è stata ragguagliata al periodo di lavoro.Il percipiente può fruire della detrazione per l'intero anno in sede di dichiarazione dei redditi, sempreché non sia stata già attribuita da un altro datore di lavoro e risulti effettivamente spettante. Cosa significa? 3) I dati delle dichiarazione dei compensi del punto b) (prestazioni occasionali) devono essere riportati al punto D5 (redditi soggetti a tassazione separata) e riportare nella colonna 1 il codice 2 redditi derivanti da attività di lavoro autonomo non esercitato abitualmente ? 4) Nei dati dichiarante su familiari a carico: coniuge, mesi a carico non devo indicare nulla? O i mesi a carico (es.10)? 5) Facendo la dichiarazione congiunta eventuali crediti verranno liquidati a luglio come normalmente avviene? Vi ringrazio anticipatamente per l'assistenza che mi fornirete.
Gent.le sig. xxxxx, la sua domanda è molto articolata, a questo tipo di richieste generlamente fa seguito una call conference precedentemente "quotata". cercherò di essere tuttavia quanto più chiaro e preciso, pur raccomandadole, per ulteriori chiarimenti, di contattarci per una videoconferenza. per quanto riguarda il punto 1 la risposta è SI al punto 2 ancora SI al punto 3 significa che puo beneficiare delle detrazioni personali per l'intero anno; al punto 4 i redditi delle due certificazioni vanno riportati nel quadro D con codice 2; al punto 5 non va dicharato nulla; al punto 6 la risposta è SI però il coniuge puo recuperare gli interessi fino a concorrenza dell'imposta versata. es, imposta versata 200 ed interessi sostenuti 800, si recuperano solo i 200, azzerando l'imposta, ma non verrano portati "a credito" i 600 residui. le auguro buona giornata;
Il socio amministratore di una Srl (quota di partecipazione del 50% del capitale sociale; la società non è tassata per trasparenza) è iscritto alla gestione separata Inps e percepisce un compenso con busta paga per l'attività di amministratore. È anche iscritto alla gestione commercianti e versa i contributi fissi. Chiedo se è tenuto a versare anche i contributi Ivs commercianti sul reddito della società (anche se non percepito) eccedente il minimale.
La base contributiva del socio amministratore. Il doppio incarico (socio lavoratore e amministratore) obbliga, in base all'articolo 12 della legge 122/2010, alla doppia contribuzione una alla gestione separata Inps e l'altra a quella commercianti, sempre che sussistano i rispettivi requisiti. La contribuzione alla gestione commercianti interessa anche l'eventuale quota di reddito eccedente il minimale. Ciò che va assoggettata è la quota di reddito (che eccede il minimale) dichiarata quale reddito di impresa (quadro G) di Unico ai fini fiscali.
consulenza fiscale - Certificazioni delle ritenute e dei compensi professionali
Noto contrasti anche nelle risposte avute dai commercialisti. Non mi è chiaro se la certificazione per le ritenute effettuate ai professionisti è in effetti la CERTIFICAZIONE DEI COMPENSI PAGATI SOGGETTI A RITENUTA (poi se la si è versata nei termini o meno è un problema del sostituto- come d'altronde avviene per i dipendenti) o se è la CERTIFICAZIONE DELLE RITENUTE DI CUI SOPRA MA ANCHE CERTAMENTE VERSATE. Grazie mille. Fiorenza
Gentile Signora Arcari Le possiamo dare conferma che la certificazione delle ritenute effettuate ai professionisti è anche completda dell'informazione dei compensi erogati agli stessi. Come afferma Lei il problema del pagamento delle ritenute se fatto o meno nei termini è a carico del sostituto d'imposta. Grazie per avervi contattati, lo staff del Commercialistatelematico.net
consulenza fiscale - DOPPIA PERTINENZA DELLA STESSA GATEGORIA
Buongiorno, invio questo quesito che riguarda una problematica sull'IMU. Mio fratello abita in un alloggio con due pertinenze, una soffitta e cantina, che sono accatastate unitamente a quell'alloggio che è sua abitazione principale. Il Caf a cui si è appoggiato, ha calcolato l'acconto Imu considerando la rendita catastale unica ed usufruendo del trattamento agevolato per l'abitazione principale. Oggi scopro che essendo la soffitta e cantina assimilabili alla categoria c02 , in teoria si doveva separare una di queste ( scorporando la relativa rendita catastale da quella unica complessiva) perché andava tassata senza agevolazione . Come ci si deve muovere in questo caso in vista del saldo di Dicembre? Sinceramente mi viene da pensare di lasciare così e far calcolare il saldo sempre tenendo conto un'unica rendita catastale.. Ringrazio per la cortese attenzione ed invio cordiali saluti.
Gentile signora Paola, Lei ha perfettamente ragione circa l'errorre commesso nel pagare l'acconto IMU considerando entrambe le pertinenze, della stessa categoria C/2 come prima casa. Infatti la normativa vigente consente di applicare l'agevolazione, contemplata per la I^ abitazione, solo ad una delle due pertinenze appartenenti alla stessa categoria. Pertanto si suggerisce di voler fare il ravvedimento per la somma in acconto pagata in meno rispetto al dovuto, e di determinare il saldo considerando una delle due pertinenze (chiaramente quella con minor rendita) con le stesse aliquote previste per la II^ abitazione dal comune dove risulta ubicato l'immobile. Si rimae a disposizionme per ulteriori informazioni e/o confronti anche telefonici circa il Suo quesito. Distinti saluti lo staff del Commercialistatelematico.net
consulenza fiscale - Deducibilita' dei costi delle utenze dell'abitazione utilizzata in parte per la propria attivita' economica
domanda..opero in regime di vantaggio 2012 ( forfettino 5%).la sede di lavoro è la casa di residenza. L'abitazione e le utenze ( gas,luce e telefono) sono intestate pero' a mio marito. C'è la possibilità di portare in detrazione i costi in ogni caso ? Con quale percentuale ? Grazie cordialmente
Gentile signora Francesca i costi per le utenze della propria residenza sono deducibili dal proprio reddito solo in caso di utilizzo di parte dell'abitazione per lo svolgimento della propria attività, tipo una stanza dedicata ad uso studio per un professionista; tali utenze pero' devono essere intestate al soggetto che svolge l'attività economica. Pertanto Lei non potrà dedurre tali costi.
consulenza fiscale - Non spetta la disoccupazione ai titolari di Partita IVA che producono reddito d'impresa o lavoro autonomo
Salve, vorrei capire questa cosa: se io da dipendente a tempo indeterminato, apro una p.iva, e un domani vengo licenziato con la p.iva ancora valida, ho diritto alla disoccupazione o no? Grazie mille della disponibilità
Gentile sig. Michele ci scusi per il ritardo della risposta, che comunque Le inviamo se dovesse esserLe ancora utile. Un soggetto titolare di P.IVA che produce reddito d'impresa o lavoro autonomo non ha diritto alla disoccupazione, in quanto un imprenditore e/o lavoratore autonomo non può essere definito disoccupato. Cordiali saluti Lo Staff
consulenza fiscale - Risparmio energetico su capannoni artigianali
Salve, io vorrei sapere se ad oggi è possibile usufruire delle detrazioni del 50% per lo smaltimento eternit posto sulla copertura di un capannone artigianale oppure l'unica strada percorribile per poter beneficiare delle detrazioni è quella del 65% (con conseguente coibentazione)?
Gentile Signora, come Lei riporta nel Suo quesito, la detrazione per l'intervento sul capannone artigianale può beneficiare solpo della detrazione per risparmio energetico pari al 65% e prorogata per i 2014 con la nuova legge di stabilità, si rinvia comunque a consultare la guida pubblicata dall'agenzia delle entrate e pubblicata anche sul ns. portale all'indirizzo http://www.commercialistatelematico.net/util.php?op=guida_al_contribuente
consulenza fiscale - test
un test... NON rispondere
consulenza fiscale - tst della faq
E' un test... non rispondere
questa è una risposta al test con faq
finanza aziendale - il numero e la data da indicare negli elenchi Intrastat sono quelli indicati nel registro
Nelle istruzioni al modello Intrastat servizi dove si legge che devono essere indicati gli estremi (numero e data) della fattura non è chiaro se il riferimento sia alla fattura ricevuta o alla fattura (autofattura) che deve emettere il committente. Se lo scopo dell'indicazione di questi dati è di "incrociare" l'Intrastat presentato dal prestatore estero con i dati indicati dal committente italiano, l'indicazione dei dati dell autofattura può trovare riscontro con i dati della fattura emessa da parte del prestatore?
Nella circolare n. 36/2010 dell'agenzia delle Entrate, al punto 32, si chiarisce che il numero e la data da indicare negli elenchi Intrastat sono quelli indicati nel registro, di cui all articolo 23 del Dpr 633/72, delle fatture emesse o nell'apposito registro unico sezionale (qualora il contribuente ne abbia istituito uno apposito). Nel modello, dunque, dovrà essere indicato il numero attribuito dal committente all'autofattura, in sede di rilevazione della stessa nel registro delle vendite.

References: sentenza 
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