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Timestamp: 2020-04-04 21:41:51+00:00

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Bartolomeo Di Monaco » Berlusconi condannato all’immortalità
Berlusconi condannato all’immortalità
di Marco F. Cavallotti
(da “LsBlog”, 25 giugno 2013)
Anche nel loro pieno splendore, i processi staliniani si svolgevano pure con l’escussione di qualche testimonio coraggioso, che parlava a favore dell’imputato smentendo le enormità delle quali quest’ultimo veniva accusato, mettendo in dubbio l’esistenza di una vittima, facendo traballare il castello dell’accusa. Poco male: il processo continuava sui suoi solidi binari e il “colpevole” veniva fatto scomparire in uno scantinato della Lubjanka, o mandato a rieducarsi fra le nevi e le zanzare della Siberia. Ma in quei tempi, in cui Togliatti e gli altri avevano modo di osservare da vicino e di ammirare il sistema sovietico – giustizia compresa –, a conclusione del processo, con l’immancabile condanna, il giudice non era solito trasmettere gli atti alla procura, per verificare se i testimoni non fossero perseguibili… per falsa testimonianza. Si limitava a considerarli non funzionali alle tesi dell’accusa, e dunque ad ignorarli. Ma quelli erano altri tempi.
Eliminare Berlusconi per via giudiziaria è da anni la folle idea cullata da molti “democratici” che non vedono come altrimenti superare la dura logica delle urne. Ma credo che questa, alla fine, non sia solo un’idea che può venire in un Paese cattocomunista – le vite dei leader del resto del mondo sono costellate da decine di casi analoghi (e veri) senza che nessuno ci abbia fatto molto caso –: è un’idea clamorosamente impolitica, destinata a inchiodare sugli scudi dei suoi sostenitori un uomo che, fra meriti innegabili, demeriti e debolezze, ha comunque già segnato un arco temporale straordinariamente lungo per un politico.
La “pacificazione” – così si chiamava quell’inizio di processo che aveva portato, pur fra contraddizioni e discussioni, al “colloquio” fra Letta e Alfano – era parsa utile, in sé e per sé, come grimaldello per avviare una nuova più operativa stagione politica nazionale, e non per altro. Ma era pur sempre un primo passo, senza il quale non ne potrebbe seguire uno più concreto. Ora, mi pare evidente, al di là delle dichiarazioni di facciata, il tentativo si sia rotto sul nascere: finiti ostaggio di forze ormai non più controllabili anche da parte di coloro stessi che hanno contribuito a suscitarle, coloro che ancora militano per una sinistra con tracce di liberalismo si sono ridotti a ripetere stancamente il vecchio luogo comune: le sentenze non si discutono. E perché mai? In nome di quale sacro principio i cittadini non dovrebbero valutare ed eventualmente criticare sentenze emesse in loro nome?
Per conto mio, credo che questa esperienza di governo, già troppo debole e democristianamente propensa al rinvio, non potrà reggere a una richiesta che peraltro mi parrebbe ormai essenziale e da pretendere come essenziale per il suo proseguimento: il ripensamento generale, serio e sereno del funzionamento della magistratura in Italia.
(Dal “Corriere della Sera”, 25 giugno 2013)
Le sentenze si rispettano, ma si possono commentare e criticare, come in ogni nazione libera. Negarlo è ipocrita. Come lo sarebbe negare che una condanna rigidissima, addirittura superiore alle pur severe richieste dell’accusa, possa evitare conseguenze politiche se ad essere considerato il vertice di una ramificata banda dedita a reati moralmente spregevoli è il capo di uno schieramento che compartecipa in modo determinante al governo del Paese. I risvolti giuridici sono discussi nelle aule del tribunale. Ma i media internazionali non si sarebbero mobilitati così massicciamente se si fosse concluso in primo grado un processo come un altro. E se non fossero stati convinti che la sentenza di ieri avrebbe ipotecato il futuro politico di questo Paese.
Dopo la sentenza di ieri, durissima, che si abbatte come uno schianto su Silvio Berlusconi e sul suo partito, il futuro politico del Paese non è tra i più leggiadri. E la spaccatura che da vent’anni spezza in due l’opinione pubblica italiana è ancora più profonda e irriducibile. Da ieri si sentiranno più forti quelli che, su un fronte, considerano il nemico Berlusconi come una figura losca da gettare nel precipizio della vergogna e della non rispettabilità e, sull’altro, quelli che difendono in trincea Berlusconi come vittima di un accanimento politico-giudiziario senza precedenti, molto prossimo alla persecuzione.
Da ieri saranno più baldanzosi i demolitori professionali della «retorica della pacificazione», i nostalgici di un ventennio in cui lo scontro tra politica e magistratura è stato rovente e senza mediazioni, i cantori di una «guerra civile fredda» o «a bassa intensità» che hanno trovato nella demonizzazione o nella santificazione di Berlusconi l’unico parametro dei loro giudizi politici. Da ieri è più debole il governo presieduto da Enrico Letta, anche se non saranno risparmiati gli appelli a tenerlo fuori dalla contesa, a separarne il destino da quello (dicono, anche qui non senza ipocrisia, «personale») di Berlusconi. Dopo la richiesta di condanna di Ilda Boccassini, una manifestazione a Brescia del Pdl fece sfiorare la rottura tra Alfano e Letta nel pulmino che li portava nel «ritiro spirituale» dell’abbazia di Sarteano.
Dopo la sentenza a sette anni di Berlusconi (solo un anno meno di Misseri ad Avetrana e uno più di Scattone e Ferraro condannati come gli assassini di Marta Russo, si twitta sui social network), come si può immaginare che le tensioni tra il Pdl e il Pd non siano destinate ad incattivirsi? Occorrerà molto spirito ascetico per non farsi trascinare nel gorgo di una polemica che rischia di diventare autodistruttiva nell’ambito di una strana e mal sopportata coabitazione di maggioranza. A rigor di forma, una sentenza di primo grado non si carica di conseguenze pratiche per chi è condannato.
Ma una sentenza così aspra, da rispettare certo e da non liquidare sbrigativamente come una «sentenza politica», mette in discussione la stessa legittimità morale del capo di un partito. Viene quasi rimproverata l’accusa di aver indicato un reato meno grave di quello sulla base del quale Berlusconi è stato condannato. E si intima perentoriamente di riconsiderare la posizione di tutti quelli che hanno testimoniato senza indicare in Berlusconi il «male assoluto», come a individuare una rete di complicità omertosa che esclude il carattere esclusivamente «personale» dello stesso Berlusconi, additato invece come il capo di una banda dedita alla prostituzione guidata dal presidente del Consiglio dell’epoca. Ci vuole autocontrollo e senso di responsabilità per non trascinare il governo nella spirale della divisione. Da ieri tutto sarà più difficile.
(da “la Repubblica”, 25 giugno 2013)
GIUSEPPE D’AVANZO: LE DIECI MENZOGNE DI BERLUSCONI
( da “La Stampa”, 25 giugno 2013)
Vent’anni fa, quando Craxi fu colpito dal primo avviso di garanzia, non tutti scommettevano sul suo declino.
Lo capirono dopo qualche mese, quando il leader socialista era ormai sommerso da una sequela di comunicazioni giudiziarie, e prima degli ordini di cattura scelse la strada dell’esilio. Lo stesso accadde quando Andreotti fu accusato di rapporti con la mafia e c’era chi sorrideva sulla scena inverosimile del bacio con Totò Riina. Al di là dei caratteri, e delle scelte opposte dei due illustri predecessori, sul modo di gestire i propri guai giudiziari, è fin troppo evidente che la magistratura ha riservato a Berlusconi lo stesso destino. La lezione di vent’anni fa ci dice che è inutile far finta di no, o evitare di prendere atto: tanto è così.
Si potrà discutere – anzi si dovrà – sul comportamento dei giudici di Milano che hanno fatto calare la ghigliottina sul collo del Cavaliere. La condanna a una pena superiore a quella chiesta dalla pubblica accusa, la scelta di riconoscere la fattispecie più grave del reato di concussione appena riformato dall’ex ministro Severino (con l’introduzione, va ricordato, anche di una contestata versione più lieve che aveva consentito di recente all’ex-Presidente della Provincia di Milano, il Pd Penati, di salvarsi), la pena aggiuntiva dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici, cioè dalla vita pubblica e parlamentare, oltre alla decisione sorprendente di chiedere alla Procura di incriminare per falsa testimonianza i testi della difesa, sono tutti segnali inequivocabili.
La fine, meglio sarebbe dire l’abbattimento per via giudiziaria, della Seconda Repubblica (già in corso da tempo, va detto, non solo a causa di Berlusconi, ma anche all’ondata generalizzata di corruzione che ha investito le amministrazioni locali) apre un vuoto anche peggiore di quello lasciato dal crollo della Prima. Allora, infatti, l’onda d’urto di Tangentopoli era stata affiancata, per non dire sovrastata, dalla reazione di indignazione, accompagnata anche dal desiderio di rinnovamento, espressi dai referendum elettorali del 1991 e ’93. E dall’introduzione del maggioritario e dei collegi uninominali, che offrivano ai cittadini, non va dimenticato, l’occasione – svanita purtroppo assai presto – di poter scegliere direttamente i governi e rinnovare radicalmente i rappresentanti da mandare in Parlamento.
La caduta di Berlusconi, per quel pezzo del Paese – una metà ridottasi via via a un terzo – che lo aveva seguito come un idolo, affidandogli tutti i propri sogni e i propri timori, cancella di colpo ogni illusione. Il centrosinistra non è più in grado, al momento, di rappresentare l’alternativa, con o senza l’ausilio della dissidenza grillina e di qualche maggioranza raccogliticcia. Il governo delle larghe intese, che doveva favorire la pacificazione, dopo l’inutile e infinita epoca della guerra civile, sopravviverà, in una sorta di sospensione, magari ancora per un po’. Ma senza alcuna agibilità politica e senza la forza necessaria per affrontare la gravità del momento. Saranno in tanti, malgrado tutto, ad aggrapparcisi. Come a una zattera in mezzo alla tempesta.
(da “il Giornale”, 25 giugno 2013)
C’era un solo modo per condannare Silvio Berlusconi nel processo cosiddetto Ruby: fare valere il teorema della Boccassini senza tenere conto delle risultanze processuali, in pratica cancellare le decine e decine di testimonianze che hanno affermato, in due anni di udienze, una verità assolutamente incompatibile con le accuse.
E cioè che nelle notti di Arcore non ci furono né vittime né carnefici, così come in Questura non ci furono concussi. Questo trucco era l’unica possibilità e questo è accaduto. Trenta testimoni e protagonisti della vicenda, tra i quali rispettabili parlamentari, dirigenti di questura e amici di famiglia sono stati incolpati in sentenza, cosa senza precedenti, di falsa testimonianza e dovranno risponderne in nuovi processi. Spazzate via in questo modo le prove non solo a difesa di Berlusconi ma soprattutto contrarie al teorema Boccassini, ecco spianata la strada alla condanna esemplare per il capo: sette anni più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, esattamente la stessa pronunciata nella scena finale del film Il Caimano di Nanni Moretti, in cui si immagina l’uscita di scena di Berlusconi.
Quanto al presidente Berlusconi, sono certo che saprà cosa fare. Se è ancora in piedi dopo 18 anni nei quali gliene hanno fatte di ogni colore, non sarà certo la sentenza di ieri a farlo desistere. Per quel che vale, permettetemi di dire che se avessi non dico un indizio ma un solo dubbio che il presidente abbia molestato una donna anche una sola volta in vita non sarei qui a scrivere queste righe. Frequentando un po’ l’ambiente, e avendo conosciuto l’uomo, ho assoluta certezza del contrario. Stiamo parlando di un galantuomo, mattacchione sì, ma di gran lunga moralmente più integro dei suoi accusatori e giudici. Il che rende di maggior gusto resistere a questa porcata. E alle prossime.
Ecco tutta la vera Ruby story, tra intercettazioni e festini
(da “Libero”, 25 giugno 2013)
Ilda Boccassini non c’era, ieri, e non c’era neanche Silvio Berlusconi. Lui fu inquisito per la prima volta nel 1994, quando aveva 58 anni ed era presidente del Consiglio; Ilda Boccassini nel 1994 aveva 45 anni ed era reduce da esperienze importanti in Sicilia sulle orme degli assassini di Falcone e Borsellino, e stava appunto per coinvolgere Berlusconi in inchieste pesantissime su corruzioni giudiziarie. Poi c’è un terzo soggetto, Karima el Mahroug, detta Ruby, in quel 1994 si limitava a ciucciare il biberon perché aveva un anno. Ora, una ventina d’anni dopo, Berlusconi ha 77 anni e poco tempo fa era (ancora) presidente del Consiglio oltre a essere (ancora) processato dalla Procura di Milano, sempre per mano di (ancora) Ilda Boccassini, che ora ha 62 anni e ha finalmente ottenuto una pesante condanna: e per che cosa? Per una concussione che resta improbabile e per un’ipotesi di prostituzione minorile a cui non crede nessuno. È la verità. Comunque fosse andata, ieri, ci piace credere che Ilda Boccassini non avrebbe saputo come gestire la propria reazione: l’amarezza per una sconfitta, l’amarezza per una vittoria.
Non ci credevano neanche i giornalisti: nessuno pronosticava una condanna del genere. C’erano cronisti che scrissero del celebre invito a comparire del 1994 (quello di Napoli, quello che affossò un governo e fece eco in tutto il mondo) e che da tre anni si occupano di mignotte e di «bunga bunga» come se fosse normale, come se non fosse una parodia che finisce in farsa. Giornalisti che sono italiani come gli altri, divisi tra chi pensa che l’affare Ruby corrisponda a fatti privati senza importanza e altri, invece, che ne ha fatto materia per serissime concussioni e tratte di minori spolverate di mera prurigine; divisi, pure, tra chi pensa che certe cose fossero degne delle prime pagine dei quotidiani e chi invece pensa che lo fossero solo di «Chi» e rotocalchi del genere. Per anni i giornalisti hanno fatto questo: hanno tirato l’affare da una parte o dall’altra. Bene, ora abbiamo la risposta: era una cosa seria. Dopo vent’anni hanno incastrato Berlusconi, che emozione. Una grande vittoria della giustizia italiana.
Era il 27 maggio 2010 quando la diciassettenne marocchina Karima El Mahroug, sospettata di furto e senza documenti, venne portata alla Questura milanese di via Fatebenefratelli. La prostituta brasiliana Michelle Conceicao, che ospitava Ruby a casa sua, decise di telefonare a Berlusconi che è uno fatto così, di questo è sicuramente colpevole: è un signore che alla sua bell’età e nella sua posizione si mette nella condizione di farsi telefonare da una prostituta brasiliana. È un signore capace di telefonare al Capo di Gabinetto della Questura per chiedere che Ruby sia affidata a Nicole Minetti (invece che a una comunità per minorenni) perché la marocchina era comunque un’amichetta sua. Fu quello che accadde. Secondo i giudici non telefonò nell’esercizio delle sue funzioni di premier, perché i capi di governo in genere non si occupano della liberazione di giovani marocchine: fece valere, dunque, il peso del suo potere. È un concussore. È vero che mancano i concussi (nessuno, in questura, ha mai detto d’aver subito pressioni) ma ai giudici è bastato. Il reato «maggiore» dunque si è consumato lì – in questura – e ha trascinato con sè la prostituzione minorile che invece ci sarebbe stata ad Arcore, sede giudicata dal tribunale di Monza: così Milano si è presa tutto. Ma la telefonata di Berlusconi era solo il preludio che introduceva la seconda ipotesi di reato, senz’altro meno «evidente» e più indiziaria. Ed ecco il mitico quesito: Berlusconi sapeva che Ruby era minorenne, al momento della chiamata? I pm hanno evidenziato una «prova logica» più alcune testimonianze: se non l’avesse saputo – hanno detto – non c’era ragione di chiedere a Nicole Minetti che Ruby le fosse data in affido; inoltre la funzionaria che si occupava dell’identificazione, Giorgia Iafrate, ha messo a verbale che «il questore mi disse che la ragazza era l’unica minore presente in questura». E il questore come faceva a sapere che era una minore? L’ha messo anche lui a verbale: «Nel corso della telefonata con il premier, era implicito che si parlasse di una minorenne perché si parlò di affido di una persona priva di documenti». Dalle motivazioni della sentenza capiremo meglio, ma va ricordato che ieri i giudici hanno anche disposto un’indagine per falsa testimonianza contro un agente della questura. La versione dei funzionari dello Stato del resto non è mai piaciuta, e basti ricordare le reazioni scomposte che registrò il procuratore Capo Edmondo Bruti Liberati quando disse che secondo lui in Questura non aveva mentito nessuno: «I giudizi di Bruti Liberati non erano richiesti, avrebbe fatto bene a tacere, le sue dichiarazioni diventano una forma di pressione nei confronti della Magistratura» disse per esempio l’europarlamentare Sonia Alfano, spalleggiata dal Fatto Quotidiano. Lo schema era delineato sin dall’inizio: da quel tardo ottobre 2010, cioè, in cui fuggirono le prime notizie su un interrogatorio estivo di Ruby. Repubblica scrisse addirittura che «l’inchiesta giudiziaria è forse già compromessa da un’accorta fuga di notizie»: divertente. Che poi erano, le notizie, i parziali deliri della marocchina: cene ad Arcore con George Clooney (ed Elisabetta Canalis e Daniela Santanchè) più «due ministre» nude e una sola certezza: Ruby aveva detto a Berlusconi di avere 24 anni ed escludeva di aver fatto sesso con lui. Vero? Falso? Ma soprattutto: reato?
Il 21 dicembre 2010 Berlusconi venne indagato. Emerse che nella sua residenza di Arcore si sarebbero svolti dei festini con ragazze dello spettacolo più la consigliera regionale Nicole Minetti. Emerse pure la traballante autodifesa di Berlusconi: la telefonata alla questura era stata fatta perché lui credeva che Ruby fosse nipote dell’allora presidente egiziano Hosni Mubarak, e si era mosso per evitare un incidente diplomatico. Ormai era una piena. All’inaugurazione dell’Anno giudiziario, il procuratore generale della Corte d’Appello di Venezia, Pietro Calogero, disse che «il caso Ruby ha portato alla crisi del rapporto tra governo e magistratura con grave turbamento della società civile»: come se i rapporti tra giustizia e politica prima andassero a meraviglia. Il 14 gennaio 2011 il procuratore Bruti Liberati inviò la domanda di autorizzazione a procedere in Parlamento. Il 15 febbraio Berlusconi venne rinviato a giudizio con rito immediato, mentre Nicole Minetti, più l’allora direttore del Tg4 Emilio Fede e il manager Lele Mora, verranno imputati separatamente per induzione e favoreggiamento della prostituzione minorile. Questo in ottobre, proprio quando furono pubblicate le 389 pagine di intercettazioni (più un supplemento di altre 227) disposte dalla procura milanese: finì tutto sui giornali e sul web, compresi i numeri di cellulare. I primi a diffondere le carte furono il sito Dagospia e quello di Libero, poi chiunque abbia voluto. Conversazioni, gente che non c’entrava niente, una miriade di ragazze accompagnate da una didascalia virtuale: puttane. A vita.
Ad Arcore c’era una discoteca privée, e una specie di casting. Il privée aveva i divanetti, il banco bar e i bagni come una discoteca. Il casting consisteva nell’essere invitate a cena da due o tre personaggi dedicati. Chi voleva, alla fine, poteva scendere in questo privée (soprannominato Bunga Bunga) ma non era mica obbligatorio. Giù le ragazze si travestivano, ballavano, facevano le sceme, trenini, ammiccamenti, cazzate, messa in mostra. L’ultimo step era scegliere se fermarsi a dormire, opzione che molte partecipanti cercano di favorire. Tutto il resto era a discrezione, compresa la facoltà del proprietario di fare regali, favori o, come si dice, di rimborsare le spese. Qualcuno – la magistratura – ha sostenuto che fu invitata anche una minorenne, e che Berlusconi abbia fatto pressioni indebite per non farla chiudere in una comunità. E gli hanno dato l’ergastolo politico.
(da “L’Opinione”, 25 giugno 2013)
(da “il Fatto Quotidiano”, 25 giugno 2013)
Il presidente Napolitano ha colto queste tensioni e, il giorno dopo la sentenza Ruby, manda un messaggio chiaro. “Non passano due mesi dalla formazione di un nuovo governo che subito si parla dell’incombente, imminente o fatale crisi di governo”, ha affermato in un intervento al Cnr. Non a caso, ha aggiunto il Capo dello Stato, in Italia “abbiamo il record della fibrillazione politica”. La continuità, ha spiegato, “è un elemento essenziale e non significa conservatorismo o immobilismo. Vorrei quindi un po’ più di continuità nella istituzione governo”. E, stando alle indiscrezioni, il presidente del Consiglio Letta gli fa da sponda ideale ricordando, in conversazioni con i ministri più vicini, come scrive La Stampa, che l’asse Pd-delusi dei Cinque Stelle è un’opzione concreta per sbarrare la strada alle elezioni. Elezioni dove, tra l’altro, potrebbe scendere in campo Matteo Renzi, potenzialmente capace di erodere consensi al Cavaliere, al contrario di quanto ha fatto il Pd finora.
Ruby: giornalisti, deputati, medici. Tutte le bugie dei “testimoni”
(da “l’Unità”, 25 giugno 2013)
Cambia il reato, non più solo concussione per induzione ma per costrizione, più grave. Aumenta la pena, da sei a sette anni. Conferma l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Ma soprattutto quello che fa diventare due statue di sale gli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo è la sfilza di testi della difesa che il Tribunale sospetta essere bugiardi. Così tanto da inviare gli atti alla procura (significa l’avviò di una nuova indagine) per falsa testimonianza.
Impiega tre minuti il presidente della VII sezione penale Giulia Turri a leggere il dispositivo. Gelida e impenetrabile come è sempre stata in questi 27 mesi e 50 udienze del processo Ruby. Circa due minuti se ne vanno per leggere tutta la sfilza di nomi dei testimoni per cui il Tribunale, “visti gli atti… Invia in procura ipotizzando la falsa testimonianza”. Vanno scritti tutti questi nomi e letti gelidamente così come fa il presidente Turri, prima il cognome poi il nome, come si fa nei verbali giudiziari: “Passaro Antonio, De Conceicao Santos Oliveira Michelle, Facchineri Serena, Valentini Valentino, Archi Bruni, Estorelli Giuseppe, Iafrate Giorgia, Fagioli Barbara, Barizonte Lisney, Visan Ioana, Toti Elisa, Molena Cinzia, Ferrero Marianna, Ferrero Manuela, Loddo Miriam, Arminghioae Ioaana Claudia, Cipriani Daltodo Francesca, De Vivo Eleonora, De Vivo Concetta, Garcia Polanco Mary Ester, Rigato Govanna, Scockina Raissa, Puricelli Giorgio, Rossella Carlo, Bonasia Roberta, Rossi Maria Rosaria, Ronzulli Licia, Cerioli Renato, Brunamonti Lorenzo, Mariani Danilo, Losi Simonetta, Apicella Mariano”. Deputati come Rossi e Valentini, un membro del governo come Bruno Archi di cui scherzando si disse, il giorno della nomina, che era andato alla Farnesina “in quota processo” visto che aveva appena testimoniato. E poi giornalisti (Carlo Rossella), medici (Puricelli), europarlamentari (Licia Ronzulli). Soprattutto il giro di escort e ragazze che hanno animato i bunga bunga ad Arcore. E il funzionario della questura di Milano Giorgia Iafrate, colei che materialmente la sera tra il 27 e il 28 maggio 2010 consegnò Ruby minorenne a Minetti e Conceicao andando contro gli ordini del pm di turno Annamaria Fiorillo.
Diciamo la verità: la sentenza oggi ha chiamato con il suo nome quello che finora è stato il punto più incredibile e controverso del processo e cioè che dal 2010 l’imputato Silvio Berlusconi versa mensilmente 2.500 euro alle testimoni donne chiamate dalla difesa. “Perchè sono buono, generoso e loro sono rovinate per colpa di questa inchiesta…” ha sempre detto il Cavaliere. Perchè quello che l’aggiunto Ilda Boccassini ha chiamato “il fronte unico arcorino” doveva sostenere la tesi che ad Arcore c’erano solo “cene eleganti”, senza sesso, annaffiate con un po’ di burlesque.
Bugie. Delle ragazze e anche di altri personaggi illustri, come quel Valentino Valentini o Bruno Archi che hanno sostenuto che “veramente Berlusconi era convinto che Ruby fosse nipote di Mubarak” .Bugie che potrebbero anche assumere la veste non solo della falsa testimonianza ma anche della corruzione in atti giudiziari.
La camera di consiglio è durata sette ore e mezzo. In Tribunale un centinaio di giornalisti e pochi spettatori. Fuori dal tribunale una muta di operatori, cameraman, di ogni razza e lingua alle prese con una dozzina, non di più di fan della Boccassini o di Silvio. Non s’è visto insomma l’esercito di Silvio appena costituito in reggimenti. La procura non ha commentato e Bruti Liberati si è chiuso dopo il verdetto nella sua stanza con i colleghi. Ilda Boccassini ha preferito mantenere le ferie già programmate.
La cifra di una giornata che cambierà per sempre la storia di questo paese è l’eco dei giornalisti stranieri che scandiscono nei loro microfoni in mondovisione: “Belusconi found guilty having sex with an underage prostitute and abusing power of his office…”, ha fatto sesso con una prostituta minorenne e ha abusato del fatto di essere primo ministro.
No all’ingiustizia puritana
(tratto da “Dagospia”, 25 giugno 2013)
A una pena barbarica si deve rispondere con una protesta civile. Sette anni di galera più l’ergastolo politico, niente più cariche pubbliche di alcun genere, e in più un attacco al patrimonio dell’imputato e ai testi della difesa. La “prova logica” oltre ogni possibile “furbizia orientale” impiegata per nasconderla: il Tribunale di Milano ha ratificato e aggravato il dettato della requisitoria del pm Ilda Boccassini, sentenziando alla presenza protettiva del capo dell’ufficio Edmondo Bruti Liberati, e lo ha fatto dopo qualche ora di camera di consiglio in mancanza di prove documentali e testimoniali, in mancanza di una parte lesa.
Se ti piace invitare giovani donne a casa tua, con i tuoi amici magari un po’ puzzoni o buzziconi, e se ti prende il ghiribizzo di raccomandare per telefono, esponendoti direttamente, un trattamento umano per una di loro, incappata in una disavventura e trattenuta in Questura, allora meriti la distruzione politica, mediatica e giudiziaria, la gogna e la galera, la paralisi del tuo essere persona e cittadino, a vita.
In America Dominique Strauss-Kahn è stato accusato da una persona, parte lesa e vittima presunta, di averla stuprata. Accusato in modo diretto, immediato e circostanziale. Con una mole di indizi che arriva fino al rinvenimento del suo liquido seminale in loco. Ma lì vige il processo accusatorio, quello vero e non la parodia all’italiana, che mette sullo stesso piano accusa e difesa.
Sicché, dopo avere accertato la non completa idoneità della teste di accusa e parte lesa a sostenere il proprio racconto, per essere stata fragile e inveritiera in precedenti occasioni, il district attorney, il Boccassini di New York, che è eletto dal popolo e non un funzionario per concorso, ha deciso di ritirare l’accusa e di non chiedere il processo. Sarebbe stato un dibattimento squillante, dagli ampi risvolti politici e mediatici (Strauss-Kahn era il candidato naturale a succedere a Nicolas Sarkozy invece di François Hollande), ma i diritti della persona nei paesi liberali vengono prima di tutto.
Da noi, nel rito ambrosiano, anche se non c’è una denuncia di parte, anche se non esistono elementi sensati per parlare di sesso predatorio, di sesso con una minorenne e di concussione per costrizione, tuttavia una campagna di investigazione accanita e guardona, fatta con metodi da stato di polizia, e alimentata da un tifo politico da stadio dei più accaniti, può mettere capo a un processo in cui, in assenza della separazione delle carriere, tre magistrate possono dare libero sfogo al pregiudizio e soddisfare la immensa volontà di gogna e di ingiustizia che affligge una bella parte di questo paese puttaniere, che si rispecchia con squallida gioia nella peggiore sentenza mai scritta nei confronti di un uomo privato e pubblico come è Berlusconi.
Eppure non c’era nemmeno l’aria del sesso predatorio, e in tutte le occasioni private di intrattenimento e di divertimento ad Arcore, anche scollacciato e burlesque, si sentiva a orecchio, e si vedeva a occhio nudo sia pure dentro il buco della serratura del pm, una eco gentile, mite, da “mi consenta” alla Don Pasquale o alla Nemorino, un’atmosfera da Elisir d’amore che non ha niente a che vedere con la cattiveria e penalizzazione di una vicenda interamente privata. Che Berlusconi abbia avuto un comportamento generoso con le ragazze sue ospiti, ha detto proprio ieri Martin Amis, lo scrittore inglese che non è un propagandista di Forza Italia, è “una questione strettamente privata”.
(da “MicroMega”, 25 giugno 2013)
Nel corpo a corpo ingaggiato dal leader del Pdl contro la Costituzione italiana, passato attraverso l’accaparramento dei mezzi di comunicazione di massa (in spregio all’art. 21 della Costituzione); attraverso progetti di grande riforma (bocciati con il referendum costituzionale del 2006 dal popolo italiano); mediante leggi ad personam per garantire l’impunità al Capo politico e agli uomini della sua Corte (bocciate dalla Corte costituzionale); nonché malattie impeditive (per i processi) e guarigioni miracolose per il ritorno alla vita politica, alla fine la palla è passata ai giudici che hanno pronunciato – probabilmente – l’ultima parola.
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Comment di sexy web cams — 29 Luglio 2013 @ 00:07
Comment di Curtis — 6 Agosto 2013 @ 21:07
It is because there are generally easier alternatives
these days due to the inclusion of wheat gluten, his recipes dieting vs healthy eating were
useless to me. God help me, I feel a kindred spirit in Jimmy.
So always have a plan about how you’re going to just not worry about it or exercise a little bit of effort into it. Is his life health more in jeopardy than Obama’s was when he was elected.

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