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Corte d’Appello di Torino – Sentenza 22 aprile 2016, n. 654
In materia di swap, la Suprema Corte di Cassazione ha pronunciato un’altra sentenza a favore dei risparmiatori, dichiarando nullo il contratto che il cliente aveva sottoscritto, pur non conoscendo il valore finanziario iniziale.
Entrando nel merito della causa, con atto di citazione, notificato in data 12.09.2011, l’attrice evocava in giudizio, avanti al Tribunale di Torino, la Banca convenuta esponendo: che essa attrice aveva sottoscritto con la medesima Banca, in data 24.05.2007 un contratto di mutuo trentennale a tasso variabile dell’importo di € 175.000,00 per l’acquisto della prima casa e, contemporaneamente, su proposta della Banca, un contratto di lnterest Rate Swap, con il quale si sarebbe coperto il rischio connesso al rialzo dei tasso di interessi del contratto di mutuo.
Segnatamente con tale contratto, sulla base di un importo pari ad € 100.000,00, l’attrice ogni 6 mesi si impegnava al pagamento, in favore della Banca di un tasso di interesse pari al 4,72%, mentre la Banca si impegnava a pagare un tasso di interesse pari all’Euribor a sei mesi. Tale contratto aveva determinato forti perdite all’attrice, pari, alla cessazione del contratto, ad € 10.793,43.
L’attrice concludeva chiedendo dichiararsi la nullità del contralto di swap per mancanza di equilibrio tra le prestazioni ed, in definitiva, per mancanza di causa ed in subordine l’annullamento per errore di detto contratto, ovvero la risoluzione del contratto per eccesso di copertura, per mancata consegna del documento sui rischi in generale, per omessa informazione e per omessa valutazione dell’adeguatezza dell’operazione.
La Banca costituitasi in giudizio, contestava le difese avversarie, assumendo che l’attrice era stata adeguatamente informata sulla natura dello swap e che detto contratto era legato alle oscillazioni del tasso di interesse variabile del mutuo sottostante, tanto che solo l’improvviso calo dei tassi di interesse aveva reso svantaggioso per la cliente lo swap.
Nel corso dell’istruttoria venivano assunte prove testimoniali.
Con sentenza emessa in data 17.01.2014, il Tribunale sosteneva che il contratto di swap era un contratto aleatorio, ossia una sorta di scommessa contratta da due operatori in ordine all’andamento futuro dei tassi di interesse.
Il Tribunale evidenziava che occorreva avere riguardo alla causa in concreto e che nella fattispecie lo swap in oggetto era negativo in partenza per l’investitore, il quale aveva di fatto sopportato un rischio maggiore e diverso rispetto all’altro contraente.
Risultava evidente, secondo il primo giudice, che il valore atteso dei flussi cedolari attualizzati alla data di stipula dcl contratto era negativo per l’attrice atteso che gli interessi che costei si era impegnata a versare erano superiori a quelli che la Banca si era impegnata a versare a sua volta.
Il Tribunale riteneva, inoltre, che il contratto fosse connotato da costi impliciti a carico dell’attrice e, comunque, da squilibri che non potevano essere manifesti per l’investitore, tanto più che il foglio informativo escludeva l’applicazione di commissioni a carico del cliente.
Ritenuta, su tali basi, l’insussistenza della causa in concreto e l’assenza di un’adeguata informazione fornita dalla Banca al cliente, il primo giudice dichiarava la nullità del contratto, per insussistenza in concreto della causa sottesa, condannando la Banca alla restituzione all’attrice della somma di € 10.793,43, oltre interessi, ripristinando così la situazione patrimoniale anteriore alla stipula dcl contratto.
Con atto, notificato in data 17.06.2014, la Banca poneva appello avverso tale sentenza chiedendo la riforma della sentenza di primo grado, con contestuale accoglimento delle conclusioni già assunte in primo grado, volte ad ottenere il rigetto delle domanda avversarie ed, in subordine, in caso di accoglimento, la rideterminazione del danno alla luce della dovuta considerazione di un concorso colposo del cliente, previa detrazione degli eventuali vantaggi economici ottenuti a seguito della stipula del contratto d’IRS oggetto di causa in costanza di rapporto.
Parte appellante esponeva: che la nullità, posta in evidenza dal primo giudice, poteva essere fatta valere per altre situazioni, quale ad esempio il difetto di forma scritta imposta ex lege per il contratto, e che, per l’inverso, la valutazione compiuta dal giudice era affetta da erroneità, non potendo l’autorità giudiziaria sindacare sull’autonomia privata delle parti; quanto poi all’attribuzione del vizio della causa negoziale, che il contratto di swap non era stato “imposto” dalla Banca e che, per l’inverso, era connesso al mutuo stipulato dalla cliente per l’acquisto della casa, a tasso variabile, essendo teso alla copertura del rischio connesso alla variazione dei tassi di interesse e che in tal senso l’aleatorietà del derivato era legata al rischio per la Banca di vedere il tasso Euribor 6 mesi oltre la soglia del 4,72%, indicata dalla cliente come limite accettato per il rischio di innalzamento del finanziamento, oltre il quale scattava l’obbligo per la Banca di pagare la differenza; che, nella sostanza, la causa del contratto in questione era rappresentata dallo scambio di flussi tra due controparti di interessi facenti capo ad un capitale nominale, al fine di pervenire ad uno scambio di rischio; che commissioni implicite o occulte non erano effettivamente sussistenti e che non incombeva sulla Banca un onere probatorio di valenza negativa e che la forbice, riscontrata dal Tribunale, dello 0,364%, tra il limite coincidente con i valori di mercato del 4,436% rispetto al limite concordato negozialmente del 4,72%, in relazione all’impegno del cliente di versare un interesse secondo tale misura, non poteva rappresentare né una commissione implicita, ovverossia occulta, né tanto meno un indice di squilibrio; che, in ogni caso, l’eventuale presenza di una commissione implicita non avrebbe determinato la nullità dcl contralto; che alla stessa conclusione si doveva pervenire con riferimento alla carenza d’informativa, dovendosi richiamare, tutt’al più, non già la nullità dell’intero contratto, ma la nullità del corrispettivo (art. 23, comma 2, TUF); che nella sostanza si sarebbe dovuto dare ingresso ai principi di cui all’art. 1480 c.c. senza dichiarare l’invalidità del contratto.
Si costituiva in giudizio l’attrice instando per il rigetto delle domande avversarie e ribadendo le difese già svolte, circa l’invalidità in radice del contratto in questione riconducibile ad una scommessa autorizzata, circa la non conoscibilità degli effettivi rischi in capo all’esponente al momento della stipula del contratto e l’esistenza di commissioni implicite come individuate dal primo giudice.
L’appellata ribadiva che la funzione palesata in relazione alla copertura dei rischi derivanti dalla variabilità dei tassi di interesse non era mai stata concretizzata, né tanto meno essa deducente ne aveva tratto vantaggi.
Dopo la precisazione delle conclusioni la Corte, assegnati i termini ex lege per il deposito degli atti difensivi finali, tratteneva la causa a decisione.
Secondo quanto statuito dalla Suprema Corte, affinché non vi sia uno squilibrio fra le prestazioni consistenti nei reciproci pagamenti, da porsi in relazione con il differenziale a favore o a sfavore della Banca secondo il superamento o meno del limite prefissato negozialmente, è indispensabile che la partenza sia paritaria, senza valori negativi, già a monte dell’una o dell’altra parte.
In altri termini, se il contratto swap, presenta, al momento della sua sottoscrizione, un flusso negativo, viene a mancare la causa concreta del negozio, il che non può che essere valutato ai sensi dell’art. 1418 c.c. Il contratto risulta affetto già inizialmente da uno squilibrio, quando è ravvisabile una commissione implicita o occulta od un compenso maggioritario per la Banca.
Sussiste una inscindibile connessione della causa con l’assolvimento dell’onere informativo, ovvero con la consapevolezza piena del cliente circa i rischi dell’operazione e le particolari connotazioni dello swap. Incide sulla causa concreta sottostante al negozio giuridico l’occultamento di un valore negativo per il cliente stesso; la causale del contratto risulta sfalsata a livello obbiettivo, in quanto comporta uno squilibrio, non conosciuto e, quindi, rapportabile ad una falsa cognizione in capo al cliente della funzione stessa del contratto specifico.
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