Source: http://www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=15966
Timestamp: 2019-10-22 20:32:50+00:00

Document:
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE - SENTENZA 20 luglio 2018, n.19443
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | MARTEDÌ 22 OTTOBRE AGGIORNATO ALLE 22:32
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE - SENTENZA 20 luglio 2018, n.19443MASSIMA
Il Collegio, trattandosi di questione che richiede l’esatta interpretazione e delimitazione delle norme poste da una direttiva Europea, a sospendere il procedimento ed a sottoporre alla Corte di giustizia dell’Unione Europea, ai sensi dell’art. 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) le seguenti questioni pregiudiziali:
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE - SENTENZA 20 luglio 2018, n.19443 - Presidente Genovese – Relatore Nazzicone
Con il secondo motivo, censura la violazione o falsa applicazione degli artt. 75, 81 e 100 cod. proc. civ., nonché la falsa applicazione dell’art. 5 d.lgs. 9 luglio 2003, n. 216, avendo la corte del merito ravvisato la capacità processuale e la legittimazione ad agire dell’associazione, mentre questa è composta esclusivamente da avvocati, o praticanti tali, ed è specializzata nella difesa giudiziaria dei diritti di tali persone, restando dunque priva di rilievo l’enunciazione dell’intento di diffonderne la 'cultura', mero presupposto ideologico dell’associazione medesima; viceversa, un’associazione può dirsi portatrice di interessi collettivi ed ente di essi esponenziale solo ove partecipata dai soggetti attivi di tali interessi.
Con il terzo motivo, lamenta la violazione o falsa applicazione delle regole sulla competenza, non sussistendo quella funzionale del giudice del lavoro, con conseguente violazione dell’art. 158 cod. proc. civ. e carenza di potere giurisdizionale; infatti, non si tratta di una controversia neppure 'latamente' di lavoro, come invece affermato dalla sentenza impugnata, non essendo mai stato dedotto un rapporto di tal genere, ma solo un presunto e mai avvenuto reclutamento; né le controversie sulle prestazioni degli avvocati sono soggette al rito del lavoro, quali liberi professionisti e non lavoratori subordinati.
Con il settimo motivo, il ricorrente censura la violazione dell’art. 28 d.lgs. n. 150 del 2011, con riguardo all’onere probatorio, avendo la corte del merito ritenuto onere del medesimo di provare l’insussistenza della discriminazione: ma egli ha dimostrato di non avere in corso nessuna assunzione, né essendovi nessuna 'prassi' di assunzione presso di lui, mancando così il presupposto per l’applicazione della normativa.
'Gli Stati membri riconoscono alle associazioni, organizzazioni e altre persone giuridiche che, conformemente ai criteri stabiliti dalle rispettive legislazioni nazionali, abbiano un interesse legittimo a garantire che le disposizioni della presente direttiva siano rispettate, il diritto di avviare, in via giurisdizionale o amministrativa, per conto o a sostegno della persona che si ritiene lesa e con il suo consenso, una procedura finalizzata all’esecuzione degli obblighi derivanti dalla presente direttiva'.
Il considerando 29 premetteva, appunto, l’esigenza che al 'fine di assicurare un livello più efficace di protezione, anche alle associazioni o alle persone giuridiche dovrebbe essere conferito il potere di avviare una procedura, secondo le modalità stabilite dagli Stati membri, per conto o a sostegno delle vittime, fatte salve norme procedurali nazionali relative alla rappresentanza e alla difesa in giudizio'.
'1. Le organizzazioni sindacali, le associazioni e le organizzazioni rappresentative del diritto o dell’interesse leso, in forza di delega, rilasciata per atto pubblico o scrittura privata autenticata, a pena di nullità, sono legittimate ad agire ai sensi dell’articolo 4, in nome e per conto o a sostegno del soggetto passivo della discriminazione, contro la persona fisica o giuridica cui è riferibile il comportamento o l’atto discriminatorio.
2. I soggetti di cui al comma 1 sono altresì legittimati ad agire nei casi di discriminazione collettiva qualora non siano individuabili in modo diretto e immediato le persone lese dalla discriminazione'.
4.2.1. - Sulla base della direttiva n. 2000/78/CE, come pure della legge nazionale, non tutte le associazioni possono agire per conto altrui oppure vantare una posizione giuridica soggettiva propria: ma soltanto quelle in capo alle quali, sotto il primo profilo, sussista un potere delegato dal titolare del diritto soggettivo, o, sotto il secondo profilo, sia riconoscibile un 'interesse legittimo a garantire che le disposizioni della presente direttiva siano rispettate' o, ai sensi della terminologia interna, siano 'rappresentative del diritto o dell’interesse leso'.
Tuttavia, nel caso in cui la discriminazione risulti attuata verso un’intera categoria di soggetti coinvolti fra quelle cui la disciplina intende offrire tutela, che non sia possibile nominatim individuare dunque verso una 'collettività' - subentra l’autonoma fattispecie legittimante ex art. 5, comma 2, d.lgs. n. 216 del 2003.
4.2.2. - Nell’ipotesi di associazione privata, occorre, in generale, distinguere il caso in cui l’associazione agisca facendo valere un diritto altrui in forza di una delega dell’interessato, dal caso in cui operi quale portatrice di un interesse collettivo che alla stessa faccia direttamente capo, quale c.d. ente esponenziale, non costituente ex ante una posizione soggettiva in capo ai singoli, ma nato come posizione sostanziale direttamente e solo in capo all’ente, dunque sorta di 'derivazione' dell’interesse diffuso, per sua natura adespota.
Secondo, inoltre, la ricordata raccomandazione della Commissione Europea dell’11 giugno 2013 (2013/396/UE), rileva che l’associazione sia priva di scopo di lucro. E la Corte di giustizia dell’Unione ha più volte chiarito che le raccomandazioni, pur non vincolanti in quanto non attribuiscono diritti, non sono tuttavia prive di qualsiasi effetto giuridico, perché 'i giudici nazionali sono tenuti a prenderne in considerazione il contenuto ai fini della soluzione delle controversie sottoposte al loro giudizio' (così Comunità Europee, 13-12-1989, n. C-322/88, Grimaldi).
4.2.4. - La sentenza impugnata ha ritenuto l’associazione, odierna intimata, legittimata all’azione per il fatto che, secondo l’art. 2 dello statuto, l’associazione si propone, in generale, 'lo scopo di contribuire a sviluppare e diffondere la cultura e il rispetto dei diritti delle persone' con date preferenze sessuali 'sollecitando l’attenzione del mondo giudiziario', e, quindi, in particolare, che essa 'gestisce la formazione di una rete di avvocati... favorisce e promuove la tutela giudiziaria, nonché l’utilizzazione degli strumenti di tutela collettiva, presso le Corti nazionali e internazionali' (p. 11-12 sentenza impugnata).
L’art. 1 della direttiva del 27 novembre 2000, n. 2000/78/CE, sugli 'obiettivi', dispone:
'La presente direttiva mira a stabilire un quadro generale per la lotta alle discriminazioni fondate sulla religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali, per quanto concerne l’occupazione e le condizioni di lavoro al fine di rendere effettivo negli Stati membri il principio della parità di trattamento'.
L’art. 2, sulla 'nozione di discriminazione', prevede:
'1. Ai fini della presente direttiva, per 'principio della parità di trattamento' si intende l’assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta basata su uno dei motivi di cui all’articolo 1.
5. La presente direttiva lascia impregiudicate le misure previste dalla legislazione nazionale che, in una società democratica, sono necessarie alla sicurezza pubblica, alla tutela dell’ordine pubblico, alla prevenzione dei reati e alla tutela della salute e dei diritti e delle libertà altrui'.
L’art. 3, concernente il 'campo d’applicazione', prevede:
'1 Nei limiti dei poteri conferiti alla Comunità, la presente direttiva, si applica a tutte le persone, sia del settore pubblico che del settore privato, compresi gli organismi di diritto pubblico, per quanto attiene:
d) all’affiliazione e all’attività in un’organizzazione di lavoratori o datori di lavoro, o in qualunque organizzazione i cui membri esercitino una particolare professione, nonché alle prestazioni erogate da tali organizzazioni. (..)'.
L’art. 1 d.lgs. n. 216 del 2003, rubricato 'oggetto', dispone:
'Il presente decreto reca le disposizioni relative all’attuazione della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla religione, dalle convinzioni personali, dagli handicap, dall’età e dall’orientamento sessuale, per quanto concerne l’occupazione e le condizioni di lavoro, disponendo le misure necessarie affinché tali fattori non siano causa di discriminazione, in un’ottica che tenga conto anche del diverso impatto che le stesse forme di discriminazione possono avere su donne e uomini'.
L’art. 2, circa la 'nozione di discriminazione', prevede:
'1. Ai fini del presente decreto (...) per principio di parità di trattamento si intende l’assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta a causa della religione, delle convinzioni personali, degli handicap, dell’età o dell’orientamento sessuale. Tale principio comporta che non sia praticata alcuna discriminazione diretta o indiretta, così come di seguito definite:
b) discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri possono mettere le persone che professano una determinata religione o ideologia di altra natura, le persone portatrici di handicap, le persone di una particolare età o di un orientamento sessuale in una situazione di particolare svantaggio rispetto ad altre persone. (...)'.
L’art. 3, in tema di 'ambito di applicazione', prevede:
'1 Il principio di parità di trattamento senza distinzione di religione, di convinzioni personali, di handicap, di età e di orientamento sessuale si applica a tutte le persone sia nel settore pubblico che privato ed è suscettibile di tutela giurisdizionale secondo le forme previste dall’articolo 4, con specifico riferimento alle seguenti aree:
d) affiliazione e attività nell’ambito di organizzazioni di lavoratori, di datori di lavoro o di altre organizzazioni professionali e prestazioni erogate dalle medesime organizzazioni.(...)'.
Nel preambolo, sotto il profilo teleologico, si richiamano gli obiettivi di coordinamento tra le politiche degli Stati membri 'in materia di occupazione' (considerando 7), il fine di promuovere l’inserimento sociale sul 'mercato del lavoro' (considerando 8), posto che 'l’occupazione e le condizioni di lavoro' sono elementi chiave per garantire pari opportunità a tutti i cittadini e contribuiscono notevolmente alla piena partecipazione degli stessi alla vita economica, culturale e sociale e alla realizzazione personale (considerando 9); si ribadisce ulteriormente che la discriminazione potrebbe pregiudicare il raggiungimento di 'un elevato livello di occupazione' (considerando 11); anche le deroghe sono strettamente afferenti esigenze lavorative (considerando 13, 14, 19, 23), sempre se giustificate da obiettivi legittimi di 'politica dell’occupazione, mercato del lavoro e formazione professionale' (considerando 25).
La lettera e la ratio del d.lgs. n. 216 del 2003 non sono diverse. L’art. 1 definisce l’oggetto del decreto come recante disposizioni 'relative all’attuazione della parità di trattamento fra le persone... per quanto concerne l’occupazione e le condizioni di lavoro'; l’art. 2 menziona, in dettaglio, i momenti dell’accesso, della formazione, delle condizioni di lavoro (quali carriera e retribuzione), del licenziamento e dell’aderenza alle organizzazioni di lavoratori o datoriali.
Nel caso Feryn, deciso da Corte giust. 10 luglio 2008, C-54/07, Centrum voor gelijkheid van kansen en voor racismebestrijding c. Firma Feryn NV, il contesto della decisione è palesato anche dal quesito di rimessione da parte dell’Arbeidshof te Brussel, che chiedeva di stabilire se sussiste una discriminazione 'qualora un datore di lavoro, dopo aver collocato un’offerta di lavoro destinata a richiamare l’attenzione, dichiari in pubblico' che non assumerà stranieri, avendo dunque accertato che il datore seguiva 'criteri di selezione direttamente discriminatori' (Corte di giustizia 10 luglio 2008, C-54/07, Feryn, punto 18).
Ivi risulta, dalle conclusioni dell’Avvocato generale, che 'All’inizio del 2005 la Feryn cercava operai per l’installazione di porte basculanti presso la clientela. A tale scopo, essa collocava sul terreno aziendale lungo l’autostrada Bruxelles-Anversa un grande cartellone per la ricerca di personale' (conclusioni dell’avvocato generale M. Poiares Maduro presentate il 12 marzo 2008, punto 2).
La situazione era tale per cui quel datore 'non si limita a parlare di discriminazione, bensì discrimina. Non si limita a pronunciare parole, bensì compie un 'atto linguistico' ('speech acta)', specificamente idoneo a scoraggiare date candidature dalla procedura in corso (conclusioni dell’avvocato generale, punto 16).
1) 'Se l’interpretazione dell’art. 9 della direttiva n. 2000/78/CE sia nel senso che un’associazione, composta da avvocati specializzati nella tutela giudiziale di una categoria di soggetti a differente orientamento sessuale, la quale nello statuto dichiari il fine di promuovere la cultura e il rispetto dei diritti della categoria, si ponga automaticamente come portatrice di un interesse collettivo e associazione di tendenza non profit, legittimata ad agire in giudizio, anche con una domanda risarcitoria, in presenza di fatti ritenuti discriminatori per detta categoria';
2) 'Se rientri nell’ambito di applicazione della tutela antidiscriminatoria predisposta dalla direttiva n. 2000/78/CE, secondo l’esatta interpretazione dei suoi artt. 2 e 3, una dichiarazione di manifestazione del pensiero contraria alla categoria delle persone omosessuali, con la quale, in un’intervista rilasciata nel corso di una trasmissione radiofonica di intrattenimento, l’intervistato abbia dichiarato che mai assumerebbe o vorrebbe avvalersi della collaborazione di dette persone nel proprio studio professionale, sebbene non fosse affatto attuale né programmata dal medesimo una selezione di lavoro'.

References: SENTENZA 
 SENTENZA 
 SENTENZA 
 sentenza 
 art. 5
 sentenza 
 sentenza