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Timestamp: 2017-09-26 12:56:03+00:00

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Successione, eredità, accettazione tacita, AVVOCATO PER SUCCESSIONI BOLOGNA | Avvocato a Bologna - Studio Legale Bologna Avvocato Sergio Armaroli
Successione, eredità, accettazione tacita, AVVOCATO PER SUCCESSIONI BOLOGNA
Successione, eredità, acettazione tacita, presunzione, configurabilità
AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA L’ INVALIDITA’ DEL TESTAMENTO PER VIZI DELLA VOLONTA’
Successione, eredità, accettazione tacita, presunzione, configurabilità AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA L’ INVALIDITA’ DEL TESTAMENTO PER VIZI DELLA VOLONTA’ La sentenza impugnata non fornisce una lettura alternativa di tali fatti, volta a dimostrare che i frutti erano corrisposti benevolentiae causa ovvero per una diversa ragione che non implicasse un rapporto giuridico col proprietario del terreno, ma si limita a ritenere, senza altra aggiunta, che tale quadro fattuale non sarebbe significativo ai fini della dedotta configurazione di un’accettazione tacita.
La sentenza impugnata non fornisce una lettura alternativa di tali fatti, volta a dimostrare che i frutti erano corrisposti benevolentiae causa ovvero per una diversa ragione che non implicasse un rapporto giuridico col proprietario del terreno, ma si limita a ritenere, senza altra aggiunta, che tale quadro fattuale non sarebbe significativo ai fini della dedotta configurazione di un’accettazione tacita.
Dunque, nei termini ricostruiti dal giudice di merito, la percezione dei frutti appare espressiva dell’esercizio di un diritto che, spettando soltanto al proprietario-concedente del terreno, non avrebbe potuto essere esercitato se non dall’erede di lui e con l’intento di proseguire il medesimo rapporto sostanziale, il che implica altresì la volontà di accettare l’eredità.
Sentenza 26 luglio 2013, n. 18118
sul ricorso 11726/2007 proposto da:
A.V., A.G. C.F. (OMISSIS) IN PRORPIO E NELLA LORO QUALITA’ DI EREDI ED AVENTI CAUSA DI R. E., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA SAN TOMMASO D’AQUINO 47, presso lo studio dell’avvocato CORREALE LUIGI, rappresentati e difesi dall’avvocato AMATO Alfonso;
R.S., V.A., V.F., R. C., V.E., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA VIGLIENA 2, presso lo studio dell’avvocato FALCONI AMORELLI ALESSANDRO, rappresentati e difesi dall’avvocato PESCA Donato;
R.F.M.L., R.G., R.B. E.;
avverso la sentenza n. 57/2007 della CORTE D’APPELLO di SALERNO, depositata il 25/01/2007;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 20/03/2013 dal Consigliere Dott. FELICE MANNA;
udito l’Avvocato Falconi Amorelli Alessandro con delega depositata in udienza dell’Avv. Donato Pesca difensore dei controricorrenti che ha chiesto il rigetto del ricorso;
Con citazione notificata il 5.7.1983 R.E. conveniva in giudizio, innanzi al Tribunale di Vallo della Lucania, R. G., R.B.E., R.M.L., R. V.E., R.C., R.S. e R. R. per l’accertamento della successione ab intestato di O.E., apertasi il 5.4.1942, la cui eredità – costituita nel lato attivo da un fondo denominato “(OMISSIS)” – assumeva essersi devoluta per legge a lei e ai convenuti. Questi ultimi, nel resistere in giudizio, deducevano in particolare che l’attrice non poteva vantare alcuna pretesa su tale eredità, essendosi prescritto il relativo diritto di accettarla.
Nei confronti di Ri.Ev. altra causa innanzi al medesimo Tribunale promuovevano, con citazione notificata il 21.6.1986, R.S., R.C. ed R.V.E., quest’ultima deceduta poi nel corso del giudizio, proseguito dai suoi eredi E., A. e V.F., per l’accertamento della proprietà di taluni appezzamenti di terreno (originati dal frazionamento del fondo “(OMISSIS)”) suddivisi in virtù di precedenti contratti stipulati dai loro danti causa R., V. e R.L., germani di Ri.Ev.; in subordine, chiedevano l’accertamento dell’acquisto per usucapione dei diritti di proprietà loro spettanti. Ed altra causa ancora, sempre introdotta con citazione del 21.6.1986 e sempre contro Ri. E., promuovevano G., E. e R.M.L., quali eredi di R.V., per sentir dichiarare la validità degli atti pubblici di divisione, con domanda anche qui subordinata di usucapione. Ad entrambe le cause resisteva Ri. E.
Queste ultime due cause, registrate sub nn. 562/86 e 563/86, erano riunite, ed era disposta l’acquisizione d’ufficio dei verbali della prima causa, registrata sub n. 717/83 (anch’essa inizialmente riunita, ma poi separata). Quindi, deceduta R.V. E. e proseguito il processo dagli eredi di lei E., A. e V.F., il Tribunale con sentenza del 29.9.2003, resa nei confronti di V. e A.G., eredi di Ri.Ev., rigettava le domande, condannava gli attori alle spese e dichiarava la propria incompetenza a decidere sulla causa n. 717/83.
Tale sentenza, impugnata in via principale da A.V. e G. e in via incidentale da S. e R.C. e da E., A. e V.F., era riformata dalla Corte d’appello di Salerno, che con sentenza pubblicata il 25.1.2007, dichiarata l’inesistenza della sentenza di primo grado nella parte in cui il giudice aveva declinato la propria competenza a decidere sulla causa n. 717/83, dichiarava prescritto il diritto già spettante ad Ri.Ev. di accettare l’eredità in questione; dichiarava, inoltre, S. e R.C. ed E., A. e V.F., proprietari delle porzioni del fondo ” (OMISSIS)” così come stabilite negli atti di divisione.
La Corte territoriale osservava che l’aver Ri.Ev.
percepito in passato alcuni prodotti del fondo in questione, in allora oggetto di un rapporto agrario, non valeva a dimostrare l’accettazione tacita dell’eredità di O.E., non avendo valenza univoca e diretta alla conferma della posizione di erede, così come non potevano valere gli accessi al fondo che ella aveva effettuato nel corso degli anni. Pertanto, l’unico atto dispositivo compiuto da Ri.Ev. era costituito dall’introduzione del giudizio di divisione con la citazione del 6.7.1983, atto al momento del quale, però, era già maturata la prescrizione ex art. 480 c.c. eccepita dalle controparti in primo grado e reiterata con l’appello incidentale. Pertanto, concludeva, Ri.Ev. non aveva mai acquistato l’eredità in questione, ed erano per contro fondate le domande degli appellanti incidentali.
Per la cassazione di tale sentenza ricorrono A.V. e G., in base a quattro motivi.
Resistono con controricorso S. e R.C. nonchè E., A. e V.F.
e R.M.L. ed R.B.E. non hanno svolto attività difensiva.
– Col primo motivo è dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 99, 101 e 112 c.p.c., per violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 (rectius, n. 4).
Sostiene parte appellante che la questione di prescrizione del diritto di Ri.Ev. di accettare l’eredità formava oggetto di altra causa, quella n. 717/83, per la quale giustamente la stessa Corte d’appello ha dichiarato inesistente la declinatoria di competenza pronunciata dal giudice di prime cure. Pertanto, non essendo stata formulata alcuna eccezione di prescrizione in questo giudizio, la Corte d’appello non poteva neppure rilevarla.
Formulano, pertanto, i seguenti quesiti di diritto ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., applicabile alla fattispecie ratione temporis:
“incorre nel vizio di extrapetizione il giudice d’appello, il quale, a fronte di un’impugnazione di sentenza di primo grado che ha dichiarato non fondata l’azione di usucapione promossa da essa parte appellante nel procedimento di primo grado accolga l’appello, non già in forza della ritenuta fondatezza della proposta azione di usucapione, ma in forza della declaratoria di prescrizione del diritto all’accettazione dell’eredità in capo alla controparte, iniziale coerede, eccezione non invocata nè con l’appello incidentale, nè con la domanda introduttiva”; ed ancora: “intrapresa in danno di iniziale coerede la domanda per ottenere la declaratoria di validità ed efficacia erga omnes di atti pubblici di divisione, con richiesta di declaratoria di piena ed esclusiva proprietà e comproprietà in capo ai deducenti, nonchè domanda, in via subordinata, di declaratoria di intervenuta acquisizione dei cespiti medesimi per usucapione, incorre nel vizio di extrapetizione il giudice d’appello, il quale, a fronte di un’impugnazione di sentenza di primo grado che ha dichiarato non fondata l’azione di usucapione promossa da essa parte appellante nel procedimento di primo grado accolga l’appello, non già in forza della ritenuta fondatezza della proposta azione di usucapione, ma in forza della declaratoria di prescrizione del diritto all’accettazione dell’eredità in capo alla controparte, iniziale coerede”.
– Col secondo motivo è dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 168 e 347 c.p.c. e dell’art. 123-bis disp. att. c.p.c., nonchè il difetto di motivazione in ordine al fatto controverso costituito dall’assenza nel fascicolo dei verbali di udienza; il tutto in relazione ai nn. 3 (rectius, 4) e 5 dell’art. 360 c.p.c. Parte ricorrente lamenta che la Corte territoriale non abbia ordinato la ricostruzione del fascicolo n. 717/83, di cui in primo grado era stata disposta d’ufficio l’acquisizione, ma dei cui verbali, però, come si afferma nella stessa sentenza impugnata, non vi era traccia agli atti se non nel fascicolo di parte del difensore degli appellati.
Segue il quesito: “in mancanza di reperimento, nel fascicolo di primo grado, di tutti o parte dei verbali di udienza, il giudice d’appello – salvo il caso che i fatti processuali del giudizio di primo grado siano pacifici – deve concedere un termine per la sua ricostruzione e l’omissione di un tale provvedimento può tradursi in un vizio della sentenza deducibile in sede d’impugnazione per cassazione in quanto comportante la menomazione del diritto di difesa e difetto di motivazione”.
– Il terzo motivo denuncia, in relazione al n. 5 dell’art. 360 c.p.c., l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo, costituito dalla deposizioni dei testi B. e R.N., da cui si evincerebbe il carattere gestorio della percezione dei prodotti del fondo da parte di Ri.Ev., e dunque l’accettazione tacita dell’eredità.
Sostiene parte ricorrente che la Corte territoriale, da un lato ha affermato che per l’accettazione tacita dell’eredità sia necessaria l’esplicazione da parte del chiamato di un’attività personale che integri gli estremi di un atto gestorio, e dall’altro ha ritenuto che Ri.Ev. non avesse posto in essere una siffatta condotta tacita, nonostante la stessa Corte abbia ritenuto provato che ella, a seguito di alcune “visite” (virgolette nel testo della sentenza: v. pag. 23) percepì dal conduttore alcuni prodotti del fondo caduto in successione.
– Con il quarto mezzo parte ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 476 c.c., formulando il seguente quesito di diritto: “è atto dispositivo e non meramente conservativo del patrimonio ereditario e, per l’effetto, integra gli estremi dell’atto di gestione, la riscossione o comunque la percezione, per mano del colono o comunque del conduttore di un fondo, di prodotti del fondo stesso o comunque di utilità che promanino dal fondo medesimo”.
– Il primo motivo è infondato.
Dall’esame diretto degli atti, cui questa Corte può accedere trattandosi della verifica di un fatto processuale, risulta che nella comparsa di costituzione e risposta con appello incidentale gli appellati, nel sostenere che l’unico atto col quale Ri.
manifestò la volontà di accettare l’eredità materna era costituito dalla proposizione della domanda giudiziale, dedussero che tale accettazione era assolutamente tardiva in quanto, a distanza di quarant’anni dall’apertura della successione, si era ormai prescritto il relativo diritto (v. pagg. 14 e 15).
Ciò posto, non ha alcun peso il fatto che essi abbiano inteso menzionare un’eccezione già sollevata in un altro giudizio (come appare dalla coniugazione al passato dei tempi verbali e dalla nota a pie di pagina, che indica a sostegno una produzione documentale).
Identico il diritto controverso nelle due cause, il richiamare nell’una l’eccezione di prescrizione già formulata nell’altra non può avere altro plausibile significato che tornare a dedurre il medesimo fatto per lucrarne gli effetti estintivi, senza che ciò sia impedito dal grado d’appello trattandosi di controversia che, instaurata nel 1986, è soggetta al testo dell’art. 345 c.p.c. anteriore alla novella di cui alla L. n. 353 del 1990.
– Anche il secondo motivo è infondato.
E’ fermo indirizzo di questa Corte che l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, nel consentire la denuncia di vizi di attività del giudice che comportino la nullità della sentenza o del procedimento, non tutela l’interesse all’astratta regolarità dell’attività giudiziaria, ma garantisce soltanto l’eliminazione del pregiudizio concretamente subito dal diritto di difesa della parte in dipendenza del denunciato error in procedendo. Ne consegue che, ove il ricorrente non indichi lo specifico e concreto pregiudizio subito, l’addotto error in procedendo non acquista rilievo idoneo a determinare l’annullamento della sentenza impugnata (Cass. nn. 18635/11, 4435/08, 16630/07, 16898/06, 13662/04, 18618/03,12594/02, 5837/97 e 221/1996).
Nella specie, parte ricorrente non allega qual tipo di pregiudizio al proprio diritto di difesa avrebbe subito per effetto della mancata ricostruzione del fascicolo della causa n. 717/83, visto che la Corte territoriale ha utilizzato, in luogo di questo, le copie dei verbali prodotte dalla parte appellata, copie di cui l’odierna ricorrente non contesta la conformità agli originali.
– Il terzo e il quarto motivo, da esaminare congiuntamente per la loro efficienza complementare, sono fondati.
7.1. – In base all’art. 476 c.c., l’accettazione dell’eredità è tacita quando il chiamato compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede.
Nella giurisprudenza di questa Corte si è consolidato da tempo l’orientamento in base al quale l’accettazione tacita di eredità può desumersi soltanto dall’esplicazione congiunta di un’attività personale del chiamato tale da integrare gli estremi dell’atto gestorio incompatibile con la volontà di rinunziare, e non altrimenti giustificale se non in relazione alla qualità di erede, mentre restano ovviamente escluse le attività di natura meramente conservativa che il chiamato può compiere anche prima dell’accettazione, ai sensi dell’art. 460 c.c. La relativa indagine di fatto, condotta dal giudice di merito caso per caso, non è censurabile in sede di legittimità, purchè la relativa motivazione risulti immune da vizi logici o da errori di diritto (cfr., per tutte Cass. n. 12753/99).
7.1.1. – Nel caso in esame la Corte d’appello di Salerno, pur esattamente premessi tali principi di diritto ed altrettanto correttamente escluso che la presentazione della denuncia di successione e il pagamento di imposte potessero integrare gli estremi di un’accettazione tacita, ha poi ritenuto che il solo elemento della percezione di alcuni prodotti del fondo in questione da parte di Ri.Ev. “per mano di R.F., conduttore del detto fondo (…) non ha valenza univoca e diretta alla conferma della posizione di erede della stessa, così come non possono in tal senso evidenziarsi le “visite” al fondo dalla stessa effettuata nel corso degli anni” (pag. 23 sentenza impugnata).
Tale motivazione appare, ad un tempo, insufficiente e priva di coerenza rispetto alla premessa di diritto operata. Così come accertati dalla Corte territoriale, i fatti lasciano intendere una percezione dei frutti naturali del fondo non sporadica ed occasionale, ma periodica e reiterata per anni (“visite … nel corso degli anni”), e soprattutto effettuata su base obbligatoria, atteso che i frutti erano corrisposti dal “conduttore” del fondo, nozione che in tanto ha senso richiamare in quanto rimanda ad un rapporto agrario, e dunque ad una dazione avente una causa (non gratuita, ma) onerosa e di scambio.
Ne consegue l’insufficienza della motivazione, inidonea a fondare la soluzione negativa prescelta, e la falsa applicazione dell’art. 476 c.c., perchè incoerente rispetto all’esatta interpretazione fornitane.
– Per tali ragioni, accolti i suddetti motivi s’impone la cassazione della sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Salerno, che nel decidere la controversia si atterrà ai principi sopra esposti e provvedere, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 3 anche a regolare spese del giudizio di cassazione.
La Corte accoglie il terzo e il quarto motivo del ricorso, respinti il primo ed il secondo, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Salerno, che provvederà anche sulle spese di cassazione.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 20 marzo 2013.
Dell’apertura della successione, della delazione e dell’acquisto dell’eredita’
Apertura della successione.
Delazione dell’eredità.
Art. 458. (1)
Acquisto dell’eredità.
Poteri del chiamato prima dell’accettazione.
Il chiamato all’eredità può esercitare le azioni possessorie a tutela dei beni ereditari, senza bisogno di materiale apprensione.
Egli inoltre può compiere atti conservativi, di vigilanza e di amministrazione temporanea, e può farsi autorizzare dall’autorità giudiziaria a vendere i beni che non si possono conservare o la cui conservazione importa grave dispendio.
Rimborso delle spese sostenute dal chiamato.
Se il chiamato rinunzia alla eredità, le spese sostenute per gli atti indicati dall’articolo precedente sono a carico dell’eredità.
Capacità delle persone fisiche.
Dell’indegnità
Casi d’indegnità.
E’ escluso dalla successione come indegno:
2) chi ha commesso, in danno di una di tali persone, un fatto al quale la legge [penale](1) dichiara applicabili le disposizioni sull’omicidio;
3) chi ha denunziato una di tali persone per reato punibile [con la morte,] (1) con l’ergastolo o con la reclusione per un tempo non inferiore nel minimo a tre anni, se la denunzia è stata dichiarata calunniosa in giudizio penale; ovvero ha testimoniato contro le persone medesime imputate dei predetti reati, se la testimonianza è stata dichiarata, nei confronti di lui, falsa in giudizio penale;
3-bis) Chi, essendo decaduto dalla podestà genitoriale nei confronti della persona della cui successione si tratta a norma dell’articolo 330, non è stato reintegrato nella podestà alla data di apertura della successione della medesima. (2)
Restituzione di frutti.
L’indegno è obbligato a restituire i frutti che gli sono pervenuti dopo l’apertura della successione.
Indegnità del genitore.
Riabilitazione dell’indegno.
Chi è incorso nell’indegnità è ammesso a succedere quando la persona, della cui successione si tratta, ve lo ha espressamente abilitato con atto pubblico o con un testamento.
Nozione. (1)
(1) Aricolo così modificato dall’art. 67, comma 1, D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.
I discendenti possono succedere per rappresentazione anche se hanno rinunziato all’eredità della persona in luogo della quale subentrano, o sono incapaci o indegni di succedere rispetto a questa. (1)
Estensione del diritto di rappresentazione. Divisione.
Dell’accettazione dell’eredità
Accettazione pura e semplice e accettazione col beneficio d’inventario.
Eredità devolute a minori o interdetti.
Non si possono accettare le eredità devolute ai minori e agli interdetti, se non col beneficio d’inventario, osservate le disposizioni degli articoli 321 e 374.
Eredità devolute a minori emancipati o a inabilitati.
I minori emancipati e gli inabilitati non possono accettare le eredità, se non col beneficio d’inventario, osservate le disposizioni dell’articolo 394.
Art. 473. (1)
Eredità devolute a persone giuridiche o ad associazioni, fondazioni ed enti non riconosciuti.
L’accettazione delle eredità devolute alle persone giuridiche o ad associazioni, fondazioni ed enti non riconosciuti non può farsi che col beneficio d’inventario.
Il presente articolo non si applica alle società.
(1) Articolo così sostituito dalla Legge 22 giugno 2000, n. 192.
Modi di accettazione.
L’accettazione è espressa quando in un atto pubblico o in una scrittura privata, il chiamato all’eredità ha dichiarato di accettarla oppure ha assunto il titolo di erede.
Donazione, vendita e cessione dei diritti di successione.
La donazione, la vendita o la cessione, che il chiamato all’eredità faccia dei suoi diritti di successione a un estraneo o a tutti gli altri chiamati o ad alcuno di questi, importa accettazione dell’eredità.
Rinunzia che importa accettazione.
Trasmissione del diritto di accettazione.
Se il chiamato all’eredità muore senza averla accettata, il diritto di accettarla si trasmette agli eredi.
Se questi non sono d’accordo per accettare o rinunziare, colui che accetta l’eredità acquista tutti i diritti e soggiace a tutti i pesi ereditari, mentre vi rimane estraneo chi ha rinunziato.
La rinunzia all’eredità propria del trasmittente include rinunzia all’eredità che al medesimo è devoluta.
Il termine decorre dal giorno dell’apertura della successione e, in caso d’istituzione condizionale, dal giorno in cui si verifica la condizione. In caso di accertamento giudiziale della filiazione il termine decorre dal passaggio in giudicato della sentenza che accerta la filiazione stessa. (1)
Fissazione di un termine per l’accettazione.
Chiunque vi ha interesse può chiedere che l’autorità giudiziaria fissi un termine entro il quale il chiamato dichiari se accetta o rinunzia all’eredità. Trascorso questo termine senza che abbia fatto la dichiarazione, il chiamato perde il diritto di accettare.
Impugnazione per violenza o dolo.
L’accettazione dell’eredità si può impugnare quando è effetto di violenza o di dolo.
Impugnazione per errore.
L’accettazione dell’eredità non si può impugnare se viziata da errore.
Tuttavia, se si scopre un testamento del quale non si aveva notizia al tempo dell’accettazione, l’erede non è tenuto a soddisfare i legati scritti in esso oltre il valore dell’eredità, o con pregiudizio della porzione legittima che gli è dovuta. Se i beni ereditari non bastano a soddisfare tali legati, si riducono proporzionalmente anche i legati scritti in altri testamenti. Se alcuni legatari sono stati già soddisfatti per intero, contro di loro è data azione di regresso.
L’onere di provare il valore dell’eredità incombe all’erede.
Accettazione col beneficio d’inventario.
L’accettazione col beneficio di inventario si fa mediante dichiarazione, ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione, e inserita nel registro delle successioni conservato nello stesso tribunale. (1)
Chiamato all’eredità che è nel possesso di beni.
Il chiamato all’eredità, quando a qualsiasi titolo è nel possesso di beni ereditari, deve fare l’inventario entro tre mesi dal giorno dell’apertura della successione o della notizia della devoluta eredità. Se entro questo termine lo ha cominciato ma non è stato in grado di completarlo, può ottenere dal tribunale (1) del luogo in cui si è aperta la successione una proroga che, salvo gravi circostanze, non deve eccedere i tre mesi.
(1) La parola: “pretore” è stata sostituita dalla parola: “tribunale” dal D. Lvo 19 febbraio 1998, n. 51, recante l’istituzione del giudice unico, a decorrere dal 2 giugno 1999.
Cfr. Cassazione civile, sez. tributaria, sentenza 29 gennaio 2008, n. 1920 in Altalex Massimario.
Durante i termini stabiliti dall’articolo precedente per fare l’inventario e per deliberare, il chiamato, oltre che esercitare i poteri indicati nell’articolo 460, può stare in giudizio come convenuto per rappresentare l’eredità.
Se non compare, l’autorità giudiziaria nomina un curatore all’eredità affinché la rappresenti in giudizio.
Chiamato all’eredità che non è nel possesso di beni.
Il chiamato all’eredità che non è nel possesso di beni ereditari, può fare la dichiarazione di accettare col beneficio d’inventario, fino a che il diritto di accettare non è prescritto.
Quando ha fatto la dichiarazione, deve compiere l’inventario nel termine di tre mesi dalla dichiarazione, salva la proroga accordata dall’autorità giudiziaria a norma dell’articolo 485; in mancanza, è considerato erede puro e semplice.
Quando ha fatto l’inventario non preceduto da dichiarazione d’accettazione, questa deve essere fatta nei quaranta giorni successivi al compimento dell’inventario; in mancanza il chiamato perde il diritto di accettare l’eredità.
Dichiarazione in caso di termine fissato dall’autorità giudiziaria.
Il chiamato all’eredità, che non è nel possesso di beni ereditari, qualora gli sia assegnato un termine a norma dell’articolo 481, deve, entro detto termine, compiere anche l’inventario; se fa la dichiarazione e non l’inventario, è considerato erede puro e semplice.
L’autorità giudiziaria può accordare una dilazione.
I minori, gli interdetti e gli inabilitati non s’intendono decaduti dal beneficio d’inventario, se non al compimento di un anno dalla maggiore età o dal cessare dello stato d’interdizione o d’inabilitazione, qualora entro tale termine non si siano conformati alle norme della presente sezione.
Effetti del beneficio d’inventario.
L’effetto del beneficio d’inventario consiste nel tener distinto il patrimonio del defunto da quello dell’erede.
2) l’erede non è tenuto al pagamento dei debiti ereditari e dei legati oltre il valore dei beni a lui pervenuti.
3) i creditori dell’eredità e i legatari hanno preferenza sul patrimonio ereditario di fronte ai creditori dell’erede. Essi però non sono dispensati dal domandare la separazione dei beni, secondo le disposizioni del capo seguente, se vogliono conservare questa preferenza anche nel caso che l’erede decada dal beneficio d’inventario o vi rinunzi.
Responsabilità dell’erede nell’amministrazione.
L’erede con beneficio d’inventario non risponde dell’amministrazione dei beni ereditari se non per colpa grave.
Se i creditori o altri aventi interesse lo richiedono, l’erede deve dare idonea garanzia per il valore dei beni mobili compresi nell’inventario, per i frutti degli immobili e per il prezzo dei medesimi che sopravanzi al pagamento dei creditori ipotecari.
Alienazione dei beni ereditari senza autorizzazione.
L’erede decade dal beneficio d’inventario, se aliena o sottopone a pegno o ipoteca beni ereditari, o transige relativamente a questi beni senza l’autorizzazione giudiziaria e senza osservare le forme prescritte dal codice di procedura civile.
Per i beni mobili l’autorizzazione non è necessaria trascorsi cinque anni dalla dichiarazione di accettare con beneficio d’inventario.
Omissioni o infedeltà nell’inventario.
Dal beneficio d’inventario decade l’erede che ha omesso in mala fede di denunziare nell’inventario beni appartenenti all’eredità, o che ha denunziato in mala fede, nell’inventario stesso, passività non esistenti.
Pagamento dei creditori e legatari.
Trascorso un mese dalla trascrizione prevista nell’articolo 484 o dall’annotazione disposta nello stesso articolo per il caso che l’inventario sia posteriore alla dichiarazione, l’erede, quando creditori o legatari non si oppongono ed egli non intende promuovere la liquidazione a norma dell’articolo 503, paga i creditori e i legatari a misura che si presentano, salvi i loro diritti di poziorità.
Tale diritto si prescrive in tre anni dal giorno dell’ultimo pagamento salvo che il credito sia anteriormente prescritto.
Rendimento del conto.
L’erede ha l’obbligo di rendere conto della sua amministrazione ai creditori e ai legatari, i quali possono fare assegnare un termine all’erede.
Mora nel rendimento del conto.
L’erede non può essere costretto al pagamento con i propri beni, se non quando è stato costituito in mora a presentare il conto e non ha ancora soddisfatto a quest’obbligo.
Liquidazione dell’eredità in caso di opposizione.
L’invito è spedito per raccomandata ai creditori e ai legatari dei quali è noto il domicilio o la residenza ed è pubblicato nel foglio degli annunzi legali della provincia. (1)
Scaduto il termine entro il quale devono presentarsi le dichiarazioni di credito, l’erede provvede, con l’assistenza del notaio, a liquidare le attività ereditarie facendosi autorizzare alle alienazioni necessarie. Se l’alienazione ha per oggetto beni sottoposti a privilegio o a ipoteca, i privilegi non si estinguono, e le ipoteche non possono essere cancellate sino a che l’acquirente non depositi il prezzo nel modo stabilito dal giudice o non provveda al pagamento dei creditori collocati nello stato di graduazione previsto dal comma seguente.
L’erede forma, sempre con l’assistenza del notaio, lo stato di graduazione. I creditori sono collocati secondo i rispettivi diritti di prelazione. Essi sono preferiti ai legatari. Tra i creditori non aventi diritto a prelazione l’attivo ereditario è ripartito in proporzione dei rispettivi crediti.
Qualora, per soddisfare i creditori, sia necessario comprendere nella liquidazione anche l’oggetto di un legato di specie, sulla somma che residua dopo il pagamento dei creditori il legatario di specie è preferito agli altri legatari.
Termine per la liquidazione.
L’autorità giudiziaria, su istanza di alcuno dei creditori o legatari, può assegnare un termine all’erede per liquidare le attività ereditarie e per formare lo stato di graduazione.
Compiuto lo stato di graduazione, il notaio ne dà avviso con raccomandata ai creditori e legatari di cui è noto il domicilio o la residenza, e provvede alla pubblicazione di un estratto dello stato nel foglio degli annunzi legali della provincia. (1) Trascorsi senza reclami trenta giorni dalla data di questa pubblicazione, lo stato di graduazione diviene definitivo.
Pagamento dei creditori e dei legatari.
Divenuto definitivo lo stato di graduazione o passata in giudicato la sentenza che pronunzia sui reclami, l’erede deve soddisfare i creditori e i legatari in conformità dello stato medesimo. Questo costituisce titolo esecutivo contro l’erede.
I creditori e i legatari che non si sono presentati hanno azione contro l’erede solo nei limiti della somma che residua dopo il pagamento dei creditori e dei legatari collocati nello stato di graduazione. Questa azione si prescrive in tre anni dal giorno in cui lo stato è divenuto definitivo o è passata in giudicato la sentenza che ha pronunziato sui reclami, salvo che il credito sia anteriormente prescritto.
Liquidazione promossa dall’erede.
Anche quando non vi è opposizione di creditori o di legatari, l’erede può valersi della procedura di liquidazione prevista dagli articoli precedenti.
Il pagamento fatto a creditori privilegiati o ipotecari non impedisce all’erede di valersi di questa procedura.
Liquidazione nel caso di più eredi.
Se vi sono più eredi con beneficio d’inventario, ciascuno può promuovere la liquidazione; ma deve convocare i propri coeredi davanti al notaio nel termine che questi ha stabilito per la dichiarazione dei crediti. I coeredi che non si presentano sono rappresentati nella liquidazione dal notaio.
L’erede, che in caso di opposizione, non osserva le norme stabilite dall’articolo 498 o non compie la liquidazione o lo stato di graduazione nel termine stabilito dall’articolo 500, decade dal beneficio d’inventario.
Parimenti decade dal beneficio d’inventario l’erede che, nel caso previsto dall’articolo 503, dopo l’invito ai creditori di presentare le dichiarazioni di credito, esegue pagamenti prima che sia definita la procedura di liquidazione o non osserva il termine che gli è stato prefisso a norma dell’articolo 500.
In ogni caso la decadenza dal beneficio d’inventario può essere fatta valere solo dai creditori del defunto e dai legatari.
Procedure individuali.
Eseguita la pubblicazione prescritta dal terzo comma dell’articolo 498, non possono essere promosse procedure esecutive a istanza dei creditori. Possono tuttavia essere continuate quelle in corso, ma la parte di prezzo che residua dopo il pagamento dei creditori privilegiati e ipotecari deve essere distribuita in base allo stato di graduazione previsto dall’articolo 499.
Dalla data di pubblicazione dell’invito ai creditori previsto dal terzo comma dell’articolo 498 è sospeso il decorso degli interessi dei crediti chirografari. I creditori tuttavia hanno diritto, compiuta la liquidazione, al collocamento degli interessi sugli eventuali residui.
Rilascio dei beni ai creditori e ai legatari.
L’erede, non oltre un mese dalla scadenza del termine stabilito per presentare le dichiarazioni di credito, se non ha provveduto ad alcun atto di liquidazione, può rilasciare tutti i beni ereditari a favore dei creditori e dei legatari.
A tal fine l’erede deve, nelle forme indicate dall’articolo 498, dare avviso ai creditori e ai legatari dei quali è noto il domicilio o la residenza; deve iscrivere la dichiarazione di rilascio nel registro delle successioni, annotarla, in margine alla trascrizione prescritta dal secondo comma dell’articolo 484, e trascriverla presso gli uffici dei registri immobiliari dei luoghi in cui si trovano gli immobili ereditari e presso gli uffici dove sono registrati i beni mobili.
Dal momento in cui è trascritta la dichiarazione di rilascio, gli atti di disposizione dei beni ereditari compiuti dall’erede sono senza effetto rispetto ai creditori e ai legatari.
L’erede deve consegnare i beni al curatore nominato secondo le norme dell’articolo seguente. Eseguita la consegna, egli resta liberato da ogni responsabilità per i debiti ereditari.
Nomina del curatore.
Trascritta la dichiarazione di rilascio, il tribunale (1) del luogo dell’aperta successione, su istanza dell’erede o di uno dei creditori o legatari, o anche d’ufficio, nomina un curatore, perché provveda alla liquidazione secondo le norme degli articoli 498 e seguenti.
Le attività che residuano, pagate le spese della curatela e soddisfatti i creditori e i legatari collocati nello stato di graduazione, spettano all’erede, salva l’azione dei creditori e legatari, che non si sono presentati, nei limiti determinati dal terzo comma dell’articolo 502.
Liquidazione proseguita su istanza dei creditori o legatari.
Se, dopo la scadenza del termine stabilito per presentare le dichiarazioni di credito, l’erede incorre nella decadenza dal beneficio d’inventario, ma nessuno dei creditori o legatari la fa valere, il tribunale (1) del luogo dell’aperta successione, su istanza di uno dei creditori o legatari, sentiti l’erede e coloro che hanno presentato le dichiarazioni di credito, può nominare un curatore con l’incarico di provvedere alla liquidazione dell’eredità secondo le norme degli articoli 499 e seguenti. Dopo la nomina del curatore, la decadenza dal beneficio non può più essere fatta valere.
Il decreto di nomina del curatore è iscritto nel registro delle successioni, annotato a margine della trascrizione prescritta dal secondo comma dell’articolo 484, e trascritto negli uffici dei registri immobiliari dei luoghi dove si trovano gli immobili ereditari e negli uffici dove sono registrati i beni mobili.
L’erede perde l’amministrazione dei beni ed è tenuto a consegnarli al curatore. Gli atti di disposizione che l’erede compie dopo trascritto il decreto di nomina del curatore sono senza effetto rispetto ai creditori e ai legatari.
Accettazione o inventario fatti da uno dei chiamati.
L’accettazione con beneficio d’inventario fatta da uno dei chiamati giova a tutti gli altri, anche se l’inventario è compiuto da un chiamato diverso da quello che ha fatto la dichiarazione.
Le spese dell’apposizione dei sigilli, dell’inventario e di ogni altro atto dipendente dall’accettazione con beneficio d’inventario sono a carico dell’eredità.
Della separazione dei beni del defunto da quelli dell’erede
Oggetto della separazione.
La separazione dei beni del defunto da quelli dell’erede assicura il soddisfacimento, con i beni del defunto, dei creditori di lui e dei legatari che l’hanno esercitata, a preferenza dei creditori dell’erede.
La separazione non impedisce ai creditori e ai legatari che l’hanno esercitata, di soddisfarsi anche sui beni propri dell’erede.
Separazione contro i legatari di specie.
Rapporti tra creditori separatisti e non separatisti.
I creditori e i legatari che hanno esercitato la separazione hanno diritto di soddisfarsi sui beni separati a preferenza dei creditori e dei legatari che non l’hanno esercitata, quando il valore della parte di patrimonio non separata sarebbe stato sufficiente a soddisfare i creditori e i legatari non separatisti.
Fuori di questo caso, i creditori e i legatari non separatisti possono concorrere con coloro che hanno esercitato la separazione; ma, se parte del patrimonio non è stata separata il valore di questa si aggiunge al prezzo dei beni separati per determinare quanto spetterebbe a ciascuno dei concorrenti, e quindi si considera come attribuito integralmente ai creditori e ai legatari non separatisti.
Cessazione della separazione.
L’erede può impedire o far cessare la separazione pagando i creditori e i legatari, e dando cauzione per il pagamento di quelli il cui diritto è sospeso da condizione o sottoposto a termine oppure è contestato.
Termine per l’esercizio del diritto alla separazione.
Il diritto alla separazione deve essere esercitato entro il termine di tre mesi dall’apertura della successione.
Separazione riguardo ai mobili.
La domanda si propone con ricorso al tribunale (1) del luogo dell’aperta successione, il quale ordina l’inventario, se non è ancora fatto, e dà le disposizioni necessarie per la conservazione dei beni stessi.
Riguardo ai mobili già alienati dall’erede, il diritto alla separazione comprende soltanto il prezzo non ancora pagato.
Separazione riguardo agli immobili.
Le iscrizioni a titolo di separazione, anche se eseguite in tempi diversi, prendono tutte il grado della prima e prevalgono sulle trascrizioni ed iscrizioni contro l’erede o il legatario, anche se anteriori.
Della rinunzia all’eredità
Dichiarazione di rinunzia.
La rinunzia all’eredità deve farsi con dichiarazione, ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario (1) in cui si è aperta la successione, e inserita nel registro delle successioni.
Rinunzia condizionata, a termine o parziale.
Retroattività della rinunzia.
Devoluzione nelle successioni legittime.
Nelle successioni legittime la parte di colui che rinunzia si accresce a coloro che avrebbero concorso col rinunziante, salvo il diritto di rappresentazione e salvo il disposto dell’ultimo comma dell’articolo 571. Se il rinunziante è solo, l’eredità si devolve a coloro ai quali spetterebbe nel caso che egli mancasse.
Devoluzione nelle successioni testamentarie.
Nelle successioni testamentarie, se il testatore non ha disposto una sostituzione e se non ha luogo il diritto di rappresentazione, la parte del rinunziante si accresce ai coeredi a norma dell’articolo 674, ovvero si devolve agli eredi legittimi a norma dell’articolo 677.
Impugnazione della rinunzia da parte dei creditori.
Se taluno rinunzia, benché senza frode, a un’eredità con danno dei suoi creditori, questi possono farsi autorizzare ad accettare la eredità in nome e luogo del rinunziante, al solo scopo di soddisfarsi sui beni ereditari fino alla concorrenza dei loro crediti.
Revoca della rinunzia.
La rinunzia all’eredità si può impugnare solo se è l’effetto di violenza o di dolo.
Sottrazione di beni ereditari.
I chiamati all’eredità, che hanno sottratto o nascosto beni spettanti all’eredità stessa, decadono dalla facoltà di rinunziarvi e si considerano eredi puri e semplici nonostante la loro rinunzia.
Dell’eredità giacente
Quando il chiamato non ha accettato l’eredità e non è nel possesso di beni ereditari, il tribunale del circondario (1) in cui si è aperta la successione, su istanza delle persone interessate o anche d’ufficio, nomina un curatore dell’eredità.
Obblighi del curatore.
Il curatore è tenuto a procedere all’inventario dell’eredità, a esercitarne e promuoverne le ragioni, a rispondere alle istanze proposte contro la medesima, ad amministrarla, a depositare presso le casse postali o presso un istituto di credito designato dal tribunale (1) il danaro che si trova nell’eredità o si ritrae dalla vendita dei mobili o degli immobili, e, da ultimo, a rendere conto della propria amministrazione.
(1) La parola: “ pretore” è stata sostituita dalla parola: “ tribunale” dal D. L.vo 19 febbraio 1998, n. 51, recante l’istituzione del giudice unico, a decorrere dal 2 giugno 1999.
Se però alcuno dei creditori o dei legatari fa opposizione, il curatore non può procedere ad alcun pagamento, ma deve provvedere alla liquidazione dell’eredità secondo le norme degli articoli 498 e seguenti.
Inventario, amministrazione e rendimento dei conti.
Le disposizioni della sezione II del capo V di questo titolo, che riguardano l’inventario, l’amministrazione e il rendimento di conti da parte dell’erede con beneficio d’inventario, sono comuni al curatore dell’eredità giacente, esclusa la limitazione della responsabilità per colpa.
Cessazione della curatela per accettazione dell’eredità.
Il curatore cessa dalle sue funzioni quando l’eredità è stata accettata.
Della petizione di eredità
L’erede può chiedere il riconoscimento della sua qualità ereditaria contro chiunque possiede tutti o parte dei beni ereditari a titolo di erede o senza titolo alcuno, allo scopo di ottenere la restituzione dei beni medesimi.
L’azione è imprescrittibile, salvi gli effetti dell’usucapione rispetto ai singoli beni.
L’erede può agire anche contro gli aventi causa da chi possiede a titolo di erede o senza titolo.
Sono salvi i diritti acquistati, per effetto di convenzioni a titolo oneroso con l’erede apparente, dai terzi i quali provino di avere contrattato in buona fede.
La disposizione del comma precedente non si applica ai beni immobili e ai beni mobili iscritti nei pubblici registri, se l’acquisto a titolo di erede e l’acquisto dall’erede apparente non sono stati trascritti anteriormente alla trascrizione dell’acquisto da parte dell’erede o del legatario vero, o alla trascrizione della domanda giudiziale contro l’erede apparente.
Possessore di beni ereditari.
Il possessore in buona fede, che ha alienato pure in buona fede una cosa dell’eredità, è solo obbligato a restituire all’erede il prezzo o il corrispettivo ricevuto. Se il prezzo o il corrispettivo è ancora dovuto, l’erede subentra nel diritto di conseguirlo.
È possessore in buona fede colui che ha acquistato il possesso dei beni ereditari, ritenendo per errore di essere erede. La buona fede non giova se l’errore dipende da colpa grave.
Le persone a favore delle quali la legge riserva una quota di eredità o altri diritti nella successione sono: il coniuge, i figli, gli ascendenti. (1)
Ai figli sono equiparati gli adottivi. (2)
A favore dei discendenti dei figli, i quali vengono alla successione in luogo di questi, la legge riserva gli stessi diritti che sono riservati ai figli. (3)
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Sentenza 
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 art. 480
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 Cass. 
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Art. 458

Art. 473
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