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Timestamp: 2019-04-25 11:43:54+00:00

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Mafia Capitale esiste |
Mafia Capitale esiste
(11 settembre 2018) La sentenza della Terza sezione della Corte d’appello di Roma del processo cosiddetto “Mafia Capitale” ha ribaltato la sentenza di primo grado, condannando ai sensi dell’art. 416 bis, associazione mafiosa, 18 imputati su 43, insieme a Carminati e Buzzi altri 16 tra cui l’ex consigliere di Forza Italia, Luca Gramazio Franco Panzironi ex numero uno di Ama, Carlo Pucci ex manager di Ente Eur, Franco Fabrizio Testa collaboratore di Buzzi.
Il 2 dicembre 2014 (e poi ancora il 4 giugno 2015) una serie di clamorosi arresti aveva mostrato il lato oscuro della Capitale, una mucillaggine che inglobava esponenti importanti della politica e pezzi dell’ economia con una rete criminale. Per la Procura di Giuseppe Pignatone il sodalizio tra i due protagonisti dell’indagine “Mondo di mezzo”, l’ex NAR Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, fondatore della cooperativa di ex detenuti «29 giugno», non era «semplice» corruzione, ma Mafia. E la Corte d’Appello le ha dato ragione, come per il clan Fasciani di Ostia.
Questa conferma dovrebbe spingere la classe politica, le realtà imprenditoriali e la società civile a un maggiore impegno e vigilanza, per sradicare una estesa rete di corruzione e criminalità presente nella Capitale che, come continuano a raccontarci le cronache e i rapporti periodici dell’osservatorio per la sicurezza e legalità del Lazio (in calce), è ben lungi dall’essere battuta.
Pubblichiamo una cronologia della vicenda ricostruita da Sky News 24, e alcuni link ad articoli di testate diverse sulla sentenza della Corte d’Appello.
> Vai al dispositivo della sentenza pubblicato da L’Espresso
da SkyNews (articolo del 20 luglio 2017 aggiornato all’11 settembre 2018)
Mafia Capitale, la storia del “Mondo di mezzo”: tutte le tappe
A più di tre anni dall’inizio dell’operazione Mondo di Mezzo, poi rinominata Mafia Capitale, l’11 settembre 2018 è arrivata la sentenza di secondo grado per i 43 imputati accusati di far parte dell’associazione che avrebbe condizionato la politica della capitale. Fra di loro, anche i due protagonisti delle vicende del malaffare romano: l’ex terrorista dei Nar Massimo Carminati, condannato a 14 anni e mezzo di reclusione, e Salvatore Buzzi, condannato a 18 anni e 4 mesi. Pene ridotte nonostante i giudici della terza corte di appello di Roma abbiano riconosciuto l’associazione mafiosa, ribaltando così la sentenza di primo grado. In un susseguirsi di arresti, perquisizioni e indagini ecco quali sono state le tappe della vicenda.
È il 2 dicembre 2014 quando 37 persone vengono arrestate (28 in carcere e 9 ai domiciliari) e scattano decine di perquisizioni ‘eccellenti’, tra cui anche quella nei confronti dell’ex sindaco Gianni Alemann. La Procura ritiene che negli ultimi anni, nella capitale così come nel Lazio, abbia agito un’associazione di stampo mafioso che ha fatto affari – leciti e non – con imprenditori collusi e con la complicità di dirigenti di municipalizzate ed esponenti politici. Lo scopo: avere il controllo delle attività economiche e la conquista degli appalti pubblici. I reati vanno dall’estorsione, alla corruzione, fino all’usura, al riciclaggio, alla turbativa d’asta e al trasferimento fraudolento di valori. A guidare questa organizzazione, secondo gli inquirenti, sono il presidente della cooperativa ’29 giugno’ Salvatore Buzzi e l’ex terrorista di destra, Massimo Carminati. Proprio l’ex Nar avrebbe impartito “le direttive agli altri partecipi” e avrebbe fornito loro schede dedicate “per comunicazioni riservate”. Avrebbe anche mantenuto i rapporti “con gli esponenti delle altre organizzazioni criminali, con pezzi della politica e del mondo istituzionale, finanziario e con appartenenti alle forze dell’ordine e ai servizi segreti”.
Nel giugno successivo, arriva una nuova ondata di arresti per Mafia Capitale, con 19 persone in carcere, 25 ai domiciliari, altre 21 indagate a piede libero. Si delineano i ruoli di comando sia di Buzzi che di Carminati, e i loro contatti con gli esponenti del mondo politico che risultavano a libro paga dell’organizzazione che a Roma sarebbe stata attiva in ogni tipo di affare: dalla gestione dei migranti a quella di appalti per punti verdi e piste ciclabili. In carcere finisce anche Luca Gramazio, ex consigliere capogruppo Pdl (poi Fi) in consiglio comunale e poi in Regione, e oggi condannato a 11 anni. Sarebbe lui il “volto istituzionale” di Mafia Capitale che avrebbe elaborato “le strategie di penetrazione nella pubblica amministrazione”.
Nel febbraio del 2017, sono finite in archivio le posizioni di 113 indagati su 116 coinvolti nel procedimento stralcio di Mafia Capitale, per imputazioni più o meno residuali, rispetto al processo principale. Accogliendo le richieste avanzate dalla procura di Roma nell’agosto 2016, il gip Flavia Costantini, ha firmato quindi il decreto di archiviazione che riguardava esponenti della politica, imprenditori, professionisti, ex militanti di destra e amministratori. Molti di loro, però, sono già a giudizio – o sono stati già processati – per altre imputazioni. Due i motivi principali che hanno portato alla decisione: per alcune posizioni, “le indagini sin qui portate avanti non hanno consentito di individuare elementi sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio”. Mentre, per tutte le altre, non sono state riscontrate o ritenute credibili le dichiarazioni accusatorie fatte da Salvatore Buzzi. E così, per il reato di associazione di stampo mafioso, escono definitivamente di scena, tra gli altri, anche l’ex sindaco Gianni Alemanno e l’ex capo della sua segreteria politica, Antonio Lucarelli, oltre che l’ex responsabile di Ente Eur Riccardo Mancini ed Ernesto Diotallevi, sospettato di essere il referente di Cosa Nostra a Roma. L’archiviazione ha riguardato anche il presidente Pd del Lazio, Nicola Zingaretti, e il suo ex braccio destro Maurizio Venafro, e per una serie di altri esponenti della politica, da consiglieri comunali fino a parlamentari.
Mafia Capitale: la sentenza di primo grado
Il 20 luglio è arrivata la sentenza di primo grado per i 46 imputati. Caduta l’accusa di associazione mafiosa per 19 di loro, tra cui anche i presunti capi. Carminati e Buzzi – rispettivamente condannati a 20 e 19 anni di reclusione – hanno quindi avuto pene ridotte rispetto a quelle chieste per loro dai pm. Nel caso di Buzzi, prevista anche la condanna per sua moglie e la sua segretaria. Condannati, inoltre, l’ex capogruppo del Pdl in Comune Luca Gramazio (11 anni di reclusione) e l’ex capo dell’assemblea Capitolina Mirko Coratti (6 anni). Mentre Luca Odevaine, ex responsabile del tavolo per i migranti, ha ricevuto la condanna a 6 anni e 6 mesi. Undici anni, invece, per il presunto braccio destro di Carminati, Ricardo Brugia, 10 per l’ex Ad di Ama Franco Panzironi, e 5 per Andrea Tassone, ex minisindaco del municipio di Ostia, commissariato per infiltrazione mafiose.
(aggiornamento di Carteinregola)
1 dicembre 2017 La Procura deposita in Appello il ricorso avverso alla sentenza di primo grado, chiedendo che sia riconosciuta l’associazione di tipo mafioso, ipotesi di reato venuta meno su decisione del Tribunale collegiale di Roma.
11 settembre 2018 la Terza Sezione della Corte conferma la sussistenza dell’art. 416 bis. Per le motivazioni è necessario attendere la pubblicazione della sentenza
Il fatto quotidiano 11 settembre 2018 Mafia capitale esiste, in appello riconosciuta l’aggravante mafiosa. Ma pena scontata a Buzzi e Carminati
La Procura generale di Roma aveve chiesto rispettivamente 26 anni e mezzo e 25 anni e nove mesi di carcere per l’ex terrorista nero e l’ex ras delle cooperative, ritenuti i capi dell’organizzazione criminale di stampo mafioso che, secondo l’accusa, ha tenuto sotto scacco per anni ampi segmenti dell’imprenditoria e dell’amministrazione pubblica romana. La riduzione delle pene è arrivata dall’esclusione del riconoscimento della continuazione interna per gli episodi di corruzione
La Repubblica 12 settembre 2018 Mafia Capitale, la sentenza d’Appello: a Carminati 14 anni, a Buzzi 18 anni. Pene ridotte ma “erano mafiosi”
Maxi processo “Mondo di mezzo”: nell’aula bunker di Rebibbia riconosciuto il 416 bis, dunque la mafiosità dell’associazione, ma condanne alleggerite ai due boss. In primo grado a fine luglio 2017 l’ex Nar e il re delle cooperative rosse furono condannati a 20 e a 19 anni di carcere. Riconosciuta l’associazione mafiosa per 18 imputati
da Il manifesto 12 settembre 2018: Contrordine, la mafia nella Capitale invece c’è di Andrea Colombo La sentenza d’appello riduce le pene ma ribalta il primo verdetto. Esulta la sindaca Raggi e i 5 stelle, ma anche il Pd applaude. 416 bis per 18 imputati su 43, Carminati torna al carcere duro, ora la Cassazione
Il 22 aprile è stato presentato il Rapporto a cura dell’Osservatorio Tecnico-scientifico per la Sicurezza e la legalità della Regione Lazio alla presenza di Nicola Zingaretti (Presidente della Regione Lazio),…
Redazione -25 aprile 2018 Continua#
585 miliardi. E’ il prezzo che gli italiani pagano alla corruzione e alle mafie. Risorse che potrebbero essere impiegate per garantire a tutti il diritto alla salute, al lavoro, a…
Redazione -27 febbraio 2018 Continua#
Proponiamo il Rapporto Mafie nel Lazio, curato dall’Osservatorio Tecnico-Scientifico per la Sicurezza e la Legalità in collaborazione con “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”. La raccolta della documentazione…
Redazione -12 novembre 2017 Continua#
*da Brocardi.it Articolo 416 bis Codice penale(R.D. 19 ottobre 1930, n.1398) Associazioni di tipo mafioso anche straniere
(1) Chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone (2), è punito con la reclusione da dieci a quindici anni.
Nei confronti del condannato è sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l’impiego [240] (6).
Note all’art.416 bis
(2) Dato che il fenomeno mafioso si caratterizza per l’elevato numero di partecipanti, dottrina e giurisprudenza escludono l’applicabilità al reato in esame della circostanza di cui all’art. 112 n. 1.
(3) La giurisprudenza prevalente ritiene che la formula “si avvalgono della forza di intimidazione” debba essere intesa nel senso che l’associazione abbia come programma il ricorso alla forza di intimidazione per realizzare i propri scopi, quindi non viene ritenuto necessario l’effettivo ricorso dell’associazione al compimento di atti intimidatori. Quindi non necessariamente deve esservi il ricorso ad atti di minaccia, deve però sussistere un alone penetrante e avvertibile di presenza intimidatoria e sopraffattrice, frutto di uno stile di vita consolidato nel tempo.
(5) La disposizione in esame si differenzia dall’associazione per delinquere (v. 416) relativamente alle finalità, in quanto, oltre alla commissione di delitti, l’associazione in esame può perseguire anche finalità lecite avvalendosi del mezzo illecito della forza di intimidazione. Di conseguenza è sufficiente la presenza di una soltanto delle finalità indicate dalla norma, al cui elencazione è tassativa.
(6) Tale comma prevedeva inoltre un ulteriore previsione poi abrogata dall’art. 36, l. 19 marzo 1990, n. 55, la quale prevedeva che: “Decadono inoltre di diritto le licenze di polizia, di commercio, di commissionario astatore presso i mercati annonari all’ingrosso, le concessioni di acque pubbliche e i diritti ad esse inerenti nonché le iscrizioni agli albi di appaltatori di opere o di forniture pubbliche di cui il condannato fosse titolare”.

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 Articolo 416