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Timestamp: 2014-03-11 15:26:49+00:00

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abusi paesaggistici: sanatoria accertamento di compatibilità
Per far fortuna, soprattutto una grande fortuna, occorre una specie particolare di ingegno (Jean de La Bruyère) HOME
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Sintesi: In presenza di un parere favorevole della Soprintendenza, è illegittimo il provvedimento comunale che rilascia l'autorizzazione paesaggistica sottoponendola a determinate prescrizioni non contenute nel parere della stessa Soprintendenza.
Estratto: «1.1 - Tra i quattro motivi di censura svolti contro il provvedimento dell’Area urbanistica ed edilizia del Comune di Positano n. prot. 8373 del 23 giugno 2010 (che ha condizionato a talune prescrizioni l’accertamento della compatibilità paesaggistica del pergolato realizzato dalla ricorrente, quanto a determinate variazioni senza titolo rispetto ad un progetto precedentemente assentito) il primo si appella alla natura vincolante del parere espresso dalla Soprintendenza nel corso del procedimento delineato dall’art. 167, IV comma e dell’art. 181 del d. lgs. n. 42\2004, come modificati dall’art. 1 comma 36 della L. n. 308\2004, riguardanti la sanatoria paesaggistica di determinati abusi edilizia c.d. minori, in ogni tempo commessi. 1.2 - Le censure contenute nel secondo mezzo di gravame costituiscono logica conseguenza delle affermazioni contenute nel primo motivo, in quanto denunciano l’illegittimità dell’atto impugnato, nella parte in cui, imponendo determinate prescrizioni alla società in ordine alla struttura di cui accertare la compatibilità paesaggistica, la obbligano, in realtà, a realizzare struttura nuova e diversa, ed a rimuoverla entro il 31 ottobre di ciascun anno.I due motivi, esaminabili congiuntamente per la loro logica connessione, sono fondati e vanno accolti.1.3 - La novellata dizione dell’art. 181 del Codice dei Beni culturali e del paesaggio (norma che prevede le sanzioni penali per lavori abusivi su immobili od aree dichiarati di notevole interesse pubblico o tutelati per legge ed implicanti notevoli aumenti di volumetria o superficie) concede al proprietario, possessore o detentore a qualsiasi titolo dell'immobile o dell'area interessati da interventi “minori” –fra cui quelli non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati- la facoltà di presentare domanda di accertamento della compatibilità paesaggistica all'autorità preposta alla gestione del vincolo (comma 1-quater).L'autorità in questione (qui, il Comune di Positano) si pronuncia sulla domanda entro il termine perentorio di centottanta giorni, “previo parere vincolante della soprintendenza da rendersi entro il termine perentorio di novanta giorni”.Dunque, per espressa volontà legislativa, il parere di competenza della Soprintendenza ha natura vincolante; tanto che, nei casi in cui (diversamente che nella presente fattispecie) esso sia negativo, determina l’arresto del procedimento di accertamento di conformità paesistica, esonerando, nella sostanza, il Comune dal provvedere (così Cons. Stato, sezione IV, 26 marzo 2010 n. 1763).Questa –condivisibile- affermazione del Giudice d’appello risente, evidentemente, della impostazione teorica per cui i pareri vincolanti andrebbero sottratti dall’ambito dell’attività consultiva, per essere ascritti all’attività decisoria vera o propria (costituendo una decisione preliminare), con le relative conseguenze anche in ordine all’imputazione finale degli effetti di tale decisione.1.4 - La portata certamente vincolante del parere previsto dal comma 36, inoltre, era già stata messa in luce dalla Sezione (sentenza 28 dicembre 2009 n. 9603), che aveva avuto modo di rilevare come tale qualità dell’attività demandata alla Soprintendenza per abusi di lieve entità, in qualsiasi tempo commessi, emerga anche dal paragone con la diversa fattispecie del c.d. condono paesaggistico, prevista dai commi 37 e seguenti dell’art. 1 L. 308\2004 per taluni abusi commessi sino al 30 settembre 2004, a proposito dei quali, invece, il parere sovrintendentizio non è stato espressamente dichiarato vincolante dal Legislatore.1.5 - Quanto premesso in ordine alla natura di parere vincolante dell’attività demandata alla Soprintendenza dal richiamato comma 36 comporta, quale logica conseguenza, che il Comune non possa in alcuna misura discostarsi da esso.Ciò, ovviamente, anche nel caso in cui la Soprintendenza si sia determinata in senso del tutto favorevole all’interessato, ritenendo –senza imporre prescrizioni- pienamente compatibile l’intervento da sanare con il vincolo imposto sull’area (come attesta la motivazione del provvedimento oggi impugnato, per cui le opere realizzate “non alterano sostanzialmente i caratteri paesaggistici dell’area esistente”).Se questo è vero, occorre concludere che, nel caso all’esame del Collegio, il Comune, dettando alla società ricorrente talune prescrizioni (condizionanti l’assenso all’istanza della ricorrente) ha travalicato il limite dei propri poteri, in quanto ha modificato la portata della decisione cui era del tutto vincolato dalla incondizionata valutazione positiva operata dall’Autorità statale.Il motivo in esame, pertanto, è fondato, e va accolto, con il conseguente annullamento del provvedimento prot. 8373 del 23 giugno 2010 del responsabile dell’area urbanistica ed edilizia privata del Comune di Positano.»
Sintesi: La possibilità di un’autorizzazione paesaggistica in sanatoria è dunque l’eccezione ad un principio generale di segno contrario.
Estratto: «Posto che l’area deve essere qualificata come “bosco”, occorre accertare se possa essere rilasciata l’autorizzazione paesaggistica in sanatoria per il taglio degli alberi.Ai sensi dell’art. 146 co. 4 d.lgs. 42/2004, “L'autorizzazione paesaggistica costituisce atto autonomo e presupposto rispetto al permesso di costruire o agli altri titoli legittimanti l'intervento urbanistico-edilizio. Fuori dai casi di cui all'articolo 167, commi 4 e 5, l'autorizzazione non può essere rilasciata in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, degli interventi”. I commi 4 e 5 dell’art. 167 d.lgs. 42/2004 si riferiscono ai cd. abusi edilizi minori, e cioè: a) ai lavori, realizzati in assenza o difformità dall'autorizzazione paesaggistica, che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati; b) all'impiego di materiali in difformità dall'autorizzazione paesaggistica; c) ai lavori comunque configurabili quali interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria ai sensi dell'articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.Orbene, appare chiaro – dal tenore delle norme esaminate – che la legge pone un principio generale di divieto dell’autorizzazione paesaggistica in sanatoria (art. 146 co. 4 d.lgs. 42/2004); e che prevede un’eccezione al predetto principio generale per i cd. abusi edilizi minori di cui all’art. 167. La possibilità di un’autorizzazione paesaggistica in sanatoria è dunque l’eccezione ad un principio generale di segno contrario; da ciò si evince l’infondatezza della censura di parte ricorrente secondo cui – poiché l’abuso non ha determinato nuovi volumi o superfici – esso sarebbe sanabile ai sensi dell’art. 167 co. 4. Tale assunto non è condivisibile, perché l’art. 167 co. 4 si riferisce, con tutta evidenza, ad abusi di carattere edilizio, cioè ad un’attività che incide su edifici o manufatti. La norma di cui all’art. 167 non può essere invece applicata ad un’attività che – pur non essendo di natura edilizia – modifica il paesaggio, come accade nel caso di specie. Un’attività di tal genere non può che rientrare nel campo di applicazione del principio generale posto dall’art. 146 co. 4 d.lgs. 42/2004; e, d’altra parte, il disboscamento di un’area non potrebbe, in ogni caso, essere qualificato come un abuso “minore”, nel senso che incide in maniera meno rilevante sul territorio e sul paesaggio»
Sintesi: Sino all'entrata in vigore della L. n. 308 del 15 dicembre 2004 era annessa, alla esecuzione di opere in assenza della necessaria autorizzazione paesaggistica, la sanzione della rimessione in pristino ovvero, alternativamente, quella del pagamento di una somma equivalente al maggiore importo tra il danno arrecato ed il profitto conseguito mediante la trasgressione, secondo quanto l’autorità preposta alla tutela del vincolo riteneva più opportuno a protezione dei beni tutelati.
Estratto: «Il divieto assoluto di rilasciare in sanatoria l’autorizzazione paesaggistica è stato introdotto solo con l’art. 167 D. L.vo 42/04 come modificato dall’art. 1 comma 36 della L. n. 308 del 15 dicembre 2004: sino a tale data l’art. 167 citato (ed ancor prima l’art.164 D. L.vo 490/99) annetteva, alla esecuzione di opere in assenza della necessaria autorizzazione paesaggistica, la sanzione della rimessione in pristino ovvero, alternativamente, quella del pagamento di una somma equivalente al maggiore importo tra il danno arrecato ed il profitto conseguito mediante la trasgressione, secondo quanto l’autorità preposta alla tutela del vincolo riteneva più opportuno a protezione dei beni tutelati.Orbene, pare evidente che la decisione di comminare il pagamento della sanzione pecuniaria, in luogo di quella della rimessione in pristino, non poteva che sottendere una valutazione favorevole al mantenimento delle opere da parte della autorità preposta alla tutela del vincolo, la quale valutazione nella sostanza integrava una autorizzazione in sanatoria: di ciò si trae conferma anche dalla attuale formulazione dell’art. 167 D. L.vo 42/04, il quale, al comma 5, prevede che ove sia rilasciata la autorizzazione in sanatoria l’interessato è comunque tenuto al pagamento di una somma equivalente al maggiore importo tra il danno arrecato ed il profitto conseguito dalla trasgressione, e cioè ad una sanzione del tutto uguale a quella che l’art. 164 D. L.vo 490/99 e l’art. 167 D. L.vo 42/2004 versione originale prevedevano quale sanzione alternativa alla rimessione in pristino.Orbene, rileva il Collegio che le norme dianzi ricordate, proprio perché deputate a disciplinare gli effetti conseguenti alla realizzazione delle opere non assistite dalla necessaria autorizzazione paesaggistica, hanno natura sanzionatoria e pertanto sono soggette al principio di legalità, secondo il quale nessuno può essere assoggettato a sanzioni amministrative se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima della commissione della violazione (art. 1 L. 689/81).»
Sintesi: La legge 308/2004 ha introdotto due ipotesi di condono: il primo straordinario per tutte le violazioni paesaggistiche commesse entro il 30 settembre 2004, previsto dall'art. 1, co. 37-39 della medesima legge, ed il secondo permanente introdotto dall'art. 1, co. 36, della predetta legge e previsto dall'art. 181, co. 1-ter D. Lgs. 42/2004.
Estratto: «È inoltre manifestamente infondata, indipendentemente dalla necessità di ulteriori accertamenti in punto di fatto, la censura del ricorrente afferente alla mancata applicazione da parte dei giudici di appello del cosiddetto minicondono ambientale introdotto dalla L. 15 dicembre 2004, n. 308.Come è noto la legge citata ha introdotto due ipotesi di condono: il primo straordinario per tutte le violazioni paesaggistiche commesse entro il 30 settembre 2004, previsto dall'art. 1, commi 37-39 della medesima legge, ed il secondo permanente previsto dal D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181, comma 1 ter introdotto dall'art. 1, comma 36, della predetta legge.Orbene, alla domanda di sanatoria indicata dal ricorrente non risulta applicabile nessuna delle disposizioni citate.Il condono per gli abusi commessi anteriormente al 30 settembre 2004, infatti, doveva essere chiesto entro il termine perentorio del 31 gennaio 2005, mentre lo stesso ricorrente ha precisato di avere presentato domanda il 16.1 2006.Il minicondono previsto dal D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181, comma 1 ter, è esclusivamente applicabile agli abusi minori, che non abbiano determinato la creazione di superfici utili o volumi, mentre dall'accertamento di fatto emerge che l'impianto di distribuzione carburanti di cui si tratta ha indubbiamente creato volumi e superfici utili.Nel resto le argomentazioni del ricorrente afferiscono a vizi di motivazione della sentenza impugnata e presuppongono un ulteriore accertamento di fatto, non più consentito dalla intervenuta prescrizione dei reati.»
Sintesi: La domanda di accertamento di compatibilità paesaggistica (art. 1, co. 38, legge 308/2004) non consente di ottenere il condono edilizio anche per abusi diversi da quelli di minore entità, poiché la specifica disciplina ha riguardo solo agli effetti penali e non anche amministrativi in mancanza di norme di coordinamento con la normativa in materia di condono edilizio.
Estratto: «Né la domanda di compatibilità ambientale, presentata dai ricorrenti nel 2005 ai sensi dell’art. 1, comma 39, della legge n. 308 del 2004, consentirebbe, come sostenuto, di ottenere il condono edilizio anche per abusi diversi da quelli di minore entità, poiché la specifica disciplina ha riguardo solo agli effetti penali (cfr. art. 1, comma 37, della legge n. 308 del 2004) e non anche amministrativi in mancanza di norme di coordinamento con la normativa in materia di condono edilizio che è la risultante di un complesso bilanciamento di interessi (Corte costituzionale n. 196 del 2004, punto 23 della motivazione), che plausibilmente limita l’operatività del condono nelle aree vincolate alle sole opere conformi alle previsioni urbanistiche. In questo senso il Collegio non ritiene di concordare con quanto sostenuto in via (soltanto) cautelare nella citata ordinanza n. 761 del 2009, che ha accolto l’istanza di sospensiva della sentenza impugnata.In ogni caso la stessa legge n. 308 del 2004 reca al comma 36 modifiche all’art. 181 del codice dell’ambiente (d. lgs. n. 42 del 2004), in particolare introducendovi il comma 1 ter, ai sensi del quale viene ribadito che, ferma l’applicazione delle sanzioni amministrative ripristinatorie o pecuniarie previste dall’art. 167 del codice del 2004, la compatibilità paesaggistica può essere accordata solo per opere che non comportino aumento di superficie utile o di volume o che si tratti di lavori configurabili come interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria, con ciò ribadendo il principio della limitazione della sanabilità degli abusi edilizi solo a quelli di non rilevante entità.»
n°16 ABUSI PAESAGGISTICI --> SANATORIA --> ACCERTAMENTO DI COMPATIBILITÀ PAESAGGISTICA --> ACCERTAMENTO CONDIZIONATO
Sintesi: Il fatto che l’amministrazione preposta alla tutela del vincolo abbia ritenuto che un manufatto abusivo esistente per il quale è stato chiesto il condono fosse compatibile con il contesto ambientale non esclude la facoltà della stessa di dettare, in ordine a progetti di successivi interventi edilizi sul manufatto condonato, le prescrizioni che ritenga migliorative del progetto stesso e così del fabbricato risultante da tale distinto e ulteriore intervento edilizio.
Estratto: «Neppure sussiste la contraddittorietà denunciata sotto altro profilo dal ricorrente, che ne desume altresì una violazione dei principi di cui alla legge n. 47/85 e sviamento, per la circostanza che la Soprintendenza, nel deliberare di non esercitare il potere di annullamento, avendo ritenuto che non sussistessero motivi di illegittimità dell’autorizzazione paesaggistica rilasciata dal Comune e concordando con il parere espresso dall’amministrazione comunale ai fini ambientali ritenendo l’immobile compatibile con le esigenze di inserimento paesaggistico abbia, tuttavia, indicato che il progetto di riqualificazione dovrà prevedere, considerata la presenza in adiacenza di un edificio con evidente valenza ambientale, di lasciare in evidenza la modanatura sottogronda di tale edificio, attualmente interrotta dall’orditura portante del tetto (v. doc. 7 della produzione del 9.02.2007 di parte ricorrente). Il fatto che l’amministrazione preposta alla tutela del vincolo abbia ritenuto che un manufatto abusivo esistente per il quale è stato chiesto il condono fosse compatibile con il contesto ambientale non esclude la facoltà della stessa di dettare, in ordine a progetti di successivi interventi edilizi sul manufatto condonato, le prescrizioni che ritenga migliorative del progetto stesso e così del fabbricato risultante da tale distinto e ulteriore intervento edilizio. D’altra parte la valutazione ambientale favorevole non viene condizionata alla realizzazione di modifiche ed il riferimento al progetto di riqualificazione riguarda appunto una valutazione preventiva di quest’ultimo, già a suo tempo presentato, e denota la condivisione al riguardo della linea già seguita dal collegio degli esperti con le prescrizioni esposte, del tutto indipendentemente dalla pratica di condono, allora neppure considerata, nel parere del 18.07.2002, relativo alla richiesta di concessione edilizia per riqualificazione di fabbricato, pratica P-45-2002; non si ravvisa, quindi, alcuna violazione dei principi desumibili dalla normativa in materia di condono, in particolare quanto all’esigenza di valutare il manufatto oggetto di condono quale esso è, onde non incorrere in elusione dei tassativi termini utili ai fini della sanatoria, né contraddittorietà od illogicità dell’agire dell’amministrazione, mentre nessun elemento a comprova dell’asserito sviamento è stata fornita dal ricorrente.»
Sintesi: Il certificato di compatibilità paesaggistica previsto dall'art. 1, comma 37, l. 308/04, non può essere condizionato.
Estratto: «Ma non è solo per tale ragione formale che il certificato di compatibilità paesaggistica prodotto dai ricorrenti è inidoneo ad estinguere il reato. Invero la norma dianzi richiamata fa riferimento a "lavori compiuti" ed a "lavori effettivamente eseguiti". Quindi devono essere ritenuti compatibili con il paesaggio le opere già compiute e non quelle da compiere, sia pure modificando quelle originarie. In altre parole il certificato di compatibilità non può essere condizionato, poiché una sanatoria subordinata a determinati adempimenti sarebbe in contrasto con la ratto della norma che collega la sanatoria alla già avvenuta esecuzione delle opera ed alla compatibilità paesaggistica delle opere già eseguite e non a quelle da eseguire. In definitiva sono suscettibili di sanatoria a norma dell'art. 1, comma 37 della legge dianzi citata solo le opere che in origine sarebbero assentibili perché compatibili con il paesaggio. Nella fattispecie il certificato di compatibilità paesaggistica era subordinato alla sistemazione dei serbatoi in un luogo privo di vegetazione ed al rinverdimento delle zone di manovra al termine delle operazioni. Orbene, il taglio di un bosco non può considerarsi sanato per effetto dell'imposizione dell'obbligo del rinverdimento trattandosi d'intervento che ha già deturpato il paesaggio e quindi non si può parlare d'intervento ab origine compatibile con il paesaggio. Le opere particolarmente aggressive dell'ambiente devono essere autorizzate preventivamente, in quanto è prima della loro realizzazione che l'autorità amministrativa deve essere posta in condizione di valutare l'effettiva loro necessità.L'autorizzazione al taglio ed all'allargamento del sentiero doveva essere chiesta preventivamente e poteva essere accordata solo previa comparazione degli eventuali interessi contrapposti. I ricorrenti, anziché chiedere la preventiva autorizzazione, hanno preferito porre l'autorità di fronte al fatto compiuto.»
n°17 ABUSI PAESAGGISTICI --> SANATORIA --> ACCERTAMENTO DI COMPATIBILITÀ PAESAGGISTICA --> DOMANDA
Sintesi: Il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica a sanatoria è possibile solo con le modalità previste dal quinto comma dell’articolo 167 del codice dei beni culturali e del paesaggio: il proprietario, possessore o detentore a qualsiasi titolo dell'immobile o dell'area presenta apposita domanda all'autorità preposta alla gestione del vincolo, ai fini dell'accertamento della compatibilità paesistica degli interventi medesimi; l’autorità competente si pronuncia sulla domanda entro il termine perentorio di centottanta giorni, previo parere vincolante della Soprintendenza, da rendersi entro il termine perentorio di novanta giorni; qualora venga accertata la compatibilità paesaggistica, il trasgressore è tenuto al pagamento di una somma equivalente al maggiore importo tra il danno arrecato e il profitto conseguito mediante la trasgressione.
Estratto: «I) L’appello è infondato e va respinto, dovendosi condividere quanto ritenuto dai primi giudici (dalle cui conclusioni il collegio non ha motivo di discostarsi), per le ipotesi in cui l’autorizzazione sia richiesta dopo l’esecuzione dei lavori (e, quindi, a sanatoria, come nel caso di specie): l’art. 146, comma 12, d.lgs. 22 gennaio 2004 n. 42 (modificato dall’art. 16, d.lgs. 24 marzo 2006 n. 157), prevede un generale divieto di rilasciare autorizzazioni paesistiche a sanatoria, salvi i casi e con le modalità di cui all’art. 167, commi 4 e 5, citato codice.Il rilascio dell’autorizzazione a sanatoria è, quindi, possibile solo nelle ipotesi (lavori che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzabili; impiego di materiali in difformità dall'autorizzazione paesaggistica; lavori comunque configurabili quali interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria, ai sensi dell'art. 3, d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380) previste dal quarto comma e con le modalità previste dal quinto comma dell’articolo 167 del codice dei beni culturali e del paesaggio (il proprietario, possessore o detentore a qualsiasi titolo dell'immobile o dell'area presenta apposita domanda all'autorità preposta alla gestione del vincolo, ai fini dell'accertamento della compatibilità paesistica degli interventi medesimi; l’autorità competente si pronuncia sulla domanda entro il termine perentorio di centottanta giorni, previo parere vincolante della Soprintendenza, da rendersi entro il termine perentorio di novanta giorni; qualora venga accertata la compatibilità paesaggistica, il trasgressore è tenuto al pagamento di una somma equivalente al maggiore importo tra il danno arrecato e il profitto conseguito mediante la trasgressione).Quanto all’ambito di applicazione del richiamato art. 167, commi 4 e 5, la Sezione ritiene di dover ribadire quanto già affermato con la propria sentenza 20 giugno 2012 n. 3578, la quale ha osservato che:- l’autorizzazione paesaggistica non può essere rilasciata in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, delle opere (art. 146, comma 4, d.lgs. n. 42 del 2004), al di fuori dai casi tassativamente previsti dall’art. 167, commi 4 e 5;- con tale scelta il legislatore ha inteso presidiare ulteriormente il regime delle opere incidenti su beni paesaggistici, escludendo in radice che l’esame di compatibilità paesistica possa essere postergato all’intervento realizzato (sine titulo o in difformità dal titolo rilasciato) e ciò al fine di escludere che possa riconnettersi al fatto compiuto qualsivoglia forma di legittimazione giuridica; - in altri termini, il richiamato art. 167 del codice n. 42 del 2004, evidentemente in considerazione delle prassi applicative delle leggi succedutesi in materia di condoni e sanatorie (caratterizzate di regola dall’esercizio di poteri discrezionali delle autorità preposte alla tutela del vincolo paesaggistico), ha inteso tutelare più rigorosamente i beni sottoposti al medesimo vincolo, precludendo in radice ogni valutazione di compatibilità ex post delle opere abusive (tranne quelle tassativamente indicate nello stesso art. 167);- ove le opere risultino diverse da quelle sanabili ed indicate nell’art. 167, le competenti autorità non possono che emanare un atto dal contenuto vincolato e cioè esprimersi nel senso della reiezione dell’istanza di sanatoria;- l’unica eccezione a tale rigida prescrizione riguarda il caso in cui i lavori, pur se realizzati in assenza o difformità dell’autorizzazione paesaggistica, non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati;- tenuto conto del testo e della ratio dell’art. 167, nella prospettiva della tutela del paesaggio non è rilevante la classificazione dei volumi edilizi che si suole fare al fine di evidenziare la loro neutralità, sul piano del carico urbanistico, poiché le qualificazioni giuridiche rilevanti sotto il profilo urbanistico ed edilizio non hanno rilievo, quando si tratti di qualificare le opere sotto il profilo paesaggistico, sia quando si tratti della percezione visiva di volumi, a prescindere dalla loro destinazione d’uso, sia quando comunque si tratti di modificare un terreno o un edificio o il relativo sottosuolo.»
Sintesi: Per ottenere la sanatoria degli abusi paesaggistici minori, il proprietario dell’immobile è tenuto a presentare apposita domanda all’Autorità preposta al vincolo, che si pronuncia sull’istanza entro il termine perentorio di centottanta giorni, previo parere vincolante della Soprintendenza, da rendersi entro il termine perentorio di novanta giorni.
Estratto: «4. - Procedendo ora alla disamina dei secondi motivi aggiunti, occorre principiare dal primo, con il quale si allega la violazione dell’art. 167, comma 5, del d.lgs. n. 42 del 2004, nella considerazione che il Comune di Assisi ha rigettato l’istanza di sanatoria in quanto i lavori effettuati sul fabbricato hanno comportato aumento di volume e superficie e non sono dunque suscettibili di sanatoria paesaggistica, senza peraltro acquisire il parere vincolante della Soprintendenza.Il mezzo appare meritevole di positiva valutazione.Ed invero, a seguito della riforma apportata dalla legge n. 308 del 2004, l’art. 181 del codice dei beni culturali consente la condonabilità degli abusi paesaggistici minori, e dunque per le sole ipotesi tassativamente previste dalla legge, al comma 1 ter.A tale fine il proprietario dell’immobile è tenuto a presentare apposita domanda all’Autorità preposta al vincolo, che si pronuncia sull’istanza entro il termine perentorio di centottanta giorni, previo parere vincolante della Soprintendenza, da rendersi entro il termine perentorio di novanta giorni.Nella fattispecie in esame, il Comune ha ritenuto che i lavori effettuati hanno comportato la creazione di volume e superficie, il che è preclusivo all’autorizzazione paesaggistica postuma, senza peraltro acquisire il prescritto parere vincolante della Soprintendenza.»
n°18 ABUSI PAESAGGISTICI --> SANATORIA --> ACCERTAMENTO DI COMPATIBILITÀ PAESAGGISTICA --> DOMANDA --> EFFETTI
Sintesi: La presentazione dell'istanza finalizzata ad ottenere l'accertamento di compatibilità paesaggistica non determina la sospensione del processo penale per il reato previsto dall'art. 181 D. Lgs. 42/2004, perché tale sospensione non è prevista dalla legge.
Estratto: «Con riferimento agli altri motivi si osserva che ,se il procedimento amministrativo per la concessione del permesso in sanatoria non si era ancora avviato,come sostiene il ricorrente, non v'era la necessità di sospendere il processo penale,rectius l'azione penale.Questa può essere sospesa per il periodo massimo di sessanta giorni se viene dimostrata la presentazione della domanda di accertamento di conformità ex D.P.R. n. 380 del 2001, art. 36.Il termine decorre dalla presentazione della domanda, anche nel caso di abuso edilizio in zona vincolata, e non dalla data di acquisizione del parere di compatibilità paesaggistica (Cass n 17954 del 2008).Consumato detto termine senza che la domanda sia stata accolta l'istanza si intende respinta (cit. art. 36, comma 3).La presentazione dell'istanza finalizzata ad ottenere l'accertamento di compatibilità paesaggistica non determina la sospensione del processo penale per il reato previsto dal D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181, perché tale sospensione non è prevista dalla legge (Cass. n. 12923 del 2006; n. 33297 del 2005).»
Sintesi: La domanda di condono paesistico non produce effetto sospensivo del procedimento penale.
Sintesi: Non si può estendere alla disciplina del condono paesaggistico l'effetto sospensivo previsto per il condono edilizio.
Estratto: «Per il resto, essendo stata l'opera realizzata in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, e non essendo residenziale, essa non era suscettibile di sanatoria o condono, come da conforme e condivisibile giurisprudenza di questa Corte (per ultime, Sez. 4^, n. 4020 del 18.6.2009; Sez. 3^, n. 40639 del 10.10.2008; Sez. 3^, n. 37470 del 26.6.2008), così come non era ammissibile la sospensione del procedimento, non esistendo alcuna disposizione in tal senso, e non potendosi estendere alla disciplina del condono paesaggistico l'effetto sospensivo previsto per il condono edilizio (Cass. Sez. 3^, 3.7.2007, n. 37311).»
n°19 ABUSI PAESAGGISTICI --> SANATORIA --> ACCERTAMENTO DI COMPATIBILITÀ PAESAGGISTICA --> EFFETTI AMMINISTRATIVI
Sintesi: Gli accertamenti di compatibilità paesistica previsti dall'art.167, co. 4, e dall'art. 181, co. 1-ter, d. lgs. 42/2004 (attinenti al rilascio in via ordinaria della autorizzazione paesaggistica per lavori già realizzati, di limitata entità e ritenuti compatibili con le esigenze di tutela del paesaggio) e dall'art. 182, co. 3-bis, d. lgs. 42/2004 (relativi alla definizione dei procedimenti attivati con la presentazione, entro il 30 aprile 2004, di domande di autorizzazioni paesaggistiche in sanatoria) hanno valenza limitata al solo profilo paesaggistico e sono irrilevanti ai fini della definizione del condono, edilizio e paesaggistico, ex art. 32, co. 25 - 27, d.l. 269/2003.
Estratto: «L’art.1 comma 37 della legge n. 308 del 2004 prevede che per i lavori compiuti su beni paesaggistici entro e non oltre il 30 settembre 2004 senza la prescritta autorizzazione o in difformità da essa, l'accertamento di compatibilità paesaggistica dei lavori effettivamente eseguiti, anche rispetto all'autorizzazione eventualmente rilasciata, comporta l'estinzione del reato di cui all'articolo 181 del decreto legislativo n. 42 del 2004, e di ogni altro reato in materia paesaggistica a determinati condizioni, incluso il pagamento di una sanzione pecuniaria.La sanzione pecuniaria di cui all’articolo 167 del D.Lgs. n.42 del 2004 è una somma equivalente al maggiore importo tra il danno arrecato e il profitto conseguito mediante la trasgressione, sicché la irrogazione della sanzione presuppone la determinazione della maggior somma con riferimento al profitto conseguito, cioè alla persistenza dell’opera; la demolizione di questa impedirebbe, infatti, la quantificazione della maggior somma corrispondente al profitto conseguito mediante la trasgressione.La esigenza del coordinamento fra le varie disposizioni che sanzionano gli abusi o ne disciplinano il condono porterebbe a ritenere che la sanatoria delle violazioni delle norme poste a tutela del paesaggio, cioè la sanatoria di lavori eseguiti in assenza della previa autorizzazione paesaggistica ma in conformità alla valutazione discrezionale formulata ex post dall’autorità competente, prevista per tutti i lavori compiuti su beni paesaggistici fino al 30 settembre 2004 incluso, ricomprenda anche i lavori che rientrano nello spazio temporale di operatività del D.L n.269 del 2003 e che la sopravvivenza dell’opera abusiva ai sensi del combinato disposto dell’art.1 comma 37 della legge n.308 del 2004 e dell’art. 167 del D.Lgs n.42 del 2004 sia inconciliabile con la incondonabilità ( e quindi la soggezione alla sanzione demolitoria) degli abusi contemplati dall’art. 32 comma 27 lett.D del D.L. n.269 del 2003.Questo processo interpretativo trova però un insormontabile ostacolo nella diversità degli interessi in gioco.Come ha rilevato la Corte Costituzionale nella sentenza n.196 del 2004 il condono disciplinato dal D.L. n.269 del 2003 costituisce il risultato del bilanciamento di vari interessi: quelli della tutela delle esigenze pianificatorie, del paesaggio, della cultura, della salute, del diritto all’abitazione e al lavoro, dell’interesse finanziario dello Stato.Se il condono di cui alla legge n.47 del 1985 comportava il sacrificio delle esigenze pianificatorie quanto alla applicazione delle sanzioni amministrative e delle sanzioni penali edilizie (previste dall’art.20 della legge n.47 del 1985) in base al disposto dell’art.38,il condono di cui al D.L. n.269 del 2003 ha comportato anche il sacrificio della tutela paesaggistica quanto alla applicazione delle sanzioni penali specifiche.L’art.163 del D.Lgs. n. 490 del 1999 aveva infatti sanzionato penalmente la esecuzione di lavori su immobili tutelati senza la previa acquisizione dello specifico titolo abilitativo (prevedendo un’ipotesi di reato prima non contemplate), sicché il nuovo testo dell’art. 32 della legge n.47 del 1985 (introdotto dall’art. 32 comma 43 del D.L. n.269 del 2003) ha stabilito che “il rilascio del titolo abilitativo edilizio estingue anche il reato per la violazione del vincolo”, estendendo la causa di estinzione al reato paesistico.Il raccordo fra i due “condoni” quanto alla estinzione dei reati edilizi è costituito dall’art. 32 comma 36 del D.L. n.269 del 2003, secondo il quale “la presentazione nei termini della domanda di definizione dell' illecito edilizio, l'oblazione interamente corrisposta nonché il decorso di trentasei mesi dalla data da cui risulta il suddetto pagamento, producono gli effetti di cui all'articolo 38, comma 2, della legge 28 febbraio 1985, n. 47”, cioè l’estinzione dei reati edilizi.La produzione di effetti (amministrativi e penali) sotto il profilo edilizio e quello paesistico è, quindi, oggetto di separate previsioni.L’art.1 comma 37 della legge n.308 del 2004 ricollega,invece, al condono “ l'estinzione del reato di cui all'articolo 181 del decreto legislativo n. 42 del 2004, e di ogni altro reato in materia paesaggistica” non dei reati edilizi.La mancanza di una espressa previsione in tal senso impedisce di estendere la causa di estinzione dai reati paesaggistici ai reati edilizi (in tal senso Cassazione penale, Sez.III, 5 aprile 2006 n.15946;idem ,7 dicembre 2007 n.583).La diversità dei due regimi è stata anche oggetto di esame da parte della Corte Costituzionale (sentenza 27 aprile 2007 n.144), che ha rilevato la diversità dell’oggetto fra i reati paesaggistici (volti alla tutela del bene materiale costituito dal paesaggio e dall’ambiente) e i reati edilizi (volti alla tutela del bene immateriale costituito dalla complessiva disciplina amministrativa dell’uso del territorio).In conclusione, l’attinenza del condono previsto dall’ art.1 comma 37 della legge n. 308 del 2004 alla tutela paesistica sotto il profilo penale, e quindi anche quello amministrativo specifico, e la diversità dei beni tutelati dalle norme paesistiche e da quelle che, bilanciando i vari interessi in gioco, disciplinano profili paesistici e profili edilizi del condono sotto l’aspetto amministrativo e quello penale impediscono di interpretare queste ultime alla luce delle altre (posto che le une e le altre sono norme eccezionali insuscettibili di interpretazione estensiva o analogica).Il condono “paesistico” di cui all’art.1 comma 37 della legge n.308 del 2004 comporta dunque la sottrazione del fatto alla disciplina penale ed a quella amministrativa attinenti alla tutela paesistica, rimanendo ferma però la sanzionabilità del fatto edilizio sotto i profili amministrativo e penale.La disciplina dell’art.1 comma 37 della legge n. 308 del 2004 è pertanto inidonea ad incidere su una regola data ad una pluralità di interessi, che attua un bilanciamento degli stessi ed è quindi insuscettibile di contaminazioni ad opera di una regola che attiene ad uno solo degli interessi bilanciati. Del pari limitati al profilo paesistico (amministrativo e penale ) sono gli accertamenti di compatibilità paesistica previsti dall’art.167 comma 4 e dall’art.181 comma 1 ter del D.Lgs. n.42 del 2004 (attinenti al rilascio in via ordinaria della autorizzazione paesaggistica per lavori già realizzati,di limitata entità e ritenuti compatibili con le esigenze di tutela del paesaggio) e dall’art.182 comma 3 bis del medesimo testo (relativi alla definizione dei procedimenti attivati con la presentazione, entro il 30 aprile 2004, di domande di autorizzazioni paesaggistiche in sanatoria); perciò irrilevanti ai fini della definizione di un fenomeno molto più complesso (quanto agli interessi coinvolti e conseguentemente bilanciati) quale è il condono, insieme edilizio e paesaggistico, ex art. 32 commi 25, 26 e 27 lett. D) del D. L. n.269 del 2003.Alla luce di quanto ritenuto le censure dedotte sono infondate, limitatamente agli interventi di tipologia 1, atteso che l’intervento edilizio è stato eseguito in assenza di titolo edilizio, in contrasto con le norme urbanistiche e le prescrizioni degli strumenti urbanistici (dato che la tipologia dichiarata dell’abuso è quella di cui al n.1 dell’allegato al D.L. n.269 del 2003), in area sottoposta ai vincoli di cui all’art.32 comma 27 lett. D) del D.L. n.269 del 2003 e successivamente all’imposizione dei vincoli stessi (l’ultimazione dei lavori è avvenuta nel 2002, l’apposizione del vincolo risale al 1970).La censura merita invece accoglimento rispetto agli interventi riconducibili alla tipologia 3, trattandosi di tipologia che non include strutturalmente la caratteristica della non conformità agli strumenti urbanistici; risulta quindi carente uno dei citati requisiti dell’incondonabilità ovverosia il contrasto con le norme urbanistiche e le prescrizioni degli strumenti urbanistici.»
Sintesi: L'accertamento della compatibilità paesaggistica (artt. 146, co. 4 e 167, co. 4 e 5, d. lgs. 42/2004) è istituto diverso dall'applicazione della sanzione pecuniaria in luogo di quella demolitoria, in quanto può operare anche prima che venga ordinata la demolizione ai sensi dell’art. 167, co. 1 d. lgs. 42/2004 ed impedisce la demolizione perché, attraverso il rilascio ex post del titolo abilitativo, fa venir meno il carattere abusivo dell’intervento.
Estratto: «Diverse considerazioni valgono invece per l’ulteriore censura dedotta con il primo motivo, con la quale la ricorrente si duole del difetto di istruttoria evidenziando che la Soprintendenza ha confuso la richiesta di applicazione di una sanzione pecuniaria in luogo della sanzione demolitoria con una inesistente domanda di accertamento della compatibilità paesaggistica.Si deve infatti rammentare innanzi tutto che, secondo una consolidata giurisprudenza (ex multis T.A.R. Lazio Roma, Sez. I, 17 aprile 2007, n. 3327; T.A.R. Lombardia, Brescia, 9 dicembre 2002, n. 2213), da una corretta interpretazione dell’art. 33 del D.P.R. n. 380/2001 si desume che nella fase della contestazione di un abusivo intervento di ristrutturazione edilizia subordinato al rilascio del permesso di costruire ai sensi dell’articolo 10, comma 1, lettera c), del D.P.R. n. 380/2001 l’Amministrazione comunale non può far altro che ordinare la demolizione dell’abuso. Invece l’applicazione della sanzione pecuniaria (in alternativa alla demolizione) costituisce una misura eccezionale destinata ad operare in un momento successivo all’adozione dell’ordine di demolizione, nel caso in cui risulti, sulla base di motivato accertamento dell’ufficio tecnico comunale, che non è possibile ottemperare all’ordine di demolizione. Risulta quindi evidente che l’applicazione della sanzione pecuniaria in luogo della sanzione demolitoria è un istituto autonomo e distinto rispetto ai meccanismi di sanatoria degli interventi di ristrutturazione edilizia eseguiti in assenza del prescritto permesso costruire, costituiti dall’accertamento della conformità urbanistica, disciplinato dall’art. 36 del D.P.R. n. 380/2001, e dal condono edilizio. Infatti tali istituti, oltre ad avere presupposti completamente diversi rispetto a quello in esame, possono operare anche prima che venga adottato l’ordine di demolizione ed impediscono la demolizione perché (attraverso il pagamento di un’oblazione e il rilascio ex post del titolo abilitativo) fanno venir meno il carattere abusivo dell’intervento.Analoghe considerazioni valgono per l’autorizzazione paesaggistica in sanatoria (rectius accertamento della compatibilità paesaggistica), oggi disciplinata dal combinato disposto degli articoli 146, comma 4, del decreto legislativo n. 42/2004 e 167, commi 4 e 5, del medesimo decreto legislativo. Infatti - a fronte dell’ordine di ripristino dello stato dei luoghi previsto dell’art. 167, comma 1, del decreto legislativo n. 42/2004 nei confronti di chi abbia eseguito l’intervento edilizio in assenza della autorizzazione paesaggistica - l’articolo 146, comma 4, nel prevedere il divieto di rilasciare l’autorizzazione in sanatoria, fa salve le ipotesi disciplinate previste dall’articolo 167, comma 4, per le quali è possibile richiedere l’accertamento della compatibilità paesaggistica attraverso l’apposito procedimento disciplinato dall’art. 167, comma 5. Risulta quindi evidente che anche tale meccanismo di sanatoria, oltre ad avere presupposti completamente diversi rispetto all’istituto dell’applicazione della sanzione pecuniaria in luogo di quella demolitoria, può operare anche prima che venga ordinata la demolizione ai sensi dell’art. 167, comma 1, ed impedisce la demolizione perché, attraverso il rilascio ex post del titolo abilitativo, fa venir meno il carattere abusivo dell’intervento.»
n°20 ABUSI PAESAGGISTICI --> SANATORIA --> ACCERTAMENTO DI COMPATIBILITÀ PAESAGGISTICA --> EFFETTI PENALI
Sintesi: In tema di reati paesaggistici, il rilascio del provvedimento di compatibilità paesaggistica non determina automaticamente la non punibilità dei predetti reati, in quanto compete sempre al giudice l'accertamento dei presupposti di fatto e giuridici legittimanti l'applicazione del cosiddetto condono ambientale.
Estratto: «Con il primo motivo in sostanza il ricorrente sostiene che, avendo l'imputato ottenuto l'accertamento di compatibilità paesaggistica, il reato ambientale si sarebbe automaticamente estinto e non sarebbe stato consentito al giudice accertare l'esistenza dei presupposti per il verificarsi dell'effetto estintivo penale.Il motivo è infondato. È infatti pacifico che "In tema di reati paesaggistici, il rilascio del provvedimento di compatibilità paesaggistica non determina automaticamente la non punibilità dei predetti reati, in quanto compete sempre al giudice l'accertamento dei presupposti di fatto e giuridici legittimanti l'applicazione del cosiddetto condono ambientale" (Sez. 3^, 27.5.2008, n. 27750, Sarro, m. 240822).Ora, il D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, art. 181, comma 1 ter, dispone che in caso di accertamento di compatibilità paesaggistica da parte della autorità amministrativa secondo le procedure di cui al comma 1 quater, la sanzione di cui al comma 1 non si applica "a) per i lavori, realizzati in assenza o difformità dall'autorizzazione paesaggistica, che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati ...". Nella specie la corte d'appello ha accertato che le opere in questione riguardavano la costruzione ex novo di quattro manufatti con creazione di tre superfici utili oltre all'ampliamento del corpo A. La creazione di nuove superfici utili e di nuovi volumi non è stata contestata dal ricorrente.Deve pertanto ritenersi che del tutto legittimamente la corte d'appello ha escluso che l'accertamento di conformità abbia potuto produrre l'effetto estintivo del reato, in quando mancavano i presupposti richiesti dalla legge per aversi l'estinzione.»
Sintesi: L'accertamento di compatibilità paesaggistica, rilasciato dall'Autorità competente successivamente all'irrevocabilità della sentenza di condanna per reato paesaggistico, è idoneo ad incidere sull'ordine di rimessione in pristino dello stato dei luoghi a spese del condannato previo obbligo, per il giudice dell'esecuzione, di valutarne la legittimità.
Estratto: «È infondato anche il secondo motivo. Lo stesso ricorrente sostiene che i presupposti per il verificarsi degli effetti amministrativi dell'accertamento di compatibilità paesaggistica sono gli stessi richiesti per la produzione degli effetti penali. E difatti il D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, art. 167, stabilisce, al comma 4, che "l'autorità amministrativa competente accerta la compatibilità paesaggistica, secondo le procedure di cui al comma 5, nei seguenti casi: a) per i lavori, realizzati in assenza o difformità dall'autorizzazione paesaggistica, che non abbiano determinato creazione di superfìci utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati ...". Poichè nel caso in esame i lavori abusivi avevano determinato la creazione di superfici utili e di volumi o aumento di quelli legittimamente realizzati, la compatibilità paesaggistica non poteva essere legittimamente accertata ed il rilascio del relativo certificato non può comunque produrre alcun effetto nel processo penale, stante la mancanza dei presupposti di legge.Questa Corte ha del resto ritenuto che "L'accertamento di compatibilità paesaggistica, rilasciato dall'Autorità competente successivamente all'irrevocabilità della sentenza di condanna per reato paesaggistico, è idoneo ad incidere sull'ordine di rimessione in pristino dello stato dei luoghi a spese del condannato previo obbligo, per il giudice dell'esecuzione, di valutarne la legittimità (Sez. 3^, 4.2.2010, n. 10396, Capicchioni, m. 246348).Nel caso in esame, pertanto, l'ordine di rimessione in pristino dello stato dei luoghi non può essere revocato stante la mancanza di un legittimo e valido provvedimento di accertamento di compatibilità che si ponga in insanabile contrasto con esso.»
Sintesi: L'istanza di accertamento di compatibilità paesaggistica ai sensi dell'art. 1, co. 37-39, legge 308/2004 è rilevante ai soli fini del processo penale.
Estratto: «CONSIDERATO, da ultimo, che - pur volendo non ritenere tardiva l’ulteriore censura dedotta con il secondo ricorso per motivi aggiunti, incentrata sul fatto che l’Amministrazione abbia disposto il diniego delle domande di condono proposte dalla ricorrente (e la conseguente demolizione delle opere abusive dalla stessa realizzate) senza aver prima provveduto sulla domanda di accertamento della compatibilità paesaggistica presentata dalla medesima ricorrente ai sensi dell’articolo 1, commi 37-39, della legge n. 308/2004 - tale censura non potrebbe comunque trovare accoglimento. Infatti questa Sezione in altra sede ha già analiticamente evidenziato in altra sede (T.A.R. Campania Napoli, Sez. VII, 21 marzo 2008, n. 1470) le ragioni per cui si deve ritenere che l’istanza di accertamento della compatibilità paesaggistica sia rilevante ai soli fini del processo penale. Pertanto in questa sede è sufficiente rammentare che - accedendo alla tesi del Consiglio di Stato secondo la quale si deve ritenere che solo con la novella del 2006 (decreto legislativo n. 157/2006) sia stato esteso al procedimento di cui all’articolo 159 del decreto legislativo n. 42/2004 (ossia al procedimento per il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica durante la c.d. la fase transitoria) il divieto di rilasciare l’autorizzazione paesaggistica in sanatoria (Cons. Stato, Sez. VI, 22 giugno 2007, n. 3483) - diviene agevole ricondurre alla sola materia penale sia la c.d. “depenalizzazione degli abusi minori” (introdotta dall’art. 1, comma 36, della legge n. 308/2004), sia il c.d. “mini condono paesaggistico” (previsto dall’articolo 1, commi 37 - 39, della legge n. 308/2004), dovendosi rinvenire la ragion d’essere di questi istituti proprio nella inidoneità del rilascio postumo dell’autorizzazione paesistica a determinare l’estinzione del reato previsto dall’articolo 181 del decreto legislativo n. 42/2004;»
Sintesi: Il rilascio di un'autorizzazione paesistica in sanatoria per lavori di adeguamento statico e sismico su immobile preesistente non sana l'abuso consistente in un diverso intervento di totale demolizione e ricostruzione di immobile in zona paesaggistica.
Estratto: «I lavori erano assistiti dal permesso di costruire n. 15 del (omissis), rilasciato ad An.An. e Ca.Le., per adeguamento statico e sismico di un fabbricato di proprietà, che, secondo la relazione annessa alla richiesta di rilascio del permesso, sarebbe stato posto in essere con la tecnica del "cuci e scuci", in piccoli tratti successivi, a parziale o a tutto spessore ..." (cfr. relazione allegata al permesso di costruire n. 15 a firma dell'arch. La.).Il tutto in mancanza di qualsivoglia autorizzazione paesaggistica, pur trovandosi le opere all'interno della riserva naturale sopra detta, dunque in area vincolata a norma dell'art. 142 lett. F) d.lo n. 42/04.Ciò premesso, è evidente che la realizzazione dell'opera sopra descritta, e cioè la demolizione e ricostruzione di un fabbricato ex novo all'interno di area vincolata quale la riserva naturale dell'Antica città di Fregellae, è opera soggetta a permesso di costruire nonché ad autorizzazione paesaggistica regionale.A permesso di costruire ex art. 22 D.P.R. 380/01, poiché per la sua entità e natura una ricostruzione previo abbattimento del fabbricato preesistente è un intervento di trasformazione urbanistica del territorio: a tal proposito del tutto improprio è il richiamo al permesso di costruire n. 15/07 in atti, rilasciato per un intervento di adeguamento sismico e consolidamento statico da eseguire con la tecnica "cuci e scuci".Nel caso in esame, infatti, siamo di fronte ad una demolizione e ricostruzione, come emerge non solo dalla deposizione del Sa. - teste disinteressato alla sorte della causa, nonché p.u. sentito in merito a circostanze cadute sotto la sua percezione diretta; ma anche dalle eloquenti fotografie in atti; e come emerge infine anche tra le righe della imbarazzata deposizione del geom. Di., responsabile dell'ufficio tecnico del Comune di S. Giovanni Incarico, il quale, interrogato in merito, non ha potuto non ammettere "... qui dice i lavori di consolidamento della muratura esistente saranno realizzati con il metodo cuci e scuci. Questo era il punto. In piccoli tratti, successivo o parziale o a tutto spessore" (cfr. dep. Di. fol. 6).Ne può valere a sanare l'abuso accertato l'avvenuto rilascio - da parte della Regione Lazio - della determinazione n. (omissis) del 19/10/09, c.d. accertamento di compatibilità paesaggistica.Anche la determina regionale, infatti, è stata emanata - sulla carta - per lavori di adeguamento statico e sismico su immobile preesistente, laddove all'esito del sopralluogo di P.G. è emerso che i lavori non consistevano in mero adeguamento sismico e consolidamento statico, ma nella totale demolizione e ricostruzione di un ex biscottificio da destinare a bar - ristorante.Sussistono quindi entrambi i reati contestati, che possono ben concorrere, avendo essi diversa obbiettività giuridica e diversa condotta che va individuata nella esecuzione di un'opera senza concessione edilizia, nel reato edilizio, posto a prevalente tutela dell'assetto urbanistico; e senza autorizzazione regionale nell'altro illecito, che tutela prevalentemente il patrimonio ambientale, richiedendosi in tal caso la preventiva autorizzazione con riferimento non necessariamente alle opere edilizie in senso stretto ma a qualsiasi opera, anche precaria, idonea ad arrecare pregiudizio all'interesse tutelato.Di entrambi i reati devono rispondere tutti gli imputati.In particolare, i committenti delle opere, An. e Ca., titolari del permesso di costruire n. 15/07.Il direttore dei lavori Cr., penalmente responsabile anche nel caso di sua assenza, dovendo egli esercitare un'attiva vigilanza sulla regolare esecuzione delle opere edilizie e, in caso di necessità, scindere immediatamente la propria posizione da quella del committente, rinunziando all'incarico ricevuto (cfr. Cass. sez. III, 1/7/83, Bi.).»
Sintesi: L'art. 1, co. 37-39, legge 308/2004 ha inserito nel quadro del d. lgs. 42/2004 una vera e propria sanatoria ambientale riprendendo l'istituto dell’autorizzazione paesistica postuma e collegando al giudizio di compatibilità e al pagamento di una sanzione pecuniaria non solo il consolidamento dell’abuso sul piano amministrativo, ma anche l'estinzione del reato ai sensi dell'art. 181 del d. lgs. 42/2004, risolvendo così i dubbi interpretativi sollevati dal testo originario del decreto.
Estratto: «Con il secondo motivo, così come con i successivi, la ricorrente sposta l’attenzione sui profili paesistici della vicenda. In particolare viene censurata la violazione dell’art. 1 comma 37 lett. b) n. 1 della legge 308/2004, in quanto il Comune ha calcolato la sanzione pecuniaria utilizzando solo uno dei criteri indicati dall’art. 167 comma 1 del Dlgs. 42/2004 nel testo all’epoca vigente (profitto del trasgressore) omettendo di prendere in considerazione l’altro (danno ambientale). Per quanto riguarda il calcolo inoltre viene censurata la scelta di applicare la maggiorazione nella misura minima di 1/3 e di non utilizzare come riferimento il DM 26 settembre 1997 (contenente i parametri e le modalità per la qualificazione dell’indennità risarcitoria per le opere abusive realizzate nelle aree sottoposte a vincolo). 14. Questi argomenti non possono essere condivisi. Per l’ipotesi di attività edilizia in assenza o in violazione dell’autorizzazione paesistica l’art. 167 comma 1 del Dlgs. 42/2004 nel testo vigente all’epoca dei fatti, ossia prima della riforma introdotta dall'art. 27 del Dlgs. 24 marzo 2006 n. 157, consentiva sempre all’amministrazione di sostituire la remissione in pristino con il pagamento di una somma pari al maggiore importo tra il danno ambientale e il profitto conseguito dal privato. La norma corrispondeva all’originaria previsione dell’art. 15 comma 1 della legge 29 giugno 1939 n. 1497 e poi a quella dell’art. 164 comma 1 del Dlgs. 29 ottobre 1999 n. 490. Tale facoltà, che doveva essere utilizzata valutando l’interesse dei beni sottoposti a tutela paesistica, non aveva effetto esimente sotto il profilo penale, in quanto non incideva sulla disciplina penale dell’art. 181 del Dlgs. 42/2004, ma equivaleva a una sanatoria amministrativa correlata al pagamento di una sanzione pecuniaria (v. CS Sez. VI 4 dicembre 2000 n. 6469). Peraltro la commutazione della sanzione da ripristinatoria a pecuniaria non era priva di significato in ambito penale, in quanto secondo un orientamento giurisprudenziale il rilascio postumo di un qualsiasi provvedimento avente efficacia autorizzatoria ai fini della tutela paesistica escludeva la possibilità di disporre in sede penale la remissione in pristino (v. Cass. pen. Sez. III 3 luglio 2007 n. 37318; Cass. pen. Sez. III 12 gennaio 2006 n. 17591). Occorre sottolineare che in questo quadro normativo si è inserita, senza un preciso raccordo, la previsione dell’art. 146 comma 10 del Dlgs. 42/2004, che ha vietato l’autorizzazione paesistica in sanatoria. Per il tempo in cui è durata la compresenza dell’art. 146 comma 10 e della versione originaria dell’art. 167 comma 1 del Dlgs. 42/2004 non era tuttavia possibile leggere nella prima norma un divieto assoluto, in quanto la facoltà di applicare una sanzione pecuniaria in luogo della demolizione ha mantenuto in piedi un meccanismo sostanzialmente equivalente a un’autorizzazione paesistica postuma. L’art. 1 commi 37-39 della legge 308/2004 ha poi inserito su questa base normativa una vera e propria sanatoria ambientale riprendendo l’istituto dell’autorizzazione paesistica postuma e collegando al giudizio di compatibilità e al pagamento di una sanzione pecuniaria non solo il consolidamento dell’abuso sul piano amministrativo ma anche l’estinzione del reato ex art. 181 del Dlgs. 42/2004. 15. Nello specifico la scelta di applicare la sanzione pecuniaria non con riferimento al danno ambientale ma avendo riguardo al profitto della controinteressata è coerente con la valutazione della commissione edilizia integrata, che ha rilevato una lesione non grave dei valori ambientali (v. sopra al punto 6). Il calcolo della sanzione in rapporto al profitto non è stato effettuato utilizzando come parametro il 3% del valore d'estimo dell'unità immobiliare, previsto “in via ordinaria” dall’art. 3 del DM 26 settembre 1997. Il Comune ha invece applicato l’utile medio di impresa (ipotizzato nel 10% del valore di mercato) relativamente alla superficie commerciale dei locali seminterrati che avrebbero dovuto collocarsi al di sotto della misura di 1,30 metri dal livello naturale originario del terreno. Il valore unitario (1.220 €/mq) è stato ripreso dalla banca dati dell’osservatorio immobiliare presso la Camera di Commercio. Questa procedura non è affetta da violazione di legge, in quanto lo stesso DM 26 settembre 1997 all’art. 2 definisce “in via generale” il profitto come “la differenza tra il valore dell'opera realizzata ed i costi sostenuti per la esecuzione della stessa”. Le due norme del decreto devono essere coordinate nel senso che l’amministrazione è tenuta a verificare l’utile conseguito in base ai valori di mercato (criterio naturale quando il proprietario dell’opera è lo stesso imprenditore che realizza i lavori), mentre deve ricorrere alla presunzione collegata al valore d'estimo nei casi in cui non sia possibile effettuare il calcolo in altro modo. La decisione di maggiorare la somma dovuta soltanto di 1/3 anziché della metà rientra nella discrezionalità tecnica del Comune e non appare manifestamente irragionevole se si considera che l’incidenza dell’opera sull’insieme paesistico non è stata ritenuta di particolare rilievo.»
Sintesi: Il rilascio postumo dell'autorizzazione paesistica è inidoneo a determinare l'estinzione del reato previsto dall’articolo 181 del decreto legislativo n. 42/2004.
Estratto: «7. Passando al ricorso n. 8216/2006, il Collegio ritiene innanzi tutto che non possa trovare accoglimento la censura incentrata sul fatto che l’Amministrazione abbia disposto il diniego del condono edilizio senza aver prima provveduto sulla domanda di accertamento della compatibilità paesaggistica presentata dal ricorrente in data 28 gennaio 2005, ai sensi dell’articolo 1, commi 37-39, della legge n. 308/2004.Infatti questa Sezione ha già analiticamente evidenziato altrove (T.A.R. Campania Napoli, Sez. VII, 21 marzo 2008, n. 1470) le ragioni per cui si deve ritenere che l’istanza di accertamento della compatibilità paesaggistica sia rilevante ai soli fini del processo penale. Pertanto in questa sede è sufficiente rammentare che - accedendo al prevalente orientamento giurisprudenziale (Cons. Stato, Sez. VI, 22 giugno 2007, n. 3483), secondo il quale solo con la novella del 2006 (decreto legislativo n. 157/2006) il divieto di rilasciare l’autorizzazione paesaggistica in sanatoria è stato esteso al procedimento di cui all’articolo 159 del decreto legislativo n. 42/2004 (ossia al procedimento per il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica durante la c.d. la fase transitoria) - diviene agevole ricondurre alla sola materia penale sia la c.d. “depenalizzazione degli abusi minori” (introdotta dall’art. 1, comma 36, della legge n. 308/2004), sia il c.d. “mini condono paesaggistico” (previsto dall’articolo 1, commi 37 - 39, della legge n. 308/2004), dovendosi rinvenire la ragion d’essere di questi istituti proprio nella inidoneità del rilascio postumo dell’autorizzazione paesistica a determinare l’estinzione del reato previsto dall’articolo 181 del decreto legislativo n. 42/2004.»
n°21 ABUSI PAESAGGISTICI --> SANATORIA --> ACCERTAMENTO DI COMPATIBILITÀ PAESAGGISTICA --> EFFETTI PENALI --> RAPPORTO CON I REATI EDILIZI
Sintesi: Mentre il rilascio del titolo abilitativo edilizio estingue anche il reato per la violazione del vincolo paesistico, il condono paesistico (art. 1, co. 37, legge 308/2004) estingue solo ed esclusivamente i reati in materia paesaggistica.
Estratto: «Con il secondo motivo il ricorrente deduce l’errata applicazione delle norme sul condono edilizio e in particolare la mancata considerazione, ai sensi della L. 308/2004, della possibilità per gli immobili sottoposti a vincolo paesaggistico di ottenere l’accertamento postumo di compatibilità paesaggistica.Il motivo non è fondato. L’area su cui l’immobile insiste è soggetta a vincolo paesistico ed è destinata a zona agricola dal vigente strumento urbanistico; la tipologia per cui è proposta istanza di condono è riconducibile alla n. 1 di cui all’allegato 1 D.L. 269/2003, trattandosi di opere realizzate in assenza di titolo edilizio e non conformi agli strumenti urbanistici vigenti.Secondo l’indirizzo adottato da questa Sezione (cfr. Tar Lecce 17/2009, anche per maggiori approfondimenti teorici) il combinato disposto dell’art. 32 della legge n.47 del 1985 e dell’art. 32 comma 27 lett. D) del d.l. n.269 del 2003 comporta che un abuso commesso su un bene vincolato può essere condonato, a meno che non ricorrano, contemporaneamente, l’imposizione del vincolo di inedificabilità relativa prima della esecuzione delle opere, la realizzazione delle stesse in assenza o difformità dal titolo edilizio e la non conformità alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici.L’art.1 comma 37 della legge n.308 del 2004 prevede che : “Per i lavori compiuti su beni paesaggistici entro e non oltre il 30 settembre 2004 senza la prescritta autorizzazione o in difformità da essa, l'accertamento di compatibilità paesaggistica dei lavori effettivamente eseguiti, anche rispetto all'autorizzazione eventualmente rilasciata, comporta l'estinzione del reato di cui all'articolo 181 del decreto legislativo n. 42 del 2004, e di ogni altro reato in materia paesaggistica alle seguenti condizioni:a) che le tipologie edilizie realizzate e i materiali utilizzati, anche se diversi da quelli indicati nell'eventuale autorizzazione, rientrino fra quelli previsti e assentiti dagli strumenti di pianificazione paesaggistica, ove vigenti, o, altrimenti, siano giudicati compatibili con il contesto paesaggistico;b) che i trasgressori abbiano previamente pagato:1) la sanzione pecuniaria di cui all'articolo 167 del decreto legislativo n. 42 del 2004, maggiorata da un terzo alla metà;2) una sanzione pecuniaria aggiuntiva determinata, dall'autorità amministrativa competente all'applicazione della sanzione di cui al precedente numero 1), tra un minimo di tremila euro ed un massimo di cinquantamila euro”.(omissis)La produzione di effetti (amministrativi e penali) sotto il profilo edilizio e quello paesistico è, quindi, oggetto di separate previsioni.L’art.1 comma 37 della legge n.308 del 2004 ricollega, invece, al condono “l'estinzione del reato di cui all'articolo 181 del decreto legislativo n. 42 del 2004, e di ogni altro reato in materia paesaggistica” non dei reati edilizi.La mancanza di una espressa previsione in tal senso impedisce di estendere la causa di estinzione dai reati paesaggistici ai reati edilizi (in tal senso Cassazione penale, Sez.III,5 aprile 2006 n.15946; idem, 7 dicembre 2007 n.583).La diversità dei due regimi è stata anche oggetto di esame da parte della Corte Costituzionale (sentenza 27 aprile 2007 n.144), che ha rilevato la diversità dell’oggetto fra i reati paesaggistici (volti alla tutela del bene materiale costituito dal paesaggio e dall’ambiente) e i reati edilizi (volti alla tutela del bene immateriale costituito dalla complessiva disciplina amministrativa dell’uso del territorio).In conclusione, l’attinenza del condono previsto dall’ art.1 comma 37 della legge n.308 del 2004 alla tutela paesistica sotto il profilo penale, e quindi anche quello amministrativo specifico, e la diversità dei beni tutelati dalle norme paesistiche e da quelle che, bilanciando i vari interessi in gioco, disciplinano profili paesistici e profili edilizi del condono sotto l’aspetto amministrativo e quello penale impediscono di interpretare queste ultime alla luce delle altre (posto che le une e le altre sono norme eccezionali insuscettibili di interpretazione estensiva o analogica).Il condono “paesistico” di cui all’art.1 comma 37 della legge n.308 del 2004 comporta dunque la sottrazione del fatto alla disciplina penale ed a quella amministrativa attinenti alla tutela paesistica, rimanendo ferma però la sanzionabilità del fatto edilizio sotto i profili amministrativo e penale.La disciplina dell’art.1 comma 37 della legge n.308 del 2004 è pertanto inidonea ad incidere su una regola data ad una pluralità di interessi, che attua un bilanciamento degli stessi ed è quindi insuscettibile di contaminazioni ad opera di una regola che attiene ad uno solo degli interessi bilanciati.»
Sintesi: Il condono ambientale introdotto dalla L. n. 308 del 2004, art. 1, commi 37, 38 e 39 estingue esclusivamente il reato di cui al D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181 e gli altri reati paesaggistici, ma non si estende al reato edilizio attesa la mancanza di norme di coordinamento, diversamente da quanto disciplinato con la L. n. 326 del 2003 (cosiddetto condono edilizio), che espressamente prevedeva che il rilascio del titolo abilitativo edilizio estinguesse anche il reato per la violazione del vincolo.
Estratto: «La ricorrente poi sostiene che, avendo presentato domanda di condono ambientale ai sensi della L. 15 dicembre 2004, n. 308, l'accoglimento di tale domanda e la concessione del condono ambientale, facendo per così dire caducare il vincolo, avrebbero comportato anche la possibilità di ottenere il condono edilizio. Sostiene inoltre che il condono ambientale sarebbe nella specie concedibile perché esso avrebbe un ambito diverso dal condono edilizio e quindi sarebbe possibile anche per interventi diversi da quelli di minore entità.Anche questi assunti sono chiaramente infondati. Va preliminarmente osservato che nel presente processo l'imputata risponde del solo reato edilizio e non anche di quello ambientale, che non le è stato contestato. Sono quindi nella specie irrilevanti tutte le questioni relative all'ambito ed all'estensione del cd. condono ambientale. Ed infatti, quand'anche dovesse accogliersi la tesi che il condono ambientale non sarebbe anch'esso limitato agli interventi di minore entità e quindi sarebbe concedibile nella specie, in ogni caso non ne potrebbe derivare alcuna conseguenza in ordine alla possibilità di ottenere il condono edilizio. E ciò perché, secondo la giurisprudenza di questa Suprema Corte, il condono ambientale introdotto dalla L. n. 308 del 2004, art. 1, commi 37, 38 e 39 estingue esclusivamente il reato di cui al D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181 e gli altri reati paesaggistici, ma non si estende al reato edilizio attesa la mancanza di norme di coordinamento, diversamente da quanto disciplinato con la L. n. 326 del 2003 (cosiddetto condono edilizio), che espressamente prevedeva che il rilascio del titolo abilitativo edilizio estinguesse anche il reato per la violazione del vincolo (Sez. 3^, 7.12.2007, Vernilo, m. 234327; Sez. 3^, 5.4.2006, Turco, m. 234327).»
Sintesi: Una volta intervenuto l'accertamento di compatibilità paesaggistica (art. 1, co. 37, legge 308/2004) l'abuso può essere qualificato in termini soltanto edilizi, e occorrerà valutare se si ricada in una fattispecie di variazione essenziale per l’aumento della volumetria e dell’altezza o se si possa parlare di una difformità parziale.
Estratto: «10. Occorre partire dalla considerazione che il Comune ha negato l’accertamento di conformità ex art. 36 del DPR 380/2001 (sanatoria edilizia formale) a causa del superamento dell’altezza e della volumetria massima consentite in zona B1 (v. sopra al punto 5). La costruzione della controinteressata ha quindi conservato la qualificazione di abuso edilizio. L’art. 34 comma 2 del DPR 380/2001 permette tuttavia, dietro il versamento di una sanzione pari al doppio del costo di produzione, il mantenimento dell’immobile interessato dall’abuso qualora la demolizione non possa avvenire senza pregiudizio della parte eseguita in conformità. Questa norma presuppone che l’abuso consista in una in parziale difformità rispetto al permesso di costruire. Non deve trattarsi quindi né di difformità totale né di variazioni essenziali, che sono equiparate ex art. 31 comma 2 del DPR 380/2001 alla totale difformità. Il Comune aveva inizialmente qualificato l’abuso come difformità totale per il fatto che l’opera si trova in zona vincolata (v. sopra al punto 3). Tuttavia, una volta rimosso l’ostacolo costituito dalla presenza del vincolo paesistico attraverso la sanatoria ex art. 1 commi 37-39 della legge 308/2004 (v. sotto ai punti 13-17), l’abuso può essere qualificato in termini soltanto edilizi, e dunque occorre valutare se si ricada in una fattispecie di variazione essenziale per l’aumento della volumetria e dell’altezza o se si possa parlare di una difformità parziale.»
n°22 ABUSI PAESAGGISTICI --> SANATORIA --> ACCERTAMENTO DI COMPATIBILITÀ PAESAGGISTICA --> FASE TRANSITORIA
Sintesi: Il regime transitorio dell'autorizzazione paesaggistica ha avuto applicazione fino al 31.12.2009 per effetto di quanto stabilito dapprima dall’art. 38 d.l. 207/2008 e, successivamente, dall’art. 23, co. 6, d.l. 78/2009.
Estratto: «6.- Con il sesto motivo, che reitera, in parte, precedenti censure, sono dedotte la violazione e falsa applicazione di tutte le norme richiamate in quelli precedenti, ed in particolare dell’art. 146 del D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 e degli artt. 2, 5 e 6 della L. 8 luglio 1986, n. 349, nonché il vizio di eccesso di potere sotto molteplici profili.6.1.- Si sostiene, in primo luogo, l’impossibilità di localizzare l’intervento in un sito interessato dalla presenza di essenze arboree, rinnovando argomentazioni che il Collegio ha già riconosciuto infondate.6.2.- Si sostiene, poi, che il progetto “de quo”, stanti le sue caratteristiche (il sito ricade all’interno del Parco della Gola della Rossa) avrebbe dovuto essere autorizzato dal Ministero dell’Ambiente, secondo quanto previsto dalla L. 8 luglio 1986, n. 349.La censura è infondata. L’art. 6, comma 3, della L. n. 349 del 1986 (ora confluito nell’art. 36 del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152) assoggettava ad autorizzazione ministeriale esclusivamente i progetti delle opere in grado di produrre rilevanti modificazioni dell’ambiente, individuate con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, fra i quali non rientra quello in argomento. Aggiungasi, al riguardo, che l’Ente Parco Gola della Rossa ha espresso parere favorevole all’approvazione del progetto, attestando, con nota del 23.6.2009, la conformità del medesimo alle disposizioni del regolamento del Parco, come richiesto dall’art. 6-bis, comma 2, della L.R. n. 71 del 1997.6.3.- La parte ricorrente contesta, poi, l’applicabilità alla fattispecie in esame (per il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica) del regime “transitorio” previsto dall’art. 159 del D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, in luogo di quello “ordinario” di cui all’art. 146 del medesimo decreto legislativo. Anche tale censura è destituita di fondamento, poiché il regime transitorio contenuto nell’art. 159 del D.Lgs. n. 42 del 2004 ha trovato applicazione fino al 31.12.2009, per effetto di quanto stabilito dapprima dall’art. 38 del D.L. 30 dicembre 2008, n. 207 e, successivamente, dall’art. 23, comma 6, del D.L. 1° luglio 2009, n. 78.6.4.- Da ultimo, si deduce l’illegittimità dell’autorizzazione comunale, rilasciata per la durata di 42 anni, mentre quella paesaggistica, che ne costituisce il presupposto, ha una validità di soli 5 anni.La censura è infondata, essendo evidente che la validità dell’autorizzazione comunale è subordinata al rilascio (per l’intera durata dell’intervento, pari a 42 anni) di nuove autorizzazioni paesaggistiche, e che l’eventuale venir meno di queste ultime determinerà l’invalidità sopravvenuta della prima.»
Sintesi: La legislazione regionale non può prorogare il termine del regime transitorio dell'autorizzazione paesaggistica.
Estratto: «2..2.– Nel caso in esame, dunque, alla luce dei principi costituzionali ora richiamati, si deve stabilire se l’art. 58 della legge regionale n. 5 del 2007, così come modificato dall’art. 2, comma 13, della legge regionale n. 12 del 2008, sia espressione della competenza integrativo-attuativa che lo Statuto riserva alla Regione Friuli-Venezia Giulia o se, al contrario, costituisca una inammissibile deroga alla disciplina statale.L’art. 146 del d.lgs. n. 42 del 2004 ha previsto una nuova procedura per il rilascio delle autorizzazioni paesaggistiche in base alla quale la Regione, o il Comune da essa delegato, prima di pronunciarsi sulla relativa istanza, deve acquisire il parere del Soprintendente (vincolante nelle ipotesi previste dall’art. 146, comma 5) in relazione agli interventi da eseguirsi su immobili o aree tutelate. Inoltre, l’esercizio della funzione autorizzatoria può essere delegato dalla Regione agli enti locali solo se dispongano di strutture in grado di assicurare un adeguato livello di competenze tecnico-scientifiche, nonché di garantire la differenziazione tra attività di tutela paesaggistica ed esercizio di funzioni amministrative in materia di urbanistica e di edilizia.Il regime precedente prevedeva, invece, il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica da parte degli uffici urbanistici dell’amministrazione competente e la successiva trasmissione degli atti alla Soprintendenza che aveva il potere di annullare l’autorizzazione rilasciata.Il termine fissato dal legislatore statale per il passaggio dalla precedente alla nuova disciplina è stato per due volte prorogato. Infatti al momento del ricorso era il 31 dicembre 2008 mentre, successivamente, è stato differito al 30 giugno 2009, dall’art. 38 del decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 207, ed ulteriormente prorogato al 31 dicembre 2009, dall’art. 23, comma 6, del decreto-legge 1° luglio 2009, n. 78.L’art. 159, nel testo attualmente in vigore, prevede che la disciplina dettata dall’art.146 «si applica anche ai procedimenti di rilascio dell’autorizzazione paesaggistica che alla data del 31 dicembre 2009 non si siano ancora conclusi con l’emanazione della relativa autorizzazione o approvazione». La norma citata ha introdotto, quindi, una disciplina transitoria di proroga del regime dell’annullamento successivo da parte delle soprintendenze solo per i provvedimenti adottati nel periodo precedente alla suddetta data del 31 dicembre 2009.Il legislatore regionale, invece, all’art. 58 della legge n. 5 del 2007, nel nuovo testo risultante dalla modifica di cui all’art. 2, comma 13, della legge regionale n. 123 del 2008, ha disposto che il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica da parte dei Comuni avvenga con applicazione della disciplina transitoria di cui all’art. 159 del decreto legislativo n. 42 del 2004 «sino all’adeguamento dei loro strumenti di pianificazione al piano paesaggistico regionale».In tal modo nella Regione Friuli-Venezia Giulia, in attesa dell’adeguamento degli strumenti comunali di pianificazione al piano paesaggistico regionale, le autorizzazioni paesaggistiche seguono ancora la disciplina transitoria, secondo la quale devono essere rilasciate dalla Regione o dai Comuni da questa delegati e poi trasmesse alla Soprintendenza per l’eventuale annullamento.La norma impugnata, dunque, modifica la decorrenza del termine fissato dal legislatore statale per la piena applicazione della procedura autorizzatoria di cui all’art. 146 del d.lgs. n. 42 del 2004, determinando una illegittima riduzione della tutela del paesaggio imposta dalla legislazione statale.Infatti, la fissazione di un termine massimo, entro il quale deve concludersi la fase transitoria e deve trovare piena applicazione la nuova procedura, assume un valore determinante perché garantisce l’effettiva attuazione della nuova normativa anche con riferimento all’applicazione dei nuovi strumenti di pianificazione paesaggistica. Inoltre, entro il medesimo termine, le Regioni hanno l’obbligo di verificare la sussistenza, in capo ai soggetti delegati all’esercizio della funzione autorizzatoria in materia di paesaggio, dei requisiti di organizzazione e di competenza tecnico-scientifica stabiliti dall’art. 146, comma 6, a pena, in caso di mancato adempimento, dell’automatica decadenza delle deleghe.Risulta dunque evidente che la disposizione regionale impugnata non può essere ricondotta alla potestà legislativa «integrativo-attuativa» in materia di tutela del paesaggio di cui all’art. 6 dello statuto speciale di autonomia, in quanto determina una inammissibile modifica, per di più in senso riduttivo, della tutela del paesaggio imposta dalla legislazione statale. (omissis)Si impone, pertanto, la declaratoria di illegittimità costituzionale dell’art. 58, comma 1, della legge regionale n. 5 del 2007, come sostituito dall’art. 2, comma 13, della legge regionale n. 12 del 2008, nonché del comma 2 del medesimo articolo, limitatamente alle parole «a seguito dell’adeguamento degli strumenti di pianificazione al piano paesaggistico regionale, per il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica» eccedendo tali disposizioni, per l’evidenziato contrasto con la disposizione statale che fissa il termine in cui cessa la disciplina transitoria, la potestà legislativa «integrativo-attuativa» riconosciuta alla Regione Friuli-Venezia Giulia, in materia di tutela del paesaggio, dall’art. 6 dello statuto speciale.»
Sintesi: Il divieto di rilascio di autorizzazione paesaggistica in sanatoria opera soltanto a regime e non è applicabile nel regime transitorio previsto dall'art. 159 d. lgs. 42/2004.
Estratto: «Gli architetti G.G. e R. G., quale tecnici incaricati per la progettazione di una nuova costruzione in Bologna, via dell'Osservanza 47, con ricorso 1184/2005, hanno impugnato il provvedimento del 29/8/2005 protocollo generale 123725/2005 col quale il comune di Bologna aveva respinto la domanda di permesso di costruire in sanatoria per opere già realizzate, comportanti variante essenziale alla concessione edilizia rilasciata in data 12/8/2002.I proprietari dell’immobile interessato dalla nuova costruzione, Sigg.ri A.V. e M.M. 1417/2005, hanno impugnato il medesimo provvedimento del 29/8/2005 protocollo generale 123725/2005 con ricorso n. 1417/2005.Il diniego del comune si fonda essenzialmente sull'assenza della preventiva autorizzazione paesaggistica prevista dall'articolo 146 del decreto legislativo 42/2004, e sull'impossibilità, anche ai sensi dell'articolo 159 del decreto legislativo 42/2004, di rilasciare la suddetta autorizzazione in sanatoria, trattandosi di interventi edilizi già realizzati per i quali il suddetto articolo 146 – comma 10 - vieta espressamente il rilascio di autorizzazione paesaggistica in sanatoria, successivamente alla realizzazione, anche parziale, degli interventi.Avverso i suddetti provvedimenti sono state formulate censure di violazione di legge e di eccesso di potere sotto vari profili.L’ Amministrazione intimata si è costituita in giudizio deducendo, con varie argomentazioni, l'infondatezza del ricorso.In punto di diritto i ricorrenti ritengono non applicabile il divieto di autorizzazione paesaggistica in sanatoria previsto dall'articolo 146 sopra citato, in quanto la disciplina transitoria recata dall'articolo 159 del medesimo decreto legislativo, non contempla espressamente tale divieto e rilevano che l’autorizzazione paesaggistica era stata richiesta in una con la sanatoria edilizia, come appare dall’epigrafe dell’istanza stessa avente ad oggetto “Variante in sanatoria edilizia e nulla osta paesaggistico”.Il comune osserva detta istanza non è sufficiente a integrare gli estremi della richiesta di autorizzazione paesaggistica di cui al D.L.vo 42/2004, art. 146 e che, in ogni caso il regime transitorio non intacca l’immediata operatività del divieto di sanatoria di cui al suddetto articolo.Il collegio rileva che il provvedimento impugnato ha quale presupposto l’applicazione alla fattispecie del regime autorizzatorio recato a regime dall’art. 146 del D.L.vo n. 42/2004 ritenendo non più applicabile la precedente normativa nell’ambito della quale era ammessa l’autorizzazione ambientale in sanatoria, anche in sede di procedimento per l’accertamento di conformità edilizia (si veda su quest’ultimo aspetto C. St. VI n. 8188/2004; 5097/2003).La giurisprudenza più recente ( Consiglio di Stato n. 3483/2007, Sez. VI; TAR Campania, Napoli, VII, n. 1470/2008) ritiene che la normativa transitoria recata dall’art. 159 (nel testo originario) preclude l’applicazione del divieto di sanatoria recato a regime dall’art. 146 nella fase anteriore alla novella del 2006.In particolare il Consiglio di Stato ha affrontato la questione con la sentenza n. 3483/2007, Sez. VI, affermando che il divieto di sanatoria introdotto dal suddetto art. 146 di cui si tratta opera a regime e non è applicabile nel periodo transitorio.Quest'ultimo è disciplinato dal successivo art. 159.(omissis)Il collegio non ha motivo per discostarsi dal suesposto orientamento in base al quale solo dopo il nuovo intervento del legislatore del 2006 (D. Lgs. 24 marzo 2006, n. 157) è applicabile il divieto di rilascio di autorizzazioni paesistiche in sanatoria, non operante, quindi all’epoca di adozione del provvedimento impugnato del 28.8.2005.Per quanto sopra i ricorsi n. 1184/2005 e n. 1417/2005 sono fondati nella parte in cui impugnano il provvedimento di diniego di sanatoria.Il ricorso n. 1417/2005 deve essere dichiarato inammissibile nella parte in cui impugna il verbale n. 52/2005 in data 29.3.2005, stante la natura endoprocedimentale e, quindi, non lesiva dello stesso.Deve essere respinta la richiesta di risarcimento del danno formulata nel ricorso n. 1184/2005, sia per la mancata indicazione di elementi idonei a quantificarlo, sia perché nel caso di specie le problematiche interpretative inerenti ad una norma da poco entrata in vigore configurano un’ipotesi di errore scusabile idoneo ad escludere la sussistenza del requisito soggettivo della responsabilità ( si veda C. St. VI, n. 2751/2008).»
Sintesi: Solo con il decreto legislativo n. 157/2006 il divieto di rilasciare l'autorizzazione paesaggistica in sanatoria è stato esteso al procedimento per il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica durante la c.d. la fase transitoria.
n°29 ABUSI PAESAGGISTICI --> SANATORIA --> ACCERTAMENTO DI COMPATIBILITÀ PAESAGGISTICA --> SILENZIO-ASSENSO, INAMMISSIBILITÀ
Sintesi: Al procedimento per accertare la compatibilità paesistica non si applica il silenzio-assenso, non essendo certamente equipollente ad una previsione di legge la sola previsione dell’obbligo di provvedere entro termini prestabiliti, seguita dall’inattività dell’Amministrazione.
Estratto: «Né può fondatamente sostenersi che il mancato rispetto dei termini di novanta e centottanta giorni, qualificabili come termini perentori, previsti dall’art. 167, 5° comma, del D. Lgs. n. 42/2004, abbia determinato, per effetto della decadenza del potere di provvedere, la maturazione del silenzio assenso in ordine alla richiesta condonabilità paesistica dell’intervento.A tanto è d’impedimento l’art. 20 della legge n. 241 del 1990.Quest’ultima disposizione, sul punto in esame, ha ricevuto successivamente conferma dall’art. 3, comma 6 ter, del D.L. 14 marzo 2005 n. 35 nel testo integrato dalla legge di conversione n. 80/2005, che espressamente esclude, con disposizione avente carattere generale, la possibilità del silenzio-assenso in materia di vincolo culturale e paesistico ed ambientale, a cui alcuna deroga può aver apportato il procedimento correlato al rilascio del “condono ambientale” atteso il carattere eccezionale di quest’ultimo (cfr., Cons. Stato, sez. IV, 26 marzo 2010, n. 1763; Tar Abruzzo, Pescara, sez. I, 20 giugno 2009, n. 448).Ciò comporta, invero, che la normativa di riferimento del procedimento per accertare la compatibilità paesistica non può essere assoggettata all’interpretazione estensiva propugnata dal ricorrente, pretendendo di superare l’indiscutibile assenza al suo interno di disposizioni recanti la previsione di silenzio-assenso, non essendo certamente equipollente, a tal fine, la sola previsione dell’obbligo di provvedere entro termini prestabiliti, seguita dall’inattività dell’Amministrazione (cfr., Cons. Stato n. 1763/2010 cit.).»
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Il danno da disturbo:
Iniziato il 27/09/2011	è il pregiudizio derivante dalla lesione del termine di conclusione del procedimento da parte dell’amministrazione
è il pregiudizio derivante dal mancato godimento di un diritto o di una situazione di vantaggio preesistente nella sfera giuridica soggettiva del privato
è il pregiudizio causato dal dipendente pubblico all’amministrazione di appartenenza
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References: art. 181
 art. 181
 sentenza 
 art. 1
 sentenza 
 art. 167
 sentenza 
 art. 167
 art. 167
 art. 36
 art. 36
 art. 181
 art. 32
 sentenza 
 art.1
 art. 32
 art. 181
 sentenza 
 art. 167
 sentenza 
 art. 22
 Cass. sez. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 181
 art.1
 art. 1
 art. 181
 art. 1
 art. 181
 art. 36
 art. 31
 art. 1
 articolo 146
 art. 146
 sentenza 
 art. 146
 art. 159