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Timestamp: 2018-11-14 05:17:45+00:00

Document:
N. 06257/2012 REG.RIC.
N. 01355/2013REG.PROV.COLL.
sul ricorso numero di registro generale 6257 del 2012, proposto da:
Giovanni Nero, rappresentato e difeso dagli avv. Felicetta De Gregorio e Fausto Troilo, con domicilio eletto presso Francesco A. Caputo in Roma, via Ugo Ojetti, n. 114;
Katia De Ritis, rappresentata e difesa dall'avv. Gerardo Brasile, con domicilio eletto presso Fabrizio Ciarla in Roma, via Papiria N. 50; U.T.G.;
Commissione elettorale circondariale di Atessa, in persona del Presidente, e Prefettura di Chieti, in persona del Prefetto pro tempore, rappresentati e difesi dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso la quale sono legalmente domiciliati in Roma alla via dei Portoghesi, n. 12; Comune di Montelapiano;
della sentenza del T.A.R. ABRUZZO - SEZ. STACCATA DI PESCARA: SEZIONE I n. 00363/2012, resa tra le parti, concernente verbale di proclamazione degli eletti del comune di Montelapiano del 7 maggio 2012
Visti gli atti di costituzione in giudizio di De Ritis Katia, della Commissione elettorale circondariale e dell’ U.T.G. - Prefettura di Chieti;
Visto l’appello incidentale proposto dalla Commissione elettorale circondariale e dall’ U.T.G. - Prefettura di Chieti;
Relatore, all'udienza pubblica del 15 gennaio 2013, il Cons. Francesco Caringella e uditi per le parti gli avvocati Marcello Cardi su delega dell'avv. Vincenzo Colalillo, Pugliano su delega dell'avv. Gerardo Brasile e l'avvocato dello Stato Stigliano;
1. Con la sentenza appellata i Primi Giudici hanno accolto il ricorso proposto da Katia De Ritis, candidata alla carica di Sindaco del Comune di Montelapiano per la lista “MFL”, avverso le determinazioni della Commissione elettorale circondariale di Atessa che hanno decretato la ricusazione del contrassegno e l’esclusione della lista dalla competizione, unitamente all’atto finale di proclamazione degli eletti all’esito della tornata elettorale celebratasi il 7 maggio del 2012.
Il Primo Giudice ha posto a fondamento del decisum di accoglimento la considerazione che, in forza della disciplina regolatrice della materia, di cui agli artt. 30 e segg. del d.P.R. 16 maggio 1960, n. 570 - Testo unico delle leggi per la composizione e la elezione degli organi delle Amministrazioni comunali-, la commissione elettorale può disporre la ricusazione delle liste e dei contrassegni nei soli casi tassativamente indicati mentre esorbita dall’alveo della suo potere ogni valutazione circa il valore politico e democratico del simbolo presentato. A conferma di tale assunto il Primo Giudice ha osservato che la XII disposizione di attuazione e transitoria della Costituzione, che sancisce il divieto di riorganizzazione del disciolto partito fascista, ha trovato attuazione con la L. 20 giugno 1952, n. 640, che prevede, ai fini decisori, la competenza del Tribunale penale (artt.2,4,5,5-bis,6,7) e la riserva ministeriale (art.3).
2. La Sezione reputa fondato e assorbente il motivo dell’ appello principale con il quale il ricorrente in epigrafe specificato ha contestato nel merito gli argomenti posti a fondamento del decisum di prime cure.
Osserva la Sezione che il diritto di associarsi in un partito politico, sancito dall’art. 49 Cost., e quello di accesso alle cariche elettive, ex art. 51 Cost., trovano un limite nel divieto di riorganizzazione del disciolto partito fascista imposto dalla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione. Detto precetto costituzionale, fissando un’impossibilità giuridica assoluta e incondizionata, impedisce che un movimento politico formatosi e operante in violazione di tale divieto possa in qualsiasi forma partecipare alla vita politica e condizionarne le libere e democratiche dinamiche. Va soggiunto che l’attuazione di tale precetto, sul piano letterale come sul versante teleologico, non può essere limitata alla repressione penale delle condotte finalizzate alla ricostituzione di un’associazione vietata ma deve essere estesa ad ogni atto o fatto che possa favorire la riorganizzazione del partito fascista.
Tale essendo il quadro costituzionale entro il quale si iscrive la disciplina che regola il procedimento elettorale e che fissa i poteri delle commissioni elettorale, si deve ritenere che gli articoli 30 e 33 del d.P.R. n. 570/1960 fissino i casi di esclusione e di correzione dei contrassegni e delle liste elettorali presupponendo implicitamente la legittimazione costituzionale del movimento o partito politico alla stregua della XIII disposizione di attuazione e transitoria della Costituzione. In altri termini la normativa in parola, nello stabilire i casi di ricusazione dei contrassegni e delle liste, si riferisce a situazioni in astratto assentibili sul piano della superiore normativa costituzionale senza fungere da garanzia per situazioni già vietate, in via preliminare e preventiva, dall’ordinamento costituzionale. L’impossibilità che il movimento o l’associazione a cui si riferisce il simbolo o la lista partecipi alla vita politica postula quindi, in via implicita ma necessaria, il potere della Commissione di ricusare la lista o i simboli attraverso i quali si persegue il fine originariamente vietato dall’ordinamento giuridico.
In conformità questo Consiglio di Stato, con parere della sez. I, 23 febbraio 1984, n. 173/94, ha sottolineato l’impossibilità che un raggruppamento politico partecipi alla competizione elettorale sotto un contrassegno che si richiama esplicitamente al partito fascista bandito irrevocabilmente dalla Costituzione.
La disciplina recata dagli artt. 30 e seguenti del d.P.R. 16 maggio 1970, n. 570 va quindi letta e integrata alla luce della disciplina costituzionale che, dettando un requisito originario per la partecipazione alla vita politica, fonda il potere implicito della Commissione di ricusare le liste che si pongano in contrasto con detto precetto.
Tanto premesso si deve concludere per la legittimità del provvedimento impugnato con cui la Commissione elettorale, facendo uso di un potere attribuito dal sistema normativo, ha disposto l’esclusione della lista sulla scorta di un’adeguata motivazione in merito al contrasto con la disciplina costituzionale, in ragione del simbolo del movimento (il fascio), della dizione letterale (acronimo di Fascismo e Libertà) e del richiamo ideologico al disciolto partito fascista.
3.La fondatezza dell’appello principale, implicando la riforma del capo della sentenza di primo grado di condanna alle spese, implica l’improcedibilità, per sopravvenuto difetto di interesse, dell’appello incidentale proposto dalla Commissione elettorale circondariale di Atessa e dall’Ufficio territoriale di Governo.
4. In definitiva, la fondatezza dell’appello implica la riforma della sentenza appellata e le reiezione integrale del ricorso di primo grado.
La peculiarità della questione giuridica oggetto di giudizio giustifica la compensazione delle spese di giudizio.
definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, accoglie l’appello principale e, per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, respinge il ricorso di primo grado.
Dichiara l’improcedibilità dell’appello incidentale.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 15 gennaio 2013 con l'intervento dei magistrati:
Nicola Gaviano,	Consigliere

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 51
 sentenza 
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