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Timestamp: 2019-06-17 11:12:33+00:00

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Coerede usucapione beni ereditari - Avvocato Umberto Davide
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Il coerede può, prima della divisione, usucapire in tutto o in parte i beni ereditari dimostrando non soltanto il proprio potere di fatto o che gli altri coeredi si siano astenuti dall’uso, ma altresi’ che egli ne abbia goduto in modo inconciliabile con la possibilita’ di godimento altrui, tale da evidenziare un’inequivoca volonta’ di possedere uti dominus e non piu’ uti condominus.
Corte di Cassazione, Sezione 2 civile Ordinanza 29 ottobre 2018, n. 27415
sul ricorso 18547-2014 proposto da:
avverso la sentenza n. 3127/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 29/05/2013;
(OMISSIS) ed (OMISSIS) hanno proposto ricorso articolato in quattro motivi avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma n. 3127/2013 depositata il 29 maggio 2013.
Resistono, con autonomi controricorsi, (OMISSIS) e (OMISSIS). Tutti gli altri intimati indicati nell’epigrafe della sentenza non hanno invece svolto attivita’ difensive.
Il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Capasso Lucio, ha depositato le sue conclusioni scritte, ai sensi dell’articolo 380-bis 1 c.p.c., chiedendo il rigetto del ricorso.
1. Con citazione notificata in data 8 gennaio 2003 (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) (eredi di (OMISSIS), convenuto insieme agli altri coeredi di (OMISSIS) e (OMISSIS) dall’attore (OMISSIS) con domanda di scioglimento della comunione ereditaria del 12 luglio 1982) proposero appello avverso la sentenza non definitiva del 19 settembre 1985, che aveva respinto la domanda riconvenzionale di usucapione di quota, nonche’ avverso la sentenza definitiva del Tribunale di Roma del 24 novembre 2001, la quale aveva suddiviso in lotti il compendio aderendo parzialmente all’espletata CTU. La comunione ereditaria aveva ad oggetto alcuni appezzamenti di terreno, quattro fabbricati ed un ulteriore terreno coltivato ad uliveto siti nel comune di S. Oreste e comprendeva, come gia’ considerato, gli eredi di (OMISSIS) e (OMISSIS), e cioe’ (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS). In seguito alla morte di (OMISSIS) e (OMISSIS), il giudizio e’ stato proseguito dai rispettivi eredi. Gli appellanti (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) sostennero la nullita’ della sentenza non definitiva del 19 settembre 1985, nonche’ di tutti gli atti processuali successivi, mancando quella di motivazione, visto che il Tribunale aveva rigettato la domanda riconvenzionale di usucapione perche’ non supportata da sufficiente materiale probatorio, limitandosi a richiamare l’ordinanza del 16 settembre 1983, con cui il giudice istruttore aveva dichiarato inammissibile la prova testimoniale richiesta.
Quanto alla pronuncia del 24 novembre 2001, gli appellanti dedussero che la stessa, al fine di individuare il valore delle singole quote ereditarie, avesse preso come riferimento le valutazioni effettuate nella c.t.u., considerate non condivisibili in quanto affette da errori di metodo e di stima, come desumibile dalle variazioni dell’importo calcolato per le spese attinenti ai miglioramenti verificatesi nelle successive stesure dell’elaborato peritale (da Lire 18.018.120 a Lire 23.000.000 fino a Lire 32.900.000).
La Corte d’Appello rigetto’ la richiesta di rinnovo della CTU, evidenziando come le valutazioni degli immobili, operate anche in considerazione delle richieste di chiarimenti, fossero state ritenute corrette altresi’ nelle osservazioni del 10 novembre 1991 dell’architetto (OMISSIS), consulente di parte degli appellanti.
La Corte di Roma ritenne poi infondata l’eccezione di nullita’ della sentenza non definitiva per difetto di motivazione, in quanto, a fronte dell’ordinanza del giudice istruttore del 21 settembre 1983 (relativa all’inammissibilita’ del capitolo 1 della dedotta prova testimoniale, giacche’ inidoneo a “fornire la dimostrazione della sussistenza di tutti i requisiti imposti dalla legge per l’operativita’ della usucapione”, e del capitolo 2, perche’ concernente “un fatto – divisione di immobili – che non e’ suscettibile di prova testimoniale”) gli attori in riconvenzionale, rinviata la causa per la decisione all’udienza collegiale del 28 marzo 1985, chiesero il passaggio a sentenza sulla base delle conclusioni precisate davanti al G.I., senza riproporre al collegio, ex articolo 178 c.p.c., comma 1, “vecchio rito”, la questione relativa ai mezzi di prova.
Di conseguenza, il Tribunale reputo’ la domanda di usucapione non sufficientemente provata, seppur attraverso il mero richiamo delle motivazioni del G.I.; non avendo, cioe’, proposto reclamo al collegio ne’ reiterato la richiesta in sede di precisazioni delle conclusioni, il Tribunale intese rinunciato il mezzo di prova.
2. Il primo motivo di ricorso lamenta la nullita’ della sentenza parziale del Tribunale di Roma n. 11248/1985 e di tutti gli atti processuali successivi a tale pronuncia. Si spiega cosi’ dai ricorrenti: “La Corte d’Appello applica falsamente e viola l’articolo 714 c.c., articolo 1158 c.c., articolo 115 c.p.c., articolo 354 c.p.c., u.c.; violazione del principio costituzionale del contraddittorio articolo 111 Cost.; articolo 24 Cost.; articolo 101 c.p.c.; omesso uso delle presunzioni nella valutazione dell’usucapione – violazione degli articoli 2727 e 2729 c.c. – omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti articolo 360 c.p.c., n. 5; omissione di esame di documenti decisivi (articolo 360 c.p.c., n. 5); nullita’ della sentenza per mancanza di motivazione o motivazione non corretta (articolo 360 c.p.c., n. 4)”.
La Corte di appello avrebbe, cioe’, omesso di enunciare le ragioni del proprio convincimento relativamente all’eccezione di nullita’ sollevata, limitandosi ad esporre una “mera petizione di principio determinata dal giudice istruttore” e violando il diritto di difesa.
La stessa ordinanza istruttoria sarebbe essa stessa viziata, perche’ fondata su un giudizio soggettivo e non ancorato a riferimenti legislativi; ancora, la Corte d’appello avrebbe errato nel non ammettere la richiesta istruttoria reiterata come prova del possesso esclusivo ai fini dell’eccepita usucapione, nonche’ nel non rilevare la violazione del contraddittorio a causa del mancato uso delle presunzioni nella dimostrazione dei fatti costitutivi dell’usucapione.
Il secondo motivo di ricorso e’ rubricato “nullita’ della sentenza qui impugnata per errore di fatto – articolo 360 c.p.c. n. 5 omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti; omissione di esame di documenti decisivi (articolo 360 c.p.c., n. 5); nullita’ della sentenza per mancanza di motivazione o motivazione non corretta (articolo 360 c.p.c., n. 4)”.
La Corte di Appello, sulla base della lettura del foglio di precisazione delle conclusioni prese all’udienza del 23 febbraio 1998, che viene trascritto in ricorso, avrebbe errato nel ritenere che i convenuti in primo grado non avessero reiterato le istanze istruttorie in oggetto, considerandoli cosi’ decaduti dal relativo diritto o facolta’ e violando di conseguenza il loro diritto al contraddittorio.
Il terzo motivo di ricorso e’ rubricato “violazione istruttoria – denegazione di rinnovo della CTU – violazione del diritto di difesa e del contraddittorio omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti: articolo 360 c.p.c., n. 5; omissione di esame di documenti decisivi (articolo 360 c.p.c., n. 5); nullita’ della sentenza per mancanza di motivazione o motivazione non corretta (articolo 360 c.p.c., n. 4)”.
I ricorrenti evidenziano come, nel corso del giudizio, avessero piu’ volte contestato le risultanze peritali, per essere le stesse “il frutto di valutazione certamente opinabili”, e richiesto piu’ volte la convocazione del perito incaricato affinche’ fornisse chiarimenti su “questioni irrisolte”; cio’ nonostante, ribadisce parte ricorrente, il Tribunale ha ritenuto di disattendere la richiesta di rinnovo della c.t.u., ritenendo le conclusioni della consulenza espletata “basate su indagini approfondite e su argomentazioni logicamente corrette”.
Il quarto motivo di ricorso lamenta la “violazione del principio di non contestazione, di rilievo costituzionale – articolo 115 c.p.c.
La Corte di Appello non prende minimamente in considerazione la circostanza della mancata contestazione dell’avvenuta usucapione da parte degli odierni ricorrenti – mancanza di motivazione o motivazione non corretta (articolo 360 c.p.c., n. 5) – violazione del principio costituzionale del contraddittorio articolo 111 Cost.; articolo 24 Cost.; articolo 101 c.p.c.; omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti (articolo 360 c.p.c., n. 5): la non contestazione dell’avvenuta usucapione – omissione di esame di documenti decisivi sulla non contestazione dell’usucapione (articolo 360 c.p.c., n. 5) – nullita’ della sentenza per mancanza di motivazione o motivazione non corretta (articolo 360 c.p.c., n. 4)”.
Si dice che il fatto del possesso ultraquarentennale dedotto dai convenuti non era stato contestato e non era percio’ bisognoso di prova.
2.1. Tutti i motivi di ricorso, accomunati dall’invocazione del parametro di cui all’articolo 360 c.p.c., n. 5, rivelano diffusi profili di inammissibilita’.
L’interpretazione di questa Corte ha chiarito come l’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, articolo 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, abbia introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia).
Costituisce, pertanto, un “fatto”, agli effetti dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non una “questione” o un “punto”, ma un vero e proprio “fatto”, in senso storico e normativo, un preciso accadimento ovvero una precisa circostanza naturalistica, un dato materiale, un episodio fenomenico rilevante (Cass. Sez. 1, 04/04/2014, n. 7983; Cass. Sez. 1, 08/09/2016, n. 17761; Cass. Sez. 5, 13/12/2017, n. 29883; Cass. Sez. 5, 08/10/2014, n. 21152; Cass. Sez. U., 23/03/2015, n. 5745; Cass. Sez. 1, 05/03/2014, n. 5133).
Non costituiscono, viceversa, “fatti”, il cui omesso esame possa cagionare il vizio ex articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5: le argomentazioni o deduzioni difensive (Cass. Sez. 2, 14/06/2017, n. 14802: Cass. Sez. 5, 08/10/2014, n. 21152); gli elementi istruttori; una moltitudine di fatti e circostanze, o il “vario insieme dei materiali di causa” (Cass. Sez. L, 21/10/2015, n. 21439).
E’ quindi inammissibile l’invocazione del vizio di cui all’articolo 360 c.p.c., n. 5 per sostenere il mancato esame di deduzioni istruttorie, di documenti, di eccezioni di nullita’ della sentenza non definitiva e degli atti conseguenti, di critiche rivolte agli elaborati peritali (ovvero di semplici allegazioni difensive a contenuto tecnico), o della “non contestazione dell’avvenuta usucapione” (un fatto che non sia stato “oggetto di discussione tra le parti” e’, d’altro canto, fuori dall’ambito dell’articolo 360 c.p.c., n. 5 per sua stessa definizione), o per lamentarsi di una “motivazione non corretta”.
Il primo ed il secondo motivo, esaminabili congiuntamente, sono per il resto infondati.
Essi sono relativi all’assunta nullita’ per difetto di motivazione della sentenza non definitiva n. 11248/1985 resa il 19 settembre 1985, con la quale il Tribunale di Roma rigetto’ per difetto di prova la domanda riconvenzionale di usucapione in favore dei coeredi per la rispettiva quota, richiamando l’ordinanza istruttoria del 21 settembre 1983 che aveva negato l’ammissibilita’ della dedotta prova per testi.
La Corte d’appello di Roma ha esplicitato le argomentazioni rilevanti per individuare e comprendere le ragioni, in fatto e in diritto, della decisione sul primo motivo di gravame, richiamandosi ad un orientamento interpretativo consolidato nella vigenza della disciplina operante per i giudizi (come quello in esame) iniziati in primo grado in epoca anteriore al 30 aprile 1995, ai quali non e’, cioe’, applicabile il regime introdotto dalla L. n. 353 del 1990.
Tale orientamento affermava che la mancata proposizione del reclamo immediato ex articolo 178 c.p.c. avverso l’ordinanza che avesse respinto l’istanza di ammissione di una prova non impediva il successivo controllo del collegio sull’ordinanza stessa (non essendo la decisione finale del giudice, del resto, vincolata dai provvedimenti inerenti all’istruzione della causa), sempre che la parte interessata avesse, pero’, riproposto la questione in sede di precisazione delle conclusioni o altrimenti richiesto espressamente la revoca di detta ordinanza, restando in caso contrario la questione sull’ammissibilita’ della prova preclusa anche in sede di impugnazione (cfr., fra le tante, Cass. Sez. 2, 22/05/1995, n. 5618; Cass. Sez. 1, 30/03/1995, n. 3773; Cass. Sez. 2, 06/09/1994, n. 7672; Cass. Sez. 2, 24/08/1991, n. 9083).
I ricorrenti, senza riferirsi specificamente cosi’ alla decisione impugnata, fondano il contenuto delle censure non sul comportamento difensivo da loro assunto all’udienza di precisazione delle conclusioni svoltasi in occasione della rimessione in decisione sulla domanda riconvenzionale di usucapione, conclusioni su cui pronuncio’ la sentenza resa il 19 settembre 1985, ma sulle conclusioni poi precisate per la sentenza definitiva all’udienza svoltasi tredici anni dopo quella prima sentenza, ovvero il 23 febbraio 1998, quando infatti domandarono al Tribunale di Roma, tra l’altro, di “dichiarare la nullita’ della sentenza parziale” emessa dallo stesso Tribunale nel 1985 e di ammettere le prove richieste all’udienza del 14 luglio 1983.
D’altro canto, il principio desumibile dalle norme di cui all’articolo 132 c.p.c., n. 4 e articolo 118 disp. att. c.p.c., comma 1 pur nelle formulazioni qui applicabili ratione temporis, secondo cui la motivazione della sentenza deve riassumere concisamente il contenuto sostanziale della controversia e gli elementi atti a giustificare le ragioni del decidere, induce ad escludere la nullita’ della pronuncia che rigetti la domanda ritenendola non provata, facendo richiamo dell’ordinanza istruttoria che abbia respinto una richiesta inammissibile di prove, in quanto espressione del giudizio che la parte avrebbe dovuto dare impulso alla prova con la richiesta di mezzi ammissibili e concludenti.
I ricorrenti neppure trascrivono nei motivi di ricorso, agli effetti dell’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6, quali fossero le circostanze oggetto della prova negata, in maniera da consentire a questa Corte il controllo della decisivita’ dei fatti da provare.
Al quarto motivo di ricorso e’ dato per incontestato “il possesso ultraquarantennale” dedotto a sostegno della domanda di usucapione, ma l’elaborazione giurisprudenziale ribadisce costantemente che il coerede puo’, prima della divisione, usucapire in tutto o in parte i beni ereditari dimostrando non soltanto il proprio potere di fatto o che gli altri coeredi si siano astenuti dall’uso, ma altresi’ che egli ne abbia goduto in modo inconciliabile con la possibilita’ di godimento altrui, tale da evidenziare un’inequivoca volonta’ di possedere uti dominus e non piu’ uti condominus (cfr. ad esempio Cass. Sez. 2, 25/09/2002, n. 13921).
Sul terzo motivo di ricorso, deve ribadirsi soltanto che rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito la valutazione dell’opportunita’ di disporre indagini tecniche suppletive o integrative di quelle gia’ espletate, di sentire a chiarimenti il consulente tecnico di ufficio ovvero di disporre addirittura la rinnovazione delle indagini con la nomina di altri consulenti, e l’esercizio di un tale potere (cosi’ come il mancato esercizio), ove ne sia data adeguata motivazione (dimostrando, come nel caso in esame a pagina 3 di sentenza, di essersi data risposta, alla stregua dell’elaborato peritale, ai problemi posti dalle parti circa la valutazione degli elementi rilevanti ai fini della decisione), non e’ censurabile in sede di legittimita’ (Cass. Sez. 1, 03/04/2007, n. 8355; Cass. Sez. 2, 20/12/1994, n. 10972).
Il quarto motivo e’, infine, inammissibile: i ricorrenti affermano che il possesso ultraquarantennale da loro dedotto non fosse stato contestato dagli attori, senza pero’ indicare, come prescritto dall’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in quale specifico atto del giudizio di merito quel fatto fosse stato tempestivamente allegato e quale preciso contenuto avessero avuto le difese avversarie sul punto (si vedano, tra le tante, Cass. Sez. 6 – 3, 22/05/2017, n. 12840; Cass. Sez. 3, 13/10/2016, n. 20637).
3. Il ricorso va dunque rigettato e, in ragione della soccombenza, i ricorrenti vanno condannati in solido a rimborsare le spese del giudizio di legittimita’, liquidate in dispositivo, in favore di ciascuno dei controricorrenti (OMISSIS) e (OMISSIS), mentre non occorre provvedere al riguardo per gli altri intimati, i quali non hanno svolto attivita’ difensive.
La Corte rigetta il ricorso e condanna in solido i ricorrenti a rimborsare ai controricorrenti le spese sostenute nel giudizio di cassazione, che liquida in favore di (OMISSIS) in complessivi Euro 2.500,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge, ed in favore di (OMISSIS) in complessivi Euro 2.500,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.
Diffida e di messa in mora interruzione prescrizione dei diritti

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