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Newsletter n. 15 del 23 marzo 2015, Studio Lana – Lagostena Bassi
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Newsletter n. 15 del 23 marzo 2015
Sangue infetto: il Ministero dell’Economia mette in pagamento le somme riconosciute a titolo di risarcimento dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza G.G. e altri c. Italia.
Entra in vigore la nuova normativa sulla responsabilità civile dei magistrati.
Ordinanza di rimessione del Consiglio di Stato in tema di revocazione di sentenze contrastanti con la CEDU.
Il Tribunale dei Minorenni di Trieste emette un decreto che detta le modalità prevista per le autorità giudiziarie in caso di identificazione della madre biologica a seguito di richiesta del minore adottato.
Nuova sentenza della Corte EDU sull’operazione per cambiamento di sesso contro la Turchia.
Il tribunale di Milano rimette alla Corte Costituzionale un’ulteriore disposizione della legge n. 40/2004 in materia di procreazione assistita.
A circa quattro mesi dalla pubblicazione della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo G.G. e altri c. Italia, avvenuta il 13 novembre 2014, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha finalmente effettuato in favore di ciascun ricorrente il pagamento di quanto ivi riconosciuto a titolo di risarcimento. Con tale sentenza, la Corte di Strasburgo era tornata a condannare l’Italia per una violazione del diritto alla vita, sancito dall’art. 2 della CEDU, in ragione dell’eccessiva durata dei procedimenti interni di risarcimento danni instaurati nei confronti del Ministero della Salute da 33 clienti del nostro Studio, tutti contagiati da trasfusioni con sangue infetto. A ciascun ricorrente la Corte aveva riconosciuto, a titolo di equa riparazione, una somma compresa tra 35.000,00 e 50.000,00 euro. Quella appena messa in esecuzione è dunque l’ennesima sentenza significativa pronunciata dal giudice europeo a definizione di un’azione collettiva promossa dallo Studio Lana – Lagostena Bassi che si è conclusa con il solenne riconoscimento dei diritti dei soggetti danneggiati dalla disastrosa conduzione del processo italiano in relazione a cause introdotte per ottenere il risarcimento del danno in seguito a contagio da sangue infetto.
Lo scorso 19 marzo è entrata in vigore la legge n. 18/2015, che disciplina la responsabilità civile dei magistrati, pubblicata in Gazzetta Ufficiale (serie Gen. n. 52 del 4 marzo 2015). Con questa recentissima legge, dunque, chi ha subito un danno dalla giustizia potrà chiedere i danni allo Stato, che ha l’obbligo di rivalersi sul magistrato.
L’azione può essere esercitata soltanto quando siano stati già esperiti gli ordinari mezzi di impugnazione e, in generale, quando non è più possibile modificare o revocare il provvedimento. Al pari della riformata legge Vassalli del 1988, si mantiene l’impostazione della responsabilità indiretta: il cittadino leso cita lo Stato – nella persona del Presidente del Consiglio – che oggi ha l’obbligo, non più la facoltà, di rivalersi poi nei confronti del giudice, entro due anni dalla sentenza di condanna, “nel caso di diniego di giustizia, ovvero nei casi in cui la violazione manifesta della legge nonché del diritto dell’Unione europea ovvero il travisamento del fatto o delle prove, di cui all’articolo 2, commi 2, 3 e 3-bis, sono stati determinati da dolo o negligenza inescusabile”. Il diniego di giustizia dovrebbe scattare, in base ai dettami dell’art. 3 della nuova legge, nei casi in cui vi sia un’omissione o un ritardo ingiustificato di oltre 30 giorni da parte del magistrato nel pronunciare il provvedimento dopo che la parte abbia presentato un’istanza. Altra novità significativa della nuova disciplina riguarda l’innalzamento della soglia economica di rivalsa del danno, che può arrivare fino a metà dello stipendio annuo del magistrato, in luogo del precedente limite di un terzo. Nel caso di dolo, poi, l’azione risarcitoria è in ogni caso totale. Anche rispetto a quest’ultimo profilo soggettivo, inoltre, la nuova legge pone delle novità: la responsabilità del magistrato, infatti, scatterà anche in caso di negligenza grave, ovvero per violazione manifesta della legge e del diritto comunitario, nonché in caso di travisamento del fatto e delle prove. Sarà considerata colpa grave anche l’emissione di un provvedimento cautelare personale o reale al di fuori dei casi consentiti dalla legge oppure se privo di motivazione. Ulteriore novità introdotta dalla recentissima legge riguarda il filtro di ammissibilità, prima esercitato dai tribunali distrettuali. Oggi tale attività preliminare, che prevedeva la verifica dei presupposti e la valutazione di manifesta infondatezza, è stata eliminata. In attesa delle prime applicazioni della nuova legge, in vigore dal 19 marzo, confidiamo che si raggiunga l’obiettivo che ha ispirato la riforma, ovvero contemperare l’esigenza di non compromettere l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati con l’altrettanta avvertita esigenza di recuperare l’efficienza della giustizia, per rispondere senza ulteriori ritardi al bisogno di legalità fortemente avvertito nel Paese.
In data 4 marzo 2015, il Consiglio di Stato (riunito in Adunanza Plenaria) ha pronunciato una interessantissima ordinanza di rimessione alla Corte Costituzionale relativamente alla rilevanza e non manifesta infondatezza dell’assenza nei codici processuali civile e amministrativo di un’ipotesi di revoca di una sentenza interna a seguito di sentenza di condanna definitiva emessa dalla Corte EDU per contrasto del provvedimento reso dal giudice comune con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU). La questione si incentrava in particolare sull’annosa questione della disapplicazione automatica, da parte dei giudici nazionali, delle norme interne in contrasto con la CEDU. Se, infatti, è ormai pacifico che i giudici italiani possano disapplicare le norme interne in contrasto con il diritto dell’Unione europea, senza che sia necessario, per fare ciò, che la Corte costituzionale venga investita della questione di legittimità della norma incriminata (come chiarito dalla Corte costituzionale nel caso Granital, con sent. n. 170 del 1984), lo stesso principio non esplica medesima valenza in relazione alle norme interne in contrasto con le disposizioni della CEDU: sul punto, il giudice della legittimità costituzionale ha sempre affermato la sua competenza a risolvere, attraverso il sindacato di legittimità costituzionale, il contrasto tra norme interne e norme pattizie internazionali. In particolare, con le sentenze gemelle nn. 348 e 349 del 2007, essa ha statuito che “Al giudice nazionale, in quanto giudice comune della Convenzione, spetta il compito di applicare le relative norme, nell’interpretazione offertane dalla Corte di Strasburgo. Nel caso in cui si profili un contrasto tra una norma interna e una norma della Convenzione europea, il giudice nazionale comune deve, pertanto, procedere ad una interpretazione della prima conforme a quella convenzionale, fino a dove ciò sia consentito dal testo delle disposizioni a confronto e avvalendosi di tutti i normali strumenti di ermeneutica giuridica. Solo quando ritiene che non sia possibile comporre il contrasto in via interpretativa, il giudice comune, il quale non può procedere all’applicazione della norma della CEDU (a differenza di quella comunitaria provvista di effetto diretto) in luogo di quella interna contrastante, tanto meno fare applicazione di una norma interna che egli stesso abbia ritenuto in contrasto con la CEDU, e pertanto con la Costituzione, deve sollevare la questione di costituzionalità” (cfr. Corte Cost., sent. n. 311/2009). L’ordinanza dell’Adunanza Plenaria n. 2/2015, non ravvisando la facoltà in capo al giudice comune di disapplicare la norma interna in contrasto con disposizioni della CEDU, ha rimesso la questione di legittimità alla Corte costituzionale, chiedendo di risolvere il quesito circa la conformità a Costituzione del disposto di cui all’art. 106 c.p.a. e agli artt. 395 e 396 c.p.c. nella parte in cui non prevedano un caso di revocazione della sentenza quando ciò sia necessario, ai sensi dell’art. 46 CEDU, per conformarsi ad una sentenza definitiva della Corte europea dei diritti dell’uomo.
Con decreto del 5 marzo 2015, il Tribunale per i Minorenni di Trieste, in linea con quanto disposto dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 278/2013 nonché dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo con la celebre sentenza Godelli c. Italia del 25 settembre 2012, ha indicato le modalità da seguire nel caso in cui, su ricorso dell’adottato, si renda necessario procedere all’identificazione della madre biologica “segreta”, per consentire a quest’ultima di recedere dalla decisione, presa al momento del parto, di non esser nominata e quindi rivelarsi al/la figlio/a ricorrente. Il decreto in oggetto riguarda il caso di una donna adottata che aveva chiesto all’Autorità Giudiziaria di conoscere le proprie origini in considerazione del fatto che, la madre naturale, al momento del parto, non aveva prestato il proprio consenso a rivelare la propria identità. Il Tribunale dei Minorenni sostiene che, in attesa di un intervento legislativo che vada a regolamentare le modalità di identificazione della madre biologica e di raccolta del suo eventuale consenso – così come indicato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 278/2013 – sussiste per il Tribunale l’obbligo “di provvedere a tale identificazione, al fine di consentire alla madre biologica di essere messa al corrente del ricorso e di eventualmente esercitare la sua facoltà di rimuovere il segreto sulla propria identità che aveva inteso apporre successivamente al parto”. Gli step da seguire indicati dal Collegio friulano sono i seguenti: (i) in primis, alla madre biologica verrà recapitata, in forma assolutamente segreta, una lettera di convocazione proveniente dal Tribunale; (ii) il colloquio avverrà presso il Tribunale e si svolgerà unicamente tra l’interessata – da sola – ed il giudice delegato. In occasione dell’incontro, la persona verrà informata che il figlio/ la figlia che in passato ha dato alla luce, vorrebbe conoscere l’identità della sua madre biologica; (iii) a questo punto, (a)se la persona non presta il consenso, il Giudice, senza redigere alcun verbale, lo riferirà al Tribunale senza informare la persona circa l’identità del figlio ricorrente; (b) se la persona presterà il proprio consenso, invece, il Giudice, redigendo apposito verbale, farà sottoscrivere il consenso alla persona comunicandole l’identità del/la ricorrente. Al termine delle operazioni preliminari ed in caso di esito positivo, verrà formato un fascicolo che rimarrà secretato fino alla pronuncia del provvedimento conclusivo. La questione risulta estremamente delicata in quanto riguarda il difficile bilanciamento tra il diritto della donna all’anonimato e alla privacy e il diritto di chi è stato messo al mondo di conoscere le proprie origini. A tal proposito, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 278 del 2013, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 28, comma 7, della legge 4 maggio 1983, n. 184 – legge sull’adozione – nella parte in cui non prevedeva la possibilità per il giudice di interpellare la madre dell’adottato, osservando che è il legislatore ad avere il compito di “introdurre disposizioni volte a consentire la verifica della perdurante attualità delle scelte della madre naturale di non voler essere nominata e, nello stesso tempo, a cautelare in termini rigorosi il suo diritto all’anonimato, secondo scelte procedimentali che circoscrivano adeguatamente le modalità di accesso, anche da parte degli uffici competenti, ai dati di tipo identificativo”. Al momento la questione è in discussione alla Commissione Giustizia della Camera. La proposta di legge prevede che, una volta diventati adulti, coloro che sono nati da un “parto anonimo”, possano rivolgersi al Tribunale per i Minori “anche avvalendosi del personale dei servizi sociali, che contatta la madre senza formalità” al fine di chiederle se è disposta a rinunciare all’anonimato posto al momento del parto. La soluzione prospettata, seppur in aderenza con quanto statuito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e dalla Corte Costituzionale, appare estremamente fragile ed esposta ad ogni tipologia di rischio. Alla forza e alla legittimità delle domande di figli desiderosi di conoscere i propri “veri” genitori, si contrappone la necessità di non arrecare sconvolgimenti nelle vite di donne che hanno deciso di partorire in un ospedale, al sicuro, che sono andate avanti e che – al momento del parto – hanno scelto di non poter – o voler – essere madri. In virtù di tali problematiche, appare sicuramente preferibile il sistema adottato in Francia dove è stata istituita una specifica agenzia che ha il compito di raccogliere sia la disponibilità delle donne ad essere eventualmente contattate sia le richieste degli adulti alla ricerca delle proprie origini.
Con la sentenza dell’11 marzo scorso, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato, all’unanimità, che vi è stata una violazione dell’art. 8 della Convenzione europea, che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare (caso Y.Y. c. Turchia). Il caso riguardava il rifiuto da parte delle autorità turche di concedere l’autorizzazione per un intervento chirurgico di mutamento di sesso per il fatto che la ricorrente non era permanentemente incapace di procreare. La ricorrente – registrata alla data d’introduzione del ricorso sul registro civile sesso femminile – si è rivolta dunque alla Corte EDU lamentando una violazione del diritto al rispetto della sua vita privata. In particolare, affermava che la contraddizione tra la sua percezione di sé come un uomo e la sua costituzione fisiologica era stata riconosciuta da referti medici e che il rifiuto della sua richiesta da parte delle autorità nazionali era basato soltanto sull’attestazione della sua capacità di procreare. Sul punto la Corte ha statuito che il diritto dei transessuali di godere pienamente del proprio diritto allo sviluppo personale e all’integrità fisica e morale non possono essere considerati come una questione controversa. I giudici di Strasburgo hanno affermato che, anche ammesso che il rifiuto della domanda della ricorrente iniziale per accedere al cambio di sesso per via chirurgica sia basato su un motivo rilevante, tale rifiuto non può essere considerato basato su di una giustificazione sufficiente ed 13 adeguata. In particolare, l’interferenza che ha portato il diritto della ricorrente al rispetto della sua vita privata dire non era “necessaria” in una società democratica. Nel negare a Y., per molti anni, la possibilità di subire una tale operazione, la Turchia ha dunque violato il suo diritto al rispetto della propria vita privata.
Il tribunale di Milano ha nuovamente rinviato alla Corte Costituzionale la legge sulla procreazione assistita, in accoglimento del ricorso proposto da una coppia fertile – ma portatrice di una grave malattia genetica trasmissibile alla prole – che chiedeva l’accesso alla diagnosi pre-impianto dell’embrione. Già il tribunale di Roma aveva rinviato la normativa alla Consulta sullo stesso punto e la pronuncia definitiva della Corte è attesa per il prossimo 14 aprile. La coppia milanese, portatrice di una patologia genetica invalidante, l’esostosi, non può ricorrere nè alle tecniche di procreazione medicalmente assistita nè, di conseguenza, alla diagnosi pre-impianto dell’embrione. Secondo la Legge n. 40/2004, infatti, possono ricorrere alla procreazione medicalmente assistita e alla diagnosi pre-impianto solo le coppie infertili. Da qui l’attesa per la pronuncia del prossimo 14 aprile, in cui la Consulta si esprimerà sulla legittimità del ‘cuore’ stesso della Legge, ovvero la possibilità di accesso alle tecniche per le sole coppie infertili. Già nel 2012 la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato l’Italia per l’incoerenza di ammettere l’aborto ma, nello stesso tempo, di non consentire la diagnosi genetica pre-impianto sull’embrione, nonché di escludere dal ricorso alla procreazione medicalmente assistita chi presenti un grave rischio di trasmettere patologie genetiche gravi alla prole. La Consulta dovrà decidere sulla legittimità della parte più importante della Legge 40, ovvero sul chi può avere accesso alla tecniche di procreazione medicalmente assistita. Ricordiamo infine che la Legge n. 40/2004 è già stata rinviata alla Corte costituzionale ben undici volte e due sono state, ad oggi, le sentenze di incostituzionalità: una relativa al limite della produzione di tre embrioni e all’obbligo di impianto contemporaneo, e l’altra relativa al divieto per le tecniche di fecondazione eterologa.

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