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Timestamp: 2017-04-27 12:49:34+00:00

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Consiglio di Stato, sezione III, sentenza 8 marzo 2017, n. 1108 – Avvocato Renato D'Isa
Consiglio di Stato, sezione III, sentenza 8 marzo 2017, n. 1108	By Avv. Renato D'Isa on 28 marzo 2017	• ( Lascia un commento )
Il delitto di cui all’art. 260 del d. lgs. n. 152 del 2006 costituisce elemento in sé bastevole a giustificare l’emissione dell’informativa, perché il disvalore sociale e la portata del danno ambientale connesso al traffico illecito di rifiuti rappresentano, già da soli, ragioni sufficienti a far valutare con attenzione i contesti imprenditoriali, nei quali sono rilevati, in quanto oggettivamente esposti al rischio di infiltrazioni di malaffare che hanno caratteristiche e modalità di stampo mafioso
sentenza 8 marzo 2017, n. 1108
sul ricorso numero di registro generale 4596 del 2016, proposto da -OMISSIS-, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocato Lo. Le., con domicilio eletto presso lo studio dell’Avvocato Gi. Pl. in Roma, via (…);
Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore, e U.T.G. – Prefettura di Napoli, in persona del Prefetto pro tempore, rappresentati e difesi ex lege dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici sono domiciliati in Roma, via (…);
della sentenza del T.A.R. per la Campania, sede di Napoli, sez. I, n. 5575/2015, resa tra le parti, concernente l’informativa interdittiva antimafia
visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero dell’Interno e dell’U.T.G. – Prefettura di Napoli
relatore nell’udienza pubblica del giorno 2 febbraio 2017 il Consigliere Massimiliano Noccelli e uditi per la parte appellante l’avvocato Lo. Le. e per il Ministero dell’Interno l’avvocato dello Stato Ag. So.;
1. -OMISSIS-, impresa cartiera ed odierna appellante, è stata attinta da una informativa antimafia a carattere interdittivo, prot. n. 28203 del 5 marzo 2015, emessa sulla base dei seguenti elementi:
a) la conferma, in grado di appello, della condanna emessa dal Tribunale penale di Napoli, in danno del socio -OMISSIS-, per il reato di cui all’art. 260 del d.lgs. n. 152 del 2006;
b) il controllo dei fratelli, -OMISSIS-, nell’aprile 2013, in occasione di un incontro di calcio svoltosi a (omissis), con -OMISSIS-, coinvolto, nel corso del 2014, in un procedimento penale per il reato di cui all’art. 12-quinquies della l. n. 306 del 1992, aggravato dal metodo mafioso;
c) la denuncia di un sindaco supplente della società, -OMISSIS-, risalente al 2013, per il reato di cui all’art. 12-quinquies della l. n. 306 del 1992.
1.1. Avverso tale informativa antimafia l’odierna appellante, -OMISSIS-, ha proposto ricorso avanti al T.A.R. per la Campania, sede di Napoli, lamentando l’assenza dei presupposti previsti dagli artt. 84 e 91 del d.lgs. n. 159 del 2011 per emettere l’informativa antimafia ed articolando sei motivi di gravame, e ne ha chiesto, previa sospensione, l’annullamento.
1.2. Si sono costituiti nel primo grado del giudizio il Ministero dell’Interno e la Prefettura di Napoli per resistere al ricorso ex adverso proposto.
1.3. Il T.A.R. per la Campania, sede di Napoli, con l’ordinanza n. 843 del 29 aprile 2015, ha respinto la domanda cautelare proposta dalla ricorrente.
1.4. Tale ordinanza è stata confermata, in sede di appello cautelare, da questo Consiglio di Stato con l’ordinanza n. 3494 del 30 luglio 2015.
1.5. Infine con la sentenza n. 5575 del 2 dicembre 2015 il T.A.R. per la Campania, sede di Napoli, ha respinto il ricorso e ha compensato le spese di lite.
2. Avverso tale sentenza ha proposto appello -OMISSIS- e, articolando tre distinte censure, ne ha chiesto, previa sospensione, la riforma, con conseguente annullamento dell’informativa antimafia impugnata in primo grado.
2.1. Si sono costituiti il Ministero dell’Interno e la Prefettura di Napoli per resistere al ricorso.
2.2. Con l’ordinanza n. 4365 del 30 settembre 2016 il Collegio ha respinto la domanda cautelare proposta dall’appellante.
2.3. Infine nell’udienza del 2 febbraio 2017 il Collegio, sentiti i difensori delle parti, ha trattenuto la causa in decisione.
3.1. Rileva preliminarmente il Collegio che le complesse questioni, sollevate da -OMISSIS- in ordine all’applicabilità delle informazioni antimafia alle autorizzazioni, esulano dal thema decidendum proprio di questo giudizio, essendo state proposte in parallelo giudizio, avente R.G. n. 4598 del 2016, nel quale, pertanto, saranno doverosamente e attentamente trattate.
4. Con il primo motivo (pp. 4-6 del ricorso), proposto nel presente giudizio, l’odierna appellante lamenta che il T.A.R. avrebbe errato nell’attribuire al provvedimento impugnato in primo grado la qualifica e il valore di comunicazione antimafia quando, in realtà, si tratterebbe di una informazione antimafia.
4.1. La decisione qui appellata, qualificando il provvedimento del Prefetto come comunicazione antimafia, avrebbe erroneamente esteso gli effetti della condanna penale nei confronti di -OMISSIS- a -OMISSIS- in assenza di una delle tassative ipotesi previste dall’art. 67 del d.lgs. n. 159 del 2011.
4.2. Il motivo deve essere respinto.
4.3. Il primo giudice ha a ragione rilevato che la corretta qualificazione del provvedimento prefettizio impugnato in termini di informazione antimafia, anziché di comunicazione antimafia, non eliminerebbe comunque l’effetto interdittivo ascrivibile alla natura di informazione antimafia comunque riferibile ad esso (pp. 10-11 della sentenza impugnata).
4.4. Tale motivazione è condivisibile perché, anche se il provvedimento prefettizio qui in esame deve essere correttamente inquadrato e valutato solo come informazione antimafia, di essa nel caso di specie tale provvedimento integra tutti i legittimi requisiti, sia sul piano formale che sostanziale, in quanto la Prefettura di Napoli ha ben valutato, come ora si dirà, la sussistenza di elementi sintomatici di infiltrazione mafiosa all’interno di -OMISSIS-
4.5. Di qui la reiezione del motivo, irrilevante essendo che il primo giudice abbia, peraltro solo incidentalmente e senza annettere al rilievo efficacia decisiva, qualificato il provvedimento prefettizio anche come comunicazione antimafia, avendo esso, anche indipendentemente dalla sua opinabile qualifica di comunicazione, tutte le caratteristiche, formali e sostanziali, dell’informativa antimafia, come ora meglio si dirà.
5. Con il secondo motivo (pp. 6-10 del ricorso), ciò premesso, l’odierna appellante lamenta come il T.A.R. per la Campania avrebbe totalmente omesso di considerare il deficit di contiguità mafiosa che affligge la valutazione di permeabilità mafiosa dell’impresa, operata dal Prefetto nell’informativa antimafia, perché la sola condanna di -OMISSIS- per il reato di cui all’art. 260 del d.lgs. n. 152 del 2006, pur qualificato reato-spia dall’art. 84, comma 4, del codice delle leggi antimafia, non sarebbe sicuro elemento di infiltrazione mafiosa, nel caso si specie, in quanto “svestito” da connotazioni di tipo mafioso, a suo avviso non desumibile dalla frequentazione, emersa in un controllo del 2013, dei soci -OMISSIS- e -OMISSIS- con -OMISSIS-.
5.2. La consolidata giurisprudenza di questo Consiglio di Stato, anzitutto, ha affermato che il delitto di cui all’art. 260 del d.lgs. n. 152 del 2006 costituisce elemento in sé bastevole a giustificare l’emissione dell’informativa, perché il disvalore sociale e la portata del danno ambientale connesso al traffico illecito di rifiuti rappresentano, già da soli, ragioni sufficienti a far valutare con attenzione i contesti imprenditoriali, nei quali sono rilevati, in quanto oggettivamente esposti al rischio di infiltrazioni di malaffare che hanno caratteristiche e modalità di stampo mafioso (v., ex plurimis, Cons. St., sez. III, 21 dicembre 2012, n. 6618; Cons. St., sez. III, 28 aprile 2016, n. 1632; Cons. St., sez. III, 28 ottobre 2016, n. 4555 e n. 4556).
5.3. Nel caso di specie tale contesto imprenditoriale è stato attentamente valutato dal Prefetto di Napoli, il quale ha rilevato che -OMISSIS-, già socio di -OMISSIS-, destinataria di informativa antimafia la cui legittimità è stata peraltro confermata da questo Consiglio, in via definitiva, con sentenza n. 5698 del 28 novembre 2013, è stato condannato, in concorso con altri, per i delitti di associazione a delinquere, falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, attività di gestione dei rifiuti non autorizzata e attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti.
5.4. La sentenza di condanna definitiva emessa dalla Corte d’Appello di Napoli, richiamata dall’informativa, bene evidenzia che -OMISSIS- è stato addirittura, nella vicenda oggetto di accertamento penale, capo e promotore delle modalità del tutto irregolari con cui i suoi collaboratori attuavano la gestione dei rifiuti.
5.5. La medesima sentenza di condanna, come pure ricorda il provvedimento prefettizio (p. 2), ha in particolare evidenziato che -OMISSIS-, colpita – giova ancora ribadirlo – da informativa antimafia, destinava ad attività di recupero solo carta e cartoni in vista della commercializzazione presso -OMISSIS- che, parimenti, faceva capo al gruppo -OMISSIS-
5.6. L’attività criminosa era organizzata, diretta, e guidata dallo stesso -OMISSIS-.
5.7. Non vi è dubbio che tale attività criminosa, altamente indicativa ai fini antimafia ed elevata perciò dal legislatore a delitto-spia, costituisca un elemento di preoccupante infiltrazione mafiosa, nel caso di specie, ove si consideri che essa è stata gestita e diretta da un unico gruppo familiare, la -OMISSIS-, mediante le imprese da esso controllate.
5.8. In questa prospettiva l’ulteriore elemento valorizzato dall’informativa, la frequentazione degli altri fratelli nonché soci di -OMISSIS-, -OMISSIS- e -OMISSIS-, con -OMISSIS-, già segnalato negli anni ’80 per riciclaggio e associazione di stampo mafioso, estorsione e, da ultimo, coinvolto in un procedimento penale per violazione dell’art. 648-ter c.p. e dell’art. 12-quinquies della l. n. 356 del 1992, con l’aggravante del metodo mafioso (art. 7 della l. n. 203 del 1991), ulteriormente corrobora il giudizio di condizionamento, anche indiretto, di -OMISSIS- da parte di associazioni criminali di stampo mafioso, condizionamento di cui il grave reato per il quale è stato condannato -OMISSIS-, regista di un consistente traffico illecito di rifiuti abilmente organizzato, costituisce sicuro delitto-spia nel caso di specie.
5.9. Di qui l’infondatezza del secondo motivo qui in esame.
6. Con il terzo motivo (pp. 10-14 del ricorso), infine, l’odierna appellante lamenta che l’unico controllo effettuato nel 2013, dal quale risulterebbe la frequentazione dei -OMISSIS- con -OMISSIS-, non dimostrerebbe affatto la contiguità di questi al mondo della criminalità organizzata.
6.1. -OMISSIS- sottolinea, in particolare, che l’A. Ca. avrebbe reciso ogni rapporto con -OMISSIS-, estromettendolo dal ruolo tecnico prima rivestito a far data dalla stagione agonistica 2013-2014, comportamento, questo, incompatibile con il preteso vincolo stabile, di natura personale, ipotizzato dal T.A.R. per sostenere l’attualità del pericolo di condizionamento mafioso.
6.3. È la stessa appellante, invero, a ricordare, ancora una volta (p. 12 del ricorso), che -OMISSIS- era stato estromesso dall’A. Ca., gestita dai -OMISSIS-, solo dopo che -OMISSIS-, di cui si è detto, era stata colpita da informativa antimafia, nel 2012, emessa, oltre che per la condanna di -OMISSIS-, anche per la ragione del consolidato rapporto di collaborazione tra la -OMISSIS- e -OMISSIS-.
6.4. È dunque evidente che tale rapporto vi fosse e che sia stato interrotto solo a seguito del precedente provvedimento interdittivo emesso nei confronti di -OMISSIS- nel 2012, confermato, come detto, da questo Consiglio di Stato con la richiamata sentenza della sez. III, 28 novembre 2013, n. 5698, ai cui rilievi giova qui anche richiamarsi.
6.5. Il T.A.R. per la Campania, pertanto, ha correttamente evidenziato e valorizzato la solidità di tale rapporto collaborativo, reciso solo per la predetta ragione, con un soggetto “di cui non è contestata esservi vicinanza ad ambienti legati alla criminalità organizzata” (p. 10 della sentenza impugnata).
6.6. Di qui, per le ragioni vedute, l’infondatezza del motivo in esame.
7. Dalla piena sufficienza del quadro indiziario sin qui tratteggiato a giustificare l’emissione dell’informativa antimafia, secondo i consolidati principî affermati da questo Consiglio in materia (v., ex plurimis, Cons. St., sez. III, 3 maggio 2016, n. 1743), discende la reiezione di tutti i motivi di censura, con conseguente assorbimento dell’ulteriore motivo di primo grado, qui riproposto (pp. 14-16 del ricorso), del tutto superfluo ai fini del decidere alla luce delle ragioni vedute.
8. In conclusione, proprio per tali ragioni, l’appello deve essere respinto, con piena conferma della sentenza impugnata.
9. Le spese del presente grado del giudizio, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza di -OMISSIS-
9.1. Rimane definitivamente a carico dell’appellante, attesa la sua soccombenza, il contributo unificato richiesto per la proposizione del gravame.
(Sezione Terza), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto da -OMISSIS-, lo respinge e, per l’effetto, conferma la sentenza impugnata.
Condanna -OMISSIS- a rifondere in favore del Ministero dell’Interno le spese del presente grado di giudizio, che liquida nel complessivo importo di € 5.000,00, oltre accessori come per legge.
Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1, del d.lgs. n. 196 del 2003, a tutela dei diritti o della dignità delle parti interessate, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare -OMISSIS-, -OMISSIS-, -OMISSIS-, -OMISSIS-, -OMISSIS-, -OMISSIS-, -OMISSIS-.
Stefania Santoleri –
Categorie:Consiglio di Stato, Consiglio di Stato 2017, Diritto Amministrativo, Sentenze - Ordinanze	Tagged as: Art. 260 d.lgs. n. 152/2006, d.lgs. 152/06, d.lgs. n. 152/2006, Informativa prefettizia antimafia	Navigazione articoli

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