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Timestamp: 2020-05-31 16:19:50+00:00

Document:
Gli Studi del CNN - Per un nuovo regime degli enti non di profitto - Fondazioni di Partecipazione - e.library - Fondazione Italiana del Notariato
Per un nuovo regime degli enti non di profitto
di G. Mariconda
N. Raiti
S. Tondo
Commissione studi civilistici - Studio n. 1186
Pubblicato nella rivista Studi e Materiali CNN (Sezione materiali), 5.2, Milano, 1998, p. 821.
1. Requisito per la personalità giuridica.
1.1. In sostituzione e riproduzione del Decreto-Legge 12.5.1995 n. 163 art. 1, il Disegno di Legge n. 1794, presentato dal Presidente del Consiglio dei Ministri (DINI) e dal Ministro Funzione Pubblica (FRATTINI), contiene "misure urgenti per la semplificazione dei procedimenti amministrativi", prevedendo l'emanazione, ai sensi della Legge 23.8.1988 n. 400 art. 17/2, di nuove regolamentazioni per i procedimenti amministrativi indicati nell'all. 1 (art. 1/1). E, tra questi, giusto per il "procedimento di acquisto di immobili, accettazione di atti di liberalità da parte di associazioni e fondazioni, nonché donazioni o lasciti in favore di enti" (sub n. 46), di cui al C. Civ. 1942 art. 17. E, poi che l'iniziativa è dichiaratamente in un'"opera di riordinamento e modernizzazione della pubblica amministrazione già iniziata con la Legge 24.12.1993 n. 537", quindi, più specificamente, anche nel solco della proposta avanzata da un precedente Ministro (CASSESE) per la semplificazione dei procedimenti relativi alle persone giuridiche private (comunicazione 20.1.1994 alla Presidenza Camera Deputati), tanto più salta agli occhi, come motivo di possibile valutazione critica, l'impostazione riduttiva dell'iniziativa ultima, la quale, col limitare il proprio intervento al solo problema degli acquisti, mostra di volere lasciare inalterato il regime del riconoscimento e delle modifiche. Ma, per l'appunto, merita che sia qui ritentata, in uno spirito di costruttiva collaborazione, una riflessione organica, scandita sui punti veramente salienti, per l'intera materia.
Venendo al problema dell'attribuzione della personalità giuridica, preme sùbito ricordare, di là dal fatto che a stregua di C. Civ. art. 12 essa avviene "mediante il riconoscimento concesso con decreto" governativo, che il relativo procedimento è regolato, prim'ancora che dalle disposizioni d'attuazione del Codice Civile (art. 2 ss.), anche e già da quelle contenute nel RD 1817/1864 (concepito in funzione attuativa della L. 5.6.1850 n. 1037), che comportano, oltre a una struttura notevolmente complessa, un rilevante potere di discrezionalità. Donde, appunto, i ricorrenti dubbi di legittimità costituzionale sotto i profili delle limitazioni di libertà e della discriminazione rispetto alle società con fini di lucro, a cui, per ultimo, si sono aggiunte non poche riserve, in superamento della stessa questione costituzionalistica, ai fini dell'economicità dell'azione giuridica. E' stata così affermata l'esigenza che, in corrispondenza con quanto già realizzato dal C. Comm. 1882 per le società di capitali, sia superato l'attuale sistema di tipo "concessorio", per sostituirlo con un sistema fondato sul principio "normativo", che faccia dipendere l'acquisto della personalità giuridica dalla "semplice iscrizione in un registro" (quale previsto in C. Civ. art. 33), "previa verifica dei requisiti previsti dalla legge, svolta dall'autorità giudiziaria anziché da quella amministrativa". E, appunto in questa prospettiva, veniva delineata, all'interno della Proposta Cassese, una ben calibrata disposizione (art. 1), intesa all'affermazione del principio "normativo" (comma 1°), ma non senza fare salve la libertà di determinazione degl'interessati (comma 2°) e attivare le iniziative ufficiali per il caso di fondazioni stabilite per testamento (comma 3°), quindi, come logica richiede, nel segno della tecnica dell'omologazione (comma 4°), opportunamente disciplinata anche ai fini d'un superamento di eventuali discrepanze valutative (comma 5°).
Viene poi, in stretta complementarità col precedente, il problema delle modificazioni dell'atto costitutivo e dello statuto, che nel vigente C. Civ. art. 16/3 è risolto, coerentemente, nella logica del principio "concessorio" (" ... devono essere approvate dall'autorità governativa nelle forme indicate dall'art. 12"), ma che la Proposta Cassese voleva risolto, altrettanto coerentemente, in conformità al nuovo principio "normativo", che varrebbe a comportare, come già veduto, la solita tecnica dell'omologazione e conseguente iscrizione. Quindi, complessivamente, in un'armonia d'impostazione facilmente apprezzabile.
1.2. Un diverso avviso è stato energicamente affermato dal Consiglio di Stato (parere 95/1994, pronunciato nell'adunanza generale 13.4.1994). E, tra l'altro, non senza preliminari considerazioni ostative, che attengono a iniziativa e procedura del regolamento (che si voleva ricondurre a L. 537/1993 art. 2/7), alla sequenza degli atti del procedimento, all'oggetto della delegificazione (questa avrebbe dovuto riguardare la semplificazione delle procedure ma senza incidere sul regime sostanziale dei provvedimenti amministrativi e senza mutarne la funzione). Ma, di là da queste pregiudiziali, che sembrerebbero denunciare, per la loro radicalità, un certa vocazione all'immobilismo giuridico, più interessa fermarsi alla considerazione di fondo, che concerne meriti e compatibilità della proposta nuova impostazione.
Viene fatta valere - anche in superamento d'ogni possibile critica nei riflessi costituzionalistici - la tesi che, come solo un regime di rigorosa tipizzazione quale vigente per le società di capitali può avervi giustificato il meccanismo dell'omologazione ai fini dell'acquisto della personalità giuridica, così un tale meccanismo non sarebbe mai ammissibile nei riguardi di fondazioni e associazioni e altri enti senza scopo di profitto, che sembrerebbero presentarsi, per loro ineliminabile natura, nel segno d'una varietà molteplice, non riducibile a tipi univocamente orientativi: "Si deve comunque rilevare che il giudizio di omologazione ... risponde alla semplice esigenza di verificare la conformità ad uno schema generale ed astratto che ha già ricevuto dal legislatore un giudizio di conformità con l'ordinamento giuridico e dunque una sorta di concessione preventiva della personalità giuridica", mentre "la multiformità delle associazioni private aspiranti al riconoscimento rende(rebbe), oltre che di fatto, anche giuridicamente impossibile un ... (tale) giudizio", "poiché è inesistente il termine di paragone, manca(ndo) ... una disciplina compiuta e puntuale delle associazioni" stesse (p. 11 s.).
Il tutto, per di più, con ulteriori critiche, che riguardano la stessa funzionalità. E, anzi, sta di fatto che, proprio per quest'ultimo riguardo, è stata la stessa autorità proponente a tenere conto dei corrispondenti rilievi, come di quelli ispirati a una medesima istanza da parte del Ministero Giustizia, sùbito cercando d'adeguarvi il regime delle competenze. Nel senso, appunto, che i relativi poteri, anche ad adottare il proposto regime dell'omologazione, vadano appositamente riferiti, non più all'autorità giudiziaria (come previsto nella proposta iniziale), ma sempre a un'autorità amministrativa statale, come dotata per l'intera materia d'una competenza generale (Atto della Camera Deputati per l'1.2.1994 p. 19).
1.3. Non è poi mancata - già per parte di qualche esperto autorevole - una replica congruamente articolata (P. RESCIGNO, Considerazioni conclusive, in Fenomeno associativo e attività notarile, a cura di A. Fucillo, Napoli 1995, pp. 233-258). Vi si riconosce plausibile, dall'interno della critica svolta dal Consiglio di Stato, "l'idea d'una riforma che per gli enti non profit ponga, come condizioni del riconoscimento, un ammontare minimo del patrimonio iniziale, un regime di rigorosa responsabilità degli amministratori, eventualmente la capacità circoscritta dallo scopo" (p. 258). Ma, quanto alla pretesa che occorrerebbe "una riduzione del fenomeno associativo (e delle fondazioni) a rigorosa tipicità" per l'astratta ammissibilità d'un regime di mera omologazione ai fini dell'acquisto della personalità giuridica, il rifiuto, come ora diremo, è stato formulato, com'era da attendersi, nei termini più netti.
Abbiamo, dall'una parte, l'innegabile circostanza che gli enti, di cui si discute, lungi dall'essere riducibili a funzioni strettamente predeterminate, sono tra loro caratterizzati, quanto più il contesto della società civile sia nel segno del pluralismo, da una grande varietà di fini ideali. E, dall'altra, la non meno innegabile circostanza che, in funzione unificante tra gli enti stessi e in funzione differenziante rispetto a quelli con scopo di lucro, sta l'assoluto divieto, per i primi tra essi, d'ogni distribuzione di utili (pur nei casi in cui l'associazione o la fondazione possa conseguirli mediante la propria attività e in concreto li realizzi) (p. 258). E, tra le due, è appunto quest'ultima qualificazione, seppur d'ordine negativo, che ben potrebbe orientare, oltre che per la complessiva disciplina, già per il regime del riconoscimento, ancorandone la determinazione, a prescindere da questioni di competenza (eventualmente anche nell'àmbito amministrativo), a criteri di legittimità, non implicativi, come tali, d'una qualsivoglia e arbitraria discrezionalità (p. 258).
Né, del resto, va trascurato che, seppure senza una precisa presa di posizione in ordine al tema che qui si occupa, vi sono stati notevoli interventi, a livello degli organismi più rappresentativi nella Comunità Europea, volti a variamente favorire l'azione dei gruppi operanti per scopi non di profitto. Quale, ad esempio, la proposta di decisione del Consiglio relativa al programma pluriennale di lavoro a favore delle società cooperative, mutue, associazioni e fondazioni nella Comunità (GUCE 24.3.1994) e la risoluzione sulle fondazioni e l'Europa (GUCE 28.3.1994). Sono, entrambe, espressive di misure che, per quanto volte allo sviluppo della capacità operativa in enti già formati, nondimeno rivelano un atteggiamento d'apertura che, nel promuovere un adeguamento liberalizzante per gli schemi operativi, certamente presuppone, quindi anche auspica, una liberalizzazione delle procedure già in fase di formazione degli enti stessi. Nella consapevolezza, per tutto ciò, che non poche funzioni di rilevanza anche pubblica, ma comunque nell'interesse della società civile generale, sempre più possano essere assolte, come facilmente rilevabile soprattutto per i paesi più tradizionalmente disponibili a un'integrazione orizzontale tra le varie componenti sociali, giusto da quelli che vengono qualificati, comunemente, come soggetti intermedi.
1.4. Ne segue l'auspicio, a conclusione di questa prima parte, che si voglia riprendere lo stesso punto iniziale della proposta originaria (CASSESE), come volto a una liberalizzazione, nel segno del principio "normativo", della procedura per l'attribuzione della personalità giuridica agli enti morali. E, ad ogni modo, nell'intesa che tale punto, eventualmente proponibile anche in sede diversa, non abbia comunque a pregiudicare l'altro, cui adesso ci dobbiamo avviare.
2. Regime degli acquisti per gli enti personificati.
2.1. La disciplina degli acquisti, che interessa le persone giuridiche private (diverse dalle società di capitali), ha puntuali precedenti nell'area culturale francese e belga, quali appunto formalizzati dal C. Nap. art. 910 (requisito dell'autorizzazione governativa per gli acquisti gratuiti) e dalla L. 30.3.1836 art. 76 n. 4 (stesso requisito per gli acquisti non gratuiti ma d'immobili). Ciò, appunto, venne tra noi ripreso, dapprima nella famosa legge (SICCARDI) 5.6.1850 n. 1037 (integrata, per l'aspetto esecutivo, col RD 30.3.1851 n. 1151), poi e infine nel C. Civ. 1942 art. 1942 art. 17, ma sempre con inversione dell'ordine dei temi. E, tuttavia, dovrebbe risultare evidente che l'ordine di trattazione, proprio per il rigore logico dell'analisi, andrebbe ripristinato secondo il modello originario, come allusivo dapprima agli acquisti gratuiti (a prescindere dalla natura del bene) e poi a quelli onerosi (limitatamente ai beni immobili) (S. TONDO Associazioni comuni e associazioni di volontariato, in Riv. not. 1993, p. 255 s.).
E' risaputa la ratio ispirativa del trattamento limitativo per gli acquisti gratuiti: si voleva rispondere a una precisa istanza economica, onde evitare l'incongruo "straricchire" di enti che, in quanto appunto corpi morali, sarebbero anche stati i meno vocati, istituzionalmente, per l'utilizzazione della propria ricchezza ai fini della produzione d'altra ricchezza (Lavori Parlamentari in G. SAREDO, Acquisti dei corpi morali, in Dig. It. II/1 1929, p. 154 ss.). Ma, a termini dei documenti ufficiali, sembrerebbe avervi altresì agito un'esigenza di considerazione delle aspettative successorie dei familiari (quale riflessa in RD 1864 art. 3 - poi C. Civ. 1942 disp. att. art. 5 - per previamente "sent(ir)e, quando trattasi di atti di ultima volontà, coloro ai quali per successione sarebbero devoluti i beni lasciati alla persona giuridica"). Solo che, mentre sarebbe manifestamente incongruo postulare una difesa dei successibili oltre i limiti segnati dalla legge per gli stessi legittimari, va poi osservato che l'ordine d'un previo ascolto dei successibili, lungi dall'aprire un varco per illazioni eversive, potrebbe solo essere contro il rischio di acquisti insicuri e litigiosi.
Non meno chiara, a sua volta, la ratio ispirativa del trattamento limitativo per gli acquisti onerosi d'immobili: "(i considerati enti) vengono sottoposti a una regola generale ed uniforme, la quale, coll'intento di proteggere la commerciabilità e la divisibilità dei tereni, vieti loro di acquistarli, né per atto tra vivi, né per testamento, senza una specifica autorizzazione del governo" (DEMARGHERITA 1849), in modo, quindi, che "rimanga impedito il soverchio e progressivo concentramento della proprietà nelle manimorte, il quale quanto risulti pregiudizievole ad ogni maniera d'interessi l'esperienza dei tempi ha lungamente dimostrato" (SICCARDI 1850).
2.2. Appare piuttosto sforzata, nemmeno pienamente convinta, la difesa di questa disciplina, che è variamente abbozzata nel citato parere del Consiglio di Stato (p. 12 s. e 25 s.). E, invero, non dovrebbe essere difficile persuadersi che la disciplina stessa, lungi dal rispondere ai più moderni stili di vita giuridica, è piuttosto espressione d'una tradizione, come denunciato da uno tra i più autorevoli esperti, che suona tuttora "diffidenza verso i gruppi intermedi non economici e i loro strumenti giuridici" (A. PREDIERI, Sull'ammodernamento della disciplina delle fondazioni e istituzioni culturali di diritto privato, in Riv. trim. dir. proc. civ. 1969, p. 1163 ss.). E, più precisamente, d'una tradizione essenzialmente autoritaria, che finisce per sottovalutare, in contrasto con le esperienze largamente positive di altri ordinamenti, le straordinarie possibilità operative, con la più larga incidenza anche e soprattutto per interessi a rilevanza generale, che sembrano assumibili da parte di enti privati.
Ma, d'altra parte, è proprio in stretta aderenza ai punti singoli, nei quali s'articola la discussa disciplina, che è facile mostrarne la scarsa plausibilità attuale. Così, anzi tutto, con riguardo agli acquisti gratuiti, che non potrebbero mai giustificare, in contrasto con lo stesso principio di rispetto per la voluntas testatoris, una qualunque esigenza di difesa per eventuali attese dei normali successibili (per tutti - oltre a P. RESCIGNO, Persona e comunità, Bologna 1966, p. 302 - D. VITTORIA, Gli enti del I Libro del C. Civ.: l'attuale assetto normativo e le prospettive di riforma, in Le fondazioni in Italia e all'estero, Padova 1989, cap. I § 3). E, ancor più, con riguardo agli acquisti d'immobili, la cui limitazione, oltre a rispondere a un pericolo di "manomorta" ormai storicamente superato (E. PIGA, Giur. It. 1930, IV, c. 252), è solo espressione d'un dogma ormai risibile ("res mobilis res vilis"), posto che nell'economia moderna è anzi lo strumento della ricchezza mobiliare, qualunque ne sia la configurazione di tecnica finanziaria, nonché quello, che vi è strettamente intrinseco o connesso, della partecipazione fiduciaria, ad assolvere un ruolo veramente dominante (RESCIGNO, Considerazioni conclusive, p.257 s.).
Si deve quindi plaudire, senz'altro, al fatto che i Disegno di Legge n. 1794, col porre a tema di revisione il procedimento per l'acquisto d'immobili o per l'accettazione di attribuzioni gratuite (all. 1 n. 46), abbia postulato la fondatezza delle critiche al sistema vigente. Ma, una volta preso atto di ciò, merita anche misurarsi, per quelli che ne possano essere gli effettivi risvolti, con le necessarie modifiche.
2.3. Torna così utile rammentare che la proposta iniziale (CASSESE), che ha segnato l'immediato precedente del discusso Disegno, espressamente prevedeva, per gli acquisti onerosi d'immobili e per le accettazioni di attribuzioni gratuite da parte di persone giuridiche, ch'essi debbano "essere comunicati all'autorità giudiziaria, che ne ordina l'annotazione nel registro di cui all'art. 33 del C. Civ." (art. 3/1). E, ulteriormente, nell'intesa che, quanto alla loro efficacia, abbia a dipendervi dalla mancata adozione, entro 30 giorni dalla comunicazione, d'un provvedimento motivatamente sospensivo (art. 3/2). Ma, proprio perché siffattamente congegnato, il prospettato meccanismo ha destato nel Consiglio di Stato l'impressione d'un certo semplicismo (p. 12 s.), tanto più grave in una realtà sociale che, come quella odierna soprattutto per il nostro paese, pone l'esigenza di energicamente contrastare gli accumuli di ricchezza da origine criminosa (p. 13 e 25).
Tuttavia, a una più ponderata riflessione, dovrebbe essere facile considerare che la critica, lungi dal superare gli inconvenienti lamentati nella contestata innovazione, viene a esporsi alle medesime gravissime riserve. Come opportunamente rilevato nella replica del Ministero Funzione Pubblica (lett. 9.4.1994), è già il regime attualmente vigente, indipendentemente dalle tecniche di controllo, ad aprire il varco alle più facili e decisive elusioni (sul tipo, per esempio, della partecipazione a società immobiliari). Solo che, a sua volta, la giustezza di questa critica, per quanto facile e innegabile, non deve però far perdere di vista che, se vi è un vizio grave nella disciplina di base, esso andrà risolto, non con la sua perpetuazione sostanziale, seppure con variazione di forme, ma in una disciplina completamente nuova. Tanto più che, come doveva essere non difficile rendersi conto, la prospettata variazione, con l'implicare la sospensione d'un atto già concluso (per 30 giorni dalla comunicazione) e l'eventualità d'una sua caducazione (provvedimento sospensivo entro lo stesso termine), potrebbe addirittura porsi, oltre che a fattore di grave incertezza giuridica, anche a causa d'un grande costo sociale.
Donde, appunto, l'esigenza d'una presa di posizione più radicale. Va presa coscienza del fatto che, come gli enti morali personificati sono soggetti a una sorveglianza costante, così è congruo che il corrispondente controllo, lungi dall'appuntarsi ad atti singoli (e in conformità a fattispecie preventivamente definite in via astratta), abbia piuttosto a svolgersi, magari ad approfondirsi, sul continuativo e complessivo andamento della gestione degli enti stessi, per eventualmente tradursi, a seconda dei casi, tanto in misure di responsabilità a carico degli amministratori, quanto in provvedimenti verso gli enti amministrati. Tanto più, a quest'altro riguardo, che gli enti da controllare, in quanto rispondenti alla configurazione delle associazioni e fondazioni riconosciute, sembrano assommarsi, complessivamente, in numeri piuttosto modesti (ragguagli per le fondazioni - comprensibilmente più numerose - in Le fondazioni in Italia e all'estero, Padova 1989, p. 561 ss.). Sì che, ragionevolmente, è proprio sulla possibile serietà del controllo continuativo, non di quello per singoli atti, che si dovrebbe confidare (e contare), senza bardature inutili (e anzi dannose), ai fini d'una corretta operatività degli enti interessati. Il tutto, per di più, da integrare col fatto che, nel contesto normativo attuale, tutti i passaggi di ricchezza d'una certa rilevanza, indipendentemente dall'identità dei destinatari e dei disponenti e comunque oggettivamente configurati, già soggiacciono a efficaci procedure di riscontro.
2.4. Ma, pur messo così a punto che la razionalità esigerebbe una riforma radicalmente abolitiva dell'autorizzazione per gli acquisti delle persone giuridiche private (C. Civ. art. 17), questo tuttavia non esclude, per la diversità delle situazioni che vi sono sottese, che una considerazione differenziata, non di mero conguaglio all'ipotesi precedente, vada ora congruamente svolta, sempre in tema d'acquisti, agli effetti degli enti non personificati.
3. Regime per gli enti non personificati.
3.1. Le associazioni non riconosciute sono notoriamente imperniate sul fondo comune, formato con "i contributi degli associati e i beni acquistati", rispetto a cui gli associati non possono, finché l'associazione dura, né chiedere la divisione né, per il caso di recesso, pretendere la quota (C. Civ. art. 37). Ciò, giustificato dalla destinazione del fondo stesso a garanzia "per le obbligazioni assunte dalle persone che rappresentano l'associazione" verso i terzi (art. 38), è tale da tradursi in una autonomia patrimoniale che, seppure non perfetta, vale comunque a implicare, tra l'associazione e gli associati stessi, un vero diaframma, addirittura più rigido che nelle società di persone. Sino, quindi, a comportare, per le associazioni stesse, una assorbente e unificante soggettività, capace di porsi, per la titolarità dei corrispondenti rapporti, a preciso e univoco termine di riferimento (TONDO, art. cit., p. 260 s.).
Torna poi essenziale osservare che il fondo comune, se è formato con "i contributi degli associati e con i beni acquistati con questi" (art. 37), non potrebbe mai involgere, come destinati al fondo stesso, acquisti gratuiti. Cosa, questa, che è convalidata, indirettamente ma univocamente, dagli artt. 600 e 786, che fissano un termine per la richiesta di riconoscimento da parte di enti non ancora riconosciuti ma già destinatari di attribuzioni gratuite, valendo a loro volta a postulare, come accessibili solo agli enti riconosciuti, gli acquisti derivativi che, diversi da quelli onerosi (considerati e ammessi nell'art. 37), abbiano appunto a qualificarsi nel segno della gratuità (arg. ex art. 17; ma, per questo riguardo, la nozione di acquisto gratuito va intesa nel senso variamente puntualizzato in TONDO, art. cit., p. 257 nt. 13).
Il tutto ben si coordina con quanto rilevato dianzi. Ammesso, infatti, che il controllo continuativo per gli enti personificati possa giustificarvi l'eliminazione del regime autorizzatorio anche agli effetti degli acquisti gratuiti (§ 2.3), va ora osservato che, come una tale giustificazione non potrebbe soccorrere per gli enti non personificati, che sono esenti dal controllo stesso, così per quest'ultimi andrà tenuta ferma l'esclusione dagli acquisti predetti. E, sempre a loro riguardo, senza nemmeno bisogno, nonostante la proposta soppressione dell'autorizzazione per gli enti personificati (art. 17), di ritoccarvi i connessi artt. 600 e 786 (salvo per il riferimento - se del caso - all'istanza per l'iscrizione anzi che per il riconoscimento), i quali attengono, per l'appunto, non alla conseguente autorizzazione (da sopprimere), ma al previo conseguimento della personalità giuridica.
3.2. Il rilievo che abbiamo dianzi profilato, circa la configurazione del fondo comune nelle associazioni non riconosciute, come formato con "i contributi degli associati e i beni acquistati con questi" (art. 37), sarebbe già decisivo per postulare che, in capo alle associazioni medesime, possano affluire anche beni immobili. Contro la pregiudiziale negativa, che era dettata solo da diffidenza emotiva, ebbe a valere il riconoscimento giurisprudenziale della possibilità per l'associazione non riconosciuta d'usucapire anche immobili (App. Cagliari 28/4/1978 - con nota adesiva di C.A. JEMOLO - in Riv. dir. civ. 1979, II, p. 244).
Già quest'ultimo punto, con le sue inevitabili implicazioni, avrebbe dovuto convincere per la trascrivibilità, in capo alle stesse associazioni non riconosciute, del corrispondente acquisto immobiliare. Ma, poi che per malintese difficoltà tecniche sovente si cercava di dirottare la trascrizione stessa sulla persona degli associati o dei rappresentanti, è recentemente intervenuta la L. 27.2.1985 n. 52, la quale, pur senza pronunciarsi sull'idoneità delle associazioni non riconosciute agli acquisti immobiliari, ha però adeguato il C. Civ. art. 2659, prevedendo che la trascrizione ne sia effettuata in capo all'associazione stessa ancorché non riconosciuta. E, quindi, in modo da implicitamente ribadire, in conformità a quanto sostenuto da dottrina autorevole (F. GALGANO, Delle persone giuridiche, in SB 1976, p. 383 ss., cui merita aggiungere V. COLAPIETRO, Riv. not. 1970, p. 22 ss.). la piena idoneità delle associazioni stesse, indipendentemente da ogni requisito di previa autorizzazione governativa (nemmeno astrattamente ipotizzabile), per gli acquisti d'immobili.
Tutto ciò va coerentemente mantenuto nel quadro dell'auspicata riforma. Invero, se la mancanza del controllo per le associazioni non riconosciute vale a giustificarne la perdurante esclusione agli effetti degli acquisti gratuiti, non dovrebbe però valere a confronto d'acquisti che, sebbene aventi per oggetto beni immobili, siano tuttavia realizzati con l'impiego di beni già propri. E, anche per quest'ultimo verso, senza assolutamente bisogno, per quanto attiene alle nuove norme, d'alcun ritocco specifico.
3.3. Torna utile considerare che la L. 11.8.1991 n. 266, nel dettare la "legge quandro sul volontariato", ha espressamente profilato, per le organizzazioni non riconosciute ma iscritte, che "possono acquistare beni mobili registrati e beni immobili occorrenti per lo svolgimento della propria attività" (art. 5/2), non senza altresì soggiungere ch'esse "possono inoltre, in deroga agli artt. 600 e 786 del C. Civ., accettare donazioni e, con beneficio d'inventario, lasciti testamentari" (art. 5/2). Ma, sul conto della precisazione ultima, sono insorti dubbi notevoli.
Autorevoli specialisti, col sussidio di argomentazioni costruite in funzione della ratio ispirativa, hanno sostenuto che la citata norma, nell'ammettere le organizzazioni di volontariato prive di personalità giuridica ma iscritte anche agli acquisti gratuiti, avrebbe inteso affrancare questi ultimi, al pari degli acquisti onerosi d'immobili, da ogni requisito autorizzatorio (ex art. 17: es. G. MARICONDA, Il fenomeno associativo tra legislazione episodica e prospettive di riforma, in Fenomeno associativo cit., p. 13 ss.). Ma, per parte di altri, si è ribattuto che il prospettato esonero dagli artt. 600 e 786, se è solo per un'equiparazione delle associazioni di volontariato meramente iscritte a quelle riconosciute, non ne può involgere, per ciò stesso, anche l'esonero dalla conseguente autorizzazione agli effetti degli acquisti gratuiti (TONDO, art. cit., p. 26 ss.).
Tanto più, perciò, diviene notevole, anche per quest'ultimo verso, l'innovazione dianzi suggerita. Essa, nell'affrancare gli enti personificati dal requisito dell'autorizzazione per ogni sorta d'acquisto, avrebbe riflessi liberatori anche per gli enti che, benché non personificati, siano però a questi, in quanto iscritti e sottoposti a controllo, complessivamente equiparati (quali, appunto, le associazioni di volontariato meramente iscritte). E, quindi, riflessi liberatori, come appunto più preme, anche agli effetti degli acquisti gratuiti.
3.4. Preme aggiungere, a chiusura di quest'ultima parte, che sarebbe non una complicazione, ma un requisito in funzione semplificativa, quello di esigere, per gli acquisti formalizzati da parte di associazioni non riconosciute, che l'esistenza di quest'ultima abbia a risultare, se non da atto pubblico o autenticato, almeno da un atto di notorietà. Ciò, se non altro, per una congruenza di base documentaria, la quale, se deve valere ai fini d'un potere rappresentativo (ex LN 89/1913 art. 51 n. 3 e RN 13326/1914 art. 54), a maggior ragione dovrebbe anche valere per l'esistenza della parte sostanziale dell'atto stesso (cfr. S. TONDO, in Studi e Materiali CNN, III, Milano 1992, p. 196 s.). Cosa, comunque, da perseguire, se non necessariamente anche in via di riforma normativa, almeno in quella della prassi interpretativa.
In corrispondenza dei punti dianzi trattati, si precisano le seguenti deduzioni:
riproporre, almeno come tema da trattare in altra sede, la revisione dell'attuale procedura per l'attribuzione della personalità giuridica;
stabilire immediatamente l'abrogazione dell'art. 17 del C. Civ.;
valutare la opportunità di adeguamenti documentari in relazione alle associazioni prive di personalità giuridica e non aventi sufficiente base documentaria siccome rappresentativa della loro esistenza e strutturazione.

References: art. 1
 art. 17
 art. 17
 art. 12
 art. 33
 art. 16
 art. 2
 art. 910
 art. 76
 art. 1942
 art. 17
 art. 3
 art. 5
 § 3
 art. 17
 art. 37
 art. 17
 art. 2659
 art. 17
 art. 51
 art. 54