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Timestamp: 2019-08-20 18:20:50+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 10755 del 17/04/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10755 del 17/04/2019
Cassazione civile sez. II, 17/04/2019, (ud. 23/01/2019, dep. 17/04/2019), n.10755
B.G., e S.L., rappresentati e difesi per
procura alle liti in calce al ricorso dall’Avvocato Sergio
Ballarini, elettivamente domiciliati presso lo studio dell’Avvocato
Marco Selvaggi in Roma, via Nomentana n. 76;
L.C., rappresentato e difeso per procura alle liti a
margine del controricorso dagli Avvocati Andrea Grigoli e Elisa
Spiazzi, elettivamente domiciliato presso lo studio di quest’ultima
in Verona, via dell’Industria n. 38;
C.C., in proprio e quale esercente la potestà sul
figlio minore C.F., C.D.,
C.I. e C.G., rappresentato e difeso per procura
alle liti a margine del controricorso dall’Avvocato Alessandro
Chiamenti, elettivamente domiciliato presso il suo studio in Verona,
via B. Grazioli n. 5;
Co.Fu., e Gi.Lu., rappresentati e difesi per procura
alle liti in calce al controricorso dall’Avvocato Sartori Rinaldo,
elettivamente domiciliati presso lo studio dell’Avvocato Gabriele
Gianese in Roma, viale Umberto Tupini n. 103;
Ci.Lu.;
avverso la sentenza n. 2253 della Corte di appello di Venezia,
depositata il 7 ottobre 2014.
Con atto notificato nel 2006 B.G. e S.L., proprietari di un immobile sito nel Comune di (OMISSIS), comprensivo di un terreno censito al mappale n. 1725, convennero dinanzi al Tribunale di Verona i vicini Co.Fu. e Gi.Lu., nonchè C.C. e M.R. e L.C., lamentando che i convenuti parcheggiassero le loro autovetture sul predetto terreno e che quindi fosse accertato che tale comportamento era illegittimo per inesistenza di una servitù di parcheggio.
Co.Fu. e Gi.Lu. costituendosi in giudizio negarono di avere mai parcheggiato e chiesero in via riconvenzionale che fosse accertato il loro diritto di servitù di passo pedonale e carraio attraverso la predetta area, facendo altresì istanza di chiamare in causa altro vicino Ci.Lu..
Anche gli altri convenuti si costituirono in giudizio, contestando l’uso a parcheggio loro contestato.
Si costituì anche Ci.Lu. assumendo che il diritto di servitù di passo era stato costituito anche a favore del proprio immobile e che il fatto di avere parcheggiato sporadicamente sullo stesso non aveva provocato alcun aggravio o intralcio.
In corso di causa Co.Fu. e Gi.Lu., lamentando che gli attori avevano costruito delle barriere sul terreno oggetto di controversia, agirono per la reintegra del possesso, domanda che in via autonoma avanzarono anche gli altri convenuti e che fu accolta dal Tribunale con ordinanza dell’11.2.2008, confermata in sede di reclamo, che ordinò agli attori di eliminare i manufatti eseguiti.
Esaurita l’istruttoria, con sentenza del 27.7.2011 il Tribunale di Verona accertò che sul fondo degli attori gravava una servitù di passo pedonale e carraio per tutta la sua estensione e dichiarò nei confronti di tutte le parti l’illegittimità di ogni comportamento, compreso il parcheggio di autoveicoli, atto a inammissibili per tardività le domande formulate dai convenuti C. e dal terzo chiamato Ci. e condannò gli attori, in solido con il Ci., a rifondere le spese di giudizio in favore di Co.Fu. e Gi.Lu., nonchè solo gli attori al pagamento delle spese di lite nei confronti delle altre parti convenute.
Interposto gravame da parte di B.G. e S.L. la Corte di appello di Venezia, con sentenza n. 2253 del 7. 10. 2014, confermò interamente la decisione di primo grado, reputando corretta ed esente da censure la regolamentazione delle spese di lite fatta dal Tribunale.
Con atto notificato il 5.1.2015, B.G. e S.L. ricorrono per la cassazione di questa sentenza, loro notificata il 7.11.2014, affidandosi a cinque motivi.
Resistono con distinti controri co. i consorti C., Co.Fu. e Gi.Lu., L.C., mentre Ci.Lu. non ha svolto attività difensiva.
I ricorrenti e i controricorrenti Co. e Gi. hanno depositato memoria.
Il primo motivo di ricorso, denunziando violazione dell’art. 112 c.p.c., censura la sentenza impugnata per omesso esame del motivo di appello con cui gli odierni ricorrenti avevano lamentato la mancata compensazione, per giusti motivi, delle spese di giudizio da parte del Tribunale. Deducono i ricorrenti che la Corte di merito, nel motivare la statuizione di rigetto sulla base del rilievo che il Tribunale aveva respinto tutte le domande proposte agli attori ed accolto le domande riconvenzionali avanzate da Co. e Gi., ha trascurato di considerare l’esito del giudizio in relazione agli altri convenuti C. e L., le cui domande erano state dichiarate inammissibili ed a cui favore pure gli istanti erano stati condannati a pagare le spese di lite.
Il mezzo è infondato in quanto, come emerge dalla lettura della sentenza impugnata, la Corte territoriale ha disatteso la doglianza che invocava la compensazione delle spese di lite sulla base del presupposto che tutte le domande proposte dagli attori erano state respinte, applicando così il criterio generale della soccombenza, la quale era nella specie ravvisabile a carico degli attori nei confronti di tutti i convenuti, dal momento che anche le domande da loro avanzate nei confronti di C. e L. erano state rigettate.
Il secondo motivo di ricorso denunzia violazione dell’art. 112 c.p.c., per avere la sentenza impugnata dichiarato inammissibile il secondo motivo dell’appello che aveva denunziato l’omessa statuizione del giudice di primo grado in merito alla servitù di passo nella parte finale del mappale (OMISSIS) in favore del mappale (OMISSIS) di proprietà dei convenuti C. e L. e, in subordine, la violazione del principio nemini in res sua servit con conseguente violazione dell’art. 91 c.p.c. nella regolamentazione delle spese di lite.
In primo luogo perchè non attacca la motivazione della sentenza impugnata che ha dichiarato inammissibile il secondo motivo di appello in quanto avanzato dai nuovi difensori degli appellanti tardivamente, soltanto in sede di udienza di precisazione delle conclusioni e non con l’atto di gravame.
In secondo luogo perchè introduce una richiesta di riesame della decisione di merito in funzione unicamente di una diversa regolamentazione delle spese giudiziali, in contrasto con la natura accessoria di quest’ultima statuizione e della conseguente applicazione da parte del giudice di merito, che aveva rigettato tutte le domande avanzate dagli attori, del principio di soccombenza.
Il terzo motivo di ricorso denunzia violazione degli artt. 342 e 100 c.p.c., per avere la Corte territoriale respinto per difetto di interesse il motivo di appello che lamentava l’omessa regolamentazione delle spese di lite della causa petitoria tra i convenuti C. e Co.- Gi., ritenendo l’irrilevanza di tale statuizione per gli appellanti, individuati dal Tribunale come l’unica parte soccombente del giudizio. Sostengono al contrario i ricorrenti che poichè dall’esito della causa risultavano soccombenti non solo gli attori ma anche i convenuti C. e L., nei cui confronti avevano proposto domanda Co. e Gi., le spese di lite avrebbero dovuto essere poste in via solidale anche a carico dei suddetti convenuti e che gli appellanti avevano un evidente interesse alla riforma in tal senso della decisione di primo grado, potendosi giovare della ripartizione interna connessa al rapporto di solidarietà.
La condanna in via solidale al pagamento delle spese processuali a carico delle parti soccombenti richiede, come questa Corte ha già avuto modo di sottolineare, che tra le stesse vi sia indivisibilità o solidarietà del rapporto sostanziale dedotto in giudizio ovvero una situazione di comunanza di interessi (Cass. n. 27476 del 2018; Cass. n. 20916 del 2016). Nel caso di specie non solo il ricorso non illustra nè dimostra la presenza di tali condizioni, ma esse appaiono non ricorrere, tenuto conto delle posizioni assunte in giudizio dalle parti attrici e dai convenuti C. e L., che invece erano contrapposte tra loro ed indipendenti rispetto alla domanda di Gi. e Co.. Ne discende che, attesa la mancanza della possibilità della condanna in via solidale con gli attori dei predetti convenuti, appare esatta la valutazione del giudice a quo, che ha respinto il motivo di appello per difetto di un interesse degli appellanti ad una statuizione di condanna dei convenuti C. e L..
Il quarto motivo di ricorso, che denunzia violazione dell’art. 115 c.p.c., lamenta il mancato accoglimento del motivo di gravame che denunziava l’errore del primo giudice nella liquidazione delle spese, per avere qualificato a tal fine la causa di valor indeterminabile, applicando lo scaglione corrispondente, mentre trattandosi di causa relativa a beni immobili, il suo valore andava calcolato sulla base del reddito dominicale del fondo. La Corte di appello ha rigettato il motivo per la ragione che all’atto della proposizione della domanda non vi era alcuna indicazione riguardo alla misura del reddito dominicale e che la stessa parte attrice, oltre alle altre parti, nel depositare la nota spese, aveva qualificato la causa di valore indeterminabile, ma a torto dal momento che tale indicazione era presente nel contratto di acquisto depositato dagli istanti con la citazione introduttiva, con l’effetto che, applicando l’indice previsto dall’art. 15 c.p.c., comma 1, il valore della causa andava fissato nell’importo di Euro 229,00.
I ricorrenti precisano altresì di avere già proposto per tale motivo ricorso per revocazione dinanzi alla stessa Corte d’appello, rappresentando poi nella memoria depositata che tale domanda è stata respinta per ritenuta insussistenza dell’errore revocatorio.
La Corte di appello ha disatteso il motivo di gravame sulla base del presupposto che all’atto della proposizione della domanda gli attori non avevano indicato il reddito dominicale della porzione di terreno oggetto della loro azione di negatoria servitù e che tutte le parti, compresi quindi gli attori, avevano qualificato nella loro nota spese la causa di valore indeterminabile.
Il ragionamento non merita di essere condiviso.
Il D.M. 8.4.2004, n. 127, art. 6 ratione temporis in vigore, contenente i criteri per la determinazione degli onorari, diritti ed indennità spettanti agli avvocati per le prestazioni in giudizio, prevedeva, al pari dell’ultimo D.M. 10 marzo 2014, n. 55 (art. 5, comma 1), che, a tal fine, il valore della causa andasse determinato a norma del codice di procedura civile. A sua volta l’art. 15 codice di rito, dettato per la determinazione del valore delle cause relativi a beni immobili, dispone che deve aversi riguardo al reddito dominicale del terreno e alla rendita catastale e che soltanto laddove tali dati non risultino e non sia possibile determinare il valore da quanto risulta dagli atti la causa va ritenuta di valore indeterminabile. Nel caso di specie il valore della causa andava determinato sulla base dei criteri stabiliti dal citato art. 15 c.p.c., tenuto conto dell’oggetto delle domande svolte dalle parti, attinenti alla tutela dei loro diritti di servitù, non potendo attribuirsi alla domanda di inibitoria pure avanzata autonomo rilevo, essendo essa ricompresa nell’azione a difesa della servitù (art. 1079 c.c.) e dovendosi anche il procedimento possessorio svoltosi in corso di causa ritenersi sottoposto, a tal fine, per analogia, alla disposizione sopra indicata (Cass. n. 24644 del 2011; Cass. n. 6759 del 2003). Tanto precisato, l’argomento del giudice a quo, che ha ritenuto la causa di valore indeterminabile sulla base del duplice rilievo che il reddito dominicale e la rendita catastale del fondo non fossero stati indicati nella domanda e che la parte stessa avesse qualificato la causa di valore indeterminabile o comunque non contestato tale qualificazione offerta dai convenuti, non appare corretto. In contrario occorre infatti rilevare che l’omessa indicazione nell’atto di citazione del reddito dominicale non esime comunque il giudice dal verificare se tale dato risulti comunque dagli atti di causa e che, trattandosi di applicare un criterio legale, sottratto alla disponibilità delle parti, la posizione assunta sul punto dalle stesse non può che ritenersi ininfluente.
Ne discende che la Corte di appello avrebbe dovuto verificare la presenza della indicazione della rendita catastale nell’atto indicato dall’appellante e non ritenere tale circostanza superata o irrilevante in ragione del comportamento processuale delle parti.
Il quinto motivo di ricorso denunzia violazione dell’art. 342 c.p.c., lamentando che il giudice di appello abbia dichiarato inammissibile il quinto motivo di gravame che denunziava la liquidazione a titolo di spese di importi non dovuti per non avere gli appellanti indicato le specifiche voci erroneamente liquidate, laddove invece il motivo di impugnazione era specifico sul punto ed il giudice di appello era comunque tenuto a compiere un riscontro analitico di corrispondenza tra le singole voci indicate nella nota spese rispetto alle tariffe applicabili nella controversia.
Il motivo si dichiara assorbito, tenuto conto. che esso investe la quantificazione in concreto delle spese di giudizio, che dovrà essere nuovamente compiuta dal giudice di rinvio, a cui gli odierni ricorrenti potranno riproporre le contestazioni già svolte.
In conclusione, va accolto il quarto motivo di ricorso, respinti i primi tre ed dichiarato assorbito il quinto.
La sentenza impugnata va quindi cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio della causa ad altra Sezione della Corte di appello di Venezia, che procederà anche alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.
accoglie il quarto motivo di ricorso, respinge i primi tre e dichiara assorbito il quinto; cassa in relazione al motivo accolto la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità, ad altra Sezione della Corte di appello di Venezia.

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 Cass. 
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