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Timestamp: 2020-04-09 15:30:01+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 2453 del 02/02/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2453 del 02/02/2011
Cassazione civile sez. lav., 02/02/2011, (ud. 02/12/2010, dep. 02/02/2011), n.2453
sul ricorso 9425/2007 proposto da:
tempore, già elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DELLA
CONCILIAZIONE 10, presso lo studio dell’avvocato NICOLELLA Mario, che
la rappresenta e difende unitamente all’avvocato TOSI PAOLO, giusta
delega in atti e da ultimo domiciliata d’ufficio presso LA
CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE;
B.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE GLORIOSO
13, presso lo studio dell’avvocato BUSSA Livio, che lo rappresenta e
difende unitamente agli avvocati VITALE ALIDA, RAFFONE NINO, giusta
avverso la sentenza n. 368/2006 della CORTE D’APPELLO di TORINO,
depositata il 20/03/2006 R.G.N. 1539/05;
udito l’Avvocato FIORILLO LUIGI per delega TOSI PAOLO;
1. la Corte d’appello di Torino ha confermato la sentenza di prime cure che aveva dichiarato l’illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro con decorrenza 1 ottobre 1998 stipulato da Poste Italiane s.p.a. con B.D.;
2. per la cassazione di tale sentenza Poste Italiane s.p.a. ha proposto ricorso illustrato da memoria; il lavoratore ha resistito con controricorso;
premesso che tale statuizione del giudice di merito è coerente col principio di diritto enunciato dalle Sezioni Unite di questa Suprema Corte (Cass. S.U. 2 marzo 2006 n. 4588) secondo cui la configurabilità della delega in bianco ai sensi del citato art. 23 della L. 28 febbraio 1987, n. 56, consente ai sindacati la possibilità di individuare figure di contratto a termine non omologhe a quelle previste per legge, e premesso altresì che, in forza della delega in bianco, le parti sindacali hanno individuato, quale nuova ipotesi di contratto a termine, quella di cui al citato accordo integrativo del 25 settembre 1997, la giurisprudenza di questa Corte ha ritenuto corretta l’interpretazione dei giudici di merito che, con riferimento al distinto accordo attuativo sottoscritto in pari data ed al successivo accordo attuativo sottoscritto in data 16 gennaio 1998, ha ritenuto che con tali accordi le parti abbiano convenuto di riconoscere la sussistenza fino al 31 gennaio 1998 (e poi in base al secondo accordo attuativo, fino al 30 aprile 1998), della situazione di cui al citato accordo integrativo, con la conseguenza che, per far fronte alle esigenze derivanti da tale situazione, l’impresa poteva procedere (nei suddetti limiti temporali) ad assunzione di personale straordinario con contratto tempo determinato non essendo tenuta ad alcun ulteriore onere probatorio; da ciò deriva che deve escludersi la legittimità del contratto a termine de quo per il solo fatto che lo stesso è stato stipulato dopo il 30 aprile 1998 ed è pertanto privo di presupposto normativo;
6. il ricorso deve essere in definitiva rigettato, non essendo stata, peraltro, avanzata alcuna altra censura, che riguardi in qualche modo le conseguenze economiche della dichiarazione di nullità della clausola appositiva del termine;
al riguardo, osserva il Collegio che, con la memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c., la società ricorrente, invoca, in via subordinata, l’applicazione dello ius superveniens, rappresentato dalla L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32, commi 5, 6 e 7, in vigore dal 24 novembre 2010;
in ordine alla problematica relativa alla possibilità di ricomprendere tra i giudizi pendenti ai quali fa riferimento il citato comma 7, anche il giudizio di cassazione, va premesso, in via di principio, che costituisce condizione necessaria per poter applicare nel giudizio di legittimità lo ius superveniens che abbia introdotto, con efficacia retroattiva, una nuova disciplina del rapporto controverso, il fatto che quest’ultima sia in qualche modo pertinente rispetto alle questioni oggetto di censura nel ricorso, in ragione della natura del controllo di legittimità, il cui perimetro è limitato dagli specifici motivi di ricorso (cfr. Cass. 8 maggio 2006 n. 10547, Cass. 27 febbraio 2004 n. 4070); tale condizione non sussiste nella fattispecie;
7. trattandosi di controversia concernente una problematica sulla quale questa S.C. ha espresso un orientamento assolutamente consolidato, si ritiene conforme a giustizia applicare il criterio della soccombenza e per l’effetto la società ricorrente viene condannata al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate come in dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso; condanna parte ricorrente al pagamento delle spese processuali liquidate in Euro 25,00 oltre Euro 2.000,00 per onorari e oltre spese generali, I.V.A. e C.P.A..

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 art. 23
 art. 32
 Cass. 
 Cass.