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Timestamp: 2018-06-25 19:17:49+00:00

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23/09/2010 - Sentenza n. 34521 - Cass. Pen. Sez IV° - Odontolex! Odontoiatria Legale e Forense
23/09/2010 - Sentenza n. 34521 - Cass. Pen. Sez IV°
E’ omicidio operare se mancano gli scopi terapeutici
Dopo le lesioni volontarie (vedi sent. n°. 21799/2010) ecco l’omicidio preterintenzionale: lo commettono i medici che provocano il decesso del paziente con un trattamento privo di finalità terapeutica.
Lo ha chiarito la quarta sezione penale della Cassazione, annullando con rinvio la pronuncia della Corte d’assise d’appello di Roma sul caso del chirurgo Cristiano Huscher, ex primario all’ospedale San Giovanni-Addolorata. I giudici di merito avevano escluso che il professionista si fosse macchiato dell’omicidio preterintenzionale di una paziente, qualificando il reato come omicidio colposo. Ma adesso dovranno rivedere il verdetto.
Il Dr. Huscher venne licenziato dall’Ao romana nella primavera del 2005 con grande clamore, dopo la denuncia di un collega e il successivo esposto di altri 16 medici. A loro avviso, il professionista aveva introdotto una pratica generalizzata di «trattamenti chirurgici assolutamente sproporzionati, se non inutili», assicurando tra l’altro ai reparti un certo numero di duodenocefalopancreasectomie, l’intervento più costoso, difficile e demolitivo della chirurgia gastroduodenale.
Dalle denunce originò un processo per il decesso di due donne. È sulla prima che si concentrano i giudici: 27 anni, proveniente dall’ospedale di Modena, fu operata il giorno dopo il ricovero senza che ai familiari venisse data alcuna spiegazione e senza ragioni d’urgenza. La ragazza morì per le conseguenze dell’intervento altamente demolitivo (le furono asportati intestino, utero e annessi, parte della vescica, linfonodi retroperitoneali), effettuato nonostante la diagnosi di linfoma di Burkitt, arrivata in sala operatoria dopo l’incisione, non richiedesse il trattamento chirurgico.
Nel 2007, però, la Corte d’assise di Roma ritenne che il fatto andasse qualificato solo come omicidio colposo. Derubricazione confermata l’anno scorso dalla Corte d’assise d’appello, che ha escluso che il chirurgo avesse agito per fini diversi da quelli terapeutici e ha anche dichiarato il reato estinto per prescrizione.
La sentenza della Cassazione. I Supremi Giudici non condividono queste conclusioni e accolgono il ricorso del procuratore generale. Con una sentenza molto articolata, ripercorrono innanzitutto i precedenti sull’omicidio preterintenzionale (dalla durissima sentenza Massimo n. 5639/1992 alle più “concilianti” 28132/2001, 26446/2002 e 11335/2008) e sul consenso informato. Oggetto di analisi sono soprattutto la pronuncia “Giulini” delle Sezioni unite (n. 2437/2008) e i nodi che ha lasciato irrisolti, tanto che la stessa quarta sezione penale, pochi mesi fa, ha preso una decisa posizione, ritenendo configurabile l’ipotesi delle lesioni volontarie in un caso di trattamento non consentito che aveva provocato un difetto visivo permanente al paziente.
Nella vicenda Huscher la sezione segue lo stesso filo logico, chiarendo che non basta l’assenza del consenso a far scattare l’ipotesi di omicidio preterintenzionale: occorre verificare «se l’intervento inutilmente demolitivo posto in essere avesse comunque natura di atto terapeutico o fosse comunque riconducibile a una finalità terapeutica», non importa quale. In questo le sentenze di merito appaiono carenti. «In realtà - si legge nella pronuncia - nessuno dei giudici di merito è riuscito a individuare una giustificazione terapeutica (sia pure grossolanamente errata) del devastante intervento». L’esclusione del dolo e cioè di una condotta diretta coscientemente a ledere l’integrità fisica della paziente è insomma immotivata. Un’altra sezione della Corte d’assise d’appello di Roma dovrà tenerne conto.
Il principio chiave della sentenza
«Non risponde del delitto preterintenzionale il medico che sottoponga il paziente a un trattamento non consentito - anche se abbia esito infausto e anche se l’intervento venga effettuato in violazione delle regole dell’arte medica - se comunque sia rinvenibile nella sua condotta una finalità terapeutica o comunque la terapia sia inquadrabile nella categoria degli atti medici.
In questi casi la condotta non è diretta a ledere e se l’agente cagiona la morte del paziente risponderà di omicidio colposo se l’evento è da ricondurre alla violazione di una regola cautelare. Risponderà invece di omicidio preterintenzionale - come si è già accennato ma è opportuno ribadirlo - il medico che sottoponga il paziente a un intervento (dal quale poi consegua la morte), in mancanza di alcuna finalità terapeutica, per fini estranei alla tutela della salute del paziente come quando provochi coscientemente un’inutile mutuazione o agisca per scopi estranei alla salute del paziente (scopi scientifici o di ricerca scientifica, sperimentazione, scopi dimostrativi, didattici o addirittura esibizionistici, scopi di natura estetica ovviamente non accettati dal paziente).
Non è necessario (proprio perché non è richiesto il dolo specifico) che sia individuata la finalità non terapeutica perseguita dal medico (che può anche non voler perseguire uno specifico fine) essendo invece sufficiente l’estraneità dell’intervento a ogni ipotizzabile scelta terapeutica indipendentemente dalla circostanza che l’agente ne persegua una specifica o che non ne esistano proprio.
Se l’intervento non è posto in essere per una finalità terapeutica non costituisce più un atto medico e in nulla si differenzia dalla condotta di chi lede volontariamente l’integrità fisica di una persona indipendentemente dalle eventuali finalità perseguite.
La conseguenza inevitabile sotto il profilo giuridico è che chi lede senza alcuna giustificazione, nel corpo o nella mente, la persona del paziente realizza il fatto tipico del delitto di lesioni volontarie o addirittura del delitto di omicidio volontario se il medico agisca con atto non terapeutico del quale risulti abbia accettato le conseguenze estreme (in questo caso il reato può infatti essere punito anche a titolo di dolo eventuale)».
Sole 24 h. sanità – 26 ott. 1 nov 2010 pag 25

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 Cass. 
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