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Timestamp: 2020-08-07 21:08:05+00:00

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Sblocco tetto salariale pensionati ante 2015 - Pagina 3 - GrNet.it
Messaggio da panorama » dom lug 05, 2020 3:24 pm
Ciao Zenmonk, è tutto chiaro?
Messaggio da panorama » dom lug 05, 2020 3:40 pm
1) - Il ricorrente è ufficiale della Guardia di finanza in pensione, cessato dal servizio, per limiti di età, in data 15 ottobre 2017, con il grado di colonnello e collocato nell’ausiliaria a decorrere dalla medesima data e nella riserva dal 15 maggio 2018.
SEZIONE GIURISDIZIONALE PIEMONTE Anno 2019 Numero 14
SENT. N. 14/19
in composizione monocratica nella persona del Cons. Walter BERRUTI ai sensi dell’art. 151 c.g.c, ha pronunciato la seguente
nel giudizio iscritto al n. 20502 del Registro di Segreteria, promosso da
A. F. (c.f. omissis), nato a omissis il omissis e residente in omissis, rappresentato e difeso dagli Avv.ti Andrea Saccucci e Matteo Magnano del Foro di Roma, giusta procura speciale in calce al ricorso;
MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE e GUARDIA DI FINANZA;
INPS – Istituto Nazionale della Previdenza Sociale – Gestione dipendenti pubblici, in persona del Presidente e legale rappresentante, rappresentato e difeso anche disgiuntamente, dagli Avv.ti Giorgio RUTA (RTU GRG 55C09 H501X) e Patrizia SANGUINETI (SNG PRZ 69A66 D969D) dell’Ufficio legale dell’Istituto, giusta procura generale ad lites conferita per atto del notaio Paolo Castellini, rep. n. 80974/21569 del 21 luglio 2015, con loro elettivamente domiciliato in Torino, Via Arcivescovado n. 9;
la nota dell’11 luglio 2018 con cui l’Amministrazione finanziaria ha respinto la domanda di rideterminazione della pensione in relazione alla base pensionabile cui il ricorrente avrebbe avuto diritto in assenza del c.d. blocco retributivo di cui all’art. 9, comma 21, secondo periodo, del D.L. 31 maggio 2010 n. 78, convertito, con modificazioni, in L. 30 luglio 2010 n. 122,
e per la declaratoria del relativo diritto,
previa eventuale rimessione alla Corte costituzionale della questione di legittimità costituzionale dell’art. 9, comma 21, secondo periodo, del D.L. 31 maggio 2010 n. 78 e norme collegate.
Uditi, alla pubblica udienza del 18 dicembre 2018, l’avv. Matteo Magnano per il ricorrente e l’avv. Giorgio Ruta per l’INPS, come da verbale.
Il ricorrente è ufficiale della Guardia di finanza in pensione, cessato dal servizio, per limiti di età, in data 15 ottobre 2017, con il grado di colonnello e collocato nell’ausiliaria a decorrere dalla medesima data e nella riserva dal 15 maggio 2018.
Al ricorrente, appartenente ad una categoria di personale che fruisce di meccanismi di progressione automatica degli stipendi, non è stato considerato utile ai fini della maturazione delle classi e degli scatti di stipendio e, conseguentemente, della pensione, il periodo di servizio incluso negli anni (2011-2015) del c.d. blocco retributivo di cui all’art. 9, comma 21, secondo periodo, del D.L. 31 maggio 2010 n. 78, convertito, con modificazioni, in L. 30 luglio 2010 n. 122 (e norme successive collegate). Con l’istanza in epigrafe e, poi, con il ricorso in esame il ricorrente ha chiesto la rideterminazione della pensione in relazione alla base pensionabile cui avrebbe avuto diritto in assenza del predetto blocco retributivo, osservando come questo abbia determinato non soltanto un effetto temporaneo sul trattamento retributivo, ma anche, secondo l’interpretazione seguita dall’Amministrazione, un effetto permanente sul trattamento pensionistico.
L’INPS si è costituito con comparsa depositata in data 8 ottobre 2018, in cui ha eccepito il difetto di giurisdizione di questa Corte sulla domanda relativa alla spettanza e al computo di elementi retributivi inerenti direttamente al rapporto di pubblico impiego, la cui cognizione è demandata al competente TAR, mentre nel merito ha concluso per l’infondatezza del ricorso e il suo rigetto.
La Guardia di finanza si è costituita con memoria depositata il 4 ottobre 2018, nella quale ha sostenuto la correttezza del proprio operato, evidenziato che il c.d. blocco stipendiale ha inevitabilmente prodotto effetti sul trattamento di quiescenza di coloro che, cessati dal servizio durante la sua vigenza, non hanno percepito gli emolumenti stipendiali colpiti dal blocco, i quali conseguentemente, per effetto delle norme in materia previdenziale, non sono entrati a far parte della base pensionabile. Ha chiesto, quindi, il rigetto del ricorso e, in subordine, ha eccepito la prescrizione quinquennale dei ratei già maturati.
All’udienza di discussione, la difesa del ricorrente, evidenziato che il caso di specie è diverso da quello del giudizio a quo di cui sentenza della Corte costituzionale n. 200/2018, non riguardando le progressioni in carriera di cui al comma 21 terzo periodo dell’art. 9 D.L. n. 78/2010, ma le classi e gli scatti di cui al secondo periodo della stessa norma, e riferito che su tale parte dell’articolo la Sezione Lombardia di questa Corte, nel giudizio n. 29152, ha sollevato nuova questione di legittimità costituzionale con ordinanza in corso di deposito, ha chiesto un rinvio in attesa del deposito della suddetta ordinanza. Nel merito ha richiamato le conclusioni già rassegnate. Anche l’INPS ha concluso come in atti e la causa è stata decisa come da dispositivo.
1. L’eccezione, sollevata dall’INPS, di difetto di giurisdizione contabile sulla domanda in quanto diretta all’accertamento del diritto ad emolumenti retributivi inerenti il rapporto di pubblico impiego va respinta.
Come noto, la giurisdizione va determinata, ai sensi dell'art. 386 c.p.c., sulla base dell'oggetto della domanda secondo il criterio del petitum sostanziale.
La domanda del ricorrente, di poter conseguire i benefici retributivi indicati nel ricorso, non corrisposti in costanza di servizio per effetto del blocco stipendiale di cui sopra, è finalizzata ad ottenere l’aumento della misura del trattamento pensionistico in godimento. La domanda, delimitata nei termini di cui sopra, i soli di cui possa conoscere la Corte, riguarda la misura della pensione di cui il ricorrente è titolare e rientra, pertanto, nella “materia di pensioni in tutto o in parte a carico dello Stato” (oggi la Gestione dipendenti pubblici - ex INPDAP in seno all’INPS), che, ai sensi degli artt. 13, comma 9 e 62 comma 1 del R.D. n. 1214/1934 (T.U. delle leggi sulla Corte dei conti) radica la giurisdizione di questa Corte.
2. Nel merito, il ricorso è in condizione di essere deciso, considerato, anche in obbedienza al canone della ragionevole durata del processo (richiamato anche dall’art. 4 c.g.c.), l’intervento chiarificatore in materia da parte della recente sentenza della Corte costituzionale n. 200 del 15 novembre 2018.
Il D.P.R. 29 dicembre 1973 n. 1092 (recante il T.U. delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato), all’art. 43, come sostituito dall'art. 15 L. 29 aprile 1976 n. 177 (e analogamente l’art. 53 dello stesso D.P.R. per il personale militare) così dispone in ordine al calcolo della base pensionabile : “Ai fini della determinazione della misura del trattamento di quiescenza dei dipendenti civili, la base pensionabile, costituita dall'ultimo stipendio o dall'ultima paga o retribuzione e dagli assegni o indennità pensionabili sottoindicati integralmente percepiti, è aumentata (…).”
Questa Corte (cfr. Sez. II App. n. 393/2013 e la giurisprudenza ivi richiamata) ha ribadito il principio secondo il quale non è sufficiente la pensionabilità di un assegno o di un'indennità per il suo inserimento nella base pensionabile, in assenza di una specifica disposizione di legge che ciò espressamente preveda. Sennonché, nella specie, non risulta, prima di tutto, soddisfatto l’altro requisito stabilito dalla ridetta norma ovvero che l’ultimo stipendio, l'ultima paga, gli assegni o indennità pensionabili indicati siano stati integralmente percepiti. Il che non è avvenuto, come pacifico in giudizio, dal momento che l’erogazione e la percezione degli emolumenti di cui si discute sono state sospese ex lege, ai sensi del ricordato art. 9, comma 21 del D.L. n. 78/2010.
Come correttamente osserva l’Amministrazione, il ricordato principio non è stato contraddetto nella normativa successiva e, anzi, confermato da quello secondo cui il trattamento di quiescenza va ragguagliato alla contribuzione versata durante il rapporto di impiego (cfr. questa Sez. n. 195/2016).
Gli aumenti retributivi in questione, pertanto, non essendo mai entrati nella base retributiva e contributiva del ricorrente, neppure in via figurativa (per cui occorrerebbe una disposizione ad hoc), non possono entrare, giusta quanto sopra, nel computo della corrispondente base pensionabile.
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 200/2018 cit., ha fugato gli ulteriori dubbi di costituzionalità della norma (art. 9, comma 21 del D.L. n. 78 cit.), di cui aveva già affermato, sotto vari profili, la compatibilità con la Costituzione (cfr. C. cost. n. 178/2015, n. 96/2016). La Corte ha precisato che essa è priva di natura tributaria, costituendo una regola legale conformativa della retribuzione dei pubblici dipendenti nel quadriennio in questione, che integra, temporaneamente e in via eccezionale, la disciplina, legale o contrattuale, del trattamento retributivo, per perseguire la finalità di contenerne il costo complessivo, e che la circostanza che, superato il quadriennio, al dipendente promosso sia attribuita una retribuzione superiore, rilevante anche sul piano contributivo e previdenziale e del trattamento pensionistico, si giustifica – senza che perciò sia leso il principio di eguaglianza – per l’incidenza del “fluire del tempo” che costituisce sufficiente elemento idoneo a differenziare situazioni non comparabili e a rendere applicabile alle stesse una disciplina diversa.
In sostanza, la valorizzazione, a fini pensionistici, di periodi non coperti da contribuzione rientra nella discrezionalità del legislatore e la sua mancanza non appare irragionevole in considerazione delle esigenze di contenimento della spesa e di salvaguardia degli equilibri di finanza pubblica evidenziate dalla stessa giurisprudenza costituzionale sopra richiamata. Né vi è ragione perché tali conclusioni non debbano valere sia per le progressioni in carriera di cui al comma 21 terzo periodo dell’art. 9 D.L. n. 78/2010 cit., che per le classi e gli scatti di cui al secondo periodo dello stesso comma, essendone evidente l’analogia ai fini di cui sopra.
3. Le censure di illegittimità costituzionale sollevate con il ricorso vanno pertanto ritenute manifestamente infondate.
4. Il ricorso va quindi respinto.
5. Le spese tuttavia possono essere compensate in ragione della non univocità della giurisprudenza di merito in materia.
rigetta il ricorso,
Così deciso in Torino il 18 dicembre 2018
Depositata in Segreteria il 29 Gennaio 2019
Messaggio da panorama » dom lug 05, 2020 4:26 pm
SEZIONE GIURISDIZIONALE TOSCANA Anno 2019 Numero 338
1) - Con il ricorso indicato in epigrafe, preceduto da istanze-diffide rimaste prive di riscontro, i ricorrenti, tutti Ufficiali Generali e Ufficiali Superiori dell’Esercito e della Marina Militare, Corpo delle Capitanerie di Porto-Guardia Costiera incluso, come tali percettori in servizio del trattamento economico previsto per il personale dirigente e per quello ad esso assimilato del Comparto Sicurezza e Difesa, hanno evidenziato che le disposizioni di cui all’art. 9, comma 21, d.l. 78/2010, convertito con modificazioni dalla legge n.122/2010, hanno stabilito, per esigenze di contenimento della finanza pubblica, misure di raffreddamento della dinamica retributiva del personale di cui all’art. 3 d.lgs n. 165/01.
2) - Senonché i ricorrenti, nel corso del quinquennio 2011-2015, sono stati tutti collocati in aspettativa per riduzione dei quadri e poi cessati dal servizio permanente effettivo, per limiti d’età o a domanda, con conseguente collocamento in ausiliaria o direttamente in riserva.
L’INPS si è costituito in giudizio con memoria pervenuta il 3 gennaio 2019.
3) . Con la predetta memoria, l’Istituto previdenziale ha, in primo luogo, evidenziato che tutti i ricorrenti (con l’eccezione del solo Sig. C. Paolo) sono attualmente in posizione di ausiliaria, con conseguente percezione di trattamento pensionistico a carico dell’Amministrazione d’appartenenza e non già dell’INPS.
La CdC scrive (ecco alcuni brani concludente il ricorso)
1. Sul punto, giova ribadire che la Corte Costituzionale più volte si è pronunciata in fattispecie analoghe affermando la legittimità del meccanismo del blocco stipendiale "..in quanto la misura adottata è giustificata dall'esigenza di assicurare la coerente attuazione della finalità di temporanea "cristallizzazione" del trattamento economico dei dipendenti pubblici per inderogabili esigenze di contenimento della spesa pubblica, realizzata con modalità non irrazionali ed arbitrarie, anche in considerazione della limitazione temporale del sacrificio imposto ai dipendenti' (Corte Cost., nn. 304 e 310 del 2013; id. n.219 del 2014).
2. Il carattere della transitorietà e dell'eccezionalità degli interventi di contenimento della spesa pubblica hanno consentito alle norme sui c.d. “blocchi” stipendiali di superare il vaglio di costituzionalità, più volte invocato, respingendosi le censure di illegittimità costituzionale delle misure contenute nel decreto-legge n.78/2010. Il blocco delle retribuzioni è dunque legittimo (Corte costituzionale, n.178 del 2015 e n. 96 del 2016), in quanto circoscritto ad un periodo contenuto, in concomitanza con una situazione eccezionale di emergenza economica e finanziaria, e risponde all’obiettivo di rispettare l’equilibrio di bilancio (art. 81 Cost.) adottando politiche proiettate in un periodo che necessariamente travalica l’anno.
3. In altri termini, le norme qui in considerazione risultano costituzionalmente legittime “…in quanto mirate ad un risparmio di spesa che opera riguardo a tutto il comparto del pubblico impiego, in una dimensione solidaristica- sia pure con le differenziazioni rese necessarie dai diversi statuti professionali delle categorie che vi appartengono- e per un periodo limitato, che comprende più anni in considerazione della programmazione pluriennale delle politiche di bilancio“ (così, Corte Costituzionale, n. 310/2013).
4. In definitiva, la valorizzazione, a fini pensionistici, di periodi non coperti da contribuzione rientra nella discrezionalità del legislatore e la sua mancanza non appare irragionevole in considerazione delle esigenze di contenimento della spesa e di salvaguardia degli equilibri di finanza pubblica evidenziate dalla giurisprudenza costituzionale sopra richiamata (in termini, Corte Conti, Sez. giur. Piemonte, 16 ottobre 2018, n. 110).
5. Tutto ciò porta ragionevolmente ad escludere (anche) una discriminazione dei ricorrenti nei confronti degli ufficiali in servizio che hanno beneficiato, dall’1.1.2018, del riquadramento previsto dal d.lgs n. 94/2017, anche alla luce dell’insussistenza, nel nostro ordinamento, di un principio che imponga di provvedere all’allineamento delle pensioni al corrispondente trattamento di servizio (in termini, Corte Conti, Sez. giur. Friuli Venezia-Giulia, n. 111/2018).
6. Va, infine, escluso il contrasto con l’art. 117, comma 1, Cost., per violazione del parametro interposto costituito dall’art. 1 del Protocollo n. 1 e dell’art. 1 del Protocollo n. 12 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Messaggio da Zenmonk » lun lug 06, 2020 7:49 pm
dom lug 05, 2020 3:24 pm
Ciao Panorama, se ho capito bene la giurisprudenza contabile è controversa sul punto. All’uopo avrei due domande: a) siccome la sezione Lazio si è espressa favorevolmente, andrei bene o l’INPS impugnerebbe? b) essendo stato riformato nel 2015 col grado di tenente colonnello CC e 33 anni da ufficiale spe, ho perso classi e scatti nel periodo 2011-2015? Se si, di quanto si tratta approssimativamente? Per il ricorso il costo è sui 400 oltre il 10% in caso di vittoria, quindi vorrei Poter farmi i conti se conviene...
Ringrazio di cuore per una cortese risposta!
Messaggio da panorama » lun lug 06, 2020 9:27 pm
La CdC Liguria con la sentenza n. 53/2019 rigetta il ricorso di 2 ufficiali della Marina Militare, cessati dal servizio rispettivamente in data 1 maggio 2016 e 2 maggio 2016.
sul ricorso iscritto al n. 20545 del registro di Segreteria, proposto da OMISSIS e OMISSIS residenti in OMISSIS, rappresentati e difesi dall’avv. Giovanni Malinconico, come da procure allegate al ricorso, e con elezione di domicilio, agli effetti del presente giudizio, presso l’indirizzo di posta elettronica certificata del difensore avvgiovannimalinconico@puntopec.it;
I.N.P.S. – Istituto Nazionale della Previdenza Sociale – ROMA - in persona del legale rappresentante pro tempore;
uditi nell’udienza del 19 febbraio 2019 l’avv. Emanuele Bertolin in sostituzione dell’avv. Giovanni Malinconico, e l’avv. Alberto Fuochi per l’I.N.P.S.;
Con ricorso depositato in data 31 ottobre 2018, OMISSIS e OMISSIS, già ufficiali della Marina Militare cessati dal servizio rispettivamente in data 1 maggio 2016 e 2 maggio 2016, hanno chiesto la declaratoria del diritto alla rideterminazione della base pensionabile con gli incrementi stipendiali automatici che sarebbero loro spettati in relazione alle classi e agli scatti relativi al periodo dal 1 gennaio 2011 al 31 dicembre 2015 (non percepiti per effetto del c.d. blocco stipendiale di cui all’art. 9, comma 21, primo e secondo periodo del D.L. n. 78/2010) ed alla conseguente riliquidazione della pensione, con decorrenza dalla cessazione del servizio.
I ricorrenti sostengono che il testo della citata disposizione non pone ostacoli ermeneutici al riconoscimento degli incrementi stipendiali per classi e scatti alla cessazione del blocco e, quindi, a partire dal 1° gennaio 2016.
Nell’ipotesi in cui non dovesse ritenersi corretta l’interpretazione suggerita (avallata anche dalle sentenze di alcune sezioni giurisdizionali regionali della Corte dei conti) gli stessi sollevano questione di legittimità costituzionale della disposizione di cui all’art. 9, comma 21, primo e secondo periodo del D.L. n. 78/2010, nonché degli artt. 1, comma 1, lett. a) del D.P.R. n. 122 del 2013 e 1, comma 256, della Legge n. 190 del 2014 che hanno successivamente prorogato l’efficacia della disposizione per gli anni 2014 e 2015, per contrasto con gli artt. 3, 36, 53, e 97 della Costituzione.
Secondo i ricorrenti, la normativa impugnata risulterebbe illegittima nella parte in cui non ha disposto, a partire dal 1° gennaio 2016, cioè alla data di cessazione del blocco, la rideterminazione del trattamento retributivo per il personale in servizio e del trattamento di quiescenza per il personale in riserva o in pensione.
L’omissione avrebbe, secondo i ricorrenti, creato una irragionevole disparità di trattamento a danno degli stessi, sia rispetto al personale cessato prima del blocco, sia rispetto agli ufficiali superiori e agli ufficiali generali in servizio al 1° gennaio 2018 destinatari della normativa di cui al D.Lgs. n. 94 del 2017. L’art. 11, comma 7, del predetto decreto prevede, infatti, che “gli ufficiali superiori e gli ufficiali generali sono reinquadrati, a decorrere dal 1° gennaio 2018, nelle rispettive posizioni economiche, tenendo in considerazione gli anni di servizio effettivamente prestato, aumentati degli altri periodi giuridicamente computabili ai fini stipendiali . . .”, con conseguente recupero, di fatto, delle classi e degli scatti stipendiali maturati nel periodo 2011 - 2015.
I ricorrenti lamentano anche la violazione dell’art. 53 della Cost. in quanto “la mancata previsione di una rideterminazione del trattamento economico alla cessazione del “blocco” ha comportato una partecipazione maggiore a soggetti anagraficamente più anziani rispetto ad altri con la medesima capacità contributiva ma di età inferiore”, nonché dell’art. 36 della Cost. in quanto “La retribuzione, e conseguentemente il trattamento pensionistico non risultano assolutamente proporzionati alla quantità e, soprattutto, alla qualità del lavoro svolto”.
La normativa impugnata violerebbe, infine, anche l’art. 97 Cost. non preservando il buon andamento e l’imparzialità dell’operato della Pubblica Amministrazione.
In conclusione, i ricorrenti sostengono che “il sacrificio imposto, in assenza di limiti temporali, sfocia in una arbitraria, nonché eccessiva e sproporzionata compromissione degli interessi colpiti, tale da superare il limite dell’insindacabile discrezionalità del legislatore, creando uno squilibrio che le necessità economiche dello Stato non sono sufficienti a bilanciare”.
L’I.N.P.S. si è costituito con memoria dell’8 febbraio 2019 chiedendo il rigetto del ricorso, stante la chiara disposizione di legge che non consente di considerare utili ai fini della maturazione di classi e scatti stipendiali gli anni dal 2011 al 2015, e che non appare in contrasto con alcuno dei parametri costituzionali indicati dai ricorrenti. In subordine, l’Istituto eccepisce l’assenza di contribuzione relativa agli emolumenti che secondo i ricorrenti sarebbero loro spettati nel periodo del c.d. blocco stipendiale e la prescrizione della stessa.
All’udienza odierna, sentite le difese che hanno concluso come in atti, la causa, ritenuta matura, è stata decisa come da dispositivo, pubblicamente letto ex art. 5 della legge n. 205/2000 e depositato al termine dell’udienza in allegato al verbale.
Il ricorso non è fondato e va respinto.
L’art. 9, comma 21, del D.L. n. 78 del 2010 stabilisce che «I meccanismi di adeguamento retributivo per il personale non contrattualizzato di cui all’articolo 3, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, così come previsti dall’articolo 24 della legge 23 dicembre 1998, n. 448, non si applicano per gli anni 2011, 2012 e 2013 ancorché a titolo di acconto, e non danno comunque luogo a successivi recuperi. Per le categorie di personale di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e successive modificazioni, che fruiscono di un meccanismo di progressione automatica degli stipendi, gli anni 2011, 2012 e 2013 non sono utili ai fini della maturazione delle classi e degli scatti di stipendio previsti dai rispettivi ordinamenti. Per il personale di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e successive modificazioni le progressioni di carriera comunque denominate eventualmente disposte negli anni 2011, 2012 e 2013 hanno effetto, per i predetti anni, ai fini esclusivamente giuridici. Per il personale contrattualizzato le progressioni di carriera comunque denominate ed i passaggi tra le aree eventualmente disposte negli anni 2011, 2012 e 2013 hanno effetto, per i predetti anni, ai fini esclusivamente giuridici».
La regola limitativa degli incrementi stipendiali, dettata per gli anni 2011-2013 al fine di contenere le spese in materia di impiego pubblico, come risulta dalla stessa rubrica della disposizione, è stata estesa agli anni 2014 e 2015 per effetto dell’art. 1, comma 1, lett. a) D.P.R. n. 122/2013 e dell’art. 1, comma 256, della Legge n. 190/2014.
Secondo la Corte costituzionale (sentenza n. 200/2018), il contenimento della retribuzione nel periodo suddetto “ha comportato, come conseguenza, che la retribuzione calcolata con il criterio limitativo in questione è stata anche la base di calcolo della contribuzione previdenziale ed è quella rilevante al fine della quantificazione del trattamento pensionistico, sia nel generalizzato sistema contributivo, sia in quello residuale ancora retributivo.”
Per il personale militare, ai sensi dell’art. 1866 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66 (Codice dell’ordinamento militare), e dell’art. 53 del D.P.R. 29 dicembre 1973 n. 1092 (Approvazione del testo unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato), la base pensionabile si determina, infatti, con riferimento allo stipendio e agli emolumenti retributivi pensionabili integralmente percepiti in attività di servizio.
Come osservato dalla stessa Corte costituzionale, “Il differenziale tra la retribuzione percepita (perché “spettante” in ragione del criterio limitativo suddetto) e quella che altrimenti sarebbe stata percepita dal pubblico dipendente, ove tale criterio non fosse stato applicabile, rappresenta una quota di retribuzione virtuale non rilevante ai fini pensionistici.”, “Né, in generale, per il pubblico impiego è prevista alcuna contribuzione figurativa su tale quota differenziale, altrimenti necessaria ove in ipotesi essa dovesse rilevare ai fini pensionistici.” (Sent. 200/2018).
Mancando una disposizione di deroga all’effetto naturale della limitazione legale della retribuzione spettante nel quinquennio in questione, correttamente l’Amministrazione previdenziale non ha considerato nel computo delle rispettive basi pensionabili gli aumenti invocati dai ricorrenti per classi e scatti relativi al detto periodo, non compresi nella retribuzione percepita al momento del pensionamento, avvenuto nel maggio del 2016.
Non appaiono condivisibili, a tal proposito, i dubbi prospettati in via subordinata dai ricorrenti, relativi alla legittimità costituzionale dell’art. 9, comma 21, primo e secondo periodo del D.L. n. 78/2010, nonché delle disposizioni di proroga di cui agli artt. 1, comma 1, lett. a) del D.P.R. n. 122 del 2013 e 1, comma 256, della Legge n. 190 del 2014, per contrasto con gli artt. 3, 36, 53 e 97 della Cost.
La Corte costituzionale si è, infatti, già pronunciata sulla legittimità dell’art. 9, comma 21, del D.L. n. 78/2010, ritenendo infondate le denunciate violazioni dei parametri costituzionali invocati dai ricorrenti. Secondo la Corte, infatti, il temporaneo blocco di classi e scatti rientra in quell’ampia e complessiva manovra diretta al contenimento delle spese per il pubblico impiego che ha più volte superato il vaglio di costituzionalità, (sentenze n. 96 del 2016, n. 154 del 2014, n. 310 e n. 304 del 2013; ordinanza n. 113 del 2014).
La Corte ha, in generale, ravvisato nel “carattere eccezionale, transeunte, non arbitrario, consentaneo allo scopo prefissato, nonché temporalmente limitato, dei sacrifici richiesti, e nella sussistenza di esigenze di contenimento della spesa pubblica, le condizioni per escludere la irragionevolezza delle misure in questione (sentenze n. 245 del 1997 e n. 299 del 1999, come richiamate anche nella sentenza n. 223 del 2012)”. La stessa ha, inoltre, dichiarato non fondate le questioni di costituzionalità, sollevate con riferimento all’art. 36 Cost. (sentenza n. 304 del 2013), affermando che il legislatore può temporaneamente congelare gli incrementi retributivi che, senza la regola limitativa posta dall’art. 9, comma 21, sarebbero altrimenti spettati ai pubblici dipendenti, purchè la retribuzione di risulta assicuri comunque il rispetto del canone di proporzionalità e sufficienza di cui all’art. 36 Cost. e la limitazione degli incrementi stipendiali non sia tale, come nei casi oggetto dell’odierno giudizio, da compromettere l’adeguatezza complessiva della retribuzione (da ultimo sentenza n. 200/2018).
Quanto alla denunciata violazione dell’art. 97 della Cost, la Corte ha escluso che il principio di buon andamento dell’amministrazione possa essere richiamato per conseguire miglioramenti retributivi (ordinanza n. 205 del 1998; sentenza n. 273 del 1997;ordinanza n. 263 del 2002 e sentenza n. 304/2013).
Con riferimento, invece, al denunciato contrasto della normativa censurata con l’art. 53 della Cost, la giurisprudenza della Corte, (da ultimo, sentenza n. 223 del 2012), ha precisato che gli elementi indefettibili della fattispecie tributaria sono tre: la disciplina legale deve essere diretta in via prevalente a procurare una definitiva decurtazione patrimoniale a carico del soggetto passivo; la decurtazione non deve comportare una modifica di un rapporto sinallagmatico; le risorse derivanti devono essere connesse ad un presupposto economicamente rilevante e destinate a «sovvenire» le pubbliche spese. Sulla base di detti criteri, alla norma censurata, che non prevede una decurtazione patrimoniale o un prelievo della stessa natura a carico del dipendente pubblico, non può essere attribuita natura tributaria e, conseguentemente, non possono trovare ingresso le censure relative al mancato rispetto dei principi di capacità contributiva e di progressività mosse dai ricorrenti (sentenza n. 310/2013).
Non sussiste, infine, disparità di trattamento in violazione dell’art. 3 della Cost. tra i ricorrenti e coloro che sono stati collocati in quiescenza prima del “blocco” stipendiale o che sono stati collocati in quiescenza dopo il 1° gennaio 2018 e che per effetto del D.Lgs. n. 94 del 2017, recante “Disposizioni in materia di riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle Forze armate”, avrebbero, come sostenuto dai ricorrenti, “di fatto recuperato tutte le classi stipendiali biennali e le relative quote mensili, comprese quelle maturate nel periodo 2011-2015”. Come ha ripetutamente affermato il Giudice delle leggi, infatti, il “fluire del tempo” può costituire un valido elemento di diversificazione delle situazioni giuridiche e può, quindi, giustificare un trattamento diverso tra soggetti che ad una certa data, rilevante ai fini dell’attribuzione di determinati vantaggi, erano in posizioni diverse (alcuni in servizio e altri in pensione).
L’esistenza di pronunce contrastanti e i diversi interventi della Corte Costituzionale sulla materia giustificano la compensazione delle spese.
La Corte dei conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Liguria, in composizione monocratica, respinge il ricorso. Spese compensate.
Così deciso in Genova il 19 febbraio 2019.
Depositata in Segreteria il 22 marzo 2019.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 9
 sentenza 
 sentenza 
 art. 5
 sentenza 
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