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Timestamp: 2019-02-22 22:20:37+00:00

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Corte di Cassazione, sezione IV, sentenza 31 gennaio 2014, n. 4957. In tema di colpa medica, deve essere esclusa la responsabilità penale per il medico che, pure davanti ai risultati delle prime analisi eseguite, consiglia al paziente il ricovero in ospedale nonché di sottoporsi ad accertamenti più approfonditi ed esprime il proprio dissenso rispetto alla scelta dello stesso di andar via firmando la relativa liberatoria - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione IV, sentenza 31 gennaio 2014, n. 4957. In tema di colpa medica, deve essere esclusa la responsabilità penale per il medico che, pure davanti ai risultati delle prime analisi eseguite, consiglia al paziente il ricovero in ospedale nonché di sottoporsi ad accertamenti più approfonditi ed esprime il proprio dissenso rispetto alla scelta dello stesso di andar via firmando la relativa liberatoria
SENTENZA 31 gennaio 2014, n. 4957
-1- L.A. è stato tratto a giudizio davanti al Tribunale di Napoli per rispondere del decesso di F.A. , sopraggiunto intorno alle ore 12.40 del (omissis) per arresto cardiaco.
Secondo l’accusa, il Dott. L. , medico presso il pronto soccorso dell’ospedale (omissis) , ove il F. si era portato per un insistente dolore al torace, ne ha cagionato la morte per colpa consistita in negligenza, imprudenza e imperizia. In particolare, per avere omesso di valutare adeguatamente i sintomi di una sindrome coronarica acuta di tipo ischemico già in atto, nonché di consigliare al paziente di sottoporsi ad osservazione clinica al fine di effettuare elettrocardiogrammi, dosaggi dei marcatori cardiaci e tutti i controlli ed esami di laboratorio necessari per chiarire la natura e le cause del dolore lamentato.
Nella mattinata del 28 ottobre 2005, F.A. , avendo accusato un persistente dolore al torace, si era portato, accompagnato da I.R. , presso il predetto ospedale. Poiché i controlli eseguiti non avevano rivelato alcuna significativa alterazione fisiologica in atto, egli aveva deciso di lasciare l’ospedale e ritornare alle proprie occupazioni, avendo rifiutato di sottoporsi ad ulteriori accertamenti. La visita presso detto ospedale si era svolta tra le ore 10,40 e le ore 10,50. Circa un’ora dopo, intorno alle 11,55, il F. si era sentito ancora male e, allertato il ‘118’, era ritornato in ospedale ove era deceduto alle ore 12,40, dopo vane manovre rianimatorie.
A tale proposito, il giudicante ha affermato che il rifiuto non aveva alcuna efficacia scriminante, posto che la decisione del paziente doveva ritenersi niente più che una manifestazione di adesione dello stesso all’indicazione proveniente dal medico, essendo essa intervenuta dopo le rassicurazioni circa le sue condizioni di salute. Rassicurazioni che, però, erano il frutto di non corrette informazioni fornite dal sanitario, posto che la molteplicità degli elementi sintomatici rilevati sul F. , e cioè, la presenza di un dolore al petto, puntoreo prolungato nel tempo, e di sudorazione algida, nonché gli esiti di un ECG valutato dalla strumentazione ‘anormale’ e comunque ai limiti dell’alterazione, avrebbero dovuto indurre il sanitario a sospettare la possibilità di un coinvolgimento dell’apparato cardiocircolatorio e a completare tutto il ciclo di indagini prima di stilare una diagnosi di ‘toracoalgia’, trattenendo il paziente ed evitando di orientarlo erroneamente.
4.A) Il PG, con unico motivo, denuncia l’insufficienza della motivazione e la mancata valutazione di prove decisive esistenti in atti ed espressamente richiamate nella sentenza di primo grado. Il riferimento è al referto di pronto soccorso stilato dall’imputato al momento delle dimissioni del F. ed alle annotazioni riportate in detto documento in ordine alla diagnosi (‘toracoalgia’) ed a quanto era stato consigliato al paziente (recarsi dal medico curante). Sul punto, si era a lungo soffermato il primo giudice che aveva evidenziato come tali elementi consentissero di ricostruire la responsabilità dell’imputato, in quanto indicativi di un’inadeguata informazione al paziente, circa la presenza di possibili patologie cardiache, e di un’errata percezione, da parte dello stesso, del rischio che correva sottraendosi agli approfondimenti diagnostici. È probabile, sostiene il ricorrente, che la corte territoriale abbia superato la questione richiamando le dichiarazioni rese, in sede di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, dai testi escussi circa le raccomandazioni fatte al F. dal suo accompagnatore di fermarsi in ospedale e le spiegazioni fornite dall’imputato in ordine all’impossibilità di articolare una diagnosi senza ulteriori approfondimenti diagnostici. E tuttavia, si soggiunge nel ricorso, la corte territoriale, non solo non ha argomentato in alcun modo in ordine all’attendibilità dei testi, né ha proceduto alla comparazione delle loro dichiarazioni con quelle rese in precedenza, ma non si è in alcun modo espressa circa l’adeguatezza dell’informazione fornita al paziente in ordine ai rischi ai quali si esponeva allontanandosi dall’ospedale.
In particolare, la medesima corte ha rilevato come, davanti ai sintomi denunciati dal F. , l’imputato, secondo quanto dallo stesso riferito, pur davanti ai risultati delle analisi già eseguite, ritenuti entro i limini della norma, avesse consigliato il paziente di fermarsi in ospedale per eseguire ulteriori e più approfonditi accertamenti, e come lo stesso avesse rifiutato, adducendo anche esigenze di lavoro, ed avesse lasciato l’ospedale dopo avere firmato la ‘liberatoria’.
Affermazioni, ha soggiunto la corte d’appello, richiamando anche quanto emerso in esito al disposto supplemento istruttorio, confermate dal teste Dott. A. , collega del L. , il quale, secondo quanto sostenuto nella sentenza impugnata, ha, non solo ribadito di essere stato interpellato dal L. per un parere sul caso e di avergli consigliato di invitare il paziente a sottoporsi ad un periodo di osservazione, ma anche che l’imputato aveva accolto tale suggerimento ed aveva invitato il paziente a fermarsi in ospedale per alcune ore per procedere agli approfondimenti clinici che il caso richiedeva. Suggerimento, però, non raccolto dal F. , allontanatosi dall’ospedale dopo avere firmato la ‘liberatoria’, malgrado le esortazioni dello stesso amico che l’aveva accompagnato (I.R. ) a seguire i consigli del medico. Dichiarazioni che poco o nulla si discostano dalla testimonianza resa dall’A. nel corso del dibattimento di primo grado, come riportate nella relativa sentenza. Lo stesso I. , del resto, ha confermato, secondo quanto emerge dalla sentenza di primo grado, che il sanitario aveva effettivamente prospettato al paziente l’opportunità di eseguire ulteriori esami clinici.
-3- A fronte di tali coerenti argomentazioni, il PG ricorrente lamenta una inadeguata valutazione, da parte del giudice del gravame, di elementi probatori acquisiti in atti ed oggetto di esame da parte del tribunale. Non sarebbe stato valutato, in particolare, il referto medico del Pronto Soccorso, stilato dall’imputato al momento della volontaria dimissione del F. , sul quale era stata segnalata una ‘toracoalgia’ ed era stato prescritto al paziente l’assunzione di un antinfiammatorio e di recarsi dal medico curante. Tali indicazioni, si sostiene nel ricorso, sarebbero indicative della inadeguata informazione fornita dal sanitario in ordine alle possibili patologie cardiache da cui avrebbe potuto essere affetto il F. , che avrebbe determinato una inesatta percezione dello stesso – dovuta, appunto, all’errata informazione – del rischio che correva sottraendosi agli approfondimenti diagnostici consigliati.
Non la mancata valutazione del referto, quindi, può imputarsi alla corte territoriale, bensì le valutazioni che la stessa ha tratto dall’esame del documento, come del resto lascia intendere lo stesso ricorrente con i suoi riferimenti alla ‘toracoalgia’ ed alla indicazione al paziente di recarsi dal medico di famiglia.
A) Che l’indicazione della diagnosi, rivelatasi errata alla luce del successivo evolversi della vicenda, oltre che essere giustificata dall’esito negativo dei controlli immediatamente eseguiti, era comunque provvisoria, tanto che il L. aveva ritenuto necessario – in tal senso anche consigliato dal collega A. – verificarne l’esattezza attraverso l’esecuzione di ulteriori accertamenti diagnostici, rifiutati dal F. . Davanti al rifiuto ed alla decisione del paziente di allontanarsi dall’ospedale, il L. altro non ha potuto fare che registrare sul referto l’unica diagnosi accertata, cioè la ‘toracoalgia’. Mentre la prescrizione di un semplice farmaco ad azione antinfiammatoria si presenta del tutto coerente, se rapportata all’unica diagnosi che al momento poteva essere formulata.
Nell’argomentare della corte territoriale, in realtà, si coglie ampiamente la complessiva critica rivolta alla decisione appellata, peraltro, come già osservato, solo incentrata sulla valutazione del tipo di informazione fornita al paziente dall’imputato. Valutazione per la quale non era certamente necessario richiamare i pareri dei vari consulenti intervenuti, né le diverse testimonianze acquisite, bensì essenzialmente solo interpretare il senso della ‘liberatoria’ sottoscritta dal F. prima di lasciare l’ospedale e la testimonianza resa dal Dott. A. , principale teste di riferimento sul punto, avendo egli direttamente seguito l’intera vicenda per esserne stato informato dal L. .
Conclusione che definitivamente rende infondata qualsiasi censura che concerna il tema del ‘consenso informato’, in relazione al quale, peraltro, le PC ricorrenti svolgono considerazioni prive di rilievo (quelle concernenti la prescrizione di un antidolorifico e la prescrizione di recarsi dal medico di famiglia), ovvero in fatto, non deducibili nella sede di legittimità.

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