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Timestamp: 2019-11-19 05:16:57+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez. 3^, 10/10/2019, Sentenza n.41604 - AmbienteDiritto.it
Giurisprudenza: Giurisprudenza Sentenze per esteso massime | Categoria: Internet Reati Processo Numero: 41604 | Data di udienza: 20 Giugno 2019
INTERNET E REATI INFORMATICI – Spamming o comunicazioni indesiderate – Assenza di consenso – Concreta lesione della sfera personale o patrimoniali – Necessità – Nozione di nocumento- Trattamento illecito di dati personali protetti – Reato di cui all’art. 167 in relazione all’art. 130 del d.lgs. n. 196 del 2003 – D. Igs. n. 101/2018.
Numero: 41604
Data di udienza: 20 Giugno 2019
CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez. 3^, 10/10/2019 (Ud. 20/06/2019), Sentenza n.41604
Anche dopo la riforma con d. Igs. n. 101 del 10 agosto 2018 (art. 15 comma 1 lett. b), che tuttavia non ha inciso in termini sostanziali sul contenuto della norma incriminatrice, essendo rimasto in particolare invariato l’elemento soggettivo del reato, costituito dal fine dell’agente di trarre per sé o per altri un profitto o di recare ad altri un danno mediante l’illecito trattamento. Il reato si connota pertanto come delitto a dolo specifico (così Sez. 3, n. 3683 del 11/12/2013, dep. 2014), la cui struttura finalistica è incompatibile con la forma del dolo eventuale, che postula l’accettazione solo in via ipotetica, seppure avverabile, del conseguimento di un determinato risultato. Parimenti immutato è rimasto il richiamo alla necessità del verificarsi di un “nocumento”, che secondo dall’art. 167 del d.lgs. n. 196 del 30 giugno 2003 deve intendersi come un pregiudizio giuridicamente rilevante di qualsiasi natura, patrimoniale o non patrimoniale, subito dal soggetto cui si riferiscono i dati protetti oppure da terzi quale conseguenza dell’illecito trattamento. Sicché, nell’attuale contesto socio-economico, è molto diffusa la pratica del cd. spamming, ovvero dell’invio in varie forme di una pluralità di messaggi pubblicitari a una vasta platea di utenti senza il consenso di costoro; tuttavia, affinché tale condotta assuma rilievo penale, occorre che si verifichi per ciascun destinatario un effettivo “nocumento”, che non può certo esaurirsi nel semplice fastidio di dover cancellare di volta in volta le mail indesiderate, ma deve tradursi in un pregiudizio concreto, anche non patrimoniale, ma comunque suscettibile di essere giuridicamente apprezzato, richiedendosi in tal senso un’adeguata verifica fattuale volta ad accertare, ad esempio, se l’utente abbia segnalato al mittente di non voler ricevere un certo tipo di messaggi e se, nonostante tale iniziativa, l’agente abbia perseverato in maniera non occasionale a inviare messaggi indesiderati, creando così un reale disagio al destinatario. Nella fattispecie, dovendosi escludere l’esistenza di un effettivo “nocumento” sia da parte dell’associazione “A.I.D.I.”, sia da parte dei suoi singoli iscritti, il reato contestato non può ritenersi configurabile, e tanto a prescindere dalla qualificazione del nocumento in termini di elemento costitutivo del reato o di condizione obiettiva di punibilità.
(annulla senza rinvio sentenza del 15-11-2017 della Corte di appello di Torino) Pres. ANDREAZZA, Rel. ZUNICA , Ric. Ruggi
sul ricorso proposto da Ruggi Pietro, nato a Matera;
avverso la sentenza del 15-11-2017 della Corte di appello di Torino;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso; udita la relazione svolta dal consigliere Fabio Zunica;
udito per la parte civile l’avvocato Fabrizio Mastro, che depositava conclusioni scritte e nota spese; udito per il ricorrente l’avvocato Fabio Maria Cozi, sostituto processuale dell’avvocato Giacomo Francini, che si riportava ai motivi del ricorso e ne chiedeva l’accoglimento.
1. Con sentenza del 15 novembre 2017, la Corte di appello di Torino confermava la sentenza del 28 aprile 2015, con cui il Tribunale di Aosta aveva condannato Pietro Ruggi alla pena, condizionalmente sospesa, di mesi 6 di reclusione, in quanto ritenuto colpevole del reato di cui all’art. 167 in relazione all’art. 130 del d.lgs. n. 196 del 2003, a lui contestato per aver proceduto al trattamento illecito dei dati personali degli iscritti all’Associazione Igienisti Dentali Italiani, inviando reiteratamente agli stessi numerose email provenienti dal suo indirizzo consulenzalegaleid@virgilio.it, con cui pubblicizzava propri corsi di aggiornamento, in tal modo agendo al fine di procurarsi un profitto, consistito nell’ottenere la partecipazione a corsi e convegni da lui patrocinati o organizzati nel settore dell’igiene dentale, e procurando altresì agli associati un nocumento, consistente nella necessità di controllare e vagliare le numerose email inviate senza il loro consenso; fatti commessi in Aosta dal maggio al settembre 2013.
Con statuizione del Tribunale confermata in secondo grado, Ruggi veniva altresì condannato al risarcimento dei danni in favore dell’Associazione Igienisti Dentali Italiani (A.I.D.I.), costituitasi parte civile, da liquidare in separata sede.
2. Avverso la sentenza della Corte di appello piemontese, Ruggi, tramite il suo difensore, ha proposto ricorso per cassazione, sollevando quattro motivi.
Con il primo, la difesa deduce l’illogicità e l’apparenza della motivazione della sentenza impugnata, in ordine alla ritenuta sussistenza del nocumento in capo ai destinatari delle e -mail inviate da Ruggi, osservan‘che a tal fine non poteva essere valorizzato il mero dato numerico dei messaggi inviati, posto che quest’ultimo deve essere rapportato all’Associazione e non a ogni singolo iscritto, nessuno dei quali, peraltro, si è costituito parte civile personalmente.
In definitiva, ogni associato aveva ricevuto in genere una o due mail da Ruggi, mentre uno solo ne ha ricevuto dieci, per cui doveva escludersi che sia stato arrecato un nocumento ai singoli destinatari delle predette comunicazioni.
Tale condotta, come emerge dalla lettura delle due conformi sentenze di merito, si inquadra nel rapporto professionale dell’avvocato Pietro Ruggi con l’A.I.D.I, ovvero l’Associazione Igienisti Dentali Italiani, di cui all’epoca dei fatti la moglie del ricorrente, Rossella Ferraroni, era membro del Consiglio direttivo.
Per conto della Presidente dell’Associazione, Marialice Boldi, l’avv. Ruggi aveva assunto il patrocinio legale dell’A.I.D.I. in almeno tre procedimenti, tra i quali uno di particolare importanza avviato nei confronti di Mediaset s.p.a.
Dopo un iniziale periodo in cui le prestazioni professionali dell’imputato avevano trovato l’apprezzamento dell’Associazione, i rapporti si incrinavano nel febbraio 2013, allorquando l’avv. Ruggi assumeva alcune iniziative non gradite dal Consiglio direttivo, come l’offerta di consulenza legale rivolta agli igienisti dentali iscritti, pubblicizzata anche mediante una pagina facebook appositamente creata, e l’organizzazione di convegni su aspetti legali di interesse della categoria, avendo inoltre il ricorrente richiesto il sostegno dell’A.I.D.I. per un libro che intendeva pubblicizzare e per lo svolgimento di corsi aperti agli associati, ai quali venivano inviati delle e-mails con l’indicazione delle varie attività svolte.
Dopo che l’Associazione aveva negato la sua disponibilità a patrocinare le iniziative personali dell’avvocato Ruggi, i rapporti conobbero una definitiva rottura durante una cena tenutasi la sera del 23 maggio 2013, allorquando la Presidente e la Segretaria Nazionale segnalavano alla Ferraroni l’inopportunità dei comportamenti del marito, il quale, almeno fino al settembre 2013, continuò tuttavia a inviare alcuni messaggi di posta elettronica agli igienisti dentali iscritti, alcuni dei quali se ne lamentarono poi con l’Associazione.
In proposito deve premettersi che, al momento del fatto, la norma incriminatrice (rubricata “trattamento illecito di dati personali”) era così formulata: “
Ora, nel caso di specie, nessun destinatario delle e -mails aveva manifestato all’avv. Ruggi la sua opposizione a ricevere i suoi messaggi promozionali, il cui invio peraltro è avvenuto nel ristretto arco temporale di pochi mesi e in misura contenuta, dovendosi avere riguardo in tal senso non al numero complessivo di messaggi inviati a tutti gli iscritti all’associazione, ma all’entità dei messaggi spediti a ogni singolo associato, posto che la valutazione del nocumento non può che essere riferita alla dimensione individuale dell’utente e non a quella impersonale del gruppo associato di cui ciascuno di essi faceva parte.
In quest’ottica, deve quindi escludersi che la ricezione di tre o quattro mails nell’arco di circa cinque mesi, senza alcuna diffida preventiva rivolta al mittente, possa integrare un “nocumento” idoneo a integrare la fattispecie contestata, non essendo sufficiente in tal senso qualche generica lamentela rivolta da taluno degli associati non direttamente all’avv. Ruggi, ma solo alla propria associazione.

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