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Timestamp: 2017-03-28 00:29:36+00:00

Document:
lpd: 12/02/10
Disposizioni relative all'esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori ad un anno. (10G0224) (GU n. 281 del 1-12-2010 )
LEGGE 26 novembre 2010, n. 199 Disposizioni relative all'esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori ad un anno. (10G0224) (GU n. 281 del 1-12-2010 ) testo in vigore dal: 16-12-2010La  Camera  dei  deputati  ed  il  Senato  della  Repubblica  hanno
Esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non  superiori  a
1.  Fino  alla  completa   attuazione   del   piano   straordinario
penitenziario nonche' in attesa della riforma della disciplina  delle
misure alternative alla detenzione  e,  comunque,  non  oltre  il  31
dicembre 2013, la pena detentiva non superiore a dodici  mesi,  anche
se costituente parte residua di  maggior  pena,  e'  eseguita  presso
assistenza e accoglienza, di seguito denominato &#171;domicilio&#187;.
2. La detenzione presso il domicilio non e' applicabile:
a)  ai  soggetti  condannati  per  taluno  dei  delitti  indicati
dall'articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, e  successive
b) ai delinquenti abituali,  professionali  o  per  tendenza,  ai
sensi degli articoli 102, 105 e 108 del codice penale;
c) ai detenuti che sono  sottoposti  al  regime  di  sorveglianza
particolare, ai sensi dell'articolo  14-bis  della  legge  26  luglio
1975, n. 354,  salvo  che  sia  stato  accolto  il  reclamo  previsto
dall'articolo 14-ter della medesima legge;
d) quando vi e' la concreta possibilita' che il condannato  possa
darsi alla fuga ovvero sussistono specifiche e motivate  ragioni  per
ritenere che il condannato  possa  commettere  altri  delitti  ovvero
quando non sussista l'idoneita' e l'effettivita' del domicilio  anche
in funzione delle esigenze di tutela delle persone offese dal reato.
3. Nei casi di  cui  all'articolo  656,  comma  1,  del  codice  di
procedura penale,  quando  la  pena  detentiva  da  eseguire  non  e'
superiore a dodici mesi,  il  pubblico  ministero,  salvo  che  debba
emettere il decreto di sospensione di  cui  al  comma  5  del  citato
articolo 656 del codice di procedura penale e salvo che  ricorrano  i
casi previsti  nel  comma  9,  lettera  a),  del  medesimo  articolo,
sospende l'esecuzione dell'ordine di  carcerazione  e  trasmette  gli
atti senza ritardo al magistrato di sorveglianza  affinche'  disponga
che la pena venga eseguita  presso  il  domicilio.  La  richiesta  e'
nonche', se il condannato e' sottoposto a un programma di recupero  o
intende sottoporsi ad esso, della documentazione di cui  all'articolo
94, comma 1, del testo unico delle leggi  in  materia  di  disciplina
4. Se il  condannato  e'  gia'  detenuto,  la  pena  detentiva  non
superiore a dodici  mesi,  anche  se  costituente  parte  residua  di
maggior pena, e' eseguita nei luoghi di cui al comma 1. Nei  casi  di
cui all'articolo 656, comma 9, lettera b), del  codice  di  procedura
il  pubblico  ministero  o  le  altre  parti  fanno  richiesta,   per
l'applicazione della misura, al magistrato di  sorveglianza,  secondo
direzione dell'istituto penitenziario, anche a seguito  di  richiesta
del  detenuto  o  del  suo  difensore,  trasmette  al  magistrato  di
sorveglianza  una  relazione  sulla  condotta   tenuta   durante   la
detenzione. La relazione e' corredata di un verbale  di  accertamento
ad un programma di recupero  o  intende  sottoporsi  ad  esso,  della
documentazione di cui all'articolo 94, comma 1, del  testo  unico  di
cui al decreto del Presidente della Repubblica  9  ottobre  1990,  n.
309, e successive modificazioni.
5. Il magistrato di sorveglianza provvede  ai  sensi  dell'articolo
69-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, ma il termine  di  cui  al
comma 2 del predetto articolo e' ridotto a cinque giorni.
6. Copia del provvedimento  che  dispone  l'esecuzione  della  pena
presso il domicilio e' trasmessa senza ritardo al pubblico  ministero
nonche' all'ufficio locale dell'esecuzione  penale  esterna  per  gli
interventi di sostegno e controllo. L'ufficio locale  dell'esecuzione
penale esterna segnala ogni evento  rilevante  sull'esecuzione  della
pena e trasmette relazione trimestrale e conclusiva.
7. Nel  caso  di  condannato  tossicodipendente  o  alcoldipendente
sottoposto ad  un  programma  di  recupero  o  che  ad  esso  intenda
struttura sanitaria pubblica o una struttura privata  accreditata  ai
Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309. In ogni  caso,  il  magistrato  di
sorveglianza puo' imporre le prescrizioni e  le  forme  di  controllo
del  Ministro  della  giustizia,  di   concerto   con   il   Ministro
la Presidenza del  Consiglio  dei  ministri  -  Dipartimento  per  le
politiche antidroga e d'intesa con la  Conferenza  permanente  per  i
di  Bolzano,  e'  determinato  il   contingente   annuo   dei   posti
disponibili, nei limiti  del  livello  di  risorse  ordinario  presso
ciascuna regione finalizzato a tale tipologia di  spesa,  sulla  base
8. Si applicano, in quanto compatibili,  le  disposizioni  previste
e 58-quater, ad eccezione del comma  7-bis,  della  legge  26  luglio
1975, n. 354, e successive modificazioni, nonche' le  relative  norme
di esecuzione  contenute  nel  regolamento  di  cui  al  decreto  del
dagli articoli 47-ter, commi 4 e  4-bis,  e  51-bis  della  legge  26
luglio 1975, n. 354,  tuttavia,  il  provvedimento  e'  adottato  dal
- Si riporta il testo dell'art. 4-bis  della  legge  26
luglio1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario  e
sull'esecuzione delle misure privative e  limitative  della
liberta'):
&#171;Art. 4-bis (Divieto  di  concessione  dei  benefici  e
accertamento della pericolosita' sociale dei condannati per
taluni delitti). - 1. L'assegnazione al lavoro all'esterno,
i permessi premio e le misure alternative  alla  detenzione
previste dal capo VI, esclusa  la  liberazione  anticipata,
possono essere concessi  ai  detenuti  e  internati  per  i
seguenti delitti solo nei  casi  in  cui  tali  detenuti  e
internati collaborino con la giustizia  a  norma  dell'art.
58-ter della presente legge: delitti commessi per finalita'
di  terrorismo,  anche  internazionale,  o   di   eversione
dell'ordine democratico mediante il compimento di  atti  di
violenza,  delitto  di  cui  all'art.  416-bis  del  codice
penale,  delitti  commessi  avvalendosi  delle   condizioni
previste dallo stesso art.  ovvero  al  fine  di  agevolare
l'attivita' delle associazioni in esso previste, delitti di
cui agli articoli 600, 600-bis, primo comma, 600-ter, primo
e secondo comma, 601, 602, 609-octies,  e  630  del  codice
penale,  all'art.  291-quater   del   testo   unico   delle
disposizioni legislative in materia  doganale,  di  cui  al
43, e all'art. 74 del testo unico delle leggi in materia di
disciplina  degli  stupefacenti  e   sostanze   psicotrope,
prevenzione, cura e riabilitazione dei  relativi  stati  di
tossicodipendenza, di cui al decreto del  Presidente  della
Repubblica 9 ottobre 1990, n.  309.  Sono  fatte  salve  le
disposizioni  degli  articoli  16-nonies   e   17-bis   del
decreto-legge  15  gennaio  1991,  n.  8,  convertito,  con
modificazioni,  dalla  legge  15  marzo  1991,  n.  82,   e
successive modificazioni .
1-bis. I benefici di cui  al  comma  1  possono  essere
concessi ai detenuti o internati per uno  dei  delitti  ivi
previsti, purche' siano stati acquisiti  elementi  tali  da
escludere l'attualita' di collegamenti con la  criminalita'
organizzata, terroristica o eversiva, altresi' nei casi  in
cui  la  limitata  partecipazione   al   fatto   criminoso,
accertata nella sentenza di  condanna,  ovvero  l'integrale
accertamento dei fatti e delle responsabilita', operato con
sentenza   irrevocabile,   rendono   comunque   impossibile
un'utile collaborazione con la giustizia, nonche' nei  casi
in cui,  anche  se  la  collaborazione  che  viene  offerta
risulti  oggettivamente  irrilevante,  nei  confronti   dei
medesimi detenuti o internati sia stata applicata una delle
circostanze attenuanti previste dall'art.  62,  numero  6),
anche qualora il risarcimento del danno sia  avvenuto  dopo
la sentenza di condanna,  dall'art.  114  ovvero  dall'art.
116, secondo comma, del codice penale.
1-ter. I benefici di cui  al  comma  1  possono  essere
concessi,  purche'  non  vi  siano  elementi  tali  da  far
ritenere la sussistenza di collegamenti con la criminalita'
organizzata,  terroristica  o  eversiva,  ai   detenuti   o
internati per i delitti di cui agli articoli 575,  600-bis,
secondo e terzo comma, 600-ter, terzo comma, 600-quinquies,
628, terzo comma, e 629, secondo comma, del codice  penale,
all'art. 291-ter del citato testo unico di cui  al  decreto
del Presidente della Repubblica 23  gennaio  1973,  n.  43,
all'art. 73 del citato testo unico di cui  al  decreto  del
successive  modificazioni,   limitatamente   alle   ipotesi
aggravate ai sensi dell'art.  80,  comma  2,  del  medesimo
testo unico, all'art. 416, primo e terzo comma, del  codice
penale,  realizzato  allo  scopo  di   commettere   delitti
previsti dagli articoli 473 e 474 del  medesimo  codice,  e
all'art. 416 del codice penale, realizzato  allo  scopo  di
commettere delitti previsti dal libro II, titolo XII,  capo
III,  sezione  I,  del  medesimo  codice,  dagli   articoli
609-bis,  609-quater  e  609-octies  del  codice  penale  e
dall'art. 12, commi 3, 3-bis e 3-ter, del testo unico delle
disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione  e
norme sulla condizione dello straniero, di cui  al  decreto
legislativo  25  luglio  1998,   n.   286,   e   successive
1-quater. I benefici di cui al comma 1  possono  essere
concessi ai detenuti o internati per i delitti di cui  agli
articoli 609-bis,  609-ter,  609-quater  e  609-octies  del
codice   penale   solo    sulla    base    dei    risultati
dell'osservazione scientifica della  personalita'  condotta
collegialmente  per   almeno   un   anno   anche   con   la
partecipazione  degli  esperti  di  cui  al  quarto   comma
dell'art. 80 della presente legge. Le disposizioni  di  cui
al periodo precedente si applicano  in  ordine  al  delitto
previsto dall'art. 609-bis  del  codice  penale  salvo  che
risulti applicata la circostanza  attenuante  dallo  stesso
2. Ai fini della concessione dei  benefici  di  cui  al
comma 1 il magistrato di sorveglianza  o  il  tribunale  di
sorveglianza decide acquisite dettagliate informazioni  per
il tramite del  comitato  provinciale  per  l'ordine  e  la
sicurezza pubblica competente  in  relazione  al  luogo  di
detenzione del condannato. In ogni caso il  giudice  decide
trascorsi trenta giorni dalla richiesta delle informazioni.
Al suddetto comitato provinciale  puo'  essere  chiamato  a
partecipare il direttore dell'istituto penitenziario in cui
il condannato e' detenuto.
2-bis. Ai fini della concessione dei benefici di cui al
comma 1-ter, il magistrato di sorveglianza o  il  tribunale
di sorveglianza decide acquisite  dettagliate  informazioni
dal questore. In ogni  caso  il  giudice  decide  trascorsi
trenta giorni dalla richiesta delle informazioni.
3.  Quando   il   comitato   ritiene   che   sussistano
particolari esigenze di sicurezza ovvero che i collegamenti
potrebbero essere mantenuti con organizzazioni operanti  in
ambiti non locali o extranazionali, ne da' comunicazione al
giudice e il termine di cui al  comma  2  e'  prorogato  di
ulteriori trenta giorni al fine di  acquisire  elementi  ed
informazioni da parte dei competenti organi centrali.
3-bis. L'assegnazione al lavoro all'esterno, i permessi
premio e le misure alternative alla detenzione previste dal
capo  VI,  non  possono  essere  concessi  ai  detenuti  ed
internati  per  delitti  dolosi   quando   il   Procuratore
nazionale antimafia o il procuratore distrettuale comunica,
d'iniziativa o su segnalazione del comitato provinciale per
l'ordine e la sicurezza pubblica competente in relazione al
luogo  di  detenzione  o  internamento,   l'attualita'   di
collegamenti con la criminalita' organizzata. In  tal  caso
si prescinde dalle procedure previste dai commi 2 e 3.&#187;.
- Si riporta il testo degli articoli 102, 105 e 108 del
&#171;Art. 102 (Abitualita'  presunta  dalla  legge).  -  E'
dichiarato delinquente  abituale  chi,  dopo  essere  stato
condannato   alla   reclusione    in    misura    superiore
complessivamente a cinque anni per tre delitti non colposi,
della stessa indole,  commessi  entro  dieci  anni,  e  non
contestualmente, riporta un'altra condanna per un  delitto,
non colposo, della stessa indole, e  commesso  entro  dieci
anni successivi all'ultimo dei delitti precedenti.
Nei dieci anni indicati nella  disposizione  precedente
non si computa il tempo in cui il  condannato  ha  scontato
pene detentive o e' stato sottoposto a misure di  sicurezza
detentive.&#187;.
&#171;Art.  105  (Professionalita'  nel   reato).   -   Chi,
trovandosi nelle condizioni richieste per la  dichiarazione
di abitualita', riporta condanna per  un  altro  reato,  e'
dichiarato  delinquente  o   contravventore   professionale
qualora,  avuto  riguardo  alla  natura  dei  reati,   alla
condotta e al genere di vita del  colpevole  e  alle  altre
circostanze indicate nel  capoverso  dell'art.  133,  debba
ritenersi  che  egli  viva  abitualmente,  anche  in  parte
soltanto, dei proventi del reato.&#187;.
&#171;Art. 108 (Tendenza  a  delinquere).  -  E'  dichiarato
delinquente  per  tendenza  chi,  sebbene  non  recidivo  o
delinquente abituale o professionale, commette  un  delitto
non colposo, contro la vita  o  l'incolumita'  individuale,
anche non preveduto dal capo primo  del  titolo  dodicesimo
del libro secondo di questo codice, il  quale,  per  se'  e
unitamente  alle   circostanze   indicate   nel   capoverso
dell'art. 133, riveli una speciale inclinazione al delitto,
che trovi sua causa  nell'indole  particolarmente  malvagia
La disposizione  di  questo  art.  non  si  applica  se
l'inclinazione  al  delitto  e'  originata  dall'infermita'
preveduta dagli articoli 88 e 89.&#187;.
- Si riporta il testo degli artt. 14-bis e 14-ter della
citata legge 26 luglio 1975, n. 354:
&#171;Art. 14-bis (Regime di sorveglianza particolare). - 1.
Possono  essere  sottoposti  a   regime   di   sorveglianza
particolare per  un  periodo  non  superiore  a  sei  mesi,
prorogabile anche piu' volte in misura non  superiore  ogni
volta a  tre  mesi,  i  condannati,  gli  internati  e  gli
a) che con  i  loro  comportamenti  compromettono  la
sicurezza ovvero turbano l'ordine negli istituti;
b) che con la  violenza  o  minaccia  impediscono  le
attivita' degli altri detenuti o internati;
c) che nella vita penitenziaria  si  avvalgono  dello
stato  di  soggezione  degli  altri   detenuti   nei   loro
2. Il regime di cui al precedente comma 1  e'  disposto
con     provvedimento     motivato     dell'amministrazione
penitenziaria previo parere del  consiglio  di  disciplina,
integrato da due degli esperti previsti  dal  quarto  comma
3.  Nei  confronti  degli   imputati   il   regime   di
sorveglianza  particolare   e'   disposto   sentita   anche
l'autorita' giudiziaria che procede.
4. In caso di necessita' ed  urgenza  l'amministrazione
puo'  disporre   in   via   provvisoria   la   sorveglianza
particolare  prima  dei  pareri  prescritti,  che  comunque
devono essere acquisiti entro dieci giorni dalla  data  del
provvedimento.  Scaduto  tale  termine   l'amministrazione,
acquisiti i pareri prescritti,  decide  in  via  definitiva
entro  dieci  giorni  decorsi  i  quali,  senza   che   sia
intervenuta  la  decisione,  il  provvedimento  provvisorio
5. Possono essere sottoposti a regime  di  sorveglianza
particolare, fin dal momento del loro ingresso in istituto,
i condannati, gli internati e gli imputati, sulla  base  di
precedenti comportamenti penitenziari o di  altri  concreti
comportamenti  tenuti,   indipendentemente   dalla   natura
dell'imputazione,  nello  stato  di  liberta'.  L'autorita'
giudiziaria segnala gli eventuali elementi a sua conoscenza
all'amministrazione penitenziaria che decide  sull'adozione
dei provvedimenti di sua competenza.
6. Il provvedimento che dispone il  regime  di  cui  al
presente art. e' comunicato immediatamente al magistrato di
sorveglianza ai  fini  dell'esercizio  del  suo  potere  di
vigilanza.&#187;.
&#171;Art. 14-ter (Reclamo). - 1. Avverso  il  provvedimento
che dispone o proroga il regime di sorveglianza particolare
puo' essere proposto dall'interessato reclamo al  tribunale
di  sorveglianza  nel  termine  di   dieci   giorni   dalla
comunicazione del provvedimento definitivo. Il reclamo  non
2. Il tribunale di sorveglianza provvede con  ordinanza
in camera di consiglio entro dieci giorni  dalla  ricezione
3. Il procedimento si svolge con la partecipazione  del
difensore  e  del  pubblico  ministero.   L'interessato   e
l'amministrazione penitenziaria possono presentare memorie.
4. Per quanto non diversamente disposto si applicano le
disposizioni del capo II-bis del titolo II.&#187;.
- Si riporta il  testo  dell'art.  656  del  codice  di
&#171;Art. 656  (Esecuzione  delle  pene  detentive).  -  1.
esecuzione con il quale, se il condannato non e'  detenuto,
2. Se il  condannato  e'  gia'  detenuto,  l'ordine  di
esecuzione e' comunicato al Ministro di grazia e  giustizia
quant'altro  valga  a  identificarla,   l'imputazione,   il
all'esecuzione. L'ordine e'  notificato  al  difensore  del
4. L'ordine che dispone  la  carcerazione  e'  eseguito
di maggiore pena, non e' superiore a tre anni  o  sei  anni
ne sospende  l'esecuzione.  L'ordine  di  esecuzione  e  il
difensore  nominato  per  la  fase  dell'esecuzione  o,  in
giudizio, con l'avviso che entro trenta giorni puo'  essere
1975, n. 354, e successive modificazioni, e di cui all'art.
94 del testo unico approvato  con  decreto  del  Presidente
della Repubblica 9  ottobre  1990,  n.  309,  e  successive
modificazioni, ovvero la sospensione dell'esecuzione  della
pena di cui all'art. 90 dello stesso testo unico.  L'avviso
informa altresi' che, ove non sia presentata l'istanza o la
stessa sia inammissibile  ai  sensi  degli  articoli  90  e
seguenti del citato testo unico,  l'esecuzione  della  pena
avra' corso immediato.
6. L'istanza deve essere presentata  dal  condannato  o
competente in relazione al luogo in cui ha  sede  l'ufficio
inammissibilita', puo' essere depositata nella  cancelleria
dell'udienza fissata a norma dell'art. 666, comma 3.  Resta
salva,  in  ogni  caso,  la  facolta'  del   tribunale   di
sorveglianza di procedere anche d'ufficio alla richiesta di
documenti o di informazioni, o all'assunzione  di  prove  a
norma dell'art. 666, comma 5. Il tribunale di  sorveglianza
decide  entro   quarantacinque   giorni   dal   ricevimento
7.  La  sospensione  dell'esecuzione  per   la   stessa
condanna non puo' essere disposta piu' di una volta,  anche
dell'esecuzione della pena di cui  all'art.  90  del  testo
l'istanza  non  sia  tempestivamente   presentata,   o   il
decreto  di  sospensione   dell'esecuzione.   Il   pubblico
ministero provvede analogamente quando l'istanza presentata
e' inammissibile ai sensi degli articoli 90 e seguenti  del
modificazioni, nonche',  nelle  more  della  decisione  del
di cui all'art. 94 del medesimo  testo  unico  non  risulta
pubblico ministero, nel trasmettere l'istanza al  tribunale
8-bis. Quando e' provato  o  appare  probabile  che  il
di cui al comma 5, il  pubblico  ministero  puo'  assumere,
all'esito delle quali puo' disporre la  rinnovazione  della
all'art. 4-bis della  legge  26  luglio  1975,  n.  354,  e
successive modificazioni,  nonche'  di  cui  agli  articoli
423-bis, 624, quando ricorrono due o piu'  circostanze  tra
quelle indicate dall'art. 625, 624-bis del codice penale, e
per i delitti in cui ricorre l'aggravante di  cui  all'art.
61, primo comma, numero 11-bis), del medesimo codice, fatta
eccezione  per  coloro  che   si   trovano   agli   arresti
domiciliari disposti ai sensi dell'art. 89 del testo  unico
di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre
1990, n. 309, e successive modificazioni;
applicata la recidiva prevista dall'art. 99, quarto  comma,
del codice penale&#187;.
sospende  l'esecuzione  dell'ordine   di   carcerazione   e
sorveglianza perche' provveda alla  eventuale  applicazione
effetti. Agli adempimenti previsti dall'art.  47-ter  della
legge 26 luglio 1975, n. 354, e  successive  modificazioni,
provvede in ogni caso il magistrato di sorveglianza.&#187;.
- Si riporta  il  testo  dell'art.  94,  comma  1,  del
decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990,  n.
309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli
riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza.):
&#171;Art. 94 (Affidamento in prova in casi particolari).  -
(Legge 26 luglio 1975,  n.  354,  art.  47-bis,  introdotto
dall'art. 4-ter del decreto-legge 22 aprile 1985,  n.  144,
convertito, con modificazioni, dalla legge 21 giugno  1985,
n. 297, come sostituito dall'art. 12 della legge 10 ottobre
1986, n. 663). -  1.  Se  la  pena  detentiva  deve  essere
eseguita  nei  confronti  di  persona  tossicodipendente  o
alcooldipendente  che  abbia  in  corso  un  programma   di
recupero o che ad esso  intenda  sottoporsi,  l'interessato
puo' chiedere in ogni momento di essere affidato  in  prova
al  servizio  sociale  per   proseguire   o   intraprendere
l'attivita' terapeutica sulla base di un programma  da  lui
concordato con un'azienda unita' sanitaria locale o con una
struttura  privata  autorizzata  ai  sensi  dell'art.  116.
L'affidamento in prova  in  casi  particolari  puo'  essere
concesso  solo  quando  deve  essere   espiata   una   pena
detentiva, anche residua e congiunta a pena pecuniaria, non
superiore a sei anni od a quattro anni se relativa a titolo
esecutivo comprendente reato di cui  all'art.  4-bis  della
legge 26 luglio 1975, n. 354, e  successive  modificazioni.
Alla domanda  e'  allegata,  a  pena  di  inammissibilita',
certificazione  rilasciata  da  una   struttura   sanitaria
pubblica  o  da  una  struttura  privata  accreditata   per
l'attivita' di diagnosi prevista dal comma 2,  lettera  d),
dell'art. 116 attestante lo stato di tossicodipendenza o di
alcooldipendenza,  la  procedura  con  la  quale  e'  stato
accertato  l'uso   abituale   di   sostanze   stupefacenti,
psicotrope   o   alcoliche,   l'andamento   del   programma
concordato eventualmente in corso e la  sua  idoneita',  ai
fini del recupero del condannato. Affinche' il  trattamento
sia eseguito a carico del Servizio sanitario nazionale,  la
struttura   interessata    deve    essere    in    possesso
dell'accreditamento istituzionale di cui all'art.  8-quater
del  decreto  legislativo  30  dicembre  1992,  n.  502,  e
successive modificazioni, ed  aver  stipulato  gli  accordi
contrattuali di cui all'art. 8-quinquies del citato decreto
legislativo.&#187;.
- Si riporta il testo  dell'art.  69-bis  della  citata
legge 26 luglio 1975 n. 354:
&#171;Art. 69-bis (Procedimento in  materia  di  liberazione
anticipata).  -  1.  Sull'istanza  di   concessione   della
liberazione  anticipata,  il  magistrato  di   sorveglianza
provvede con ordinanza, adottata  in  camera  di  consiglio
senza  la  presenza  delle  parti,  che  e'  comunicata   o
notificata senza ritardo ai soggetti indicati nell'art. 127
2. Il magistrato di sorveglianza decide  non  prima  di
quindici giorni dalla  richiesta  del  parere  al  pubblico
ministero e anche in assenza di esso.
3. Avverso l'ordinanza di cui al comma 1 il  difensore,
l'interessato e il pubblico ministero possono, entro  dieci
giorni  dalla  comunicazione  o   notificazione,   proporre
reclamo  al  tribunale  di  sorveglianza   competente   per
4.  Il  tribunale  di  sorveglianza  decide  ai   sensi
dell'art. 678 del codice di procedura penale. Si  applicano
le disposizioni del quinto  e  del  sesto  comma  dell'art.
30-bis.
5. Il tribunale di  sorveglianza,  ove  nel  corso  dei
procedimenti previsti dall'art.  70,  comma  1,  sia  stata
presentata istanza per  la  concessione  della  liberazione
anticipata,   puo'   trasmetterla    al    magistrato    di
sorveglianza.&#187;.
- Si riporta il  testo  del'art.  47-ter  della  citata
&#171;Art. 47-ter (Detenzione domiciliare).  -  1.  La  pena
della reclusione  per  qualunque  reato,  ad  eccezione  di
quelli previsti dal libro II, titolo XII, capo III, sezione
I, e dagli articoli 609-bis, 609-quater  e  609-octies  del
codice penale, dall' art. 51, comma 3-bis,  del  codice  di
procedura penale e dall'art. 4-bis  della  presente  legge,
puo' essere espiata nella propria  abitazione  o  in  altro
luogo pubblico di cura, assistenza ed  accoglienza,  quando
trattasi   di   persona   che,   al   momento   dell'inizio
dell'esecuzione della pena, o dopo l'inizio  della  stessa,
abbia compiuto i settanta anni  di  eta'  purche'  non  sia
stato dichiarato delinquente abituale, professionale o  per
tendenza ne' sia stato mai condannato con  l'aggravante  di
cui all' art. 99 del codice penale .
1. La pena della reclusione  non  superiore  a  quattro
anni, anche se costituente parte residua di  maggior  pena,
nonche' la pena dell'arresto, possono essere espiate  nella
propria abitazione o  in  altro  luogo  di  privata  dimora
ovvero in luogo pubblico di cura, assistenza o accoglienza,
quando trattasi di:
a) donna incinta o madre di prole di  eta'  inferiore
ad anni dieci con lei convivente;
b) padre, esercente la potesta',  di  prole  di  eta'
inferiore ad anni dieci con lui convivente, quando la madre
sia deceduta o altrimenti assolutamente  impossibilitata  a
dare assistenza alla prole;
c) persona in condizioni  di  salute  particolarmente
gravi, che  richiedano  costanti  contatti  con  i  presidi
sanitari territoriali;
d) persona di eta'  superiore  a  sessanta  anni,  se
inabile anche parzialmente;
e) persona minore  di  anni  ventuno  per  comprovate
esigenze di salute, di studio, di lavoro e di famiglia.
1.1. Al condannato, al quale  sia  stata  applicata  la
recidiva prevista dall' art. 99, quarto comma,  del  codice
penale, puo' essere concessa la detenzione  domiciliare  se
la pena detentiva  inflitta,  anche  se  costituente  parte
residua di maggior pena, non supera tre anni .
1-bis. La detenzione domiciliare puo' essere  applicata
per l'espiazione della pena detentiva  inflitta  in  misura
non superiore  a  due  anni,  anche  se  costituente  parte
residua di maggior pena, indipendentemente dalle condizioni
di cui al comma 1 quando non ricorrono  i  presupposti  per
l'affidamento in prova al servizio  sociale  e  sempre  che
tale misura sia  idonea  ad  evitare  il  pericolo  che  il
condannato commetta altri reati. La  presente  disposizione
non si applica ai condannati per i reati  di  cui  all'art.
4-bis e a  quelli  cui  sia  stata  applicata  la  recidiva
prevista dall' art. 99, quarto comma, del codice penale.
1-ter.  Quando  potrebbe  essere  disposto  il   rinvio
obbligatorio o facoltativo della esecuzione della  pena  ai
sensi degli articoli  146  e  147  del  codice  penale,  il
tribunale di sorveglianza,  anche  se  la  pena  supera  il
limite di cui al comma 1,  puo'  disporre  la  applicazione
della detenzione  domiciliare,  stabilendo  un  termine  di
durata  di  tale  applicazione,  termine  che  puo'  essere
prorogato. L'esecuzione  della  pena  prosegue  durante  la
1-quater. Se l'istanza di applicazione della detenzione
domiciliare  e'  proposta  dopo   che   ha   avuto   inizio
l'esecuzione della pena, il magistrato di sorveglianza  cui
la domanda deve essere rivolta puo' disporre l'applicazione
provvisoria della misura, quando ricorrono i  requisiti  di
cui  ai  commi  1  e  1-bis.  Si   applicano,   in   quanto
compatibili, le disposizioni di cui all'art. 47, comma 4.
4.  Il  tribunale  di  sorveglianza,  nel  disporre  la
detenzione  domiciliare,  ne  fissa  le  modalita'  secondo
quanto stabilito dall'art.  284  del  codice  di  procedura
penale. Determina e impartisce altresi' le disposizioni per
gli interventi del servizio sociale.  Tali  prescrizioni  e
disposizioni possono essere modificate  dal  magistrato  di
sorveglianza competente per il luogo in cui  si  svolge  la
detenzione domiciliare .
4-bis.  Nel  disporre  la  detenzione  domiciliare   il
tribunale di sorveglianza, quando  ne  abbia  accertato  la
disponibilita'  da  parte  delle  autorita'   preposte   al
controllo,  puo'  prevedere  modalita'  di   verifica   per
l'osservanza  delle  prescrizioni  imposte  anche  mediante
mezzi elettronici o altri strumenti tecnici.  Si  applicano
le disposizioni di  cui  all'art.  275-bis  del  codice  di
5. Il condannato nei confronti del quale e' disposta la
detenzione  domiciliare  non  e'   sottoposto   al   regime
penitenziario previsto dalla presente legge e dal  relativo
regolamento   di    esecuzione.    Nessun    onere    grava
sull'amministrazione penitenziaria per il mantenimento,  la
cura e l'assistenza medica del condannato  che  trovasi  in
6.  La  detenzione  domiciliare  e'  revocata   se   il
comportamento del soggetto, contrario  alla  legge  o  alle
prescrizioni   dettate,   appare   incompatibile   con   la
prosecuzione delle misure.
7.  Deve  essere  inoltre  revocata  quando  vengono  a
cessare le condizioni previste nei commi 1 e 1-bis.
8. Il condannato che, essendo in  stato  di  detenzione
nella propria abitazione o in un altro dei luoghi  indicati
nel comma 1, se ne allontana, e' punito ai sensi  dell'art.
385  del  codice  penale.  Si   applica   la   disposizione
dell'ultimo comma dello stesso art. .
9. La denuncia per il delitto di cui al comma 8 importa
la sospensione del beneficio e la condanna  ne  importa  la
9-bis. Se la misura di cui al comma 1-bis  e'  revocata
ai sensi dei commi precedenti  la  pena  residua  non  puo'
essere sostituita con altra misura.&#187;.
- Si riporta il testo  dell'art.  51-bis  della  citata
&#171;Art.  51-bis  (Sopravvenienza  di  nuovi   titoli   di
privazione   della   liberta').   -   1.   Quando   durante
l'attuazione dell'affidamento in prova al servizio  sociale
o  della  detenzione   domiciliare   o   della   detenzione
domiciliare  speciale  o   del   regime   di   semiliberta'
sopravviene  un  titolo  di  esecuzione   di   altra   pena
detentiva, il direttore dell'istituto  penitenziario  o  il
direttore  del   centro   di   servizio   sociale   informa
immediatamente il magistrato di  sorveglianza.  Se  questi,
tenuto conto del cumulo delle pene, rileva  che  permangono
le condizioni di cui al comma 1 dell'art. 47 o ai commi 1 e
1-bis  dell'art.  47-ter  o  ai  commi  1  e  2   dell'art.
47-quinquies o ai primi tre commi dell'art. 50, dispone con
decreto la prosecuzione provvisoria della misura in  corso;
in caso  contrario  dispone  la  sospensione  della  misura
stessa. Il magistrato di sorveglianza trasmette quindi  gli
atti al tribunale di sorveglianza  che  deve  decidere  nel
termine di venti giorni la  prosecuzione  o  la  cessazione
della misura.&#187;.
- Si riporta il testo degli  articoli  58  e  58-quater
della citata legge 26 luglio 1975, n. 354:
&#171;Art.  58  (Comunicazione  all'autorita'  di   pubblica
sicurezza). - Dei provvedimenti previsti dal presente  capo
ed adottati dal magistrato o dalla sezione di  sorveglianza
e' data immediata comunicazione  all'autorita'  provinciale
di pubblica sicurezza a cura della cancelleria;
Art. 58-quater (Divieto di concessione di benefici).  -
1. L'assegnazione al lavoro all'esterno, i permessi premio,
l'affidamento  in  prova  al  servizio  sociale,  nei  casi
previsti dall'art.  47,  la  detenzione  domiciliare  e  la
semiliberta' non possono essere concessi al condannato  che
sia stato riconosciuto colpevole di una condotta punibile a
norma dell' art. 385 del codice penale.
2. La disposizione del comma  1  si  applica  anche  al
condannato nei cui confronti e' stata disposta la revoca di
una misura alternativa ai sensi  dell'art.  47,  comma  11,
dell'art. 47-ter, comma 6, o dell'art. 51, primo comma.
3. Il divieto di concessione dei benefici opera per  un
periodo  di  tre  anni  dal  momento  in  cui  e'   ripresa
l'esecuzione della custodia o della pena o e' stato  emesso
il provvedimento di revoca indicato nel comma 2.
4. I condannati per i  delitti  di  cui  agli  articoli
289-bis e 630 del codice penale che  abbiano  cagionato  la
morte del  sequestrato  non  sono  ammessi  ad  alcuno  dei
benefici indicati  nel  comma  1  dell'art.  4-bis  se  non
abbiano effettivamente espiato almeno  i  due  terzi  della
pena irrogata o, nel caso dell'ergastolo,  almeno  ventisei
5.  Oltre  a  quanto  previsto  dai  commi   1   e   3,
l'assegnazione al lavoro all'esterno, i permessi  premio  e
le misure alternative alla detenzione previste dal capo  VI
non possono  essere  concessi,  o  se  gia'  concessi  sono
revocati, ai condannati per taluni dei delitti indicati nei
commi  1,  1-ter  e  1-quater  dell'art.  4-bis,  nei   cui
confronti si procede  o  e'  pronunciata  condanna  per  un
delitto doloso punito con  la  pena  della  reclusione  non
inferiore nel massimo a tre anni, commesso da chi ha  posto
in essere una condotta punibile a norma dell'art.  385  del
codice penale ovvero durante il  lavoro  all'esterno  o  la
fruizione di un permesso premio o di una misura alternativa
6. Ai fini dell'applicazione della disposizione di  cui
al comma 5, l'autorita' che procede per il nuovo delitto ne
da' comunicazione al magistrato di sorveglianza  del  luogo
di ultima detenzione dell'imputato.
7. Il divieto di concessione dei  benefici  di  cui  al
comma 5 opera per un periodo di cinque anni dal momento  in
cui e' ripresa l'esecuzione della custodia o della  pena  o
e' stato emesso il provvedimento di revoca della misura.
7-bis. L'affidamento in prova al servizio  sociale  nei
casi previsti dall'art. 47, la detenzione domiciliare e  la
semiliberta' non possono essere concessi piu' di una  volta
al condannato al quale  sia  stata  applicata  la  recidiva
prevista dall' art. 99, quarto comma, del codice penale.&#187;.
- Il d.P.R. 30 giugno 2000, n. 230  reca:  &#171;Regolamento
recante norme sull'ordinamento penitenziario e sulle misure
Art. 2 Modifiche all'articolo 385 del codice penale, in materia di evasione 1. All'articolo 385 del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni: a) al primo comma, le parole: «da sei mesi ad un anno» sono sostituite dalle seguenti: «da uno a tre anni»; b) al secondo comma: 1) le parole: «da uno a tre» sono sostituite dalle seguenti: «da due a cinque»; 2) la parola: «cinque» e' sostituita dalla seguente: «sei». Art. 3
&#171;11-quater. l'avere il colpevole commesso un  delitto  non  colposo
durante il periodo in cui era ammesso ad una misura alternativa  alla
detenzione in carcere&#187;.
- Si riporta il testo dell'art. 61 del  codice  penale,
&#171;Art. 61 (Circostanze aggravanti comuni).  -  Aggravano
il  reato  quando  non  ne  sono  elementi  costitutivi   o
circostanze aggravanti speciali, le circostanze seguenti:
2.  l'aver  commesso  il  reato  per   eseguirne   od
occultarne un altro, ovvero per conseguire o  assicurare  a
se' o ad altri il prodotto o il profitto o il prezzo ovvero
la impunita' di un altro reato;
3. l'avere, nei delitti colposi, agito nonostante  la
previsione dell'evento;
4. l'avere adoperato  sevizie,  o  l'aver  agito  con
crudelta' verso le persone;
5. l'avere profittato di  circostanze  di  tempo,  di
luogo o di persona, anche in riferimento all'eta', tali  da
ostacolare la pubblica o privata difesa;
6. l'avere il colpevole commesso il reato durante  il
tempo,  in  cui  si  e'  sottratto   volontariamente   alla
esecuzione di un mandato o di un ordine  di  arresto  o  di
7. l'avere, nei delitti contro il  patrimonio  o  che
comunque  offendono  il  patrimonio,  ovvero  nei   delitti
determinati da motivi  di  lucro,  cagionato  alla  persona
offesa  dal  reato  un  danno  patrimoniale  di   rilevante
8.  l'avere  aggravato  o  tentato  di  aggravare  le
conseguenze del delitto commesso;
9. l'avere commesso il fatto con abuso dei poteri,  o
con violazione dei doveri inerenti a una pubblica  funzione
o a un pubblico servizio, ovvero alla qualita' di  ministro
di un culto;
10. l'avere commesso  il  fatto  contro  un  pubblico
ufficiale o una persona incaricata di un pubblico servizio,
o rivestita della qualita' di ministro del culto  cattolico
o di un culto ammesso nello Stato, ovvero contro un  agente
diplomatico o consolare di uno Stato estero, nell'atto o  a
causa dell'adempimento delle funzioni o del servizio;
11. l'avere commesso il fatto con abuso di  autorita'
o di relazioni domestiche, ovvero con abuso di relazioni di
ufficio, di prestazione  d'opera,  di  coabitazione,  o  di
ospitalita';
11-bis. l'avere il colpevole commesso il fatto mentre
si trova illegalmente sul territorio nazionale;
11-ter. l'aver commesso un delitto contro la  persona
ai  danni  di  un  soggetto  minore  all'interno  o   nelle
adiacenze di istituti di istruzione o di formazione;
11-quater. l'avere il colpevole commesso  un  delitto
non colposo durante il periodo in cui era  ammesso  ad  una
misura alternativa alla detenzione in carcere.&#187;.           privative e limitative della liberta'.&#187;.  Art. 4
Modifiche  alla  legge  23  dicembre  2009,  n.  191,  e  al  decreto
legislativo 30 ottobre 1992, n. 443, concernenti il Corpo di  polizia
1. All'articolo 2, comma 215, della legge 23 dicembre 2009, n. 191,
a) dopo le parole:  &#171;di  cui  al  comma  213&#187;  sono  inserite  le
seguenti: &#171;nonche' le maggiori entrate derivanti dall'attuazione  del
comma 212&#187;;
b) sono aggiunte, in fine, le seguenti parole:  &#171;,  ivi  compreso
l'adeguamento  dell'organico  del  Corpo  di  polizia   penitenziaria
occorrente per fronteggiare la situazione  emergenziale  in  atto.  A
relativi  servizi,  il  Ministro  della  giustizia   e'   autorizzato
del Corpo di polizia penitenziaria, nei  limiti  numerici  consentiti
dalle risorse derivanti dall'applicazione del comma 212&#187;.
2. All'articolo 2, comma 221, della legge 23 dicembre 2009, n. 191,
la parola: &#171;, 212&#187; e' soppressa.
3. Al decreto legislativo 30 ottobre 1992,  n.  443,  e  successive
&#171;Art. 6 (Corsi per la nomina ad agente di polizia penitenziaria).
-  1.  Gli  allievi  agenti  del  Corpo  di   polizia   penitenziaria
frequentano presso le scuole un corso di durata compresa  tra  sei  e
dodici mesi, diviso in due cicli. La durata del corso  e'  stabilita,
nei limiti anzidetti, con decreto del Ministro della giustizia.
2. Al termine del primo ciclo del corso, gli  allievi  che  abbiano
ottenuto giudizio globale  di  idoneita'  sulla  base  dei  risultati
conseguiti nelle materie di insegnamento e  nelle  prove  pratiche  e
siano stati riconosciuti idonei al servizio di polizia  penitenziaria
sono nominati agenti in prova e  vengono  ammessi  a  frequentare  il
secondo  ciclo,  durante  il  quale  sono  sottoposti   a   selezione
attitudinale per l'eventuale assegnazione a  servizi  che  richiedano
3.  Gli  agenti  in  prova   che   abbiano   superato   gli   esami
teorico-pratici di fine corso e ottenuto conferma  dell'idoneita'  al
servizio di polizia penitenziaria sono  nominati  agenti  di  polizia
penitenziaria. Essi prestano giuramento  e  sono  immessi  nel  ruolo
secondo la graduatoria finale.
4. Gli agenti in prova che non abbiano superato gli esami  di  fine
sono ammessi a ripetere per non piu' di una volta il  secondo  ciclo.
Al termine  di  quest'ultimo,  sono  ammessi  nuovamente  agli  esami
finali. Se l'esito e' negativo, sono dimessi dal corso.
5. Gli allievi e gli agenti in  prova,  per  tutta  la  durata  del
corso, non possono essere impiegati in servizi di istituto, tranne  i
servizi funzionali all'attivita' di formazione&#187;;
b) all'articolo 7, comma 1, la lettera  d)  e'  sostituita  dalla
&#171;d) gli allievi e gli allievi agenti in prova che  per  qualsiasi
motivo, salvo che l'assenza sia determinata  dall'adempimento  di  un
dovere, siano stati assenti dal corso per un  periodo  stabilito  con
decreto  del  Ministro  della  giustizia,  il  quale  deve   comunque
prevedere un periodo maggiore  in  caso  di  assenza  determinata  da
infermita' contratta durante il corso e,  in  quest'ultimo  caso,  la
possibilita' per l'allievo o l'agente in prova di  essere  ammesso  a
partecipare al primo corso  successivo  alla  riacquistata  idoneita'
psico-fisica;&#187;.
- Si riporta il testo dei commi 215 e 221  dell'art.  2
della legge 23 dicembre 2009, n. 191 (Disposizioni  per  la
legge finanziaria 2010),  come  modificati  dalla  presente
&#171;215. Le risorse derivanti dalla gestione  dei  crediti
relativi alle spese  di  giustizia  di  cui  al  comma  213
nonche' le maggiori entrate derivanti  dall'attuazione  del
comma 212 sono versate all'entrata del bilancio dello Stato
per   essere    riassegnate,    previa    verifica    della
compatibilita' finanziaria con  gli  equilibri  di  finanza
pubblica da  parte  del  Ministero  dell'economia  e  delle
finanze,  con  particolare  riferimento  al  rispetto   del
conseguimento,  da  parte  dell'Italia,  dell'indebitamento
stabilita' e crescita, alle pertinenti unita'  previsionali
di base dello  stato  di  previsione  del  Ministero  della
giustizia  e  destinate  al  finanziamento  di   un   piano
straordinario per lo smaltimento dei processi civili  e  al
potenziamento       dei        servizi        istituzionali
dell'amministrazione     giudiziaria,     ivi      compreso
l'adeguamento   dell'organico   del   Corpo   di    polizia
penitenziaria occorrente  per  fronteggiare  la  situazione
emergenziale in atto. A tale ultimo fine e per  assicurare,
inoltre, la piena operativita'  dei  relativi  servizi,  il
Ministro della giustizia e' autorizzato  all'assunzione  di
personale nel ruolo degli agenti  e  degli  assistenti  del
Corpo  di  polizia  penitenziaria,  nei   limiti   numerici
consentiti dalle risorse  derivanti  dall'applicazione  del
comma 212.&#187;.
&#171;221. I risparmi di spesa derivanti dai commi 211 e  da
216 a 218, affluiscono al fondo di cui al comma 250, previo
decreto del Ministero dell'economia  e  delle  finanze,  di
concerto  con  il  Ministero  della  giustizia,   ai   fini
dell'accertamento     del     relativo     ammontare      e
dell'individuazione  della  corrispondente  riduzione   dei
pertinenti   capitoli,   per   spese    di    funzionamento
dell'organizzazione giudiziaria.&#187;.
- Si riporta il testo dell'art. 7, comma 1, del  citato
decreto legislativo 30 ottobre 1992, n. 443 come modificato
&#171;Art. 7 (Dimissioni dai corsi per la nomina  ad  agente
di polizia penitenziaria). - 1. Sono dimessi dal corso:
a) gli allievi che non superino il primo ciclo;
b) gli allievi e gli agenti in prova  che  non  siano
riconosciuti  idonei  al  servizio  nel  Corpo  di  polizia
c) gli allievi e gli agenti in prova  che  dichiarino
di rinunciare al corso;
d) gli allievi e gli allievi agenti in prova che  per
qualsiasi  motivo,  salvo  che  l'assenza  sia  determinata
dall'adempimento di un  dovere,  siano  stati  assenti  dal
corso per un periodo stabilito  con  decreto  del  Ministro
della  giustizia,  il  quale  deve  comunque  prevedere  un
periodo  maggiore  in  caso  di  assenza   determinata   da
infermita' contratta durante il corso  e,  in  quest'ultimo
caso, la possibilita' per l'allievo o l'agente in prova  di
essere ammesso a partecipare al primo corso successivo alla
riacquistata idoneita' psico-fisica;
e) gli agenti in prova di cui comma 4 dell'art. 6.
2.  Gli  allievi  e  gli  agenti  in  prova  di   sesso
femminile, la cui assenza oltre sessanta giorni  sia  stata
determinata da maternita', sono ammessi  a  partecipare  al
primo corso successivo ai periodi  di  assenza  dal  lavoro
previsti dalle disposizioni sulla tutela delle  lavoratrici
3. Sono espulsi dal corso gli allievi e gli  agenti  in
prova  responsabili  di  mancanze  punibili  con   sanzioni
disciplinari piu' gravi della deplorazione.
4. I provvedimenti di dimissione e  di  espulsione  dal
corso sono adottati  con  decreto  del  direttore  generale
dell'Amministrazione   penitenziaria,   su   proposta   del
5. La dimissione dal corso comporta  la  cessazione  di
Art. 5 Relazione alle Camere 1. Entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministro della giustizia, sentiti i Ministri dell'interno e per la pubblica amministrazione e l'innovazione, riferisce alle competenti Commissioni parlamentari in merito alle necessita' di adeguamento numerico e professionale della pianta organica del Corpo di polizia penitenziaria e del personale civile del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia, anche in relazione all'entita' numerica della popolazione carceraria e al numero dei posti esistenti e programmati nonche' al numero dei condannati in esecuzione penale esterna. La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sara' inserita nella Raccolta ufficiale della Repubblica italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Data a Roma, addi' 26 novembre 2010 NAPOLITANO Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri Alfano, Ministro della giustizia Visto, il Guardasigilli: Alfano LAVORI PREPARATORI Camera dei deputati (atto n. 3291-bis): Disegno di legge risultante dallo stralcio deliberato dall'aula in data 12 maggio 2010 degli articoli 1, 2 e 10 del disegno di legge n. 3291 d'iniziativa del Ministro della giustizia (Alfano). Assegnato alla II Commissione (giustizia), in sede referente, il 12 maggio 2010 con pareri delle Commissioni I, V e XII. Esaminato dalla II Commissione, in sede referente, il 12, 18 e 27 maggio 2010; l'8, 9, 10 e 17 giugno 2010. Esaminato in aula il 5 e 6 luglio 2010. Assegnato nuovamente alla II Commissione (giustizia), in sede legislativa, il 7 luglio 2010 con pareri delle Commissioni I, V e XII. Esaminato dalla II Commissione, in sede legislativa, il 13 e 29 luglio 2010 ed approvato il 30 luglio 2010. Senato della Repubblica (atto n. 2313): Assegnato alla 2ª Commissione (giustizia), in sede referente, il 4 agosto 2010 con pareri delle Commissioni 1 ª, 5 ª e 12 ª. Esaminato dalla 2 ª Commissione, in sede referente, il 21, 22, 23 e 29 settembre 2010; il 5, 6 e 20 ottobre 2010. Esaminato in aula il 28 ottobre 2010 ed il 2 novembre 2010 ed approvato il 17 novembre 2010.           ogni rapporto con l'Amministrazione.&#187;. Pubblicato da
SICUREZZA: PD, NO DI MARONI A RINNOVO CONTRATTO 650 LAVORATORI PREFETTURE E QUESTURE
Roma, 2 dic. - (Adnkronos) - ''Per 650 lavoratori delle prefetture e delle questure italiane il nuovo anno si aprira' con una doccia fredda''. Lo denuncia il deputato del Pd Marco Carra, commentando la risposta che il ministero dell'Interno ha dato oggi ad una sua interrogazione parlamentare che chiedeva a Maroni di rinnovare
i contratti in scadenza il 31 dicembre 2010 dei dipendenti delle questure e delle prefetture.
''Le parole testuali del ministero -prosegue Carra- dicono che 'la proroga dei contratti non e' al momento consentita dalle esigenze di contenimento del disavanzo pubblico che ha portato ad interventi di
eccezionale rigore'. Nulla da fare, quindi, e colpisce che questa risposta arrivi nello stesso giorno in cui alla Camera, nel corso della discussione del Dl sicurezza, l'aula ha approvato un ordine del giorno del Pd che impegna il governo ad inserire nel prossimo provvedimento utile misure volte alla regolarizzazione dei 650 lavoratori".
"Insomma -conclude Carra- il governo e' nel pallone e fa ricadere le proprie spaccature sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini che vedranno ridotti gli agenti in servizio nelle citta' che
dovranno rientrare negli uffici per svolgere attivita' impiegatizie''.
02-DIC-10 18:22
Sicurezza/Ok Aula Camera a dl, ma è scontro su risorse a polizia
Apc-*Sicurezza/Ok Aula Camera a dl, ma è scontro su risorse a polizia
Pdl ritira emendamento finanziamenti. Testo passa al Senato
Roma, 2 dic. (Apcom) - L'Aula della Camera ha approvato il
decreto sicurezza. I sì sono stati 299, 9 i no, astenuti gli
altri. Il Pd si è astenuto spiegando che col testo, che ora passa
all'esame del Senato, "sono stati fatti passi avanti" ma "serviva
più coraggio". Nonostante l'ampia maggioranza con cui è stato approvato il
provvedimento, non mancano le critiche al testo che per
l'opposizione rappresenta "un'occasione sprecata" soprattutto per
il mancato finanziamento alla specificità delle forze di polizia:
l'emendamento che andava in questa direzione, messo a punto da
Beatrice Lorenzin (Pdl), e condiviso da tutti i gruppi è stato
infatti ritirato. Una mossa "gravissima" anche secondo Futuro e
Libertà. Il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano ha spiegato che
"in presenza di tagli a tutti i settori dello Stato, il governo
ha comunque mantenuto un'attenzione particolare al settore della
sicurezza in sede di manovra economica con l'istituzione di un
fondo che per il 2011 e per il 2012 prevede uno stanziamento di
80 milioni. Prima ancora era stato istituito il fondo unico
giustizia con risorse che ammontano a 2 miliardi e 200 milioni di
euro, di cui il 49% è destinato al Viminale, il 49% al ministero
della Giustizia e il 2 al bilancio dello Stato". Quanto al
finanziamento della specificità, ha informato Mantovano, "sono
necessari degli approfondimenti tecnici che non mancheranno nelle
prossime settimane". La norma sulla specificità delle forze di
polizia, ha precisato il Pdl Giuliano Cazzola, era contenuta nel
collegato lavoro ed è entrata in vigore il 24 novembre scorso:
"Mi sembra giustificato un governo che in sette giorni non riesce
a finanziare una norma". Secondo il democratico Marco Minniti maggioranza e governo dicono
il falso perché "la specificità non è stata introdotta da questo
governo ma con un largo voto parlamentare nel '99 da un governo
di centrosinistra. Avete fatto contratti con i soldi stanziati da
noi, voi non avete messo una lira". Quanto alle cifre date da
Mantovano, Minniti commenta: "Fate il gioco delle tre carte,
parlate di miliardi di euro ma per la benzina nelle macchine
della polizia non c'è una lira. Dovreste vergognarvi e chiedere
021358 dic 10
SICUREZZA. LITE SU RISORSE POLIZIA, PD-UDC: MARONI PRENDE IN GIRO MAGGIORANZA RITIRA IN AULA CAMERA UN EMENDAMENTO PER NUOVI FONDI
(DIRE) Roma, 2 dic. - Un emendamento, prima concordato in
commissione e poi ritirato in aula, provoca la reazione delle
opposizioni sul decreto sicurezza. Durante l'esame del
provvedimento alla Camera, i relatori, entrambi Pdl, decidono di
non far mettere in votazione una proposta di modifica
all'articolo 10 (originariamente Pdl-Fli, poi avallata da tutti i
gruppi) che avrebbe concesso ulteriori risorse economiche alle
Il deputato Pd, Emanuele Fiano, interviene in aula per
accusare il governo: "Avete illuso i rappresentanti della polizia
promettendo i soldi e ora non li date. Lei, ministro Maroni, i
soldi non li ha avuti da Tremonti per metterli nel comparto
sicurezza. La Lega e il governo prendono in giro i tutori delle
La formulazione di questo emendamento all'articolo 10 ('Misure
urgenti per il rafforzamenti della funzionalita' del ministero
dell'Interno') e' stata tortuosa fin dalla sua presentazione. La
commissione Bilancio, anche sulla base di una relazione tecnica
del governo, aveva dato parere negativo per problemi di
copertura. L'emendamento era stato cosi' dichiarato inammissibile
dalla presidenza della Camera. Poi, su sollecitazione dei gruppo,
era stato riammesso in aula. Oggi il ritiro. Dall'Udc, Mario Tassone, sottolinea: "Non c'e' la volonta' di
dare un soldo e un riconoscimento alle forze dell'ordine. Questa
e' una volonta' politica, una scelta precisa. Non veniteci a dire
che ci sono problemi di bilancio. Se ci sono, allora evitiamo di
fare decreti legge e di fare promesse perche' cosi' si
mortificano le forze di polizia".
12:39 02-12-10 begin_of_the_skype_highlighting 39 02-12-10 end_of_the_skype_highlighting
E’ un’iniziativa piuttosto impattante e cruenta quella ideata dalla polizia tailandese per combattere la guida in stato di ebbrezza.
Nelle vicinanze di locali notturni e scuole sono stati ricreati degli incidenti con lo scopo di fare da deterrente nei confronti di chi alza troppo il gomito.
Ad ogni modo la domanda che si fa Quanteruote è corretta:
“Non si tratta di una fonte di distrazione per i guidatori, anche sobri, che circolano nelle vicinanze?”
Guida in stato di ebbrezza: falsi incidenti a far da monito Pubblicato da
Politica - ultimi sondaggi ore 11,30 del 2 dicembre 2010
FLI: GENERAZIONE ITALIA, FLI ALL'8,2, BERLUSCONI SEMPRE PIU' GIU' =
(AGI) - Roma, 2 dic - "Futuro e Liberta' stabile sopra quota
8%: l'ultima rilevazione fornita da Crespi Ricerche in
esclusiva per Generazione Italia vede FLI all'8,2%. Popolo
della Liberta' al 26,3%, Pd fermo al 23. In calo la Lega, che
scende al 12,2. Salgono invece Udc (6,7), Sinistra ecologia e
Liberta' (7,2) e Italia dei Valori (6,7). Indecisi sempre
primo partito, con il 36%. Il gradimento di Berlusconi scende
al 34, distante tre punti da quello del Governo, che scende a
quota 37. Tra i leader politici guida sempre Gianfranco Fini
(44%), seguito da Bersani, Vendola (entrambi al 36) e Casini
(34)". Lo scrive il Direttore di Generazione Italia, Gianmario
Mariniello, sul sito dell'associazione finiana. "Quasi l'80% degli elettori di FLi vuole la sfiducia di
Berlusconi - scrive Mariniello - a fronte del 55,5% del
campione totale. Solo l'8,3% del campione di FLI vuole che
venga votata la fiducia al Premier".
"E poi c'e' la questione della Riforma Universitaria. Per
il 31,9% degli elettori, il ddl Gelmini "ha molti limiti, ma ha
introdotto delle interessanti novita' e dei miglioramenti",
mentre per il 28,6% si tratta di "una buona riforma, speriamo
che venga applicata". Poi ci sono i contrari: per il 30,8%
degli italiani "e' una pessima riforma, peggiora la situazione
nelle universita'". Non sa/non risponde l'8,7% del campione.
Gli italiani guardano con simpatia, invece, le proteste degli
studenti: per il 50,7% sono "legittime, testimoniano un piu'
ampio disagio dei nostri giovani", mentre il 23,4% degli
italiani ritiene le manifestazioni di questi giorni
"pretestuose, i ragazzi devono pensare a studiare". Alto,
infine, il numero degli indecisi riguardo la riforma: 25,9%",
conclude Mariniello.(AGI)
021056 DIC 10
MALTEMPO: ALLERTA TEVERE, POLIZIA FLUVIALE PERLUSTRA RIVE
PER INDIVIDUARE PERSONE A RISCHIO E OGGETTI IN ACQUA
(ANSA) - ROMA, 2 DIC - E' ancora stato di allerta per il
possibile innalzamento del livello delle acque del Tevere, a
Roma, dopo le abbondanti piogge degli ultimi giorni. La Questura
ha intensificato i servizi della polizia fluviale, (coordinata
dal vice questore Aggiunto Lucia Muscari). Si perlustrano le
rive del fiume, per individuare l'eventuale presenza di senza
fissa dimora, preservandone cosi' l'incolumita'.
Tra i compiti della polizia fluviale anche la verifica della
presenza di oggetti pericolosi in acqua. Un'attivita' integrata
da quella degli equipaggi delle volanti, coordinati dal vice
questore aggiunto Eugenio Ferraro, che si occupano di
controllare i punti critici per il livello delle acque
attraverso il monitoraggio dei ponti, anche in questo caso, per
verificare la presenza di passanti che possano accedere alle
''L'attivita' di controllo - si legge in una nota della
questura - viene effettuata in stretto raccordo con la
Protezione civile del Campidoglio, coordinata da Tommaso
Profeta, e la Prefettura, garantendo un costante flusso
informativo in grado di ottimizzare la modulazione dei servizi
in base all'evolversi degli scenari''. (ANSA).
02-DIC-10 10:06 NNNN
CORTE COSTITUZIONALE, Ordinanza n. 343 del 26/11/2010composta dai signori: Presidente: Ugo DE SIERVO; Giudici : Paolo MADDALENA, Alfonso QUARANTA, Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Sabino CASSESE, Maria Rita SAULLE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI,ha pronunciato la seguenteORDINANZAnei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 10-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), aggiunto dall’art. 1, comma 16, lettera a), della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), e degli artt. 20-bis e 20-ter del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell’articolo 14 della L. 24 novembre 1999, n. 468), aggiunti dall’art. 1, comma 17, lettera b), della citata legge n. 94 del 2009, promossi dal Giudice di pace di Albano Laziale con quattro ordinanze del 5 novembre 2009, dal Giudice di pace di Cuorgnè con ordinanza del 30 novembre 2009 e dal Giudice di pace di Albano Laziale con ordinanza del 24 marzo 2010 e con tre ordinanze del 5 maggio 2010 rispettivamente iscritte ai nn. da 67 a 70, 124, 172, da 197 a 199 del registro ordinanze 2010 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 11, 18, 24 e 27, prima serie speciale, dell’anno 2010.Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;udito nella camera di consiglio del 20 ottobre 2010 il Giudice relatore Paolo Maria Napolitano.Ritenuto che con quattro ordinanze identiche nella parte motiva (R.O. n. 67, n. 68, n. 69 e n. 70 del 2010), emesse tutte il 5 novembre 2009, il Giudice di pace di Albano Laziale, nell’ambito di distinti procedimenti penali, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 10-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), aggiunto dall’art. 1, comma 16, lettera a), della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), e degli artt. 20-bis e 20-ter del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell’articolo 14 della L. 24 novembre 1999, n. 468), aggiunti dall’art. 1, comma 17, lettera b), della citata legge n. 94 del 2009, per violazione degli artt. 3, 10, 24, 25, 27, 97, 102, 111 e 112 della Costituzione;che il giudice a quo, in tutte le ordinanze, premette in fatto di dover giudicare cittadini extracomunitari, imputati del reato di «ingresso o soggiorno illegale nel territorio dello Stato»;che, in particolare, il rimettente afferma che l’art. 1, comma 16, lettera a), della legge n. 94 del 2009 ha introdotto nel d.lgs. n. 286 del 1998 l’art. 10-bis, il quale prevede la nuova fattispecie criminosa dell’ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, sanzionando con l’ammenda da 5.000 a 10.000 euro «lo straniero che fa ingresso ovvero si trattiene nel territorio dello Stato, in violazione delle disposizioni del presente testo unico nonché di quelle di cui all’articolo 1 della legge 28 maggio 2007 n. 68»;che, a parere del giudice rimettente, la nuova norma incriminatrice è in contrasto innanzitutto con il principio di eguaglianza di cui all’art. 3 Cost. inteso sia come necessità di diverso trattamento di situazioni differenti, sia come necessità di pari trattamento di situazioni simili;che tale violazione, anche in relazione agli artt. 102 e 112 Cost., si realizzerebbe mediante gli art. 20-bis e 20-ter del d.lgs. n. 274 del 2000 che prevedono la richiesta di citazione contestuale per l’udienza da parte della polizia giudiziaria quando «ricorrono gravi e comprovate ragioni di urgenza che non consentono di attendere la fissazione dell’udienza ai sensi del comma 3 del medesimo articolo, ovvero se l’imputato si trova a qualsiasi titolo sottoposto a misure di limitazione o privazione della libertà personale»;che, secondo il Giudice di pace di Albano Laziale, tali disposizioni delineerebbero un nuovo rito, ossia il giudizio a presentazione immediata (art. 20-bis), prevedendone una variante per i casi di urgenza o per gli imputati sottoposti a misure restrittive della libertà, vale a dire il giudizio a citazione contestuale (art. 20-ter), con una procedura unica nell’ordinamento che configurerebbe una sorta di tertium genus tra reati procedibili a querela e reati procedibili d’ufficio;che, in altri termini, il legislatore avrebbe previsto un singolare rito, relativo ad una singola fattispecie, per di più delegando ad un’autorità amministrativa l’inizio dell’azione penale obbligatoria;che, secondo il rimettente, «il vulnus rappresentato dal delegare a una autorità amministrativa l’inizio dell’azione penale obbligatoria, peraltro per un reato contravvenzionale che più che far riferimento alla notitia criminis fa riferimento a uno status, sembra riportare a epoca non solo antecedente la Costituzione ma forse antecedente la Rivoluzione francese (principio della divisione dei poteri) o addirittura la Magna Charta Libertatum»;che, inoltre, nell’ordinanza di rimessione si evidenzia come, nei confronti dello straniero di cui si accerti la condizione di soggiorno illegale, si debbano aprire due distinti procedimenti: uno, amministrativo, destinato a sfociare nel provvedimento prefettizio di espulsione da eseguirsi a cura del questore e l’altro, penale, nelle forme del citato art. 20-bis e 20-ter del d.lgs. n. 274 del 2000, con una evidente duplicazione di procedimenti;che tale duplicazione, in sede penale, della procedura esistente in via amministrativa violerebbe il principio di ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost. e anche il principio di buon andamento della pubblica amministrazione di cui all’art. 97 Cost.;che il Giudice di pace di Albano Laziale lamenta anche la disparità di trattamento, asseritamente introdotta dalla disciplina in esame, in relazione all’ipotesi di cui all’art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286 del 2000 a causa della mancata previsione della esclusione della colpevolezza in caso di «giustificato motivo», differenza di trattamento non giustificabile neanche dalla maggiore gravità del reato e rilevante nel caso di specie in quanto nei casi sottoposti al suo esame gli imputati verserebbero tutti in uno stato di indigenza (mancanza di una fissa dimora) tale da far ritenere sussistente una obiettiva difficoltà a ottemperare alla nuova fattispecie incriminatrice;che, per tali motivi, il rimettente ritiene non manifestamente infondata la questione di costituzionalità relativa alla asserita violazione del principio di uguaglianza e del principio di personalità della responsabilità penale (artt. 3 e 27 Cost.) «in quanto il reato equipara ope legis la condizione di soggiorno illegale del clandestino a una posizione soggettiva di presunta pericolosità sociale che, invece, deve essere accertata in concreto in relazione a determinati fatti, circostanze e persone»;che la norma censurata lederebbe anche il diritto di difesa e il diritto ad un giusto processo, in quanto non sarebbe conforme agli artt. 24 e 111 Cost. un processo non basato sul contraddittorio e nel quale non è garantita l’adeguata preparazione del diritto di difesa;che tale diritto sarebbe leso dalla possibilità di eseguire l’espulsione dello straniero senza il nulla osta dell’autorità giudiziaria competente di cui all’art. 13, comma 3, del d.lgs. n. 286 del 1998, con la conseguente concreta possibilità che l’azione penale si concluda prima dello svolgimento del processo o durante il medesimo, dopo che «sia intervenuta l’esecuzione della pena voluta dal legislatore (l’espulsione dello straniero)»;che, infine, sarebbe violato l’art. 10 Cost. con riguardo ai principi affermati in materia di immigrazione dal diritto internazionale e dalle convenzioni internazionali e con gli obblighi assunti dall’Italia in materia di trattamento dei migranti: in particolare la Convenzione OIL 24 giugno 1975, n. 143, ratificata dalla legge 10 aprile 1981, n. 158 (Ratifica ed esecuzione delle convenzioni numeri 92, 133 e 143 dell’Organizzazione internazionale del lavoro);che, con ordinanza del 30 novembre 2009 (R.O. n. 124 del 2010), il Giudice di pace di Cuorgnè ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998, aggiunto dall’art. 1, comma 16, lettera a), della legge n. 94 del 2009, per violazione degli artt. 2, 3, primo comma, 10 e 97, primo comma, Cost.;che il rimettente, nell’ambito di un procedimento penale che vede un cittadino straniero imputato del reato di cui all’art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998, ritiene rilevante e non manifestamente infondata la eccezione di costituzionalità sollevata, nel corso del giudizio, dalla Procura della Repubblica di Ivrea; che l’ordinanza di non riporta le argomentazioni addotte a sostegno della ritenuta incostituzionalità della norma censurata;che con quattro ordinanze, identiche nella parte motiva (R.O. n. 172, n. 197, n. 198 e n. 199 del 2010), emesse, la prima, il 24 marzo 2010 e, le altre, il 5 maggio 2010, nell’ambito di distinti procedimenti penali, il Giudice di pace di Albano Laziale, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998, aggiunto dall’art. 1, comma 16, lettera a), della legge n. 94 del 2009, per violazione degli artt. 3, 25 e 27 Cost.;che, a parere del rimettente, la norma censurata non rispetterebbe il principio di offensività delle condotte ex art.25, secondo comma, Cost. secondo il quale il ricorso alla sanzione penale è ammesso nel nostro ordinamento esclusivamente a protezione di beni giuridici di rilievo costituzionale e solo come scelta estrema del legislatore, mentre le condotte incriminate dall’art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998 non sarebbero lesive del bene della sicurezza pubblica né sarebbero di particolare pericolosità sociale, ma piuttosto espressione di una condizione individuale, quale quella di migrante, la cui incriminazione sarebbe discriminatoria;che, inoltre, la sanzione penale sarebbe caratterizzata da una forma di subordinazione nei confronti dell’azione amministrativa diretta all’espulsione o al respingimento, dato che l’art. 10-bis, al comma 2 e al comma 5, prevede la non applicabilità della norma incriminatrice o la pronuncia di una sentenza di non luogo a procedere nel caso di respingimento e espulsione, così violando il «principio della estrema ratio» già citato;che risulterebbe violato anche il principio di uguaglianza, a causa della possibilità di applicare la sanzione penale non «in funzione di volontà o atti del soggetto incriminato», ma in funzione della discrezionalità e disponibilità di mezzi della pubblica amministrazione che deve disporre il provvedimento di espulsione, potendo così verificarsi che uno stesso comportamento venga o meno sanzionato a causa di circostanze estranee alla sfera di intervento degli imputati;che il rimettente lamenta, sempre in violazione del principio di uguaglianza, la mancata previsione della scriminante del giustificato motivo, così come per l’analogo reato di cui all’art. 14, comma 5, d.lgs. n. 286 del 1998;che, infine, i principi di ragionevolezza e di buon andamento della pubblica amministrazione di cui agli artt. 3 e 97 Cost., verrebbero violati dalla previsione di una sanzione penale «fuori della solvibilità della stragrande maggioranza degli stranieri incriminati», in tal modo compromettendo l’effettività della sanzione stessa e la sua funzione deterrente e rieducativa, con una irragionevole proliferazione di processi e un dispendio di risorse pubbliche;che nel giudizio relativo all’ordinanza n. 67 del 2010 è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata;che, a parere dell’Avvocatura dello Stato, l’individuazione delle condotte penalmente punibili e delle relative sanzioni è materia riservata alla più ampia discrezionalità del legislatore, come costantemente affermato dalla Corte costituzionale;che, ad avviso della difesa statale, la questione relativa alla violazione del principio di eguaglianza sarebbe inammissibile, perché il parametro costituzionale è solo evocato e non è neanche indicata la fattispecie posta a raffronto;che la questione sarebbe, comunque, infondata nel merito trattandosi di scelte riservate alla discrezionalità del legislatore;che sarebbe infondata anche la denunciata violazione degli artt. 102 e 112 Cost., in quanto la norma in esame non inciderebbe sull’esercizio della funzione giurisdizionale né dell’azione penale, poiché rimette al pubblico ministero la piena valutazione dell’ammissibilità e della fondatezza della richiesta di giudizio o di citazione contestuale presentate dalla polizia giudiziaria;che sarebbe errata la ricostruzione del rimettente circa la duplicazione del procedimento di espulsione (l’uno in via amministrativa, l’altro in sede penale), in quanto il processo penale tende all’accertamento della responsabilità dell’imputato e, nel suo contesto, l’espulsione del condannato «rappresenta un effetto della condanna; più precisamente di irrogazione di una sanzione sostitutiva, coerente con l’interesse punitivo dello Stato»;che inconferente sarebbe, altresì, il riferimento all’art. 97 Cost., trattandosi di disposizione inapplicabile all’amministrazione della giustizia;che, per quel che concerne la mancata previsione della «quasi esimente» del «giustificato motivo», la fattispecie criminosa in questione resterebbe comunque soggetta ai principi generali applicabili in materia penale, che comprendono varie cause di non punibilità quali l’inesigibilità del comportamento «virtuoso»;che la questione relativa alla asserita violazione degli articoli 24 e 111 Cost. appare mal posta, atteso che il diritto di difesa e il diritto ad un giusto processo non impongono la celebrazione del processo penale pur in presenza di un evento (nel caso, l’avvenuta espulsione) che comporta il venir meno dell’interesse dello Stato alla sua pretesa punitiva;che, da ultimo, la questione relativa alla violazione dell’art. 10 Cost. risulta inammissibile, risultando solamente enunciata ma non motivata.Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche o analoghe, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione;che i giudici a quibus dubitano, in riferimento a plurimi parametri, della legittimità costituzionale dell’art. 10-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), aggiunto dall’art. 1, comma 16, lettera a), della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), che punisce con l’ammenda da 5.000 a 10.000 euro, salvo che il fatto costituisca più grave reato, lo straniero che fa ingresso o si trattiene illegalmente nel territorio dello Stato;che il Giudice di pace di Albano Laziale in alcune ordinanze estende le sue censure anche agli artt. 20-bis e 20-ter del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell’articolo 14 della L. 24 novembre 1999, n. 468), nella parte in cui rispettivamente prevedono il giudizio a presentazione immediata a richiesta della polizia giudiziaria (art. 20-bis) e, nei casi di urgenza o per gli imputati sottoposti a misure restrittive della libertà personale, la possibilità per la polizia giudiziaria di formulare la richiesta di citazione contestuale (art. 20-ter);che tutte le ordinanze di rimessione presentano carenze in punto di descrizione della fattispecie e di motivazione sulla rilevanza tali da precludere lo scrutinio nel merito delle questioni;che quanto all’ordinanza di rimessione del Giudice di pace di Cuorgnè (R.O. n. 124 del 2010), l’indicato difetto di descrizione e di motivazione è totale;che le restanti ordinanze, provenienti dal Giudice di pace di Albano Laziale, si limitano, quanto alla descrizione della fattispecie, a far cenno alla circostanza che, nel giudizio a quo, si procede per il reato di cui l’art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998, così che la declaratoria di incostituzionalità della norma comporterebbe l’assoluzione dell’imputato, mancando, tuttavia, in esse ogni specifico riferimento alla vicenda concreta che ha dato origine all’imputazione, idoneo a permettere la verifica dell’asserita rilevanza della questione;che, con riferimento alle censure relative agli artt. 20-bis e 20-ter del d.lgs. n. 274 del 2000, il rimettente non riferisce quali siano state, in concreto, le modalità di citazione degli imputati e, trattandosi di censure relative a norme che prevedono differenti modalità di citazione, tale omissione impedisce di valutare la rilevanza della questione;che, inoltre, dalla scarna motivazione sulla non manifesta infondatezza, emerge un’erronea interpretazione delle disposizioni impugnate, dal momento che il rimettente censura l’illegittimità costituzionale dell’attribuzione del potere di esercizio dell’azione penale alla polizia giudiziaria, mentre tale potere è chiaramente attribuito al pubblico ministero;che le questioni vanno dichiarate, pertanto, manifestamente inammissibili.per questi motiviLA CORTE COSTITUZIONALEriuniti i giudizi;dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 10-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), aggiunto dall’art. 1, comma 16, lettera a), della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), e degli artt. 20-bis e 20-ter del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell’articolo 14 della L. 24 novembre 1999, n. 468), aggiunti dall’art. 1, comma 17, lettera b), della citata legge n. 94 del 2009, sollevate, in riferimento agli artt. 3, 10, 24, 27, 97, 102, 111 e 112 della Costituzione, dal Giudice di pace di Albano Laziale e dal Giudice di pace di Cuorgnè con le ordinanze indicate in epigrafe.Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 17 novembre 2010.F.to:Ugo DE SIERVO, Presidente
Paolo Maria NAPOLITANO, RedattoreDepositata in Cancelleria il 26 novembre 2010.
Motociclista rimane disoccupato a causa di un incidente stradale? Il danno da lucro può essere richiesto anche in appello
Cassazione Civile, Sezione Terza, Sentenza n. 23101 del 16/11/2010Svolgimento del processo[OMISSIS] conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Cagliari [OMISSIS] e la Cattolica Ass.ni per sentirli condannare al risarcimento dei danni causatigli il [OMISSIS], quando alla guida del proprio motoveicolo era stato investito dall’autoveicolo del [OMISSIS] che aveva invaso la corsia di sinistra rispetto al proprio senso di marcia.I convenuti contestavano la fondatezza della domanda; interrotta la causa per la morte del [OMISSIS] e riassunta nei confronti della sua erede C.M.R. e della Cattolica, il Tribunale adito dichiarava il [OMISSIS] e il [OMISSIS] responsabili in eguale misura del sinistro, condannando le convenute al risarcimento del danno in favore dell’attore liquidato in Euro 57.981,81, più interessi legali, rigettando la richiesta di risarcimento dei danni al motoveicolo, di quelli morali e di quelli derivanti dalla perdita del posto di lavoro.Proposto appello dal [OMISSIS] e costituitisi gli appellati che resistevano al gravame, con sentenza depositata il 31.12.05 la Corte d’appello di Cagliari, in parziale riforma dell’impugnata sentenza, condannava in solido la C. e la Cattolica al pagamento del danno morale in ragione di Euro 15.000,00, già rivalutati, con gli interessi legali dalla data della sentenza al saldo.Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il [OMISSIS], con due motivi, mentre ha resistito con controricorso la Cattolica e nessuna attività difensiva è stata svolta dalla C..
Il ricorrente ha depositato in atti anche una memoria.Motivi della decisioneCon il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione degli artt. 112, 342, 345 e 346 cpc ed omessa, insufficiente e/o contraddittoria motivazione su un punto decisivo, avendo la Corte di merito erroneamente ritenuto inammissibile il motivo d’appello riguardante il capo della sentenza appellata, che aveva rigettato la domanda di risarcimento del danno derivante dalla perdita del posto di lavoro a causa della perdurante malattia, sul presupposto che tale motivo attenesse ad una domanda nuova.Con il secondo motivo lamenta la violazione degli artt. 112, 324, 325 e 343 cpc ed omessa, insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo, avendo la Corte di merito, nel rigettare il motivo di gravame sopra indicato, deciso una questione che non aveva formato oggetto di appello incidentale da parte degli appellati, nel senso che quest’ultimi nel giudizio di secondo grado non avevano devoluto alla Corte territoriale, con l’appello incidentale, come motivo di doglianza della sentenza di primo grado, il fatto che il primo giudice avesse deciso su una domanda (il risarcimento del danno da perdita del posto di lavoro) che (asseritamente) sarebbe stata abbandonata dall’attore.Va esaminata in via preliminare l’eccezione d’inammissibilità del controricorso proposto dalla Cattolica per intempestività della sua notificazione al ricorrente, così come sollevata dal ricorrente stesso nella memoria difensiva.Tale eccezione è fondata, in quanto, dovendo il controricorso essere notificato al ricorrente ex art. 370 comma primo cpc entro venti giorni dalla scadenza del termine per il deposito del ricorso (che ex art. 369 comma primo cpc deve avvenire entro venti giorni dall’ultima notificazione) e risultando dagli atti che il ricorso per cassazione è stato notificato in data 29.3.06, la conseguenza è che il termine di cui al citato art. 369 cpc veniva a scadere il 18.4.06 ed il controricorso avrebbe dovuto, quindi, essere notificato al [OMISSIS] entro l’8.5.06, mentre esso risulta essere stato notificato solo l’11.5.06.Ciò premesso e passando all’esame dei motivi di ricorso, si rileva che il primo motivo deve ritenersi fondato.Infatti, la Corte di merito non ha applicato correttamente, nel caso di specie, il disposto dell’art. 345 primo comma cpc, nella parte in cui viene sancita l’inammissibilità della domanda nuova proposta nel giudizio d’appello, avendo il ricorrente espressamente trascritto nel ricorso (v. pagg. 13 – 14 di esso) – in osservanza del principio di autosufficienza del ricorso stesso – il passo della sentenza impugnata da cui risulta che la domanda del ricorrente, per il risarcimento del danno derivante dalla perdita del posto di lavoro a causa della malattia riportata per effetto del sinistro, è stata rigettata per la mancata prova dell’incapacità, da parte del ricorrente medesimo, di svolgere attività lavorativa per un periodo di circa un anno.Il secondo motivo d’appello addotto dal [OMISSIS] è stato, dunque, rigettato dalla Corte di merito sull’erroneo presupposto che con esso fosse stata introdotta, come domanda nuova, la pretesa di risarcimento del danno da lucro cessante, per il lustro di disoccupazione dello stesso [OMISSIS] conseguente all’infortunio, in quanto già abbandonata dall’attore in sede di precisazione delle conclusioni nel giudizio di primo grado; in realtà, trattandosi dell’impugnazione del capo della sentenza appellata, avente ad oggetto il rigetto di quella specifica pretesa risarcitoria, quest’ultima legittimamente riproposta con l’atto d’appello, non avrebbe potuto mai essere valutata come domanda “nuova” e come tale inammissibile ai sensi dell’art. 345 cpc.
Infatti, nel caso in esame, è inconfutabile che il [OMISSIS] si è legittimamente avvalso della sua facoltà di richiedere, nei limiti ovviamente del tantum devolutum, il riesame del punto della sentenza di primo grado concernente il rigetto della domanda di ristoro avente ad oggetto quella determinata voce di danno.L’accoglimento del primo motivo comporta l’assorbimento del secondo motivo di censura.Il ricorso va, pertanto, accolto, con conseguente cassazione della sentenza impugnata in relazione al motivo suddetto e rinvio della causa, anche per le spese del presente giudizio di cassazione, alla Corte di Appello di Cagliari in diversa composizione, che dovrà attenersi al criterio di diritto come sopra esposto.P.Q.M.Accoglie il primo motivo del ricorso, assorbito il secondo, cassa in relazione ad esso la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per le spese del giudizio di cassazione, dinanzi alla Corte d’appello di Cagliari in diversa composizione.Depositata in Cancelleria il 16.11.2010
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