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Timestamp: 2018-06-20 03:19:06+00:00

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Abbandono di rifiuti: illecito amministrativo o illecito penale? Il caso affrontato e risolto dalla Cassazione Penale , sezione III, sentenza 6 ottobre 2014, n. 41352.
In una recente sentenza la Corte di Cassazione Penale (sezione III sentenza 6 ottobre 2014, n. 41352) si è occupata di abbandono e trasporto abusivo di rifiuti e, per quanto di interesse, ha tracciato un utile confine applicativo tra le fattispecie di cui agli artt. 255 e 256 d.lgs. 152/2006 (Codice dell’ambiente) arrivando a pronunciare, per la prima volta, il seguente principio di diritto: “Il soggetto privato, non titolare di una impresa e non titolare di un ente, che abbandoni in modo incontrollato un proprio rifiuto, e che a tal fine lo trasporti occasionalmente nel luogo ove lo stesso verrà abbandonato, risponderà solo dell’illecito amministrativo di cui all’art. 255 d. lgs. 3 aprile 2006, n. 152, per l’abbandono e non anche del reato di trasporto abusivo di cui all’art. 256, comma 1, in quanto la condotta di trasporto si esaurisce nella fase meramente preparatoria e preliminare rispetto alla condotta finale e principale di abbandono, e non assume autonoma rilevanza ai fini penali.”
Come noto, il decreto legislativo n. 152/2006 (Codice dell’Ambiente) – nato con l’espressa finalità di promuovere livelli di qualità della vita più alti attraverso la salvaguardia e il miglioramento delle condizioni dell’ambiente e l’utilizzazione accorta e razionale delle risorse umane (art.2) – disciplina, tra l’altro, nella Parte IV, la gestione dei rifiuti e, per quanto di interesse, prevede un corollario di sistema sanzionatorio per la violazione delle disposizioni ivi previste. In particolare, destano attenzione perché costituenti oggetto della pronuncia che qui ci occupa, gli artt. 255 e 256 disciplinanti rispettivamente l’ “abbandono di rifiuti” e l’ “attività di gestione e di rifiuti non autorizzata”.
I fatti vedevano un privato cittadino imputato e condannato per il reato di cui all’art. 256 co.1 d.lgs. 152/2006 per avere effettuato, senza autorizzazione, attività di trasporto di circa 2 mq di rifiuti non pericolosi (si trattava, in specie, di calcestruzzo, cemento, mattonelle provenienti da attività di costruzione e demolizione della proprietà immobiliare della di lui madre) al fine di abbandonarli in un luogo non precisato. Accadeva che, durante il trasporto, il rimorchio della macchina agricola sul quale erano posti i rifiuti, uscendo fuori strada, si ribaltava e sversava gli stessi in un terreno adiacente. L’imputato abbandonava ivi i rifiuti con l’intendo di recuperarli il giorno seguente. Tuttavia, l’indomani mattina i vigili urbani, trovando il rimorchio ed i rifiuti, provvedevano a denunciare l’imputato per il reato contestato.
L’imputato, condannato nei gradi di merito, proponeva ricorso per Cassazione dolendosi della erronea applicazione dell’art. 256 co1 in quanto non rivestente la qualifica personale richiesta dall’art 256 co. 2 e che perciò dovesse trovare applicazione la sola fattispecie di illecito amministrativo di cui all’art 255.
Per meglio comprendere il contesto normativo e le conseguenti argomentazioni addotte dalla Corte di Cassazione nell’accogliere il ricorso e, per l’effetto, nell’annullare la sentenza di condanna, giova preliminarmente richiamare le norme di cui agli artt. 255 e 256 D.Lgs 152/2006.
Con la clausola di riserva (“Fatto salvo quanto previsto dall’art 256 co2) si apre l’art 255 che prevede una ipotesi di illecito amministrativo: è punita la condotta di chi abbandoni o depositi rifiuti ovvero li immette nelle acque superficiali o sotterranee in violazione degli artt. 192, 226 e 231 del medesimo decreto. La sanzione amministrativa è aumentata fino al doppio qualora i rifiuti siano pericolosi. Dunque tale previsione di illecito amministrativo si rivolge a chiunque senza richiedere in capo al soggetto agente una particolare qualifica soggettiva.
Il successivo art. 256 co 1 prevede e punisce, invece, un illecito penale rivolto a sanzionare la condotta di “chiunque”, senza la necessaria e prescritta autorizzazione, svolga attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio e intermediazione di rifiuti. Al co 2 del medesimo articolo è prevista l’estensione della pena di cui al co 1 per coloro i quali, titolari di imprese e/o responsabili di enti, abbandonino o depositino in modo incontrollato rifiuti.
A ben vedere, dunque, l’attività di abbandono o deposito previsto al richiamato co 2 costituisce una ipotesi di reato proprio stante la indicata qualificazione soggettiva per i soggetti agenti, individuati nel titolare di impresa e responsabile di ente.
Orbene, come detto, l’imputato viene riconosciuto colpevole del reato di cui al co1 art 256 per la condotta di trasporto non autorizzato. Il giudice di merito, quindi, ha ritenuto la fattispecie de qua come comune e non reato proprio stante l’espressione “chiunque”. Così, lo stesso giudice ha ritenuto che integrasse la fattispecie di cui al co1 dell’art 256 anche il trasporto meramente occasionale di rifiuti destinati all’abbandono effettuato da un privato cittadino privo di qualsiasi qualifica personale (nel caso di specie infatti l’imputato non svolgeva alcuna attività imprenditoriale e non era titolare i impresa o responsabile di ente).
La Corte di legittimità adita spiega come tale ricostruzione interpretativa effettuata dal giudice di merito sia erronea ed illogica e lo fa partendo, altresì, da due premesse. La prima attiene alle richiamate pronunce di legittimità effettuate dal giudice di merito nelle quali si è ritenuto integrasse il reato di trasporto non autorizzato di cui all’art 256 co1 anche la condotta occasionale. Gli Ermellini, però, fanno osservare come tali pronunce siano tutte relative a fattispecie in cui i soggetti condannati svolgevano “attività di trasporto” o un’attività di impresa. In secondo luogo, la Corte, pur mostrandosi consapevole delle oscillazione in giurisprudenza circa la qualificazione come reato proprio o meno della condotta di cui al co1 art. 256, tuttavia, chiarisce come la risoluzione del caso de quo può essere affrontata prescindendo dalla risoluzione della anzi richiamata questione.
E questo in quanto, a ben vedere, nel caso di specie ciò che rileva è la condotta principale e finale costituita dall’abbandono del rifiuto, mentre il suo trasporto sul luogo di abbandono costituisce solo una fase preliminare e preparatoria. Essa non acquista autonomo rilievo sotto il profilo penale rimanendo invece assorbita dalla condotta di abbandono. Per cui, non rileva affatto la condotta di cui all’art. 256 co1, ma semmai quella del co 2 dell’art. 256. Però, atteso che quest’ultimo co 2 non si revoca in dubbio che preveda una fattispecie penale propria, non rimane che l’art 255.
Così, se l’abbandono o il deposito incontrollato è commesso da un privato cittadino, non titolare di impresa o ente, e riguarda propri rifiuti, questi incorrerà nell’illecito amministrativo di cui all’art. 255; se invece l’abbandono avvenga da parte di titolare di ente o impresa e riguardi rifiuti propri o prodotti da terzi, si configurerà l’illecito penale di cui all’art. 256 co2. Altrimenti argomentando verrebbe a crearsi un paradosso, anche da un punto di vista del principio di ragionevolezza, attribuendo rilevanza alla condotta prodromica e preliminare di trasporto – arrivando a punirla con sanzione penale – anziché a quella finale di abbandono o deposito.
Conclude, quindi, la Corte che se l’abbandono incontrollato del rifiuto venga commesso da un soggetto privato, non qualificato, si ha illecito amministrativo punito ai sensi dell’art. 255. Il trasporto del rifiuto per abbandonarlo in un luogo rientrerà nella condotta punita dalla sanzione amministrativa e non integrerà un autonomo e distinto reato di trasporto senza autorizzazione.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 256
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