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Timestamp: 2019-06-19 01:46:30+00:00

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Il termine per la proposizione del riesame del Decreto ingiuntivo europeo - Avvocati recupero creditiAvvocati recupero crediti
La Cassazione Civile, Sezioni Unite con la sentenza del n. 7075 del 20/03/2017, in tema di ingiunzione di pagamento europea, ha stabilito che il termine per la proposizione del riesame, nei casi di cui all’art. 20, comma 1, del Reg. CE n. 1896 del 2006, si identifica in quelli desumibili dall’art. 650 c.p.c., quale disposizione che disciplina il relativo procedimento in Italia, sicché esso va individuato nel termine previsto dall’ordinamento italiano per l’opposizione tempestiva a decreto ingiuntivo, qualora non sia iniziata l’esecuzione, ovvero, quale termine finale, in quello di cui al terzo comma del cit. art. 650, quando l’esecuzione sia iniziata.
Cassazione Civile Sezioni Unite, Sentenza del 20/03/2017, n. 7075
FUTURA IMMOBILIEN GMBH, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in _____________, VIA ____________________________, presso lo studio dell’avvocato ___________, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati _________________________, per delega a margine del ricorso;
M.P., elettivamente domiciliato in _______, VIALE ___________, presso lo studio dell’avvocato _________, rappresentato e difeso dagli avvocati ___________________, per delega a margine del controricorso;
uditi gli avvocati ____________________________;
Futura Immobilien GmbH ha proposto ricorso per cassazione contro M.P. avverso la sentenza del 16 dicembre 2014, con la quale la Corte d’Appello di Trieste ha rigettato il suo appello contro la sentenza del Tribunale di Udine dell’8 marzo 2012.
Con quella sentenza era stata dichiarata inammissibile la richiesta di riesame, proposta da essa ricorrente ai sensi dell’art. 20 del Regolamento CE n. 1896 del 2006, con riferimento all’ingiunzione di pagamento Europea (in prosieguo: IPE), richiesta al Tribunale di Udine dal M. ed ottenuta il 22 ottobre 2010 per l’importo complessivo di Euro 138.012,43. Somma asseritamente dovuta dalla ricorrente, quale corrispettivo per una prestazione d’opera professionale, consistita nella progettazione relativa alla costruzione di un edificio realizzato nella Repubblica Federale Austriaca e precisamente in (OMISSIS).
Come ragioni giustificative della richiesta di riesame la Futura Immobilien GmbH aveva dedotto la nullità della notificazione del decreto ingiuntivo per la mancata individuazione della sede legale della convenuta e per non essere stata rispettata la disciplina relativa alla notificazione all’estero dell’IPE, la nullità e/o inesistenza della notificazione sotto altri profili, ed inoltre il difetto di giurisdizione del giudice italiano sotto vari profili.
Il Tribunale di Udine, nella costituzione del M., dichiarava inammissibile la richiesta di riesame, reputandola tardiva. Tanto perché alla sua proposizione trovava applicazione l’art. 650 c.p.c.ed essa risultava introdotta oltre il termine previsto da tale norma.
Con il primo motivo di ricorso si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, “omesso esame dell’eccezione relativa alla nullità della notifica per mancata individuazione della sede legale di Futura Immobilien GmbH”.
1.6. Con il sesto motivo, in fine, si deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, “violazione e falsa applicazione dell’art. 26 del Regolamento CE n. 1896/2006 in relazione all’art. 650 c.p.c. ” e questa volta si impugna l’effettiva ratio decidendi della sentenza della corte triestina, svolgendo la tesi che non doveva applicarsi il termine di cui all’art. 650 c.p.c..
aa) l’applicazione del termine di cui all’art. 650 c.p.c.sulla base dell’art. 26 del Regolamento e, quindi, il dare rilevanza al termine di dieci giorni dall’inizio dell’esecuzione forzata, che nella specie aveva avuto corso presso il Tribunale di Innsbruck con deposito di una Executionsantrag, si sarebbe concretata in una soluzione, che non avrebbe considerato le marcate differenze fra la legislazione austriaca e quella italiana, in punto di attività prodromica dell’inizio dell’esecuzione forzata;
bb) tali differenze sarebbero date dal fatto che, mentre il nostro ordinamento prevede che, per iniziare l’esecuzione forzata, è necessario notificare al debitore, oltre al titolo esecutivo, anche l’atto di precetto, il che consentirebbe al medesimo di avere “un’ulteriore possibilità di conoscenza della volontà esecutiva del creditore”, viceversa la legge austriaca sull’esecuzione (ExeKutionsordnung) non contemplerebbe “atti similari al nostro atto di precetto ed il procedimento esecutivo austriaco” sarebbe “profondamente diverso da quello italiano”, giacché in Austria, a seguito della richiesta del creditore di autorizzazione all’esecuzione (Executionsantrag), di cui non si deve dare avviso al debitore, il Giudice autorizza l’esecuzione con un’ordinanza, che viene successivamente comunicata al debitore, di modo che è solo con tale notifica che costui viene a conoscenza dell’esecuzione;
cc) che, anche avuto riguardo al principio affermato da Cass. n. 12155 del 1995 (erroneamente attribuita alle Sezioni Unite), circa l’identificazione, agli effetti del decorso del termine di cui all’art. 650 c.p.c., dal “primo atto esecutivo”, inteso come atto “normalmente percepito e conosciuto dal debitore, (che) lo immette nell’effettiva condizione di valersi dell’indicato rimedio”, l’Executionsantrag non potrebbe essere identificato come tale, atteso che esso non viene notificato al debitore, onde soltanto la notifica dell’ordinanza giudiciale potrebbe meritare quella identificazione;
dd) la controparte avrebbe “confessato” (sic), come emergerebbe da una dichiarazione del legale del suo legale, indicata come doc. 10, che l’ordinanza del Tribunale di Innsbruck, autorizzativa dell’esecuzione era stata notificata il 17 maggio 2011, ma, a prescindere dal rilievo che con detta dichiarazione non avrebbe assolto all’onere di provare tale circostanza, in ogni caso bene si evidenzierebbe che la ricorrente avrebbe comunque avuto, anche a partire da quella data, un brevissimo lasso di tempo per reagire rispetto al momento del deposito del ricorso per riesame, avvenuto il 31 maggio 2011, e ciò tanto più perché all’ordinanza austriaca il titolo non era allegato e la conoscenza di esso si era potuta acquisire “solo a seguito di specifiche ricerche all’interno dei competenti uffici giudiziari”, tenuto che l’ordinamento austriaco non prevede né la previa notifica del titolo esecutivo né quella del precetto.
Ciò, è tanto vero, che Essa, dopo avere escluso che a quei fini possa avere avuto valore il deposito della richiesta di autorizzazione all’esecuzione (cioè, in definitiva, che l’esecuzione immobiliare inizi in Austria con il deposito di tale richiesta), fa riferimento in proposito alla successiva notificazione del provvedimento autorizzativo dell’esecuzione, per sostenere che da quel momento dovrebbe decorrere non il termine di dieci giorni, ma quello di trenta per l’opposizione “ordinaria” all’IPE. Non può, dunque, revocarsi in dubbio che la prospettazione della ricorrente è stata svolta nel senso che un primo atto di esecuzione evocato dall’art. 650 c.p.c., u.c. si dovrebbe ravvisare nella notificazione dell’autorizzazione all’esecuzione.
La prospettazione è confermata dalla memoria, tanto che a pagina 23 si allude all’inizio dell’esecuzione quantomeno dalla data del notifica dell’autorizzazione.
b1) l’ipotesi dell’ingiunzione Europea “emessa manifestamente per errore (….) a causa di eventi eccezionali” è “conseguente a circostanze eccezionali (evidentemente non assimilabili alle ipotesi di rimessione in termini previste dal comma 1, lett. b) (e) deve intendersi riferita, come suggerito anche dall’esempio fatto nel par. 25 considerando, a vizi patologici intervenuti nella formazione del procedimento, simili a quelli che possono giustificare la revocazione straordinaria ex art. 656 c.p.c.”.
E’ appena il caso di rilevare che la questione concernente il termine di proposizione del riesame è, del resto, certamente una “questione procedurale”, giacché inerisce al momento in cui il procedimento di riesame deve iniziare. Poichè il termine per un rimedio esperibile concerne indiscutibilmente una previsione relativa al procedimento, è del tutto infondata la tesi della ricorrente, che vorrebbe espungere il problema del termine dal concetto da quella questione.
Lo Stato Italiano ha fatto tale comunicazione nei seguenti termini, che concernono sia il riesame ai sensi del comma 1, sia il riesame ai sensi del comma 2 dell’art. 20: “Art. 29(1)(b) – Procedimento di riesame. Il giudice competente per il riesame di cui all’ art. 20, paragrafo 1, del regolamento n. 1896/2006/CE, e il relativo procedimento, è lo stesso giudice che ha emesso l’ingiunzione, ai sensi dell’art. 650 c.p.c. italiano. Il giudice competente per il riesame di cui all’ art. 20, paragrafo 2, del regolamento n. 1896/2006/CE, e il relativo procedimento, è lo stesso giudice ordinario competente per l’ingiunzione, da adire secondo le regole ad esso comunemente applicabili”.
Il significato di tale comunicazione è chiaro: quando, a proposito del comma 1 dell’art. 20, si dice che il procedimento è quello dell’art. 650 c.p.c. si è inteso fare riferimento anche al termine art. 650 c.p.c., comma 3, perché esso costituisce una previsione relativa al procedimento.
Si deve a questo punto rilevare che, risultando la questione del termine per il riesame risolta dall’esegesi delle norme del Regolamento e, segnatamente, dall’art. 26, nonché, in ogni caso, dalla norma dell’art. 29, comma 1, lett. b), le argomentazioni enunciate dalla ricorrente, nel senso che l’applicazione del termine di cui all’art. 650 c.p.c., comma 3 (si badi, prospettate, come s’è veduto, nel presupposto che un atto di inizio dell’esecuzione vi sia), si risolverebbe in una lesione del diritto di difesa in dipendenza della particolare regolamentazione dell’inizio dell’esecuzione forzata in Austria non potrebbero risultare rilevanti per giustificare una diversa interpretazione, ma soltanto – ancorché la ricorrente non si spinga a sostenerlo – l’ipotizzare una possibile questione di conformità al diritto comunitario, inteso come comprensivo della disciplina della Cedu, riguardo all’applicazione della normativa italiana sull’art. 650 c.p.c.con riferimento all’ipotesi di IPE notificato in un ordinamento di uno Stato membro, che, nella propria regolamentazione delle modalità di inizio dell’esecuzione forzata, non conosca un equivalente del nostro precetto, che, per la sua funzione di preavviso dell’esecuzione e di dilazione del suo inizio a dieci giorni dalla sua notificazione, assolva ad un’oggettiva funzione di assicurare uno spatium deliberandi prima di essa e, quindi, si risolva nell’assicurare un termine a difesa ulteriore rispetto a quello di dieci giorni dal primo atto di esecuzione di cui all’art. 650 c.p.c., comma 3.
Il sesto motivo – ribadito che nella specie esso sollecitava lo scrutinio della questione di diritto con riferimento all’ipotesi che l’esecuzione dell’IPE fosse stata iniziata – è, dunque, rigettato sulla base del seguente principio di diritto: “In tema di ingiunzione di pagamento Europea, il termine per la proposizione del riesame nei casi di cui all’ art. 20, comma 1, del Regolamento (CE) n. 1896/2006, essendo il relativo procedimento disciplinato in Italia dall’art. 650 c.p.c., si identifica in quelli desumibili da tale norma e, dunque, nel termine previsto dall’ordinamento italiano per l’opposizione tempestiva al decreto ingiuntivo, quando non sia iniziata l’esecuzione, ed in quello di cui al comma 3 di tale norma, che costituisce il termine finale, quando l’esecuzione sia iniziata”.
Cass_civ_Sez_Unite_Sent_20_03_2017_n_7075
La fattura è titolo idoneo per l'emissione di un decreto ingiuntivo in favore di chi l'ha emessa Tribunale Ordinario di Reggio...

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