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Timestamp: 2019-07-18 05:11:23+00:00

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Associazione Parenti e Amici | Associazione di solidarietà dei parenti e amici degli arrestati il 12 febbraio 2007
Associazione Parenti e Amici
Associazione di solidarietà dei parenti e amici degli arrestati il 12 febbraio 2007
CONTRO L’ISOLAMENTO, LA DIFFERENZIAZIONE, LE NUOVE SEZIONI SPECIALI
Domenica 19 settembre ore 13.00
Presidio sotto il carcere di Latina
AL FIANCO DEI PRIGIONIERI RIVOLUZIONARI
In occasione della giornata di mobilitazione per i prigionieri politici di lunga detenzione, lanciata dal Soccorso Rosso Internazionale, e dello sciopero della fame di 20 giorni che Marco, Costa, Silvia e Billy hanno iniziato il 10 Settembre nelle carceri svizzere, aderiamo e invitiamo a partecipare al presidio indetto sotto un carcere in cui sono detenute da oltre 20 anni alcune compagne rivoluzionarie. In Italia oggi esistono sezioni differenziate solo per i prigionieri politici come Latina, Alessandria, Siano, Carinola, Rossano, Benevento e Macomer. Il fine è isolarli sia dagli altri detenuti sia rispetto all’esterno, ma i compagni e le compagne che, nonostante gli anni di galera continuano a resistere, sono parte integrante della lotta di tutti noi contro il capitalismo. In democrazia, i tribunali rispondono all’esigenza dello Stato di difendere se stesso da chi nega la sua legittimità. È chiaro come in generale sia il potere politico a dettare la linea su quello giudiziario; in quest’ottica il carcere diventa un sostegno ideologico fondante della civiltà che ci circonda. I prigionieri politici rendono evidente questo dato. Le istituzioni civili, parlamentari e non, dei paesi sviluppati hanno creato delle norme che vincolano la scarcerazione dei detenuti rivoluzionari (quando la loro pena è terminata) oppure alcuni benefici (quando il fine-pena è mai) al loro ‘ravvedimento’ che prende l’esatta forma dell’abiura pubblica. Un condannato a lunghe pene per reati associativi può accedere alle facilitazioni previste dalla legge solo rinunciando alla propria identità politica; questa imposizione assume varie forme legali, a seconda del luogo, dall’obbligatorietà della perizia psichiatrica fino alle norme che prolungano arbitrariamente la detenzione ed applicate in modo retroattivo a chi si trova già in carcere. L’ovvia conseguenze è che coloro che si trovano ancora il galera dopo tanti anno sono i compagni che non hanno accettato di essere piegati, mantenendo la loro integrità rivoluzionaria e la loro dignità: alla giustizia di Stato non sfugge il pericolo costituito dal fatto che costoro tornino ad essere parte delle lotte e dei movimenti. Ma la loro fermezza dice qualcosa anche a noi: è necessario non abbandonarsi alle frustrazioni o alle nostalgie e conquistarsi un posto verso il cambiamento radicale e reale. Se siamo parte dello stesso percorso che porterà i popoli a liberarsi dagli oppressori e le genti ad essere infine libere, dobbiamo mostrarlo. La storia ci ha insegnato quanto è inutile fare appelli democratici ai reclusori e come solo lo scontro può darci la libertà che vogliamo, la libertà dalle galere, dallo sfruttamento, dal dominio culturale e dalla violenza istituzionalizzata. La natura totalitaria delle democrazie attuali indica quanto fosse rozzo il fascismo; i paesi occidentali ne hanno ereditato i fini, raffinando però i mezzi: lo spirito del codice penale è diffuso, alla ricerca della collaborazione delle masse. Non serve parlare di telecamere ad ogni angolo di strada per dire che vogliono controllare l’intera società. Ciononostante, la coscienza rivoluzionaria non è spenta, la lotta è necessaria ed inevitabile e gli organi repressivi non cessano il tentativo di fermarla. Anche in questo, gli strumenti evolvono e sezioni speciali e differenziazione rappresentano la linea seguita ormai dagli anni 70: il carcere tedesco della deprivazione sensoriale, il carcere speciale italiano dell’art. 90 e poi del 41 bis, il Fies in Spagna… Ma contro il carcere, c’è sempre stata battaglia come contro la società dello sfruttamento e della guerra che lo produce.
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Pubblicato da assparentieamici
UNITI NELLA SOLIDARIETÀ DI CLASSE INTERNAZIONALISTA
Come Associazione Parenti e Amici aderiamo al presidio che si terrà il 19 settembre sotto il carcere di Latina per rilanciare la solidarietà a tutti/e i/le prigionieri/e rivoluzionari/e rinchiusi nelle carceri di tutto il mondo. Una mobilitazione che si colloca all’interno di una campagna internazionale in sostegno ai prigionieri politici di lunga detenzione. La nostra esperienza ci ha insegnato come la solidarietà sia una pratica indispensabile per contrastare la repressione carceraria inflitta a chi non si piega e mantiene salda la propria identità politica. Abbiamo conosciuto il carcere “incontrando” la detenzione speciale riservata ai nostri cari, così come lo è per tanti altri prigionieri rivoluzionari. Un trattamento che mira all’annientamento del detenuto per spezzarne l’identità politica, ma che vorrebbe anche recidere il legame della resistenza e la lotta fra fuori e dentro le carceri. Per questo crediamo necessario ampliare e rafforzare il lavoro sulla solidarietà di classe lottando contro l’isolamento carcerario, le sezioni speciali e le nuove strategie di differenziazione, e ancora contro il peggioramento del cosiddetto carcere duro, il 41bis. Non ci vuole poi molto per capire come la nuova forma di differenziazione carceraria che, oltre a dividere i detenuti rivoluzionari dagli altri prigionieri li colloca anche in diversi carceri in base alle ideologie, sia un salto in avanti da parte degli apparati repressivi. Infatti, a Latina, Alessandria, Siano, Carinola, ci sono alcune delle carceri in cui compagni comunisti e anarchici sono rinchiusi in sezioni speciali di AS2, e non dimentichiamo le “Guantanamo nostrane” a Rossano, Macomer, Benevento e Asti, dove sono imprigionati arabi antimperialisti. Se già conosciamo lo scopo di tenere ben separati i detenuti comuni da quelli politici, “evitare il contagio”, con questa nuova differenziazione ”ideologica” l’obiettivo è chiaro: spezzare preventivamente e con ogni mezzo la solidarizzazione e l’unità che si svilupperebbero fra i detenuti e le detenute. Com’è successo recentemente, quando a un compagno recluso nella sezione speciale per soli comunisti nel carcere confino di Siano (CZ), è stata disposta la censura sulla corrispondenza. Un decreto iniziato col blocco di una particolare lettera e imposto proprio dal magistrato di sorveglianza dello stesso carcere, il quale con zelo •”preventivo”, ha considerato che il suo contenuto avrebbe potuto ”fomentare manifestazioni di protesta nella casa circondariale di Siano”. Questa lettera proveniva da un prigioniero arabo rinchiuso nel carcere di Rossano (CS). Si denunciava di un pestaggio a sangue di un detenuto arabo attuato dalle guardie nella sezione AS2 dello stesso carcere dove, “guarda caso”, nei giorni precedenti tramite battiture e uno sciopero della fame, i prigionieri uniti in una protesta collettiva della stessa sezione lottavano per il diritto ai colloqui con i familiari, per l’uso del campo sportivo interno al carcere, la possibilità di detenere radioline o lettori CD e di conservare alimenti in frigo. Un esempio che dimostra anche come, nonostante le pratiche repressive sempre più “sottili” e le pesanti vessazioni, i prigionieri e le prigioniere continuino a lottare e resistere. D’altronde le strategie di repressione preventiva ai prigionieri rivoluzionari sono proporzionate alla repressione che sempre più si acutizza nei confronti dei vari settori della lotta di classe. Qui come nel resto del mondo il quadro non cambia, in un sistema, quello capitalista, che ingrovigliato da una crisi irreversibile ha tremendamente bisogno di soffocare ferocemente ogni embrione di lotta rivoluzionaria. Ma i germogli che cercano il sole del cambiamento continuano a nascere, perché è l’amore per la vita stessa che necessita della libertà dallo sfruttamento e dalle ingiustizie di questo mondo corrotto. Come parenti e amici ci siamo sempre trovati forti nel lavoro della solidarietà unitamente a tanti compagni e compagne, a operai, a lavoratori e giovani proletari, a realtà di movimento anche a livello internazionale. Partecipiamo a questa mobilitazione rilanciando anche la necessità di creare un fronte unito e compatto, che ci veda sempre più numerosi, perché da dentro e fuori le carceri di tutto il mondo, la solidarietà di classe sia un’arma sempre più forte, capace di spezzare ogni catena.
CONTRO L’ISOLAMENTO, LA DIFFERENZIAZIONE, IL 41 BIS!
AL FIANCO DEI/DELLE PRIGIONIERI/E RIVOLUZIONARI/E DI TUTTO IL MONDO!
Parentieamici@gmail.com – http://www.parentieamici.org
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PRESIDIO SOTTO AL CARCERE DI LATINA DOMENICA 19 SETT
RILANCIAMO LA PARTECIPAZIONE AL PRESIDIO SOTTO AL CARCERE DI LATINA
DOMENICA 19 SETTEMBRE ORE 13
INSIEME ALZEREMO I PUGNI, UNITI SPEZZEREMO LE CATENE!
I prigionieri rivoluzionari rappresentano la più viva espressione della lotta all’attuale sistema capitalista e costituiscono il legame diretto e concreto con l’orizzonte della Rivoluzione, poiché è in nome di quest’ultima che essi sono all’interno delle carceri di tutto il mondo. Questi compagni stanno scontando delle pene lunghissime per la sola colpa di non aver mai messo in discussione la prospettiva rivoluzionaria, come unico mezzo di liberazione da parte delle classi oppresse. Infatti, soltanto attraverso questa prospettiva, le masse di sfruttati e diseredati potranno spezzare quelle opprimenti catene e liberarsi dalla schiavitù dello Stato borghese. La memoria storica impersonata dai prigionieri rivoluzionari e il ruolo che essi svolgono sul fronte della galera risultano elementi fondamentali e complementari alla lotta che viene condotta al di fuori delle prigioni. Domenica 19 settembre ci sarà un presidio sotto al carcere di Latina e si colloca nel contesto della campagna di solidarietà lanciata dal Soccorso Rosso Internazionale, e ripresa in diversi paesi d’Europa, per i prigionieri politici di lunga detenzione, da Marco Camenischi a Mumia Abu Jamal, a George Ibrahim Abdallah e molti altri ancora. È necessario in questo contesto ribadire e sottolineare l’internità alla lotta dei nostri compagni prigionieri, i quali, non rinunciando alla loro identità politica e non rinnegando l’appartenenza alle lotte, non fanno altro che combattere insieme a noi, al nostro fianco. Un saluto va ai compagni Marco, Costa, Silvia e Billy, detenuti nelle galere svizzere, e che partecipano attivamente alla campagna con uno sciopero della fame iniziato il 10/09. Lontanamente da quanto vorrebbero le logiche del sistema, il carcere, che ha il compito di condurre alla spersonalizzazione politica, eliminando e annichilendo la coscienza di classe, si scontra, invece, con la coraggiosa resistenza dei prigionieri. Nello specifico, proprio qui a Latina, si trovano ben sei compagne di lunga detenzione e sono rinchiuse da oltre vent’anni. Esse, come moltissime altre rivoluzionarie prigioniere, non hanno mai ripudiato il percorso politico che le ha portate a questa sorte e l’apporto che continuano a dare alla lotta è una chiara manifestazione dell’importanza del ruolo della donna dentro ai processi di trasformazione della società. La determinazione con cui le compagne all’interno delle prigioni rivendicano la propria autonomia di pensiero e si oppongono a qualsiasi forma di collaborazione o pentimento, in cambio di vane promesse, è una chiara dimostrazione della loro reale emancipazione, libere nell’aver scelto la via della lotta. Ma questa libertà ha un prezzo da pagare: le vessazioni del sistema carcere, l’isolamento, la censura, la separazione dai propri affetti, la divisione dal resto del corpo delle detenute ecc. Cogliamo l’occasione per denunciare anche che, recentemente, proprio il carcere di Latina ha decurtato lo stipendio mensile interno, quale spesso unica fonte di sostentamento per i detenuti, a causa dai tagli effettuati dal governo per far fronte alla crisi economica (già, perché il carcere, in quanto specchio della società, riflette continuamente tutte le sue lacune!). La detenzione comporta saper affrontare anche situazioni di soprusi da parte delle guardie carcerarie, che rappresentano la galera nei suoi aspetti più vili e disumani. A questo proposito, non è possibile fare a meno di denunciare quanto è recentemente accaduto presso il carcere di Rossano (Cs), dove sono rinchiusi numerosi prigionieri di guerra arabi, provenienti da carceri internazionali come Guantanamo o Bagram (prigione in Afghanistan sotto il controllo USA). Questa estate, a un compagno detenuto nel carcere di Siano, il quale teneva una corrispondenza epistolare con un prigioniero di Rossano, è stata applicata la censura a causa di una lettera, che raccontava la denuncia di un pestaggio inferto da parte di alcuni carcerieri. Inutili i commenti: ancora una volta, il carcere borghese ha rivelato la sua natura coercitiva, tesa ad annientare i prigionieri più “scomodi” ed a evitare un’unità al’interno del fronte-carcere. In un momento storico come quello presente, caratterizzato da un’acuta fase di crisi economica e strutturale, credere in una prospettiva rivoluzionaria significa essere consapevoli e pronti a subire la repressione per mano dello Stato. Di fronte a ciò, l’unica soluzione è quella di non lasciarsi trovare impreparati e di saper fronteggiare il carcere, cogliendone gli aspetti più produttivi, al fine di considerarlo come un’altro fronte di lotta. È nostro compito, qui fuori, costruire un’ampia solidarietà di classe attorno ai rivoluzionari prigionieri per rafforzare il filo rosso che ci unisce e ricollocare i compagni nelle battaglie al nostro fianco.
Al fianco delle donne che resistono!
Libertà per tutte le rivoluzionarie!
Insieme nella lotta spezzeremo le nostre catene!
Padova, settembre 2010
RILANCIAMO LA PARTECIPAZIONE AL PRESIDIO
SOTTO AL CARCERE DI LATINA
INSIEME ALZEREMO I PUGNI,
UNITI SPEZZEREMO LE CATENE!
I prigionieri rivoluzionari rappresentano la più viva espressione della lotta all’attuale sistema capitalista e costituiscono il legame diretto e concreto con l’orizzonte della Rivoluzione, poiché è in nome di quest’ultima che essi sono all’interno delle carceri di tutto il mondo. Questi compagni stanno scontando delle pene lunghissime per la sola colpa di non aver mai messo in discussione la prospettiva rivoluzionaria, come unico mezzo di liberazione da parte delle classi oppresse. Infatti, soltanto attraverso questa prospettiva, le masse di sfruttati e diseredati potranno spezzare quelle opprimenti catene e liberarsi dalla schiavitù dello Stato borghese.
La memoria storica impersonata dai prigionieri rivoluzionari e il ruolo che essi svolgono sul fronte della galera risultano elementi fondamentali e complementari alla lotta che viene condotta al di fuori delle prigioni.
Domenica 19 settembre ci sarà un presidio sotto al carcere di Latina e si colloca nel contesto della campagna di solidarietà lanciata dal Soccorso Rosso Internazionale, e ripresa in diversi paesi d’Europa, per i prigionieri politici di lunga detenzione, da Marco Camenischi a Mumia Abu Jamal, a George Ibrahim Abdallah e molti altri ancora. È necessario in questo contesto ribadire e sottolineare l’internità alla lotta dei nostri compagni prigionieri, i quali, non rinunciando alla loro identità politica e non rinnegando l’appartenenza alle lotte, non fanno altro che combattere insieme a noi, al nostro fianco. Un saluto va ai compagni Marco, Costa, Silvia e Billy, detenuti nelle galere svizzere, e che partecipano attivamente alla campagna con uno sciopero della fame iniziato il 10/09.
Lontanamente da quanto vorrebbero le logiche del sistema, il carcere, che ha il compito di condurre alla spersonalizzazione politica, eliminando e annichilendo la coscienza di classe, si scontra, invece, con la coraggiosa resistenza dei prigionieri. Nello specifico, proprio qui a Latina, si trovano ben sei compagne di lunga detenzione e sono rinchiuse da oltre vent’anni. Esse, come moltissime altre rivoluzionarie prigioniere, non hanno mai ripudiato il percorso politico che le ha portate a questa sorte e l’apporto che continuano a dare alla lotta è una chiara manifestazione dell’importanza del ruolo della donna dentro ai processi di trasformazione della società. La determinazione con cui le compagne all’interno delle prigioni rivendicano la propria autonomia di pensiero e si oppongono a qualsiasi forma di collaborazione o pentimento, in cambio di vane promesse, è una chiara dimostrazione della loro reale emancipazione, libere nell’aver scelto la via della lotta. Ma questa libertà ha un prezzo da pagare: le vessazioni del sistema carcere, l’isolamento, la censura, la separazione dai propri affetti, la divisione dal resto del corpo delle detenute ecc. Cogliamo l’occasione per denunciare anche che, recentemente, proprio il carcere di Latina ha decurtato lo stipendio mensile interno, quale spesso unica fonte di sostentamento per i detenuti, a causa dai tagli effettuati dal governo per far fronte alla crisi economica (già, perché il carcere, in quanto specchio della società, riflette continuamente tutte le sue lacune!).
La detenzione comporta saper affrontare anche situazioni di soprusi da parte delle guardie carcerarie, che rappresentano la galera nei suoi aspetti più vili e disumani. A questo proposito, non è possibile fare a meno di denunciare quanto è recentemente accaduto presso il carcere di Rossano (Cs), dove sono rinchiusi numerosi prigionieri di guerra arabi, provenienti da carceri internazionali come Guantanamo o Bagram (prigione in Afghanistan sotto il controllo USA). Questa estate, a un compagno detenuto nel carcere di Siano, il quale teneva una corrispondenza epistolare con un prigioniero di Rossano, è stata applicata la censura a causa di una lettera, che raccontava la denuncia di un pestaggio inferto da parte di alcuni carcerieri. Inutili i commenti: ancora una volta, il carcere borghese ha rivelato la sua natura coercitiva, tesa ad annientare i prigionieri più “scomodi” ed a evitare un’unità al’interno del fronte-carcere.
In un momento storico come quello presente, caratterizzato da un’acuta fase di crisi economica e strutturale, credere in una prospettiva rivoluzionaria significa essere consapevoli e pronti a subire la repressione per mano dello Stato. Di fronte a ciò, l’unica soluzione è quella di non lasciarsi trovare impreparati e di saper fronteggiare il carcere, cogliendone gli aspetti più produttivi, al fine di considerarlo come un’altro fronte di lotta. È nostro compito, qui fuori, costruire un’ampia solidarietà di classe attorno ai rivoluzionari prigionieri per rafforzare il filo rosso che ci unisce e ricollocare i compagni nelle battaglie al nostro fianco.
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GIU’ LE MANI DA VIA VOLTURNO! NO ALLO SGOMBERO DELLA CASA DI DAVIDE!
Martedì 24 agosto 2010 è previsto lo sgombero esecutivo della casa di un compagno, Davide Bortolato, in via Volturno a Padova, di proprietà dell’ATER, a lui assegnata da più di vent’anni.
Davide è, dal 12 febbraio 2007, prigioniero nelle carceri dello stato, insieme ad altri 6 compagni, in seguito alla famigerata “operazione Tramonto”. E’ quindi in galera in quanto avanguardia operaia e comunista, poiché da quando ha capito la natura criminale del sistema capitalista, lo ha sempre combattuto, schierandosi generosamente al fianco degli sfruttati, lottando per migliori condizioni di vita e di lavoro nella sua fabbrica, contro una classe dirigente serva degli interessi dei grandi padroni.
Davide ha sempre lottato anche per il diritto alla casa, contro la speculazione edilizia e l’abbandono al degrado di centinaia di case di proprietà dell’ATER e del Comune alla fine degli anni ’80. Lotta che lo ha portato a occupare una casa sfitta da anni e a renderla di nuovo abitabile; così, insieme a un movimento di lotta ampio, fatto di famiglie e giovani proletari, decine di case a Padova in quegli anni sono state assegnate a chi aveva deciso di occuparle per rivendicare con la lotta il diritto ad avere un tetto sopra la testa.
Una di queste case oggi è sotto sgombero con la falsa e pretestuosa accusa di averla subaffittata ad altri: Davide, senza alcun interesse personale, ha ospitato dei giovani proletari che non possono permettersi di pagare un affitto privato e nemmeno fare un mutuo perché precari a vita e, fin dal suo arresto, ha sempre fatto in modo che gli affitti fossero regolarmente pagati.
Nonostante questo, e soprattutto, nonostante la sua posizione giudiziaria non sia ancora definitiva, in attesa della sentenza della Cassazione, e ci sia ancora un ricorso amministrativo in corso, il Comune di Padova, approfittando dell’attuale periodo di ferie, ha ordinato lo sgombero con la forza pubblica.
Ma non è il primo sgombero: già due anni fa, dalla casa di un altro compagno in carcere, in regola con i pagamenti all’ATER, è stata sfrattata una giovane compagna incinta prossima al parto che lì era ospite temporanea e che è stata lasciata in mezzo alla strada dall’allora assessore alla casa Ruffini.
Oggi l’assessore alla casa è Giovanni Battista Di Masi, eletto con la lista Italia dei valori. Se questo signore, oggi irreperibile, non farà nulla per trovare una soluzione alternativa al problema, vorrà dire che anche il suo partito, che si fa paladino della giustizia e della legalità, nei fatti difende la politica di palazzo che, da anni, copre i veri casi di subaffitto da parte di assegnatari ATER i quali, spesso, lavorano proprio all’interno delle stesse istituzioni.
Mobilitarsi contro questo sgombero, non significa quindi solo difendere la possibilità per Davide di riavere una casa quando uscirà di prigione; non solo serve a contrastare la politica della terra bruciata attorno ai compagni, ma anche rivendicare la necessità di difendere tutti i diritti essenziali, che ci stanno togliendo giorno dopo giorno, attraverso la lotta unitaria dei proletari.
LA CASA E’ UN DIRITTO: DIFENDIAMOLA CON LA LOTTA!
MARTEDI’ 24 AGOSTO dalle ore 6.00
PRESIDIO IN VIA VOLTURNO 23
Associazione Solidarietà Parenti e amici degli arrestati il 12-2-2007
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Niente di nuovo sotto il sole – Le nuove crociate – Avv. G. Pelazza
Un anno fa (il 18 giugno 2009) commentavo su questo sito la sentenza 13 giugno 2009 della 1° Corte di Assise di Milano che aveva concluso il processo agli arrestati del 12 febbraio 2007, alcuni dei quali avevano rivendicato il progetto di costituzione del Partito Comunista Politico Militare. Non avrebbe senso richiamare ora quelle considerazioni (è pur sempre possibile rileggerle), mentre è giusto svolgere qualche considerazione sulla sentenza di appello pronunciata il 24 giugno scorso, e sui suoi possibili significati. Dunque, la sentenza di appello, oltre ad aver assolto un altro imputato (condannato in primo grado a 3 anni e 6 mesi, e che ha patito una lunga custodia cautelare (circa 2 anni e 11 mesi) ha ridicolmente ridotto le maggiori pene inflitte: chi era stato condannato a 15 anni si è visto portare la pena a 14 anni e 7 mesi, chi era stato condannato a 13 anni e 10 mesi è stato ora condannato a 13 anni e 5 mesi, chi a 11 anni e 1 mese ha ora “incassato” 10 anni, 10 mesi e 15 giorni, chi a 10 anni e 11 mesi ora si ritrova condannato a dieci anni, 8 mesi e 15 giorni, chi a 8 anni e 3 mesi si è visto ridurre la pena a 8 anni e 15 giorni. Queste riduzioni di pena, che suonano come una vera e propria presa in giro, si collegano all’assoluzione, nell’ambito della accusa di detenzione e ricettazione di armi e munizioni, dai fatti più incredibilmente fantasiosi (in realtà, nell’abbondanza di tale tipologia di fatti, scelti sostanzialmente a caso), del tipo detenzione e ricettazione di “duecento cartucce di calibro non individuato che occultavano in un luogo non ancora individuato”, ovvero detenzione e ricettazione di “armi e munizionamento non meglio precisate… quali per esempio un’arma indicata come «sportoncino» ed altra indicata come «siculotto»”. Il centro della questione sta, tuttavia, nell’aver lasciato inalterato l’impianto accusatorio principale, e cioè quello relativo ai reati associativi (270 bis – associazione con finalità di eversione, e 306 – banda armata). Già l’anno scorso, nell’immediatezza della sentenza di primo grado, si era parlato della ripresa della teoria giuridica della colpa d’autore, e cioè della teoria per cui “ti punisco non per quello che hai fatto ma per quello che sei”. Per cui ora non è il caso di riprendere questa considerazione, che pure è centrale. È il caso, piuttosto, di sottolineare come il Giudice dell’appello, il cui compito è, appunto, quello di verificare la correttezza dello svolgimento del processo di primo grado e la correttezza delle motivazione della prima sentenza, è completamente venuto meno a tale suo dovere, convalidando una sentenza la cui motivazione – per prudenza di chi scrive – è meglio non definire, e ignorando le clamorose violazioni procedurali che hanno connotato il primo giudizio. Ma, del resto, non c’è da stupirsi, e ciò per un duplice motivo, uno di carattere generale (e assolutamente il più importante) e l’altro di un carattere peculiare, che dimostra comunque la “disinvoltura” con cui si muovono i magistrati. Perché “disinvoltura”? Perché vanamente la difesa aveva chiesto all’inizio del processo, immediatamente, che la Presidente della Corte si astenesse (non era tecnicamente possibile la ricusazione), in quanto non solo negli anni 80 aveva fatto parte – brillando per animosità nei confronti degli imputati di quegli anni – del c.d. Pool milanese dei pubblici ministeri antiterrorismo, ma addirittura era stata, sempre a Milano, Procuratore Aggiunto fino a dopo il 12/2/2007, e cioè per tutto il periodo in cui la Procura di Milano aveva condotto le indagini contro questi imputati, richiedendone infine la cattura, essendo allora collega del sostituto procuratore (la PM dottoressa Boccassini) che aveva guidato le indagini e poi sostenuto l’accusa nel processo di primo grado, e, altresì, della ora sostituto Procuratore Generale, dottoressa Barbaini, che ha sostenuto l’accusa nel processo di appello, e che all’epoca era alla Procura della Repubblica. E tutto questo, si badi, avendo ottenuto di passare dalla magistratura requirente a quella giudicante presso la stessa sede giudiziaria, senza doversi, cioè, trasferire presso un’altra Corte di Appello e in un’altra provincia, per il cd “rotto della cuffia”, dal momento che dal 31 luglio 2007, in seguito all’entrata in vigore della legge 111/2007 (Modifiche alle norme sull’ordinamento giudiziario) non le sarebbe stato più, in alcun modo, consentito. Ma passiamo ora al motivo di carattere generale per cui è stata emessa questa sentenza. Io credo che sia necessario “rispolverare” qualche antica nozione sulla natura dello Stato, e sull’esser la magistratura, una sua componente fondamentale. Il richiamo alla “colpa d’autore”, infatti, ha la sua ragion d’essere proprio nella collocazione del Potere Giudiziario fra i pilastri del complessivo potere dello Stato. Il Potere giudiziario, cioè, ben lungi dall’essere deputato a rispondere al bisogno di giustizia della Società, è invece calibrato – nella sua intima essenza – sulla esigenza di difesa dello Stato da chi è individuato come suo nemico, anche se, bisogna evitare di cadere in una visione dogmatica e esclusivamente ideologica. Infatti, a fronte dei progressivi e brutali imbarbarimenti dell’assetto normativo del nostro Ordinamento, e delle prassi che si affiancano a tali imbarbarimenti, si può verificare, all’interno del corpo giudiziario, un qualche “sussulto democratico” di qualche singolo soggetto che mal sopporta di svolgere un ruolo sempre più disancorato dalle premesse Costituzionali (che, se pur non modificano la intima e materiale natura di tale Potere, quantomeno cercano di “imbrigliarlo” all’interno di principi di democrazia e di un qualche rispetto per le libertà). Ma, comunque, sono le condizioni politiche che dettano il tempo e conducono la danza. Pensiamo che fra gli imputati più pesantemente condannati vi sono operai sindacalmente impegnati, riconosciuti come importanti punti di riferimento dai loro compagni di lavoro e nelle aree territoriali in cui operavano. Pensiamo a come, nei loro scritti allegati agli atti del processo, fosse costante l’attenzione degli imputati, rivendicanti il percorso politico che si è detto, alla situazione dei lavoratori (insieme alle tematiche più complessive relative alla linea politica rivoluzionaria). Pensiamo, poi, alla situazione attuale del mondo del lavoro, che non può certo dirsi “pacificato”: l’esito del referendum di Pomigliano, con la coraggiosa e nutrita minoranza di “no” al ricatto di Marchionne ne è testimonianza. Ed ecco, allora, che si spiega perché una Corte di Assise di Appello ignori le gravissime storture di una sentenza di primo grado, ri-applicando – sotto l’apparenza dell’ormai abituale schema del reato associativo – il cd “diritto penale del nemico” e il meccanismo della “colpa d’autore”. Agli operai di Pomigliano, e ovviamente, non solo a loro, deve essere lanciato un segnale forte. Al ricatto “privato” di Marchionne, si affianca il ben più pesante ricatto “pubblico” della “giustizia” penale.
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Conferenza Processo Politico 26/27 giugno
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Soccorso Rosso Belgio APAC
Soccorso Rosso Spagnolo
Solidaritè/libertè

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