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Timestamp: 2018-05-25 18:37:32+00:00

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Le Sezioni Uniti Civili intervengono sul parere di conguità che l’Avvocatura dello Stato emette sul rimborso delle spese legali sostenute da dipendenti pubblici.
(Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 14 aprile – 6 luglio 2015, n. 13861)
2) In sede di discussione orale l’avvocatura dello Stato, aderendo ai principi stabiliti da Cass. SU 5456/09, ha precisato che il ricorso incidentale, ancorché inerente la giurisdizione, è da considerare condizionato all’accoglimento del ricorso principale.
3) La Corte di appello di Messina ha premesso che il rimborso effettuato dall’amministrazione ai sensi dell’art. 18 d.l. n.67/1997 conv. in legge n. 135/97 è dovuto nei limiti riconosciuti congrui dall’avvocatura dello Stato.
Ha ritenuto che l’avvocatura compie una vantazione basata sulla discrezionalità tecnica, riferita alla tariffa penale, alla natura e alla complessità delle questioni trattate, alla durata del processo, alla qualità dell’opera prestata, al vantaggio recato al cliente.
Con il primo il ricorrente denuncia “violazione dell’art. 360 n. 3 cpc in relazione agli artt. 14 e 57 rdl n. 1578/33 e all’art. 18 L. n. 67/1997”.
Afferma che solo il Consiglio dell’Ordine ha carattere di Ordine indipendente e di effettivo controllo dell’attività del difensore rispetto ai diritti e agli interessi del proprio rappresentato; che l’art. 18 del d.l. 67 demanda all’Avvocatura il diritto di esaminare la parcella del difensore dei dipendente statale, sebbene sia l’Avvocatura stessa il difensore dello Stato, il quale peraltro beneficia della difesa del dipendente fatta dal libero professionista.
Il secondo motivo, che lamenta la violazione dell’art. 360 n. 5 cpc in relazione alle norme di cui sopra e anche all’art. 36 Cost., ripropone la prima censura, circa la “prevalenza” del parere COA rispetto a quello dell’avvocatura, anche sotto il profilo della conseguente violazione della norma costituzionale concernente la giusta retribuzione.
Il terzo motivo rileva l’illegittimità della decisione appellata sotto il profilo della mancata considerazione dell’assenza di opposizione del cliente alla parcella dell’avvocato. Ciò, ad avviso del ricorrente, rendeva intangibile l’importo riconosciuto congruo dal COA.
Inoltre, poiché il primo giudice non aveva disconosciuto alcuna voce della parcella, si doveva ritenere che non avesse espresso “la valutazione di congruità” e che il difensore non avesse materia per specifiche lamentele su detrazioni o tagli operati dal giudice di primo grado.
È da escludere in primo luogo la configurabilità della questione di costituzionalità in relazione alla norma sospettata.
Essa è manifestamente infondata in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, indicati in rubrica del motivo quali parametri di riferimento.
È da ricordare che prima del 1997 mancava una espressa previsione legislativa di rimborsabilità delle spese legali per i dipendenti statali e che sarebbe in palese contrasto con ogni regola di buona amministrazione (art. 97 Cost. e ora art.81) addebitare allo Stato una spesa di importo non controllabile.
La ratio dell’art. 18 del D.L. n. 67 del 1997, convertito in L. n. 135 del 1997 (per il quale “le spese legali relative a giudizi per responsabilità civile, penale e amministrativa, promossi nei confronti di dipendenti di amministrazioni statali in conseguenza di fatti ed atti connessi con l’espletamento del servizio o con l’assolvimento di obblighi istituzionali… sono rimborsate dalle amministrazioni di appartenenza nei limiti riconosciuti congrui dall’Avvocatura dello Stato”, sempreché tali giudizi si siano “conclusi con sentenza o provvedimento che escluda la responsabilità” dei dipendenti medesimi) è comunemente ricollegata a un interesse generale, quello di tenere indenni i funzionari pubblici che abbiano agito in nome, per conto e nell’interesse dell’amministrazione, sollevandoli dal timore di eventuali conseguenze giudiziarie connesse all’espletamento delle loro attività istituzionali.
In giurisprudenza la disposizione è considerata espressione della regola civilistica generale di cui all’art. 1720, comma 2, c.c. in tema di rapporti fra mandante e mandatario, secondo la quale il mandatario ha diritto ad esigere dal mandante il risarcimento dei danni subiti a causa dell’incarico, che declina e traduce, a sua volta, il principio generale dell’ordinamento di divieto di locupletatio cum aliena iactura, (cfr in questi termini le correnti massime di Cons. Stato 11.4.2007 n. 1681 e inoltre Tar Lig., n. 882/2002; v. Cass., sez. un., 13. l. 2006 n. 478; Tar Lazio, Roma, sez. I, 12.2. 2007 n. 1130), ma anche dal divieto di arricchimento senza causa di cui all’art. 2041 celi legislatore tuttavia, nel porre a carico dell’erario una spesa aggiuntiva, ha dovuto contemperare le esigenze economiche dei dipendenti coinvolti per ragioni di servizio in un procedimento penale e quelle di limitazione degli oneri posti a carico dell’amministrazione (cfr Cass. 9173/13). Le censure proposte dal ricorrente trascurano il rilievo che inevitabilmente assume il dovere del legislatore di tener conto delle esigenze di finanza pubblica, che impongono di non far carico all’erario di oneri eccedenti quanto è necessario, e al contempo sufficiente, per soddisfare gli interessi generali e i doveri giuridici che presidiano l’istituto del rimborso spese. Queste esigenze erano già implicite nell’art. 20 del decreto legge che ha introdotto l’istituto del rimborso.
Tale equiparazione è improponibile, giacché il debito del cliente risponde al soggettivo andamento da lui impresso al rapporto professionale, cioè, esemplificando, all’impostazione difensiva prescelta; alla frequenza delle consultazioni che ha richiesto al legale; agli scritti difensivi non indispensabili, ma sollecitati e prodotti per sola cautela; alle spese vive eventualmente concordate per trasferte e partecipazione a ogni tipo di udienze.
Di oneri di tal genere, di natura casuale, in gran parte non sindacabili da parte del COA, non può farsi carico l’amministrazione, sicché prudentemente il legislatore ha previsto che siano vagliati, sotto il profilo della congruità, dall’avvocatura dello Stato.
La scelta di questo organo è in funzione del ruolo che esso svolge ai sensi dell’art. 13 r.d. n. 1611/33, norma che assegna all’avvocatura, tra gli altri, una delicata e insostituibile funzione consultiva, chiamandola a “provvedere” “alle consultazioni legali richieste dalle Amministrazioni dello Stato”.
5.2) Nel formulare il parere, l’avvocatura non può avere quale riferimento esclusivo né, come vorrebbe il ricorso, l’interesse del dipendente a risultare sempre e in ogni caso indenne da ogni costo difensivo, né quello dell’amministrazione a minimizzare la spesa, poiché il parere deve essere reso in termini di congruità.
5.2.1) È questa l’occasione per chiarire e precisare che il riferimento, contenuto nella citata sentenza della sezione lavoro, al limite di quanto “strettamente necessario” non va inteso pedissequa mente, soprattutto dopo il venir meno del “sistema” delle tariffe forensi, nel senso cioè di ritenere legittima solo l’applicazione dei minimi tariffari.
6) Restano in tal modo vanificate anche le doglianze riferite, sotto profili non sempre chiaramente sviluppati, all’art. 24 e all’art. 36 Cost..
Il terzo motivo, che è ancorato all’invocazione di un peso vincolante del parere del COA, trova risposta anche nei principi testé enunciati: la valutazione di congruità dell’Avvocatura, pur potendo tener conto del parere del COA, non deve limitarsi a prenderne atto e tantomeno deve limitarsi a disconoscere “singole voci”: deve esprimersi in modo da fornire all’amministrazione gli strumenti per motivare comprensibilmente la eventuale riduzione rispetto alla pretesa di rimborso.
Va aggiunto, per completezza, che nel ricorso non v’è alcuna specifica censura in ordine ai profili di “congruità” propriamente detti, né contestazione concreta del riferimento al costo strettamente necessario, sicché la sentenza impugnata può essere confermata con il rigetto del ricorso.
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References: sentenza 
 Cass. 
 art.81
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza