Source: https://www.laleggepertutti.it/114040_licenziamento-dopo-quanto-tempo-dalla-violazione
Timestamp: 2018-10-23 06:31:23+00:00

Document:
Licenziamento: dopo quanto tempo dalla violazione?
> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 marzo 2016
Licenziamento disciplinare e per superamento del comporto: l’immediatezza della comunicazione della sanzione va rapportata ai fatti concreti e alle dimensioni dell’azienda.
Il licenziamento disciplinare può essere comunicato al dipendente anche diversi giorni dopo dalla violazione che questi ha posto in essere: tutto dipende dalle circostanze concrete del caso che possono comportare un rallentamento dei tempi di accertamento dell’illecito e della decisione da parte dell’azienda. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1] su un tema – quello della contestualità tra licenziamento e comportamento illecito del dipendente – che non cessa mai di produrre giurisprudenza.
È vero: stando allo Statuto dei lavoratori [2], se il datore di lavoro vuol procedere al licenziamento disciplinare del dipendente non deve aspettare troppo tempo dal comportamento illegittimo di questi; ciò perché è richiesta una certa immediatezza tra la violazione e la sanzione. Il tutto per non ingenerare nel lavoratore l’aspettativa di essere stato “perdonato” e, nello stesso tempo, consentirgli di difendersi quando ancora i fatti sono “caldi” e le prove a proprio sostegno reperibili. Con la conseguenza che in caso di tardiva contestazione dei fatti, non è più possibile applicare la sanzione disciplinare e, se irrogata, la stessa è nulla.
Ma tale principio di immediatezza non va interpretato alla lettera: esso ha carattere relativo, in quanto deve essere applicato tenuto conto della peculiarità dei fatti e, in particolare, della concreta possibilità del datore di lavoro di venire a conoscenza della illegittimità della condotta del lavoratore e di reagire alla condotta medesima. Bisogna poi considerare la complessità dell’organizzazione del datore di lavoro (la dimensione dell’azienda, infatti, potrebbe comportare iter più lenti nelle decisioni), per un’adeguata valutazione della gravità dell’addebito mosso al dipendente e della validità o meno delle giustificazioni da lui fornite.
Il principio di immediatezza deve essere contemperato con il tempo necessario per il datore di lavoro di prendere conoscenza con certezza dei fatti costituenti addebito. Nel caso specifico, tra la conclusione delle operazioni di ispezione e la messa a disposizione del relativo verbale ai vertici aziendali e la contestazione di addebito erano trascorsi 10 giorni (il datore di lavoro era Poste Italiane). Questo lasso di tempo appare assolutamente giustificabile e dunque la contestazione d’addebito non può considerarsi tardiva.
Mentre nel licenziamento disciplinare vi è l’esigenza della immediatezza del licenziamento, per garantire la pienezza del diritto di difesa all’incolpato, nel caso di superamento del periodo di comporto per malattia i tempi possono essere più dilatati e non è richiesta una rigida tempestività del licenziamento: questo per dare il tempo al datore di lavoro di analizzare tutta la “storia” della malattia di cui è stato affetto il dipendente, ai fini di una prognosi di compatibilità della sua presenza in rapporto agli interessi aziendali. È quanto chiarito dalla Cassazione con un’altra interessante sentenza [3].
[1] Cass. sent. n. 4279/2016 del 4.03.2016.
[2] Art. 7 della l. n. 300/1970
[3] Cass. sent. n. 3645/16 del 24.02.2016.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 1 dicembre 2015 – 4 marzo 2016, n. 4279
Il Tribunale di Roma con sentenza del 16.4.2008 dichiarava la legittimità del provvedimento disciplinare di sospensione dal servizio e dalla retribuzione per giorni quattro del 15.4. 2002 del dipendente delle Poste S.R. e rigettava le domanda proposte dalle Poste e dal S. di risarcimento del danno. La Corte di appello con sentenza del 20.2.2012 accoglieva in parte gli appelli delle parti e dichiarava l’illegittimità della sanzione disciplinare irrogata al S. e condannava quest’ultimo al risarcimento del danno in favore delle Poste liquidato in euro 8.470,00 oltre interessi legali. La Corte territoriale osservava che era stata contestata al S., quadro presso un Ufficio postale, di avere seguito un’operazione di versamento di lire 25.000.000, ma di non avere apposto il denaro immediatamente nel cassetto, ma invece di essersi attivato per fornire degli stampati ad altro cliente, per cui tornato alla postazione di lavoro il cliente non era più in sala e una parte del versamento ( L. 16.400.000) era scomparsa dal piano di appoggio del bancone: per tale condotta era stata applicata la sanzione della sospensione dal servizio e dalla retribuzione per 4 gg. Per la Corte di appello la contestazione era tardiva in quanto proposta dopo 7 mesi dal fatto e pertanto l’ ingiustificabile ritardo comportava l’illegittimità della sanzione. Circa, invece, la riproposta domanda di risarcimento dei danno da parte delle Poste la stessa appariva fondata in quanto il comportamento tenuto dal lavoratore violava i doveri essenziali di diligenza, posto che la somma era stata lasciata incustodita per giunta da parte di un lavoratore con qualifica di quadro e quindi ben consapevole delle cautele e degli obblighi inerenti alla riscossione di una somma. Ininfluente era la circostanza dell’assenza di una linea gialla di cortesia e l’assenza del cassetto di sicurezza nella postazione occupata, visto che comunque il S. non avrebbe mai dovuta lasciare la somma incustodita. Pertanto sussistevano i presupposti per il chiesto risarcimento in favore delle Poste. Infondata era la domanda risarcitoria del S. (in relazione all’indagine ispettiva) in quanto era diritto dei datore di lavoro accertare eventuali illeciti disciplinari e no era emerso che l’ispezione fosse stata condotta in modo indebito.
Per la cassazione di tale decisione propongono ricorso le Poste con un motivo; resiste controparte con controricorso che ha proposto ricorso incidentale affidato a due motivi cui resiste Poste con controricorso.
Con il motivo proposto le Poste lamentano l’erronea motivazione circa un fatto decisivo della controversia in ordine al rispetto del principio di immediatezza della
contestazione. La Corte di appello aveva omesso di considerare che sui fatti si era svolto un accertamento ispettivo che era stato comunicato il 15.2.2002 alla Filiale di Roma Est ( che ne aveva preso conoscenza il 18.2.2002) per l’avvio del procedimento disciplinare; il 1.3.2002 vi era stata la contestazione disciplinare. Pertanto il principio di immediatezza era stato rispettato con riferimento al momento in cui l’organo deputato a promuovere il procedimento disciplinare era venuto a conoscenza della ricostruzione ispettiva dei fatti.
Il motivo appare fondato e pertanto va accolto. E’ principio ormai consolidato nella giurisprudenza di questa Corte che il criterio di immediatezza vada inteso in senso relativo, tenuto conto anche dei tempi occorrenti per accertare la condotta del lavoratore e dell’eventuale complessità della struttura aziendale ( Cass. n. 6903/1994; Cass. n. 4790/2000; Cass. n. 6348/2000; Cass. n. 9253/2001 e moltissime altre). Nel caso in esame la struttura organizzativa è certamente complessa e contempla anche un Servizio ispettivo diverso dall’organo cui è deputato a promuovere, sulla base delle indicazioni del primo, il procedimento disciplinare. Pertanto applicandosi l’orientamento di cui sopra la contestazione non appare certamente tardiva in quanto intervenuta pochi giorni dopo che l’organo titolare del potere disciplinare ha avuto conoscenza degli investimenti ispettivi. L’affissione del codice disciplinare- dato e non concesso che essa fosse necessaria con riferimento all’illecito in discorso2 consistente in un comportamento mascoscopicamente negligente- è stata incensurabilmente accertata dalla Corte di appello ( vedi la sentenza impugnata, pag. 2).
Con il primo motivo del ricorso incidentale si allega la violazione e falsa applicazione dell’art. 2104 c.c., dell’art. 2086 e dei d. Igs n. 626/94, nonché l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. La postazione ove operava il S. era priva di quanto necessario al lavoratore per operare in sicurezza. La somma non era rimasta incustodita ed accessibile al pubblico perché si trovava dietro ad un vetro blindato all’interno dell’Ufficio.
Il motivo appare infondato in quanto è stata contestata (ed accertata) da parte del ricorrente in via incidentale la violazione dei più elementari doveri di diligenza posto che, pur avendo ricevuto una somma di una certa consistenza per l’incasso, si era occupato di altre richieste di clienti lasciando la detta somma incustodita. Appare evidente che questa grave omissione (che concerne quella minima diligenza che deve tenere una persona che custodisce una ingente somma di denaro) abbia poco a che fare con l’eventuale carenza nell’organizzazione del sistema di sicurezza della postazione, visto che se il S. non si fosse allontanato senza sorvegliare la somma, questa (in parte) non sarebbe certamente sparita. La motivazione appare congrua e logicamente coerente; le censure, oltre che di merito, appaiono non pertinenti.
Con il secondo motivo si allega l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti; nonché la violazione e falsa applicazione degli artt. 2087 c.c. e 2059 c.c. La postazione era priva di elementari sistemi di sicurezza; il S. aveva chiesto un risarcimento del danno per tali violazioni.
il motìvo appare inammissibile per difetto di autosufficienza. La corte di appello ha ricordato che il S. aveva richiesto in appello anche il risarcimento del danno cagionatogli dalla indagine ispettiva e dall’attribuzione dì un fatto criminoso” e ha ritenuto che era diritto del datore di lavoro verificare il comportamento dei lavoratore e che non vi era alcuna prova che l’ispezione avesse travalicato i limiti di una corretta acquisizione degli elementi relativi ai fatti per cui è processo. Parte ricorrente in via incidentale allega che il risarcimento richiesto invece riguardava altri profili, in particolare il danno alla salute per avere operato in una postazione non dotata di idonei sistemi di sicurezza ma non riproduce o ricostruisce esattamente i termini con cui aveva posto la questione in appello sicché il motivo è generico e non rispettoso di quanto previsto all’art. 366 n. 6 c.p.c.
Pertanto, riuniti i ricorsi, va accolto il ricorso principale, rigettato l’incidentale; va conseguentemente cassata la sentenza impugnata con rinvio anche in ordine alle spese, alla Corte di appello di Roma in diversa composizione. La Corte ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del d.p.r. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente ìn via incidentale , dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso incidentale, a norma del comma 1-bis, dello stesso articolo 13.
riuniti i ricorsi, accoglie il ricorso principale, rigettato l’incidentale, cassa la sentenza impugnata con rinvio anche in ordine alle spese, alla Corte di appello di Roma in diversa composizione. La Corte ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater dei d.p.r. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente in via incidentale , dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso incidentale, a norma del comma 1.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 10 dicembre 2015 – 24 febbraio 2016, n. 3645
Presidente Roselli – Relatore Di Paolantonio
La Corte di appello di Trieste ha respinto il reclamo ex art. 1, comma 58, della legge n. 92/2012 proposto da M.R. avverso la sentenza del Tribunale di Pordenone che, confermando l’ordinanza emessa dallo stesso Tribunale all’esito della fase sommaria, aveva rigettato il ricorso del lavoratore, volto ad ottenere l’accertamento della “nullità, invalidità, illegittimità, annullabilità, ritorsività, inefficacia e antigiuridicità” del licenziamento intimato dalla Euromembrane s.p.a. con lettera del 16.2.2011.
La Corte ha innanzitutto premesso che il recesso era stato esercitato, ai sensi dell’art. 40 del CCNL, per superamento del periodo di comporto, in quanto le reiterate assenze, anche per malattia, effettuate nell’arco temporale di 36 mesi, erano risultate superiori al periodo di conservazione del posto di lavoro, pari a dodici mesi.
Ha escluso la eccepita tardività del licenziamento, rilevando che la società, “adottando un canone di applicazione più cauto ed attento alle ragioni del dipendente”, aveva ritenuto di dovere attendere che maturasse l’intero arco temporale di riferimento previsto dalle parti collettive ed aveva intimato il licenziamento subito dopo la scadenza del triennio.
Ha, poi, ritenuto inammissibile il motivo di reclamo relativo alla asserita violazione dell’art. 2 della legge 604/1966, poiché la questione non era stata prospettata nelle diverse fasi del giudizio di primo grado.
Alle medesime conclusioni la Corte territoriale è giunta in relazione alla asserita violazione dell’art. 3 della legge 604/966, ravvisata nella omessa comunicazione al dipendente, prima della maturazione del periodo di comporto, del numero delle assenze già raggiunto e della facoltà di richiedere un periodo di aspettativa. Ha, comunque, evidenziato che il licenziamento ex art. 2110 c.c. si distingue da quello per giustificato motivo oggettivo, rispetto al quale ha natura peculiare ed autonoma, ed ha richiamato giurisprudenza di legittimità per escludere che il datore di lavoro avesse l’obbligo di preavvertire il M. della prossima scadenza del periodo di comporto. Infine la Corte territoriale ha escluso che il ricorrente avesse assolto all’onere della prova sullo stesso gravante in relazione alla asserita origine professionale della malattia che aveva determinato le assenze. Ha evidenziato la genericità delle prove addotte ed ha aggiunto che il consulente tecnico d’ufficio si era espresso solo in via ipotetica e possibilista.
Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso M.R. sulla base di sei motivi. La curatela del Fallimento della Euromembrane s.p.a. ha resistito con tempestivo controricorso.
1 – Con i primi quattro motivi di ricorso, formulati ai sensi dell’art. 360, nn. 3, 4 e 5, in relazione all’art. 40 del CCNL per gli addetti all’industria chimica, agli artt. 2110, 1362, 1363, 1367 c.c., all’art. 2 della legge 604/1966, nonché agli artt. 112, 414 c.p.c. e 1, commi 48, 51 e 58 della legge n. 92/2012, il ricorrente addebita, sostanzialmente, alla sentenza impugnata di avere erroneamente escluso la tardività del recesso, sebbene il periodo di comporto fosse spirato diciotto mesi prima della intimazione del licenziamento.
Rileva che la Corte territoriale avrebbe innanzitutto errato nella interpretazione dell’art. 40 del CCNL applicabile al rapporto, giacché la norma pattizia, nel prevedere che “in caso di più assenze i periodi di conservazione del posto suindicati si intendono riferiti ad un arco temporale pari a 36 mesi”, non impone di attendere la scadenza dei tre anni, per cui, ove i dodici mesi maturino prima del triennio, il datore di lavoro è senz’altro legittimato a recedere immediatamente dal rapporto. Ove ciò non avvenga, il protrarsi dell’inerzia non può che essere legittimamente interpretato come rinuncia ad avvalersi della facoltà di recesso.
La Corte di appello, pertanto, avrebbe errato nel non accertare il momento in cui il periodo di conservazione era definitivamente spirato, posto che detto accertamento risultava essere indispensabile ai fini della valutazione sulla sussistenza o meno della eccepita tardività.
Inoltre la Corte territoriale avrebbe dovuto considerare il tenore della lettera di licenziamento, nella quale la stessa società aveva fatto riferimento a 900 giorni totali di assenza “anche per malattia”.
2 -1 motivi, da trattarsi congiuntamente perché connessi, sono in parte inammissibili ed in parte infondati.
Per le sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo alla entrata in vigore della legge 7 agosto 2012 n. 134 (pubblicata sulla G.U. n. 187 dell’11.8.2012), di conversione del d.l. 22 giugno 2012 n. 83, la motivazione è censurabile in sede di legittimità solo nella ipotesi di ” omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti”. Detto vizio, inoltre, non è denunciabile, per i giudizi di appello instaurati successivamente alla data sopra indicata (art. 54, comma 2, del richiamato d.l. n. 83/2012), qualora il fatto sia stato ricostruito nei medesimi termini dai giudici di primo e di secondo grado (art. 348 ter ultimo comma c.p.c.). La disposizione è applicabile anche al reclamo disciplinato dall’art. 1, commi da 58 a 60, della legge n. 92/2012, che ha natura sostanziale di appello, dalla quale consegue la applicabilità della disciplina generale dettata per le impugnazioni dal codice di rito, se non espressamente derogata (in tal senso Cass. 29.10.2014 n. 23021).
Hanno osservato le Sezioni Unite di questa Corte (Cass. S.U. 22.9.2014 n. 19881 e Cass. S.U. 7.4.2014 n. 8053) che la ratio del recente intervento normativo è ben espressa dai lavori parlamentari lì dove si afferma che la riformulazione dell’art. 360 n. 5 c.p.c. ha la finalità di evitare l’abuso dei ricorsi per cassazione basati sul vizio di motivazione, non strettamente necessitati dai precetti costituzionali, e, quindi, di supportare la funzione nomofilattica propria della Corte di cassazione, quale giudice dello ius constitutionis e non dello ius litigatoris, se non nei limiti della violazione di legge. Il vizio di motivazione, quindi, rileva solo allorquando l’anomalia si tramuta in violazione della legge costituzionale, “in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione”.
Nel caso di specie la Corte territoriale, che al pari del giudice di primo grado ha escluso la eccepita tardività del licenziamento, ha dato conto delle ragioni per le quali è pervenuta a detta conclusione, rilevando che, sebbene nella lettera di licenziamento fossero state indicate tutte le assenze, anche quelle non dovute a malattia, il recesso era stato esercitato in relazione alla previsione dell’art. 40 del CCNL e, quindi, per avvenuta scadenza del periodo di comporto. Ha, poi, aggiunto che non era ravvisabile l’eccepita tardività, in quanto la società aveva adottato “un canone di applicazione più cauto ed attento alle ragioni del dipendente”, ritenendo di dovere attendere che spirasse l’arco temporale di 36 mesi, prima di avvalersi della facoltà di recesso.
La Corte, quindi, non ha fornito una propria interpretazione del dato contrattuale, ma ha ritenuto che nella specie il datore di lavoro avesse interpretato la disposizione in termini più favorevoli per il prestatore e da ciò ha poi fatto discendere l’infondatezza della eccezione di tardività.
Il secondo motivo, con il quale si censura la errata esegesi dell’art. 40 CCNL, non coglie l’effettiva ratio decidendi della sentenza impugnata e non svolge argomentazioni idonee a confutare il ragionamento posto alla base del decisum.
2.1 – Osserva, poi, il Collegio che, secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte, “nel licenziamento per superamento del periodo di comporto il requisito della tempestività non può risolversi in un dato cronologico fisso e predeterminato, ma costituisce oggetto di una valutazione di congruità, non sindacabile in cassazione ove adeguatamente motivata, che il giudice di merito deve operare caso per caso, con riferimento all’intero contesto delle circostanze significative, mentre, per contro, il lavoratore è tenuto a provare che l’intervallo temporale tra il superamento del periodo di comporto e la comunicazione di recesso ha superato i limiti di adeguatezza e ragionevolezza, sì da far ritenere la sussistenza di una volontà tacita del datore di lavoro di rinunciare alla facoltà di recedere dal rapporto”. (Cass. 15 settembre 2014 n. 19400 e negli stessi termini Cass. 28 marzo 2011 n. 7037).
Nel caso di specie detta valutazione di congruità, non censurabile in questa sede per quanto si è detto sul limite posto al sindacato di legittimità sulla motivazione, è stata effettuata dalla Corte territoriale che ha escluso, valorizzando le diverse possibili opzioni ermeneutiche della normativa contrattuale, che l’avere atteso la maturazione del triennio per intimare il licenziamento, potesse essere interpretato come rinuncia ad avvalersi del comporto per sommatoria.
3 – Con il quinto motivo il ricorrente denuncia ex art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c. l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione fra le parti, e la violazione della disciplina contrattuale e di legge (artt. 40, lett. b), comma 26 CCNL, 2110 c.c. e 32 Cost), perché la Corte territoriale avrebbe errato nel ritenere che il datore di lavoro non avesse alcun obbligo di preavvertire il lavoratore della prossima scadenza del periodo di comporto.
Il motivo è inammissibile, per le medesime ragioni sopra evidenziate, nella parte in cui censura la motivazione della sentenza impugnata ed è infondato quanto alla eccepita violazione delle norme di diritto e delle disposizioni contrattuali.
Questa Corte ha già affermato che, tanto nel caso di una sola affezione continuata, quanto in quello del succedersi di diversi episodi morbosi (cosiddetta eccessiva morbilità), la risoluzione del rapporto costituisce la conseguenza di un caso di impossibilità parziale sopravvenuta dell’adempimento, in cui il dato dell’assenza dal lavoro per infermità ha una valenza puramente oggettiva. Non rileva, pertanto, la mancata conoscenza da parte del lavoratore del limite cosiddetto esterno del comporto e della durata complessiva delle malattie sicché, in mancanza di un obbligo contrattuale in tal senso, non costituisce violazione da parte del datore di lavoro dei principi di correttezza e buona fede nella esecuzione del contratto la mancata comunicazione al lavoratore dell’approssimarsi del superamento del periodo di comporto (Cass. 28.6.2006 n. 14891).
Nel caso di specie il ricorrente invoca una disposizione contrattuale, ossia il comma 26 dell’art. 40 del CCNL, che non prevede l’obbligo della comunicazione ma solo la facoltà concessa al lavoratore di richiedere un periodo di aspettativa non retribuita e non computabile ai fini della maturazione del comporto, facoltà che nella specie, pacificamente, non è stata esercitata.
Rileva, inoltre, la Corte che l’asserito obbligo del datore di lavoro di comunicare di propria iniziativa l’approssimarsi della scadenza del periodo di conservazione del posto di lavoro, contrasta con quanto previsto sempre dall’art. 40 del CCNL nella parte in cui dispone che “l’impresa su richiesta del lavoratore interessato fornirà annualmente la situazione relativa al periodo di comporto”.
L’obbligo della comunicazione, quindi, è stato subordinato dalle parti collettive alla previa richiesta di notizie da parte del dipendente, sicché il M. avrebbe dovuto allegare e provare di avere inoltrato la richiesta stessa e di non avere avuto risposta.
4 – Infine con l’ultimo motivo di ricorso viene eccepita la “nullità della sentenza e del procedimento per violazione e falsa applicazione degli artt. 115, 116, 244, 246 e 254 c.p.c. in relazione alla prova su fatto controverso e decisivo in giudizio”. Il ricorrente, inoltre, lamenta la violazione dell’art. 2697 e.e, per avere la Corte territoriale erroneamente ritenuto generiche le richieste istruttorie e per avere escluso che le assenze dipendessero, almeno in parte, da malattia professionale, nonostante le conclusioni rassegnate sul punto dal consulente tecnico d’ufficio.
Sostanzialmente il ricorrente si duole della mancata ammissione della prova testimoniale e della errata valutazione della consulenza tecnica d’ufficio. Entrambe le censure sono, quindi, riconducibili al n. 5 dell’art. 360 c.p.c. non già al n. 3 richiamato nella rubrica, sicché le stesse incontrano i limiti di ammissibilità più volte richiamati.
Invero la giurisprudenza di questa Corte è consolidata nel ritenere che la mancata ammissione della prova testimoniale può essere denunciata in sede di legittimità per vizio di motivazione in ordine alla attitudine dimostrativa di circostanze rilevanti ai fini del decidere (Cass. 8.1.2015 n. 66). È stato anche evidenziato che l’istanza istruttoria non esaminata o non ammessa deve essere attinente a circostanze che, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, avrebbero potuto indurre ad una decisione diversa da quella adottata (Cass. 23.2.2009 n. 4369).
Detto orientamento, formatosi nella vigenza dell’art. 360 n. 5 c.p.c., nel testo antecedente alla modifica apportata dal d.l. n. 83/2012, a maggior ragione deve essere oggi ribadito, giacché è configurabile l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio solo qualora il fatto storico abbia, appunto, carattere di assoluta decisività.
Nel caso di specie la Corte territoriale ha esaminato le istanze istruttorie e le ha ritenute inammissibili per la genericità dei capitoli di prova e per il carattere esplorativo delle ulteriori richieste, evidenziando anche che non era stata prodotta certificazione alcuna attestante la asserita derivazione della malattia dalle caratteristiche della attività lavorativa svolta.
Quanto poi alla consulenza tecnica d’ufficio la Corte di Appello ha evidenziato che il consulente si era espresso solo “in via ipotetica e possibilistica”. Il ricorrente ha contestato detta valutazione ma si è limitato a trascrivere nel ricorso le sole conclusioni (nelle quali, tra l’altro, si fa riferimento ad una stima “approssimativa”), senza indicare compiutamente, trascrivendole eventuale in ricorso, le ragioni per le quali l’ausiliare era pervenuto a ritenere sussistente l’asserito nesso causale fra l’attività lavorativa e l’insorgenza della malattia. Il motivo è, quindi, inammissibile anche perché formulato senza il necessario rispetto degli oneri imposti dagli artt. 366 n. 6 e 369, comma 2, n. 4 c.p.c..
Sussistono, pertanto, plurime ragioni di inammissibilità.
5 – Il ricorso deve dunque essere respinto. La novità delle questioni di rito e la peculiarità della vicenda, caratterizzata da incertezze indotte sia dal tenore della lettera di licenziamento, sia dalla normativa contrattuale applicabile, giustificano l’integrale compensazione fra le parti delle spese del giudizio di legittimità.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater. del d.P.R. n. 115/02, nel testo risultante dalla L. 24.12.12 n. 228, deve darsi atto della ricorrenza delle condizioni previste dalla legge per il raddoppio del contributo unificato.
La Corte rigetta il ricorso. Compensa integralmente fra le parti le spese del giudizio di legittimità.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis.

References: sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Art. 7
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 13
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 sentenza 
 art. 2110
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 360
 sentenza 
 sentenza 
 art. 13
 art. 13