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Timestamp: 2019-01-23 15:30:08+00:00

Document:
Servizio Cittadinanza, Affari Speciali e Patrimoniali Divisione Cittadinanza K.84
circolari ministeriali su legge cittadinanza
K.28.1 -1991 K.84 su Art. 24-2001 circolare K.61-05.2001 cir K.61.1 sentenza n. 87 1 K.73 2002 K78 su legge n. 379
Circolare n. 1 K.73 Roma, lì 30 maggio 2002
OGGETTO: Chiarimenti in merito al riacquisto della cittadinanza italiana ai sensi dell’art. 13, comma 1, lettere c) e d) della Legge 5 febbraio 1992, n.91.
Pervengono da parte degli Enti interessati richieste di chiarimenti in merito alle disposizioni di cui all’art. 13 della Legge 5 febbraio 1992, n. 91 ed in particolare sul disposto delle lettere c) e d) del comma 1.
Com’è noto, l’art. 13 disciplina l’istituto del riacquisto della cittadinanza italiana a favore di chi l’abbia dismessa ed a prescindere dai motivi della perdita.
Il riacquisto contemplato dall’art. 13 della suddetta legge n. 91/1992, avendo carattere generale, è applicabile anche nei confronti di quei soggetti già investiti della cittadinanza italiana, ma che ne siano stati privati in conseguenza di un fatto giuridicamente rilevante per l’ordinamento italiano vigente all’epoca dell’evento stesso: ad esempio, il riacquisto con le modalità contemplate dalle citate disposizioni può essere utilizzato, oltre che da parte di coloro che avevano perso la cittadinanza italiana in virtù delle disposizioni di cui agli artt. 8 o 12 della legge n. 555 del 13.6.1912, anche da parte della donna che aveva perso la cittadinanza italiana ex art. 10 della legge n. 555/1912 a seguito di matrimonio contratto anteriormente al 1° gennaio 1948 con straniero, anche se questa ipotesi è stata prevista espressamente dall’art. 219 della legge 19.5.1975, n. 151, è stata richiamata dal secondo comma dell’art. 17 della medesima legge n. 91, che ha ribadito un regime di particolare favore per le nostre ex connazionali residenti all’estero.
Relativamente alle disposizioni citate in premessa, per quanto riguarda la lett.c), si rammenta che tale fattispecie recita che chi ha perduto la cittadinanza la riacquista “se dichiara di volerla riacquistare ed ha stabilito o stabilisce, entro un anno dalla dichiarazione, la residenza nel territorio della Repubblica”.
La dichiarazione di cui sopra, quindi, può essere resa anche all’estero, ma avrà efficacia - a norma dell’art. 15 della legge n. 91/1992 - quando si sia realizzata l’ulteriore condizione della residenza in Italia.
Il mancato trasferimento in Italia entro il termine di un anno dalla data della dichiarazione rende inefficace la stessa resa in precedenza dall’interessato.
In Italia, l’ex cittadino residente è tenuto a manifestare la predetta volontà dinanzi all’Ufficiale di Stato Civile del comune ove mantiene la propria dimora abituale o dove intende fissarla, mentre risiedendo ancora all’estero dovrà renderla esclusivamente dinanzi all’Autorità
Consolare italiana.
Per quanto concerne, invece, il riacquisto ai sensi della lettera d) del succitato articolo 13, tale fattispecie normativa prevede il riacquisto automatico della cittadinanza italiana sul presupposto della mera residenza sul territorio della Repubblica protratta per un anno, salva la
facoltà di rinunciarvi entro il medesimo arco temporale.
Si precisa che per entrambe le disposizioni il concetto di residenza rilevante ai fini del riacquisto della cittadinanza italiana, secondo le norme di cui all’ art. 13 della Legge 5.2.1992, n. 91, rimane quello assunto dall’art. 43 del C.C., costituito da un elemento oggettivo, dato dalla dimora abituale sul territorio della Repubblica, e da un elemento soggettivo, costituito dalla intenzione di eleggere una località italiana quale sede dei propri affari e interessi.
Per quanto riguarda poi gli adempimenti relativi all’accertamento della sussistenza dei requisiti, si applicano le disposizioni di cui all’art. 16 del D.P.R. 12.10.1993, n. 572.
Si precisa, infatti, che a norma dei commi 3, 5 e 6 del suddetto art. 16, le dichiarazioni rese dagli interessati dinanzi all’Autorità diplomatico-consolare volte all’acquisto, alla perdita o al riacquisto della cittadinanza italiana devono essere iscritte, con le modalità di cui al D.P.R. 3 novembre 2000, n. 396, nell'apposito registro di cittadinanza tenuto presso l'ufficio consolare italiano dove siano
state rese e dovranno, poi, essere trasmesse in copia conforme, unitamente all’esito dell’accertamento, effettuato dalla Autorità consolare che le ha ricevute, al comune italiano che sia stato individuato come competente dalle norme contenute nel suddetto Ordinamento dello stato civile, perché provveda alla trascrizione delle dichiarazioni stesse e dell’esito dell’accertamento ad esse relativo negli analoghi registri di cittadinanza.
Infine, le SS.LL. vorranno disporre affinché venga richiamata l’attenzione degli Ufficiali di stato civile dei Comuni compresi nel territorio della circoscrizione di interesse perchè diano comunicazione delle generalità degli ex cittadini rientrati dall’estero (ed iscritti nell’anagrafe della popolazione residente), entro trenta giorni dall’avvenuto rientro.
Ciò al fine di consentire a questo Ministero l’esercizio del potere inibitorio previsto dal comma 3 dello stesso art. 13 entro il termine di un anno dal verificarsi delle condizioni stabilite per il riacquisto della originaria cittadinanza.
Attesa la delicatezza degli adempimenti evidenziati, si pregano le SS.LL. di portare quanto sopra a conoscenza degli Enti interessati, fornendo un cortese cenno di intesa ed assicurazione.
(Anna Maria D’Ascenzo)
ROMA, 19 FEB. 2001 PROT. N. K.78 CIRCOLARE TELEGRAFICA
OGGETTO: Legge 14 dicembre 2000, n. 379 concernente “Disposizioni per il riconoscimento della cittadinanza italiana alle persone nate e già residenti nei territori appartenenti all’Impero austro-ungarico e ai loro discendenti”. Indirizzi applicativi. Sulla Gazzetta Ufficiale n. 295 del 19.12.2000 è stata pubblicata la legge 14 dicembre 2000, n. 379 concernente “Disposizioni per il riconoscimento della cittadinanza italiana alle persone nate e già residenti nei territori appartenenti all’Impero austro-ungarico e ai loro discendenti”, entrata
La normativa in argomento prevede che le persone originarie dei territori individuati al comma 1° della legge, già appartenuti all’impero austro-ungarico, emigrate all’estero prima del 16 luglio 1920, ad esclusione dell’attuale Repubblica austriaca, possono ottenere il riconoscimento della cittadinanza italiana qualora rendano una dichiarazione in tal senso con le modalità di cui all’art. 23 della Legge 5 febbraio 1992, n. 91, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della legge.
Pertanto, poiché la legge suddetta è già in vigore, si rappresenta che gli Ufficiali di stato civile competenti o le nostre Autorità diplomatico-consolari per i residenti all’estero, dovranno accettare le dichiarazioni rese ai sensi dell’art. 1 della legge che, comunque, benché iscritte nei registri di cittadinanza, saranno efficaci solo al termine della procedura di riconoscimento che non potrà che essere effettuata dagli Organi Centrali.
Le dichiarazioni ricevute saranno quindi trattenute agli atti di quegli Uffici in attesa di successive direttive che verranno emanate al riguardo. Ciò premesso, le SS.LL. vorranno disporre affinché il contenuto della presente comunicazione venga portato a conoscenza di tutti i Sigg. Sindaci dei Comuni ricadenti nell’ambito territoriale di rispettiva competenza.
Tornerà gradito un cortese cenno d’ intesa e di assicurazione.
F.to (Sorge)
Divisione Cittadinanza K.60.1 Roma, lì 8.01.2001
La Corte Costituzionale con la sentenza n. 87 del 16.4.1975, dichiarò l'illegittimità dell'art. 10 della Legge 13.6.1912, n. 555 nella parte in cui prevedeva la perdita della cittadinanza, indipendentemente dalla volontà dell'interessata, per la donna italiana che acquistava la naturalità straniera del coniuge per effetto di matrimonio.
A seguito di tale sentenza, il Legislatore, con la Legge di Riforma del Diritto di Famiglia (n. 151 del 19.5.1975), nello stabilire che la moglie conservava la propria cittadinanza indipendentemente dalle vicende di cittadinanza del marito, formulò altresì l'art. 219 che consentiva alle donne che avevano perso la cittadinanza per matrimonio con straniero o per le vicende di cittadinanza del marito, di riacquistarla tramite una espressa dichiarazione.
Tenuto conto del tenore letterale della disposizione in argomento - "la donna che, per effetto del matrimonio con straniero o mutamento di cittadinanza da parte del marito, ha perduto la cittadinanza italiana prima dell'entrata in vigore della presente legge, la riacquista con dichiarazione...." - era stato ritenuto che per tutte le fattispecie cristallizzatesi anteriormente all'entrata in vigore della predetta legge n. 151 la dichiarazione in argomento avesse natura costitutiva.
Ciò comportava che il riacquisto della cittadinanza aveva effetto dal giorno successivo a quello della dichiarazione.
Tale interpretazione circoscriveva quindi gli effetti temporali della sentenza n. 87 limitandone l'efficacia retroattiva, così che le ex cittadine non ottenevano la reintegrazione "ope legis" nella originaria cittadinanza, ma solo la facoltà di riacquistarla.
Su tale questione è sorto un vasto contenzioso.
Da ultimo, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n.12061 del 26.6.1998, hanno confermato la posizione già assunta in passato dalla Suprema Corte, sostenendo che le pronunce di incostituzionalità "sopravvenuta" per effetto dell'introduzione del dettato costituzionale comportano l'eliminazione della norma dichiarata incostituzionale dall'ordinamento giuridico solo ed esclusivamente a decorrere dal 1°.1.1948, superando la giurisprudenza della I° Sezione Civile di quella Suprema Corte (sentenze nn. 6297 e 10086 rispettivamente del 10.7.1996 e n. 10086 del 18.11.1996) di cui erano state rese note le conclusioni da questo Ufficio con circolare
pari numero in data 10.12.1996.
Pertanto, nella fattispecie oggetto della pronuncia del 1998 (matrimonio contratto con straniero anteriormente al 1948) l'interessata, per effetto del matrimonio, perse la cittadinanza italiana e può riacquistarla con efficacia ex nunc avvalendosi dell’art. 219, comma 1 della citata legge n. 151\1975.
C’è da osservare, peraltro, che le Sezioni Unite nella recente sentenza non hanno toccato la posizione di cittadinanza delle nostre connazionali coniugatesi con cittadino straniero dopo il 1° gennaio 1948, non rientrando nel caso oggetto della pronuncia stessa.
Per tali fattispecie, questo Ufficio ha finora ritenuto, di intesa con il Ministero della Giustizia e con il Ministero degli Affari Esteri, che la dichiarazione di riacquisto della cittadinanza italiana resa da parte dell’interessata ai sensi del citato art. 219 non potesse che avere natura costitutiva.
Essendo pervenuta di recente, una pronuncia giurisprudenziale in senso contrario a tale indirizzo, quest'Amministrazione ha interpellato l'Avvocatura Generale dello Stato.
Il predetto Organo Legale, con nota n. 669482 del 23 giugno 2000, ha espresso l'avviso che gli effetti della sopra richiamata sentenza n. 87/75 retroagiscono alla data del 1° gennaio 1948 e che la dichiarazione di cui al citato art. 219 non determina il riacquisto della cittadinanza italiana, ma disciplina solo le condizioni per poter esercitare i diritti connessi alla detenzione del nostro status civitatis.
Ne consegue che le nostre connazionali, coniugate con cittadino straniero a decorrere dal 1° gennaio 1948, non sono incorse automaticamente nella perdita della cittadinanza italiana.
In analogia, non hanno automaticamente perso la cittadinanza italiana le cittadine il cui coniuge l’ha perduta dopo il 1° gennaio 1948.
Pertanto, alla luce del parere espresso dall'Avvocatura Generale dello Stato d’intesa con i Ministeri della Giustizia e degli Affari Esteri, deve ritenersi che alle coniugate dopo il 1° gennaio del 1948 in presenza di una manifestazione di volontà, ancorché già espressa, vada riconosciuto il possesso ininterrotto del nostro status civitatis.
Tale riconoscimento potrà avere luogo anche nel caso venga fatto valere dai discendenti in linea retta.
L'Ufficiale dello Stato Civile del Comune di nascita o di ultima residenza o l'Autorità Consolare, in caso di residenza all'estero, dovrà di conseguenza provvedere alla annotazione a margine dell'atto di nascita dell’ interessata del mantenimento della cittadinanza italiana dandone comunicazione all'Ufficio Anagrafe per i conseguenti adempimenti, riguardanti l'aggiornamento della relativa scheda anagrafica individuale, dello schedario elettorale e l'eventuale iscrizione nell'A.I.R.E.
Poiché comunque alcune donne, benché coniugate dopo il 1° gennaio del 1948, non hanno potuto rendere la suddetta manifestazione di volontà, in analogia alla opzione prevista in relazione agli effetti conseguenti alla sentenza n. 30\1983 –secondo la quale i figli di madre cittadina nati a decorrere dal 1° gennaio 1948 acquistavano alla nascita la cittadinanza italiana - anche i figli delle predette, qualora manifestino una volontà in tal senso, si possono considerare cittadini italiani.
Ciò premesso, le SS.LL. vorranno disporre affinché il contenuto della presente circolare venga portato a conoscenza di tutti i Sigg. Sindaci dei Comuni ricadenti nell’ambito territoriale di competenza per l’esatta osservanza degli orientamenti sopra evidenziati, fornendo un cortese cenno di intesa ed assicurazione.
F.TO SORGE
http://pers.mininterno.it/cittad/index.htm
2 maggio 2001 K61
Divisione Cittadinanza K.84 Roma, lì 2.1.2001
Indirizzi omessi ......
OGGETTO: Art. 24 della Legge 5.2.1992, n. 91
L'art. 24 della Legge 5.2.1992, n. 91 al comma 1 prevede che il cittadino italiano in caso di acquisto o riacquisto di cittadinanza straniera o di opzione per essa deve darne comunicazione all'Ufficiale dello Stato Civile del Comune italiano di residenza ovvero,
se residente all'estero, all'Autorità diplomatica o consolare competente, entro 3 mesi dalla data del conseguimento.
Di recente sono state rappresentate a questo Ufficio delle fattispecie concrete per le quali gli interessati, in ragione di obiettive condizioni dovute alle notevoli distanze, costi di viaggio, perdite di giornate di lavoro ecc., sono stati impossibilitati ad assolvere, nei termini di legge, l'obbligo previsto dalla citata disposizione.
Gli inconvenienti segnalati possono essere risolti con richiamo alla normativa in tema di autocertificazione e di snellimento dell'attività amministrativa.
Si ritiene, infatti, che l'obbligo prescritto dalla disposizione in argomento possa essere assolto facendo ricorso alle modalità previste dalla legge ove si debba comprovare stati, fatti e qualità personali certificabili o attestabili da parte di soggetti pubblici o privati italiani, o appartenenti a Stati dell'Unione Europea.
Infatti, il tenore letterale del citato art. 24 che prevede, in particolare, che l'interessato debba dare "comunicazione mediante dichiarazione", consente di sostenere la legittimità della dichiarazione in parola se sottoscritta dall'interessato e trasmessa
all'Autorità consolare anche tramite posta ordinaria, unitamente alla fotocopia di un documento di riconoscimento in corso di validità ed alla certificazione dell'Autorità competente attestante l'avvenuto acquisto, riacquisto o opzione per la cittadinanza dello Stato straniero.
In simile ipotesi l'Autorità consolare provvederà alla trascrizione della dichiarazione così formata nei propri registri di cittadinanza, segnalandone l'eventuale ritardo alla Prefettura competente.
Ovviamente resta salva la possibilità di rendere la predetta dichiarazione nella forma rituale.
Si tiene, infine, ad evidenziare che di tale procedura il Ministero degli Affari Esteri ha informato la propria rete diplomatica e consolare con comunicazione dello scorso 12 dicembre.
Ciò premesso, si pregano le SS.LL. di voler estendere il contenuto della presente circolare ai Sindaci dei Comuni ricadenti nell'ambito territoriale di spettanza affinchè vengano resi edotti gli Uffici di stato civile nella cui competenza rientrano gli adempimenti connessi alle dichiarazioni in parola.
ROMA, 8.4.1991 Prot. N.K.28.1
Si è avuto modo di rilevare come pervengano sempre più numerose richieste di chiarimenti circa le modalità che debbono essere adottate al fine di definire la situazione di cittadinanza di persone provenienti da Paesi esteri (in particolare modo dall'Argentina ma anche dal Brasile o dagli Stati Uniti) e munite di passaporto straniero, le quali rivendicano la titolarità dello status civitatis italiano.
Com'è noto, infatti, in virtù della contemporanea operatività del combinato disposto dagli artt. 1 e 7 della Legge 13 giugno 1912, n. 555 e delle disposizioni vigenti in materia di cittadinanza di numerosi Paesi esteri d'antica emigrazione italiana (ad es. tutti gli Stati del continente americano, l'Australia, ecc.) attributivi "iure soli" dello status civitatis, la prole nata sul territorio dello Stato d'emigrazione (Argentina, Brasile, Uruguay, Stati Uniti d'America, Canada, Australia, Venezuela, ecc.) da padre cittadino italiano acquisiva dalla nascita, il possesso tanto della cittadinanza italiana (in derivazione paterna) quanto della cittadinanza dello Stato di nascita e permaneva nella condizione di bipolidia anche nel caso in cui il genitore, durante l'età minorile, mutasse cittadinanza naturalizzandosi straniero.
Nel contempo, anche i soggetti nati in uno Stato estero il quale attribuisce la cittadinanza "iure soli" e riconosciuti da padre cittadino o la cui paternità sia stata dichiarata giudizialmente risultano versare nella medesima situazione di doppia cittadinanza.
Da ciò deriva la concreta possibilità che i discendenti di seconda, terza, quarta generazione ed oltre, di nostri emigrati, siano investiti della cittadinanza italiana.
Detta eventualità si è ancor più estesa per gli appartenenti a famiglia di antica origine italiana i quali siano nati dopo il 1° gennaio 1948 in quanto, a partire da tale data, debbono essere considerati, secondo il dettato della sentenza n. 30 del 9 febbraio 1983 della Corte Costituzionale, cittadini italiani anche i figli nati da madre in possesso della cittadinanza italiana all'epoca della loro nascita ovvero riconosciuti dalla madre o la cui maternità sia stata giudizialmente dichiarata.
Ne consegue che pure i discendenti di nostra emigrante o di figlia di nostro emigrante sono da reputarsi cittadini italiani "iure sanguinis" in derivazione materna purché nati dopo il 1° gennaio 1948, data di entrata in vigore della Costituzione repubblicana.	Si fa, tuttavia, presente che il riconoscimento del possesso dello status civitatis italiano all'anzidetta categoria di persone deve essere subordinato al verificarsi di determinate condizioni ed al documentato accertamento di alcune essenziali circostanze.
Condizioni preliminari per il riconoscimento della cittadinanza italiana.
Innanzi tutto occorre chiarire che, dovendo l'eventuale possesso dello status civitatis italiano essere certificato dal Sindaco del Comune italiano di residenza, potrà essere avviato il relativo procedimento su istanza degli interessati, solo ove costoro risultino iscritti nell'anagrafe della popolazione residente di un Comune italiano.
Peraltro, l'iscrizione anagrafica di queste persone, entrate in Italia con passaporto straniero, deve seguire le modalità disciplinanti l'iscrizione nell'anagrafe della popolazione residente degli stranieri e presuppone, da parte degli interessati, l'espletamento degli adempimenti di cui alle disposizioni vigenti in materia. Si soggiunge, altresì, che qualora l'iscrizione anagrafica delle anzidette persone non risultasse possibile in quanto costoro non possono annoverarsi tra la popolazione residente seconda la nozione di cui all'art. 3 del D.P.R. 30 maggio 1989, n. 123, la procedura di riconoscimento del possesso dello status civitatis italiano dovrà essere espletato, su apposita istanza, dalla Rappresentanza consolare italiana competente in relazione alla località straniera di dimora abituale dei soggetti rivendicanti la titolarità della cittadinanza italiana.
Certificato rilasciato dalle competenti Autorità dello Stato estero di emigrazione, munito di traduzione ufficiale in lingua italiana, attestante che l'avo italiano a suo tempo emigrato dall'Italia non acquistò la cittadinanza dello Stato estero di emigrazione anteriormente alla nascita dell'ascendente dell'interessato;
Certificato rilasciato dalla competente Autorità consolare italiana attestante che né gli ascendenti in linea retta né la persona rivendicante il possesso della cittadinanza italiana vi abbiano mai rinunciato ai termini dell'art. 7 della legge 13 giugno 1912, n. 555;
Si fa, ancora, presente che, allo scopo di poter accertare in modo compiuto il mancato esercizio - da parte dei soggetti reclamanti il possesso della cittadinanza italiana - della facoltà di rinunziarvi ex art.7 della richiamata legge n.555/1912 si rende necessario, da un lato, svolgere adeguate indagini presso il Comune italiano d'origine o di ultima residenza dell'avo italiano emigrato all'estero ovvero presso il Comune di Roma e, dall'altro lato, contattare direttamente tutte le Rappresentanze consolari italiane competenti per le varie località estere ove gli individui in questione abbiano risieduto o, se del caso, consultare opportunamente il Ministero degli Affari Esteri - Direzione Generale dell'Emigrazione e degli Affari Sociali - Ufficio VIII (1) perché interpelli i dipendenti Uffici Consolari interessati.
I Signori Sindaci, verificata altresì la fondatezza della pretesa avanzata dagli istanti a vedersi attribuita "iure sanguinis" la cittadinanza italiana, disporranno la trascrizione degli atti di stato civile relativi ai soggetti riconosciuti nostri connazionali e potranno procedere al rilascio dell'apposita certificazione di cittadinanza nonché agli altri conseguenti incombenti di competenza.
Nel caso in cui, invece, insorgessero dubbi circa l'effettiva situazione di cittadinanza dei richiedenti il nostro status civitatis i Signori Sindaci sono pregati di interpellare questo Ministero trasmettendo il relativo carteggio.
F.to (Scotti)
PARERE DEL CONSIGLIO DI STATO 199/97
Quesito di diritto intertemporale sull’applicabilità dell’art. 8, n 1, della legge 13 giugno 1912, n. 555, nei confronti della donna italiana naturalizzata straniera in costanza di matrimonio
VISTA la relazione 13 gennaio 1997, prot. K14/1, con la quale il Ministero dell’Interno (Direzione generale amministrazione generale e affari del personale - - Servizio cittadinanza - divisione cittadinanza) ha posto un quesito di diritto intertemporale sull’applicabilità dell’art. 8; n. 1, della legge 13 giugno 1912, n. 555, nei confronti della donna italiana naturalizzata straniera in costanza di matrimonio:
RITENUTO in fatto quanto esposto dal Ministero riferente;
Il Ministero dell’Interno riferisce che si pone una questione di diritto intertemporale in relazione alle norme di tempo in tempo succedutesi in materia di cittadinanza della donna coniugata.
Il sistema delineato dalla legge 13 giugno 1912, n. 555, era coerente:
l’art. 10 al primo comma disponeva che "la donna maritata non può assumere una cittadinanza diversa da quella del marito"; al secondo comma disponeva che "la donna straniera che si marita ad un cittadino acquista la cittadinanza italiana" e al terzo comma che "la donna cittadina che si marita a uno straniero perde la cittadinanza italiana, sempreché il marito possegga una cittadinanza che pel fatto del matrimonio a lei si comunichi".
Inoltre l’art. 11 disponeva che i mutamenti di cittadinanza del marito, sopravvenuti al matrimonio, estendessero di diritto i loro effetti anche alla moglie.
Il principio della necessaria comunanza di status civitatis fra marito e moglie, e della prevalenza dello status del marito comportava, fra l’altro, che la donna coniugata ad un cittadino italiano conservava in ogni caso, la cittadinanza sino a che la conservasse il marito, anche se si determinavano nei di lei riguardi quei presupposti che secondo le regole generali ne avrebbero comportato la perdita (es.: acquisto volontario di una cittadinanza straniera congiuntamente l’assunzione della residenza all’estero).
Tale sistema è stato parzialmente modificato, per la parte qui interessa, dalla sentenza della Corte costituzionale n 87 del 1975, e dalla legge 23 aprile 1983, n 123, che hanno affermato, in sostanza, il diritto della donna di conservare la cittadinanza italiana (salvo rinuncia) anche in caso di acquisto di una cittadinanza straniera per effetto di matrimonio o per effetto dell’assunzione di una cittadinanza straniera da parte del marito. Infine la materia della cittadinanza è stata interamente e organicamente ridisciplinata dalla legge n. 91 del 1992, nella quale non risulta riprodotta la norma per cui "la donna maritata non può assumere una cittadinanza diversa da quella del marito" e s’ispira anzi, in generale, al principio della reciproca autonomia dello status civitatis dei coniugi, salve le libere opzioni.
Ciò premesso, il Ministero pone il quesito se per effetto delle innovazioni intervenute medio tempore si possa ritenere abrogata già prima dell’entrata in vigore della legge n 91/92 la regola per cui "la donna maritata non può assumere una cittadinanza diversa da quella del marito".
Più precisamente, i termini della questione sono i seguenti.
Posto che vigente la legge del 1912 nel suo testo originario era pacifico che la donna coniugata ad un cittadino italiano conservasse in ogni caso la cittadinanza sino a che la conservava il marito, ci si chiede se questa regola abbia continuato ad applicarsi anche dopo la sentenza della Corte costituzionale del 1975 e dopo la parziale riforma legislativa del 1983
Il Collegio ritiene che si debba dare risposta affermativa.
L’art. 10, primo comma, della legge n. 555 del 1912 è rimasto in vigore sino al 1992, nella parte in cui attribuiva alla donna coniugata con un cittadino italiano il diritto di conservare la cittadinanza italiana, ancorché si determinassero nei di lei confronti quei presupposti che secondo le regole generali ne avrebbero determinato la perdita.
La sentenza della Corte costituzionale e la riforma legislativa del 1983 sono entrambe orientate in senso favorevole alla conservazione della cittadinanza italiana da parte della cittadina che contrae matrimonio con uno straniero, ovvero il cui coniuge italiano perde, in costanza di matrimonio, la cittadinanza italiana.
Né l’una né l’altra sono incompatibili con la regola sopra citata, il cui effetto è quello di far conservare la cittadinanza italiana alla donna coniugata con un cittadino italiano, quali che siano le sue vicende personali.
Che è quanto dire che l’art. 10, comma 1, non è stato abrogato per intero ma solo nella parte in cui comportava che una donna perdesse la cittadinanza italiana contro la propria volontà; è invece rimasto vigente sino al 1992, nella parte in cui escludeva che la donna perdesse detta cittadinanza, contro la propria volontà.
Di conseguenza, il disposto dell’art. 8, comma i, della legge n. 555 del 1912 è rimasto improduttivo di effetti, nei confronti della donna coniugata con un cittadino italiano, sino all’entrata in vigore della legge n. 91 del 1992 (salvo, si deve intendere, il diritto di rinunciare alla cittadinanza italiana).
In questa luce appare logicamente superata l’ultima parte del quesito. riferita dal Ministero all’ipotesi della donna che abbia maturato le condizioni previste dall’art. 8, comma 1, della legge n. 555/1912, conservando la cittadinanza italiana per effetto dell’art. 10, comma i, della stessa legge, e continui a trovarsi nelle stesse condizioni dopo l’abrogazione di quest’ultima disposizione.
Se tale abrogazione, per il profilo che qui interessa, si è verificata non per effetto della legge n. 123/83 (come ipotizzato dal Ministero) ma per effetto della legge n. 91/92 (come ritenuto da questo Collegio) la questione non si pone: alle persone che all’entrata in vigore di quest’ultima legge si trovassero nelle condizioni sopra descritte si applica l’art. 11 della nuova legge, che al contrario della precedente ammette la doppia cittadinanza a scelta della persona interessata.
Esistono tre sentenze in cui sono stati riconosciuti come italiani i figli di madre italiana nati prima del 1/1/1948.
La sentenza della Cassazione Civile di Roma, Prima Sezione, Sentenza 10.07.1996 n.6297 che riconobbe la cittadinanza italiana a un uomo, figlio di madre italiana, nato prima del 1948.
L'altro caso è del Tribunale di Torino, Sentenza 12 /04/1999 - "Deve essere considerato cittadino italiano colui che è nato da madre italiana anteriormente al 1° gennaio 1948.
L'ultima è la Sentenza della Corte Costituzionale n°30 del 28 gennaio 1983.
Ad oggi non ci sono altri casi conclusi positivamente
Mantovani nel mondo 99-2005

References: Art. 24
 sentenza 
 art. 10
 articolo 13
 art. 13
 art. 16
 art. 13
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 219
 sentenza 
 art. 219
 sentenza 
 Art. 24
 art. 24
 sentenza 
 art.7
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza