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Timestamp: 2020-02-21 12:58:34+00:00

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Contado di Asti; Feudi della Chiesa. Vedi mappa 1. Vedi mappa 2.
426 [censimento 1991]; 488 [censimento 2001].
Ha. 533 [ISTAT] / ha. 537 [SITA].
Asti, Chiusano d’Asti, Corsione, Montechiaro, Villa San Secondo.
Le fonti ISTAT segnalano la presenza di due “centri” insediativi, che insieme raccolgono la metà della popolazione; si aggiungono quattro “nuclei”, che ne raccolgono circa un terzo, mentre il 15 per cento circa della popolazione risiede in “case sparse”. Vedi mappa.
Cursembrandum, di probabile derivazione da Curtis Embrandi. Il toponimo è riconducibile alla curtis intesa sia come insieme dei possessi di un signore sia come centro residenziale e di raccolta dei prodotti dell’azienda fondiaria. L’antroponimo Embrandus, o Elprandus, attribuito alla curtis (attestato in zona dal 950) è stato ricondotto al diffuso stanziamento di elementi di stirpe franca in alcune zone dell’Astigiano durante l’età carolingia [Assandria 1904-07, docc. 21, 82, 200, 315; Bordone 1976, p. 35; Bordone 1980a].
Coacium, attestata per la prima volta nel 1153 come dipendente dal vescovo di Asti, in seguito designata come pieve di Cossombrato. Il sito della chiesa, oggi scomparsa, è localizzabile tra Villa San Secondo e Cossombrato. La circoscrizione plebana comprendeva Settime, Frinco, Rinco e Callianetto (nonché la Val Liscaria). Nel Registrum Ecclesiarum dioecesis astensis del 1345, la pieve, da cui dipendevano all’epoca dieci chiese, era tributaria della chiesa d’Asti per 80 lire [Bordone 1976, p. 35; 1980b, p. 170 nota 127; Bosio 1894, p. 524; Cico 1987-88; Silengo 1964; vd anche scheda Villa San Secondo].
San Martino fu la chiesa parrocchiale almeno fino alla fine del secolo XIII. All’epoca della visita apostolica del 1585 risultava ormai “chiesa campestre” e diroccata (diruta). Veniva descritta dal visitatore come l’antica sede principale (principalis) di cura d’anime tanto di Cossombrato quanto di Villa San Secondo, fino all’epoca in cui gli abitanti di quest’ultima si erano trasferiti nel nuovo insediamento (homines loci Ville S.ti Secundi se recepissent in locum ubi ad presens reperitur). Il trasferimento aveva provocato non solo la formazione di chiese separate (diversas ecclesias prorsus separatas homines praedicti in utroque loco sibi construxerunt), ma anche l’appropriazione da parte degli abitanti di Villa San Secondo dei “ricchissimi redditi” ecclesiastici (pinguissimos admodum redditus) già spettanti ai signori di Cossombrato, cui si diceva (diceretur) appartenere il diritto di giuspatronato sulla chiesa. Peraltro, una inchiesta condotta due anni prima dal visitatore suggeriva che la separazione sia cultuale sia patrimoniale delle due parrocchie avesse conosciuto diverse soluzioni intermedie, per consolidarsi soltanto in epoca più recente, “da vinticinque o vintiotto anni in qua in circa”. Fino a quel momento, secondo un testimone:
E’ probabile che il centro primitivo, noto come Cursembrandum, sia sorto in età alto medievale nei pressi della chiesa plebana. La curtis era ubicata lungo a strada di origine romana che, percorrendo per un buon tratto, a occidente della città, la valle del Rilate verso il torrente Versa, collegava Asti a Industria (Monteu da Po).
viam antiquam sup. Serram valisgiunti ubi sunt due vie qua ex altera itur ad civitatem Ast altera via que nomatur via antiqua.
Fulcro di controversie da un punto di vista giurisdizionale e amministrativo, quest’area costituì, durante l’età moderna, la porzione di territorio di Cossombrato maggiormente soggetta a dissodamenti e ad altre trasformazioni colturali e insediative sia temporanee sia permanenti.
Non si dispone di studi specifici sugli insediamenti più o meno permanenti promossi dai signori di Cossombrato durante l’età moderna nell’area della Madonna dell’Olmetto e dei boschi “del Debatto”. Nella toponomastica sono forse leggibili tracce dell’antico sistema viario [Eydoux 1980, p. 72].
Per quasi tutto il corso della sua storia e fino alle soglie dell’età contemporanea, Cossombrato fu un feudo dotato di un territorio, o “finaggio”, assai vasto, ma del tutto privo di uno statuto comunitario capace di prescindere dalle forti prerogative signorili. Il potere, o lo strapotere, dei signori locali, segnatamente della famiglia Pelletta, dalle radici alto medievali, fu accentuato e consolidato, a partire dal tardo medioevo, vuoi dai larghi margini di autonomia concessi ai poteri signorili locali dai vescovi di Asti e dal regime comunale affermatosi nella città a partire dal secolo XII, vuoi dagli spazi di manovra più volte rinnovati nel corso di tutta l’età moderna grazie all’intreccio di conflitti giurisdizionali tra poteri locali e sovralocali laici ed ecclesiastici: innanzitutto il governo sabaudo e quello pontificio.
Nel 1730 il territorio di Cossombrato fu sottoposto a “Misura Generale”, una rilevazione della superficie dei terreni che veniva condotta nel quadro dell’editto di riforma della fiscalità terriera nota come Perequazione generale; dal 1731 i terreni di Cossombrato furono quindi sottoposti a tassazione sulla base della loro iscrizione in un Libro del catasto, che veniva assegnato e conservato a Montechiaro. Le principali caratteristiche della misurazione erano consistite nella distinzione tra i “Beni uniti alla Giurisdizione”, vale a dire i terreni “posseduti dalli due Signori Convassalli del luogo” (i conti Pelletta e Tarino), e i “Beni Enfiteotici Feudali”, che erano “tenuti, e posseduti dalli Particolari”. Dei primi era stata calcolata e resa nota l’estensione complessiva (poco meno di 900 giornate), senza però distinguere tra i beni appartenenti a cuascun signore, se non nel criterio astratto delle rispettive “quote di giurisdizione” (pari a un terzo e a due terzi). Quanto ai beni “enfiteutici” e posseduti dai “particolari”, si trattava di oltre 450 giornate di terreni, per i quali i singoli coltivatori concessionari, che già versavano ai signori un “canone enfiteutico”, venivano ora sottoposti alla fiscalità statale. L’imposizione fiscale era fissata, con un dichiarato criterio di arrotondamento, in circa una “lira di registro” per ciascuna giornata di terra posseduta. In seguito, a partire dagli anni Cinquanta del secolo XVIII, la misurazione condotta sui terreni tassabili fu sottoposta a un riscontro sul “consegnamento” dei beni dei concessionari sottoposto al Senato di Torino dai rispettivi signori, ma una conoscenza più precisa della situazione fondiaria dovette attendere la cessione dei diritti giurisdizionali del vescovo di Asti. A partire dagli anni Ottanta, i beni già riferiti alla “giurisdizione” venivano ricalcolati sul terreno in circa 665 giornate (di cui oltre 400 spettanti ai Tarino e oltre 250 ai Pelletta), che venivano ora tenuti distinti dai beni comuni propri del “feudo rustico” del Bosco della Madonna dell’Olmetto. A loro volta, i beni definiti come “enfiteutici” dei “particolari” risultavano ripartiti tra dipendenze del “castello superiore” (dei Tarino) per oltre 470 giornate e dipendenze del “castello inferiore” (Pelletta) per poco meno di 200. Il tentativo compiuto nel 1730 di classificare in “valbe” i terreni tassabili, secondo la loro qualità, fu giudicato, a quest’epoca, “inefficace”, perché “non susseguì a questa operazione l’altra della Stima Territoriale”.
La serie storica, successiva alla costituzione del comune di Cossombrato, è conservata in modo continuativo a partire dal 1887 in A.S.C.C., Delibere [vedi anche A.C.C.].
Verso la seconda metà del secolo XII , i signori de Cursembrando, insieme con altri detentori meno importanti di diritti sul luogo, entrarono nella clientela del vescovo di Asti, istituendo ottimi rapporti, in particolare, con il Capitolo della cattedrale. Essi inaugurarono un legame con la curia astese che avrebbe dimostrato una straordinaria resilienza nel corso dei secoli.
Fu inizialmente ambito di dominio dei signori de Cursembrando, forse uno dei rami dei signori di Montiglio, i cui possessi comprendevano probabilmente due castelli sorti sul territorio dell’antica Cossombrato, nonché diritti su quello di Settime e beni fondiari in Cinaglio e forse anche a Corsione [Bordone 1976, pp. 35-36; Molina 1993, p. 4; Eydoux 1982, p. 58]. La presenza in loco della famiglia dei Pelletta, banchieri astigiani, risale agli anni Venti del secolo XIII, quando acquistarono una quota di Cossombrato già ceduta ad altri signori, i Cazio [Bordone 1976, p. 36] . Agli inizi del secolo XIV, dopo la fondazione di Villa San Secondo e la distruzione di uno dei due castelli, i Pelletta e i restanti signori de Cursumbrando fecero ricostruire il castello ancora esistente, ubicato verso sud, e lo denominarono con l’antico appellativo di Cossombrato, che aveva cessato di essere applicato al nuovo villaggio. A partire da quegli anni, i Pelletta coltivarono strettissimi rapporti sia con il vescovo di Asti sia anche con la nuova comunità, che pure era da loro seceduta.
Cossombrato appartenne al Contado di Asti, entrando a far parte del patrimonio degli Orléans nel 1389, a seguito del matrimonio di Valentina Visconti, contessa di Asti, con Louis de Valois, duca di Orléans e fratello di Carlo VI, re di Francia [Rubrice 1534; Sangiorgio 1975, pp. 280 sgg.]. Nel 1531, con l’investitura del Contado da parte dell’imperatore Carlo V alla cognata Beatrice di Portogallo, moglie del duca Carlo III di Savoia, i duchi di Savoia divennero conti di Asti. Lo stesso anno, con un diploma imperiale confermato nel 1562 dall’imperatore Ferdinando I, fu conferito ai duchi il vicariato imperiale sul Contado, con pieno esercizio di tutti i diritti regali, che nel 1555 erano stati estesi alle diocesi del dominio ducale.
Gli attuali territori di Cossombrato e Villa San Secondo durante il medioevo, e fino al secolo XIV, formavano un solo luogo, il cui nome era Cursembrandum (in una delle sue numerose varianti). La separazione e delimitazione territoriale tra Cossombrato, Villa San Secondo e una rosa di altre località confinanti, tra cui Callianetto e Montechiaro, si svolse gradualmente durante la prima età moderna, per culminare in una più precisa definizione di confini nel 1583-1605. Il territorio di Chiusano (oggi Chiusano d’Asti) fu ceduto dal vescovo di Asti al duca di Savoia Carlo Emanuele I e da questi eretto in comunità e infeudato nel 1619 [Bordone 1976; Molina 1993, p. 25; Silengo 1964, pp. 67-85; Torta 1999]. Cossombrato fu eretto a comune con le regie patenti dell’8 febbraio 1791 [A.S.T., Camerale, Patenti controllo finanze (1791); vd anche schede Castell'Alfero, Chiusano d'Asti, Montechiaro d'Asti e Villa San Secondo].
Come conseguenza di una controversia territoriale con Villa San Secondo, Montechiaro e altri luoghi, iniziata nel tardo medioevo e ricomposta in una serie di arbitrati tra la fine del secolo XVI e il 1606, risultò compresa nel “finaggio” di Cossombrato, e dunque entro la giurisdizione dei suoi signori, una estensione piuttosto vasta di boschi (calcolata nel secolo XVII in “[d]ucento, e piu giornate”), che veniva usata (“golduta”) dalla comunità di Montechiaro a titolo gratuito (senza pagare “alcun carico”) [A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo V 1]. Si trattò, almeno per tutto il secolo XVII, di terreni non iscritti a catasto [A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 27, n. 10]. A quell’epoca, i terreni in questione erano “tenuti e posseduti in feudo rustico”, senza prerogative di giurisdizione, dalla comunità di Montechiaro per investitura del vescovo di Asti. Essi erano stati infatti “anticamente dismess[i] da’ Vescovi per rimunerazione d’ajuto prestato dalli huomini di d[ett]o luogo alla Chiesa Astese” [A.S.T., Corte, Paesi, Paesi per A e B, C, Mazzo 68, Cossombrato o Cossambrato (Asti), 1579-1833, n.3, Corrispondenza dell’Intendente Favrat (1790)]. Una serie di investiture vescovili concesse in solidum alla comunità di Montechiaro tra il 1588 e il 1598, e più volte rinnovate nella seconda metà del secolo XVII, descrive i terreni, che, ubicati “sulle fini di Cossombrato”, si sviluppano “per longo verzo, et sin alle fini di Asti”, in 210 giornate di “Boschi detti della Mad[onn]a d’Ormetto [Olmetto], o sij del Debatto” [A.S.T., Camerale, Camera dei Conti, articolo 746, paragrafo 3, vol. 81, Indice, ff. 129 (1656); 191 (1666); 449 (1695); Libri diversi, cc. 129r-132v (1656); 194r-v (1666); 449r-451v (1695)]. Alcune investiture seicentesche suggeriscono un inizio di smembramento di questo patrimonio a favore di singoli “abitanti” di Cossombrato, provenienti da Priocca e Chiusano e insediati presumibilmente “nella Valle, verso Frincho, Castelalfiero, et Cortiglione” [A.S.T., Camerale, Camera dei Conti, articolo 746, paragrafo 3, vol. 81, Indice, ff. 315 (1683); 337 (1694); Libri diversi, cc. 129r-32v (1656); 449r-51v (1695)]. Nel 1678 la vertenza investì la chiesa della Madonna dell’Olmetto, quando gli “huomini” di Villa San Secondo si rivolsero al vescovo per difendere le proprie “ragioni” sulla chiesa “con alcuni beni adiacenti”, che accusavano i signori di Cossombrato (il conte Tarino, imitato dal conte Pelletta) di avere “occupato” [A.S.T., Corte, Paesi, Provincia di Asti, Mazzo 15, n. 5, Corrispondenza del vescovo d’Asti Tomati (1678)].
Risale al 1437, per opera dei delegati della duchessa di Orléans e del marchese di Monferrato, la definizione dei confini tra la comunità e uomini di Villa San Secondo, da un lato, e Callianetto, “terra” appartenente al distretto di Asti, dall’altro. Venne compiuto un accurato sopralluogo con un’abbondante determinazione di siti e di toponimi (che qui omettiamo). Fu prevista una puntuale collocazione di “termini” divisori e si stabilì che i fondi dagli abitanti del distretto di Asti che possedevano beni fondiari a Villa San Secondo dovessero pagare i carichi a Villa San Secondo e viceversa. Di fatto, il mancato perfezionamento degli accordi, insieme alla mancata definizione dei termini divisori tra Villa San Secondo e il territorio di Cossombrato, lasciò ampi spazi di incertezza, e di future contese, tra i signori di Cossombrato, Villa San Secondo e una rosa di altre località, tra cui Montechiaro, Callianetto e Corsione. L’area controversa, assai vasta, comprendeva beni fondiari perlopiù “indivisi”, vuoi perché utilizzati come boschi di uso comune tra gli abitanti di più località ( i boschi “del Debatto”), vuoi perché posseduti dalla Mensa vescovile di Asti secondo lo statuto giuridico alquanto elastico di “feudo rustico”, o di “beni rusticali indistinti”. Considerati talvolta come semplici allodi privi di connotazioni giurisdizionali, i beni del “feudo rustico” diedero adito, in altri casi, in particolare da parte dei signori di Cossombrato, all’assunzione di prerogative di “quasi possesso” derivanti dall’esercizio di atti di giurisdizione. Tra altri fattori, la ripresa demografica cinquecentesca contribuì senz’altro all’acuirsi dei conflitti sull’uso della terra, in particolare attraverso una ripresa dei dissodamenti promossi dai signori di Cosssombrato, innescando “molti homicidij, incendij, ruine di case, esportationi de fruti incissure de viti et altri eccessi et enormi scandali”.
In particolare, nel 1549 i signori di Cossombrato aprirono un contenzioso intorno ai confini con Villa San Secondo. L’argomento sostenuto dai signori era che da moltissimo tempo (ab antiquo et antiquiss.o tempore) essi avevano ricevuto l’investitura del castello e feudo di Cossombrato insieme con il territorio (de castro et feudo consombradi cum eorum Territorio), il quale territorio era definito, nella documentazione da essi addotta, con riferimento ai contorni dei territori confinanti, tra i quali però non risultava citata Villa San Secondo (absq. eo q. ulla fiat mentio ville s.ti secondi). I signori non si opponevano dunque alla ormai antica fondazione di Villa San Secondo, né al fatto che essa sorgesse in territorio et finibus consombradi, quanto piuttosto alla “invasione” dei beni fondiari dei signori da parte di quella Comunità e dei suoi uomini: una “sottrazione di obbedienza” per i quali era stata già comminata, nel secolo XIV, una forte ammenda in nome di un principio di “reintegro” dei signori nei propri beni. La “invasione” si manifestava nel fatto che gli abitanti di Villa San Secondo continuavano a coltivare i beni grazie a un “pretesto di superiorità” (pretextu [...] superioritatis), che tuttavia, dopo la definizione dei confini del 1437, non era stato mai legittimato da alcun atto di giurisdizione (actus Iurisdictionalis) capace di suffragare quella pretesa “superiorità” sui beni e dunque sul territorio: di fatto, gli abitanti continuavano a coltivarli da semplici coloni (uti coloni colebant).
Viceversa, i signori avevano continuato non solo a compiere regolarmente atti giurisidizionali sotto forma di arresti e di ammende (damna dantes in eis captivando, penasq. et banna ab eisdem Illatoribus exigendo), ma anche a “infeudare” e dissodare terre in favore di nuovi coloni, e ciò fino a trenta, vent’anni addietro, anzi fino al presente. Sia pure con tempi lenti, la controversia cominciò a produrre, a partire dal 1561, la formazione di delegazioni di deputati sabaudi (per Cossombrato) e monferrini (per Villa San Secondo) incaricate di visitare i confini, ascoltare le parti, e piantare sul terreno nuovi termini divisori dei confini. La comunità di Villa San Secondo pretese, in particolare, l’osservanza di una sentenza arbitrale del 1517, che tuttavia non risultò più reperibile; da parte sua, uno dei signori di Cossombrato, il conte di Masino, ebbe a dichiarare: “che più non voleva che si piantassero quei termini”, dato che “gli huo[min]i della Villa S. Secondo gli havevano poco fa tagliato un bosco”.
Tuttavia, i conti non tornarono a causa di una sovrastima dell’area complessiva. Alla prova dei fatti, “si sono rittrovati che tal somma non si può verificare, et ve ne sia parte occupata d’altri”, in particolare “gli hora disgerbati” da parte dei signori.. Gli arbitri scelsero dunque di procedere decurtando per approssimazioni successive. Ancora nel 1605 si ebbe notizia dello “spiantam[en]to de’ termini divisorj de’ Stati del Duca S[igno]r N[ost]ro, e del Monfer[rat]o fatto da alcuni particolari di Montechiaro a danno della Com[uni]tà di Villa S. Secondo”. La pubblicazione della sentenza dovette attendere il 1606, grazie, in particolare, al perfezionamento di una “capitolazione” particolareggiata fra gli uomini delle due comunità e all’avallo di una “risoluzione” del duca di Mantova. Con la fine de Seicento, tuttavia, nelle memorie dei funzionari monferrini, “La differenza fra quel luogo et Consombrato è accomodata, né vi è altra Discordia” [A.S.C.C., Atti di lite (1505-83); A.S.T., Corte, Paesi, Monferrato, Confini, Mazzo V 1, cc. 47r-50r (1473); 50r-53r (1549); 71-86 e 94-102 (1561); 94r-95r (1578); 103r-05r (1580); 149-55 (1605); 156-58, Sentenza abitr.le pronunziata dal Sen.e Riccardo Cesare di Roasenda Delegato del Duca di Savoja, e dal Sen.e Cesare Manenti Deleg.o del Duca di Monferr.o, per cui dichiarasi non aver ragione alcuna la Com.tà di Montechiaro sui beni aggiudicati a quella di Villa S. Secondo p. le succenn.e sentenze del 1578 e 1583, ma benzì sulla parte aggiudicata nelle med.e sentenze alli ss.i di Cossambrato (1606);159-206, Diverse lettere concernenti le sd.e diferenze tra Montechiaro, e Villa S. Secondo, ed alcuni eccessi commessi dall’una parte, e l’altra in dipendenza di quelle, con alcuni incombenti fati dalle pred.e Com.tà precedentem.te alla sovrariferita sentenza; Corte, Paesi, Monferrato, Feudi per A e B, Mazzo 68, n. 1 (4-9), Corrispondenze del presidente gran cancelliere Provana e del senatore Manenti (1605) n. 1 (12); Corrispondenza di Francesco Scozia (1583); n. 8 (13), Corrispondenze del presidente del Senato di Monferrato Avellano; minuta di sentenza del senatore Manenti (1581-1583); vd anche schede Castell'Alfero, Chiusano d'Asti, Corsione, Montechiaro d'Asti e Villa San Secondo].
A.C.C. (Archivio Storico del Comune di Cossombrato). Vedi inventario.

References: articolo 746
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 sentenza 
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