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Timestamp: 2019-09-16 06:32:18+00:00

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Rilevanza della sentenza di fallimento nel processo penale per bancarotta (Fallimento ) - GuideLegali.it
Cassazione penale, sez. V, sentenza 21 novembre 2007, n. 43076
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In materia di bancarotta la Cassazione ha affermato che la sentenza dichiarativa di fallimento non fa stato nel procedimento per bancarotta. Compete dunque al giudice penale stabilire se, nel caso concreto, l'interessato possa essere considerato piccolo imprenditore, e, come tale, non soggetto alle disposizioni sul fallimento. Nel caso in esame un imprenditore era stato condannato in primo ed in secondo grado per i reati di bancarotta fraudolenta per distrazione e di omessa istituzione e tenut
In materia di bancarotta la Cassazione ha affermato che la sentenza dichiarativa di fallimento non fa stato nel procedimento per bancarotta. Compete dunque al giudice penale stabilire se, nel caso concreto, l'interessato possa essere considerato piccolo imprenditore, e, come tale, non soggetto alle disposizioni sul fallimento.
Nel caso in esame un imprenditore era stato condannato in primo ed in secondo grado per i reati di bancarotta fraudolenta per distrazione e di omessa istituzione e tenuta dei libri e delle scritture contabili.
Successivamente alla riforma introdotta dal d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, che ha modificato la nozione soggettiva rilevante per i reati di cui si discorre, l’imputato ha proposto ricorso per Cassazione denunciando l’erronea applicazione di legge, in particolare dell'art. 2083 c.c. in relazione alla Legge Fallimentare art. 1, comma 2 come modificato dal D.Lgs. n. 5 del 2006, con riguardo alla qualifica di piccolo imprenditore dell'imputato e della conseguente assoggettabilità alla procedura fallimentare.
Al riguardo la Cassazione ha espresso la seguente massima: “ La sentenza dichiarativa di fallimento non fa stato nel procedimento per bancarotta con la conseguenza che spetta al giudice penale stabilire se, nel caso concreto, l'interessato possa essere considerato piccolo imprenditore, e, come tale, non soggetto alle disposizioni sul fallimento.
La novella di cui al D.Lgs. 9 gennaio 2006 n. 5, intervenuta in pendenza del processo penale per bancarotta a carico dell'imputato, deve essere considerata più favorevole rispetto a quella previgente, la quale, in fine dell'art.1, recava "in nessun caso sono considerati piccoli imprenditori le società commerciali, disegnando in tal modo, un ben più ampio perimetro della punibilità per reati fallimentari a carico del soggetto imprenditore, rispetto a quanto stabilito dallo jus superveniens.
Poichè la sentenza dichiarativa di fallimento è elemento costitutivo del delitto di bancarotta, l'immutatio legis in ordine alla fallibilità dell'imputato si riflette sulla sussistenza stessa del reato in questione con conseguente applicabilità dell'art. 2 c.p., che regola la successione nel tempo della legge penale, delle norme che definiscono la natura del reato, comprese e di quelle norme extrapenali richiamate espressamente a integrazione della fattispecie incriminatrice, nonchè delle leggi costituenti indispensabile presupposto del contenuto sostanziale del precetto.
La norma transitoria D.Lgs. n. 5 del 2006, ex art. 150 ha carattere procedurale e regola le procedure concorsuali pendenti al momento della entrata in vigore. Essa non rende, tuttavia, ultrattivo lo status di imprenditore "fallibile" (e quindi potenziale soggetto attivo del delitto di bancarotta) a mente delle norme previgenti, inibendo al giudice penale l'applicazione dell'art. 2 c.p., la cui ratio è, evidentemente, quella di evitare che sia sottoposto a sanzione penale (o a sanzione penale più severa) un soggetto che, alla luce della nuova normativa, non sarebbe meritevole di punizione (ovvero andrebbe incontro a pena più lieve)”.
Cassazione penale, sez. V,
sentenza 21 novembre 2007, n. 43076
La Corte veneta poi ha evidentemente basato il suo convincimento sul dettato della L. Fall., art. 1 nel testo previgente che, come è noto, prevedeva che in nessun caso potessero essere considerati piccoli imprenditori le società commerciali.
Ora, a parte il fatto che tale contenuto dell'art.1 è stato nel corso degli anni, eroso dalla dottrina e dalla giurisprudenza, anche costituzionale (le quali sono giunte alla conclusione che l'unico criterio valido per attribuire la qualifica di piccolo imprenditore è quello ex art. 2083 c.c.). è da considerare che il ricordato D.Lgs. n. 5 del 2006 ha dettato criteri diversi per la identificazione dello status di piccolo imprenditore.
In realtà, la s.n.c., come premesso ampiamente, ha operato solo per due anni e quindi va considerato il parametro degli investimenti iniziali, piuttosto che quello dei ricavi lordi conseguiti in un così breve arco temporale.
Infine, nessuna motivazione viene spesa, in risposta a specifico motivo di appello, in ordine alla eccepita rilevanza dell'ignorantia iuris ai sensi della nota sentenza Corte cost. 364/88, in relazione alla impossibilità per il cittadino, volendo aderire alla tesi dei giudici di merito, di comprendere che l'esonero in questione riguarderebbe solo la rilevanza ai fini fiscali;
Inoltre si afferma che la retroattività della legge più favorevole certamente non vale agli effetti civili; tuttavia, nel caso in esame, trattandosi di legge civile che viene a integrare un precetto penale, atteso che elemento essenziale delle fattispecie contestate è la sentenza di fallimento (e dunque la fallibilità dalla s.n.c.), ha rilievo la nuova definizione di piccolo imprenditore.
Dunque, se appare ovvio che la semplice successione di norme giuridiche integrative di un elemento costitutivo della norma penale non dà luogo, di per sè, ad una successione di leggi penali, occorre viceversa accertare se tale successione comporti, o meno, rispetto al fatto, quella reale novità legislativa che costituisce la ratio giustificatrice del principio di retroattività della legge più favorevole, sancito appunto dall'art. 2 c.p..
Al proposito, va anche ricordato che questa stessa sezione, con precedente decisione (ASN 200719297-RV 237025), ebbe ad affermare che la predetta disciplina transitoria deve aver vigore anche per quanto riguarda la individuazione dell'imprenditore assoggettabile a fallimento e, dunque, la nozione di piccolo imprenditore, che si vorrebbe definibile alla luce della "vecchia" normativa, (a maggior ragione) se il fallimento fu dichiarato prima della entrata in vigore del novum legislativo del 2006, in una sorta di perpetuatio definitionis, che avrebbe tanto vigore da spiegare i suoi effetti fino alla conclusione del processo per il delitto di bancarotta; ciò perchè - come si legge nella ricordata sentenza, che questo Collegio però non condivide - "la modifica innovativa portata dal D.Lgs. 9 febbraio 2006, n. 5 non è suscettibile di meccanica trasposizione nelle dinamiche della successione delle leggi penali. E tuttavia la stessa pronuncia appena citata sostiene che l'accertamento della qualificazione soggettiva della fattispecie di bancarotta, in quanto reato proprio, attiene solo al giudice penale, come indefettibile requisito del reato; con la conseguenza che la qualificazione di piccolo imprenditore, al di là del giudizio espresso dal giudice fallimentare, è appannaggio del solo giudice penale (in termini, d'altra parte ASN 200236032-RV 223456; ASN 199905544-RV 213529).
In tal senso, d'altra parte, si è sempre espressa la giurisprudenza (ancorchè risalente) di questa Corte, quando, ad es., a proposito della cessazione ope legis della qualifica di p.u. in capo a determinati soggetti, ha affermato (cfr. SS.UU. sent. n.8342 del 1987, ric. Tuzet, RV 176406) che, qualora un fatto perda il carattere di illecito penale a seguito di una modifica legislativa intervenuta successivamente, modifica che concerna la disciplina normativa extrapenale di riferimento per attribuire la qualità di soggetto attivo di un reato proprio, si applica il principio di retroattività della legge più favorevole affermato dall'art. 2 c.p., atteso che per legge incriminatrice deve intendersi il complesso di tutti gli elementi rilevanti ai fini della descrizione del fatto tra cui, nei reati propri, è indubbiamente compresa la qualità del soggetto attivo (cfr. inoltre ASN 199804176-RV 210696; ASN 200404296-RV 228152).
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 art. 1
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