Source: https://danieletatti.wordpress.com/2012/07/
Timestamp: 2017-10-23 11:19:11+00:00

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luglio | 2012 | Daniele Tatti
L’Agenda digitale può contribuire a fermare il declino ?
Probabilmente il declino di un Paese si può stimare dalla sua capacità di dissimulare il vecchio sotto l’apparenza del nuovo. È possibile che questa perniciosa tendenza si manifesti anche nell’Agenda digitale ?
Me lo sono chiesto leggendo il manifesto pubblicato il 28 luglio da Michele Boldrin, Sandro Brusco, Alessandro De Nicola, Oscar Giannino, Andrea Moro, Carlo Stagnaro e Luigi Zingales.
A prima vista, viene spontaneo pensare che l’innovazione digitale rappresenti una sorta di concime per tutti i cambiamenti auspicati nei dieci interventi per la crescita. Lo sviluppo dell’industria ICT, l’aumento generalizzato della produttività, l’evoluzione delle strutture organizzative e delle forme di interazione sociale, che vengono citati tra i prodotti dell’innovazione digitale, causando un uso più efficente delle risorse e una maggiore partecipazione dovrebbero sostenere il progresso sociale ed economico in modo trasversale.
Ma spesso nel nostro Paese, forse più che altrove, ad una innovazione corrisponde una resturazione uguale e contraria. La nostra società, oltre a resistere al cambiamento, come forse è naturale, ha sviluppato una particolare e a tratti sconcertante capacità di contrasto all’innovazione basata, tra le altre cose, sulla svalutazione dei beni intangibili e sulla sfiducia nell’intermediazione impersonale. Questo ha portato, ancora oggi, ad una ridotta adozione di servizi e processi innovativi, genericamente percepiti come inaffidabili e non alla moda. Parallelamente, si osserva una sorta di restaurazione digitale che costruisce servizi e processi, innovativi solo nel marketing, che gravano sulle tasche dei consumatori e dei cittadini ancor più dei servizi e dei processi tradizionali e che contribuiscono ad approfondire il digital divide anziché a colmarlo.
Per spiegare meglio cito il caso del protocollo informatico, introdotto dal Decreto del Presidente della Repubblica 428/1998 e da una serie di successivi provvedimenti. Apparentemente si tratta di un grande salto avanti rispetto al protocollo umbertino, descritto sobriamente dal Regio Decreto 35/1900. Non sono in grado di stimare quanto sia stato speso finora per sviluppare e diffondere il protocollo informatico ma temo che i vantaggi percepiti dai cittadini siano stati ben scarsi, se non altro perché le interazioni con lo stato, come ormai con qualsiasi soggetto, si sostanziano sempre meno in documenti e sempre più in modifiche di archivi elettronici di tipo non documentale. Dalla pubblica amministrazione oggi un cittadino si attende tutt’altro rispetto alla possibilità (peraltro rimasta largamente teorica) di spedire documenti attraverso “canali telematici” poco innovativi nelle modalità e poco appetibili nei tempi.
Questa è una storia di tanti anni fa, ma passiamo all’Agenda digitale. I prodotti della Cabina di regia saranno noti entro settembre ma sono noti i suoi obiettivi. Leggendo ad esempio gli obiettivi di eGovernment, per quanto possano apparire incompleti e provvisori, e confrontandoli con quelli della Digital Agenda for Europe è comunque evidente l’enfasi sulla posta elettronica certificata (o PEC) e sulla “piena applicazione” del codice dell’amministrazione digitale (o CAD). Se ne deduce che molte risorse verranno dedicate alla diffusione di uno strumento di comunicazione di natura documentale, nato per l’interazione tra esseri umani e dettagliatamente regolato per via normativa. Uno strumento non innovativo, di cui non c’è traccia nell’Agenda digitale europea come peraltro in quasi nessun altro Paese europeo, ma che è certamente in grado di rassicurare un apparato statale che si nutre appunto di documenti, di relazioni personali e di norme.
La proposta “Fermare il Declino” non ne parla specificamente, ma forse uno degli interventi per la crescita del Paese potrebbeconsistere proprio nel contrastare e vanificare la restaurazione digitale, che si manifesta tanto nel settore pubblico quanto in quello privato, e promuovere l’innovazione digitale in tutte le sue manifestazioni sempre più presenti nel nostro scenario quotidiano.
Poche modifiche in commissione all’Agenzia digitale
agenzia digitale, eGovernment
Naturalmente sto seguendo gli sviluppi parlamentari del DL 83/2012, che definisce fra l’altro la nuova Agenzia digitale. Cerco di dedicare meno tempo possibile a questa impresa ma non è facile: gli archivi del sito della Camera sono abbastanza completi e aggiornati ma, al centro di tutto, più che l’utente c’è l’istituzione.
Agenda digitale 1 e 2
eGovernment, europa
Il 10 luglio la commissione Trasporti della Camera ha riunito in un solo testo (“Disposizioni per lo sviluppo dei servizi elettronici e digitali”) due progetti di legge che vertevano su temi affini presentati dagli on. Gentiloni (PD) e Palmieri (PdL).
Vorrei commentare il nuovo testo unificato limitatamente alle disposizioni sulla pubblica amministrazione.
Come si sa, nei primi mesi del 2012 sono partite una serie di attività governative e parlamentari che discendono dall’Agenda digitale europea.
Il 9 febbraio è stato pubblicato il DL 5/2012, approvato il mese prima dal Consiglio dei ministri, che all’art. 47 (“Agenda digitale italiana”) esprime l’intenzione del governo di seguire le indicazioni dell’Agenda digitale europea e annuncia l’istituzione di una cabina di regia per l’attuazione dell’Agenda digitale italiana.
Il 19 gennaio l’on. Gentiloni (PD) ha presentato la proposta di legge “Disposizioni per lo sviluppo dei servizi elettronici e digitali” (C. 4891). Nella premessa viene sottolineato il fatto che le soluzioni e misure proposte, adeguate al contesto nazionale, seguono puntualmente gli obiettivi dell’Agenda digitale europea.
Il 1° marzo viene istituita la cabina di regia suddivisa i sei gruppi di lavoro che, attraverso il coinvolgimento di molti stakeholder, e dei cittadini attraverso una consultazione pubblica, dovrà produrre dei progetti operativi e un pacchetto normativo che confluiranno nel decreto DigItalia.
Il 28 marzo l’on. Palmieri (PdL) ha presentato la proposta “Disposizioni per la realizzazione dell’Agenda digitale nazionale” (C. 5093), nella cui premessa si pone principalmente l’accento sul coinvolgimento del governo, del parlamento e degli operatori del settore per lo sviluppo delle imprese digitali, senza esplicito riferimento al quadro europeo.
Art. 1 c. 1 lettera e) – E’ solo una pignoleria, ma l’espressione cloud computing definita qui non è usata nel testo (per fortuna).
Art. 2. – Bene l’idea di un disegno di legge annuale per l’incentivo e lo sviluppo dei servizi digitali che contenga tra l’altro disposizioni per rimuovere gli ostacoli legislativi e amministrativi nella pubblica amministrazione. Evidentemente, quali ministri proporranno e concerteranno il disegno di legge dipenderà dalla governance definitiva dell’Agenda digitale italiana. Se ad esempio la vigilanza sull’Agenzia per l’Italia digitale fosse esercitata dal Presidente del consiglio o dal suo ministro delegato, il disegno di legge annuale potrebbe essere proposto da lui.
Art. 28 – Nulla di male nel c. 1 (e anche per il c. 4) ma mi sembra che l’art. 68 del CAD dica quasi le stesse cose con maggiori dettagli.
La frase finale del c. 1 (forse c. 2) è invece una vera e propria bomba. La pubblicità di qualsiasi informazione in possesso delle istituzioni pubbliche (che non sono poche), senza specificare tariffe e altri vincoli, supera di slancio la stessa direttiva 2003/98/CE (“Riutilizzo delle informazioni nel settore pubblico”) e, a maggior ragione, il tiepido recepimento italiano a cui il nostro Paese è arrivato solo dopo una procedura d’infrazione. Mi chiedo se con l’espressione “le proprie informazioni e i dati contenuti nelle proprie banche dati” non si intendesse indicare una tipologia di dati più ristretta.
Anche il c. 3 è pienamente condivisibile, ma mi sembra che l’art. 12 c. 5 del CAD dica più o meno le stesse cose con più dettagli, compreso l’importante richiamo alla necessità di conformare le regole tecniche a quelle concordate a livello UE.
Per quanto riguarda invece l’interoperabilità tra le banche dati, va detto che il modo prevalente e preferibile per raggiungere questo obiettivo non è attraverso applicativi standard, in questo caso identificati dal Ministero della pubblica amministrazione e della semplificazione, ma definendo architetture e regole tecniche di interoperabilità. Che si chiamino SPC (Sistema pubblico di connettività) o in altro modo non importa molto: l’importante è che si seguano e si rendano obbligatorie da parte di tutte le istituzioni pubbliche le regole, ampiamente riconosciute, già discusse e in gran parte concordate in sede europea. Il riferimento principale è al vecchio programma europeo ISA (Interoperable Solutions for European Public Administrations), al quale è in parte ispirato anche il nostro CAD.
Al c. 5, l’analogia tra erogazione di servizi online e diffusione di trasmissioni televisive appare difficilmente sostenibile. Come insegna il confronto con gli altri stati membri, la sostituzione integrale dei servizi di sportello con servizi ad accesso digitale presuppone la disponibilità di alcuni “mattoncini” come l’identità elettronica, la firma digitale, l’interoperabilità tra le basi di dati e i sistemi utilizzati dalle diverse amministrazioni. In questi ambiti il nostro Paese registra talvolta punte di eccellenza, talvolta ritardi ma sempre disparità di adozione da parte delle diverse amministrazioni.
Con riferimento anche a quanto detto a proposito del c. 3, è utile rileggere le conclusioni del consiglio europeo del 28-29 giugno nelle quali, accanto alle familiari indicazioni di politica economica e finanziaria, cominciano ormai a comparire, ben cristallizati, i principali orientamenti di eGovernment concordati in anni di concertazione europea, come l’urgenza di attuare l’interoperabilità dell’identità elettronica e degli altri servizi digitali. Altri e più corposi riferimenti sono il Piano d’azione europeo di eGovernment 2011-2015, la stessa Agenda digitale europea e tutte le attività implementative finanziate dai programmi ISA, CIP e FP7. Se non si richiamano e soprattutto attuano queste indicazioni a livello nazionale, e si punta invece su pianificazioni temporali ravvicinate, è facile prevedere una serie di proroghe o, peggio, di inadempienze non sanzionabili.
Per inciso, dal momento che la natura territoriale delle reti televisive terrestri non trova corrispondenza nelle reti distribuite come Internet, non risulta evidente come e perché predisporre il piano di sostituzione o lo switch off per aree territoriali.
Art. 29 c. 1 – Sono condivisibili sia la necessità di garantire la riservatezza dei dati personali dei cittadini sia quella di verificare la conformità dell’uso dei programmi alle licenze d’uso lecitamente acquisite. Il comma sembra però implicare che l’unica o prevalente minaccia alla riservatezza dei dati sia rappresentata dal software illegale. Si tratta di una visione molto parziale della sicurezza informatica che induce a trascurare la gestione complessiva della sicurezza che tocca, ad esempio, la gestione delle reti o degli utenti interni e che poco ha a che vedere, di per sé, con la gestione delle licenze.
Art. 30 – Certamente si tratta di un’utile previsione che di fatto abroga il c. 6 del regolamento citato. La sola perplessità è che l’intervento sia troppo puntuale e limitato perche gli venga dedicato un intero articolo dal titolo “Digitalizzazione della giustizia”.
Art. 31 c. 1 – Giusto il fine ma esprimo dubbi sulla possibilità di svolgere proficuamente attività di promozione attraverso un decreto anziché realizzando progetti pilota oppure condividendo le migliori pratiche, che non mancano.
Anche il c. 3 è pienamente condivisibile, anche se è lecito chiedersi quante strutture sanitarie attiveranno la fruizione al pubblico delle loro reti wi-fi senza sostenere maggiori oneri a carico dello stato o dell’ente locale, e quante di queste ultime non lo abbiano già fatto senza attendere una previsione normativa.
In conclusione, non è facile per un osservatore esterno valutare se le due iniziative governativa e parlamentare stiano comunicando e come. L’impressione è che l’iniziativa governativa punti ad obiettivi più ampi, tra i quali rientra l’istituzione dell’Agenzia per l’Italia digitale anticipata con il DL 83/2012, mentre il parlamento si stia focalizzando su temi più delimitati.
agenzia digitale, decreto, emendamenti
Il decreto legge 83/2012 ha iniziato il suo iter parlamentare in vista di una rapida conversione in legge. Sono cominciate oggi alla Camera le audizioni informali da parte delle commissioni Finanze e Attività produttive. Nei prossimi giorni si vedrà se il testo pubblicato in Gazzetta ufficiale verrà modificato o meno.
Nel frattempo, con tutta la modestia e l’ingenuità di chi non ha mai conosciuto personalmente il Legislatore, propongo una serie di possibili emendamenti agli art. 19 – 21, di mio più diretto interesse, che oltre a fare chiarezza nella mia mente spero siano anche oggetto di discussione.
[5/7/2012] Aggiungo qualche spiegazione preliminare rimandando alle considerazioni precedenti per le motivazioni.
La vigilanza sull’Agenzia è assegnata al solo Presidente del consiglio o al Ministro delegato, mentre il Comitato di indirizzo nominato dal Presidente del consiglio comprende rappresentanti della pubblica amministrazione, dal settore privato e dalla società civile. Quest’ultima soluzione è ispirata al Comitato di indirizzo dell’ISTAT previsto dal DPR 166/2010. All’Agenzia vengono poi assegnati compiti generali e a lungo termine legati allo sviluppo della società dell’informazione e dell’economia digitale. Le funzioni, come peraltro la dotazione di personale, sono ricavate da quelle proprie dei tre enti, Dipartimento compreso. Viene inoltre messa in evidenza la funzione di collaborazione con le istituzioni dell’Unione europea, come era stato previsto per l’Agenzia delle entrate dal suo statuto. Infine, vengono cancellati il trasferimento a CONSIP della competenza sui progetti innovativi e le misure peggiorative nel quadro contrattuale del personale dell’Agenzia.
Art. 19 (Istituzione dell’Agenzia per l’Italia Digitale)
1. E’ istituita l’Agenzia per l’Italia Digitale (in seguito “Agenzia”), sottoposta all’alta vigilanza del Presidente del consiglio dei ministri o del Ministro da lui delegato (in seguito “il Ministro vigilante”).
Art. 20 (Fini istituzionali)
1. L’Agenzia ha il fine di promuovere lo sviluppo della società e dell’economia attraverso l’innovazione digitale, di assicurare il coordinamento informatico dell’amministrazione statale, regionale e locale, in attuazione dell’articolo 117, secondo comma, lettera r), della Costituzione e di realizzare gli obiettivi dell’Agenda digitale italiana, in coerenza con gli indirizzi elaborati dalla Cabina di regia di cui all’articolo 47 del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, convertito in legge con modificazioni dalla legge 4 aprile 2012, n. 35, e con l’Agenda digitale europea.
2. L’Agenzia svolge le funzioni attribuite al Dipartimento per la digitalizzazione della pubblica amministrazione e l’innovazione tecnologica della Presidenza del consiglio dei ministri, a DigitPA e all’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione.
Aggiungere il comma 2 bis:
2 bis. L’Agenzia presta la propria collaborazione, secondo gli indirizzi impartiti dal Ministro vigilante, alle istituzioni dell’Unione europea e svolge i compiti necessari per l’adempimento, nelle materie di competenza, degli obblighi internazionali assunti dallo Stato.
Al comma 4 cancellare le parole:
”le funzioni di cui alla lettera d) e“.
Art. 21 (Organi e statuto)
Aggiungere il comma 3 bis:
3 bis. Il Comitato di indirizzo è composto da quindici membri nominati dal Presidente del Consiglio dei Ministri: sei rappresentanti delle amministrazioni statali; due rappresentanti delle regioni e degli enti locali designati dalla Conferenza unificata; cinque membri di associazioni o enti in rappresentanza del settore privato e della società civile; due esperti di fama nelle materie rilevanti per le finalità istituzionali dell’Agenzia.
Conseguentemente, al comma 4 cancellare le parole:
“Lo Statuto prevede che il Comitato di indirizzo sia composto da un rappresentante della Presidenza del Consiglio dei Ministri, un rappresentante del Ministero dello sviluppo economico, un rappresentante del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, un rappresentante del Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, un rappresentante del Ministero dell’economia e finanze e due rappresentanti designati dalla Conferenza Unificata.”
“Con lo statuto sono altresì disciplinate le modalità di nomina, le attribuzioni e le regole di funzionamento del Comitato di indirizzo e le modalità di nomina del Collegio dei Revisori.”
Art. 22 (Soppressione…)
1. Dalla data di entrata in vigore del presente decreto, il Dipartimento per la digitalizzazione della publbica amministrazione e l’innovazione tecnologica della Presidenza del consiglio dei ministri, DigitPA e l’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione sono soppressi.
Al comma 3 cancellare le parole:
“È fatto salvo il diritto di opzione per il personale in servizio a tempo indeterminato presso il Dipartimento per la digitalizzazione della pubblica amministrazione e l’innovazione tecnologica della Presidenza del Consiglio dei Ministri.”
Al comma 6 cancellare le parole:
“Con lo stesso decreto è definita la tabella di equiparazione del personale trasferito con quello del personale appartenente al comparto Ministeri.”
Ancora al comma 6, sostituire l’espressione “riassorbibile” con “non riassorbibile”.

References: Art. 1

Art. 2

Art. 28

Art. 29

Art. 30

Art. 31
 art. 19

Art. 19

Art. 20

Art. 21

Art. 22