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SEN. DONATELLA PORETTI » Ordini del giorno al Decreto Legge in materia di sovraffollamento carcerario » Print
Posted By Donatella On 17 gennaio 2012 @ 13:15 In Ordini del giorno | No Comments
il giorno 15 novembre 2009 l’agenzia di stampa Ansa riportava le dichiarazioni del dottor Alessandro Margara, già magistrato e Direttore generale del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, in merito a ipotetici episodi di violenza da parte di membri delle Forze dell’Ordine nei confronti di cittadini sottoposti a controlli, fermi o arresti, a seguito dei casi che in questi giorni suscitano la motivata indignazione dell’opinione pubblica sulla morte di Stefano Cucchi, come di altre morti avvenute in circostanze sospette nelle more di provvedimenti giudiziari e di sicurezza, e di quanto emerso da una registrazione audio di un dialogo tra alcuni agenti di Polizia penitenziaria che induce il sospetto che nella casa circondariale di Teramo, loc. Castrogno, siano state compiute violenze nei confronti di detenuti;
il dott. Margara, persona di indiscussa attendibilità la cui esperienza professionale porta alla necessaria approfondita conoscenza delle dinamiche dell’agire del personale che ha gestito e con cui ha lavorato, riferisce che “da parte di tutti gli organi di polizia c’è la tendenza alla violenza, soprattutto verso gli inermi”, pestaggi negli istituti penitenziari “non sono certo la norma – dice Margara – ma una cosa che purtroppo rientra nell’ordinaria follia di quello che è il carcere oggi. Al personale manca una guida che indichi percorsi diversi” e ricorda che ci sono state più raccomandazioni da parte del Consiglio d’Europa per “evitare che succedano queste cose”, evidenziando che sul terreno dell’accertamento delle responsabilità c’è stata “da sempre una mancanza grave da parte della gerarchia penitenziaria”;
si rileva come le affermazioni del dottor Margara giungano a conferma di analoghe segnalazioni rilasciate da funzionari, in servizio e non, delle Forze dell’Ordine, a organizzazioni quali la redazione di Ristretti Orizzonti, l’associazione Il Detenuto Ignoto, l’associazione A Buon Diritto e l’associazione Antigone;
il movimento Radicale, che da sempre basa la sua iniziativa politica ispirandosi ai fondamenti della lotta nonviolenta, rileva come le parole del dott. Margara e degli altri funzionari di polizia siano significativa testimonianza di una situazione che, nel suo verificarsi, sarebbe assolutamente incompatibile con lo Stato democratico e di diritto, e oltre a essere insostenibile davanti a quanto l’esperienza umana di ogni cultura insegna, e che trova in Gandhi immediata rispondenza nell’assunto che “la violenza semplicemente moltiplica il male” e nel conseguente rifiuto di qualsiasi violenza quale mezzo disponibile di ogni società politicamente organizzata, contravviene in assoluto alla Costituzione (artt. 2, 13, 27, 28, 33, 54) e ad ogni legge nazionale in materia, e alle convenzioni internazionali più importanti quali la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (Art. 5), il Patto internazionale sui diritti civili e politici (Artt. 6 e 7), la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti;
in particolare, si rileva che l’Italia, non prevedendo nell’ordinamento delle sue leggi alcun reato specifico, né norme specifiche a protezione delle vittime e dei testimoni di atti di tortura, contravviene in modo continuato a quanto ratificato in sede ONU nel Patto internazionale sui diritti civili e politici (Artt. 2 e 3) e nella Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti (Artt. 2 e 4);
si ravvisa, inoltre, che in assenza di specifici reati, nessun risarcimento è garantito per legge da parte dello Stato nei confronti delle vittime di tortura e dei loro familiari.
come ricordato dal dottor Margara, una delegazione del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa ha effettuato la settima visita periodica negli istituti di pena italiani dal 14 settembre al 26 settembre 2008 (mentre l’ottava ha avuto luogo dal 27 al 31 luglio 2009, e ha riguardato un controllo sull’applicazione delle ultime disposizioni di legge sul rimpatrio degli extracomunitari nei casi che questi possano essere ricondotti in paesi dove rischiano di divenire vittime di tortura). La pubblicazione del rapporto delle visite ispettive del Comitato deve essere richiesta formalmente dal Paese interessato, ma nel caso delle ultime visite non è stata presentata richiesta.
le Forze dell’Ordine, con grande merito nonostante le sempre maggiori difficoltà – ricordiamo, per esempio, che il Corpo di Polizia Penitenziaria risulta essere sotto organico di oltre 5000 agenti rispetto alle esigenze di servizio, questo mentre le carceri sono sovrapopolate con almeno 12 mila detenuti in più rispetto ai 43 mila posti disponibili – riescono a continuare a garantire un servizio di fondamentale importanza per la società nel contrasto alla criminalità e nel controllo dell’ordine pubblico, e la tutela di questo notevole patrimonio professionale non può mancare di essere messa al riparo dall’evenienza di fatti come quelli citati che rischiano di innescare pericolose generalizzazioni, soprattutto in condizioni di legge che possono far nascere difficoltà in capo all’accertamento delle responsabilità personali e alla loro persecuzione;
- adottare con urgenza provvedimenti atti a contrastare ogni fenomeno di violenza non giustificabile sui cittadini da parte di funzionari delle Forze dell’Ordine nell’esercizio delle loro funzioni;
- adottare con urgenza misure volte all’introduzione nell’ordinamento del reato di tortura e di specifiche sanzioni, nonché dispositivi volti alla certa individuazione e persecuzione di eventuali atti di tortura e dei responsabili, in attuazione di quanto da lungo tempo ratificato in sede ONU nel Patto internazionale sui diritti civili e politici e nella Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti;
se il governo non intenda richiedere al Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa la pubblicazione del rapporto sulle ultime visite effettuate da questo organismo in Italia, per quali motivi tale richiesta non sia stata ancora inoltrata, e in caso contrario per quali motivi non si intenda richiederla;
- adottare con urgenza misure volte a permettere l’agevole ed univoca identificazione del personale di polizia da parte del cittadino, quali, per esempio, la proposta di delega al Governo in materia di impiego dell’uniforme e di identificazione del personale delle Forze di polizia depositato alla Camera e al Senato dai parlamentari radicali
- adottare misure quali l’anagrafe pubblica degli istituti di pena ( presentata alla Camera e al Senato dai parlamentari radicali) volte a garantire la trasparenza di questi istituti e misure volte a garantire la trasparenza dell’operato delle forze dell’ordine.
- promuovere la professionalizzazione del personale delle Forze dell’Ordine attraverso addestramenti che indichino e prediligano percorsi alternativi all’uso della violenza nell’esercizio delle loro funzioni.
ORDINE DEL GIORNO (limiti alla capienza carceraria)
con la sentenza 23 maggio 2011 (nella causa BROWN v. PLATA, N. 09-1233) la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ordinato allo stato della California di ridurre la sua popolazione carceraria e di porre rimedio al sovraffollamento delle sue carceri, scarcerando circa 40 mila detenuti in ragione del mancato rispetto degli standard minimi di vivibilità. Si tratta di una sentenza che trova significativi precedenti di diritto comparato anche negli ordinamenti continentali, se è vero che nel marzo 2011 la Corte Costituzionale tedesca ha ordinato di rilasciare un detenuto qualora le autorità penitenziarie non siano in grado di assicurare una prigionia rispettosa dei diritti umani fondamentali;
nel nostro ordinamento, spiega direttamente i suoi effetti la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, seconda sezione, nel caso Sulejmanovic contro Italia (ricorso n. 22635/03), resa il 16 luglio 2009, in cui la Corte ha accertato la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo in ragione delle condizioni nelle quali il ricorrente era stato detenuto. Nella fattispecie, il richiedente fu detenuto in una cellula di 16,20 m², divisa con altre 5 persone. Secondo i documenti prodotti dal Governo, la cella assegnatagli per parte del suo soggiorno carcerario effettivamente era stata occupata da 6 prigionieri a partire dal 17 gennaio 2003. La Corte ha osservato che, anche supponendo che tale fosse stato il caso, ciò nondimeno, per un periodo di più di 2 anni e mezzo, ogni detenuto non disponeva che di 2,70 m² di media. La Corte di Strasburgo ha ritenuto che una situazione tale non abbia potuto che provocare dei disagi e degli inconvenienti quotidiani per il ricorrente, obbligato a vivere in uno spazio molto esiguo, di gran lunga inferiore alla superficie minima stimata come auspicabile dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT). Agli occhi della Corte, la flagrante mancanza di spazio personale di cui il ricorrente ha sofferto, è di per sé costitutiva di un trattamento disumano o degradante, in violazione dell’art. 3 della Convenzione sancisce uno dei valori fondamentali delle società democratiche. Esso proibisce in termini assoluti la tortura e le pene o i trattamenti disumani o degradanti, a prescindere dal comportamento della persona a riguardo (Saadi contro Italia [GC], no 37201/06, § 127, 28 febbraio 2008, e Labita contro Italia [GC], 26772/95, § 119, CEDH 2000-IV). Esso impone allo Stato di assicurarsi che ogni prigioniero sia detenuto nelle condizioni che sono compatibili con il rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione del provvedimento non espongano l’interessato a pericoli o a prove d’un’intensità che ecceda il livello inevitabile di sofferenza inerente alla detenzione e che, avuto riguardo alle esigenze pratiche della detenzione, la salute e il benessere del prigioniero siano assicurati in modo adeguato (Kudła c. Polonia [GC], no 30210/96, § 92-94, CEDH 2000-XI). La Corte – pur facendo riferimento al parametro fissato dal CPT, secondo cui 7 m2 per persona sono la superficie minima auspicabile per una cella di detenzione (v. il secondo rapporto generale – CPT/Inf (92) 3, § 43) – non saprebbe dare la misura, in maniera precisa e definitiva, dello spazio personale che deve essere concesso ad ogni detenuto secondo i termini della Convenzione, potendo tale questione da numerosi fattori, come la durata della privazione della libertà, le possibilità di accesso alla passeggiata all’aperto, o la condizione mentale e fisica del prigioniero (Trepachkine contro Russia, no 36898/03, § 92, 19 luglio 2007);
è inevitabile che una sovrappopolazione carceraria grave ponga in sé il problema della violazione dell’art. 3 della Convenzione (sentenza 15 luglio 2002 Kalachnikov contro Russia, § 97) e che, in certi casi, la mancanza di spazio personale per i detenuti sia talmente flagrante da giustificare, di per sé sola, la constatazione di violazione dell’art. 3. In questo caso, in linea di massima, i richiedenti disponevano di meno di 3 m² (Aleksandr Makarov contro Russia, no 15217/07, § 93, 12 marzo 2009 ; v. ugualmente Lind contro Russia, no 25664/05, § 59, 6 dicembre 2007 ; Kantyrev contro Russia, no 37213/02, §§ 50-51, 21 giugno 2007; Andreï Frolov c. Russia, no 205/02, §§ 47-49, 29 marzo 2007 ; Labzov contro Russia, no 62208/00, § 44, 16 giugno 2005, e Mayzit contro Russia, no 63378/00, § 40, 20 gennaio 2005). In compenso, in processi in cui la sovrappopolazione non era stata così grave, la Corte ha notato che altri aspetti delle condizioni di detenzione erano da prendere in considerazione: tra gli elementi figurano la possibilità di utilizzare le toilette in modo privato, l’aerazione disponibile, l’accesso alla luce e all’aria naturali, la qualità del riscaldamento e il rispetto delle esigenze sanitarie di base (v. ugualmente gli elementi che emergono dalle regole penitenziarie europee adottate dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa). Così, perfino nei processi in cui ogni detenuto disponeva da 3 a 4 m², la Corte ha dedotto la violazione dell’art. 3, dato che la mancanza di spazio si accompagnava ad una mancanza di ventilazione e di luce (Moisseiev contro Russia, no 62936/00, 9 ottobre 2008 ; v. ugualmente Vlassov contro Russia, no 78146/01, § 84, 12 giugno 2008; Babouchkine contro Russia, no 67253/01, § 44, 18 ottobre 2007);
la Conferenza convocata ad Interlaken dalla presidenza del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, ha approvato, con la dichiarazione finale del 19 febbraio 2010, un piano d’azione che tra l’altro richiede agli Stati parte di impegnarsi a: “tener conto degli sviluppi della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, segnatamente allo scopo di considerare le conseguenze che si impongono a seguito di una sentenza che accerti una violazione convenzionale da parte di un diverso Stato parte, allorché il loro ordinamento giuridico sollevi il medesimo problema di principio” (§ B, n. 4 lett. c). In sede di Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa il 10 e 24 marzo 2010 vi è stata piena adesione – anche del Governo italiano – al piano d’azione di Interlaken, tanto da costituire un apposito gruppo di lavoro intergovernativo per monitorarne il seguito;
a seguito della condanna della Corte europea, la circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia si è limitata a richiedere ai direttori delle carceri di “vigilare affinché non si verifichino, ed eventualmente non si protraggano, situazioni analoghe a quelle sanzionate dalla Corte di Strasburgo”.
ad onorare l’impegno assunto a Strasburgo dallo Stato italiano il 10 e 24 marzo 2010, in ordine al piano d’azione di Interlaken, emanando una direttiva vincolante che individui un tetto massimo di capienza per ogni carcere, sulla scorta dei parametri minimi di quadratura individuati dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo;
a richiedere ai direttori di carcere di proporre al magistrato di sorveglianza la scarcerazione dei detenuti meno pericolosi (nelle modalità alternative alla detenzione previste dall’ordinamento penitenziario), per far posto a quelli più pericolosi;
ad attivare mezzi di contestazione della responsabilità disciplinare, in capo al direttore di carcere, che consente l’ingresso di ulteriori detenuti in un carcere sovraffollato, quando non dimostri di essersi attivato con le modalità di cui sopra per prevenire il trattamento disumano e degradante.
ORDINE DEL GIORNO (trasparenza)
premesso che, come citato nel disegno di legge S. 1533 per l’”attuazione dell’anagrafe pubblica degli istituti di pena” presentato dai sottoscritti senatori radicali in collaborazione con l’Associazione Radicale Il Detenuto Ignoto:
A fronte di una popolazione detenuta ormai prossima alle 68.500 mila unità, si assiste ad un vero e proprio salasso di denaro pubblico e di trasparenza: di una spesa quantificabile in più di 6 miliardi e mezzo di euro all’anno da parte dello Stato, il cittadino non ha elementi fruibili di conoscenza, che gli garantiscano un rapporto dettagliato dell’utilizzo di questo denaro. Avere informazioni dettagliate sugli istituti di pena presenti sul territorio italiano, al giorno d’oggi continua a risultare un’impresa tutt’altro che semplice, per la società civile e per l’informazione. Inoltre, la legge contempla la possibilità che il cittadino possa accedere ai documenti amministrativi allo scopo di garantire la trasparenza dell’attività amministrativa, ma reperire i bilanci delle amministrazioni penitenziarie allo stato attuale non rientra in questa possibilità, se non attraverso lunghe e incerte procedure burocratiche;
ORDINE DEL GIORNO (cani in carcere)
Fino ad ora la possibilità per un detenuto di poter incontrare il proprio cane era lasciata all’iniziativa di qualche direttore di istituto particolarmente illuminato. E’ successo recentemente a Verona e a Genova Pontedecimo, dove due detenuti hanno potuto incontrare il loro animale;
Riteniamo che questa possibilità debba essere estesa su tutto il territorio nazionale. Sappiamo che nella scala delle priorità di quello che serve in un carcere questa non è in cima alle lista in istituti dove ormai manca tutto. Se non altro però questa sarebbe una piccola rivoluzione a costo zero che può aiutare alcuni detenuti a vivere meglio una pena che si trasforma spesso in tortura. Non solo, questa possibilità ha un enorme valore zooantropologico che punta a prevenire quello stato di malessere che si crea nel cane quando il legame uomo-animale viene bruscamente spezzato come nel caso di un arresto. Infatti, quando al cane viene a mancare una persona della famiglia cui faceva riferimento, entra inevitabilmente in uno stato di smarrimento, di perdita di sicurezza e di sofferenza che può anche peggiorare il suo carattere e le sue risposte agli stimoli esterni. La presenza di altri esseri umani a lui familiari non riesce del tutto a sopperire alla mancanza del “capo branco” e al conseguente disorientamento dell’animale.
Ci si continua a dire che in campo carcerario non si può fare nulla perché mancano fondi, quello che noi proponiamo con questo ordine del giorno non comporta l’esborso di un solo euro e per questo ci auguriamo che anche altri parlamentari vogliano fare loro questa battaglia di civiltà anche grazie alla sensibilità emergente, anche nel Governo, della necessità di un rapporto nuovo tra uomo e animale.
dare impulso ai direttori degli istituti la possibilità di organizzare come credono questa opportunità in modo da facilitarne l’adozione senza porre vincoli se non quello di trasformare il tutto in una iniziativa saltuaria che vanificherebbe gli effetti benefici. Inoltre bisognerà dimostrare di essere i reali tutori dell’animale tramite l’attestazione di iscrizione del cane all’anagrafe canina.
Emendamento: Affidamento ai servizi sociali
art.3 dopo l’art.3 inserire
ORDINE DEL GIORNO (corsi formativi)
gli istituti penitenziari rappresentano, per eccellenza, un luogo di disagio: il Ministero della pubblica istruzione, in coordinamento con il Ministero della giustizia, ha il compito di indicare agli organi competenti per l’istruzione presenti sul territorio le direttive che questi devono seguire al fine di attivare i corsi scolastici obbligatori negli istituti penitenziari; il compito attribuito al Ministero della pubblica istruzione soddisfa quanto previsto dal dettato costituzionale, ex articolo 33, secondo comma;
l’istruzione all’interno degli istituti penitenziari rappresenta un importantissimo tassello per il percorso rieducativo dei detenuti, in particolare a fronte ad una popolazione carceraria che ha alle proprie spalle, nel 90 per cento dei casi, un percorso scolastico difficile, costellato da abbandoni precoci, disaffezione totale, semianalfabetismo.
a garantire negli istituti penitenziari italiani, già gravati da pesantissimi problemi e afflitti da un crescente sovraffollamento, la possibilità di accedere ai percorsi formativi e rieducativi, che passano, spesso necessariamente, per l’accesso all’istruzione, considerando che gli standard relativi alla qualità ed il diritto alla pari dignità formativa devono essere gli stessi in tutte le istituzioni scolastiche del Paese
ORDINE DEL GIORNO (Diritto di voto)
la sentenza della Corte EDU, sez. II, 18 gennaio 2011, Pres. Tulkens, ricorso n. 126/05, Scoppola c. Italia (n. 3): recepisce istanze da tempo enunciate, fondate sul sacrosanto principio secondo cui i diritti civili e politici sono universali; fra i diritti politici, in primo luogo, vi è il diritto all’elettorato attivo. L’esclusione di coloro che sono in esecuzione penale, a volte anche dopo molti anni dal « fine pena », ossia sino a che non interviene la riabilitazione, configura un’ingiustificata preclusione all’esercizio di uno dei diritti fondamentali dell’individuo. La presente proposta di legge prevede l’eliminazione della privazione del diritto di elettorato attivo dall’elenco delle pene accessorie. La complessiva serie di effetti che consegue alla condanna continua a rispecchiare un’ottica di esclusione dal contesto sociale e democratico, e comunque non di aiuto al recupero sociale della persona che, pur avendo sbagliato e scontato la sua pena, si trova privata di importanti diritti, quali, ad esempio, il diritto di elettorato attivo. Tale limitazione non può che costituire uno scoglio insormontabile ai fini di un effettivo reinserimento sociale: per tale motivo, è dunque auspicabile un intervento legislativo in un campo che da tempo non ha subito modifiche migliorative e che, invece, avrebbe effetti positivi proprio in vista di quanto previsto dal terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione.
Eppure, non trovando soddisfazione a livello nazionale, il ricorso fondato su questi elementari principi di civiltà ha trovato accoglimento a Strasburgo: nella citata sentenza la Corte – pur muovendo dall’affermazione per cui il diritto di voto è suscettibile di limitazioni ad opera del legislatore nazionale, che gode di un ampio margine di apprezzamento – ha rivendicato il proprio sindacato sulla compatibilità convenzionale delle scelte operate dai parlamenti nazionali; sindacato volto a verificare se la soluzione adottata a livello nazionale sia rispettosa del dettato dell’art. 3 Prot. n. 1 Cedu, e in particolare se la limitazione al principio del suffragio universale riposi su giustificazioni legittime e se sia proporzionata. I giudici di Strasburgo hanno ritenuto che la restrizione del diritto elettorale attivo esistente in Italia non rispettasse il requisito della proporzione, riscontrando anche a proposito della normativa italiana quel carattere di automatismo che è dimostrato dal fatto che della condanna all’interdizione perpetua dai pubblici uffici (e, conseguentemente, della privazione del diritto di voto) non venga neppure fatta esplicita menzione nella sentenza di condanna.
Si può dedurre anzitutto, dal testo della sentenza europea, che le censure della Corte non coinvolgono le restrizioni del diritto di elettorato passivo, che infatti il presente disegno di legge fa salve. I giudici di Strasburgo riconoscono, poi, che la previsione da parte della legge di restrizioni all’esercizio del diritto di voto per coloro che hanno riportato condanne penali non è, di per sé, in contrasto con il dettato convenzionale. La scelta è quindi tra rimuoverle del tutto, ovvero rimuovere soltanto la loro automaticità, senza che vi sia stato un accertamento giurisdizionale – che trovi eco in motivazione – circa la proporzione della misura in rapporto alla condotta dell’autore del reato, alle sue condizioni personali e alle circostanze fattuali del caso di specie.
La scelta del presente disegno di legge è la prima, e più semplice delle due alternative: ciò anche alla luce di quanto sia già difficile l’esercizio del diritto di voto attivo per coloro che in carcere (i detenuti in custodia cautelare e quelli condannati per reati “non ostativi”) conservano il diritto di voto. Si tratta di una popolazione stimabile in più di 30 mila detenuti, di cui appena il 10% nelle scorse elezioni ha avuto modo di esercitare tale imprescindibile diritto-dovere. L’enorme astensionismo delle persone detenute non è solo dovuto a disinteresse, spesso è anche conseguenza di ritardi nell’informazione e nelle procedure che intercorrono dalla “domandina” del singolo detenuto al rilascio della tessera elettorale da parte dei Comuni, all’allestimento dei seggi “volanti” negli istituti di pena.
L’Associazione Radicale Il Detenuto Ignoto ha più volte monitorato come nel periodo pre-elettorale, a soli quindici giorni dall’appuntamento per le elezioni spesso nelle bacheche di molte carceri non sono vengono affisse le istruzioni di ciò che devono fare i detenuti per essere ammessi al voto in carcere. Questo è sicuramente grave, anche perché il diritto-dovere di voto dovrebbe essere incoraggiato tra i detenuti, in adempimento del fine prioritario di “rieducazione” che la Costituzione affida alla pena in Italia, mentre invece risulta essere spesso, di fatto, ostacolato. Non consentire ai detenuti che mantengono l’elettorato attivo, una partecipazione libera al voto significa vanificare e calpestare quanto sancito dall’art. 27 della Costituzione. Significa dare luogo a un ignobile meccanismo di “cancellazione sociale” dell’individuo recluso e a una, veramente inaccettabile, privazione di diritti.
- ad eliminare la privazione del diritto di elettorato attivo dal novero delle pene accessorie, e in particolare dalle limitazioni attualmente riconducibili all’interdizione dai pubblici uffici, previste all’articolo 28 del codice penale.
- a eliminare, dal testo unico sulle liste elettorali (DPR n. 223 del 1967) del riferimento ai condannati a pena che importa la interdizione perpetua dai pubblici uffici (lettera d) del comma 1 dell’articolo 2) e di coloro che sono sottoposti all’interdizione temporanea dai pubblici uffici, per tutto il tempo della sua durata (lettera e) del medesimo comma).
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References: sentenza 
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 sentenza 
 § 127
 § 119
 § 92
 § 43
 § 92
 § 97
 § 93
 § 59
 § 44
 § 40
 § 84
 § 44
 sentenza 

art.3
 articolo 33
 sentenza 
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