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Timestamp: 2019-08-26 09:53:10+00:00

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Legge e giustizia - L'ARRESTO IN FLAGRANZA DELLO STRANIERO CHE ABBIA VIOLATO L'ORDINE, EMESSO DAL QUESTORE, DI LASCIARE IL TERRITORIO DELLO STATO, NON E' CONSENTITO DALLA COSTITUZIONE
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L'ARRESTO IN FLAGRANZA DELLO STRANIERO CHE ABBIA VIOLATO L'ORDINE, EMESSO DAL QUESTORE, DI LASCIARE IL TERRITORIO DELLO STATO, NON E' CONSENTITO DALLA COSTITUZIONE	- Perché comporta violazione del principio di eguaglianza (Corte Costituzionale sentenza n. 223 del 15 luglio 2004 (Pres. Zagrebelsky, Red. Neppi Modona).
Pubblichiamo il testo integrale della decisione. La sintesi è nella sezione Giudici avvocati e processi.
- Piero Alberto CAPOSTOSTI
Il giudice a quo - premesso che procede all'udienza di convalida nei confronti di un cittadino straniero tratto in arresto nella flagranza del reato di cui all'art. 14, comma 5-ter, del decreto legislativo n. 286 del 1998, per non avere ottemperato all'ordine, emesso dal questore a norma del comma 5-bis dello stesso art. 14, di lasciare il territorio nazionale entro cinque giorni - rileva che l'arresto obbligatorio è previsto esclusivamente in relazione a fattispecie delittuose particolarmente gravi e che «denotano spiccatissima pericolosità sociale», mentre il reato in oggetto ha natura contravvenzionale ed appare di modesta gravità, essendo punito con la pena dell'arresto da sei mesi a un anno.
Inoltre, conclude sul punto il rimettente, se difficoltà operative, quali la mancata identificazione o la mancanza di un vettore disponibile, hanno impedito di dare corso all'espulsione dello straniero, «non saranno certo poche ore di custodia [...] che potranno modificare tale situazione di impotenza»: anche sotto questo profilo, l'arresto risulta quindi privo di qualsiasi utilità e non appare giustificato da alcuna ragione di necessità e di urgenza.
La disposizione violerebbe anche l'art. 13 Cost., perché l'arresto in flagranza da parte della polizia giudiziaria ha natura di «provvedimento provvisorio», «finalizzato [...] alla successiva applicazione da parte del giudice di un provvedimento propriamente cautelare», mentre la contravvenzione in parola non consente l'adozione da parte del giudice di alcuna misura cautelare.
L'art. 14, comma 5-quinquies, sarebbe inoltre in contrasto con l'art. 27, secondo comma, Cost., in quanto l'arresto, non avendo funzione ‘precautelare', né essendo comunque utile per le indagini o per l'esecuzione della pena, assumerebbe i connotati di «un provvedimento restrittivo dal contenuto sostanzialmente sanzionatorio».
Il Tribunale premette di essere investito della richiesta di convalida dell'arresto nei confronti di uno straniero in relazione al reato di cui all'art. 14, comma 5-ter, e del conseguente giudizio direttissimo a norma del combinato disposto degli artt. 558 cod. proc. pen. e 14, comma 5-quinquies, e che, in forza di tali disposizioni, «l'arresto dell'imputato [...] dovrebbe essere convalidato e si dovrebbe procedere a giudizio direttissimo».
Tale sentenza priverebbe però lo straniero del diritto di accedere ad un giusto processo quanto ai fatti contestati, con chiara violazione degli artt. 111 e 24 Cost., nonché degli artt. 5 e 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, che prevedono il diritto per ogni persona privata della propria libertà di presentare ricorso davanti ad un tribunale affinché decida sulla legittimità della propria detenzione. La disciplina censurata violerebbe perciò anche l'art. 13 Cost., configurando «un caso di [...] arresto obbligatorio, che non trova il suo naturale sbocco nell'esercizio dell'azione penale e nel conseguente vaglio giurisdizionale sul merito dell'accusa», e l'art. 101, secondo comma, Cost., in quanto espropria il giudice «dell'esercizio della giurisdizione» e lo assoggetta «ad una decisione amministrativa del questore, dalla quale deriva il contenuto necessitato della sua pronuncia».
Conclusivamente, il Tribunale rimettente, ritenendo i prospettati dubbi di illegittimità rilevanti ai fini della decisione sulla convalida dell'arresto, ha sospeso il «giudizio di convalida, limitatamente al reato in esame» e, affermando che «non può farsi luogo al giudizio direttissimo, la cui celebrazione presuppone l'avvenuta convalida dell'arresto, che in questo caso manca, in forza della sospensione» e che «non sembra [...] si possa sospendere anche il giudizio direttissimo, che non è ancora instaurato», ha disposto «la restituzione degli atti al pubblico ministero perché proceda, per questo reato, con il rito ordinario».
La norma censurata prevede invece l'arresto obbligatorio per un reato contravvenzionale, per di più sanzionato con una pena detentiva, l'arresto da sei mesi a un anno, di gran lunga inferiore a quella per cui il codice ammette la possibilità di disporre misure coercitive. Ne consegue - attesa l'autonomia tra il giudizio di convalida, volto a verificare ex post la legittimità dell'operato dell'autorità di polizia, e la protrazione dello stato di privazione della libertà personale, per la quale è richiesto un ulteriore e autonomo provvedimento (ordinanza n. 297 del 2001) - che il giudice chiamato a pronunciarsi sulla convalida dell'arresto per il reato di cui all'art. 14, comma 5-ter, del decreto legislativo n. 286 del 1998 deve comunque disporre l'immediata liberazione dell'arrestato ex art. 391, comma 6, cod. proc. pen., ove non vi abbia già provveduto il pubblico ministero a norma dell'art. 121 delle norme di attuazione del codice di procedura penale, posto che per tale reato la legge gli preclude di disporre la custodia cautelare in carcere e, più in generale, qualsiasi misura coercitiva.
Ove - come nel caso di specie - non sia dato riscontrare alcun rapporto di strumentalità tra il provvedimento provvisorio di privazione della libertà personale e il procedimento penale avente ad oggetto il reato per cui è stato disposto l'arresto obbligatorio in flagranza, viene meno, come questa Corte ha in più occasioni rilevato, la giustificazione costituzionale della restrizione della libertà disposta dall'autorità di polizia (v., ad esempio, con riferimento al codice di procedura penale del 1930, sentenza n. 173 del 1971, nella quale gli estremi della necessità e urgenza giustificativi del provvedimento restrittivo della libertà personale sono individuati nelle esigenze processuali di acquisizione e conservazione delle prove; sentenza n. 305 del 1996, secondo cui la «misura precautelare provvisoria [...] può essere adottata solo nella ragionevole prognosi di una sua trasformazione ope iudicis in una misura cautelare più stabile»).
Pertanto la misura ‘precautelare' prevista dall'art. 14, comma 5-quinquies, del decreto legislativo n. 286 del 1998, non essendo finalizzata all'adozione di alcun provvedimento coercitivo, si risolve in una limitazione ‘provvisoria' della libertà personale priva di qualsiasi funzione processuale ed è quindi, sotto questo aspetto, manifestamente irragionevole.
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References: sentenza 
 art. 14
 sentenza 
 art. 391
 sentenza 
 sentenza