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Timestamp: 2019-08-26 08:57:21+00:00

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Newsletter n. 12 dell’8 luglio 2016, Studio Lana – Lagostena Bassi
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Newsletter n. 12 dell’8 luglio 2016
Sangue infetto: rigettata istanza di rinvio alla Grande Camera della sentenza del 15 gennaio 2016 della Corte EDU.
Lo Studio Lana Lagostena Bassi ottiene un importante risarcimento in materia di danno da emotrasfusione con sangue infetto.
La Cassazione sull’adottabilità in età avanzata.
Cassazione: i nonni possono essere affidatari dei nipoti.
Corte Europea e ricongiungimento familiare: l’Italia condannata per violazione degli articoli 14 ed 8 della Convenzione.
L’Avv. Prof. Anton Giulio Lana interverrà al progetto HELP il prossimo 13 luglio 2016.
Lo scorso aprile, lo Studio legale associato Lana – Lagostena Bassi aveva promosso una richiesta di rinvio alla Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo riguardante la sua sentenza del 14 gennaio 2016 (D.A. e altri c. Italia) con la quale aveva ritenuto la proposta dei 100.000 €, di cui al decreto cosiddetto “salva esclusi”, adeguata a risarcire i danneggiati da sangue infetto, lasciando del tutto inappagate e senza giustizia migliaia di cittadini che da oltre trent’anni attendono di essere risarcite.
Siamo spiacenti di comunicare che il collegio dei cinque giudici competente a decidere circa tale richiesta ha deciso, in data 4 luglio 2016, di rigettare la domanda di rinvio alla Grande Camera. Purtroppo tale decisione, come noto, non viene motivata ed è inappellabile.
Quella che può descritta come una violazione sistematica dei diritti fondamentali, una negazione di giustizia, oggi non ha perciò ricevuto l’auspicato accoglimento da parte dei giudici europei dei diritti umani, segnando un ulteriore ostacolo nella difficile ricostruzione della Giustizia in questa lunga vicenda giudiziaria.
Lo studio legale Lana Lagostena Bassi, primo promotore delle istanze delle vittime di emotrasfusioni da sangue infetto, nonostante questo diniego gravoso, non intende certo arrestare la battaglia per una piena tutela di tutte le vittime di questa gravissima vicenda, manifestando la propria volontà di proseguire con le azioni giudiziarie interne ed internazionali dinanzi ai vari tribunali competenti.
Con la sentenza n. 13248 dello scorso 30 giugno lo Studio Lana – Lagostena Bassi ha ottenuto, innanzi al Tribunale Ordinario di Roma, un importante risultato in materia trasfusioni di sangue infetto.
Il giudizio veniva originariamente instaurato da un soggetto emofilico contro il Ministero della Salute al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti a causa della contrazione del virus HCV in seguito a trasfusioni di emoderivati infetti avvenute nel 1989.
Nelle more, purtroppo, l’attore decedeva e le figlie e la moglie riassumevano il giudizio.
Occorre evidenziare come, in precedenza, il Tribunale di Roma, con la sentenza n. 18523 del 2005 avesse già accolto la domanda avanzata dal ricorrente e condannato il Ministero della Salute a risarcire tutti i danni subiti, da liquidarsi in un separato giudizio.
Il Tribunale, dunque, affermando ancora una volta i principi della giurisprudenza sul tema del risarcimento del danni subiti dal congiunto deceduto e trasmissibili agli eredi, (ex multis, Cass. Civ., SS.UU., 11 novembre 2008, n. 26972) ha ravvisato nel comportamento omissivo dell’Amministrazione gli estremi del reato di omicidio colposo.
Il Giudice ha inoltre ritenuto la sussistenza del danno catastrofale, conseguente alla sofferenza patita dall’attore nell’assistere alla perdita della propria vita e del danno biologico terminale legato all’avere subito per un considerevole lasso di tempo una lesione dell’integrità fisica valutabile autonomamente con strumenti medico legali (v. Cass. n. 7126/2013)
Il Tribunale, dunque, ha riconosciuto alla moglie ed alle tre figlie dell’originario attore, il diritto al risarcimento dei danni subiti, per una somma di oltre € 250.000,00, da liquidarsi in proporzione alle rispettive quote ereditarie.
Gli Avvocati Anton Giulio Lana, Mario Melillo e Valentina Rao – soci dello Studio Lana Lagostena Bassi – non possono che ritenersi soddisfatti per il risultato raggiunto nel caso di specie, frutto di una battaglia legale – svolta sia nella sede giudiziale che fuori dalle aule dei tribunali – che ormai li vede in prima linea da oltre venti anni.
Il testo integrale della sentenza è consultabile qui.
Non è adottabile la minore dichiarata in stato di abbandono perché lasciata da sola in macchina da genitori in età avanzata.
La Corte di cassazione, con la sentenza 13435 dell’1 luglio scorso, procede alla revoca della sentenza con la quale la bimba era stata dichiarata adottabile. Alla base di un provvedimento tanto severo vi era un solo fatto contestato a genitori che avevano conc epito la figlia quando la madre aveva 57 anni e il padre 69: l’aver lasciato la bambina da sola nell’automobile per pochi minuti. Un comportamento che non era sfuggito ai vicini di casa e in seguito al quale i due erano stati processati per abbandono di minore.
La causa penale si era però conclusa in favore della coppia assolta con la formula “perché il fatto non costituisce reato”.
I maturi coniugi avevano, infatti, dimostrato che la minore non era mai stata in una situazione di pericolo. La strada del paese in cui la macchina era parcheggiata era illuminata e chiusa al passaggio di estranei. Per la Cassazione viene così meno il presupposto dello stato di abbandono in virtù del quale la bambina era stata tolta ai genitori a poche settimane dalla nascita. La Suprema corte attira l’attenzione però sul fatto che nella sentenza impugnata si tornava spesso sull’età di genitori, che avevano avuto la bimba “oltre i limiti fissati dalla norma”.
I giudici sgombrano il campo dall’equivoco che esista nella legge italiana una previsione che ponga dei limiti di età per mettere al mondo dei figli.
Il passaggio successivo e poi quello di bollare come vaghi e fumosi alcuni appunti fatti ai genitori: dal padre legato a stereotipi sul suo ruolo, alla madre narcisista che interpretava il mondo esterno come una proiezione dei suoi bisogni e desideri. Per la Cassazione contano i fatti: l’abbandono non c’era stato e non emergevano episodi negativi nella vita della coppia né in generale né in relazione alla figlia.
Per la Cassazione non si può dare un peso assoluto all’età e gli stessi giudici di merito ammettevano che né il padre né la madre davano segnali di “decadimento”. Un elemento negativo era certamente la “legnosità” che la figlia dimostrava nei confronti dei genitori quando li incontrava. La minore si mostrava, infatti a disagio e li chiamava “i signori”.
Un distacco attribuibile però, sottolinea la Cassazione, ad un errore dello Stato che aveva allontanato la bimba dal padre e dalla madre quando era molto piccola. Sul punto la Cassazione ricorda che con la cancellazione dei legami familiari senza una valida ragione vengono lesi i diritti fondamentali della persona tutelati dalla Costituzione e dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo posta a garanzia del rispetto della vita privata e familiare.
I nonni, anche se si tratta di single o conviventi non sposati, “se manifestano una seria disponibilità a prendersi cura dei minori”, hanno tutto il diritto ad essere valutati e considerati come possibili affidatari dei nipoti che rischiano di essere dati in adozione ad altre famiglie per l’incapacità a crescerli ed educarli dei loro genitori naturali.
Lo sottolinea la Cassazione accogliendo il ricorso di una nonna di Livorno, contro la decisione della Corte di Appello di Firenze che nel 2014 aveva dato il via libera allo stato di adottabilità della sua nipotina nata nel 2012. La madre naturale della piccola per problemi psichici non era in grado di crescerla ed era favorevole all’affido della bimba a sua madre, sperando che con il tempo le cure dessero buoni risultati e lei potesse recuperare il rapporto con la figlioletta. Solo che i giudici, malgrado la nonna avesse chiesto l’affido della nipote facendo presente che il suo compagno con il quale aveva un legame da venti anni era anche lui disposto ad aiutarla nell’accudire la nipote, non avevano mai avviato nemmeno una consulenza per valutare la disponibilità di Maria Grazia e l’appor to che poteva venire anche dalla sua famiglia per assicurare alla bimba una crescita adeguata e serena.
Ad avviso dei supremi giudici, “di fronte a una manifestata e seria disponibilità dei nonni a prendersi cura del minore” tale disponibilità – afferma la sentenza 13431 – “deve essere concretamente accertata e verificata e può valere ad integrare il presupposto giuridico per escludere lo stato di abbandono”. La Cassazione critica la decisione della corte di appello dalla quale emerge che “non è stata effettuata alcuna valutazione della nonna non solo attraverso una consulenza tecnica ma anche da parte dei servizi sociali nonostante nella relazione della struttura di accoglienza si riferisca del suo entusiasmo, interesse e disponibilità ad occuparsi della bambina”.
I supremi giudici sottolineano che anche la curatrice della minore “già in primo grado aveva chiesto che fosse svolta una indagine sulla idoneità della nonna a diventare affidataria della nipote e ciò in relazione all’effettivo interesse manifestato da Maria Grazia verso la nipote sin dall’inizio del procedimento”. Quanto alle condizioni di salute della madre naturale della piccola, la Cassazione dissente anche in questo caso dal giudizio dei magistrati fiorentini e osserva che “il mero riferimento a disturbi della personalità e dell’umore della madre Michela D.A. non può giustificare da solo uno stato di abbandono irreversibile tale da giustificare la rescissione del legame con la figlia”. Ora il caso dovrà essere riesaminato da un altro collegio di giudici fiorentini.
Con la sentenza del 30 giugno 2016, la Corte EDU ha accolto il ricorso di una coppia omosessuale che era stata indebitamente equiparata alle coppie eterosessuali non sposate, ai fini del rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari.
In particolare, nella sentenza Taddeucci e McCall c. Italia, la Corte europea ha condannato il governo italiano per violazione dell’art. 14 CEDU (che sancisce il divieto di discriminazione), in combinato disposto con l’art. 8 CEDU (che tutela il diritto al rispetto per la propria vita privata e familiare).
Il caso dinanzi alla Corte europea riguardava l’impossibilità per una coppia omosessuale residente in Italia di ottenere il permesso di soggiorno per motivi familiari alla luce dell’inte rpretazione restrittiva del concetto di “membro di famiglia” resa dai Tribunali italiani.
Infatti, la coppia di ricorrenti, i Sig.ri Taddeucci e McCall, si era vista negare il permesso di soggiorno in questione sulla base una lettura restrittiva dell’art. 29 del D. Lgs. n. 286 del 1998, ai sensi del quale, secondo la lettura dei giudici interni, il concetto di “membro della famiglia” ricomprenderebbe solo il coniuge, i figli minori, figli adulti dipendenti e a carico dei genitori.
Secondo la Corte EDU, tale diniego ha comportato un’indebita e sproporzionata ingerenza nella vita privata e familiare della coppia, tanto che la stessa era stata costretta a lasciare il Paese per trasferirsi nei Paesi Bassi. In particolare, la situazione inerente i ricorrenti non poteva affatto definirsi la medesima di una qualsiasi coppia eterosessuale di fatto, in quanto agli stessi era preclusa giuridicamente qualsiasi possibilità di regolamentare diversamente il loro rapporto e pertanto vedersi riconosciuta quella qualità di membro familiare tramite la quale poter ottenere il permesso di soggiorno per motivi familiari.
Nel non operare alcuna differenziazione delle situazioni concrete, lo Stato italiano si è pertanto reso responsabile della violazione del principio di discriminazione di cui all’art. 14 CEDU: l’impossibilità per i ricorrenti di essere dichiarati per la legge coniugati, differenziava la loro situazione da quella delle coppie eterosessuali di fatto alle quali erano stati equiparati, qualificandoli dunque come vittime di una discriminazione basata sul loro orientamento sessuale.
L’Avv. Prof. Anton Giulio Lana, quale esperto della materia, il prossimo 13 luglio interverrà presso il Consiglio Nazionale Forense, nell’ambito del programma europeo “Human rights Educ ation for Legal Professionals – HELP in the 28”, coordinato dal Consiglio d’Europa. Il corso ha l’obiettivo di migliorare le competenze di giudici, avvocati e altri professionisti del diritto in materia di diritti umani e diritti fondamentali, tramite attività di informazione e formazione. Il programma mira a sviluppare le competenze pratiche dei professionisti del diritto dell’Unione (EU 28), con particolare riferimento alla capacità di utilizzare nella loro pratica quotidiana la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la Carta dei diritti fondamentali dell’UE e la Carta sociale europea.

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