Source: https://www.diritto.it/il-crocifisso-deve-restare-nelle-aule-scolastiche/
Timestamp: 2017-10-17 06:20:35+00:00

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Pavone Mario, 2 marzo 2006
Con una importante decisione,il Consiglio di Stato ? intervenuto sulla questione della esposizione del crocifisso nelle aule stabilendo, una volta per tutte, che ?per tutti, credenti e non credenti, essa non discrimina?.
Respingendo il ricorso di una signora finlandese,che aveva chiesto la rimozione della croce dalla parete dell?aula di una scuola media frequentata dai figli, la cui esposizione avrebbe a suo dire violato i principi di laicit? dello Stato e d’imparzialit? dell’amministrazione,la VI Sezione,con sentenza n.556 del 132/2006,ha stabilito che il crocifisso deve restare nelle aule perch? esso non ? solo un simbolo religioso,ma esprime tutti i valori civili di tolleranza, rispetto reciproco, valorizzazione della persona, affermazione dei suoi diritti e solidariet?, tutti principi che ?delineano la laicit? nell?attuale ordinamento dello Stato?(1).
La sentenza in commento ha il pregio di ricondurre,in termini strettamente giuridici, un dibattito, quello sulla libert? religiosa e sulla laicit? della Repubblica italiana, troppo spesso ispirato da interpretazioni che gli stessi giudici hanno descritto come ?ideologiche?.
Il Crocifisso rimane, dunque, ?sintesi di valori anche per i laici? e ha ?funzione altamente educativa? a prescindere dal culto.Esso ? un segno che non discrimina ma unisce,non offende ma educa.
Fuori dalle chiese, in un ufficio pubblico come pu? essere una scuola, il crocifisso resta un riferimento alla fede per i cristiani, ?ma per credenti e non credenti la sua esposizione sar? giustificata e assume r? un significato non discriminatorio sotto il profilo religioso, se esso ? in grado di rappresentare e di richiamare in forma sintetica immediatamente percepibile e intuibile (al pari d’ogni simbolo) valori civilmente rilevanti, e segnatamente quei valori che soggiacciono e ispirano il nostro ordine costitu zionale, fondamento della nostra civile convivenza?.
Esso,dunque,esprime valori quale ?tolleranza, rispetto reciproco, valorizzazione della persona, affermazione dei suoi diritti, riguardo alla sua libert?, autonomia della coscienza morale nei confronti dell’autorit?, solidariet? umana, rifiuto di ogni discriminazione?,valori che ?hanno impregnato di s? tradizioni, modo di vivere, cultura del popolo italiano?.
In questo senso ?il crocifisso potr? svolgere, anche in un orizzonte "laico", diverso da quello religioso che gli ? proprio, una funzione simbolica altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni?.(2)
La ricorrente cittadina straniera nel 2002 si era rivolta al Tribunale amministrativo regionale del Vene to che,dopo aver sollevato la questione davanti alla Corte costituzionale(3),che l’aveva dichiarata inammissibile, aveva respinto il ricorso.
I Giudici del massimo consesso amministrativo hanno giudicato ?infondato? il ricorso in appello proposto dalla medesima ricorrente motivando la decisione proprio con il principio di laicit? dello Stato,
Si legge,infatti, nella sentenza che? ?non si pu? pensare al crocifisso esposto nelle aule scolastiche come a una suppellettile, oggetto di arredo? e neppure come a un oggetto di culto; si deve pensare piuttosto come a un simbolo idoneo a esprimere l’elevato fondamento dei valori civili sopra richiamati, che sono poi i valori che delineano la laicit? nell’attuale ordinamento dello Stato?.
Uno Stato laico, dunque, rispetta la sensibilit? e la libert? religiosa di ciascuno, riaffermando al tempo stesso valori comuni a tutti i cittadini.
Anzi, si legge ancora nella sentenza, ?nel contesto culturale italiano appare difficile trovare un altro simbolo, in verit?, che si presti pi? di esso (del crocifisso, ndr) a farlo; e l’appellante del resto auspica (e rivendica) una parete bianca, la sola che alla stessa appare particolarmente consona con il valore della laicit? dello Stato?.
La decisione delle autorit? scolastiche ?in esecuzione di norme regolamentari? di esporre il crocifisso – ha osservato il Consiglio di Stato – ?non appare pertanto censurabile con riferimento al principio di laicit? proprio dello Stato italiano?.
N? vale obiettare, come ? stato sostenuto nel ricorso,che quelle norme regolamentari (contenute nel regio decreto 965 del 1924) furono emanate quando la religione cattolica era ?la sola religione dello Stato? perch? ?? altrettanto vero che tale norma non imped? minimamente al legislatore, nel corso di vari decenni, di adottare in molteplici settori della vita dello Stato una normativa contraria agli interessi della confessione cattolica? e perfino ?di ascrivere la Chiesa cattolica tra le associazioni illecite?.
Va ricordato come gi? in precedenza, il Consiglio di Stato si era pronunciato sulla questione con il parere n. 63/1988(4),documento efficace perch? capace, nel breve volgere di poche righe, di riassumere egregiamente quanto di meno condivisibile ? possibile sostenere su questo tema(5).
a) Non sarebbe ravvisabile alcun rapporto di incompatibilit? tra le norme regolamentari concernenti l’esposizione del crocefisso nelle scuole e le norme sopravvenute.
b) Il crocefisso, <<a parte il significato per i credenti, rappresenta il simbolo della civilt? e della cultura cristiana, nella sua radice storica, come valore universale, indipendente da specifica confessione religiosa>>.
c) La presenza del crocefisso nelle aule non costituisce <<motivo di costrizione della libert? individuale a manifestare le proprie convinzioni in materia religiosa>>.
A tale orientamento fece seguito il noto,quanto controverso,provvedimento giudiziale del Tribunale aquilano, che nell’ottobre del 2003 sollev? una vivace reazione sociale ed un coinvolgimento diretto di forze politiche ed istituzioni.(6)
"Nell’ambito scolastico ? motivava la sentenza – la presenza del simbolo della croce induce nell’alun no a una comprensione profondamente scorretta della dimensione culturale della espressione di fede, perch? manifesta l’inequivoca volont?, dello Stato, trattandosi di scuola pubblica, di porre il culto cattolico al centro dell’universo, come verit? assoluta, senza il minimo rispetto per il ruolo svolto dalle altre esperienze religiose e sociali nel processo storico dello sviluppo umano, trascurando completamente le loro inevitabili relazioni e i loro reciproci condizionamenti".
La rimozione del crocifisso, concludeva il giudice, ? l’unica misura possibile per inibire la lesione del diritto di libert? dei figli minori, poich?? l’alternativa sarebbe non far partecipare all’attivit? didattica i piccoli scolari.
Anche la esposizione del Crocifisso nelle aule di giustizia ? stato oggetto di critica.
Lo scorso anno,la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione(7) aveva stabilito che l’esposi zione del crocifisso nelle aule di udienza, pur costituendo "una situazione astrattamente sussumibile nelle fattispecie processuali di cui all’art. 45 c.p.p. se si ha riguardo al suo carattere extraprocessuale" non assume rilevanza per la rimessione del giudizio e che ? "indubitabile che la esposizione del crocifisso esula dalla fattispecie processuale de qua perch? difetta dell?imprescindibile carattere locale".
La Suprema Corte, aveva precisato che "la esposizione del crocefisso nelle aule giudiziarie non ? limitata al Tribunale di Verona, e neppure agli uffici giudiziari di quella citt?, ma si estende ai tutto il territorio nazionale,in conformit?, del resto, al contenuto della menzionata fonte ministeriale, che indirizzava l’obbligo di esporre il crocefisso a tutti i capi degli uffici giudiziari nazionali"? con la conseguenza che " non pu? invocarsi l’istituto della rimessione del processo per scongiurare un pericolo di parzialit? del giudice o di turbamento del giudizio, quando la situazione che asseritamente genera quel pericolo ha dimensione nazionale, essendo evidente che in tal caso anche la translatio iudicii non sarebbe in grado di rimuovere o evitare quella stessa situazione che si assume pregiudizievole per la imparzialit? e serenit? del giudizio".
La Corte aveva cos?? respinto l’istanza dell’imputato di fede islamica il quale contestava la presenza del crocifisso nell’aula del Tribunale poich? contraria alla laicit? dello Stato italiano e costituente un’intrusione nella sfera di libert? negativa del singolo che pu? perci? pregiudicare la libera determinazione dei soggetti del processo (dal giudice allo stesso imputato) ovvero costituire un legittimo sospetto sulla imparzialit? dello stesso Giudice.(8)
di Mario Pavone ?Presidente ANIMI?????????? ??????????????????????????????????
(2) cos?? D.Paolini, in Avvenire
(6)v.Tribunale dell?Aquila ordinanza 22 ottobre 2003, Giudice Montanaro,
Consiglio di Stato Sezione Sesta
sentenza n. 556/2006
sul ricorso in appello proposto da S. L., rappresentata e difesa dall?avv. Luigi Ficarra e dall?avv. Corrado Mauceri, ed elettivamente domiciliata in Roma presso lo studio dell?avv. Fausto Buccellato, viale Angelico, n. 45,
il Ministero dell?Istruzione, dell?Universit? e della Ricerca, rappresentato e difeso dalla Avvocatura generale dello Stato, presso i cui uffici ? per legge domiciliato in Roma, via dei Portoghesi, n. 12,
di P. B.o, in proprio e quale genitore della minore L. B., e di L. B., nella qualit? di Presidente della Associazione Italiana Genitori (A.GE.), rappresentati e difesi dall?avv. prof. Franco Gaetano Scoca, ed elettivamente domiciliati presso il suo studio in Roma, via G. Paisiello, n. 55,
dell?Associazione Forum, rappresentata e difesa dall?avv. Ivone Cacciavillani, il quale agisce oltre che in qualit? di presidente dell?Associazione, in proprio uti civis ex art. 86 c.p.c., e dagli avv. ti Sergio Dal Pr? e Luigi Manzi, ed elettivamente domiciliata in Roma presso lo studio di quest?ultimo, in via Federico Confalonieri, n. 5,
della sentenza n. 1110 del 2005 del Tribunale Amministrativo Regionale per il Veneto, sez. III, resa inter partes.
Visti gli appelli incidentali del Ministero dell?Istruzione, dell?Universit? e della Ricerca, di Paolo Bonato e di Linicio Bano, e dell?Associazione Forum;
Alla pubblica udienza del 13 gennaio 2006, relatore il Consigliere Sabino Luce, uditi l?avv. Buccellato per delega dell?avv. Mauceri, l?Avvocato dello Stato Palatiello, l?avv. Giusti per delega dell?avv. Scoca, e l?avv. Luigi Manzi.
1.- Premette la ricorrente di avere, in proprio e quale madre dei minori D. e S. A., alunni, all?epoca, della scuola media "Vittorino da Feltre" di Abano Terme, chiesto innanzi al TAR Veneto l?annullamento della deliberazione del 27 maggio 2002 del Consiglio di Istituto, nella parte in cui respinge la proposta di escludere tutte le immagini e i simboli di carattere religioso negli ambienti scolastici in ossequio al principio di laicit? dello Stato, lasciandoli esposti nelle aule, sulla base dei seguenti motivi: a) violazione del principio dilaicit? dello Stato (artt. 3 e 19 della Costituzione [1], art. 9 della Convenzione dei diritti dell?uomo, resa esecutiva in Italia con legge 4 agosto 1955, 848); b) violazione del principio di imparzialit? della Amministrazione (art. 97 della Costituzione).
Il TAR Veneto, con ordinanza n. 56 del 13 novembre 2003, previa reiezione delle eccezioni pregiudiziali (il ricorso ? stato proposto da un solo genitore dei minori A.; difetto di giurisdizione del giudice amministrativo; mancata notifica ad almeno uno dei controinteressati; non ? stata impugnata la circolare del 3 ottobre 2002 del Ministero dell?Istruzione, con la quale ? stata raccomandata l?esposizione del crocefisso a cura dei dirigenti scolastici), ha sospeso il giudizio e rimesso alla Corte Costituzionale la questione di legittimit? degli artt. 159 e 190 del Testo Unico n. 297 del 16 aprile 1994, come specificati rispettivamente dall?art. 119 del r.d. 26 aprile 1928, n. 1297 (all. C) e dall?art. 118 del r.d. 30 aprile 1924, n. 965, nella parte in cui includono il crocefisso tra gli arredi delle aule scolastiche, nonch? del predetto T. U. nella parte in cui conferma la vigenza delle disposizioni di cui all?art. 119 del r.d. 26 aprile 1928, n. 1297 (tab. C) e all?art. 118 del r.d. 30 aprile 1924, n. 965, in riferimento al principio di laicit? dello Stato e, comunque, agli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione.
Con ordinanza del 13 dicembre 2004, n. 389, la Corte Costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione di costituzionalit?, sollevata dal TAR, in quanto concernente norme regolamentari (i citati artt. 118 e 119), la cui attuale vigenza il TAR erroneamente assume che si ricavi dall?art. 676 del T. U. del 1994, "perch? la eventuale salvezza, ivi prevista, di norme non incluse nel testo unico, e non incompatibili con esso, pu? concernere solo disposizioni legislative e non disposizioni regolamentari, essendo solo le prime riunite e coordinate nel testo unico medesimo, in conformit? alla delega?".
Con la sentenza, di cui viene chiesta la riforma, il TAR Veneto, previa reiezione delle eccezioni sollevate in giudizio dalla Amministrazione e dall?interveniente, ha estromesso dal giudizio la Associazione Forum e la Associazione Genitori di Padova, e ha respinto il ricorso con una motivazione che viene definita dalla appellante "del tutto originale, perch? non rispecchia alcuna delle ragioni sostenute dalle parti, e comunque errata".
Con l?odierno ricorso, vengono reiterate le censure di primo grado in forma strettamente embricata con le argomentazioni del TAR, e si insiste particolarmente sulla abrogazione implicita dell?art. 118 (non 119) del r. d. 965/1924 ad opera del successivo testo unico, che ha regolato tutta la materia senza riprodurlo, e della legge n. 121/1985 di ratifica del nuovo concordato, che ha cancellato la norma che ne costituiva il fondamento, cio? l?art. 1 dello Statuto Albertino.
In ogni caso ? si sostiene ? l?esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche ? incompatibile col principio costituzionale della laicit? dello Stato.
2.- Resiste il Ministero della Istruzione, dell?Universit? e della Istruzione, il quale sostiene l?infondatezza dell?appello, e propone comunque ricorso incidentale condizionato avverso le statuizioni della sentenza, con le quali: a) ? stata riconosciuta la giurisdizione del giudice amministrativo; b) ? stato dichiarato ammissibile il ricorso, nonostante la mancata notifica ad almeno un controinteressato, e nonostante la ricorrente, in proprio, non fosse componente della vita scolastica, ed avesse proposto l?impugnativa quale genitrice dei due minori, senza il manifesto accordo del padre (che pure partecip? alla riunione del Consiglio di Classe), che ? esercente la potest?; c) non ? stato considerato che la mancata impugnativa dell?art. 118 del r.d. n. 965/1924 farebbe in ogni caso sopravvivere la contestata deliberazione del Consiglio di Istituto.
Si sono anche costituiti P. B., in proprio e quale genitore della minore L. B., e L. B., in qualit? di Presidente dell?A.GE. (Associazione Italiana Genitori) di Padova, intervenuta in giudizio, i quali chiedono la riforma della sentenza impugnata nella parte in cui statuisce l?estromissione dal giudizio della A. GE. e ritiene ammissibile il ricorso, sebbene non notificato ad almeno un controinteressato.
Si ? altres? costituita l?Associazione Forum, la quale chiede, con l?appello incidentale proposto, la reiezione del gravame e la riforma della sentenza nella parte in cui dichiara inammissibile il suo intervento, e non declina a favore del giudice ordinario la giurisdizione in un giudizio che ha per oggetto un diritto fondamentale della personalit?. L?eccezione, come precisato in memoria, viene sviluppata in ricorso senza pervenire alla conclusione in calce allo stesso che l?impugnativa debba essere dichiarata inammissibile per difetto di giurisdizione del giudice amministrativo. Per questo, si rimanda alla formale proposizione (in forma condizionata) della medesima eccezione da parte della Avvocatura dello Stato, e si invita la Sezione a pronunciarsi "anche ufficiosamente".
3.- Il ricorso ? stato trattenuto in decisione all?udienza del 13 gennaio 2006.
1.- Il giudizio verte sulla legittimit? della deliberazione del Consiglio di Istituto della scuola media statale "Vittorino da Feltre" di Abano Terme, con la quale ? stata respinta la richiesta della ricorrente di rimuovere il crocefisso dalle aule scolastiche. Il TAR Veneto, con la sentenza appellata, ha respinto il ricorso, dichiarandolo infondato, dopo avere estromesso dal giudizio le due associazioni (A.GE. e Forum) che erano intervenute ad opponendum.
In primo luogo, va verificato se sia ammissibile l?impugnativa proposta dalla sola ricorrente, quale esercente la potest? sui minori D. e S. A., senza la partecipazione dell?altro genitore.
In proposito, il Collegio rileva che il ricorso risulta proposto da uno solo dei due genitori, esercenti la potest? sui minori, a tutela di scelte educative che ciascun genitore pu? assumere, senza la necessit? di un intervento dell?altro genitore. Proprio per la diretta inerenza del ricorso a scelte educative, non si configurano, infatti, gli estremi della straordinaria amministrazione, rispetto alla quale l?art.320 c.c. richiede l?azione congiunta di entrambi i genitori (cfr. Tar Calabria, sez. Reggio Calabria, 13 dicembre 1984, n. 287; Tar Abruzzo, sez. Pescara, 10 maggio 1984, n. 157).
In secondo luogo, deve essere affermata la giurisdizione del giudice amministrativo rispetto alla controversia in esame. La giurisdizione del giudice amministrativo ? stata posta in discussione, nel corso del giudizio, dalla Amministrazione appellata e da una delle Associazioni intervenute (ed estromesse dal giudice di primo grado), le quali hanno sostenuto che la controversia avrebbe per oggetto la tutela di un diritto di libert?, diritto soggettivo perfetto, di competenza del giudice ordinario. Anche l?appellante ha richiamato questa qualificazione per la sua posizione soggettiva, pur concludendo a favore della giurisdizione amministrativa, perch? il ricorso era stato proposto prima della sentenza n. 204/2004 della Corte Costituzionale (che ha ridimensionato la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia di pubblici servizi), e, in base all?art. 5 c.p.c., la sentenza della Corte non priverebbe di giurisdizione il giudice adito ritualmente alla stregua delle leggi in vigore al momento della proposizione del ricorso.
Il Collegio rileva che rispetto a situazioni di interesse che sono in relazione con diritti fondamentali della persona, come per esempio il diritto alla salute (che ? stato oggetto di maggiore elaborazione giurisprudenziale), non si pu? e non si deve escludere a priori la sussistenza della giurisdizione amministrativa.
Quando la vertenza ha come oggetto la contestazione della legittimit? dell?esercizio del potere amministrativo, ossia quando l?atto amministrativo sia assunto nel giudizio non come fatto materiale o come semplice espressione di una condotta illecita, ma sia considerato nel ricorso quale attuazione illegittima di un potere amministrativo, di cui si chiede l?annullamento, la posizione del cittadino si concreta come posizione di interesse legittimo.
Queste considerazioni sono state fatte proprie da tempo sia dalla giurisprudenza amministrativa che dalla Corte regolatrice della giurisdizione. Si veda, per esempio, Cass. sez. un. civ. 15 ottobre 1998, n. 10186, che, nel giudizio proposto a tutela del diritto alla salute in relazione a immissioni sonore prodotte da un?attivit? autorizzata dall?amministrazione, ha affermato la giurisdizione del giudice ordinario "poich? l?azione ? non investe nessun provvedimento amministrativo". Le Sezioni unite ribadiscono che la circostanza che il cittadino agisca lamentando la violazione della legge da parte dell?amministrazione – e nel caso in esame l?azione era proposta a tutela di un diritto fondamentale ? non ? discriminante ai fini della giurisdizione, risultando invece decisiva la circostanza che l?azione sia diretta (o meno) contro un provvedimento amministrativo. Questa conclusione ? coerente con la giurisprudenza costante dei giudici amministrativi che riconoscono la giurisdizione amministrativa per vertenze, come quelle in tema di impianti per lo smaltimento dei rifiuti, o di altre opere rilevanti per la salubrit? dell?ambiente, rispetto ai quali venga contestata la legittimit? dei provvedimenti autorizzatori. La circostanza che in questi casi i ricorrenti facciano valere la possibilit? di un pregiudizio alla salute non toglie nulla alla configurabilit? di una posizione di interesse legittimo, e, conseguentemente, della giurisdizione amministrativa.
Va osservato, inoltre, che la concezione dei diritti "perfetti" o "non degradabili" ? stata elaborata per riconoscere ulteriori possibilit? di tutela per il cittadino, non certo per escludere forme di tutela preesistenti. Di conseguenza da tale concezione non si pu? desumere alcuna riduzione della legittimazione a ricorrere avanti al giudice amministrativo.
Deve essere tenuto presente, ancora, che in discussione sono atti riconducibili all?espressione di una potest? regolamentare dell?Amministrazione, potest? quindi tipicamente discrezionale. Rispetto a potest? del genere, la Corte regolatrice della giurisdizione, di recente, ha confermato che la tutela ? devoluta al giudice amministrativo, anche se la controversia inerisca al diritto alla salute (Cass. Sez. un. 28.10.2005, n. 20994).
Risulta, pertanto, assorbita ogni questione relativa alla interpretazione dell?art. 5 c.p.c., di cui l?appellante propone una lettura difforme dagli orientamenti maggioritari della giurisprudenza sia civile che amministrativa.
In terzo luogo, va esaminata l?eccezione di inammissibilit? del ricorso (gi? disattesa dal primo giudice) per essere stata omessa la notifica ad almeno uno dei controinteressati.
L?eccezione risulta infondata, perch? dal tenore dell?atto impugnato non sono identificabili controinteressati in senso proprio.
Non ? dubbio che le due Associazioni, con il loro intervento, hanno manifestato un interesse simmetrico a quello della ricorrente, e, pertanto, ugualmente meritevole di essere fatto valere in giudizio. Un tale interesse ? titolo sufficiente per intervenire in giudizio, senza la necessit? di ulteriori specificazioni. L?utilit? che pu? derivare alle due associazioni intervenute dalla conservazione dell?atto impugnato non ? certamente di ordine patrimoniale, ma ? parimenti di assoluto rilievo giuridico, perch? ? riconducibile al medesimo ordine di interessi, anche se di segno contrario, fatti valere dalla ricorrente.
Da ultimo, non pu? essere condivisa l?eccezione di inammissibilit? formulata dalla difesa della Amministrazione, per il fatto che non sarebbe stato impugnato ritualmente l?art. 118 r.d. n. 965/1924, dal quale deriverebbe l?obbligo di esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche.
? sufficiente osservare che dal tenore del ricorso si coglie immediatamente come la contestazione sia proposta anche nei confronti della citata norma regolamentare, la cui impugnazione non richiedeva, d?altronde, formule sacramentali.
3.- Passando al merito, il ricorso ? infondato.
L?appellante in via prioritaria reitera il rilievo, disatteso dal TAR, della abrogazione implicita della norma dell?art. 118 r. d. 1924 n. 965 (ritiene di non doversi parlare dell?art. 119 del r. d. n. 1297/1928 in quanto si riferisce alla scuola elementare, mentre i figli minori frequentano la scuola media), non essendo essa stata "riprodotta" dal t. u. del 1994, disciplinante l?intera materia, ed essendo altres? venuto meno il principio di confessionalit?, sancito dall?art. 1 dello Statuto Albertino, che ne rappresentava il fondamento, in quanto tale norma statutaria non ? stata ripresa dalla legge n. 121/1985 di attuazione dell?accordo di Villa Madama, diversamente da quanto avvenne con la legge 810 del 1929 di attuazione del Trattato del Laterano.
Circa la prima considerazione dell?appellante, vale quanto statuito dalla Corte Costituzionale sul carattere regolamentare della norma di cui all?art. 118 r. d. 1924 n. 965, che, come tale, non pu? ritenersi assorbita dal t. u. 1994 (giacch? se tale fosse stata, la Corte non avrebbe potuto esimersi dal giudicare della sua legittimit?), e neppure abrogata (e la stessa Corte nella sua ordinanza non ne ha mai messo in discussione la vigenza).
Quanto alla seconda considerazione, non pare corretto porre il principio di confessionalit? dello Stato a fondamento della norma regolamentare in questione (sicch? venuto meno quello sarebbe venuta meno la ragion d?essere di questa). ? ben vero infatti che nel 1924, allorch? la norma fu emanata vigeva in Italia lo Statuto Albertino, il cui art. 1 proclamava la religione cattolica, apostolica e romana come "la sola religione dello Stato" (gli altri culti essendo tollerati conformemente alle leggi); ma ? altrettanto vero che tale norma non imped? minimamente al legislatore, nel corso di vari decenni, di adottare in molteplici settori della vita dello Stato una normativa contraria agli interessi della confessione cattolica, ed in dottrina ad alcuni autori, anche assai qualificati, di ascrivere la Chiesa cattolica fra le associazioni illecite.
Il problema della vigenza dell?art. 118 r. d. 1924 n. 965 non pu? pertanto essere adeguatamente risolto attraverso la mancata menzione nell?accordo di Villa Madama di un principio (quello della confessionalit? dello Stato), richiamato nel trattato del Laterano nel 1929 (vale a dire cinque anni dopo l?emanazione della norma stessa), ma va affrontato attraverso la verifica della compatibilit? di quanto da esso disposto con i principi oggi ispiranti l?ordinamento costituzionale dello Stato, ed in particolare con il principio di laicit?, invocato dalla stessa appellante.
Al riguardo, pi? volte la Corte costituzionale ha riconosciuto nella laicit? un principio supremo del nostro ordinamento costituzionale, idoneo a risolvere talune questioni di legittimit? costituzionale (ad esempio, tra le tante pronunce, quelle riguardanti norme sull?obbligatoriet? dell?insegnamento religioso nella scuola, o sulla competenza giurisdizionale per le cause concernenti la validit? del vincolo matrimoniale contratto canonicamente e trascritto nei registri dello stato civile).
Trattasi di un principio non proclamato expressis verbis dalla nostra Carta fondamentale; un principio che, ricco di assonanze ideologiche e di una storia controversa, assume per? rilevanza giuridica potendo evincersi dalle norme fondamentali del nostro ordinamento. In realt? la Corte lo trae specificamente dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 Cost.
Il principio utilizza un simbolo linguistico ("laicit?") che indica in forma abbreviata profili significativi di quanto disposto dalle anzidette norme, i cui contenuti individuano le condizioni di uso secondo le quali esso va inteso ed opera. D?altra parte, senza l?individuazione di tali specifiche condizioni d?uso, il principio di "laicit?" resterebbe confinato nelle dispute ideologiche e sarebbe difficilmente utilizzabile in sede giuridica.
In questa sede, le condizioni di uso vanno certo determinate con riferimento alla tradizione culturale, ai costumi di vita, di ciascun popolo, in quanto per? tale tradizione e tali costumi si siano riversati nei loro ordinamenti giuridici. E questi mutano da nazione a nazione.
Cos? non v?? dubbio che in un modo vada inteso ed opera quel principio nell?ordinamento inglese, laico, bench? strettamente avvinto alla chiesa anglicana, nel quale ? consentito al legislatore secolare dettare norme in materie interne alla chiesa stessa (esempio relativamente recente ? dato dalla legge sul sacerdozio femminile); in altro modo nell?ordinamento francese, per il quale la laicit?, costituzionalmente sancita (art. 2 Cost. del 1958), rappresenta una finalit? che lo Stato potr? perseguire, e di fatto ha perseguito, anche con mortificazione dell?autonomia organizzativa delle confessioni (lois Combes) e della libera espressione individuale della fede religiosa (legge sull?ostensione dei simboli religiosi); in altro modo ancora nell?ordinamento federale degli Stati Uniti d?America, nel quale la pur rigorosa separazione fra lo Stato e le confessioni religiose, imposta dal I emendamento alla Costituzione federale, non impedisce un diffuso pietismo nella societ? civile, ispirato alla tradizione religiosa dei Padri pellegrini, che si esplica in molteplici forme anche istituzionali (da un?esplicita attestazione di fede religiosa contenuta nella carta moneta – in God we trust -, al largo sostegno tributario assicurato agli aiuti economici elargiti alle strutture confessionali ed alle loro attivit? assistenziali, sociali, educative, nell?orizzonte liberal privatistico tipico della societ? americana); in altro modo, infine, nell?ordinamento italiano, in cui quel simbolo linguistico serve ad indicare reciproca autonomia fra ordine temporale e ordine spirituale e conseguente interdizione per lo Stato di entrare nelle faccende interne delle confessioni religiose (artt. 7 e 8 Cost.); tutela dei diritti fondamentali della persona (art. 2), indipendentemente da quanto disposto dalla religione di appartenenza; uguaglianza giuridica fra tutti i cittadini, irrilevante essendo a tal fine la loro diversa fede religiosa (art. 3); rispetto della libert? delle confessioni di organizzarsi autonomamente secondo i propri statuti purch? non contrastino con l?ordinamento giuridico italiano (art. 8, 2? co.), e per tutti, e non solo per i cittadini, tutela della libert? in materia religiosa, e cio? di credere, non credere, di manifestare in pubblico o in privato la loro fede, di esercitarne il culto (art. 19); divieto, infine, di discriminare gli enti confessionali a motivo della loro ecclesiasticit? e del fine di religione o di culto perseguito (art. 20). Dalle norme costituzionali italiane richiamate dalla Corte per delineare la laicit? propria dello Stato si evince, inoltre, un atteggiamento di favore nei confronti del fenomeno religioso e delle confessioni che lo propugnano, avendo la Costituzione posto rilevanti limiti alla libera esplicazione della attivit? legislativa dello Stato in materia di rapporti con le confessioni religiose; attivit? che potr? praticarsi ordinariamente soltanto in forma concordata sia con la religione di maggioranza sia con le altre confessioni religiose (art. 7, 2? co., e art. 8, 3? co.).
Ne deriva che la laicit?, bench? presupponga e richieda ovunque la distinzione fra la dimensione temporale e la dimensione spirituale e fra gli ordini e le societ? cui tali dimensioni sono proprie, non si realizza in termini costanti nel tempo e uniformi nei diversi Paesi, ma, pur all?interno di una medesima "civilt?", ? relativa alla specifica organizzazione istituzionale di ciascuno Stato, e quindi essenzialmente storica, legata com?? al divenire di questa organizzazione (in modo diverso, ad esempio, dovendo essere intesa la laicit? in Italia con riferimento allo Stato risorgimentale, ove, nonostante la confessionalit? di principio dello stesso, proclamata dallo Statuto fondamentale del Regno, furono consentite discriminazioni restrittive in danno degli enti ecclesiastici, e con riferimento allo Stato odierno, sorto dalla Costituzione repubblicana, ed ormai non pi? confessionale, ove per? quelle discriminazioni non potrebbero aversi).
Quale poi dei sistemi giuridici ora ricordati, o di altri ancora qui non considerati, sia meglio rispondente ad un?idea astratta di laicit?, che alla fine coincide con quella che ciascuno trova pi? consona con i suoi postulati ideologici, ? questione antica; una questione che per? va lasciata alle dispute dottrinarie.
In questa sede giurisdizionale, per il problema innanzi ad essa sollevato della legittimit? della esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, disposto dalle autorit? competenti in esecuzione di norme regolamentari, si tratta in concreto e pi? semplicemente di verificare se tale imposizione sia lesiva dei contenuti delle norme fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, che danno forma e sostanza al principio di "laicit?" che connota oggi lo Stato italiano, ed al quale ha fatto pi? volte riferimento il supremo giudice delle leggi.
? evidente che il crocifisso ? esso stesso un simbolo che pu? assumere diversi significati e servire per intenti diversi; innanzitutto per il luogo ove ? posto.
In un luogo di culto il crocifisso ? propriamente ed esclusivamente un "simbolo religioso", in quanto mira a sollecitare l?adesione riverente verso il fondatore della religione cristiana.
In una sede non religiosa, come la scuola, destinata all?educazione dei giovani, il crocifisso potr? ancora rivestire per i credenti i suaccennati valori religiosi, ma per credenti e non credenti la sua esposizione sar? giustificata ed assumer? un significato non discriminatorio sotto il profilo religioso, se esso ? in grado di rappresentare e di richiamare in forma sintetica immediatamente percepibile ed intuibile (al pari di ogni simbolo) valori civilmente rilevanti, e segnatamente quei valori che soggiacciono ed ispirano il nostro ordine costituzionale, fondamento del nostro convivere civile. In tal senso il crocifisso potr? svolgere, anche in un orizzonte "laico", diverso da quello religioso che gli ? proprio, una funzione simbolica altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni.
Ora ? evidente che in Italia, il crocifisso ? atto ad esprimere, appunto in chiave simbolica ma in modo adeguato, l?origine religiosa dei valori di tolleranza, di rispetto reciproco, di valorizzazione della persona, di affermazione dei suoi diritti, di riguardo alla sua libert?, di autonomia della coscienza morale nei confronti dell?autorit?, di solidariet? umana, di rifiuto di ogni discriminazione, che connotano la civilt? italiana.
Questi valori, che hanno impregnato di s? tradizioni, modo di vivere, cultura del popolo italiano, soggiacciono ed emergono dalle norme fondamentali della nostra Carta costituzionale, accolte tra i "Principi fondamentali" e la Parte I della stessa, e, specificamente, da quelle richiamate dalla Corte costituzionale, delineanti la laicit? propria dello Stato italiano.
Il richiamo, attraverso il crocifisso, dell?origine religiosa di tali valori e della loro piena e radicale consonanza con gli insegnamenti cristiani, serve dunque a porre in evidenza la loro trascendente fondazione, senza mettere in discussione, anzi ribadendo, l?autonomia (non la contrapposizione, sottesa a una interpretazione ideologica della laicit? che non trova riscontro alcuno nella nostra Carta fondamentale) dell?ordine temporale rispetto all?ordine spirituale, e senza sminuire la loro specifica "laicit?", confacente al contesto culturale fatto proprio e manifestato dall?ordinamento fondamentale dello Stato italiano. Essi, pertanto, andranno vissuti nella societ? civile in modo autonomo (di fatto non contraddittorio) rispetto alla societ? religiosa, sicch? possono essere "laicamente" sanciti per tutti, indipendentemente dall?appartenenza alla religione che li ha ispirati e propugnati.
Come ad ogni simbolo, anche al crocifisso possono essere imposti o attribuiti significati diversi e contrastanti, oppure ne pu? venire negato il valore simbolico per trasformarlo in suppellettile, che pu? al massimo presentare un valore artistico. Non si pu? per? pensare al crocifisso esposto nelle aule scolastiche come ad una suppellettile, oggetto di arredo, e neppure come ad un oggetto di culto; si deve pensare piuttosto come ad un simbolo idoneo ad esprimere l?elevato fondamento dei valori civili sopra richiamati, che sono poi i valori che delineano la laicit? nell?attuale ordinamento dello Stato.
Nel contesto culturale italiano, appare difficile trovare un altro simbolo, in verit?, che si presti, pi? di esso, a farlo; e l?appellante del resto auspica (e rivendica) una parete bianca, la sola che alla stessa appare particolarmente consona con il valore della laicit? dello Stato.
La decisione delle autorit? scolastiche, in esecuzione di norme regolamentari, di esporre il crocifisso nelle aule scolastiche, non appare pertanto censurabile con riferimento al principio di laicit? proprio dello Stato italiano.
La pretesa che lo Stato si astenga dal presentare e propugnare in un luogo educativo, attraverso un simbolo (il crocifisso), reputato idoneo allo scopo, i valori certamente laici, quantunque di origine religiosa, di cui ? pervasa la societ? italiana e che connotano la sua Carta fondamentale, pu? semmai essere sostenuta nelle sedi (politiche, culturali) giudicate pi? appropriate, ma non in quella giurisdizionale.
In questa sede non pu?, quindi, trovare accoglimento la richiesta dell?appellante che lo Stato e i suoi organi si astengano dal fare ricorso agli strumenti educativi considerati pi? efficaci per esprimere i valori su cui lo Stato stesso si fonda e che lo connotano, raccolti ed espressi dalla Carta costituzionale, quando il ricorso a tali strumenti non solo non lede alcuno dei principi custoditi dalla medesima Costituzione o altre norme del suo ordinamento giuridico, ma mira ad affermarli in un modo che sottolinea il loro alto significato.
In conclusione, va respinto l?appello principale, e vanno accolti gli appelli incidentali delle associazioni A. GE. e Forum nella parte in cui reclamano l?ammissibilit? del loro intervento in giudizio .
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Sesta, ammette l?intervento in giudizio delle Associazioni A. GE. e Forum, e respinge il ricorso in epigrafe. Compensa le spese.
Cos? deciso in Roma, il 13 gennaio 2006
Depositata in Segreteria il 13 febbraio 2006

References: sentenza 
 sentenza 
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sentenza 
 art. 86
 sentenza 
 art. 9
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 Cass. sez. 
 art. 1
 art. 8