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Timestamp: 2019-12-09 07:38:14+00:00

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Home Diritto Fallimentare Fallimento del datore di lavoro sospensione del rapporto di lavoro
in caso di fallimento del datore di lavoro, salvo che sia autorizzato l’esercizio provvisorio, il rapporto di lavoro entra in una fase di sospensione, sicche’ il lavoratore non ha diritto di insinuarsi al passivo per le retribuzioni spettanti nel periodo compreso tra l’apertura del fallimento e la data in cui il curatore abbia effettuato la dichiarazione ex articolo 72, comma 2, l.f., in quanto il diritto alla retribuzione non sorge in ragione dell’esistenza e del protrarsi del rapporto di lavoro ma presuppone, in conseguenza della natura sinallagmatica del contratto, la corrispettivita’ delle prestazioni.
Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Ordinanza|12 luglio 2019| n. 18780
sul ricorso 22369/2014 proposto da:
avverso la sentenza n. 1034/2014 della CORTE D’APPELLO di PALERMO, depositata il 20/06/2014;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 06/06/2019 dal cons. NAZZICONE LOREDANA.
Ha ritenuto la corte territoriale, per quanto ancora rileva, che: a) in punto di fatto, l’istante presto’ la propria attivita’ di lavoro, in qualita’ di operaio, dal 6 maggio 1998 al 30 settembre 1998, in occasione del periodo di esercizio provvisorio dell’impresa autorizzato dal tribunale, e, poi, sino al 9 giugno 2003, in via di fatto, quando la curatela comunico’ la cessazione del rapporto di lavoro con lettera di licenziamento; b) la prestazione lavorativa si e’ protratta, avendo la procedura mantenuto in vita il rapporto lavorativo sino al licenziamento, nulla rilevando che sia mancata l’autorizzazione all’esercizio provvisorio ed altro essendo eventuali profili di responsabilita’ del curatore, onde il rapporto fa capo al fallimento, rientrando nell’ambito dell’articolo 111, n. 1, L. Fall.; c) il credito non e’ prescritto, non avendo la curatela provato la stabilita’ reale del rapporto di lavoro, onde il termine e’ iniziato a decorrere solo il 9 giugno 2003; d) il rapporto lavorativo e’ dimostrato dalla prova testimoniale assunta e dai documenti in atti, laddove il quantum dovuto e’ stato determinato sulla base della condivisibile c.t.u. espletata; e) l’ultimo motivo di appello, vertente sulla novita’ della domanda di arricchimento senza causa proposta con la memoria ex articolo 183 c.p.c., e’ assorbito.
1) nullita’ della sentenza per ultrapetizione, in violazione dell’articolo 112 c.p.c., in quanto l’istante aveva chiesto l’ammissione del credito in prededuzione con riguardo alla prestazione resa nel corso dell’esercizio provvisorio dell’impresa, quale ipotesi tipica contemplata dall’articolo 111, comma 1, L. Fall., mentre la domanda subordinata di arricchimento senza causa, dichiarata inammissibile per tardivita’ dal tribunale, non fu riproposta in appello: dunque, pur avendo preso atto della cessazione dell’esercizio provvisorio il 30 settembre 1998, la corte del merito ha nondimeno accolto la domanda al di la’ di quanto richiesto; onde il generico richiamo all’articolo 111, comma 1, n. 1, L. Fall., contenuto nell’impugnata decisione, non puo’ giustificare l’ammissione in prededuzione con una diversa causa petendi, individuata nell’utilita’ della massa, a fronte di una richiesta attinente l’esercizio provvisorio dell’attivita’ che ha invece caratterizzato il procedimento;
2) violazione e falsa applicazione dell’articolo 111 L.F. (nel testo precedente alle modifiche apportate dal Decreto Legislativo n. 5 del 2006), avendo la sentenza impugnata omesso di considerare che i debiti contratti per l’amministrazione del fallimento necessitano di un preventivo provvedimento autorizzativo del giudice delegato; infatti, la dedotta “dipendenza causale con la procedura concorsuale” avrebbe presupposto una valutazione sull’utilita’ dei costi gestionali da sopportare e, quindi, l’autorizzazione del giudice delegato.
Ne’ viene proposta censura con riguardo alla eventuale violazione dei criteri previsti dagli articoli 1362 ss. c.c..
Nella interpretazione della domanda giudiziale, infatti, il giudice deve avvalersi degli stessi criteri ermeneutici dettati dagli articoli 1362 ss. c.c. per i contratti ed i negozi giuridici in genere (Cass. 12 agosto 2005, n. 16888).
Ed anche con riguardo al rito del lavoro, le cui peculiarita’ il ricorrente ha inteso richiamare, e’ stato affermato che “l’esame del ricorso deve riguardare, ai fini dell’interpretazione della domanda, la valutazione complessiva dell’atto; ove, tuttavia, difetti una chiara omogeneita’ delle allegazioni esposte nel contenuto complessivo del ricorso stesso rispetto alla domanda formulata nelle conclusioni, espressamente e senza condizioni circoscritte, il giudice non puo’ d’ufficio, in contrasto con l’articolo 112 c.p.c., pronunciarsi in difformita’” (Cass. 14 maggio 2018, n. 11631; Cass. 10 settembre 2013, n. 20727).
In definitiva, l’invocato sindacato di legittimita’ non puo’ investire il risultato interpretativo in se’, che appartiene all’ambito dei giudizi di fatto riservati a quel giudice, ma deve appuntarsi esclusivamente sul mancato rispetto dei canoni normativi di interpretazione dettati dal legislatore agli articoli 1362 ss. c.c..
Questa Corte ha per vero stabilito che “in caso di fallimento del datore di lavoro, salvo che sia autorizzato l’esercizio provvisorio, il rapporto di lavoro entra in una fase di sospensione, sicche’ il lavoratore non ha diritto di insinuarsi al passivo per le retribuzioni spettanti nel periodo compreso tra l’apertura del fallimento e la data in cui il curatore abbia effettuato la dichiarazione ex articolo 72, comma 2, l.f., in quanto il diritto alla retribuzione non sorge in ragione dell’esistenza e del protrarsi del rapporto di lavoro ma presuppone, in conseguenza della natura sinallagmatica del contratto, la corrispettivita’ delle prestazioni” (Cass. 30 maggio 2018, n. 13693; Cass. 11 gennaio 2018, n. 522).
All’epoca dei fatti, l’articolo 90 L.F. prevedeva che il tribunale potesse disporre la continuazione temporanea dell’esercizio dell’impresa (c.d. esercizio provvisorio) “quando dall’interruzione improvvisa puo’ derivare un danno grave ed irreparabile”, fattispecie progressivamente intesa con riguardo non solo all’interesse dei creditori, ma anche a quello all’occupazione in capo agli stessi lavoratori dell’azienda, secondo una prospettiva piu’ attenta agli interessi generali sottesi all’impresa che opera sul mercato, nel convincimento che la preservazione del valore del patrimonio si consegua attraverso la conservazione del complesso produttivo al fine della sua proficua liquidazione.
Da’ inoltre atto, ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1-quater, della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso articolo 13, comma 1-bis.
Fallimento interruzione processo ipso iure articolo 43 legge fallimentare

References: articolo 72
 sentenza 
 articolo 183
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 articolo 72
 Cass. 
 articolo 13
 articolo 13
 articolo 43