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IMPROCEDIBILITA’ DELL’APPELLO
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | MARTEDÌ 19 FEBBRAIO AGGIORNATO ALLE 16:34
Sulla improcedibilità dell’appello per mancata comparizione dell’appellante
Si anticipa un estratto dell’Approfondimento di diritto Civile che sarà inserito nel fascicolo di Dicembre della Rivista cartacea NelDiritto
Cassazione Civile, 19 ottobre 2012, n. 18048
Appello – Improcedibilità per mancata comparizione dell’appellante – Durata dell’udienza oltre la quale può essere dichiarata l’improcedibilità per mancata comparizione – Un’ora dall’orario fissato per l’inizio dell’udienza in analogia con l’art. 59 disp. att. c.p.c. – Esclusione – Durata anche inferiore a un’ora nel caso in cui non constino ragioni per ulteriore attesa – Ammissibilità – Sussistenza.
(Cod. proc. civ., art. 348)
L’art. 59 disp. att. cod. proc. civ., secondo cui la dichiarazione di contumacia della parte non costituita nell’udienza di cui all’articolo 171 c.p.c. è fatta «quando è decorsa almeno un’ora dall’apertura dell’udienza», non esprime un principio di portata generale valido per tutte le udienze di trattazione; pertanto, ove non constino ragioni per un’ulteriore attesa, è legittima la dichiarazione di improcedibilità ex art. 348 c.p.c. – per mancata comparizione delle parti – pronunciata nella rituale udienza di rinvio 25 minuti dopo l’orario fissato per il suo inizio.
Su appello della s.n.c. Pompili, la quale non compariva alla prima udienza del 24 aprile 2003, la Corte di appello capitolina nella sentenza, resa il 17 marzo 2005, in via preliminare era chiamata a pronunciarsi sulla improcedibilità dell’appello per mancata comparizione dell’appellante anche all’udienza di rinvio.
La Corte escludeva tale sanzione, sul presupposto che il difensore dell’appellante era sì giunto in udienza dopo l’iniziale dichiarazione di improcedibilità da parte dell’istruttore, ma entro un’ora dall’inizio dell’udienza.
In parziale accoglimento del gravame, i giudici di appello condannavano il promissario acquirente Pisciarelli al risarcimento dei danni, liquidati in euro 85.615,35.
L’appellato Pisciarelli ha proposto due motivi di ricorso per cassazione, notificato il 13 aprile 2006, relativi alla improcedibilità dell’appello.
L.P. s.n.c., oltre a resistere, ha svolto ricorso incidentale, sviluppando tre gruppi di censure, relativi alle proprie maggiori pretese.
Il ricorrente ha depositato controricorso al ricorso incidentale.
Parte resistente in prossimità dell’udienza ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c.
La Corte capitolina ha revocato la declaratoria di improcedibilità dell’appello, pronunciata dal consigliere istruttore all’udienza di rinvio, fissata ex art. 348 c.p.c., per il 26 giugno 2003.
L’orario di inizio previsto per detta udienza era le ore 9,30.
Alle 9,55, ancora assente l’appellante, il consigliere istruttore dichiarava l’improcedibilità dell’appello e sottoscriveva il relativo verbale.
Alle ore 10,20 sopraggiungeva il difensore dell’appellante e chiedeva la revoca del provvedimento.
Il consigliere istruttore fissava altra udienza per la discussione di tale istanza.
In esito ad essa, la Corte rimetteva le parti a udienza di precisazione delle conclusioni.
I giudici di secondo grado hanno revocato in sentenza il provvedimento del consigliere istruttore, facendo applicazione dell’insegnamento estratto da Cas. 10870/99, in forza del quale: “L’art. 59 disp.att.cod.proc.civ., secondo cui la dichiarazione di contumacia della parte non costituita nell’udienza di cui all’articolo 171 cod.proc.civ. è fatta “quando è decorsa almeno un’ora dall’apertura dell’udienza” esprime un principio di portata generale nel senso che la durata di ogni udienza, intesa come collocazione temporale dell’esplicazione dell’attività processuale, non può essere inferiore ad un’ora; conseguentemente, tutte le attività poste in essere dal giudice e dalle parti in tale arco di tempo devono considerarsi temporalmente e funzionalmente riferibili all’udienza medesima”.
Hanno pertanto ritenuto che fosse stata legittima la riapertura del verbale di udienza e la fissazione di udienza di comparizione delle parti e consentito lo svolgersi della trattazione dell’appello, in quanto non era trascorsa un’ora dall’inizio dell’udienza quando il difensore dell’appellante era sopraggiunto.
Il ricorso censura questa decisione, denunziando violazione dell’art. 348 c.p.c. con riferimento all’art. 59 disp. att. e violazione e falsa applicazione dell’art. 178, c. 4 c.p.c.
Il Collegio ritiene il ricorso fondato, non condividendo la tesi di Cass. 10870(99, secondo la quale l’art. 59 disp. att. cod. proc. civ. esprimerebbe un principio di carattere generale.
Riesce, in primo luogo, difficile comprendere come da una disposizione dettata specificamente per il procedimento davanti al giudice di pace, sia possibile ricavare un principio di carattere generale: a) valevole per tutte le udienze dei trattazione; b) valeole anche per i giudizi davanti al tribunale.
Da un punto di vista logico, invece, la limitazione di cui all’art. 59 disp. att. cod. proc. civ., proprio perché espressamente prevista con riferimento ad uno specifico tipo di procedimento, porta a contrario a concludere per la sua inapplicabilità agli altri provvedimenti adottati in udienza.
Sempre sotto i profilo logico, se il legislatore avesse inteso attribuire portata generale alla limitazione in questione, l’avrebbe inserita nell’art. 83 disp att. cod. proc. civ., che disciplina la trattazione delle cause.
Ma, soprattutto, va considerato che l’art. 59 disp. att. cod. proc. civ. trova la sua specifica ratio nel disposto dell’art. 171, secondo comma, cod. proc. civ. (applicabile al giudizio davanti al giudice di pace in virtù del rinvio di cui all’art. 320 cod. proc. civ.), il quale prevede che il convenuto, se l’attore si è costituito tempestivamente, può costituirsi fino alla prima udienza.
In sostanza, il legislatore ha indirettamente limitato il diritto del convenuto di costituirsi in qualunque momento fino al termine della prima udienza (col correlativo onere del difensore dell’attore di attendere la conclusione di tale udienza), ma, d’altro canto, gli ha garantito la possibilità di costituirsi entro un’ora dall’inizio dell’udienza.
Se tale è la ratio dell’art. 59 disp. att. cod. proc. civ. è evidente che trova conferma il fatto che dalla disposizione in questione non è desumibile un principio valido per tutte le udienze istruttorie, nel senso del diritto della parte di poter comparire entro sessanta minuti dall’orario fissato, fidando sulla impossibilità di trattazione all’ora stabilita e di relativa chiusura del verbale.
Corrisponde a criteri di buon governo dell’udienza evitare la chiusura del verbale, in assenza di una delle parti, nei primissimi minuti dell’udienza stessa, onde consentire il superamento di piccoli disguidi e prevenire disagi nell’ordine di trattazione.
Opportuni differimenti possono essere adottati quando vi sia notoriamente, o sia stato segnalato alla cancelleria, o dal difensore presente, una causa che possa giustificare il ritardo di una delle parti.
Non è però rinvenibile nell’ordinamento la regola dell’obbligo di attendere un’ora per la chiusura del verbale di trattazione dell’udienza di appello fissata ex art. 348 c.p.c.
Nella specie il provvedimento del consigliere istruttore era stato reso 25 minuti dopo l’inizio dell’udienza, senza che constassero particolari giustificazioni per l’ulteriore attesa.
L’appellante giunse ben 55 minuti dopo l’inizio dell’udienza.
Non v’era quindi presupposto alcuno per revocare la declaratoria di improcedibilità
Il ricorso va accolto, restando così assorbito il ricorso incidentale.
La sentenza impugnata, che erroneamente ha esaminato il gravame, deve essere quindi cassata senza rinvio, giacché l’appello era improcedibile, come dichiarato dall’istruttore.
Il caso deciso dalla sentenza intestata può essere così riassunto.
Alla prima udienza del giudizio di appello non compariva nessuna delle parti costituite, sicché il giudice disponeva il rituale rinvio all’udienza successiva.
Questa veniva fissata per il 26 giugno 2003 alle ore 9.30. Tuttavia a tale orario nessuna delle parti era ancora presente e il giudice istruttore, trascorsi 25 minuti (quindi alle ore 9.55) dichiarava l’improcedibilità dell’appello
Tuttavia, alle ore 10.20 sopraggiungeva il difensore dell’appellante il quale chiedeva la revoca del provvedimento; l’istanza veniva in seguito accolta dal Collegio. L’argomento utilizzato per sostenere l’illegittimità del provvedimento pronunciato dal giudice istruttore veniva individuato nel testo dell’art. 59 disp. att. c.p.c., ai sensi del quale, nel giudizio davanti al giudice di pace, la dichiarazione di contumacia è fatta «decorsa almeno un’ora dall’apertura dell’udienza». In questa maniera la Corte d’appello finiva per predicare, in sostanza, una portata generale dell’art. 59 cit., fino a desumerne che le udienze in generale hanno una durata di almeno un’ora, con ciò che ne consegue: nella specie, il fatto che la mancata comparizione della parte possa concretizzarsi definitivamente solo qualora sia inutilmente trascorsa un’ora dall’orario di apertura dell’udienza.
La decisione della Corte d’appello romana trovava peraltro un sostegno nel precedente costituito da Cass., 1.10.1999, n. 10870. Il caso deciso con l’arresto appena citato aveva infatti affrontato una questione analoga. In quel caso nessuna delle parti si era presentata a un’udienza istruttoria e il giudice aveva quindi disposto il rinvio ex art. 309 c.p.c. Ma prima che fosse trascorsa un’ora dall’inizio dell’udienza (rectius, prima di un’ora dall’orario fissato per l’apertura dell’udienza) compariva una delle parti e il giudice, revocato il suo precedente provvedimento, proseguiva con l’attività istruttoria. La controparte assente ricorreva in cassazione contro la sentenza che aveva poi definito il giudizio di gravame, sostenendo che quanto avvenuto all’udienza in questione fosse da considerare una riapertura dell’udienza con revoca del provvedimento di fissazione dell’udienza successiva. Pertanto, tale provvedimento avrebbe dovuto essere comunicato (v. Cass., 7 giugno 1991, n. 6520). La Corte di cassazione rigettava tuttavia il ricorso ritenendo la vicenda non quale riapertura dell’udienza con conseguente anticipazione di quella successiva già fissata col provvedimento revocato, bensì quale mera prosecuzione dell’udienza originaria: non essendo ancora trascorsa un’ora dall’inizio dell’udienza, quest’ultima non poteva considerarsi conclusa e la dichiarazione di assenza doveva ritenersi illegittimamente pronunciata sulla base dell’errato presupposto che il momento finale per la comparizione fosse ormai trascorso. Anche in quell’occasione la Cassazione fece perno su una lettura ampia dell’art. 59 disp. att. c.p.c., sostenendo che tale disposizione rappresenti l’espressione di un principio di carattere generale in materia di durata dell’udienza.
Le argomentazioni della Cassazione del 1999 sono smentite dal provvedimento intestato. La Corte non condivide l’idea a mente della quale l’art. 59 disp. att. c.p.c. esprimerebbe un principio di portata generale. Viceversa, il fatto che si tratti di una disposizione pensata e scritta per il solo giudizio dinanzi al giudice di pace e al solo fine della dichiarazione di contumacia induce a presumere il suo carattere speciale. D’altro canto, se il legislatore avesse davvero voluto recare, con l’art. 59 cit., una disciplina generale della durata dell’udienza, tale disposizione avrebbe plausibilmente presentato un tenore letterale diverso nonché una differente collocazione topografica all’interno del codice.

References: art. 348
 art. 348
 art. 378
 art. 348
 sentenza 
 Cass. 
 art. 348
 sentenza 
 sentenza 
 art. 309
 sentenza