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Timestamp: 2019-07-21 15:16:40+00:00

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Quando i fatti sono sussumibili nelle fattispecie speciali di omicidio o lesioni stradali, l’aumento di pena previsto dall’art. 586 non si applica, perché esso trova applicazione solo se sono configurabili i reati di cui agli artt. 589 e 590 c.p.
Con sentenza del 4 giugno 2018 la Corte d’appello di Firenze aveva parzialmente riformato la sentenza del GIP del Tribunale di Lucca che aveva condannato tra gli altri reati, un conducente per il delitto di lesioni e omicidio stradale.
Secondo la ricostruzione dei fatti, l’uomo dopo aver ricevuto a fini di spaccio e trasportato a bordo di un’auto un quantitativo di stupefacente del tipo cocaina pari a non meno di 105 grammi, all’alt intimato da personale della Polizia di Stato con segnali luminosi e sonori, per impedire l’atto di controllo, intentava una fuga a velocità elevatissima nel traffico cittadino, ponendo in essere pericolose manovre e tentando di investire la stessa auto degli agenti. In una di queste manovre, perdeva (per colpa grave) il controllo del mezzo, che impattava su un muro di cemento armato e precipitava in un greto sottostante.
A seguito dell’impatto uno dei passeggeri della sua auto perdeva la vita, gli altri due subivano lesioni personali gravi.
Ebbene la corte d’appello, aveva escluso la fattispecie di cui all’art. 586 c.p., rideterminando la pena secondo giustizia.
La norma citata dispone che “Quando da un fatto preveduto come delitto doloso deriva, quale conseguenza non voluta dal colpevole, la morte o la lesione di una persona, si applicano le disposizioni dell’articolo 83, ma le pene stabilite negli articoli 589 e 590 sono aumentate “ ovvero stabilisce che il soggetto risponde oltre che del delitto doloso commesso, anche a titolo di colpa dell’evento non voluto.
Avverso la predetta sentenza, l’imputato formulava ricorso per Cassazione, nel quale lamentava la mancata applicazione degli artt. 586, 589 e 590 c.p. in luogo dell’applicazione degli artt. 589 bis e 590 bis c.p. operata dalla Corte d’appello, che aveva escluso l’applicazione dell’art. 586 c.p., ma aveva, tuttavia, ritenuto i fatti qualificanti come rientranti nella fattispecie speciale dell’omicidio e lesioni stradali, di cui rispettivamente agli artt. 589 bis e 590 bis c.p.
Il ricorso non è stato accolto. I giudici della Cassazione hanno infatti, chiarito che– contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa – l’art. 586 non prevede per ogni categoria di omicidio e lesioni colpose l’automatica applicazione dell’art. 589 e 590, ma solo che, qualora l’evento effettivamente cagionato sia sussumibile in tali disposizioni, le relative pene siano aumentate. Quando, invece i fatti sono sussumibili nelle fattispecie speciali di cui agli artt. 589 bis e 590 bis, l’aumento di pena previsto dall’art. 586 non si applica, perché esso trova applicazione solo se sono configurabili i reati di cui agli artt. 589 e 590 c.p.
PERDITA DEL CONVIVENTE IN INCIDENTE STRADALE: ILLEGITTIMO RIDURRE IL RISARCIMENTO
Esposizione all’amianto tra gli anni 60-90: datore di lavoro condannato
Dovrà rispondere della morte di un proprio dipendente esposto per anni, ad amianto
Per i giudici della Cassazione è irrilevante la circostanza che il rapporto di lavoro si sia svolto in epoca antecedente all’introduzione di specifiche norme per il trattamento dei materiali contenenti amianto.
Il 2 luglio 2015 la Corte d’Appello di Roma ha confermato la sentenza di primo grado che aveva accolto la domanda di risarcimento del danno biologico e morale proposta dagli eredi del lavoratore morto a causa di un carcinoma contratto nello svolgimento delle sue mansioni.
Nella specie, la corte territoriale ha affermato la responsabilità del datore di lavoro in relazione alla morte del suo dipendente che aveva svolto mansioni di operaio specializzato elettromeccanico ed era perciò stato a contatto con materiali di amianto (motori ed apparati elettrici), all’epoca (1960-1990) usati ampiamente per la coibentazione dei componenti e dei ricambi dei veicoli, rilevando che fosse già noto, in quegli anni, il rischio collegato alle fibre di amianto.
La Sezione Lavoro della Cassazione (sentenza n. 15561/2019) ha ricordato che la responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 c.c., pur non essendo di carattere oggettivo, deve ritenersi volta a sanzionare l’omessa predisposizione da parte del datore di lavoro di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto del concreto tipo di lavorazione e del connesso rischio.
Siffatto principio è stato più volte applicato dalla giurisprudenza, con riferimento al rischio da esposizione all’amianto.
Al riguardo è stato anche affermato che “qualora sia accertato che il danno è stato causato dalla nocività dell’attività lavorativa per esposizione all’amianto, è onere del datore di lavoro provare di aver adottato, pur in difetto di una specifica disposizione preventiva, le misure generiche di prudenza necessarie alla tutela della salute dal rischio espositivo secondo le conoscenze del tempo di insorgenza della malattia, essendo irrilevante la circostanza che il rapporto di lavoro si sia svolto in epoca antecedente all’introduzione di specifiche norme per il trattamento dei materiali contenenti amianto, quali quelle contenute nel D.Lgs n. 277/1991, successivamente abrogato dal D.Lgs. n. 81/2008”.
Per i giudici della Cassazione la sentenza impugnata era conforme a tali principi, rilevando che l’esposizione all’amianto era noto all’epoca dei fatti, come dimostrato dalla presenza di pubblicazioni scientifiche già all’inizio del secolo scorso che consideravano pericolose le lavorazioni collegate all’amianto sia dall’adozione di normativa europea (Regolamento n. 1169 e direttiva n. 477 del 1983) che faceva riferimento al rischio di inalazione di polveri di amianto.
A fronte di tale situazione, il dovere del datore di lavoro era di escludere comunque l’esposizione alla sostanza pericolosa, anche se ciò avesse imposto l’adozione di interventi drastici fino alla stessa modifica dell’attività dei lavoratori, assumendo in caso contrario a proprio carico il rischio di eventuali tecnopatie.
EX ILVA, FIOM: PRESENTI OLTRE 3750 TONNELLATE DI AMIANTO
ll ricorso deve essere dichiarato improcedibile se all’udienza fissata per la comparizione delle parti e la discussione nel rito lavoro, nessuno è comparso, né è stata depositata la relata di notifica del ricorso al convenuto, mai costituito
Il Tribunale di Bari (sentenza n. 1600/2019) ha affermato che “dovendo ritenersi mancante la “vocatio in ius”, il ricorso deve essere dichiarato improcedibile per violazione del principio del contraddittorio (art. 101 c.p.c), con la conseguenza che non può essere emessa alcuna statuizione di merito”.
Invero, “Nelle controversie soggette al rito del lavoro, la mancata notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza di discussione, da parte del ricorrente che abbia ritualmente depositato l’atto introduttivo, può essere sanata mediante assegnazione di un nuovo termine per la notifica, ex art. 291 cod. proc. civ., a condizione che almeno una delle parti sia comparsa all’udienza originariamente fissata, non potendo il giudice, in caso contrario, disporre d’ufficio la prosecuzione del giudizio contro il disinteresse della parte” (Cass. sez. lav. 05.03.03 n. 3251).
Inoltre, “nel rito del lavoro, qualora alla prima udienza venga rilevata la mancata instaurazione del contraddittorio per difetto di produzione della copia notificata del ricorso, e il ricorrente non alleghi e provi un legittimo impedimento alla tempestiva assoluzione di tale onere che giustifichi l’assegnazione di un termine per provvedere all’incombente, correttamente il giudice dichiara improcedibile il ricorso, non trovando applicazione la disciplina di cui all’art. 348 cod. proc. civ., la quale concerne l’inattività delle parti e presuppone la regolarità del contraddittorio già instaurato” (Cass. sez. IV-lav. n. 2005 del 04/02/2015; cfr. anche Cass. sez. lav. n. 21587 del 13/08/2008).
La declaratoria di nullità del ricorso
Tale declaratoria prevale su quella di nullità della citazione per inosservanza del termine a difesa (art. 164 c.p.c.) che presuppone pur sempre l’avvenuta notifica del ricorso, anche se in modo irregolare.
La declaratoria di improcedibilità prevale anche sulla cancellazione della causa dal ruolo per mancata comparizione delle parti, in quanto tale cancellazione dà ingresso ad un mero stato di quiescenza del rapporto processuale e presuppone pertanto, la valida instaurazione di quest’ultimo con l’osservanza del principio del contraddittorio.
Ed infine, la mancata costituzione del rapporto processuale non consente l’adozione di alcuna statuizione in ordine alle spese.
IL LICENZIAMENTO PER GIUSTA CAUSA E’ VALIDO SOLO COME EXTREMA RATIO
La prescrizione di riposo assoluto non implica necessariamente l’impossibilità assoluta di raggiungere l’aula di udienza, non può pertanto considerarsi legittimo l’impedimento dell’imputato
L’imputata aveva prodotto all’udienza davanti al Giudice per l’udienza preliminare un certificato medico con cui si attestava che, in seguito ad un intervento chirurgico subito qualche giorno prima al piede destro per “sinovite villo modulare” ella avrebbe dovuto “seguire riposo assoluto per 21 giorni”.
Il GUP rigettò la richiesta affermando che, da una parte, si trattava di impedimento non assoluto e, dall’altra, che quello dedotto era un intervento che avrebbe potuto e dovuto essere differito in ragione della conoscenza dell’impegno processuale.
La questione è stata riproposta davanti al Tribunale ed alla Corte di appello che hanno rigettato l’eccezione.
Secondo il difensore la dicitura “riposo assoluto” implicava una immobilità forzata e, quindi, la sussistenza di un assoluto legittimo impedimento, per cui la richiesta di rinvio dell’udienza non poteva essere rigettata.
Ma il motivo non è stato accolto neppure dai giudici della Suprema Corte di Cassazione, a detta dei quali le ragioni addotte erano infondate.
La Corte di Cassazione ha chiarito come, in generale, sia legittimo il provvedimento con il quale il giudice, investito di una richiesta di rinvio per impedimento a comparire con allegato certificato medico attestante una patologia, ritenga l’insussistenza del dedotto impedimento.
La presenza del certificato non preclude, infatti, al giudice di valutare, anche indipendentemente da una verifica fiscale e facendo ricorso a nozioni di comune esperienza, l’effettiva impossibilità per il soggetto portatore della dedotta patologia di comparire in giudizio, se non a prezzo di un grave e non altrimenti evitabile rischio per la propria salute.
«In tal senso, si è chiarito, non è preclusiva la generica necessità, in conseguenza della riscontrata patologia, di un dato periodo di riposo assoluto e di cure; la necessità di riposo è per sua natura preordinata al superamento rapido e completo dell’affezione patologica in atto ma non implica, ove essa non sia soddisfatta, l’automatica ed ineluttabile conseguenza di un danno o di un pericolo grave per la salute del soggetto, che costituisce condizione imprescindibile ai fini dell’integrazione dell’assoluta impossibilità di comparire che legittima l’impedimento»(Sez. 5, n. 44369 del 29/04/2015; Sez. 6, n. 36636 del 03/06/2014).
È stato anche affermato in giurisprudenza che, in assenza ulteriori precisazioni circa i termini contenutistici della prescrizione, l’espressione “assoluto riposo” utilizzata nel certificato, a discapito della perentorietà della aggettivazione, costituisce una sorta di formula generale, che si presta ad essere indicativa di prescrizioni anche non rigide, potendo con essa il sanitario avere prescritto al paziente semplicemente di astenersi dal fare sforzi (quali, lo svolgimento di lavori di casa pesanti o l’attività sportiva), ma non di rimanere immobile a letto.
L’impedimento che comporta la necessità di rinvio dell’udienza, a mente dell’art. 420 ter c.p.p., è solo quello “assoluto”.
E’ chiaro, dunque, che non possono assumere rilievo patologie, anche gravi e fastidiose, che tuttavia ragionevolmente consentono, senza la probabilità di sviluppi drammatici, la presenza dell’interessato in udienza, semprechè non risulti pregiudicata la possibilità di una partecipazione vigile ed attiva (Sez. 6, Sentenza n. 43885 del 05/11/2008; Sez. 6, Sentenza n. 12836 del 04/02/2005).
Di tale principi, “i giudici di merito aveva fatto corretta applicazione, atteso che dalla documentazione prodotta non emergeva l’effettiva impossibilità dell’imputata di partecipare all’udienza, poichè la prescrizione di riposo assoluto non implica necessariamente l’impossibilità assoluta di raggiungere l’aula di udienza, ben potendo la persona essere trasportata da altri”.
PROCURA ALLE LITI INESISTENTE: L’AVVOCATO PAGA LE SPESE PROCESSUALI
Non giustifica il ritardo nella comunicazione del provvedimento disciplinare il periodo di convalescenza, né il periodo di aspettativa fruito dal lavoratore
Il ricorrente, un Tenente dell’Esercito Italiano, aveva impugnato il provvedimento con cui l’Amministrazione di appartenenza aveva disposto a suo carico la sanzione disciplinare di cinque giorni di consegna e respinto il ricorso gerarchico presentato contro la stessa per violazione e falsa applicazione degli artt. 1397 e 1398 del d.lgs. n. 66/2010, eccesso di potere per travisamento dei fatti, contraddittorietà e manifesta illogicità, violazione del principio di proporzionalità e tempestività della sanzione, eccesso di potere per sviamento dalla causa tipica.
Il ricorso è stato accolto dal Tribunale di Milano con la sentenza n. 2092/2018 che ha annullato il suddetto provvedimento disciplinare perché lesivo del suo diritto di difesa.
Questi era stato sanzionato con 5 giorni di consegna in quanto “In licenza, a bordo della propria autovettura, veniva sottoposto ad un normale controllo da personale dell’Arma dei Carabinieri. Ebbene, in quella occasione, qualificatosi come Ufficiale dell’Esercito Italiano, per futili motivi veniva a diverbio con il Sottufficiale capo pattuglia. In tale circostanza dimostrava, in qualità di Ufficiale dell’Esercito Italiano, atteggiamenti poco consoni al grado rivestito”.
In precedenza, in relazione agli stessi fatti, accaduti nel 2008, il ricorrente era stato sottoposto a processo penale, conclusosi con sentenza di non luogo a procedere.
Ebbene dalla data dei fatti alla comunicazione del provvedimento disciplinare erano trascorsi ben quattro anni.
«Un lasso di tempo così lungo – afferma il tribunale milanese – non è in linea con il disposto di cui all’art. 1398, comma 1, del d.lgs. n. 66/2010», a tenore del quale “Il procedimento disciplinare deve essere instaurato senza ritardo:
a) dalla conoscenza dell’infrazione;
b) ovvero dall’archiviazione del procedimento penale;
c) ovvero dal provvedimento irrevocabile che conclude il processo penale”.
Neppure poteva ritenersi sufficiente a giustificare il ritardo nella adozione del provvedimento disciplinare, il periodo di convalescenza del ricorrente, né il periodo di aspettativa dallo stesso fruito per la frequenza di un dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Chieti – Pescara, atteso che l’Amministrazione, al fine di garantire all’interessato di esercitare nella maniera più efficace il proprio diritto di difesa, avrebbe dovuto avviare il procedimento disciplinare durante il periodo di aspettativa e concluderlo in tempi brevi, ben potendo differire l’applicazione della sanzione al termine dell’aspettativa stessa.
Il provvedimento disciplinare impugnato è stato pertanto, dichiarato illegittimo in primo grado, per violazione degli artt. 1397 e 1398 del d.lgs. n. 66/2010, e in definitiva annullato.
Merce trattata con raggi ionizzanti: attenzione alle etichette
Merita di essere condannato il commerciante per aver messo in vendita merce trattata con raggi ionizzanti senza averlo indicato in etichetta
Condannato in primo grado alla pena di tre mesi di arresto, un commerciante accusato del reato di cui agli artt. 140 comma 1 Digs. n. 230 del 17 marzo 1995 con riferimento all’art. 3 del Dlgs. n. 94 del 30 gennaio 2001 – per avere prodotto e commercializzato alimenti diversi da quelli autorizzati (rane surgelate pulite, pronte da cucinare) perché sottoposti a trattamento con raggi ionizzanti; nonchè alla pena di tre mesi di reclusione in relazione al delitto di cui all’art. 515 cod. pen. per avere posto in commercio e venduto alimenti di qualità differente rispetto a quella dichiarata in etichetta.
La sentenza confermata in appello è stata impugnata con ricorso per Cassazione.
Tra gli altri motivi, l’imputato lamentava l’erronea applicazione della legge penale in relazione all’art. 3 Dlgs. 30 gennaio 2011 n. 94 come integrato e modificato dalla normativa comunitaria successiva.
Il citato art. 3 indica gli alimenti di cui è consentito il trattamento con radiazioni ionizzanti mediante rinvio all’allegato IV che fa riferimento ad erbe aromatiche, spezie e condimenti vegetali.
La medesima norma rinvia al successivo art. 18 che ,dettando un regime transitorio, ha previsto l’entrata in vigore di un elenco adottato in sede comunitaria e riferito a prodotti che possono essere trattati con radiazioni ionizzanti.
Di tale elenco, in data 24 novembre 2009, è stata pubblicata la versione vigente e comprende sin dal 2003 anche le cosce di rana congelate che possono essere sottoposte a radiazioni ionizzanti in Francia, Repubblica Ceca, Olanda e Belgio.
In altre parole, a detta del ricorrente, la norma citata è integrata dalia disciplina extra penale che regolamenta i prodotti per i quali è consentito il predetto trattamento, cosicchè tale possibilità aveva reso la sua condotta lecita, secondo una interpretazione peraltro suggerita anche con comunicazione dell’Ufficio Legislativo del ministero della salute del 23.5.2011.
Ma il ricorso non è stato accolto dai giudici della Suprema Corte.
«L’irraggiamento – si legge in sentenza – rappresenta una tecnologia di conservazione impiegata per ridurre il numero di microrganismi patogeni presenti negli ingredienti alimentari, al fine di aumentare la durata di conservazione del prodotto finale.
3.3. Attualmente; in Europa, il trattamento con radiazioni ionizzanti è disciplinato dalle direttive quadro 1999/2/CE e 1999/3/CE recepite nel nostro Paese dal DL.vo 30 gennaio 2001, n. 94.
La normativa stabilisce il campo di applicazione (art. 1), riguardante la produzione, la commercializzazione e l’importazione degli alimenti e dei loro ingredienti, trattati con radiazioni ionizzanti; le condizioni del trattamento (art. 2) che può essere effettuato soltanto mediante le sorgenti di radiazioni elencate nell’allegato e nel rispetto delle condizioni indicate, nonché esclusivamente negli impianti autorizzati; le procedure per calcolare la dose globale media assorbita dall’alimento durante il trattamento e i requisiti igienici dei prodotti alimentari da sottoporre al trattamento stesso (artt. 4 e 5).
È altresì, prevista una lista di prodotti che possono essere trattati con radiazioni ionizzanti e che attualmente comprende una sola categoria di prodotti: le erbe, le spezie e i condimenti vegetali alla dose massima di 10 kGy.
In attesa che a livello comunitario vengano inserite altre tipologie alimentari, si prevede che ogni stato membro possa mantenere le autorizzazioni nazionali vigenti, purché l’irradiazione e l’immissione sul mercato siano effettuate in conformità alle disposizioni dettate dalle direttive e dalla normativa di recepimento.
In particolare, in Italia, oltre alle erbe aromatiche e spezie, autorizzate con il Decreto Ministeriale del 18 luglio 1996, è consentito il trattamento a scopo antigermogliativo di patate, cipolle ed agli (DM 30 agosto 1973). Inoltre, si dispone che .può essere autorizzato il trattamento con radiazioni ionizzanti di prodotti alimentari consentito in un altro Stato membro, a condizione che risultino particolari garanzie espressamente elencate e comunque il trattamento e l’immissione sul mercato avvenga in conformità ai Digs 94/01.
La lista degli alimenti che sono stati autorizzati negli altri stati membri è riportata nel cd. elenco delle autorizzazioni degli Stati membri relative agli alimenti e ai loro ingredienti che possono essere trattati con radiazioni ionizzanti.
Ebbene, l’art. 13 del Digs 94/2001 stabilisce anche che i prodotti trattati con radiazioni ionizzanti devono riportare in etichetta la dicitura “irradiato”, con l’indicazione della denominazione e dell’indirizzo dell’impianto che ha effettuato l’irradiazione oppure il suo numero di riferimento.
Per tali motivi, il commerciante è stato definitivamente condannato alla pena prescritta da giudici di merito, perché, in spregio alla normativa citat, aveva intenzionalmente posto in vendita alimenti tratatti con raggi ionizzanti, senza tuttavia, illustrarlo in etichetta.
CONSUMO DI ALCOL, IN ITALIA 8,6 MILIONI DI BEVITORI A RISCHIO
Conciliazione col datore di lavoro, impugnabile se il dipendente non è tutelato
È impugnabile la conciliazione col proprio datore di lavoro laddove il dipendente non abbia ricevuto adeguata assistenza da parte della rappresentanza sindacale
L’esponente deduceva di essere impiegata presso la società datrice di lavoro dal 2 gennaio 2003 con contratti annuali di co.co.co. via via reiterati nel corso degli, anni durante i quali, aveva sempre svolto la mansione di responsabile commerciale per circa 40 ore settimanali.
Sennonché nel mese di aprile 2015 l’amministratore unico della predetta società preannunciava l’imminente arrivo di un consulente del lavoro che avrebbe fatto sottoscrivere ai dipendenti parasubordinati un documento necessario per regolarizzare il periodo pregresso e formalizzarlo per il futuro.
Esattamente il 21 aprile 2015 la lavoratrice veniva chiamata nella sala riunioni dove trovava l’amministratore unico, il consulente del lavoro e una persona sconosciuta che le veniva presentato come rappresentante sindacale e le veniva fatto firmare un documento intitolato “verbale di conciliazione sindacale”, dichiarando che la firma dello stesso era condizione necessaria per proseguire il rapporto e che in mancanza sarebbe finito seduta stante; che in quella occasione il rappresentante sindacale era rimasto in silenzio per tutto il tempo, cosicché ella si sentì costretta ad apporre la firma sul documento.
Il giorno successivo riceveva una lettera di assunzione con contratto a tempo indeterminato decorrente da quella data, con la qualifica di addetta a mansioni di ufficio commerciale; e, neppure un anno dopo veniva licenziata per giustificato motivo oggettivo.
L’impugnazione della conciliazione
Al predetto licenziamento seguiva l’impugnativa da parte della lavoratrice, non soltanto del provvedimento di recesso ma anche del verbale di conciliazione che – a sua detta – doveva essere annullato perché stipulato in un luogo diverso dalla “sede sindacale” alla presenza di un rappresentante sindacale che la ricorrente non conosceva e che non l’aveva mai informata del significato e della portata della sottoscrizione, ma era anzi rimasto silente dinanzi all’intimidazione datoriale a firmare, rinunciando ai suoi diritti a fronte della “misera” somma di 500,00 euro.
Ella, inoltre, sosteneva che il rapporto di lavoro che l’aveva legata alla società dovesse intendersi come subordinato a tempo indeterminato sin dall’inizio ai sensi dell’art. 69 primo comma del d.lgs. n. 276/03 dal momento che il rapporto era stato instaurato in assenza di uno specifico progetto o programma o fase di lavoro come previsto dagli artt. 61 e 62 del predetto decreto legislativo.
Ebbene il Tribunale di Roma ha condiviso le ragioni assunte dalla lavoratrice, specie quelle relative alla invalidità della conciliazione stipulata in sede sindacale. Ciò per due motivi, uno di ordine formale, l’altro sostanziale.
Dal punto di vista formale, come noto la conciliazione stragiudiziale può oggi svolgersi facoltativamente in sede amministrativa dinanzi alla commissione di conciliazione della DTL ai sensi dell’art. 410 c.p.c. sostituito dalla L. 183/2010, ovvero in sede sindacale. ai sensi dell’art. 412 ter c.p.c., oltre che dinanzi alle commissioni di certificazione di cui all’art. 76 del d.lgs. 276/03.
Ai sensi dell’art. 412 ter “La conciliazione e l’arbitrato, nelle materie di cui all’articolo 409, possono essere svolti altresì presso le sedi e con le modalità previste dai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni sindacali maggiormente rappresentative”.
L’art. 2113 ultimo comma c.c. stabilisce poi che “Le disposizioni del presente articolo nomsi applicano alla conciliazione intervenuta ai sensi degli articoli 185, 410, 411, 412 ter e 412 quater del codice di procedura civile”.
Orbene, la ratio dell’art. 412 ter c.p.c. – affrmano i giudici dellaSuprema Corte – è quella di assicurare, anche attraverso l’individuazione della sede e delle modalità procedurali, la pienezza di tutela del lavoratore in considerazione dell’incidenza che ha la conciliazione sindacale sui suoi diritti, inderogabili e dell’inoppugnabilità della stessa.
E dunque, il regime di inoppugnabilità concerne le sole conciliazioni sinidacali espletate nelle sedi protette di cui all’ultimo comma dell’arf.:2113, che richiama specificamente l’art. 412 ter e dunque le sole conciliazioni sindacali che avvengono presso le sedi e con le modalità previste dai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni sindacalimaggiormente rappresentative.
Nel caso in esame, il CCNL di categoria non contemplava alcuna disciplina che regolamentasse la procedure di conciliazione sindacale, perciò non poteva farsi applicazione nè dell’art. 412 ter c.p.c., nè tanto meno dell’art. 2113 c.c., ultimo comma.
Ma quel che più rileva è la ragione di carattere sostanziale.
Ed invero, requisito essenziale nella conciliazione in sede sindacale è quello della effettiva assistenza che l’associazione sindacale presta al lavoratore.
“A tal fine è necessario valutare se, in base alle concrete modalità di svolgimento della procedura, sia stata correttamente attuata quella funzione di supporto del lavoratore che la legge assegna alle organizzazioni sindacali”.
“Naturalmente – continua il Tribunale capitolino – questa assistenza è a contenuto libero, ma nel caso di specie non risultava che in concreto, fosse stata assicurata un’efficace rappresentazione alla lavoratrice del contenuto e delle conseguenze derivanti dagli atti compiuti, in modo che ella potesse essere davvero libera e consapevole”.
Tanto è bastato per dichiarare l’invalidità della conciliazione.
In definitiva, il giudice di primo grado ha ritenuto la conciliazione impugnabile e l’impugnazione tempestiva oltreché fondata in quanto la lavoratrice non aveva ricevuto una reale assistenza e non era stata messa nelle condizioni di scegliere in modo consapevole.
TELEFONATE A SFONDO SESSUALE DURANTE L’ORARIO DI LAVORO: LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO?
Contagio epatite post trasfusione: niente indennizzo alla moglie dell’infermiere
Non avrà alcun indennizzo la consorte dell’infermiere professionista contagiata da epatite post trasfusionale, perché per i giudici della Cassazione al momento della domanda era decorso il termine decadenziale
Nel 2017, la Corte d’appello di Napoli, in accoglimento del gravame svolto dal Ministero della Salute, aveva dichiarato inammissibile la domanda proposta dall’originaria attrice, volta ad ottenere, dal Ministero della Salute, l’indennizzo previsto dalla legge n.238 del 1997, in qualità di coniuge contagiata da consorte affetto da epatite post trasfusionale – per decorso del termine decadenziale.
La donna esponeva di aver scoperto la patologia diagnosticatale nel settembre 1994 ancor prima che il consorte, infermiere professionale, ne avesse avuto conoscenza; a quest’ultimo fu infatti, diagnosticata nel novembre 1995
Ma la corte d’appello aveva ritenuto comunque di dover respingere l’azione risarcitoria per decorso del termine triennale di decadenza decorrente dall’entrata in vigore della legge n.238 del 1997.
La vicenda è giunta sino ai giudici della Cassazione che hanno confermato la decisione impugnata per le ragioni che seguono.
Ebbene in primo luogo, la giurisprudenza di legittimità, ha più volte affermato il principio secondo cui il termine triennale di decadenza, per il conseguimento dell’indennizzo in favore di soggetti danneggiati da emotrasfusioni, introdotto dalla legge 25 luglio 1997, n. 238 ed esteso (art.1, comma 6 L.n.238 ) ai coniugi e figli affetti da epatite a causa di contagio da soggetto a propria volta precedentemente danneggiato da epatite postrasfusionale), si applica anche in caso di epatite postrasfusionale contratta prima del 28 luglio 1997, data di entrata in vigore della detta legge, con decorrenza, però, da questa stessa data.
Nel 2015 le Sezioni Unite della Cassazione (Cass., Sez.U., n. 15352 del 2015) hanno ritenuto applicabile il termine di decadenza alle azioni relative ai danni irreversibili derivati da epatiti post-trasfusionali già manifestatesi alla data di entrata in vigore della nuova normativa, originariamente soggette al solo termine di prescrizione decennale.
In tal modo il Supremo Collegio ha inteso rimarcare la distinzione fra il momento di insorgenza del diritto, che si correla alla manifestazione del danno irreversibile, e l’esercizio del diritto stesso che rappresenta l’unico criterio in grado di risolvere la questione relativa alla disciplina applicabile in caso di contagio derivato o indiretto.
Detto in altri termini, “occorre riferirsi alla data di manifestazione del danno, che segna la nascita del diritto, e non a quella, che rileva ai diversi fini della decorrenza dell’indennizzo, della presentazione della domanda, né a quella della conoscenza della malattia e della derivazione causale della stessa, rilevante ai fini della individuazione del dies a quo del termine di decadenza” (v., fra le altre, in tema di contagio indiretto Cass. n.20332 del 2018).
È stato finanche chiarito, che l’acquisita conoscenza o consapevolezza della correlazione dell’epatopatia sia con l’intervento terapeutico praticato (la trasfusione), sia, come nella specie, per contagio diretto da congiunto affetto da epatopatia contratta per causa di servizio, costituisce elemento costitutivo del diritto al beneficio indennitario e si risolve in un accertamento in fatto della Corte di merito, come tale insindacabile in sede di legittimità.
Il ricorso era pertanto inammissibile e per tali motivi è stato rigettato.
EPTATITE COLESTATICA E CURCUMA, FEDERSALUS: MANCANO ANCORA EVIDENZE
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References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2087
 sentenza 
 art. 291
 Cass. sez. 
 Sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 3
 art. 18
 sentenza 
 Cass.