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Timestamp: 2020-07-15 02:35:56+00:00

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Licenziamento illegittimo se il lavoratore produce documentazione riservata in giudizio - GiornaleGiuridico.com
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Civile, licenziamento
INPES PREFABBRICATI S.P.A. p.i. *0238850762*, in persona del legale rappresentante pro tempore domiciliata in ROMA, VIA COSSERIA 2, presso lo studio dell’avvocato ALFREDO PLACIDI, rappresentata e difesa dall’avvocato SALVIA GIOVANNI, giusta delega in atti;
ROSA DOMENICA MARIA c.f. *DMNRSO68H65A519U*, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEL GESU’ 57, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE PERGOLA, rappresentata e difesa dall’avvocato SANTANGELO ANTONIO, giusta delega in atti;
Con sentenza depositata il 23.6.11 la Corte d’appello di Potenza rigettava – per quel che rileva nella presente sede – il gravame interposto da INPES Prefabbricati S.p.A. contro la sentenza n. 339/10 del Tribunale della stessa sede che ne aveva dichiarato illegittimo il licenziamento disciplinare intimato a Rosa Domenica Maria per avere, nel corso del giudizio da lei instaurato per il conseguimento d’un superiore inquadramento contrattuale, prodotto in fotocopia documenti aziendali ritenuti riservati. In accoglimento dell’appello incidentale, i giudici d’appello condannavano la predetta società a pagare alla lavoratrice il risarcimento del danno biologico da demansionamento.
L’intimata Rosa Domenica Maria resiste con controricorso.
1- Con il primo motivo il ricorso lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 1175, 1375, 1141, 2105, 2106 e 2119 c.c., della L. n. 604 del 1966, artt. 1, 3 e 5, nonchè vizio di motivazione, per avere l’impugnata sentenza ritenuto che i documenti allegati da Rosa Domenica Maria non fossero riservati – non rientrando nel novero di quelli di cui al D.Lgs. n. 30 del 2005, art. 98, (codice della proprietà industriale) – ed essendo stati prodotti nell’esercizio del diritto di difesa nella controversia promossa dalla lavoratrice per ottenere un superiore inquadramento contrattuale: obietta a riguardo la società ricorrente la non conferenza del codice della proprietà industriale (anche perchè entrato in vigore dopo la commissione dell’illecito disciplinare, avvenuta il 31.8.04) e l’esistenza d’una mera facoltà aziendale di secretare o non i propri documenti; l’esercizio di tale facoltà – prosegue il ricorso – esclude che la lavoratrice potesse detenerli ad alcun titolo (contrariamente a quanto affermato dalla gravata pronuncia); infine – continua la ricorrente – si sono rivelati ininfluenti i documenti riservati prodotti dalla dipendente, essendone stata accolta la domanda in base alle sole risultanze testimoniali.
inoltre, conclude la ricorrente, la sentenza ha trascurato la deposizione del teste ing. Pomponio, idonea a dimostrare il danno subito dalla società a cagione della divulgazione del manuale di qualità aziendale.
Questa S.C. ha avuto modo di statuire ripetutamente (cfr. Cass. 14.3.13 n. 6501; Cass. 8.2.11 n. 3038; Cass. 7.7.04 n. 12528; Cass. 4.5.02 n. 6420) che il lavoratore che produca in una controversia di lavoro copia di atti aziendali riguardanti direttamente la propria posizione lavorativa non viene meno ai doveri di fedeltà di cui all’art. 2105 c.c.; infatti, da un lato la corretta applicazione della normativa processuale in materia è idonea a impedire una vera e propria divulgazione della documentazione aziendale, dall’altro, in ogni caso, al diritto di difesa deve riconoscersi prevalenza rispetto alle eventuali esigenze di riservatezza dell’azienda.
2- Con il terzo motivo il ricorso denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 1223, 2087, 2103, 2059 e 2697 c.c., nonchè vizio di motivazione, nella parte in cui i giudici d’appello hanno riconosciuto in favore della lavoratrice il risarcimento del danno biologico da demansionamento in base a mera documentazione medica e a consulenza tecnica, che non è mezzo di prova, senza alcun approfondimento sulla natura della patologia denunciata e sul suo nesso di causalità, patologia che la stessa Rosa Domenica Maria ha ricollegato non solo al demansionamento – protrattosi per appena 18 mesi -, ma anche al licenziamento intimatole.
La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 100,00 per esborsi e in Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura del 15%, IVA e CPA. Così deciso in Roma, il 28 ottobre 2014.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 98
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
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