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Timestamp: 2020-03-29 18:52:24+00:00

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2084 | Il Cannocchiale blog Fini e la falsa questione morale
Fini e la falsa questione morale
diario 2/8/2010
Pare che infine il rapporto politico tra Fini e Berlusconi si sia rotto, che la destra non sia più compatta come prima e che ci sia spazio per nuovi scenari politici. Da molto tempo in realtà Fini non faceva che prendere le distanze e smarcarsi dalle posizioni della “destra berlusconiana” (se mai questa si possa definire una vera “destra”) su vari temi etici e sociali (vedi voto agli immigrati), occupando in gran parte quel ruolo che dovrebbe spettare alla (inesistente) opposizione di sinistra e rendendosi, come è stato spesso notato, una sorta di leader dell’opposizione.
Tuttavia, la rottura definitiva all’interno del Pdl è stata causata dalle posizioni di Fini e dei finiani in tema di giustizia. Posizioni tanto condivisibili quanto assolutamente sorprendenti se si considera da quale pulpito siano espresse; e cioè dal pulpito del Pdl, ovvero il partito di Berlusconi. Posizioni che ci fanno chiedere come sia stato mai possibile che persone di tal genere si siano trovate e si trovino tutt’ora nel Pdl. Tant’è che l’ufficio di presidenza del Pdl ha stabilito che “le posizioni dell’onorevole Fini” sono “assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della Libertà”. Ed è verissimo!
L’incoerenza e l’improvviso mutamento d’opinione provengono non da Berlusconi e dal suo gruppo, ma da Fini e dai suoi, i quali ad un tratto hanno iniziato a ritenere intollerabile che gente fortemente sospettata di aver commesso reati ricopra incarichi pubblici e hanno iniziato addirittura a parlare di una questione morale. Questi sono, evidentemente, temi che nel Pdl, il partito di Berlusconi, Dell’Utri, Cosentino ecc. non hanno alcun senso!
E’ naturale, dunque, che nel momento in cui si sono messi sul campo questi temi e sono stati attaccati vari membri del Governo (Scajola, Cosentino, Brancher) per questioni giudiziarie, il patto che stava alla base del Pdl si è rotto. Ma chi ha rotto questo patto è senz’altro Fini. E’ lui il “traditore”.
Ora noi potremmo pensare a una sorta di ravvedimento, ad un Fini folgorato sulla via di Arcore, il quale all’improvviso ha capito l’immenso valore della legalità e dell’integrità morale nella politica. Beh, questo in realtà sembra piuttosto improbabile... Molto più probabile è che il presidente della Camera si muova per opportunità politica. E ciò è dimostrato dalle varie vicende giudiziarie tanto messe in evidenza dai finiani. Queste vicende mostrano come i finiani abbiano sì evidenziato una questione morale nel Pdl, ma solamente fino al punto cui si poteva spingere l’opportunità politica, cioè fino al punto in cui potevano ottenre un vantaggio politico.
Pensiamo alla vicenda di Scajola: egli si è dimesso da ministro dello Sviluppo Economico dopo essere stato coinvolto nell’inchiesta sulla cosiddetta “cricca”, ma senza neanche essere indagato. Pochi giorni dopo fu nominato ministro di non si sa bene cosa (non lo sapeva bene neanche lui e non è uno scherzo) Aldo Brancher, già prescritto per finanziamento illecito ai partiti e in quel momento ancora imputato per ricettazione e appropriazione indebita (sarà condannato in primo grado dopo un mese circa). Come? Scajola si dimette per uno scandalo giudiziario e nominano ministro uno più inguaiato di lui? Ma i finiani non hanno nulla da dire. Gli attacchi sono arrivati solo qualche giorno dopo quando Brancher ha deciso, in maniera perfettamente legale, di avvalersi del legittimo impedimento per non presentarsi ad un’udienza. Non l’avesse mai fatto! Ad un tratto il Presidente della Repubblica e addirittura parte del Pdl (i finiani appunto) scoprono che la legge sul legittimo impedimento è una vergogna e attaccano duramente Brancher per aver provato ad usarla. Ma attenzione: il legittimo impedimento è una vergogna solo se lo usa Brancher; se lo usa Berlusconi non ci sono problemi, né per Napolitano, il nostro grande Presidente della Repubblica, né per i finiani.
E come mai? Qualche finiano tenta di nascondere la realtà e di spiegare questa inspiegabile distinzione: il legittimo impedimento vale solo per i processi successivi alla nomina da ministro o da premier; non vale, quindi, per i ministri già sotto processo. Ora, a parte che se davvero fosse così per i finiani, non si capisce perché abbiano votato la legge e non l’abbiano modificata (ah già, la si doveva approvare subito, se no Berlusconi rischiava di finire in un tribunale); inoltre, vari processi di Berlusconi sono iniziati ben prima che diventasse Presidente del Consiglio. Dunque, la legge non dovrebbe valere neanche per lui. Il vero motivo per cui nessuno ha mai chiesto le dimissioni di Berlusconi per aver usato il legittimo impedimento, è che la legge è stata fatta apposta per lui. Tutti i discorsi di etica, moralità e opportunità politica vanno a farsi friggere di fronte a Berlusconi. Attaccare Berlusconi da questo punto di vista vorrebbe dire smontare la “favoletta” che si è creato, che lo sostiene da 15 anni e che è poi il muro di fronte al quale qualsiasi anti-berlusconiano che discuta con un berlusconiano è destinato a bloccarsi: Berlusconi è perseguitato dai giudici. I finiani sono ben lungi dal mettere in discussione questo, che rappresenta un caposaldo della “destra” (sempre tra virgolette) italiana. Metterlo in discussione vorrebbe dire inimicarsi gran parte della popolazione: il valore della legalità e dell’integrità morale finisce dove inizia l’opportunità politica.
Questa vicenda è emblematica, ma lo stesso si può dedurre da altri fatti, quali la condanna in appello a Dell’Utri per mafia (nessuno ha chiesto le dimissioni per un simile fatto) o le dimissioni da sottosegretario di Cosentino (intervenute non perché accusato di associazione camorristica, ma per aver tentato di screditare il governatore della Campania Caldoro, del Pdl). In tutti questi casi è evidente come le sante parole di Fini sull’etica in politica e sui rapporti con la giustizia (qualche esempio: “La contrapposizione tra garantismo e legalità non ha motivo di esistere”; “l’etica del comportamento pubblico è una precondizione per non far perdere la fiducia nella politica da parte della società civile”) siano più frutto di trame politiche che di salde convinzioni o di improvvisi ravvedimenti. Chiaramente ciò non toglie che il più delle volte Fini dica cose sacrosante e tanto più importanti in quanto non vengono dette quasi da nessun altro politico. Ma non si può certo dimenticare la sua strettissima alleanza con Berlusconi, che lo ha portato addirittura a fondare un nuovo partito insieme. E’ ovvio che, dati questi presupposti, qualsiasi discorso sulla legalità e sulla giustizia rischia di apparire incoerente e puramente volto ad un vantaggio politico.
fini berlusconi dell'utri brancher
permalink | inviato da Davpal3 il 2/8/2010 alle 19:44 | commenti (0) |
Il disprezzo per la verità
Politica interna 30/12/2009
L'ultimissima polemica su Craxi, causata dalla decisione del sindaco di Milano, Letizia Moratti, di intitolargli una via, mostra, se mai ce ne fosse ancora bisogno, il disprezzo per la verità e per i fatti imperante nel nostro Paese. Tanto imperante da non poter più permettere di distinguere un esule da un latitante. E' come se, quando si parla di alcuni fatti, tutti stranamente legati in qualche modo a Berlusconi (ma la televisione non c'entra niente con le scelte politiche, gridano tutti a destra e manca), si levasse una coltre densissima che impedisce di vedere agli italiani (o a una parte consistente di loro) la verità, ma non impedisce loro di sostenere con enorme sicurezza cose che, semplicemente, non stanno né in cielo né in terra.
Quando sento alcune persone, anche molto intelligenti e colte, affermare, con l'atteggiamento proprio di chi sa di dire una cosa evidente, che Di Pietro è un pazzo forcaiolo rivoluzionario assassino, semplicemente rabbrividisco. E mi rivengono in mente le parole di Hannah Arendt, che scrisse: “Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l'individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più”. Si può dire che questa distinzione viene a perdersi nel momento in cui una persona dice una cosa evidentemente, chiaramente, indiscutibilmente vera e viene attaccata come se stesse dicendo una cosa evidentemente, chiaramente, indiscutibilmente falsa. É esattamente quello che si sta verificando in queste ore.
Da Wikipedia: Bettino Craxi “fu Presidente del Consiglio... negli anni di Tangentopoli, in seguito alle indagini di mani Pulite, venne condannato e fuggì ad Hammamet, in Tunisia, dove trascorse gli ultimi anni e morì da latitante”. Questi sono i fatti storici veri (ovviamente non perché siano scritti su Wikipedia, ma perché così è dimostrato dalle sentenze e da tutti i mezzi di informazione del tempo). Ora, in queste ultime ore Di Pietro è stato attaccato da tutto il centrodestra in maniera molto pesante. Si presume che abbia detto qualcosa in contrasto con la storia, con la verità. Analizziamo le sue parole: “Mi auguro che il presidente della Repubblica, se parteciperà a un ricordo su Craxi, lo ricordi per quello che è stato: un politico, un presidente del Consiglio, un corrotto, un condannato, un latitante. Altrimenti non racconterebbe la verità nemmeno lui".
Dunque Di Pietro definisce Craxi un presidente del Consiglio (vero:dal 1983 al 1987), un corrotto (vero: è stato condannato definitivamente a 5 anni e 6 mesi per corruzione), un condannato (vero: è stato condannato per due volte con sentenza passata in giudicato.. una volte pure prescritto nel processo All Iberian con Berlusconi, il che si ricollega alle falsità quasi sempre legate al premier), un latitante (vero:attorno al maggio del 1994 fuggì dall'Italia e il 21 luglio 1995 fu ufficialmente dichiarato latitante). Di Pietro in realtà definisce Craxi anche un politico e in ciò forse si è sbagliato... Ma per il resto, è chiaro che egli non ha fatto altro che dire semplicemente dei fatti storici indiscutibili, invitando il Presidente Napolitano a ricordarli.
Ma, come dicevo, il disprezzo per la verità ormai è assoluto ed ecco come viene trattato chi la dice.
“Con i suoi insulti a Craxi, estesi a Berlusconi, e con le sue minacce ed intimidazioni (sic!, ndr) al presidente della Repubblica Napolitano, Di Pietro conferma che purtroppo esiste nel nostro sistema politico e mediatico un grumo di incivilta', di odio, di rozzezza del quale l'ex Pm ed il suo partito sono la punta dell'iceberg... Di Pietro e' il portavoce di un network che ha capacita' di fuoco che non può essere sottovalutata". (Il piduista Cicchitto)
“Ciò che oggi ha detto Di Pietro riguardo alla memoria di Bettino Craxi, riferendosi addirittura a ciò che dovrebbe o non dovrebbe dire il Presidente della Repubblica in occasione di una cerimonia di commemorazione è senza precedenti... Non ci sono più parole ormai per qualificare, stigmatizzare e polemizzare con un uomo che fa della provocazione, dell'insulto, della volgarità il suo programma politico". (Il poeta Bondi)
"Di Pietro sbaglia a non riconoscere il suo errore nel giudizio storico (!, ndr) su Bettino Craxi, ma almeno dovrebbe attenersi alla saggezza latina: de mortuis nihil nisi bonum, dei morti si parla solo se si può dirne bene". (Il latinista Gianfranco Rotondi, che dimentica che è più utile dire cose vere, per quanto sgradevoli, piuttosto che dire cose buone ma false).
Infine (ma immagino si possano trovare molte altre dichiarazioni del genere), per Margherita Boniver (Pdl) si è scatenata “la quinta essenza del giustizialismo più barbaro che ha in Di Pietro il suo epigono” (non si sa perché usano tutti termini aulici, forse per non fare capire le... stupidaggini che dicono), mentre Barbareschi (Pdl) si chiede se Di Pietro “ non ritenga meglio opportuno, oggi, da politico, tacere”. In effetti Barbareschi, abituato al modello Berlusconi, riterrà impossibile che un politico dica la verità, per cui “da politico” oggi Di Pietro doveva stare zitto.
Insomma, se non ci troviamo di fronte a un linciaggio verbale, poco ci manca. Ma quel che mi interessa non è ovviamente difendere Di Pietro. E', piuttosto, far notare come tutte queste dichiarazioni dei politici del centrodestra non stanno né in cielo né in terra, tutti i richiami agli insulti, alla rozzezza, alla barbarie non hanno nessun senso! Eppure queste dichiarazioni hanno un'eco enorme, sono amplificate dai giornali, dalle radio e dai telegiornali e, in definitiva, sono diffuse a tal punto che piano piano, lentamente ma inesorabilmente la gente ci crede. E la verità storica improvvisamente non ha più alcun valore, la distinzione tra realtà e finzione, di cui parlava la Arendt, non esiste più.
Ora, non vogliamo dire che il totalitarismo nazista o comunista è uguale al berlusconismo. Lì si usava la violenza, il terrore; qui si usano le televisioni. Ma è certo che l'effetto (cioè il disprezzo per la verità) è lo stesso e il berlusconiano convinto è quello per cui Craxi (o Berlusconi) è un grande statista perseguitato dai giudici e fuggito in Libia per sfuggire alle loro grinfie, cioè quello per cui tra vero e falso non c'è differenza.
permalink | inviato da Davpal3 il 30/12/2009 alle 13:47 | commenti (0) |
Le... intelligenti parole di Berlusconi sulla Corte
Politica interna 23/12/2009
Non credo sia necessario commentare l'aggressione a Berlusconi. Siamo tutti contro la violenza. Le punizioni corporali sono state giustamente abolite da tempo, adesso per i criminali basta la galera...
Piuttosto, mi sembra utile fare notare ciò che è evidentemente passato in secondo piano, ovvero ciò che ha detto Berlusconi durante il comizio.
Non voglio, come al solito, criticare tutto ciò che ha detto, dimostrandone l'incoerenza, la falsità, l'illegalità. Credo che ormai Berlusconi abbia raggiunto un livello superiore: le sue dichiarazioni sono diventate semplicemente surreali, quindi impossibili da giudicare.
Perché dico questo? Provate a leggere una volta la Costituzione; poi confrontatela con una qualsiasi delle dichiarazioni di Berlusconi degli scorsi giorni (soprattutto al congresso del PPE). Vi renderete conto che il 90 % delle cose che dice sono incostituzionali. Ma ancor più che incostituzionali (avevo promesso di non parlare della sua illegalità), sono dichiarazioni che se dovessero essere messe in pratica sovvertirebbero a tal punto l'ordine esistente da eliminarlo del tutto. Perciò, a meno di non credere che Berlusconi possa e voglia davvero modificare i fondamenti dello Stato italiano, quello che dice non dovrebbe meritare alcuna considerazione perché si tratta di affermazioni assurde, folli, insensate. O, ancora meglio, surreali.
In concreto, mi riferisco a molte affermazioni del nostro premier, che più volte con grande disinvoltura ha affermato di voler modificare principi basilari del nostro ordinamento (come quando ha proposto di far votare solo i capi-gruppo, cancellando in due secondi il potere legislativo del Parlamento e senza rendersi conto o meno delle implicazioni costituzionali di una tale decisione), ma in particolare alle ultime uscite, degne del più grande statista, sulla Corte Costituzionale.
La prima al congresso del PPE a Bonn. Berlusconi, avendo capito che in Italia le televisioni e i giornali funzionano, ma all'estero difficilmente la gente crede alla storia del martire perseguitato (soprattutto perché c'è anche chi, per quanto possa sembrare strano, è in grado di andare oltre al ragionamento: “ma non è stato mai condannato definitivamente!”), decide di raccontare la sua verità. Ovvero, i giudici sono dei pazzi ecc. ecc. Però, da qualche tempo a questa parte, cioè da quando i giudici costituzionali hanno riscoperto l'acqua calda (“la legge è uguale per tutti”), Berlusconi aggiunge al suo discorso qualche sua teoria sulla Corte Costituzionale. A Bonn, infatti, disse: “Il Parlamento fa le leggi ma, se queste leggi non piacciono al partito dei giudici, questo partito si rivolge alla Corte costituzionale, dove 11 giudici su 15 sono di sinistra perché purtroppo sono stati eletti dagli ultimi tre presidenti della Repubblica di sinistra, e abroga le leggi. Così la sovranità è passata dal Parlamento al governo dei giudici".
Poi, allo sfortunato comizio milanese, aggiunse: “non possiamo accettare che giudici possano influenzare un altro organo istituzionale come il Parlamento”. Dai due discorsi si evince che, in pratica, Berlusconi vorrebbe abolire la Corte Costituzionale. Ora, se una persona qualunque dicesse una cosa del genere, non sarebbe ascoltata da nessuno: semplicemente verrebbe presa per una persona stupida o ignorante che non ha idea di cosa sia la Costituzione e di cosa voglia dire cancellare un organo come la Corte Costituzionale. Ma se fossimo in un Paese normale, anche un politico di alto livello sarebbe preso per uno stupido o un ignorante. Invece, quello che accade è che nessun politico zittisce con due parole Berlusconi e che la gente lo applaude come fosse il più grande Presidente degli ultimi 150 anni.
Allora, cerchiamo di spiegare noi rapidamente cosa vorrebbe dire eliminare la Corte Costituzionale.
In realtà, basterebbero dire due parole: la nostra Costituzione è nata, per volere dei Costituenti, come Costituzione rigida; eliminare la Corte Costituzionale e, di conseguenza, eliminare la rigidità della Costituzione significa eliminare la Costituzione stessa, che non avrebbe più alcun significato. Infatti, cancellare la Corte non vuol dire solamente eliminare tutti gli articoli della Costituzione che si riferiscono ad essa, poiché senza di essa il senso di moltissimi di altri articoli, ma soprattutto il senso degli articoli più importanti si perderebbe immediatamente.
Penso che basti dimostrare anche solo che i primi tre articoli non avrebbero significato. Partiamo dal primo (comma 2): “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. La Costituzione, come è evidente, dice che la sovranità popolare non è assoluta, ma ha un limite, che è la Costituzione. Ciò implica, in particolar modo, che il potere legislativo, il cui esercizio è affidato ai rappresentanti del popolo, non è assoluto, ma ha dei precisi limiti imposti dalla Costituzione. In particolare, i limiti sono formali (la formazione delle leggi, a seconda della loro natura, deve seguire un determinato procedimento), ma anche sostanziali, poiché non si possono modificare determinati principi fondamentali espressi implicitamente o esplicitamente dalla Costituzione. In pratica, ciò vuol dire che se una determinata legge, pure costituzionale, appare in contrasto con dei principi fondamentali dell'ordinamento, essa non può entrare in vigore. Chi controlla che la legge possa o no essere promulgata? La Corte Costituzionale, senza la quale i limiti della Costituzione sarebbero senza significato, poiché il Parlamento potrebbe approvare qualsiasi legge. Da ciò si deduce che il comma 2 dell'articolo 1 non avrebbe più senso, poiché, di fatto, la sovranità popolare non si eserciterebbe “nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Passiamo all'articolo 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. Dunque l'articolo 2 (in questa sua prima parte) stabilisce che vi sono dei diritti inviolabili, ovvero dei diritti che non possono essere oggetto di eliminazione né di una restrizione tale (infatti talvolta la restrizione è consentita, quando si tratta di “relativizzare” tali diritti e di bilanciarli con altri di pari valore) da renderli inconsistenti. Alcuni di questi diritti sono specificamente indicati nella Costituzione: “La libertà personale è inviolabile” (art.13); “il domicilio è inviolabile” (art.14); “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione è inviolabile” (art.15). Ma ci sono pure molti altri diritti inviolabili che, pur non essendo esplicitamente dichiarati come tali, sono deducibili dal testo oppure sono stati esplicitati dalla giurisprudenza della Corte. In ogni caso, quel che è evidente è che se non ci fosse la Corte Costituzionale, le leggi o gli atti aventi forza di legge potrebbero violare tali diritti senza che ci si possa opporre in alcun modo. E' chiaro, quindi, che l'inviolabilità dei diritti ha senso solo e soltanto se c'è un organo in grado di giudicare gli atti legislativi eventualmente lesivi di tali diritti; altrimenti l'articolo 2 non ha senso.
Infine, passiamo al comma 2 dell'articolo 3, che tra l'altro permette di ricollegarci a molti altri articoli. Come è noto, ma vale la pena ripeterlo di questi tempi, il comma 1 dell'articolo 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge...”) stabilisce l'eguaglianza formale di tutti i cittadini; il comma 2, invece, esprime l'eguaglianza sostanziale dei cittadini e caratterizza il nostro ordinamento come Stato sociale: “E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. In pratica, si afferma che il riconoscimento dell'eguaglianza formale non basta, ma bisogna pure porre le condizione perché tale eguaglianza possa diventare effettiva, attraverso la rimozione degli ostacoli economici e sociali. Ciò implica che non solo le leggi non possono stabilire differenze ingiustificate tra i cittadini (violando dunque l'uguaglianza formale), ma anche che devono agevolare l'effettività dell'uguaglianza evitando di porre impedimenti al libero “sviluppo della persona umana” ed eliminando (o almeno tentando di eliminare) gli impedimenti esistenti.
Da ciò si deduce che è necessario un giudizio sulla “ragionevolezza” delle leggi, ovvero un giudizio che prenda in considerazione se effettivamente le leggi favoriscono l'eguaglianza sostanziale dei cittadini oppure no (a prescindere dal rispetto dell'uguaglianza formale). Questo giudizio vale non solo per l'art.3 ma anche per tutti gli altri articoli che prevedono un intervento statale per realizzare determinati obiettivi “sociali”. Il che vale, ad esempio, per l'art.4, in cui dice che lo Stato ha il compito di promuovere il diritto al lavoro, o per gli art.41, 42, 44, che prevedono un intervento diretto a “guidare” (ma non controllare...) l'economia verso scopi sociali. In tutti questi casi, è necessario un giudizio di ragionevolezza sulle leggi.
Ancora una volta dobbiamo chiederci: chi compie questo giudizio? Ovviamente, è sempre lei, la Cosrte Costituzionale: senza di essa il carattere sociale e tutte le disposizioni “sociali” della Costituzione non potrebbero trovare realizzazione, poiché le leggi prive di controllo potrebbero aggirare tali principi senza alcun problema.
Insomma, la Corte Costituzionale è leggermente importante nel nostro ordinamento e dire di volerla abolire equivale a dire di voler eliminare la Costituzione, il che può avvenire solo attraverso un colpo di Stato. Poiché nessuna persona ragionevole ritiene che Berlusconi possa o voglia fare un colpo di Stato, l'unica considerazione possibile è che dice cose senza senso, assurde. Non si può neanche dire se siano giuste o sbagliate, poiché sono surreali. Ora, il colpo che ha portato il premier sulla terra ha avuto anche i suoi aspetti positivi: ci permette infatti di pensare che è stata l'aggressione che ha fatto trascurare a tutti le parole assurde del premier.
berlusconi consulta corte
permalink | inviato da Davpal3 il 23/12/2009 alle 21:16 | commenti (2) |
Un'occasione per il Pd
diario 10/9/2009
La Repubblica farebbe bene a pubblicare altre dieci domande. Quello che emerge dall'inchiesta di Bari è ben più grave e interessante dell'oscura vicenda di Noemi Letizia. É vero che la vicenda di Noemi è ben degna d'attenzione e preoccupazione da parte dell'opinione pubblica, soprattutto perché il premier ha più volte mentito su questa vicenda, dimostrando così non solo di non volerla chiarire, ma soprattutto di non poterla chiarire senza compromettersi in maniera definitiva. Tuttavia, almeno finché qualcuno non si decide a parlare, la questione rimane oscura e incerta su più punti. Al contrario, ciò che emerge dall'inchiesta di Bari è sempre più chiaro, evidente, limpido e nello stesso tempo grave. Si è partiti dalle sconvolgenti confessioni della prostituta (mi perdonerete se non dico escort) Patrizia D'Addario, alle intercettazioni pubblicate da l'Espresso che hanno confermato senza ombra di dubbio l'affidabilità della D'Addario, fino ai verbali dell'imprenditore Tarantini, pubblicati qualche giorno fa dal Corriere della Sera, che hanno mostrato nei dettagli ciò che si poteva prevedere. Insomma, non sappiamo quale sia stata la natura dei rapporti tra Berlusconi e la minorenne (allora) Noemi Letizia, ma sappiamo per certo quali siano stati i rapporti tra Tarantini e Berlusconi, ovvero tra le ragazze che Tarantini portava da Berlusconi e lo stesso premier. L'imprenditore pugliese ha descritto con in maniera dettagliatissima un grande numero di cene e incontri, da cui si evince come egli fosse solito portare da Berlusconi donne disposte ad avere rapporti sessuali con lui. Ciò che è chiaro, dunque, è che Berlusconi aveva rapporti con molteplici prostitute e con un imprenditore pugliese che, oltre a svolgere quel suo onorevole compito, comprava e smerciava droga in giro. Tutto ciò potrebbe destare qualche interesse in Italia, ma i maggiori telegiornali hanno cose più importanti da trattare. Basta vederne uno qualsiasi.
La cosa interessante è che Tarantini, il quale, come lui stesso dice, faceva di tutto per avere contatti con l'alta società pugliese, riforniva di ragazze disposte a prostituirsi anche un importante esponente del Pd, ovvero Sandro Frisullo, allora vicepresidente della Regione Puglia. Il rapporto tra i due era simile a quello tra Tarantini e Berlusconi: donne in cambio di favori. Nel primo caso, Tarantini ottenne di mettersi in contatto con un certo Valente, direttore amministrativo dell'Asl di Lecce; nel secondo caso, Tarantini ottenne un incontro con Bertolaso, che poi gli permise di avere contatti con Finmeccanica. Dunque, tanto nel Pd quanto nel Pdl vi sono due personaggi invischiati in questa vicenda. Chiaramente la posizione di Berlusconi, che è Presidente del Consiglio, è più grave di quella di Frisullo, che peraltro si è dimesso dalla sua carica ben meno importante di vicepresidente della Puglia. Tuttavia, ciò non toglie che il Pd abbia una ottima occasione per dimostrare nei fatti di essere diverso dal Pdl. Sulla questione morale il Pd si è sempre dichiarato molto rigoroso, ma molti fatti in passato hanno mostrato il contrario: aveva ragione Berlusconi quando diceva che quelli del Pd predicavano bene e razzolavano male. Adesso però i democratici hanno la possibilità di mostrare di essere un vero partito, di essere una vera alternativa al Pdl. Devono semplicemente espellere dal partito Frisullo, che non è certo stato condannato, ma il cui comportamento devia abbastanza dai principi morali tanto declamati.
Ad ottobre ci saranno le primarie. Franceschini e Bersani possono cogliere una grande occasione. Qualcosa mi dice che non lo faranno.
permalink | inviato da Davpal3 il 10/9/2009 alle 16:14 | commenti (0) |
Belpietro, un grande
Politica interna 8/9/2009
L'ultima intervista telefonica che Berlusconi ha rilasciato a Belpietro su Canale 5 è quanto di più comico si sia visto in televisione negli ultimi mesi. Se non fosse che Berlusconi e Belpietro sono, rispettivamente, il nostro Presidente del Consiglio e uno dei giornalisti più stimati in Italia, e non dei comici, potremmo anche noi ridere liberamente. Per comprendere bene la portata comica dell'intervista, bisogna risalire alla puntata di Ballarò del 26 maggio quando Franceschini disse finalmente chiaramente ciò che i leader della sinistra non avevano quasi mai detto, ovvero che i giornalisti di Mediaset, dei giornali e degli altri mezzi di informazioni controllati da Berlusconi sono, per definizione, suoi dipendenti. La reazione di Belpietro fu estremamente violenta. In effetti, essere dipendenti di Berlusconi può sembrare offensivo. Ma Belpietro si adirò più che altro perché voleva chiarire la propria assoluta indipendenza. Lui che a quel tempo era direttore di Panorama e lavorava (e lavora ancora) a Canale 5. Ma soprattutto era stato direttore del “Giornale”, quotidiano noto per essere stato fondato da Montanelli, che poi fu cacciato assieme a mezza redazione dall'editore Berlusconi perché non aveva intenzione di cambiare la propria linea politica a favore del neo-entrato in politica. Ebbene, Belpietro, quando gli venne detto che era un dipendente di Berlusconi, non sopportò che si mettesse in discussione la sua indipendenza. Come se essere alle dipendenze di un politico di per sé non ponesse dubbi sulla affidabilità di un giornalista.
In ogni caso, noi ci crediamo. Crediamo che Belpietro sia assolutamente indipendente e ne abbiamo anche le prove dopo aver visto l'intervista con cui Berlusconi ha inaugurato nuova stagione della trasmissione “Mattino 5”, su Canale 5. In quell'intervista Berlusconi, probabilmente per far aumentare l'audience su un suo canale, dà il meglio di sé. Il tema di fondo è sempre lo stesso: l'Italia, in cui i comunisti, per quanto questo termine dopo la caduta dell'Urss abbia un significato molto vago che nessuno capisce bene, prendono più o meno il 2% alle elezioni, è una roccaforte comunista. Il 90% dei giornali è controllato dai comunisti, anzi dalla minoranza cattocomunista (chissà che vuol dire...). Belpietro, che è un giornalista indipendente, non ha fatto notare al premier che egli possiede, tra molte altre cose, il più grande gruppo editoriale italiano, la Mondadori, che pubblica quaranta periodici. A meno che Berlusconi non sia comunista (la strana amicizia con Putin in effetti desta qualche dubbio) sembra, (così, ad occhio) improbabile, anche considerando solo il possesso della Mondadori, che i comunisti o i cattocomunisti, che, ripeto, non si sa bene chi siano, detengano il 90% dei giornali. Ma Belpietro non l'ha fatto notare: gli sarà parso un dettaglio insignificante.
Poi Berlusconi continua. Qualche mese fa la Freedom House, associazione indipendente con sede negli Stati Uniti (altra roccaforte comunista, come è noto), ha pubblicato una classifica sulla libertà di stampa in tutti i Paesi del mondo. L'Italia, unica nazione in Europa assieme alla Turchia, non è libera, è parzialmente libera. Siamo dopo il Benin, per dire... La motivazione espressa dalla Freedom House è tanto chiara fuori dall'Italia quanto oscura nel nostro Paese: “a libertà di parola è stata limitata da nuove leggi, dai tribunali, dalle crescenti intimidazioni subite dai giornalisti da parte della criminalità organizzata e dei gruppi di estrema destra, e a causa dell'eccessiva concentrazione della proprietà dei media". L'eccessiva concentrazione dei media si riferisce espressamente al gigantesco conflitto di interessi di Berlusconi. In ogni caso, secondo la Freedom House siamo parzialmente liberi. Berlusconi non è d'accordo e fin qui, dato che la Freedom House accusa proprio il suo sistema di potere, non c'è da stupirsi. Il bello,però, è che Berlusconi attribuisce il giudizio sulla poca libertà di stampa in Italia non alla Freedom House, ma, come al solito, ai suoi fantasmi. Per cui quel giudizio sarebbe “una barzelletta di questa minoranza comunista e cattocomunista”. Belpietro, che è un giornalista indipendente, non fa notare a Berlusconi che in effetti quella era un'opinione non dei comunisti, chiunque essi siano, ma di un'associazione americana che sarebbe assurdo definire comunista. Anche questo gli sarà parso un dettaglio insignificante.
In definitiva, Belpietro è un grande giornalista indipendente. A volte dimentica qualche dettaglio, ma per il resto è un grande. Del resto, caliamoci nei suoi panni. Berlusconi stava parlando del suo conflitto di interessi in una televisione di sua proprietà e intervistato da un suo dipendente. Io a stento riesco a trattenere le risate, figuratevi se fossi riuscito a interromperlo!
permalink | inviato da Davpal3 il 8/9/2009 alle 14:34 | commenti (1) |
Noi, la mafia e la politica
Politica interna 27/8/2009
A molti, anzi a tutti i meridionali è capitato qualche volta (più probabilmente molte volte) di andare in un bel parcheggio non a pagamento e trovare il famoso “posteggiatore”, che ti indica gentilmente dove parcheggiare, ti aiuta nella manovra e promette di badare alla macchina e di stare attento che nessun delinquente tenti di rubarla. Così noi (anche io) ci allontaniamo, facciamo quello che dobbiamo fare e quando torniamo paghiamo 50 centesimi o un euro (l'ultima volta anzi il tizio mi ha proposto una vera e propria tariffa a seconda del tempo che stavo lontano dalla macchina) al simpatico parcheggiatore. Tecnicamente tutto ciò si definisce estorsione o pizzo, ma, non so a voi, a me viene automatico, quando il parcheggiatore mi ringrazia, rispondere con un “di nulla” o un “grazie a lei” o un “prego” (che vuol dire: ti prego di non ringraziarmi). Se non si trattasse di un reato a cielo aperto, la situazione sarebbe comica, visto che ringraziamo chi ci deruba.
Ora, si capisce che tutti quelli che pagano questo pizzo (anche io) non sono criminali ed anzi spesso possono anche essere persone onestissime, che non hanno mai commesso un reato in vita propria. Tuttavia, nessuno di fronte al parcheggiatore si rifiuta di pagare, perché, in sostanza, ha paura. Paura del parcheggiatore e paura di come possa trovare la macchina dopo essere tornato, se la trova. Per quanto ci si ostini a dire che l'Italia, e specialmente il Sud, non è solo mafia, la verità è che quotidianamente ci scontriamo con una realtà mafiosa. Dire “mafioso” è diverso, molto diverso da dire “criminale”. Perché la mafia è un'organizzazione e ciò si capisce immediatamente quando il parcheggiatore ti chiede il pizzo e a venti metri c'è un gruppo di carabinieri. Non sto parlando di un fatto fantasioso, ma della pura realtà. A me è successo qualche giorno fa, ma sono sicuro che a tutti i meridionali sia successo spesso. I carabinieri che si trovano a venti metri sanno benissimo, e non potrebbe essere altrimenti, che di fronte al loro naso fioccano molteplici reati di estorsione. Sanno benissimo che c'è un delinquente che si fa pagare minacciando, più o meno esplicitamente, gli automobilisti. Sanno tutto benissimo, eppure non si muovono di un metro.
Allora la cosa più immediata che verrebbe da fare, se ci si trovasse in un Paese non mafioso, sarebbe andare dai carabinieri e dire: “Ma voi sapete che lì c'è uno che chiede il pizzo per posteggiare?” Chi vive in un posto in cui la legge ha valore e vigore probabilmente non avrebbe esitazioni e si rivolgerebbe al carabiniere con la pretesa di far cacciare quel delinquente. Ma se vivi qui al Sud, la situazione è diversa. Tu sai che loro sanno senza dubbio che lì c'è un delinquente. Sai quindi che se avessero voluto fare rispettare la legge, l'avrebbero già fatto. Se l'estorsore è lì, vuol dire che i carabinieri non hanno nessuna intenzione di mettersi contro di lui, di far rispettare la legge. Allora, ancora una volta, hai paura. Hai paura anche a chiedere spiegazioni ai carabinieri: che ne sai se loro non si sono messi d'accordo precedentemente col parcheggiatore? Se non si muovono, è solo perché hanno paura (anche loro) o perché hanno un interesse e sono in combutta col parcheggiatore? Il risultato è che tu non ti ribelli al parcheggiatore, non chiedi niente ai carabinieri e taci. E hai paura.
Naturalmente non succede sempre questo. Ogni tanto qualcuno parla. Una decina di giorni fa Giorgio Bocca ha pubblicato su l'Espresso l'articolo “Quanti amici ha Totò Riina”, che ha scatenato un putiferio di polemiche. Cosa diceva di così scandaloso Bocca? Semplicemente che la mafia ha avuto nel passato e ha tuttora rapporti più o meno amichevoli con lo Stato e con chi lo rappresenta, ovvero politici (l'ex sindaco di Palermo Ciancimino, per citarne uno di tanti) e spesso anche forze dell'ordine, come è stato comprovato da diversi processi (chi vuole maggiori dettagli su tali processi può leggere uno degli ultimi articoli di Travaglio: http://antefatto.ilcannocchiale.it/2009/08/14/bocca_della_verita.html). In particolare, Bocca scrive molto chiaramente ciò che noi abbiamo sempre di fronte ai nostri occhi: “i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia... I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che la loro vita è appesa a un filo che un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. Non è naturale, obbligatorio che si creino delle tacite regole di coesistenza o di competenza?” Questa frasi, tuttavia, hanno scatenato una reazione violenta da parte dei politici, che si sono precipitati a difendere l'Arma dei carabinieri e il suo valore, come se Bocca avesse detto che tutti i carabinieri sono criminali e non ci sono mai stati carabinieri che si sono impegnati contro la mafia. Anche senza conoscere Bocca, che è un esperto conoscitore della mafia, leggendo l'articolo a nessuno può venire mai in mente che il giornalista si riferisse indistintamente a tutti i carabinieri. Eppure molti politici hanno creduto o hanno fatto finta di credere ciò. Delle due l'una: o i politici non sanno leggere o fanno finta di non saper leggere. A questo punto, speriamo che non sappiano leggere, perché se fanno finta vuol dire che hanno solo cercato un pretesto per attaccare uno che aveva osato alzare la voce sopra il coro di stupide dichiarazioni sulla mafia. Il fatto che ci siamo ridotti a sperare che chi ci governa sia analfabeta non è proprio confortante.
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La laicità in Chiesolandia
diario 12/8/2009
Quando si parla di questioni religiose nel nostro Paese, il livello di tragicomicità, già normalmente abbastanza alto, si eleva a dismisura. Nel caso più recente la miccia è stata fatta scattare da una sentenza del Tar del Lazio, che ha stabilito che i docenti di religione non possono partecipare a pieno titolo agli scrutini e che partecipando all'ora di religione non si può ottenere alcun punto di credito. Ora questa sentenza ha creato un putiferio nel nostro Paese, o dovremmo dire tra i nostri politici, ma a me sembra che la sentenza sia la più naturale e normale del mondo in un Paese laico, quale dovrebbe essere il nostro, almeno secondo l'articolo 8 della Costituzione, al quale, se i politici ce lo permettono, ci atteniamo. Come è ovvio, per quanto il quotidiano Avvenire non sia d'accordo e prospetti qualcosa di diverso negli anni futuri, l'ora di religione non fa media: non si può giudicare un alunno in base alla sua conoscenza di una religione (quella cattolica) che, sempre secondo la Costituzione, è uguale alle altre. Perché chi conosce la Bibbia dovrebbe avere un voto maggiore di chi conosce il Corano o di chi preferisce disinteressarsi delle religioni perché ateo? Poiché il voto di religione non fa media, non è per nulla strano che i docenti di religione non partecipino agli scrutini!
Tuttavia, il ministro Fioroni (Pd) nel 2007 e nel 2008 firmò delle ordinanze che prevedevano, tra l'altro, che l'ora di religione potesse fornire un punto di credito, che non è poco. Non si capisce come sia possibile che un rappresentante di un partito laico, quale dovrebbe essere il Pd, abbia firmato un'ordinanza che pone evidenti discriminazioni tra una religione o un'altra, poiché, a questo punto, bisognerebbe dare un punto di credito a chi frequenta lezioni sull'Islam o sul buddismo o, perché no?, sull'ateismo. E soprattutto bisognerebbe predisporre tali corsi, cosa alquanto inverosimile. Insomma, si capisce quanto siano intelligenti e lungimiranti i politici che ci governano, anche a sinistra.
Ma il tragicomico della questione sta soprattutto nelle reazioni della Chiesa e dei partiti. Il monsignor Diego Coletti,presidente della Commissione episcopale per l'educazione cattolica, chiama addirittura in causa l'intero sistema giudiziario italiano: la sentenza rischia di “incrementare il sospetto e la diffidenza verso la magistratura che e' già fin troppo alto in Italia e che invece va in tutti i modi contrastato e ridotto''. Insomma, la magistratura dovrebbe smettere di difendere la laicità dello Stato, perché questo incrementa “il sospetto e la diffidenza”, non si capisce da parte di chi. Ah, sì, da parte della Chiesa. Oltretutto, il monsignore ci informa che il sospetto è già “troppo alto” in Italia e, a quanto pare, la soluzione risiederebbe nell'emettere sentenze compiacenti nei confronti della Chiesa, o almeno non contro i suoi interessi. Ci permettiamo di dissentire, i problemi della magistratura sono ben altri.
Ma da parte della Chiesa dichiarazioni di questo tipo, per quanto molto strane (il monsignore ha pure parlato di “bieco illuminismo”...), si possono comprendere. Il bello arriva quando si buttano in campo i politici, che fanno a gara a chi difende meglio e con più impegno la Chiesa. Allora in questi casi arriva sempre lui, il prode eroe, lo strenuo guerriero, il grande condottiero di mille battaglie combattute per tenere alto l'onore del cattolicesimo in Italia e nel mondo: Maurizio Gasparri. E il suo primo colpo è di una violenza inaudita: “Siamo di fronte ad una deriva anticattolica che non ha precedenti nella storia e nella tradizione del nostro paese”... Credo si commenti da solo, soprattutto se consideriamo che il mitico appartiene al Pdl, cioè al partito del cattolicissimo Berlusconi, già pluridivorziato cliente di prostitute di alto bordo.
Poi arrivano i guerrieri dell'Udc, l'altro partito cattolicissimo di Totò Cuffaro. Interessanti le dichiarazioni della deputata Santolini, secondo cui si tratta di una “sentenza ideologica”, che mira a distruggere “le tradizioni italiane”. E' in gioco il futuro della nostra Nazione, a quanto pare. Poi aggiunge: “Non capisco perché una minoranza debba pregiudicare il diritto di chi ha seguito le lezioni di ricevere un voto in una materia che è importante per la formazione degli alunni”. Non vorremmo risolvere questo insolubile enigma alla Santolini, ma probabilmente è perché, giustamente e in accordo con la Costituzione, le leggi non prevedono che si riceva un voto per delle lezioni che, poiché lo Stato è laico, sono facoltative. Ma in Italia la laicità è un concetto molto relativo, sebbene questo relativismo non preoccupi tanto la Chiesa.
chiesa laicità stato
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Berlusconi, cliente di prostitute
Politica interna 24/7/2009
Per chi, come me, non ha avuto la possibilità di vedere esattamente come il fascismo controllava l'informazione, questi giorni sono molto istruttivi. Stiamo capendo, infatti, il metodo con cui i vari mezzi di propaganda si oppongono alle informazioni scomode e nascondono quelle troppo scomode. Il sistema funziona così: finché è possibile contrastare i fatti con opinioni false si utilizzano i vari giornalisti e portavoce, sempre pronti a falsificare la realtà; quando, però, i fatti sono così indiscutibili e schiaccianti da non poter essere contrastati, semplicemente vengono nascosti e nessuno ne parla più. E' il metodo adottato, tra gli altri, anche dal bravissimo direttore del Tg1, Minzolini, che pubblicamente ha proclamato di non voler parlare dell'inchiesta di Bari, poiché si tratta di gossip, anche se, volendoci limitare alla sola figura di Tarantini, c'è un uomo molto vicino a Berlusconi indagato per induzione alla prostituzione e droga. Senza, peraltro, che questo comporti che qualcuno chieda conto a Berlusconi di queste amicizie. Ma d'altra parte, accettato Dell'Utri, che sarà mai questo Tarantini?
Dunque il metodo “Minzolini” è stato adottato oltre che da quasi tutta l'informazione televisiva, controllata direttamente o indirettamente da Berlusconi, anche dagli esponenti del Pdl che non osano fare alcun accenno a questa vicenda, anche perché quando lo fanno cadono in terribili contraddizioni. Solo Ghedini ("Materiale senza pregio, del tutto inverosimile e frutto di invenzione"), deputato Pdl e avvocato del premier, e Frattini, ministro degli Esteri, hanno espresso il proprio parere sulla vicenda. Addirittura il nostro grande ministro parla di “comportamento immorale”. Del premier? No, di quelli che hanno pagato la D'Addario per fare accuse che “si sono dimostrate assolutamente non vere”. La cosa interessante è che chi legge il televideo Rai o Mediaset o vede solo tg controllati, sente esclusivamente le rare dichiarazioni dei politici (Ghedini e Frattini) su questa vicenda, ma della vicenda non sanno proprio niente! Non sanno che dichiarazioni ha fatto la D'Addario, ma sanno che sono false. Non sanno di che materiale parla Ghedini, ma sanno che è “del tutto inverosimile”. Non sanno perché Berlusconi, che si è spesso paragonato a Gesù Cristo (“Io sono il Gesù Cristo della politica”), improvvisamente dica di non essere un santo, con grande sorpresa dei suoi più fervidi sostenitori. Le motivazioni per cui avvengono queste cose sono, per la maggior parte degli italiani, oscure, poiché quasi nessuno racconta i fatti.
E i fatti sono questi. Berlusconi è stato un cliente di prostitute. “Prostituirsi”, per il vocabolario Zingarelli, significa “dar commercio del proprio corpo per denaro o interessi materiali”. Patrizia D'Addario è una donna che ha fatto sesso col premier in cambio di denaro e interessi materiali (l'aiuto economico promesso dal premier). Tutto ciò si evince, oltre che dalle dichiarazioni della donna, soprattutto dalle intercettazioni, che smentiscono tutte le dichiarazioni di quelli che, ancora una volta, hanno cercato di difendere l'uomo indifendibile. In realtà, quando dico che Berlusconi è stato (chissà quante volta e chissà con chi...) cliente di prostitute, non voglio esprimere un giudizio morale. Si tratta semplicemente di una notizia che è giusto che sia resa nota all'opinione pubblica, poiché è giusto che la gente sappia chi vota e in quali mani si trova affidato lo Stato. Semmai, sulla base delle intercettazioni e non solo, si può esprimere un giudizio politico sul premier, che accoglie praticamente senza alcun controllo decine di ragazze, intrattenendo rapporti piuttosto intimi con loro e rendendosi ricattabilissimo. Qualsiasi persona malintenzionata o qualsiasi spia potrebbe facilmente raggiungere il premier e il fatto che egli sia tanto ricattabile è un pericolo per lo Stato stesso.
Infine, ci sono i cattolici. Quanti di loro hanno votato negli ultimi quindici anni Berlusconi, considerandolo il più strenuo difensore del matrimonio e dei valori cristiani? Adesso scoprono, ma forse, a un esame attento, ci si poteva arrivare anche prima..., che il premier, oltre a pagare ragazze per fare sesso, consigliava pure l'autoerotismo! Forse sull'autoerotismo, e non sulla corruzione, sulle tangenti, sui rapporti con mafiosi, sulle amicizie più assurde, Berlusconi perderà il proprio consenso.
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Paolo Borsellino, ovvero un giustizialista
Politica interna 20/7/2009
Ma che dicono questi politici?! Ma chi osannano?! Ma chi celebrano come un eroe?! Ma perché mai i vari Cicchitto, Gasparri, Bondi e pure Schifani (!) dovrebbero elogiare una figura come quella di Paolo Borsellino? Ma non si rendono conto che Paolo Borsellino era un “giustizialista”?! Anzi, uno dei più grandi giustizialisti della storia, uno che addirittura riteneva che non fosse necessaria una condanna definitiva per allontanare una persona dalla politica, ma che bastasse accertare comportamenti o rapporti illeciti o immorali, a prescindere dal giudizio della magistratura. Beh, uno che diceva queste cose doveva essere evidentemente un giustizialista e pure del tipo peggiore. Perché è proprio per dichiarazioni di tal genere che i vari Travaglio, Grillo, Di Pietro e gli altri pericolosi eversivi che funestano la nostra Repubblica sono considerati “giustizialisti”.
Leggiamo questo discorso del 26 gennaio 1989 di Paolo Borsellino:
« L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto. E no, questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire, beh, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest’uomo è mafioso. Però siccome dalle indagini sono emersi altri fatti del genere altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato quindi è un uomo onesto. Ma, dimmi un po, tu non ne conosci gente che è disonesta ma non è mai stata condannata perché non ci sono le prove per condannarlo pero c’è il grosso sospetto che dovrebbe quantomeno indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati. »
Eccolo qui, giustizialismo allo stato puro. Qualche pidiellino leggendolo si sentirebbe male. Se Borsellino l'avesse pronunciato o scritto adesso sarebbe stato attaccato da chiunque. “Il Giornale” e “Libero” per una settimana si sarebbero dedicati a screditare l'immagine di questo giudice pericoloso.
La cosa interessante è che nell'anniversario della morte di Borsellino il termine “giustizialismo” diventa “etica della legalità” e il giustizialista diventa “eroe della legalità”. Ma perché questa ambiguità, perché ora si parla di giustizialismo, quando si riprendono le parole di un eroe come Borsellino? Semplice. Perché se dovessimo adottare i criteri enunciati da Borsellino nella scelta della classe dirigente, metà dei politici perderebbe il posto e andrebbe a casa. Anzi, quel che è più grave, i piani più alti della politica si svuoterebbero. Perché se bisogna “non soltanto essere onesti, ma apparire onesti”, dove andrebbero a finire non dico un sindaco di un comune o un presidente di una provincia, ma, per citare solo qualcuno, il Presidente del Consiglio e del Senato, cioè due tra le più alte cariche dello Stato? Tralasciando Berlusconi, che alcune sentenze (Lodo Mondadori) individuano come corruttore o mandante di corruzione, se preferite; Schifani a me sembra rappresentare proprio la categoria di politici cui si riferiva Borsellino. Infatti, Schifani fu socio negli anni '80 di Nino Mandalà, poi condannato per mafia, e Benny D'Agostino, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Inoltre, negli anni '90 fu consulente nel comune di Villabate, sciolto per mafia e controllato dallo stesso Mandalà. Addirittura secondo un pentito, Francesco Campanella, il piano regolatore di Villabate, di cui si occupava Schifani, si formò sulle indicazioni dei boss della famiglia Mandalà.
Schifani per questi fatti non è mai stato condannato, ma queste “vicinanze”, come le chiamò Borsellino, non dovrebbero farci riflettere sull'opportunità che un politico del genere sia la seconda carica dello Stato? Lo stesso Schifani non dovrebbe dare almeno spiegazioni di questi rapporti? Perché quando Marco Travaglio ha ricordato questi fatti in televisione è stato attaccato da Pd e Pdl, Fabio Fazio si è scusato per averlo intervistato e il giornalista è stato definito giustizialista? Perché chi dice ora le cose che Borsellino diceva venti anni fa è un giustizialista? Quale immane catastrofe si è abbattuta sull'Italia? O meglio, chi si è aBbattuto sull'Italia?
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A chi fa paura Grillo?
diario 14/7/2009
Un partito da qualche tempo ormai in caduta libera; un partito che si adegua alle “tregue” richieste dal Capo dello Stato, perché in fondo non ha mai avuto voglia di parlare e nel silenzio vive benissimo; un partito che non ha avuto nulla da dire sull'informazione da regime del Tg1 (neanche dopo il direttore-dipendente Minzolini... si può dire dipendente di Berlusconi o Minzolini si arrabbia?); un partito che non ha avuto nulla da dire e, sospettiamo, non l'avrà mai sulle lettere che la mafia invia a Berlusconi quando questi era già entrato in politica (“Onorevole Berlusconi”...); un partito “morto” o almeno decrepito (non per nulla Pd); un partito del genere a un certo punto si risveglia, si agita, si inquieta, urla e sbraita. Quale immane catastrofe sarà mai successa? Semplice: i capi temono di perdere il loro posto e di scomparire nell'oblio, dove dovrebbero essere caduti da tempo dopo le innumerevoli sconfitte elettorali.
Il pericolo si presenta con frequenza sempre maggiore e il suo nome cambia sempre: una volta è Serracchiani, una volta è Grillo. Ma la reazione è sempre la stessa ed è furiosa. Tutto il partito si mobilita, senti d'improvviso parlare gente che non ha mai avuto nulla da dire sugli infiniti scandali della nostra politica, ma che ora, nel momento in cui sente il proprio posto vacillare, grida a destra e a manca. Ma la stessa reazione indica quanto il partito sia debole, perché dietro le urla c'è la paura, il timore che gli elettori, o meglio quelli che restano tra gli elettori del Pd, facciano mancare il loro appoggio e smettano (finalmente) di illudersi della favola del grande partito d'opposizione a Berlusconi. In definitiva, c'è il timore che la gente capisce che il Pd e il Pdl in fondo sono la stessa cosa. O almeno i loro massimi dirigenti sono uguali.
Tutto ciò si manifesta in maniera chiara nelle reazioni al tentativo di candidatura di Grillo alla segreteria del Pd. Il partito ha sempre preferito snobbare e trascurare le idee politiche innovative espresse da Grillo; ha preferito pure attaccarlo e demonizzarlo ogniqualvolta gli è uscita una parola di troppo. Ma soprattutto il Pd, come del resto tutti i partiti politici a parte l'Idv, ha sempre sostenuto che Grillo fosse semplicemente un comico, non un politico, che criticasse solamente e soprattutto che la gente che andava a vedere i suoi spettacoli a andava ai V-day lo faceva solo per divertirsi, senza condividere per nulla quello che Grillo dicesse. Se così fosse realmente, se il “grillismo”, come lo chiamano, fosse semplicemente antipolitica (così adesso chiamano la politica vera), se il peso politico di Grillo fosse nullo rispetto a quello degli alti dirigenti del Pd, allora sarebbe del tutto assurda la reazione scomposta dei piddini, che non appena hanno saputo la notizia sono corsi a dire che non sarebbe mai potuto candidare. Ed infatti si sono subito mobilitati per impedire che Grillo si possa iscrivere al partito, sostenendo che chi critica il Pd non può farne parte. Ma anche la Serracchiani ha criticato fortemente il partito e infatti ha preso 70 mila voti. Ancora non si è capito che la sopravvivenza del Pd è legata a nuovi elementi emergenti. Tutti gli altri hanno già dato. Poco, ma hanno già dato.
Tornando a Grillo, si agiterebbero tanto questi signori se non sentissero le proprie poltrone vacillare? Strillerebbero tanto se non avessero pura paura di scomparire dal partito nel momenti in cui si trovasse una valida alternativa alla loro pessima leadership? In verità, se fossero tanto forti accoglierebbero Grillo a braccia aperte e lo umilierebbero alle primarie. Solo che c'è l'enorme sospetto che alle primarie Grillo umilierebbe loro.
grillo minzolini pd franceschini
permalink | inviato da Davpal3 il 14/7/2009 alle 23:11 | commenti (3) |
napolitano israele englaro gaza mills intercettazioni immigrati hamas palestina berlusconi diritto naturale divertimento annunziata alfano 1984 annozero fini erasmo dittatura farhenheit 451

References: sentenza 
 art.41
 sentenza 
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