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Timestamp: 2018-03-19 14:23:34+00:00

Document:
R.P. A. Gallerani: L'infallibilità pontificia (ragionamento secondo)
OGGETTO DELLA INFALLIBILITÀ
et laetamini ìn Domino Deo vestro,
Strana contraddizione dell'umana natura! L'uomo è nato per la verità, il suo intelletto ne ha un immenso bisogno, il suo cuore ne ha una brama vivissima, e come a dire una fame insaziabile; e frattanto nulla per lui più frequente che scambiare la verità coll'errore, e invece di cibo pigliar veleno. Nè questo solo: ma se intorno alla stessa materia si presentano innanzi al pensiero la verità da una parte, e il sofisma dall'altra; questo sofisma col suo falso bagliore talmente affascina e tira a se l'intelletto, che quasi non gli lascia più agio di fissar l'occhio sopra la luce serena sì, ma cheta e modesta, che circonda la fronte della verità. Intorno alla esistenza di Dio, alla spiritualità dell'anima, alla vita avvenire, ed altre siffatte verità gravissime, e incontrastabili anche a giudizio della filosofia naturale, proponete un sofisma a cento persone: tutte ne sentiranno la forza, ma quanto al rintuzzarla, quanto allo sciogliersi da quella specie di fascino e d'incantesimo, sarà molto se fra le cento le dieci sapranno farlo. Or come va egli che mentre l'uomo è per natura inclinato alla verità, in pratica poi sembra invece più portato verso l'errore? Questa contraddizione, questo disordine, come tanti altri che nell'uomo si veggono, non trova spiegazione adequata che in quel primo disordine, da cui gli altri tutti emanarono; voglio dire in quella ribellione dell'uomo a Dio, che trasse poi seco, come giustissima pena, la ribellione e il disordine della stessa natura umana.
Non sarebbe egli dunque da dover rendere infinite grazie al Signore, se in tanta corruttela dell'umana natura, in tanta cecità e debolezza del nostro intelletto, ci avesse fornito un mezzo sicuro per distinguere almeno nelle cose di maggiore rilievo, quali son quelle dell'ordine religioso e morale, il vero dal falso? Or ecco ciò che realmente egli ha fatto colla istituzione del Romano Pontificato; ha stabilito un magistero infallibile, che non può insegnare altro che il vero, ha acceso una fiaccola in mezzo alle tenebre, ha detto all'uomo: segui questa luce, e non temere di mai smarrirti. Exultate, Filii Sion, et laetamini in Domino Deo vestro, quia dedit vobis Doctorem iustitiae.
Questo è il grande benefizio di cui nel precedente Ragionamento vi spiegai la natura, e di cui oggi mi accingo a mostrarvi eziandio l'estensione. Non basta, o Signori, il determinare in che consista il gran privilegio della pontificia inerranza, e come non sia questo un dogma nuovo, ma fondato nelle divine Scrittore e nella Tradizione, e dalla pratica costante di tutti i secoli riconosciuto. Oltre a ciò che riguarda il soggetto in cui risiede questa inerranza, uopo è dichiarare accuratamente l'oggetto intorno a cui ella versa, cioè stabilire quali sieno le materie, che appartengono al pontificio magistero immune da errore. A che gioverebbe infatti il sapere che il Pontefice è infallibile, se poi non sapessimo in quali cose egli lo sia ? Di più, egli è chiaro che il diritto in lui di insegnare, e il dovere in noi di aderire essendo due cose correlative; noi non potremo mai sapere fin dove si estenda il nostro dovere di aderire, se non sappiamo fin dove si estenda il suo diritto, l'autorità sua d'insegnare. Adunque sia per conoscere l'ampiezza del benefizio divino, sia per intendere l'estensione del nostro dovere, necessario si rende l'esaminare posatamente la sfera, a cui si estende il pontificio infallibile insegnamento.
Seguitemi dunque con attenzione, e intanto stampatevi ben bene in mente, ciò che forse in appresso mi tornerà in acconcio di rammentarvi, che io, favellando della infallibilità pontificia, non parlo di un peso, parlo di un benefizio.
Qual è dunque la sfera in cui si aggira l'infallibilità pontificia nel suo insegnamento?
Il Vaticano Concilio ha definito che il Romano Pontefice è infallibile cum pro suprema sua apostolica auctoritate doctrinam de fide vel moribus ab universa Ecclesia tenendum definit. Sentenza breve, o Signori, ma assai sugosa e feconda di molte applicazioni. Le quali a bene intendere fa d'uopo presupporre due principi fondamentali e incontrastabili.
L'uno si è che l'oggetto della infallibilità pontificia è identico a quello della infallibilità della Chiesa. Imperocchè essendo di fede che quanto v'ha nella Chiesa di luce, di vita, di verità, tutto procede dal Romano Pontefice, che è il capo di questo mistico corpo; ne segue che la Chiesa e il Romano Pontefice non formano già due distinti magisteri o tribunali, ma un tribunale e magistero unico, che ha una doppia maniera di emettere le sue sentenze, ora per l'organo del solo capo, ora per l'organo dei precipui membri congiunti al capo. Dunque noi potremo d'ora innanzi usare promiscuamente queste due frasi, infallibilità pontificia, e infallibilità della Chiesa, perchè tanto si estende la prima, quanto la seconda. Questo pure fu dal Concilio espressamente definito. Definimus Romanum Pontificem... ea infallibilitate pollere, qua divinus Redemptor Ecclesiam suam... instructam esse voluit.
L'altro principio si è che per sapere fin dove si estenda questa infallibilità, non vi è mezzo migliore che il consultare lo stesso Pontefice, la Chiesa stessa.
Difatti, ammesso una volta che il Pontefice è il Vicario di Cristo, stabilito da lui come Maestro infallibile e Giudice inappellabile; riconosciute una volta le sue credenziali, colle quali a noi si presenta come Ambasciatore di Dio; ragion vuole che noi crediamo alla sua parola quand'egli ci espone l'oggetto e lo scopo della sua missione; ragion vuole che quando egli dichiara una data materia esser compresa nella sfera del suo magistero, noi la riteniamo realmente come compresa. E per verità che sorta di Giudice e di Maestro sarebbe egli, se non sapesse nemmeno quali sono le materie di sua competenza e quali non sono, ovvero sapendolo si arrogasse un'autorità, che egli medesimo conosce di non avere? Nel primo caso sarebbe un ignorante, nel secondo sarebbe un arrogante, e nell'uno e nell'altro il suo tribunale sarebbe inutile, perchè contro qualunque delle sue decisioni potrebbe muoversi l'eccezione o almeno il dubbio: chi sa che egli non abbia travalicato i confini delle sue attribuzioni? Se dunque vuolsi che il suo Tribunale possa servire a qualche cosa, è necessario tener per fermo non solamente che egli non può errare nella sua sfera, ma di più che spetta a lui il conoscere e dichiarare la sfera, che gli fu assegnata da Gesù Cristo. Altrimenti chi dovrà determinarla? Un altro tribunale? Ma allora il tribunale pontificio, se dee subire una revisione o un controllo, non è più supremo e inappellabile. Per conseguenza il solo vedere che il Pontefice pronunzia qualche sentenza sopra di un dato oggetto, e la pronunzia ex Cathedra come Vicario di Cristo e Maestro dei Fedeli, dev'essere per noi un argomento a conchiudere che quell'oggetto realmente appartiene alla sua giurisdizione: nè possiamo cercare migliore dichiarazione della sua potestà, che l'osservare come egli la esercita.
Ciò stabilito, entriamo dunque a vedere come la Chiesa abbia inteso ed esercitato questo divino magistero affidatole dal Redentore.
Ogni potere, le aveva egli detto, a me fu dato in cielo ed in terra: andate dunque e istruite tutte le genti, insegnando loro ad osservare tutto quello che vi ho comandato. Data est mihi omnes potestas a Deo in coelo et in terra: euntes ergo docete omnes gentes... docentes eos servare omnia quaecumque mandavi vobis. Matth. 28. E di nuovo: il Paracleto, che il Padre vi manderà nel mio nome v'insegnerà ogni cosa, e venuto che sia quello Spirito di verità, insegnerà a voi ogni verità. Paraclitus autem Spiritus Sanctus, quem mittet Pater in nomine meo, ille vos docebit omnia... Cum autem venerit ille Spiritus veritatis, docebit vos omnem veritatem. Io. 14-16. In queste parole così ampie e universali si vede chiaramente espressa tutta la estensione della Chiesa nel suo insegnamento. Si vede cioè che tutta l'economia dell'umana salute, tutto ciò che gli uomini debbono credere ed operare per giungere a salvamento, cade tutto sotto l'autorità della Chiesa insegnante, e quindi sotto la sua infallibilità. La quale estensione fu saviamente abbracciata dal Vaticano Concilio con quelle parole: cum doctrinam de fide vel moribus ab universa Ecclesia tenendam definit. Doctrinam de fide, ecco le cose da credersi; doctrinam de moribus, ecco le cose da operarsi per conseguire la vita eterna.
Niuno creda però doversi queste parole intendere in senso esclusivo, come se si restringessero alle sole verità esplicitamente rivelate: mentre è certissimo che l'infallibilità pontificia abbraccia ancora quegli altri rami di verità speculative o pratiche, che colle rivelate s'intrecciano, cioè tutte quelle verità che sono connesse necessariamente colla fede e colla morale, e in conseguenza colla eterna felicità.
Udite infatti con quanta chiarezza ed energia anche prima della Definizione dogmatica si spiegava a questo proposito l'immortale nostro Pontefice nella famosa sua Enciclica Quanta cura, diretta a tutti i Vescovi dell'universo. «Non possiamo passare sotto silenzio la temerità di coloro, che intolleranti della sana dottrina pretendono che senza peccato e senza scapito della professione cattolica si possa ricusare l'ubbidienza e l'assenso a quei giudizi e decreti dell'apostolica Sede, l'oggetto dei quali si dichiara che riguarda il bene generale della Chiesa, i suoi diritti, e la sua disciplina, purchè non tocchino i dogmi della fede e dei costumi. La quale dottrina quanto sia contraria al cattolico dogma della piena potestà del Romano Pontefice conferitagli dallo stesso Cristo Signore, in ordine a pascere, reggere e governare l'intera Chiesa, agli occhi di tutti è manifesto.»
Fin qui il Supremo Gerarca: dalle parole del quale, deriva spontaneo questo argomento. Per sentenza del Pontefice Pio IX non si può senza peccato e senza scapito della professione cattolica negare l'ubbidienza e l'assenso a quei giudizi e decreti dell'Apostolica Sede, che riguardano il bene generale della Chiesa, i suoi diritti e la sua disciplina, ancorchè non tocchino i dogmi della fede e dei costumi: e quelli che affermano il contrario sono temerari, sono intolleranti della sana dottrina, sostengono una dottrina contraria ad un dogma cattolico. Ora tutto ciò non potrebbe dirsi se il Papa in tali giudizi e decreti non fosse infallibile, perchè altrimenti noi saremmo obbligati sotto peccato e sotto scapito della professione cattolica a credere vero ciò che potrebbe esser falso. Dunque il Papa anche in tali giudizi gode il privilegio della inerranza: dunque questa inerranza non si restringe a quei punti, che appartengono immediatamente alla fede e alla morale, ma si estende a tuttociò che riguarda il bene generale, i diritti, e la disciplina della Chiesa affidatagli dal Redentore.
E per venire più al pratico, e conoscere più partitamente nei casi particolari la materia della infallibilità pontificia, dietro la scorta d'un illustre Teologo (Knocs) ragioniamo così.
È indubitato che tutto il deposito della divina rivelazione è affidato alla Chiesa e al Venerando suo Capo, il R. Pontefice, il quale ha diritto di cavar fuori da quel deposito quelle verità che crede più opportune per metterle in maggior luce, se sia mestieri, come fece recentemente col dogma della Immacolata. Dunque le verità di tal genere, quelle cioè che apertamente sono contenute nel deposito della rivelazione, sono l'oggetto immediato e primario della inerranza.
Ma queste verità rivelate trovano sempre contradditori, che coi loro scritti le impugnano. Ora non e egli ufficio del gran Pastore il dire alla greggia: non t'accostare a quei pascoli, che son velenosi? Ma d'altra parte, come potrà egli dir questo con sicurezza, se non sente di poter portare su quegli scritti, in quanto hanno relazione col dogma, un giudizio sicuro ed infallibile? Dunque egli è realmente infallibile nel giudicare i fatti dogmatici, e i libri imbevuti di eresia. E così nel Concilio di Nicea fu condannata la Talia di Ario, nei Concilî di Efeso e di Calcedonia gli scritti di Nestorio, e nelle Costituzioni di Alessandro VII. e di Innocenzo XI. le cinque famose proposizioni di Giansenio fedelmente estratte dal suo Augustinus.
Simili ai fatti dogmatici sono i fatti morali, come quando il Pontefice nella Canonizzazione dei Santi dichiara solennemente che quella tal anima ha posseduta in vita le virtù in grado eroico, ed ora ne gode il premio nel cielo eternamente beata, e come tale comanda (nella Beatificazione permette, ma nella Canonizzazione comanda) che sia da tutti riconosciuta e venerata. Ora può egli ammettersi che i fedeli possano venire obbligati a venerare come santa un'anima, che forse è dannata, come amica di Dio un'anima, che gli è forse eternamente nemica, e che noi Sacerdoti dobbiamo recitare l'Uffizio e celebrare la S. Messa ad onore di un reprobo? Dunque il Pontefice non può cadere in errore, quando nella Canonizzazione dei Santi proclama che sono in gloria.
Inoltre i Pontefici lungo il corso da secoli hanno dato la loro approvazione agli Ordini religiosi di Benedetto, di Francesco, di Domenico, d'Ignazio, e simili, dichiarando non già che tutti quei religiosi son buoni, ma che son buone tutte quelle religioni: cioè che lo scopo le regole le costituzioni di quegli Ordini sono moralmente buone, in armonia coi consigli evangelici, e conducenti alla perfezione cristiana. Ora può darsi che abbiano tratto in inganno tutti i fedeli col far loro credere buona e conducente a perfezione una maniera di vita, che fosse invece viziosa e riprovevole? Dunque i Pontefici non van soggetti ad errore nella solenne approvazione, che danno agli Ordini Religiosi.
Per converso i Pontefici hanno riprovato condannato scommunicato altre Società d'altro genere, come le Società degl'Illuminati, dei Carbonari, dei Framassoni, denunziandole al mondo intero come empie ed immorali. Or come mai il Supremo Maestro della fede e della morale potrebbe ingannare i fedeli, e spaurirli con falsi allarmi, gridando all'empietà ed al vizio dove tutto invece fosse pio, santo, degno di lode? Dunque l'infallibilità pontificia si estende ancora alla solenne condanna delle Società Segrete.
Ma due capi sopratutto voglionsi segnalare, come soggetti per lor natura alla sorveglianza ed influenza della Chiesa insegnante, dico l'Educazione, e la Filosofia, in quanto si legano colla fede e colla morale.
E per ciò che riguarda la Educazione, chiara cosa è che per la spirituale prosperità del gregge di Gesù Cristo è di sommo momento che i figli dei fedeli siano educati secondo la retta fede e la sana morale. E perciò chi non vede che la Chiesa ha diritto d'invigilare sul genere di educazione, che loro si porge, e di portarne giudizio, mentre tali sistemi d'educazione in quel che hanno di religioso o d'irreligioso sono senza dubbio come altrettanti fatti dogmatici e morali, cioè connessi col dogma e colla morale?
Ascoltiamo con riverenza come parla su tal proposito il Santo Padre Pio IX. nel suo Breve Quum non del 1864 diretto all'Arcivescovo di Friburgo. «Certamente l'umana società va soggetta a gravissimi mali, quando l'autorità moderatrice e l'influenza salutare della Chiesa sono escluse dalla educazione della gioventù..... Una educazione che senza il soccorso della dottrina cristiana e della disciplina morale informa le tenere menti dei giovanetti, e i loro cuori facili a piegarsi al vizio, non può che produrre una generazione perniciosissima alle famiglie private, ed allo Stato. E se questo metodo di educazione separato dalla fede cattolica e dalla potestà della Chiesa è di gran nocumento agli uomini ed alla società, quando si tratta della istruzione nelle lettere e negli studi severi, e della educazione che si dà alle classi più elette della società; chi non comprende che mali maggiori verranno da questo metodo, qualora s'introduca nelle scuole popolari? In queste l'educazione religiosa deve occupare il primo luogo: il resto è da riputarsi come accessorio.» Fin qui il Santo Padre.
Che dovrà dunque dirsi di certi metodi d'educazione, che ai giorni nostri sono in vigore? Forse ne diremo più tardi una parola.
La stessa dottrina vuole applicarsi ancora alla Filosofia, ed alle scienze naturali.
Non già, vedete, che la Chiesa si voglia ingerire nelle scienze, siccome tali: ella non s'intromette nelle loro premesse, non esamina il corso dei loro raziocini, non discute nemmeno le loro conclusioni, se queste sono di un carattere puramente profano. Ma se poi il risultato di queste ricerche scientifiche (per colpa di checchessia) dovesse riuscire contrario a qualche verità rivelata, egli è ben chiaro che allora quel risultato non ha più un carattere solamente profano, e quindi la Chiesa non può più rimanervi indifferente. Che fa ella dunque in tal caso? Senza punto occuparsi del processo tenuto in quelle ricerche scientifiche, ella prende per così dire in mano quel risultato, lo confronta colla verità rivelata di cui essa è custode, e con questa pietra di paragone ne dà giudizio.
Ascoltiamo anche qui il sullodato Pontefice in un altro Breve dottrinale (Gravissimas inter) diretto all'Arcivescovo di Monaco, per condannare alcuni scritti di Froschammer, e d'altri Autori. «La Chiesa in virtù della sua divina istituzione è tenuta a conservare il deposito della fede illeso ed inviolato, e allontanarne tuttociò che può opporsi alla fede, e porre a cimento la salute delle anime..... La Filosofia ha bensì libertà di servirsi de' suoi principi, del suo metodo, delle sue conclusioni, come tutte le altre scienze... ma questa libertà deve conoscere e rispettare i suoi confini.... e ad ogni filosofo che voglia essere figlio della Chiesa non sarà mai lecito insegnare cose contrarie a quelle che insegna la Chiesa stessa. Quindi dichiariamo che la sentenza affermante il contrario è al tutto erronea, ed altamente ingiuriosa alla fede ed autorità della Chiesa.»
Ecco dunque, o Signori, le principali materie intorno a cui versa la pontificia inerranza, la quale può dirsi in generale che abbraccia tuttociò che appartiene alla fede e alla morale, tuttociò che serve direttamente di ajuto o d'ostacolo a conseguire l'eterna beatitudine.
Ma voi, sento qualcuno che ormai impaziente di pigliar la parola così m'interrompe: voi avete troppo allargato il campo della infallibilità pontificia: l'estenderla a tante materie è per lo meno una esorbitanza.
Una esorbitanza? Avete dunque dimenticato sì presto che l'infallibilità pontificia è un benefizio? E trattandosi di un benefizio avete coraggio di lamentarvi e dire che è troppo? Dio buono! Siamo circondati da tenebre d'ignoranza e d'errori d'ogni maniera: abbiamo un bisogno sì grande di una scorta di una guida di un maestro infallibile, che dove non esistesse, converrebbe crearlo: e voi vi lamentate che il Signore ve l'abbia dato? In mezzo a questo caos di confusione e d'oscurità la provvidenza di Dio ha eretto un faro di luce risplendentissima, e voi gli dite: è troppa, Signore, cotesta luce: lasciatemi un poco brancolar nelle tenebre, incespicar negli errori, cadere nei precipizi: è tanto dolce l'andare così errando a tentone! lasciatemi fare. Ma quel che parla in tal modo è egli un uomo, ovvero un animale notturno, una nottola che fugge il sole? Ah! certamente è di coloro di cui disse l'Apostolo S. Giovanni che più della luce si ebber care le tenebre: dilexerunt magis tenebras, quam lucem. Jo. 3. 19. È di coloro che l'italiano Poeta chiamava
Ma per rispondere più direttamente, è vero o no che la Chiesa ha sempre mostrato col fatto di ritenersi autorizzata a dare su tali materie un giudizio sicuro, una sentenza definitiva? È vero o no che il sommo Pontefice Pio IX. nella Enciclica Quanta cura diretta a tutti i Vescovi insegna solennemente che intorno a simili cose non si può rifiutare l'ubbidienza e l'assenso senza scapito della professione cattolica? assensus et obedientia detrectari non potest absque peccato, et absque catholicae professionis iactura. È vero o no finalmente che ne dà anche la ragione, soggiungendo che la dottrina opposta è contraria al dogma cattolico della piena potestà pontificia? adversatur catholico dogmati plenae potestatis Romano Pontifici ab ipso Christo Domino divinitus collatae. Se tutto questo è vero, come è indubitato, dunque qui non vi è esorbitanza nessuna, vi è soltanto l'attuazione pratica dell'autorità conferita da Gesù Cristo al suo Vicario.
Imperocchè giova sempre tener dinanzi quel gran principio, che quando si tratta di qualche insegnamento emanato dal Sommo Pontefice, tutta la quistione si riduce qui: quell'insegnamento fu emanato dal Papa come persona privata, o come Maestro di tutta la Chiesa? Se fu emanato da lui come persona privata, v. g. in un privato colloquio o in una lettera confidenziale, è soggetto ad errore come qualunque giudizio umano. Ma se fu emanato da esso quale maestro universale della Chiesa, dunque il Papa ha parlato coll'assistenza speciale dello Spirito Santo: dunque non ha ecceduto i confini della sua autorità: dunque le cose di cui ha parlato hanno tutte attinenza colla religione: e se alcuno non la vede questa attinenza, che pure è tanto visibile, ne incolpi la sua corta veduta, ma non il Papa; perchè altrimenti l'affronto verrebbe a ricadere sullo Spirito Santo, che non lo avrebbe assistito quanto era d'uopo.
Del resto a me non fa maraviglia che le dottrine ora esposte per taluni abbiano vista d'esorbitanze.
In questi ultimi tempi, tutti, e persino le donne, hanno voluto dottoreggiare in Teologia. L'antico proverbio: sutor ne ultra crepidam: viene bensì ascoltato nelle cose umane e terrene, e chi non è medico si guarda dal parlare delle cose più recondite della medicina, chi non è matematico si astiene dal metter bocca nei problemi più ardui della matematica: ma per la teologia non così. Non solo il medico e il matematico, ma anche il pescivendolo, il fruttaiuolo, il facchino di piazza si crede in diritto di sedere a scranna, e sputar tondo, e trinciare reciso le sue sentenze su quelle materie gravissime, su cui tanto sudarono ed impallidirono le dotte fronti dei Tommasi e dei Bellarmini. Se voi gl'interrogate sui misteri principali di nostra fede, li troverete non poco imbarazzati a rispondervi: ma sulle quistioni più alte della teologia son tutti Dottori e Professori da disgradarne Sorbona e Salamanca. E tutti questi tesori di scienza sacra donde li hanno cavati? Li hanno cavati in massima parte da quelle arche di teologia che sono le gazzette scritte da Ebrei, o da Cristiani più o meno rinnegati e peggiori degli Ebrei. Questi sono stati i Santi Padri della teologia popolare, questi hanno formato l'opinione pubblica, questi colla loro irrefragabile autorità hanno dato alle dottrine cattoliche il nome d'esorbitanze; e il gregge degli stupidi pecorilmente ha detto amen. Ma a questi ultimi l'Alighieri ripete:
E ai barbassori che si son fatti loro maestri rivolge accigliato quella severa domanda :
Or chi se' tu, che vuoi sedere a scranna
Per giudicar da lunge mille miglia
Ma insomma, gridano altri a squarciagola, Dio solo è infallibile, e nessun uomo può pretendere a tanto.
Dio solo è infallibile! Ecco la grande obbiezione, che abbiamo appunto letta sulle gazzette, e udita più volte fin sulle pubbliche piazze; ma è proprio, scusate, è una obbiezione da piazza.
E per atterrarla basta riflettere che parimente Dio solo può far miracoli: eppure nelle divine Scritture troviamo tanti miracoli operati da un Mosè, da un Giosuè e da altri insigni taumaturghi. Dio solo vede il futuro: eppure nell'antico e nel nuovo Testamento troviamo tanti Profeti e tante Profezie. Dio solo legge nei cuori: eppure gli arcani dei cuori furono più volte da uomini santi conosciuti e manifestati. Come si combinano queste cose in apparenza sì opposte? In una maniera ben semplice: riflettendo cioè che alcune di quelle prerogative che sono proprie di Dio, Dio medesimo le può communicare e le communica infatti ad alcune sue creature, in quel grado e misura che più gli piace. Or dite altrettanto nel caso nostro. Dio solo è infallibile: per natura ve lo concedo, ma per partecipazione lo è anche il suo Vicario in quel grado e in quel modo che abbiamo già divisato; in quanto cioè è il Signore medesimo, che parla per bocca sua. Adunque l'infallibilità del Pontefice si risolve nella stessa infallibilità di Dio, in quel modo che la potenza e la prescienza spiegata dai Taumaturghi e dai Profeti non era altro che la potenza e scienza di Dio manifestata per mezzo loro.
Sapete voi donde nasce questa sì decantata obbiezione? Nasce dal non capirsi o non volersi capire la vera radice, la cagione formale della infallibilità pontificia. Si vede che nessun uomo, per quanto dotto e savio e prudente si voglia, va mai del tutto esente da errori, e se ne conchiude: dunque neppure il Papa può andarne esente. Ma questo è un partire da un falso supposto. Si suppone cioè che l'inerranza venga da noi attribuita al Pontefice per le sue qualità personali, e questo è falsissimo. Noi non diciamo: il Papa è infallibile perchè è dotto, è infallibile perchè è santo, è infallibile perchè è molto prudente; nulla di tutto questo: diciamo invece: il Papa è infallibile quando parla ex cathedra, perchè allora ha un'assistenza soprannaturale e speciale dello Spirito Santo, che non lo lascia cadere in errore. Quindi ecco in due parole la risposta alla vostra obbiezione. Ogni uomo può errare; ve lo concedo: dunque anche il Papa può errare; quando parla come uomo, l'ammetto; quando parla come organo di Dio, lo nego. Intesa una volta questa cagione formale della inerranza è inteso tutto, ed è svanita ogni obiezione. Ma è inutile mostrar la luce a chi chiude gli occhi per non vederla: e assicuratevi pure che all'uscire di Chiesa sentirete di nuovo qualche valentuomo ripetervi con magistrale sussiego: Dio solo è infallibile. Egli crederà di aver detto una grande sentenza, e avrà invece mostrato una grande insipienza. Bisogna compatirlo.
Intanto da quest'ultimo pensiero raccogliamo una conclusione pratica molto importante.
Se quando parla solennemente il Vicario di Cristo, non è l'uomo che parla, ma Dio per bocca sua; dunque chi ricusa d'ascoltare il Pontefice, ricusa d'ascoltare Dio medesimo. Qui vos audit, me audit; qui vos spernit, me spernit Luc. 10. Costui rassomiglia all'indurato Faraone, il quale, quando Mosè gli parlava a nome di Dio e gl'intimava i suoi ordini, chi è questo Dio, soleva rispondere, perchè io debba ascoltar la sua voce? Quis et Dominus, ut audiam vocem eius? Nescio Dominum. Ex. 5. Al modo stesso costoro soglion dire col fatto al novello Mosè che loro parla del Vaticano: noi non vogliamo ascoltare che noi medesimi: che ha da far con noi il Signore? Quis est Dominus ut audiam vocem eius? Non vogliamo saper nulla di lui: nescio Dominum. Ma il sacro Testo ci dice che quel Faraone, che disprezzò la voce di Dio parlante per Mosè, poco dopo finì con tutti i suoi sommerso nei flutti del mare rosso: submersi sunt in mari rubro. Ex. 15. E gli odierni disprezzatori della parola di Dio, che parte dal Vaticano, dove finiranno? Quei che proclamano che l'educazione non si mescoli di catechismo, che la morale si emancipi dalla religione, che la filosofia tenga alta contro la Chiesa la bandiera del libero pensiero, qual sorte preparano ai figli vostri, Signori, e alla società tutta intera? Ah! forse.... forse un altro mar rosso!!
L'oracolo del Vaticano aveva già proclamato, come vedemmo testè, che tali sistemi, oltre ad essere irreligiosi, sarebbero tornati alla società perniciosissimi ed esiziali. La società moderna al Vaticano nol volle credere: lo creda dunque alla dolorosa esperienza dei fatti. Lo creda alle Comuni, che impiantano audacemente il regno del terrore: lo creda alle Internazionali, che da un capo all'altro del mondo fanno tremar sui suoi cardini la terra tutta: lo creda alle Megère, che con in mano l'incendiario liquore scorrono inferocite di casa in casa: lo creda a quei monti di rovine, a quei fiumi di sangue, a quei laghi di fuoco, che minacciano di assorbire altre Parigi. Ecco gli effetti della Educazione atea, della Morale indipendente, della Filosofia emancipata: ecco i vantaggi d'aver detto al Signore nel suo Vicario: nescio Dominum, nescio Dominum.
Da queste fonti nascon torrenti d'iniquità, questi torrenti mettono capo nel mare, e questo mare è il mar rosso, dove i Faraoni trascinano seco a trovarvi la tomba popoli interi!
O buon Signore, non permettete che il vostro popolo cada in mano a costoro: Ne tradas bestiis animas confitentes tibi. Ps. 73.
Dichiarato così l'oggetto su cui versa l'infallibilità del R. Pontefice, rimane ancora chiarito l'oggetto della nostra sottomissione: poichè, come accennai da principio, il diritto in lui d'insegnare con autorità infallibile, e il dovere in noi di ubbidire con docilità assoluta, essendo due termini correlativi; quanta è l'estensione dell'uno, altrettanta dev'essere quella dell'altro.
Io peraltro vorrei che la nostra ubbidienza verso la Chiesa e il Pontefice non fosse misurata, stentata, compassata, ma piena spontanea volonterosa, e per dir tutto in una sola parola, una ubbidienza tutta figliale.
Or tale non è certamente l'ubbidienza di coloro, che prima di chinare la fronte alla parola della Chiesa o del Pontefice, istituiscono sulla medesima quasi fiscaleggiando un sottilissimo esame, non forse manchi di qualche formalità per essere proprio definitiva, non forse ecceda quei limiti fra cui si dee contenere. Poi, quando pure si piegano ad accettarla, vi appongono tante condizioni, tante clausole, tante riserve, che al tutto la snervano, e ne riducono al niente l'esecuzione. Parvi ella questa l'obbedienza di un discepolo docile, o non piuttosto il fare di un maestro, che rivede al discepolo il suo dettato, e a suo senno lo modifica e lo corregge, e qualche parte ancor ne cancella? È questa la sommissione di un figlio amoroso; o non piuttosto la resa di un nemico, che prima di cedere al nemico una piazza, viene con lui a severa capitolazione? Oh! guai a quel Cattolico, che sta sempre in sospetto che la Chiesa non si arroghi sopra di lui troppa autorità, che la guarda con occhio bieco e con un sentimento generale di diffidenza, che cova in cuore contro di lei una segreta amarezza, come se lo trattasse con soverchia durezza e a modo di matrigna più che di madre: guai a questo Cattolico! tra lui e il Protestante non v'è che un passo!
Chi è cattolico vero, cioè sinceramente affezionato alla Chiesa e al Pontefice, gode anzi d'esaltarne l'autorità, e in se stesso e negli altri, e colla parola e coll'opera, e in privato ed in pubblico, con tutti infine quei mezzi che sono in suo potere. E se in qualche materia si solleva un dubbio, una quistione, una disputa, egli si sente tosto inclinato a risolverla in senso favorevole alla Chiesa e al Pontefice, come figlio che cura gl'interessi del padre e della madre. Che cattolici sono dunque coloro, i quali provano un istinto tutto contrario, un istinto cioè d'opposizione sistematica e permanente alla Chiesa, un istinto di propensione alle persone e alle cose che la travagliano? Si fanno da tutte le parti del mondo indirizzi di gratulazione all'autorità pontificia? Non se ne curano, anzi li hanno a schifo. Si leva in qualche luogo uno stendardo di ribellione più o meno aperta e violenta? Ne menan festa, e corrono ad arruolarvisi. Si dichiara contro il Pontefice un qualche Teologo? Forse prima non l'avevano sentito mai nominare, forse il suo nome non lo sanno nemmeno pronunciare, forse i suoi scritti non li hanno mai letti, certamente poi non sono in grado di giudicarne, ma tuttocciò non importa. Appena han saputo che cerca di sminuire l'autorità pontificia, quello è un Teologo, quello è un'Aquila, quello è un Ingegno superlativo. E gli altri? Gli altri son tanti ciuchi, che non intendono nulla. Anche S. Tommaso? Anche lui, se bisogna. Ma e voi dunque che sarete allora voi? Figlio della Chiesa Cattolica, donde vi viene tutta questa antipatia per vostra madre, e questa simpatia pe' suoi nemici? Io non so se m'inganni: ma agli occhi miei un figlio che simpatizza pei nemici di sua madre, che si accorda con loro, che non finisce mai d'applaudirli e d'esaltarli, questo figlio ai miei occhi ha qualche cosa di mostruoso!
Eppure di questi tali ne abbiano non pochi nel mezzo nostro: parecchi tra il volgo, e parecchi ancora tra quelli che per qualche prerogativa dal volgo pur si sollevano. Sono i discendenti dei Giannoni, dei Febroni, dei Tanucci, dei Tamburini. Sono gli allievi di quella scuola, che nel secolo scorso e nella prima metà del nostro regalò alla Chiesa le squisite delizie del Regalismo, del Giuseppismo, del Leopoldismo. Sono gli avanzi di quello sciame di cortigiani, che ronzavano intorno ai troni d'allora, e mai non finivano di susurrare ai regnanti che si guardassero bene dal Vaticano: che guai se l'Altare prevalesse sul Trono! guai se il Triregno splendesse più della Corona! bisognava dunque abbassar quell'Altare, oscurar quel Triregno, incatenare al muro quel Pastorale: bisognava tenersi in guardia severa non dalle società segrete, non dalle rivoluzioni latenti, non da nemici interni od esterni: il Vaticano, il Vaticano, quello era il grande nemico da tener d'occhio!... E i perfidi consigli furono ascoltati, e quei troni temettero l'ombra dell'altare, e da se la rimossero più che poterono: ma poi qual sorte ebber quei troni? Dove son ora?... Et nunc reges intelligite, erudimini qui iudicatis terram. Ps. 2.
Oh! sì, lo intendano i grandi del secolo, e coi grandi anche i piccoli si persuadano che gli oracoli del Vaticano si voglion ricevere non con paura o sospetto, ma con amore e con giubilo; non a modo di una condanna, ma anzi di un benefizio; non come la voce di un odioso rivale, ma di un padre amoroso, che cerca il bene dei figli, e però dice a tutti: Venite, filii, audite me, timorem Domini docebo vos Ps. 33.

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e contrario
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