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Timestamp: 2020-07-04 21:35:31+00:00

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LA TUTELA PENALE DELL’AMBIENTE: NUOVE FATTISPECIE INCRIMINATRICI E NUOVE RESPONSABILITÀ PER GLI ENTI SOTTO L’INFLUSSO DEL DIRITTO EUROPEO
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LA TUTELA PENALE DELL’AMBIENTE: NUOVE FATTISPECIE INCRIMINATRICI E NUOVE RESPONSABILIT&AGRAVE; PER GLI ENTI SOTTO L’INFLUSSO DEL DIRITTO EUROPEO
la tutela penale dell’ambiente è stata oggetto di interesse della normativa dell’Unione europea recepita nel nostro ordinamento dal d.lgs. 7 luglio 2011, n. 121...
Si anticipa un estratto dell’approfondimento di penale che sarà inserito nel fascicolo di settembre della Rivista cartacea Neldiritto.
La tutela penale dell’ambiente è stata oggetto di interesse della normativa dell’Unione europea ed in particolare delle direttive 2008/99/CE e 2009/123/CE, recepite nel nostro ordinamento dal decreto legislativo 7 luglio 2011, n. 121. Quest’ultimo, da un lato, ha implementato il sistema di repressione penale degli illeciti ambientali, introducendo nuove fattispecie incriminatrici (art. 727-bis c.p. e art. 733-bis c.p.) e, dall’altro, ha previsto una compiuta disciplina della responsabilità delle persone giuridiche, prima assente per i reati contro l’ambiente, accrescendo il novero dei reati “presupposto” di cui al d.lgs. n. 231 del 2001. Tuttavia, il recente intervento legislativo di recepimento delle direttive suindicate ha prestato il fianco fin da subito ad alcuni rilievi critici, nella misura in cui la scelta del legislatore nazionale di mantenere il tradizionale impianto di tutela penale dell’ambiente - interamente imperniato su reati contravvenzionali di pericolo astratto - non è apparsa perfettamente conforme alle prescrizioni europee, oltre ad apparire problematica in rapporto al principio di offensività.
Sommario: 1.- La tutela penale dell’ambiente in ambito europeo. 2.- L’attuazione nazionale delle direttive comunitarie sulla tutela penale dell’ambiente. 3.- Le nuove fattispecie incriminatrici introdotte. 3.1.- L’art. 727-bis c.p. 3.2.- L’art. 733-bis c.p. 4.- La responsabilità degli enti per i reati ambientali. 5.- Conclusioni.
1. La tutela penale dell’ambiente in ambito europeo.
Il decreto legislativo 7 luglio 2011, n. 121 ha inteso dare attuazione alla direttiva 2008/99/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 novembre 2008 sulla tutela penale dell’ambiente e alla direttiva 2009/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 21 ottobre 2009, che modifica la direttiva 2005/35/CE relativa all’inquinamento provocato dalle navi e all’introduzione di sanzioni per violazioni.
La prima delle citate direttive assume a proprio fondamento la disposizione di cui all’art. 174, § 2, del Trattato istitutivo delle Comunità europee (Titolo IV, Ambiente), secondo la quale “La politica della Comunità in materia di ambiente mira a un elevato livello di tutela”. Essa, come si vedrà, rappresenta una svolta storica, segnando l’ampliamento formale della competenza del diritto comunitario anche alla disciplina penale - ambito tradizionalmente riservato alla sovranità degli Stati membri - attraverso l’imposizione di obblighi di incriminazione in capo a questi ultimi[1].
La direttiva in questione è, infatti, il risultato di un lento quanto inesorabile processo di potenziamento della politica europea in materia di ambiente mirante alla realizzazione di un elevato livello di tutela per contrastare i reati ambientali.
La prima tappa di tale percorso è rappresentata dall’adozione da parte del Consiglio d’Europa della Convenzione sulla tutela penale dell’ambiente nel 1998, cui è seguita la richiesta rivolta alle istituzioni comunitarie, formulata nell’ambito del Consiglio europeo di Tampere del 15 e 16 ottobre 1999, di individuare sanzioni comuni per un numero limitato di attività criminose particolarmente gravi fra cui alcune ipotesi di reati ambientali.
Successivamente, con decisione quadro 2003/80/GAI del 27 gennaio 2003, relativa alla protezione dell’ambiente attraverso il diritto penale, il Consiglio aveva imposto agli Stati membri l’obbligo di incriminare alcuni comportamenti gravemente pericolosi per l’ambiente. Tuttavia, a seguito dell’impugnazione da parte della Commissione della decisione quadro dinanzi alla Corte di Giustizia, quest’ultima, con sentenza 13 settembre 2005, causa C-176/03, ha annullato il predetto atto comunitario, affermando, tra l’altro, il principio generale per cui la competenza della Comunità europea ad attuare le politiche e le azioni comuni comprende anche il potere di richiedere agli Stati membri l’applicazione di adeguate sanzioni penali.
Invero, la Commissione si era pronunciata contro il fondamento normativo prescelto dal Consiglio per imporre agli Stati membri l’obbligo di prescrivere sanzioni penali a carico degli autori di reati contro l’ambiente: essa riteneva, infatti, che la corretta base giuridica in proposito dovesse essere l’art.�175, n.�1, CE e aveva pertanto presentato, il 15 marzo 2001, una proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa alla protezione dell’ambiente attraverso il diritto penale.
In altri termini, la Commissione era dell’opinione che la decisione quadro non fosse lo strumento giuridico idoneo con cui obbligare gli Stati membri ad introdurre sanzioni di carattere penale a livello nazionale in caso di reati a danno dell’ambiente, ma che, nell’ambito delle competenze attribuitele ai fini del raggiungimento degli obiettivi di cui all’articolo�2 TCE, la Comunità avesse la facoltà di obbligare uno Stato membro ad imporre sanzioni a livello nazionale – se del caso anche penali – attraverso il diverso strumento della direttiva.
La Corte, accogliendo le argomentazioni della Commissione, ha in effetti annullato la decisione quadro, affermando al contempo principi innovativi in tema di competenze comunitarie nel settore della tutela penale ambientale.
Per la Corte, infatti, sul presupposto che la tutela dell’ambiente costituisce uno degli obiettivi essenziali della Comunità ai sensi degli artt. 2 e 6 TCE, “gli artt. 174- 176 TCE costituiscono, in via di principio, la cornice normativa entro la quale deve attuarsi la politica comunitaria in materia ambientale” (cfr. § 43 del Giudizio della Corte). La constatazione che, in via di principio, la legislazione penale, così come le norme di procedura penale, non rientrano nella competenza della Comunità, per la Corte “non può tuttavia impedire al legislatore comunitario, allorché l’applicazione di sanzioni penali effettive, proporzionate e dissuasive da parte delle competenti autorità nazionali costituisce una misura indispensabile di lotta contro violazioni ambientali gravi, di adottare provvedimenti in relazione al diritto penale degli Stati membri e che esso ritiene necessari a garantire la piena efficacia delle norme che emana in materia di tutela dell’ambiente” (cfr. § 48 del Giudizio della Corte). Non può dedursi infatti dalle disposizioni del Trattato di Roma “che, in sede di attuazione della politica ambientale, qualunque armonizzazione penale, ancorché limitata [...], debba essere esclusa, quand’anche si rivelasse necessaria a garantire l’effettività del diritto comunitario” (cfr. § 52 del Giudizio della Corte).
Sulla base di tali argomentazioni, i giudici europei hanno annullato la decisione quadro impugnata, la quale, avendo per scopo e contenuti principali la protezione dell’ambiente, avrebbe dovuto essere fondata sull’art. 175 TCE (primo pilastro) e non sul Titolo VI TCE (terzo pilastro).
Pertanto, la direttiva 2008/99/CE, nel recepire i principi espressi dalla Corte di Giustiizia, fornisce una nuova base giuridica (direttiva anzicchè decisione quadro) ponendo fine alla controversa questione sulla competenza in materia penale dell’ambiente.
Prima di esaminare nel dettaglio le previsioni della citata direttiva, si impongono alcune brevi considerazioni generali proprio in riferimento ai confini entro cui può l’Unione europea può esercitare la propria competenza in ambito penale.
[1] In tal senso, cfr. Bianchini, La tutela penale dell’ambiente in ambito comunitario, in www.amministrazioneincammino.it; Ruga Riva, Il recepimento delle direttive comunitarie sulla tutela penale dell’ambiente: grandi novità per le persone giuridiche, poche per le persone fisiche, in www.penalecontemporaneo.it.

References: art. 733
 § 2
 sentenza 
 § 43
 § 48
 § 52