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Timestamp: 2018-09-20 04:52:29+00:00

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Condominio: Cassazione, illegittime le interpretazioni estensive delle clausole regolamentari
Per la Corte si può aprire una pizzeria in condominio se non c'è un espresso divieto nel regolamento
Avv. Paolo Accoti - Per costante giurisprudenza (Cass. 138/2016; Cass. 8174/2012; Cass. 7633/2011), l'interpretazione del regolamento condominiale fornita dai giudici di merito, non è censurabile dinnanzi alla Corte di Cassazione, se non per violazione dei canoni ermeneutici dettati dal legislatore con gli artt. 1362 e seg. c.c. o per vizi di motivazione.
Ciò posto, appare altrettanto pacifico che il regolamento condominiale di origine contrattuale, vale a dire quello predisposto dal costruttore o dall'originario unico proprietario, può stabilire limitazioni alla proprietà privata, anche con l'elencazione delle attività vietate all'interno dei singoli appartamenti, tuttavia, dette limitazioni e tali impedimenti devono risultare in maniera chiara e inequivocabile.
Per motivare l'anzidetta sentenza la Corte di Appello di Napoli, considerata la presenza di un regolamento condominiale, debitamente trascritto nei registri immobiliari, ma anche richiamato negli atti di acquisto, evidenziava come l'art. 5 del predetto regolamento, conteneva limitazioni all'utilizzo diverso da quello abitativo dei locali cantinati e terranei, ciò imponeva anche di ritenere implicitamente vietato un diverso utilizzo dei locali posti ai piani superiori.
Per motivare la predetta decisione la Corte di Cassazione, dopo aver ricordato come "costituisce orientamento assolutamente consolidato nella giurisprudenza della Corte quello secondo cui (cfr. da ultimo Cassazione civile, sez. 11, 08/01/2016, n. 138) non è censurabile in Cassazione l'interpretazione del regolamento di condominio compiuta dai giudici di merito salvo che per violazione dei canoni ermeneutici o per vizi di motivazione (conf. Cassazione civile, sez. 11, 23/05/2012, n. 8174; Cassazione civile, sez. Il, 04/04/2011, n. 7633)", specifica a tal proposito come "proprio in relazione all'interpretazione del regolamento condominiale di origine contrattuale, si è ribadito che (cfr. Cassazione civile, sez. II, 19/10/2012, n. 18052) ai fini della ricerca della comune intenzione dei contraenti, il principale strumento è rappresentato dal senso letterale delle parole e delle espressioni utilizzate nel contratto, il cui rilievo deve essere verificato alla luce dell'intero contesto contrattuale, sicché le singole clausole vanno considerate in correlazione tra loro, dovendo procedersi al loro coordinamento a norma dell'art. 1363 c.c. e dovendosi intendere per "senso letterale delle parole" tutta la formulazione letterale della dichiarazione negoziale, in ogni sua parte ed in ogni parola che la compone, e non già in una parte soltanto, quale una singola clausola di un contratto composto di più clausole, dovendo il giudice collegare e raffrontare tra loro frasi e parole al fine di chiarirne il significato".
Tanto è vero che "anche di recente si è ribadito che (cfr. Cass. n. 19229/2014) il regolamento condominiale di origine contrattuale può imporre divieti e limiti di destinazione alle facoltà di godimento dei condomini sulle unità immobiliari in esclusiva proprietà sia mediante elencazione di attività vietate, sia con riferimento ai pregiudizi che si intende evitare. Si è infatti ribadito che la compressione di facoltà normalmente inerenti alle proprietà esclusive dei singoli condomini, deve risultare da espressioni incontrovertibilmente rivelatrici di un intento chiaro, non suscettibile di dar luogo a incertezze (cfr. Cass. un. 20237/09 non massimata, Cass. n. 16832/09 non massimata, Cass. n. 9564/97, Cass. n. 1560/95; CaSS. n. 11126/94; Cass. n. 23/04 e Cass, n. 10523/03)".
Cass. civ., Sez. II, 20.10.2016, n. 21307
(01/11/2016 - Avv.Paolo Accoti) • Foto: 123rf.com

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