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Timestamp: 2020-08-05 14:30:56+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 1239 del 20/01/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1239 del 20/01/2011
Cassazione civile sez. lav., 20/01/2011, (ud. 01/12/2010, dep. 20/01/2011), n.1239
sul ricorso 28046/2007 proposto da:
R.N., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA
Alessandro, VALENTE NICOLA, PREDEN SERGIO, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 1858/2006 della CORTE D’APPELLO di LECCE,
depositata il 03/11/2006 r.g.n. 3322/05;
01/12/2010 dal Consigliere Dott. MAURA LA TERZA;
Con la sentenza in epigrafe indicata la Corte d’appello di Lecce confermava la statuizione di primo grado di rigetto della domanda proposta da R.N. nei confronti dell’Inps per la rivalutazione contributiva da esposizione ad amianto durante il periodo di lavoro presso l’Enichem dal 1971 al 1997 come operaio conduttore di macchine chimiche e dal 1997 in poi come elettricista.
La Corte territoriale affermava che la rivalutazione contributiva spetta solo in caso di esposizione qualificata alla sostanza nociva, per cui non essendovi allegazioni da parte del lavoratore sulle modalità di rilascio delle fibre di amianto collegato all’espletamento delle mansioni, e neppure richiesta di prove sul punto, la domanda non poteva che essere rigettata senza possibilità di esperire consulenza tecnica. Nella specie infatti era solo allegata la frequentazione lavorativa di locali contenenti amianto e l’uso di coperte di amianto, da cui solo per eventuali rotture e fessurazioni, non dedotte in ricorso, sarebbero potute in teoria fuoriuscire le fibre. Peraltro, anche in caso di fuoriuscita, si doveva sempre valutare la concentrazione morbigena, non essendo sufficiente l’allusione di un teste alla episodica sfilacciatura di tali coperte, che non era stata nemmeno ipotizzata nel ricorso introduttivo.
Avverso detta sentenza il R. ricorre con due motivi. Resiste l’Inps con controricorso.
Con il primo mezzo si denunzia violazione della L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 8, perchè la rivalutazione contributiva spetterebbe in caso di esposizione all’amianto per oltre dieci anni non condizionata a valori limite di concentrazione di fibre.
Con il secondo mezzo si denunzia violazione dell’art. 421 cod. proc. civ., e difetto di motivazione.
Si deduce che a fronte delle prove testimoniali da cui era emersa la esposizione, il Giudice d’appello avrebbe dovuto, come richiesto, effettuare consulenza tecnica per accertare la concentrazione di fibre, essendo tenuto il giudice del lavoro all’accertamento della verità materiale e non solo a decidere sulla base dell’onere probatorio. La Corte territoriale avrebbe anche omesso di valutare le risultanze delle prove testimoniali, la dichiarazione del datore di lavoro e l’atto di indirizzo del Ministero del Lavoro.
1. E’ stato infatti più volte affermato dalla giurisprudenza di legittimità, tra le tante Cass. n. 4913 del 3 aprile 2001, che il disposto della L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 8, va interpretato nel senso che il beneficio pensionistico ivi previsto va attribuito unicamente agli addetti a lavorazioni che presentano valori di rischio per esposizione a polveri d’amianto superiori a quelli consentiti dal D.Lgs. n. 277 del 1991, artt. 24 e 31; quindi nell’esame della fondatezza della relativa domanda, il giudice di merito deve accertare – nel rispetto dei criteri di ripartizione dell’onere probatorio – se l’assicurato, dopo aver provato la specifica lavorazione praticata e l’ambiente dove ha svolto per più di dieci anni (periodo in cui vanno valutate anche le pause “fisiologiche”, quali riposi, ferie e festività) detta lavorazione, abbia anche dimostrato che tale ambiente ha presentato una concreta esposizione al rischio alle polveri di amianto con valori limite superiori a quelli indicati nel D.Lgs. n. 277 del 1991.
2. La disciplina non è mutata a seguito delle nuove norme che sono state emanate in tema di rivalutazione contributiva per esposizione ad amianto, essendosi già affermato (Cass. n. 21862 del 18 novembre 2004 e n. 15008 del 15 luglio 2005) che “In tema di benefici previdenziali in favore dei lavoratori esposti all’amianto, la L. 24 dicembre 2003, n. 350, art. 3, comma 132, che – con riferimento alla nuova disciplina introdotta dal D.L. 30 settembre 2003, n. 269, art. 47, comma 1 (convertito con modificazioni nella L. 24 novembre 2003, n. 326) – ha fatto salva l’applicabilità della precedente disciplina, di cui alla L. 27 marzo 1992, n. 257, art. 13, per i lavoratori che alla data del 2 ottobre 2003 abbiano già maturato il diritto ai benefici previdenziali in base a tale ultima disposizione, o abbiano avanzato domanda di riconoscimento all’INAIL od ottenuto sentenze favorevoli per cause avviate entro la medesima data, va interpretato nel senso che, tra coloro che non hanno ancora maturato il diritto a pensione, la salvezza concerne esclusivamente gli assicurati che, alla data indicata, abbiano avviato un procedimento amministrativo o giudiziario per l’accertamento del diritto alla rivalutazione contributiva”.
3. La nuova disciplina – ancorchè non operante nella fattispecie per cui è causa, che resta regolata dalla legge precedente (L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 8) – vale però a confermare che anche quest’ultima imponeva, per la concessione del beneficio, il superamento di una certa soglia di esposizione all’amianto. Sarebbe infatti del tutto irragionevole e contrario al principio costituzionale di uguaglianza ipotizzare che, mentre con la nuove regole il beneficio spetta solo nei casi di superamento della soglia, viceversa, secondo quelle anteriori, questa non venisse affatto prevista, e fosse sufficiente qualunque grado di esposizione. Si tratta infatti pur sempre, in entrambi i casi, di esposizioni che risalgono a periodi lontani nel tempo, di talchè non vi è motivo di trattare diversamente fattispecie uguali. Diversamente opinando si dovrebbe ritenere che si sia inteso applicare discipline diverse a casi del tutto uguali di esposizione per lungo periodo alla sostanza nociva, ponendo come discrimine tra l’uno e l’altro l’elemento del tutto estrinseco e casuale come l’epoca di richiesta del beneficio, il che sarebbe contrario ai principi costituzionali di uguaglianza e di ragionevolezza.
4. Quanto al secondo motivo la Corte ha spiegato la impossibilità di disporre consulenza tecnica per mancanza di allegazione dei dati necessari a dimostrare il superamento della soglia di legge, non essendo a ciò sufficiente la prova testimoniale esperita, che dunque è stata valutata. Quanto ai documenti, nessuno di quelli indicati in ricorso ha carattere decisivo per modificare la decisione: non la dichiarazione del datore di lavoro, da cui ovviamente non è evincibile il grado di esposizione e neppure l’atto di indirizzo del Ministero del lavoro, che non può essere utilizzato direttamente come prova della esposizione qualificata, esprimendo solo criteri generali e astratti, ai quali l’Inail dovrà poi conformarsi per l’accertamento in concreto, ossia nei singoli casi, della misura e della durata della esposizione (dovendosi logicamente escludere che negli atti di indirizzo ministeriali possano rinvenirsi indicazioni sulla vita lavorativa dei singoli interessati).
Il ricorso va pertanto rigettato. Nulla per le spese ex art. 152 disp. att. cod. proc. civ., prima delle modifiche del 2003 non applicabili essendo la causa iniziata in precedenza.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 13
 Cass. 
 art. 13
 art. 3
 art. 47
 art. 13
 art. 13
e contrario
e contrario
 art. 152