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Timestamp: 2019-07-22 03:29:37+00:00

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Notifica via Pec, dopo le ore 21 si intende perfezionata il giorno successivo
L’appello eseguito mediante notifica via Pec, dopo le ore 21, dell’ultimo giorno utile previsto a pena di decadenza, dovrà ritenersi nullo, perché tardivo
La ricorrente aveva proposto appello, mediante notifica via Pec, contro la sentenza del Tribunale di Napoli che aveva rigettato la domanda di nullità dell’atto di cessione di un immobile in favore del nipote, con contestuale di rendita vitalizia.
Tuttavia, la Corte di Appello di Napoli aveva dichiarato inammissibile il ricorso perché effettuato oltre il termine utile previsto per legge a pena di decadenza. La sentenza di primo grado era infatti, stata notificata in data 9 giugno 2016, sicché il termine breve per appellare scadeva l’11 luglio 2016 (atteso che il 9 luglio era un sabato).
L’appello era stato notificato a mezzo PEC, con missiva accettata dal sistema ed inoltrata al difensore della controparte alle ore 21,24 dell’11 luglio 2016.
Ai sensi dell’art. 16 quater, comma 3 del D.L. n. 179 del 2012, la notifica a mezzo posta elettronica certificata si perfeziona, per il soggetto notificante, nel momento in cui viene generata la ricevuta di accettazione e, per il destinatario, nel momento in cui viene generata la ricevuta di avvenuta consegna.
Dello stesso tenore è l’art. 147 del c.p.p. (Tempo delle notificazioni), il quale dispone che le notificazioni dal 1 ottobre al 31 marzo non possono farsi prima delle ore 7 e dopo le ore 19 (prima delle ore 6 e dopo le ore 20 dal 1 aprile al 30 settembre). Tale disposizione normativa si applica anche alla notifica via pec, ovvero eseguita con modalità telematica. Quando è eseguita dopo le ore 21,00 la notificazione si considera perfezionata alle ore 7 del giorno successivo”.
Non hanno dubbi allora, i giudici della Corte di Cassazione ad affermare quanto segue: “Il D.L. n. 179 del 2012, art. 16 septies, come modificato dalla L. n. 114 del 2014, dispone che le notifiche telematiche effettuate dopo le ore 21,00 si considerano perfezionate alle ore 7,00 del giorno successivo, con la conseguenza che nella fattispecie la notifica dell’appello, in quanto eseguita dopo il detto orario, doveva reputarsi perfezionata il 12 luglio 2016, allorquando era ormai maturato il termine per appellare, con il conseguente passaggio in giudicato della sentenza di prime cure”.
Tale assunto trova conferma anche nella recente giurisprudenza di legittimità (Cass., n. 30766/2017) secondo cui, in tema di notificazione con modalità telematica, il D.L. n. 179 del 2012, art. 16 septies, conv. con modif. nella L. n. 221 del 2012, deve essere intesa nel senso che la notificazione richiesta, con rilascio della ricevuta di accettazione dopo le ore 21.00, (ai sensi della L. n. 53 del 1994, art. 3 bis, comma 3) si perfeziona alle ore 7.00 del giorno successivo, secondo la chiara disposizione normativa, intesa a tutelare il diritto di difesa del destinatario della notifica, senza condizionare irragionevolmente quello del mittente. Anche in questo caso, la Suprema Corte aveva ritenuto tardiva la notifica del ricorso per cassazione perché la ricevuta di accettazione recava un orario successivo alle ore 21.00 del giorno di scadenza del termine per l’impugnazione.
La ratio di siffatta previsione normativa va certo individuata nell’ottica di rendere effettivo il diritto di difesa del destinatario dell’atto legale ed è altresì, improntata al rispetto dei termini processuali previsti in materia.
CONTROLLO DELLA PEC NEL PROCESSO CIVILE TELEMATICO: UN APPROFONDIMENTO
Liquidazione dei compensi per gli avvocati: un approfondimento
La Corte di Cassazione fa il punto sulla liquidazione dei compensi per gli avvocati specificando che i criteri da seguire sono quelli del D.M. n. 55/2014
La Corte di Cassazione, seconda sezione civile, nell’ordinanza n. 21487/2018 ha fornito degli importanti chiarimenti in merito alla liquidazione dei compensi per gli avvocati.
Per gli Ermellini, nel regolare le spese di causa, quindi nella liquidazione dei compensi agli avvocati, il giudice deve attenersi ai criteri dettati dal d.m. n. 55/2014 che prevale sul D.M. n. 140/2012 nel rispetto del principio di specialità.
Nel caso di specie, dinanzi alla Cassazione si era contestata la decisione della Corte d’Appello per aver, in violazione del d.m. n. 55/2014, liquidato il rimborso spese agli avvocati al di sotto del minimo legale, relativamente alla fase di rinvio.
La Corte, non condividendo l’opposta opinione sul punto, ha ritenuto che il citato decreto del Ministero della Giustizia n. 55/2014, nella parte in cui determina un limite minimo ai compensi tabellarmente previsti (art. 4) possa considerarsi derogativo del decreto n. 140, emesso dallo stesso Ministero il 20/7/2012.
Quest’ultimo, al suo art. 1, comma 7, dispone quanto segue.
“In nessun caso – si legge – le soglie numeriche indicate, anche a mezzo di percentuale, sia nei minimi che nei massimi, per la liquidazione del compenso, nel presente decreto e nelle tabelle allegate, sono vincolanti per la liquidazione stessa”.
A questo proposito, gli Ermellini ricordano che il d.m. n. 140 è stato emanato allo scopo di favorire la liberalizzazione della concorrenza e del mercato, adempiendo alle indicazioni della UE. A questo proposito, sono stati rimossi i limiti massimi e minimi, così da lasciare le parti contraenti libere di pattuire il compenso per l’incarico professionale.
Per contro, il giudice resta tenuto a effettuare la liquidazione giudiziale nel rispetto dei parametri previsti dal d.m. n. 55.
Quest’ultimo non prevale sul d.m. n. 140 per ragioni di mera successione temporale, bensì nel rispetto del principio di specialità.
Non è il d.m. n. 140 a prevalere, infatti, ma il d.m. n. 55, il quale detta i criteri ai quali il giudice si deve attenere nel regolare le spese di causa (cfr., Cass. n. 1018/2018).
Nel caso di specie, inoltre, l’intervento del giudice aveva riguardato il caso in cui fra le parti non fosse stato preventivamente stabilito il compenso o fosse successivamente insorto conflitto.
Alla luce del fatto che la liquidazione effettuata dalla Corte locale per la fase di rinvio si pone al di sotto dei limiti imposti dal d.m. n. 55, tenuto conto del valore della causa e pur applicata la riduzione massima, occorre procedere a una riliquidazione.
La decisione riguardante la liquidazione dei compensi degli avvocati ha raccolto il plauso del Consiglio Nazionale Forense.
A tal proposito, il presidente, Avv. Andrea Mascherin ha dichiarato quanto segue.
“La Cassazione ribadisce il divieto di deroga ai limiti minimi previsti (ora in modo ancor esplicito) dai parametri, considerati norma speciale. Assieme alle prime delibere delle Regioni per l’applicazione dell’equo compenso, si inizia a ricostruire la tutela del compenso decoroso e quindi equo”.
Mascherin ha poi sottolineato come l’ordinanza abbia consolidato l’orientamento giurisprudenziale che sancisce l’illegittimità dei compensi ove tali da violare il decoro professionale, affermato già nel 2015 e nel 2016 dalla Corte di Giustizia Europea (sentenza 8/12/2016), dalla Cassazione (sentenza n. 25804/2015, ordinanza n. 24492/2016) e dalla Giustizia Amministrativa (sentenza TAR Sicilia n. 3057/2016, 334/2017 e TAR Lombardia n. 902/2017).
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Studi legali digitali: ecco il futuro della professione forense
Il Politecnico di Milano in una sua recente analisi ha rivelato che nel futuro gli studi legali digitali saranno quelli che lavoreranno di più. E meglio.
Chi tra gli avvocati si è convertito al digitale ha fatto la scelta giusta: secondo uno studio del Politecnico di Milano gli studi legali digitali sono quelli che in futuro lavoreranno di più.
Certo, una riconversione dall’analogico al digitale non è una cosa che si fa dalla sera alla mattina.
Ecco quindi quali sono i 5 passi per gli studi legali digitali del futuro.
Come riporta il Sole24Ore, secondo Claudio Rorato, direttore dell’Osservatorio del Politecnico di Milano occorre procedere per gradi.
In primo luogo, occorre decidere una strategia. Questa consentirà di armonizzare il sistema di lavoro digitale con la clientela e le risorse a propria disposizione.
Il secondo passo è dematerializzare.
In sostanza, occorre eliminare o ridurre il cartaceo, sia in riferimento alla documentazione, che ai processi di lavoro.
Terzo passaggio: passare al cloud. Ergo, salvare e archiviare dati usando applicazioni in remoto. Questo step sarà utile per permettere al professionista e ai suoi collaboratori di lavorare anche mobile e al cliente di gestire i documenti in forma collaborativa con loro.
Il quarto punto è la cosiddetta omnicanalità, finalizzata a scambiare documenti in tempo reale.
Grazie ai canali informatici lo studio e il cliente devono potersi scambiare all’istante dati, documenti e informazioni in tempo reale.
Quinto e ultimo step sarà quello di gestire i dati per creare nuovi servizi. Più saranno le competenze in proprio possesso, più sarà possibile offrire servizi diversificati.
Ciò che conta, insomma, è che anche quando un piccolo studio decide di fare il grande salto nel futuro degli studi legali digitali lo faccia con la consapevolezza necessaria. E, soprattutto, aprendosi a un nuovo modo di lavorare. Più collaborativo, più smart e più comodo anche per il cliente.
FATTURAZIONE ELETTRONICA, IN ARRIVO MODELLO PER CONTABILITÀ DIGITALE
Avvocati, notai e commercialisti si uniscono: nasce triplice associazione
È nata ‘Economisti e Giuristi Insieme’, associazione di avvocati, notai e commercialisti uniti insieme per una migliore rappresentanza
È stata costituita a Roma l’associazione ‘Economisti e giuristi insieme’ che riunisce avvocati, notai e commercialisti. L’accordo è stato siglato tra Consiglio Nazionale Forense, Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili e Consiglio Nazionale del Notariato.
L’associazione tra avvocati, notai e commercialisti sarà un soggetto comune che raccoglie al proprio interno le tre categorie. Il tutto al fine di una rappresentanza più forte e unita.
La triplice “alleanza” era stata già annunciata nei mesi scorsi e ora è realtà.
La nascita di “Economisti e Giuristi insieme” sancisce l’alleanza strategica tra le tre categorie. L’idea è puntare a “rafforzare l’azione coordinata tra le professioni giuridico-economiche che a breve individueranno un pacchetto di temi comuni su cui elaborare proposte da sottoporre alla politica”. Il tutto, “anche in vista dell’ormai prossima tornata elettorale”.
Nel comunicato congiunto diffuso si specificano le intenzioni di Economisti e Giuristi insieme.
All’interno dello statuto si legge che l’associazione opererà a livello nazionale senza fini di lucro.
Inoltre si propone di promuovere “l’interlocuzione con i soggetti istituzionali, la pubblica amministrazione e, in generale, con tutti i soggetti ritenuti strategici al fine di tutelare gli interessi comuni alle professioni rappresentate”.
Ma di cosa si occuperà questa triplice associazione?
Tra le attività principali vi sarà l’approfondimento delle materie economiche e giuridiche di interesse degli associati. Ciò avverrà anche attraverso la predisposizione di studi e documenti.
Inoltre, ci si occuperà della promozione di “iniziative che portino le tre professioni, ciascuna con la sua specificità, a poter operare anche nel contesto della sussidiarietà rispetto alle Pubbliche Amministrazioni, in aderenza alla più recente normativa interna ed ai principi del diritto europeo”.
Secondo il presidente del CNF Andrea Mascherin, con la nascita di un soggetto comune si apre una pagina nuova nella rappresentanza delle professioni.
Un’iniziativa, per Mascherin, che reca “soprattutto il segno di una nuova consapevolezza”. “Il mondo del lavoro autonomo, e delle professioni economico-giuridiche in particolare – ha dichiarato – deve agire per sollecitare la politica a misure di tutela e funzionalità dei nostri settori nell’interesse non solo dei professionisti che rappresentiamo, ma della società e dell’economia dell’intero Paese”.
Chiaro il senso dell’iniziativa, secondo il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Massimo Piani.
Che sottolinea la volontà di “mettere assieme le professioni dell’area economico–giuridica affinché, forti delle affinità che le accomunano e le contraddistinguono all’interno del variegato universo ordinistico, sviluppino idee e proposte condivise per il Paese, oltre che per una più avanzata concezione del loro modo di stare sul mercato professionale”.
Il Consiglio nazionale del notariato, “crede alla sinergia delle professioni regolamentate nel difendere il prezioso ruolo che le stesse svolgono per la crescita del Paese”.
Un passo “per trovare ulteriori sinergie su progetti condivisi con professioni contigue per aree di competenza”.
A dirlo è il presidente Salvatore Lombardo. Questi ha ribadito che si agirà “nel reciproco rispetto delle diverse competenze e specificità di ruolo, al servizio del Paese, della sua semplificazione e sempre maggiore modernizzazione”.
REDDITI DEI PROFESSIONISTI: AI PRIMI POSTI NOTAI E DENTISTI
Contributo integrativo minimo, la Cassa Forense lo abolisce per 5 anni
La Cassa Forense ha stabilito che il contributo integrativo minimo non sarà dovuto nel quinquennio 2018-2022. Attesa l’approvazione dei Ministeri Vigilanti.
Il 29 settembre scorso il Comitato dei Delegati di Cassa Forense ha approvato una delibera attesa da più parti: l’abolizione del pagamento del contributo integrativo minimo per il quinquennio 2018-2022.
Resta comunque dovuto il contributo integrativo nella misura del 4% dell’effettivo volume d’affari dichiarato ai fini IVA e ripetibile nei confronti del cliente.
Ad essere esentati dal pagamento sono tutti gli avvocati che hanno un volume di affari fino a 17.500 euro annui, fatta eccezione per quanti già possono beneficiare dell’esclusione trovandosi nei primi cinque anni di iscrizione alla Cassa.
Attualmente la delibera è in attesa della conferma dei Ministeri Vigilanti.
In questo modo, la Cassa Forense introduce al proprio interno il principio della proporzionalità tra contributi e volume di affari dichiarato. Sebbene per ora il provvedimento abbia una durata di soli cinque anni, c’è la possibilità che diventi un provvedimento definitivo.
Il presidente della Cassa Forense, l’avv. Nunzio Luciano, afferma che la delibera è “in linea coerente con le misure già adottate e con quelle allo studio finalizzate a contenere e a combattere le difficoltà nelle quali, purtroppo, ancora versa molta parte dell’Avvocatura e, segnatamente, quella più giovane”.
Perché il provvedimento di sospensione del pagamento del contributo integrativo minimo diventi effettivo, dunque, bisogna solo attendere l’approvazione dei Ministeri Vigilanti.
L’approvazione dei Ministeri Vigilanti è ovviamente tutto tranne che scontata. Potrebbe essere obiettato, infatti, che la decisione di inserire la novità in una semplice manovra e non in una riforma strutturale della previdenza, che tenga conto di tutte le diverse variabili.
Inoltre, se la delibera diventasse effettiva, vi sarebbero nell’immediato minori entrate per la Cassa.
La temporanea abolizione del contributo integrativo minimo e le conseguenti minori entrate potrebbero compromettere la sostenibilità finanziaria di lungo periodo.
Sicuramente, si tratta di un provvedimento dal grande impatto e notevoli conseguenze sia per i professionisti, che vedrebbero alleggerita la pressione su di loro, che per la gestione della Cassa Forense.
CASSA FORENSE, ALLO STUDIO LA RIDUZIONE DEL CONTRIBUTO MINIMO INTEGRATIVO
CASSA FORENSE, ALLA CAMERA IL DDL CHE ABROGA L’OBBLIGO DI ISCRIZIONE
Avvocati ed ex clienti: cosa prevede il codice deontologico?
Divieti di assunzione degli incarichi e relative sanzioni. Ecco come disciplina il nuovo codice deontologico il rapporto tra avvocati ed ex clienti
L’articolo 68 del nuovo codice deontologico forense, tratta la delicata questione del rapporto che deve essere tenuto tra avvocati ed ex clienti. Come stabilito dal Consilio Nazionale Forense con la sentenza n 52/2014 e la n. 104/2011, sussiste il “divieto di utilizzazione delle notizie acquisite in ragione del mandato conferito all’avvocato costituisce una circostanza ulteriore rispetto al divieto di assunzione di incarichi contro un ex cliente nel biennio dalla cessazione dell’incarico“.
Per non incorrere in sanzioni disciplinari, anche quando faccia trascorrere due anni, l’avvocato non potrà usare le notizie acquisite nel rapporto già esaurito. Inoltre il nuovo incarico deve essere del tutto “estraneo da quello espletato in precedenza”. Chiarite le linee generali, l’articolo 68 entra nel merito dei divieti più specifici. Viene così evidenziato il fatto che se un legale ha assistito congiuntamente “coniugi o conviventi in controversie di natura familiare deve sempre astenersi dal prestare la propria assistenza in favore di uno di essi in controversie successive tra i medesimi”.
Altresì importante nel rapporto tra avvocati ed ex clienti, è che il legate che abbia assistito un minore in controversie famigliari deve poi sempre evitare di acquisire la difesa di uno dei due genitori. In quest’ultimo caso, come nella circostanza in cui un legale abbia assunto incarichi contro ex assistiti prima di un biennio, si va incontro ad una sospensione dell’esercizio dell’attività professionale da due a sei mesi.
La violazione degli altri divieti sanciti dall’articolo 68 del nuovo Codice, comporta invece la sospensione dell’attività professionale da uno fino ad un massimo di tre anni. Il Consiglio Nazionale Forense, pone anche un altro divieto. Con la sentenza n. 80/2015, viene stabilito “l’obbligo di astenersi dal prestare attività professionale quando questa determini un conflitto di interessi configgenti con la controparte che sappia assistita da avvocato che eserciti la professione nei suoi stessi locali”.
DEONTOLOGIA: SANZIONI PER L’AVVOCATO CHE CHIAMA LA COLLEGA SIGNORA
AVVOCATO SENZA MORALE. E’ AMMESSA LA RADIAZIONE DALL’ALBO?

References: sentenza 
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 art. 16
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 art. 16
 art. 3
 art. 1
 Cass. 
 sentenza 
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