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Timestamp: 2017-06-26 20:16:34+00:00

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20 fnesre sula vita di Dante
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20 fnestre sulla vita di Dante
Ebook ISBN 9788852029073
COPERTINA || GIORGIO BELLOTTO
9 Dante predestinato
11 La Firenze di Dante
13 Dante bifronte
16 Malatie e deliqui d’amore 20 La cativa reputazione della famiglia Alighieri
23 La moglie di Dante
26 Dante «combatente a cavallo»
28 Un colpo di Stato 30 Dante vs Bonifacio VIII
33 La condanna a morte
37 La promozione del volgare
39 Dante «pentito»
42 Dante in Lunigiana
45 I primi sete canti dell’Inferno e il «quaderneto» di Boccaccio
48 La Commedia come «instant-book»
50 Dante a Milano
54 Dante a Genova
57 Dante profeta
59 La nostalgia del «bello ovile»
61 L’ultimo viaggio e il Paradiso ritrovato
63 Cronologia della vita di Dante Alighieri
84 Marco Santagata
Trato da Dante – Il romanzo della sua vita di Marco Santagata
Dante predestinato
Dante Alighieri nasce a Firenze nel maggio 1265 soto il segno dei Gemelli.
Di essere nato soto il segno zodiacale dei Gemelli lo dice Dante stesso nel Paradiso. Durante la salita all’Empireo, venutosi a trovare proprio in quella costellazione, prega i Gemelli di aiutarlo nell’ultimo impegnativo trato della sua ascesa e ricorda come il sole fosse congiunto con loro nel momento in cui, per la prima volta, lui aveva respirato l’aria di Toscana: «quand’ io senti’ di prima l’aere tosco». Nell’istante del suo primo re-
spiro, quando gli infussi degli astri agiscono con più forza, quelle «glo-
riose stelle» avevano infuso in lui tuto l’«ingegno» di cui, grande o pic-
colo che sia («qual che si sia»), si sente dotato. Tutavia, benché molte volte si occupi di problemi astrologici, e benché insista sulla particolare «virtù» delle stelle che hanno presieduto alla sua nascita, Dante non specifca mai quale infusso particolare esse abbiano esercitato su di lui. Gli astrologi dell’epoca sostenevano che, se nella «casa» dei Gemelli erano presenti anche Mercurio e Saturno (con-
giunzione che si era verifcata proprio nel 1265), i nati soto il segno erano dotati di eccellenti qualità intelletuali e di particolari capacità di scritura. Può darsi che lo pensasse anche Dante. Di sicuro, al di là delle (non molte) dichiarazioni di modestia, egli era convinto che i Gemelli lo avessero prov-
visto di un notevole ingegno.
Possiamo essere certi, comunque, che se fosse nato soto un altro segno, egli avrebbe ugualmente sostenuto che esso lo aveva benefcato in sommo grado. Della personalità di Dante, infati, l’aspeto più rilevante è il suo sentirsi diverso e predestinato. In ciò che ha visto, fato o deto, si trati della nascita di un amore, della morte della donna amata, della sconfta politica o dell’esilio, lui scorge un segno del destino, l’ombra di una fatalità ineludibile, la traccia di una volontà superiore. È un’idea che ha comin-
ciato a nutrire fn da giovane e che si raforzerà nel tempo fno a sfociare nella convinzione di essere stato investito da Dio della missione profetica di salvare l’umanità. Come non chiedersi, allora, quale immagine di sé desse nella vita di ogni giorno un uomo così egocentrico e così persuaso 10
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della propria eccezionalità e, sopratuto, come gli altri lo giudicassero?
Il ritrato vulgato di un Dante sdegnato, superbo, altezzoso, di un uomo dalle granitiche convinzioni che, per amore di verità, sfda i potenti e paga di persona la sua indefetibile coerenza nasce, ovviamente, dalla Com-
media: sia da ciò che in essa Dante dice di sé («sta come torre ferma, che non crolla / già mai la cima per sofar di venti», «ben tetragono ai colpi di ventura») sia dal ruolo di giudice dell’umanità che in essa si arroga. In efeti ci voleva un’autostima fuori del comune per emetere tante impie-
tose sentenze, lanciare così feroci sarcasmi e pronunciare accuse infamanti nei confronti di persone di rango, molte delle quali, per di più, ancora vi-
venti o delle quali, comunque, erano ancora vivi i direti discendenti. Tale ritrato, però, non corrisponde del tuto alla realtà umana e psicologica di un uomo costreto a barcamenarsi tra fazioni politiche contrapposte, a contemperare i voleri di protetori tra loro spesso divisi e ostili, di un esule senza mezzi materiali alla perenne e infrutuosa ricerca di un luogo che potesse sostituire la patria perduta.
La Firenze in cui Dante ha vissuto fno all’età di trentasei anni non asso-
migliava alla cità che poi sarebbe diventata famosa nel mondo per i suoi monumenti architetonici. Ovviamente, non c’erano né il campanile di Gioto né la cupola di Brunelleschi né i palazzi dell’età medicea, ma non si ergevano ancora neppure Santa Maria Novella e Santa Maria del Fiore. La Firenze di Dante è una cità medievale: un intrico di vie strete, di case di pietra e di legno addossate le une alle altre, un insieme disordinato di abi-
tazioni, fondaci, boteghe e magazzini intervallato qua e là da orti, vigneti e giardini. Le chiese sono numerose, ma di piccole dimensioni; le torri numerosissime e a volte di dimensioni notevoli. I grandi clan familiari le costruiscono in parte per segnalare il loro potere, ma sopratuto a difesa delle case e delle boteghe sotostanti e come postazioni elevate dalle quali colpire in un vasto raggio intorno. Difendersi e minacciare erano opera-
zioni entrambe necessarie in una cità nella quale le rivalità tra privati e gli odi di parte degeneravano in violenze e scontri quasi quotidiani. In-
somma, a disegnare il proflo della cità erano le torri e i campanili, non architeture monumentali, civili o religiose.
Sarà solo verso la fne del secolo che cominceranno i lavori per alcuni grandi progeti architetonici che ancor oggi plasmano l’immagine di Fi-
renze. Nel maggio 1279 i domenicani del convento di Santa Maria Novella pongono solennemente la prima pietra di una chiesa che nelle loro inten-
zioni sarebbe dovuta diventare una delle più grandi d’Italia; nel 1284 è rin-
novata (forse dal grande architeto Arnolfo di Cambio) la vecchia Badia; nell’otobre 1295 i francescani iniziano la costruzione di Santa Croce; l’anno dopo comincia la trasformazione, su progeto di Arnolfo di Cambio, dell’antica ma piccola catedrale di Santa Reparata nell’imponente Santa Maria del Fiore; nel febbraio 1299, sempre su progeto di Arnolfo, pren-
dono il via i lavori del Palazzo dei priori (poi deto della Signoria e, infne, Palazzo Vecchio). Sono imprese la cui realizzazione richiederà anni di la-
voro, alcune addiritura secoli.
Nell’ultimo periodo in cui ha abitato a Firenze, Dante ne ha visto i cantieri, ha passeggiato soto le impalcature. Quei maestosi edifci, però, 12
non hanno fato in tempo a imprimersi nel suo immaginario come nuovi simboli della cità. Nemmeno il duomo di Santa Maria del Fiore, che pure, benché lontano dall’essere completato, già veniva utilizzato (e celebrato come nuova gloria citadina) quando lui viveva ancora a Firenze. Dante non lo nomina mai. Al centro dell’immagine della cità che egli si porta dietro nell’esilio resta il Batistero di San Giovanni. Fino agli inizi del Tre-
cento il suo «bel San Giovanni» era stato non solo l’edifcio più grande e più riccamente decorato di Firenze, ma il tempio citadino per antono-
masia, quello in cui si svolgevano le più signifcative cerimonie liturgiche, in cui il Comune custodiva il carroccio e depositava i trofei di guerra. Nes-
sun’altra costruzione faceva concorrenza a questo simbolo religioso e ci-
vile della cità.
Insomma, la Firenze in cui Dante nasce e trascorre la prima parte della vita non è una cità che si imponga per la grandiosità dei monumenti o lo sfarzo dei palazzi. La sua rivale storica, Pisa, per numero, dimensioni e ricchezza degli edifci (si pensi solo al complesso marmoreo duomo-bat-
tistero) forniva ben altro colpo d’occhio. Firenze, però, non era una cità piccola (intorno al 1280 contava tra i quaranta e cinquantamila abitanti, pertanto era fra le più ragguardevoli in Europa) e, sopratuto, era in piena espansione, mentre Pisa era in declino. Già intorno alla metà del Due-
cento la cerchia di mura che alla fne del secolo precedente aveva sosti-
tuito l’antica cinta romano-bizantina si era rivelata insufciente: al di là del perimetro murario erano sorti monasteri, chiese, borghi di notevole dimensione. E così, a cominciare dal 1285, si procedete a costruire una terza cerchia fortifcata, i cui lavori terminarono solo nel 1333. Essa, alla fne, aveva un perimetro di oto chilometri e mezzo; del resto, a quella data la popolazione era quasi raddoppiata rispeto a quella del 1280.
Dante bifronte
La Firenze di Dante è una cità dinamica. La sospinge uno straordinario sviluppo economico. Il cuore dell’economia forentina è la fnanza. È impressionante il numero delle sue compagnie bancarie e mercantili (le due atività erano quasi sempre congiunte): hanno la loro base in cità, ma operano sull’intero scacchiere europeo e mediterraneo atraverso un sistema di fliali e di alleanze in grado di coprire i mercati più importanti, dalle Fiandre all’Inghilterra, dalla Francia al Regno di Sicilia, al Nord Africa. Il cuore della fnanza forentina è il forino. Questa moneta di ven-
tiquatro carati d’oro, che su una faccia aveva impresso il giglio simbolo della cità e sull’altra l’efgie di Giovanni Batista, suo protetore, fu co-
niata a partire dal novembre 1252 e ben presto si impose come la principale moneta degli scambi internazionali, una sorta di dollaro dell’epoca, che aveva corso perfno tra i Saraceni. Il famoso teologo e predicatore dome-
nicano Remigio dei Girolami arriva a proclamare che il forino era uno dei sete doni concessi a Firenze dalla Provvidenza. Lo sviluppo economico e l’accresciuto ruolo di Firenze come potenza regionale provocano un co-
spicuo fenomeno di inurbamento, alimentato non solo dall’immigrazione di manodopera dal contado, ma anche dall’insediarsi in cità di proprietari terrieri e di detentori di diriti feudali, nonché di artigiani, giudici, avvocati e notai provenienti da altri centri urbani.
Niente di tuto ciò piaceva a Dante. Per lui il forino era un «maladeto fore» sbocciato dalla corruzione. Era il simbolo tangibile del perverti-
mento della società. I nuovi potenti, divenuti tali grazie agli afari, avevano sostituito il guadagno alle virtù civiche e militari delle antiche famiglie magnatizie. La grandezza, la confusione, l’ativismo di una cità nella quale nobili e popolani erano tuti dediti a una qualche occupazione economica suscitano in lui il rimpianto della piccola Firenze di cent’anni prima, della cità che, «dentro da la cerchia antica» delle mura, viveva sobriamente, ma con decoro, pace e pudicizia, e regolava i tempi della giornata lavora-
tiva sul suono delle campane della Badia. I forentini allora si sentivano parte di una comunità ristreta, rispetosa di gerarchie sociali immutabili («fda citadinanza»), ignara degli sconvolgimenti prodoti dall’arrivo dei 14
forestieri del contado («la gente nova») e dai rapidi arricchimenti di fa-
miglie senza passato («i sùbiti guadagni»).
Nessuno, a quei tempi, avrebbe potuto prevedere che i Guidi, i conti per antonomasia, si sarebbero dovuti piegare ad avere residenze in cità, proprio nel vicinato degli Alighieri; ma, peggio ancora, che quelle case poi sarebbero state acquistate dai Cerchi, una famiglia di origini oscure immigrata dalla Val di Sieve. E tanto meno i felici abitanti dell’antico San Pier Maggiore avrebbero immaginato che un giorno nel loro quartiere si sarebbe sparso il «puzzo / del villan d’Aguglion», del giurista Baldo pro-
veniente dal castello di Aguglione in Val di Pesa. Durante l’esilio Dante sarà sferzante nei confronti dei Cerchi e, ancor più, di Baldo d’Aguglione: i suoi giudizi nasceranno dalla delusione, perché lui a Firenze era stato uomo dei Cerchi, e dall’odio personale, perché anche con Baldo, prima che questi diventasse suo nemico, per un breve periodo aveva avuto una qualche consonanza politica. E tutavia Dante, sebbene rispeto agli uma-
nisti alla Petrarca, così brillantemente internazionali e super partes, appaia per caratere e per formazione uomo di municipio, in realtà non fu mai in sintonia con la società forentina, nemmeno quando godeva dei diriti di citadinanza. Ne avversava proprio la modernità, cioè il progresso eco-
nomico e la mobilità sociale. Tra le molte contraddizioni della sua per-
sonalità spicca il modo antitetico nel quale egli valuta le innovazioni a seconda che incidano sulla sfera artistico-culturale o su quella politico-so-
ciale. Dante ritiene, ed è un pensiero del tuto originale, che lo scorrere del tempo abbia un ruolo decisivo nel trasformare i fenomeni culturali: le lingue naturali sono instabili e incessantemente mutevoli; le arti e la leteratura sono anch’esse in movimento: Franco Bolognese supera l’arte di miniare di Oderisi da Gubbio, Gioto soppianta Cimabue, Cavalcanti toglie a Guinizelli la gloria della lingua, il «dolce stil novo» si lascia alle spalle tuta la produzione lirica da Giacomo da Lentini a Guitone d’A-
rezzo e Bonagiunta da Lucca. Ebbene, l’intelletuale che mostra di avere una così acuta percezione della storicità dei fenomeni culturali, quando volge lo sguardo alle dinamiche sociali, economiche e politiche della sua epoca vorrebbe bloccare il corso della storia, anzi, riportare indietro le lan-
cete dell’orologio. Rifuta in blocco gli asseti produtivi basati sulla ma-
nifatura, il commercio e la fnanza, il rimescolamento del tessuto sociale dei Comuni da essi prodoto (la «citadinanza, ch’è or mista»), le nuove 15
forme signorili di governo (che lui chiama «tirannidi»), il deperimento delle giurisdizioni feudali, la centralità della fnanza nei rapporti tra Stati e signorie. Dante considera il dinamismo sociale degenerazione dei costumi e perversione dei valori; la perdita di ruolo e di potere degli antichi ceti do-
minanti, caduta dei pilastri dell’ordine comunitario; la concorrenza aspra tra le cità e l’afermarsi di istituzioni signorili, disordine esiziale per la pacifca convivenza della cristianità. È convinto che la salvezza verrà solo ritornando indietro alla serena e domestica Firenze premercantile, all’e-
poca in cui la cristianità poggiava sull’equilibrio tra i due «soli» (papato e impero), a un asseto sociale gerarchico e stabile imperniato sulla nobiltà feudale. Tornare indietro e bloccare il tempo. Ricostituire un mondo im-
mobile, garantito da un disegno istituzionale immutabile, simile in questo all’eterna corte celeste del Paradiso.
Malatie e deliqui d’amore Dai numerosi accenni a malatie di cui Dante dice di avere soferto sia in età adulta sia da bambino si evince che, almeno nell’infanzia, egli era colpito da crisi che sembrano classifcabili come atacchi epiletici. È possibile che l’ati-
tudine visionaria che egli manifesta in molte sue opere, e in particolare nella Commedia – atitudine che la cultura medievale collocava soto il segno del misticismo –, abbia la sua radice profonda proprio in esperienze patologiche contrassegnate da stati allucinatori come quelle epiletiche?
Da bambino Dante probabilmente aveva qualche problema di salute. Lo deduciamo dagli scriti del Dante maturo. Nessun altro autore medievale parla di malatie da lui soferte con la stessa frequenza con la quale ne parla Dante. A volte ne riferisce diretamente, altre volte, e sono le più, o inse-
risce accenni a episodi morbosi quando parla del rapporto con Beatrice o vi allude atraverso un gioco metaforico che atenua gli aspeti più sco-
pertamente autobiografci e suggerisce una letura degli eventi in chiave simbolica.
Appartiene al primo tipo il racconto di una malatia agli occhi da cui dice di essere stato afeto a causa del troppo studio: a forza di leggere aveva debilitato «gli spiriti visivi» al punto che le stelle gli «pareano tute d’alcuno albore ombrate», e solo «per lunga riposanza in luoghi oscuri e freddi, e con afreddare lo corpo dell’occhio coll’acqua chiara» aveva recuperato il «primo buono stato della vista». Dante lascia intendere di avere soferto di questa malatia nel periodo in cui si dedicava a studi f-
losofci, più precisamente tra il 1293 e il 1295. Sappiamo che egli era un devoto di santa Lucia. Siccome la peculiare devozione a un santo dipende quasi sempre dal tipo di patrocinio che la tradizione gli atribuisce, quella di Dante per Lucia sarà dipesa dal fato che la santa viene invocata, a causa del collegamento tra il suo nome e la luce, come protetrice della vista. La malatia agli occhi (per la quale gli oculisti parlerebbero di astenopia accomodativa) può aiutare a capire perché nel poema a santa Lucia sia atribuito il ruolo importante di intermediaria tra Dante e Beatrice.
Il più delle volte il riferimento alle malatie si situa nel contesto di un 17
discorso amoroso. Nella Vita Nova Dante racconta di essere stato colpito da una «dolorosa infermitade», un accesso febbrile che lo aveva condoto a delirare: «E però, mi giunse uno sì forte smarrimento, che chiusi gli occhi e cominciai a travagliare come farnetica persona». L’episodio, che possiamo ritenere reale, non ha alcuna atinenza con la passione amorosa e nemmeno avrebbe qualche relazione con la vicenda narrata nel libro se Dante non lo utilizzasse per introdurre, soto forma di incubo premoni-
tore, la descrizione della morte di Beatrice. Ad assisterlo nella malatia è una «donna giovane e gentile» a lui «di propinquissima sanguinità congiunta»: una donna legata da stretissima parentela potrebbe essere una sorella. La storia d’amore raccontata nella Vita Nova comincia nel 1283: a quella data la sorella Tana era già maritata ed è presumibile che lo fosse anche l’altra non identifcata sorella che aveva sposato Leone Poggi, dunque la malatia deve risalire ad anni giovanili. Dante la ripesca collo-
candola in epoca posteriore per esigenze narrative, cioè per situare in un contesto credibile la canzone (introdota dal racconto di quella malatia) Donna pietosa e di novella etate, che, a suo dire, nei versi iniziali parlerebbe proprio di quella stessa sorella.
Rientra a pieno nella fenomenologia delle manifestazioni amorose la crisi fsica, quasi uno svenimento, provocata dall’apparire di Beatrice. In occasione di un matrimonio Dante si reca con un amico in una casa dove sono radunate molte donne e lì, ancor prima di averla vista, percepisce f-
sicamente la presenza dell’amata («mi parve sentire uno mirabile tremore incominciare nel mio peto dalla sinistra parte e distendersi di subito per tute le parti del mio corpo»); ma non appena vede Beatrice, dal tremito precipita in uno svenimento («Allora fuoro sì distruti li miei spiriti per la forza che Amore prese veggendosi in tanta propinquitade alla gentilissima donna … Onde lo ingannato amico di buona fede mi prese per la mano, e traendomi fuori della veduta di queste donne mi domandò che io avesse. Allora io riposato alquanto, e resurressiti li morti spiriti miei e li discacciati rivenuti alle loro possessioni, dissi a questo mio amico queste parole: “Io tenni li piedi in quella parte della vita di là dalla quale non si puote ire più per intendimento di ritornare”»).
Anche nelle liriche l’apparizione della donna produce spesso analoghi efeti traumatici: l’epifania dell’amata, in ato o anche solo presentita, pro-
voca nel soggeto (caso unico tra i rimatori del Duecento) un istantaneo 18
smarrimento in cui alla perdita della vista può associarsi quella della co-
scienza. È singolare, però, che una crisi del tuto simile, stando a ciò che Dante racconta, lo abbia colpito già nell’infanzia. È lui stesso, infati, a da-
tare ai suoi primi mesi di vita la crisi psicofsica descrita nella canzone (forse risalente alla prima metà degli anni Novanta) E’ m’incresce di me sì duramente: il giorno della nascita di Beatrice, lui, ancora di pochi mesi («la mia persona pargola»), improvvisamente e istantaneamente («su-
bitamente») aveva perso conoscenza («sì ch’io caddi in terra») colpito da una folgorazione. I sintomi sono gli stessi della crisi di cui è vitima l’innamorato che parla nella cosiddeta canzone «montanina», Amor, da che convien pur ch’io mi doglia, risalente a un’epoca lontana da quella di E’ m’incresce di me (forse al 1307 inoltrato, durante un soggiorno di Dante nel Casentino) e quindi non riferita a Beatrice. Qui il poeta scrive che, ossessionato dal pensiero della sua donna, si reca dove può vederla con lo stesso animo di un condannato che si avvicina al patibolo, e che quando le è davanti, proprio mentre sta cercando qualcuno che gli faccia avere la grazia, dagli occhi di lei parte una folgore improvvisa che gli toglie i sensi e lo lascia «sanza vita». A diferenza della prima, questa canzone si dilunga nel descrivere la risoluzione della crisi, presentata come un «risorgere»: dopo la «percossa» che lo aveva colpito come un «trono» (tuono) il sog-
geto lentamente riprende conoscenza, ma seguita a tremare di paura e la sua faccia resta a lungo pallida e turbata per lo spavento provato.
Ebbene, le crisi psicofsiche e la loro risoluzione qui descrite, crisi che nulla hanno a che vedere con la concezione dell’amore come patologia – il cosiddeto amor hereos (amore eroico) – difusa nella scienza medica del tempo, ma che sono unicamente dantesche, mostrano tuti i sintomi di un atacco apopletico o epiletico. Gli stessi che, in un contesto privo del pur minimo aggancio a tematiche amorose e con il ricorso a termini tecnici della medicina, Dante descrive nel canto XXIV dell’Inferno. Il ladro Vanni Fucci, dopo che il morso di un serpente lo ha istantaneamente polveriz-
zato, riprende altretanto istantaneamente la forma umana. Repentina è stata la caduta e altretanto repentino è il ritorno alla propria forma cor-
porea; più lenti, invece, sono il riaforare della coscienza e il ripristinarsi dell’equilibrio psichico, tanto che Dante, per descrivere il processo, ricorre a questa similitudine:
tuto smarrito de la grande angoscia
ch’elli ha soferta, e guardando sospira:
Verso la fne dell’Otocento la psichiatria lombrosiana aveva diagnosticato che Dante era stato afeto da epilessia. La diagnosi, tranne pochissime eccezioni, non è mai stata recepita dai dantisti. Eppure, la precisione e la partecipazione emotiva con le quali Dante rappresenta quegli atacchi la-
sciano intendere che al testo leterario soggiaccia una forte dose di vissuto. Della malatia sembra aver soferto fn dalla prima infanzia. Nella canzone E’ m’incresce di me scrive di aver atinto il ricordo della folgorazione da cui fu colpito il giorno della nascita di Beatrice dal libro della memoria («secondo che si truova / nel libro della mente che vien meno»): nella «mente» di un bambino di pochi mesi non possono essersi fssati ricordi di alcun genere, e dunque dobbiamo pensare che, se non si trata di una pura invenzione (possibile, ma improbabile), Dante si rifaccia a racconti ascoltati da familiari o da persone che lo accudivano subito dopo la na-
scita.
La cativa reputazione della famiglia Alighieri
Dante cercherà costantemente di nobilitare la sua famiglia, fno al punto di fare del suo trisavolo Cacciaguida un cavaliere di investitura imperiale. In realtà gli Alighieri erano una famiglia di condizione mediocre, dedita ai trafci e ai piccoli commerci. Proprio con il padre di Dante, Alighiero, il loro status sociale, che mai era stato molto elevato, sembra decadere ulteriormente. Alighiero II, il padre di Dante, ha una cativa reputazione: su di lui gravano sospeti anche infamanti, sopratuto quello di avere esercitato l’usura. A suscitarli, però, non sono né documenti d’archivio né maldicenze di con-
temporanei, ma, sebbene diretamente, è proprio suo fglio Dante. Mi ri-
ferisco a uno scambio di soneti (una tenzone) avvenuto all’inizio degli anni Novanta tra Dante e l’amico un po’ più anziano Forese Donati, deto Bicci. Forese, morto nel 1296, appartiene a una delle famiglie più impor-
tanti della cità: è fratello di Corso e di Piccarda, e quindi lontano parente di Gemma, la moglie di Dante.
Lo scambio tra i due avviene in forma di tenzone. La poesia lirica me-
dievale è prevalentemente dialogica, tende a rivolgere il discorso a un in-
terlocutore, storico o ftizio, esplicito o implicito. Non per caso, dunque, la tenzone è uno dei generi più praticati. Un poeta invia a un collega, o a un gruppo di colleghi, una poesia (in Italia quasi sempre un soneto) nella quale pone un quesito e sollecita una risposta. Colui che riceve il testo (o coloro che lo ricevono) risponde (o rispondono) con un’altra poesia, che il più delle volte riprende, nello stesso ordine, le rime della proposta; chi ha dato inizio alla tenzone può replicare a sua volta, con ciò provocando spesso un’ulteriore risposta del corrispondente (o dei corrispondenti). Anche Dante frequenta largamente il genere della tenzone, però quella con Forese si diferenzia dalle altre perché è una tenzone di vituperio. È composta di sei soneti (tre di Dante e tre di Forese) nei quali i due si rivolgono insulti e pesanti allusioni alla loro vita privata e ai loro familiari più streti. Tenzoni di questo tipo erano frequenti nel mondo dei giullari e dei trovatori provenzali: si tratava, in efeti, di scontri ftizi, scherzosi, costellati di ingiurie che dovevano suscitare il riso del pubblico al quale 21
i contendenti recitavano i loro testi. Mancano quasi del tuto, invece, in Italia. Anche questa tra Dante e Forese dev’essere considerata uno scherzo leterario, un gioco, ma uno scherzo che, a un certo punto, sembra degene-
rare. Dico «sembra» perché le allusioni a fati della vita privata e a certe consuetudini e modi di dire forentini a noi oggi sconosciuti ci impedi-
scono di interpretare con sicurezza una grande porzione della letera dei soneti.
Comincia Dante (Chi udisse tossir la malfatata), prima facendo del sarcasmo sulla poca virilità di Forese e poi insistendo sulla sua povertà (condizione infamante nel Medioevo); Forese risponde (L’altranote mi venn’una gran tosse) ammetendo di essere povero, ma che Alighiero, il padre di Dante, era più povero di lui, tanto da essere sepolto in una fossa comune in terra sconsacrata, sorte che, sappiamo, toccava non solo agli eretici e agli usurai, ma anche a chi non poteva permetersi la spesa per una tomba. Comunque, l’informazione non va presa alla letera, è un trato iperbolico in funzione del gioco infamante in ato tra i due. Dante allora sposta il tiro (Ben ti faranno il nodo Salamone): accusa Forese di essere talmente goloso e ghiotone (accusa grave a quei tempi) da rischiare la prigione (si ricordi che nel Purgatorio Forese sarà collocato proprio nella cornice dei golosi); Forese ribate (Va rivesti San Gal prima che dichi) che Dante mangia a spese altrui, che si è spinto fno a rubare agli istituti di ca-
rità e che rischia di fnire non in prigione, ma in un ospedale per i poveri. A questo punto Dante insinua (Bicci novel, fgliuol di non so cui) che Fo-
rese sia fglio di nessuno e che per soddisfare il vizio della gola, come tuti sanno, rubi; la replica è sanguinosa (Ben so che fosti fgliuol d’Allaghieri): meglio essere fgli di nessuno piutosto che dell’«Allaghieri», un padre da cui Dante ha ereditato la viltà, tanto da lasciare invendicata un’ofesa che lui aveva ricevuto, anzi, da essersi subito afretato a far pace.
Le accuse che i due si scambiano rientrano tute, senza eccezioni, nel repertorio di ingiurie a cui atingono le tenzoni infamanti e di vituperio: sono elementi di un gioco leterario impostato su motivi ricorrenti e perciò da non leggere in chiave diretamente biografca. Non possiamo assumere per vere le insinuazioni relative all’indigenza estrema e alla poca nobiltà d’animo di Alighiero II; esse, infati, sono da metere sullo stesso piano di quelle, palesemente eccessive, che colpiscono Dante stesso. A rendere interessante un simile scambio non è la fondatezza degli improperi, ma il 22
fato che, pur in un contesto di gioco da taverna o da lieta brigata, le male-
vole notazioni di Forese su Dante, sul padre e, più in generale, sulla fami-
glia Alighieri contrastano in modo neto con l’immagine di quella famiglia abbozzata dalle opere di Dante. Contrasto accentuato ulteriormente dalla circostanza che, mentre Dante nei suoi scriti parla delle generazioni pas-
sate, la tenzone si riferisce agli Alighieri viventi o da poco defunti. Da una parte, abbiamo Cacciaguida, imparentato con i nobilissimi Elisei, crociato e cavaliere di investitura imperiale, e Alighiero I, il quale sconta in Purga-
torio il peccato di superbia, che, come si è deto, è peccato nobiliare per eccellenza; dall’altra parte, abbiamo un Alighiero II miserabile economi-
camente e moralmente, un Dante a cui si apre la strada dell’ospizio dei poveri, che non esita a rubare ad altri poveri e che si ritrae per viltà dal do-
vere di vendicare l’ofesa subita dal padre. Il contrasto non potrebbe essere più neto. A un passato connotato di nobiltà d’animo e di sangue si con-
trappone un presente meschino e ignobile. Beninteso, sono due immagini entrambe deformate: la prima, dalla tensione utopistico-regressiva, sor-
reta da un’altretanto utopistica voglia di riscato e di autonobilitazione; la seconda, dal crescendo imposto dal bota e risposta ingiurioso. E però le due immagini misurano, anche se per eccesso, quella distanza tra ideale e reale che le ricostruzioni un po’ mitiche di Dante cercano ostinatamente di annullare.
Nella seconda metà del Duecento era normale che un bambino e ancor più una bambina in tenera età fossero dalle loro famiglie legati in una promessa matri-
moniale vincolante. La necessità di premunirsi contro i rischi della turbolenta e spesso sanguinosa lota politica citadina spingeva i forentini a contrarre alle-
anze matrimoniali tra famiglie politicamente avversarie. Dante è ancora un bambino e già il padre Alighiero o, meglio, i parenti più prossimi dopo la sua morte, pensano ad accasarlo. Alla fne la scelta cade su Gemma, una ragazzina, coetanea o forse di alcuni anni più giovane di Dante, della potente famiglia dei Donati, essi pure residenti in San Pier Maggiore. Anche in questo caso, essendo gli Alighieri legati ai Cerchi, non saranno mancate, accanto a quelle economiche (la famiglia della promessa sposa possedeva a Pagnolle terreni contigui a quelli degli Alighieri), mo-
tivazioni politiche.
Gemma era imparentata, anche se alla lontana (è cugina di terzo grado), con Corso, Forese e Piccarda, cioè con il ramo dei Donati che nei decenni successivi avrebbe guidato la fazione guelfa vincitrice, ma anche i suoi ge-
nitori vantavano un lignaggio prestigioso. Maneto, il padre, era fglio, in-
fati, di Ubertino Donati e di una fglia di Bellincione Berti. Dante ha una grande considerazione della nobiltà di Ubertino, tanto che nel Paradiso, proprio per meterla in rilievo, dirà che questi aveva disapprovato il fato che il suocero Bellincione avesse concesso in moglie un’altra sua fglia a un membro dell’arrogante, ma di «picciola gente», famiglia degli Adimari.
Anche presumendo che Dante, come suo solito, accentuasse il caratere aristocratico della famiglia della moglie, resta comunque che per gli Ali-
ghieri si tratava di un matrimonio prestigioso. Tanto più che Maneto, che nel 1280 era stato tra i garanti della cosiddeta pace del cardinale Latino, negli anni successivi, cioè dopo il fdanzamento di Dante con Gemma, sarebbe stato creato cavaliere. Le tratative prematrimoniali sfociarono in un ato, sotoscrito davanti a un notaio il 9 febbraio 1277 (Dante aveva dodici anni), con il quale Gemma veniva promessa a Dante ed era fssato l’ammontare della dote. Purtroppo quell’ato non ci è pervenuto, e quindi 24
non siamo in grado di stabilire chi agisse per conto di Dante, se il padre Alighiero o un tutore. In efeti, Alighiero II avrebbe potuto già essere de-
funto, e quindi a condurre la tratativa potrebbe essere stato il tutore degli orfani. Allearsi con i Donati era socialmente prestigioso, ma assai poco vantaggioso dal punto di vista economico. La dote di Gemma, infati, am-
montava solamente a 200 forini piccoli. Le doti erano calcolate in propor-
zione al patrimonio del futuro sposo, e questo perché quel patrimonio ne garantiva la restituzione in caso di morte del marito. La cifra modestissima della dote di Gemma conferma che le sostanze di Alighiero II (o meglio, da lui lasciate in eredità) nella seconda metà degli anni Setanta non erano rilevanti. In pratica, Gemma portava in dote solo un nome prestigioso. Sembra poco probabile che un piccolo prestatore come Alighiero II, bi-
sognoso di liquido per la sua professione, abbia pensato a un simile matri-
monio: nei suoi interessi e nella sua mentalità sarebbe rientrato piutosto un contrato con una donna meno nobile ma di maggior sostanza econo-
mica. Più atento al nome che ai forini, invece, avrebbe potuto essere uno come Durante degli Abati, al quale magari avrebbe fato comodo allearsi, seppure alla lontana, con i Donati. Il matrimonio – lo vedremo – sarà celebrato più tardi, si pensa tra il 1283 e il 1285.
Si è molto discusso tra i dantisti se fu un matrimonio felice. La discus-
sione è stata innescata da Boccaccio, che nel Tratatello dipinge un ritrato impietoso di Gemma. A suo dire, i parenti avevano convinto Dante a spo-
sarsi perché si consolasse della morte di Beatrice – il che è palesemente fantasioso – e fecero un grande sbaglio. Quel legame gli procurò solo noie e pene, perché questo, sostiene Boccaccio, è il destino che tocca a tuti gli uomini di ingegno, i «flosofanti», che si adatano al matrimonio: chi lo ha provato sa «quanti dolori nascondano le camere, li quali di fuori, da chi non ha occhi la cui perspicacia trapassi le mura, sono reputati dileti». L’unico elemento che egli porta a favore della sua requisitoria sarebbe la circostanza (peraltro tuta da dimostrare, anzi, da ritenere priva di fon-
damento) che, dopo l’esilio, i due non si sarebbero mai più incontrati. In assenza di qualunque indizio non possiamo che astenerci dal giudicare la vita matrimoniale di Dante. Va deto, comunque, che i contrasti fra i coniugi, se mai vi furono, non dovetero essere particolarmente gravi. Lo lascia supporre il fato che tra Dante e il padre e i fratelli di Gemma corsero 25
sempre buoni rapporti. Per esempio, Maneto Donati fu più volte malle-
vadore di prestiti concessi a Dante negli anni Novanta, e anche per cifre ragguardevoli: come si dirà anche più avanti, nel dicembre 1297, insieme ad altri, garantì un debito contrato da Dante e dal fratello Francesco per la notevole somma di 480 forini d’oro. E anche dopo l’esilio non si ha sentore di contrasti tra i coniugi. E poi, è un fato che Dante, nonostante lo scontro politico con Corso, nella Commedia trata con riguardo, per non dire con favore, la famiglia Donati.
Dante «combatente a cavallo»
Fin da giovane Dante persegue uno stile di vita di tipo nobiliare: unico in tuta la storia della sua famiglia, non svolge alcuna professione; non partecipa alla vita politica; gioca le sue carte sul piano della cultura e dell’atività leteraria, setori questi poco fequentati nella mercantile Firenze.
Fino ai trent’anni Dante si tiene lontano dalla politica, ma non si sotrae ai doveri di citadino. Fra questi c’è quello di prestare servizio in guerra. Alcuni ritengono che la sua esperienza militare sia durata per tuto il corso delle guerre aretino-pisane, vale a dire dall’assedio di Poggio Santa Ce-
cilia (1286) fno a Campaldino e Caprona (1289). In efeti, nei suoi scriti Dante dissemina riferimenti a luoghi, fati e persone riportabili a quelle campagne di guerra. Nella Commedia ricorda con irrisione a un certo Lano senese, caduto nell’agguato di Pieve al Toppo, che le sue gambe «non furo accorte», cioè abili a scamparlo, «a le giostre dal Toppo»; al territorio aretino rimandano le manovre di cavalleria descrite (sembrerebbe per averle viste di persona) in apertura del canto XXII dell’Inferno: «Io vidi già cavalier muover campo, / e cominciare stormo e far lor mostra, / e talvolta partir per loro scampo; / corridor vidi per la terra vostra, / o Aretini, e vidi gir gualdane». Niente, però, ci assicura che Dante fosse in armi a Santa Cecilia o avesse fato scorrerie nell’Aretino.
È certo, invece, che l’11 giugno 1289 Dante era a Campaldino. Nel Pur-
gatorio racconterà, forse riferendo un’ipotesi allora circolata, che il corpo mai ritrovato del ghibellino Buonconte di Guido da Montefeltro, morto nella bataglia, era stato trascinato fno all’Arno dalle acque del torrente Archiano ingrossate da un temporale noturno; subito prima, nello stesso canto, comparirà Iacopo del Cassero – ucciso dai sicari degli Este a Oriago, sulla strada tra Padova e Venezia –, un altro che aveva partecipato alla bat-
taglia al comando di un contingente di Fano schierato con i forentini. Le-
onardo Bruni cita, in traduzione, alcune righe di un’epistola perduta nelle quali Dante scrive di essersi trovato tra i combatenti a cavallo nella bat-
taglia di Campaldino, «ove ebbe temenza molta et nella fne grandissima allegrezza per li varii casi di quella bataglia». Della bataglia «disegna la 27
forma», cioè i «varii casi»: dalla rota subita dalla prima schiera in cui lui si trovava fno alla vitoria otenuta proprio grazie a quella precipitosa ritirata, che aveva avuto l’efeto di compatare le forze equestri e pedestri forentine e, per contro, di allontanare dalla propria fanteria la cavalleria aretina inseguitrice.
Dante, dunque, apparteneva al reparto dei feditori, ai quali toccava l’onere del primo assalto. I feditori, ossia i cavalieri armati alla leggera, erano un corpo ambito, tanto è vero che ne facevano parte molti nobili e magnati. In quell’occasione il compito di selezionare i feditori del sestiere di San Pier Maggiore era stato afdato a Vieri dei Cerchi, il capo della famiglia a cui gli Alighieri erano politicamente vicini. Sembrerebbe che nell’epistola perduta Dante avesse sotolineato il proprio comportamento valoroso, tutavia il suo nome non fgura tra quelli che furono indennizzati per essersi particolarmente esposti durante il combatimento.
È altretanto sicuro che, meno di due mesi dopo Campaldino, il 6 agosto, Dante è soto le mura di Caprona, a poca distanza da Pisa. Vede con i suoi occhi i fanti pisani uscire impauriti dal castello dopo avere pat-
teggiato la resa («così vid’ ïo già temer li fanti / ch’uscivan pateggiati di Caprona, / veggendo sé tra nemici cotanti»). A quei fanti le truppe fo-
rentine non fecero alcun male, ma Guido da Montefeltro, comandante dei pisani, li accusò di tradimento per essersi arresi senza combatere dopo soli tre giorni di assedio. Alcuni giorni dopo, Dante avrà seguito l’esercito che si spingeva fno a Cisanello, a meno di tre chilometri dalle mura di Pisa. I forentini, però, come si è deto, non assalirono la cità: dopo poco se ne tornarono in patria senza aver otenuto alcun successo signifcativo.
Quell’esperienza bellica diede a Dante l’occasione di compiere i suoi primi viaggi signifcativi in Toscana. Fu allora che, per la prima volta, visitò luoghi come il Casentino e la valle dell’Arno che gli sarebbero diventati familiari molti anni più tardi, quando vi soggiornerà da esule.
Un colpo di Stato Nel 1295 Dante entra nell’agone politico. I Guelf di Firenze, sconfti defnitiva-
mente i Ghibellini, sono divisi in due fazioni facenti capo alle famiglie dei Cerchi e dei Donati. I primi prenderanno il nome di Bianchi, i secondi di Neri. Dante è schierato con i Bianchi. Lo scontro tra le due parti si fa sempre più duro con il passare degli anni fno a sfociare in una vera e propria guerra intestina fa il 1300 (anno in cui Dante è priore) e il 1301. I Neri sono sostenuti dal papa Boni-
facio VIII, il quale agisce di conserva con il re di Francia. Questi invia suo fatello Carlo di Valois alla testa di una spedizione militare. Grazie alle truppe fan-
cesi, nell’autunno del 1301 i Neri occupano Firenze con un vero e proprio colpo di Stato.
Nel giugno 1301 Carlo di Valois comincia la sua marcia di avvicinamento all’Italia. Viaggia con la moglie incinta (che in otobre partorirà a Siena) e uno scarso seguito di armati, non più di 500 cavalieri. In luglio è a Torino e poi a Milano, governata dai Visconti; a fne mese transita per Modena (ac-
colto dagli Este, nemici dei bolognesi) e arriva a Bologna. I bolognesi, legati da un tratato con i Bianchi di Firenze e resi difdenti dall’incontro con gli Este di pochi giorni prima, non si mostrano particolarmente calorosi. Carlo supera l’Appennino per i valichi pistoiesi, si tiene a distanza da Pistoia, in mano ai Bianchi, atraversa il territorio forentino e quindi, in agosto, fa tappa a Siena, Orvieto e Viterbo. Il 2 setembre giunge ad Anagni, la cità natale nella quale Bonifacio VIII soggiorna durante l’estate. Qui il papa lo nomina capitano generale degli Stati della Chiesa, paciere di Toscana e retore di Romagna. Adesso il Valois ha tuti i titoli per compiere la sua missione, consistente, come appare senz’ombra di dubbio, nel rovesciare il governo «bianco» di Firenze. Già il 19 di quel mese riparte dirigendosi verso nord. La sua prima tappa, non a caso, è Castel della Pieve (4 otobre), il luogo dove si trovano al confno gli esponenti Neri banditi al tempo del priorato di Dante e dove soggiorna Corso Donati. Durante questa tappa, alle sue forze si uniscono quelle dei Donateschi esiliati. Il 16 sosta a Siena.
Di fronte all’approssimarsi del pericolo i Bianchi forentini seguono una linea politica confusa e priva di fermezza. Si aggiunga che, siccome 29
nessuna delle cità guelfe della Toscana si schiera con loro, possono con-
tare solo sull’alleata Bologna. Le loro speranze sono riposte nelle tratative che cercano di instaurare con il Valois e con il papa. Come segno disten-
sivo anticipano di una setimana l’elezione dei nuovi priori (il 7 otobre anziché il 15); non solo, eleggono un Collegio formato da persone non apertamente schierate con i Cerchieschi. Uno dei nuovi priori è Dino Compagni, il quale, commentando i messaggi che i neoeleti manda-
vano ai concitadini, scriverà: «Demo loro intendimento di tratare pace, quando convenìa arrotare i ferri». Forse qualche giorno prima di queste elezioni era partita per Roma una ambasceria forentina. La documentazione è incerta e lacunosa. Si trat-
tava, in realtà, di una ambasceria mista, forentino-bolognese. Sappiamo che i bolognesi l’avevano approvata l’11 otobre, e che i loro ambasciatori erano partiti il 15. Del gruppo forentino faceva parte anche Dante. Furono ricevuti da Bonifacio a Roma, in Laterano (e non ad Anagni, come molti afermano), forse poco dopo il 20 otobre. Il papa, in sostanza, chiese ai legati forentini che i governanti della cità si sotometessero, e rimandò immediatamente a Firenze due di loro, Guido Ubaldini da Signa, deto il Corazza, e Maso di Ruggerino Minerbeti, perché riferissero la sua ri-
chiesta. È probabile che Bonifacio cercasse di arrivare a una soluzione a lui favorevole senza dover ricorrere all’intervento del Valois, senza cioè dover contrarre debiti con la corona di Francia. Ma ormai era tardi per la soluzione diplomatica.
Il Valois è vicino alle mura di Firenze, dove chiede di entrare come pa-
cifcatore. In cità regna una grande confusione: molti Bianchi cominciano a schierarsi con l’altra parte, i priori sono incerti sul da farsi: non se la sen-
tono di decidere da soli e si consultano con un gran numero di organismi, comprese le corporazioni. Alla fne viene deciso di accogliere la richiesta, e così il Valois, il 1º novembre, entra in Firenze ricevuto con tuti gli onori. L’avergli aperto le porte è stato l’errore più grande commesso da Vieri e dagli altri capi della parte «bianca». Le forze armate a disposizione del francese sarebbero state del tuto insufcienti per un atacco a una cità grande e munita come Firenze. La «bianca» Pistoia respingerà analoga richiesta, e i Neri, per vincere la sua resistenza, dovranno impegnarsi in una guerra che si concluderà solamente cinque anni dopo.
Dante vs Bonifacio VIII
I letori della Commedia si fanno una pessima idea di Bonifacio VIII. Dante è feroce con i suoi nemici, e siccome egli considera Bonifacio il suo nemico peggiore, la difamazione nei suoi confronti è sistematica.
Il cardinale Benedeto Caetani fu eleto papa a Napoli, il 24 dicembre 1294, con il nome di Bonifacio VIII, e incoronato a Roma un mese dopo, il 23 gennaio. Succedeva a Celestino V, l’eremita Pietro del Morrone – uomo di vita santa, appoggiato dagli «spirituali» francescani e dalle correnti ri-
formiste della Chiesa, ma inesperto di problemi ecclesiastici e internazio-
nali e sostanzialmente manovrato dal re di Napoli Carlo II d’Angiò – che si era dimesso dopo pochi mesi di pontifcato (5 luglio – 13 dicembre 1294). Il cardinale Caetani, consultato come esperto di dirito canonico, aveva giudicato ammissibili e valide le sue dimissioni. Un parere, questo, che pe-
serà sul suo intero pontifcato. I suoi molti nemici, in particolare gli «spi-
rituali» francescani, i Colonna e il re di Francia, sosterranno che egli aveva indoto Celestino alle dimissioni per potergli succedere, e pertanto che la sua elezione doveva essere considerata illegitima. La questione della legitimità lo perseguiterà fno alla morte (e anche dopo). È vero, però, che Bonifacio, dopo la sua elezione a papa, fece arrestare e poi tenne segregato Celestino (e a procedere alla sua catura, nel febbraio 1295, fu quel Carlo Martello che Dante aveva conosciuto alcuni mesi prima a Firenze), ma a ciò fu indoto, oltre che dal timore di un ripensamento da parte di Cele-
stino, anche dalla considerazione che, in ogni caso, la presenza di due papi tra i fedeli poteva creare molto sconcerto.
La fgura di Bonifacio VIII è controversa. In lui la profonda persua-
sione che alla Chiesa e al papato sia afdato il compito di guida universale dell’umanità convive con più mondani progeti di espansione territoriale, sia del papato sia della sua famiglia. La lota senza quartiere ai Colonna e la guerra contro gli Aldobrandeschi sono motivate sopratuto da ragioni di politica familiare; l’ingerenza nella vita interna di Firenze si colloca, forse, in un disegno di acquisizione della Toscana al dominio della Chiesa. Più di ogni altra cosa, a caraterizzare il suo pontifcato è una concezione teo-
cratica, proclamata e messa in ato con grande energia, secondo la quale 31
il papa è al di sopra dei re e dei regni, e perciò deve avere la preminenza e il dominio su tuta la terra e su ogni anima. Da questo punto di vista Bo-
nifacio può essere considerato l’ultimo grande pontefce medievale, sulla linea dei papi che avevano combatuto contro gli imperatori germanici per afermare la superiorità della sfera spirituale su quella temporale. Adesso, però, il potere temporale da sotometere non è quello dell’imperatore, ma quello delle nuove monarchie. Lo scontro divampa con il re di Francia. Filippo il Bello, con il quale Bonifacio ha intratenuto rapporti altalenanti, fnisce per reagire duramente alle sue pretese teocratiche. Si sviluppa così un atacco violento e continuo, che durerà anche dopo la sua morte (un interminabile processo postumo – si concluderà nel 1311 senza, però, arri-
vare a una condanna – sarà messo in ato da Filippo il Bello e Clemente V), mirato a provare l’illegitimità della sua elezione e a infamarlo personal-
mente con accuse di eresia, sodomia e, perfno, di pratiche demoniache. Lo scontro culmina con l’assalto al palazzo papale di Anagni e la tempo-
ranea catura del papa da parte dell’inviato francese Guglielmo di Nogaret e di Sciarra Colonna, che vendica così la persecuzione della sua famiglia (7 setembre 1303). Che in quell’occasione il papa sia stato schiafeggiato dal Colonna è probabilmente una leggenda. Bonifacio, comunque, non resse all’oltraggio e morì poco più di un mese dopo (11 otobre). Mentre i suoi predecessori avevano vinto la lunga contesa con gli Hohenstaufen, Bonifacio VIII perse quella con la monarchia francese. Fu una sconfta gravida di conseguenze per la storia della Chiesa e dell’Europa. Dopo la breve parentesi del pontifcato del trevigiano Niccolò di Boccasio (Bene-
deto XI, otobre 1303 – aprile 1304), con l’elezione di Bertrand de Got (Clemente V) comincia una lunga serie di papi francesi pesantemente condizionati dal re di Francia, tanto che la sede papale fnirà per essere trasferita ad Avignone, dove resterà fno al 1377.
Dante, dicevo, considera Bonifacio VIII il peggiore dei suoi nemici. L’odio che nutre nei suoi confronti è tale da spingerlo a preconizzargli l’inferno quando (stando alla fnzione della Commedia) è ancora in vita: è papa Niccolò III (il papa Orsini con il quale il cardinale Caetani era stato in streta relazione), immerso a testa in giù in uno dei fori nei quali sono confccati i simoniaci, a scambiare la voce di Dante pellegrino che gli chiede di parlare per quella di colui che dovrà prendere il suo posto: «Sè tu già costì rito, / sè tu già costì rito, Bonifazio?». Dante non perdona 32
al papa di avere agito copertamente, in modo farisaico («Lo principe d’i novi Farisei»), a favore della parte donatesca: questa, profetizza Ciacco, prevarrà grazie all’appoggio «di tal che testé piaggia», di uno che adesso, nel 1300, fnge di essere imparziale. A volte sembra interpretare la vicenda forentina come uno scontro personale tra lui e il papa, tanto da spingersi ad afermare, per bocca di Cacciaguida, che la sua cacciata dalla patria già si sta preparando nel 1300, e ben presto sarà messa in ato, in quella curia romana dove ogni giorno si fa mercato di Cristo: «Questo si vuole e questo già si cerca, / e tosto verrà fato a chi ciò pensa [Bonifacio] / là dove Cristo tuto dì si merca». Bonifacio, che non si fa scrupolo di indire una crociata nel cuore della Chiesa («presso a Laterano»), ha trasformato la tomba di Pietro in una «cloaca», una fogna di sangue e miasmi («cloaca / del sangue e de la puzza»). Quella che Dante fa pronunciare a san Pietro è forse la più violenta invetiva che mai sia stata scagliata contro un papa: indegno della catedra di Pietro al punto che questa, al cospeto di Cristo, può essere considerata vacante: «Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, / il luogo mio, il luogo mio che vaca / ne la presenza del Figliuol di Dio». Benché sembri dare credito alle accuse di avere ingannato Celestino con i suoi consigli giuridici («non temesti tòrre a ’nganno / la bella donna [la Chiesa], e poi di farne strazio»), Dante mai pone in dubbio la sua le-
gitimità di pontefce. L’oltraggio di Anagni rinnovella nella persona del suo vicario la passione di Cristo: «veggio in Alagna intrar lo fordaliso, / e nel vicario suo Cristo esser cato. / Veggiolo un’altra volta esser de-
riso; / veggio rinovellar l’aceto e ’l fele, / e tra vivi ladroni esser anciso». Rancore personale, odio politico e disprezzo morale non bastano perché un cristiano dalla fede così salda come Dante deroghi dalla più rigorosa ortodossia. In ciò non è solo: anche Iacopone da Todi – il più famoso lau-
dista del Duecento, dopo Dante il poeta più leto nei due secoli successivi –, che per essersi schierato con i Colonna fu fato prigioniero durante la presa di Palestrina (estate 1299) e detenuto in condizioni penose fn dopo la morte di Bonifacio, nei suoi versi lo atacca con rara virulenza («Luci-
fero novello a sedere en papato»), senza mai meterne in dubbio, però, la legitimità di successore di Pietro. E anche uno dei grandi ispiratori del movimento «spirituale», Pietro di Giovanni Olivi, prese più volte posi-
zione, in contrasto con i fratelli francescani, a favore della validità delle dimissioni di Celestino.
Sappiamo che Dante faceva parte dell’ambasceria inviata a Bonifacio VIII, ma ignoriamo per quanto tempo si sia tratenuto a Roma e quali siano stati i suoi spostamenti successivi. Quasi sicuramente si trovava ancora a Roma al momento del colpo di Stato dei primi di novembre; Leonardo Bruni riferisce che Dante, partito da Roma, a Siena era venuto a sapere che la situazione di Firenze era irreparabile, e che perciò avrebbe deciso di riunirsi con i compagni di partito che nel fratempo avevano lasciato la cità e insieme a loro si sarebbe incontrato a Gargonza con i rappresentanti degli antichi Ghibellini fuorusciti. Bruni condensa in poche righe avveni-
menti che si sono svolti nello spazio di tre o quatro mesi, e ciò diminuisce la credibilità del suo racconto. In particolare, riesce difcile pensare che Dante, in un frangente così delicato e pieno di pericoli per i familiari, non abbia fato ritorno in cità. Non è del tuto vero, infati, che nel novembre egli non potesse vedere «alcun riparo»: i Neri avevano, sì, preso il con-
trollo della cità, ma la partita non era completamente chiusa. I Bianchi erano numericamente superiori, controllavano Pistoia, e i loro massimi dirigenti si trovavano ancora a Firenze. Ma sopratuto, anche se i Donate-
schi sembravano agire di conserva con il Valois, non era afato deto che essi fossero in tuto e per tuto in sintonia con Bonifacio VIII. Agli inizi di dicembre questi invia di nuovo a Firenze il legato Mateo d’Acquasparta con l’incarico di favorire una conciliazione tra le parti. Per circa un mese il cardinale cerca di convincere i Neri vincitori a condividere alcune cariche pubbliche con i Bianchi e si adopera per stringere pati di pace tra famiglie nemiche. Riesce perfno a coinvolgere Cerchi e Donati, e forse avrebbe raggiunto lo scopo se un fato di sangue – l’uccisione di un fglio di Corso di nome Simone durante il suo tentativo, riuscito, di uccidere l’odiato zio Niccolò dei Cerchi – non fosse intervenuto a togliere ogni speranza di ri-
conciliazione. Nello stesso mese tenta anche, ma invano, di aggiustare le cose a Pistoia facendo rientrare i Neri banditi. Insomma, la situazione di Firenze rimane, se non proprio aperta, suscetibile di sviluppi non cata-
strofci almeno fno alla fne dell’anno o ai primi giorni del successivo. È quasi certo che tra novembre e dicembre 1301 molti Bianchi, sentendosi 34
minacciati, abbandonarono la cità, ma è difcile pensare che si fosse creato un forte fusso di fuorusciti ai quali Dante potesse aggregarsi. Di si-
curo, non è in questo periodo che i Bianchi autoesiliatisi possono pensare di accordarsi con i Ghibellini. La situazione cambia a cavallo dell’anno: i Neri metono in moto la macchina giudiziaria. Le prime sentenze sono del 18 gennaio 1302 e, come quelle che seguiranno, condannano imputati contumaci. Dunque l’esodo delle persone più esposte deve essere cominciato da un po’ di tempo. Dante, come ex priore, era tra quelli esposti, e pertanto è probabile che lui pure possa aver lasciato la cità tra la fne del 1301 e l’inizio del 1302. La campagna giudiziaria orchestrata da Cante dei Gabrielli colpisce i di-
rigenti «bianchi» che avevano occupato cariche pubbliche (e quindi non tocca i veri capi della Parte, come Vieri dei Cerchi, che in quanto magnati erano esclusi dalle magistrature più importanti).
Il 18 gennaio due distinte sentenze condannano, la prima, per barateria, illeciti arricchimenti ed estorsioni, tre ex priori; la seconda, Andrea Filippi dei Gherardini, che era stato il capitano forentino a Pistoia e il massimo responsabile della persecuzione dei Neri di quella cità (e perciò deto Cacciaguelf). Barateria e azioni contro i Neri pistoiesi saranno il Leit-
motiv di tute le sentenze che si succederanno fno alla metà di marzo. Il 27 gennaio, nello stesso giorno, una prima sentenza condanna un ex priore, Gherardino Diodati, per barateria, e una seconda Palmiero degli Altoviti, Dante Alighieri, Lippo di Rinuccio Becca e Orlanduccio di Orlando, tuti ex priori (Lippo aveva fato parte della missione che aveva scoperto gli agenti degli Spini presso la curia romana). I capi d’imputazione sono: ba-
rateria, illeciti arricchimenti ed estorsione; avere approvato stanziamenti contro il Sommo Pontefce e contro Carlo di Valois per impedirne la ve-
nuta; aver operato per dividere Pistoia in parti e per espellere i Neri.
Gli imputati sono condannati in quanto rei confessi per non essersi presentati, in conformità alla procedura penale forentina che equiparava la contumacia alla confessione. La condanna prevede una multa di 5000 forini piccoli, da versare al Comune entro tre giorni: qualora la multa non fosse stata pagata nel tempo prescrito, si sarebbe proceduto alla confsca, devastazione e distruzione dei beni, al confno fuori dal territorio toscano per due anni, all’iscrizione infamante del nome negli statuti del popolo e all’esclusione a vita dagli ufci e dai benefci pubblici. Le sentenze che 35
Cante dei Gabrielli emeterà per tuto il mese di febbraio (come quella contro Lapo Saltarelli del primo del mese) prevedranno tute lo stesso schema accusatorio e, sostanzialmente, le stesse pene: da 2000 a 5000 fo-
rini piccoli di multa e circa due anni di confno (6000 forini e tre anni per Saltarelli).
L’uso politico della giustizia persegue un obietivo evidente: epurare la classe dirigente «bianca». Si osservi che non viene comminata nessuna condanna a morte e che le pene pecuniarie non sono di grande entità. Cin-
quemila forini piccoli corrispondono all’incirca a 170 forini d’oro, una cifra molto elevata per le povere fnanze di Dante, ma certo alla portata di quasi tuti gli altri condannati. In ogni caso, la sproporzione tra l’en-
tità della multa e il valore dei beni che verrebbero rasi al suolo in caso di mancato pagamento è evidente: eppure, nessuno si è presentato a pa-
gare per salvare il proprio patrimonio immobiliare. Tuti sapevano che in quel clima di legalità solo apparente otemperare a quella sentenza non li avrebbe messi al sicuro. Del resto non sembra che i Neri siano interessati a eliminare fsicamente gli avversari, il loro scopo sembra piutosto quello di decapitare il nucleo dirigente «bianco» costringendolo a emigrare e a restare lontano dalla cità.
Nel marzo 1302, improvvisamente, l’ateggiamento degli inquirenti si fa molto più duro. Il giorno 10, Cante emete una sentenza contro quindici imputati, fra i quali Dante. Erano già stati tuti condannati a pene pecu-
niarie e al confno, ma adesso per loro scata la pena di morte sul rogo, e questo perché non si erano presentati a discolparsi. Per tuti l’accusa è la stessa: barateria e lucri illeciti. È una sentenza breve e poco argomentata, ha il sapore di una rappresaglia. Capitali saranno anche tute le condanne che si susseguiranno nei giorni successivi. I Neri, dunque, dall’epurazione sono passati alla vendeta. A spingerli a tanta durezza deve essere stato qualcosa accaduto tra il 10 febbraio, data delle ultime condanne a pene pecuniarie e al confno, e il 10 marzo.
È più che probabile che sia avvenuto proprio in quell’arco di tempo l’incontro di Gargonza tra i fuorusciti «bianchi» e i fuorusciti ghibellini. Gargonza è un castello situato su un colle in Val di Chiana, territorio di Arezzo, appartenente alle famiglie degli Ubertini e dei Pazzi, ghibelline e feramente ostili ai Guelf di Firenze. Ubertini e Pazzi in quel periodo stavano per l’appunto conducendo nel Valdarno superiore una guerriglia 36
che aveva loro consentito di recuperare alcuni castelli conquistati dai fo-
rentini una decina d’anni addietro. Non abbiamo testimonianza alcuna di cosa quelle persone fno a quel momento nemiche si siano dete e di quali pati abbiano streto. Probabilmente getarono le basi di una alleanza an-
tiforentina che sarà perfezionata ai primi di giugno nel Mugello. E nem-
meno abbiamo la prova che Dante vi abbia partecipato: l’unico indizio in tal senso è la sua condanna a morte, forse proprio come rappresaglia per la partecipazione a quel convegno.
Pur in assenza di informazioni, è intuibile che l’incontro di Gargonza segnò una svolta radicale nella politica di Guelf e Ghibellini, una svolta che agli occhi dei contemporanei dovete apparire un fato inaudito. Già altre volte i Cerchieschi avevano streto accordi con i Ghibellini (per esempio a Pistoia, in funzione antinera), ma si tratava di accordi episodici e strumentali. A Gargonza, per la prima volta, una parte dei Guelf foren-
tini si alleò con i nemici storici di Firenze, e per di più per muovere in armi contro la propria cità. Agli occhi dei forentini ciò si confgurava come un tradimento. Tanto più che l’accordo, sebbene ancora da perfezionare, diventò subito operativo, rinfocolando da aprile la guerriglia delle forze ghibelline ai danni di castelli e postazioni forentine del Valdarno supe-
riore. Era inevitabile che il popolo di Firenze, nel quale il sentimento anti-
ghibellino era radicato fn dalla strage di Montaperti, si avvicinasse sempre più alla fazione dei Neri, sentita come baluardo dell’identità guelfa della loro cità. La risposta dei Neri, forti del favore popolare, fu l’immediata rappresaglia giudiziaria, alla quale, poi, seguì una dura repressione. Le in-
numerevoli condanne a morte che si susseguirono a partire da aprile per inftirsi ulteriormente durante l’estate furono il rifesso sul piano giudi-
ziario della guerra guerreggiata che si combateva alla periferia del terri-
torio forentino.
La promozione del volgare
Fra il 1302 e il 1304 i Bianchi esiliati, streta un’alleanza militare con i fuorusciti Ghibellini e con altre forze antiforentine, combatono per rovesciare il regime dei Neri. Le loro speranze di ritornare in cità con le armi si infangono contro la sconfta subita il 20 luglio 1304 nella bataglia della Lastra. Dante, salda-
mente inserito nel gruppo dirigente dei Bianchi in esilio, per un certo periodo ha condiviso questa strategia, ma ancor prima del disastro della Lastra sembra aver nutrito dubbi sulla sua efcacia. È un fato che egli rompe con i compagni di lota e li abbandona già nell’estate del 1304. Tuto lascia credere che si sia rifugiato a Bologna. In questa cità universitaria può dedicarsi agli studi e alla stesura di due tratati fa loro connessi, il Convivio e il De vulgari eloquentia. In essi egli medita sulle esperienze fate dopo l’esilio e in particolare sul ruolo della classe nobiliare. Si interroga anche sulla lingua come strumento indispen-
sabile per ricostruire un ceto dirigente unitario nella Penisola. Almeno a partire dal pellegrinaggio a Roma per il giubileo (1300), Dante ha scoperto che la lingua del «sì» è molto più frammentata di quanto egli credeva quando conosceva solo i dialeti della Toscana e del Bolognese. C’è quasi un senso di stupore nelle parole con le quali si chiede perché «la parlata della parte destra dell’Italia [si diferenzi] da quella della parte si-
nistra (per esempio i padovani parlano diversamente dai pisani); e perché anche abitanti più vicini discordino nel parlare, come i milanesi e i vero-
nesi, i romani e i forentini, e addiritura appartenenti a gente afne, come i napoletani e i caietani, i ravennati e i faentini, e infne, ciò che è più stu-
pefacente, residenti soto il medesimo reggimento citadino, come i bo-
lognesi di Borgo San Felice e i bolognesi di Strada Maggiore». All’uomo vissuto quasi sempre dentro le mura di una sola cità si spalancano pano-
rami imprevisti; altre cità e altre tradizioni culturali e linguistiche atirano la sua atenzione, suscitano il suo interesse: il municipale si sente citadino del mondo («Nos autem, cui mundus est patria»).
Dante si rende conto che i ceti dirigenti italiani mancano di una lingua comune. Nel passato questa era stata il latino, ma adesso egli deve con-
statare – e come autore delle elaborate epistole diplomatiche scrite 38
per conto dell’Università dei Bianchi ne ha piena consapevolezza – che «principi, baroni, cavalieri, e molt’altra nobile gente» sono «volgari, e non literati», sono digiuni di latino. Quest’ultimo, da lingua di comuni-
cazione delle classi superiori, si è trasformato in una lingua specialistica, appannaggio dei ceti universitari e degli strati professionali più elevati. Per queste élite culturali (che Dante identifca con i «legisti, li medici e quasi tuti li religiosi») la conoscenza non è fnalizzata al conseguimento della «felicità» individuale e al bene comune, ma all’utile e al guadagno: «non acquistano la letera [il latino] per lo suo uso, ma in quanto per quella guadagnano denari o dignitate». Insomma, l’alta cultura così come si è andata confgurando atraverso il sistema universitario non serve per rico-
struire un tessuto comune alla dispersa nobiltà italiana. Per unifcare una nobiltà divisa politicamente, geografcamente e linguisticamente occorre uno strumento nuovo che nei confronti della varietà dei volgari possa svolgere un ruolo simile a quello svolto storicamente dal latino: occorre dunque una lingua che possieda carateri di seletività, omogeneità, di-
gnità, stabilità. Questa lingua ancora non esiste, ma la geniale utopia di Dante è che il volgare possa diventarlo. Un volgare depurato delle parti-
colarità e dei trati municipali, reso «illustre», stabile e omogeneo come lo è il latino, lingua artifciale e perciò deta «grammatica», un volgare che diventi lo strumento della comunicazione politica e culturale di quei ceti nobiliari che, anche grazie a esso, potranno ritornare a essere l’asse portante della società. Insomma, nella visione dantesca la nobiltà può ri-
generarsi facendo propria, ma in forme nuove, la lingua dei mercanti, dei banchieri, dei borghesi di cità, appropriandosi cioè delle armi dei suoi nemici storici. Il sogno utopistico prevede che il volgare riformato alla fne possa addiritura scalzare il latino: «Questo sarà luce nuova, sole nuovo, lo quale surgerà là dove l’usato tramonterà, e darà lume a coloro che sono in tenebre e in oscuritade, per lo usato sole che a loro non luce».
Dante «pentito»
Nella primavera del 1306, a seguito di un rivolgimento politico, Dante è co-
streto ad abbandonare Bologna. Gli si pone il problema drammatico di dove rifugiarsi. Non sono molti i luoghi che possono garantirgli la sicurezza perso-
nale (Dante è uno sbandito che non gode più dei diriti di citadinanza) e, nello stesso tempo, le risorse per una decorosa sussistenza.
Si fa strada in Dante l’idea di tentare una soluzione personale, cioè di es-
sere perdonato e amnistiato. Un’idea simile può nascere solo dalla dispe-
razione, ma può tradursi in pratica solo a pato di trovare a Firenze persone che la condividano, la sostengano e che, per autorità e prestigio, possano avviare una tratativa con chi ha il potere di concedere il rientro dell’esule. Non poteva essere uno sbandito a rivolgersi diretamente ai governanti citadini.
A Firenze Dante poteva contare su qualche appoggio sicuro: sulla fa-
coltosa famiglia Riccomanni (Lapo, marito di Tana, morirà verso la fne del 1315), sui Donati parenti di Gemma (il padre Maneto, che sembra an-
cora in vita nel 1306, il fratello Foresino e suo fglio Niccolò, che sempre si mostreranno vicini a Gemma e ai suoi fgli); sull’ammirazione di qualche intelletuale (per esempio, il banchiere «nero» e poeta Dino Frescobaldi). In particolare poteva fare afdamento sull’amicizia di Cino da Pistoia, che per ragioni politiche in quei mesi molto probabilmente viveva proprio a Firenze. Cino doveva essere in rapporti con Moroello Malaspina, capitano della Taglia guelfa dal marzo 1306, e perciò persona molto infuente.
Non sappiamo di quale natura fossero tali rapporti: è un fato, però, che pochi mesi dopo gli eventi di cui stiamo parlando Cino invia a Moroello in Lunigiana un soneto (Cercando di trovar miniera in oro) di non semplice decifrazione (sembrerebbe alludere a un suo nuovo amore per una donna della famiglia Malaspina), al quale, secondo una prassi ampiamente dif-
fusa, per conto del marchese risponde Dante con un altro soneto (Degno fa voi trovare ogni tesoro). Ora, sarebbe una forzatura afermare che questo scambio a tre voci denoti una particolare familiarità tra gli autori, ma non è una forzatura interpretarlo come segnale di una complicità che dal lete-
rario sfuma nel vissuto. Il rapporto tra Cino e Moroello nasce, comunque, sul terreno della politica: il marchese è l’uomo a cui i Neri di Firenze e Pistoia hanno afdato l’incarico di «liberare» la cità, e Cino, se non pro-
prio un dirigente «nero», è sicuramente vicino agli esponenti di quella parte politica (tanto è vero che, poco dopo essere rientrato in Pistoia, as-
sunse – anche se per pochi mesi – la carica di giudice per le cause civili). Insomma, è credibile che Cino, più di altri, si sia adoperato per convincere il marchese Malaspina a prendersi a cuore la causa di Dante. Moroello poteva svolgere un ruolo decisivo: lui, infati, aveva l’autorità per parlare diretamente a Corso Donati.
Ritengo che Dante e i suoi sostenitori abbiano giocato per prima la carta della famiglia. Gemma era una Donati, cugina di Corso in terzo grado, la sua riammissione in cità non solo non avrebbe rappresentato una deminutio del prestigio del clan, ma semmai l’avrebbe accresciuto: fa-
cendo valere le ragioni del sangue, Corso avrebbe dato prova di essere il vero uomo forte di Firenze.
Il racconto di Boccaccio del ritrovamento del «quaderneto» sem-
brerebbe atestare che l’operazione ebbe successo. Il ritorno di Gemma, infati, è il necessario antefato delle ricerche da lei avviate per entrare in possesso dei documenti messi al sicuro al momento della fuga del marito. Sappiamo che, «cinque anni o più» dall’esilio di Dante, Gemma fu consi-
gliata di far valere i suoi diriti sui beni dotali sequestrati: «che ella, almeno con le ragioni della dote sua, dovesse de’ beni di Dante radomandare». Il testo non è perspicuo: Boccaccio non vorrà dire che Gemma chiedeva di riavere la proprietà della parte di beni sequestrati sulla quale era assicurata la sua dote (cosa impossibile per la legislazione forentina), bensì di usu-
fruire della rendita di quella porzione di beni. Per promuovere una causa, ovviamente, Gemma doveva trovarsi in Firenze, e perciò essere rientrata in cità. Non risulta che intorno al 1306 il regime «nero» avesse cambiato ateggiamento nei confronti dei ribelli e dei loro parenti, come suggerisce Boccaccio («essendo la cità venuta a più convenevole reggimento che quello non era quando Dante fu condennato»), dunque, se diamo credito al racconto, dobbiamo pensare che i Donati al potere siano riusciti a ote-
nere un gesto di clemenza a favore della loro congiunta.
Un ato di conciliazione come quello avrebbe suscitato non poche speranze per quanto riguardava il destino personale di Dante. Ma è anche 41
evidente che non poteva bastare una tratativa privata, o quasi, perché uno sbandito potesse essere riammesso nella comunità. Prestigio familiare e mozione degli afeti per Dante non valevano. Ci voleva un ato pubblico, un gesto di pentimento e sotomissione, una richiesta di perdono inoltrata con tuti i crismi.
E Dante questo passo lo fece.
Fuggito da Bologna, Dante si trasferì in Lunigiana. Potremmo anche azzar-
dare una data: giugno, dopo la rivolta di maggio contro l’Orsini, un mese nel quale Moroello, impegnato fno ad aprile nell’assedio di Pistoia e non ancora preso dalle operazioni belliche contro il castello di Montaccianico in Mugello, poteva trovarsi nei suoi possedimenti lunigianesi. Qui, stando alla testimonianza del fglio Pietro (ma si trata della terza redazione del commento alla Commedia, più che sospeta di manipolazione), Dante si tratenne «per non piccolo tempo» (per non modicum tempus). Era la prima volta che visitava questa zona d’Italia, che poi gli sarebbe diventata familiare.
Quando il discorso viene a cadere sui luoghi danteschi, il pensiero corre subito, oltre che a Firenze, come è ovvio, a cità quali Verona, Arezzo o Ravenna; raramente ci si ricorda che Dante ha vissuto per molti anni tra i monti dell’Appennino tosco-emiliano e tosco-romagnolo. Sotolineare la componente appenninica dell’esperienza biografca di Dante non è una mera curiosità e nemmeno un semplice scrupolo da storico: l’immagine della sua vita sarebbe distorta se non si tenesse nel debito conto che in essa si incrociano il mondo mercantile e afaristico della «borghesia» co-
munale e quello delle giurisdizioni feudali insediate proprio sui versanti appenninici. Se Firenze si colloca soto il segno del profto, l’Appennino ricade soto quello dell’onore. L’incontro-scontro tra questi due mondi segna Dante in profondità.
La conformazione orografca della Lunigiana è simile a quella del Ca-
sentino. Si trata di un’ampia valle (situata fra Toscana e Liguria) percorsa da un fume (la Magra) che dal crinale appenninico scende alla piana, al-
lora paludosa, di Sarzana. La posizione, come quella del Casentino, è stra-
tegica perché consente il controllo delle vie di comunicazione fra Toscana ed Emilia e fra Toscana e Liguria. Anche la Lunigiana era dominata da un’unica grande famiglia, i Malaspina, i quali, proprio come i Guidi, esten-
devano i loro possedimenti su entrambi i versanti appenninici. Nel 1221 (all’incirca negli stessi anni nei quali si erano divisi i Guidi) i Malaspina si erano articolati in due rami principali, quello dello «Spino secco» e quello 43
dello «Spino forito». Gli ospiti di Dante appartenevano al primo ramo, che a sua volta, dal 1266, era suddiviso in quatro diramazioni: di Mulazzo, di Villafranca, di Giovagallo e di Val di Trebbia. Moroello di Manfredi, che di Dante è il principale ma non unico protetore, appartiene al ramo di Giovagallo. Come i Guidi, anche i Malaspina sono politicamente divisi: se Moroello è un guelfo vicino alla parte «nera», Franceschino di Mulazzo è un ghibellino convinto.
In Lunigiana Dante ha soggiornato più volte e a lungo, ma non sembra che il paesaggio della valle della Magra lo abbia colpito quanto quello ca-
sentinese dell’Arno. I suoi ricordi, semmai, sono legati alla zona più me-
ridionale: alle cime delle Apuane (i «monti di Luni») e, sopratuto, ai bianchi marmi delle cave e alla visione del mare e del cielo che si spalanca dalle montagne che sovrastano Carrara. In Lunigiana quel che conta è il paesaggio umano. Con i Malaspina Dante instaura un rapporto felice e, cosa per lui insolita, mai sconfessato. In quella antica famiglia marchio-
nale trova ancora operanti i veri valori e comportamenti cortesi. Valori e comportamenti che egli giudica all’altezza della migliore tradizione feu-
dale perché, ovviamente, ne è stato benefcato. Nel Purgatorio l’incontro con l’anima di Corrado II Malaspina, morto nel 1294, cugino dei suoi protetori Moroello e Franceschino, gli fornirà l’occasione per un altiso-
nante elogio della fama onorevole della casata, difusa in tuta Europa, giustamente, perché quella famiglia, in un mondo che ha perso la strada delle virtù, «sola va drita e ’l mal cammin dispregia». Il maggiore titolo di gloria del Malaspina è di aver conservato il «pregio de la borsa e de la spada», cioè di coltivare ancora le due principali qualità che contraddi-
stinguono il vero comportamento nobiliare: l’esercizio delle armi (pro-
prio non solo di Moroello, che lo praticava per così dire professionalmente, ma anche del cugino Franceschino, impegnato in eventi bellici per quasi tuta la vita, e di altri Malaspina che avremo occasione di incontrare, come Spineta dello Spino forito) e la pratica della liberalità. Con l’espressione «pregio della borsa» Dante intende distinguere la generosità motivata dal riconoscimento dei meriti del benefcato da quella forma di elargizione, che sconfna nel pagamento di prestazioni e, addiritura, nell’elemosina, già condannata nella canzone Doglia mi reca. Il servizio di Dante ai Mala-
spina, e in modo particolare a Moroello, si confgura come libera presta-
zione intelletuale, in un rapporto non esente, per di più, da una sorta di 44
complicità: lo lasciano intendere sia il coinvolgimento del marchese nella corrispondenza poetica tra Dante e Cino sia l’afermazione, contenuta in un’epistola inviata da Dante a Moroello dal Casentino, che presso la sua «corte» gli era stato lecito «atendere a liberali prestazioni» suscitando l’«ammirazione» del suo ospite. Che nei castelli tra quei monti confnanti con la Liguria si raccogliesse efetivamente un insieme di persone tale da meritare il titolo di «corte» (curia) c’è da dubitare (anche perché i vari Malaspina non risiedevano, di solito, in uno o più castelli di cui fossero singolarmente o per ramo familiare proprietari, ma in possedimenti, non sempre castelli, che detenevano in comune per quote parti con gli altri rami della famiglia); c’è da prendere ato, invece, che l’idealizzata enfatiz-
zazione che Dante ne fa non può scaturire che dal suo sentirsi fnalmente riconosciuto come intelletuale e come poeta, tanto è vero che proprio qui ricomincia a scrivere la Commedia.
I primi sete canti dell’Inferno e il «quaderneto» di Boccaccio
Nessun documento atesta quando Dante abbia cominciato a scrivere la Com-
media: l’ipotesi più accreditata è che lo abbia fato nel 1306–07 in Lunigiana. Numerosi indizi, però, lasciano credere che in quel periodo egli non abbia con-
cepito e dato inizio alla scritura del poema, ma abbia ripreso a lavorare, ma-
gari modifcandolo profondamente, a un progeto a cui aveva cominciato ad atendere a Firenze prima dell’esilio. L’idea di un poema, che poi sarebbe di-
ventato la Commedia, potrebbe risalire proprio al giubileo del 1300. Uno degli indizi più corposi è oferto da Boccaccio nella sua vita di Dante.
L’ipotesi che l’avvio della Commedia – o, meglio, di un poema in versi che poi sarebbe diventato la Commedia – preceda Convivio e De vulgari eloquentia non comporta di per sé che esso sia avvenuto a Firenze prima dell’esilio. A rendere plausibile questa eventualità è un racconto del solito Boccaccio.
Per due volte e a distanza di anni, prima nella sua biografa dantesca e poi nelle Esposizioni sopra la Comedia, questi riferisce un episodio acca-
duto «cinque anni o più» dopo il bando di Dante: l’indicazione cronolo-
gica pur vaga – segno che le sue fonti non concordavano o non ricordavano bene – riporta all’incirca al 1306–1307. La seconda versione, più ampia e detagliata della prima, racconta che Gemma Donati, prevedendo che a seguito della condanna del marito la loro casa sarebbe stata saccheggiata, ne aveva asportato «alcuni forzieri con certe cose più care e con iscriture di Dante» e li aveva fati nascondere in luogo sicuro. Dopo «cinque anni o più» Gemma cerca di otenere le rendite che le spetano sui beni dotali confscati, ma per intentare la causa deve esibire alcuni documenti che si trovano per l’appunto in quei forzieri. Allora incarica un amico o un pa-
rente, in compagnia di un legale («procuratore»), di compiere la ricerca. Nei forzieri, fra le altre cose, questi trovano «più soneti e canzoni» in volgare e un «quaderneto» contenente i primi sete canti dell’Inferno. Il quaderneto è dato in visione a Dino Frescobaldi, poeta stilnovisteggiante («famosissimo dicitore in rima») e rampollo di una cospicua famiglia di banchieri «neri». Dino, ammirato di ciò che ha leto, prima ne fa copie e 46
le distribuisce agli amici, e poi decide di far riavere il quaderneto a Dante perché possa continuare la composizione interrota. Venuto a sapere che egli si trovava in Lunigiana presso il marchese Moroello Malaspina, lo invia a quest’ultimo, il quale, pieno di ammirazione lui pure, incita Dante a riprendere la scritura del poema.
Gli studiosi, salvo poche eccezioni, sono scetici sull’atendibilità di questo racconto. Che, certo, non andrà preso alla letera, ma che sarebbe troppo sbrigativo liquidare come «leggenda». In primo luogo, perché Boccaccio è, come sempre, scrupoloso e cita le fonti. Due persone diverse (entrambe le quali si arrogavano il merito del ritrovamento) in tempi di-
stinti gli hanno raccontato quella storia, ma «puntualmente, quasi senza alcuna cosa mutarne»: la prima volta l’ha ascoltata dal notaio Dino Perini, la seconda dal nipote di Dante, Andrea Poggi. Lui si limita a riferire, senza prendere partito («Non so a quale io mi debba più fede prestare»); anzi, manifesta anche qualche dubbio sulla veridicità di ciò che ha ascoltato, e ciò è la prova migliore che non si trata di una sua invenzione, ma che a Firenze si tramandava la notizia del ritrovamento dei canti iniziali del poema. In secondo luogo, i riferimenti storici appaiono plausibili: cinque anni dopo il bando Dante era efetivamente in Lunigiana presso Moro-
ello; Dino Frescobaldi, come membro dell’oligarchia al potere, aveva si-
curamente occasione di entrare in rapporto con il Malaspina, che in quel periodo era il capitano dell’esercito dei Neri forentini.
Lascia più perplessi, invece, la notizia che a essere ritrovati siano stati proprio i primi sete canti dell’Inferno e che Dante abbia poi ricominciato a scrivere partendo dall’otavo. L’oscurità che avvolge modi e tempi di composizione del poema impedisce di prendere posizione. Nessuno è in grado di stabilire con esatezza se, eventualmente, il lavoro sia proseguito proprio dal punto in cui era rimasto interroto, quale fosse il punto in cui era rimasto interroto, se le parti scrite fossero solo un abbozzo o avessero raggiunto una loro compiutezza, se e in quale misura siano state riviste e rifate.
Tutavia non può essere trascurata la circostanza che le testimonianze esterne combaciano con i dati ricavabili dal testo. È sufciente anche solo scorrere la bibliografa critica per accorgersi quanto largamente sia ricono-
sciuto il fato che i primi canti dell’Inferno, all’incirca fno alla cità di Dite, presentano una serie di carateristiche formali, struturali e di contenuto 47
che li distingue dai successivi. Le diferenze sono così rilevanti che un let-
tore intelligente ha potuto scrivere che «ci sono due ingressi nell’Inferno, quasi due diversi inizi del poema. Prima si entra dalla porta scardinata, poi dalle porte della cità di Dite». Le diferenze interessano un po’ tuti gli aspeti del testo: dalla modalità del racconto, inizialmente impostato su un andamento da visione medievale, poi tralasciato a favore di un più complesso sviluppo poematico, alla regia della rappresentazione, carate-
rizzata da una geografa infernale ancora non ben precisata e, sopratuto, dall’incertezza dell’autore nel trovare le soluzioni narrative per i trapassi da un canto all’altro; dall’ateggiamento del personaggio Dante, che oscilla tra un eccesso di pietas e un eccesso di furor vendicativo, a quello non bene caraterizzato di Virgilio e degli stessi demoni; dall’ordinamento morale delle pene e dei peccati, che poi Dante dovrà in parte correggere, a un uso della terzina assai lontano dalla straordinaria dutilità che questo metro mostrerà in seguito, e altri se ne potrebbero aggiungere. Tuto ciò potrebbe essere addebitato a un Dante ancora in fase di rodaggio, un Dante che non ha ancora conquistato la sua autentica cifra stilistica, non ha ancora piena padronanza dei modi della rappresentazione e dello stesso progeto com-
plessivo. E però il fato che il salto di qualità e di impostazione sia così neto, almeno a partire dal canto di Farinata, sembra suggerire l’esistenza di uno iato temporale, e che la rielaborazione dei canti iniziali, per quanto profonda possa essere stata, non abbia correto tute le incertezze di quella prima fase di scritura.
La Commedia come «instant-book»
Il poema, impregnato di autobiografsmo più di ogni altra opera dantesca, registra fedelmente i mutamenti di schieramento e, sopratuto, il con-
tinuo variare delle atese del suo autore. Benché dia la sensazione di essere un organismo struturato in modo ferreo, e perciò pensato e progetato in un solo momento, in realtà esso si è sviluppato giorno per giorno, con incessanti cambiamenti di rota.
Da questo punto di vista è l’opera di Dante che più e meglio esprime la sua esigenza di parlare di sé, di ciò che ha fato, deto, vissuto, delle sue prese di posizioni politiche, dei suoi ideali e della sua mutevole visione del mondo. La Commedia, dunque, è un poema bifronte: parla dei de-
stini dell’umanità in una prospetiva escatologica e, nello stesso tempo, compie una letura puntuale e insistita della più streta atualità. È un’o-
pera di fnzione, ma in età medievale non esistono altre opere di fnzione che registrino in modo così sistematico, tempestivo e quasi puntiglioso fati della storia, della cronaca politica, della vita intelletuale e sociale con-
temporanei. E, per di più, senza temere di addentrarsi in retroscena noti solo per sentito dire o in quello che oggi chiameremmo gossip politico e di costume. Per molti aspeti, assomiglia agli odierni instant-book. I letori di allora potevano riconoscervi eventi accaduti da pochissimo tempo e il proflo di molti personaggi scomparsi di recente o, addiritura, ancora in piena atività. Ebbene, nel corso della stesura Dante ha cambiato molto spesso le sue idee, è passato da uno schieramento politico a un altro, da un protetore a un altro, magari nemico del precedente. I percorsi biografci, le oscillazioni, le contraddizioni dell’autore sono tuti registrati nel libro, il quale si presenta, contemporaneamente, come letura profetica della storia dell’umanità e come autobiografa. Ma è un’autobiografa assai par-
ticolare, dal momento che iscrive le azioni e i pensieri del protagonista nel destino di un uomo dotato del dono eccezionale della profezia.
La Commedia è un libro scrito pensando ai posteri, ma indirizzato a un pubblico vicino all’autore al momento della scritura. Un pubblico che cambia nel tempo a seconda che Dante cambi il luogo di residenza, lo schieramento politico in cui milita, gli ideali a cui tende. Resta inalterato, 49
però, il modo in cui, nel rappresentare la realtà extraleteraria, Dante con-
nete la scritura all’atualità. Questa penetra nel testo per ammicchi, allu-
sioni, segnali criptici, messaggi sotintesi: Dante, infati, è consapevole di stare scrivendo per un pubblico diverso nel tempo ma sempre informato, quindi capace di decodifcare i messaggi nascosti e di capire le allusioni al presente. È bene insistere sul fato che i cenni e le allusioni sparsi nel poema si riferiscono a fati recenti, a volte recentissimi: molti possono es-
sere compresi con facilità solo nell’immediatezza degli eventi (e infati i loro riferimenti storici si sono in gran parte persi con il passare del tempo). Dante, certo, non poteva prevedere che la composizione di questo libro lo avrebbe impegnato per tuta la vita e che il Paradiso sarebbe stato pubbli-
cato solo dopo la sua morte, ma sicuramente immaginava che gli sarebbero occorsi parecchi anni per completarlo. E allora perché tanta cura di «stare sulla notizia» pur sapendo che il testo sarebbe circolato quando quella notizia non sarebbe stata più tanto signifcativa? È ragionevole ipotizzare che egli non licenziasse singoli canti o gruppeti di canti consentendone copia, ma che durante i lunghi anni di lavoro ne desse letura a un pubblico ristreto e interessato. Si comprenderebbe meglio, allora, perché afdasse a molti passi del libro messaggi politici che acquistavano valore proprio dall’essere emessi a caldo, a ridosso degli eventi.
Dante a Milano
Dopo il bando d’esilio, l’evento che più ha inciso sulla vita di Dante è stato la discesa in Italia dell’imperatore Enrico VII. Da convinto guelfo municipale Dante si trasforma in acceso sostenitore della causa imperiale. In sostegno di Enrico e dei diriti dell’impero scrive numerose epistole politiche e, sopratuto, il tratato sulla Monarchia.
Nei primi giorni d’otobre 1310 Enrico di Lussemburgo parte da Ginevra e, alla testa di un piccolo esercito, atraverso i territori del cognato Amedeo V di Savoia, valica le Alpi. Il 30 del mese entra solennemente in Torino. Era stato preceduto da una letera enciclica, indirizzata il 1º setembre a tuti gli ecclesiastici e secolari di qualunque grado, con la quale Clemente V chie-
deva ai sudditi del re dei Romani di assisterlo nell’opera di pacifcazione che egli avrebbe svolto durante il suo viaggio verso Roma, dove sarebbe stato incoronato imperatore. Il papa, dunque, acconsentiva ufcialmente a che Enrico efetuasse la sua discesa in Italia prima della data prevista, senza però pronunciarsi sull’anticipo dell’incoronazione da lui richiesto.
Da Torino, muovendosi lentamente e facendo tappa a Chieri, Asti, Casale, Vercelli, Novara e Magenta, il corteo imperiale raggiunge Milano due giorni prima di Natale. La marcia atraverso il Piemonte e la Lom-
bardia era stata un successo. Enrico aveva sensibilmente ingrossato le sue truppe, e altretanto sensibilmente impinguato, con doni e imposte, le sue non foridissime fnanze; sopratuto aveva suscitato grande entusiasmo: a ogni tappa si erano presentati a rendergli omaggio non solo i potenti locali, ma anche i rappresentanti di molte altre cità o giurisdizioni feu-
dali centro-setentrionali (per esempio, a Vercelli si era recato Moroello Malaspina, che poi si sarebbe aggregato al corteo fno a Milano, e prima lo aveva omaggiato il cugino ghibellino Franceschino) e, ovviamente, de-
legazioni di fuorusciti di entrambi i colori politici. I primi contati con la realtà italiana avevano mostrato che la politica pacifcatrice che Enrico si riprometeva era efetivamente praticabile: nelle singole cità era riuscito ad appianare gravi divergenze tra fazioni e a imporre la sua autorità atra-
verso la prassi – inaugurata a Chieri e divenuta poi una sua costante – di 51
nominare un vicario regio con pieni poteri, il quale dirigeva i Consigli, governava le fnanze, impartiva la giustizia e comandava le forze armate. Si era mosso con accortezza, aveva fato mostra di non propendere per nessuna delle parti in causa (mentre tuti si aspetavano un tratamento di favore nei confronti dei Ghibellini) e così aveva raforzato quell’immagine di uomo e di sovrano dedito al bene comune che la sua propaganda già da mesi difondeva atraverso documenti e ambascerie. Il corteo che entra a Milano, pertanto, è molto più consistente e rappresentativo di quello che era sceso dal Moncenisio. Anche a Milano, tutavia, deve intervenire negli afari interni della cità, costringendo i guelf Della Torre, signori di fato, ad accogliere i ghibellini Visconti, che ne erano stati espulsi (Mateo Vi-
sconti era entrato in cità insieme a lui ed era diventato uno dei suoi uo-
mini di fducia).
Enrico ha scelto Milano perché, lì, vuole farsi incoronare re d’Italia. Secondo un’antica ma desueta tradizione, agli imperatori dovevano essere imposte tre corone: ad Aquisgrana, quella argentea di re di Germania; a Roma, quella aurea di imperatore; a Milano (oppure a Monza o a Pavia), quella ferrea di re d’Italia. In realtà l’incoronazione a re d’Italia, che non conferiva titolo o dirito alcuno che l’incoronato non avesse già a seguito delle sue investiture a re di Germania e dei Romani, aveva più un signif-
cato simbolico che giuridico-politico, tanto è vero che da Carlo Magno in poi pochi imperatori l’avevano richiesta. Era solo un fato d’immagine, che però consentiva a Enrico di rinvigorire il senso della sua azione restaura-
trice in Italia.
La data della cerimonia è fssata per il 6 gennaio 1311, giorno dell’Epi-
fania, nella basilica di Sant’Ambrogio. Dall’ultima incoronazione di un re d’Italia (quella di Enrico VI di Svevia nel 1186, ancora vivente e regnante il padre Federico Barbarossa) era passato tanto tempo che nessuno ri-
cordava più quale fosse il cerimoniale dell’evento. E neppure si riusciva a trovare la leggendaria «corona ferrea», tanto che ne venne in gran freta fabbricata una nuova. Insomma, l’incoronazione milanese è più che altro una grande festa volta a compatare lo schieramento floimperiale. Vi assi-
stono ambasciatori di tuto il cosiddeto Regnum Italiae, ma non di Firenze e delle altre cità guelfe a essa collegate. Vi assiste anche Dante? Non abbiamo elementi né per afermarlo né per negarlo. Nella letera che invierà a Enrico in aprile, Dante aferma di 52
avere avuto l’onore di essere ricevuto in udienza. Potrebbe essere acca-
duto a Milano, nei giorni dell’incoronazione, ma anche in una delle tante località che il corteo del sovrano aveva toccato dopo Torino. Per otenere un colloquio con il re dei Romani, Dante deve essere stato presentato da qualcuno introdoto a corte. Potrebbe essersi tratato di Moroello – a Vercelli (il 16 dicembre 1310), da dove poi avrebbe potuto seguire la corte fno a Milano – o di uno dei suoi conoscenti prestigiosi (come Uguccione della Faggiola) che atorniavano Enrico durante la sosta milanese. Più che il luogo dove è avvenuto l’incontro, importa stabilire a che titolo Enrico lo abbia ricevuto. L’udienza fu concessa a titolo personale o perché Dante era portavoce di una parte politica?
Dante non si era presentato a mani vuote. Dopo l’enciclica di Clemente V del 1º setembre 1310 e prima che Enrico arrivasse a Torino aveva scrito un’epistola, una sorta di manifesto floimperiale, indirizzata «a tuti e ai singoli re d’Italia, ai senatori dell’alma cità di Roma, ai duchi, marchesi e conti e ai popoli», cioè all’intera classe dirigente della penisola. Nella sostanza era un invito alla pacifcazione generale, resa possibile proprio dal sole che già stava spuntando all’orizzonte. L’epistola si colloca espli-
citamente sulla linea segnata dall’enciclica papale di setembre, addirit-
tura citata nelle ultime righe. Per sotolineare la necessaria concordia tra i due massimi poteri riprende l’immagine dei due astri, il sole-papa e la luna-imperatore, che Clemente aveva usato nell’enciclica con la quale, nel luglio dell’anno precedente, aveva riconosciuto a Enrico il titolo di re dei Romani. Che papa e imperatore debbano collaborare tra loro resterà un punto fermo negli scriti danteschi per tuta la durata dell’avventura ita-
liana di Enrico.
L’epistola si articola in pochi punti, ma chiari. «Gli empi» e i «mal-
vagi» saranno puniti dal nuovo Cesare, che li «disperderà con la sua spada» e che «consegnerà la sua vigna ad altri agricoltori» – dunque, l’imperatore procederà, dove necessario, a cambiare i governanti in carica –, ma il nuovo Cesare avrà pietà e «perdonerà tuti coloro che implore-
ranno misericordia». Gli «oppressi», cioè tuti «coloro che», come lo scrivente, «hanno soferto ingiustizia», devono rendersi umili, rompere il cerchio dell’odio e dell’animosità, e «perdonare già da ora». L’imperatore potrà fare giustizia perché il godimento dei «beni pubblici» e il possesso di quelli «privati» dipendono dalle sue leggi. È evidente che Dante non 53
parla a titolo personale, ma a nome degli esuli. Prospeta un percorso poli-
tico – facilmente leggibile se osservato dal punto di vista dei fuorusciti fo-
rentini – che prevede un cambio di ateggiamento da parte di entrambe le parti: ai vincitori che sono al governo chiede di accetare il nuovo ordine, e quindi di riammetere gli sbanditi, e promete a Enrico, più che a loro, che questi non avrebbero compiuto alcuna vendeta.
Se interpretiamo l’epistola come un messaggio di totale adesione alla linea pacifcatrice di Enrico VII da parte dei fuorusciti forentini (senza di-
stinzione, sembrerebbe, tra Guelf e Ghibellini), come un testo, cioè, scrito a nome della colletività di coloro che «hanno soferto ingiustizia», pos-
siamo ragionevolmente ipotizzare che l’udienza sia stata chiesta proprio per presentare ufcialmente al sovrano questo documento (che probabil-
mente già circolava) e ribadirgli, a voce, il pieno sostegno degli sbanditi di Firenze. Ciò confermerebbe che nel 1310 Dante aveva ripreso i contati con i vecchi compagni e, addiritura, assunto di nuovo il ruolo di portavoce e di elaboratore della loro linea politica. I mediatori dell’incontro, allora, an-
dranno cercati nell’ambiente dei fuorusciti o dei loro simpatizzanti inseriti a corte ed è quindi plausibile che l’udienza si sia svolta a Milano.
Dante a Genova
Enrico arriva a Genova verso la fne di otobre 1311: vi resterà fno al 15 febbraio 1312, giorno in cui la comitiva imperiale si meterà in viaggio alla volta di Pisa. Anche a Genova Enrico chiede (e otiene, ma non senza re-
sistenze) i pieni poteri. La richiesta è giustifcata dalla necessità di met-
tere fne alla contesa che divideva gli Spinola e i Doria (in quel momento l’uomo forte della cità era Bernabò Doria, fglio del «morto vivente» Branca). Ancora una volta, dunque, Enrico si presenta come sovrano pa-
cifcatore. Il soggiorno a Genova, però, non è esente da tensioni con la cità, alimentate anche dal fato che l’esercito imperiale vi aveva portato il contagio della peste scoppiata soto le mura di Brescia (e proprio di quella malatia, ivi contrata, il 14 dicembre muore Margherita di Brabante). Ten-
sioni, comunque, ci saranno di lì a poco anche nella Pisa imperiale. Enrico sarà stato anche l’uomo mite e pacifco che le cronache descrivono, ma agiva con molta durezza, perfno nei confronti degli amici. A Genova, tut-
tavia, ha modo di riordinare le truppe, di rinsanguare le fnanze e di pre-
parare la spedizione militare a Roma. Più simbolico che incisivo, ma tale comunque da segnalare a tuti quali sarebbero state le sue future mosse politiche e militari, è il bando dall’impero emanato contro Firenze la vi-
gilia di Natale del 1311.
Anche Dante, nell’inverno 1311–1312, è a Genova. Lo atesta un testi-
mone d’eccezione. In una letera a Boccaccio, Petrarca scrive di avere in-
contrato Dante una sola volta nella sua vita, quando era ancora un bam-
bino. Non specifca né dove né quando, dice solo che Dante e il proprio padre erano amici e accomunati dall’esilio. Da ciò che della sua infanzia racconta in altre letere possiamo però ricostruire con certezza che ser Petracco e Dante si videro, alla presenza del piccolo Francesco, proprio quell’inverno, a Genova. Petracco aspetava di imbarcarsi con la famiglia alla volta di Avignone. Sarà una traversata resa difcile dalle cative condi-
zioni del mare, al punto che il batello farà naufragio non lontano da Mar-
siglia. Ora, che Dante e Petracco fossero grandi amici, forse non è del tuto vero, ma che avessero molte cose da dirsi è certo: le loro vite si erano incro-
ciate più volte negli anni in cui entrambi erano membri dell’Università dei 55
Bianchi, l’arrivo di Enrico aveva suscitato in loro identiche speranze, l’uno e l’altro erano rimasti esclusi dalla recente amnistia forentina. Possiamo immaginare, tutavia, che i due non abbiano parlato solo di politica. Se l’i-
potesi del soggiorno avignonese di Dante fosse correta, Petracco, in pro-
cinto di trasferirsi in quella cità a lui sconosciuta, avrebbe avuto interesse a che uno che l’aveva lasciata non molti mesi prima gli facesse un quadro dell’ambiente che l’atendeva.
Dante a Genova avrà frequentato i fuorusciti (tra i quali contava amici e conoscenti) che gravitavano intorno alla corte imperiale. È più che dubbio, invece, che abbia streto rapporti signifcativi con esponenti dell’oligarchia citadina; anzi, c’è da credere che i suoi rapporti con i ge-
novesi non siano stati del tuto tranquilli. Alcuni racconti leggendari, per esempio, vogliono che amici e servitori di Branca Doria siano addiritura arrivati a bastonarlo per vendicare l’ingiurioso tratamento riservato loro nell’Inferno (o, in altre versioni, che Dante, nel canto infernale, si sia vendi-
cato di un oltraggio subito a Genova). Leggende alle quali non è possibile dare credito (la seconda versione, del resto, è smentita dal fato che quel canto era stato scrito prima del 1311), ma che neppure possiamo respin-
gere in toto: episodi di per sé palesemente infondati valgono pur sempre come termometro di un clima. E neppure è risolutivo l’argomento che il Doria non poteva essere così risentito perché, a quella data, l’Inferno non era ancora stato pubblicato. Noi siamo soliti ammirare l’integrità, il co-
raggio, la sovrana indiferenza alle conseguenze con cui Dante atacca a viso aperto, con giudizi sferzanti e vere e proprie ingiurie, potenti ancora in vita negli anni in cui scrive, ma non ci interroghiamo abbastanza, anche perché sprovvisti di ogni documentazione al riguardo, proprio sulle con-
seguenze e sulle ripercussioni che quei giudizi hanno potuto avere sulla sua vita. Che reazioni ci siano state lo lascia intendere lui stesso quando nel Paradiso manifesta a Cacciaguida la paura che la verità, pronunciata senza infngimenti, con parole che gli interessati sentiranno «brusche», «a molti fa sapor di forte agrume». Gli atacchi ai Doria, ai Fieschi, ai genovesi in generale («uomini diversi / d’ogne costume e pien d’ogne magagna, / perché non siete voi del mondo spersi?») non saranno rimasti confnati dentro un libro segreto, in atesa di futura pubblicazione.
Nella Commedia Dante è costantemente proietato sull’atualità, e anche quando parla di cose passate, lo fa nella prospetiva politica dell’oggi 56
o in funzione della sua condizione di vita nel momento in cui scrive. È impensabile che egli tenesse nel casseto le pagine di quello che ci è ca-
pitato di accostare agli odierni instant-book. Dei versi antigenovesi avrà dato letura almeno ai Malaspina, e nel mondo ristreto dell’aristocrazia medievale, collegato da una rete capillare di rapporti di parentela, notizie dal «forte agrume» come quelle dovevano circolare ampiamente. I Doria non lo avranno fato bastonare, ma che gli oligarchi ghibellini di Genova facessero festa a quel forentino sbandito e, per di più, collegato a fami-
glie guelfe loro rivali, come quella di Moroello, c’è da dubitare. Insomma, Dante deve aver pagato un prezzo per il suo incessante ricollocarsi su posi-
zioni politiche diverse e perfno contrapposte e per i debiti che contraeva con i protetori. Se nel biennio 1306–1308 ha scontato le conseguenze della sua precedente alleanza con i fuorusciti ghibellini, adesso sono le mani-
festazioni di guelfsmo integrale e la fedeltà ai Malaspina a rivolgerglisi contro. Un esule privo di scudo legale come lui, a Genova ma anche, poco dopo, a Pisa, avrà evitato di incappare in qualche incidente perché proteto dagli ambienti di corte o alla corte vicini. E d’altra parte, se non fosse stata la presenza della corte, quale altro motivo lo avrebbe spinto in quella cità?
È impossibile stabilire se Dante si sentisse realmente un profeta; è inne-
gabile, però, che nella Commedia egli si proclama tale più volte. Profeta non perché ha il privilegio di leggere nel futuro e di predire gli eventi, ma perché può riferire ai vivi i vaticini ascoltati nel mondo ultraterreno.
Beatrice, alla fne del Purgatorio, Cacciaguida e san Pietro, nel Paradiso, lo investono esplicitamente di quel compito. E siccome la Commedia co-
stituisce il compimento dell’incarico ricevuto, l’investitura data al perso-
naggio fnisce per ricadere sull’autore stesso. Resta il fato, però, che essa è tuta interna alla fctio, e quindi è un’autoinvestitura. Ma, è stato deto, «perché Dante sia ascrito al rango di profeta, non basta la sua volontà di autore … Dante profeta deve fornire al suo tempo un segno oggetivo, indiscutibile, indipendente dalla sua volontà, ma non nascosto alla sua in-
telligenza: la concreta impronta del suo privilegio». L’unico vero segno oggetivo del profetismo dantesco è costituito dall’episodio della rotura del fonte batesimale raccontato nel canto infernale dei simoniaci. Se per secoli il suo messaggio non è stato decifrato, non è perché Dante ha vo-
luto essere criptico, ma, più banalmente, perché con il passare del tempo è venuta meno la conoscenza della conformazione del fonte batesimale di San Giovanni. Il racconto di come egli avesse roto una delle anfore piene d’acqua benedeta per salvare una persona (presumibilmente un bam-
bino) che vi stava annegando persegue un duplice obietivo. Siccome quel gesto era stato compiuto in pubblico e, probabilmente, aveva suscitato scandalo, adesso Dante ristabilisce la verità dei fati («e questo sia suggel ch’ogn’ omo sganni»). Ma nel fratempo egli si è anche accorto che il suo gesto di allora aveva ripetuto quello del profeta Geremia, e si è persuaso che pure il suo era stato un gesto profetico: il segno che Dio, in quel luogo sacro, gli aveva afdato il compito di denunciare la simonia della Chiesa. E così l’ato che poteva sembrare uno scandalo, agli occhi di chi sapesse leggere i segni di Dio nella storia si sarebbe rovesciato nella certifcazione del carisma profetico di chi l’aveva compiuto.
Nel prosieguo del canto XIX dell’Inferno il papa Niccolò III, infto a capo in giù in uno dei fori circolari scavati nella parete della bolgia, pre-
dice a Dante, che si è chinato su di lui per meglio ascoltare le sue parole, il futuro arrivo all’Inferno di Bonifacio VIII (morto nel 1303), seguito poi da quello di un papa «di più laida opra», eleto, come il biblico Gia-
sone, grazie a pratiche simoniache che gli avevano procurato l’appoggio del re di Francia. È Clemente V, qui ulteriormente bollato come «pastor sanza legge», come papa, cioè, che non rispeta alcun vincolo umano e divino, un’espressione con la quale Dante allude al «tradimento» da lui compiuto (nella profezia: che compirà) ai danni di Enrico VII («ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni» scriverà nel Paradiso). Se il canto dei simoniaci è stato composto entro il 1308–1309, i versi che stigmatizzano con tanto disprezzo l’operato di Clemente devono risalire a una revisione posteriore. Prima o dopo la morte del papa nell’aprile 1314? Nel primo caso, saremmo in presenza di una profezia (il decesso del papa), forse non del tuto azzardata, ma comunque da intendere come tale; nel secondo, ritroveremmo il solito modo dantesco di preconizzare eventi già accaduti. E questa seconda ipotesi, che appare la più probabile, ci porterebbe a in-
dividuare una revisione del canto grosso modo negli stessi mesi, la tarda primavera del 1314, nei quali Dante scrive l’epistola ai cardinali. Può es-
sere signifcativo, allora, che i versi della Commedia insistano, più che sul voltafaccia del papa nei confronti dell’imperatore, sul momento della sua elezione simoniaca: signifcativo perché il conclave di Perugia che lo aveva eleto è proprio l’antefato storico al quale la letera ai cardinali fa riferi-
mento, il misfato che adesso i cardinali di Roma dovrebbero redimere nel nuovo conclave appena apertosi. Accetando l’ipotesi che nella primavera del 1314 Dante sia intervenuto sul canto di alcuni anni prima, non sarebbe afato strano che proprio nei mesi nei quali manifestava pubblicamente il suo carisma profetico, egli avesse anche aggiunto la digressione autobio-
grafca del batezzatoio infranto quale segno oggetivo del suo essere pro-
feta. Sarebbe la conferma che il profetismo dantesco si precisa e, soprat-
tuto, si esplicita nei mesi successivi alla morte di Enrico, come protesta volontaristica, come ato di fede nonostante tuto.
La nostalgia del «bello ovile»
Verso la fne del Paradiso Dante esprimerà la speranza, ma è quasi una cer-
tezza, che una pubblica incoronazione a Firenze riconoscerà il suo valore di «vate» in volgare. Sarà il poema a mitigare i cuori «crudeli» dei foren-
tini che lo tengono fuori «del bello ovile» in cui è nato:
sì che m’ha fato per molti anni macro,
del mio batesmo prenderò ’l cappello.
Nel suo San Giovanni egli sarà incoronato «poeta», ma con una corona del tuto particolare: nel Batistero nel quale, rompendo il batezzatoio, aveva manifestato il suo carisma profetico, come prova suprema della sua innocenza indosserà con orgoglio proprio quel «cappello» che gli sban-
diti perdonati erano costreti a portare in modo umiliante. Dante sembra fare sue le parole di Cacciaguida; di più, è come se l’augurio e le premo-
nizioni dell’avo adesso per lui fossero certezze. C’è però un particolare non secondario: il ritorno a Firenze, se mai ci sarà, avverrà solamente per i meriti suoi, di Dante; a restituirlo al suo «ovile» sarà solo il poema, non l’azione di un papa, di un imperatore o di un signore potente.
L’«ovile» ha come centro simbolico il Batistero. Nell’immaginario dantesco la rappresentazione di Firenze fa perno su quella chiesa. Nelle sue aspirazioni San Giovanni è il luogo della rigenerazione: personale, della cità e della Chiesa stessa. La Commedia è il testo profetico che potrà rovesciare il corso depravato della storia e riportare Firenze (e con la cità la Chiesa, della cui decadenza morale Firenze detiene grande responsabi-
lità) ai buoni costumi di una volta, quando il Batistero e la statua di Marte 60
«(i)n sul passo d’Arno» segnavano i confni di una comunità («l’ovil di San Giovanni») coesa e non ancora dilaniata dall’avarizia. Non solo mo-
tivazioni afetive, dunque, legano Dante al ricordo del Batistero. O me-
glio, quelle motivazioni sono state da lui metabolizzate e trasformate in sostanza politica e ideologica. Eppure, che ancora verso la fne della vita non possa immaginare altro luogo nel quale celebrare la sua vitoria se non il «fonte» del suo «batesmo» sta a dimostrare quanto profonde siano le radici del suo ataccamento.
Ma l’insistenza su San Giovanni mostra anche altro, ossia come una persona esule da molti anni possa restare legata a miti e simboli che nel fratempo, per coloro che in cità hanno continuato a vivere, hanno perso di valore. Che San Giovanni fosse il tempio citadino per antonomasia è stato vero a cominciare dal XII secolo, da quando cioè la gestione di quella chiesa, benché vescovile, era stata presa in carico dall’Opera di San Gio-
vanni, vale a dire dall’amministrazione citadina. Ma a cavallo del Due e Trecento Santa Reparata, al termine di un lungo processo, aveva conqui-
stato la supremazia sulla chiesa sorella. Il processo era culminato nella trasformazione, anche architetonica, del vecchio tempio nella grande chiesa di Santa Maria del Fiore (1296). Nel giro di pochi anni sarebbe stata la nuova catedrale con il suo culto mariano a rappresentare Firenze, dal punto di vista sia religioso sia politico-civile.
Dante non nomina mai né Santa Reparata né Santa Maria del Fiore. Verso la fne della vita, in anni cioè nei quali i mutamenti simbolici e fun-
zionali del complesso batistero-catedrale erano ormai consolidati, se-
guita a sognare il suo riscato in quello che per lui è ancora il tempio cit-
tadino. Forse non conosce quei cambiamenti, forse non li vuole accetare. C’è qualcosa di commovente in questa fedeltà di uno sradicato a miti e a immagini che vivono ormai solo dentro di lui.
L’ultimo viaggio e il Paradiso ritrovato
Dante trascorre gli ultimi anni della sua vita a Ravenna, dove muore il 13 set-
tembre 1321. Aveva da poco ultimato la Commedia, ma non aveva fato in tempo a pubblicare l’ultima cantica.
Nell’agosto 1321 Guido Novello invia Dante a Venezia come ambascia-
tore. La partenza da Ravenna potrebbe essere la causa della mancata ri-
fnitura dell’ultima egloga. L’ambasceria si era resa necessaria per evitare una guerra con Venezia, alleata di Forlì e Rimini, che sarebbe stata fatale per Ravenna. Il Polenta, come già altri signori avevano fato in passato, si afda all’esperienza e alle capacità oratorie di Dante. La guerra, in efeti, non scoppierà: in otobre Ravenna e Venezia raggiungeranno un accordo. Dante, però, non ne fu l’artefce. Durante il viaggio di ritorno via terra si era ammalato, forse di malaria, contrata atraversando il delta paludoso del Po. Giacque infermo per un certo periodo e poi si spense, il 13 set-
tembre, dopo il tramonto.
Guido Novello gli tributò funerali solenni nella chiesa di San Fran-
cesco, dove venivano sepolti gli stessi Polentani. Alla fne della cerimonia si recò nella casa in cui Dante aveva abitato e vi tenne un «ornato e lungo sermone» nel quale manifestò l’intenzione di erigergli un prestigioso se-
polcro. Pare che egli avesse promosso una sorta di concorso per l’epitafo da incidervi e che tra i più famosi poeti di Romagna fosse nata una sorta di gara, innescata – commenta Boccaccio – dal desiderio sia di mostrare la propria bravura, sia di testimoniare la stima per Dante, sia di accativarsi il favore di Guido Novello. Di epitaf scriti nell’immediatezza ne sono per-
venuti almeno due: uno di Giovanni del Virgilio e un altro atribuibile a Menghino Mezzani; forse risale a qualche anno dopo un terzo, atribuibile al grammatico veronese Rinaldo Cavalchini da Villafranca, mentre risale a parecchi anni dopo quello, di cui conosciamo solo i primi quatro versi, detato dallo storico di Vicenza Ferreto dei Ferreti.
Da morto, però, Dante non è stato più fortunato che da vivo. Nella pri-
mavera del 1322 Guido Novello si era trasferito a Bologna per assumervi la carica di capitano del popolo per un semestre. Aveva afdato provviso-
riamente il governo della cità al fratello Rinaldo, il quale, già arcidiacono, tre giorni prima della morte di Dante era stato eleto arcivescovo. In set-
tembre il cugino Ostasio lo trucidò, assunse il potere e impedì per sempre a Guido Novello di rimetere piede a Ravenna. Il progetato sepolcro non fu mai edifcato e gli epitaf rimasero sulla carta.
Sembra sicuro che Dante avesse lasciato nel casseto l’ultima egloga per Giovanni del Virgilio e che sia stato uno dei suoi fgli, forse Iacopo, a re-
capitarla al destinatario. Resta aperto il problema del Paradiso. Che prima di morire Dante lo avesse ultimato, è certo; che lo avesse anche difuso, invece non lo è. Sicuramente non lo aveva ancora divulgato prima della metà del 1320, anche perché a quella data la cantica doveva essere ancora incompiuta. Se dovessimo prestare fede a Boccaccio, «fgliuoli e disce-
poli» dopo la morte di Dante avrebbero cercato a lungo tra le sue carte gli ultimi canti, tredici per la precisione, per ritrovarli infne grazie a un sogno di Iacopo, nel quale il padre gli avrebbe rivelato che erano nascosti in una «fnestreta», coperta da una stuoia, scavata nel muro della camera da leto, e «in cotale maniera l’opera, in molti anni compilata, si vide fnita». Il ritrovamento miracoloso sarebbe avvenuto «dopo l’otavo mese» dalla scomparsa di Dante. È un fato, invece, e non leggenda, che dopo oto mesi Iacopo Alighieri invia a Guido Novello a Bologna, nel giorno in cui questi entra in carica come capitano del popolo (1º aprile 1322), un componi-
mento in terza rima (Divisione) che è «una piccola guida» alla Commedia e un soneto di dedica, dal quale si ricava che Guido Novello aveva già «una conoscenza completa del poema», Paradiso compreso.
Nel suo ultimo anno di vita, dunque, Dante lo aveva terminato. Non lo aveva difuso al di fuori di Ravenna, ma al protetore e agli amici lo aveva dato in letura. Sarà la tempestiva azione promozionale di Iacopo a inne-
scare un processo che in pochi anni avrebbe fato della Commedia il libro in volgare più leto e conosciuto della sua epoca.
Cronologia della vita di Dante Alighieri
Dante nasce a Firenze, nella casa di famiglia situata nel popolo di S. Mar-
tino del Vescovo, soto il segno dei Gemelli (Pd XXII 106–20); Boc-
caccio, Esp. I lit. 5, che riferisce una notizia appresa da Pietro Giardini, colloca la nascita in maggio.
Suo padre è Alighiero II (1220 ca. – prima del 1280), piccolo proprietario terriero, sensale e cambiavalute, primo dei cinque fgli di Bellincione († dopo il 1269), fglio a sua volta di Alighiero I († dopo il 1201); sua madre è Bella (di casato ignoto, forse Abati), morta durante l’infanzia di Dante. La coppia ha già una fglia, Tana (Gaetana, deta La Trota, 1260 ca. – dopo il 1320), poi moglie di Lapo Riccomanni. Rimasto ve-
dovo, Alighiero si risposa con Lapa di Chiarissimo Cialuf, da cui ha al-
meno Francesco (deto Geri, prima del 1279 – dopo il 1342), poi marito di Piera di Donato Brunacci. Boccaccio, Esp. VIII lit. 3, parla di un’altra sorella di Dante, poi sposata a Leone Poggi, ma non precisa se sia nata dal primo o dal secondo matrimonio di Alighiero.
Dante insiste più volte, generalmente in modo allusivo, sulle proprie ori-
gini nobili: in particolare dà grande rilievo all’antenato Cacciaguida, padre di Alighiero I, che sarebbe stato armato cavaliere da “lo ’mpera-
dor Currado” durante una spedizione contro i musulmani, nel corso della quale avrebbe trovato la morte (Pd XV 139–48). Sono però con ogni probabilità notizie leggendarie: Corrado III, se di lui si trata, nel-
la seconda crociata non atraversò l’Italia ma si diresse in Ungheria e da lì penetrò nell’impero bizantino; inoltre gli Alighieri non risultano essere mai appartenuti al ceto cavalleresco. Alla moglie di Cacciagui-
da, di origine padana, Dante fa risalire il cognome di famiglia (Pd XV 137–8); e in efeti a Ferrara è atestata una casata Aldighieri (con va-
rianti grafche). Stando alle parole di Farinata degli Uberti in If X 40–8 gli ascendenti di Dante, di parte guelfa, sarebbero stati esiliati dai ghi-
bellini prima nel 1248 e poi nel 1260; tutavia, dato che il poeta aferma incontrovertibilmente di essere nato a Firenze (If XXIII 94–5; Pd VI 64
53–4), bisognerà pensare che almeno una parte della famiglia sia potu-
ta rimanere in cità.
Dante viene batezzato in S. Giovanni (il “fonte / del mio batesmo” ricor-
dato in Pd XXV 8–9), presumibilmente nella cerimonia colletiva del sabato santo (26 marzo). Il nome Durante è atestato da Filippo Villani, De origine civitatis Florentie et de eiusdem famosis civibus, e da un docu-
mento notarile rogato nel 1343 per il fglio Jacopo; tutavia in campo leterario [a parte il caso dubbio di Fiore 82, 9 e 202, 14] non viene mai usato dallo scritore, che si frma sempre Dante (Io Dante a te, che m’hai così chiamato; Pg XXX 55) e come tale viene appellato anche da tuti i suoi corrispondenti poetici.
Esatamente un mese prima, il 26 febbraio, la bataglia di Benevento deter-
mina il tracollo della parte ghibellina in Italia: è pensabile che Alighie-
ro, se in esilio, rientri in patria nel corso dell’anno o all’inizio di quello successivo (la nomina di Carlo d’Angiò a podestà di Firenze e il ritorno dei principali fuorusciti guelf si collocano nell’aprile 1267).
A meno che il racconto di Vn 1. 2 non sia un’invenzione puramente letera-
ria, nella primavera di quest’anno ha luogo il primo incontro con Bea-
trice: ossia Bice di Folco Portinari, poi sposata a un Simone dei Bardi, secondo le testimonianze di Pietro Alighieri e Boccaccio (Tratatello A 30–2 = B 26–7; Esp. II lit. 82–5).
Il 9 febbraio viene stipulato il contrato dotale (cioè l’impegno a contrar-
re matrimonio) fra Dante e Gemma di Maneto Donati († prima del 1343). La futura moglie è una lontana cugina di Corso Donati, espo-
nente di primo piano della politica forentina nell’ultimo quarto di secolo, nonché di Forese e Piccarda: entrambi protagonisti di episodi della Commedia (rispetivamente Pg XXIII–XXIV e Pd III), il primo 65
(† 1296) anche amico personale di Dante, che con lui scambierà una serie di soneti di argomento scherzoso.
1281–6
Dopo la morte del padre, e dopo l’uccisione di Geri del Bello (cugino di Alighiero) nel corso di una faida ricordata in If XXIX 13–36, Dante è co-
streto ad assumersi le responsabilità di capofamiglia: questo suo ruolo è atestato da un documento, datato 1283, relativo alla cessione a Tedal-
do di Orlando Rustichelli di un credito di 21 lire vantato dal defunto pa-
dre nei confronti di Donato di Gherardo del Papa. L’amministrazione del modesto patrimonio domestico non gli impedisce però di dedicarsi ai primi studi: trae giovamento dalla frequentazione (verosimilmente informale, non legata a un magistero di caratere ufciale) dell’illustre leterato Bruneto Latini († 1293), commemorato in toni commossi in If XV, e inizia a comporre poesie in volgare. Secondo la dichiarazione di Vn 1. 20, Dante aveva “già veduto per sé medesimo l’arte del dire parole per rima” prima dei 18 anni, età alla quale fa risalire la stesura del so-
neto A ciascun’alma presa; sempre secondo Vn 2. 1, lo scambio di rime originato da questo soneto determina “lo principio dell’amistà” con il più anziano Guido Cavalcanti, appartenente a una famiglia magnatizia di parte guelfa.
In questo periodo viene celebrato il matrimonio con Gemma Donati, da cui nascono almeno Jacopo (1289–1348), Pietro (1300–64) e Antonia († prima del 1371): i primi due diventeranno leterati (e commentatori del poema paterno), la terza monaca con il nome di suor Beatrice nel monastero di S. Stefano degli Ulivi a Ravenna. [Restano incerte le no-
tizie su altri due eventuali fgli, Giovanni e Gabriello, che potrebbero essere nati da un omonimo.]
Non si registrano ripercussioni sulla biografa dantesca dei principali av-
venimenti della vita politica forentina in quegli anni (istituzione del priorato, governo delle Arti). Alcuni, basandosi sull’accenno a un al-
lontanamento forzato da Firenze in Vn 4. 1, ipotizzano che Dante abbia partecipato alla spedizione militare contro il castello di Poggio S. Ceci-
lia (novembre 1285 – aprile 1286), fato insorgere dagli aretini e ricon-
quistato da senesi e forentini dopo un assedio.
Un memoriale bolognese del notaio Enricheto delle Querce atesta (in una forma linguistica locale) il soneto Non mi poriano già mai fare am-
menda: la circostanza viene considerata indizio pressoché certo di una presenza di Dante a Bologna anteriore a questa data. Probabilmente il soggiorno bolognese è determinato da motivi di studio, come sosten-
gono Boccaccio, Tratatello A 25 = B 20 “sì come a luogo più fertile del cibo che ’l suo alto intelleto disiderava, a Bologna andatone, non pic-
ciol tempo vi spese” e Giovanni Villani, Nuova Cronica X 136 “andosse-
ne a lo Studio a Bologna” (che però si riferisce a un’epoca posteriore all’esilio); ed è verosimile che nella cità emiliana Dante sviluppi la pro-
pria competenza nelle parlate locali poi esibita in VE I XV.
[I sostenitori della paternità dantesca di Fiore e Deto d’Amore ne fanno risalire la composizione agli anni giovanili: il sicuro terminus post quem è la morte di Sigieri di Brabante (1283/4), ricordata in Fiore 92, e si ri-
tiene comunemente che le due opere, se dantesche, siano anteriori alla Vita nova].
Nella tarda primavera Dante prende parte alla campagna militare contro la ghibellina Arezzo culminata l’11 giugno nella decisiva bataglia di Campaldino, dove secondo Leonardo Bruni, Della vita, studi e costumi di Dante (che riferisce le notizie contenute in una letera dantesca oggi perduta) “si trovò nell’armi combatendo vigorosamente a cavallo nella prima schiera”. La memoria della bataglia ritorna nel racconto di Buo-
nconte da Montefeltro (Pg V 85–129).
Il 16 agosto partecipa alla presa del castello di Caprona (a est di Pisa) agli or-
dini del guelfo pisano Nino Visconti, alleato di Firenze: un ricordo per-
sonale dell’episodio si trova in If XXI 94–6 (“così vid’io già temer li fanti / ch’uscivan pateggiati di Caprona, / veggendo sé tra nemici cotanti”), mentre il personaggio (con cui deve essere nata negli anni successivi una frequentazione amichevole) viene rievocato in Pg VIII 46–84.
Il 31 dicembre muore Folco Portinari, padre di Beatrice: l’evento subisce una trasfgurazione leteraria in Vn 13.
L’8 giugno, secondo la testimonianza di Vn 19, muore Beatrice. Si apre una fase che a posteriori Dante giudica di traviamento (sopratuto in Pg XXX–XXXI) e la cui natura è stata variamente intesa, anche sulla base dell’oscuro soneto I’ vegno ’l giorno a.te ’nfnite volte, con cui Cavalcan-
ti rimprovera all’amico un suo recente mutamento. Stando a Cv II XII, “alquanto tempo” dopo la morte di Beatrice Dante avrebbe afrontato la letura del De consolatione Philosophiae di Boezio e del Laelius de ami-
citia di Cicerone (opere a lui già note in precedenza, ma intese in modo parziale e imperfeto); in seguito avrebbe cominciato a frequentare le “scuole delli religiosi” e le “disputazioni delli flosofanti” (ossia gli am-
bienti dei domenicani in S. Maria Novella, dei francescani in S. Croce, forse anche degli agostiniani in S. Spirito); quindi, dopo un periodo “forse di trenta mesi”, si sarebbe dedicato alla poesia flosofca (intra-
prendendo la stesura di Voi, che ’ntendendo il terzo ciel movete, la prima delle canzoni commentate nel tratato in volgare). Questa scansione cronologica è compatibile con l’afermazione di Cv II II 1, che data l’i-
nizio della passione per la flosofa (personifcata nella “donna gentile” di Vn 24–7) a più di tre anni dopo la morte di Beatrice.
Il 6 setembre Dante fgura come testimone in un ato con cui Guiduccio di Ciampolo da Petrognano nomina suo procuratore il notaio Maschio di fu Bernardo.
Un memoriale bolognese, vergato dal notaio Pietro di Allegranza, atesta un lungo frammento (le prime tre stanze, mutile) in forma linguistica locale della canzone Donne ch’avete intelleto d’amore (Vn 10): docu-
mento notevole della circolazione estravagante di poesie poi inserite nel prosimetro.
In marzo Dante fa parte del comitato di ricevimento per Carlo Martello, fglio del re di Napoli Carlo II d’Angiò, in visita a Firenze; stando alle parole fate pronunciare al personaggio in Pd VIII 55–7 (“Assai m’ama-
sti, e avesti ben onde; / che s’io fossi giù stato, io ti mostrava / di mio amor più oltre che le fronde”), con il giovane principe, scomparso pre-
maturamente l’anno dopo, dovrebbe essere sorta un’intesa intelletuale determinata dal comune amore per gli studi.
Dopo il bando infito a Giano della Bella (marzo), fautore nel gennaio 1293 degli Ordinamenti di Giustizia (legislazione mirante a escludere le famiglie magnatizie dall’atività politica), vengono promulgati i cosid-
deti Temperamenti (luglio): le nuove norme fssano nell’iscrizione a un’Arte la condizione sufciente per poter ricoprire cariche pubbliche. Dante si immatricola in quella dei Medici e Speziali, e le tracce della sua presenza nella vita politica forentina si registrano quasi subito: nel semestre 1º novembre 1295–30 aprile 1296 è uno dei trentasei membri del Consiglio Ristreto del Capitano del Popolo, espresso dal sesto di S. Piero Maggiore; il 14 dicembre 1295 interviene al Consiglio delle Capi-
tudini riguardo alle modalità dell’elezione dei futuri priori.
In questo periodo viene generalmente collocata la pubblicazione della Vita nova.
Il 23 maggio il Consiglio dei Cento, entrato in carica in aprile e della durata di sei mesi, delibera la cooptazione di Dante al posto di un consigliere venuto meno. Il 5 giugno Dante vi pronuncia un intervento favorevole all’approvazione di tre proposte: la costruzione e il restauro di alcuni edifci, il rifuto di accogliere in Firenze i fuorusciti pistoiesi, la conces-
sione di pieni poteri al gonfaloniere di giustizia e ai priori per procede-
re contro chi intimidisca i titolari di cariche pubbliche.
L’11 aprile Dante e il fratellastro Francesco otengono un prestito di 227,5 forini da Andrea di Guido de’ Ricci, il 23 dicembre ricevono un mutuo di altri 480 forini da Jacopo de’ Corbizzi: sono i primi segni della de-
cadenza economica che sta colpendo la famiglia Alighieri, costreta a rivolgersi agli usurai.
Nel corso dell’anno Dante interviene ancora, forse al Consiglio dei Cento: la testimonianza in proposito è vaga (“arringatur”) e non indica l’argo-
mento in questione.
Dopo la spaccatura verifcatasi nel ceto dirigente citadino fra Bianchi e Neri (fazioni capeggiate rispetivamente dalle famiglie Cerchi e Dona-
ti), Dante si accosta ai primi.
Il 23 otobre Francesco si impegna con Gano di Loto Cavolini per un mu-
tuo di altri 53 forini.
Il 14 marzo Dante si impegna a restituire a Francesco 125 forini; il 31 marzo Francesco si impegna a sua volta per la cifra di 20 forini nei confronti di Cerbino di Tencino. Nel fratempo la situazione politica forenti-
na si aggrava, a causa dei tentativi di ingerenza di papa Bonifacio VIII (1294–1303) nel governo della cità e dell’appoggio da lui fornito alla parte dei Neri a scapito di quella dei Bianchi: in aprile viene sventata una congiura che tre citadini (Nofo di Quintavalle, Simone di Ge-
rardo, ser Cambio da Sesto) hanno ordito per favorire l’afermazione dell’autorità papale su Firenze; il 1º maggio scoppia un tumulto tra le due fazioni in seguito al quale il capo dei Neri, Corso Donati (già in precedenza bandito dalla cità), viene condannato a morte.
Il 7 maggio Dante viene inviato ambasciatore a San Gimignano per con-
vincere i retori del comune a partecipare all’incontro tra i guelf tosca-
ni in programma nel mese seguente (la sede prevista era Empoli, sarà invece Castelforentino).
Il 23 maggio il cardinale Mateo d’Acquasparta viene nominato legato pa-
pale per la Toscana; al suo arrivo a Firenze, ai primi di giugno, cerca invano di modifcare il sistema eletorale per il priorato con l’intento di giovare ai Neri. L’elezione si svolge il 13 giugno: i sei priori per il bimestre 15 giugno – 15 agosto risultano Nofo di Guido, Neri di Jaco-
po del Giudice, Nello d’Arrigheto Doni, Bindo di Donato Bilenchi, Ricco Falconeti e Dante Alighieri. Solo due giorni prima quest’ultimo ha contrato con il fratello Francesco un nuovo debito di 90 forini, ve-
rosimilmente dovuto a spese legate all’incarico che sta per ricoprire. Subito dopo il loro insediamento a Palazzo Vecchio, i priori devono prendere una decisione riguardo alla sorte dei tre congiurati scoperti a marzo: rendono esecutiva la sentenza di condanna, consistente in una pena pecuniaria e nel taglio della lingua.
Il 23 giugno, durante la processione della vigilia di S. Giovanni Batista, scoppia una nuova rissa fra partigiani delle due fazioni citadine: in risposta i priori bandiscono equanimemente oto esponenti di parte nera in Umbria e sete di parte bianca (fra cui Guido Cavalcanti) in Lunigiana. Pochi giorni dopo, nel tentativo di porre un argine ai disor-
dini, viene concessa la balia della cità a Mateo d’Acquasparta, il quale intorno alla metà di luglio subisce un atentato a opera di un popolano.
I nuovi priori, entrati in carica in agosto, revocano il bando ai Bianchi: in seguito a questa dimostrazione di parzialità, Mateo d’Acquasparta lan-
cia l’anatema contro Firenze e lascia la cità (28/29 setembre). Guido Cavalcanti, rientrato dall’esilio, muore non molto dopo.
Si ritiene che Dante abbia visitato Roma in occasione del giubileo (indeto il 22 febbraio 1300, ma con efeto retroativo a partire dal 25 dicem-
bre 1299), dato che la descrizione dei pellegrini sul ponte S. Angelo in If XVIII 28–33 sembra presupporre una visione direta. In tal caso il viaggio avrà avuto luogo più probabilmente nella prima metà dell’anno (forse durante la setimana santa), prima dell’assunzione del priorato, oppure in novembre, all’epoca di un’ambasceria forentina presso la corte papale.
Il 2 marzo Dante e Francesco si fanno garanti presso Cerbino di Tencino 71
per un mutuo contrato dal giudice Durante degli Abati.
A questa notizia privata fanno seguito nuovi documenti dell’atività dello scritore in campo civile: il 14 aprile interviene per due volte al Con-
siglio delle Capitudini riguardo all’elezione dei priori, sostenendo la proposta di sorteggiare quatro e non due nomi per sesto; dopo una delibera datata 28 aprile, soprintende ad alcuni lavori urbanistici in Borgo Piagentina, prosecuzione di via S. Procolo (oggi rispetivamente via dell’Agnolo e via Pandolfni) in direzione del torrente Africo; ma sopratuto, il 19 giugno, al Consiglio dei Cento, si oppone per due volte alla richiesta di Bonifacio VIII di inviare cento cavalieri per una spedi-
zione contro Margherita Aldobrandeschi e si pronuncia invece a favore della proposta di assumere la difesa di Colle Valdelsa.
Il 29 luglio Francesco otiene da Cerbino di Tencino un altro prestito di 13 forini.
Il papa stringe i tempi per otenere il controllo di Firenze: in setembre il principe francese Carlo di Valois, da lui invitato nel novembre 1300 a scendere in Italia, giunge al suo cospeto in Anagni, otiene ufcial-
mente l’incarico di paciere e riparte per la Toscana. Nello stesso mese Dante interviene per tre volte al Consiglio dei Cento: il 13 si dichiara favorevole al mantenimento degli Ordinamenti di Giustizia, il 20 alla richiesta bolognese di far passare nel territorio forentino granaglie provenienti da Pisa, il 28 all’accoglimento di alcune proposte tendenti a snellire le procedure giudiziarie (in particolare la concessione della balia ai priori per reati gravi); in quest’ultima seduta propone inoltre di concedere l’amnistia a Neri di Gherardino Diodati (suo predecesso-
re nel priorato), condannato per un ato di violenza: la richiesta viene accolta.
Ai primi di otobre, insieme a Maso di Ruggerino de’ Minerbeti e Coraz-
za Ubaldini da Signa, fa parte dell’ambasceria inviata a Roma presso Bonifacio VIII. Secondo la discussa testimonianza di Dino Compagni (eleto priore il 7 otobre), il papa avrebbe rimandato indietro due am-
basciatori, tratenendo il solo Dante presso di sé (Cronica II 4, 11 e 25); ma va deto che la frase “che era ambasciadore a Roma” (peraltro so-
spetata di essere un’interpolazione) si potrebbe anche intendere come allusione all’ambasceria del novembre 1300, alla quale Dante avrebbe partecipato.
Che il poeta si trovi all’interno o all’esterno di Firenze (Leonardo Bruni si spinge a precisare che la notizia del mutamento di regime lo raggiunge mentre, lasciata Roma, è già arrivato a Siena), i fati storici sono co-
munque certi: il 1º novembre Carlo di Valois fa il suo ingresso nella cità; seguono a ruota il rientro di Corso Donati, la fuga dei Bianchi e la nomina a podestà di Cante de’ Gabrielli da Gubbio, che si farà stru-
mento delle proscrizioni contro gli oppositori del nuovo regime.
Il 27 gennaio viene pronunciata una prima sentenza contro Dante, giudi-
cato in contumacia colpevole di barateria e condannato a una multa di 5000 forini piccoli, al bando per due anni e all’interdizione perpetua dai pubblici ufci.
Nel primo periodo del suo esilio Dante, in gravi ristretezze economiche, si muove nel territorio dell’alta Valdarno ed entra in contato con le residue forze ghibelline ative in Toscana, ora spinte ad accordarsi con gli esuli di parte bianca intenzionati a rientrare in Firenze (ma in un equilibrio sempre precario, tratandosi di ex nemici giurati): ossia la cità di Arezzo, di cui è podestà Uguccione della Faggiola, e le famiglie feudali del Casentino (Pazzi, Ubertini, Guidi). In febbraio, al convegno di Gargonza (in Val di Chiana), viene streta una prima alleanza tra i fuorusciti bianchi e i Ghibellini.
Il 10 marzo viene pronunciata una seconda sentenza in contumacia contro Dante, ora condannato al rogo e alla confsca dei beni.
La coalizione Bianchi-Ghibellini, raforzata l’8 giugno al convegno di S. Godenzo (in Mugello) con la promessa di risarcire gli Ubaldini dei danni che avessero subito nella guerra contro Firenze, otiene alcuni successi iniziali, come la conquista dei castelli di Figline e Piantravigne (quest’ultimo perduto a luglio per il tradimento di Carlino de’ Pazzi, condannato per tale azione in If XXXII 67–9).
Probabilmente verso la fne dell’anno, o all’inizio di quello seguente, si colloca una missione di Dante a Forlì (atestata da Biondo Flavio, Hi-
storiarum ab inclinatione Romani imperii decades quatuor, che dichiara di basarsi su documenti risalenti a Pellegrino Calvi, cancelliere degli Ordelaf all’epoca di Dante) per negoziare la nomina di Scarpeta Or-
delaf a condotiero della coalizione, in vista della ripresa delle opera-
zioni di guerra in primavera.
In marzo, nuova campagna militare in Mugello: la coalizione subisce una sconfta a Castel Puliciano, a cui fanno seguito le feroci proscrizioni ordinate dal podestà di Firenze Fulcieri da Calboli (ricordate in Pg XIV 58–66).
Forse nella tarda primavera (un indizio in tal senso è la mancanza della sua frma in un ato relativo alla richiesta di un mutuo di 450 forini da parte della coalizione per fronteggiare le spese belliche, rogato a Bologna il 18 giugno) Dante si reca a Verona, presso Bartolomeo della Scala, come ambasciatore della coalizione. Se l’accenno al palio del drappo verde in If XV 121–4 atesta una visione direta, dimostra la permanenza del poeta a Verona almeno fno al febbraio 1304 (periodo in cui veniva di-
sputata la corsa). Si traterebbe dunque di un soggiorno quasi annuale, la cui durata può giustifcare il rimprovero di essersi fato “lombardo” rivolto a Dante da Cecco Angiolieri nel soneto Dante Alleghier, s’i’ so’ buon begolardo. È inoltre possibile che Dante, eventualmente a motivo di qualche incarico diplomatico ricevuto dai della Scala, abbia occa-
sione di vedere le cità di Padova, Treviso e forse Venezia (una visita a quest’ultima sembra comunque presupposta dalla minuta descrizione dell’Arsenale data in If XXI 7–18), la cui frequentazione viene invece generalmente abbassata al periodo 1305–6. In Pd XVII 70–5 (“Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello / sarà la cortesia del gran Lombardo / che ’n su la scala porta il santo uccello; / ch’in te avrà sì benigno riguardo, / che del fare e del chieder, tra voi due, / fa primo quel che tra li altri è più tardo”) Dante ofre un quadro estremamente positivo della sua prima esperienza veronese; tutavia le frecciate rivolte ad Alboino e Alberto della Scala, rispetivamente in Cv IV XVI 6 e Pg XVIII 118–26, sembrano implicare qualche difcoltà nei rapporti con quella casata signorile.
La permanenza di Dante a Verona non dovrebbe protrarsi molto dopo la morte di Bartolomeo della Scala (7 marzo). Nel fratempo stanno ma-
turando importanti novità: il 17 marzo il cardinale Niccolò da Prato, nominato legato per la Toscana dal nuovo papa Benedeto XI (1303–4) con il compito di porre termine alle discordie civili, otiene la balia di Firenze; il 26 aprile, in S. Maria Novella, si arriva a una riconciliazione tra il comune e una delegazione di fuorusciti.
Il ritorno di Dante in Toscana e l’assunzione di nuove responsabilità in favore della coalizione vengono dimostrati da una letera (Ep I) scrita al cardinale Niccolò da Prato in nome di Aghinolfo dei conti Guidi da Romena, capitano della parte bianca. Che il luogo della sua residenza in questo periodo sia Arezzo viene suggerito da un documento rogato in quella cità il 13 maggio, giorno in cui il fratellastro Francesco prende in prestito 12 forini dallo speziale Foglione di Giobbo: probabilmente il destinatario della somma è appunto Dante. Le sue condizioni eco-
nomiche sono infati difcili, come lascia intendere la letera di condo-
glianze (Ep II) scrita a Oberto e Guido da Romena per la morte dello zio Alessandro (più tardi bollato invece come falsario in If XXX 73–8), nella quale Dante giustifca la propria assenza dalle esequie con la “im-
provvisa povertà” [“inopina paupertas”] provocata dall’esilio.
Le speranze di pacifcazione vengono rapidamente deluse: il 10 giugno Niccolò da Prato lascia Firenze (da cui due giorni prima si sono allon-
tanati i delegati bianchi e ghibellini), ormai interamente dominata dai Neri; il 7 luglio muore Benedeto XI; il 20 luglio, con lo scontro della Lastra, fallisce l’ultimo tentativo compiuto dai fuorusciti per rientrare in armi a Firenze. Stando alla suggestiva rievocazione di Pd XVII 61–9, poco prima di questa bataglia Dante, in seguito a contrasti insanabili, abbandona la “compagnia malvagia e scempia” dei compagni di esilio e decide di fare “parte per sé stesso”.
Dante può aver trascorso a Bologna tuto il 1305, proteto dal regime guelfo bianco, dedicandosi alla stesura del Convivio e del De vulgari eloquentia. 75
Entrambi i tratati presuppongono un’ampia disponibilità di libri che potevano trovarsi riuniti solo in una grande cità universitaria, del re-
sto già frequentata da Dante in gioventù. È anche possibile che l’amico poeta e giurista Cino da Pistoia gli abbia procurato contati presso gli ambienti accademici bolognesi.
In febbraio il regime guelfo bianco bolognese viene rovesciato dalla fazio-
ne guidata dalla famiglia Caccianemici (colpita in If XVIII 40–66 nella persona di un suo illustre rappresentante, Venedico). Il nuovo regime, alleato dei Neri forentini e del marchese d’Este, rende impossibile la permanenza dei fuorusciti di parte bianca.
Si apre una fase completamente diversa della vita di Dante, che ora si afda a protetori guelf legati alla Firenze nera: Moroello Malaspina († 1315), marchese di Giovagallo, che nel 1302 ha tolto ai pistoiesi bianchi il ca-
stello di Serravalle e nel 1306 conquista la stessa Pistoia dopo un duro assedio (imprese ricordate in If XXIV 145–51); Gherardo da Camino († 1306), capitano generale di Treviso, lodato per la sua magnanimità in Cv IV XIV 12–3 e Pg XVI 121–6; Guido Salvatico dei conti Guidi da Dovadola († 1316). Boccaccio, Tratatello A 74 = B 55 indica fra gli altri luoghi praticati da Dante in questi anni anche il Montefeltro, reto dalla famiglia della Faggiola, e Padova.
Nello stesso periodo si collocheranno i suoi timidi tentativi di riconciliarsi con i governanti di Firenze, nella speranza di venire richiamato: la per-
duta letera Popule mee, quid feci tibi? (nota a Giovanni Villani e Leonar-
do Bruni) e la canzone Tre donne intorno al cor mi son venute, che parla esplicitamente di colpa e pentimento.
Il 6 otobre, a Sarzana, Franceschino, Corradino e Moroello Malaspina nominano Dante loro procuratore per concludere una pace con il ve-
scovo di Luni Antonio da Camilla; la pace, destinata a dirimere annosi contrasti di natura giurisdizionale su alcuni castelli della zona, viene stipulata il giorno stesso a Castelnuovo Magra. Si trata del principale episodio del soggiorno dantesco presso la nobile famiglia feudale, più tardi omaggiata in Pg VIII 121–39 a motivo della sua liberalità.
Per conto di Moroello, Dante redige il soneto Degno fa voi trovare ogni te-
soro, in risposta a quello di Cino da Pistoia Cercando di trovar minera in oro. In questo periodo si colloca probabilmente anche la stesura di Ep III, indirizzata a Cino (defnito esule nell’intestazione, al pari di Dante: l’arco di tempo comune ai due esili è il 1303–6) con la funzione di in-
trodurre il soneto Io sono stato con Amore insieme, responsivo a Dante, quando per caso s’abandona.
Mentre il De vulgari eloquentia rimane interroto, la composizione del Con-
vivio verosimilmente continua.
Poco dopo aver lasciato la Lunigiana Dante scrive la Ep IV, indirizzata a Moroello Malaspina e contenente la canzone Amor, da che convien pur ch’io mi doglia; sia la prosa sia la poesia presentano il poeta dimorante vicino alle sorgenti dell’Arno (ossia in Casentino, sicuramente presso uno dei conti Guidi, forse nel castello di Pratovecchio).
Secondo l’opinione più difusa, Dante avrebbe intrapreso la stesura della Commedia in questo torno di tempo. L’ipotesi alternativa che il poema sia stato iniziato prima dell’esilio ha dalla sua la testimonianza di Boc-
caccio (Tratatello A 179–82 = B 116–20; Esp. VIII lit. 3–17), secondo cui il testo originale dei primi sete canti, rimasto a Firenze, sarebbe stato fato recapitare da Dino Frescobaldi a Dante mentre si trovava presso Moroello Malaspina.
È possibile che nel corso di quest’anno Dante si trovi a Lucca [lo fareb-
be pensare un documento notarile, rogato in quella cità il 21 otobre, che atesta la presenza di un Giovanni di Dante Alighieri da Firenze, che però potrebbe essere un omonimo del poeta]. Un soggiorno luc-
chese di una certa durata va comunque postulato, dato l’accenno di Pg XXIV 34–48 (indubitabile, nonostante l’enigmaticità dei detagli: chi è la Gentucca ivi nominata e in che modo ha reso gradita la propria cità all’esule?), però non dopo il 31 marzo 1309, quando il comune vieta la presenza dei fuorusciti forentini nel proprio territorio. Forse a Lucca viene composto il libro IV del Convivio.
Il 6 otobre viene ucciso durante un tumulto Corso Donati, che negli ulti-
mi anni si era riavvicinato ai Bianchi e ai Ghibellini: l’evento, insieme al termine della legazione del cardinale Napoleone Orsini e alla defnitiva afermazione della parte nera più intransigente (guidata dalla famiglia della Tosa), determina in Dante la fne delle speranze di un rientro pa-
cifco a Firenze.
A questo punto, se la notizia è atendibile, si colloca con le maggiori pro-
babilità di verosimiglianza il viaggio a Parigi di cui parlano Giovanni Villani e Boccaccio, Tratatello A 75 = B 56 (“se n’andò a Parigi; e quivi tuto si diede allo studio e della flosofa e della teologia”): dopo la ca-
duta delle aspetative riguardo a Firenze (e, comunque, almeno dopo l’inizio della composizione del Convivio, che in I III 4 parla solo di pe-
regrinazioni per l’Italia e non per paesi stranieri) e prima del sorgere delle nuove speranze legate a Enrico VII. Del soggiorno parigino, e so-
pratuto di una qualche forma di frequentazione del locale ambiente universitario, resterebbe traccia nella menzione del “Vico de li Strami” (cioè rue de la Fouarre, dove si esercitava l’insegnamento delle Arti) in Pd X 137. Ma si può ipotizzare che in realtà, come altri fuorusciti, abbia trovato riparo ad Avignone.
In autunno il nuovo imperatore Enrico VII (eleto il 27 novembre 1308, incoronato re di Germania ad Aquisgrana il 6 gennaio 1309) scende in Italia, interrompendo il lungo disinteresse manifestato dai suoi pre-
decessori per la penisola (e stigmatizzato in Pg VI 97–117 e VII 91–6). Come Dante ricorda in Pd XXX 133–48, inizialmente Enrico si muove con l’approvazione di Clemente V (1305–14), che ha da poco trasferito la sede papale da Roma ad Avignone per assecondare il volere del re di Francia Filippo IV, ma presto il papa ritira il suo appoggio.
O che Dante abbia stazionato permanentemente in Italia, o che torni al-
lora dalla Francia per l’occasione (come vuole Boccaccio, Tratatello A 76 = B 57), è certo che accoglie con entusiasmo la venuta di Enrico e 78
indirizza una letera (Ep V) ai signori italiani per invitarli a rendergli omaggio. Il luogo del suo incontro con l’imperatore non è sicuro: forse Milano, dove Enrico arriva negli ultimi giorni dell’anno e viene incoro-
nato re d’Italia il 6 gennaio 1311.
Secondo la testimonianza di Biondo Flavio, Dante, trovandosi a Forlì, avrebbe scrito una letera a Cangrande della Scala per lamentare il tratamento riservato dai forentini agli ambasciatori di Enrico: se la notizia fosse vera, si traterebbe del primo contato documentato fra il poeta e il suo futuro patrono.
Precorrendo l’auspicato itinerario dell’imperatore, Dante fa ritorno in To-
scana: la Ep VI, destinata ai forentini e contenente l’invito a sotomet-
tersi al naturale signore, risulta scrita il 31 marzo “alle sorgenti dell’Ar-
no” [“sub fontem Sarni”]. Con ogni probabilità Dante si trova di nuovo presso i conti Guidi; e dallo stesso luogo, preoccupato per l’indugio di Enrico in Italia setentrionale, gli scrive il 17 aprile per esortarlo a scen-
dere in Toscana e ad afrontare Firenze (Ep VII).
Le tre letere successive (Ep VIII, IX, X), che sarebbero in realtà tre versio-
ni della medesima letera, sono brevi biglieti composti in nome della contessa Gherardesca di Batifolle (fglia del conte Ugolino della Ghe-
rardesca e moglie di Guido, del ramo dei Guidi di Batifolle) e direti alla consorte dell’imperatore, Margherita di Brabante; solo la terza è esplicitamente datata 18 maggio e risulta scrita nel castello di Poppi.
La situazione non si evolve però nel modo sperato. Da un lato Firenze rin-
serra le sue fle: il 2 setembre viene proclamata un’amnistia, deta di Baldo d’Aguglione (personaggio a cui è riservato un cenno di disprez-
zo in Pd XVI 55–6), mirante a recuperare parte dei fuorusciti e a esclu-
dere gli irriducibili (fra i quali viene menzionato Dante). Dall’altro lato l’imperatore si mostra incerto: perde quatro mesi nell’assedio di Bre-
scia (arresasi solo il 18 setembre), si trasferisce a Genova per passarvi l’inverno (e qui il 14 dicembre gli muore la moglie), manda a Firenze ambasciatori che vengono respinti in malo modo (25 otobre). Viene meno il clima di pacifcazione che aveva accompagnato l’inizio della discesa di Enrico e riemergono le tradizionali divisioni: la cosa non è 79
priva di conseguenze per Dante, costreto a barcamenarsi fra il ramo guelfo e quello ghibellino dei conti Guidi, ora riatirati nelle rispetive orbite politiche.
1312–3
Enrico lascia Genova e sbarca a Pisa il 6 marzo 1312; scende poi a Roma, dove viene incoronato imperatore il 29 giugno; si decide infne a porre l’assedio a Firenze, ma deve toglierlo nel giro di qualche mese e, dopo aver vagato inutilmente per l’Italia centrale, muore a Buonconvento il 24 agosto 1313.
Nell’ultimo periodo dell’azione di Enrico, e anche nella fase immediata-
mente successiva, Dante non deve essersi allontanato dalla Toscana: in base alla testimonianza di Petrarca, che dichiara di aver visto il po-
eta solo una volta durante la propria infanzia (Familiares XXI 15, 7), si presume che, come altri esuli (fra cui appunto il padre di Petrarca), stazioni a Genova oppure a Pisa, in atesa degli eventi. Può darsi che prima della morte di Enrico stenda il tratato latino Monarchia, favo-
revole all’ideologia imperiale (che, secondo altri, verrebbe composto più tardi, per sostenere i diriti di Cangrande della Scala, minacciato di scomunica da Giovanni XXII per la sua conferma a vicario imperiale).
Dopo la morte di Enrico VII, Dante può avere usufruito ancora dell’ospi-
talità dei Malaspina in Lunigiana.
[Alcuni ipotizzano un primo soggiorno ravennate presso Guido Novello da Polenta, che sarebbe avallato dall’autorità di Boccaccio, Tratatello A 79–81 = B 58–9 e anche da una letera in volgare (generalmente ritenuta un falso cinquecentesco) scrita da Venezia il 30 marzo 1314 per riferire a Guido il risultato negativo di un’ambasciata nella cità lagunare.]
[A quest’epoca si riferisce il controverso episodio relativo alla cosiddeta letera di frate Ilaro: un frammento di epistola latina, scrita dal cita-
to personaggio a Uguccione della Faggiola, tramandata da Boccaccio (che è stato considerato a lungo il principale indiziato dell’eventuale falsifcazione, mentre di recente sono stati fati i nomi di Giovanni del 80
Virgilio e Sennuccio del Bene) nel cosiddeto Zibaldone Laurenziano e utilizzata nei suoi scriti su Dante (Tratatello A 192–4 = B 128–32; Esp. Accessus 74–7). Ilaro comunica di aver conosciuto un personag-
gio (mai nominato, ma sicuramente identifcabile con Dante) che, di passaggio al convento di S. Croce del Corvo (presso la foce del Magra) per andare “nelle regioni oltre i monti” (“ad partes ultramontanas”), gli ha afdato una copia della prima cantica del poema, da consegnare ap-
punto a Uguccione (le altre due cantiche essendo destinate a Moroello Malaspina e a Federico III re di Sicilia), aggiungendo di avere pensato inizialmente di comporlo in latino e di avere cambiato idea a motivo dell’abbandono in cui versano gli studi classici. Ammesso che tuto ciò sia vero, siamo portati a collocare l’episodio certamente prima dell’8 aprile 1315 (morte di Moroello) e verosimilmente in un periodo di poco posteriore alla morte di Enrico VII, quando Federico III (altrove sem-
pre biasimato da Dante: VE I XII 5; Cv IV VI 20; Pg VII 112–20; Pd XIX 130–5 e XX 61–3) poteva apparire il continuatore della sua opera.]
Morto Clemente V il 20 aprile e riunitosi il conclave a Carpentras il 1º maggio, Dante indirizza ai cardinali italiani (non oltre il 14 luglio, gior-
no in cui vengono esclusi dai lavori) la Ep XI, per esortarli a eleggere papa un loro connazionale; dopo più di due anni di sede vacante verrà invece eleto un altro francese, Giovanni XXII (1316–34).
Probabilmente all’estate risale la più antica testimonianza sicura della dif-
fusione dell’Inferno: Francesco da Barberino, Documenti d’Amore IV 3 accenna a un’opera dantesca “che si intitola Commedia e che fra molti altri argomenti trata delle cose infernali” [“quod dicitur Comedia et de infernalibus inter cetera multa tractat”].
Dopo la morte di Moroello Dante abbandona defnitivamente l’orizzonte toscano e prende a gravitare intorno alle corti signorili dell’Italia set-
tentrionale. In una data imprecisata ripara a Verona presso Cangrande della Scala, il principale esponente del ghibellinismo in Italia: sarà la sua dimora più stabile nel corso dell’esilio.
[Se la letera a Cangrande (Ep XIII), destinata a illustrare i signifcati della Commedia e a sollecitare garbatamente un aiuto economico, è almeno 81
parzialmente autentica, dovrebbe risalire ai primi tempi del soggiorno di Dante a Verona.]
Il 19 maggio il comune di Firenze, minacciato dall’azione militare di Uguc-
cione della Faggiola (poi vincitore della bataglia di Montecatini il 29 agosto), concede un’amnistia a tuti gli esuli politici previo pagamento di una somma di denaro e la richiesta di perdono a S. Giovanni. Dante, informato della cosa, scrive a un innominato amico (probabilmente Bernardo Riccomanni, fglio della sorella Tana e frate francescano nel convento di S. Croce) la Ep XII per motivare il suo rifuto di rientrare in Firenze a condizioni ritenute umilianti.
In conseguenza di ciò, il 15 otobre viene rinnovata la condanna a morte e alla confsca dei beni per Dante, e il 6 novembre vengono banditi i suoi fgli, che già in precedenza devono aver raggiunto il padre in esilio. Si deve invece pensare che la moglie Gemma, la quale aveva visto miglio-
rare la propria situazione economica dopo la morte della madre Maria (il cui testamento viene redato il 17 febbraio, con un codicillo datato 24 maggio), rimanga a Firenze.
Fra quest’anno e l’inizio del successivo si collocano ulteriori testimonianze della difusione del poema, estese anche al Purgatorio: il volgarizzamen-
to dell’Eneide di Ciampolo di Meo Ugurgieri contiene interi versi dan-
teschi (If VI 13–4 e 27; Pg XXX 48), quello di Andrea Lancia una chiara allusione a Pg II 80–1. Inoltre un cartiglio che accompagna l’afresco della Maestà di Simone Martini nel Palazzo Pubblico di Siena presenta possibili echi di Pg XXIII 88; XXVIII 56–8; XXIX 148; XXXII 73–4.
Probabilmente in quest’anno va collocato l’abbandono di Verona e lo stanziamento a Ravenna presso Guido Novello da Polenta. Le cause della partenza sono ignote: forse un accresciuto disagio per l’ambien-
te scaligero (di cui resterebbe testimonianza nell’aneddoto riferito da Petrarca, Rerum memorandarum libri II 83: Cangrande chiede a Dante come mai non riesce a rendersi gradito al pari di un bufone di corte, 82
il poeta risponde che gli uomini apprezzano chi è simile a loro), forse la fama di amico delle letere goduta dal nuovo signore o la possibilità di trovare una sistemazione ai fgli (in questo periodo Pietro otiene il retorato di due chiese ravennati, S. Maria in Zenzanigola e S. Simone del Muro).
A Ravenna Dante ha intorno a sé una piccola cerchia di giovani discepoli, ricostruibile grazie a una serie di testimonianze prevalentemente boc-
cacciane: Pietro Giardini (Tratatello A 186 = B 124; Esp. I lit. 5), Dino Perini, Fiduccio de’ Miloti, Guido Vaccheta (tuti e tre nominati nello Zibaldone Laurenziano, che identifca i primi due con il Melibeo e l’Al-
fesibeo delle Egloghe, il primo menzionato anche in Esp. VIII lit. 13), Menghino Mezzani (che Coluccio Salutati defnisce “un tempo noto amico e compagno del nostro Dante” [“notus quondam familiaris et socius Dantis nostri”] in una letera del 1399 al cancelliere dei da Polen-
ta Niccolò da Tuderano, Epistolario XI 10).
[Stando all’explicit della Questio de aqua et terra, la cui autenticità è però dubbia, il 20 gennaio Dante avrebbe parlato davanti al clero veronese nella chiesa di S. Elena per defnire un problema cosmologico che gli era stato sollevato mentre si trovava a Mantova].
Nella prima metà dell’anno, mentre sta atendendo alla stesura del Para-
diso, intratiene una corrispondenza in esametri con il professore bo-
lognese (ma di origine padovana) Giovanni del Virgilio, che lo invita a dedicarsi alla poesia latina: Dante risponde ribadendo la propria op-
zione per il volgare, ma utilizzando la forma dell’allegoria bucolica in stile virgiliano (Eg I). Nella sua ulteriore risposta Giovanni, che adota a sua volta il travestimento pastorale, esprime il desiderio che Dante si trasferisca a Bologna.
Stando a una postilla di Boccaccio nello Zibaldone Laurenziano, Dante tarda un anno a comporre l’ultima risposta a Giovanni del Virgilio e la morte gli impedisce di mandarla al destinatario; il carme (Eg II) con-
tiene dichiarazioni di fedeltà a Guido da Polenta ed esprime timore per i pericoli che l’autore potrebbe correre a Bologna (pericoli da ricon-
durre probabilmente alla nomina di Fulcieri da Calboli a capitano del popolo nella cità emiliana per il secondo semestre 1321).
In agosto Dante partecipa a una missione diplomatica a Venezia, voluta da Guido nel tentativo di stornare un imminente pericolo di guerra. Sulla via del ritorno atraverso le paludi di Comacchio contrae le febbri ma-
lariche che ne provocano la morte, a Ravenna, fra il 13 e il 14 setembre.
Marco Santagata (1947), docente di leteratura italiana all’università di Pisa, è autore di numerose pubblicazioni di storia e critica leteraria. Noti anche in ambito internazionale sono i suoi studi su Petrarca, di cui, fra l’altro, ha commentato il Canzoniere (Meridiani Mondadori), e su Dante, delle cui Opere dirige l’edizione nei Meridiani Mondadori. Ha recente-
mente pubblicato il libro L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante (il Mu-
lino, 2011). All’atività di critico afanca quella di narratore: con il romanzo Il Maestro dei santi pallidi (Guanda) ha vinto il Supercampiello 2003.
Dal 28 agosto 2012
il nuovo libro di Marco Santagata
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