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Timestamp: 2016-10-25 10:43:34+00:00

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1 CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE PRESSO IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA *** RASSEGNA STAMPA 5 marzo 2007 Titoli dei quotidiani Italia Oggi Scacco all'evasione in 40 mosse Professionisti: un argine agli accertamenti dal tavolo tecnico Conti correnti per i professionisti Il Sole 24 Ore Conciliazione, chance sfumata? GIURISPRUDENZA FLASH Italia Oggi Documenti, il rifiuto va motivato La gara d'appalto è persa se il fisco avanza interessi Il Pm blocca il conto bancario della società Il Sole 24 Ore La Cassazione frena sul giudicato esterno Il debitore non paga la cessione del credito L assegno come prova parziale2 *** Scacco all'evasione in 40 mosse Scacco all'evasione in 40 mosse. Dagli studi di settore alla fiscalità immobiliare, dalla riscossione al lavoro autonomo, senza dimenticare le persone fisiche, tutti i settori sortiscono gli effetti restrittivi delle misure contenute e integrate tra il dl 223/2006, il dl 262/2006 e la Finanziaria Di contrappeso aumentano a dismisura i poteri istruttori e di accertamento riconosciuti ai soggetti che vigilano sull'emersione del gettito fiscale. Si tratta in realtà di un fitto reticolato di norme che intersecandosi creano un effetto moltiplicatore. Valga per esempio il caso delle indagini finanziarie che di per sé rappresentano un efficace strumento istruttorio. La loro funzione ed efficacia va ora misurata con l'istituzione dell'anagrafe dei conti ma anche con provvedimenti apparentemente distanti come l'obbligo di tenuta del conto corrente per i professionisti o la comunicazione all'anagrafe tributaria dei dati dei sinistri liquidati dalle società di assicurazione. In entrambi i casi è evidente come gli accertamenti a carico dei professionisti saranno agevolati attraverso un semplice incrocio di dati e allo stesso tempo, per uno strano rimando di cause ed effetti, fonderanno i gravi indizi necessari per l'attivazione delle indagini. Ma ritornando alle singole disposizioni, le novità sono molte e varie, per esempio per gli studi di settore si allarga la platea dei soggetti sottoposti con l'innalzamento a 7,5 milioni della soglia di ricavi che inibiscono l'applicazione dello strumento, scompare il tre per due per l'accertamento, vengono introdotti nuovi indicatori economici e di normalità che influiscono sui ricavi e vengono incrementate le sanzioni in casi di scostamento del 10% dei ricavi. In tema di immobiliare viene introdotta l'esenzione Iva per quasi tutte le transazioni a esclusione di quelle poste in essere da imprese edili entro quattro anni dalla costruzione dell'immobile, si parificano i poteri in tema di registro a quelli Iva e imposte dirette, si richiedono informazioni dettagliate nell'atto riguardo il corrispettivo e l'intermediazione, si applica il criterio del valore normale per fondare l'accertamento. Tutto ciò in attesa della rimodulazione degli estimi catastali. Modifiche enormi anche in tema di riscossione con la parificazione dei poteri finora ad appannaggio delle autorità fiscali compresi questionari presso terzi e ispezioni documentali. Ma non passa inosservata nemmeno la piccola evasione delle persone fisiche che si avvalgono di detrazioni e deduzioni fiscali. In questo caso per esempio vengono richiesti scontrini parlanti per le spese mediche, l'evidenziazione della manodopera in fattura per le ristrutturazioni edilizie e le comunicazioni degli enti di previdenza degli importi rimborsati per scongiurare che vi sia un'ulteriore detrazione delle spese sanitarie. Sergio Mazzei, Italia Oggi pag. 73 Professionisti: un argine agli accertamenti dal tavolo tecnico I professionisti tentano di mettere gli argini al dilagare dei nuovi poteri di accertamento tributario della guardia di finanza e dell'agenzia delle entrate, presentando un'agenda di semplificazioni al tavolo tecnico permanente, istituito da Vincenzo Visco, viceministro dell'economia e delle finanze, e presieduto da Massimo Romano, direttore dell'agenzia delle entrate. Dai conti correnti tracciabili alla trasformazione degli studi di settore in strumento di accertamento fino alle prime richieste di proroghe dei termini degli adempimenti dichiarativi. La partita dunque si giocherà nei prossimi mesi tra il mondo delle imprese e dei professionisti e l'amministrazione finanziaria. Quest'ultima però ha già messo, nero su bianco, nella circolare 2/07 che, per recuperare quel 16,6% del pil, equivalente a 230 miliardi di euro di economia sommersa, è necessario concentrare specifici piani di accertamento verso le categorie economiche a maggior rischio. Dai dati diffusi, nella circolare, il mondo sommerso è rappresentato dal 2,4% dell'agricoltura, il 17,2% dell'industria e l'80,4% dei servizi. Trecentoventi ore, per i soggetti di medie dimensioni, e 160 ore per i piccoli. È questo il tempo che gli 007 del fisco dedicheranno ai controlli. Nel mirino le analisi di rischio delle partite Iva e le dichiarazioni che abbiano un ammontare di fatturato non coerente con l'ammontare degli acquisti e della manodopera impiegata. Il settore che sarà passato, maggiormente, ai raggi X sarà quello immobiliare. Per gli accertamenti da studi di settore, una novità, rispetto agli indirizzi del 2006, è l'indicazione, nei motivi che fanno scattare il controllo, delle evidenti incoerenze, in particolare con riferimento agli indicatori di rotazione del magazzino e di durata delle scorte. Sempre per gli studi di settore l'altro elemento, che rileverà ai fini dell'accertamento, è quello dell'appiattimento emergente dall'analisi del trend dell'ammontare dei ricavi e dei compensi dichiarati. In questo caso, i controlli scatteranno anche se i contribuenti risultino congrui e coerenti. Nel piano controlli, poi, una posizione di riguardo, l'avrà l'imposta di registro; gli uffici saranno chiamati, infatti, ad accertare gli atti di cessione e conferimento di terreni edificabili nonché di cessione di azienda. Allo stesso modo, con la reintroduzione dell'imposta di successione e donazione, l'amministrazione finanziaria si concentrerà anche sull'accertamento del valore di tutti i beni per i quali è stata ripristinata la tassabilità. I professionisti. I nuovi controlli restano, però ancora sulla carta. Manca gran parte della fase attuativa: Misure come i controlli bancari richiedono i provvedimenti di attuazione, sono ancora pochi gli strumenti che possono dirsi pienamente operativi', evidenzia Mario Damiani, vicepresidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti. Per noi è importante verificare con l'agenzia delle entrate, durante il tavolo tecnico, come dare attuazione a questi provvedimenti'. Al primo punto dell'agenda, secondo Damiani, l'ingorgo di scadenze dichiarative, gli adempimenti sono una partita aperta, se le specifiche tecniche non saranno consegnate entro il mese di marzo per noi i tempi cominciano a essere insufficienti'. Ancora più bellicoso Paolo Moretti, presidente della Fondazione studi dei ragionieri. Non siamo contrari ai controlli, la lotta all'evasione bisogna farla ma con una maggiore qualità, siamo sfavorevoli alle misure retroattive o a misure, come la tracciabilità dei compensi che complicano la gestione dei conti correnti dei professionisti. Tutto questo però', continua Moretti, deve essere affrontato con l'ottica di essere disponibili a uno slittamento delle scadenze dichiarative. I termini sono troppo brevi e, se non ci fossero proroghe', avverte Moretti, potremmo prendere in considerazione forme di protesta forti'. A estremi mali, estremi rimedi: i professionisti, insomma, messi alle strette, con l'ingorgo delle dichiarazioni, potrebbero decidere di prendersi di ufficio uno slittamento di termini, inviando in ritardo, in massa, le comunicazioni. Proroga dei termini necessaria anche per i consulenti del lavoro. Riteniamo utile prorogare, congruamente, i termini previsti per gli adempimenti dichiarativi del 31 luglio e per questo esercizio ripristinare la4 data del 31 ottobre 207', dichiara Pietro Panzetta, delegato dei consulenti del lavoro al tavolo tecnico. Un'analisi dei costi/benefici dei nuovi adempimenti è stata già inserita nel protocollo di intesa, firmato il 14 dicembre, con i rappresentanti delle imprese. Il meccanismo deve consentire la verifica e l'eliminazione degli adempimenti che risultano inutili. L'aumento dei carichi amministrativi per le imprese si trasforma in complicazioni, che distraggono dall'attività produttiva, oltre a essere molto costosi', osserva Claudio Carpentieri della Cna. Sotto accusa è la ripetitività di alcuni dati, già in possesso dell'amministrazione finanziaria e che vengono richiesti. È il caso per esempio dei dati catastali, del fabbricato industriale, presenti nella dichiarazione Ici, nella dichiarazione di inizio di attività e presso l'ufficio del registro. Conti correnti per i professionisti Cristina Bartelli, Italia Oggi pag. 7 L'art. 35, comma 12, del decreto legge 223/2006 ha introdotto all'interno dell'art. 19 del dpr n. 600/72, il comma 3 Con tale modifica è stato inserita tra le scritture contabili previste per artisti e professionisti, nonché associazioni costituite tra gli stessi, la tenuta di uno o più conti correnti bancari o postali ai quali affluiscono, obbligatoriamente, le somme riscosse nell'esercizio dell'attività e dai quali sono effettuati i prelevamenti per il pagamento delle spese. Per quanto riguarda l'ambito oggettivo di applicazione della disposizione, si fa presente che gli strumenti utilizzabili per la riscossione dei compensi conseguiti nell'esercizio di arti e professioni sono: - gli assegni non trasferibili; - i bonifici; - le altre modalità di pagamento bancario o postale; - i sistemi di pagamento elettronico. Per quanto attiene, invece, all'ambito soggettivo di applicazione della norma, i soggetti obbligati a tenere uno o più conti correnti bancari o postali sono le persone fisiche che esercitano arti e professioni e le società o associazioni fra artisti e professionisti di cui all'art. 5, lettera c), del medesimo Tuir. Nella prima formulazione della norma i compensi in denaro per l'esercizio di arti e professioni dovevano essere riscossi esclusivamente mediante assegni non trasferibili o bonifici ovvero altre modalità di pagamento bancario o postale nonché mediante sistemi di pagamento elettronico, salvo per importi unitari inferiori a 100 euro. Con l'approvazione della legge n. 296/2006, art. 1 comma 69, è stato introdotto un regime di graduale passaggio alle nuove regole, in base al quale il limite di 100 euro si applica a decorrere dal 1 luglio Sino al 30 giugno 2008 il limite è stabilito in euro e dal 1 luglio 2008 al 30 giugno 2009 il limite è stabilito in 500 euro. In proposito la circolare 28/E del 4 agosto 2006 della Agenzia delle entrate ha confermato che non vi è l'obbligo di istituire un conto dedicato alle movimentazioni finanziarie professionali generate dal lavoratore autonomo, ma che possono eventualmente essere utilizzati anche conti correnti che recepiscono operazioni non afferenti l'esercizio dell'arte o della professione. Allo stato attuale della produzione giuridica, a partire dall'entrata in vigore del dl 223/2006 sussiste quindi in capo ai professionisti l'obbligo di dotarsi di un conto corrente. Allo stesso modo sussiste l'obbligo di far transitare al suo interno i compensi e le spese inerenti. Italia Oggi pag. 85 Conciliazione, chance sfumata? A chi non piacerebbe veder risolta la propria controversia in un tempo ragionevole, a un costo certo e contando sull assistenza dell avvocato di fiducia? La domanda non è retorica. Perché, a quanto pare, gli italiani, in primis le aziende, continuano a preferire l incertezza degli esiti di un giudizio, la sua durata estenuante, i costi smisurati. La conciliazione, anche detta Negoziato professionale agevolato, stenta a decollare, nonostante sia stata introdotta e dotata di valore assoluto, anche a causa della ritrosia degli avvocati nel farvi ricorso. Gli avvocati non hanno ancora assunto l abitudine di considerarla come forma alternativa e preferiscono adire le sedi giudiziarie o, tuttalpiù gli arbitrati. Il negozio agevolato consente di tenere fuori dal Tribunale questioni che altrimenti finirebbero per invecchiare insieme a chi vi è coinvolto, con enorme dispendio di denaro e senza la certezza d veder rispettato il proprio diritto. Il negoziatore, terzo neutrale, viene nominato d accordo dai due rappresentanti dei contendenti con il mandato di agevolare la soluzione transitiva che poi avrà valore di legge. La presenza dell avvocato è richiesta, anzi auspicabile, e quindi il suo lavoro e il suo compenso sono salvi; il costo dell intervento del terzo è misurabile a priori o legato al successo della negoziazione. Interessanti, inoltre sono i tempi, ristretti e concordati tra le parti. La procedura può essere oggetto di una apposita clausola nel contratto che lega le parti, pertanto è gia dalla fase preliminare ch egli avvocati possono svolgere il compito di prefigurare soluzioni efficaci alle ipotesi patologiche dell accordo, ma può anche essere attivata successivamente, in forma preventiva alla soluzione arbitrale o giudiziale. Stando al parere degli esperti è proprio questa la fase più delicata, nella quale il legale di riferimento può svolgere un ruolo determinante: coinvolgere il proprio assistito ad attivare un tavolo negoziale agevolato. A differenza dei tentativo transattivi che normalmente preludono alla causa, la formalità di incaricare un terzo, l impegno ad accertarne il ruolo di mediatore e di riconoscere il valore dell accordo raggiunto, conferiscono un tenore del tutto diverso alle trattative. A conciliatore s confessano anche gli obiettivi nascosti, i risentimenti personali e le diverse motivazioni che sottendono l insoddisfazione. Sono carte in più che il mediatore può giocarsi e che non sono date al giudice o all arbitro che può decidere solo secondo giudizio. La terzietà del negoziatore è garantita da un codice di comportamento inflessibile accettato dalle più reputate realtà d mediazione internazionale. Il trucco è semplice:gestire il conflitto anziché lasciargli prendere corpo. L obiettivo è onorevole: risolvere invece di litigare. Un avvocato che garantisce questo tipo d assistenza, che sa consigliare la parte e indirizzarla preventivamente al contenimento della litigiosità e alla ricerca della giustizia migliore, è un avvocato apprezzabile, che rispetta in tutto il proprio mandato. Paola Parigi, Il Sole 24 Ore, Norme e Tributi, pag. 506 GIURISPRUDENZA FLASH professionisti Irap. Requisito dell'autonoma organizzazione ai fini della soggettività Irap dei professionisti (sentenza della Corte di cassazione n del 16 febbraio 2007) La Suprema corte ha stabilito che si ha esercizio di attività autonomamente organizzata e pertanto soggetta a Irap (art. 2, dlgs 446 del 1997) quando l'attività abituale ed autonoma del contribuente dia luogo ad un'organizzazione dotata di un minimo di autonomia che potenzi ed accresca la capacità produttiva del contribuente stesso. Pertanto l'imposta non sarà applicabile ove in concreto i mezzi personali e materiali di cui si è avvalso il contribuente costituiscono un mero ausilio della sua attività personale: non è pertanto soggetto a Irap il professionista che svolga l'attività professionale senza dipendenti, con attrezzature consistenti in telefono, automezzo, Personal computer e mobili d'ufficio controllo dei conti correnti Accertamento bancario. Poteri degli uffici. Invito al contribuente per fornire dati (sentenza della Corte di cassazione n del 5 febbraio 2007) La Suprema Corte ha stabilito, in tema di accertamento bancario, che il legislatore, nel prevedere la convocazione del contribuente con l'invito a fornire dati, notizie e chiarimenti in ordine alle operazioni annotate nei conti bancari (artt 51, dpr 633 del 1972, e 32 del dpr 600 del 1973), attribuisce all'amministrazione una mera facoltà al fine di acquisire elementi istruttori e non un obbligo per cui le risultanze emerse dall'attività di verifica, prodromica all'emissione dell'avviso di rettifica, possono costituire un valido supporto probatorio della pretesa impositivo sottesa a tale avviso, anche in mancanza, di immediata contestazione al contribuente in sede di verifica. accertamento bancario Poteri degli uffici. Conti correnti bancari. Imputazione dei versamenti (sentenza della Corte di cassazione n del 5 febbraio 2007) La Suprema Corte ha stabilito, in tema di accertamento bancario, che l'imputazione dei versamenti operati su conti correnti bancari a ricavi conseguiti dal contribuente nella propria attività d'impresa è pienamente legittima. In tal caso, infatti, spetta al contribuente medesimo fornire, in sede amministrativa o contenziosa, la prova contraria anche in ordine all'estraneità degli stessi alla produzione del reddito, la cui presunzione (art. 32, dpr 600 del 1973) non necessita dei requisiti di gravità, precisione e concordanza richiesti dall'art cc. richiesto per le presunzioni semplici. Italia Oggi pag. 27 Documenti, il rifiuto va motivato Il giudice richiesto di acquisire un documento non può respingere l'istanza senza motivi. Questo il principio espresso nella sentenza della Corte di cassazione 15 gennaio 2007 n La vicenda: I giudici si sono trovati a pronunciarsi su una complessa vicenda sorta in conseguenza del ricorso proposto da un contribuente contro un avviso di accertamento emesso agli effetti dell'imposta di registro. Limitando l'indagine al profilo qui in esame, nel ricorso per Cassazione l'amministrazione finanziaria lamentava che il giudice di secondo grado non avrebbe disposto, ai sensi dell'art. 7, terzo comma, del dlgs n. 546/1992, l'acquisizione di una sentenza chiaramente specificata dall'amministrazione finanziaria nel secondo grado di giudizio e ritenuta pregiudiziale ai fini della soluzione della controversia. Il giudice, tuttavia, disattendeva tale istanza senza esprimere motivazioni; d'onde il motivo di doglianza espresso dal fisco. La Corte di cassazione: Nella sentenza il giudice afferma due principi di estrema rilevanza: a)l'esercizio dei poteri di acquisizione d'ufficio, ai sensi del citato art. 7 c. 3, non può sopperire al mancato assolvimento dell'onere della prova, che in ogni caso grava sulle parti ai sensi dell'art codice civile, potendo lo stesso intervenire, al più, con funzione di mera integrazione, ma giammai di integrale sostituzione; b)il predetto esercizio costituisce una facoltà discrezionale, ma mai arbitraria, del giudice, sicché nel caso in cui il documento da acquisire appaia astrattamente assumere rilevanza decisiva ai fini della decisione, l'esercizio di tale potere istruttorio configura un dovere del giudice, il cui mancato assolvimento è illegittimo, se non motivato. Ora, osservano i giudici, poiché nel caso concreto il documento di cui l'amministrazione ricorrente per Cassazione lamenta la mancata acquisizione officiosa da parte del giudice di secondo grado è una decisione della medesima commissione tributaria regionale procedente, indicata in modo puntuale dall'ufficio quanto a esistenza e contenuto, ma soltanto non inserita nel suo supporto cartaceo, il giudice non avrebbe potuto esimersi dall'ordinarne l'acquisizione. La sentenza conferma ancora una volta le difficoltà interpretative legate alla delicata disposizione di cui all'art. 7 c. 3 del processo tributario, secondo cui è sempre data alle commissioni tributarie la facoltà di ordinare alle parti il deposito di documenti ritenuti necessari ai fini della decisione della controversia. Malgrado l'intervenuta abrogazione di questo comma a opera dell'art. 3-bis, quinto comma, del decreto legge n. 203 del 2005, con effetto dal 2 dicembre 2005, pertanto, i problemi relativi ai processi pendenti si susseguono senza sosta. Diniego di autotutela giudice non competente: Se l'accertamento è divenuto definitivo per mancata impugnazione, il contribuente non può ricorrere contro il diniego di autotutela. Lo ha stabilito la commissione tributaria regionale di Potenza, terza sezione, sentenza 5 dicembre 2006 n La vicenda riguarda un contribuente che vistosi notificare alcuni avvisi di accertamento non ha provveduto entro i termini di legge a impugnarli. Successivamente, lo stesso contribuente propone all'ufficio finanziario istanza di autotutela, avvero la quale l'ufficio risponde negativamente. Sorge allora il problema di verificare la possibilità di impugnare tale diniego innanzi al giudice tributario. Di qui la controversia oggetto della sentenza. Il giudice premette che costituisce principio cardine quello secondo cui in caso di mancata impugnazione di un avviso di accertamento nei termini di legge, esso diviene definitivo. Una volta allora che la pretesa tributaria si è consolidata, risulta ineludibile l'iscrizione a ruolo a titolo definitivo previa emissione e notifica di una cartella esattoriale, la quale ultima è impugnabile solo in presenza di vizi propri. Diviene pertanto irrilevante valutare se il giudice tributario sia o meno competente a conoscere sulle impugnazioni avverso il diniego di autotutela, atteso che in ogni caso l'atto, quale che sia la giurisdizione, non può essere impugnato. Sulla questione si richiama peraltro la recente sentenza della Corte di cassazione n. 1710/2007, secondo cui8 il mancato esercizio del potere di autotutela non è sindacabile in sede giudiziaria, trattandosi di esercizio di un potere meramente discrezionale e non di un obbligo giuridico. Tuttavia, in attuazione dei principi di buona fede e collaborazione fissati dalla legge n. 212/2000, l'ufficio finanziario che riceve una istanza di autotutela deve sempre verificare la veridicità delle affermazioni rese dal contribuente. La gara d'appalto è persa se il fisco avanza interessi Massimiliano Tasini, Italia Oggi pag. 17 LA SENTENZA: Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, sezione III ter, sentenza n. 723 del 18 gennaio 2007 IL CASO: Non pagare gli interessi di un debito tributario portato da una cartella esattoriale, pagata in ritardo, fa perdere l'appalto? LA DECISIONE: Il Tribunale amministrativo risponde affermativamente. Una srl, aggiudicataria provvisoria di una gara a licitazione privata per l'affidamento di lavori di risanamento conservativi di suoi fabbricati, ha presentato ricorso contro il provvedimento con cui è stata esclusa dalla gara, con conseguente annullamento dell'aggiudicazione provvisoria. L'esclusione è stata motivata da un'irregolarità tributaria definitivamente accertata, concernente il mancato pagamento degli interessi moratori conseguente al ritardato pagamento di una cartella esattoriale. Alla società è stata, infatti, notificata una cartella esattoriale per imposte liquidate ex articolo 36-bis del dpr n. 600 del 1973 relative a una dichiarazione annuale, oltre sanzioni e interessi derivanti dalla liquidazione. La cartella non è stata pagata entro i prescritti 60 giorni, ma una decina di giorni dopo. L'Agenzia delle entrate, su richiesta dell'ente appaltante, circa la regolarità fiscale della società, ha attestato che la ditta non risulta in regola con gli obblighi tributari, dato che attualmente risultano in capo al contribuente delle iscrizioni a ruolo non soddisfatte. A seguito di ciò, l'impresa ha preso cognizione di un debito relativo al pagamento tardivo, pari a poco più di 400 euro e ha provveduto a saldare successivamente, e l'agenzia delle entrate ha comunicato che la ditta ha provveduto a sanare la posizione con il saldo della cartella. La società ha fatto presente l'entità minima del debito (solo qualche centinaia di euro) a fronte di un appalto di quasi un milione di euro, e quindi privo di incidenza sull'affidabilità morale, economica e professionale dell'impresa. La società si è difesa sostenendo anche che il mancato versamento di interessi moratori alla data dell'aggiudicazione provvisoria non implica un'irregolarità nel pagamento di imposte e tasse e dunque non giustifica l'esclusione della ricorrente. Infatti per la società l'imposta è stata pagata e il residuo debito pur avendo natura fiscale riguarda appunto gli interessi moratori, cioè ha titolo diverso dal debito per imposta. La diversità del titolo deriverebbe anche dalla considerazione per cui, mentre il regime dell'imposta è soggetto al principio costituzionale della capacità contributiva, gli interessi moratori ne sono estranei. Le irregolarità tributarie, secondo la società, non possono comprendere quelle per interessi. Il tribunale ha dato torto alla società, che è stata considerata tra i soggetti che abbiano commesso irregolarità, definitivamente accertate, rispetto agli obblighi relativi al pagamento delle imposte e tasse, anche se a suo carico residuavano solo debiti per interessi moratori. Il carico degli interessi di mora è previsto direttamente dalla legge, che lo ricollega all'inutile decorso del termine di pagamento, e perciò non abbisogna di un autonomo atto di accertamento. E senza necessità di altra richiesta autonoma del pagamento degli interessi da parte dell'amministrazione finanziaria e tanto meno sia stato notificato nei suoi confronti un avviso di riscossione. Che, poi, il titolo di tale debito sia costituito da interessi, anziché da imposte o tasse, è elemento irrilevante poiché la normativa sull'esclusione richiede non già che l'irregolarità riguardi il pagamento delle9 imposte e tasse, ma che l'irregolarità sia tale rispetto agli obblighi relativi' al detto pagamento, in questo modo ricomprendendo chiaramente ogni irregolarità che attenga a qualsiasi inadempimento collegato ai tributi, indipendentemente dal fatto che si tratti di sorte capitale o di interessi ovvero di interessi di mora. Inoltre non conta neppure l'esiguità dell'importo dovuto all'erario e neanche il fatto che la società abbia provveduto al saldo prontamente. Secondo il Tar il debito per interessi di mora e aggio al concessionario, infatti, è frutto di una prima inosservanza degli obblighi tributari, e del debito principale comprensivo di sanzione per ritardati o omessi versamenti la società ha avuto conoscenza da tempo, ma non si è data carico di saldarlo senza dar luogo a ulteriori addebiti. Tanto è bastato per dimostrare come la società non garantisce di adempiere correttamente ai propri obblighi ed è pertanto inaffidabile anche con riguardo all'esecuzione degli adempimenti contrattuali. GLI EFFETTI PRATICI: Chi non paga gli interessi di un debito tributario portato da una cartella esattoriale, pagata in ritardo, è causa legittima di esclusione dall'appalto e di revoca dell'aggiudicazione provvisoria. La normativa sugli appalti prescrive, tra i requisiti di ordine generale, che le imprese devono possedere ai fini della qualificazione, l'inesistenza di irregolarità, definitivamente accertate, rispetto agli obblighi relativi al pagamento delle imposte e tasse: la ragione della disposizione è evidentemente quella di evitare alla stazione appaltante una situazione di pericolo che le deriverebbe dall'intrattenere un rapporto contrattuale con un soggetto la cui inaffidabilità sia rivelata dall'accertata in via definitiva inosservanza degli obblighi fiscali. IL PM BLOCCA IL CONTO BANCARIO DELLA SOCIETÀ Antonio Ciccia, Italia Oggi pag. 22 LA SENTENZA: Cassazione penale, sez. VI, sentenza 22/1/2007-5/2/2007, n IL CASO: È legittimo il sequestro dell'intero conto corrente di una società sul quale sono transitate somme di provenienza illecita? LA DECISIONE: La cassazione risponde affermativamente. Il legale rappresentante di una società a responsabilità limitata ha presentato ricorso in cassazione contro l'ordinanza che ha confermato il sequestro dei conti correnti bancari intestati alla società nel corso di indagini per una serie di reati, tra cui evasione fiscale, truffa e associazione a delinquere. Secondo il legale rappresentante il sequestro non era legittimo in quanto non era stato applicato su specifiche somme di denaro, di provenienza delittuosa, custodite nei conti correnti, ma sui conti, vincolati nella loro complessità, in cui le stesse somme sarebbero transitate. L'illegittimità consisterebbe nel fatto che il sequestro opera preventivamente su somme di ammontare superiore a quelle specificamente riferite alla ipotesi delittuose contestate e comunque riguarda non solo le somme, ma il conto corrente in cui le somme sono custodite o sono transitate. La Cassazione ha dato torto alla società. Secondo i giudici non bisogna confondere il sequestro preventivo con il sequestro probatorio. Deve ritenersi legittimo il sequestro preventivo del denaro presente sui conti correnti intestati alla società di cui si è servito l'indagato per perpetrare i reati, quando vi è fondato motivo di ritenere che tali somme possano essere utilizzate per compiere ulteriori reati ovvero per aggravare le conseguenze dei reati commessi. In particolare, è ammissibile il sequestro preventivo finalizzato alla confisca della somma di denaro che costituisca il profitto del reato sia nel caso in cui la somma si identifichi proprio in quella che è stata acquisita attraverso la attività criminosa sia quando sussistano indizi per i quali il denaro di provenienza illecita risulti depositato in banca ovvero investito in titoli, trattandosi di assicurare ciò che proviene dal reato e che si è cercato di occultare. Alla luce di tali considerazioni la10 Cassazione ha concluso che la libera disponibilità del denaro provento di reato è senza dubbio idonea a protrarre o aggravare le conseguenze dei delitti ipotizzati e il sequestro del conto corrente è ammissibile, presumendosene l'uso per la commissione di ulteriori reati. GLI EFFETTI PRATICI: Non sussiste un rapporto pertinenziale diretto tra la cosa sequestrata e il delitto tale per cui il sequestro interessi soltanto la somma di denaro che costituisca provento, profitto o prezzo del reato stesso e non l'intero conto corrente in cui tale somma sia versata o transitata. Pertanto è legittimo il sequestro preventivo dell'intero conto corrente della società sul quale sono transitate somme di provenienza illecita La Cassazione frena sul giudicato esterno Antonio Ciccia, Italia Oggi pag. 22 Una sentenza passata in giudicato con riferimento all Iva non può far stato nell analogo procedimento relativo alle imposte dirette. E la conclusione,forse inaspettata, cui è giunta la Cassazione con sentenza n. 2438/2007 con la quale, nella sostanza, sono stati posti i primi paletti all applicazione del giudicato esterno nel processo tributario. E pur vero, che con l autorevole sentenza ( la n /2006) riguardava l applicazione del giudicato esterno nel caso di uno stesso rapporto giuridico relativo a due diverse annualità, ma è ance vero che i principi espressi nel suddetto precedente ammetterebbero il giudicato esterno in altre fattispecie, come per altro auspicato e ritenuto da autorevole dottrina. Inoltre, è stato rilevato che l applicazione del giudicato esterno deve essere sempre valutata in ragione al caso: dunque non è detto che esso si debba sempre applicare per diversi anni d imposta e, dunque, si potrebbe dire altrettanto per il caso di tributi differenti. Con questa sentenza, invece, la Corte ritiene inapplicabile il giudicato esterno nei procedimenti aventi a oggetto imposte diverse, poiché ogni imposta ha una propria e diversa struttura. Maria Grazia Strazzulla, Il Sole 24 Ore pag. 39 Il debitore non paga la cessione del credito La posizione del debitore non può essere aggravata per effetto della cessione del credito. Neppure in un contratto di factoring. A questa conclusione arriva la Corte di cassazione, sezione Terza civile, con la sentenza n depositata lo scorso 8 febbraio. L assegno come prova parziale Il Sole 24 Ore pag. 50 Non basta fornire le copie degli assegni bancari che dimostrano il passaggio del denaro prestato per ottenere la restituzione. La prova dell esistenza di un mutuo e, quindi, del diritto al rimborso deve essere fornita in maniera rigorosa perché altrimenti il possesso degli assegni da parte del debitore fa presumere che esista un rapporto sottostante che giustifica il passaggio de soldi. Sono questi i principi espressi dalla terza sezione civile della Cassazione con la sentenza 3258/2007. ( a cura di Daniele Memola ) via del Governo Vecchio, Roma - tel fax Vedere altro
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 Cass. 
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