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Timestamp: 2017-08-18 04:56:27+00:00

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ANZIANI DELEGA BANCARIA A BADANTE E GLI EREDI I FIGLI DOVE ERANO ? EREDI SVEGLIATEVI PRIMA !! NON ABBANDONATE GLI ANZIANI impugnazione successione impugnazione eredità processo testamento | Avvocato a Bologna - Studio Legale Bologna Avvocato Sergio Armaroli
BADANTE ANZIANI BOLOGNA ANZIANI DELEGA BANCARIA A BADANTE E GLI EREDI I FIGLI DOVE ERANO ? EREDI SVEGLIATEVI PRIMA !! NON ABBANDONATE GLI ANZIANI impugnazione successione impugnazione eredità processo testamento
ANZIANI DELEGA BANCARIA A BADANTE E GLI EREDI I FIGLI DOVE ERANO ?
EREDI SVEGLIATEVI PRIMA !! NON ABBANDONATE GLI ANZIANI
MIO PADRE HA DELEGATO LA BADANTE E LA STESSA GLI HA VUOTATO IL CONTO !
MIO PADRE HA LASCIATO ALLA BADANT EUNA GROSS AFETTA DEL PATRIMONIO
Molti eredi spesso i figli lamentano che il vecchio genitore ha autorizzato la delega bancaria alla badante, e sono sparite spesso delle grosse somme a volte centinaia di migliaia di euro !!
Ma perché questi figli non seguono gli anziani genitori?
Dove sono i figli quando i genitori anzieni vengono totalemte accuditi dalle badanti?
Cosa fanno ‘ perché non si accorgono prima?
Capita che la badane venga nominata erede, e ai figli resta a malapena la legittima enon sempre!!
Ad esmepio un anziano signore, che ha solo somme liquide, di rilevante importo, conferisce delega bancaria alla badante, e questa vuota i conti!
Mi stupisco quando i figli si lamentano e mi dicono : papa’ non lo vedevo d an anno e guardi cos aha fatto la badante!!
Ma perché non segui tuo padre anziano non controlli ?
L’assistito potrebbe essersi trovato, nel conferire la delega, in una situazione d’incapacità, anche temporanea: in questo caso l’atto di delega può essere annullato, ed andranno restituite, da parte della badante, le somme indebite. Un atto, difatti, può essere annullato anche se il dante causa non è stato interdetto o inabilitato, poiché è sufficiente lo stato d’incapacità naturale, riscontrabile laddove il soggetto non sia in grado di valutare in modo corretto le conseguenze degli atti che compie.
L’età e/o le condizioni di salute non più ottimali rendono poco agevole per alcune persone anziane l’attività di effettuare operazioni bancarie presso l’Istituto di Credito ove sono correntisti.
È questa la motivazione che spinge molti a delegare ad altri la gestione del proprio conto corrente.
Tuttavia, non è infrequente che questa situazione crei, al decesso del correntista, attriti tra gli eredi e il delegato; e ciò indipendentemente dal fatto che quest’ultimo sia un congiunto/erede oppure un estraneo.
In effetti, può capitare che il delegato sia un terzo estraneo alla famiglia del de cuius, un “non erede”, quale può essere ad esempio, il badante/la badante, il portinaio/la portinaia, e così via.
. L’art. 643 c.p., inserito fra i delitti contro il patrimonio mediante frode, tutela il patrimonio del minorato ossia di colui che, non necessariamente interdetto o inabilitato, si trovi in una minorata condizione di autodeterminazione in ordine ai suoi interessi patrimoniali.
Rimane invece la peculiare condotta di una persona di 95 anni che, a diciassette giorni dalla morte, scrive con notevolissime difficoltà evidenti dal testo, un testamento quasi illeggibile a favore di un’estranea rispetto ai propri familiari, estranea da lei considerata subalterna, come descrive il teste D.S. Tale condotta, in una persona non più in grado di autodeterminarsi, per età, avanzatissima, e condizioni di salute, gravissime, si spiega solo in chiave accusatoria, e cioè con un’attività dell’imputato che è intervenuta in proprio favore sulla condotta della p.o., necessariamente acritica. Ritiene infatti sul punto la giurisprudenza che non occorra al fine della configurabilità del reato in contestazione, una condotta tipica o specifica dell’autore del fatto, bastando, ai fini della sussistenza dell’elemento dell’induzione, che la proposta al compimento dell’atto provenga dal colpevole ed è sufficiente che questi abbia rafforzato, profittando delle menomate condizioni psichiche del soggetto passivo, una decisione pregiudizievole dal medesimo già adottata” (pag. 6).
Ritiene infatti sul punto la giurisprudenza che non occorra al fine della configurabilità del reato in contestazione, una condotta tipica o specifica dell’autore del fatto, bastando, ai fini della sussistenza dell’elemento dell’induzione, che la proposta al compimento dell’atto provenga dal colpevole ed è sufficiente che questi abbia rafforzato, profittando delle menomate condizioni psichiche del soggetto passivo, una decisione pregiudizievole dal medesimo già adottata” (
2.2. illogicità della motivazione in ordine allo stato di incapacità d’intendere e volere: la ricorrente sostiene che la Corte aveva ritenuto che la So. non fossecompussui nel momento in cui redasse il testamento, sia per l’età avanzata, sia perché più testimoni l’avevano descritta come poco lucida.
l’induzionea compiere un atto che importi, per il soggetto passivo e/o per altri, qualsiasi effetto giuridico dannoso. Per induzione deve intendersi un’apprezzabile attività di pressione morale e di persuasione [Cass. 13.12.1993, Di Falco, CED 196331] che si ponga, in relazione all’atto dispositivo compiuto, in un rapporto di causa ed effetto;
2. illogicità della motivazione in ordine allo stato di incapacità d’intendere e volere: la Corte territoriale, ha ritenuto che la sig.ra So., si trovasse nelle condizioni per essere circonvenuta, sulla base della seguente motivazione (pag. 2-3):“Quanto alla cartella clinica, rileva la Corte che, se in essa è stato annotato che la paziente aveva un atteggiamento ed un linguaggio nella norma, dandosi atto altresì del miglioramento avvenuto nel corso del ricovero, in forza del quale la paziente appare vigile, collaborante e risponde alle domande, deve rilevarsi altresì che l’atto documenta una situazione generale scaduta, con diagnosi di encefalopatia multinfartuale con insufficienza vascolare acuta, miocardioscelorosi ed anemia diseritropoietica multifattoriale, tanto che la paziente è impossibilitata alla deambulazione, le sollecitazioni alle quali risponde sono semplici (20/2/04) e non sempre presenti in quanto in alcune occasioni la paziente appare soporosa (diario clinico del 16/2/04) e l’anamnesi stessa viene raccolta con l’ausilio della badante. Appare quindi provata la presenza, a carico della p.o., di gravi patologie che ne compromettono in modo evidente le funzioni vitali, ella non cammina, per raccontare la propria storia clinica ha bisogno della badante, e la reattività di cui si parla nei motivi d’appello è limitata, come si legge testualmente sulla cartella clinica, alle sollecitazioni più semplici e comunque non è certamente tale da far ritenere superate le gravissime patologie della quali l’anziana era portatrice. Nulla peraltro si rinviene in atti che consenta di ritenere non regolare l’attività medica in essa documenta, essendo stata indicata sia la data che la descrizione dell’esito sia della visita neurologica che di quella del fisiatra (nella quale si parla di disorientamento spazio-temporale della paziente), entrambe complete della sottoscrizione dei due sanitari che vi hanno proceduto. Pertanto le perplessità, peraltro piuttosto fumose, delle testi K. e della I., sebbene si tratti di medici, non trovano riscontro negli atti”.
Alla stregua dei suddetti fatti, la Corte, quanto al requisito dell’induzione, ha quindi, così concluso: “Rimane invece la peculiare condotta di una persona di 95 anni che, a diciassette giorni dalla morte, scrive con notevolissime difficoltà evidenti dal testo, un testamento quasi illeggibile a favore di un’estranea rispetto ai propri familiari, estranea da lei considerata subalterna, come descrive il teste D.S.
Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 9 settembre – 21 dicembre 2015, n. 50139 Presidente Cammino – Relatore Cervadoro
La parte offesa, nell’epoca in cui ha compiuto gli atti patrimoniali e dispositivi di cui al capo di imputazione era affetta da una grave patologia psichiatrica; la natura e la gravità di tale patologia si evincono non solo dalle valutazioni dei consulente del p.m., ma anche dalla documentazione sanitaria in atti, dalla quale emerge che la G. è stata ricoverata nell’arco di tempo tra il 1960 ed il 2006 in diverse strutture sanitarie con diagnosi caratterizzate tutte, indipendentemente dalla precisa definizione clinica, dalla contemporanea presenza, sia pure a fasi alterne, di disturbi della dimensione psicotica di tipo depressivo e disturbi dell’umore di tipo prevalentemente maniacale (v.pag.5 della sentenza impugnata). II dott. N.S., e il dott.G.R., medici che hanno avuto in cura la parte offesa, hanno quindi riferito delle patologie sofferte dalla donna, dei medicinali alla stessa somministrati e delle terapie effettuate. In particolare, il dott. S. ha riferito che, nel febbraio 2008, aveva dovuto modificare la terapia, in quanto la G. era in fase di sintomatologia caratterizzata da irritabilità e depressione (v.pag. 5 della sentenza di primo grado e pag.7 della sentenza d’appello). Tali circostanze sono pacifiche, e non contestate dal consulente della difesa, il quale si è limitato ad evidenziare che, se astrattamente il disturbo bipolare di cui soffriva la parte offesa può consentire la circonvenzione, “nel contesto in cui si sono svolti i fatti sembrerebbe escluderla” (v.pag.7 della sentenza di primo grado).
Sulla scorta delle dichiarazioni dei medici curanti e degli altri testi escussi, la Corte ha quindi ritenuto, in perfetta adesione logica alle risultanze processuali e ai principi dettati in materia da questa Corte, che non sussistesse motivo alcuno per discostarsi dalle conclusioni cui è pervenuto (attraverso una rigorosa analisi di dati clinici in perfetta sintonia con quanto rilevato dallo psichiatra curante) il consulente del pubblico ministero, e che le condizioni in cui da anni versava la donna rientrassero senz’altro nella nozione di “deficienza psichica” di cui all’art.643 c.p., che ricomprende qualsiasi minorazione della sfera volitiva ed intellettiva che agevoli la suggestionabiiità della vittima e ne riduca i poteri di difesa contro le altrui insidie (v. Cass.Sez.II, sent.n.24192/2010,Rv. v. 247463). Detta condizione di infermità era poi percepibile “a colpo d’occhio”a causa della “stranezza” della condotta della G., come riferito dal sindaco di C., dall’impiegata della banca e dalla F., che lavorava all’epoca in un bar frequentato dalla G. nelle rispettive deposizioni testimoniali (v.pag.6 della sentenza di primo grado).
In tema di circonvenzione di incapace, la prova dell’induzione non deve necessariamente essere raggiunta attraverso episodi specifici, ben potendo essere anche indiretta, indiziaria e presunta, cioè risultare da elementi gravi, precisi e concordanti come la natura degli atti compiuti e l’incontestabile pregiudizio da essi derivato (v.Cass.Sez.II, Sent. n. 48302/2004 Rv. 231275); e la sentenza è sul punto adeguatamente motivata avendo la Corte d’appello ampiamente illustrato la condotta dell’imputato posta in essere, prima e dopo il testamento della G. in suo favore fino al decesso della stessa. Il R., che la G. riteneva erroneamente un poliziotto, si era interessato della situazione patrimoniale della donna chiedendo delle visure catastali (v.dichiarazioni del teste S. a pag.6 della sentenza di primo grado) e fino alla stipula del testamento e ai primi mesi del 2008 aveva frequentato assiduamente la parte offesa (v.dichiarazioni R., C. e G. alle pagine 4, 5 e 6 della sentenza di primo grado); dopo il febbraio del 2008, si era quindi disinteressato completamento della donna e ciò nonostante le sue continue chiamate. Dal giorno successivo al decesso della G. si era poi adoperato con la massima solerzia per svolgere tutti gli adempimenti burocratici necessari per ottenere la più rapida esecuzione della volontà testamentaria (v.pag.11 della sentenza d’appello). L’attività di induzione del R. ha quindi avuto come risultato certo il compimento da parte della G. di atti con effetti giuridici dannosi per lei stessa e per i terzi: i prelievi dal conto corrente (mai eseguiti in passato con tale frequenza, e privi di qualsivoglia giustificazione) di somme rilevanti versate al R., unica persona all’epoca con un rapporto privilegiato (e che nello stesso periodo aveva fatto acquisti in contanti, come quello relativo a una pistola, compatibili con i prelievi effettuati), e il testamento. Circa il contestato carattere pregiudizievole dei testamento, basti rammentare che, ai sensi del tenore letterale dell’art. 643 c.p., il pregiudizio dell’atto può attingerne tanto l’autore (colpito dalla menomazione inferta alla propria libertà di testare) quanto altri ed è innegabile l’idoneità pregiudizievole, verso i successibili legittimi, del testamento che istituiva come erede universale l’odierno ricorrente (v.Cass.Sez. II, Sent. n. 6054/2012 Rv. 252705, citata anche dalla Corte territoriale).
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