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Timestamp: 2020-08-07 03:53:48+00:00

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Sentenza 25 maggio 1963, n.85 - Olir
Sentenza 25 maggio 1963, n.85
Data: 25 maggio 1963
Confessioni religiose, Libertà religiosa, Obiezione di coscienza, Giuramento
Confessioni religiose, Libertà di pensiero, Processo civile, Testimonianza, Rifiuto, Obbedienza, Precetto religioso, Libertà, Eguale libertà
L'art. 251 cod. proc. civ., che impone ai testimoni l'obbligo - sanzionato penalmente dall'art. 366, comma secondo, cod. pen. - di giurare secondo una certa formula, non contrasta con l'art. 8 Cost., poiche' non viola la eguale liberta' delle confessioni religiose davanti alla legge, dato che esso ha come destinatari tutti i cittadini, quale che sia la religione da loro professata, ne' interferisce negli ordinamenti statutari delle confessioni non cattoliche o nel procedimento previsto per la disciplina dei rapporti tra queste confessioni e lo Stato.
Corte costituzionale. Sentenza 25 maggio 1963, n. 85: “Giuramento nel processo civile (art. 251 c.p.c.)”.
(Ambrosini; Cassandro)
Giudici: prof. Giuseppe CASTELLI AVOLIO, prof. Antonio PAPALDO, prof. Nicola JAEGER, prof. Giovanni CASSANDRO, prof. Biagio PETROCELLI, dott. Antonio MANCA, prof. Aldo SANDULLI, prof. Giuseppe BRANCA, prof. Michele FRAGALI, prof. Costantino MORTATI, prof. Giuseppe CHIARELLI, dott. Giuseppe VERZÌ,
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 251 del Codice di procedura civile, promosso con ordinanza emessa il 26 ottobre 1962 dal Pretore di Trivento nel procedimento penale a carico di Donatone Nazario e Civico Agostino, iscritta al n. 188 del Registro ordinanze 1962 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 313 del 7 dicembre 1962.
Udita nella camera di consiglio del 7 maggio 1963 la relazione del Giudice Giovanni Cassandro;
1. – La questione di costituzionalità, che viene sottoposta all’esame della Corte, si risolve nello stabilire se il rifiuto di prestare giuramento con qualsiasi formula e in qualsiasi modo, in obbedienza a un precetto religioso, trovi giustificazione in una norma della Costituzione.
In primo luogo, la Corte non ritiene che possa profilarsi contrasto dell’art. 251 del Cod. proc. civile, che è la norma impugnata, con gli artt. 8 e 21 della Costituzione, essendo eviddente e non bisognevole di dimostrazione il fatto che l’obbligo imposto ai testimoni di giurare secondo una certa formula, previsto dal ricordato articolo e sanzionato penalmente dall’art. 366, secondo comma, del Cod. penale, non viola la eguale libertà delle confessioni religiose davanti alla legge, dato che esso ha come destinatari tutti i cittadini, quale che sia la religione che essi professino, nè interferisce negli ordinamenti statutarî delle confessioni non cattoliche o nel procedimento previsto per la disciplina dei rapporti tra queste confessioni e lo Stato (art. 8); ed essendo non meno evidente l’altro fatto che quell’obbligo dei testimoni non ferisce il diritto che tutti hanno di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione (art. 21, primo comma), diritto che resta in tutta la sua ampiezza garantito ai cittadini ai quali l’ordinamento imponga un comportamento della natura di quello previsto dalla norma impugnata.
2. – La questione, pertanto, si limita, come del resto si può dedurre dall’ordinanza pretorile, che ha aggiunto agli artt. 8 e 21, che la difesa delle parti e il Pubblico Ministero ritenevano violati, I’art. 19 della Costituzione, soltanto al contrasto della norma impugnata con quest’ultimo articolo, il quale riconosce ai cittadini il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, col limite segnato dal carattere eventualmente contrario al buon costume dei riti professati e propagandati.
Tuttavia, nemmeno questo contrasto sussiste.
In primo luogo, potrebbe addirittura sembrare che anche la violazione dell’ora ricordato art. 19 sia manifestamente insussistente, se la libertà religiosa, garantita dal precetto costituzionale, dovesse essere interpretata come libertà di professione religiosa e di culto in ogni sua forma e senza altro limite che non sia quello del buon costume, giacchè in questa ipotesi sarebbe evidente che l’obbligo imposto a tutti i cittadini di osservare il comportamento di cui all’articolo 251 del Cod. proc. civile non contrasterebbe con quella libertà. Ma la libertà religiosa deve essere intesa anche come libertà da ogni coercizione che imponga il compimento di atti di culto propri di questa o quella confessione da persone che non siano della confessione alla quale l’atto di culto, per così dire, appartiene. E lo stesso è da dire perfino quando l’atto di culto appartenga alla confessione professata da colui al quale esso sia imposto: perchè non è dato allo Stato di interferire come che sia, in un “ordine” che non è il suo, se non ai fini e nei casi espressamente previsti dalla Costituzione.
Ma, pur accogliendo della libertà religiosa questa definizione la questione di costituzionalità, sollevata dal Pretore di Trivento deve essere dichiarata non fondata.
La norma dell’art. 251 del Cod. proc. civile (come del resto l’altra dell’art. 449 del Cod. proc. penale) non impone un atto di culto, perchè la formula che vi è contenuta, come già la Corte ha affermato (sentenza n. 58 del 6 luglio 1960 e ordinanza n. 15 del 17 marzo 1961), ha il carattere di richiamo a generali valori religiosi che non possono essere ascritti a questa o a quella “denominazione” o “confessione”, sicchè essa non interviene nell’ordine proprio delle religioni professate, ma sta e resta nell'”ordine” statale, che è indipendente e sovrano e non può essere condizionato o menomato da precetti a sè estranei.
La libertà religiosa, quale è stata definita dalla Costituzione, non può essere intesa in guisa da contrastare e soverchiare l’ordinamento giuridico dello Stato, tutte le volte in cui questo imponga ai cittadini obblighi che, senza violare la libertà religiosa, nel senso che è stato sopra definito, si assumano vietati dalla fede religiosa dei destinatari della norma: tanto più, poi, quando, come nel caso in esame, l’obbligo ha la sua ultima fonte in un precetto costitzionale, quale quello contenuto nel secondo comma dell’art. 54 della Costituzione, il quale stabilisce che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi previsti dalla legge”.
dichiara non fondata la questione di legittimità costituz dell’art. 251 del Cod. proc. civile, in riferimento agli artt. 19 della Costituzione.
« Sentenza 01 agosto 1995 » Sentenza 08 marzo 1957, n.45

References: Sentenza 
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e contrario
 art. 19
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