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Timestamp: 2020-01-25 13:39:24+00:00

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Reclusione per il dentista che consenta l’esercizio abusivo della professione - Torquati Assicurazioni
Reclusione per il dentista che consenta l’esercizio abusivo della professione
Con sentenza del 2008, il Tribunale di Trieste, all’esito di giudizio abbreviato, ha condannato un odontotecnico e l’odontoiatra titolare delle studio alla pena di due mesi e venti giorni di reclusione, il primo per esercizio abusivo della professione, il secondo per aver concorso nel reato. La Corte d’Appello di Trieste, a seguito di impugnazione, ha confermato la sentenza di primo grado
Cassazione Penale – Sez. VI; Sent. n. 18154 del 14.05.2012
1. – Con sentenza dell’11 giugno 2008 il Tribunale di Trieste, all’esito di giudizio abbreviato, ha condannato M.L. e A.R. alla pena di due mesi e venti giorni di reclusione ciascuno, in ordine al reato di cui agli artt. 110 e 348 c.p., pena interamente condonata.
2. – Contro la sentenza d’appello hanno proposto ricorso per cassazione entrambi gli imputati.
2.1. – Nel suo ricorso M. ha dedotto i seguenti motivi:
– violazione dell’art. 192 c.p. e vizio di motivazione, in ordine alla valutazione delle dichiarazioni rese da B.M., ritenute credibili nonostante la evidente inattendibilità della testimonianza resa, in cui afferma, tra l’altro, di non avere mai prestato il consenso all’estrazione e di non essersi resa conto di avere subito l’estrazione di tredici denti nel corso delle due sedute cui è stata sottoposta;
– violazione dell’art. 603 c.p.p. e mancanza di motivazione in ordine alla richiesta di rinnovazione dell’istruttoria;
– violazione dell’art. 62 c.p., n. 6 e art. 587 c.p.p., in quanto i giudici gli hanno erroneamente negato l’estensione degli effetti della circostanza attenuante collegata all’avvenuto risarcimento del danno alla persona offesa da parte del coimputato A..
2.2. – Nel ricorso presentato dal difensore di A. vengono dedotti i seguenti motivi:
– violazione degli artt. 110 e 192 c.p.p. e conseguente vizio di motivazione, in quanto si sostiene, da un lato, che la sentenza impugnata non abbia indicato in che modo l’imputato avrebbe concorso, anche solo moralmente, nel reato commesso da M., dall’altro, che i giudici hanno fondato il loro giudizio sulle dichiarazioni inattendibili di B.M.;
– violazione dell’art. 603 c.p.p. e mancanza di motivazione, in relazione alla mancata rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale e all’omesso esame delle dichiarazioni assunte ai sensi dell’art. 391- bis c.p.p., riguardanti nuove prove emerse successivamente al giudizio di primo grado;
– violazione dell’art. 62 c.p., n. 6 e vizio di motivazione, per non avere la Corte esteso ex art. 587 c.p.p. ad A. la doglianza relativa alla mancata concessione dell’attenuante di cui all’avvenuto risarcimento in favore della persona offesa
3. – I ricorso sono entrambi infondati.
3.1. – Riguardo alla posizione di M. la sentenza ha considerato attendibile le dichiarazioni rese dalla B.: i giudici hanno sottolineato che la teste ha riconosciuto nell’imputato l’autore delle estrazioni dentarie e hanno ritenuto irrilevanti le censure difensive dirette ad evidenziare alcune incongruenze nelle sue dichiarazioni, inidonee ad intaccare il contenuto fondante delle accuse. Del resto il ricorrente, con il primo motivo, non fa altro che riproporre le stesse deduzioni già sollevate in appello, senza prendere neppure in considerazione le motivazioni offerte dalla sentenza d’appello in ordine alla attendibilità della testimone.
3.2. – Quanto alla posizione di A. la sentenza ha correttamente motivato la sua responsabilità a titolo di concorso nel reato posto in essere dal coimputato. Infatti, risponde, a titolo di concorso, del delitto di esercizio abusivo di una professione, chiunque consenta o agevoli lo svolgimento da parte di persona non autorizzata di un’attività professionale, per la quale sia richiesta una speciale abilitazione dello Stato (Sez. 6, 9 aprile 2009, n. 17894, Zuccarelli): nella specie è evidente che A. fosse stato a conoscenza dell’attività abusiva svolta dal suo collaboratore, come dimostra la vicenda, riferita dalla B., della prescrizione dell’antibiotico dopo l’intervento eseguito dal M..
Per quanto riguarda le censure sulla pretesa inattendibilità della testimone valgono le considerazioni svolte in precedenza.
4. – All’infondatezza dei motivi proposti consegue il rigetto dei ricorsi, con la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 587
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