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Timestamp: 2019-08-26 08:24:51+00:00

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LAVORO SUBORDINATO (RAPPORTO DI) Retribuzione Cass. civ. Sez. lavoro, 03-10-1995, n. 10371 - SWT Service Cooperativa
LAVORO SUBORDINATO (RAPPORTO DI) Retribuzione Cass. civ. Sez. lavoro, 03-10-1995, n. 10371
Cass. civ. Sez. lavoro, 03/10/1995, n. 10371
Scilla c. Fichera
(minimi salariali)
Nella determinazione della giusta retribuzione ex art. 36 cost. del lavoratore assunto con contratto di formazione e lavoro, in assenza di qualsiasi espressa disposizione legislativa o contrattuale in materia, non può escludersi la legittimità del ricorso in via parametrica ai normali trattamenti contratti collettivi di diritto comune anzichè a quelli propri dello speciale rapporto di apprendistato, giacchè mentre l'art. 3 della l. 19 dicembre 1984 n. 863, prevedendo l'applicazione al contratto di formazione e lavoro delle norme sul rapporto di lavoro subordinato, porta ad escludere il ricorso alla diversa e specifica disciplina dell'apprendistato, l'applicazione dei normali parametri retributivi previsti per i lavoratori subordinati di pari livello trova giustificazione nella stessa formulazione della menzionata legge n. 863 del 1984, la quale, a differenza della precedente legge 1 giugno 1977 n. 285, non prevede più nei suddetti contratti una netta separazione fra i tempi di lavoro e i tempi di formazione ma consente l'assorbimento di quest'ultima nei tempi di svolgimento della ordinaria attività lavorativa, considerando non disgiuntibile da tale attività la funzione formativa
Cass. civ. Sez. lavoro, 03-10-1995, n. 10371
" Guglielmo SCIARELLI Consigliere
" Donato FIGURELLI "
" Guido VIDIRI Rel. "
SCILLA ERMANNO; titolare maglificio Scilla, elettivamente domiciliato in Roma c/o la Canc. Corte Suprema di Cassazione; rapp.to e difeso dall'avv. Alletto Diego per delega a margine del ricorso;
FICHERA GIOVANNI; elettivamente domiciliato in Roma Via del Seminario 85 c/o l'avv. Cuffaro; rapp. e difeso dagli avv. Cremona Antonino Maria, Cuffaro Vincenzo per delega a margine del controricorso;
Avverso la sentenza del Tribunale di Agrigento 15.10.92 dep. il 20.10.1992 n. 639/92 (R.G. n. 892/92);
Udito il Consigliere Relatore Dott. Vidiri Guido nella pubblica udienza del 30.03.1995;
Udito il P.M. in persona del Sost. Proc. Gen. Dr. De Gregorio Carlo che ha concluso per rigetto del ricorso.
Con ricorso notificato in data 12 gennaio 1990 Giovanni Fichera chiedeva la condanna di Ermanno Scilla, titolare dell'omonimo maglificio, al pagamento della complessiva somma di lire 5.829.283 a titolo di differenze retributive, ferie non godute, indennità sostitutiva di preavviso e t.f.r. in relazione al lavoro svolto quale apprendista, da inquadrare nel secondo livello retributivo, dal 30 giugno 1987 al 10 gennaio 1988 e dal 20 giugno 1989 al 27 luglio 1989.
Costituitosi il contraddittorio, il convenuto deduceva, in base a propri conteggi, che al Fichera spettava la minore somma di lire 572.881, per la quale aveva eseguito offerta reale, ed in via riconvenzionale reclamava l'indennità sostitutiva del preavviso per il rapporto conclusosi nel gennaio 1988.
Il Pretore adito condannava il convenuto al pagamento della somma di lire 5.567.959 sulla base del riconoscimento del Fichera ad una retribuzione più elevata di quella corrispostagli, e rigettava la domanda riconvenzionale.
A seguito di gravame dello Scilla, il Tribunale di Agrigento consentenza del 15-20 ottobre 1992 confermava integralmente la sentenza appellata.
Nel pervenire a tale conclusione il giudice d'appello innanzitutto escludeva che il Fichera nel corso del giudizio di primo grado avesse proceduto ad una mutatio libelli nel momento in cui aveva precisato che la qualifica rivisitata non era quella di apprendista ma invece quella di operaio di secondo livello.
Ed invero si era trattato di una semplice rettificazione di un errore materiale contenuto nel ricorso, visto che effettivamente i conteggi in detto ricorso contenuti si riferivano alle retribuzioni previste per gli operai inquadrati nel secondo livello, e visto ancora che nel libretto di lavoro prodotto insieme al ricorso e nella documentazione agli atti, il Fichera era indicato come operaio con contratto di formazione.
Era quindi configurabile una semplice emendatio libelli, implicitamente autorizzata dal Pretore nel momento in cui aveva esaminato la domanda nella sua rettificata formulazione.
Nel merito il Tribunale, dopo avere escluso che il rapporto di formazione e lavoro fosse equiparato al rapporto di apprendistato per rappresentare una fattispecie propedeutica all'instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, riconosceva al Fichera un compenso corrispondente a quello previsto dalla contrattazione collettiva per operai di pari livello in applicazione dei principi dettati dall'art. 36 della Costituzione.
Il Tribunale precisava ancora in relazione al secondo periodo lavorativo che il datore di lavoro non aveva assolto all'onere di provare l'esistenza di un rapporto di apprendistato; ed in ordine al rigetto della domanda riconvenzionale sottolineava l'infondatezza delle doglianze dello Scilla in ordine all'ammissione della prova per testi del Fichera, che aveva trovato giustamente ingresso perché la relativa richiesta era stata formulata in ricorso sui fatti ivi esposti ed era stata, successivamente, meglio precisata a seguito della proposizione della domanda riconvenzionale.
Condividendo la valutazione delle risultanze istruttorie operata dal giudice di primo grado, il Tribunale ribadiva inoltre che la conclusione del primo rapporto lavorativo si era verificato non per abbandono del posto di lavoro del Fichera ma per licenziamento dello stesso a causa delle sue pretese in relazione a ferie non godute e festività lavorate.
Per terminare il giudice d'appello respingeva anche le doglianze dello Scilla in relazione al quantum ritenendo non provato che le somme indicate dal Fichera come effettivamente corrisposte, e poste in detrazione delle somme indicate come dovute, calcolate al lordo delle ritenute di legge, fossero importi al netto e non anche essi al lordo.
Avverso la suddetta sentenza Ermanno Scilla propone ricorso per Cassazione affidato a cinque motivi.
Il Fichera resiste con controricorso.
Con il primo motivo di ricorso Ermanno Scilla denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 414 e 420 c.p.c., comma 1, ultima parte.
In particolare deduce che, contrariamente a quanto sostenuto nell'impugnata sentenza, il Fichera aveva proceduto nel corso del giudizio di primo grado ad una mutatio libelli, e che, comunque, anche a volere ritenere configurabile una semplice emendatio libelli nella fattispecie in esame mancava qualsiasi autorizzazione a tale modifica, atteso che il Pretore non si era pronunziato sul punto, neanche implicitamente.
È giurisprudenza costante di questa Corte che si ha mutatio libelli soltanto nei casi in cui la parte faccia valere nel corso del giudizio una nuova pretesa, diversa da quella originaria, che dia luogo ad una trasformazione obiettiva della controversia, con la conseguenza di disorientare la difesa predisposta dalla controparte, mentre si è in presenza di una mera memendatio libelli quando la modifica della domanda iniziale incida sulla causa petendi unicamente nel senso di una diversa interpretazione o qualificazione giuridica del fatto costitutivo del diritto o sul petitum nel senso di attribuire una portata più generale ed una diversa quantificazione all'originaria pretesa, i cui fatti costitutivi siano però rimasti inalterati (cfr. ex plurimis Cass. 18 luglio 1987, n. 6358; Cass. 22 dicembre 1989, n. 5783; Cass. 7 dicembre 1990, n. 11763).
Orbene, nella fattispecie in esame alla luce dei principi innanzi indicati deve escludersi che vi sia stato nel passaggio dalla richiesta del Fichera basata sul rapporto di apprendistato a quella fondata invece sulla qualifica di operaio di secondo livello una modifica della domanda, vertendosi invece in una ipotesi di mera rettifica in quanto già i conteggi allegati al ricorso facevano riferimento a quest'ultima qualifica, ed inoltre nel libretto di lavoro e nella documentazione ritualmente esibita il Fichera era stato indicato come operaio, seppure con contratto di formazione e lavoro.
Si è pertanto in presenza di una semplice diversa qualificazione giuridica del fatto costitutivo (attività lavorativa) sulla cui base si sono rivendicate le spettanze lavorative, e nono in una trasformazione della controversia od in sostanziale mutamento del petitum o della causa petendi.
Per quanto riguarda l'obiezione del ricorrente relativa ad una mancanza di autorizzazione del Pretore alla emendatio libelli va poi ricordato che l'autorizzazione del giudice alla modifica delle domande, prevista dal primo comma dell'art. 420 c.p.c., può essere data anche implicitamente attraverso il concreto esame e la decisione nel merito della domanda modificata (cfr. ex plurimis Cass. 2 dicembre 1985, n. 6026; Cass. 16 giugno 1986, n. 3996; Cass. 14 gennaio 1987, n. 214).
Con il secondo motivo il ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione delle norme sul contratto di formazione e lavoro e sul conseguente trattamento retributivo nonché insufficiente e contradditoria motivazione.
Più precisamente il ricorrente contesta l'equiparazione compiuta dal Tribunale, anche ai fini retributivi, tra rapporto di formazione e lavoro e rapporto di lavoro subordinato, deducendo che tale rapporto speciale è invece equiparabile all'apprendistato, avendo in comune con lo stesso la necessità dell'insegnamento e la prescrizione di numerosi adempimenti amministrativi.
Comunque nella materia in esame al riferimento al lavoro subordinato osta la destinazione di parte dell'orario lavorativo alla formazione del lavoratore.
Lamenta ancora il ricorrente l'inadeguatezza e contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata, che ai fini dell'applicazione del principio di cui all'art. 36 Cost. si era richiamato ai livelli retributivi fissati dalla contrattazione collettiva del settore, senza tenere presente che, come specificamente dedotto in secondo grado, l'accordo interconfederale del 27 febbraio 1987 per il settore artigianato, richiamato nel C.C.N.L. di categoria, prevede per i lavoratori assunti con contratto di formazione e lavoro una posizione inferiore di due livelli rispetto alla categoria spettante in forza del contratto collettivo.
Il Tribunale, con una motivazione corretta e congrua, ed a seguito di valutazioni ed accertamenti non contestabili in questa sede di legittimità, ha dapprima affermato che mancava qualsiasi norma contrattuale riguardante la posizione dei lavoratori che come il Fichera erano stati assunti con contratti di formazione, ed ha poi aggiunto che non poteva negarsi, a sensi dell'art. 36 Cost., ai suddetti lavoratori la stessa retribuzione (senza quindi alcuna riduzione) spettante, in base al contratto collettivo del settore, agli ordinari lavoratori di pari livello.
A tale proposito va sottolineato - in relazione ai parametri retributivi per le ore di lavoro prestato dal lavoratore assunto con contratto di formazione - come, in assenza di qualsiasi espressa disposizione legislativa o contrattuale in materia, non possa escludersi il riferimento all'art. 36 Cost. con l'applicazione dei normali trattamenti contrattuali collettivi di diritto comune.
Una tale soluzione trova fondamento sul disposto del comma 5 dell'art. 3 della legge 19 dicembre 1984, n. 863, che, prevedendo l'applicazione delle norme sul rapporto di lavoro subordinato, porta ad escludere il richiamo - in relazione al trattamento retributivo - alla diversa e specifica disciplina sull'apprendistato, cui il ricorrente ha inteso accostare il rapporto lavorativo del Fichera.
Del resto la soluzione di applicare, in forma indiretta ex art. 36 della Cost., i normali parametri retributivi previsti per i lavoratori subordinati di pari livello - così come ha fatto il giudice d'appello - appare aderente alla lettera ed alla ratio della vigente normativa, e quindi non suscettibile di alcuna censura, solo che si consideri che, mentre gli artt. 8 e 9 della legge 1 giugno 1977 n. 285 prevedevano per i suddetti contratti di formazione una netta separazione tra i tempi di lavoro ed i tempi di formazione con la previsione di una quota delle complessive ore da destinare alla formazione, la legge n. 863 del 1984 si presenta sul punto molto più elastica, consentendo anche l'assorbimento della formazione nei tempi ordinari di lavoro, sul presupposto evidentemente che, specialmente per alcuni lavori, non fosse opportuno disgiungere tale funzione dal normale svolgimento dell'attività lavorativa.
Con il terzo e quarto motivo - da esaminarsi congiuntamente in quanto involgono tutti la valutazione del materiale probatorio da parte del giudice d'appello - si denunzia la violazione e falsa applicazione degli artt. 414, 420, 244 e 257 c.p.c. nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine ad un punto decisivo della controversia.
Si deduce a tale riguardo che il Tribunale non aveva tenuto nel dovuto conto la circostanza che il lavoratore era decaduto dalla prova per testi perché aveva articolato detta prova in forma generica, in quanto in contrasto con l'art. 244 c.p.c., che impone la specificazione dei fatti sui quali i testi sono chiamati a rispondere.
Lo stesso Tribunale aveva poi utilizzato la prova per testi per dimostrare il diritto all'indennità sostitutiva del preavviso sebbene sul punto non fosse stata richiesta alcuna prova; non si era, inoltre, pronunziato sulla rinnovazione da parte del Pretore dell'interrogatorio libero e della testimonianza del teste Lo Monaco, che era stata invece disposta in violazione dell'art. 257 c.p.c., ; aveva ancora ritenuto, con una mera illazione, il primo rapporto lavorativo interrotto a causa delle rimostranze del lavoratore circa il mancato pagamento di tutte le sue spettanze laddove questa ricostruzione risultava smentita da un prospetto paga, compilato dopo il licenziamento; aveva infine omesso di motivare sulla sua opposizione alla richiesta, del tutto generica, del Fichera di prova sull'inizio del primo rapporto di lavoro.
Le censure suddette però risultano prive di giuridico fondamento.
Per costante indirizzo giurisprudenziale spetta al giudice di merito individuare le proprie fonti di convincimento, valutando a tale fine le prove, controllandone l'attendibilità e scegliendo tra le risultanze istruttorie quelle ritenute più idonee a dimostrare i fatti in discussione.
Il giudice di merito è pertanto libero di formarsi il proprio convincimento utilizzando gli elementi probatori che ritiene rilevanti per la decisione, senza la necessità di prendere in considerazione tutte le risultanze processuale e di confutare ogni argomentazione prospettata dalle parti.
In altri termini è sufficiente che il giudice indiche gli elementi sui quali la sua decisione, dovendosi così ritenere disattesi tutti gli altri rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati espressamente, siano logicamente incompatibili con la soluzione adottata.
I vizi di motivazione che legittimano il sindacato del giudice di legittimità non possono, quindi, consistere nella difformità dell'apprezzamento dei fatti e delle prove contenute nella sentenza impugnata rispetto a quello preteso dalla parti (cfr. ex plurimis: Cass. 19 dicembre 1985, n. 6505; Cass. 10 maggio 1986, n. 3113; Cass. 19 febbraio 1987, n. 1795; Cass. 14 Giugno 1992, n. 6752).
Questa stessa Corte ha statuito poi che l'accertare se i capitoli articolati per una prova testimoniale rispondano o meno all'esigenza della specificazione, sancita dall'art. 244 c.p.c. (norma applicabile anche nel rito del lavoro per la sua portata generale; cfr. al riguardo Cass. 4 aprile 1987, n. 3282), involge un apprezzamento di merito, insindacabile in Cassazione, se sorretto da adeguata motivazione (cfr. tra le altre: Cass. 20 aprile 1962, n. 792; Cass. 14 febbraio 1975, n. 698; Cass. 26 aprile 1982, n. 2558).
Questa stessa Corte ha poi precisato che perché ricorra il requisito della specificazione dei fatti da provare è sufficiente che la parte li indichi nei loro estremi essenziali (cfr. Cass. 23 febbraio 1977, n. 809); che la relativa indagine sulla specificità va condotta non soltanto alla stregua della letterale formulazione dei capitoli articolati dalla parte istante ma ponendo il loro contenuto in relazione agli altri atti di causa ed alle deduzioni dei contendenti (cfr. Cass. 30 aprile 1983, n. 3716); che il disporre la rinnovazione dell'esame dei testi già sentiti costituisce facoltà rimessa all'apprezzamento discrezionale del giudice di merito ed il mancato esercizio di tale potere, al pari di quello riconosciuto al giudice del lavoro di disporre d'ufficio mezzi di prova, involgendo un giudizio di mera opportunità, non può formare oggetto di censura in sede di legittimità, neppure sotto il profilo del difetto di motivazione (cfr. Cass. 28 aprile 1979, n. 2493).
A questi criteri si è attenuto il Tribunale, che con motivazione congrua, ha spiegato le ragioni che hanno fatto ritenere ammissibile la prova richiesta dal lavoratore e che, con argomentazioni egualmente logiche, e pertanto non censurabili in questa sede, ha evidenziato come non fosse incompatibile con la ricostruzione che della sua vicenda aveva fornito il Fichera il contenuto della busta paga del dicembre 1987 "perché la corresponsione delle ferie in periodo successivo al licenziamento non esclude che in precedenza vi potessero essere state reiterate richieste di pagamento da parte del lavoratore".
Con l'ultimo motivo il ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione dell'art. 2697 c.c. e dell'art. 112 c.p.c.nonché omessa e contraddittoria motivazione.
Rinnovata la contestazione del capo della sentenza impugnata con il quale il Tribunale aveva riconosciuto al Fichera l'indennità di mancato preavviso con riferimento ad ambedue i rapporti di lavoro, per la già dedotta nullità ed inidoneità delle prove acquisite, il ricorrente - ad ulteriore critica della sentenza impugnata - ha altresì lamentato: che il Tribunale aveva trascurato l'ammissione del Fichera di avere ricevuto le somme calcolate in detrazione nei conteggi, sicché non era necessario provare che le stesse erano state conteggiate "al netto" invece che "al lordo"; che risultava apodittica l'affermazione circa la correttezza dei conteggi eseguiti del ricorrente in primo grado, anche perché contestati dalla controparte, che aveva a sua volta addotto propri conteggi; che il Tribunale aveva immotivatamente trascurato che il Pretore non aveva tenuto conto ai fini del computo degli interessi e rivalutazione dell'offerta reale ammontante a lire 514.080.
Anche quest'ultimo motivo di ricorso appare infondato.
Ed invero il Tribunale, con una motivazione ancora una volta congrua e priva di salti logici, ha affermato che agli atti non vi era la prova che le somme, spettanti al Fichera, se effettivamente versate, "fossero state corrisposte al netto".
E, sempre in tema di calcolo delle spettanze da riconoscersi al lavoratore, lo stesso Tribunale non ha accettato in maniera "apodittica" i conteggi allegati al ricorso, ma ha quantificato correttamente le somme spettanti al Fichera richiamandosi alla documentazione in atti e al livello retributivo della categoria lavorativa nella quale il Fichera stesso andava inquadrato.
In relazione poi al capo della sentenza impugnata relativa al calcolo degli interessi e della rivalutazione va ricordato come, stante la legittimità del rifiuto di un adempimento parziale, il credito di lavoro è soggetto a rivalutazione, ai sensi dell'art. 429, comma 3, c.p.c. anche per la frazione a suo tempo inutilmente offerta dal datore di lavoro (cfr. Cass. 19 aprile 1983, n. 2690).
Il ricorrente, essendo rimasto soccombente, va condannato al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, da liquidarsi, unitamente all'onorario difensivo, come in dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in lire 18.000, oltre lire 2.000.000 (duemilioni) per onorario difensivo.
Così deciso in Roma il 30 marzo 1995.
DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 3 OTTOBRE 1995.

References: Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 art. 36

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