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Timestamp: 2018-05-26 08:16:55+00:00

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Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza n. 6518 del 22/03/2011. Le clausole che prevedono una capitalizzazione degli interessi sono affette da nullità per contrasto con norme imperative, la quale è rilevabile d'ufficio, ai sensi dell'art. 1421 c.c., sia nel giudizio di appello che in quello di legittimità, ove il suo accertamento non implichi l'acquisizione di ulteriori elementi di fatto. - Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza n. 6518 del 22/03/2011. Le clausole che prevedono una capitalizzazione degli interessi sono affette da nullità per contrasto con norme imperative, la quale è rilevabile d’ufficio, ai sensi dell’art. 1421 c.c., sia nel giudizio di appello che in quello di legittimità, ove il suo accertamento non implichi l’acquisizione di ulteriori elementi di fatto.
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Corte di cassazione – Sezione III civile – Sentenza n. 6518 del 22.03.2011. Le clausole che prevedono una capitalizzazione degli interessi sono affette da nullità per contrasto con norme imperative, la quale è rilevabile d’ufficio, ai sensi dell’art. 1421 c.c., sia nel giudizio di appello che in quello di legittimità, ove il suo accertamento non implichi l’acquisizione di ulteriori elementi di fatto.
Il testo integrale sentenza n.6518 del 22/03/2011
sul ricorso 355-2009 proposto da: , elettivamente domiciliati in ROMA, , presso lo studio dell’avvocato , rappresentati e difesi dall’avvocato giusta delega in calce al ricorso;
avvocato , elettivamente domiciliato in ROMA, , presso lo studio dell’avvocato , rappresentato e difeso dall’avvocato giusta delega in calce al controricorso;
avverso la sentenza n. 671/2008 della CORTE D’APPELLO di BARI – SECONDA SEZIONE CIVILE, emessa il 22/6/2007, depositata il 27/06/2008, R.G.N. 1347/2003;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 17/01/2011 dal Consigliere Dott. ULIANA ARMANO;
udito l’Avvocato ;
Il Tribunale di Lucera rigettava l’opposizione proposta da ————- avverso il decreto ingiuntivo emesso nei loro confronti su richiesta dall’avvocato ———-.
A sostegno del decreto ingiuntivo, emesso in data 11-9-97, veniva posto un vaglia cambiario sottoscritto da —————, nelle more deceduto, dell’importo di L. 127.700.000 datato 20-8-92, con scadenza 31-8-92, in favore dell’avvocato ——————, oltre che un atto di ricognizione del debito datato 1-9-92 del medesimo importo, ma con applicazione di interessi convenzionali al 1.70% mensili capitalizzabili semestralmente.
Il Tribunale rigettava la domanda rilevando la natura di ricognizione di debito dei titoli posti a fondamento della domanda , nonché l’inversione dell’onere della prova che tale natura comportava,e che nessuna delle eccezioni formulate dagli opponenti era stata provata.
Avverso detta sentenza proponevano appello —————– deducendo violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. in quanto la decisione del giudice era intervenuta quando il titolo cambiario era stato sottratto dal fascicolo di ufficio, non consentendo ad essi opponenti di argomentare adeguatamente in fatto e diritto, di coltivare l’eccezione di manomissione del titolo, di difendersi adeguatamente in sede di comparizione personale.
Di conseguenza il giudice aveva deciso in assenza di prove.
Deducevano che essi non avevano inteso contestare il contenuto letterale del titolo, bensì il raggiro subito dagli eredi ——————- tale da non giustificare lo spostamento patrimoniale in favore dell’apparante creditore.
Con sentenza depositata il 22-6-08 la Corte di Appello di Bari così provvedeva: 1) Rigetta il primo profilo, dichiara infondato nel merito o inammissibile in rito il secondo profilo, per le ragioni partitamene indicate in motivazione, in relazione ai molteplici rilievi proposti con il detto secondo motivo, con spese alla soccombenza.
Avverso detta sentenza proponevano ricorso per cassazione —————- sorretto da tre motivi.
Resisteva con controricorso l’avv.to ————- che presentava anche memoria difensiva ex art. 378 c.p.c..
Con il primo motivo i ricorrenti hanno dedotto la violazione delle norme di cui all’art. 1815 c.c. e dell’art. 644 c.p. come modificati dalla L. n. 108 del 1996 in relazione agli artt. 1283 e 1284 c.c.
Secondo i ricorrenti applicando al periodo 6/10/92 – 18/12/08 gli interessi convenzionali ingiunti e la prevista capitalizzazione semestrale, l’originaria somma di L. 127.700.000 ora Euro 65.951.55) si sarebbe tradotta nella impressionante cifra di L. 2.974.944.770 (ora Euro 1.536.430,75).
Tale illegittimo risultato non poteva essere riconosciuto e tutelato in quanto in palese violazione con l’art. 644 c.p. come modificato dalla L. n. 108 del 1996 e con gli artt. 1283, 1284 e 1815 c.c..
Con la L. 7 marzo 1996, n. 108, che aveva introdotto il nuovo testo dell’art. 644 c.p. e modificato l’art. 1815 c.c., era ormai possibile utilizzare per l’individuazione dell’usurarietà degli interessi un parametro oggettivo ed indipendente dal dolo di approfittamento.
Inoltre la disciplina sull’anatocismo, o interesse composto, ovvero la produzione indefinita di interessi sugli interessi “era consentita esclusivamente nel caso in cui a tal fine sia stata presentata specifica domanda giudiziale, oppure sia stata stipulata idonea convenzione posteriore di almeno sei mesi alla loro scadenza (art. 1283 c.c.), redatta peri scritto (art. 1284 c.c.).
Per la prima volta in questo giudizio di legittimità, i ricorrenti chiedevano di accertare l’illiceità e la nullità della pretesa creditoria ingiunta attesa la usurarietà dei tassi di interesse applicati in violazione dell’art. 644 c.p. come pure modificato dalla L. 7 marzo 1996, n. 108, anche in relazione agli artt. 1815, 1283 e 1284 c.c.
Il motivo è infondato con riguardo alla prima deduzione.
I ricorrenti richiamano norme, sulla nullità dei patti determinativi degli interessi in misura tale da raggiungere la soglia dell’usura, che sono successive alla scrittura di ricognizione del debito datata 1-9-92 in discussione (della L. 7 marzo 1996, n. 108, art. 4), e che, dunque, in difetto di previsione di retroattività, non rifluiscono sulla validità delle clausole dei contratti stessi, ma possono soltanto implicarne l’inefficacia ex nunc. (Cass. n, 4092 del 25/02/2005, Cass. 13 giugno 2002 n. 8442, 18 settembre 2003 a 13739)
La non retroattività di tale norme deve essere ribadita alla luce del D.L. 29 dicembre 2000. n. 394, art. 1, comma 1, – convertito con modificazioni, L. 28 febbraio 2001, n. 24 – secondo i quale “ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p. e dell’art. 1815 c.c., comma 2, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”; norma che ha superato indenne il vaglio della Corte Costituzionale: v. Corte Cost. sentenza n. 0029 del 2002.
Infatti in tema di usura, e con riferimento a fattispecie anteriore all’entrata in vigore della L. 7 marzo 1996, n. 108, la pattuizione di interessi ultra legali non è di per se viziata da nullità, essendo consentito alle parti di determinare un tasso d’interesse diverso e superiore a quello legale, purché ciò avvenga in forma scritta e sussistendo l’illiceità del negozio soltanto nel caso in cui si ravvisino gli estremi del reato di usura. Conseguentemente, può ritenersi l’illiceità del contratto solo se ricorrano un vantaggio usurario, lo stato di bisogno del mutuatario e l’approfittamento di tale stato da parte del mutuante. (v. Cass. Sez. 1, Sentenza n. 25182 del 13/12/2010).
La questione dell’usurarietà dei tassi di interesse costituisce un tema difensivo del tutto nuovo, che non ha formato oggetto del thema decidendum del giudizio di secondo grado, postulando indagini e valutazioni di fatto non richieste ne’ compiute dal giudice del merito in tale grado e quindi ora esorbitanti dai limiti funzionali del giudizio di legittimità.
Non può avere rilevanza il principio della rilevabilità d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio, della nullità della previsione contrattuale “de quo” perché contraria a norme imperative, in quanto i presupposti della nullità che i ricorrenti in alcuni punti del ricorso adombrano sussistente fin dalla data della scrittura di ricognizione di debito, vale adire il rilevante vantaggio usuraio, lo stato di bisogno del debitore e la conoscenza ed approfittamento da parte del creditore, non risultano nemmeno dedotti nella pregressa fase di appello del giudizio e non possono certo formare oggetto di accertamento nel presente giudizio di legittimità; ne’ in tale contesto può trovare applicazione l’invocato jus superveniens costituito dalla nuova disciplina dell’art. 1815 cod. civ. e art. 644 c.p. (ex L. 7 marzo 1996, n. 108), perché, come si è visto, tale disciplina non è retroattiva. La verifica dell’applicabilità della sopravvenuta diversa disciplina giuridica – chiaramente innovativa per il suo carattere additivo rispetto alla pregressa disciplina codicistica – l’accertamento del tasso soglia fissato ed il raffronto con il tasso di interesse convenuto nella scrittura di ricognizione di debito – si articolano necessariamente in un accertamento di merito precluso in questa sede di legittimità (v. Cass. 16.1.1990 n. 2196).
Fondata è invece la seconda deduzione del primo motivo.
Tenendo anche conto dei principi in materia di contratti bancari affermati dalle Sezioni Unite di questa Corte con sentenza 4 novembre 2004 n. 21095, a conferma dell’indirizzo giurisprudenziale inaugurato da Cass. 16 marzo 1999 n. 2374 (e ribadito da ultimo da Cass. 20 agosto 2003 n. 12222), si osserva: – che l’art. 1283 cod. civ., il quale, in mancanza di usi contrari, fissa il divieto di interessi sugli interessi scaduti, salvo che per il periodo posteriore alla domanda giudiziale od in forza di accordo successivo alla scadenza (sempre che dovuti da almeno sei mesi), si riferisce agli usi normativi in senso stretto e non ad usi negoziali e che le clausole che prevedono una capitalizzaione degli interessi sono affette da nullità, per contrasto con norma imperativa; che la nullità ab origine dalla clausola che prevedeva la capitaliazzione semestrale degli interessi era rilevabile d’ufficio, ai sensi dell’art. 1421 cod. civ., pure nel giudizio di gravame, quando, come nella specie, persista contestazione, ancorché per ragioni diverse, sul titolo posto a sostegno della richiesta degli interessi anatocistici, rientrando nei compiti del giudice l’indagine sulla sussistenza delle condizioni dell’azione.
Questi principi comportano l’accoglimento del primo motivo, con limitato riferimento alla seconda censura, in quanto la Corte d’appello avrebbe dovuto rilevare d’ufficio la nullità del patto di anatocismo, traendone le debite conseguenze sulla quantificazione del complessivo credito della Banca. (Sez. 1, Sentenza n. 4093 del 2005).
Come secondo motivo di ricorso veniva dedotta la violazione e falsa applicazione di legge in ordine alla lesione del diritto della difesa e del principio del contraddittorio ex artt. 115 e 116 c.p.c.
Secondo i ricorrenti l’avv. ————, durante il dispiegarsi delle udienze, e senza autorizzazione alcuna, provvedeva a ritirare la cambiale per L. 127.700.000, così sottraendola al libero contraddittorio delle parti ed impedendo ai ricorrenti di esercitare il libero diritto di difesa.
Il motivo è infondato in quanto, come affermato dai giudici di appello la circostanza che il titolo cambiario fosse stato ritirato al momento della decisione della impugnazione, non ha determinato violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. considerando che i ricorrenti fin dall’atto di opposizione non avevano contestato il debito portato dalla cambiale e dal successivo atto di ricognizione, non avevano disconosciuto tempestivamente ne’ la sottoscrizione ne’ il suo tenore e che la data di emissione e scadenza, nonché l’importo di L. 127.700.00, erano elementi letterali direttamente constatati dalla Corte di Appello a seguito di sottoscrizione del titolo da parte del Consigliere relatore.
La circostanza che i ricorrenti in sede di interrogatorio avevano riferito due diverse ragioni causali dell’emissione del titolo non era ricollegabile al successivo ritiro della cambiale. Di conseguenza sia i giudici di appello che gli attuali ricorrenti hanno avuto piena conoscenza del titolo cambiario e la sua mancanza al momento della decisione non ha inciso sulla possibilità di difesa tenendo conto che a fondamento della domanda era stato posto anche l’atto di ricognizione del debito, rimasto sempre nella disponibilità delle parti.
Nel caso di specie i ricorrenti non hanno adempiuto a tale onere non consentendo a questa Corte di controllare la fondatezza dei rilievi. La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al primo motivo nei sensi di cui in motivazione con rinvio alla Corte di Appello di Bari che provvedere sulle spese anche della presente fase.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa| 2011-07-01T21:03:37+00:00	1 luglio 2011|Cassazione civile 2011, Contratti - Obbligazioni, Diritto Civile e Procedura Civile, Sentenze - Ordinanze|0 Commenti

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 art. 378
 art. 4
 Cass. 
 art. 1
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 Cass. Sez. 
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 art. 644
 Cass. 
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