Source: https://www.laleggepertutti.it/146150_schiacciato-nelle-porte-della-metropolitana-chi-paga
Timestamp: 2018-07-18 11:03:43+00:00

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Schiacciato nelle porte della metropolitana, chi paga?
Lo sai che? Schiacciato nelle porte della metropolitana, chi paga?
L’azienda che gestisce il trasporto pubblico deve risarcire il passeggero schiacciato dalle porte del metrò, che non si sono bloccate in automatico.
Immaginiamo un giovane seduto all’interno del metrò, intenta a leggere un libro e, magari, con le cuffiette alle orecchie; distratta dai pensieri, si accorge solo all’ultimo secondo dell’arrivo del treno nella stazione di sua destinazione. Così, fa un balzo affrettato verso l’uscita, ma ormai le porte si stanno chiudendo e, proprio mentre tenta di balzare fuori dal metrò, viene schiacciato dai due battenti. A seguito dell’episodio, il passeggero riporta una lussazione alla spalla e danni di vario tipo. Per questo fatto, chiede alla compagnia del trasporto locale il risarcimento dei danni, ma la società non ne vuole sapere: sostiene che il ragazzo si è mosso in ritardo e se si è fatto male è solo colpa della sua distrazione. Chi ha ragione tra i due? La soluzione è stata data ieri dalla Cassazione [1].
Secondo la Corte, anche se il viaggiatore non si prepara in tempo per scendere dal metrò, e per questo resta imprigionato nelle porte del vagone, facendosi male, la responsabilità dell’episodio resta a carico della ditta di trasporto. E questo perché i portelli devono essere dotati del sistema di antischiacciamento che dovrebbe rilevare, in automatico, la presenza di una persona e bloccarsi prima di fargli male. La responsabilità, quindi, si presume sempre a carico della società che gestisce la metropolitana quando il sistema antischiacciamento non entra in funzione, salvo che essa riesca a dimostrare di aver adottato tutte le misure idonee a evitare il danno e che l’evento si è verificato solo ed esclusivamente per colpa dell’infortunato.
È vero, se il trasportato avesse adottato maggiore attenzione, probabilmente non si sarebbe fatto male, ma è anche vero che i battenti non devono chiudersi se, in mezzo, c’è qualcuno. La ditta di trasporto deve infatti garantire la sicurezza dei propri passeggeri, prevedendo persino le condotte imprudenti di questi ultimi.
Che fare per ottenere il risarcimento del danno? All’utente danneggiato spetta solo provare:
l’esistenza del danno fisico e la sua entità;
l’evento lesivo (la chiusura dei portelli mentre questi cercava di scendere dal vagone);
il nesso di causa-effetto fra l’evento e le lesioni riportate.
Fornite tali dimostrazioni, la responsabilità ricade in capo al vettore salvo che dimostri che l’evento era imprevedibile e non evitabile usando l’ordinaria diligenza. A tutto voler concedere, il concorso di colpa del passeggero può portare a ridurre il risarcimento.
[1] Cass. sent. n. 249/17 del 10.01.2017.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 26 ottobre 2016 – 10 gennaio 2017, n. 249
C.S. convenne in giudizio l’Azienda Trasporti Milanese (A.T.M.) s.p.a. chiedendo il risarcimento dei danni che aveva subito a causa del malfunzionamento delle porte di un treno della metropolitana; dedusse che, al momento della discesa dal convoglio, era rimasta imprigionata tra i due battenti, che si erano chiusi automaticamente, e aveva riportato lesioni personali.
La convenuta resistette alla pretesa negando ogni responsabilità.
Il Tribunale di Milano rigettò la domanda sul rilievo che la negligenza dimostrata dall’attrice nell’ignorare le segnalazioni acustiche e nel violare il divieto di interporre ostacoli alla chiusura delle porte aveva liberato la controparte dalla presunzione di colpevolezza da cui era gravata ex art. 1681 c.c..
La sentenza è stata integralmente confermata dalla Corte di Appello.
La Spampinato ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi; ha resistito l’intimata a mezzo di controricorso con cui ha eccepito preliminarmente l’improcedibilità del ricorso per mancato deposito del decreto di concessione del gratuito patrocinio e ha sostenuto – comunque – l’inammissibilità o l’infondatezza dell’impugnazione; con nota di deposito del 27.9.2016, la ricorrente ha prodotto delibera di ammissione al gratuito patrocinio emessa dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma in data 29.7.2016.
l. Va esaminata preliminarmente l’eccezione di improcedibilità per mancato deposito del decreto di ammissione al gratuito patrocinio.
L’eccezione è infondata, in quanto risulta depositata, all’atto dell’iscrizione a ruolo del ricorso (17.1.2017), la delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano del 22.10.2010 che aveva ammesso la Spampinato al gratuito patrocinio in relazione al giudizio di appello.
La circostanza che la ricorrente non potesse giovarsi di tale delibera per il giudizio di cassazione (a norma dell’art. 120 D.P.R. n. 115/2002, secondo cui “la parte ammessa rimasta soccombente non può giovarsi dell’ammissione per proporre impugnazione) non vale ad escludere che l’onere previsto dall’art. 369, co. 2, n. 1) c.p.c. sia stato comunque assolto, dal momento che incide sul diverso profilo della (persistente) efficacia della delibera di ammissione.
2. Col primo motivo (“violazione e/o falsa applicazione art. 1681 cod. civ.”), la Spampinato censura la Corte per avere ritenuto che la condotta colposa individuata a suo carico valesse ad esonerare l’A.T.M. dall’onere di provare “di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno” e ciò in relazione sia alla presenza di dispositivi antischiacciamento (che consentono la riapertura automatica delle porte prima della ripartenza del treno in presenza di ostacoli che ne impediscano la completa chiusura e che erano evidentemente non presenti o malfunzionanti) sia all’obbligo del macchinista di verificare l’avvenuta chiusura di tutte le porte prima della ripartenza del convoglio (nel caso, la ricorrente, ha dedotto che il treno era ripartito ed aveva percorso un breve tragitto prima di fermarsi per consentirle di liberarsi dalla stretta delle portiere): assume, in altri termini, che l’eventuale concorso di colpa dell’infortunato non poteva valere ad escludere la responsabilità del vettore, in difetto della necessaria prova liberatoria.
3. Col secondo motivo (“omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, nonché conseguente violazione o falsa applicazione degli artt. 1681, 2697 cod. civ. e 115, 210 c.p.c.”), la Spampinato ripropone le precedenti deduzioni sotto il profilo del vizio motivazionale ed assume che tale vizio concerneva anche la mancata ammissione dei numerosi mezzi di prova da essa richiesti.
4. Il terzo motivo (`violazione e/o falsa applicazione delle normative nazionali ed europee in materia di sicurezza e di trasporto di persone su metropolitane e tranvie in base ai rigidi standard di sicurezza CENELEC europei”) censura la Corte per essersi limitata a prendere in considerazione la sola “direttiva macchine 98/37/CE”, per escluderne l’applicabilità al caso di specie, senza procedere ad una più ampia disamina di normative nazionali e comunitarie recepite dall’ordinamento interno, ivi comprese le previsioni del d. lgs. n. 17/2010.
5. Mentre il secondo motivo è inammissibile (in quanto deduce il vizio motivazionale secondo il vecchio testo dell’art. 360 n. 5 c.p.c. non applicabile ratione temporis), il primo risulta fondato.
La Corte ha considerato la negligenza della trasportata quale fattore idoneo a sollevare il vettore dall’onere di dimostrare di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno, onere finalizzato a superare la presunzione su di esso gravante ex art. 1681 c.c.; in tal modo ha però confuso il piano del possibile concorso colposo della vittima con quello del superamento della presunzione, in una situazione in cui – per le modalità del fatto – la condotta della Spampinato non appariva tale da determinare – ex se – il superamento della presunzione (come, invece, nelle ipotesi considerate da Cass. n. 9593/2011 e da Cass. n. 13635/2001).
Si vuol dire -in altri termini- che il fatto che la donna non si sia attenuta alle segnalazioni acustiche e al dovere di non interporre ostacoli alla chiusura nulla toglie al fatto che – in presenza di dispositivi antischiacciamento – le portiere non si sarebbero dovute chiudere e che il macchinista non avrebbe dovuto far ripartire il treno prima di avere verificato la completa chiusura delle porte di tutti i convogli e che, in relazione a questi due profili, la Corte non ha accertato che l’A.T.M. avesse “adottato tutte le misure idonee a evitare il danno”.
Deve infatti ribadirsi che, nel contratto di trasporto di persone, il viaggiatore danneggiato ha l’onere di provare, oltre all’esistenza e all’entità del danno, il nesso esistente fra il trasporto e l’evento dannoso, mentre incombe al vettore, al fine di liberarsi della presunzione di responsabilità posta a suo carico dall’art. 1681, primo comma c.c., la prova che l’evento dannoso era imprevedibile e non evitabile usando l’ordinaria diligenza, ferma restando la possibilità che l’eventuale condotta colposa del danneggiato assuma rilievo ai sensi della previsione dell’art. 1227 c.c. (cfr. Cass. n. 11194/2003).
Il ricorso va dunque accolto in relazione al primo motivo (assorbito il terzo), con cassazione e rinvio alla Corte di Appello di Milano che, in diversa composizione, si atterrà ai principi di diritto sopra individuati e provvederà altresì sulle spese di lite.

References: Cass. 
 sentenza 
 art. 1681
 sentenza 
 art. 1681
 art. 1681
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.