Source: https://www.ratioiuris.it/alcune-osservazioni-sui-reati-abrogati-dal-decreto-legislativo-n-7-del-2016/
Timestamp: 2019-10-15 16:53:42+00:00

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Mar 2, 2016 | Diritto Penale, Dottrina, Marzo 2016 | 0 |
Le considerazioni che si intende sviluppare non si occuperanno di ciò che si è riversato nel contiguo settore degli illeciti civili, in cui si è registrata la assoluta novità di fattispecie in cui viene in rilievo una sanzione ulteriore rispetto all’obbligo di risarcire il danno, che solo per amore di suggestivi raffronti può essere ricondotto ai danni punitivi di matrice anglosassone. Suggestione che, però, dura lo spazio di un attimo, giusto il tempo di rilevare che il danno punitivo ridonda a vantaggio di colui che ha ottenuto ragione in giudizio e non certo, come nell’asseto che si è creato, a favore delle casse erariali. Sicchè, sempre per amore di raffronti e riscontri, ciò che resta in piedi è semplicemente la stranezza di una illecito civile che ha la sostanziale fisionomia di un illecito amministrativo, appunto presidiato da una sanzione pecuniaria di natura punitiva1.
Ciò di cui vogliamo comprendere termini e conseguenze è esclusivamente il profilo dell’intervento di squisita natura penale, che, pur profilandosi sotto l’essenziale veste di una abolitio criminis, solleva dubbi e perplessità2.
1) In merito ai caratteri della sanzione pecuniaria si veda, G. Buffone, in Guida al Diritto, n. 8 del 2016, p. 55 e seguenti. Nonché, sempre nella medesima rivista e con riferimento ai nuovi illeciti civili, T. Padovani, p. 76 e seguenti,
2) Non è questa la sede per affrontare la delicata questione sulle ragioni della abolitio criminis attuata con il decreto legislativo in esame. In particolare su cosa possa avere indotto il legislatore a trasferire la tutela dell’onore individuale nel settore degli illeciti civili e prevederne la protezione con un congegno che può funzionare solo alla duplice condizione che: l’offeso abbia risorse finanziarie idonee a consentirgli di affrontare i non lievi costi del processo ( i beati possidentes di cui parla Padovani nell’articolo citato nella nota precedente); e l’offensore sia dotato di risorse finanziarie che rendano per lui reale la prospettiva sanzionatoria di dover sborsare soldi, sia a titolo di risarcimento del danno che a titolo di sanzione pecuniaria civile. Insomma sembra essersi inaugurato un capitolo di tutela in cui l’onore è agganciato a doppia mandata al portafoglio, sia di chi lo offende e sia di chi subisce l’offesa. E rimane quindi il vago rumore di fondo di epoche in cui l’onore costituiva un irriducibile attributo di ogni persona, espressione della sua intrinseca dignità e da proteggere con strumenti che rispettino l’uguaglianza di tutti i consociati e non discrimino tra chi ha risorse finanziarie e chi non ne ha.
Il criterio direttivo che presidia questa parte della legge delega è espressamente circoscritto alle “condotte relative a scritture private”. Presa alla lettera, la delega parrebbe prescrivere, salvo l’espressa esclusione di cui all’articolo 491 (su cui si dirà oltre), la abolizione di tutti i reati che siano contenuti nel capo III (da articolo 476 a 493 bis) e che concernano condotte di falsificazioni di scritture private. Non si specifica in alcun modo la tipologia della falsificazione e quindi il criterio direttivo sembrerebbe comprendere anche le ipotesi di falsità ideologica di scritture private: cioè a dire le fattispecie di reato di cui agli articoli articolo 481 e 484 del codice penale, che, in conformità ad una nota pronuncia della Suprema corte a sezioni unite, contemplano una ipotesi eccezionale di falsità ideologica di scritture private, tali essendo gli atti in cui si esprime la attività degli esercenti servizi di pubblica necessità1.
3) In merito cfr. Sez. U, Sentenza n. 18056 del 2002, ove si evidenzia come la dottrina e la giurisprudenza prevalenti considerino scritture private i certificati di persone esercenti un servizio di pubblica necessità (art. 481 c.p.), come i registri e le notificazioni soggette all’ispezione dell’autorità di P.S. (art. 484 c.p.), ritenendo che questi atti: a) siano riconducibili alla tutela degli art. 481 e 484 c.p. quando sono oggetto di falsità ideologica; b) siano invece riconducibili alla tutela dell’art. 485 c.p. o dell’art. 490 c.p. quando costituiscano oggetto di falsità materiale, per contraffazione o per alterazione, ovvero di soppressione. La natura di scritture private discende dalla circostanza che esse provengono da soggetti che non svolgono né pubbliche funzioni né servizi pubblici e sono qualificati come “privati” dallo stesso art. 359 c.p., nel quale è offerta la definizione di persona esercente un servizio di pubblica necessità. Infine si rileva come queste scritture, essendo rappresentative di atti aventi una particolare rilevanza pubblica, sono tutelate anche contro le falsità ideologiche, a differenza delle altre scritture private che, di regola, sono tutelate solo contro le falsità materiali.
Non è chiaro quale sia il residuo spazio di efficacia della norma contenuta nell’indicato articolo 488, ormai privato di ogni riferimento alla falsità materiale in scrittura privata (abrogata) ed alla luce delle sue, per vero rare, applicazioni giurisprudenziali, che appunto ne facevano una variante particolare della fattispecie di cui all’articolo 485 del codice penale.1
Il comma 1 della disposizione in esame, peraltro confermativo del previgente assetto, indica quindi chiaramente che la falsità che concerna le scritture private espressamente menzionate richiede il dolo specifico della finalità di vantaggio o danno ed è punita con le pene previste per il reato di falso materiale in atto pubblico (art. 476): cioè con la reclusione da uno a sei anni se il fatto è
4)  Sez. 5, Sentenza n. 4647 del 24/03/1993 Ud. (dep. 07/05/1993 ) Rv. 195019 “Ai fini della fattispecie di cui agli artt. 488 e 485 cod. pen. (falsità su foglio firmato in bianco costituente scrittura privata, diversa da quella prevista dagli artt. 486 e 487 cod. pen.), per “vantaggio” va inteso ogni possibile utilità materiale o morale che l’agente si ripromette di conseguire. (Secondo la S.C. in tale nozione rientra, dunque, anche la sospensione dello sfratto che la parte si ripromette di ottenere mediante l’esibizione di un falso contratto di affitto essendo irrilevante, ai fini del falso, la possibilità di realizzare il risultato avuto di mira).
commesso da un pubblico ufficiale e con le pene di cui all’articolo 482 se a commetterlo sia un privato (o un pubblico ufficiale fuori dall’esercizio delle sue funzioni).
La lacuna concerne le falsità commesse in assegno bancario o in assegno circolare munito della clausola di non trasferibilità, che fuoriescono dall’oggetto materiale delle nuove fattispecie di falsità in scrittura privata e che, per pacifica giurisprudenza, avallata dalle sezioni unite, trovavano esclusiva sanzione nella fattispecie di cui all’abrogato articolo 485 del codice penale1.
Siffatta previsione avrebbe avuto l’effetto di lasciare inalterato il pregresso trattamento penale della falsificazione delle predette scritture private e avrebbe richiesto, come logico completamento, la cancellazione della inutile norma di cui all’articolo 491, il cui contenuto si sarebbe interamente riversato nella appropriata formulazione dell’articolo 4852.
5) In merito, cfr., Sez. U, Sentenza n. 4 del 20/02/1971 Ud. (dep. 17/05/1971 ) Rv. 118012: “La ragione della piu’ rigorosa tutela accordata dall’art 491 cod. pen ai titoli di credito al portatore o trasmissibili per girata, nella equiparazione quoad poenam di tali titoli agli Atti pubblici, non risiede nella loro natura giuridica ne nella loro attitudine alla circolazione illimitata, che e comune a tutti i titoli di credito, ma e determinata dal maggiore pericolo di falsificazione, insito nel regime di circolazione proprio del titolo al portatore o trasmissibile per girata rispetto al regime di circolazione dei titoli nominativi. Ne deriva che la circolabilita propria dei titoli presi in considerazione dalla norma citata deve esistere in concreto, come requisito essenziale condizionante l’inquadramento dell’illecito nella norma stessa il che comporta che non si possa prescindere dalle clausole che in concreto ostacolino la circolazione dei titoli anzidetti. La clausola di non trasferibilità apponibile all’assegno bancario o all’assegno circolare (artt. 43 e 86 RD 21 12 1933, n 1736), immobilizzando il titolo nelle mani del prenditore, ne esclude la trasmissibilità per girata, tale non potendo considerarsi la girata ad un banchiere per l’incasso, che ha natura di semplice mandato a riscuotere ed e priva di effetti traslativi del diritto inerente al titolo. Pertanto la falsità commessa in assegno bancario o in assegno circolare munito della clausola di non trasferibilita non e punibile a norma dell’art 491 bensì a norma dell’art 485 cod. pen.”. Nei medesimi termini, Sez. 6, Sentenza n. 538 del 05/10/1979 Ud. (dep. 17/01/1980 ) Rv. 143953. “la falsità commessa in assegno bancario o in assegno circolare munito della clausola di non trasferibilità non è punibile a norma dell’articolo 491 bensì a norma dell’articolo 485 cod. pen.”.
6) La nuova formulazione dell’articolo 485 avrebbe potuto essere congegnata nel seguente modo: Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un fanno, forma in tutto o in parte o altera un testamento olografo ovvero una cambiale o cambiale o altro titolo di credito trasmissibile per girata o al portatore, né punito, qualora ne faccia uso o lasci che altri nel faccia uso, con le pene rispettivamente stabilite nella prima parte dell’articolo 476 e nell’articolo 482.
A fronte di tali ipotesi, e verosimilmente per la specificità della sua conformazione – missive dirette anche a terze persone e diversi contesti di percezione della offesa- si è ritenuto che fossero integrati sia il reato di ingiuria che quello di diffamazione1.
7) Sez. 5, Sentenza n. 48651 del 22/10/2009 Ud. (dep. 18/12/2009 ) Rv. 245827: “In tema di delitti contro l’onore, sussiste il concorso dei reati di ingiuria e diffamazione qualora le lettere offensive indirizzate a più persone siano inviate anche alla persona offesa.”. la motivazione della sentenza non è particolarmente approfondita e si limita ad un mero richiamo ai precedenti giurisprudenziali, affermandosi che “Circa la configurabilità del delitto di diffamazione, in una fattispecie nella quale l’offesa risulta formulata in una lettera indirizzata all’offeso e ad altri soggetti, non vi è che da richiamarsi alla giurisprudenza di questa Corte Suprema, secondo la quale “in tema di delitti contro l’onore, quando l’offesa sia arrecata a mezzo di uno scritto e sia indirizzata all’interessato ed a terzi estranei, non può escludersi il concorso tra ingiuria e diffamazione, nel caso in cui la concreta fattispecie comprenda elementi costitutivi delle due distinte norme incriminatrici”: così si è pronunciata Cass. 4 febbraio 2002 n. 12160; ancor più incisiva (“Nell’ipotesi di diffamazione a mezzo di lettera indirizzata a più persone, concorre il reato di ingiuria, qualora la missiva venga inviata anche alla parte offesa”) la meno recente Cass. 7 luglio 1983 n. 2498.
Nei commi 2 e 3 del citato articolo 2 si prevedono due cause di esonero dalla sanzione pecuniaria: la prima, mutuata dalla abrogata previsione di cui al primo comma dell’articolo 599 c.p., consiste nella reciprocità delle offese; la seconda, sempre mutuata dall’abrogato articolo 599, consiste nell’avere commesso l’ingiuria nello stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui e subito dopo di esso1 .
In particolare occorre chiedersi quale fattispecie di illecito sia configurabile nella ipotesi in cui l’addebito lesivo venga pronunciato alla presenza della persona offesa e nel contesto di una conversazione cui prendano parte una pluralità di soggetti2. In un caso del genere, del tutto riconducibile alla circostanza aggravante dell’ultimo comma dell’abrogato articolo 594 c.p. (offesa commessa alla presenza di più persone), sembrava scontato doversi riscontrare il solo reato di ingiuria aggravata.
Ed era altresì pacifico che l’ingiuria commessa alla presenza di più persone configurasse il reato di ingiuria aggravata, senza concorso con il reato di diffamazione e per la determinante ragione che quest’ultimo reato postulava la “assenza della persona” raggiunta dall’addebito lesivo”(10).
8) La previsione non è molto chiara e sembrerebbe che l’esonero da responsabilità sia circoscritto alla sola sanzione pecuniaria civile. Sicchè parrebbe residuare l’obbligo del risarcimento del danno.
9) Per esempio, discutendosi su un qualsiasi argomento, Tizio zittisce aspramente Caio rivolgendogli delle espressioni chiaramente offensive del suo onore e decoro, percepite da tutti gli astanti, oltre che da Caio.
10) In tal senso, Manzini, Trattato di Diritto Penale, Utet, 1985, p. 554 e seguenti. Nella nota 5 alla pagina 554, si cita il passo della relazione ministeriale sul progetto del codice penale, ove si afferma che in tal caso, cioè quando l’offeso è presente e quindi quando questi può replicare alla offesa e difendersi, viene attenuata “la influenza nociva, che le offese possono spiegare nell’opinione che le persone presenti abbiano del suo valore”. Inoltre l’indicata dottrina precisa come questa previsione aggravatrice, che rendeva inconfigurabile il reato di diffamazione, trovasse applicazione solo in caso di presenza fisica della persona offesa e non nelle situazioni ad essa equiparate (comunicazioni telegrafiche o telefoniche e scritti e disegni diretti all’offeso), in quanto tali situazioni non erano contemplate nella previsione dell’aggravante e quest’ultima, avendo carattere di disposizione eccezionale, non era estensibile (Manzini, op. cit., pag. 556). Rilievo, quest’ultimo, che forse andrebbe rimeditato, perché ne è scaturito l’effetto di ravvisare, nonostante la presenza “virtuale” della persona offesa, il più grave reato di diffamazione. Ed attualmente la questione, come già detto, è più stringente, perché si tratta di capire se sussista il reato di diffamazione o l’illecito civile di ingiuria. Ma, per evitare di complicare le cose, conviene per il momento limitarsi alla ipotesi di offesa commessa alla presenza fisica del destinatario della medesima.
In particolare si sottolineava come il reato di diffamazione, proprio per il fatto di consistere in una offesa fatta ad un assente, fosse più grave di quello dell’ingiuria, “perché costituisce un maggior pericolo o un maggior danno per l’altrui personalità morale, in quanto l’assenza dell’offeso toglie a costui la possibilità di difendersi immediatamente(11).
Sicchè pare doversi concludere che nell’assetto penale attualmente vigente non può più assegnarsi alla presenza della persona offesa la funzione di precludere la configurabilità del reato di diffamazione; e che non si possa più affermare che il primo requisito della diffamazione sia costituito dalla impossibilità che la persona offesa “percepisca direttamente l’offesa”2.
E questo, sia consentito accennarvi, apre qualche ulteriore problema, in relazione alla possibilità che l’offeso, in un secondo momento e quindi non subito dopo la diffamazione subita, offenda a sua volta, da solo o comunicando con più persone, colui che la aveva offeso in precedenza. Se il fatto commesso integra l’illecito civile della ingiuria, troverà applicazione la clausola di esonero dalla sanzione pecuniaria civile, prevista dall’articolo 4, comma 2 del decreto legislativo n. 6 del 2016. Se il fatto commesso sia da qualificare come diffamazione viene ad essere inibito l’accesso a
11) Manzini, op.cit. pag. 691.
12) In tal senso, con riguardo al vecchio assetto normativo, M. Spasari, voce “Diffamazione ed ingiuria”, in Enciclopedia del diritto, volume XII, Giuffrè, 1964, p. 485.
qualsiasi specifica causa di non punibilità: non può trovare applicazione la non punibilità della reazione al fatto ingiusto altrui (attuale formulazione dell’articolo 599) perché, per il tempus di commissione del fatto, non ricorrono i relativi presupposti; e non può trovare applicazione, pur replicando la complessa vicenda i puntuali termini della pregressa ingiuria reciproca, la non punibilità delle reciprocità delle offese, perché la relativa previsione, a suo tempo coerentemente relativa ai soli reati di ingiuria, è stata abrogata.
L’abrogazione del reato di sottrazione di cose comuni, di per sé considerata, non sembra porre particolari problemi e non dovrebbe comportare alcuna conseguenza in ordine alla impostazione e soluzione dell’antica questione sulla configurabilità o meno del furto comune nel caso di sottrazione di beni da parte di colui che ne sia il proprietario; beni ovviamente detenuti da altri sulla base di un legittimo titolo di possesso1. Ciò che è stato abrogato è ben delineato nelle sue componenti oggettive ed è circoscritto solo alle situazioni di comproprietà.
13) In merito si veda, per una rassegna dei diversi orientamenti, Pecorella, Patrimonio, furto (furto comune), in Enciclopedia del diritto, XVIII, 1969, p. 347 e ss.
10.- La modifica del reato di danneggiamento. Il legislatore delegato non ha decretato la abrogazione tout court del reato di danneggiamento ed ha scelto di modificarne la struttura. In particolare si è abrogato solo il primo comma dell’articolo 635 del codice penale, con contestuale trasformazione delle previsioni di cui al secondo comma da ipotesi circostanziate in fattispecie autonome di reato1.
14) Qualche perplessità si pone in merito alla competenza a giudicare il reato di cui al primo comma, ormai diverso da quello pregresso, che, come è noto, rientrava nelle attribuzioni del giudice di pace (articolo 4, c. 1, lettera a) del decreto legislativo n. 274 del 2000. La questione non mancherà di porsi, anche in relazione al beneficio della sospensione condizionale della pena, che non può essere applicato nella giurisdizione di pace, mentre può trovare applicazione nella giurisdizione ordinaria, sia pure in presenza di determinati presupposti, espressamente modulati con riguardo ai reati di danneggiamento.
Rimane però un rilievo critico, che ha a che fare con la struttura del reato di ingiuria militare e con il fatto che l’unico elemento che lo differenzia dal corrispondente ed abrogato reato comune consiste nello qualità militare dei soggetti attivo e passivo. Detto reato, in altri termini, non esprime, sempre ed in ogni caso, una reale lesione di interessi militari e può delinearsi anche nel contesto di rapporti esclusivamente privati e privi di qualsiasi raccordo con i tradizionali parametri della disciplina e del servizio1. Difficile sostenere che in tali casi non debba trovare applicazione lo statuto giuridico che vale per qualsiasi cittadino e che ci si debba rassegnare alla idea di uno status militare che sopravvive in ogni circostanza di tempo e luogo. Sicchè è verosimile che, a fronte di episodi così congegnati, debba valutarsi se sia costituzionalmente ragionevole un assetto normativo che ravvisi reati militari in fatti che attengono esclusivamente alla dimensione della vita privata. E vale altresì notare, per concludere sul punto, che l’anomalia rischia anche di coinvolgere soggetti non militari, nel caso in cui costoro concorrano nel fatto di ingiuria ed in virtù d quanto previsto dall’articolo 14, primo comma, del codice penale militare (sono soggette alla legge penale militare le persone estranee alle forze armate dello stato che concorrono a commettere un reato militare).
Quid iuris nel caso di falsità in scrittura privata che, oltre a costituire la modalità di realizzazione delle truffa, costituisca un illecito civile? Può estendersi anche a tale ipotesi il principio di diritto sul
15) Sicchè esso può riscontrarsi anche nella offese che coinvolgono soggetti che assistano ad una competizione sportiva, come comuni cittadini ed in cui la lesione dell’onore e del decoro tragga origine dalla mal governata passione sportiva.
concorso di reati, così configurandosi un concorso tra il reato di truffa e l’illecito civile di falso in scrittura privata?
Eppure nel caso in esame è indubbio che quel fatto costituiva e continua a costituire reato; ed è indubbio che la sua rilevanza penale si è tradotta nella specifica ed alternativa rilevanza disciplinare, vero e proprio surrogato della sua rilevanza penale. Sicchè la previsione di una concorrente sanzione pecuniaria civile, aggiuntiva al pacifico risarcimento del danno, viene a risolversi nel punire due volte lo stesso fatto: una prima volta con una sanzione (quella disciplinare) alternativa alla sanzione penale; ed una seconda volta ( quella pecuniaria civile) con una sanzione ancora una volta alternativa a quella penale(16).
16) Inoltre va considerata l’ipotesi più radicale di una vittima del reato di ingiuria militare che non segnali l’illecito al suo comando e decida di rivolgersi autonomamente al giudice civile. Difficile sostenere che non ne abbia la possibilità, perché la via del risarcimento del danno non può essergli preclusa ed è indubbio che il cittadino in servizio alle armi non perda il suo diritto al risarcimento di danni comunque dipendenti da un fatto di reato. La questione viene a porsi, quindi, con riguardo, ancora una volta, alla sanzione pecuniaria civile. Ed è evidente che se si ammette tale eventualità, e quindi se si ritiene che il giudice civile non possa opporre la condizione preclusiva della rilevanza penale del fatto, si arriva alla conseguenza di una strisciante trasformazione del reato militare in un illecito civile. Ed è verosimile che tale conseguenza non sia stata minimamente prevista e voluta dal legislatore delegato.
2. Se i procedimenti penali per i reati abrogati dal presente decreto sono stati definiti, prima della sua entrata in vigore, con sentenza di condanna o decreto irrevocabili, il giudice dell’esecuzione revoca la sentenza o il decreto, dichiarando che il fatto non e’ previsto dalla legge come reato e adotta i provvedimenti conseguenti. Il giudice dell’esecuzione provvede con l’osservanza delle disposizioni dell’articolo 667, comma 4, del codice di procedura penale.”.
La lacuna circa l’arco temporale di riferimento può essere rimediata considerando che la nuova sanzione presidia e reprime un illecito civile, che ha un termine di prescrizione di cinque anni (17).
Su che basi si applica a tali fatti la sanzione civile pecuniaria, introdotta dal decreto in esame e non esistente al momento della commissione del fatto? Anche ad ipotizzare che tale previsione sanzionatoria abbia preso il posto della pregressa sanzione penale, rimane pur sempre da superare l’ostacolo della irreversibile consunzione del potere di presentare querela, che ha comportato la
non perda il suo diritto al risarcimento di danni comunque dipendenti da un fatto di reato. La questione viene a porsi, quindi, con riguardo, ancora una volta, alla sanzione pecuniaria civile. Ed è evidente che se si ammette tale eventualità, e quindi se si ritiene che il giudice civile non possa opporre la condizione preclusiva della rilevanza penale del fatto, si arriva alla conseguenza di una strisciante trasformazione del reato militare in un illecito civile. Ed è verosimile che tale conseguenza non sia stata minimamente prevista e voluta dal legislatore delegato.
17) In merito alla prescrizione dei nuovi illeciti civili si veda, Buffone, cit., p. 86 3 seguenti.
assoluta irrilevanza penale di quei fatti e la assoluta cancellazione della potestà punitiva statuale e, parrebbe, di ogni suo prospettico surrogato.

References: articolo 476
 articolo 481
 Sentenza 
 art. 481
 art. 359
 articolo 488
 Sentenza 
 articolo 485
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 articolo 2
 articolo 599
 articolo 594
 sentenza 
 sentenza