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Timestamp: 2020-01-18 03:48:45+00:00

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3. Il riferimento a precedenti conformi
Formazione della Magistratura Onoraria- incontro di studio sul tema “Tecniche di redazione della sentenza civile”
RIFLESSIONI SULLA MOTIVAZIONE DELLA SENTENZA CIVILE DI MERITO
La sentenza è il provvedimento con il quale il Giudice adempie alla sua funzione giurisdizionale decisoria, è l’atto giurisdizionale per eccellenza ed è considerato storicamente e concettualmente l’atto con il quale si esprime l’essenza della Iurisdictio.
La studio della sentenza coinvolge sia gli aspetti funzionali che quelli contenutistici-formali. Questi ultimi, con particolare riferimento alla motivazione, costituiscono l’oggetto dei presenti spunti di riflessione, sollecitati dalla mutata visione dell’attività giurisdizionale civile oggi più che mai improntata alle esigenze di drastica riduzione dei tempi del processo.
La ragionevole durata del processo assurge a valore di rango costituzionale e dovrebbe costituire uno dei principali criteri ermeneutici per la lettura delle norme processuali.
L’analisi del contenuto della sentenza non può non muovere dal testo, rectius, dai testi normativi, di recente riformati nel più ampio progetto di riduzione dei tempi del processo:
L’art. 132 c.p.c. rubricato “Contenuto della sentenza”, recita:
“La sentenza è pronunciata in nome del popolo italiano e reca l’intestazione: Repubblica italiana.
3) le conclusioni del pubblico ministero e quelle delle parti1;
4) la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione2;
5) il dispositivo, la data della deliberazione e la sottoscrizione del giudice”
La norma prescrive il contenuto formale minimo della sentenza sulla scorta di due premesse di fondo: la prima che la sentenza è formata essenzialmente, oltre che dalla parte espositiva, dalla parte motiva e dalla parte dispositiva elementi tutti che, “nella loro intima compenetrazione, concorrono indissolubilmente a creare la forza imperativa della decisione del Giudice e che mancando l’una o l’altra, la sentenza stessa è inesistente e non soltanto affetta da vizio di nullità emendabile con i normali mezzi di impugnazione” (cfr. Cass. 2006 n. 18948), la seconda che si configura l’inesistenza della sentenza ogni qual volta “essa difetti di quel minimo di elementi e presupposti che sono necessari per produrre l’effetto di certezza giuridica che è lo scopo del giudicato” (cfr. Cass. 2003 n. 8442; Cass. 1999 n. 1816).
Non è necessario che i requisiti di forma-contenuto siano indicati nell’ordine esposto dalla legge o siano espressi con formule sacramentali, ritenendosi sufficiente in applicazione del principio della congruità della forma allo scopo, che ciascuno di essi possa essere desunto chiaramente e senza incertezze dal contesto della sentenza (Cass. 79/4870)3.
Principi particolari governano le sentenze c.d. contestuali4 e la decisione presa dal Collegio5.
L’obbligo di motivazione si estende anche alla decisione sulla compensazione delle spese ove il giudice si discosti dal principio della soccombenza ex art. 92 c.p.c.: i giusti motivi dovranno essere “esplicitamente indicati nella sentenza”.
“La concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione” costituisce, ai sensi del secondo comma n. 4 art. 132 c.p.c. la sostanza della motivazione civile di merito, altrimenti definita dalla dottrina come la rappresentazione e documentazione dell’iter logico intellettivo seguito dal giudice per arrivare alla decisione.
Il testo del n. 4 è stato riformato dall’art. 45, comma 17, della L. n. 69/09 con effetto a decorrere dal 4.7.2009.
La disposizione transitoria di cui al successivo art. 58 prevede l’applicabilità, tra gli altri, dell’art. 132 c.p.c. e 118 disp. att. c.p.c. anche ai giudizi pendenti in primo grado alla data del 4.7.2009.
Ne consegue che dal 4.7.2009 tutte le decisioni dovranno essere motivate seguendo le “istruzioni” di cui al citato n. 4 ed all’art. 118 disp. att. c.p.c.
Identica locuzione è adottata dall’art. 281sexies c.p.c., rubricato “decisione a seguito di trattazione orale”, per definire il contenuto motivazionale della sentenza pronunciata in udienza: “…il Giudice fatte precisare le conclusioni, può ordinare la trattazione orale della causa nella stessa udienza o, su istanza di parte, in udienza successiva e pronuncia sentenza al termine della discussione, dando lettura del dispositivo e della concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione…”.6
Con l’introduzione della c.d. motivazione succinta o nuovo modello di sentenza semplificata il legislatore avrebbe inteso eliminare l’eterno problema del “collo di bottiglia” costituito dalla dispendiosa attività di stesura della sentenza7.
Tuttavia il processo di modernizzazione dell’approccio logico argomentativo alla motivazione già ostacolato da ragioni storico culturali8, non è del tutto agevolato dalle modifiche introdotte. Infatti, per i motivi che oltre si espliciteranno, motivazione “succinta” non significa necessariamente motivazione “breve o semplice”.
La motivazione in forma sintetica, apprezzabile perchè concisa, è un risultato culturale raggiungibile soltanto modificando l’habitus logico e mentale alla soluzione del caso concreto anche attraverso l’utilizzazione (acquisizione) di appropriato lessico9: sotto quest’ultimo profilo, è essenziale rammentare (soprattutto nell’intento di circoscrivere possibili equivoci sulla portata del decisum) che le parole hanno un significato preciso e la precisione nell’utilizzo di esse deve essere assoluta per chi motiva in diritto una sentenza, sia per la natura tecnica del discorso, sia perché la precisione giova alla concisione e alla chiarezza.
L’art. 118 disp. att. c.p.c.10, anch’esso oggetto di riforma, specifica gli elementi della motivazione così come descritti dall’art. 132 c.p.c. chiarendo che: “La motivazione della sentenza di cui all’art. 132, secondo comma n. 4, del codice consiste nella succinta esposizione dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche della decisione, anche con riferimento a precedenti conformi11 ………..…Nel caso previsto dall’art. 114 del codice debbono essere esposte le ragioni di equità sulle quali è fondata la decisione.
In ogni caso deve essere omessa ogni citazione di autori giuridici…”
L’obbligo di motivazione, già imposto al giudicante dal codice di procedura civile del 1940, ha poi ricevuto dignità di principio costituzionale, prevedendo il sesto comma dell’art. 111 Cost. che “..tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati.”
Rispetto alla disciplina previgente le novità sono costituite dall’omessa previsione della “concisa esposizione dello svolgimento del processo”, dall’adozione della locuzione “ragioni” anziché “motivi” e dal riferimento a “precedenti conformi”.
Inoltre lo studio delle massime legittima a ritenere che il legislatore abbia colto, rendendoli vincolanti, gli sforzi giurisprudenziali tesi ad individuare il contenuto necessario è sufficiente della motivazione.
Ciascuna novità verrà analizzata separatamente.
1. L’abolizione dello “svolgimento del processo”
La nuova veste del contenuto della motivazione sembrerebbe sollevare tout court il Giudice dell’esporre lo svolgimento del processo.
Tuttavia la lettura combinata dell’art. 132 c.p.c. e dell’art. 118 disp. att. avverte l’interprete che l’esposizione cronologica della vicenda processuale potrà omettersi solo ed in quanto la stessa non abbia ricadute sulle ragioni della decisione.
Poiché l’art. 118 disp. att. continua ad imporre la “succinta esposizione dei fatti rilevanti della causa” il Giudice è, pertanto, ancora tenuto a menzionare tutti i fatti che influiscono sul processo decisionale.
Se si scorrono le massime della Corte di Cassazione relative alla formulazione precedente la riforma dell’art. 132 n. 4 si scopre che già allora lo svolgimento del processo, come anche la puntuale analisi e risposta di tutte le questione sollevate dalle parti, non era considerato requisito necessario della motivazione a condizione che i fatti ritenuti rilevanti per la decisione fossero adeguatamente e chiaramente evincibili nel corpo complessivo del testo12.
La portata innovativa della riforma in relazione allo svolgimento del processo va, quindi, letta nell’obbligo per il Giudicante di redigere una motivazione “succinta”, che esponga tutte e solo le rationes decidendi in fatto (ed in diritto) che sono necessarie ai fini della decisione, eliminando inutili repliche alle argomentazioni delle parti se non richieste dalla natura del giudizio.
A chiarire il principio con l’esemplificazione di ciò che costituisce “fatto rilevante” non omettibile pare utile riportare la seguente massima: “Nel giudizio di opposizione a sanzione amministrativa, la sentenza che contenga esclusivamente un richiamo ai verbali di contestazione redatti dagli agenti accertatori è nulla, non essendo sufficiente tale riferimento ad integrare il requisito della concisa esposizione dei motivi di fatto di cui all'art. 132, n. 4, cod. proc. civ., in quanto, non contenendo alcuna enunciazione delle circostanze nelle quali sarebbero avvenute le violazioni contestate, non consente di comprendere le ragioni della decisione.” (Cass. civ., Sez. II, 26/02/2007, n. 4385).
Conclusivamente può affermarsi che alla luce della riforma il Giudice sarà legittimato ad omettere il paragrafo “SVOLGIMENTO DEL PROCESSO” con la descrizione minuziosa delle fasi processuali nel loro cronologico dipanarsi, sempre che non costituiscano passaggi rilevanti per la decisione (ad. Esempio il mancato rispetto di un termine processuale perentorio aspetto questo meno pregnante nel rito innanzi al Giudice di Pace caratterizzato da scansioni meno rigide rispetto a quelle previste per il rito innanzi al Tribunale in composizione monocratica e collegiale).
2. La concisa esposizione delle ragioni (di fatto) e di diritto13
L’esigenza di delimitazione delle questioni da affrontare coinvolge anche la “ragioni di diritto”. La motivazione succinta, così come delineata dal legislatore della riforma del 2009, riguarda anche e soprattutto le argomentazioni giuridiche della decisione.
In relazione ad esse, così come avviene per l’individuazione dei fatti da esplicitare in sentenza, il Giudice dovrà limitarsi ad affrontare tutte e solo le questioni di diritto funzionali alla decisione, omettendo ogni argomentazione ad essa non necessaria14.
Riassuntiva dei concetti sin qui espressi è la seguente massima della Corte di Cassazione, sempre ante riforma: “La conformità della sentenza al modello di cui all'art. 132 n. 4 cod. proc. civ., e l'osservanza degli artt. 115 e 116, cod. proc. civ., non richiedono che il giudice di merito dia conto dell'esame di tutte le prove prodotte o comunque acquisite e di tutte le tesi prospettate dalle parti, essendo necessario e sufficiente che egli esponga, in maniera concisa, gli elementi in fatto ed in diritto posti a fondamento della sua decisione, offrendo una motivazione logica ed adeguata, evidenziando le prove ritenute idonee a confortarla, dovendo reputarsi per implicito disattesi tutti gli argomenti, le tesi e i rilievi che, seppure non espressamente esaminati, siano incompatibili con la soluzione adottata e con l'"iter" argomentativo seguito.” (Cass. civ., Sez. III, 27/07/2006, n. 17145).
La motivazione in diritto impone al Giudice l’individuazione e l’interpretazione della norma di diritto da applicare al caso concreto.
L’interpretazione consiste nel fornire ragioni a sostegno del significato proposto per una disposizione e l’attività ermeneutica si svolge attraverso argomenti.
In particolare, Taruffo ha individuato ben quindici diversi argomenti interpretativi: l’argomento a contrario; l’argomento a simili; l’argomento a fortiori; l’argomento della completezza della disciplina giuridica; l’argomento della coerenza della disciplina giuridica; l’argomento psicologico; l’argomento teleologico; l’argomento storico; l’argomento autoritativo o ab exemplo; l’argomento apagogico o ab absurdo; l’argomento economico; l’argomento sistematico; l’argomento equitativo; l’argomento naturalistico o della natura delle cose; l’argomento dei principi generali del diritto o analogia iuris).
Si tratta di argomenti tutti plausibili all’interno dell’esperienza giuridica.
La “pretesa di correttezza” di ciascun argomento deve essere sempre vagliata con riguardo al particolare contesto (storico, istituzionale, politico, sociale, ideologico etico culturale) in cui l’operazione ermeneutica si colloca.
Nei suddetti termini, più che di “correttezza” dovrebbe piuttosto discutersi di (maggiore o minore) condivisibilità, in relazione ad un contesto dato, del percorso ermenueutico seguito.
Al riguardo il Giudice di merito potrà ritenere condivisibile l’interpretazione della norma fornita da precedenti ed il giudizio di condivisibilità sarà tanto maggiore quanto più autorevole sarà il Giudice che l’ha formulato: Corte Costituzionale, sezioni unite della Corte di cassazione.
Anzi in alcuni casi (sentenze della Corte di Giusitizia CEE in relazione all’interpretazione delle norme comunitarie) le interpretazioni sono vincolanti.
Le considerazioni che precedono danno fondamento al principio secondo il quale le ragioni in diritto della decisione sono soddisfatte anche attraverso il richiamo a principi elaborati dalla Corte di Cassazione purché se ne riporti la massima con l’indicazione dei precedenti conformi e si espliciti il ragionamento logico che ha indotto il giudicante a ritenere pertinenti al caso concreto i principi richiamati15. Significativa e dirimente la seguente massima: “Soddisfa l'obbligo di motivazione la sentenza del giudice di merito - tenuto alla concisa esposizione dei motivi in fatto e in diritto della decisione - che, in punto di diritto e sulla questione discussa e decisa, abbia riportato l'orientamento della giurisprudenza di legittimità, dichiarando di condividerlo e di volervisi uniformare, in quanto anche in tal caso e con tali modalità risultano esposte, sia pure sinteticamente, le ragioni giuridiche della decisione. (Nella specie, la S.C., rigettando il relativo motivo di ricorso, ha confermato la sentenza impugnata che, ai fini del computo della rivalutazione e degli interessi dovuti sulla somma capitale da corrispondere alla debitrice a titolo di risarcimento danni da illecito extracontrattuale, aveva richiamato il principio di diritto in proposito indicato dalla sentenza delle sezioni unite n. 1712 del 17 febbraio 1995, fatto proprio dalla giurisprudenza successiva).” (Cass. civ., Sez. III, 05/06/2007, n. 13066; Cass. civ. Sez. I, 22/12/2005, n. 28480).
Va, infine, precisato che la motivazione non deve necessariamente contenere l’indicazione dell’articolo di legge applicato al caso sub iudice: “L'indicazione in sentenza, ai sensi dell'art. 118 disp. att. cod. proc. civ., delle disposizioni di legge applicate, non è prescritta a pena di nullità e, pertanto, non sono ravvisabili né il vizio di omessa motivazione ex art. 360, primo comma, n. 5 cod. proc. civ. né il vizio di violazione di legge ai sensi del primo comma, n. 3, della stessa norma qualora nella sentenza impugnata non sia stato operato l'espresso richiamo alla specifica disciplina legale posta a fondamento della statuizione, atteso che, in base alla "ratio" degli artt. 118 disp. att. cod. proc. civ. e 132, primo comma, n. 4, cod. proc. civ., é essenziale che dal complesso delle argomentazioni svolte dal giudice emergano gli elementi in fatto e in diritto posti a fondamento della decisione adottata. (Rigetta, Trib. Milano, 08 luglio 2003)”. (Cass. civ., Sez. II, 24/11/2008, n. 27890).
L’affermazione di un tale principio, apparentemente paradossale in ambito giurisprudenziale, tuttavia è indicativa di un rilievo sostanziale circa la natura della motivazione della sentenza di merito connotata da una intima compenetrazione tra ragioni di fatto ed di diritto che interagiscono in una osmosi continua. Ed, infatti, la distinzione normativa con riguardo alla motivazione è sì tra “motivi in fatto” e “motivi in diritto”, ossia tra individuazione e accertamento dei fatti rilevanti da una parte, e individuazione e interpretazione della norma applicabile dall’altra, ma l’individuazione del fatto rilevante (come accertato) alla stregua della norma (come interpretata) attiene al giudizio di diritto e pertanto ai cd. “motivi in diritto”16. Esemplificando: l’intervento riparatore del venditore è un fatto che diviene rilevante per il diritto ai fini delle decadenze di cui all’art. 1495 c.c. sarà compito del giudice di merito accertare l’effettivo accadimento del fatto (attraverso la interpretazione del materiale probatorio) e dimostrare perché ha attribuito a quel fatto così come accertato nella sua ontologia determinate conseguenze giuridiche (accettazione espressa o tacita dell’obbligazione di garanzia, novazione dell’obbligazione).
La locuzione non è chiara ed aveva suscitato perplessità tra gli interpreti all’indomani della sua introduzione con l’art. 16 del D.Lvo 5/03 (La sentenza può essere sempre motivata in forma abbreviata, mediante il rinvio agli elementi di fatto riportati in uno o più atti di causa e la concisa esposizione delle ragioni di diritto, anche in riferimento a precedenti conformi”).
Si tratta dei precedenti dello stesso Giudice? Dello stesso ufficio? Della corte di Cassazione? Di precedenti anche minoritari?
I commentatori del c.d. rito societario avevano inteso la norma come rinvio a precedenti conformi in senso restrittivo e cioè come facoltà per il Giudice di riprendere la motivazione già presente in altri provvedimenti, quando ritenga opportuno non ripercorrere un iter argomentativo conosciuto o conoscibile tramite il precedente, e sempre che si tratti di soluzioni assolutamente pacifiche all’interno dell’ufficio nel quale opera il magistrato anche se non suggellate da interventi della Corte di Cassazione.
L’art. 16 del rito societario più volte citato esplicitamente ammetteva il rinvio agli elementi di fatto riportati in uno o più atti di causa, introducendo così, almeno per la parte in fatto la motivazione per relationem. La norma ha suscitato dubbi di costituzionalità.
In relazione ai “fatti rilevanti” la ratio semplificatrice che permea la riforma indurrebbe a non ravvisare motivi ostativi almeno ai richiami in fatto contenuti negli atti di causa sempre verificabili dai giudici dei gradi superiori.
In relazione alle ragioni in diritto della decisione tradizionalmente la Giurisprudenza e la dottrina sono inclini ad escludere la legittimità della motivazione per relationem, ammessa soltanto nel giudizio di appello ed a condizione che il Giudice di secondo grado faccia proprie le argomentazioni del giudice di primo grado esplicitandone le rationes.
La pronuncia secondo equità non è esentata dal rispetto del contenuto sin qui descritto. Così le massime:
- Cass. civ., Sez. III, 22/05/2007, n. 11880: “Le sentenze del giudice di pace, in ipotesi di pronuncia secondo equità, ai sensi dell'articolo 113, secondo comma, cod. proc. civ., devono essere succintamente motivate, in ossequio al principio degli articoli 132, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ., e 118, secondo comma, seconda parte, disp. att. dello stesso codice, oltre che del generale principio dell'articolo 111 della Costituzione. La mancanza di tale requisito essenziale, che deve ritenersi configurabile non solo nei casi di sentenza del tutto mancante di motivazione ma anche in quelli di motivazione apparente - perchè priva della indicazione degli elementi che giustificano il convincimento del giudice e ne rendono possibile il controllo di legittimità - può essere dedotto sotto il profilo della nullità della sentenza per violazione delle suddette disposizioni degli articoli 132 cod. proc. civ. e 118 disp. att. dello stesso codice. (Nella fattispecie, relativa all'azione di danni nei confronti dell'appaltatore e del comune, per essere l'attrice caduta nella buca aperta nella strada per la sostituzione di tubi fognari, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza del giudice di pace che si era limitata ad affermare che non erano stati apposti segnali di pericolo, senza indicare quali prove avessero sostenuto tale convincimento e chiarire le ragioni per cui erano state ritenute prevalenti le eventuali prove della situazione dei luoghi così sommariamente accertata rispetto a quelle contrarie indicate e prodotte dalla parte).”
- Cass. civ., Sez. II, 27/07/2006, n. 17122: “Nelle sentenze emesse secondo equità, il giudice di pace, quando sceglie di allontanarsi dallo stretto diritto, non può limitarsi ad affermare che ciò gli sembra equo, ma deve dar conto delle ragioni per cui, in conformità ai principi informatori della materia, un determinato comportamento gli appare meritevole di tutela più o meno ampia rispetto alla valutazione data dall'ordinamento positivo, evidenziando come questo apprezzamento sia obiettivamente giusto in base a quei particolari di fatto che rilevano specificamente nel giudizio di equità. (Nella specie, relativa al rigetto della domanda volta a far valere la garanzia per vizi di un apparecchio telefonico, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che, in contrasto con la normativa in tema di vizi della cosa venduta, aveva affermato che la garanzia non poteva esser chiesta tramite un mandatario e che non doveva esser prestata dal venditore, ma dal costruttore dell'apparecchio). (Cassa con rinvio, Giud. pace Alghero, 12 Gennaio 2004)”
Conf. Cass. civ. Sez. I, 21/10/2005, n. 20454
- Cass. civ., Sez. III, 02/02/2006, n. 2281: “Nelle sentenze emesse dal giudice di pace secondo equità, il difetto di motivazione è deducibile in cassazione soltanto sotto il profilo della mancanza di essa o della sua enunciazione meramente apparente, in quanto il giudice di pace, quando sceglie di allontanarsi dallo stretto diritto, non può limitarsi ad affermare che ciò gli sembra equo, ma deve dar conto delle ragioni per cui un determinato comportamento gli appare meritevole di tutela più o meno ampia rispetto alla valutazione data dall'ordinamento positivo, evidenziando come questo apprezzamento sia obiettivamente giusto in base a quei particolari di fatto che rilevano specificamente nel giudizio di equità. (Rigetta, Giud. Pace Siracusa, 28 Febbraio 2003)”
Un corretto, efficiente ed efficace approccio sistematico nel determinare con maggiore precisione il contenuto della sentenza in generale e della motivazione in particolare, deve muovere dalla definizione dei vizi denunciabili in Cassazione ed offerta dal legislatore all’art. 360 c.p.c.
In estrema sintesi il sindacato di legittimità sul giudizio di fatto relativo alle determinazioni conclusive contenute nelle sentenze di merito può essere inquadrato sotto i nn. 3, 4 e 5 dell’art. 360 c.p.c. ed avere i seguenti profili17:
l’osservanza di regole di diritto concernenti direttamente ed indirettamente la formazione del giudizio: si tratta delle regole che governano la ripartizione dell’onere probatorio, il principio di disponibilità delle prove, la loro valutazione;
l’ammissione o l’assunzione dei mezzi di prova;

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 art. 92
 art. 132
 art. 58
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 art. 360
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