Source: https://chiccodisenape.wordpress.com/2009/11/09/lettera-riguardo-a-una-sentenza-della-corte-europea-sui-diritti-dell%e2%80%99uomo-e-riguardo-al-decreto-che-obbliga-a-esporre-un-crocifisso-in-un-aula-scolastica-dello-stato-accanto-al-ritratto-del-re/
Timestamp: 2016-12-07 16:18:44+00:00

Document:
Lettera riguardo a una sentenza della Corte europea sui diritti dell’uomo e riguardo al decreto che obbliga a esporre un crocifisso in un aula scolastica dello stato accanto al ritratto del Re | Chicco di senape
« Invito a dibattito
COMUNICATO SULLA RACCOLTA DI FIRME. PER L’ESPOSIZIONE DEL CROCIFISSO NEI LUOGHI PUBBLICI »
novembre 9, 2009 di dome di Ugo Gianni Rosenberg, membro del coordinameno di Chicco di Senape – Torino.
Agli italiani di confessione cattolica-romana.
E per conoscenza agli italiani di tutte le confessioni cristiane e a chiunque, religioso o non religioso, voglia leggere.
Senza conoscerne le motivazioni, ma solo all’annunzio televisivo, ho provato uno spontaneo moto consolazione per la sentenza della corte europea che ha dato ragione a una madre che sostiene che il crocifisso non deve stare, per disposizione amministrativa statale, in un’aula scolastica della scuola dello stato italiano (scuola finanziata con le imposte di tutti i contribuenti, anche non cristiani o cristiani di altre confessioni diverse dalla cattolica-romana).
Tuttavia mi rendo conto che nella chiesa cattolica-romana forse non sono tanti a provare quello che provo io. Molti cattolici e fra loro molti vescovi potrebbero ora essere confusi e amareggiati perché pensano di trovarsi di fronte a un atto ostile della cultura laicista. Vorrei dunque offrire soprattutto a loro elementi di consolazione, dando le ragioni della mia gioia.
Mi rallegro innanzi tutto come cattolico perché la sentenza rappresenta per la chiesa cattolica una opportunità non comune. Infatti:
la possibilità di rinunziare pubblicamente, da parte nostra, a un privilegio statale potrebbe migliorare i rapporti con le altre confessioni cristiane che non usano il crocifisso come simbolo (ortodossi ed evangelici), l’ebraismo e le altre religioni, ed anche con chi non professa nessuna religione
crescerebbe la libertà e la indipendenza della nostra chiesa di predicare un Cristo crocifisso proprio se si accettasse la cancellazione di un dono (avvelenato perché non senza implicita attesa di scambio) dello stato
il crocifisso è riconosciuto in primo luogo, finalmente, come un simbolo religioso, dunque interno a una esperienza dove è decisiva la fede.
Mi rallegro poi anche come cittadino della res publica, perché si riafferma il principio che lo stato è di tutti i cittadini a qualsiasi tradizione religiosa o non religiosa appartengano.
Ma soprattutto mi rallegro come uno che porta il nome “cristiano”, legato inscindibilmente alla croce di Cristo. Cacciata fuori dalla città come Gesù, la croce può cessare di essere annoverata fra gli oggetti di antiquariato del pantheon perbenista per tornare a splendere come nuda, spiazzante e solare via di redenzione. Infatti la croce di Cristo non può non essere “segno di contraddizione” (Lc 2,34) e spada che trapassa la nostra anima (cfr Lc 2,35), “scandalo” e “follia” (1Cor 1). La croce non ha da essere luogo di conciliazione filosofica del tipo “non possiamo non dirci cristiani”: punto della storia in cui “il mondo” ha rifiutato Dio in Gesù Cristo, essa è e resta “giudizio” su “questo mondo: adesso il principe di questo mondo sarà cacciato fuori. Ed io quando sarò levato in alto da terra attirerò tutti a me (Giov 12, 31-32); ovvero essa diventa idolo della libido di trionfo costantiniano e militare: “in hoc signo vinces”. Ma non può essere le due cose assieme: bisogna scegliere.
Lasciamo dunque che si straccino le vesti quelli per i quali la croce è prima di tutto un oggetto culturale, quelli che non hanno mai vegliato un’ora sola per adorare e cantare “Adoramus te Christe, benedicimus Tibi, quia per crucem Tuam redemisti mundum”; che non hanno mai meditato sull’inno di Filippesi 2; che credono che la “giustificazione” sia quella che firmano i genitori sui diari scolastici. Per loro, se il crocifisso non si riduce a un complemento di arredo, a innocuo souvenir di un passato tanto remoto quanto vano (dicono “a chi può far male un crocifisso?”), diviene peggio ancora un vessillo, un elemento “forte” di identità nazionale, che dunque esclude dalla nazione, di per sé, dei cittadini che in quel simbolo non possono riconoscersi: almeno ebrei e pagani (1Cor. 1,23), per non parlare di evangelici, ortodossi, musulmani, credenti di altre religioni.
La successiva lettura della sentenza ha confermato il mio sentimento. Sappiamo (o meglio, forse non molti di quelli che parlano lo sanno, ma i dirigenti della chiesa dovrebbero informarsi) che il crocifisso è esposto nelle aule dello stato italiano in virtù di due atti amministrativi degli anni Venti ma successivi al 28 ottobre 1922: l’art. 118 del Regio Decreto n. 965 del 30 aprile 1924 e l’art. 119 del Regio Decreto n. 1297 del 26 aprile 1928. Il primo stabilisce (ritraduco dal francese della sentenza) che ogni edificio scolastico deve avere la bandiera nazionale e ogni aula l’immagine del crocifisso e il ritratto del Re, mentre il secondo include il crocifisso fra le dotazioni e i materiali necessari alle aule scolastiche. Ora lo spirito e i fini propri, mondani e politici, delle citate disposizioni, che nulla hanno che fare con la predicazione del Crocifisso in ordine alla fede in Cristo, sono leggibili in due ulteriori circolari ministeriale del M.P.I., la n. 68 del 22 novembre 1922, secondo cui la mancata esposizione del crocifisso “attenta alla religione dominante dello Stato come pure all’unità della Nazione” e la n. 2134-1867 del 26 maggio 1926, la quale vede nel crocifisso “il simbolo della nostra [cioè dello Stato] religione, sacro per la fede come pure per il sentimento nazionale. Non so neppure se i dirigenti della chiesa abbiano a suo tempo avanzato una richiesta informale in tal senso – sarebbe interessante fare un poco di storia – ma certo i documenti ora disponibili non ne fanno alcun cenno. Del resto all’epoca vigeva lo Statuto albertino, secondo cui la religione cattolica apostolica romana è “la sola [corsivo mio] religione dello stato” e gli altri culti sono “tollerati”. Sono passati quasi sessantadue anni dall’entrata in vigore della costituzione repubblicana, ma in questo campo mi pare invano, perché il crocifisso è ancora lì assieme ai citati regi decreti. Attendevo perciò da tanti anni una sentenza che intervenisse su questa anomalia. Ma non è stato purtroppo possibile averla in Italia, perché la Corte Costituzionale dichiarò il 15 dicembre 2004 la sua incompetenza di giurisdizione nella causa in quanto il crocifisso, abbiamo visto, non è nelle aule in virtù di una legge ma di semplici provvedimenti amministrativi. Trovo tuttavia estremamente interessante riferire (senza poterli controllare sull’originale) i termini con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ricostruisce la posizione del Governo italiano nella citata procedura (del 2004!) avanti la Corte Costituzionale: “Il Governo sostenne che la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche era un ‘fatto naturale’, in quanto non era soltanto un simbolo religioso ma anche la “bandiera della chiesa cattolica”, la quale era la sola chiesa nominata nella Costituzione (art. 7 ). Bisognava dunque considerare il crocifisso come un simbolo dello Stato italiano [corsivo mio]”.
A sua volta la magistratura amministrativa percorsa fino all’ultimo grado e cioè al Consiglio di Stato dichiarò con due sentenze che il crocifisso è in sostanza un simbolo culturale (e quindi non un simbolo della fede cristiana). Infatti con sentenza del 17 marzo 2005 n. 1110 il tribunale amministrativo del Veneto ritenne, nel respingere il ricorso, che il crocifisso era insieme “il simbolo della storia e della cultura italiane e pertanto dell’identità italiana, nonché simbolo dei principi di eguaglianza, libertà e tolleranza come pure della laicità dello stato”. Mentre il Consiglio di Stato, che pure respinse il ricorso il 13 febbraio 2006, argomentò “che la croce era diventato uno dei valori laici della Costituzione italiana e rappresentava i valori della vita civile”. Come se mi dicessero che anziché una riproduzione di Raffaello o di Giotto o del volto di Dante o di Garibaldi (altri simboli culturali o storici) sul muro appendo un crocifisso. Io come cristiano mi sento offeso da una simile possibilità. In tal modo lo scandalo e il paradosso della croce è banalizzato e ridotto a un oggetto sul muro. O peggio ancora, come ho detto sopra, la debolezza di Dio passa nel suo contrario, l’identità forte e ostile. Si rischia di arrivare alla idolatria.
Ma “è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione” (I Cor 1,21) e “ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini”( I Cor 1,25). Più di quaranta anni sono passati pure dalla fine del concilio Vaticano II. Ho sognato che fossero i vescovi della chiesa italiana, per bocca della conferenza episcopale, a domandare allo stato: “togliete i crocifissi dalle aule pubbliche; la causa del Vangelo e della chiesa non ne ha alcun vantaggio, anzi ne viene danneggiata. ‘Noi annunziamo un Cristo crocifisso’ e possiamo rivolgerci a tutti con la bocca e con i nostri gesti fraterni, senza bisogno di oggetti simbolici e privilegi che creino pregiudizio verso la predicazione”. Ma non ricordo di avere parlato di quel sogno a nessuno: sarebbe stato temerario. Ora lo confido a tutta la chiesa per mostrare che alla sentenza della corte europea un cristiano-cattolico romano può guardare anche senza turbamento, anzi forse con riconoscenza, come oggi possiamo guardare alla fine del regime temporale. Non avendo noi il coraggio di seguire nostro Signore fino in fondo è inevitabile che non ci piaccia rinunziare al privilegio: accettiamo perciò almeno, senza resistere, quando a rinunziare ci obbligano altri. La sentenza non è insulto o persecuzione, ma anche se mai soggettivamente per i sentimenti di alcuni di noi lo fosse a causa dei motivi della madre ricorrente, proprio per questo essi si possono rallegrare (Mt 5,11-12). La sentenza non è oltraggiosa, ma se qualcuno di noi cattolici pensasse di essere oltraggiato potrà chiedere al Signore di esserne lieto, come in Atti 5,41 i discepoli se ne andarono “lieti di essere stati giudicati degni di essere stati oltraggiati per il nome di Gesù”. Se però non c’è letizia allora non vi è neppure oltraggio per il nome di Gesù.
Abbiamo udito una sera a Torino, alla sala del Santo Volto, una conferenza del prof. Cacciari invitato dal nostro Arcivescovo. Cacciari affermò con forza che la religio civilis rappresenta la fine per il cristianesimo occidentale, al quale viene assegnato un posto nel salotto mondano: “si accomodi lì”. Ebbene, questo è quello che interessa a chi si ripromette di mantenere i crocifissi dove stanno, purché poi la società sia ordinata a piacimento di chi ha potere, con buona pace di Gesù Cristo. Accettare che il crocifisso sia rimosso si muove invece, paradossalmente, proprio nella stessa logica del Crocifisso.
Pubblicato su documenti | Contrassegnato da tag chicco di senape, crocifisso, sentenza corte europea, Torino, Ugo Gianni Rosemberg | 4 commenti	4 Risposte
su novembre 9, 2009 a 3:34 pm | Rispondi nemesi
“il crocifisso non deve stare, per disposizione amministrativa statale, in un’aula scolastica della scuola dello stato italiano”
Oh… finalmente anche qualche cattolico praticante che ha capito deve sta il bandolo della matassa: il crocifisso al muro è soltanto il dito, la vera luna è quel che rappresenta la sua imposizione attraverso una legge (o disposizione) dello Stato.
Per me un simbolo religioso in un’aula scolastica ci può anche stare, basta la sua presenza sia il frutto di una dialettica tra le parti, la metà di un dialogo tra pari e non tra dialoganti che partano da posizioni di vantaggio.
su novembre 10, 2009 a 6:11 pm | Rispondi lina chianale
Analisi lucida, limpida e corretta….sicuramente da condividere.
Continuo a pensare che ci orniamo più di modi di dire che di modi di essere e il Crocefisso è un modo di essere.
Faccio volontariato con donne straniere ed è sicuramente più sensato per me che mi dico cattolica cristiana andare alla ricerca di ciò che ci unisce e non usare la Croce per non riconoscere nell’altro il mio stesso valore.
Grazie per ciò che hai scritto
su novembre 11, 2009 a 11:16 am | Rispondi Guido da Torino
Estratto dal libro “Resistenza e resa” – Lettere e scritti dal carcere di Dietrich Bonhoeffer.
Commento Ho riletto questo passaggio del suddetto libro dopo che i toni sulla vicenda del crocifisso nelle aule scolastiche si sono chetati.
Siamo nell’Aprile del ’45,in un carcere,un’istituzione “laica” come tante altre. Un pastore protestante alla vigilia della sua impiccagione,per non prevaricare i suoi compagni di prigionia che non hanno (la sua stessa) fede,si rifiuta di tenere una meditazione,a meno che TUTTI si dichiarino d’accordo.
Il confronto tra questo episodio e l’odierna vicenda del crocifisso è disarmante.
Mi chiedo e chiedo ai tanti fratelli cattolici :
Quando capiremo che la scuola è un’istituzione laica,nella quale tutti,cattolici,non cattolici, atei,agnostici,…hanno gli stessi diritti di cittadinanza,senza privilegi per nessuno?
Quando capiremo che aderire al Vangelo non consiste nella semplice adorazione (e men che meno rispetto) del suo simbolo?
Quando accetteremo che detta adesione può nascere solo da una LIBERA e RESPONSABILE scelta,non da un semplice e “spintaneo” rispetto per un simbolo della principale cultura e tradizione?
Quando realizzeremo che dietro il simbolo della croce,si possono annidare ideologie e prassi che sono esattamente l’antitesi del messaggio di Cristo? Le crociate e lo sfruttamento degli indigeni dell’America latina ieri,la condanna dei clandestini oggi,sono solo alcuni esempi del cristianesimo “reale”,che ha allontanato anziché avvicinato al Vangelo.
Quando comprenderemo che proponendo un’adesione superficiale al crocifisso,peraltro appoggiata dalle gerarchie ecclesiastiche,il potere politico cerca di manipolare il consenso del mondo cattolico?
Quando riconosceremo che nulla è più conveniente per le gerarchie ecclesiastiche che giovarsi
del collateralismo con il potere,da cui si possono agevolmente ottenere tanti privilegi,come ad esempio i finanziamenti alle scuole private (mentre la scuola pubblica è a terra) o l’abolizione dell’ICI?
su novembre 19, 2009 a 7:08 pm | Rispondi Roberto Blanco
Quando il Figlio dell’uomo verrà nella gloria, saranno radunate davanti a lui tutte le genti. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, perché mi avete visto inchiodato alla croce e siete rimasti indifferenti alla mia sofferenza».
Essi allora diranno: «Signore, quando mai ti abbiamo visto in croce e non ti abbiamo reso omaggio? Non ricordi che siamo insorti in tua difesa contro chi voleva rimuovere i crocifissi dalle scuole?».
Ma egli risponderà: «Stolti, voi avete difeso degli oggetti, ma io non mi sono incarnato in un pezzo di legno. Mi sono incarnato in un essere umano. E continuo a incarnarmi, ogni giorno, in ciascun uomo e in ciascuna donna che è nel mondo. La mia Passione si ripete quotidianamente in ogni persona che soffre e muore sulla faccia della terra. La sentenza ingiusta che mi ha condannato alla croce si rinnova nelle ingiustizie che colpiscono milioni di esseri umani. Io non sono nei crocifissi appesi ai muri: io sono il migrante che muore nelle acque del Mediterraneo mentre insegue la speranza di una vita migliore; sono il profugo che voi respingete, mandandolo a morire o a essere torturato nelle carceri libiche; sono il clandestino cui negate ogni diritto e che sfruttate come uno schiavo al servizio della vostra economia; sono il disoccupato, il lavoratore precario e sottopagato, l’operaio che muore in un cantiere o in una fabbrica perché la sicurezza viene ignorata in favore del profitto; sono il “negro” che viene discriminato, insultato, aggredito per il colore della pelle; sono il rom che criminalizzate in quanto tale e contro cui alimentate un clima di odio e violenza; sono il mendicante e il lavavetri che cacciate dalle strade, perché nascondere i poveri è più facile che combattere la povertà; sono il barbone, il drogato, la prostituta che considerate rifiuti da rimuovere per ripulire le città; sono il carcerato massacrato di botte o costretto a vivere in condizioni degradanti, in prigioni indegne di un Paese civile. Avete venerato dei crocifissi di legno, e non avete riconosciuto i tanti crocifissi viventi che sono in mezzo a voi. Questi dovevate onorare, questi dovevate amare».
Dedico queste righe, ispirate al capitolo 25 del Vangelo di Matteo, a quanti pensano che difendere le “radici” e i valori cristiani significhi appendere un crocifisso a un muro e brandirlo contro i fedeli di altre religioni, facendone un’arma in più con cui colpire gli immigrati.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza