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Timestamp: 2017-04-26 05:55:07+00:00

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In caso di interruzione dellafornitura elettrica è previsto il risarcimento del danno – Tribunale di Salerno Sentenza del Giudice di Pace di SalernoIn caso di interruzione dellafornitura elettrica è previsto il risarcimento del danno - Tribunale di Salerno Sentenza del Giudice di Pace di Salerno - TUODIRITTO.IT
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In caso di interruzione dellafornitura elettrica è previsto il risarcimento del danno – Tribunale di Salerno Sentenza del Giudice di Pace di Salerno
Nel caso di interruzione di energia elettrica ad un’abitazione per la durata di otto giorni, il Giudicante ha affrontato la questione della “sopravvivenza” del c.d. danno esistenziale a seguito delle ultime decisioni della Corte di Cassazione (cfr. Cass. civ., SS. UU. , 11 novembre 2008, n. 26972, 26973, 26974, 26975) e illustrato le condizioni per la sua liquidazione equitativa utilizzando, se del caso le presunzioni. La vicenda vedeva coinvolto un professionista che per unsemplice errore di trascrizione dell’indirizzo subiva il distacco dell’energia elettrica dalla propria abitazione e che nonostante il tempestivo pagamento ed i numerosi solleciti inoltrati all’azienda fornitrice dell’energia elettrica sra stato costretto ad aspettare ben otto giorni per riottenere il ripristino dlela fornitura. Il Giudice ha ritenuto insufficiente l’indennità di trenta euro prevista dalla Carta servizi del gestore, ed ha condannato l’ente convenuto anche al risarcimento dei danni non patrimoniali. UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE SALERNO
SENTENZA nella causa civile iscritta al R.G.A.C. n. «RG» riservata all’udienza del «disc»
TRA «attore», rapp.to e difeso dall’avv. «avv_Attore» con studio in «studio»
E «compagnia» in persona del legale rappresentante p.t., rappresentata e difesa giusta procura in atti, dall’avv. «avv_compagnia» presso cui è elettivamente domiciliata in «studio_2»
CONVENUTA CONCLUSIONI: come da verbale di causa .
Si costituiva la società convenuta eccependo, preliminarmente, l’improcedibilità della domanda e l’infondatezza della domanda per carenza di prova , chiedendo il rigetto della domanda con ogni conseguenza di legge. Risultato infruttuoso il tentativo di bonario componimento, acquisita la documentazione ,la causa veniva rinviata per la precisazione delle conclusioni .
La domanda è fondata e merita accoglimento. Della legittimazione delle parti
Del merito , delle risultanze istruttorie e della liquidazione dell’indennizzo per tardivo riallacciamento Nel merito, deve rilevarsi che dagli atti di causa è emersa la circostanza dell’illegittima sospensione della fornitura di energia elettrica giacchè per erronea indicazione dell’indirizzo le fatture ed il preavviso di distacco non sono stati recapitati.
Della liquidazione del danno non patrimoniale In ordine al danno non patrimoniale risarcibile, viene innanzitutto in discussione il riconoscimento all’attore del diritto al risarcimento, determinato dal disagio o stress sopportato a causa dell’inesatta esecuzione della prestazione promessa, ove sia stato leso irrimediabilmente o compromesso l’interesse al pieno godimento della tranquillità e serenità familiare e/o alla vita di relazione conformemente alle aspettative e quindi quando costituisca lesione ai valori costituzionalmente garantiti.
Del danno esistenziale Non è inopportuna qualche breve considerazione sulla qualificazione (e sopravvivenza) del c.d. danno esistenziale.
Invero, mentre l’articolo 2043 configura la prima categoria (<<Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno>>), il risarcimento del danno non patrimoniale è previsto dall’articolo 2059 Cc secondo cui <<Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge>>. All’epoca dell’emanazione del codice civile (1942) il legislatore – con il prefato richiamo – intendeva riferirsi all’unica previsione espressa di risarcimento del danno non patrimoniale, quella racchiusa nell’articolo 185 del Codice penale del 1930.
Quando il danneggiato chiede il risarcimento del danno non patrimoniale la domanda va cioè intesa come estesa a tutti gli aspetti di cui tale ampia categoria sì compone, nella quale vanno d’altro canto riassorbite le plurime voci di danno nel corso degli anni dalla giurisprudenza elaborate proprio per sfuggire agli an­gusti limiti della suindicata restrittiva interpreta­zione dell’art. 2059 c.c.
La domanda di risarcimento del danno non patrimo­niale in termini generali formulata non può essere in­fatti limitata alla considerazione meramente di alcuni dei medesimi, con esclusione di altri (cfr. Cass., 24/2/2006, n. 4184; Cass., 26/2/2003, n. 28 69, con ri­ferimento in particolare al danno biologico), una tale limitazione essendo invero rimessa, in ossequio al principio della domanda, alla previa scelta del danneg­giato, che si limiti a far valere solamente alcuna del le tre suindicate voci che tale categoria integrano (v. Cass., 28/7/2005, n. 1583; Cass., 7/12/2004, n. 22987. Con riferimento alla richiesta di risarcimento del dan­no morale, nel senso che essa non possa intendersi come limitata alla sola sofferenza psichica transeunte ma debba considerarsi quale «sinonimo» della locuzione «danno non patrimoniale», v. peraltro Cass., 15/7/2005, n. 15022).
In tal caso l’onere della prova grava sul danneggiato e la liquidazione, se il danno è provato nell’an, può essere fatta ex art.. 1226 c.c. anche equitativamente tramite presunzioni. Della verifica della sussistenza del danno non patrimoniale Riconosciuta l’esistenza del danno morale come danno non patrimoniale, precisato che detto danno è poi suscettibile di liquidazione equitativa ex artt. 1226 e 2056 c.c. , deve accertarsi se nella fattispecie ricorrano le suindicate condizioni per la liquidazione nell’ambito del danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. del danno da c.d. “emotional distress” che può includere la paura, la rabbia, l’ansia sofferta e causata alla vittima di un illecito.
Le presunzioni, vale osservare, come affermato in giurisprudenza di legittimità ( v. Cass., SS. UU. , 24/3/2006, n. 6572 ) e sostenuto anche in dottrina non costituiscono uno strumento probatorio dì rango secondario” nella gerarchia dei mezzi di prova e «più debole» rispetto alla prova diretta o rappresen­tativa. Va al riguardo sottolineato come, alla stessa stre­gua di quella legale la presunzione vale invero nel ca­so a sostanzialmente facilitare 1’assolvimento dell’onere della prova da parte di chi ne è onerato, trasferendo sulla controparte l’onere della prova con­traria.
La Suprema Corte ha più volte affermato che «la pre­sunzione semplice e la presunzione legale iuris tantum si distinguono unicamente in ordine al modo di insorgenza, in quanto mentre il fatto sul quale la prima si fonda dev’essere provato in giudizio, e il relativo onere grava su colui che intende trarne vantaggio, la seconda è stabilita dalla legge e, quindi, non abbiso­gna della prova di un fatto sul quale possa fondarsi e giustificarsi. Una volta, tuttavia, che la presunzione semplice si sia formata e sia stata rilevata ( cioè, una volta che del fatto sul quale si fonda sia stata data o risulti la prova ) , essa ha la medesima effica­cia che deve riconoscersi alla presunzione legale iuris tantum, quando viene rilevata, in quanto 1’una e 1 ‘al­tra trasferiscono a colui, contro il quale esse depon­gono, 1 ‘ onere della prova contraria» ( così Cass., 27/11/1999, n. 13291 ).
Da tale considerazione consegue il ritenere la par­te onerata ex art. 2697 c.c. . sollevata dal provare il fatto previsto { che, come posto in rilievo anche in dottrina, deve considerarsi provato ove provato il «fatto base» ) . Ed altresì che, come per quella lega­le, anche per la presunzione semplice in assenza di prova contraria ( quando, come nel caso, ammessa ) il giudice è tenuto a ritenere provato il fatto previsto, non essendogli consentita al riguardo la valutazione ai sensi dell’art. 116 c.p.c.
Il prevalente orientamento segnala peraltro che attraverso lo schema logico della presunzione la legge non vuole imporre conclusioni indefettibili ma introdu­ce uno strumento di accertamento dei fatti di causa che può anche presentare qualche margine di opinabilità nell’operata riconduzione, in base a regole (elastiche) dì esperienza, del fatto ignoto da quello noto, mentre quando queste regole si irrigidiscono -assumendo consi­stenza di normazione positiva- si ha un fenomeno quali­tativamente diverso, e dalla praesumptio hominis si passa nel campo della presunzione legale ( v. Cass., 16/3/1979, n. 1564 ).
Come ripetutamente affermato dalla S.C. , in tema di prova per presunzioni semplici nella deduzione dal fatto noto a quello ignoto il giudice di merito in­contra il solo limite del principio di probabilità: non occorre, cioè, che i fatti, su cui la presunzione si fonda, siano tali da far apparire la esistenza del fat­to ignoto come 1 ‘unica conseguenza possibile dei fatti accertati secondo un legame di necessarietà assoluta ed esclusiva ( in tal senso v. peraltro Cass,, 6/8/1999, n. 8489; Cass., 23/7/1999, n. 7954; Cass., 28/11/1998, n. 12088 ), ma è sufficiente che 1’operata inferenza sia effettuata alla stregua di un canone di ragionevole probabilità, con riferimento alla connessione degli ac­cadimenti la cui normale sequenza e ricorrenza può verificarsi secondo regole di esperienza ( v. Cass. 23/3/2005, n. 6220; Cass., 16/7/2004, n. 13169; Cass., 13/11/1996, n. 9961; Cass., 18/9/1991, n. 9717; Cass., 20/12/1982, n. 7026 ) , basate sull’ id quod plerumque accidit ( v. Cass., 30/11/2005, n. 6081; Cass., 6/6/1997, n. 5082 ).
La presunzione basata sulla regola di esperienza (la quale ove fondata sulla tipicità di determinati fatti in base alla regola di esperienza di tipo stati­stico richiama l’istituto proprio dell’esperienza tede­sca dell’Anscheinsbeweis ), che può indurre il giudice ad escludere la necessità di ulteriori prove al riguar­do, è, diversamente da quella legale, in realtà rimes­sa ad una conclusione di tipo argomentativo, nell’ambito del prudente apprezzamento del giudice ex art. 116 c.p.c.-
La suddetta prova può essere conseguita anche con le presunzioni semplici previste dagli artt. 2727 e 2729 c.c. e con apprezzamenti di probabilità con riferimento all’id quod plerumque accidit. (Cfr. Cass. 18.10.1984 n. 5259; Cass. 29.4.1986 n. 2957;Cass. 23.1.1988 n. 836).- Della liquidazione del danno Ritiene questo giudicante che il danno non patrimoniale sofferto dall’attore (nella sua valutazione unitaria) per il disagio, la frustrazione e lo stress derivato dalla mancata fruizione del servizio di fornitura di energia elettrica per la durata di otto giorni , vada quantificato complessivamente ed equitativamente nella misura di euro 800,00.
a) accoglie la domanda attrice e per l’effetto condanna la «compagnia»., in persona del suo legale rappresentante pro-tempore, al pagamento in favore di «attore», della somma di Euro 30,00«danno_a_cose_liquidato» oltre interessi legali dalla mora al soddisfo, a titolo di indennizzo per tardivo riallacciamento, e di €. 800,00 a titolo di risarcimento danni per la mancata fruizione dell’energia per la durata di 8 giorni , oltre interessi legali dalla mora al soddisfo . b) Condanna, «compagnia». al pagamento delle spese e competenze del presente giudizio che si liquidano in complessivi Euro 630,00 di cui € 30,00 per spese, Euro 400,00 per diritti ed Euro 200,00 per onorario, oltre rimborso spese generali , IVA e CAP, se dovuti come per legge e non altrimenti detraibili, con attribuzione ai «avv_Attore» procuratore costituito che ne ha fatto richiesta.
Così deciso in Salerno lì 10/11/2009 Il Giudice di Pace
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