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Timestamp: 2020-05-27 16:57:15+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 9251 del 11/04/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9251 del 11/04/2017
Cassazione civile, sez. III, 11/04/2017, (ud. 27/09/2016, dep.11/04/2017), n. 9251
sul ricorso 5593-2012 proposto da:
P.V., (OMISSIS) Z.L. (OMISSIS), elettivamente
domiciliati in ROMA, VIA DEL MASCHERINO 72, presso lo studio
dell’avvocato ENNIO SEVERA, rappresentati e difesi dall’avvocato
PAOLA TULLIA BORDIGNON giusta procura a margine del ricorso;
POLITERAPICO SRL;
avverso la sentenza n. 1220/2011 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
27/09/2016 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO;
udito l’Avvocato PAOLA TULLIA BORDIGNON;
FRESA Mario, che ha concluso per l’accoglimento dei motivi 1-2-3
p.q.r., rigetto del 4^ motivo.
Con sentenza del 2/5/2011 la Corte d’Appello di Milano ha respinto il gravame interposto dai sigg. Z.L. e P.V. in relazione alla pronunzia Trib. Monza 15/10/2007, di rigetto della domanda dai medesimi proposta – in proprio e quali legali rappresentanti del figlio minore Ma. – nei confronti della sig. M.A. e della società Centro Politerapico s.r.l. di risarcimento dei danni lamentati in conseguenza della mancata rilevazione da parte della prima, in sede di ecografia morfologica eseguita presso quest’ultima il (OMISSIS) nel corso della 21^ settimana di gravidanza della Z., della malformazione del nascituro, venuto alla luce il (OMISSIS) “completamente privo della mano sinistra”.
Si dolgono che, nel riprendere le “palesemente illogiche e contraddittorie” argomentazioni della CTU, la corte di merito abbia escluso la sussistenza nella specie di una situazione idonea a legittimare l’eventuale scelta di interruzione della gravidanza erroneamente ritenendo che il grave pericolo per la salute psichica della donna debba coincidere con il “rischio suicidario con un’approssimazione vicina al 100%”, laddove il “grave pericolo per la vita della donna è il presupposto richiesto dalla L. n. 194 del 1978, art. 6, lett. a, ed è anche il requisito previsto dal successivo art. 7, comma 3 qualora il feto abbia possibilità di vita autonoma; ma non è affatto condizione per l’applicabilità del’art. 6, lett. b)”.
Con il 3 motivo denunziano – “Insufficiente contraddittoria” motivazione su punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Si dolgono che la corte di merito abbia erroneamente inteso la CTU laddove non ha considerato che era stata ivi data risposta positiva al quesito se la “situazione si sarebbe sostanzialmente modificata” qualora i genitori “avessero iniziato le cure sei mesi prima della nascita di Ma.”.
Come le Sezioni Unite di questa Corte hanno avuto modo di affermare in tema di responsabilità medica da nascita indesiderata, il genitore che agisce per il risarcimento del danno ha l’onere di provare che la madre avrebbe esercitato la facoltà d’interrompere la gravidanza – ricorrendone le condizioni di legge – ove fosse stata tempestivamente informata dell’anomalia fetale; quest’onere può essere assolto tramite praesumptio hominis, in base a inferenze desumibili dagli elementi di prova, quali il ricorso al consulto medico proprio per conoscere lo stato di salute del nascituro, le precarie condizioni psico-fisiche della gestante o le sue pregresse manifestazioni di pensiero propense all’opzione abortiva, gravando sul medico la prova contraria, che la donna non si sarebbe determinata all’aborto per qualsivoglia ragione personale.
Ribadita l’insussistenza nel caso degli “elementi integrativi la fattispecie legale” delle “rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro che determinino un grave pericolo per la salute della donna”, la corte di merito ha per altro verso negato che “il primo giudice non abbia considerato che i coniugi, se tempestivamente e correttamente informati, sarebbero arrivati al parto preparati, a differenza di quanto è avvenuto”, al riguardo sottolineando come il giudice di prime cure abbia in effetti “preso in considerazione l’evenienza”, pervenendo tuttavia ad escludere “che la sofferenza psichica dagli stessi manifestata potesse essere evitata o lenita ove si fossero potuti trovare nella condizione – che in concreto è invece mancata – di conoscere tempestivamente la presenza della malformazione”.
L’ordinamento non ammette infatti il c.d. “aborto eugenetico”, prescindente cioè dal “serio” o dal “grave pericolo” per la “vita” o la “salute fisica o psichica” della donna (v. Cass., Sez. Un., 22/12/2015, n. 25767; Cass., 29/7/2004, n. 14488; Cass. 14/7/2006, n. 16123; Cass., 11/5/2009, n. 10741. E già Cass., 22/11/1993, n. 11503).
Ciò in quanto l’interruzione volontaria della gravidanza è finalizzata solo ad evitare un pericolo per la salute della gestante, serio (entro i primi 90 giorni di gravidanza) o grave (successivamente); le eventuali malformazioni o anomalie del feto rilevano solo nei termini in cui possano cagionare il danno alla salute della gestante medesima, e non in sè e per sè considerate con riferimento al nascituro (così Cass., 29/7/2004, n. 14488).
Orbene, nell’esercizio dei propri poteri i giudici del doppio grado di merito hanno correttamente accertato essere la malformazione de qua (mancanza della mano sinistra) inidonea ad incidere sulla vita e sulla salute dell’odierna ricorrente, con congrua motivazione escludendo che essa possa integrare il presupposto normativo in argomento (“Sottolineando… come neppure il consulente di parte attrice, con valutazione effettuata ex post, avesse definito come grave il danno psichico di Z.L. (in quanto nella classificazione dallo stesso fornita, contemplante quattro fasce di gravità – lieve, rilevante, grave e molto grave – lo aveva definito “rilevante” e da collocarsi “nella parte alta della fascia che va dal 10% al 33%)” il Tribunale ha ritenuto che l’interruzione della gravidanza non avrebbe potuto essere lecitamente praticata in quanto non sarebbe stato ravvisabile in concreto “un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”. Ciò avrebbe pertanto impedito di ritenere sussistente qualunque danno derivante dal mancato esercizio di tale preteso diritto, in concreto insussistente”).
La Corte rigetta il ricorso. Condanna i ricorrenti al pagamento, in solido, delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 3.000,00 per onorari, oltre a spese a generali ed accessori come per legge, in favore della controricorrente M..

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 6
 art. 7
 Cass.