Source: https://fiscomania.com/royalty-company-estera-intangibles/
Timestamp: 2019-11-15 07:22:14+00:00

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Royalty Company: veicolo societario per gli intangibles - Fiscomania
Home Tax Planning Tax Planning Internazionale Royalty Company: veicolo societario per gli intangibles
La Royalty Company estera
Convenienza internazionale di una Royalty Company
Condizioni di applicazione della Direttiva interessi e canoni
Utilizzo della Royalty Company
Royalty Company: utilizzo ai fini di elusione fiscale
Contestazioni dell’Amminstrazione finanziaria
Costituire Conduit estere ed evasione fiscale
Conduit company all’estero: cosa fare?
Come sfruttare il Patent Box in Italia
Royalties da intangibles: le soluzioni
Vuoi sapere in quali casi è utile costituire una conduit company estera? In questo articolo scoprirai se come e quando è conveniente costituire un Royalty Company estera. Società utile per lo sfruttamento economico degli intagibles (marchi, brevetti, knoqw how, etc). Infine, scoprirai anche quanto l’Italia stessa ha in vigore agevolazioni particolari che possono portare anche a risparmi fiscali più elevati.
La possibilità di sfruttare la normativa fiscale per ottenere un risparmio fiscale è una pratica consentita. Ed è quello che ogni imprenditore dovrebbe ottenere, affidandosi ad esperti in questo ambito.
Non è raro trovare imprenditori che si rivolgono a Fiscomania.com dopo aver provato altri consulenti fiscali. Oppure imprenditori che attratti da bellissimi articoli online hanno deciso di costituire veicoli societari esteri, per sfruttare opportunità che non si sono mai concretizzate.
La politica che seguo e che condivido su Fiscomania.com è quella di pensare si ad ottenere il dovuto risparmio fiscale. Tuttavia ovviamente, restando nelle concrete possibilità di ciascun imprenditore. Non esistono soluzioni magiche valide per tutti. Ogni caso, è diverso dall’altro e richiede soluzioni pratiche. Facilmente attuabili, e non troppo dispendiose.
Parto da questa premessa perché ultimamente ci ha contattato un imprenditore italiano, Marco, che vive in Toscana dove ha un calzaturificio. Marco ha un proprio marchio con cui vende scarpe da donna da circa 20 anni, attraverso una propria rete di vendita.
Si è rivolto a me dopo aver provato la consulenza di un altro professionista che gli ha indicato come migliore via per ottenere un risparmio fiscale la costituzione di una conduit company all’estero.
Molto bello direte voi! Ma quanto è pratica questa soluzione?
Lo scopriremo insieme in questo articolo. Ti parlerò di come funziona un particolare tipo di conduit company estera. Si tratta della c.d. Royalty Company. Ovvero una società costituita al solo scopo di detenere degli intangibles. Ovvero la proprietà di beni immateriali.
Se arriverai alla fine dell’articolo capirai come sia importante farti affiancare nella tua attività da un valido consulente fiscale. Marco si è accorto dell’errore che stava facendo in tempo. Per questo, è opportuno fare affidamento su consulenti fiscali validi. Guardiamo, insieme, quindi, l’errore che stava facendo Marco nella sua attività.
Inutile dire che negli ultimi anni la Royalty Company sia stata uno tra i veicoli societari maggiormente diffusi a livello internazionale. Si tratta di un veicolo societario particolarmente utile e sfruttato dalle grandi multinazionali.
Già da qui, dovreste capire, che la Royalty Company per una PMI italiana non sempre è la migliore soluzione.
La Royalty Company (RC) è, quindi, una conduit company che si costituisce allo scopo principale di detenere il complesso di attività immateriali (c.d. intangibile assets) di proprietà del gruppo.
Può trattarsi, ad esempio di marchi, brevetti, modelli di design, formule e altri diritti soggetti a copyright.
Considerate queste premesse, gli obiettivi che ci si propone con la costituzione di una Royalty Company sono:
Gestire in modo corretto le attività immateriali. Ad esempio attraverso la gestione diretta di spese di ricerca e sviluppo;
Effettuare attività di acquisto e vendita, da altre attività, consociate o meno, altri beni immateriali;
Sottoscrivere contratti di licenza con soggetti terzi;
Provvedere all’incasso dei canoni (c.d. royalties) da parte dei licenziatari.
La fortuna delle Royalty Company è legata al fatto che la stessa sia costituita e domiciliate in un Paese che consente particolari vantaggi. Individuare uno di questi Paesi fa la differenza in una strategia di pianificazione fiscale internazionale.
Un’efficace strategia di pianificazione fiscale internazionale, può prevedere che tale tipo di società sia costituita/domiciliata in un Paese avente un regime fiscale interno ad hoc per le Royalty Companies, idoneo a garantire, quindi, l’applicazione di un aliquota ridotta sui profitti generati dall’attività di gestione degli assets immateriali.
La possibilità di costituire società conduit per la gestione dei flussi finanziari derivanti dallo sfruttamento di royalties è legata ad alcune agevolazioni.
In particolare, faccio riferimento alla possibilità di sfruttare la Direttiva interessi e canoni UE. Ovvero la Direttiva n. 2003/49/CEE per i pagamenti tra società consociate residenti in diversi Paesi membri. Mi soffermerò sui requisiti richiesti nel prossimo paragrafo.
In ambito internazionale, invece, è poi possibile sfruttare i vantaggi derivanti dalle Convenzioni contro le doppie imposizioni. Si tratta di accordi internazionali, di tipo bilaterale, che possono consentire la possibilità di ridurre l’imposizione alla fonte sui profitti generati.
In tale modo potrebbe essere possibile conseguire un doppio beneficio per il gruppo multinazionale:
Da un lato, la deducibilità dei canoni pagati dalle società del gruppo per lo sfruttamento dei diritti medesimi sotto forma di royalties;
Dall’altro una bassa tassazione ridotta (o addirittura l’esenzione completa) dei proventi imputabili alla società ad hoc costituita.
In ambito europeo:
Il Lussemburgo;
L’Irlanda;
L’arcipelago portoghese di Madeira
hanno stipulato numerose e vantaggiose Convenzioni contro le doppie imposizioni.
Accordi che prevedono l’applicazione di ritenute ridotte. Ovvero l’esenzione relativamente alle c.d. out-bound royalties.
Come anticipato, in ambito UE la costituzione di una Royalty Company è legata alla possibilità di sfruttare la Direttiva interessi e canoni (direttiva 2003/49/CE del 3 giugno 2003). Ovvero una normativa che permette, rispettando alcuni requisiti, delle particolari agevolazioni.
La principale agevolazione prevede l’esenzione dalle imposte sugli interessi e sui canoni corrisposti nei confronti di soggetti residenti in Stati membri dell’Unione Europea.
Ai fini dell’esenzione, la società conduit beneficiaria e la società erogante i canoni devono:
Risiedere ai fini fiscali in uno Stato membro UE. Senza essere considerate, ai sensi della Convenzione in materia di doppia imposizione sui redditi stipulata con uno Stato terzo, residenti al di fuori dell’Unione europea;
Rivestire una delle forme giuridiche previste dai vari ordinamenti nazionali.
Inoltre, il soggetto percettore deve essere il beneficiario effettivo dei flussi di reddito corrisposti. Non operare come un soggetto meramente interposto nel flusso reddituale, al solo scopo di usufruire della direttiva comunitaria (ipotesi di Treaty shopping).
Infine, la società beneficiaria deve essere assoggettata a una delle imposte indicate nell’allegato B del D.Lgs. 143/2005. Ovvero ad un’imposta identica o sostanzialmente simile applicata in aggiunta o in sostituzione di dette imposte.
Una delle due società possiede una partecipazione diretta non inferiore al 25% dei diritti di voto esercitabili in assemblea ordinaria;
Una terza società possiede una partecipazione diretta non inferiore al 25% dei diritti di voto esercitabili in assemblea ordinaria. Sia nella società erogante che nella società percettrice.
In ogni caso occorre che le società siano residenti all’interno di uno Stato membro. Non è ammesso alcun regime di esenzione se le due società (erogante e ricevente) degli interessi e dei canoni, si trovano sotto il controllo comune di un soggetto extra UE.
Una volta individuati i vantaggi che può offrire una RC, è necessario andare a vedere quali sono le sue concrete modalità di applicazione.
Senza entrare in schemi troppo complessi, ad esempio, un soggetto titolare di un brevetto potrebbe costituire una Royalty Company in Lussemburgo apportando il brevetto.
La società a questo punto potrebbe trovare dei licenziatari esteri per lo sfruttamento economico del brevetto. Questo in cambio di royalties sulle vendite.
Se le società che sfruttano economicamente il brevetto si trovano in Paesi ad alta tassazione, mentre la società beneficiaria in un Paese a tassazione più vantaggiosa ecco che si possono creare già dei vantaggi. Se poi il Paese ove è situata beneficia di ulteriori agevolazioni la cosa diventa più interessante.
Volendo complicare un attivo questo schema, pensiamo adesso alla società lussemburghese una società di passaggio. Ovvero una sub-licenziataria degli intangibles, detenuti da una società avente sede in un Paradiso fiscale. L’ulteriore vantaggio che si può ottenere è quello di fare passare canoni da Paesi ad elevata fiscalità a Paesi a più bassa fiscalità senza avere problematiche di ritenute su redditi in uscita.
Il sistema fiscale lussemburghese, ma anche quello olandese, consentono un facile passaggio delle royalties estere ad una società rifugio estera.
Come detto, il motivo principale di questa struttura è la riduzione delle ritenute in uscuta straniere in virtù di trattati fiscali applicabili o della Direttiva UE per interessi e canoni.
Attenzione però, non sempre la RC può essere utilizza in modo proficuo.
Per farti capire come l’utilizzo di questi strumenti di pianificazione fiscale debba essere utilizzato con cautela, di seguito di mostro il principale caso legato alla contestazione di un veicolo societario come questo.
Una delle problematiche che si possono riscontrare nell’utilizzo di società conduit tipo le Royalty Company è l’esterovestizione.
Particolarmente noto è stato il caso di cui la nota sentenza della Cassazione penale n. 7739 del 28 febbraio 2012 (caso “Dolce e Gabbana”).
Sentenza che ha affrontato il tema della rilevanza penale delle condotte elusive, prendendo le mosse da un caso di specie ritenuto inquadrabile nel più ampio fenomeno dell’esterovestizione societaria.
La fattispecie riguarda una complessa operazione di cessione – secondo l’accusa a valori inferiori a quelli di mercato – di noti marchi commerciali da parte di due, altrettanto noti, stilisti. I marchi, dapprima di proprietà delle persone fisiche residenti sul territorio dello Stato, sono stati ceduti a una royalty company costituita ad hoc nel Lussemburgo.
Società nei confronti della quale è stata contestata l’esterovestizione. Tale royalty company ha, successivamente, provveduto ad affidare in licenza i marchi medesimi a una società operativa dell’omonimo gruppo imprenditoriale italiano (con facoltà di sub-licenza), in cambio della corresponsione di significativi canoni.
Il risultato complessivo, dal punto di vista fiscale, è stato quello di delocalizzare materia imponibile dall’Italia al Granducato, sfruttando una tassazione più favorevole.
Schematicamente, la complessa operazione può essere così esemplificata:
Trattasi, dunque, di un caso di base erosion mediante profit shifting.
Per gli addetti ai lavori si tratta di una operazione “BEPS”, utilizzando la recente espressione di derivazione Ocse.
L’Amministrazione finanziaria, su questa operazione ha mosso una sorta di “contestazione plurima” – rilevando:
La fittizia residenza della Royalty Company e, conseguentemente, contestando l’esterovestizione della predetta legal entity. Questo ai sensi dell’ articolo 73 , comma 3, del DPR n. 917/86. La sede lussemburghese, infatti, era soltanto formale. Poiché localizzata presso una società di domiciliazione societaria dove si avvicendavano dipendenti con funzioni di meri segretari. Nonché il fatto che i consigli di amministrazione si tenessero solo apparentemente in Lussemburgo;
Che l’impiego di tale schermo societario esterovestito era finalizzato a sottrarre a tassazione una manifestazione reddituale in realtà determinatasi nel territorio dello Stato. In quanto la reale titolarità dei marchi, attraverso la catena societaria, era riferibile ai due stilisti apparentemente cedenti, residenti in Italia. Trattasi, pertanto, di una contestazione di “interposizione fittizia di persone”, che trova il proprio fondamento normativa nell’articolo 37, comma 3, del DPR n. 600/73. L’interposizione costituisce, una particolare forma di “simulazione relativa” riferita ai soggetti. Essa è finalizzata a nascondere la vera persona con la quale si vuole contrattare;
In capo alle persone fisiche cedenti i marchi la configurabilità del delitto di dichiarazione infedele ex articolo 4 D.Lgs. n. 74/00. In relazione all’annualità in cui era stata dichiarata la vendita dei marchi a prezzi inferiori a quelli di mercato.
Conclusioni della Cassazione sul caso D&G
Ciò premesso, la Cassazione si è prefissa quale obiettivo del proprio percorso logico-giuridico quello di verificare “se nella condotta attribuita agli imputati possa ravvisarsi in ipotesi un reato previsto e punito ex D.Lgs. n. 74/00”.
Sullo specifico punto, i giudici hanno rilevato:
Che “la condotta attribuita agli imputati costituisce un fenomeno noto come esterovestizione. Che trova specifico riconoscimento nella legislazione di settore. La eventuale riqualificazione in Italia della residenza fiscale di società ed enti esteri è prevista dal DPR n. 917/86, art. 73 , comma 3”, nonché dall’articolo 4, par. 3, del Modello OCSE;
Il fenomeno dell’esterovestizione alla più ampia categoria dei fenomeni elusivi/abusivi. Infatti, per verificare la punibilità penale della condotta, la Cassazione ha elaborato un percorso logico-giuridico di ricostruzione delle norme antielusive nazionali, alla luce del principio di derivazione giurisprudenziale dell’abuso del diritto. Le conclusioni cui è pervenuta la Corte sono, in estrema sintesi, le seguenti: l’elusione è, in linea generale, penalmente sanzionabile solo se “codificata” in una norma espressa – ciò al fine di garantire il rispetto del principio di legalità e tassatività – quale l’art. 37-bis o le norma antielusive specifiche. Contrasto alle strutture volte al treaty shopping.
Costituire veicoli societari esteri al solo scopo di evadere materia imponibile in Italia è materia di evasione fiscale.
Una struttura conduit è un’entità attraverso la quale i profitti sono canalizzati (channelled) verso altre entità, senza che la prima generalmente abbia un active input or use di tali redditi.
La costituzione di una società conduit risponde normalmente ad obiettivi di tipo amministrativo, commerciale, fiscale.
Il Commentario all’articolo 1 del Modello OCSE analizza le modalità attraverso le quali una struttura conduit può sollevare criticità ai fini dell’applicazione delle disposizioni convenzionali. S
i fa riferimento alle artificial legal constructions in grado di portare a fenomeni di abuso. In quanto trattasi di “legal entity created in a State essentially to obtain treaty benefits that would not be available directly”.
Una particolare tipologia di società conduit è la c.d. royalty (or interest) conduit company olandese. La quale si interpone tra l’owner dei diritti di proprietà intellettuale e l’utilizzatore finale di tali diritti. Con l’obiettivo di conseguire vantaggi fiscali.
Secondo l’OCSE nel contesto del Progetto BEPS, l’abuso dei trattati contro le doppie imposizioni, consistente nell’illegittimo utilizzo delle suddette Convenzioni al fine di ottenere un beneficio fiscale, può dare adito a fenomeni di erosione della base imponibile.
Per tali motivi, nell’ambito dell’Action 6 del BEPS Action Plan , l’OCSE ha suggerito le seguenti tre linee di intervento:
Introduzione di specifiche disposizioni nelle Convenzioni contro la doppia imposizione e pubblicazione di specifiche raccomandazioni concernenti l’elaborazione di norme nazionali che impediscano l’estensione di benefici derivanti dai trattati;
Elaborazione di chiarimenti con riferimento alla considerazione secondo cui “tax treaties are not intended to be used to generate double non-taxation”;
Identificazione delle c.d. tax policy considerations delle quali, in linea generale, gli Stati dovrebbero tenere conto prima di procedere alla conclusione di una Convenzione bilaterale in materia fiscale.
Se siete arrivati sino a questo punto avrete capito, come Marco, l’imprenditore italiano che ho preso ad esempio all’inizio dell’articolo, abbia fatto bene a fermarsi. Ovvero a non proseguire con quel tipo di operazione.
Non perché costituire una Royalty Company sia di per se operazione che porti ad evasione o elusione fiscale. Ma perché spesso si finisce per commettere errori.
Errori inevitabili, considerata la complessità di queste operazioni. E considerato anche il fatto che per poter gestire correttamente un’operazione del genere i flussi finanziari devono essere tali da garantire sia il sostentamento della società conduit. Che anche un accantonamento da poter utilizzare al momento opportuno. Ovvero in caso di contestazioni e possibili contenziosi da sostenere.
Errori che come vi ho fatto vedere, sopra nella sentenza Dolce & Gabbana, hanno commesso anche aziende di grandi dimensioni.
Per questo motivo bisogna prestare la dovuta attenzione, anche perché operazioni come queste sono costose e sono davvero vantaggiose quando i redditi che si possono veicolare sono davvero importanti.
In casi più comuni, di PMI italiane è sicuramente più opportuno pensare a soluzioni meno costose.
Mi riferisco ad un’importante agevolazione fiscale, legata allo sfruttamento di royaltes entrata in vigore in Italia. Il c.d. “Patent box“.
La Legge n. 190/2014 ha introdotto il regime fiscale del Patent Box.
Ovvero un regime fiscale che consente la detassazione al 50% delle royalties derivanti dallo sfruttamento economico di marchi o brevetti industriali.
Possono sfruttare il regime del Patent Box tutti i soggetti fiscalmente residenti in Italia, titolari di reddito di impresa. Comprese le stabili organizzazioni in Italia di soggetti non residenti.
Il Patent Box a regime garantisce la detassazione del 50% dei redditi derivanti dallo sfruttamento diretto o indiretto dei beni immateriali oggetto dell’agevolazione.
Inoltre, le plusvalenze derivanti da cessioni di beni immateriali non concorrono a formare il reddito complessivo in quanto escluse da tassazione.
Questo condizione che almeno il 90% del corrispettivo derivante dalla cessione dei predetti beni sia reinvestito, prima della chiusura del secondo periodo di imposta successivo a quello nel quale si è verificata la cessione, nella manutenzione o nello sviluppo di altri beni immateriali agevolabili.
Capite bene come poter sfruttare un’agevolazione fiscale come questa possa essere davvero molto allettante, soprattutto perché non è necessario fare un passo dall’Italia.
Naturalmente, anche in questo caso è necessario pianificare fiscalmente l’operazione in modo da beneficiare al massimo dei vantaggi fiscali concessi.
Il reddito agevolabile da detassare è pari al reddito ascrivibile allo sfruttamento del bene immateriale moltiplicato per un coefficiente pari al rapporto tra:
I costi di attività di ricerca e sviluppo. Sostenuti per il mantenimento, l’accrescimento e lo sviluppo del bene immateriale (numeratore);
Tale modalità di calcolo risponde all’esigenza di rispettare il c.d. nexus approach richiesto dalle Linee Guida OCSE.
Approccio che consente di agevolare esclusivamente redditi che derivano dal sostenimento di spese nel territorio dello Stato.
Se volete saperne di più sul Patent Box, questo è l’articolo che gli ho dedicato: “Patent Box: la guida“.
Come avrete capito, la soluzione che ho prospettato a Marco per gestire le sue royalties, è stata quella di sfruttare il Patent Box.
Non voglio dire che la costituzione di conduit estere, come il caso delle Royalty Company, sia da evitare.
Tuttavia, trattandosi di una particolare tipologia di veicolo di tax planning, deve essere utilizzato con cautela. E soprattutto attraverso l’ausilio dei giusti consulenti fiscali.
Avviare una procedura per gestire di flussi reddituali attraverso società estere non è semplice, e non vi mette al riparo da contestazioni.
Questo la maggior parte dei consulente lo omette quando si trova di fronte l’imprenditore.
Operare con società estere non è semplice.
Per poterlo fare nel modo corretto servono molte valutazioni e una strategia di fondo chiara. Senza queste premesse le possibilità di ricevere un accertamento fiscale, sono elevate. E le possibilità di uscirne indenni sono minime.
Molto spesso la migliore soluzione ai problemi può essere molto più semplice di quanto possa sembrare. Ovviare, oggi una procedura di pianificazione fiscale volta all’utilizzo del Patent Box è relativamente semplice.
Vi permette di restare in Italia, e soprattutto vi fa restare tranquilli in caso di accertamenti.
Naturalmente ogni situazione deve essere analizzata con il dettaglio che merita. Come dico sempre:
non ci sono soluzioni adatte per tutti, ma un bravo consulente deve saper trovare la giusta soluzione per voi
Altrimenti è giunta l’ora di cambiare commercialista.
Se volete saperne di più o volete avere una consulenza sulla vostra situazione personale, contattatemi!
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