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Timestamp: 2020-01-21 21:15:36+00:00

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Nel caso in cui venga lamentato l'arricchimento da parte di un convivente more uxorio nei confronti dell'altro, debbono essere ritenute indennizzabili le sole prestazioni che esulino dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza (Convivenza) - 101Professionisti.it
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Nel caso in cui venga lamentato l'arricchimento da parte di un convivente more uxorio nei confronti dell'altro, debbono essere ritenute indennizzabili le sole prestazioni che esulino dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza
In materia di arricchimento senza causa, la giurisprudenza di legittimità è concorde nel ritenere che nel caso in cui venga lamentato l'arricchimento da parte di un convivente more uxorio nei confronti dell'altro, debbono essere ritenute indennizzabili le sole prestazioni che esulino dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza (v. da ultimo, Cass. 15 maggio 2009 n. 11330). L'azione generale di arricchimento ha come presupposto la locupletazione di un soggetto a danno dell'altro che sia avvenuta senza giusta causa, sicché non è dato invocare la mancanza o l'ingiustizia della causa qualora l'arricchimento sia conseguenza di un contratto, di un impoverimento remunerato, di un atto di liberalità o dell'adempimento di un'obbligazione naturale. È, pertanto, possibile configurare l'ingiustizia dell'arricchimento da parte di un convivente "more uxorio" nei confronti dell'altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza - il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto - e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza.
Corte di Cassazione, Sezione 2 civile, Sentenza 20 dicembre 2011, n. 27773
sul ricorso (iscritto al N.R.G. 28383/09) proposto da:
CE. AD. MA. , rappresentata e difesa, in forza di procura speciale in calce al ricorso, dall'Avv.to COVINO Carmine del foro di Milano e dall'Avv.to Carlo Martuccelli del foro di Roma ed elettivamente domiciliata presso lo studio di quest'ultimo in Roma, piazzale Don G. Minzoni n. 9;
BO. AN. , C. A. , C. S. , RA. DA. e RA. SO. AN. , rappresentati e difesi dall'Avv.to Antonio Carlo Minojetti del foro di Lodi e dall'Avv.to RAGAZZONI Mario del foro di Roma, in virtu' di procura speciale apposta a margine del controricorso, ed elettivamente domiciliati presso lo studio di quest'ultimo in Roma, via Trionfale n. 148;
avverso la sentenza della Corte d'appello di Milano n. 2976 depositata il 23 novembre 2009.
Udita la relazione della causa svolta nell'udienza pubblica del 6 ottobre 2011 dal Consigliere relatore Dott.ssa Milena Falaschi;
uditi gli Avv.ti Carlo Martuccelli (con delega dell'Avv.to Donatello Fumia), per parte ricorrente, e Mario Ragazzoni, per parte resistente;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SCARDACCIONE Vittorio Eduardo, che ha concluso per l'accoglimento del ricorso.
Con atto di citazione notificato il 30 giugno 2006 CE. Ad. Ma. evocava, dinanzi al Tribunale di Lodi, BO. An. , C. A. e C. S. , RA. Da. e RA. So. An. , quali eredi di Bo. Lo. , deceduto l'(OMESSO), chiedendo di accertare il diritto di usufrutto vitalizio in suo favore sull'immobile sito in (OMESSO), di proprieta' del de cuius, nonche' il diritto al riconoscimento di una somma non inferiore ad euro 150.000,00 per l'assistenza affettiva, morale e materiale prestata allo stesso Bo. Lo. in 20 anni di convivenza more uxorio. L'attrice precisava che con testamento olografo del 4.10.2001 il de cuius le aveva assegnato un legato di lire 50.000.000 ed aveva costituito in suo favore un usufrutto vitalizio sulla casa di (OMESSO), da lui successivamente venduta per trasferirsi, insieme a lei, nella villa bifamiliare di (OMESSO), sostenendo che costituiva volonta' del defunto trasferire l'usufrutto sulla nuova abitazione.
Instaurato il contraddittorio, costituiti i convenuti i quali contestavano le domande attoree e in riconvenzionale chiedevano di accertare che l'occupazione dell'immobile da parte dell'attrice era privo di titolo, ordinandole di riconsegnarlo con i relativi arredi, oltre a condannarla al risarcimento del danno e alla restituzione di euro 18.900,00 indebitamente prelevati nel c/c n. (OMESSO) della Ba. Po. It. cointestato con il de cuius, il Tribunale di Lodi, rigettava la domanda attorea e in accoglimento di quella riconvenzionale, condannava la CE. al rilascio dell'abitazione e alla restituzione di euro 18.900,00.
In virtu' di rituale appello interposto dalla CE. , con il quale chiedeva accertarsi l'esistenza del diritto di usufrutto sia in forza del testamento sia del Decreto del Presidente della Repubblica n. 136 del 1958, articolo 2, Decreto del Presidente della Repubblica 29 gennaio 1958, n. 645, articolo 138, Legge n. 405 del 1975, articolo 6, sia del diritto di abitazione di cui agli articoli 1022, 1023 e 1026 c.c., nonche' il diritto all'attribuzione di una somma per l'assistenza prestata al de cuius e non dovuta la cifra per l'uso del c/c comune, in subordine chiedendo di rimettere gli atti alla Corte Costituzionale per la declaratoria di illegittimita' costituzionale del diverso trattamento riservato al convivente con riferimento all'articolo 3 Cost., la Corte di appello di Milano, nella resistenza degli appellati che proponevano anche appello incidentale circa il mancato accoglimento della domanda di risarcimento dei danni da mancato guadagno e di rimborso della quota parte di spese di successione, rigettava entrambi i gravami.
A sostegno dell'adottata sentenza, la corte territoriale affermava di condividere l'interpretazione del testamento olografo offerta dal giudice di prime cure, stante il tenore letterale dello stesso, che per il principio generale in claris non fit interpretatio, non poteva dare luogo ad una diversa volonta' del de cuius, anche in considerazione della cronologia degli eventi, tempo del testamento (2001) ed epoca dell'acquisto del nuovo immobile (2004).
Aggiungeva che era incomprensibile l'eccezione di incostituzionalita', ragione per la quale non era stata esaminata dal giudice di prime cure, e comunque anche a richiamare la giurisprudenza della corte delle leggi, sentenza n. 310/1989, questa pur riconoscendo dignita' al rapporto more uxorio, aveva attribuito una superiore dignita' alla famiglia legittima per i caratteri di stabilita' e certezza, reciprocita' e corrispettivita' di diritti e doveri, nascenti solo dal matrimonio, con conseguente inapplicabilita' dell'articolo 1022 c.c. al convivente, rientrando nella discrezionalita' del legislatore la determinazione delle categorie dei successibili, con il solo vincolo derivante dall'articolo 30 Cost..
Confermava, altresi', la decisione del giudice di prime cure circa il rigetto dei mezzi di prova articolati dalla ricorrente (capi 8 e 9 della memoria 8.6.2007), nonche' quanto alla qualifica di adempimento di obbligazione naturale posta a base del non accoglimento della richiesta di liquidazione di euro 150.000,00, correttamente omesso l'esame del diritto di abitazione, in mancanza di una domanda in tal senso da parte della CE. .
Infine, la corte di merito respingeva anche l'appello incidentale in assenza di prova di avere richiesto alla CE. la restituzione dell'immobile in epoca anteriore all'introduzione del presente giudizio, tardivamente proposta la richiesta di rimborso pro quota delle spese di successione.
Avverso indicata sentenza della Corte di Appello di Milano ha proposto ricorso per cassazione la CE. , che risulta articolato in sei motivi (erroneamente dichiarati n. 7 motivi), al quale hanno resistito BO. An. , C. A. e C. S. , RA. Da. e RA. So. An. con controricorso.
Con il primo motivo la ricorrente lamenta la violazione degli articoli 558 e 1362 c.c., non avendo i giudici di merito valutato la volonta' effettivamente manifestata da Bo. Lo. nel testamento olografo in ordine al suo intento di assicurare alla propria convivente un usufrutto abitativo vitalizio in caso di premorienza, non essendo stata svolta alcuna indagine interpretativa in tal senso.
Con il secondo motivo viene denunciata la violazione o falsa applicazione dell'articolo 12 preleggi, degli articoli 1362 - 1367 e 143 c.c., in relazione all'articolo 360, comma 1, n. 3, per omesso esame del testamento alla luce dei criteri sistematico o logico sistematico e storico e cio' avrebbe impedito di interpretare il testamento, univocamente inteso come contratto tipico e atipico, con analisi della effettiva volonta' del de cuius, tant'e' che la corte di merito si sarebbe limitata ad una interpretazione letterale.
Con il terzo motivo viene censurata la ulteriore violazione dell'articolo 1362 c.c., e la omessa o insufficiente motivazione per non avere i giudici di merito effettuato "una piu' penetrante ricerca al di la' della mera dichiarazione della volonta' del testatore".
I tre motivi, da esaminare congiuntamente per la sostanziale connessione degli argomenti e per esigenza di coordinata esposizione, denunziando la ricorrente la violazione delle norme in tema di accertamento della effettiva volonta' del testatore, sono fondati.
Occorre evidenziare che in tema d'interpretazione dei contratti, regole prioritarie per la ricerca della comune intenzione delle parti siano l'utilizzazione dei criteri ermeneutici soggettivi (articoli 1362-1365 c.c.), anzi di ricorrere a quelli oggettivi sussidiari (articoli 1366-1370 c.c.) e di chiusura (articolo 1371 c.c.), e, nell'ambito dei primi, il desumere, anzitutto, la volonta' negoziale dal tenore letterale delle espressioni utilizzate dalle parti per manifestarla (articolo 1362 c.c., comma 1), queste non possano, tuttavia, salvo ne risulti una manifestazione inequivoca a tal punto da essere incompatibile con qualsiasi altro significato, essere prese in considerazione singolarmente o, comunque, nel ristretto ambito di ciascuna clausola della quale costituiscono l'esternazione, sebbene debbano essere valutate e verificate in relazione tanto alle altre clausole quanto all'intero contesto della dichiarazione negoziale nella quale sono inserite, onde se ne possa intendere l'esatto significato (articolo 1363 c.c.).
Invero, la soluzione di ogni controversia che s'incentri sull'interpretazione di un contratto, come l'accertamento di ogni situazione soggettiva che si affermi in ragione della vigenza di una regola convenzionale, non puo' prescindere dalla necessaria integrazione del dato testuale con quello logico-ricostruttivo, questa risultando legittimata, ed al contempo imposta, dall'espressa disciplina normativa del coordinato disposto desumibile dalle affermazioni dell'insufficienza del solo senso letterale delle parole del testo, di cui all'articolo 1362 c.c., comma 1 e dell'esigenza dell'esame comparativo delle singole clausole e complessivo dell'atto, di cui all'articolo 1363 c.c.; per il che l'interpretazione non puo' limitarsi ad una considerazione atomistica delle singole espressioni o clausole, pur ove le une e le altre possano apparire rappresentative d'una manifestazione di volonta' di senso compiuto, ma deve procedere secondo un iter che, partendo dall'accertamento del senso letterale di ciascuna, questo poi verifichi nel confronto reciproco ed, infine, razionalmente armonizzi nella valutazione unitaria dell'atto.
La predisposizione normativa del rapporto d'interdipendenza necessaria tra l'articolo 1362 c.c., comma 1, ed il successivo articolo 1363 c.c. ai fini dell'accertamento della comune volonta' delle parti quale desumibile dal testo contrattuale e' stata, nel senso sopra indicato, ripetutamente evidenziata nelle pronunzie di questa Corte (e pluribus Cass. 27 giugno 1998 n. 6389; Cass. 28 giugno 2000 n. 8791) che ha, d'altronde, del pari piu' volte evidenziato come il nomen iuris dato al negozio dalle parti e le espressioni tecniche o pseudo tali utilizzate dalle stesse od anche dal rogante non vincolino l'interprete che ne ravvisi la incompatibilita' con l'effettiva volonta' risultante dalla disamina dell'atto compiuta mediante gli strumenti ermeneutici predisposti dal legislatore (Cass. 29 marzo 2004 n. 6233; Cass. 8 marzo 2007 n. 5287; Cass. 4 maggio 2011 n. 9755).
Aggiungasi che, in particolare, l'interpretazione del testamento, cui in linea di principio sono applicabili le regole d'ermeneutica dettate dal codice in tema di contratti, con la sola eccezione di quelle incompatibili con la natura di atto unilaterale non recettizio del negozio mortis causa, e' caratterizzata, rispetto a quella contrattuale, da un piu' penetrante ricerca, al di la' della dichiarazione, della volonta' del testatore, la quale, alla stregua dell'articolo 1362 c.c., va individuata con riferimento ad elementi intrinseci alla scheda testamentaria sulla base dell'esame globale della scheda stessa e non di ciascuna singola disposizione ed, in via sussidiaria, id est ove da testo dell'atto non emergano con certezza l'effettiva intenzione del de cuius e la portata della disposizione, con il ricorso ad elementi estrinseci al testamento, se pur sempre riferibili al testatore, quali la personalita', la mentalita', la cultura, la condizione sociale, l'ambiente di vita, i rapporti pregressi con i soggetti menzionati nella scheda, ecc. (v. Cass. 5 maggio 2004 n. 8495; Cass. 7 luglio 2004 n. 12477; Cass. 22 luglio 2004 n. 13785; Cass. 22 ottobre 2004 n. 20604). Il giudice del merito, di conseguenza, nell'interpretazione del testamento, la quale si risolve in un accertamento di fatto insindacabile in sede di legittimita' se immune da vizi logici e giuridici, puo' attribuire alle espressioni adoperate nell'atto un significato diverso da quello tecnico o letterale, purche' non contrastante o antitetico, quando, valutando la scheda nel suo complesso e tenendo conto dei sopra indicati elementi di giudizio propri alla persona del de cuius, tale diverso significato si presti ad esprimere in modo piu' adeguato e coerente la reale intenzione dello stesso.
Come condivisibilmente rilevato dalla ricorrente, la corte distrettuale - confermando la decisione del giudice di primo grado - non ha tenuto sufficientemente conto della circostanza, gia' evidenziata nel giudizio di appello, che il de cujus non avesse espressamente revocato la disposizione con la quale, con il testamento olografo del 4.10.2001, ha attribuito alla CE. il diritto di abitazione relativamente all'appartamento nel quale convivevano al momento della disposizione, in (OMESSO), e che la mancata revoca di detto riconoscimento in capo alla convivente e' indicativa della sua volonta' di garantire alla stessa, attraverso il diritto di abitazione dell'alloggio in cui vivevano, il godimento del bene in cui ella aveva sempre abitato sin dall'epoca dell'acquisto, con la intenzione inequivocabile che, alla morte di lei, il bene dovesse rientrare nella disponibilita' degli eredi Bo. .
A fronte della evidenziata circostanza, nessun argomento significativo la Corte territoriale ha addotto a sostegno del proprio convincimento, tale non potendosi ritenere ne' il rilievo che la volonta' del testatore essendo nel senso di costituire in favore della CE. l'usufrutto vitalizio "sulla casa di mia proprieta' in (OMESSO)", in base al dato testuale, non vi fosse spazio per ritenere che avesse voluto costituirlo sul diverso immobile di (OMESSO) da lui acquistato dopo avere venduto la predetta casa; ne' l'altro, secondo il quale, tenuto conto della cronologia degli eventi, in particolare del fatto che la vendita e l'acquisto degli immobili fossero intervenuti nell'aprile 2004, due anni prima della morte, il testatore ben avrebbe potuto costituire un nuovo usufrutto vitalizio in favore della CE. con atto tra vivi contestualmente o meno all'acquisto della villetta in (OMESSO) ovvero con un nuovo testamento (v. pagine 4 e 5 della decisione), elemento che non sarebbe valorizzabile per escludere la mancata revoca del testamento olografo.
A cio' deve aggiungersi che la Corte di merito nell'interpretazione del negozio mortis causa - giova ribadirlo, atto sempre revocabile e modificabile dall'autore - a fronte di una dichiarazione di volonta' non eseguibile nei termini testuali, ha utilizzato il solo criterio letterale per accertare la volonta' del testatore.
Di converso, il giudice di secondo grado avrebbe dovuto valutare, alla luce della revocabilita' dell'atto, gli effetti acquisitivi della disposizione testamentaria correlati a detto comportamento omissivo, e, cioe', pronunciarsi sul punto se il descritto comportamento del de cuius dovesse qualificarsi come confermativo del lascito in favore della detenzione del bene, per uso abitativo, da parte della convivente, come sostenuto dalla ricorrente ovvero come modifica di detta disposizione.
In altri termini, la motivazione dell'impugnata sentenza si rivela gravemente insufficiente rispetto all'esigenza interpretativa che il giudice d'appello era chiamato a soddisfare e che consisteva nell'accertare se in favore della ricorrente il testatore avesse voluto, con l'attribuzione a lei del diritto di abitazione dell'appartamento sito in (OMESSO), attribuire detto diritto solo con riferimento all'appartamento ivi indicato, ovvero se il diritto attribuito alla CE. consistesse nel diritto di usufrutto della loro abitazione comune in generale, la cui nuda proprieta' era immediatamente assegnata agli eredi del Bo. . La verifica della ricorrenza della prima di dette ipotesi interpretative esigeva dall'interprete un'indagine condotta sull'intero contesto delle disposizioni dettate da Bo. Lo. sia in favore della CE. sia degli eredi del de cuius, per verificare non solo la natura del diritto attribuito alla ricorrente, ma soprattutto se lo stesso diritto sul bene fosse stato conferito tout court agli eredi ovvero secondo un ordine successivo, per cui risulta evidente l'assoluta insufficienza di un'interpretazione, come quella data dalla Corte d'appello, che si affidi esclusivamente alla valorizzazione della locuzione "sulla casa di mia proprieta' in (OMESSO)" adoperata dal testatore con riferimento ad una delle disposizioni a favore della CE. . La non univocita' di tale espressione, con riferimento alle vicende successive (vendita di detto immobile ed acquisto, nell'immediato, della villetta in (OMESSO) ove il Bo. con la ricorrente aveva stabilito la nuova residenza) e rispetto all'esigenza interpretativa de qua, avrebbe richiesto un esame complessivo di tutte le espressioni usate dal testatore per verificare se detta locuzione, anziche' segnare l'attribuzione di un diritto di abitazione con riguardo ad un determinato bene, valesse, insieme ad altre, a rimarcare il momento della operativita' della disposizione a favore della CE. con riferimento alla loro ultima abitazione. L'interpretazione della scheda - come gia' detto - va effettuata con una piu' penetrante ricerca, che al di la' della dichiarazione, accerti la volonta' del testatore, individuata, alla stregua dell'articolo 1362 c.c., con riferimento ad elementi intrinseci alla stessa scheda testamentaria, sulla base dell'esame globale del testamento e non gia' di ciascuna singola disposizione, e, in via sussidiaria, ove cioe' dal testo dell'atto non emerga con certezza l'effettiva intenzione del de cuius e la portata della disposizione, con il ricorso ad elementi estrinseci al testamento, ma pur sempre riferibili al testatore, quali ad esempio la personalita' dello stesso, la sua mentalita', cultura, condizione sociale, ambiente di vita.
Con il quarto motivo viene dedotto il vizio di violazione e falsa applicazione del Decreto del Presidente della Repubblica 31 gennaio 1958, n. 136, articolo 2, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 645 del 1958, articolo 138, della Legge n. 365 del 1958, articolo 6, della Legge n. 405 del 1975 per essersi fa corte di merito limitata a dichiarare che i predetti parametri legislativi si riferivano a specifiche materie, ingiustificate nella specie, mentre andava colta una chiara invasione nella famiglia di fatto e nel caso di convivenza more uxorio.
Insisteva, in ipotesi di non applicabilita' degli istituti alla fattispecie in esame, nel sollevare eccezione di incostituzionalita' per violazione degli articoli 2 e 3 Cost..
Con un quinto motivo (erroneamente definito sesto) viene denunciata la violazione dell'articolo 1022 c.c., relativamente al diritto di abitazione, anche per insufficienza e contraddittorieta' della motivazione, per non avere la corte di merito - qualificandola erroneamente come nuova - configurato nell'ipotesi in esame detta fattispecie.
Con il sesto ed ultimo motivo (erroneamente definito settimo) la ricorrente denuncia la violazione del diritto alla retribuzione sancito dalla Costituzione e dal diritto del lavoro, anche per insufficiente motivazione, con riferimento al mancato riconoscimento del diritto della CE. ad effettuare il prelievo di euro 18.900,00 per affrontare le spese ordinarie della vita familiare. La censura viene riferita anche alla mancata ammissione della istruttoria per le somme dovute per l'assistenza per oltre venti anni.
Il motivo e' infondato avendo fatto la sentenza impugnata corretta applicazione dei principi affermati da questa corte in materia di arricchimento senza causa. Infatti nel caso in cui venga lamentato l'arricchimento da parte di un convivente more uxorio nei confronti dell'altro, sono state ritenute indennizzabili le sole prestazioni che esulino dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza (v. da ultimo, Cass. 15 maggio 2009 n. 11330).
Conseguentemente, la sentenza impugnata va cassata, con rinvio della causa ad altra sezione della Corte d'appello di Milano, la quale, nel riesaminare il punto della controversia relativo alle censure accolte, si atterra' ai principi ed ai rilievi sopra enunciati ed esposti. Il giudice di rinvio provvedere anche in ordine al regolamento delle spese di questo giudizio di legittimita'.

References: Cass. 
 Sentenza 
 sentenza 
 articolo 2
 articolo 138
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