Source: http://toghe.blogspot.com/2009/03/i-processi-fatti-male-non-servono.html?widgetType=BlogArchive&widgetId=BlogArchive1&action=toggle&dir=open&toggle=MONTHLY-1201820400000&toggleopen=MONTHLY-1235862000000
Timestamp: 2020-04-01 18:24:57+00:00

Document:
UGUALE PER TUTTI: I processi fatti male non servono a niente
e Franca Amadori
(Giudice del Tribunale di Roma)
da Toghe Rotte del 17 marzo 2009
Cari amici dovete sapere che i magistrati si incontrano, si salutano, discutono e soprattutto litigano molto sulle mailing list delle correnti.
Ce ne sono 4 di liste, più una che raggruppa tutti.
Il tema dominante è lo scontro tra i magistrati che non apprezzano le correnti e quelli che invece ne fanno parte e le difendono a spada tratta.
Magari un giorno vi racconterò di queste cose.
Oggi però voglio proporvi questa bella mail di una collega bravissima che ha, per l’ennesima volta, affrontato il tema del limite massimo di processi che possono essere trattati da un magistrato.
Anche qui c’è lo scontro tra le correnti e i magistrati cani sciolti: le correnti si oppongono alla fissazione di un carico massimo di lavoro, gli altri fanno osservare che …
Beh, a questo punto leggete quello che dice Franca Amadori.
Intervengo di nuovo sul tema dei tetti massimi e dei carichi esigibili: il punto è che il carico inesigibile (per non dire del tutto demenziale) che si è accumulato sul ruolo del collegio di cui faccio parte, nonché l’alluvione di processi monocratici di prima comparizione (quasi 50 totali per ogni giudice solo in questo mese di marzo) ci ha messi tutti al tappeto.
Per venire al tema, vorrei chiarire perché ritengo dissennata la posizione che da anni le correnti della magistratura vanno sostenendo sui carichi massimi di lavoro attribuibili ad ogni magistrato.
È sempre la solita litania: non dobbiamo in alcun modo fissare dei tetti massimi (e dunque non assegnare ai magistrati i processi che farebbero superare questo tetto) perché se no i poveri utenti ne soffriranno, cosa diremo a quelli dei processi in esubero?
Ho già spiegato in altra mail perché questo è un vero e proprio filosofema mistificatorio, ma ora vorrei demistificarlo anche con altra ed ulteriore considerazione tratta da un esempio che riguarda una recente esperienza che ho avuto proprio in questo mese di marzo e che dimostra che è vero esattamente il contrario.
Infatti un carico di lavoro squilibrato e dissennato, privo di una qualsivoglia verifica delle reali possibilità di trattazione, danneggia gravemente proprio e per primi gli utenti del servizio giustizia.
Ho tenuto un paio di settimane fa un’udienza monocratica con processi di difficoltà minima o comunque ordinaria, relativi a reati piuttosto frequenti: due processi contro cittadini extracomunitari che hanno fornito a raffica generalità ogni volta diverse (art. 495 c.p.), tre processi per omissione di soccorso (art. 189 del Codice della Strada), la solita appropriazione indebita d’autovettura a danno di una società di leasing; due art. 570 c.p. (omessa prestazione dei mezzi di sussistenza ai familiari) e via elencando.
Alla fine dell’udienza, mi restava un solo processo per violazione del secondo comma dell’art. 570 c.p., che sanziona l’omessa prestazione dei mezzi di sussistenza ai figli minori ed è procedibile d’ufficio.
Ho pensato: “Evvai! Finalmente tornerò a casa un po’ prima delle altre volte”.
Non che avessi molto da giubilare, perché a casa mi aspettavano una decina di fascicoli da chiudere, ma insomma almeno avrei avuto modo di farlo con calma, magari ritagliando pure qualche ora di sonno in più.
L’imputato, un meccanico specializzato in riparazioni di motoveicoli, titolare di una propria officina, s’è presentato per la prima volta in quest’udienza, sprovvisto di difensore di fiducia, ed ha così incontrato in aula il difensore d’ufficio a suo tempo nominato ex art. 97 comma 1 c.p.p. dal Pubblico Ministero, che si è messo subito a sua disposizione.
L’aula è vuota.
È presente solo la denunciante, ex consorte dell’imputato.
Sono trascorsi ormai cinque anni da quando ha presentato la denuncia: la figlia più grande è ora maggiorenne, ha 20 anni ed è ragazza madre, con un bambino di un anno e mezzo, mentre il figlio più piccolo ora ha 10 anni.
Come di consueto, do la parola al Pubblico Ministero (una brava Vice Procuratrice Onoraria, cioè un laureato o anche un avvocato prestato alla magistratura) perché dia inizio all’esame incrociato, ma vedo che lei restringe le sue domande esclusivamente al lato brutalmente economico della vicenda: “Dopo la separazione, l’imputato le versò la somma stabilita dal Tribunale?”
“Sì, ma solo per la figlia maggiore, mentre per l’altro figlio faceva delle questioni”.
“Lei che attività svolgeva?”
“Donna delle pulizie”.
“Quanto percepiva per tale attività?”
E via di questo passo.
Nessuna domanda sul contesto in cui era maturata la separazione, sull’antefatto, su quello che era avvenuto prima.
Perché molti colleghi giudici del dibattimento (e come si può dar loro torto?) hanno fretta di chiudere l’udienza, devono smaltire, devono appunto – a proposito di capacità di definizione – incrementare il flusso in uscita per fronteggiare l’insostenibile carico di lavoro in entrata (40 processi nuovi ogni mese), per cui non vogliono soffermarsi troppo a lungo in udienza.
Devono correre.
Hanno fretta.
Quando in qualche altra occasione quella V.P.O. ha tentato di proporre domande sulle pregresse vicende tra l’imputato e la denunciante (per il 90% dei casi, in questo tipo di processi c’è solo la parola di lei contro quella di lui), il giudice del dibattimento le ha tappato la bocca, dichiarando irrilevanti tali domande.
Io invece voglio sempre approfondire e quindi chiedo sempre alla denunciante e poi all’imputato (se compare e consente a rendere l’esame) di fare un breve excursus della vicenda matrimoniale, da quando si sono sposati fino alla separazione.
Molto spesso ne traggo utilissimi elementi di valutazione, ma in quest’udienza in particolare questo approfondimento mi ha condotta ad un’assoluzione di cui sono molto contenta perché l’ho emessa con sentita convinzione, e non già perché mi è stata estorta da norme processuali tutte tese a garantire l’impunità ai colpevoli.
L’imputato ha sciorinato la propria versione della storia del matrimonio, peraltro non smentita dalla denunciante, che è rimasta presente in aula.
Una storia costellata da reiterati tradimenti da parte di lei, tutti perdonati non solo per amore, ma anche perché egli li ha voluti attribuire ad una sorta di rimpianto che lei nutriva per un’adolescenza finita troppo in fretta, essendo lei rimasta incinta della prima figlia a soli 16 anni, mentre lui ne aveva 19.
A quell’età qualsiasi altro ragazzo sarebbe fuggito, lasciandola sola, ma lui invece le è rimasto a fianco e si è dimostrato così bravo nel proprio lavoro di meccanico esperto in riparazioni di motociclette, che alla fine s’è messo in proprio ed ha anche potuto acquistare un’abitazione.
Ha cercato di offrire alla figlia una vita tranquilla (che lui non aveva avuto, essendo cresciuto in collegio in quanto rimasto orfano), togliendosi anche qualche soddisfazione, offrendole ad esempio delle vacanze di lusso.
Ma poi, dopo ben undici anni di matrimonio, ha sorpreso la moglie a letto con un giovane apprendista di appena 16 anni, che lui s’era messo in officina per insegnargli il mestiere, e quella è stata proprio la goccia che ha fatto traboccare il vaso: “Io sono tuo marito, non sono tuo padre! Non posso continuare a sopportare che tu vada a letto con qualunque uomo che t’ispira (n.d.r.: l’espressione usata non è stata questa, ma altra, romanesca, che qui non posso trascrivere perché è un po’ troppo pesante)!”
Lui tuttavia non ha chiesto la separazione con addebito (come bene avrebbe potuto fare) ed inoltre ha continuato a contribuire al mantenimento della figlia maggiore anche dopo la separazione, al punto di consentirle di frequentare scuole private, mentre nutriva forti dubbi sulla sua paternità in ordine al figlio minore.
Dubbi che in aula la teste denunciante ha del tutto fugato, ammettendo che effettivamente il bambino era frutto di una relazione extraconiugale intrecciata con colui che è il suo attuale convivente.
“Ma scusi signora, perché ha presentato denuncia contro l’imputato?”
“Solo per un moto di stizza – totalmente irrazionale, mi rendo conto – determinato dal fatto che avevo saputo che aveva trovato una nuova compagna”
Lasciando ora da parte i dettagli di questa vicenda, troppo lunga per una mail e molto toccante sotto diversi aspetti (basti pensare che l’ufficiale giudiziario, a cui avevo dato l’autorizzazione ad andarsene, in quanto non c’erano più testi da sentire, ha voluto restare in aula fino alla fine dell’udienza, vale a dire per un’ora buona in più ), ebbene quel che mi ha colpita sono le riflessioni di questo giovane uomo, che testardamente ha voluto continuare a percorrere la via più difficile, anche se ben avrebbe potuto pensare egoisticamente solo a sé stesso, scegliendo la via più facile: quella dell’abbandono.
In effetti, date le difficili condizioni familiari da cui è partito avrebbe potuto scegliere la strada della piccola criminalità ed invece ha scelto di lavorare sodo ed onestamente, diventando anche molto bravo nel proprio lavoro.
Avrebbe potuto scegliere di separarsi immediatamente dall’infedele giovane consorte ed invece ha preferito perdonarla finché ha potuto, il che, in una società sempre più ferocemente dominata da un devastante individualismo, appare quasi mistico.
Mentre esponeva la sua vicenda, l’imputato non si è curato di soffermarsi sull’aspetto economico (su cui invece puntigliosamente molti imputati di questo tipo di reato si soffermano), ma, paradossalmente, lo ha fatto invece la ex moglie, quando ha risposto alle domande successive.
Alla fine, in quell’aula vuota, in cui erano rimasti solo il trascrittore, l’ufficiale giudiziario, il cancelliere, il giudice ed il Pubblico Ministero, i due protagonisti di questa complessa e toccante vicenda matrimoniale sembravano offrire le proprie esistenze non più al giudizio degli uomini, ma piuttosto a quello di Dio, con le scelte buone o cattive fatte nel passato, con tanti rimpianti ed un’aspra amarezza per un sogno infranto.
Perché il diritto è stato creato dagli uomini per regolare le loro umane, umanissime vicende e quindi è una cosa viva.
Non è quella cosa arida, barbosissima, quasi insopportabile in cui alcuni docenti universitari (ed anche alcuni colleghi) riescono a trasformarlo.
Invero, senza questo lungo approfondimento dibattimentale (che mi è costato un’ora buona di udienza in più) l’imputato sarebbe stato condannato di sicuro, perché le sentenze sui 570 c.p. vengono spesso emesse un po’ “a stampone”, salvo i casi di imputati assai facoltosi, dove allora è necessario verificare se, nonostante l’incompleto od irregolare adempimento dell’assai elevata cifra mensile posta a loro carico dal giudice civile per il mantenimento, gli aventi diritto ebbero o meno oggettive difficoltà di sostentamento quotidiano.
Poche domande a lei, poche a lui, tutte focalizzate solo sulla questione economica (se pagò, quanto pagò, perché non pagò) e via, a sentenza.
Tornata a casa però, la mia profonda soddisfazione s’è spenta in un attimo: avevo programmato di smaltire in serata circa dieci fascicoli di varie istanze (liquidazioni ai difensori, liquidazioni ai custodi, istanze cautelari e via discorrendo) ed invece ne ho smaltiti molti di meno, per cui me li sono ritrovati sul groppone il giorno seguente.
Ragion per cui non so se continuerò ancora a lungo a mantenere fermo un protocollo così autolesionistico.
Anzi, sapete che vi dico?
In risposta ai colleghi correntocrati ed a tutti quelli che s’illudono di poter smaltire qualsiasi quantità di cause a parità di risorse e con un quadro normativo immutato: ma sì, avete ragione voi!
Da ora in poi mi metterò a fare poche domandine tutte mirate a non approfondire un bel nulla.
Invece di fare il giudice, mi trasformerò in un ragioniere-cottimista e così il ministero, i correntocrati, i ciessemmini (i colleghi che compongono il Consiglio Superiore della Magistratura) e via elencando saranno tutti molto molto soddisfatti.
Gli utenti sicuramente no, per il semplice motivo che all’utente non interessa che la sua causa sia trattata “come che sia”, ma che sia trattata BENE, secondo le regole dell’arte e con tutto il tempo necessario.
Ecco qui smascherata un’altra mistificazione: “Cosa diciamo agli utenti” – si chiedono i big delle correnti – “Che per quest’anno abbiamo raggiunto il tetto massimo, tornate l’anno prossimo?”.
Esatto. Proprio così. È una risposta molto più onesta e costerebbe loro anche molto meno in spese legali, piuttosto che ingannarli, prendendo le loro cause a ruolo e poi farle restare per anni e anni negli armadi e magari nemmeno trovarle più quando, chissà quando, si decide di prenderle in mano.
Mio marito ha intentato un’azione collettiva insieme ad altri duecento medici per una questione di mancato adeguamento dei compensi che risale alla fine degli anni ‘80 (avete letto bene: anni ‘80!) ed ora sono ancora tutti in attesa della sentenza della Corte d’Appello di Roma che è stata fissata al 2 febbraio 2011.
È meglio così secondo voi? A me non sembra davvero.
Piuttosto potremmo dire agli utenti: “Andate in parlamento, fatevi sentire, organizzatevi in gruppi d’opinione, promuovete una sottoscrizione per una legge d’iniziativa popolare (prevista dalla Costituzione) che preveda l’imprescrittibilità dei reati dopo l’emanazione del decreto di citazione diretta a giudizio. Solo così avrete la soddisfazione di vedere le vostre cause trattate in tempi giusti e ragionevoli”.
Franca Amadori
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 00:02
Etichette: In evidenza, Toghe rotte
No, è vero, i processi fatti male non servono a nessuno.
Ma a volte si trascinano per trent'anni.
18 marzo 2009 07:53
Vittorio Ferraro ha detto...
Carissimo giudice Amadori, lo stato della giustizia in Italia è veramente pietoso.
Ogni giorno ci ritroviamo a combattere - nei nostri rispettivi ruoli - delle battaglie che sappiamo già perse in partenza. Nonostante tutto, imperterriti, tiriamo avanti per la nostra strada.
"Invero, senza questo lungo approfondimento dibattimentale l'imputato sarebbe stato condannato di sicuro..."
E'un piacere sapere che ci sono giudici come lei.
18 marzo 2009 11:15
E' il solito problema: una bella sentenza, una giusta sentenza, se arriva dopo vent'anni diventa necessariamete una sentenza ingiusta, perché frutto di una giustizia denegata.
L'unico sistema sarebbe quello di semplificare veramente i riti, di ridurre il contenzioso penale allargando l'ambito delle sanzioni amministrative e, infine, quello di aumentare le dotazioni organiche della magistratura, al fine di far fronte all'enorme carico dell'arretrato.
Trattandosi di una situazione eccezionale, si potrebbero "reclutare" rapidamente, senza attendere l'esito dei lunghissimi concorsi, i VPO e i GOT che effettivamente abbiano svolto, e bene, per anni le loro funzioni, effettivamente partecipando alle udienze e scrivendo sentenze.
Personalmente ne conosco alcuni che in sede civile hanno già scritto più di mille sentenze di merito, quante ne scrive un bravo magistrato ordinario in sei anni !
A loro, magari collocati in un ruolo autonomo ed eccezionale, potrebbe essere affidato l'arretrato, liberando così i magistrati ordinari dal peso insostenibile dei fascicoli, in attesa che ... ritorni la mai così rimpianta Pretura !
18 marzo 2009 16:01
Su questo tema ci sarebbe molto da scrivere.
Dovendo lavorare, non ho il tempo di comporre un post adeguato sull'argomento... (il che significa, estremizzando il paradosso, che la macchina infernale della giustizia malata stritola, alla lunga, persino ogni piccolo embrione di volontà di cambiamento...).
Quello che è sicuro è che i problemi della giustizia non si risolvono:
a) né colpevolizzando sistematicamente i magistrati (i quali possono avere le loro colpe, ma non possono essere additati come colpevoli "a prescindere": ne va dell'autorevolezza della funzione);
b) né strombazzando rimedi miracolosi, di assai dubbio significato etico e pratico, come la separazione delle carriere o come la stroncatura delle intercettazioni.
Convengo su un punto: la magistratura ordinaria deve un po' rivedere il suo snobismo nei confronti della magistratura onoraria. La giustizia italiana è anemica, servono sacche di sangue. Ovviamente non dev'essere sangue difettoso o peggio infetto, ma, insomma, si può fare uno screening.
Mi piacerebbe molto che (magari dopo la giornata di sabato) Felice Lima intervenisse da par suo su questi argomenti, facendo valere anche la sua esperienza di giudice civile "di lungo corso".
Ernesto Anastasio
19 marzo 2009 09:40
Un giudice che possiede queste qualità (vocazione, sensibilità, umanità, "devozione",...) credo che poi si senta gratificato e ripagato dei suoi sacrifici...che diventano tali perché il 90% dei "colleghi" non possiede questa cultura. Eh, si perché probabilmente la Signora Amadori ritiene più saggio e giusto di essere "servitore civile" e meno di uno stato poco meritevole. Mi ricorda mio padre, onesto artigiano, che addirittura - così lo vedevo - gli si illuminava il volto quando al poveraccio che gli chiedeva quanto doveva, gli rispondeva: "un'altra volta". Ed eravamo in ristrettezze, nel dopoguerra. Naturalmente ll Dna non mente, purtroppo. Purtroppo, lo dico con profondo rammarico perché molti clienti/utenti non meritano di essere serviti...anche perché, appunto, poi quando si chiede una prestazione da altri per il 99% resta deludente: e la richiesta di mancata o pessima giustizia ammala.------------------
All'anonimo (credo, un Got?: "A loro, magari collocati in un ruolo autonomo ed eccezionale, potrebbe essere affidato l'arretrato, liberando così i magistrati ordinari dal peso insostenibile dei fascicoli, in attesa che ... ritorni la mai così rimpianta Pretura !") dico che la giustizia "denegata", perché a priori, è quella della rinucia d adire le vie legali, ad intentare cause vinte in partenza (se fatti e cifre non sono un'opinione) o durante per l'estenuante lungaggine che porta a desistere...persino a un giovane, nonostante la mia insistenza: sappiate che io sono un'ingenuo - non di quelli che finiscono nella rete di Vanna Marchi, giammai! - e spero sempre di incontrare un'Amadori. Che però ha ragione sul risvolto del suo ammirevole agire: se tutti fossero così solo io avrei promosso almeno altre 4-5 cause, e chissà quanti altri...
I Got? L' ultimo, il 15/01, che per favorire il suo collega (l'avv. assenteista), dal 1° giorno non ha voluto credermi...continuava a portarmi assente e a rifarsi del 631 c.p.c.? Alla 4a ud. - dopo un anno - si è convinto e ha estinto la causa: 4 verbali, in totale ha scritto meno di 5 righe (illeggibili) se si considera la parte prestampata.
Vorrei mostrare anche l'altra faccia dell'Amadori, di un giudice mono...(unica?) che emette una condanna senza mai sentire "l'imputato" (di ché?).
Estrapolato dal ricorso in Cassazione..." Motivi di maggior rilevanza (della fattispecie)
Art. 415-bis: viene sì notificata la conclusione delle indagini preliminari (1530/2003 R.G.N.R.) il 7 sett. 2004, ma non ho mai attivato i (tanti) diritti elencati nel decreto di sequestro (N. 1530/03 R.G.N.R. Mod.21 Vs. n°20/22 di prot. Del 05-10-03) notificato il 25 ott. 2003: giorni dopo nel mentre prendevo visione del mio fascicolo in segreteria che l'ottimo dott. Briscese mise a disposizione, entra il Pm e mi fa capire che davo fastidio... lascio e vado via, per non più tornarci (o solo per salutare Briscese). S'immagini non avvalersi dell' ex art. 121 c.p.p. e del 37, nonostante ci fossero fondati motivi. E perché mai non avrei dovuto chiedere le copie degi atti, presentare memorie e richieste...di nominare un perito (Ct, ex artt. 225 e 233) come l'ex pres. del Comitato Regionale di caccia e della Federcaccia, che ancora oggi del mio caso non se ne è fatta una ragione?
Il resto lo si può dedurre dagli atti (se ci si riesce), dai 20-30 fogli in bianco (e poi ci si lamenta della carta...l'ex pres. Scotti in quota Csx disse che per ottenere la carta igienica gli toccava persino urlare: io penso che il risultato è dato dall'uomo e non – solo – dai mezzi, seppur di ausilio) , salvo le righe della stenotipia, del “processo-contumace”.
Diciamo anche che il Pm e il Gip/Gup, d'intesa come ai tempi – immutati – di Di Pietro-Ghitti, abbiano fatto un uso discrezionale degli artt. 416 e seguenti sino al 420 del cpp. Qualora la comunicazione sia stata “notificata” solo(?) all'avv. resta il fatto sostanziale che io non ne ero a conoscenza, salvo dimostrare il contrario.
Non di meno per la sentenza ; la Giudicante scrive a margine: “la molteplicità dei procedimenti e il carico di lavoro del Giudicante non consente la redazione immediata della motivazione”. 15/10/07 (data deii' udienza con sentenza). Però in testa alla pagina scrive, “MOTIVAZIONE”. E quindi, è tutto lì? In una pagina. Dono della sintesi o...?"
Questa signora si chiama *******ed ha lo stesso cognome di un ginecologa - della stessa città - che voleva propinanare ad una ragazza sposata di 18 anni gonadotropine, che il marito ha sventato...non erano necessarie, infatti! Gentilissima Signora Amadori, che dice: quella giudice posso chiedere se è parente di quella avventata...? Con ammirazione e massima stima, Mauro
19 marzo 2009 10:53
A proposito di processi: subito varcato il nostro confine nord-orientale, si trova una nazione dove si è appena concluso un importante processo penale, quello relativo al "mostro di Amstetten", come lo chiamano i giornali.
Tempo di durata: 4 (quattro) ... GIORNI !!!
E non si tratta certo di un sistema di "common law", ma di un ordinamento assai simile al nostro.
Qualcuno può spiegarmi quanto sarebbe durato lo stesso processo di primo grado in questa moderna Bisanzio che è l'Italia ?
In poche parole, per favore ... :-)
20 marzo 2009 22:29
La Redazione ha detto...
Per l'anonimo delle 22,29.
Solo una battuta: ma vuole mettere quanti "portaus at portaus" si sono persi alla televisione austriaca? Si rende conto del danno alla nazione con questi processi "lepre"?
Nicola Saracino
21 marzo 2009 01:05
Condivido quanto espresso dal dr. Saracino: nessun processo "lepre".
In Italia non esistono e non devono esistere, basterebbe la celebrazione di un processo "normale" con i termini (spesso non perentori) dei codici di procedura ( mi riferisco sia al processo penale che al processo civile). In Italia però esistono i processi "lumaca"...troppo lumaca...
21 marzo 2009 21:11
Come si può notare dall'esiguo numero d' "interventi" (lepre), l'esortazione della d.ssa Amadori cade nel vuoto.
Aveva, ed ha, ragione Mannheimer - in un confuso e disincentivante confronto tra il Ds Angius e il Fi Tremonti (Bond?) di 6-7 anni fa - nel sondare che al 52% d'italiani - gli stessi che s'interessa(va)no di calcio? - non gl'interessava di come va la giustizia.
In verità, forse nemmeno dei 1.200 morti sul lavoro e dei 5-6.000 sulle strade per le auto (alleggerite e meno sicure)-"lepri" di cui vantiamo diritti d'autore (facendoci scherno, una volta, di quelle più lente dei paesi common law che però hanno una giustizia "lepre").
E quando, nel 2000, ebbi l'ardire di scrivere su un quotidiano che "Bisogna obbligare i produttori di auto a ridurre la velocità" (che un anno dopo il min. Lunardi(co) volle aumentare), replicò solo un ing. che insegnava Infortunistica stradale all'Università, che mi rispose anche in privato: "...con piacere noto che c'è almeno qualcuno che condivide la mia opinione. Speriamo - per il bene di tutti - che non rimanga "vox clamantis in deserto".
Ora, come e più di allora, le strade non ce la fanno a stare al passo di auto-"lepre" che proliferano come conigli, così come i processi (molti evitabili), in un paese sempre più litigioso con percosi, infrastrutture e mentalità si e no adeguate per i tempi in cui il condominio era..."una famiglia allargata...mentre ora ci si ammazza" (per niente). Marazzita, dixit.
22 marzo 2009 18:39
io che speravo che :( ha detto...
Dott.ssa Amadori nel leggere il suo scritto che mi ha molto toccato per ragioni mie personali (che hanno solo vaghi agganci con i fatti da Lei descritti ma che mi hanno comunque profondamente cambiato la vita) mi sono venute le lacrime agli occhi, soprattutto pensando a quel povero meccanico ed allo stesso tempo alal sua povera moglie.
Non so chi dei due sia più debole, ma ho ragione di ritenere che forse la persona più bisognosa di aiuto (non di quello della giustizia) fosse la moglie, e non la magnifica figura del meccanico scovata dalla sua umanità (mi riferisco al modo in cui Lei ha condotto l'udienza).
Il carico di lavoro può indurre ad una gestione frettolosa della udienza, ma non può costringere in nessun modo la carica umana delle persone. Se i suoi colleghi sono spesso portati a castrare le difese delle parti ciò può essere giustificato solo in parte dal carico del lavoro. Di fronte alla passione ed all'amore per la giustizia non c'è carico di lavoro che tenga, e Lei ne è la dimostrazione vivente.
Grazie per la Sua testimonianza che ravviva un po' la speranza di quelli come me.
24 marzo 2009 10:07

References: art. 570
 art. 97
 sentenza 
 sentenza 

Art. 415
 art. 121
 sentenza