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Timestamp: 2020-08-07 12:44:43+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 27169 del 28/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27169 del 28/12/2016
Cassazione civile, sez. III, 28/12/2016, (ud. 27/10/2016, dep.28/12/2016), n. 27169
sul ricorso 6291-2014 proposto da:
C.I., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIULIO
VENTICINQUE 23, presso lo studio dell’avvocato DALE ABOZZI, che la
rappresenta e difende unitamente all’avvocato CLAUDIO CHIURAZZI,
D.G.U., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE DELLE
BELLE ARTI 7, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRA FERRANTI,
rappresentato e difeso dagli avvocati AMILCARE LAURIA, ELVIO
FORTUNA, giusta procura a margine del controricorso;
avverso la sentenza n. 1088/2013 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,
depositata il 16/11/2013;
27/10/2016 dal Consigliere Dott. DANILO SESTINI;
D.G.U. intimò sfratto per morosità a C.I. in relazione ad un immobile ad uso commerciale.
L’intimata resistette alla pretesa, eccependone in primis l’assoluta indeterminatezza.
Il Tribunale di Teramo dichiarò la nullità della domanda dell’intimante e l’inammissibilità della riconvenzionale proposta dalla C..
La Corte di Appello ha accolto il gravame proposto da D.G. ritenendo che la domanda fosse stata utilmente precisata a mezzo della memoria integrativa successiva al mutamento del rito; che non ricorresse l’ipotesi di nullità prevista dalla L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 346, trattandosi di norma applicabile ai soli contratti conclusi dopo la sua entrata in vigore; che neppure ricorresse un’ipotesi di nullità del contratto L. n. 392 del 1978, ex art. 79; che, infine, risultasse provata la morosità per un rilevante importo, tale da giustificare la risoluzione del contratto.
La C. ha proposto ricorso per cassazione affidato a sette motivi; ha resistito l’intimato a mezzo di controricorso.
La ricorrente ha fatto pervenire – in data 25.10.2016 – comunicazione con cui ha dato atto che, “in prossimità dell’udienza di discussione fissata per il 27.10.2016” aveva “avuto modo di accertare che il suo difensore, Avv. Claudio Chiurazzi, è deceduto… l’8.11.2015”, rilevando che il codifensore avv. Dale Abozzi non risultava iscritto nell’albo dei cassazionisti e chiedendo alla Corte di voler “disporre l’estinzione del processo”.
1. Escluso che il decesso del difensore della C. possa determinare l’estinzione o l’interruzione del giudizio, ritiene il Collegio che tale evento non possa valere neppure a giustificare un rinvio dell’udienza di discussione (peraltro neppure richiesto dalla C.), in quanto il tempo ormai trascorso dal decesso dell’avv. Chiurazzi avrebbe consentito alla C. di munirsi di un nuovo difensore in vista dell’udienza di discussione (cfr. Cass. n. 21608/2013 e Cass. n. 3898/2015).
2. Col primo motivo (“violazione degli artt. 342, 348 e 363 bis c.p.c.”), la ricorrente assume che, in difetto di uno specifico gravame sul punto concernente la nullità dell’atto di citazione introduttivo della fase sommaria, la Corte avrebbe dovuto dichiarare l’inammissibilità dell’appello.
Il motivo (di dubbia intelligibilità quanto ai profili diversi dalla denuncia di violazione dell’art. 342 c.p.c.) è infondato: infatti, per quanto risulta dalla sentenza (pag. 3) e dalla stessa illustrazione del motivo, il D.G. aveva censurato il rilievo di indeterminatezza della domanda, rilevando come la stessa fosse stata precisata con la memoria integrativa successiva al mutamento del rito.
3. Col secondo motivo (“violazione ed erronea interpretazione degli articoli 667, 154, 164 c.p.c. e, comunque delle norme processuali in tema di nullità dell’atto introduttivo”), la C. censura la sentenza per avere ritenuto che la nullità originaria della citazione fosse stata sanata con la memoria integrativa; assume che la sanatoria avrebbe potuto essere effettuata soltanto ai sensi dell’art. 164 c.p.c. e contesta l’assunto di una struttura bifasica del procedimento di convalida, sottolineando come la memoria integrativa non possa essere equiparata ad un nuovo atto introduttivo, giacchè la giurisprudenza di legittimità “si è unicamente limitata ad affermare … la ritualità ed ammissibilità per le parti di emendare, precisare, o proporre domande diverse o riconvenzionali”.
Anche questo motivo è infondato: nello speciale procedimento di convalida, non v’è necessità di attivare la sanatoria prevista dall’art. 164 c.p.c., comma 5, in quanto – nell’ambito della struttura bifasica – la domanda può essere precisata con la memoria integrativa (ex multis, Cass. n. 21242/2006); tanto basta a ritenere corretta la decisione della Corte laddove ha rilevato che la domanda -originariamente carente delle necessarie indicazioni – era stata tempestivamente precisata tramite la memoria integrativa.
4. Il terzo motivo denuncia la “violazione degli artt. 414 c.p.c. e segg.”, la “indeterminatezza della domanda come modificata con la memoria ex art. 667 c.p.c.” e la “omessa e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo del giudizio”.
La ricorrente assume che, ancorchè precisata con la memoria integrativa, la domanda non chiariva “nè la decorrenza dell’inadempimento, nè quali e quanti canoni risultassero insoluti, nè infine quali fossero stati versati ma in misura quantitativamente inferiore”, così impedendo alla intimata una adeguata contestazione; aggiunge che la ricostruzione contabile effettuata dalla Corte risultava “del tutto erronea”.
Le censure sono inammissibili: la ricorrente non ha trascritto i passaggi della memoria da cui emergerebbe l’insufficienza dell’integrazione, al fine di consentire alla Corte di apprezzare la dedotta persistente indeterminatezza della domanda; per il resto, ha svolto mere deduzioni di merito, peraltro in difetto di autosufficienza (laddove viene fatto riferimento ad atti – un contratto del 1990 e una scrittura transattiva del 1999 – che non risultano trascritti e di cui non è stata indicata la sede di reperimento).
Ulteriormente inammissibile è la deduzione di un vizio motivazionale ai sensi del vecchio testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, non applicabile ratione temporis ad una sentenza pubblicata dopo l’11.9.2012.
5. Il quarto motivo denuncia la violazione dell’art. 2697 c.c., nonchè la “reieterata e contraddittoria motivazione su fatti controversi e decisivi” e la “omessa valutazione di un fatto decisivo che ha comportato la dichiarata efficacia della scrittura privata datata 1999”: ci si duole che la Corte non abbia considerato che, a fronte dell’eccezione di inadempimento del locatore sollevata dalla conduttrice (rispetto all’esecuzione di lavori resisi necessari), costituiva onere del D.G. provare l’esatto adempimento.
Anche questo motivo è inammissibile, in quanto svolto in modo generico, in difetto di deduzioni volte ad illustrare in quali termini la Corte (che ha implicitamente ritenuto priva di pregio l’eccezione di inadempimento sollevata dalla conduttrice) avrebbe violato i criteri di riparto dell’onere probatorio rispetto all’obbligazione di pagamento del canone (in ordine al quale risulta correttamente applicato il criterio di cui a S.U. n. 13533/2001).
6. Col quinto motivo (violazione degli artt. 1453, 1455 e 1460 c.c.), la ricorrente censura la Corte per non avere considerato che, se la scrittura del 1999 integrava una transazione, doveva tenersi conto del fatto che essa poneva a carico del locatore la specifica obbligazione di eseguire lavori necessari per consentire alla conduttrice la prosecuzione dell’attività e che l’aumento del canone di locazione si poneva in collegamento inscindibile con l’esecuzione di tali lavori e – altresì – che il D.G. aveva mantenuto un “assoluto silenzio” in relazione all’eccezione di inadempimento.
Il motivo è inammissibile in quanto argomenta in ordine agli obblighi nascenti dalla scrittura del 1999 senza ottemperare agli oneri di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6, non individua erronee affermazioni in iure e propone – nella sostanza – una non consentita lettura alternativa del merito, senza neppure indicare gli esatti termini in cui l’eccezione di inadempimento era stata proposta.
7. Il sesto motivo deduce la “violazione ed erronea interpretazione” della L. n. 392 del 1978, art. 79 e dell’art. 2697 c.c., nonchè “omessa e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo”: censura la Corte per non avere rilevato, “stante la documentazione in atti”, che al locatore erano stati riconosciuti fittiziamente – in corso di rapporto – crediti inesistenti.
Il motivo è inammissibile perchè argomentato in relazione a documenti (contratti del 1990 e del 1994 e scrittura privata del 1999) rispetto ai quali non risulta rispettata la prescrizione dell’art. 366 c.p.c., n. 6; ulteriormente inammissibile – per quanto detto sopra – in ordine alla deduzione del vizio motivazionale secondo il vecchio testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5.
8. L’ultimo motivo denuncia la violazione della L. n. 31 del 2004 (rectius: 311/2004): censura la Corte per avere affermato che -disponendo solo per il futuro – la L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 346, non è applicabile alla scrittura del 1999 ed assume che “non appare accettabile che sussistano due distinte categorie di contratti, una prima invalida ed inefficace perchè non assoggettata a registrazione, per quei contratti stipulati successivamente all’introduzione della nuova normativa ed un’altra invece che si sottrae all’inoperatività delle norme stesse, in quanto temporalmente antecedente”.
Il motivo è infondato: la previsione della L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 346, si applica solo ai contratti stipulati dopo la sua entrata in vigore (cfr. Cass. n. 8148/2009, in motivazione: “non avendo la normativa invocata efficacia retroattiva”, nonchè Cass., S.U. n. 18213/2015, in motivazione: “disposizione destinata a trovare applicazione solo per i contratti stipulati a partire dal 1 gennaio 2005”), sulla base del criterio generale di cui all’art. 11 preleggi e considerato che la norma non contiene una previsione che imponga la registrazione dei contratti in corso.
9. Al rigetto del ricorso consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese di lite.
10. Trattandosi di ricorso proposto successivamente al 30.1.2013, ricorrono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.
la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a rifondere al controricorrente le spese di lite, liquidate in Euro 2.500,00 (di cui Euro 200,00 per esborsi), oltre rimborso delle spese forfettarie e accessori di legge.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 art. 79
 Cass. 
 Cass. 
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 Cass. 
 art. 667
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 art. 79
 art. 1
 art. 1
 Cass. 
 art. 13