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Timestamp: 2019-12-08 18:58:31+00:00

Document:
Rassegna giurisprudenziale sulle principali sentenze pubblicate nel mese di settembre - OpenLavoro
Cassazione civile, sez. L - sentenza 29 settembre 2017, n. 22925
Assenze e permessi - Permessi mensili riconosciuti per assistere un familiare in condizione di handicap - Trasformazione in part-time del rapporto di lavoro originariamente a tempo pieno - Determinazione della misura dei permessi.
La disciplina di attuazione della Direttiva 97/81/CE deve essere interpretata nel senso che la stessa non si configura quale ostacolo alla esclusione dal riproporzionamento del part time verticale in ordine ai permessi mensili di cui alla L. 5 febbraio 1992, n. 104, art. 33, comma 3, interpretazione che risulta avvalorata dal rilievo che la tutela della disabilità assume nell'ambito comunitario (artt. 26, Carta di Nizza) e nell'ambito delle fonti internazionali (in particolare, artt. 5 e 7,7. Convenzione di New York del 13 dicembre 2006, ratificata dall'Italia con la L. 3 marzo 2009, n. 18, artt. 1 e 2).
Ciò posto si pone la necessità, ben evidenziata dal ricorrente, di evitare che le particolari modalità di articolazione della prestazione lavorativa nel caso di part time verticale si traducano, quanto alla fruizione dei permessi in oggetto, in un irragionevole sacrificio per la parte datoriale. Tale nodo può essere risolto tenendo conto che dal complesso delle fonti richiamate emerge la necessità di una valutazione comparativa delle esigenze dei datori di lavoro e dei lavoratori, anche alla luce del principio di flessibilità concorrente con quello di non discriminazione, e della esigenza di promozione, su base volontaria, del lavoro a tempo parziale, dichiarato nell'Accordo quadro, alla base della Direttiva.
Il criterio che può ragionevolmente desumersi da tale indicazioni è quello di una distribuzione in misura paritaria degli oneri e dei sacrifici connessi all'adozione del rapporto di lavoro part time e, nello specifico, del rapporto part time verticale. In coerenza con tale criterio, valutate le opposte esigenze, appare ragionevole distinguere l'ipotesi in cui la prestazione di lavoro part time sia articolata sulla base di un orario settimanale che comporti una prestazione per un numero di giornate superiore al 50% di quello ordinario, da quello in cui comporti una prestazione per un numero di giornate di lavoro inferiori, o addirittura limitata solo ad alcuni periodi nell'anno e riconoscere, solo nel primo caso, stante la pregnanza degli interessi coinvolti e l'esigenza di effettività di tutela del disabile, il diritto alla integrale fruizione dei permessi in oggetto.
Cassazione civile, sez. L - sentenza 28 settembre 2017, n. 22720
Licenziamento - Chiusura del solo reparto di contact center presso cui prestava attività la lavoratrice in gravidanza - Condizione legittimante l'esenzione dal divieto di licenziamento - Onere della prova.
L'aver chiuso e cessato l'attività del solo contact center di una società - ove la lavoratrice licenziata prestava attività - non può integrare in favore della società medesima il presupposto della cessazione dell'attività aziendale che avrebbe reso inoperante il divieto di licenziamento della lavoratrice madre. Grava sul datore di lavoro l'onere di fornire la prova dell'impossibilità di ogni altra utile collocazione della lavoratrice in altri rami dell'azienda diversi da quello la cui attività sia cessata.
Cassazione civile, sez. L - sentenza 26 settembre 2017, n. 22375
Licenziamento - Denuncia da parte del lavoratore all'autorità giudiziaria di fatti di reato commessi dal datore di lavoro - Giusta causa o giustificato motivo soggettivo di licenziamento.
Non integra giusta causa o giustificato motivo soggettivo di licenziamento la condotta del lavoratore che denunci all'autorità giudiziaria competente fatti di reato commessi dal datore di lavoro, a meno che non risulti il carattere calunnioso della denuncia o la consapevolezza della insussistenza dell'illecito, e sempre che il lavoratore si sia astenuto da iniziative volte a dare pubblicità a quanto portato a conoscenza delle autorità competenti. E' di per sè sola irrilevante la circostanza che la denuncia si riveli infondata e che il procedimento penale venga definito con la archiviazione della "notitia criminis" o con la sentenza di assoluzione, trattandosi di circostanze non sufficienti a dimostrare il carattere calunnioso della denuncia stessa.
A differenza delle ipotesi in cui è in discussione l'esercizio del diritto di critica, nelle ipotesi di denuncia e di querela non rilevano i limiti della continenza sostanziale e formale, superati i quali la condotta assume carattere diffamatorio. La valutazione in ordine alla ricorrenza della giusta causa e al giudizio di proporzionalità della sanzione espulsiva deve essere operata con riferimento agli aspetti concreti afferenti alla natura e alla utilità del singolo rapporto, alla posizione delle parti, al grado di affidamento richiesto dalle specifiche mansioni del dipendente, al nocumento eventualmente arrecato, alla portata soggettiva dei fatti stessi, ossia alle circostanze del loro verificarsi, ai motivi e all'intensità dell'elemento intenzionale o di quello colposo. Le disposizioni contenute nei contratti collettivi in punto di tipizzazioni degli illeciti disciplinari non possono essere disattese dal giudice.
Cassazione civile, sez. L - sentenza 22 settembre 2017, n. 22167
Rapporto di lavoro - Demansionamento - Danno alla professionalità compromessa dalla sottrazione delle mansioni specializzate svolte per diversi anni.
In tema di dequalificazione professionale, il giudice del merito, con apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione se adeguatamente motivato, può desumere l'esistenza del relativo danno, di natura patrimoniale e il cui onere di allegazione incombe sul lavoratore, determinandone anche l'entità in via equitativa, con processo logico - giuridico attinente alla formazione della prova, anche presuntiva, in base agli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento, all'esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto.
Corte di Giustizia - sentenza 21 settembre 2017 (causa C‑429/16)
Licenziamento - Licenziamenti collettivi - Nozione di “licenziamento” - Assimilazione ai licenziamenti delle “cessazioni del contratto di lavoro verificatesi per iniziativa del datore di lavoro” - Modifica unilaterale, da parte del datore di lavoro, delle condizioni di lavoro e salariali.
L’articolo 1, paragrafo 1, della direttiva 98/59/CE del Consiglio, del 20 luglio 1998, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di licenziamenti collettivi, deve essere interpretato nel senso che una modifica unilaterale delle condizioni salariali, a sfavore dei lavoratori, da parte del datore del lavoro, modifica che, in caso di rifiuto del lavoratore, comporta la cessazione del contratto di lavoro, può essere qualificata come «licenziamento» ai sensi di tale disposizione, e l’articolo 2 di tale direttiva deve essere interpretato nel senso che un datore di lavoro è tenuto a procedere alle consultazioni di cui a quest’ultimo articolo qualora intenda effettuare una siffatta modifica unilaterale delle condizioni salariali, nei limiti in cui siano soddisfatte le condizioni previste dall’articolo 1 di tale direttiva, circostanza che spetta al giudice del rinvio accertare.
Corte di Giustizia - sentenza 21 settembre 2017 (causa C‑149/16)
L’articolo 1, paragrafo 1, e l’articolo 2 della direttiva 98/59/CE del Consiglio, del 20 luglio 1998, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di licenziamenti collettivi, devono essere interpretati nel senso che un datore di lavoro è tenuto a procedere alle consultazioni di cui all’articolo 2 qualora preveda di effettuare, a sfavore dei lavoratori, una modifica unilaterale delle condizioni salariali che, in caso di rifiuto da parte di questi ultimi, comporta la cessazione del rapporto di lavoro, nei limiti in cui siano soddisfatte le condizioni previste dall’articolo 1, paragrafo 1, di tale direttiva, circostanza che spetta al giudice del rinvio accertare.
Cassazione civile, sez. L - ordinanza 19 settembre 2017, n. 21668
Retribuzione - Bonus relativo al posticipo del pensionamento stabilito dalla legge n. 243 del 2003 - Retribuzione pensionabile.
Ai fini della determinazione della retribuzione pensionabile per il lavoratore che ha esercitato l'opzione e goduto del c.d. bonus relativo al posticipo del pensionamento stabilito dalla legge n. 243 del 2003, si deve ritenere che, in seguito al godimento del bonus, la retribuzione pensionabile includa anche il computo dei ratei di 13ma che erano già maturati all'atto della domanda di esercizio dell'opzione per il conseguimento del bonus e la prosecuzione del rapporto di lavoro.
Cassazione civile, sez. unite - sentenza 14 settembre 2017, n. 21302
Contributi - Omessa contribuzione previdenziale - Diritto del lavoratore alla costituzione di una rendita vitalizia in suo favore - Prescrizione.
Il diritto del lavoratore di vedersi costituire, a spese del datore di lavoro, la rendita vitalizia di cui alla L. n. 1338 del 1962, art. 13, comma 5, per effetto del mancato versamento da parte di quest'ultimo dei contributi previdenziali, è soggetto al termine ordinario di prescrizione, che decorre dalla data di prescrizione del credito contributivo dell'INPS, senza che rilevi la conoscenza o meno, da parte del lavoratore, della omissione contributiva".
Nel caso di omessa contribuzione previdenziale da parte del datore di lavoro e di prescrizione del corrispondente diritto di credito spettante all'ente assicuratore, il prestatore di lavoro subisce un danno immediato, diverso dalla perdita futura e incerta della pensione di anzianità o di vecchiaia, consistente nella necessità di costituire la provvista per il beneficio sostitutivo della pensione. La prescrizione del diritto al risarcimento di questo danno decorre dal momento di maturazione della prescrizione del diritto ai contributi, spettante all'ente assicuratore".
Cassazione civile, sez. L - ordinanza 8 settembre 2017, n. 20977
Invalidi - Assegno di invalidità - Presupposti per il riconoscimento dell'assegno d'invalidità - Adattabilità professionale al nuovo lavoro.
E’ censurabile la sentenza d’appello nella parte in cui la Corte ha affermato, senza alcun vaglio critico di eventuali affermazioni contenute nella CTU, peraltro conclusasi in senso favorevole all'assicurato, e senza alcuna specifica motivazione, la compatibilità con il quadro patologico complessivo del ricorrente dell'impegno psico-fisico richiesto per lo svolgimento dell'attività di operaio addetto al cablaggio dei motori e, dunque, senza alcuna specifica motivazione circa il carattere non usurante della prestazione resa. Come più volte affermato da questa Corte la qualificazione della "attività confacente alle attitudini dell'assicurato", cui si riferisce la L. n. 222 del 1984, art. 1 come usurante o stressante è una qualificazione di tipo giuridico che la Corte territoriale avrebbe dovuto formulare autonomamente e giustificare con congrua motivazione.
Corte di Giustizia - sentenza 7 settembre 2017 (causa C‑689/15)
Assenze e permessi - Accordo-quadro riveduto sul congedo parentale - Ritorno dal congedo parentale - Diritto di ritornare allo stesso posto di lavoro o ad un lavoro equivalente o analogo - Mantenimento dei diritti acquisiti o in via di acquisizione.
La clausola 5, punti 1 e 2, dell’accordo quadro riveduto sul congedo parentale allegato alla direttiva 2010/18/UE del Consiglio, dell’8 marzo 2010, che attua l’accordo quadro riveduto in materia di congedo parentale concluso da BUSINESSEUROPE, UEAPME, CEEP e CES e abroga la direttiva 96/34/CE, dev’essere interpretata nel senso che essa osta ad una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, che subordini la promozione definitiva ad un posto di direzione nell’ambito di un rapporto di pubblico impiego alla condizione che il candidato selezionato effettui con successo un periodo di prova preliminare di due anni su tale posto e per effetto della quale, in una situazione in cui il candidato medesimo sia stato, per tutto o parte del periodo di prova, in congedo parentale, ivi trovandosi ancora, il periodo di prova di cui trattasi si concluda ex lege al termine di tale periodo di due anni, senza possibilità di proroga, ove l’interessato sia conseguentemente reintegrato, al momento del rientro dal congedo parentale, nelle funzioni di grado inferiore, sia dal punto di vista statutario che retributivo, occupate anteriormente alla sua ammissione al periodo di prova stesso. Il contrasto con tale clausola non può essere giustificato dall’obiettivo perseguito dal medesimo periodo di prova, consistente nel permettere la verifica dell’idoneità a ricoprire il posto di direzione.
Spetta al giudice del rinvio, se necessario disapplicando la normativa nazionale oggetto del procedimento principale, verificare, come imposto dalla clausola 5, punto 1, dell’accordo quadro riveduto sul congedo parentale allegato alla direttiva 2010/18, se, in circostanze come quelle in esame nel procedimento principale, per il Land interessato, in qualità di datore di lavoro, fosse oggettivamente impossibile consentire all’interessata di ritornare allo stesso posto di lavoro al termine del congedo parentale e, in caso affermativo, garantire che a quest’ultima sia attribuito un posto di lavoro equivalente o analogo corrispondente al suo contratto o al suo rapporto di lavoro, senza che tale assegnazione di posto possa essere subordinata alla previa effettuazione di una nuova procedura di selezione. Spetta parimenti al giudice medesimo garantire che, al termine del congedo parentale, l’interessata possa proseguire, per lo stesso posto nel quale sia ritornata o che le sia stato assegnato ex novo, un periodo di prova a condizioni conformi ai requisiti dettati dalla clausola 5, punto 2, dell’accordo quadro riveduto.

References: sentenza 
 art. 33
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 13
 sentenza 
 art. 1
 sentenza