Source: http://www.pedro.it/webs/alternews/segnalazioni/martaRusso.htm
Timestamp: 2018-07-16 14:19:33+00:00

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Giovanni Valentini è editorialista della "Repubblica", ha diretto "L’Europeo" e poi "L’Espresso". È autore del libro "Il mistero della Sapienza - il caso Marta Russo" (Baldini & Castoldi).
Nel caso Marta Russo non esistono prove, solo indizi. Qualcuno ha sparato, qualcuno ha visto ma, soprattutto, molti dicono di aver visto.
Le certezze sono che Marta Russo è stata uccisa nel cortile di una delle Università più importanti d’Europa e che due assistenti, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, sono stati condannati in primo e secondo grado rispettivamente per omicidio colposo e favoreggiamento.
Ma secondo il giornalista Giovanni Valentini, nonostante questo lungo processo ancora in corso, difficilmente si potrà arrivare ad una verità certa ed assoluta.
- In primo grado quale sentenza é stata emessa nei confronti di Scattone e Ferraro? E in secondo grado?
Scattone e Ferraro sono stati condannati sia in primo grado sia in secondo grado: l’uno per omicidio colposo, l’altro per favoreggiamento. La Corte ha ritenuto che il colpo sia partito per caso, che si sia trattato di un errore e non di un delitto premeditato. La prima sentenza fu ritenuta di compromesso tra accusa e difesa, ma poi è stata confermata in appello. Giovanni Scattone è stato giudicato colpevole per una mancanza di cautela o di prudenza: avrebbe sparato dal primo piano dell’Università e nella prima sentenza si diceva che probabilmente Scattone non sapeva neanche che la pistola era carica. Della seconda sentenza al momento conosciamo solo il dispositivo e dovremo aspettare la motivazione per valutarla meglio.
- E’ possibile che le indagini, forse pressate dall’opinione pubblica, abbiano scartato troppo facilmente altre strade?
C'erano sicuramente diverse piste alternative e la polizia iniziò a indagare in varie direzioni. Ma quando dai prelievi della scientifica risultò che sul davanzale della finestra della Sala 6 c’era un residuo di sparo, l’inchiesta si trovò a un bivio e imboccò il binario della Sala 6. In realtà, come le perizie d’ufficio disposte dalla Corte hanno dimostrato, sia in primo grado sia in secondo, quel granello di polvere non era un residuo di sparo. A quel punto, però, fu abbandonata la pista alternativa che ipotizzava che il colpo fosse partito dal bagno disabili del pian terreno. E le perizie hanno stabilito che entrambe le finestre, quella del bagno e quella della Sala 6, sono ugualmente compatibili con la traiettoria di sparo. Nel processo d’Appello, uno dei difensori di Scattone, l’avvocato Petrelli, ha ipotizzato che lo sparatore fosse appostato nel bagno disabili del pian terreno e tenesse sotto tiro la porta della ditta di pulizie che affaccia su quel vialetto, probabilmente per sparare contro qualcuno mentre usciva: quello, infatti, era giorno di paga e tutti i dipendenti dovevano passare da lì. Secondo questa ricostruzione, il killer avrebbe sbagliato la mira e colpito accidentalmente Marta Russo. Ma ci sono anche altre ipotesi, tra cui quella di per cui il vero obiettivo poteva essere Iolanda Ricci, la ragazza che camminava con Marta Russo nel vialetto dell’Università. Una settimana dopo il delitto fu proprio il padre della ragazza, alto dirigente del ministero della Giustizia e già direttore del carcere di Rebibbia, a presentarsi alla polizia sostenendo di avere validi motivi per sospettare che la vittima designata fosse la figlia. Spiegò di aver ricevuto a casa numerose telefonate anonime, alcune anche notturne, e in una di queste la voce pronunciava minacce e insulti nei confronti della ragazza.
- Le polemiche scatenate per il ruolo dei media nella vicenda e per i metodi poco corretti delle indagini hanno dato un particolare taglio all’intero processo, sembra quasi che si sia trattato di un processo ai metodi della giustizia italiana...
Questo processo è interessante per due ragioni. Primo perché dimostra a che punto può arrivare il cortocircuito mediatico tra sistema dell’informazione e apparato giudiziario. I giornali, le televisioni e le radio hanno contribuito a sedimentare una verità precostituita nell’immaginario collettivo che poi, si è dimostrato, non corrispondeva alla verità dei fatti. Si è parlato di delitto perfetto, di omicidio volontario, di "mito del superuomo". L’altro aspetto è che questa vicenda mette in luce il potere assoluto del pubblico ministero che è "dominus" del processo, dirige la polizia giudiziaria e in qualche caso dirotta le indagini.
Qui i magistrati possono anche aver agito in pefetta buona fede: io non ho mai pensato a un complotto, credo che se ci sono state delle anomalie più che delle scorrettezze nell’inchiesta e negli interrogatori, queste sono state indotte dall’ansia di accertare la verità, di scoprire l’autore del delitto e di dare una risposta a una vicenda che aveva impressionato tutti.
- Una figura particolare è quella del professor Romano, così come il suo coinvolgimento nell’inchiesta. Quanto ha influito sulla conduzione delle indagini il fatto che fosse coinvolta proprio l’Università "La Sapienza"?
Certamente da parte degli inquirenti c’era il sospetto che l’Istituto di Filosofia del Diritto fosse una specie di covo di delinquenti, un luogo dove è scattato un meccanismo di omertà a favore degli imputati. Spesso gli inquirenti si sono lamentati di aver trovato ostacoli o difficoltà nel corso delle indagini, in particolare resistenze da parte dei membri dell’Istituto. Ricordo che il professor Romano fu arrestato per favoreggiamento, o meglio messo agli arresti domiciliari per due mesi, ed è stato poi prosciolto. Il direttore dell’Istituto è uscito completamente indenne da questo processo, per cui l¹accusa su cui si fondava tutto il castello è completamente caduta. Questo è un passaggio molto importante, perché a mio giudizio fu proprio l’arresto di Romano che fece crollare Gabriella Alletto. Fino all’arresto di Romano, la Alletto aveva giurato che lei non era neppure entrata in quella stanza e che quindi non poteva aver visto nulla. Ma quando arrestarono Romano, il suo direttore di Istituto, lei si sentì probabilmente scoperta e cambiò versione, iniziò a dire di essere entrata in quella stanza, di aver visto Scattone che sparava e Ferraro che portava via la pistola nella borsa. Non so francamente se Gabriella Alletto dica ora la verità o se l’avesse detta prima: è certo, però, che l¹arresto di Romano provoca il suo crollo psicologico.
- L’ipotesi più suggestiva, prima delle sentenze, è stata sicuramente quella del "delitto perfetto", del "delitto filosofico". Ma era davvero un’ipotesi realistica?
No. Infatti è crollata sia in primo grado sia in secondo grado. Il delitto perfetto presuppone un delitto volontario, mentre poi Scattone è stato condannato per delitto colposo e Ferraro per favoreggiamento. La teoria del delitto perfetto era già infondata nei fatti, perché i due non tennero mai un seminario universitario su questo tema: il professor Carcaterra, di cui entrambi erano assistenti, andò in aula a smentire questa tesi e a precisare che era lui a decidere il titolo e il contenuto dei seminari. In realtà, anche questa fu una costruzione mediatica, certamente suggerita prima dagli inquirenti ma poi ripresa e amplificata dai mass media, alimentando l’idea che i due fossero criminali freddi e decisi, intenzionati a dimostrare l’impossibilità di scoprire i responsabili di un delitto quando manca un movente e non si trova l’arma del delitto.
- Nel momento in cui il processo sarà concluso, il mistero della Sapienza, il caso Marta Russo, si potrà ritenere effettivamente risolto?
Dovremo aspettare la sentenza definitiva della Cassazione. Ma personalmente sono sempre stato dell’opinione che, proprio per i metodi seguiti nell’indagine che hanno fatto terra bruciata delle testimonianze e delle prove, sarà molto difficile arrivare a una verità assoluta. Quindi temo che, qualunque sia la sentenza della Cassazione, resterà sempre un’ombra su questo processo: probabilmente non sapremo mai con assoluta certezza se i due imputati sono innocenti o meno. Per quanto mi riguarda, ho sempre ritenuto e continuo a ritenere che le prove, soprattutto per come sono state raccolte, non sono sufficienti per considerarli colpevoli.

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