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Timestamp: 2019-08-19 18:12:58+00:00

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Un'altra storica sentenza contro i counselor - AltraPsicologia
Un’altra storica sentenza contro i counselor
Scritto da Federico Zanon | 18 Nov 2015 | Blogger, Editoriali, Tutela | 35 |
E il TAR commenta in sentenza che:
“(…) tale descrizione dell’attività dell’AssoCounseling è (…) talmente generica da potere comprendere una vasta gamma di interventi sulla persona, sfuggendo ad una precisa identificazione dell’ambito in cui la stessa viene a sovrapporsi all’attività dello psicologo. (…) Certamente, poi, è evidenziabile una interferenza con il settore di intervento degli psicologi cd. Junior (…)”
CROLLA L’INTRAMONTABILE MITO DELL’ESTERO
Il TAR è implacabile, su questo consunto tema per cui all’estero il counseling sarebbe libero: all’estero il counseling è diverso da quello che si vorrebbe passare in Italia:
“A tale riguardo il confronto con la definizione attuale di counseling approvata dall’International Association for Counseling, depositata in allegato alla memoria di AssoCounseling del 24 settembre 2015, evidenzia talune significative differenze, laddove nella suddetta definizione non vi è riferimento alcuno al disagio psichico. La definizione dell’International Association rimanda a tecniche per l’orientamento positivo che possano facilitare la relazione e la comunicazione con gli altri, migliorando la vita. Non vi compare alcun cenno al trattamento di condizioni psichiche o di stati patologici neanche di grado lieve.”
LE ATTIVITA’ DELLO PSICOLOGO SONO RISERVATE
Questo passaggio della sentenza è altrettanto centrale, perché mette un punto fermo sulla dibattuta questione della mancanza, nella legge 56/89, di una specifica riserva di attività in favore dello psicologo:
“La circostanza che il legislatore, nel definire la professione di psicologo nella legge n. 56 del 1989, abbia usato il termine “comprende”, anziché la locuzione “riserva”, non esclude che si tratti di attività per la quale è competente lo psicologo ed equivale ad una riserva, nei limiti in cui la definizione di tale ambito sia idonea ad identificare l’oggetto della attività professionale.”
Altro ci sarebbe da commentare su questa sentenza, che è estremamente ricca di spunti anche sul piano della natura della nostra professione, e supera molti scogli su cui c’era ambiguità. Credo si tratti di un grande risultato, su una tematica che AltraPsicologia ha sempre ritenuto strategica per le implicazioni relative alla salute dei cittadini ed alla concorrenza asimmetrica di troppi pseudo-psicologi.
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Alessandro Prisciandaro	il 18 Novembre 2015 alle 14:49
Giustamente il giudice “comprende” e riserva le attività psicologiche agli psicologi, delineandone i confini.Ecco il motivo per cui sosteniamo da sempre che lo psicologo Nin può esercitare il mestiere di educatore e/o pedagogista.
Gianni	il 18 Novembre 2015 alle 19:12
Alessandro, a me sembra che dica proprio il contrario. Che se un educatore fa un colloquio con un cliente e questo colloquio gli psicologi definiscono che è di loro competenza, perché coinvolge la sfera psicologica NON clinica, l’educatore non lo farà o se lo farà, lo chiamerà “chiaccherata sul come va la giornata”. Casomai farà da mangiare e pulirà i gabinetti del centro diurno. In pratica la sentenza non dice nulla e dice tutto: dicendo che l’atto “riservato” è ualunque atto lo psicologo ritenga di sua competenza lo può fare.
emanuele passanante	il 18 Novembre 2015 alle 15:28
mentre plaudo incondizionatamente alla sentenza che rende giustizia al ruolo dello psicologo(ruolo che molti colleghi hanno spesso mistificato con conflitti d’interesse palesi tra colleghi, rif. ex presidente ordine piemonte e perfino malaffare, Houlis, Arciminchia..) volevo sottoporre alla tua attenzione la miserrima NON pensione di 22 euro nette al mese riservatami dall’Enpap. Pensa che me la mandano ogni tre mesi, 102 euro che diventano 82 tolte le beneamate tasse. Il tuo parere mi sarebbe oltremodo di conforto, oltrechè salvare i nuovo pensionati da questa elemosina ed affronto alla dignità. Le mie proposte a Houlis erano state, rinunciare oppure avere restituiti i contributi versati, tolte le dovute prebende(sulle quali ci sarebbe molto da dire!!!). Mi puoi rispondere per piacere, magari al mio indirizzo email. Grazie
Federico Zanon	il 18 Novembre 2015 alle 18:10
Questo argomento esula totalmente dal tema dell’articolo, ma è molto importante e quindi ti rispondo qui, rimandandoti però ad una serie di articoli che ho scritto sull’adeguatezza delle pensioni. In prima istanza, purtroppo come professionisti scontiamo il sistema contributivo puro a cui siamo stati costretti dal 1995, unici fra tutti i lavoratori italiani. Questo significa che la nostra pensione dipende direttamente da quanto abbiamo versato in contributi, maggiorato di rendimento, copertura dell’inflazione e di un tasso di interesse precontato dell’1,5%. Ma questo non basta a creare ancora pensioni adeguate, sia perché versiamo molto poco rispetto ad altre classi di lavoratori, sia perché gli attuali pensionati come te hanno un periodo di versamenti fruttiferi troppo breve per far lavorare adeguatamente il meccanismo del sistema contributivo. Ti rinvio a questo articolo, datato ma ancora attuale, che scrissi in risposta ad una collega che poneva la tua stessa questione: http://www.elezionienpap.it/pensione-enpap-41-euro-lordi-al-mese/
Nel frattempo, arrivati a governare l’ENPAP, abbiamo iniziato a mettere mano ad alcuni meccanismi-capestro che, nella già fragile situazione previdenziale degli psicologi, non aiutano. Siamo ancora in attesa di approvazione ministeriale ma questo è un primo concreto correttivo per alzare le pensioni senza alzare i contributi:
http://www.elezionienpap.it/lenpap-aumenta-le-pensioni/
Per il resto, l’argomento è veramente vasto e le pensioni basse costituiranno, insieme alla riduzione dell’assistenza pubblica, la vera emergenza sociale dei prossimi trent’anni. Inutile dire che la restituzione per intero del montante sarebbe un rimedio peggiore del male, fra l’altro impraticabile a normativa attuale, e inutile ai fini della sicurezza sociale che le pensioni dovrebbero garantire.
gianni	il 18 Novembre 2015 alle 16:58
Tutto corretto a parte il punto sul crollo del “mito” dell’estero. Se così fosse occorrerebbe dimostrare che all’estero il counseling è praticato solo da psicologi. Cosa che lei sa benissimo non essere così. Lo sa benissimo. Infatti la poetente American Counseling Association nulla ha a che vedere con l’American Psychological Association (basta andare a vedere i rispettivi siti online, suvvia). E in questo caso non mi risultano nemmeno battaglie a livello legale tra le due associazioni. Se qualcuno poi volesse approfondire le definizioni di counseling, vada su http://iac-irtac.org/, oppure sul sito della BACP britannica (che non è la British Psychological Association, e con questa non ha vertenze in corso…), ecc. Il Counseling all’estero è e rimane una attività NON riservata per legge agli psicologi, i quali la praticano comunque serenenamente senza sentirsi minacciati da altri professionisti del counseling. E lei sa bene che se prova a smentire queste affermazioni con titoloni da giornale di partito, i documenti internazionali disponibili la sconfermeranno. Comunque mi sembra una vittoria di Pirro. In effetti non cambia nulla perché AssoCounseling e i counselor continueranno ad esistere. Grazie e bene per questa sentenza che, anche se non proprio chiara, contribuisce ad alzare il conflitto e lo scontro a livello istituzionali. Per degli esperti del “dialogo” e della “mediazione” quali siamo, mi pare un buon risultato che contribuisce ad un’immagine sociale positiva.
nicoleta	il 18 Novembre 2015 alle 21:36
io auspico invece che gli psicologi che sono alla guida dell’Ordine e che hanno promosso le scuole di specializzazione in counsellor o hanno insegnato in queste scuole abbiano la decenza di dimetersi.
Marco	il 19 Novembre 2015 alle 8:37
Gli psicologi si sentono minacciati poiché non hanno un’adeguata preparazione nell’ascolto e spesso si inoltrano in interpretazioni pericolose .
marina	il 19 Novembre 2015 alle 10:33
Voce fuori dal coro: sono una Counselor e faccio solo una domanda.
Tutti i miei insegnanti sono psicologi o psicoterapeuti, quindi quando insegnano ai Counselor e guadagnano soldi va bene?
Direi che sarebbe ora che anche su questo prendeste posizione!
Da una parte vi arricchite con le docenze nelle scuole di Counseling e dall’altra iniziate una guerra santa che tanto mi ricorda quella che vi ha visti, non più di 26 anni fa, avversari degli psicoanalisti (l’Ordine degli psicologi è stato istituito in seguito alla emanazione della legge 56 del 18 febbraio 1989).
Per non parlare del fatto che all’epoca sono stati ammessi nel vostro albo anche “psicologi” che non avevano neppure frequentato l’università, facendo una bella sanatoria rispetto ai titoli di ammissione sulla quale possiamo aprire una bel confronto a maggior ragione visto che questi “soggetti” operano attivamente sul territorio nazionale.
Per la serie due pesi e due misure!
Roberta	il 10 Dicembre 2015 alle 18:21
Cara Marina, sono perfettamente in linea con il tuo pensiero.
Anche i miei docenti sono tutti psicologi e psicoterapeuti, i loro nomi sono pubblicizzati ovunque, sui siti delle scuole di Counseling, sulle locandine informative, sui post che vengono condivisi in maniera virale nei SN. Nomi,Cognomi e curriculum perfettamente visibili e comodamente accessibili da chiunque, in breve tempo.
Allora mi chiedo perchè, se effettivamente stanno facendo qualcosa di illegale, violando così il codice etico e deontologico e causando “danni gravissimi”, l’ordine degli psicologi non prenda posizione in merito?
Se effettivamente l’obbiettivo è “la tutela della salute dei cittadini e della collettività” cosa stanno aspettando a impedire ai propri colleghi di continuare a violare le regole? Sono mai state applicate sanzioni disciplinari? perchè non vengono radiati dall’albo?
Laddove l’albo non prende posizione nei confronti dei suoi iscritti che insegnano nelle scuole di counseling significa che c’è connivenza, c’è un ritorno economico o politico.
A questo punto, se voi aveste ragione significa che i corsisti delle scuole di counseling vengono a tutti gli effetti truffati dai vostri colleghi che creano l’illusione di una professione autonoma possibile e ne insegnano i limiti da quelle di psicologi e psicoterapeuti.
Dal momento in cui l’albo non prende posizione nei confronti dei suoi iscritti a tutela della collettività, ravviserei gli estremi di una class action nei confronti dell’albo stesso, che con la sua connivenza ha reso possibile una sovrapposizione tra professioni, situazione che combatte solo nei tribunali ma non al proprio interno.
stefano	il 11 Dicembre 2015 alle 22:00
salve, lei ha perfettamente ragione. la class action la dovreste fare ma verso le scuole di counseling e verso tutti quei personaggi che vi hanno detto cose non rispondenti a verità illudendovi. noi psicologi possiamo invece continuare a sollecitare l’Ordine a sanzionare i colleghi scorretti. saluti
stefano	il 11 Dicembre 2015 alle 22:03
guerra con gli psicoanalisti?
Roberta	il 13 Novembre 2016 alle 21:36
Rivalersi sulla scuola di counseling non ha senso, semplicemente perchè non viola alcuna legge proponendo un percorso formativo. Chi viola la legge, almeno stando a quando disciplinato dal codice deontologico e professionale degli psicologi all’art. 21, sono gli psicoterapeuti che vi svolgono docenza insegnando materie psicologiche. Dando lustro ai percorsi formativi di counseling e garanzia di un percorso professionalizzante autonomo da quello degli psicologi, creando l’illusione di una professione possibile.
I Counselor direttori didattici delle scuole e tutti i counselor professionisti che svolgono docenze all’interno dei corsi triennali affrontano temi relativi alla comunicazione, alla filosofia, all’empatia, alla sospensione del giudizio, all’ascolto attivo ecc. Tutti temi che sono studiati e affrontati in modo trasversale da diverse discipline umanistiche, come Sociologia, Filosofia, Scienze della Comunicazione.
Gli psicoterapeuti durante le docenze insegnano materie come “Psicopatologia”, “Trauma e rimodellamento del legame”, “ETICA E DEONTOLOGIA PROFESSIONALE” ecc. Sono gli psicoterapeuti a insegnare i limiti del counseling, a insegnare quando è il caso di fare un invio ad un professionista psicoterapeuta. Sono sempre gli psicoterapeuti a rispondere alle domande sulla deontologia, a garantire che non vi è sovrapposizione fra il nostro e il loro ambito di intervento promuovendo invece un lavoro sinergico. In questo modo, come lei converrà, violano consapevolmente l’art.21 del vostro codice etico.
Se questo codice ha valore non dovreste farlo rispettare?
Questa è una vostra precisa responsabilità, non dei giudici, non dei counselor, non delle scuole di formazione ma vostra.
Un ultima cosa, i Counselor per accedere all’esame di abilitazione per l’iscrizione al Registro professionale di categoria, sono obbligati a svolgere una psicoterapia individuale e devono presentarne certificazione, che viene rilasciata dallo psicoterapeuta proprio per la finalità specifica dell’iscrizione al registro.
Quindi ancora una volta io credo che il problema non sia tra counselor e psicologi, ma sia tra psicologi.
SE si dovesse accertare che il counseling come professione autonoma opera una sovrapposizione, saranno stati gli psicoterapeuti a truffare i corsisti, lo avranno fatto alla luce del sole e con la connivenza di chi avrebbe dovuto vigilare, per questo i danni saranno chiesti all’ordine degli psicologi.
Personalmente sono certa che il counseling verrà considerato, infine, anche in Italia, una professione autonoma quale merita di essere.
Pietro	il 19 Novembre 2015 alle 10:35
Anch’io plaudo questa sentenza, che tutela la nostra professione e i nostri clienti, anche se avrei preferito che noi psicologi fossimo stati capaci di difendere l’una e gli altri dimostrando – anche grazie ad una comunicazione efficace, di essere più competenti dei nostri competitor.
1) cosa cambia concretamente? sul sito di AssoCounseling leggo che stanno preparando un ricorso (legittimo, per carità) e che quindi nel frattempo nulla cambierà.
2) ritenete che questa sentenza possa applicarsi anche al coaching e in particolare al life coaching?
Alessandro	il 21 Novembre 2015 alle 20:34
Un giorno di pochi anni fa ero in un ospedale pediatrico. Mia figlia dodicenne aveva avuto un arresto cardiocircolatorio per strada. E sopravvissuta senza esiti: un miracolo. La psicologa, carinissima ed esperta, si è presentata con carta e matita colori e giochetti per verificare che tutto fosse a posto. Ha segnalato che i genitori non sembravano comprendere bene la gravità della situazione. Noi eravamo molto preoccupati per il futuro ma felici per la rapida ripresa dopo più di 10 giorni in rianimazione. Arrivato il momento di spiegare a mia figlia che avrebbe dovuto operarsi per installare un defibrillatore si è presentata un’infermiera che aveva preso il diploma di counsellor. Si è seduta ci ha chiesto di noi e poi ci ha parlato di sé. .. dei suoi momenti più belli e di quelli più difficili. Poi ci ha raccontato in cosa consisteva l’operazione. Con parole semplici e rasserenanti. Ci ha aiutato a gestire le nostre fantasie e paure. Ci ha detto la verità senza spaventarci. Non avevamo un disagio psicologico eravamo solo molto spaventati. Caro Federico anche mia figlia ha capito la differenza tra un counselor e uno psicologo.
Federico Zanon	il 21 Novembre 2015 alle 21:44
Caro Alessandro, mi dispiace per la brutta esperienza avuta con la collega. Però non vorrei che su singolo caso noi mettessimo in discussione l’impianto complessivo delle abilitazioni. Anche mia figlia, come la tua, è stata operata. In sala c’erano medici e infermieri abilitati alla professione. Quando affrontiamo un intervento, noi cittadini dobbiamo essere garantiti rispetto alla professionalità dell’equipe. Noi genitori non possiamo doverci preoccupare anche di verificare personalmente le competenze degli operatori: quelle devono essere certificate e garantite a monte dallo Stato. Per le prestazioni psicologiche in Italia il discorso è identico: lo Stato le ritiene di tale delicatezza da imporre una regolamentazione.
Nel caso specifico che offri alla nostra riflessione, si tratta di un’infermiera che per migliorare il proprio lavoro si è formata al counseling, come avviene lecitamente per molte professioni. Non è questo che la legge vieta, e non è di questo che la sentenza del TAR parla. La sentenza del TAR parla di quelle situazioni in cui il counseling non è un’attività tecnica, ma una professione a sé stante che imita quella di psicologo, che è soggetta a riserva di legge. Sono dei magistrati a dirlo, non degli psicologi.
Esistono attività che sono subordinate per legge ad una specifica abilitazione: la guida di una macchina, la chirurgia, il patrocinio in tribunale, il pilotaggio di un aereo, la consulenza psicologica. La necessità è di tutelare la collettività, i cittadini. Esisteranno sempre cattivi guidatori, cattivi medici, cattivi avvocati, cattivi piloti, cattivi psicologi. Ma questo non significa che il sistema delle abilitazioni sia cattivo nel suo complesso: è semplicemente uno dei tanti modi possibili per proteggere la collettività.
Gianni	il 4 Dicembre 2015 alle 6:32
In questo caso, Alessandro, lei non ha incontrato, come dice bene Zanon, un “counselor”, ma una bravissima infermiera che aveva probabilmente fatto un corso triennale di counseling. Proprio perchè brava, ha pensato bene di acquisire competenze di ascolto che aiutino lei a fare meglio il suo lavoro e i pazienti ad avere un servizio migliore. Applaudo. In tal senso chiederei a Zanon se ritiene che gli psicologi psicoterapeuti che insegnano nei corsi di counseling a persone che esercitano altre professioni (come l’infermiere) violino l’art.21 del codice etico.
Federico Zanon	il 4 Dicembre 2015 alle 17:26
Non violano l’articolo 21 se non insegnano con la finalità di formare persone che ritengano di fare del counseling una professione autonoma.
alessandro	il 20 Novembre 2015 alle 0:54
Io vorrei provare a stimolare una riflessione.. Ma vedere la figura del counseling come figura di ingresso verso la psicoterapia non potrebbe essere una possibilità? Quante persone vedono di cattivo occhio gli psicologi, e magari potrebbero invece vedere di buon occhio un counselor?! E magari scegliere di avvicinarsi al counseling per poi venire dirottato verso la psicoterapia?! Perché non è possibile secondo lei/voi mantenere queste 2 figure allineate senza che uno sia visto come un nemico dall altro?! Perché questa guerra?! Grazie
Stefano	il 21 Novembre 2015 alle 2:49
La sua domanda tratta di argomenti che un profano non può comprendere e lo dico senza offesa, davvero. La psicologia non si improvvisa e una domanda del genere dimostra quanta scarsa conoscenza e dimestichezza abbiate in merito alla dimensione della consulenza. Nell’ambito della consulenza alla persona la psicologia (e ricordo che la figura deputata ad esercitarla è lo psicologo) offre una vasta gamma di possibilità. Ma ogni agire nel nostro campo è sostanziato da un motivo sul piano clinico, frutto di ricerca, conoscenza e teoria della tecnica, e soprattutto è guidato da un’etica. Quale motivazione clinica e etica ci sarebbe nel legittimare questo che lei propone? Se il motivo è solamente la sua esistenza professionale e quella della sua categoria ho paura che sia eticamente inaccettabile e clinicamente inconcepibile.
alessandro	il 23 Novembre 2015 alle 10:15
Guardi che io non sono un counselor.. però la mia compagna segue un corso di counseling diretto tra le altre cose da una psicoterapeuta.. quello che le chiedevo è un tema che la direttrice di tale corso espone nella prima lezione.. e cioè che il counseling serve per aiutare le persone a capire di avere un problema (p
ersone che mai si avvicinerebbero ad uno psicologo perché convinte di non avere alcun
problema) per poi inviarle ad uno psicoterapeuta. Ora la mia domanda è:”perché mai una psicoterapeuta organizza corsi di counseling in cui forma persone non laureate in psicologia, se alla base vi è veramente come lei sostiene questa etica e clinica incongruenza?! Attendo la sua gentile risposta
stefano	il 25 Novembre 2015 alle 0:09
semplicemente credo che questa docente stia facendo attività di marketing, che stia vendendo il suo prodotto, il suo corso di counseling, e che per far questo narri tutta una serie di storie, miti e leggende.
ma rendere una persona consapevole del proprio problema è di per sé un intervento psicologico fondamentale ed è un passaggio chiave importantissimo all’interno di una terapia, fa parte della pratica clinica dello psicologo, esistono fiumi di letteratura in merito. costruire l’alleanza terapeutica significa questo fondamentalmente.
non esiste invece in nessuna prassi consolidata, in nessuna linea guida e in nessun modello clinico di consulenza l’utilizzo a monte di un counselor come preambolo alla psicoterapia o alla consulenza psicologica. chi sostiene questa pratica, inutile a ben vedere, in genere sono coloro stessi che creano il counselor e il counseling come entità distinte, attraveso il ricorso a confini immaginari e fumosi, dallo psicologo e dalla psicologia clinica. lo psicologo è il counselor. quale motivo ha di rinunciare a una quota di se stesso? si può azzardare qualche ipotesi; se ci pensa bene in fondo ci si guadagna tre volte nel farlo: come docenti dei counselor, come professionisti a cui questi eventuali futuri counselor invieranno i futuri pazienti e costruendo una classe ampissima di gregari che gli rimandano un riconoscimento personale, professionale e via dicendo..
se mi chiede cosa io pensi di questi colleghi io non li giudico ma non hanno di certo il mio accordo. e ciò sulla base di un parere professionale che io offro in merito.
in sostanza non esistono scorciatoie possibili all’interno di una dimensione etica che ci rimanda continuamente alla necessità di guardare alla realtà di chi abbiamo di fronte senza confonderla con la nostra. saluti
stefano	il 25 Novembre 2015 alle 0:05
luca	il 20 Novembre 2015 alle 12:01
questa sentenza è una della prime veramente “pesanti”.
Avrei una domanda (credo rivolta soprattutto a dott. Zanon in quanto esperto)
– laureato in psicologia iscritto all’albo regolarmente
– mai iscritto enpap
– lavora in attività NON cliniche al confine col counseling diciamo, sviluppo personale,
può aprire partita iva con codice attività generico (formazione, consulenza, servizi persona nsa) ma NON codice attività psicologo, pagarsi la gestione separata?
può usare tutti gli strumenti dello psicologo (essendo iscritto all’albo) ma non partecipare alla sgangherata ENPAP ? Ovvio che paga più contributi, ma in una cassa diversa
può dirsi certamente psicologo, ma nelle fatture mette counseling generico o formazione
Lavora normalmente ma nella sua attività è attento a omettere sempre termini esplicitamente psicologici
Ve lo chiedo perchè conosco almeno 4-5 situazioni di questo genere, e sono in crescita. In questo modo col codice attività svincolato da “psicologo” possono essere intercettati lavori e opportunità molto più facilmente, e la gestione separata è flessibile in quanto a versamenti originati da più fonti…
se qualcuno riesce a chiarirmi le idee gli sarei grato perchè sempre più spesso entro in contatto con queste situazioni. Non vorrei fossero anche alla base di uno scostamento crescente tra numero di psicologi iscritti all’Albo e numero di posizioni Enpap attive….
Federico Zanon	il 20 Novembre 2015 alle 19:06
tutto si può fare. Il punto è se non sia una completa idiozia. Mi spiego meglio: nel caso che esponi c’è uno che ha speso anni e denari per arrivare ad abilitarsi. Ora deve aprire la partita IVA. Invece che scegliere il canale naturale della partita IVA da psicologo, sceglie un astruso codice ATECO residuale pensato per infilarci tutti quelli che non hanno una precisa categoria merceologica. Di conseguenza, si infila nella corrispondente gestione previdenziale residuale dell’INPS, che è la Gestione Separata.
La Gestione Separata non si chiama così per niente: è proprio separata, il che significa che quello che ci si versa non può essere recuperato in alcuna maniera come si fa con altre gestioni, che si possono ricongiungere, né si può incidere con libere elezioni su chi la gestisce. Soldi buttati al vento, usati anno su anno per pagare le pensioni altrui.
Questo personaggio dovrà aggiungere l’IVA alle proprie fatture, e versare il 30% circa dei propri redditi all’INPS in comode rate con minimali che sono dieci volte quelli dell’ENPAP, che si guadagni o no. In caso sfugga una rata, Equitalia metterà le ganasce all’auto. Il tutto, senza possibilità di gestire in modo rapido e indolore il contenzioso con i clienti, cosa che il Codice Deontologico e l’Ordine professionale consentono. Dovrà assicurarsi per il rischio di danno a terzi, con tariffe che non essendo ‘di categoria’ saranno certamente valutate a spanne a prezzo di mercato (qualche decina di volte il premio pagato dagli psicologi).
Insomma, un autentico cavaliere dei tempi moderni, convinto assertore della logica ‘con le scorciatoie che so io arrivo prima’. Ecco, lasciamogli le scorciatoie.
Piuttosto temo le situazioni del tutto irregolari, quelle in cui uno si apre uno studio e non regolarizza la propria posizione previdenziale con nessun ente. Non sapendo che l’Agenzia delle Entrate non ama queste forme di evasione e quando le trova (spesso, grazie ad anagrafi sempre più interconnesse) non va molto per il sottile.
Quanto allo sgangherato ENPAP… ne sono vicepresidente dal 2013, lo vivo da dentro e ho contribuito a plasmarne una radicale riforma insieme ai colleghi di Altrapsicologia. Diciamo che forse non sei aggiornato sulla situazione 😉
Luca	il 20 Novembre 2015 alle 21:43
Gentile Zanon,
certo che sono informato sulla sua posizione all’Enpap, mi fa piacere che lo stiate riformando. L’unico problema che ravvedo è che le aliquote di versamento e i redditi degli psicologi sono talmente ridicoli, in media, da generare una intera categoria professionale sotto i ponti nel prossimo trentennio.
Ma certo questo non ha a che fare con la bontà della gestione Enpap. Almeno portate le aliquote al 20-25 %, contribuireste a salvare un paio di generazioni da una vecchiaia infame. Donando però un presente infausto 🙂
La Gestione Separata è la cassa di moltissimi professionisti, ed è l’unica in attivo. E’ vero che da lì si pesca sempre quando servono soldi alle altre casse, ma chiediamoci anche perché sia in attivo: alti versamenti da parte dei professionisti più dinamici e meno corporativi del Paese. Speriamo sia gestita bene e paghi, in futuro, assegni all’altezza dei contributi versati e conseguente rivalutazione dignitosa (si spera).
Molte sue osservazioni sono vere. Sembra un azzardo per complicarsi la vita. Ma io credo che non sia sempre così: lo psicologo è per natura una professione versatile e la possibilità di proporsi in diverse vesti (formatore, consulente, coach, manager, ecc) a seconda delle opportunità e della propria evoluzione professionale invoglia molti a uscire da una iper definizione della propria professionalità.
Il mondo del lavoro è sempre più liquido, e una iper-identificazione psicologica preclude diverse opportunità, soprattutto in contesti economico-sociali più dinamici.
Verissimo il discorso dell’IVA, ma anche uno psicologo che fa formazione deve metterla. Io ritengo che se uno psicologo NON lavora in ambito clinico l’opzione Gestione Separata non abbia solo aspetti negativi. Certo è da studiare bene con un consulente.
Federico Zanon	il 20 Novembre 2015 alle 22:51
le Gestione Separata è l’unica gestione INPS in attivo perché non eroga prestazioni. Non è segno di salute, è segno di avarizia verso chi contribuisce. Ne sa qualcosa il ‘popolo delle partite IVA’ senza ordine, fatto di professionisti non garantiti sul piano assistenziale, spesso sfruttati da clienti prevalenti che utilizzano l’escamotage del lavoratore autonomo per non gravarsi del peso del dipendente.
Quanto al problema dell’adeguatezza delle pensioni, è il vero allarme sociale dei prossimi anni, e non lo sarà solo per gli psicologi, ma sarà una vera emergenza sociale per tutti i lavoratori italiani che hanno iniziato a lavorare dal ’95 in poi.
In ogni caso, in ENPAP la nostra scommessa – ambiziosa – è di non obbligare le persone a versare contributi in misura elevata, ma di rendere consapevole anche l’ultimo collega sul meccanismo di funzionamento della pensione, e lasciargli la libertà di versare contributi aggiuntivi (oggi è possibile versare fino al 20%, e con una recente riforma che abbiamo attuato sarà possibile graduare il versamento dal 10% al 20% scegliendo in base alle proprie possibilità, punto percentuale per punto percentuale).
La liquidità delle professioni non è comunque determinata dal codice ATECO. Peraltro, la nostra è una professione in cui a pieno titolo possono rientrare le attività più varie. Il problema non è poterlo fare, ma avere la vision per farlo.
Luca	il 22 Novembre 2015 alle 14:42
Ho capito. Ottimo lo spunto della vision necessaria per rendere la professione di psicologo piu poliforme e meno rigidamente definita, pur restando in ambito Ordine + Enpap.
Alla fine e’ sempre questione di conoscenza ecrispetto delle leggi e adeguata comprensione delle possibilita’ che si possono aprire.
Forse la professione di psicologo potrebbe essere tanto (se non piu) dinamica di quelle di counselor e coach, a patto che gli psicologi per primi se ne rendano conto e costruiscano appunto nuove vision professionali realmente agibili.
Ringrazio ancora e saluto. Buone cose.
demetra leone	il 24 Novembre 2015 alle 1:29
La casta si è ribellata e ha vinto
Perchè tanta paura della figura del counselor che è tutt’altra cosa da quelli che danno consigli?
Storia dell’Italietta,in altri paesi molto più civili convivono tranquillamente entrambe le categorie.
Oh dimenticavo! In Italia esistono gli ordini dei……
Federico Zanon	il 24 Novembre 2015 alle 11:44
Un giorno ci vorrà raccontare meglio come funziona in questi altri paesi molto più civili, e quali sarebbero. Perché ogni volta viene fuori la storia degli ‘altri paesi’ e ancora nessuno ha saputo essere più preciso, il sospetto che sia una bufala è dietro l’angolo.
Gianni	il 4 Dicembre 2015 alle 6:50
Mai sentito parlare degli USA e della differenza tra l’APA e l’ACA? Mai sentito parlare del Regno Unito e della differenza tra la British Psychological Society (e l’HCPC) e la BACP – British Association for Counselling and Psychotherapy (o la UKCP, che è un’altra associazione di counselor e psicoterapeuti)? Certo, saprá anche che negli USA e nel Regno Unito (ma anche in Australia, Canada, ecc.) la psicoterapia NON è riservata per legge agli psicologi. Nel Regno Unito poi, l’ unica protezione di cui godono gli psicologi è quella del titolo e non quella degli atti tipici, i quali possono essere patrimonio di più professioni. In quei paesi, infine, il modello è accreditatorio e non autorizzatorio. Mi pare che laggiú la psicologia sopravvivi lo stesso e anche assai bene, se non meglio che da noi. Magari anche perchè di psicologi con titolo protetto ce ne sono 22 mila e non 90 mila come da noi, su una popolazione maggiore della nostra?
Gianni	il 4 Dicembre 2015 alle 6:57
Mai sentito parlare degli USA e della differenza tra l’APA e l’ACA? Mai sentito parlare del Regno Unito e della differenza tra la British Psychological Society (e l’HCPC) e la BACP – British Association for Counselling and Psychotherapy (o la UKCP, che è un’altra associazione di counselor e psicoterapeuti)? Certo, saprá anche che negli USA e nel Regno Unito (ma anche in Australia, Canada, ecc.) la psicoterapia NON è riservata per legge agli psicologi. Nel Regno Unito poi, l’ unica protezione di cui godono gli psicologi è quella del titolo e non quella degli atti tipici, i quali possono essere patrimonio di più professioni. In quei paesi, infine, il modello è accreditatorio e non autorizzatorio. Mi pare che laggiú la psicologia sopravvivi lo stesso e anche assai bene, se non meglio che da noi. Magari anche perchè di psicologi con titolo protetto ce ne sono 22 mila e non 90 mila come da noi, su una popolazione maggiore della nostra? Anche solomquesto fa dell’UK un oaese più civile del nostro, che immette pseudoprofessionisti nel mondo del lavoro, senza che vi sia domanda, in modo irresponsabile.
Barbara Gasparella	il 6 Febbraio 2016 alle 0:00
Scrivo forse un po’ in ritardo rispetto ai vostri precedenti post, ma mi interesso molto della questione dell’abuso di professione in Italia.
Sono una psicologa, psicoterapeuta formatasi in Italia e ora vivo e lavoro a Londra.
Vorrei poter dare il mio piccolo contributo raccontandovi come funzionano le cose qua.
Pratico la mia attività di psicoterapeuta e lavoro all’NHS ente pubblico, sono registrata come Psychotherapist alla BACP .
Qui i counsellor hanno un preciso percorso formativo di un minimo di tre anni, all’interno del quale sono OBBLIGATORI psicoterapia individuale e supervisione.
La continuità dell’iscrizione che è’ vero NON è’ abbligatoria perché sulla carta non regolamentata ma lo è’ di fatto perché se non sei iscritta NON lavori e nel privato i pazienti( informatissimi) ti chiedono le registrazioni..
e’ consentita solo se hai costante supervisione documentata e formazione continua documentata( da presentare documenti originali firmati dal supervisore alla fine di ogni anni/ il supervisore è’ Psicoterapeuta con formazione ulteriore di Supervisore)
Stessa cosa per la categoria degli Psicoterapeuti ( il percorso di studio è’ di uno o due anni di più quindi da tre a 4 o 5, previa laurea Degree in materie sociali non esclusivamente psicologia)
Psicologi, anche qui con degree in psicologia( non ci sono molto ambiti lavorativi se non hai PHD/ dottorato) il titolo non è’ protetto, lo sono invece i titoli di:
Educational Psychologist PHD
E altre specializzazioni che prevedono per l’ iscrizione alla HCPC il conseguimento di un Dottorato.
Per quanto riguarda la pratica quotidiana nell’NHS:
Le sedute da effettuare con un Counsellor vanno da 6 a 8 , nella prativca privata tutti i counsellor formati per intervenire solo in alcuni specifici aspetti e situazioni non superano certo i ” mesi” di intervento come ahimè’ vedo che avviene in Italia …
Qui la guerra tra le professioni psicologo psicoterapeuta e counsellor non c’ e’ , da quello che ho potuto capire perché la Formazine è’ ben delineata e qui se crei un danno a qualcuno…. paghi!!! I cittadini sono super informati e chiedono garanzie sia nel pubblico che nel privato.
Silvia	il 25 Novembre 2015 alle 7:42
Qui si tratta anche di un modo di fare irrispettoso tipicamente italiano: passare prepotentemente davanti agli altri saltando la fila, per far prima e facendo meno fatica.
In tanti casi sembra di avere a che fare con degli invasati, convinti di avere dei superpoteri. Panettieri sensibili e casalinghe empatiche affascinati dall’idea di fare gli psicologi perché durante le loro sedute i counselor fanno eccome colloqui stile psicoterapia. Se penso che neanche uno psicologo può fare terapia… E’ scorretto! Qui c’è anche un vizio di superbia, di non avere il senso del limite, d’invadere il campo degli altri con la presunzione di poterlo fare. E continueranno a farlo, a commettere l’illecito perché si riesce ad aggirare la legge, gli si permette di farlo. Scuole di counseling che indottrinano sprovveduti e li illudono di poter fare una professione che di fatto è abusiva, incuranti dei danni possibili in un tale tipo d’intervento che implica il sostegno psicologico.
Oltre all’irresponsabilità nei confronti della salute degli altri, che è cosa gravissima. Qui c’è un problema etico e si stanno facendo danni, danni perlopiù invisibili ma reali.
E’ riprovevole che certe persone si preoccupano solo di esercitare e di fare soldi fregandosene dell’etica, del rispetto, della tutela della salute altrui, senza scrupoli. Purtroppo in Italia di fatto è possibile, basta che paghi.
alessandro	il 4 Dicembre 2015 alle 1:08
Mi dispiace che non mi abbia ancora dato un esaustiva risposta.. o almeno un suo parere in merito… Sto ancora aspettando
stefano	il 4 Dicembre 2015 alle 22:57
salve si ho risposto sopra. evidentemente c’è stato un ritardo nella pubblicazione. saluti

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