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Timestamp: 2014-03-09 14:46:23+00:00

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Archives for : cassazione Uccide il gatto del vicino? Condannato per maltrattamento di animali.
Posted by :admin On : 05/11/2013
Tags:articolo 544 del c.p. (maltrattamento di animali), cassazione, dell'art.62-bis c.p, giovanni d'agata, sentenza n. 44422 della Cassazione Penale, Sportello Dei Diritti, Uccide il gatto del vicino? Condannato per maltrattamento di animali.	Pesante ammenda di 7 mila euro di multa per l’imputato reo di aver sparato con la carabina l’animale. Non si possono applicare attenuanti generiche
Comportamento “bestiale” che dev’essere punito esemplarmente: chi uccide un animale non se la può cavare né pretendere alcuna attenuante. Lo sostiene Giovanni D’Agata, presidente dello“Sportello dei Diritti” , che plaude alla sentenza n. 44422 della Cassazione Penale pubblicata il 4 novembre che ha confermato la condanna ad un’ammenda pari a 7000 euro e senza alcuna attenuante per l’imputato accusato di aver ucciso con la carabina uno dei gatti del vicino sol perché infastidito. Peraltro, la reiterata condotta aggressiva verso gli animali è ritenuta quale circostanza aggravante.
Nuovo stop ad Equitalia dalla Cassazione Il fermo amministrativo è illegittimo se non è stata notificata la cartella di pagamento
Posted by :admin On : 29/10/2012
Tags:cassazione, Sportello Dei Diritti, suprema corte	Sono molteplici le decisioni delle corti tributarie ma anche della Cassazione che hanno censurato il comportamento di Equitalia quando non segue con correttezza le procedure d’esazione.
L’ennesima pronuncia, la n. 18380 del 26 ottobre 2012 emessa dalla sezione tributaria della Suprema Corte, nel rigettare il ricorso avverso due precedenti pronunce favorevoli nei confronti di un contribuente da parte della commissione tributaria provinciale di Milano e di quella regionale della Lombardia, ha bacchettato nuovamente l’agente per la riscossione.
Nei due precedenti delle corti di merito era stato rilevato che il fermo amministrativo, non poteva essere iscritto (ed è quindi da ritenersi illegittimo), perché non preceduto dalla notifica della cartella di pagamento al contribuente che costituisce il titolo per poter procedere anche per l’adozione di qualsiasi provvedimento cautelare.
È questo, sostanzialmente il principio di diritto cui deve attenersi la società esattrice per poter procedere con l’imposizione delle cosiddette ganasce fiscali. A sostenerlo è Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, che rileva come in moltissimi casi sul territorio nazionale tale assunto non sia sempre rispettato ed anzi sono molteplici le segnalazioni di provvedimenti, a dir poco illegittimi, di tal tipo.
Nel caso di specie, i giudici del Palazzaccio nel rigettare il ricorso di Equitalia avverso la decisione della Ctr della Lombardia hanno precisato che «nel concreto, il quesito di diritto formulato dalla ricorrente Equitalia si limita a postulare che il preavviso di fermo sia comunque legittimo, seppure non preceduto dalla notifica della cartella di pagamento, mentre non tiene conto del fatto che il nucleo logico della decisione impugnata consiste nel rilievo che l’omessa dimostrazione dell’avvenuta notifica delle cartelle implica l’accertamento della decadenza dal diritto alla riscossione, con implicita conseguenza della insussistenza di qualsivoglia titolo per l’adozione di provvedimenti di genere cautelare».
Deposito proposte di legge in Cassazione
Posted by :fabio corsaro On : 23/07/2012
Tags:cassazione, comunicati, legge, politica	La Corte di Cassazione non prende appuntamenti a lunga scadenza per il deposito delle proposte di legge. Solo dal 3 di Settembre sarà possibile fissarne la data. Intanto sono resi disponibili i testi delle tre leggi sul sito www.nomos.name con gli ultimi aggiornamenti dovuti a seguito di alcune modifiche legislative occorse nel frattempo.
Presumiamo che intorno alla seconda decade di settembre potremo procedere al deposito delle proposte in Cassazione. Nell’occasione organizzeremo una conferenza stampa davanti il Palazzaccio. Ricordiamo che al momento del deposito occcorrono almeno dieci firmatari. Sono già state date alcune disponibilità ma crediamo sia opportuno che almeno dieci, fra gli aderenti al gruppo Nomos della Capitale, confermino la loro disponibilità. Per coloro che risiedono a Roma, infatti, la loro presenza sarebbe più agevole. Invitiamo comunque tutti coloro che vorranno rendersi disponibili a dare la loro adesione. Appena Domenico Morace, che ha i contatti con la Cassazione, ci farà sapere della data, ve ne daremo notizia.
Equitalia: la Cassazione civile annulla la cartella esattoriale priva dell’indicazione del calcolo degli interessi
Posted by :fabio corsaro On : 19/04/2012
Tags:cassazione, comunicai, economia, equitalia	Ancora più cautele per i consumatori. Per Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, sono molteplici, infatti, le sentenze che attribuiscono un sempre più stringente dovere di trasparenza a carico delle società incaricate della riscossione nazionale dei tributi.
La mancata indicazione del procedimento di computo degli interessi e delle singole aliquote su base annuale, rende nulla la cartella esattoriale.
E’ quanto disposto dalla Corte di Cassazione, con la sentenza 21 marzo 2012, n. 4516.
Il caso riguardava un contribuente il quale aveva impugnato la cartella di pagamento con cui l’Ufficio di Padova aveva iscritto a ruolo le somme riportate in un avviso d’accertamento, oltre interessi. Il ricorso è stato accolto dalla CTP, e su ricorso di Equitalia Polis S.p.A., tale decisione è stata poi impugnata dinanzi alla CTR del Veneto, la quale ha statuito che la mancata sottoscrizione ed indicazione del responsabile del procedimento non invalidava la cartella, aggiungendo inoltre che l’omessa indicazione delle modalità di calcolo degli interessi, riportati solo nel totale, violava il diritto di difesa del contribuente e pertanto rendeva parzialmente illegittima la cartella.
Avverso tali sentenze, il contribuente e l’Agenzia delle Entrate hanno proposto ricorso in Cassazione.
Gli ermellini hanno respinto l’eccezione sollevata dal contribuente circa l’obbligo per l’ufficio di indicare il responsabile del procedimento visto che l’art. 7 della legge n. 212/2000, pur qualificando “tassativo” l’obbligo dell’indicazione del responsabile del procedimento negli atti dell’Amministrazione finanziaria e dei concessionari della riscossione, non indica, in alcun modo, la sanzione connessa alla sua violazione.
D’altra parte, con l’unico motivo dedotto, il Fisco ha censurato che, nell’annullare la cartella esattoriale nella parte relativa agli interessi, i giudici d’appello avrebbero disatteso il principio secondo cui la cartella esattoriale notificata a seguito di accertamenti definitivi non necessita di motivazione, anche “nella parte relativa al calcolo degli interessi disciplinato puntualmente dall’art. 20 DPR n. 602/73″.
I giudici di legittimità, hanno giudicato inammissibile tale motivo di ricorso. In particolare, è stata condivisa la decisione dei giudici d’appello, secondo i quali “nella cartella viene riportata solo la cifra globale degli interessi dovuti, senza essere indicato come si è arrivati a tale calcolo, non specificando le singole aliquote prese a base delle varie annualità che nella fattispecie, vale sottolinearlo, essendo l’accertamento riferito all’anno d’imposta 1983, sono più di 23 anni calcolati”.
Sulla scorta di tali argomentazioni, l’operato dell’ufficio era ricostruibile “attraverso difficili indagini dovute anche alla vetustà della questione” che non competevano al contribuente che subiva in tal modo, una violazione del suo diritto di difesa.
Ha sostenuto la Suprema Corte a tal proposito, di alcun pregio sono state valutate le considerazioni svolte da parte ricorrente circa la non necessità della motivazione della cartella derivante da una sentenza passata in giudicato, né dal richiamo all’art. 20 del dPR n. 602 del 1973, essendo rilevante non la spettanza degli interessi, bensì il modo con cui è stato computato il totale contenuto nella cartella.
In conformità con la giurisprudenza di legittimità, secondo cui i motivi per i quali si richiede la cassazione devono presentare, a pena d’inammissibilità, i caratteri di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata (Cass. n. 17125 del 2007), tale motivo è stato, quindi, dichiarato inammissibile.
Posted by :fabio corsaro On : 18/01/2012
Tags:cassazione, Sportello Dei Diritti, tribunali	Lo “Sportello dei Diritti” è intervenuto numerose volte sull’annoso problema della lentezza dei processi italiani causa non solo di continue condanne dello Stato da parte della Corte di Giustizia europea, ma soprattutto di conseguenze negative per i cittadini costretti a subire le ansie e le attese per decisioni che non arrivano mai o che arrivano dopo anni ed anni di rinvii.
La legge 89/2001 nota a tutti come «legge Pinto» e che ha superato il decimo anno dall’entrata in vigore ha tentato di porre un argine ai danni causati alla cittadinanza per tutelarla di fronte all’irragionevole durata delle cause, che secondo giurisprudenza corrisponderebbe a tre anni per il primo grado di giudizio, due anni per il secondo e un anno per ciascuna fase successiva, stabilendo la possibilità di ottenere un “equo indennizzo” a fronte degli irragionevoli ritardi dei processi.
A tal proposito è utile riportare la recentissima sentenza n. sentenza n. 35/2012 della sesta sezione civile della Corte di Cassazione che ha ricordato come il diritto all’equa riparazione spetta tutte le parti e non soltanto quella che è risultata vittoriosa.
Come spiega la Corte, la violazione del termine di durata ragionevole del processo fa sorgere il diritto alla riparazione anche alla parte che ha perso la causa. Non solo: tale diritto prescinde anche dalla consistenza economica e dall’importanza del giudizio. Unica eccezione è quella in cui si dimostri che il soccombente ha promosso una lite temeraria o ha resistito in giudizio al solo scopo “di perseguire proprio il perfezionamento del diritto alla riparazione”. Implicitamente la Corte non fa che richiamare la portata del secondo comma dell’articolo 2 della legge 89 secondo cui il giudice deve considerare la complessità del caso e, in relazione ad essa, il comportamento delle parti. Per il resto secondo la Corte risulta del tutto irrilevante, la eventuale consapevolezza, da parte di chi fa la richiesta di equa riparazione, della scarsa probabilità di successo della sua iniziativa giudiziaria.
Al di là del merito della sentenza, Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, si rivolge alla cittadinanza affinché prendendo spunto da tali decisioni continui a promuovere l’azione civile nei confronti dello Stato per vedersi riconosciuto un sollievo economico a fronte delle sofferenze e delle ansie dovute alla lungaggine dei processi che dovrebbe servire anche da impulso per accelerare le riforme necessarie e per fornire uno stimolo ulteriore affinché si doti l’amministrazione giudiziaria degli strumenti necessari per una Giustizia più rapida ed efficace.
Stop ai pettegolezzi in ufficio!
Posted by :fabio corsaro On : 03/12/2011
Tags:cassazione, giovanni d'agata, pettegolezzi, privacy, Sportello Dei Diritti, ufficio	Pettegolezzi vietati in ufficio sulla vita privata e sessuale dei colleghi. La Cassazione ha detto stop allo sport preferito negli ambienti di lavoro. Il lavoratore che, per rancore nei riguardi della collega, diffonde tali notizie, commette diffamazione e violazione della privacy.
A volte la Cassazione penale ci fa sorridere ma svolge una funzione che potremmo definire preventiva ed educativa con decisioni che riguardano vicende che ci possono capitare tutti i giorni, tipo quella che commenta Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti“, che nella specie riguarda il pettegolezzo sulla vita privata e sessuale dei colleghi, lo sport preferito negli ambienti di lavoro a cui la suprema corte ha posto un giro di vite sancendo la parola “fine”. Infatti, con la sentenza n. 44940 del 2 dicembre 2011, ha rigettato il ricorso confermando la condanna emessa dalla Corte di appello di Torino nei riguardi di un impiegato che ha divulgato in ufficio informazioni private di una collega, acquisite e raccolte tramie un investigatore privato.
Sul tema, stabilisce la Suprema Corte, c’è parecchia “ipocrisia” ma il pettegolezzo sulle relazioni in ufficio viola la privacy di chi si trova al centro delle chiacchiere. La quinta sezione penale, in linea con la Corte di merito, ha ritenuto l’uomo e l’investigatore, colpevoli del reato di diffamazione, sottolineando che “all’elemento materiale del delitto di diffamazione, non è dubbio che la diffusione all’interno del ristretto ambito lavorativo della notizia della esistenza di una relazione, sentimentale e sessuale, clandestina tra due impiegati può avere natura diffamatoria, specie se uno dei due è sposato. E’ pur vero che la condotta adulterina fu, nel caso di specie, addebitata, al suo amante (l’unico che fosse coniugato), ma è altrettanto vero, che la riprovazione sociale (anche se, spesso, materiata da una non trascurabile dose di ipocrisia) colpisce, solitamente, in casi del genere, entrambi i partner, d’altronde, anche in assenza di valutazioni “morali” da parte di terzi, fatti del genere sono oggetto di malevolo pettegolezzo”.
Sul fronte della privacy Piazza Cavour ha spiegato che “il trattamento dei dati personali, effettuato da un soggetto privato per fini esclusivamente personali è soggetto alle disposizioni della normativa sulla privacy, tanto se i dati siano destinati a una comunicazione sistematica, quanto se siano destinati alla diffusione. E, in tal caso, è necessario il consenso dell’interessato”.
Secondo la ricostruzione dei fatti, dopo aver raccolto i dati, aveva cominciato a spargere la voce, con tanto di lettera al direttore della filiale, che la dipendente della banca avesse una relazione con un collega sposato. La voce era arrivata infine anche alla consorte di lui, che aveva minacciato azioni ritorsive. La vicenda è finita in un’aula di giustizia. Se la 007 è stata condannata ad un anno di reclusione (pena sospesa) per violazione della privacy “per avere trattato dati non pertinenti ed eccedenti le finalità dell’incarico” (Corte appello di Torino, maggio 2010), il cliente della banca C. R. è stato condannato ad un anno e 2 mesi anche per il reato di diffamazione (anche in questo caso è scattata la sospensione condizionale). Entrambi sono stati condannati a sborsare alla dipendente della banca una provvisionale di 10 mila euro per i danni arrecati. Inutile il ricorso in Cassazione volto a ridimensionare le rispettive responsabilità.
Lecce, 3 dicembre 2011
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