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Timestamp: 2019-01-20 06:03:24+00:00

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Art. 132 cod. proc. civile: Contenuto della sentenza | La Legge per tutti
Art. 132 cod. proc. civile: Contenuto della sentenza
La sentenza è pronunciata «In nome del popolo italiano» e reca l’intestazione: «Repubblica italiana» (1).
2) l’indicazione delle parti e dei loro difensori (2);
3) le conclusioni del pubblico ministero e quelle delle parti (3);
4) la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione [att. 118] (4);
5) il dispositivo, la data della deliberazione e la sottoscrizione del giudice [att. 119] (5).
Sentenza: è il provvedimento con cui l’autorità giudiziaria, motivando la propria risoluzione, decide, definendo o meno il giudizio, sulle domande ed eccezioni proposte in causa o su qualsiasi altra questione, di rito o di merito, sia sorta nel corso del processo. Per quanto riguarda il contenuto, si possono distinguere: sentenza di merito, in cui viene accolta o respinta (in tutto o in parte) la domanda; sentenza di rito, con cui viene rilevato il difetto di un presupposto processuale o di una condizione dell’azione, ossia viene evidenziato un ostacolo alla possibilità per il giudice di pronunciarsi sul merito della causa. Inoltre, si parla di: sentenza di accoglimento, quando il giudice ritiene fondata la domanda; sentenza di rigetto, quando la domanda non viene accolta. Ulteriore distinzione è quella tra: sentenze definitive, che chiudono il giudizio, perché il giudice decide interamente nel merito, o riscontra il difetto di presupposti processuali o di condizioni delle azioni; sentenze non definitive, che non definiscono il giudizio, perché il giudice decide il merito solo parzialmente, o risolve una questione pregiudiziale o preliminare in un senso che consenta la prosecuzione del processo. Uno fra gli elementi di maggiore rilievo è la motivazione, la cui presenza è addirittura sancita dalla Costituzione (art. 111 co. 6 Cost.). L’omissione, l’insufficienza o la contraddittorietà della motivazione (se riguarda un fatto controverso e decisivo per il giudizio) costituisce un motivo di ricorso per cassazione.
Dispositivo: consiste in quella parte della sentenza che enuncia la decisione del giudice sulla domanda o su parte di essa.
(1) La mancanza di tale formula solenne nel testo della sentenza non comporta la nullità dell’atto ma solo un’irregolarità sanabile attraverso il procedimento di correzione.
(2) La loro irregolare menzione o la totale omissione non comporta nullità della sentenza se risulta, in ogni caso, possibile l’individuazione (in modo inequivoco) delle parti dal contesto globale della sentenza o dei difensori, da atti processuali precedenti. Avendo tale menzione solo una funzione indicativa, si potrà rimediare tramite il procedimento di correzione di cui all’art. 287.
(3) L’omissione di tali conclusioni e di quelle del pubblico ministero è causa di nullità solo se risulta che il giudice, nel prendere la sua decisione, non ne abbia tenuto conto immotivatamente.
(4) Con tale espressione il legislatore ha inteso sancire l’obbligo della motivazione. Questa consiste nell’insieme delle ragioni che giustificano la statuizione del giudice. Con la motivazione, infatti, il giudice espone l’iter logico seguito per giungere alla decisione. La motivazione, la cui presenza è addirittura sancita dalla Costituzione (art. 111 Cost.) per riaffermare la responsabilità dei giudici e per garantire un più penetrante controllo sulla legalità della pronuncia (in sede di impugnazione) deve essere: sufficiente, nel senso che deve contenere ragioni oggettivamente idonee a giustificare la decisione; logica, ossia coerente nelle diverse osservazioni in cui essa si articola, anche in relazione al dispositivo; ordinata, in quanto la legge prescrive che nella motivazione debbono essere esposte concisamente e in ordine le questioni discusse e decise dal collegio ed indicate le norme di legge e i principi di diritto applicati. L’art. 118 att., come novellato dall’art. 52, c. 5, l. 18-6-2009, n. 69, applicabile ai giudizi pendenti in primo grado alla data di entrata in vigore della medesima legge (4-7-2009), dispone che la motivazione della sentenza consiste nella succinta esposizione dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche della decisione, anche con riferimento a precedenti conformi. L’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio costituisce un motivo di ricorso per Cassazione quale error in procedendo. Inoltre la totale mancanza della motivazione è causa di nullità della sentenza in quanto non adempie alle finalità che la legge attribuisce alla sentenza stessa.
(5) Tale requisito, al contrario di quanto accade per la data di pubblicazione [v. 133], non è considerato essenziale in quanto si riferisce ad un atto interno e per di più desumibile dal verbale. Pertanto, la sua mancanza o la sua irregolarità non comporta nullità, ma solo un errore materiale non invalidante.
(6) La sottoscrizione del giudice che insieme alla motivazione costituisce il requisito più importante, ha la funzione di assicurare l’identità tra il giudice che ha deliberato la sentenza e quello che ha partecipato alla discussione della causa. La sentenza pronunciata dal giudice monocratico è sottoscritta dal solo estensore. Il difetto assoluto di sottoscrizione dell’originale comporta la nullità insanabile della sentenza che può essere rilevata anche d’ufficio.
Indicazione del giudice e composizione del collegio.
In relazione al contenuto della sentenza, la mancata intestazione “Repubblica Italiana” e l’assenza della frase “in nome del popolo italiano”, costituiscono mere omissioni materiali di espressioni che l’art. 132, primo comma, c.p.c. prevede siano inserite in ogni sentenza, senza incidere sulla validità del provvedimento e sulla sua decisorietà e definitività. Cass. 23 ottobre 2008, n. 25635.
In tutti i casi nei quali il presidente sia anche l’estensore (come accade quando egli stesso abbia proceduto all’istruzione ex art. 168-bis c.p.c. ed abbia dunque effettuato la relazione come stabilito dall’art. 275, ultimo comma, c.p.c., ovvero quando, pur non essendo stato il relatore, abbia tuttavia provveduto alla stesura della motivazione ex art. 276, ultimo comma, c.p.c.), la sentenza non può che essere sottoscritta soltanto da lui. Cass. 22 ottobre 2004, n. 20597.
La sentenza, nella cui intestazione risulti il nominativo di un magistrato, non tenuto alla sottoscrizione, diverso da quello indicato nel verbale dell’udienza collegiale di discussione, deve presumersi affetta da errore materiale, come tale emendabile con la procedura di correzione di cui agli artt. 287-288 c.p.c., considerato che detta intestazione è priva di autonoma efficacia probatoria, esaurendosi nella riproduzione dei dati del verbale d’udienza, e che, in difetto di elementi contrari, si devono ritenere coincidenti i magistrati indicati in tale verbale come componenti del collegio giudicante non quelli che in concreto hanno partecipato alla deliberazione della sentenza medesima. Cass., Sez. Un., 12 marzo 1999, n. 118; conforme Cass., Sez. Un., 6 novembre 1991, n. 11853; Cass. 13 settembre 2006, n. 19662.
L’art. 281-sexies c.p.c., consente al giudice di pronunciare la sentenza in udienza al termine della discussione dando lettura del dispositivo e delle ragioni di fatto e di diritto della decisione, senza dover premettere le indicazioni richieste dal secondo comma dell’art. 132 c.p.c., perché esse si ricavano dal verbale dell’udienza di discussione sottoscritto dal giudice stesso. Pertanto, non è affetta da nullità la sentenza, resa nella forma predetta, che non contenga le indicazioni riguardanti il giudice e le parti, le eventuali conclusioni del P.M. e la concisa esposizione dei fatti e dei motivi della decisione. Cass. 19 ottobre 2006, n. 22409; conforme Cass. 11 gennaio 2006, n. 216.
Indicazione delle parti.
L’erronea indicazione del cognome di una delle parti nella intestazione e nel corpo della sentenza non comporta la nullità della decisione, sempre che si accerti che il contraddittorio si è instaurato e il processo si è svolto nei confronti la parte effettiva, ma dà luogo ad una mera irregolarità, emendabile con l’apposita procedura di correzione degli errori materiali. Cass. 24 marzo 2005, n. 6399; conforme Cass. 6 marzo 2006, n. 4796; Cass. 13 gennaio 2006, n. 504.
La mancata indicazione della parte contumace nell’epigrafe della sentenza, e la mancata dichiarazione di contumacia della stessa, non incidono sulla regolarità del contraddittorio ove risulti che la parte sia stata regolarmente citata in giudizio, configurandosi come fattispecie di mero errore materiale, emendabile con la apposita procedura. Cass. 25 agosto 2006, n. 18513; conforme Cass. 26 giugno 2007, n. 14759.
L’omessa o inesatta indicazione nell’intestazione della sentenza del nome del difensore di alcuna delle parti in tanto produce nullità della sentenza, in quanto riveli che il contraddittorio non si è regolarmente costituito, a norma dell’art. 101 c.p.c., altrimenti, vertendosi in una ipotesi di mero errore materiale, questa dà luogo ad una mera irregolarità emendabile con la procedura di cui agli artt. 287 e 288 c.p.c. Cass. 12 novembre 2003, n. 16989; conforme Cass. lav., 25 marzo 1999, n. 2869; Cass. 24 agosto 2007, n. 17957; Cass. 3 luglio 2008, n. 18202.
La mancata o incompleta trascrizione, nell’epigrafe della sentenza, delle conclusioni delle parti costituisce una semplice imperfezione formale irrilevante ai fini della validità della sentenza, occorrendo, perché siffatta omissione od incompletezza possa tradursi in vizio tale da determinare un effetto invalidante sulla sentenza, che l’omissione abbia in concreto inciso sull’attività del giudice, nel senso di avere comportato o una mancata pronuncia sulle domande o sulle eccezioni delle parti oppure un difetto di motivazione in ordine a punti decisivi prospettati. Cass., Sez. Un., 24 ottobre 2005, n. 20469; conforme Cass. 23 febbraio 2007, n. 4208; Cass. 2 agosto 2007, n. 16999; Cass. 25 febbraio 2005, n. 4079; Cass. 22 luglio 2004, n. 13785; Cass. 31 maggio 2006, n. 12991; Cass. 10 marzo 2006, n. 5277.
La difettosità dell’esposizione dello svolgimento del processo non spiega effetti invalidanti sulla sentenza, quando questa risulti ugualmente idonea al raggiungimento del proprio scopo, illustrando esaurientemente i tratti essenziali della lite, nonché gli elementi considerati o presupposti nella decisione delle varie questioni. Cass. 3 ottobre 2005, n. 19300; conforme Cass. 9 gennaio 2003, n. 114.
L’assenza della concisa esposizione dello svolgimento del processo e dei fatti rilevanti della causa vale ad integrare un motivo di nullità della sentenza solo se tale omissione impedisca totalmente, non risultando richiamati in alcun modo i tratti essenziali della lite neppure nella parte motiva, di individuare gli elementi di fatto considerati o presupposti nella decisione, nonché di controllare che siano state osservate le forme indispensabili poste dall’ordinamento a garanzia del regolare svolgimento della giurisdizione. Cass. 20 giugno 2002, n. 8983; conforme Cass. 6 aprile 2001, n. 5146.
In tema di contenuto della sentenza, la concisa esposizione dello svolgimento del processo e dei motivi in fatto della decisione, richiesta dall’art. 132, comma 2, n. 4, c.p.c. nella versione anteriore alla modifica da parte dell’art. 45, comma 17, della legge 18 giugno 2009, n. 69, non rappresenta un elemento meramente formale, ma un requisito da apprezzarsi esclusivamente in funzione della intelligibilità della decisione e della comprensione delle ragioni poste a suo fondamento, la cui mancanza costituisce motivo di nullità della sentenza solo quando non sia possibile individuare gli elementi di fatto considerati o presupposti nella decisione, stante il principio della strumentalità della forma, per il quale la nullità non può essere mai dichiarata se l’atto ha raggiunto il suo scopo (art. 156, comma 3, c.p.c.), e considerato che lo stesso legislatore, nel modificare l’art. 132 cit., ha espressamente stabilito un collegamento di tipo logico e funzionale tra l’indicazione in sentenza dei fatti di causa e le ragioni poste dal giudice a fondamento della decisione. Cass. 10 novembre 2010, n. 22845; conforme Cass. lav., 19 marzo 2009, n. 6683.
Nel processo civile ed in quello tributario, la sentenza la cui motivazione si limiti a riprodurre il contenuto di un atto di parte (o di altri atti processuali o provvedimenti giudiziari), senza niente aggiungervi, non è nulla qualora le ragioni della decisione siano, in ogni caso, attribuibili all'organo giudicante e risultino in modo chiaro, univoco ed esaustivo, atteso che, in base alle disposizioni costituzionali e processuali, tale tecnica di redazione non può ritenersi, di per sé, sintomatica di un difetto d'imparzialità del giudice, al quale non è imposta l'originalità né dei contenuti né delle modalità espositive, tanto più che la validità degli atti processuali si pone su un piano diverso rispetto alla valutazione professionale o disciplinare del magistrato. Rigetta e rimette sez. semplici, Comm. Trib. Reg. Lazio, Sez. dist. Latina, 02/10/2009. Cassazione civile sez. un. 16 gennaio 2015 n. 642
La conformità della sentenza al modello di cui all’art. 132 n. 4 c.p.c., e l’osservanza degli artt. 115 e 116, c.p.c., non richiedono che il giudice di merito dia conto dell’esame di tutte le prove prodotte o comunque acquisite e di tutte le tesi prospettate dalle parti, essendo necessario e sufficiente che egli esponga, in maniera concisa, gli elementi in fatto ed in diritto posti a fondamento della sua decisione, offrendo una motivazione logica ed adeguata, evidenziando le prove ritenute idonee a confortarla, dovendo reputarsi per implicito disattesi tutti gli argomenti, le tesi e i rilievi che, seppure non espressamente esaminati, siano incompatibili con la soluzione adottata e con l’iter argomentativo seguito. Cass. 19 marzo 2004, n. 5550; conforme Cass. 9 maggio 2003, n. 7058; Cass. 27 luglio 2006, n. 17145.
Il giudice di pace, nel pronunciare secondo equità ai sensi dell’art. 113 c.p.c., è tenuto al rispetto delle sole norme costituzionali e di quelle comunitarie, oltre alle norme regolatrici del processo, la cui violazione è sempre denunciabile. Al di fuori di tali limiti, il giudizio equitativo del giudice di pace è insindacabile, salva l’applicabilità degli artt. 132, secondo comma, n. 4, e 360, n. 4, c.p.c., nei casi di inesistenza, perplessità o mera apparenza della motivazione, in quanto la valutazione equitativa deve pur sempre essere sorretta da ragioni in termini tali da consentire di seguire il processo logico adottato per pervenire ad essa. Il vizio di motivazione, pertanto, rileva solo quando sia configurabile l’inesistenza della motivazione o una motivazione apparente o in contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili, sì da precludere l’identificazione della ratio decidendi, ovvero ancora una motivazione perplessa dalla quale non sia possibile stabilire la giustificazione di quanto posto a base della decisione, sicché non sono quindi deducibili nei confronti delle sentenze pronunciate secondo equità le censure relative alla sufficienza ed alla correttezza della motivazione. Cass. 4 febbraio 2003, n. 1610; conforme Cass. 22 maggio 2007, n. 11880.
Ricorre il vizio di omessa motivazione, nella duplice manifestazione di difetto assoluto o di motivazione apparente, quando il giudice di pace, in sede di opposizione ad un verbale di contestazione per un’infrazione amministrativa al codice della strada, afferma in sentenza apoditticamente che sia stata data la prova dell’insussistenza del fatto contestato, omettendo di evidenziare il contenuto della prova medesima. Cass. 10 luglio 2008, n. 19041.
È nulla, in quanto priva dei requisiti minimi di cui all’art. 132, secondo comma, numero 4, c.p.c. (concisa esposizione dello svolgimento del processo e dei motivi in fatto e in diritto della decisione) la sentenza, resa in esito al procedimento di opposizione ai sensi della legge 24 novembre 1981, n. 689, recante il solo dispositivo di annullamento dell’ordinanza - ingiunzione opposta ed il regolamento delle spese di lite, ma priva della indicazione della res litigiosa e delle ragioni dell’annullamento del provvedimento amministrativo. Cass. 11 gennaio 2006, 216.
La sentenza è nulla ai sensi dell’art. 132, comma 2, n. 4, c.p.c., ove risulti del tutto priva dell’esposizione dei motivi sui quali la decisione si fonda ovvero la motivazione sia solo apparente, estrinsecandosi in argomentazioni non idonee a rivelare la “ratio decidendi”. Ne consegue che non può ritenersi affetta da nullità la sentenza per il solo fatto che si limiti a recepire, trascrivendola, la motivazione di un altro provvedimento giudiziale adottato sulla medesima questione, ferma la necessità che la motivazione trascritta non presenti, essa stessa, i vizi della motivazione apparente Cass. lav., 8 gennaio 2009, n. 161.
Quando la motivazione richiama un orientamento giurisprudenziale consolidato - tra l’altro riportando le massime in cui esso si è espresso - la motivazione deve ritenersi correttamente espressa da tale richiamo, che rinvia - in evidente ossequio al principio di economia processuale (che oggi trova legittimazione formale nel principio della ragionevole durata del processo, il quale giustifica ampiamente che non si debbano ripetere le argomentazioni di un orientamento giurisprudenziale consolidato, ove condivise dal giudicante e non combattute dal litigante con argomenti nuovi) - appunto alla motivazione risultante dai provvedimenti richiamati, di modo che il dovere costituzionale di motivazione risulta adempiuto, per relationem, per essere detta motivazione espressa in provvedimenti il cui contenuto è conoscibile. Cass. 30 marzo 2007, n. 7943.
La motivazione per relationem della sentenza pronunciata in sede di impugnazione per nullità del lodo, in relazione a violazione delle regole sulla interpretazione del contratto, è legittima purché il giudice della impugnazione, facendo proprie le argomentazioni degli arbitri, consenta di ritenere che alla affermazione di condivisione del giudizio finale espresso da questi ultimi sulla interpretazione delle clausole contrattuali sia pervenuto attraverso l’esame e la valutazione di infondatezza delle censure mosse dall’impugnante in termini adeguatamente specifici, ovverosia mediante la puntuale indicazione dei criteri ermeneutici non osservati e non con la mera deduzione di un’interpretazione diversa. Cass. 31 gennaio 2007, n. 2201.
L’indicazione in sentenza, ai sensi dell’art. 118 disp. att. c.p.c., delle disposizioni di legge applicate, non è prescritta a pena di nullità e, pertanto, non sono ravvisabili né il vizio di omessa motivazione ex art. 360, primo comma, n. 5 c.p.c. né il vizio di violazione di legge ai sensi del primo comma, n. 3, della stessa norma qualora nella sentenza impugnata non sia stato operato l’espresso richiamo alla specifica disciplina legale posta a fondamento della statuizione, atteso che, in base alla “ratio” degli artt. 118 disp. att. c.p.c. e 132, primo comma, n. 4, c.p.c., é essenziale che dal complesso delle argomentazioni svolte dal giudice emergano gli elementi in fatto e in diritto posti a fondamento della decisione adottata. Cass. 24 novembre 2008, n. 27890.
Nell’ordinario giudizio di cognizione, la portata precettiva della sentenza va individuata tenendo conto non soltanto del dispositivo, ma anche della motivazione che, nelle sentenze di condanna, incide sul momento precettivo tanto da essere integrativa del dispositivo, supplendo alle lacune dello stesso in quanto rivelatrice dell’effettiva volontà del giudice. Cass. 29 maggio 2006, n. 12802; conforme Cass. 14 febbraio 2007, n. 3336; Cass. 8 marzo 2007, n. 5337; Cass. 8 giugno 2007, n. 13513; Cass. 11 luglio 2007, n. 15585.
Conf.: È nulla la sentenza d’appello con dispositivo limitato al rigetto delle impugnazioni proposte dalle parti, qualora, in rapporto anche alla decisione di primo grado, il contrasto tra dispositivo e motivazione non possa essere risolto ricorrendo al procedimento di reciproca integrazione. Cass. 16 ottobre 2006, n. 22148.
La mancata statuizione - nel dispositivo della sentenza - in ordine ad un determinato capo della domanda configura il vizio di omessa pronuncia riguardo a quel capo, denunciabile ai sensi dell’art. 112 c.p.c., non potendo la esistenza della relativa decisione desumersi da affermazioni contenute nella sola motivazione. Cass. 24 maggio 2007, n. 12084.
Nel rito del lavoro il dispositivo della sentenza non è - come nel rito ordinario - un atto puramente interno, modificabile dallo stesso giudice fino a quando la sentenza non venga pubblicata, ma è atto di rilevanza esterna, che racchiude gli elementi del comando giudiziale i quali non possono essere mutati in sede di redazione della motivazione, atteso che la sua lettura in udienza fissa in maniera immodificabile tale comando portandolo ad immediata conoscenza delle parti. Ne consegue che il contrasto insanabile fra motivazione e dispositivo determina la nullità della sentenza, né può, pertanto, in tale ipotesi trovare applicazione il procedimento di correzione “ex” art. 287 c.p.c. Cass. 21 marzo 2008, n. 7698.
La sottoscrizione della sentenza da parte del giudice - e, nel caso del giudice collegiale, del presidente e dell’estensore - costituisce un requisito essenziale del provvedimento, la cui ingiustificata mancanza, pur se involontaria, provocata, cioè, da errore o da dimenticanza, ne determina la nullità assoluta e insanabile, equiparabile all’inesistenza, senza che possa ovviarsi né con il procedimento di correzione degli errori materiali né con la rinnovazione della pubblicazione da parte dello stesso organo che - emessa la pronunzia - ha ormai esaurito la sua funzione giurisdizionale. Ne consegue che, pur in esito al giudizio di cassazione, la causa va rimessa al medesimo giudice che ha pronunciato la sentenza carente di sottoscrizione, a tenore degli artt. 354, primo comma, 360, n. 4, e 383, ultimo comma, c.p.c., il quale, in sede di rinvio, risulta investito del potere-dovere di riesaminare il merito della controversia senza limitarsi alla semplice rinnovazione della pronunzia. Trattasi, invero, di rinvio improprio o restitutorio giustificato dal rilievo che il giudizio di gravame, siccome definito con sentenza radicalmente nulla, deve ritenersi come non avvenuto, per cui lo stesso non va «sostituito» con altro da svolgersi avanti a diverso giudice dello stesso grado, ma va «rinnovato» dallo stesso giudice funzionalmente competente a giudicare in grado di appello sulla sentenza di primo grado. Cass. 28 settembre 2006, n. 21049; conforme Cass., Sez. Un., 19 dicembre 1990, n. 12021; Cass. 29 novembre 2005, n. 26040.
La mancanza della sottoscrizione o della sigla dell’estensore e del presidente in alcuna delle pagine che compongono la sentenza non integra violazione dell’art. 132, terzo comma, n. 5, c.p.c., il quale richiede la sottoscrizione del giudice come sigillo conclusivo del testo in cui è documentata la decisione, che implica, come è confermato dal secondo comma dell’art. 119 disp. att. c.p.c. (che riflette l’ipotesi in cui il testo originale sia stato formato dal cancelliere) la verifica analitica della corrispondenza del testo scritto, in ogni sua parte, a quello steso dal relatore ed approvato dal presidente; sicché l’autenticità della sentenza sottoscritta (a conclusione del testo originale) dal giudice può essere contestata soltanto con la querela di falso per materiale contraffazione in ipotesi attuata in tempo successivo al deposito in cancelleria a norma dell’art. 133 c.p.c. Cass. 19 maggio 2006, n. 11860.
Data della deliberazione.
Non è affetta da nullità la sentenza in cui nell’intestazione del dispositivo, letto in udienza, è lasciato in bianco lo spazio per l’indicazione della data di udienza ed il nome di una della parti sia riportato in modo errato, qualora tali irregolarità non determinino alcuna incertezza sulla data del dispositivo o sul soggetto a cui esso si riferisce. Cass. 14 luglio 2004, n. 13074.
Nel caso in cui manchi la data della deliberazione, si deve ritenere che la causa sia stata decisa nel momento in cui il giudice poteva e doveva deciderla. Cass. 27 ottobre 2006, n. 23191.
L’indicazione della data di deliberazione della sentenza non è, a differenza dell’indicazione della data di pubblicazione (che ne segna il momento di acquisto della rilevanza giuridica), elemento essenziale dell’atto processuale, e la sua mancanza non integra, pertanto, gli estremi di alcuna ipotesi di nullità deducibile con l’impugnazione, costituendo, per converso, fattispecie di mero errore materiale emendabile ex artt. 287, 288 c.p.c. Cass. 23 febbraio 2007, n. 4208.
La mancanza della data di pubblicazione della sentenza non è causa di nullità (ovvero di inesistenza) della sentenza stessa tutte le volte in cui la cancelleria del tribunale abbia annotato l’avvenuta pubblicazione della sentenza nel registro cronologico, l’abbia altresì trasmessa all’ufficio del registro atti giudiziari, ed abbia, infine, comunicato alle parti costituite l’avvenuto deposito della decisione, così che la parte interessata abbia potuto tempestivamente impugnare la pronuncia a lei sfavorevole. La data di pubblicazione della sentenza, difatti, indica il dies a quo per l’impugnazione nel termine indicato dall’art. 327 c.p.c., e non assume, pertanto, rilievo tutte le volte in cui l’impugnazione stessa risulti tempestivamente proposta (a prescindere, ancora, dalla considerazione che, secondo quanto disposto dall’art. 156 c.p.c., le formalità di pubblicazione della sentenza indicate nel primo comma dell’art. 133 stesso codice non sono previste dalla legge a pena di nullità). Cass. 30 luglio 1999, n. 8297; conforme Cass. 19 marzo 2006, n. 7243.
Per effetto del combinato disposto degli artt. 133 e 327 c.p.c. il termine annuale per l’impugnazione della sentenza non notificata inizia a decorrere dalla data della sua pubblicazione e, laddove sulla sentenza pubblicata appaiano due date, una di deposito in cancelleria da parte del giudice e l’altra, successiva, di pubblicazione indicata come tale dal cancelliere, è solo a quest’ultima che bisogna aver riguardo ai fini della decorrenza del termine. Cass. lav., 19 maggio 2008, n. 12681.
Successione di leggi nel tempo.
L’esistenza della sentenza civile è determinata (salvo ipotesi particolari, quale quella del rito del lavoro, ovvero dei riti ad esso legislativamente equiparati o specialmente disciplinati), dalla sua pubblicazione mediante deposito nella cancelleria del giudice che l’ha pronunziata, ed il suo dispositivo è atto privo di rilevanza giuridica esterna e di definitività. Ne consegue che, nell’ipotesi di entrata in vigore una nuova normativa (dispiegante effetti sostanziali o processuali sul rapporto controverso) nell’intervallo di tempo intercorrente tra la deliberazione e la pubblicazione della sentenza, è dovere del giudice applicare immediatamente la disciplina sopravvenuta mediante i necessari, consequenziali adempimenti. Cass. 9 maggio 2000, n. 5855.

References: sentenza 

Art. 132
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 art. 168
 art. 276
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