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Timestamp: 2018-06-21 09:54:20+00:00

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Come ottenere subito i rimborsi fiscali (quarta parte) | Commercialista Telematico
Come ottenere subito i rimborsi fiscali (quarta parte)
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RIMBORSO DELLA TASSA SULLE SOCIETA’
A) In tema di rimborso della tassa di concessione governativa per l’iscrizione annuale delle società di capitali nel registro delle imprese (c.d. tassa sulle società), a seguito delle modifiche legislative introdotte dall’art. 3, commi 18 e 19, del D.L. n. 853 del 1984, convertito con modifiche nella Legge n. 17 del 1985, per quanto, in particolare, riguarda il rispetto del termine decadenziale di tre anni (art. 13 DPR n. 641 del 26/10/1972), la Corte di Cassazione finalmente, dopo un iniziale contrasto giurisprudenziale (in particolare, Cass., Sez. I, sent. n. 11973 del 25/10/1999 e Cass., Sez. I, sentenza n. 12025 del 26/10/1999), non solo ha composto il suddetto contrasto (Cass., Sez. Trib., con le due sentenze n. 11362 del 04/09/2001 e n. 11463 del 06/09/2001) ma, ultimamente, ha confermato i seguenti principi.
1) La giurisprudenza della Corte di Cassazione, secondo la quale “poiché gli atti impeditivi della decadenza vengono in considerazione per le conseguenze che determinano a carico del diritto che deve essere esercitato, per legge o per contratto, entro un dato termine, il verificarsi di tale effetto non può essere subordinato alla ricezione di tali atti da parte del destinatario…., essendo la qualifica di atti recettivi correlata ad esigenze di tutela del destinatario non sussistenti in caso di decadenza”, trova applicazione (Cass. 11625/99) anche in relazione alla richiesta di rimborso della tassa di concessione governativa delle società.
Stabilito, dunque, che la tempestività dell’istanza di rimborso in argomento va riportata alla data di presentazione dell’istanza per la spedizione ai servizi postali entro il termine di cui al succitato art. 13 DPR n. 641/72 (Cass. 11973/99; 1691/2000), nessun effetto preclusivo può ulteriormente derivare dalla data di ricezione, da parte dell’Amministrazione finanziaria, della raccomandata contenente l’istanza di rimborso.
Il suddetto principio è stato ribadito dalla Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, sentenza n. 10476 del 03/07/2003.
2) In un’altra occasione, anche se per la verità in modo non molto chiaro (Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, sentenza n. 7987 del 21/05/2003), gli stessi giudici di legittimità hanno chiarito che la domanda di rimborso in questione è soggetta alla decadenza triennale dal giorno del pagamento, prevista dal più volte citato art. 13 DPR n 641/72, e rientra nel novero degli atti ricettivi, che producono effetti dal momento in cui pervengono al destinatario, ma, ai fini della verifica della tempestività della predetta domanda, deve aversi riguardo soltanto alla data della sua spedizione, semprechè, in caso di specifica contestazione, l’istante dimostri la ricezione della richiesta di rimborso da parte del destinatario mediante la produzione dell’avviso di ricevimento ovvero, quando l’invio della richiesta sia avvenuto mediante spedizione di semplice plico raccomandato senza avviso di ritorno, dell’attestazione di avvenuta consegna del plico stesso rilasciata dall’ufficio postale.
B) L’Amministrazione finanziaria, in tema di rimborso della tassa sulle società, ha emanato le seguenti istruzioni agli uffici fiscali:
– circolare n. 32/E del 1999;
– circolare n. 106/E del 1999;
– circolare n. 192/E del 1999;
– circolare n. 215/E del 1999;
– risoluzione n. 51/E del 07/12/2004 dell’Agenzia delle Entrate.
In particolare, con quest’ultima risoluzione, cambia la procedura di rimborso.
In luogo della vecchia procedura, le istanze residue dovranno essere lavorate tramite la base dati unica nazionale, denominata LINEA 7 “Rimborsi imposte dirette e concessioni governative disposti dall’ufficio del collegamento “riforma della riscossione”, usando il codice 14, specificamente attivato per le istanze di rimborso da erogare a società vigenti.
A) Il contribuente, anche dopo aver esaurito la procedura tributaria per ottenere il rimborso della maggiore imposta pagata oltre gli accessori, come esposto nei precedenti capitoli, può iniziare dinanzi al giudice ordinario (non le Commissioni Tributarie) un separato e distinto giudizio per chiedere il risarcimento dei danni (materiali e morali), ai sensi e per gli effetti dell’art. 2043 c.c..
A tal proposito, occorre ricordare l’interessante sentenza della Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, del 26 marzo – 22 luglio 1999 n. 500, che ha dedotto l’irrilevanza, ai fini del risarcimento del danno subito, della posizione giuridica (se di diritto soggettivo o di interesse legittimo) rivestita dal privato che quel danno abbia patito in dipendenza della condotta della Pubblica Amministrazione.
La condanna al risarcimento dei danni non potrà, però, avvenire sulla base del mero dato obiettivo dell’illegittimità dell’azione amministrativa, ma il giudice ordinario dovrà svolgere una più penetrante indagine, non limitata al solo accertamento del provvedimento (positivo o negativo, come nel caso del tardivo rimborso) in relazione alla normativa ad esso applicabile, bensì estesa anche alla valutazione della colpa non del funzionario agente (da riferire ai parametri della negligenza o imperizia) ma della Pubblica Amministrazione, intesa come apparato, che sarà configurabile nel caso in cui l’adozione e l’esecuzione dell’atto illegittimo (o la eventuale omissione illegittima) sia avvenuta in violazione delle regole di imparzialità, di correttezza e di buona amministrazione alle quali l’esercizio della funzione amministrativa deve ispirarsi e che il giudice ordinario deve valutare, in quanto si pongono come limiti esterni alla discrezionalità.
A tal proposito, occorre ricordare che la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, con l’importante sentenza n. 722 del 15/10/1999, ha stabilito, in materia tributaria, i seguenti, condivisibili principi.
1) L’attuale art. 2 D.Lgs. n. 546/92 contiene una formulazione più ampia rispetto al DPR n. 636/72, avendo ampliato la giurisdizione esclusiva del giudice tributario anche per le controversie concernenti le sovrimposte e le imposte addizionali, nonché le sanzioni amministrative e gli altri accessori (art. 2, comma secondo, cit.).
Tuttavia, la sola previsione degli “altri accessori” non è di per sé sufficiente a radicare la giurisdizione esclusiva del giudice tributario anche alle controversie sul risarcimento del danno per comportamento illecito dell’Amministrazione finanziaria.
Infatti, per “accessori” devono intendersi esclusivamente gli aggi dovuti all’esattore, le spese di notifica, gli interessi moratori ed al limite il maggior danno da svalutazione monetaria ex art. 1224, comma secondo, c.c., come già esposto nei precedenti capitoli.
2) L’attività della Pubblica Amministrazione, anche nel campo tributario, deve svolgersi nei limiti posti non solo dalla legge ma anche dalla norma primaria del “NEMINEM LAEDERE”, per cui è consentito al giudice tributario, al quale è pur sempre vietato stabilire se il potere discrezionale sia stato o meno opportunamente esercitato, accertare se vi sia stato da parte del fisco un comportamento colposo tale che, in violazione della suindicata norma primaria, abbia determinato la violazione di un diritto soggettivo; infatti, stante i principi di legalità, imparzialità e buona amministrazione, dettati dall’art. 97 della Costituzione, la Pubblica Amministrazione è tenuta a subire le conseguenze stabilite dal più volte citato art. 2043 c.c., atteso che tali principi si pongono come limiti esterni alla sua attività discrezionale, ancorché il sindacato di questa rimanga precluso al giudice ordinario (in tal senso, anche la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, sentenza n. 5477 del 18/05/1995).
– Sezione Terza Civile, con la sentenza n. 1191 del 27/01/2003, secondo la quale il contribuente ha diritto al risarcimento dei danni (comprese le spese legali per difendersi in giudizio) cagionatigli dall’illegittimo comportamento dell’Amministrazione finanziaria, che, nella fattispecie, aveva iscritto a ruolo una imposta non dovuta.
Pertanto, individuata correttamente dal giudice ordinario di merito la colpa della Pubblica Amministrazione, per avere la stessa violato non solo le regole di imparzialità, correttezza e buona amministrazione, significativamente richiamate anche dalla recente Legge n. 212 del 27 luglio 2000 (c.d. Statuto del contribuente), ma anche l’obbligo di osservare le sentenze di altri giudici (penale o tributario), è del tutto evidente la violazione della norma di cui all’art. 2043 c.c.;
– Sezione Terza Civile, con la sentenza n. 3523 dell’08/03/2003, nel senso che l’azione di risarcimento del danno è proponibile anche prima dell’esecuzione esattoriale, a seguito della notificazione dell’avviso di mora, il quale è un atto che, ai sensi dell’art. 46 n. 602/73 (nel testo anteriore alle modifiche di cui al D.Lgs. n. 46 del 1999), precede l’inizio dell’espropriazione forzata.
In definitiva, quindi, alla luce di tutti i suesposti principi, ormai consolidatisi nella giurisprudenza della Corte di Cassazione, il contribuente può adire il giudice ordinario per il risarcimento dei danni causati dal mancato o tardivo rimborso dei crediti d’imposta, oltre gli accessori, qualora dimostri che tali colpose inadempienze amministrative hanno causato danni morali (anche di natura psicologica o di immagine per aver fatto ricorso al credito bancario) o materiali (quali, per esempio, il fallimento o la chiusura di un’azienda).
B) Inoltre, ai fini di una responsabilità per danno contabile a carico del responsabile del procedimento, va ricordato il tenore dell’art. 2-septies, primo comma, D.L. n. 564 del 30 settembre 1994, come aggiunto in sede di conversione con la Legge n. 656 del 30/11/1994, secondo cui: “Nell’attività di interpretazione delle disposizioni tributarie e, comunque, nell’applicazione delle disposizioni di cui agli artt. 2-bis, 2-quater (in tema di autotutela) e 2-sexties, i dipendenti dell’Amministrazione finanziaria che svolgono le relative funzioni rispondono patrimonialmente solo in caso di danno cagionato per dolo o colpa grave”.
C) Inoltre, il contribuente, se si accorge che il fisco porta avanti inutilmente una causa tributaria per ritardare colpevolmente il rimborso del credito d’imposta, può sempre chiedere al giudice (sia tributario che ordinario) l’applicazione dell’art. 96, primo comma, c.p.c., cioè il risarcimento del danno per lite temeraria.
Infatti, in base al succitato articolo: “Se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche di ufficio, nella sentenza”.
– Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civili, con la sentenza n. 1082 del 05/02/1997;
– Commissione Tributaria Provinciale di Milano – Sezione XXXVI -, con la sentenza n. 31/36/03 del 13/03/2003.
Anche l’Amministrazione finanziaria si è preoccupata del problema, tanto è vero che la Direzione Regionale delle Entrate per il Lazio ha emanato in proposito la circolare n. 2/2000 del 19/06/2000 (in Corriere Tributario Ipsoa n. 1/2001, pagg. 43-46).
D) Infine, la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, con la sentenza n. 2091 del 14/02/2002, ha previsto anche nel processo tributario l’azione di arricchimento senza causa, ai sensi dell’art. 2041 c.c..
Infatti, se l’accertamento dei presupposti del rapporto tributario, dal quale si assume derivato tale arricchimento, costituisce l’oggetto principale della domanda e non un mero antecedente suscettibile di accertamento incidentale, la causa rientra fra quelle devolute alla cognizione delle Commissioni tributarie.
Il principio sopra esposto è importante ma resta da capire come possa essere introdotta tale domanda, dato che avanti le Commissioni tributarie, notoriamente, l’azione è introdotta dall’impugnazione di un atto dell’Amministrazione finanziaria, espresso o tacito che sia, ai sensi dell’art. 19 del D.Lgs. n. 546/92.
EQUA RIPARAZIONE PER LA LUNGAGGINE DEL PROCESSO TRIBUTARIO
Il diritto all’equo indennizzo concesso dalla Legge n. 89 del 24/03/2001 e successive modifiche ed integrazioni (c.d. Legge Pinto), emanata in attuazione dell’art. 6, 11 CEDU (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo) è “conformato” dalla interpretazione ed applicazione di tale diritto da parte della Corte di Strasburgo, cioè deve essere “tal quale”, e poiché la Corte di Strasburgo non riconosce, in via generale, il diritto alla ragionevole durata delle liti tributarie, neppure il giudice italiano può farlo.
Così, la Corte di Cassazione, Sezione Prima, con le sentenze n. 11350 del 17/06/2004 e n. 17139 del 27/08/2004, in linea generale, nella materia tributaria, ha escluso l’applicabilità della succitata Legge Pinto, ad eccezione:
– del giudizio di ottemperanza ad un giudicato del giudice tributario, ai sensi dell’art. 70 D.Lgs. n. 546 cit.;
– del giudizio vertente sull’individuazione del soggetto di un credito d’imposta, non contestato nella sua esistenza (Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 18508/03).
Purtroppo, però, al di fuori delle due condizioni tassativamente previste dalla Corte di Cassazione, la Legge Pinto non è applicabile nel giudizio tributario classico di rimborso, dove il contribuente deve chiedere al fisco la restituzione delle maggiori imposte pagate e non è in discussione l’individuazione del soggetto.
Non rimane, quindi, che prenderne atto, sia pure con il sospetto che tali decisioni a danno dei contribuenti siano state ispirate, o quantomeno agevolate, dal timore di non aprire un’ennesima falla nel precario equilibrio del bilancio statale.
Tale interpretazione, però, è in netto contrasto con il novellato art. 111, comma secondo, secondo periodo, della Costituzione, secondo il quale, per il processo: “La legge ne assicura la ragionevole durata”.
Dunque, se la ragionevole durata del processo, di qualunque processo, è un diritto riconosciuto dai principi fondamentali della Costituzione nonché dai fondamentali diritti processuali garantiti alle parti nel processo (artt. 24, 25 e 111, comma secondo, della Costituzione), tale diritto deve essere necessariamente riconosciuto a tutto il processo tributario, senza alcuna eccezione o limitazione.
In tal senso, in attesa di una necessaria ed urgente modifica legislativa, è necessario sollevare la questione di incostituzionalità di siffatta restrittiva interpretazione della Legge Pinto, con la speranza che i giudici abbiano il coraggio di cercare la sintonia non solo con la convenzione CEDU ma, soprattutto, con la Costituzione Italiana.
Al termine di questo lavoro, mi permetto, modestamente, di suggerire al Legislatore e all’Amministrazione finanziaria alcune soluzioni tecniche per consentire al cittadino-contribuente di essere rimborsato nel più breve tempo possibile, partendo dal principio codificato nell’art. 10, comma primo, dello Statuto del contribuente, in base al quale: “I rapporti tra contribuente e Amministrazione finanziaria sono improntati al principio della collaborazione e della buona fede”.
Infatti, ultimamente, la Corte di Cassazione, con l’importante sentenza n. 7080 del 14/04/2004, ha chiarito che lo Statuto dei Diritti del Contribuente ha uno status di legge di rango superiore.
Un primo, significativo passo è, indubbiamente, l’art. 11 del D.L. n. 282 del 29/11/2004, convertito in Legge il 21/12/2004, in base al quale: “Al fine di procedere all’immediato potenziamento delle attività di contrasto all’evasione, nonché di quelle destinate all’erogazione dei rimborsi, l’Agenzia delle Entrate provvede all’aggiornamento ed alla reingegnerizzazione dei propri processi produttivi e alla realizzazione di un programma straordinario di formazione del personale.
Ai fini legislativi, intanto, è necessario riallineare le percentuali degli interessi a debito ed a credito del fisco, nel senso che deve essere prevista un’unica percentuale di interessi e correggere, quindi, l’assurda ed incostituzionale anomalia di oggi, che vede il contribuente pagare a rate l’interesse annuo del 6% e ricevere, invece, l’interesse annuo del 2,75%, peraltro togliendo due semestri, come ho scritto nei precedenti capitoli.
Inoltre, sempre a livello legislativo bisognerebbe, per i rimborsi di tutti i crediti d’imposta, anche e soprattutto di quelli “di annata”, poter utilizzare sempre l’istituto della compensazione, come peraltro stabilito, in linea generale, dall’art. 8, comma primo, dello Statuto del Contribuente.
Oltretutto, è necessario che il legislatore preveda un’unica ed organica disciplina legislativa dei rimborsi di imposta, perché oggi tale disciplina manca in quanto nelle varie leggi tributarie sono disseminate norme che regolano aspetti parziali e momenti diversi della vicenda del rimborso.
Infine, mi permetto di suggerire l’istituzione di un “tavolo di concertazione” tra Amministrazione finanziaria e rappresentanti professionali dei contribuenti per concordare un piano di rientro sollecito dei rimborsi “di annata”, nel senso che il fisco potrebbe impegnarsi a rimborsare le somme entro pochissimi mesi (al massimo tre), consentendo anche compensazioni, ed i contribuenti potrebbero, di converso, rinunciare ad una parte degli interessi e degli altri accessori, impegnandosi a non adire le vie legali, sempre che, logicamente, siano scrupolosamente rispettati i tempi dei rimborsi concordati.
In sostanza, sarebbe una specie di “condono al contrario”, cioè a favore del fisco, che, in questo modo, eliminerebbe in breve tempo tutto l’arretrato e, contemporaneamente, risparmierebbe rilevanti somme a titolo di accessori.
L’augurio, infine, è che nei prossimi anni non si verifichino più situazioni del genere, perché il cittadino-contribuente merita sempre rispetto e comprensione quando gli devono essere riconosciuti i suoi legittimi diritti.
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References: sentenza 
 art. 13
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 art. 13
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 sentenza 
 art. 2
 art. 1224
 art. 2043
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 art. 111
 sentenza