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Timestamp: 2019-08-21 13:47:08+00:00

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CASTENASO SEPARAZIONE E DIVORZI ? ALTEDO SEPARAZIONE? AFFIDO ESCLUSIVO FIGLI ? MINERBIO SEPARAZIONE? PERCHE’ CASTENASO SEPARAZIONE E DIVORZI ? ALTEDO SEPARAZIONE? AFFIDO ESCLUSIVO FIGLI ? MINERBIO SEPARAZIONE? PERCHE’ NO
CASTENASO SEPARAZIONE E DIVORZI ? ALTEDO SEPARAZIONE? AFFIDO ESCLUSIVO FIGLI ? MINERBIO SEPARAZIONE? PERCHE’ NO
da Sergio Armaroli | Ott 31, 2016
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Ad essere oggetto della recente sentenza della Corte di Cassazione (n.13184 20119) è una pronuncia del tribunale di Roma con la quale veniva accolta l’opposizione all’esecuzione del signor G. C. Il tribunale di Roma, riteneva l’opposizione fondata, invalidando pertanto il procedimento esecutivo azionato dalla signora Z., al fine di ottenere la corresponsione degli emolumenti, dovuti dall’ex coniuge a titolo di mantenimento per il figlio in affido.
La Corte di Cassazione, investita della questione in terzo grado, accoglie il ricorso promosso dalla signora Z. cassando la sentenza del Tribunale di Roma. A fondamento del ricorso la signora Z. aveva posto due motivi, l’uno di carattere procedurale, l'altro invece riguardante le norme artt. , 6 e 9 della legge n. 898/1970. Il primo di tali motivi riguardante la procedura di esecuzione veniva rigettato, al contrario il secondo veniva ritenuto fondato portando la Cassazione all’annullamento della sentenza della Corte di merito.
La Corte Suprema poneva a fondamento della propria sentenza, essenzialmente due ordini di motivi. Osservavano i giudici di legittimità, che l’opposizione all’esecuzione non costituisce la sede per proporre un’eccezione concernente l’importo dell’ assegno di mantenimento, infatti proseguono, ancora i Giudici della Corte Suprema di Cassazione, tale eccezione avrebbe potuto proporsi solo, in sede di procedura ex art. 9 della legge n. 898/1970, che regola la modifica delle condizioni di divorzio. La norma prevede che l'importo dell’assegno di mantenimento, possa essere modificato in costanza di giustificati motivi. Pertanto, la proposizione di un’opposizione all’esecuzione e illegittima e conseguentemente nulla la sentenza del Tribunale di Roma, che giunge ad invalidare il procedimento esecutivo.
La Corte Suprema esprime sul punto un interessante principio di diritto. La Corte ritiene, che l’obbligo di mantenimento, non cessi con il raggiungimento della maggiore età ma permanga sino che i genitori non diano la prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica, oppure che è stato da loro posta nella concreta condizione di poter esser autosufficiente, ma non ne abbia tratto profitto per sua colpa.
in sede di separazione che di divorzio – gli artt. 155 quater c.c. (applicabile alla fattispecie concreta ratione temporis) e 6, co. 6, della L. n. 898 del 1970, come modificato dall’art. 11 della L. n. 74 del 1987, consentono al giudice di assegnare l’abitazione al coniuge non titolare di un diritto di godimento (reale o personale) sull’immobile, solo se a lui risultino affidati figli minori, ovvero con lui risultino conviventi figli maggiorenni non autosufficienti. Tale ‘ratio’ protettiva, che tutela l’interesse dei figli a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti, non è configurabile, invece, in presenza di figli economicamente autosufficienti, sebbene ancora conviventi, verso i quali non sussiste, invero, proprio in ragione della loro acquisita autonomia ed indipendenza economica, esigenza alcuna di spedale protezione (cfr., ex plurimis, Cass. 5857/2002; 25010/2007; 21334/2013). Devesi – per il vero – considerare, in proposito, che l’assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario risponde all’esigenza di tutela degli interessi dei figli, con particolare riferimento alla conservazione del loro ‘habitat’ domestico inteso come centro della vita e degli affetti dei medesimi, con la conseguenza che detta assegnazione non ha più ragion d’essere soltanto se, per vicende sopravvenute, la casa non sia più idonea a svolgere tale essenziale funzione. (Cass. 6706/2000).
l’accesso agli Uffici giudiziari avviene mediante un ricorso presentato congiuntamente dai due coniugi, con il quale si chiede al Tribunale semplicemente l’approvazione (Omologa) delle condizoni di separazione già concordate.
Presentato il ricorso, le parti compariranno davanti al Presidente del Tribunale per una sola volta, per firmare un verbale con il quale daranno conferma della loro volontà di separarsi a quelle determinate condizioni, chiedendone l’omologa al Tribunale. La procedura di questo tipo di separazione, in genere, può durare dai 4 ai 6 mesi, salvi i casi in cui la preparazione dell’accordo sulle condizioni richieda più tempo.
La separazione giudiziale., invece, viene solitamente utilizzato in due casi: quando i coniugi non riescono a trovare un accordo sulle condizioni coem sui figli o sulla casa, o sui conti correnti e devono pertanto chiedere al Tribunale che sia il Giudice a decidere; e quando uno dei coniugi sia irreperibile o contrario alla separazione. La prima udienza nella separazione giudiziale, detta udienza presidenziale, è prevista al fine di espletare il tentativo di conciliazione, che se ha esito positivo consente di “consensualizzare” la procedura, convertendo il rito, e di chiudere la causa con un verbale di separazione consensuale.
Nel caso di specie, l’affido (super)esclusivo alla madre è tanto opportuno quanto necessario per evitare che, anche per questioni fondamentali, la macchina di rappresentanza degli interessi del minore (in una età così tenera: appena 1 anno) sia inibita nel funzionamento, a causa del completo e grave disinteresse del padre per la propria famiglia. Allo stato, inoltre, non può essere data una regolamentazione del diritto di visita dettagliata, poiché l’assenza del padre impedisce di accertare che, come ritenuto dalla madre, la sua persona non sia pericolosa per il minore.
Famiglia – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Assegno di mantenimento – In genere separazione personale dei coniugi – Convivenza more uxorio intrapresa da uno dei due – Cessazione dell’obbligo dell’altro di corrispondere l’assegno di mantenimento – Fondamento – Condizioni.
In tema di separazione personale dei coniugi, la convivenza stabile e continuativa, intrapresa con altra persona, è suscettibile di comportare la cessazione o l’interruzione dell’obbligo di corresponsione dell’assegno di mantenimento che grava sull’altro, dovendosi presumere che le disponibilità economiche di ciascuno dei conviventi “more uxorio” siano messe in comune nell’interesse del nuovo nucleo familiare; resta salva, peraltro, la facoltà del coniuge richiedente l’assegno di provare che la convivenza di fatto non influisce “in melius” sulle proprie condizioni economiche e che i propri redditi rimangono inadeguati.
Famiglia -ALTEDO MALABERGO Separazione dei coniugi – Provvedimenti riguardo ai figli – Affido condiviso – Deroga
In tema di separazione dei coniugi, relativamente ai provvedimenti con riguardo ai figli, la scelta dell’affidamento condiviso è prioritaria, così come l’esercizio congiunto della responsabilità genitoriale. Detta regola può essere derogata – come nel caso di specie ove entrambi i coniugi non sono mai riusciti a trovare una autonomia nella gestione della genitorialità – quando la sua applicazione risulta pregiudizievole per l’interesse della minore.
ALTEDO MALALBERGO REVISIONE ASSEGNO SEPARAZIONE E DIVORZIO
In tema di revisione delle condizioni economiche della separazione personale, la revoca dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge o dei figli non comporta, di per sé, l’accoglimento della contrapposta domanda di automatico aumento delle altre contribuzioni ancora dovute. (Nella specie, la S.C., con riferimento all’assegno di mantenimento in favore del coniuge a seguito della raggiunta indipendenza economica di uno dei figli, ha affermato che, in difetto di prova contraria a cura del coniuge richiedente, deve presumersi che la misura dell’assegno in suo favore corrisponda alle sole necessità di cui all’art. 156 c.c. e non sia stata stabilita considerando anche il concorrente onere del richiedente di contribuire al mantenimento dei figli). Deve escludersi che non possa costituire di per sé presupposto sufficiente per l’attribuzione dell’addebito della separazione la circostanza che l’abuso di bevande alcoliche, da parte di uno dei coniugi, sia iniziato molti anni prima rispetto al ricorso per separazione. In realtà è proprio il protrarsi nel tempo dell’alcolismo, accompagnato al rifiuto di cure, a costituire causa della intollerabilità della convivenza per lo stress psicologico che la dipendenza dall’alcool provoca nelle persone conviventi, per la tendenza all’aggravamento dello stato di dipendenza e delle conseguenze sulla salute fisica e mentale, per il grave deterioramento delle relazione personali, specie quelle più strette, che ne deriva.
. In via preliminare, deve rilevarsi che, successivamente all’ordine di rinnovazione, le notifiche verso il convenuto si sono perfezionate regolarmente ai sensi del regolamento europeo 1393/2007. E’ versato in atti il riscontro dell’Ufficio inglese da cui risulta che la notifica si è perfezionata mediante inserimento del plico postale nella cassetta delle lettere del destinatario, secondo l’art. 6.3. del c.p.c. di Inghilterra e Wales.
. Nel merito, non è stato possibile attivare un tentativo di conciliazione per l’assenza del marito dal processo. Rispetto a questi, i documenti in atti (tra cui le denunce ai Carabinieri, del 10 marzo 2013 e lo scambio di conversazioni via chat tra le parti) mettono per ora in luce un profilo del padre inidoneo all’esercizio della responsbailità genitoriale: in primo luogo, si tratta di persona del tutto assente dalla via del figlio, …., nato il … 2013 e che ha lasciato alla madre il carico integrale dei costi di mantenimento ordinario e straordinario; inoltre, si tratta di persona che, nel conflitto con la moglie, risulta avere utilizzato il figlio come «argomento di scambio», minacciando la madre di una sottrazione dove questa non avesse aderito alle richieste del marito. Su questo sfondo, si proiettano le allegazioni della moglie la quale avrebbe anche subito violenze fisiche da parte del congiunto. In questo contesto, è allo stato evidente la necessità di un affidamento monogenitoriale ex art. 337-quater c.c. La lontananza del padre (che vive a Londra), la difficoltà nel comunicare con questi (che, di fatto, si rende irreperibile) e l’atteggiamento tenuto con riguardo a moglie e figlio, suggerisce un affido con competenze genitoriali concentrate in capo alla madre (quello che, a titolo meramente descrittivo, può essere definito come cd. affido supereslcusivo). Si tratta di un modulo di esercizio della responsabilità genitoriale che trova oggi riscontro nell’art. 337-quater comma III c.c.
Nel modulo di affidamento monogenitoriale, il genitore cui sono affidati i figli in via esclusiva ha l’esercizio esclusivo della responsabilità genitoriale su di essi; ciò nonotante, «le decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i genitori». L’esercizio concertato della responsabilità genitoriale, in ordine alle scelte più importanti (salute, educazione, istruzione, residenza abituale) può però trovare deroga giudiziale (“salvo che non sia diversamente stabilito”). Si tratta, in questi casi, si rimettere al genitore affidatario anche l’esercizio in via esclusiva della responsabilità genitoriale con riguardo alle questioni fondamentali. Questa concentrazione di genitorialità in capo a uno solo dei genitori non rappresenta, ovviamente, un provvedimento che incide sulla titolarità della responsabilità genitoriale, modificandone solo l’esercizio. Il genitore cui i figli non sono affidati ha, peraltro, sempre il diritto ed il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse (art. 337-quater ultimo comma c.c.). Nel caso di specie, l’affido (super)esclusivo alla madre è tanto opportuno quanto necessario per evitare che, anche per questioni fondamentali, la macchina di rappresentanza degli interessi del minore (in una età così tenera: appena 1 anno) sia inibita nel funzionamento, a causa del completo e grave disinteresse del padre per la propria famiglia. Allo stato, inoltre, non può essere data una regolamentazione del diritto di visita dettagliata, poiché l’assenza del padre impedisce di accertare che, come ritenuto dalla madre, la sua persona non sia pericolosa per il minore.
. In ordine ai rapporti economici, va rilevato che il padre del minore risulta avere sua dimora (il luogo dove vive in Londra, anche se non riceve la posta ed ostacola i contatti). E’ anche persona di giovanissima età poiché compirà 23 anni a brevissimo (… 1991). Ne consegue che, valorizzando le potenzialità economiche del padre, deve essere allo stato fissato un obbligo contributivo di euro 250,00 mensili (come richiesti dalla madre). La somma è da intendersi onnicomprensiva con eslcusione delle spese mediche non coperte dal SSN.
obbligo cambio residenza dopo separazione
Sono divorziata, mio marito non paga più le spese per nostro figlio
Mia moglie si è allontanato dalla casa coniugale. Voglio la separazione giudiziale con addebito
AFFIDO ESCLUSIVO FIGLI
L’affidamento esclusivo del figlio minore a uno dei coniugi deve essere particolarmente motivato e comunque nell’interesse esclusivo del minore. Nella giurisprudenza di questa Corte e’ costante l’orientamente secondo cui l’affidamento condiviso dei figli minori ad entrambi i genitori (che non esclude che essi siano collocati presso uno di essi con previsione di uno specifico regime di visita con l’altro) costituisce il regime ordinario di affidamento, che non e’ impedito dall’esistenza di una conflittualita’ tra i coniugi, che spesso connota i procedimenti di separazione, tranne quando tale regime sia pregiudizievole per l’interesse dei figli, alterando e ponendo in serio pericolo il loro equilibrio e sviluppo psico-fisico. In tal caso la pronuncia di affidamento esclusivo deve essere sorretta da una puntuale motivazione in ordine, non solo, al pregiudizio potenzialmente arrecato ai figli da un affidamento condiviso ma anche all’idoneita’ del genitore affidatario e all’inidoneita’ educativa alla manifesta carenza dell’altro genitore (v. Cass. nn. 1777 e 5108/20012, 24526/2010, 16593/2008).
In tema di separazione personale dei coniugi, il carattere sostanzialmente alimentare dell’assegno liquidato a titolo di contributo per il mantenimento del coniuge e dei figli ha indotto questa Corte ad affermare ripetutamente che, qualora ne sia stata disposta la riduzione, l’operativita’ della stessa decorre dal momento della pronuncia giudiziale che ne abbia modificato la misura: il principio secondo cui la statuizione giudiziale di riduzione opera retroattivamente dalla domanda dev’essere infatti contemperato con il principio d’irripetibilita’, impignorabilita’ e non compensabilita’ della prestazione in esame, con la conseguenza che la parte che abbia gia’ ricevuto, per ogni singolo periodo, l’importo originariamente stabilito non puo’ essere costretta a restituirlo, ne’ puo’ vedersi opporre in compensazione, per qualsivoglia ragione di credito, quanto ricevuto a tale titolo (cfr. Cass., Sez. 6, 4 luglio 2016, n. 13609; Cass., Sez. 1, 20 luglio 2015, n. 15186; 10 dicembre 2008, n. 28987).
Non puo’ pertanto condividersi la sentenza impugnata, nella parte in cui, dopo aver disposto la riduzione dell’assegno dovuto dal (OMISSIS) per il mantenimento dei figli, collocati prevalentemente presso la (OMISSIS), ha fatto decorrere gli effetti di tale statuizione dalla data di pubblicazione della sentenza di primo grado, in tal modo incidendo retroattivamente sulla misura del predetto contributo, e facendo sorgere a carico della ricorrente l’obbligo di restituire le somme ricevute in eccedenza rispetto all’importo definitivamente liquidato, in contrasto con il principio d’irripetibilita’ e con la funzione alimentare dell’assegno, destinato al sostentamento dei minori.
Con il secondo motivo, la ricorrente deduce l’omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia, sostenendo che, nella determinazione dello assegno di mantenimento, la sentenza impugnata non ha considerato che lo stesso dev’essere tale da consentire al coniuge separato la conservazione del tenore di vita goduto nel corso della convivenza, ovverosia di quello che l’altro coniuge avrebbe dovuto garantirgli in base alle sue possibilita’ economiche, il cui indicatore puo’ essere individuato nel divario reddituale tra i coniugi.
Nel valutare la capacita’ reddituale del (OMISSIS), la Corte di merito si e’ attenuta alle risultanze delle sue dichiarazioni dei redditi, ritenute inverosimili dalla sentenza di primo grado, omettendo di rilevare che a) quelle relative agli anni 2009 e 2010 non recavano l’attestazione di coerenza e congruita’ agli studi di settore, mentre quella relativa allo anno 2011 mancava degli studi di settore, b) i componenti positivi del reddito, i ricavi delle vendite e le entrate del conto corrente non coincidevano, c) i fondi pensione erano stati indicati ed avrebbero quindi dovuto essere valutati, d) i mutui contratti costituivano manifestazione di capacita’ contributiva. A fronte di tali incongruenze, la sentenza impugnata ha immotivatamente rifiutato di procedere ai necessari approfondimenti istruttori, trascurando anche la circostanza che, in conseguenza della separazione, essa ricorrente era venuta a trovarsi in situazione di reale indigenza, essendo stata arbitrariamente estromessa dall’impresa comune al cui sviluppo aveva contribuito con il suo impegno, anche economico, e la sua capacita’ imprenditoriale. Nel disporre la riduzione dell’assegno dovuto per il mantenimento dei figli, la Corte di merito si e’ infine discostata ingiustificatamente dai parametri di cui all’articolo 155 c.c., comma 4, non avendo tenuto conto delle condizioni economiche delle parti, del pregresso tenore di vita, delle attuali esigenze dei figli, dei tempi di permanenza con ciascun genitore e della valenza economica dei compiti domestici e di cura.
Ai fini del riconoscimento e della liquidazione dell’assegno di mantenimento, la sentenza impugnata si e’ puntualmente attenuta al principio, costantemente ribadito dalla giurisprudenza di legittimita’, secondo cui l’insorgenza del relativo diritto e’ subordinata all’indisponibilita’ di adeguati redditi propri, ovverosia di redditi che consentano al richiedente di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, ed alla sussistenza di una disparita’ economica tra le parti, da valutarsi in relazione alle risorse patrimoniali ed alle potenzialita’ reddituali complessive di ciascuna di esse (cfr. Cass., Sez. 1, 27 giugno 2006, n. 14840; 30 marzo 2005, n. 6712; 22 ottobre 2004, n. 20368).
Pur affermando di non poter procedere ad un approfondito esame dei rilievi sollevati dalla (OMISSIS) in ordine alla documentazione fiscale prodotta dal (OMISSIS), la Corte di merito ne ha ampiamente riportato le risultanze, valutandone motivatamente l’attendibilita’ in relazione alle critiche mosse dalla ricorrente, comparandole con gli elementi acquisiti in ordine alla situazione lavorativa e reddituale di quest’ultima, e pervenendo in tal modo all’accertamento di un divario economico ritenuto superabile attraverso la corresponsione dell’importo posto a carico del controricorrente. Tale apprezzamento trova conforto nel consolidato orientamento di questa Corte, secondo cui lo accertamento delle condizioni economiche delle parti, ai fini della liquidazione dell’assegno di mantenimento sia per il coniuge che per i figli, non richiede la determinazione dell’esatto importo dei redditi posseduti mediante l’acquisizione di dati numerici o rigorose analisi contabili e finanziarie, essendo sufficiente un’attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddituali dei coniugi, attraverso la quale sia possibile pervenire a fissare l’erogazione di una somma corrispondente alle esigenze dell’avente diritto (cfr. Cass., Sez. 1, 7 dicembre 2007, n. 25618: 5 novembre 2007, n. 23051).
Nel contestare la predetta valutazione, la ricorrente non e’ in grado di indicare le lacune argomentative o le carenze logiche del ragionamento seguito dalla sentenza impugnata, ma si limita ad insistere sui rilievi gia’ sollevati nella precedente fase processuale, in tal modo dimostrando di voler sollecitare, attraverso l’apparente deduzione del vizio di motivazione, un nuovo apprezzamento delle risultanze istruttorie, non consentito a questa Corte, alla quale non spetta il compito di riesaminare il merito della controversia, ma solo quello di controllare la correttezza giuridica e la coerenza logica della valutazione compiuta nella sentenza impugnata, nei limiti in cui la stessa e’ censurabile in sede di legittimita’, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo modificato dal Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, articolo 54 convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134.
Tale disposizione, circoscrivendo l’anomalia motivazionale denunciabile in sede di legittimita’ ai soli casi in cui il vizio si converte in violazione di legge, per mancanza del requisito di cui all’articolo 132 c.p.c., n. 4, esclude infatti la possibilita’ di estendere l’ambito di applicabilita’ dell’articolo 360, comma 1, n. 5 cit. al di fuori delle ipotesi, nella fattispecie non ricorrenti, in cui la motivazione manchi del tutto sotto l’aspetto materiale e grafico, oppure formalmente esista come parte del documento, ma le sue argomentazioni siano svolte in modo talmente contraddittorio da non permettere d’individuarla, cioe’ di riconoscerla come giustificazione del decisum, e tale vizio emerga immediatamente e direttamente dal testo della sentenza (cfr. ex plurimis, Cass., Sez. Un., 7 aprile 2014, n. 8053 e 8054; Cass., Sez. 6, 8 ottobre 2014, n. 21257).

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 9
 sentenza 
 Cass. 
 art. 337
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 54
 sentenza