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Timestamp: 2018-02-21 03:39:43+00:00

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﻿CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 18 maggio 2017, n. 12561 - Infortunio sul lavoro - Contratto di appalto - Ammissione al passivo del fallimento - Domanda Inail - Recupero delle prestazioni previdenziali - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 18 maggio 2017, n. 12561 – Infortunio sul lavoro – Contratto di appalto – Ammissione al passivo del fallimento – Domanda Inail – Recupero delle prestazioni previdenziali
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 18 maggio 2017, n. 12561
Infortunio sul lavoro – Contratto di appalto – Ammissione al passivo del fallimento – Domanda Inail – Recupero delle prestazioni previdenziali
Con decreto ex art. 99 I. fallimentare, depositato il 26.5.2011, il Tribunale di Bassano del Grappa rigettava l’opposizione avverso il provvedimento con cui il giudice delegato aveva rigettato la domanda svolta dall’INAIL di ammissione al passivo del fallimento F.lli B. srl allo scopo di recuperare le prestazioni previdenziali erogate all’operaio carpentiere L.S. in seguito ad un grave infortunio sul lavoro per complessivi € 372.403,14.
Il primo giudice aveva respinto la domanda dell’INAIL sul rilievo dell’insussistenza del rapporto di lavoro subordinato tra la società F.lli B. srl ed il lavoratore L.S.; ed il tribunale confermava nel provvedimento in oggetto che al momento del sinistro l’infortunato era dipendente della società croata M. e lavorava presso la F.LLi B. in forza di un contratto di appalto stipulato tra le due imprese avente ad oggetto “la costruzione e l’assemblaggio secondo i disegni in Vs possesso”. Il contrario assunto formulato dall’INAIL non era quindi fondato ed era del tutto indimostrato, ancorchè fosse provato che i titolari delle due imprese coinvolte fossero i medesimi; inoltre, nonostante il Servizio di Prevenzione avesse ravvisato una responsabilità a carico della F.LL. B., per non aver impartito un’adeguata informazione e formazione nell’uso del carroponte, secondo i giudici, nella dinamica del sinistro nessuna responsabilità poteva essere ravvisata a carico della Flli B. nel grave infortunio occorso al L., in quanto questi era un lavoratore esperto per aver lavorato alcuni mesi e per essere stato istruito dai propri colleghi.
Avverso detta sentenza l’INAIL propone ricorso affidando le proprie censure a due motivi. L’intimato non ha svolto attività, difensiva. L’Inail ha depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.
1. Con il primo motivo di ricorso l’INAIL deduce la violazione e falsa applicazione degli art.10 e 11 d.P.R. n.1124/1965, dell’art. 7 d.lgs. 276/1994, degli artt. 21 e 22 dIgs.626/1994, dell’ art. 2087 c.c. (art. 360 n.3 c.p.c.) per non aver ritenuto esperibile l’azione di regresso anche nei confronti del terzo corresponsabile dell’infortunio.
2. Con il secondo motivo si deduce violazione dell’art.2087 c.c. (art. 360, co. 1 n. 3 c.p.c.) per aver ravvisato un comportamento anomalo di rilievo esclusivo in capo alla vittima nonostante l’accertata negligenza del committente.
4. Anzitutto va ricordato che secondo l’interpretazione, oramai risalente e consolidata, degli artt. 10 e 11 del DPR fornita dalla giurisprudenza di questa Corte, l’azione di regresso dell’INAIL è una speciale azione, di natura contrattuale (Cass. sent. 10529/2008, 16141/2007) che compete all’INAIL iure proprio ” nei confronti delle persone civilmente responsabili”, in presenza di un fatto reato perseguibile ex officio, autonomamente accertabile dal giudice civile.
6. Per quanto riguarda invece i terzi rileva la sentenza 16 aprile 1997, n. 3288 con la quale le Sezioni Unite, superando il contrario arresto formulato sempre a Sezioni Unite con la sentenza 1267/1952, hanno esteso l’ambito soggettivo dell’azione di regresso dell’INAIL a soggetti diversi dal datore di lavoro, statuendo che nei confronti dei compagni di lavoro o dei preposti responsabili dell’infortunio sul lavoro, l’INAIL non può esercitare la comune azione di surroga ex art. 1916 c.c., ma soltanto l’azione di regresso, ove ricorrano i presupposti di cui all’articolo 10 del T.U.
7. Con detta sentenza, la Corte ha significativamente precisato che l’interpretazione più corretta degli articoli 10 e 11 del T.U. è quella secondo la quale all’INAIL è attribuita l’azione di regresso nei confronti di tutti coloro i quali, nell’ambito del rapporto di lavoro, o, più precisamente, nell’ambito del rischio tutelato, abbiano commesso fatti astrattamente configurabili come reati perseguibili di ufficio dai quali sia derivato il danno.
8. La Corte ha motivato la decisione rilevando che questa interpretazione è “del tutto coerente con i fini generali di prevenzione che presiedono alla disciplina, non sottraendo i diretti responsabili del danno all’integrità o alla salute del lavoratore, all’azione di rivalsa dell’Istituto che, almeno per certi aspetti, ha efficacia monitoria persino maggiore dell’eventuale azione spiegata dall’interessato o dai suoi aventi causa, ed anzi costituendo una ulteriore remora alla inosservanza delle norme poste a prevenzione degli infortuni.”
9. In seguito alla predetta pronuncia la giurisprudenza di questa Corte ha esteso il medesimo principio dai dipendenti del datore di lavoro ad altri soggetti terzi rispetto all’obbligo assicurativo; come i soci ed gli amministratori (Cass.11426/2006), i soggetti chiamati a collaborare “a vario titolo nell’assolvimento dell’obbligo di sicurezza, a prescindere dal titolo contrattuale e dalla tipologia lavorativa che li lega al datore di lavoro” (Cass.6212/2008), l’appaltante o il subappaltante (Cass. 9065/2006, 24935/2015).
11. Si tratta di una condizione che deve essere quindi riconosciuta anche nel presente caso, in cui la F.lli B. si presenta come committente (o appaltante) nell’ambito di un contratto di appalto stipulato per la costruzione e l’assemblaggio di un impianto per la movimentazione materiale.
13. Altresì fondate sono le ulteriori censure con le quali l’INAIL critica le affermazioni del provvedimento impugnato con le quali si assolve l’impresa committente dagli addebiti di colpa accertati dal Servizio di Prevenzione dell’Asl, segnatamente per la mancata adeguata “formazione ed informazione sul corretto uso del carroponte atteso che l’infortunato non aveva partecipato ad alcun corso sulla movimentazione e l’uso dei mezzi di sollevamento e che tutto gli sarebbe stato insegnato da altri colleghi di lavoro in funzione delle necessità d’uso del carroponte.”
Contestualmente, dando le spalle al manufatto metallico, agiva sui pulsanti del radiocomando del carroponte azionando contemporaneamente la risalita del gancio e lo spostamento all’indietro del carroponte con l’intenzione di riporlo nel punto , dove lo aveva in precedenza prelevato”. In tale circostanza il lavoratore sarebbe stato colpito da un grigliato subendo le lesioni che hanno comportato l’amputazione della gamba sinistra.
18. In primo luogo perché, in base all’art. 2087 c.c. ed all’art. 7 del d.lgs. 626/1994 (nella versione vigente alla data dell’infortunio, il 22.6.2007), il committente, che affida lavori all’interno della propria dell’azienda ad imprese appaltatrici, aveva l’obbligo di verificare l’idoneità tecnico-professionale delle stesse imprese appaltatrici in relazione ai lavori affidati in appalto; di fornire agli stessi soggetti dettagliate informazioni sui rischi specifici esistenti nell’ambiente di lavoro in cui sono destinati ad operare e sulle misure di prevenzione e di emergenza adottate in relazione alla propria attività; di cooperare all’attuazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi sul lavoro incidenti sull’attività lavorativa oggetto dell’appalto; di coordinare gli interventi di protezione e prevenzione dai rischi cui erano esposti i lavoratori (informandosi reciprocamente anche al fine di eliminare rischi dovuti alle interferenze).
19. E’ evidente pertanto che nel caso di specie il committente, il quale aveva appaltato lavori da svolgersi all’interno della propria impresa con utilizzo di proprie macchine pericolose, sottoponeva i lavoratori dell’impresa appaltatrice ad un elevato rischio inerente il proprio processo produttivo; ed era perciò chiamato a rispondere (a prescindere dell’illiceità stessa dell’appalto, che qui non è stata dedotta) dell’omessa informazione e formazione dei medesimi lavoratori adibiti alla mansione (movimentazione di materiali con conduzione di carriponte) ai sensi dell’art.21 e 22 d.lgs.626/1994 (Cass. 21694/2011). E’ stato pure già affermato da questa Corte (Cass. 798/2017) nella causa relativa al risarcimento del danno spettante proprio al lavoratore infortunato che “Ai sensi tanto dell’art. 2087 c.c. quanto dell’art. 7 d.lgs. n. 626/94 (applicabile ratione temporis all’infortunio in esame), che disciplina l’affidamento di lavori in appalto all’interno dell’azienda, il committente nella cui disponibilità permanga l’ambiente di lavoro è obbligato ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità e la salute dei lavoratori, ancorché dipendenti dell’impresa appaltatrice, misure che consistono nel fornire adeguata informazione ai singoli lavoratori circa le situazioni di rischio, nel predisporre tutte le misure necessarie a garantire la sicurezza degli impianti e nel cooperare con l’appaltatrice nell’attuazione degli strumenti di protezione e prevenzione dei rischi connessi sia al luogo di lavoro sia all’attività appaltata, tanto più se caratterizzata dall’uso di macchinari pericolosi (cfr., ex aliis, Cass. n. 21694/11; Cass. n. 19494/09)”.
25. Va poi considerato che nella vicenda si esamina, il lavoro in questione (movimentare, caricare e scaricare dei pesanti manufatti in grigliato) deve essere ritenuto un lavoro altamente pericoloso (per sé e per gli altri); proprio per questo la legge imponeva, ed impone, una specifica cura nell’attività di informazione e formazione del lavoratore adibito alla mansione; nei vari momenti in cui essa si articola in base alla legge, nessuno escluso.
26. Va pertanto riaffermato anzitutto che la formazione a norma dell’art.22 del d.lgs. 626 deve avvenire in occasione dell’adibizione alle attrezzature di lavoro; e deve essere periodicamente ripetuta in relazione all’evoluzione dei rischi ovvero all’insorgenza di nuovi rischi; essa deve essere sufficiente ed adeguata e deve avvenire durante l’orario di lavoro, in collaborazione con gli organismi paritetici di cui all’art. 20 (costituiti tra le organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori, con funzioni di orientamento e di promozione di iniziative formative nei confronti dei lavoratori).
Anzitutto perché in materia vige il principio, assolutamente pacifico, secondo cui, in tema di infortuni sul lavoro, l’addebito di responsabilità formulabile a carico del datore di lavoro non è escluso dai comportamenti negligenti, trascurati, imperiti del lavoratore, che abbiano contribuito alla verificazione dell’infortunio, giacché al datore di lavoro, che è “garante” anche della correttezza dell’agire del lavoratore, è imposto (anche) di esigere da quest’ultimo il rispetto delle regole di cautela (Cassazione 2010, n.32357).
30. In secondo luogo perché (Cass. n.1716/2012) la responsabilità dell’imprenditore è esclusa solo in caso di dolo o di rischio elettivo del lavoratore, ossia di rischio generato da un’attività estranea alle mansioni lavorative o esorbitante da esse in modo irrazionale. L’esonero della responsabilità del datore di lavoro si verifica solo quando il comportamento del lavoratore presenti i caratteri “dell’abnormità, dell’inopinabilità, dell’esorbitanza” rispetto al procedimento lavorativo e alle direttive organizzative ricevute, o “dell’atipicità e dell’eccezionalità”. La semplice irrazionalità della condotta, quando sia controllabile in anticipo, invece, non vale ad esonerare il datore di lavoro.
33. Niente di simile è riscontrabile nel comportamento del lavoratore infortunato il quale, per come ricostruito dal provvedimento impugnato, si era girato ed aveva volto le spalle alla griglia ed al carroponte che stava manovrando. Si tratta di un comportamento, al più di disattenzione, attinente alla mansione ed alla lavorazione che egli stava eseguendo e che anzi proprio il rispetto di tutte le regole precauzionali (che il datore aveva l’obbligo di osservare) avevano il compito di neutralizzare e di prevenire (efficacemente, in tal senso, Cass. sezione IV, 21 ottobre 2008, Petrillo).
34. D’altra parte, come già detto (cfr. Cass., sez. lav., n. 1523, 8/02/93), la normativa antinfortunistica mira a salvaguardare l’incolumità del lavoratore non soltanto dai rischi derivanti da accidenti o fatalità, ma anche da quelli che possono scaturire dalle sue stesse avventatezze, negligenze e disattenzioni, purché normalmente connesse all’attività lavorativa, cioè non abnormi e non esorbitanti dal procedimento di lavoro. Pertanto, al di fuori di quest’ultima ipotesi, in caso di infortunio sul lavoro originato dalla assenza o dall’inidoneità delle misure antinfortunistiche nessuna efficienza causale, neppure concorrente, può essere attribuita ai comportamenti, sia pure disaccorti o maldestri, del lavoratore infortunato che abbiano dato occasione all’evento, quando questo sia da ricondursi alla mancanza di quelle cautele che, se adottate sarebbero valse a neutralizzare anche il rischio di siffatti comportamenti; giusto un principio risalente e consolidato nella giurisprudenza di legittimità (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 6504/1990; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 3455/2004; Cass. sez. lav. 25.02.2011 n. 4656).
Il giudice del rinvio provvederà alle spese del giudizio di legittimità ai sensi dell’art. 385 cod. proc. civ.
Accoglie il ricorso, cassa il decreto impugnato e rinvia , anche per le spese, al Tribunale di Vicenza in diversa composizione.

References: Sentenza 
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 Sentenza 
 art. 99
 sentenza 
 art.10
 art. 2087
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 art. 1916
 Cass. 
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 Cass. Sez. 
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