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Timestamp: 2018-01-18 03:54:06+00:00

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Sentenza n del 27/7/2006 REPUBBLICA ITALIANA NEL NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE - SEZIONE TERZA CIVILE Composta dagli - PDF
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Evaristo Lombardi
1 Sentenza n del 27/7/2006 REPUBBLICA ITALIANA NEL NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE - SEZIONE TERZA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. VITTORIA Paolo - Presidente - Dott. DURANTE Bruno - Consigliere - Dott. MASSERA Maurizio - Consigliere - Dott. CALABRESE Donato - Consigliere - Dott. SCARANO Luigi Alessandro - rel. Consigliere - ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso proposto da: A.S. ROMA SPA, in persona del Presidente e legale rappresentante pro-tempore dott. S.F., elettivamente domiciliata in ROMA CORSO ITALIA 92, presso lo studio dell'avvocato GIORGIO CINTIO, che la difende, giusta delega in atti; ricorrente contro R.S., elettivamente domiciliata in ROMA VIA S. COSTANZA 24, presso lo studio dell'avvocato RICCARDO DI PASQUALE, che la difende, giusta delega in atti; - controricorrente - avverso la sentenza n /02 del Giudice di pace di ROMA, emessa 1'8/04/02, depositata il 26/04/02, R.G /01; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 27/04/06 dal Consigliere Dott. SCARANO Luigi Alessandro; udito l'avvocato Giorgio CINTIO; udito l'avvocato Riccardo DI PASQUALE; udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SGROI Carmelo, che ha concluso per il.rigetto del ricorso. SVOLGIMENTO DEL PROCESSO Con atto di citazione ritualmente notificato (il 13/3/2001) la sig.ra R.S. conveniva la società A.S. Roma S.p.A. avanti al Giudice di pace di Roma per ivi sentirne accertare e dichiarare la responsabilità da inadempimento dello stipulato contratto di abbonamento per assistere alle partite del campionato di calcio , e conseguentemente condannarla al rilascio in suo favore del duplicato della relativa tessera, oltre che al risarcimento dei sofferti danni patrimoniali e non patrimoniali quantificati in L e alla pubblicazione della sentenza sul quotidiano "Corriere dello Sport", per non aver potuto assistere alle partite dopo che la tessera in questione le era stata rubata (unitamente al portafoglio ove era custodita), giusta la denuncia sporta ai competenti organi. Nella resistenza della convenuta società, con sentenza del 20/4/2002 pronunziata secondo equità l'adito giudice condannava quest'ultima al risarcimento dei danni in favore dell'attrice per l'ammontare di Euro 133,00, oltre ad interessi legali dalla domanda al soddisfo, rigettando ogni altra domanda ed eccezione. Avverso la suddetta pronunzia propone ora ricorso per cassazione la società A.S. Roma S.p.A., sulla base di 5 motivi di ricorso, illustrati da memoria. Resiste con controricorso la R., che ha anch'essa presentato memoria. MOTIVI DELLA DECISIONE Con il 1^ motivo la società ricorrente denunzia violazione delle norme sulla competenza di cui agli artt. 9, 10, 12 c.p.c., con riferimento all'art. 360 c.p.c., n. 2. Lamenta che erroneamente il giudice di pace ha nel caso pronunziato rigettando la sollevata eccezione, trattandosi di causa di valore indeterminabile di competenza del tribunale.
2 Deduce che il valore della controversia si determina dalla domanda originariamente formulata, e cioè nella specie di condanna al rilascio di un duplicato della tessera di abbonamento de quo, e che a tale stregua, "essendo in contestazione l'esistenza dell'obbligo da parte della S.p.A. A.S. ROMA di rilasciare un duplicato del suddetto documento di legittimazione, prestazione estranea al contratto ed anzi espressamente esclusa, per determinare il valore della causa è necessario risalire al valore patrimoniale che l'attrice attribuisce a questo particolare obbligo di tacere". A tale stregua, poiché "ciò che pretende la Sig.ra R.S. è solamente un documento, un pezzo di carta in sé e per sé", che "essa considera alla stregua di un titolo di credito, e dunque suscettibile di ammortamento, quasi fosse, esso stesso, o incorporasse, un bene della vita", ed in effetti, "secondo le prospettazioni dell'attrice, tale documento "incorpora" un peculiare bene della vita: il posto n. 25, fila 38, settore 48N della Curva Nord dello Stadio Olimpico, da cui assistere alle partite interne di calcio della S.p.A. A.S. ROMA", tale "bene della vita" ha un "valore indeterminabile", il "valore che un appassionato tifoso attribuisce alle manifestazioni sportive della propria squadra di calcio. Il rilascio di un duplicato della tessera di abbonamento, ci dice infatti la medesima R.S., non può essere sostituito da nessun altra prestazione, né di fare, né di dare: è una prestazione infungibile ed insuscettibile di valutazione patrimoniale... Se, allora, l'attrice riferisce, allega e prospetta, che le utilità, i vantaggi e le emozioni che prova, quale tifosa ed appassionata di calcio, nell'assistere alle manifestazioni sportive della A.S. ROMA dal posto riservatole con l'abbonamento, non possono quantificarsi né corrispondere ad un controvalore economico, non è chi non veda che l'obbligo di cui si chiede accertarsi l'esistenza, e cioè l'obbligo di rilascio di un duplicato della tessera di abbonamento, deve considerarsi avere valore indeterminabile". Con il 2^ motivo la ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione delle norme contenute negli artt. 320, 112, 115 c.p.c., art c.c., nonché artt. 3 e 24 Cost., in riferimento all'art. 360 c.p.c., n. 3; nullità della sentenza e/o del procedimento, in riferimento all'art. 360 c.p.c., n. 4. Lamenta che controparte ha inammissibilmente modificato le proprie conclusioni in occasione della terza udienza del giudizio (tenuta il 10 gennaio 2002) in quella di risoluzione del contratto e di restituzione del controvalore economico dell'abbonamento in relazione alle manifestazioni sportive cui non aveva potuto assistere, quantificato in Euro 36,16, oltre al risarcimento dei danni. Deduce che tale "gravissima contraddizione" ed il "vertiginoso revirement" sono stati da controparte posti in essere "proprio a seguito delle eccezioni sollevate dalla S.p.A, A.S. ROMA", costituendo "conseguenza del serissimo timore della fondatezza delle difese della S.p.A. A.S. ROMA". Lamenta non potersi ritenere allora consentito che "l'attore trasformi e stravolga le proprie domande e difese tutte" per ""rientrare" illegittimamente" nell'alveo della competenza del giudice adito, dalla quale "si è accorto di essere abbondantemente "staripato" con il proprio atto introduttivo e, comunque, per aggirare le difese del convenuto". Deduce l'inammissibilità della nuova domanda di risoluzione del contratto di abbonamento, in quanto la "Sig.ra R.S... non ha mai formulato alcuna domanda di adempimento degli obblighi nascenti dal contratto di abbonamento stipulato dalla S.p.A. A.S. ROMA e non poteva legittimamente reintrodurre nel giudizio una domanda di risoluzione del contratto stesso". Ciò in quanto "l'attrice ha chiesto che la convenuta fosse condannata al rilascio di un duplicato del documento di legittimazione che le consentiva l'ingresso allo Stadio Olimpico. Tale prestazione non era in alcun modo prevista dal contratto di abbonamento inter partes, in cui, anzi si avvertiva che doveva considerarsi esclusa la possibilità di rilascio di duplicati di sorta". Sicché la "domanda tesa ad ottenere il duplicato de quo non può... trovare il suo presupposto nel contratto di abbonamento inter partes e non può qualificarsi come azione di adempimento ai sensi dell'art c.c., con l'ulteriore conseguenza della inammissibilità della sua sostituzione con una domanda di risoluzione del contratto medesimo...". Sostiene l'inammissibilità in ogni caso della modifica di tale domanda in quanto "la deroga al divieto processuale di mutatio libelli concessa dall'art c.c. con riferimento alla domanda di
3 risoluzione del contratto, è ammissibile solo nei limiti in cui non risulti necessario estendere l'indagine del giudizio a temi nuovi e diversi". Si duole altresì della tardività di tale mutatio libelli, effettuata successivamente alla prima udienza del , in violazione dell'art. 320 c.p.c. Lamenta che, nel trascurare la propria eccezione ed il rifiuto del contraddittorio al riguardo, il giudice di pace ha commesso "gravissime omissioni e violazioni della legge processuale oltre a viziare la sentenza impugnata ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 3", che "determinano altresì, al di là di ogni dubbio, la nullità dell'intero procedimento e del provvedimento che ne è scaturito, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 4". I motivi, che possono essere esaminati congiuntamente in quanto logicamente connessi, sono infondati. Come questa Corte ha già avuto modo di affermare, nel procedimento avanti al giudice di pace, caratterizzato ai sensi dell'art. 319 c.p.c. dalla libertà di forme sicché le parti possono costituirsi in cancelleria o in udienza e il convenuto può considerarsi esonerato dall'onere di presentare la comparsa di costituzione, all'art. 320 c.p.c. non distinguendosi tra udienza di prima comparizione e udienza di prima trattazione risulta invero nella prima udienza concentrata tutta l'attività processuale delle parti (quali la precisazione dei fatti, la produzione dei documenti e le richieste istruttorie), consentendosi (al quarto comma) il rinvio a successiva udienza solamente quando, in relazione all'attività svolta, risultino necessarie ulteriori produzioni o richieste di prove. Ne consegue che all'udienza che venga tenuta successivamente alla prima rimane preclusa la possibilità di proporre nuove domande o eccezioni o allegare a fondamento di esse nuovi fatti costitutivi, modificativi o estintivi, non essendo in particolare al convenuto consentito spiegare domanda riconvenzionale né, ove rimasto contumace alla prima udienza e costituitosi solo a quest'ultima, svolgere attività difensiva diversa dalla mera contestazione delle pretese avversarie e delle prove addotte a sostegno delle medesime, così come gli è pure precluso di chiamare un terzo in causa, e di eccepire l'incompetenza del giudice (v., con riferimento all'incompetenza per territorio, Cass., 29/1/2003, n e, conformemente, Cass., 27/4/2004, n V. altresì Cass., 1/10/2002, n ; Cass., 24/11/1999, n ). Ne consegue che nei giudizi avanti al giudice di pace l'incompetenza per valore può essere eccepita fino alla prima udienza di comparizione. Né può influire sulla tempestività dell'eccezione di incompetenza la questione se il termine che il giudice deve dare all'udienza di prima comparizione alle parti, indipendentemente dalla loro richiesta - e dunque ancorché contumaci (v. Cass., 24/5/2000, n. 6808)- per proporre le eccezioni processuali e di merito non rilevabili di ufficio (art. 180 c.p.c., comma 2, come sostituito dal D.L. n. 432 del 1995, art. 4, conv., con modif., nella L. n. 534 del 1995) sia utilizzabile anche per sollevare l'eccezione di incompetenza territoriale (per la soluzione negativa v. Cass., 4/5/2005, n. 9219; Cass., 22/2/2005, n. 3586; Casa., 29/1/2002, n. 1177), perché all'applicabilità dell'art. 180 c.p.c. nel procedimento dinanzi al giudice di pace osta la struttura concentrata e tendenzialmente completa dell'udienza prevista nell'art 320 c.p.c., tesa a compendiare le fasi di trattazione preliminare, istruttoria e conclusiva (v. Cass., 12/4/2005, n. 7527), con conseguente esclusione della possibilità di scindere l'udienza di prima comparizione dall'udienza di trattazione (v. Cass., 22/12/2004, n ; Cass,, 21/2/2002, n. 2480; Cass., 29/1/2003, n. 1287; Cass., 7/4/2000, n. 4376). Ne deriva che nel procedimento dinanzi al giudice di pace il regime delle preclusioni - indisponibile in quanto stabilito a tutela dell'esigenza di garantire la celerità e la concentrazione dei procedimenti civili, a tutela non solo dell'interesse del singolo ma anche di quello della collettività, che da questa Corte si è osservato essere accentuato là dove come nella specie trattasi di "giustizia minore" e perciò rilevabile di ufficio (v. Cass., 29/1/2003, n. 1287) - è addirittura rafforzato (v. Cass., 12/4/2005, n. 7527; Cass., 20/5/1999, n. 4914; Cass., 1/2/1999, n. 835). Le suindicate preclusioni processuali non sono allora derogabili nemmeno da parte del giudice di pace, che non può rinviare la prima udienza al fine di consentire alle parti l'espletamento di attività precluse (v. Cass., 8/8/2003, n ).
4 Orbene, dall'esame degli atti - nel caso esaminabili essendo l'errore denunciato di carattere processuale - emerge, come evidenziato in narrativa, che la A.S. Roma S.p.A. si è costituita dopo che il giudice di pace, alla prima udienza, l'aveva dichiarata contumace, rinviando altresì la causa per la trattazione. Non avendola il giudice di pace rimessa in termini (provvedimento peraltro condizionato alla sussistenza dei presupposti di cui all'art. 394 c.p.c.), la società odierna ricorrente nel momento in cui ha deciso di costituirsi ha dovuto accettare il processo, per il principio della non regressione ad una fase anteriore, nello stato in cui si trovava, e dunque con le preclusioni già maturate, tra cui quella di eccepire l'incompetenza per valore, eccezione che il giudice di pace non poteva nemmeno esaminare, la sua competenza essendo divenuta ormai incontestabile (cfr. Cass., 8/8/2003, n ). Quanto alla tardività, lamentata dalla società ricorrente, della modifica della domanda operata dalla R. asseritamente "proprio a seguito delle eccezioni sollevate dalla S.p.A. A.S. ROMA", premesso che nel caso la domanda originariamente spiegata correttamente è stata - diversamente da quanto da essa sostenuto - dal giudice di pace qualificata come di adempimento, va anzitutto osservato che in giurisprudenza di legittimità si è in effetti affermato non poter essere la previsione del secondo comma dell'art c.c. (in forza della quale è possibile in deroga alle norme processuali che dispongono il divieto della mutatio libelli nel corso del processo la sostituzione - anche in appello ed eventualmente in sede di giudizio di rinvio - della domanda di risoluzione per inadempimento a quella originaria di adempimento del contratto: v. Cass., 19/8/2002, n ; Casa., 10/4/1999, n. 3502; Cass., 10/4/1999, n. 3502; Cass., 27/3/1996, n. 2715; Cass., 22/7/1993, n. 8192) estesa al caso in cui la domanda originaria abbia avuto ad oggetto il risarcimento del danno, integrando quest'ultima un'azione dal petitum del tutto diverso rispetto alla domanda sia di adempimento che di risoluzione (v. Cass., 27/3/2004, n. 6161). Con la conseguenza che l'introduzione della domanda di risoluzione nel corso del giudizio, in aggiunta all'originaria domanda risarcitoria, urta contro il suddetto divieto, e la domanda di risoluzione dev'essere dichiarata inammissibile (non rilevando in contrario nemmeno - ma trattasi di ipotesi che non viene in rilievo nella specie - che all'atto della proposizione della domanda risarcitoria si fosse fatta espressa riserva di chiedere la risoluzione del contratto, equivalendo tale riserva a mancata proposizione della relativa domanda: v. Cass., 26/4/1999, n. 4164; Cass., 30/3/1984, n V. anche Cass., 17/2/1982, n. 1012; Cass., 6/12/1968, n. 3911). Peraltro, nel caso che ne occupa la domanda di risarcimento dei danni accolta dal giudice di pace risulta dalla R. dedotta già nell'atto di citazione. Con il 3^ motivo la ricorrente denunzia violazione dei principi della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato e dell'onere della prova ex artt. 112 e 115 c.p.c., art c.c. Si duole che il giudice di pace abbia pronunziato su domanda (di rilascio del duplicato della tessera) rinunziata. E l'abbia altresì condannata al risarcimento di Euro 133,00 in assoluto difetto di prova da parte dell'attrice, sia con riferimento alle lamentate "menomazioni psichiche" che sotto il profilo del "danno biologico". Con "gravissima violazione degli artt. 3 e 24 Cost.", in quanto il giudizio secondo equità non esclude l'onere della prova in capo a chi ne è onerato. Il motivo è infondato. Va anzitutto premesso che le Sezioni Unite di questa Corte hanno tracciato, con la sentenza del 15 ottobre 1999, n. 716 (con argomentazioni condivise dalla successiva giurisprudenza e anche da questo Collegio) i limiti del controllo esercitabile in sede di legittimità nei confronti delle sentenze pronunziate dal giudice di pace secondo equità, enunciando il principio secondo cui tali sentenze sono ricorribili per cassazione per violazione delle norme processuali ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1, 2 e 4 (in quest'ultimo caso anche con riferimento alle ipotesi di inesistenza della motivazione), nonché ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5, citato, quando l'enunciazione del criterio di equità adottato risulti inficiata da un vizio che, attenendo ad un punto decisivo della controversia, si risolva in un'ipotesi di mera apparenza, ovvero di radicale ed insanabile contraddittorietà della motivazione, mentre la censura di violazione della legge sostanziale ai sensi del citato art. 360
5 c.p.c., n. 3, è consentita soltanto in caso di inosservanza o falsa applicazione della costituzione e delle norme comunitarie (se di rango superiore a quelle ordinarie) (v. Cass., 11/11/2003, n ). E deve altresì porsi in rilievo che in tema di limiti del giudizio di equità per come definiti dalla sentenza della Corte costituzionale n. 206 del 2004, deve ritenersi che la norma dell'art c.c., regolante la distribuzione dell'onere della prova tra le parti, costituisce principio informatore del sistema delle garanzie giurisdizionali, restando priva di rilievo la circostanza che essa sia collocata nel codice di diritto sostanziale (v. Cass., 6/5/2005, n Nel senso che l'art c.c. pone una regola di diritto sostanziale, la cui violazione da luogo ad un error in iudicando, non deducibile con il ricorso per cassazione avverso le sentenze pronunciate dal giudice di pace secondo equità a norma dell'art. 113 c.p.c., comma 2, v. peraltro Cass., 18/3/2004, n. 5484). Va quindi al riguardo osservato che nel caso i principi informatori in materia non risultano invero violati. Stante la generica ed onnicomprensiva domanda di ristoro dei sofferti "danni", quelli patrimoniali emergono riconosciuti e stimati prendendo in considerazione il "valore dell'abbonamento non potuto usufruire". Mentre quelli non patrimoniali, a fronte - da un canto - dell'allegata circostanza secondo cui "il forzoso diniego imposto alla signora R. di trascorrere piacevoli momenti di spensieratezza e divertimento con persone care - il padre e il gruppo di abbonati divenuti poi amici occupanti i posti attigui al n abbiano provocato un grave, ma fortunatamente momentaneo, stato invalidante", ed attesa - da altro canto - la mancata deduzione e prova in ordine alla sussistenza di una lesione all'integrità psicofisica accertabile in sede medico-legale (in cui riposa la nozione di danno biologico), sono stati evidentemente accordati ed equitativamente stimati dal giudice di pace non già diversamente da quanto sostenuto dalla società ricorrente - con riferimento al "danno biologico" (nessun riferimento di qualsivoglia genere al medesimo emerge invero nell'impugnata sentenza), bensì con riferimento alle (altre) voci costituenti la categoria generale del "danno non patrimoniale" di cui all'art c.c. suscettibili di essere provate per presunzione (cfr. Cass., 12/6/2006, n ; Cass., 18/11/2003, n ). Questa Corte, pervenuta ad affermare in termini generali che il risarcimento del danno morale in favore del soggetto danneggiato per lesione del valore della persona umana costituzionalmente garantito prescinde dall'accertamento di un reato in suo danno, sicché in base a tale lettura costituzionalmente orientata dell'art c.c. il risarcimento del danno morale subiettivo conseguente alla lesione del bene salute - tutelato dall'art. 32 Cost., - non è limitato ai soli casi in cui sussista un'ipotesi di reato (v. Cass., 20/10/2005, n ; Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828), ha infatti già avuto modo, con particolare riferimento al procedimento avanti al giudice di pace, di precisare che nel giudizio di equità, venendo in rilievo una equità cosiddetta formativa o sostitutiva della norma di diritto sostanziale, non opera la limitazione del risarcimento del danno non patrimoniale ai soli casi determinati dalla legge, fissata dall'art c.c., sia pure nell'interpretazione costituzionalmente corretta di tale disposizione. Ne consegue che il giudice di pace, nell'ambito del solo giudizio di equità, può disporre il risarcimento del danno non patrimoniale anche fuori dei casi determinati dalla legge e di quelli attinenti alla lesione dei valori della persona umana costituzionalmente protetti, sempre che il danneggiato abbia allegato e provato (sia pure attraverso presunzioni, secondo i principi generali) il pregiudizio subito, essendo da escludere che il danno non patrimoniale rappresenti una conseguenza automatica dell'illecito (v. Cass., 18/11/2003, n ). Con il 4^ motivo la società ricorrente denunzia violazione dei principi regolatori della materia (art. 360 c.p.c., n. 3). Lamenta che il giudice di pace abbia erroneamente ritenuto rilevare nel caso la "personalità del creditore", a tale stregua violando i principi informatori del documento di legittimazione laddove ha ritenuto che l'individuazione dell'avente diritto alla prestazione possa avvenire indipendentemente dal possesso del documento medesimo, mentre anche se la tessera di abbonamento in questione reca l'indicazione del nominativo, diversamente che per i titoli di credito "il debitore conosce il destinatario della prestazione solo ed unicamente attraverso il documento, né ha interesse a saperne
6 di più, sicché si determina una sorta di fungibilità di fatto della persona del creditore", ed "è da escludere che il possessore possa propriamente pretendere, nel significato rigoroso del termine, la prestazione, avendo il debitore il diritto di richiedere, all'occasione, ulteriori prove". Si duole altresì che il giudice di pace abbia ritenuto di accogliere la domanda della R. ritenendo che la clausola di esonero dal rilascio di un duplicato della tessera in caso di smarrimento sia da considerarsi vessatoria, e conseguentemente da speficamente approvarsi per iscritto ex art c.c., comma 2. Lamenta che a tale stregua risultano poste delle "serissime quanto ingiustificate limitazioni all'autonomia contrattuale e, soprattutto, al diritto costituzionalmente garantito di esercizio della libera iniziativa economica di cui agli artt. 41 e 42 Cost.", nonché dell'art. 2 Cost., ove "parte della dottrina ritiene che la tutela dell'autonomia contrattuale si ritroverebbe... in quanto mezzo di esplicazione della personalità del singolo e quindi collegata ad un diritto inviolabile". Ciò in quanto "è perfettamente inutile che l'imprenditore emetta un documento di legittimazione, se poi non può servirsene per la funzione che gli è propria, e cioè quella di esonerarlo dall'obbligo di accertare l'identità del detentore prima di effettuare la prestazione in suo favore". Sicché "Tali abnormi principi costituiscono una gravissima ed illegittima violazione della libertà della S.p.A. A.S. ROMA di servirsi di documenti di legittimazione per esercitare la propria attività imprenditoriale... La garanzia di libertà di iniziativa economica, infatti, comprende altresì la facoltà di organizzarsi per il perseguimento del fine economico prescelto. Questa facoltà si rafforza nel combinato disposto dell'art. 41 Cost. con l'art. 23 Cost., che stabilisce che nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge. Anche tale ultima norma risulta apertamente violata, poiché il Giudice di Pace di Roma impone alla S.p.A. A.S. ROMA di procedere all'annullamento di un documento di legittimazione e al rilascio di un duplicato, nonostante ciò non solo non sia imposto da alcuna norma di legge, ma sia anzi esplicitamente escluso dall'art c.c.". Ancora, "L'art. 41 Cost., comma 2, sancisce che l'iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana". "Ed invece, tutti tali principi e valori sono stati messi in serio pericolo dalla sentenza del Giudice di Pace romano" in quanto, costituendo "fatto di comune esperienza che le manifestazioni calcistiche siano spesso il teatro di sanguinosi disordini, scontri e tumulti che vedono coinvolte, spesso senza una particolare ragione, le tifoserie delle squadre avversarie e, conseguentemente, la massa di persone che si trova ad assistere allo spettacolo (partita di calcio)... sarebbe sin troppo facile prevedere i disordini cui si rischierebbe di dar luogo lasciando attendere una folla di migliaia di tifosi ben oltre l'inizio di una partita di calcio, identificandoli uno ad uno per ritrovare la tessera asseritamente smarrita dalla R.". Senza altresì considerare che "i biglietti e le tessere di ingresso alle prestazioni sportive sono oggetto di un mercato illecito e parallelo, quello dei c.d. "bagarini", che spesso organizzano vere e proprie truffe ai danni di ignari spettatori". A tale stregua si aprirebbero invero "le porte ad ogni genere e sorta di truffa. Se ogni detentore di tessera non fosse più tenuto alla custodia della stessa, presto vi sarebbero migliaia di "smarrimenti incolpevoli" delle stesse, che poi verrebbero rivendute nell'illecito mercato parallelo ad ignari spettatori. Con l'ulteriore paradossale conseguenza che la S.p.A. A.S. ROMA sarebbe tenuta a far entrare, da un lato ed in forza di legge, chiunque sia in possesso del documento di legittimazione, e, dall'altro, ma in forza dell'equità contra legem del Giudice di Pace di Roma, il titolare privo di tessera previa sua identificazione. Vi sarebbero, quindi, più persone che si contendono il medesimo posto, e dunque non già , ma o tifosi, che litigano per assistere alla partita!! E' facile immaginare il rischio che si determinerebbe per la sicurezza e l'ordine pubblico all'interno dello Stadio... Il documento di legittimazione è, allora, una vera e propria "valvola di sicurezza", che è stata irresponsabilmente scardinata dal Giudice di Pace romano con la sentenza impugnata". Denunzia infine "l'aperta violazione dei principi e delle norme di cui all'art. 3 Cost., in relazione all'art. 41 Cost., per la disparità di trattamento riservata alla S.p.A. A.S. ROMA rispetto agli altri
7 soggetti imprenditori sul mercato, che ricorrono comunemente allo strumento dei documenti di legittimazione per la prestazione di servizi di massa". Lamenta che erroneamente il giudice di pace abbia qualificato la clausola che pone l'onere di custodia della tessera di abbonamento a carico dello spettatore sia da qualificarsi vessatoria in quanto determinante una "limitazione della responsabilità" di chi rilascia tale documento. Deduce al riguardo che la normativa applicabile nel caso sarebbe semmai quella di cui all'art bis c.c., e ss., "vertendosi in tema di rapporti tra professionista e consumatore". L'articolato motivo è infondato. Atteso quanto già sopra rilevato ed esposto in tema di limiti alla censurabilità delle sentenze emesse dal giudice di pace secondo equità per violazione della legge sostanziale ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 3, ed a parte il rilievo che non è dato invero cogliere dalle prospettazioni dell'odierna ricorrente quali sarebbero in principi informatori nel caso violati dall'impugnata sentenza, risultando invero dedotte questioni di carattere piuttosto sociologico ed attinenti alla tutela della sicurezza pubblica, va osservato che il giudice di pace ha invero pronunziato ritenendo correttamente che la causa petendi della domanda sia il diritto di assistere al pubblico spettacolo agonistico, la tessera essendo il mero strumento per l'identificazione dell'avente diritto alla prestazione, nella specie dalla Roma pacificamente denegato nel pretendere la esibizione di quanto oggetto di furto, e nella rifiutata consegna di un duplicato del suddetto titolo di consenso. A tale stregua risultano inconferenti ed infondate le prospettazioni e le doglianze formulate dalla società ricorrente, ivi compresi i profili di violazione degli artt. 3, 23, 41, 42 Cost., invero del tutto genericamente ed impropriamente dedotti, da un canto non cogliendosene la stretta connessione con il caso che ne occupa e da altro canto difettando ogni prospettazione sotto il profilo della razionalità della disciplina nonché l'indicazione di idoneo tertium comparationis. Con il 5^ motivo il ricorrente denunzia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5. Lamenta che i vizi della sentenza impugnata rivelano "la sua insanabile contraddittorietà ed illogicità, di talché la sua motivazione non è altro che una mera apparenza, se non addirittura del tutto inesistente". Il motivo è inammissibile, in quanto privo del necessario carattere dell'autosufficienza. Va al riguardo sottolineato che, come questa Corte ha già avuto più volte modo di affermare, i motivi posti a fondamento dell'invocata cassazione della decisione impugnata debbono avere i caratteri della specificità, della completezza, e della riferibilità alla decisione stessa, con - fra l'altro - l'esposizione di argomentazioni intelligibili ed esaurienti ad illustrazione delle dedotte violazioni, essendo inammissibile il motivo nel quale non venga precisato in qual modo e sotto quale profilo abbia avuto luogo la violazione nella quale si assume essere incorsa la pronuncia di merito (v. Cass., 23/7/2004/ n ; Cass., 17/4/2000, n. 4937). Il requisito di specificità e completezza del motivo di ricorso per cassazione è diretta espressione dei principi sulle nullità degli atti processuali, e segnatamente di quello secondo cui un atto processuale è nullo - ancorché la legge non lo preveda - allorquando manchi dei requisiti formali indispensabili per il raggiungimento del suo scopo (art. 156 c.p.c., comma 2). Principi che, applicati ad un atto di esercizio dell'impugnazione a motivi tipizzati come il ricorso per cassazione, e posti in relazione con la particolare struttura del giudizio di cassazione nel quale la trattazione si esaurisce nella udienza di discussione e non è prevista alcuna attività di allegazione ulteriore (essendo le memorie, di cui all'art. 378 c.p.c., finalizzate solo all'argomentazione sui motivi fatti valere e sulle difese della parte resistente), depongono per l'affermazione del principio per il quale il motivo di ricorso per cassazione, ancorché la legge non esiga espressamente la sua specificità (come invece per l'atto di appello), deve essere necessariamente specifico, ed articolarsi nell'enunciazione di tutti i fatti e di tutte le circostanze idonee ad evidenziarlo. L'onere di specificazione deve essere allora in tal caso assolto tenendo conto delle regole processuali che presiedono alla rilevazione dell'errore ed alla sua deducibilità come motivo di
8 impugnazione, in modo che la Corte venga posta nella condizione di procedere ad un controllo mirato sugli atti processuali in funzione di quella verifica (v. Cass., 4/3/2005, n. 4741). Ai fini della sussistenza del requisito dell'esposizione sommaria dei fatti di causa prescritto a pena d'inammissibilità per il ricorso per cassazione dall'art. 366 c.p.c. è invero necessario che nel contesto dell'atto d'impugnazione si rinvengano gli elementi indispensabili perché il giudice di legittimità possa avere, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti del processo, ivi compresa la sentenza impugnata, una chiara e completa visione dell'oggetto dell'impugnazione, dello svolgimento del processo e delle posizioni in esso assunte dalle parti (v. Cass., 23/7/2004, n ; Cass., 17/4/2000, n. 4937). E' cioè indispensabile che dal contesto del ricorso (ossia, solo dalla lettura di tale atto ed escluso l'esame di ogni altro documento, compresa la stessa sentenza impugnata) sia possibile bene intendere il significato e la portata delle critiche rivolte alla pronuncia del giudice a quo (Cass., 4/6/1999, n. 5492), senza necessità di attingere ad altre fonti (Cass., 23/7/2004, n ; Cass., 22/5/1999, n. 4998; Cass., 21/5/1999, n. 4916; Cass., 25/3/1999, n. 2826). Orbene, nella specie parte ricorrente si limita ad affermare che "Prescindendo dalla concezione della equità come correttiva o formativa, rimangono pacifici, sia in dottrina che in giurisprudenza, il rifiuto dell'equità "cerebrina" e la necessità di tenere ben distinta l'equità dall'assoluta discrezionalità e dall'arbitrio, dovendo avere il giudizio secondo equità una struttura logica e valutativa, attraverso un procedimento logico intuitivo con l'individuazione del criterio regolatore del fatto singolo e formante tutt'uno con esso. Rileva pertanto il vizio di cui all'art. 360 c.p.c., n. 5, allorché la pronuncia secondo equità integri un vizio motivazionale che, attenendo a punti decisivi della controversia, si risolva in motivazione meramente apparente o insanabilmente contraddittoria. Richiamando tutto quanto già illustrato ed esposto, in particolare al precedente punto 5.2.2), si vuoi porre in luce, da ultimo, come i vizi della sentenza impugnata rivelino altresì la sua insanabile contraddittorietà ed illogicità, di talché la sua motivazione non è altro che una mera apparenza, se non addirittura del tutto inesistente. Riepilogando sinteticamente: - in essa si citano norme di diritto del tutto inapplicabili alla specie e si fa riferimento ad istituti e fattispecie che nulla hanno a che vedere con i fatti ed i titoli di causa; - si esaminano sia le domande vecchie, rinunziate dall'attrice, che quelle nuove, inammissibili, senza alcuna motivazione in proposito; - si condanna la S.p.A. A.S. ROMA al risarcimento di danni mai specificati né provati dalla attrice; - si confondono il modo d'essere e la natura del documento di legittimazione con una clausola vessatoria; - si confonde un documento di legittimazione con un titolo di credito nominativo e si ritiene ammissibile il suo ammortamento; - si applica la disciplina di cui agli artt e 1342 c.c., anziché quella, in astratto corretta dell'art bis c.c., e ss.; - si confonde l'onere di custodia del documento da parte del detentore con una limitazione di responsabilità in favore della S.p.A. A.S. ROMA; ancor peggio, si attribuisce alla S.p.A. A.S. ROMA la responsabilità della sottrazione di un documento da parte di terzi ignoti, e subito dopo le si rimprovera di aver voluto porre in essere una pattuizione che limita tale responsabilità. Più di tutto, l'erronea qualificazione della res litigiosa, che è un momento ineliminabile del giudizio secondo equità, ha determinato la genetica illogicità e contraddittorietà di tutta la conseguente motivazione. Appare chiaro, dunque, che il Giudice di Pace di Roma ha preso la propria decisione secondo una equità meramente "cerebrina", rifiutando di operare un equo contemperamento e bilanciamento degli interessi in gioco.
9 Del resto, è proprio il medesimo Giudice di Pace a darci la conferma della sua incertezza nell'affrontare e qualificare la questione nel momento in cui decide di compensare tra le parti le spese del giudizio, "stante la novità e l'incertezza obiettiva della questione". Va altresì sotto altro profilo osservato che, attesi i già esposti limiti alla censurabilità delle sentenze emesse dal giudice di pace secondo equità per vizio di motivazione, come questa Corte ha anche al riguardo avuto ripetutamente modo di affermare la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo controllo, bensì la sola facoltà di controllare, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, le argomentazioni svolte dal giudice di merito, al quale spetta in via esclusiva il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l'attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all'uno o all'altro dei mezzi di prova acquisiti (salvo i casi tassativamente previsti dalla legge). Ne consegue che il preteso vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza e contraddittorietà della medesima, può dirsi sussistente solo quando nel ragionamento del giudice di merito sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame dei punti decisivi della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d'ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l'identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione (da ultimo v, Cass. n del 2005). Non già quando il giudice del merito abbia semplicemente attribuito agli elementi valutati un valore ed un significato difformi dalle aspettative e dalle deduzioni di parte (Cass., 20/10/2005, n ; v. Cass. n del 2005; Cass., 25/2/2004, n. 2803; Cass. 21 marzo 2001, n. 4025; Cass. 8 agosto 2000, n ; Cass. 8 agosto 2000, n ; Cass., Sez. Un., 11 giugno 1998, n. 5802; Cass. 22 dicembre 1997, n ). Orbene, lungi dal denunziare vizi della sentenza gravata rilevanti sotto i ricordati profili, parte ricorrente si limita nel caso a formulare invero apodittiche e generiche asserzioni, a tale stregua sostanzialmente sollecitando una diversa lettura delle risultanze di causa, in contrasto con il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimità non è un ulteriore giudizio di merito nel quale possano sottoporsi alla attenzione dei giudici della Corte di cassazione tutti gli elementi di fatto già considerati dal giudice di pace e da questi asseritamente in termini erronei valutati, al fine di pervenire ad un diverso apprezzamento di quegli stessi elementi. All'infondatezza dei motivi consegue il rigetto del ricorso. Le spese, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza. P.Q.M. La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 700 per onorari e 100 per spese, oltre al rimborso forfettario delle spese generali e degli accessori di legge. Così deciso in Roma, il 27 aprile Depositato in Cancelleria il 27 luglio 2006 Il Giudice Estensore Il Presidente

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 art. 4
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 art. 360
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