Source: https://www.chiarini.com/risarcimento-danno-patrimoniale-morte-congiunto/
Timestamp: 2020-01-22 05:45:50+00:00

Document:
Danno Patrimoniale Morte Congiunto - Risarcimento | Studio Chiarini
Risarcimento del Danno Patrimoniale da Morte di un Congiunto
Risarcimento Danno Patrimoniale Morte
Home > Responsabilità Civile > Risarcimento del Danno Patrimoniale da Morte di un Congiunto
Pubblicato in Responsabilità Civile, Responsabilità Medica	Avv. Gabriele Chiarini
Come abbiamo spiegato in un altro articolo dedicato, in linea generale, al tema del risarcimento del danno per la morte di un congiunto (per incidente stradale, ma il discorso resta valido per qualsiasi sinistro mortale, anche quelli verificatisi in ambito di risarcimento danni da “malasanità”), i danni risarcibili hanno natura patrimoniale o non patrimoniale. I danni non patrimoniali da morte, nelle loro componenti morale ed esistenziale, sono risarcibili ai sensi dell’art. 2059 c.c. e debbono essere liquidati in conformità alle cd. tabelle in uso (specialmente quelle di Milano).
I danni patrimoniali, invece, sono quelli previsti dall’art. 1223 c.c. e comprendono il “danno emergente” ed il “lucro cessante”, purché siano conseguenza immediata e diretta dell’illecito. Mentre il danno emergente è concretato dalle perdite economiche e dagli esborsi effettuati (ad es. spese funebri, di trasporto, sanitarie, ecc.), il danno da lucro cessante è quello che consegue alla perdita delle contribuzioni economiche che il defunto avrebbe assicurato alle esigenze familiari.
Il danno patrimoniale da morte del congiunto si calcola prendendo come base l’ultimo reddito annuo goduto dal familare deceduto ed effettuando un calcolo piuttosto complesso, che ci accingiamo a descrivere ed illustrare fornendo anche un paio di esempi.
I criteri di liquidazione del danno patrimoniale da lucro cessante per la morte di un congiunto
La necessità di considerare i presumibili incrementi di reddito futuri del defunto
Necessità di distinguere tra danno già prodottosi al momento della liquidazione e danno futuro
L’operazione di capitalizzazione
Il coefficiente di capitalizzazione da utilizzare
Esempio n. 1: liquidazione di un danno patrimoniale da lucro cessante già integralmente maturato alla data di liquidazione
Esempio n. 2: liquidazione di un danno patrimoniale da lucro cessante solo parzialmente maturato alla data di liquidazione
La pensione di reversibilità non incide sul quantum del danno risarcibile
A livello concettuale, la liquidazione del danno patrimoniale da morte di un congiunto è relativamente semplice, dovendosi:
1) Accertare il reddito netto annuo del defunto, tenendo conto anche dei presumibili incrementi futuri (cfr. Cass. III, 19/02/2007, n. 3758; Cass. VI, 04/05/2016, n. 8896).
2) Accertare quanta parte di tale reddito fosse destinata dalla vittima a sé stesso (cd. “quota sibi”).
3) Capitalizzare la quota di reddito così accertata in base ad un coefficiente per la costituzione delle rendite vitalizie.
Pertanto, la formula per determinare il quantum del danno patrimoniale risarcibile è la seguente:
D = (R – q) * k
“D” è il danno che occorre liquidare,
“R” è il reddito annuo del defunto,
“q” è la quota sibi, e
“k” è il coefficiente di capitalizzazione prescelto (sul quale ci soffermeremo più avanti).
Giova ricordare il principio, ormai pacifico in giurisprudenza, secondo cui:
“[…] nella liquidazione del danno patrimoniale […] va tenuto conto del reddito della vittima al momento del sinistro e dei probabili incrementi futuri connessi al favorevole sviluppo della sua attività da valutare con un apprezzamento anticipato e seguendo il criterio dell’id quod plerumque accidit […]”
Cass. III, 19/02/2007, n. 3758
In senso analogo:
“Nella liquidazione del danno patrimoniale futuro da incapacità di lavoro il reddito della vittima da porre a base del calcolo deve essere equitativamente aumentato rispetto a quello concretamente percepito, quando sia ragionevole ritenere che esso negli anni a venire sarebbe verosimilmente cresciuto”
Cass. VI, 04/05/2016, n. 8896
Nondimeno, la liquidazione giudiziale del danno avviene – di regola – a distanza di tempo dall’evento.
Pertanto, è necessario distinguere tra:
il danno già prodottosi al momento della liquidazione (vale a dire le elargizioni perdute tra il momento della morte e quello della liquidazione giudiziale), e
il danno futuro (vale a dire le elargizioni destinate ad essere perse dopo la liquidazione giudiziale).
Il primo tipo di danno (danno già prodottosi) deve essere liquidato sommando e rivalutando le elargizioni concretamente perdute sino alla data della pronuncia.
Solamente il secondo (danno futuro) deve essere liquidato con il metodo della capitalizzazione.
In questo senso, si veda:
“Qualora la liquidazione del danno da perdita o contrazione del reddito, subite in conseguenza di lesioni della persona, intervenga a distanza di tempo dall’illecito, essa va effettuata sommando i redditi già perduti dalla data dell’illecito alla data della liquidazione; ed attualizzando i redditi futuri prevedibilmente conseguibili, sulla base della vita futura residua”
Cass. III, 18/11/1997, n. 11439
“[…] dovranno operarsi due liquidazioni: la prima, sulla base dello elemento concreto costituito dal periodo di vita del danneggiato protrattosi fino all’epoca della decisione, trattandosi di danno attuale, e non futuro, esattamente accertabile; la seconda, invece in via congetturale, sulla base della presumibile vita futura del danneggiato dalla data della decisione in poi”
Cass. III, 28/11/1988, n. 6403
La capitalizzazione è l’operazione di matematica finanziaria che consente di calcolare il valore capitale di una rendita (temporanea o vitalizia).
In particolare, dato un rateo annuo di rendita, esso viene moltiplicato per un determinato coefficiente (di capitalizzazione). L’operazione restituisce, per l’appunto, il valore capitale odierno della rendita futura.
Giova ribadire che alla capitalizzazione si ricorre solo quando si deve liquidare un danno futuro. Se, infatti, il danno si è già prodotto al momento della liquidazione, non importa se esso sia stato istantaneo o permanente: in ogni caso, si tratterà soltanto di accertarne l’ammontare, ed eventualmente rivalutarlo.
La scelta del coefficiente di capitalizzazione è sicuramente centrale.
In proposito, va sottolineato che – a partire dal 2015 – la Suprema Corte ha sancito l’illegittimità del ricorso ai coefficienti di capitalizzazione di cui al R.D. n. 1403/1922:
“Il danno permanente da incapacità di guadagno non può essere liquidato in base ai coefficienti di capitalizzazione approvati con r.d. n. 1403 del 1922, i quali, a causa dell’innalzamento della durata media della vita e dell’abbassamento dei saggi di interesse, non garantiscono l’integrale ristoro del danno, e con esso il rispetto della regola di cui all’art. 1223 c.c.”
Cass. III, 14/10/2015, n. 20615
“I coefficienti di capitalizzazione di cui al r.d. n. 1403 del 1922 non sono utilizzabili ai fini della quantificazione del danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro e di guadagno, in quanto non aderenti alla realtà socio economica attuale e, quindi, inidonei ad assicurare l’integrale ristoro del pregiudizio […]. I suddetti coefficienti, infatti, sono stati elaborati sulla base delle tavole di mortalità ricavate dal censimento della popolazione italiana del 1911 (con riguardo cioè ad una speranza di vita inferiore di oltre un terzo a quella attuale) e di un saggio di produttività del denaro (indicante la misura del risarcimento che viene detratta per tenere conto della anticipata capitalizzazione rispetto all’epoca futura in cui il danno si sarebbe effettivamente verificato) del 4,50%, superiore (e non di poco) ai rendimenti traibili oggigiorno dall’impiego di capitale: per effetto dell’innalzamento della durata media della vita e dell’abbassamento dei saggi di interesse, dunque, l’applicazione dei criteri ex R.D. n. 1403 del 1922, determinerebbe una impropria ed ingiustificata decurtazione dell’importo risarcitorio”
Cass. III, 28/04/2017, n. 10499
Questi i motivi che non consentono di applicare detti coefficienti (risalenti al 1922!):
la vita media della popolazione italiana è notevolmente aumentata nel secolo trascorso tra il 1922 e i giorni nostri;
i coefficienti in questione sono unici per uomini e donne, mentre la durata della vita media è diversa per i due sessi;
detti coefficienti sono calcolati sulla base di un saggio di interesse del 4,5% (che indica la quota di risarcimento detratta per tener conto dell’anticipata capitalizzazione), che è assolutamente anacronistico considerato che il tasso legale degli interessi è oggi pari allo 0,3% e che gli investimenti in titoli a reddito fisso raramente garantiscono rendimenti superiori al 2%;
il R.D. n. 1403/1922 è stato implicitamente abrogato per effetto della soppressione della Cassa Nazionale per Assicurazioni Sociali (CNAS), e della sua sostituzione con l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS), e comunque per effetto della riforma dei criteri di calcolo della pensione sociale.
Pertanto, la Corte di Cassazione (Cass. III, 14/10/2015, n. 20615; Cass. III, 28/04/2017, n. 10499) ha esplicitamente indicato la necessità di applicare coefficienti di capitalizzazione di maggiore affidamento, dacché aggiornati e scientificamente corretti, come:
quelli approvati con provvedimenti normativi per la capitalizzazione delle rendite previdenziali o assistenziali (ad esempio, i coefficienti di cui al d.m. 22/11/2016 pubblicato in gazzetta ufficiale n. 295 del 19/12/2016, s.o. n. 56, oppure
quelli elaborati dalla dottrina per la specifica materia del risarcimento del danno aquiliano: a titolo indicativo, i coefficienti diffusi dal Consiglio Superiore della Magistratura ed allegati agli Atti dell’incontro di studio per i magistrati, svoltosi a Trevi il 30 giugno – 1 luglio 1989 (in Nuovi orientamenti e nuovi criteri per la determinazione del danno, Quaderni del CSM, 1990, n. 41, pp. 127 e ss.).
In ogni caso, il coefficiente di capitalizzazione prescelto ha la funzione di rendere attuale il valore di una rendita futura: pertanto, esso deve corrispondere alla data in cui si effettua la liquidazione del danno e non a quella del fatto illecito (che potrebbe essere – come spesso accade – anche di molto precedente).
Si ponga il caso, piuttosto semplice, di un danno patrimoniale da lucro cessante, che debba essere liquidato ad un figlio in epoca successiva al compimento del suo 26° anno, età in cui si suppone che sarebbero comunque cessate le elargizioni economiche da parte del padre deceduto.
In tale ipotesi, il danno subito dal figlio è un danno integralmente maturato e non un danno futuro, perché non è destinato a proiettarsi in un orizzonte temporale successivo alla sua liquidazione.
Si tratta, invero, di un danno già prodottosi, che deve essere quantificato e liquidato sommando le elargizioni concretamente perdute (e rivalutandole).
Ipotizzando dunque che:
il genitore avesse un reddito di euro 67.500,00 annui;
la quota sibi sia determinabile in 1/3, nel concorso di un altro avente diritto (tipicamente la moglie del defunto);
il sinistro mortale sia avvenuto esattamente 5 anni prima del raggiungimento del 26° anno di età del figlio preso in considerazione;
la liquidazione venga effettuata il giorno dopo il raggiungimento del 26° anno di età,
potremo calcolare, con estrema semplificazione della questione, il danno come segue:
Anno 1 – 67.500,00 – 1/3 : 2 = 22.500,00 euro
Anno 2 – 67.500,00 – 1/3 : 2 = 22.500,00 euro
Anno 3 – 67.500,00 – 1/3 : 2 = 22.500,00 euro
Anno 4 – 67.500,00 – 1/3 : 2 = 22.500,00 euro
Anno 5 – 67.500,00 – 1/3 : 2 = 22.500,00 euro
TOTALE DANNO (da rivalutare) = 112.500,00 euro
Consideriamo invece la situazione della moglie del defunto, nel caso sopra ipotizzato.
Ella avrà diritto:
al danno già prodottosi, concretato dalla residua metà delle retribuzioni totali perse dalla data del decesso del marito al raggiungimento del ventiseiesimo anno del figlio, previa decurtazione della quota sibi di 1/3 (l’altra metà, come detto al paragrafo che precede, compete al figlio), nonché
al danno futuro (cioè a dire successivo alla liquidazione).
La voce sub 1 è presto quantificata, trattandosi dell’altra metà del danno calcolato al paragrafo che precede: euro 112.500,00.
Quanto alla voce sub 2, trattandosi di una posta risarcitoria che concreta un effettivo “danno futuro”, è opportuno riprendere la formula:
“D” è il danno che occorre liquidare;
“R” è il reddito annuo del defunto (nel nostro esempio: 67.500,00 euro)
“q” è la quota sibi (che considereremo pari ad 1/2 per il periodo in questione)
“k” è il coefficiente di capitalizzazione (utilizzeremo, in conformità alle indicazioni della Suprema Corte sopra descritte, il coefficiente 14,6369, corrispondente all’età di anni 59, quella che avrebbe avuto il defunto al momento della ipotizzata liquidazione)
Sviluppando, la formula, avremo quindi:
D = (67.500,00 – 1/2) * 14,6369
D = 33.750,00 * 14,6369
D = 493.995,38
Pertanto, riassumendo, il danno patrimoniale complessivamente spettante alla moglie sarebbe pari a:
1) Danno già prodottosi = euro 112.500,00
2) Danno futuro = euro 493.995,38
TOTALE DANNO (da rivalutare) = 606.495,38
Giova far menzione, in conclusione di questa breve disamina, dell’orientamento recentemente avallato dalle Sezioni Unite della Suprema Corte in tema di cumulo tra il risarcimento del danno patrimoniale da lucro cessante e la pensione di reversibilità eventualmente riconosciuta ai congiunti.
Come noto, la Cassazione ha – in proposito – enunciato il seguente principio di diritto:
“Dal risarcimento del danno patrimoniale patito dal familiare di persona deceduta per colpa altrui NON deve essere detratto il valore capitale della pensione di reversibilità accordata dall’Inps al familiare superstite in conseguenza della morte del congiunto“.
Cass. SS.UU., 22/05/2018, n. 12564
L’attribuzione pensionistica, infatti, non rappresenta un lucro (cioè un vantaggio patrimoniale gratuito), ma dipende da un sacrificio economico compiuto dal lavoratore. Questo “beneficio collaterale” è espressione di una scelta del sistema, conforme al respiro costituzionale della sicurezza sociale; pertanto, esso non può ritenersi soggetto alla compensatio lucri cum damno.
Nessuna decurtazione, dunque, sull’ammontare del risarcimento del danno patrimoniale da lucro cessante, anche in caso di avvenuto riconoscimento della pensione di reversibilità al congiunto superstite avente diritto.
danno patrimoniale, malasanità, morte, omicidio, risarcimento danni, sinistro
Archivio Casi e Pubblicazioni Seleziona il mese Gennaio 2020 (2) Dicembre 2019 (2) Novembre 2019 (5) Ottobre 2019 (5) Settembre 2019 (2) Agosto 2019 (4) Luglio 2019 (2) Giugno 2019 (3) Maggio 2019 (4) Aprile 2019 (2) Marzo 2019 (3) Febbraio 2019 (3) Gennaio 2019 (3) Dicembre 2018 (2) Novembre 2018 (3) Ottobre 2018 (3) Settembre 2018 (3) Agosto 2018 (6) Luglio 2018 (3) Giugno 2018 (3) Maggio 2018 (7) Aprile 2018 (5) Marzo 2018 (4) Febbraio 2018 (1) Dicembre 2017 (1) Novembre 2017 (1) Ottobre 2017 (1) Agosto 2017 (2) Luglio 2017 (1) Giugno 2017 (1) Maggio 2017 (1) Aprile 2017 (4) Marzo 2017 (1) Febbraio 2017 (1) Dicembre 2016 (1) Novembre 2016 (2) Ottobre 2016 (2) Settembre 2016 (16) Giugno 2016 (1) Aprile 2016 (1) Marzo 2016 (1) Febbraio 2016 (2) Novembre 2015 (1) Settembre 2015 (1) Luglio 2015 (1) Marzo 2015 (1) Febbraio 2015 (1) Dicembre 2014 (1) Settembre 2014 (2) Febbraio 2014 (1) Dicembre 2013 (1) Novembre 2013 (1) Settembre 2013 (1) Ottobre 2012 (1) Settembre 2012 (3) Marzo 2012 (1) Settembre 2011 (3) Maggio 2011 (1) Marzo 2011 (1) Febbraio 2011 (1) Gennaio 2011 (1) Settembre 2010 (2) Aprile 2010 (1) Marzo 2010 (1) Febbraio 2010 (1) Settembre 2009 (3) Agosto 2009 (1) Marzo 2009 (1) Gennaio 2009 (1) Aprile 2008 (1) Settembre 2007 (1) Ottobre 2006 (1) Dicembre 2005 (1) Ottobre 2004 (1) Dicembre 2003 (1) Novembre 2001 (1) Marzo 2000 (1)

References: Cass. 
 Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 

Cass. 
 Cass. 

Cass.