Source: https://www.legalellb.com/newsletter/newsletter-n-7-del-18-aprile-2016/
Timestamp: 2019-02-19 08:56:56+00:00

Document:
Newsletter n. 7 del 18 aprile 2016, Studio Lana – Lagostena Bassi
Home/Archivio Newsletter/Newsletter n. 7 del 18 aprile 2016
Newsletter n. 7 del 18 aprile 2016
Presentata alla Corte EDU la richiesta di rinvio in Grande Camera della sentenza sul sangue infetto.
Aborto in Italia: il Comitato europeo dei diritti sociali condanna lo Stato italiano per la violazione della Carta sociale europea.
La Corte di Appello di Napoli ordina la trascrizione nei registri di stato civile del certificato di adozione in favore di due mamme.
La Corte costituzionale boccia ricorso su ricerca degli embrioni.
Il Tribunale di Savona autorizza la modifica dei dati anagrafici anche senza l’operazione necessaria al cambio di sesso.
Lo scorso 14 aprile abbiamo presentato, come precedentemente annunciato, la richiesta di rinvio in Grande Camera della sentenza D.A. e altri c. Italia della Corte europea dei diritti dell’uomo, emanata il 14 gennaio u.s., con la quale i giudici di Strasburgo hanno inopinatamente rigettato il nostro ricorso, ritenendo che la proposta dei 100.000 €, formulata con la legge n. 114/2014 (all’art. 27-bis, cosiddetto “salva esclusi”), sia adeguata a risarcire i danneggiati da sangue infetto.
Restiamo adesso in attesa di un riscontro da parte della Corte europea, del quale aggiorneremo prontamente tutti gli interessati.
Lo scorso 11 aprile, il Comitato europeo dei diritti sociali – organismo del Consiglio d’Europa – ha condannato l’Italia per la violazione dell’art. 11 (diritto alla salute) e l’art. E) (non discriminazione) della Carta sociale europea.
Accogliendo il reclamo presentato dalla Cgil nel 2013, il Comitato europeo ha riconosciuto che la mancata applicazione in concreto, da parte dello Stato italiano, della legge n. 194/1978 in materia di interruzione volontaria di gravidanza costituisce, da un lato, una violazione del diritto alla salute delle donne che intendono accedere a tale pratica e determina, dall’altro, una discriminazione di fatto dei medici non obiettori.
Per quel che attiene al primo dei due profili di violazione, infatti, la legge n. 194/1978 prevede che, indipendentemente dalla dichiarazione di obiezione di coscienza dei singoli medici, gli ospedali pubblici e le Regioni hanno l’obbligo di garantire il diritto delle donne ad accedere al servizio di interruzione volontaria di gravidanza. Tuttavia, secondo il Comitato, in Italia si riscontra a tutt’oggi “una sostanziale difficoltà nell’ottenere l’accesso a tali servizi nella pratica, nonostante quanto è previsto dalla legge” poiché molte strutture si trovano a non avere all’interno del proprio organico un numero adeguato di medici che possono garantire l’effettiva e corretta applicazione della legge.
Il numero di medici obiettori tra i ginecologi italiani raggiunge percentuali particolarmente preoccupanti, soprattutto in alcune regioni, quali il Molise (93,3%), la Basilicata (90,2%), la Sicilia (87,6%), la Puglia (86,%), la Campania (81,8%), il Lazio e l’Abruzzo (80,7%).
Sotto altro profilo, il Comitato ha, peraltro, riconosciuto che in Italia i medici che praticano l’aborto in applicazione della legge n. 194 “sono vittime di diversi tipi di svantaggi lavorativi, diretti e indiretti”, tra cui l’onere di sottoporsi a carichi di lavoro eccessivi.
Tale pronuncia è stata accolta con grande soddisfazione dalla Segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, che ha affermato: «Questa decisione del Consiglio d’Europa conferma che lo Stato dovrebbe essere garante del diritto all’interruzione di gravidanza libero, gratuito e senza discriminazioni».
Al contrario, il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha espresso perplessità per la richiamata statuizione, lamentando l’utilizzo di dati risalenti al 2013, anno della presentazione del riscorso, e sostenendo che: «Siamo nella norma. Non esiste alcuna lesione del diritto alla salute».
La Corte d’Appello di Napoli, con la sentenza del 5 aprile u.s., ha ordinato la trascrizione di due sentenze del Tribunale civile di Lille (Francia) con le quali veniva riconosciuta l’adozione reciproca di due bimbi figli di due donne, sposate in Francia e residenti in provincia di Avellino.
I due bambini potranno essere riconosciuti come adottati, ognuno dall’altro genitore e, dunque, i loro documenti potranno essere trascritti nei registri anagrafici di Santo Stefano del Sole, piccolo comune irpino della Valle del Sabato.
La trascrizione giunge al termine di un lungo percorso giudiziario cominciato nel 2013 quando Giuseppina e Raphaelle, entrambe docenti di francese nell’Università di Salerno, chiedevano al sindaco di Santo Stefano del Sole, di cui è originaria una delle due mamme, la trascrizione del loro matrimonio celebrato con rito civile nel 2013 a Lille, in Francia.
In quella occasione il sindaco, attenendosi alle disposizioni dettate dal Ministero dell’Interno, rifiutava la richiesta di trascrizione dell’unione.
Le due donne, conviventi da 32 anni, dopo il rifiuto del Tribunale di Avellino, che respingeva la loro richiesta, ottenevano dalla Corte di Appello di Napoli l’accoglimento del loro ricorso. Secondo i giudici, i diritti acquisiti in un Paese dell’Unione europea non possono essere cancellati dal fatto di vivere in un Paese diverso da quello di provenienza.
Ad agosto 2015, dunque, a seguito della notifica della sentenza, il sindaco di Santo Stefano del Sole, procedeva alla trascrizione del loro matrimonio.
Stesso iter seguiva la richiesta di registrazione dell’adozione reciproca, che il comune di Santo Stefano del Sole parimenti rigettava.
Secondo l’amministrazione locale, in considerazione del fatto che l’adozione è possibile solo in favore di una coppia sposata, trascrivere i certificati avrebbe significato infatti riconoscere implicitamente il matrimonio tra le due donne (che, com’è noto, non è previsto dalla normativa italiana).
Di qui il ricorso della coppia prima ai giudici del Tribunale di Avellino e poi alla Corte di Appello di Napoli che, lo scorso 5 aprile, ha ordinato la trascrizione del loro nucleo familiare.
Alle due donne l’ufficio di stato civile dovrà tra l’altro risarcire le spese legali: si tratta del primo caso, in Italia, per cui i dipendenti pubblici dovranno pagare per problemi e costi legati ai procedimenti giudiziari.
Si sottolinea come quest’ultima ipotesi di adozione del c.d. “con-figlio” si aggiunge alle altre approvate negli ultimi tempi dai diversi Tribunali in Italia. La vittoria delle due mamme può essere considerata come l’ennesimo ed importante traguardo per l’affermazione dei diritti omosessuali in Italia.
Con la sentenza n. 84/2016 dello scorso 13 aprile, la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Firenze con riferimento all’art. 6 della legge n. 40 del 2004 relativamente all’irrevocabilità del consenso dopo la fecondazione dell’ovulo e all’art. 13 della stessa legge, per quanto attiene al divieto di ricerca scientifica sugli embrioni affetti da anomalie e, perciò, non impiantabili a fini procreativi.
La Corte ha infatti affermato che la dignità dell’embrione, quale “entità contenente in sé il principio della vita”, costituisce un valore di rilievo costituzionale e che la sua tutela non può venir meno anche in caso di presenza di malformazioni genetiche.
I giudici hanno chiarito che i “diritti” dell’embrione sono comunque assoggettabili a bilanciamento con altri valori costituzionali, specie al fine di garantire il soddisfacimento delle esigenze della procreazione e di quelle della salute della donna-madre. Secondo i giudici della Consulta tale bilanciamento, che impropriamente il Tribunale di Firenze chiedeva alla Corte di modificare, essendo prospettabili una pluralità di scelte, risulta invece inevitabilmente riservato al legislatore, al quale solo spettano tali valutazioni sull’opportunità di introdurre e in che modalità la possibilità della ricerca scientifica in tali circostanze.
Il Tribunale di Savona, con la sentenza del 31 marzo u.s., ha autorizzato una transessuale di 40 anni ad effettuare il cambio dei dati anagrafici senza dover attendere l’intervento chirurgico per il cambio di sesso.
La sentenza dei giudici di Savona è una delle prime in Italia a fare proprie le indicazioni fornita dalla Corte Costituzionale con la pronuncia del novembre 2015.
Nel 2014, la ricorrente decideva di rivolgersi al tribunale al fine di chiedere l’autorizzazione all’operazione di cambio sesso e la modifica dei dati anagrafici, dopo un’intera vita trascorsa nei panni di un uomo, con un matrimonio e tre figlie.
Secondo il precedente indirizzo giurisprudenziale, infatti, tale operazione rappresenta la conditio sine qua non per ottenere la completa rettifica dei dati anagrafici e, questa convinzione giuridica, ha per molto tempo creato disagi per i transgender in caso di prenotazione di voli aerei, di alberghi o ancora sottoscrizione di un contratto di lavoro.
In seguito alla decisione della Corte Costituzionale, il Tribunale di Savona, insieme a quelli di Bari e Genova, hanno recepito integralmente le indicazioni della sentenza della Consulta dello scorso novembre, la quale ha stabilito l’irrilevanza dell’intervento chirurgico per la rettifica dei dati nei registri anagrafici.
Stando a quanto argomentato dai giudici, la discrepanza tra l’aspetto esteriore e il vissuto identitario dell’interessata e i suoi documenti anagrafici, comporterebbe uno stato di sofferenza interiore con un reale impedimento a poter vivere e progettare la propria quotidianità con la dovuta serenità. Inoltre, prendendo atto del fatto che l’intervento chirurgico al quale si sottoporrà la richiedente necessita di tempistiche non immediate, la ricorrente può diventare anagraficamente una donna ancor prima di subire l’operazione.
Secondo la pronuncia, dunque, l’operazione avrà luogo ma, il Tribunale, ha evidenziato che non è necessario che questo avvenga affinché si possa procedere al cambio di genere sui documenti così come stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 221/2015 nonché dalla Corte di Cassazione con la pronuncia n. 15138 del luglio 2015 (sul punto, si veda la nostra newsletter n. 23 del 23 luglio 2015). Fino ad allora, infatti, i Tribunali avevano sempre consentito la modifica dei documenti solo dopo gli interventi di “demolizione chirurgica”.
È iniziata la seconda edizione del “Corso di specializzazione sulla Convenzione europea dei diritti dell’uomo”, organizzato dall’Unione forense per la tutela dei diritti umani (UFTDU) con il patrocinio del Consiglio d’Europa – Ufficio di Venezia e del Consiglio Nazionale Forense, che si articola in sette distinti moduli tematici della durata di sei ore ciascuno. La prossima lezione del 22 aprile, attiene alle garanzie in materia penale contenute nella Convenzione, nel corso della quale sono previsti gli interventi del Prof. Vittorio Manes, ordinario di diritto penale nell’Università di Bologna, dell’Avv. Nicola Madia, dottore di ricerca in diritto e procedura penale nella Sapienza – Università di Roma, e del Dott. Marco Cerase, consigliere presso la Camera dei Deputati.
Il corso è volto all’approfondimento tematico della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), la quale è venuta assumendo negli anni un ruolo sempre più significativo nel contesto di 47 Paesi membri del Consiglio d’Europa, soprattutto in ragione dell’effettività della tutela dei diritti fondamentali apprestata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, organo giurisdizionale permanente con sede a Strasburgo, che vigila sul rispetto da parte degli Stati membri degli obblighi previsti dalla CEDU. È destinato ad avvocati, magistrati, praticanti avvocati, laureandi in giurisprudenza, operatori del diritto, rappresentanti delle ONG specializzate nel settore dei diritti umani, funzionari della pubblica amministrazione e, in generale, a tutti coloro che intendano conseguire una specializzazione nelle materie della CEDU.
Le lezioni successive si terranno tutti i venerdì sino al 20 maggio, presso la Sala Seminari della Cassa Nazionale Forense.
Il programma e la scheda di sintesi del corso sono disponibili qui.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza