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Timestamp: 2020-08-13 20:29:06+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 7863 del 27/03/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7863 del 27/03/2017
Cassazione civile, sez. VI, 27/03/2017, (ud. 23/02/2017, dep.27/03/2017), n. 7863
sul ricorso 8294-2016 proposto da:
domiciliato in ROMA, VIALE LIEGI, 32, presso lo studio dell’avvocato
M.S., elettivamente domiciliata in ROMA, V. GERMANICO 172,
presso lo studio dell’avvocato SERGIO GALLEANO, rappresentata e
MAURIZIO RIOMMI, giusta procura speciale a margine del
avverso la sentenza n. 622/2015 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,
depositata l’08/10/2015;
1. la Corte d’appello di Firenze confermava la sentenza del Tribunale di Prato che, in parziale accoglimento del ricorso proposto da M.S., previo accertamento dell’illegittimità dei contratti a tempo determinato stipulati con il Comune di Prato per lo svolgimento delle mansioni di educatrice di asili nido, aveva condannato detto Comune al pagamento, a titolo risarcitorio, di un’indennità pari a 15 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. Riteneva la Corte che potesse essere utilizzata come parametro per la quantificazione del risarcimento del danno, idoneo a compensare la perdita del posto di lavoro, 1′ indennità sostitutiva della reintegra prevista dalla L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 5.
2. Per la cassazione della sentenza il Comune di Prato ha proposto ricorso, affidato ad un unico motivo, cui ha resistito con controricorso M.S..
3. Tanto premesso, il ricorso è fondato, alla stregua della sentenza delle Sezioni Unite n. 5072 del 15/03/2016, richiamata dallo stesso ricorrente, che, componendo il contrasto che si era verificato sulla questione, ha chiarito che in materia di pubblico impiego privatizzato, nell’ipotesi di abusiva reiterazione di contratti a termine, la misura risarcitoria prevista dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, comma 5 va interpretata in conformità al canone di effettività della tutela affermato dalla Corte di Giustizia UE (ordinanza 12 dicembre 2013, in C-50/13), sicchè, mentre va escluso – siccome incongruo – il ricorso ai criteri previsti per il licenziamento illegittimo, può farsi riferimento alla fattispecie omogenea di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, quale danno presunto, con valenza sanzionatoria e qualificabile come “danno comunitario”, determinato tra un minimo ed un massimo, salva la prova del maggior pregiudizio sofferto, senza che ne derivi una posizione di favore del lavoratore privato rispetto al dipendente pubblico, atteso che, per il primo, l’indennità forfetizzata limita il danno risarcibile, per il secondo, invece, agevola l’onere probatorio del danno subito.
5. La richiesta è infondata, sol che si osservi che il problema dell’individuazione di un risarcimento per il caso di abusivo ricorso ai contratti a termine nel pubblico impiego – in cui è preclusa la costituzione del rapporto a tempo indeterminato – compatibile con le indicazioni della Corte di giustizia dell’Unione Europea (in particolare, con la sentenza del 7 settembre 2006, proc. C-53/04, Marrosu e Sardino e 1′ ordinanza 12 dicembre 2013, Papalia, C-50/13) è stato proprio il punto di partenza dell’analisi delle Sezioni Unite, che hanno ritenuto necessario quindi che la misura individuata sia effettiva, proporzionata, dissuasiva ed equivalente a quelle previste nell’ordinamento interno per situazioni analoghe.
Hanno infatti rilevato che il danno per il dipendente pubblico è diverso da quello del lavoratore privato: il lavoratore a termine nel pubblico impiego, se il termine è illegittimamente apposto, esclusa la possibilità di ottenere la conversione del rapporto a tempo indeterminato, perde la chance della occupazione alternativa migliore, e tale è anche la connotazione intrinseca del danno, seppur più intenso ove il termine sia illegittimo per abusiva reiterazione dei contratti.
La misura dissuasiva ed il rafforzamento della tutela del lavoratore pubblico, quale richiesta dalla giurisprudenza della Corte di giustizia, si individua quindi nell’ agevolazione della prova offerta dall’applicazione dell’art. 32, da ritenersi in via di interpretazione sistematica orientata dalla necessità di conformità alla clausola 5 del più volte cit. accordo quadro. Ha rilevato che la trasposizione di questo canone di danno presunto esprime anche una portata sanzionatoria della violazione della norma comunitaria, sì che il danno così determinato può qualificarsi come danno comunitario (così già Cass. 30 dicembre 2014, n. 27481 e 3 luglio 2015, n.13655) nel senso che vale a colmare quel deficit di tutela, ritenuto dalla giurisprudenza della Corte di giustizia, la cui mancanza esporrebbe la norma interna (art. 36, comma 5, cit.), ove applicabile nella sua sola portata testuale, a violare la clausola 5 della direttiva e quindi ad innescare un dubbio di illegittimità costituzionale. Ha aggiunto poi che non è comunque precluso al lavoratore di provare che le chances di lavoro che ha perso perchè impiegato in reiterati contratti a termine in violazione di legge si traducano in un danno patrimoniale più elevato.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 18
 sentenza 
 sentenza 
 art. 36
 art. 32
 sentenza 
 Cass.