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Timestamp: 2017-09-23 10:52:55+00:00

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INCIDENTE FRATTURA ANCA RISARCIMENTO CASSAZIONE CHIAMA SUBITISSIMO due, infatti l'una: o la vittima dimostra di avere perduto un reddito che verosimilmente avrebbe realizzato, ed allora la spetterà il risarcimento del lucro cessante; ovvero la vittima non dà quella prova, ed allora le può spettare il risarcimento del danno da perdita di chance. Nel nostro caso il Tribunale ha liquidato alla vittima il risarcimento del danno patrimoniale da perdita dei redditi futuri, e dunque correttamente non ha preso in esame l'ipotesi della perdita di chance. Se si sommasse questo risarcimento a quello da lucro cessante si realizzerebbe una duplicazione risarcitoria, e la vittima verrebbe addirittura a trovarsi in una situazione patrimonialmente più favorevole di quella in cui si sarebbe trovata se fosse rimasta sana. | Avvocato a Bologna - Studio Legale Bologna Avvocato Sergio Armaroli
INCIDENTE FRATTURA ANCA RISARCIMENTO CASSAZIONE CHIAMA SUBITISSIMO
– è inammissibile perché la questione non risulta prospettata in precedenza (ovvero, il che ai fini dell’inammissibilità nulla cambia, i ricorrenti non indicano ex art. 366 c.p.c., n. 6, quando ed in che termini sollevarono la relativa questione);
– è infondato perché la regola invocata dai ricorrenti è esattamente quella applicata dalla Corte d’appello, la quale ha reputato che l’omesso uso delle cinture abbia concausato il danno nella misura del 30% , e di tale percentuale ha attribuito la metà al conducente, e la metà (15% ) al passeggero.
1.4. Nella parte, infine, in cui lamenta il vizio di omesso esame d’un fatto decisivo, ex art. 360 c.p.c. , n. 5, il motivo è inammissibile, perché non viene prospettato alcun “omesso esame di fatti decisivi”.
Vale la pena ricordare, al riguardo, che le Sezioni Unite di questa Corte, nel chiarire il senso del nuovo art. 360 c.p.c., n. 5, hanno stabilito che per effetto della riforma “è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830).
S.T.G., S.E.E., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DEI DUE MACELLI 60, presso lo studio dell’avvocato GABRIELE BORDONI, che li rappresenta e difende giusta procura speciale a margine del ricorso;
ALLIANZ SPA in persona del procuratore Dr. C.A.P., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PANAMA 88, presso lo studio dell’avvocato GIORGIO SPADAFORA, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANTONIO SPADAFORA giusta procura speciale in calce al controricorso;
G.F., P.F.;
udito l’Avvocato VITO DONATI per delega;
Il (OMISSIS) S.E. rimase vittima d’un sinistro stradale, mentre era trasportato su un veicolo condotto da G.F., di proprietà di P.F. ed assicurato dalla società RAS s.p.a. (che in seguito muterà ragione sociale, in Allianz s.p.a.; d’ora innanzi, per brevità, “la Allianz”).
In conseguenza del sinistro S.E. patì gravissime lesioni personali.
Per ottenere il risarcimento dei danni conseguiti al sinistro sia S.E., sia la madre (Tedesco Giuseppina) ed il fratello della vittima ( S.A.), convennero dinanzi al Tribunale di Bologna G.F., P.F. e la Allianz.
Il Tribunale di Bologna con sentenza 22.5.2009 n. 2581 liquidò il danno patito da S.E. in Euro 1.767.811; quello patito dalla di lui madre in Euro 192.381.
Di conseguenza, previa detrazione degli acconti già pagati prima della sentenza, condannò i convenuti in solido al pagamento in favore di S.E. della somma di Euro 72.456,09, e di T.G. della somma di Euro 67.381,35.
Ritenne, infine, già integralmente risarcito in corso di causa il danno patito da S.A.
La sentenza fu impugnata da T.G. ed S.E., i quali chiesero una più cospicua liquidazione del danno.
a) incrementò di Euro 85.984 la stima del danno per spese mediche e di cura, e condannò gli appellati al pagamento del relativo importo in favore solidalmente di T.G. ed S.E.;
La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da S.E. e T.G. con ricorso fondato su due motivi ed illustrato da memoria.
Ha resistito con controricorso la Allianz.
1.1. Col primo motivo di ricorso i ricorrenti lamentano che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, (si lamenta, in particolare, la violazione degli artt. 2697 e 2909 c.c. ); sia dal vizio di omesso esame d’un fatto decisivo e controverso, ai sensi dell’art. 360 c.p.c. , n. 5, (nel testo modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134 ). Deducono, al riguardo, che la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere che la vittima non avesse allacciato le cinture; soggiungono che comunque, anche se così fosse stato, la responsabilità dell’omissione andava comunque ascritta al conducente, per essersi messo in marcia senza pretendere dai passeggeri l’adozione di tale precauzione.
-) sia da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c. , n. 3.
(lamentano, in particolare, la violazione degli artt. 2, 3, 13, 22, 27 e 32 Cost. ; art. 2043, 2059 e 2909 c.c. ; art. 112 e 132 c.p.c. ; D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, art. 138);
-) sia da un vizio di nullità processuale, ai sensi dell’art. 360 c.p.c. , n. 4;
-) sia dal vizio di omesso esame d’un fatto decisivo e controverso, ai sensi dell’art. 360 c.p.c. , n. 5, (nel testo modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134 ).
(a) il danno non patrimoniale patito da S.E. è stato sottostimato, perché non si è tenuto conto della sua componente “dinamica”; del danno morale e del danno esistenziale;
(f) la Corte d’appello ha omesso di pronunciarsi sul motivo d’appello concernente i criteri di scomputo degli acconti pagati dalla Allianz prima della sentenza”.
Nella parte in cui lamenta la nullità processuale il motivo è manifestamente infondato. Lo stesso ricorrente, infatti, nella illustrazione del motivo non descrive alcun error in procedendo, ma solo in iudicando.
Nella parte in cui lamenta l’omesso esame d’un fatto decisivo il motivo è altrettanto inammissibile, per le ragioni già indicate al p. 1.4 che precede.
Nella parte in cui lamenta la violazione di ben 13 diverse disposizioni di legge (la maggior parte delle quali non pertinenti) il motivo è manifestamente infondato in ciascuna delle doglianze in cui si articola. Esse saranno esaminate, per maggior chiarezza, separatamente nei p.p. che seguono.
La censura sul danno non patrimoniale patito da S.E.
6.1. Con la prima censura del secondo motivo S.E. lamenta che la Corte d’appello avrebbe violato le regole legali di liquidazione del danno perché non avrebbe proceduto alla c.d. “personalizzazione” del risarcimento, ovvero non avrebbe adattato la misura standard del risarcimento alle specificità del caso concreto. Specificità che, per il ricorrente, derivavano dalla grave invalidità patita dalla vittima (90% della complessiva validità dell’individuo), la quale aveva necessariamente provocato gravi pregiudizi definiti dal ricorrente “danno biologico dinamico” e “danno esistenziale”.
6.3. Nel caso di specie, il Tribunale aveva liquidato il danno non patrimoniale patito da S.E.:
– quantificando coi consueti criteri l’invalidità permanente del 90% ;
(b) che la personalizzazione del risarcimento era dovuta a causa dell’elevato grado di invalidità permanente patito dalla vittima (90% ).
E’ solo per convenzione, e per garantire un minimo di obiettività nella liquidazione del danno, che questi pregiudizi vengono quantificati in misura percentuale, ipotizzando per fictio iuris che sia pari a “100” la validità d’una persona sana, dello stesso sesso e della stessa età della vittima.
Ciò vuol dire che la somma di denaro accordata alla vittima di lesioni personali a titolo di risarcimento del danno da invalidità permanente è necessariamente intesa a ristorare la perdita delle attività che quella menomazione necessariamente ha comportato per la vittima, ed avrebbe comportato comunque quale che fosse stata la persona che l’avesse subìta. Così, per fare un esempio: a chi riporti uno sfregio permanente del viso corrispondente ad una invalidità permanente del 10% , la liquidazione del danno biologico permanente non lascia spazio alcuno per la successiva liquidazione di un preteso “danno estetico”: in questo caso il danno biologico è il danno estetico, e la liquidazione dell’invalidità permanente ristorerà le conseguenze fisiche ordinariamente derivanti da quel tipo di postumi.
Nel caso di specie, la vittima ha patito una invalidità permanente del 90% . Una invalidità di questo tipo incide ovviamente in modo pesante sulla vita di relazione della vittima.
Sicché, quando la dottrina medico-legale elabora i propri baremes per la determinazione del grado di invalidità permanente, questa incidenza delle lesioni sulla vita di relazione è necessariamente ricompresa nel grado di invalidità permanente: diversamente opinando, non si comprenderebbe più quale dovrebbe essere il contenuto oggettivo della nozione di “danno biologico”.
Nel caso di specie la difesa del ricorrente non ha indicato – al di là di stereotipe e per ciò solo irrilevanti formule di stile – per quale ragione le lesioni patite dallo sventurato S.E. abbiano provocato una compromissione della vita di relazione maggiore e più significativa di quella che le medesime lesioni avrebbero provocato in un’altra persona della stessa età, e che necessariamente vengono ristorate attraverso la monetizzazione del grado di invalidità permanente col criterio standard. Corretta dunque fu la decisione della Corte d’appello quanto al criterio di giudizio; nel merito essa non è qui sindacabile.
La censura sul danno non patrimoniale patito da T.G.
7.1. Con una seconda censura contenuta nel secondo motivo di ricorso T.G. lamenta la sottostima del danno non patrimoniale da lei patito in conseguenza della invalidità del figlio.
La censura sul danno patrimoniale per assistenza infermieristica.
8.2. Il motivo è inammissibile ai sensi dell’art. 366 c.p.c. , n. 6.
I ricorrenti infatti deducono (pp. 18-19 del ricorso) che S.E. ha bisogno di assistenza giornaliera per almeno sei ore; che ha bisogno di visite periodiche di controllo, di terapie riabilitative e di farmaci. E quantificano i costi di ciascuna di tali attività.
-) perché dovesse ritenersi erronea la scelta del giudice di trascurare tali prove.
Questi sono i precetti imposti dall’art. 366 c.p.c. , nn. 3 e 6, e art. 369 c.p.c. , comma 2, n. 4.
8.3. Solo per completezza e per ricordare ai litiganti il dovere di probità processuale, va ancora soggiunto che in ogni caso la censura relativa alla sottostima delle spese future non risulta proposta nel giudizio d’appello (cfr. p. 4 della sentenza impugnata, ed ivi la trascrizione delle conclusioni delle parti), e dunque sarebbe comunque inammissibile perché nuova.
La censura sul danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro di S.E.. 9.1. Con una quarta censura S.E. lamenta che il Tribunale prima, e la Corte d’appello poi, hanno sottostimato il danno da perdita della capacità di lavoro.
Deduce che, essendo verosimile che S.E. avrebbe svolto l’attività di calciatore professionista se fosse rimasto sano, il danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro si sarebbe dovuto liquidare ponendo a base del calcolo non le metà del presumibile ingaggio d’un calciatore militante in una squadra di “serie A”, come fatto dal giudice di merito, ma l’intero ingaggio.
Esso è in ogni caso infondato, perché il criterio seguito dal Tribunale (e poi dalla Corte d’appello) non fu affatto scorretto. La vittima era un promettente calciatore, ma aveva 15 anni; il Tribunale ha dunque liquidato il danno ponendo a base del calcolo la metà del reddito di un calciatore di “serie A”: ciò sull’evidente presupposto (ancorché non esplicitato) che se fosse rimasta sana, la vittima avrebbe raggiunto quel livello di reddito non immediatamente, ma solo dopo un certo numero di anni. Quindi anziché calcolare il danno su redditi crescenti (ad es., 100 il primo anno, 120 il secondo, e così via), l’ha calcolato su un valore medio. E questa è una puntuale applicazione dell’art. 1226 c.c.
La censura sul danno patrimoniale da perdita della chance di successo lavorativo.
10.1. Con una quinta censura del secondo motivo di ricorso, il ricorrente S.E. lamenta che la Corte d’appello non avrebbe liquidato il danno da perdita di chance di successo professionale.
La censura concernente i criteri di scomputo degli acconti 11.1. Con una sesta censura i ricorrenti lamentano che la Corte d’appello avrebbe erroneamente compiuto le operazioni di detrazione, dal risarcimento complessivamente dovuto, degli acconti pagati dalla Allianz in corso di causa.
11.2. La censura è inammissibile per difetto di interesse, ai sensi dell’art. 100 c.p.c.
I ricorrenti infatti non indicano né il criterio di scomputo adottato dal Tribunale, né il diverso criterio che si sarebbe dovuto adottare. In questo modo non è possibile stabilire se essi abbiano un interesse concreto ed attuale a far valere l’omessa pronuncia su tale questione.
12.1. Le spese del presente grado di giudizio vanno a poste a carico dei ricorrenti, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, e sono liquidate nel dispositivo.
12.2. Il rigetto del ricorso costituisce il presupposto, del quale si dà atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico della parte ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, (nel testo introdotto dall’ art. 1, comma 17, legge 24 dicembre 2012, n. 228).
la Corte di cassazione, visto l’art. 380 c.p.c. :
-) condanna S.E. e T.G., in solido, alla rifusione in favore di Allianz s.p.a. delle spese del presente grado di giudizio, che si liquidano nella somma di Euro 5.200, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55 , ex art. 2, comma 2;
(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte di S.E. e T.G., in solido, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 9 giugno 2016.
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 art. 54
 art. 2043
 art. 112
 art. 138
 art. 54
 art. 369
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 art. 13
 art. 1
 art. 2
 art. 13