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Timestamp: 2015-11-27 04:55:12+00:00

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P. 1Fogli di Filosofia - 2010, Fascicolo 1, Articolo 9, pp. 235-261 - Francesca De Vecchi - Elementi di non concettuale in Adolf Reinach: gli atti di intendere spontaneo (meinen) - http://www.scuoladifilosofia.it/fogli-di-filosofiaFogli di Filosofia - 2010, Fascicolo 1, Articolo 9, pp. 235-261 - Francesca De Vecchi - Elementi di non concettuale in Adolf Reinach: gli atti di intendere spontaneo (meinen) - http://www.scuoladifilosofia.it/fogli-di-filosofia|Views: 246|Likes: 0Published by scuoladifilosofiaFogli di Filosofia - 2010, Fascicolo 1, Articolo 9, pp. 235-261 - Francesca De Vecchi - Elementi di non concettuale in Adolf Reinach: gli atti di intendere spontaneo (meinen) - http://www.scuoladifilosofia.it/fogli-di-filosofiaFogli di Filosofia - 2010, Fascicolo 1, Articolo 9, pp. 235-261 - Francesca De Vecchi - Elementi di non concettuale in Adolf Reinach: gli atti di intendere spontaneo (meinen) - http://www.scuoladifilosofia.it/fogli-di-filosofiaMore info:Categories:Types, Magazines/NewspapersPublished by: scuoladifilosofia on Oct 03, 2010Copyright:Attribution Non-commercialAvailability:Read on Scribd mobile: iPhone, iPad and Android.download as PDF, TXT or read online from ScribdFlag for inappropriate content|Add to collectionSee moreSee lesshttps://www.scribd.com/doc/38637399/Fogli-di-Filosofia-2010-Fascicolo-1-Articolo-9-pp-235-261-Francesca-De-Vecchi-Elementi-di-non-concettuale-in-Adolf-Reinach-gli-atti-di-inte10/03/2010pdftextoriginalFOGLI DI FILOSOFIAFascicolo 1 2010
ELEMENTI DI NON CONCETTUALE IN ADOLF REINACH: GLI ATTI DI INTENDERE SPONTANEO (MEINEN)
Università Vita-Salute San Raffaele di Milano (francesca.devecchi@unisr.it)
Sommario Introduzione 0.1. Contesto e fonti 0.2 Prima tesi: Tre sensi di “concetto” e di contenuto concettuale e non concettuale degli atti di intendere (meinen) 0.3. Seconda tesi: Il contenuto concettuale e non concettuale degli atti di meinen non è un contenuto conoscitivo 0.4. Il problema della conoscenza a partire dalla separazione di concetti e dati di esperienza (Reinach 1913a e 1914) 1. Prima tesi: Tre sensi di “concetto” e di contenuto concettuale e non concettuale degli atti di meinen 1.1. Contenuto concettuale (primo senso di “concetto”: il significato delle parole) degli atti di meinen (Reinach 1904) 1.2. Contenuto non concettuale (secondo senso di “concetto”: la generalità) degli atti di meinen (Reinach 1911) 1.3. Contenuto non concettuale (terzo senso di “concetto”: somma delle peculiarità dell’oggetto inteso) degli atti di meinen (Reinach 1905) 2. Seconda tesi: Il contenuto concettuale e non concettuale degli atti di meinen non è un contenuto conoscitivo 2.1 Il contenuto degli atti di meinen non è un dato di esperienza, empirico o essenziale (Reinach 1911 e 1913) 2.2. Il contenuto degli atti di meinen non si fonde con il contenuto, empirico o essenziali, degli atti di intuizione. 3. Il problema della conoscenza a partire dalla separazione di concetti e dati di esperienza (Reinach 1913a e 1914) 3.1 Meinungsanalyse vs. Sachanalyse
236 3.2. 3.3.
Elementi di non concettuale in Adolf Reinach: gli atti di intendere spontaneo
Meinungsanalyse pro Sachanalyse Essenze e concetti: definizione delle essenze per mezzo di concetti (secondo e terzo senso di “concetto”)
Oggetto del mio contributo è la presentazione e discussione di un aspetto della filosofia fenomenologica di Adolf Reinach (18831917)1 che può a mio avviso essere collocato a buon diritto in una archeologia del non concettuale. Si tratta della teoria degli atti di intendere spontaneo (meinen) con la quale Reinach declina e specifica la teoria dell’intenzionalità husserliana rispetto agli atti di intendere e pensare a qualcosa per mezzo di espressioni linguistiche2.
Il tipo atti del meinen attraversa come un filo rosso tutta la produzione reinachiana ed è presente nei seguenti testi: i) Lettera a Theodor Conrad (14 aprile 1904);
_____________ Allievo di Theodor Lipps a Monaco e di Edmund Husserl a Gottinga, Adolf Reinach è lo scopritore degli atti sociali e degli a priori sociali e giuridici (Reinach 1913). Per un’ampia e dettagliata ricostruzione della vita e delle opere di Reinach, si veda il profilo biografico e bibliografico a cura di Barry Smith e Karl Schuhmann (in Reinach 1989, pp. 613-626) e quello a cura di Alessandro Salice (Reinach 2008, pp. LXVIII-LXXIV). 2 Traduco atti di meinen con «atti di intendere spontaneo» per caratterizzare la declinazione propria di Reinach degli atti di intendere, significare e pensare, i quali sono atti legati in modo essenziale a espressioni linguistiche. Gli atti di meinen reinachiani sono atti linguistici la cui intenzionalità è spontanea e non rappresentativa. Intenzionalità spontanea significa che sono atti in cui il soggetto spontaneamente ovvero liberamente mira a qualcosa per mezzo del linguaggio. Intenzionalità non rappresentativa significa che sono atti in cui l’oggetto mirato non è reso presente nella coscienza (cfr. infra, 1.2). Per un approfondimento sulla specificità degli atti di intendere spontaneo si vedano i lavori di Jocelyn Benoist e di Alessandro Salice (Benoist 2005 e Salice 2007).
ii) Über der Ursachenbegriff im geltenden Strafrecht [Sul concetto di causalità nel diritto penale vigente] (1905), dissertazione di Reinach sotto la direzione di Theodor Lipps a Monaco; iii) Wesen und Systematik des Urteils [Essenza e sistematica del giudizio], tesi di abilitazione di Reinach sotto la direzione di Edmund Husserl di cui rimangono solo alcuni appunti (1908); iv) Zur Theorie des negativen Urteils [Sulla teoria del giudizio negativo] (1911), saggio; v) Die apriorischen Grundlagen des bürgerlichen Rechtes [I fondamenti a priori del diritto civile] (1913), l’opera in cui Reinach sviluppa la teoria degli atti sociali e degli a priori socio-giuridici; vi) Über Phänomenologie [Sulla fenomenologia] (1914), conferenza tenuta a Marburgo; vii) Notwendigkeit und Allgemeinheit im Sachverhalt [Necessità e universalità nello stato-di-cose] (1910) e Nichtsoziale und soziale Akte [Atti sociali e non sociali] (1911a), Einleitung in die Philosophie [Introduzione alla filosofia] (1913a), corsi di cui rimangono appunti3. Presenterò alcuni tratti caratteristici degli atti di meinen così come Reinach li prospetta e li precisa in gran parte di questi testi. A partire dalla caratterizzazione degli atti di meinen, vorrei discutere due tesi e un problema che esse comportano.
La prima tesi è la seguente: gli atti di intendere spontaneo (meinen) sono atti linguistici che hanno un contenuto concettuale e non concettuale a seconda del senso attribuito a “concetto”. Presenterò questa tesi a partire da tre sensi di “concetto” individuati da Reinach.
_____________ Tutti i testi sono contenuti nella Sämtliche Werke di Reinach (Reinach 1989, d’ora in poi abbreviato in SW). Reinach (1911 e 1914) sono ora disponibili in traduzione italiana (cfr. infra Bibliografia); la traduzione degli altri testi citati è mia.
La seconda tesi è la seguente: né il contenuto concettuale né il contenuto non concettuale degli atti di meinen è un contenuto conoscitivo – esso non ci consente di rispondere alla questione del “che cos’è?”. Discuterò questa tesi presentando due argomenti: i) il contenuto degli atti di meinen non è un dato di esperienza, empirico o essenziale; ii) il contenuto degli atti di meinen non si fonde con il contenuto di atti intuitivi.
0.4. Il problema della conoscenza a partire dalla separazione di concetti e dati di esperienza (Reinach 1913a e 1914)
La teoria degli atti di meinen pone un problema importante: come si produce conoscenza, se il contenuto concettuale rimane separato dal contenuto di esperienza degli atti intuitivi? Reinach risponde in parte al problema prospettando un rapporto di continuità tra Meinungsanalyse e Sachsanalyse.
1.Prima tesi: tre sensi di «concetto» e di contenuto concettuale e non concettuale degli atti di intendere (meinen)
Nel corso Einleitung in die Philosophie del 1913 Reinach afferma che «il concetto di “concetto” è equivoco», e distingue tre sensi di “concetto”: i) Il pensiero “rosso” è chiamato “concetto”. In questo senso è realizzato un “concetto” (contenuto di pensiero). I significati delle parole sono anche chiamati così. ii) Inoltre si è chiamato “concetto” “il rosso in sé”, la qualità generale, quindi l’ideale come tale. iii) Inoltre [si è chiamato “concetto”] il complesso (Inbregriff) o la somma delle qualità che definiscono e fissano univocamente un oggetto. Questo è il concetto autentico di
“concetto”: complesso dei caratteri distintivi. Si tratta di qualcosa di molto diverso da “concetto” nei due significati precedenti. (Reinach 1913a, SW, 420). A partire da questi tre sensi di “concetto”, è possibile caratterizzare il contenuto degli atti di meinen come: i) concettuale rispetto al primo senso di “concetto”: gli atti di meinen intendono qualcosa per mezzo dei significati delle parole; ii) non necessariamente concettuale rispetto al secondo senso di “concetto”: gli atti di meinen sembrano infatti non intendere la generalità4; iii) non concettuale rispetto al terzo senso di “concetto”: gli atti di meinen non intendono i tratti essenziali, le peculiarità dell’oggetto; l’oggetto inteso, in altri termini, non è da essi definito. Dobbiamo ora mostrare cosa sono gli atti di meinen e in che modo questi diversi sensi di “concetto” investono il loro contenuto.
1.1 Contenuto concettuale degli atti di meinen in base al primo senso di «concetto»: il significato delle parole (Reinach 1904)
Che cosa è innanzitutto in questione negli atti di intendere (meinen)? È in questione l’intendere qualcosa per mezzo di espressioni linguistiche o segni e il comprendere ciò che è inteso da queste espressioni.
«Alla domanda, come sa il bambino che gli adulti ‘intendono’ (meinen) qualcosa con le loro parole, Lipps risponde in questo modo: il bambino vede che gli adulti fanno segno verso qualcosa e nello stesso tempo sente un complesso sonoro (Lautkomplex). A me sembra che questo sia un modo di aggirare il problema. Parole e segni (Hinweis) – siano questi ultimi movimenti delle braccia, mimica facciale o altro – sono casi particolari dell’espressione (Äußerung) in generale. E il problema è precisamente: come fa il bambino a comprendere un’espressione e specialmente un’espressione linguistica? A questa questione non si può certamente
_____________ Intendo qui “generalità” nei termini della nozione classica di “universale” e non nei termini propri del dibattito contemporaneo stabiliti in primo luogo da Gareth Evans (Evans 1982).
rispondere ricorrendo a un’altra forma di espressione, al “fare segno verso” (Hinweis). La questione infatti naturalmente persiste: come sa il bambino che con il movimento delle braccia etc. è inteso (gemeint) qualcosa?» (Reinach 1904, SW, 615).
In questo passo della lettera del 14 aprile 1904 all’amico Theodor Conrad che richiama il celebre passo delle Confessioni di Agostino (I, 8) sull’apprendimento del linguaggio e del significato delle parole, passo ripreso poi da Ludwig Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche (1953, §1), Reinach si chiede come il bambino comprenda i segni e le espressioni linguistiche degli adulti, come il bambino sappia che con le loro parole gli adulti intendono qualcosa. Questo problema per Reinach ne implica uno più originario che riguarda il rapporto tra le espressioni e l’intendere o significare: come riusciamo a intendere o significare qualcosa per mezzo di espressioni linguistiche o segni? E come comprendiamo che gli altri intendono qualcosa per mezzo di queste espressioni? Si tratta del problema al quale Husserl cerca di rispondere nelle Ricerche logiche con la sua teoria degli atti di significare (bedeuten) e con il suo concetto di espressione (Ausdruck), in quanto segno a cui gli atti di significare conferiscono un significato5. Questo passo mostra quindi che Reinach si interroga sul modo in cui si compie l’atto di intendere qualcosa in quanto atto costitutivamente connesso a espressioni linguistiche. Le espressioni linguistiche hanno un significato attraverso cui ci riferiamo alle cose. I significati delle espressioni linguistiche sono concetti. In questo senso, gli atti di intendere per mezzo di espressioni linguistiche hanno un contenuto concettuale.
1.2 Contenuto non concettuale degli atti di meinen in base al secondo senso di «concetto»: la generalità (Reinach 1911)
«Ci indirizziamo a espressioni linguistiche. Io enumero, ad esempio, i monti della Germania, li nomino a un’altra persona oppure li dico a me stesso. Uno dopo l’altro pronuncio quindi, forse velocemente, un gran _____________ 5 Cfr. in particolare la prima ricerca logica di Edmund Husserl su Espressione e significato (Husserl 1900/1901). È importante ricordare che a partire dalle vacanze estive del 1903, Reinach si era dedicato allo studio delle Ricerche logiche di Husserl (cfr. SW, 709).
numero di nomi. Ma ovviamente, in ciò vi è molto di più che un mero pronunciare; nel pronunciare le parole, intendo (meine) qualcosa, intendo proprio le montagne che i nomi designano. Chi assolutamente non conosce la lingua, si limiterebbe a pronunciare le parole senza comprendere, cioè, in questo caso, senza intendere con le parole gli oggetti correlati alle parole. Al contrario, colui che pronuncia le parole con comprensione, mira con esse o per mezzo di esse a (abzielen auf) qualcos’altro, e quest’altro è ciò che conta. Vi sono qui atti con una direzione spontanea verso l’oggettuale (Gegenständliches); tuttavia ogni osservatore senza pregiudizi comprenderà facilmente che non si può parlare di una presenza di questi oggetti o di una loro ‘rappresentazione’ nel senso sopra circoscritto» (Reinach 1911, SW, 102; trad. it. p. 67).
Gli atti di intendere (Meinen) sono atti connessi a espressioni linguistiche: intendiamo qualcosa pronunciando parole. La modalità di relazione intenzionale (ciò che Husserl chiama materia)6 dell’atto di pronunciare le parole comprendendone il significato non è rappresentativa ma spontanea: non è un ricevere un dato di realtà che si presenta a noi, ma è un «mirare a» (abzielen auf) qualcosa per mezzo delle parole che si compie di nostra iniziativa, liberamente, senza che l’oggettualità mirata sia in qualche modo presente per noi. Gli atti di meinen sono quindi atti linguistici e spontanei. Il contenuto degli atti di meinen è ovviamente concettuale nel primo senso di “concetto”, ovvero quello di significato delle parole, ma non sembra essere concettuale nel senso della generalità, il secondo senso di “concetto”, né nel senso della definizione dell’oggetto inteso. Occupiamoci in primo luogo del secondo senso di “concetto”. Nell’esempio presentato da Reinach, gli atti di intendere si riferiscono a oggetti individuali come i singoli monti della Germania. L’intendere i monti della Germania, pronunciando il loro nome uno dopo l’altro, è un atto in cui pronuncio un nome proprio singolare e per mezzo di esso mi riferisco a un oggetto individuale reale – quel monte particolare –, cioè a un oggetto fisico caratterizzabile secondo le coordinate spazio-temporali, e non a un “oggetto” generale astratto o ideale. Per comprendere la caratterizzazione del contenuto degli atti di meinen come contenuto concettuale (nel primo senso di “concetto”, il significato delle parole) e la modalità della relazione intenzionale
_____________ Cfr. Husserl, V Ricerca logica, §20 (Husserl 1900/1901)
che gli atti di meinen intrattengono con l’oggetto (nell’esempio di Reinach un oggetto non generale) a cui si riferiscono per mezzo di parole, occorre soffermarsi un momento sulla distinzione tra atti di meinen e atti di vorstellen. Che cosa significa che l’oggettualità intesa negli atti di meinen non è presente o non è rappresentata? Cosa significa “rappresentazione”?7 Reinach parla qui di “rappresentazione” (Vorstellung) in un «senso che comprende uniformemente percezione, ricordo, fantasia e altri atti affini» (SW, 101; trad. it. p. 66).
«Per noi vale quindi come rappresentato ogni oggettuale (alles Gegenständliche) che abbiamo ‘davanti’ a noi, o – per evitare ogni immagine spaziale evocativa –, che ci è ‘presente’ (präsent), che per noi è ‘qui’ (da)» (Reinach 1911, SW, 101; trad. it. p. 66).
Ciò che percepisco, ciò di cui mi ricordo, ciò che immagino nella fantasia è rappresentato da me, ossia è presente per me, è qui davanti a me8. Nel caso degli atti di meinen, connessi a espressioni linguistiche, il correlato intenzionale invece non è rappresentato o reso presente. In altri termini: gli atti di meinen sono intenzionali ma la loro relazione intenzionale all’oggetto non è data attraverso una rappresentazione ovvero attraverso un rendere presente l’oggetto nella coscienza.
_____________ Nel saggio Sulla teoria del giudizio negativo (Reinach 1911), Reinach distingue tra atti di meinen e atti di vorstellen nell’ambito dell’analisi del concetto di giudizio. Reinach contesta la tesi di Brentano secondo cui ogni giudizio si fonda su una rappresentazione (Vorstellung). Per confutare questa tesi, Reinach distingue tra giudizio come convinzione (Überzeugung) e giudizio come asserzione (Behauptung): la convinzione si fonda su una rappresentazione, mentre l’asserzione è un atto linguistico e spontaneo che non ha necessità alcuna di fondarsi su una rappresentazione ovvero su una presenza dell’oggetto. È in questo contesto di definizione del giudizio che Reinach introduce gli atti di intendere spontaneo: l’asserzione si riferisce all’oggetto in atti di intendere spontaneo che costituiscono una modalità di relazione all’oggetto non rappresentativa (cfr. Reinach 1911). 8 Questo concetto di rappresentazione di Reinach si estende al di là della sfera della percezione sensibile e comprende anche la percezione dei valori e l’intuizione di oggetti ideali: «la bellezza di un’opera d’arte, bellezza che sento, è qui per me», come anche «il numero due di cui mi presentifico la natura in due oggetti individuali qualunque, sono presenti» (Reinach 1911, SW, 101; trad. it. p. 66).
«L’intenzionalità di un vissuto significa che esso possiede una ‘direzione verso’ (Richtung auf) un oggettuale, e questo presuppone a sua volta che l’oggettuale sia in qualche modo disponibile (vorhanden) per la coscienza. Ma questo essere disponibile nel senso più ampio del termine non è un essere rappresentato (Vorgestelltsein) o quanto meno non occorre sia un essere rappresentato» (Reinach 1911, SW: 101; trad. it. p. 65).
Reinach opera così un passaggio fondamentale rispetto al concetto d’intenzionalità husserliana. Non identifica la relazione intenzionale, l’essere diretto dell’atto mentale verso un oggetto o uno stato di cose, con l’essere presente di quest’oggetto o stato di cose nella coscienza, come invece aveva fatto Husserl nelle Ricerche logiche con la sua teoria degli atti oggettivanti in quanto appunto vorstellig machende Akte: atti che rendono presente l’oggetto intenzionale, tra cui Husserl annovera gli atti di significare, oltre che di intuizione (percezione, immaginazione e ricordo, etc.)9. L’intenzionalità di un vissuto significa semplicemente che esso è diretto verso un’oggettualità, e ciò comporta che questa oggettualità sia disponibile per la coscienza e non che sia resa presente o rappresentata in qualche modo. A partire da questa precisazione del significato di intenzionalità, Reinach distingue due tipi di atti:
«Il rappresentare (vorstellen), in cui l’oggetto è ‘là’, in cui lo ‘abbiamo’ e, nel caso di un’intuitività assolutamente perfetta lo abbiamo eventualmente nella massima vicinanza, e l’intendere (meinen), nel quale stiamo mirando spontaneamente agli oggetti e in cui questi stanno ad estrema distanza da noi» (Reinach 1911, WS, 108; trad. it. p. 73).
In base a questa caratterizzazione degli atti di meinen come atti il cui oggetto intenzionale non è presente e non è in alcun modo dato alla nostra esperienza, Reinach introduce nella teoria fenomenologica degli atti una separazione netta tra atti linguistici e atti intuitivi. In continuità con Husserl, Reinach distingue tra atti linguistici (atti di significare o pensare) non intuitivi, in cui ci riferiamo a oggetti attraverso parole e concetti, e atti di rappresentazione intuitivi in cui facciamo esperienza di oggetti in ‘modo originario’, ‘in carne e ossa’ (come nel caso della percezione esterna, della percezione affettiva e dell’intuizione eidetica: sono tutti atti originalmente offerenti) o in modo non originario (come nel caso del ricordo e dell’immagina9
_____________ Cfr. V Ricerca Logica, §41 (Husserl 1900/1901).
zione, che sono atti non originalmente offerenti)10. Ma, ben diversamente da Husserl, Reinach afferma che nel caso degli atti linguistici l’oggetto non è in alcun modo presente nella coscienza: esso rimane, come dice Reinach, a un’estrema distanza da noi. La relazione intenzionale, che caratterizza tutti gli atti, non implica di per sé una presenza dell’oggetto intenzionato: presenza si ha soltanto nel caso degli atti di rappresentazione, mentre nel caso degli atti linguistici l’oggetto non è dato come presente nella nostra coscienza. Questo punto è molto importante per comprendere almeno in parte perché il contenuto degli atti di meinen non è concettuale nel terzo senso di “concetto” ovvero la definizione dell’oggetto: non possiamo definire qualcosa che non è presente per noi e che si trova a un’estrema distanza da noi, e di cui, quindi, a fortiori non possiamo fare esperienza. Rimane invece per il momento meno chiaro perché il contenuto degli atti di meinen nell’esempio fatto da Reinach sia non concettuale nel secondo senso di “concetto”: la generalità, intesa come qualità o oggetti generali. In altri termini, perché l’oggetto inteso con le parole e che rimane a un’estrema distanza da noi non può essere una generalità (cfr. infra, §2.1)?
1.3. Contenuto non concettuale degli atti di meinen in base al terzo senso di “concetto”: la somma delle peculiarità dell’oggetto inteso (Reinach 1905)
Nel 1904, Reinach scrive l’introduzione alla sua dissertazione Über der Ursachenbegriff im geltenden Strafrecht (Sul concetto di causa nel diritto penale) presentata nel 1905. In questo testo affronta la questio10
_____________ Per un approfondimento sulla distinzione, interna alla modalità intuitiva, tra atti originalmente offerenti e atti non originalmente offerenti, si veda il primo volume di Ideen di Husserl (Husserl 1913). È inoltre importante precisare che in fenomenologia “esperienza” ha un senso più ampio e ben diverso dall’“esperienza” degli empiristi. In base al senso fenomenologico di “esperienza”, esperienza è anche (per esempio nell’uso che ne fa Max Scheler) l’intuizione originalmente offerente di essenze o dati non empirici. Per un chiarimento sul senso di “esperienza” in fenomenologia, si veda Teoria dell’esperienza di Roberta De Monticelli, (in De Monticelli-Conni 2008, pp. 91-102).
ne del rapporto tra i segni e il significare. Influenzato dalla Prima ricerca logica di Husserl (cfr. SW, 615), Reinach parla del Diritto scritto come di un sistema di segni (Zeichensystem) che è espressione del pensiero o dell’opinione (Meinung) del legislatore (SW, 3). Compito del giurista è comprendere il pensiero del legislatore: è intendere ciò che il legislatore ha pensato ed espresso nel diritto scritto. In questo testo, Reinach distingue tra l’atto di pensare a qualcosa per mezzo di segni linguistici (meinen) e l’atto di conoscere qualcosa nel senso di saperne individuare le peculiarità (erkennen). A partire da questa distinzione, Reinach definisce l’attività del legislatore come un intendere e parlare (meinen) di qualcosa che deve essere distinto dal conoscere (erkennen). Il legislatore infatti «non deve necessariamente essere consapevole dei tratti distintivi di ciò di cui parla». Diversamente, Reinach definisce l’attività del giurista come un conoscere, «nel senso di presentare i tratti essenziali di ciò che è inteso dal legislatore» (SW, p. 4). Ecco il passo dove Reinach presenta la distinzione tra pensare a un oggetto per mezzo di espressioni linguistiche (meinen), e conoscere le peculiarità di questo oggetto (erkennen).
«Nella vita quotidiana usiamo espressioni e intendiamo (meinen) con esse qualcosa di determinato. Facciamo anche asserzioni riguardo a questo qualcosa, lo mettiamo in relazione con altro etc. Così, per esempio, qualifichiamo qualcosa come volere, diciamo di esso che è un volere forte o tentennante e lo distinguiamo nel modo più assoluto da altre tendenze, per esempio dal desiderare.
Ma con ciò non è ancora detto che sappiamo in cosa l’uno si distingua dall’altro. Si faccia la semplice prova: ognuno sarà del tutto capace di distinguere le due funzioni mentali (seelisch) di cui qui parliamo; separerà nel modo più assoluto il volere dal desiderare. Ma gli si chiederà per lo più invano informazioni su cosa allora esso sia, cosa distingua l’uno dall’altro, quali tratti spettino all’uno invece che all’altro. Con questo esempio è caratterizzata l’opposizione di cui qui si tratta: l’intendere un oggetto, il considerarlo (das Ins-AugeFassen) che consente di metterlo in relazione con altro, non implica ancora in sé il conoscere le peculiarità di questo oggetto» (Reinach 1905, SW, 3-4). Meinen un oggetto è dunque: i) un pensare o intendere qualcosa per mezzo di segni linguistici, un parlare di qualcosa;
un intendere qualcosa che ci permette di qualificare l’oggetto ma non di definirlo conoscitivamente: di attribuire ad esso delle qualità, di metterlo in rapporto con altro e di distinguerlo da altro, ma non di dire esattamente cosa esso sia, di coglierne i tratti essenziali; iii) un “pensare a” qualcosa, un pensare intransitivo, il cui rapporto all’oggetto non è diretto: l’oggetto non è lì presente davanti a noi. Il contenuto degli atti di meinen è quindi di nuovo concettuale (nel primo senso di “concetto”, cioè il significato delle parole) e non concettuale nel terzo senso di “concetto”: quale somma o complesso dei tratti distintivi dell’oggetto inteso.
2. Seconda tesi: il contenuto degli atti di meinen non è conoscitivo
Né il contenuto concettuale né il contenuto non concettuale degli atti di intendere spontaneo è un contenuto conoscitivo – esso non ci consente di rispondere alla questione del “che cos’è?”. L’atto di intendere qualcosa per mezzo di segni linguistici è infatti, come abbiamo appena visto, un atto distinto dal conoscere. La distinzione prospettata da Reinach tra intendere o pensare a qualcosa, da un lato, e conoscerlo dall’altro, è basata sul contenuto dell’atto: il contenuto dell’intendere o pensare a qualcosa non è conoscitivo, ovvero non presenta una definizione dell’oggetto inteso (e non è quindi un contenuto concettuale in base al terzo senso di “concetto”). La questione che si pone è allora: perché il contenuto degli atti di meinen non è un contenuto conoscitivo, cioè non ci consente di rispondere alla questione del “che cos’è?”. Troviamo in Reinach due aspetti che ci permettono di approfondire la questione: i) Il contenuto degli atti di meinen non è un dato di esperienza, né empirico o essenziale, come invece lo è il contenuto degli atti di intuizione; ii) Il contenuto degli atti di meinen non si fonde con il contenuto degli atti di rappresentazione intuitiva (vorstellen).
2.1. Il contenuto degli atti di meinen non è un dato di esperienza, né empirico né essenziale (Reinach 1911 e 1913a)
«Nell’ambito degli atti di intendere, che si dirigono verso differenti oggettualità, non ci sono differenze qualitative (differenze di specie, Artunterschiede). Nel caso di percezioni è diverso: vediamo colori, udiamo suoni etc. Ma io intendo suoni, numeri, valori, tutto, in atti di intendere. Intendiamo tutto (=direzione verso oggetti differenti nel mondo) nello stesso modo, ma non percepiamo tutto nel mondo nello stesso modo. L’affermazione di Berkeley era: non possiamo rappresentare intuitivamente il colore senza qualche altra cosa, per esempio l’estensione. Ma, per l’intendere, questa necessaria co-datità di altre essenzialità (Wesenheiten) non vale: intendo (meine) solo il rosso, e posso intendere il quadrato da solo. Ciò che mi è impossibile è rappresentarli intuitivamente in modo isolato. Quindi la necessaria co-datità non vale nel caso dell’intendere» (Reinach 1913a, SW, 419).
Reinach tira le conseguenze di quanto aveva premesso: gli atti di meinen non sono affatto modi di presenza di oggetti, in essi l’oggetto non è presente. Nel caso degli atti di meinen, come abbiamo visto (cfr. supra, §1.2.), miriamo spontaneamente a oggetti che stanno a un’estrema distanza da noi. Questo comporta, nel quadro della teoria fenomenologica degli atti di Reinach, che non intendiamo l’oggetto intenzionato né nella sua particolarità né nella sua specificità: non cogliamo né i dati empirici e contingenti propri di quell’oggetto particolare, né i dati non empirici, cioè essenziali di quell’oggetto in quanto appartenente a una specie (il suo essere token di un type)11. Ci limitiamo semplicemente ad avere con esso un rapporto vago e neutro dal punto di vista cognitivo. Intendiamo tutto nello stesso modo, indipendentemente dalla specie dell’oggetto inteso, e indipendentemente dalle connessioni essenziali che costituiscono un oggetto quale appartenente a un certo tipo di oggetto, come la connessione essenziale tra
_____________ Sulla distinzione fenomenologica tra dato empirico e non empirico o essenziale, ovvero sulla distinzione tra fatto ed essenza, e sulla corrispondente distinzione a livello degli atti tra intuizione dell’individuale (il dato empirico o i dati empirici di un oggetto individuale, particolare) e intuizione dell’essenziale, si veda Idee I (Husserl 1913), Prima Sezione, Primo Capitolo, «Fatto e essenza». Per un’analisi critica di queste nozioni, si veda il lavoro di Roberta De Monticelli, La fenomenologia come metodo di ricerca filosofica e la sua attualità, (in De Monticelli-Conni 2008, pp. 5-132).
il colore e l’estensione che caratterizza gli oggetti fisici che si danno alla nostra percezione visiva. Il contenuto non concettuale degli atti di meinen (nel secondo e terzo senso di “concetto”: la generalità e la definizione dell’oggetto inteso) è quindi un contenuto non conoscitivo perché non è un contenuto di esperienza, ed in particolare non è un contenuto di esperienza essenziale (intuizione eidetica): è un contenuto che non presenta i tratti specifici dell’oggetto inteso e che non è vincolato dai nessi essenziali e necessari costitutivi di quel dato di realtà – appunto, intendo solo il rosso o soltanto il quadrato da solo. A partire da qui possiamo allora abbozzare una risposta al problema della caratterizzazione dell’oggetto inteso dagli atti di meinen come oggetto concreto singolare e non come oggetto astratto e generale – appunto il secondo senso di “concetto”, la generalità, che Reinach non attribuisce al contenuto degli atti di meinen (cfr. supra, §1.2). Gli atti di meinen non avrebbero un contenuto concettuale nel senso della generalità perché essi non colgono l’oggetto inteso nei suoi tratti specifici, quelli che gli spettano in modo essenziale e necessario in quanto oggetto appartenente a un certo type. Diversamente dagli atti di meinen si comportano tutti gli atti che sono modi di presenza di oggetti, tutti gli atti in cui l’oggetto è là davanti a noi e che Reinach ha chiamato atti di rappresentazione – come abbiamo visto, sia atti di cognizione o intuizione originaria in cui l’oggetto intenzionato è presente «in carne e ossa», come la percezione sensibile, la percezione affettiva (sentire la bellezza di un’opera d’arte) e il vedere eidetico, sia atti di cognizione o intuizione non originaria, come l’immaginazione e il ricordo.
«Una differenza di principio tra il nostro intendere (meinen) e ogni rappresentare (vorstellen). Ci possiamo rivolgere ad ogni oggettuale rappresentato con particolare interesse, metterlo in rilievo da ciò che lo circonda e occuparcene in modo privilegiato. Nella sfera dell’intendere nel nostro senso non ci sono queste modificazioni. Si richiami solo alla mente la situazione in cui nel flusso di un discorso miriamo in successione a una serie di oggetti. Qui non si può parlare di un privilegiare o di un rivolgersi dell’intendere. La contrapposizione fondamentale tra rappresentare e intendere si mostra in modo ancor più di principio nella considerazione seguente. Gli atti nei quali gli oggetti sono rappresentati differiscono a seconda delle classi di oggettualità a cui si riferiscono. I colori sono visti, i suoni sono sentiti, le cose del mondo esterno sono percepite dai sensi, i numeri sono pensati, i
valori sono sentiti, etc. […] ne consegue allora che sussistono un gran numero di relazioni d’essenza di estremo interesse e che differenti tipi di atti rappresentazionali corrispondono con necessità a differenti tipi oggettuali. Propriamente, i colori possono soltanto essere visti, i numeri soltanto pensati. Si vede subito che per quanto riguarda l’intendere, le cose stanno in modo del tutto diverso» (Reinach 1911, SW, 103-104; trad. it. p. 68).
Nell’ambito degli atti di meinen non approdiamo alla conoscenza dell’oggetto inteso perché non possiamo rivolgere la nostra attenzione a esso, soffermarci su di esso e analizzarlo. E non possiamo avvicinarci a esso e osservarlo da vicino, perché l’oggetto non è presente e rimane a un’estrema distanza da noi (cfr. supra, §1.2). Ci limitiamo a nominarlo, a riferirci a esso per mezzo di parole. Il contenuto degli atti di meinen rimane simbolico e concettuale (nel primo senso di “concetto”): si tratta sempre e soltanto di parole attraverso cui ci riferiamo alla cosa e mai della cosa stessa. È per questa ragione che nel caso degli atti di meinen abbiamo a che fare sempre con lo stesso tipo di atto: parliamo di colori, di suoni, etc., ma l’atto di meinen non si modifica – appunto «intendiamo (meinen) tutto nello stesso modo» – perché il contenuto dell’atto non è l’oggetto stesso, in quanto oggetto colorato, sonoro etc., ma semplicemente i significati della parole con cui ci riferiamo all’oggetto. Nell’ambito degli atti di vorstellen, invece, a differenti tipi di oggetti corrispondono differenti tipi di atti di rappresentazione intuitiva, ovvero differenti modi di presenza in cui questi oggetti si danno alla nostra coscienza, come oggetto colorato, sonoro, etc. Questa corrispondenza è essenziale e necessaria: «i colori possono soltanto essere visti, i numeri soltanto essere pensati». Si tratta quindi di «relazioni essenziali» (Wesensbeziehungen), insite nella natura delle cose stesse, a cui il meinen non è soggetto proprio perché il suo contenuto non è mai la cosa stessa.
2.2. Il contenuto degli atti di meinen non si fonde con il contenuto degli atti intuitivi (Reinach 1908 e 1911)
Distinguendo gli atti di intendere e pensare per mezzo di espressioni linguistiche (meinen) dagli atti intuitivi, portatori di dati di esperienza e quindi fonti di conoscenza, Reinach pone gli atti di meinen in continuità con gli atti di «pensiero simbolico» e di significare (bedeu-
ten) di Husserl e li colloca nel quadro teorico della distinzione tra atti di significare e atti intuitivi presentata da Husserl nelle Ricerche logiche. D’altra parte però, Reinach non identifica gli atti di meinen con gli atti husserliani di bedeuten. Diversamente da questi ultimi, gli atti di meinen non si congiungono ad atti di intuizione: il loro contenuto non è suscettibile di riempimento intuitivo. Si tratta di un punto cruciale: Reinach rompe il sodalizio teoretico istituito classicamente da Husserl – si pensi a Kant – tra atti di significare o pensare, concettuali (almeno nel primo senso di «concetto) e atti intuitivi. In questo modo Reinach nega uno dei pilastri della teoria della conoscenza delle Ricerche logiche di Husserl. Nella sua tesi di abilitazione, Wesen und Systematik des Urteils del 1908, Reinach introduce nella teoria husserliana la distinzione tra atti di pensare non suscettibili di riempimento, da un lato, e atti di rappresentazione intuitiva, dall’altro:
«Bisogna quindi correggere Husserl: ciò che è stato prima pensato non è intuitivamente riempito dall’entrata in scena di intuizioni. Bisogna prima che il pensato divenga dell’ordine della rappresentazione (vorstellig) per mezzo di un altro atto di un tipo del tutto nuovo affinché l’intuizione possa agganciarsi ad essa. All’interno del pensare, che sia intuitivo o no, non ci sono funzioni di riempimento. Di conseguenza, non c’è più, nel riempimento, sovrapposizione tra gli atti che conferiscono il significato e gli atti di riempimento. Il pensare e il rappresentare intuitivo infatti non si fondono; là dove mi rappresento l’oggetto, non lo penso più» (Reinach 1908, SW, 339). «Si potrà anzitutto identificare la nostra distinzione con quella tra atti riempiti d’intuizione e atti privi d’intuizione, che è stata a lungo discussa nella logica e psicologia recenti, in particolare a seguito delle Logische Untersuchungen di Husserl. Atti a cui manca l’intuizione – così si dirà – sono proprio ciò che qui è stato messo in risalto come atti d’intendere. Tuttavia, una tale concezione sarebbe fondamentalmente erronea; si tratta qui di due coppie di opposti da separare completamente» (Reinach 1911, WS, 104; trad. it. p. 69).
Gli atti di pensare ovvero di intendere oggetti per mezzo di parole e concetti (nel primo senso di “concetto”, il significato di parole) non sono atti vuoti che aspettano di essere riempiti da atti intuitivi. Sugli atti di pensare non si innestano atti intuitivi come sulle intenzioni di significare husserliane si agganciano le intuizioni che riempiono il significato. Per poter essere riempito da intuizioni, ciò che è pensato e inteso per mezzo di parole deve prima essere reso
presente. Soltanto una volta reso presente, esso può essere suscettibile di riempimento intuitivo. Reinach quindi, rispetto a Husserl, elimina il momento della sovrapposizione tra atti di pensare o significare per mezzo di espressioni linguistiche e atti intuitivi che riempiono le intenzioni vuote degli atti di significare, e creano in questo modo conoscenza. Pensare e intendere qualcosa per mezzo di parole, da un lato, e rappresentare intuitivo, dall’altro, designano ambiti intenzionali differenti che si escludono: se mi rappresento l’oggetto non lo penso più, ovvero una volta che l’oggetto è presente, non mi riferisco più a esso per mezzo di parole e concetti12. Occorre trarre due conclusioni più generali dalla definizione reinachiana degli atti di meinen. In primo luogo, occorre sottolineare un punto importante per la teoria fenomenologica degli atti: con la definizione degli atti di intendere spontaneo quali atti atti linguistici e concettuali (primo senso di “concetto”), del tutto separati e non congiungibili con atti di intuizione, Reinach risponde a un problema cruciale posto dalla teoria dell’intenzionalità husserliana. Husserl infatti non aveva distinto in modo sufficiente tra l’intenzionalità degli atti di significare in quanto atti connessi in modo essenziale a espressioni linguistiche – cioè in quanto atti linguistici –, e quella degli atti intuitivi in quanto atti che possono invece compiersi senza essere espressi linguisticamente. Entrambi i tipi di atti, di significare e intuitivi, sono infatti inseriti da Husserl nella classe degli atti oggettivanti: gli atti che rendono presente l’oggetto intenzionale e che lo costituiscono in quanto tale anche per quegli atti che non sono in grado di costituire da sé
_____________ Nel saggio del 1911 Reinach sviluppa la discontinuità tra atti di intendere e atti di intuizione, mostrando che possono darsi atti di rappresentazione non intuitiva che però non devono essere confusi con atti di intendere spontaneo, da un lato, e atti di intendere spontaneo accompagnati da immagini ‘illustrative’ che però non devono essere confusi con atti di intuizione. Il primo è il caso della rappresentazione prospettica: quando guardo un libro di fronte a me non mi è dato intuitivamente anche il dorso del libro, quindi la mai percezione del libro nella sua interezza non è riempita integralmente da intuizioni di tutti i lati del libro. Il secondo caso è il seguente: quando intendiamo degli oggetti per mezzo di parole può capitare che emergano immagini degli oggetti di cui si parla. Queste però non hanno alcuna influenza sul compimento dell’atto di intendere (cfr. Reinach 1911, SW, 104-106; trad. it. pp. 69-71).
il loro oggetto intenzionale, gli atti appunto non oggettivanti (atti affettivi, volitivi, e atti di comunicazione)13. In secondo, luogo, la teoria reinachiana degli atti di meinen pone un grande problema: come è allora possibile la conoscenza?
3. Il problema della conoscenza a partire dalla separazione di concetti e dati di esperienza (Reinach 1913a e 1914)
Si pone infatti il problema seguente: come si ha conoscenza, se non più attraverso la connessione tra concetti e intuizioni? Qual è il nesso tra atti di meinen, atti di pensare e intendere qualcosa per mezzo di parole, e atti di presenza intuitiva di questo qualcosa? Qual è il nesso tra contenuto concettuale nel senso del significato di parole e contenuto di esperienza, sia esso un dato empirico o essenziale? Un abbozzo di risposta a questa questione è rintracciabile nel rapporto, di distinzione e continuità, stabilito da Reinach tra Meinungsnanalyse e Sachanalyse.
«Torniamo alla nostra precedente determinazione di ‘intendere’ (meinen). Abbiamo già distinto tra opinioni, atti di intendere e ciò che è dato attraverso l’intuizione. Le opinioni sono dirette verso qualcosa, ammettono affermazioni su ciò che è inteso, ma esatte determinazioni concettuali di ciò che è inteso sono spesso difficili (sebbene nella pratica siano sicuramente agite). Ora noi abbiamo un’opinione su qualcosa di relativamente determinato, in cui siamo in grado di dire qualcosa su ciò che è inteso, sebbene saremmo in grande _____________ 13 Sul problema del rapporto tra atti oggettivanti e atti non oggettivanti con particolare riferimento agli atti affettivi e di percezione dei valori si veda il saggio di Jocelyn Benoist su Intenzionalità e valori (in Benoist 2005a). È inoltre importante precisare che Reinach, sviluppando ulteriormente l’intenzionalità specifica degli atti connessi in modo essenziale a espressioni linguistiche, definirà come atti sociali quegli atti che in termini husserliani sono semplicemente atti non oggettivanti che si compiono nel contesto della comunicazione. Sul rapporto tra atti oggettivanti e atti non oggettivanti di Husserl e atti sociali di Reinach rinvio al mio articolo Per una preistoria degli atti sociali: gli atti di significare di Edmund Husserl (De Vecchi 2010).
imbarazzo a definire esattamente ciò che è inteso. Qui si dà allora il compito della chiarificazione concettuale. La nostra metodica istintiva qui, determinare concettualmente ciò che è inteso, è quella di addurre istanze positive e negative. Le analisi hanno spesso come esito scoperte di equivocazioni o mostrano che ciò che è inteso non è analizzabile ulteriormente. In tutte queste analisi di opinioni si tratta di qualcosa di diverso che un’analisi delle cose stesse. Nella seconda non possiamo trovare contraddizioni, nella prima invece sì».
Reinach oppone Meinungsanalyse e Sachsanalyse. La Meinungsnanalyse è l’analisi delle opinioni, delle parole e dei significati. Parliamo di qualcosa, facciamo asserzioni su di essa, ma non riusciamo a definire l’oggetto, a coglierne i tratti caratteristici (terzo senso di “concetto”), cioè a conoscerlo. La Meinungsnanalyse è infatti «begriffliche Erklärung» nel primo senso di “concetto”: chiarifichiamo concettualmente il significato delle parole usate nell’intendere qualcosa, e rimaniamo a livello dei concetti senza accedere alle cose stesse. La Sachanalyse è invece l’analisi delle cose stesse in cui facciamo esperienza delle cose: intuiamo dati di esperienza, empirici ed essenziali. Da filosofo realista quale egli è, Reinach sottolinea che nell’ambito dell’analisi concettuale possiamo rilevare contraddizioni logiche, mentre nell’ambito dell’analisi dei dati di esperienza non incontriamo contraddizioni: contraddizioni ontologiche infatti non sono possibili.
Meinungsanalyse e Sachanalyse sono però anche due momenti teorici contigui: la prima è preparatoria alla seconda. Un esempio efficace di Meinungsanalyse e di chiarificazione concettuale connessa con la Sachanalyse è offerto, secondo Reinach, dal metodo socratico.
«Una tipica analisi delle opinioni fu condotta da Socrate. Da qui l’apparente insuccesso di gran parte delle ricerche socratiche. Tipica la sua domanda: cosa intendi tu? Tipico anche gli esempi, chiarire ciò che è inteso. Vivere in mere opinioni non chiarite è il non sapere socratico […] Avvicinarsi alle cose non è così facile. Perciò occorre in primo luogo procedere con analisi chiarificatrici di opinioni. Giudizi su opinioni sono importanti anche nella fenomenologia. La fenomenologia incomincia con questo. Quando una certa chiarezza è raggiunta attraverso l’analisi delle opinioni, allora segue l’analisi delle cose
(Sachanalyse). Alcuni comprendono la fenomenologia sempre ancora come mera analisi di concetti. Wundt parla di fenomenologia come lavoro preliminare. La fenomenologia secondo lui sarebbe soltanto ricercare il significato di parole. Un malinteso! Questo è soltanto il lavoro preliminare per l’analisi delle cose. Dobbiamo saper distinguere fenomenologia delle opinioni e fenomenologia delle cose» (Reinach 1913a, SW: 468-469).
Socrate procede attraverso un’analisi dei significati delle parole e delle opinioni. La domanda tipica di Socrate è “Was meinst du?”, “che cosa intendi?”. Quest’analisi, in quanto analisi concettuale, non permette di accedere a dati di esperienza, e non consente di rispondere alla domanda “cos’è?”. Per rispondere alla domanda “cos’è?” dobbiamo passare all’analisi dei dati di esperienza, ovvero dei contenuti degli atti intuitivi, e in particolare dei dati non empirici cioé essenziali. Reinach prospetta un rapporto di continuità e progressione conoscitiva tra contenuto concettuale (nel primo senso) e non conoscitivo degli atti di meinen, quale analisi concettuale chiarificatrice dei significati delle parole e delle opinioni, e dato di esperienza (non concettuale in nessun senso) degli atti di intuizione. Attraverso la chiarificazione concettuale delle opinioni e delle parole, acceddiamo all’analisi delle cose stesse – Sachanalyse e Analyse der Sachen selbst. L’analisi concettuale, il cui contenuto è concettuale (nel primo senso), è preliminare all’analisi delle cose. Meinungsanalyse e Sachanalyse sono due momenti che secondo Reinach – in continuità con Husserl – costituiscono entrambi la fenomenologia. È in questo duplice compito del metodo fenomenologico, analisi di ciò che è inteso attraverso la chiarificazione concettuale del significato delle parole, e analisi delle cose stesse attraverso la loro intuizione, che vediamo il ponte tra gli atti di intendere spontaneo (Meinen), concettuali (nel primo senso di “concetto”), linguistici e non conoscitivi (ovvero non concettuali nel secondo e terzo senso di “concetto”), da un lato, e gli atti di intuizione, non concettuali (in nessun senso) e portatori di dati di esperienza che sono fonti di conoscenza, dall’altro. Reinach tuttavia non risolve il problema che abbiamo posto: come possiamo passare dalla Meinungsanalyse alla Sachanalyse, se i contenuti degli atti di meinen, i concetti (nel primo senso di “concetto”) e i significati delle parole, non si congiungono ai dati di esperienza degli atti di intuizione? Reinach non dice nulla in proposito.
3.3. Essenze e concetti: definizione delle essenze per mezzo di concetti (secondo e terzo senso di “concetto”)
Gli atti di intuizioni possono anche essere direttamente compiuti senza prima passare da atti di intendere e dall’analisi dei significati delle parole. Reinach lo dice nella sua conferenza Sulla fenomenologia (1914):
«Quando miriamo alle analisi d’essenza, prendiamo naturalmente le mosse dalle parole e dai loro significati. Non è un caso che le Ricerche logiche di Husserl inizino con un’analisi di concetti come parole, espressione, significato etc. […]. Per il resto, non occorre più particolarmente sottolineare che l’analisi d’essenza, che noi richiediamo, non si esaurisce affatto con indagini del significato. Anche se ci riallacciamo a parole e a significati delle parole, ciò serve solo a condurci alle cose stesse, che occorre chiarificare. Ma è possibile anche l’accesso diretto alle cose senza essere guidati dal significato delle parole – si deve infatti chiarire non solo ciò che è già inteso, ma devono essere scoperte e portate a visione anche nuove essenze. Ciò che è in questione è in certo modo il passaggio da Socrate a Platone. Socrate ha fatto analisi del significato quando nelle strade di Atene poneva le sue questioni: “Tu parli di questo o di quello. Cosa intendi con ciò?”. Qui occorre chiarire le oscurità e le contraddizioni di ciò che è significato – un metodo che del resto non ha davvero nulla a che fare con la definizione o persino con l’induzione. Platone, per contro, non parte dalla parola e dal significato, ma il suo fine è la visione diretta delle idee, la prensione immediata delle essenze in quanto tali» (Reinach 1914, in SW: 542-543; trad. it. 178-179).
L’intuizione di dati empirici e dati non empirici (cioè le essenze) può compiersi senza alcuna precedente analisi concettuale. In continuità con Husserl, Reinach afferma così l’indipendenza degli atti di intuizione da quelli di intendere, pensare, significare. Si pone però di nuovo la questione della possibilità della conoscenza: se il contenuto degli atti di intuizione – in particolare Reinach qui si riferisce all’intuizione eidetica – è un contenuto non concettuale e non linguistico – è appunto un contenuto essenziale –14, in
_____________ Il fatto che il contenuto dell’intuizione non sia concettuale costituisce un senso ovvio di contenuto non concettuale in fenomenologia che ho lasciato sullo sfondo rispetto al senso di non concettuale degli atti di meinen e che emerge in modo evidente nel caso dell’intuizione eidetica in quanto intuizione di nessi a priori e materiali (cfr. infra). Il dato non empirico o essenziale è non concettuale, ma esso può essere definito concettualmente e
che modo esso può diventare effettivamente conoscenza? In che modo può essere espresso, formulato e articolato in una teoria? A questa domanda è possibile rintracciare in Reinach una risposta molto più soddisfacente rispetto a quella data al problema precedente (altra faccia del problema complessivo della conoscenza). La risposta non può essere che la seguente: per descrivere fedelmente un’essenza dobbiamo costruire concetti adeguati. Il concetto che descrive fedelmente un’essenza è allora il contenuto concettuale di atti linguistici e di pensiero che si fondano su atti di intuizione. In questi atti, il contenuto concettuale va finalmente inteso nel secondo e terzo senso di “concetto”: un contenuto che coglie la generalità e presenta i tratti essenziali e distintivi dell’oggetto. Si ha quindi conoscenza attraverso atti linguistici fondati su atti di intuizione, atti il cui contenuto è concettuale nel senso della generalità e della definizione dell’oggetto inteso. Nella conferenza Sulla fenomenologia, Reinach abbozza una risposta in questa direzione illustrando il passo successivo all’analisi delle essenze:
«Ho già accennato che l’analisi d’essenza non è un fine ultimo, ma un mezzo. Delle essenze valgono leggi, e queste leggi sono incomparabili con tutti i fatti e con tutte le connessioni di fatti di cui la percezione sensibile c’informa. Esse valgono delle essenze in quanto tali, in virtù della loro natura – in esse non abbiamo un esser-così contingente, ma un dover-essercosì necessario e un non-poter-essere-altrimenti per essenza. Che queste leggi ci siano, fa parte di ciò che è più importante nella filosofia e – se vi riflettiamo fino in fondo – di ciò che è più importante nel mondo in generale. È quindi un compito importante della filosofia esporle nella loro purezza, ma non si può negare che essa non ha soddisfatto tale compito. Certo si è sempre riconosciuto l’a priori […] è stato però frainteso e limitato anche da coloro che ne hanno difeso la legittimità» (Reinach 1914, in SW: 543; trad. it. p. 179).
_____________ deve esserlo affinché vi sia conoscenza. Sulla distinzione tra essenze e concetti, e sulla necessità di rivestire linguisticamente e concettualmente il dato empirico o essenziale affinché vi sia conoscenza, cfr. Husserl, Idee I, § 22, «L’accusa di realismo platonico. Essenza e concetto», e §124 «Lo strato noetico-noematico del “Logos”. Significare e significato» (Husserl 1913). Su questi problemi, si veda anche R. De Monticelli, La fenomenologia come metodo di ricerca filosofia e la sua attualità (in De Monticelli-Conni 2008, pp. 5-132)
Le connessioni essenziali che costituiscono un oggetto nella sua specificità, in quanto oggetto appartenente a un certo type, devono essere descritte ed espresse dalla filosofia: il compito della filosofia è di formulare leggi che corrispondono ai nessi essenziali individuati. Reinach introduce qui la teoria fenomenologica degli a priori materiale15. Le connessioni essenziali sono connessioni a priori, universali e necessarie, e materiali, cioè inerenti la natura o l’essenza stessa delle cose. Si tratta dunque di a priori ontologici. È importante osservare allora che la teoria fenomenologica dell’a priori materiale tocca, a sua volta, la questione del non concettuale: essa infatti afferma che il contenuto degli atti di intuizione attraverso cui cogliamo le essenze delle cose non è concettuale (in nessuno dei tre sensi di “concetto”). La teoria degli a priori materiali è quindi un ulteriore aspetto di Archeologia del non concettuale presente nella filosofia di Reinach. Concettuale è però, come abbiamo visto prima, il contenuto di atti di pensiero e linguaggio, di giudizi, che dobbiamo necessariamente formulare per descrivere le essenze. Si tratta di un contenuto concettuale in particolare nel terzo senso di “concetto”: di definizione dell’oggetto in quanto insieme dei suoi tratti distintivi e specifici. Questa teoria capovolge la prospettiva kantiana dell’a priori conferendo alle essenze un primato sui concetti e sui giudizi, all’ontologico un primato sull’epistemologico: è perché esistono connessioni essenziali nelle cose stesse che di esse possiamo poi predicare proposizioni sintetiche a priori che sono leggi ovvero esprimono la normatività intrinseca alla realtà. “Sintetico” qui significa la stessa cosa di “materiale”: riguarda la natura stessa delle cose. Il senso in cui questi giudizi sono concettuali è quindi sintetico proprio perché concerne i nessi essenziali e i tratti specifici delle cose. “Sintetico” o “materiale” corrisponde al terzo senso di “concetto”, in opposizione al primo senso di “concetto”, cioé il significato delle parole, che è invece analitico. Come è ormai noto, Reinach applica alla sfera del diritto la teoria fenomenologica dell’a priori materiale o delle connessioni essen15
_____________ Husserl ha sviluppato la questione degli a priori materiali nella III Ricerca logica (Husserl 1900/1901), e lo ha ripreso in Idee I, §16, «Regione e categoria nella sfera materiale. Conoscenze sintetiche a priori» (Husserl 1913).
ziali a priori individuando nessi essenziali nell’ambito delle realtà giuridiche, nessi che sono indipendenti da ogni diritto positivo, come per esempio il nesso essenziale e necessario tra la promessa e l’obbligazione e la pretesa da essa prodotte (cfr. Reinach 1913)16.
_____________ Jocelyn Benoist ha portato un contributo decisivo sulla teoria dell’a priori giuridico di Reinach in quanto caso dell’a priori materiale in fenomenologia (Benoist 2006). Sugli a priori sociali e giuridici dell’ontologia del diritto di Reinach, si veda De Vecchi 2010a.
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