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Timestamp: 2020-07-08 04:56:36+00:00

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Illegittima segnalazione alla Centrale Rischi e danno morale alla Società • IUSinAction
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La I Sezione della Corte di Cassazione, con sentenza n. 15609/14, si occupa di un interessante caso relativo alla configurabilità o meno del danno morale nei confronti di una S.r.l., che aveva subito un’illegittima segnalazione alla Centrale Rischi.
La Corte d’Appello aveva avuto modo di rilevare come presupposto della segnalazione non fosse né l’esistenza di un credito in sé, né uno stato di conclamata insolvenza, bensì “la ragionevole ed oggettiva opinione che il credito non possa essere soddisfatto in tempi congrui, sulla base di un sospetto qualificato dalla presenza degli elementi sintomatici dell’inadempimento”.
Nel caso di specie il credito non risultava esigibile e vi erano contestazioni anche sull’importo dovuto alla banca, in relazione agli interessi calcolati.
Era inoltre emerso che non vi erano elementi da cui si potesse desumere una situazione di pericolo, perché, alla data della segnalazione, il credito era assistito da due fideiussioni personali e da garanzia reale e, nel gennaio del medesimo anno (1997), era stato accordato un finanziamento ampiamente restituito sino ad allora, senza che nessun nuovo fatto negativo fosse emerso.
Secondo il Giudice del gravame, la condotta tenuta dalla banca, la quale, nel gennaio 1998, aveva revocato il fido, dopo che la cliente aveva comunque manifestato la volontà di risolvere il rapporto, e concesso un giorno di tempo per il rientro, era da ritenersi contraria a buona fede ed atta a giustificare ex post l’avvenuta segnalazione, avvenuta il 17 novembre 1997.
Secondo la Suprema Corte, la sentenza impugnata si è conformata all’orientamento consolidato, secondo cui:
“a) ai fini dell’obbligo di segnalazione che incombe sulle banche, il credito può essere considerato in sofferenza allorché sia vantato nei confronti di soggetti in istato di insolvenza, anche non accertato giudizialmente o che versino in situazioni sostanzialmente equiparabili, nozione che non si identifica con quella dell’insolvenza fallimentare, dovendosi far riferimento ad una valutazione negativa della situazione patrimoniale, apprezzabile come “grave difficoltà economica” (Cass., 10 ottobre 2013, n. 23093 e 12 ottobre 2007, n. 21428);
b) la segnalazione di una posizione in sofferenza non può scaturire dal mero ritardo nel pagamento del debito o dal volontario inadempimento, ma deve essere determinata dal riscontro di una situazione patrimoniale deficitaria, caratterizzata da una grave e non transitoria difficoltà economica equiparabile, anche se non coincidente, con la condizione d’insolvenza (Cass. 1 aprile 2009, n. 7958)”.
Sotto il profilo del danno non patrimoniale, che qui interessa, nel corso del giudizio è stato accertato che vi fu pregiudizio alla reputazione della società, posto che era dimostrato, a mezzo dei testimoni escussi, come le banche fossero venute a conoscenza della segnalazione (la Cariplo, infatti, respinse la richiesta di aumento del fido e l’Istituto San Paolo lo revocò).
In tal modo, secondo la Corte d’Appello, “la società aveva subito la rinuncia, almeno temporale, a piani di espansione, avendo l’errata segnalazione inciso sulla libera concorrenza ed avvantaggiato altre aziende del settore, con conseguente perdita di competitività sul mercato per le occasioni commerciali sfumate, ed avendo il c.t.u. accertato le difficoltà in cui si trovò ad operare la società; inoltre, le energie psico-fisiche, facenti capo agli amministratori della società, erano state per un certo tempo dirottate verso l’individuazione di altre fonti di finanziamento e, quindi, sottratte al reperimento di nuovi clienti o all’acquisizione di altre commesse, con conseguenze reddituali e con danno non patrimoniale costituito dal patema e dallo “stress” di reperire in breve tempo fonti alternative di finanziamento”.
I Giudici di Piazza Cavour hanno confermato la sentenza de qua, richiamando i “principi costanti che riconoscono, in ipotesi di illegittima segnalazione del debitore alla centrale rischi, sia il danno non patrimoniale alla persona, anche giuridica, con riguardo ai valori della reputazione e dell’onore (essendo anche i soggetti collettivi titolari dei diritti della personalità a tutela costituzionale ex art. 2 Cost.), sia il danno al patrimonio, che può essere oggetto della prova presuntiva, quale conseguenza per l’imprenditore di un peggioramento della sua affidabilità commerciale, essenziale anche per l’ottenimento e la conservazione dei finanziamenti, con lesione del diritto ad operare sul mercato secondo le regole della libera concorrenza (cfr., per tali principi, le decisioni Cass. 30 agosto 2007, n. 18316; 4 giugno 2007, n. 12929; 18 aprile 2007, n. 9233; 28 giugno 2006, n. 14977; 3 aprile 2001, n. 4881; 23 marzo 1996, n. 2576; v. pure Cass. 18 settembre 2009, n. 20120, in tema di assicurazione contro i danni).
In particolare, anche nei confronti dell’ente collettivo è configurabile la risarcibilità del danno non patrimoniale, intesa come qualsiasi conseguenza pregiudizievole di un illecito che, non prestandosi ad una valutazione monetaria basata su criteri di mercato, non possa essere oggetto di risarcimento ma di riparazione: allorquando, cioè, il fatto lesivo incida su di una situazione giuridica dell’ente che sia equivalente ai diritti fondamentali della persona umana garantiti dalla costituzione (Cass. 1 ottobre 2013, n. 22396; 12 dicembre 2008, n. 29185; 4 giugno 2007, n. 12929)”.
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References: sentenza 
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 art. 2
 Cass. 
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