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Timestamp: 2017-10-20 06:40:29+00:00

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Aeroporto, dopo il Tar la risposta che ancora manca - Eddyburg.it
Aeroporto, dopo il Tar la risposta che ancora manca
Enrico Rossi e Dario Nardella non discutono nel merito le decisioni del Tar che ha bocciato l'aeroporto nella piana, si sono limitati a dire: il potere lo abbiamo noi. Prima o poi pagheranno un prezzo. La Repubblica, ed. Firenze, 17 agosto 2016
UN ‘effetto Torino’: quello per cui Piero Fassino ha perso le elezioni pur essendo convinto (in parte non a torto) di aver ‘governato bene’. È quello che rischia Enrico Rossi: almeno a giudicare dalle sue reazioni alla sentenza del Tar toscano sull’ampliamento dell’aeroporto di Firenze.
Proverò a dar conto del sentimento che queste reazioni suscitano in un cittadino che non abbia una posizione definita sulla materia del contendere. Un cittadino, dunque, diverso da me: sono sempre stato contrario a quell’ampliamento, convinto che l’unica scelta sensata sarebbe stata fare del Galilei di Pisa l’aeroporto (anche) di Firenze, con una navetta su monorotaia che lo collegasse in trenta minuti a Santa Maria Novella.
Ma non è di questo che ora si parla. La sentenza del Tar non riguarda, ovviamente, la decisione politica, ma il modo in cui essa si attua. In particolare, essa investe la correttezza delle procedure che dovrebbero accertare la compatibilità di quel progetto con la tutela dell’ambiente, e cioè con la salute di chi vive nella Piana.
Su questo nodo si fronteggiano da tempo due schieramenti: da una parte i governi della Regione e del Comune di Firenze, e ora la Società Toscana Aeroporti presieduta da Marco Carrai, dall’altra un foltissimo gruppo di comitati, singoli cittadini, tecnici, altre amministrazioni e istituzioni (tra le quali anche l’università di Firenze).
Il discorso mediatico mainstream racconta questa contrapposizione in termini stereotipati: da una parte le ragioni dello sviluppo, dall’altra le ubbìe ambientaliste di una minoranza di fanatici.
Per un osservatore terzo l’unico modo per capire chi ha ragione è potersi fidare delle procedure seguite dal potere pubblico per attuare le sue decisioni. Questa correttezza si basa sull’autonomia intangibile degli organi tecnici: perché la nostra legislazione riconosce che - quando si parla di tutela dell’ambiente e della salute umana non tutto è nella disponibilità della maggioranza politica del momento.
Ebbene, la fiducia di quell’ipotetico (ma concretissimo) osservatore era già stata messa a dura prova: si deve infatti rammentare che la Valutazione strategica della variante al Piano di Indirizzo Territoriale era stata approvata nonostante il parere negativo dell’organo tecnico della Regione (il nucleo di valutazione). E che la conseguente Valutazione di impatto ambientale si è conclusa positivamente nonostante che l’apposito nucleo di valutazione abbia dichiarato di non potersi esprimere perché non aveva ricevuto tutti i documenti necessari. Infatti la società privata che propone l’ampliamento non ha presentato un progetto definitivo, ma solo un masterplan: e cioè un progetto preliminare di massima. Tre irregolarità piuttosto pesanti.
Ma niente in confronto a ciò che ora stabilisce la sentenza del Tar: che dice a chiare lettere che le procedure seguite non garantiscono affatto la tutela dell’ambiente (e dunque della salute dei cittadini).
A questo punto, quel famoso osservatore terzo cosa si aspetterebbe dalle pubbliche autorità? Una dettagliata confutazione delle conclusioni del Tar. Che, invece, non c’è stata. Sia Enrico Rossi che il sindaco di Firenze Dario Nardella hanno preferito parlare di tattica processuale. Non hanno detto che questa sentenza è ingiusta, o incompetente: hanno invece detto che sapranno renderla ininfluente.
E qua i destini si separano. Perché se nemmeno il più neutrale degli osservatori può aspettarsi da Nardella la benché minima autonomia da una società presieduta dall’intimo amico di Matteo Renzi, ben diversa è la posizione di Rossi: che si candida a disputare a Renzi la segreteria del Pd da posizioni che egli stesso definisce «socialiste».
Quel cittadino legge la sentenza del Tar (o almeno l’ampio sunto presente sui giornali). E pensa che se anche solo un decimo delle cose che essa afferma fossero vere, sarebbe evidente che siamo in mano ad una classe dirigente che realizza grandi opere senza curarsi del loro impatto. E poco importa che lo faccia a servizio di alcune lobbies, o perché incapace di affrancarsi dall’idea che lo sviluppo debba prevalere sulla tutela di ambiente e salute.
Quel cittadino si aspetta da Rossi una chiara argomentazione sul merito di ognuno dei punti che la sentenza solleva. Più in generale, l’opinione pubblica si aspetta che la classe politica renda conto delle proprie scelte con umiltà, competenza e trasparenza. Se questo non succede, prima o poi il rapporto di fiducia si rompe, come è successo a Torino: Fassino ha pagato nel modo più pesante l’arroganza di una oligarchia che non credeva di dover perdere tempo a rendere conto delle proprie decisioni.
Le possibilità di conoscenza offerte dalla rete, e la felice saldatura tra saperi tecnici e opinione pubblica che essa consente, mettono la classe politica di fronte ad una responsabilità nuova: spiegare in modo convincente le proprie decisioni in fatto di ambiente. È così che un tema fino a poco tempo fa secondario sta invece ora diventando decisivo: chi non lo capisce rischia di essere travolto. E le reazioni alla sentenza del Tar dimostrano che la Toscana non è affatto immune dall’‘effetto Torino’.

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