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Timestamp: 2017-02-28 14:34:48+00:00

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materia co' rimedii per estirpargli, e nelle seguenti congregazioni furono raccontati
molti: che il santissimo sacramento in alcune chiese particolari non è conservato et in
altre è tenuto con grand'indecenza; che quando è portato per la strada, molti non
s'ingenocchiano et altri non degnano manco scoprirsi il capo; che in alcune chiese è
tenuto per cosí longo spacio, che vi nascono delle putredini; che nel ministrar la santa
communione è usata da alcuni parochi grand'indecenza, non avendo pur un panno che il
communicante tenga in mano: quello che piú importa, i communicanti non sanno quello
che ricevono, né hanno instruzzione alcuna della degnità, né del frutto di questo
sacramento; che alla communione sono admessi concubinarii, concubine et altri enormi
peccatori, e molti che non sanno il Pater noster, né l'Ave Maria; che alla communione
sono dimandati danari sotto nome d'elemosina, e, peggio di tutto, in Roma vi è
un'usanza che chi ha da communicarsi tiene in mano una candela accesa con qualche
danaro infisso dentro, il qual con la candela, dopo la communione, resta al sacerdote, e
chi non porta la candela, non è admesso alla communione. Per rimedio di parte di questi
e, altri abusi furono formati cinque canoni con un bellissimo proemio: ne' quali si
statuiva che monstrandosi il sacramento nell'altare o portandosi per la via, ogni uno
debbi ingenocchiarsi e scoprirsi il capo; che in ogni chiesa parochiale si debbe servar il
sacramento e rinovarlo ogni 15 giorni, e far arder inanzi a lui giorno e notte una
lampada; che sia portato agl'infermi dal sacerdote in abito onorevole e sempre con lume;
che i curati insegnino a' suoi popoli la grazia che si riceve in questo sacramento et
esseguiscano contra loro le pene del capitolo Omnis utriusque sexus; che gl'ordinarii
debbino aver cura dell'essecuzione, castigando i trasgressori con pene arbitrarie, oltra le
statuite da Innocenzio III nel capitolo Statuimus, e da Onorio III nel capitolo Sane.
Paolo Sarpi : i "Padri Conciliari" discutono sui preti sposati e sulla dispensa al celibato (Istoria Concilio Tridentino)
non era possibile pensar di farlo posporre.
Paolo Sarpi : discussione conciliare se la messa sia sacrificio di Cristo o solamente un ricordo (Istoria Concilio Tridentino)
Nell'esamine degli articoli è provato che la messa è sacrificio, ma con grandiversità di pareri
Nelle discussioni de' teologi furono uniformi tutti in condannar d'eresia le
openioni de' protestanti ne' proposti articoli, e brevemente s'ispedivano degl'altri:
longhissimi furono i discorsi di ciascuno in provare che la messa sia sacrificio, nel quale
s'offeriva Cristo sotto le specie sacramentali: le raggioni principali da loro usate erano
che Cristo è sacerdote secondo il rito di Melchisedech, ma Melchisedech offerí pane e
vino, adonque il sacerdozio de Cristo conviene che sia con sacrificio di pane e vino. Di
piú, l'agnel pascale fu vero sacrificio e quello è figura dell'eucaristia, onde quella ancora
conviene che sia vero sacrificio. Appresso per la profezia di Malachia, per bocca del
quale Dio rifiuta il sacrificio degl'ebrei, dicendo esser il nome suo divino, grande fra le
genti et in ogni luogo offerirsi al suo nome oblazione monda, che d'altro non si può
intender che sia offerto a Dio in ogni luogo e da tutte le genti; diverse altre congruenze e
figure del Vecchio Testamento furono allegate, facendo fondamento chi sopra una, chi
sopra un'altra. Del Testamento Nuovo era addotto il luogo di san Gioanni dove Cristo
alla samaritana insegnò esser venuta l'ora quando il Padre sarà adorato in spirito e
verità, essendo che adorar nella divina Scrittura significa sacrificare, come per molti
luoghi apparisce; e la samaritana del sacrificio interrogò, che da' giudei non si poteva
offerir se non in Gierusalem e da samaritani era stato offerto in Garizim, dove allora
Cristo era. Onde per necessità, dicevano, conviene intendere il luogo d'una adorazione
esterna, publica e solenne, che altra non era se non l'eucaristia. Era anco provato per le
parole da Cristo dette: «Questo è il mio corpo che per voi è dato, che per voi è fratto;
questo è il mio sangue che per voi è sparso»: adonque nell'eucaristia vi è frattura di
corpo et effusione di sangue, che sono azzioni di sacrificio. Sopratutto era fatto gran
fondamento sopra le parole di san Paolo, che mette nel genere medesimo l'eucaristia co'
sacrificii degl'ebrei e de' gentili, dicendo che per quello si partecipa il corpo e sangue di
Cristo, sí come nell'ebraismo chi mangia l'ostie è partecipe dell'altare, e non si può bere
il calice del Signore, né esser partecipe della mensa sua, e bere il calice de' demonii e
partecipar della mensa di quelli. Ma che gl'apostoli fossero da Cristo ordinati sacerdoti,
lo provavano chiaro per le parole dette loro per nostro Signore: «Fate questo in mia
memoria». Per maggior prova erano addotte molte autorità de' padri, che tutti nominano
l'eucaristia sacrificio, overo con termini piú generali attestano che nella Chiesa si
offerisce sacrificio. Una parte aggiongeva appresso esser la messa sacrificio anco perché
Cristo nella cena se stesso offerí, e quella raggione portava per principale e provava il
suo fondamento prima perché, dicendo chiaro la Scrittura che Melchisedech offerí pane
e vino, Cristo non sarebbe stato sacerdote secondo quell'ordine, se non l'avesse offerto
esso ancora; e perché Cristo disse il sangue suo nell'eucaristia esser confermativo del
Nuovo Testamento, ma il sangue confermativo del Vecchio fu nella sua instituzione
offerto: perilché segue in consequenza necessaria che Cristo egli ancora l'offerisse.
Argomentavano ancora che avendo detto Cristo: fate questo in mia memoria, se egli non
avesse offerto, noi non potressimo offerire, e dicevano li luterani non aver altro
argomento per provar la messa non esser sacrificio, se non perché Cristo non ha offerto,
e perciò esser pericolosa quella opinione, come fautrice della dottrina ereticale. Piú
efficacemente era ancora provata per quello che la Chiesa canta nell'ufficio del corpo
del Signore, dicendo: «Cristo, sacerdote eterno secondo l'ordine di Melchisedech», ha
offerto pane e vino. E nel canone del messale ambrosiano si dice che, instituendo una
forma di perpetuo sacrificio, egli prima ha offerto se stesso ostia e primo ha insegnato
ad offerirla. Si portavano poi diverse autorità de' padri per comprobazione dell'istesso.
Dall'altra parte, non con minor asseveranza, era detto che Cristo nella cena
avesse commandato l'oblazione da farsi perpetuamente nella Chiesa dopo la morte sua,
ma lui non aver offerto esso medesimo, perché la natura di quel sacrificio non lo
comportava; e per prova di questo dicevano che sarebbe stata superflua l'oblazione della
croce, poiché per quella della cena precedente sarebbe stato riscosso il genere umano.
Che il sacrificio dell'altare fu instituto da Cristo per rammemorazione di quello che egli
offerí in croce, ma non si può ramemorar altro che cosa passata; perilché l'eucaristia non
poté esser sacrificio inanzi l'oblazione di Cristo in croce. Allegavano ancora che né la
Scrittura, né il canone della messa, né concilio alcuno ha mai detto che Cristo offerisse
se stesso nella cena; et i luoghi che gl'altri allegavano de' padri, questi mostravano
doversi intender dell'oblazione fatta in croce. Concludevano: avendosi a deliberare la
messa esser sacrificio, come veramente era, si poteva abondantemente farlo per le
efficacissime prove della Scrittura e padri, senza voler anco aggiongervi prove non
sussistenti. Questa differenza non fu tra molti e pochi, ma divise cosí i teologi come i
padri in parti quasi pari e fu occasione di qualche contenzione. I primi passarono a dire
che l'altra opinione era errore e chiedevano un anatematismo che gl'imponesse silenzio,
con dannar d'eresia chi dicesse Cristo non aver se stesso offerto nella cena sotto le
specie sacramentali; gl'altri in contrario dicevano che non era tempo di fondarsi sopra
cose incerte e sopra nuove opinioni, non udite e non pensate dall'antichità, ma doversi
star sopra il chiaro e certo, e per la Scrittura e per i padri, cioè che Cristo ha
commandato l'oblazione. Tutto il mese di luglio fu consumato da' 17 che parlarono
sopra i primi articoli; sopra gl'ultimi in pochi giorni si spedí piú tosto con ingiurie contra
protestanti che con raggioni. Non è ben narrare li particolari, se non alcuni pochi
Nella congregazione de' 24 luglio, la sera, Giorgio d'Ataide, teologo del re di
Portogallo, si diede a destrugger tutti li fondamenti degl'altri teologi fatti per provare il
sacrificio della messa con la Scrittura divina; e prima disse non potersi metter in dubio
se la messa sia sacrificio, perché tutti i padri l'hanno con aperte parole detto e replicato
in ogni occasione, et incomminciò da' latini e greci della Chiesa antica de' martiri, e
passò di tempo in tempo sino a' nostri, affermando che nissun scrittor cristiano vi sia
che non abbia chiamato l'eucaristia sacrificio; però doversi concluder per certo che per
tradizione degl'apostoli cosí sia insegnato; la forza della quale è abondantissima et
efficacissima per far articoli di fede, come questo concilio ha da principio insegnato. Ma
questo vero e sodo fondamento veniva debilitato da chi ne faceva de aerei, volendo
trovar nella Scrittura quello che non si trovava, dando occasione agl'avversarii di
calunniare la verità, mentre che la veggono fondare in arena cosí instabile: e cosí
dicendo, passò ad essaminare ad uno ad uno li luoghi del Vecchio e Nuovo Testamento
portati da' teologi, mostrando che da nissun si poteva cavar senso espresso di sacrificio.
Al fatto di Melchisedech rispose Cristo esser sacerdote di quell'ordine quanto all'esser
unico et eterno senza precessore, senza padre, senza madre, senza genealogia: e di
questo farne troppo chiara fede l'Epistola agl'ebrei, dove parlando san Paolo al longo di
questo luogo, tratta l'eternità e singularità del sacerdozio, e di pane e vino non fa
menzione. Raccordò la dottrina d'Agostino, che dove è luogo proprio di dire una cosa e
non è detta, si cava argomento dalla autorità negativo. Dell'agnel pascal disse non
doversi presuppor per cosa cosí evidente che fosse sacrificio, e se alcun pigliasse
impresa di provar il no, forse converrebbe cedergli la vittoria; et ancora esser troppo
dura metafora a farlo tipo dell'eucaristia e non piú tosto della croce; lodò quei teologi
che, avendo portato il luogo di Malachia, gl'avevano aggionto quel di san Gioanni
d'adorar in spirito e verità, perché in vero formalissimamente l'uno e l'altro dell'istessa
cosa parlavano e scambievolmente si decchiaravano; non doversi far difficoltà sopra la
parola «adorare», essendo cosa certa che comprende anco il sacrificio, e la samaritana la
prese nel suo generico significato; ma quando Cristo soggionse che Dio è spirito e
conviene adorarlo in spirito, chi non vuol impropriare tutte le cose non dirà mai che un
sacramento, che consta del visibile et invisibile, sia puro spirituale, ma ben composto di
questo e del segno elementare; però, che volendo alcuno interpretare ambi quei luoghi
della interna adorazione, non potrà esser convinto et averà per sé la verisimilitudine,
essendo piana l'applicazione che questa è offerta in ogni luogo e da tutte le genti e che è
pura spirituale, sí come Dio è puro spirito. Parimente seguí dicendo che le parole:
«Questo è il mio corpo che per voi è dato, et il sangue che per voi è sparso», hanno piú
piana intelligenza se si riferiscono al corpo e sangue nell'esser naturale che nell'esser
sacramentale; come dicendo: «Cristo è la vite vera che produce il vino», non s'intende la
vite significativa, ma la reale produce il vino, cosí: «Questo è il mio sangue che è
sparso», non dice che il sangue sacramentale e significante, ma il naturale e significato è
sparso. E quello che san Paolo dice del participar il sacrificio degl'ebrei e della mensa
de demonii, intese i riti da Dio per Moisè instituiti e quei che da' gentili erano usati nel
sacrificare: non da ciò si prova l'eucaristia sacrificio; esser chiaro appresso Moisè che,
nei sacrificii votivi, la vittima era tutta presentata a Dio et una parte d'essa abbruggiata,
e questo era il sacrificio; del rimanente, parte era del sacerdote et il resto dell'offerente,
e cosí questo come quello lo mangiava con chi a lui pareva, né quel si chiamava
sacrificare, ma participar il sacrificato. I gentili immitavano l'istesso; anzi, la parte che
non era consummata nell'altare si mandava da alcuni a vendere, e questa è la mensa che
non è altare. Il piano senso di san Paolo è: sí come gl'ebrei mangiando la parte toccante
all'offerente, che è reliquia del sacrificio, participano dell'altare, e li gentili parimente,
cosí noi, mangiando l'eucaristia, participiamo il sacrificio della croce; e questo è a punto
quello che Cristo disse: «Fate questo in mia memoria», e quel di san Paolo: «Sempre
che mangierete questo pane e beverete questo calice, professarete il Signore esser per
voi morto». Ma per quello che si dice gl'apostoli esser ordinati sacerdoti per offerir
sacrificio con le parole del Signore, poiché egli dice: fate questo, senza dubio
s'intendeva quello che avevano veduto lui a fare; adonque bisognerebbe che constasse
prima che egli avesse offerto, ma non essendo questo certo et essendo le openioni de'
teologi varie e confessando ciascuno che l'una e l'altra è catolica, quelli che negano
Cristo aver offerto non poter concludere per quelle parole aver commandato l'oblazione.
Portò poi gl'argomenti de' protestanti, con quali provavano che l'eucaristia non è
instituita per sacrificio, ma per sacramento, e concluse che non si poteva dir che la
messa fosse sacrificio, se non con fondamento di tradizione; essortando a fermarsi in
questa e non render la verità incerta per studio di voler troppo provare. Discese poi alla
risoluzione degl'argomenti de' protestanti, et in quello rese tutti gl'audienti mal
sodisfatti, avendo recitato gl'argomenti con forza et apparenza e soggiongendo risposte
con debolezza, sí che piú tosto gli confermavano; il che fu ascritto da alcuni alla brevità
del tempo che gli restava, sopravenendo la notte, da altri al non sapersi lui esprimere, e
da' piú sensati, perché quelle risoluzioni non sodisfacevano lui medesimo: del che
essendo molta mormorazione fra i padri, Giacomo Paiva, un altro teologo portughese,
nella seguente congregazione replicò tutti gl'argomenti da quell'altro fatti e gli risolse
con sodisfazzione degl'audienti e con iscusare il collega, affermando che l'istessa fu la
mente sua. E gl'ufficii che dagl'ambasciatori e da' prelati portoghesi furono fatti in
testificar la bontà e sana dottrina del teologo ne' giorni seguenti, resero le menti de'
legati sincere verso di lui; però egli pochi giorni dopo partí, né si vede scritto ne'
cataloghi de teologi, se non in quelli che furono stampati in Brescia e Riva inanzi questo
Il dí 28 luglio Gioanni Cavillone giesuita, teologo del duca di Baviera, parlò con
molta chiarezza sopra gl'articoli, rapresentando il tutto come senza difficoltà, non in
maniera d'essamine o discussione, ma con forma di mover gl'affetti di pietà. Narrò molti
miracoli succeduti in diversi tempi; affermò che dall'età degl'apostoli sino al tempo di
Lutero mai nissun dubitò; allegò le liturgie di san Giacomo, di san Marco, di san Basilio
e Crisostomo. Quanto alle opposizioni de' protestanti, disse che erano state a bastanza
risolute, ma anco senza quello bastava per tenerle fallaci il venir da persone alienate
dalla Chiesa, et in fine essortò li legati a non permettere che in qual materia si voglia
fossero proposti argumenti d'eretici, senza soggiongergli evidentissima risoluzione, e
chi non la sa portare, se n'astenga dal riferirgli, ricercando la vera pietà che le raggioni
contrarie alla dottrina della Chiesa non siano riferite se non preparando l'animo prima
degl'auditori con narrare la perversità et ignoranza degl'inventori, e che agl'argomenti
loro non vengono date orecchie, se non da genti di poco cervello; e poi narrandogli
quanto piú succintamente si può e senza le prove intermedie, soggiongendo la risposta
piana e ben amplificata, e quando pare che alcuna cosa gli manchi, portando la disputa
in altra materia, acciò non si generi qualche scrupolo negl'animi degl'audienti, massime
essendo prelati e pastori della Chiesa. Piacque grandemente il discorso alla maggior
parte de' prelati e fu lodato per pio e catolico, e che meritasse un decreto della sinodo
che commandasse cosí a tutti i predicatori, lettori e scrittori. Non però all'ambasciatore
del suo prencipe diede molta sodisfazzione, il quale, dopo la congregazione, in presenza
degl'imperiali che facevano complemento col teologo per la grata concione, disse che
veramente meritava d'esser commendato d'aver insegnato, anco nella semplecità della
dottrina cristiana, sapersi valer della sofistica.
Degl'ultimi teologi a parlare fu fra Antonino da Valtelina dominicano, il quale
sopra gli 6 ultimi articoli de' riti disse esser cosa chiara per l'istorie che ogni chiesa
anticamente aveva il suo rituale particolar della messa, introdotto piú per uso et a
giornata, che con deliberazione e decreto; che le picciol chiese si sono accommodate
alle metropolitane o vicine maggiori. Il rito romano, per gratificar a' pontefici, è stato
ricevuto in assai provincie; con tutto ciò restano ancora molte chiese co' suoi
differentissimi dal romano. Discese a parlar del mozarabo, dove intervengono e cavalli e
schermi alla moresca, che tutti hanno misterio e significato grande; e questo è tanto
differente dal romano, che se in Italia si vedesse, non sarebbe stimato messa. Che resta
ancora in Italia il rito milanese, molto differente in parti principalissime dal romano. Ma
esso romano ancora ha fatto mutazioni grandissime, le quali vederà chiaro chi leggerà
l'antico libro che ancora resta, inscritto Ordo romanus, e non solo ne' tempi antichi, ma
anco da pochi secoli in qua; affermò che il vero rito romano già da 300 anni non è
quello che adesso si serva da' preti in quella città, ma quello che dall'ordine di san
Dominico è ritenuto. Quanto alle vesti, vasi et altri paramenti, cosí de' ministri come
d'altari, non solo dalla lettura de' libri, ma dalle sculture e pitture vedersi li presenti esser
cosí trasformati, che se ritornassero i vecchi al mondo, non gli riconoscerebbono.
Perilché concludeva che il restringersi ad approvar li riti che la Chiesa romana usa,
potrebbe esser ripreso come una condanna dell'antichità e degl'usi delle altre Chiese, e
potrebbe ricever anco piú sinistre interpretazioni. Consegliò che s'attendesse
all'essenziale della messa, e che di queste altre cose non si facesse menzione. Tornò a
mostrar la differenza notabile del rito presente servato in Roma a quello che è descritto
nell'Ordo romanus, e fece, tra gl'altri particolari, grand'insistenza che in quello la
communione de' laici fosse con ambe le specie, e passò ad essortare a concederla anco
al tempo presente. Il discorso agl'astanti dispiacque, ma il Cinquechiese pigliò la
protezzione sua con dire che il frate non aveva detto cosa falsa, né si poteva imputargli
d'aver dato scandalo, perché non aveva parlato né al popolo, né ad idioti, ma in una
corona de dotti, dove nissuna cosa vera può dar mala edificazione, e chi voleva dannar il
frate per scandaloso o temerario, dannava prima se stesso per incapace della verità.
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Paolo Sarpi : contrasto tra domenicani e francescani in materia sacramentale (Istoria Concilio Tridentino)
[Contrasto tra' domenicani e' francescani]
Ma convenendo tutti in questo, erano differenti, perché i dominicani asserivano che,quantonque la grazia sia una qualità spirituale creata immediate da Dio, nondimeno ne' sacramenti èuna virtú istromentale et effettiva, la quale causa nell'anima una disposizione per riceverla; e pertanto si dice che contengono la grazia; non che sia in loro come in un vaso, ma come l'effetto è nellasua causa, adducendo un sottil essempio: sí come il scalpello è attivo non solo nello scagliare lapietra, ma anco nel dar forma alla statua. I francescani dicevano non potersi capire come Dio, causaspirituale, per un effetto spirituale, che è la grazia, adoperi istromento corporeo: assolutamentenegavano ogni virtú effettiva o dispositiva ne' sacramenti, dicendo che l'efficacia loro d'altro nonviene, se non perché Dio ha promesso che qualonque volta sarà ministrato il sacramento, eglidonerà la grazia; perilché si dice contenerla, come in segno efficace, non per virtú che sia in lui, maper la divina promissione d'un'infallibil assistenza a quel ministerio; il quale per ciò è causa, perchéquello posto, segue l'effetto, non per virtú che in lui sia, ma per promessa divina di donar la graziaallora, sí come il merito si dice causa del premio, non per attività alcuna. Il che non solo provavanoper l'autorità di Scoto e di san Bonaventura, loro teologi, ma per quella anco di san Bernardo, qualdice che si riceve la grazia per i sacramenti, sí come il canonico s'investe per il libro et il vescovoper l'anello. La prolissità con che erano esposte le raggioni da ambe le parti era grande, e nonminore l'acrimonia. Censuravansi fra loro. I dominicani dicevano che l'altro parer era prossimo alluterano; e gli altri che il loro, essendo impossibile, dava materia agli eretici di calumniare laChiesa. Non fu possibile ad alcuni buoni prelati mettere concordia, con dire che, essendo concordinella conclusione che i sacramenti contengono e sono causa della grazia, poco importasse dirlo piúin un modo che nell'altro; anzi, che meglio fosse, non descendendo ad alcuno d'essi, stare nell'altrouniversale: replicando i frati che non si trattava di parole, ma dello stabilire o dell'annichilare isacramenti. Non si sarebbe fatto fine, se il legato Santa Croce non avesse ordinato che si passasse alrimanente, e che in fine si sarebbe tornato a questo passo, et essaminato s'era necessario decider ilponto o tralasciarlo.Da' legati furono chiamati i generali degli ordini e pregati a far ufficio co' suoi di trattare conmodestia e carità, e non con tanto affetto alla setta propria, mostrando che non erano chiamati senon per trattare contra l'eresie, al che era molto contrario il farne nascere di nuove con le dispute. Efu anco da loro dato conto a Roma, e mostrato quanto fosse pericolosa la libertà che i fratis'assumevano, e dove potesse terminare; e posto in considerazione al pontefice che unamoderazione fosse necessaria: perché andando fama di quelle dissensioni e delle censure che unaparte prononciava contra l'altra, non poteva se non nascere scandalo e poca riputazione del concilio.Il quinto articolo fu stimato da tralasciare, come deciso nella precedente sessione. Ma frateBartolomeo Miranda raccordò che Lutero, per quel suo paradosso che i sacramenti non danno lagrazia se non eccitando la fede, cavò anco conclusione che siano d'ugual virtú quei della Leggevecchia e dell'evangelica, la qual opinione era da condannare come contraria alla dottrina de' padri edella Chiesa, avendo tutti detto che i sacramenti vecchi erano segni solamente della grazia, ma inuovi la contengono e la causano. Alla conclusione nissun contradisse; ma i francescaniproponevano che non si dovesse dire della Legge vecchia, ma della mosaica, atteso che lacirconcisione essa ancora causava la grazia, ma non era sacramento mosaico, la qual da Cristo fuanco detto essere non da Moisè, ma da' padri; et anco perché altri sacramenti inanzi Abrahamoconferivano e causavano la grazia. Replicando i dominicani che san Paolo disse chiaro Abrahamoaver ricevuto la circoncisione solo in segno, che essendo egli il primo a chi fu data, tanto vuol direquanto che in segno solamente è instituita, e sopra il modo di causar e contenere la grazia,tornavano le questioni in campo. Fra Gregorio di Padoa in questo proposito disse essere cosa chiaraappresso i dialettici che le cose del medesimo genere hanno identità tra loro e differenza. Se isacramenti vecchi e nostri avessero sola differenza, non sarebbono tutti sacramenti, se non conequivocazione; se solo convenienza, sarebbono in tutto l'istessa cosa. Però esser d'avvertire di nonmetter difficoltà in cose chiare per qualche diversità di parole; che sant'Agostino aveva detto questie quelli essere diversi nel segno, ma pari nella cosa significata. Et in un altro luogo esser diversinella specie visibile, ma gli istessi nella intelligibile significazione; e che altrove pose la differenza,perché quelli furono promissivi e questi indicativi: il che un altro esprime con altro termine, dicendoquelli prenonciativi e questi contestativi. Da che appar chiaro che molte sono le convenienze, emolte le differenze, le quali nissun uomo sensato poteva negare; e però con prudenza quell'articolonon esser stato posto da principio, né esser a proposito toccarlo al decreto presente. Uscí fuoriun'altra opinione, qual sentí che senza descender a' particolari si dovesse dannare l'opinione deluterani e zuingliani. Imperoché essi dicono nissun'altra differenza trovarsi tra i sacramenti vecchi enuovi se non ne' riti. Ma si è mostrato che altre ve ne sono: adonque condannargli di questo solo,non metter altra differenza, senza descendere a dire quale ella sia.Ma il sesto era censurato da' dominicani, con dire essere proprio de' sacramenti evangelici ildar la grazia, e dagli antichi non esser stata ricevuta, se non per virtú della devozione, essendo talel'openione di san Tomaso. Per principal fondamento adducevano la determinazione del conciliofiorentino, che i sacramenti della legge vecchia non causavano la grazia, ma figuravano che dovevaesser data per la passione di Cristo. Ma perché san Bonaventura e Scoto sostennero che lacirconcisione conferiva grazia «ex opere operato», anzi, aggionse Scoto, che immediate dopo ilpeccato d'Adamo fu instituito un sacramento, nel quale a' fanciulli era data una grazia per virtú diquello, cioè «ex opere operato», i francescani dicevano l'articolo contener il vero e non poter esserecensurato; e facevano gran fondamento che, col dire di san Tomaso i fanciulli inanzi Cristo essersalvati per la fede paterna, non per virtú di sacramenti, si faceva lo stato de cristiani di peggiorcondizione, perché non giovando adesso a' fanciulli la fede paterna senza battesmo, e dicendosant'Agostino che si dannò un fanciullo, essendo morto mentre dal padre era portato per esserebattezato, se in quel tempo la sola fede bastava, la condizione de' figli de cristiani era deteriore. Inqueste difficoltà da molti tu proposto che l'articolo, come probabile, fosse ommesso.Del tralasciar il settimo e l'ottavo fu somma concordia. Ma nel nono, del carattere,proponeva fra Dominico Soto da dicchiarare che ha fondamento nella Scrittura divina et è statotenuto sempre nella Chiesa per tradizione apostolica; ancorché da tutti i padri non sia stato usato ilnome, la cosa significata nondimeno esser antichissima. Da altri non gli fu concessa una tantaampiezza, perché non si vedeva che né Graziano, né il Maestro delle sentenzie ne avessero fattomenzione; anzi, Giovanni Scoto disse che per parole della Scrittura o de' padri non era necessarioporlo, ma solo per l'autorità della Chiesa, modo consueto a quel dottore di negare le cose conmaniera di cortesia. Degno era sentire che cosa intendevano fosse, e dove situato, per le molte evarie openioni de' scolastici, ponendolo alcuni qualità, fra quali erano 4 openioni, secondo le quattrospecie della qualità. Chi lo disse una potestà spirituale, altri un abito o disposizione, altri unaspiritual figura, e non era senza approbatori l'openione che fosse una qualità sensibile metaforica.Chi la volse una real relazione, altri una fabrica della mente, restando a questi il dicchiarare quantofosse lontano dal niente. Del soggetto dove stia, la stessa varietà era molesta, essendo posto da chinell'essenza dell'anima, da chi nell'intelletto, da altri nella volontà e non mancò chi gli diede luogonelle mani e nella lingua. Era parer di fra Gieronimo portughese dominicano che si statuisse tutti isacramenti imprimere una qualità spirituale inanzi che sopravenga la grazia, quale essere de doigeneri: una che mai si può scancellare, l'altra che può perdersi e racquistarsi; quella chiamarsicarattere, questa esser un certo ornamento. I sacramenti che donano la prima, non replicarsi, poichéil suo effetto sempre dura; quelli che danno l'ornato, replicarsi quando il loro effetto è perduto; cosadi bell'apparenza, ma da pochi approvata, per non trovarsi altro autore di quell'ornato che sanTomaso, qual anco, se ben lo partorí, non lo giudicò degno d'educazione. Ma quantonque tutticoncordassero in questo generale, che tre sacramenti hanno il carattere, alcuni usarono modestia,dicendo doversi approbare come cosa piú probabile, non però necessaria; in contrario altri, che eraarticolo di fede, per averne fatto menzione Innocenzio III e per esser poi cosí definito dal conciliofiorentino.Che la bontà del ministro non sia necessaria, fu l'articolo tanto ventilato da sant'Agostino intanti libri contra i donatisti, che ebbero i teologi materia di parlare concordemente; et oltre quello, fuper fondamento principale allegato che l'articolo fu condannato dal concilio di Costanza fra glierrori di Giovanni Wiglef.L'undecimo, tutti i voti furono per condannarlo, come contrario alla Scrittura, alla tradizioneet all'uso della Chiesa universale.Il duodecimo, delle forme de' sacramenti, fu distinto, come quello che doi sensi puòricevere: overo per forma intendendo le parole essenziali, secondo che si dice ogni sacramento averla sua materia, l'elemento sensibile, e la forma, la parola; overo per forma intendendo tutta laformula o rito del ministerio, che include molte cose non necessarie, ma condecenti; e peròconsegliarono che se ne facessero due canoni: per il primo, fosse dannato per eresia chi dice che laforma possi esser mutata, essendo da Cristo instituita; ma per il secondo senso, se ben le coseaccidentali possono ricevere mutazione, però quando alcun rito è introdotto con publica autorità, oricevuto e confermato dall'uso commune, non debbe esser in potestà d'ogn'uno, ma solamente delpontefice romano, come capo universale di tutta la Chiesa, mutarlo, quando per qualche nuovorispetto convenga.Per il tredecimo, dell'intenzione del ministro, non potevano dissentire dal concilio fiorentinoche l'ha per necessaria; ma che intenzione si ricerca era difficile da esplicare, per la varietà de' sensiumani circa il valore et efficacia de' sacramenti; perilché non può essere l'istessa intenzione di doiche abbiano diversa opinione. La risposta commune era che basta aver l'intenzione di fare quelloche fa la Chiesa; la qual esposizione riponendo le difficoltà medesime, perché per la varia opinionedegl'uomini, qual sia la Chiesa, anco l'intenzione loro nel ministrar il sacramento riuscirebbe varia,pareva che si potesse dire non esser differente, quando tutti hanno l'istessa mira di fare quello cheda Cristo è stato instituito e la Chiesa osserva, se ben si avesse per vera Chiesa una falsa, purché ilrito di questa e di quella sia l'istesso.
Paolo Sarpi : Cosa pensavano i protestanti dei sacramenti (Istoria Concilio Tridentino)
[Articoli estratti da' protestanti nel capo de' sacramenti]
De' sacramenti in universale erano 14 articoli:
1 Che i sacramenti della Chiesa non sono sette, ma sono manco quelli che veramente
possono esser chiamati sacramenti.
2 Che i sacramenti non sono necessarii e senza loro gl'uomini possono acquistare da Dio la
grazia per mezo della fede sola.
3 Nissun sacramento esser piú dell'altro degno.
4 Che i sacramenti della legge nuova non danno la grazia a quelli che non vi pongono
5 Che i sacramenti mai hanno dato la grazia o la remissione de' peccati, ma la sola fede del
6 Che immediate dopo il peccato d'Adamo da Dio sono stati instituiti i sacramenti, per mezo
de' quali fu donata la grazia.
7 Per i sacramenti esser data la grazia solamente a chi crede che i peccati gli sono rimessi.
8 Che la grazia non è data ne' sacramenti sempre, né a tutti quanto s'aspetta ad esso
sacramento, ma solo quando e dove è parso a Dio.
9 Che in nissun sacramento è impresso carattere.
10 Che il cattivo ministro non conferisce il sacramento.
11 Che tutti i cristiani, di qual si voglia sesso, hanno ugual potestà nel ministerio della
parola di Dio e del sacramento.
12 Che ogni pastore ha potestà d'allongar, abbreviare, mutar a beneplacito suo le forme de'
13 Che l'intenzione de' ministri non è necessaria e non opera cosa alcuna ne' sacramenti.
14 Che i sacramenti sono stati instituiti solo per nutrir la fede.
Del battesmo erano articoli 17:
1 Che nella Chiesa romana e catolica non vi è vero battesmo.
2 Che il battesmo è libero e non necessario alla salute.
3 Che non è vero battesmo quello che è dato dagli eretici.
4 Che il battesmo è penitenzia.
5 Che il battesmo è segno esteriore, come la terra rossa nelle agnelle, e non ha parte nella
6 Che il battesmo si debbi rinovare.
7 Il vero battesmo esser la fede, qual crede che i peccati sono rimessi a' penitenti.
8 Che nel battesmo non è estirpato il peccato, ma solamente non imputato.
9 Esser la medesma virtú del battesmo di Cristo e di Giovanni.
10 Che il battesmo di Cristo non ha evacuato quello di Giovanni, ma gli ha aggionto la
11 Che nel battesmo la sola immersione è necessaria e gli altri riti usati in esso esser liberi e
potersi tralasciare senza peccato.
12 Che sia meglio tralasciare il battesmo de' putti che battezargli mentre non credono.
13 Che i putti non debbino essere rebattezati, perché non hanno fede proprii.
14 Che i battezati in puerizia, arrivati all'età di discrezione, debbono essere rebattezati per
15 Che quando i battezati nella infanzia sono venuti in età, si debbono interrogare se
vogliono ratificare quel battesmo, e negandolo, debbono esser lasciati in libertà.
16 Che i peccati commessi dopo il battesmo sono rimessi per la sola memoria e fede d'essere
battezato.
17 Che il voto del battesmo non ha altra condizione che della fede, anzi annulla tutti gli altri
Della confermazione erano 4 articoli:
1 Che la confermazione non è sacramento.
2 Che è instituito da' padri e non ha promessa della grazia di Dio.
3 Che ora è una cerimonia ociosa, e già era una catechesi quando i putti gionti all'età
rendevano conto della sua fede inanzi la Chiesa.
4 Che il ministro della confermazione non è il solo vescovo, ma qualonque altro sacerdote.
Nelle congregazioni tutti i teologi convennero in asserire il settenario numero e dannare per
eresia la contraria sentenzia, atteso il consenso universale delle scole, incomminciando dal Maestro
delle sentenze che prima ne parlò determinatamente, sino a questo tempo. A questo aggiongevano il
decreto del concilio fiorentino per gli armeni che determina quel numero, e per maggior
confermazione era aggionto l'uso della Chiesa romana, dal quale concludevano che conveniva
tenerlo per tradizione apostolica et articolo di fede. Ma per la seconda parte dell'articolo non
concordavano tutti, dicendo alcuni che era assai seguire il concilio fiorentino, qual non passò piú
inanzi; poiché il decidere i sacramenti proprii non essere né piú né meno, presuppone una decisione
qual sia la vera e propria essenza e definizione del sacramento, cosa piena di difficoltà per le molte
e varie definizioni portate non solo da' scolastici, ma anco da' padri; delle quali attendendo una,
converrà dire che sia proprio sacramento quello che, considerando l'altra, doverà esser escluso dal
numero. Essere anco questione tra i scolastici se il sacramento si possi definire, se abbia unità, se sia
cosa reale overo intenzionale, e non esser cosa raggionevole in tanta ambiguità de' principii,
fermare con tanto legame le conclusioni. Fu raccordato che san Bernardo e san Cipriano ebbero per
sacramento il lavare de' piedi, e che sant'Agostino fa ogni cosa sacramento, cosí chiamando tutti i
riti con che si onora Dio, et altrove, intendendo la voce piú ristrettamente che la proprietà non
comporta, fece sacramenti soli quelli di che espressamente vien parlato nella Scrittura del Nuovo
Testamento, et in questo significato pose solamente il battesmo e l'eucaristia, se ben in un luogo
dubitò se alcun altro ve n'era.
Per l'altra parte si diceva essere necessario stabilire per articolo che i sacramenti proprii non
sono né piú né meno, per reprimere l'audacia, cosí de' luterani, che gli fanno ora 2, ora 3, ora 4,
come anco di quelli che eccedono i 7, e se ne' padri si trova alcune volte numero maggiore et alcune
volte minore, questo esser nato perché allora, inanzi la determinazione della Chiesa, era lecito
ricevere la voce ora in piú ampio, ora in piú stretto significato. E qui per stabilire il proprio e, come
i scolastici dicono, la sufficienza di questo settenario, cioè che né piú, né meno sono, fu usata
longhezza noiosa nel racconto delle raggioni dedotte da 7 cose naturali, per quali s'acquista e
conserva la vita, dalle 7 virtú, da' 7 vizii capitali, da' sette difetti venuti per il peccato originale, da'
sei giorni della creazione del mondo e settimo della requie, dalle sette piaghe d'Egitto, et anco da'
sette pianeti, dalla celebrità del numero settenario e da altre congruità usate da' principali scolastici
per prova della conclusione; e molte raggioni, perché le consecrazioni delle chiese, de' vasi de'
vescovi, abbati et abbadesse e monache non siano sacramenti, né l'acqua benedetta, né il lavar de'
piedi di san Bernardo, né il martirio, né la creazione de' cardinali o la coronazione del papa.
Fu raccordato che per raffrenare gli eretici non bastava condannare l'articolo, chi non
nominava anco singolarmente ogni uno de' sacramenti, acciò qualche mal spirito non escludesse
alcuno de' veri e sostituisse de' falsi. Fu appresso raccordato un altro ponto essenziale all'articolo,
cioè il determinar l'institutore di tutti i sacramenti, che è Cristo, per condannare l'eresie de' luterani,
che ascrivono a Cristo l'ordinazione del solo battesmo et eucaristia; e che per fede debbia essere
Cristo tenuto per l'institutore, era allegato sant'Ambrosio e sant'Agostino, e sopra ogni altro la
tradizione apostolica; dal che nissun discordava. Ma bene altri dicevano che non conveniva passare
tanto inanzi et era assai star tra i termini del concilio fiorentino, massime atteso che il Maestro delle
sentenzie tenne che l'estrema onzione fosse da san Giacomo; e san Bonaventura, con Alessandro,
che la confermazione avesse principio dopo gli apostoli; e l'istesso Bonaventura, con altri teologi,
fanno gli apostoli autori del sacramento della penitenzia. E del matrimonio si troverà che da molti
vien detto che da Dio nel paradiso fu instituito, e Cristo stesso quando di quello parla, che era il
luogo proprio per dirne l'autore, allora non a sé, ma al Padre nel principio attribuisce l'instituzione.
Per tanti rispetti consegliavano che quel ponto non fosse aggionto, acciò non si condannasse
openione da' catolici tenuta. I dominicani, in contrario, con qualche acerbità di parole affermavano
che si possono esponere quei dottori e salvargli con varie distinzioni, perché essi si sarebbono
sempre rimessi alla Chiesa: ma non era da trappassare senza condanna l'audacia luterana, che con
sprezzo della Chiesa ha introdotto quelle falsità, e non essere da tolerar a' luterani temerarii quello
che si comporta a' santi padri.
Il secondo articolo della necessità de' sacramenti volevano altri che non fosse dannato cosí
assolutamente, ma fusse distinto, essendo certo che non tutti sono assolutamente necessarii; un'altra
opinione era che si dovesse dannare chi diceva non essere li sacramenti necessari nella Chiesa,
poiché certo è non tutti essere necessarii ad ogni persona, anzi alcuni esser incompossibili insieme,
come l'ordine et il matrimonio. La piú commune nondimeno fu che l'articolo fosse dannato cosí
assolutamente per due raggioni: l'una, perché basta la necessità di uno a far che l'articolo, come
giace, sia falso; l'altra, perché tutti sono in qualche modo necessarii, chi assolutamente, chi per
supposizione, chi per convenienza, chi per utilità maggiore; con maraviglia di chi giudicava non
convenire con equivocazione tanto moltiplice fermare articoli di fede; per sodisfare i quali, quando
furono i canoni composti, si aggionse, condannando chi teneva li sacramenti non necessarii, ma
superflui; con questo ultimo termine ampliando la significazione del primo.
Dell'altra parte dell'articolo molti erano di parere che si omettesse, poiché, per quel che tocca
alla fede, già nella sessione precedente era definito che sola non bastasse, e la distinzione del
sacramento in voto, diceva il Marinaro, è ben cosa vera, ma da' soli scolastici usata, all'antichità
incognita e piena di difficoltà; perché negli Atti degl'apostoli, nell'instruzzione del centurione
Cornelio, l'angelo disse che le orazioni sue erano grate a Dio, prima che sapesse il sacramento del
battesmo e gli altri particolari della fede; e tutta la casa sua, intendendo la concione di san Pietro,
ricevette lo Spirito Santo, prima che fosse instrutta della dottrina de' sacramenti, e dopo ricevuto lo
Spirito Santo, fu da san Pietro insegnata del battesmo, onde, non avendone notizia alcuna, non poté
riceverlo in voto; et il ladro in croce moribondo, illuminato allora solamente della virtú di Cristo,
non sapeva de' sacramenti per potersi in quelli votare; e molti santi martiri nel fervore della
persecuzione, convertiti nel veder la costanza d'altri et immediate rapiti et uccisi, non si può, se non
divinando, dire che avessero cognizione de' sacramenti per votarsi. Però essere meglio lasciare la
distinzione alle scole e tralasciare di metterla negl'articoli di fede. A questo repugnava la commune
openione, con dire che, quantonque le parole della distinzione fussero nuove e scolastiche, però si
doveva credere il significato esser insegnato da Cristo et aversi per tradizione apostolica; e quanto
agl'essempii di Cornelio, del ladro e martiri, doversi sapere che sono due sorti di voto del
sacramento: uno esplicato, l'altro implicato, e questo secondo almeno esser necessario; cioè che
attualmente non avevano il voto, ma l'averebbono avuto, s'avessero saputo; le quali cose erano
concesse dagl'altri per vere, ma non obligatorie come articoli di fede. Ma queste difficoltà, dove non
potevano convenire, si rimettevano alla sinodo, cioè alla congregazione generale.
Sí come avvenne anco del terzo articolo; il quale quantonque ognuno avesse per falso,
imperoché tutti accordavano che, risguardando la necessità et utilità, il battesmo precede, ma
attendendo la significazione, il matrimonio; chi guarda la degnità del ministro, la confermazione;
chi la venerazione, l'eucaristia: ma non potendosi dire qual sia piú degno senza distinzione, essere
meglio tralasciare afatto l'articolo che non può esser inteso senza sottilità. Un'altra openione era che
si dovessero esplicare tutti i rispetti della degnità; una media fu che all'articolo s'aggiongesse la
clausula, cioè: secondo diversi rispetti; la qual era piú seguitata, ma con dispiacere di quelli, a chi
non poteva piacere che la sinodo s'abbassasse a queste scolasticarie inette, che cosí le chiamavano, e
volesse credere che Cristo introducesse queste tenuità d'openioni nella sua fede.
Nel quarto tutti furono di parere che l'articolo fosse condannato; anzi aggionsero ch'era
necessario amplificarlo, condannando specificatamente la dottrina zuingliana, quale vuole che i
sacramenti non siano altro che segni, per quali i fedeli dagli infedeli si discernono; overo atti et
essercizii di professione della fede cristiana, ma alla grazia non abbiano altra relazione, se non per
essere segni d'averla ricevuta. Appresso ancora raccordarono che si dannassero cosí quelli che
negano i sacramenti conferire la grazia a chi non pone impedimento, come ancora chi non confessa
la grazia essere contenuta ne' sacramenti e conferita, non per virtú della fede, ma «ex opere
operato». Ma venendo ad esplicare il modo di quella continenza e causalità, ogni uno concordava
che per tutte quelle azzioni che eccitano la devozione s'acquista grazia, e ciò non nasce dalla forza
dell'opera medesima, ma dalla virtú della devozione, che è nell'operante, e queste tali nelle scuole si
dice che causano la grazia «ex opere operantis». Altre azzioni sono che causano la grazia non per la
devozione di chi opera o di chi riceve l'opera, ma per virtú dell'opera medesima. Cosí sono i
sacramenti cristiani, per quali la grazia è ricevuta, purché nel soggetto non vi sia impedimento di
peccato mortale che l'escluda, quantonque non vi sia divozione alcuna: e cosí per l'opera medesima
del battesmo, essere data la grazia ad un fanciullo che non ha moto alcuno d'animo verso quello, e
parimente ad un nato pazzo, perché non vi è impedimento di peccato. L'istesso fa il sacramento
della cresma e quello dell'estrem'onzione, quando ben l'infermo abbia perduta la cognizione. Ma
s'un averà peccato mortale, nel quale perseveri attualmente overo abitualmente, per la contrarietà
non riceverà grazia: non perché il sacramento non abbia virtú di produrla «ex opere operato», ma
perché il recipiente non è capace, per esser occupato d'una qualità contraria.
Paolo Sarpi : Canoni della riforma generale tridentina (Istoria Concilio Tridentino)
[Canone della riforma generale]Continuò immediate la lettura della riforma generale, della quale, dopo essortati li vescovialla vita essemplare et alla modestia negl'apparati, mensa e vitto frugale,
1 Viene proibito che delle rendite della chiesa non possino far parte a' parenti e famigliari,eccetto se sono poveri, estendendo quello che de' vescovi è detto a tutti li beneficiati secolari eregolari et ancora a' cardinali.
2 Che li vescovi, nel primo concilio provinciale, ricevino li decreti d'essa sinodo tridentina,promettino obedienza al papa, anatematizino le eresie condannate, e l'istesso faccia ciascun vescovoche per l'avvenire sarà promosso, nella prima sinodo; e tutti li beneficiati che debbono convenir insinodo diocesana, in quella faccino il medesimo. E quelli che hanno cura dell'università e studiigenerali, operino che da quelli siano ricevuti li medesimi decreti e li dottori insegnino conforme aquelli la fede catolica; e di ciò ne facciano giuramento solenne in principio di ciascun anno, e quelleche sono soggette immediate al pontefice, Sua Santità averà cura che siano riformate da' suoidelegati in quella maniera o come meglio gli parerà.
3 Che se ben la spada della scommunica è il nervo della disciplina ecclesiastica, moltosalutifero per contener gl'uomini in ufficio, s'ha da usar con sobrietà e circonspezzione, avendoimparato per esperienza esser piú sprezzato che temuto, quando si fulmina temerariamente percausa leggiera; però da altri che dal vescovo non possi esser fulminata per cose perse e rubate, ilquale non si lasci indur a concederla dall'autorità di qualsivoglia secolare, eziandio magistrato. Enelle cause giudiciali, dove si può far l'essecuzione reale o personale, s'astenga da censure; e nellecivili, spettanti in qualonque modo al foro ecclesiastico, possino usar pene pecuniarie, eziandiocontra li laici, o proceder per presa de pegni overo delle persone medesime, con essecutori suoi oaltri; e non potendosi esseguir realmente o personalmente, ma essendoci contumacia, si possiproceder alla scommunica; et il medesimo nelle cause criminali. Né il magistrato secolare possiproibir all'ecclesiastico di scommunicare overo rivocar la scommunica sotto pretesto che le cose deldecreto non siano state osservate. Il scommunicato, se non si ravederà, non solo non sia ricevuto apartecipar co' fedeli, ma se persevererà nelle censure, si possi proceder contra lui come sospettod'eresia.
4 Dà facoltà a' vescovi che nella sinodo diocesana, et a' capi degl'ordini ne' suoi capitoligenerali possino ordinar nelle loro chiese quello che sia ad onor di Dio et utilità di quelle, quando visia obligo di celebrar cosí gran numero di messe per legati testamentarii che non si possino satisfarovero l'elemosina sia tanto tenue che non si trovi chi vogli ricever il carico; con condizione però,che sempre si faccia memoria di quei deffonti che hanno lasciati li legati.
5 Che nella collazione o qualonque altra disposizione de' beneficii non sia derogato allequalità, condizioni e carichi ricercati, overo imposti nella erezzione o fondazione, o per qualonquealtra constituzione; altrimenti la provisione sia stimata sorrettizia.
6 Che quando il vescovo procede fuori di visita contra li canonici, il capitolo nel principio diciascun anno elegga doi, col conseglio e consenso de' quali abbia da proceder in tutti gl'atti, e siauno il voto d'ambidoi, e se saranno tutti doi discordi dal vescovo, sia eletto da loro un terzo chedetermini la controversia; e non accordandosi, sia eletto il terzo dal vescovo piú vicino; ma nellecause di concubinato o piú atroci possi il solo vescovo ricever l'informazione e proceder allaretenzione, del resto servando quanto è ordinato. Che il vescovo in coro et in capitolo e negl'altri attipublici abbia la prima sede et il luogo che eleggerà. Che il vescovo preseda al capitolo, se nonquando si tratta del commodo suo e de' suoi, né questa autorità possi esser communicata al vicario equelli che non sono di capitolo. Nelle cause ecclesiastiche siano in tutto soggetti al vescovo, e doveli vescovi hanno maggior giurisdizzione della predetta, il decreto non abbia luogo.
7 Per l'avvenire non sia piú concesso regresso o accesso ad alcun beneficio ecclesiastico, néli già concessi siano estesi o trasferiti, et in questo siano compresi anco li cardinali. Non siano fatticoadiutori con futura successione in qualsivoglia beneficii ecclesiastici; e se nelle catedrali omonasterii sarà necessario o utile il farlo, la causa sia prima conosciuta dal pontefice e viconcorrano le debite qualità.
8 Che tutti li beneficiati essercitino l'ospitalità quanto l'entrata gli concede, e quelli chehanno ospitali in governo sotto qualonque titolo, commanda che l'essercitino secondo che sonotenuti delle entrate a ciò deputate; e se nel luogo non si trovino persone di quella sorte chel'instituzione ricerca, le entrate siano convertite in uso pio piú prossimo a quello come parerà alvescovo con doi del capitolo; e quelli che non satisfaranno al carico dell'ospitalità, se ben fosserolaici, possino esser costretti per censure et altri rimedii al loro debito, e siano tenuti alla restituzionede' frutti nel foro della conscienza, e per l'avvenire simil governi non siano dati ad uno per piú che 3anni. Che il titolo del iuspatronato si mostri autentico per fondazione o donazione o perpresentazioni moltiplicate da tempo immemorabile, o in altra maniera legitima. Ma nelle persone ecommunità che si sogliono presumer averlo usurpato, la prova sia piú essatta e l'immemorabile nonbasti, se non si mostrino autenticamente presentazioni di 50 anni almeno, che tutte abbiano avutoeffetto. Le altre sorti de' patronati s'intendino abrogati, eccetto quelli dell'imperatore, re overopossessori de regni, et altri prencipi soprani e de' studii generali. Possi il vescovo non admetter lipresentati da' patroni se non saranno idonei; li patroni non si possino intrometter ne' frutti, né iliuspatronato possi esser trasferito in altri contra le ordinazioni canoniche, e le unioni de' beneficiiliberi a quei de iuspatronati, se non hanno sortito effetto, cessino a fatto, e li beneficii siano ridotti alibertà, e le fatte da 40 anni in giú, quantonque siano perfezzionate, si rivedino da' vescovi e,trovatovi qualche defetto, siano annullate; e parimente siano revisti tutti li patronati da 40 anni ingiú, per aummento di dote o per nuova construzzione, e se non si troveranno in evidente utilità delbeneficio, siano rivocati, restituito a' patroni quello che da loro è dato.
10 Che ne' concilii provinciali, o diocesani siano elette quattro persone almeno con le debitequalità, a quali siano commesse le cause ecclesiastiche, che s'averanno a delegare da' legati, noncii,o dalla Sede apostolica, e le delegazioni ad altri fatte s'intendino sorrettizie.
11 Che li beni ecclesiastici non possino esser affittati con antecipato pagamento inpregiudicio de' successori, né si possino affittar le giurisdizzioni ecclesiastiche, né gli affittualipossino essercitarle; e le locazioni di cose ecclesiastiche, eziandio confermate dalla Sede apostolica,fatte da 30 anni in giú per tempo longo, cioè a 29 o piú anni, si debbino giudicar dalla sinodoprovinciale fatte in danno della Chiesa.
12 Che li tenuti a pagar decime, per l'avvenire le paghino a chi sono obligati intieramente, echi le tiene debbia esser escommunicato, né possi esser assolto se non seguita la restituzione. Etessorta tutti a far parte de' beni donatigli da Dio a' vescovi e parochi che hanno le chiese povere.
13 Dove la quarta de' funerali era solita pagarsi alla chiesa episcopale o parochiale da 40anni in su, e poi è stata concessa ad altri luoghi pii, sia a quelle ritornata.
14 Proibisce a tutti li chierici di tener in casa o fuori concubine o altre donne sospette, dalche, se ammoniti non s'asteneranno, siano privati della terza parte dell'entrate ecclesiastiche, e dopola seconda ammonizione privati di tutti e sospesi dall'amministrazione, e, perseverando, sianoprivati d'ogni beneficio et inabili ad averne sino che non saranno dispensati; e se, dopo averlelasciate, ritorneranno, siano anco scommunicati e la cognizione di queste cause appartenga a' solivescovi sommariamente. Ma li chierici non beneficiati siano da loro puniti di carcere, sospensione oinabilità. E li vescovi medesimi, se caderanno in simil errore, non emendandosi dopo esser amonitidalla sinodo provinciale, siano sospesi e, perseverando, siano denonciati al papa.
15 Che li figli di chierici non nati di legitimo matrimonio non possino aver beneficio, néministerio nelle chiese dove li loro padri hanno o hanno avuto beneficio alcuno, né possino averpensioni sopra li beneficii che il padre ha o ha avuto; e se in qualche tempo padre e figliuolo hannobeneficio nella medesima chiesa, il figliuolo sia tenuto resignarlo fra tre mesi, proibendo anco leresignazioni che il padre farà ad un altro, acciò quello resigni il suo al figliuolo.
16 Che li beneficii curati non possino esser convertiti in semplici e ne' già convertiti, se ilvicario perpetuo non ha entrata conveniente, gli sia assignata ad arbitrio del vescovo.
17 Contra li vescovi che si portano bassamente co' ministri de' re, co' titolati e baroni, cosínella chiesa come fuori, e con troppo indegnità non solo gli danno luogo, ma ancora gli servono inpersona, la sinodo, detestando questo e rinovando li canoni spettanti al decoro della degnitàepiscopale, commanda a' vescovi che se n'astengano et abbiano risguardo al proprio grado, cosí inchiesa come fuori, raccordandosi d'esser pastori, e commanda anco a prencipi et a tutti gl'altri chegli portino onor e riverenza debita a padri.
18 Che li canoni siano osservati da tutti indistintamente e non siano dispensati se non percausa conosciuta con maturità e senza spesa.
19 Che l'imperatore, re et ogni altro prencipe, che concederanno luogo per duello tracristiani, siano escommunicati e privati del dominio del luogo dove il duello sarà commesso, se loriconoscono dalla Chiesa; e li combattenti e padrini siano escommunicati, confiscati li beni eperpetuamente infami, e morendo nel duello, non siano sepolti in sacro; e quelli che loconseglieranno o in iure o in fatto, o persuaderanno al duello, e li spettatori siano scommunicati.
20 In fine fu letto il tanto essaminato capitolo della libertà ecclesiastica overo riforma de'prencipi. In quello la sinodo ammonisce li prencipi secolari, confidando che concederanno larestituzione delle raggioni sue alla Chiesa e redurranno li sudditi alla riverenza verso il clero e nonpermetteranno che gl'ufficiali et inferiori magistrati violino l'immunità della Chiesa e personeecclesiastiche, ma insieme con essi prencipi saranno obedienti alle constituzioni del sommopontefice e concilii, determinando che tutte le constituzioni de' concilii generali et apostoliche afavor delle persone ecclesiastiche e dell'ecclesiastica libertà siano osservate da tutti; ammonendol'imperatore, re, republiche e prencipi e tutti a venerar le cose che sono di raggione ecclesiastica enon permetter che da' signori inferiori o da' magistrati o ministri suoi siano violate, acciò li chiericipossino star alla sua residenza et essercitarsi negl'officii senza impedimento, con edificazione delpopolo.Dopo questo fu letto un decreto, del quale in nissuna congregazione s'era prima parlato, peril quale la sinodo decchiarava che in tutti i decreti di riforma fatti sotto Paolo, Giulio e Pio in quelconcilio, con qualsivoglia parole e clausule, s'intendi sempre salva l'autorità della Sede apostolica.
[Seguito della medesima sessione: decreto delle indulgenze, di digiuni, cibi e feste, indicede' libri proibiti]Non potendosi espedire, per esser l'ora tarda, il rimanente in quella sessione, secondo ladeliberazione presa nella congregazione generale, il rimanente fu differito al giorno seguente, nelquale, quantonque fosse già venuta nuova che il papa era megliorato et in tutto posto in sicuro dellavita, si fece la congregazione inanzi giorno; furono letti li decreti delle indulgenze, di finir ilconcilio e di dimandar la conferma, et approvati da tutti.Dopo il disnar si fece la sessione, nella quale fu letto il decreto delle indulgenze, che insostanza contiene: Cristo aver dato autorità di concederle alla Chiesa e lei aver usato daantichissimo tempo, e per tanto la sinodo insegna e commanda che l'uso di quelle sia continuatocome salutifero al popolo cristiano et approvato da' concilii, et anatematiza chi dirà che siano inutilio che la Chiesa non abbia potestà di concederle; e per servar l'antica consuetudine e provedergl'abusi, commanda che siano abolite tutte le questuazioni cattive, e quanto agl'altri abusi,commanda a' vescovi che ciascun raccolga tutti quelli della propria chiesa e gli proponga nellasinodo provinciale per riferirgli al papa che vi provegga. Intorno li digiuni e differenze de cibi etosservazione di feste, essorta li vescovi ad osservar li commandamenti della Chiesa romana, etintorno l'Indice, se ben quello era finito, non potendo la sinodo darne giudicio, ordina che tutto siaportato al papa e rimesso al giudicio suo; l'istesso facendosi del catechismo, messal e breviario.
Publicò ancora un altro decreto che per li luoghi dissegnati agli oratori non s'intendi pregiudicato adalcuno. In fine pregò li prencipi ad adoperarsi che li decreti del concilio non siano violatidagl'eretici, ma ricevuti et osservati da essi e da tutti; nel che, se nascerà difficoltà o bisogno didecchiarazione, il papa, chiamati quelli che giudicherà a proposito dai luoghi dove la difficoltànascesse, overo congregando concilii generali o con altro modo provederà. Furono dopo recitatitutti li decreti fatti sotto Paolo e Giulio in quel concilio, cosí in materia di fede come di riforma. Perultima cosa, il secretario andato in mezo, interrogò se piaceva a' padri che fosse posto fine a quellasinodo e, per nome di lei, da' legati e presidente dimandata al sommo pontefice Pio IV conferma ditutte le cose decretate sotto Paolo e Giulio e sotto la Santità Sua, e fu risposto, non ad uno ad unoper voti, ma da tutti insieme in una voce: «Placet». Il cardinal Morone, come primo presidente,concesse a ciascuno che s'era ritrovato in concilio et a tutti li presenti alla sessione indulgenzaplenaria, e benedisse il concilio e licenziò tutti che, dopo aver reso grazie a Dio, andassero in pace.
[Acclamazioni in concilio. Sottoscrizzione de' decreti]Fu antico costume delle chiese orientali di trattar le cose de' concilii nell'adunanza publica ditutti, e, venendo occasione, ben spesso occorrevano delle acclamazioni popolari, et alcune voltetumultuose, le quali però finivano in concordia; e nel fine li vescovi, trasportati per l'allegrezzacausata dalle concordi deliberazioni, passavano ad acclamazioni in lode degl'imperatori, cheavevano congregato il concilio e favorito, in commendazione della dottrina dal concilio decchiarata,in preghiere a Dio per la continua divina assistenza alla santa Chiesa, per la salute degl'imperatori eper la sanità e prosperità de' vescovi; le quali non erano meditate, ma secondo che lo spirito eccitavaalcun vescovo piú zelante a prorumper in qualche d'uno di quei concetti opportunamente, cosí ilcommun concorso gl'acclamava. Questo fu anco immitato in Trento, non però dando luogo a spiritopresentaneo d'alcuno, ma con aver prima meditato quello che doveva esser proposto e risposto, erecitandolo de scritto. Il cardinal di Lorena si prese cura non solo d'esser principale a componer leacclamazioni, ma anco d'intonarle; il che universalmente fu inteso per una leggierezza e vanità epoco condecente ad un tal prelato e prencipe far l'officio che piú tosto conveniva a' diaconi delconcilio, non che ad un arcivescovo e cardinale tanto principale. In quelle intonando il cardinale erispondendo li padri, fu pregato longa vita al papa et eterna felicità a Paolo e Giulio; e similmenteeterna memoria a Carlo V et a' re protettori del concilio; e longa vita all'imperatore Ferdinando et a're, prencipi e republiche; longa vita e molte grazie a' legati e cardinali; vita e felice ritorno a'vescovi, commendata la fede della santa general tridentina sinodo come fede di san Pietro, de' padrie degl'ortodossi: in una sola parola detto anatema a tutti gl'eretici in general, senza specificare néantichi, né moderni.Fu commandato sotto pena di scommunica a tutti li padri che sottoscrivessero di manopropria a' decreti. Il giorno seguente, che fu la dominica, fu consummato in questo, e per farloordinatamente, si fece quasi una congregazione, e le sottoscrizzioni furono di legati 4, cardinali 2,patriarchi 3, arcivescovi 25, vescovi 268, abbati 7, procuratori d'assenti 39, generali d'ordini regolari7.
E se ben già era stato deliberato che gl'ambasciatori sottoscrivessero dopo li padri, fu presacontraria risoluzione allora per piú rispetti: l'uno fu perché il non esservi ambasciatore francese,quando fossero vedute le sottoscrizzioni degl'altri e non quella, sarebbe stato una decchiarazioneche ' francesi non ricevessero il concilio; l'altro perché il conte di Luna si lasciava intender di nonsottoscriver assolutamente, ma con riserva, per non aver il re acconsentito al fine del concilio. Epublicarono li legati che, non essendo costume di sottoscriver li decreti se non da chi ha vocedeliberativa, sarebbe stata cosa insolita che ambasciatori sottoscrivessero.In Roma, quando successe l'infermità del pontefice, temendo tutti della vita sua, fu moltaconfusione nella corte, perché, non avendosi ancora visto morte di pontefice essendo il concilioaperto, si temeva grandemente quello che potesse succeder: avevano l'essempio del concilioconstanziense, il quale nell'elezzione aggionse altri prelati a' cardinali, e temevano che qualche cosasimile o peggiore non avvenisse; e se ben l'ambasciatore di Spagna affermava l'ambasciatore inTrento e li prelati spagnuoli aver commissione che l'elezzione fosse de' cardinali, con tutto ciò,atteso il poco numero di questi, le parole non davano piena confidenza. Fu grand'allegrezza quandos'intese il papa ristorato, parendo d'esser usciti di gran pericolo, la qual s'aummentò sopra modoquando s'intese il fine del concilio. Il pontefice ordinò per questo una solenne processione perringraziar Dio di tanto beneficio. In consistoro mostrò il gran contento che n'aveva; disse di volerloconfermare et anco aggiongergli altre riforme, di voler mandar 3 legati, in Germania, Francia eSpagna per essortar ad esseguir li decreti, per conceder le cose oneste e dar suffragio nelle cose deiure positivo.

References: in dubio
in fine
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e contrario
In fine
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