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Timestamp: 2017-01-16 19:17:54+00:00

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Omicidio Loris Stival: custodia cautelare in carcere per la mamma Veronica Panarello
Miscellanea Pubblicato il 9 aprile 2016 Articolo di Antonio Ciotola Miscellanea Omicidio Loris Stival: custodia cautelare in carcere per la mamma Veronica Panarello L’AUTORE: Antonio Ciotola
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In attesa della decisione del giudice di primo grado e degli esiti della perizia psichiatrica: i tempi in cui deve essere emessa la sentenza pena la scarcerazione dell’imputata. L’omicidio del piccolo Loris Stival, di appena 8 anni, ha suscitato grande sgomento e, come sempre accade per i processi che assurgono agli onori delle cronache, curiosità ed interesse generalizzato. Imputata per questo terribile delitto è, almeno sino ad oggi, solo la mamma Veronica Panarello.
A leggere le cronache di stampa che, di volta in volta, riportano particolari più o meno importanti della vicenda (la stampa ultimamente è concentrata nel parlare della nuova versione della donna secondo la quale ad ammazzare Loris sarebbe stato il suocero, suo amante, perché il bambino aveva scoperto la loro relazione intima) di modo che il pubblico interesse e la curiosità, talvolta anche macabra, non scemi con il passar del tempo.
Voglio subito dire una cosa: sono sempre stato contrario ai processi cd mediatici. Non mi è mai piaciuto il fatto che, esperti più o meno qualificati e sedicenti tali, intervengano nelle varie trasmissioni televisive (e/o radiofoniche) a parlare di colpevolezza o di innocenza, spesso senza nemmeno conoscere le “carte del processo”. Il rischio in questi casi è, non solo e non tanto, ingenerare nella pubblica opinione una idea “falsata” della realtà ma anche quello, senza dubbio più grave, di poter divenire un indebito strumento di pressione e condizionamento dei giudici che saranno chiamati a decidere sulla responsabilità dell’imputata.
Da avvocato non posso che sostenere che i processi si devono fare nelle aule dei tribunali e non nei salotti televisivi. A rendere lo scenario ancora più torbido ed inquietante contribuiscono le diverse versioni che la Panarello, nel corso dei mesi, ha fornito (e sta fornendo) senza che sia dato comprendere, allo stato, se ciò sia il frutto di una articolata strategia difensiva volta ad ingenerare confusione, nella speranza che da ciò possa derivarne un vantaggio processuale, oppure se si tratti di frammenti di verità che, piano piano, stanno venendo alla luce.
Nell’articolo, comunque, non mi occuperò di riportare e/o commentare le diverse versioni fornite dall’imputata, delle quali la stampa generalista se ne è già ampiamente interessata, ma cercherò di tratteggiare i contorni giuridici di due istituti: quello durata massima della custodia cautelare e quello connesso della durata massima delle indagini preliminari.
La durata massima delle indagini preliminari
In questa fase predominante è la figura del pubblico ministero al quale compete il coordinamento e la direzione delle attività investigative. La funzione e lo scopo delle indagini preliminari è quella di raccogliere gli elementi di prova che serviranno successivamente a sostenere l’accusa al processo [1].
Ma quanto possono durare le indagini preliminari? E’ evidente che le indagini preliminari debbano avere una data di inizio ed una di scadenza, non essendo tollerabile che una persona sia sottoposta ad indagini a tempo indefinito.
La durata ordinaria delle indagini preliminari è di sei mesi, prorogabili, di sei mesi in sei mesi, per due volte sino ad un termine massimo di diciotto mesi [2]. In taluni casi, per reati particolarmente gravi i cui accertamenti sono eccezionalmente complessi, il termine massimo è di due anni [3]. Il termine inizia a decorrere dal momento della iscrizione del nome dell’indagato nel registro delle notizie di reato. Le attività di indagini eventualmente compiute dopo la scadenza dei detti termini non sarà utilizzabile al processo.
Nel caso oggetto della nostra attenzione, però, sussiste un termine, di gran lunga più importante rispetto a quello della durata massima delle indagini preliminari: il termine massimo di custodia cautelare in carcere che, ove trascorra, determinerebbe la scarcerazione dell’imputata.
Il codice di procedura penale [4] detta una disciplina particolarmente articolata e complessa al fine di stabilire il termine massimo di durata della custodia cautelare cui può essere sottoposto l’imputato.
Non dobbiamo dimenticare, infatti, che nel nostro sistema giuridico vige il principio costituzionale della non colpevolezza [5] sino alla emissione di sentenza di condanna definitiva. Ciò significa, in buona sostanza, che l’imputata debba essere considerata non colpevole sino a quando non sarà pronunciata a suo carico la sentenza di condanna nei cd tre gradi di giudizio (primo grado, appello, cassazione). Nel nostro sistema processuale, la custodia cautelare in carcere è considerata misura eccezionale nel senso che di essa può e debba farsi uso, solo nei casi in cui ciò sia strettamente necessario [6].
Come si è accennato, il nostro codice di procedura penale prevede un meccanismo molto articolato che, tenendo conto delle varie fasi nelle quali si sviluppa il procedimento penale (indagini preliminari, giudizio di primo grado, giudizio di appello, cassazione) stabilisce, per ogni singola fase, qual è il termine massimo entro il quale devono essere compiuti determinati atti. Se ciò non avviene, la custodia cautelare diviene inefficace e l’imputato deve per ciò solo essere scarcerato. È previsto, ad esempio, per farla semplice e con un certo grado di approssimazione, che entro i termini di 3 mesi, 6 mesi o 1 anno (a seconda della gravità del reato in imputazione) debba essere emesso il provvedimento che dispone il giudizio. Se questo non avviene, l’imputato non potrà restare in carcere e dovrà essere liberato.
Oltre a questi termini che, riguardando le singole fasi del procedimento, sono detti termini di fase, sono previsti termini massimi oltre i quali, in ogni caso, non può andarsi sicchè, a prescindere dalla gravità dei reati per i quali si è processati, l’imputato deve essere scarcerato [7]. A prescindere dai reati in imputazione vuol dire, in sostanza, che qualunque sia il reato per il quale si è processati (anche reati di mafia ad esempio) se decorrono (passano) i termini massimi previsti dalla legge, l’imputato non potrà restare in carcere e dovrà essere scarcerato anche in presenza di elementi di prova che dimostrano la sua responsabilità penale in modo inequivoco.
Nel caso di Veronica Panarello quindi?
Nel caso oggetto della nostra attenzione dobbiamo preliminarmente chiarire una circostanza: l’imputata ha deciso, com’era sua facoltà fare, di definire il processo nelle forme del rito abbreviato condizionato alla perizia psichiatrica.
Il rito abbreviato è un procedimento speciale che si risolve alla udienza preliminare. In altri termini, nel processo a carico della Panarello, non assisteremo (come tra l’atro avvenuto anche per il delitto di Cogne) alle testimonianze delle persone (periti, consulenti, ed altri soggetti comunque in grado di fornire notizie utili per l’accertamento dei fatti) in aula (non c’è in pratica il classico dibattimento penale) essendo caratteristica del rito prescelto quella della definizione allo stato degli atti, integrati, nel nostro caso, dagli esiti della disposta perizia psichiatrica.
In pratica il giudice per l’udienza preliminare (il gup) acquisirà il fascicolo di indagine del pubblico ministero e, integrati quegli atti con gli esiti della disposta perizia psichiatrica, emetterà la sentenza a carico dell’imputata. Il tutto dovrà avvenire, pena la perdita di efficacia della custodia cautelare in carcere (da cui deriverebbe la scarcerazione dell’imputata) entro 1 anno e 6 mesi da quando è stato disposto il giudizio abbreviato condizionato (era il 3 gennaio 2015).
[1] Per approfondimenti sul punto leggi altro articolo “Dalle indagini preliminari al rinvio a giudizio: uno sguardo d’insieme”.
[2] Art. 405 cod.proc.pen.
[4] Art. 303 cod.proc.pen.
[5] Art. 27 Cost.
[6] Per approfondimenti leggi articolo “Potrebbe essere scarcerata la mamma che gettò la figlia in un bidone dei rifiuti”, in questa rubrica.
[7] Art 303, co 4 cod.proc.pen.
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 Art. 405
 Art. 303
 Art. 27