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Timestamp: 2019-01-16 06:58:41+00:00

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SULLA INDICAZIONE TEMPESTIVA E SPECIFICA DEI FATTI NELLA ARTICOLAZIONE DELLA PROVA TESTIMONIALE NEL PROCESSO CIVILE ORDINARIO (Cass. 19/01/2018 n° 1294) A cura dell’Avv. Antonio Arseni- Foro di Civitavecchia. | ORDINE AVVOCATI CIVITAVECCHIA
GIURISPRUDENZA, GIURISPRUDENZA CIVILE, SCUOLA FORENSE ottobre 9, 2018 avvocati
Sommario “ 1. Premessa introduttiva 2. Sulla indicazione specifica dei fatti. 3.Sulla articolazione istruttoria c.d. valutativa e 3.1……sulla ammissibilità dei c.d. apprezzamenti inscindibili dal fatto. 4. Sulla prova orale negativa. 5. La mancata specificazione dei fatti comporta una nullità rilevabile di ufficio o no?. 6 Sulla inammissibilità della prova relativa alle modalità di indicazione dei testimoni.
Come è noto la tempestività e la specificità rappresentano le due fondamentali direttrici di cui occorre tener conto nel momento in cui, chiusa la fase assertiva, attraverso la fissazione del thema decidendum, ovvero la cristallizzazione del complesso dei fatti costitutivi delle domande ed eccezioni delle parti, che delimitano l’oggetto del giudizio, si passa alla successiva fase della fissazione del thema probandum, finalizzata ad assolvere alla funzione di fornire il relativo supporto probatorio. Uno snodo importante del processo civile , dipendendo dal corretto svolgimento delle attività assertive e della deduzioni dei mezzi di prova gli esiti della causa.
In questo senso, il nesso eziologico e processuale tra attività assertiva e probatoria conduce ( come precisato dalla dottrina e dalla giurisprudenza) alla affermazione del principio secondo cui non sarebbe possibile provare fatti che non siano stati ritualmente e tempestivamente allegati dalle parti. Ed, invero, l’allegazione tempestiva del fatto (negli atti introduttivi) determina la rilevanza probatoria dello stesso e dei mezzi istruttori articolati per dimostrarne la esistenza.
Sotto altro profilo, in presenza di una tempestiva deduzione di prova di un fatto, la stessa risulterà inammissibile nella misura in cui quel fatto non sia stato allegato tempestivamente entro il termine stabilito per le deduzioni assertive.
La giurisprudenza di legittimità da tempo insiste sugli enunciati principi facendo riferimento, a tal proposito, alla “necessaria circolarità” fra gli oneri di allegazione , di contestazione e quelli della prova (cfr. Cass. S.U. 17.6.2004 n.11353)
Le preclusioni probatorie, di cui sopra si è fatto cenno, scandiscono l’attività istruttoria del processo permettendo al giudice, attraverso l’assunzione delle prove, di addivenire all’accertamento del fatto controverso che, però, non sempre si risolve in un accertamento della verità storica del fatto stesso. Non è qui il luogo per affrontare l’interessante dibattito, fra i cultori del diritto, che si registra in subiecta materia, pur ricordando, in via generale, che nel nostro sistema l’accertamento della verità deve coniugarsi con l’esigenza del giusto processo e della sua ragionevole durata, secondo i principi scolpiti nella Carta Costituzionale.
Di qui la comune opinione, abbastanza diffusa nella cultura processualistica, che dal processo inevitabilmente non può che scaturire una verità relativa ( e non assoluta) avendo la prova una funzione retorica-persuasiva ossia finalizzata a creare nella mente del giudice una credenza intorno alla verità o falsità dei fatti. L’obbligazione fondamentale del difensore consiste, infatti, nel cercare di far prevalere , con ogni mezzo, ovviamente legittimo, la posizione del proprio cliente servendosi delle prove essenzialmente per permettere allo stesso di essere dichiarato vincitore nella contesa processuale, in un contesto, dunque, in cui il giudice è chiamato all’accertamento dei fatti controversi, attraverso l’assunzione delle prove funzionalmente alla definizione della lite ed in prospettiva della certezza dei rapporti giuridici. Ciò ha fatto dire ad autorevole dottrina ( Reali, L’istruzione probatoria nel processo ordinario ed in quello del lavoro, in Riv. Trim.2011, 396) che “la verità è circoscritta nei confini del principio del contraddittorio, della parità tra le parti, della terzietà ed imparzialità del giudice e della ragionevole durata”
Detto questo e concentrando l’attenzione sulla esigenza di specificità della articolazione della prova orale va subito richiamato il referente normativo rappresentato dall’art 244 cpc ( “ la prova per testimoni deve essere dedotta mediante la indicazione specifica delle persone da interrogare e dei fatti, formulati in articoli separati, sui quali ciascuno di essi deve essere interrogato”) sulla esatta interpretazione del quale è intervenuta di recente la Corte Regolatrice, con sentenza 19.01.2018 n. 1294, che ha avuto il merito di fare chiarezza in subiecta materia, fornendo agli operatori del diritto precise ed utili coordinate orientative.
2.Sulla indicazione specifica dei fatti
L’onere di indicazione specifica dei fatti, formulati in articoli separati, come si sa, è imposto per consentire alle controparti una congrua difesa e, se del caso, per formulare una prova contraria, ma anche per permettere al Giudice di farsi una idea ed esprimere il proprio punto di vista in merito alla rilevanza ed ammissibilità della capitolazione istruttoria.
Evidentemente si tratta di due parametri a disposizione del Giudice per la verifica, nel caso concreto, della ricorrenza del requisito della specificità di cui si è detto.
La giurisprudenza ha fornito chiare indicazioni attraverso le quali valutare se detto requisito può dirsi rispettato, che si compendiano secondo il seguente schema.
È bene ricordare che il giudizio sulla idoneità della specificazione dei fatti va condotto non solo alla stregua della letterale formulazione dei capitoli medesimi, ma anche ponendo il loro contenuto in relazione agli altri fatti di causa ed alle deduzioni dei contendenti (Cass. 10272/1995, Cass. 2201/2007, Cass. 3280/2008).
3. Sulla articolazione istruttoria c.d. valutativa
Altro aspetto importante è che la capitolazione va articolata in relazione a fatti obiettivi e non può essere formulata al fine di ottenere dal teste un mero giudizio del fatto, scevro da riferimento oggettivi. Ed, invero, nelle aule di giustizia non c’è giorno in cui non si discuta della inammissibilità di una testimonianza valutativa.
E’ indubbio che il Giudice debba essere compiutamente edotto di tutti quegli elementi necessari a ricostruire il fatto storico, depurato da ogni e qualsiasi giudizio personale che potrebbe distorcere la realtà del fatto stesso.
Purtuttavia non sempre è agevole stabilire fino a quando possa parlarsi di riferimento ad un fatto e quando al contrario ricorra l’ipotesi di giudizio personale del fatto narrato
3.1 ….. e sulla ammissibilità dei c.d. apprezzamenti inscindibili dal fatto. Esempi
Così è stato ritenuto (Cass. 1937/2003 ma anche Cass. 2270/1998) che il Giudice di merito potesse avvalersi di una testimonianza circa la velocità tenuta da un veicolo coinvolto in un incidente stradale, giacché il testimone è chiamato a formulare un giudizio verità e non di valore (altro criterio aggiunto ultimamente dalla Corte Regolatrice in argomento) e poiché sono sempre consentiti gli apprezzamenti che non sia possibile scindere dalla esposizione dei fatti, salva la valutazione del Giudice sulla attendibilità del teste.
Agli apprezzamenti di assoluta immediatezza praticamente inscindibili dalla percezione dello stesso fatto storico si riferisce la Cassazione in materia di rapporto di lavoro laddove è stata esclusa la inammissibilità delle prove espletate per l’accertamento della natura subordinata od autonoma della prestazione lavorativa di un soggetto che era stato visto svolgere mansioni “semplici e ripetitive” (Cass. S.U. 5227/2001).
Sempre in materia di lavoro la Corte Regolatrice ha opinato per l’ammissibilità di una prova per testi, in fattispecie di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, la cui capitolazione si incentrava sulla sussistenza o meno di una riorganizzazione della attività lavorativa – in particolare della distribuzione tra le varie posizioni di lavoro delle fasi produttive- in una piccola azienda (Cass. 5/2001).
Ma il caso più significativo giudicare se una capitolazione istruttoria possa o meno sostanziare una valutazione inammissibile, è fornito dalla vicenda dei danni richiesti da una signora nei confronti di un Comune friulano resosi responsabile della caduta, all’interno di un edificio storico, di proprietà municipale, riconducibile, a dire della donna, alla “scivolosità” del pavimento, che era stato “poco prima pulito e ricoperto con un enorme quantità di materiale per lucidare i pavimenti a base di cera” (Cass. 9526/2009).
Approdata la causa in Cassazione, gli Ermellini, proprio in ragione dei sopraesposti principi, davano ragione alla donna, annullando la sentenza di Appello, che a sua volta aveva confermato quella di rigetto della domanda emessa dal Tribunale, stabilendo che “in materia di prova testimoniale, benché i giudizi non possono costituire oggetto di prova, essendo vietato domandare ai testi la valutazione dei fatti, laddove si tratti di apprezzamenti di assoluta immediatezza, praticamente inscindibili dalla percezione dello stesso fatto storico, essi possono concorrere al convincimento del giudice”.
4. Sulla prova orale c.d. negativa
Per questo non sarebbe possibile la prova degli stessi finché non è possibile dare la dimostrazione di un non accadimento.
Famoso, al riguardo, quanto diceva un famoso filosofo vissuto in epoca antica (Parmenide) secondo il quale “ciò che è è e non può non essere; ciò che non è non è e non può essere”.
Purtuttavia, ha chiarito la giurisprudenza di legittimità e di merito, con indirizzo costante, che, non essendo possibile la materiale dimostrazione di un fatto non avvenuto, la relativa prova può essere data con uno specifico fatto positivo contrario od anche mediante presunzioni dalle quali possa desumersi il fatto negativo.
Ed, invero, l’onere della prova su chi agisce o resiste in giudizio, non subisce deroga quando abbia ad oggetto fatti negativi. In questo senso Cass 14854/2013, ma analogo principio è stato affermato, per citare le più recenti decisioni, da Cass. 11757/2013, Cass. 9201/2015 e tra i Giudici di merito, da Tribunale di Vibo Valentia 145/2016, Tribunale di Bari 2355/2016, Tribunale di Massa 567/2016, Tribunale di Grosseto 792/2017, Tribunale di Torre Annunziata 1798/2017, fino, da ultimo, a Tribunale di Busto Arsizio 298/2018 (tutte in De Jure Giuffrè 2016-2017-2018).
5. La mancata specificazione dei fatti, nel senso sopra chiarito, comporta una nullità rilevabile d’ufficio o no?
Va subito detto che la sentenza della S.C. 1294/2018 ha il merito di portare valore aggiunto nell’ambito di un dibattito in cui si è di nuovo affermato (v. Cass. 2492/2016) “che le formalità relative alle modalità di deduzione ed ammissione della prova per testi, sono stabilite non per ragioni di ordine pubblico, ma per la tutela degli interessi di parte; pertanto la nullità derivante dalla violazione delle stesse formalità sono relative e non rilevabili di ufficio dal Giudice, ma devono essere eccepite nella prima udienza successiva a quella in cui si sono verificate, nel caso in cui la parte interessata non era presente all’udienza, mentre se era presente all’escussione della prova ed aveva assistito all’atto istruttorio senza opposizione, la nullità ove esistente deve considerarsi sanata”.
Orbene, a ben vedere, la vicenda processuale in cui interviene Cass. 2492/2016, aveva riguardato non tanto l’ipotesi di mancata deduzione in modo specifico della prova per testi, ma la diversa ipotesi in cui era stata superata ogni questione relativa al vaglio di ammissibilità di detta prova, riconducendosi il vizio di nullità della stessa al momento successivo della sua assunzione . Questa, infatti, era stata effettuata non attraverso la lettura di separati capitoli e la verbalizzazione delle risposte, ma attraverso lettura e la conferma di quelle già fornite dagli stessi testi alle udienze svoltesi nel giudizio di primo grado, definito con sentenza poi dichiarata nulla dalla Corte di Appello, trattandosi di una nullità relativa e sanata poiché la parte non aveva sollevato alcuna eccezione all’udienza di espletamento delle prove.
Ed ancora di una nullità sanabile per acquiescenza della parte interessata, non essendo rilevabile d’ufficio, si parla nella ipotesi in cui il Giudice, avvalendosi della facoltà di cui all’art. 253 c.p.c., rivolgendo al teste le domande utili a chiarire i fatti oggetto della sua deposizione, travalica il limite rappresentato dal divieto di supplire alle deficienze del mezzo istruttorio proposto ed ammesso (Cass. 12192/2015). Infine il principio della non rilevabilità d’ufficio di una ipotesi di inammissibilità della prova per testi risulta mitigato “quando la prova stessa verta su apprezzamenti e valutazione del testimone piuttosto che su fatti specifici a conoscenza dello stesso: infatti, poiché il Giudice non può legare il suo convincimento ai giudizi dei testi, la predetta prova resterebbe comunque inutilizzabile anche in assenza di una eccezione di parte (v. Cass. 8620/1996).
Abbiamo voluto richiamare detti concetti per dire come la S.C. nella sentenza 1294/2018 – superando i vecchi schemi che individuavano il fondamento delle regole che sovrintendono all’ammissione di una prova per testi non in un principio di ordine pubblico ma piuttosto a motivo essenzialmente di tutela dell’interesse privatistico- abbia argutamente osservato che la “specifica indicazione dei fatti non attiene al piano di validità della prova ma a quello preliminare del giudizio di rilevanza”.
In buona sostanza, chiarisce la S.C. che “mentre la violazione di una regola di validità quale quella di cui all’art. 246 c.p.c. (incapacità teste), posta a tutela dell’interesse delle parti, ha carattere relativo ed è rilevabile solo su eccezione delle parti, l’apprezzamento in ordine alla specifica indicazione dei fatti da provare si colloca su un piano preliminare, in quanto relativo alla rilevanza della prova e, dunque, l’eventuale mancanza della specifica indicazione resta rilevabile d’ufficio.”(così testualmente v. parte motiva di Cass.1294/2018).
5. Sulla inammissibilità della prova relativa alle modalità di indicazione dei testimoni.
L’abrogazione degli ultimi due commi dell’art. 244 c.p.c., operata con la legge 353/1990, impedisce attualmente al Giudice di supplire alle lacune delle parti concedendo alle stesse un termine per la indicazione del nominativo dei testi, con la conseguenza che, in caso di omessa specificazione, la prova sarebbe inammissibile ed il relativo vizio rilevabile d’ufficio.
Si segnala anche che secondo altra decisione della S.C. (3655/1998) nell’art. 244 c.p.c. si richiede la precisa indicazione del fatto e non la posizione del teste in ordine allo stesso.
Settembre 2018 Avv. Antonio Arseni – Foro di Civitavecchia
allegazione, art 244 cpc, articolazione, indicazione dei fatti, processo civile, PROVA, testimone

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