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Timestamp: 2018-09-19 00:59:00+00:00

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Dell'onere della prova per i soggetti apicali
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Dell’onere della prova per i soggetti apicali nel D.Lgs. 231/01
Mi son sempre chiesto come funziona la contraddizione contenuta nell’art. 6 del D.Lgs. 231/01 che inizia con “1. Se il reato è stato commesso dalle persone..” apicali, “…l’ente non risponde se prova che: …”.
Mi spiego, ma l’onere della prova non è della “pubblica accusa”?
Ho la fortuna di conoscere un bravissimo cultore della materia e professionista del settore, che, credetemi, è un fenomeno (è bravissimo e ha classe): la cosa più importante però è che mi ha risposto.
Leggerete e capirete tutto.
L’onere della prova ex 231: brevi chiose per un (forse improbabile) chiarimento
1. L’onere della prova ex 231: il “rovesciamento degli emisferi”.
Come è noto, nel processo penale la prova della colpevolezza dell’imputato grava sull’accusa, la quale deve superare la soglia dell’“oltre ogni ragionevole dubbio” (1).
Tale fondamentale guarentigia – che informa di sé l’intero ordinamento processuale – ha conosciuto, nel 2001, una rilevante eccezione, in occasione dell’introduzione in Italia della responsabilità ex crimine degli enti. Invero, l’art. 6 del d.lgs. 231/2001 (d’ora innanzi “Decreto”), nel disciplinare la corporate liability con riguardo ai reati commessi dai soggetti in posizione apicale, ha introdotto un meccanismo di inversione dell’onus probandi (“l’ente non risponde se prova che…”), ragion per cui deve essere la società a provare le gravose condizioni contemplate dal citato disposto normativo (in particolare, la fraudolenta elusione delle prescrizioni del modello da parte del soggetto apicale, vera e propria probatio diabolica a carico dell’ente).
Il “rovesciamento degli emisferi” che è così venuto a crearsi ha posto numerosi dubbi di legittimità costituzionale, in particolare alla luce dell’art. 27 Cost., ove è enucleato il principio della presunzione di non colpevolezza.
2. Le acrobazie della Suprema Corte (se in claris non fit interpretatio…).
Seppur nell’evidenza del dato legislativo, il quale non sembra lasciare margini di dubbio circa l’attribuzione dell’onere della prova in capo all’ente, la Corte di Cassazione – in una sentenza dalla portata (si badi: apparentemente) rivoluzionaria in subiecta materia (2) – ha escluso che l’art. 6 del Decreto postuli un’inversione dell’onus probandi (Corte di Cassazione n. 27735 del 16 luglio 2010).
Decisivo appare il seguente passaggio della sentenza de qua: “Nessuna inversione dell’onere della prova è, pertanto, ravvisabile nella disciplina che regola la responsabilità da reato dell’ente, gravando comunque sull’Accusa l’onere di dimostrare la commissione del reato da parte di persona che rivesta una delle qualità di cui al D.Lgs. n. 231, art. 5, e la carente regolamentazione interna dell’ente. Quest’ultimo ha ampia facoltà di fornire prova liberatoria”.
Pertanto, secondo gli Ermellini, la pubblica accusa – oltre a dover dimostrare la colpevolezza della persona fisica che ha agito nell’interesse dell’ente (il che appare ovvio in base ai principi dell’ordinamento processuale penale) – dovrebbe altresì provare “la carente regolamentazione interna” all’ente medesimo. Si tratta di un’affermazione che contraddice, claris verbis, quanto espressamente previsto dall’art. 6 del Decreto, norma, questa, che addossa inequivocabilmente alla società la gravosa prova liberatoria consistente nell’addurre la sussistenza di tutte le condizioni previste dalla stessa disposizione normativa.
2.1 Che fine fanno, dunque, i requisiti della “prova liberatoria” ex art. 6 del Decreto?
A questo punto, una domanda è d’obbligo. Se, come chiarito dalla Cassazione, è il pubblico ministero che deve provare la colpevolezza organizzativa dell’ente (dunque il fatto che quest’ultimo non abbia adottato e/o efficacemente attuato un modello organizzativo prima della commissione del reato-presupposto), che ruolo giocano le condizioni tramite cui si estrinseca la (finora c.d.) “prova liberatoria” ex art. 6 del Decreto?
Tali condizioni, nisi fallor, dovrebbero tradursi in una sorta di possibilità in più per l’ente, il quale, seppur “sgravato” dalla presunzione di colpevolezza che l’art. 6 sembrava enucleare, potrebbe sempre attivarsi per far cadere le accuse che gli vengono mosse. Interpretazione, quella in esame, che appare del tutto pindarica e che – come sottolineato in dottrina (3) – contrasta clamorosamente col dettato del Decreto (“l’ente non risponde se prova che” appare, infatti, una formula sufficientemente chiara nel porre a carico della società l’onere di fornire la prova dell’insussistenza della c.d. colpevolezza organizzativa).
Il fondato sospetto, allora, è che la Suprema Corte abbia optato per un’interpretazione a dir poco acrobatica, tutta tesa a salvare l’art. 6 del Decreto dalla palese incostituzionalità, specie, come già si è osservato, alla luce del principio di non colpevolezza ex art. 27 Cost.
2.2 Ma siamo proprio sicuri che sia caduta la presunzione di colpevolezza?
L’asserita “rivoluzione copernicana” che la richiamata sentenza avrebbe comportato, pare dover essere revocata in dubbio. Infatti, se, ancora una volta, non ci sbagliamo, l’affermazione della Cassazione, secondo cui la pubblica accusa deve provare anche la carente regolamentazione interna all’ente (il che significa, come si è detto, dimostrare la non adozione e/o l’inefficace attuazione del modello), non pare determinare quella caduta della presunzione di colpevolezza che l’art. 6 del Decreto enuclea con tutta evidenza.
Invero, se il pubblico ministero fornisce la prova della colpevolezza dell’apice, ciò si traduce, ipso facto, nella dimostrazione della carente regolamentazione interna alla società. In altri, più semplici, termini, la commissione del reato scredita il modello che (eventualmente) l’ente abbia adottato e che, se fosse stato efficacemente attuato, avrebbe impedito il verificarsi dell’illecito.
A questo punto, solo provando che l’autore del reato abbia fraudolentemente eluso le prescrizioni del modello (probatio autenticamente diabolica), la società potrà evitare l’irrogazione delle sanzioni ex 231. Tale prova, però, rimane a carico dell’ente, posto che la sentenza 27735 parla solo di “carente regolamentazione interna”.
Di conseguenza, lo sforzo probatorio della pubblica accusa non appare così insormontabile (e diviene quasi automatico una volta che il P.M. abbia dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, la colpevolezza dell’imputato), mentre all’ente viene addossato un onere di prova liberatoria alquanto difficile da sostenere.
A nostro avviso, pertanto, la sentenza in commento non apporta alcuna significativa modifica del meccanismo delineato dall’art. 6 del Decreto, rimanendo infatti intatta la presunzione di colpevolezza a carico dell’ente, nell’ipotesi di reati commessi da soggetti in posizione apicale.
In chiusura di queste brevi note, è auspicabile che il legislatore rimetta mano al sistema dei presupposti della responsabilità degli enti, perseguendo la via già tracciata dal progetto di riforma presentato dall’ex Ministro della Giustizia Alfano nei primi giorni di luglio del 2010, progetto in cui si prevedeva, tout court, l’eliminazione del meccanismo dell’inversione dell’onus probandi sopra descritto.
Dott. Stefano Lorenzo Antiga
Studio Legale Riponti, Conegliano (TV)
Già direttore del sito “Diritto penale dell’economia-Rivist@ on line” (www.penaleeconomico.com *)
(1) Cass. pen., sez. VI, 18.02.2010, n. 27735, in Guida al diritto, 2010, 39, 98 (s.m.).
(2) Come osserva LONGO, L’oltre ogni ragionevole dubbio come regola di giudizio, in www.filodiritto.com, “Il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio, come affermato dalla giurisprudenza di legittimità, rappresenta il limite alla libertà di convincimento del giudice, apprestato dall’ordinamento per evitare che l’esito del processo sia rimesso ad apprezzamenti discrezionali, soggettivi e confinanti con l’arbitrio: si tratta di un principio che permea l’intero ordinamento processuale e che trova saliente espressione nelle garanzie fondamentali inerenti al processo penale quali la presunzione di innocenza dell’imputato, l’onere della prova a carico dell’accusa, l’enunciazione del principio in dubio pro reo e l’obbligo di motivazione e giustificazione razionale della decisione a norma degli artt. 111 c. 6 Cost. e 192 c. 1 c.p.p.”.
(3) Cfr. PECE, La natura della responsabilità dell’ente, i criteri di imputazione soggettiva e l’onere della prova ex art. 6 d.lgs. 231/01 nella sentenza della Corte di Cassazione n. 27735 del 16 luglio 2010 e nei precedenti giurisprudenziali, in www.aodv231.it
* non più online, purtroppo…
Ah, ho chiesto di chiarire anche gli aspetti colposi e tale art. 6 per gli apicali… E mi ha risposto anche qui: ma vedrete che arriva un approfondimento (almeno lo spero) ;)!
Per quanto riguarda i reati colposi, evidentemente il requisito dell’elusione fraudolenta del modello non si regge in piedi. E’ inevitabile. Il fatto è che, ab origine, il Decreto contemplava solo reati dolosi e, di conseguenza, tutto il suo impianto – per così dire – è stato costruito su di esso.
Effettivamente, come ho scritto anche nel contributo, la prova dell’elusione fraudolenta del modello costituisce una prova complessissima, se non addirittura impossibile. Nei reati colposi, a rigore, non avrebbe alcun senso. Però c’è un altro problema. La commissione del reato scredita l’efficace attuazione del modello. Nei reati dolosi, c’è la (difficilissima) via di fuga che è data dalla prova dall’elusione fraudolenta del modello; nei reati colposi, per come la penso io, si dovrebbe provare che il lavoratore ha tenuto una condotta abnorme, cioè del tutto al di fuori delle procedure di sicurezza che l’ente ha predisposto al fine di prevenire gli infortuni.
Non appena potrò, butterò giù qualche brevissima riflessione anche su questo punto.
Il mio commento è che quindi solo la condotta abnorme e imprevedibile interrompe la responsabilità dell’impresa come quella penale del datore di lavoro…
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Un commento a “Dell’onere della prova per i soggetti apicali nel D.Lgs. 231/01”
Dell’onere della prova per i soggetti apicali nel D.Lgs. 231/01 | studioFonzar's Blog scrive:
Scritto il 11-6-2013 alle ore 15:30
[…] … continua qui … […]

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 5
 art. 6
 art. 6
 art. 27
 sentenza 
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 Cass. 
in dubio
 art. 6
 sentenza 
 art. 6