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Timestamp: 2019-06-26 16:15:52+00:00

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novembre 2016 - Assistenza Legale Roma
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Compravendita. Art. 1491 codice civile: l’esclusione della garanzia non opera quando la consegna della merce avvenga in un momento successivo alla conclusione del contratto.
cassazione civile, sezione II, 18.11.2016 n. 23521
In fatto. La Sig.ra [X] conveniva in giudizio l’impresa [Y] per sentire dichiarare la risoluzione per inadempimento del contratto di acquisto di arredi stipulato verbalmente e per ottenere la conseguente condanna della convenuta alla restituzione del prezzo di acquisto del mobilio risultato, alla consegna, difettoso, oltre al risarcimento del danno. Il Tribunale adìto rigettava la domanda ritenendo i vizi dei beni venduti facilmente riconoscibili dalla compratrice, la quale, prima del perfezionamento del contratto di acquisto, aveva verificato le condizioni del mobilio, che le era stato venduto ad un prezzo notevolmente scontato rispetto al prezzo di listino. Proposto appello dalla [X], sulla base della [asserita] erroneità della decisione del giudice di primo grado a fronte della inapplicabilità alla fattispecie della garanzia per i vizi della cosa venduta, la Corte territoriale rigettava l’appello affermando che, essendo il mobilio in esposizione presso il punto vendita, era agevolmente visionabile ed ispezionabile, di talché i vizi dei beni erano agevolmente riconoscibili dalla compratrice prima del perfezionamento del contratto di acquisto, non risultando, peraltro, che il venditore ne avesse escluso la sussistenza. Da ciò, agli effetti dell’art. 1491 c.c., l’inoperatività della garanzia per i vizi ex art. 1490 e il rigetto della domanda di risoluzione per inadempimento. Non rimaneva alla soccombente che rivolgersi alla Suprema Corte di Cassazione, affidando il proprio ricorso a tre motivi.
In diritto. Gli Ermellini, peraltro inserendosi nel solco tracciato dalla giurisprudenza di legittimità, hanno ritenuto fondato, e quindi accolto, il primo motivo di ricorso con il quale la ricorrente aveva dedotto, per quanto qui rileva, la violazione e falsa applicazione degli artt. 1490, 1491 e 1497 c.c., a mente dei quali l’esclusione della garanzia per i vizi della cosa venduta nell’ipotesi di conoscenza o di riconoscibilità dei vizi stessi da parte dell’acquirente, prevista dall’art. 1491 c.c., non opera quando, come nella specie, la consegna dei beni sia successiva alla stipulazione del contratto.
Il giudici di Piazza Cavour, ricordando che la Corte di Appello aveva attribuito la responsabilità all’acquirente per la riconoscibilità dei vizi al momento della conclusione del contratto, trattandosi di mobilia esposta e perciò visionata nel negozio del venditore, hanno quindi ritenuto di dare continuità alla interpretazione seguita dalla Suprema Corte secondo cui, «nel contratto di compravendita, l’art. 1491 c.c. – in base al quale il venditore non è tenuto alla garanzia per i vizi della cosa venduta ove questi siano facilmente riconoscibili al momento della conclusione del contratto – non opera quando la consegna della merce sia successiva a tale conclusione Qualora, invero, la consegna della merce sia successiva alla conclusione del contratto, come nel caso in esame, ai fini dell’esclusione della garanzia di cui all’ultima parte dell’articolo 1491 c.c., la facile riconoscibilità dei vizi della cosa venduta deve essere, piuttosto, verificata con riferimento non al momento della conclusione del contratto, bensì a quello in cui il compratore abbia ricevuto la merce, in questo momento soltanto potendo egli esaminare lo stato in cui essa si trova (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 8880 del 18/04/2011; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 8192 del 03/04/2009; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 851 del 26/01/2000)».
Affido condiviso del cane con l’interruzione della convivenza
Di Cristiana Centanni il 9 novembre 2016 con 0 Commenti
Tribunale Civile di Roma, Sez. V, 15.03.2016 n. 5322
Con l’interruzione della convivenza more uxorio tra le parti, a seguito della fine della loro relazione sentimentale, il giudice adìto, in assenza di una specifica norma di riferimento, ha applicato per analogia all’animale domestico [un cane adottato dalla convivente] la disciplina riservata ai figli minori.
Parecchi i casi di separazione in cui gli ex si contendono cani o gatti, un tempo gestiti insieme. Ed allora, di fronte al ritardo del legislatore per essere giacente in Parlamento da tempo una proposta [a far data dal 2013 da parte della paladina animalista Annamaria Brambilla] di regolamentazione in materia vòlta a colmare un buco nella gestione delle separazioni, il Tribunale di Roma, con una sentenza pervasa da forte sensibilità, ha dato via libera all’affido condiviso del cane.
Il fatto. La Signora [X], all’epoca della sua convivenza con [Y], aveva adottato un cane, raccogliendolo dalla strada, iscritto a suo nome all’anagrafe canina con regolare microchip, cane che aveva poi portato con sé, nella nuova residenza, una volta interrotta la convivenza medesima.
Il Sig. [Y] ha continuato a vedere il cane per alcune ore al giorno, su concessione di [X]. Alla richiesta di [Y] di tenere con sé il cane per un determinato fine settimana, la [X] rispondeva positivamente ma da quella data il cane non le era stato più riconsegnato. Pertanto, la Signora ha convenuto in giudizio l’ex convivente per sentir ordinare allo stesso la restituzione in suo favore del cane illegittimamente detenuto nonché per sentirlo condannare al risarcimento di tutti i danni da lei subìti a fronte della sottrazione del proprio animale. Costituitosi in giudizio, [Y] ha rivendicato di essere stato sempre lui a prendersi cura del cane, rinvenuto nei pressi della sua abitazione, ma che il microchip era stato posto a nome non suo ma dell’attrice perché quest’ultima, e non lui, aveva la residenza in Roma. Il convenuto, quindi, ha concluso per il rigetto della domanda dell’attrice e, in via subordinata, per sentir dichiarare la titolarità di fatto e formale del cane.
In diritto. Nessuna delle due domande ha trovato ingresso. Il Giudice anzitutto sottolinea la mancanza, nell’ordinamento italiano, di una norma di riferimento che disciplini l’affidamento di un animale domestico in caso di separazione dei coniugi o dei conviventi. Basti pensare al ritardo, ricorda il giudice di merito, con cui il legislatore, nel 2012, ha equiparato lo status di figlio naturale a quello legittimo. E così, prendendo a riferimento due precedenti decisioni, una del Tribunale di Foggia, che in una causa di separazione, ha affidato il cane ad uno dei due coniugi, concedendo all’altro il diritto di visita per alcune ore determinate nel corso della giornata, ed altra del Tribunale di Cremona che, sempre in una causa di separazione, ha disposto l’affido condiviso del cane con obbligo di suddivisione al 50% delle spese per il suo mantenimento, applicando, i due Tribunali, per analogia, la disciplina riservata ai figli minori, valutando l’interesse privilegiato delle due pronunce in quello materiale-spirituale-affettivo dell’animale, il Tribunale di Roma si è inserito nel solco di tale orientamento. «E certamente, dal punto di vista del cane, non rileva assolutamente se sia stato l’uno a concedere all’altro questo “favore” [diritto di visita]…E’ indubbio che il cane si sia affezionato ad entrambe [le parti], le abbia identificate entrambe come i suoi “padroni”, termine poco piacevole, e si sia abituato, per circa tre anni, a vivere, a periodi alterni, con una solo di loro, in abitazioni e luoghi diversi, condividendo abitudini di vita diverse». Né rileva il fatto che il cane da tre anni non vede l’attrice, data la ben nota ‘memoria affettiva’ dei cani: tre anni non possono cancellare sei anni di cure prestate dall’attrice e di affetto reciproco che indubitabilmente li ha legati, ricorda il Giudice. Affido condiviso quindi, come regolamentato in sentenza.
All’uomo la condanna al pagamento delle spese legali in quanto, avendo ‘rapito’ il cane, ha privato la donna di un affetto «fortemente percepito, e privandone lo stesso cane».
Un plauso alla sensibilità del Giudice Onorario, Antonio Fraioli.
Il venditore di auto usata è tenuto alla garanzia per i vizi occulti anche se “nello stato come vista e piaciuta”
Di Cristiana Centanni il 2 novembre 2016 con 0 Commenti
Il venditore di auto usata è tenuto alla garanzia per i vizi occulti anche se la vendita è avvenuta “nello stato come vista e piaciuta”
Cassazione Civile, Sez. VI, 19.10.2016 n. 21204
La garanzia per vizi prevista dall’art. 1490 cod. civ. deve ritenersi operante anche nei casi di vendita di cose mobili usate, dovendo rimanere il vizio della cosa, e, in particolare, il vizio occulto preesistente alla conclusione del contratto, ben distinto dal semplice logorio del bene, dovuto al normale uso dello stesso. E, anche nei casi di vendita di beni usati (quale una autovettura usata) i contraenti nell’ambito della loro autonomia contrattuale possono derogare alla disciplina legale della garanzia per vizi della cosa venduta, con l’inserimento nel contratto di apposita clausola, ammessa dall’art. 1490, II comma, cod. civ. e debitamente approvata per iscritto ex art. 1341 comma 2, cod. civ..
La clausola “vista e piaciuta nello stato in cui si trovava” non può riferirsi ai vizi occulti, quelli, cioè, non facilmente riconoscibili mediante l’ordinaria diligenza al momento dell’acquisto, che si manifestano soltanto dopo l’uso del bene compravenduto, anche se usato.
A sancirlo è la Sesta Sezione della Suprema Corte con la sentenza in commento che traeva origine dal fatto che la Signora [X] aveva convenuto dinanzi al competente Giudice di Pace la società [Y] per sentirla condannare alla restituzione di un certo importo, previo accertamento della responsabilità della convenuta, quale venditrice, per i vizi riscontarti nell’autovettura dalla medesima acquistata e previa riduzione del prezzo di compravendita. A sostegno della propria domanda l’attrice esponeva di aver acquistato una autovettura dalla Società [Y] che le aveva assicurato le buone condizioni della stessa, che non aveva mai subìto incidenti e non presentava alcun vizio. Tuttavia, lo stesso giorno in cui si era conclusa la trattativa, l’acquirente riscontrava delle rumorosità generate dal mezzo spinto a velocità autostradale, determinandola a far visionare l’autovettura ad una officina convenzionata il cui meccanico, rilevato qualcosa di anomalo, successivamente provvedeva a comunicare che la rumorosità era dovuta alla rottura dell’avantreno anteriore non derivante da urto. Il vizio era stato tempestivamente denunciato al venditore da parte dell’acquirente. Si costituiva la convenuta che contestava la ricostruzione dei fatti ed eccepiva la tardività della denuncia per vizi ai sensi dell’art. 1495 cod. civ.. Deduceva [Y] che l’auto aveva un numero di km di gran lunga superiore a quello che aveva al momento dell’acquisto e che il danno non era presente al momento della vendita. Il Giudice di Pace accoglieva la domanda di parte attrice ma il Tribunale, successivamente pronunciandosi sull’appello della società [Y], accoglieva l’appello, rigettava la domanda avanzata da [X] con condannava della stessa al pagamento delle spese di entrambi i gradi del giudizio. Secondo il Tribunale si trattava infatti di una macchina usata e la vendita era avvenuta con la esplicata clausola ‘vista e piaciuta’, che non sarebbe una clausola di stile ma, se espressa in modo chiaro, comporta una limitazione della garanzia per i vizi della cosa. Al Tribunale preme rilevare, come si legge nella sentenza degli Ermellini, che «in forza di tale clausola il compratore all’acquisto prescindendo da ogni altra considerazione accetta senza alcuna riserva il bene allo stato in cui appare, rinunciando alla garanzia per vizi anche quelli occulti (in quanto per i vizi facilmente riconoscibili l’esclusione della garanzia è disposta dall’art. 1490 cod. civ.)».
Alla Signora [X] non è restato che rivolgersi alla Suprema Corte con ricorso affidato ad un motivo con il quale veniva rilevato l’errore in cui era incorso il giudice dell’appello, secondo cui l’acquisto di un veicolo usato con la clausola vista e piaciuta escluderebbe, tout court, l’operatività della garanzia di cui all’art. 1490 cod. civ., trattandosi di un’errata interpretazione di tale clausola contrattuale. «Piuttosto, se il Tribunale avesse ricostruito la comune intenzione delle parti tenendo conto di tutte le circostanze di fatto rigorosamente provate in giudizio avrebbe assegnato a quella clausola l’unico significato coerente con la volontà delle parti e cioè “vista e piaciuta nello stato in cui si trovava”, all’esito delle verifiche effettuate prima dell’acquisto e delle rassicurazioni fornite dalla venditrice circa il buono stato conservativo del mezzo».
La Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi, mediante la richiamata sentenza n. 21204/2016 ha ritenuto fondato il motivo ed ha accolto il ricorso.
La clausola non può riferirsi ai vizi occulti, che si manifestano cioè, dopo i normali controlli eseguiti ante acquisto, soltanto dopo l’uso del bene compravenduto e inoltre la espressione “vista”, se priva di precisazioni rafforzative, inequivocabilmente allude solo ai vizi agevolmente riscontrabili dall’acquirente a primo esame.
La garanzia per vizi prevista dall’art. 1490 cod. civ. opera «anche nei casi di vendita di cose mobili usate, dovendo rimanere il vizio della cosa, ed, in particolare, il vizio occulto preesistente alla conclusione del contratto, ben distinto dal semplice logorio del bene, dovuto al normale uso dello stesso. E, anche nei casi di vendita di beni usati (quale una autovettura usata) i contraenti nell’ambito della loro autonomia contrattuale possono derogare alla disciplina legale della garanzia per vizi della cosa venduta, con l’inserimento nel contratto di apposita clausola, ammessa dall’art. 1490, II comma, cod. civ. e debitamente approvata per iscritto ex art. 1341 comma 2, cod. civ.»
Pertanto, conclude il Collegio, chi vende è tenuto alla garanzia per i vizi occulti, «anche se la vendita sia avvenuta “nello stato come vista e piaciuta” e, ciò, a prescindere dal fatto che la presenza di essi non sia imputabile ad opera del venditore, ma, esclusivamente, a vizi di costruzione del bene venduto».
Il Tribunale, «nel ricostruire il significato della clausola “vista e piaciuta” come l’impegno ad accettare il bene compravenduto senza alcuna riserva», non ha tenuto conto che il visto e piaciuto di per sé intende riferirsi allo stato apparente in cui si trova il bene compravenduto, cioè così come possa essere, ragionevolmente, percettibile e manifesto. E, soprattutto non ha tenuto conto che il senso letterale di quella clausola andava considerato alla luce dei principi contrattuali dell’equità e del corretto sinallagma del contratto, nonché della buona fede contrattuale, che induce a tener conto di un corretto equilibrio degli interessi contrapposti.
La parola torna al giudice del rinvio.

References: Art. 1491
 art. 1490
 Sentenza 
 Cass. Sez. 
 Sentenza 
 Cass. Sez. 
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 1341
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1341