Source: https://www.laleggepertutti.it/185794_la-fotocopia-ha-valore-legale
Timestamp: 2018-02-19 20:06:28+00:00

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La fotocopia ha valore legale?
Lo sai che? La fotocopia ha valore legale?
La fotocopia vale come prova solo se non è contestata nel momento della sua produzione in giudizio.
Una persona asserisce di avere un credito nei tuoi confronti e, per dimostrarlo, estrae fuori dal cassetto un vecchio contratto. A scrutare bene le firme ti accorgi che si tratta solo di una fotocopia. Anche la tua sigla, quindi, non è che una riproduzione di un documento di cui, in quel momento, nessuno ha l’originale. Così ti chiedi cosa possa fare il tuo avversario con quel documento e se mai un giudice gli accorderebbe un decreto ingiuntivo nei tuoi riguardi. Dall’altro lato ti interroghi su cosa ti convenga fare per contestare quella carta qualora, un giorno, fosse usata contro di te in una causa.
La questione è stata di recente decisa dalla Cassazione [1] che ha chiarito se la fotocopia ha valore legale.
La fotocopia ha valore di «prova documentale» (al pari di qualsiasi altro contratto o scrittura privata) solo se non contestata dall’avversario in giudizio. Anche il silenzio di quest’ultimo è considerato una tacita ammissione della genuinità della fotocopia. In assenza di contestazioni, infatti, non c’è ragione di non riconoscere alla fotocopia un valore di prova.
Affinché la contestazione sia valida però non può essere generica e “di stile”, ma va motivata. In altre parole colui che contesta la corrispondenza della fotocopia all’originale (nel nostro esempio, il debitore) deve anche chiarire al giudice sulla base di quali ragionevoli sospetti si fonda la sua insinuazione. Deve insomma gettare l’ombra del dubbio sulla validità del documento.
La contestazione va fatta in causa e non necessariamente prima. Per cui, se il creditore “sventola davanti al naso” del debitore una fotocopia a dimostrazione del proprio credito, quest’ultimo può attendere l’eventuale giudizio prima di contestarne la validità. Se il creditore agisce notificando al debitore un decreto ingiuntivo, la contestazione della fotocopia deve essere effettuata con l’atto di opposizione a decreto ingiuntivo e non in un momento successivo; diversamente è tardiva e il documento si considera riconosciuto [2]. Se, invece, la fotocopia viene prodotta in un regolare giudizio, la contestazione va fatta immediatamente ossia alla stessa udienza o, se depositata con note in cancelleria, alla prima udienza utile successiva.
In sostanza, afferma la Cassazione, il disconoscimento dei documenti prodotti in fotocopia a supporto del decreto ingiuntivo deve essere specifico ed espresso alla prima udienza.
Affinché la fotocopia abbia valore legale, oltre al mancato disconoscimento c’è un’altra via: quella di farla autenticare da un notaio o da altro pubblico ufficiale. Con la conseguenza che la copia fotostatica non autenticata si ha per riconosciuta (tanto nella sua conformità all’originale quanto nella scrittura e sottoscrizione) se la parte comparsa non la disconosca, in modo formale, e quindi specifico e non equivoco, alla prima udienza, ovvero nella prima risposta successiva alla sua produzione.
Nella sentenza in commento la Cassazione chiarisce meglio come deve avvenire la contestazione della fotocopia per poter avere effetti e togliere ogni validità al documento. Nel caso di specie il debitore aveva fatto un generico disconoscimento della fotocopia, limitandosi a dire «la contestazione e l’impugnazione dei documenti sono totali». Una formula, questa, ritenuta però insufficiente dalla Corte, secondo cui non può mancare l’indicazione specifica sia dei documenti esibiti che si intende contestare, sia degli aspetti per i quali si assume che differiscono dagli originali. Non ci si può cioè limitare a una negazione astratta dell’efficacia probatoria delle copie non autenticate [3].
[1] Cass. sent. n. 27233/17 del 16.11.2017.
[2] Nel caso dell’opposizione a decreto ingiuntivo il disconoscimento si ritiene tempestivo qualora contenuto nell’atto di opposizione, con il quale – trattandosi di procedimento a cognizione differita che si origina dalla proposizione del giudizio monitorio – si instaura una fase giudiziale che prende le mosse dalla notificazione del ricorso e del pedissequo decreto, così da configurarsi come «la prima risposta» del debitore.
[3] cfr. Cass. sent. n. 7775/2014; n. 7105/2016.
La EDI.M. s.r.l. ha proposto ricorso per cassazione, articolato in due motivi, avverso la sentenza del Tribunale di Larino n. 265/2014 del 10 dicembre 2014.
La sentenza impugnata ha respinto l’appello proposto dalla stessa EDI.M. s.r.l. avverso la sentenza n. 338/2011 del Giudice di pace di Termoli, che aveva rigettato l’opposizione al decreto ingiuntivo emesso il 20 aprile 2010 su domanda del Condominio (omissis) per spese condominiali scadute, pari ad Euro 1.539,32.
Il primo motivo di ricorso della EDI.M. s.r.l. deduce violazione e falsa applicazione ed interpretazione degli artt. 633 e 634 c.p.c. quanto alla idoneità probatoria del documenti esibiti dal Condominio (…) in fase monitoria, giacché essi mancavano di autenticità, assumendo che “la contestazione e la impugnazione dei documenti sono stati totali”.

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 Cass. 
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