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Timestamp: 2020-08-10 21:35:05+00:00

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Mari B | LawGo
Autore: Mari B
Posted on 26 Days Ago by Mari B
Buongiorno a tutti! Oggi mi rivolgo (nuovamente) ai praticanti avvocato che hanno sostenuto le prove scritte lo scorso dicembre, ancora ignari di ciò che la sorte riserverà loro.
L’attesa di conoscere gli esiti delle prove scritte, vista l’eccezionalità della situazione, sta diventando decisamente estenuante e, nonostante la correzione degli elaborati scritti stia avvenendo da remoto, nessuna Corte d’Appello ad oggi ha pubblicato i risultati, né ha fornito indicazioni sulle relative tempistiche.
Stando alle voci più accreditate, i risultati delle prove scritte dovrebbero essere pubblicati tra la fine di luglio e i primi di agosto, mentre gli orali dovrebbero iniziare a ottobre.
Rinnovo, pertanto, uno dei miei consigli racchiusi in un precedente articolo, invitandovi a non mollare e a non rimanere in balìa di quest’attesa infinita. Sfruttate questo tempo per studiare (tanto nella nostra professione non finiremo mai di farlo, non è tempo perso) e per ricaricare le batterie nel tempo libero che dovrete necessariamente ritagliarvi.
Il momento che vi attende richiederà tutte le vostre energie, fisiche e mentali, dovrete arrivarci nella migliore delle condizioni possibili.
Mi rendo perfettamente conto che l’attesa degli esiti, a distanza di così tanti mesi, sia già di per sé insostenibile e che quest’anno l’emergenza sanitaria ha complicato ulteriormente il quadro, però siete ad un passo dal raggiungere un obiettivo per cui avete lavorato tanti anni.
Vi faccio di cuore un grandissimo in bocca al lupo! Ricordate che, tendenzialmente, è proprio nelle situazioni di crisi che si nascondono le opportunità migliori.
Per qualsiasi consiglio o curiosità, lasciateci un commento e saremo ben liete di metterci a disposizione.
Posted on giugno 29 by Mari B
Posted on giugno 19 by Mari B
Voglio affrontare un tema che mi sta molto a cuore, a causa della sua rapida e notevole diffusione (tanto da aver costretto le scuole ad inserirlo tra i progetti da svolgere durante l’anno scolastico) e della sua triste centralità tra i fatti di cronaca che interessano i minorenni.
Il termine “cyberbullismo” annovera al suo interno tutte quelle condotte, poste in essere mediante strumenti informatici, che si concretizzano in atti molesti, aggressivi e prevaricanti. A ben vedere, il cyberbullismo non è nient’altro che la trasposizione in rete del più risalente bullismo. Tuttavia, si tratta di un fenomeno ancora più grave.
Invero, il cyberbullismo si distingue dal bullismo per essere maggiormente invasivo, poiché in grado di raggiungere la vittima senza alcun limite spaziale o temporale. Se da un lato è possibile estraniarsi dalle condotte di bullismo prendendo semplicemente le distanze dai bulli, rifugiandosi in un posto che è solo nostro, al contrario di questa fortuna è privata la vittima di cyberbullismo; gli strumenti informatici, infatti, sono idonei a perseguitarla in ogni dove, tanto da travalicare perfino l’intimità delle mura domestiche, con conseguenti ed evidenti ripercussioni sulla salute psico-fisica del minore.
Il mondo virtuale, infatti, costituito dai vari social network, programmi di messaggistica istantanea (whatsapp e telegram), siti internet, cristallizza il momento diffamatorio, rendendolo eterno.
Sul fronte del soggetto che pone in essere tali condotte persecutorie, invece, si tratta molto spesso dei c.d. “leoni da tastiera”, sicuri di poter esprimere qualsiasi minaccia, offesa, insulto, ricatto, comodamente da una scrivania e noncuranti della circostanza che dietro il monitor del computer (o dietro lo schermo del cellulare) c’è una persona in carne e ossa, a cui stanno cercando di distruggere la vita.
I numerosi suicidi compiuti da ragazzi e ragazze minorenni, vittime di cyberbullismo, hanno determinato il legislatore all’emanazione della legge n. 71 del 2017, con lo scopo di reprimere il fenomeno, che viene definito all’art. 1, comma 2, come “qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo”.
Al fine di contrastare il bullismo on line, la suddetta legge prescrive un’accurata attività preventiva, volta ad offrire la giusta attenzione al fenomeno, educando gli studenti alla sua piena comprensione.
Per quanto concerne il fronte della tutela legale, le condotte poste in essere dal bullo, le quali possono avere un contenuto eterogeneo, integrano singole fattispecie criminose (a mero titolo esemplificativo: le percosse ai sensi dell’art. 581 c.p. e le lesioni personali ex art. 582 c.p., la diffamazione aggravata ex art. 595, comma 2, c.p., la violenza privata ai sensi dell’art. 610 c.p., la minaccia ex art. 612 c.p., gli atti persecutori – c.d. stalking – ex art. 612 bis c.p.). Inoltre, la vittima ha diritto a ottenere un congruo risarcimento per i danni subiti.
Più precisamente, approfondendo i rimedi predisposti dal diritto civile, il cyberbullo risponderà a titolo di responsabilità extracontrattuale ai sensi dell’art. 2043 c.c., il quale statuisce che “qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno“.
Tuttavia, nell’ipotesi in cui il soggetto agente sia minorenne, di tali condotte di cyberbullismo sono chiamati a rispondere i genitori e gli insegnanti, per culpa in vigilando e per culpa in educando ex art. 2048, primo e secondo comma c.c. (“1) Il padre e la madre, o il tutore sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, che abitano con essi. La stessa disposizione si applica all’affiliante. 2) I precettori e coloro che insegnano un mestiere o un’arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi e apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza”).
Concludendo, la vittima di cyberbullismo ha a disposizione numerosi rimedi poiché, sul fronte penalistico, è possibile presentare una denuncia o una querela per i reati posti in essere dal bullo. La responsabilità penale del bullo sussiste laddove questi abbia compiuto il quattordicesimo anno di età. Sul piano civilistico, inoltre, la vittima può ottenere un congruo risarcimento per tutti i danni subiti, di natura patrimoniale e non patrimoniale. Al risarcimento del danno sono tenuti, nell’ipotesi in cui il bullo sia minorenne, i genitori ovvero gli insegnanti (laddove l’episodio criminoso si consumi all’interno degli ambienti scolastici) ai sensi del citato art. 2048 cod. civ.
Per quanto concerne la responsabilità degli insegnanti, è del tutto evidente che, laddove la scuola è pubblica, la responsabilità si estende alla pubblica amministrazione, la quale si surroga al suo personale nelle responsabilità civili derivanti da azioni giudiziarie promosse da terzi. Se, al contrario, si tratta di una scuola privata, sarà la proprietà dell’istituto a risponderne.
Sia i genitori, che gli insegnanti, andranno esenti da responsabilità soltanto ove dimostrino di non aver potuto impedire il fatto.
Posted on giugno 17 by Mari B
La legittima difesa, racchiusa all’art. 52 c.p. e da oltre una decade al centro di un acceso dibattito politico, si colloca tra le cause di giustificazione che escludono la configurabilità di un fatto di reato; di recente, è stata oggetto di una rilevante modifica, operata dalla legge n. 36 del 26 aprile 2019 (recante “Modifiche al codice penale e altre disposizioni in materia di legittima difesa”).
Preliminarmente si evidenzia che le cause di giustificazione (o “scriminanti”) racchiudono situazioni di fatto peculiari, in presenza delle quali un fatto – che altrimenti costituirebbe reato – non acquisisce tale carattere di illiceità poiché la legge lo impone ovvero lo consente.
Per quanto concerne, in particolar modo, la scriminante della legittima difesa, la riforma si distingue per aver inciso nella disciplina della c.d. legittima difesa domiciliare, introdotta nel nostro ordinamento con la legge n. 59 del 13 febbraio 2006. Invero, il nuovo comma 2 dell’art. 52 c.p. sancisce che “chi compie un atto per respingere l’intrusione posta in essere” nel proprio domicilio “agisce sempre in stato di legittima difesa”.
Procedendo con ordine, l’art. 52 c.p. in esame statuisce che:
Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa.
Nei casi previsti dall’art. 614, primo e secondo comma (reato di violazione di domicilio), sussiste sempre il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere: a) la propria o la altrui incolumità; b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione.
Nei casi di cui al secondo e al terzo comma agisce sempre in stato di legittima difesa colui che compie un atto per respingere l’intrusione posta in essere, con violenza o minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica, da parte di una o più persone.
La riforma del 2019 ha inciso, altresì, significativamente sull’istituto dell’eccesso colposo, ex art. 55 c.p., il cui nuovo testo sancisce la non punibilità di chi “trovandosi in condizioni di minorata difesa o in stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo, commette il fatto per la salvaguardia della propria o altrui incolumità“.
Il fondamento della legittima difesa risiede nella preminenza dell’interesse dell’aggredito rispetto a quello dell’aggressore; la dottrina minoritaria considera la suddetta scriminante un residuo dell’autotutela privata.
Dalla lettera dell’art. 52 c.p. si evince che gli elementi costitutivi della fattispecie sono la situazione aggressiva, da un lato, e la reazione difensiva, dall’altro. Per quanto concerne la situazione aggressiva, questa viene delineata come il pericolo attuale di un’offesa ingiusta ad un diritto proprio o altrui (rientrandovi non soltanto i diritti personali ma anche quelli patrimoniali). La reazione difensiva, invece, dev’essere necessaria – ossia il pericolo non può essere altrimenti evitato – e proporzionata all’offesa minacciata.
Più precisamente, il pericolo è attuale se l’aggressione è in essere al momento della reazione. In secondo luogo, affinché l’offesa possa classificarsi come ingiusta, è necessario che l’intruso non sia stato provocato dall’aggredito; in riferimento, poi, al requisito della necessarietà della difesa, in dottrina si è evidenziato che la reazione è necessaria laddove il soggetto aggredito sia privato della possibilità di difendersi senza offendere l’aggressore, essendo di conseguenza costretto a porre in essere un’azione antigiuridica.
Il concetto di proporzione è ampiamente dibattuto in dottrina e in giurisprudenza, tuttavia l’opinione dominante ritiene che il requisito della proporzione vada valutato con un giudizio ex ante, mettendo dunque a confronto l’offesa che l’aggredito poteva temere ragionevolmente dall’aggressore con quella da lui prodotta come reazione.
Per comprendere la portata della riforma del 2019, è necessario comprendere com’era stato configurato il rapporto di proporzione tra reazione e aggressione dal legislatore del 2006.
A tal fine, si evidenzia che la sussistenza della proporzione era presunta laddove la reazione venisse posta in essere mediante l’utilizzo di un’arma legittimamente detenuta (o di altro mezzo idoneo) per difendere l’incolumità propria o altrui ovvero beni materiali, messi in pericolo dall’intrusione abusiva nel domicilio privato. Dunque erano due i presupposti di legittimazione della scriminante della legittima difesa: 1) la presenza legittima all’interno del domicilio della persona che si difende; 2) la legittima detenzione dell’arma utilizzata allo scopo difensivo.
In questo contesto si inserisce la riforma introdotta dalla l. 36 del 2019, la quale ha rafforzato la citata presunzione di proporzione, ricordiamo infatti che ora il rapporto di proporzione sussiste sempre.
La ratio della riforma del 2019, a ben vedere, risiede nella volontà del legislatore di limitare ulteriormente la discrezionalità del giudice in ordine alla valutazione circa la sussistenza dei requisiti della legittimità della difesa nel proprio domicilio.
Inoltre, la disposizione di cui al quarto comma introduce una vera e propria presunzione di legittima difesa nell’ipotesi in cui, nel corso di una violazione di domicilio, si commetta un reato per respingere un’intrusione posta in essere con violenza o minaccia di uso di armi o di altri strumenti di offesa.
Tale modifica aveva suscitato inizialmente dibattiti accesi in dottrina, alcuni autori in particolare si erano dimostrati preoccupati che la novella avesse introdotto un’autorizzazione indiscriminata ad offendere chiunque si introduca nel domicilio altrui senza il legittimo consenso del titolare, in quanto tale incostituzionale poiché contrastante con i diritti fondamentali garantiti.
Sul punto è intervenuta recentemente la Suprema Corte, chiamata a interrogarsi sulla configurabilità della scriminante della legittima difesa in capo all’imputato che, accortosi che un malintenzionato stava tentando di entrare (in orario notturno) nella propria abitazione dalla finestra della camera da letto dei propri figli, aveva imbracciato un fucile legalmente detenuto e – uscito sul balcone di casa – aveva sparato nella direzione dell’uomo, cagionandone la morte, nonostante l’aggressore stesse scappando.
Nel caso di specie, la Cassazione ha escluso l’operatività della scriminante della legittima difesa, evidenziando che la novella legislativa, pur essendo stata introdotta allo scopo di rafforzare la presunzione del rapporto di proporzione tra offesa e difesa, dev’essere conforme alla Costituzione e alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU). A tal fine, è necessario che ricorrano tutti gli elementi costitutivi della scriminante in analisi e, più precisamente, è necessaria l’attualità dell’offesa, la necessità della reazione al fine di difendere l’incolumità propria o altrui ovvero i propri o gli altrui beni, limitatamente alle ipotesi in cui vi sia un pericolo concreto che l’offesa attuale ai beni possa trasmodare in aggressione alla persona (Cassazione penale, Sezione III, 10 dicembre 2019, n. 49883).
A ben vedere, nel caso sottoposto all’attenzione della Suprema Corte è l’elemento costitutivo dell’attualità del pericolo a mancare, poiché il ladro stava uscendo dalla finestra al momento del fatto. Al contrario, affinché possa sussistere la legittima difesa, è necessario che la reazione si contrapponga ad un’offesa in atto.
Posted on giugno 5 by Mari B
Nel nostro ordinamento, a seguito del clamore mediatico suscitato dalle vicende umane e giudiziarie dei casi Welby, Englaro e dj Fabo, ci si è interrogati sull’attualità dell’indisponibilità del bene “vita”, anche a fronte di situazioni di oggettiva irreversibilità del quadro clinico.
È pacifico, infatti, come l’ordinamento riconosca il primario diritto alla vita, assurto a dogma dal quale derivano tutti gli altri diritti, ma non riconosca alcun diritto a morire. Un tanto trova riscontro nella previsione delle fattispecie incriminatrici dell’omicidio del consenziente di cui all’art. 579 c.p. e dell’istigazione al suicidio ai sensi dell’art. 580 c.p.. Più precisamente, è dalla previsione dell’omicidio del consenziente che, tradizionalmente, si ricava il supremo valore dell’indisponibilità della vita umana, posto che il consenso non scrimina la condotta omicida ma si limita a giustificare una diminuzione della pena prevista per il delitto di omicidio comune.
La questione sul fine vita intreccia etica, religione, diritto e filosofia, portando inevitabilmente con sé interrogativi e problematiche di non pronta soluzione.
Se è vero, da un lato, che l’eutanasia “attiva” (intesa come il procurare intenzionalmente la morte di un uomo la cui qualità della vita sia compromessa in modo permanente) non è ammessa, dall’altro sussiste il diritto all’autodeterminazione consapevole del trattamento sanitario.
L’art. 32 della Costituzione, infatti, dopo aver eretto – al primo comma – la tutela della salute a diritto fondamentale dell’individuo (nonché interesse della comunità), racchiude al secondo comma il principio dell’autodeterminazione terapeutica, secondo il quale “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Alla luce del disposto dell’art. 32 Cost. deve ritenersi che, al di fuori dei casi di trattamenti sanitari obbligatori, è richiesto il consenso personale, libero, attuale, concreto, informato e revocabile dell’individuo, che ha un diritto assoluto di rinunciare alle cure.
Il diritto al rifiuto del trattamento sanitario può essere esteso ai trattamenti di sostegno vitale? Le questioni sul fine vita riguardano, più precisamente, la possibilità di sospendere la nutrizione e l’idratazione artificiali per i malati cronici o terminali.
A livello internazionale alimentazione e idratazione forzata sono concepite come un trattamento medico liberamente rifiutabile dal paziente o dal suo rappresentante legale. Invero, in base alla Convenzione europea di bioetica del 1997, ratificata dal Parlamento italiano con la l. 145 del 2001, il medico, in assenza di una esplicita manifestazione di volontà del paziente, dovrà tenere conto delle precedenti manifestazioni di volontà dello stesso. Il principio è stato recepito dall’art. 34 del Codice di Deontologia Medica.
A livello nazionale, invece, è mancata a lungo una legislazione in grado di sciogliere il nodo sulla natura della nutrizione e dell’idratazione artificiali, potendosi configurare, alternativamente, quali terapia ovvero sostentamento vitale. A ben vedere, qualificare la nutrizione artificiale come una terapia consente al paziente di optarne la sospensione, ai sensi dell’art. 32, comma 2, Cost (in combinato disposto col suindicato art. 34 Cod. deont. medica), previo un ragionevole accertamento della volontà originaria del paziente stesso. Al contrario, qualificare la nutrizione artificiale quale sostentamento vitale comporta la configurazione di un’eutanasia, in quanto tale vietata, poiché la morte del paziente che ne fosse privato deriverebbe non dalle conseguenze dirette della patologia ma dall’omissione di una forma di sostegno.
Con la legge n. 219 del 2017, recante “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, il legislatore ha inteso disciplinare le modalità di espressione e di revoca del consenso informato, nonché la legittimazione ad esprimerlo e a riceverlo, introducendo a tal fine le DAT (disposizioni anticipate di trattamento). Attraverso le “disposizioni anticipate di trattamento”, in via di prima approssimazione, il dichiarante enuncia i propri orientamenti sul “fine vita” nell’ipotesi in cui sopravvenga una perdita irreversibile della capacità di intendere e di volere. La suddetta legge, composta di soli 8 articoli, muove dal principio secondo cui nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata, tranne nei casi espressamente previsti dalla legge.
Sulla scorta di tale evoluzione normativa, la Corte d’Assise di Milano – chiamata a pronunciarsi sulla colpevolezza di Marco Cappato per aver asseritamente agevolato (materialmente e moralmente) la morte di Fabiano Antoniani (dj Fabo) – ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p., che racchiude il reato di istigazione al suicidio, nella parte in cui non contempla la capacità di autodeterminazione dell’individuo.
La Corte Costituzionale, con sentenza n. 242 del 2019, ha ritenuto non punibile per il reato di istigazione al suicidio ex art. 580 c.p. chi, a determinate condizioni, agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile. La Consulta, invero, conclude che deve essere rispettata la suindicata l. 219/2017 e invita il legislatore a disciplinare compiutamente la materia, al fine di scongiurare che siffatte condotte possano essere ascrivibili ai reati di omicidio del consenziente e di istigazione al suicidio.
Concludendo, il consenso del paziente validamente espresso assume un ruolo centrale nella determinazione al trattamento sanitario. La presenza di un consenso libero e attuale segna il discrimine tra i casi Welby e dj Fabo rispetto alla vicenda Englaro. Tuttavia, il pregio della novella legislativa è quello di aver dato rilievo alle manifestazioni pregresse del consenso, purché racchiuse in un atto formale (“DAT”).
Posted on maggio 21 by Mari B
Molto spesso nella prassi si pone la questione di verificare chi abbia la legittimazione attiva, tra la madre e il figlio maggiorenne ma economicamente non indipendente, per ottenere quanto dovuto dal padre per il mantenimento del figlio stesso.
Se da un lato il figlio è titolare del diritto al mantenimento (obbligazione che peraltro gode di una copertura costituzionale all’art. 30), dall’altro lato sussiste il diritto della madre a ricevere il contributo dal padre – obbligato in solido ai sensi degli artt. 147 e 148 c.c. – per le spese di mantenimento del figlio maggiorenne non autosufficiente.
Il titolo, inoltre, frequentemente è a beneficio della madre.
Quid iuris? Tenuto conto di entrambe le finalità del mantenimento, sussiste una duplice legittimazione. Tale legittimazione concorrente, però, è inquadrata dalla giurisprudenza come alternativa, con la conseguenza che “qualora venga accolta la richiesta da parte del figlio di versamento diretto dell’importo stabilito a carico del genitore non convivente a titolo di contributo al mantenimento, non può accogliersi la medesima richiesta da parte del genitore convivente. Viceversa, laddove il figlio non richieda direttamente l’assegno di mantenimento, il genitore con lui convivente ha la legittimazione a richiederlo, anticipando le spese per il suo mantenimento” (Tribunale La Spezia, sentenza n. 179 del 12 marzo 2018).
Inoltre, sono due i requisiti che fanno venir meno la legittimazione attiva in capo alla madre: 1) se il figlio maggiorenne non coabita con la stessa (sul punto si veda Tribunale di Roma, Sez. 1, 11 gennaio 2019, sentenza n. 765); 2) se il figlio maggiorenne ha fatto valere il diritto iure proprio.
Un tanto ha trovato conforto nella giurisprudenza di legittimità: «il coniuge separato o divorziato, già affidatario del figlio minorenne, è legittimato iure proprio, anche dopo il compimento da parte del figlio della maggiore età, ove sia con lui convivente e non economicamente autosufficiente, ad ottenere dall’altro coniuge un contributo al mantenimento del figlio. Ne discende che ciascuna legittimazione è concorrente con l’altra, senza, tuttavia, che possa ravvisarsi un’ipotesi di solidarietà attiva, ai cui principi è possibile ricorrere solo in via analogica, trattandosi di diritti autonomi e non del medesimo diritto attribuito a più persone» (ex multis, Cass. Civ., Sez. I, 8 settembre 2014, n. 18869).
Concludendo, la legittimazione processuale del figlio maggiorenne non autosufficiente e della madre è concorrente e alternativa. La legittimazione attiva della madre è esclusa in ipotesi di non coabitazione o laddove il figlio maggiorenne abbia preventivamente agito iure proprio.
Benvenuti nel nostro nuovo sito! Ci vogliamo presentare: siamo Costanza e Mariantonietta, prima di tutto due amiche, in secondo luogo due avvocati che non hanno mai perso la passione per lo studio e la ricerca.
Ironia della sorte, ci siamo conosciute il primo giorno delle prove scritte dell’esame di avvocato e da allora le nostre strade si sono incrociate più volte, tanto da superare la temuta prova orale lo stesso giorno, ad un’ora di distanza l’una dall’altra.
Questo sito nasce con l’intento di consentire alle persone e agli operatori del diritto di accedere agevolmente ad approfondimenti giuridici, per trovare velocemente una risposta efficace.
Abbiamo deciso di dedicare la nostra attenzione anche ai praticanti avvocato, troppo spesso dimenticati, condividendo i nostri suggerimenti per affrontare al meglio la pratica forense e il temutissimo esame di avvocato. Non intendiamo lasciarvi da soli in questa difficile prova!

References: art. 582
 art. 595
 art. 612
 art. 612
 art. 2048
 art. 2048
 art. 55
 art. 34
 sentenza 
 art. 580
 sentenza 
 sentenza 
 Cass.