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Timestamp: 2020-02-21 19:13:26+00:00

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Articolo del 25/10/2006 Autore Redazione Altri articoli dell'autore
Traccia, parere e soluzione di Diritto Penale tratti dal Corso on line Overlex di preparazione per l'esame forense 2006, tenuto dall'avv. Luigi Viola
Tizio, gelataio di Palermo, conosceva da diversi anni il sig. Pizzul.
Tizio veniva visto dal sig. Pizzul in compagnia del giudice civile Martufel.
Pizzul veniva citato, poi, in giudizio da Sempronio, per un inadempimento contrattuale del valore di dieci milioni di euro; il giudice competente era Martufel.
Tizio, allora, venuto a sapere del fatto, si recava presso il domicilio di Pizzul.
Tizio chiedeva a Pizzul la somma di un milione di euro, promettendo a quest'ultimo l'assoluzione dal processo civile, in considerazione dell'amicizia con il giudice Martufel: Tizio prometteva a Pizzul di non fargli avere la condanna al pagamento per la causa promossa da Sempronio.
Pizzul restava sbalordito; dopo due giorni dall'incontro, Pizzul telefonava a Tizio, comunicandogli di voler accettare la proposta.
Pizzul consegnava un assegno, del valore di un milione di euro, a Tizio.
Dopo sei mesi dal fatto, Tizio, che non aveva mai avuto intenzione di chiedere alcun “favore” a Martufel, si recava da un legale.
Il candidato, premessi brevi cenni sul reato di truffa, affronti la questione giuridica posta evidenziando eventuali tesi favorevoli al proprio assistito.
Parere svolto del dott. Cristiano Zunino
Tizio e Pizzul sono amici da diversi anni. Un giorno Tizio viene visto dall'amico in compagnia del giudice Martufel.
Un giorno Tizio viene a sapere che Pizzul è stato citato in giudizio per responsabilità contrattuale da Sempronio e gli viene richiesto un risarcimento danni di 10 milioni di euro, giudice competente è il dott. Martufel.
Tizio allora si reca a casa di Pizzul e gli chiede la somma di un milione di euro in cambio prometteva l'assoluzione nel giudizio, in considerazione della sua amicizia col giudice Martufel.
Due giorni dopo Pizzul accettava la proposta e consegnava un assegno da un milione di euro a Tizio.
Tizio accetta l'assegno, pur sicuro di non chiedere mai alcun favore a Martufel.
Sei mesi dopo si reca dal legale.
L'articolo 640 c.p. punisce per il reato di c.d. truffa “chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a se o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno……”.
L'elemento oggettivo, la condotta che il reo deve porre in essere per incorrere in responsabilità è la predisposizione di artifizi o raggiri allo scopo di indurre in errore il soggetto passivo del reato.
La forma più classica di truffa è quella posta in essere mediante articolate messe in scena, simulazioni, dissimulazioni e menzogne. Tuttavia la casistica di truffe è assai ampia, e lo spettro di condotte idonee astrattamente ad integrare il concetto di artifizi e raggiri è molto esteso. Si arriva ad abbracciare addirittura il silenzio, l'omissione di rendere note notizie, che se sapute, avrebbero determinato nella vittima un'altra volontà. Certo, perché tale condotta sia punibile è necessario che vi sia l'obbligo del reo di rendere edotto di tali informazioni il terzo. Quindi, pressoché ogni condotta astrattamente può essere considerata artificio o raggiro. Circa l'idoneità di trarre in inganno del reggiro, la necessità di tale indagine, per la giurisprudenza, è superflua, bastando considerare, nel caso concreto, se quel particolare artificio ha, nella specie, tratto in inganno la vittima.
Altro elemento indispensabile perché possa parlarsi di truffa è l'errore. Gli artifici e i raggiri devono essere la causa dell'errore del soggetto passivo, deve esservi rapporto di causalità tra l'inganno e l'errore della vittima. Infatti, la responsabilità per truffa dell'agente non deriva dalla predisposizione dei raggiri o artifizi idonei ad ingannare, ma dall'effettivo concreto errore del soggetto passivo, con conseguente danno della vittima. L'evento ultimo, in cui si esaurisce la condotta, e si consuma il reato di truffa, è quindi l'ingiusto profitto con l'altrui danno. Ingiusto profitto che può essere anche di carattere non strettamente economico, e non è necessario si produca in capo al reo.
Nel caso di specie Tizio fa credere a Pizzul di poter intercedere verso il conoscente Martufell, giudice civile designato nel processo a suo carico, affinché possa andare assolto dalle pretese risarcitorie dell'attore. In cambio di tale intervento, chiede la cifra di un milione di euro. Certamente si tratta di un raggiro messo in pratica con l'uso di menzogne, in quanto Tizio non ha il potere di influenzare il giudizio civile, e non ha mai nemmeno pensato di rivolgersi a Martufell, per ottenere qualche favore. Siamo quindi astrattamente di fronte ad un tipico caso di truffa. Infatti, al raggiro segue l'errore di Pizzul, che ritiene che Tizio possa realmente intercedere in suo favore verso Martufel, vi è l'ingiusto profitto dato dal pagamento di un milione di euro prezzo per l'intervento, e il danno della vittima, che dovrà pagare tale somma e poi sopporterà comunque il regolare giudizio del processo civile.
Tuttavia si potrebbe sostenere che, avendo Pizzul accettato la proposta di Tizio mosso da un intento delittuoso, illecito, venga meno l'interesse di tutelare la sua posizione. Avendo agito anch'egli in frode alla legge, per falsare il giudizio, non si potrebbe tutelare la sua posizione, e la sua libera determinazione di mettere in atto una frode processuale. Tuttavia la giurisprudenza si è espressa in direzione contraria, ritenendo che in casi di tal sorta non venga meno l'ingiustizia del profitto del reo, e quindi rimanga ben saldo l'interesse del legislatore di punire l'agente, né tanto meno vanga a mancare l'interesse a proteggere il patrimonio della vittima, pur se questa abbia agito con un intento delittuoso.
Per quanto riguarda l'elemento psicologico, pare senz'altro sussistere il dolo, avendo Tizio voluto trarre in inganno l'amico Pizzul per attenerne un profitto con inevitabile altrui danno.
Pare quindi sussistere il reato di truffa.
Tuttavia la condotta posta in essere da Tizio integra perfettamente anche il reato di millantato credito, infatti per l'art. 346 c.p. “Chiunque, millantando credito presso un pubblico ufficiale, o presso un pubblico impiegato che presti un pubblico servizio riceve o fa dare o fa promettere, a sé o ad altri, denaro o altra utilità, come prezzo della propria mediazione verso il pubblico ufficiale o impiegato, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da lire seicentomila a quattro milioni. La pena è della reclusione da due a sei anni e della multa da lire un milione a sei milioni, se il colpevole riceve o fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altra utilità, col pretesto di dover comprare il favore di un pubblico ufficiale o impiegato, o di doverlo remunerare”. Nel caso di specie Tizio ha giustificato proprio la possibilità di poter fare avere a Pizzul una pronunzia favorevole nel giudizio civile, vantando un rapporto di amicizia assai stretto col giudice Martufell. E in ragione di tale mediazione ha richiesto il pagamento di un milione di euro. In altre parole Tizio ha fatto credere di poter influire sul giudice, che certamente è un pubblico ufficiale, chiedendo un compenso per tale intercessione.
Da quanto si racconta pare potersi escludere la configurabilità dell'ipotesi aggravata di cui al comma secondo. La differenza fra le due disposizioni consiste nella raffigurata destinazione del compenso richiesta per l'intercessione, nel primo comma prospettandolo soltanto quale compenso destinato al reo, nel secondo comma affermando di dover destinare tale cifra ricevuta in tutto o in parte al pubblico ufficiale. Nel caso di specie, pur essendo di fronte ad un compenso assai generoso, non vi è ragione per sostenere che questo sia stato prospettato quale “tangente” da destinarsi al giudice. Quindi il caso si specie, rientra nella più favorevole ipotesi di cui al comma primo.
Astrattamente quindi la condotta di Tizio può rientrare in entrambe le fattispeci previste agli art. 640 e 346 c.p.. Tuttavia vi è da esaminare se fra detti reati vi possa essere o meno concorso.
Teoricamente il reato di truffa e di millantato credito tutelano due interessi differenti: essendo il primo un delitto contro il patrimonio e difendendo altresì la libera autodeterminazione della vittima, che qualora non fossero intervenuti gli artifizi o i raggiri punibili, avrebbe manifestato un volere diverso; ed essendo il secondo invece un precetto penale posto a tutela del prestigio e dell'affidabilità della pubblica amministrazione, che dalla diffusione dell'erronea convinzione della possibile corrutibilità trae grave pregiudizio. Quindi data la differenza di intenti posti dalle norme parte della dottrina e della giurisprudenza ammettono il concorso. Tuttavia a ben guardare nel caso di specie, vi è una totale sovrapposizione degli elementi che costituiscono le due speci di reato. Infatti la truffa messa i opera da Tizio, il raggiro subito da Pizzul, non è altro che quello di far credere che esista un rapporto particolare tra il Giudice e Tizio. In altre parole, il raggiro, l'inganno posto in essere, consiste nel millantare un credito eccezionale verso il giudice Martufell. Quindi non può non vedersi il rapporto di specialità che porta ad assorbire il reato di Truffa nel più preciso e specifico reato di millantato credito.
Quindi Tizio dovrà rispondere esclusivamente del reato di cui all'art. 346 comma 1 del c.p., non sussistendo concorso per truffa, ne la fattispecie aggravata di millantato credito di cui al comma 2.
In premessa andava ricostruito (molto sinteticamente il fatto); subito dopo era necessario parlare brevemente del reato di truffa.
Generalmente il reato di truffa (oggi si ritiene ammissibile anche la truffa omissiva e telematica) è un tipico reato in contratto (e non reato-contratto) che incide sul processo di volizione, alterandolo, con la conseguenza che eventuali contratti, stipulati a seguito di truffa (truffa contrattuale) sono annullabili (per vizi della volontà).
Secondo l'orientamento più recente, la truffa, ex art. 640 c.p., è reato plurioffensivo, comune (può essere compiuto da chiunque, mentre se vi è la qualifica soggettiva pubblica del soggetto attivo, che abusa della sua autorità, vi potrà essere concussione), tendenzialmente a condotta vincolata (la giurisprudenza non è unanime sul punto) caratterizzata da artifici e raggiri (che è un concetto molto più ampio della dissimulazione del proprio stato di insolvenza, come nel caso di insolvenza fraudolenta, ex art. 641 c.p.) che cagionano un danno patrimoniale (alla luce della collocazione sistematica: “Dei delitti contro il patrimonio”) con un collegamento causale diretto (alcuni ammettono anche la truffa a danno di terzo o a favore di terzo) tra depauperamento (altrui danno) ed arricchimento (ingiusto profitto).
Successivamente, bisognava chiedersi se la fattispecie di truffa sia o meno applicabile al caso preso in esame; Tizio ha realizzato una condotta idonea ad integrare gli estremi della truffa?
Invero, Tizio non sembra tanto aver realizzato una condotta generica di artifici e raggiri (c'è una forma, particolare, di mediazione, che non è presente nello schema della truffa), ma più specifica e circostanziata di millantato credito, ex art. 346 c.p.
Tizio, in particolare, chiedeva una somma di denaro a Pizzul in cambio di un favore da chiedere a Martufel, con la conseguenza che vi è la condotta tipica della mediazione verso pubblico ufficiale, ex art. 346 c.p.; non era applicabile il II comma dell'art. 346 c.p., in quanto Tizio non riceveva il milione di euro con il pretesto di comprare il favore di Martufel, ma riceva quel denaro come corrispettivo della richiesta di un favore a Martufel (senza cedergli il compenso del milione di euro ovvero parte di esso).
Ulteriore problema che doveva essere preso in considerazione era quello del possibile concorso di reati tra truffa e millantato credito (altrimenti la traccia non avrebbe richiesto di premettere brevi cenni sulla truffa se, in qualche modo, non era una figura destinata ad essere trattata), tanto più che bisognava cercare di evidenziare tesi favorevoli (già da questo “suggerimento” della traccia poteva intuirsi di dover negare validità alla tesi del concorso di reati).
Il concorso di reati non sembra sussistere nel caso di specie, in quanto l'art. 346 c.p. potrebbe essere ritenuta norma speciale rispetto a quella di truffa, come sostenuto da parte della dottrina (e giurisprudenza), tanto più che emerge la specificità del credito vantato e della mediazione che, invece, non è espressamente menzionata nella truffa; id est: l'art. 346 c.p. ha una sua autonomia strutturale ben diversa dalla truffa, con la conseguenza che le due figure possono anche non concorrere tra loro, come nel caso di specie in cui la condotta antigiuridica è costituita dall'aver vantato un credito come prezzo per una mediazione.
- L'autista giudiziario in servizio presso un Tribunale che si fa consegnare una somma di danaro da un detenuto, al fine di “comprare” un provvedimento di scarcerazione, millantando credito presso un magistrato dello stesso Tribunale in procinto di adottare un provvedimento di sospensione dell'esecuzione delle pena detentiva in corso nei confronti dello stesso detenuto (c.d. “compratore di fumo”), risponde soltanto del reato di millantato credito, ex art. 346, comma 2, c.p., e non anche del reato di truffa, atteso che tra le due fattispecie di reato non vi può essere concorso formale; in tal caso, infatti, non può trovare applicazione anche la norma incriminatrice della truffa, in quanto tale reato deve ritenersi assorbito in quello di millantato credito, sul rilievo che, diversamente, l'imputato si troverebbe a dover rispondere di due reati, sebbene il disvalore del fatto risulti già integralmente valutato dalla norma incriminatrice di cui all'art. 346, comma 2, c.p.
CASS. PEN. SEZ VI- 12 settembre 2006, n. 30150- Pres. Leonasi- Fidelbo
1. Con la sentenza in epigrafe la Corte d'appello di Messina ha confermato la
decisione con cui il locale Tribunale, in composizione monocratica, aveva condannato Filippo LA. alla pena di anni due e mesi due di reclusione per i reati di millantato credito e truffa aggravata, con condanna al risarcimento dei danni in favore della parte civile, da liquidarsi in separata sede.
Secondo la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito LA. , autista giudiziario in servizio presso il Tribunale di Nicosia, avrebbe millantato credito presso il dott. Luca Ross., magistrato di quello stesso ufficio, facendosi promettere e poi consegnare la somma di otto milioni di lire da Giovanni Sut. e Santi Sut., per "comprare" il provvedimento di scarcerazione dallo stesso magistrato, che avrebbe dovuto adottare una decisione in ordine alla sospensione dell'esecuzione della pena detentiva che Giovanni Sut. stava scontando. Per questi fatti i giudici d'appello hanno ritenuto sussistente, oltre al reato di cui all'art. 346 c.p., anche l'ipotesi di truffa aggravata ai danni dei fratelli Sut..
2. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione per mezzo del suo difensore.
Con il primo motivo deduce l'erronea applicazione dell'art. 346 comma 2 c.p. riprendendo un argomento già speso in appello. In particolare, il ricorrente assume che non ricorra nella specie il reato di millantato credito, in quanto al momento dell'accordo truffaldino il magistrato aveva già emesso il provvedimento, con la conseguenza che è venuto a mancare lo stesso presupposto per la sussistenza del millantato credito, cioè l'acquisto del favore presso il pubblico ufficiale.
Con altri due motivi si deduce l'inosservanza dell'art. 61 n. 9 e n. 11 c.p., in quanto erroneamente i giudici hanno applicato tali circostanze aggravanti, non riferibili all'imputato che svolgeva mansioni di autista giudiziario e che quindi non si è agevolato del servizio cui era addetto, né la sua attività ha integrato la violazione connessa alle sue funzioni; allo stesso modo, si ritiene che LA. non abbia "abusato" delle relazioni d'ufficio, tenendo conto che lavorava in una sede diversa da quella del dott. Rossomando, che era giudice di sorveglianza a Caltanissetta.
Con il quarto motivo, collegato agli ultimi due, il ricorrente deduce la violazione dell'art. 640 c.p., ritenendo che una volta escluse le aggravanti, i giudici d'appello avrebbero dovuto dichiarare l'improcedibilità dell'azione penale per mancanza di querela.
Con l'ultimo motivo, infine, si contesta la sentenza per l'immotivato diniego delle circostanze attenuanti generiche.
3.1. Correttamente i giudici d'appello hanno ritenuto la sussistenza del reato di millantato credito, nell'ipotesi di cui al comma 2 dell'art. 346 c.p., escludendo che con la sua condotta l'imputato abbia posto in essere solo una truffa ai danni dei fratelli Sut., così come sostiene il ricorrente, secondo cui il delitto di millantato credito non vi sarebbe stato, in quanto l'accordo truffaldino si sarebbe concluso successivamente all'emanazione del provvedimento di scarcerazione. Si tratta di una ricostruzione alternativa dei fatti, smentita dalla sentenza impugnata che, invece, rispondendo alla medesima obiezione sollevata nei motivi d'appello, ha ritenuto che le trattative abbiano preceduto il provvedimento di scarcerazione e che le parti avessero anche raggiunto un accordo preventivo circa il pagamento della somma di cinque milioni, pagamento subordinato alla effettiva scarcerazione del Sut..
E' evidente che la dedotta violazione di legge si fonda su una ipotesi alternativa a quella ritenuta dai giudici di merito, in cui, indirettamente, vengono confutati i fatti così come ricostruiti dalla sentenza impugnata, senza peraltro che siano stati proposti motivi riguardanti la mancanza ovvero la illogicità o la contraddittorietà della motivazione. In sostanza, la supposta erroneità nell'applicazione dell'art. 346 comma 2 c.p. si fonda su una ricostruzione dei fatti che non trova riscontro nella sentenza. Infatti, è sulla base della ipotesi ricostruttiva effettuata nella sentenza che deve essere valutata non solo la correttezza del procedimento logico-argomentativo che ha portato a ritenere la sussistenza del reato, ma anche la corretta applicazione delle norme sostanziali e processuali.
3.2. In ogni caso, deve osservarsi che la circostanza relativa al momento in cui l'accordo è intervenuto - prima o dopo l'emanazione del provvedimento di scarcerazione emesso dal giudice - non è elemento in grado di far venire meno l'ipotizzabilità del reato di cui all'art. 346 comma 2 c.p. Questo delitto si realizza quando l'agente si fa dare o promettere il denaro col pretesto di dover comprare il favore di un pubblico ufficiale o di doverlo remunerare, quando cioè promette la corruzione del pubblico ufficiale; la dazione o la promessa trovano la loro causa nel pretesto di corrompere il funzionario e la condotta dell'agente finisce per realizzare un mendacio in danno del "compratore di fumo", indotto da tale falsa rappresentazione della realtà a impegnarsi nell'adempimento della prestazione. Il reato si consuma nel momento in cui l'agente si fa promettere l'utilità col pretesto di dover comprare il favore del pubblico ufficiale e non è previsto come elemento costitutivo del reato che l'agente condizioni effettivamente l'attività del pubblico ufficiale. Se ciò accadesse, se cioè la remunerazione fosse effettivamente destinata al pubblico ufficiale scatterebbero le diverse ipotesi di reato previste dagli arti 318, 319 c.p. Il millantato credito realizza, quindi, una tutela anticipata, in quanto perché sia integrato basta la dazione o la promessa di un'utilità, anche non patrimoniale.
Ne consegue che ai fini della configurabilità dell'illecito non assume alcun rilievo il fatto che il pubblico ufficiale abbia o meno emesso il provvedimento favorevole: tenuto conto del momento consumativo del millantato credito, il reato si realizza anche nel caso in cui il provvedimento favorevole già esista, ma sia ignoto al "compratore di fumo", il quale, ignaro, concluda l'accordo con l'agente. La circostanza dedotta dal ricorrente può acquistare rilievo solo come elemento sintomatico della conoscenza, da parte del "compratore di fumo", del raggiro posto in essere ai suoi danni: ma nel caso in esame non vi è la minima prova di ciò e lo stesso imputato si è solo limitato ad affermare, apoditticamente, che al momento dell'accordo il provvedimento era già stato emesso.
3.3. La sentenza impugnata ha riconosciuto l'imputato colpevole sia del reato di millantato credito, che del reato di truffa, prendendo così posizione sul dibattuto problema del concorso tra le due fattispecie penali. Deve tuttavia osservarsi che la questione, ancora aperta in dottrina e in giurisprudenza, circa la possibilità o meno che i due reati possano concorrere riguarda esclusivamente la fattispecie contenuta nel primo comma dell'art. 346 c.p., relativa al fatto di chi, millantando credito presso un pubblico ufficiale riceve denaro o altra utilità come prezzo della propria mediazione verso il pubblico ufficiale, ma non si pone con riferimento alla ipotesi di cui al secondo comma, che è quella contestata nel caso in esame.
L'orientamento dottrinario prevalente ritiene che in base al principio di consunzione il millantato credito, nell'ipotesi di cui al comma 1, assorbe la truffa in quanto la contiene, sia pure nella forma del tentativo e questa tesi è seguita da una parte minoritaria della giurisprudenza (Sez. VI, 4 maggio 2001, n. 2010, Paccani); un diverso orientamento, minoritario in dottrina, ma prevalente in giurisprudenza, ritiene invece che tra i due reati sia configurabile il concorso formale, perché tutelano interessi distinti e perché diverso è il mezzo utilizzato per la loro commissione, dal momento che nel delitto di millantato credito la condotta consiste in un raggiro del tutto particolare consistente nelle vanterie esplicite o implicite di ingerenze o pressioni sulla attività pubblica (Sez. VI, 25 febbraio 2003, n. 15118, Santangelo, RV 224844; Sez. VI, 24 novembre 1998, n. 13657, Battaglia; Sez. VI, 7 novembre 1997, n. 547, Virzi).
Ma un problema di concorso in relazione all'ipotesi di cui al comma 2 dell'art. 346 c.p. non sembra destinato a porsi, almeno negli stessi termini conosciuti per l'altra figura. La fattispecie contemplata nel capoverso dell'art. 346 c.p. oltre ad essere del tutto autonoma rispetto all'altra, riguarda, come si è visto, il fatto di chi riceve o fa dare o fa promettere a sé o ad altri denaro o altra utilità, col pretesto di dover comprare il favore di un pubblico ufficiale o impiegato, o di doverlo remunerare. Si tratta di un reato autonomo ricalcato sullo schema della truffa, anzi rappresenta, così come ritiene una autorevole dottrina, una figura particolare di truffa. Invero, a differenza del millantato credito previsto dal primo comma del citato art. 346 c.p., in questa ipotesi la condotta richiesta non sembra poter prescindere dagli artifizi o raggiri indicati per il delitto di truffa: anche nella fattispecie in esame la condotta dell'agente consiste in una forma di raggiro nei confronti di un soggetto che viene indotto da una falsa rappresentazione della realtà ad un accordo che lo impegna ad una prestazione di pagamento. Qui il soggetto attivo non si propone attraverso un'attività di intermediazione, come nella ipotesi base dell'art. 346 c.p., ma si presenta quale strumento di corruzione di un funzionario pubblico, con la conseguenza che se realizza effettivamente l'attività di corruzione concorre del delitto di cui all'art. 318-319 c.p., mentre se, ingannando il "compratore di fumo", si appropria della retribuzione risponderà del reato di cui al capoverso dell'art. 346 c.p. Ciò che differenzia le due ipotesi di millantato credito è l'elemento del "pretesto" contenuto nel comma 2 dell'art. 346 c.p., un elemento che richiama il mendacio e l'inganno, in quanto corrisponde sostanzialmente alla falsa causa addotta dall'agente per indurre con l'inganno il "compratore di fumo" ad una prestazione patrimoniale, che diversamente non sarebbe ottenibile. D'altra parte, la sovrapposizione con il reato di truffa può essere colta anche da un altro punto di vista, che mette in evidenza come la condotta dell'agente sia tutta protesa al conseguimento di un profitto patrimoniale attraverso l'induzione in errore del ed. compratore di fumo, il quale non è punibile proprio in considerazione di tale struttura della norma, considerazione questa che porta a ritenere che il bene oggetto della tutela penale, almeno nell'ipotesi di cui al capoverso dell'art. 346 c.p., sia anche quello patrimoniale.
In definitiva, si tratta di una fattispecie che ricalca pienamente la struttura della truffa e che consiste - secondo la definizione di una autorevole dottrina - in una "frode volgare tesa al privato, col pretesto di una corruzione che non si ha nessuna intenzione di intraprendere".
Sulla base di questa interpretazione, che il Collegio ritiene di accogliere, deve escludersi che l'imputato possa rispondere, con riferimento alla medesima condotta, anche del reato di truffa commesso nei confronti dei fratelli Sut., così come ritenuto nella sentenza impugnata, in quanto fra le due fattispecie non vi può essere concorso formale. Non può trovare applicazione anche la norma incriminatrice della truffa, in quanto tale reato deve ritenersi assorbito in quello di millantato credito, dal momento che, diversamente, l'imputato si troverebbe a dover rispondere di due reati, sebbene il disvalore del fatto risulti già integralmente valutato dalla norma incriminatrice di cui all'art. 346 comma 2 c.p.
3.3. I motivi di cui ai n. 2, 3 e 4 del ricorso, tutti riguardanti il reato di truffa, devono ritenersi assorbiti
4. Infondato è l'ultimo motivo, con cui il ricorrente lamenta la mancata concessione delle attenuanti generiche, in quanto la sentenza ha motivato in maniera adeguata tale scelta, ponendo l'accento sui gravi precedenti dell'imputato.
5. In conclusione la sentenza deve essere annullata senza rinvio, limitatamente alla condanna per il reato di truffa, la cui pena, pari a due anni di reclusione inflitta in continuazione al delitto di millantato credito, può essere eliminata in questa sede.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla imputazione di truffa, siccome assorbita nel reato di millantato credito ed elimina la relativa pena di mesi due di reclusione.
La fattispecie criminosa di cui all'articolo 316-ter del Cp ha carattere residuale e sussidiario rispetto alla fattispecie della truffa aggravata prevista dall'articolo 640-bis del Cp e non è con essa in rapporto di specialità, sicché ciascuna delle condotte ivi descritte (utilizzo o presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere e omissione di informazioni dovute) ben può concorrere a integrare gli artifici e/o i raggiri previsti dalla fattispecie della truffa, ove di questa figura siano integrati gli altri presupposti.
Bisogna verificare caso per caso.
CASS. PEN.- SEZ. II- 15 settembre 2006, n. 30729
Con ordinanza del 25 gennaio 2006, il Tribunale di Catanzaro, in parziale accoglimento dell'appello proposto dal pubblico ministero presso il Tribunale di Lamezia Terme avverso l'ordinanza del locale Giudice per le indagini preliminari del 29 settembre 2005, con la quale era stata respinta la richiesta di sequestro preventivo e per equivalente formulata in relazione al delitto di cui all'art. 640 bis cod. pen. in riferimento a finanziamenti erogati alla azienda IX s.r.l. in Gizzeria, località Marevitano, a seguito di artifici contabili e operazioni di false fatture, ha fra l'altro disposto il sequestro preventivo per equivalente - in ragione dell'ammontare dei finanziamenti erogati - dei beni, fra gli altri, di CAR. Vincenzo Salvatore, fino alla concorrenza di euro 2.169.010,52. In particolare, il Tribunale dell'appello cautelare riteneva la sussistenza di gravi indizi in ordine al delitto di cui all'art. 640 bis cod. pen. in merito al finanziamento richiesto per la costruzione dell'opificio in Ginzeria della IX Industria Manifattura Maglieria s.r.l. alla stregua di varie emergenze scaturite dalle indagini. Tale apprezzamento era infatti desunto dal fatto che il finanziamento era stato richiesto facendo leva su un artificio contabile consistito nell'aver indicato come esistente un apporto di capitale da parte di alcuni soci senza che tale aumento fosse stato effettivo, non essendo stati mai operati i relativi versamenti ed essendo stata stornata la posta attiva nei successivi stati patrimoniali e bilanci di esercizio. La operazione truffaldina era poi asseverata dalla esistenza di false attestazioni e false fatture finalizzate alla percezione delle successive tranches di finanziamento a fronte di lavori effettivamente eseguiti e pagati per importi inferiori, nonché dalla falsa indicazione di acquisti di macchinari nuovi in luogo degli acquisti effettivi, relativi a macchinari usati, nonché dalla acquisizione di elementi dai quali era possibile desumere lo storno di denaro indicato come corrispettivo dei pagamenti in contanti per opere e forniture non realizzate, su conti comunque riconducibili agli indagati. A proposito, poi, della specifica posizione del CAR., il Tribunale ne ha messo in luce la qualità di consulente fiscale della impresa IX in riferimento ad un complesso artificio contabile realizzato dall'indagato nel quadro della vicenda oggetto del procedimento, vale a dire il fittizio aumento di capitale preordinato al conseguimento del contributo, ed il successivo mutamento dello stato patrimoniale con eliminazione, al 31 dicembre 2000, del credito verso soci e dell'aumento di capitale. Evenienza, questa, che veniva assunta a base della accusa, considerato che il mutamento dei dati delle scritture contabili, redatte dall'indagato nel 1999 e nel 2000, e relative al capitale sociale, si presentavano come operazioni in sé prive di logica, spiegandosi invece nella prospettiva della relativa finalizzazione alla richiesta di finanziamento.Avverso l'ordinanza indicata in premessa propone ricorso per cassazione il difensore, deducendo vari motivi. Nel primo si lamenta violazione dell'art. 15 della legge 29 settembre 2000, n. 300, introduttiva dell'art. 322 ter cod. pen., in quanto la condotta dell'indagato sarebbe stata antecedente alla data di entrata in vigore della novella, essendosi realizzata con il deposito presso il registro delle imprese di Catanzaro del bilancio di esercizio del 1999 e della connessa relazione, avvenuto il 30 maggio 2000, rappresentando il successivo mutamento dello stato patrimoniale al 31 dicembre 2000 - menzionato nella ordinanza impugnata - null'altro che un post factum tendente all'adeguamento formale delle risultanze contabili. Si prospetta, poi, nel secondo motivo, erronea applicazione dell'art. 640 bis cod. pen. e conseguente erronea applicazione dell'art. 640 quater cod. pen., in quanto il reato contestato doveva essere quello di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato di cui all'art. 316 ter cod. pen., posto che, a seguito della introduzione di tale figura, per la realizzazione del delitto di truffa di cui all'art. 640 bis cod. pen., sarebbe richiesto un quid pluris oltre alla mera presentazione di dichiarazioni e documenti falsi. Il che comporta, secondo il ricorrente, la inapplicabilità della confisca per equivalente, stante il rinvio operato al solo art. 640 bis cod. pen. ad opera dell'art. 640 quater del medesimo codice. Nel terzo motivo si denuncia erronea applicazione dell'art. 640 quater cod. pen., in relazione all'art. 322 ter cod. pen., nonché violazione dell'art. 27, primo comma, Cost., quanto alla affermata responsabilità per l'intero ammontare del profitto in capo a ciascuno dei concorrenti nel reato contestato, nonché violazione dell'art. 125, comma 3, cod. proc. pen., per carenza di motivazione sul punto. A parere del ricorrente, infatti, stante anche lo scopo della norma, il sequestro e la confisca non possono che riguardare il profitto ed il guadagno personalmente desunto dal reato; sicché, anche a voler accedere ad una configurazione sanzionatoria della misura, la stessa deve necessariamente postulare la graduabilità della misura stessa in rapporto alla colpevolezza del singolo partecipe. Si prospetta, inoltre, errata applicazione dell'art. 640 quater cod. pen., in relazione all'art. 322 ter dello stesso codice, quanto alla interpretazione del termine «profitto», erroneamente riferito al «lordo» e non al «netto» dell'utile desunto dal finanziamento: ad avviso del ricorrente, infatti, il sequestro e la confisca per equivalente devono essere commisurati non all'ammontare lordo del finanziamento, ma al minor importo che risulta dopo aver dedotto le spese sostenute dagli interessati prima e dopo l'ottenimento della sovvenzione agevolata. Si denuncia, poi, nel quinto motivo, vizio di motivazione in riferimento al rigetto dell'appello del pubblico ministero in ordine al mancato sequestro della azienda, contestandosi la motivazione offerta sul punto nella ordinanza impugnata, e si lamenta, nel sesto ed ultimo motivo, erronea applicazione dell'art. 640 quater cod. pen., in riferimento all'art. 322 ter, cod. pen., quanto alla individuazione dei presupposti del sequestro per equivalente. Ad avviso del ricorrente, infatti, il sequestro per equivalente rappresenta la extrema ratio cui si può ricorrere ove non sia possibile il sequestro e la confisca dei beni ottenuti, anche in via derivata, per effetto della commissione del reato; sicché, non avendo il provvedimento impugnato dato contezza circa la infruttuosa ricerca del profitto originario o derivato, il provvedimento di cautela deve ritenersi in parte qua viziato e conseguentemente da annullare.Il ricorso è infondato. Le doglianze poste a fondamento del primo motivo sono, infatti, palesemente inconsistenti, giacché, pur in presenza dell'univoco tenore della disposizione dettata dall'art. 15 della legge n. 300 del 2000 - in base al quale le disposizioni previste dagli artt. 322 ter e 640 quater cod. pen. in tema di confisca «per equivalente» si applicano ai reati ivi previsti commessi anteriormente all'entrata in vigore della stessa legge - non può certo assumersi, sia pure ai limitati effetti della legittimità del provvedimento ablatorio, la possibilità di configurare una sorta di frazionabilità temporale della condotta posta in essere dal singolo concorrente, giacché, evidentemente, è solo la data di consumazione del reato a rappresentare l'unitario discrimine agli effetti della applicazione, non soltanto dell'editto sanzinatorio penale, ma anche della peculiare misura patrimoniale rappresentata dalla confisca dei beni di cui il reo (autore principale o concorrente che sia) ha la disponibilità, per un valore corrispondente a quello del profitto desunto dal reato (sempre che, ovviamente, non sia possibile la confisca diretta dei beni che quel profitto concretamente rappresentino). Nella specie, poiché la erogazione delle rate del finanziamento oggetto di contestazione sono proseguite - come puntualizza lo stesso ricorrente - sino a tutto l'anno 2002, non v'è dubbio che il provvedimento adottato risulti del tutto legittimo sul piano della applicabilità della nuova disciplina, non sottacendo neppure come la stessa condotta materiale ascritta all'indagato non si sia affatto esaurita - come il ricorrente si sforza di argomentare - con il deposito del bilancio recante i contestati artifici contabili, giacché le successive (e contestate) condotte di ripianamento non possono affatto assumere, nella economia della programmata operazione truffaldina, le prospettate e neutre connotazioni di un mero post factum privo di risalto penale.Ugualmente infondato è il secondo motivo di ricorso, nel quale si deduce che la fattispecie in astratto ravvisabile non sarebbe quella della truffa di cui all'art. 640 bis cod. pen., ma la particolare ipotesi di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato di cui all'art. 316 ter cod. pen., giacché nella vicenda de qua l'illecito si sarebbe realizzato esclusivamente attraverso comportamenti perfettamente coincidenti con la figura delineata dall'indicato art. 316 ter cod. pen., «e cioè - si sottolinea nel ricorso - nel mero “utilizzo” e nella “presentazione” di “dichiarazioni e documenti falsi o attestanti cose non vere”, senza che l'accusa abbia descritto, nel capo di imputazione... quelle note di ulteriore fraudolenza che debbono connotare il più grave reato di cui all'art. 640 bis». Donde la inapplicabilità del sequestro per equivalente, non essendo il reato di cui all'art. 316 ter previsto fra quelli per i quali è consentita la confisca (e dunque il sequestro preventivo) del tantundem, in base al combinato disposto degli artt. 322 ter e 640 quater cod. pen. L'assunto non può, però, essere condiviso. Questa Corte, infatti, ha avuto modo recentemente di sottolineare che la fattispecie criminosa di cui all'art. 316 ter cod. pen., ha carattere residuale e sussidiario rispetto alla fattispecie di truffa aggravata e non è con essa in rapporto di specialità, sicché ciascuna delle condotte ivi descritte (utilizzo o presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, e omissioni di informazioni dovute) può concorrere ad integrare gli artifici ed i raggiri previsti dalla fattispecie di truffa, ove di questa figura criminosa siano integrati gli altri presupposti. Si è così chiarito che anche il mendacio ed il silenzio assumono connotazioni «artificiose» o di «raggiro» in riferimento a specifici obblighi giuridici di verità, la cui violazione sia penalmente sanzionata, perché essi qualificano l'omessa dichiarazione o la dichiarazione contraria al vero come artificiosa rappresentazione di circostanze di fatto o manipolazione dell'altrui sfera psichica (Cass., Sez. II, 10 febbraio 2006, p.m. in proc. Fasolo, RV 233449). È del tutto evidente, infatti - ha osservato questa Corte - che, mirando la sanzione penale ad assicurare la certezza e speditezza del traffico giuridico, la veridicità dell'atto così presidiato è destinata a suscitare uno specifico affidamento nei destinatari del relativo contenuto dichiarativo o attestativo; con la conseguenza che la relativa immutatio veri da parte dell'autore è in grado di inscenare una artificiosa rappresentazione della realtà in sé atta ad indurre in errore quanti - non per scelta soggettiva, ma in ragione del carattere giuridicamente fidefacente di quell'attestato o documento - erano tenuti ad una condotta di «affidamento» quali destinatari di tali atti. Non v'è dubbio, quindi, che i contestati «artifici contabili» inseriti nelle scritture obbligatorie, e le false fatturazioni e le altrettanto false attestazioni di fatti contabili rilevanti sullo stato patrimoniale abbiano realizzato appieno la contestata ipotesi di truffa, senza, quindi, la possibilità di evocare il ricorso alla sussidiaria e del tutto residuale ipotesi dell'art. 316 ter cod. pen., delineata dal legislatore, in ossequio a precisi obblighi internazionali, a loro volta intesi ad allargare (e non certo a ridurre) l'area della persecuzione penale nello specifico settore delle frodi connesse ai finanziamenti pubblici ed a reprimere fatti di corruzione (v. Corte cost. ordinanza n. 95 del 2004 e la già richiamata sentenza di questa Corte in proc. Fasolo).Ugualmente infondate sono le censure che il ricorrente ha posto a base del terzo motivo di ricorso. A tal proposito, pur dovendosi sottolineare, ad avviso del ricorrente, che la misura della confisca per equivalente, nel privare il reo della somma corrispondente all'arricchimento tratto dal reato, chiaramente mira a «garantire il raggiungimento delle finalità preventive della pena, assicurando che dal delitto non residuino comunque conseguenze redditizie in capo ai singoli percettori di guadagni illeciti, destinatari di sanzioni personalmente orientate»; e pur dovendosi, quindi, riconoscere la «logica sanzionatoria» che informa l'istituto, se ne desume che, proprio in funzione di tale natura, la misura della sanzione deve necessariamente essere rapportata al livello di contributo che ciascun partecipe ha offerto per la realizzazione del reato. Pertanto - conclude il ricorrente - «è proprio la graduabilità della sanzione penale - frutto del necessario rispetto del principio di personalità - che logicamente deve escludere la soggezione dei singoli concorrenti ad una misura la cui entità copra l'intero disvalore del reato, tanto più laddove il “monte-pena” prescinda, come nel caso della confisca del profitto, dalla colpevolezza del singolo partecipe (si può dare un contributo colpevole minimo ad un reato produttivo di un enorme guadagno altrui) ». La tesi, anche se coerente nello sviluppo logico, non può condividersi, in quanto fondata su una premessa erronea. Come infatti sottolineano tanto l'ordinanza impugnata che il ricorrente, questa Corte ha avuto modo di affermare che è legittimo il sequestro preventivo, funzionale alla confisca di cui all'art. 322 ter cod. pen., eseguito in danno di un concorrente nel reato di cui all'art. 316 bis cod. pen., per l'intero importo relativo al prezzo o profitto dello stesso reato, nonostante le somme illecite siano state incamerate in tutto o in parte da altri coindagati, in quanto, da un lato, il principio solidaristico, che informa la disciplina del concorso di persone nel reato, implica l'imputazione dell'intera azione delittuosa e dell'effetto conseguente in capo a ciascun concorrente e comporta solidarietà nella pena; dall'altro, la confisca per equivalente riveste preminente carattere sanzionatorio e può interessare ciascuno dei concorrenti anche per l'intera entità nel prezzo o profitto accertato, salvo l'eventuale riparto tra i medesimi concorrenti, che costituisce fatto interno a questi ultimi e che non ha alcun rilievo penale (Cass., Sez. V, 16 gennaio 2004, Napolitano, RV 228750). Tutto ciò, però, non equivale affatto a trasferire la misura patrimoniale della confisca per equivalente nel panorama delle pene propriamente intese, giacché, a far velo ad una siffatta configurazione, concorrono due rilievi. Anzitutto - e come la sentenza Napolitano, appena citata, ha puntualizzato - presupposto imprescindibile per l'applicazione della confisca per equivalente è che nella «sfera giuridico-patrimoniale» della persona indagata per uno dei reati in ordine ai quali la misura stessa è applicabile, non sia stato «rinvenuto, per una qualsivoglia ragione, il prezzo o il profitto del reato per cui si proceda, ma di cui sia ovviamente certa l'esistenza». Ne deriva, quindi, che, operando la confisca - ed il sequestro - per equivalente soltanto nella ipotesi di impossibilità di applicare la ordinaria misura della confisca del profitto o del prezzo del reato, quale istituto sostanzialmente surrogatorio di quest'ultimo, non può certo presupporsi una sorta di novatio della misura, tale da trasformare il provvedimento ablatorio in una vera e propria pena patrimoniale. È del tutto evidente, infatti, che risulterebbe a dir poco eccentrica rispetto al sistema ed alla stessa tavola dei valori costituzionali, la possibilità di far discendere l'applicazione di una pena dalla semplice e casuale eventualità rappresentata dalla impossibilità di rinvenire - e conseguentemente aggredire - il profitto o il prezzo del reato. Per altro verso, ove il legislatore avesse davvero inteso imprimere alla confisca per equivalente le stigmate della sanzione criminale, non si spiegherebbe la previsione della irretroattività sancita dal richiamato art. 15 della legge n. 300 del 2000, bastando a tal fine il generale precetto sancito dall'art. 25, secondo comma, della Carta fondamentale. Il paradigma della «gradualità» della confisca per equivalente in rapporto al quantum di contributo offerto nella realizzazione dell'illecito concorsuale - insistentemente evocato dal ricorrente - non può quindi rappresentare, in assenza di una specifica disposizione legislativa, un criterio legittimamente applicabile, muovendosi esso al di fuori dello schema legale e delle stesse finalità, indubbiamente general-preventive, che il peculiare istituto mira a soddisfare. Precludere, infatti, la realizzazione del profitto desunto da taluni reati attraverso la ablazione diretta dello stesso o del valore corrispondente, equivale a postulare, in capo ai singoli partecipi, una «responsabilità per l'intero» del tutto legittima, giacché spetta alla discrezionalità del legislatore calibrare - nel rispetto del principio di ragionevolezza - la disciplina dei presidi volti ad impedire (e prevenire) che l'utile comunque desunto dal reato possa essere, in tutto o in parte, mantenuto nella disponibilità (giuridica e patrimoniale) di chi abbia a qualsiasi titolo concorso nella realizzazione dell'illecito. E ciò - evidentemente - anche a prescindere da qualsiasi rilievo in ordine ai diversi «gradi» di responsabilità, ovvero all'ammontare effettivo del profitto che «singolarmente» ciascun coautore del fatto abbia desunto dal reato.I restanti motivi di ricorso sono, invece, palesemente inconsistenti. Circa il quarto motivo basta infatti osservare che il profitto del reato di cui all'art. 640 bis cod. pen., non può che corrispondere all'importo del finanziamento indebitamente percepito, senza che possa a tal fine assumere risalto alcuno il fatto che il percettore dello stesso abbia subito dei «costi» per il relativo conseguimento: la logica del profitto corrispondente al «netto» della erogazione - che il ricorrente deduce, per di più, in termini del tutto teorici ed astratti - è profilo assolutamente inconferente, così come lo sono, agli effetti di qualsiasi provvedimento di confisca, gli eventuali oneri economici sopportati dall'autore del reato per la realizzazione del fatto delittuoso. Inammissibile, per difetto di legittimazione ed interesse, e fondato su vizio non deducibile ex art. 325 cod. proc. pen., è il quinto motivo, nel quale si censura, per di più sull'esclusivo versante del vizio di motivazione, il rigetto dell'appello proposto dal pubblico ministero avverso la decisone del giudice per le indagini preliminari in tema di sequestro preventivo. Manifestamente infondato è, infine, l'ultimo motivo di ricorso, giacché la motivazione offerta dai giudici a quibus a sostegno della ritenuta impossibilità di procedere al sequestro diretto del profitto, in quanto non più rinvenibile, si presenta del tutto corretta, considerata, fra l'altro, la insussistenza di elementi dai quali poter dedurre la individuabilità di beni conseguiti con il finanziamento illecitamente ottenuto.Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.P.Q.M.Rigetta il ricorso.
La fattispecie criminosa di cui all'art. 316 ter c.p. ha, pertanto, carattere residuale e sussidiario rispetto alla fattispecie di truffa aggravata e non è con essa in rapporto di specialità: ne discende che ciascuna delle condotte ivi descritte (utilizzo o presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, e omissioni di informazioni dovute) può concorrere ad integrare gli artifici ed i raggiri previsti dalla fattispecie di truffa, ove di questa figura criminosa siano integrati gli altri presupposti.
SENTENZA (ud. 10-02-2006) 23-03-2006, n. 10231
Con sentenza del 28 settembre 2004, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Patti, ha dichiarato non luogo a procedere nei confronti di F.C. in ordine al reato di truffa aggravata ( art. 640 c.p., comma 2) in danno dell'Azienda Ospedaliera di Patti dalla quale aveva ottenuto prestazioni sanitarie in regime di esenzione contributiva mediante falsa dichiarazione sulle condizioni di reddito proprie e della sua famiglia, in Patti il 24 marzo 2002.
Il Giudice dell'udienza preliminare, escluso che la fattispecie contestata potesse essere ricondotta alla meno grave ipotesi di reato di cui all'art. 316 ter cod. pen. sul rilievo che l'indebito conseguimento di prestazioni di carattere previdenziale ed assistenziale in regime di esenzione non rientrava nel novero delle sovvenzioni (contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo) oggetto di tutela, escludeva altresì - all'esito di un' accurata disamina dei principi interpretativi formulati dalla giurisprudenza di legittimità e costituzionale in ordine al rapporto di sussidiarietà (non di specialità) tra l'art. 316 ter e 640 bis cod. pen. - che la condotta contestata (falsa dichiarazione sulle condizioni di reddito familiare), in quanto non indirizzata al conseguimento indebito di una sovvenzione pubblica (nel significato enucleato) e non integrata da ulteriori profili idonei a configurare la sussistenza di artifizi o raggiri e l'induzione in errore del soggetto passivo, consentisse di ritenere realizzato il delitto di truffa, oggetto di contestazione. Riteneva infine non accoglibile la tesi della pubblica accusa in ordine all'applicabilità dell'ipotesi delittuosa di cui al D.L. n. 382 del 1989, art. 3, comma 4, perchè abrogato dal D.Lgs. n. 124 del 1998, art. 8.
Contro tale decisione ha proposto ricorso il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Patti, che ha chiesto l'annullamento della sentenza impugnata per i seguenti motivi:
1) per erronea applicazione della legge penale in relazione al D.Lgs. n. 124 del 1998, art. 8, sul rilievo che nell'abrogazione ivi enunciata, con riferimento a tutte le precedenti norme in materia di partecipazione alla spesa sanitaria, non si fa menzione del D.L. n. 382 del 1989, art. 3, il quale stabilisce specificamente la riconducibilità al paradigma della truffa, nell'ipotesi aggravata di cui al capoverso dell'art. 640 cod. pen., di ogni condotta di indebito conseguimento dei prestazioni assistenziali sanitarie;
2) per erronea applicazione della legge penale in relazione agli artt. 316 ter, 640 e 640 bis cod. pen., sul rilievo che la giurisprudenza di legittimità ha affermato che anche la condotta di mero mendacio, non accompagnata da ulteriori comportamenti ingannevoli e consistente anche nel semplice mantenimento del silenzio su circostanze rilevanti, se attivamente orientata a trarre in inganno il soggetto passivo, integra V artificio della truffa ove tale effetto abbia prodotto. Nel caso di specie, la sottoscrizione di una dichiarazione ideologicamente falsa sulle proprie condizioni di reddito, oltre ad integrare il reato previsto dall'art. 483 cod. pen. (per il quale il Giudice per le indagini preliminari aveva disposto il rinvio a giudizio), aveva indotto l'ente a riconoscere l'esenzione contributiva. La ritenuta irrilevanza penale della condotta asseritamente esauritasi nella falsa dichiarazione, non può dunque essere condivisa, perchè, quando la condotta medesima è caratterizzata da modalità ingannevoli diverse ed ulteriori rispetto alla mera falsa dichiarazione, è configurabile la fattispecie della truffa aggravata.
Le conclusioni scritte del Procuratore generale presso questa Corte, con le quali si chiede di annullare la sentenza impugnata, si articolano nella disamina attenta della sentenza impugnata, della quale si condivide il complessivo impianto motivazionale; constata, tuttavia, la differente rilevanza che agli effetti della odierna determinazione deve essere assegnato ad una condotta realizzatasi attraverso la produzione di una falsa autocertificazione, non potendosi sottovalutare, ad avviso del requirente, l'affidamento ex lege sulla relativa veridicità, atteso che il legislatore attribuisce a tale genere di dichiarazioni valore certificativo. Tale aspetto, soggiunge il requirente, non è stato mai oggetto di approfondita attenzione. Se il soggetto ricevente, deve, per legge, affidarsi a tale dichiarazione, ad una siffatta autocertificazione non può non annettersi un valore ulteriore rispetto al semplice mendacio; e, quindi, il significato di artificio per la intrinseca capacità ingannatoria.
1. Il primo motivo di ricorso del Procuratore della Repubblica, che denuncia violazione di legge in relazione alla ritenuta vigenza del D.L. 25 novembre 1989, n. 382, art. 3, convertito in L. 25 gennaio 1990, n. 8, è infondato, in quanto l'abrogazione operata dal D.Lgs. 29 aprile 1998, n. 124, art. 8 (in conformità, anche, alle argomentazioni svolte sul punto dal Procuratore generale nella requisitoria scritta), si estende a tutta la precedente disciplina in materia di partecipazione alla spesa sanitaria e di esenzione della stessa; sicchè non è consentito ritenere la sopravvivenza di una singola norma. La formula usata dal legislatore, non consente, invero, margini di incertezza. Infatti, il richiamo, con portata caducatoria, di "tutte" le precedenti norme (che già di per sè non lascia spazi di esclusione), è confermato dal successivo inciso ("non esplicitamente confermate dal presente decreto"), il quale ultimo, a ben guardare, rafforza il convincimento che il legislatore ha inteso con la nuova normativa disciplinare ex novo l'intera materia, attraverso una regolamentazione dettagliata (che per il suo tecnicismo ha fatto ritenere preferibile il sistema della delega al governo) e completa. Essendo stati ridefiniti i criteri, sia di partecipazione alla spesa sanitaria, sia di esenzione, sia di valutazione della situazione economica dei soggetti che richiedono prestazioni sociali agevolate nei confronti di amministrazioni pubbliche, sia di modalità per l'acquisizione delle informazioni e l'effettuazione dei controlli, anche le previsioni sanzionatorie della precedente disciplina restano travolte dal novum. Ed invero il D.Lgs. n. 124 del 1998, art. 4, comma 7 prevede in qual modo il diritto all'esenzione debba essere riconosciuto dalle AUSL, nonchè il contenuto e la funzione della dichiarazione sostitutiva a norma dell'allora vigente L. n. 15 del 1968 (abrogata e sostituita dal D.P.R. 445 del 2000, che, però, all'art. 78, ha espressamente stabilito che restano in vigore le disposizioni di cui al D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 109, concernenti la dichiarazione sostitutiva unica per la determinazione dell'indicatore della situazione economica equivalente dei soggetti che richiedono prestazioni sociali agevolate). Mentre il successivo art. 6, regola le procedure e i tempi, in particolare le competenze regionali (comma 2), per il riconoscimento del diritto all'esenzione (lett. a); per il rilascio da parte delle AUSL del documento attestante il diritto all'esenzione (lett. b); per le modalità con le quali effettuare i controlli sulle esenzioni riconosciute (lett. c). La particolarità di tale procedura - la cui attivazione è individuata nella dichiarazione sostitutiva del richiedente (D.Lgs. n. 109 del 1998, art. 4, tuttora in vigore, perchè, si ribadisce, fatto salvo espressamente dal D.P.R. 445 del 2000, sopra citato, art. 78), la quale prevede l'espressa dichiarazione di consapevolezza della possibilità (nel caso di corresponsione della prestazione) di controlli diretti ad accertare la veridicità delle informazioni fornite - da ulteriormente conto della intenzione del legislatore di dettare una disciplina integralmente nuova.
Del resto, la disposizione di cui al citato D.L. n. 382 del 1989, art. 3, nel suo dato testuale ("chiunque, con qualsiasi mezzo, ottiene indebitamente l'esenzione dal pagamento delle quote di partecipazione alla spesa sanitaria"), era stato correttamente interpretata (cfr. Cass., Sez. 2^, 6 marzo 1996, P.M. in proc. Angeloni, n. 3778/96, C.E.D, Cass., n. 204752) come fattispecie da leggere in maniera non isolata ed indipendente, (in quanto non retta da principi giuridici propri), ma alla stregua dei principi generali ai quali si ispira anche l'art. 640 cod. pen. (cui la disposizione predetta espressamente rinvia quoad poenam), e che informano un più ampio sistema di norme volte ad impedire le frodi compiute mediante lo svolgimento di attività illecite. In conseguenza, anche nel caso in cui si dovesse pervenire al diverso approdo della sua vigenza, il risultato non muterebbe, dovendosi comunque tener conto del novum che è conseguito all'entrata in vigore dell'art. 316 ter cod. pen..
2. Più complessa è la questione che propone il secondo motivo di ricorso. La sentenza impugnata, partendo dalla premessa che l'abrogazione del sopra citato D.L. n. 382 del 1989, art. 3 aveva comportato la necessità di ricondurre il profitto conseguente all'indebita esenzione dal pagamento delle quote di partecipazione sanitaria all'ipotesi delittuosa di cui all'art. 640 cod. pen. (come del resto contestato all'imputato) solo nel caso in cui la condotta di induzione in errore fosse conseguenza di artifici e raggiri, li ha ritenuti non sussistenti perchè la condotta si era risolta nella semplice falsa dichiarazione di persona non abbiente. A giustificazione di tale assunto, in sentenza si è richiamato quanto stabilito nell'ordinanza n. 95 del 2004 pronunciata dalla Corte costituzione l'8-12 marzo 2004 sulla questione di legittimità costituzionale dell'art. 316 ter cod. pen. (richiamo sicuramente opportuno perchè la definizione della condotta delineata dal delitto di truffa è unitaria sia che essa si esplichi a danno del privato, sia che si esplichi ai danni dello Stato o di altro ente pubblico).
La Corte costituzionale, rammentata la coincidenza della questione con quella in passato sollevata per la previsione punitiva di cui alla L. 23 dicembre 1986, n. 898, art. 2, ha rilevato che "il carattere sussidiario e "residuale" dell'art. 316 ter cod. pen. rispetto all'art. 640 bis cod. pen. - a fronte del quale la prima norma è destinata a colpire fatti che non rientrino nel campo di operatività della seconda - costituisce dato normativo assolutamente inequivoco". Ha in tal modo escluso l'automatica sovrapponibilità delle condotte individuate nell'art. 316 ter cod. pen. (dichiarazioni o documenti falsi o attestanti cose non vere) con quelle di cui all'art. 640 cod. pen., cioè con gli artifizi e i raggiri. Ha tuttavia espressamente riservato all'"ordinario compito interpretativo del giudice accertare, in concreto, se una determinata condotta formalmente rispondente alla fattispecie delineata dall'art. 316 ter cod. pen. integri anche la figura descritta dall'art. 640 bis cod. pen., facendo applicazione in tal caso solo di quest'ultima previsione punitiva", perchè ha ritenuto evidente, anche in ragione delle preoccupazioni espresse dal legislatore nel corso dei lavori parlamentari, che "l'art. 316 ter cod. pen. sia volto ad assicurare agli interessi da esso considerati una tutela aggiuntiva e "complementare" rispetto a quella già offerta dall'art. 640 bis cod. pen., "coprendo", in specie, gli eventuali margini di scostamento - per difetto - del paradigma punitivo della truffa rispetto alla fattispecie della frode "in materia di spese", quale delineata dall'art. 1 della Convenzione (PIF): margini la cui concreta entità - correlata alle più o meno ampie "capacità di presa" che si riconoscono al delitto di truffa, avuto riguardo sia all'elemento degli "artifici o raggiri", in qualunque forma realizzati, sia all'induzione in errore - spetta all'interprete identificare, ma sempre nel rispetto della inequivoca vocazione sussidiaria della norma oggi sottoposta a scrutinio".
Vale a dire: nella valutazione della fattispecie concreta è rimesso al giudice stabilire se la condotta che si è risolta in una falsa dichiarazione, per il contesto in cui è stata formulata, integri l'artificio di cui all'art. 640 cod. pen..
La soluzione adottata in via interpretativa dal Giudice delle leggi è condivisibile, e d' altra parte coincide con i principi già affermati da questa Corte, anche a sezioni unite (Cass., Sez. un., 24 gennaio 1996, Panigoni ed altri, in tema di rapporto fra la L. n. 898 del 1986, art. 2, ed il reato di truffa; Cass., Sez. 6^, 24 settembre 2001, P.M. in proc. Tammerle, n. 41928/01, C.E.D. Cass., n. 220200) Dalla più volte richiamata ordinanza n. 95 del 2004 della Corte costituzionale emergono, dunque, due profili che paiono essereoltremodo qualificanti ai fini dell'odierno scrutinio. Da un lato, infatti, traspare in termini "costituzionalmente conformati" il dato incontrovertibile - alla stregua, anche, degli analoghi approdi, cui la Corte stessa era pervenuta in riferimento ai precedenti normativi in tema di frodi FEOGA, non a caso altrettanto "travagliati" quanto a ricostruzione ermeneutica - rappresentato dalla circostanza che, atteso il più che dichiarato carattere residuale e sussidiario che contraddistingue il reato di cui all'art. 316 ter cod. pen. rispetto alla ipotesi di truffa, la descrizione della relativa fattispecie individua una condotta necessariamente "diversa" da quella che invece caratterizza la figura, per così dire, "maggiore": giacchè, ove così non fosse, tra le due norme poste a raffronto, la relatio correttamente evocabile non sarebbe quella di sussidiarietà (rapporto, questo, che riflette un paradigma di alternatività strutturale tra le fattispecie, nel senso che le aree applicative delle due figure restano fra loro nettamente distinte, ancorchè raccordate da un fenomeno di progressività lesiva), ma quella della specialità, per la quale una figura assumerebbe connotazioni di parziale o totale "assorbimento" degli elementi descrittivi della seconda, o dando vita ad un fenomeno di "assorbimento" reciproco, per "cerchi concentrici".
Al riguardo, non possono, quindi, non essere condivise le obiezioni di equivocità espresse dai commentatori e fatte proprie dal Procuratore generale nella requisitoria scritta, alla sentenza, di questa stessa Sezione, del 22 marzo 2002, Morandell, essendosi in essa affermato - non senza un formale ossequio ai dieta delle Sezioni unite, pronunciatesi sul finitimo tema delle frodi FEOGA (Sez. un., 15 marzo 1996, Panigoni) - che, avuto anche riguardo alla scarsa chiarezza dell'innesto normativo rappresentato dall'art 316 ter cod. pen. e dei suoi problematici rapporti con il delitto di truffa, non potesse "essere di risolutivo aiuto l'attardarsi ad approfondire i concetti di sussidiarietà o specialità delle norme, perchè, nel caso in esame sembrerebbe trattarsi quasi di un criterio di sussidiarietà espresso ("salvo che il fatto costituisca il reato previsto dall'art. 640 bis) il quale, in realtà, disegna e ritaglia una fattispecie normativa specifica nell'ambito della più generale previsione della truffa comunitaria". Tale assunto, infatti, negato a chiare lettere dal Giudice delle leggi, non può trovare accoglimento, proprio per la inconciliabilità logica delle due prospettive di fondo sulla cui "confondibilità" quell'assunto stesso poggiava; giacchè, una volta ricondotto il rapporto tra le due fattispecie nello schema della "specificità" dell'una rispetto all'altra, doveva derivarne la ontologica esclusione di qualsiasi rapporto di sussidiarietà. Mentre, infatti, dalla mancanza della norma sussidiaria non deriva la applicabilità della norma, per così dire, "sussidiata" (la prima, anzi, è per sua stessa natura destinata a colmare lacune precettive e sanzionatorie che residuano dalla seconda), ove difetti, invece, la norma speciale, si "riespande" l'area applicativa della norma generale: i due fenomeni, in sostanza - quello di sussidiarietà, da un lato, e quello di specialità, dall'altro - non soltanto si presentano fra loro come realtà normative nettamente distinguibili, ma si collocano, addirittura, su piani alternativi.
Sotto altro profilo, dalla citata sentenza della Corte costituzionale, deriva anche che, qualsiasi diversa interpretazione o applicazione dell'art. 316 ter cod. pen., - come traspare dalla stessa "questione" sulla quale la Corte è stata chiamata a pronunciarsi e che emerge dalla parte narrativa dell'ordinanza - ineluttabilmente condurrebbe a conseguenze del tutto irragionevoli, giacchè, a configurare il richiamato art. 316 ter cod. pen. come una sorta di figura attenuata di truffa, si creerebbe, nel sistema, un singolare "privilegio" nel trattamento sanzionatorio di ipotesi di frodi in teoria più gravi, perchè realizzate contro enti pubblici (addirittura con semplice sanzione amministrativa, se la somma indebitamente percepita è inferiore alla soglia prevista dallo stesso art. 316 ter cod. pen.), rispetto al trattamento riservato alle truffe commesse in danno di privati.
Il corollario che se ne può trarre, propone, dunque, una alternativa ineludibile: o si ritiene che la semplice "presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero ... l'omissione di informazioni dovute" non sia più condotta qualificabile come artifizio o raggiro agli effetti di quanto previsto dall'art. 640 cod. pen., come il giudice a quo e parte della dottrina sostengono; oppure, occorre riconoscere che anche quei "fatti" possono integrare gli artifizi o raggiri descritti dal delitto di truffa. La richiamata ordinanza della Corte costituzionale, come già si è accennato, mostra di propendere chiaramente verso quest'ultima soluzione, sottolineando come rientri "nell'ordinario compito interpretativo del giudice accertare, in concreto, se una determinata condotta formalmente rispondente alla fattispecie delineata dall'art. 316 ter c.p. integri anche la figura descritta dall'art. 640 bis, c.p., facendo applicazione, in tal caso, solo di quest'ultima previsione punitiva". Non senza però aver poco prima puntualizzato, come debba riconoscersi all'interprete - e, dunque, al giudice - il compito di accertare i concreti margini di operatività dell'art. 316 ter cod. pen., sempre, peraltro, nel rispetto della "inequivoca vocazione sussidiaria" di tale norma, misurandone l'entità, come già si è accennato, alla stregua delle "più o meno ampie "capacità di presa" che si riconoscano al delitto di truffa, avuto riguardo sia all'elemento degli "artifizi e raggiri", in qualunque forma realizzati, sia al requisito della induzione in errore".
Poichè, quindi, artifizi e raggiri continuano a permanere nel sistema come condotte in sè strutturalmente variegate e contenutisticamente "aperte", se ne deve desumere che, ove il legislatore ne avesse inteso circoscrivere l'ambito, avrebbe operato - claris verbis - sulla struttura dello stesso art. 640 cod. pen., e non certo attraverso una norma "di confine", destinata a colmare un'area di condotte (a torto o a ragione) ritenute non punibili a titolo di truffa.
Pretendere quindi di derivare dall'art. 316 ter un "indicatore" normativo destinato a produrre un "prosciugamento" contenutistico delle condotte che possono integrare artifizi e raggiri, equivarrebbe ad introdurre - a parere di questa Corte - un arbitrio ermeneutico, produttivo di sicuri effetti incostituzionali, contrario alla dichiarata mens legis e certamente antitetico rispetto a quella "vocazione sussidiaria", che la norma stessa - stavolta con inequivoco ed espresso esordio precettivo - ha inteso programmaticamente enunciare, come "marcatore" rispetto alla figura della truffa aggravata a norma dell'art. 640 bis, cod. pen.. Ciascuna delle condotte indicate dallo stesso art. 314 ter cod. pen., può dunque concorrere ad integrare, in ipotesi, gli artifizi e raggiri previsti per la realizzazione del delitto di truffa: sempre che, ovviamente, di tale figura vengano integrati anche gli ulteriori presupposti. Il problema sta quindi nel calibrare, come ha rammentato la Corte costituzionale, lo spazio entro il quale un determinato comportamento, eventualmente corrispondente alle figure descritte dall'art. 316 ter cod. pen., realizzi le più che tradizionali forme degli artifizi o raggiri, dai quali derivi, poi, l'ulteriore requisito della induzione in errore (si è anzi evidenziato, a quest'ultimo riguardo, come nella fattispecie di cui all'art. 316 ter difetti, rispetto alla ipotesi della truffa, proprio l'elemento della induzione in errore: il che, ad avviso di alcuni commentatori, consentirebbe di intravedere un margine residuale di applicabilità dello stesso art. 316 ter cod. pen. nelle ipotesi, ad esempio, dell'approfittamento dell'errore altrui, o della condotta che si iscriva nell'ambito di un procedimento che non comporti alcuna verifica sulla veridicità delle dichiarazioni del soggetto attivo o delle relative semplici omissioni).
In proposito, la dottrina, come è noto, è da tempo sostanzialmente concorde nel definire l'artifizio come una manipolazione o trasfigurazione della realtà esterna, provocata mediante la simulazione di circostanze inesistenti o, al contrario, con la dissimulazione di circostanze esistenti. Attraverso, dunque, una più o meno callida "messa in scena", si realizza una realtà apparente, in varia misura difforme da quella effettiva, attraverso una immutatio veri che può attingere qualsiasi elemento del mondo circostante. Il raggiro, invece, operando direttamente sulla psiche del soggetto, viene fatto consistere in una proposizione menzognera corredata di un ingegnoso avvolgimento di parole od argomentazioni atte a far scambiare il falso per vero.
Come, però, si è sottolineato in dottrina - puntualmente rammentata dal Procuratore generale nella propria requisitoria - la giurisprudenza di questa Corte ha gradualmente finito per svalutare il ruolo della condotta, orientandosi sempre più verso una configurazione del reato in senso causale, ove ciò che rilevava non era tanto la definizione dei concetti di artifizi e raggiri, quanto, piuttosto, la idoneità di quelle condotte a produrre l'effetto di induzione in errore del soggetto passivo. Si è così assistito al consolidarsi dell'affermazione secondo la quale, ai fini della sussistenza del reato di truffa, l'idoneità dell'artificio e del raggiro deve essere valutata in concreto, ossia con riferimento diretto alla particolare situazione in cui è avvenuto il fatto ed alle modalità esecutive dello stesso; tale idoneità - si è aggiunto - non è perciò esclusa dalla esistenza di preventivi controlli, nè dalla scarsa diligenza della persona offesa nell'eseguirli, quando, in concreto, esista un artificio o un raggiro posto in essere dall'agente e si accerti che tra di loro e l'errore in cui la parte offesa è caduta sussista un preciso nesso di causalità (Cass., Sez. 6^, 25 febbraio 2003, Di Rosa; Cass., Sez. 5^, 27 marzo 1999, Longarini; Cass., Sez. 1^, 7 dicembre 1990, Ricci;
Cass., Sez. 2^, 14 novembre 1989, Scarcelli). Da tale svalutazione delLA.ta definitoria e precettiva degli artifici e raggiri, in una prospettiva tutta tesa a privilegiare una disamina causalmente orientata della fattispecie, sarebbe così derivata, secondo alcuni, una dilatazione del raggio d'azione della truffa, sino ad attrarre - quali elementi idonei ad indurre in errore (e come tali riguardagli alla stregua di artifizi o raggiri, secondo una visione per così dire "retrograda", che ricostruisce le cause dagli effetti), condotte in sè "neutre", come il silenzio, o il mendacio.
Come ricorda la già citata sentenza delle Sezioni unite Panigoni, "indubbiamente potrebbe riproporsi la questione se il concetto di "artifizi o raggiri" sia integrato anche dalla menzogna pura e semplice e cioè dalla menzogna che, anche senza particolari modalità ingannatorie "aggiuntive", abbia determinato l'errore nel soggetto passivo. Questione - avvertivano le Sezioni unite - senz'altro seria, potendosi ritenere che - senza quella "forzatura" del concetto di artifizi e raggiri riconosciuta da dottrina e giurisprudenza ... - la menzogna pura e semplice integra soltanto la condotta che induce in errore, ma non la condotta posta in essere con artifizi e raggiri".
Eppure, non v'è chi non veda come silenzio e mendacio cessino di essere elementi strutturalmente neutri, per assumere, invece, connotazioni senz'altro "artificiose" o di "raggiro" in rapporto a specifici obblighi giuridici che qualifichino l'omessa dichiarazione o la dichiarazione contraria al vero come artificiosa rappresentazione di circostanze di fatto o manopolazione della altrui sfera psichica in rapporto allo specifico valore fidefacente che la dichiarazione contraria al vero può assumere nell'ordinamento.
L'omesso adempimento dell'obbligo di comunicazione, così come la "semplice" menzogna, al di là dell'effetto di induzione in errore, possono già di per sè integrare - in ragione dello specifico affidamento che quelle stesse condotte, in positivo o in negativo, possono, ex lege, ingenerare - le caratteristiche della artificiosa mise en scene che rappresenta l'in se della truffa (Cass., Sez. 6^, 3 aprile 1998, Perina; Cass., Sez. 2^, 19 aprile 1991, Salvalaio; Cass. Sez. 2^ 23 giungo 1989, Della Torre).
La conclusione, dunque, lumeggiata dal giudice a quo e, come si è accennato, condivisa da una parte della dottrina, secondo la quale l'innesto dell'art. 316 ter cod. pen. restringerebbe l'area degli artifizi e raggiri ponendo in seria crisi la perdurante proponibilità delle tesi giurisprudenziali dianzi riferite, non può trovare accoglimento: il carattere necessariamente sussidiario di quella fattispecie, infatti, ne esclude la configurabilità alla stregua di "frode minore", per consentirne l'inquadramento in una apposita categoria di fattispecie "altra" (e dunque alternativa) rispetto alla truffa, i cui elementi tipizzanti erano e restano quelli contrassegnati da una lunga e consolidata tradizione ermeneutica.
La condotta descritta dal richiamato art. 316 ter cod. pen. si distingue, dunque, dalla figura delineata dall'art. 640 bis cod. pen. per le modalità, giacchè la presentazione di dichiarazioni o documenti attestanti cose non vere deve essere "fatto" strutturalmente diverso dagli artifizi e raggiri, e per la assenza della induzione in errore, considerato che ove l'ente erogante fosse stato in concreto "circuito" attraverso la produzione di elementi attestativi o certificativi artificiosamente decettivi, il fatto finirebbe per essere attratto nell'ambito della clausola di salvezza con cui lo stesso art. 316 ter cod. pen. esordisce. La sussistenza, dunque, della induzione in errore, da un lato, e la natura fraudolenta della condotta, dall'altro, non può che formare oggetto - come puntualmente ha segnalato la Corte costituzionale e come per certi aspetti induce a ritenere una pertinente lettura della sentenza Panigoni - di una disamina da condurre caso per caso, alla stregua di tutte le circostanze che caratterizzino la vicenda in concreto. Non senza sottolineare come, la stessa collocazione topografica dell'art. 316 ter cod. pen., e gli elementi descrittivi che compaiono tanto nella rubrica che nel corpo della norma, chiaramente mostrino la volontà del legislatore di perseguire la semplice percezione sine titulo delle erogazioni, e non le "modalità" attraverso le quali l'indebita percezione si è realizzata; svelando, per questa via, la scelta di non incentrare la voluntas puniendi, sulle condotte nelle quali l'erogazione è stata realizzata attraverso la frode ed il conseguente errore dell'ente erogante, nella dichiaratapresupposizione che tale fatto fosse già "coperto" dalla previsione dettata dall'art. 640 bis cod. pen.. In questa prospettiva, è ben vero che l'area applicativa della figura "sussidiaria" finisce per circoscriversi ad ipotesi che, nel panorama della più estesa tematica delle frodi, rischiano di assumere connotazioni del tutto marginali: ma ciò risponde, a ben guardare, proprio alla scelta - imposta dagli obblighi comunitari - di non lasciare nulla di "impunito" nello specifico settore, in linea, dunque, con il carattere, non soltanto sussidiario, ma anche "residuale" che - come ricorda l'ordinanza n. 95 del 2004 della Corte Costituzionale - caratterizza l'art. 316 ter cod. pen. rispetto all'art. 640 bis cod. pen..
Resta ovviamente irrisolto il più generale problema di definire i margini di soluzione delle possibili "frizioni ermeneutiche" cui ineluttabilmente si può andare incontro nel tracciare una sorta di actio finuim regundorum tra le due figure di reato. Ma, per quel che qui rileva, sembra dirimente osservare che - come ha correttamente puntualizzato il Procuratore generale presso questa Corte - la natura e la forma del "mendacio" assumono connotazioni ben diverse alla luce del contesto "normativo" in cui esse si iscrivono. Altro è, infatti, la dichiarazione o il documento nei quali si prospettano circostanze non vere, senza che sul dichiarante incomba uno specifico obbligo di verità; altro è l'identica prospettazione o produzione documentale ove, invece, quell'obbligo sussista in forza di una specifica previsione. Nell'ipotesi, poi, in cui - come nella vicenda in esame - non soltanto l'obbligo di verità sia positivamente sancito dalla legge, ma sia addirittura presidiato da una apposita figura di reato, ne consegue che la "trasmigrazione" di un siffatto "mendacio" nell'area degli artifizi e raggiri deve ritenersi senz'altro realizzata.
E' del tutto evidente, infatti, che, mirando la sanzione penale ad assicurare la certezza e la speditezza del traffico giuridico, la veridicità dell'atto così presidiato è destinata a suscitare uno specifico affidamento nei destinatari del relativo contenuto dichiarativo o attestativo; con la conseguenza che la relativa immutatio veri da parte dell'autore è in grado di inscenare una artificiosa rappresentazione della realtà, in sè atta ad indurre in errore quanti - non per scelta soggettiva, ma in ragione del carattere giuridicamente fidefacente di quell'attestato o documento - erano tenuti ad una condotta di "affidamento" quali destinatari di tali atti. In tale cornice ben si iscrive, dunque, proprio la vicenda oggetto del presente scrutinio, giacchè, come emerge dalla imputazione e dalla stessa sentenza impugnata - nella quale si da atto di come diverso debba essere l'epilogo in ordine al reato di cui all'art. 483 cod. pen., contestato al capo A) - la truffa ai danni della Azienda Ospedaliera si sia realizzata con artifizi e raggiri consistiti, appunto, "nel rendere la falsa dichiarazione sostitutiva di certificazione di cui al capo che precede". Falso contestato, appunto, sub specie di cui all'art. 483 cod. pen., art. 61 cod. pen., n. 2, in relazione al D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, art. 76, comma 3, e art. 46, lettere o) ed r), perchè - si legge nella rubrica, "con dichiarazione resa ad impiegato addetto all'ufficio ticket dell'Ospedale di Patti, autocertificava, con ciò attestando il falso, di essere disoccupato o licenziato, e comunque che il proprio nucleo familiare era titolare di un reddito non superiore a quello previsto per l'attribuzione del diritto alla fruizione delle prestazioni mediche richieste in regime di esenzione contributiva".
Posto, quindi, che le dichiarazioni sostitutive di certificazioni sono destinate a "provare", come recita il D.P.R. n. 445 del 2000, art. 46, comma 1, determinati stati, qualità personali e fatti, e considerato che tali dichiarazioni "sono considerate come fatte a pubblico ufficiale" e, se mendaci, sono punite "ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia" (art. 76 del medesimo decreto), ne deriva che il relativo valore e regime giuridico equivale, in tutto e per tutto, alle normali e corrispondenti certificazioni pubbliche, con tutto quel che ne consegue sul piano dell'affidamento che in esse doverosamente va riposto, alla stregua di una precisa e cogente scelta normativa. Donde la sussistenza, nel caso concreto, di una condotta che presenta tutti i "requisiti" per poter ritenere nella specie integrati gli artifizi e raggiri atti ad indurre in errore la parte offesa, e, quindi, permettere le conseguenti delibazioni, sia pure agli effetti del circoscritto ambito processuale che qui rileva, in ordine alla ravvisabilità del contestato delitto di truffa aggravata, di cui all'art. 640 cod. pen., comma 2. 3. La sentenza deve in conseguenza essere annullata.
A norma dell'art. 569 cod. proc. pen., comma 4, gli atti vanno trasmessi alla Corte di appello di Messina competente per l'appello, che si atterrà ai principi di diritto indicati.
Annulla la sentenza impugnata e dispone che gli atti siano trasmessi alla Corte di appello di Messina per l'ulteriore corso.
Così deciso in Roma, il 10 febbraio 2006.
Il pubblico dipendente che, avendo effettivamente compiuto una missione fuori sede, richieda falsamente rimborso delle spese sostenute per il trasferimento commette il delitto di truffa ai danni dell'amministrazione dalla quale dipende, ma non sarà ipotizzabile un falso punibile, perchè, com'è noto, la falsità ideologica in atti privati non è prevista come reato.
SENTENZA 12-04-2005 / 22-04-2005, n. 15271
Carmen P. ed Emanuela B. impugnano per cassazione la sentenza che, in accoglimento dell'appello del pubblico ministero, ne ha dichiarato la colpevolezza in ordine al delitto di falso in atto pubblico, perchè, nella qualità di ispettrici dell'Inail, avevano attestato e documentato falsamente spese di missione superiori a quelle effettivamente affrontate. Propongono entrambe due motivi d'impugnazione.
Con il primo motivo le ricorrenti deducono violazione dell'art. 479 c.p. e sostengono che le richieste di rimborso delle spese di missione non vengono redatte nell'esercizio di pubbliche funzioni, sicchè si tratta di atti privati per i quali non è punibile la falsità ideologica. Con il secondo motivo le ricorrenti deducono in via subordinata violazione dell'art. 480 c.p., sostenendo che le suddette richieste di rimborso possono essere qualificate tutt'al più certificati amministrativi, non atti pubblici.
Il primo motivo del ricorso è fondato e assorbente. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, invero, "in materia di falso ideologico in atto pubblico, è tale ogni scritto redatto dal pubblico impiegato e dal pubblico ufficiale per uno scopo inerente alle loro funzioni, anche quando si tratti di atti di corrispondenza, interna o esterna, o comunque, di atti interni alla P.A., anche non tassativamente previsti dalla legge: ciò che rileva è la provenienza dell'atto dal pubblico ufficiale nell'esercizio delle sue funzioni ed il contributo da esso fornito - in termini di conoscenza o di determinazione - ad un procedimento della Pubblica amministrazione" (Cass., sez. 5^, 18 marzo 1999, Andronico, m. 213363).
Sicchè è sufficiente che l'atto provenga dalla pubblica amministrazione, perchè rientri nella tutela prevista dall'art. 479 c.p., essendo irrilevante la sua eventuale destinazione meramente interna all'organizzazione.
Vanno pertanto considerati pubblici anche gli atti redatti dal pubblico dipendente per attestare l'effettivo espletamento di una missione di istituto (Cass., sez. 5^, 23 ottobre 1995, Iaquinta, m. 202500) ovvero la sua stessa presenza in ufficio (Cass., sez. 5^, 9novembre 2004, Amendola, m. 230261), perchè si tratta di attestazioni attinenti, oltre che eventualmente al rapporto di lavoro del dichiarante, anche al regolare funzionamento dell'ufficio pubblico e possono assumere nei confronti dei terzi un rilievo probatorio non predeterminabile.
Deve escludersi invece che il pubblico dipendente rediga atti pubblici quando non agisca neppure indirettamente per conto della pubblica amministrazione, ma operi solo come soggetto privato in un rapporto contrattuale con la sua stessa amministrazione di appartenenza. E tanto si desume non solo dall'art. 479 c.p., che per la sua applicazione richiede l'esercizio delle funzioni pubbliche, e dall'art. 493 c.p., che presuppone l'esercizio delle attribuzioni dell'incaricato di pubblico servizio equiparato al pubblico ufficiale, ma anche dall'art. 482 c.p., laddove, sia pure ai soli fini delle falsità materiali, equipara al privato il pubblico ufficiale che agisca al di fuori dell'esercizio delle sue funzioni.
Redige perciò un atto privato il pubblico dipendente che, avendo effettivamente compiuto una missione fuori sede, richieda il rimborso delle spese sostenute per il trasferimento.
In questi casi infatti il pubblico dipendente non esprime la volontà o la conoscenza della pubblica amministrazione, ma rappresenta esclusivamente un suo interesse privato, senza attestare alcunchè in ordine all'attività della pubblica amministrazione. Sicchè nella sua condotta risulterà configurabile il delitto di truffa ai danni dell'amministrazione dalla quale dipende, ma non sarà ipotizzabile un falso punibile, perchè, com'è noto, la falsità ideologica in atti privati non è prevista come reato.
La sentenza impugnata va pertanto annullata senza rinvio, perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato.
La Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata, perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato.
Così deciso in Roma, il 12 aprile 2005.
Depositato in Cancelleria il 22 aprile 2005.

References: art. 640
 art. 640
 art. 641
 art. 346
 art. 346
 art. 346

CASS. 
 sentenza 
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 art. 346
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CASS. 
 art. 640
 art. 316
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 sentenza 
 art. 15
 art. 325

SENTENZA 
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 art. 640
 art. 3
 art. 8
 sentenza 
 art. 8
 art. 3
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 art. 3
 art. 8
 art. 4
 art. 6
 art. 4
 art. 78
 art. 3
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 art. 3
 sentenza 
 art. 2
 art. 2
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 art. 316
 art. 316
 art. 640
 art. 314
 art. 316
 sentenza 
 Cass. Sez. 
 art. 316
 art. 316
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 sentenza 
 art. 61
 art. 76
 art. 46
 art. 46
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SENTENZA 
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