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Timestamp: 2018-04-26 17:28:09+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II CIVILE - SENTENZA 10 marzo 2017, n.6262
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | GIOVEDÌ 26 APRILE AGGIORNATO ALLE 19:28
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II CIVILE - SENTENZA 10 marzo 2017, n.6262MASSIMA
1. Nel caso di allegazione della simulazione relativa per interposizione fittizia di persona di un contratto necessitante la forma scritta "ad substantiam", la dimostrazione della volontà delle parti di concludere un contratto diverso da quello apparente incontra non solo le normali limitazioni legali all’ammissibilità della prova testimoniale e per presunzioni, ma anche quella, più rigorosa, derivante dal disposto degli artt. 1414, 2 co., e 2725 cod. civ., di provare la sussistenza dei requisiti di sostanza e forma del contratto diverso da quello apparentemente voluto e l’esistenza, quindi, di una controdichiarazione, dalla quale risulti l’intento comune dei contraenti di dare vita ad un contratto soggettivamente diverso da quello apparente; di conseguenza, e con riferimento alla compravendita immobiliare, la controversia tra il preteso acquirente effettivo e l’apparente compratore non può essere risolta, fatta salva l’ipotesi di smarrimento incolpevole del relativo documento (art. 2724, n. 3, cod. civ.), con la prova per testimoni o per presunzioni di un accordo simulatorio cui abbia aderito il venditore e neppure, in assenza della controdichiarazione, tale prova può essere data con il deferimento o il riferimento del giuramento (art. 2739, 1 co., cod. civ.), né tanto meno mediante l’interrogatorio formale, non potendo supplire la confessione, in cui si risolve la risposta positiva ai quesiti posti, alla mancanza dell’atto scritto.
2. In tema di prova della simulazione di contratti di compravendita di immobili che esigono la forma scritta "ad substantiam", l’interrogatorio formale, in quanto diretto a provocare la confessione del soggetto cui è deferito, è ammissibile anche tra le parti solo se sia rivolto a dimostrare la simulazione assoluta del contratto, perché in tal caso oggetto del mezzo di prova è l’inesistenza della compravendita immobiliare, ma non la simulazione relativa.
Con atto in data 28.6.1998 B.P. citava a comparire dinanzi al tribunale di Trento la moglie, K.S. , Fa.Gi. e Bo.Lu. .
Chiedeva che fosse accertata e dichiarata la simulazione relativamente all’atto di compravendita del 15.2.1994 e dunque che fosse dichiarato proprietario dell’immobile identificato all’ufficio tavolare di Bolzano come p.m. 4 della p.ed. 207 in p.t. 1055/H C.C. Bolzano, con condanna al risarcimento dei danni da determinarsi in via equitativa; che fosse accertata e dichiarata la simulazione relativamente all’atto di compravendita del 21.12.1994 e dunque che fosse dichiarato proprietario dell’immobile identificato all’ufficio tavolare di Trento come p.m. 16 delle pp.edd. 4584/1 e 4584/4 in p.t. 4835 C.C. Trento, con condanna al risarcimento dei danni da determinarsi in via equitativa.
Chiedeva in via subordinata che fosse dichiarato proprietario, in via esclusiva ovvero per la quota acclaranda, della p.m. 4 della p.ed. 207 in p.t. 1055/H C.C. Bolzano relativamente all’atto di compravendita del 15.2.1994 e della p.m. 16 delle pp.edd. 4584/1 e 4584/4 in p.t. 4835 C.C. Trento relativamente all’atto di compravendita del 21.12.1994.
Chiedeva in via ulteriormente subordinata che si accertasse che aveva sostenuto spese di acquisto e ristrutturazione degli immobili anzidetti e quindi che era creditore per la somma di Lire 710.000.000 ovvero per il diverso ammontare ritenuto di giustizia con susseguente condanna di K.S. al relativo pagamento con interessi e rivalutazione.
Chiedeva in estremo subordine che si accertasse che l’immobile oggetto dell’atto di compravendita del 15.2.1994 era in comunione legale tra egli attore ed il coniuge e, per l’effetto, che fosse dichiarato proprietario per la quota di 1/2 del medesimo cespite.
Si costituiva K.S. ; instava per il rigetto delle avverse domande; in via riconvenzionale, perché il coniuge fosse condannato a liberarla dalla prestata fideiussione e a risarcirle i danni cagionati.
Con sentenza n. 464/2001 il tribunale adito rigettava le domande tutte dell’attore, accoglieva in parte le domande riconvenzionali della convenuta e condannava B.P. a procurare alla moglie, fideiussore, l’immediata liberazione.
Interponeva appello B.P. .
Resisteva K.S. ; esperiva altresì appello incidentale limitatamente al rigetto della domanda risarcitoria.
Con ordinanza in data 16.7.2002 la corte qualificava la controversia come "matrimoniale" e disponeva la notifica dei gravami al pubblico ministero ai fini del suo intervento ex art. 70, 1 co., n. 2, cod. proc. civ..
Con sentenza n. 190/2003 la corte d’appello di Trento rigettava sia l’appello principale sia l’appello incidentale, compensava fino a concorrenza di 1/4 le spese di lite e condannava l’appellante principale ai residui 3/4.
Avverso tale sentenza proponeva ricorso a questa Corte B.P. . Resisteva K.S. .
Con sentenza n. 4787/2008 questa Corte accoglieva il ricorso e cassava la sentenza impugnata.
Evidenziava che Fa.Gi. e Bo.Lu. , litisconsorti necessari nel quadro della prefigurata simulazione soggettiva, convenuti ritualmente in prime cure, non erano stati citati né avevano preso parte al giudizio di appello.
Con atto di citazione in data 20.9.2008 B.P. attendeva alla riassunzione del giudizio in sede di rinvio.
Si costituiva K.S. .
Non si costituivano e venivano dichiarati contumaci Fa.Re. , quale unica erede di Fa.Gi. , e Bo.Lu. .
Con sentenza n. 266 dei 17.8/22.9.2010 la corte d’appello di Trento rigettava sia l’appello principale sia l’appello incidentale, confermava la sentenza n. 464/2001 del tribunale di Trento, compensava fino a concorrenza di 1/4 le spese di lite e condannava l’appellante principale a rimborsare all’appellata i residui 3/4.
Evidenziava - la corte - in ordine al primo motivo del gravame principale, che la prova dell’interposizione fittizia di persona, limitatamente ad un contratto soggetto all’onere della forma scritta ad substantiam, non poteva che essere data mediante la produzione della controdichiarazione e dunque non poteva essere assolta né a mezzo testimoni né a mezzo presunzioni né mediante il deferimento del giuramento "né tanto meno mediante l’interrogatorio formale, non potendo supplire la confessione" (così sentenza d’appello, pag. 12), sicché correttamente il primo giudice aveva respinto la domanda di simulazione.
Evidenziava, in ordine al secondo ed al terzo motivo del gravame principale, che "lo stesso attore ha prodotto documentazione attestante il pagamento delle fatture per arredi ed opere di miglioria ed ha ammesso di aver corrisposto egli stesso il prezzo di compravendita degli appartamenti in contestazione" (così sentenza d’appello, pag. 15); che l’acquisto di un immobile con denaro di uno dei coniugi e la contestuale intestazione del cespite all’altro valevano ad integrare la figura della donazione indiretta, per la quale è "sufficiente l’osservanza della forma richiesta per l’atto da cui la donazione indiretta risulta" (così sentenza d’appello, pag. 16).
Evidenziava al contempo che la domanda volta all’applicazione della normativa ellenica doveva reputarsi inammissibile, giacché formulata per la prima volta in grado d’appello.
Evidenziava, in ordine al quarto motivo del gravame principale, con cui si era censurato il dictum di primo grado nella parte in cui aveva accolto la domanda riconvenzionale spiegata dalla K. ai sensi dell’art. 1953 c.c., che l’originaria convenuta alla stregua dei documenti prodotti aveva dato prova della fideiussione prestata a favore del coniuge e dell’insolvenza di costui; che quindi correttamente il tribunale aveva accolto la domanda di rilievo sino a concorrenza dell’importo di Lire 370.000.000; che per altro verso l’asserita natura "familiare" del credito garantito non solo non risultava provata, ma non era stata neppure dedotta in prime cure.
Avverso tale sentenza ha proposto ricorso B.P. ; ne ha chiesto sulla scorta di sei motivi la cassazione con ogni susseguente statuizione anche in ordine alle spese.
K.S. ha depositato controricorso; ha chiesto rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese.
Bo.Lu. non ha svolto difese.
F.V. (quale erede di Fa.Me. , deceduta il (omissis), a sua volta quale erede di Fa.Re. , deceduta il (omissis), a sua volta quale erede di Fa.Gi. ) parimenti non ha svolto difese.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II CIVILE - SENTENZA 10 marzo 2017, n.6262 - Pres. Migliucci – est. Abete
Al riguardo è sufficiente il riferimento all’insegnamento di questa Corte (in verità menzionato pur dalla corte trentina) a tenor del quale, nel caso di allegazione della simulazione relativa per interposizione fittizia di persona di un contratto necessitante la forma scritta 'ad substantiam', la dimostrazione della volontà delle parti di concludere un contratto diverso da quello apparente incontra non solo le normali limitazioni legali all’ammissibilità della prova testimoniale e per presunzioni, ma anche quella, più rigorosa, derivante dal disposto degli artt. 1414, 2 co., e 2725 cod. civ., di provare la sussistenza dei requisiti di sostanza e forma del contratto diverso da quello apparentemente voluto e l’esistenza, quindi, di una controdichiarazione, dalla quale risulti l’intento comune dei contraenti di dare vita ad un contratto soggettivamente diverso da quello apparente; di conseguenza, e con riferimento alla compravendita immobiliare, la controversia tra il preteso acquirente effettivo e l’apparente compratore non può essere risolta, fatta salva l’ipotesi di smarrimento incolpevole del relativo documento (art. 2724, n. 3, cod. civ.), con la prova per testimoni o per presunzioni di un accordo simulatorio cui abbia aderito il venditore e neppure, in assenza della controdichiarazione, tale prova può essere data con il deferimento o il riferimento del giuramento (art. 2739, 1 co., cod. civ.), né tanto meno mediante l’interrogatorio formale, non potendo supplire la confessione, in cui si risolve la risposta positiva ai quesiti posti, alla mancanza dell’atto scritto (cfr. Cass. 19.2.2008, n. 4071).
Più esattamente, in tema di prova della simulazione di contratti di compravendita di immobili che esigono la forma scritta 'ad substantiam', l’interrogatorio formale, in quanto diretto a provocare la confessione del soggetto cui è deferito, è ammissibile anche tra le parti solo se sia rivolto a dimostrare la simulazione assoluta del contratto, perché in tal caso oggetto del mezzo di prova è l’inesistenza della compravendita immobiliare (cfr. Cass. 30.1.1992, n. 1011).
Deduce inoltre che la corte distrettuale ha erroneamente qualificato la fattispecie de qua in guisa di donazione indiretta; che nel caso di specie 'l’intento liberale non sussisteva al momento della intestazione dei beni, ma solo al momento della donazione diretta del denaro al coniuge' (così ricorso, pag. 14); che 'persino le argomentazioni avversarie non lasciavano dubbi in merito ai conferimenti di denaro (...) in favore della moglie, conferimenti che, privi di una causa onerosa, non potevano e non possono che essere configurati come donazioni dirette, nulle per mancanza di forma' (così ricorso, pag. 15).
Si rappresenta innanzitutto che ai fini della qualificazione della fattispecie de qua in guisa di donazione indiretta la corte territoriale, siccome premesso, ha fatto leva essenzialmente sulla documentazione prodotta dal medesimo originario attore. In questo quadro la corte trentina ha avallato il riferimento dal primo giudice operato alla 'memoria attorea 1.3.2000' ed alla 'comparsa conclusionale 25.3.2001', onde corroborare in chiave indiziaria gli affermati esiti probatori. Tanto in pieno ossequio all’insegnamento di questo Giudice del diritto a tenor del quale le ammissioni contenute negli scritti difensivi, sottoscritti unicamente dal procuratore ad litem, non hanno valore confessorio, ma costituiscono elementi indiziari liberamente valutabili dal giudice per la formazione del suo convincimento (cfr. Cass. 2.10.2007, n. 20701).
Va debitamente soggiunto che la corte d’appello per nulla ha confuso 'la domanda di accertamento della simulazione con quella di accertamento della donazione' (così ricorso, pag. 14).
La corte di merito più semplicemente ha disconosciuto in difetto di adeguato riscontro probatorio la dedotta fattispecie di simulazione soggettiva ('correttamente, quindi il primo giudice ha respinto la domanda di simulazione, poiché B.P. non ha fornito la prova dell’assunto dedotto in giudizio': così sentenza d’appello, pagg. 12 - 13) e, conformemente a quanto affermato dal tribunale, ha concluso nel senso che 'nella fattispecie è configurabile un’ipotesi di donazione indiretta' (così sentenza d’appello, pag. 16).
Più che plausibile è l’interpretazione estensiva dell’ultimo comma dell’art. 1400 del codice civile greco ('nell’aumento del patrimonio dei coniugi non viene calcolato tutto ciò che sia stato acquisito da donazione, eredità o lascito ereditario oppure dalla disposizione dei frutti derivanti da queste causali'), codice civile greco di cui parte ricorrente ha invocato l’applicazione 'in quanto all’epoca i coniugi avevano entrambi la cittadinanza greca e, dunque, si applicava la legge nazionale comune' (così ricorso, pag. 18) ai fini della disciplina dei relativi rapporti patrimoniali.
La corretta esegesi dell’ultimo comma dell’art. 1400 del codice civile greco, siccome comprensivo di ogni specie di donazione, concorre in pari tempo a determinare l’esatto ambito di applicabilità del 1 co. dello stesso articolo ('qualora il matrimonio venga sciolto od annullato ed il patrimonio di uno dei coniugi sia, dopo la celebrazione del matrimonio, aumentato, l’altro coniuge, nel caso in cui abbia contribuito in qualsiasi modo al suddetto aumento, ha diritto a pretendere la consegna della parte di aumento proveniente dal proprio contributo'): il contributo all’incremento del patrimonio del coniuge di cui l’altro coniuge può pretendere la restituzione, non si identifica evidentemente con quello scaturito da una donazione benché eventualmente indiretta.
Deduce che 'nulla di nuovo è stato dedotto in appello e, ancor meno, la normativa ellenica (rectius art. 1400 del codice greco) con riguardo alla questione della donazione' (così ricorso, pag. 19); che l’applicazione della disciplina di cui al codice civile greco era stata invocata sin dal primo grado, sicché la relativa richiesta in appello non costituiva 'domanda nuova'.
Deduce che, contrariamente all’assunto della corte di Trento, la somma 'di liberazione', pari a lire 370.000.000, non corrisponde all’ammontare, pari a lire 379.425.316, delle somme per le quali era stato intimato il pagamento alla moglie in veste di fideiussore.
Deduce che la corte 'ha, senza alcuna giustificazione, escluso la natura familiare del credito garantito dalla convenuta' (così ricorso, pag. 21).
Occorre tener conto, da un lato, che col motivo de quo B.P. censura sostanzialmente il giudizio 'di fatto' alla cui stregua la corte d’appello ha reputato sussistenti le condizioni legittimanti il rilievo esercitato in via riconvenzionale da K.S. e dunque ha confermato il dictum di prime cure.
Su tali premesse si rappresenta che la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico - formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando, così, liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (cfr. Cass. 9.8.2007, n. 17477; Cass. 7.6.2005, n. 11789).
Nei termini testé enunciati l’iter motivazionale che sorregge il dictum della corte di merito risulta in toto ineccepibile sul piano della correttezza giuridica ed assolutamente congruo e esaustivo sul piano logico - formale.
Più esattamente la corte di merito ha vagliato nel complesso - non ha quindi obliterato la disamina di punti decisivi - e dipoi ha in maniera inappuntabile selezionato il materiale probatorio cui ha inteso ancorare il suo dictum, altresì palesando in forma nitida e coerente il percorso decisorio seguito ('da tali circostanze emerge l’insolvenza del B. a soddisfare le proprie obbligazioni': così sentenza d’appello, pag. 18; 'l’asserita natura familiare del credito garantito non solo non risulta provata, ma neppure dedotta in primo grado': così sentenza d’appello, pag. 18).
In ogni caso ed a rigore con il motivo de quo agitur il ricorrente null’altro prospetta se non un preteso migliore e più appagante coordinamento dei dati acquisiti ('senonché detto avviso è di 5 mesi successivi la sentenza di primo grado': così ricorso, pag. 21; 'che il debito avesse natura familiare è assolutamente incontestato ed incontestabile, essendo stato contratto per l’acquisto della casa adibita ad abitazione della famiglia: così ricorso, pag. 21)'.
Il motivo dunque involge gli aspetti del giudizio - interni al discrezionale ambito di valutazione degli elementi di prova e di apprezzamento dei fatti - afferenti al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi del percorso formativo di siffatto convincimento rilevanti nel segno dell’art. 360, 1 co., n. 5), cod. proc. civ..
La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente, B.P. , a rimborsare alla controricorrente, K.S. , le spese del giudizio di legittimità, che si liquidano in Euro 4.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario delle spese generali, i.v.a. e cassa come per legge.

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