Source: https://renatodisa.com/2018/09/03/cassazione-sentenza-10-luglio-2018-n-18047/
Timestamp: 2018-10-17 02:53:05+00:00

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Chi si ammala, in modo grave, dopo aver acquistato un pacchetto turistico “all inclusive”, al punto di non poter più partire, può richiedere i soldi indietro al tour operator. - Avvocato Renato D'Isa
Chi si ammala, in modo grave, dopo aver acquistato un pacchetto turistico “all inclusive”, al punto di non poter più partire, può richiedere i soldi indietro al tour operator.
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Corte di Cassazione, sezione terza civile, Sentenza 10 luglio 2018, n. 18047.
sul ricorso 19821/2016 proposto da:
(OMISSIS) SPA, in persona del Legale Rappresentante Sig. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura a margine del ricorso;
avverso la sentenza n. 1447/2016 del TRIBUNALE di BOLOGNA, depositata il 03/06/2016;
1. (OMISSIS) e (OMISSIS) convennero in giudizio, dinanzi al giudice di pace di Bologna, la (OMISSIS) Spa e, premesso di aver acquistato presso la societa’ un pacchetto turistico “all inclusive” al quale avevano dovuto rinunciare a causa della grave ed improvvisa patologia che aveva colpito l’ (OMISSIS), domandarono la condanna della societa’ alla restituzione della somma da loro pagata come prezzo dell’intera prestazione pattuita.
2. Il giudice di pace accolse la domanda; il Tribunale di Bologna, per cio’ che interessa in questa sede, respinse l’appello della societa’, compensando parzialmente le spese del grado.
3. Ricorre per la cassazione della sentenza la (OMISSIS) Srl in liquidazione (gia’ (OMISSIS) Spa) affidandosi a cinque motivi illustrati anche con memoria.
1. Con il primo motivo, la societa’ ricorrente deduce ex articolo 360 c.p.c., n. 3, la violazione degli articoli 1463, 1256, 1325 e 1345 c.c., ed articolo 3 Cost., nonche’, ex articolo 360 c.p.c., n. 5, l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio. Al riguardo:
a. contesta l’interpretazione degli articoli 1463 e 1345 c.c., assumendo che il giudice d’appello aveva confuso la causa del contratto con i motivi di esso;
b. deduce l’inconferenza degli arresti di legittimita’ richiamati, riguardanti la diversa ipotesi di impossibilita’ sopravvenuta per un fatto ascrivibile a terzi e non alle parti: assume che non era stato considerato che la mancata partecipazione al viaggio non era dipesa da fatti relativi all’esercizio dell’attivita’ imprenditoriale, ma ad un impedimento soggettivo del fruitore della prestazione che non poteva determinare un effetto completamente liberatorio/risolutorio in suo favore;
c. assume che l’articolo 1463 c.c., non prescriveva una regolamentazione inderogabile ne’ l’inserimento di clausole che potessero implicare uno sbilanciamento del sinallagma contrattuale con trasferimento del rischio solo a carico dell’operatore turistico.
1bis. Il motivo e’ complessivamente infondato.
Circa il primo rilievo, si osserva che il Tribunale ha fatto corretta applicazione delle norme sopra richiamate, inquadrando la fattispecie in esame nell’ipotesi in cui la causa del contratto, consistente nella fruizione di un viaggio con finalita’ turistica, diviene inattuabile per una causa di forza maggiore, non prevedibile e non ascrivibile alla condotta dei contraenti.
Al riguardo, questa Corte ha avuto modo di chiarire che “la causa in concreto – intesa quale scopo pratico del contratto, in quanto sintesi degli interessi che il singolo negozio e’ concretamente diretto a realizzare, al di la’ del modello negoziale utilizzato – conferisce rilevanza ai motivi, sempre che questi abbiano assunto un valore determinante nell’economia del negozio, assurgendo a presupposti causali, e siano comuni alle parti o, se riferibili ad una sola di esse, siano comunque conoscibili dall’altra”. (cfr. Cass. 8100/2013; Cass. 12069/2017).
Pertanto il Tribunale, nella congiunta valutazione della causa e dei motivi che avevano indotto all’acquisto del pacchetto turistico, ha dato forma al concetto di “causa concreta del contratto” attinente all’aspetto della funzione economico – sociale del negozio giuridico posto in essere (cfr. anche in motivazione Cass. 26958/2007))e, valutando il gravissimo impedimento che non aveva consentito ai contraenti di fruirne, ha correttamente applicato il principio sopra enunciato con il quale la previsione di cui all’articolo 1463 c.c., risulta perfettamente compatibile, con riferimento a tutti i contraenti.
E, tanto premesso, anche il secondo rilievo non e’ condivisibile.
Questa Corte ha affermato che “la risoluzione del contratto per impossibilita’ sopravvenuta della prestazione, con la conseguente possibilita’ di attivare i rimedi restitutori, ai sensi dell’articolo 1463 c.c., puo’ essere invocata da entrambe le parti del rapporto obbligatorio sinallagmatico, e cioe’ sia dalla parte la cui prestazione sia divenuta impossibile sia da quella la cui prestazione sia rimasta possibile. In particolare, l’impossibilita’ sopravvenuta della prestazione si ha non solo nel caso in cui sia divenuta impossibile l’esecuzione della prestazione del debitore, ma anche nel caso in cui sia divenuta impossibile l’utilizzazione della prestazione della controparte, quando tale impossibilita’ sia comunque non imputabile al creditore e il suo interesse a riceverla sia venuto meno, verificandosi in tal caso la sopravvenuta irrealizzabilita’ della finalita’ essenziale in cui consiste la causa concreta del contratto e la conseguente estinzione dell’obbligazione”. (cfr. Cass. 26958/2007).
Tale arresto che, per gli aspetti fattuali, risulta sovrapponibile al caso in esame contiene principi ai quali questo collegio intende dare seguito, dovendosi escludere che l’impossibilita’ sopravvenuta debba essere – come prospettato dal ricorrente – necessariamente ricollegata al fatto di un terzo: la non imputabilita’ al debitore (v. articolo 1256 c.c.) non restringe il campo delle ipotesi ma, per quanto sopra argomentato, consente di allargare l’applicazione della norma a tutti i casi, meritevoli di tutela, in cui sia impossibile, per eventi imprevedibili e sopravvenuti, utilizzare la prestazione oggetto del contratto.
Anche il terzo rilievo non puo’ essere condiviso.
La societa’ ricorrente lamenta, infatti, che la decisione impugnata contiene argomentazioni che si traducono in uno sbilanciamento del sinallagma contrattuale e nel trasferimento del rischio dell’evento accidentale a totale carico del tour operator, con conseguente costituzione di una sorta di responsabilita’ oggettiva.
L’assunto e’ infondato.
L’articolo 1463 c.c., assume una funzione di protezione in relazione alla parte impossibilitata a fruire della prestazione pattuita e cio’ e’ funzionale, in linea generale, proprio alla ricostituzione del sinallagma compromesso, non spostando l’ambito contrattuale della responsabilita’.
2. Con il secondo motivo, la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione degli articoli 1463 e 2033 c.c.: assume che la malattia dell’ (OMISSIS) si era verificata il giorno prima della partenza quando la prestazione era gia’ iniziata, e che la societa’ aveva iniziato ed in parte completato l’esecuzione del contratto. Si configurava, in tal modo, a suo carico un’ipotesi di indebito arricchimento in favore della parte attrice.
Le parti contraenti, infatti, non hanno minimamente fruito della prestazione: al riguardo questa Corte ha avuto modo di chiarire che “l’azione generale di arricchimento ingiustificato, avendo natura sussidiaria, puo’ essere esercitata solo quando manchi un titolo specifico sul quale fondare un diritto di credito” (Cfr. Cass. 26199/2017): nel caso di specie, le pretese dell’odierna parte controricorrente si fondano legittimamente sull’applicazione dell’articolo 1463 c.c., e trovano pertanto un fondamento specifico che non consente neanche di ipotizzare l’ipotesi di cui all’articolo 2033 c.c..
3. Con il terzo motivo, la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’articolo 360 c.p.c., n. 3, con riferimento all’articolo 1385 c.c., ed alla direttiva comunitaria 90/314 in tema di recesso del viaggiatore; lamenta altresi’ l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione fra le parti e consistente nella mancata stipula della polizza assicurativa che era stata offerta ai contraenti per garantire gli derivanti da inconvenienti imprevedibili.
La censura, infatti, e’ espressamente riferita agli articoli 90 e 91, del Codice del Consumo sui quali il Tribunale ha congruamente argomentato (cfr. pag. 6 della sentenza): il ricorrente, chiede, dunque, pur denunciando formalmente il vizio di violazione di legge, una rivisitazione del merito e della motivazione della controversia sul punto, preclusa in sede di legittimita’ in presenza di motivazione logica e sufficiente.
Ne’ la mancata stipula, da parte dei contraenti, della polizza assicurativa volta a coprire eventi imprevedibili come quello in esame, sposta i termini della decisione.
Tale possibilita’, infatti, all’epoca in cui venne acquistato il pacchetto turistico costituiva una mera facolta’ sia per il cliente che per l’operatore turistico: cio’ non incide, dunque, sulla valutazione dell’impossibilita’ sopravvenuta alla prestazione, secondo quanto sinora argomentato.
Vale al riguardo rilevare che proprio la recente Direttiva Comunitaria del 2015/2302 sui pacchetti turistici, richiamata dal ricorrente, e’ stata recentemente recepita ma non e’ ancora in vigore nel nostro ordinamento: cio’ rafforza la dimostrazione che all’epoca della controversia prevaleva la disciplina correttamente applicata dal Tribunale, la cui interpretazione deve tenere conto sia del rischio generale connaturato all’attivita’ imprenditoriale sia del dovere di solidarieta’ sociale universalmente applicabile (Cass. 14662/2015).
4. Con il quarto motivo, la ricorrente, deduce la violazione e falsa applicazione degli articoli 1463 e 1672 c.c., nonche’ l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione fra le parti, consistente nell’applicazione delle norme relative al contratto di trasporto ed al contratto di mandato; censura, altresi’, il richiamo del Tribunale all’articolo 1672 c.c., ritenendolo inconferente rispetto al caso in esame.
Nonostante la formale evocazione del vizio di violazione di legge, il ricorrente chiede una diversa motivazione della sentenza prospettando un vizio che non puo’ piu’ trovare ingresso in sede di legittimita’, vista la modifica dell’articolo 360, n. 5, introdotta con al L. n. 134 del 2012.
Circa la postulata applicazione degli articoli 1686 e 1720 c.c., si osserva, poi, che la censura risulta nuova e quindi inammissibile.
5. Infine, con il quinto motivo, il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione, ex articolo 360 c.p.c., n. 3, dell’articolo 91 c.p.c.: chiede la compensazione delle spese anche del primo grado visto che l’appello era stato parzialmente accolto.
Il motivo e’ inammissibile, in quanto, in presenza di parziale soccombenza in appello la statuizione di compensazione delle spese di primo grado non e’ sindacabile in sede di legittimita’ (cfr. ex multis Cass. 18236/2003; Cass. 4799/2006; Cass. 30599/2017)
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa|2018-09-03T10:09:30+00:003 settembre 2018|Cassazione civile 2018, Corte di Cassazione, Diritto Civile e Procedura Civile, Sentenze - Ordinanze, Sezioni Diritto|0 Commenti

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