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Timestamp: 2019-12-16 02:01:01+00:00

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Cassazione, II civile 2 settembre 2008, n.22030
"la simulazione relativa di una compravendita conclusa tra un fratello ed il comune genitore, poi defunto, dissimulante una donazione, ove sia dal legittimario dedotta quale oggetto di specifica ed autonoma domanda, e non già in via meramente strumentale o incidentale ai fini dell'esercizio dell’azione di riduzione, deve essere esercitata anche nei confronti degli altri fratelli divenuti eredi quali successori anch’essi del “de cuius”, parte del dedotto accordo simulatorio e, in quanto tale, litisconsorte necessario (Cass. 22.7.2003 n. 11406; Cass. 16.1.2007 n. 868)."
03.03.2009 - pag. 67700
Pres. Elefante - Est. Mazzacane
Con il primo motivo il ricorrente, deducendo violazione dell’art. 2729 c.c. e vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver ritenuto, conformemente al giudice di primo grado, la simulazione relativa della vendita del terreno sito in via ... in Roma dell’11.3.1966 a rogito notaio Armati in quanto dissimulante una donazione.
Il ricorrente, premesso che le circostanze su cui la Corte territoriale era stata chiamata a pronunciarsi avrebbero richiesto una diversa e più attenta valutazione, assume che in realtà dagli elementi probatori acquisiti era emerso che l’esponente aveva pagato il prezzo di vendita del terreno con un assegno consegnato al padre che solo successivamente alla vendita stessa l’avrebbe strappato, secondo quanto deposto in sede testimoniale da ... e ... ...; d’altra parte, se la vendita fosse stata fittizia, sarebbe stata inspiegabile la dazione di tale assegno, visto che di questa forma di pagamento non era stato dato atto nel rogito Armati, nel quale anzi era stato dichiarato che il prezzo era stato già corrisposto.
... ... inoltre ripropone, quanto alle dichiarazioni dei testi ... e ... ..., rispettivamente marito e figlio di ... ..., successivamente divenuti parti nella presente causa dopo il decesso di quest’ultima, la questione di incostituzionalità dell’art. 246 c.p.c. con riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione nella parte in cui non prevede che l’incapacità del teste non debba sussistere solo al momento in cui viene resa la testimonianza ma possa sopravvenire in caso di causa; in particolare, assume il ricorrente, il principio della inviolabilità della difesa di cui all’art. 24 della Costituzione è inconciliabile con la possibilità concessa ad una delle parti, sia pure subentrata successivamente, di avvalersi di prove da essa confezionate.
Il ricorrente censura poi la ritenuta inadeguatezza delle deposizioni dei testi ... e Sergio ..., rispettivamente moglie e cognato dell’esponente, circa la consegna a quest’ultimo di un assegno per finanziare l’acquisto del terreno; invero erroneamente la sentenza impugnata ha attribuito rilevanza negativa alla circostanza che l’assegno consegnato dai suddetti testi a ... ... era stato da questi incassato, e non ha invece tenuto conto del fatto che la disponibilità della somma di denaro di cui all’assegno dimostrava come egli fosse in condizione di versare al padre il corrispettivo della vendita.
Infine il ricorrente sostiene l’irrilevanza della minuta dell’atto di vendita nella quale era contenuta la clausola che prevedeva la partecipazione alla vendita stessa delle sorelle dell’esponente; anzi tale minuta semmai tornerebbe a vantaggio del ricorrente, essendo evidente che con tale clausola il “de cuius” aveva inteso tutelare i diritti del figlio in quanto il negozio posto in essere era vero e reale, prevedendo egli esattamente quello che sarebbe successo dopo la sua morte.
Il giudice di Appello, ribadendo il convincimento del Tribunale di Roma, ha ritenuto che la vendita stipulata tra Giovanni ... ed il figlio ... avente ad oggetto un terreno sito in Roma, in via ..., era simulata e che dissimulava una donazione valida quanto al requisito della forma.
La Corte territoriale ha correttamente premesso che ... ... ..., poiché quale legittimaria aveva chiesto la riduzione delle donazioni effettuata dal “de cuius” in favore di altri coeredi, agendo quindi per la tutela di un diritto proprio, era terzo rispetto agli atti impugnati e quindi era ammessa senza limiti alla prova per presunzioni così come previsto, con riferimento alla prova testimoniale, dall’art. 1417 c.c..
La sentenza impugnata poi sulla base di una serie di elementi indiziari congiuntamente valutati è giunta alla conclusione che ... ... non aveva corrisposto al padre Giovanni ... il prezzo di vendita del suddetto terreno.
A tal riguardo, premesso che non vi era traccia in atti delle tre matrici di assegni che l’appellante aveva sostenuto di aver versato al padre quale prezzo della compravendita dell’11.3.1966, ha valorizzato le deposizioni dei testi ... e ... ... circa le confidenze ricevute da Giovanni ... di non aver avuto il corrispettivo della vendita e di aver strappato l'assegno consegnatogli dal figlio ... contestualmente alla stipula dell'atto.
Inoltre la Corte territoriale ha evidenziato l’irrilevanza delle deposizioni dei testi ... e Sergio ... circa la consegna da parte loro a ... ... di un assegno per finanziare l’acquisto del terreno, in quanto il suddetto titolo era stato incassato dall'appellante e non era stato quindi girato al padre; pertanto la disponibilità della somma di denaro corrispondente all'importo dell’assegno non poteva certo costituire prova del versamento del prezzo relativo alla vendita in questione.
Il giudice di appello ha fatto poi altresì riferimento alla produzione da parte di ... ... ... di una minuta dell’atto di vendita nel quale era prevista la partecipazione all’atto stesso anche delle sorelle dell’appellante al fine evidente di prevenire l’azione di riduzione.
Quanto poi alla questione di illegittimità costituzionale dell’art. 246 c.p.c. sollevata dall’appellante con riferimento alle deposizioni dei testi ... e ... ..., la Corte territoriale ne ha evidenziato la manifesta infondatezza, non ravvisandosi alcuna violazione degli articoli 3 e 24 della Costituzione nel fatto che, per eventi successivi e non prevedibili al momento in cui un teste rende la propria deposizione, lo stesso diventi parte del giudizio.
Riguardo a tale ultima statuizione, e quindi al relativo profilo di censura sollevato dal ricorrente, è agevole affermare la manifesta infondatezza della questione di illegittimità costituzionale prospettata dal ricorrente, considerato che, come già affermato da questa Corte, il giudizio sulle capacità del teste deve essere effettuato con riferimento al momento in cui la deposizione viene resa, restando irrilevante che successivamente il teste stesso sia divenuto parte per successione “mortis causa” alla parte originaria (Cass. 26.2.1983 n. 1496; Cass. 20.7.1999 n. 7740).
Ciò premesso, si rileva, con riguardo agli altri profili di censura, che si è in presenza di un accertamento di fatto svolto con motivazione congrua e priva di vizi logici, come tale immune dalle censure sollevate in questa sede; invero il ricorrente si limita a prospettare una diversa valutazione a sé più favorevole degli elementi indiziari acquisiti, trascurando di considerare che l’apprezzamento da parte del giudice di merito circa il ricorso alle presunzioni e la valutazione della ricorrenza dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge per poter valorizzare elementi di fatto come fonti di presunzione sono incensurabili in sede di legittimità se sorretti da adeguata e logica motivazione, come appunto nella fattispecie.
Con il secondo motivo il ricorrente, denunciando vizio di motivazione e violazione degli articoli 554 - 555 - 557 c.c., 112 e 345 c.p.c., censura la sentenza impugnata per aver escluso che nel rogito notarile dell’11.3.1966 vi fosse una dispensa implicita dalla collazione.
Il ricorrente inoltre assume che, contrariamente a quanto sostenuto dal giudice di appello, Giulia ... ed ... ... non avevano chiesto la riduzione delle donazioni poste in essere da Giovanni ..., bensì la riduzione delle disposizioni testamentarie; pertanto il giudice non avrebbe potuto pronunciarsi su domande non proposte, tenendo conto in particolare che si trattava di domande di natura personale rientranti nel potere dispositivo delle parti stesse; il ricorrente aggiunge che quindi, non avendo ... Gianna proposto alcuna domanda di riduzione delle donazioni, la proposizione di una domanda siffatta da parte dei suoi eredi in grado di appello era inammissibile ex art. 34 5 c.p.c..
... ... poi rileva che la Corte territoriale ha omesso di pronunciarsi su una questione pure sottoposta al suo esame, ovvero sui limiti di efficacia della sentenza dichiarativa della simulazione.
Con il terzo motivo il ricorrente, deducendo vizio di motivazione, sostiene che il giudice di primo grado, essendosi limitato ad affermare che doveva essere operata la riduzione degli atti di donazione compiuti dal “de cuius” in favore dei coeredi ... ed Ida con conseguente riunione fittizia dei beni oggetto delle relative liberalità, non aveva espressamente indicati i soggetti che avrebbero dovuto beneficiare di tale operazione e quelli che ne restavano esclusi; ... ... ribadisce che il giudice di appello ha omesso di pronunciarsi su tale questione che pure era stata sottoposta al suo esame.
Le enunciate censure, da esaminare contestualmente per ragioni di connessione, sono inammissibili. Deve premettersi che il ricorrente non ha minimamente specificato sotto quale profilo ricorrerebbe nella specie una dispensa implicita dalla collazione riguardo alla suddetta donazione dissimulata, e che non ha comunque censurato la statuizione della Corte territoriale secondo cui tale dispensa era esclusa sia perché non ravvisabile ovviamente nella vendita simulata dell’11.3.1966 sia perché comunque ai sensi dell'art. 737 secondo comma c.c. la dispensa dalla collazione non può produrre effetti se non entro i limiti della quota disponibile.
Con riferimento poi al contenuto più rilevante delle censure in esame, si osserva che, come risulta dalla parte narrativa della sentenza impugnata, il giudice di primo grado, non definitivamente pronunciando sulla domanda di divisione e sulle domande di riduzione delle donazioni effettuate dal defunto in favore dell’appellante e di Ida ..., aveva disposto che le parti procedessero ai conti che i condividenti si dovevano rendere ex art. 723 c.c. rimettendole a tal fine dinanzi al giudice istruttore con separata ordinanza.
Pertanto il Tribunale di Roma non ha emesso alcuna statuizione su tali domande, avendo evidentemente ritenuto in proposito necessaria una ulteriore attività istruttoria onde procedere anzitutto alla riunione fittizia del “relictum” e del “donatum” allo scopo di tutelare il diritto dei coeredi discendenti di conservare tra loro la proporzione stabilita nel testamento o nella legge.
Giova a tal punto osservare che anche nel caso in cui i successori siano tutti legittimari, il legittimario, essendo chiamato alla successione sul “relictum” in una quota non inferiore alla sua quota di riserva, non ha alcun bisogno, per ottenere quanto riservatogli, di ricorrere all’azione di riduzione delle donazioni ai sensi dell’art. 555 c.c. qualora il “relictum” sia sufficiente a coprire la quota predetta quale risulta dalla riunione fittizia tra “relictum” e “donatum”, operazione che, non essendo finalizzata soltanto alla attuazione della riduzione, deve essere compiuta non solo quando sia stata proposta tale domanda, ma in ogni caso di concorso di legittimari nella successione per determinare la quota di riserva spettante a ciascuno di essi (vedi in tal senso Cass. 6.3.1980 n. 1521).
Nella fattispecie, quindi, soltanto se all’esito della suddetta riunione fittizia il “relictum” non fosse sufficiente a soddisfare la quota dei legittimari dovrà essere esaminata la questione relativa alla individuazione di coloro tra di essi che effettivamente abbiano proposto la domanda di riduzione delle donazioni oltre ... ... ....
In definitiva, pertanto, il fatto che il giudice di primo grado non si sia ancora pronunciato sulla domanda di divisione e su quelle di riduzione determinano la carenza di interesse del ricorrente in ordine alla proposizione dei motivi in esame.
Con il quarto motivo il ricorrente, deducendo violazione degli articoli 922 - 1158 e seguenti - 1362 e seguenti C.C. e vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver confermato il rigetto della domanda riconvenzionale dell’esponente di usucapione dell’appartamento sito in Roma, via ... 39.
Il ricorrente rileva che il suo insediamento nel suddetto immobile senza il consenso del padre e l’esecuzione da parte sua di lavori di totale ristrutturazione del bene integravano il possesso “uti dominus” negato invece dal giudice di appello.
... ... sostiene poi che la sentenza impugnata ha erroneamente interpretato la lettera del 4.6.1985 con la quale Giovanni ... aveva rilasciato una autorizzazione all’Italgas per eseguire alcuni lavori sull’immobile in questione, non avendo colto in tale documento la netta distinzione tra la residua proprietà di Giovanni ... sulla quale dovevano essere eseguite le opere di installazione di una conduttura di gas e la proprietà del figlio; infatti una simile dichiarazione non avrebbe avuto senso se il “de cuius” si fosse ritenuto ancora proprietario anche dell’immobile usucapito.
Il ricorrente inoltre censura altresì la valutazione resa dalla Corte territoriale con riferimento al ricorso proposto da Giovanni ... alla Commissione Centrale per i Tributi Locali dell’8.3.1978 riguardo ad un accertamento dell’imponibile relativo all’immobile sito in Roma, via ... 39, dove è compreso l’appartamento per cui è causa.
... ... evidenzia da un lato che nel suddetto ricorso non figurava il civico 39 e dall'altro che l'interruzione del termine per usucapione è possibile, in presenza di diritti reali, soltanto con la domanda giudiziale.
La sentenza impugnata ha ritenuto, conformemente al giudice di primo grado, che la materiale occupazione del suddetto appartamento da parte di ... ... e l’esecuzione su di esso di miglioramenti non costituivano prova certa del possesso “uti dominus”, tenuto conto in particolare del rapporto di filiazione che legava l’occupante al proprietario dell’immobile.
Tale rilievo è decisivo in quanto comporta il venir meno della presunzione di possesso sulla cosa da parte di colui che su di essa esercita un potere di fatto previsto dall’art. 1141 primo comma c.c., essendosi invece ritenuto con un accertamento di fatto sorretto da logica seppure concisa motivazione che in realtà l’utilizzazione del suddetto appartamento da parte di ... ... era iniziata con il consenso del padre. Sulla base di tale premessa è quindi evidente che spettava a ... ... quale mero detentore dell’immobile in questione provare la sussistenza di un atto di interversione del possesso ai sensi dell’art. 1141 secondo comma c.c.; peraltro non risulta che l’attuale ricorrente abbia provato e neppure dedotto alcunché al riguardo.
Pertanto sono irrilevanti i profili di censura relativi alla asserita insussistenza di atti idonei alla interruzione del termine necessario all’acquisto per usucapione dell’appartamento per cui è causa; a tal riguardo quindi del tutto logicamente il giudice di appello, nell’esaminare il fatto che Giovanni ... aveva proposto in data 8.3.1978 un ricorso alla Commissione Comunale per i Tributi Locali in ordine ad un accertamento dell’imponibile dell’immobile sito in via ... 39 in Roma in cui era ubicato l’appartamento suddetto, ha chiarito che tale circostanza veniva valutata non già ai fini della eventuale interruzione del termine di legge per l’usucapione, ma quale ulteriore indice del fatto che Giovanni ... non aveva mai cessato di considerare tale bene di sua esclusiva proprietà.
Con il sesto motivo il ricorrente, denunciando violazione degli articoli 748 - 2556 - 2946 c.c., 112 - 292 - 343 - 345 - 359 - 809 c.p.c. e vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver accolto l’appello incidentale proposto dagli eredi di ... ... riguardante il rigetto da parte del giudice di primo grado della domanda riconvenzionale formulata da quest’ultima intesa a far rientrare nell’ambito dei beni donati da Giovanni ... a ... ... anche l’azienda di subdeposito di carburante insistente sul terreno sito in Roma, via .... Il ricorrente deduce anzitutto l’inammissibilità di tale domanda riconvenzionale in quanto proposta esclusivamente nei confronti dell’esponente e non delle altre parti, a qualcuna delle quali - quelle non costituite - non era stata notificata con conseguente violazione del principio del contraddittorio.
Il ricorrente inoltre sostiene che l’appello incidentale era stato proposto dagli eredi di ... ... successivamente alla prima udienza, che la domanda come formulata con l’appello incidentale (con richiesta di “estensione dell’azione di riduzione anche alla donazione di detta azienda”), era nuova in quanto spiegata solo nel secondo grado di giudizio.
Il ricorrente poi solleva ulteriori profili di censura avverso la suddetta statuizione della sentenza impugnata.
La Corte territoriale ha ritenuto la domanda riconvenzionale suddetta introdotta da ... ... ammissibile sebbene proposta nei confronti non della parte attrice ma di altro convenuto, e ciò per economia di giudizio e concentrazione processuale.
Il giudice di appello in tal modo non si è soffermato sulla natura di tale domanda, avente ad oggetto la declaratoria di simulazione della vendita dell’11.3.1966 in quanto dissimulante una donazione anche con riferimento all’azienda di deposito carburante esistente sul terreno di via ... in Roma.
Invero la simulazione relativa di una compravendita conclusa tra un fratello ed il comune genitore, poi defunto, dissimulante una donazione, ove sia dal legittimario dedotta quale oggetto di specifica ed autonoma domanda, e non già in via meramente strumentale o incidentale ai fini dell'esercizio dell’azione di riduzione, deve essere esercitata anche nei confronti degli altri fratelli divenuti eredi quali successori anch’essi del “de cuius”, parte del dedotto accordo simulatorio e, in quanto tale, litisconsorte necessario (Cass. 22.7.2003 n. 11406; Cass. 16.1.2007 n. 868).
Pertanto la suddetta domanda riconvenzionale di ... ... avrebbe dovuto essere proposta nei confronti di tutti gli altri eredi quali litisconsorti necessari.
La fondatezza di tale parte del motivo in esame determina l’assorbimento di tutti gli ulteriori profili di censura.
L’accoglimento di tale motivo, attinente ad una nullità del giudizio di primo grado per difetto di contraddittorio riguardo alla suddetta domanda riconvenzionale, comporta la nullità del giudizio di primo e secondo grado limitatamente alla pronuncia relativa alla domanda stessa, e quindi il rinvio della causa al Tribunale di Roma ai sensi dell’art. 383 ultimo comma c.p.c. quale giudice di primo grado.
Ricorrono giusti motivi, avuto riguardo all’esito della controversia, per dichiarare interamente compensate tra tutte le parti le spese dei tre gradi di giudizio.
Tale statuizione determina l’assorbimento del quinto motivo di ricorso con il quale ... ... ha dedotto vizio di motivazione riguardo al mancato accoglimento del motivo di appello riguardante la liquidazione delle spese del giudizio di primo grado poste a suo carico.
La Corte accoglie il sesto motivo di ricorso, rigetta il primo ed il quarto, dichiara inammissibili il secondo ed il terzo, dichiara assorbito il quinto;
Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa al Tribunale di Roma quale giudice di primo grado;
compensa interamente tra tutte le parti le spese dei tre gradi di giudizio.
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