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Timestamp: 2017-11-25 01:41:36+00:00

Document:
ACQUISTO FARMACI SU INTERNET,IMPORTAZIONE CLANDESTINA FARMACI
È vietato, vendere e acquistare farmaci che necessitano di prescrizione medica, la quale non può essere rilasciata a distanza (e quindi non online).
[1] Art. 147 del d.lgs. n. 219/2006.
[2] Trib. Genova, sent. 17/05/2010; Trib. Bari, ord. 30/01/2012.
[3] D.lgs. n. 219/2006. –
La normativa di molti stati dell’Unione Europea permette l’acquisto di farmaci oline, e, secondo la legge Italiana, l’acquisto su internet dovrebbe comportare l’applicazione della disciplina del paese estero, in accordo col principio civilistico secondo il quale al contratto si applica la normativa del Paese dove lo stesso è stato concluso (quindi, quello del sito estero che riceve la conferma dell’ordine); se i farmaci sono venduti regolarmente in un paese europeo significa che hanno ottenuto le necessarie autorizzazioni, perciò considerati originali e non contraffatti secondo le disposizioni dell’Oms.
La giurisprudenza della Suprema Corte ha già avuto modo di rilevare sia l’autonomia dell’ipotesi di reato di cui alla L. n. 376 del 2000, art. 9, comma 7, sia la sua natura di reato di pericolo che non necessita di dolo specifico, come emerge dallo stesso dettato del comma, che non fa menzione di un fine di alterazione dei risultati agonistici, limitandosi a sanzionare il commercio di determinate sostanze ‘attraverso canali diversi dalle farmacie aperte al pubblico, dalle farmacie ospedaliere, dai dispensari aperti al pubblico e dalle altre strutture che detengono farmaci direttamente’. In particolare nelle sentenze n. 17322 del 2003 Rv. 224957 e n. 46246 del 2013 Rv. 257857, condivise da questo Collegio, è stato osservato: ‘Quanto al profilo dell’elemento soggettivo, la formula della norma non determina dubbi sul fatto che non sia richiesto, a differenza delle ipotesi di cui al primo ed al secondo comma, il dolo specifico. Non è operazione ermeneutica corretta e conforme al principio di legalità, la individuazione degli elementi costitutivi di una fattispecie penale mediante il ricorso alla ratio della legge prescindendo dal suo testo. Dal significato o delle parole usate e dalla connessione di esse risulta che la norma non richiede per la configurazione del delitto di commercio di tali sostanze il dolo specifico che è, invece, richiesto per i delitti previsti nei commi 1 e 2 dello stesso art. 9. Nel diritto penale sostanziale, più che in ogni altro settore, va applicata la regola, generale del ubi voluit dixit e ubi tacuit, noluit, e, dunque, il dato letterale è decisivo ai fini della corretta applicazione della norma penale. Del resto, appare evidente che la ratio legis risponde all’esigenza di sanzionare il commercio clandestino di ‘… sostanze biologicamente o farmacologicamente attive…’ ricomprese nelle classi di farmaci il cui uso è considerato doping, indipendentemente dal fine specifico del soggetto agente. In altri termini, il commercio delle predette sostanze è, comunque, vietato attraverso canali diversi dalle farmacie e da altri dispensari autorizzati, allo scopo di evitare che esse siano messe in circolazione, al di fuori delle rigorose prescrizioni stabilite nell’art. 7 della stessa legge e di prevenire, in tal modo, il pericolo che possano essere usate, somministrate e procurate ad altri come farmaci dopanti. Si tratta, dunque, di reato di pericolo, nel senso che la norma è diretta a prevenire il pericolo che la condotta delittuosa di commercio clandestino di farmaci anabolizzanti possa determinare per la tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping’.
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONESEZIONE II PENALE
Sentenza 19 dicembre 2012 – 9 gennaio 2013, n. 843 (Presidente Petti – Relatore Gallo) Ritenuto in fatto
1. Con sentenza in data 4/4/2012, la Corte di appello di l’Aquila, in parziale riforma della sentenza del Gup presso il Tribunale di Pescara, in data 17/6/2008, rideterminava in mesi 5 di reclusione ed Euro 300,00 di multa la pena inflitta a B.F., M.S. e Ma.Vi. per i reati di ricettazione di farmaci dopanti, ritenuta l’ipotesi lieve. 2. La Corte territoriale respingeva le censure mosse con l’atto d’appello, e confermava le statuizioni del primo giudice, ritenendo accertata la penale responsabilità dell’imputato in ordine ai reati a loro ascritti, provvedendo solo a ridurre la pena. 3. Avverso tale sentenza propongono separati ricorsi tutti e tre gli imputati per mezzo dei rispettivi difensori di fiducia. 4. B.F. deduce violazione di legge per errata interpretazione dell’art. 648 cod. pen. Al riguardo contesta la sussistenza, nel caso di specie, degli estremi della ricettazione, sia per l’assenza di un delitto presupposto, sia per l’assenza del fine di lucro nella condotta dell’agente. 5. M.S. solleva tre motivi di gravame con i quali deduce: 5.1 Erronea applicazione della legge penale. Al riguardo eccepisce che vi è un rapporto di specialità fra l’art. 9 della L 376/2000 e l’art. 648 cod. pen. Trattandosi di un concorso apparente di norme incriminatrici, l’unica legge applicabile sarebbe stata quella speciale, contestata all’imputato con il capo di imputazione sub A). 5.2 Vizio della motivazione in ordine alla consapevolezza, in testa all’agente, della provenienza illecita dei medicinali dopanti. Al riguardo si duole che la Corte abbia ricavato tale consapevolezza sulla base di mere congetture, considerando un “fatto notorio” ciò che costituiva una mera ipotesi. 5.3 Vizio della motivazione e violazione di legge in relazione alla ritenuta sussistenza del dolo specifico. Al riguardo eccepisce che non può configurarsi il fine di profitto nell’ipotesi di acquisto di sostanze dopanti per un mero piacere narcisistico, essendo la situazione del consumatore di sostanze dopanti simile alla situazione del consumatore di sostanze stupefacenti, dovendosi escludere che l’intossicazione di sostanze dopanti possa costituire un qualche vantaggio genericamente economico. 6. M.V. solleva quattro motivi di ricorso con i quali deduce: 6.1 Violazione dell’art. 15 cod. pen. e dei principi di elaborazione giurisprudenziale ad esso connessi e correlati, quali i principi di assorbimento, consunzione e sussidiarietà, per aver ritenuto astrattamente ammissibile il concorso fra il reato di cui all’art. 648 cod. pen. e quello di cui all’art. 9, comma 1, L. 376/2000, omettendo di riconoscere il riassorbimento del reato di ricettazione in quello di assunzione di sostanze dopanti. 6.2 Carenza ed illogicità della motivazione in punto di esclusione del rapporto di specialità fra i due delitti contestati. 6.3 Carenza ed illogicità della motivazione in punto di vantazione dell’elemento soggettivo del reato. 6.4 Carenza di motivazione per l’omessa pronunzia in ordine alla richiesta di revoca della sospensione condizionale della pena subordinatamente all’accoglimento della richiesta di sostituzione della pena detentiva con la pena pecuniaria.
1. I ricorsi sono fondati per i motivi di seguito esposti. 2. Preliminarmente occorre richiamare l’arresto delle Sezioni Unite di questa Corte che hanno statuito che il reato di commercio di sostanze dopanti attraverso canali diversi da farmacie e dispensari autorizzati (art. 9, comma settimo, Legge 14 dicembre 2000 n. 376) può concorrere con il reato di ricettazione (art. 648 cod. pen.), in considerazione della diversità strutturale delle due fattispecie – essendo il reato previsto dalla legge speciale integrabile anche con condotte acquisitive non ricollegabili ad un delitto – e della non omogeneità del bene giuridico protetto, poiché la ricettazione è posta a tutela di un interesse di natura patrimoniale, mentre il reato di commercio abusivo di sostanze dopanti è finalizzato alla tutela della salute di coloro che partecipano alle manifestazioni sportive (Cass. Sez. U, Sentenza n. 3087 del 29/11/2005 Cc. (dep. 25/01/2006) Rv. 232558; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 12744 del 11/03/2010 Ud.(dep.01/04/2010) Rv. 246672). 3. Tale arresto, tuttavia, non ha preso in considerazione il concorso fra la ricettazione ed il reato di cui al primo comma dell’art. 9 L. 376/2000 in quanto si riferisce esclusivamente al reato di commercio di sostanze dopanti di cui al comma settimo dell’art. 9. Qualora si ponesse il problema, che nel caso di specie non rileva – dal momento che gli imputati sono stati assolti dal reato di cui al comma 1 dell’art. 9 – del concorso fra il reato di cui al comma 1 e la ricettazione, al contrario di quanto ritengono i ricorrenti, sarebbe il reato di uso di sostanze dopanti ad essere assorbito dal reato di ricettazione e non viceversa. Infatti la norma in parola prevede che: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni e con la multa da lire 5 milioni a lire 100 milioni chiunque procura ad altri, somministra, assume o favorisce comunque l’utilizzo di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive, ricompresi nelle classi previste all’articolo 2, comma 1, che non siano giustificati da condizioni patologiche e siano idonei a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo, al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti, ovvero siano diretti a modificare i risultati dei controlli sull’uso di tali farmaci o sostanze”. L’inciso: “salvo che il fatto costituisca più grave reato” comporta l’assorbimento del reato speciale in quello di ricettazione, nel caso di concorso (apparente) di norme incriminatrici. 4. Pertanto devono essere respinte, siccome infondate, le censure sollevate dai ricorrenti che eccepiscono l’assorbimento del reato di ricettazione in quello di utilizzo di sostanze dopanti. 5. È fondata, invece, l’eccezione, comune ai tre ricorrenti, in ordine alla non integrazione della fattispecie legale del delitto di ricettazione per difetto dell’elemento soggettivo del dolo specifico in testa all’agente, vale a dire di aver compiuto l’azione “al fine di procurare a sé o ad altri un profitto”. 6. Al riguardo la Corte territoriale nel respingere l’analoga eccezione sollevata con i motivi d’appello ha osservato: “Quanto poi al fine di profitto con tale condotta perseguito va condivisa la puntuale valutazione del Gup circa la natura di tale elemento. Infatti è assolutamente costante la giurisprudenza nel differenziare nell’ambito dei reati contro il patrimonio l’elemento del danno, che deve essere patrimoniale ed economicamente apprezzabile da quello del profitto che può essere anche non patrimoniale, potendo consistere in qualsiasi utilità o vantaggio, persino di ordine morale. Rileva quindi quale evidente profitto perseguito anche la finalità di miglioramento delle proprie prestazioni o aspetto fisico e quindi anche la soddisfazione di un piacere narcisistico di cui parlano gli appellanti”. 7. Alla luce dei presupposti di fatto, tali conclusioni non possono essere condivise in quanto, attraverso una elaborazione illogica del concetto di profitto, pervengono ad una svalutazione del dolo specifico, con ciò integrando una violazione di legge. 8. Quanto ai presupposti di fatto, occorre precisare che nel caso di specie è stato escluso che gli imputati avessero fatto uso delle sostanze anabolizzanti, che si erano procurate attraverso un circuito illegale, al fine di alterare delle prestazioni agonistiche. Si deve pertanto, escludere che nella fattispecie sussistesse un fine di profitto sportivo, collegato alla partecipazione a manifestazioni agonistiche, competizioni od altro. L’unico fine perseguito dagli agenti consisteva nella volontà di modificare il proprio aspetto fisico, anche a costo di assumere sostanze tossiche, palesemente dannose per la salute ed il loro benessere psico-fisico. 9. In tema di elemento psicologico del reato di ricettazione, secondo un orientamento risalente, ma del tutto pacifico, di questa Corte, la nozione di profitto prevista dall’art. 648 cod. pen. comprende non solo il lucro, ma qualsiasi utilità, anche non patrimoniale, che l’agente si proponga di conseguire. (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 9997 del 09/06/1981 Ud. (dep. 07/11/1981) Rv. 150867; conf. mass. nn. 142633 e 113288, Cass. 25 marzo 1954, Beggiato). Non può essere revocato in dubbio, pertanto, che anche una utilità esclusivamente morale possa integrare il fine di profitto. 10. Tuttavia è altrettanto evidente che se la latitudine del concetto di profitto può essere estesa a qualsiasi utilità, la nozione di utilità, a sua volta non può essere estesa all’infinito. Diversamente ragionando si perverrebbe ad una interpretazione abrogante del dolo specifico richiesto dalla norma, con la conseguenza che la condotta di acquisto o ricezione di cosa proveniente da delitto sarebbe punibile solo sulla base del dolo generico, vale a dire la semplice conoscenza dell’origine illecita della cosa. 11. Ritiene il Collegio che la nozione di utilità non possa essere forzata fino al punto da includervi anche la mera utilità negativa, vale a dire ogni circostanza che, senza ledere diritti od interessi altrui, si risolva in una mera lesione della sfera soggettiva dell’agente. Di conseguenza deve escludersi che il fine di compiere una azione in danno di se stessi, sia pure perseguendo un’utilità meramente immaginaria o fantastica (come nel caso di specie), possa integrare il fine di profitto, vale a dire il dolo specifico previsto dalla norma di cui all’art. 648 per la punibilità delle condotte ivi descritte. Diversamente ragionando si arriverebbe al paradosso di considerare dettata dal fine di profitto l’azione di chi si procuri, attraverso un circuito illecito, dei barbiturici allo scopo di suicidarsi. Secondo le norme più elementari della logica, invece, non può essere revocato in dubbio che il suicidio, o altri atti lesivi della propria integrità psico-fisica non possano essere ricondotti alla nozione di utilità, a meno che le lesioni alla propria integrità non siano strumentali ad altri fini (per es. il conseguimento di un miglior risultato sul piano agonistico), che nel caso di specie non sussistono. 12. Per le ragioni su esposte può essere formulato il seguente principio di diritto: “il dolo specifico del fine di profitto, previsto dall’art. 648 cod. pen. per integrare la condotta di reato, non può consistere in una mera utilità negativa, che si verifica ogni volta che l’agente agisca allo scopo di commettere un’azione esclusivamente in danno di sé stesso, sia pure perseguendo un’utilità meramente immaginaria o fantastica”. 13. Di conseguenza la sentenza impugnata deve essere annullata, senza rinvio, perché il fatto non costituisce reato.
Sentenza 11 maggio 2005, n. 17706
(Presidente: N. Marvulli; Estensore: A. Fiale)
Il Giudice delle indagini preliminari di Napoli, con ordinanza del 30 luglio 2003, respingeva la richiesta di applicazione di misure cautelari formulata nei confronti di numerosi indagati per i reati di: associazione per delinquere finalizzata alla commissione di più delitti di ricettazione, truffa e falso diretti all’approvvigionamento ed alla cessione, ad atleti, di farmaci ad azione dopante; ricettazione; truffa; falso; violazione della legge n. 376 del 2000 ed altro.
Avverso tale provvedimento di rigetto proponeva appello il Procuratore della Repubblica ed il Tribunale di Napoli – con ordinanza del 7 aprile del 2004 – accoglieva parzialmente l’impugnazione, precisando che, per i reati di falso continuato, la misura veniva emessa solo in relazione a quello di cui all’art. 468 cod. pen., e che veniva ritenuta l’ipotesi di tentativo di truffa aggravata ex art. 56, 640 cpv. cod. pen. per i reati di cui ai capi E, F, H, L, N, O, P, P1 e Z.
Il Tribunale disponeva conseguentemente (tra l’altro):
l) la applicazione della misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di B. B., B. D., D. M., L. P., P. A., De M. V., S. M., L. U. per tutti i reati loro rispettivamente ascritti, nonché nei confronti di Messina Assunta, in ordine ai reati di associazione per delinquere, commercio di farmaci e sostanze dopanti, ricettazione, contraffazione di strumenti destinati a pubblica certificazione, e di P. A., in ordine a reati di associazione per delinquere, commercio di farmaci e sostanze dopanti, ricettazione;
2) la applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari, con il divieto di comunicare con persone diverse da quelle costituenti il nucleo familiare convivente, nei confronti di A. P., C. G., C. G., G. T., S. G., F. G., De M. R. e De V. F. per tutti i reati loro rispettivamente ascritti, nonché formalmente (essendo la stessa destinataria della misura più grave di cui al punto che precede per i reati in essa specificati) di Messina Assunta in ordine a reati di tentativo di truffa aggravata;
3) la applicazione della misura dell’obbligo di presentazione tre volte a settimana – i giorni dispari dalle ore 18,00 alle ore 19,00 – alla Stazione dei Carabinieri territorialmente competente in relazione al rispettivo domicilio a C. G., D. G., Dente F. L., G. A., I. M., M. F., P. A., Q. N., O. A., P. C., M. M. e M. A. in ordine a tutti i reati loro rispettivamente ascritti;
4) la applicazione a V. A. della misura della sospensione dall’attività di farmacista – in ordine ai reati di truffa aggravata e ricettazione – per mesi due a far data dall’esecuzione della ordinanza.
Il Tribunale premetteva che i fatti posti a fondamento del procedimento incidentale hanno tratto origine da una vasta ed articolata attività di indagine dalla quale sarebbe emersa l’esistenza di una composita e ramificata struttura organizzativa, con propaggini in tutto il territorio nazionale, finalizzata all’approvvigionamento ed alla successiva vendita, al dettaglio o ad altri grossisti, di specialità medicinali ad azione anabolizzante, impropriamente utilizzate da atleti per l’accrescimento della massa muscolare o, comunque, per incidere sulle funzioni dell’organismo e potenziarne le prestazioni.
Le indagini avevano permesso di accertare la sussistenza di due distinti canali di approvvigionamento dei farmaci: da un lato, infatti, era emersa la acquisizione di farmaci, a base di ormoni, di provenienza estera; dall’altro – filone, questo, risultato di gran lunga prevalente – si erano acquisite evidenze in ordine alla ricettazione di un rilevantissimo numero di ricette mediche rubate in bianco ai danni di varie Aziende sanitarie locali o di medici di base, nonché in merito alla successiva «contraffazione dei timbri dei predetti sanitari, dei quali veniva falsificata anche la firma, la redazione di false prescrizioni mediche, supportate da altrettanto falsi piani terapeutici, e la loro spedizione presso varie farmacie per ottenere specialità farmaceutiche ad alto costo, impropriamente utilizzate da atleti come sostanze anabolizzanti, con conseguente truffa ai danni del Servizio sanitario nazionale».
Al riguardo, puntualizzava, infatti, il Tribunale, che tali specialità medicinali, aventi quale principio attivo la somatotropina, destinata al trattamento di soggetti affetti da deficit strutturale, sono diffuse in commercio con varie denominazioni farmaceutiche e sono incluse tra quelle di cosiddetta fascia “A”, ossia a totale carico del Servizio sanitario nazionale; la relativa prescrizione è subordinata ad accertamenti clinici da parte di centri medici appositamente individuati, i quali, oltre ad effettuare la diagnosi, formulano un piano terapeutico per il singolo paziente che deve a sua volta essere inserito in un apposito registro, per scopi di sorveglianza epidemiologica e di ricerca. Donde i corrispondenti addebiti per truffa in danno del Servizio sanitario nazionale, proprio attraverso i falsi di cui si è detto.
Il G.I.P., nel motivare il provvedimento reiettivo, aveva ritenuto che:
a) la nozione di “commercio”, di cui all’art. 9 della legge 14.12.2000, n. 376, fosse quella riferibile esclusivamente ad una attività duratura, di tipo professionale, di compravendita di prodotti dopanti con finalità di lucro. Ciò lo aveva indotto ad escludere dall’ambito di operatività della norma e della relativa previsione sanzionatoria sia la condotta dell’acquirente per uso proprio, o per conto di terzi ma
senza finalità di lucro, sia quella non inquadrabile comunque in una attività professionale di acquisto e vendita di farmaci;
b) l’art. 2, comma 1, della legge n. 376 del 2000, richiamato dall’art. 9 della medesima legge nella descrizione delle fattispecie incriminatrici, integrerebbe una ipotesi di “norma penale in bianco”, il cui contenuto precettivo sarebbe stato chiarito solo con il decreto adottato il 15 ottobre 2002 dal Ministro della salute, di concerto con il Ministro per i beni e le attività culturali, e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 278, suppl. ord. del 27 novembre 2002, così che “solo a tale data potrebbe ritenersi concluso l’iter legislativo che ha condotto a ritenere reato la cessione di farmaci dopanti”.
Il Tribunale, invece, dichiarava di non condividere le anzidette argomentazioni, sui rilievi che:
aa) se è ben vero che, per ritenere integrata la condotta prevista dal comma 7 dell’art. 9 della legge n. 376 del 2000, è comunque necessario riscontrare il carattere di una certa continuità, ciò non equivale, però, a ritenere che, per la realizzazione del fatto tipico, sia necessario evocare la sussistenza di un “commercio professionale”;
bb) la giurisprudenza della Corte di Cassazione dava “evidentemente per scontata” la piena applicabilità della norma già all’atto della sua emanazione. Del resto, altro è classificare farmaci, sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e pratiche mediche, altro è sancire il divieto di commercio delle sostanze dopanti: al punto che sarebbe condivisibile la tesi di chi ha affermato che il reato in esame “può essere ravvisato anche in relazione a farmaci, sostanze e pratiche che, pur costituendo doping, non siano elencate nelle classi approvate. E ciò in riferimento alle disposizioni della Convenzione di Strasburgo, che è stata ratificata con la legge n. 522/1995, contenente le sanzioni penali, e che, come tale, ha immediata esecuzione nello Stato membro”. Il succedersi delle disposizioni relative alla citata Convenzione, nella quale erano già previste le classi di farmaci dopanti ed una disciplina transitoria, la ratio cui le stesse sono ispirate e le specifiche indicazioni in esse contenute, evidenzierebbero che, al momento della entrata in vigore della legge n. 376 del 2000, “erano già individuate le classi di farmaci vietati, riservandosi il legislatore solo di procedere ad aggiornate ulteriori cadenzate classificazioni, legate, evidentemente, all’evolversi delle conoscenze scientifiche non solo, ma anche, dello stesso fenomeno del doping”.
Con tali argomentazioni il Tribunale superava l’assunto del G.I.P. – secondo il quale non si sarebbe potuto configurare il delitto di ricettazione, in quanto tra i delitti presupposti non può essere annoverato quello di importazione clandestina di medicinali da territori esteri, trattandosi di contravvenzione – posto che, il
ragionamento seguito dal primo giudice si fonderebbe, appunto, sull’impossibilità, erroneamente ritenuta, di configurare nella specie il delitto di cui all’art. 9, comma 7, della legge n. 376 del 2000.
Il Tribunale di Napoli confutava anche l’assunto del G.I.P. secondo il quale l’importazione clandestina dei farmaci non varrebbe ad identificare una associazione per delinquere finalizzata alla ricettazione degli stessi e rilevava ancora che:
— quanto ai reati di truffa, doveva ritenersi sussistente l’ipotesi aggravata di cui al capoverso dell’art. 640 cod. pen., essendosi essi realizzati in danno del Servizio sanitario nazionale;
— i reati di falso erano correttamente riconducibili alla previsione dell’art. 468 cod. pen. – e non alla meno grave ipotesi di cui all’art. 469 cod. pen. – attesa la “assoluta ripetitività delle condotte, dimostrata dall’enorme numero di ricette sequestrate, riferite, sebbene a gruppi, allo stesso medico”;
— sussistevano i presupposti per ritenere integrata la fattispecie associativa contestata al capo A), essendo apparsa congruamente asseverata sul piano indiziario la acquisizione degli elementi denotativi tipici della complessa organizzazione postulata dall’accusa.
Avverso tale decisione hanno proposto ricorso per cassazione, personalmente o a mezzo di difensore, gli anzidetti indagati destinatari delle misure.
In alcuni ricorsi (C., D., L., P., S. e M.) viene eccepita – quale pregiudiziale questione di rito – la inammissibilità dell’appello proposto dal P.M. avverso il provvedimento di rigetto adottato dal G.I.P.
Già al Tribunale, infatti, era stata prospettata la tardività di detta impugnazione, sul presupposto che – procedendosi, fra l’altro, per il reato di associazione per delinquere, avrebbe dovuto trovare applicazione la disciplina dettata dall’art. 21 bis del D.L. n. 306 del 1992, per la quale la sospensione dei termini feriali non opera nei procedimenti per reati di criminalità organizzata. L’appello del P.M. era stato presentato in data 12 settembre 2003, nonostante l’avviso di deposito dell’ordinanza del G.I.P. risalisse al 30 luglio precedente: il gravame stesso, pertanto, doveva considerarsi “interposto oltre i dieci giorni previsti dal combinato disposto delle norme di cui agli artt. 309 e 310 c.p.p.”.
Quali temi generali (sia pure assenti in alcuni gravami) vengono poi dedotti:
— la inconfigurabilità del contestato reato di cui all’art. 9, comma 7, della legge n. 376/2000, ove la fattispecie delineata integrerebbe una ipotesi classica di norma
penale in bianco, giacché essa enuncia in modo compiuto la sanzione, ma opera un rinvio, per quanto attiene al contenuto del precetto, al decreto del Ministro della sanità previsto dall’art. 2. Poiché tale decreto è stato emanato il 15 ottobre 2002 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 27 novembre 2002, ed essendo impossibile affermare la retroattività di esso, i ricorrenti concludono che l’iter legislativo che ha condotto a ritenere reato la cessione di farmaci dopanti, non fosse compiuto al momento dei fatti;
— la ulteriore inconfigurabilità delle correlate imputazioni di ricettazione, posto che non può fungere da reato presupposto la importazione di farmaci dal territorio estero, non essendo punita a titolo di delitto.
Oltre a tali generalizzate doglianze, in particolare:
— A. P. lamenta violazione di legge in riferimento alla ritenuta esistenza del presupposto dei gravi indizi di colpevolezza in ordine ai reati contestati, sull’assunto che gli unici elementi che sarebbero emersi riguarderebbero i rapporti intercorsi con il De M.. Eccepisce, poi, la genericità delle imputazioni di cui ai capi B) e C), e deduce, infine, la carenza di congrue esigenze cautelari.
— B. B. lamenta vizio di motivazione e violazione di legge con riferimento alla questione della operatività della legge n. 376/2000, atteso che l’adottata interpretazione positiva si porrebbe inevitabilmente in contrasto “con il precetto nullum crimen sine lege, con il principio della tassatività della norma penale e con il principio del divieto di interpretazione analogica della norma penale”. Prospetta, poi, vizio di motivazione in ordine alla disamina della propria posizione specifica, in ordine alla ravvisata sussistenza sia dei gravi indizi di colpevolezza sia delle esigenze cautelari.
— B. D. eccepisce vizio di motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, essendosi egli limitato esclusivamente a ricercare sostanze dopanti per uso personale, e delle esigenze cautelari, tenuto anche conto del tempo intercorso dalla supposta commissione degli illeciti.
— C. G., oltre ad eccepire la inammissibilità dell’appello proposto dal P.M., per inosservanza dei termini di legge, deduce la insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in ordine alle contestazioni mossegli, giacché egli potrebbe essere al più ritenuto un assuntore ma non un “commerciante” di sostanze dopanti. Lamenta, infine, la carenza di esigenze cautelari, avuto fra l’altro riguardo alla lontananza nel tempo dei fatti ed alla assenza di elementi per ritenere che l’ipotizzata associazione abbia continuato ad operare.
— C. G., nel denunciare violazione di legge processuale e sostanziale e vizio di motivazione, lamenta, anzitutto, la contraddittorietà della motivazione della ordinanza impugnata nella parte in cui, da un lato, si attribuirebbe un certo significato alla nozione di “commercianti”, dall’altro lo si smentirebbe, ritenendolo confacente alla posizione di esso indagato, il quale si sarebbe invece limitato ad acquistare le sostanze vietate per sé e per pochi amici. Deduce, poi, accanto alla carenza di esigenze cautelari, l’insussistenza dei presupposti per ascrivergli il reato associativo, attesa l’episodicità dei propri apporti ed il relativo circoscritto ambito.
— C. G. deduce che il Tribunale avrebbe errato nell’addebitargli il reato di cui all’art. 9, comma 7, della legge n. 376 del 2000, anziché l’ipotesi di cui al comma 1 del medesimo articolo, prospettando correlativamente l’assenza di esigenze cautelari. Evidenzia, poi, carenza di elementi indizianti in ordine alla ipotesi del commercio di sostanze dopanti e, comunque, l’insussistenza del requisito della continuità che la fattispecie postula.
— D. G. e M. A. lamentano violazione di legge in riferimento ai reati di associazione per delinquere, ricettazione ed a quello previsto dall’art. 9, comma 7, della legge n. 376 del 2000. Prospettano, anzitutto, la inesistenza dei presupposti per ritenere integrata la contestata fattispecie associativa, sia perché si ipotizza, come canale di approvvigionamento dei farmaci illegali al cui commercio sarebbe stata finalizzata l’associazione, anche l’importazione clandestina, punita, però, quale fattispecie contravvenzionale, sia per le già riferite osservazioni sulla vigenza della norma introdotta dalla stessa legge n. 376. Insussistente sarebbe, poi, il delitto di ricettazione, in quanto, essendosi individuato come reato presupposto, non quello previsto dall’art. 9 della legge n. 376 del 2000, ma le ipotesi di falso realizzate attraverso la contraffazione delle ricette mediche, occorrerebbe postulare la consapevolezza di ciò in capo ai vari acquirenti: evenienza, questa, che non sarebbe stata provata.
— DE M. V. eccepisce la “nullità assoluta ed insanabile” della ordinanza impugnata, in quanto al proprio difensore non sarebbe stata notificata la richiesta di proroga dei termini a norma dell’art. 406 c.p.p. e non sarebbe stata notificato l’avviso della udienza fissata per il procedimento ex art. 310 cod. proc. pen. La nullità connessa a tale mancato avviso non può considerarsi sanata dalla comparizione, all’udienza del 17.12.2003, del sostituto processuale, a seguito di nuova nomina in pari data, risultando a quel punto gravemente compromesse le esigenze di difesa, vanificate dal mancato rispetto dei termini previsti dall’art. 127 c.p.p. L’indagato contesta, poi, la congruità della motivazione posta a corredo tanto della sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza quanto delle ravvisate esigenze cautelari.
— DE M. R. lamenta vizio di motivazione in punto di gravità indiziaria e di esigenze cautelari. Deduce, in particolare, che, essendosi configurata una associazione per delinquere “in particelle, unificata da un vincolo sussistente tra taluni soggetti introdotti nei rispettivi sottogruppi”, si sarebbe dovuto dimostrare – circostanza, invece, non acclarata – che tra tutti i soggetti dei singoli sottogruppi si fosse instaurato “quel vincolo associativo tendenzialmente permanente o comunque stabile, destinato a durare oltre la realizzazione dei delitti programmati”. Inoltre, la violazione della legge n. 376 del 2000 non sarebbe ascrivibile ad essa indagata – che si era limitata alla spedizione delle ricette mediche false o falsificate – poiché la condotta che le è stata attribuita non rientrerebbe “in quella descritta dalla norma ed interpretativamente qualificata dal Tribunale”.
— DE V. F. contesta la coerenza della motivazione in punto di gravi indizi, con riferimento sia al contestato delitto associativo sia ai singoli fatti a lui ascritti; mentre prospetta violazione di legge, oltre che vizio di motivazione, in ordine alle ravvisate esigenze cautelari, avuto riguardo anche al tempo trascorso dai fatti.
— D. F. denuncia vizio di motivazione in riferimento al presupposto della gravità indiziaria, tanto per ciò che attiene al compendio fattuale evocato a sostegno della contestata ipotesi associativa, quanto in riferimento alla nozione di “commercio” di sostanze dopanti ed al concreto ruolo svolto da esso indagato. In relazione al falso e alla truffa, occorrerebbe dimostrare, poi, il dolo dell’agente: evenienza che, nella specie, non si è realizzata. Prospetta, infine, la insussistenza di esigenze cautelari.
— D. M., L. U., P. A. e S. M. svolgono eccezioni sostanzialmente identiche e deducono anzitutto la inammissibilità dell’appello proposto dal pubblico ministero per pretesa tardività. A tal proposito – secondo l’assunto dei ricorrenti – nessuna rilevanza potrebbe attribuirsi allo stato di detenzione degli indagati, non rientrando tale condizione tra i presupposti applicativi della norma richiamata: ne consegue che l’ordinanza impugnata – che ha disatteso la fondatezza della questione proprio facendo leva sullo stato di libertà delle persone coinvolte nella decisione – risulterebbe in parte qua erronea. L’atto di appello del P.M., inoltre, risulterebbe redatto in violazione delle previsioni dettate dall’art. 591, comma 1, lett. c), c.p.p., in riferimento all’art. 581, lett. c), del medesimo codice, in quanto in esso si sarebbe fatto rinvio al contenuto della richiesta cautelare, senza soddisfare i parametri di specificità richiesti dalla norma.
Deducono poi gli indagati la genericità della contestazione relativa al reato di ricettazione e lamentano vizio di motivazione in riferimento alla ritenuta sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in ordine ai reati loro ascritti. Quanto, infine, alle esigenze cautelari, prospettano che il Tribunale si sarebbe limitato a valutare i parametri oggettivi, trascurando completamente la verifica della sussistenza dei presupposti di carattere soggettivo dei ravvisati pericula libertatis, mentre avrebbe parimenti omesso di valutare quelle esigenze alla luce del tempo trascorso dai fatti.
— M. M., oltre a prospettare la tardività e la mancanza di specificità dell’appello proposto dal pubblico ministero, denuncia vizio di motivazione, in quanto il Tribunale, agli effetti della delibazione delle esigenze cautelari, avrebbe immotivatamente trascurato di apprezzare le deduzioni svolte dal G.I.P. in ordine alla lontananza nel tempo dei fatti.
— M. A. e F. G. deducono violazione di legge e vizio di motivazione in punto della ritenuta sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari.
— M. F. lamenta vizio di motivazione, in quanto il Tribunale non avrebbe individuato gli elementi che avrebbero dovuto caratterizzare la sussistenza della ritenuta associazione per delinquere, posto che, alla luce del compendio indiziario evocato, i fatti contestati ben potrebbero ritenersi riferibili ad una semplice ipotesi concorsuale relativa ad episodi in continuazione. Il tutto, poi, sulla base di circostanze di fatto da reputarsi incongrue sul piano indiziario.
— O. A. e P. C. contestano, sotto i profili della violazione di legge e del vizio di motivazione, la sussistenza del gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari.
— P. A. deduce la violazione dell’art. 270 c.p.p., in quanto sarebbero state utilizzate intercettazioni disposte nell’ambito di altro procedimento, senza i presupposti di cui all’art. 270 comma 1, c.p.p., non riguardando l’odierna vicenda cautelare delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza. Contesta poi la sussistenza dei gravi indizi per il reato di ricettazione, posto che si individuano, come reati presupposti, le “false ricette” e la “importazione clandestina” dei farmaci, così che, mentre la importazione clandestina non può costituire delitto presupposto, in quanto fattispecie contravvenzionale ai sensi degli artt. 6 e 23 del D.Lgs. 29.5.1991, n. 178, in ordine alle false ricette occorrerebbe un qualche elemento probatorio atto ad asseverare che l’indagato reperisse le sostanze attraverso quel canale. Confuta la ricorrenza di un grave quadro indiziario in ordine al reato associativo e denuncia, infine, vizio di motivazione quanto alle ravvisate esigenze cautelari.
— G. T. prospetta violazione di legge in riferimento alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in ordine alla fattispecie associativa, in quanto, alla stregua degli elementi contestati, potrebbe al più ravvisarsi la commissione di uno o più reati singolarmente individuati, anche se reiterati nel tempo, e realizzati in forma concorsuale. Denuncia, infine, carenza delle esigenze cautelari, in particolare in considerazione del tempo trascorso dai fatti.
— G. A. prospetta illogicità e carenza di motivazione, in quanto i giudici dell’appello cautelare, nei suoi confronti, avrebbero posto a fondamento delle determinazioni de libertate soltanto due telefonate tra le centinaia di conversazioni intercettate.
— I. M. deduce violazione dell’art. 127, in relazione agli artt. 178, lett. c), e 180 c.p.p., in quanto, pur avendo egli eletto il proprio domicilio presso il difensore (con dichiarazione che viene acclusa in copia), gli avvisi per l’udienza camerale ex art. 310 c.p.p., sarebbero stati notificati – per le varie udienze in cui si è articolata la trattazione – a mani della madre e del padre di esso indagato. Deduce, poi, l’assenza di gravi indizi di colpevolezza e di esigenze cautelari.
— L. P. eccepisce che mancherebbero elementi atti a suffragare l’ipotizzata associazione criminosa, mentre, nel delibare le esigenze cautelari, il Tribunale non si sarebbe attenuto al principio di adeguatezza e non avrebbe tenuto conto del tempo trascorso dai fatti.
— P. A. lamenta che l’accusa si sarebbe fondata su intercettazioni acquisite da altro procedimento al di fuori della previsione dettata dall’art. 270, comma 1, c.p.p., in quanto per reati contestati nel giudizio incidentale a quo, non è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza. Contesta, poi, la sussistenza del reato di ricettazione, in quanto la importazione clandestina dei farmaci – punita quale contravvenzione a norma degli artt. 6 e 23 del D.Lgs. n. 178 del 1991 – non può fungere da delitto presupposto, mentre la relativa acquisizione “tramite false ricette” postulerebbe che l’indagato avesse effettivamente utilizzato tale canale acquisitivo. Deduce, infine, l’insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in merito al reato associativo.
— Q. N. lamenta vizio di motivazione in ordine alla ravvisata sussistenza delle esigenze cautelari, in considerazione del ruolo e della personalità di esso indagato e del tempo trascorso dai fatti.
— S. G. prospetta la insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in relazione al reato associativo, in quanto, nel caso di specie, si potrebbe al più parlare di una serie di condotte concorrenti nei singoli episodi delittuosi. Contesta, poi, la sussistenza dei presupposti per ritenere integrato il delitto di ricettazione, per le medesime considerazioni svolte al riguardo dal G.I.P. con la ordinanza riformata in sede di appello.
— V. A., infine, eccepisce l’assenza di gravi indizi di colpevolezza, in quanto a fondamento della decisione impugnata starebbero soltanto gli elementi di ordine congetturale evocati dal pubblico ministero nella richiesta cautelare. Lamenta, poi, contraddittorietà della motivazione, in quanto, da un lato si ritengono sussistenti i reati-fine, sul presupposto che esso indagato “avrebbe accettato di divenire il punto di riferimento della organizzazione pur di conseguire guadagni che altrimenti non
avrebbe conseguito”, accettando anche “la spedizione delle ricette sospette”, mentre, dall’altro lato, si sostiene che egli non avrebbe “alcun rapporto con i coindagati per associazione e pertanto lo stesso non avrebbe la consapevolezza di essere un anello fondamentale del traffico di medicinali”.
La II sezione penale di questa Corte Suprema, assegnataria dei ricorsi – con ordinanza del 20.12.2004 (depositata il 29.12.2004) – ha rimesso il loro esame alle Sezioni Unite, svolgendo una serie di riflessioni sulla necessità di valutare se le ipotesi di reato previste dall’art. 9 della legge 14.12.2000, n. 376, recante la “Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping” siano configurabili o meno anche per i fatti commessi prima della emanazione del decreto Ministro della salute, in data 15.10.2002 (in Gazz. Uff. 27/11/2002), con il quale, in applicazione dell’art. 2 della stessa legge, è stata “approvata” la lista dei farmaci, delle sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e delle pratiche mediche il cui impiego è considerato “doping”.
Nell’ordinanza di rimessione si rileva che la III Sezione di questa Corte – con la recente sentenza 2.12.2004, n. 46764, ric. Gillet – ha ritenuto che i reati di doping introdotti dalla legge n. 376 del 2000 sono configurabili anche se i relativi fatti sono stati commessi prima della emanazione del citato decreto ministeriale di ripartizione in classi delle sostanze dopanti, purché le condotte vietate abbiano ad oggetto farmaci inclusi nell’elenco delle classi farmacologiche di sostanze di doping e di metodi di doping posti in appendice della legge 29.11.1995, n. 522, di ratifica della Convenzione contro il doping adottata a Strasburgo il 16 novembre 1989.
Il richiamo alla Convenzione di Strasburgo ed alla relativa ratifica rende “chiaramente delineata la fattispecie criminosa”, sicché – come emerge dalla congiunzione “anche” che compare nel richiamo a detta Convenzione nel comma 1 dell’art. 2 della legge n. 376 del 2000 – la Commissione per la vigilanza ed il controllo sul doping e per la tutela della salute nelle attività sportive (su proposta della quale deve essere adottato il decreto ministeriale) ha solamente “il compito di integrare l’elenco riportato nell’appendice” della stessa Convenzione, nella ipotesi in cui “siano individuabili altre sostanze idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti”.
L’intervento della citata Commissione – puntualizza la richiamata sentenza – non è quindi “necessario per integrare, quale fonte tecnica secondaria, il precetto penale, sia perché il testo normativo, che in sede di lavori preparatori attribuiva alla stessa la competenza di individuare le sostanze, è stato modificato in senso nettamente riduttivo, sia perché una cogente disposizione di legge ha già individuato le sostanze costituenti doping sportivo elencandole per classi…”. ne consegue che “l’attività di ripartizione per classi”, da effettuare mediante il prescritto decreto ministeriale, ha “carattere meramente ricognitivo e classificatorio” e non può “produrre effetto di sorta sulla configurabilità dei reati”.
Il tutto in linea con precedenti decisioni di questa Corte (Cass., sez. III, 20 marzo 2002, G.; sez. VI, 20 febbraio 2003, F.), che, pur non trattando specificamente la questione, avrebbero dato per scontata la sussistenza dei reati di doping in assenza del decreto di ripartizione in classi delle sostanze dopanti di cui all’art. 2, comma 1, della legge n. 376/2000.
La II sezione – con diffuse argomentazioni – ha ritenuto di non poter condividere le affermazioni poste a base della decisione G., considerando che l’oggetto della legge n. 376 del 2000 e quello della Convenzione di Strasburgo non possono dirsi coincidenti e sovrapponibili con riferimento alle specifiche finalità perseguite dalla legge n. 376 del 2000, alla relativa “struttura” normativa, ai “modelli” cui essa si è ispirata ed allo stesso oggetto giuridico delle fattispecie penali.
Qualora il legislatore del 2000 avesse inteso “recepire” immediatamente, agli effetti penali, l’elenco dei farmaci, delle sostanze e delle pratiche mediche considerate dopanti dalla Convenzione, lo avrebbe fatto con enunciazione espressa, affermando che sino alla emanazione dei noti decreti ministeriali, dovevano considerarsi iscritte nelle classi di cui all’art. 2, comma 1, della legge n. 376 i farmaci, le sostanze e le pratiche mediche di cui all’appendice alla già citata Convenzione.
Considerato, pertanto, che la tematica incide sulla configurazione della ipotizzata fattispecie associativa, sui reati specifici oggetto di contestazione, sulla qualificabilità del delitto di ricettazione e sullo stesso risalto delle esigenze cautelari, e poiché, per le ragioni innanzi esposte, si sarebbe potuto generare un contrasto di giurisprudenza in riferimento alla recente pronuncia G., la II sezione ha ritenuto di dover rimettere i ricorsi alle Sezioni unite.
Il Primo Presidente ha assegnato i ricorsi alle Sezioni Unite penali, fissando per la trattazione l’odierna camera di consiglio.
1. La questione sottoposta all’esame delle Sezioni Unite consiste nello stabilire “se le ipotesi di reato previste dall’art. 9 della legge 14 dicembre 2000, n. 376, recante la disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping, siano configurabili anche per i fatti commessi prima della emanazione del decreto Ministro della salute, in data 15 ottobre 2002 (in Gazz. Uff. 27/11/2002), con il quale, in applicazione dell’art. 2 della stessa legge, è stata approvata la lista dei farmaci, sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e delle pratiche mediche il cui impiego è considerato doping”.
2. La delibazione di tale quesito sostanziale deve essere preceduta, però, da quella della questione pregiudiziale riguardante la tempestività dell’appello a suo tempo proposto dal pubblico ministero, già oggetto di valutazione in sede di merito, ma nuovamente prospettata da vari ricorrenti.
Innanzi al Tribunale partenopeo – come si è detto nella parte espositiva – era stata eccepita la tardività della impugnazione del provvedimento reiettivo del G.I.P., sul presupposto che, procedendosi, fra l’altro, per il reato di associazione per delinquere, dovesse trovare nella specie applicazione la disciplina dettata dall’art. 21 bis del D.L. 8.6.1992, n. 306, convertito con legge 7.8.1992, n. 356 (che ha introdotto, come è noto, un secondo comma nel testo dell’art. 2 della legge 7 ottobre 1969, n. 742), ai sensi della quale la sospensione dei termini feriali non opera nei procedimenti per reati di “criminalità organizzata”.
In conseguenza, secondo l’impostazione degli indagati, essendo stato l’appello del pubblico ministero presentato in data 12 settembre 2003, nonostante l’avviso di deposito della ordinanza impugnata “risalisse al 30 luglio precedente”, lo stesso risultava “interposto oltre i dieci giorni previsti dal combinato disposto delle norme di cui agli artt. 309 e 310 cod. proc. pen.”.
Il Tribunale ha ritenuto infondata l’eccezione, sul rilievo che “presupposto indefettibile per l’applicazione del principio dettato dalla normativa sulla sospensione dei termini nel periodo feriale (ovvero per il prosieguo delle attività processuali per determinati processi) dovesse essere lo stato di detenzione degli indagati/imputati, che, nella specie, era insussistente”.
Tale assunto viene contestato in sede di ricorso per cassazione, ove si osserva che la norma introdotta dall’art. 21 bis del D.L. n. 306 del 1992 non presuppone affatto lo stato detentivo degli imputati.
In proposito, la Sezione remittente ha condiviso l’eccezione difensiva, rilevando in particolare che:
a) il 2° comma dell’art. 240 bis delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale (che ha sostituito l’art. 2 della legge n. 742/1969) dispone che “la sospensione dei termini delle indagini preliminari di cui al primo comma non opera nei procedimenti per reati di criminalità organizzata” e, a fronte delle perplessità subito insorte circa la portata da annettere alla clausola derogatoria testualmente riferita ai soli termini delle indagini preliminari, la
giurisprudenza di legittimità ha già avuto modo di chiarire che, nei procedimenti per reati di “criminalità organizzata”, la non operatività della sospensione, durante il periodo feriale, dei termini delle indagini, deve intendersi estesa anche ai termini di impugnazione dei provvedimenti in materia di misure cautelari personali (così Cass., Sez. Unite, 8 maggio 1996, G.; sez. IV, 4 dicembre 1998, P.; sez. VI, 10 marzo 1999, C.);
b) l’estensione alla materia cautelare non equivale, peraltro, ad affermare che la disciplina introdotta dalla novella di cui si è detto presupponga, per la relativa operatività, l’esistenza di uno status custodiale, che, al contrario, risulta richiesto soltanto nella previsione di cui al primo comma del medesimo art. 2 della legge, n. 742 del 1969.
Trattasi di argomentazioni che queste Sezioni Unite ritengono assolutamente corrette.
La stessa Sezione remittente, tuttavia, ha ritenuto tempestivo l’appello proposto dal P.M. per ragioni diverse, incentrando l’analisi sulla necessità di stabilire se il reato di cui all’art. 416 cod. pen., in sé e per sé considerato, integri o meno l’atecnico concetto di “criminalità organizzata” a cui la norma procedurale in questione fa riferimento.
Il Collegio remittente ha ricordato, al riguardo, come questa Corte Suprema abbia avuto modo di affermare che il disposto del 2° comma dell’art. 2 della legge, n. 742 del 1969, sia da intendersi riferibile non solo ai reati di criminalità mafiosa ed assimilata, ma anche ai reati di criminalità organizzata di altra natura, come pure a quelli che ad essi risultano connessi, esprimendosi in tal senso in relazione a fattispecie relative al reato di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti (Cass., Sez. Unite, 8.5.1996, n. 12, G. e sez. V, 26.4.2001, n. 16866, M.).
Ha considerato non condivisibile, però, tale approdo ermeneutico, osservando che la disposizione introdotta dall’art. 21 bis del D.L. n. 306 del 1992 assume le connotazioni di una disposizione di carattere eccezionale, in quanto derogatoria rispetto all’ordinario regime di sospensione dei termini processuali nel periodo feriale, inserita in un complesso provvedimento legislativo, adottato in via di urgenza – sull’onda dei tragici fatti di Capaci – nel quadro di un dichiarato disegno di “contrasto alla criminalità mafiosa”, come specifica la stessa intitolazione del decreto e come, d’altra parte, emerge dalla relazione illustrativa che accompagna il disegno di legge di conversione del provvedimento. Da ciò ha dedotto che tale disposizione rinviene la propria trasparente “ratio essendi” nella ravvisata esigenza di imprimere la massima celerità possibile al corso dei procedimenti relativi a vicende valutate di gravità eccezionale: donde la necessità di assegnare a quella deroga un ambito operativo concettualmente e teleologicamente circoscritto, al punto da poter “giustificare” – anche sul piano della intrinseca razionalità del sistema – la “eccezionalità” del regime derogatorio con una omologa “eccezionalità” delle ragioni giustificatrici (e, quindi, dei caratteri di elevata pericolosità che le singole fattispecie oggetto di indagine devono presentare per la tutela della collettività).
Questa prima considerazione, secondo i giudici remittenti, già di per sé potrebbe portare ad escludere qualsiasi possibilità di identificare il concetto di “criminalità organizzata”, postulato dalla norma, con la generica figura della associazione per delinquere, giacché il reato di cui all’art. 416 cod. pen. – nella sua connotazione, appunto, “di genere” – non parrebbe integrare alcuno dei caratteri di “eccezionalità” che ha ispirato il complessivo disegno secondo il quale si è mosso il legislatore del D.L. n. 306 del 1992.
La conclusione di cui sopra sarebbe altresì sostenuta dall’esame di varie disposizioni nelle quali parimenti sono state introdotte previsioni derogatorie (anch’esse “eccezionali”) espressamente riferite non all’etereo concetto di “criminalità organizzata”, bensì ad una più pertinente rassegna nominatim di singole fattispecie criminose. Le diverse figure di reati associativi richiamate, ad esempio, dall’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario, quelle previste dall’art. 51 comma 3 bis, o dall’art. 275 comma 3, ovvero, ancora, dall’art. 407 del codice di rito, sono tutte figure “qualificate”, a testimonianza di come, dunque, l’ipotesi “ordinaria”, delineata dall’art. 416 cod. pen., non abbia assunto in sé uno specifico valore denotativo agli effetti del perseguimento degli obiettivi avuti di mira dal legislatore.
Con particolare riferimento alle previsioni dell’art. 407 comma 2 – lettera a), cod. proc. pen. (che fissa il più elevato dei limiti temporali della durata massima delle indagini preliminari per una serie di reati, molti dei quali “tradizionalmente” iscritti nel panorama delle norme dedicate, appunto, a fronteggiare la “criminalità organizzata”) sembrerebbe che, proprio per essi, possa ritenersi ragionevolmente giustificata la deroga espressa dalla norma in esame, destinata ad accelerare le cadenze relative alle indagini preliminari di quei procedimenti che, per la obiettiva gravità, “beneficiano” di un più ampio termine di durata delle indagini preliminari.
3. Le Sezioni Unite di questa Corte Suprema – con la sentenza 8.5.1996, n. 12, ric. G. – in un procedimento relativo ad associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti, hanno dichiarato la inammissibilità dell’appello presentato dal P.M. che si era giovato della ritenuta sospensione dei termini, e, in quella pronuncia, la non-operatività della moratoria feriale è stata affermata riconducendo l’ipotesi specifica ai quei “fenomeni di elevata pericolosità sociale”, che, esigendo un
tempestivo ed indilazionabile intervento dell’autorità giudiziaria, avevano giustificato la introduzione della disposizione derogatoria in esame.
La VI sezione, poi – con la sentenza 15.4.1999, n. 864, ric. C. – in una vicenda in cui erano stati contestati una serie di reati, fra i quali l’associazione a delinquere, la importazione illegittima di armi, la detenzione e il porto abusivo di armi con lesioni volontarie, ha considerato non-operativa la sospensione, qualificando il procedimento come relativo a delitti di “criminalità organizzata”.
La V sezione, successivamente – con la sentenza 26.4.2001, n. 16866, ric. M. ed altro – giudicando anche in questo caso in una fattispecie di associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti, ha affermato che il riferimento ai reati di “criminalità organizzata” deve intendersi operato non soltanto ai reati di criminalità mafiosa o assimilata, bensì anche ai reati di criminalità organizzata di altra natura, come pure a quelli che ad essi risultino connessi.
Più di recente, invece, la VI sezione – con la sentenza 28.7.2004, n. 32838, ric. S. – ha escluso dalla nozione di “criminalità organizzata” una associazione a delinquere finalizzata ad una serie di reati di corruzione e truffa aggravata ai danni del Servizio sanitario nazionale, ritenendo che, ai fini della sospensione dei termini delle indagini durante il periodo feriale per reati di criminalità organizzata, pur apparendo “indubbiamente riduttivo circoscrivere tale concetto ai soli delitti di criminalità mafiosa, appare illogico e irragionevole prescindere dall’elencazione contenuta nella lett. a) del comma secondo dell’art. 407 c.p.p., al più integrata da quelle di cui agli artt. 51, comma 3 bis, e 372, comma 1 bis, del codice di rito”.
4. Il tema della valenza semantica e della portata da attribuire alla locuzione legislativa “criminalità organizzata” è stato affrontato, in giurisprudenza, anche ai fini della corretta applicabilità della disciplina derogatoria di cui all’art. 13 del D.L. n. 152 del 1991, convertito nella legge n. 203 del 1991 e succ. modificazioni (in materia di intercettazione di comunicazioni o conversazioni) e, in relazione a tale normativa, la locuzione medesima è stata interpretata da questa Corte Suprema:
— talora estensivamente in senso criminologico o teleologico, con riguardo cioè alle finalità della norma speciale, che tende a far rientrare nel suo ambito applicativo le attività criminose più diverse, purché realizzate da una pluralità di soggetti che abbiano costituito un apparato organizzativo per commettere reati;
— talaltra in senso più rigorosamente ordinamentale, mediante l’analitica individuazione delle fattispecie criminose – selezionate attraverso la tecnica di normazione per “cataloghi” – operata dagli artt. 407 comma 2 – lett. a), 372 comma 1 bis e 51 comma 3 bis c.p.p., nel rispetto del principio di legalità-tassatività e delle garanzie apprestate a tutela della libertà personale dell’imputato. Significativa, in tal senso, è la sentenza 24.2.1995, n. 478, ric. Galvanin ed altri, della VI sezione, secondo la quale “Nel vigente ordinamento penale l’espressione delitti di criminalità organizzata ha un significato ben preciso, che tende ad individuare non una fattispecie autonoma, ma una categoria di reati definita chiaramente attraverso l’analitica individuazione delle fattispecie fatta dall’art. 407, comma secondo, lett. a), dall’art 372, comma 1 bis, dagli artt. 51 comma 3 bis, e 54 cod. proc. pen.”.
L’analitica individuazione delle fattispecie, poiché incide sui provvedimenti limitativi della libertà personale, è tassativa e non può andare oltre le ipotesi espressamente previste.
L’indirizzo prevalente, comunque, si è attestato nel senso della prima opzione interpretativa (vedi Cass., sez. VI, 7.1.1997, P. B.; sez. VI, 16.5.1997, P. B.; sez. I, 2.7.1998, I.; sez. I, 2.7.1998, C.).
Viene sancita, in tale prospettiva, la polivalenza semantica di una formula legislativa impiegata in contesti normativi diversi e per fini differenziati (secondo il modello proposto dalla Corte Costituzionale, con la sentenza n. 1 del 23.1.1980, in occasione del vaglio delle censure di illegittimità mosse avverso la disciplina dettata, in tema di condizioni per la concessione della libertà provvisoria, dall’art. 1 comma 3, della legge n. 152/1975), rinunciandosi ad individuare il contenuto della nozione legale “reati di criminalità organizzata” secondo parametri che prescindano dalla prioritaria considerazione della finalità della norma.
In particolare, la I sezione – con la sentenza 2.7.1998, Ingrosso – ha affermato che “in tema di intercettazione di comunicazioni o conversazioni disposte a norma dell’art. 13 della legge n. 203 del 1991, la nozione di criminalità organizzata, a cui detta norma si riferisce, deve essere intesa con riguardo alle finalità di quest’ultima, che tende a far rientrare nel suo ambito applicativo le attività criminose più diverse, purché realizzate da una pluralità di soggetti i quali, per la commissione di reati, abbiano costituito un apparato organizzativo. (Fattispecie relativa ad un procedimento per il reato di cui all’art. 416 cod. pen., ritenuto dalla Corte “delitto di criminalità organizzata”, sostanziandosi l’associazione per delinquere in una organizzazione di fatto con predisposizione, sia pure rudimentale, dei mezzi in concreto idonei alla realizzazione di quel programma criminoso per il quale il vincolo associativo si è instaurato).
5. A fronte della univocità di definizione della nozione “criminalità organizzata” prospettata nella riflessione socio-criminologica, è evidente, invece, l’assenza di una nozione giuridica unitaria, poiché questa si rinviene in contesti normativi diversificati e non sempre utili sul piano delle esigenze ermeneutiche specifiche.
A giudizio di queste Sezioni Unite, pertanto, deve condividersi la prospettazione ermeneutica finalistica dianzi illustrata ed in relazione alla stessa il disposto del 2° comma dell’art. 2 della legge, n. 742 del 1969, introdotto dall’art. 21 bis del D.L. n. 356/1992 e riprodotto dall’art. 240 disp. att. c.p.p., deve intendersi riferibile non solo ai reati di criminalità mafiosa ed assimilata, e ai delitti associativi previsti da norme incriminatrici speciali, ma anche a qualsiasi tipo di “associazione per delinquere”, ex art. 416 cod. pen., correlata alle attività criminose più diverse, con l’ovvia esclusione del mero concorso di persone del reato (ove manca il requisito dell’organizzazione).
Il legislatore, infatti, ha voluto garantire una trattazione rapida per tutte le condotte criminali poste in essere da una pluralità di soggetti che, al fine di commettere più reati, abbiano costituito un apparato organizzativo il rilievo del quale predomini rispetto all’apporto causale del singolo partecipe: e ciò in considerazione del particolare allarme sociale che qualsiasi struttura organizzativa criminale suscita nell’opinione pubblica.
Le esigenze teleologiche che si pongono alla base della deroga in esame prescindono da un paradigma che non sia funzionale al fine divisato dalla norma.
In relazione alla questione che ci occupa, il riferimento ad una “ratio” esclusiva di “contrasto alla criminalità mafiosa”, dedotta dalla genesi del D.L. n. 306 del 1992, è riduttivo e non trova riscontro lessicale nel testo dell’art. 21 bis, che ben avrebbe potuto (più semplicemente) limitarsi ad escludere la sospendibilità dei procedimenti con riferimento a quella nozione di “associazione di tipo mafioso” che, tra l’altro, lo stesso provvedimento normativo aveva ampliato.
Neppure può dirsi (come afferma, invece, l’ordinanza di rimessione) che, siccome inserita nell’anzidetto contesto, la disposizione di cui all’art. 21 bis si connetterebbe all’esigenza di imprimere la massima celerità possibile al corso dei soli procedimenti relativi a vicende valutate di gravità eccezionale. E’ questa una deduzione che non trova riscontro normativo testuale e che, comunque, non risolve il problema in quanto induce ulteriori incertezze circa i parametri di individuazione di vicende siffatte.
Inadeguato appare, altresì, il riferimento all’elencazione contenuta nella lettera a) del 2° comma dell’art. 407 c.p.p.: sia perché sarebbe improprio riguardare la previsione della sospensione dei termini feriali nella ristretta ottica di un contemperamento della fissazione dei più ampi termini di complessiva durata massima delle indagini preliminari sia perché l’elencazione dell’art. 407 ricomprende numerose e disomogenee fattispecie, delle quali solo alcune sono valutabili in termini di delitti di criminalità organizzata.
Né appare congrua un’interpretazione di tipo “additivo” connessa ai soli delitti associativi previsti da specifiche norme incriminatrici: non si comprende, infatti, perché – rispetto a siffatti delitti – dovrebbe considerarsi minore, ad esempio, l’allarme indotto da truffe organizzate, da estese attività di ricettazione, ovvero dalla compromissione della salute pubblica attraverso la sistematica cessione di farmaci ad azione dopante: costituiscono, tutti questi, infatti, fenomeni eterogenei, accomunati però da una comune intollerabilità, che induce una forte reazione sociale.
Arbitraria deve ritenersi, infine, la prospettazione, di un riferimento “integrato” al complesso delle fattispecie individuate dall’art. 407, comma 2° – lett. a), dall’art 372, comma 1 bis, dagli artt. 51, comma 3 bis, e 54 cod. proc. pen., stante l’evidente disomogeneità delle disposizioni richiamate.
La riconduzione del disposto del 2° comma dell’art. 2 della legge n. 742 del 1969 alla fattispecie associativa generale impedisce, inoltre, la possibilità di eterogenee interpretazioni casistiche, non rispettose del principio di legalità, che impone un’esigenza di determinatezza tanto più evidente quando di tratti di indicare categorie di reati.
Siffatta interpretazione – tenuto conto che il 2° comma dell’art. 416 cod. pen. commina, per il solo fatto di partecipare all’associazione per delinquere, la pena della reclusione da uno a cinque anni – appare assolutamente compatibile in riferimento all’Azione Comune, adottata il 21 dicembre 1998 dal Consiglio dell’Unione Europea sulla base dell’art. K. 3 del Trattato, e relativa alla punibilità della partecipazione a un’organizzazione criminale negli Stati membri dell’Unione, dove – all’art. 1 – si definisce “organizzazione criminale” “l’associazione strutturata di più di due persone, stabilita da tempo, che agisce in modo concertato allo scopo di commettere reati punibili con una pena privativa della libertà o con una misura di sicurezza privativa della libertà non inferiore a quattro anni o con una pena più grave, reati che costituiscono un fine in sé ovvero un mezzo per ottenere profitti materiali e, se del caso, per influenzare indebitamente l’operato delle pubbliche autorità”.
Significativa, in proposito, infine, è la considerazione che il legislatore italiano – nel testo definitivo dell’art. 8 della legge che pone “Disposizioni per conformare il diritto interno alla decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra gli Stati membri” – nella individuazione dei casi di consegna obbligatoria, ha privilegiato il generico riferimento alla condotta di “partecipare ad una associazione di tre o più persone finalizzata alla commissione di più delitti”, “sempre che, escluse le eventuali aggravanti, il massimo della pena o della misura di sicurezza privativa della libertà personale sia pari o superiore a tre anni”.
6. Alla stregua delle argomentazioni dianzi svolte, l’ordinanza impugnata deve essere annullata senza rinvio, in quanto pronunciata a seguito di un’impugnazione proposta oltre i termini prescritti e, quindi, inammissibile.
Non può essere affrontata, conseguentemente, la questione di natura sostanziale sottoposta al giudizio di questo Collegio.
visti gli artt. 127 e 311 c.p.p.,
annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata, previa declaratoria di inammissibilità dell’appello del P.M.
Così deliberato in camera di consiglio, il 22 marzo 2005.
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References: Art. 147
 art. 9
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Sentenza 
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 art. 310
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