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Timestamp: 2020-08-03 18:09:19+00:00

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Per il rilascio dell'attestazione antimafia controlli estesi ai familiari residenti all'estero
di Alberto Cisterna
Il Sole 24 Ore, 28 settembre 2015
Legge 6 agosto 2015 n. 121. La legge 121/2015 si compone di un solo articolo che abroga un solo inciso dell'articolo 85, comma 3, del Codice delle leggi antimafia con la soppressione delle parole: "che risiedono nel territorio dello Stato".
È bene chiarire che il comma 3, oggi rimaneggiato, era stato inserito nell'alveo dell'articolo 85 solo pochi mesi or sono. Era stato, infatti, l'articolo 1 del Dlgs 153/2014 (uno dei decreti correttivi che il Governo poteva varare nei tre anni successivi all'entrata in vigore del Codice antimafia) a inserire il comma 3 con la previsione che "l'informazione antimafia deve riferirsi anche ai familiari conviventi di maggiore età dei soggetti di cui ai commi 1, 2, 2-bis, 2-ter e 2-quater che risiedono nel territorio dello Stato".
Ora il requisito della residenza nel territorio nazionale è venuta meno. In apparenza poca cosa, nella sostanza una modifica incisiva del sistema della prevenzione antimafia di matrice prefettizia e sul versante, sempre delicato, delle infiltrazioni mafiose nel settore dei contratti ad evidenza pubblica.
I soggetti interessati - La platea degli interessati che vedono sé stessi e i propri familiari sottoposti alla verifica antimafia è davvero ampia. La documentazione antimafia, infatti, è imposta, in caso di imprese individuali, per il titolare e il direttore tecnico dell'azienda. Nel caso di associazioni, imprese, società, consorzi e raggruppamenti temporanei di imprese, la documentazione deve riferirsi, oltre che al direttore tecnico, ove previsto,
a) per le associazioni, a chi ne ha la legale rappresentanza;
b) per le società di capitali anche consortili ai sensi dell'articolo 2615-ter del codice civile, per le società cooperative, di consorzi cooperativi, per i consorzi di cui al libro V, titolo X, capo II, sezione II, del codice civile, al legale rappresentante e agli eventuali altri componenti l'organo di amministrazione, nonché a ciascuno dei consorziati che nei consorzi e nelle società consortili detenga una partecipazione superiore ai limiti indicati dall'articolo 85;
c) per le società di capitali, anche al socio di maggioranza in caso di società con un numero di soci pari o inferiore a quattro, ovvero al socio in caso di società con socio unico; d) per i consorzi e per i gruppi europei di interesse economico, a chi ne ha la rappresentanza e agli imprenditori o società consorziate; e) per le società semplice e in nome collettivo, a tutti i soci;
f) per le società in accomandita semplice, ai soci accomandatari;
g) per le società di cui all'articolo 2508 del Cc (ossia, si badi bene, si parla delle società estere con sede secondaria nel territorio dello Stato) a coloro che le rappresentano stabilmente nel territorio dello Stato;
h) per i raggruppamenti temporanei di imprese, alle imprese costituenti il raggruppamento anche se aventi sede all'estero, secondo le modalità indicate nelle lettere precedenti;
i) per le società personali ai soci persone fisiche delle società personali o di capitali che ne siano socie.
Società semplice e in nome collettivo - Il perimetro è davvero vasto e può ricomprendere, di per sé, anche decine e decine di persone, come nel caso della società semplice e in nome collettivo per le quali la documentazione antimafia applica a tutti i soci.
Inoltre il comma 2-bis impone il rilascio della documentazione anche per i membri del collegio sindacale e, nei casi contemplati dall'articolo 2477 del Cc (società a responsabilità limitata), al sindaco, nonché ai soggetti che svolgono i compiti di vigilanza di cui al decreto 231/2001 sulla responsabilità delle persone giuridiche.
Ancora il comma 2-ter prescrive che per le società costituite all'estero, prive di una sede secondaria con rappresentanza stabile nel territorio dello Stato (e, quindi, fuori dai casi di cui all'articolo 2508 del Cc) la documentazione antimafia deve riferirsi a coloro che esercitano poteri di amministrazione, di rappresentanza o di direzione dell'impresa.
V'è da chiedersi, in questo caso, come sarà concretamente possibile procedere alle verifiche che precedono il rilascio della documentazione antimafia. Si tratta, a tutta evidenza di soggetti che, quasi sempre, risiedono fuori dal territorio dello Stato e per i quali difettano informazioni significative al fine di accertare i pericoli di infiltrazione mafiosa. È noto, infatti, che l'articolo 416-bis del Cp non ha corrispondenze normative in tutti gli altri ordinamenti giuridici europei e non; ragione per cui è particolare difficile immaginare che si possano acquisire dati e notizie che, all'estero, siano da considerarsi sintomatiche della minaccia che la disciplina nazionale sulla documentazione antimafia intende scongiurare.
Le innovazioni introdotte dalla legge 121/2015 - Ora, per giunta, con la legge 121/2015 i controlli dovrebbero estendersi anche ai "familiari conviventi di maggiore età" dei soggetti indicati, il che (francamente) potrà garantire l'apparente impermeabilità del settore dei contratti pubblici ai pericoli della criminalità organizzata, ma in concreto appare difficile immaginare che l'amministratore di Londra o di Singapore fornisca i dati di composizione del proprio nucleo familiare e che, ove gli venga imposto di far ciò con l'autocertificazione, possa attuarsi un controllo effettivo persino sull'esistenza dei suddetti familiari.
L'interpolazione della legge 121/2015 è stata, sotto questo profilo, troppo ampia ed ha fatto ricadere nel range degli articoli 82 e seguenti anche soggetti non residenti nel territorio nazionale e familiari maggiorenni conviventi di soggetti a loro volta, per lo più, non italiani. Il criterio della residenza sul territorio nazionale certo lasciava fuori le propaggini parentali all'estero, ma aveva almeno un minimo di agibilità operativa.
Oggi non è più così e staremo a vedere come la nuova disposizione sarà applicata sia in relazione ai casi dell'articolo 2508 del Cc che a quelli del comma 2-ter. Infine la novella in commento interviene anche nei casi regolati dall'articolo 85, comma 2-quater, prevedendo il controllo in questione anche per le società di capitali di cui alle lettera b) e c) del citato comma 2 che siano concessionarie nel settore dei giochi pubblici. Per esse, com'è noto, oltre a quanto previsto nelle medesime lettere, la documentazione antimafia deve riferirsi anche ai soci persone fisiche che detengono, anche indirettamente, una partecipazione al capitale o al patrimonio superiore al 2 per cento, nonché ai i direttori generali e ai soggetti responsabili delle sedi secondarie o delle stabili organizzazioni in Italia di soggetti non residenti. Nell'ipotesi in cui i soci persone fisiche detengano la partecipazione superiore alla predetta soglia mediante altre società di capitali, la documentazione deve riferirsi anche al legale rappresentante e agli eventuali componenti dell'organo di amministrazione della società socia, alle persone fisiche che, direttamente o indirettamente, controllano tale società, nonché ai direttori generali e ai soggetti responsabili delle sedi secondarie o delle stabili organizzazioni in Italia di soggetti non residenti. La documentazione per giunta deve riferirsi anche al coniuge non separato. La modifica del 2015, anche in questo caso, andrà a impattare sul novero dei familiari, conviventi e maggiori di età, che risiedono all'estero, ponendo le stesse problematiche di concreta operatività di cui si diceva.
Operatività della documentazione antimafia - In conclusione resta da considerare, nell'ambito di operatività della documentazione antimafia tracciato dall'articolo 83, come l'abrogazione parziale portata dalla legge 121/2015 verrà a operare. L'articolo 84 stabilisce, com'è noto, che la documentazione antimafia è costituita dalla comunicazione antimafia e dall'informazione antimafia.
La prima consiste nella mera attestazione della sussistenza o meno di una delle cause di decadenza, di sospensione o di divieto di cui all'articolo 67, ossia di quelle conseguenti all'applicazione di una misura di prevenzione antimafia, per cui la questione è circoscritta al territorio nazionale e consta della mera consultazione dei registri giudiziari. Mentre l'informazione antimafia è l'attestazione della sussistenza o meno di una delle cause di decadenza, di sospensione o di divieto di cui all'articolo 67, nonché, fatto salvo quanto previsto dall'articolo 91, comma 6, è l'attestazione della sussistenza o meno di eventuali tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi delle società o imprese interessate secondo gli "indici di anomalia" indicati nel successivo comma 4.
Il richiamo all'articolo 91, comma 6, rinvia al potere del prefetto di desumere il tentativo di infiltrazione mafiosa anche da provvedimenti di condanna anche non definitiva per reati "solo strumentali" all'attività delle organizzazioni criminali unitamente a concreti elementi da cui risulti che l'attività d'impresa possa, anche in modo indiretto, agevolare le attività criminose o esserne in qualche modo condizionata, nonché dall'accertamento delle violazioni degli obblighi di tracciabilità dei flussi finanziari ai sensi della legge 136/2010. Un complesso davvero ampio di accertamenti che, ora dovranno dirigersi anche verso i familiari conviventi di maggiore età che si trovano all'estero. Una missione necessaria, ma forse impossibile.
Reati tributari: ammesso il sequestro preventivo dei beni degli amministratori
Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 15 luglio 2015 n. 30484.
In tema di reati tributari, commessi dal legale rappresentante o da altro organo di una persona giuridica, è possibile il sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta di denaro o di altri beni fungibili o di beni direttamente riconducibili al profitto del reato tributario, quando tale profitto (o beni direttamente riconducibili al profitto) sia nella disponibilità della persona giuridica. Mentre, solo in caso di impossibilità, anche solo transitoria, del sequestro diretto del profitto del reato, è consentito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti degli organi della persona giuridica per reati tributari da costoro commessi (sezioni Unite, 30 gennaio 2014, Gubert). Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza n. 30484 depositata dalla terza sezione penale lo scorso 15 luglio.
Reati tributari commessi dal legale rappresentante - A far data dalla nota sentenza delle sezioni Unite, 30 gennaio 2014, Gubert, la giurisprudenza è nel senso che, in tema di reati tributari, commessi dal legale rappresentante o da altro organo di una persona giuridica, è possibile il sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta di denaro o di altri beni fungibili o di beni direttamente riconducibili al profitto del reato tributario, quando tale profitto (o beni direttamente riconducibili al profitto) sia nella disponibilità della persona giuridica.
Mentre, solo in caso di impossibilità, anche solo transitoria, del sequestro diretto del profitto del reato, è consentito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti degli organi della persona giuridica per reati tributari da costoro commessi.
Ciò con la precisazione che il sequestro diretto del profitto (corrispondente all'ammontare dell'imposta evasa, comprensivo del mancato pagamento degli interessi e delle sanzioni dovute in seguito all'accertamento del debito tributario), stante la natura fungibile del denaro, può colpire sia la somma che si identifica proprio in quella che è stata acquisita attraverso l'attività criminosa, sia la somma corrispondente al valore nominale, ovunque sia stata rinvenuta e comunque sia stata investita (titoli, valori, beni mobili, beni immobili, ecc.) (si veda anche di recente sezione III, 30 aprile 2015, Giussani che, proprio da queste premesse, ha annullato con rinvio l'ordinanza di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente eseguito a carico degli amministratori della società, chiamati a rispondere dell'illecito tributario, senza che fosse stata prioritariamente indagata l'esistenza nel patrimonio della società, debitore dell'imposta evasa, di beni direttamente o indirettamente riconducibili al profitto del reato).
Nesso di causalità: c'è effetto interruttivo quando l'evento è eccentrico rispetto al rischio
Corte di cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 28 luglio 2015 n. 33329.
Ai fini dell'apprezzamento dell'eventuale interruzione del nesso causale tra la condotta e l'evento (articolo 41, comma 2, del Cp), il comportamento successivo può avere valenza interruttiva non perché eccezionale, ma perché eccentrico rispetto al rischio che il garante è chiamato a governare: in effetti, tale eccentricità potrà rendere in qualche caso (ma non necessariamente) statisticamente eccezionale il comportamento, ma ciò è una conseguenza accidentale, in quanto l'effetto interruttivo può e deve essere individuato in qualsiasi circostanza che introduca un rischio nuovo o comunque radicalmente esorbitante rispetto a quelli che, appunto, il garante è chiamato a governare. Lo hanno stabilito i giudici penali della Cassazione con la sentenza n. 33329 del 28 luglio 2015.
La teoria del rischio - In questa prospettiva, in cui è la teoria del rischio a guidare nell'apprezzamento dell'eventuale effetto interruttivo, anche il fatto illecito altrui non esclude in radice l'imputazione dell'evento al primo agente, che avrà luogo fino a quando l'intervento del terzo, in relazione all'intero concreto decorso causale della condotta iniziale all'evento, non abbia soppiantato il rischio originario; cosicché l'imputazione non sarà invece esclusa quando l'evento risultante dal fatto del terzo possa dirsi realizzazione sinergica anche del rischio creato dal primo agente.
L'importanza della sentenza - La sentenza si segnala per una innovativa ricostruzione della disciplina dell'interruzione del nesso causale per effetto di una causa sopravvenuta (articolo 41, comma 2, del Cp), che, esplicitamente, si riallaccia a considerazione già sviluppate dalle sezioni Unite nella sentenza 24 aprile 2014, Espenhahn.
Il principio sintetizzato, secondo la Corte, si applica anche all'attività medica, quando cioè la prima condotta illecita sia costituita dalla condotta terapeutica inappropriata di un primo medico. Di regola, si sostiene, ciò non comporta l'interruzione del nesso causale, perché il rischio terapeutico resta solitamente il medesimo, anche se diversamente declinato. Possono, peraltro, verificarsi situazioni nelle quali ad un primo errore di un sanitario, ne segua un altro che innesca un rischio nuovo, incommensurabile, letale, con la conseguente interruzione del nesso causale.
Un caso di errore diagnostico - La Cassazione ha fatto applicazione del principio in una fattispecie in cui una pluralità di medici erano stati chiamati a rispondere della morte di una paziente affetta da ascesso tonsillare, deceduta prima dell'intervento chirurgico programmato per l'esecuzione di una tracheotomia resa necessaria dall'ingravescenza della patologia e morta in conseguenza di un grave errore dell'anestesista, il quale nel dare corso, senza esito, a un'anestesia generale con somministrazione di curaro e intubazione, aveva provocato, con il curaro, un effetto miorilassante con paralisi dei muscoli respiratori e totale occlusione delle vie respiratorie, di guisa che la paziente, nonostante l'effettuazione di una tracheotomia in emergenza, era deceduta.
Ha osservato la Corte che i diversi errori diagnostici e terapeutici in cui erano incorsi, prima dell'intervento, i primi medici che l'avevano seguita durante il ricovero, avrebbero potuto avere rilevanza nel corso dell'esecuzione dell'atto chirurgico, ma, poiché l'intervento non era stato eseguito, e la morte era stata determinata dall'errore dell'anestesista, si era in presenza di un rischio nuovo rilevante per ascrivere l'addebito morte all'anestesista, con esclusione del nesso causale tra l'evento letale e la condotta dei primi sanitari.
Pornografia minorile: natura del reato e configurazione
Reati contro la persona - Pornografia minorile - Acquisizione di materiale pedopornografico - Mediante utilizzo di programmi di file sharing - Reato ex art. 600 ter cod. pen. - Configurazione - Condizioni.
La sussistenza del reato di cui all'art. 600 ter, comma III, cod. pen. deve essere esclusa nel caso di semplice utilizzazione di programmi di file sharing che comportino nella rete internet l'acquisizione e la condivisione con altri utenti dei files contenenti materiale pedopornografico, solo quando difettino ulteriori elementi indicativi della volontà dell'agente di divulgare tale materiale.
• Corte di cassazione, sezione III, sentenza 8 maggio 2015 n. 19174.
Reati contro la persona - Delitti contro la libertà individuale - Pornografia minorile - Natura del reato - Configurazione.
Il delitto di pornografia minorile di cui all'articolo 600 ter c.p., comma 1 ha natura di reato di pericolo concreto, pertanto è compito del giudice accertare di volta in volta la configurabilità del predetto pericolo, facendo ricorso ad elementi sintomatici della condotta quali l'esistenza di una struttura organizzativa anche rudimentale atta a corrispondere alle esigenze di mercato dei pedofili, il collegamento dell'agente con soggetti pedofili potenziali destinatari del materiale pornografico, la disponibilità materiale di strumenti tecnici di riproduzione e/o trasmissione, anche telematica idonei a diffondere il materiale pornografico in cerchie più o meno vaste di destinatari, l'utilizzo contemporaneo o differito nel tempo di più minori per la produzione del materiale pornografico - dovendosi considerare la pluralità di minori impiegati non elemento costitutivo del reato ma indice sintomatico della pericolosità concreta della condotta -, i precedenti penali, la condotta antecedente e le qualità soggettive del reo, quando siano connotati dalla diffusione commerciale di pornografia minorile nonché gli altri indizi significativi suggeriti dall'esperienza.
• Corte di cassazione, sezione III, sentenza 2 ottobre 2014 n. 40781.
Reati contro la persona - Pornografia minorile - Divulgazione o diffusione di materiale - Utilizzo di programmi di condivisione automatica per scaricare files - Successiva selezione ed inserimento dei files in apposita cartella di condivisione personalizzata - Elemento soggettivo - Sussistenza.
In tema di divulgazione e diffusione di materiale pedopornografico, è configurabile il dolo generico nella condotta del navigatore in internet che non si limiti alla ricerca e raccolta di immagini e filmati di pornografia minorile, tramite programmi di file-sharing o di condivisione automatica ma operi una selezione del materiale scaricato, inserendolo i prodotti multimediali in una apposita cartella di condivisione personalizzata.
• Corte di cassazione, sezione feriale, sentenza 10 novembre 2014 n. 46305.
Reati contro la persona - Delitti contro la libertà individuale - Pornografia minorile - Divulgazione di materiale pedopornografico - Elemento soggettivo - Criteri di individuazione.
Ai fini della configurazione dell'elemento soggettivo del reato di cui all'art. 600 ter cod. pen., dalla volontà di procurarsi e detenere files a contenuto pedopornografico non può ricavarsi automaticamente la presenza di un dolo diretto a diffonderli, che deve invece risultare da elementi precisi e inequivocabili tra i quali non può annoverarsi il semplice fatto che il soggetto abbia adoperato un programma di condivisione.
• Corte di cassazione, sezione III, sentenza 31 luglio 2013 n. 33157.
Reati contro la persona - Delitti contro la libertà individuale - Riduzione in schiavitù - Pornografia minorile - Divulgazione di materiale pedopornografico - Volontarietà - Necessità.
Non integra il reato di pornografia minorile la divulgazione nella rete Internet, attraverso programmi di file-sharing, di materiale pedopornografico non intenzionalmente detenuto o consapevolmente procurato dall'utente.
• Corte di cassazione, sezione III, sentenza 16 novembre 2012 n. 44914.
Responsabilità da reato degli enti: l'obbligatorietà della confisca del profitto del delitto
Società - Responsabilità da reato degli enti - Confisca per equivalente - Obbligatorietà - Ragioni. In tema di responsabilità da reato degli enti, la confisca per equivalente, in quanto sanzione principale ed autonoma, è obbligatoria, al pari di quella diretta, atteso che il ricorso da parte del legislatore, nel secondo comma dell'art. 19 D.Lgs. n. 231/2001, alla locuzione "può", non esprime l'intenzione di riconoscere ad essa natura facoltativa, ma la volontà di vincolare il dovere del giudice di procedervi alla previa verifica dell'impossibilità di provvedere alla confisca diretta del profitto del reato e dell'effettiva corrispondenza del valore dei beni oggetto di ablazione al valore di detto profitto.
• Corte di cassazione, sezioni Unite, sentenza 17 marzo 2015 n. 11170.
Società - Responsabilità amministrativa degli enti - Sanzioni - Confisca - Confiscabilità del prezzo o del profitto del reato - Confisca per equivalente - Sequestro preventivo - oggetto - Previa individuazione dei beni - Necessità - Esclusione.
Il decreto di sequestro preventivo per equivalente del profitto del reato presupposto non deve contenere l'indicazione specifica dei beni che devono essere sottoposti al vincolo, potendo procedere alla loro individuazione anche la polizia giudiziaria in sede di esecuzione del provvedimento, ma deve indicare la somma sino a concorrenza della quale il sequestro deve essere eseguito.
• Corte di cassazione, sezione II, sentenza 6 ottobre 2014 n. 41435.
Società - Responsabilità da reato degli enti - Confisca del profitto del reato - Obbligatorietà - Sussistenza. La confisca del profitto del reato presupposto, in quanto sanzione principale ed autonoma, ha natura obbligatoria, anche nella forma per equivalente, atteso che il ricorso da parte del legislatore alla locuzione "può", nel secondo comma dell'art. 19 D.Lgs. n. 231/2001, deve essere imputato non già all'intenzione di configurare la suddetta confisca di valore come meramente facoltativa, bensì alla volontà di vincolare il dovere del giudice di procedere alla previa verifica dell'impossibilità di provvedere alla confisca diretta del profitto del reato e dell'effettiva corrispondenza del valore dei beni oggetto di ablazione al valore di quest'ultimo.
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 2 maggio 2013 n. 19051.
Società - Responsabilità da reato degli enti - Sanzioni - Confisca per equivalente - Obbligatorietà - Sussistenza. In tema di responsabilità da reato degli enti, la confisca per equivalente di beni corrispondenti al profitto del reato è obbligatoria, anche qualora il reato presupposto sia quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.
• Corte di cassazione, sezione II, sentenza 21 luglio 2010 n. 28683.
Società - Responsabilità da reato degli enti - Reato presupposto - Indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato - Confisca di valore del profitto del reato - Applicabilità dell'art. 322 ter cod. pen. - Esclusione.
In tema di responsabilità da reato degli enti, qualora l'illecito penale presupposto sia quello di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, è obbligatorio procedere alla confisca per equivalente del profitto del reato (ed è quindi legittimo il sequestro preventivo funzionale alla medesima), non trovando applicazione il disposto di cui al primo comma dell'art. 322 ter cod. pen., per cui, in relazione ai delitti contro la P.A., può procedersi alla confisca di valore solo in riferimento al prezzo del reato.
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 7 aprile 2009 n. 14973.
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