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Timestamp: 2020-04-03 02:28:49+00:00

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transazione « Appunti di diritto amministrativo e civile
Sussiste responsabilità professionale del difensore che accetti un incarico e poi se ne disinteressi, pur se si tratti di una “causa persa”
Così deciso in data 2 luglio 2010
Categoria: mandato • professioni intellettuali • responsabilità professionale
Tag: mandato • responsabilità dell'avvocato • responsabilità professionale • transazione
Cassazione civile, Sez. III, 2 luglio 2010, n. 15717
Lavoro autonomo – Professioni intellettuali – Avvocato – Controversie di notevole difficoltà e ad elevato rischio di soccombenza – Obblighi derivanti dall’accettazione del mandato – Disinteresse totale della tutela degli interessi del cliente – Responsabilità professionale del difensore – Sussistenza.
Non v’è dubbio che – anche e soprattutto con riferimento alle c.d. “cause perse“ - l’attività del difensore, se bene svolta, può essere preziosa, al fine di limitare o di escludere il pregiudizio insito nella posizione del cliente (se non altro sollevando le eccezioni relative ad eventuali errori di carattere sostanziale o processuale della controparte).
Il difensore può non accettare una causa che prevede di perdere, ma non può accettarla e poi disinteressarsene del tutto, con il pretesto che si tratta di causa persa; così facendo, egli espone il cliente all’incremento del pregiudizio iniziale, se non altro a causa delle spese processuali a cui va incontro, per la propria difesa e per quella della controparte.
Correttamente ha rilevato la Corte di appello che avrebbe dovuto essere onere dell’avvocato quanto meno quello di attivarsi per trovare una soluzione transattiva: comportamento che è da ritenere doveroso, ove si accetti di difendere una causa difficile e rischiosa per il proprio assistito.
Affinché possa sussistere l’obbligazione solidale prevista dall’art. 68 della legge professionale forense e il difensore possa richiedere il pagamento di spese ed onorari alla controparte, occorre che vi sia stata una transazione che abbia sottratto al giudice la definizione del giudizio e la pronuncia in ordine alle spese
Così deciso in data 12 giugno 2010
Categoria: spese processuali • tariffe forensi
Tag: avvocato • cessata materia del contendere • condanna alle spese • legge professionale forense • obbligazione solidale • onorario avvocato • soccombenza virtuale • spese processuali • tariffa forense • transazione
Cassazione civile, Sez. II, 12 giugno 2010, n. 14193
Art. 68 della legge professionale forense – Obbligazione solidale delle parti rispetto alle ragioni creditorie dei rispettivi avvocati - Presupposto – Effettiva e totale definizione transattiva della controversia intervenuta tra le parti – Inapplicabilità qualora la causa sia stata comunque definita dal giudice con sentenza.
I fatti: l’avv. Sempronio si rivolge al Tribunale di Milano per sentire condannare Tizio al pagamento di una data somma di denaro che, ai sensi dell’art. 68 della legge professionale forense, ritiene gli sia dovuta per l’attività professionale prestata in favore di Caio, il quale – con la sua assistenza – aveva convenuto in giudizio Tizio per il risarcimento del danno da questi cagionatogli. Tale giudizio era stato conciliato direttamente con la società assicuratrice di Tizio, senza che però vi fosse stata liquidazione delle spese legali, che Tizio, pur intimato in tal senso, non provvedeva a versare.
Il Tribunale di Milano rigettava la domanda, ritenendo che il presupposto per l’applicabilità dell’art. 68 della legge professionale forense, che consente al legale rappresentante di agire anche contro l’avversario del proprio cliente, è costituito dalla effettiva e totale definizione transattiva della controversia intervenuta tra le parti, e dal conseguente obbligo solidale delle parti stesse di soddisfare le ragioni creditorie dei rispettivi avvocati.
Quando, al contrario, la causa è stata definita dal giudice, il quale, pur dando atto dell’avvenuto pagamento delle somme pretese in linea capitale e della conseguente cessazione della materia del contendere, provvede tuttavia sulle spese, ancorché disponendone la compensazione, fa difetto il presupposto stesso per l’applicazione del citato art. 68, il quale implica l’esistenza di un accordo diretto a porre termine alla controversia e conseguentemente a sottrarre al giudice anche tale specifica pronuncia.
La Corte di appello di Milano rigettava a sua volta il gravame dell’avv. Sempronio, rilevando che l’obbligo solidale della parte avversa al proprio cliente sussiste soltanto se la transazione sia stata stipulata dal cliente e comporti la definizione del giudizio in cui esso è coinvolto, laddove nella specie la transazione stipulata dalle parti non ha comportato la definizione del giudizio.
L’avv. Sempronio ha infine proposto ricorso per la cassazione della sentenza della Corte d’appello milanese, ponendo il quesito di diritto se l’accordo transattivo raggiunto dalle parti, comprensivo dell’obbligo espresso di abbandonare il giudizio, sia condizione necessaria e sufficiente per il sorgere del diritto dell’avvocato, a mente del R.D. 27 novembre 1933, n. 1578, art. 68, a prescindere dal fatto che la causa sia poi proseguita (erroneamente) e sia stata chiusa con sentenza di accertamento della cessazione della materia del contendere e di rigetto della richiesta di condanna alle spese per soccombenza virtuale.
La Corte di Cassazione ha ritenuto il motivo manifestamente infondato.
In particolare, il Collegio ha chiarito che l’art. 68 della legge professionale forense, stabilendo che tutte le parti che hanno transatto sono solidalmente obbligate al pagamento degli onorari e al rimborso delle spese in favore degli avvocati che hanno partecipato al giudizio definito con quella transazione, si riferisce ad ogni accordo mediante il quale le parti facciano cessare, senza la pronuncia del giudice, una lite già cominciata.
Pertanto, affinché possa sussistere l’obbligazione solidale prevista dalla citata norma e il difensore possa richiedere il pagamento degli onorari ed il rimborso delle spese nei confronti della parte avversa al proprio cliente, è necessaria la definizione del giudizio con una transazione (o con un accordo equivalente) che sottragga al giudice la definizione del giudizio e la pronuncia in ordine alle spese (Cass., Sez. II, 13 settembre 2004, n. 18343).
Al contrario, la norma citata non è applicabile allorquando la causa sia stata definita direttamente dal giudice con una sentenza che, oltre a disporre la cessazione della materia del contendere a seguito della sopravvenuta transazione, abbia pronunciato sulle spese, rigettando la richiesta di condanna della controparte.
In tal caso, infatti, manca il presupposto stesso per l’applicazione del citato art. 68, il quale implica l’esistenza di un accordo diretto, appunto, a sottrarre al giudice anche la pronuncia sulle spese, né ha alcun rilievo la ragione per cui la causa sia proseguita dopo l’intervenuta transazione, se cioè per errore o meno.
Pertanto, poiché nel caso di specie, dopo l’accordo tra le parti, il processo è proseguito ed il Giudice ha pronunciato sentenza con la quale, nello statuire la cessazione della materia del contendere per effetto della intervenuta transazione, ha rigettato la domanda di condanna di quest’ultimo alla rifusione delle spese di giudizio, non può trovare applicazione la disciplina di cui all’art. 68 della legge professionale.

References: Art. 68
 art. 68
 sentenza 
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