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Posted on 26 giugno 2014 by Avv. Giuseppe Tripodi
Corte Costituzionale – sentenza 23 – 25 giugno 2014, n. 184
La Corte Costituzionale, con la sentenza che riportiamo, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 517 del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede la facoltà dell’imputato di richiedere al giudice del dibattimento l’applicazione di pena, a norma dell’art. 444 del codice di procedura penale, in seguito alla contestazione nel dibattimento di una circostanza aggravante che già risultava dagli atti di indagine al momento dell’esercizio dell’azione penale.
Articolo 517 Codice di Procedura Penale
Reato concorrente e circostanze aggravanti risultanti dal dibattimento
1. Qualora nel corso dell’istruzione dibattimentale emerga un reato connessoa norma dell’articolo 12 comma 1 lettera b) ovvero una circostanza aggravante e non ve ne sia menzione nel decreto che dispone il giudizio[429], il pubblico ministero contestaall’imputato il reato o la circostanza [520], purché la cognizione non appartenga alla competenza di un giudice superiore [423 1, 522].
1bis. Si applicano le disposizioni previste dall’articolo 516, commi 1bis e 1ter.
Articolo 516 Codice di Procedura Penale
Modifica della imputazione
1. Se nel corso dell’istruzione dibattimentale il fatto risulta diversoda come è descritto nel decreto che dispone il giudizio[429], e non appartiene alla competenza di un giudice superiore, il pubblico ministero modifica l’imputazione [423 1, 522] e procede alla relativa contestazione[520]. *
1bis. Se a seguito della modifica il reato risulta attribuito alla cognizione del tribunale in composizione collegiale anziché monocratica, l’inosservanza delle disposizioni sulla composizione del giudice è rilevata o eccepita, a pena di decadenza, immediatamente dopo la nuova contestazione ovvero, nei casi indicati dagli articoli 519 comma 2 e 520 comma 2, prima del compimento di ogni altro atto nella nuova udienza fissata a norma dei medesimi articoli.
1ter. Se a seguito della modifica risulta un reato per il quale è prevista l’udienza preliminare, e questa non si è tenuta, l’inosservanza delle relative disposizioni è eccepita, a pena di decadenza, entro il termine indicato dal comma 1bis.
* La Corte Costituzionale, già con sent. 30-5-1994, n. 265, aveva dichiarato il succitato articolo (516 c.p.p.) parzialmente illegittimo l’articolo «nella parte in cui non prevede la facoltà dell’imputato di richiedere al giudice del dibattimento l’applicazione di pena a norma dell’art. 444 del c.p.p., relativamente al fatto diverso o al reato concorrente contestato in dibattimento, quando la nuova contestazione concerne un fatto che già risultava dagli atti di indagine al momento dell’esercizio dell’azione penale ovvero quando l’imputato ha tempestivamente e ritualmente proposto la richiesta di applicazione di pena in ordine alle originarie imputazioni». Con successiva sent. 19-12-1995, n. 530, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità della norma nella parte in cui «non prevede la facoltà dell’imputato di proporre domanda di oblazione, ai sensi degli artt. 162 e 162bis c.p., relativamente al fatto diverso contestato in dibattimento»
Nel giudizio di legittimità costituzionale del successivo articolo (il 517 del codice di procedura penale), promosso dal Tribunale ordinario di Roma, la Corte ha dichiarato incostituzionale il succitato articolo “nella parte in cui non prevede la facoltà dell’imputato di richiedere al giudice del dibattimento l’applicazione di pena, a norma dell’art. 444 del codice di procedura penale, in seguito alla contestazione nel dibattimento di una circostanza aggravante che già risultava dagli atti di indagine al momento dell’esercizio dell’azione penale”.
Ecco alcune parti salienti della sentenza
Con la successiva sentenza n. 265 del 1994, la Corte, però, nel caso di contestazioni dibattimentali “tardive”, è pervenuta, proprio rispetto al patteggiamento, a una diversa conclusione, perché in questo caso non può parlarsi «di una libera assunzione del rischio del dibattimento da parte dell’imputato», le cui determinazioni in ordine ai riti speciali sono state sviate «da aspetti di “anomalia” caratterizzanti la condotta processuale del pubblico ministero». Le valutazioni dell’imputato circa la convenienza del rito alternativo vengono infatti a dipendere, anzitutto, dalla concreta impostazione data al processo dal pubblico ministero: sicché, «quando, in presenza di una evenienza patologica del procedimento, quale è quella derivante dall’errore sulla individuazione del fatto e del titolo del reato in cui è incorso il pubblico ministero, l’imputazione subisce una variazione sostanziale, risulta lesivo del diritto di difesa precludere all’imputato l’accesso ai riti speciali». Anche il principio di eguaglianza viene violato perché l’imputato è irragionevolmente discriminato rispetto alla possibilità di accesso ai riti alternativi, in dipendenza della maggiore o minore esattezza o completezza della valutazione delle risultanze delle indagini preliminari da parte del pubblico ministero e delle correlative contestazioni.
Prendendo spunto dalle affermazioni delle sentenze da ultimo citate, il Tribunale ordinario di Roma, come si è ricordato, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 517 cod. proc. pen. nella parte in cui non consente il patteggiamento nel caso in cui il pubblico ministero abbia proceduto alla contestazione suppletiva “patologica” di una circostanza aggravante.
Corte Costituzionale, sentenza 23 – 25 giugno 2014, n. 184
articolo 517 c.p.p.
Sostituto processuale e costituzione di parte civile
Corte di Cassazione, sezione VI Penale Sentenza 7 – 19 gennaio 2015, n. 2329

References: Articolo 517
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Articolo 516
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