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Timestamp: 2019-10-17 12:37:00+00:00

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DISCORSO IV - Il Verbo Eterno da innocente si è fatto reo.
(Is. XL, 1).
Prima della venuta del Redentore, tutti gli uomini afflitti miseramente gemevano su questa terra; erano tutti figli d'ira, né vi era chi potesse placare Iddio giustamente sdegnato per li loro peccati. Ciò facea piangere il profeta Isaia, dicendo Ecce tu iratus es, et peccavimus... non est... qui consurgat et teneat te (Is. LXIV, [5, 7]). Sì, perché Dio era stato quello che dall'uomo era stato offeso: l'uomo, non essendo che una misera creatura, non potea con qualunque sua pena soddisfare l'offesa fatta ad una maestà infinita: vi bisognava un altro Dio che soddisfacesse alla divina giustizia, ma questo Dio non v'era, né potea trovarsi altro che un solo Dio: Dio all'incontro ch'era l'offeso, non poteva egli soddisfare a se stesso:1 sicché per noi era disperato il caso. Ma consolatevi, consolatevi, o uomini, disse loro il Signore per Isaia: Consolamini, consolamini, popule meus, dicit Deus vester, ...quoniam completa est malitia (Is. XL, [2] ). Poiché Dio medesimo ha trovato il modo di salvare l'uomo, contentando insieme la sua giustizia e la sua misericordia: iustitia et pax osculatae sunt (Ps. LXXXIV, 11). E come si è fatto? Il medesimo Figlio di Dio si è fatto uomo, ha presa la forma di peccatore, ed egli addossandosi
il peso di soddisfare per gli uomini, colle pene della sua vita e colla sua morte ha soddisfatta appieno la divina giustizia per la pena dagli uomini meritata; e così son restate appagate la giustizia e la misericordia. Dunque per liberare gli uomini dalla morte eterna, Gesù Cristo da innocente si è fatto reo: cioè ha voluto comparir peccatore. Sì, a questo l'ha ridotto l'amore ch'esso porta agli uomini. Consideriamolo, ma cerchiamo prima luce a Gesù e a Maria per cavarne profitto.
Qual era Gesù Cristo? Era, ci risponde S. Paolo: Sanctus, innocens, impollutus (Hebr. VII, 26). Era santo, innocente, immacolato; era, diciam meglio, la stessa santità, la stessa innocenza, la stessa purità, mentre egli era vero Figlio di Dio, vero Dio come è il Padre, e tanto caro al Padre, che 'l Padre si dichiarò colà sull'acque del Giordano, che in questo Figliuolo avea trovate tutte le sue compiacenze. Ma volendo questo Figlio diletto liberare gli uomini da' loro peccati e dalla morte a' peccati dovuta, che fece? Apparuit, ut peccata nostra tolleret (I Io. III, 5). Egli si presentò al suo divin Padre e si offerì a pagare per gli uomini; e 'l Padre allora, come dice l'Apostolo, lo mandò in terra a vestirsi di carne umana, con prendere la sembianza d'uomo peccatore, tutto fatto simile agli uomini peccatori: Deus Filium suum mittens in similitudinem carnis peccati (Rom. VIII, 3). E poi soggiunge S. Paolo: Et de peccato damnavit peccatum in carne. E volle dire, come spiegano S. Giovan Grisostomo e Teodoreto, che 'l Padre condannò il peccato ad esser privato del regno che avea sopra degli uomini, condannando alla morte il suo divin Figliuolo, il quale benché sembrasse di vestire carne infetta dal peccato, nulladimeno era santo ed innocente.2
Dunque Dio per salvare gli uomini e per vedere insieme soddisfatta la sua giustizia, ha voluto condannare il proprio
Figlio ad una vita penosa e ad una morte spietata? È stato ciò mai vero? Egli è di fede, e ce ne assicura S. Paolo: Proprio Filio suo non pepercit, sed pro nobis omnibus tradidit illum (Rom. VIII, 32). Ce n'assicura Gesù medesimo: Sic... Deus dilexit mundum, ut Filium suum unigenitum daret (Io. III, 16). Narra Celio Rodigino, che un certo chiamato Deiotaro, avendo egli più figli, perché uno tra essi era da lui più amato, il barbaro uccise tutti gli altri per lasciare intiera la sua eredità a quel figlio più diletto.3 Ma Dio ha fatto tutto l'opposto; ha ucciso il suo Figlio più diletto, e l'unico Figlio che aveva, per dare la salute a noi vermi vili ed ingrati. Sic... Deus dilexit mundum, ut Filium suum unigenitum daret. Consideriamo queste parole: Sic Deus dilexit mundum. Come? un Dio si degna d'amare gli uomini, vermi miserabili che gli sono stati ribelli ed ingrati, ed amarli a tal segno - verbum sic significat vehementiam amoris, dice S. Giovan Grisostomo - ut Filium suum unigenitum daret? che abbia voluto loro dare il suo medesimo Figlio, e Figlio unigenito che ama quanto se stesso! Non servum, non angelum, non archangelum dedit, sed Filium suum, soggiunge lo stesso santo dottore.4 Daret, e come l'ha voluto dare? l'ha dato umiliato, povero, disprezzato, in mano de' servi a trattarlo come un ribaldo, sino a farlo morire svergognato su d'un patibolo infame. Oh grazia, oh forza dell'amore
d'un Dio! qui esclama S. Bernardo: Oh gratiam! oh amoris vim! (Serm. 64, in Cant.).5 Oh Dio, chi non s'intenerirebbe in sentire questo caso, che un monarca per liberare il suo schiavo sia stato costretto a dar la morte al suo unico figlio, ch'era l'amor del padre, e l'amava quanto se stesso. Se Dio ciò non l'avesse fatto, chi mai, dice S. Giovan Grisostomo, avrebbe potuto pensarlo o sperarlo? Quae numquam humanus animus haud cogitare, haud sperare potuit, haec nobis largitus est.6
Ma, Signore, questa sembra un'ingiustizia, condannare alla morte un figlio innocente per salvare lo schiavo che v'ha offeso. Secondo la ragione umana, dice Salviano, si stimerebbe certamente troppo ingiusto un uomo, se volesse uccidere il figlio innocente per liberare i servi dalla morte loro dovuta: Quantum ad rationem humanam, iniustam rem quilibet homo faceret, si pro pessimis servis filium bonum occidisset (De Prov., lib. 4).7 Ma no, che non è stata ingiustizia appresso Dio; poiché il Figlio esso medesimo si è offerto al Padre di voler soddisfare per gli uomini: Oblatus est quia ipse voluit (Is. LIII, 7). Ecco dunque Gesù che volontariamente qual vittima d'amore si sagrifica per noi. Eccolo che qual muto agnello si mette in mano di chi lo tosa, e benché innocente viene a soffrire dagli uomini tanti disprezzi e tormenti, senza neppure aprire la bocca: Et quasi agnus coram tondente se obmutescet, nec aperiet os suum (Is. LIII, 7). Ecco in somma il nostro amante Redentore, che per salvare noi vuol egli patire la morte e le pene da noi meritate. Vere languores nostros ipse tulit, et dolores nostros ipse portavit (Is. LIII, 4). Dice S. Gregorio Nazianzeno: Tamquam impius pati non recusabat, modo homines salutem consequantur (Orat. pr. apolog.).8
Chi mai ha fatto ciò? dimanda S. Bernardo. Quale mai è stata la cagione di questo immenso prodigio? Un Dio morire per le sue creature! Quis fecit? Fecit caritas:9 L'ha fatto l'amore che questo Dio porta agli uomini. Il santo va contemplando quando il nostro amabil Salvatore fu preso da' soldati nell'orto di Getsemani, secondo riferisce S. Giovanni: Et ligaverunt eum (XVIII, 12): E poi si fa a dimandargli: Quid tibi et vinculis?10 Mio Signore, gli dice, io vi rimiro legato qual reo da questa canaglia, che vuol condurvi alla morte ingiustamente; ma oh Dio che han che fare con voi le funi e le catene? queste toccano a' malfattori, ma non a voi che siete innocente, siete figlio di Dio, la stessa innocenza, la stessa santità. Risponde S. Lorenzo Giustiniani che i legami co' quali Gesù Cristo fu condotto alla morte, non furon già le funi con cui l'avvinsero i soldati; ma fu l'amore verso degli uomini, e quindi esclama: Oh caritas, quam magnum est vinculum tuum, quo Deus ligari potuit!11 Indi lo stesso S. Bernardo si fa a contemplare l'ingiusta sentenza di Pilato che condanna Gesù alla croce, dopo averlo egli stesso dichiarato più volte innocente; e poi rivolto il santo a Gesù gli dice piangendo: Quid fecisti, o innocentissime Salvator, quod sic iudicareris?12 Ah mio Signore, sento che questo iniquo giudice vi condanna a morir crocifisso; e che male avete voi fatto? qual delitto avete mai commesso per meritare una morte sì penosa ed infame? morte che tocca a' rei più scellerati? Ma poi ripiglia e dice: Ah che intendo, o mio Gesù, qual è il delitto che voi
avete commesso, è il troppo amore13 che avete portato agli uomini: Amor tuus, peccatum tuum.14 Sì, che quest'amore, più che Pilato, vi condanna alla morte; mentre voi per pagare la pena dovuta agli uomini, avete voluto morire. - Approssimandosi il tempo della Passione del nostro Redentore, egli pregava il Padre che presto lo glorificasse, con ammetterlo a sacrificargli la vita: Clarifica me tu, Pater (Io. XVII, [5]). Ma stupito l'interroga S. Giovan Grisostomo: Quid dicis? Haec gloriam appellas?15 Una passione ed una morte accompagnata da tanti dolori e disprezzi, questo voi chiamate la vostra gloria? E 'l santo poi si fa a rispondere in vece di Gesù Cristo: Ita pro dilectis haec gloriam existimo.16 Sì, è tanto l'amore ch'io porto agli uomini, che egli mi fa stimare mia gloria il patire e 'l morire per essi.
Dicite, pusillanimes confortamini, et nolite timere: ecce Deus vester ultionem adducet retributionis, Deus ipse veniet et salvabit vos (Is. XXXV).17 Non temete dunque, dice il profeta, non diffidate più, poveri peccatori. Che timore avete di non essere perdonati, mentre viene il Figlio di Dio dal cielo a salvarvi? ed egli stesso rende a Dio col sacrificio della sua vita il compenso della giusta vendetta che meritavano i vostri peccati? Se voi colle vostre opere non potete placare Dio offeso, ecco chi lo placa, questo bambino che ora vedete giacere sulla paglia, che trema di freddo, che piange, egli colle lagrime sue lo placa. Non avete ragione di stare più mesti, dice S. Leone, per la sentenza di morte contro voi fulminata or che nasce
per voi la vita: Neque fas est locum esse tristitiae, ubi natalis est vitae.18 E S. Agostino: Dulcis dies poenitentibus, hodie peccatum tollitur, et peccator desperat?19 Se voi non potete rendere alla divina giustizia la dovuta soddisfazione, ecco Gesù che per voi fa la penitenza; già ha cominciato a farla in questa grotta, la proseguirà in tutta la sua vita e finalmente la compirà sulla croce, alla quale, secondo dice S. Paolo, affiggerà il decreto della vostra condanna, cancellandolo col suo sangue: Delens quod adversus nos erat chirographum decreti, quod erat contrarium nobis, et ipsum tulit de medio, affigens illud cruci (Coloss. II, 14). Dice lo stesso Apostolo che morendo per noi Gesù Cristo, si è fatto la nostra giustizia: Factus est nobis sapientia... [et] iustitia, [et] sanctificatio et redemptio (I Cor. I, [30] ). Iustitia, commenta S. Bernardo, in ablutione peccatorum.20 Sì, perché accettando Dio per noi le pene e la morte di Gesù Cristo, atteso il patto, è obbligato per giustizia a perdonarci: Qui non noverat peccatum, pro nobis peccatum fecit, ut nos efficeremur iustitia Dei in ipso (II Cor. V, [21]). L'innocente si fé vittima de' nostri peccati, acciocché poi per giustizia spettasse a noi il perdono per li meriti suoi. Che perciò Davide pregava Dio a salvarlo, non solo per la sua misericordia, ma anche per la sua giustizia: In iustitia tua libera me (Ps. XXX, [2]).
Sommo fu sempre il desiderio di Dio di salvare i peccatori. Questo desiderio lo faceva andare appresso di loro gridando: Redite praevaricatores ad cor (Is. XLVI, 8). Peccatori, ritornate al vostro cuore, pensate a' benefici da me ricevuti, all'amore che vi ho portato, e non mi offendete più. Convertimini ad me... et ego convertar ad vos (Zac. I, 3). Rivolgetevi a me ed io v'abbraccerò. Quare moriemini, domus Israel?... revertimini et vivite (Ezech. XXI, 31).21 Figli miei, perché volete
perdervi, e condannarvi da voi stessi ad una morte eterna? Tornate a me e vivete. In somma la sua infinita misericordia lo fé scendere dal cielo in terra per venire a liberarci dalla morte: Per viscera misericordiae Dei nostri, in quibus visitavit nos oriens ex alto (Luc. I, 78). Ma qui bisogna riflettere quel che dice S, Paolo: prima che Dio si facesse uomo, conservava per noi la misericordia, ma non poteva già sentire compassione delle nostre miserie, perché la compassione importa pena, e Dio non è capace di pena. Or dice l'Apostolo che il Verbo Eterno, affin di avere ancor compassione di noi, volle farsi uomo, capace di patire e simile agli uomini che sono afflitti dalla compassione, acciocché così potesse non solo salvarci, ma anche compatirci: Non enim habemus pontificem qui non possit compati infirmitatibus nostris, tentatum autem per omnia pro similitudine, absque peccato (Hebr. IV, 15). Ed in altro luogo: Debuit per omnia fratribus similari, ut misericors fieret (Hebr. II, 17).
Oh la gran compassione che ha Gesù Cristo de' poveri peccatori! Questa gli fé dire ch'egli è quel pastore che va cercando la pecorella perduta, e quando la ritrova fa festa dicendo: Congratulamini mihi, quia inveni ovem meam quae perierat (Luc. XV, [6]). E se la mette sulle spalle: Imponit in humeros suos gaudens (Ibid. [5]), e così la stringe a sé per timore di non tornarla a perdere.- Questa gli fé dire ch'egli è quel padre amoroso, che quando torna a' suoi piedi un qualche figlio prodigo che l'ha lasciato, egli non lo discaccia, ma l'abbraccia, lo bacia, e quasi vien meno per la consolazione e tenerezza che sente in vederlo pentito: Accurrens cecidit super collum eius, et osculatus est eum (Luc. ib., [20]).
Questa gli fa dire: Sto ad ostium et pulso (Apoc. III, 20). Cioè ch'egli, benché discacciato dall'anima col peccato, non l'abbandona, ma si mette fuori della porta del cuore, e bussa colle sue chiamate per rientrarvi.- Questa gli fé dire ai discepoli, che con zelo indiscreto desideravano vendetta contro coloro che gli avevano discacciati: Nescitis cuius spiritus estis (Luc. VI, 53).22 Voi vedete ch'io ho tanta compassione de' peccatori, e voi desiderate vendette? Andate, andate via, perché voi non siete dello spirito mio.- Questa compassione
finalmente gli fece dire: Venite ad me, omnes qui laboratis et onerati estis, et ego reficiam vos (Matth. XI, [28]): Venite a me tutti che state afflitti e tormentati dal peso dei vostri peccati, ed io vi solleverò. Ed in fatti con qual tenerezza quest'amabil Redentore perdonò a Maddalena, subito ch'ella si ravvide, e la convertì in santa!23 Con qual tenerezza perdonò al paralitico, ed insieme gli donò la sanità del corpo!24 Con qual tenerezza specialmente si portò colla donna adultera! Gli presentarono i sacerdoti questa peccatrice, acciocché l'avesse condannata; ma Gesù a lei rivolto le disse: Nemo te condemnavit?... nec ego te condemnabo (Io. VIII). Come avesse voluto dirle: niun di costoro che ti hanno qui condotta ti ha condannata, e come voglio condannarti io che son venuto per salvare i peccatori ? Va in pace, e non peccar più. Vade, et iam amplius noli peccare.25
Deh non temiamo di Gesù Cristo, temiamo solo della nostra ostinazione, se dopo averlo offeso, non vogliamo ubbidire alla sua voce che ci chiama al perdono. Quis est qui condemnet? dice l'Apostolo. Christus Iesus qui mortuus est;... qui etiam interpellat pro nobis (Rom. VIII, [34]). Se vogliamo restare ostinati, Gesù Cristo sarà costretto a condannarci. Ma se ci pentiamo del mal fatto, che timore abbiamo da avere di Gesù Cristo? Chi ti ha da condannare? pensa, dice san Paolo, che ha da condannarti quello stesso Redentore ch'è morto per non condannarti: quegli stesso, che per perdonare a te, non ha voluto perdonare a se medesimo. Ut servum redimeret sibi ipsi non pepercit, S. Bernardo.26
Va dunque, peccatore, va alla stalla di Betlemme, e ringrazia Gesù bambino, che trema di freddo per te in quella grotta, vagisce e piange per te su quelle paglie; ringrazia questo tuo Redentore, ch'è venuto dal cielo a chiamarti ed a salvarti. Se desideri il perdono, egli ti sta aspettando in quella mangiatoia per perdonarti. Va presto dunque, fatti perdonare.
E poi non ti scordare dell'amore che ti ha portato Gesù Cristo. Gratiam fideiussoris ne obliviscaris (Eccli. XXIX, 20). Non ti scordare, dice il profeta, di questa somma grazia che ti ha fatta, in farsi egli mallevadore de' tuoi debiti appresso Dio, con prender sopra di sé il castigo da te meritato: non te ne scordare, ed amalo. E sappi che se tu l'amerai, non t'impediranno i tuoi peccati di ricever da Dio le grazie più grandi e più speciali ch'egli suol donare all'anime più dilette: Omnia cooperantur in bonum (Rom. VIII, 8] . Etiam peccata, soggiunge la Glossa.27 Sì anche la memoria de' peccati fatti giova al profitto d'un peccatore che li piange e li detesta; poiché quella concorrerà a farlo più umile e più grato a Dio, vedendo che Dio l'ha accolto con tanto amore. Gaudium erit in caelo super uno peccatore poenitentiam agente, quam super nonagintanovem iustis (Luc. XV, 7). Ma di qual peccatore ciò s'intende, che dà più gaudio al cielo, che molti giusti insieme? S'intende di quel peccatore che grato alla divina bontà si dedica tutto con fervore all'amor divino; come appunto fecero un S. Paolo, una S. Maddalena, una S. Maria Egiziaca, un S. Agostino, una S. Margherita da Cortona. A questa santa specialmente, la quale prima era stata per molti anni peccatrice, Dio fece vedere il suo luogo apparecchiato in cielo tra' Serafini; e frattanto in vita le facea mille favori; ond'ella vedendosi così favorita un giorno gli disse: Signore, come tante grazie a me ? vi siete scordato delle offese che vi ho fatte? E Dio le rispose: E non sai, come io ho già detto, che quando un'anima si pente delle sue colpe, io mi scordo di tutti gli oltraggi che mi ha fatti?28 Secondo già si protestò per
Ezechiele: Si... quis egerit poenitentiam... omnium iniquitatum eius non recordabor (Ezech. XVIII, 22).29
Concludiamo. Dunque i peccati fatti non c'impediscono di farci santi. Dio ci offerisce pronto tutto l'aiuto, se lo desideriamo e lo domandiamo. Che resta? Resta che noi ci diamo tutti a Dio, e gli consagriamo almeno i giorni che ci rimangono di vita. Presto su, che facciamo? Se manca, manca per noi, non per Dio. Non facciamo che queste misericordie e queste amorose chiamate che ci fa Dio ci abbiano da essere di rimorso e di disperazione in punto di morte, allora che non sarà più tempo di fare più niente; allora si farà notte: Venit nox in qua nemo potest operari (Io. IX, 4).30 -Raccomandiamoci a Maria SS. che si gloria, come dice S. Germano, di render santi i peccatori più perduti, con ottener loro una grazia non solo ordinaria, ma esimia di conversione; e ben ella può farlo, perché quando dimanda a Gesù Cristo, lo dimanda da madre: Tu autem materna in Deum auctoritate pollens, etiam iis qui enormiter peccant, eximiam remissionis gratiam concilias (S. Germ., In encom. Deip.).31 Ed ella stessa ci fa animo, come la fa parlare la S. Chiesa, dicendo: Mecum sunt divitiae... ut ditem diligentes me (Prov. VIII, [18, 21]). E in altro luogo: In me gratia omnis viae et veritatis, in me omnis spes vitae et virtutis (Eccli. XXIV, [25]). Venite, dice, a me
tutti, perché troverete tutta la speranza di salvarvi, e salvarvi da santi.
1 L'ed. del 1779, Bassano, la quale ha qua e là dei piccoli ritocchi ortografici da attribuirsi presumibilmente all'editore, qui cambia così: Ma questo Dio non vi era, né potea trovarsi altro che un solo Dio, all'incontro chi era l'offeso non poteva egli soddisfare a se stesso.
2 “Viden'ubique peccatum damnatum, non carnem, sed hanc coronatam et sententiam contra illud proferentem?... Neque enim peccatricem carnem habuit Christus; sed similem quidem nostrae peccatrici: impeccabilem autem, sed natura eamdem quam nostram... Sic peccatum expugnare aggressus est.” S. IO. CHRYSOSTOMUS, In Epistolam ad Eomanos, hom. 13, n. 5. ML 60-514. “Dicit... quod unigenitum Dei Verbum homo factum per humanam carnem peccatum fregit ac profligavit, cum omnem iustitiam implesset, nec peccati labem admisisset; et cum peccatorum, ac si peccator, mortem sustinuisset, peccati iniustitiam coarguit, quod corpus, morti nequaquam obnoxium, morti tradiderit. Enimvero hoc ipsum et peccatum ipsum et mortem destruxit.” THEODORETUS, Interpretatio Epistolae ad Romanos, cap. 8, v. 3. MG 82-127, 130.
3 Deiotaro, re di Galazia (+ verso l'anno 40 a. C. ) aiutò i Romani nella guerra contro Mitridate. Il Senato gli diede il titolo di “alleato ed amico del Popolo Romano”. Prese le parti di Pompeo; ma poi si riconciliò con Cesare. Accusato di aver voluto far morire Cesare, fu difeso da Cicerone con quella bella orazione: Pro rege Deiotaro. Ebbe come successore nel regno un suo figlio, Deiotaro II, di cui altro non si sa, se non che ebbe dal Senato il titolo di re. Che poi il padre avesse fatto morire gli altri figli per conservare quell'unico erede, lo narra anche Plutarco (De Stoicorum repugnantiis, XXXII, Scripta moralia, II, pag. 1283: Parisiis, Dirmin Didot, 1890.) Ma il fatto non è certo, e neppur verisimile. - Celio Rodigino (Caelius Rhodiginus, Ludovico Ricchieri, di Rovigo, 1469-1525,) umanista. Raccolse i frutti delle sue innumerevoli letture nell'opera intitolata Antiquae lectiones “che non ha pregi di stile, ma è un monumento di erudizione, apprezzato dagli studiosi.” (Enciclopedia Italiana.7
4 “His enim verbis sic dilexit et Deus mundum, ingens amor significatur. Multum quidem, imo immensum erat discrimen. Nam immortalis et sine principio, magnitudo infinita, ex terra et cinere formatos, innumeris onustos peccatis, qui semper se offendebant, ingratos: hos, inquam, dilexit. Et quae postea sequuntur, perinde vehementia sunt; addit enim: Ut Filium suum unigenitum daret: non servum, non angelum, non archangelum ait. Atqui nemo umquam vel circa filium tantum studium adhibuit, quam Deus circa ingratos servos.” S. IO. CHRYSOSTOMUS, In Ioannem, hom. 27, n. 2. MG 59-159.
5 “O suavitatem! o gratiam! o amoris vim! Itane summus omnium unus factus est omnium?” S. BERNARDUS, In Cantica, Sermo 64, n. 10. ML 183-1088.
6 “Adeo magna sunt beneficia Dei et ita omnem humanam exspectationem et spem superant, ut ea saepe vix credantur; nam quae mens humana ne cogitavit nec exspectavit, ea nobis ille largitus est.” S. IO. CHRYSOSTOMUS, In Epistolam primam ad Timotheum, cap. 1, homilia 4, in principio. MG 62-519.
7 “Quis aestimare hunc erga nos Dei amorem queat, nisi quod iustitia Dei tanta est, ut in eo aliquid iniustum cadere non possit? Nam quantum ad rationem humanam pertinet, iniustam rem homo quilibet faceret, si pro pessimis servis filium bonum fecisset occidi.” SALVIANUS, De gubernatione Dei, lib. 4, n. 10. ML 53-81.
8 Non abbiam trovato questa sentenza presso S. Gregorio Nazianzeno.
9 “Quis hoc fecit? Amor, dignitatis nescius, dignatione dives, affectu potens, suasu efficax.” S. BERNARDUS, In Cantica, Sermo 64, n. 10. ML 183-668.
10 “O Rex regum et Domine dominantium, quid tibi et vinculis?” S. Bernardus, Vitis mystica, cap. 4, n. 10. ML 184-644. - “O Rex regum et Domine dominantium, quid tibi cum vinculis?” S. Bonaventura, Vitis mystica, Opera S. Bonaventurae, ad Claras Aquas, VIII, pag. 165. - Se l'autore sia S. Bonaventura, oppure S. Bernardo: vedi il nostro vol. V. Appendice, 2, 9°, pag. 452, 453.
11 “Caritas ligat Deum et hominem, quia vinculum est. O caritas, quam magnum est vinculum tuum, quo Deus ligari potuit!” S. LAURENTIUS IUSTITNIANUS, Lignum vitae, tractatus IV, De caritate, cap. 6. Opera, Lugduni, 1628, pag. 27, col. 1.
12 “Quid commisisti, dulcissime puer, ut sic iudicareris? quid commisisti, amantissime iuvenis, ut sic tractareris?” S. ANSELMUS, Oratio 2, ML 158-861. - S. Bonaventura, De perfectione vitae ad Sorores, cap. 6, n. 5, Opera, ad Claras Aquas, VIII, pag. 122, attribuisce questa sentenza a S. Bernardo. Si ritrova quasi negli stessi termini, nella Lamentatio in Passionem Christi (d'ignoto autore), n. 3, ML 184-770, e nel Sermo de vita et Passione Domini ( a quanto sembra, di S. Anselmo ), n. 9, ML 184-953, inter Opera S. Bernardi.
13 Le ed. Remondiniane 1760, 1779: Ah che intendo, o mio Gesù, qual'è il mio delitto che voi avete commesso? è il troppo amore...
14 Questa sentenza può attribuirsi a S. ANSELMO (quantunque parte del suo testo venga riferito da S. Bonaventura, l. c. nella nota precedente, come di S. Bernardo), Oratio 2, ML 158-861: “Quid commisisti... (come sopra). Quod scelus tuum, quae noxa tua, quae causa mortis, quae occasio tuae damnationis? Ego enim sum tui plaga doloris, tuae culpa occisionis... Quo, Nate Dei, quo tua descendit humilitas? quo tua flagravit caritas?... Ego enim inique egi, tu poena mulctaris...” - L'espressione però è di VINCENZO CONTENSON, O. P., Theologia mentis et cordis, lib. 10, in fine, Elogium Christi Salvatoris: “Peccavit Iesus, qui, teste Apostolo, nimis dilexit. Hoc est unum Iesu peccatum, amor hominum.”
15 “Quid dicis? in crucem ageris ut exsecratorum mortem subeas cum latronibus et sepulcrorum effossoribus: es conspuendus et colaphis caedendus, et haec vocas gloriam?” S. IO. CHRYSOSTOMUS, In Epistolam ad Ephesios, cap. 4, hom. 8, n. 2. MG 62-57.
16 “Certe, inquit: haec enim patior pro iis quos diligo, et haec nunc gloriam existimo.” IDEM, ibid.
17 Dicite pusillanimis: Confortamini et.. Is. XXXV, 4.
18 “Neque enim locum fas est ibi esse tristitiae, ubi natalis est vitae.” L. LEO MAGNUS, Sermo 21, In Nativitate Domini nostri Iesu Christi, Sermo 1, cap. 1. ML 54-190.
19 “Dulcis dies, vere dulcis et cunctis poenitentibus veniam portans... Hodie totius mundi peccatum tollitur, et peccator desperat?” Opera S. Augustini, Sermo 117 (inter suposititios, in Appendice ), n. 1. ML 39-1977.
20 “Sapientia, iustitia, sanctificatio et redemptio. Sapientia in praedicatione, iustitia in ablutione peccatorum, sanctificatio in conversatione quam habuit cum peccatoribus; redemptio in Passione quam sustinuit pro peccatoribus.” S. BERNARDUS, In Cantica , Sermo 22, n. 6. ML 183-880.
21 Ezech. XVIII, 31, 32.
22 Luc. IX, 55.
23 Luc. VII, 37-50.
24 Matth. IX, 2-7. - Marc. II, 3-12.
25 Mulier, ubi sunt qui te accusabant? nemo te condemnavit? Quae dixit: Nemo, Domine. Dixit autem Iesus: Nec ego te condemnabo ; vade, et iam amplius noli peccare, Io. VIII, 10, 11.
26 “Propter nimiam enim caritatem suam, qua dilexit nos Deus, ut servum redimeret, nec Pater Filio, nec sibi Filius ipse pepercit.” S. BERNARDUS, Sermo de Passione Domini, in feria IV Hebdomadae Sanctae, n. 4. ML 183-264.
27 “Sed numquid etiam eis peccata cooperantur in bonum? Quidam dicunt quod peccata non continentur sub hoc quod dicit omnia... Sed contra hoc est quod in Glossa sequitur: “Usque adeo talibus Deus omnia cooperatur in bonum, ut si qui eorum deviant et exorbitant, etiam hoc ipsum eis faciat proficere in bonum”... Ex hoc autem quod iustus cadit, resurgit cautior et humilior: unde in Glossa subditur, postquam quod hoc ipsum faciat eis in bonum proficere, quia sibi humiliores redeunt atque doctiores.” S. THOMAS AQUINAS, Expositio in Epistolam ad Romanos, cap. 8, lectio 6.
28 FR. MARCHESE, Vita, raccolta dai processi per la canonizzazione, Venezia, 1747, lib. 1, cap. 18, n. 5: “Apparvele una volta il Signore nel giorno della festa di S. Caterina, vergine e martire, a manifestarle una grazia speciale, che riserbava di concederle nell'altro secolo, quale era di volerla collocare nel coro de' Serafini, ove erano le sante Vergini che infiammate di carità avevano seguitato in ogni luogo l'immacolato Agnello.” “Temendo l'inganno” la Santa si arma col segno della croce, secondo il precetto datole dai suoi superiori. “ Ma udì subitamete darsi questa graziosissima risposta: “Io sono il tuo Dio, e ti assicuro che le tue continue lagrime e le tue rigorose penitenze hanno purgate le macchie delle tue colpe, e fatto rifiorire il giglio della Purità da te dianzi calpestato.” - Nostro Signore assicura la Santa che ad essa sia stata restituita, non già la verginità, il che è impossibile, ma una squisitissima virtù di castità, coi privilegi annessi. E la mattina seguente, la Santa “intese dal Padre Giunta (suo confessore), che la virtù della penitenza aveva scancellato a Maddalena il nome di peccatrice, e l'avea innalzata sopra la castità delle Vergini.” - La stessa opera, lib. 1, cap. 19. n. 4: Richiedendo la Santa “al Divino Maestro in qual modo la sua grandezza poteva tanto abbassarsi che non isdegnasse di favorire così altamente una creatura tanto indegna... il Salvatore rispose “Perché io ti ho fatta mia rete nella quale si hanno da prendere i pesci che vanno nuotando nel mare del secolo, che sono i peccatori; per questa ragione tali doni si concedono a te, non per te solamente, ma pel popolo mio, che all'esempio tuo si deve ridurre a me.”
29 Si autem impius egerit poenitentiam ab omnibus peccatis suis quae operatus est... omnium iniquitatum eius, quas operatus est, non recordabor. Ezech. XVIII, 21, 22.
30 Venit nox, quando nemo potest operari. Io, IX, 4.
31 “Tu autem, quae materna in Deum auctoritate polleas, etiam iis qui enormiter peccant, eximiam reconciliationis gratiam concilias.” S. GERMANUS, Patriarcha CP., In dormitionem B. M. V., II. MG 98-351.

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