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Timestamp: 2017-12-15 21:27:44+00:00

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Reato di atti sessuali con minore - Inviolabilità sessuale del minore | sentenza del giorno
Reato di atti sessuali con minore - Inviolabilità sessuale del minore
Il reato di atti sessuali con minorenni non postula, necessariamente, il consenso del minore al compimento di atti sessuali, venendo in gioco la sua applicazione ogniqualvolta sia violata dal comportamento del soggetto agente, l'inviolabilità sessuale del minore, che costituisce il bene giuridicamente tutelato dalla disposizione incriminatrice nel caso di persone offese infra-quattordicenni.
Tribunale di Brindisi - Sezione Penale - Sentenza n. 22 del 12 Gennaio 2012
1) Dott. Francesco ALIFFI - Presidente
2) Dott. Vittorio TESTI - Giudice rel.
3) Dott. Luca SCUZZARELLA - Giudice
1. B. N. , nato a Brindisi il XXX, attualmente detenuto per altro presso la Casa Circondariale di Foggia, assente per rinuncia.
PPCC: R.P. , D.P. e D.M. .
a) del reato p. e p. degli artt. 81 - 609 quater I comma c.p. perché, con piu' condotte esecutive di un medesimo disegno criminoso, approfittando dello stato di incapacità della minore D. M. affetta da disturbi della personalità e comportamentali, in piu' occasioni di tempo e di luogo (*), baciandola sulla bocca, compiva atti sessuali con persona che al momento dei fatti non aveva ancora compiuto gli anni quattordici.
Fatto aggravato perché commesso su minore di anni quattordici.
In Brindisi dal settembre 2006.
(*) "consumando un rapporto completo" - decreto di citazione così modificato all'udienza del 30 settembre 2010.
Con decreto che dispone il giudizio emesso dal G.I.P. presso il Tribunale di Brindisi il 13.10.2009, N. B. veniva tratto a giudizio innanzi a questo Tribunale per rispondere dei delitti contestatigli, riportati in epigrafe.
Esaurita l'istruttoria dibattimentale, il Tribunale dichiarava utilizzabili tutti gli atti contenuti nel fascicolo del dibattimento, invitando le parti a formulare le rispettive conclusioni, sopra trascritte.
Ritiene il Tribunale che le risultanze probatorie consentano di affermare la penale responsabilità dell'imputato in ordine al reato al delitto di atti sessuali con minorenne (art. 609 quater c.p.) così come diversamente contestato all'udienza del 30.09.2010 ai sensi dell'art. 516 co. 1 c.p.p ..
La prova della responsabilità si fonda essenzialmente sulla deposizione della persona offesa, il cui contenuto ha trovato sostanziale conferma nelle dichiarazioni rese dai testi, D.P. e R.P. , padre e madre della stessa e dalle ulteriori risultanze emerse nel corso dell 'istruttoria.
La persona offesa, D. M. (nata nel 1993) ha riferito di aver conosciuto B. N. nel 2006 e di aver avviato con lo stesso una relazione sentimentale durata complessivamente quasi due anni.
Nel corso della relazione e in particolare, dopo due o tre mesi dall'inizio della stessa, ebbe con l'imputato rapporti sessuali completi consumati all'interno della sua abitazione.
La persona offesa ha collocato il primo rapporto sessuale nel mese di febbraio del 2007 precisando di non essersi confidata con i propri genitori sino al suo ingresso nella "Casa Famiglia" e di non aver mai esplicitamente parlato con la madre o con il padre dei rapporti sessuali consumati con l'imputato.
La teste ha riferito che il rapporto con l'imputato, dapprima consensuale, divenne con il passare del tempo imposto dalle minacce che lo stesso usava farle; ella ha descritto l'ossessione nutrita dall'imputato nei suoi confronti, giungendo a chiedere la sua "mano" alla madre e ad introdursi armato di pistola nei locali di una casa famiglia dove era stata trasferita per volere dei genitori, minacciando ed aggredendo gli operatori della struttura (D. M.: "è venuto di notte alla casa famiglia quasi che io l'avevo lasciato però lì mi avevano detto che era una cosa (casa) protetta e non poteva venire invece lui è venuto dalla finestra con degli amici", Avv. Iaia: "con degli amici suoi? Ma era armato? Armato di cosa", D. M.: "una pistola aveva").
Il teste D.P. ,padre della persona offesa, ha confermato nei limiti delle sue personali cognizioni, i fatti per come da quest'ultima rappresentati.
Ha, infatti, dichiarato che nel gennaio del 2007 si accorse che la figlia minore M., all'epoca di tredici anni di età, frequentava un ragazzo di nome B. N. , il quale si era trasferito da poco all'interno di un'abitazione posta al piano inferiore alla loro dopo un periodo di detenzione subito.
Il teste ha riferito di aver notato il B. indulgere in atteggiamenti affettuosi nei confronti della figlia, e di aver tentato invano di convincere quest'ultima a non salutarlo o comunque ad adottare un atteggiamento più distaccato per evitare pericolosi equivoci (D. P.: "noi all'inizio abbiamo visto questo salutare alla ragazza che faceva e abbiamo sconsigliato a mia figlia anche di salutarlo");
la perplessità del teste era determinata dalla giovane età della figlia e dalla significativa differenza di età esistente tra lei e l'imputato (D. P. "si, no ma perché già si vedeva la persona, quindi non ... poi mia figlia era piccola, pure aveva 13 anni, lui era già grande").
Il D. ha riferito che il rapporto tra la figlia e il B. si intensificò nonostante i suoi tentativi di convincerlo a desistere e di dissuaderlo dal continuare a frequentare la figlia, e che addirittura nel mese di gennaio/febbraio del 2007 lo stesso si presentò presso la sua abitazione annunciando il "fidanzamento" con M.
Per quanto concerne i comportamenti a contenuto sessuale, il teste ha precisato di aver visto l'imputato abbracciare e, talvolta, baciare la minore (D. P.: "si, che si abbracciavano, il bacio, quelle cose là. "), e di aver notato i due recarsi a casa del B. senza però saper riferire cosa accadesse al suo interno (D. P.: "però ripeto è stato il periodo quando lui è andato ad abitare a casa di questa signore anziana che si chiamava la ragazza dentro casa però dentro casa non riuscivamo a sapere quello che succedeva nonostante che facevamo in maniera all' inizio già di farla rientrare la ragazza").
Il teste ha poi confermato di essersi rivolto alle forze dell'ordine e al Tribunale per i minorenni per impedire la prosecuzione della relazione tra i due, riferendo che la figlia venne addirittura affidata ad una casa famiglia di Mesagne, su consiglio del pediatra e dei responsabili della autorità di polizia, al fine di allontanarla fisicamente dal contesto in cui era nata la relazione con l'imputato; il B. , tuttavia, riuscì a scoprire il luogo ove M. era stata trasferita e recatosi nel cuore della notte, aggredì i dipendenti della struttura che cercavano di farlo allontanare.
Il D. ha riferito, infine, dell'aggressione subita per mano dell'imputato in occasione di uno dei tanti e vani tentativi di far terminare la relazione con la figlia tredicenne.
Il teste R.P. ,madre della persona offesa, ha confermato quanto riferito dalla figlia e dal marito.
Ella ha riferito del rapporto tra B. N. e la figlia tredicenne M. iniziato nel 2007, precisando di aver inizialmente avuto notizie della frequentazione tra i due e di aver successivamente avuto conferma della stessa vedendo i due abbracciarsi e baciarsi.
La teste ha confermato le parole del marito, riferendo di aver cercato di interrompere da subito la relazione tra i due in ragione della profonda differenza di età esistente (Riso: "oltretutto poi parliamo pure di una differenza che mia figlia aveva tredici anni, lui all'epoca non mi ricordo, doveva averne ventisei ­ventisette ... ") e del fatto che M. aveva all'epoca dei fatti solo tredici anni (R.: "no, no, pochissimo dopo perché noi siamo intervenuti proprio all 'inizio, proprio perché abbiamo sempre cercato di parlare sia con il ragazzo che con la famiglia perché comunque alla fine era una differenza di età abbastanza enorme e quindi si pensava inizialmente che parlando con il ragazzo pure si potrebbe capire un po' mentre lui diceva sempre: "si, si, si" cioè faceva che capiva e poi per lui in realtà non cambiava mai niente e poi abbiamo dovuto, cioè siamo arrivati in pratica alle denunce e tutto di conseguenza").
In ordine al genere di effusioni tra la figlia e il B. , la R. ha riferito di aver visto unicamente dei baci e degli abbracci non propriamente "amicali" e di aver ricevuto in seguito alcune confidenze dalla figlia, relative ai rapporti sessuali consumati con l'imputato durante la loro relazione.
La teste ha confermato, infine, le dichiarazioni del marito relative ai bizzarri atteggiamenti del B. il quale, si presentava talvolta presso la loro abitazione chiamandola "mamma", chiedendo loro "la mano" della figlia ancora tredicenne, inviandole messaggi e missive in cui evidenziava l'affetto che provava nei loro confronti, ecc ..
Prima di passare ad esaminare il contenuto delle deposizioni sopra riportate, al fine di determinare il valore probatorio alle stesse attribuibile, si ritiene opportuno richiamare alcuni principi consolidati in tema di valutazione della prova testimoniale in generale con particolare riguardo alla testimonianza della persona offesa.
Preliminarmente appare necessario evidenziare che il giudizio inerente la cd. credibilità di un testimone è giudizio distinto da quello relativo alla capacità a rendere la testimonianza da parte del medesimo.
Il primo giudizio è rimesso al libero convincimento del giudice il quale, lungi dal far ricorso a cd. riscontri esterni richiesti solo nei casi particolari di prove orali marchiate da una presunzione di esistenza di un interesse inquinante, dovrà utilizzare i tradizionali criteri per apprezzarne la coerenza, la logicità, la verosimiglianza, l'assenza di interessi a mentire ecc..
Il giudizio inerente la cd. capacità a testimoniare è invece un giudizio di natura tecnica, necessitante in determinati casi dell'apporto del sapere scientifico, a cui il giudice può far ricorso nel caso in cui in concreto sorga il dubbio circa l'operatività della generale presunzione di capacità a testimoniare ex art. 196 C.p.p ..
Trattasi di giudizi distinti tra loro e tra loro non interferenti, potendo una persona essere astrattamente capace di assumere l'ufficio di testimone e tuttavia mentire o essere una persona potenzialmente attendibile agli occhi dell 'interprete ma affetta da patologie che la rendano incapace in astratto di testimoniare.
Nel caso di specie non sussistono ragioni per dubitare dell'astratta attitudine a testimoniare della persona offesa in ragione dell' età che la stessa aveva all' epoca di verificazione dei fatti confluiti nel capo di imputazione (13 anni) e all'epoca del suo ascolto in dibattimento (17 anni), perfettamente compatibili con la capacità di discernimento, di avere una percezione non distorta della realtà e di agire all'interno di tale percezione secondo meccanismi non alterati.
Non sono emersi elementi ulteriori idonei ad incidere negativamente sull'attitudine a testimoniare della teste, capacità, peraltro, mai contestata da nessuno.
A tali valutazioni occorre aggiungere la presenza nel caso di specie di significativi elementi esterni a riscontro alle sue dichiarazioni, non necessari dal punto di vista processuale, ma evidentemente utili a confermare il giudizio di capacità a testimoniare già espresso.
Passando al giudizio di attendibilità, va sottolineato che il vigente ordinamento processuale riconosce alle dichiarazioni della persona offesa un valore probatorio in nulla differente rispetto a quello attribuito alle dichiarazioni della persona estranea agli interessi dedotti in giudizio, tanto che il giudice può fondare il proprio convincimento anche sulla sola deposizione della persona offesa, avendo cura, in tal caso, di svolgere il controllo sulla sua credibilità con necessaria cautela e con un esame cioè particolarmente penetrante.
Ed invero, proprio perchè la persona offesa è naturalmente portatrice di un interesse di per sè confliggente con la posizione dell'imputato, la valutazione ai fini del controllo di attendibilità della sua deposizione deve necessariamente essere più rigorosa rispetto al generico vaglio cui vanno sottoposte le dichiarazioni del testimone estraneo (cfr., per tutte, Cass. pen., sez. III, n. 22848/2003; Cass. pen., sez. V, 1.6.1999, n. 6910).
In sostanza, pur non dovendosi ricercare elementi di riscontro estrinseci, è obbligo del giudice compiere con maggiore scrupolo l'indagine sulla credibilità della persona offesa, verificando non solo la rilevanza e la concludenza delle sue dichiarazioni, ma anche la sua attendibilità sostanziale, la quale, peraltro, può essere ritenuta sulla base di tutto quanto possa concorrere ad assicurarne il controllo, come la costanza ed uniformità dell'accusa e la sua concordanza con altri elementi emergenti dalle risultanze processuali.
Ciò posto, e procedendo ad una valutazione più strettamente probatoria delle dichiarazioni rese dalla minore D.M. nel corso del processo, va rilevato innanzitutto, che la versione dei fatti dalla stessa fornita si presenta nel suo impianto centrale complessivamente coerente, lineare, scevra da contraddizioni interne, dotata di adeguata capacità dimostrativa dei fatti rappresentati, assolutamente non contraddetta dalle altre risultanze istruttorie ed anzi, confermata da significativi elementi esterni di riscontro;
la fisiologica e sfumata difficoltà iniziale a riesumare la perfetta progressione cronologica dei fatti accaduti è agevolmente spiegabile con la concentrazione e concitazione dei fatti accorsi, con la ragionevole avversione della ragazza a rievocare una vicenda emotivamente complessa, con l'effetto del tempo e con i normali meccanismi di elaborazione e di fissazione del ricordo.
La D. , infatti, ha descritto con precisione l'evoluzione del suo rapporto sentimentale con B. N. , descrivendo i comportamenti a contenuto sessuale adottati dal medesimo, il contesto spazio­temporale di verificazione dei medesimi e le ulteriori condotte tenute dall'imputato nel medesimo periodo.
La minore ha ricostruito la dinamica degli avvenimenti in modo analogo a quanto riferito dai due genitori R.P. e D.P.
La teste ha evidenziato, inoltre, numerosi particolari apparentemente ininfluenti alla descrizione della condotta contestata che confermano, tuttavia, la sua attendibilità complessiva e la credibilità della sua deposizione.
Non può, d'altra parte, sottacersi in questa sede la sola incongruenza emersa in fase di ascolto, relativa alle modalità di apprensione da parte della madre (e indirettamente del padre) dei rapporti sessuali che la figlia ha riferito di aver avuto con il B.
La consumazione dei rapporti sessuali è emersa per la prima volta in dibattimento, circostanza che ha determinato la modifica del capo d'imputazione ("in più occasioni di tempo e di luogo consumando un rapporto completo, baciandola sulla bocca ... ") per la diversità del fatto rispetto a quello originariamente contestato ("in più occasioni di tempo e di luogo, baciandola sulla bocca, compiva atti sessuali ... ").
La minore al riguardo ha riferito di aver avuto con l'imputato numerosi rapporti sessuali completi a partire dai primi mesi del 2007, consumati all'interno dell'abitazione del medesimo; ella ha precisato di non avere mai parlato esplicitamente con i genitori di tali fatti, senza però escludere che la madre lo fosse comunque venuto a sapere dopo il suo trasferimento in Casa Famiglia.
R.P. sul punto ha riferito una circostanza parzialmente diversa, dichiarando di aver saputo dei rapporti sessuali avuti dalla figlia con il B. dalla figlia stessa quando la stessa venne fatta trasferire in Casa Famiglia.
Tale discrasia è stata valorizzata dalla difesa dell'imputato al fine di dimostrare l'inattendibilità della minore e, verosimilmente, dei suoi genitori.
Ad avviso del Collegio, la citata incongruenza si dimostra del tutto inidonea ad inficiare il complessivo giudizio di attendibilità della persona offesa e dei suoi genitori, trattandosi di un particolare oltre che marginale, assolutamente ininfluente ai fini della ricostruzione naturalistica dei fatti oggetto di imputazione.
Occorre premettere che la discrasia attiene non alla verificazione dei rapporti sessuali tra M. D. e N. B. a partire dal gennaio/febbraio 2007, ammessa sia dalla minore che dalla madre, bensì alle modalità attraverso cui la madre ebbe di tali fatti conoscenza.
L'inattendibilità dei testi dovrebbe riposare, pertanto, sulla diversa modalità di apprensione di un fatto che nella sua struttura non si contesta essersi verificato.
Trattasi di circostanza priva di valore, se confrontata con la portata dei comportamenti descritti con dovizia di particolari ed in modo assolutamente coerente da tutti e tre i testi escussi; tale discrasia è, inoltre, agevolmente spiegabile con il contesto emotivo vissuto dai genitori della persona offesa nel corso del 2007, i quali misero in atto tutti gli strumenti possibili per far allontanare la figlia tredicenne dal B. N. all'epoca dei fatti quasi ventisettenne, cercando di convincere l'imputato a desistere e a non importunare la figlia, cercando di parlare e di far intercedere i suoi genitori, interpellando le forze di polizia ed il Tribunale dei Minorenni, giungendo, infine, a far trasferire la figlia presso una casa famiglia, allontanandola fisicamente dal luogo dove nacque la sua infatuazione per l'imputato e correlativamente l'ossessione di quest'ultimo per la persona offesa.
Tale contesto permette di dare una spiegazione logica all'unica e marginale discrasia emersa tra il racconto della persona offesa e quello della madre; è infatti perfettamente plausibile che D.M. , dopo essere entrata in casa famiglia, decise di confidarsi con gli operatori della struttura, trovando più agevole e meno imbarazzante parlare con un estraneo dei rapporti sessuali avuti con il B. , e che la madre R.P. , seppe di tali rapporti solo indirettamente, parlando con gli operatori della struttura, avendo poi conferma di tale vicenda dalla minore, quando la vicenda si risolse.
Del resto, R.P. , rispondendo alle domande a lei poste in sede di controesame, ha dichiarato di aver saputo dei rapporti "dopo ... che è stata rinchiusa nell 'istituto", confermando di non aver mai parlato esplicitamente di tali fatti con il padre.
La difesa dell' imputato non nega l'esistenza di un' ossessione nutrita del proprio assistito per la minore D.M. , né nega che tra i sue vi fu una relazione sentimentale durata due anni e avviata quando la stessa aveva tredici anni; ciò che viene contestata è la credibilità della versione offerta dai testi per avere la minore riferito di non aver mai detto tutta la verità alla madre in ordine ai rapporti sessuali, e quest'ultima di aver appreso di tali rapporti proprio dalla figlia.
L'analisi delle dichiarazioni rese evidenzia in realtà una situazione ben più complessa in cui le notizie apprese dai due genitori erano inizialmente filtrate dalla volontà della minore di continuare ad avere la relazione con l'imputato a cui si aggiungevano le comprensibili difficoltà dei due a contenere le pulsioni della figlia verso il medesimo.
A tali considerazioni si aggiungono dei dati fattuali che confermano logicamente la versione della persona offesa in ordine alla specifica consumazione dei rapporti sessuali.
Entrambi i genitori hanno riferito di aver visto più volte la minore recarsi ed uscire dall'abitazione del B. nonostante la loro espressa disapprovazione, circostanza che unitamente alla dimostrata relazione sentimentale esistente tra i due in quel periodo, alla conclamata ossessione dell'imputato per la minore, all'età del medesimo (ventisette anni) e alla ragionevole complicità della tredicenne M. D. nel compiacere le voglie dell'uomo di cui si era infatuata, conferma che all'interno di quella casa venivano effettivamente consumati i rapporti sessuali contestati.
Per quanto concerne, infine, le asserite incongruenze tra il contenuto delle querele formulate dai genitori della persona offesa e le dichiarazioni rese dai due in dibattimento, ritiene il Tribunale le stesse inidonee ad minare l'attendibilità complessiva dei due e perfettamente giustificabili dal peculiare contesto emotivo vissuto dai due in quel periodo.
I coniugi D. R. erano, infatti, ragionevolmente allarmati per l'evoluzione dei rapporti tra la figlia ed il B. , percependo di essere impotenti nel cercare di contenere le intemperanze della minore e l'assoggettamento della stessa nei confronti dell'imputato; i due, pertanto avevano come unico scopo quello di far allontanare la figlia minore dall'imputato, interrompendo la relazione sentimentale tra i due e le querele servivano unicamente a sollecitare l'intervento delle forze di polizia.
La mancata specifica indicazione in denuncia, del contenuto degli atti sessuali compiuti dal B. con la D. si spiega con una comprensibile forma di pudore nel riferire episodi di evidente "delicatezza", con la circostanza che la madre non ebbe immediata consapevolezza dei rapporti sessuali avuti dalla minore e che al padre non fu mai esplicitamente riferito tale circostanza (cfr. a riguardo deposizioni di R.P. ).
Il mancato riferimento di tali gravi circostanze dimostra, inoltre, l'assenza di un interesse speculatorio dei due genitori, i quali non intesero elevare il livello dell'offesa, sperando unicamente che la bambina di tredici anni non venisse più soggiogata da un ragazzo che di anni ne aveva oltre ventisei; tale comportamento, pertanto, non solo non mina il giudizio complessivo di attendibilità dei coniugi D.R., ma addirittura lo rafforza.
Per quanto concerne, infine, le incongruenze evidenziate dalla difesa dell'imputato, tra le dichiarazioni rese dalla minore in fase di indagini e quelle rese in dibattimento, ritiene il Tribunale che le stesse possano agevolmente spiegarsi con la confessata affezione nutrita dalla minore nei confronti del B. all'epoca del primo ascolto (17.07.2007) e con l'acredine ragionevolmente nutrita nei confronti dei genitori nel medesimo periodo (avendo cercato di ostacolare la sua relazione con l'imputato e facendola trasferire in una casa famiglia).
L'ascolto della persona offesa avvenne, infatti, a seguito di una segnalazione alla Questura di Brindisi effettuata da L. M., responsabile della struttura educativa "X" ove D.M. era stata trasferita; la segnalazione era stata determinata dalle numerose telefonate giunte in struttura (alcune delle quali mute giunte nel corso della notte) da soggetti che si presentavano come la "sorella" o l' "avvocato" della persona offesa e che cercavano di entrare in contatto con la stessa; la responsabile evidenziava nella segnalazione la circostanza che il B. era stato visto più volte nei pressi della struttura e in una occasione sorpreso mentre parlava con la D. (cfr. verbale di spontanee dichiarazioni del 17.07.2007, acquisito al fascicolo con il consenso delle parti).
Alla stregua di quanto rilevato, dunque, la deposizione della persona offesa deve ritenersi intrinsecamente attendibile e il suo contenuto probatorio perfettamente suffragato dalla testimonianza della madre e del padre.
Sulla base delle dichiarazioni rese dalla persona offesa, come innanzi riscontrate, deve dunque ritenersi accertato che M. D. ebbe una relazione sentimentale con B. N. durata circa due anni, relazione iniziata tra la fine del 2006 e l'inizio del 2007, osteggiata dai genitori e, tuttavia, proseguita nonostante la loro espressa disapprovazione.
È accertato, altresì, che nel corso della relazione la minore ebbe dei rapporti sessuali completi con l'imputato consumati all'interno dell'abitazione dello stesso.
Quanto agli aspetti temporali della relazione sessuale avuta tra i due, necessari ai fini della dimostrazione del delitto in esame, l'esame delle dichiarazioni rese dalla Minore e dei due genitori permette di collocare nel mese di gennaio del 2007 i primi rapporti sessuali, quando M. D. (nata il l? giugno 1993) aveva ancora tredici anni.
Ricostruito in tal modo il fatto, agevole risulta la sua sussumibilità nella fattispecie di cui all'art. 609 quater C.p ..
Ad avviso del Tribunale, infatti, il reato di atti sessuali con minorenni, la cui ratio è proprio quella di approntare una più stringente tutela a favore dei minori rispetto a condotte sessualmente insidiose non postula, necessariamente, il consenso del minore al compimento di atti sessuali, venendo in gioco la sua applicazione ogniqualvolta, in assenza di un comportamento minaccioso o violento che integri il diverso delitto di cui all'art. 609 bis C.p. e in assenza di un consenso tacito o espresso, sia violata dal comportamento del soggetto agente, l'inviolabilità sessuale del minore, che costituisce il bene giuridicamente tutelato dalla disposizione incriminatrice nel caso di persone offese infra-quattordicenni.
Nel caso di specie, non sussistono dubbi sulla ricorrenza di una relazione tra la minore e l'imputato, sebbene quest'ultimo da una certa fase in poi abbia indulto a comportamenti violenti e minacciosi posti in essere nei confronti di chi cercò di ostacolare la sua relazione con la minore (vedi il riferimento fatto all'aggressione degli operatori della struttura che ospitava la minore e del padre della minore).
Non sussistono dubbi, inoltre, circa la ricorrenza, nel caso di specie, del compimento da parte dell'imputato di veri e propri atti sessuali, intendendosi per tali, secondo giurisprudenza consolidata, tutti gli atti diretti ed idonei a compromettere la libertà di autodeterminazione del soggetto passivo nella sua sfera sessuale e a suscitare o soddisfare la brama sessuale del soggetto agente (cfr. Cass. 30.3.2000).
Va a questo proposito rimarcato che, per consolidato orientamento della Suprema Corte, si ha indebita intrusione nella sfera sessuale ogniqualvolta la condotta dell'autore del reato abbia comunque coinvolto la corporeità della persona offesa in quanto diretta o verso le zone genitali o verso "quelle ritenute < <erogene> > dalla scienza medica, psicologica ed antropologica" .
In particolare la Corte ha qualificato atti sessuali i toccamenti delle mammelle, delle cosce ed il bacio a labbra chiuse, atteso che la illiceità della condotta deve essere valutata alla stregua del rispetto dovuto alla persona umana e dell' attitudine della condotta stessa a offendere la libertà di determinazione sessuale della persona offesa.
Oggetto d'indagine, infatti, deve essere la disponibilità della sfera sessuale da parte del soggetto che ne è titolare sicché il delitto ricorre anche nel caso in cui gli atti sessuali siano di breve durata e non determinino la soddisfazione erotica del soggetto attivo (cfr. Cass., sez. III, 30.3.2000, n. 4005, Alessandrini).
Nel caso di specie è dimostrato che l'imputato oltre a baciare sulla bocca e ad abbracciare la persona offesa, ebbe con la stessa dei rapporti sessuali completi quando la ragazza non aveva ancora compito quattordici anni.
Dubbi non possono altresì esservi sulla prova dell' elemento psicologico desumibile da tutti gli elementi evidenziati che attestano la coscienza e volontà dell'imputato di porre in essere il fatto reato così come descritto.
Assume valenza, in proposito, l'intero contesto in cui i contatti si sono realizzati, la dinamica inter-soggettiva sviluppatasi tra le parti, la violenza perpetrata contro chi aveva cercato di ostacolare la sua relazione con la D. , i ripetuti tentativi di raggiungerla presso la struttura e di superare gli ostacoli posti dai genitori, la presenza, in definitiva, di fattori di contorno che inducono a desumere il significato del fatto-reato da tutta la vicenda sottoposta a giudizio.
Passando agli elementi accidentali del reato, una valutazione globale del fatto e la circostanza in particolare che la persona offesa all'epoca dei primi rapporti sessuali aveva tredici anni e avrebbe compiuto gli anni dopo pochi mesi, consente di ritenere la sussistenza della circostanza attenuante speciale della "minore gravità" di cui all'art. 609 bis, III comma, C.p ..
Invero, per come chiarito dalla Suprema Corte (cfr. Cass. 11.2.2003), per la nozione di "minore gravità" assume rilievo l'oggettiva minore lesività del fatto in concreto, rapportata al bene giuridico tutelato; a tal fine occorre considerare il grado di coartazione esercitato sulla vittima, l'entità della compressione della libertà sessuale, il danno arrecato anche in termini psichici, la qualità in sé dell'atto (cfr. Cass., sez. III, 16.5.2000, n.5646).
Pertanto, essendo il bene giuridico tutelato l'inviolabilità sessuale del minore infraquattordicenne, tutelata che viene prestata a prescindere dall'uso della violenza e della minaccia, la gravità della lesione deve essere valutata in rapporto all' età della vittima, essendo in tal caso l'età un discrimine giuridico alla rilevanza penale del fatto.
Nel caso di specie la condotta dell'imputato venne commessa quando la persona offesa aveva tredici anni, proseguendo in seguito sino al 2009; tale circostanza appare al Tribunale idonea a dimostrare la minore gravità del fatto, atteso che se la relazione fosse iniziata sette mesi dopo, la vicenda probabilmente, sarebbe stata penalmente irrilevante.
In definitiva, B. N. deve essere condannato per il reato di cUI all'art. 609 quater C.p., riconosciuta l'ipotesi della minore gravità.
Avuto riguardo ai criteri di cui all'art. 133 c.p., si ritiene congrua la pena di anni tre di reclusione,così determinata: pena base anni cinque di reclusione, diminuita per via della minore gravità del fatto ad anni tre di reclusione.
All'affermazione di penale responsabilità consegue la condanna dell'imputato al pagamento delle spese del procedimento.
Il B. va dichiarato ai sensi degli artt. 29 e 609 nonies c.p. interdetto dai pubblici uffici per la durata di anni 5 e interdetto in perpetuo da qualsiasi ufficio attinente alla tutela e alla curatela, da qualunque incarico nelle scuole di ogni genere e grado e da ogni ufficio o servizio in istituzioni o in altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori.
Va, inoltre, senz'altro accolta la domanda di risarcimento avanzata dalla costituita parte civile: gli atti sessuali con la minore M. D. hanno arrecato un significativo danno morale a lei e ai suoi genitori, danno che questo Giudice ritiene di non poter quantificare nel suo esatto ammontare e su cui determina una provvisionale pari ad € 10.000,00 per D.M. ed € 2.500,00 per ciascuno dei genitori D.P. e R.P. .
Il B. deve, infine, essere condannato al pagamento delle somme di costituzione e rappresentanza sostenute dalla costituita parte civile che si liquidano in complessivi € 1.500,00, oltre IV A e CAP come per legge, somme che ai sensi dell'art. 110 DPR 115/02 devono essere poste a carico dello Stato.
Il Tribunale, visti gli articoli 533 e 535 c.p.p., dichiara B. N. colpevole del reato ascrittogli e, concessa l'attenuante prevista dall'art. 609 quater co. 4° c.p. del fatto di minore gravità, lo condanna alla pena di anni 3 di reclusione oltre al pagamento delle spese processuali.
Visto l'art. 609 nonies c.p. dichiara B. N. interdetto in perpetuo da qualsiasi ufficio attinente la tutela e la curatela nonché interdetto in perpetuo da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado nonché da ogni ufficio o servizio in istituzioni o altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori.
Visto l'art. 29 c.p. dichiara B. N. interdetto dai PP.UU. per la durata di anni 5.
Visti gli artt. 538 e ss. c.p.p. condanna B. N. al risarcimento dei danni patiti dalle costituite parti civili, nonché alla rifusione delle spese di costituzione dalle stesse sostenute che si liquidano in complessive € 1.500,00 oltre IVA, CAP e rimborso forfettario.
Su richiesta delle parti civili condanna al pagamento di una provvisionale che determina in € 10.000,00 in favore di D.M. e in € 2.500,00 ciascuno per R.P. e D.P. .
Visto l'art. 11 DPR 115/02 pone a carico dello STATO le spese liquidate al difensore delle parti civili essendo l'imputato ammesso al gratuito patrocinio.
Brindisi 12/01/2012

References: sentenza 
 Sentenza 
 art. 196
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.