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Timestamp: 2020-05-28 03:58:40+00:00

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Entro il 20 luglio Facebook dovrà fornire al Garante privacy chiarimenti sulle modalità di trattamento dei dati personali degli utenti dei servizi offerti dalla società dopo che, a causa di un bug di sistema, si è verificata una comunicazione di informazioni personali ad altri utenti, non necessariamente iscritti al social network. Sulla vicenda Facebook ha dichiarato che si è trattato di un errore tecnico causato da un bug di sistema. In concreto, pare che il bug abbia reso visibili ad uno specifico utente le informazioni personali di altri, contenute nelle rubriche di utenti "amici". Per valutare le possibili implicazioni sulla protezione dei dati degli utenti italiani il Garante ha quindi invitato Facebook a chiarire una serie di aspetti. In particolare l'Autorità ha chiesto: 1. una stima del numero totale di utenti italiani, di Facebook e non, interessati dalla indesiderata comunicazione dei dati a causa del bug; 2. la durata dell'evento; 3. i rimedi e le misure adottati per risolvere e prevenire il problema; 4. se gli utenti siano informati che i contatti della propria rubrica possono essere acquisiti e trattati da Facebook, o che lo siano i propri dati, se presenti nella rubrica di un altro utente; 5. se il bug e il trattamento dei dati abbia interessato anche non utenti di Facebook e se questi siano informati della possibilità che i propri dati possono essere acquisiti e trattati da Facebook, se presenti nella rubrica di un altro utente; 6. se agli utenti venga garantito il diritto di opposizione al trattamento dei dati.
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Antitrust avvia istruttoria per gli aumenti fino al 150% delle tariffe sul trasporto dei passeggeri nelle tratte dello Stretto di Messina
Una possibile intesa restrittiva della concorrenza ha dato avvio all'istruttoria nei confronti di Caronte & Tourist, Rete Ferroviaria Italiana, Bluferries, Meridiano Lines, Ustica Lines, Terminal Tremestieri e Consorzio Metromare dello Stretto che potrebbero avere concertato i prezzi e ripartito ilmercato. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nella riunione del 26 giugno 2013 ha infatti avviato un’istruttoria per verificare se le società Caronte & Tourist, Rete Ferroviaria Italiana, Bluferries, Meridiano Lines, Ustica Lines, Terminal Tremestieri e Consorzio Metromare dello Stretto, attive nel trasporto marittimo nello Stretto di Messina, abbiano messo in atto un’intesa finalizzata alla concertazione dei prezzi e alla ripartizione del mercato. Il provvedimento è stato notificato oggi alle parti nel corso di alcune ispezioni effettuate in collaborazione con il Gruppo Antitrust del Nucleo Speciale Tutela Mercati della Guardia di Finanza. Secondo i primi dati raccolti dall’Antitrust i prezzi, nell’ultimo triennio, hanno registrato incrementi significativi e contestuali, come testimonia in modo emblematico l’evoluzione delle tariffe del trasporto passeggeri, identiche e con aumenti fino al 150 per cento. L’istruttoria dovrà concludersi entro il 31 ottobre 2014. Per la lettura del provvedimento cliccare sul titolo sopra linkato.
Una possibile intesa restrittiva della concorrenza ha dato avvio all'istruttoria nei confronti di Caronte & Tourist, Rete Ferroviaria Italiana, Bluferries, Meridiano Lines, Ustica Lines, Terminal Tremestieri e Consorzio Metromare dello Stretto che potrebbero avere concertato i prezzi e ripartito il ... Continua a leggere
Appalti: l'Adunanza Plenaria conferma che l'apertura delle buste contenenti l'offerta tecnica va effettuata in seduta pubblica, con sanatoria solo per le procedure concluse o pendenti alla data del 9 maggio 2012
Con l’ordinanza di rimessione il Consiglio di Stato è tornato ad occuparsi della questione riguardante l’obbligo di seduta pubblica per la fase di apertura dei plichi contenenti le offerte tecniche e, in particolare, l’eventualità che tale obbligo vada ritenuto operativo solo per le gare indette dopo l’entrata in vigore dell'art. 12, D.L. 7 maggio 2012 n. 52, convertito, con modificazioni, dalla L. 6 luglio 2012 n. 94, ovvero se debba ritenersi applicabile anche per la gare indette prima di tale data. Trattasi di un problema che tocca diversi ambiti, come il principio di pubblicità e trasparenza della pubblica amministrazione, la conoscibilità della regola di diritto e la ragionevole prevedibilità della sua applicazione, la buona fede e l’affidamento incolpevole, fino ad abbracciare problematiche di più ampio respiro, quali la funzione (meramente dichiarativa o concorrentemente creativa) riconosciuta alla giurisprudenza e, ancora più a monte, il discrimen tra modificazione del contenuto della norma per via interpretativa ed il novum ius, visto che il legislatore ha sentito l’esigenza di disciplinare gli effetti del mutamento sui procedimenti di gara ancora in corso. Tuttavia, a distanza di pochi giorni dalla pubblicazione dell’ordinanza di rimessione 11 aprile 2013 si è pronunciata sul medesimo tema questa Adunanza Plenaria, con sentenza n. 8, pubblicata in data 22 aprile 2013, la quale, nell’esaminare analoga controversia, l’ha risolta nei seguenti termini: «L’Adunanza plenaria condivide … le conclusioni già definite da questo Consiglio, secondo cui il sopra citato art. 12 non ha portata ricognitiva del principio affermato con la pronuncia n. 13 del 2011 ma ha la specifica funzione transitoria di salvaguardare gli effetti delle procedure concluse o pendenti alla data del 9 maggio 2012, nelle quali si sia proceduto all’apertura dei plichi in seduta riservata, recando in sostanza, per questo aspetto, una sanatoria di tali procedure (Sez. V, 18 febbraio 2013, n. 978 e giurisprudenza ivi citata). Ciò sulla base delle seguenti argomentazioni: - il principio di pubblicità, pur di derivazione comunitaria, non è direttamente cogente ma ha un contenuto programmatico, restando perciò agli Stati membri la sua concreta declinazione in coerenza con altri valori, a cominciare da quello dell’affidamento incolpevole da parte dell’aggiudicataria che abbia confidato sulla vigenza di determinate regole procedimentali che, nella specie, nella maggior parte dei casi, prevedevano l’apertura dei plichi in seduta riservata; - con il citato art. 12, di conseguenza, è stata normata la regola di diritto definita dall’Adunanza plenaria ma è stato al contempo precisato che l’obbligo della seduta pubblica decorre dal 9 maggio 2012, confermando per il passato l’inesistenza di una disposizione cogente di tale contenuto; - questa disciplina transitoria ha lo scopo di evitare il travolgimento di numerosissime gare in corso, con i conseguenti oneri economici e amministrativi particolarmente gravosi nella presente fase di crisi economica; - né appare logico, si deve concludere, attribuire alla norma altra ratio; non vi sarebbe ragione infatti per un intervento normativo che obbliga all'apertura pubblica dei plichi soltanto a partire da una certa data "anche per le gare in corso ove i plichi contenenti le offerte tecniche non siano stati ancora aperti", se non allo scopo di tenere esente dall'obbligo l’intervenuta antecedente apertura dei plichi >>. Tali principi, a ben vedere, trovano piena applicazione nella vicenda qui in esame, dato che: - la gara d’appalto in questione è stata indetta dalla Provincia di Cagliari con bando spedito per la pubblicazione in data 29 dicembre 2010; - la commissione ha eseguito la verifica dell’integrità dei plichi in seduta pubblica in data 20 aprile 2011; - l’apertura delle buste contenenti l’offerta tecnica è avvenuta in data 31 maggio 2011; - il provvedimento di aggiudicazione definitiva a favore di Cofely Italia s.p.a. risale al giorno 22 settembre 2011. Pertanto, essendosi il procedimento di gara concluso ben prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 52/2012, alla luce delle considerazioni che precedono, l’apertura in seduta riservata delle buste contenenti le offerte tecniche deve ritenersi perfettamente valida ed efficace. In conclusione, questa Adunanza Plenaria, nel pronunciarsi sulla portata dell’art. 12 del D.L. 7 maggio 2012, n. 52, non può che aderire al percorso argomentativo già tracciato dal proprio precedente di cui alla sentenza n. 8 del 2013: del resto, l’orientamento volto a riconoscere la natura sanante dell’art. 12 è diretto a contenere gli oneri amministrativi ed economici che deriverebbero della caducazione, altrimenti inevitabile, di centinaia di gare che, diversamente, sarebbero di fatto travolte per il mero mancato rispetto dei canoni di pubblicità dell’apertura dei plichi contenenti le offerte tecniche, in assenza di qualsivoglia indizio circa la manomissione o l’occultamento degli stessi da parte dell’amministrazione. Non può, invero, non riconoscersi a tale tesi un’utilità non trascurabile dal punto di vista della deflazione del contenzioso amministrativo e del rispetto del principio di affidamento e buona fede, da riferire tanto alla stazione appaltante, quanto all’impresa aggiudicataria della gara, che legittimamente può avere confidato sulla vigenza di determinate regole procedimentali. Pertanto, sulla base dei principi di diritto, qui espressamente richiamati e ribaditi, enunciati dalla sentenza dell’Adunanza Plenaria n. 8 del 2013, il motivo di appello relativo all’apertura della busta contenente l’offerta tecnica va accolto.
Con l’ordinanza di rimessione il Consiglio di Stato è tornato ad occuparsi della questione riguardante l’obbligo di seduta pubblica per la fase di apertura dei plichi contenenti le offerte tecniche e, in particolare, l’eventualità che tale obbligo vada ritenuto operativo solo per le gare indette do ... Continua a leggere
Nessuna sanzione pecuniaria alla stazione appaltante che nel periodo di "standstill" stipula il contratto per evitare un grave danno all’interesse pubblico per la mancata erogazione della prestazione oggetto di gara
Nel giudizio in esame l'appellante Azienda Ospedaliera impugna la sentenza del T.A.R. con la quale, tra l'altro, e' stata irrogata nei confronti della stazione appaltante, ai sensi, dell’art. 123 cod. proc. amm., la sanzione pecuniaria pari al valore dell’ 1 % del corrispettivo di aggiudicazione del contratto per violazione del divieto stabilito dall’ art. 11 ter del d.lgs. n. 163 del 2006 di stipulare il contratto “dal momento della notificazione dell'istanza cautelare alla stazione appaltante e per i successivi venti giorni, a condizione che entro tale termine intervenga almeno il provvedimento cautelare di primo grado o la pubblicazione del dispositivo della sentenza di primo grado in caso di decisione del merito all'udienza cautelare ovvero fino alla pronuncia di detti provvedimenti se successiva”. Il Consiglio di Stato sul punto ha accolto la tesi della ricorrente Amministrazione in base alla quale sussisteva la causa esonerativa dall’osservanza dello standstill secondo quale prevista dall’art. 11, comma 9, del d.lgs. n. 163 del 2006, e successive modificazioni, in presenza di grave danno all’interesse pubblico per la mancata erogazione della prestazione oggetto di gara. Si legge nella sentenza "Non è, invero, in discussione il carattere essenziale delle prestazioni di radio diagnostica per la cura di specifiche e gravi patologie, da erogarsi nei confronti dell’utenza in via continuativa e stabile del tempo. Quanto precede è, inoltre, avvalorato dalla circostanza dell’esito negativo delle domande cautelari presentate dalla società ricorrente in via principale. Si versa, quindi, a fronte di una causa che giustifica l’immediata stipula del contratto, venendo così meno i presupposti per l’irrogazione della sanzione prevista dall’art. 123 cod. proc. amm., in presenza di prestazioni di carattere essenziale per l’erogazione di servizi di assistenza e di cura non procrastinabili nel tempo."
Nel giudizio in esame l'appellante Azienda Ospedaliera impugna la sentenza del T.A.R. con la quale, tra l'altro, e' stata irrogata nei confronti della stazione appaltante, ai sensi, dell’art. 123 cod. proc. amm., la sanzione pecuniaria pari al valore dell’ 1 % del corrispettivo di aggiudicazione de ... Continua a leggere
L’indicazione in sede di offerta degli oneri aziendali di sicurezza, non soggetti a ribasso va effettuata anche in mancanza di indicazioni nella lex specialis di gara
Alla stregua dei principi affermati dalla giurisprudenza di questo Consiglio di Stato (cfr. sez. V, 23 luglio 2010 n. 4849, 8 febbraio 2011 n. 846 e 29 febbraio 2012 n. 1172, nonché sez. III, 3 ottobre 2011 n. 5421): - l’indicazione in sede di offerta degli oneri aziendali di sicurezza, non soggetti a ribasso, costituisce – sia nel comparto dei lavori che in quelli dei servizi e delle forniture - un adempimento imposto dagli artt. 86, co. 3 bis, e 87, co. 4, del d.lgs. 12 aprile 2006 n. 163 ss.mm.ii. all’evidente scopo di consentire alla stazione appaltante di adempiere al suo onere di verificare il rispetto di norme inderogabili a tutela dei fondamentali interessi dei lavoratori in relazione all’entità ed alle caratteristiche del lavoro, servizio o fornitura da affidare; - stante la natura di obbligo legale rivestita dall’indicazione, resta irrilevante la circostanza che la lex specialis di gara non abbia richiesto la medesima indicazione, rendendosi altrimenti scusabile una ignorantia legis; - poiché la medesima indicazione riguarda l’offerta, non può ritenersene consentita l’integrazione mediante esercizio del potere/dovere di soccorso da parte della stazione appaltante (ex art. 46, co. 1 bis, cit. d.lgs. n. 163 del 2006), pena la violazione della par condicio tra i concorrenti.
Alla stregua dei principi affermati dalla giurisprudenza di questo Consiglio di Stato (cfr. sez. V, 23 luglio 2010 n. 4849, 8 febbraio 2011 n. 846 e 29 febbraio 2012 n. 1172, nonché sez. III, 3 ottobre 2011 n. 5421): - l’indicazione in sede di offerta degli oneri aziendali di sicurezza, non sogget ... Continua a leggere
Appalti: se la legge di gara non contiene una prescrizione inderogabile sulla unicità del plico contenente la documentazione e l'offerta, il concorrente anche dopo la scadenza del termine di presentazione delle offerte può ovviare ad eventuali omissioni integrando la documentazione con l'inoltro di una pluralità di plichi
Con la sentenza attenzionata il Consiglio di Stato interviene a chiarire i casi nei quali è possibile per il concorrente alla gara integrare la documentazione non inserita all'interno del plico a suo suo tempo spedito entro il termine di presentazione delle offerte. In particolare nella vicenda inesame una ditta concorrente, dopo aver spedito il plico contenente la documentazione prescritta e l’offerta, entro il termine di presentazione delle domande ne consegnò un altro direttamente all’ente aggiudicatore. Quest’ultimo plico conteneva il documento erroneamente non inserito nel primo, ossia la fotocopia della carta d’identità del sottoscrittore dell’offerta.L’appellante contesta il TAR dove precisa, con statuizione che invece s’appalesa immune da vizi, che la lex specialis previde l’obbligo, per i partecipanti, di far pervenire il plico entro il prescritto termine, senza colpire con la sanzione espulsiva eventuali, pur se tempestive integrazioni.In altre parole, la legge di gara non formulò una prescrizione inderogabile se non per il rispetto del citato termine, non anche per l’esclusiva unicità del plico stesso. Non nega il Collegio che, per prassi ordinaria, il plico possa anche esser unico e può pure la regola di gara pretenderne l’unicità a pena d’esclusione, senza con ciò scadere di per sé nell’irragionevolezza o nell’arbitrarietà. Ma non fu questa la scelta dell’Azienda aggiudicatrice, onde, in mancanza dell’espressa sanzione collegata in modo diretto a siffatta unicità, la regola di gara non sarebbe potuta esser interpretata se non nel senso del favor partecipationis. Dal che la possibilità d’una pluralità di plichi relativi ad un solo offerente e, quindi, la possibilità così d’ovviare, come nella specie, ad eventuali omissioni altrimenti insanabili e, quelle sì, colpite dalla sanzione espulsiva.Obietta l’appellante che, in presenza di un'espressa prescrizione, contenuta nella lex specialis di gara e posta a pena di esclusione, di allegare all'offerta economica copia del documento d’identità dei sottoscrittori, è legittima l'esclusione pronunciata per l’omessa presentazione di quest’ultima e ciò quand’anche essa sia stata prodotta nella busta contenente la documentazione amministrativa.La Sezione così si è espressa di recente (cfr. Cons. St., III, 26 giugno 2012 n. 3679), a fronte, però, di un chiaro ed inequivoco disposto della lex specialis, che la stazione appaltante deve applicare senza possibilità di valutare discrezionalmente la rilevanza, o meno, dell' adempimento, né di chiedere integrazioni.Il principio, così ribadito dalla Sezione, non pare perciò attinente alla vicenda in esame, ove la clausola espulsiva espressa nulla disse sulla possibilità, o no, di effettuare integrazioni con una pluralità di plichi. Non nega il Collegio che, in linea di massima, una diversa scelta dell’Azienda aggiudicatrice, nel senso invocato dall’appellante, ben si sarebbe potuta avere, senza con ciò risolversi in un mero formalismo, secondo i noti canoni di ragionevolezza e di proporzionalità. Ma non è questo il punto, ché la tempestiva autointegrazione da parte della Società controinteressata, appunto perché non espressamente vietata, in nulla lese la par condicio, la correzione dell’erronea omissione essendo provenuta solo da detta Società e non per scelta dell’Azienda aggiudicatrice ed essendo al contempo servita a soddisfarne l’interesse rilevante, dandole certezza sulla provenienza della dichiarazione.Del pari, l’autointegrazione non violò, ma soddisfece pienamente la clausola de qua, nella misura in cui così la controinteressata fornì per tempo tutta la documentazione prescritta, evitando la sanzione espulsiva, che colpiva appunto l’incompletezza e/o l’intempestività della produzione.
Con la sentenza attenzionata il Consiglio di Stato interviene a chiarire i casi nei quali è possibile per il concorrente alla gara integrare la documentazione non inserita all'interno del plico a suo suo tempo spedito entro il termine di presentazione delle offerte. In particolare nella vicenda in ... Continua a leggere
Appalti pubblici: le disposizioni del bando di gara prevalgono su quelle del capitolato
Prof. Avv. Enrico Michetti a Consiglio di Stato
Si segnala la sentenza da ultimo depositata dalla III Sezione del Consiglio di Stato in quanto ribadisce il principio secondo cui le disposizioni del bando prevalgono su quelle del capitolato, chiamate ad integrare e non a modificare le prime (cfr., tra le più recenti, Cons. St., sez. V, 24 gennaio2013 n. 439).
Si segnala la sentenza da ultimo depositata dalla III Sezione del Consiglio di Stato in quanto ribadisce il principio secondo cui le disposizioni del bando prevalgono su quelle del capitolato, chiamate ad integrare e non a modificare le prime (cfr., tra le più recenti, Cons. St., sez. V, 24 gennaio ... Continua a leggere
Farmacisti: il diritto a percepire l'indennità di residenza e gli sconti farmaceutici, le problematiche connesse alla delimitazione ISTAT delle località abitate
La vicenda giunta al Consiglio di Stato parte dalle Regione Toscana dove alcuni farmacisti titolari di sedi farmaceutiche rurali (fino al 1994/95, “sussidiate”), rivendicano, per il biennio 1996/1997, il diritto all’indennità di residenza ex art. 2 della legge 221/1968, ed il correlato “sconto” farmaceutico di cui all’art. 7, comma 1, della legge 724/1994, chiedendo la condanna della Regione Toscana al pagamento delle relative somme, maggiorate di interessi e rivalutazione, e dei danni consequenziali, ciò, previa disapplicazione, se occorra, della delibera del direttore generale della AUSL 3 di Pistoia n. 507/1997, che ha negato la spettanza dei suddetti benefici, e della nota della Regione Toscana n. 3971/1997, che ha riclassificato le loro farmacie come rurali (ma non anche “sussidiate”). Il Consiglio di Stato ha confermato la statuizione resa dal TAR Toscana, Firenze ed ha rigettato l'appello precisando che l’art. 4 della legge 221/1968, nel disciplinare la presentazione dell’istanza per il conseguimento dell’indennità, prevede che il farmacista interessato produca <>. L’art. 5 stabilisce che la valutazione sul diritto all’indennità debba avvenire <>. Va rimarcato come l’esigenza di basare detta valutazione su criteri certi ed univoci, trova conferma nel rilievo che al Prefetto è attribuita la vigilanza sull’anagrafe della popolazione residente ex art. 12 della legge 1228/1954 e 52 e 54 del d.P.R. 223/1989 (alla regolare tenuta dell’anagrafe provvede il Sindaco quale Ufficiale di Governo, ex art. 4, della legge 1228/1954). Funzione che riguarda sia la consistenza numerica della popolazione, sia la ripartizione del territorio attraverso la delimitazione delle località abitate (centri e nuclei abitati). Come risulta dagli artt. 38 e 39 del d.P.R. 223/1989, la delimitazione delle località abitate, compiuta in occasione del censimento generale della popolazione, deve rimanere invariata sino al successivo censimento, salvi gli aggiornamenti periodici che avvengono sempre secondo le istruzioni impartite dall’ISTAT. Ai sensi dell’art. 9, della legge 1228/1954, i Comuni devono provvedere alla individuazione e delimitazione delle località abitate ed alla suddivisione del territorio in frazioni, ma il piano topografico che ne risulta deve essere esaminato ed approvato dall’ISTAT (nello stesso senso, l’art. 18 del d.P.R. 254/1991, recante il regolamento di esecuzione del 13° censimento generale della popolazione). Dall’ordinamento delle anagrafi della popolazione residente, deve dunque rilevarsi che, in generale, i Comuni, nella delimitazione e nell’aggiornamento delle località abitate, compiti che rientrano nel servizio anagrafico, siano soggetti al potere conformativo ed alla supervisione dell’ISTAT. Ciò per garantire continuità e coerenza (e quindi confrontabilità) tra i dati rilevati con cadenza periodica. Può aggiungersi che il servizio anagrafico è funzione statale (cfr. Corte Cost. nn. 730/1988 e 12/1962) ed è oggetto di potestà legislativa esclusiva statale, come conferma oggi l’art. 117, secondo comma, lettera i), Cost. Così ricostruito il quadro normativo nazione, il Collegio si e' poi domandato come impatti, sulla disciplina statale suindicata, l’art. 5, comma 1, della l.r. Toscana 73/1976 (poi abrogata dall’art. 55 l.r. 16/2000), secondo cui <>, disposizione che gli appellanti pongono alla base delle loro pretese. Ad avviso del Collegio, poiché al Comune non è consentito modificare la delimitazione ISTAT delle località abitate, e poiché, del resto, la disposizione regionale non prende espressamente in considerazione tale aspetto, deve ritenersi che il Sindaco, nel certificare i dati aggiornati della popolazione residente, debba tener conto delle delimitazioni territoriali esistenti ai fini del censimento ISTAT. In altri termini, la disposizione regionale richiede il necessario aggiornamento del dato numerico, ma tiene ferma la delimitazione degli agglomerati urbani; integra, ma non abroga l’art. 5 della legge 221/1968. In definitiva, conclude il Consiglio di Stato sia perché le disposizioni richiamano i dati ISTAT, sia per le esigenze operative legate alla circostanza che si tratta di delimitare ambiti territoriali non aventi caratteristiche oggettive, quindi assai incerti ed opinabili (accanto al capoluogo ed alle frazioni, i “centri abitati” ovvero le “località” o gli “agglomerati rurali, diversi dalle “case sparse”), non si può fare a meno di riferirsi a dati omogenei e progressivi definiti in un contesto generale, quale appunto quelli stabiliti nell’articolazione territoriale predisposta in collaborazione con l’ente nazionale di settore (risulta che l’ISTAT abbia trasmesso ai Comuni, con nota prot. 17891 in data 29 novembre 1995, le “basi territoriali” di ciascun Comune, rappresentate dai confini amministrativi, dalle “località abitate” e dalle “sezioni di censimento”, allegando cartografie, tabulati e richiamando la disciplina dettata dall’art. 38 del d.P.R. 233/1989). Ferma restando la necessità di tener conto degli aumenti/decrementi demografici in quelle stesse località, come certificati dai Sindaci. E nel caso specifico, è stato affermato dal TAR (e non viene confutato dagli appellanti) che l’istruttoria compiuta dalla ASL con riferimento alle certificazioni dei Comuni, applicando le risultanze ISTAT circa le “località” rispetto alle quali calcolare la popolazione residente, ha evidenziato – di volta in volta, anche sulla base della contiguità con altre località/frazioni, o dell’incertezza dei confini o delle denominazioni – che le località in cui sono ubicate le farmacie rurali dei ricorrenti devono ritenersi al di sopra del limite di 3000 abitanti, soglia che, ai sensi dell’art. 2, della legge 221/1968, non consente di ottenere i benefici in questione a prescindere dal limite di reddito (è questa, si è detto, la sostanziale materia del contendere).
La vicenda giunta al Consiglio di Stato parte dalle Regione Toscana dove alcuni farmacisti titolari di sedi farmaceutiche rurali (fino al 1994/95, “sussidiate”), rivendicano, per il biennio 1996/1997, il diritto all’indennità di residenza ex art. 2 della legge 221/1968, ed il correlato “sconto” far ... Continua a leggere
La Consulta dichiara l'incostituzionalità dell'obbligo posto a carico delle Regioni ordinarie di dismettere le società controllate che svolgono attività strumentali
La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dei commi 1, 2, 3, secondo periodo, 3-sexies ed 8 dell’art. 4 del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95 (Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini), convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, nella parte in cui si applicano alle Regioni ad autonomia ordinaria. Con sette distinti ricorsi, le Regioni Lazio (n. 145 del 2012), Veneto (n. 151 del 2012), Campania (n. 153 del 2012) e Puglia (n. 171 del 2012), nonché le Regioni autonome Friuli-Venezia Giulia (n. 159 del 2012), Sardegna (n. 160 del 2012) e la Regione siciliana (n. 170 del 2012) hanno promosso questioni di legittimità costituzionale, in via principale, di numerose norme del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, recante «Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini», convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, e, tra queste, dell’art. 4 ed in specie di alcuni commi del medesimo articolo. Le ricorrenti impugnano il citato art. 4 nella parte in cui: dispone lo scioglimento, entro il 31 dicembre 2013, delle società controllate direttamente o indirettamente dalle pubbliche amministrazioni di cui all’art. 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), e quindi anche dalle Regioni e dagli enti locali, che, nel corso dell’anno 2011, abbiano conseguito un fatturato da prestazione di servizi a favore delle pubbliche amministrazioni stesse superiore al 90 per cento dell’intero fatturato (comma 1); prescrive, in alternativa, l’alienazione, mediante procedure di evidenza pubblica, delle relative partecipazioni entro il 30 giugno 2013 (comma 1), prevedendo, in caso di mancato adeguamento, il divieto di nuovi affidamenti diretti di servizi e del rinnovo degli affidamenti di cui le predette società siano titolari (comma 2); prevede che le predette disposizioni non si applichino, oltre che ad una serie di società specificamente individuate (commi 3 e 13), solo «qualora per le peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto, anche territoriale, di riferimento non sia possibile per l’amministrazione pubblica controllante un efficace e utile ricorso al mercato», sottoponendo, peraltro, gli esiti della predetta verifica all’Autorità garante della concorrenza e del mercato per l’acquisizione del parere vincolante, parere poi da comunicarsi alla Presidenza del Consiglio dei ministri (comma 3); sottopone al «previo parere favorevole» di un organo statale, e cioè del Commissario straordinario per la razionalizzazione della spesa per l’acquisto di beni e servizi, l’approvazione degli eventuali piani «di ristrutturazione e razionalizzazione delle società controllate» che le Regioni abbiano predisposto entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto (comma 3-sexies); impone alle pubbliche amministrazioni di cui all’art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001, a decorrere dal 1° gennaio 2014, di acquisire sul mercato i beni e i servizi strumentali alla propria attività mediante le procedure concorrenziali previste dal decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, recante «Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE» (comma 7); condiziona, a decorrere dalla medesima data, la possibilità di affidamenti diretti a favore di società a capitale interamente pubblico alla circostanza che «il valore economico del servizio o dei beni oggetto dell’affidamento sia complessivamente pari o inferiore a 200.000 euro annui», nel rispetto dei requisiti richiesti dalla normativa e dalla giurisprudenza comunitaria per la gestione in house (comma 8). Il medesimo art. 4 è inoltre censurato nella parte in cui detta disposizioni puntuali in ordine alla composizione ed al funzionamento dei consigli di amministrazione delle società controllate direttamente o indirettamente dalle pubbliche amministrazioni di cui all’art. 1, comma 2, d.lgs. n. 165 del 2001 e quindi anche dalle Regioni e dagli enti locali (commi 4 e 5); impone limitazioni in ordine all’assunzione di personale ed al relativo trattamento economico (commi 9, 10, 11 e 12); vieta, a pena di nullità, di inserire clausole arbitrali in sede di stipulazione di contratti di servizio ovvero di atti convenzionali comunque denominati, intercorrenti tra società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta, e amministrazioni statali e regionali (comma 14). Le ricorrenti sostengono che una simile dettagliata disciplina, considerata nel suo complesso o anche solo con riguardo a specifici commi, impedendo o comunque condizionando la scelta delle Regioni in ordine alla forma giuridica da adottare per organizzare ed erogare i propri servizi, soprattutto con la previsione di una drastica riduzione delle ipotesi di ricorso all’affidamento in house, determinerebbe la violazione: della competenza legislativa regionale residuale in materia di “organizzazione amministrativa regionale e degli enti pubblici regionali”, nonché in materia di “servizi pubblici locali”; della potestà legislativa regionale primaria spettante, in materia di “ordinamento degli uffici e degli enti dipendenti dalla Regione”, alle Regioni autonome Friuli-Venezia Giulia, Sardegna ed alla Regione siciliana (nonché in materia di “stato giuridico ed economico del personale”, “ordinamento degli enti locali”, “trasporti su linee automobilistiche e tranviarie” per la Regione Sardegna; in materia di “regime degli enti locali”, “legislazione esclusiva ed esecuzione diretta in materia di circoscrizione, ordinamento e controllo” per la Regione siciliana); della competenza statutaria in tema di determinazione dei principi fondamentali di organizzazione e funzionamento della Regione (Regione Lazio); dell’autonomia regolamentare e delle competenze amministrative degli enti locali, nonché dell’autonomia amministrativa e finanziaria regionale. Le norme impugnate, inoltre, recherebbero vulnus anche alla competenza legislativa regionale concorrente in tema di coordinamento della finanza pubblica, non recando meri principi di coordinamento della finanza pubblica, ma disposizioni dettagliate ed autoapplicative (Regioni Lazio, Veneto, Campania, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna). Infine, impedendo alle Regioni di procedere ad affidamenti in house, a prescindere da qualsivoglia valutazione discrezionale della stessa, si porrebbero anche in contrasto con la normativa dell’Unione europea che consente la gestione diretta del servizio pubblico da parte dell’ente locale (Regioni Lazio, Veneto, Campania), nonché con i principi di ragionevolezza e buon andamento dell’azione amministrativa (Regione Veneto). Le Regioni Campania, Sardegna e Puglia censurano il citato art. 4 anche nella parte in cui, delineando una procedura ad hoc per le società che esercitano servizi pubblici locali in ordine alle quali sia precluso un utile ed efficace ricorso al mercato in ragione di peculiari caratteristiche, nonché riducendo la possibilità di affidamenti diretti dei medesimi servizi pubblici locali (commi 3 ed 8), con la più grave sanzione dello scioglimento o della privatizzazione delle società controllate direttamente o indirettamente dagli enti locali (comma 1), ed il divieto di nuovi affidamenti diretti di servizi e del rinnovo degli affidamenti in essere (comma 2), riprodurrebbe, di fatto, una disciplina già espunta dall’ordinamento, dapprima a seguito del referendum del 12-13 giugno 2011 e poi per effetto della sentenza di questa Corte n. 199 del 2012, in violazione degli artt. 75 e 136 Cost. e con conseguente lesione delle competenze costituzionali e statutarie delle Regioni nella materia dei servizi pubblici. La Regione Veneto impugna i commi 3 e 13 del citato art. 4 in riferimento all’art. 117, terzo comma, Cost. ed al principio di leale collaborazione (artt. 5 e 120 Cost.), in quanto, nell’individuazione delle società cui non trova applicazione detta norma non sarebbe stato previsto alcun coinvolgimento delle Regioni neppure mediante l’intervento della Conferenza unificata Stato-Regioni. Siffatta Regione censura anche il comma 14 per violazione della potestà legislativa regionale (residuale) in materia di “organizzazione amministrativa della Regione” e degli artt. 3 e 97 Cost., nella parte in cui, pur vietando di inserire clausole arbitrali in sede di stipulazione di contratti di servizio tra società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta, e amministrazioni statali e regionali, fa salve le clausole arbitrali contenute nei contratti tra le amministrazioni e le società pubbliche quando si siano già costituiti i relativi collegi arbitrali. La stessa Regione impugna, inoltre, i commi 1, 3, 3-sexies, 7 ed 8, ritenendo che essi violino l’art. 117, primo comma, Cost., ponendosi in contrasto con le indicazioni della giurisprudenza comunitaria e con la Carta europea delle autonomie locali. Secondo la Regione Puglia, i commi 1 ed 8 della norma in esame violerebbero gli artt. 41, 42 e 43 Cost., in quanto altererebbero irrimediabilmente l’equilibrio tra proprietà pubblica e proprietà privata, tra impresa pubblica ed impresa privata, nonché l’art. 77 Cost., per l’assenza delle ragioni di straordinaria necessità ed urgenza, che avrebbero potuto giustificare l’adozione del decreto-legge. I motivi dei ricorsi sono stati accolti solo in parte. In particolare la Corte ha affermato come abbia già ripetutamente ribadito che è consentito imporre limiti alla spesa di enti pubblici regionali alla duplice condizione: a) di porre obiettivi di riequilibrio della medesima, intesi nel senso di un transitorio contenimento complessivo, anche se non generale, della spesa corrente; b) di non prevedere in modo esaustivo strumenti o modalità per il perseguimento dei suddetti obiettivi (sentenza n. 289 del 2008). Può essere, in altri termini, imposto alle Regioni un «limite globale, complessivo, al punto che ciascuna Regione deve ritenersi libera di darvi attuazione, nelle varie leggi di spesa, relativamente ai diversi comparti, in modo graduato e differenziato, purché il risultato complessivo sia pari a quello indicato nella legge statale» (sentenza n. 36 del 2013; sentenza n. 211 del 2012). Nella specie, le disposizioni di cui ai commi 1, 2, 3, secondo periodo, 3-sexies ed 8, delineano, invece, una disciplina puntuale e dettagliata che vincola totalmente anche le amministrazioni regionali, senza lasciare alcun margine di adeguamento, anche a Regioni e Province autonome, con conseguente lesione dell’autonomia organizzativa della Regione, nonché della competenza regionale concorrente in materia di coordinamento della finanza pubblica. Pertanto, e' stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dei commi 1, 2, 3, secondo periodo, 3-sexies, ed 8 dell’art. 4 del d.l. n. 95 del 2012 nella parte in cui si riferiscono anche alle Regioni ad autonomia ordinaria. Quanto alle Regioni ad autonomia speciale deve, invece, dichiararsi la non fondatezza delle questioni proposte, posto che le disposizioni censurate, come si è già detto, non si applicano alle medesime, in virtù dell’operatività della clausola di salvaguardia di cui all’art. 24-bis.
La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dei commi 1, 2, 3, secondo periodo, 3-sexies ed 8 dell’art. 4 del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95 (Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini), convertito, con modificazio ... Continua a leggere
Appalti pubblici: le conseguenze dell'omessa indicazione degli oneri di sicurezza aziendali
Non infrequentemente accade che il vizio di origine dell'omessa indicazione da parte del concorrente alla procedura di gara dei propri oneri di sicurezza è in buona parte imputabile alla stazione appaltante che non ha distinto i costi nella redazione del bando. Per tali ipotesi si registrano orientamenti giurisprudenziali diversi diretti in alcuni casi a sancire la radicale ed immediata esclusione dalla gara in altri invece tale esclusione e' possibile solamente all’esito – negativo - di una verifica più ampia sulla serietà e sulla sostenibilità dell’offerta economica nel suo insieme.Tale questione viene nuovamente affrontata dalla Terza Sezione del Consiglio di Stato. Nel giudizio in esame un'Azienda ospedaliera universitaria ha indetto una procedura aperta per l’affidamento del servizio antincendio presso l’elisuperficie aziendale, nonché del servizio di prevenzione incendi e gestione emergenze negli edifici di proprietà della stessa, per la durata di cinque anni, da aggiudicarsi al prezzo più basso. La procedura è stata aggiudicata alla Societa' che ha formulato l’offerta più bassa ed il gestore uscente, ha proposto ricorso avverso l’affidamento provvisorio e con motivi aggiunti ha impugnato inoltre l’aggiudicazione definitiva, deducendo una pluralità di vizi tra i quali si segnala appunto quello dell’incongruità dell’offerta e l’illogicità del giudizio formulato dalla stazione appaltante, con particolare riferimento alla mancata indicazione dei costi per la sicurezza aziendale, non solo al momento dell’offerta ma anche in sede di verifica. Giunta la vicenda innanzi al Consiglio di Stato si legge nella sentenza che data per conosciuta la distinzione tra oneri di sicurezza per le interferenze, nella misura predeterminata dalla stazione appaltante, e oneri di sicurezza da rischio specifico o aziendale, la cui quantificazione spetta a ciascuno dei concorrenti in rapporto alla sua offerta economica (v. Cons. St., III, n. 212/2012), è molto probabile che nel caso in esame la stazione appaltante nel bando abbia inteso fare riferimento solamente ai costi del primo tipo, come dimostra la precisazione in merito alla loro non modificabilità; lasciando i concorrenti “liberi” di quantificare e di graduare i propri costi della sicurezza, la cui previsione costituisce peraltro un obbligo di legge, ai sensi del combinato disposto degli artt. 86, co. 3 bis e 87, co. 4, del Codice dei contratti e dell’art. 26 del d.lgs. 81/2008 (recante norme in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro). La mancata indicazione, almeno in termini chiari e comprensibili, di tali costi, da parte dell'appellante, pone la questione delle conseguenze derivanti da simile omissione: se ciò comporti per ciò solo la radicale ed immediata esclusione dalla gara oppure se tale esclusione sia possibile solamente all’esito – si intende, ove negativo - di una verifica più ampia sulla serietà e sulla sostenibilità dell’offerta economica nel suo insieme.Il Collegio evidenzia, quindi, come non ignori che su tale questione, evidentemente di cruciale importanza anche su di un piano più generale, si confrontino indirizzi ed orientamento non sempre univoci, specie nelle ipotesi in cui sia la stessa legge di gara ad omettere il richiamo ai costi propri per la sicurezza (v. Cons. St., III, n. 4622/2012 e V, n. 4510/2012, relativamente ad un appalto escluso); ed è consapevole di come debba tenersi conto anche della particolarità del caso di specie nel quale, come peraltro non infrequentemente accade, il vizio di origine è in buona parte imputabile alla stazione appaltante che, nella redazione del bando, non ha distinto tra i due tipi di costi (v. ad esempio, per un ampio riconoscimento della buona fede, Cons. St., VI, n. 4999/2012). Si è quindi dell’avviso che, quanto meno nel caso in esame, l’omissione del concorrente non possa condurre alla sua automatica esclusione ma debba comportare, da parte della stazione appaltante, una verifica più puntuale, e meglio argomentata, di quella sin qui posta in essere.Vale infatti sottolineare come, neppure in sede di giustificazioni, l’amministrazione ha approfondito tale aspetto e come la stessa linea difensiva dell'appellante presenti margini di innegabile ambiguità, laddove da un lato sembra sostenere che i costi propri sarebbero compresi nei ricordati 62.000 euro indicati nel bando, teorizzando che altrimenti sarebbero sovrastimati e dall’altro parrebbe suggerire che quegli stessi costi, interni, possano trovare la loro copertura tra le spese generali, quantificate complessivamente in misura pari ad euro 52.172,70 e/o grazie alla percentuale di utile indicata, pari all’8%. In questi termini la censura, contenuta nel terzo degli originari motivi aggiunti, è fondata ed il suo accoglimento comporta l’annullamento dell’aggiudicazione e pone a carico della stazione appaltante l’obbligo di un nuovo e motivato esame in merito alla congruità dell’offerta economica, con particolare riferimento ai costi interni della sicurezza nonché, a fronte delle articolate allegazioni, anche del costo del lavoro.Dopodiché, solamente a seconda dell’esito di tale riesame, la stazione appaltante procederà ad aggiudicare la gara in favore dell'appellante oppure procederà allo scorrimento della graduatoria.
Non infrequentemente accade che il vizio di origine dell'omessa indicazione da parte del concorrente alla procedura di gara dei propri oneri di sicurezza è in buona parte imputabile alla stazione appaltante che non ha distinto i costi nella redazione del bando. Per tali ipotesi si registrano orient ... Continua a leggere
Farmacie: il Consiglio di Stato risolve le problematiche interpretative dell'art. 5 d.P.C.M n. 298/1994 concernente il punteggio da assegnare, nei concorsi per sedi farmaceutiche, in relazione ai titoli di esercizio professionali
Nella sentenza in esame il punto centrale della controversia è la corretta interpretazione della disposizione concernente il punteggio da assegnare, nei concorsi per sedi farmaceutiche, in relazione ai titoli di esercizio professionali. L’interessato non ha dedotto che vi sia stato errore nell’individuare, storicamente, la qualità e la durata dei periodi di servizio professionale prestato, né che vi siano stati errori di calcolo; ha invece dedotto che il criterio indicato dalla normativa vigente era stato mal applicato perché mal interpretato. La disposizione oggetto della contestazione è il regolamento approvato con d.P.C.M n. 298/1994, art. 5, comma 3, del seguente tenore: «Ai fini della valutazione dell'esercizio professionale, sono assegnati i seguenti punteggi: a) per l'attività di titolare e direttore di farmacia aperta al pubblico: punti 0,5 per anno per i primi dieci anni; 0,2 per anno per i secondi dieci anni; b) per l'attività di collaboratore di farmacia aperta al pubblico: punti 0,45 per anno per i primi dieci anni; 0,18 per anno per i secondi dieci anni (...)». La commissione giudicatrice, nel caso di specie, ha applicato queste norme intendendo che le espressioni “primi dieci anni”, “secondi dieci anni” si debbano intendere come riferite rispettivamente ai primi e ai secondi dieci anni di attività professionale. In altre parole, ai servizi svolti nei primi dieci anni di attività si assegnano i punteggi più elevati, a quelli svolti nei secondi dieci anni i punteggi meno elevati, in entrambi i casi riferendosi al tipo di attività esercitato in quel periodo di tempo. L’interessato ha invece sostenuto (e il T.A.R. ha condiviso la sua tesi) che si debba valutare prioritariamente l’attività di livello più elevato, a punteggio pieno fino al massimo di dieci anni, e poi a punteggio ridotto per il tempo eccedente i dieci anni; se in tal modo non si totalizzano venti anni, per il periodo residuo si valuta l’attività di livello meno elevato, con gli stessi criteri; e così via, fermo in ogni caso il limite di venti anni complessivi. Il Consiglio di Stato osserva che la disposizione in esame (art. 5, comma 3, del regolamento) è formulata in modo non chiarissimo e si presta a diverse interpretazioni, ciascuna delle quali tuttavia presenta inconvenienti e aspetti critici. In questa luce la soluzione sostenuta dall’interessato e recepita dal T.A.R. può apparire non priva di una sua plausibilità, pur se, come detto, presenta ugualmente qualche aspetto critico. Nondimeno, non si può prescindere dal fatto che la giurisprudenza di questo Consiglio si è da tempo pronunciata in senso conforme al modo di procedere adottato dalla Regione Campania. A tal fine il Collegio richiama la massima della decisione del Consiglio di Stato, sezione V, n. 7350/2005, del seguente tenore: «Nel concorso per l'assegnazione di sedi farmaceutiche di nuova istituzione la valutazione dei titoli di esercizio professionale, secondo le previsioni dell'art. 5 d.P.C.M. n. 298 del 1994 e precisamente i due decenni di riferimento cui la norma concede i punteggi differenziati, ha carattere premiale a favore delle posizioni di servizio utili in quanto acquisite entro il primo ventennio d'attività e, nell'ambito del ventennio, di quelle ottenute nel primo decennio, che ha diritto al punteggio più elevato rispetto al secondo, per qualunque delle attività considerate: ciò vuol dire che l'attività meglio considerata sul piano del punteggio, se esercitata nel secondo decennio, a partire dall'anno di inizio del primo dei servizi utili a punteggio, vale di meno proprio perché acquisita in un tempo più lontano dal principio dell'attività professionale». In senso analogo si era già pronunciata la IV Sezione con decisione n. 5497/2004. Alla luce di queste massime, e' stato accolto l’appello e, in riforma della sentenza appellata, rigettato il ricorso proposto in primo grado.
Nella sentenza in esame il punto centrale della controversia è la corretta interpretazione della disposizione concernente il punteggio da assegnare, nei concorsi per sedi farmaceutiche, in relazione ai titoli di esercizio professionali. L’interessato non ha dedotto che vi sia stato errore nell’indi ... Continua a leggere
Appalti: e' esclusa al concorrente la possibilità di completare documenti o fornire chiarimenti in caso di incertezza assoluta sul contenuto dell’offerta
Sussiste il divieto per l'amministrazione, sia a seguito di dichiarazioni correttive del partecipante sia in conseguenza della sua attività interpretativa volta a riscontrare la reale volontà dell'offerente, di sottoporre l'offerta ad operazioni manipolative e di adattamento non previste nella lexspecialis della procedura, restando altrimenti violata la par condicio dei concorrenti e l'affidamento da essi riposto nelle regole di gara per modulare la rispettiva offerta, nonché il principio di buon andamento, speditezza e trasparenza dell'azione amministrativa in quanto la procedura ne risulterebbe caratterizzata da incertezze e rallentamenti, con conseguente incidenza sulla sostanza e non solo sulla forma (cfr., in tal senso, Cons. St., sez. III, 23 marzo 2012 n. 1699, richiamata dall’appellante, nonché Cons. St., sez. VI, 2 marzo 2011 n. 1299, 17 maggio 2006 n. 2884 e 16 febbraio 2005 n. 491, ivi citate). Aggiunge, peraltro, il Consiglio di Stato la possibilità di completare documenti o fornire chiarimenti, prevista dall’art. 46 del d.lgs. 12 aprile 2006 n. 163, come modificato dall’art. 4, co. 2, lett. d), del d.l. 13 maggio 2011 n. 70, trova testuale limite, tra l’altro, proprio nel caso, qui ricorrente, della “incertezza assoluta sul contenuto” dell’offerta.
Sussiste il divieto per l'amministrazione, sia a seguito di dichiarazioni correttive del partecipante sia in conseguenza della sua attività interpretativa volta a riscontrare la reale volontà dell'offerente, di sottoporre l'offerta ad operazioni manipolative e di adattamento non previste nella lex ... Continua a leggere
“Supina” recezione di un accordo, che consegnerebbe il Colosseo “nelle mani di un noto gruppo industriale”, questo uno dei motivi addotti dal Codacons per tentare di bloccare il contratto di sponsorizzazione per il finanziamento di lavori da realizzare nell'Anfiteatro Flavio di Roma, più comunemente noto come “Colosseo". L'accordo che ha originato la presente controversia veniva stipulato il 21.1.2011 dal Commissario delegato per la realizzazione degli interventi urgenti nelle aree archeologiche di Roma e Ostia Antica e dalla Soprintendenza speciale per i Beni archeologici di Roma e la società Tod’s s.p.a., rappresentata dal dott. Diego Della Valle. Il TAR Lazio aveva dichiarato inammissibile il ricorso per difetto di legittimazione attiva del Codacons ed oggi il Consiglio di Stato ha confermato la legittimità della sentenza di prime cure affermando che il Codacons appare privo di legittimazione a ricorrere, in rapporto alla questione dedotta in giudizio. Ad avviso del Collegio una posizione legittimante non è ravvisabile, in ordine al perseguimento di una ipotetica (e del tutto indimostrata) ottimizzazione della qualità dei servizi e delle maggiori risorse che avrebbero potuto essere ottenute in sede di trattativa, essendo questi interessi generali della collettività, oggetto di scelte di indirizzo e gestione discrezionale della pubblica amministrazione, così come non è consentito che l’interesse dedotto in giudizio riguardi soltanto una parte delle categorie rappresentate, potendosi in caso contrario configurare una situazione di conflitto di interessi dell’associazione stessa con alcuni dei soggetti rappresentati, o una non consentita sostituzione processuale (come ipotizzabile, nel caso di specie, per l’esito di un’impugnativa, che ove accolta comporterebbe perdita del finanziamento e blocco dei lavori di restauro, in vista di maggiori utilità future ed incerte; cfr., per i diversi principi affermati: Cons. St., Ad. Plen, 23.3.2011, n. 3; Cons. St., sez. VI, 18.4.2012, n. 2208, 26.6.2012, n. 3750, 10.3.2011, n. 1540, 8.2.2011, n. 831 e 13.9.2010, n. 6554; Cons. St., sez. V, 26.10.2011, n. 5709; Cons. St., sez. IV, 28.5.2012, n. 3137 e 15.2.2013, n. 917).
“Supina” recezione di un accordo, che consegnerebbe il Colosseo “nelle mani di un noto gruppo industriale”, questo uno dei motivi addotti dal Codacons per tentare di bloccare il contratto di sponsorizzazione per il finanziamento di lavori da realizzare nell'Anfiteatro Flavio di Roma, più comunement ... Continua a leggere

References: sentenza 
 art. 12
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 art. 11
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 sentenza 
 sentenza 
 art. 46
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 art. 2
 art. 12
 art. 4
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 art. 4
 art. 4
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 art. 5
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