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Timestamp: 2019-01-17 19:11:49+00:00

Document:
Contributi comunali contro la morosità incolpevole
Ricordiamo che è in vigore il decreto del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti in materia di ''morosità incolpevole'', previsto dal decreto-legge n. 102/2013, come convertito che consente l'accesso a contributi comunali per far fronte alle necessità abitative.
I casi di ''morosità incolpevole'', da intendersi come ''la situazione di sopravvenuta impossibilita' a provvedere al pagamento del canone locativo a ragione della perdita o consistente riduzione della capacita' reddituale del nucleo familiare'', sono:
cassa integrazione ordinaria o straordinaria che limiti notevolmente la capacita' reddituale;
L’inquilino che si trova in una di queste situazioni può fare domanda di accesso al Fondo tramite appositi bandi che devono pubblicare i Comuni, a cui spetta verificare che l’inquilino abbia un reddito non superiore a 35.000 euro o un reddito derivante da regolare attività lavorativa non superiore 26.000 euro.
Per poter godere del contributo, l’inquilino moroso deve aver ricevuto già un atto di intimazione di sfratto per morosità, con citazione per la convalida.
L’inquilino inoltre deve essere il titolare del contratto di locazione dell’immobile ad uso abitativo regolarmente registrato e deve risiedere nell’alloggio oggetto della procedura di rilascio da almeno un anno. Sono esclusi gli immobili appartenenti alle categorie catastali Al, A8 e A9, quindi le case di lusso e di pregio.
Il contributo, non superiore a 8.000 euro, è concesso sia agli inquilini con cittadinanza italiana, che ai cittadini extra UE, in possesso di permesso di soggiorno.
I Comuni possono dare la priorità ad inquilini nei cui confronti sia stato emesso provvedimento di rilascio esecutivo per morosità incolpevole, che sottoscrivano con il proprietario dell’alloggio un nuovo contratto a canone concordato, ad inquilini che non possono versare il deposito cauzionale per stipulare un nuovo contratto di locazione.
Tag: abitazione, canone, Comune, conduttore, contratto, contributo, controlli, deposito cauzionale, inquilino, locatore, morosità incolpevole, rilascio esecutivo, sfratto
Per il semaforo giallo bastano 3 secondi
La Corte di Cassazione con la sentenza n. 27348 del 23 dicembre 2014 ha stabilito, che il passaggio del semaforo da giallo a rosso in tre secondi è un tempo congruo per consentire l'attraversamento dell'incrocio o l'arresto di un veicolo in condizioni di sicurezza (in materia di violazioni del codice della strada per mancato arresto al semaforo dell’autoveicolo, si tratta dell’infrazione agli artt. 41, comma 10 “Durante il periodo di accensione della luce gialla, i veicoli non possono oltrepassare gli stessi punti stabiliti per l'arresto, di cui al comma 11, a meno che vi si trovino così prossimi, al momento dell'accensione della luce gialla, che non possano più arrestarsi in condizioni di sufficiente sicurezza; in tal caso essi devono sgombrare sollecitamente l'area di intersezione con opportuna prudenza.” e 146, comma 3, del codice della strada : ““Il conducente del veicolo che prosegue la marcia, nonostante che le segnalazioni del semaforo o dell'agente del traffico vietino la marcia stessa, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 150 a euro 599”.).
Così statuendo, la Suprema Corte ha confermato una propria decisione (sez. VI civile, sentenza 1° settembre 2014, n. 18470) e la risoluzione del Ministero dei Trasporti n. 67906 del 16 luglio 2007 che, nell'accertare che il Codice della strada non indica una durata minima del periodo di accensione della lanterna di attivazione gialla, regola il tempo minimo di durata di detta luce, che non può mai essere inferiore a tre secondi.
La Corte si era rifatta anche ad uno studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche del 10 settembre 2001, secondo il quale tre secondi sono esattamente il tempo necessario per fermare un veicolo (con l’eccezione del traffico pesante, con veicoli di lunghezza massima pari a 18,75 metri, nel qual caso è indicata una durata di 4 secondi anche per velocità di 50 km/h.), che proceda a una velocità non superiore ai 50 chilometri orari, (mentre secondo lo studio, ne sono necessari 4 a 60 km./h. e 5 a 70 km./h.
Una rivoluzione che interesserà moltissime città italiane; infatti, sebbene un secondo in meno possa apparire un'inezia, la modifica rischia di comportare una pioggia di contravvenzioni. C'è un precedente a conferma di tale giudizio: dopo aver abbassato il giallo dei semafori da tre secondi a 2,9, il sindaco di Chicago Rahm Emanuel, facente parte dello staff di Barack Obama tra il 2008 e il 2010, è riuscito nel 2013 a incassare 8 milioni di dollari in più grazie alle multe!
Negli Stati Uniti la multa, per la trasgressione di cui stiamo scrivendo, è di 100 dollari.
In Italia, la multa per il passaggio col semaforo rosso è già stata aumentata da 162 a 216 euro e comporta il taglio di sei punti sulla patente.
Secondo l’indagine del centro studi “Antonella Di Benedetto” di Krls Network of Business Ethics per Contribuenti.it, dal 2009 a oggi il numero di contravvenzioni comminate è cresciuto del 987% (nello stesso periodo in Germania l’aumento è stato dell’11%, in Francia del 30%...) grazie all'installazione dei dispositivi elettronici di rilevamento. Secondo il il Codacons, ogni anno vengono notificate agli automobilisti italiani circa 78 milioni di multe, cioè più di 215 mila al giorno, una ogni due secondi, che fruttano alle casse pubbliche tre miliardi di euro.
Che la notizia rischi di avere un impatto devastante per gli automobilisti lo confermano le proteste delle associazioni dei consumatori. Eppure, d’ora in poi non ci sono più dubbi: perché una multa al semaforo sia valida non serve che la durata del giallo sia di 4 secondi, è sufficiente che questo duri minimo tre secondi.
Tag: codice della strada, limite, luce, multa, sanzione, semaforo giallo, tempo, traffico, veicolo, velocità
Riservatezza e diritto all'oblio
Premessa: dopo la recente sentenza della Corte di Giustizia europea sul diritto all'oblio, Google deve rispondere alle richieste di cancellazione delle pagine web che contengono il nominativo del richiedente che risultano immettendo come parola chiave il nome dell'interessato.
La società deve soppesare diversi elementi: l'interesse pubblico a conoscere la notizia, il tempo trascorso dal fatto, l'accuratezza della notizia e la rilevanza della stessa nell'ambito professionale di appartenenza. Quando Google risponde negativamente, gli utenti italiani possono rivolgersi al Garante per la privacy o all'autorità giudiziaria.
Le segnalazioni e i ricorsi pervenuti al Garante su cui questo si è espresso, riguardano la richiesta di deindicizzazione di articoli relativi a vicende processuali ancora recenti e in alcuni casi non concluse.
In sette dei nove casi [doc. web nn. 3623819, 3623851, 3623897, 3623919,3623954, 3624003 e 3624021], il Garante non ha accolto la richiesta degli interessati, ritenendo che la posizione di Google fosse giustificata dalla prevalenza dell'interesse pubblico a conoscere le informazioni fornite, in quanto le vicende processuali erano risultate troppo recenti e non ancora definitivamente concluse.
In due casi [doc. web nn. 3623877 e 3623978], invece, l'Autorità ha accolto la richiesta degli utenti. In uno, perché nei documenti pubblicati erano presenti notizie riferite anche a persone estranee al giudizio. Nell'altro, perché la notizia pubblicata era inserita in modo da ledere la sfera privata della persona. Tutto in violazione delle norme del Codice privacy che impone di diffondere dati personali nei limiti dell'"essenzialità dell'informazione riguardo a fatti di interesse pubblico" e di non descrivere abitudini sessuali riferite a una determinata persona identificata o identificabile. L'Autorità ha quindi imposto a Google di deindicizzare le url segnalate.
Tag: Corte Giustizia Europea, diritto all'oblio, Garante privacy, Google, privacy, riservatezza
Il Garante della privacy ha pubblicato una guida intitolata: "Il condominio e la privacy" che prende in esame i casi più frequenti della vita condominiale e tiene conto anche delle novità introdotte dalla recente riforma del condominio, entrata in vigore nel giugno 2013.
Il Vademecum è suddiviso in otto capitoli: l´amministratore; l´assemblea; la bacheca condominiale; la gestione trasparente del condominio; la videosorveglianza; il condominio digitale; il diritto di accesso ai propri dati e altri diritti; ulteriori chiarimenti e risponde su quesiti quali:
1) SI PUÒ VIDEOREGISTRARE L’ASSEMBLEA CONDOMINIALE? L’assemblea condominiale può essere videoregistrata, ma solo con il consenso informato di tutti i partecipanti. La documentazione, su qualsiasi supporto, deve essere conservata al riparo da accessi indebiti.
2) L’AMMINISTRATORE PUÒ UTILIZZARE I NUMERI DI TELEFONO O GLI INDIRIZZI E-MAIL DEI CONDÒMINI? I numeri di telefono fisso, di telefono cellulare e l’indirizzo di posta elettronica possono essere utilizzati se sono già indicati in elenchi pubblici (come le pagine bianche o le pagine gialle) oppure se l’interessato abbia fornito il proprio consenso. In ogni caso, occorre sempre tenere presente il principio di proporzionalità circa l’uso di tali recapiti, con particolare riferimento a frequenze e ad orari: il loro utilizzo può essere opportuno in casi di necessità ed urgenza (soprattutto per evitare situazioni di pericolo o danni incombenti), mentre occorre massimo discernimento per le attività ordinarie e non possono essere comunicati a terzi.
3) QUALI SONO LE REGOLE PER INSTALLARE UN SISTEMA DI VIDEOSORVEGLIANZA CONDOMINIALE? Nel caso in cui il sistema di videosorveglianza sia installato dal condominio per controllare le aree comuni, devono essere adottate in particolare tutte le misure e le precauzioni previste dal Codice della privacy e dal provvedimento generale del Garante in tema di videosorveglianza. Tra gli obblighi che valgono anche in ambito condominiale vi è quello di segnalare le telecamere con appositi cartelli, eventualmente avvalendosi del modello predisposto dal Garante. Le registrazioni possono essere conservate per un periodo limitato tendenzialmente non superiore alle 24-48 ore, anche in relazione a specifiche esigenze come alla chiusura di esercizi e uffici che hanno sede nel condominio o a periodi di festività. Per tempi di conservazione superiori ai sette giorni è comunque necessario presentare una verifica preliminare al Garante. Le telecamere devono riprendere solo le aree comuni da controllare (accessi, garage...), possibilmente evitando la ripresa di luoghi circostanti e di particolari che non risultino rilevanti (strade, edifici, esercizi commerciali ecc.). I dati raccolti (riprese, immagini) devono essere protetti con idonee e preventive misure di sicurezza che ne consentano l’accesso alle sole persone autorizzate (titolare, responsabile o incaricato del trattamento).
Tag: condominio, privacy, vademecum
Il TAR Lombardia ha accolto con sentenza n. 3039/2014 il ricorso di un commerciante di sigarette elettroniche contro un'ordinanza del Sindaco di Cantù che stabiliva il divieto di fare uso delle sigarette elettroniche "in tutti i locali, uffici, immobili pubblici o aperti al pubblico o finalizzati a servizi pubblici o di pubblica utilità, comunque accessibili all'utenza ed ubicati nel territorio del Comune" a pena di una sanzione amministrativa "da un minimo di € 25,00, ad e 500,00".
Il TAR ha precisato che la materia del divieto di fumo, nel quale rientra anche l’uso delle sigarette elettroniche, attiene alla tutela della salute e quindi rientra nella competenza concorrente dello Stato e della Regione, ai sensi dell’art. 117 della Costituzione.
Ai sensi dell’articolo 32 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, recante «Istituzione del servizio sanitario nazionale», il Sindaco, può emanare ordinanze di carattere contingibile e urgente, in materia di igiene e sanità pubblica e di polizia veterinaria, ma nei limiti dell’art.50 del D.Lgs. 267/200 e con riguardo ai soli casi di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale: in questo caso, il TAR ha ritenuto che il Comune di Cantù abbia sforato le sue competenze, sanzionando comportamenti che riguardano la salute privata.
Tag: divieto, salute privata, salute pubblica, sigarette elettroniche, TAR Lombardia
Come deve comportarsi il pubblico dipendente con gli utenti
Nella speranza che sia fonte di "ispirazione" per quei pubblici dipendenti dall'approccio sportivo o nervosetto, pubblichiamo l'articolo 12 del Codice di comportamento dei dipendenti pubblici (DP.R. 16.04.2013 n° 62 , G.U. 04.06.2013.
4. Il dipendente non assume impegni ne' anticipa l'esito di decisioni o azioni proprie o altrui inerenti all'ufficio, al di fuori dei casi consentiti. Fornisce informazioni e notizie relative ad atti od operazioni amministrative, in corso o conclusi, nelle ipotesi previste dalle disposizioni di legge e regolamentari in materia di accesso, informando sempre gli interessati della possibilità di avvalersi anche dell'Ufficio per le relazioni con il pubblico.
Certo, privacy, segreto d'ufficio, norme superiori, incompetenza sono ottime scuse per non fare ma ... volere è potere!
Tag: codice, comportamento, correttezza, cortesia, disponibilità, pubblico dipendente, rapporti col pubblico, spirito di servizio
Handicap e vacanza: risarcito il danno se la camera non è adatta
E' fondata la domanda risarcitoria inerente il danno per vacanza rovinata, con restituzione della caparra versata al momento della prenotazione, laddove risulti accertato che, contrariamente agli accordi contrattuali assunti tra le parti, la camera d'albergo assegnata all'attore non permetteva allo stesso, portatore di handicap fisico, di fruire in modo adeguata del locale bagno a causa dell'inadeguato posizionamento del WC e della presenza di arredi all'interno della camera assegnatagli, che impediva lo spostamento e la rotazione della carrozzina, altrimenti possibile solo con la rimozione degli arredi medesimi o la riduzione delle dimensioni del letto matrimoniale, violando così in maniera rilevante le dotazioni al servizio della camera, in violazione dei pregressi accordi contrattuali.
Dette circostanze, accertate con apposita perizia, evidenziano con chiarezza le difficoltà per l'istante di fruire dei servizi, in violazione degli accordi pregressi con la convenuta. Ne consegue che quest'ultima deve essere dichiarata inadempiente ed il contratto stipulato inter parte risolto per tale causa. Alla risoluzione del contratto segue la condanna alla restituzione della caparra ricevuta, maggiorata degli interessi legali sino all'effettivo saldo.
E' quanto ha stabilito il Tribunale di Aosta il 15 febbraio 2013
Tag: albergo, camera, caparra, danno vacanza rovinata, handicap, servizi
Mobbing: necessaria la prova di una condotta vessatoria da parte del datore
Costituisce mobbing la condotta del datore di lavoro, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell'ambiente di lavoro, che si risolva, sul piano oggettivo, in sistematici e reiterati abusi, idonei a configurare il cosiddetto terrorismo psicologico, e si caratterizzi, sul piano soggettivo, con la coscienza ed intenzione del datore di lavoro di arrecare danni - di vario tipo ed entità - al dipendente medesimo (Sez. L, Sentenza n. 18836 del 07/08/2013), sicché, se occorre il compimento di una pluralità di atti (giuridici o meramente materiali ed, eventualmente, anche leciti), questi devono essere diretti alla persecuzione o all'emarginazione del dipendente (Sez. L, Sentenza n. 18093 del 25/07/2013).
Quanto alla prova richiesta al lavoratore, si è specificato (Sez. L, Sentenza n. 3785 del 17/02/2009) che, ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro sono rilevanti: a) la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l'evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e il pregiudizio all'integrità psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell'elemento soggettivo, cioè dell'intento persecutorio.
L'idoneità offensiva della condotta del datore di lavoro può essere dimostrata (come chiarito da Sez. L, n. 4774 del 06/03/2006), per la sistematicità e durata dell'azione nel tempo, dalle sue caratteristiche di persecuzione e discriminazione, risultanti specificatamente da una connotazione emulativa e pretestuosa, anche in assenza della violazione di specifiche norme attinenti alla tutela del lavoratore subordinato (Cass. civ. Sez. Lav. 10424 del 14.5.2014: in questo caso il lavoratore non aveva offerto la prova richiesta e ha perso la causa).
Tag: abusi reiterati, dipendente, intenzione datore di lavoro, lavoratore, mobbing, prova, requisiti, terrorismo psicologico
Buon Natale ai dipendenti pubblici, ma sotto i 150 euro
Con circolare del Capo di Gabinetto del Ministero dell’economia e delle Finanze, Roberto Garofoli, in occasione dell’approssimarsi delle festività natalizie, ha richiamato l'attenzione sul codice di comportamento dei dipendenti pubblici (D.P.R. 16.04.2013 n° 62 , G.U. 04.06.2013) che definisce i doveri minimi di diligenza, lealtà e buona condotta che essi sono tenuti a rispettare per il corretto funzionamento dell’Amministrazione.
Il codice, emanato in attuazione della legge anti-corruzione (Legge n. 190/2012), in linea con le raccomandazioni OCSE in materia di integrità ed etica pubblica, indica i doveri di comportamento dei dipendenti delle PA e prevede che la loro violazione è fonte di responsabilità disciplinare.
Le altre principali disposizioni del codice sono:
la comunicazione, all’atto dell’assegnazione all’ufficio, dei rapporti diretti o indiretti di collaborazione avuti con soggetti privati nei 3 anni precedenti e in qualunque modo retribuiti, e l’obbligo di precisare se questi rapporti sussistono ancora anche con il coniuge, il convivente, i parenti e gli affini entro il secondo grado;
la tracciabilità e la trasparenza dei processi decisionali adottati, che dovrà essere adeguatamente supportata da documenti;
il rispetto dei vincoli posti dall’amministrazione nell’utilizzo del materiale o delle attrezzature assegnate ai dipendenti per ragioni di ufficio, anche con riguardo all'uso delle linee telematiche e telefoniche dell’ufficio;
la previsione che i comportamenti in difformità alle norme del codice costituiscono illecito disciplinare da accertare mediante relativo procedimento, oltre che, ricorrendone i presupposti, a responsabilità di tipo civile, penale, contabile.
Avv. Chiara Romeo e Avv. Ilaria Monetti Vassallo http://www.ilnegoziogiuridico.it
Tag: codice comportamento, modico valore, pubblici dipendenti, regali
In materia di assegno di mantenimento del coniuge più debole, esso deve tendere al mantenimento del tenore di vita da questo goduto durante la convivenza matrimoniale.
Nella quantificazione dell’assegno di divorzio (v. Cass. N. 5178 del 2012), va tenuto presente l'art. 5 legge divorzio che al comma 6 prevede: "Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive".
La Cassazione con sentenza n. 21597 del 13.10.2014 ha stabilito che il giudice del merito non deve necessariamente riferirsi a tutti i suddetti parametri, potendo dare prevalenza anche soltanto ad alcuni o ad uno di essi. Fra questi, la durata del matrimonio attiene alla misura ma non vale di per sé ad escludere il diritto all'assegno.
Tag: assegno mantenimento, coniuge, convivenza matrimoniale, divorzio, durata, matrimonio, parametri, tenore vita

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