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Timestamp: 2018-02-20 03:28:11+00:00

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Legge delega sul terzo settore, i pareri della commissione affari sociali | Elena Carnevali
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Legge delega sul terzo settore, i pareri della commissione affari sociali
esaminato, nelle sedute del 30 maggio, dell’8, del 13, del 20 e del 21 giugno 2017, lo schema di decreto legislativo recante Revisione della disciplina in materia di impresa sociale (atto n. 418);
tenuto conto delle audizioni informali svoltesi presso la medesima Commissione il 5 e il 14 giugno 2017 e preso atto delle memorie scritte depositate dai soggetti auditi nel corso di tali audizioni;
considerato che la legge 6 giugno 2016, n. 106, all’articolo 1, comma 2, lettera c), ha previsto la revisione della disciplina dell’impresa sociale, nel rispetto dei principi e criteri generali di cui agli articoli 6, 7, comma l, e 9, comma l, lettera f), della medesima legge;
rilevato, in generale, che lo schema di decreto legislativo in esame appare coerente con le finalità e gli obiettivi della legge delega;
rilevato, per quanto riguarda le singole disposizioni recate dallo schema di decreto in esame, che:
l’articolo 1, comma 2, non include esplicitamente le imprese individuali e le società unipersonali tra gli enti che non possono assumere la qualifica di impresa sociale, come invece sarebbe opportuno in ragione della vocazione sociale e partecipativa di un istituto che meglio si presta alla dimensione dell’iniziativa collettiva; per lo stesso motivo, all’articolo 4, è necessario estendere anche alle imprese individuali e alle società unipersonali il divieto di detenere il controllo di un’impresa sociale;
all’articolo 1, comma 3, si riserva esclusivamente agli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti e agli enti delle confessioni religiose che hanno stipulato patti, accordi o intese con lo Stato e non ad altri enti del Terzo settore la possibilità di accedere alla qualifica di impresa sociale limitatamente alle attività comprese nell’elenco di cui all’articolo 2;
il decreto in esame, all’articolo 1, comma 4, dispone che le cooperative sociali e i loro consorzi di cui alla legge n. 381 del 1991 assumano di diritto la qualifica di impresa sociale, ma che per esse si applichino solo gli articoli 14, 15, 16 e 18 del decreto stesso, rimanendo valida per il resto la specifica normativa vigente;
l’attuale disciplina delle cooperative sociali non risulta pertanto coordinata con la nuova definizione delle attività di interesse generale delle imprese sociali di cui all’articolo 2 dello schema di decreto legislativo in esame, con la conseguenza di penalizzare oggettivamente le cooperative sociali, che peraltro rappresentano la forma più ampiamente diffusa di impresa sociale;
tra le attività di interesse generale indicate dall’articolo 2, comma 1, dello schema di decreto, non sono incluse alcune voci che sarebbe opportuno inserire mentre altre sono presenti con definizioni imprecise o diverse da quelle utilizzate per la medesima attività nell’articolo 5 dello schema di decreto recante Codice del Terzo settore (Atto 417), rischiando così di generare ambiguità interpretative;
il divieto, contenuto all’articolo 3, comma 2, lettera b), di corrispondere ai lavoratori subordinati o autonomi compensi superiori di oltre il 20 per cento a quelli previsti per qualifiche simili dai contratti collettivi, in quanto ciò configurerebbe un caso di distribuzione indiretta di utili, appare un’eccessiva ingerenza nell’autonomia dell’ente e nella sua capacità di dotarsi di competenze adeguate ad attuare strategie di sviluppo;
al tempo stesso, la possibilità, contemplata dal medesimo articolo 3, comma 3, lettera b), che l’impresa possa destinare parte degli utili o avanzi di gestione annuale ad erogazioni gratuite in favore di enti del Terzo settore diversi dalle imprese sociali, anche non soci né controllati, desta perplessità in quanto rischia di favorire comportamenti antieconomici quando non addirittura elusivi;
pur attribuendo la legge delega centralità e primazia ai principi di partecipazione e di democrazia economica, le garanzie in tal senso contenute nello schema di decreto sono insufficienti; in particolare, la disposizione contenuta nell’articolo 7, comma 1, con riguardo alla composizione dell’organo amministrativo, non assicura che la maggioranza degli amministratori sia espressione dei soci, né previene l’eterodirezione dell’impresa;
destano serie perplessità anche le norme sulla devoluzione del patrimonio, in particolare all’articolo 12, comma 5, dove si prevede la devoluzione “libera” del patrimonio ad un altro ente del Terzo settore non soggetta ad alcun controllo o autorizzazione: questo, oltre che discutibile per ragioni di prevenzione delle condotte elusive, è in contrasto con la disposizione contenuta nell’articolo 9 dello schema di decreto recante Codice del Terzo settore (Atto 417), ove si prevede che la devoluzione del patrimonio in caso di estinzione o scioglimento sia necessariamente condizionata al previo parere dell’Ufficio del registro unico nazionale del Terzo settore, pena la nullità degli atti di devoluzione;
l’articolo 14, comma 5, che disciplina la devoluzione del patrimonio in caso di procedura concorsuale, rinvia proprio all’articolo 12, comma 5, in cui si disciplina la devoluzione “libera” del patrimonio per scioglimento volontario o perdita volontaria della qualifica, con ciò consentendo irragionevolmente che, anche in ipotesi di liquidazione coatta per insolvenza, l’impresa possa liberamente devolvere il patrimonio residuo ad un ente di propria scelta; sarebbe più coerente il rinvio all’articolo 15, comma 8, ove si prevede la devoluzione obbligatoria del patrimonio in caso di perdita della qualifica di impresa sociale;
desta perplessità anche l’articolo 16, dove si stabilisce la facoltà e non l’obbligo di destinare una quota non superiore al 3 per cento degli utili netti annui ai fondi per la promozione e lo sviluppo delle imprese sociali, in quanto la non obbligatorietà del versamento rischia di relegare tale istituto alla inutilità; inoltre, va rilevata la mancata menzione della salvaguardia della normativa specifica delle cooperative, che all’articolo 11, comma 4, della legge 31 gennaio 1992, n. 59, già prefigura l’obbligo di versamento del 3 per cento degli utili netti annui ai fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione;
all’articolo 18, in relazione alle agevolazioni fiscali previste dai commi 3 e 4 per le persone fisiche o le società che effettuino investimenti nel capitale di un’impresa sociale e li mantengano per almeno tre anni, va valutato se tale limite temporale sia sufficiente a scongiurare eventuali operazioni di carattere puramente speculativo;
lo schema di decreto, ogni volta che richiama o cita le cooperative sociali, omette il riferimento ai consorzi di cooperative sociali di cui all’articolo 8 della legge 8 novembre 1991, n. 381;
1. all’articolo 1, comma 2, si provveda ad inserire anche le imprese individuali e le società unipersonali tra i soggetti che non possono acquisire la qualifica di impresa sociale;
2. all’articolo 1, comma 4, sia soppressa la disposizione che limita esclusivamente agli articoli 14, 15, 16 e 18 l’applicabilità delle norme contenute nel presente schema di decreto alle cooperative sociali e ai loro consorzi di cui alla legge 8 novembre 1991, n.381;
3. all’articolo 2, comma 1, si apportino le seguenti modifiche:
I. alla lettera a), siano aggiunte, in fine, le seguenti parole: “, delle leggi regionali di settore e della legge 5 febbraio 1992, n. 104, e successive modificazioni”;
II. alla lettera b), siano soppresse le parole: “riconducibili ai Livelli essenziali di assistenza come definiti dalle disposizioni vigenti in materia”;
III. alla lettera e), siano premesse le parole: “attività e”;
IV. alla lettera i), le parole: “turistiche o ricreative di particolare interesse sociale” siano sostituite dalle seguenti: “ricreative di interesse sociale”;
V. alla lettera l), siano aggiunte, in fine, le seguenti parole: “, nonché la formazione professionale realizzata da enti accreditati dalle regioni, finalizzata al rilascio di qualificazioni professionali di cui all’articolo 8 del decreto legislativo n. 13 del 2013”;
VI. la lettera o) sia sostituita dalla seguente: “attività commerciali, produttive, di educazione e di informazione, di promozione, di rappresentanza, di concessione in licenza di marchi di certificazione, svolte nell’ambito o a favore delle filiere del commercio equo e solidale, da intendersi – nelle more dell’applicazione definitiva della disciplina sul commercio equo e solidale – come un rapporto commerciale con un produttore operante in un’area economica svantaggiata situata, di norma, in un Paese in via di sviluppo, sulla base di un accordo di lunga durata finalizzato a consentire, accompagnare e migliorare l’accesso del produttore al mercato, attraverso il dialogo, la trasparenza, il rispetto e la solidarietà, e che preveda il pagamento di un prezzo equo, misure di sviluppo in favore del produttore e l’obbligo del produttore di garantire condizioni di lavoro sicure, nel rispetto delle normative nazionali ed internazionali, in modo da permettere loro di condurre un’esistenza libera e dignitosa, e di rispettare i diritti sindacali, nonché di impegnarsi per il contrasto del lavoro infantile”;
VII. alla lettera q), siano soppresse le parole: “e di accoglienza umanitaria di stranieri”;
VIII. la lettera s) sia sostituita dalla seguente: “agricoltura sociale, ai sensi e nel rispetto dell’articolo 2 della legge 18 agosto 2015, n. 141, e successive modificazioni, quando le attività sono esercitate da imprese sociali che hanno la qualifica di imprenditore agricolo o da imprese sociali che hanno la forma della cooperativa sociale”;
IX. dopo la lettera t), siano aggiunte le seguenti:
u) radiodiffusione sonora a carattere comunitario, ai sensi dell’articolo 16, comma 5, della legge 6 agosto 1990, n. 223;
v) organizzazione e gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale o religioso;
w) protezione civile, ai sensi della legge 24 febbraio 1992, n. 225, e successive modificazioni;
x) accoglienza umanitaria e integrazione sociale degli stranieri;
y) riqualificazione di beni pubblici inutilizzati o di beni confiscati alla criminalità organizzata;
4. all’articolo 3, comma 2, lettera b), si innalzi dal 20 al 40 per cento il previsto limite di incremento dei compensi, a parità di qualifiche, rispetto a quelli indicati dai contratti collettivi, in quanto ciò costituirebbe distribuzione indiretta di utili;
5. all’articolo 4, comma 3, siano apportate le seguenti modificazioni:
a) siano aggiunti, fra i soggetti che non possono detenere il controllo di un’impresa sociale, oltre agli enti con scopo di lucro e alle amministrazioni pubbliche, anche le imprese individuali o società unipersonali;
b) dopo le parole: “decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni,” siano aggiunte le seguenti: “e le società a partecipazione pubblica di cui al decreto legislativo 19 agosto 2016, n.175”;
6. all’articolo 12, comma 3, siano soppresse le parole: “, ovvero la denominazione dei beneficiari delle devoluzione del patrimonio” in quanto questo comma si riferisce agli atti di cui al comma 1, che non contemplano alcuna ipotesi di devoluzione, semmai di trasferimento dell’azienda;
7. all’articolo 12, comma 5, allo scopo di prevenire il rischio di eventuali operazioni elusive nella devoluzione libera del patrimonio, dopo le parole: “ad altri enti del Terzo settore” siano aggiunte le seguenti: “costituiti e operanti da almeno tre anni”;
8. all’articolo 14, comma 5, le parole: “ai sensi dell’articolo 12, comma 5” siano sostituite dalle seguenti: “ai sensi dell’articolo 15, comma 8”;
9. all’articolo 17, ove si prevedono norme di coordinamento e transitorie, sia inserita una novella dell’articolo 1 della legge 8 novembre 1991, n. 381, volta a far rientrare fra le attività esercitabili dalle cooperative sociali di tipo a), anche le attività di cui alle lettere a), b), c), d), i), l), m) e p) dell’articolo 2, comma 1, dello schema di decreto in esame;
10. dopo l’articolo 20, sia aggiunto il seguente: “Articolo 20-bis – (Clausola di salvaguardia). 1. Le disposizioni del presente decreto sono applicabili nelle regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e Bolzano compatibilmente con i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione, anche con riferimento alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3.
a) all’articolo 1, comma 1, si valuti l’eventualità di sostituire le parole: “favorendo il più ampio coinvolgimento” con le seguenti: “assicurando il più ampio coinvolgimento”;
b) all’articolo 1, si valuti l’opportunità di prevedere, anche per le associazioni di promozione sociale, la possibilità di acquisire la qualifica di impresa sociale limitatamente allo svolgimento di una delle attività di cui all’articolo 2, con le medesime modalità previste al comma 3 per gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti;
c) all’articolo 3, comma 3, andrebbe valutata l’opportunità di sopprimere la lettera b), con la quale si prevede la possibilità di effettuare erogazioni gratuite a soggetti del Terzo settore non soci;
d) all’articolo 7, appare opportuno assicurare in modo più chiaro che la maggioranza degli amministratori sia espressione dei soci o associati;
e) all’articolo 15, comma 3, si valuti l’eventualità di abbassare il numero di duemila imprese sociali aderenti necessario affinché un ente associativo riconosciuto possa essere accreditato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali ai fini dell’esercizio dell’attività ispettiva;
f) all’articolo 16, comma 1, andrebbe presa in considerazione l’eventualità di rendere obbligatorio e non facoltativo il contributo del tre per cento degli utili da destinarsi ai fondi per la promozione e lo sviluppo delle imprese sociali, escludendo da tale obbligo le imprese sociali cooperative, in quanto già assoggettate all’obbligo di cui all’articolo 11, comma 4, della legge n. 59 del 1992;
g) all’articolo 17, sarebbe opportuno prevedere, fra le norme di coordinamento, anche una modifica dell’articolo 8 della legge 8 novembre 1991, n. 381, con la possibilità di conteggiare nel 70 per cento della base sociale dei consorzi anche le imprese sociali diverse dalle cooperative sociali;
h) all’articolo 18, commi 3 e 4, si valuti l’opportunità di portare da 3 a 5 gli anni nei quali deve essere mantenuto l’investimento di capitale in un’impresa sociale al fine di usufruire delle previste agevolazioni fiscali;
i) si valuti l’utilità di sostituire, ovunque ricorrano, le parole: “cooperative sociali” con le seguenti: “cooperative sociali e loro consorzi”.
preso atto che lo schema del decreto legislativo in oggetto dà attuazione alla legge delega – in particolare all’articolo 1, comma 2, lettera b) – disponendo il riordino e la revisione organica della disciplina speciale e delle altre disposizioni vigenti relative agli enti del Terzo settore, compresa la disciplina tributaria applicabile a tali enti, mediante la redazione di un apposito Codice del Terzo settore;
rilevato, in termini generali, come lo schema di decreto presenti un contenuto complesso, improntato sulla ricerca di un equilibrio tra le esigenze di riforma, da un lato, e il rispetto e la valorizzazione delle tante esperienze positive che esistono allo stato attuale nel Paese, dall’altro;
l’articolo 5, nell’elencare le attività di interesse generale, contiene al tempo stesso alcune indicazioni alquanto restrittive, altre invece eccessivamente generiche. Inoltre, alcuni settori risultano assenti ovvero non chiaramente indicati, quali ad esempio la difesa dei consumatori – che non può essere ridotta a rappresentanza economica -, i settori dell’auto-aiuto e della mutualità – nei quali si stanno sperimentando modalità innovative di economia sociale anche grazie alla sharing economy -, la promozione delle politiche di genere, la lotta agli sprechi alimentari (legge n. 66 del 2016), il contrasto alla povertà (legge n. 33 del 2017) e alla povertà educativa, il contrasto al bullismo e al cyberbullismo (legge n. 71 del 2017), le attività connesse all’attuazione della legge n. 112 del 2016, sul cosiddetto “Dopo di noi” (tutte attività, queste ultime, riconducibili a leggi approvate nel corso della presente legislatura, con un apporto rilevante della Commissione Affari sociali);
appare incomprensibile il restringimento delle prestazioni socio-sanitarie – di cui all’articolo 5, comma 1, lettera c) – alla sola erogazione dei livelli essenziali di assistenza (LEA), in quanto porterebbe ad escludere attività di carattere solidaristico che non siano ricomprese nei LEA (quale ad esempio quella svolta da un ambulatorio odontoiatrico mobile rivolto alla cure gratuite in favore di persone disagiate, in quanto le cure dentali non sono ricomprese nei LEA); inoltre, l’uso della parola “prestazione “ invece di “attività” tiene fuori dal perimetro del Terzo settore enti che storicamente ne fanno parte quali ad esempio quelli che si occupano della donazione gratuita di sangue o di organi (la prestazione, infatti, è la trasfusione, non la donazione);
all’articolo 12 – e, successivamente, agli articoli 32 e 35 – si impone a tutti gli enti la modifica della ragione sociale, che costituisce un adempimento burocratico costoso e inutile, ritenendosi invece più ragionevole ampliare quanto previsto dal comma 1 dell’articolo 11, in merito all’iscrizione nel Registro unico nazionale del Terzo settore;
nonostante il Titolo IV rechi: “Delle associazioni e delle fondazioni del Terzo settore”, alle fondazioni non è dedicato specificamente alcun articolo; sono, infatti, considerate solo quelle filantropiche, che costituiscono tuttavia solo una parte delle fondazioni, che rimangono, pertanto, sostanzialmente regolate – salvo che per l’acquisizione della personalità giuridica – dal codice civile, e tale scelta potrebbe causare in futuro notevole problemi interpretativi;
l’articolo 32, inoltre, sembra non tenere presente che, a differenza dalle associazioni di promozione sociale (APS), le ODV sono costituite prevalentemente da soci volontari; pertanto, la natura stessa dell’ODV determina che il controllo dell’organizzazione sia nelle mani dei soci volontari. Diversi soggetti auditi hanno chiesto la soppressione del comma 2 o, almeno, che possano essere soci enti non profit, potendosi così considerare anche gli enti religiosi;
se appare condivisibile, all’articolo 32, il riconoscimento della specificità dell’organizzazione della protezione civile, altrettanta attenzione andrebbe data alle normative regionali quando impongano criteri di accreditamento delle ODV;
in generale, per il volontariato sarebbe opportuno il ripristino dell’articolo 17 della legge n. 266 del 1991, che consentiva di riconoscere, all’interno dei contratti di lavoro, la possibilità di introdurre misure di flessibilità per favorire la partecipazione alle attività di volontariato;
l’articolo 36, la cui rubrica è “risorse”, si concentra esclusivamente sul tema del personale e ci si chiede con quali risorse le APS potranno attivarsi, nulla viene poi previsto per contrastare il fenomeno delle associazioni in ambito ricreativo, nelle quali a volte la dimensione di socio è limitata a una serata;
in particolare, all’articolo 61, si confondono i limiti posti dalla legge all’attività dei CSV con il contenuto dello statuto, rispetto al quale ad ogni associazione dovrebbe essere riconosciuto un certo margine di libertà;
in base al comma 2 dell’articolo 61, sono assegnate all’organismo nazionale di controllo (ONC) funzioni che l’articolo 5, comma 1, lettera f), della legge 106, assegna agli organismi territoriali di controllo (OTC);
1) all’articolo 4, comma 1, inserire la formula già utilizzata all’articolo 10 del decreto legislativo n. 460 del 1997 per le ONLUS, sostituendo le parole: “ed ogni altro ente costituito in forma di associazione, riconosciuta o non riconosciuta, o di fondazione” con le seguenti: “le associazioni, riconosciute o non riconosciute, le fondazioni e gli altri enti di carattere privato diversi dalle società costituiti”;
VII. sia sostituita la lettera l) con la seguente: “formazione extra scolastica di carattere formale e informale, contrasto della dispersione scolastica, prevenzione del bullismo e del cyberbullismo e contrasto della povertà educativa, nonché formazione professionale realizzata da enti accreditati dalle regioni, finalizzata al rilascio di qualificazioni professionali”;
XI. dopo la lettera z), sia aggiunta la seguente: “aa) sostegno e promozione di scambio e di aiuto reciproco anche attraverso le associazioni denominate “banche dei tempi”, ai sensi dell’articolo 27 della legge 8 marzo 2000, n. 53”, nonché interventi a sostegno della genitorialità;
13) all’articolo 25, sostituire il comma 2 con il seguente: “Le disposizioni di cui agli articoli 24, commi 1, 2 e 3, e del presente articolo, non si applicano alle reti associative di cui ai commi 2 e 3 dell’articolo 41; in ogni caso, gli atti costitutivi o gli statuti devono rispettare il principio di democraticità, di elettività delle cariche sociali, e devono prevedere gli obblighi degli associati”;
17) all’articolo 35, sostituire il comma 3 con il seguente: “Le APS costituite esclusivamente o in maggioranza da altre APS, possono prevedere l’ammissione come associati di altri enti non profit, a condizione che il loro numero non sia superiore al trenta per cento del numero delle APS. Tale condizione non si applica alle associazioni costituite in maggioranza da soci persone fisiche”;
19) all’articolo 41, sostituire il comma 1 con il seguente: “Le reti associative sono enti del Terzo settore costituiti in forma di associazione, riconosciuta o non riconosciuta, che svolgono, anche attraverso l’utilizzo di strumenti informativi idonei a garantire conoscibilità e trasparenza in favore del pubblico e dei propri associati, attività di coordinamento, tutela, rappresentanza, promozione o supporto degli enti del Terzo settore loro associati e delle loro attività di interesse generale, anche allo scopo di promuoverne ed accrescerne la rappresentatività presso i soggetti istituzionali. Sono reti associative: a) le reti settoriali che associano almeno 20 enti del Terzo settore che esercitano la stessa attività di interesse generale in almeno cinque regioni; b) le reti associative nazionali che associano, anche indirettamente, attraverso gli enti ad esse aderenti, un numero non inferiore a 500 enti del Terzo settore o, in alternativa, almeno 100 fondazioni del Terzo settore, le cui sedi legali o operative siano presenti in almeno dieci regioni o province autonome; c) le associazioni singole o aggregate con oltre centomila associati persone fisiche e con proprie sedi operative in almeno dieci regioni o province autonome”. Conseguentemente, coordinare nel testo le altre disposizioni concernenti le reti associative;
24) all’articolo 60, lettere a) e b), sopprimere le parole: “ove richiesto” con riferimento agli atti da sottoporre al parere, peraltro non vincolante, del Consiglio nazionale del Terzo settore;
27) riassegnare agli OTC la decisione sul numero dei CSV e sulla loro collocazione, conformemente con l’articolo 5 della legge n. 106 del 2016, sulla base dei criteri indicati dall’ONC, fondati sui principi di efficienza, efficacia ed economicità e con la garanzia della presenza dei CSV in ogni regione e in proporzione alla popolazione. Conseguentemente, all’articolo 61, sopprimere il comma 2, e coordinare tale disposizione con articolo 64, comma 5, lettera c);
29) all’articolo 64, comma 2, in merito alla composizione dell’ONC, alla lettera b), sostituire i due rappresentanti dei CSV con “due rappresentanti indicati Consiglio nazionale del terzo settore, di cui uno espressione del volontariato”, dal momento che l’ONC è chiamato a valutare i CSV, e, alla lettera d), prevedere “due membri designati dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di cui uno espressione delle regioni e l’altro dell’ANCI” anziché un membro;
30) all’articolo 65, sostituire il comma 2 con il seguente: “Gli OTC sono costituiti in ciascuna regione e provincia autonoma, fatta salva la possibilità di accorpamenti in ragione della dimensione dell’area territoriale di riferimento”. Conseguentemente, al medesimo articolo, comma 3, sostituire la lettera d) con la seguente: “un membro per ogni regione per ciascun OTC, designato dalle regioni e/o dalle province autonome del territorio di riferimento”;
32) all’articolo 77, comma 4, premettere la parola: “almeno” alle parole: “pari al maggiore”; apportare, quindi, la medesima modifica al periodo successivo relativo ai certificati di deposito con scadenza non inferiore a 12 mesi;
34) sostituire l’articolo 79 con il seguente: ART. 79 (Disposizioni in materia di imposte sui redditi). – 1. Agli enti del Terzo settore, diversi dalle imprese sociali, si applicano le disposizioni di cui al presente titolo nonché le norme del titolo II del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, in quanto compatibili.
2. Le attività di interesse generale di cui all’articolo 5, ivi incluse quelle autorizzate, accreditate o contrattualizzate o convenzionate con le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, l’Unione europea ed altri organismi pubblici di diritto internazionale, si considerano di natura non commerciale quando le stesse sono svolte a titolo gratuito o dietro versamento di corrispettivi che non superano i costi effettivi, tenuto anche conto degli apporti economici delle amministrazioni di cui sopra e salvo eventuali importi di partecipazione alla spesa previsti dall’ordinamento. Ai fini del calcolo del costo effettivo si tiene conto anche del valore normale delle attività di cui all’articolo 17 e delle erogazioni gratuite di beni o servizi.
4. Non concorrono, in ogni caso, alla formazione del reddito degli enti del Terzo settore di cui al comma 5: a. i fondi pervenuti a seguito di raccolte pubbliche effettuate occasionalmente anche mediante offerte di beni di modico valore o di servizi ai sovventori, in concomitanza di celebrazioni, ricorrenze o campagne di sensibilizzazione; b. i contributi e gli apporti erogati da parte delle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo l, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, per lo svolgimento delle attività di cui ai commi 2 e 3 del presente articolo.
5. Si considerano non commerciali gli enti del Terzo settore di cui al comma 1 che svolgono in via esclusiva o prevalente le attività di cui all’articolo 5 in conformità ai criteri indicati nei commi 2 e 3 del presente articolo. Indipendentemente dalle previsioni statutarie gli enti del Terzo settore assumono fiscalmente la qualifica di enti commerciali qualora i proventi delle attività di cui all’articolo 5, svolte in forma d’impresa non in conformità ai criteri indicati nei commi 2 e 3 del presente articolo nonché le attività di cui all’articolo 6, fatta eccezione per le attività di sponsorizzazione svolte nel rispetto dei criteri di cui al decreto previsto all’articolo 6, superano, nel medesimo periodo d’imposta, le entrate derivanti da attività non commerciali, intendendo per queste ultime i contributi, le sovvenzioni, le liberalità, le quote associative dell’ente e ogni altra entrata assimilabile alle precedenti, ivi compresi i proventi e le entrate considerate non commerciali ai sensi dei commi 2, 3 e 4, tenuto conto altresì del valore normale delle cessioni o prestazioni afferenti le attività svolte con modalità non commerciali. Il mutamento della qualifica opera a partire dal periodo d’imposta in cui l’ente assume natura commerciale.
6. Si considera non commerciale l’attività svolta dalle associazioni del Terzo settore nei confronti dei propri associati, familiari o conviventi degli associati in conformità alle finalità istituzionali dell’ente. Non concorrono alla formazione del reddito delle associazioni del Terzo settore le somme versate dagli associati, a titolo di quote o contributi associativi. Si considerano, tuttavia, attività di natura commerciale le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate nei confronti degli associati, familiari o conviventi degli associati, verso pagamento di corrispettivi specifici, compresi i contributi e le quote supplementari determinati in funzione delle maggiori o diverse prestazioni alle quali danno diritto. Detti corrispettivi concorrono alla formazione del reddito complessivo come componenti del reddito di impresa o come redditi diversi a seconda che le relative operazioni abbiano carattere di abitualità o di occasionalità”. Con riferimento all’articolo 79 comma 5, dello schema di decreto, è necessario chiarire che devono essere considerate afferenti alla parte non commerciale le entrate relative ad operazioni di cause related marketing (marketing sociale) quali quelle di cessione gratuita del marchio, e le “entrate gratuite” (valorizzazione dei beni donati e dei servizi erogati a titolo gratuito);
35) all’articolo 80, dopo il comma 4, aggiungere il seguente: “5. Gli enti che optano per la determinazione forfetaria del reddito di impresa ai sensi del presente articolo sono esclusi dall’applicazione degli studi di settore di cui all’articolo 62-bis del decreto-legge 30 agosto 1993, n. 331, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 ottobre 1993, n. 427 e dei parametri di cui all’articolo 3, comma 184, della legge 28 dicembre 1995, n. 549, nonché degli indici sistematici di affidabilità di cui all’articolo 7-bis del decreto-legge 22 ottobre 2016, n. 193 convertito con modificazioni dalla legge 1° dicembre 2016, n. 225”. Si ritiene altresì necessario specificare con norma interpretativa che le perdite fiscali degli enti che optano per la determinazione forfetaria del reddito di impresa, generatesi nei periodi d’imposta anteriori a quello da cui decorre il regime forfetario, possono essere computate in diminuzione del reddito determinato ai sensi del medesimo articolo 80, secondo le regole ordinarie stabilite dal testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917;
36) all’articolo 81, integrare il comma 1, prevedendo che il bonus possa spettare anche per erogazioni a favore di enti del Terzo settore in senso ampio, ricomprendendo quindi anche le imprese sociali. Al fine di evitare profili di incompatibilità comunitaria, l’assegnazione del beneficio fiscale va limitato alla condizione che l’immobile sia dedicato in via esclusiva allo svolgimento di attività di natura non commerciale. Al medesimo comma, relativamente ai soggetti eroganti, è necessario chiarire che il credito può essere fruito da enti o società, senza fare riferimento alla loro soggettività ai fini dell’IRES, in modo tale da assicurare il beneficio anche alle società di persone e agli altri enti tassati per trasparenza;
37) all’articolo 82, sostituire il comma 2 con il seguente: “Non sono soggetti all’imposta sulle successioni e donazioni e alle imposte ipotecaria e catastale i trasferimenti a titolo gratuito, effettuati a favore degli enti di cui al comma 1 del presente articolo”;
39) all’articolo 82, sostituire il comma 5 con il seguente: “Gli atti, le istanze, i contratti, nonché le copie anche se dichiarate conformi, gli estratti, le certificazioni, le dichiarazioni, le attestazioni e ogni altro documento cartaceo e informatico in qualunque modo denominato, posti in essere o richiesti dagli enti di cui al comma 1 sono esenti dall’imposta di bollo” e, al comma 6 dello stesso articolo, limitare l’esenzione IMU e TASI agli immobili posseduti e utilizzati dagli enti non commerciali del Terzo settore di cui all’articolo 79, comma 5, destinati esclusivamente allo svolgimento con modalità non commerciali di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, di ricerca scientifica, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, al fine di non ampliare l’ambito dell’esenzione rispetto a quanto attualmente previsto con perdita di gettito per gli enti locali”;
40) all’articolo 82, comma 10, chiarire con norma interpretativa che alle cessioni di beni e alle relative prestazioni accessorie, effettuate nei confronti delle amministrazioni dello Stato e dei soggetti della cooperazione allo sviluppo iscritti nell’elenco di cui all’articolo 26, comma 3, della legge n. 125 del 2014, destinati a essere trasportati o spediti fuori dell’Unione europea in attuazione di finalità umanitarie, comprese quelle dirette a realizzare programmi di cooperazione allo sviluppo, si applica l’articolo 8-bis del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633;
42) all’articolo 83, inserire un nuovo comma per fare salva la detrazione al 19 per cento dei contributi associativi di importo non superiore ad euro 1.291,14 versati dai soci alle società di mutuo soccorso che operano esclusivamente nei settori di cui all’articolo 1 della legge 15 aprile 1886, n. 3818; ciò al fine di assicurare ai soci un sussidio nei casi di malattia, di impotenza al lavoro o di vecchiaia, ovvero, in caso di decesso, un aiuto alle loro famiglie. Conseguentemente, all’articolo 102, comma 1, abrogare l’articolo 15, comma 1, lettera i-bis) del Testo unico delle imposte sui redditi – TUIR, di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986;
46) all’articolo 86, comma 2, dopo le parole: “regime forfetario comunicando” aggiungere le seguenti: “nella dichiarazione annuale o”, al fine di specificare che gli enti non di nuova costituzione potranno comunicare l’opzione ivi prevista nella dichiarazione annuale;
47) all’articolo 86, comma 15, sopprimere il richiamo alle condizioni di esclusione di cui al comma 3;
49) sempre all’articolo 87, comma 1, sostituire la lettera a) con la seguente: “a) in relazione all’attività complessivamente svolta, redigere scritture contabili cronologiche e sistematiche atte ad esprimere con compiutezza e analiticità le operazioni poste in essere in ogni periodo di gestione, e rappresentare adeguatamente in apposito documento, da redigere entro quattro mesi dalla chiusura dell’esercizio annuale, ovvero entro il maggior termine previsto dallo statuto qualora particolari esigenze lo richiedano, la situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell’ente, distinguendo le attività indicate all’articolo 6 da quelle di cui all’articolo 5, con obbligo di conservare le stesse scritture e la relativa documentazione per un periodo non inferiore a quello indicato dall’articolo 22 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600”;
50) al medesimo articolo 87, dopo il comma 2, aggiungere il seguente: “2-bis. Per gli enti del Terzo settore non commerciali di cui all’articolo 79, comma 5, le cui rendite e proventi non superino i limiti previsti dall’articolo 13 comma 2, gli obblighi di cui al comma 1 si intendono assolti in presenza di rendiconto di cui al medesimo articolo 13, comma 2” e al comma 3 del medesimo articolo, chiarire, con norma interpretativa, che trovano in ogni caso applicazione i commi 3, 4 e 5 dell’articolo 144 del TUIR n. 917 del 1986, in tema di determinazione dei redditi degli enti non commerciali;
51) all’articolo 89, comma 6, prevedere il riferimento agli enti di cui all’articolo 82, comma 1, in luogo degli enti non commerciali di cui all’articolo 79, comma 5, in quanto le attuali ONLUS confluiranno in imprese sociali non societarie, già comprese negli enti del Terzo settore, e altre rimarranno cooperative sociali;
52) al medesimo articolo 89, sopprimere il comma 15;
55) all’articolo 102, comma 1, lettera e), si rileva la necessità di non abrogare la lettera “i) dell’articolo 100, comma 2, del TUIR” dal momento che tale disposizione agevolativa consente la deducibilità del costo dei lavoratori distaccati presso le attuali ONLUS;
56) dopo l’articolo 103, aggiungere il seguente: “Articolo 103-bis – (Clausola di salvaguardia). 1. Le disposizioni del presente decreto sono applicabili nelle regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e Bolzano compatibilmente con i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione, anche con riferimento alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3,
k) all’articolo 16, dopo il comma 1, aggiungere il seguente: “Gli statuti degli enti del Terzo settore devono prevedere forme di coinvolgimento dei lavoratori, dei volontari non soci e degli utenti e di altri soggetti direttamente interessati alle loro attività adeguata al tipo di attività di interesse generale e alla grandezza dell’ente”;
z) all’articolo 48, comma 1, aggiungere, in fine, le seguenti parole: “laddove le suddette informazioni non siano già in possesso dell’amministrazione finanziaria”, nonché prevedere, al comma 3 del medesimo articolo, che, per esigenze di semplificazione, i dati relativi ai contribuiti pubblici percepiti e i rendiconti della raccolta fondi siano inseriti nei bilanci e nella relazione di cui agli articoli 13 e 14;
ee) inserire, nell’ambito del titolo VII, il richiamo alla disciplina di cui all’articolo 112 e alla sezione IV del decreto legislativo n. 50 del 2016 (Codice degli appalti), nonché ai principi di cui al considerando n. 114 della Direttiva n. 24/14/UE, assicurando il relativo coordinamento;
kk) agli articoli 80 e 86, introdurre una norma interpretativa volta a chiarire che continuano, in ogni caso, a trovare applicazione le norme contenute nell’articolo 90 della legge 27 dicembre 2002, n. 289;
pp) all’articolo 99, completare il percorso delineato dal decreto legislativo 28 settembre 2012, n. 178, posto in capo al Ministero della salute, anche prevedendo l’effettivo subentro dell’Associazione della Croce rossa italiana nei rapporti attivi e passivi, nonché nella piena disponibilità e proprietà del patrimonio mobiliare ed immobiliare posto in capo all’ente strumentale alla Croce rossa italiana, del quale, pertanto, è necessario si concluda in modo sollecito, anche a tutela della certezza dei rapporti giuridici in essere con i terzi, il processo liquidatorio avviato dal decreto legislativo 28 settembre 2012, n. 178, e tuttora non concluso a causa della complessità di un quadro normativo di difficile interpretazione e applicazione;

References: articolo 3
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 articolo 64
 ART. 79
 articolo 80
 articolo 87
 articolo 13
 articolo 89
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