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febbraio 2016 - Assistenza Legale Roma
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Scuola, la sicurezza degli alunni
Di Cristiana Centanni il 29 febbraio 2016 con 0 Commenti
È la scuola che ha l’obbligo di vigilare sulla sicurezza e sulla incolumità dell’alunno. Se l’alunno si fa male, ed anche se i locali dello spogliatoio si trovano al di fuori dell’istituto scolastico, è la scuola che risarcisce i danni. Responsabilità contrattuale.
Corte di Cassazione, Sez. III, 25.02.2016 n. 3695
Il fatto alla attenzione degli Ermellini. Una coppia di genitori, esercenti la potestà genitoriale sulla figlia minore, convenivano in giudizio il Ministero dell’Istruzione per ottenere la condanna al risarcimento dei danni patiti dalla figlia, allora tredicenne, in conseguenza dell’infortunio da quest’ultima occorso alla fine dell’ora di educazione fisica, asserendo che, trovandosi la figlia all’interno degli spogliatoi dei locali adibiti dalla scuola a palestra, mentre si cambiava dopo la lezione di educazione fisica, a causa del pavimento bagnato era scivolata sbattendo la bocca, riportando postumi invalidanti permanenti del 2% per la rottura di un elemento dentale. Il Ministero dell’Istruzione si difendeva chiedendo il rigetto della domanda sul presupposto che non erano state allegate violazioni dei doveri di sorveglianza, tenuto conto che la fanciulla era caduta nei servizi igienici e che tuttalpiù si poteva configurare una violazione degli obblighi di custodia, per il fatto che il pavimento era bagnato, ma da imputare non alla scuola bensì al Comune proprietario dell’edificio nel quale si solevano svolgere le attività ginniche, su espressa autorizzazione dei genitori; infine, il pavimento bagnato era non già dipeso dalla incuria dell’ente gestore ma dalla stessa minore che aveva bagnato il pavimento, rendendolo scivoloso, durante le sue abluzioni.
La domanda dei genitori, respinta dal Tribunale, con sentenza confermata dalla Corte territoriale, stante l’assenza di rapporto causale tra l’evento e la condotta del personale scolastico che non aveva potuto evitare la caduta della minore determinata da accidentalità fortuita, trova invece ingresso nelle motivazioni dei giudici della Corte Suprema di Cassazione ai quali i genitori ricorrono affidandosi a sei motivi di impugnazione.
Gli Ermellini accolgono il primo, il secondo ed il terzo motivo di ricorso, ritenendoli fondati, ed affermano, inserendosi nel solco della giurisprudenza consolidata di legittimità, che, in caso di danno cagionato dall’alunno a sé stesso, la responsabilità dell’Istituto scolastico e dell’insegnante ha natura contrattuale, atteso che «quanto all’Istituto, l’accoglimento della domanda di iscrizione determina l’instaurazione di un vincolo negoziale, dal quale sorge l’obbligo di vigilare sulla sicurezza e sull’incolumità del discepolo nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni; quanto al precettore, tra insegnate e allievo si instaura, per contatto sociale, un rapporto giuridico nell’ambito del quale il primo assume anche uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, onde evitare che l’alunno si procuri da solo un danno alla persona (cfr. Cass. Sez. Unite 27 giugno 2002, n. 9346; v. anche Cass. Civ. Sez. III, 3 marzo 2010, n. 5067; Cass. Civ. Sez. III, 20 aprile 2010, n. 9325)».
Quindi, nelle controversie instaurate per il risarcimento del danno da autolesione nei confronti dell’istituto scolastico dell’insegnante, è applicabile il regime probatorio imposto dall’art. 1218 c.c., di talché, mentre sul danneggiato incombe l’onere di provare esclusivamente che l’evento dannoso si è verificato nel corso dello svolgimento del rapporto, sulla scuola incombe quello di dimostrare che l’evento è stato determinato da causa non imputabile né alla scuola né all’insegnante (così, Cass. Civ., Sez. III, 17.02.2014, n. 3612).
La Corte territoriale, sostengono gli Ermellini, pur ritenendo nella specie configurabile un rapporto contrattuale che prevede un dovere di sorveglianza sugli alunni da parte del personale scolastico, «aggrava illegittimamente l’onere probatorio a carico del danneggiato, affermando che quest’ultimo avrebbe l’onere di allegare le modalità del comportamento inadempiente, onde consentire all’onerato di fornire la prova liberatoria».
La Cassazione non aderisce a siffatta conclusione, affermando che è sulla scuola che incombe l’obbligo di vigilare sulla sicurezza e sulla incolumità dell’alunno e così anche l’obbligo di vigilare sulla idoneità dei luoghi. Principio che deve essere applicato al caso di specie, «in cui il danno alla minore è derivato da uno stato pericoloso del locale di pertinenza durante lo svolgimento dell’attività scolastica (pavimento dello spogliatoio reso scivoloso dall’acqua, circostanza che la Corte di appello – […] – ha ritenuto “non solo prevedibile, ma frequentissima in qualsiasi spogliatoio con annessi locali di pulizia”) in tal modo escludendo l’eccezionalità e l’imprevedibilità dell’evento, vieppiù, come ha messo in luce la stessa sentenza, in un giorno in cui era abbondantemente piovuto e la luce dello spogliatoio, non raggiungibile per chiuderla, era rimasta aperta con conseguente caduta della pioggia all’interno di esso, e, come ammesso dallo stesso Ministero, in mancanza tra una lezione e l’altra di pulizia degli spogliatoi, prevista solo alla fine dell’uso degli stessi da parte di tutte delle classi».
Né può rilevare la circostanza che i locali dello spogliatoio non si trovassero all’interno della scuola, ma all’esterno, in un centro polisportivo gestito da un altro Ente, «sia perché anche il detentore è custode, salvo che provi l’assoluta mancanza di potere di ingerenza o di intervento sul bene che, per anomalia estrinseca, è divenuto dannoso […], sia perché la ricorrente aveva posto a fondamento della domanda risarcitoria l’omessa vigilanza anche sui locali adibiti a spogliatoio prima di consentirne l’uso ai discenti […] la cui giovanissima età doveva indurre gli insegnanti ad adottare le opportune cautele preventive indipendentemente da qualsiasi segnalazione di pericolo da parte degli stessi».
Il ricorso è dunque accolto e la sentenza impugnata cassata con rinvio.
Dichiarazione giudiziale di paternità. Il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche ha elevato valore indiziario
Di Cristiana Centanni il 24 febbraio 2016 con 0 Commenti
Corte di Cassazione, Sez. I, 23.02.2016 n. 3479
La Suprema Corte, con la sentenza in commento, peraltro inserendosi nel solco di un orientamento conforme, ha affermato che «nel giudizio promosso per l’accertamento della paternità, il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche – nella specie opposto da tutti gli eredi legittimi del preteso padre – costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice, ex art. 116, secondo comma, cod. proc. civ., di così elevato valore indiziario da poter da solo consentire la dimostrazione della fondatezza della domanda (Cass. civ., sezione I, n. 6025 del 25 marzo 2015, n. 12971 del 24 luglio 2012 e n. 11223 del 21 maggio 2014, secondo cui nel giudizio promosso per la dichiarazione giudiziale di paternità naturale, il rifiuto ingiustificato del padre di sottoporsi agli esami ematologici può essere liberamente valutato dal giudice, ai sensi dell’art. 116, secondo comma, cod. proc. civ., anche in assenza di prova dei rapporti sessuali tra le parti, non derivando da ciò né una restrizione della libertà personale del preteso padre, che conserva piena facoltà di determinazione in merito all’assoggettamento o meno ai prelievi, né una violazione del diritto alla riservatezza, essendo rivolto l’uso dei dati nell’ambito del giudizio solo a fini di giustizia, mentre il sanitario, chiamato a compiere l’accertamento, è tenuto al segreto professionale ed al rispetto della disciplina in materia di protezione dei dati personali)».
Il fatto. Dichiarata dal Tribunale la paternità di [x] motivando con riferimento all’esito delle prove testimoniali «e del ripetuto e non giustificato rifiuto del […] a sottoporsi ai prelievi genetici disposti dal C.T.U.», adìta la Corte di Appello, questa respingeva l’impugnazione ritenendo insussistenti le cause di nullità della sentenza denunciate con il gravame nonché corretta la valutazione del materiale probatorio, riguardo alle deposizioni testimoniali addotte da entrambe le parti. La Corte territoriale anch’essa rilevava «la conformità alla giurisprudenza di legittimità della valutazione del rifiuto del […] a sottoporsi agli accertamenti peritali, rifiuto attuato con un comportamento ostruzionistico e non giustificato da reali ragioni ostative alla presentazione alle numerose convocazioni disposte dal CTU».
L’uomo proponeva quindi ricorso in cassazione affidandosi a quattro motivi di impugnazione. Per quel che qui rileva, il ricorrente chiedeva l’annullamento della dichiarazione giudiziale di paternità in quanto era stata solamente accertata l’esistenza di una relazione sentimentale intercorsa tra le parti, in spregio alle previsioni della legge n. 151/1975, di modifica del testo dell’art. 274, primo comma, c.c., che richiede che la dichiarazione giudiziale di paternità debba essere fondata su specifiche circostanze che attestino i rapporti sessuali tra le parti e che non possono essere provati con dichiarazioni delle stesse o con valutazioni indiziarie, come invece fatto dalla Corte territoriale. L’uomo asseriva inoltre che i testimoni si erano limitati a riferire su una generica complessità della relazione sentimentale, così come doveva considerarsi inattendibile la testimonianza del fratello del ricorrente, che aveva dichiarato che le parti avevano rapporti sessuali, a motivo dei gravi contrasti e risentimenti intercorsi tra i fratelli medesimi.
La Corte di Cassazione ha ritenuto infondato il motivo ribadendo il principio sopra visto, e che si ripete, per cui il rifiuto ingiustificato del padre di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento liberamente valutabile dal giudice ai sensi dell’art. 116, secondo comma, c.p.c., anche in assenza di prova dei rapporti sessuali tra le parti non derivando da ciò né una restrizione della libertà personale del preteso padre, che conserva piena facoltà di determinazione in merito all’assoggettamento o meno ai prelievi, né una violazione del diritto alla riservatezza, essendo rivolto l’uso dei dati nell’ambito del giudizio solo a fini di giustizia, mentre il sanitario, chiamato a compiere l’accertamento, è tenuto al segreto professionale ed al rispetto della disciplina in materia di protezione dei dati personali.
La Corte ha dunque rigettato il ricorso e condannato il ricorrente alle spese di giustizia.
Diritto di accesso agli atti. Permesso di costruire relativo ad un opera del vicino. Interesse concreto, personale ed attuale
Di Cristiana Centanni il 23 febbraio 2016 con 0 Commenti
T.A.R. Sicilia, Sez. II, 16.12.2015/04.02.2016 n. 374
Si ipotizzi il caso di un vicino, proprietario di un fondo limitrofo al nostro, che inizi a costruire ovvero abbia già ultimato una costruzione, confinante quindi con la nostra proprietà, e si abbia il sospetto della illegittimità di detti lavori, ad esempio per il mancato rispetto della normativa urbanistica.
Quali strumenti il singolo individuo ha a disposizione in casi del genere?
Come noto, la legge 7 agosto 1990, n. 241 disciplina il diritto di accesso ai documenti amministrativi, riconoscendo al cittadino il diritto di prendere visione, e di ottenere copia, dei documenti e degli atti della Pubblica Amministrazione, specie al fine di garantire la trasparenza di quest’ultima.
L’art. 24 della richiamata legge n. 241/1990, novellato dalla legge n. 15/2005 e recante la disciplina dei casi e delle modalità di esclusione dal diritto di accesso, dispone espressamente, al comma 7, che «deve comunque essere garantito ai richiedenti l’accesso ai documenti amministrativi, la cui conoscenza sia necessaria per curare o per difendere i propri interessi giuridici».
Né, quando sussiste un interesse concreto, personale ed attuale ad accedere alle autorizzazioni amministrative sui permessi edilizi si può opporre – come spesso avviene – il diritto alla privacy. Infatti, se è vero che la normativa suindicata impone taluni limiti in riferimento soltanto a documenti contenenti dati “sensibili” o giudiziari, è altresì vero che, per prassi giurisprudenziale, particolare rilievo assumono gli interessi giuridici in gioco, tanto da aver consentito l’accesso anche a documenti contenenti dati sensibili, quali cartelle cliniche, atti relativi ad appalti pubblici, nonostante ‘secretati’, come anche denunce dei redditi (cfr. TAR Marche-Ancona, sentenza 07.11.2014, n. 923; T.A.R. Puglia-Lecce, sentenza 31.01.2009, n. 166).
Ciò posto, alla attenzione del giudice amministrativo nella sentenza ora in commento il provvedimento di rigetto da parte della Amministrazione convenuta alla istanza del ricorrente di accesso agli atti, giustificato, il provvedimento di rigetto, in modo assolutamente generico con l’utilizzazione di «una mera clausola di stile certamente inadeguata a tal fine» nonché sulla base di [asseriti] «interessi facenti capo ai terzi, nel caso in cui anche questi vengano rappresentati in modo assolutamente non circostanziato».
Il ricorrente, infatti, tanto più in qualità di proprietario di un fondo – ed il rapporto di vicinato rappresenta di per sé un legittimo interesse concreto ed attuale – limitrofo a quello riferibile agli atti oggetto dell’istanza di ostensione, sostengono i giudici amministrativi, «è certamente titolare di un interesse concreto, personale ed attuale, volto a verificare che i lavori posti in essere sulla suddetta area siano legittimi in quanto ricadenti all’interno di una fascia di rispetto cimiteriale».
«Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia, Sezione staccata di Catania (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie perché fondato e, per l’effetto, annulla l’atto di rigetto impugnato ed ordina al Comune di [..] di consentire l’accesso agli atti relativi all’autorizzazione n. 76/14 rilasciata in favore del Sig. [..] entro trenta giorni dalla comunicazione o notificazione della presente sentenza mediante visione e rilascio di copia a spese dell’istante», con condanna del Comune al pagamento delle spese di lite.
Esplode fustino di candeggina. Difettosità di un prodotto. Prova. Nesso causale tra difetto di produzione e danno
Di Cristiana Centanni il 22 febbraio 2016 con 0 Commenti
Corte di Cassazione, Sez. III, 19.02.2016 n. 3258
Il fatto alla attenzione degli Ermellini. Una donna, a seguito dell’esplosione di un fustino di candeggina, avvenuta durante il suo normale utilizzo presso la sua abitazione, adìva il Tribunale per ottenere, da parte della Società produttrice del fustino, il risarcimento dei danni sopportati. Il Tribunale, ritenuta «insussistente la prova della riconducibilità del fatto ad un difetto del prodotto (anche in esito all’impossibilità per il nominato c.t.u. di procedere all’esame del fustino di candeggina per l’avvenuta sottrazione dello medesimo subito prima dell’inizio delle operazioni del consulente tecnico)», rigettava la domanda. La sentenza veniva dalla stessa soccombente impugnata dinanzi alla Corte di Appello che, tuttavia, rigettava il gravame.
Ad avviso della Corte territoriale, la prova non può essere limitata alla sola dimostrazione di un contatto tra un prodotto ed il consumatore ed ad una generica allegazione di un esito dannoso come conseguenza dell’uso di quel prodotto, dovendo dimostrare con esattezza il prodotto usato, il danno arrecato, il difetto del prodotto ed il nesso causale tra difetto e danno, mentre la prova espletata in primo grado aveva dimostrato, unicamente, che un fustino di candeggina si era rotto durante l’utilizzo che ne aveva fatto (o che ne doveva fare) la ricorrente (e che, a seguito di detta rottura, per la fuoriuscita del liquido, la medesima ricorrente era stata “colpita al volto”), mancando, dunque, la prova che quello specifico prodotto si fosse rotto per un “difetto” di produzione piuttosto che per un semplice fatto accidentale ascrivibile alla donna come, a titolo esemplificativo, un uso anomalo del contenitore ovvero una caduta di una parte del corpo della signora sul contenitore ancora pieno e con il tappo avvitato. Ed è lo stesso ‘Codice del Consumo’ a precisare che è sul soggetto danneggiato che incombe l’onere della “prova specifica del collegamento causale non tra prodotto e danno, bensì tra difetto e danno”.
E di tanto la Suprema Corte dà conferma, inserendosi nel solco di una giurisprudenza recente (cfr. Cass. Civ., III Sez., 26.06.2015 n. 13225), quando asserisce, nel caso di specie, che «la responsabilità da prodotto difettoso ha natura presunta, e non oggettiva, poiché prescinde dall’accertamento della colpevolezza del produttore, ma non anche dalla dimostrazione dell’esistenza di un difetto del prodotto. Incombe, pertanto, sul soggetto danneggiato – ai sensi dell’art. 8 del d.P.R. 24 maggio 1988, n. 224 (trasfuso nell’art. 120 del cd. “codice del consumo”) – la prova specifica del collegamento causale non già tra prodotto e danno, bensì tra difetto e danno, ciò rappresentando un prerequisito della responsabilità stessa, con funzione delimitativa dell’ambito di applicabilità di essa».
La ricorrente si è avvalsa di presunzioni semplici ma, sottolineano gli Ermellini, con quella che è poi la massima n. 1, «sebbene la prova della difettosità di un prodotto possa basarsi su presunzioni semplici, non costituisce corretta inferenza logica ritenere che il danno subito dall’utilizzatore di un prodotto sia l’inequivoco elemento di prova indiretta del carattere difettoso di quest’ultimo, secondo una sequenza deduttiva che, sul presupposto della difettosità di ogni prodotto che presenti un’attitudine a produrre danno, tragga la certezza dell’esistenza del difetto dalla mera circostanza che il danno è temporalmente conseguito all’utilizzazione del prodotto stesso».
In altri e più chiari termini, è mancata la prova [peraltro non agevole] della difettosità del prodotto: il ricorso è respinto.

References: sentenza 
 Cass. Sez. 
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 art. 116
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