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6 aprile 2008, in Diario
Micromega, 02/2008
Tutto comincia nel 1996, quando arriva il governo Prodi. Il ministro delle Comunicazioni Antonio Maccanico presenta due disegni di legge per la riforma delle tv: il 1021 disegna i contorni della nuova Autorità per le Comunicazioni, che dev’essere varata subito per privatizzare la Stet; il 1138 riordina il sistema radiotelevisivo, con tanto di norme antitrust da applicare entro il 28 agosto 1996. Da quel giorno, come ha stabilito nel 1994 la Corte costituzionale, Mediaset dovrà cedere una rete o mandarla sul satellite. Intanto però, da un accordo fra D’Alema e Berlusconi, nasce la Bicamerale per riformare la Costituzione: merce di scambio, il futuro delle tv (e i processi penali) del Cavaliere. Durante le ferie Maccanico annuncia un decreto salva-Rete4 per evitarle il passaggio su satellite dal 28 agosto: “Ricorrono tutti i motivi per un intervento d’urgenza, in modo da impedire che la normativa sulle tv resti scoperta dopo il 28 agosto ed evitare così il rischio che qualche pretore possa oscurare di colpo le antenne private”. Ma il vicepremier Walter Veltroni non è d’accordo: “Per le tv oggi non ravviso requisiti di urgenza. Se, scaduti i termini entro i quali la ripartizione delle frequenze avrebbe dovuto essere modificata come chiesto dalla Consulta, qualche pretore dovesse intervenire oscurando un’emittente, vedremo il da farsi. Non abbiamo certo interesse a vedere spenta una tv Fininvest”. Entra in azione Gianni Letta, ambasciatore di Mediaset, che fa la spola tra i palazzi del potere e offre l’appoggio del Polo alla vendita della Stet, osteggiata da Bertinotti, in cambio del salvataggio di Rete4. Veltroni rincula, ed ecco il decreto salva-Rete4: il governo regala una proroga di 5 mesi a tutte e tre le reti Mediaset, in attesa della «grande riforma» Maccanico. Che intanto approda alla commissione Lavori pubblici e Telecomunicazioni del Senato, presieduta da Claudio Petruccioli. Lì il centrodestra fa ostruzionismo all’arma bianca: migliaia di emendamenti, continue richieste di rinvio. Si arriva a fine anno con un nulla di fatto.
La proroga di agosto sta per scadere. Rete4 andrà finalmente sul satellite? Nemmeno per sogno. Maccanico, alla chetichella, sigla un altro patto col Polo. E’ il 17 dicembre 1996: davanti al capogruppo forzista alla Camera Beppe Pisanu, il ministro firma venti righe su carta intestata del ministero, che Curzio Maltese chiama il «Trattato di Versailles delle tv». Leggiamo: “Il ministro Maccanico per il governo e l’on. Pisanu per il Polo, nel concedere l’emendamento al disegno di legge di conversione del decreto di legge 23 ottobre 1996, n. 545 [la proroga per le tre reti Mediaset, ndr], si sono impegnati a favorire la votazione finale di tutti i decreti legge all’esame del Parlamento”. Il centrodestra pone fine all’ostruzionismo, mentre Polo e Ulivo “s’impegnano altresì” a mandare avanti dopo Natale: “1) i ddl collegati alla finaziaria ’97 [...], l’istituzione della Bicamerale e la proposta di legge elettorale Rebuffa [niente più quota proporzionale, ndr]; 2) l’esame della riforma delle telecomunicazioni e del sistema televisivo [...]; 3) l’esame dei provvedimenti sulla giustizia”. Tutto in un unico calderone. Nel dicembre ’96 l’Ulivo regala a Mediaset l’ennesima proroga. E nel febbraio ’97, con i voti di Forza Italia, D’Alema viene eletto presidente della Bicamerale. Seguono due anni di inciucio sfrenato: pare brutto approvare una seria legge sulle tv. Infatti dei due ddl Maccanico approdati all’aula del Senato viene approvato solo quello gradito al Polo: il 1021, che istituisce l’Authority e contiene un finto principio antitrust. La nuova legge n. 249 impone, sì, che nessuno possa raccogliere più del 30% delle risorse del mercato televisivo, cioè della pubblicità, e che gli operatori non possano detenere più del 20% delle frequenze nazionali. Ma a far rispettare quei tetti deve pensarci la nuova Authority, che potrà entrare in azione solo quando esisterà in Italia «un effettivo e congruo sviluppo dell’utenza dei programmi televisivi via satellite o via cavo». Solo allora Rete4 andrà su satellite e Rai3 trasmetterà senza spot. Cioè mai. Che vuol dire «congruo sviluppo» del satellite? Nessuno lo sa. Ecco perché anche il partito-azienda dice sì. E il resto della «grande riforma»? Il ddl 1138 torna mestamente alla commissione Lavori Pubblici, e lì resterà impantanato nelle sabbie mobili per tre anni, sotto lo sguardo sonnacchioso del presidente Petruccioli e il fuoco concentrico degli emendamenti berlusconiani.
La neonata Autorità per le Comunicazioni - Agcom, infarcita di uomini di partito (il presidente è l’ex socialista Enzo Cheli e tra i commissari svettano un uomo vicinissimo a Mediaset, come il superconsulente Antonio Pilati e un vecchio amico del Cavaliere come Alfredo Meocci) - se la prende comoda e si mette all’opera solo nel 1998. Ma poco dopo Rifondazione rovescia il governo Prodi, rimpiazzato da D’Alema che si porta dietro una pattuglia di fuorusciti dal Polo al seguito di Cossiga, Mastella e Buttiglione. È la morte dell’Ulivo. L’Agcom presenta il nuovo piano per le frequenze e bandisce la gara per rilasciare le 8 concessioni televisive nazionali disponibili. Berlusconi conta di consacrare per sempre lo status quo raggiunto sin qui a colpi di fatti compiuti. Ma accade l’imponderabile.
Oltre ai soliti gruppi Rai, Mediaset e Telemontecarlo che si spartiscono l’etere da una vita, presenta domanda di concessione anche un outsider: Francesco Di Stefano. Chi è questo sfrontato che osa rompere le uova nel paniere ai monopolisti dell’antenna e ai loro protettori politici? Un imprenditore abruzzese allora quarantaseienne, che opera nel settore dagli anni 70, quando rilevò a Roma la Tvr Voxon. Poi, passo dopo passo, si è allargato. Ha creato un network di tv locali che per 8 ore al giorno mandano in onda gli stessi programmi sotto il simbolo di Europa7. Quando l’Agcom pubblica sulla Gazzetta Ufficiale il regolamento della gara, Di Stefano versa il capitale richiesto di 12 miliardi di lire. L’8 marzo 1999 il ministero delle Poste fissa i criteri per il rilascio delle concessioni:1) qualità dei programmi (totale massimo: 200 punti); 2) piano d’impresa, investimenti e sviluppo della rete (260 punti); 3) occupazione (350); 4) esperienze maturate nel settore radiotelevisivo e in altri settori (190 punti). Di Stefano chiede due concessioni: una per Europa7 e una 7 Plus. La commissione di esperti del ministero esamina tutta la documentazione e approva una graduatoria ufficiale. Ai primi tre posti risultano Canale5 (774 punti), Italia1 (604 punti) e Rete4 (565 punti). Seguono, nell’ordine, Telepiù bianco, Tmc, Tmc2 e Telepiù nero. Europa7 si piazza all’ottavo con 347 punti, ma sale al sesto perché Rete4 e Telepiù nero dovranno traslocare su satellite dopo il famoso “congruo sviluppo” delle parabole. La 7 Plus è invece esclusa in base a un cavillo (Di Stefano farà ricorso al Consiglio di Stato e otterrà ragione). Avere subito diritto a una rete nazionale è comunque un bel colpo: soprattutto perché Europa7 s’è piazzata al primo posto per qualità dei programmi. Il 28 luglio 1999 il governo D’Alema gli assegna ufficialmente per decreto una concessione e, come stabilisce la legge, gli ricorda che deve cominciare a trasmettere entro sei mesi, cioè entro il 31 gennaio 2000, pena la decadenza.
Di Stefano festeggia e mette in piedi un mega-centro produzione di 22 mila metri quadrati sulla Tiburtina, con 8 studi di registrazione, uffici, alte tecnologie, library di 3 mila ore di programmi e tutto quanto occorre per una rete nazionale con 700 dipendenti. Non sa che sta iniziando per lui un calvario infinito. Diversamente che per le altre reti, già operative da anni, il decreto ministeriale non indica le frequenze su cui Europa7 potrà trasmettere: parla genericamente di «un raggruppamento di tre canali di cui uno del gruppo A, uno del gruppo B e uno del gruppo C». Ma purtroppo le frequenze sono occupate da Rete4 e Telepiù nero, cioè da Berlusconi, che non ha alcuna intenzione di liberarle. Di Stefano si rivolge al Tar, al Consiglio di Stato, alla Corte costituzionale.
Nel novembre 2002 torna a farsi viva la Consulta: basta proroghe a Rete4, che dovrà emigrare su satellite entro il 1° gennaio 2004. Così le frequenze liberate andranno finalmente a Europa7. Ma intanto Berlusconi è tornato al governo e, in vista della scadenza, incarica l’apposito Gasparri di provvedere. Il ministro delle Comunicazioni prepara, con l’aiuto di consulenti Mediaset, la legge Gasparri: ora il tetto del 20% va calcolato sui programmi digitali e le reti analogiche, cioè sull’infinito. Dunque Rete4 non eccede la nuova soglia antitrust e può restare dov’è. Il 16 dicembre 2003, però, Ciampi respinge la legge al mittente. Ma a fine anno Berlusconi firma il decreto salva-Rete4 che concede altri sei mesi di proroga, in attesa della Gasparri-2. Che viene approvata nell’aprile 2004: la scusa per mantenere lo status quo in barba alla Consulta è sempre il digitale terrestre, annunciato per il 2006, che dovrebbe portare nelle case degli italiani centinaia di nuovi canali, facendo scomparire i tre di Berlusconi. A scanso di equivoci, gli articoli 20 e 23 condonano di fatto Rete4, riconoscendo il diritto di trasmettere a «soggetti privi di titolo» che occupano frequenze in virtù di provvedimenti temporanei, ma non a Europa7, titolare di una legittima concessione. Chi ha perso la gara (Rete4) vince, chi ha vinto la gara (Europa7) perde.
Di Stefano non demorde. Respinge gl’inviti a “mettersi d’accordo” o a “lasciar perdere” e seguita a combattere per i suoi diritti. Il 12 luglio 2004,assistito dagli avvocati Grandinetti, Mastroianni e Pace, si rivolge al Tar del Lazio per ottenere dallo Stato le frequenze e i 748 milioni di euro di danni subiti in cinque anni di forzata inattività. Nel luglio 2005 il Tar respinge il suo ricorso, ma lui impugna tutto al Consiglio di Stato. Che a sua volta interpella la Corte di giustizia europea di Lussemburgo perchè risponda a 10 quesiti sulla compatibilità delle norme italiane con la normativa comunitaria.
Nel maggio 2006 il centrosinistra torna al governo. Il 19 giugno la Commissione europea invia al nostro governo una lettera di «messa in mora» del duopolio Rai-Mediaset, giudicando intollerabile che in Italia possa accedere al digitale terrestre solo chi già possiede emittenti nell’analogico: cioè Rai e Mediaset, che escludono la concorrenza di nuovi operatori. Se la Gasparri non sarà smantellata entro il 2009, l’Italia dovrà pagare una multa fino a 400 mila euro al giorno con effetto retroattivo dal 2006. Il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni presenta due ddl in materia tv: il primo riguarda gli assetti del sistema radiotelevisivo, con norme antitrust, ma solo sulla pubblicità (Mediaset, che controlla il 65%, dovrà scendere al 45); il secondo riguarda ruolo, proprietà e criteri di nomina della Rai. Quanto al numero di reti, nulla cambia: in barba alla Consulta, Rete4 otterrà l’ennesima proroga. La scusa, come già nella Gasparri, è il sempre imminente arrivo del digitale terrestre, fissato ora per il 2012 (6 anni dopo la data annunciata da Gasparri). Allora – stabilisce Gentiloni – tutte le reti nazionali spegneranno il segnale analogico e passeranno al digitale. Prima però, entro il 2009, Rai e Mediaset dovranno anticipare il trasloco di una rete al digitale. Cambia qualcosa, nell’ottica del principio fissato dalla Consulta? Assolutamente nulla. Mediaset si terrà le sue tre reti generaliste esattamente come la Rai, in attesa di completare il passaggio al digitale nel 2012. E dopo? Tutto come prima: resta il tetto del 20% già fissato da Gasparri sul mercato complessivo della tv. Quanto ai diritti di Europa7, Gentiloni nulla dice sull’assegnazione delle frequenze liberate nel 2009. In ogni caso i suoi due ddl non vedranno mai la luce.
Intanto, a Lussemburgo, la causa procede. Il 30 novembre 2006 la Corte europea si riunisce per l’ultima udienza pubblica. Ci si attenderebbe che, cambiato il governo, l’Italia cambiasse posizione, riconoscendo finalmente i diritti acquisiti da Europa7. Invece, a sorpresa, l’avvocato dello Stato Paolo Gentili, in rappresentanza del governo Prodi, mantiene la linea del governo Berlusconi: difende la legge Gasparri. Gentiloni aveva scritto al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta per sollecitarlo a modificare le regole d’ingaggio all’Avvocatura dello Stato. Ma invano. L’Unione difende in Europa una legge che ha promesso di smantellare in Italia. Il 21 febbraio 2007, all’indomani dello sbarco in Parlamento della Gentiloni, Prodi cade sulla politica estera. Poi riottiene la fiducia, ma in base a un programma ristretto che non fa più alcun cenno alle tv.
Nel settembre 2007 l’avvocato generale della Corte europea di giustizia, il portoghese Poiares Maduro, chiede ai giudici di dare ragione a Di Stefano e torto al governo italiano: in Italia “emittenti prive della concessione sono autorizzate a proseguire l’attività, sebbene eccedano la soglia antitrust”, mentre chi ha avuto la concessione è al palo dal 1999. Ma “le aspettative degli operatori esistenti… non giustificano il proseguimento di una situazione nella quale i diritti dei nuovi competitori svaniscono”.
Il 31 gennaio 2008 la Corte emette finalmente la sentenza: le norme italiane che consentono a Rete4 di trasmettere al posto di Europa7 sono “contrarie al diritto comunitario”, dunque illegali: la Maccanico, il salva-Rete4, la Gasparri, ma anche la Gentiloni. Tutte infatti concedono un infinito “regime transitorio” a Rete4, che invece va spenta subito, senza indugi, dando a Europa7 ciò che è di Europa7: “L’applicazione in successione dei regimi transitori istituiti dalla legge n. 249/1997 (Maccanico, ndr) e dal decreto legge n. 352/2003 (salva-Rete4, ndr) a favore delle reti esistenti ha avuto l’effetto di impedire agli operatori sprovvisti di frequenze di trasmissione l’accesso al mercato”. Idem per la Gasparri che, “prevedendo un’autorizzazione generale a operare sul mercato dei servizi radiotelevisivi a favore delle sole reti esistenti, ha consolidato l’effetto restrittivo constatato al punto precedente” e ha “prolungato il regime transitorio istituito dalla legge n. 249/1997”. La Gasparri e la Gentiloni concedono proroghe in attesa dell’imminente (?) e magico digitale, ma con i giudici europei non attacca: “Le restrizioni non possono essere giustificate dalla necessità di garantire una rapida evoluzione verso la trasmissione televisiva in tecnica digitale. Infatti, anche qualora un obiettivo siffatto possa rappresentare un obiettivo di interesse generale tale da giustificare restrizioni del genere, è giocoforza constatare che la normativa italiana non si limita ad attribuire agli operatori esistenti un diritto prioritario ad ottenere le frequenze, ma riserva loro tale diritto in esclusiva, senza limiti di tempo alla situazione di privilegio così creata e senza prevedere un obbligo di restituzione delle frequenze eccedenti dopo la transizione alla trasmissione in tecnica digitale”. Conclusione: norme, direttive e regolamenti comunitari “ostano, in materia di trasmissione televisiva, ad una normativa nazionale la cui applicazione conduca a che un operatore titolare di una concessione si trovi nell’impossibilità di trasmettere in mancanza di frequenze assegnate sulla base di criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati”. Uno tsunami che spazza via vent’anni di tele-inciuci.
La sentenza è immediatamente esecutiva e il governo italiano - pur dimissionario - dovrebbe applicarla ipso facto, riprendendosi le frequenze occupate da Rete4. Ma il ministro Gentiloni ci dorme sopra un mese. Poi, a fine febbraio, chiede al Consiglio di Stato un parere sul da farsi: eseguire subito la sentenza o attendere la conclusione della causa di Europa7? Mentre scriviamo, il Consiglio di Stato sta stilando la risposta. Intanto ha fissato per il 6 maggio l’udienza per recepire a sua volta la sentenza europea: cioè per quantificare il risarcimento dovuto a Europa7 (che chiede oltre un miliardo di euro) ed eventualmente concederle le frequenze che le spettano (in caso contrario, il risarcimento si moltiplicherebbe).
La bomba a orologeria ha iniziato a ticchettare (in parallelo col conto alla rovescia per la supermulta annunciata dall’Ue se tra un anno la Gasparri sarà ancora in piedi). Ma la classe politica fa finta di nulla. Solo Antonio Di Pietro e Beppe Giulietti chiedono di dare “immediata esecuzione alla sentenza europea su Europa7 e spostare Rete4 sul satellite”. Subissati di critiche, attacchi e improperi. Non solo dal partito Mediaset. Ma anche dal Pd. Formidabile il commento di Marco Follini, l’ex vicepremier di Berlusconi ed ex segretario dell’Udc, che ha votato tutte le leggi vergogna a cominciare dalla Gasparri e dunque è stato promosso responsabile Informazione del Pd: “La posizione del Pd è contenuta nei due ddl Gentiloni giacenti in Parlamento”. Furbetto e inconcludente Veltroni: “La nostra proposta è la stessa del ministro Gentiloni e non è punitiva. Che ci sia bisogno di più pluralismo è del tutto vero, per fortuna le tecnologie ci consentiranno di farlo”. Ma, come abbiamo visto, la fu Gentiloni – con l’ennesima “fase transitoria” per Rete4 e l’eterno annuncio del meraviglioso mondo digitale - è superata dalla sentenza di Lussemburgo. Ma Veltroni quella sentenza la ignora. Tant’è che nel programma del Pd s’è limitato a scrivere: “rispetto delle direttive europee e delle sentenze della Corte costituzionale”. E non - come invece chiedeva Di Pietro - della sentenza della Corte di giustizia. Chi teme l’inciucio prossimo venturo si tranquillizzi: Veltrusconi è già tra noi.
permalink | creato da marco_travaglio il 6/4/2008 alle 18:10 |
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