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False comunicazioni sociali e false valutazioni: la sentenza della Cassazione.
Posted on 27 febbraio 2016 AuthorNoi Radiomobile2 Comments
(Corte di Cassazione penale, sez. V, sentenza 12.01.2016, n. 890)
Quanto mai significativo, in particolare, è il riferimento alle norme di cui ai nuovi art. 2621-bis (Fatti di lieve entità), che prevede una diminuzione di pena ove i fatti di cui all’art. 2621 siano di lieve entità, tenuto conto della natura e delle dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta e nel caso in cui i fatti di cui all’art. 2621 riguardino società che non superino i limiti indicati dal R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 1, comma 2 ai fini della fallibilità; e art. 2621-ter (Non punibilità per particolare tenuità), che stabilisce che, ai fini dell’applicabilità, in materia, della causa di non punibilità per particolare tenuità di cui alìart. 131-bis c.p., il giudice deve tener conto, in modo prevalente, (ndr. del…) l’entità dell’eventuale danno cagionato alla società, ai soci o ai creditori conseguente ai fatti di cui agli artt. 2621 e 2621-bis.
5. Venendo, ora, al tema specifico del falso, nulla quaestio – alla stregua delle superiori considerazioni – per la falsità riguardante gli enunciati descrittivi, ossia le mendaci esposizioni in bilancio, nelle allegate relazioni od in altre obbligatorie comunicazioni, di “fatti di rilievo” (nel senso anzidetto) verificatisi nel corso della gestione o quant’altro di interesse nella logica della corretta informazione.
Sulla scorta dell’ovvia precisazione che “falso”, però, non può mai essere un “fatto” (perchè il fatto o esiste o non esiste nella realtà), ma solo la rappresentazione che di esso è data, è agevole la conclusione che l’occultamento ovvero l’esposizione non rispondente al vero di dati “rilevanti” in enunciati descrittivi integra, certamente, l’ipotesi della falsità prevista dall’art. 2621 c.c..
Se “fatto” lato sensu è il dato informativo e se “materiali e rilevanti” sono soltanto i dati oggetto di informazioni essenziali e significative, capaci di influenzare le opzioni degli utilizzatori, anche le valutazioni, ove non rispondenti al vero, sono in grado di condizionarne, negativamente, le scelte strategiche ed operative.
Sicchè, sarebbe manifestamente illogico escluderle dal novero concettuale delle rappresentazioni, potenzialmente “false”, di fatti essenziali e rilevanti, in funzione di compiuta – e corretta – informazione.
Sicchè, quando la rappresentazione valutativa debba parametrarsi a criteri predeterminati, dalla legge ovvero da prassi universamente accettate, l’elusione di quei criteri – od anche l’applicazione di metodiche diverse da quelle espressamente dichiarate – costituisce falsità nel senso di discordanza dal vero legale, ossia dal modello di verità “convenzionale” conseguibile solo con l’osservanza di quei criteri, validi per tutti e da tutti generalmente accettati, il cui rispetto è garanzia di uniformità e di coerenza, oltrechè di certezza e trasparenza.
6. Il tema delle false valutazioni in bilancio presenta, indubbiamente, affinità concettuale con la materia del falso ideologico, in relazione al quale l’elaborazione giurisprudenziale e dottrinaria è, da tempo, giunta a significativi approdi, che possono essere utilmente richiamati in questa sede.
In proposito, è indiscusso insegnamento di questa Corte di legittimità che, anche la valutazione, quando non corrisponda al vero, possa essere “falsa (Sez. 5, n. 1004 del 30/11/1999, dep. 2000, Rv. 215744), sicchè, nell’ambito di determinati contesti che implichino l’accettazione di parametri valutativi normativamente determinati o tecnicamente indiscussi, le valutazioni formulate da soggetti cui la legge riconosce una determinata perizia possono non solo configurarsi come errate, ma possono rientrare altresì nella categoria della falsità: ciò in quanto, laddove il giudizio faccia riferimento a criteri predeterminati, esso è un modo di rappresentare la realtà analogo alla descrizione o alla constatazione (enunciati pacificamente falsificabili, quantunque, rispetto a tali categorie della conoscenza logica, esso dipende in maggior misura dal grado di specificità dei criteri di relazione).
E’, particolarmente, significativo, al riguardo, che, nella parte motiva della citata sentenza si faccia espresso riferimento proprio al “bilancio di esercizio” come tipico esempio di contesto che implica accettazione di parametri di valutazione normativamente determinati (artt. 2423 e 2426 cod. civ.) o tecnicamente indiscussi.
Nella stessa logica interpretativa si sono, poi, poste altre sentenze di questa Corte tra le altre: Sez. F, n. 39843 del 04/08/2015, Rv.
264364, secondo cui in tema di falso ideologico in atto pubblico, nel caso in cui il pubblico ufficiale, chiamato ad esprimere un giudizio, sia libero anche nella scelta dei criteri di valutazione, la sua attività è assolutamente discrezionale e, come tale, il documento che contiene il giudizio non è destinato a provare la verità di alcun fatto; diversamente, se l’atto da compiere fa riferimento anche implicito a previsioni normative che dettano criteri di valutazione si è in presenza di un esercizio di discrezionalità tecnica, che vincola la valutazione ad una verifica di conformità della situazione fattuale a parametri predeterminati, sicchè l’atto potrà risultare falso se detto giudizio di conformità non sarà rispondente ai parametri cui esso è implicitamente vincolato; e Sez. 1, n. 45373 del 10/06/2013, Rv. 257895: è configurabile il delitto di falso ideologico nella valutazione tecnica, formulata in un contesto implicante l’accettazione di parametri normativamente predeterminati o tecnicamente indiscussi, qualora il soggetto agente esprima il proprio giudizio contraddicendo tali parametri, ovvero basandosi su premesse contenenti false attestazioni.
In tale prospettiva, non par dubbio che ad assumere rilievo, in ultima analisi, è non tanto la fedele trasposizione (pur sempre problematica) della realtà “oggettiva” della società (c.d. verità oggettiva di bilancio), quanto piuttosto la corrispondenza della stima dei dati esposti a quanto stabilito dalle prescrizioni di legge o da standards tecnici universalmente riconosciuti. In proposito, coglie certamente nel segno chi, in dottrina, sostiene che si tratta, propriamente, di un “vero legale” – in ragione della predeterminazione normativa dei criteri di redazione – così come, del resto, in qualche misura “convenzionale” è sempre qualsiasi affermazione di “verità” (da quella che fonda le decisioni giurisdizionali, a quella delle stesse leggi scientifiche).
Anche in tema di false comunicazioni sociali vale, pertanto, il principio di diritto secondo cui lo statuto dell’enunciato valutativo dipende dal contesto della comunicazione; e, nello specifico, l’ambito di riferimento postula l’accettazione di parametri valutativi normativamente determinati o tecnicamente indiscussi; e, proprio alla stregua di quei parametri, una valutazione può reputarsi “vera” o “falsa”.
Sia pure con riferimento al previgente regime, una siffatta affermazione non è nuova nella giurisprudenza di questa Corte ed il precedente enunciato, ad avviso della Corte, mantiene tuttora viva attualità, pur a fronte dell’intervenuta riformulazione normativa (Sez. 5, n. 234 del 16/12/1994, Rv. 200455, secondo cui in tema di false comunicazioni sociali, art. 2621 cod. civ., la veridicità o falsità delle componenti del bilancio va valutata in relazione alla loro corrispondenza ai criteri di legge e non alle enunciazioni “realistiche” con le quali vengono indicate).
7. Una conferma dell’interpretazione qui sostenuta, con particolare riferimento al significato della locuzione fatti materiali non rispondenti al vero può – ancora una volta – rinvenirsi nella giurisprudenza di questa Corte in enunciazioni di principio la cui valenza teorica – indipendentemente dal regime temporale di riferimento – trascende il dato testuale e storico (Sez. 5, n. 8984 del 18/05/2000, Rv. 217767 secondo cui in tema di false comunicazioni ed illegale ripartizioni di utili o di acconti sui dividendi, nell’espressione “fatti non rispondenti al vero” contenuta nella norma incriminatrice, vanno ricomprese le stime sul valore di entità economiche non precisamente calcolabili; invero, pur se la prova della non rispondenza al vero appare difficile da raggiungere quando il fatto si configura come operazione dell’intelletto, non avente un concreto parametro di riscontro, non di meno, anche la stima o valutazione deve essere considerata attività fattuale).
Ma anche nell’esclusiva, settoriale, prospettiva delle false comunicazioni sociali l’interpretazione proposta dal ricorrente avrebbe effetti dirompenti sul versante dell’effettivo perseguimento di tale illecito. Non ha, certamente, torto la dottrina che ha osservato come – in ragione del fatto che la stragrande maggioranza delle voci di bilancio è frutto di una qualche valutazione – una lettura restrittiva del termine “fatti” si risolverebbe in interpretatio abrogans della fattispecie penale, improponibile a fronte di alternative – e più pertinenti – esegesi del dato normativo.
Si tratta, per vero, di argomenti di contorno, seppur significativi, in prospettiva “interna”. Relativamente alla quale, però, l’argomento primario resta quello della presa d’atto della centralità assunta – nell’oggettività giuridica del reato – dall’interesse generale al ragionevole affidamento nel rispetto, da parte del redattore del bilancio, della clausola generale di cui all’art. 2423 c.c., comma 2 (chiarezza, veridicità e correttezza) (significativa, in tale logica, è anche la prescrizione dell’art. 2428 c.c., comma 1, secondo cui il bilancio deve essere corredato da una relazione degli amministratori contenente un’analisi fedele, equilibrata ed esauriente della situazione della società e dell’andamento e del risultato della gestione). Ed il rilievo è certamente in sintonia con i dettami della normativa comunitaria in materia, il cui fulcro è proprio il principio generale della true and fair view. Sicchè, già solo la fondamentale necessità del rispetto del canone della fedele rappresentazione vale a ripudiare la tesi dell’irrilevanza delle false valutazioni di dati contabili, in realtà sicuramente capaci di influenzare, negativamente, le scelte degli utilizzatori del bilancio.
7.1. Argomento a favore della tesi contraria a quella qui sostenuta non è possibile trarre dal mantenimento, nel testo dell’art. 2638 cod. civ., del sintagma ancorchè oggetto di valutazioni, con riferimento ai fatti materiali non rispondenti al vero, oggetto delle comunicazioni di legge alle autorità pubbliche di vigilanza, alla stregua del canone interpretativo “ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit”.
E’ certamente significativo, in proposito, che questa Corte di legittimità, già in passato, ha avuto modo di statuire che il reato di ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza è configurabile anche nel caso in cui la falsità sia contenuta in giudizi estimativi delle poste di bilancio, “atteso che dal novero dei “fatti materiali”, indicati dall’attuale norma incriminatrice come possibile oggetto della falsità, vanno escluse soltanto le previsioni o congetture prospettate come tali, vale a dire quali apprezzamenti di carattere squisitamente soggettivo, e l’espressione, riferita agli stessi fatti, “ancorchè oggetto di valutazioni”, va intesa in senso concessivo, per cui, in ultima analisi, l’oggetto della vigente norma incriminatrice viene a corrispondere a quello della precedente, che prevedeva come reato la comunicazione all’autorità di vigilanza di “fatti non corrispondenti al vero” (Sez. 5, n. 44702 del 28 settembre 2005, Rv 232535, in riferimento a fattispecie in cui un istituto bancario aveva dolosamente sopravalutato la posta di bilancio relativa a crediti vantati nei confronti della clientela per avvenuta concessione di mutui, e risultati, in effetti, di difficile od impossibile recupero; nello stesso senso recentemente, Sez. 5, n. 49362 del 7 dicembre 2012, Rv 254065).
Nell’occasione, questa Corte ha, dunque, statuito che l’espressione “fatti materiali, ancorchè oggetto di valutazioni” coincideva con quella “fatti non corrispondenti al vero”, cioè, sostanzialmente con il testo dell’originario art. 2621 c.c., così offrendo significativo riscontro all’interpretazione secondo cui il sintagma introdotto con la L. n. 61 del 2002 era mera superfetazione.
8. Può, allora, affermarsi il principio secondo cui nell’art. 2621 c.c. il riferimento ai “fatti materiali” oggetto di falsa rappresentazione non vale a escludere la rilevanza penale degli enunciati valutativi, che sono anch’essi predicabili di falsità quando violino criteri di valutazione predeterminati. Infatti, qualora intervengano in contesti che implichino accettazione di parametri di valutazione normativamente determinati o, comunque, tecnicamente indiscussi, anche gli enunciati valutativi sono idonei ad assolvere ad una funzione informativa e possono, quindi, dirsi veri o falsi.
9. Le altre censure che sostanziano il primo motivo di ricorso, ossia quelle afferenti all’elemento oggettivo del reato in questione, sono destituite di fondamento, posto che il giudice di appello ha chiaramente indicato le ragioni per le quali l’omessa svalutazione dei crediti in sofferenza, pari a circa il 62% del totale dei crediti, attuata nella consapevolezza dell’impossibilità o estrema difficoltà della loro riscossione, integrava condotta illecita, nella prospettiva della norma richiamata, siccome oggettivamente dotata di capacità decettiva, volta a sopravvalutare le componenti di attivo patrimoniale, sì da consentire una mendace rappresentazione di solidità patrimoniale e finanziaria della società, continuando a mascherare ingiustificati prelievi dalle casse sociali.
L’elemento soggettivo è stato, plausibilmente, tratto dalla struttura “familiare” della società, di cui l’imputato era amministratore, oltrechè socio di maggioranza, dunque perfettamente in grado di conoscere i rapporti giuridici della stessa compagine sociale ed il grado di affidabilità della clientela; dall’indicazione di tempi di recupero – sempre crescenti, sino a valori abnormi – dei crediti indicati e dalle rassicuranti, inveritiere, attestazioni contenute nelle relazioni di bilancio.
Ineccepibile, dunque, è il compendio argomentativo in forza del quale è stata ritenuta la fittizietà dei pagamenti dei fornitori mediante finanziamenti dei soci, in realtà mai avvenuti, di talchè la non rispondenza al vero risultava sia “in dare”, quanto all’apparente adempimento in favore degli stessi fornitori, che “in avere”, posto che nessun finanziamento era stato effettuato dai soci.
Il contrario avviso del giudice di appello è, senz’altro, corretto ed in linea con indiscusso insegnamento di questa Corte regolatrice, che merita di essere qui ribadito (Sez. 6, n. 49759 del 27/11/2012, Rv. 254202 secondo cui non viola il principio della “reformatio in peius” la sentenza del giudice di appello che, in presenza di impugnazione del solo imputato, applichi la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici in luogo di quella temporanea, erroneamente disposta in primo grado; id Sez. 6, n. 31358 del 14/06/2011, Rv. 250553, secondo cui è legittima l’applicazione d’ufficio, da parte del giudice d’appello, delle pene accessorie non applicate da quello di primo grado, ancorchè la cognizione della specifica questione non sia stata devoluta con l’impugnazione del pubblico ministero; cfr. pure Sez. 5, n. 8280 del 22/01/2008, Rv. 239474: è legittima l’applicazione d’ufficio, da parte del giudice di appello, delle pene accessorie non applicate in primo grado, ancorchè la cognizione della specifica questione non gli sia stata devoluta con il gravame del pubblico ministero, in quanto la previsione di cui all’art. 597 c.p.p., comma 3, – che sancisce il divieto della “reformatio in peius” quando appellante sia il solo imputato – non contempla, tra i provvedimenti peggiorativi, inibiti al giudice di appello, quelli concernenti le pene accessorie, le quali, ex art. 20 cod. pen., conseguono di diritto alla condanna come effetti penali di essa).
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2 thoughts on “False comunicazioni sociali e false valutazioni: la sentenza della Cassazione.”
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