Source: https://www.studioduchemino.com/2017/01/
Timestamp: 2019-04-24 22:47:09+00:00

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Studio Avvocato Duchemino Torino | Archivi Mensili: Gennaio 2017
Società: aumento di capitale e buona fede contrattuale
Trib. Bologna Sez. Specializzata in materia di imprese, Sent., 09-12-2016 decide su un caso, accaduto anche a Torino, di aumento di capitale “asseritamente abusivo”: in cui, cioè, si discuteva se uno dei soci di minoranza fosse stato danneggiato dalla delibera di aumento di capitale, non avendolo sottoscritto e peraltro avendo ceduto la propria partecipazione durante il processo. La Corte premette, però:
l’abuso o eccesso di potere può costituire motivo di invalidità della delibera assembleare quando vi sia la prova che il voto determinante del socio di maggioranza è stato espresso allo scopo di ledere interessi degli altri soci, oppure risulti in concreto preordinato ad avvantaggiare ingiustificatamente i soci di maggioranza in danno di quelli di minoranza, in violazione del canone generale di buona fede nell’esecuzione del contratto (Cass. n. 1361/2011); l’esecuzione del contratto di società deve essere infatti improntata al suddetto principio di buona fede in senso oggettivo, in applicazione del quale la cosiddetta regola di maggioranza consente al socio di esercitare liberamente e legittimamente il diritto di voto per il perseguimento di un proprio interesse fino al limite dell’altrui potenziale danno.
Nota il Tribunale che la partecipazione era stata ceduta in corso di causa, per cui l’impugnativa di nullità della delibera di aumento di capitale per asserito abuso del diritto si scontrava già in partenza con il disposto del codice civile:
in proposito l’art. 2378, secondo comma c.c. prevede che, qualora nel corso del processo venga meno a seguito di trasferimenti per atto tra vivi il numero di azioni previsto dal terzo comma dell’art. 2377 c.c. in capo all’impugnante, il giudice non possa pronunciare l’annullamento e debba provvedere soltanto sul risarcimento dell’eventuale danno, ove richiesto.
A parte questo aspetto, però, nel merito della controversia riguardante l’asserito abuso nell’adottare da parte del socio di maggioranza una delibera di aumento di capitale che possa alterare gli equilibri societari, il Tribunale osservava che lo stato di sovraindebitamento della società era alquanto reale:
è documentato in atti, confermato dall’audizione di amministratori e sindaci effettuata in sede cautelare e sostanzialmente non contestato dalla convenuta che la società ‘B.G.’ S.p.A. versasse, quanto meno dall’anno 2012, in una grave crisi finanziaria e avesse di conseguenza necessità di reperire liquidità, avendo contratto una rilevante esposizione debitoria con diversi istituti di credito e in particolare con MPS. Risulta inoltre che la società aveva già tentato, senza successo, di ricapitalizzarsi con precedenti delibere di aumento di capitale (una delle quali con sovrapprezzo) non andate a buon fine o eseguite parzialmente; d’altro canto, sia il presidente del consiglio di amministrazione, sia il presidente del collegio sindacale avevano espresso una (corretta) valutazione negativa in ordine alla possibilità, alternativa all’aumento di capitale, di rifinanziare la società tramite emissione di un prestito azionario, in quanto in tal modo si sarebbe andata ad aggravare ulteriormente la già pesante situazione di indebitamento.
Allo stesso tempo, dal versante del socio di minoranza emergeva la mancata prova dello stato di illiquidità del fondo di investimento attore, che in effetti non aveva dimostrato di non poter sottoscrivere l’aumento, anzi non lo aveva sottoscritto per una decisione volontaria e consapevole:
Neppure risulta allegata e tanto meno provata, con riguardo al profilo oggettivo, l’eventuale situazione di illiquidità del socio di minoranza ‘A.’ S.p.A.; al contrario deve presumersi che quest’ultimo, in qualità fondo di investimento, risultasse all’epoca della delibera dotato di risorse finanziarie più che adeguate e che, pertanto, la scelta di non sottoscrivere la parte di capitale rimasta inoptata, in tal modo consentendo al terzo ‘Y.’ S.r.l. di entrare a far parte della compagine sociale, sia stata vagliata e adottata in piena libertà ed autonomia.
A fronte di tutto ciò, pertanto, il socio di minoranza non può dolersi di un eventuale danno, che va dimostrato e del quale i presupposti devono sussistere concretamente.
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Assemblea condominiale: valida la convocazione se firmata dall’accomandante
Pubblicato su 27 Gen 2017 di Studio Duchemino
Cass. civ. Sez. II, Sent., 10-01-2017, n. 335 stabilisce che è valida la convocazione di una assemblea condominiale seppure proveniente dal socio accomandante della società che svolge il compito di amministratore condominiale. In pratica, anche se la lettera di convocazione è firmata da un soggetto diverso dall’amministratore.
La sentenza si pone in netto contrasto con quanto stabilito “letteralmente” dal codice civile, che lascia intendere un ruolo predominante dell’amministratore nel convocare i condomini, se non esclusivo, e quindi eventualmente di una società di amministrazione:
disp.att.c.c. art. 66.
Si fa presente che la sentenza è erroneamente massimata: viene riassunto un altro principio di diritto, nella massima, cioè il principio interpretativo – anch’esso contrario al disposto legislativo – secondo cui la convocazione può avvenire in qualunque forma idonea allo scopo.
Detto questo, peraltro, il principio su cui si basa la Corte è un altro e riguarda i rapporti tra socio accomandante – quello che solitamente non ha la gestione della società in accomandita – e la società stessa:
Nella vicenda analizzata, che è stata affrontata da due gradi di giudizio di merito, la condomina aveva impugnato il verbale assembleare, non avendo peraltro partecipato all’assemblea, invocando di non essere stata convocata regolarmente in quanto la convocazione era avvenuta a firma del socio accomandante della società che svolgeva le funzioni di amministratore. Una società in accomandita, appunto.
Secondo la Cassazione, invece, al di là della forma assunta dall’atto di convocazione, se raccomandata o posta ordinaria, il socio accomandante può legittimamente agire per la società se risulta che lo fa in nome e in subordinazione al potere dell’accomandatario, il vero rappresentante della compagine sociale.
Ne consegue, quindi, il giudizio di rinvio al giudice di merito, proprio perchè la corte d’appello aveva riformato la sentenza di primo grado, affermando l’illegittimità dell’atto di convocazione firmato dal solo accomandante. Invece, dal contesto della lettera, si desumeva dal timbro e dalla carta intestata la sicura provenienza della convocazione dalla società di gestione condominiale, a prescindere da chi aveva firmato l’atto.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 27 gennaio 2017
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No all’avvocato geometra: il no delle Sezioni Unite della Cassazione
Con Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 27-12-2016, n. 26996 si ricorda che l’avvocato non può essere contemporaneamente iscritto all’Ordine degli Avvocati e al Collegio dei Geometri.
La vicenda riguarda un abogado stabilito che era stato cancellato per incompatibilità dall’albo degli avvocati di Roma, da parte del Consiglio dell’Ordine e aveva perso le varie istanze di impugnazione presso gli organi competenti. La Corte di Cassazione dichiara anzitutto inammissibile il ricorso espletato contro il CNF – Consiglio Nazionale Forense -; in secondo luogo ricostruisce la normativa circa le incompatibilità tra la professione forense e le altre professioni, sulla base del disposto normativo. In particolare, anche in applicazione del divieto di analogia circa le eccezioni normative, il Supremo Collegio ricorda che
Gli unici casi nei quali è consentita la contemporanea iscrizione sono quelli riguardanti l’albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, l’albo dei consulenti del lavoro, l’elenco dei pubblicisti e il registro dei revisori contabili. Sussiste pertanto incompatibilità tra l’iscrizione all’albo forense e quella all’albo dei geometri, non essendo questa ipotesi ricom-presa tra quelle, eccezionali, per le quali il legislatore ha previsto la possibilità di contemporanea iscrizione.
Per le categorie di incompatibilità, quindi, non conta minimamente il reddito prodotto, la continuità nell’esercizio della professione alternativa a quella forense, la dimensione quantitativa delle prestazioni di consulenza, essendo sufficiente la mera iscrizione a rendere incompatibile il soggetto con la professione forense – principio che non viola nemmeno il diritto della concorrenza in sede comunitaria, essendo preposto ad un esercizio serio della professione di avvocato:
in tema di ordinamento della professione forense, ai sensi della L. n. 247 del 2012, art. 18, comma 1, lett. a), è sufficiente l’iscrizione in un albo professionale, diverso da quelli per cui quest’ultima è ivi espressamente consentita, a determinare l’incompatibilità quanto all’iscrizione all’albo degli avvocati (anche all’elenco speciale di quelli stabiliti), non essendo necessario, affinchè tale situazione si verifichi, che la differente attività quella di geometra – sia svolta continuativamente o professionalmente.
Al di fuori delle eccezioni precise stabilite dalla legge – circa le quali si ricorda che
l’Ordinamento della professione forense prevede, per un verso, che la professione di avvocato è incompatibile “con qualsiasi altra attività di lavoro autonomo svolta continuativamente o professionalmente, escluse quelle di carattere scientifico, letterario, artistico e culturale, e con l’esercizio dell’attività di notaio”; per l’altro, consente “l’iscrizione nell’albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, nell’elenco dei pubblicisti e nel registro dei revisori contabili o nell’albo dei consulenti del lavoro”.
non esiste alcuna compatibilità, nemmeno se si sostiene l’esercizio sporadico dell’attività alternativa.
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References: Cass. 
 sentenza 
 art. 66
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 18