Source: http://www.mariosassi.it/page/81/
Timestamp: 2020-06-06 22:39:22+00:00

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Il Blog-Notes sul Lavoro, la Grande Distribuzione e i corpi intermedi – Pagina 81 – di MARIO SASSI
Un’indagine CEDEFOP sulle competenze verdi
Sostenere la strategia Europa 2020 sul lavoro e per la green economy comporta accettare la sfida delle “competenze verdi”.
La riflessione ed il dibattito sono già iniziati e le stime sulle opportunità future sono più che favorevoli. La Commissione Europea stima che i paesi dell’Unione abbiano creato in cinque anni 220mila posti di lavoro aggiuntivi nel settore delle energie rinnovabili.
A questi temi è dedicato uno studio recente del Cedefop, Competenze verdi e coscienza ambientale nella formazione professionale. Analizza gli sforzi tesi a sviluppare econmie più efficenti nell’uso delle risorse, il loro impetto sulla domanda di forza lavoro e il modo in la formazione fornisce tali competenze.
Una prima considerazione s’impone: le competenze relative alla sostenibilità ambientale cominciano a essere parte integrante di quasi tutti i lavori, come lo sono state le competenze informatiche.
La domanda tuttavia non è tanto guidata dal mercato (dati i costi iniziali e i benefici non immediati) ma da una nuova consapevolezza ambientale, nuove regole, nuove politiche.
Da qui l’importanza di Europa 2020 e dei suoi obiettivi in materia di risparmio energetico, riduzione di gas nocivi, incremento di fonti di energia rinnovabili. Il perseguimento questi obiettivi può creare oltre un milione di posti di lavoro.
L’Europa è sulla via di ridurre le emissioni e aumentare la quota di fonti energetiche rinnovabili ma è indietro nella riduzione dei consumi energetici. Per due cittadini europei su tre il cambiamento climatico è un problema più serio che le attuali difficoltà economiche, ma perché i prodotti verdi i servizi di mercato maturino, occorrono una regolazione e continui investimenti sul medio e lungo termine.
Le politiche che stimolano la domanda per tecnologie innovative includono tassazioni favorevoli, incentivi e investimenti pubblici sulle infrastrutture. Campagne culturali sull’impatto ambientale e sui costi energetici delle attività economiche possono influenzare i comportamenti e incidere sulla domanda di competenze verdi.
La ricerca Cedefop individua nove lavori e classifica le competenze verdi in ragione dei livelli di qualificazione:
qualificazione elevata ( nanotecnologie, ingegneria tecnica superiore ed ingegneria per lo sviluppo sostenibile);
qualificazione intermedia (analisi e diagnosi energetica, controllo delle emissioni, montaggio di impianti isolanti, installazioni fotovoltaiche);
qualificazione bassa ( raccolta e stoccaggio rifiuti).
I continui effetti del rallentamento economico aggiungono incertezza all’analisi ma i risultati mostrano tendenze di lungo periodo incoraggianti. Per esempio nel settore delle costruzioni, energie rinnovabili e efficienza energetica presentano un potenziale alto per i lavori verdi . Paesi con politiche attive per lo sviluppo delle energie rinnovabili hanno avuto successo nel creare posti di lavoro in questi settori, vedi il caso della Germania che favorito molto la sostenibilità ambientale e ha aiutato a far crescere la domanda specifica.
In generale l’offerta formativa per le figure professionali indagate risulta buona, ma si manifesta una certa carenza di competenze, anche per il ritiro della manodopera anziana e la mancanza di giovani disposti e capaci di rimpiazzarli.
La competenze pratiche e specifiche appaiono più carenti che quelle generiche. Tuttavia alcune competenze trasversali, quali la vendita e la cura del cliente, il lavoro in gruppo, la gestione e la leadership e abilità d’intrapresa stando diventando cruciali in molte occupazioni. In generale, si è espressa la necessità di sistemi di formazione iniziale che forniscano un migliore e più solido bagaglio di competenze di base.
Si può dire che la transizione verso l’economia verde non solo genererà nuovi posti di lavoro ma cambierà l’ambito e il carattere dei lavori esistenti. Fornire competenze verdi richiederà una revisione degli attuali curricula, degli standard delle qualifiche, dei programmi di formazione, nonché una nuova formazione per i docenti e i formatori.
La previsione di fabbisogni professionali può sostenere l’offerta formativa a aiutare a ridurre l’incertezza.
Ma le cifre sui lavori verdi sono ancora insoddisfacenti. In particolare i paesi dell’Europa meridionale e orientale sono meno fiduciosi nel prevedere future richieste di competenze; ciò a causa di scarsità di dati certi, alle basse cifre di alcune nuove occupazioni, all’incertezza sulle prospettive economiche.
Molti stati membri non hanno ancora precise strategie o programmi sulle competenze integrati con le politiche ambientali per lo sviluppo di economie a basso consumo di carbonio. Farlo li metterebbe in buona posizione per rispondere al cambiamento.
Sviluppare l’economia verde in Europa e aumentare l’offerta di competenze dovrebbe essere parte di una più larga strategia destinata a fornire le competenze necessarie per favorire uno sviluppo a più alta intensità di lavoro.
Europa 2020, la strategia dall’Unione Europea per la Green Economy
Lo sviluppo dell’economia verde, delle opportunità che derivano dalla green economy costituisce una opzione di fondo dell’Unione Europea, ribadita in diverse indicazioni agli Stati membri fino alle Linee guida di Europa 2020,. Queste fissano il percorso che dovrà essere seguito per promuovere crescita una crescita “intelligente, sostenibile e inclusiva” che crei nuovi posti di lavoro.
Si tratta di tre priorità e di cinque obiettivi di massima.
Le tre priorità sono:
un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione (crescita intelligente);
un’economia più efficiente nell’uso delle risorse, più verde e più competitiva (crescita sostenibile);
un’economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale (crescita inclusiva).
I cinque obiettivi da raggiungere entro il 2020:
il 75% delle persone di età compresa tra 20 e 64 anni occupate;
il 3% del Pil dell’Ue investito in ricerca e sviluppo;
un “20/20/20” in materia di clima/energia (meno 20 per cento di emissione dei gas a effetto serra; più 20 per cento di energia da fonti rinnovabili; meno 20 per cento di consumo energetico);
un tasso di abbandono scolastico inferiore al 10% e almeno il 40% dei giovani laureato;
20 milioni di persone in meno a rischio di povertà.
Al centro di questa strategia è il rapporto tra uomo ed ambiente, che trova nei programmi europei risorse e strumenti, da declinare nelle politiche nazionali e regionali con investimenti per la sostenibilità ambientale e per la ricerca, la formazione, le nuove competenze.
I programmi richiamano l’obiettivo di un’ Europa efficiente sotto il profilo delle risorse: si tratta di favorire il passaggio a un’economia a basse emissioni di carbonio, incrementare l’uso delle fonti di energia rinnovabile, modernizzare il settore dei trasporti e promuovere l’efficienza energetica.
Si richiede inoltre il sostegno ad una politica industriale per l’era della globalizzazione, in grado di “migliorare il clima imprenditoriale”, specialmente nelle piccole imprese, e favorire lo sviluppo di una base industriale solida in grado di competere su scala mondiale.
Va infine considerata la parte che riguarda l’agenda per nuove competenze e nuovi posti di lavoro. Dinamiche occupazionali più fluide e miglioramento delle competenze lungo l’arco della vita sono condizioni per aumentare la partecipazione al lavoro e per conciliare offerta e la domanda di manodopera. Una prospettiva in cui la formazione continua è fondamentale.
Il Consiglio dei Ministri, nella riunione del 23 marzo, ha approvato, salvo intese, il disegno di legge di riforma del mercato del lavoro. “
Si tratta, si legge nel comunicato stampa del Governo, “di una riforma lungamente attesa dal Paese, fortemente auspicata dall’Europa, e per questo discussa con le Parti Sociali con l’intento di realizzare un mercato del lavoro dinamico, flessibile e inclusivo, capace cioè di contribuire alla crescita e alla creazione di occupazione di qualità, di stimolare lo sviluppo e la competitività delle imprese, oltre che di tutelare l’occupazione e l’occupabilità dei cittadini. Il disegno di legge è il frutto del confronto con le parti sociali.”
soggetti con caratteristiche di difficile occupabilità e inattivi (occorre delimitare il target, prevederne il censimento e creare aree di accesso ai servizi del lavoro specifiche, rafforzando la rete di orientamento e di servizi per il loro inserimento nel mercato del lavoro e promuovendo politiche di conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro.”
Pubblicato il 23 marzo 2012 23 marzo 2012
Negoziato, pregiudizi e percorso parlamentare
Le reazioni al progetto di riforma del mercato del lavoro non può non fare riflettere soprattutto perché l’impegnativo confronto con il Governo ha portato in superficie una serie di pregiudizi e approcci negativi che se non superati concretamente ci manterranno ai margini del contesto europeo e impediranno la ripresa.
Al di là delle conseguenze sul terreno dei costi per le imprese in un momento economico estremamente difficile ci si è, purtroppo, dovuti confrontare all’interno di un clima sostanzialmente “anti impresa” che non promette nulla di buono per il futuro del nostro Paese.
Parlare come si è detto di “licenziamenti facili”, ad esempio, significa travisare i termini del problema.
Persiste, purtroppo, una cultura del lavoro che fatica ad uscire da vecchi schemi ideologici che continua a considerare l’impresa un luogo di antagonismo sociale.
Per questo io credo che quello che continua a rimanere fuori dai nostri ragionamenti è la vera cultura dell’impresa.
Non dell’impresa di ieri ma di quella di oggi e di domani.
Chi ha impostato e condotto la trattativa ha tentato, forse sottovalutando alcuni interlocutori, di riassegnare nuove equilibri di peso, di contribuzione economica e di potere tra le parti (lavoratore, impresa e tra imprese di dimensioni e settori diversi) individuando il problema della possibile crescita economica e occupazionale nella modifica di questi equilibri.
Da questo, ad esempio, discende la teoria della “flessibilità cattiva” e delle imprese che ne abuserebbero da contrapporre alla flessibilità buona.
Quasi come se fosse lo strumento e non l’utilizzo che se ne fa a qualificarne la qualità.
Questa impostazione culturale ha consentito l’equazione flessibilità=precarietà=disoccupazione che oltre a essere sbagliata ha illuso alcune parti sociali che fosse possibile e utile al Paese realizzare uno scambio tra minore flessibilità in entrata con una maggiore flessibilità in uscita.
Sottovalutando il peso che per alcuni settori e molte imprese che operano correttamente hanno particolari tipologie di flessibilità in entrata.
In questo modo, non solo si è avallata in parte dell’opinione pubblica una falsa equazione aziende=abusi certi ma, una volta intascati i maggiori vincoli alla flessibilità in entrata con la benedizione del Ministro, c’è chi sta già lavorando per annacquare gli interventi sulla flessibilità in uscita sostenendo lo stessa equazione: licenziamenti per ragioni economiche=libertà di licenziamento tout court.
L’idea che gli imprenditori nella loro generalità non stiano aspettando altro per procedere con licenziamenti ingiustificati mascherandoli dietro motivazioni economiche oltre ad essere offensiva è poco credibile.
Oggi le imprese hanno problemi di mercato, di competitività e di produttività.
Problemi che questo accordo non risolve né affronta.
Questo è il problema centrale!
Io credo che l’intenzione di affidare ai tribunali il compito di decidere la congruità della sostanza di un licenziamento non discriminatorio sia una follia.
Si abbia il coraggio di dire che non si vuole modificare la sostanza piuttosto che dipingere una classe imprenditoriale tutta tesa a mascherare licenziamenti e ad espellere lavoratori!
Il compito delle parti sociali in una situazione difficile è assumersi la responsabilità del cambiamento magari introducendo sistemi di controllo nuovi che affidano ruoli positivi e costruttivi alle parti stesse.
In questo senso come comparto del Terziario ci si era mossi, ad esempio, sul tema dell’arbitrato.
Occorre proseguire completando e non demolendo l’opera di Marco Biagi.
Questa è la strada maestra da percorrere e sarebbe sbagliato cedere alla cultura antagonista che rischia solo di tentare di riproporre la logica di un conflitto sociale di cui non se ne sente la necessità.
Utilizzare la crisi economica per tentare di demolire, prima culturalmente, poi concretamente, quanto di buono è stato fatto dal pacchetto Treu in avanti per innovare il mercato del lavoro e per rilanciare una cultura sindacale riformista e positiva, è inaccettabile.
Il percorso parlamentare sul pacchetto lavoro deve riaffermare l’importanza di questa cultura e deve far crescere nel Paese uno spirito nuovo che sappia emarginare nei fatti la cultura antagonista.
Vedere riemergere in questi giorni linguaggi violenti, azioni di prevaricazione o minacce di scioperi che, seppur legittimi, non aiutano il Paese ad uscire dalla difficile situazione economica non può non preoccupare le forze politiche e sociali e richiamare ad un senso di responsabilità e di impegno di coesione sociale tutti noi.
Avremmo preferito ben altri interventi e un atteggiamento meno punitivo e di sostegno alla piccola impresa e al terziario che restano due pilastri fondamentali sui quali ritornare a crescere e che invece rischiano di essere ulteriormente penalizzati.
Si è riusciti a far comprendere alcune esigenze e specificità importanti al Governo ma credo che, nel percorso parlamentare, si debbano recuperare situazioni che consentano alle aziende di operare, di crescere e di contribuire al rilancio del Paese.
Pensare che i settori ancora in grado di creare lavoro debbano essere ulteriormente appesantiti o penalizzati scaricando su di essi costi altrui è inaccettabile.
L’azienda deve ritornare ad essere un luogo dove si collabora per creare ricchezza per poi poterla distribuire.
Solo in questo modo si potrà creare lavoro.
Costruire il nuovo mercato del lavoro in un clima di antagonismo e di diffidenza non porta da nessuna parte.
Dobbiamo puntare decisi sugli strumenti che favoriscono la collaborazione tra lavoratori e imprese, la cultura della bilateralità e del rispetto reciproco.
Altro che licenziamenti facili!
Più responsabilità per le imprese e le parti sociali per creare opportunità di lavoro e incrementare la produttività e più responsabilizzazione per i singoli lavoratori.
Insieme dobbiamo individuare gli strumenti necessari per consentire alle imprese e ai lavoratori di crescere.
Alle aziende riducendo i costi e la burocrazia, facilitando l’accesso al credito e migliorando le infrastrutture.
Ai lavoratori garantendo una retribuzione corretta e non gravata da tasse e contributi eccessivi, formazione efficace e tutela nelle transizioni tra posto e posto di lavoro.
Il cambiamento vero del Paese passa da queste priorità.
Gratta gratta questo nuovo mi sembra già vecchio….
La trattativa sul mercato del lavoro è in dirittura di arrivo. La montagna partorirà il topolino. Purtroppo rischia di essere un topolino dannoso per il lavoro e per le imprese. Mi ricorda da vicino altre intese “significative”. Una su tutte quella sul punto unico di contingenza. Grande impresa e sindacati convergono sul nuovo mercato del lavoro. Nessun accenno su come si crea lavoro, come si mantiene o come si sviluppa. Solo come si gestisce. In entrata e in uscita. E chi paga. In un momento grave di crisi, anziché convergere su di un progetto comune di sviluppo, di incremento di produttività e di riduzione fiscale per le imprese e per i lavoratori si trova un accordo che aumenta i costi per la piccola e media impresa e non consente la creazione di UN posto di lavoro. È un’intesa che puzza di “novecento”. Buona per gettare fumo negli occhi all’Europa ma assolutamente inadatta a risolvere i problemi del lavoro.
Il paese che verrà…
Dove stiamo andando? Una domanda che ricorre continuamente in ogni riflessione. Quello che vediamo non ci piace. Rischi di default, sacrifici, mancanza di prospettive per i giovani, crisi della politica e dei corpi intermedi, interessi forti che prevalgono sull’interesse generale. Quale Paese si profila? Come nelle aziende, ogni cambiamento è complesso. In parte si subisce, in parte si accetta. “Capire il nuovo, guidare il cambiamento” è uno slogan ritornato prepotentemente di attualità. E il “nuovo” decolla sulle ceneri del “vecchio”. Interessi di parte, rendite di posizione, “privilegi” di una generazione perdono di peso per lasciare spazio a nuovi equilibri sociali, economici e politici. Dobbiamo prenderne atto. Il mondo è cambiato. Si è interconnesso, si “meticcia” e si condiziona continuamente. Nuovi interessi e nuovi equilibri compaiono e cercano spazi mentre vecchi equilibri vanno in frantumi. Cogliere questi segnali è fondamentale per intuire il Paese che verrà. Alcuni elementi sono già chiari. Il welfare europeo è destinato ad una profonda rivisitazione. Cercare il lavoro, mantenerlo e crearsene, spesso, uno nuovo sarà parte integrante del nostro agire. I legittimi interessi di ogni parte sociale dovranno trovare una ricomposizione nell’interesse generale. ognuno dovrà concorrere in base alle sue possibilità al benessere della società. Sembra semplice ma è la “semplicità che è difficile a farsi”. Si è parlato di “disarmo bilanciato” intendendo con questo una cultura della rinuncia collettiva e individuale tesa a perdere qualche cosa da parte di tutti per non perdere tutto. Forse è la strada giusta. Personalmente non so se sarà meglio o peggio domani. So che, ci piaccia o meno, per migliorare, occorre cambiare.
Bando occupaMI – Predisposti dalla Camera di Commercio le FAQ e il Manuale per la presentazione delle domande di contributi
Con riferimento al bando “occupaMI”, contributi alle PMI per il sostegno all’occupazione – Edizione 2012, la Camera di commercio di Milano ha diffuso:
delle FAQ (domande più frequenti);
il Manuale per la presentazione della domanda;
un opuscolo con la definizione di piccola media impresa.
Ricordiamo che partire dal 7 marzo, fino a esaurimento delle risorse, è possibile procedere alla compilazione della domanda, esclusivamente in forma telematica, dal portale servizionline.mi.camcom.it e scegliere se procedere tramite firma digitale o firma autografa o consegna manuale.
Conciliazione vita-lavoro – Bando per favorire la conciliazione vita-lavoro nelle imprese
L’iniziativa, promossa della Regione Lombardia, prevede una consulenza gratuita alle imprese per la definizione di strumenti flessibili in grado di rispondere alle esigenze di conciliazione dei tempi di vita/lavoro dei dipendenti.
Possono aderire alla sperimentazione tutte le PMI (anche micro e cooperative) sotto i 250 dipendenti aventi almeno una sede operativa nel territorio di Regione Lombardia.
Le imprese che si iscrivono avranno a disposizione un consulente esperto di organizzazione aziendale – pagato da Regione Lombardia – che svilupperà un piano di flessibilità aziendale e/o un piano di congedo (nel caso in azienda siano presenti donne in maternità).
Il piano di flessibilità è un documento che presenta strumenti e azioni che l’imprenditore potrà mettere in campo per aiutare i propri dipendenti a conciliare i tempi del lavoro con quelli familiari.
Il piano di congedo è un accordo tra datore di lavoro e donna dipendente che presenta le modalità di gestione del periodo di congedo della madre lavoratrice, dal momento della notifica della gravidanza fino al rientro al lavoro.
L’esperto viene scelto direttamente dall’imprenditore da una rosa di candidati messi a disposizione da Cestec (società totalmente partecipata da Regione Lombardia che si occupa del coordinamento del progetto).
Registrarsi sul sito www.cestec.it/conciliazionevitalavoro
Compilare la modulistica, stamparla, firmarla e spedirla con marca da bollo da € 14,62 a Cestec entro il 31 marzo. E’ possibile inviare la domanda anche tramite PEC.
Il testo del bando è disponibile al link http://www.cestec.it/documentazione
http://www.cestec.it/conciliazionevitalavoro
conciliazionevitalavoro@cestec.it
Cestec: Tel 02.66737327
Giusta retribuzione? In rapporto a cosa?
Pubblicato il 5 marzo 2012 5 marzo 2012
Conversione in legge e pubblicazione in Gazzetta Ufficiale
Pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 48 del 27 febbraio c.a., Supplemento Ordinario n. 36, la Legge n. 14 del 24 febbraio 2012, di conversione, con modificazioni, del Decreto Legge n. 216/2011, recante “Proroga di termini previsti da disposizioni legislative. Differimento di termini relativi all’esercizio di deleghe legislative” (cd. decreto Milleproroghe).
Di seguito, si segnalano le principali novità in materia di lavoro:
– articolo 6, comma 2-ter): Esclusioni nuove disposizioni pensionistiche- Lavoratori oggetto di accordi incentivanti all’esodo;
– articolo 6, comma 2-quater): Pensione anticipata (ex anzianità) – Eliminazione penalizzazioni;
– articolo 6, comma 2-quinquies): Copertura interventi pensionistici;
– articolo 6, comma 2-septies e 2-octies): Esclusioni nuove disposizioni pensionistiche – Lavoratori in congedo;
– articolo 6-bis): Clausola di salvaguardia;
– articolo 29, comma 6-bis): detrazione carichi familiari per i non residenti;
– articolo 29, comma 7: modello 770 (uniemens fiscale);
– articolo 29, comma 14: addizionale regionale Irpef;
– articolo 29, comma 16-sexies: lavoratori frontalieri.

References: articolo 6
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