Source: https://noiradiomobile.org/in-tema-di-attivita-medico-chirurgica-il-consenso-informato-deve-basarsi-su-informazioni-dettagliate-idonee-a-fornire-la-piena-conoscenza-della-natura-portata-ed-estensione-dellintervento-medico/?shared=email&msg=fail
Timestamp: 2019-11-13 05:48:34+00:00

Document:
In tema di attività medico-chirurgica, il consenso informato deve basarsi su informazioni dettagliate, idonee a fornire la piena conoscenza della natura, portata ed estensione dell’intervento medico-chirurgico, dei suoi rischi (Corte di Cassazione, Sezione III Civile, Sentenza 19 settembre 2019, n. 23328). – Noi Radiomobile™
Home »Cassazione Civile 2019»In tema di attività medico-chirurgica, il consenso informato deve basarsi su informazioni dettagliate, idonee a fornire la piena conoscenza della natura, portata ed estensione dell’intervento medico-chirurgico, dei suoi rischi (Corte di Cassazione, Sezione III Civile, Sentenza 19 settembre 2019, n. 23328).
L.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA OVIDIO, 32, presso lo studio dell’avvocato MICHELE ALLIEGRO, rappresentata e difesa dagli avvocati FRANCESCA CAPPELLINI, CARLO POLI giusta procura speciale a margine del ricorso;
C.P., UNIPOL SAI ASSICURAZIONI SPA GIA’ FONDIARIA SAI SPA;
avverso la sentenza n. 1904/2016 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 22/11/2016;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CARDINO Alberto, che ha concluso per l’accoglimento del 4 motivo di ricorso;
1. Con atto di citazione del 3 maggio 2002 L.M. evocava in giudizio C.P. davanti al Tribunale di Firenze chiedendo che lo stesso fosse ritenuto responsabile dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti a seguito degli interventi chirurgici effettuati dal convenuto. In particolare, esponeva di essere stata convinta dal sanitario ad operarsi, nonostante un quadro clinico non preoccupante, (emorroidi di secondo grado) prospettando un intervento non impegnativo.
L’intervento avvenne il (OMISSIS) e nel corso dell’operazione si verificò una imponente emorragia, tanto che il giorno (OMISSIS) si rese necessario un secondo intervento chirurgico, caratterizzato da un lungo decorso postoperatorio in cui la paziente accusava dolori lancinanti. A causa di ciò subì un terzo intervento, in data (OMISSIS), senza la preventiva acquisizione del consenso informato.
In conseguenza della sintomatologia fortemente dolorosa la paziente si sottoponeva alla visita specialistica di un differente professionista e in data (OMISSIS) ad un quarto intervento chirurgico, che non riuscì a rimediare i danni cagionati nei precedenti interventi.
Il decorso postoperatorio evidenziava la scarsa possibilità di restaurare la funzione rettale. Pertanto la paziente sporgeva querela nei confronti del dottor C. e in sede di incidente probatorio veniva accertata la responsabilità del professionista sotto il profilo della imperizia nella conduzione dell’assistenza della paziente. Nelle more l’assicuratore del professionista, SAI Ass.ni SpA versava volontariamente la somma di Lire 160 milioni in data 12 luglio 2001, trattenuta in acconto.
5. Con atto di citazione del 12 ottobre 2010, L.M. proponeva appello davanti alla Corte territoriale di Firenze ritenendo errata la decisione del primo giudice che avrebbe omesso di tenere conto dell’errore diagnostico preoperatorio rappresentato dalla effettuazione dell’intervento chirurgico in presenza di valori ematici che lo sconsigliavano.
Il primo giudice aveva attribuito ad un professionista estraneo al giudizio, il Dott. B., il quale aveva eseguito il quarto intervento, dopo i tre eseguiti dal convenuto, la responsabilità del 20% in ordine alle conseguenze dannose e alla stessa L. una responsabilità nella misura del 10%, considerando i postumi permanenti riportati dall’attrice in misura inferiore a quella reale e determinando il danno patrimoniale sulla base di un’astratta percentuale, senza tenere conto dell’effettiva perdita totale di ogni reddito, effetto della rinunzia della appellante ad ogni attività imprenditoriale. Infine, evidenziava non era stato preso in esame il profilo della carenza del consenso informato.
6. Si costituivano C.P. e Fondiaria sai S.p.A. con separati atti e quest’ultima spiegava appello incidentale per la riduzione della somma liquidata a titolo di rimborso delle spese mediche.
Si costituiva l’Azienda Usl n. (OMISSIS) di Firenze che chiedeva il rigetto del gravame.
Con sentenza non definitiva del 28 febbraio 2013 veniva disposta la estromissione della Azienda sanitaria con compensazione delle spese. Si rinnovava la consulenza medica d’ufficio.
7. La Corte d’Appello di Firenze, con sentenza del 18 novembre 2016, in parziale accoglimento dell’appello principale condannava C.P. al pagamento della ulteriore somma di Euro 6.549 a titolo di risarcimento del danno da invalidità temporanea e della somma di Euro 3.781,1 per spese mediche, con condanna dell’assicuratore, nelle more divenuto Unipol Sai S.p.A., a manlevare il professionista riguardo al pagamento delle somme dovute all’attrice. In accoglimento dell’appello incidentale dell’assicuratore, condannava la L. a restituire a Unipol Sai la somma di Euro 34.665,72.
8. Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione L.M. affidandosi ad otto motivi.
8.1. Le altre parti non svolgono attività processuale in questa sede.
1. Con il primo motivo si lamenta la violazione dell’art. 324 c.p.c., art. 2909 c.c. e art. 113 c.p.c., con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 4 per avere la sentenza impugnata erroneamente ritenuto passata in giudicato la parte della decisione di primo grado ove il Tribunale non avrebbe applicato la disciplina dell’art. 2055 c.c., comma 1, secondo cui, se il fatto dannoso è imputabile a più persone, tutte sono obbligate al risarcimento del danno.
Davanti al giudice di prime cure non si sarebbe discusso di tale disposizione e del relativo principio e la circostanza di essersi rivolta soltanto contro uno degli autori non comporterebbe rinunzia alla solidarietà. Sotto altro profilo, anche se non espressamente contenuto nei motivi di appello, il capo della sentenza che non ha condannato il convenuto C. al risarcimento integrale del danno e che, quindi, non ha applicato il disposto dell’art. 2055 c.c., comma 1 risulterebbe, comunque, investito dall’impugnazione. Infatti, la richiesta di condanna al risarcimento integrale del danno da porre a carico del convenuto investirebbe anche tale capo della sentenza di primo grado. In terzo luogo, nel verbale di udienza del 12 febbraio 2015 in sede di appello l’odierno ricorrente avrebbe precisato di avere introdotto validamente tale questione, avendo ritenuto erronea l’attribuzione di colpa nella misura del 25% al terzo estraneo al giudizio e quella nella misura del 10% alla danneggiata L..
2. Il motivo è inammissibile per violazione l’art. 366 c.p.c., nn. 3 e 6 con riferimento al difetto di autosufficienza poichè non viene esplicitato con precisione cosa era stato dedotto in citazione in ordine alla chiamata in giudizio del solo C. ex art. 2055 c.c., nè cosa aveva argomentato nel merito il Tribunale e se la relativa statuizione era stata impugnata in appello.
Sotto tale profilo, per dimostrare di avere espressamente formulato un motivo di appello contro il capo della sentenza che non ha condannato il convenuto C., debitore solidale, al risarcimento integrale del danno, parte ricorrente avrebbe dovuto trascrivere il contenuto della sentenza di primo grado ed i motivi di impugnazione.
Ciò anche al fine di corroborare l’affermazione secondo cui davanti al primo giudice non si sarebbe discusso sulla norma in base alla quale il danneggiato può pretendere l’intero risarcimento da uno qualsiasi dei danneggianti, indipendentemente dal rispettivo apporto.
3. Con il secondo motivo si deduce la nullità della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, per difetto del requisito di cui all’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c., in relazione all’art. 111 Cost. e art. 156 c.p.c.
La sentenza impugnata non avrebbe esplicitato la norma di legge applicata e il rilievo dell’art. 41 c.p., nè quali elementi fattuali la Corte territoriale avrebbe preso in esame per stabilire che l’intervento del Dott. B. era stato idoneo ad interrompere la serie causale di eventi scaturiti dai primi tre interventi del Dott. C., tanto da doversi considerare come causa efficiente autonoma del danno finale.
La motivazione della decisione impugnata sarebbe laconica nell’adesione acritica alla consulenza tecnica di ufficio, senza svolgere alcuna valutazione giuridica riguardo all’applicabilità dell’art. 41 c.p. e ciò non consentirebbe di comprendere il procedimento logico-giuridico seguito per pervenire alla decisione impugnata, con conseguente vizio di motivazione apparente o mancante.
5. Osserva il Collegio che le critiche sono in parte inammissibili ed in parte infondate.
Vanno espresse a riguardo le medesime considerazioni svolte con riferimento al primo motivo, dovendosi aggiungere che la doglianza non chiarisce con precisione quale sia solo stata la valutazione del ctu ed il ruolo dei due sanitari che si sono avvicendati negli interventi.
Pertanto, non avendo parte ricorrente impugnato efficacemente la decisione di primo grado che rende rilevante ed autonomo l’apporto del Dott. B. nella determinazione dell’evento dannoso, per quanto testè detto, la censura è inammissibile per difetto di interesse.
6. In ogni caso il motivo è infondato, poichè la motivazione sussiste e rinvia alla c.t.u. cui opera il principio secondo cui qualora il giudice del merito aderisca al parere del consulente tecnico d’ufficio, non è tenuto ad esporne in modo specifico le ragioni poichè l’accettazione del parere, delineando il percorso logico della decisione, ne costituisce adeguata motivazione, non suscettibile di censure in sede di legittimità, ben potendo il richiamo, anche “per relationem” dell’elaborato, implicare una compiuta positiva valutazione del percorso argomentativo e dei principi e metodi scientifici seguiti dal consulente.
Diversa è l’ipotesi in cui alle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio siano state avanzate critiche specifiche e circostanziate, sia dai consulenti di parte che dai difensori: in tal caso il giudice del merito, per non incorrere nel vizio ex art. 360 c.p.c., n. 5, è tenuto a spiegare in maniera puntuale e dettagliata le ragioni della propria adesione all’una o all’altra conclusione (Sez. 1 -, Ordinanza n. 15147 del 11/06/2018, Rv. 649560 – 01).
7. Con il terzo motivo si lamenta la violazione degli artt. 40 e 41 c.p., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 perchè la decisione impugnata avrebbe erroneamente attribuito efficacia causale del tutto autonoma all’intervento del Dott. B..
La Corte territoriale non avrebbe preso in considerazione i principi in tema di nesso causale nella responsabilità civile, che richiedono una indagine relativa a due autonomi profili: la causalità materiale tra la condotta e l’evento, che ricorre quando il comportamento abbia generato o contribuito a generare l’evento e la causalità giuridica, quale relazione in base alla quale i fatti sopravvenuti, di per sè idonei a determinare l’evento, interrompono il nesso con il fatto rispetto a tutti gli antecedenti causali precedenti.
9. La censura è fondata.
Il motivo, nella prima parte, critica la mancata applicazione da parte della Corte territoriale dei criteri in tema di causalità civile, differenti da quelli penali e l’omessa separata valutazione dei parametri relativi alla causalità materiale, rispetto a quelli della causalità giuridica.
10. E’ opportuno precisare, anche quale punto di riferimento per il giudice del rinvio, che la nozione di causalità nell’ambito della responsabilità civile ha subito un progressivo allontanamento dai principi della giurisprudenza penale che ponevano al centro della regola causale gli artt. 40 e 41 c.p., quali disposizioni di applicazione universale.
Dopo la decisione delle S.U. di questa Corte (11 gennaio 2008, n. 576) l’illecito civile ha una struttura diversa da quello penale dove occorre accertare se la condotta umana abbia prodotto l’evento che costituisce il fatto-reato. In ambito di responsabilità civile, invece, tale verifica è insufficiente, poichè occorre accertare anche se da quella lesione sono derivate conseguenze pregiudizievoli. In sede civile, infatti, la lesione dell’interesse protetto non costituisce il danno, ma la causa del danno.
Pertanto, in ambito civile occorre sostanzialmente accertare due nessi di causalità: quello tra la condotta illecita e la lesione dell’interesse e quello, successivo, tra la lesione dell’interesse e il danno risarcibile.
La prima verifica attiene alla causalità materiale e trova disciplina negli artt. 40 e 41 c.p., mentre la seconda riguarda la causalità giuridica e si fonda sull’art. 1223 c.c.
La causalità materiale o causalità fondativa è quella che fonda la responsabilità, mentre la causalità giuridica è quella descrittiva della responsabilità. Ove ricorra la prima è possibile parlare di illecito, ove sussista anche la seconda è configurabile anche il danno.
E’ pertanto necessario per l’accertamento dell’obbligo risarcitorio il positivo accertamento di entrambi i profili che riguardano la condotta, la lesione e il danno.
14. Con il quarto motivo si lamenta la violazione degli artt. 1223, 1226 e 2056 c.c., con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3.
La sentenza impugnata sarebbe errata nella parte in cui non ha accolto il quarto motivo di appello relativo alla personalizzazione del danno in violazione delle norme codicistiche citate e dell’art. 6 CEDU che, invece, imporrebbero al giudice di operare l’integrale risarcimento del danno attraverso un’adeguata personalizzazione, che non può risolversi in una liquidazione irrisoria.
15. In particolare, in sede di appello, era stato chiesto di aumentare la liquidazione del danno tabellare attraverso la personalizzazione “a fronte delle immense sofferenze, paterni d’animo, depressione ampiamente documentata e riconosciuta dallo stesso c.t.u. e dal giudice di primo grado, nella misura massima del 36,5%”.
Tale profilo sarebbe stato omesso dal giudice di appello, sebbene il consulente avesse rilevato che l’impatto psicologico dell’intera vicenda doveva considerarsi di non lieve entità e che il danno avrebbe dovuto essere personalizzato. Nonostante le consistenti allegazioni della danneggiata contenute nell’atto di citazione (pagina 6 e pagina 7) e dell’atto di appello (da pagina 18 pagina 36) la Corte non avrebbe provveduto ad una adeguata personalizzazione del danno.
17. Al contrario, con riferimento al quarto motivo, viene esaminata dalla Corte territoriale solo la questione della percentuale del danno biologico permanente, rigettando la censura, e quella del danno da inabilità temporanea, accogliendo il motivo.
Vi è, pertanto, una omessa pronunzia riguardo alla domanda, che dovrà essere presa in esame dal giudice del rinvio al fine di valutare la sussistenza dei presupposti per la personalizzazione del danno attraverso una considerazione concreta delle particolari sofferenze patite dalla danneggiata nel corso degli anni, con riferimento al peggioramento della qualità e delle abitudini di vita, sulla base delle circostanze già allegate e di quelle ritenute non contestate o risultanti dalla c.t.u. espletata in secondo grado.
18. Con il quinto motivo si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione agli artt. 1218, 1236 e 2697 c.c. e degli artt. 115 e art. 116 c.p.c., oltre che artt. 2, 13 e 32 Cost. La sentenza impugnata sarebbe errata perchè, respingendo il motivo di appello relativo al consenso informato, lo avrebbe ritenuto validamente espresso sulla base di un modulo prestampato dal contenuto generico e nella parte in cui ha richiesto che la paziente avrebbe dovuto provare che, se fosse stata adeguatamente informata, avrebbe rifiutato di sottoporsi all’intervento.
La decisione sarebbe in contrasto con l’orientamento di legittimità che ritiene insufficiente la sottoscrizione di un modulo di consenso informato del tutto generico. Nel caso di specie tale presupposto sarebbe stato trattato come l’espletamento di un passaggio burocratico e non sarebbe stato personalizzato.
23. Il quinto e sesto motivo vanno esaminati congiuntamente perchè strettamente connessi e sono fondati.
Quanto al tema della prova dell’adeguatezza dell’informazione sugli interventi fornita dai sanitari alla paziente, la Corte territoriale ha ritenuto di poter estendere il consenso validamente espresso per iscritto anche agli interventi successivi.
La premessa giuridica non è condivisibile perchè opera, in parte qua, il principio dell’inadeguatezza del consenso e, prima ancora, della informazione, ove il consenso sia prestato apponendo la firma su un modulo prestampato e generico.
Questa Corte ha ripetutamente affermato che in tema di attività medico-chirurgica, il consenso informato deve basarsi su informazioni dettagliate, idonee a fornire la piena conoscenza della natura, portata ed estensione dell’intervento medico-chirurgico, dei suoi rischi, dei risultati conseguibili e delle possibili conseguenze negative, non essendo all’uopo idonea la sottoscrizione, da parte del paziente, di un modulo del tutto generico, nè rilevando, ai fini della completezza ed effettività del consenso, la qualità del paziente, che incide unicamente sulle modalità dell’informazione, da adattarsi al suo livello culturale mediante un linguaggio a lui comprensibile, secondo il suo stato soggettivo ed il grado delle conoscenze specifiche di cui dispone (Sez. 3, Sentenza n. 2177 del 04/02/2016, Rv. 639069 01).
28. Con il settimo motivo si deduce la violazione degli artt. 115, 183 e 184 c.p.c., al tempo vigenti, e dell’art. 345 c.p.c., comma 2, per avere il giudice di appello accolto erroneamente l’appello incidentale dell’assicuratore riguardo alla liquidazione delle spese sopportate dalla danneggiata. La decisione sarebbe errata poichè, nè il convenuto, nè l’assicuratore, Unipolsai, avrebbero contestato nei termini di legge l’entità delle spese richieste dalla danneggiata. Pertanto, si tratterebbe di un appello incidentale fondato su contestazioni tardivamente proposte in primo grado e, in quanto tali, inammissibili.
← Previous Previous post: Gratuito patrocinio: per la Suprema Corte lo Stato deve anticipare gli onorari (Corte Costituzionale, Sentenza 1 ottobre 2019, n. 217).
Next → Next post: Il bagno, la rissa e la fondina. Così si è scatenato l’inferno a Trieste … (Audio dell’operatore della Centrale)

References: Sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2909
 art. 113
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2055
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 118
 art. 156
 sentenza 
 art. 360
 sentenza 
 art. 116
 sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza