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Timestamp: 2020-07-05 01:47:13+00:00

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Glossario – Ragazzi dentro
Dal Dipartimento per la Giustizia Minorile dipendono i Centri per la Giustizia Minorile (CGM – organi del decentramento amministrativo istituiti dall’art. 7 del decreto legislativo 28 luglio 1989, n.272 “Norme di attuazione e coordinamento del D.P.R. 448/88) che hanno prevalentemente competenza regionale. Ognuno di questi Centri opera sul territorio attraverso i Servizi Minorili della Giustizia (previsti dall’articolo 8 del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 272). I Centri esercitano funzioni di programmazione tecnica ed economica, controllo e verifica nei confronti dei Servizi minorili da essi dipendenti quali gli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni, gli Istituti penali per i minorenni, i Centri di Prima Accoglienza, le Comunità.
Centri di Prima Accoglienza – CPA
Sono strutture che accolgono e ospitano temporaneamente il minore in stato di arresto o fermo fino all’udienza di convalida, che deve necessariamente aver luogo entro 96 ore dall’arresto o dal fermo. La principale finalità di queste strutture è quella di evitare il forte impatto con il carcere. Infatti, secondo quanto previsto dall’art.9 D.Lgs. n.272, 1989 i CPA “devono assicurare la permanenza dei minorenni senza caratterizzarsi come strutture di tipo carcerario e sono istituiti, ove possibile, presso gli uffici giudiziari minorili. In nessun caso possono essere situati all’interno di istituti penitenziari”. Gli scopi fondamentali dei CPA sono:
• accogliere il minore e garantirne la permanenza fino all’udienza di convalida;
• svolgere attività di mediazione tra le esigenze penali e quelle educative del minore;
• fornire all’autorità giudiziaria le prime informazioni conoscitive generali sul minore;
• dare le prime indicazioni su una possibile ipotesi intervento.
Tra le figure professionali che operano all’interno del Servizio vi sono: assistenti sociali, psicologi, polizia penitenziaria e professionalità pedagogiche.
Istituti Penali per i Minorenni – IPM
Sono strutture volte ad assicurare l’esecuzione dei provvedimenti dell’Autorità giudiziaria quali la custodia cautelare o l’espiazione di pena dei minorenni autori di reato. Gli I.P.M. ospitano minorenni o giovani adulti (18-24 anni). Tali strutture hanno un’organizzazione funzionale ad un’azione educativa sempre più integrata con gli altri Servizi della Giustizia Minorile e del territorio. Al loro interno possono essere presenti sezioni maschili e femminili, che devono essere organizzate in modo tale da garantire il rispetto di pari opportunità e trattamento tenendo conto, tuttavia, delle peculiarità di genere. In accordo con la normativa vigente e al fine di attivare processi maturazione dei minorenni e di promuovere l’azione rieducativa ed il reinserimento sociale, vengono organizzate dagli Istituti attività scolastiche, di formazione professionale, di animazione culturale, sportiva, ricreativa e teatrale, che si concretizzano tramite collaborazioni con la comunità esterna. Al fine di concretizzare i principi sopracitati gli IPM si servono di una pluralità di figure professionali (educatori, polizia penitenziaria, ecc.).
Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni – USSM
Gli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni (USSM) forniscono assistenza ai minorenni autori di reato in ogni stato e grado del procedimento penale e predispongono la raccolta di elementi conoscitivi concernenti tali minorenni per l’accertamento della personalità, su richiesta del Pubblico Ministero, fornendo concrete ipotesi progettuali e concorrendo alle decisioni dell’Autorità Giudiziaria Minorile. Questi uffici si attivano nel momento in cui, a seguito di denuncia, un minore entra nel circuito penale ed accompagnano il ragazzo in tutto il suo percorso penale, dall’inizio alla fine. Avviano l’intervento in tempo reale per il minore in stato di arresto e di fermo, seguono il progetto educativo del minore in misura cautelare non detentiva, gestiscono la misura della sospensione del processo e della messa alla prova e, complessivamente, svolgono attività di sostegno e controllo nella fase di attuazione delle misure cautelari, alternative e sostitutive concesse ai minori, in accordo con gli altri Servizi Minorili della Giustizia e degli Enti locali. All’interno del servizio operano diverse professionalità tra cui assistenti sociali, educatori e psicologi che lavorando in équipe garantiscono un approccio multi professionale al “trattamento” del minore.
Un importante ruolo dell’USSM si realizza durante la fase di Sospensione del processo e Messa alla prova: la procedura per la messa alla prova, infatti, ha inizio con la richiesta da parte del giudice all’USSM di un progetto educativo destinato al minore; segue una valutazione periodica della personalità dei reo e successivamente, con una nuova udienza, il giudice può giungere alla decisione di dichiarare l’estinzione del reato (nel caso in cui la prova dia esito positivo) oppure può provvedere alla prosecuzione del processo penale (esito negativo della prova).
Comunità Ministeriali
Nelle Comunità si assicura l’esecuzione dei provvedimenti dell’Autorità giudiziaria nei confronti di minorenni autori di reato, ai sensi degli artt. 18, 18-bis, 22, 36 e 37 del D.P.R. 448/88.
Gli obiettivi fondamentali del collocamento presso le Comunità sono:
• stabilire un programma educativo destinato al minore che tenga presente tanto delle sue esigenze quanto delle sue risorse personali, familiari e sociali,
• favorire la responsabilizzazione e la consapevolezza del minore rispetto alla misura restrittiva della libertà personale,
• individuare e valorizzare le risorse del minore,
• offrire al giudice informazioni che contribuiscano ad una scelta conforme il più possibile alle esigenze educative del ragazzo,
• preparare le dimissioni del minore dalla Comunità e curarne l’eventuale invio ad altre strutture,
• restituire il minore al suo contesto sociale.
• organizzazione di tipo familiare, che preveda anche la presenza di minorenni non sottoposti a procedimento penale (con capienza di massimo dieci unità, limite che facilita e garantisce una conduzione e un clima educativamente significativi);
• presenza di operatori professionali specializzati in diverse discipline (assistenti sociali, mediatori culturali, ecc.), che accompagnano e sostengono il minore durante il proprio percorso;
• collaborazione di tutte le istituzioni interessate e utilizzo delle risorse del territorio.
• gli obiettivi che il minore deve raggiungere,
• le attività che dovrà svolgere,
• le indicazioni sulle modalità di svolgimento delle attività,
• le modalità di verifica, utili all’Autorità giudiziaria.
Sono strutture non residenziali che offrono attività dirette ai minori entrati nel circuito penale e di accoglienza di minori devianti o a rischio di disagio sociale non sottoposti a procedimento penale. Sono destinati all’esecuzione delle misure cautelari di prescrizioni e permanenza in casa, delle misure alternative dell’affidamento in prova al servizio sociale, detenzione domiciliare e semilibertà, delle sanzioni sostitutive della semidetenzione e della libertà controllata (per precisazioni su questi istituti si veda la parte quarta). I servizi diurni hanno finalità educative, di studio, di formazione-lavoro, di tempo libero e di animazione, attraverso programmi mirati individuali. Sono organizzati e gestiti dai Centri per la Giustizia minorile in collaborazione con gli enti locali e vi lavorano operatori professionali delle diverse discipline. Vi possono accedere anche minori non sottoposti a procedimenti penali. Annessi alle Comunità Ministeriali, ne condividono il personale e la Direzione. All’interno dei Centri Diurni si svolgono attività legate all’esecuzione di misure alternative e sostitutive alla detenzione: laboratori di formazione professionale, attività ricreative e sportive, programmi di studio, di formazione al lavoro e di tipo educativo.
Se non risulta necessario fare ricorso ad altre misure cautelari, il giudice può impartire al minore specifiche prescrizioni inerenti alle attività di studio o di lavoro ovvero ad altre attività utili per la sua educazione, le quali perdono efficacia decorsi due mesi dal provvedimento con il quale sono state impartite. Nel caso di gravi e ripetute violazioni delle prescrizioni, il giudice può, invece, disporre la misura cautelare della permanenza in casa.
Con il provvedimento che dispone la permanenza in casa il giudice prescrive al minore di rimanere presso l’abitazione familiare o altro luogo di privata dimora, potendo anche imporre limiti o divieti di comunicazione con persone diverse da quelle che con lui coabitano o che lo assistono. Con la misura della permanenza in casa, tuttavia, il giudice può anche, con separato provvedimento, consentire al minore di allontanarsi dall’abitazione per esigenze legate alle attività di studio o di lavoro ovvero ad altre attività utili per la sua educazione. Nel caso dell’applicazione di tale misura cautelare i genitori o coloro nella cui abitazione è disposta la permanenza vigilano sul suo comportamento. Nel caso di gravi e ripetute violazioni degli obblighi imposti o nel caso di allontanamento ingiustificato dall’abitazione, il giudice può disporre la misura del collocamento in comunità.
Con il provvedimento che dispone tale misura il giudice ordina che il minorenne sia affidato a una comunità pubblica o autorizzata, imponendo eventuali specifiche prescrizioni inerenti alle attività di studio o di lavoro ovvero ad altre attività utili per la sua educazione. Nel caso di gravi e ripetute violazioni delle suddette prescrizioni o di allontanamento ingiustificato dalla comunità, il giudice può disporre la misura della custodia cautelare, per un tempo non superiore a un mese, qualora si proceda per un delitto per il quale è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni.
Tale misura cautelare, che consiste nella custodia in IPM, può essere applicata quando si procede per delitti non colposi per i quali la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a nove anni e, anche fuori dai casi suddetti, quando si procede per uno dei delitti, consumati o tentati, previsti dall’articolo 380 comma 2 lettere e), f), g), h) del codice di procedura penale nonché, in ogni caso, per il delitto di violenza carnale. Il giudice può disporre la custodia cautelare: a) se sussistono gravi e inderogabili esigenze attinenti alle indagini, in relazione a situazioni di concreto pericolo per l’acquisizione o la genuinità della prova; b) se l’imputato si e’ dato alla fuga o sussiste concreto pericolo che egli si dia alla fuga; c) se, per specifiche modalità e circostanze del fatto e per la personalità dell’imputato, vi è il concreto pericolo che questi commetta gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale o diretti contro l’ordine costituzionale ovvero delitti di criminalità organizzata o della stessa specie di quelli per cui si procede.
Se per il reato commesso dal minore la legge prevede una pena restrittiva della libertà personale non superiore a due anni ovvero una pena pecuniaria non superiore nel massimo a 5 euro, l’art. 169 c.p. consente al giudice di astenersi dal pronunciare il rinvio a giudizio, quando, avuto riguardo alle circostanze indicate nell’art. 133 c.p., presume che il colpevole si asterrà dal commettere ulteriori reati.
L’istituto più volte richiamato, previsto dall’art. 21 del R.D.L. 1404 del 1934, può essere concesso al minorenne in espiazione pena “in qualunque momento dell’esecuzione e qualunque sia la durata della pena detentiva inflitta”.
La concessione di tale misura alternativa alla detenzione è subordinata alla verifica del ‘sicuro ravvedimento’, analogamente a quanto previsto dall’art. 176 c.p. nell’omologo istituto previsto per gli adulti, rispetto al
quale, peraltro, non si applica l’ulteriore criterio relativo alla verifica dell’adempimento delle obbligazioni civili derivanti da reato, non applicabile ai minorenni. Ciò lo si desume dalla duplice considerazione della ordinaria mancanza di redditi autonomi in capo ai minorenni autori di reati e dall’impossibilità di costituzione di parte civile nel procedimento minorile.
Altra differenza che connota la misura di cui all’art. 21 R.D.L. del 1934 riguarda il diverso regime di misure applicabili in conseguenza della liberazione condizionale. Mentre gli adulti, a seguito di liberazione condizionale, vengono sottoposti alla libertà vigilata, ai minorenni si applicano le diverse misure di cui all’art. 36 D.P.R. 448/1988. In particolare, ai minori di diciotto anni si applicano le misure di cui agli artt. 20 e 21 del D.P.R. 488/1988, consistenti nelle prescrizioni o nella permanenza in casa; mentre agli ultra diciottenni si applica la misura del riformatorio giudiziario, da eseguirsi nelle forme del collocamento in comunità, come dal combinato disposto di cui agli artt. 36 e 22 del D.P.R. 488/1988.
Il positivo esperimento del periodo di liberazione condizionale comporta l’estinzione della pena; viceversa, nel caso in cui il minore commetta altro delitto, si procede alla revoca del beneficio.
Detto istituto, che rispecchia appieno le finalità educative della pena irrogata al minore deviante, dovrebbe sicuramente essere previsto quale misura alternativa alla detenzione nel realizzando ordinamento penitenziario minorile, consentendo una valida opportunità al minore che dimostri un ravvedimento di usufruire in ogni tempo della misura alternativa al carcere.
La semilibertà, come disciplinata negli artt. 48 e ss. O.P., è una misura alternativa alla detenzione prevista nelle ipotesi di pene brevi (arresto o reclusione fino a sei mesi); nelle ipotesi di pene fino a tre anni che consentirebbero l’applicazione dell’affidamento in prova ai servizi sociali; e per pene lunghe superiori a tre anni.
L’applicazione della misura in questione richiede anche la verifica di requisiti di carattere soggettivo circa la verifica sui progressi compiuti nel trattamento, come previsto nell’art. art. 50 O.P.
L’istituto in questione si pone in ottica intermedia rispetto alla libertà condizionale.
L’applicazione della semilibertà ai minorenni appare sostanzialmente riconducibile soltanto all’ipotesi di pene superiori ai tre anni, ben potendo i minori usufruire di altre misure più favorevoli nel caso di pene fino ai tre anni.
La semilibertà, come prevista nell’O.P. destinato all’esecuzione nei confronti degli adulti, riscontra un evidente anomalia nell’ipotesi di applicabilità ai minorenni, nei cui confronti la libertà condizionale prevista dalla norma speciale dell’art. 21 R.D.L. del 1934 rappresenta sicuramente un regime di maggior favore.
L’ipotesi, dunque, più probabile di applicazione della semilibertà ai minorenni si potrebbe ravvisa nel caso di espiazione della pena detentiva a seguito di conversione di sanzioni sostitutive scaturenti dalla violazione delle prescrizioni, così come evincibile dalla lettura del combinato disposto di cui agli artt. 66 e 67 L.689/81, ed alla luce della sentenza della Corte Cost. n. 109/1997, che ha escluso per i minorenni il divieto di accedere all’affidamento in prova ed alla semilibertà, di cui all’art. 67 L.689/81.
Inoltre, sulla scorta di un’interpretazione logico-sistematica, anche in linea con le finalità precipue del procedimento minorile e del differente regime di liberazione anticipata di cui alla L. 1404/1934, non può non ritenersi che la semilibertà ai minori possa essere concessa anche prima dell’espiazione di almeno metà della pena, anche nell’ipotesi di pene detentive lunghe.
Affidamento in prova al servizio sociale- Messa alla prova
L’ipotesi di affidamento in prova al servizio sociale, come delineato nell’art. 47 O.P., disciplina l’ipotesi del probation penitenziario, previsto soprattutto in regime di esecuzione della pena per gli adulti, e differisce dall’istituto analogo della messa alla prova, c.d. probation processuale, istituto riservato ai minori devianti dall’art. 28 del D.P.R. 448/1988.
L’affidamento in prova al servizio sociale di cui all’art. 47 dell’O.P. assume una chiara connotazione penitenziaria ed esecutiva, ed è subordinato alla ricorrenza dei limiti di pena da scontare, anche residua di maggior pena, pari a tre anni, ed è applicabile nelle ipotesi in cui il condannato possa beneficiare ex art. 656 co.5 c.p.p., anche della semilibertà, della detenzione domiciliare o della sospensione della pena ex art. 90 D.P.R. 309/90.
Oltre ai limiti di pena, la concessione della misura di cui all’art. 47 O.P. è subordinata all’osservazione del comportamento del detenuto, oltre che alla valutazione del programma di affidamento che contribuisca alla rieducazione del condannato medesimo e all’esigenza di prevenzione del pericolo di commissione di ulteriori reati.
Nel procedimento minorile si rileva un più facile accesso all’istituto della messa alla prova, per il quale, peraltro, non sono previsti limiti di pena in relazione al reato commesso; tuttavia, l’affidamento in prova ex art 47 O.P. potrà trovare applicazione quale ipotesi residuale per i minorenni soprattutto nelle ipotesi in cui l’esito della messa alla prova, effettuata nel corso del procedimento sospeso, non sia stato positivo e si consenta successivamente la misura alternativa dell’affidamento in prova nel corso dell’esecuzione della pena comminata. In tale caso l’affidamento in prova ai servizi sociali va eseguito con le modalità di cui agli artt. 12 e 24 del D.Lvo 272/89, che prevedono servizi polifunzionali diurni e l’esecuzione tramite i servizi minorili.
L’art. 28 del D.P.R. 448/1988 detta le norme speciali applicabili ai minori in tema di probation processuale, la cui funzione va individuata sostanzialmente nella sospensione del procedimento instaurato a carico del minore, confidando nella sua capacità di responsabilizzazione e di ottemperare alle prescrizioni ed al percorso di messa alla prova, con l’ausilio e sotto il controllo dei servizi sociali.
Nel procedimento minorile l’istituto in questione rappresenta l’esempio tipico di risposta individualizzante e con finalità educativa per il minore deviante, che si configura quale patto tra il minore e l’istituzione, creato ad hoc sulla base delle sue particolari esigenze di vita e del suo contesto socio-famigliare e assunto dal minore consapevolmente.
La sospensione del procedimento può essere disposta per uno o tre anni, in relazione alla pena prevista per il reato contestato al minorenne indagato, periodo durante il quale si procede alla verifica dell’andamento del percorso intrapreso dal minore, sotto la supervisione dei servizi sociali cui il minore viene affidato.
L’esito positivo della prova estingue il reato a carico del minore, in considerazione della priorità che l’ordinamento minorile riconosce al recupero del minore rispetto alla pretesa punitiva.
L’esito negativo della messa alla prova, che può riscontrarsi in occasione di gravi violazioni alle prescrizioni impartite con il progetto educativo, comporta la revoca della misura e la prosecuzione del processo.
Un caso speciale di affidamento in prova ai servizi sociali si ravvisa nell’art. 94 D.P.R.309/90, in relazione a condanne entro sei anni, inflitte a carico di persone tossicodipendenti o alcoldipendenti, dei quali se ne accerti lo stato attuale di dipendenza, laddove ne facciano istanza e siano già sottoposte o vogliano sottoporsi a programma terapeutico.
L’istituto del probation processuale è stato di recente introdotto con L.67/2014 anche in favore degli adulti e, sebbene con alcune differenze rispetto all’analogo istituto minorile, ne persegue analoghe finalità
La detenzione domiciliare, prevista dall’art.47 ter O.P., è una misura alternativa alla detenzione inframuraria, che consente di espiare la pena presso la propria abitazione o altro luogo di pubblica cura, assistenza e accoglienze. La misura in oggetto è applicabile ai condannati che abbiano compiuto 70 anni; può essere disposta anche nei confronti di coloro che debbano scontare una pena non superiore a 4 anni, anche se residua di pena maggiore; ovvero a carico di madri incinte o padri –ma quando la madre sia deceduta o inabile- di prole inferiore ai dieci anni; nei confronti di condannati ultrasessantenni parzialmente inabili, ovvero di persone affette da gravi patologie, nonché nei confronti di infraventunenni per esigenze di salute, studio, lavoro e famiglia.
Inoltre, la detenzione domiciliare, al di fuori dei limiti di pena previsti dal comma 1, può essere concessa anche nel caso in cui non risulti possibile l’affidamento in prova ai servizi sociali e residuino due anni di pena da scontare; ovvero, sempre dei limiti di cui al comma 1, può essere disposta nel caso di rinvio obbligatorio o facoltativo dell’esecuzione della pena ai sensi degli art.146-147 del c.p.
Detenzione domiciliare nei confronti di madri con prole
Oltre all’ipotesi di cui all’art. 47 ter, co. 2, O.P., in relazione alle madri detenute, la L. 62/2011 ha introdotto la possibilità di scontare la detenzione domiciliare, oltre che nell’abitazione o in altro luogo di pubblica cura e assistenza, anche in case famiglie protette.
Peraltro, in favore delle detenute madri di prole inferiore ai dieci anni, è stata introdotto la previsione della detenzione domiciliare speciale di cui all’art. 47 quinquies O.P. che, al di fuori dei limiti di pena di cui all’art. 47 ter, consente alle predette di scontare la pena in regime domiciliare o in altro luogo di cura e di assistenza, in concomitanza di tre requisiti: l’aver scontato almeno un terzo della pena o 15 anni nel caso di ergastolo, la possibilità di ristabilire la convivenza con la prole e la insussistenza del concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti.
Inoltre, sempre con riferimento alle detenute madri, salva l’ipotesi di condanna per i reati di cui all’art. 4 bis dell’O.P. e laddove sia stata espiata almeno un terzo della pena o 15 anni di reclusione, la detenzione domiciliare può avvenire presso un istituto di a custodia attenuata per detenute madri, ovvero nella propria abitazione allorché non sussista il pericolo di fuga e di commissione di ulteriori delitti, ovvero in luogo di assistenza e di cura, al fine di consentire alle medesime di provvedere alla cura della prole. Nel caso di impossibilità di espiare la detenzione domiciliare speciale presso la propria dimora, è possibile nei predetti casi, la detenzione presso case famiglia protette.
Nel caso di compimento del decimo anno di età della prole, è consentito alle detenute madri di ottenere la proroga della detenzione domiciliare speciale o di essere ammesse all’assistenza dei figli minori all’esterno, sulla base delle valutazioni sul comportamento della detenuta, effettuata dal servizio sociale, e sulla base della durata della misura e dell’entità della pena residua.
L’art. 47 quinquies, al co. 7, estende la predetta misura anche al padre detenuto, se la madre sia deceduta, impossibilitata all’accudimento della prole e non vi siano altri affidatari.
Peraltro, sempre a tutela delle donne incinte o madri con prole inferiore a 6 anni, la L.62/2011 ha previsto che, salva l’ipotesi di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, non può esser disposta la custodia cautelare, così come disposto dall’art. 275 c.p.p.
Inoltre, l’art. 285 bis c.p.p., introdotto dalla novella 62/2011, ha previsto che nelle ipotesi in cui ricorrano eccezionali esigenze cautelari le donne incinte o madri di prole inferiore a 6 anni debbano essere ristrette in custodia cautelare presso istituti a custodia attenuata per detenute madri.
I medesimi benefici possono essere concessi al padre sottoposto a regime di custodia cautelare, laddove la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole.
La L.62/2011 ha previsto, all’art. 21 ter O.P., in favore delle madri condannate, imputate o internate, il permesso di recarsi a far visita al figlio minore infermo nonché ad assistere la prole inferiore a 10 anni per le visite specialistiche. Detta possibilità è estesa anche al padre nel caso di madre deceduta o impossibilitata.
La normativa in favore delle detenute madri ha subito una innovazione già con la L.40/2001, che ha inizialmente introdotto l’art. 47 quinquies O.P., prevedendo un più ampio accesso alle misure alternative al carcere.
Con la L.62/2011 è stata prevista la custodia l’istituzione di due tipologie di strutture per le detenute madri, ovvero gli Istituti a custodia attenuata (Icam), facenti capo all’Amministrazione penitenziaria, e le case protette, facenti capo ai servizi sociali e agli enti locali.
La normativa in questione, tuttavia, presenta problemi applicativi soprattutto per le detenute straniere, che, in mancanza di fissa dimora, non potranno accedere al regime di detenzione domiciliare.
A tal fine, è stato siglato un Protocollo d’intesa nel marzo 2014, tra il Ministero della Giustizia, l’Autorità Garante pe l’infanzia e l’adolescenza e l’associazione ‘Bambinisenzasbarre ONLUS’, proprio al fine di favorire la realizzazione delle finalità delle leggi in questione e per favorire i diritti dei minori figli di detenute.
In Italia vi sono tre Istituti penitenziari minorili destinati alle detenute donne, quello di Nisida a Napoli, quello di Casal del Marmo a Roma e quello di Pontremoli, tutti attrezzati per ospitare i figli minori delle detenute.
In ogni caso, in tutti gli I.P.M. ai detenuti con figli minori sono assicurati informazioni appropriate circa i diritti di visita e di colloqui visivi e telefonici, nonché circa i diritti spettanti ai detenuti con prole secondo la normativa in precedenza esposta.
In ambito minorile, tuttavia, l’incidenza percentuale di dette situazioni appare comunque attestarsi su livelli bassi, rilevandosi per l’anno 2015 complessivamente dieci casi di ingresso di detenute madri con prole nei tre Istituti femminili.
Un particolare rilievo va assicurato alla preponderanza della componente di detenute straniere negli Istituti penitenziari minorili, che, per l’anno 2014, ammontava complessivamente a 112 straniere, su di un totale di 126 ingressi complessivi.
Sulla questione, inoltre, si evidenzia l’emanazione della Raccomandazione (2012) 12, che, al paragrafo 33, prevede una particolare attenzione per le detenute straniere, onde assicurare loro misure speciali per combattere l’isolamento in cui possano versare, per soddisfare le esigenze psicologiche e di assistenza sanitaria, anche in relazione ai figli, rispetto ai quali assicurare cure prenatali e postnatali nel rispetto delle diversità culturali e religiose; mentre al paragrafo 34 evidenzia la necessità di un’accurata valutazione sull’opportunità o meno di tenere il figlio neonato in istituto, che comunque dovrà consentire disposizioni e strutture per la cura dei neonati, nel rispetto della diversità culturale e religiosa.
Misure alternative per persone malate di AIDS o altre gravi malattie
L’art. 47 quater O.P., con riferimento ai condannati affetti da AIDS o da altre gravi immunodeficienze, prevede l’applicazione dell’affidamento in prova ai servizi sociali e della detenzione domiciliare anche al di fuori dei limiti di pena di cui agli artt. 47 e 47 ter dell’O.P., laddove il condannato voglia sottoporsi a programma di cure presso unità ospedaliere specializzate. Detta previsione va letta in relazione alle norme sul differimento dell’esecuzione della pena o delle misure di sicurezza, di cui agli artt. 146 e 211 bis del c.p.
Altra ipotesi di detenzione domiciliare speciale è stata introdotta dalla L. 199/2010, c.d. legge “svuotacarceri”, che, al fine di consentire di ridurre il fenomeno del sovraffollamento carcerario, ha previsto la misura alternativa dell’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori ad un anno, anche se residuali rispetto a pena superiore. Detta misura si pone sostanzialmente come misura a tempo e con finalità di far fronte all’emergenza carceraria. Con la successiva Legge 211 del 2011 si è proceduto ad ampliare l’ambito applicativo della misura in questione, prevedendo l’innalzamento del termine di pena da scontare da un anno a diciotto mesi.
Detta misura, prevista nell’art. 54 O.P. sebbene ricompresa tra le misure alternative alla detenzione, tuttavia rappresenta una semplice riduzione di pena. L’istituto in questione prevede, nel caso in cui il condannato abbia dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione, la riduzione di pena di 45 giorni ogni semestre di detenzione scontata.
Con il D.L. 23.12.2013, n. 146, convertito con modificazioni in L. 21.02.1014, n. 10, è stata prevista una liberazione anticipata speciale, applicabile per due anni dall’entrata in vigore del decreto legge, che prevede una detrazione di pena pari a 75 giorni per ogni singolo semestre di pena scontata.
La liberazione anticipata non può essere concessa ai condannati per reati di cui all’art. 4 bis dell’O.P., a coloro che sono stati ammessi all’affidamento in prova ai servizi sociali ed alla detenzione domiciliare, e a coloro che sono stati ammessi all’esecuzione della pena presso il domicilio o che si trovino agli arresti domiciliari ex art.656, co. 10, c.p.p.
I permessi premio rientrano nella categoria degli istituti premiali concessi ai condannati in espiazione pena che tengano una regolare condotta e non risultino socialmente pericolosi.
la L. 354/1975 prevede, all’art. 30 ter, una disciplina differenziata per i minorenni devianti, che possono così usufruire dei permessi con modalità più favorevoli rispetto agli adulti, in quanto possono essere concessi
per un massimo di trenta giorni ogni volta e per una complessiva durata di cento giorni per ogni anno di espiazione.
Inoltre, con riferimento ai minori, a seguito della sentenza della Corte Cost. n. 450/1998, è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 30 ter, co. 4, lett. c) O.P., laddove prevede che la concessione dei permessi premio possa essere data soltanto a seguito dell’espiazione di metà della pena, per i condannati di reati di cui all’art. 4 bis , co. 1, 1 ter e 1 quater O.P.; ed a seguito della sentenza Corte Cost. n.403/1997, ne è stata dichiarata l’incostituzionalità del 5 co. del medesimo art. 30 ter, laddove prevede la concessione dei permessi soltanto decorsi due anni dalla commissione di altro fatto di reato, per il quale sia intervenuta condanna nel corso dell’espiazione della pena o di misure restrittive in corso.
Peraltro, da un’interpretazione logica di dette sentenza, deve ritenersi fruibile il permesso premio anche per i minori condannati per reati diversi da quelli ex art. 4 bis O.P., senza che per essi operi il limite di una sentenza di condanna superiori ai tre anni.
Divieti di concessione di benefici penitenziari
L’art. 4 bis dell’O.P. individua le ipotesi di esclusione dai benefici penitenziari e dalle misure alternative, fatta eccezione per la liberazione anticipata, in occasione della commissione di particolari reati di allarme sociale.
La norma in questione prevede l’inapplicabilità dei benefici in senso lato ai condannati per delitti di cui agli artt. 416 bis e 630 c.p., 74 D.P.R. 309/90, artt.600, 600 bis, ter, 601, 602 e 609 octies c.p., salvo che nel caso in cui i condannati collaborino con la giustizia; ovvero ai condannati per i medesimi delitti di cui al primo comma cui sia stata riconosciuta l’attenuante del risarcimento del danno, della minima partecipazione o abbiano commesso un reato diverso da quello voluto, laddove manchi un collegamento attuale con la criminalità organizzata; ovvero ai condannati di altri gravi delitti, quali quelli di cui agli artt. 575, 628 co. 3, 629 co.2, 609 bis, quater, quinquies e octies c.p., 73 D.P.R. 309/90, e art. 12 del D.Lvo n. 286/98, sempre laddove manchino elementi per ipotizzare un collegamento attuale con associazioni criminali; nonché ai condannati per delitti sessuali di cui agli art. 609 bis e ss, c.p., l’applicabilità dei benefici è subordinata ai risultati dell’osservazione scientifica condotta per un anno sulla personalità del detenuto e dell’internato.
Per espressa previsione dell’art. 14, co. 4, del D.L. 152/91, detti divieti si applicano anche ai condannati minorenni.
A seguito della sentenza della Corte Cost. n. 436/1999, che è intervenuta per dichiarare l’illegittimità costituzionale dell’art. 58 quater O.P. nella parte in cui prevede l’applicabilità del limite di tre anni per la concessione dei benefici anche nei confronti dei minori condannati, deve ritenersi non applicabile ai condannati ed internati minorenni anche il limite temporale dettato nella disciplina relativa ai permessi premio, alla semilibertà, alla libertà condizionale ed al caso della condanna di minorenne per sequestro di persona che abbia cagionato la morte della vittima. In tale ottica, va rilevato anche che non si estendono ai minorenni i divieti di benefici previsti per l’evasione e per il condannato cui sono stati revocati i benefici per ‘cattiva condotta’.
Le argomentazioni della Corte Costituzionale, a tal proposito, sono incentrate sull’incompatibilità di divieti automatici previste dalle norme in questione in relazione alle finalità del procedimento minorile, fondate su una valutazione individualizzata del minore deviante e sulla consequenziale discrezionalità del giudice in
ordine alla valutazione del percorso trattamentale intrapreso, così come già esposto in materia di interventi della Corte Costituzionale.
L’unica questione aperta, attualmente, resta l’applicabilità del limite di un anno anche per i minorenni autori si reati di natura sessuale, di cui al co 1 quater dell’art. 4 bis O.P., dovendosi ritenere non confacente al regime di valutazione individualizzante previsto per i minorenni. Nel caso in esame, sebbene sia stata sollevata la questione di illegittimità costituzionale, unitamente ad altri profili, la Consulta ha rimesso gli atti al giudice rimettente, non affrontando la questione specifica, in quanto, nel frattempo, il legislatore, con la L.94/2009, aveva ritenuto di eliminare il riferimento alla necessaria compresenza dei due requisiti della collaborazione e dell’osservazione per i detenuti condannati per reati sessuali.
La riabilitazione speciale
Per i minori devianti il codice detta una disciplina speciale in tema di riabilitazione, che differisce da quella prevista dagli artt. 174-181 c.p.
Infatti, l’art.24 del R.D.L. n. 1404/1934 prevede che per i condannati minorenni la riabilitazione può essere richiesta e disposta anche d’ufficio fino al compimento del venticinquesimo anno di età, sia in relazione a sentenze di condanna che di proscioglimento, senza essere soggetta a condizioni e a limiti temporali.
Detta disciplina va poi raccordata con le disposizioni sul casellario giudiziale, come previste all’art. 15 del D.P.R. 448/88, in ragione delle quali, al compimento del diciottesimo anno di età, vengono trasmesse al Tribunale ordinario solo le iscrizioni relative a sentenze di condanna a pene detentive e quelle di concessione della sospensione condizionale della pena. Con riferimento alla sentenza di perdono giudiziale, invece, si provvede alla cancellazione al compimento del ventunesimo anno di età.
Le sanzioni sostitutive possono essere comminate al reo in sostituzione di una pena detentiva comunque inferiore ai due anni e sono previste dal capo III della L. 689/1981. In particolare, l’art. 53 dispone che il giudice, nel pronunciare la sentenza di condanna, quando ritiene di dovere determinare la durata della pena detentiva entro il limite di due anni, può sostituire tale pena con quella della semidentenzione; quando ritiene di doverla determinare entro il limite di un anno, può sostituirla anche con la libertà controllata; quando ritiene di doverla determinare entro il limite di sei mesi, può sostituirla altresì con la pena pecuniaria della specie corrispondente.
Il giudice ha la facoltà di scegliere di sostituire alla pena inflitta al reo una pena sostitutiva nei limiti e secondo i modi disposti dalla legge. L’applicazione delle sanzioni sostitutive è affidata quindi al potere decisorio del giudice che può concederle ex officio o su istanza di parte e che possono essere revocate o convertite nel caso in cui il reo violi le prescrizioni previste dalle pene stesse.
Con riferimento al procedimento minorile, l’art. 30 del D.P.R.488/1988 prevede che “Con la sentenza di condanna il giudice, quando ritiene di dover applicare in concreto una pena detentiva non superiore a due anni, può sostituirla con la sanzione della semidetenzione o della libertà controllata, tenuto conto delle
esigenze di lavoro o di studio del minorenne nonché delle sue condizioni famigliari, sociali o ambientali”. Al magistrato di sorveglianza compete provvedere sulle concrete modalità esecutive della sanzione, tenuto conto anche delle esigenze educative del minore.
– Semidetenzione
Secondo l’articolo 53, primo comma della legge n. 689/81 la semidetenzione è la pena sostitutiva della pena detentiva fino a 2 anni. Ai sensi dell’art. 55 della citata legge la sanzione comporta l’obbligo di trascorrere almeno 10 ore al giorno negli istituti penitenziari minorili destinato ai semiliberi situati nel comune di residenza del condannato o in un comune vicino. La misura in questione, poi, comporta inoltre di seguire per il resto della giornata un programma finalizzato alla risocializzazione del soggetto.
– Libertà controllata
L’articolo 53, primo comma della legge n. 689/81 prevede la possibilità di applicare la libertà controllata come pena sostitutiva delle pene detentive fino a un anno. Ai sensi dell’art. 56 della citata legge comporta in ogni caso il divieto di allontanarsi dal comune di residenza, salvo apposita autorizzazione concessa di volta in volta ed esclusivamente per motivi di lavoro, di studio, di famiglia o di salute.
La misura in questione consente al minore di restare nel proprio ambiente e nel contempo di essere sottoposto ad un programma educativo, svolgentesi sotto il controllo dei servizi sociali, che comporta prescrizioni limitative sulla libertà di movimento, di dimora, o di frequentazione di luoghi o persone, nonché prescrizioni attinenti all’obbligo di rapporti con i servizi sociali, alle modalità di lavoro o di studio, ovvero rapporti con famigliari e vittime del reato.
– Pena pecuniaria
La pena pecuniaria è la pena sostitutiva delle pene detentive fino a 6 mesi. La conversione della pena detentiva avviene attraverso dei rapporti di equivalenza per cui un giorno di detenzione equivale a euro 250,00 di multa (ex art. 135 c.p.) o di ammenda a seconda che si tratti di delitto o contravvenzione. Sulla questione dell’applicabilità o meno ai minori della sanzione sostitutiva in esame non vi è accordo in dottrina e giurisprudenza. La Corte di Cassazione ha affermato che l’omesso riferimento all’art. 51 della L. 689/81 non comporta l’inapplicabilità dell’istituto in questione, anche perché si creerebbe un ingiustificata disparità di trattamento nei confronti del minore non ammesso a detto beneficio. Per contro la dottrina sostiene che l’art. 30 del D.P.R. 488/88 detta una normativa speciale delle sanzioni sostitutive per i minori, escludendo opportunamente l’applicazione della pena pecuniaria di cui all’art. 51 L. 689/81, la cui applicazione, peraltro, renderebbe impossibile l’intervento di recupero del minore.
Nel procedimento minorile, dunque, in ragione della diminuente di cui all’art. 98 c.p., della concessione delle attenuanti generiche, prevalenti anche sulle eventuali aggravanti contestate, nonché della possibilità che in udienza preliminare la pena possa essere ridotta anche della metà rispetto al minimo edittale, il campo di applicazione delle predette misure riguarda anche reati di notevole gravità.
Peraltro, nel caso di condannati minorenni, non si applicano i limiti soggettivi ed oggettivi di cui agli artt. 59 e 60 della l.689/81, come peraltro avallato dalla sentenza della Corte Cost. n. 16 del 18.02.1998, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’applicazione delle condizioni soggettive di cui all’art. 59 anche ai minorenni.
Anche per i minorenni è previsto il c.d. ‘doppio binario’, sulla base del quale si applica la pena a seguito dell’accertamento del reato commesso da persona imputabile e capace di intendere e volere; si applica una misura di sicurezza sulla base della pericolosità sociale della persona, anche se non imputabile o non punibile, al fine di consentire recupero sociale della stessa e, nel contempo, di assicurare la difesa sociale della collettività.
La disciplina delle misure di sicurezza è contenuta nel libro I, titolo VIII, del codice penale e va coordinata con le norme speciali dettate dal Capo IV del D.P.R. 488/1988 in materia di minori.
L’art. 202 c.p. dispone l’applicazione della misure di sicurezza nel caso di ricorrenza di un fatto-reato e della pericolosità sociale e criminale del soggetto, desunta da un giudizio prognostico compiuto sulla personalità del medesimo effettuata sulla base dei criteri di cui all’ art.133 c.p., come disposto dall’art. 203 c.p.
In tema di misure di sicurezza, il codice prevedeva l’applicabilità della misura del ricovero nel manicomio giudiziario anche ai minori degli anni 14 ovvero ai minori di età compresa tra i 14 e i 18 anni, nel caso di proscioglimento per infermità psichica e negli altri casi di cui al 1° comma dell’art. 222 c.p.; rispetto a detta norma, tuttavia, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale nella parte in cui prevedeva l’applicazione ai minori della predetta misura, con la sentenza n. 324 del 24 luglio 1998.
L’art. 223 c.p. prevede, poi, la misura di sicurezza speciale per i minori presso il riformatorio giudiziario, applicabile, ex art. 36 del D.P.R. 488/1998, soltanto per i delitti di cui all’art. 23 del medesimo D.P.R.
L’art. 224 c.p., invece, consente l’applicazione della misura di sicurezza del riformatorio giudiziale o della libertà vigilata nel caso di commissione di un delitto da parte del minore di anni 14 che sia riconosciuto socialmente pericoloso ovvero nel caso di minore che abbia compiuto i 14 anni, laddove sia stato riconosciuto non imputabile a norma dell’art. 98 c.p. La disposizione in oggetto, sempre sulla base del disposto di cui all’art. 36 del D.P.R. 488/1988, si applica solo nei casi dei delitti di cui all’art. 23 del medesimo decreto. Il secondo comma dell’art. 224 c.p. prevede che, nel caso di delitto non colposo punito con la pena dell’ergastolo e della reclusione non inferiore nel minimo a tre anni, il ricovero del minore presso il riformatorio per un tempo non inferiore a tre anni; detta norma è stata dichiarata incostituzionale con sentenza n. 1 del 20.01.1971, nella parte in cui rende obbligatorio ed automatico il ricovero dell’infraquattordicenne per un periodo di almeno tre anni.
L’art. 225 c.p. prevede nei confronti del minore imputabile, dopo l’esecuzione della pena, l’applicazione della misura di sicurezza del riformatorio giudiziale o della libertà vigilata nel caso di commissione di un delitto, quando sia riconosciuto socialmente pericoloso; stessa misura deve essere applicata al minore che riporti altra condanna per la commissione di un reato nel corso dell’esecuzione della misura di sicurezza applicata per difetto di imputabilità.
Al minore delinquente abituale o professionale o per tendenza deve essere applicata la misura del riformatorio giudiziario (art. 226 c.p.); nel caso di ricovero in riformatorio ordinario, al minore che sia riconosciuto particolarmente pericoloso va applicata la misura del riformatorio speciale (art. 227 c.p.), che di fatto non risultano istituiti.
Le misure di sicurezza applicabili ai minorenni sono soltanto quella libertà vigilata e del riformatorio giudiziario, disponendo l’art. 36 del codice minorile che “La misura di sicurezza della libertà vigilata applicata nei confronti di minorenni è eseguita nelle forme previste dagli articoli 20 e 21…”, in tal caso è applicabile facoltativamente nei casi previsti dall’art. 229 c.p. o obbligatoriamente nei casi previsti dall’art. 330 c.p., ovvero per il minore non imputabile che sia riconosciuto pericoloso per un delitto punito con pena inferiore nel minimo a tre anni (ex art.224 c.p.). La misura è eseguita attraverso l’affidamento ai servizi sociali dell’amministrazione della giustizia, che opereranno con i servizi di assistenza territoriali e mediante l’imposizione di prescrizioni inerenti l’attività di studio o di lavoro
L’art. 36, prevede poi che “La misura di sicurezza del riformatorio giudiziario è applicata soltanto in relazione ai delitti previsti dall’articolo 23 comma 1 ed è eseguita nelle forme dell’articolo 22”, si applica ai minori non imputabili, ma pericolosi, per reati puniti con pena non inferiore a tre anni (art.224 c.p.) ovvero a quelli dichiarati delinquenti professionali, abituali o per tendenza (art.226 c.p.) ed è eseguita attraverso il collocamento in comunità pubblica o autorizzata.
L’art. 37, inoltre, prevede l’applicazione provvisoria di una misura di sicurezza con la sentenza di non luogo a procedere emessa a norma degli articoli 97 e 98 del codice penale, allorché ricorrano “le condizioni previste dall’articolo 224 del codice penale e quando, per le specifiche modalità e circostanze del fatto e per la personalità dell’imputato, sussiste il concreto pericolo che questi commetta delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale o diretti contro la sicurezza collettiva o l’ordine costituzionale ovvero gravi delitti di criminalità organizzata”. La misura cessa di avere effetto decorsi 30 giorni dalla pronuncia senza che abbia avuto inizio il procedimento previsto dall’articolo 38.
Nell’art. 38 del D.P.R. 488/1988 si delineano le modalità del procedimento per l’applicazione della misura di sicurezza davanti al tribunale per i minorenni che “procede al giudizio sulla pericolosità nelle forme previste dall’articolo 678 del codice di procedura penale e decide con sentenza, sentiti il minorenne, l’esercente la potestà dei genitori, l’eventuale affidatario e i servizi indicati nell’articolo 6. Nel corso del procedimento può modificare o revocare la misura applicata a norma dell’articolo 37 comma 1 o applicarla in via provvisoria. Con la sentenza il tribunale per i minorenni applica la misura di sicurezza se ricorrono le condizioni previste dall’articolo 37 comma 2”.
L’applicazione di una misura di sicurezza può essere disposta anche nel dibattimento con la sentenza emessa a norma degli artt. 97 e 98 c.p. o con la sentenza di condanna, se ricorrono le condizioni previste dall’articolo 37 comma 2.
L’esecuzione delle misure di sicurezza è attribuita al magistrato di sorveglianza per i minorenni del luogo dove la misura stessa deve essere eseguita, che “impartisce le disposizioni concernenti le modalità di esecuzione della misura, sulla quale vigila costantemente anche mediante frequenti contatti, senza alcuna formalità, con il minorenne, l’esercente la potestà dei genitori, l’eventuale affidatario e i servizi minorili. In caso di revoca della misura ne dà comunicazione al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni per l’eventuale esercizio dei poteri di iniziativa in materia di provvedimenti civili” (art. 40 del D.P.R. 488 del 1988).
Al minore, secondo il disposto di cui all’art. 98 c.p., possono essere applicate, nel caso di una condanna superiore a 5 anni, soltanto la pena accessorie dell’interdizione dai pubblici uffici, per una durata massima di 5 anni, e la sospensione dell’esercizio della responsabilità genitoriale.
A norma dell’art. 102 della L. 689/81, nel caso di insolvenza, si attua la conversione della pena pecuniaria in libertà controllata o, su richiesta del condannato, in lavoro sostitutivo. Orbene, in considerazione del fatto che la condizione di insolvenza è quella che ordinariamente rappresenta la condizione economica del minore, ancor più opportuna appare la disposizione di cui all’art. 102 della L.689/81, in luogo dell’originaria previsione dell’art. 136 c.p.
Le pene applicabili per i reati di competenza del Giudice di pace
Con il D.Lvo n. 274/2000, istitutivo del Giudice di pace, sono state previste nuove sanzioni per i reati di competenza, quali la permanenza domiciliare e ed il lavoro di pubblica utilità, entrambi applicabili ai minorenni. Peraltro, anche nel caso di reati di competenza del giudice di pace, la competenza a giudicare il minore spetta al tribunale per i minorenni, che provvederà ad irrogare le sanzioni previste dal D.Lvo 274/2000.
L’art. 163, co. 2° c.p. dispone che nel caso in cui il minorenne sia condannato a pena non superiore a tre anni, anche se congiunta a pena pecuniaria che ragguagliata ex art. 135 c.p. comporti la limitazione di libertà per tre anni, il giudice può concedere la sospensione condizionale della pena per la durata di 5 anni; stessa possibilità è prevista anche nel caso di condanna a pena pecuniaria congiunta a pena detentiva purché non superiore a tre anni, anche nel caso in cui il ragguaglio con quella pecuniaria superi i tre anni di pena detentiva.
La concessione della sospensione condizionale richiede quale presupposto che, anche sulla base dei criteri di cui all’art. 133 c.p., il giudice ritenga che il colpevole si asterrà dalla commissione di ulteriori reati. La sospensione non può esser concessa nel caso in cui il minore abbia già riportato una sentenza di condanna a pena detentiva ovvero quando è prevista congiuntamente ad una misura di sicurezza; inoltre, la sospensione non può esser concessa più di una volta, salvo che la seconda condanna, cumulata con la precedente, rientri nel limite di tre anni.
Il reato si estingue nel caso di mancata commissione di ulteriori delitti ovvero di contravvenzioni della stessa indole nei cinque anni successivi.
La giustizia ‘riparativa’ è un modello di giustizia diverso da quello o rieducativo, che indirizzandosi verso la riparazione del danno o delle sofferenze cagionate dal reato dovrebbe portare alla riconciliazione tra le parti ed alla riparazione del danno nei confronti della società.
La giustizia riparativa può attuarsi attraverso la mediazione ovvero tramite lavori socialmente utili.
Quanto alla principale forma, si rileva che la mediazione, come elaborata anche nelle esperienza di altri Stati, è essenzialmente un modello consensuale di conflitti, che opera tra le parti interessate, autore del reato e vittima, mediante l’intervento di un mediatore.
In tal senso, a livello internazionale, si rinvengono i principi dettati dalle Regole minime per l’amministrazione della giustizia minorile (O.N.U., New York, 29 novembre 1985), che promuove l’utilizzo di misure extra-giudiziarie finalizzate alla restituzione dei beni e al risarcimento delle vittime.
Inoltre, la Raccomandazione (87) 20 sulle risposte sociali alla delinquenza minorile (Consiglio d’Europa, Strasburgo, 17 settembre 1987), prevede per i minorenni l’opportunità di uscita dal circuito giudiziario e la ricomposizione del conflitto attraverso forme di “diversion” e “mediation”, raccomandando l’utilizzo di misure che comportino la riparazione del danno causato.
Un sostegno specifico all’introduzione della mediazione penale quale strumento di risoluzione dei conflitti proviene dalla Raccomandazione (99) 19 del Consiglio d’Europa, adottata dal Comitato dei Ministri in data 15.9.1999.
Peraltro, anche nella Direttiva 2012/29 del Parlamento Europeo del 25.10.2012, dettata in materia di protezione delle vittime del reato, è contenuto il richiamo alla giustizia riparativa, che, attraverso i suoi servizi, è chiamato a fornire informazioni e consigli alle vittime del reato.
Nell’ambito del procedimento minorile gli spazi normativi in cui si realizzano le esperienze di mediazione penale si possono individuare nell’art.9 del D.P.R.448/88, nella fase delle indagini preliminari; nell’art 27 durante l’udienza preliminare o nel dibattimento; nell’art. 29 nell’attuazione della sospensione del processo e messa alla prova; nell’applicazione delle sanzioni sostitutive della semidetenzione o della libertà controllata; infine, la mediazione penale può essere realizzata in fase di esecuzione penale, nell’ambito della misura alternativa alla detenzione di cui all’art. 47 della L.354/75.
Il concetto di riparazione viene inoltre introdotto nel recente Regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario e delle misure privative della libertà personale (D.P.R. 230/2000).
A livello nazionale si colloca il documento “L’attività di mediazione nell’ambito della giustizia penale minorile. Linee di indirizzo” elaborato dalla Commissione nazionale consultiva e di coordinamento per i rapporti tra il Ministero della Giustizia, le regioni, gli enti locali ed il volontariato ed approvato in sede politica il 30 novembre 1999, con l’obiettivo di promuovere l’attività di mediazione penale e di fornire orientamenti condivisi e unitari in merito alle modalità di attuazione.
Il modello organizzativo prevalente è costituito da un organismo, denominato “ufficio” o “centro per la mediazione penale”, con sede autonoma rispetto al Tribunale per i minorenni, con il quale collaborano operatori dei servizi minorili della giustizia e dei servizi territoriali sociali e sanitari, esperti e volontari.
A tal proposito, il Dipartimento della Giustizia minorile ha emanato una circolare, prot. 14095 del 30.04.2008, contenente le linee di indirizzo e coordinamento in materia di mediazione penale minorile.
Per disciplinare le modalità di collaborazione e gli impegni assunti dalle diverse amministrazioni, sono stati siglati numerosi protocolli d’intesa con la firma o l’assenso del Presidente del Tribunale per i minorenni e del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni, competenti per i vari distretti di Corte d’Appello.
Nella mediazione penale minorile, l’asimmetria delle parti, vittima e reo, costituisce un fattore specifico che richiede particolari cautele e tutele a protezione dei soggetti ed una diversificazione degli obiettivi della mediazione, che devono essere chiariti dal mediatore agli interessati per permettere un incontro e una comunicazione efficace tra le parti.
Nel processo penale minorile la mediazione rappresenta una modalità di intervento di rilevante importanza, in quanto la vittima non può costituirsi come parte civile (art.10 del D.P.R. 448/88), e pertanto con la mediazione le si consente di esprimere in un contesto protetto il proprio vissuto personale rispetto all’offesa subìta e di uscire da un ruolo passivo dando voce e visibilità alla propria identità personale.
Al minore che sia autore del reato, la mediazione permette una responsabilizzazione circa gli effetti e le conseguenze del reato, del danno causato e sulle possibilità di riparazione, anche in relazione all’intento di favorire l’ulteriore capacità di prevenzione delle attività criminose.
Nel contesto dell’attività di mediazione, al mediatore compete il ruolo neutrale di consentire una facilitazione della comunicazione tra vittima ed autore del reato e di riferire al giudice l’esito della mediazione, ma non le motivazioni specifiche data la riservatezza dell’incontro. L’esito positivo comporta l’intervenuta ricomposizione o la significativa riduzione del conflitto, dal quale scaturisce la possibilità di definire accordi di riparazione riguardanti interventi diretti alla vittima, compreso il risarcimento, o attraverso lo svolgimento di attività di utilità sociale.
Il dibattito, anche se ancora agli inizi nel nostro paese, verte sui due modelli: riparativo e riconciliativo. A ben vedere la differenza è sottile da un lato e labile dall’altro, considerando che l’obiettivo comune rimane comunque la risoluzione del conflitto attraverso una riorganizzazione del sistema di relazione autore – vittima.
La tesi prevalente in Italia, ove peraltro l’istituto deve necessariamente contemperarsi con il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, è quella di tipo riparativo in presenza di aspetti giuridico – sociali e culturali che vedono nella riparazione del danno reale o simbolico una prerogativa irrinunciabile.
Altro strumento della giustizia riparativa è rappresentato dai lavori socialmente utili, visto non in ottica punitiva, bensì quale opportunità del minore autore di reato di rendersi utile alla società, offrendo un contributo fattivo con l’impiego in attività lavorativa in favore della collettività.
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References: art. 50
 sentenza 
 art. 656
 art. 90
 art.146
 art.656
 sentenza 
 sentenza 
 art. 30
 art. 4
 sentenza 
 art. 12
 art. 609
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 135
 sentenza 
 art.133
 sentenza 
 art. 36
 sentenza 
 art.224
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 135
 sentenza