Source: http://www.comitato-antimafia-lt.org/scarpinato-per-i-colletti-bianchi-ce-una-sostanziale-impunita/
Timestamp: 2019-06-19 15:52:07+00:00

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Scarpinato: ''Per i colletti bianchi c'è una sostanziale impunità'' - Antonino Caponnetto
La scorsa settimana, dal 23 al 25 novembre, a Genova, presso il Palazzo Ducale è andata in scena“Dialoghi eretici”, la prima festa di MicroMega, diretto da Paolo Flores d’Arcais. Un appuntamento in cui filosofi, scienziati, giornalisti, scrittori e magistrati si sono alternati in un serie di confronti su temi come l’evoluzione, l’amore, la scienza, la società, ma anche la giustizia. In particolare su questo punto è intervenuto il Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato che, partendo da un’analisi della composizione carceraria italiana, ha analizzato lo stato dell’arte delle carceri italiane dove, a espiare effettivamente la pena, spesso finiscono coloro che occupano i piani più bassi della piramide sociale mentre praticamente risultano assenti sono i cosiddetti colletti bianchi.
Di seguito pubblichiamo l’intervento di Scarpinato che è anche contenuto nell’ultimo numero di MicroMega, “La legge e la rivolta” e che è stato anche testo della Lectio “Chi ha paura della giustizia?”, tenuta dall’autore il 19 settembre 2018 in occasione della XII Edizione dei Dialoghi di Trani, dedicati al tema della “Paura”.
Ritornando alla statistica del Dap alla quale ho fatto riferimento, possiamo notare una prima significativa assenza tra i detenuti in espiazione definitiva di pena, una categoria di criminali che si colloca ai vertici della graduatoria degli «ingiusti». Mi riferisco ai mandanti politici e ai complici occulti delle stragi che hanno insanguinato la storia del nostro paese. Nessuna storia nazionale europea è segnata da una catena così lunga e ininterrotta di stragi e di omicidi politici, come quella che ha caratterizzato la storia italiana del secondo dopoguerra. La nascita della Repubblica italiana è stata tenuta a battesimo da una strage con finalità politiche: quella di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947 (undici morti e ventisette feriti), che vede interagire un sistema criminale complesso, composto da settori deviati delle istituzioni, destra eversiva e alta mafia, e che segna l’inizio della strategia della tensione. Una strategia che da allora scandirà tutta la successiva storia repubblicana interferendo pesantemente sulla dialettica politica e sugli equilibri di potere nazionale, e che si snoderà, oltre che in progetti di colpi di Stato, nella sequenza delle stragi di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969, di Peteano del 31 maggio 1972, di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974, dell’Italicus del 4 agosto 1974, di Bologna del 2 agosto 1980, del Rapido 904 del 23 dicembre 1984 e di altre ancora che tralascio per ragioni di sintesi, giungendo sino alle stragi del 1992 e del 1993. Ebbene, nonostante gli sforzi profusi, gli esiti di quasi tutti i processi per stragi sono stati talora fallimentari, talora molto parziali. Per la strage di Piazza Fontana a Milano, non si è mai pervenuti alla condanna di alcuno. Diciassette morti e ottantotto feriti sono rimasti senza alcuna giustizia. Per la strage di Brescia a distanza di ben 43 anni si è giunti con sentenza definitiva del 20 maggio 2017 alla condanna solo di due imputati, di cui uno di 84 anni. Per la strage alla stazione di Bologna sono stati condannati solo tre esecutori materiali e, a distanza di ben 38 anni dai fatti, sono ancora in corso processi a carico di altri imputati, mentre sono iniziate da circa un anno nuove indagini per individuare i finanziatori di quella strage, alcuni dei quali sono nel frattempo deceduti. In altri casi ancora i responsabili sono fuggiti all’estero e mai più tornati. In nessun caso sono stati individuati e condannati i mandanti ultimi delle stragi. Quali sono le cause di questi esiti parziali e deludenti grazie ai quali i più ingiusti tra gli ingiusti mai hanno avuto paura della giustizia? I processi hanno accertato che in quasi tutte le stragi le indagini della magistratura sono state depistate da apparati deviati dello Stato mediante la soppressione di documenti essenziali, la fabbricazione di prove false o di falsi collaboratori di giustizia. Testi e complici depositari di segreti scottanti sono stati ridotti al silenzio o con l’intimidazione o con la soppressione fisica. I depistaggi iniziano sin dalla prima strage politica della storia repubblicana, quella di Portella della Ginestra alla quale ho già fatto cenno. È stato processualmente accertato che all’epoca fu redatto un falso rapporto di polizia sulle modalità di uccisione del capo della banda che aveva eseguito la strage su mandato politico – Salvatore Giuliano – nel quale si certificava che Giuliano era stato ucciso nel corso di un conflitto a fuoco con i carabinieri avvenuto nella pubblica via. Fu accertato invece che Giuliano era stato ucciso nel suo letto durante il sonno dal suo vice e complice Gaspare Pisciotta, al quale per questa azione omicida era stata promessa l’impunità. Pisciotta venne arrestato e, sentendosi ingannato, all’udienza del 16 aprile 1951, nel vivo del processo che si svolgeva a Viterbo, alla presenza di una folla di giornalisti, fece i nomi dei mandanti politici di quella strage, indicando gli incontri che vi erano stati e le promesse che erano state fatte. Le eclatanti accuse di Pisciotta caddero nel vuoto. Malgrado le sue esplicite chiamate in correità, nessuna richiesta di procedimento venne avanzata dal pubblico ministero nei riguardi dei possibili mandanti politici. La Corte d’Assise nella motivazione della sentenza prese le distanze da quel comportamento omissivo, così scrivendo: «Non è la Corte investita del potere di esercitare l’azione penale. Essa è un organo giurisdizionale il quale conosce di un reato in base a sentenza di rinvio, ovvero in base a richiesta di citazioni, e non può trasformarsi in organo propulsore di quelle attività che sono proprie di altro organo, il pubblico ministero». In una lettera inviata al presidente della Corte d’Assise, datata 10 ottobre 1952, Pisciotta scrisse che non si sarebbe mai rassegnato e che sino all’ultimo respiro avrebbe chiesto un’inchiesta parlamentare. Al testardo Pisciotta, testimone scomodo dei crimini del potere, l’ultimo respiro venne strozzato in gola il 9 febbraio 1954 nel carcere dell’Ucciardone con un caffè opportunamente corretto alla stricnina. Insieme a Pisciotta scomparvero, assassinati o suicidati in un’impressionante scia di sangue, tutti coloro che erano al corrente dei segreti celati dietro la strage: i banditi intermediari tra Giuliano e le forze di polizia, quelli che avevano assistito ad alcuni incontri scottanti, l’ispettore di polizia che aveva mantenuto i contatti. Mi sono soffermato su questa vicenda perché costituisce il prototipo di tutti i casi di depistaggio che saranno accertati nei processi per le stragi consumate successivamente. Si tratta di un capitolo oscuro e tragico che ha segnato profondamente l’evoluzione della storia nazionale. Nel processo per la strage di Piazza Fontana sono stati condannati per avere depistato le indagini due esponenti dei servizi segreti italiani: il generale Gianadelio Maletti e il capitano Antonio Labruna (Sid). Il generale Maletti non è mai finito in carcere perché nel 1981 è fuggito in Sudafrica dove ha preso la cittadinanza e mai è stato estradato in Italia. Grazie a uno speciale salvacondotto è rientrato in Italia il 20 marzo 2001 per testimoniare al processo di Piazza Fontana. Alla domanda perché non avesse trasmesso alla magistratura le informazioni sugli autori della strage, ha risposto: «Fino al 1974 nessuno ci aveva spiegato che dovevamo difendere la Costituzione». Nel processo per la strage di Piazza della Loggia sono state accertate alcune condotte degli apparati istituzionali assolutamente anomale, contrarie a ogni regola, che hanno intralciato le indagini determinando la soppressione di prove essenziali per la ricostruzione dei fatti e l’individuazione dei responsabili. Meno di due ore dopo la strage, fu impartito l’ordine di ripulire frettolosamente con le autopompe il luogo dell’esplosione, così spazzando via indizi, reperti e tracce di esplosivo prima che un magistrato o perito potesse effettuare alcun sopralluogo o rilievo. Sparirono misteriosamente pure i reperti e le tracce di esplosivo prelevati in ospedale dai corpi dei feriti e dei cadaveri, anch’essi di fondamentale importanza ai fini dell’indagine. Nel processo di primo grado venne condannato all’ergastolo come uno degli esecutori della strage Ermanno Buzzi, militante della destra eversiva. Il 13 aprile 1981, poco prima che si accingesse a collaborare con i magistrati, fu strangolato in carcere da Pierluigi Concutelli e Mario Tuti. È stato accertato che uno degli esecutori materiali della strage – Maurizio Tramonte – era un informatore del Sid il cui nome in codice era Tritone. Sino al 1989 il Sismi, nell’avallare false piste investigative (come una che portava a Cuba), ha continuato a sostenere che agli atti del Servizio «non esistono ulteriori documenti dai quali si possano trarre utili elementi di valutazione». Nella motivazione della sentenza di condanna all’ergastolo i giudici hanno scritto: Lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell’opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze […] individuabili con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza della Stato, nelle centrali occulte di potere che hanno prima incoraggiato e supportato lo sviluppo dei progetti eversivi della destra estrema e hanno sviato, poi, l’intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell’intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche, visto che sono solo un leader ultraottantenne e un non più giovane informatore dei servizi, a sedere oggi, a distanza di 41 anni dalla strage sul banco degli imputati, mentre altri, parimente responsabili, hanno da tempo lasciato questo mondo o anche solo questo paese, ponendo una pietra tombale sui troppi intrecci che hanno connotato la malavita, anche istituzionale, dell’epoca delle bombe. Nel processo per la strage di Bologna sono stati condannati con sentenza definitiva per depistaggio delle indagini tre esponenti del Sismi – il generale Pietro Musumeci, il colonnello dei carabinieri Giuseppe Belmonte, l’agente segreto Francesco Pazienza – e Licio Gelli, capo della loggia massonica P2, della quale faceva parte anche il generale Musumeci con il numero di fascicolo 487. Il principale tentativo di depistaggio (ma non l’unico) fu messo in atto sistemando una valigia carica di armi, esplosivi, munizioni, biglietti aerei e documenti falsi sul treno Taranto-Milano del 13 gennaio 1981. Pochi mesi prima, lo stesso Musumeci aveva prodotto un dossier falso, intitolato «Terrore sui treni», con lo stesso fine di deviare le indagini verso una pista internazionale. L’attività di depistaggio è proseguita, giungendo sino ai nostri giorni, anche dopo la fine della stagione del bipolarismo internazionale e della guerra fredda. Nella motivazione della sentenza depositata il 30 giugno 2018 dalla Corte d’Assise di Caltanissetta nel processo per la strage di Via D’Amelio del 19 luglio 1992, i giudici hanno passato in rassegna i depistaggi attuati per ostacolare l’accertamento delle responsabilità e dei retroscena di quella strage, oltre il livello degli esecutori mafiosi. Pochi minuti dopo l’esplosione, esponenti delle forze di polizia, indicati nominativamente nella sentenza, si impossessarono e fecero sparire l’agenda rossa nella quale Paolo Borsellino aveva annotato, dopo la strage di Capaci del 23 maggio, tutte le informazioni che aveva progressivamente acquisito e che lo avevano indotto a ritenere, come confidò alla moglie Agnese, che dietro le stragi non ci fossero solo i mafiosi. Dopo la soppressione di quell’importante documento, le indagini furono quindi depistate mediante la costruzione da parte di taluni esponenti delle forze di polizia di falsi collaboratori di giustizia che hanno condotto alla condanna all’ergastolo di innocenti. Al riguardo i giudici hanno scritto: Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino sono state al centro di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana. […] È lecito interrogarsi sulle finalità realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di tale disegno criminoso, con specifico riferimento: […] – ai collegamenti con la sottrazione dell’agenda rossa che Paolo Borsellino aveva con sé al momento dell’attentato e che conteneva una serie di appunti di fondamentale rilevanza per la ricostruzione dell’attività da lui svolta nell’ultimo periodo della sua vita, dedicato a una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci; – alla eventuale finalità di occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra «Cosa Nostra» e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del Magistrato. In proposito, va osservato che un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino è sicuramente desumibile dalla identità di taluno dei protagonisti di entrambe le vicende. La sistematicità dei depistaggi nelle indagini sulla criminalità del potere ha raggiunto livelli tali ed è divenuta una realtà storica talmente evidente che il 5 luglio 2016 l’Assemblea della Camera dei deputati ha definitivamente approvato il disegno di legge che introduce nel codice penale il reato di frode processuale e depistaggio. Il nuovo delitto, articolo 375, punisce con la reclusione da 3 a 8 anni (aumentata da un terzo alla metà ove ricorrano determinate aggravanti come, ad esempio, la soppressione e l’occultamento di documenti) il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che compia una delle seguenti azioni, finalizzata a impedire, ostacolare o sviare un’indagine o un processo penale: mutare artificiosamente il corpo del reato, lo stato dei luoghi o delle cose o delle persone connessi al reato; affermare il falso o negare il vero ovvero tacere in tutto o in parte ciò che sa intorno ai fatti sui quali viene sentito, ove richiesto dall’autorità giudiziaria o dalla polizia giudiziaria di fornire informazioni in un procedimento penale. Sono stato tra i più fervidi sostenitori della necessità di introdurre tale specifica fattispecie di reato nel codice penale, spiegando, in occasione di una mia audizione al riguardo dinanzi alla commissione Giustizia della Camera dei deputati, che proprio a causa della sua mancanza, si era verificata e continuava a verificarsi l’impunità di soggetti autori accertati di gravi fatti di depistaggio. Fino ad allora a costoro era stato infatti possibile contestare solo reati ordinari come favoreggiamento, furto di documenti, falso materiale, per soppressione o ideologico, calunnia eccetera. Reati ordinari che si prescrivono in breve tempo e che non si addicono alla peculiare fenomenologia criminale dei depistaggi, con gravi conseguenze sul piano della prova del dolo. Coloro che operano i depistaggi infatti non sono animati da interessi o motivazioni di tipo personale, ma agiscono per interessi superiori sovraindividuali.
Se le linee di ragionamento sin qui svolte appaiono almeno in parte condivisibili, si può comprendere quanto sia culturalmente inadeguato affrontare i temi della giustizia solo sul piano di un asettico tecnicismo giuridico o su quello dei miglioramenti organizzativi. Come se i deficit, le falle di sistema, le disuguaglianze nei trattamenti sanzionatori cui ho accennato fossero solo il frutto di errate opzioni legislative nell’individuare e apprestare gli strumenti più adeguati per assicurare un sistema di giustizia equo ed efficiente. In realtà esiste una connessione profonda e sistemica tra la questione della giustizia e la questione della democrazia e dello Stato. In sistemi sociali segnati da gravi disuguaglianze, nei quali il potere economico e quello politico si concentrano in ristrette élite, è illusorio ritenere che le disuguaglianze sociali non si ripercuotano e riflettano nei concreti esiti dell’amministrazione della giustizia. Tanto più grande è la forbice delle disuguaglianze sociali, tanto maggiore è lo scarto tra legalità formale (law in book), che proclama il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge come pietra angolare dell’ordinamento giuridico, e legalità reale (law in action), che invece riflette i rapporti sociali di forza che governano l’ordine reale. Il diritto acquisisce infatti capacità di farsi «ordinamento» della realtà solo se e nella misura in cui ne rispecchia i reali rapporti di forza, altrimenti è condannato all’impotenza. Non è dunque un caso che in paesi come il Messico, nei quali massima è la disuguaglianza sociale, massimo sia anche il default del sistema giustizia, seppure da un punto di vista formale l’ordinamento giuridico sia ineccepibile e gli apparati organizzativi siano adeguati. E non è un caso che, viceversa, in paesi come quelli scandinavi, ove lo Stato sociale realizzato ha ridotto e compensato le disuguaglianze di reddito, il sistema giustizia riesca ad assolvere compiutamente alle proprie finalità, con percentuali statistiche del crimine assolutamente fisiologiche e, quindi, pienamente governabili con gli strumenti ordinari della giurisdizione. Sicché in Danimarca, Svezia, Finlandia il tasso di fiducia nel sistema giustizia si attesta intorno all’80 per cento, a fronte del 4 per cento del Messico, del 14 per cento della Bulgaria e del 36 per cento dell’Italia secondo quanto emerge da uno studio effettuato nel 2010 dall’Istituto di ricerca sui sistemi giudiziari del Consiglio nazionale delle ricerche in collaborazione con il Centro studi e ricerche sull’ordinamento giudiziario dell’Università di Bologna. Il nesso inscindibile tra questione criminale e questione democratica ha assunto un rilievo particolarmente rilevante nell’attuale fase storica segnata da una crisi della democrazia in tutti i paesi occidentali. A seguito della sinergia tra vari fattori macrosistemici di portata storica e di respiro internazionale (fine dell’equilibrio armato tra Unione Sovietica e Stati Uniti, esplosione di una globalizzazione economica priva di regole, transizione dall’economia industriale alla new economy dematerializzata, crescita abnorme di un capitalismo che opera come forza transazionale in grado di imporre la propria egemonia anche agli Stati eccetera), sono venuti progressivamente meno i peculiari equilibri tra forze sociali che, dal secondo dopoguerra sino alla caduta del Muro di Berlino, avevano determinato il compromesso democratico tra capitale e lavoro posto a fondamento dello Stato sociale liberaldemocratico, come realizzato nelle Costituzioni europee. Da qui, la fine della stagione del capitalismo democratico e dell’economia sociale di mercato e il trionfo unilaterale di politiche economiche neoliberiste, espressione di un capitalismo senza patria e senza regole che non è più disponibile al compromesso democratico e a farsi carico dei costi e degli oneri dello Stato sociale. L’attuazione di tali politiche – il cui obiettivo è la riduzione sistematica della spesa sociale, la privatizzazione dei servizi pubblici e l’asservimento dello Stato alle esigenze degli attori forti del mercato – ha determinato in quest’ultimo quarto di secolo una crescita tumultuosa della curva delle disuguaglianze in tutto l’Occidente. Una curva che, dopo la chiusura della parentesi democratica che va dalla Costituzione del 1948 alla caduta del Muro di Berlino, ha riassunto lo stesso andamento che aveva all’inizio del XX secolo, prima dell’avvento delle Costituzioni democratiche, come ha tra gli altri dimostrato Thomas Piketty nel suo documentatissimo Il capitalismo del XXI secolo. Oggi, così come avveniva all’inizio del Novecento, la forbice tra ricchi e poveri si è enormemente dilatata. La ricchezza si concentra nelle mani del 10 per cento della popolazione, il ceto medio si proletarizza scendendo anno dopo anno i gradini della scala sociale e aumenta in modo preoccupante il tasso di povertà, con milioni di persone che hanno serie difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena e non hanno denaro sufficiente per soddisfare bisogni primari come quello della sanità. La crescita delle disuguaglianze e la decrescita dei diritti hanno assunto ritmi particolarmente accentuati in Italia. Il nostro paese si colloca oggi al ventesimo posto per disuguaglianza dei redditi nella classifica mondiale. Il 20 per cento della popolazione più ricca detiene il 66,41 per cento della ricchezza nazionale. Ai più poveri va solo lo 0,09 per cento. Un recente rapporto Ocse ha posizionato l’Italia tra i paesi membri con la maggior disuguaglianza dei redditi da lavoro. La crescita tumultuosa delle disuguaglianze non ha ricadute solo sulla società civile «legale», ma anche nell’amplissima e trasversale società civile «illegale». Nelle fasce popolari del crimine l’ingravescente degrado economico e sociale alimentato dal progressivo deperimento dello Stato sociale e dalla crescita delle disuguaglianze opera da propellente per il proliferare di una criminalità di sussistenza che, attraverso forme più o meno gravi di illegalità, cerca di sbarcare il lunario: dal furto di energia elettrica a quello dei cavi di rame, sino ai furti negli appartamenti, alle rapine, al contrabbando di sigarette, al piccolo spaccio di droghe leggere e via elencando. A Palermo, nel corso di alcune indagini antimafia, le microtelecamere predisposte per le intercettazioni ambientali hanno ripreso scene che vedevano file di persone in attesa di parlare con il capomafia del quartiere, implorando una raccomandazione per un qualsiasi lavoro per figli e parenti. A Napoli interi nuclei familiari appartenenti a una fascia sociale che conta 150 mila poveri sopravvivono nelle periferie di Secondigliano e di Scampia grazie al loro inserimento nella filiera dell’economia criminale della camorra: alcuni si dedicano alla fabbricazione seriale di falsi di prodotti griffati, altri allo smercio di sigarette di contrabbando o di droghe, altri ancora ad altre attività di supporto. L’abbandono e il degrado delle periferie urbane alimenta un serbatoio inesauribile per il reclutamento della manovalanza mafiosa e per quella delle organizzazioni dedite al traffico di stupefacenti. La rottura di tutti gli ascensori sociali in grado di garantire in modo legale il proprio miglioramento di status grazie al lavoro e all’impegno, spinge inoltre migliaia di altre persone a superare ogni remora al cercare nell’illegalità un’alternativa per un’ascesa economica e sociale. La crescita dell’illegalità nei piani bassi fa da pendant alla crescita nei piani medio alti, ove segmenti significativi delle classi dirigenti hanno: a) contribuito ad aggravare il declino economico della nazione, predando in modo sistematico le risorse e il denaro pubblico destinato agli investimenti per il rilancio dell’economia e per servizi essenziali dello Stato sociale; b) asservito poteri pubblici a finalità di arricchimento personale o di ristretti gruppi di interesse, ponendo in essere sofisticate manovre che dirottano le risorse della nazione dal pubblico al privato; c) proseguito a evadere il fisco non per necessità, ma per somme milionarie esportate nei paradisi fiscali e a investire nella speculazione finanziaria, facendo così mancare allo Stato le risorse essenziali per l’assolvimento delle sue finalità di riequilibrio delle disuguaglianze e di sostegno economico delle fasce più povere della popolazione. L’illegalità impunita dei piani alti contribuisce ad alimentare, come in un rapporto di causa effetto, quella dei piani bassi, dando vita a una spirale perversa nelle cui volute si perdono giorno dopo giorno la credibilità della classe politica, la fiducia nelle istituzioni, il sentimento della coesione sociale, consegnando ciascuno a una perdente solitudine e a una rabbia impotente che rischia di scaricarsi su capri espiatori offerti come valvola di sfogo da abili manipolatori. La questione giustizia in Italia non può dunque essere tematizzata riducendola solo a un problema di efficienza e di resa produttiva degli apparati, ma è questione ad altissimo coefficiente di politicità, giacché il sistema di giustizia è il punto più visibile e concreto in cui si manifesta il tasso di democrazia reale di un paese, la credibilità delle istituzioni e la coesione sociale. In questa difficile fase di transizione credo che tutti coloro che hanno a cuore il futuro della nostra democrazia possano contare su una risorsa e una bussola di orientamento preziose: la nostra Costituzione. Sino a quando essa resterà in vita, sapremo sempre da dove ricominciare e in quale direzione muoverci per il futuro. Sarà sempre possibile far cancellare dalla Corte costituzionale l’ennesima legge che viola valori fondanti, che uno schieramento politico approva e l’altro schieramento tiene in vita. Sarà sempre possibile opporre una linea Maginot, un baluardo al dilagare di politiche neoliberiste finalizzate a svuotare di contenuti i diritti sociali conquistati in decenni di dure lotte sociali e a trasferire, attraverso sofisticate ingegnerie istituzionali, le leve fondamentali per le politiche economiche e di bilancio fuori dagli Stati nazionali e dai loro organi di rappresentanza democraticamente eletti – parlamenti e governi – concentrandoli in organi sovranazionali privi di legittimazione democratica – Commissione europea, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale – fautori del pensiero unico liberista e della supremazia dei mercati, cioè delle concentrazioni oligopolistiche di capitale che dominano i mercati. Non è un caso che la Costituzione del 1948 nel corso dell’ultimo quarto di secolo sia stata al centro di ripetuti attacchi, nel tentativo di delegittimarla definendola ora comunista, ora un ostacolo alla governabilità del paese, e di ripetuti tentativi di stravolgerne parti essenziali mediante leggi di revisione costituzionale approvate da maggioranze politiche di diversi schieramenti. Leggi di revisione respinte da referendum popolari nel giugno 2006 e nel dicembre 2016 che hanno dimostrato come il nostro popolo sia più consapevole del valore della nostra Costituzione e del modello di società in essa insito di quanto lo siano larghe componenti della classe politica. E per chi come me è affetto da inguaribile patriottismo costituzionale, è motivo di consolazione e di speranza che questo nostro popolo nonostante tutto non abbia lasciato cadere nel vuoto le storiche parole pronunciate da Piero Calamandrei durante i lavori della Costituente nella seduta del 7 marzo 1947: Io mi domando, onorevoli colleghi, come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questa nostra Assemblea costituente. […] Credo che i nostri posteri sentiranno più di noi, tra un secolo, che da questa nostra Costituente è nata veramente una nuova storia: e si immagineranno che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva della nuova Costituzione repubblicana, seduti su questi scranni non siamo stati noi, uomini effimeri di cui i nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti, che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e nelle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino ai giovinetti partigiani. […] Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile: quella di morire, di testimoniare con la resistenza e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini, alleati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono i nostri morti. Non dobbiamo tradirli.
Lazio – Marrazzo, Le mafie e i loro uomini non passeranno
Nemmeno il comune di Cinisello Balsamo ne’ la regione Lombardia si costituirono parte civile al processo della Passarella ss 36 dove è teste il Testimone di Giustizia Ciliberto Gennaro ….tutto questo non è un buon esempio.Così lo Stato dimostra “come” combatte la criminalità e la corruzione
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