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Timestamp: 2017-10-17 20:43:34+00:00

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Matrimonio Canonico - Il processo di nullità matrimoniale (cann. 1671-1691)
(cann. 1671-1691)
Sommario: 1) Considerazioni introduttive – 2) I soggetti processuali – 3) Il tribunale competente – 4) Svolgimento del processo – 5) L’appello
La funzione giudiziaria – ha ricordato Giovanni Paolo II in occasione di un suo discorso alla Rota Romana – è “parte integrante e qualificata dell’ufficio pastorale della Chiesa”. Come già in altra sezione qui si osserva, sono proprio i processi di nullità del matrimonio canonico che ne costituiscono la parte prevalente, sia a livello locale da parte dei Tribunali ecclesiastici regionali ed interdiocesani, sia a livello universale da parte del Tribunale della Rota Romana, nei loro rispettivi gradi di giudizio. Tale funzione assume, per altro, un’importanza significativa nella vita spirituale dei fedeli che a tali strutture si rivolgono, poiché segnati da un’infelice esperienza coniugale nella quale avevano pur riposto fondamentali prospettive di vita e, perciò, più che mai bisognosi di chiarire la loro posizione e di poter essere a pieno titolo reinseriti nella comunità ecclesiale.
Come qualsiasi tipo di processo sia in ambito ecclesiastico che statale, anche il processo di nullità del matrimonio canonico ha un obiettivo ben preciso e definito: l’accertamento della verità, per il cui raggiungimento intervengono più soggetti a vario titolo e funzione, attraverso un articolato itinerario processuale, come di seguito si approfondirà.
Inoltre, l’azione diretta ad ottenerne la dichiarazione di nullità non è soggetta (a differenza di quanto avviene in ambito processuale statale in ordine all’impugnazione del matrimonio civile) ad alcun termine di prescrizione o decadenza ed è, perciò, proponibile in qualsiasi tempo, indipendentemente dalla presentazione delle procedure di separazione e divorzio civile e dal loro risultato eventualmente già conseguito.
Tuttavia, va pure considerato che l’inizio di una causa di nullità differito in un tempo particolarmente lontano dalla conclusione di un matrimonio potrebbe comportare poi obiettive difficoltà nella raccolta delle prove necessarie nel relativo processo (ad esempio, testimoni che non posseggano più ricordi chiari delle pregresse vicende coniugali, o che sia difficoltoso contattare se nel frattempo abbiano trasferito la propria residenza, o che non godano più di buona salute, o che siano addirittura deceduti; come ancora per sopravvenuto trasferimento dell’altro coniuge o sopraggiunto suo disinteresse processuale per essere nel frattempo già convolato a nuove nozze solo civili e magari con persona pure divorziata, ecc. ecc.). A parte poi ogni altra considerazione relativa all’aspetto psicologico, collegato in tal caso alla necessità di dover riaprire a distanza di tempo vecchie ferite e ripercorrere vicende non felici, specie allorquando esse si siano concluse in modo particolarmente traumatico.
Qualora conseguita, la sentenza di nullità produce i suoi effetti giuridici sul matrimonio sin dal giorno della celebrazione (o della pseudo-celebrazione), come se lo stesso non fosse proprio stato canonicamente celebrato, ferma restante la permanenza degli eventuali rapporti genitoriali, che rimangono per il diritto della Chiesa (come accade a seguito del divorzio in ambito civile) giuridicamente intatti ed impregiudicati.
Da ciò si deduce che la dichiarazione di nullità del matrimonio non va perciò confusa – come spesso pur accade! – con il c.d. «annullamento»: infatti, la prima riguarda un atto nullo sin dalla sua origine («ex tunc»), perché posto in essere in modo irregolare, senza la sussistenza di tutti i requisiti di legge; il secondo, invece, interviene nel caso di un atto per sé valido, ma che viene successivamente rescisso (e, quindi, annullato) per sopraggiunti motivi e produce, perciò, effetti giuridici solo dal momento della rescissione («ex nunc»), come – ad esempio – si verifica nel caso del provvedimento di dispensa dal matrimonio rato e non consumato emesso dal Romano Pontefice, oppure del divorzio coniugale pronunciato nell’ordinamento dello Stato.
2. I soggetti processuali
I soggetti che intervengono nel processo di nullità matrimoniale hanno ciascuno ruoli e competenze specifiche, distintamente regolati dalla legislazione canonica. Essi sono:
Giudice – In ogni tribunale ecclesiastico interviene in composizione collegiale di tre unità. Sua funzione principale è quella di garantire giustizia applicando fedelmente la legge e, perciò, deve innanzitutto possedere specifica competenza giuridica, congiunta a senso di prudenza, di equilibrio e di imparzialità, oltre che a spirito di carità e di umanità. Ovviamente, il giudice deve essere assolutamente estraneo rispetto alle parti costituite in causa e agli interessi da trattare, né può svolgere tale ruolo se sia già in essa intervenuto in un diverso grado di giudizio, anche se abbia svolto un ruolo diverso. Dovrà inoltre adoperarsi per una definizione sollecita della causa (il Codice prevede un anno per il primo grado e sei mesi per il secondo, ma raramente tali termini vengono rispettati per l’elevato numero di cause di cui sono investite i tribunali) e a non divulgare all’esterno fatti e circostanze ad essa pertinenti.
Difensore del vincolo – Rappresenta la parte pubblica nel processo nel quale deve obbligatoriamente intervenire (come il pubblico ministero nella giurisdizione statale), onde assolvere la sua specifica funzione di difesa del matrimonio, inteso appunto quale «bene pubblico» da tutelare, proponendo ogni argomento ed osservazione che possa ragionevolmente addursi avverso la nullità del vincolo. In tale prospettiva, egli ha il diritto di essere presente durante le deposizioni delle parti, dei testimoni e dei periti, di prendere visione degli atti giudiziari e di esaminare eventuali documenti prodotti in causa, nonché di essere interpellato ogni qual volta le esigenze processuali lo richiedano. Infine, deve presentare al Collegio giudicante le sue osservazioni conclusive in causa, tuttavia non necessariamente a favore della validità del vincolo, bensì anche rimettendosi alla giustizia del Collegio stesso, qualora in sua coscienza ritenga che non vi siano concreti elementi per opporsi ad una eventuale declaratoria di nullità. Come il giudice, deve essere estraneo alle parti in causa, usare doti di prudenza e sollecitudine e mantenere il segreto d’ufficio.
Promotore di giustizia – Rappresenta anch’egli una parte pubblica che agisce nell’interesse generale di tutta la comunità, ma il suo intervento è del tutto eccezionale e si concretizza nell’attivazione del processo di nullità del matrimonio (assumendo quindi il ruolo di parte attrice in causa) allorquando essa sia ormai divenuta di pubblico dominio e nessuno dei due coniugi si attivi processualmente per richiederla. In tal caso l’azione del promotore di giustizia è finalizzata ad eliminare quella situazione di meraviglia o di turbamento che può sorgere nella comunità circostante dal fatto che continui ad essere ritenuto formalmente valido un matrimonio della cui nullità vi sia ormai generale consapevolezza.
Parti private – Sono rappresentate dai coniugi, a ciascuno dei quali spetta il diritto di impugnare il proprio matrimonio, chiedendone la declaratoria di nullità al tribunale ecclesiastico competente. Trattasi di un diritto (c.d. «legittimazione processuale») di cui essi godono in modo pieno ed esclusivo finché sono in vita, riservato a nessun altro soggetto (ad eccezione del promotore di giustizia nell’ipotesi anzi detta). Con la morte di taluno di essi si estingue il matrimonio e, in linea generale, il diritto ad impugnarlo, tranne che la questione circa la validità o meno del matrimonio sia pregiudiziale in altra controversia da decidere nello stesso ambito ecclesiastico oppure statale (ad esempio, per accertare lo stato familiare o diritti ereditari). Qualora, invece, una delle due parti muoia durante lo svolgimento del processo, questo si sospende finché l’erede del defunto o chiunque vi abbia interesse non provveda a riassumere la causa.
Ovviamente, quando taluno dei coniugi (c.d. «parte attrice») promuove una causa di nullità matrimoniale, l’altro coniuge (c.d. «parte convenuta») ha il diritto di essere informato della pendenza di tale causa e di essere formalmente invitato a partecipare alla relativa istruttoria processuale (altrimenti l’intero processo sarebbe nullo), al fine di essere interrogato sulle circostanze rappresentate e di poter esporre le proprie ragioni, che non saranno necessariamente avverso la domanda di nullità, ma anche di adesione alla stessa, come del resto avviene nella maggior parte dei casi, per mancanza di interesse anche da parte di costui a mantenere giuridicamente in vita un vincolo ormai privo di qualsiasi effettivo significato.
3. Il tribunale competente
In genere, una causa di nullità di matrimonio si attiva innanzi al tribunale ecclesiastico regionale o interdiocesano di prima istanza competente per territorio, che va individuato secondo quattro ordini alternativi di criteri:
in ragione del luogo ove il matrimonio è stato celebrato;
in ragione del luogo ove è residente o domiciliato il coniuge convenuto;
in ragione del luogo in cui la parte attrice ha il suo domicilio, purché entrambe le parti abitino nel territorio della stessa Conferenza episcopale nazionale e il Vicario giudiziale del domicilio della parte convenuta sia consenziente, dopo aver sentito il parere di quest’ultima;
in ragione del luogo ove si debba raccogliere la maggior parte delle prove, purché sia consenziente il Vicario giudiziale del domicilio della parte convenuta, sempre dopo aver sentito il parere di quest’ultima.
4. Svolgimento del processo
Un processo di nullità matrimoniale si svolge attraverso un articolato itinerario al quale partecipano i soggetti processuali più su indicati (cfr. punto n. 2). Esso comprende essenzialmente i seguenti e consecutivi adempimenti:
Presentazione del Libello – Trattasi del ricorso introduttivo del processo, che si presenta al competente tribunale ecclesiastico ad iniziativa di uno dei due coniugi (parte attrice), preferibilmente con l’assistenza di un avvocato, purché scelto tra quelli specificamente abilitati al patrocinio legale presso la giurisdizione ecclesiastica.
Esso deve contenere l’esposizione essenziale e concisa dei fatti e delle ragioni su cui si fonda la domanda di nullità, nonché la precisa individuazione del capo o dei capi di nullità – tra quelli previsti dal diritto canonico – in forza dei quali si chiede che il matrimonio sia dichiarato nullo (ad esempio: per incapacità, per esclusione della prole e/o della indissolubilità e/o della fedeltà, per errore su qualità del coniuge, per timore, per impedimento di impotenza, ecc.).
Dovranno altresì essere acclusi eventuali documenti di supporto (ad esempio: certificati medici, lettere e quant’altro possa risultare utile nel caso specifico) ed indicati i mezzi di prova di cui il ricorrente intende avvalersi nel corso della successiva istruttoria processuale.
Il Libello, sottoscritto dalla parte attrice o dal suo difensore, dovrà altresì indicare il luogo del domicilio dell’altro coniuge (parte convenuta) per le necessarie notifiche di rito; questi, soprattutto in caso di sua opposizione alla domanda attorea, potrà parimenti farsi assistere da un avvocato di sua fiducia. Copia del Libello verrà trasmessa anche al difensore del vincolo per gli adempimenti di sua competenza.
Ai sensi della Istruzione Dignitas Connubii emanata dalla Santa Sede nel 2005, la presentazione del Libello può avvenire anche in modo congiunto e consensuale tra i coniugi (come sovente avviene in relazione al ricorso di separazione legale o di divorzio in sede civile), con l’assistenza di un solo avvocato.
Effettuata la presentazione del Libello, il Vicario giudiziale del tribunale adito designa il Collegio giudicante, composto dal preside, il giudice istruttore e il giudice estensore della sentenza finale. A tale designazione si accompagna quella del difensore del vincolo e del notaio, il quale ultimo redigerà tutti i verbali processuali.
Contestazione della lite – A tal punto il preside designato, dopo aver preliminarmente verificato la competenza del tribunale e la fondatezza della domanda presentata (in caso contrario, essa viene immediatamente rigettata, salvo sua eventuale riproposizione con gli emendamenti del caso), decreta l’accettazione del libello, notificando tale provvedimento alla parte attrice, alla parte convenuta e al difensore del vincolo, con invito a comparire in tribunale entro un breve e determinato termine, per la preliminare udienza denominata «contestazione della lite», nella quale definire l’oggetto della controversia: ossia determinare il capo o i capi di nullità su cui dovrà essere svolta la successiva indagine processuale, secondo la domanda della parte attrice e le eventuali controdeduzioni della parte convenuta. In tale preliminare udienza possono intervenire anche solo gli avvocati in rappresentanza delle parti in causa, che abbiano da costoro ricevuto regolare mandato procuratorio. Assolti, quindi, tali preliminari adempimenti, inizia la fase istruttoria della causa, la quale segna l’effettiva apertura dello svolgimento del processo.
Istruzione della causa – È la fase processuale durante la quale, sotto la direzione e la vigilanza del giudice istruttore, vengono raccolti tutti gli elementi di prova che consentiranno poi al Collegio giudicante di poter emanare la decisione finale sulla domanda di nullità presentata, accogliendola ovvero rigettandola.
Essa inizia con l’audizione della parte attrice, successivamente della parte convenuta (a meno che quest’ultima preferisca non comparire nel processo e, in tal caso, sarà formalmente dichiarata assente) ed, infine, dei testimoni indicati dalle parti. Inoltre, nelle cause per incapacità o impotenza, il giudice di norma è tenuto a designare un perito specialista in materia (psicologo, psichiatra, ginecologo o andrologo, a seconda del caso specifico da sottoporre ad indagine peritale), onde riceverne ausilio e collaborazione di tipo scientifico finalizzata alla migliore comprensione delle anomalie su cui si fonda l’asserita nullità del vincolo.
Terminata la raccolta di tutti gli elementi di prova, il giudice istruttore dichiara con proprio decreto conclusa la fase istruttoria.
Fase discussoria – Essa si svolge per iscritto, entro i termini fissati dal giudice istruttore, tramite la redazione delle memorie degli avvocati e del difensore del vincolo, tra costoro scambiate con possibilità di rispettive repliche, sulla scorta di tutte le risultanze processuali acquisite nella fase precedente (deposizioni, documenti ed eventuali memorie e perizie), ponendo ciascuno in evidenza tutti gli elementi di diritto e di fatto che ritenga più utili nel caso specifico per l’accoglimento delle proprie richieste.
Fase decisoria – È la fase processuale nella quale il Collegio giudicante si riunisce in giorno ed ora prefissati dal preside per valutare tutto il materiale probatorio raccolto ed emettere, quindi, il parere conclusivo sulla causa, che potrà essere dichiarativo o meno della nullità del matrimonio, da motivarsi opportunamente nella stesura della successiva sentenza. Quest’ultima verrà poi notificata alle parti costituite, di solito per il tramite dei loro avvocati.
Fase del riesame – La sentenza che abbia dichiarato per la prima volta la nullità del matrimonio non è, tuttavia, ancora esecutiva e non consente ad alcuna delle due parti in causa di poter celebrare un eventuale nuovo matrimonio in forma canonica. Infatti, affinché ciò possa avvenire, è necessario che essa sia confermata dal tribunale ecclesiastico di appello territorialmente competente (c.d. principio della doppia conforme, introdotto nel 1741 da Papa Benedetto XIV), a garanzia di un giudicato più rassicurante in termini di verità e giustizia.
Questi pertanto, ricevuti dal tribunale di primo grado tutti gli atti processuali di causa ed effettuato un complessivo e sommario riesame, può subito ratificare (con decreto) la decisione già emessa senza necessità di aprire un vero e proprio giudizio, qualora la ritenga giuridicamente fondata e giusta (c.d. «processus brevior»). Viceversa, se ritiene che siano necessarie ulteriori indagini, rinvia la causa ad esame ordinario, durante il quale si procederà ad un supplemento istruttorio per tutti gli approfondimenti del caso, secondo l’itinerario processuale già percorso nel precedente grado di giudizio (contestazione della lite, istruzione, discussione e decisione della causa). La decisione finale che ne scaturirà (in tal caso, con sentenza) potrà essere, pertanto, confermativa della sentenza di prima istanza e, quindi, a favore della nullità del matrimonio; qualora invece sia ad essa contraria e, quindi, a favore della validità del matrimonio, occorrerà esperire – ad impulso della parte interessata – un nuovo grado di giudizio presso il Tribunale della Rota Romana in Roma.
Ne consegue che solo allorquando vi sia il decreto o la sentenza di conferma della nullità del matrimonio (che sono provvedimenti dotati del medesimo effetto giuridico), con clausola esecutiva e con relativa trascrizione nel registro dei matrimoni presso la parrocchia ove fu celebrato il matrimonio dichiarato nullo, ciascuna delle due parti in causa potrà, qualora lo desideri, addivenire a nuove nozze in forma canonica, tranne che si opponga uno specifico «veto» del tribunale a carico di quella che ha dato origine a tale nullità. Scopo di tale veto giudiziario è scongiurare la celebrazione di un ulteriore matrimonio nullo; esso tuttavia potrà – se del caso – essere rimosso nelle modalità indicate dal tribunale stesso.
5. L’appello
Fermo restante l’obbligatorietà del passaggio di ufficio al tribunale di appello della sentenza che abbia dichiarato per la prima volta la nullità del vincolo, è facoltà di ciascuna delle parti private appellare – personalmente o tramite i loro avvocati – la sentenza di prima istanza presso il tribunale superiore al fine di ottenere una revisione del giudizio, qualora taluna di esse si ritenga gravata da una decisione ingiusta: la parte attrice nei confronti di una sentenza che non abbia accolto la sua domanda di nullità, ovvero la parte convenuta nei confronti di una sentenza affermativa della nullità, qualora abbia contrastato la domanda attorea. Pari facoltà di impugnazione è riservata al difensore del vincolo nei confronti di una sentenza dichiarativa della nullità del matrimonio, che egli ritenga non oggettivamente fondata su elementi certi ed inconfutabili.
Trattasi di un mezzo di impugnazione ordinario a carattere devolutivo e di generale utilizzazione, comune anche agli ordinamenti statali, non subordinato ad alcun vizio specifico della sentenza impugnata. Esso si interpone innanzi allo stesso tribunale che ha emesso la sentenza entro il termine di 15 giorni (non è tuttavia un termine perentorio ed è prorogabile per giustificati motivi) dalla notizia della sua pubblicazione e si prosegue entro i successivi 30 giorni (sempre prorogabili a giustificata richiesta dell’interessato) innanzi al competente tribunale ecclesiastico di appello ovvero anche direttamente innanzi alla Rota Romana, la quale in tal caso giudicherà quale tribunale di seconda istanza. Entro tale successivo termine l’appellante dovrà indicare per iscritto le ragioni su cui l’appello si fonda.
Con il ricorso di appello è possibile introdurre anche uno o più nuovi capi di nullità non trattati in prima istanza, tra quelli tassativamente contemplati dal diritto canonico. Su tale eventuale nuovo capo (o capi) il tribunale di appello giudicherà come tribunale di prima istanza, con conseguente necessità di sua conferma in istanza superiore qualora esso sia definito con esito affermativo della nullità del vincolo, secondo la procedura della «doppia conforme» di cui al paragrafo precedente, presupposto indispensabile per poter accedere a nuove nozze canoniche.

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