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Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 24 settembre 2014, n. 20133. Qualora il giudice dell’appello dissenta dalle conclusioni del Ctu di secondo grado per aderire a quelle del Ctu di primo, non solo ha l’obbligo di fornire adeguata motivazione della sua scelta, ma deve anche indicare quali siano le parti della consulenza che non lo convincono, tutto questo tenendo anche conto dei rilievi mossi dalle parti alla prima consulenza che dunque non possono essere ignorati
By Avv. Renato D'Isa on 7 ottobre 2014 • ( Lascia un commento )
sentenza 24 settembre 2014, n. 20133
sul ricorso 10115/2009 proposto da:
(OMISSIS) (OMISSIS), (OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentati e difesi dagli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS);
(OMISSIS) (OMISSIS), (OMISSIS) (OMISSIS);
avverso la sentenza n. 58/2009 della CORTE D’APPELLO di POTENZA, depositata il 03/03/2009;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10/06/2014 dal Consigliere Dott. PASQUALE D’ASCOLA;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CAPASSO Lucio, che ha concluso per declaratoria di inammissibilita’ o rigetto del primo e secondo motivo del ricorso principale, accoglimento del ricorso incidentale.
1) La controversia concerne, per quanto ancora interessa, l’indennizzo richiesto e ottenuto dall’attore, l’odierno resistente (OMISSIS), per miglioramenti e addizioni eseguiti in un immobile di proprieta’ della madre (OMISSIS).
Secondo quanto stabilito dalla sentenza non definitiva del tribunale di Potenza n. 173 del 2000, le opere erano state eseguite dal figlio nel corso di una relazione familiare caratterizzata di comunione di vita ed interessi.
Essendo nelle more del giudizio deceduti gli originari convenuti, cioe’ la madre e (OMISSIS), fratello dell’attore, la sentenza definitiva del 2003 condannava le eredi di quest’ultimo al pagamento della somma di circa 57.000 euro, importo del credito valutato al novembre 2002.
La Corte di appello di Potenza il 3 marzo 2009 accoglieva il gravame interposto dall’attore (OMISSIS) e, valorizzando la prima consulenza tecnica acquisita in causa, quantificava il dovuto in euro 185.000 circa, oltre interessi legali dal febbraio 2001.
Rigettava l’appello incidentale delle eredi (OMISSIS), rilevando che: il diritto all’indennita’ era ormai passato in giudicato per mancata impugnazione della sentenza non definitiva; non era comunque provato che gli interventi edilizi eseguiti fossero illeciti, potendo risalire a data anteriore all’agosto 1967 ed essendo prescritto l’illecito penale; il manufatto era stato comunque condonato.
Con atto notificato il 21 aprile 2009 le soccombenti (OMISSIS) e (OMISSIS) hanno proposto ricorso per cassazione, svolgendo tre motivi illustrati da memoria.
L’intimato ha resistito con controricorso e ha svolto ricorso incidentale.
2) I primi due motivi di ricorso attengono all’esistenza del diritto dell’attore (OMISSIS) a percepire l’indennizzo per i miglioramenti.
La ratio della decisione non e’ scalfita dalle due censure.
Essa riposa sul passaggio in giudicato della sentenza che ha pronunciato sul punto, cioe’ la sentenza non definitiva n. 173/2000 del tribunale, la quale non e’ stata fatta oggetto di riserva di appello.
La Corte d’appello ha rilevato che il prosieguo del giudizio di primo grado era stato “finalizzato unicamente alla relativa quantificazione”, ditalche’ tardivo era l’appello incidentale delle (OMISSIS), spiegato solo contro la sentenza definitiva di tribunale.
Le censure svolte nell’odierno ricorso attengono alla abusivita’ urbanistico edilizia della costruzione eseguita dall’attore e quindi alla non configurabilita’ del suo diritto a un indennizzo ex articolo 1150 c.c., cioe’ alla questione risolta con forza di giudicato.
In particolare il primo motivo espone che in caso di opere abusive e’ possibile solo l’azione ex articolo 2041 c.c..
Il secondo motivo deduce che “la illegittimita’ dei lavori di riattazione” era emersa solo a seguito delle indagini peritali, dalle quali sarebbero emersi fatti che consentivano “di stabilire che gli interventi edilizi erano stati realizzati successivamente all’entrata in vigore della Legge n. 765 del 1967”.
La censura non coglie nel segno, giacche’ le verifiche in sede amministrative svolte dal consulente avrebbero potuto e dovuto essere svolte dalla parte prima di iniziare il giudizio, accertando con adeguati riscontri l’epoca dell’opera. Nel dubbio, anche al fine di ulteriori ricerche sarebbe stato indispensabile proporre riserva di appello e tener viva la contestazione sull’an, cioe’ sull’esistenza del diritto azionato e non soltanto sul quantum.
2.1) Invano il motivo di ricorso invoca il potere del giudice, nella successiva fase di quantificazione dell’indennizzo, di escluderne l’esistenza. Questo potere si riferisce all’accertamento di eventuale insussistenza di costi sopportati dall’attore e indennizzabili, cioe’ a questioni comunque attinenti al quantum della obbligazione, non potendo rivivere nella fase di determinazione del quantum questioni relative all’affermazione del diritto in astratto, trattandosi di accertamento favorevole alla parte attrice gia’ coperto da giudicato.
3) Il terzo motivo denuncia l’insufficienza della motivazione della sentenza impugnata in ordine alla quantificazione dell’indennita’ ex articolo 1150 c.c., riconosciuta all’attore.
Parte ricorrente si duole dell’adesione della sentenza alla prima consulenza tecnica di ufficio, redatta dal geom. (OMISSIS) nel febbraio 2001, pur molto diversa, negli esiti (quantificazione in circa lire 358 milioni), dalla relazione di cui ai “chiarimenti” depositati il 4 dicembre 2002.
Lamenta soprattutto l’omessa considerazione della consulenza disposta proprio dalla Corte d’appello (relazione (OMISSIS) del 22 maggio 2007).
Evidenzia che questa seconda consulenza aveva svolto accertamenti rilevanti quanto alla data di esecuzione dei lavori (pag. 18-21);
quanto alla distinzione tra i miglioramenti apportati dall’attore e quelli attribuiti al fratello (OMISSIS); quanto all’uso del criterio di calcolo c.d. comparativo, diverso da quello utilizzato dal CTU di primo grado.
Rileva che il Collegio di appello aveva disposto la nuova consulenza a causa di difetti della prima e censura il silenzio serbato dalla sentenza circa le difformita’ tra prima e seconda consulenza e soprattutto circa le critiche mosse alla prima dagli scritti difensivi, riportati in narrativa di ricorso.
3.1) La doglianza e’ fondata.
La sentenza di appello e’ basata sugli accertamenti del primo CTU e sul riferimento ad alcune dichiarazioni testimoniali rilevanti in ordine alla tipologia degli interventi effettuati.
Giunge alla conclusione: a) che grazie a tali interventi il fabbricato rustico della de cuius “ha cessato di esistere in quanto rustico”, per divenire una villetta di campagna, estesa per 123,64 mq al piano terra, 162,21 al primo, 53,60 al sottotetto e una pertinenza per animali 34,50.
b) che il costo degli interventi all’epoca di effettuazione secondo il computo metrico estimativo del primo ctu fu di circa lire 20milioni; c) che tali costi sono pero’ inferiori ai “complessivi e definitivi miglioramenti apportati all’immobile motivo questo per cui non puo’ non riconoscersi all’appellante l’intero credito, cosi come quantificato con la prima ctu agli atti per lire 358.084.733 alla data del 14 febbraio 2001”.
Le motivazioni della sentenza prescindono del tutto, senza dare alcuna motivazione, dal contenuto della seconda consulenza, riportata in ricorso da pag. 28 in poi, che era pervenuta a conclusioni parzialmente diverse e che era stata comunque criticata dalle odierne ricorrenti.
Una motivazione cosi sviluppata si presta alle censure di inadeguatezza della motivazione, poiche’ qualora il giudice d’appello dissenta dalle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio di secondo grado ed accolga quelle del consulente tecnico di primo grado, che siano state contestate dalla parte interessata, egli deve non soltanto enunciare le ragioni che lo inducono ad accettare la prima consulenza, ma deve specificamente contestare le contrastanti valutazioni della seconda consulenza, anche in relazione alle critiche delle parti (Cass. 4652/01; 6149/06).
Perfino quando intenda uniformarsi alla seconda consulenza il giudice di appello deve giustificare la propria preferenza, indicando le ragioni per cui ritiene di disattendere le conclusioni del primo consulente, salvo che queste risultino criticamente esaminate dalla nuova relazione (Cass. 19572/13; 3787/01; cfr. anche Cass. 5148/11).
4) La sentenza di appello va pertanto cassata e il giudice di rinvio dovra’ provvedere a ripercorrere l’iter argomentativo, tenendo conto sia delle risultanze della seconda consulenza sia delle critiche formulate dalle parti alle due relazioni; dovra’ pertanto analiticamente individuare i punti controversi, i dissensi tra i consulenti e le ragioni della propria adesione all’una o all’altra tesi sui profili controversi.
4.1) Resta assorbito il ricorso incidentale, che e’ relativo al riconoscimento della rivalutazione monetaria.
Il ricalcolo degli importi dovuti per indennizzi, computato dai consulenti con riferimento a date diverse, potrebbe indurre i giudici di appello a nuova impostazione della liquidazione.
La sentenza va cassata in relazione al motivo accolto e la cognizione rimessa alla Corte di appello di Salerno per lo svolgimento in parte qua del giudizio di appello e la liquidazione delle spese di questo giudizio.
La Corte rigetta i primi due motivi del ricorso principale. Accoglie il terzo. Dichiara assorbito il ricorso incidentale. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte di appello di Salerno, che provvedera’ anche sulla liquidazione delle spese del giudizio di legittimita’.
Categorie:Cassazione civile 2014, Corte di Cassazione, Diritto Civile e Procedura Civile, Sentenze - Ordinanze
Con tag:appello,c.t.u.,convincimento giudice,Indicazione delle ragioni per cui disattende le conclusioni di un consulente
Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 1 ottobre 2014, n. 20736. Il convincimento del giudice del merito può essere fondato anche solo sulle dichiarazioni rese dal lavoratore in sede d’interrogatorio libero, ove le medesime, pur prive della forza propria della confessione, non siano contraddette da elementi probatori contrari. La natura giuridica non confessoria dell’interrogatorio libero della parte, non rileva ai fini della sua libera valutazione da parte del giudice che può legittimamente trarre dall’interrogatorio stesso una valutazione contraria all’interesse della parte che lo ha reso. Tale valutazione, se congruamente e logicamente motivata, non è censurabile in sede di legittimità
Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 2 ottobre 2014, n. 20831. Il giudice di merito non è tenuto, in particolare, ad un’argomentazione diffusa della propria adesione alle conclusioni del C.t.u., potendo limitarsi ad un mero richiamo di esse, soltanto nel caso in cui non siano mosse alla consulenza precise censure, alle quali, pertanto, è tenuto a rispondere per non incorrere nel vizio di motivazione
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