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Timestamp: 2019-07-17 00:18:15+00:00

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L’art. 154 cod. civ. stabilisce che la riconciliazione determina l’abbandono della domanda di separazione personale
STUDIO LEGALE BOLOGNA AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051/6447838
L’art. 154 cod. civ. stabilisce che la riconciliazione determina l’abbandono della domanda di separazione personale. Il successivo art. 157 cod. civ. ne regola gli effetti successivamente alla sentenza con la quale è stata dichiarata la separazione personale. In nessuna delle due norme la riconciliazione può essere ricondotta ad un fatto impeditivo, qualificabile come eccezione in senso stretto, trattandosi della sopravvenienza di una nuova condizione da accertarsi C officiosamente dal giudice I ancorché sulla base delle deduzioni e allegazioni delle parti. Il regime giuridico è nettamente diverso nel giudizio di divorzio in quanto l’art. 3, comma quinto così come sostituito dall’art. A n. 74 del 1987, stabilisce espressamente che l’interruzione della separazione, in quanto fatto specificamente impeditivo ~1la realizzazione della condizione temporale stabilita nella medesima disposizione, deve essere eccepita dalla parte convenuta. Ne consegue, limitatamente a questa ipotesi, l’improponibilità per la prima volta in appello dell’eccezione (Cass. 23510 del 2010) . Nella specie, tuttavia, la parte che l’ha invocata non ha indotto alcuna allegazione o mezzo istruttorio al fine di fornirne la dimostrazione né in primo né in secondo grado. Al contrario, come bene evidenziato nella sentenza impugnata, è emerso che la proposizione della domanda riconvenzionale di addebito ed il comportamento processuale univocamente tenuto nel procedimento di primo grado abbiano fornito forti indizi contrari. Della opposta riconciliazione come rilevato dal giudice del merito, in conclusione, è mancata del tutto la prova.
Al riguardo deve osservarsi che l’accertamento delle condizioni di fatto idonee a determinare l’insussistenza della situazione descritta nell’art. 151, primo comma, cod. civ. costituisce un’indagine di merito sottratta al sindacato della Corte di Cassazione (Cass. 4748 del 1999). Peraltro, ai fini della riconciliazione non è sufficiente la mera coabitazione,ma è necessario il ripristino della comunione di vita e d’intenti materiale e spirituale che costituisce il nucleo del vincolo coniugale (Cass. 19497 del 2005). Nella specie, la Corte d’Appello ha evidenziato la sussistenza di comportamenti anche processuali nettamente ostativi a tale ripristino. Infine deve osservarsi che la dedotta coabitazione risulta meramente dichiarata senza alcuna specifica allegazione di fatti probanti e consequenziale deduzione di mezzi istruttori idonei a sostenerne la fondatezza.
Articolo 157 Codice Civile
I coniugi possono di comune accordo far cessare gli effetti della sentenza di separazione, senza che sia necessario l’intervento del giudice, con una espressa dichiarazione o con un comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione [154].
Articolo 154 Codice Civile
La riconciliazione tra i coniugi comporta l’abbandono della domanda di separazione personale già proposta [157]
Sentenza 10 luglio – 17 settembre 2014, n. 19535
Con la sentenza impugnata, la Corte d’Appello di Venezia, confermando la sentenza di primo grado dichiarava la separazione personale tra i coniugi G.C. e C.C..
Sul motivo d’appello del C. relativo all’intervenuta riconciliazione tra le parti attestata dalla mancata interruzione della coabitazione, la Corte affermava che in primo grado entrambe avevano richiesto reciprocamente l’addebito della separazione, con condotta del tutto incompatibile la dedotta riconciliazione. Inoltre, le circostanze indicate si erano verificate fin dal primo grado del giudizio Ima l’eccezione veniva prospettata per la prima volta soltanto in comparsa conclusionale.
In ordine alle statuizioni economiche veniva rilevato che le argomentazioni e produzioni della parte appellante non conducevano ad una modifica dei provvedimenti assunti in primo grado in quanto le capacità economico-patrimoniali devono essere tratte anche dai cespiti immobiliari e dalle potenzialità di guadagno, le quali risultavano senz’altro riscontrabili in un libero professionista dell’età dell’appellante. Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso il C., affidato illustrato con memoria a tre motivi. Ha resistito con controricorso C.C.
Con il primo motivo di ricorso viene dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 151 cod. civ. per avere la Corte d’Appello escluso la riconciliazione tra le parti, sulla base della domanda riconvenzionale di addebito formulata dal C. in primo grado. La censura viene sollevata anche ai sensi dell’art. 360 n. 5 cod. proc. civ. In particolare il ricorrente rileva di aver abbandonato la domanda di addebito subito dopo l’instaurazione del procedimento di primo grado. Aggiunge che nella specie è mancata quella condizione di disaffezione al matrimonio e d’intollerabilità &1la sua prosecuzione da riscontrarsi almeno in uno dei due coniugi tale da rendere incompatibile con essa la convivenza, dal momento che la coabitazione non si è mai interrotta. Precisa di essersi sempre opposto alla separazione.
Nel secondo motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 154 cod. civ. e dell’art. 112 cod. proc. civ., nonché degli artt. 190 e 345 cod. proc. civ. per avere la Corte d’Appello ritenuto tardiva l’eccezione di riconciliazione, in quanto collocabile temporalmente nel 2006 mentre il giudizio di primo grado era in corso. Il motivo viene formulato anche sotto il profilo del vizio di motivazione. Afferma al riguardo il ricorrente che nella specie non trova applicazione alcuna preclusione processuale, dovendosi escludere la separazione ogni qual volta la convivenza sia stata stabilmente ed effettivamente ripristinata. Nella specie, peraltro, di ripristino vero e proprio non si può parlare perché la coabitazione non si è mai interrotta. Vi sono stati come comportamenti rivolti a determinare la soluzione di continuità nella comunione di vita coniugale, soltanto il ricorso per separazione nonché il tentativo di estromettere il C. dal domicilio coniugale nel 2006, ma si è trattato di tentativi meramente formale. La situazione effettiva è del tutto divergente da quella formalizzata nelle due pronunce. Infine la riconciliazione non può integrare un’eccezione in senso stretto, ma deve ritenersi rilevabile d’ufficio, quanto meno nel giudizio di separazione.
Nel terzo motivo di ricorso viene dedotto il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sul punto controverso e decisivo per il giudizio consistente nel “profilo economico” della decisione, per avere la Corte d’Appello erroneamente valutato la capacità economico ­patrimoniale del ricorrente e la sua potenzialità di guadagno.
Il primo motivo di ricorso deve essere ritenuto inammissibile in ordine ad entrambe le censure esaminate, mirando a richiedere una non consentita rivalutazione dei fatti alternativa a quella effettuata dalla Corte d’Appello (S.U. 24148 del 2013) con motivazione adeguata ed esauriente,in quanto fondata sulla concreta selezione dei fatti rilevanti, ed in particolare sulla circostanza relativa alla formulazione della domanda riconvenzionale di addebito da parte del ricorrente. Al riguardo deve osservarsi che l’accertamento delle condizioni di fatto idonee a determinare l’insussistenza della situazione descritta nell’art. 151, primo comma, cod. civ. costituisce un’indagine di merito sottratta al sindacato della Corte di Cassazione (Cass. 4748 del 1999). Peraltro, ai fini della riconciliazione non è sufficiente la mera coabitazione,ma è necessario il ripristino della comunione di vita e d’intenti materiale e spirituale che costituisce il nucleo del vincolo coniugale (Cass. 19497 del 2005). Nella specie, la Corte d’Appello ha evidenziato la sussistenza di comportamenti anche processuali nettamente ostativi a tale ripristino. Infine deve osservarsi che la dedotta coabitazione risulta meramente dichiarata senza alcuna specifica allegazione di fatti probanti e consequenziale deduzione di mezzi istruttori idonei a sostenerne la fondatezza.
Il secondo motivo è infondato, ma la motivazione della Corte d’Appello deve essere corretta, ai sensi dell’art. 384¡ ultimo comma, cod. proc. civ. L’art. 154 cod. civ. stabilisce che la riconciliazione determina l’abbandono della domanda di separazione personale. Il successivo art. 157 cod. civ. ne regola gli effetti successivamente alla sentenza con la quale è stata dichiarata la separazione personale. In nessuna delle due norme la riconciliazione può essere ricondotta ad un fatto impeditivo, qualificabile come eccezione in senso stretto, trattandosi della sopravvenienza di una nuova condizione da accertarsi C officiosamente dal giudice I ancorché sulla base delle deduzioni e allegazioni delle parti. Il regime giuridico è nettamente diverso nel giudizio di divorzio in quanto l’art. 3, comma quinto così come sostituito dall’art. A n. 74 del 1987, stabilisce espressamente che l’interruzione della separazione, in quanto fatto specificamente impeditivo ~1la realizzazione della condizione temporale stabilita nella medesima disposizione, deve essere eccepita dalla parte convenuta. Ne consegue, limitatamente a questa ipotesi, l’improponibilità per la prima volta in appello dell’eccezione (Cass. 23510 del 2010) . Nella specie, tuttavia, la parte che l’ha invocata non ha indotto alcuna allegazione o mezzo istruttorio al fine di fornirne la dimostrazione né in primo né in secondo grado. Al contrario, come bene evidenziato nella sentenza impugnata, è emerso che la proposizione della domanda riconvenzionale di addebito ed il comportamento processuale univocamente tenuto nel procedimento di primo grado abbiano fornito forti indizi contrari. Della opposta riconciliazione come rilevato dal giudice del merito, in conclusione, è mancata del tutto la prova.
Il terzo motivo deve ritenersi inammissibile perché rivolto come il primo ad un riesame dei fatti già apprezzati incensurabilmente dal giudice di merito, non essendo riscontrabile l’individuazione di uno specifico e puntuale profilo della motivazione oggetto di censurai ma soltanto la generica contestazione della valutazione del “profilo economico”.
In conclusione, il ricorso deve essere rigettato e la parte ricorrente, in applicazione del principio della soccombenza, condannata al pagamento delle spese di lite del presente procedimento.
La Corte, rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente procedimento in favore della parte controricorrente i che liquida in E 4000 per compensi, E 200 per esborsi oltre alle spese forfettarie ed accessori di legge.
Così deciso nella camera di consiglio del 10 luglio 2014
La separazione consensuale con figli: ciò che c’è da sapere
Separarsi, anche in via consensuale, parte da una constatazione di base: si tratta di un passo doloroso per entrambe le parti. Ma se ci sono figli di mezzo, allora, è il loro interesse che deve venire prima di tutto. Ai bambini, infatti, occorre pensare quando si decide di compiere un passo del genere e per farlo nel modo migliore, ancora prima di qualsiasi atto legale, è opportuno attenersi a qualche principio umano: evitare di litigare davanti a loro e rassicurarli sull’amore di entrambi i genitori che non viene (e non verrà) a mancare. Anzi, il legame affettivo potrà solo diventare più forte. Detto questo, c’è poi un iter legale che va affrontato in una separazione consensuale.
Quando la separazione diventa effettiva
Un momento importante è quello fissato dal presidente del tribunale per sondare la strada della conciliazione. Se questa strada risulta non percorribile, allora si procede arrivando alla cosiddetta omologazione del tribunale che si pronuncia in base alla relazione del presidente: è solo a quel punto che la separazione acquista efficacia, non basta infatti il solo accordo dei coniugi, e in essa sono contenute le condizioni della separazione stessa. Condizioni che, riguardando i coniugi e i figli, in seguito possono essere modificabili, se si modifica la situazione.
Gli accordi su questioni rilevanti
Le mosse per arrivare all’omologazione partono, in caso di separazione consensuale, dall’accordo tra i coniugi su questioni rilevanti, come l’affidamento e il mantenimento dei figli. Se i punti dell’accordo vengono tuttavia ritenuti dal tribunale in contrasto con l’interesse dei bambini, i genitori vengono riconvocati per indicare loro quali sono le modifiche opportune. Se queste non vengono accolte (o se comunque l’accordo non raggiunge uno stato valutato come idoneo), il magistrato può rifiutare l’omologazione.
Modifiche delle condizioni per la separazione
Per le modifiche, deve essere sempre il tribunale a intervenire. Lo fa una volta sentite le parti in causa e, nel caso si renda necessario, può acquisire mezzi istruttori (ad esempio, testimonianze, consulenze psicologiche e documenti che attestino cambiamenti nel tenore di vita di una delle persone della famiglia che si è sciolta). Inoltre, nel caso poi in cui il tribunale non possa pronunciarsi nell’immediato, si può ricorrere a provvedimenti provvisori su temi come l’affidamento, l’assegnazione della casa o il mantenimento dei figli o dell’ex coniuge.
Il rispetto dei diritti dei figli
I bambini hanno diritto a un rapporto equilibrato e continuativo con i genitori. Inoltre, tra i loro diritti, rientrano le cure, l’educazione, l’istruzione e l’assistenza morale. A questi si aggiungono i rapporti con i nonni e con i parenti sia del padre che della madre e per soddisfare ciascuno di questi diritti, il giudice adotta provvedimenti che li garantiscano. Come primo passo, si verifica la possibilità che i bambini siano affidati a entrambi i genitori. Se questo non è possibile, allora il giudice indica quale sarà il genitore affidatario determinando quando e come l’altro potrà essere vedere i figli. Inoltre stabilisce anche come e quanto madre e padre devono contribuire dal punto di vista economico. Se infine nessuno dei genitori viene ritenuto idoneo, allora il giudice si può avvalere dell’affidamento familiare e una copia del provvedimento deve essere trasmessa dal pubblico ministero al giudice tutelare.
I minori: chi prende le decisioni
Si chiama responsabilità genitoriale e viene esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni, dunque, devono essere prese di comune accordo tenendo presente specifiche condizioni dei figli, come le loro capacità, le loro inclinazioni naturali e le loro aspirazioni. Se questo accordo non c’è, ecco allora che interviene il giudice il quale, per le questioni di ordinaria amministrazione (quelle che riguardano la quotidianità), può disporre anche che i genitori agiscano separatamente. Se poi un genitore non si attenesse alle condizioni stabilite, il giudice può decidere di modificare le modalità di affidamento.
Il mantenimento dei bambini
Se ne deve occupare ciascun genitore in modo proporzionale al proprio reddito. Se viene definito un assegno periodico (adeguato nel tempo in base agli indici Istat, a meno di parametri differenti indicati dalle parti o dal giudice), il suo importo tiene conto delle esigenze del bambino, del suo tenore di vita quando i genitori ancora convivevano, della durata del periodo che trascorre con ciascuno, delle risorse dei genitori e della portata dei compiti che si assumono sia la madre che il padre. Ovviamente, per procedere, occorre che siano disponibili informazioni economiche sui coniugi e se queste non risultano abbastanza chiare e documentate, allora può essere disposto un accertamento da parte della polizia tributaria su redditi e beni anche intestati a terzi.
La casa familiare, la residenza e il domicilio
La casa familiare viene assegnata anche in questo caso in base all’interesse dei figli e l’assegnatario può vedersela revocare nel caso non vi abiti o non vi abiti stabilmente. Lo stesso accade se decide di convivere more uxorio o se si sposa di nuovo. Il provvedimento di assegnazione (o anche quello di revoca) può essere trascrivibile e ci si può opporre. Inoltre, entrambi i genitori sono obbligati a comunicarsi cambi di residenza o di domicilio e per farlo devono rispettare il termine perentorio di trenta giorni. Se ciò non accade, occorre risarcire l’eventuale danno derivato dalle difficoltà di rintracciare il genitore che non ha rispettato quest’obbligo.
Infine anche il coniuge che non gode di un adeguato reddito proprio e a cui non è addebitabile la separazione ha diritto a ricevere un importo per il proprio mantenimento, oltre a quanto già definito per gli alimenti ai figli. Quell’importo viene indicato in base alla condizione e al reddito dell’altro coniuge e se il giudice ha motivo di temere che questi non rispetti l’obbligo, può imporgli di fornire adeguate garanzie reali o personali. Inoltre, se l’inadempienza diventa realtà, l’avente diritto chiede al giudice di disporre il sequestro di una parte dei beni dell’ex coniuge e di ordinare a terzi tenuti a versamenti periodici al trasgressore dell’obbligo (ad esempio, datori di lavori) di destinare una parte di quei versamenti agli aventi diritto.

References: art. 157
 sentenza 
 sentenza 

Articolo 157
 sentenza 

Articolo 154

Sentenza 
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 art. 157
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