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Timestamp: 2018-09-23 10:54:41+00:00

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Riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio – Richiesta del padre portatore di un cognome evocativo di una appartenenza ad una nota famiglia affiliata alla ‘ndrangheta – Opposizione della madre – Diritto del padre al riconoscimento – Sussiste.
Il riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio costituisce oggetto di un diritto soggettivo del genitore, costituzionalmente garantito dall'art. 30 Cost., che non si pone in termini di contrapposizione con l'interesse del minore, ma come misura ed elemento di definizione dello stesso sì che il mancato riscontro di un interesse effettivo e concreto del minore non costituisce ostacolo all'esercizio del diritto del genitore ad ottenere il riconoscimento, nel caso di opposizione del genitore che per primo ha proceduto al riconoscimento, in quanto detto interesse va valutato in termini di attitudine a sacrificare la genitorialità, riscontrabile soltanto qualora si accerti l'esistenza di motivi gravi ed irreversibili che inducano a ravvisare la forte probabilità di una compromissione dello sviluppo del minore, che giustifichi il sacrificio totale del diritto alla genitorialità. Ne consegue che il sacrificio del diritto alla genitorialità può avvenire soltanto in presenza di un fatto impeditivo di importanza proporzionata al valore de diritto sacrificato cioè a dire laddove si dimostri (con ovvio giudizio prognostico ex ante) che il secondo riconoscimento possa determinare un 'trauma così grave da pregiudicare in modo serio lo sviluppo psicofisico de minore'. Va peraltro chiarita la distinzione dei piani concettuali e giuridici tra l’attribuzione di genitorialità (diritto primario costituzionalmente garantito che si realizza attraverso l’accesso al riconoscimento) e l’effettivo e concreto esercizio della funzione genitoriale: all’accertata inesistenza di una gravissima ed attuale controindicazione all’attribuzione di genitorialità, non consegue necessariamente l’ordinario sviluppo del rapporto genitoriale ove successivamente si accertino, nel genitore che procede al riconoscimento, situazioni tali da richiedere la limitazione (o l’ablazione) dell’esercizio della responsabilità genitoriale. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 18 dicembre 2013.
Assegnazione della casa familiare – Convivenza more uxorio – Revoca – Condizioni.
Processo di separazione – Testimonianza del minore – Esclusione.
Consulente tecnico d’Ufficio – Limiti del Mandato – Indagine sulla verità o meno dei fatti in costituzione – Competenza esclusiva del giudice.
L’art. 155 quater c.c., comma 1, anche nella parte in cui dispone che il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l'assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare, deve essere interpretato nel senso che la prova degli eventi che legittimano la revoca è a carico di colui che agisce chiedendola e tale prova deve essere particolarmente rigorosa in presenza di prole affidata o convivente con l'assegnatario ed attestare in modo univoco che gli eventi medesimi sono connotati dal carattere della stabilità e cioè dell'irreversibilità, ed inoltre nel senso che il giudice investito della domanda di revoca deve comunque verificare che il provvedimento richiesto non contrasti con i preminenti interessi della prole affidata o convivente con l'assegnatario (v. Cass. 10 maggio 2013 n. 11218). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Il minore non può essere sentito come testimone nel processo di separazione. L’audizione del minore, infatti, non è un atto istruttorio: il minore non viene sentito quale testimone, ma come portatore di un proprio interesse e, in quanto tale, ammesso ad esercitare in prima persona il diritto di esprimersi, nella misura in cui la sua età ed il suo grado di maturità lo consentono. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Il consulente tecnico d’ufficio esorbita dal mandato conferito se introduce irregolarmente nel corpo della consulenza una indagine sulla verità o meno dei fatti in contestazione, di esclusiva competenza del giudice sulla base delle prove allegate ed ammesse; del pari esorbita dal mandato se ha trattato il minore come un testimone, cosa che non è consentita, nel processo di separazione, neppure al giudice, ed a maggior ragione non deve essere consentita al consulente. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Appello Catania 12 dicembre 2013.
Riparto di competenza tra tribunale ordinario e tribunale minorile – Limitazioni della responsabilità genitoriale – Art. 333 c.c. – Inammissibilità del ricorso – Sussiste – Competenza cd. per Attrazione – Modifica introdotta dalla legge 219/2012 – Conferma di una pregressa giurisprudenza della Cassazione.
Riparto di competenza tra tribunale ordinario e tribunale minorile – Limitazioni della responsabilità genitoriale – Art. 330 C.C. – Competenza esclusiva del Tribunale per i Minorenni – Sussiste.
La Legge 219/12 – riscrivendo l’art. 38 cit. – ha istituito, in capo al Tribunale ordinario, una competenza cd. per attrazione nel senso di ricondurre al giudice ordinario la cognizione anche dei profili inerenti alla limitazione della responsabilità genitoriale, che in via generale sono attribuiti alla competenza del Tribunale minorile, in presenza di una precedente pendenza di un procedimento c.d. ordinario. In altri termini, anche il Tribunale Ordinario può applicare l’art. 333 c.c. se è pendente un procedimento di separazione o divorzio. La novella legislativa, sul punto, non ha portata innovativa: recepisce e conferma una lettura dell’art. 333 c.c. che si era già affermata nella giurisprudenza di Cassazione. Ciò vuol dire che, sia prima della legge 219/12 sia certamente ora, il giudice ordinario può emettere le statuizioni ex art. 333 c.c.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
La Legge 219/2012 ha ampliato le competenze del giudice ordinario solo con riguardo alle limitazioni ex art. 333 c.c. lasciando immutata la esclusiva competenza del T.M. per le pronunce ex art. 330 c.c.; pronunce che il tribunale ordinario non potrebbe dunque emettere nemmeno se pendente un giudizio di separazione o divorzio. Quanto è confermato dallo sfoglio dei lavori parlamentari, dalla lettera dell’attuale art. 38 disp. att. c.c., e da un approccio sistematico alla questione che vede, al centro dell’azione ex art. 330 c.c., il pubblico ministero minorile, organo estraneo all’apparato giudiziario del tribunale ordinario. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 11 dicembre 2013.
Procedimento in cui il minore è parte sostanziale – Conflitto genitoriale – Testimonianza del minore – Inammissibilità – Sussiste – Mezzo tipico per l’assunzione delle dichiarazioni del minore – Audizione – Sussiste.
Testimonianza Scritta – Art. 257-bis c.p.c. – Condizioni di ammissibilità – Incapacità fisica del testimone – Sussiste – Ammissione della testimonianza scritta dopo l’ammissione della testimonianza per escussione orale – Successiva scoperta dell’impedimento del teste – Sussiste.
Gli artt.155-sexies e 315-bis c.c., nel caso di processo che abbia ad oggetto diritti del minore, prevedono che lo stesso debba essere “ascoltato” e non “interrogato”. In altri termini, il fanciullo deve essere sentito nel procedimento senza assumere la veste di testimone. Che il minore debba essere sentito e non interrogato – quando il processo ha ad oggetto suoi diritti – discende, invero, dalla nuova lettura interpretativa che la giurisprudenza ha offerto, in tempi recenti, del ruolo del fanciullo nel processo conteso che, ormai, è qualificato come «parte sostanziale». Se il minore è, ormai, soggetto di Diritti e non più oggetto di diritto e se soprattutto è ormai parte sostanziale del processo, ne consegue che questi non può assumere la veste di teste nel procedimento che, come nel caso di specie, avendo ad oggetto il suo mantenimento, lo riguarda direttamente. In queste procedure, il minore potrà essere ascoltato ma non interrogato. Alla luce delle considerazioni espresse, nel procedimento in cui i minori siano parti in senso sostanziale, le norme di cui agli artt. 155-sexies e 315-bis c.c. si pongono in rapporto di deroga e specialità rispetto alle previsioni di cui agli artt. 244 e ss c.p.c. e, dunque, il fanciullo può essere ascoltato come parte ma non interrogato come testimone. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
La testimonianza, in forma scritta, può essere concordata dai litiganti anche in momento successivo a quello di ammissione delle prove dove l’esigenza e opportunità delle dichiarazioni scritte emergano in conseguenza di sopravvenienze processuali. E’ solo necessario che il teste da escutere e i capitoli da proporre al testimone siano stati ritualmente ammessi al processo, nell’ordinanza ex art. 183 comma VII c.p.c., nel rispetto delle preclusioni processuali. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 11 dicembre 2013.
Divorzio – Trattamento di fine rapporto – Quota di spettanza del coniuge – Condizioni – TFR percepito prima del divorzio – Diritto alla quota – Esclusione.
Il diritto ad ottenere una quota di TFR può sorgere quando l’indennità sia maturata al momento o dopo la proposizione della domanda di divorzio (quindi prima della sentenza di divorzio) oppure sia maturata dopo che sia intervenuta la relativa sentenza (Cass. 14 novembre 2008 n. 27233); se maturata prima della domanda di divorzio la riscossione dell'indennità di fine rapporto da parte del coniuge separato può solo incidere sulla situazione economica del coniuge obbligato e legittimare una modifica delle condizioni della separazione. (Cass. 29 luglio 2004 n. 14459). In particolare se l’indennità è maturata e percepita ancor prima della separazione entra soltanto a far parte della ricchezza individuale prima e della comunione de residuo dopo. Inoltre non possono neppure essere prese in considerazione quelle quote di TFR maturate e percepite, o da percepire, in relazione a periodi in cui il rapporto di lavoro non coincide con il matrimonio, e quindi, le quote di TFR dovute per l’attività lavorativa prestata successivamente al passaggio in giudicato del capo di sentenza che dichiara la cessazione effetti civili del matrimonio. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Appello Catania 09 dicembre 2013.
Riconoscimento da parte di genitore infrasedicenne – Competenza del tribunale per i Minorenni – Sussiste.
Ai sensi del comma quinto dell’art. 250 del codice civile, come novellato dall’art. 1 della legge 10/12/12 n. 219, il riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio non può essere fatto dai genitori che non abbiano compiuto il sedicesimo anno d’età, salvo che il giudice li autorizzi, valutate le circostanze e avuto riguardo all’interesse del figlio. La competenza alla autorizzazione spetta al Tribunale dei Minorenni, ai sensi dell’art. 251 c.c.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Genova 05 dicembre 2013.
Domanda presentata dal genitore per il riconoscimento del figlio non matrimoniale – Genitore infrasedicenne – Autorizzazione giudiziale – Richiesta – Art. 250 c.c. (Legge 219/2012) – Legittimazione attiva – Minore-genitore – Sussiste.
Il materia di procedimento di riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio, in caso di minore di anni 16, l’autorizzazione giudiziale va richiesta dal genitore interessato che gode di legittimazione attiva. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 02 dicembre 2013.
Affidamento dei minori – Genitore con patologia psichiatrica – Esclusione dall’affidamento – Automatismo – Esclusione.
Non è ammissibile ipotizzare una inadeguatezza del genitore solo perché “malato”. Il fatto che un paziente sia “malato” a causa di un disturbo psichiatrico non è elemento sufficiente per escluderlo dalla responsabilità genitoriale. Ancora oggi, il malato psichiatrico accusa le conseguenze negative che derivano dallo «stigma» ovvero l’insieme di pregiudizi sociali e preconcetti che circondano la malattia mentale, specie nei rapporti interpersonali e relazionali, e creano una sorta di “marchio” invisibile attorno al paziente, visto – sovente e senza ragione – come socialmente pericoloso, aggressivo o non curabile. Lo stigma tende a creare un impoverimento dei rapporti personali del malato e, soprattutto, la sua alienazione dal contesto sociale, cosicché i danni alla persona derivano non dalla patologia ma, paradossalmente, dal modo in cui la società la ripudia, la stigmatizza. Da ciò consegue che la misura dell’affidamento monogenitoriale dei minori – se giustificata per la sola patologia del genitore – costituirebbe non espressione dell’art. 155 c.c., bensì applicazione mera dello “stigma”. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 27 novembre 2013.
Nel giudizio ex art. 710 c.p.c., l’iniziativa processuale della parte che sia basata su un elemento giudicato innovativo ma contraddetto da documenti facilmente acquisibili, finisce con il rivestire finalità esplorativa e così integra una censurabile forma di abuso del processo, assumendo una connotazione quantomeno colposa da valere ai sensi e per gli effetti dell’art. 96 c.p.c.: si noti come affatto isolata giurisprudenza di merito (Trib. Monza, sezione III civile, sentenza 19 giugno 2012) abbia ritenuto che “il causare la proliferazione di giudizi che si sarebbero potuti evitare costituisce abuso dello strumento processuale in contrasto con l'inderogabile dovere di solidarietà sociale che osta all'esercizio di un diritto con modalità tali da arrecare un danno ad altri soggetti che non sia inevitabile conseguenza di un interesse degno di tutela dell'agente” e l’abuso debba essere sanzionato con condanna ex art. 96 comma III c.p.c.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 27 novembre 2013.
Mantenimento – Mensa scolastica – Inclusione dell’assegno di mantenimento ordinario – Sussiste.
La mensa scolastica non riveste alcuna connotazione straordinaria, essendo solo una modalità sostitutiva della voce “vitto” domestico già compresa in qualsiasi assegno mensile. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 27 novembre 2013.
Affido esclusivo – Inadempimento all’obbligo di contribuzione economica – Rilevanza – Sussiste.
Deve essere disposto l’affidamento esclusivo della prole, alla luce del disinteresse manifestato del padre nei confronti della prole, che sì sia tradotto in particolare nella violazione sistematica degli obblighi di cura e sostegno attuata attraverso il perdurante mancato rispetto dell'obbligo di contribuzione al mantenimento dei minori nella misura fissata dalle statuizioni giudiziali. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Le risultanze delle dichiarazioni dei redditi, attesa la loro funzione tipicamente fiscale, non assumono rilievo decisivo e non rivestono valore vincolante, potendo piuttosto essere valutate discrezionalmente e quindi disattese alla luce delle altre risultanze probatorie, comprese le nozioni di comune esperienza e le presunzioni semplici (cfr Cass. n. 11953/95; 9876/2006; n. 18241/2006; n. 3905/2011). Invero, le dichiarazioni dei redditi non possono costituire una prova esaustiva a favore di chi le produce in virtù del principio in base al quale a nessuno è dato precostituire una prova a proprio favore con una propria dichiarazione, tanto più quando i redditi denunciati non sono certificati da terzi soggetti sostituti di imposta e la veridicità della dichiarazione dipende interamente dal dichiarante, circostanza che impone maggiore cautela nell'accettarla come indizio delle effettive possibilità economiche dello stesso. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Roma 25 novembre 2013.
Separazione – Addebito – Violazione del dovere di lealtà – Lealtà, fiducia personale, fedeltà, solidarietà: definizioni ai fini della valutazione giudiziale di addebito.
Il dovere di lealtà impone di mantenere - anche e soprattutto - nei momenti di difficoltà e criticità (siano esse soggettive od oggettive, affettive o di relazione, razionali o emotive) il dovere di correttezza tra i componenti della coppia (o, più in generale, della famiglia) e richiede la scelta di comportamenti coerenti con i valori – condivisi – che hanno portato all’unione della coppia (ed all’eventuale progetto educativo della prole). La fiducia personale definisce l'aspettativa di regolarità e continuità nel comportamento dei componenti la coppia o il nucleo familiare, e impone di non manipolare la comunicazione, e di fornire sempre una rappresentazione autentica, non parziale né mendace, delle proprie condotte e che pretende la sincerità, intesa come non ricorso al nascondimento, alla menzogna, alla frode e all'inganno. La fedeltà va intesa come il rispetto delle regole (implicite ed esplicite, morali ed etiche, sociali e culturali) che, definendo il modo, scelto e condiviso, di ‘essere coppia’, ne consentono e garantiscono l’esistenza, regolano l’interazione tra i partner, e si collocano ben oltre il patto dell’ “esclusività sessuale” e della “mera astensione dall'adulterio” verso il quale la fedeltà alle regole generali si pone in rapporto di genus ad speciem. La solidarietà richiama i coniugi ad un atteggiamento di comprensione e di impegno attivo per aiutare il partner nei momenti di difficoltà ovvero per sostenerlo nei disagi e nelle criticità psichiche o fisiche. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 20 novembre 2013.
In tema di attribuzione del cognome al figlio di genitori non coniugati la valutazione del Giudice, di fronte ad una richiesta concorde dei genitori, ai quali in primo luogo è rimesso lo scrutinio degli interessi del figlio, non può essere spinta fino ad imporre, in positivo, una visione giurisdizionale dell’interesse del minore, bensì deve limitarsi, in negativo, a valutare che le richieste dei genitori non si pongano in aperto contrasto con i diritti e gli interessi fondamentali del minore. (Laura De Simone) (riproduzione riservata) Tribunale Cremona 12 novembre 2013.
Famiglia omosessuale – Concetto di “famiglia” – Sussiste (Art. 8 Cedu).
Nel concetto di “famiglia” rientra anche l’unione di persone dello stesso sesso; ne consegue che costituisce discriminazione il prevedere una unione civile ex lege solo per le famiglie eterosessuali. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Corte Europea dei Diritti dell'Uomo Strasburgo 07 novembre 2013.
Controversie genitoriali – Figli non matrimoniali – Art. 317-bis c.c. – Art. 3 legge 219/2012 – Rito camerale – Introduzione di una udienza cd. filtro per un tentativo di conciliazione – Cd. Rito partecipativo – Delega al giudice relatore – Finalità conciliativa.
La legge 10 dicembre 2012 n. 219, riscrivendo l’art. 38 disp. att. c.c., ha attribuito al Tribunale ordinario la competenza a pronunciare i provvedimenti risolutivi dei conflitti genitoriali ex art. 317-bis c.c. Al cospetto della presentazione di un ricorso ex art. 317-bis c.c., il tribunale – dopo la instaurazione del contraddittorio – può invitare le parti a sperimentare un tentativo preliminare di conciliazione – in analogia a quanto avviene nel rito della separazione e del divorzio – delegando all’uopo il giudice relatore e con facoltà per il giudice delegato di suggerire ai genitori elementi per una composizione condivisa della lite, tenendo conto dei principi di Diritto pacifici nella giurisprudenza della Suprema Corte e della giurisprudenza di merito. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano 04 novembre 2013.
Ordinanza presidenziale ex art. 708 c.p.c. – Reclamo alla Corte di Appello – Caratteristiche della cognizione del giudice del riesame – Limiti.
Tempi di permanenza del figlio minore presso il genitore non collocatario – “Cornice minima” adeguata che garantisca dei fine settimana interi e dei tempi infrasettimanali – Condizioni minime inderogabili salvo prova che dimostri contrarietà all’interesse del minore – Sussiste.
Genitori separati – Divieto di espatrio – Affidamento condiviso – Non necessità – Trasferimento unilaterale già costituente illecito – Sussistenza di rimedi ad hoc.
Separazione – Ripartizione delle spese straordinarie – Sperequazione dei redditi – Onere delle spese in pari misura – Esclusione.
Separazione – Assegnazione della casa familiare – Spese correlate all’uso della casa – Soggetto tenuto a sostenerle – Assegnatario.
Lo strumento del riesame di cui all’art. 708, c.p.c. ha la funzione di rimedio sommario a determinazioni presidenziali di prima delibazione, che, alla luce del materiale allo stato acquisito in primo grado, appaiano sperequate o ingiustificate e che gli approfondimenti istruttori devono essere svolti innanzi al giudice di primo grado il quale ha facoltà, eventualmente, di modificare i provvedimenti provvisori. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
In regime di affidamento condiviso, la scelta in ordine ai tempi di permanenza dei figli presso l’uno e l’altro genitore è rimessa in primo luogo agli accordi tra i genitori, e solo in difetto di accordo al regolamento giudiziale, che ha natura di sussidiaria e si limita a fissare la “cornice minima” dei tempi di permanenza. Tuttavia la cornice minima data dal giudice deve essere pienamente adeguata alle esigenze delle famiglia e all’interesse dei minori, poiché deve potersi consentire ai figli di trascorrere con il genitore non collocatario dei tempi adeguati e segnatamente dei fine settimana interi, e tempi infrasettimanali, garantendo una certa continuità di vita in questi periodi, nei limiti in cui ciò non interferisca con una normale organizzazione di vita domestica e consenta la conservazione dell’habitat principale dei minori presso il genitore domiciliatario. Vi è invero una sensibile differenza tra regolare i tempi di permanenza e limitarli significativamente: e per adottare limitazioni al diritto e dovere dei genitori di intrattenere con i figli un rapporto continuativo, è necessario dimostrare che da ciò può derivare pregiudizio al minore. Il preminente interesse del minore, infatti, cui deve essere conformato il provvedimento del giudice, può considerarsi composto essenzialmente da due elementi: mantenere i legami con la famiglia, a meno che non sia dimostrato che tali legami siano particolarmente inadatti, e potersi sviluppare in un ambiente sano (CEDU: Neulinger c. Svizzera, 6.7.2010; CEDU: Sneersone e Kampanella c. Italia, 12.7.2011). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
In regime di affidamento condiviso, il trasferimento del minore va deciso concordemente dai genitori. Una unilaterale decisione del genitore di trasferirsi con la prole in altro luogo diverso dalla residenza abituale dei figli, costituisce quindi un illecito, contro il quale vi sono appositi strumenti di rimedio e tutela. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
L’onere di partecipazione alle spese straordinarie, una volta rilevata la sensibile sperequazione dei redditi tra le parti, non può essere ripartita in misura pari; deve essere infatti rispettato il principio di proporzionalità imposto dagli artt. 147 e 148 c.c.(cfr. in parte motiva Cass. 2 luglio 2007 n. 14965). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Le spese correlate all’uso della casa familiare assegnata, incombono sul soggetto in favore del quale è costituito il diritto personale di godimento (Cass. 22.2.2006 n. 3836). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Appello Catania 16 ottobre 2013.
Assegni familiari – Affidamento condiviso – Percezione delle somme – Genitore collocatario – Sussiste.
In caso di affidamento condiviso, la coabitazione della prole minore di età con il genitore cd. collocatario determina che sia questi il soggetto legittimato alla percezione degli assegni familiari. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Nocera Inferiore 09 ottobre 2013.

References: Cass. 
 Art. 333
 Art. 330
 art. 333
 art. 333
 art. 330
 art. 38
 art. 330
 Art. 257
 art. 183
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Art. 250
 art. 710
 sentenza 
 art. 96
 Cass. 
 Art. 317
 Art. 3
 art. 317
 art. 317
 art. 708
 Cass.