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Timestamp: 2019-01-22 16:47:51+00:00

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Gli indici della subordinazione di lavoro nelle indicazioni della Cassazione
L’occasione da cui trarre spunto per delineare il punto d’arrivo cui pare essere giunta la giurisprudenza nella qualificazione del rapporto di lavoro, tramite indici presuntivi dedotti dalla figura cardine di lavoratore subordinato, è offerta dalla pronuncia n. 10771/2013 del Tribunale di Bari.
È noto, infatti, come i giudici di merito fungono da preziosa fonte di una continua revisione in materia, anche in forza della costante e mutevole evoluzione delle realtà organizzative delle imprese che comporta interpretazioni volte a massimizzare la tutela del lavoratore. Perciò individuare i criteri indizianti la subordinazione di un rapporto di lavoro, significherebbe agevolare il lavoro di indagine e di valutazione che (solo) il giudice di merito dovrà condurre all’interno di percorsi ermeneutici rientranti in un’opera di qualificazione giuridica che, come si vedrà nel prosieguo, sul punto sembra risentire di difetti legislativi e di ambiguità normativa.
Nel caso di specie il giudice di prime cure rigetta il ricorso del lavoratore, volto ad ottenere il riconoscimento della natura subordinata del rapporto di lavoro intercorso con la parte resistente, a causa di carenze probatorie – a carico del lavoratore ricorrente – per le quali non si ritiene raggiunta quella prova che dovrebbe essere «in grado di fornire esaurienti delucidazioni sulla fondamentale circostanza della natura del potere direttivo e/o organizzativo in concreto esercitato da parte della convenuta durante la gestione del rapporto lavorativo»; inoltre è opportuno sottolineare come il giudice pone l’accento sull’inidoneità delle escussioni testimoniali nell’«evidenziare in modo adeguato […] anche e soprattutto gli orari lavorativi in concreto osservati».
Il dibattito giurisprudenziale e dottrinale sulla qualificazione del contratto di lavoro subordinato da sempre viaggia insieme al problema della nozione di subordinazione così come prevista dall’articolo 2094 c.c., intesa come particolare modo di prospettarsi della prestazione lavorativa in contrapposizione allo schema della locatio operis, ritenendo subordinata la prestazione lavorativa che si svolge nell’ambito dell’organizzazione del datore di lavoro, alle dipendenze e sotto la direzione di esso, quindi risolvendo l’idoneità qualificatoria dell’articolo in parola nella eterodeterminazione.
Tuttavia dottrina maggioritaria, confortata da recente giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione, ritiene che vi sia una certa discrasia fra i criteri assunti dal legislatore come caratterizzanti la fattispecie “lavoro subordinato” e le caratteristiche che quel tipo di rapporto assume nella fattualità della realtà socio-economica.
Infatti la subordinazione come sopra descritta si verificherebbe anche in altre tipologie di rapporto lavorativo, come ad esempio nella collaborazione, e in attività teoricamente meno soggette ad eterodeterminazione, come tipicamente avverrebbe nelle attività intellettuali per le quali si parla di “subordinazione attenuata” (ex pluris Cass. Civ. sez. lav. n. 9599/2013; Cass. Civ. sez. lav. n. 2931/2013), ad ogni modo in contrapposizione al concetto di lavoro autonomo che, come stauito dall’articolo 2222 c.c., comporta per il lavoratore l’adempimento della prestazione secondo propri criteri e modalità e senza alcun vincolo verso il committente.
Nello svolgimento della sua funzione nomofilattica la Cassazione, con granitica giurisprudenza in merito (tra le più recenti: Cass. Civ. sez. lav. n. 1536/2009), ritiene determinante l’accertamento della sussistenza nel rapporto di lavoro del «vincolo di soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, il quale si estrinseca nell’emanazione di ordini specifici, oltre che nell’esercizio di un’assidua attività di vigilanza e controllo nell’esecuzione delle prestazioni lavorative» (ad esempio, nel pronunciarsi su un caso analogo, Cass. Civ. sez. lav. n. 15903/2004). L’esistenza di tale vincolo va concretamente apprezzata rispetto alla specificità del ruolo attribuito al lavoratore ed alla sua attuazione, posto che qualsiasi attività professionale può essere oggetto tanto di un rapporto di lavoro subordinato quanto di un rapporto di lavoro autonomo (Cass. Civ. sez. lav. n. 8187/1999).
Ecco, quindi, come tramite una puntuale opera di ingegneria giurisprudenziale gli ermellini hanno dotato l’interprete di una cornice – l’eterodeterminazione, unitamente allo stabile inserimento del lavoratore nell’organizzazione del datore di lavoro e nel coordinamento con quest’ultimo – nel cui ambito si possono di volta in volta ricostruire i tratti sintomatici della subordinazione di una determinata prestazione lavorativa, attraverso il concorso di alcuni criteri qualificatori sussidiari.
Tali indici devono, perciò, devono essere valutati globalmente al fine di integrare la prova della subordinazione che, se considerati singolarmente, possono risultare compatibili anche con il lavoro autonomo (Cass. Civ. sez. lav. n. 3594/2011) o parasubordinato (Cass. Civ. sez. lav. n. 10064/2000); quindi il giudice deve valutare i criteri in esame «globalmente, appunto, come indizi della subordinazione stessa, tutte le volte che non ne sia agevole l’apprezzamento diretto a causa di peculiarità delle mansioni, che incidano sull’atteggiarsi del rapporto» (Cass. Civ. sez. lav. n. 4500/2007).
Sono criteri sussidiari:
-Il nomen iuris dato al contratto di lavoro dalle parti: la volontà espressa dal contratto ed il nomen iuris utilizzato dalle parti non costituiscono fattori assorbenti, ciò che prevale sono le concrete modalità di svolgimento del rapporto di lavoro in quanto la qualificazione dell’atto scritto può derivare non solo da mero errore delle parti ma anche dalla dissimulazione della volontà di eludere o infrangere specifiche leggi (Cass. Civ. sez. lav. n. 17455/2009 e Cass. Civ. sez. lav. n. 4476/2012);
-L’oggetto della prestazione: deve rilevare non come risultato (opus) ma come energie lavorative (operae) (Cass. Civ. sez. lav. n. 6803/2002);
-L’esecuzione personale della prestazione: la sostituzione è possibile, in base alla natura della prestazione, solo in via eccezionale e con il consenso del datore (Cass. Civ. sez. lav. n. 1274/2009);
-La proprietà degli strumenti di lavoro (cfr Cass. Civ. sez. lav. n. 9812/2008);
-L’assenza di rischio economico: per escludere la subordinazione in un’attività lavorativa prestata con continuità e coordinamento con un altro soggetto, il giudice di merito deve accertare il rischio economico a carico del lavoratore (Cass. Civ. sez. lav. n. 5645/2009);
-Le modalità e la forma della retribuzione: con sentenza n. 9256 del 2009 la Cassazione ha considerato come criterio complementare alla subordinazione, il versamento a cadenze fisse di una retribuzione prestabilita, slegata dal raggiungimento di un risultato;
-L’obbligo di osservare un orario di lavoro (in Cass. Civ. sez. lav. n. 10313/2008): per le prestazioni ripetitive e caratterizzate da semplicità nell’esecuzione, fra gli elementi qualificatori vi è la regolamentazione dell’orario di lavoro (cfr Cass. Civ. sez. lav. n. 10029/2009 e Cass. Civ. sez. lav. n. 17534/2002);
-La continuità temporale: secondo la pronuncia della S.C. n. 58/2009 la saltuarietà della prestazione non è elemento sufficiente a qualificare il rapporto di lavoro come autonomo, in quanto la subordinazione verrebbe ad esistenza laddove il prestatore, pur svincolato dall’obbligo di tenersi a disposizione del datore, svolga il proprio lavoro sì saltuariamente ma anche assoggettato alle direttive da questo impartite (Cass. Civ. sez. lav. n. 21031/2008);
-La giustificazione delle assenze: l’assenza di tale obbligo può assumere valore indiziario solo se verificata in concreto (Cass. Civ. sez. lav. n. 21380/2008);
-L’insistenza del diritto alle ferie (Cass. Civ. sez. lav. n. 14868/2009);
-L’esclusività della prestazione: tale elemento non è ritenuto essenziale ai fini dell’accertamento della natura autonoma o subordinata del rapporto, così come stabilito da sent. Cass. Civ. sez. lav. n. 21380/2008;
-La finalità della prestazione: nel caso di rapporto di lavoro subordinato la finalità della prestazione lavorativa è caratterizzata dalla “alienità”, considerata come destinazione esclusiva ad altri del del risultato perseguito (cfr App. Genova, 2009 n. 758);
L’onere della prova dell’esistenza degli elementi suindicati, per la qualificazione del rapporto come autonomo o subordinato grava in capo alla parte che è interessata a dimostrare la sussistenza della fattispecie evocata. La configurabilità della subordinazione richiede una rigorosa prova positiva degli indici specifici, che non possono ritenersi sussistenti per la carenza di prova su una tipologia di rapporto di lavoro diversa (Cass. Civ. sez. lav. n. 7652/2012, Cass. 16254/2011).
La produzione di tali elementi di fatto, volta a dimostrare il vincolo della subordinazione, deve ad ogni modo avvenire nella fase del merito innanzi al giudice di prime cure e non in Cassazione (Cass. Civ. sez. lav. n. 24135/2011 e Cass. Civ. sez. lav. n. 1238/2011).
Giovanni Saracino, giurista d’impresa

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