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Timestamp: 2020-04-09 10:52:32+00:00

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matrimonio | Sentieri e Pensieri
Sono passati 37 anni da quando Lucio Dalla presentò la canzone “Quattro marzo 1943” al festival di Sanremo. E sapendo che il testo aveva una connotazione autobiografica, suonava a tutti un po’ strana la strofa finale:
“E ancora adesso che gioco a carte
mi chiamo Gesù bambino.”
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Violenza sessuale fra coniugi
Nel giorno dell’otto marzo è doveroso ricordare i grandi progressi che la società ha compiuto nei tempi recenti sul piano dei diritti delle donne. Mi concentro in questo post su alcuni dettagli che riguardano uno degli aspetti più delicati: la violenza sessuale, con particolare riferimento alla violenza endofamiliare che, come ci dicono le statistiche, costituisce un universo sommerso di violazioni di legge e che, a giudicare dai contatti al blog, riscuote un certo interesse.
Tutti sappiamo che la riforma della normativa penale in materia di violenza sessuale è relativamente recente, essendosi realizzata con la Legge 66 del 15 febbraio 1996. Con essa venne soppresso l’intero Capo I (dei delitti contro la libertà sessuale) previsto dal Titolo IX (dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume) che si componeva degli articoli da 519 a 526 del vecchio codice penale del 1930 (violenza carnale, atti di libidine violenti, ratto a fine di matrimonio, ratto a fine di libidine, eccetera). Vennero introdotti contestualmente dieci nuovi articoli (609 bis-decies) nel Capo III (dei delitti contro la libertà individuale) previsto dal Titolo XII (dei delitti contro la persona).
Vale la pena di raffrontare il testo degli articoli principali.
Art. 519 c .p. (abrogato) Violenza carnale.
Chiunque, con violenza o minaccia, costringe taluno a congiunzione carnale è punito con la reclusione da tre a dieci anni.
2. non ha compiuto gli anni sedici, quando il colpevole ne è l’ascendente o il tutore, ovvero è un’altra persona a cui il minore è affidato per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia;
3. è malata di mente, ovvero non è in grado di resistergli a cagione delle proprie condizioni d’inferiorità psichica o fisica, anche se questa è indipendente dal fatto del colpevole;
4. è stata tratta in inganno, per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.
Art. 521.c.p. (abrogato) Atti di libidine violenti.
Art. 609-bis. (in vigore) Violenza sessuale.
Art. 609-quater. (in vigore) Atti sessuali con minorenne.
Oltre alla misura della pena, con la riforma cambia la natura della condotta incriminata, svanendo la distinzione fra violenza carnale e atto di libidine violento, ora ricompresi nella figura di atti sessuali imposti alla vittima. Non si tratta di una distinzione formale, poiché ad essere modificata è la natura del bene tutelato dalla norma incriminatrice: non più la morale pubblica ed il buon costume, bensì la libertà personale del singolo, ovvero la libertà di vivere la sfera sessuale della propria personalità.
La cronaca e le statistiche ci informano che la maggior parte delle violenze si consumano all’interno del nucleo familiare o comunque della coppia (fra conviventi, fidanzati o ex tali eccetera ) e mi soffermo su questo tema. Tralascio l’aspetto procedurale che ha tuttavia particolare importanza per via della difficoltà che la vittima incontra nel riferire all’Autorità Giudiziaria episodi tanto intimi e delicati. Mi dedico semplicemente alla punibilità del reato in senso stretto.
Chi ha memoria del dibattito su questi temi ricorda bene quanto sia stato faticoso far penetrare nel senso comune il principio che con il matrimonio non si acquista un diritto reale sul corpo del coniuge, ma solamente un diritto all’assistenza reciproca ed alla condivisione dell’esistenza, ivi compresa la sfera sessuale. Ma ciò non dà diritto ad esigere in maniera violenta la prestazione del corpo del coniuge.
Rammento un’intervista televisiva rilasciata da Indro Montanelli, che si diceva orripilato all’idea che Pubblici Ministeri o Carabinieri potessero entrare nelle camere da letto per perseguire mariti o mogli intenti in rapporti sessuali, paventando uno sconvolgimento epocale della vita privata degli italiani. I fatti non gli hanno dato ragione e le poche nozioni che illustro nel seguito, quantunque possano sembrare ora del tutto naturali, hanno una portata in un certo senso rivoluzionaria.
Le norme che ho riportato – evidentemente – non toccano il tipo di rapporto intercorrente fra attore e vittima e non disciplinano la punibilità della violenza sessuale consumata all’interno della coppia. Tuttavia, contemporaneamente alla riforma, la magistratura ha adeguato i propri riferimenti giurisprudenziali affermando in maniera oggi in equivoca che la violenza sessuale è reato punibile anche se commessa in danno del coniuge. Si tratta di una conquista non da poco che deriva dalla riforma del diritto di famiglia e dalla mutata collocazione del reato all’interno del codice. Non più fattispecie delittuosa contro la moralità pubblica ed il buon costume ma contro la persona (sia essa coniugata o no con l’autore, ovviamente).
In precedenza, infatti, la disciplina del diritto di famiglia e la nozione di debitum coniugale (in base al quale con il matrimonio si acquisisce un generico diritto alla congiunzione sessuale) tendeva a riconoscere il diritto ad esigere un rapporto sessuale, disconoscendo il simmetrico diritto a rifiutarlo. Ciò ingenerava una sorta di esimente (inesistente nel codice) che metteva al riparo dall’accusa di violenza carnale chi la esercitava sulla moglie o sul marito.
Già negli anni settanta, tuttavia, la Cassazione aveva negato la sussistenza di tale esimente con una sentenza del 1978 ove si legge, in particolare che
L’esercizio del diritto di congiungersi carnalmente con il proprio coniuge, quale effetto del matrimonio, non comprende il potere di imporre con la violenza (fisica o morale) il congiungimento al coniuge dissenziente, ma, in caso di dissenso ingiustificato, costituente ingiuria reale e violazione degli obblighi di assistenza coniugale verso il coniuge respinto, questi può ricorrere al giudice civile per ottenere sentenza di separazione personale per colpa dell’altro coniuge. Ma non può mai farsi ragione da sé esercitando il preteso diritto a detta prestazione, di natura incoercibile, in forma minacciosa e violenta. (Cass. Pen. Sent. n. 73, 1978 )
Questo brano rivela innanzitutto una cosa: è la legge sul divorzio (che qualcuno voleva abrogare) che ha reso pianamente perseguibile lo stupro in danno del coniuge. Infatti si stabilisce che il rifiuto a congiungersi col marito (o la moglie) costituisce condotta contraria ai doveri coniugali che dà solamente diritto a chiedere la separazione, ma perché ciò avvenga occorre che tale possibilità sia prevista dalla legge. Altrimenti, per sottrazione, risulterebbe implicitamente riconosciuto il diritto a pretendere la copula in dispregio del rifiuto del coniuge.
Da allora la disciplina è evoluta e la punibilità dello stupro endomatrimoniale, o comunque all’interno della coppia, è divenuta pacifica, anche sulla scorta della riforma del 1996.
Vi sono stati casi in cui il marito accusato di violenza sessuale sulla moglie ha comunque invocato indirettamente come ragione di non punibilità il rapporto matrimoniale. Adducendo la tenuità dell’azione violenta o minatoria utilizzata per costringere la vittima al rapporto, alcuni avvocati hanno sostenuto che nell’ambito del matrimonio, in virtù appunto del principio del dovere coniugale, una particolare condotta che, se adottata da un estraneo, configurerebbe il reato, se estrinsecata dal coniuge non lo integra pienamente. A tal riguardo una pronunzia della Cassazione del 2004 ha dissolto ogni dubbio.
La Corte ritiene di dovere con fermezza ribadire che ogni forma di costringimento fisio-psichico, idonea in qualche modo ad incidere sull’altrui libertà di autodeterminazione, se finalizzata al compimento di un atto sessuale costituisce – anche all’interno del rapporto di coppia, coniugale o paraconiugale che sia – condotta punibile ai sensi della norma incriminatrice in epigrafe. Sul tema va scandito che il concetto di violenza sessuale, nella oggettiva tutela apprestata dalla previsione normativa, ha una sua sostanziale ed immodificabile unitarietà, che non consente di distinguere fra violenza sessuale consumata fra estranei e violenza sessuale consumata all’interno del rapporto coniugale. … Nel paradigma della fattispecie incriminatrice in esame (art. 609-bis c.p.) la qualità di coniuge è del tutto sterile ai fini dell’apprezzamento della condotta vietata. Non esiste una “quantità” di violenza sessuale tollerabile fra coniugi e non pure fra estranei. (Cass. Pen. III sent. n. 14789, 26 marzo 2004)
A. Ancheschi, Reati in famiglia e risarcimento del danno, Giuffrè,
F.M. Zanasi, Violenza in famiglia e stalking, Giuffrè,
http://www.altalex.com.
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References: Art. 519

Art. 521

Art. 609

Art. 609
 sentenza 
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