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Timestamp: 2016-09-25 12:56:28+00:00

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na tra le deﬁnizioni più acclarate di “deontologia forense” è quella che la qualiﬁca come «il complesso delle regole di con-
dotta che devono essere rispettate nell’attività professionale. Queste regole […] si riferiscono variamente al diritto, all’etica e alla pras-
si forense» (cfr. R. Danovi, Corso di ordinamento forense e deontologia, Giuffrè 2003, 261). Viene quasi spontaneo attendersi, dunque, che que-
ste regole comprendano anche l’obbligo di riservatezza.
Non a caso, infatti, il dovere/diritto di riservatezza per l’avvocato ruota intorno all’art. 9 del Codice deontologico forense.
La doppia dimensione della riservatezza, come dovere ma anche come diritto, è ravvisabile nelle varie declinazioni che può conoscere la previ-
sione dell’art. 9 del Codice deontologico. Come diritto, infatti, essa trova espressione ad esempio nell’art. 200 c.p.p., il quale stabilisce che l’avvocato non può essere obbligato a testi-
moniare su quanto ha conosciuto «per ragione del proprio ministero, ufﬁcio o professione», mentre come dovere riguarda la tutela del segre-
to cui l’avvocato è comunque tenuto sia per l’attività giudiziale che per quella stragiudiziale, nei confronti dei clienti e anche degli ex clienti, nonché di coloro i quali si siano rivolti all’avvocato senza poi formaliz-
Riservatezza e deontologia professionale La riservatezza nell’esercizio della professione forense quale corollario del principio generale di fedeltà nello svolgimento della funzione difensiva.
Pierluigi Perri, Avvocato in Milano
PROFESSI ONI / SEGRE TO PROFESSI ONALE
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66 IL CIVILISTA DICEMBRE 2007 zare l’incarico, e inﬁne si estende a tutti i collaboratori e dipendenti dell’avvocato stesso, il quale si fa garante del rispetto del segreto ac-
quisito in virtù dell’esercizio della professione forense (ad esempio per gli obblighi di riservatezza del praticante c.f.r. C.N.F. Decisione del 26 febbraio 2007, n. 10).
La previsione contenuta nell’art. 9 del Codice deontologico, non a caso inserito nei principi generali che sovrintendono alla professione dell’Avvocato, costituisce uno dei cardini fondamentali per il corret-
to esercizio del mandato, al punto che anche il Code of Conduct for European Lawyers, redatto dal Conseil des Barreaux europeéns (ossia l’organismo rappresentativo della classe fo-
rense in sede europea), vi attribuisce analoga importanza collocandolo sempre nell’ambito dei principi generali sotto la voce Conﬁdentiality, che si potrebbe tradurre come “segreto professionale” (cfr. D. Condel-
lo, Codice deontologico forense commentato, Roma, 2002, 74). 1 Principio di fedeltà nell’esercizio della funzione difensiva
La riservatezza è da sempre stata vista come un corollario del princi-
pio generale di fedeltà nell’esercizio della funzione difensiva, nei rapporti con la parte assistita e coi parenti e afﬁni di quest’ultima e nella condotta che deve essere mantenuta dall’avvocato, anche successivamente al termi-
ne del mandato. Non a caso, infatti, è stata riscontrata una violazione del codice deontologico nel caso in cui l’avvocato, al quale sia stato revocato il mandato, invii a tutti i creditori del suo ex assistito una comunicazio-
ne che riferisca di eventi e comportamenti del proprio cliente dei quali è venuto a conoscenza durante lo svolgimento dell’attività di difesa (cfr. C.N.F. 8 luglio 1994, n. 65, «Rass. Forense» 1994, 322).
Tale principio generale viene tradizionalmente fatto derivare dalle pre-
visioni contenute nell’art. 24 della Costituzione in materia di diritto alla difesa e nell’art. 35 del Codice Deontologico Forense, che richiama l’im-
portanza del rapporto di ﬁducia tra la parte e il suo difensore, facendo così assurgere la ﬁduciarietà e la riservatezza a condizione determinan-
te al ﬁne di un corretto esercizio del diritto a difendersi in ogni stato e grado del procedimento. Parte della dottrina ha addirittura rilevato che «il segreto professionale (che è tutelato in tutte le professioni e in tutti i paesi) non è stabilito nell’interesse dei professionisti, né nell’in-
teresse dei clienti, ma nell’interesse pubblico, tenuto conto del proprio la riservatezza dei rapporti consente l’esplicazione di una attività che è potenzialmente diretta a evitare o rimuovere un gran numero di situa-
zioni illegali, proteggendo il quotidiano impegno nel raccomandare e perseguire il rispetto delle leggi», e affermando inﬁne che «[…] il grado di maturità democratica di un paese si misura dal modo con cui il diritto al segreto è assicurato in quel paese» (cfr. R. Danovi, Commentario del Codice Deontologico Forense, Giuffrè 2004, 191). Sempre sul punto della riservatezza nell’esercizio della professione RIFERIMENTI NORMATIVI CODE OF CONDUCT FOR EUROPEAN LAWYERS
PUNTO 2.3 - Segreto professionale
ART. 9 - Dovere di segretezza e riservatezza
D.LGS. 30 GIUGNO 2003, N. 196 – CODICE IN MATERIA DI PRO-
TEZIONE DEI DATI PERSONALI
ART. 12 - Codici di deontologia e di buona condotta
ART. 135 - Codice di deontologia e di buona condotta
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forense, il Conseil des Barreaux europeéns ha emanato, nel febbraio del 2001, uno Statement of Position on Lawyers’ Conﬁdentiality, con il quale ha cercato di mediare tra le riforme che hanno riguardato la deontologia professionale forense nei vari Paesi membri. 2 Riservatezza e effcacia della difesa al proprio assistito
Sebbene la disciplina generale in materia di segretezza e riservatezza quale dovere deontologico non ponga particolari problemi interpretativi al professionista del diritto, ciò non toglie che potrebbero veriﬁcarsi dei casi nei quali, per difensore, non sia semplice riuscire a ravvisare un con-
ﬁne netto tra violazione della riservatezza del proprio assistito e tutela dello stesso, in quanto potrebbero essere conﬁggenti diversi interessi, ai quali il diritto riconosce un analogo grado di tutela.
Sono, come si evince, tutti casi nei quali la riservatezza si confronta con l’esigenza di garantire un’efﬁcace difesa al proprio assistito, e sono an-
che casi di scottante attualità, quantomeno per le questioni giudiziarie che rivestono maggior interesse per i media.
Le soluzioni possibili per il difensore, nel caso il suo assistito si trovi ad essere oggetto di attenzione da parte dei cosiddetti “poteri forti” (con essi intendendo, in particolare, la stampa, la televisione e In-
ternet) possono essere due: da un lato vi è chi ritiene che il proces-
so non debba in nessun caso trasmigrare dall’aula del Tribunale verso l’esterno, ma l’unica azione che potrà compiere l’avvocato sarà quella di accertare e denunciare eventuali comportamenti contrari alla de-
ontologia da parte dell’avversario, o contrari alla legge da parte degli organi inquirenti e giudicanti; dall’altro lato, tuttavia, vi è chi ritiene che l’eccesso di riserbo dell’avvocato in caso di questioni giudiziarie così al centro dell’attenzione da suscitare pubblico dibattito potrebbe essere certamente rispettoso della norma del codice deontologico in merito alla riservatezza, ma forse non sarebbe altrettanto rispettoso dell’obbligo di tutelare gli interessi del proprio assistito, soprattutto quando ci si trovi dinanzi a notizie false o denigratorie riportate dagli organi di stampa. Entrambi le soluzioni presentano, indubbiamente, dei pro e dei contra, ma è certamente da condividere la posizione di chi, in dottrina, ha enucleato una possibile deroga al principio di ri-
servatezza nel caso in cui altri, consapevolmente o inconsapevolmen-
te, usino in maniera strumentale ricostruzioni fasulle, testimonianze non veritiere e giudizi predisposti ad arte per mettere in discussione la personalità del proprio assistito e condizionare l’opinione pubblica e il libero convincimento del giudice. Sul punto si è espresso anche il Consiglio dell’Ordine di Roma, il quale ha rilevato che «La stampa, coi sempre più organizzati e potenti servizi d’informazione, si è fatta ormai così insidiosa e oppressiva che, nei casi eccezionalmente violenti nella loro tipicità […] non è talvolta possibile valutare la condotta del difen-
sore sotto il proﬁlo del decoro professionale applicando rigidamente i principi fondamentali sopra enunciati [rigorosa osservanza di uno stile di riservatezza e di austerità n.d.a.] ma occorre aver riguardo alle parti-
colarità dei singoli casi: le quali particolarità appaiono più determinanti qualora si tengano presenti la natura e il ﬁne del giudizio disciplinare, consistente nel giudicare a misura d’uomo, fuori di ogni schema pre-
costituito, la correttezza dell’agire del professionista. Devesi, quindi, in questi casi, dare il giusto rilievo alla situazione in cui può trovarsi l’av-
68 IL CIVILISTA DICEMBRE 2007 Vi sono casi nei quali per difensore può risultare diffcoltoso riuscire a ravvisare un confne netto tra violazione della ri-
servatezza del proprio assistito e tutela dello stesso. Tali casi sono stati specifcamente enucleati dalla dottrina e riguarda-
no, in particolare:
la pubblicazione di notizie false riguardo il proprio assistito a) o riguardo il fatto per il quale è indagato;
la pubblicazione di una circostanza vera o di un estratto di b) atti coperti da segreto istruttorio che crei pregiudizio verso la personalità dell’imputato e condizioni l’opinione pubblica;
la pubblicazione di errate ricostruzioni dei fatti o di infon- c) date illazioni;
la pubblicazione o diffusione di commenti, giudizi e opi- d) nioni dettati più dalla ricerca della notizia scandalistica che non dall’amore per la verità;
la messa in opera di una campagna di stampa denigratoria e) nei confronti dell’imputato.
ECCEZIONI AL DOVERE DI RISERVATEZZA E SEGRETEZZA
vocato, allorquando egli senta nella sua coscienza che fortissimi inte-
ressi afﬁdati alla propria opera di difensore debbono essere fronteg-
giati con atteggiamenti fuori del comune e di tutta emergenza, ido-
nei a neutralizzare la settaria viru-
lenza usata dagli organi di stampa ai danni della giustizia e comunque del proprio assistito» (cfr. C.d.O. di Roma 19 novembre 1970, pres. For-
nario, est. Della Rocca per come massimata in D. Condello, op. cit., 79).
La stessa Corte Costituzionale, inoltre, ha avuto modo di eviden-
ziare come il diritto di difesa deb-
ba rispondere alla necessità di as-
sicurare effettivamente alla parte un’assistenza tecnico professiona-
le, ma non esaurisca il suo conte-
nuto nell’appagamento di quelle esigenze.
Si tratta, com’è evidente, di situazioni decisamente particolari quelle nelle quali, a fronte di un bilanciamento, il dovere deontologico di se-
gretezza e di riservatezza debba cedere il passo al più generale diritto di difesa, anche se l’eccezionalità di questi casi va sempre più diven-
tando la norma.
A fronte di quanto sinora delineato bisogna rilevare, tuttavia, che la bozza di “Codice di buona condotta per il trattamento dei dati personali in ambito forense ex artt. 12 e 135 del Codice Privacy” non prevede asso-
lutamente un ipotetico bilanciamento, stabilendo anzi, al sesto comma dell’art. 1, che «L’esercizio del diritto di difesa della persona, costituzio-
nalmente tutelato ex art. 24 Cost., è prevalente rispetto alla protezio-
ne dei dati personali e della riservatezza, in quanto il primo è sempre da considerarsi di rango superiore, in particolare quando afferisca alla tutela in sede penale sia del diritto di difesa dell’imputato o indagato, sia della persona offesa, del danneggiato civile da reato o dell’ente che agisca ex art. 91 c.p.p., nonché della salvaguardia in sede civile, penale, amministrativa e tributaria di diritti inerenti alla persona, alla famiglia, ai minori, al patrimonio e ad altre libertà fondamentali e diritti inviola-
bili dell’individuo».
3 Comunicazioni di informazioni al proprio assistito
Un altro problema di difﬁcile composizione tra norma deontologi-
ca ex art. 9 del Codice deontologico forense e le altre norme che regolano la professione d’avvocato è quello relativo alla comunicazione di infor-
mazioni, da parte dell’avvocato, verso il proprio assistito, i suoi parenti e afﬁni. Al riguardo, la regola generale impone all’avvocato di osservare la massima trasparenza in primis nei confronti del proprio assistito e in secundis, qualora autorizzato da quest’ultimo, nei confronti degli altri soggetti sopra menzionati, per tutto ciò che concerne il giudizio e per © Giuffrè Editore - Tutti i diritti riservati
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tutte le altre informazioni rilevanti di cui sia venuto legittimamente a conoscenza. La ratio di tale regola è ravvisabile sempre nell’obbligo, in capo all’avvocato, di garantire la miglior difesa: sono, infatti, proprio il diretto interessato o le persone ad esso più vicine quelle che possono contribuire a raccogliere elementi utili per strutturare una difesa ef-
ﬁcace. Tutto ciò, però, incontra un limite in quelle manifestazioni di pensiero da parte del professionista deﬁnite dalla dottrina come “atti-
vizzanti”, ossia volte a suggerire o a istigare la parte o i suoi congiunti a preformare artatamente, distruggere, occultare o inquinare elementi idonei ad formare delle prove (si cita, a mò d’esempio, la decisione del Consiglio Nazionale Forense del 2 dicembre 1998, n. 185, nella quale è stato ravvisato come ponga in essere un comportamento disciplinar-
mente rilevante perché lesivo della dignità e decoro della classe forense l’avvocato che insista afﬁnché il cliente lo nomini in sostituzione di un collega in una controversia contro un suo ex cliente, esprimendo conﬁ-
denze e giudizi su quest’ultimo e suggerendo al cliente comportamenti atti a sottrarre ingenti somme di denaro alla garanzia dei creditori, oltre a trattenere somme dello stesso).
Ulteriore aspetto che resta da analizzare è quello delle comunicazioni, da parte del difensore, nei confronti dei terzi in merito a tutto quello che ha appreso dal suo assistito, oltre quello di cui è venuto a conoscen-
za nel corso dell’attività giudiziaria. Nel caso delle conﬁdenze da parte del proprio assistito, sarà quest’ultimo che potrà dispensare l’avvocato dall’obbligo del segreto professionale e della riservatezza, per cui ren-
derà lecita la rivelazione dei fatti da parte del difensore, mentre per il secondo caso non vi sono autorizzazioni idonee a sottrarre dall’obbligo di riservatezza e di segreto il difensore, anche perché il tutto potrebbe tradursi in una complicazione della posizione processuale dell’assistito, con conseguente violazione dell’obbligo deontologico di assicurare la miglior difesa ai propri clienti.
La deontologia, in conclusione, ha uno dei suoi capisaldi nella tutela della riservatezza, ma non è tuttavia sufﬁciente a sostituire in toto le pre-
visioni contenute, oltre che nel codice penale e di procedura penale, nel Codice in materia di protezione dei dati personali (D.lgs. n. 196/2003). CASISTICA DEI CONSIGLI DELL’ORDINE Consiglio dell’Ordine di Verona 4 ottobre 2004. Oggetto dell’esposto al Consiglio era la presen-
tazione, da parte del difensore, della documen-
tazione bancaria inerente la controparte in due processi civili per separazione, senza averne pre-
viamente acquisito il consenso. Questo compor-
tamento integrava, a detta dell’attore, una viola-
zione della normativa sulla privacy proprio per via della mancata prestazione del consenso da parte dell’interessato. Contro queste accuse l’avvocato si difendeva precisando che la documentazione gli era stata fornita dal cliente, il quale ne era in possesso in quanto coniuge separato dell’attore, ma soprattutto che il possesso di quei documenti era legittimo in quanto anteriore alla separazione dalla moglie e fnalizzato a dimostrare in giudizio alcuni prelievi non autorizzati, effettuati dal con-
to corrente cointestato, e poi versati su un altro conto intestato solo all’attrice, circostanza che, peraltro, la stessa attrice aveva confermato nel La casistica dei Consigli dell’Ordine fornisce moltissimi spunti di rifessione sul tema dell’obbligo di segreto e di riservatezza e sul corretto inquadramento di queste fattispecie, anche in connessione con la legge sul trattamento dei dati personali.
70 IL CIVILISTA DICEMBRE 2007 CASISTICA DEI CONSIGLI DELL’ORDINE corso del giudizio. Il Consiglio dell’Ordine, in pri-
mo luogo, ha rilevato che il diritto di difesa giu-
diziale ex art. 24 Cost. debba prevalere su quello alla riservatezza in quanto norma di rango costi-
tuzionale (in realtà, sul punto, la dottrina si sta sempre più orientando verso un inquadramento di rango costituzionalistico del diritto alla riser-
vatezza, per cui il rilievo della maggior forza della norma contenuta nell’art. 24 Cost. a fronte del diritto alla riservatezza appare poco corretto), ma soprattutto che le esenzioni contenute nell’art. 13, lett. b) e nell’art. 24, lett. f) del D.lgs. n. 196/2003 consentono il trattamento dei dati comuni ai fni di esercitare delle pretese in giudizio, sempre che i dati siano trattati solo in relazione alla richiesta giudiziale e per il periodo di tempo strettamente necessario. Inoltre si rileva la stretta pertinenza dei documenti presentati con le richieste giudi-
ziali avanzate, e che, nel caso di specie, per gli stessi non poteva parlarsi di “divulgazione”, dal momento che essi erano stati semplicemente in-
seriti nel fascicolo processuale, per cui potevano essere trattati solo da persone comunque tenute al segreto d’uffcio o al segreto professionale. La circostanza, poi, che detta documentazione si ri-
ferisse ad un momento temporale anteriore alla separazione ne legittima il possesso da parte del cliente, e quindi ne giustifca l’apprensione da parte del difensore. In sostanza, per il Consiglio dell’Ordine di Verona, nessuna contestazione può essere mossa al legale sotto il proflo deontologi-
co, ma anzi viene ravvisato un corretto esercizio del dovere di assicurare la miglior difesa al pro-
prio assistito.
Consiglio dell’Ordine di Latina 29 giugno 1999. Il caso riguardava il mancato pagamento di alcu-
ne opere di giardinaggio fatte da un contadino nel fondo di proprietà di un colonnello dell’ae-
ronautica. Il legale del contadino, investito della questione, inviava una lettera di messa in mora al colonnello senza ricevere alcuna risposta in merito. A questo punto il difensore, piuttosto che adire la normale strada giudiziaria, prefe-
riva interessare della vicenda il superiore gerar-
chico del colonnello, chiedendogli di intervenire per un componimento bonario della questione. Il colonnello, ovviamente indispettito da questo atteggiamento, presentava un esposto al Consi-
glio dell’Ordine di appartenenza dell’avvocato e quest’ultimo, per difendersi dalle accuse mosse, argomentava dicendo che tutto il suo operato era volto a raggiungere un bonario componimento della vicenda senza che vi fosse necessità di adi-
re l’autorità giudiziaria. Il Consiglio dell’Ordine ravvisava, nell’operato del legale, la violazione dell’art. 6 (dovere di lealtà) e dell’art. 9 (dove-
re di segretezza), in quanto aveva portato al di fuori della sede naturale, ossia le aule del Tri-
bunale, una questione di stampo esclusivamente privatistico, e gli infiggeva la sanzione dell’av-
vertimento. L’avvocato impugnava la decisione, sostenendo che non poteva parlarsi di violazio-
ne del dovere di segretezza, in quanto la con-
testazione proveniva dalla controparte e non dal proprio cliente, e ribadiva le sue buone intenzio-
ni dettate solo dalla volontà di non avviare un procedimento giudiziale per una causa di esiguo valore. Il Consiglio Nazionale Forense, investito della questione, ha però respinto il ricorso e con-
fermato la sanzione dell’avvertimento, ravvisan-
do addirittura un contenuto denigratorio nelle espressioni adoperate (cfr. C.N.F. Decisione del 11 aprile 2001, n. 55).
Su tale decisione, tuttavia, il Danovi ha com-
mentato che “le norme deontologiche violate non sono certamente quelle indicate nel capo di incolpazione […], poiché la lealtà è un princi-
pio generale […] e l’art. 9 riguarda la segretezza e riservatezza alla quale è tenuto il legale nei confronti del proprio assistito” (cfr. R. DANOVI, L’avvocato incolpato. Casi clinici di deontologia forense, Giuffrè 2006, 36-37). Volendo ravvisa-
re delle violazioni deontologiche, anzi, queste vanno ricercate negli artt. 20 e 48 del Codice deontologico forense. L’art. 20, infatti, vieta di utilizzare espressioni sconvenienti ed offensive rivolte verso chiunque, sia essa la parte assistita, la controparte o i terzi, e l’art. 48 impone degli obblighi di correttezza nei confronti della con-
troparte analoghi a quelli che bisogna osservare verso il proprio assistito.
Ras Segna Civil e 2007esercitazione 6-DM08DPR445_2000_agg_gen2012ucm_153632Dal Santo Convegno2 Regio Decreto 21 Dicembre 1933, n.1736ISTITUZIONI DI DIRITTO PRIVATO I - seminario VI 2011.pdfPerri-2007_03_6.pdfSentenza Guida in Stato Di Ebbrezzaqua_92_39Manuale Pct Per CancellerieAARITALandi Gennaroexer_fondesercitazione 6-DM08GT-P5100 UM Open Icecream Ita Rev.1.0 120626 ScreenProgramma Seconda Parte 2014-2015Brochure LifeIstituzioni Di Diritto Privato i - Seminario Vi 2011L'Evoluzione GiurisprudenzialePerri-2007_03_6Soccero Manual En1Istituzioni Di Diritto Privato i - Seminario Vi 2011Bohnanzaaree.pdf
Perri-2007_03_6 by mimmolino1 viewsEmbedDownloadDescriptionavvocato deontologiaavvocato deontologiaRead on Scribd mobile: iPhone, iPad and Android.Copyright: Attribution Non-Commercial (BY-NC)List price: $0.00Download as PDF, TXT or read online from ScribdFlag for inappropriate contentShow moreShow less

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ART. 12

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 art. 91
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