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Timestamp: 2019-02-20 03:11:55+00:00

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Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 18 settembre 2015, n. 18438. Le clausole di proroga tacita o di rinnovazione del contratto, se predisposte dal contraente più forte nell'ambito di un contratto per adesione, rientrano tra quelle sancite a carico del contraente aderente e sono, pertanto, prive di efficacia, a norma dell'articolo 1341, secondo comma, del Cc, qualora non siano specificamente approvate per iscritto dal contraente aderente, anche quando hanno carattere di reciprocità e bilateralità - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 18 settembre 2015, n. 18438. Le clausole di proroga tacita o di rinnovazione del contratto, se predisposte dal contraente più forte nell’ambito di un contratto per adesione, rientrano tra quelle sancite a carico del contraente aderente e sono, pertanto, prive di efficacia, a norma dell’articolo 1341, secondo comma, del Cc, qualora non siano specificamente approvate per iscritto dal contraente aderente, anche quando hanno carattere di reciprocità e bilateralità
sentenza 18 settembre 2015, n. 18438
sul ricorso 19388-2014 proposto da:
(OMISSIS) S.p.A., in persona dell’Amministratore Delegato pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta procura a margine del ricorso;
avverso la sentenza n. 188/2013 del TRIBUNALE SEDE DISTACCATA DI PUTIGNANO, depositata il 10/06/2013;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 16/07/2015 dal Consigliere Dott. RAFFAELE FRASCA;
a) di avere stipulato con la parte convenuta il 16 gennaio 2002 (con decorrenza dal successivo 4 febbraio) un contratto di fornitura di gas GPL e di concessione in comodato di un impianto, costituito da un serbatoio e dalle attrezzature accessorie, in funzione della relativa immissione del gas oggetto della fornitura;
e) che alla data di scadenza (3 febbraio 2004) del primo biennio di durata dalla prima fornitura il contratto si era tacitamente rinnovato per mancanza di disdetta sino al 3 febbraio 2006;
f) che essa attrice, dopo aver constatato che il serbatoio era stato rimosso dalla sede di installazione sulla proprieta’ dell’utente e sostituito con altro di diverso fornitore, aveva, con propria raccomandata del 24 febbraio 2005, intimato al convenuto di risistemarlo in loco e di far fronte agli obblighi derivanti dal contratto di fornitura quanto all’approvvigionamento del gas (che era avvenuto con un ultima fornitura di gas il 30 dicembre 2004;
g) che l’utente, con lettera del 31 marzo 2005, aveva contestato la richiesta di essa attrice e ribadito la richiesta di ritiro dell’impianto.
2. Nella costituzione della parte convenuta, che assumeva l’infondatezza della domanda, il Giudice di Pace, con sentenza del maggio del 2007, sulla base delle sole produzioni documentali delle parti, riteneva fondata la domanda di risoluzione del contratto e riconosceva alla societa’ attrice soltanto parzialmente il danno da lucro cessante.
3. La sentenza veniva appellata dall’utente dinanzi al Tribunale di Bari, Sezione Distaccata di Putignano, e, nella resistenza della societa’, il Tribunale, con sentenza n. 188 del 2013, in accoglimento dell’appello, riformava la sentenza di primo grado e rigettava le domande proposte dall’ (OMISSIS) con gravame delle spese di due gradi di merito.
1.4. D’altro canto, il Tribunale non solo ha considerato irrilevante ai fini della sua decisione sull’appello la questione della qualificazione del rapporto in funzione del motivo svolto dall’utente appellante, ma ha anche in concreto deciso l’appello con la riforma della sentenza di primo grado proprio considerando – coerentemente con la premessa – a questo fine espressamente ininfluente la scelta fra l’una e l’altra qualificazione del rapporto contrattuale, giacche’ ha reputato infondata la domanda dell’ (OMISSIS) intesa ad ottenere l’accertamento della tacita rinnovazione del rapporto per il secondo biennio di durata senza dare effettivamente rilievo alla qualificazione del rapporto. Qualificazione che, del resto – essendo riferibile la clausola di tacito rinnovo al rapporto sic et simpliciter e non ad una delle alternative qualificatorie dibattute inter partes, cioe’ essendo la clausola valida o no tanto nell’un caso che nell’altro – era effettivamente priva di rilevanza ai fini dell’apprezzamento della sua validita’ ed efficacia.
Va rilevato che lo stato della giurisprudenza della Corte e’ effettivamente scolpito dalla sentenza n. 11734 del 2004, che e’ l’ultima oggetto di massima ufficiale nel sito (OMISSIS) e suona in questi termini: “Le clausole di proroga tacita o di rinnovazione del contratto, se predisposte dal contraente piu’ forte nell’ambito di un contratto per adesione, rientrano tra quelle sancite a carico del contraente aderente e sono, pertanto, prive di efficacia, a norma dell’articolo 1341 c.c., comma 2, qualora non siano specificamente approvate per iscritto dal contraente aderente, anche quando hanno carattere di reciprocita’ e bilateralita’.”. (Cass. n. 11734 del 2004).
Viceversa, stante la correlazione della valutazione ex lege di vessatorieta’ delle ipotesi contemplate nella norma dopo la disgiuntiva “ovvero” e la loro caratterizzazione come condizioni relative ad un comportamento della sola parte debole, non e’ possibile un’interpretazione che, in ragione della bilateralita’ della condizione contrattale prevista, escluda la vessatorieta’. In queste ipotesi, infatti, avendo il legislatore espressamente considerato vessatoria la condizione in quanto “a carico” dell’altro contraente, la valutazione ex lege cosi’ espressa non risulta superabile per il fatto che la stessa condizione operi anche “a carico” della parte predisponente. La ragione e’ che il legislatore ha considerato la vessatorieta’ connaturata alla clausola siccome impositiva di comportamento “a carico” dell’altro contraente e, dunque, l’ha implicitamente ritenuta non elisa dalla bilateralita’ e cio’, evidentemente, per l’assorbente rilievo che, avendole predisposte la parte forte, la circostanza che essa le abbia imposte anche a suo “carico” non e’ stata ritenuta idonea ad escludere la vessatorieta’.
2.1.4. La censura e’, dunque, infondata sulla base della corretta esegesi dell’articolo 1341, per cui va ribadito che “Le clausole di proroga tacita o di rinnovazione del contratto, se predisposte dal contraente piu’ forte nell’ambito di un contratto per adesione, rientrano tra quelle sancite a carico del contraente aderente e sono, pertanto, prive di efficacia, a norma dell’articolo 1341 c.c., comma 2, qualora non siano specificamente approvate per iscritto dal contraente aderente, anche quando hanno carattere di reciprocita’ e bilateralita'”.
2.2. Con una seconda censura si assume che la motivazione resa dal Tribunale per sostenere che il rapporto, in ragione dell’inefficacia della clausola di tacito rinnovo, era cessato alla scadenza del primo biennio di durata, cioe’ fin dal 3 febbraio 2004 sarebbe affetta da “contraddittorieta’ ed illogicita'” rispetto all’affermazione che Esso ha fatto nel senso che il distacco e la rimozione del serbatoio da parte dell’utente, avvenuto dopo quella scadenza e fra l’ultima somministrazione di gas e la lettera con cui egli chiedeva di provvedere al suo ritiro, aveva costituito “l’unica violazione contrattuale addebitarle” ad esso in quanto contraria al disposto dell’articolo 2 del contratto. La contraddizione starebbe nel fatto che, per esserci violazione di tale articolo del contratto quest’ultimo avrebbe dovuto essere vigente.
2.2.1. La censura, in disparte ogni valutazione circa l’incompatibilita’ della deduzione di una illogicita’ e contraddittorieta’ di motivazione nel vigore del nuovo articolo 360 c.p.c., n. 5 (secondo la lettura datane da Cass. sez. un. n. 8053 e 8054 del 2014) e dovendosi, altresi’, constatare che nemmeno essa risulta ricondotta, nel silenzio sul punto, ad uno specifico diverso paradigma dell’articolo 360, appare inammissibile, perche’ non individua la parte della motivazione affetta dalla pretesa contraddittorieta’.
Infatti, a pagina 9 la sentenza, dopo aver riferito la motivazione della sentenza del giudice di pace, dice che essa non e’ condivisibile, perche’ “a tutto voler concedere l’unico inadempimento imputabile” all’utente riguarda il distacco del serbatoio e la sua rimozione, in quanto attivita’ compiuta in violazione dell’articolo 2 del contratto, ma tale affermazione – accompagnata anche da quella che non si sarebbe trattato di inadempimento giustificativo della risoluzione – e’ fatta prima dell’enunciazione della successiva e decisiva motivazione di accertamento dell’inefficacia della clausola di tacito rinnovo e, quindi, della cessazione del rapporto alla scadenza del primo biennio. Inoltre, a pag. 14 la sentenza successivamente alla valutazione espressa circa la scadenza del contratto per l’inefficacia della clausola, dice che non e’ stato provato il danno emergente per l’essere stato distaccato il serbatoio dall’utente anziche’ dall’ (OMISSIS), cosi’ mostrando di ritenere che tale comportamento potesse astrattamente essere considerato fonte di danno.
Ora, l’affermazione di scadenza del contratto alla data di decorso del primo biennio e quella astratta di responsabilita’ dell’utente per il distacco, sebbene avvenuto dopo di essa, non sono affatto fra loro in contraddizione, atteso che, pur cessato il contratto alla scadenza del primo biennio, a causa dell’inefficacia della clausola di tacito rinnovo, il serbatoio era comunque rimasto nel godimento dell’utente. Tale godimento era divenuto certamente non piu’ giustificato dalla pendenza del contratto, ma cio’ non toglie che, riguardo ad esso, l’utente vedeva regolata la sua obbligazione restitutoria sempre dalla previsione contrattuale. Essa regolava l’obbligazione restitutoria conseguente alla cessazione della locazione nel senso che l’utente non poteva procedere comunque di sua iniziativa al distacco.
Si aggiunga che le parti non hanno discusso in sede di merito in alcun modo di una possibile incidenza dell’effettuazione di un’ultima fornitura di gas mediante immissione nell’impianto dopo la scadenza del primo biennio di durata ai fini di poter ritenere continuato comunque il rapporto sulla base di una rinnovazione avvenuta, scaduto il primo biennio, per fatto concludente. La domanda dell’ (OMISSIS) non era in alcun modo basata su simile prospettazione e nemmeno essa e’ stata introdotta – salvo verificare se avrebbe potuto esserlo e salva ogni diversa spiegazione della fornitura successiva alla scadenza del primo biennio – a fronte della postulazione con l’appello dell’utente dell’inefficacia della clausola.
3. Con il terzo motivo si deduce “violazione e falsa applicazione degli articoli 1560, 1564, 1375 e 1223 c.c. in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3”.
Nell’illustrazione si deduce che il tribunale “nella parte motiva gia’ trascritta nell’incipit del precedente paragrafo 2” (cioe’ all’inizio dell’illustrazione del motivo precedente) avrebbe violato le norme indicate “nel dichiarare che non vi era un inadempimento” dell’utente “e che, quindi, dovevano rigettarsi la richiesta di risoluzione per inadempimento … e la richiesta di ristoro dei danni consequenziali formulate dalla Societa'”.
In tal modo, il motivo sembrerebbe prospettare la violazione delle norme de quibus con riferimento al rigetto della domanda di risoluzione per inadempimento ed ai danni conseguenti alla risoluzione.
Tuttavia, dopo la riproduzione delle dette norme, ricorda che “le condotte in cui si e’ concretizzato l’inadempimento avverso sono ormai pacifiche fra le parti, come pacifica e’ la circostanza che le stesse siano avvenute nel biennio di rinnovo contrattuale dal 3.2.2004 al 3.2.2006”. In tal modo il motivo prospetta la rilevanza della questione che poi discute soltanto per il periodo successivo alla tacita rinnovazione esclusa dal Tribunale, che la stessa (OMISSIS) ha individuato nella scadenza del primo biennio, cioe’ al 3 febbraio 2004.
Ora il motivo pertiene alla valutazione espressa dal Tribunale nel senso dell’esclusione dell’obbligo dell’utente di acquistare un quantitativo minimo di GPL e, quindi, di un suo inadempimento in tal senso. Valutazione che il Tribunale ha espresso alla pag. 10 in dichiarata condivisione dello stesso avviso del Giudice di Pace, rilevando che sul punto, peraltro, l’ (OMISSIS) nemmeno aveva formulato appello incidentale.
3.1. Senonche’ anche in tal caso – fermo che non ci si fa carico della rilevazione della formazione del giudicato interno per mancata impugnazione della sentenza del primo giudice – si critica un’opinione espressa dal giudice d’appello prima di enunciare la ratio decidendi decisiva riguardo alla cessazione del rapporto contrattuale alla scadenza del primo biennio, sicche’ il motivo e’ inammissibile in quanto non concerne un problema che ha acquisito rilevanza ai fini dell’esito dell’appello. E cio’, perche’, non e’ dato comprendere come possa ragionasi di un inadempimento dell’utente se il rapporto ormai al 3 febbraio 2004 non era pendente. D’altro canto, a pagina 15 della memoria la ricorrente stessa scrive espressamente che l’accertamento svolto dal Tribunale “seppur non determinate ai fini della decisione, deve essere censurato da (OMISSIS) in quanto infondato”.
3.2. La questione che viene, poi, illustrata nel motivo e’ che nella specie sarebbe stato applicabile l’articolo 1560 c.c., dovendosi, secondo la logica del carattere di contratto misto del rapporto contrattuale dare rilevanza prevalente alla figura della somministrazione. Ne sarebbe derivato che, non essendo stato pattuito un quantitativo minimo di GPL da acquistarsi da parte dell’utente (questione su cui, come s’e’ detto, s’e’ formata cosa giudicata interna), egli sarebbe stato comunque tenuto ad acquistare in misura “corrispondente al normale fabbisogno”, secondo la formula dell’articolo 1560 c.c.. Tale esegesi troverebbe poi conferma nella clausola n. 3 del contratto, secondo la quale: “l’ (OMISSIS) si impegna a fornire di GPL l’impianto descritto per il quantitativo richiesto dall’utente; (…) le parti convengono di comune accordo, in relazione alle esigenze di approvvigionamento espresse dall’utente ed a quelle di programmazione necessarie all’ (OMISSIS), al solo fine di garantire la fornitura idonea a soddisfare il fabbisogno nel periodo richiesto la fissazione di un quantitativo che, ai soli fini previsionali, e’ stabilito in litri 1.500…”. Secondo la ricorrente l’utente era “libero di acquistare un quantitativo superiore o inferiore” a quanto previsto da tale clausola, “fermo pero’ il suo obbligo di acquistare quanto occorrente al suo reale fabbisogno, non potendo certo sottrarsi arbitrariamente agli obblighi contrattuali volontariamente assunti”.
3.2.1. Il motivo – ferma la ragione di inammissibilita’ indicata in precedenza e considerato che, del resto, il supposto inadempimento al supposto obbligo di acquistare ai sensi dell’articolo 1560 c.c. non lo si prospetta per il periodo di durata per il primo biennio del rapporto contrattuale – sarebbe inammissibile anche per un’altra gradata ragione.
Invero, la sentenza impugnata ha affermato di condividere “quanto sostenuto dallo stesso giudice di prime cure (ed il punto della decisione non e’ stato oggetto di impugnazione incidentale da parte dell’ (OMISSIS), sicche’ non e’ passibile di modifiche)”, cioe’ che l’utente “non era tenuto ad acquistare un quantitativo minimo di GPL (pag. 7 della sentenza gravata)”, ed ha, quindi, concluso che “pertanto le uniche condotte che potrebbero integrare inadempimento sono costituite dalla cessazione anticipata della fornitura e dal distacco e rimozione del serbatoio”.
Ebbene non e’ dato comprendere come l’ (OMISSIS) possa pretendere di discutere in questo giudizio di legittimita’ del non avere erroneamente ritenuto la sentenza impugnata che l’articolo 1560 c.c. giustificava l’esistenza dell’obbligo dell’utente di acquistare secondo il suo fabbisogno, una volta che essa ha espressamente affermato che si era formato giudicato interno sulla decisione del Giudice di Pace di esclusione dell’obbligo di acquistare un quantitativo minimo di GPL. E’ palese, infatti, che l’eventuale applicazione dell’articolo 1560 c.c. si risolverebbe proprio nella conclusione che il contratto prevedeva un obbligo del genere, sebbene commisurato al fabbisogno dell’utente.
D’altro canto, l’ (OMISSIS) si astiene dal prospettare e spiegare come e perche’ la questione dell’applicabilita’ dell’articolo 1560 c.c. fosse stata parte del giudizio di appello e come ne fosse stato investito il Tribunale.
Gli svolti rilievi di inammissibilita’ rendono del tutto superfluo considerare gli argomenti contrari all’applicabilita’ dell’articolo 1560, prospettati dalla parte resistente sulla base della evocazione della disciplina del Decreto Legislativo n. 32 del 1998, articolo 10.
In disparte l’evocazione del parametro dell’articolo 360 c.p.c., n. 3 anziche’ di quello del n. 4 dell’articolo 360, che sarebbe stato pertinente, essendosi denunciata la violazione di norme del procedimento, si rileva che:
bb) la censura di violazione dell’articolo 92 c.p.c., prospettata sia sulla base dell’esistenza di ragioni di compensazione delle spese per la reciproca soccombenza sia per l’esistenza di giusti motivi, rappresentati dall’essere stata introdotta la questione dell’inefficacia della clausola di rinnovo tacito solo in appello, si scontra non solo, quanto al primo aspetto con l’inesistenza della soccombenza reciproca per le ragioni indicate sub aa), sia con il principio di diritto secondo cui “In tema di spese processuali, la facolta’ di disporne la compensazione tra le parti rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, il quale non e’ tenuto a dare ragione con una espressa motivazione del mancato uso di tale sua facolta’, con la conseguenza che la pronuncia di condanna alle spese, anche se adottata senza prendere in esame l’eventualita’ di una compensazione, non puo’ essere censurata in cassazione, neppure sotto il profilo della mancanza di motivazione”. (Cass. sez. un. n. 14989 del 2005; da ultimo Cass. (ord.) n. 2784 del 2015; Cass. n. 17593 del 2014, fra tante).
Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1-quater si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato articolo 13, comma 1-bis.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente alla rifusione alla parte resistente delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in euro 1092,50, di cui duecento per esborsi, oltre spese generali ed accessori come per legge. Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1-quater da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma citato articolo 13, comma 1-bis.
Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 28 ottobre 2015, n. 21972....

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 articolo 13
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