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Timestamp: 2019-08-21 04:44:22+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I PENALE - SENTENZA 14 maggio 2019, n.20786
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | MERCOLEDÌ 21 AGOSTO AGGIORNATO ALLE 6:44
CP Art. 15
CP Art. 84
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I PENALE - SENTENZA 14 maggio 2019, n.20786MASSIMA
Gli atti persecutori si sostanziano in minacce e molestie che non ledono l'integrità fisica o il bene della vita, mentre il delitto di omicidio ben può prescindere da condotte di tal tipo e si qualifica soltanto per l'evento tipico della morte, del tutto diverso da quelli propri dell'altra fattispecie. Ne consegue che, siccome nella materia del concorso apparente di norme non operano criteri valutativi diversi da quello di specialità previsto dall'art. 15 c.p., che si fonda sulla comparazione della struttura astratta delle fattispecie, non si verifica l'assorbimento del delitto di atti persecutori in quello di omicidio aggravato, in assenza di una qualsivoglia affinità strutturale tra le fattispecie.
La Corte di assise di appello di Roma rideterminava in anni trenta di reclusione la pena dell’ergastolo, inflitta a un uomo per delitto di omicidio della sua ex fidanzata e delitto di atti persecutori, per averla uccisa, dopo che con condotte reiterate l’aveva minacciata e molestata con numerosi contatti telefonici ed informatici e richieste insistenti di incontri, in modo tale da cagionarle un perdurante stato di ansia e paura, oltre che il timore per la propria incolumità. La Corte di assise di appello riduceva la pena, avendo dichiarato l'assorbimento del delitto di atti persecutori in quello di omicidio, a norma dell'art. 84 c.p., comma 1. Pertanto, il procuratore generale presso la Corte territoriale ricorreva in Cassazione, deducendo vizio di violazione di legge, atteso che il delitto di atti persecutori non poteva ritenersi assorbito in quello di omicidio.
Un uomo ossessionato dalla perdita della sua fidanzata, che si era rifatta una vita, prima pone in essere per lungo tempo atti persecutori e alla fine la uccide: che rapporto sussiste tra i due reati? Il reato di atti persecutori è assorbito in quello di omicidio aggravato? Nell’occasione i giudici di legittimità evidenziano che la tesi per la quale il delitto d'omicidio aggravato ai sensi dell'art. 576 c.p., comma 1, n. 5.1 assorbe il delitto di atti persecutori è errata. La Corte di assise di appello ha richiamato la disposizione normativa dell'art. 84 c.p., comma 1, che disciplina il reato complesso, ma non ha considerato che essa regola il caso dell'interferenza di fattispecie e specificamente dei profili oggettivi del tipo normativo. La menzionata disposizione prescrive che non si applicano le regole sul concorso, reale, di reati se la legge considera "come elementi costitutivi, o come circostanze aggravanti, di un solo reato, fatti che costituirebbero, per se stessi, reato". L'attenzione normativa è riposta sui fatti e per tali devono intendersi, posto che il rapporto è tra fattispecie e, quindi, tra descrizioni di accadimenti umani, i profili oggettivi e non anche la relazione eminentemente soggettiva tra l'accadimento e il suo autore. In altri termini, il disvalore aggiuntivo di cui si colora il fatto dell'omicidio è posto in diretta derivazione dall'essere l'autore colui che prima, non importa quando, ha oppresso la vittima con atti persecutori, e ciò perché in tal modo riceve una deplorevole e particolare spinta criminosa proprio dal contesto di sopraffazione in cui si è strutturata la relazione con la vittima. L'elemento aggravante è, dunque, di natura soggettiva, non appartiene alla condotta e alle sue modalità di commissione e quindi non si pone al centro di un rapporto di interferenza tra le fattispecie. Tra esse v'è una relazione di piena compatibilità, perché la commissione degli atti persecutori, reato di natura abituale e a condotta tipizzata, non involge in alcun modo la commissione del fatto di omicidio, reato di natura istantanea e causalmente orientato.
Deve allora ritenersi che, siccome nella materia del concorso apparente di norme non operano criteri valutativi diversi da quello di specialità previsto dall'art. 15 c.p., che si fonda sulla comparazione della struttura astratta delle fattispecie, non si verifica l'assorbimento del delitto di atti persecutori in quello di omicidio aggravato, in assenza di una qualsivoglia affinità strutturale tra le fattispecie.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I PENALE - SENTENZA 14 maggio 2019, n.20786 - Pres. Casa - est. Santalucia
Qualche ora prima dell'omicidio P.V. postò un messaggio su Facebook dal seguente contenuto: 'quando il marcio è radicato nel profondo ci vuole una rivoluzione, tabula rasa. Diluvio universale'.
1.1. La tesi per la quale il delitto d'omicidio aggravato ai sensi dell'art. 576 c.p., comma 1, n. 5.1 assorbe il delitto di atti persecutori è errata. La Corte di assise di appello ha richiamato la disposizione normativa dell'art. 84 c.p., comma 1, che disciplina il reato complesso, ma non ha considerato che essa regola il caso dell'interferenza di fattispecie e specificamente dei profili oggettivi del tipo normativo. La menzionata disposizione prescrive che non si applicano le regole sul concorso, reale, di reati se la legge considera 'come elementi costitutivi, o come circostanze aggravanti, di un solo reato, fatti che costituirebbero, per se stessi, reato'.
La scelta del legislatore di porre l'accento, nella costruzione dell'aggravante in esame, sulla mera identità del soggetto autore sia degli atti persecutori che dell'omicidio e non sulla relazione tra i fatti commessi non può ritenersi frutto di una casuale modalità espressiva, utilizzata, senza una finalità precisa, in luogo di quella del tipo 'se il fatto è commesso in connessione o in occasione'. Non può quindi leggersi la disposizione come se avesse voluto dire che il delitto di omicidio è aggravato se commesso contestualmente o in occasione della commissione degli atti persecutori.
1.2. Del resto, è sufficiente volgere l'attenzione alla disposizione aggravatrice immediatamente precedente ove il legislatore ha optato per una formula lessicale significativamente diversa, orientata sui fatti, sulle condotte lesive. In essa il disvalore aggiuntivo è rivelato dall'essere il delitto di omicidio compiuto 'in occasione della commissione di taluno dei delitti previsti dagli artt. 572, 600bis, 600ter, 609bis, 609quater e 609octies c.p.' e quindi dal vincolo di connessione sia pure occasionale che, come si è avuto modo di precisare, fa mantenere autonomia di concorso reale tra i reati in gioco salvo che esso si risolva nella contestualità, e quindi nella sostanziale unità spazio temporale, delle condotte - Sez. 1, n. 29167 del 26/05/2017, Nwajiobi, Rv. 270281 -.
Deve allora ritenersi che, siccome 'nella materia del concorso apparente di norme non operano criteri valutativi diversi da quello di specialità previsto dall'art. 15 c.p., che si fonda sulla comparazione della struttura astratta delle fattispecie' - Sez. U, n. 20664 del 23/02/2017, Stalla ed altro, Rv. 269668 -, non si verifica l'assorbimento del delitto di atti persecutori in quello di omicidio aggravato, in assenza di una qualsivoglia affinità strutturale tra le fattispecie.
In senso contrario non depone la clausola di riserva, o di sussidiarietà, espressa in esordio dall'art. 612 bis c.p. con la precisazione del 'salvo che il fatto non costituisca più grave reato', perchè essa, al di là della questione circa una sua reale ed effettiva utilità, non può aver riguardo al rapporto con il delitto di omicidio, la cui natura istantanea lo pone al di fuori dell'area di possibile interferenza con il reato abituale di atti persecutori.
1.5. In questa direzione interpretativa si è già collocata la giurisprudenza di legittimità che, senza particolari argomentazioni, ha ritenuto scontata la conclusione appena prima formulata, stabilendo la procedibilità d'ufficio del 'reato di atti persecutori connesso con il delitto di lesioni, anche nel caso in cui la procedibilità d'ufficio di quest'ultimo sia determinata dall'aggravante di cui all'art. 576 c.p., comma 1, n. 5.1, per essere stato commesso il fatto da parte dell'autore del reato di atti persecutori nei confronti della medesima persona offesa' - Sez. 5, n. 11409 del 08/10/2015, dep. 2016, C, Rv. 266341 -.
3.1. Va in premessa ricordato che il controllo della motivazione della sentenza di appello che abbia confermato la precedente sentenza di condanna è condotto tenendo conto della reciproca integrazione delle due decisioni, in ragione del consolidato principio di diritto per il quale 'ai fini del controllo di legittimità sul vizio di motivazione, la struttura giustificativa della sentenza di appello si salda con quella di primo grado, per formare un unico complessivo corpo argomentativo, allorquando i giudici del gravame, esaminando le censure proposte dall'appellante con criteri omogenei a quelli del primo giudice ed operando frequenti riferimenti ai passaggi logico giuridici della prima sentenza, concordino nell'analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento della decisione' - Sez. 3, n. 44418 del 16/07/2013, Argentieri, Rv. 257595 -. Questo metodo di verifica di adeguatezza della motivazione non significa certo che la sentenza di appello possa omettere l'esame sollecitato con i motivi di impugnazione, ma presuppone che il giudice di appello possa legittimamente avvalersi di quanto già argomentato dal primo giudice la cui decisione conferma, onde evitare, anche ai fini di una maggiore speditezza del controllo, inutili sovrapposizioni e superflue reiterazioni.
3.2. Occorre ancora rammentare, a fronte del fatto che il ricorso richiama, nell'illustrazione degli asseriti vizi della motivazione, la categoria del travisamento della prova, che può parlarsi di travisamento 'quando l'errore sia idoneo a disarticolare l'intero ragionamento probatorio, rendendo illogica la motivazione per la essenziale forza dimostrativa del dato processuale/probatorio', senza peraltro che possa derogarsi al principio della devoluzione che è ancora più stringente in caso di cd. doppia conforme e che possa chiedersi al giudice della legittimità la rivalutazione nel merito del risultato probatorio. - Sez. 1, n. 24667 del 15/06/2007, Musumeci, Rv. 237207 -. In nessuno dei plurimi episodi denunciati come travisamento probatorio può apprezzarsi il vizio sì come ora definito, perchè quel che si contesta è piuttosto la lettura, il significato che i giudici di merito hanno ritenuto di trarre dal dato di prova e non viene dedotto, peraltro con la necessaria specificità, che il giudizio di condanna sia fondato su 'una prova che non esiste o... un risultato di prova incontestabilmente diverso da quello reale' - Sez. 5, n. 39048 del 25/09/2007, Casavola e altri, Rv. 238215 -.
4. Il primo motivo è infondato. La Corte di assise di appello ha dato congrua motivazione in ordine alla sussistenza dell'aggravante della premeditazione. Ha messo in evidenza alcuni elementi di fatto da cui è logico desumere che nell'imputato maturò una perdurante risoluzione omicida non appena ebbe contezza che D.P.S. aveva intrapreso una relazione sentimentale con altro ragazzo, G.A.. Nella notte tra il (OMISSIS) l'imputato, non appena vide la persona offesa in atteggiamento affettuoso con G.A., ebbe una reazione violenta, aggressiva, irruppe sulla scena urlando la fase 'ma bravi', indicativa della convinzione di aver scoperto una situazione da cui in qualche modo si riteneva offeso e ferito, e afferrò per un braccio la ragazza, costringendola a prendere posto nella sua autovettura. Quindi, dopo aver cercato di ottenere da S. la conferma che quanto aveva potuto vedere era proprio la verità, esplose la rabbia, si allontanò lasciandola terrorizzata e le inviò messaggi su Whatsapp del seguente tenore: 'ti rovino la vita a te e a lui Tu devi soffrire come stai facendo soffrire me...' (fl. 3132).
4.4. Alla luce di questi dati oggettivi della vicenda ben si può inferire, come hanno fatto i giudici di merito, il carattere premeditato dell'omicidio, ricorrendo entrambe le condizioni che danno struttura all'aggravante, ossia 'un apprezzabile intervallo temporale tra l'insorgenza del proposito criminoso e l'attuazione di esso, tale da consentire una ponderata riflessione circa l'opportunità del recesso (elemento di natura cronologica) e la ferma risoluzione criminosa perdurante senza soluzione di continuità nell'animo dell'agente fino alla commissione del crimine (elemento di natura ideologica)' - Sez. U, n. 337 del 18/12/2008, dep. 2009, Antonucci e altri, Rv. 241575 -.
4.5. Si può anche ipotizzare che l'imputato cercò sino alla fine di strappare a S. l'assenso a dargli l'opportunità di restare ancora nella sua vita, come le aveva chiesto nell'incontro del (OMISSIS) ricevendo un secco rifiuto (fl. 50), ma, come ha correttamente rilevato la Corte di assise di appello, non viene meno la possibilità di configurare la premeditazione, atteso che 'non osta... il fatto che il soggetto agente abbia condizionato l'attuazione del proposito criminoso alla mancata verificazione di un evento ad opera della vittima, quando la condizione risolutiva si pone come un avvenimento previsto, atto a far recedere la più precisa e ferma risoluzione criminosa del reo. (Fattispecie in cui l'omicidio era stato programmato per il caso in cui la vittima avesse ribadito il rifiuto di riallacciare il rapporto di convivenza con il reo)' - Sez. 1, n. 19974 del 12/02/2013, Zuica, Rv. 256180; v., anche, Sez. 1, n. 1079 del 27/11/2008, dep. 2009, Lancia, Rv. 242485, secondo cui 'sussiste l'aggravante della premeditazione anche quando l'agente abbia risolutivamente condizionato il proposito criminoso al mancato verificarsi di un determinato evento ad opera della vittima. (Fattispecie in cui la decisione di commettere l'omicidio era stata programmata dall'imputato per il caso in cui la vittima avesse opposto l'ennesimo rifiuto alla richiesta di rinunziare alla domanda di separazione)'.
5. Il secondo motivo è manifestamente infondato. La giurisprudenza di legittimità ha sì affermato che l'aggravante dei motivi abietti non può essere ritenuta se la spinta criminosa si esaurisca in sentimenti di pura gelosia, ma ha pure chiarito che l'aggravante ricorre se l'autore del fatto ha agito per 'spirito punitivo nei confronti della vittima', per intolleranza alla 'insubordinazione di questa, considerata come propria appartenenza' - Sez. 5, n. 35368 del 22/09/2006, P.M. in proc. Abate, Rv. 235008; v., anche, Sez. 1, n. 1489 del 29/11/2012, dep. 2013, Titta, Rv. 254269 -. La Corte di assise di appello ha argomentato correttamente su queste premesse, rilevando che l'imputato aveva sottoposto la vittima a un serrato continuo controllo, con appostamenti, intrusioni telematiche e contatti telefonici in modo da poter sapere con chi si incontrasse, dove si trovasse, sia di giorno che di notte, rimproverandola duramente non appena rilevava comportamenti che gli apparivano indice della volontà della persona offesa di sottrarsi al suo dominio. Il rapporto che l'imputato aveva instaurato era di sopraffazione e di possesso, non potendo tollerare che S. avesse una vita di relazione a cui lui restava estraneo (fl. 58,59). La sentenza impugnata ha dato così adeguatamente conto di come sarebbe improprio parlare nel caso in esame di sentimenti di gelosia, trattandosi invero della volontà di instaurare e mantenere una situazione di dominio sulla persona che pretendeva di possedere.
6. Il terzo motivo è del pari manifestamente infondato. La giurisprudenza di legittimità ha chiarito che 'ai fini della sussistenza dell'aggravante della minorata difesa, non è necessario che le circostanze di tempo, di luogo o di persona, previste dall'art. 61 c.p., n. 5), abbiano impedito o reso impossibile la difesa privata, essendo sufficiente che la stessa sia soltanto ostacolata' - Sez. 1, n. 50699 del 18/05/2017, B., Rv. 271592 -. Sulla base di tale principio ha poco rilievo stabilire se la via lungo la quale fu consumato l'omicidio era trafficata anche in quell'ora notturna e se esso fu commesso, invece che in una rientranza della strada al riparo dalla vista dei passanti, in un luogo di visibilità non altrimenti ostacolata, perchè quel che la sentenza impugnata ha opportunamente sottolineato è che D.P.S., per quanto avesse avvertito l'incombente pericolo, non fu nelle condizioni di cercare aiuto nè di scappare, perchè all'evidenza era stata privata del telefono cellulare e delle chiavi della sua autovettura. Fece sì un tentativo di fuggire a piedi ma proprio le condizioni di luogo e di tempo impedirono che quel tentativo potesse avere esito (fl. 59-60).
7.1. E' affermazione consolidata nella giurisprudenza di legittimità che 'il delitto di atti persecutori è reato abituale che differisce dai reati di molestie e di minacce, che pure ne possono rappresentare un elemento costitutivo, per la produzione di un evento di danno consistente nell'alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante e grave stato di ansia o di paura, o, in alternativa, di un evento di pericolo, consistente nel fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva' - Sez. 3, n. 9222 del 16/01/2015, P.C. in proc. G., Rv. 262517 -.
Gli eventi indicati dalla norma incriminatrice non devono verificarsi cumulativamente per aversi la consumazione del reato, dato che sono alternativamente previsti. Si è infatti precisato che 'ai fini della configurabilità del reato di atti persecutori è sufficiente la consumazione anche di uno solo degli eventi alternativamente previsti dall'art. 612 bis c.p.' - Sez. 5, n. 43085 del 24/09/2015, A., Rv. 265231 -.
7.2. Entro queste coordinate interpretative la sentenza impugnata ha descritto i tratti salienti della vicenda, mettendo in evidenza che D.P.S. fu costretta a modificare le sue abitudini di vita, evitando di incontrarsi con G.A. in luoghi ed orari in cui potevano essere sorpresi da P. (fl. 61), quindi dovette cambiare la password di accesso all'account Facebook non appena scoprì gli accessi abusivi perpetrati da P. (fl. 26). Ancora, i controlli opprimenti e possessivi di P. ebbero una tale incidenza da causarle sentimenti di forte paura, sostanzialmente terrorizzandola sì da impedirle di prendere sonno la notte, tra il (OMISSIS), in cui piombò nel luogo in cui si era appartata con G.A., strattonandola e imponendole di seguirlo (fl. 31, 32). A tal proposito è utile ricordare quanto affermato dal giudice di primo grado che ha avuto cura di richiamare le dichiarazioni testimoniali di G.A.. Questi ha riferito che D.P.S., dopo l'aggressione del (OMISSIS) mostrò inquietudine per il fatto che P. era apparentemente scomparso. A distanza di qualche giorno, e specificamente il (OMISSIS), S. confidò la sua preoccupazione a G. proprio perchè temeva che, dietro quell'apparente e strano silenzio, P. potesse tramare qualcosa ai loro danni ed esternò la paura che avrebbe potuto ucciderli entrambi. Chiarì pure, a G. che le chiedeva perchè mai non troncasse ogni rapporto con P., che 'aveva paura a lasciarlo perchè temeva che lui l'ammazzasse' (fl. 12 della sentenza di primo grado).
Va sul punto ricordato, da un lato, che per l'affermazione del reato non si 'richiede l'accertamento di uno stato patologico ma è sufficiente che gli atti ritenuti persecutori - e nella specie costituiti da minacce e insulti alla persona offesa, inviati con messaggi telefonici o via internet o, comunque, espressi nel corso di incontri imposti - abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell'equilibrio psicologico della vittima...' - Sez. 5, n. 16864 del 10/01/2011, C., Rv. 250158 -; e, dall'altro, che 'la prova dello stato d'ansia o di paura denunciato dalla vittima del reato può essere dedotta anche dalla natura dei comportamenti tenuti dall'agente, qualora questi siano idonei a determinare in una persona comune tale effetto destabilizzante' - Sez. 5, n. 24135 del 09/05/2012, G., Rv. 253764 -.
8. Il quinto motivo è manifestamente infondato. La Corte di assise, di appello ha motivato congruamente la decisione di non concedere le attenuanti generiche, in ragione di un approfondito esame del comportamento susseguente dell'imputato, in specie di quello processuale, ponendo in essere un'attività di depistaggio e rendendo una confessione, priva di valutazione critica di quanto compiuto, soltanto a fronte dei dati emersi in maniera incontrovertibile dall'attività di indagine (fl. 63). E' appena il caso di richiamare, per evidenziare la palese inadeguatezza dei rilievi di ricorso, il principio di diritto per il quale 'in tema di attenuanti generiche, il giudice del merito esprime un giudizio di fatto, la cui motivazione è insindacabile in sede di legittimità, purchè sia non contraddittoria e dia conto, anche richiamandoli, degli elementi, tra quelli indicati nell'art. 133 c.p., considerati preponderanti ai fini della concessione o dell'esclusione' - Sez. 5, n. 43952 del 13/04/2017, Pettinelli, Rv. 271269 -.
Condanna, infine, il P. alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile 'Associazione differenza donna Ong', che liquida in Euro 2.400,00, oltre accessori di legge, disponendone il pagamento in favore dello Stato.

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