Source: http://dinobrancia.blogspot.it/2011/01/
Timestamp: 2017-06-23 15:39:56+00:00

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All News Blog di Dino Brancia: 01/01/11
“Le carte di Santa Lucia sono autentiche”. Con queste parole il ministro degli Esteri Franco Frattini è intervenuto al Senato per rispondere all’interrogazione del senatore del Pdl Luigi Compagna. “Alcune settimane fa – continua Frattini – ho ottenuto risposta dalle autorità di Saint Lucia che me ne hanno certificato l’autenticità per la veridicità dei dati contenuti in questi documenti”. I documenti in questione sono quelli che dimostrerebbero che il vero proprietario dell’appartamento di Alleanza nazionale a Montecarlo è Giancarlo Tulliani, il fratello di Elisabetta, compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini. “Vi fu una polemica – continua Frattini – che investì una presunta manipolazione del documento e quindi della sua autenticità e da alcuni organi di stampa si era indicato anche un presunto ruolo di organi dello Stato in tali attività. Ecco la ragione per cui a suo tempo ritenni di chiedere non ovviamente una rogatoria, ma un chiarimento puro e semplice alle autorità di Santa Lucia circa la genesi e l’autenticità del predetto documento replicato da organi di informazione in Italia e non solo in Italia, onde fugare dubbi, indiscrezioni, retroscena. Alcune settimane fa ho ricevuto una risposta dal primo ministro di Santa Lucia”. Il ministro però non entra nei dettagli riferendo che le carte non possono né devono essere “a integrale disposizione”. Frattini ha poi precisato che la documentazione è stata inviata “per le valutazioni di competenza, e quindi non nella indicazione di eventuali fattispecie di illecito penale, alla procura della Repubblica di Roma”, perché “vi è ancora un fascicolo aperto sulla vicenda”. Quando il ministro ha preso la parola i senatori del Partito democratico, Alleanza per l’Italia, Udc e Italia dei Valori si sono alzati e hanno lasciato l’aula in polemica con la maggioranza. I parlamentari di Futuro e libertà sono invece rimasti nell’emiciclo. “Non è mai stato consentito a un ramo del Parlamento di intervenire, sia pure obliquamente, sulle prerogative del presidente di un ramo dell’altro”, ha detto Francesco Rutelli nel suo intervento. Una posizione sostenuta anche dalla capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro che ha parlato di “un dibattito insignificante di fronte ai problemi del Paese. Siamo di fronte a una questione di natura squisitamente politica – ha proseguito Finocchiaro – L’atto ispettivo del senatore del Pdl Compagna ha trovato nella presidenza del Senato una disponibilità senza precedenti che gli ha garantito una vera e propria corsia preferenziale, che non si è mai registrata in altre occasioni". La polemica continua anche al di fuori delle aule del palazzo. Ieri, davanti a Montecitorio Daniela Santanchè ha organizzato una manifestazione per chiedere le dimissioni di Fini da presidente della Camera. Un concetto ribadito anche oggi da Giorgia Meloni, ministro della Gioventù che stamane è intervenuta alla Telefonata, il format condotto dal Maurizio Belpietro su Canale 5. “Tutti ricordano quello che il presidente Fini disse sulle sue dimissioni, qualora fosse stato dimostrato che il titolare dell’appartamento di Montercarlo era Giancarlo Tulliani”, ha detto Meloni che ha aggiunto che la decisione su un eventuale passo indietro attiene alla “sua coscienza. Anche se questa è in ogni caso una vicenda significativa per tutta la destra”. Il riferimento è al videomessaggio caricato su Youtube il 26 ottobre scorso, quando Fini disse: “Se la casa è di Tulliani mi dimetto dalla presidenza della Camera”. Anche l’ex compagno di partito, Francesco Storace, oggi leader della Destra, è intervenuto poco dopo le parole del titolare della Farnesina e ha detto: “Se nemmeno quanto emerge oggi dalle dichiarazioni di Frattini è sufficiente per far dimettere il presidente della Camera, è evidente che Fini conta su protezioni enormi". Per il momento però Frattini non mostra le sue carte. Ma una fonte della procura di Roma fa sapere al Fatto Quotidiano: “Una volta tradotto il documento faremo le nostre deduzioni, che saranno sottoposte al vaglio del gip. Ferma restando la nostra impostazione, giacché nessun artifizio o raggiro si rilevava nella condotta di alienazione dell’immobile". Se da un punto di vista strettamente procedurale la vicenda rimane favorevole a Fini (archiviazione del reato di truffa), da quello politico la partita è ancora tutta da giocare. Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.itLink
﻿ La sentenza sancisce che i Boscimani possono finalmente utilizzare un pozzo vitale per la loro sopravvivenza. © Survival
﻿ Il governo del Botswana colpevole di “trattamento umiliante”. Il caso è stato descritto come “una storia straziante di sofferenza e disperazione umana”. La Corte d’Appello del Botswana ha annullato oggi la sentenza che negava ai Boscimani del Kalahari l’accesso all’acqua nelle loro terre ancestrali. Con l’appoggio di Survival International, i Boscimani avevano fatto ricorso in appello contro una sentenza della Corte Suprema del 2010 che impediva loro di accedere a un pozzo da cui dipendevano per procurarsi l’acqua. La giuria, composta di cinque giudici, ha sentenziato che: •I Boscimani hanno il diritto di attingere acqua dal loro vecchio pozzo, che il governo proibisce loro di utilizzare;
•I Boscimani hanno il diritto di scavare nuovi pozzi;
•Il comportamento tenuto dal governo verso i Boscimani è un “trattamento umiliante”;
•Il governo deve pagare i costi sostenuti dai Boscimani per ricorrere in appello.
“Siamo veramente felici che, alla fine, siano stati riconosciuti i nostri diritti” ha dichiarato un portavoce dei Boscimani festeggiando la decisione. “Abbiamo atteso a lungo per questo. Come qualunque altro essere umano, anche noi abbiamo bisogno d’acqua per vivere. E abbiamo bisogno della nostra terra. Ora preghiamo perchè il governo ci tratti con il rispetto che meritiamo.” Il governo del Botswana aveva sfrattato a forza i Boscimani dalla Central Kalahari Game Reserve nel 2002. I Boscimani avevano quindi trascinato il governo in tribunale coinvolgendolo in quello che è poi divenuto il processo più lungo e costoso della storia del paese. Nel 2006, con una sentenza storica, l’Alta Corte sancì l’incostituzionalità e l’illegalità degli sfratti e riconobbe ai Boscimani il diritto di vivere nelle terre ancestrali. Tuttavia, da allora, il governo ha continuato a impedire il ritorno a casa dei Boscimani proibendo loro, tra le altre cose, di utilizzare il pozzo sigillato durante gli sfratti. Nonostante la mancanza d’acqua, molti Boscimani avevano comunque fatto ritorno nella riserva dove sono riusciti a sopravvivere sino ad oggi raccogliendo acqua piovana, bevendo il succo dei meloni o affrontando difficili viaggi a piedi o a dorso di mulo per andare a procurarsi acqua fuori dalla Central Kalahari Game Reserve. Lo scorso anno i Boscimani hanno deciso di citare di nuovo il governo in tribunale per vedersi riconoscere il diritto di usare il loro pozzo. Il giudice Walia, che ha presieduto l’udienza tenutasi nel giugno 2010, sentenziò purtroppo in favore del governo sostenendo che i Boscimani “avendo deciso di abitare in un luogo remoto e scomodo, sono responsabili di qualsiasi disagio gli capiti di soffrire”. La sua sentenza è stata ora annullata all’unanimità dai cinque giudici della Corte d’Appello che hanno stabilito che negare ai Boscimani il permesso di utilizzare il loro pozzo è un trattamento “umiliante”, contrario alla Costituzione. Il trattamento che il governo ha inflitto ai Boscimani è stato ampiamente condannato. La Commissione africana per i Diritti dell’uomo e dei popoli ha criticato severamente il governo per aver negato ai Boscimani il “diritto alla vita”, mentre il massimo funzionario delle Nazioni Unite per i popoli indigeni ha verificato che i Boscimani si trovano ad affrontare “condizioni dure e pericolose a causa della mancanza di accesso all’acqua". Aggravando la sofferenza dei Boscimani, il governo ha fatto scavato nuovi pozzi ad uso esclusivo degli animali selvatici della riserva e ha autorizzato la Wilderness Safaris ad aprirvi un complesso turistico di lusso, dotato di bar e piscina. Ad oggi oltre 30.000 persone hanno già firmato una petizione che chiede alla compagnia turistica di portar via il suo resort dalla terra boscimane. Recentemente il governo ha anche concesso alla Gem Diamonds di iniziare i lavori di apertura di una miniera da 3 miliardi di dollari presso in una della comunità dei Boscimani e continua a impedire loro di cacciare per nutrirsi. “Questa è una grande vittoria per i Boscimani e anche per l’intero Botswana” ha commentato oggi Stephen Corry, direttore generale di Survival International. “Speriamo che le autorità l’accolgano come tale e non solo come un ostacolo ai loro tentativi di cacciare i Boscimani dalle loro terre per far posto alle miniere di diamanti. Un commento da parte del presidente Khama potrebbe mandare ora un segnale più chiaro sull’intenzione o meno del governo di cambiare atteggiamento alla luce di questa sentenza. Al di là di tutto, questa decisione costituisce una vittoria per i diritti umani e il ruolo della legge in tutta la nazione.” Fonte: http://www.survival.it
È necessario garantire la salute psico-fisica dei migranti. Il governo greco deve immediatamente migliorare le condizioni igieniche e di vita nelle stazioni di polizia di frontiera e dei centri di detenzione per migranti e richiedenti asilo della regione di Evros. La situazione in queste strutture ha raggiunto livelli d’emergenza. Ogni giorno uomini, donne, bambini, donne incinte e minori non accompagnati sperimentano una realtà crudele e inumana che ha serie ripercussioni sulla loro salute psico-fisica.
“Nessun essere umano dovrebbe essere soggetto a un tale trattamento”, racconta Ioanna Pertsinidou, coordinatrice dell’emergenza per MSF. “Ogni giorno vediamo persone obbligate a rimanere per settimane o addirittura mesi in celle squallide ed estremamente affollate, senza il permesso di uscire nel cortile. Vi sono talmente tante persone trattenute che non hanno nemmeno lo spazio per sdraiarsi a terra nelle celle, mentre spesso il sistema di riscaldamento non funziona, e i migranti vengono lasciati a gelare a temperature sotto lo zero. In uno dei centri di detenzione, spesso i servizi igienici non funzionano e gli escrementi allagano parti delle celle dove i migranti vivono e dormono”.
Dal 2008, MSF fornisce assistenza medica e supporto psicologico a migranti e richiedenti asilo in Grecia. Fin dall’inizio di dicembre 2010, le équipe di MSF stanno fornendo cure mediche e lavorano per migliorare le condizioni igieniche e di vita nelle stazioni di polizia di frontiera di Tychero, Soufli e Feres, così come nel centro di detenzione di Filakio. MSF ha curato più di 850 pazienti; ha trasferito negli ospedali della zona 15 pazienti e distribuito 3.500 sacchi a pelo e 2.500 kit per l’igiene personale. Fonte: http://www.medicisenzafrontiere.it/
«Consumare le scarpe per andare a raccontare ciò che accade». Oggi si fa molto di rado. Eppure a Modica, i ragazzi de "Il Clandestino" vanno, vedono e raccontano. E questo comporta dei costi: fatica, tempi che si dilatano, rischi di isolamento e denunce. Il primo costo "collaterale" è arrivato venerdì scorso quando l'Azienda sanitaria provinciale di Ragusa ha annunciato querela per una videoinchiesta pubblicata dalla testata in merito alle condizioni in cui versa l'ospedale di Modica. Il lavoro "Benvenuti all'inferno" metteva in evidenza, documentandola con riprese video, la situazione attuale dell'ospedale: il grado di sicurezza con cui si lavora e lo stato di decadenza degli stessi locali. La notizia e il lavoro video arriva ad avere l'attenzione della sede Rai regionale (all'interno della trasmissione "Buongiorno mattina") e del programma nazionale "GT ragazzi" sul servizio pubblico. Dimostrazione, ancora una volta, che quando la notizia c'è ed è ben raccontata non si può ignorare a lungo. Poi c'è lo spazio per il dibattito, le risposte istituzionali, i chiarimenti ai cittadini. E anche questo va raccontato. Ma a quanto pare - almeno sino da oggi - la testata sarà chiamata a rispondere in tribunale di questo esercizio del diritto di cronaca. Tanti gli attestati di solidarietà e sostegno arrivati da altre realtà editoriali locali, come quella giunta dalla vicina Sciclipress.com, sino al coordinamento dell'associazione Libera in Sicilia che nel suo comunicato sottolinea: «constatiamo l’atteggiamento di vera e propria minaccia con cui i vertici dell’Asp di Ragusa intendono predisporre formale querela nei confronti del mensile “Il Clandestino” per le recenti inchieste giornalistiche sulla sanità modicana. Invece che rispondere nel merito delle domande poste dai giovani cronisti. [...] Anziché avviare un confronto dialettico, tipico di qualsiasi paese democratico, con chi, come la redazione de Il Clandestino, impegna giovani volontari a vivere il giornalismo come concetto etico e con la schiena diritta, ci si rifugia nello strumento giuridico per spaventare e impedire di esercitare i più elementari diritti di cittadinanza e costituzionali come l’art. 21 della nostra Carta fondamentale». Libera informazione ritiene centrale l'esercizio del diritto di cronaca svolto da "Il Clandestino" soprattutto in relazione ad un servizio che ha consentito ai cittadini di Modica di conoscere e poter chiedere spiegazioni in merito ad una struttura pubblica di fondamentale importanza come l'ospedale della città. Guarda qui la video inchiesta trasmessa dal TGR - Rai di Norma Ferrara
CITTADINI IMMIGRATI, TRA VECCHIE DIFFICOLTÀ E NUOVE SFIDE
Abbattere i luoghi comuni che spesso accompagnano gli immigrati per considerarli parte attiva della nostra società, elevando il fenomeno stesso dell’immigrazione a “bene comune”. Questo il messaggio lanciato nella giornata odierna a Roma a margine del convegno internazionale “I nuovi cittadini. Dai luoghi comuni ai beni comuni: l’immigrazione tra diritti, responsabilità e partecipazione” promosso da Cittadinanzattiva e Ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia, sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica e con il Patrocinio del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati.
Il tema dell’immigrazione è stato affrontato da diversi punti di vista: confronto Italia-Usa sulle politiche nazionali di governo dei flussi migratori e dei modelli di integrazione; rispetto delle garanzie universali dei diritti dell’uomo e accesso ai sistemi di welfare; partecipazione e rappresentanza degli immigrati nella società civile come cartina di tornasole di una loro effettiva integrazione; accesso alla cittadinanza, con particolare attenzione ai giovani di seconda generazione, spesso italiani di fatto ma non di diritto.
Sullo sfondo, le crescenti richieste di informazione e tutela che i cittadini stranieri rivolgono alle Associazioni di tutela dei diritti operanti in Italia. Nelle storie raccolte da Cittadinanzattiva, la condizione di estrema “precarietà dei diritti” in cui versa gran parte della popolazione immigrata nel nostro paese, specchio delle principali difficoltà incontrate nell’accesso e nella fruizione del servizio sanitario, del servizio giustizia e della Pubblica Amministrazione in generale. Immigrati tra sanità, giustizia e PA: la hit delle principali criticità
1.Violazione dei termini – da parte delle Questure – per rilascio/rinnovo/conversione del permesso di soggiorno (20 gg.) e per il rilascio del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo (90 gg.).
2.Lungaggini/pratiche inevase relative alla sanatoria per colf/badanti del settembre 2009, dovute anche alla scarsa chiarezza della relativa normativa.
3.Anche tre anni per il riconoscimento/acquisto della cittadinanza italiana.
4.Disparità di trattamento rispetto agli italiani in tema di costi delle prestazioni sanitarie e di continuità della cura, al di là delle prestazioni essenziali, anche a causa delle difficoltà del rinnovo del titolo di soggiorno.
5.Atteggiamenti discriminatori a danno di stranieri inabili da parte delle commissioni mediche e interpretazioni erronee della normativa in materia di riconoscimento della invalidità civile con conseguente difficoltà di accesso alle prestazioni assistenziali.
6.Provvedimenti di espulsione affetti da palesi vizi di illegittimità (es. mancata traduzione nella lingua dell’interessato).
7.Difficoltà nell’accesso al credito, legata a instabilità lavorativa e temporaneità del titolo di soggiorno.
8.Rigetto/difficoltà di attribuzione dell’indennità di accompagnamento.
9.Difficoltà di accesso al patrocinio a spese dello Stato, legate principalmente all’ottenimento della certificazione consolare sui redditi da allegare all’istanza di ammissione, con conseguente sostanziale compressione del diritto costituzionale di difesa.
10.Negato accesso a patrocinio gratuito a svantaggio dei richiedenti asilo, di regola impossibilitati a sostenere le spese dei ricorsi avverso i provvedimenti di diniego della protezione internazionale. “Le quotidiane difficoltà che denunciano gli stranieri sono spesso una diretta conseguenza di politiche di accoglienza e di governo dei flussi migratori non più al passo con i tempi”, commenta Teresa Petrangolini, segretario generale di Cittadinanzattiva. “Per questo abbiamo ritenuto utile, da un lato, sostenere un confronto con la realtà statunitense, e dall’altro ricercare esempi positivi di modelli di integrazione presenti nel nostro stesso tessuto sociale, a dimostrazione di come sia possibile un’alternativa alla politica reclusiva dei Centri di Identificazione ed Espulsione”.
In particolare, dalla Calabria la testimonianza dell’altra faccia delle recenti vicende di Rosarno, laddove in tre comuni della locride (Stignano, Caulonia e Riace) si è assistito ad una reale integrazione degli immigrati (nello specifico, rifugiati) dal punto di vista lavorativo e alloggiativo, capace di risollevare l’economia locale.
Permessi di soggiorno & class action. I lunghissimi tempi di attesa (oltre cinque mesi di media) e conseguenti ritardi di Questure e Prefetture nella trattazione delle pratiche relative a rilascio e rinnovo dei permessi di soggiorno sono spesso imputabili alla inefficienza e alla disorganizzazione dei competenti uffici (es. smarrimento delle pratiche), nonché alla farraginosità della macchina burocratica e dell’iter procedurale (es. lacune nella documentazione non adeguatamente comunicate agli interessati, sovente pretestuose). Gli effetti? La lesione di diritti fondamentali come il diritto alla libertà di circolazione, a lavorare (“ho il posto di lavoro ma mi mancano le carte”) e studiare (frequenti i casi in cui le Università rigettano le richieste di iscrizione da parte di stranieri in attesa di rinnovo del permesso di soggiorno).
A fronte di questa situazione, e sulla base delle numerose segnalazioni ricevute, Cittadinanzattiva ha promosso un’azione collettiva contro la PA, nell’interesse dei cittadini immigrati che subiscono questi pesantissimi disservizi.
“Il rilascio dei permessi di soggiorno”, aggiunge la Petrangolini, “come paradigma di un’Italia fatta di standard di qualità non rispettati e paradossi diffusi: nonostante la legge prescriva in relativi pochi giorni il tempo massimo per la conclusione dei procedimenti di rilascio, rinnovo e conversione dei permessi di soggiorno, spesso la risposta arriva dopo più di un anno con il risultato che il permesso, al momento della consegna, risulta già scaduto”.
L’integrazione civica degli immigrati? “Un problema aperto”. Così lo definisce Giovanni Moro, presidente di FONDACA, Fondazione per la cittadinanza attiva, che nel corso del convegno ha presentato la prima indagine in tema di integrazione degli immigrati di prima e/o seconda generazione nelle organizzazioni di cittadini operanti in Italia. Interpellate 31 organizzazioni della società civile iscritte nel registro del Ministero del lavoro e delle politiche sociali e impegnate principalmente sul versante dell’immigrazione, ed altre 90 organizzazioni che svolgono attività non focalizzate sul tema dell’immigrazione. Di seguito i principali risultati:
•Nel caso delle organizzazioni non focalizzate, la presenza degli immigrati si attesta al 26%, anche se nella maggioranza dei casi (più del 70%) il loro numero non supera il 5% del totale degli affiliati; solo 8 organizzazioni dichiarano di coinvolgere gli immigrati in ruoli di leadership.
•Nel caso delle organizzazioni dedite all’immigrazione, la presenza degli immigrati sale al 90%. In media, vi sono 8,6 immigrati per organizzazione, con un rapporto di 4 a 1 tra donne e uomini. Inoltre, gli immigrati che svolgono mansioni retribuite (principalmente di mediazione culturale e orientamento, oltre ad attività legati a progetti specifici) sono il triplo dei volontari. Basso il numero delle organizzazioni (5 su 31) in cui gli immigrati svolgono mansioni legate al funzionamento della struttura (amministrazione, comunicazione, segreteria).
Fonte: http://www.cittadinanzattiva.it
DIOSSINA, FEDERCONSUMATORI: NECESSARIO INTENSIFICARE VERIFICHE E CONTROLLI NEL DELICATISSIMO CAMPO DELLA SICUREZZA ALIMENTARE.
“Non ci stancheremo mai di dire, infatti, che i cittadini hanno diritto ad essere assolutamente certi ed informati sulla sicurezza dei prodotti che portano in tavola.” – dichiara Rosario Trefiletti, Presidente Federconsumatori. Un importante passo avanti in questo senso è stato finalmente fatto con l’indicazione di origine in etichetta per i prodotti alimentari, per la quale, da sempre, ci siamo battuti. Adesso è il momento di proseguire su questa strada, ripristinando la legge 263/62 con decreto d’urgenza, per garantire la tutela della salute pubblica, e disponendo sanzioni severe, anche di carattere penale, per chi tenta di lucrare sulla salute dei cittadini. Fonte: http://www.federconsumatori.it
Contratti non richiesti e firme false anche di utenti deceduti da anni: Enel Energia ci ricasca dopo i casi già sanzionati dall’Autorità Garante della concorrenza e del Mercato (Prov. n. 8829 del 04/09/08). A denunciarlo è il Movimento Difesa del Cittadino (MDC) che, dopo aver ricevuto denunce documentate dei consumatori, ha deciso di rivolgersi non più solo alle Autorità energia e Antitrust, ma anche alle Procure della Repubblica che hanno avviato indagini. I casi denunciati comprendono: avvisi affissi nei condomini che annunciano visite di un incaricato Enel per firmare contratti con cui “bloccare il prezzo dell’energia”; letture di contatori cui segue la firma su un modulo, di cui non viene rilasciata copia all’utente, oppure la promessa che firmando si potrà avere un risparmio sulla bolletta; infine, caso più grave, MDC è venuto in possesso dagli interessati di contratti con firme palesemente false dei consumatori e in un caso addirittura di un defunto! “Si tratta, insomma, di vere e proprie truffe - dichiara Francesco Luongo, responsabile Servizi a rete del Movimento Difesa del Cittadino (MDC) – I casi denunciati sono ormai troppi ed è giunto il momento che la magistratura individui i responsabili e chi sta lucrando ai danni dei consumatori e del mercato. Agli utenti truffati e a tutti coloro che si vedono arrivare bollette che non siano del proprio fornitore abituale, l’associazione consiglia di non pagare, contestando la bolletta con un reclamo richiedendo il ripristino della fornitura preesistente senza oneri. Nel caso in cui la società trasmetta un contratto con una firma falsa, il consumatore avrà tre mesi di tempo per denunciare la cosa all’autorità di polizia". Il Movimento Difesa del Cittadino chiede, infine, a Enel di costituirsi parte civile contro questi procacciatori truffaldini di contratti. Fonte:http://www.mdc.it/
Una finanziaria di Boston tratta con Unicredit che resterà comunque creditrice della squadra. tifosi compulsano Internet da giorni per cercare di capire chi sia questo Thomas Richard Di Benedetto che starebbe per comprarsi l’AS Roma. Ma sul finanziere americano con cui sta trattando Unicredit, banca creditrice che ha assunto il controllo della squadra, le informazioni sono praticamente zero. Di Benedetto non esiste nelle banche dati, negli archivi dei giornali americani, nel sito dei Red Sox (baseball) si trova un Tom Di Benedetto, ma è il figlio che gioca nel team di Boston. La spiegazione, però, c’è. Di Benedetto, dalle scarne informazioni che circolano in queste ore, dovrebbe essere il delegato alle trattative della New England Sports Ventures, una finanziaria specializzata negli investimenti nel settore dello sport. E, tra l’altro, la Nesv controlla appunto i Red Sox ed è al centro di un contenzioso che riguarda il Liverpool (la squadra di calcio inglese) di cui ha acquisito il controllo ma poi la questione è finita in tribunale in Texas. E l’uomo forte della Nesv non è Di Benedetto, ma un certo John W. Henry, che ha gestito direttamente i Red Sox ora affidati a Larry Lucchino, indicato come uno dei soci della Nesv nell’operazione Roma. I tifosi possono stare tranquilli e magari sognare nuovi colpi di mercato a breve, come azionista finalmente solido e capace di rinforzare l’organico? O invece tutto finirà con una svendita dei pochi gioielli rimasti alla squadra capitolina, da Daniele De Rossi a Jeremy Menez? Troppo presto per dirlo, anche se le premesse non sono molto incoraggianti. C’è tempo fino a fine mese per presentare le offerte vincolanti, quindi niente è deciso. E acquirenti come la famiglia Angelucci ancora non sono fuori gioco (anche se pare che non siano molto propensi a spendere cifre rilevanti). Dal punto di vista di Unicredit, l’operazione si concluderà ad avere un credito (o esposizione, che suona più minaccioso) di circa 150 milioni di euro. Funzionerà più o meno così: Unicredit venderebbe agli americani i tre quarti della quota che detiene della Roma (il 67 per cento), in modo che questi abbiano poco più della quota di controllo. Il tutto a un prezzo di 115 milioni. Soldi che entrano nelle casse della banca guidata da Federico Ghizzoni ma che subito riescono: Unicredit finanzierà infatti l’offerta pubblica d’acquisto obbligatoria (perché la Roma è quotata in Borsa) e il successivo aumento di capitale da circa 40 milioni. Risultato finale: alla fine Unicredit sarà sempre esposta per 150 milioni, ma non più verso la scatola societaria che controlla oggi la squadra ma nei confronti degli investitori americani. Cosa che fa un po’ storcere il naso agli imprenditori romani che hanno coltivato in questi mesi il progetto di prendersi la squadra di Francesco Totti (e il lucroso business dei gadget, che sarà ancora più redditizio se si concretizzeranno i piani per un nuovo stadio) ma che si sono dovuti arrendere per carenza di denaro contante. La Nesv di Henry e Di Benedetto sarà un creditore più affidabile della famiglia Sensi, per Unicredit? Anche questo è difficile da stabilire, visto che l’unica informazione disponibile sulla sua storia recente è che la New York Times Company (che edita il quotidiano) vi aveva investito ma poi ha venduto ad aprile il suo 1,18 per cento a un prezzo rimasto segreto. Probabilmente lo scopo del viaggio di ieri negli Usa dei due dirigenti di Unicredit Piergiorgio Peluso e Paolo Fiorentino è proprio capire quanto ci si può fidare, prima di prendere una decisione definitiva. di Stefano Feltri Dal Fatto Quotidiano del 27 gennaio 2011
La Cna già denuncia il dilagante fenomeno del lavoro irregolare dall'edilizia all'acconciatura, passando per la manifattura e il tessile: diciamo no ai preconcetti ma ci battiamo per il ripristino della legalità. Ancora una volta un blitz delle forze dell’ordine ha portato alla ribalta il problema dei clandestini talvolta impiegati in alcuni laboratori tessili cinesi. I cinesi invadono il manifatturiero. Questo si sa. Avviene nel nostro Paese così come nella provincia di Ancona. I dati evidenziano che la presenza di operatori cinesi è in costante aumento. Ci sono le cosiddette “manifatture gialle” che operano legalmente, ma c’è anche tutto un sommerso che raggiunge senza dubbio dimensioni allarmanti, tanto che la scoperta di fabbriche fantasma o laboratori clandestini non fa più notizia. I cinesi acquistano bar, ristoranti locali, ma anche capannoni dove si lavora, si mangia e si dorme e da dove escono prodotti etichettati Made in Italy. Una penetrazione che ancora sfugge ai nostri occhi, ma che senza dubbio è in costante aumento. Nel territorio della provincia di Ancona, la zona di Senigallia ma anche l’interland jesino sembrano particolarmente colpiti dal fenomeno. Recentemente la polizia ha scovato una sartoria cinese irregolare e non si tratta di un caso isolato, ma della riprova che sta proliferando un preoccupante sottobosco di illegalità che rischia di lacerare la tenuta del tessuto produttivo regolare. La Cna già da tempo denuncia con preoccupazione il dilagante fenomeno del lavoro irregolare in ogni sua deleteria declinazione settoriale, dall'edilizia all'acconciatura, passando per la manifattura e diffusamente per il tessile.
“Mentre si continua ad assistere alla chiusura di storiche aziende locali, fatte di piccole attività autonome e coraggiose cooperative che hanno tenuto in vita con passione e professionalità un filone che per anni ha caratterizzato l'economia del territorio provinciale – dichiara Lucia Trenta, responsabile provinciale Federmoda Cna - si riscontra nel nostro bacino economico una singolare concentrazione di unità produttive condotte da stranieri, nella fattispecie cinesi, che stanno caratterizzando fortemente l'intero tessuto imprenditoriale nel settore in questione, propagandosi a macchia d'olio lungo tutta la filiera, dalla produzione alla commercializzazione, fino ai servizi post vendita”. “Tale processo, in atto ormai da anni, - continua la Trenta - rischia di trasfigurare il tessuto produttivo locale, un diffuso distretto del tessile condiviso tra le medie vallate senigalliesi e jesine, dove le centinaia di aziende che caratterizzavano il fertile indotto per qualità, flessibilità e professionalità, ormai decimate prima dalla crisi del settore ed ora dalla concorrenza sui costi di produzione, rischiano di vivere sulla loro pelle, pur con le debite proporzioni, la metamorfosi del distretto di Prato, al quale hanno assistito nel decennio scorso come preoccupati spettatori”.
La Cna ribadisce comunque di non avere preconcetti di sorta verso l'imprenditore straniero, che viceversa dovrebbe essere supportato nell'ambito di un efficace e trasparente inserimento territoriale, ovvero sanzionato duramente alla pari delle imprese nostrane qualvolta si sottragga al rispetto delle regole comuni. Fonte: http://www.cna.it
“Vorrei dire alla politica in generale – ha concluso Vendola – che bisognerebbe tornare a Roma e cambiare la logica che sta drogando il mercato: troppi soldi a causa del fatto che il conto energia è semplicemente un flusso di denaro verso le imprese e non viene orientato, ad esempio, verso le famiglie attraverso la solarizzazzione strutturale, e verso centrali di piccola taglia per l’auto-produzione e l’auto-consumo”. Il Presidente della Regione si è detto anche disponibile “a valutare un atto di moratoria che è, in tutta evidenza, incostituzionale”, tuttavia “dovremo discutere anche di questo: fare un’azione politica, insieme alle altre Regioni, che possa spingere il Governo centrale ad occuparsi del fatto che l’energia rinnovabile non può essere un ennesimo business per devastare l’ambiente. Noi su questa battaglia andremo fino in fondo e chiederemo a ciascuno di scoprire le proprie carte e di assumersi la propria responsabilità”.
Secondo Nicastro, infine, “è difficile pensare che alla Puglia tocchi partecipare a questo burden sharing nella misura che va oltre il 2 o il 2,5%. C’è il rischio, quindi, che la quota della Puglia sia stata ampiamente raggiunta”. Fonte: http://www.regione.puglia.it
GUTERRES: APPELLO DI 280 MILIONI DI DOLLARI PER I RIFUGIATI IRACHENI
António Guterres visita il campo di Al-Baneen a Baghdad. © UNHCR/H.Caux
L’Alto Commissario ONU per i Rifugiati António Guterres ha lanciato oggi un appello inter-agenzia di 280 milioni di dollari in favore dei rifugiati iracheni. Il Piano di Risposta Regionale per i rifugiati iracheni riunisce i progetti di 40 organizzazioni internazionali e ONG che si occupano dei rifugiati iracheni in 12 paesi, tra cui Siria, Giordania, Libano, Egitto, Turchia, Iran ed i sei paesi del Golfo. "Faccio appello ai governi donatori perché riconoscano i bisogni urgenti dei rifugiati iracheni", ha detto Guterres. "Soprattutto di coloro che di giorno in giorno diventando più vulnerabili". Il nuovo appello pone l’accento sulle necessità di oltre 190mila rifugiati iracheni registrati presso l'UNHCR nella regione; la maggior parte vivono in Siria e Giordania. L’appello comprende anche una serie di programmi volti al sostegno del sistema di istruzione e sanitario dei paesi di accoglienza. Annunciando l'appello due giorni dopo il suo ritorno dall'Iraq, Guterres ha osservato che "Il nuovo governo rappresenta un'enorme opportunità per l'Iraq e per il nostro lavoro", ha detto Guterres. "Spero che la giornata di oggi segni l’inizio della fine del capitolo “sfollati” in Iraq". La maggior parte dei rifugiati iracheni in Siria e Giordania sono fuggiti più di tre anni fa. Per molti è stato difficile trovare un lavoro, dovendo fare sempre più affidamento sui propri risparmi e sul sostegno delle organizzazioni internazionali e ONG locali. Una delle peggiori conseguenze di questa povertà è il numero di minori rifugiati iracheni che hanno abbandonato la scuola per un lavoro occasionale per sfamare le proprie famiglie. Sottolineando l'importanza di sostenere i rifugiati Guterres ha detto, "quando un bambino iracheno va a scuola piuttosto che andare a lavorare, si investe nel futuro dell'Iraq".
Secondo i dati dell’UNHCR il 34% dei rifugiati iracheni sono considerati vulnerabili. Tra questi migliaia di persone con condizioni di salute critiche e un numero significativo di donne capofamiglia. Negli ultimi tre anni oltre 89mila rifugiati iracheni sono tornati in Iraq, ma il tasso di rimpatri di recente è rallentato e nuovi richiedenti asilo continuano a registrarsi con l'UNHCR nei paesi vicini. Evidenziando la costante amicizia e solidarietà dimostrata dai governi ospitanti nei confronti dei rifugiati iracheni, Guterres ha avvertito che "per i governi e le comunità ospitanti della regione l'onere è enorme. E' necessario che la comunità internazionale sostenga gli sforzi umanitari per aiutare i rifugiati più vulnerabili". Guterres ha inoltre ringraziato i Paesi che hanno messo a disposizione quote per il reinsediamento a più di 60mila rifugiati iracheni a partire dal 2007. Secondo l'UNHCR sono circa 60mila i rifugiati iracheni che hanno bisogno di essere reinsediati.
Infermiere immigrate in Italia - Foto: MigrantiTorino.it
"In Italia mancano 50 mila infermieri a cui entro il 2015 si aggiungerà una quota consistente di medici specialisti. Sopperiscono gli immigrati, pari al 28% del personale infermieristico" . Lo afferma Azione per la salute globale (AfGH)in un report internazionale che sarà presentato nei prossimi giorni al secondo "Global Forum on Human Resources for Health" (Forum Globale sulle risorse umane impiegate in sanità) in corso a Bangkok dal 25 al 29 gennaio. "Per compensare alla mancanza di personale sanitario l’Italia si affida a medici e infermieri stranieri, contribuendo così ad acuire la carenza di professionisti sanitari nei paesi del sud del mondo - riporta la nota: in Italia sono stranieri il 28,4% degli infermieri (in maggior parte di nazionalità rumena, peruviana e indiana) e il 4,4% dei medici. Sul territorio nazionale mancano inoltre circa cinquantamila infermieri a cui si aggiungerà, da qui a cinque anni, un numero consistente di medici specialisti, soprattutto nei campi della radiologia, dell’anestesia e della pediatria. A pochi giorni dall’approvazione del documento preliminare al Piano sanitario nazionale per il triennio 2011-2013 (in .pdf), anche il report internazionale “Addressing the global health workforce crisis” (in .pdf), dedicato alle politiche per la salute di Italia, Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna e al loro impatto sui paesi del sud del mondo, punta i riflettori sulla futura mancanza di personale sanitario. Attraverso il network Azione per la salute globale, le ong italiane Cestas e Aidos saranno parte attiva al forum nella capitale thailandese. “Gli Stati dell’Unione Europea non possono sempre contare sulla migrazione per rispondere ai propri bisogni sanitari, anche perché così impoveriscono di professionisti i paesi in via di sviluppo che si trovano ad affrontare emergenze sanitarie - spiega il presidente di Cestas Uber Alberti. È arrivato il tempo che l’Europa metta a punto percorsi formativi qualificanti e argini questa fuga di cervelli dal sud al nord del mondo". Da oltre 10 anni, Cestas collabora con le università italiane e straniere per formare personale sanitario proprio nei paesi in via di sviluppo. In arrivo un corso in lingua inglese riservato ai dirigenti dei Paesi esteri, denominato “Health as a right: vocational course in the organization of health and social services”, realizzato in collaborazione tra Cestas, Università di Bologna e due atenei africani: la University of the Witwatersrand del Sudafrica e la University of Namibia. “È necessario - aggiunge la presidente di Aidos Daniela Colombo - evitare la tentazione di ricorrere a politiche migratorie che saccheggino le risorse già scarse del sud del mondo e promuovere il ruolo delle donne, che costituiscono l'80% del personale sanitario globale". Il Forum di Bangkok, promosso dalla Global Health Workforce Alliance dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), farà il punto sulla carenza di personale sanitario specializzato a livello globale. Nel mondo mancano 4,3 milioni tra medici, infermieri e ostetriche, con una situazione di vera e propria emergenza nei paesi a sud dell’equatore. Circa il 50% dei professionisti sanitari nati nel Sud del mondo lavora infatti nei paesi Ocse: il risultato è che, mentre il continente americano dispone del 37% del personale sanitario e della metà dei fondi globalmente investiti per la salute, l’Africa può contare solo sul 3% dei professionisti e sull’1% delle risorse globali. Come segnalava nei giorni scorsi l'ong italiana AMREF, anch'essa presente al Forum di Bangkok, tra i fattori che sono all’origine della crisi del personale sanitario nei paesi del sud del mondo vi è anche la legittima ricerca di migliori condizioni di vita e di lavoro all'estero in quanto in numerosi Paesi del sud del mondo si registrano situazioni di salari molto bassi, mancanza cronica di medicinali e attrezzature mediche e anche l’assenza di possibilità di carriera. Fonte: http://www.unimondo.orgLink
CACCIA CHIUSA AI PANTANI DELLA SICILIA SUD ORIENTALE. LIPU: “E’ STATA UNA STRAGE”
I numeri del disastro ambientale causati da 4 giorni di caccia: ridotti del 90% gli uccelli presenti nell’area. Novanta per cento di uccelli in meno, morette tabaccate ridotte da 100 a quattro esemplari, fenicotteri in fuga: ce n’erano 600, ora solo 35. E’ la grave situazione che si è creata per sole quattro giornate consentite di caccia nei Pantani della Sicilia sud-orientale, l’ultima delle quali si è svolta il 19 gennaio: a denunciarlo è oggi la LIPU-BirdLife Italia, che chiede, per l’ennesima volta, l’avvio urgente di un iter per l’istituzione della Riserva Naturale. Nonostante il parere contrario dell’Ispra (Istituto Superiore Protezione Ambientale), che sottolineava l’incompatibilità della caccia in quest’area con la conservazione delle specie, la caccia era stata riaperta dopo il 6 gennaio dall’assessore alle Risorse agricole D’Antrassi. Un decreto – sottolinea la LIPU – che permetteva l’accesso a “soli” 600 cacciatori residenti a Pachino, Noto, Ispica, Portopalo. Un numero di doppiette che si riteneva non potesse avere un impatto negativo sull’ambiente, e che invece, come prevedibile, ha causato una vera e propria emergenza ambientale: oltre a mettere in fuga morette tabaccate e fenicotteri, i cacciatori hanno sparato a specie protette come volpoche (come il fenicottero, “particolarmente” protetta dalle leggi), cormorani, svassi maggiori. Oltre a spargere migliaia di bossoli in natura e utilizzare i vietatissimi (anche dal calendario regionale) pallini di piombo, che inquineranno le acque causando il saturnismo (intossicazione da piombo) negli uccelli che li ingeriranno e rischi di contagio per la fauna ittica. “Proprio quando a livello internazionale – dichiara Fulvio Mamone Capria, vicepresidente LIPU - si chiede di salvare la biodiversità e agire per la tutela delle specie particolarmente minacciate, ai Pantani siciliani si permette di sparare a specie protette e distruggere la natura. “Crediamo – prosegue il vicepresidente - che il tempo delle logiche clientelari a danno dell’ambiente e degli interessi della comunità sia finito. Si passi dunque dalle solite promesse di circostanza ai fatti e si avvii al più presto l’iter per la Riserva che da 20 anni attende di essere istituita”. Fonte: http://www.lipu.it
Fonte: http://affaritaliani.libero.itLink

References: sentenza 
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e contrario