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Timestamp: 2018-05-22 08:10:04+00:00

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Diritto di cronaca e diritto all'oblio
Professionisti Diritto di cronaca e diritto all’oblio
Professionisti Pubblicato il 6 maggio 2017
> Professionisti Pubblicato il 6 maggio 2017
Cancellazione da internet di notizie obsolete e link ad articoli diffamatori o contenenti fatti ormai vecchi: come si tutela il diritto all’oblio
Tizio, digitando il proprio nome su un motore di ricerca, scopre che sul sito Internet di un notissimo quotidiano nazionale sono presenti alcuni vecchi articoli di archivio, risalenti nel tempo, in cui si narra, all’interno di un reportage sulla contestazione giovanile, anche della sua vicenda giudiziaria, essendo stato egli, all’epoca dei fatti studente universitario, coinvolto in una inchiesta e successivamente scagionato da ogni accusa.
Tizio, che ormai conduce una vita tranquilla ed è rispettato e ben voluto nel suo ambiente di lavoro, come un serio professionista, teme di poter trarre nocumento da quella serie di articoli presenti on line e si rivolge ad un legale di fiducia per sapere se è possibile agire per ottenere tutela della sua reputazione, non volendo più che il suo nome venga associato a quelle inchieste.
La soluzione del quesito proposto impone la disamina del conflitto, sempre aperto ed attuale, tra diritto di cronaca, diritto alla riservatezza e corretto trattamento dei dati personali.
La libertà di manifestazione del pensiero è sancita dall’art. 21 della Costituzione che garantisce ad ogni soggetto («tutti») la facoltà di esteriorizzare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Inoltre, l’art. 11 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino definisce «la libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni uno dei diritti più preziosi dell’uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge». La garanzia della libertà di pensiero e della sua manifestazione costituisce una condizione imprescindibile per la stessa sopravvivenza di un regime democratico perché essa assicura la formazione di un convincimento personale e di una opinione pubblica criticamente fondata. Infatti, tra i presupposti che non possono mancare per un pieno, legittimo e corretto esercizio della sovranità popolare vi è la formazione dell’opinione pubblica senza alcuna limitazione o restrizione, su tutti gli eventi che sono di interesse pubblico (Cass. 9-7-2010, n. 16236). Uno dei più importanti ed incisivi mezzi di manifestazione del pensiero è la stampa. Il diritto di cronaca costituisce una specificazione della libertà di manifestazione del pensiero; il cronista, infatti, non si limita al riferire e diffondere le notizie, ma le interpreta e le commenta. In questo senso, l’attività del giornalista non è mai neutrale, i fatti che vengono riferiti sono sempre in qualche modo influenzati dalle opinioni del cronista (CRISAFULLI, PIZZORUSSO); pertanto, la cronaca rappresenta, in ogni caso, il risultato dell’elaborazione del pensiero dello stesso.
La cronaca giornalistica, ossia la narrazione di fatti, notizie e vicende che interessano la vita associata, deve ritenersi prevalente sulla riservatezza qualora ricorrano le seguenti condizioni, indicate per la prima volta nella nota «sentenza del decalogo del giornalista» (Cass. 18-10-1984, n. 5259; v. anche Cass. 4-9-2012, n. 14822):
la verità dei fatti narrati o criticati. La verità non coincide né con la verosimiglianza né con la soggettiva convinzione di verità, né con la verità quale appare al soggetto che espone i fatti. La responsabilità da diffamazione a mezzo stampa, ex art. 595 c.p., può essere esclusa se la verità della notizia sia stata accuratamente accertata e controllata dal giornalista e quest’ultimo dimostri di aver posto in essere la dovuta diligenza nella scelta delle fonti di informazione e abbia controllato, con adeguata serietà professionale, la notizia e l’affidabilità della relativa fonte informativa (v. Cass. 25-8-2014, n. 18174). La verità dei fatti, cui il giornalista ha il preciso dovere di attenersi, non è rispettata quando, pur essendo veri i singoli fatti riferiti, siano, dolosamente o colposamente, taciuti altri fatti, così strettamente collegati ai primi da mutarne completamente il significato. La verità non è più tale se è una «mezza verità» o, comunque, una verità incompleta. La verità incompleta deve essere, pertanto, equiparata alla notizia falsa. Il significato di verità oggettiva della notizia va inteso in un duplice senso, da un lato come verità del fatto oggetto della notizia, dall’altro come verità della notizia come fatto in sé e quindi indipendentemente dalla verità del suo contenuto. «[…] In quest’ultima ipotesi, peraltro, occorre che tale propalazione costituisca di per sé un «fatto» così rilevante nella vita pubblica che la stampa verrebbe certamente meno al suo compito informativo se lo tacesse, fermo restando che il cronista ha inoltre il dovere di mettere bene in evidenza che la verità non si estende al contenuto del racconto e di riferire le fonti per le doverose e conseguenti assunzioni di responsabilità. Questi doveri, inoltre, debbono essere adempiuti dal cronista contestualmente alla comunicazione in modo da garantire la fedeltà dell’informazione che nella specie consiste nella rappresentazione al lettore o all’ascoltatore della esatta percezione che egli ha avuto del fatto (ex multis Cass. 19-1- 2007, n. 1205);
l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti. Tale interesse, che non deve essere confuso con la curiosità pubblica, può essere diretto, se è caratterizzato da un’immediata rilevanza sociale (ad es., gravi fatti di cronaca), oppure indiretto, se riguarda la vita privata personale e tuttavia assume un interesse pubblico sociale in quanto strettamente collegato a situazioni di interesse pubblico (ad es., notizie sulla vita privata rilevanti ai fini dell’individuazione del movente di un reato) (MANTOVANI). Qualora ricorra un interesse dei consociati a essere informati e a partecipare al dibattito sociale e politico, anche le notizie potenzialmente lesive dell’altrui reputazione sono divulgabili lecitamente, in quanto penalmente scriminate (ossia, giustificate) e improduttive di responsabilità civile, a condizione che non venga travalicato il limite dell’esercizio dei diritti tutelati dall’art. 21 Cost. È evidente, peraltro, che l’utilità sociale dell’informazione è strettamente legata alla veridicità dell’informazione, poiché la diffusone di notizie non rispondenti al vero è non solo inutile, ma controindicata al formarsi di una corretta opinione pubblica;
la correttezza formale dell’esposizione dei fatti. La forma della critica non è civile quando è eccedente rispetto allo scopo informativo da conseguire o difetta di serenità e di obiettività, quando calpesta quel minimo di dignità cui ogni persona ha sempre diritto o quando non è improntata a leale chiarezza.
La tutela della riservatezza si intreccia con il diritto di cronaca (art. 21 Cost.), poiché la divulgazione di notizie nello svolgimento dell’attività giornalistica presuppone la raccolta di informazioni relative ai soggetti ai quali le notizie si riferiscono (persone fisiche, persone giuridiche etc.). A questo proposito, contrariamente a quanto accade per la maggior parte dei titolari dei trattamenti di dati personali, i giornalisti non devono acquisire il consenso delle persone dei cui dati si tratta, né essere autorizzati dal Garante (artt. 136 ss., D.Lgs. 196/2003).
Peraltro, anche il trattamento dei dati personali svolto nell’ambito dell’attività giornalistica non può essere del tutto sciolto da vincoli: l’art. 137, co. 3, D.Lgs. 196/2003 stabilisce che il giornalista è tenuto al rispetto dei limiti del diritto di cronaca, in particolare quello rappresentato dal principio «dell’essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico».
Il Codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, approvato dal Garante con provvedimento del 29- 7-1998, riafferma con forza l’originalità del tipo di trattamento, di cui rivendica la netta differenza rispetto a quello effettuato da qualsiasi altro soggetto (art. 1, co. 2: «In forza dell’art. 21 della Costituzione, la professione giornalistica si svolge senza autorizzazioni o censure. In quanto condizione essenziale per l’esercizio del diritto dovere di cronaca, la raccolta, la registrazione, la conservazione e la diffusione di notizie su eventi e vicende relativi a persone, organismi collettivi, istituzioni, costumi, ricerche scientifiche e movimenti di pensiero, attuate nell’ambito dell’attività giornalistica e per gli scopi propri di tale attività, si differenziano nettamente per la loro natura dalla memorizzazione e dal trattamento di dati personali ad opera di banche dati o altri soggetti»).
Inoltre, il Codice deontologico pone un insieme di norme che evidenziano i limiti del corretto esercizio del diritto di cronaca:
viene ribadito il principio dell’essenzialità dell’informazione con riferimento anche ai dati sensibili (art. 5);
l’art. 6 precisa che l’informazione, dettagliata, non contrasta con il rispetto della sfera privata quando si tratta di notizie «di rilevante interesse pubblico o sociale» e risulti indispensabile «in ragione dell’originalità del fatto o della relativa descrizione dei modi particolari in cui è avvenuto, nonché della qualificazione dei protagonisti» (comma 1); precisa, inoltre, che con riferimento a persone «che esercitano funzioni pubbliche», la sfera privata va rispettata se le notizie «non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica» (comma 2); stabilisce, quindi, (comma 3) che «commenti e opinioni del giornalista appartengono alla libertà di informazione nonché alla libertà di parola e di pensiero costituzionalmente garantita a tutti»;
l’art. 8, infine, sancisce il principio che il giornalista, attraverso la pubblicazione sia di notizie che di immagini, – non deve mai ledere la dignità della persona.
Così delineato il quadro normativo e giurisprudenziale formatosi attorno al diritto di cronaca, vediamo ora come esso si atteggia quando si è in presenza, come nella questione prospettata, di violazione del cd «diritto all’oblio».
La Cassazione (Cass. 26-6-2013, n. 1611), nel pronunciarsi su una vicenda analoga a quella del caso oggetto di parere ha affermato il principio che: «In tema di diffamazione a mezzo stampa, il diritto del soggetto a pretendere che proprie, passate vicende personali siano pubblicamente dimenticate (nella specie, cd. diritto all’oblio in relazione ad un’antica militanza in bande terroristiche) trova limite nel diritto di cronaca solo quando sussista un interesse effettivo ed attuale alla loro diffusione, nel senso che quanto recentemente accaduto (…) trovi diretto collegamento con quelle vicende stesse e ne rinnovi l’attualità. Diversamente, il pubblico ed improprio collegamento tra le due informazioni si risolve in un’illecita lesione del diritto alla riservatezza, mancando la concreta proporzionalità tra la causa di giustificazione (il diritto di cronaca) e la lesione del diritto antagonista».
Mentre, per quanto più strettamente attiene il tema oggetto di parere si deve affermare che l’interessato i cui dati siano oggetto di trattamento ha diritto a che l’informazione risponda ai criteri di proporzionalità, necessità, pertinenza allo scopo, esattezza e coerenza con la sua attuale ed effettiva identità personale o morale. Ha inoltre diritto di sapere in ogni momento chi detiene i suoi dati, come li adopera e di opporsi al loro trattamento. La Cassazione (sent. 5-4-2012, n. 5525) ha affermato il principio, risolutivo della questione, che se l’interesse pubblico sotteso al diritto all’informazione costituisce un limite al diritto fondamentale alla riservatezza, è anche vero che al soggetto cui i dati pertengono è riconosciuto il diritto all’oblio, e cioè ad ottenere che non vengano ulteriormente diffuse notizie che per il trascorrere del tempo risultino ormai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati. Il diritto all’oblio tutela, quindi, la proiezione sociale dell’identità personale, l’esigenza di un soggetto di essere tutelato rispetto a delle notizie che lo riguardano e che non sono più attuali, vieppiù se possono essere di intralcio alla libera esplicazione della propria personalità.
Anche i dati pubblicati in Internet devono essere aggiornati ed esatti, ed è il titolare del sito e non il motore di ricerca a dover provvedere in tal senso.
Tizio quindi potrà agire nei confronti della testata giornalistica.
(V. amplius SIMONE, Codice Civile Commentato – C1, ed. 2016)
Sull’abuso dell’immagine altrui:
art. 10 c.c.: Diritto di cronaca: limiti.
Sul risarcimento per fatto illecito:
art. 2043 c.c.: Responsabilità dei mezzi di informazione e diritto di cronaca e critica.

References: Cass. 
 art. 595
 Cass. 
 Cass. 

art. 10

art. 2043