Source: http://www.alberodeicambiamenti.it/regime-patrimoniale-della-famiglia.html
Timestamp: 2019-12-12 21:24:31+00:00

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I rapporti patrimoniali all’interno della famiglia possono essere regolati in diversi modi, utilizzando uno dei molteplici istituti giuridici previsti dalla legge.
Il regime giuridico che si applica automaticamente in mancanza di una diversa volontà dei coniugi è quello della comunione legale. In tal caso tutti i beni acquistati durante il matrimonio divengono di proprietà di entrambi i coniugi, in parti uguali tra loro.
I coniugi possono però scegliere il diverso regime della separazione dei beni e fare in modo che i beni acquistati separatamente da ciascuno dei due coniugi in costanza di matrimonio restino di proprietà esclusiva del medesimo, con conseguente diritto di goderne e di amministrarli in piena autonomia.
In presenza di figli minori, viene spesso utilizzato il fondo patrimoniale che consente di creare un vincolo sui beni acquistati durante il matrimonio a garanzia del soddisfacimento dei bisogni della famiglia. In tal caso la proprietà dei beni spetta ad entrambi i coniugi i quali non potranno vendere o vincolare i beni del fondo se non con l’autorizzazione del giudice tutelare e di comune accordo tra loro.
Quando uno o più familiari prestano la loro attività lavorativa nell’azienda di famiglia, i rapporti patrimoniali sono regolati dall’istituto dell’impresa familiare che prevede, a favore dei collaboratori dell’imprenditore, il diritto al mantenimento, alla percezione degli utili e alla gestione dell’impresa.
Infine, un altro strumento per gestire i rapporti patrimoniali della famiglia è costituito dal Trust. Con questo istituto i beni del disponente vengono trasferiti ad un fiduciario perché li amministri, sotto il controllo di un guardiano, nell’interesse di uno o più beneficiari (soprattutto familiari) o per uno scopo specifico. In tal modo i beni conferiti nel trust divengono un patrimonio autonomo e separato, non aggredibile né dai creditori del disponente né dai creditori del fiduciario.
In mancanza di una diversa convenzione matrimoniale, che può essere stipulata con atto pubblico sia prima che dopo la celebrazione del matrimonio, il regime patrimoniale della famiglia è la comunione legale dei beni. Ciò significa che tutti i beni acquistati dai coniugi durante il matrimonio divengono comuni (per quote uguali e indisponibili) e la loro amministrazione spetta disgiuntamente ad entrambi i coniugi, tranne che per gli atti di straordinaria amministrazione.
Il mancato consenso dell’altro coniuge ad un atto di straordinaria amministrazione relativo a beni immobili o mobili registrati, rende l’atto annullabile, salvo successiva convalida espressa o tacita da parte dell’altro coniuge.
Rientrano nel regime della comunione legale:
i diritti acquistati durante il matrimonio ad esclusione di quelli relativi a beni personali (sono considerati beni personali i beni di cui, prima del matrimonio, il coniuge era proprietario o titolare di altro diritto di godimento; i beni acquistati successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione; i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge e i loro accessori; i beni che servono per l’esercizio della professione del coniuge ad esclusione dell’attività relativa all’azienda familiare; i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno; la pensione dovuta per la perdita totale o parziale della capacità lavorativa; i beni acquistati con il prezzo del trasferimento di beni personali, purché ciò sia espressamente dichiarato all’atto di acquisto e, nel caso di immobili o beni mobili registrati, vi sia anche la dichiarazione dell’altro coniuge; gli acquisti relativi ai beni personali;
il diritto di proprietà e i diritti reali di godimento, ad esclusione del diritto di usufrutto, uso e abitazione;
i crediti, ad esclusione dei diritti di credito inscindibilmente legati a obbligazioni a carico di uno solo dei coniugi;
la partecipazione a società, ad esclusione di quella del socio accomandatario in s.a.s. o in s.a.p.a., di socio di s.n.c, di azioni o quote di società cooperative;
le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio e gli utili o incrementi di aziende appartenenti ad uno dei coniugi anteriormente al matrimonio ma gestite da entrambi.
I beni della comunione rispondono direttamente di tutti i pesi, gli oneri, le spese di amministrazione e le spese e le obbligazioni contratte nell’interesse della famiglia. Inoltre è prevista una responsabilità sussidiaria dei beni personali di ciascun coniuge, nella misura della metà del credito, quando i beni della comunione non sono sufficienti a soddisfare i creditori della comunione. Il regime della comunione legale dei beni può sciogliersi per una delle seguenti cause:
dichiarazione di assenza o di morte presunta;
sentenza passata in giudicato di annullamento del matrimonio, di divorzio, di separazione personale o di omologazione della separazione consensuale;
fallimento di uno dei due coniugi;
sentenza che pronuncia la separazione giudiziale dei beni in seguito all’avvenuta interdizione o inabilitazione di uno dei coniugi o per cattiva amministrazione o condotta pericolosa per gli interessi della famiglia, della comunione o dell’altro coniuge;
convenzione matrimoniale con cui i coniugi scelgono un diverso regime patrimoniale (separazione dei beni o comunione convenzionale).
Gli atti da cui deriva lo scioglimento dovranno essere annotati a margine dell’atto di matrimonio e trascritti nei pubblici registri.
A seguito del verificarsi di una delle predette cause di scioglimento, si instaura il regime di separazione dei beni. I coniugi dovranno provvedere alla divisione consensuale o giudiziale dei beni che erano oggetto della comunione. Il giudice può costituire a favore di uno dei due coniugi il diritto di usufrutto su una parte dei beni spettanti all’altro coniuge, in relazione alle necessità della prole e all’affidamento di essa.
I coniugi possono, sia prima che dopo la celebrazione del matrimonio, scegliere il regime della separazione dei beni, stipulando una convenzione matrimoniale avente la forma dell’atto pubblico con la presenza di testimoni, che dovrà essere annotata a margine dell’atto di matrimonio e a trascrizione nei pubblici registri.
La scelta del regime di separazione dei beni può essere effettuata anche con dichiarazione all’atto della celebrazione del matrimonio o avvenire in seguito a dichiarazione di assenza o di morte presunta, sentenza passata in giudicato di separazione personale o di omologazione della separazione consensuale, fallimento di uno dei due coniugi o sentenza che pronuncia la separazione giudiziale dei beni in seguito all’avvenuta interdizione o inabilitazione di uno dei coniugi o per cattiva amministrazione o condotta pericolosa per gli interessi della famiglia, della comunione o dell’altro coniuge.
L’amministrazione e il godimento dei beni spettano al coniuge che ne è titolare esclusivo, il quale può provare con ogni mezzo nei confronti dell’altro coniuge di avere la proprietà esclusiva del bene purché non si tratti di beni immobili.
Il fondo patrimoniale è un patrimonio separato da quello dei coniugi e destinato a far fronte esclusivamente ai bisogni della famiglia.
Rientrando tra le convenzioni matrimoniali, il fondo patrimoniale piò essere costituito dai coniugi in qualunque tempo solo con atto pubblico alla presenza dei testimoni o da un terzo mediante testamento o con atto pubblico soggetto all’accettazione dei coniugi.
L’atto costitutivo del fondo è soggetto ad annotazione a margine dell’atto di matrimonio e, qualora riguardi beni immobili o mobili registrati, a trascrizione nei pubblici registri.
Con le stesse modalità possono successivamente essere inclusi o esclusi dal fondo altri beni, purché, in quest’ultimo caso, non vi siano figli minori.
Il fondo patrimoniale può avere ad oggetto beni mobili registrati, beni immobili e titoli di credito nominativi, ma non aziende e beni futuri.
La proprietà dei beni spetta ad entrambi i coniugi i quali possono compiere disgiuntamente tra loro gli atti di ordinaria amministrazione, mentre per quelli di straordinaria amministrazione e per poter alienare, ipotecare, dare in pegno o vincolare i beni del fondo è necessario il consenso di entrambi i coniugi e, in caso di figli minori e salva diversa disposizione contenuta nell’atto di costituzione del fondo, con l’autorizzazione del giudice tutelare.
I coniugi possono, sia prima che dopo la celebrazione del matrimonio, scegliere il regime della comunione convenzionale dei beni, stipulando una convenzione matrimoniale avente la forma dell’atto pubblico con la presenza di testimoni, che dovrà essere annotata a margine dell’atto di matrimonio e a trascrizione nei pubblici registri.
Lo scopo di questa convenzione matrimoniale è quello di far entrare nella comunione (convenzionale) anche quei beni che sarebbero esclusi dal regime della comunione legale come, ad esempio:
i beni acquistati per donazione o per successione prima della stipula della convenzione stessa;
i beni personali, ad eccezione dei beni di uso strettamente personale di ciascuno dei coniugi e i loro accessori;
i beni che servono per l’esercizio della professione del coniuge ad esclusione dell’attività relativa all’azienda familiare;
i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno e la pensione dovuta per la perdita totale o parziale della capacità lavorativa.
La comunione convenzionale è soggetta alla disciplina della comunione legale per quanto riguarda l’amministrazione dei beni e l’uguaglianza delle quote dei coniugi.
Si ha un’impresa familiare quando il familiare di un imprenditore presta la sua opera in maniera continuativa nella famiglia (es. lavoro domestico) o nella stessa impresa. Possono essere collaboratori dell’imprenditore il coniuge, i figli (legittimi, naturali, adottivi e affiliati), i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado.
Possono partecipare anche i minori che abbiano compiuto almeno 15 anni, gli inabilitati e gli interdetti.
L’impresa familiare si costituisce con contratto o per fatti concludenti, cioè per fatti volontari dai quali possa evincersi lo svolgimento di un’attività lavorativa, anche saltuaria, rilevante ai fini dell’economia aziendale.
Nel caso in cui l’attività consista nel lavoro domestico, si configura un’impresa familiare solo quando l’attività lavorativa abbia carattere continuativo e contribuisca all’accrescimento della produttività dell’impresa familiare.
Perché sorga un’impresa familiare è necessaria l’esistenza di una famiglia legittima (non basta la sola convivenza) al momento della costituzione dell’impresa familiare.
La cessazione del vincolo coniugale a seguito di morte dell’imprenditore o di sentenza di annullamento o di scioglimento degli effetti civili del matrimonio determina il venir meno dell’impresa familiare. Altre cause di cessazione sono l’interdizione o il fallimento dell’imprenditore e la decisione di cessazione dell’impresa o di alienazione dell’azienda a favore di un estraneo.
La sentenza di separazione personale non determina l’estinzione dell’impresa familiare, in quanto non fa venir meno lo status di coniuge.
I partecipanti all’impresa familiare hanno diritto: al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia; alla partecipazione agli utili, agli incrementi e ai beni acquistati con essi in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato; alla gestione dell’impresa.
L’impresa familiare ha natura individuale e pertanto nei rapporti con i terzi l’unico responsabile è l’imprenditore, il quale può compiere liberamente tutti gli atti di ordinaria amministrazione, mentre gli atti di straordinaria amministrazione e le decisioni attinenti all’impiego degli utili e degli incrementi, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell’impresa devono essere deliberate dalla maggioranza dei partecipanti, computata per capi e non per quote.
La partecipazione all’impresa familiare può essere trasferita solo a favore di un familiare e richiede, a pena di inefficacia, il consenso di tutti i partecipanti. Il trasferimento a favore di un estraneo è nullo anche se avvenuto con il consenso di tutti i familiari.
In caso di cessazione della singola partecipazione, il familiare cedente ha diritto ad una liquidazione in denaro, ad eccezione dei casi in cui la cessione della partecipazione sia avvenuta in favore di un altro familiare.
In caso di trasferimento dell’azienda o di divisione ereditaria, i partecipanti hanno diritto di prelazione sull’azienda familiare.
Il Trust è un istituto giuridico riconosciuto dalla Convenzione dell’Aja del 1/7/1985, ratificata dalla Repubblica Italiana con legge 16/10/1989 n. 364, entrata in vigore l’1/1/1992.
Il Trust consente di disporre del proprio patrimonio per atto tra vivi o mortis causa nell’interesse di uno o più beneficiari (soprattutto familiari) o per uno scopo specifico.
Nel Trust un soggetto (chiamato disponente) dispone dei propri beni nominando un fiduciario (chiamato trustee) a cui viene trasferita la piena proprietà dei beni del disponente, con il vincolo fiduciario di amministrarli e di disporne nell’interesse esclusivo del beneficiario, sotto il controllo di un terzo, chiamato guardiano, nominato dallo stesso disponente.
La costituzione del Trust determina la netta separazione tra i beni conferiti nel Trust e i beni personali del disponente e del trustee, con la conseguenza che i primi non possono essere aggrediti né dai creditori del disponente né dai creditori del trustee, non formano oggetto della successione ereditaria né fanno parte di alcun regime patrimoniale nascente dal matrimonio o da convenzioni matrimoniali riguardanti il disponente o il trustee.
Possono essere conferiti nel Trust beni mobili, immobili e diritti appartenenti a persone fisiche o giuridiche.
Il reddito e i beni del Trust sono impiegati per pagare il compenso del trustee, per sostenere i costi di gestione del Trust e per far fronte alle obbligazioni assunte in nome e per conto del Trust.
Generalmente il trustee può compiere tutti gli atti di ordinaria amministrazione e anche quelli di straordinaria amministrazione purché fatti nell’interesse del beneficiario e previo consenso del guardiano.
Il trustee cessa dal suo ufficio per morte, sopravvenuta incapacità, fallimento, messa in liquidazione (se è una persona giuridica), separazione personale (se è coniuge del disponente), revoca o dimissioni volontarie, o per lo scadere del termine o il verificarsi dell’evento previsti nell’atto di nomina.
Nel caso di cessazione dall’ufficio, il trustee perde ogni diritto sui beni in Trust in favore di colui che gli succede.
Il guardiano rimane in carica per il tempo o fino all’evento stabiliti nell’atto di nomina, o fino a revoca, dimissioni volontarie, morte, sopravvenuta incapacità, fallimento, messa in liquidazione (se è una persona giuridica), o quando il fondo del Trust è attribuito al beneficiario.
Il guardiano ha il compito di vigilare sul rispetto della legge regolatrice del Trust e sull’adempimento delle obbligazioni del trustee; inoltre deve esprimere il consenso su tutti gli atti di straordinaria amministrazione compiuti dal trustee.
Il Trust viene a cessare in seguito alla morte del disponente o per il verificarsi dell’evento o per la scadenza del termine finale previsti nell’atto di costituzione. In caso di estinzione, i beni sono trasferiti di diritto ai beneficiari in quote uguali.
Giuridicamente, l’atto di conferimento dei beni nel Trust non è una donazione ma un atto a titolo gratuito privo di corrispettivo compiuto a favore del trustee; conseguentemente si ritiene che, qualora nell’atto siano già individuati i soggetti beneficiari (come nel fixed trust), l’atto di conferimento dei beni sconti l’imposta proporzionale di donazione in capo ai beneficiari, commisurata al valore dei beni trasferiti.
Sebbene questo istituto non sia ancora molto diffuso in Italia, alcuni studi legali e commerciali, come quello della Dott.ssa Ballerini di Prato, lo utilizzano abbastanza frequentemente e lo considerano come uno dei più utili e versatili strumenti per gestire i rapporti patrimoniali all’interno della famiglia.
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