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Timestamp: 2018-04-21 11:18:05+00:00

Document:
Seduta di Venerdì 24 ottobre 2014
I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro dell'economia e delle finanze, il Ministro dello sviluppo economico, per sapere – premesso che:
le aziende italiane partecipate da cinesi sono cresciute da 7 a 272, di cui 187 cinesi e 85 partecipate da multinazionali con sede a Hong Kong, con un'occupazione complessiva pari a quasi 12 mila addetti. Secondo Rotschild, dal 2009 a oggi, il 10 per cento delle operazioni commerciali di imprese cinesi in Europa è avvenuto in Italia;
è evidente che ci sono forti investimenti della Cina in Italia. Soprattutto se tra queste aziende, oltre a un bel po’ di made in Italy, ci sono colossi come Eni, Enel, Assicurazioni Generali, Telecom, Pirelli, Fiat e Finmeccanica. Ancor di più se, recentemente sono stati appena siglati venti accordi commerciali per un controvalore complessivo di circa 8 miliardi di euro;
il Presidente del Consiglio dei ministri in una recente conferenza stampa ha dichiarato che «In questo momento è molto forte l'attenzione degli investitori cinesi verso il nostro paese e ne siamo ben felici – Sono grandi spazzini che comprano al chilo»;
è interessante capire dove si concentri l'interesse dei cinesi, in quali ambiti, in che settori e soprattutto su quali realtà. Cosa che può permettere, al pari, di capire dove l'Italia stia trovando capitali per rilanciare la propria economia o stia perdendo sovranità economica;
nel settore della finanza la cui la People's Bank of China detiene una quota che si aggira attorno al 2 per cento delle Assicurazioni Generali uno dei pionieri del mercato assicurativo. Altrettanto importante, l'accordo definito in questi giorni tra la China Development Bank Corporation e Cassa depositi e prestiti, forziere, stavolta pubblico, dei risparmi di milioni di famiglie italiane. I contorni dell'accordo sono ancora oggi poco chiari — si parla di investimenti congiunti in Italia e in Cina – ma già si sa, ad esempio, che il valore economico è di quasi 4 miliardi di dollari;
nelle telecomunicazioni, la banca centrale cinese è entrata anche nel capitale di Telecom, anche in questo caso con una quota di poco superiore al 2 per cento;
nel campo dell'industria la Xiamen King Long United Automotive Industry, maggiore casa costruttrice di autobus della Repubblica popolare ha infatti acquisito l'80 per cento di BredaMenarinibus, società del gruppo Finmeccanica, a sua volta o dei principali produttori di autobus italiani;
l'energia è un altro settore delicato che sta finendo in mani cinesi. Lo scorso luglio la State Grid Corporation of China ha acquistato per due miliardi di euro il 35 per cento di Cdp Reti, la società di Cassa depositi e prestiti in cui sono confluiti il 30 per cento di Snam (rete gas) e il 29,8 per cento di Terna (rete elettrica). La State Grid Corporation of China è la settima società al mondo per fatturato, con oltre milione e mezzo di dipendenti, e avrà due componenti su cinque nel cda di Cassa depositi e prestiti Reti e un membro nei board di Snam e Terna. Dopo la volta di Ansaldo Energia, società in forti difficoltà che, dopo mesi di trattativa con la coreana Doosan Heavy Industries, aveva ceduto il 40 per cento del capitale a Shanghai Electric per 400 milioni di euro. Proprietario di Ansaldo Energia e il Fondo strategico italiano, che a sua volta sta cedendo quote alla China investment corporation;
quote più modeste, il 2 per cento, ma per le maggiori società italiane, Enel e soprattutto Eni, erano già finite a marzo alla People's’ Bank of China, per rispettivamente 800 milioni e 1,3 miliardi di euro. In entrambi i casi le quote acquistate sono state poco più del 2 per cento, soglia sopra la quale la proprietà di azioni diventa palese: un modo per far capire ai partner europei e soprattutto a quello americano, che la Cina era arrivata e aveva messo piede in stanze strategiche. Il settore dell'energia è in grado di spostare gli equilibri geopolitici, oltre che fornire informazioni dettagliate sui cittadini. Per questo, come ha messo in evidenza il quotidiano il Foglio, le acquisizioni in questo campo stanno allarmando i diplomatici statunitensi, preoccupati dall'allentamento del legame diretto tra Usa ed Europa;
il Governo italiano, d'altra parte, aveva messo la cessione di quote di Eni ed Enel al centro del piano di privatizzazioni del governo Letta, del novembre 2013, che avrebbe dovuto portare 12 miliardi di entrate nelle casse pubbliche entro il 2015. La stessa Cassa depositi e prestiti Reti fu creata proprio allo scopo di vendere a operatori stranieri;
le operazioni commerciali suddette preoccupano perché vendere quote di società come Eni, Enel, Telecom, Finmeccanica, Generali che rappresentano il braccio economico e produttivo del nostro Paese ad investitori che non ha o delineato chiaramente un piano industriale e prospettive di lungo termine per le imprese predette rileva solo un'attività commerciale da parte dei cinesi meramente speculativa a discapito del nostro patrimonio –:
di quali elementi disponga il Governo delle operazioni commerciali su descritte;
se non ritenga che il rapporto commerciale con la Repubblica popolare cinese stia sempre più diventando eccessivamente squilibrato nei confronti di Pechino considerando che gli investitori sono totalmente controllati da un Governo estero;
se intenda adottare iniziative al fine di verificare che gli investimenti e gli accordi commerciali con la Cina possono essere lesivi degli interessi dell'Italia.
(2-00729) «Vallascas».
PANNARALE, SANNICANDRO, FRATOIANNI, FRANCO BORDO, ZACCAGNINI e DURANTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
il territorio in questione è caratterizzato da un complesso sistema idrografico e idrogeologico, con 35 comuni a rischio frane e alluvioni, compromesso da un modello di urbanizzazione che, come ricordato recentemente dal Presidente della regione Puglia Nichi Vendola, ha prodotto danni incalcolabili, deviando e impedendo il corso naturale delle acque;
il bilancio dell'alluvione è stato di due morti, centinaia di sfollati e danni per decine di milioni di euro;
il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Maurizio Martina, ha dichiarato, inoltre, che circa 38 mila aziende della provincia di Foggia hanno già ricevuto gli anticipi della domanda unica PAC, per un totale di 74 milioni di euro: tale misura, tuttavia, non riguarda affatto la sola provincia di Foggia, ma la complessità delle aziende agricole italiane;
il provvedimento del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, tra l'altro, non comprende misure essenziali come la riduzione dei contributi Inps o il congelamento delle scadenze bancarie legate ai prestiti agrari, fondamentali per stimolare la ripresa dell'attività produttiva delle aziende agricole;
la legge di stabilità 2015, come da testo approvato in Consiglio dei ministri, non risulta avere incluso il territorio del Gargano nella lista relativa al differimento dei termini del versamento dei tributi statali per comuni alluvionati;
in data 23 ottobre 2014, il Consiglio dei ministri ha deliberato lo stato di emergenza «in conseguenza degli eccezionali eventi meteorologici che hanno colpito il territorio della provincia di Foggia», stanziando, secondo le prime notizie diffuse, una somma di soli 10,5 milioni di euro per far fronte alle opere più urgenti;
tale somma è, tuttavia, totalmente insufficiente a contribuire in modo incisivo sia all'emersione dallo stato emergenziale che all'attuazione di un serio programma di messa in sicurezza del territorio;
risulta ormai evidente la necessità di predisporre un piano pluriennale di messa in sicurezza del territorio nazionale, in grado di prevedere stanziamenti adeguati per il contrasto al dissesto idrogeologico garantendo, altresì, la loro effettiva spendibilità da parte di regioni ed enti locali, attraverso una definitiva esclusione di tali investimenti dai vincoli del patto di stabilità –:
se non ritenga urgente avviare un piano strategico per la messa in sicurezza del territorio al fine di scongiurare il ripetersi di tragedie annunciate da anni;
se il Governo non ritenga urgente e opportuno assumere iniziative per rifinanziare i fondi a disposizione della regione Puglia per far fronte al dissesto idrogeologico. (3-01115)
VEZZALI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
l'articolo 18, comma 9, del decreto-legge 21 giugno 2013, convertito con modificazioni dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, per consentire nell'anno 2013 la continuità dei cantieri in corso o il perfezionamento degli atti contrattuali finalizzati all'avvio dei lavori, ha istituito nello stato di previsione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti un Fondo con una dotazione complessiva di 2.069 milioni di euro, ripartita per cinque anni dal 2013 al 2017;
l'individuazione degli interventi a cui assegnare le risorse è stata demandata rispettivamente a decreti interministeriali o a delibere del CIPE;
il comma 11 del medesimo articolo ha previsto la revoca dei finanziamenti assegnati a valere sul Fondo nel caso in cui, entro il 31 dicembre 2013, non siano conseguite le finalità indicate al comma 1, la continuità dei cantieri in corso o il perfezionamento degli atti contrattuali finalizzati all'avvio dei lavori;
il 2 giugno 2014 il Presidente Renzi invitava i sindaci dei comuni italiani a segnalare, entro il 15 giugno 2014 all'indirizzo matteo@governo.it, opere e cantieri bloccati, nonché procedimenti amministrativi fermi, al fine di un loro eventuale sblocco;
se la modalità adottata dal Presidente del Consiglio dei ministri Renzi per richiedere ai comuni quali fossero gli interventi urgenti bloccati o opere incompiute appare una procedura istituzionalmente corretta –:
se il Governo non ritenga opportuno per il futuro interfacciarsi con i cittadini e gli enti attraverso modalità e strumenti più istituzionali. (4-06582)
il decreto del direttore generale delle finanze n. 15921 del 22 ottobre 2013, considerata la totale applicabilità dell'articolo 35, comma 1, del decreto legislativo n. 545 del 1992 per quanto concerne le attribuzioni a tempo determinato degli incarichi di direzione delle segreterie delle commissioni tributarie, all'articolo 1, comma 2, stabilisce che gli incarichi «sono conferiti con atto scritto e motivato», previo avvio di procedura di indagine conoscitiva «rivolta al personale individuato nell'articolo 35, comma 1, del decreto legislativo n. 545 del 1992» tenendo conto dell'ampiezza delle conoscenze specialistiche, delle capacità tecnico-professionali e delle competenze organizzative, anche in funzione della complessità dell'incarico da attribuire;
l'articolo 1 precisa, altresì, che «i criteri per la valutazione sono determinati nel rispetto dei princìpi di efficienza, trasparenza e oggettività, tenendo conto dei risultati conseguiti e delle competenze dimostrate nello svolgimento delle attività dell'ufficio di segreteria»;
l'articolo 35 – comma 1 – del decreto legislativo n. 545 del 1992, che riguarda le attribuzioni del personale di segreteria delle Commissioni tributarie, indica le qualifiche professionali giuridiche da possedere per l'attribuzione dell'incarico di direttore di segreteria (area III - fasce retributive F3, F4, F5) corrispondenti alla vecchia nomenclatura di VIII e IX qualifica funzionale;
tutti gli interpelli banditi negli anni che decorrono dal 2001 al dicembre 2013, formulati dai vari dirigenti generali pro tempore, sono stati indirizzati sempre a funzionari di area III - F3/F4/F5 tra i quali individuare quello cui assegnare l'incarico di direttore di segreteria di commissione tributaria;
la contrattazione decentrata di Ministero, tendente a definire un «PROFILO UNICO DI AREA III», come previsto dalla CCNL dei ministeriali, è, fino alla data attuale, mancata e la norma finale dello stesso contratto nazionale di lavoro (tuttora vigente) ha inibito ed inibisce l'utilizzo del concetto di flessibilità di area fino a quando non verranno definiti i profili unici di area;
il ruolo unico del personale del MEF, aggiornato al 1o gennaio 2014, testimonia la permanenza dei vecchi profili professionali ancora alla data odierna, e pertanto il personale inserito nell'AREA III (ma anche II) si differenzia per fasce economiche e per profili professionali equivalenti anche a posizioni giuridiche con differenti declaratorie: collaboratore tributario (F1 - FII) - funzionario tributario (F3) - direttore tributario (F4 - F5);
la procedura di interpello della direzione della giustizia tributaria prot. n. 6899 del 6 maggio 2014, non appare rispondere a nessuno dei requisiti sopra descritti (decreto del direttore generale delle finanze e di flessibilità dentro l'area funzionale III);
non appare agli interroganti legittimo indirizzare l'interpello per direttori di segreterie di commissioni a tutto il personale dell'area funzionale III, nella fondamentale valutazione della presenza nella stessa area di profili diversi e gerarchicamente sottesi collaboratore (F1-F2) – funzionario (F3) – direttore (F4-F5) –:
se si intendano assumere iniziative per la sospensione immediata degli incarichi a direttori di segreterie di commissioni tributarie, già in essere alla data del 22 ottobre 2014 e per la revisione della procedura di interpello, mediante formulazione di un nuovo bando;
quali siano il numero e le sedi che sono state coinvolte nella procedura di interpello;
in quali sedi gli obiettivi sopra richiamati non siano stati raggiunti dai precedenti direttori;
quali siano i criteri adottati per ciascun ufficio, nella scelta dei nuovi funzionari incaricati quali direttori di segreteria
(2-00730) «Cancelleri, Lorefice, Sorial».
LAFORGIA. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
dopo la chiusura della gestione della Zecca conseguente alla costituzione di una sezione Zecca nell'ambito dell'Istituto poligrafico dello Stato, sono stati acquisiti presso la tesoreria centrale dello Stato undici barili contenenti monete d'oro, preziosi e medaglie già detenuti in cauta custodia presso la ex Zecca;
nel 1992 l'amministrazione del Tesoro ritenne di assegnare al Museo della Zecca per l'esposizione al pubblico, dato il loro particolare valore numismatico e artistico, una parte delle monete sopraindicate e precisamente:
1) n. 1331 monete d'oro;
2) i doppioni delle stesse, ove esistenti, per l'esposizione con il diritto ed il rovescio;
3) n. 19 medaglie di diversa provenienza atteso il loro elevato valore artistico;
a causa di difficoltà logistiche comunicate dal Presidente dell'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, si rese necessario, per trovare la soluzione migliore per l'erario e la collettività riguardo all'utilizzazione del notevole quantitativo di monete d'oro, costituire un'apposita commissione di esperti appartenenti alle amministrazioni interessate con il compito di individuare e mettere a disposizione del Museo della Zecca le monete già assegnate, nonché di procedere alla catalogazione, alla valutazione del loro valore numismatico, alla composizione di lotti omogenei, sotto il profilo numismatico, delle monete restanti, formulando altresì ipotesi di alienazione o immissione graduale nel mercato;
venne decretata la costituzione di una commissione consultiva con i compiti specificati nella premessa presso l'allora Ministero del tesoro, stabilendo che i lavori di detta commissione dovessero terminare entro il 30 settembre 1992;
le sopradescritte decretazioni vennero assunte attraverso un documento del Ministero del tesoro, redatto in data 25 maggio 1992;
nel Bollettino n. 1/2012 del Portale Numismatico dello Stato (www.bdnonline.numismaticadellostato.it/apribollettino.html), si riporta quanto segue: nel 1992, con decreto del Ministro del tesoro del 25 maggio, ad un'apposita Commissione di esperti, appartenenti alle amministrazioni del tesoro, dei beni culturali e dell'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, venne assegnato il compito di procedere alla ricognizione, catalogazione e valutazione delle monete e dei valori esistenti presso la Tesoreria Centrale dello Stato o presso la Zecca. I lavori di verifica sono terminati nel 2009. Oltre a una grandissima quantità di monete in oro di circolazione, specialmente sterline, marchi, franchi e dollari, il fondo esaminato dalla Commissione interministeriale ha rivelato l'esistenza, per la parte italiana (oltre 10 mila pezzi), di un significativo numero di monete per collezionisti, emesse dallo Stato ed evidentemente rimaste invendute –:
se corrisponda a verità che la Commissione nominata con il decreto ministeriale in premessa, abbia impiegato 17 anni, anziché 4 mesi, a portare a termine il lavoro di catalogazione affidatole;
quale sia stato il costo sopportato dall'erario per i compensi erogati ai commissari;
se la Commissione abbia redatto un inventario delle monete catalogate, determinandone il numero, il valore numismatico nonché la composizione in lotti omogenei, così come prevedeva il decreto 25 maggio 1992;
quale sia l'attuale intendimento del Ministero in ordine alla destinazione di dette monete;
in particolare se, in base a quanto stabiliva il decreto ministeriale, sia stata ricercata: e reperita: «la soluzione migliore per l'erario e la collettività riguardo all'utilizzazione del notevole quantitativo di monete d'oro e altri valori giacente presso la tesoreria centrale dello Stato»;
se sia intenzione del Ministero procedere all'alienazione o immissione graduale nel mercato delle monete numismatiche rinvenute presso la Tesoreria centrale dello Stato. (4-06579)
MORANI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
da notizie assunte si apprende della imminente chiusura definitiva della casa mandamentale di Macerata Feltria;
il carcere mandamentale di Macerata Feltria (Pesaro Urbino) è una struttura sperimentale «modello» in cui i detenuti a fine pena opera in culture florovivaistiche, nella produzione di miele, olio e zafferano, che ha riportato importanti risultati in termini di effettiva rieducazione e reinserimento dei detenuti nella società, oltre che effetti positivi sul tessuto occupazionale e produttivo della zona;
la decisione relativa alla chiusura, presa con decreto del Ministro del 27 marzo 2014, era stata «sospesa» dall'amministrazione centrale per aprire una fase interlocutoria durante la quale individuare soluzioni alternative capaci di mantenere in funzione la struttura, quali, ad esempio, ipotesi di riconversione della struttura;
una di queste ipotesi era rappresentata dalla possibilità di riconvertire la casa mandamentale in Istituto a custodia attenuata (ICAM) dedicata alle detenute madri di cui alla legge 21 aprile 2011 n. 62 che prevede, «a decorrere dal 1o gennaio 2014, la permanenza di madri con prole sino a 6 anni in custodia cautelare o detenzione, presso Istituti dedicati a custodia attenuata per detenute madri» al fine di evitare ai bambini l'esperienza durissima della vita in carcere;
la casa mandamentale di Macerata Feltria, per la sua particolare tipologia strutturale e logistica, appare particolarmente adatta a tale tipologia di progetto e, inoltre, una sua eventuale riconversione sarebbe ben accolta anche dallo stesso territorio, che ci risulta disponibile e collaborativo ed in grado di offrire i necessari servizi e le adeguate opportunità pedagogiche e sociali alla particolare utenza, così come previsto dalla normativa di riferimento, senza considerare che essa risulterebbe l'unica struttura ICAM in grado di poter strategicamente accogliere le detenuti madri di tutto il centro Italia;
preoccupanti appaiono, inoltre, le conseguenze che dalla dismissione dell'istituto potranno ricadere sul personale attivo nella struttura, come segnalato, in più modi da amministratori e politici locali oltre che dalla Cgil, tutti impegnati, costruttivamente, nello sforzo di individuare soluzioni utili anche all'amministrazione che scongiurino la chiusura di questa piccola ma importante struttura;
gli sforzi fatti da questo Governo, anche in risposta alle sollecitazioni in merito giunte dal Presidente della Repubblica, per riformare il sistema carcerario e affrontare gli intollerabili livelli di sovraffollamento che le nostre carceri aveva raggiunto, sono stati notevoli e i risultati, che ci hanno fatto guadagnare una sostanziale «promozione» da parte del Consiglio d'Europa, sono finalmente arrivati: proprio perché si condivide profondamente la direzione presa ci si chiede se non sia il caso di salvaguardare una realtà che funziona quale quella della casa mandamentale di Macerata Feltria –:
se il Ministro, qualora confermasse la irrevocabilità della decisione in merito alla chiusura della casa mandamentale di Macerata Feltria, non ritenga necessario adottare ogni iniziativa utile ad evitare la dismissione della stessa, prendendo in considerazione le varie ipotesi di riconversione, anche al fine di fornire risposte efficaci al territorio in termini di ricadute occupazionali. (5-03867)
ZAMPA. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
il 29 agosto 2011 la direttrice dell'istituto di pena minorile di Bologna, Paola Ziccone, viene sospesa dal servizio sulla base di un provvedimento che le imputa la responsabilità dell'assenza, contemporanea, di metà degli agenti di polizia penitenziaria in servizio, mentre l'allora comandante di polizia, Aurelio Morgillo, è in ferie. Il 29 maggio 2012 Ziccone vince la causa contro la rimozione. Tuttavia senza alcuna spiegazione non viene reinserita nel suo ruolo di direttrice dell'IPM. Il dipartimento giustizia minorile è condannato a pagare una sanzione di 2.500 e ha presentato appello;
il 14 novembre 2011 la direttrice Ziccone viene raggiunta da sanzione disciplinare della censura scritta del dipartimento per la giustizia minorile (Roma) nella persona del dirigente generale del personale Luigi Di Mauro. Ricorre e vince la causa il 4 settembre 2013. Il dipartimento per la giustizia minorile è condannato a pagare una sanzione di 2.500 euro;
l'8 dicembre 2011 il dipartimento di giustizia minorile invia una ispezione all'IPM di Bologna che fa emergere episodi reiterati di violenze di agenti nei confronti dei detenuti, di detenuti «forti» contro detenuti «deboli» fra le quali una violenza sessuale, fatti accaduti dopo la sospensione di Ziccone del 29 agosto 2011. Tutti i dirigenti di allora vengono rimossi; Tutti gli agenti di polizia penitenziaria vengono trasferiti all'istituto di pena di Bologna;
il 20 gennaio 2012 a Ziccone è comminata una seconda sanzione disciplinare della multa di 4 ore di trattenuta dallo stipendio dal dipartimento per la giustizia minorile (Roma) nella persona del dirigente generale del personale Luigi Di Mauro. Fa ricorso e vince la causa il 7 ottobre 2014. Il dipartimento per la giustizia minorile è costretto a pagare 2.500 euro;
il 31 maggio 2012 è la volta della terza sanzione disciplinare della sospensione di tre mesi dal servizio e dallo stipendio sempre da parte del dipartimento per la giustizia minorile (Roma) nella persona del dirigente generale del personale Luigi Di Mauro. Ancora una volta Ziccone fa ricorso e vince la causa il 10 luglio 2013. Il dipartimento per la giustizia minorile è stato condannato a pagare complessivamente 6.800 euro. Ha fatto appello, fissato per il 29 gennaio 2015;
il 3 luglio 2013 il dipartimento per la giustizia minorile emette un ulteriore provvedimento di elusione della sentenza di annullamento della rimozione destinando Ziccone a mansioni amministrative. È stato depositato il relativo ricorso in data 11 settembre 2013 e l'udienza è fissata per il 22 ottobre 2014;
il 10 luglio 2013 Ziccone viene raggiunta da una quarta sanzione disciplinare della multa di sospensione da servizio e stipendio da parte del dipartimento per la giustizia minorile (Roma) nella persona del dirigente generale del personale Luigi Di Mauro. Fa nuovamente ricorso che sarà discusso il 26 novembre 2014;
già nella precedente legislatura sono state presentate numerose interrogazioni che segnalavano quanto stava avvenendo a Bologna ai danni della direttrice Ziccone –:
se non si ravvisi un grave danno alle Istituzioni che appaiono piegate ad una pervicace e dannosa forma di personalismo;
se non si ravvisino i termini di una vera e propria persecuzione della direttrice Paola Ziccone che ancora deve essere reinserita nel suo ruolo e i cui danni, morali e materiali, sono di grande e grave entità;
se non si ritenga utile sospendere gli appelli ancora in corso al fine di evitare un ulteriore danno alle casse dello Stato. (5-03868)
COLLETTI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. — Per sapere – premesso che:
in data 30 settembre 2014 l'interrogante aveva richiesto, con riferimento alla sua attività parlamentare di deputato abruzzese ed in particolare con riferimento al decreto-legge cosiddetto «Sblocca Italia» (decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133), copia del contratto di concessione delle tratte autostradali fra ANAS e Strada dei Parchi spa alla Struttura di vigilanza sulle concessionarie autostradali del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti;
in data 16 ottobre il capo della struttura di vigilanza sulle concessionarie, autostradali, dottor Mauro Coletta, ha risposto all'interrogante che: «la qualità di deputato nazionale e l'esercizio da parte di quest'ultimo di attività inerenti l'espletamento del proprio mandato in sé non esprimono una posizione legittimante all'accesso ai documenti amministrativi» citando il parere del 15 maggio 2003 della Commissione competente per l'accesso ai documenti amministrativi –:
se il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti sia a conoscenza del parere di cui in premessa, che risulta secondo l'interrogante palesemente lesivo del fondamentale principio della pubblica amministrazione volto ad assicurare la trasparenza dell'attività amministrativa e a favorirne lo svolgimento imparziale;
se il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ritenga legittimo il diniego di un direttore generale a una richiesta da parte di un parlamentare della Repubblica, il cui esercizio del diritto di accedere ad atti amministrativi è funzionale non all'interesse personale quanto alla cura dell'interesse pubblico connessa al mandato a esso conferito;
se il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, qualora ritenga illegittimo il comportamento del proprio dirigente, non voglia prevedere una procedura disciplinare a suo carico. (5-03871)
VEZZALI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
l'articolo 18, comma 9, del decreto legge 21 giugno 2013, convertito con modificazioni dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, ha destinato 100 milioni di euro per l'anno 2014, a valere su un Fondo iscritto nello stato di previsione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, per la realizzazione del primo Programma «6.000 Campanili», concernente interventi infrastrutturali di adeguamento, ristrutturazione e nuova costruzione di edifici pubblici, compresi gli interventi per l'adozione di misure antisismiche, di reti viarie e delle infrastrutture accessorie e funzionali alle stesse o di reti telematiche di nuova generazione, nonché interventi per la salvaguardia e messa in sicurezza del territorio;
ai sensi del medesimo comma, possono accedere all'utilizzo di tali risorse i piccoli comuni con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti, le unioni composte da comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti e i comuni risultanti da fusione tra di essi, ciascuno dei quali con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti;
ogni comune può presentare un solo progetto, il contributo richiesto per esso non può essere inferiore a 500.000 euro e maggiore di 1.000.000 euro e il costo totale del singolo intervento può superare il contributo richiesto solo se le risorse finanziarie aggiuntive necessarie siano già immediatamente disponibili e spendibili da parte del comune proponente;
possono accedere al finanziamento solo gli interventi muniti di tutti i pareri, le autorizzazioni permessi nulla osta previsti dal decreto legislativo n. 163 del 2006 e dal decreto del Presidente della Repubblica n. 207 del 2010;
con il decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti del 27 dicembre 2013 è stato approvato l'elenco degli interventi ammessi al finanziamento del Primo Programma 6000 Campanili, nei limiti dell'importo disponibile di 100 milioni di euro, mentre con il decreto ministeriale del 13 febbraio 2014, n. 46, è stato approvato l'elenco degli interventi ammessi al Primo Programma 6000 Campanili e finanziati dalla legge di stabilità del 27 dicembre 2013, n. 147 che ha destinato 50 milioni di euro per lo stesso programma –:
se non ritenga opportuno stanziare ulteriori risorse per i piccoli comuni che hanno partecipato al primo programma 6000 campanili ma i cui progetti di interventi presentati non sono stati ammessi all'utilizzo dei finanziamenti previsti.
(4-06581)
GIGLI e SBERNA. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
molti cittadini hanno partecipato, in data 5 ottobre 2014, ad una veglia silenziosa e non-violenta, organizzata dal movimento Sentinelle in piedi, manifestando con semplicità nelle piazze d'Italia, appunto restando in piedi silenziosamente e leggendo un libro, per affermare la legittima opinione che «il matrimonio è soltanto tra un uomo e una donna, che un bambino ha diritto di avere una mamma e un papà, che una famiglia ha il diritto di educare liberamente i propri figli»;
non sono però mancate le contestazioni da parte di chi non condivide tali posizioni, tanto che mentre si svolgeva l'iniziativa è stata organizzata contro iniziative anche violente nei confronti di tale libera manifestazione del pensiero, costituzionalmente tutelata;
nella città di Pisa il numero di contestatori è arrivato, secondo gli organizzatori della manifestazione, a circa duecento persone, le quali hanno preso ad occupare lo spazio legittimamente occupato dai manifestanti, arrivando ad offendere individualmente le persone;
alcune Sentinelle sono state circondate da gruppetti di facinorosi, divenendo oggetto di gravi ingiurie;
nessuna Sentinella risponde alle pur pesanti provocazioni e forze dell'ordine non sono intervenute a loro difesa;
l'intera area destinata alla legittima manifestazione è occupata dai contestatori che intonano canti dal contenuto osceno: si racconta che alcuni bambini presenti alla veglia siano scoppiati in lacrime e una donna incinta sia stata strattonata, mentre si è assistito all'esposizione di cartelli blasfemi;
in seguito all'intervento della Digos, gli organizzatori hanno deciso di interrompere la veglia scortati dalla Polizia;
si fa presente come gli organizzatori della Veglia delle Sentinelle in Piedi di Pisa abbiano consegnato in data 2 ottobre al responsabile dell'ordine pubblico della Questura di Pisa una richiesta scritta di presenza adeguata delle forze dell'ordine motivata da voci insistenti circolanti in città su contestazioni organizzate contro le Sentinelle in Piedi;
la mattina del 5 ottobre, a poche ore dall'inizio della Veglia, è stata notificata via e-mail alla questura di Pisa una minaccia esplicita verso la Veglia delle Sentinelle in Piedi pervenuta sul profilo Facebook Sentinelle in Piedi Pisa;
nella città di Genova un folto numero di persone dei centri sociali e dell'arcigay ha pesantemente e continuamente disturbato il regolare svolgersi della veglia, nonostante l'esemplare esempio di non-violenza offerto dalle Sentinelle, le quali in nessun modo hanno reagito alle provocazioni;
mentre le sentinelle vegliavano leggendo un libro in silenzio, molti giovani si inserivano tra le fila, disturbando la lettura, anche con cani, insultando e deridendo i veglianti, mimando scene erotiche e creando capannelli;
un fumogeno, poi spostato dalle forze dell'ordine, è stato lanciato contro il bastone di una persona invalida che partecipava alla veglia;
una parte dell'area coperta dalle sentinelle è stata completamente invasa dai contromanifestanti: anche in quella zona, sebbene attorniati, i partecipanti sono rimasti impassibili, senza rispondere alle provocazioni;
vari adesivi LGBT sono stati applicati sullo striscione delle Sentinelle che, infine, è stato rotto dai provocatori;
nella città di Torino le Sentinelle sono state oggetto di insulti pesantissimi, derisi, invitati a suicidarsi, chiamati impropriamente fascisti, con toni erano di un'aggressività verbale davvero inaccettabile per un Paese civile, tanto che un bambino di 10 anni si è sentito male ed è stato allontanato;
un altro ragazzo, dodicenne, è stato insultato con insistenza, ma è rimasto calmo al suo posto, anche se molto turbato dalla grande violenza subita;
a Rovereto, una ventina di giovani anarchici a volto scoperto, prevalentemente vestiti di nero, si sono presentati un quarto d'ora prima dell'inizio della veglia delle Sentinelle in Piedi: la portavoce del manipolo si è immediatamente rivolta con fare minaccioso ai referenti delle Sentinelle presenti sul posto, intimando loro di abbandonare la piazza;
alla risposta pacata ma ferma delle Sentinelle, che hanno ricordato loro di essere in possesso dell'autorizzazione di manifestare rilasciata dalla Questura, si è verificata un'escalation di violenza: dalle minacce verbali – l'appellativo «omofobi», ad esempio – si è infatti repentinamente passati all'aggressione fisica e al lancio di uova fresche e gavettoni d'acqua;
uno degli aggressori ha eloquentemente mostrato al portavoce delle Sentinelle, quale tacita minaccia, il calcio di una pistola, anche se non è dato sapere se fosse vera o finta;
le Sentinelle non hanno potuto far altro che rifugiarsi all'interno di un locale – fortunatamente aperto – nei pressi della piazza dov'era prevista la veglia, da dove hanno proseguito nel tentativo d'instaurare un dialogo con i loro aggressori, allertando però nel contempo le forze dell'ordine;
dopo circa una decina di minuti il drappello di anarchici ha abbandonato la piazza, rubando alle Sentinelle una borsa contenente del materiale;
la polizia, arrivata sul posto ad aggressione conclusa, nonostante il preavviso delle Sentinelle in Piedi circa la realizzazione della manifestazione, non ha potuto far altro che raccogliere le testimonianze degli organizzatori e dei passanti, sconcertati per l'aggressività manifestata dai contestatori;
due persone sono state portate al Pronto Soccorso: un sacerdote, ripetutamente spintonato, e uno degli organizzatori della veglia, che ha ricevuto una testata sul setto nasale;
il primo è stato dimesso dal Pronto Soccorso con una prognosi di due giorni, mentre il secondo ha riportato la rottura del setto nasale;
nella città di Bologna, mentre le sentinelle si stavano predisponendo per la veglia, è giunto in piazza un corteo formato da militanti di Rifondazione comunista e dei centri sociali, i quali hanno subito cercato di sfondare il cordone formato dagli uomini della polizia per proteggere le sentinelle;
la situazione è precipitata al punto che la polizia è stata costretta a caricare, mentre i contromanifestanti hanno cominciato a lanciare sui veglianti fumogeni e razzetti da stadio che hanno raggiunto alcune persone;
seppure in un clima surreale, le Sentinelle si vedono costrette ad anticipare l'inizio della veglia, cosa che scatena una fitta pioggia di uova e bottiglie da parte degli antagonisti;
molti legittimi manifestanti sono stati imbrattati: una bottiglia per pochissimo non ha colpito una bambina di sei anni, mentre una mamma che spingeva una carrozzina con un bambino di un anno è stata coperta di insulti e sputi;
solo l'intervento della polizia ha permesso ai pacifici manifestanti di lasciare la piazza indenni;
nella città di Napoli, tutta la veglia è stata disturbata da lancio di uova e altri oggetti, insulti urlati al megafono, mentre i manifestanti dei gruppi LGBT hanno cercato più volte di rompere il cordone della polizia;
ci sono stati spintoni e continue provocazioni da parte degli attivisti LGBT, i quali hanno urlato più volte al megafono che le sentinelle non avevano alcun diritto di manifestare, a dispetto del chiaro dettato dell'articolo 21 della Costituzione, nonché dell'autorizzazione regolarmente concessa alla pacifica manifestazione;
le forze dell'ordine hanno dovuto gestire la criticità maggiore al termine della veglia, quando la pressione degli attivisti LGBT per entrare a contatto con le Sentinelle si è fatta massima;
nella città di Trieste, durante la veglia un gruppo di persone dei centri sociali e dell'arcigay si è inserito tra le file dei legittimi manifestanti: alcune di queste persone si sono sedute letteralmente sui piedi di alcune sentinelle, altri hanno iniziato a ballare e cantare a pochi centimetri dalle sentinelle, che non hanno però mai risposto alle provocazioni ed hanno mantenuto la calma, continuando a manifestare legittimamente e pacificamente, leggendo in silenzio;
ad Aosta si è sfiorata l'aggressione fisica delle Sentinelle da parte di un gruppo di attivisti dei sindacati, di Rifondazione e di gruppi LGBT: la veglia è stata disturbata da insulti, mentre gli attivisti LGBT si sono avvicinati sempre più alle sentinelle; uno dei legittimi manifestanti ha accusato un malore ed è stato soccorso;
a Parma la veglia delle sentinelle è stata disturbata dalle urla e degli insulti degli attivisti dei movimenti LGBT che hanno cercato di raggiungere le file delle sentinelle, ma fortunatamente sono stati bloccati dalle forze dell'ordine;
infine, nella città di Milano la veglia silenziosa di 400 Sentinelle è stata disturbata da militanti LGBT che con un megafono hanno urlato volgarità e oscenità di ogni tipo –:
di fronte al ripetersi di questi gravi fatti di intolleranza portati avanti dai sostenitori dell'ideologia del gender, come intenda adoperarsi il Ministero per tutelare la libertà di manifestazione del pensiero. (3-01116)
TURCO. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
la cronaca sportiva nazionale degli ultimi giorni riporta di una sanzione inflitta dal Giudice Sportivo ai danni della società calcistica italiana Hellas Verona A.C. militante nel campionato italiano di serie A;
il club scaligero, è stato sanzionato, infatti, con la chiusura per due turni del settore «Curva Sud», ospitante la tifoseria di casa, e con una multa di 50 mila euro, a causa di asseriti cori razzisti rivolti a Sulley Muntari durante l'ultima partita di campionato contro il Milan, settima giornata del campionato di serie A tenutasi domenica 19 ottobre 2014 a Verona;
la relazione dei collaboratori della Procura Federale, inviata al Giudice Sportivo, divenuta parte della decisione relativa all'incontro società Hellas Verona — società Milan del 19 ottobre 2014 «[.. .] attesta che al 30’ ed al 41’ nel primo tempo, circa 3.000 sostenitori della società scaligera, collocati nel settore dello stadio denominato Curva Sud occupato complessivamente da circa 5.000 persone, avevano indirizzato al calciatore Muntari, ogniqualvolta entrava in possesso del pallone, il coro ‘uh, uh, uh’ distintamente percepito in altri settori dello stadio», condotta che, per il giudice sportivo «integra inequivocabilmente, senza la necessità di ulteriori approfondimenti, gli estremi del comportamento espressivo di discriminazione per motivi di razza»;
la società dell'Hellas Verona, annunciando di voler ricorrere contro questa decisione nel proprio comunicato stampa, ha replicato duramente alla sentenza del giudice sportivo ritenendo che gli stessi episodi non si siano verificati e che sarebbe sufficiente la visione dei filmati per stabilirlo;
sull'argomento è intervenuto anche il Questore di Verona Dottor Danilo Gagliardi, il quale, intervistato da una testata locale, ha dichiarato: «Sono rimasto sorpreso anch'io, perché nessuna informazione in questo senso mi era pervenuta dal mio dirigente del servizio di ordine pubblico, che [...], è il responsabile dell'ordine pubblico, e quindi se ci fossero stati cori in questo senso, aveva l'obbligo di essere informato e l'obbligo anche di valutare con il quarto uomo ed eventualmente con l'arbitro se sospendere o dare disposizioni in merito all'incontro di calcio, cosa che non è avvenuta»;
risulta di solare evidenza che al questore di Verona non siano giunte segnalazioni di tali asseriti comportamenti sanzionati dalla FIGC, e ciò appare, quanto mai, insolito dal momento che il suo delegato, il dirigente del servizio di ordine pubblico, presente all'incontro sportivo, avrebbe avuto il dovere di intervenire nel caso avesse rilevato le condotte lamentate dai tre funzionari della Procura Federale, tanto più che lo stesso funzionario in caso di episodi come quello denunciato dalla giustizia sportiva ha l'obbligo anche di valutare, con il quarto uomo ed eventualmente con l'arbitro, persino se sospendere o dare disposizioni in merito all'incontro di calcio, già durante lo svolgimento dello stesso;
allo stato, quindi, appare che la situazione sia poco chiara e la decisione del Giudice Sportivo sia stata assunta senza un approfondito ed inequivoco accertamento dei fatti che vengono contestati, i quali sono sì sanzionabili dall'ordinamento sportivo e dalle norme contenute nel Codice della Giustizia Sportiva, (decreto del commissario «ad acta» del 30 luglio 2014 approvato con deliberazione del presidente del CONI n. 112/52 del 31 luglio 2014), ma che potrebbero altresì configurare reati penalmente perseguibili, che, invece, non sono stati affatto segnalati né rilevati nel corso della partita di campionato, da parte dei funzionari addetti al mantenimento dell'ordine pubblico delegati dalla Questura di Verona –:
se sia a conoscenza dell'episodio descritto;
se e quali tipi d'approfondimenti intenda effettuare tramite la locale questura al fine di consentire un effettivo accertamento del verificarsi o meno dei fatti narrati;
se ritenga di dover richiedere al questore di Verona se risulta che gli sia stato segnalato l'episodio discriminatorio in premessa dal proprio dirigente del servizio di ordine pubblico, soggetto responsabile del mantenimento dell'ordine pubblico nell'ambito dell'incontro calcistico;
se ritenga opportuno acquisire tramite il questore di Verona elementi comprovanti, in modo inequivocabile, l'effettivo verificarsi delle asserite circostanze che si sarebbero verificate in occasione della settima giornata del campionato di Serie «A» tenutasi domenica 19 ottobre 2014 tra la società Hellas Verona e la società Milan. (5-03870)
GINEFRA. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
la notte scorsa è stata una notte di tensione al Cie di Bari;
un gruppo di immigrati, infatti, avrebbe dato vita ad una protesta bruciando alcuni materassi;
la notizia è stata diffusa dall'Ansa e ripresa dalle edizioni online di alcuni quotidiani locali;
secondo quanto riferito all'agenzia di stampa dagli stessi immigrati, la rivolta sarebbe nata per protesta contro il maltrattamento subito da un cittadino albanese di 31 anni, da una decina di giorni rinchiuso nel Cie, che sarebbe stato «preso con la forza dalle forze dell'ordine» per «essere portato in una stanza e picchiato»;
secondo quanto riferito dalla polizia, la protesta sarebbe partita quando un gruppo di cittadini albanesi ha sentito le urla del connazionale che era stato raggiunto da un ordine di rimpatrio. Ma stando al racconto degli immigrati, invece, prima di essere rimpatriato l'uomo sarebbe stato picchiato;
gli immigrati sono poi tornati a denunciare la situazione insostenibile all'interno del Cie, annunciando l'inizio, da questa mattina di uno sciopero della fame, per chiedere che vengano rispettati i loro diritti;
il sottoscritto interrogante già in precedenti atti di sindacato ispettivo ai quali non è stata data risposta dall'interrogato Ministro aveva precisato che il 9 gennaio 2014 il tribunale di Bari ha disposto per il centro di identificazione ed espulsione del capoluogo barese lavori di ristrutturazione ritenuti «indifferibili e necessari»; a quasi cinque mesi dalla suddetta sentenza le aree abitative del centro di identificazione ed espulsione destinate ai migranti risultano ancora ben distanti dall'assicurare standard dignitosi di vivibilità;
i servizi igienici di alcuni moduli versano in vere e proprie condizioni di fatiscenza;
la struttura è oggi gestita dal consorzio connecting People con un budget giornaliero di 27,8 euro per trattenuto, uno dei più bassi attualmente assegnati per la gestione di un centro di identificazione ed espulsione;
il centro risulta ad oggi solo parzialmente utilizzato — tre moduli su sette, con 74 migranti trattenuti a fronte di una capienza complessiva di 80 posti al momento della visita e di 112 secondo quanto previsto dalla convenzione per la gestione del centro — a causa di interventi di ristrutturazione resisi necessari in seguito ad una sentenza del tribunale di Bari;
il 9 gennaio 2014, infatti, accogliendo le istanze dell'azione popolare promossa dall'associazione class action procedimentale, il giudice aveva fissato un termine perentorio di 90 giorni per l'esecuzione dei lavori ritenuti «indifferibili e necessari» a garantire le condizioni minime di rispetto dei diritti umani all'interno del centro di identificazione ed espulsione;
a quasi cinque mesi dalla sentenza le aree abitative destinate ai migranti risultano ancora ben al di sotto degli standard minimi di dignità e i lavori non sarebbero stati avviati;
il centro di identificazione ed espulsione di Bari, oltre ad essere una struttura non in grado di assicurare condizioni di trattenimento dignitose, conferma ancora una volta l'inefficacia e l'irrilevanza del sistema dei centri di identificazione ed espulsione nel contrasto dell'immigrazione irregolare come, tra l'altro, chiaramente evidenziato dai dati nazionali riferiti al 2013. Secondo i numeri forniti dall'ente gestore, infatti, nei primi quattro mesi del 2014 solo un migrante su tre (il 31 per cento) transitato nel centro è stato effettivamente rimpatriato. In questo senso, la performance del centro di identificazione ed espulsione di Bari risulta addirittura peggiore rispetto alla media già fallimentare degli altri centri italiani;
ciò va premesso, anche in considerazione delle recenti aperture del Governo circa la definitiva chiusura dei centri di Gradisca d'Isonzo e Bologna –:
se alla luce delle denunce giornalistiche sia stata disposta un'indagine amministrativa per conoscere cosa sia occorso nella notte tra il 22 e il 23, com presso il CIE di Bari;
quali siano state le eventuali risultanze di tale approfondimento;
se non ritenga definitivamente superato l'utilizzo dei centri di identificazione ed espulsione (vedi le proposte alternative alla detenzione amministrativa nel rapporto Arcipleago CIE) atteso che il sistema dei centri di identificazione ed espulsione, oltre che confliggere con alcuni basilari principi di civiltà, non trova giustificazione alcuna nel contrasto dell'immigrazione irregolare;
se, a fronte della mancata osservanza delle prescrizioni del giudice del tribunale di Bari che aveva fissato un termine perentorio di 90 giorni per l'esecuzione dei lavori ritenuti «indifferibili e necessari» a garantire le condizioni minime di rispetto dei diritti umani all'interno della suddetta struttura, non ritenga indifferibile la chiusura del centro barese. (4-06577)
SCOTTO. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
il combinato disposto dell'articolo 1, comma 137, della legge n. 56 del 2014, dell'articolo 2, comma 1, della legge n. 215 del 2002 e dell'articolo 46, comma 2, del decreto legislativo n. 267 del 2000 regola l'obbligo, per le amministrazioni territoriali, del rispetto delle quote di genere nelle giunte comunali;
sulla base delle norme citate, delle circolari intervenute in materia a cura del Ministero dell'interno e della giurisprudenza formatasi, sappiamo che nei comuni con popolazione fino a 3000 abitanti il principio di pari opportunità è assolto garantendo la presenza in giunta di entrambi i sessi (si ritiene che basti un solo componente di genere diverso a quello maggiormente rappresentato), mentre nei comuni con popolazione oltre i 3000 abitanti l'obbligo viene rispettato garantendo la presenza del genere minoritario in misura non inferiore al 40 per cento;
in entrambi i casi nel calcolo è compreso il sindaco, a garanzia ulteriore della corretta rappresentanza di genere;
Sorrento è un importante comune della provincia di Napoli;
per numero di abitanti, Sorrento rientra tra i comuni con l'obbligo di rappresentanza in giunta del genere minoritario in misura non inferiore al 40 per cento;
le ultime elezioni amministrative si sono tenute nel 2010, ed hanno portato all'elezione a sindaco dell'avvocato Giuseppe Cuomo;
il sindaco Cuomo ha nominato sei assessori, di cui una donna e cinque uomini;
il genere minoritario in giunta (quello femminile), ha quindi una misura rappresentativa lontanissima da quella prevista per legge: inferiore al 15 per cento, mentre dovrebbe attestarsi almeno al 40 per cento;
si tratta di una palese violazione delle norme relative al rispetto di genere nelle giunte comunali –:
quali iniziative si intenda prendere, per quanto di competenza, per risolvere questa violazione in corso presso il comune di Sorrento;
quali iniziative di competenza, si intendano adottare affinché sia assicurato il rispetto della parità di genere nella gestione della res publica nei comuni al fine di evitare che si verifichino casi come quello del comune di Sorrento. (4-06587)
SALTAMARTINI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
nella mattina del 18 ottobre 2014 il Sindaco di Roma capitale Ignazio Marino, contravvenendo alla legge e a una specifica circolare del Ministro interrogato, procedeva a registrare alcune unioni omosessuali celebrate in Paesi esteri, anteponendo così, secondo l'interrogante i propri personali convincimenti ai doveri che il suo ufficio gli imporrebbe;
a parere dell'interrogante tale condotta si poneva fuori dalle leggi attualmente in vigore sul territorio della Repubblica, che il sindaco volutamente ignorava e contravveniva, pur preventivamente avvertito dal prefetto della città della illegittimità degli eventuali atti posti in essere dal primo cittadino della Capitale;
risulta all'interrogante che nella data indicata, al suo arrivo in Campidoglio, il sindaco sia stato accolto da alcuni manifestanti, tra i quali l'onorevole Roberta Angelilli, che gli consegnavano una copia dell'articolo 29 della Costituzione della Repubblica;
sembrerebbe che la scorta degli agenti di polizia locale assegnata al primo cittadino abbia strattonato duramente i manifestanti, tra i quali vi erano esponenti di rilievo come la stessa Angelilli e diversi amministratori locali in carica;
lo stesso Ignazio Marino avrebbe addirittura minacciato alcuni manifestanti e segnatamente l'onorevole Angelilli e la consigliera municipale Jessica De Napoli di investirle con la sua bicicletta se non avessero fatto largo;
alla piazza del Campidoglio, alla scalinata e ad alcune vie limitrofe, per tutta la mattinata, è stato interdetto l'accesso ai manifestanti, ma anche a turisti e avventori, senza che, a parere dell'interrogante, vi fosse alcuna ragione di ordine pubblico che giustificasse tale provvedimento;
i manifestanti che si limitavano ad esporre pacificamente bandiere tricolori e articoli della Costituzione son stati gli unici ad essere maltrattati senza che creassero alcun disordine o pericolo nell'atto di affermare le proprie opinioni, che, tra l'altro, sembrano coincidere perfettamente con la posizione assunta dal Governo e dal Prefetto che a Roma lo rappresenta –:
appare del tutto evidente, secondo l'interrogante, che vi sia stato un comportamento eccessivo e arbitrario da parte del sindaco, anche in relazione alla chiusura al transito di parti importanti del centro storico di Roma che ha leso il diritto a manifestare dei giovani attivisti presenti in quell'occasione;
di quali elementi disponga, anche per il tramite del prefetto sulla situazione descritta in premessa e quali iniziative di competenza intenda assumere affinché non vengano reiterati atti simili e venga garantito il diritto a manifestare pacificamente, ma pienamente, le proprie idee sul territorio della Capitale della Repubblica. (4-06590)
MELILLA. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro dell'interno, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
l'istituto di ricerca Negri Sud è un centro di ricerche biomediche e farmacologiche sito in Santa Maria Imbaro (Chieti). Costituito nel 1980 dall'istituto Mario Negri Milano e dalla provincia di Chieti, il centro contribuisce al progresso della cultura scientifica, alla formazione di giovani ricercatori ed è riconosciuto a livello internazionale per la qualità dei suoi programmi di ricerca e di alta formazione scientifica;
dopo 25 anni di ricerca scientifica sul territorio, l'istituto Mario Negri Sud si avvia verso la liquidazione: questo è emerso in una riunione tenuta a Chieti tra i componenti del consiglio di amministrazione della fondazione Negri Sud (provincia, regione e Negri Sud) e il prefetto, Fulvio Rocco De Marinis;
sul tavolo della discussione la lenta agonia del Centro ricerche un debito accertato nei mesi scorsi di 4,6 milioni di euro, è salito a 7 milioni di euro;
dopo il 26 ottobre 2014, data ultima per il recepimento di ulteriore documentazione da parte dell'amministrazione dell'istituto, il prefetto dovrà nominare un commissario liquidatore. A lui il compito di pagare i circa 100 dipendenti che da oltre un anno non ricevono lo stipendio e definire anche il futuro di borsisti, ricercatori a progetto e giovani precari della ricerca;
una delle ipotesi rilanciate dai vertici dell'istituto è quella di proseguire le attività scientifiche con un altro assetto: invece che Fondazione, il centro ricerche si trasformerebbe in una onlus gestita senza la compartecipazione di provincia e regione;
sono numerosi gli interrogativi di questa fase delicata:
che fine faranno i laboratori attualmente della sede di Santa Maria Imbaro;
chi pagherà le spese di gestione dell'enorme struttura;
la struttura di Santa Maria Imbaro, di proprietà della provincia e in comodato d'uso al Negri Sud, conta anche una foresteria da 100 posti letto, mensa, stabulario, sala convegni, biblioteca: spazi che potrebbero essere destinati ad altri enti o associazioni sempre a scopo di ricerca, dato che la destinazione d'uso è vincolata a quell'unica attività –:
di quali elementi disponga il Governo in relazione a quanto esposto in premessa e quali ulteriori iniziative si intendano assumere, anche per il tramite del prefetto, eventualmente convocando le parti sociali e gli enti locali per verificare il piano di ristrutturazione del centro tutelare i lavoratori e scongiurare la fine di uno degli istituti di ricerca più importanti per il Paese e per l'Abruzzo. (4-06584)
nel Rapporto «la buona scuola» presentato al Paese il 3 settembre 2014 è esplicitamente affermato che le proposte in esso contenute sarebbero state oggetto della «più grande consultazione — trasparente, pubblica, diffusa, online e offline — che l'Italia abbia mai conosciuto finora»;
ad oltre un mese dall'avvio dalla consultazione, secondo informazioni comunicate, in data 20 ottobre 2014, agli utenti registrati, i partecipanti sarebbero solo 60.000, mentre gli accessi sarebbero quasi 500.000. In termini percentuali, anche limitando la platea dei partecipanti ad una popolazione qualificata, quale potrebbe essere quella rappresentata dagli alunni della scuola secondaria, dalle rispettive famiglie, dai docenti e dal personale ATA, che nel suo insieme è di circa 13 milioni di persone, si avrebbe una percentuale di partecipazione poco superiore allo 0,4 per cento. Mentre si tratterebbe di un valore del tutto irrilevante e insignificante, qualora si tenesse conto dell'intera popolazione alla quale la consultazione intende effettivamente fare riferimento;
se tale trend dovesse essere confermato il 15 novembre 2014, giorno di conclusione della consultazione, ci troveremmo davvero di fronte ad un misero risultato. Tutto ciò nonostante la grande mobilitazione dell'apparato del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca e dei suoi rappresentanti politici, una massiccia operazione mediatica condotta in parallelo anche dall'amministrazione periferica dell'istruzione che ha fatto leva anche sui dirigenti scolastici per orientare la comunità professionale, le famiglie e gli studenti;
non si può non rilevare la contraddittorietà tra l'asserita trasparenza che avrebbe dovuto caratterizzare tutta l'operazione e quanto realmente è stato fatto. Ad oggi, infatti, non sono noti i nomi di coloro che hanno lavorato al rapporto, né di coloro che trattano ed elaborano le informazioni raccolte, né è dato conoscere il costo del loro lavoro, dei criteri con cui sono stati coinvolti e con quali fondi di bilancio vengono retribuiti;
ancor di più, non si può non rilevare come le stesse modalità di svolgimento della consultazione online siano prive delle più elementari regole di trasparenza. L'utente che partecipa alla consultazione, non ha alcun feedback sulla sua partecipazione, non è pubblicamente verificabile l'andamento generale della consultazione, né quello dettagliato riferito alle singole tematiche;
la pubblicazione del questionario appare all'interrogante in palese violazione del Regolamento in materia di pubblicazione e diffusione dei sondaggi sui mezzi di comunicazione di massa dell'autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Rientrando, infatti, la consultazione/sondaggio nell'ambito di applicazioni di detto regolamento [«sondaggio d'opinione»: rilevazione campionaria, effettuata tramite questionario, generalmente strutturato, volto a raccogliere informazioni inerenti scelte comportamentali, sentimenti, credenze, valori, opinioni, atteggiamenti, articolo 1, comma 1, lettera d), allegato B alla delibera Agcom n. 101/10/CSP del 10 giugno 2010], esso avrebbe dovuto essere sottoposto alle prescrizione anche metodologiche in esso contenute. Invece non c’è traccia della nota informativa obbligatoria (articolo 4, Reg. Agcom) che avrebbe permesso anche di capire qual è la consistenza numerica dei partecipanti e dei rispondenti a cui la consultazione fa riferimento, nonché il numero o la percentuale dei non rispondenti;
in particolare, non c’è traccia del documento di cui all'articolo 5 del regolamento Agcom che, tra l'altro, avrebbe permesso di attingere anche ad informazioni quali la popolazione di riferimento; distribuzione geografica partecipanti; rappresentatività; metodo di trattamento delle informazioni; percentuale delle persone che hanno risposto a ciascuna domanda, e quant'altro –:
quali urgenti iniziative intenda assumere il Ministro interrogato con riferimento a quanto rappresentato affinché alla consultazione vengano apportati i necessari correttivi che possano renderla trasparente in ogni suo aspetto, anche con riferimento ai risultati quando saranno pubblicati. (4-06585)
PAGLIA, GIANCARLO GIORDANO e FRATOIANNI. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
il diritto degli studenti di avvalersi o non avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica (IRC), e normato dal decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297 (testo unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione) che, all'articolo 310 (Diritto degli studenti delle scuole di ogni ordine e grado di scegliere se avvalersi o non avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica), prevede che esso debba esercitarsi all'atto dell'iscrizione e per ogni anno scolastico da parte degli studenti o dei genitori o esercenti la potestà in presenza di minori;
è del tutto evidente, pertanto, che tale disposizione normativa abbia chiare finalità organizzative e non possa, quindi, condizionare o limitare diritti costituzionalmente tutelati quali la libertà di coscienza dei genitori e dei bambini e la responsabilità educativa dei genitori;
l'intera normativa sull'IRC rende d'altronde evidente che non si sia in presenza di una disciplina facoltativa facente parte del normale profilo curriculare, ma di una facoltà che coinvolge la coscienza degli studenti e delle loro famiglie; non si spiegherebbe altrimenti la specificità delle modalità di reclutamento dei docenti, né di attribuzione dei giudizi finali;
la stessa giurisprudenza della Corte Costituzionale è intervenuta in materia, con le sentenze n. 203/1989, che ha affermato il rango di principio supremo del concetto di laicità, e n. 13/1991, che ha ribadito come l'obbligo di insegnamento della religione cattolica sussista per lo Stato verso la Chiesa e non coinvolga in alcun modo gli studenti;
recentemente a Ravenna ad una madre che ne faceva espressa richiesta è stato vietato il diritto di modificare la scelta iniziale e di optare per il «non insegnamento», dopo che la stessa aveva indicato all'inizio dell'anno scolastico l'IRC per il proprio figlio;
a rendere impossibile la modifica del diritto di avvalersi o non avvalersi, motivato con il forte disagio manifestato dal bambino i cui genitori, peraltro, non sono cattolici, sarebbero le indicazioni del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca che impongono limiti temporali all'esercizio delle diverse opzioni ma con effetti soltanto a partire dall'anno scolastico successivo;
paradossalmente, per esercitare ed ottenere il rispetto di un diritto fondamentale di libertà garantito dalla Costituzione, il genitore in questione ha dovuto dichiarare la propria improvvisa conversione alla religione buddista, con ciò ottenendo l'immediata esclusione del figlio dall'IRC;
si affermerebbe così l'assurdo principio per cui la possibilità di scelta sarebbe solo tra le religioni, discriminando in tal modo i non credenti e, soprattutto, la facoltà soggettiva di decidere in merito ad un «non obbligo» come l'IRC, che avendo attinenza diretta con la coscienza non può essere collegata a scadenze temporali e/o pratiche burocratiche;
si ha, inoltre, notizia che l'ufficio scolastico regionale competente avrebbe confermato di aver ricevuto in passato richieste dalla Curia per evitare cambiamenti fuori dai termini previsti dalla circolare del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, con ciò motivando la propria difficoltà a garantire il rispetto di un principio fondamentale –:
se il Ministro interrogato sia a conoscenza della situazione descritta in premessa o di altri casi simili;
se non ritenga necessario innovare interpretazioni e disposizioni evidentemente restrittive della libertà individuale e contrarie al dettato costituzionale, garantendo a tutti di poter effettivamente esercitare in qualsiasi momento la facoltà di avvalersi o non avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica. (4-06588)
PRATAVIERA e MATTEO BRAGANTINI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
è notizia battuta dall’Ansa il 23 ottobre 2014 quella di una truffa all'Inps scoperta dalla Guardia di finanza per un danno erariale di 4,5 milioni di euro e che ha portato alla denuncia di 325 stranieri;
i predetti soggetti, nei confronti dei quali il reato contestato è di truffa e malversazione, pur non essendo più residenti in Italia continuavano a percepire l'assegno sociale dell'importo di circa 450 euro mensili, che lo Stato riconosce agli over 65enni in difficoltà, cittadini italiani o stranieri stabilmente residenti in Italia;
secondo quanto riportato sulle agenzie di stampa, l'operazione ha preso il via dall'analisi dei dati messi a disposizione dall'Istituto previdenziale e relativi ai fruitori dell'assegno, dati che, incrociati con altre banche dati ed informazioni della polizia, hanno consentito di scremare ed individuare le posizioni da controllare;
l'indagine ha così individuato 325 persone che percepivano l'assegno, con accredito in conto corrente, pur avendo fatto ritorno nel proprio Paese d'origine o, comunque, che si erano assentate dall'Italia per un lasso temporale superiore a 30 giorni consecutivi senza dare alcuna comunicazione, il che avrebbe fatto scattare la sospensione temporanea dell'assegno come previsto dalla normativa vigente;
la regione dove si è registrato il maggior numero di irregolarità è la Lombardia, con un danno erariale di oltre 677 mila euro, seguita dal Lazio (663 mila euro) e dalla Campania (395 mila euro);
da un primo ed approssimativo calcolo, a fronte di un danno erariale pari a 4 miliardi e mezzo, il blocco degli assegni sociali ai 325 stranieri consentirà all'ente previdenziale un risparmio di circa 2 milioni di euro –:
quale sia il numero degli stranieri stabilmente residenti in Italia di età superiore a 65 anni, per i quali l'Inps paga gli assegni sociali e, di conseguenza, quale sia la spesa annua sostenuta dall'Istituto;
se e quali iniziative di propria competenza il Governo intenda porre in essere, in raccordo con l'ente vigilato, per recuperare le risorse indebitamente percepite;
di quali strumenti disponga il Governo nel caso in cui non sia possibile il recupero delle somme indebitamente percepite nei Paesi di soggiorno e quali iniziative intenda assumere, anche coinvolgendo Paesi di reale residenza degli immigrati, per porre fine a questa inaccettabile situazione. (5-03869)
PIRAS. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
la drammatica crisi economica che ha colpito la Sardegna, precipitata negli ultimi dieci anni e segnata in profondità dalla desertificazione del sistema industriale, ha prodotto un contraccolpo sociale violentissimo;
i dati Istat, Agenzia regionale del lavoro, Crenos, informano non solamente che il tasso di disoccupazione ha raggiunto livelli elevatissimi (119 mila disoccupati a giugno 2015), con punte particolarmente acute fra i giovani e le donne, ma che si è estesa in maniera preoccupante l'area degli scoraggiati, 130 mila coloro che il lavoro non lo cercano più, su una forza lavoro di 670 mila persone;
i posti di lavoro persi dal 2004 a oggi sono circa 80 mila, 8400 i cassintegrati e 16 mila gli iscritti nelle liste di mobilità;
il combinato disposto fra il prolungamento dell'età pensionabile e un mercato del lavoro bloccato e senza alternative reali, nel quale le imprese tendono ad espellere principalmente i lavoratori meno giovani (al fine di operare un risparmio sui costi), ha generato la crescita esponenziale di una sacca di lavoratori «troppo giovani per la pensione, troppo vecchi per lavorare», in età compresa fra i 45 e i 60 anni, non di rado facenti parte di nuclei familiari monoreddito, rimasti senza occupazione in una fase della loro vita nella quale ancora si trovano a dover affrontare mutui casa, rate dell'automobile, costi del percorso di studi dei figli;
tantissimi sono coloro che sopravvivono grazie a un ammortizzatore sociale, ordinario o in deroga ed – allo stato attuale – non si intravede alcuna concreta prospettiva occupazionale che possa consentire di riassorbire, in tutto o in parte, questa forza lavoro immobilizzata;
oltre 15 mila lavoratori sardi, aventi diritto alla cosiddetta mobilità in deroga, da 22 mesi non vedono loro corrisposto alcun versamento, ritardi insostenibili, che stanno mandando letteralmente in ginocchio i bilanci familiari e determinando una drammatica casistica di sfratti per morosità, protesti per mancato pagamento di finanziarie, impossibilità a far proseguire il percorso di studi ai figli, solo per citare alcune delle tipologie più diffuse;
risulta perciò a ciascuno assolutamente comprensibile la montante rabbia, lo stato di disagio, sofferenza materiale e psicologica che si è ingenerato in questa fascia di popolazione e la necessità che si intervenga con urgenza per porre rimedio a questa situazione –:
quali provvedimenti siano nelle intenzioni del Governo per riconoscere a questi lavoratori le mensilità arretrate 2014 e quelle non ancora riconosciute delle annualità precedenti ed in quali tempi;
quali siano le azioni che il Governo intenda porre in essere per la riqualificazione ed il reimpiego del personale, particolarmente per quanto riguarda la fascia di età di cui sopra. (4-06576)
MELILLA. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
i vertici della Honeywell-Garrett, colosso americano leader dei turbocompressori, ha annunciato nei giorni scorsi 70 esuberi su 445 dipendenti dello stabilimento di Atessa in provincia di Chieti;
le premesse per lo stabilimento di contrada Saletti-Atessa sono preoccupanti dato che il piano industriale viene presentato dall'azienda con preoccupante anticipo sui tempi previsti;
la fabbrica, la cui produzione quest'anno si attesta su 940 mila pezzi, secondo le previsioni aziendali in futuro dovrà realizzarne 770 mila l'anno;
di qui la richiesta di esuberi, il 95 per cento, dei quali riguarda operai;
la Honeywell-Garret fino al 2008 era in grado di far uscire dallo stabilimento di Atessa 1.600.000 turbo, 11 mila al giorno, destinati al segmento delle auto di media e alta cilindrata e a veicoli di gruppi come Fiat, Opel, Bmw, Mercedes, Ford e Audi;
ma la crisi del settore auto ha portato negli anni a un drastico ridimensionamento dei piani industriali e, già dal 2009, alla cassa integrazione a rotazione e poi all'accordo sulla mobilità;
ad oggi la fabbrica ha terminato la cassa integrazione ordinaria e dovrebbe apprestarsi a richiedere quella straordinaria. Il tutto in un'ipotesi industriale che se da un lato lascia allo stabilimento di Atessa i turbo diesel di grossa cilindrata (da 1600 cc in su e veicoli commerciali) e lavorazioni altamente tecnologiche, dall'altro destina i grandi numeri agli stabilimenti dell'Est, in Romania e Slovacchia. È lì che l'azienda, dati i bassi costi del lavoro, vuole produrre i milioni di turbo di piccola cilindrata adattabili soprattutto ai veicoli a benzina;
ad Atessa, per l'alta specializzazione delle maestranze, resterebbe dunque solo la gamma alta, ma inadatta ad assicurare la vita dello stabilimento e di oltre 400 occupati. Il mercato dei turbocompressori è in ascesa, ma soprattutto per i piccoli turbo, la nicchia per le lavorazioni di Atessa invece si restringe date le previsioni del numero dei pezzi. La Honeywell fino al 2011 è sempre stata una delle poche aziende sane della Val di Sangro, in un contesto di grave crisi industriale di tante piccole e medie aziende –:
se non ritenga necessario promuovere una iniziativa urgente con le parti sociali e i vertici aziendali per cercare soluzioni produttive e occupazionali e scongiurare questo ridimensionamento del personale. (4-06578)
DI SALVO. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
l'articolo 21, comma 1, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, ha disposto, con decorrenza dal 1o gennaio 2012, la soppressione dell'INPDAP; conseguentemente, tutti i rapporti attivi e passivi dell'INPDAP, così come il personale, sono transitati in capo all'INPS;
la lunga fase di transizione, nei fatti ancora in corso, ha visto una completa riorganizzazione della pianta organica e una riallocazione di tutti i dirigenti e dei quadri;
in particolare, risulta che l'INPS abbia valutato la legittimità di atti assunti dall'INPDAP quando lo stesso istituto esercitava pieni poteri; ciò sarebbe avvenuto, in particolare, su due questioni: la corresponsione ai dipendenti professionisti legali degli onorari e l'erogazione dei mutui ipotecari a favore degli iscritti alla «Gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali»;
nel primo caso, l'INPS ha costituito in mora, in via cautelativa, il responsabile pro-tempore della direzione centrale risorse umane del disciolto Inpdap, per l'importo di euro 789.186,81, pari al danno erariale presuntivamente subito dall'ente a causa dell'avvenuta corresponsione ai dipendenti professionisti legali del soppresso Inpdap degli onorari al netto degli oneri riflessi, ma non dell'Irap;
contemporaneamente ha avviato la procedura di recupero nei confronti dei diretti percettori delle somme indebite;
nel secondo caso, l'INPS ha contestato presunte attività illegittime, compiute dal dirigente generale della direzione centrale risorse umane dell'INPDAP, connesse all'erogazione dei mutui ipotecari a favore degli iscritti alla «Gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali»;
a prescindere dalla legittimità delle suddette contestazioni, sembrerebbe che nei casi de quibus l'INPS abbia censurato delle procedure adottate dall'INPDAP quando lo stesso era titolare di pieni poteri, procedure e conseguenti atti adottati conformemente ai vigenti regolamenti e senza alcuna censura da parte del collegio dei sindaci;
sembrerebbe dunque che l'INPS stia procedendo a una valutazione retroattiva di atti amministrativi adottati in piena autonomia dall'INPDAP quando i due istituti erano due realtà separate –:
se il Ministro consideri legittime le suddette procedure adottate dall'INPS e se intenda esercitare sul punto i suoi poteri di vigilanza. (4-06580)
FERRARA. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
la Telis srl è una società specializzata nella gestione di apparecchi elettronici dai decoder ai cellulari. Vantava tra i clienti Telecom, Samsung, Sony, Fastweb, Mediaset;
nel duemila si espande e acquista un ramo della Olivetti diventando una realtà da 400 dipendenti con business unit a Scarmagno, Milano, Salerno, e Roma, dove si trova anche la sede legale;
con la crisi iniziano i problemi e nel 2013 si apre la procedura concordataria che comprende un piano industriale destinato al consolidamento e a nuovi servizi. Ma gli effetti non sono quelli sperati. All'attività già deficitaria si aggiungono la mancanza di risorse e la diminuzione dei clienti. Grossi problemi di liquidità portano al mancato pagamento degli stipendi da ottobre a dicembre 2013;
a questa situazione si aggiungono la perdita delle commesse: a settembre 2014 è finita la commessa con Mediaset, il 31 ottobre scade il contratto con Olivetti, e persino Telecom potrebbe non rinnovare il contratto che scade a dicembre. La sola Fastweb non basta a salvare la business unit di Roma, che ancora nel 2011 vantava un fatturato di 10 milioni di euro destinato a ridursi drasticamente negli anni a seguire;
numerosi dipendenti sono in cassa integrazione –:
quali iniziative concrete, per quanto di competenza, intenda assumere per dare un futuro lavorativo ai dipendenti della Telis. (4-06586)
CENNI, BECATTINI, LUCIANO AGOSTINI, TERROSI, COVA, ROMANINI e OLIVERIO. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
l'olio d'oliva di qualità è una delle eccellenze agroalimentari della Toscana: una cultura presente uniformemente su tutto il territorio regionale e che rappresenta un fondamentale volano economico, produttivo ed occupazionale;
l'oliveto toscano copre 91.500 ettari (l'11 per cento della superficie agricola regionale) e caratterizza fortemente il paesaggio. Sono circa 80 mila le aziende (anche di differenti dimensioni per un totale di 100 mila addetti tra diretti, indiretti, di cui 3 mila stagionali) impegnate in un'attività che, in termini economici, produce il 5 per cento del valore generato complessivamente dall'agricoltura; il raccolto è mediamente di 1,24 mila quintali di olive, da cui si sono ricavati 171 mila quintali di extravergine, con una resa pari a 13.8 punti;
circa il 30 per cento dell'olio toscano, al netto della quota destinata all'autoconsumo, è certificato. La Toscana, infatti, vanta 4 denominazioni riconosciute: «Toscano Igp», «Chianti Classico Dop», «Terre di Siena Dop», «Lucca Dop». Altrettante produzioni dop sono in attesa del riconoscimento: «Colli Aretini», «Colline di Firenze», «Colline di Pisa» e «Seggiano». È stato inoltre avviato l’iter per la domanda di riconoscimento di altre dop, fra cui «Colli di Maremma» e «Montalbano»;
per quanto riguarda la produzione dell'olio Toscano igp va rimarcato come questa vanti un primato nazionale per i quantitativi certificati. Al consorzio aderiscono oltre 10.250 aziende olivicole, 265 frantoi, 360 confezionatori. Sei milioni e mezzo sono le piante iscritte, 27 mila i quintali di olio prodotto destinato soprattutto all’export;
la Toscana è infatti la prima regione italiana per export di olio; secondo i dati relativi al 2013 le esportazioni di extravergine sono cresciute del 18,3 per cento per un fatturato estero complessivo superiore ai 500 milioni di euro in valore. Tra gli 80 ed i 90 quintali di olio tracciato e certificato, pari ad oltre la metà del prodotto complessivo, sono stati destinati ai mercati esteri;
il paesaggio olivicolo è inoltre una preziosa opportunità per promuovere e valorizzare i territori di origine integrando gli aspetti produttivi con quelli di tutela dell'ambiente; ciò permetterebbe, allo stesso tempo, uno sviluppo sostenibile delle comunità locali e la valorizzazione della biodiversità dell'olio conservata nei territori indigeni, e rappresenterebbe proprio per le caratteristiche delle piante e le peculiarità delle culture, un efficace strumento per il contrasto al dissesto idrogeologico;
l'intero settore olivicolo della Toscana è stato gravemente colpito, nel corso del 2014, da gravi problemi che hanno causato una perdita complessiva di prodotto stimata, dalle associazioni di categoria e dagli operatori del settore, non inferiore al 50 per cento rispetto alla produzione dello scorso anno, una cifra che potrebbe raggiungere, in alcune zone, anche il 70 per cento;
in particolare, secondo il Consorzio Toscano igp, la produzione di olio extravergine di oliva certificato rischia di accusare nel 2014 un calo del 50 per cento rispetto all'anno precedente;
le cause di tale riduzione sono da attribuirsi sia ad attacchi ripetuti ed aggressivi della mosca olearia denominata «bactrocera oleae» (la cui diffusione è stata favorita da alcune anomalie climatiche), sia alla frequenza di fenomeni atmosferici avversi come la siccità e le alluvioni di particolare violenza (le cosiddette «bombe d'acqua»);
per gli esperti del settore l'olio toscano potrebbe subire, in alcuni territori, una riduzione dal punto di vista non solo quantitativo ma anche qualitativo (relativo soprattutto a parametri di acidità) e quindi anche ulteriori ripercussioni sul versante commerciale ed economico;
altro fattore connesso alla mancanza di olive sarà sicuramente quello legato alla contraffazione agroalimentare. Con una richiesta (anche e soprattutto nei mercati internazionali) superiore alla produzione è inevitabile aspettarsi la crescita del fenomeno della falsificazione che sta già assumendo sviluppi preoccupanti. Secondo le associazioni di categoria, negli ultimi cinque anni, sono infatti quadruplicate le frodi nel settore degli oli con un incremento record del 300 per cento –:
quali iniziative urgenti intenda assumere per contrastare la gravissima crisi che sta interessando il settore olivicolo toscano, e per rilanciare un comparto cruciale non solo per l'intero sistema agroalimentare regionale ma anche per la crescita economica territoriale;
se non ritenga necessario individuare ulteriori strumenti normativi e finanziari (utilizzando anche le risorse comunitarie) per prevenire, nei prossimi anni, una così radicale perdita di prodotto, causata direttamente (alluvioni) o indirettamente (proliferazione anomala degli insetti) da eventi climatici che si verificano sempre con maggiore frequenza anche nel nostro Paese;
se non ritenga necessario mettere in campo interventi urgenti e straordinari per prevenire e contrastare con maggiore tempestività ed efficacia, alla luce di quanto espresso in premessa, il fenomeno della contraffazione alimentare relativo all'olio d'oliva certificato. (5-03866)
PARENTELA, CASTELLI, PAOLO NICOLÒ ROMANO, MASSIMILIANO BERNINI, BUSTO, GAGNARLI, DADONE e CHIMIENTI. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, al Ministro dell'interno, al Ministro per gli affari regionali e le autonomie. — Per sapere – premesso che:
nei giorni scorsi si sono abbattute violenti piogge sul basso Piemonte, alle spalle della costa ligure, sommergendo i campi, devastando vigneti e frutteti, allagando le cantine. Molte aziende sono rimaste isolate a causa di frane che hanno cancellato strade e vie di accesso. Occorrerà del tempo per stabilire la cifra esatta delle perdite, ma è fuori dubbio che sono ingenti, nell'ordine di milioni di euro;
la giunta regionale piemontese ha già stanziato 5 milioni di euro e ha chiesto al Governo di dichiarare lo stato di calamità per le zone danneggiate;
i recenti disastri, causati dai nubifragi che hanno colpito varie zone d'Italia, dimostrano, ancora una volta, quanto sia urgente intervenire per la messa in sicurezza del territorio, mettendo un freno ai fenomeni dell'espansione urbana e della progressiva cementificazione del territorio. Più cementificazione significa più rischio idrogeologico;
il nostro Paese, purtroppo, continua a essere povero di regole atte a contrastare la perdita e il degrado di suoli liberi e la loro trasformazione in superfici urbanizzate. Troppo spesso l'uso del territorio è subordinato a interessi speculativi;
l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) ha presentato uno studio da cui risulta che, nonostante la crisi, il consumo di suolo continua a procedere al ritmo di 8 metri quadrati al secondo. Negli ultimi 40 anni siamo passati da un totale di aree coltivate di 18 milioni di ettari a meno di 13 –:
se rientri tra le priorità del Governo riconoscere lo stato di calamità al basso Piemonte e stanziare le risorse necessarie per far fronte ai danni ingenti subiti dalle aziende agricole e dagli operatori del settore;
se non ritenga opportuno assumere quanto prima una iniziativa normativa organica che limiti il processo di cementificazione delle aree agricole e ponga fine a un trend pericoloso per gli assetti idrogeologici, oltre che per la filiera alimentare e per il paesaggio. (4-06575)
LATRONICO. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
l'agroalimentare made in Italy, che registra un fatturato nazionale superiore ai 266 miliardi di euro, rappresenta oltre il 17 per cento del prodotto interno lordo, di cui oltre 53 miliardi di euro provengono dal settore agricolo;
il made in Italy agroalimentare è la leva esclusiva per una competitività «ad alto valore aggiunto» e per lo sviluppo sostenibile del Paese, grazie ai suoi primati in termini di qualità, livello di sicurezza e sistema dei controlli degli alimenti, riconoscimento di denominazioni geografiche e protette e produzione biologica; l'usurpazione del Made in Italy minaccia la solidità e provoca gravi danni alle imprese agricole insediate sul territorio, violando il diritto dei consumatori ad alimenti sicuri, di qualità e di origine certa;
la disciplina a tutela dei prodotti di origine italiani introduce norme specifiche per contrastare la contraffazione ed evitare qualunque fraintendimento nell'indagine di provenienza falsa e fallace; la circolazione di alimenti che evocano una origine ed una fattura italiana che non possiedono costituisce una vera e propria aggressione ed arreca danno al patrimonio agroalimentare nazionale che, come espressione dell'identità culturale dei territori, rappresenta un bene collettivo da tutelare ed uno strumento di valorizzazione e di sostegno allo sviluppo rurale;
il settore agricolo ha una particolare importanza non solo per l'economia nazionale — considerati la percentuale di superficie coltivata, il più elevato valore aggiunto per ettaro in Europa ed il maggior numero di lavoratori occupati nel settore — ma, altresì, come naturale custode del patrimonio paesaggistico, ambientale e sociale;
la crescita costante dell’export testimonia l'indiscutibile ruolo dell'agro alimentare nazionale e del valore attribuito al marchio «Italia», con un territorio ed una produzione ammirati ed imitati nel mondo;
nell'agricoltura italiana sono presenti circa 820 mila imprese, vale a dire il 15 per cento del totale di quelle attive in Italia;
gli allevamenti italiani di suini, presenti prevalentemente in Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto, Umbria e Sardegna, sono oltre 26.200 e la produzione di carni suine è stimata in 1.299.000 tonnellate l'anno;
la suinicoltura italiana occupa il settimo posto in Europa per numero di capi mediamente presenti e offre occupazione, lungo l'intera filiera, a circa 105 mila addetti, di cui 50 mila nel solo comparto dell'allevamento; in Italia nel 2012 la consistenza è stata di 9,279 milioni di capi, preceduta da Germania (28,1 milioni), Spagna (25,2 milioni), Francia (13,7 milioni), Danimarca (12,4 milioni), Olanda (12,2 milioni) e Polonia (11,9 milioni di capi); i dati del censimento dell'agricoltura 2010 indicano in 26.197 il numero delle aziende suinicole in Italia (74,1 per cento rispetto al 2007), 4.900 delle quali allevano più di 50 suini;
in Italia, nel 2012, la produzione nazionale di suini è stata stimata in 1.299.000 tonnellate l'anno, le importazioni in 572.987,42 tonnellate; gli allevamenti di suini sono oltre 26.200 concentrati, prevalentemente, in Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto, Umbria e Sardegna;
sulla base dei dati elaborati dall'Associazione nazionale allevatori di suini (ANAS), l'Italia, nel 2012, ha importato complessivamente 1.020.425 tonnellate di suini vivi e carni suine, di cui il 52 per cento dalla Germania, pari a 535.309 tonnellate; minori importazioni provengono dall'Olanda;
la libera circolazione di alimenti sicuri e sani è un aspetto fondamentale del mercato interno, ma, sempre più spesso, la salute dei consumatori e la corretta e sana alimentazione appaiono compromesse da cibi anonimi, con scarse qualità nutrizionali, o addizionati e di origine per lo più sconosciuta;
il Codice del consumo, recependo la disciplina comunitaria in materia, attribuisce ai consumatori ed agli utenti i diritti alla tutela della salute; alla sicurezza ed alla qualità dei prodotti; ad un'adeguata informazione e ad una pubblicità veritiera; all'esercizio delle pratiche commerciali secondo principi di buona fede, correttezza e lealtà; all'educazione al consumo; alla trasparenza ed all'equità nei rapporti contrattuali;
l'articolo 26, comma 2, lettera b) del Regolamento CE 25 ottobre 2011, n. 1169/2011, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, prevede che l'indicazione del paese d'origine o del luogo di provenienza è obbligatoria per le carni dei codici della nomenclatura combinata (NC) elencati all'allegato XI del regolamento medesimo — tra le quali sono contemplate le carni di animali della specie suina, fresche, refrigerate o congelate — rinviando l'applicazione della norma a successivi atti di esecuzione da adottare entro il 13 dicembre 2013;
sulla base dei dati Efsa, l'Italia risulta prima, nel mondo, in termini di sicurezza alimentare, con oltre 1 milione di controlli l'anno, il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici oltre il limite (0,3 per cento), con un valore inferiore di cinque volte rispetto a quelli della media europea (1,5 per cento di irregolarità) e addirittura di 26 volte rispetto a quelli extracomunitari (7,9 per cento di irregolarità);
l'articolo 10 della legge 14 gennaio 2013, n. 9, Norme sulla qualità e la trasparenza della filiera degli oli di oliva vergini, introduce un sistema al fine di rendere accessibili a tutti gli organi di controllo ed alle Amministrazioni interessate le informazioni ed i dati sulle importazioni e sui relativi controlli, concernenti l'origine degli oli di oliva vergini, anche attraverso la creazione di collegamenti a sistemi informativi ed a banche dati elettroniche gestiti da altre autorità pubbliche –:
quali azioni il Ministro intenda adottare al fine di promuovere il rispetto di quanto imposto dal Regolamento 1169/2011/CE, per l'attuazione dell'obbligo di indicazione del paese d'origine o del luogo di provenienza con riferimento alle carne suine;
quali determinazioni intenda promulgare alle autorità di controllo e, in particolare, al Corpo forestale dello Stato, per applicare la definizione precisa dell'effettiva origine degli alimenti, secondo quanto stabilito dall'articolo 4, commi 49 e 49-bis della legge 24 dicembre 2003, n. 350 sulla tutela del made in Italy;
se il Ministro non intenda assicurare l'adozione, anche per le carni suine, di un sistema analogo a quello previsto per gli oli di oliva vergini dalla legge n. 9 del 2013 citata, per assicurare l'accessibilità delle informazioni e dei dati sulle importazioni e sui relativi controlli, concernenti l'origine delle carni suine e promuovere, a tale scopo, la creazione di collegamenti a sistemi informativi ed a banche dati elettroniche gestiti da altre autorità pubbliche;
quali iniziative il Ministro intenda adottare, o abbia già adottato, al fine di rendere noti e pubblici i riferimenti delle società eventualmente coinvolte in pratiche commerciali ingannevoli, fraudolente, o scorrette finalizzate ad immettere sui mercati finti prodotti made in Italy ed i dati dei traffici illeciti accertati. (4-06589)
FAENZI e RUSSO. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
secondo quanto risulta da fonti di stampa, la Corte dei conti europea, ha presentato una relazione sull'inefficiente funzionamento della politica agricola comune – PAC, criticando in modo rilevante l'operato della Commissione europea;
i magistrati contabili ritengono, infatti, che l'Esecutivo comunitario, non ha esercitato un'adeguata supervisione sul processo di disaccoppiamento dei pagamenti diretti agli agricoltori, determinando pertanto gravi errori nel passaggio avvenuto negli anni scorsi, da un sistema basato sugli aiuti legati alle quantità prodotte, al nuovo regime di pagamenti sganciati dalla produzione;
la Commissione europea in particolare, secondo quanto descrive il suindicato articolo, non avrebbe adeguatamente gestito il calcolo effettuato dagli Stati membri, dei diritti degli agricoltori al sussidio dell'Unione europea, nell'ambito del regime di pagamento unico 2010-12, valutato in circa 4,2 miliardi di euro;
la distribuzione degli aiuti nei medesimi Stati membri, inoltre, non risulterebbe essere stata conforme ai principi di non discriminazione degli agricoltori, di proporzionalità e di sana gestione finanziaria;
i suesposti rilievi critici si dimostrerebbero inoltre, perfino più gravi, prosegue il medesimo articolo, in considerazione della cristallizzazione definitiva dei diritti all'aiuto imposta dall'ultima riforma che fissa gli importi dei nuovi pagamenti diretti sui premi percepiti nel 2014;
a giudizio degli interroganti, nonostante le reazioni della Commissione europea alle suesposte valutazioni negative, che tendono tuttavia a rassicurare quanto rilevato dalla magistratura contabile europea, che ha evidenziato come agli Stati membri sia stato concesso un ampio livello di discrezionalità nella scelta delle modalità di attuazione del nuovo regime di pagamento, le osservazioni contenute all'interno della relazione predisposta dalla Corte dei conti europea destano perplessità e necessitano comunque di una precisazione da parte del Ministro interrogato, al fine di conoscere in particolare se dalle risultanze del documento contabile, possano derivare conseguenze sfavorevoli in grado di incidere sui futuri pagamenti agli agricoltori italiani, nell'ambito delle ripartizioni previste con gli altri Paesi membri, per i prossimi esercizi finanziari –:
se trovi conferma il contenuto delle notizie di stampa esposte in premessa secondo le quali la Commissione europea non ha esercitato una supervisione adeguata sul «processo di disaccoppiamento» concernente il sostegno dell'Unione europea agli agricoltori adottato nell'ambito del «controllo dello stato di salute» della politica agricola comune;
in caso affermativo, se, in conseguenza dei criteri definiti dagli Stati membri che talvolta non rispettavano i princìpi dell'Unione europea, specie quelli di non discriminazione degli agricoltori, di proporzionalità, della sana gestione finanziaria e dei diritti all'aiuto degli agricoltori, che si caratterizzano spesso per calcoli non corretti, potrebbe derivare un impatto negativo e sfavorevole anche sui futuri regimi di pagamento a favore degli agricoltori a partire dal 2015;
quali iniziative, per quanto di competenza, intenda intraprendere, per evitare che le imprese agricole italiane possano essere penalizzate da eventuali revisioni connesse al processo di disaccoppiamento concernente il sostegno comunitario agli agricoltori per i prossimi anni. (4-06592)
CORDA. — Al Ministro della salute, al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
da notizie provenienti da organi di informazione locali, suffragate anche dalle testimonianze dei cittadini interessati, si evince che nel comune di Sant'Antioco, nella provincia di Carbonia-Iglesias, negli ultimi mesi sono stati installati numerosi ripetitori per la telefonia mobile;
in particolare, la Vodafone Italia ha installato, nel settembre 2014, un elevato traliccio (cosiddetta stazione radio base) su un terreno privato sito in viale dei Pini a Sant'Antioco, a pochissima distanza da talune strutture considerate di notevole interesse pubblico;
la predetta antenna, infatti, risulta essere distante circa 50 metri dall'Asilo Infantile/Scuola Materna «Gen. Carlo Sanna», sito in via Massimo D'Azeglio, a circa 90 metri dalla scuola primaria statale sita in via Virgilio e a circa 100 metri dalla casa di riposo di via Gialeto;
con deliberazione consiliare n. 48 del 1o settembre 2014, il comune di Sant'Antioco si è impegnato ad effettuare opportune verifiche sulla legittimità del procedimento amministrativo autorizzativo dell'installazione dell'antenna in questione, ma, ad oggi, l'impianto non risulta essere stato ancora demolito ovvero delocalizzato;
l'opera ha destato scalpore e preoccupazione tra i cittadini, i quali si sono adoperati nella raccolta di mille firme per protestare contro l'installazione, segnalando altresì l'accaduto all'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza;
come è noto, la Corte Costituzionale, con sentenza n. 303 del 1o ottobre 2003 ha dichiarato il decreto legislativo n. 198 del 2002 (cosiddetta «Legge Gasparri») costituzionalmente illegittimo per eccesso di delega e, pertanto, l'installazione di stazioni radio base in deroga ai piani regolatori deve ritenersi illegittima;
la segnalazione all'Autorità garante è stata condivisa da un esperto di campi elettromagnetici, ex dipendente dell'ARPA, consulente per gran parte dei piani comunali di telefonia mobile e dei piani provinciali di radio TV dell'Emilia Romagna. Dal punto di vista sanitario tutti i pareri (compreso quello di ARPAS Sardegna) dichiarano che non esistono problemi, i limiti italiani sono 10 volte più cautelativi di quelli europei e nel caso specifico non vengono superati. Tutti i ricorsi legali che hanno tirato in ballo le questioni esclusivamente sanitarie sono stati persi;
i cittadini di Sant'Antioco, oltre alla petizione con 1000 firme e alla segnalazione all'Autorità garante per l'infanzia, hanno presentato anche un ricorso al TAR;
in base alle attuali conoscenze scientifiche, inoltre, non si possono escludere effetti nocivi per la salute umana derivanti dall'inquinamento elettromagnetico, ivi comprese eventuali patologie cancerogene;
non a caso, l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (AIRC) ha ritenuto i campi elettromagnetici ad alta frequenza, come quelli della telefonia mobile, «possibilmente cancerogeni per l'uomo»;
il sito in questione si trova, infatti, in pieno centro storico e in area archeologica, in prossimità di rilevanti testimonianze storiche: Tophet fenicio, necropoli punica, museo archeologico, scavi romani di via Massimo D'Azeglio (proprio davanti all'asilo), fortino sabaudo. Insomma, l'impatto paesaggistico di questa antenna alta 20 metri è molto pesante e la Soprintendenza avrebbe dovuto consigliare, quanto meno, un'altra localizzazione. Si sottolinea che l'intera isola di Sant'Antioco è tutelata da vincolo paesaggistico (Codice Urbani, decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42) oltre a quello determinato dal piano paesaggistico regionale, ambito del paesaggio n. 6 «Carbonia e Isole sulcitane» –:
di quali elementi disponga il Governo in relazione a quanto esposto in premessa e se ritenga che sussistano i presupposti per avviare, anche per il tramite dell'Istituto superiore di sanità, un'indagine epidemiologica in relazione agli effetti sulla popolazione della citata installazione;
quali siano le motivazioni che hanno indotto la Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici di Cagliari a rilasciare parere favorevole all'autorizzazione paesaggistica. (4-06583)
DELLA VALLE. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
il decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 145 recante interventi urgenti di avvio del piano «Destinazione Italia», per il contenimento delle tariffe elettriche e del gas, per l'internazionalizzazione, lo sviluppo e la digitalizzazione delle imprese, nonché misure per la realizzazione di opere pubbliche ed EXPO 2015 è stato convertito con modificazioni dalla legge 21 febbraio 2014, n. 9;
l'articolo 5 del decreto-legge di cui al punto precedente prevede misure per favorire l'internazionalizzazione delle imprese ed in materia di facilitazione dell'ingresso e del soggiorno in Italia per start-up innovative, ricerca e studio;
il comma 1-ter introdotto con l'emendamento 5.44, presentato il 1o febbraio 2014 in Commissione finanze alla Camera dei deputati, impone che il Ministero dello sviluppo economico renda pubblico presso uno spazio web dedicato, a partire dal 30 giugno 2014, il bilancio annuale del Fondo per la promozione degli scambi e l'internazionalizzazione delle imprese;
non risulta attuata la misura di cui al punto precedente –:
quale sia lo stato di attuazione del comma 1-ter, dell'articolo 5, del decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 145, convertito con modificazioni dalla legge 21 febbraio 2014, n. 9. (4-06591)
La mozione Amato e altri n. 1-00643, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 23 ottobre 2014, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Murer, Mariano.
L'interrogazione a risposta orale Losacco n. 3-00698, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 18 marzo 2014, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Rosato.
Il seguente documento è stato ritirato dal presentatore: interpellanza Scotto n. 2-00522 del 30 aprile 2014.
interrogazione a risposta in Commissione Faenzi e Russo n. 5-03235 del 16 luglio 2014 in interrogazione a risposta scritta n. 4-06592;
interrogazione a risposta orale Latronico n. 3-00998 del 7 agosto 2014 in interrogazione a risposta scritta n. 4-06589;
interrogazione a risposta scritta Gigli e Sberna n. 4-06331 dell'8 ottobre 2014 in interrogazione a risposta orale n. 3-01116.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 articolo 1
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