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Timestamp: 2020-08-14 05:42:30+00:00

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Giurisprudenza di legittimitá - Numero 3-2005, March 2005 - Rivista penale - Libri e Riviste - VLEX 461515
Pagine: 299-321
@CORTE DI CASSAZIONE Sez. fer., 8 novembre 2004, n. 43550 (ud. 2 settembre 2004). Pres. Rizzo - Est. Piccialli - P.M. Galasso (conf.) - Ric. Aprile.
Appropriazione indebita - Circostanze aggravantiRelazioni di prestazione d'opera - Fattispecie.
Posto che, ai fini della configurabilità del reato di appropriazione indebita, la nozione di «possesso» non coincide con quella prettamente civilistica ma ha un contenuto più ampio, sì da comprendere ogni ipotesi di detenzione, a qualsiasi titolo, che consenta una signoria immediata sulla cosa al di fuori della diretta sorveglianza e disponibilità, anche discontinua e mediata, da parte del proprietario o di altro soggetto che sulla cosa stessa possa vantare un maggior potere giuridico, deve ritenersi la sussistenza del suddetto reato, aggravato da relazioni di prestazione d'opera, e non del reato di furto, nel caso in cui l'agente si sia appropriato di merce della quale, sia pure fraudolentemente (nella specie, attribuendosi un falso nome e la falsa qualifica di «padroncino» dotato di automezzo adoperato per l'effettuazione di trasporti), abbia ottenuto la consegna, al dichiarato fine di effettuarne il trasporto al destinatario. (Mass. Redaz.). (C.p., art. 646) (1).
(1) La lettura della giurisprudenza maggioritaria porta a concludere che il presupposto del delitto di appropriazione indebita è costituito da un preesistente possesso da parte dell'agente della cosa altrui, cioè da una situazione di fatto che si concretizza nell'esercizio di un potere autonomo sulla cosa, al di fuori dei poteri di vigilanza e di custodia che spettano giuridicamente al proprietario. Laddove, invece, sussiste un semplice rapporto materiale con la cosa determinato da un affidamento condizionato e conseguente ad un preciso rapporto di lavoro, soggetto ad una specifica regolamentazione, che non attribuisca all'agente alcun potere di autonoma disponibilità sulla cosa medesima, si versa nell'ipotesi di furto e non di quella di appropriazione indebita. Così, oltre ai precedenti citati in motivazione, si veda Cass. pen., sez. II, 29 aprile 1994, Balzaretti, in questa Rivista 1995, 396, secondo cui, ai fini della delimitazione dei confini tra il reato di furto e quello di appropriazione indebita, possono rientrare nella nozione di possesso vari casi di detenzione, ma deve comunque trattarsi di detenzione nomine proprio e non in nomine alieno, come in tutti i casi di persone che abbiano la disponibilità materiale della cosa ad altri appartenente in virtù del rapporto di dipendenza che le lega al titolare del diritto: deve pertanto escludersi possesso in senso penalistico in capo ad un dipendente di una Cassa di Risparmio con riferimento a titoli di clienti di cui il medesimo abbia la detenzione materiale o meramente precaria al limitato fine di determinate operazioni, non potendo portarli all'esterno se non per le esigenze connesse a dette operazioni.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE. - All'imputato era stato contestato di essersi appropriato, in concorso con persona rimasta ignota, di 467 sacchi di caffè crudo, di cui aveva il possesso per essergli stati affidati per il trasporto dalla GIM Steffe autotrasporti nonché di essersi attribuito il falso nome di Aprile Vincenzo, nel presentarsi alla suddetta società, asserendo di essere un padroncino titolare di un camion che effettuava trasporti per conto proprio.
Il Tribunale di Trieste con sentenza in data 12 ottobre 2001, lo riconosceva colpevole, concedendogli le attenuanti generiche equivalenti alle contestate aggravanti e alla recidiva, dei reati contestatigli di appropriazione indebita aggravata ex artt. 61, 11, c.p. e della sostituzione di persona aggravata ex art. 61, n. 2, c.p., in quanto commessa per assicurarsi l'impunità dell'appropriazione indebita.
La corte di appello, con la sentenza di cui in epigrafe, in parziale riforma di quella di primo grado, accogliendo l'appello del procuratore generale, ha escluso le attenuanti generiche e conseguentemente rideterminato la pena.
La sentenza ha fondato la responsabilità del prevenuto sulle dichiarazioni rese dai responsabili della ditta che aveva affidato i sacchi di caffè per il trasporto all'imputato, che, qualificandosi come Vincenzo Aprile, aveva contattato detta ditta asserendo di essere un padroncino, titolare di un camion che eseguiva i trasporti per conto proprio.
Propone ricorso per cassazione l'imputato, a mezzo del difensore, articolando in sostanza un unico motivo, con il quale contesta la qualificazione del fatto sub specie di appropriazione indebita, sostenendo che si verterebbe in ipotesi di furto ex art. 624 c.p.: ciò in quanto il dipendente di un vettore che si appropri della cosa mobile affidatagli per il trasporto, non avrebbe alcuna disponibilità autonoma sulla cosa stessa, pur detenendola materialmente nomine alieno.
Ne conseguirebbe, secondo il ricorrente, che i giudici di merito, mancando agli atti la querela dell'effettivo titolare della ditta, avrebbero dovuto rilevare la mancanza di una condizione di procedibilità dell'azione ed emettere sentenza di non doversi procedere.
Il ricorso è infondato, perché poggia su un'inesatta interpretazione della disciplina di settore, in particolare degli elementi costitutivi del reato di appropriazione, nella specie correttamente ritenuto.
In vero, secondo la migliore interpretazione, ai fini della configurabilità del reato di appropriazione indebita (art. 646 c.p.), la nozione di «possesso» non va individuata facendo riferimento alle regole proprie del diritto civile, bensì in via autonoma, avendo riguardo ad un concetto più ampio che include ogni detenzione del bene, a qualsiasi titolo, tale da consentire una signoria immediata sulla cosa al di fuori della diretta sorveglianza e disponibilità - anche discontinua e mediata - della stessa da parte del proprietario o di altri che vi abbiano un maggiore potere giuridico (Cass., sez. II, 8 maggio 2001, Di Pietro).
Tale situazione ricorre nell'ipotesi di vettore proprietario del mezzo di trasporto.
Questi, infatti, non è dubitabile che abbia la disponibilità autonoma della cosa, al di fuori della sfera di vigilanza dell'affidante, e, quindi, non è dubitabile che debba considerarsi possessore agli effetti della legge penale. Per l'effetto, qualora si appropri della cosa affidatagli commette il reato di appropriazione indebita aggravato ex art. 61, n. 11, c.p., e non quello di furto (Cass., sez. II, 5 marzo 1985, Miranda; Cass., sez. II, 19 febbraio 1985, Amato).
L'assunto interpretativo prospettato dalla difesa può valere non nei confronti del vettore proprietario, bensì nei confronti dell'autista dipendente da questi, incaricato materialmente di trasferire la res e, come tale, privo di una disponibilità autonoma sulla medesima: questi, laddove ne disponga commetterà il reato di furto (cfr. Cass., sez. V, 15 gennaio 1997, Flosci). (Omissis).
@CORTE DI CASSAZIONE Sez. fer., 8 novembre 2004, n. 43548 (ud. 2 settembre 2004). Pres. Rizzo - Est. Piccialli - P.M. Galasso (diff.) - Ric. Puglisi.
Reati fallimentari - Bancarotta semplice - Bancarotta semplice documentale - Natura del reato - Reato di pericolo presunto - Valutazione della pericolosità - Criteri - Fattispecie.
In tema di bancarotta semplice documentale, pur essendo questo un reato di pericolo presunto, deve pur sempre valutarsi l'idoneità della condotta incriminata, anche omissiva, ad incidere in concreto sull'interesse protetto dalla norma penale; il che si verifica solo quando essa risulti effettivamente idonea ad ostacolare la ricostruzione della vita economica e patrimoniale dell'impresa. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha escluso la sussistenza del reato in un caso in cui si addebitava all'imprenditore fallito la mancata esposizione, nelle scritture contabili, degli interessi passivi nei confronti di due istituti di credito osservando che, a prescindere dalla dedotta giustificazione basata sul mancato invio, a suo tempo, da parte di detti istituti, degli estratti-conto, era comunque assorbente la considerazione che la non corrispondenza tra i dati emergenti dalle scritture contabili e la realtà economica dell'impresa era immediatamente evincibile, con semplice operazione matematica, dalla ricostruzione della situazione debitoria basata sui dati contabili esistenti in atti ed utilizzati per la redazione delle scritture contabili). (Mass. Redaz.). (R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 217; R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 222) (1).
(1) Giurisprudenza conforme sul punto. Nello stesso senso, Cass. pen., sez. V, 17 aprile 2000, Albini, in questa Rivista 2000, 1082, secondo cui è punito il comportamento omissivo del fallito che non ha tenuto le scritture contabili. Trattasi di reato di pericolo presunto che, mirando ad evitare che sussistano ostacoli all'attività di ricostruzione del patrimonio aziendale e dei movimenti che lo hanno costituito, persegue la finalità di consentire ai creditori l'esatta conoscenza della consistenza patrimoniale, sulla quale possano soddisfarsi. La fattispecie, pertanto, consistendo nel mero inadempimento di un precetto formale (il comportamento imposto all'imprenditore dall'art. 2214 c.c.), integra un reato di pura condotta, che si realizza anche quando non si verifichi, in concreto, danno per i creditori; peraltro, l'obbligo di tenere le scritture contabili non viene meno se l'azienda non ha formalmente cessato l'attività, anche se manchino passività insolute; esso viene meno solo quando la cessazione dell'attività commerciale sia formalizzata con la cancellazione dal registro delle imprese. In argomento, si segnalano: Cass. pen., sez. V, 12 maggio 2003, Barni, ivi 2004, 262, secondo cui, in tema di bancarotta semplice per omessa tenuta delle scritture contabili (art. 217, comma 2, L. fall.), l'art. 7, comma 4 ter, L. n. 489 del 1994 - prevedendo che la tenuta della contabilità può essere effettuata mediante il...
Per un Tribunale internazionale per l'ambiente. Resoconto della IV Conferenza internazionale
Nuovo art. 63 disp. att. c.c. e profili problematici

References: art. 646
 Cass. 
 sentenza 
 art. 61
 sentenza 
 sentenza 
 art. 624
 sentenza 
 art. 61
 art. 217
 art. 222
 Cass. 
 Cass. 
 art. 63