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Timestamp: 2019-06-16 03:05:18+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE , SENTENZA 7 giugno 2017, n.14158
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | DOMENICA 16 GIUGNO AGGIORNATO ALLE 5:5
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE , SENTENZA 7 giugno 2017, n.14158RICOGNIZIONE
La Suprema Corte, con una sentenza pronunciata nell’interesse della legge ai sensi dell’art. 363 terzo comma c.p.c., ha affrontato la questione della natura decisoria o gestoria del provvedimento del giudice tutelare con il quale venga disposta l’amministrazione di sostegno.
La controversia riguardava il caso di un testimone di Geova che con apposito atto ex art. 408 c.c. aveva preventivamente indicato, per l’ipotesi di sua incapacità, la persona che avrebbe dovuto esser nominata amministratore di sostegno nonché espresso la sua chiara volontà di non essere sottoposto ad emotrasfusione in ragione del credo religioso. In sede di nomina dell’amministratore veniva tuttavia escluso che l’amministratrice, moglie dell’interessato, potesse negare il consenso alla sottoposizione del marito a trasfusioni di emocomponenti. L’amministratrice proponeva quindi reclamo innanzi alla Corte d’Appello la quale non entrava nel merito della controversia, ma dichiarava l’inammissibilità del reclamo ritenendo che il provvedimento impugnato avesse natura meramente gestoria e non decisoria. Ciò, secondo la Corte territoriale, rendeva inapplicabile la disposizione dell’art. 720 bis comma secondo c.p.c. a favore del regime generale delle impugnazioni nel procedimento camerale di cui all’art. 739 c.p.c. La decisione della Corte d’Appello si basava su di un dato eminentemente letterale per cui facendo riferimento l’art. 720 bis c.p.c. al “decreto” e non ai “decreti” non poteva che riferirsi esclusivamente al provvedimento con cui viene disposta l’apertura o la chiusura dell’amministrazione, mentre nel caso di specie si discuteva del permesso a rifiutare un’emotrasfusione.
Occorre rilevare che il procedimento prescritto dalla legge all’art. 720 bis c.p.c. per la nomina dell’amministratore di sostegno ha natura speciale e derogatoria rispetto a quanto stabilito dagli art. 737-742 bis c.p.c. per il procedimento camerale in generale. Per quanto attiene al regime delle impugnazioni l’art. 720 bis c.p.c. prescrive che il provvedimento del giudice tutelare sia reclamibile innanzi alla Corte d’Appello, a norma dell’art. 739 c.p.c., e quindi che il decreto emesso in tale ultima sede sia ricorribile in Cassazione. Diversamente l’art. 739 c.p.c., che riguarda la generalità dei procedimenti camerali, sancisce la reclamabilità dei decreti emessi dal giudice tutelare innanzi al Tribunale e di quelli emessi da quest’ultimo in primo grado innanzi alla Corte d’Appello. L’art. 739 c.p.c. esclude inoltre che sia possibile un terzo grado del giudizio nel quale deve essere ricompresa anche la possibilità del ricorso straordinario in Cassazione ex art. 111 Cost. (eccezion fatta per quei provvedimenti che sebbene emessi all’interno del rito camerale abbiano natura sostanziale di sentenza).
La giurisprudenza di legittimità è ferma nel ritenere che il regime speciale di cui all’art. 720 bis c.p.c. sia legato alla natura decisoria del provvedimento il quale, pur essendo adottato all'esito di un procedimento camerale, non è assimilabile a quelli con cui il giudice tutelare provvede in ordine al compimento degli atti di amministrazione o di disposizione dei beni di soggetti incapaci, dovendo piuttosto essere assimilato alle sentenze con cui viene dichiarata l'interdizione o l'inabilitazione. Il decreto con cui viene disposta l’amministrazione di sostegno, infatti, attiene ad una controversia avente ad oggetto diritti soggettivi o status della persona; ha quindi carattere decisorio ed è destinato ad acquistare efficacia di giudicato, sia pure rebus sic stantibus, essendo revocabile e modificabile solo nel caso in cui vengano meno i relativi presupposti o si modifichi la situazione di fatto posta a fondamento della decisione (in questo senso ex multis C. Cass. 18634/2012; C. Cass. n. 13747/2011; C. Cass. n. 10187/2011; C. Cass. n. 16223/2003; C. Cass. n. C. Cass. n. 9146/2002; C. Cass. n. 15071/2001).
Nel caso specifico sottoposto all’attenzione della Suprema Corte nella pronuncia in commento era dunque necessario comprendere se il provvedimento con il quale veniva nominata l’amministratrice e contestualmente negata l’autorizzazione ad esprimere il dissenso a trattamenti terapeutici avesse natura decisoria o piuttosto fosse assimilabile, nella parte relativa al diniego, ad un atto con cui il giudice disponga dei beni di un incapace (procedura alla quale è pienamente applicabile il rito camerale generale) in quanto attinente alla “gestione” dell’amministrato.
Orbene, come evidenziato dalla giurisprudenza di legittimità su citata, il criterio discretivo per distinguere tra provvedimenti aventi contenuto decisorio e quelli meramente gestori deve rinvenirsi nell’oggetto stesso del provvedimento che solo nel primo caso avrà riguardo a diritti soggettivi o status della persona.
Così la Corte di Cassazione sottolinea come nel caso di specie la scelta dell’amministratrice fosse eziologicamente collegata alle direttive riguardanti l’esercizio di diritti fondamentali quali quello all’autodeterminazione nelle scelte sanitarie (art. 32 Cost.) e al rispetto delle proprie convinzioni religiose (art. 19 Cost.). Ne deriva che le decisioni attinenti all’apertura e alla designazione dell’amministratrice da una parte e all’istanza volta a far valere le direttive innanzi dette dall’altra sono inscindibilmente legate ed incidono tutte su diritti fondamentali della persona tutelati a livello nazionale e sovranazionale. Da ciò la Corte fa discendere la natura senz’altro decisoria del provvedimento impugnato ed, non potendo pronunciarsi nel merito della vicenda per intervenuta cessazione della materia del contendere, afferma il principio di diritto nell’interesse della legge per cui “nei procedimenti in materia di amministrazione di sostegno è ammesso il reclamo alla Corte d’appello, ai sensi dell’art. 720 bis secondo comma c.p.c., avverso il provvedimento con cui il giudice tutelare si sia pronunciato sulla domanda di autorizzazione - proposta dall’amministratore di sostegno in sede di apertura della procedura o in un momento successivo - ad esprimere, in nome e per conto dell’amministrato, il consenso o il rifiuto alla sottoposizione a terapie mediche, avendo il provvedimento medesimo natura decisoria in quanto incidente su diritti soggettivi personalissimi”.
Nei procedimenti in materia di amministrazione di sostegno è ammesso il reclamo alla Corte d’appello, ai sensi dell’art. 720 bis secondo comma c.p.c., avverso il provvedimento con cui il giudice tutelare si sia pronunciato sulla domanda di autorizzazione - proposta dall’amministratore di sostegno in sede di apertura della procedura o in un momento successivo - ad esprimere, in nome e per conto dell’amministrato, il consenso o il rifiuto alla sottoposizione a terapie mediche, avendo il provvedimento medesimo natura decisoria in quanto incidente su diritti soggettivi personalissimi.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE , SENTENZA 7 giugno 2017, n.14158 - Pres. Di Palma – est. Acierno
- l’art. 720bis, c.p.c., ha carattere speciale e derogatorio rispetto alla disciplina delle impugnazioni contenuta nell’art. 739, 1 e 3 c., c.p.c., e ciò è confermato altresì dalla previsione della ricorribilità per cassazione, che deve ritenersi riservata ai provvedimenti di indiscutibile carattere decisorio con esclusione di quelli di natura gestoria, i quali rimangono del tutto al di fuori dell’ambito di applicazione dell’art. 720 bis, 1 e 2 comma, c.p.c..
Ricorre per cassazione ex art. 720bis, ult. comma, c.p.c. B.D. , affidandosi a quattro motivi, accompagnati da memoria depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c..
1) Nel primo motivo viene dedotta la violazione dell’art. 720bis c.p.c. e la falsa applicazione dell’art. 739 c.p.c. in relazione alle modalità di impugnazione del decreto del Giudice tutelare.
b) il decreto impugnato è contrario alla giurisprudenza di legittimità secondo cui il regime impugnatorio speciale previsto dall’art. 720bis, c.p.c., è applicabile al decreto di cui all’art. 405 c.c. che definisce il procedimento sul ricorso ex art. 404, 407 c.c. (Cass., sez. VI, 18634/2012).
2) Nel secondo motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 737 e 739 c.p.c. in relazione agli artt. 408, 1, 2 e 3 comma, c.c., e dell’art. 410, 1 comma, c.c..
a) nel dichiarare inammissibile il reclamo, la Corte d’appello ha omesso di rilevare l’illegittimità del decreto del Giudice tutelare consistente nel non avere considerato che, ai sensi dell’art. 408, c.c., "la scelta dell’amministratore di sostegno avviene con esclusivo riguardo alla cura e agli interessi della persona del beneficiario" e che, ai sensi dell’art. 410 c.c., "l’amministratore di sostegno deve tenere conto dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario". Tali aspirazioni, bisogni ed interessi erano stati puntualmente espressi dal M. in un documento intitolato "Direttive anticipate", da lui sottoscritto personalmente alla presenza di testimoni nella pienezza delle proprie facoltà di intendere e di volere e in previsione di un futuro, eventuale, stato di incapacità. In questo documento veniva chiaramente espresso il rifiuto alle terapie emotrasfusionali, anche se indispensabili alla sua sopravvivenza;
c) le considerazioni svolte dal giudice tutelare circa l’invalidità del rifiuto espresso ex ante e basate sulla sentenza Cass. 23676/2008 non sono pertinenti, perché nel caso di specie non siamo in presenza di un "generico rifiuto" alle terapie mediche, ma di dichiarazioni puntuali, articolate ed espresse in forma scritta, che devono essere rispettate dal giudicante e dal soggetto designato ad assumere in sua vece le decisioni in ambito medico.
3) Nel terzo motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 737 e 739 c.p.c., in relazione agli artt. 2, 13, commi 1 e 2, Cost.; 19 e 32, Cost..
4) Nel quarto motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 737 e 739, c.p.c. in relazione agli artt. 8, 9, della CEDU; art. 3, comma 2, e 6 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE; artt. 11-61, 11-63, 11-70, 11-82 del Trattato istitutivo della Costituzione Europea, nonché degli artt. 5, 8, 9 della Convenzione di Oviedo.
a) la Corte d’appello - fermandosi erroneamente ad una pronuncia di rito ed omettendo così di pronunciarsi nel merito - ha violato le sopracitate norme sovranazionali, al cui rispetto il giudice nazionale è tenuto in forza degli artt. 10, 11 e 117, Cost..
Nella memoria difensiva depositata dalla ricorrente viene dichiarato che M.M. , beneficiario dell’amministrazione di sostegno, è deceduto in data 28/08/2015 nelle more del presente procedimento. Ne consegue che deve preliminarmente dichiararsi l’inammissibilità del ricorso per sopraggiunta carenza di interesse. In analogia al giudizio d’interdizione, infatti, la sopravvenienza della morte dell’amministrato mentre è pendente il giudizio di cassazione determina la cessazione della materia del contendere, venendo meno la necessità della pronuncia per la definitiva chiusura dell’amministrazione di sostegno (Cass. 12737/2011 quanto all’amministrazione di sostegno e Cass. 24149/2016 in riferimento all’interdizione), attesa la natura personalissima dei diritti coinvolti. La ricorrente sollecita, nondimeno, la pronuncia d’ufficio del principio di diritto nell’interesse della legge ai sensi dell’art. 363, 3 comma, c.p.c., affinché sia dichiarato:
a) che il rifiuto specifico a ricevere emotrasfusioni per motivi religiosi sia considerato distinto dal "mero" diritto all’autodeterminazione sanitaria, dovendo per conseguenza essere dichiarata illegittima l’imposizione di una contestuale e specifica informazione sanitaria per consentire l’esercizio di tale obiezione, che è incondizionata e non correlata ad alcuna ipotesi di futura malattia;
Attesa la novità e l’importanza delle questioni trattate nel ricorso e nella memoria, ritiene questa Corte che sussistano i presupposti per la pronuncia d’ufficio del principio di diritto nell’interesse della legge ai sensi dell’art. 363, 3 comma, c.p.c., nei limiti che si esporranno, essendo il thema decidendum del presente giudizio comunque limitato dal decisum della Corte d’Appello.
La Corte territoriale, con pronuncia in rito, si è dichiarata incompetente a conoscere del reclamo proposto ai sensi dell’art. 720bis, 2° comma, c.p.c., avverso il provvedimento del giudice tutelare sulla base delle ragioni sopra illustrate che possono essere sinteticamente ricondotte all’asserita natura "gestoria" e non "decisoria" del decreto impugnato, caratteristica che renderebbe applicabile il regime impugnatorio "generale" previsto dall’art. 739, c.p.c., con conseguente reclamabilità non alla Corte d’appello ma al Tribunale in composizione collegiale. La pronuncia d’inammissibilità dell’impugnazione non consente l’ulteriore esame delle questioni di diritto sulle quali la ricorrente ha chiesto che la Corte si pronunci ex art. 363, terzo comma, c.p.c., e segnatamente di quelle attinenti alla validità e vincolatività delle direttive anticipate relative alle cure mediche (sottoscritte dal M. precedentemente all’evento che l’ha condotto allo stato di incapacità in cui si trovava sino alla morte) in relazione al diritto all’autodeterminazione della persona nelle scelte sanitarie e al diritto di manifestazione ed espressione delle proprie credenze religiose.
Il principio di diritto nell’interesse della legge, che il Collegio ritiene di dover affermare, non può prescindere dalla fattispecie concreta oggetto del giudizio, né spingersi ad affrontare questioni giuridiche che esulano dal suo ambito. La ratio e l’evoluzione storica della norma di cui all’art. 363, c.p.c., infatti, non lasciano dubbi sul fatto che la stessa non consenta interventi di tipo "preventivo" o addirittura "esplorativo", riferendosi invece all’espressione del "principio di diritto al quale il giudice di merito avrebbe dovuto attenersi", a fronte di un provvedimento che esige di essere "corretto" al fine di chiarire il reale significato o l’esatta portata della normativa applicata o applicabile (cfr. la sentenza Cass. sez. un., 404/2011, la quale, benché si riferisca non alla pronuncia d’ufficio ex art. 363, 3 comma, c.p.c., ma all’enunciazione del principio di diritto su richiesta del Procuratore generale ex art. 363, 1 comma, c.p.c., deve estendersi anche al caso in cui il principio di diritto venga espresso d’ufficio, attesa l’unitarietà dell’istituto quanto alla sua ratio e portata applicativa).
Passando all’esame del primo motivo di ricorso, occorre sciogliere il nodo riguardante la natura "gestoria" o "decisoria" del decreto del giudice tutelare, da cui deriva la soluzione circa l’organo giudiziario deputato a conoscere della relativa impugnazione, anche in base ai criteri indicati da questa Corte con la pronuncia nr. 18634 del 2012.
La giurisprudenza di legittimità, pronunciatasi sulla portata dell’art. 720bis, c.p.c., ne ha riconosciuto il carattere di rimedio impugnatorio speciale e quindi dotato di efficacia derogatoria rispetto alla disciplina generale ex art. 739, c.p.c. (Cass. 4506/2014). La facoltà di reclamo alla Corte d’appello deve ritenersi riferibile ai provvedimenti decisori del giudice tutelare (Cass. 18634/2012).
Deve, di conseguenza, essere accertato se il provvedimento di rigetto dell’istanza della B. di essere autorizzata, in qualità di amministratrice di sostegno del marito, ad esprimere il dissenso verso determinati trattamenti terapeutici possa essere ritenuto decisorio. Preliminarmente deve osservarsi che la designazione della ricorrente come amministratrice di sostegno del marito è stata compiuta sulla base del paradigma normativo fissato nell’art. 408, 1 comma, c.c., che prevede che "l’amministratore di sostegno può essere designato dallo stesso interessato in previsione della propria eventuale futura incapacità". Tale designazione anticipata non ha la mera funzione della scelta del soggetto cui, ove si presenti la necessità, deve rivolgersi il provvedimento di nomina del giudice tutelare (salvo il limitato potere di deroga dalla designazione previsto dalla norma stessa "in presenza di gravi motivi") ma ha anche la finalità di poter indicare delle direttive, quando si è nella pienezza delle proprie facoltà cognitive e volitive, sulle decisioni sanitarie o terapeutiche da far assumere all’amministratore di sostegno designato, qualora si prospetti tale nuova condizione del designante.
La scelta del soggetto è eziologicamente collegata alle direttive sopra richiamate così come è confermato, nella specie, dal documento ritualmente allegato che s’intitola espressamente "Direttive anticipate relative alle cure mediche con contestuale designazione dell’amministratore di sostegno" e che contiene nel dettaglio l’indicazione delle terapie e dei trattamenti da accettare e rifiutare in virtù della fede religiosa specificamente richiamata nella dichiarazione (punti 2,3, 4,5). Nel punto 10 viene prescelta la ricorrente, con espresso riferimento alla facoltà di designazione ex art. 408 cod. civ., all’esclusivo fine di far rispettate le direttive sopra indicate anche in ordine a procedure mediche che prevedano l’uso del proprio sangue (punto 4 lettera c). Invero, la domanda della B. di autorizzazione ad esprimere la negazione del consenso alle emotrasfusioni era la ragione fondante dell’istanza stessa di apertura dell’amministrazione di sostegno, e risultava quindi ad essa strettamente e inscindibilmente legata. È stato proprio per far rispettare la volontà e i desideri del M. che la B. , poco dopo il grave infortunio subìto dal marito, ha presentato in via d’urgenza ricorso per essere nominata sua amministratrice di sostegno. Del resto, l’art. 408 c.c. riconosce espressamente la possibilità della designazione preventiva di un amministratore di sostegno come esplicazione del principio di autodeterminazione personale, che mira a valorizzare il rapporto di fiducia interno al designante e alla persona scelta, la quale sarà tenuta ad esprimere le intenzioni del primo, se risultano esternate ad integrazione dell’atto, circa gli interventi di natura patrimoniale e personale che si rendessero necessari all’avverarsi di quella "futura" condizione di incapacità (Cass. 23707/2012).
Ne consegue che l’apertura, la designazione e l’istanza volta a far valere le direttive sopraindicate, riguardanti l’esercizio di diritti fondamentali quali quello all’autodeterminazione nelle scelte sanitarie (art. 32 Cost.) e al rispetto delle proprie convinzioni religiose (art. 19 Cost.) sono inscindibilmente legati ed hanno sicuramente natura decisoria. Inoltre, il decreto che ha rigettato l’istanza della B. è esattamente quello con cui il giudice tutelare ha disposto l’apertura dell’amministrazione di sostegno in favore del marito, benché il reclamo non fosse diretto all’apertura della procedura in sé, ma unicamente alla mancata autorizzazione a far rispettare le volontà del M. . La richiamata natura decisoria di questa specifica statuizione avrebbe dovuto indurre la Corte d’appello a non declinare la propria competenza e a pronunciarsi nel merito della richiesta autorizzazione a non consentire le terapie escluse dalle direttive anticipate ed in particolare nella specie quelle trasfusionali. Tale carattere deriva proprio dalla diretta incidenza su diritti fondamentali della persona, quale, innanzitutto, il diritto alla salute, che secondo l’art. 32, 2 comma, Cost., prevede in senso preminentemente volontario il trattamento sanitario, in coerenza con i principi fondamentali e indeclinabili d’identità e libertà della persona umana di cui agli artt. 2 e 13, Cost. (Cass. 23707/2012). Come ben illustrato dalla ricorrente, ciò assume connotati ancora più forti, degni di tutela e garanzia, laddove la scelta o il rifiuto del trattamento sanitario rientri e sia connesso all’espressione di una fede religiosa, il cui libero esercizio è sancito dall’art. 19 Cost.: è noto, invero, che il dissenso dei Testimoni di Geova alle emotrasfusioni, anche in caso di pericolo di vita, ha alla sua base una motivazione religiosa e ideologica. A ciò si aggiunga che il principio dell’autodeterminazione individuale è riconosciuto e tutelato diffusamente anche a livello internazionale: si richiamano al riguardo gli artt. 8 e 9 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, che tutelano rispettivamente il diritto al rispetto della vita privata e familiare e la libertà di pensiero, di coscienza e di religione; e gli artt. 5 e 9 della Convenzione di Oviedo sui diritti umani e la biomedicina (recepita in Italia con L. 145/2001), in forza dei quali l’intervento in campo sanitario può essere effettuato solo sul presupposto del consenso libero e informato del paziente e tenendo in considerazione i desideri dallo stesso precedentemente espressi qualora si trovi in stato di incapacità.
La situazione giuridica in questione assume quindi il rango di diritto personalissimo, e ogni provvedimento giurisdizionale che vi incida possiede in re ipsa una dimensione decisoria: la pronuncia della Corte d’appello di Genova, pertanto, ha dato un’errata qualificazione giuridica alla statuizione di rigetto del decreto del giudice tutelare, da cui è derivata la violazione dell’art. 720 bis, 2 comma, c.p.c.. Il carattere decisorio e definitivo del provvedimento giurisdizionale emesso nell’ambito del procedimento di amministrazione di sostegno, infatti, fonda indiscutibilmente la competenza della Corte d’appello a conoscere del relativo gravame. Deve necessariamente ritenersi rientrante in tale ambito la statuizione con cui il giudice tutelare abbia rigettato o accolto l’istanza - formulata in sede di apertura della procedura di amministrazione di sostegno o anche successivamente diretta ad ottenere l’autorizzazione ad esprimere al personale sanitario, in vece e per conto dell’amministrato, il consenso o il diniego alla sottoposizione a qualsivoglia terapia medica, in quanto espressione di un diritto fondamentale personalissimo potenzialmente suscettibile di essere compresso, nel procedimento di cui si tratta, dal provvedimento del giudice.
In conclusione, dichiarato il ricorso inammissibile per sopraggiunta carenza di interesse, il Collegio, ai sensi dell’art. 363, 3 comma, c.p.c. enuncia il seguente principio di diritto nell’interesse della legge: "Nei procedimenti in materia di amministrazione di sostegno è ammesso il reclamo alla Corte d’appello, ai sensi dell’art. 720 bis secondo comma c.p.c., avverso il provvedimento con cui il giudice tutelare si sia pronunciato sulla domanda di autorizzazione - proposta dall’amministratore di sostegno in sede di apertura della procedura o in un momento successivo - ad esprimere, in nome e per conto dell’amministrato, il consenso o il rifiuto alla sottoposizione a terapie mediche, avendo il provvedimento medesimo natura decisoria in quanto incidente su diritti soggettivi personalissimi".
La Corte dichiara il ricorso inammissibile; enuncia ai sensi dell’art. 363, 3 comma, c.p.c. il principio di diritto come in motivazione.

References: SENTENZA 
 SENTENZA 
 sentenza 
 art. 408
 art. 737
 art. 111
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 SENTENZA 
 art. 720
 art. 404
 sentenza 
 art. 3
 Cass. 
 art. 363
 sentenza 
 art. 363
 art. 363
 art. 739
 art. 408