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Timestamp: 2019-05-22 13:44:05+00:00

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04/11/2016 10/11/2017 Nostra Lex Diritto e Procedura CivileNo comments
La domanda riconvenzionale inammissibile degrada a eccezione idonea ad impedire l’accoglimento delle domande avversarie
Cassazione Civile Sent. Sez. 3 n. 21472 del 25/10/2016
La Cassazione, con la sentenza n. 21472 del 25.10.2016 affronta la distinzione tra domanda ed eccezione riconvenzionale e la rilevanza di quest’ultima ai fini della decisione, qualora la prima venga dichiarata inammissibile per intervenuta decadenza processuale.
In particolare, la Corte di legittimità ha dichiarato nulla la sentenza del giudice di appello per non essersi pronunciato sulle difese spiegate dalla convenuta, che nel contestare la domanda avversaria di risoluzione di un contratto di affitto di ramo di azienda assumendo che quest’ultimo in realtà dissimulava una locazione commerciale, aveva chiesto in via riconvenzionale la compensazione degli importi dovuti alla locatrice con il proprio credito per canoni pagati in eccesso.
A sostegno dell’omesso scrutinio, la Corte d’appello aveva ritenuto che i fatti dedotti dalla convenuta, in quanto fondati su titoli negoziali differenti rispetto a quelli posti dall’attrice a fondamento delle proprie domande, dovevano qualificarsi domande riconvenzionali e non potevano essere prese in considerazione né come tali, né come eccezioni riconvenzionali, ai più limitati effetti di impedire semplicemente l’accoglimento delle domande avversarie, in quanto inammissibili per intervenuta decadenza processuale.
Secondo la Corte di Cassazione, invece, tale decisione è frutto di una errata ricostruzione della distinzione tra domanda riconvenzionale ed eccezione riconvenzionale e limitativa del possibile ampliamento anche in sede di appello del thema decidendum ad opera dal convenuto, attraverso la deduzione di fatti estintivi, impeditivi o modificativi dei diritti fatti valere dall’attore, che non trova riscontro in alcuna disposizione normativa.
Infatti, secondo risalente e costante giurisprudenza, ciò che distingue l’eccezione riconvenzionale, ammissibile anche in grado di appello, dalla domanda riconvenzionale, esperibile soltanto in primo grado, è costituito dalle conseguenze giuridiche che il deducente intende trarre dal fatto nuovo allegato e cioè dal provvedimento che egli chiede al giudice in base a tale fatto.
In particolare, si ha eccezione riconvenzionale, quando la deduzione resta contenuta nell’ambito dell’attività strettamente difensiva, lasciando immutato il petitum formulato dall’attore; si ha, invece, domanda riconvenzionale quando il convenuto chiede un provvedimento positivo, autonomamente attributivo di una determinata utilità, cioè tale che vada oltre il mero rigetto della domanda avversaria, ampliando, così, la sfera dei poteri decisori come sopra determinati» (Cass., Sez. 2, Sentenza n. 3612 del 06/08/1977, Rv. 387226; conf., ex multís, Cass., Sez. 2, Sentenza n. 3843 del 06/06/1983, Rv. 428766; Sez. 2, Sentenza n. 246 del 10/01/1981, Rv. 410656; Sez. L, Sentenza n. 363 del 16/01/1987, Rv. 450109; Sez. 2, Sentenza n. 2860 del 02/04/1997, Rv. 503443; Sez. L, Sentenza n. 14432 del 04/11/2000, Rv. 541379; Sez. L, Sentenza n. 9965 del 21/07/2001, Rv. 548391; Sez. 1, Sentenza n. 20178 del 24/09/2010, Rv. 614253; Sez. L, Sentenza n. 16339 del 04/08/2015, Rv. 636348).
A tale ricostruzione consegue quanto meno che l’eventuale inammissibilità della domanda riconvenzionale non impedisce al giudice di considerare i fatti (o i rapporti giuridici) dedotti a suo fondamento nella più limitata ottica dell’eccezione, al limitato effetto di impedire l’accoglimento della domanda avversaria (cfr. Cass., Sez. 3, Sentenza n. 9044 del 15/04/2010, Sez. 3, Sentenza n. 16314 del 24/07/2007, Rv. 599444; Sez. 3, Sentenza n. 73 del 08/01/2010, Rv. 610865; Sez. 3, Sentenza n. 4233 del 16/03/2012, Rv. 621661; Sez. 3, Sentenza n. 14852 del 13/06/2013, Rv. 627017; si veda anche: Sez. 2, Sentenza n. 24567 del 31/10/2013, la quale precisa che «il giudice è comunque tenuto ad emettere una pronuncia di accoglimento o di rigetto su tutti i capi delle domande proposte dalle parti e su ogni eccezione che sia idonea ad influire sul rapporto sostanziale oggetto della controversia»).
I principi di diritto in base ai quali avrebbe dovuto giudicare la corte di appello sono pertanto i seguenti:
«la distinzione tra domanda riconvenzionale ed eccezione non dipende dal titolo posto a base della difesa del convenuto e cioè dal fatto o dal rapporto giuridico invocato a suo fondamento, ma dal relativo oggetto, e cioè dal risultato processuale che il convenuto intende con essa ottenere, che è limitato al rigetto della domanda proposta dell’attore; di conseguenza non sussistono limiti al possibile ampliamento del tema della controversia da parte del convenuto a mezzo di eccezioni, purché vengano allegati a loro fondamento fatti o rapporti giuridici prospettati come idonei a determinare l’estinzione o la modificazione dei diritti fatti valere dall’attore, e in base ai quali si chieda la reiezione delle domande da questo proposte e non una pronunzia di accoglimento di ulteriori e diverse domande»;
«laddove il convenuto invochi un rapporto contrattuale diverso da quello posto dall’attore a fondamento delle sue pretese, sull’assunto che da esso deriverebbe la nullità o la totale o parziale inefficacia di quest’ultimo, o comunque un effetto estintivo, impeditivo o modificativo dei diritti fatti valere dall’attore, e ne chieda in via riconvenzionale l’accertamento, anche con la eventuale conseguente condanna dell’attore al pagamento di quanto dovuto in base a tale prospettazione, nell’ipotesi in cui tale domanda riconvenzionale risulti inammissibile per motivi processuali, ciò nonostante la medesima difesa può e deve essere presa in considerazione come eccezione, con il solo e più limitato possibile esito del rigetto delle domande di parte attrice».
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