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Timestamp: 2017-10-18 23:51:46+00:00

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Corte di Cassazione, VI sezione, sentenza 10 ottobre 2011, n. 36503. L’iperprotezione ed ipercura verso i minori può costituire maltrattamento in famiglia, ex art. 572 c.p.
Corte di Cassazione – Sezione VI penale – sentenza 10.10.2011, n. 36503.L’iperprotezione ed ipercura verso i minori può costituire maltrattamento in famiglia, ex art. 572 c.p.
Sentenza 10 ottobre 2011, n. 36503
G.E., e G.G., rispettivamente madre e nonno materno del minore C.R. (nato il (OMISSIS)) ricorrono, a mezzo del loro comune difensore, avverso la sentenza 19 ottobre della corte d’appello di Bologna (che li ha condannati per il delitto di cui all’art. 572[1] c.p., confermando la decisione di condanna 17 maggio 2007 del G.U.P. del Tribunale di Ferrara), deducendo vizi e violazioni nella motivazione nella decisione impugnata, nei termini critici che verranno ora riassunti e valutati.
I G. (nonno materno e madre del minore C.R.), sono imputati: 1) del delitto p. e p. dall’art. 572 c.p., per aver, in concorso tra loro, quali conviventi con il minore C. R., nato il (OMISSIS), mediante atteggiamenti iperprotettivi nei confronti del minore medesimo, consistiti fra gli altri nel non far frequentare con regolarità la scuola allo stesso, nell’impedire la sua socializzazione (il minore ha conosciuto suoi coetanei solo in prima elementare), nell’impartire regole di vita tali da incidere sullo sviluppo psichico del minore con conseguenti disturbi deambulatori, prospettandogli, inoltre, la figura paterna come negativa e violenta tanto da imporgli di farsi chiamare con il cognome materno, sottoponendolo a tutte dette vessazioni, maltrattato il minore C.R.. Reato commesso in (OMISSIS) fino al mese di (OMISSIS).
a) in atteggiamenti iperprotettivi qualificati come “eccesso di accudienza”, mantenuto e proseguito in età preadolescenziale, con imposizione di atti riservati all’età infantile, nonchè nell’esclusione del minore da attività anche didattiche istituzionali, inerenti la motricità;
Tali condotte, una volta accertate, sono state nel loro complesso valutate come concretamente idonee a ritardare gravemente nel minore sia lo sviluppo psicologico relazionale (con i coetanei e la figura paterna), sia l’acquisizione di abilità in attività materiali e fisiche, anche elementari (come la corretta deambulazione).
Con un primo motivo di impugnazione i ricorrenti deducono inosservanza ed erronea applicazione della legge, nonchè vizio di motivazione in punto di affermazione della penale responsabilità, erronea applicazione della legge penale sostanziale, errata qualificazione giuridica del fatto, sotto il profilo dell’elemento oggettivo del reato di cui all’art. 572 c.p..
Con un quarto motivo si evidenzia l’illogicità della motivazione posta a fondamento del trattamento sanzionatolo, con il riconoscimento di una condizione di supremazia del padre ricorrente sulla figlia, cui non è corrisposta una equa riduzione della sanzione, e a cui si è accompagnata una motivazione sulle condotte successive dei condannati desunta da una pronuncia di colpevolezza per fatti successivi e non coperta da giudicato.
Il ricorrente, premesso l’assunto (pacifico) che i maltrattamenti di cui si sarebbero resi responsabili i G. consisterebbero sostanzialmente in atteggiamenti di iperprotezione e di ipercura, prospetta con il primo motivo che tali condotte andrebbero considerate espressione di fenomeni patologici che non possono rientrare nel concetto di x maltrattamenti, così come inteso dalla norma in esame, in quanto prive di una chiara connotazione negativa.
Da ciò deriverebbe che l’ipercura e l’iperprotezione, addebitate ai G., non possano costituire l’elemento oggettivo del reato di maltrattamenti, atteso che tra le due condotte, quella di chi maltratta e quella di chi ipercura o iperprotegge, esiste, con tutta evidenza, un’incompatibilità strutturale insanabile.
Ritiene il Collegio che lo sforzo del difensore, pur apprezzabile per il suo sviluppo dialettico, parta da una “posizione riduttiva” nella lettura del dettato normativo, dimenticando che nel reato di maltrattamenti di cui all’art. 572 c.p., l’oggetto giuridico non è costituito solo dall’interesse dello Stato alla salvaguardia della famiglia da comportamenti vessatori e violenti, connotati secondo il lessico del ricorrente da una “chiara connotazione negativa”, ma anche dalla tutela dell’incolumità fisica e psichica delle persone indicate nella norma (Cass. pen. sez. 6, 37019/2003 Rv. 226794), interessate al rispetto integrale della loro personalità e delle loro potenzialità nello svolgimento di un rapporto, fondato su costruttivi e socializzanti vincoli familiari aperti alle risorse del mondo esterno, a prescindere da condotte pacificamente vessatorie e violente.
In tale quadro, poco conta la “soglia di sensibilità del minore vittima”, la quale, non solo per il grado di sviluppo psico-fisico della persona offesa, ma, soprattutto, perchè essa, oggettivamente disafferenziata dai contesti di riferimento (“gruppo dei pari di età”), di necessità, non può disporre di standard di peso della negativa e deteriore realtà in cui è costretta a vivere.
In tale quadro si appalesa quindi irrilevante il riferito “stato di benessere del bambino”r tenuto conto che, non a caso, in tutti i sistemi di civiltà evoluta, lo Stato può verificare in modo intrusivo le “realtà di disagio anomalo” nella famiglia e le loro cause umane, imponendo prescrizioni ai familiari, sino alla decadenza dalla potestà, all’allontanamento, e allo stato di adottabilità del minore stesso.
Nè miglior sorte va riservata al secondo profilo critico del ricorso, prospettato per negare la materialità dei maltrattamenti, sulla base del rilevo che il reato esige – come risultato – che gli atti di maltrattamento (lesivi dell’integrità fisica o morale, della libertà o del decoro della vittima) siano tali da rendere abitualmente dolorose e mortificanti le relazioni tra il soggetto attivo e la persona offesa, con conseguente necessità, ad avviso del ricorrente, di un rapporto diretto tra colui che pone in essere le condotte di maltrattamento ed il soggetto che, in ragione di tali condotte, trova sofferenza e disagio ed, ancora, che vi sia un rapporto causale diretto tra maltrattamento da un lato ed il dolore ed il disagio dall’altro, realtà che nella vicenda sarebbero escluse dal manifestato benessere del minore di vivere iperaccudito nella realtà familiare.
Non è chi non veda l’insostenibilità dell’assunto che fa dipendere Soggettiva sussistenza della condotta illecita dalla “variabile soglia di sensibilità della vittima”, che, in quanto minore esige efficace tutela, anche contro la sua stessa infantile limitata percezione soggettiva.
La critica va quindi rigettata, senza dimenticare la regola che in ogni caso, a prescindere dalla minore età della vittima, il reato de quo mai può essere scriminato dal consenso dell’avente diritto, sia pure affermato sulla base di opzioni sub-culturali o, come nella specie, scelte e stili pedagogici obsoleti, od in assoluto contrasto con i principi che stanno alla base dell’ordinamento giuridico italiano, in particolare con la garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo sanciti dall’art. 2 Cost., i quali trovano specifica considerazione in materia di diritto di famiglia negli articoli 29-31 Cost. (cfr. Cass. pen. sezione.6, 46300/08, Fhami; Cass. Penale sez. 6^, 3398/1999, Rv. 215158, Bajarami). Quanto al tema della “deprivazione psicologica” e quindi della “rimozione della figura paterna”, sostiene il difensore che non sarebbe emersa alcuna prova certa in ordine all’asserito condizionamento psicologico, tanto più che l’avversione del minore nei confronti del padre, ad esito del giudizio di primo grado, era già stata temporalmente e causalmente collocata con riguardo al fortissimo trauma subito in occasione dei tentativi di allontanamento ed, in generale, all’iter doloroso cui il minore si sentiva sottoposto a causa dei pur nobili intenti del padre.
Nella specie, ci si trova di fronte a due sentenze, di primo e secondo grado, che concordano nell’analisi e nella vantazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, con una struttura motivazionale della sentenza di appello che si salda perfettamente con quella precedente sì da costituire un unico complessivo corpo argomentativo, privo di lacune, sul punto della “rimozione della figura paterna” considerato che la sentenza impugnata, ha dato comunque congrua e ragionevole giustificazione del finale giudizio di colpevolezza.
In conclusione l’esito del giudizio di responsabilità non può essere invalidato dalle prospettazioni alternative del ricorrente le quali si risolvono nel delineare una “mirata rilettura” di quegli elementi di fatto che sono stati posti a fondamento della decisione, nonchè nella autonoma assunzione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, da preferirsi a quelli adottati dal giudice del merito, perchè illustrati come maggiormente plausibili, oppure perchè assertivamente dotati di una migliore capacità esplicativa, nel contesto in cui la condotta si è in concreto esplicata.
Con il secondo motivo si lamenta vizio di motivazione e violazione di legge in punto di penale responsabilità, erronea applicazione della legge penale sostanziale, errata qualificazione giuridica del fatto sotto il profilo dell’elemento soggettivo del reato di cui all’art. 572 c.p..
Il difensore, nel prendere atto che se può essere fonte di censura, o di rammarico, il modo in cui i G. recepiscono gli accadimenti, nonchè “la rigidità e la chiusura mentale che mostrano”, sostiene che “non si può esigere che tale dato, ineliminabile e per così dire strutturale, cambi nel momento in cui tutta la famiglia si sente sotto attacco”, circostanza peraltro che a suo avviso non varrebbe ad integrare il dolo richiesto dalla norma.
In buona sostanza ed in altre parole: l’assunto difensivo è che difetterebbe la seppur minima consapevolezza di creare disagio in Riccardo, in persone adulte e mature per le quali, osserva peraltro il Collegio, non è stata prospettata avanti ai giudici di merito alcuna questione di non-integrità dei processi di intelligenza e volontà.
Invero, se è ragionevole ritenere che, inizialmente, la diade “madre- nonno” possa aver agito in buona fede, sia pur secondo una falsa coscienza, nella scelta delle metodiche educative e nell’accurata attenzione nell’impedire contatti di ogni tipo al bambino, isolandolo nelle sicure “mura domestiche”, tale profilo soggettivo non aveva più motivo di sussistere dopo i ripetuti sinergici interventi correttivi di una pluralità di esperti e tecnici dell’età evolutiva e del disagio psichico ed i conformi interventi dell’autorità giudiziaria.
Con un quarto motivo i ricorrenti evidenziano l’illogicità della motivazione, posta a fondamento del trattamento sanzionatorio, con il riconoscimento di una condizione di supremazia del padre ricorrente sulla figlia, cui non è corrisposta una equa riduzione della sanzione per la donna, ed alla quale si è comunque accompagnata una motivazione sulle condotte successive dei condannati, desunta da una pronuncia di colpevolezza per fatti successivi e non coperta da giudicato. Anche questo motivo non ha fondamento. Il trattamento sanzionatorio paritario risulta efficacemente argomentato, già in primo grado, con riferimento al riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, attribuite al nonno per la sua incensuratezza ed alla G.E. (con precedenti) per il ruolo in sottordine rispetto al padre.
Quanto al richiamo alla prosecuzione della condotta illecita, utilizzato dalla corte distrettuale per ribadire “ad abundantiam” le formulate argomentazioni, in punto di conferma della sanzione, valorizzando in proposito anche il dispositivo di una sentenza di condanna per lo stesso illecito (decisione non definitiva ed acquisita agli atti in appello dalla parte civile), va rammentato che il principio di non colpevolezza di cui all’art. 27 Cost., comma 2, vieta di assumere appunto la “colpevolezza” a base di qualsivoglia provvedimento, fino a quando essa non sia stata definitivamente accertata, ma non vieta affatto di trarre elementi di valutazione sulla personalità dell’accusato dal fatto obiettivo della pendenza, a suo carico, di altri procedimenti penali. (Cass. pen. sez. 1, 4878/1997 Rv. 208342).
[1] Articolo 572 – Maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli
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