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Timestamp: 2018-03-21 15:03:32+00:00

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Nell’assegno divorzile va contemplato il pregresso tenore di vita
La Cassazione ha stabilito (sentenza n. 22501) che, l’accertamento del diritto all’assegno divorzile “va effettuato verificando l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente a conservare un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso, ovvero che poteva ragionevolmente prefigurarsi sulla base di aspettative esistenti nel corso del rapporto matrimoniale. A tal fine il tenore di vita può desumersi dalle potenzialità economiche dei coniugi, ossia dall’ammontare dei loro redditi e disponibilità patrimoniali (da ultimo Cass. 17 luglio 2007, n. 15610; 28 febbraio 2007, n. 4764; 7 maggio 2002, n. 6541; 15 ottobre 2003, n. 15383; 19 marzo 2003, n. 4040).”
In sintesi la questione era sorta, in sede divorzile, perché l’ex moglie aveva chiesto l’assegno di mantenimento per sé e la figlia – maggiorenne e non autosufficiente -. Il Tribunale ordinario di Pesaro, dopo l’analisi della documentazione prodotta, aveva emesso sentenza a loro favore riconoscendo ad entrambe il diritto. L’ex marito ricorreva in Appello. La Corte d’Appello di Ancona riconosceva il diritto al mantenimento alla ex ma eliminava quello destinato alla figlia, Non contento l’ex marito promoveva ricorso in Cassazione lamentandosi del vaglio superficiale del patrimonio economico a disposizione della moglie. Gli Ermellini hanno concluso rifacendosi alla sentenza del Tribunale ordinario, rigettando il ricorso e condannando “ il ricorrente alle spese del giudizio di cassazione che liquida nella misura di euro 2700,00 di cui euro 200,00 per spese vive, oltre spese generali e accessori come per legge”.
Anche in tale contesto la Corte ribadisce che, per quanto riguarda l’assegno divorzile, il riferimento di valutazione è sempre il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio: influiscono le condizioni economiche degli ex coniugi, oltre che la dimora coniugale, e fa riferimento la documentazione fiscale dell’onerato. Anche in precedenza si era addivenuti a tale conclusione vds. Cassazione 10901/91; cfr. sul mantenimento 11904/09, 11291/09, 10222/09.
L’elaborazione giurisprudenziale ha creato un vero e proprio principio di diritto volto alla tutela della prole in base al quale viene assimilata la posizione del figlio divenuto maggiorenne, ma tuttora dipendente non per sua volontà dai genitori, a quella del figlio minore, imponendo, pertanto, di ravvisare la protrazione dell’ obbligo di mantenimento, oltre che di educazione e di istruzione, fino al momento in cui il figlio stesso abbia raggiunto una propria indipendenza economica, con una giusta collocazione nel mondo lavorativo, ovvero escludendolo qualora versi in colpa per non essersi messo in condizione di conseguire un titolo di studio o di procurarsi un reddito mediante l’esercizio di un’ idonea attività lavorativa, o per avere detta attività ingiustificatamente rifiutato. Alla stessa stregua si è valutato il raggiungimento della maggiore età, infatti, ove il figlio tuttora economicamente dipendente continui a vivere con il genitore che ne era affidatario a seguito di separazione personale dei coniugi, resta invariata la situazione di fatto oggetto di regolamentazione, e più specificatamente restano identiche le modalità di adempimento all’obbligazione di mantenimento da parte del genitore convivente, e che la pretesa di quest’ ultimo di ricevere dall’altro il contributo a suo carico trova ragione non solo o non tanto nell’interesse patrimoniale del medesimo a non anticipare la quota della prestazione gravante sull’ altro, ma anche e soprattutto nello spirito della legge che prevede, direttamente ed in modo completo, il mantenimento, la formazione ed l’istruzione del figlio.
Analogo argomento è stato desunto dall’ art. 148 comma 2 c.c. – certamente applicabile anche nell’ ipotesi in cui il ricorso negli oneri riguardi figli maggiorenni – il quale prevede che il Presidente del Tribunale possa ordinare- con decreto – che una quota dei redditi dell’ obbligato sia devoluta direttamente all’ altro coniuge, in tal modo apprestando, in una situazione di patologia della convivenza familiare, uno strumento di tutela (anche) preventiva in favore di detto coniuge per l’adempimento degli obblighi facenti capo al primo.
Corte di Cassazione Sez. Prima – Sent. del 04.11.2010 n. 22501
1. Il sig. M. A., con ricorso al tribunale di Pesaro in data 27 settembre 2004, chiese che fosse pronunciata la cessazione degli effetti civili del matrimonio da lui contratto nel (…) con la sig.ra S. Ar.. La convenuta si costituì chiedendo in via riconvenzionale che le fosse attribuito un assegno di mantenimento in favore proprio e della figlia Ad., maggiorenne ma non autosufficiente. Il tribunale accolse la domanda dell’attore, nonché parzialmente la riconvenzionale, condannando l’attore al pagamento di due assegni di euro 750,00 mensili ciascuno per la ex moglie e la figlia. L’A. propose appello in relazione all’attribuzione di detti assegni, mentre l’Ar. propose appello incidentale chiedendo che detti assegni fossero quantificati in misura maggiore. La Corte d’appello di Ancona, con sentenza depositata il 29 novembre 2007, notificata all’A. in data 14 febbraio 2008, escluse l’assegno per la figlia a far data dal (…). Il sig. A. ha proposto ricorso a questa Corte con atto notificato il giorno 11 aprile 2008 alla controparte, formulando cinque motivi, assistiti da quesiti. La sig.ra Ar. resiste con controricorso notificato il 21 maggio 2008. Il ricorrente ha anche depositato memoria.
3. Con il quarto motivo si denuncia ancora la violazione dell’art. 112 c.p.c., nonché dell’art. 5 della legge n. 74 del 1987, per non avere la sentenza impugnata tenuto conto che al ricorrente, dall’unione con l’attuale compagna, nel (…) è nata una figlia, così omettendo di dare riscontro al quinto motivo dell’atto di appello, con il quale era stata dedotta tale circostanza, nonché omettendo di motivare su un fatto decisivo.
Depositata in Cancelleria il 04.11.2010

References: Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 148
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