Source: http://www.avvocatoabologna.it/risarcimento-danni/danno-esistenziale-ai-genitori-per-danno-da-parto-il-danno-da-perdita-del-rapporto-parentale-o-danno-dei-famigliari-per-morte-del-congiunto-art-2059-danni-non-patrimoniali-il-danno-non-patrimonia.html
Timestamp: 2017-10-20 14:22:57+00:00

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Danno esistenziale ai genitori del bambino che subisce gravi lesioni nel parto
avvocato malasanità Bologna, studio legale avvocato Sergio Armaroli
DANNO DA CHIRURGIA ESTETICA,I MIEI CONSIGLI
Afferma la Suprema Corte di Cassazione con sentenza numero 2228 del Febbraio 2012 che la liquidazione danno non patrimoniale al genitore del figlio che subisce danno permanente in seguito al parto, deve essere fatta tenendo in considerazione la sofferenza anche sotto il profilo della sua degenerazione in obiettivi profili relazionali.
Era il caso di un bambino che durante il parto aveva subito la paralisi del braccio destro a causa di un errore medico. Inizialmente i giudici di merito avevano negato il risarcimento del danno non patrimoniale ai genitori sulla base della ritenuta mancanza di qualsiasi elemento idoneo a provare tale specifico profilo relazionale o esistenziale.
La cassazione afferma che se viene dimostrato che prima vi era una normale e pacifica convivenza del nucleo famigliare e che le gravi lesioni subite dal figlio “hanno comportato una sofferenza inferiore tale da determinare un’alterazione del proprio relazionarsi con il mondo esterno, inducendolo a scelte di vita diverse” si deve ritenere che sussista una presunzione di sofferenza interiore così come di uno sconvolgimento esistenziale .
1)danno Biologico
2)danno esistenziale
3)danno morale
Nei primi due gradi di giudizio i giudici di merito si erano limitati a liquidare un danno morale quale mera frazione del cd danno Biologico o mettendo una effettiva personalizzazione del danno.
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IL DANNO DA PARTO,IL DANNO AL NEONATO ,MALFORMAZIONI AL NEONATO
Nel momento del parto e nei momenti che lo precedono e’ richiesta una attenzione massima da parte del medico della gestante e dell’equipe medica.
Numerosi i casi portati all’attenzione della magistratura per errori dell’ostetrica o del ginecologo nel momento del parto, perché tali errori hanno portato a volte al decesso della gestante o a morte del feto o a gravi lesioni dello stesso feto.
L’avvocato Sergio Armaroli assiste in tutta Italia le parti danneggiate che hanno subito danni nel momento del parto, danni che purtroppo a volte condizionano l’esistenza di un’intero nucleo famigliare e sono piuttosto gravi.
Vi sono poi gli errori dell’ecografista che poteva riconoscere malformazioni del feto e non le ha comunicate alla madre, impedendo alla stessa di decidere se portare avanti la gravidanza.
Sono errori gravissimi che condizionano l’esistenza di un’ intero nucleo famigliare.
Vi sono casi di palese responsabilità del medico o ostetrico che ha proceduto e assistito al parto:e ne elenchiamo solo alcuni:
1)ritardo nel ricorso al parto cesareo con lesioni o decesso del nascituro o della madre.
2)lesioni con la forbice al nascituro
3)mancata assistenza alla madre nel parto
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malasanità Bologna, studio legale avvocato Sergio Armaroli
DANNO PARENTALE MORTE FIGLIO, MARITO O FRATELLO O MOGLIE
Il danno da perdita del rapporto parentale va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi esso nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti” (Cass. 9 maggio 2011, n. 10107).
In senso conforme: Cass., 12 giugno 2006, n. 13546;
Il danno parentale:
dalla sentenza 4253/12 della Corte di Cassazione (secondo la quale “perché possa ritenersi risarcibile la lesione del rapporto parentale subita da soggetti estranei a tale ristretto nucleo familiare è necessario che sussista una situazione di convivenza in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi…) (v. Cassazione 7 luglio 2010 n. 16018, in Giust. civ. Mass., 2010, 1014 s.; Cassazione 11 maggio 2007 n. 10823, in Mass., 2007, 845 s.; in dottrina Mascia, Lesione del rapporto parentale: il danno non patrimoniale per la perdita dei nonni, in Civ. prev., 2006, 876 s.; Foffa, Sul danno non patrimoniale ai prossimi congiunti in caso di temporanea non convivenza con la vittima, in Nuova. Giur. Civ. comm., 2008, 849 s.).
La giurisprudenza di legittimità (Cass. civile 8828/2003) ha evidenziato come: “l’interesse fatto valere nel caso di danno da uccisione di congiunto è quello alla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia, alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell’ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli artt. 2, 29 e 30 Cost. Si tratta di interesse protetto, di rilievo costituzionale, non avente natura economica, la cui lesione non apre la via ad un risarcimento ai sensi dell’art. 2043, nel cui ambito rientrano i danni patrimoniali, ma ad un risarcimento (o meglio: ad una riparazione), ai sensi dell’art. 2059, senza il limite ivi previsto in correlazione all’art. 185 c.p. in ragione della natura del valore inciso, vertendosi in tema di danno che non si presta ad una valutazione monetaria di mercato.”
La giurisprudenza di legittimità ha efficacemente descritto il danno da perdita del rapporto parentale come quel danno che va oltre il crudo dolore che la morte in sè di una persona cara provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno, nel non potere più fare ciò che per anni si faceva e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti familiari. Il suddetto danno consiste:” in una perdita, nella privazione di un valore non economico, ma personale, costituito della irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare; perdita, privazione e preclusione che costituiscono conseguenza della lesione dell’interesse protetto”. (Cass., n. 2557/11).
La giurisprudenza di legittimità (tra le altre, da 8 luglio 2014, n. 15491; Cass. 23 settembre 2013, n. 21716) è intervenuta per delimitare i contorni tra il danno da lesione del rapporto parentale e danno morale evitando duplicazioni risarcitorie così come sancito dalle pronunce a Sezioni Unite del 2008.
Tali pronunce hanno chiarito che la considerazione separata delle componenti del pur sempre unitario concetto di danno non patrimoniale è ammessa, quando però sia evidente la diversità del bene od interesse oggetto di lesione ( 9 giugno 2015, n. 11851; Cass. 8 maggio 2015, n. 9320).
Duplicazioni risarcitorie si hanno, pertanto, solo allorquando lo stesso aspetto (o voce) viene computato due o più volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni, mentre non vi è alcuna duplicazione risarcitoria quando il giudice valuta i diversi e molteplici pregiudizi negativi sul valore persona causalmente derivanti dal fatto illecito e incidenti sulla persona del danneggiato provvedendo alla loro integrale riparazione.
La sentenza in rassegna enuncia la differenza e pone la distinzione tra danno tanatologico e danno parentale, distinto dal danno morale rappresentato dal dolore per la perdita della persona cara, concretandosi il danno parentale “nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti”.
Il danno parentale consiste nella privazione di un valore non economico ma personale, che “va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono,” costituito dalla irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare; perdita, privazione e preclusione che costituiscono conseguenza della lesione dell’interesse protetto1.
ostituiscono invero massime ormai consolidate nella giurisprudenza di questa Corte:
a) che in caso di lesione dell’integrità fisica con esito letale, un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, trasmissibile agli eredi, è configurabile solo se la morte sia intervenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo, sì da potersi concretamente configurare un’effettiva compromissione dell’integrità psicofisica del soggetto leso, non già quando la morte sia sopraggiunta immediatamente o comunque a breve distanza dall’evento, giacché essa non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma lesione di un bene giuridico diverso, e cioè del bene della vita (confr. Cass. civ., 17 gennaio 2008, n. 870; Cass. civ., 28 agosto 2007, n. 18163; Corte cost. n. 372/1994);
b) che parimenti il danno cosiddetto catastrofale — e cioè la sofferenza patita dalla vittima durante l’agonia — è risarcibile e può essere fatto valere iure hereditatis unicamente allorché essa sia stata in condizione di percepire il proprio stato, abbia cioè avuto l’angosciosa consapevolezza della fine imminente, mentre va esclusa quando all’evento lesivo sia conseguito immediatamente il coma e il danneggiato non sia rimasto lucido nella fase che precede il decesso (confr. Cass. civ., 28 novembre 2008, n. 28423; Cass. civ., 24 marzo 2011, n. 6754);
c) che non è risarcibile il danno tanatologico, da perdita del diritto alla vita, fatto valere iure successionis dagli eredi del de cuius, per l’impossibilità tecnica di configurare l’acquisizione di un diritto risarcitorio derivante dalla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del titolare, e da questo fruibile solo in natura: e invero, posto che finché il soggetto è in vita, non vi è lesione del suo diritto alla vita, mentre, sopravvenuto il decesso, il morto, in quanto privo di capacità giuridica, non è in condizione di acquistare alcun diritto, il risarcimento finirebbe per assumere, in casi siffatti, un’anomala funzione punitiva, particolarmente percepibile laddove il risarcimento dovesse essere erogato a eredi diversi dai congiunti o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato (confr. Cass. civ., 24 marzo 2011, n. 6754; Cass. civ., 16 maggio 2003, n. 7632);
A ben vedere, a monte di tali opzioni ermeneutiche, e soprattutto dell’ultima, vi è l’elementare considerazione che, in caso di morte di un congiunto, la stessa nozione di risarcimento per equivalente — e cioè di un intervento a carico del danneggiante che serva a rimettere il patrimonio del soggetto leso nella situazione in cui si sarebbe trovato se non fosse intervenuto l’atto illecito — ha senso solo con riferimento alle conseguenze di carattere patrimoniale del fatto pregiudizievole, predominante essendo invece la funzione consolatoria dell’erogazione pecuniaria (non a caso tradizionalmente definita denaro del pianto), inattuabile, per forza di cose, nei confronti del defunto (confr. Cass. civ. nn. 6754/2011 e 7632/2003 cit.).
L’irriducibile e somma disomogeneità tra bene inciso e mezzo attraverso il quale ne viene attuata la reintegrazione e, prima e ancor più, l’impossibilità fisica di erogare la tutela in favore del soggetto che di quel bene era titolare, mentre disvelano la finalizzazione degli opposti orientamenti al contingente e pur encomiabile obiettivo di far conseguire più denari ai congiunti (Cass. civ. n. 6754/2011), confermano la validità di scelte decisorie basate sulla massima emersione possibile del rapporto parentale, come bonum in sé materialmente esistente prima dell’evento lesivo, irrimediabilmente da questo leso, concretamente passibile di consolazione pecuniaria.
I principi qui sinteticamente riportati valgono a chiarire le ragioni della ritenuta fondatezza delle critiche formulate dagli impugnanti nei primi due motivi di ricorso.
Mette conto evidenziare che la Corte d’Appello ha affermato la piena condivisivilità della liquidazione del danno morale effettuata dal giudice di prime cure, in quanto non meramente simbolica; adeguata al caso concreto, e segnatamente alla circostanza che gli appellanti potevano contare sull’appoggio di più familiari superstiti; opportunamente diversificata tra coniuge e figlio.
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RISARCIMENTO DANNI DA SINISTRO MORTALE
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RISARCIMENTO DANNIDA ERRORE MEDICO
RISARCIMENTO DANNI DA MALASANITA’
RISARCIMENTO DANNI DA ERRORE DA PARTO
La causa di risarcimento danni (ammesso che sia necessario fare una causa) negli incidenti automobilistici può però essere radicata anche nel Tribunale ove è avvenuto il sinistro.
Molto spesso si sente dire che le cause per il risarcimento danni da sinistro stradale, comprensive di danno morale, danno biologico e danno incidente sull’attività lavorativa, durino molti anni.
Non bisogna però dimenticare che si può ottenere in poche udienze una provvisionale per risarcimento danni per gravi danni, che può essere anche del 50% del danno subito. Questo in modo particolare quando è certa la responsabilità della controparte e quando le assicurazioni, pur sapendo di dover risarcire un dannotemporeggiano sperando che il danneggiato, spaventato dalla causa, vi rinunci.
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In casi particolari, nei quali riconosco la ragione del danneggiato, posso anticipare le spese di causa per un incidente stradale, previo accordo con il cliente, nel caso lo stesso non abbia i mezzi economici per affrontare un giudizio.
I DANNI PROVOCATI DALLA MORTEDI UN CONGIUNTO
La morte di un prossimo congiunto può provocare una malattia ( ad esempio una depressione post-traumatica), ma, molto più spesso, chi è colpito da un lutto in famiglia è soprattutto costretto a convivere con un profondo senso di vuoto .
Dal punto di vista risarcitorio si sono succeduti nel tempo diversi orientamenti sia in giurisprudenza che in dottrina, di fatto rendendo caotico lo studio della procedura da dover seguire per quantificare e, quindi, liquidare, i danni correlati ad un evento tanto drammatico. Tuttavia, ogni contrasto è stato superato dall’intervento delle Sezioni Unite della Corte di cassazione, le quali hanno infatti stabilito che:
1) tutti i danni si dividono in due grandi categorie: patrimoniali e non patrimoniali;
2)il danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 c.c. ha natura omnicomprensiva ( cioè si è deciso di far confluire all’interno di un’unica voce -appunto danno non patrimoniale- tutte le singole singole sottovoci che un tempo venivano considerate separatamente;
3)anche quando l’illecito non integri gli estremi di un reato, il danno non patrimoniale è sempre risarcibile nel caso di offesa a diritti della persona di rilievo costituzionale.
RICHIESTA RISARCIMENTO DANNI IN TUTTA ITALIA
All’interno del danno non patrimoniale è compreso il danno biologico quale lesione della integrità psico fisica, il danno morale, quale sofferenza transuente risarcibile in conseguenza di un reato nelle ipotesi previste dalla legge ed il danno esistenziale, quale pregiudizio conseguente all’alterazione delle abitudini di vita del soggetto leso capace di incidere sulla vita di relazione di quest’ultimo.
Le Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 26972 ha avuto un forte impatto sulla giurisprudenza successiva ad ha concorso a delinearne un quadro estremamente complesso.
Il carattere perentorio nella della affermazione secondo cui il danno non patrimoniale non potrebbe essere suddiviso in sottocategorie è stato stemperato da pronunce secondo cui l’art 2059 deve essere letto come disposizione che detta limiti e condizioni per la risarcibilità di danni non patrimoniali.
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Il danno da perdita del rapporto parentale, o danno dei famigliari per morte del congiunto Art. 2059. Danni non patrimoniali. Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge.
MORTE DEL FAMIGLIARE IN INCIDENTE STRADALE DANNO AI CONGIUNTI COME OTTENERLO GIURISPRUDENZA
Le sezioni unite S.C., nel procedere alla sistemazione della figura del “danno non patrimoniale” con le note sentenze di San Martino, hanno chiaramente affermato che, in tema di danno alla persona, il riconoscimento del carattere “omnicomprensivo” del risarcimento del danno non patrimoniale non può andare a scapito del principio della “integralità” del risarcimento medesimo.
Corollario di detto principio è che il danno biologico (cioè la lesione della salute), quello morale (cioè la sofferenza interiore) e quello dinamico-relazionale (altrimenti definibile “esistenziale”, e consistente nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane) non costituiscono una conseguenza indefettibile in tema di lesione dei diritti della persona, occorrendo valutare, caso per caso, se il danno non patrimoniale, nella fattispecie concreta, presenti o meno siffatti aspetti. Il compito del giudice consiste, dunque, nell’accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e procedendo alla loro integrale riparazione. Ne consegue che la mancanza di danno biologico (qual è stato ritenuto, nella specie, per i due genitori) non esclude la configurabilità in astratto di un danno morale soggettivo (da sofferenza interiore) e di un danno “dinamico-relazionale”, quale conseguenza, autonoma, della lesione medicalmente accertabile, che si colloca e si dipana nella sfera dinamico-relazionale del soggetto.
E allorchè il fatto lesivo abbia profondamente alterato il complessivo assetto dei rapporti personali all’interno della famiglia, provocando, come è stato ritenuto nella specie, una rimarchevole dilatazione dei bisogni e dei doveri ed una determinante riduzione, se non annullamento, delle positività che dal rapporto parentale derivano, il danno non patrimoniale consistente nello sconvolgimento delle abitudini di vita del genitore in relazione all’esigenza di provvedere perennemente ai (niente affatto ordinari) bisogni del figlio, sopravvissuto a lesioni seriamente invalidanti, deve senz’altro trovare ristoro nell’ambito della tutela ulteriore apprestata dall’art. 2059 cod. civ. in caso di lesione di un interesse della persona costituzionalmente protetto (cass. 31 maggio 2003, n. 8827; cfr. anche Cass. 20 ottobre 2005, n. 20324; cass. 12 giugno 2006, n. 13546).
Nel porre in evidenza, da un canto, che alla stre­gua di una «moderna concezione della persona intesa come portatrice di valori, aspettative e diritti che trova il suo punto di riferimento costituzionale negli artt. 2 – 29- 32 della Costituzione, l’ordinamento giu­ridico deve tutelare il diritto alla salute, ossia il benessere fisico e psichico inteso nel senso ampio di cui si è detto, da ogni ingiusta offesa altrui>>, e, per altro verso, la plurioffensività del sinistro, con l’avvertita esigenza che vengano risarciti tutti i dan­ni conseguenti ad «ogni sinistro», anche quelli subi­ti da «terze persone», da considerarsi non già quali danni «di riflesso» o «di rimbalzo» ( come afferma­to dalle richiamate Cass. n. 60/91, Cass. n. 1516 del 2001 e Cass. n. 10291 del 2001 ) bensì quali danni anch’ essi «diretti», la corte dì merito ha affermato che tale danno ( da intendersi come «permanente alte­razione del rapporto familiare … incidente sulla salute intesa in senso lato come benessere fisico, psichico e sociale» ) va invero «differenziato» dal danno mora­le, da ravvisarsi viceversa nella mera sofferenza o perturbamento psichico.
Ha quindi concluso per la autonoma risarcibilità della «morte violenta di un parente stretto» quale danno iure proprio sofferto dagli stretti congiunti, ponendo al riguardo in rilievo come sia «indiscutibi­le» che «la morte di un parente stretto menoma, anche per sempre, la personalità del superstite privandola, ex abrupto, di tutti quei legami affettivi, etici e psicologici che costituivano il suo modo d’essere anche nei rapporti esterni e che erano una componente fonda­mentale dell’ equilibrio e armonia del nucleo familia­re».
Danno che ha poi liquidato facendo ricorso al cri­terio equitativo ex artt. 1226 e 2056 cc*
Orbene, la suindicata riconduzione del «danno esistenziale» all’interno del «danno biologico» ope­rato dal giudice del gravame di merito va invero ricon­siderata alla stregua dell’orientamento espresso da questa Corte in materia.
Nel fare il punto sugli orientamenti interpretati vi maturati all’esito della progressiva evoluzione del­la disciplina post-codicistica in tema di risarcimento del danno alla persona, questa Corte ha ancora recente­mente avuto modo di operare un intervento razionalizzatore, con il quale è venuta a ricondurre le plurime vo­ci di danno nel tempo elaborate nell’ambito di un “‘sistema bipolare”, costituito dal danno patrimoniale ex art. 2043 ce. e dal danno non patrimoniale ex art. 20 59 ce ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass. , 31/5/2003, n. 8828 ).
Con particolare riferimento a quest’ultimo, nell’avvertita insufficienza dell’ interpretazione che ne segnava la coincidenza -limitandone corrispondente­mente la risarcibilità- con l’unica ipotesi tipica po­sitivamente prevista ( art. 18 5 c.p. ) , quale oggetto del rinvio ivi contenuto, restrittivamente interpretata come sostanziantesi nel mero patema d’animo o sofferen­za psichica di carattere interiore ( danno morale ) , questa Corte, in considerazione anche della proliferazione delle fonti normative prevedenti la risarcibilità del danno morale successivamente determinatasi, è per­venuta, da un canto, a rimarcare il carattere interiore e privo di obiettivizzazione all’ esterno del danno mo­rale, espressamente qualificato come « soggettivo»; per altro verso, a precisare che esso non esaurisce l’ambito del danno non patrimoniale, costituendone un mero aspetto, al contempo svincolandone la risarcibili-tà dalla ricorrenza del reato ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828 ).
Nel porre in rilievo che la Costituzione riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, questa Corte ha sottolineato come il danno non patrimoniale costituisca categoria ampia e comprensiva di ogni ipo­tesi in cui risulti leso un valore inerente la persona ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828 ) .
Ha fatto al riguardo richiamo anche ai molteplici interventi della Corte Costituzionale che hanno segnato l’evoluzione interpretativa in argomento.
Anzitutto alla pronunzia che ha riconosciuto la tu­tela del danno non patrimoniale nella sua accezione più ampia di danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non suscettìbili direttamente di valutazione economica, includendovi il ed. danno bio­logico, quale lesione del bene “salute”, figura autono­ma ed indipendente da qualsiasi circostanza e conse­guenza di carattere patrimoniale { v. Corte Cost., 26/7/1979, n. 88).
Alla sentenza che ha quindi collocato il danno bio­logico nell’ambito del danno patrimoniale ex art. 2043 cc, ravvisandone il fondamento nell’ingiustizia insi­ta nel fatto menomativo della integrità bio-psichica, nella sottolineata esigenza di sottrarre la risarcibi-lità del danno non patrimoniale derivante dalla lesione dì un diritto costituzionale tutelato ( il diritto alla salute contemplato dall’art. 32 Cost. ) ai limiti posti dall’art. 2059 ce. (v. Corte Cost., 14/7/1986, n. 184) .
Alla decisione, ancora, che ha nuovamente ricondot­to il danno biologico nell’ ambito dell’ art. 2059 cc. (v. Corte Cost., 27/10/1994, n. 372).
In tale quadro, si è in giurisprudenza di legitti­mità affermato non poter essere il danno non patrimo­niale più inteso, come viceversa in precedenza, in ter­mini di sostanziale coincidenza con il ( solo ) danno morale, e limitatamente all’ipotesi in cui il fatto il­lecito integri una fattispecie di reato ( v. Cass., 21/10/2005, n. 20355; Cass., 20/10/2005, n. 20323; Cass., 19/10/2005, n. 20205; Cass., 15/1/2005, n. 729).
Movendo (anche) dalle modifiche legislative nel corso degli anni intervenute ( art. 2 L. n. 117 del 1988 in tema di risarcimento anche dei danni non patri­moniali derivanti dalla privazione della libertà perso­nale cagionati dall’esercizio di funzioni giudiziarie; art. 29, comma 9, L. n. 675 del 1996, in tema di moda lità illecite nella raccolta di dati personali; art. 44, comma 7, D.lgs. n. 286 del 1998, in tema dì adozio­ne di atti discriminatori per motivi razziali, etnici o religiosi; art. 2 L. n. 89 del 2001, in tema di mancato rispetto del termine ragionevole di durata del proces­so) , il danno biologico è stato quindi recepito nell’ambito dell’ ampia categoria del danno non patrimo­niale in una diversa e più restrittiva accezione ri­spetto a quella accolta dalla corte dì merito nell’impugnata sentenza , venendo ad essere fissato nel significato di lesione dell’integrità psicofisica ac­certabile in sede medico-legale ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828 ). Danno non rimasto invero allo stadio di mero dolore o patema d’animo in­teriore, con degenerazione della sofferenza interiore fino a sfociare in una patologia obiettivamente riscon­trabile ( es., malattia psico-fisica, esaurimento ner­voso, ecc. ).
La categoria del danno non patrimoniale si è ravvi­sata tuttavia, anche all’esito dell’enucleazione di ta­le figura ulteriore e diversa dal danno morale «sog­gettivo», risultare ancora non esaustìvamente consi­derata, rinvenendosi molteplici rilevanti situazioni soggettive negative di carattere psico-fisico non ri­conducibili né al danno morale «soggettivo» né al danno biologico, nelle suindicate restrittive nozioni accolte.
Situazioni che in dottrina sono state indicate so­stanziarsi nei più diversi tipi di reazione al fatto evento dannoso, e racchiuse nella sintesi verbale <<danno esistenziale».
Si è in giurisprudenza e dottrina pressoché gene­ralmente avvertita peraltro la necessità, in uno sforzo di categorizzazione unificante, di individuare tratti comuni alle varie ipotesi al riguardo indicate, e di delimitare 1’ambito di relativa risarcibilità, in osse­quio anche al principio generale dell’ ordinamento in base al quale il danno deve essere sopportato dal suo autore, sicché il danneggiante è tenuto a risarcire tutto il danno ma solo il danno a lui ascrivibile.
Esigenza di delimitazione d’altro canto avvertita già dallo stesso legislatore, il quale, diversamente che per quello patrimoniale ex art. 2043 ce., ha im­prontato in termini dì tipicità la risarcibilità del danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 ce, limi­tandola ai soli casi previsti dalla legge ( cfr. Cass., 15/7/2005, n. 15022 ).
A tale stregua, la giurisprudenza di legittimità è pertanto pervenuta a considerare il danno non patrimo­niale risarcibile ex art. 2059 ce solamente in pre senza di lesione di interessi essenziali della persona, ravvisati in quelli costituzionalmente garantiti, al riguardo sottolineandosi che il rinvio ai casi in cui la legge consente la riparazione del danno non patrimo­niale ben può essere riferito, dopo l’entrata in vigore della Costituzione, anche alle previsioni della Legge fondamentale, ove si consideri che il riconoscimento nella Costituzione, dei diritti inviolabili inerenti la persona non aventi natura economica implicitamente, ma necessariamente, ne esige la tutela, in tal modo confi­gurandosi propriamente un «caso determinato dalla leg­ge», al massimo livello, di riparazione del danno non patrimoniale ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828. V. altresì Cass., 12/12/2003, n. 19057; Cass., 15/7/2005, n. 15022 ).
Tra gli interessi essenziali in argomento rilevan­ti ( salute, famiglia, reputazione, libertà di pensie­ro, ecc. ) , senz’altro ricompresi sono quelli relativi alla sfera degli affetti ed alla reciproca solidarietà nell’ambito della famìglia, alla libera e piena espli­cazione delle attività realizzatrici della persona uma­na nell’ambito della peculiare formazione sociale che è la famiglia, trovanti fondamento e garanzia costituzio­nale negli artt. 2, 29 e 30 Cost. Interessi che risul­tano irrimediabilmente violati in caso di uccisione dello stretto congiunto ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828. V. altresì, in particolare, Cass., 15/7/2005, n. 15022; Cass., 20/10/2005, n. 20324 ) .
Le Sezioni Unite di questa Corte sono quindi recen­tissimamente giunte ad affermare che il danno esisten­ziale consiste in «ogni pregiudizio ( di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente ac­certabile ) provocato sul fare areddittuale del sogget­to, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazio­nali propri, ìnducendolo a scelte di vita diverse quan­to all’ espressione e realizzazione della sua personali­tà nel mondo esterno» ( v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572 ) .
Nel sottolineare che, diversamente da quello mora­le, esso non ha natura meramente emotiva ed interiore ma deve essere oggettivamente accertabile ed aver de­terminato «scelte dì vita» diverse da «quelle che si sarebbero adottate se non si fosse verificato l’evento dannoso», con obiettiva incidenza «in senso negati­vo» nella sfera del danneggiato, «alterandone l’equilibrio e le abitudini di vita», le Sezioni Unite hanno escluso in particolare che «la lesione degli in­teressi relazionali connessi al rapporto di lavoro re­sti sostanzialmente priva di effetti», senza provocare invero «conseguenze pregiudizievoli nella sfera sog­gettiva del lavoratore, essendo garantito l’interesse prettamente patrimoniale alla prestazione retributiva» ( v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572 ).
Le Sezioni Unite hanno altresì sottolineato che il <<danno esistenziale> non consiste in meri «dolori e sofferenze», ma deve aver determinato «concreti cam­biamenti, in senso peggiorativo, nella qualità della vita».
Ne emerge dunque una figura di danno alla salute in senso lato che, pur dovendo -diversamente dal danno mo­rale soggettivo ( v. Cass., 10/8/2004, n. 15418 )-obiettivarsi, a differenza del danno biologico rimane integrato a prescindere dalla relativa accertabilità in sede medico-legale ( v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572 ) .
Nel precisarsi che il riconoscimento dei “diritti della famiglia” ( art. 29 Cost. ) va inteso non re­strittivamente, cioè come tutela delle estrinsecazioni della persona nell’ambito esclusivo di quel nucleo, con una proiezione di carattere meramente interno, bensì nel più ampio senso di modalità di realizzazione della vita stessa dell’individuo, alla stregua dei valori e dei sentimenti che il rapporto personale ispira, sia generando bisogni e doveri, sia dando luogo a gratifi cazioni, supporti, affrancazioni e significati, si è in giurisprudenza di legittimità al riguardo posto in ri­lievo che laddove il fatto lesivo alteri profondamente tale complessivo assetto, provocando una rimarchevole dilatazione dei bisogni e dei doveri ed una determinan­te riduzione -se non annullamento- delle positività che dal rapporto parentale derivano ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 20/10/2005, n. 20324 ), viene a deter­minarsi quello <<sconvolgìmento delle abitudini di vi­ta» che, pur potendo avere diversa ampiezza e consi­stenza in termini dì intensità e protrazione nel tempo in relazione alle diverse situazioni, deve trovare co­munque obiettivazione nell’alterazione del modo di re­lazionarsi del soggetto sia all’ interno del nucleo fa­miliare che all’ esterno di esso nell’ambito dei comuni rapporti della vita di relazione ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828 ).
Esso si sostanzia invero in una modificazione (peg­giorativa) della personalità dell’individuo, che si obiettivizza socialmente nella negativa incidenza sul suo modo di rapportarsi con gli altri, sia all’interno del nucleo familiare, che all’esterno del medesimo, nell’ambito dei comuni rapporti della vita relazione.
E ciò in conseguenza della subita alterazione; della pri­vazione ( oltre che di quello materiale anche } del rapporto personale con lo stretto congiunto nel suo es­senziale aspetto affettivo o di assistenza morale ( cu­ra, amore ), cui ciascun componente del nucleo familia­re ha diritto nei confronti dell’altro, come per ì co­niugi in particolare previsto dall’art. 143 ce. ( dal­la relativa violazione potendo conseguire l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza e l’addebitabilità della separazione personale ) ; per il genitore dall’ art. 147 ce., e ancor prima da un prin­cipio immanente nell’ordinamento fondato sulla respon­sabilità genitoriale ( v. Corte Cost., 13/5/1998, n. 166; Cass., 1/4/2004, n. 6365; Cass., 9/6/1990, n. 5633 ) , da considerarsi in combinazione con l’art. 8 L. adoz. ( la violazione dell’obbligo di cura o assistenza morale determinando lo stato dì abbandono del minore che ne legittima l’adozione ) ; per il figlio nell’art. 315 ce , secondo una in tal senso valorizzabile, orientata lettura.
Trattasi, come dalla corte di merito correttamente affermato nell’impugnata sentenza, di danno non già «riflesso» o «di rimbalzo» bensì «diretto», dagli stretti congiunti del defunto sofferto iure proprio, in quanto l’evento morte è plurioffensivo, non solamente causando l’estinzione della vita della vìttima prima­ria, che subisce il massimo sacrificio del relativo diritto personalissimo, ma altresì determinando l’estinzione del rapporto parentale con i congiunti della vittima, a loro volta lesi nell’interesse all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci e alla scambievole solidarietà che connota la vita fami­liare ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828 ).
Così come quello patrimoniale, anche il danno non patrimoniale ha natura di danno-conseguenza, quale dan­no che scaturisce dal fatto-evento.
Con riferimento in particolare al danno da ucci­sione, esso consìste non già nella violazione del rap­porto familiare quanto piuttosto nelle conseguenze che dall’irreversibile venir meno del godimento del con­giunto e dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali discendono.
Si è infatti escluso che tale tipo di danno sìa configurabile in re ipsa, precisandosi che deve essere allegato e provato da chi vi abbia interesse, senza ri­manere tuttavia precluso il ricorso a valutazioni pro­gnostiche ed a presunzioni ( sulla base di elementi obiettivi forniti dall’interessato ). E proiettandosi esso nel futuro, assume al riguardo rilievo la conside­razione del periodo di tempo nel quale si sarebbe pre­sumibilmente esplicato quel godimento del congiunto che l’illecito ha reso invece impossibile ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828 ).
Il danno non patrimoniale deve essere dunque rico­nosciuto e liquidato nella sua interezza, essendo per­tanto necessaria, laddove il risarcimento non risulti in termini generali e complessivi domandato, l’analitica considerazione e liquidazione in relazione ai diversi aspetti in cui esso si scandisce.
Quando il danneggiato chiede il risarcimento del danno non patrimoniale la domanda va cioè intesa come estesa a tutti gli aspetti di cui tale ampia categoria sì compone, nella quale vanno d’altro canto riassorbite le plurime voci di danno nel corso degli anni dalla giurisprudenza elaborate proprio per sfuggire agli an­gusti lìmiti della suindicata restrittiva interpreta­zione dell’art. 2059 ce.
La domanda di risarcimento del danno non patrimo­niale in termini generali formulata non può essere in­fatti limitata alla considerazione meramente di alcuni dei medesimi, con esclusione di altri ( cfr. Cass., 24/2/2006, n. 4184; Cass., 26/2/2003, n. 28 69, con ri­ferimento in particolare al danno biologico ), una tale limitazione essendo invero rimessa, in ossequio al principio della domanda, alla previa scelta del danneg­giato, che si limiti a far valere solamente alcuna del le tre suindicate voci che tale categoria integrano (v. Cass., 28/7/2005, n. 1583; Cass., 7/12/2004, n. 22987. Con riferimento alla richiesta di risarcimento del dan­no morale, nel senso che essa non possa intendersi come limitata alla sola sofferenza psichica transeunte ma debba considerarsi quale «sinonimo>> della locuzione «danno non patrimoniale», v. peraltro Cass., 15/7/2005, n. 15022).
Neil’impugnata sentenza, al di là dell’erroneo in­quadramento sistematico sopra evindenzìato, la corte di merito, pur sembrando a volte privilegiare il profilo della perdita del rapporto familiare in sé e per sé considerato, il «fatto storìco>> di non avere più il coniuge o il genitore a causa dell’ illecito e di non potere più essere, relativamente a quella persona, co­niuge e figlio, alla stregua del complessivo tenore delle argomentazioni spese in motivazione risulta aver fatto invero sostanzialmente applicazione del sopra de­lineato concetto di danno esistenziale, come emerge an­che da quanto affermato in sede di relativa qualifica­zione ( « … un danno che potremmo chiamare danno esi­stenziale e che sostanzialmente è configurabile quando la morte violenta di un congiunto provoca uno sconvol­gimento ed un’alterazione permanente dell’ equilibrio del nucleo familiare» ) nonché dalla compiuta attribu zione della somma in questione in favore degli stretti congiunti in vìa ulteriore ed autonoma rispetto ai già riconosciuti danni patrimoniale e morale, pur escluden­do avere essi subito un «trauma psicofisico permanen­te», integrante -come detto- il danno biologico, se­condo il suo attuale effettivo significato.
Stante quanto sopra rilevato e precisato in termi­ni di configurabilità del danno esistenziale ed in or­dine alla sua natura dì danno-conseguenza, infondata risulta invero altresì la censura dalla ricorrente mos­sa in termini di vizio di motivazione.
Del pari priva di fondamento sì rivela la denun­ziata violazione dell’art. 2697 ce.
Neil’ affermare essere «indiscutìbile» che «la morte di un parente stretto menoma (anche per sempre), la personalità del superstite», incidendo sul suo «modo di essere» pure «nei rapporti esterni», oltre che sull’ «equilibrio e armonìa del nucleo familiare», e movendo dalla considerazione che nel caso trattavasi di nucleo familiare pacificamente convivente costitui­to dal defunto, dalla consorte e dai due figli maggio­renni, unita anche nell’attività lavorativa, atteso che il più grande dei figli svolgeva lavorava con il padre e della costituita società faceva parte anche la ri­spettiva moglie e madre, la corte di merito ha infatti ritenuto il danno in questione presuntivamente provato.
Orbene, come questa Corte ha già avuto modo di af­fermare e di ribadire, la prova del danno esistenziale da uccisione dello stretto congiunto può essere data invero anche a mezzo dì presunzioni [ v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828; Cass., 19/8/2003, n. 12124; Cass., 15/7/2005, n. 15022 ) , le quali al riguardo assumono anzi «precipuo rilievo» (v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572 ).
Le presunzioni, vale osservare, come affermato in giurisprudenza di legittimità ( v. Cass., Sez, Un. , 24/3/2006, n. 6572 ) e sostenuto anche in dottrina non costituiscono uno strumento probatorio dì rango wsecondario” nella gerarchia dei mezzi di prova e «più debole» rispetto alla prova diretta o rappresen­tativa.
Va al riguardo sottolineato come, alla stessa stre­gua di quella legale la presunzione vale invero nel ca­so a sostanzialmente facilitare 1’assolvimento dell’onere della prova da parte di chi ne è onerato, trasferendo sulla controparte l’onere della prova con­traria.
Questa Corte è pervenuta ad affermare che «la pre­sunzione semplice e la presunzione legale iuris tantum si distinguono unicamente in ordine al modo di insor genza, in quanto mentre il fatto sul quale la prima si fonda dev’essere provato in giudizio, e il relativo onere grava su colui che intende trarne vantaggio, la seconda è stabilita dalla legge e, quindi, non abbiso­gna della prova di un fatto sul quale possa fondarsi e giustificarsi. Una volta, tuttavia, che la presunzione semplice si sia formata e sia stata rilevata ( cioè, una volta che del fatto sul quale si fonda sia stata data o risulti la prova ) , essa ha la medesima effica­cia che deve riconoscersi alla presunzione legale iuris tantum, quando viene rilevata, in quanto 1’una e 1 ‘al­tra trasferiscono a colui, contro il quale esse depon­gono, 1 ‘ onere della prova contraria» ( così Cass., 27/11/1999, n. 13291 ).
Da tale considerazione consegue il ritenere la par­te onerata ex art. 2 697 ce. sollevata dal provare il fatto previsto { che, come posto in rilievo anche in dottrina, deve considerarsi provato ove provato il «fatto base» ) . Ed altresì che, come per quella lega­le, anche per la presunzione semplice in assenza di prova contraria ( quando, come nel caso, ammessa ) il giudice è tenuto a ritenere provato il fatto previsto, non essendogli consentita al riguardo la valutazione ai sensi dell’art. 116 c.p.c.
Il prevalente orientamento segnala peraltro che at traverso lo schema logico della presunzione la legge non vuole imporre conclusioni indefettibili ma introdu­ce uno strumento di accertamento dei fatti di causa che può anche presentare qualche margine di opinabilità nell’operata riconduzione, in base a regole (elastiche) dì esperienza, del fatto ignoto da quello noto, mentre quando queste regole si irrigidiscono -assumendo consi­stenza di normazione positiva- si ha un fenomeno quali­tativamente diverso, e dalla praesumptio hominis si passa nel campo della presunzione legale ( v. Cass., 16/3/1979, n. 1564 ).
Come da questa Corte ripetutamente affermato, in tema di prova per presunzioni semplici nella deduzione dal fatto noto a quello ignoto il giudice di merito in­contra il solo limite del princìpio di probabilità: non occorre, cioè, che i fatti, su cui la presunzione si fonda, siano tali da far apparire la esistenza del fat­to ignoto come 1 ‘unica conseguenza possibile dei fatti accertati secondo un legame di necessarieta assoluta ed esclusiva ( in tal senso v. peraltro Cass,, 6/8/1999, n. 8489; Cass., 23/7/1999, n. 7954; Cass., 28/11/1998, n. 12088 ), ma è sufficiente che 1’operata inferenza sia effettuata alla stregua di un canone di ragionevole probabilità, con riferimento alla connessione degli ac­cadimenti la cui normale sequenza e ricorrenza può verificarsi secondo regole di esperienza ( v. Cass. 23/3/2005, n. 6220; Cass., 16/7/2004, n. 13169; Cass., 13/11/1996, n. 9961; Cass., 18/9/1991, n. 9717; Cass., 20/12/1982, n. 7026 ) , basate siili’ id quod plerumque accidit ( v. Cass., 30/11/2005, n. 6081; Cass., 6/6/1997, n. 5082 ).
La presunzione basata sulla regola di esperienza (la quale ove fondata sulla tipicità di determinati fatti in base alla regola di esperienza di tipo stati­stico richiama l’istituto proprio dell’esperienza tede­sca dell’Anscheinsbeweis ), che può indurre il giudice ad escludere la necessità di ulteriori prove al riguar­do, è, diversamente da quella legale, in realtà rimes­sa ad una conclusione di tipo argomentativo, nell’ambito del prudente apprezzamento del giudice ex art. 116 c.p.e.
La parte contro cui gioca la presunzione è in ogni caso ammessa a fornire la prova contraria, spettando in tal caso al giudice stabilire l’idoneità nel caso con­creto di quest’ultima a vincerla.
Pur se anche nell’ambiente familiare è astrattamen­te possìbile che la perdita dello stretto congiunto (coniuge o genitore) possa non determinare conseguenze pregnanti nella sfera soggettiva laddove rimangano ga­rantite quelle economiche, tale conseguenza appare in vero nei normali rapporti di vita familiare assoluta­mente meno probabile e frequente che non nei rapporti di tipo lavorativo, come quello preso in considerazione da Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572.
Si è in giurisprudenza di legittimità affermato ri­spondere invero a regole di comune esperienza che quan­to più stretto è il rapporto parentale tanto più inten­so è il dolore, specie se al rapporto si associa la convivenza ( v. Cass., 11/8/2004, n. 15568 ), laddove la vastità e la coesione del nucleo familiare della vittima può essere tale da lenire la sofferenza, nei limiti di quanto possibile in un evento tragico del ti­po in esame, con la presenza di altri affetti familiari ( v., con riferimento a nucleo familiare composto anche dai nonni, Cass., 15/2/2006, n. 3289 ).
Si è altresì affermato doversi ritenere sussisten­te, in capo al soggetto che ha posto in essere la con­dotta causativa della morte del congiunto, 1’elemento della prevedibilità dell’evento in relazione alla le­sione in pari tempo delle situazioni giuridiche dei soggetti legati alla vittima primaria da un vincolo co­niugale o parentale, e in particolare dell’interesse all’intangibilità delle relazioni familiari, atteso che la prevedibilità dell’evento dannoso deve essere valu­tata in astratto, e non in concreto, normalità il fatto che la vittima sia inserita in un nucleo familiare, come coniuge, genitore, figlio o fra­tello ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8828 ).
Provato il fatto-base della sussistenza di un rap­porto di coniugio o di filiazione e della convivenza con il congiunto defunto, è allora da ritenersi che la privazione di tale rapporto presuntivamente determina ripercussioni ( anche se non necessariamente per tutta la vita ) sia sull’assetto degli stabiliti ed armonici rapporti del nucleo familiare, sia sul modo di relazio­narsi degli stretti congiunti del defunto ( anche ) all’ esterno di esso rispetto ai terzi, nei comuni rap­porti della vita di relazione.
Incombe allora alla parte in cui sfavore opera la presunzione dare la prova contraria al riguardo, idonea a vincerla ( es., situazione di mera convivenza “forzata”, caratterizzata da rapporti deteriorati, con­tras seganti da continue tensioni e screzi; coniugi in realtà “separati in casa”, ecc. ).
Non si tratta infatti, diversamente da quanto la­mentato dalla odierna ricorrente, di un’ipotesi di pre­sunzione iuris et de iure.

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 Art. 2059
 Cass. 
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 art. 2043
 art. 20
 Cass. 
 art. 18
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 art. 2043
 art. 2059
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 art. 29
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 art. 2
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 art. 2043
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