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Timestamp: 2020-02-28 09:13:46+00:00

Document:
i tradizionalisti, l'infallibilità e il papa
Molti uomini che sembrano possedere l'autorità nella Chiesa insegnano errori e
impongono leggi dannose. Come riconciliare tutto questo con l'infallibilità?
Se ora assisti regolarmente alla Massa tradizionale in latino è perché, ad un certo punto, hai concluso che l'antica Messa e la vecchia dottrina sono cattoliche e buone, mentre la nuova Messa e gli insegnamenti moderni, in qualche modo, non lo sono. Tuttavia, hai dovuto probabilmente affrontare (come me) qualche preoccupazione iniziale: cosa succede se la Messa tradizionale alla quale vado non è approvata dalla Diocesi?
Sto sfidando l'autorità legittima nella Chiesa? Sto disubbidendo al Papa? Questo è il «problema dell'autorità», e sembra presentare un vero dilemma. La Chiesa insegna che il Papa è infallibile in materia di fede e di morale. I buoni cattolici, inoltre, rispettano le leggi del Papa e la Gerarchia. Al contrario, i cattivi cattolici scelgono con cura le leggi che vogliono rispettare. Allo stesso tempo, molti uomini che sembrerebbero possedere l'autorità nella Gerarchia ci comandano di accettare certe dottrine e una Messa che danneggiano la fede o producono altri effetti disastrosi. Cosa deve fare un cattolico?
Perché rifiutare i cambiamenti?
Per risolvere il dilemma, dobbiamo in primo luogo considerare i motivi che ci hanno spinti ad abbandonare le nostro parrocchie. In molti casi, abbiamo constatato la contraddizione con l'insegnamento cattolico stabilito o l'irriverenza nel culto. In altre parole, abbiamo immediatamente riconosciuto qualche elemento della nuova religione come un errore dottrinale o un male.
Sappiamo anche che le nostre obiezioni non riguardano cambiamenti secondari. Al contrario, le nuove dottrine ci sono apparse come cambiamenti sostanziali: compromessi, tradimenti, o contraddizioni dirette dell'immemorabile insegnamento cattolico. Ora consideriamo il nuovo sistema di culto come cattivo, irriverente, un disonore al SS.mo Sacramento, ripugnante alla dottrina cattolica, o totalmente distruttivo per la fede di milioni di anime.
Ragioni pesanti come queste - e non piccole banalità - sono ciò che ci ha condotto a resistere e a rifiutare i cambiamenti introdotti dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Se siamo giunti a questo punto e abbiamo riconosciuto (come dovremmo) che diverse dichiarazioni ufficiali o numerose leggi emanate dalla Gerarchia post-conciliare contengono errori o mali, siamo in effetti sulla strada giusta per risolvere il problema apparentemente spinoso dell'autorità. Permetteteci di esaminare il perché.
Alcuni errori e mali
Cominciamo elencando qui alcuni degli errori o mali approvati ufficialmente dal Vaticano II, da Paolo VI (1897-1978) o dai suoi successori:
Il Vaticano II insegna che (e questo viene ripetuto nel nuovo Codice di Diritto canonico del 1983) la vera Chiesa di Cristo «sussiste» (anziché «è») nella Chiesa cattolica. Ciò implica che la vera Chiesa può «sussistere» anche in altre confessioni religiose.
L'abolizione nel nuovo Codice di Diritto canonico del 1983 della distinzione tradizionale tra il fine primario del matrimonio (procreativo) e quello secondario (unitivo), ponendo questi fini sullo stesso piano, costituisce un'inversione del loro ordine. Questo cambiamento offre un tacito appoggio alla contraccezione, giacché la proibizione del controllo delle nascite è basata sull'insegnamento secondo cui la procreazione è il fine primario del matrimonio.
Nella versione originale latina del nuovo Messale di Paolo VI sono stati sistematicamente soppressi i seguenti concetti: l'inferno, il giudizio divino, la collera di Dio, la punizione del peccato, la malizia del peccato, il peccato come il male più grande, il distacco dal mondo, il purgatorio, le anime dei trapassati, la regalità di Cristo sulla Terra, la Chiesa Militante, il trionfo della fede cattolica, i mali dell'eresia, dello scisma e dell'errore, la conversione dei non-cattolici, i meriti dei Santi e i miracoli. Eliminare queste dottrine dalla liturgia equivale a segnalare che esse non sono più vere, o almeno sufficientemente importanti, o meritevoli di una menzione nella preghiera ufficiale della Chiesa.
L'approvazione ufficiale da parte di Paolo VI di poter dare la Comunione nella mano. Questa pratica venne imposta nel XVI secolo dai protestanti per negare la transustanziazione e la natura sacramentale del sacerdozio.
L'introduzione ufficiale al nuovo Ordinario della Messa (l'Institutio Generalis Missali Romani), un documento ufficiale, insegna che la Messa è una riunione-cena, co-celebrata dall'assemblea e dal suo presidente, durante la quale Cristo è presente nei fedeli, nella lettura della Sacra Scrittura, e infine nel pane e nel vino. Ciò coincide con il modo protestante o modernista di concepire la Messa, e offre un fondamento teorico ai conseguenti «abusi».
Gli insegnamenti di Benedetto XVI
A quelli appena visti, potremmo aggiungere altri insegnamenti di Giovanni Paolo II (1920-2005) e di Benedetto XVI, entrambi ritenuti erroneamente dei «conservatori». Le loro dichiarazioni e i loro scritti rivelano un penetrante problema teologico che va ben oltre quello costituito dalla riforma liturgica. Durante il Vaticano II, Joseph Ratzinger è stato uno dei principali teologi dell'ala modernista, e come tale ha sparso sul suo cammino una lunga lista di errori. Egli è stato il principale architetto della nuova teologia della Chiesa, identificandola come il «Popolo di Dio» o la «Chiesa di Cristo», un qualcosa di diverso dalla Chiesa cattolica romana - una super-Chiesa - composta da «elementi» della vera Chiesa posseduti pienamente (dai cattolici) o parzialmente (dagli eretici e dagli scismatici). Il vincolo che tiene insieme questa bestia ecumenica è la nozione ratzingeriana di Chiesa come «comunione». Come Cardinale, come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e in qualità di consulente dottrinale di Giovanni Paolo II, Joseph Ratzinger ha sviluppato questa idea nella Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica su alcuni aspetti della Chiesa intesa come comunione (1992), nella Dichiarazione Dominus Iesus (2000), nel nuovo Codice di Diritto canonico (1983) e nel Catechismo della Chiesa cattolica (1997). Ecco alcune proposizioni tipiche dell'insegnamento di Ratzinger:
Le chiese scismatiche sarebbero «Chiese particolari» unite alla Chiesa cattolica da «strettissimi vincoli» 2.
La Chiesa universale sarebbe il «Corpo delle Chiese» (particolari) 3.
Le chiese scismatiche avrebbero un'esistenza «ferita» 4.
«Pur essendo particolari, in esse (le chiese) si fà presente la Chiesa universale con tutti i suoi elementi essenziali» 5.
La Chiesa di Cristo sarebbe «presente e operante» anche nelle chiese che rifiutano il papato 6.
Si diventa membri del «Popolo di Dio» attraverso il Battesimo 7.
L'intero popolo di Dio parteciperebbe all'ufficio di Cristo 8.
Il Corpo di Cristo (la Chiesa) sarebbe «ferito» dalle divisioni 9.
«Lo Spirito di Cristo si serve di queste Chiese e comunità ecclesiali (separate) come di strumenti di salvezza» 10.
Ogni «chiesa particolare» sarebbe «cattolica», ma alcune sarebbero «pienamente cattoliche» 11.
Questi insegnamenti sono contrari ad un articolo delle fede cattolica: «Credo nella Chiesa una». La parola «una» nel Credo si riferisce a quella nota per la quale La Chiesa è «indivisa in sé stessa e non separata da alcun altro» nella fede, nella disciplina e nel culto. Le dottrina di Ratzinger è inoltre contraria all'insegnamento dei Padri della Chiesa e al Magistero ordinario universale secondo cui gli eretici sono «fuori dalla comunione cattolica ed estranei alla Chiesa» (Papa Leone XIII).
La Chiesa non può dare cose cattive ai suoi figli
L'elenco degli errori potrebbe continuare per pagine. Ogni articolo può essere catalogato sia come un errore (una contraddizione o un cambiamento sostanziale degli insegnamenti del Magistero pre-conciliare), che come un male (qualcosa di offensivo verso Dio o di dannoso per la salvezza delle anime). Ma se da una parte la stessa fede ci insegna che questi cambiamenti sono sbagliati, dall'altra ci spiega anche che la Chiesa non può sbagliare nel suo insegnamento o dare alle anime cose cattive.
Infatti, una delle proprietà essenziali della Chiesa cattolica è la sua indefettibilità. Ciò significa, tra le altre cose, che il suo insegnamento è «immutabile e rimane sempre lo stesso» (Sant'Ignazio di Antiochia). É impossibile che essa contraddica il proprio insegnamento. Inoltre, un'altra proprietà essenziale della Chiesa di Cristo è la sua infallibilità. Tale proprietà non si applica (come sembrano pensare molti cattolici «tradizionalisti») unicamente ai rari pronunciamenti pontifici ex cathedra, come quelli con cui è stata definita l'Immacolata Concezione o l'Assunzione della Vergine. L'infallibilità si estende anche alle leggi disciplinari e universali della Chiesa. Questo principio è stato esposto da diversi autori classici di Teologia dogmatica, come Salaverri (I, 722), Zubizarreta (I, 486), Herrmann (I, 258), Schultes (314–7) e Abarzuza (I, 447), dove viene normalmente spiegato in questo modo: «L'infallibilità della Chiesa si estende [...] alle leggi ecclesiastiche approvate dalla Chiesa universale per la regolazione del culto e della vita cristiana [...]. Ma la Chiesa è infallibile anche nel pubblicare un decreto dottrinale, come accennato sopra, ad una tale estensione che è impossibile sanzionare un diritto universale che potrebbe essere in contrasto con la fede o la morale, o che per la sua natura intrinseca potrebbe contribuire al danno delle anime [...]. Se la Chiesa dovesse commettere un errore manifesto legiferando in materia di disciplina generale, non sarebbe più la custode fedele della dottrina rivelata o un'insegnante fidata del modo di vivere cristiano. Essa non sarebbe la fedele custode della dottrina rivelata a causa dell'imposizione di una legge viziosa, per tutti gli scopi pratici, o per aver deliberato una definizione dottrinale erronea; naturalmente, ognuno concluderebbe che ciò che la Chiesa comanda è conforme con la sana dottrina. Essa non sarebbe un'insegnante del modo di vita cristiano se mediante le sue leggi iniettasse la corruzione nella pratica della vita religiosa» 12.
Quindi, è impossibile che la Chiesa dia alle anime qualcosa di cattivo attraverso le sue leggi, incluse quelle che regolano il suo culto. Se consideriamo da un lato che la Gerarchia post-conciliare ha approvato ufficialmente errori e mali, e dall'altro riconosciamo le proprietà essenziali della Chiesa, dobbiamo necessariamente giungere ad una conclusione sull'autorità della Gerarchia post-conciliare: se conveniamo che la Chiesa è indefettibile nel suo insegnamento (il suo insegnamento non può cambiare) ed è infallibile nell'emanare leggi disciplinari e universali (le sue leggi liturgiche non possono compromettere la dottrina o causare danno alle anime), è impossibile che gli errori e i mali che abbiamo elencato possano procedere dall'autorità della Chiesa. A questo punto, è necessario un altro chiarimento.
Perdita dell'ufficio per eresia
L'unica spiegazione a questi errori e mali, da cui la dottrina della Chiesa dovrebbe essere preservata grazie alla sua infallibilità e alla sua indefettibilità, è che gli ecclesiastici che li hanno promulgati hanno perso in qualche modo e come individui l'autorità degli uffici nella Chiesa che sembravano possedere; o che non hanno mai posseduto tale autorità di fronte a Dio in primo luogo.
I loro pronunciamenti sono diventati giuridicamente invalidi e non possono vincolare i cattolici, esattamente come i decreti dei Vescovi d'Inghilterra che nel XVI secolo accettarono l'eresia protestante erano invalidi e privi di autorità per i cattolici britannici. Tale perdita di autorità deriva da un principio generale presente nella legge della Chiesa: la defezione pubblica dalla fede spoglia automaticamente una persona di tutti gli uffici ecclesiastici che ricopre.
Se ci pensiamo, tutto questo ha un senso: sarebbe assurdo che qualcuno che non professa più la fede cattolica continuasse ad avere autorità sui fedeli. Il principio secondo cui colui che diserta dalla fede perde automaticamente il suo ufficio viene applicato ai pastori, ai Vescovi diocesani e ad altri uffici ecclesiastici simili. Esso si applica anche ad un papa.
Perdita dell'ufficio papale
Inoltre, alcuni di questi autori sostengono che un papa può divenire scismatico. Ad esempio, nel suo grande trattato sul Romano Pontefice, San Roberto Bellarmino pone la questione: «Se un papa eretico possa essere deposto». Da notare in primo luogo che la sua domanda presume che un papa può diventare eretico. Dopo una lunga discussione, Bellarmino conclude: «Un papa che è eretico manifesto cessa (per se) automaticamente di essere papa e di comandare, così come cessa automaticamente di essere un cristiano e un membro della Chiesa. Quindi, egli può essere giudicato e punito dalla Chiesa. Questo è l'insegnamento di tutti gli antichi Padri che insegnano che gli eretici manifesti perdono immediatamente qualsiasi giurisdizione» 13.
Per sostenere la sua posizione, Bellarmino cita diversi passi di Cipriano, di Ioannes Driedonus e di Melchior Cano (1509-1560). La base di questo insegnamento, conclude il Santo, è che un eretico manifesto non può essere in alcun modo membro della Chiesa, né per mezzo della sua anima, né per mezzo del suo corpo, né tramite un'unione interna, né attraverso un'unione esterna. Dopo il Bellarmino, altri eminenti canonisti e teologi hanno sostenuto in maniera simile questa posizione.
Lo Ius Canonicum di Wernz e Vidal, un'opera in otto volumi ripubblicata nel 1943, che forse è il commentario più tenuto in considerazione dal Codice di Diritto canonico del 1917, afferma: «Attraverso la divulgazione aperta dell'eresia, per via di questo fatto (ipso facto), si ritiene che il Romano Pontefice caduto nell'errore debba essere privato del potere di giurisdizione anche prima di qualsiasi sentenza di accertamento da parte della Chiesa [...]. Un papa che è caduto nell'eresia pubblica cesserebbe ipso facto di essere un membro della Chiesa; perciò, egli cesserebbe anche di essere il capo della Chiesa» 14.
San Bellarmino Francisco Suarez Melchior Cano
I canonisti post-conciliari
La possibilità che un papa possa divenire eretico e possa quindi perdere il suo ufficio è riconosciuta anche da un autorevole commento al nuovo Codice di Diritto canonico del 1983: «I canonisti classici discussero la questione se un papa, nelle sue opinioni private o personali, potesse cadere nell'eresia, nell'apostasia o nello scisma. Se egli vi fosse caduto in maniera pubblica e manifesta, avrebbe perso la comunione, e secondo un'opinione accettata, avrebbe perso ipso facto anche il suo ufficio 15. Poiché nessuno può giudicare il papa (Canone 1404), nessuno potrebbe deporre un papa per tali crimini, e gli autori sono in disaccordo tra loro su come la perdita del suo ufficio dev'essere dichiarata in modo tale che un posto vacante possa essere occupato da una nuova elezione» 16.
E dunque, il principio secondo cui un papa eretico può perdere automaticamente il suo ufficio è ammesso da una grande varietà di canonisti e di teologi cattolici.
Papa Innocenzo III e Papa Paolo IV
Anche i Papi hanno sollevato la possibilità che un eretico possa finire in qualche modo sul trono di Pietro. Papa Innocenzo III (1198–1216), uno dei campioni più forti dell'autorità pontificia nella storia del papato, insegna: «Nondimeno, il Romano Pontefice non deve vantarsi, perché può essere giudicato dagli uomini, o piuttosto, può essere chiamato in giudizio, se puzza manifestamente di eresia. Perché colui che non crede è già giudicato» 17.
Durante il tempo della rivolta protestante, Papa Paolo IV (1555–1559), un altro vigoroso difensore dei diritti del papato, sospettava che uno dei Cardinali che aveva buone possibilità di essere eletto papa nel prossimo conclave fosse in segreto un eretico. Perciò, il 16 febbraio 1559, egli pubblicò la Bolla Cum ex Apostolatus Officio. Il Pontefice decretò che se mai dovesse succedere che qualcuno che venisse eletto papa avendo in anticipo «di aver deviato dalla fede, o di essere caduto in qualche eresia», la sua elezione, anche se fosse avvenuta con l'accordo e il consenso unanime di tutti i Cardinali, sarebbe «nulla, non valida e senza alcun valore» («nulla, irrita et inanis existat»). Paolo IV decretò che tutti i successivi atti, leggi e nomine di tale papa invalidamente eletto siano prive «di qualsiasi forza ("viribus careant") tutte e ciascuna ("omnia et singula") di qualsivoglia loro parola, azione, opera di amministrazione o ad esse conseguenti, non possano conferire nessuna fermezza di diritto ("nullam prorsus firmitatem nec ius")».
Inoltre, egli ordinò che tutti coloro che fossero nominati ad uffici ecclesiastici da tale papa «siano per il fatto stesso ("eo ipso") e senza bisogno di una ulteriore dichiarazione ("absque aliqua desuper facienda declaratione"), private ("sint privati") di ogni dignità, posto, onore, titolo, autorità, carica e potere ("auctoritate, officio et potestate")». Quindi, la possibilità di cadere nell'eresia, è una concomitante mancanza di autorità da parte di un individuo che sembra essere il papa, non è affatto forzata, ma è fondata sull'insegnamento di almeno due Papi.
Papa Innocenzo III Papa Paolo IV
Più semplicemente, da un lato sappiamo che la Chiesa è indefettibile (non può sbagliare), e dall'altro sappiamo - come insegnano diversi teologi e Papi - che un papa, come individuo, può disertare dalla fede, e perdere così il suo ufficio e la sua autorità. Una volta che abbiamo riconosciuto gli errori e i mali della religione conciliare, non restano che due alternative:
La Chiesa è caduta nella defezione (il che è impossibile);
Gli uomini di Chiesa hanno disertato la fede, e di conseguenza hanno perso i loro uffici e la loro autorità.
Di fronte ad una tale scelta, alla luce della logica dei dettami di fede, noi affermiamo l'indefettibilità della Chiesa, e riconosciamo la defezione degli ecclesiastici. In altre parole, riconosciamo che i cambiamenti introdotti dopo il Concilio sono falsi e cattivi, e che dev'essere rifiutato anche un riconoscimento implicito degli uomini che li hanno promulgati, in quanto non possiedono realmente l'autorità della Chiesa.
É probabile che qualcuno dica che tutti i cattolici «tradizionalisti» sono «sedevacantisti». In realtà, non tutti i cattolici «tradizionalisti» si sono ancora resi conto di questo problema. In questo modo, il problema dell'autorità è risolto. I cattolici che stanno lottando per preservare la fede dopo l'apostasia post-conciliare non hanno alcun obbligo nei confronti di coloro che hanno perso la loro autorità abbracciando l'errore.
Ecco un riepilogo di quanto detto in precedenza:
Gli insegnamenti e le leggi ufficiali sanciti durante il Concilio Vaticano II e nell'epoca post-conciliare contengono errori e/o promuovono dei mali;
Poiché la Chiesa è indefettibile, il suo insegnamento non può cambiare; e giacché essa è infallibile, le sue leggi non possono essere cattive;
È dunque impossibile che gli errori e i mali ufficialmente promulgati come insegnamenti e leggi durante il Concilio Vaticano II e nell'epoca post-conciliare possano procedere dall'autorità della Chiesa;
Coloro che hanno promulgato tali errori e mali devono in qualche modo essere privi della vera autorità nella Chiesa;
I canonisti e i teologi insegnano che, una volta divenuta manifesta, la defezione dalla fede comporta automaticamente la perdita dell'ufficio ecclesiastico (l'autorità). Essi applicano questo principio anche ad un papa che, nella sua posizione personale, in qualche modo diventa eretico;
Anche i Papi hanno dato credito alla possibilità che un eretico possa un giorno sedere sul trono di Pietro. Papa Paolo IV ha decretato che l'elezione di tale papa sarebbe nulla, e che sarebbe privo di qualsiasi autorità;
Poiché la Chiesa non può disertare la fede, ma un papa - come individuo - lo può (e, a fortiori, lo possono i Vescovi diocesani), la spiegazione più plausibile agli errori e ai mali conciliari e post-conciliari che abbiamo elencato è che essi procedono da individui che, nonostante l'occupazione della Sede di Pietro e delle varie sedi diocesane, non possiedono obiettivamente l'autorità canonica.
Sopra: il Concilio Vaticano I (1869-1870) ha sancito il dogma dell'infallibilità pontificia.
Il Papa riceve un'assistenza tutta particolare da parte di Dio.
Abbiamo ampiamente dimostrato che è contrario alla fede cattolica asserire che la Chiesa può insegnare l'errore o può promulgare leggi cattive. Abbiamo anche dimostrato che il Vaticano II e le sue riforme contengono errori contro la dottrina cattolica e leggi cattive e dannose alla salvezza delle anime. Perciò, la fede stessa ci costringe ad affermare che coloro che hanno insegnato questi errori o hanno promulgato queste leggi cattive, nonostante le apparenze, non possiedono l'autorità nella Chiesa cattolica.
Solamente così l'indefettibilità della Chiesa cattolica è preservata. Quindi, come cattolici che affermano che la Chiesa è indefettibile e infallibile, abbiamo il dovere di rifiutare e di ripudiare l'affermazione secondo cui Paolo VI e i suoi successori sarebbero stati veri Papi. D'altra parte, lasciamo all'autorità della Chiesa, quando tonerà a funzionare in maniera normale, il compito di dichiarare con autorevolezza che questi presunti papi non erano veri papi.
Dopo tutto, come semplici sacerdoti, non possiamo emettere giudizi autorevoli, sia legislativi che dottrinali, che vincolano la coscienza dei fedeli. Infine, noi cattolici «tradizionalisti», non abbiamo fondato una nuova religione, ma unicamente messo in atto un'«azione di contenimento» per preservare la fede e il culto cattolico fino a giorni migliori. Nel frattempo, quella méta si servirà nel modo migliore, non solo se rinvieremo con attenzione certi problemi difficili ai principî teologici, ma anche alla virtù teologica della carità.
1 Traduzione dall'originale inglese Traditionalists, Infallibility and the Pope, a cura di Antonio Casazza. Articolo reperbile alla pagina web
Per ragioni di spazio sono state omesse le cinque Appendici incluse nell'articolo.
Lo scritto in questione è del 1995, ma è stato rivisto nel 2006.
2 Cfr. Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica su alcuni aspetti della Chiesa intesa come comunione, § 17.
3 Ibid., § 8.
4 Ibid., § 17.
5 Ibid., § 7.
6 Cfr. Dichiarazione «Dominus Iesus», circa l'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, § 17.
7 Cfr. Catechismo della Chiesa cattolica, nº 782.
8 Ibid., nº 783.
9 Ibid., nº 817.
10 Ibid., nº 819.
11 Ibid., nn. 832, 834.
12 Cfr. G. Van Noort, Dogmatic Theology (2, 91).
13 Cfr. San Roberto Bellarmino, De Romano Pontifice. II, 30. Il grassetto è nostro.
14 Cfr. X. Wernz-P. Vidal, Ius Canonicum, II, 453. Il grassetto è dell'Autore.
15 C. 194, § 1, 2º .
16 Cfr. J. Corridan et al., eds., The Code of Canon Law: A Text and Commentary commissioned, The Canon Law Society of America, Paulist, New York 1985, c. 333.
17 Cfr. Sermo 4: In Consecratione PL 218: 670.

References: sentenza 
 § 17
 § 8
 § 17
 § 7
 § 17
 § 1