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Timestamp: 2017-02-22 08:20:06+00:00

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Anche il licenziamento orale va contestato
Lo sai che? Pubblicato il 10 aprile 2016 Articolo di Redazione Lo sai che? Anche il licenziamento orale va contestato L’AUTORE: Redazione
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Il termine di 60 giorni per impugnare il licenziamento riguarda anche i casi in cui il lavoratore subisca il ben servito non con una lettera scritta, ma con una comunicazione verbale.
Ci sono sessanta giorni di tempo massimo per contestare un licenziamento orale. È quanto chiarito dal Tribunale di Roma con una recente sentenza [1].
Come si contesta il licenziamento
Che il licenziamento vada sempre intimato per iscritto non c’è alcun dubbio. E questo vale a prescindere dalle ragioni a sostegno della scelta del datore di lavoro. Anche nel caso di licenziamento disciplinare per un comportamento particolarmente grave del dipendente, l’azienda è tenuta ad applicare tutte le garanzie previste dallo Statuto dei lavoratori e a comunicare la scelta del recesso con lettera scritta, entro un termine ragionevole dal fatto, dando all’interessato il tempo per presentare eventuali controdeduzioni. Il mancato rispetto di questa forma comporta la nullità del licenziamento.
Ma, dall’altro lato, il dipendete ha i giorni contati per contestare la scelta dell’azienda: solo 60 giorni di tempo dalla comunicazione del licenziamento se vuole impugnarlo, cui si aggiungono 180 giorni per intraprendere la causa in tribunale (per maggiori chiarimenti sui termini leggi: “Licenziamento: impugnazione, termine di decadenza e prescrizione”). Il mancato rispetto di questi termini rende definitivo e non più sovvertibile il licenziamento.
La regola appena tracciata vale, secondo la sentenza in commento, anche nel caso di licenziamento orale: il termine dei 60 giorni si applica, infatti, a qualsiasi caso, pure a quelli in cui nessuna lettera è stata consegnata al dipendente e il “ben servito” gli è stato comunicato unicamente a voce. In tali ipotesi, infatti, resta fermo l’obbligo di impugnare il licenziamento nei 60 giorni successivi.
La decadenza in sessanta giorni dalla possibilità di contestare il recesso del datore di lavoro – si legge nella sentenza del Tribunale capitolino – si applica a tutte le forme di licenziamento nullo, oltre che ai recessi per giustificato motivo e per giusta causa; quindi deve ritenersi estesa anche all’ipotesi di mancata comunicazione scritta dei motivi del recesso: altrimenti, la decadenza finirebbe per penalizzare lavoratori colpiti da provvedimenti affetti da vizi più gravi, come ad esempio il licenziamento per giusta causa.
Ricordiamo che, con la recente riforma del Job Act, l’illegittimità del licenziamento discriminatorio, nullo o orale è sanzionata in ugual modo a prescindere dalla dimensione occupazionale aziendale.
Per la Cassazione non ci sono termini
Differente è l’opinione della Cassazione secondo cui La decadenza non si applica tuttavia nei casi di licenziamento orale [2]. In questo caso il lavoratore può agire per far dichiarare l’inefficacia del licenziamento orale senza l’onere di previa impugnativa stragiudiziale entro il termine di prescrizione di 5 anni.
Secondo la Corte, il termine di sessanta giorni per l’impugnazione del licenziamento previsto dalla legge [3] deroga al principio generale secondo il quale, salvo diverse disposizioni di legge, la nullità può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse e l’azione per farla dichiarare non è soggetta a prescrizione. Ne consegue che, sotto questo profilo, la norma che impone di contestare il licenziamento entro 60 giorni è da considerarsi di carattere eccezionale e non è perciò applicabile, neanche in via analogica, ad ipotesi di licenziamento nullo perché privo della forma imposta dalla legge come quello intimato oralmente.
[1] Trib. Roma, sent. n. 15673/2016.
[3] Art. 6 legge n. 604 del 1966.
Sentenza Cass. 27 febbraio 2003 n. 3022
Con distinti ricorsi del 13 maggio 1995 al Pretore di Agrigento, Croce Bellone e Carmelo Bennici esponevano di essere stati assunti con la qualifica di “porta pacchi”, rispettivamente nel 1987 e nel 1988, da Calogero Picone, esercente del servizio di accollatario dei trasporti postali urbani nel comune di Canicattì. Nel 1990 era subentrato di fatto nell’esercizio dell’impresa Elio Picone, figlio di Calogero, il quale aveva licenziato oralmente i ricorrenti nel giugno 1994; il licenziamento era stato confermato per lettera il 31 luglio successivo da Calogero, il quale aveva affermato la cessazione dell’impresa. I ricorrenti, negando quest’ultimo fatto, chiedevano dichiararsi la nullità del licenziamento, intimato dal datore di lavoro cessionario dell’impresa senza osservare la prescrizione della forma scritta, contenuta nell’art. 2, primo comma, L. 15 luglio 1966, n. 604. Essi chiedevano inoltre la condanna di Elio Picone alla corresponsione delle retribuzioni spettanti dal licenziamento fino all’effettiva riassunzione.
Costituitisi i convenuti, il Pretore riuniva i giudizi e accoglieva la domanda con decisione del 27 febbraio 1997, confermata, per quanto qui ancora interessa, con sentenza dell’8 giugno 2000 dal Tribunale, il quale, sulla base di un’ampia istruttoria, riteneva che l’impresa fosse stata trasferita nel 1990 dal padre Calogero, affetto da gravi postumi di un ictus cerebrale, al figlio Elio e che tale realtà di fatto dovesse prevalere sul dato formale costituito da una procura a gestire la stessa impresa, rilasciata per atto pubblico al figlio ora detto.
Nullo era perciò, per difetto di forma, il licenziamento intimato da quest’ultimo e parimenti nullo era quello intimato successivamente dal padre, ormai privo della legittimazione.
Le spettanze dei due lavoratori venivano liquidate sulla base di una consulenza tecnica da loro chiesta, mentre il Tribunale riteneva che essi avessero scritto nell’atto introduttivo cifre meramente indicative, non vincolanti per il consulente e quindi per il giudice, che bene aveva accettato le maggiori somme determinati nella perizia, senza incorrere nel vizio di ultrapetizione.
Contro questa sentenza ricorre per cassazione Elio Picone. Gli intimati Bellone e Bennici non si sono costituiti.
Col primo motivo il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 5 della legge 11 maggio 1990, n. 108, e dell’art. 2697 c.c. e vizi di motivazione, per difetto del tentativo obbligatorio di conciliazione, imposto dallo stesso art. 5.
Il motivo non è fondato per due ragioni.
Anzitutto l’art. 5 cit. impone nel primo comma il tentativo di conciliazione nel caso in cui la domanda in giudizio venga proposta ai sensi “dell’art. 2 della presente legge”, vale a dire nei casi in cui licenziamento venga impugnato sul fondamento della legge 15 luglio 1966, n. 604, richiamata dal detto art. 2, mentre nel caso di specie i lavoratori impugnanti hanno affermato una nullità di diritto comune (art. 1418 c.c.) (Cass. 22 marzo 1994 n. 2728, 15 novembre 1996 n. 10033, 20 novembre 2000 n. 14982).
Infatti essi hanno dedotto il difetto della forma scritta richiesta dall’art. 2, primo comma, L. n. 604 del 1966, che per giurisprudenza costante di questa Corte dà luogo all’azione di nullità ex art. 1418 c.c. cit., non sottoposta alle prescrizioni procedimentali della stessa legge n. 604 del 1966 (Cass. 18 ottobre 1982 n. 5394, 28 gennaio 1987 n. 829, 4 giugno 1999 n. 5519, 29 novembre 1996 n. 10697).
Inoltre l’art. 5 cit., secondo comma, dice che l’improcedibilità della domanda per mancanza del tentativo di conciliazione è rilevabile anche di ufficio “nella prima udienza di discussione”, ciò significando che, se in tale udienza sia mancato il rilievo (o, come nella specie, la mancanza del tentativo sia stata comunque negata) e non sia stato fissato il termine perentorio per la richiesta del tentativo, prevale l’azione giudiziaria che deve seguire il suo corso, in osservanza del principio di speditezza di cui agli artt. 24 e 111, secondo comma, Cost. (cfr., per la analoga previsione dell’art. 443 c.p.c., Cass. 22 dicembre 1987 n. 9535, 7 gennaio 1988 n. 10, 6 febbraio 1998 n. 1312, 18 gennaio 1991 n. 427, 17 settembre 1993 n. 9565).
Col secondo motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 6 della legge n. 604 del 1966 per avere il Tribunale ritenuto tempestiva l’impugnazione del licenziamento orale, pur effettuata oltre il termine decadenziale di sessanta giorni dalla ricezione.
Il motivo non è fondato poiché la previsione dell’art. 6 cit. è di stretta interpretazione (Cass. 30 luglio 1984 n. 4565, 30 maggio 1997 n. 4809) e, come affermano le pronunce di questa Corte poc’anzi citate, il licenziamento privo della forma imposta dalla legge “ab substantiam” non è impugnabile con le limitazioni di cui alla legge n. 604 del 1966 ma il lavoratore interessato può agire nel termine prescrizionale per ottenere la soddisfazione dei suoi crediti (Cass. n. 5394 del 1982 ed altre cit.).
Col quarto motivo il ricorrente lamenta la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., data, a suo dire, dall’avere il Tribunale trascurato la procura a gestire l’impresa, conferitagli dal padre ed idonea a provare che egli non era titolare dell’impresa, ancora appartenente al conferente la procura.
A norma dell’art. 2203 c.c., primo comma, è institore colui che è preposto dal titolare allo esercizio dell’impresa commerciale, mentre per il successivo art. 2204 c.c., primo comma, l’institore può compiere tutti gli atti inerenti all’esercizio dell’impresa. La procura institoria non richiede forme solenni (Cass. 9 aprile 1969 n. 1120) né è essenziale, per l’acquisto della qualità di institore, la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato (Cass. 7 aprile 1987 n. 3402). Attraverso la preposizione institoria l’imprenditore non perde il potere di direzione dell’impresa, attribuitagli dall’art. 2094 c.c. ed anzi poteri esercitati ed obblighi assunti dall’institore si cumulano con quelli spettanti all’imprenditore.
Tra questi poteri rientra quello di licenziamento dei lavoratori subordinati.
Nella sentenza impugnata il Tribunale ha trascurato questo principio di diritto, avendo ritenuto che una procura generale conferita per atto pubblico e per motivi di salute dallo imprenditore al figlio equivalesse a trasferimento dell’impresa, con conseguente perdita dei suddetti poteri da parte dell’alienante. Esso ha quindi erroneamente ritenuto la nullità assoluta di un licenziamento intimato oralmente dal procuratore, affermando l’irrilevanza della conferma scritta, operata dall’imprenditore.
Le asserzioni del Tribunale, che parla di “trasferimento dell’impresa non formalizzato ma avvenuto di fatto” (pag. 15 della sentenza), o di “procura… quale strumento per consentire di assumere la titolarità dell’azienda, pur continuando formalmente ad essere l’impresa intestata” al titolare originario (pag. 23), o ancora di “sostituzione del titolare” (pag. 29), indicano la confusione, operata dai giudici d’appello, fra conferimento di poteri imprenditoriali e trasferimento dell’impresa.
L’errore di diritto determina la cassazione della sentenza impugnata ed il rinvio ad altro Collegio di merito, che si designa nella Corte di Appello di Palermo e che, uniformandosi al principio di diritto sopra enunciato, procederà ad un nuovo apprezzamento dei fatti già accertati o se necessario accerterà nuovi fatti al fine di stabilire se nel caso di specie si sia avuta una proposizione institoria, o anche il rilascio di una procura, e in caso positivo se il licenziamento potesse considerarsi legittimo.
Rimangono assorbiti gli altri motivi di ricorso, concernenti ancora la titolarità dei rapporti di lavoro, le prove circa la cessione dell’impresa, asserita dal Tribunale, e la pronuncia relativa alle conseguenze risarcitorie del licenziamento.
Il giudice di rinvio provvederà anche in ordine alle spese processuali.
La Corte rigetta i primi due motivi di ricorso, accoglie il quarto motivo e dichiara assorbiti gli altri; cassa con rinvio alla Corte d’Appello di Palermo, anche per le spese.
APPROFONDIMENTI 8 Ott 2015 | di Redazione
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