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Timestamp: 2018-01-22 06:14:14+00:00

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Formulazione del quesito di diritto nel ricorso in cassazione
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Il nuovo art. 366-bis del codice di procedura civile prevede che, nei casi previsti dall’art. 360, comma 1, nn. 1), 2), 3) e 4), l’illustrazione di ciascun motivo si deve concludere, a pena di inammissibilità, con “la formulazione di un quesito di diritto”. Il ricorso privo della formulazione di quesiti è inammissibile per violazione dell’art. 366 bis cod. proc. civ. e l’inammissibilità è rilevabile d’ufficio.
La formulazione normativa corrisponde ad un’esigenza di precisione e di rigore che colpisce con la spada di damocle dell’inammissibilità sia il quesito mancante sia quello formulato in modo carente ovvero in modo assolutamente indecifrabile. L’inammissibilità va pronunciata non solo in caso di omissione del quesito di diritto nel ricorso, ma anche nel caso di mancanza di chiarezza della sua enunciazione, inadeguatezza rispetto al compito della Corte di enunciare una “regola del caso” che possa assumere il rango di principio di diritto.
Tra le ragioni sottese alla norma introdotta dal decreto legislativo 2 febbraio 2006, n. 40 vi è quella di porre la corte in condizione di rilevare con precisione ed immediatezza la questione da risolvere. Il legislatore, in linea con il disposto del secondo coma dell’art. 111 Cost. s’è dimostrato consapevole che all’esaltazione (o al recupero) della funzione c.d. nomofilattica della corte di cassazione non è estranea la considerazione del tempo entro il quale sopravviene la decisione ed ha a questo scopo dettato norme volte a rendere possibili percorsi procedimentali diversi in relazione al tipo ed alla difficoltà delle questioni sottoposte allo scrutinio del giudice di legittimità, cui è rimessa la scelta di incanalare il ricorso per la decisione in camera di consiglio ovvero in pubblica udienza e l’onere di predisporre i necessari strumenti organizzativi.
Al fine di consentire che tale scelta possa essere compiuta senza inutile spreco di energie ed in tempi il più possibile rapidi e che, al contempo, il ricorrente possa egli stesso verificare se il ricorso effettivamente ponga questioni suscettibili di essere trasfuse in un quesito di diritto, ha poi dettato la norma di cui all’art. 366 bis cod. proc. civ., prevedendo che, nei casi di cui all’art. 360, nn. 1, 2, 3 e <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />4, l‘illustrazione di ciascun motivo si deve concludere, a pena di inammissibilità, con la formulazione di un quesito di diritto.
La finalità della norma consiste anche nel “contenere la tendenza di molti avvocati a trasformare il giudizio di cassazione in una terza istanza”, oltre che “agevolare lo studio dei ricorsi rendendone più percepibile il nucleo caratterizzante”. Attraverso questa specifica norma, in particolare, il legislatore si propone l’obiettivo di garantire meglio l’aderenza dei motivi di ricorso (per violazione di legge o per vizi del procedimento) allo schema legale cui essi debbono corrispondere. La formulazione del quesito funge da prova necessaria della corrispondenza delle ragioni del ricorso ai canoni indefettibili del giudizio di legittimità, inteso come giudizio d’impugnazione a motivi limitati.
Ricorso per cassazione avverso le pronunce delle commissioni tributarie
Detto requisito del ricorso per Cassazione si applica anche ai ricorsi per cassazione proposti avverso le sentenze e gli altri provvedimenti (es. ordinanza di chiusura del giudizio di ottemperanza ex articolo 70 del dlgs 546/92) del giudice tributario (es. sentenza della Commissione tributaria provinciale emessa in qualità o nelle vesti di giudice di ottemperanza; sentenza della Commissione tributaria regionale), pubblicati a decorrere dalla data di entrata in vigore del dlgs n. 40/2006 (2 marzo 2006); al ricorso per cassazione avverso le sentenze delle Commissioni tributarie Regionali ed al relativo procedimento si applicano, infatti, le norme dettate dal Cod. Proc. Civ. perché compatibili con quelle statuite dal D.lg. n. 546/92 (cd. filtro dell’articolo 62 del dlgs 546/92).
Trattasi di un onere di fondamentale valenza o rilevanza per il difensore, se si considera che la sanzione del suo inadempimento si risolve nella inammissibilità del ricorso; ciò implica anche problemi di responsabilità professionale dell’avvocato che abbia dimenticato la proposizione del quesito e cagionato così, a favore del fisco, il sacrificio dell’interesse del cliente (rectius: contribuente).
Il tema “spinoso” e complesso del cd. quesito di diritto nel ricorso per cassazione presenta, quindi, per l’operatore tributario, evidenti interrogativi sulla sua portata giuridica, che vanno risolti, mediante i richiami all’evoluzione giurisprudenziale, nel modo che segue:
– Il quesito multiplo è inammissibile perchè richiede che l’attività della parte, di osservanza del suo onere di formulare il quesito di diritto, sia integrata con un intervento interpretativo della Corte, che sconfinerebbe facilmente nella manipolazione o nella correzione (Sentenza Cassazione civile, sez. Tributaria, 29-01-2008, n. 1906).
– Il quesito non può dunque consistere in una domanda che si risolva in una mera richiesta di accoglimento del motivo o nell’interpello della corte in ordine alla fondatezza della censura così come illustrata, ma deve costituire la chiave di lettura delle ragioni illustrate nel motivo e porre la corte di cassazione in condizione di rispondere al quesito con l’enunciazione di una regola iuris (principio di diritto) che sia, in quanto tale, suscettibile di ricevere applicazione in casi ulteriori rispetto a quello sottoposto all’esame del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata (Sentenza Cassazione civile, sez. Unite, 05-02-2008, n. 2658).
– Il quesito di diritto non può essere formulato implicitamente (Sezioni Unite Civili della Cassazione sentenza n. 7258 del 26 marzo 2007), poiché la prescrizione formale introdotta dalla norma in esame – la quale richiede, a pena di inammissibilità, che l’illustrazione di ciascun motivo deve concludersi con la formulazione di un quesito di diritto anche nei ricorsi per motivi di giurisdizione o di competenza e anche nei ricorsi per violazione di legge quando si ponga in discussione una questione di stretto diritto – non può essere interpretata nel senso che il quesito di diritto possa desumersi implicitamente dalla formulazione del motivo di ricorso. Una siffatta interpretazione si risolverebbe nell’abrogazione tacita della norma in questione che ha introdotto, a pena di inammissibilità, il rispetto di un requisito formale che deve esprimersi nella formulazione di un esplicito quesito di diritto, tale da circoscrivere la pronuncia del giudice nei limiti di un accoglimento o un rigetto del quesito formulato dalla parte, quesito che deve trovare la sua collocazione a conclusione dell’illustrazione di ciascun motivo di ricorso che, da sola, non è perciò sufficiente ai fini del rispetto della norma in esame; pertanto, pur non richiedendosi specifici requisiti di forma, deve pur sempre essere formulato, a conclusione dell’illustrazione di ogni singolo motivo ed in aggiunta ad essa, il quesito che deve segnare i confini della pronuncia del giudice. In definitiva, l’art. 366-bis c.p.c. va interpretato nel senso che il quesito di diritto deve essere formulato in modo esplicito e non già che esso si possa desumere implicitamente dalla formulazione del motivo di ricorso. Sussiste l’impossibilità di accettare una ipotesi di quesito implicito o “mascherato” nella trattazione delle censure, fermo restando che il quesito può anche difettare di una particolare evidenza grafica o può anche essere collocato non al termine del motivo ma al suo inizio o nelle conclusioni del ricorso (se pur con richiamo al motivo al quale esso è pertinente), non decisiva essendo la sua collocazione tipografica.
– Il quesito deve risultare come frutto di una intenzionale articolazione di interpello alla Corte di legittimità sulla sintesi dialettica illustrata nel singolo motivo. La novità della riforma, infatti, sta nel porre a requisito fondamentale di ciascuna censura di violazione di legge la sintesi logico-giuridica della questione onerando l’avvocato (patrocinante in cassazione) di una formulazione consapevole quanto espressa e diretta di tale sintesi. (Corte di Cassazione – Ordinanza n. 13329/2007). Trattasi di un elemento additivo ai contenuti del ricorso, che non consente quindi la sua enucleazione per via interpretativa del ricorso da parte del giudice.
– La previsione della norma dell’art. 366-bis, là dove esige che l’esposizione del motivo si debba concludere con il quesito di diritto, comporta necessariamente che il quesito debba svolgere una propria funzione di individuazione della questione di diritto posta alla Corte, sicché è necessario che tale individuazione sia assolta da una parte specifica del ricorso, a ciò deputata attraverso espressioni specifiche, che siano idonee ad evidenziare alla Corte la questione, restando invece escluso che la questione possa risultare da un’operazione di individuazione delle implicazioni della esposizione del motivo di ricorso affidata al lettore di tale esposizione e non rivelata direttamente dal ricorso stesso (Corte di Cassazione ordinanza n. 16002 del 18/07/2007).
– Il quesito di diritto, con il quale deve concludersi, a pena di inammissibilità, ciascuno dei motivi con i quali il ricorrente denunzia alla Corte di Cassazione un vizio riconducibile ad una o più delle fattispecie regolate nei primi quattro numeri dell’art. 360, comma 1, del codice di procedura civile, deve essere risolutivo del punto della controversia investito dal motivo e non può definirsi nella richiesta di declaratoria di un’astratta affermazione di principio da parte del giudice di legittimità (sentenza n. 17108 del 3 agosto 2007 della Corte Cass., sez. tributaria). Alla radice di ogni impugnazione”, infatti (Cass. 1^, 28 aprile 2006 n. 9877; Cass., 1^: 19 maggio 2006 n. 11844 e 27 gennaio 2006 n. 1755), “dev’essere individuato un interesse giuridicamente tutelato, identificabile nella possibilità di conseguire una concreta utilità, un risultato giuridicamente apprezzabile, attraverso la rimozione della statuizione censurata e non già in un mero interesse astratto a una più corretta soluzione di una questione giuridica non avente riflessi pratici sulla soluzione adottata”: “… l’interesse all’impugnazione, sebbene di carattere strettamente processuale, non può considerarsi avulso dalla necessità di provocare o di far mantenere una decisione attinente al riconoscimento o al disconoscimento di un bene a favore di un determinato soggetto” per cui è “inammissibile, per difetto d’interesse, un’impugnazione con la quale si deduca la violazione di norme giuridiche, sostanziali o processuali, che non spieghi alcuna influenza in relazione alle domande o eccezioni proposte e che sia diretta quindi all’emanazione di una pronuncia priva di rilievo pratico (cfr. Cass. un. 15623/2005, 13091/2003, 1969/2003, 5702/2001, 12241/1998, 912/1995, 4267/1986, 4616/1984)”.
– A norma dell’art. 366 bis C.P.C. è inammissibile il motivo del ricorso per cassazione che si concluda con la formulazione di un quesito di diritto in alcun modo riferibile alla fattispecie o che sia comunque assolutamente generico (Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civili, con sentenza n. 36 del 05.01.2007).
– Nel giudizio di cassazione, la formulazione del quesito prevista dall’art. 366-bis cod. proc. civ. postula l’enunciazione, ad opera del ricorrente, di un principio di diritto diverso da quello posto a base del provvedimento impugnato e perciò tale da implicare un ribaltamento della decisione adottata dal giudice a quo. Non è pertanto ammissibile un motivo di ricorso che si concluda con l’esposizione di un quesito meramente ripetitivo del contenuto della norma applicata dal giudice a quo, ancorché il ricorrente aliunde sostenga che l’applicazione di quella norma alla fattispecie concreta avrebbe dovuto condurre ad una decisione di segno opposto. (Cassazione sentenza n. 14682 del 22/06/2007).
In definitiva, il quesito di diritto deve essere comunque formulato, e non si può intendere assorbito nelle argomentazioni relative alle censure sulla applicazione della legge fatta dalla sentenza impugnata; il giudice non reinterpreta il testo che illustra il motivo estrapolandone il quesito di diritto, ma si limita a constatare che il quesito è stato omesso. Deve essere formulato in modo separato rispetto alle argomentazioni, e quindi messo in debita evidenza; è indifferente che sia messo in evidenza all’inizio, nel corpo o alla fine della illustrazione del motivo deve essere chiaro; e chiaro significa comprensibile da parte del giudice, non contraddittorio, né allusivo.
Deve essere formulato in modo da corrispondere ad un principio di diritto sul quale si possa pronunciare la Corte; in altri termini, impiegando l’art. 366 bis il termine di “quesito”, deve trattarsi di un invito rivolto alla Corte ad applicare un principio diverso rispetto a quello desumibile dalla sentenza impugnata. Deve essere pertinente, cioè non dissonante con la illustrazione del motivo.
Esso dev’essere formulato in maniera tale “da circoscrivere la pronuncia del giudice nei limiti di un accoglimento o di un rigetto del quesito formulato dalle parti”. In altri termini il quesito di diritto dev’essere formulato in modo tale che la Corte possa rispondere semplicemente con un sì o con un no alla sua vigenza e alla sua rilevanza (Cassazione sezioni unite civili 16 marzo 2007, n. 7258).

References: art. 366
 articolo 70
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 Cass. 
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