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Timestamp: 2018-09-22 14:01:31+00:00

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6 ottobre 2015 | Autore: Maria Elena Casarano
Abbandono della casa familiare (o del tetto coniugale) prima e dopo la separazione: conseguenze civili e penali quando il coniuge, il genitore o il figlio decidono di lasciare l’immobile.
La norma penale fa riferimento non solo al comportamento del coniuge ma anche del genitore il quale lasci la casa o porti una condotta contraria alla morale della famiglia.
A riguardo, la Cassazione ha, però, chiarito che l’ abbandono del tetto coniugale è punibile come reato solo se alla base dell’allontanamento manca una giusta causa; posto, infatti, che il reato si perfeziona solo se il soggetto si sottrae agli obblighi di assistenza morale e materiale nei confronti del coniuge abbandonato, ha evidenziato che, poiché – per l’evoluzione del costume sociale – la qualità di coniuge non è più una condizione permanente, ma modificabile per la volontà anche di uno solo di rompere il matrimonio, “la manifestazione di tale volontà può essere idonea a interrompere senza colpa e senza effetti penalmente rilevanti taluni obblighi, tra i quali quello della coabitazione” [2].
Tale preesistente intollerabilità può consistere anche nella semplice disaffezione al matrimonio che abbia reso incompatibile la coabitazione. Come ha infatti chiarito la Cassazione a più riprese [6] l’abbandono del tetto coniugale non comporta una dichiarazione di addebito della separazione quando ormai la disgregazione della famiglia è irreversibile.
L’unico caso in cui è ammissibile l’abbandono del tetto coniugale senza necessità di addurre ulteriori prove è quello in cui sia stata proposta domanda di separazione.
In tutti gli altri casi, l’abbandono volontario e definitivo della casa familiare da parte di uno dei coniugi, implica di fatto la cessazione degli obblighi connaturati alla convivenza, sicché grava su chi si è allontanato l’onere di provare che quel comportamento fosse giustificato dalla preesistenza di una situazione d’intollerabilità della coabitazione [7]. Prova che, peraltro, è richiesta in forma ancor più rigorosa quando l’allontanamento riguardi pure i figli, dovendosi specificamente e adeguatamente dimostrare, anche riguardo a essi, la situazione d’intollerabilità [8].
Il venir meno, tuttavia, non è automatico ma deve essere oggetto di una espressa richiesta di revoca dell’assegnazione, dinanzi alla quale il giudice deve verificare che il provvedimento richiesto non contrasti con i preminenti interessi della eventuale prole affidata o convivente con l’assegnatario.
Innanzitutto, va chiarito che una volta divenuti maggiorenni i figli sono pienamente liberi di andar via di casa. La stessa cosa non può dirsi invece per i minori, i quali restano sotto la responsabilità dei propri genitori [10] (o di chi ne fa le veci) fino alla maggiore età (per un approfondimento leggi: “Minorenni: esiste un modo lecito per andar via di casa?”).
[1] Art 570 cod. pen.
[2] Cfr. Cass. sent. n. 12310/12.
[5] Cass. n. 4540/11.
[6] Cass. sent. n. 16285/13, n. 2183/13; Cass. n. 2011/11.
[7] Cass., sent. n. 2059/12.
[8] Cass. n. 10719/13.
[9] Art. 337-sexies cod. civ.
[10] Art. 316 cod. civ.
[11] Cass. sent. n. 4555/12.
[12] Cass. sent. n. 10222/10.

References: Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Art. 337
 Art. 316
 Cass. 
 Cass.