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Timestamp: 2018-02-18 01:28:16+00:00

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Danno all`immagine della P.A. - Processo del lavoratore per reati - Sentenza - Rilevanza
18/02/2018 02:28
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Mercoledì 27 Aprile 2011 17:11
Corte dei conti Sezione giurisdizionale Friuli Venezia Giulia 17/2/2011 n. 19; Pres. Marotta, E., Est. Simeon, P.
A seguito dell’entrata in vigore dell’art. 17, comma 30 ter, del d.l. 1 luglio 2009 n. 78, convertito in legge 3 agosto 2009, n. 102, deve dichiararsi l’impossibilità di procedere per il risarcimento del danno all’immagine della P.A. nei confronti di un dipendente pubblico sottoposto ad un processo penale che, tuttavia, non si non è concluso con una "sentenza irrevocabile di condanna", ma con una sentenza irrevocabile dichiarativa di non doversi procedere per essere il contestato reato estinto per intercorsa prescrizione. Una pronuncia di estinzione del reato per intervenuta prescrizione non determina, infatti, una condanna penale dell’imputato anche quando si accompagna a valutazioni nel concreto dei fatti illeciti al medesimo addebitati.
nel giudizio di responsabilità iscritto al n. 13013 del registro di Segreteria, promosso ad istanza del Procuratore Regionale della Corte dei Conti nei confronti di:
- REATTI Ermanno, residente a Trieste, rappresentato e difeso dagli Avv.ti Giuseppe SBISÀ e Giorgio BOREAN del Foro di Trieste, con domicilio eletto presso lo studio del primo in Trieste, Via Donota n. 3;
Con atto di citazione dd. 7 settembre 2010 la Procura Regionale ha convenuto in giudizio innanzi a questa Sezione il Sig. REATTI Ermanno per sentirlo condannare al pagamento, in favore del Comune di Trieste, della somma di € 10.000, oltre a rivalutazione, interessi e spese di giudizio.
Ha affermato che tale importo quantifica il danno all’immagine del Comune di Trieste causato dal Sig. Ermanno REATTI, dipendente dell’ente, con una condotta illecita di rilievo penale e che deve da questi essere risarcito.
L’attrice ha riferito essere emerso che il nominato - Istruttore Tecnico in servizio presso il Settore Immobiliare del Comune di Trieste – avvantaggiandosi della sua veste di pubblico ufficiale aveva curato privatamente, percependo remunerazione, pratiche tecnico/edilizie soggette poi al controllo dell’ufficio di appartenenza, non soltanto ottenendo un ingiusto compenso ed operando illegittimamente senza essere iscritto al Collegio dei Geometri, ma anche omettendo di astenersi successivamente, presso l’ente, dall’esame e trattazione di quelle stesse pratiche.
Quindi il Tribunale di Trieste, Sezione Penale, con sentenza n. 1810/02 depositata il 9.4.2003, dichiarava il REATTI colpevole del delitto di abuso d’ufficio di cui all’art. 323 c.p. e del delitto di abusivo esercizio di una professione di cui all’art. 348 c.p., condannandolo alla pena di anni 1 e mesi 9 di reclusione.
Successivamente la Corte di Appello di Trieste, con sentenza n. 519 depositata il 20.7.2006, assolveva il REATTI, in parziale riforma della sentenza di primo grado, limitatamente ad un episodio inerente l’imputazione di abusivo esercizio della professione di geometra e dichiarava per il resto di non doversi procedere essendo i contestati reati estinti per intervenuto decorso della prescrizione.
La sentenza di secondo grado diveniva irrevocabile il 31.10.2006.
La Procura attrice ha quindi osservato che la Corte d’Appello di Trieste, nel dichiarare di non doversi procedere nei confronti dell’imputato per intercorsa prescrizione, ha anche rilevato nel concreto della vicenda - ai sensi dell’art. 129, comma 2, c.p.p. - che non sussistono evidenti fatti che impongano un proscioglimento nel merito del REATTI, a fronte di condivisibili elementi di colpevolezza evidenziati nella sentenza di primo grado ed a fronte di doglianze, svolte in atto d’appello, non idonee ad inficiare, ad avviso della Corte, “le condivisibili valutazioni in fatto e diritto in base alle quali il Tribunale ha ritenuto integrati gli elementi costituitivi dei delitti di abuso di ufficio e di abusivo esercizio della professione di geometra”.
Quindi l’attrice, dopo aver esposto che anche le proprie verifiche portano a confermare la colpevolezza del REATTI, ha affermato che i fatti per i quali questi è stato processato in sede penale hanno determinato presso l’opinione pubblica, per la gravità intrinseca dei fatti, una notevole perdita dell’immagine del Comune di Trieste.
Ne consegue – ha soggiunto - che il predetto dipendente pubblico ha prodotto con il suo comportamento un danno erariale, sotto il profilo del danno all`immagine dell’ente di appartenenza, che, da quantificarsi in via equitativa nell’importo di € 10.000 in base a dei criteri che la Procura ha distintamente precisato, deve essere a questi risarcito.
La fattispecie – ha inoltre osservato l’attrice - espone un danno all`immagine che ha a presupposto una sentenza penale definitiva per un delitto contro la Pubblica Amministrazione, il reato di abuso d`ufficio di cui all’art. 232 c.p., e rientra quindi pienamente nell’ambito di quei delitti per i quali la Corte dei Conti è autorizzata ad agire per il risarcimento del danno all’immagine in base all’art. 17, comma 30 ter, del D.L. 78/2009.
Con istanza depositata nella Segreteria della Sezione il 19 gennaio 2011 il convenuto REATTI Ermanno, rappresentato e difeso dagli Avv.ti Giuseppe Sbisà e Giorgio Borean del Foro di Trieste, ha chiesto declaratoria di nullità degli atti istruttori e dell’atto di citazione ai sensi dell’art. 17, comma 30 ter, del D.L. 78/2009, con favore delle spese di lite.
Il patrocinio ha osservato che in fattispecie non sussiste, a carico del REATTI, quella sentenza penale irrevocabile di condanna per uno dei delitti contro la Pubblica Amministrazione di cui al Capo I° del Titolo II° del libro II° del codice penale, che tale disposizione pone a presupposto perché possa esercitarsi, dalle Procure della Corte dei Conti, un’azione per il risarcimento del danno all’immagine dell’Amministrazione medesima.
Infatti l’irrevocabile sentenza della Corte di Appello di Trieste n. 519 del 2006 ha in parte assolto il REATTI e per il resto ha dichiarato di non doversi procedere nei suoi confronti essendo i contestati reati estinti per intercorsa prescrizione.
La difesa del convenuto ha quindi richiamato anche la sentenza della Corte Costituzionale n. 355 del 15.12.2010 per affermare confermata, alla luce di tale decisione, la rilevata preclusione ad agire per danno all’immagine ed il ricorre in fattispecie della nullità di cui all’art. 17, comma 30 ter, del D.L. 78/2009.
All’udienza del 17 febbraio 2011 è stato sentito il Procuratore Regionale, che ha rilevato la particolarità della fattispecie, nella quale il processo penale si è concluso in grado d’appello con una sentenza irrevocabile dichiarativa di intervenuta prescrizione dei reati, ma dopo una sentenza di condanna in primo grado ed una preliminare declaratoria ex art. 129 c.p.p., da parte della stessa Corte d’Appello di Trieste, di non possibilità di accedere ad un proscioglimento dell’imputato, con esiti quindi – ha sostenuto – che non escludono un accertamento nel concreto dei fatti e quindi la sussistenza di un danno all’immagine dell’ente comunale.
Ha quindi concluso per il rigetto dell’istanza di nullità avanzata ex art. 17, comma 30 ter, del D.L. 1.7.2009 n. 78.
Gli Avv.ti Giuseppe Sbisà e Giorgio Borean, prendendo la parola per il convenuto, hanno ribadito tesi e conclusioni di cui all’istanza in atti
L’Avv. Borean ha in particolare rilevato che l’accertamento svolto dal Giudice penale ai sensi dell’art. 129, secondo comma, c.p.p. in via preliminare alla declaratoria di intervenuta prescrizione del reato, riguarda testualmente solo l’evidenza della possibilità di prosciogliere l’imputato e non approfondisce il merito della fattispecie; non può quindi portare alle conclusioni volute dalla Procura attrice.
L’art. 17, comma 30 ter, del D.L. 1.7.2009 n. 78, conv. in L. 3.8.2009 n. 102, stabilisce che le Procure della Corte dei Conti “esercitano l`azione per il risarcimento del danno all`immagine nei soli casi e nei modi previsti dall`articolo 7 della legge 27 marzo 2001 n. 97”.
Il richiamato art. 7 della L. 97/2001 dispone che sia comunicata al competente Procuratore Regionale della Corte dei Conti la “sentenza irrevocabile di condanna” pronunciata nei confronti di un pubblico funzionario per i delitti contro la Pubblica Amministrazione previsti nel capo I del titolo II del libro secondo del codice penale, affinché questi promuova l`eventuale procedimento di responsabilità per danno erariale “nei confronti del condannato”.
Rileva quindi la Sezione che l’evidenza del dato normativo testuale – in claris non fit interpretatio - non consente una lettura della normativa diversa da quella per cui l`azione per il risarcimento di un danno all`immagine della Pubblica Amministrazione, da parte del Pubblico Ministero contabile, deve necessariamente presupporre che sia intervenuta una sentenza irrevocabile “di condanna” del pubblico funzionario.
Né può portare a diversa lettura il congiunto dato testuale che il citato art. 7 della L. 97/2001, fa salvo il disposto dell’art. 129 disp. att. c.p.p., ove si stabilisce che il Pubblico Ministero penale, quando esercita l’azione penale per un reato che ha cagionato un danno per l’erario, debba informare il Procuratore della Corte dei Conti, dando notizia della relativa imputazione.
Trattasi infatti di disposizione di carattere generale diversamente finalizzata - volta cioè ad attivare con immediatezza le valutazioni della Procura contabile su ogni questione che possa eventualmente portare ad una azione risarcitoria per danno all’erario - che non apporta estensioni applicative alla riferita lettura e constatazione per la quale, dopo il D.L. 78/2009, il risarcimento del danno all’immagine della P.A. è attivabile avanti alla Corte dei Conti solo quando sussista il presupposto di una sentenza “irrevocabile di condanna” del pubblico funzionario.
In altri termini l’immediata informazione del P.M. contabile stabilita all’art. 129 disp. att. c.p.p. non apporta deroghe alla necessità di attendere - per il danno all’immagine e limitatamente ad esso, poiché l’azione di responsabilità sarà invece sempre immediatamente attivabile per eventuali danni patrimoniali alla P.A. - che il procedimento penale si concluda con una sentenza irrevocabile di condanna dell’imputato.
Coerentemente l’art. 17, comma 30 ter, del D.L. 1.7.2009 n. 78, ha previsto che, per il risarcimento del danno all’immagine della Pubblica Amministrazione, il decorso del termine di prescrizione di cui al comma 2 dell`art. 1 della L 14.1.1994 n. 20, sia “sospeso fino alla conclusione del procedimento penale”.
Peraltro, per quanto rilevato, quando l’azione risarcitoria fosse eventualmente avviata dalla Procura contabile prima di una irrevocabile sentenza penale, la stessa andrebbe necessariamente sospesa sino all’esito definitivo dell’accertamento penale, dovendosi ritenere essere stata introdotta nel processo contabile, con la disposizione normativa in commento, un’ipotesi speciale di c.d. “pregiudiziale penale” (peraltro l’unica ipotesi, dopo che il codice di procedura penale del 1989 ha eliminato la pregiudiziale di cui all’art. 3 del codice previgente ed introdotto la pressoché totale autonomia tra l’azione penale e quella civile od in genere risarcitoria attivabile presso altre giurisdizioni).
Pertanto deve dichiararsi, nel caso di specie, l’impossibilità di procedere per il risarcimento del danno all’immagine della Pubblica Amministrazione di appartenenza nei confronti del Sig. REATTI Ermanno, in quanto il processo penale nel quale egli era imputato (anche) per il reato di “abuso d’ufficio” di cui all’art. 323 c.p., non si è concluso con una “sentenza irrevocabile di condanna”, ma con una sentenza irrevocabile dichiarativa di non doversi procedere per essere il contestato reato estinto per intercorsa prescrizione.
Non può portare a diversa conclusione la circostanza che la definitiva sentenza n. 519 del 2006 della Corte di Appello di Trieste, nel dichiarare l’estinzione per prescrizione dei reati ascritti all’imputato, abbia preliminarmente esaminato i fatti contestati al REATTI e gli elementi di prova acquisiti nel procedimento penale, abbia quindi affermato di condividere gli elementi di colpevolezza evidenziati nella sentenza di condanna di primo grado ed abbia poi concluso, congiuntamente alla declaratoria di prescrizione dei reati, escludendo incidentalmente la possibilità un proscioglimento nel merito dell’imputato ai fini di cui all’art. 129, comma 2, c.p.p. e confermando, ai sensi dell’art. 578 c.p.p., le statuizioni civili di condanna della sentenza di prime cure del Tribunale di Trieste.
Una pronuncia di estinzione del reato per intervenuta prescrizione non determina infatti una condanna penale dell’imputato anche quando si accompagna a valutazioni nel concreto dei fatti illeciti al medesimo addebitati.
Né determina in sede civile o comunque risarcitoria presso altre giurisdizioni - si osservi a conferma - gli effetti, propri solo della sentenza penale irrevocabile di condanna, di cui all’art. 651 c.p.p.
Con riferimento alle sentenze penali di non doversi procedere per intervenuta estinzione del reato per prescrizione (o amnistia) e contenenti anche un previo accertamento nel merito dei fatti materiali addebitati all’imputato, la Corte di Cassazione anche di recente ha avuto modo di ribadire il principio di diritto che “... alle sentenze di non doversi procedere perché il reato è estinto per prescrizione o per amnistia non va riconosciuta alcuna efficacia extrapenale, benché, per giungere a tale conclusione, il Giudice abbia accertato e valutato il fatto (nella specie il Giudice penale, accertati i fatti materiali posti a base delle imputazioni e concesse le attenuanti generiche, per effetto dell’applicazione di queste ultime ha dichiarato estinto il reato per prescrizione) ... in quest’ultimo caso il Giudice civile, pur tenendo conto degli elementi di prova acquisiti in sede extrapenale, deve interamente ed autonomamente rivalutare il fatto in contestazione (nella specie il Giudice civile ha proceduto ad un riparto delle responsabilità diverso da quello stabilito dal Giudice penale)” (Cass. Sezioni Unite Civili n. 1768 del 2011).
Del resto è noto che gli accertamenti svolti dal Giudice penale previamente ad una pronuncia di estinzione del reato per prescrizione od amnistia hanno carattere di mera delibazione, essendo sufficiente al riguardo una valutazione sommaria (precisa Cass. Sezioni Unite n. 12243 del 2009, riprendendo quanto già affermato da Cass. n. 10551 del 1998 e n. 5887 del 2000, che va considerato “che nell`annettere specificamente efficacia extrapenale alle sentenze di condanna o di assoluzione e non anche a quelle di non doversi procedere per estinzione del reato, la legge processuale esprime l`implicita valutazione per cui ai fini della decisione suddetta l`accertamento delle circostanze di fatto che consentono di pervenirvi ha carattere di mera delibazione, essendo sufficiente al riguardo una valutazione sommaria”).
Del resto nel porre la condizione, ai fini dell’esercizio dell`azione per il risarcimento del danno all`immagine della Pubblica Amministrazione, che sussista un’effettiva “sentenza irrevocabile di condanna” del pubblico funzionario e quindi, in altri termini, che sussista la più grave lesione all’immagine ed al prestigio della P.A. che deriva da un accertato disvalore di rilievo penale della condotta del pubblico funzionario, l’art. 17, comma 30 ter, del D.L. 78/2009, conferma quella scelta di delimitazione delle ipotesi di responsabilità amministrativa per danno all’immagine della P.A. che la Corte Costituzionale, nella sentenza n. 335 del 2010, ha ritenuto rientrare nella legittima discrezionalità del Legislatore.
Anche Sez. Campania n. 2075 del 26.10.2010 afferma che in base all’art. 17, comma 30 ter, del D.L. 78/2009, quando il reato è dichiarato estinto per prescrizione “e dunque non si è in presenza di una sentenza irrevocabile di condanna”, non può procedersi ad azione di responsabilità amministrativa per danno all’immagine della P.A.; la prevalente giurisprudenza contabile risulta parimenti affermare la necessità che l’azione per danno all’immagine abbia a presupposto una sentenza penale “irrevocabile di condanna” del pubblico funzionario (tra le molte: Sez. I^ App. ord. n. 6 del 17.3.2010; Sez. Veneto n. 673 del 14.10.2009).
Quindi, per quanto rilevato, la Sezione, in accoglimento dell’istanza proposta dal Sig. REATTI Ermanno, dichiara nulli, in applicazione dell’art. 17, comma 30 ter, del D.L. 1.7.2009 n. 78, conv. in L. 3.8.2009 n. 102, gli atti istruttori e processuali posti in essere dalla Procura attrice.
Trattandosi di sentenza in rito e non di sentenza di proscioglimento nel merito (v. art. 3, comma 2 bis, del D.L. 543/1996 e art. 10 bis, comma 10, del D.L. 203/2005; cfr. Sezioni Riunite di questa Corte n. 3/QM del 27.6.2008, nonché nella giurisprudenza di merito, tra le molte, Sez. Abruzzo n. 204 del 16.3.2010; Sez. Basilicata n. 91 del 24.3.2010; Sez. Lombardia n. 767 del 11.11.2009; Sez. Puglia n. 136 del 19.10.2006; Sez. Marche n. 196 del 10.3.2003 e n. 15 del 3.2.2010; Sez. Campania n. 24 del 16.3.2001) ed avuto altresì riguardo alla novità delle questioni giuridiche poste dalla normativa in questione (cfr. conf. Sez. Lazio ord. n. 647 del 4.12.2009), si dispone l’integrale compensazione delle spese del giudizio.
Per quanto così deciso va infine disposta la cancellazione della causa dal ruolo dell’udienza del 17 marzo 2011 cui era stata assegnata con decreto dd. 22.9.2010 del Presidente della Sezione.
l’istanza ex 17, comma 30 ter, del D.L. 78/2009 presentata in data 19 gennaio 2011 dal Sig. REATTI Ermanno e, per l’effetto, dichiara la nullità degli atti istruttori e processuali confluiti nel giudizio di merito n. 13013 del registro di Segreteria di questa Sezione.
Ordina la cancellazione della causa dal ruolo dell’udienza del 17 marzo 2011.
Così deciso in Trieste, nella Camera di Consiglio del giorno 17 febbraio 2011.

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