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Timestamp: 2019-04-23 02:12:18+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 7778 del 20/03/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7778 del 20/03/2019
Cassazione civile sez. trib., 20/03/2019, (ud. 03/12/2018, dep. 20/03/2019), n.7778
sul ricorso 5839-2012 proposto da:
ABACO SPA, elettivamente domiciliato in ROMA VIA CICERONE 28, presso
avverso la sentenza n. 2/2011 della COMM. TRIB. REG. di FIRENZE,
1. La società DEDEM AUTOMATICA a r.l. proponeva ricorso dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale di Pistoia avverso l’avviso di liquidazione (OMISSIS), notificatole in data 8/4/2008 dalla Maggioli Tributi s.p.a., quale concessionaria del Comune di Pistoia per il servizio di accertamento e riscossione delle imposte sulla pubblicità e le affissioni pubbliche, relativo al mancato pagamento dell’imposta di pubblicità per n. 49 impianti pubblicitari disseminati nel territorio comunale.
Si costituiva la società resistente assumendo l’infondatezza del ricorso e chiedendone il rigetto.
2. L’adita Commissione, con sentenza n. 64/02/2009, respingeva il ricorso ritenendo che l’esenzione invocata dalla ricorrente non potesse essere applicata nel caso in esame perchè circoscritta alle insegne di esercizio che contraddistinguono le sede dove viene svolta l’attività di impresa, ipotesi che non riteneva configurabile nella specie.
Avverso tale sentenza proponeva appello la DEDEM AUTOMATICA s.r.l. ribadendo le tesi già svolte in primo grado. Si costituiva la ABACO s.p.a., quale avente causa dalla Maggioli Tributi s.p.a. e nuova concessionaria, insistendo per la conferma della sentenza impugnata.
Con sentenza n. 2/09/11, depositata in data 14/01/2011, la Commissione Tributaria Regionale di Firenze, respingeva l’appello e compensava le spese processuali.
Resiste con controricorso la Abaco s.p.a..
1. Con il primo motivo di ricorso è prospettata la “violazione e falsa applicazione del D.L. 15 novembre 1993, n. 507, art. 17, comma 1-bis, della L. 28 dicembre 2001, n. 448, art. 10, comma 1, lett. b-bis, della L. n. 75 del 2002, art. 2-bis, e del decreto 7 gennaio 2003, art. 2, capo 3, (modalità operative per la determinazione dei trasferimenti erariali compensativi ai comuni del Ministero dell’economia e delle finanze), pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 4 aprile 2003, n. 79. Erroneità manifesta”.
La sentenza impugnata, pertanto, avrebbe errato nell’escludere la natura di insegne ai mezzi esposti sulle attrezzature in questione, ponendosi peraltro in contrasto con il principio espresso dalla Corte di legittimità (Cass., sez. 5, 30/10/2009, n. 23021), secondo il quale il D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, art. 17, comma 1-bis, aggiunto dalla L. 28 dicembre 2001, n. 448, art. 10, non consentirebbe di introdurre distinzioni in ordine all’eventuale presenza di un possibile “concorso dello scopo pubblicitario con la funzione propria dell’insegna”.
La pronuncia della CTR di Firenze, peraltro, si porrebbe in manifesta violazione del D.M. 7 gennaio 2003 del Ministero dell’economia e della finanze che, nel dettare le modalità operative per la determinazione dei trasferimenti compensativi ai comuni, all’art. 2, capo 3, precisa che “rientrano nella fattispecie esenti anche le insegne di esercizio che contengono indicazioni relative ai simboli e ai marchi dei prodotti venduti, ad eccezione del caso in cui questi ultimi siano contenuti in un distinto mezzo pubblicitario esposto, cioè in aggiunta ad una insegna di esercizio…”.
Inoltre, dallo stesso avviso di liquidazione risulta che tutte le “insegne” in questione non superavano il limite di mq 5, come fissato dalle norme invocate ai fini della operatività dell’esenzione, ad eccezione di un unico impianto, che la concessionaria del servizio ha indicato avere una superficie pari a mq 6, senza tuttavia fornire la relativa prova.
1.1. Preliminarmente, va affermata l’ammissibilità del motivo, diversamente da quanto eccepito in controricorso, sotto il profilo dell’autosufficienza.
Come è noto, per soddisfare il requisito imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), il ricorso per cassazione deve contenere non solo l’indicazione delle norme che si assumono violate ma anche, e soprattutto, specifiche argomentazioni intellegibili ed esaurienti, intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornite dalla giurisprudenza di legittimità, diversamente impedendo alla corte regolatrice di adempiere al suo compito istituzionale di verificare il fondamento della lamentata violazione (Sez. 1, 29/11/2016, n. 24298, Rv. 642805 – 02; Sez. 3, 28/02/2012, n. 3010, Rv. 621483 – 01). La ricorrente ha adempiuto a tale onere, là dove, da un lato, ha interamente trascritto la motivazione della sentenza impugnata nella parte asseritamente erronea (pag. 3 del ricorso), e, dall’altro, ha esposto chiaramente le ragioni per cui ha inteso censurare le affermazioni ivi contenute, in particolare denunciando una falsa applicazione da parte della CTR del concetto di “insegna”, al quale le norme invocate nel titolo del motivo ricollegano l’esenzione dall’imposta sulla pubblicità, anche alla luce di un precedente di legittimità che la sentenza impugnata non avrebbe considerato (individuato in Cass. 30/10/2009 n. 23201).
1.2. Nel merito, il motivo è infondato, anche se va corretta in diritto, ex art. 384 c.p.c., u.c., la motivazione resa dalla sentenza impugnata, nel senso che ci si accinge ad illustrare.
La CTR, sul punto, ha così motivato: “Respinge l’eccezione concernente la violazione dell’art. 17, 1 bis, secondo cui le superfici di ciascuno dei distributori sono inferiori a mq 5 per cui sarebbero esenti, si presume perchè inquadrabili come “insegne di esercizio”. Anche in questo caso deve farsi rilevare che le insegne di esercizio godono dell’esenzione se inferiore a 5 mq., purchè possano definirsi tali, e cioè riportino la denominazione della società produttrice, il logo della sede, la sede, i marchi dei prodotti commercializzati o dei servizi offerti, elementi che la società ricorrente non ha dimostrato di possedere”. La ricorrente assume, invece, che il giudice tributario di secondo grado avrebbe dovuto riconoscere l’esenzione dal tributo, come prevista dal D.Lgs. n. 507 del 1994, art. 17, comma 1-bis, in ragione del fatto che le strutture in questione riportavano la descrizione del servizio offerto e del soggetto che lo erogava, come emergerebbe dagli stessi avvisi di liquidazione, e, pertanto, erano destinate alla comunicazione al pubblico dello specifico servizio offerto da ogni postazione, dovendo conseguentemente qualificarsi insegne di esercizio, e non pubblicità, potendo quest’ultima ravvisarsi solo in presenza di cartelli svincolati dal luogo di esercizio dell’attività.
Orbene, la sentenza impugnata si sofferma sul contenuto dei cartelli di cui si discorre, al fine di ricondurli o meno nella nozione di “insegna di esercizio”, omettendo di considerare che le insegne di esercizio, per rilevare ai fini dell’esenzione dell’imposta pubblicitaria, devono in primo luogo essere destinate a contraddistinguere la sede ove si svolge l’attività cui si riferiscono, oltre a dover avere una superficie non superiore a cinque metri quadri.
A sua volta, il medesimo D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 17, stabilisce i casi di esenzione dall’imposta, prevedendo al comma 1 bis, per quanto qui rileva, che “l’imposta non è dovuta per le insegne di esercizio di attività commerciali e di produzione di beni o servizi che contraddistinguono la sede ove si svolge l’attività cui si riferiscono, di superficie complessiva fino a cinque metri quadrati”.
Il D.L. 22 febbraio 2002, n. 13, art. 2 bis, comma 6, convertito in L. 14 aprile 2002, n. 75, ha poi chiarito che “si definisce insegna di esercizio la scritta di cui al regolamento di cui al D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495, art. 47, comma 1, che abbia la funzione di indicare al pubblico il luogo di svolgimento dell’attività economica. In caso di pluralità di insegne l’esenzione è riconosciuta nei limiti di superficie di cui al comma 1”.
Di analogo tenore è il richiamato il D.P.R. n. 495 del 1992, art. 47, comma 1, che definisce “insegna” “la scritta in caratteri alfanumerici, completata eventualmente da un simbolo o da un marchio realizzata e supportata con materiali di qualsiasi natura, installata nella sede dell’attività a cui si riferisce o nelle pertinenze accessorie alla stessa. Può essere luminosa sia per luce propria che per luce indiretta”.
Ciò posto, nella fattispecie in esame, in cui pacificamente si discorre di pannelli apposti su distributori automatici (cabine per foto tessera, stampa digitale, ecc. ovvero distributori di generi di ristoro), ai fini della corretta applicazione dell’esenzione ai sensi della norma invocata dal ricorrente occorreva in primo luogo stabilire se le postazioni di distribuzione automatica possano essere configurate quali “sedi” di svolgimento dell’attività commerciale.
La sentenza impugnata, pertanto, ha correttamente affermato che “le insegne di esercizio godono dell’esenzione se inferiori a 5 mq., purchè possano definirsi tali”, ed è pervenuta ad una corretta decisione di esclusione del diritto all’esenzione ritenendo che nella specie i mezzi in esame non potevano definirsi “insegne”, ancorchè tale conclusione è stata raggiunta sulla base di una motivazione inesatta perchè fondata esclusivamente sul contenuto dei pannelli oggetto di causa, senza tener conto della loro collocazione su postazioni inidonee ad essere qualificate come “sedi”, circostanza che esclude a monte l’applicabilità del D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 17, comma 1 bis, invocato dalla ricorrente.
Corretta in tal senso la motivazione della sentenza impugnata, resta assorbito l’ulteriore argomento dedotto dalla società ricorrente in riferimento alla asserita irrilevanza, ai fini dell’applicabilità della esenzione, dell’eventuale concorso dello scopo pubblicitario con la funzione propria della insegna stessa, siccome desumibile dal precedente di questa Corte n. 23021 del 2009 e dal D.M. 7 gennaio 2003, art. 2, capo 3: anche tale questione, infatti, attiene al contenuto dell’insegna e presuppone che si tratti di “insegna” installata nella “sede” dell’attività cui si riferisce, requisito che, per quanto sopra evidenziato, non può ritenersi sussistente nel caso in esame.
La ricorrente censura la sentenza impugnata per avere invertito l’onere probatorio gravante sulle parti ai sensi dell’art. 2697 c.c., erroneamente attribuendolo alla contribuente anzichè al concessionario, nella parte in cui afferma che “… le insegne di esercizio godono dell’esenzione se inferiori a 5 mq purchè possano definirsi tali, e cioè riportino la denominazione della società produttrice, il logo della sede, la sede, i marchi dei prodotti commercializzati o dei servizi offerti, elementi che la società ricorrente non ha dimostrato di possedere”.
Infatti, la prioritaria necessità, ai fini dell’applicazione dell’esenzione dall’imposta comunale sulla pubblicità, che le insegne per le quali si invochi il beneficio siano installate su strutture definibili come “sede” dell’attività, requisito nella specie rimasto escluso, rende ininfluente accertare in concreto il contenuto delle insegne oggetto di causa.
Peraltro, per completezza si osserva che la sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione dell’art. 2697 c.c., attribuendo alla società contribuente l’onere probatorio, ad essa spettante, di dimostrare la concreta sussistenza dei requisiti dell’insegna di esercizio, dovendo trovare applicazione il principio secondo il quale, in tema di agevolazioni tributarie, chi vuole far valere una forma di esenzione o di agevolazione qualsiasi deve provare, quando sul punto vi è contestazione, i presupposti che legittimano la richiesta della esenzione o della agevolazione. (Cass., sez. 6-5, 4/10/2017, n. 23228, Rv. 646307 – 01).

References: Sentenza 
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 art. 17
 art. 10
 art. 2
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 Cass. 
 art. 384
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 art. 47
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