Source: http://augustomovimento.blogspot.com/2008/11/
Timestamp: 2019-01-19 08:00:32+00:00

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AVGVSTO: novembre 2008
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Riassumendone in breve l’opera, Spengler esprime nella prima parte un approccio nuovo allo studio della storia, che aveva già avuto vari ma poco ascoltati predecessori, dall’arabo Ibn Khaldun, all’italiano Giambattista Vico, ai russi Nikolai Danilevsky e Konstantin Leontiev, al tedesco Wilhelm Dilthey: un approccio morfologico che vede lo studio delle civiltà come organismi separati, ma simili nel seguire un ciclo vitale ben determinato di nascita, fioritura e decadenza, seguendo paradigmi analoghi. Ogni civiltà ha un’anima, determinata dalle proprie condizioni etnogeografiche di origine (così alla Grecia piccola e frammentata corrisponde l’atomismo dell’anima Apollinea, agli spazi selvaggi del Nord Europa corrisponde lo sforzo verso l’infinito dell’anima Faustiana, e così via), che si esprime dando vita a peculiari forme storiche, politiche, artistiche, economiche, filosofiche, religiose, ma anche scientifiche e matematiche. Spengler grazie alla sua cultura ampia e “multiscientifica” riesce ad analizzare e trattare ciascun argomento con esemplare rigore.
Nella seconda parte egli applica quest’approccio tracciando una storia comparata e assolutamente relativistica delle otto civiltà (egizia, mesopotamica, cinese, indiana, classica, mesoamericana, araba, occidentale), mettendo in luce sia come le loro espressioni siano frutto della propria anima (quasi rovesciando il concetto marxista di struttura e sovrastruttura dall’ambito economico a quello spirituale), sia come seguano tutte un medesimo paradigma di sviluppo, in cui i punti più importanti sono:
a) l’opposizione, centrale alla cultura tedesca moderna, tra la Kultur (espressione della vita, dell’essere, della fede e del misticismo, della campagna, della nazione, della razza) e la Zivilisation (espressione dello spirito, dell’essere-desto, della letteratura e dello sterile e intellettualistico razionalismo, della metropoli, del cosmopolitismo e della massa);
b) il concetto di razza, come precisamente radicata a un territorio e plasmata dagli eventi storici, ben diversamente dunque da una concezione razzialista che leghi il concetto di razza alla biologia (prima frenologica, ora genetica) o ponga questo alla base dell’agire storico.
Secondo Spengler, la nostra Kultur si sarebbe esaurita con la Rivoluzione Francese e Napoleone analoghi di Alessandro Magno e dell’Ellenismo, dando inizio alla Zivilisation. Noi ci troveremmo ora ad essere dominati dall’economia e dal denaro, mentre si diffonderebbe, come un revival religioso (“Seconda religiosità” la chiama Spengler), il socialismo. Tuttavia è destino ed è necessità storica, che l’unica forza che può ribellarsi e vincere il denaro, il sangue, si sollevi contro la situazione attuale, facendo appello al riemergere d’istinti più primitivi. L’epoca che si schiude a noi sarà quella del Cesarismo, ovvero del dominio di grandi figure che sottometteranno di nuovo l’economia alla politica, lottando tra di sé per il possesso del mondo intero. Queste figure però insieme all’esercizio di un potere illimitato sentiranno anche il dovere di prendersi cura del mondo e delle popolazioni («Il popolo ha un unico diritto: quello di essere governato bene»). L’azione in questo senso è necessaria, proprio perché voluta dal destino.
In Italia, il giudizio di Croce stronca subito Spengler come un «dilettante», mettendo fuori discussione la pubblicazione de Il tramonto dell’Occidente. Tuttavia, alcuni scritti politici furono pubblicati lo stesso all’inizio degli anni ‘30, per via dell’ammirazione di Spengler per Benito Mussolini, il quale a sua volta lesse, apprezzò e fu ispirato dal filosofo tedesco, il quale vedeva in lui un Cesare (diversamente da Adolf Hitler, che Spengler considerava invece un «fesso»).
Dopo la guerra Spengler era caduto in disuso, anche in Germania, per via del suo pessimismo. In Italia fu rilanciato da un altro grande filosofo, a suo tempo definito da Gottfried Benn lo “Spengler italiano”: Julius Evola. Egli tradusse e pubblicò per Longanesi nel 1961 Il tramonto dell’Occidente, nonostante non condividesse in toto le idee di Spengler, di cui anzi critica ampiamente l’impostazione e la forma mentis, come spiega nell’introduzione all’opera e nella sua autobiografia Il cammino del cinabro. Si rendeva conto, tuttavia, dell’impatto rivoluzionario dell’opera e provvide a promuoverla in Italia, diffondendo la conoscenza di Spengler all’interno della cultura di Destra. Molto apprezzato dagli ambienti della Nuova Destra italiana negli anni ’80, Spengler ha conosciuto a partire dal 1991 una sorta di Renaissance culturale, grazie anche ad intellettuali quali Marcello Veneziani e Stefano Zecchi, che rilanciarono anche in campo accademico gli studi.
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Domani l'articolo sul Tramonto dell'Occidente
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Riguardo alla società, Pareto è convinto che non può sussistere se non organizzata gerarchicamente, e che anche la rivoluzione che si pone come obiettivo l’abbattimento di un ordine oligarchico, produrrà sempre e comunque un nuovo ordine oligarchico. Cambieranno le élites, nel senso che andranno a governare persone diverse mosse da sentimenti e/o ambizioni diverse, certo, ma non cambierà mai la logica di fondo: e cioè che ad usufruire del potere politico sarà comunque una minoranza. «La storia è un cimitero di aristocrazie...»
Il sociologo che stiamo trattando vede la storia come un succedersi di classi elette. Il ricambio di queste avviene in senso ondulatorio: un’élite che ha raggiunto il suo “picco” massimo è destinata ad avere un periodo di decadenza. Può accadere che, toccato il limite di questa decadenza, avvenga il ricambio e una nuova élite inizi così il suo corso. Ma può anche accadere che tale ricambio avvenga quando l'élite destinata a scomparire non sia in decadenza, o sia in ascesa. Pensiamo a una rivoluzione improvvisa dove, per mezzo di un colpo di Stato, una nuova minoranza prenda il potere; in questo caso non è detto che la vecchia classe eletta fosse necessariamente in decadenza.
Sulla morale borghese, Pareto scrisse un opuscolo intitolato Il virtuismo borghese. Rilevò che in passato era vietato attaccare il sentimento religioso, ma non era necessario rispettare i tabù della castità. Col proliferare dello stile di vita borghese, le parti si invertirono; divenne possibile “sbeffeggiare” la religione, ma guai a rendere pubblico tutto ciò che potesse, anche alla lontana, essere inerente al sesso. «In realtà [...], la morale che ci vogliono imporre colla legge i virtuisti, è semplicemente la morale cattolica o protestante». In questo senso il “virtuismo” fu il Cattolicesimo della borghesia.
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Dove il teschio canta/ Torneranno i fanti, torneranno le bandiere...
E quel ch’io vidi mi pareva andar a cavallo,
Roosevelt, Churchill ed Eden*
Morto che fui a Sarzana*
Sono quel Guido* che amasti
pel mio spirito altiero
De la Ciprigna sfera*
Passai per Arimino*
ed incontrai uno spirito gagliardo
che cantava come incantata
Un po’ tozza ma bella
ch’aveva a braccio due tedeschi
senz’aver bisogno
d’andar in cielo.
della bella Ixotta*.
Camminavano in quattro o in cinque
ed io ero ghiotto
d’amore ancora
Venivan’ canadesi
a ‘spugnar’ i tedeschi,
A rovinar’ quel che rimaneva
della città di Rimini;
a una ragazza,
Po’ prima da lor canaglia.
–Be’! Be’! soldati!
a Via Emilia!–
là verso il mare.
un po’ tozza ma bella,
Tozza un po’ ma non troppo
All’inferno ‘l nemico,
Or’ ora per la strada
che va verso ‘l mare.
Io tornato son’
dal terzo cielo*
Per veder’ le montagne
portan’ il nero!»
* Anthony Eden (1897 – 1977), ministro britannico della Guerra e degli Affari Esteri durante la Seconda Guerra Mondiale, acerrimo nemico di Germania e Italia; per questo si scontrò, in precedenza, con Chamberlain, il quale si era distinto per un atteggiamento più mite e moderato nei confronti delle forze dell’Asse.
* Sarzana, comune in provincia della Spezia, teatro di aspri scontri tra le truppe italo-tedesche e gli “sbandati”, ma anche e soprattutto luogo di esilio del poeta Cavalcanti, dal quale tornò malato a Firenze ove morì pochi giorni dopo.
* Guido Cavalcanti (1255 ca. – 1300), celebre poeta fiorentino, tra i più grandi esponenti del dolce stil novo e amico di Dante.
* Secondo la struttura del Paradiso dantesco, il Terzo Cielo è il Cielo di Venere (Ciprigna è epiteto della dea), caratterizzato dall'amore, e dove infatti risiedono le anime di coloro che amarono; tuttavia fu Pound a inserirvi Cavalcanti, giacché egli, nei giorni in cui è ambientata la Divina Commedia, non era ancora morto.
* Antico nome di Rimini (in latino Ariminum).
* Tempio Malatestiano a Rimini, ove è sepolta Isotta, moglie di Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, che commissionò il tempio stesso, al quale lavorarono grandi artisti dell’epoca quali Leon Battista Alberti, Matteo de’ Pasti, Agostino di Duccio e Piero della Francesca.
* Vedi nota precedente.
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Sessantacinque anni fa nasceva la Repubblica Sociale Italiana.
Nella sua pur breve vita, oltre ad un alto esempio Ideale, ci ha fornito delle vere e proprie pietre miliari sul tema sociale.
Il “Manifesto di Verona” (suo primo documento politico) offre degli spunti che appaiono di incredibile attualità, soprattutto davanti alla pesante crisi economica che attanaglia tutto l’occidente...
Art. 3 - La Costituzione repubblicana dovrà assicurare al cittadino il diritto di controllo e di responsabile critica sugli atti della pubblica amministrazione.
Art. 8 - La Repubblica (...) si adopererà per la realizzazione di una comunità europea, con la federazione di tutte le Nazioni che accettino i seguenti principi fondamentali:
a) eliminazione dei secolari intrighi britannici dal nostro continente
b) ABOLIZIONE DEL SISTEMA CAPITALISTICO INTERNO E LOTTA CONTRO LE PLUTOCRAZIE MONDIALI.
Art. 9 - Base della Repubblica Sociale e suo oggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale in ogni sua manifestazione.
Art. 12 - In ogni azienda (industriale, privata, statale, parastatale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente – attraverso una conoscenza diretta della gestione – all’equa fissazione dei salari, nonché all’equa ripartizione degli utili tra il fondo di riserva, il frutto al capitale e la partecipazione degli utili stessi per parte dei lavoratori (con le eccedenze destinate a scopi di natura sociale, dall’art. 46 del “decreto sulla socializzazione delle imprese”).
Art. 15 - Quello alla casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà. Il Partito provvede a fornire in proprietà la casa alle famiglie dei lavoratori di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto delle esistenti. In proposito è da affermare il principio che l’affitto costituisce titolo d’acquisto.
«Il Fascismo stabilisce l’uguaglianza verace e profonda di tutti gli individui di fronte al lavoro e di fronte alla nazione... Che cosa significa questa più alta giustizia sociale? Significa il lavoro garantito, il salario equo, la casa decorosa; significa la possibilità di evolversi e di migliorare incessantemente. Non basta. Significa che gli operai, i lavoratori devono entrare sempre più intimamente a conoscere il processo produttivo e a partecipare alla sua necessaria disciplina»
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«Superare la classe, come fatto sociale e come fatto economico, nella triplice attualità dello stato unitario, della gerarchia del valore, dell’organica rappresentanza professionale, è programma del Fascismo.
Una scarsa sensibilità in questa materia può compromettere, annullare qualsiasi propaganda. L’apologetica al regime è facile. L’Educazione al Fascismo è arte difficile. La scuola aperta a tutti – tranne gli svogliati e gli incapaci – in ogni suo ordine e grado; la scuola aperta a tutti secondo le capacità e non secondo le possibilità economiche della famiglia: questo il passaggio obbligato d’un antiborghesismo che voglia andare a fondo.
Finché il professionista sarà il figlio del professionista, lo spirito borghese cacciato dalle piazze avrà rifugio nelle case, l’azione politica dovrà spendere metà del suo lavoro a disfare i domestici pregiudizi [...] O scuola aperta o formazione classista. O scuola aperta o casta borghese.
Questo il valore rivoluzionario di quella Carta della Scuola che garantisce oggi al Fascismo l’educazione della civiltà».
(Berto Ricci, Categoria Spirituale e Categoria Sociale)
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“Sembrava che al di sopra delle divisioni un vasto raggruppamento nazionale e sociale cominciasse a determinarsi e le anime semplici ne deducevano grandi speranze”
Quando il 6 Febbraio 1934 a Parigi marciano uniti estrema destra ed estrema sinistra, il poeta e saggista francese Robert Brasillach intravede l’inizio di una rivoluzione nazionale contro il Parlamento corrotto e il vecchiume partitico. Le sue speranze cadono sotto i colpi della polizia francese, che uccide 22 manifestanti.
Da quel giorno Brasillach consacra il suo cuore e la sua penna al servizio di ciò che crede l’unica soluzione per l’avvenire della Patria: il Fascismo.
Egli ravvisa nell’esperienza italiana la sintesi necessaria tra nazionalismo e socialismo, antidoto ad ogni conflitto interno. Da qui nasce il mito del “Fascismo immenso e Rosso” carico di antiborghesismo, Volontà, irriverenza ed ostile ad ogni pregiudizio di classe.
Ma ciò che più lo affascina, e che vorrebbe anche per la sua Francia, è il mito della Giovinezza, traboccante di entusiamo e di gioia: «il giovane fascista che canta, marcia, lavora e sogna è innanzitutto un essere allegro».
Purtroppo gli avvenimenti tradiscono le sue speranze: la Francia entra nel secondo conflit to mondiale e Brasillach si fa addirittura arrestare per “pacifismo”, essendo contrario all’intervento e imputando le responsabilità della guerra soprattutto alla Gran Bretagna. Per amor di Patria parte comunque al fronte per tornare durante il regime “collaborazionista” di Vichy. Qui scrive molti articoli a favore di un’intesa franco-tedesca. Sono pagine che hanno fatto «più male alla resistenza francese di un intero battaglione della Wehrmacht» a detta del tribunale speciale creato nel 1945 dai “liberatori” anglo-americani e da De Gaulle. Ed è con questa incredibile accusa che il Poeta viene condannato a morte. Al pronunciare della sentenza uno spettatore tuona «È una vergogna!». «No, è un onore!» afferma Brasillach.
A poche ore dalla fine il suo pensiero va a quel giorno che, 11 anni prima, infiammò il suo spirito e unì tutte le coscienze rivoluzionarie del paese:
Ai morti di Febbraio
Nel giorno indistinto là dove sono caduti i nostri
Con undici anni di ritardo sarò, dunque, fra voi?
Penso a voi, stasera, o morti di Febbraio!
«Si dice che la morte, come il sole, non possa guardarsi in faccia. Tuttavia ho tentato. Non ho in me nulla di stoico, ed è duro sottrarsi a ciò che si ama. Ma io ho tentato pure di non lasciare, a quelli che mi vedono o pensano a me, una immagine indegna.
Ho pregato molto e so bene che è stata la preghiera a portarmi un sonno calmo. Il mattino il prete è venuto con la comunione. Pensavo con dolcezza a tutti quelli che amavo e a tutti quelli che avevo conosciuto nella mia vita, e pensavo con dolore al loro dolore. Ma mi sono sforzato il più possibile di accettare».
Il 6 Febbraio, data simbolo con la quale il Potere vuole enfatizzare la propria vittoria, Robert Brasillach è condotto alla fucilazione.
Con un grande poeta scompaiono i sogni di Libertà dell’Europa intera.
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Figura controversa fin dall’antichità, Pericle è stato uno dei pochi uomini che hanno ricevuto dai posteri la possibilità di assegnare il proprio nome ad un preciso momento della storia; non è un caso, infatti, che nei secoli successivi, lo statista greco avrebbe incarnato la grandezza di Atene all’apogeo della sua espansione.
Per comprendere il come e il perché gli siano stati attribuiti un ruolo ed un’importanza così fuori dall’ordinario, si è aperto un aspro dibattito fra gli studiosi sul rapporto fra Pericle e il regime democratico ateniese del V secolo.
Lasciando da parte gli antichi, Tucidide in primo luogo, seguito dalla Costituzione degli Ateniesi attribuita ad Aristotele e dalla Vita di Pericle di Plutarco, è noto che l’interesse dei moderni per le imprese degli uomini illustri dell’antichità inizia a partire dall’età rinascimentale, grazie soprattutto alla riscoperta in occidente delle biografie del già citato Plutarco. La figura di Pericle, nonostante l’importanza riconosciutagli in seguito, rispetto ad altri personaggi quali Aristide, Solone o Temistocle, restò tuttavia a lungo in secondo piano. Questo perché egli appariva come l’incarnazione della democrazia, vale a dire di una forma di governo da molto tempo condannata all’oblio. L’interesse verso la democrazia ed il relativo sviluppo storico cominciò a manifestarsi nel XVIII secolo in relazione più o meno diretta con la critica dei regimi assolutistici portata avanti dalla filosofia dei "lumi".
Alla vigilia della rivoluzione francese un’opera soprattutto merita particolare attenzione, Le voyage du jeune Anacharsis dell’abate Barthélemy , vero e proprio monumento di erudizione in cui nella seconda parte dell’introduzione storica viene dedicata un’intera sezione alla figura di Pericle, intitolata appunto “Il secolo di Pericle”, dove l’abate traccia un ampio ritratto del personaggio, largamente desunto da Plutarco, al momento della sua entrata nella scena politica e più avanti mettendo in evidenza le sue doti nella ricerca del consenso del démos: “Grazie al suo ascendente, Pericle dispose del tesoro pubblico degli Ateniesi e di quello dei suoi alleati, riempì Atene di capolavori d’arte, assegnò pensioni ai cittadini poveri, attribuì loro una parte delle terre conquistate[…] Il popolo, non vedendo altro che la mano che elargiva, chiudeva gli occhi sulla fonte cui essa attingeva. Si univa sempre di più a Pericle, il quale , per legarlo più fortemente a sé, lo rese complice delle sue ingiustizie e si servì di esso per assestare quei colpi eccezionali che aumentano il credito rendendolo manifesto”.
Giudizi simili a questo vengono formulati senza una certa originalità anche nel secolo XIX, non mancando tuttavia di sottolineare come la democrazia vigente nell’Atene classica fosse riservata comunque ad una minoranza dell’Attica. Negli anni che seguono immediatamente la seconda guerra mondiale è sempre l’immagine di un Pericle come un politico intelligente a dominare la produzione storiografica dell’Europa occidentale.
Gaetano de Sanctis (1944) traccia l’immagine di un Pericle dotato di intelligenza, umanità e cultura, da discepolo del filosofo Anassagora pone la sua ricca personalità al servizio della propria patria e costruisce una democrazia ideale, che si riflette nell’orazione funebre. Anche de Sanctis, comunque, non rinuncia a sottolineare le ristrettezze della democrazia ateniese e della politica imperialista, e l’incapacità di unificare la Grecia intorno ad un comune principio democratico. Non sarebbe difficile moltiplicare citazioni di ispirazione analoga, che mettano in risalto al tempo stesso il patriottismo, l’integrità e tutte le altre virtù periclèe grazie alle quali seppe realizzare un’adeguata politica sociale volta ad assicurare il benessere dei cittadini.
Recentemente lo studioso americano Josiah Ober nel suo Political Dissent in Democratic Athens: Intellectual Critics of Popular Rule (2001) ha ribadito come Pericle sia stato una figura dominante della storia di Atene grazie al modo in cui seppe usare la carica di stratego, ma soprattutto grazie alle abilità oratorie e all’acuta percezione delle aspettative ateniesi. Per lo studioso americano, Pericle seppe valorizzare lo spirito dei cittadini Ateniesi in virtù del principio democratico per sbarazzarsi dell’opposizione della compagine aristocratica.
In conclusione, Pericle, al pari di altri uomini illustri nell’antichità, seppe sfruttare la nascente democrazia ateniese per affermarsi come principale guida della politica ateniese al momento della sua massima espansione.
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6 Febbraio 1934. A Parigi scendono in piazza miltanti di estrema sinistra ed estrema destra uniti contro il Parlamento. Marciano insieme membri dei Camelots du Roi, dell’Action Française, studenti, operai, comunisti ed ex combattenti. Il governo risponde uccidendone 22. Il poeta Robert Brasillach conia il mito del “Fascismo immenso e Rosso”.
Nicola Bombacci. Tra i fondatori del Partito Comunista Italiano nel 1921, aderirà alla Repubblica Sociale Italiana 22 anni dopo. Riconobbe il valore rivoluzionario dell’azione di Mussolini, accanto al quale verrà ucciso.
1931. Il Mahatma Gandhi visita il quartiere romano Garbatella, esprimendo apprezzamenti per il lavoro del Duce e dell’ONMI (Opera Nazionale Maternità e Infanzia).
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Numerosi autori antichi hanno parlato di Historia magistra vitae (“la Storia è maestra di vita”) – formula coniata da Cicerone –, e molti intellettuali posteriori ribadirono e riproposero il concetto. La Storia, intesa in senso gnoseologico (ossia la conoscenza che noi abbiamo dei fatti storici), sarebbe un ottimo “strumento” grazie al quale ci è possibile riconoscere eventi simili tra loro, e che ci permetterebbe quindi di comportarci di conseguenza. Lo stesso Machiavelli (1469 – 1527, in foto) basò su questo concetto il suo celeberrimo trattato Il Principe: colui che conosce la storia e quali furono gli esempi di virtù o d’errore che occorsero di fronte ad analoghe condizioni, egli saprà indirizzare gli eventi a suo favore e sarà il “vero” e ottimo Principe, ossia il reggitore dello Stato. Tuttavia Guicciardini (1483 – 1540) si mostrò scettico nei confronti di questa teoria, obiettando che gli avvenimenti storici non si ripetono mai nella stessa maniera, e che il buon statista deve essere in grado di interpretarli correttamente, escogitando volta a volta le soluzioni migliori.
Ma – per tornare a noi – è proprio vero che la storia è magistra vitae? Forse sì, ma esiste certamente anche l’altra faccia della medaglia: Vita magistra historiae (“la vita è maestra della Storia”), ossia ogni epoca ha riletto, interpretandole in maniere sempre diverse, alcune singole esperienze storiche, lasciandovi qualcosa di se stessa. Così è stato ad es. per Sparta, giacché i comunisti videro nella costituzione di Licurgo un fulgido esempio di uguaglianza tra i cittadini, mentre i nazionalsocialisti la esaltarono quale Stato “razziale” per eccellenza.
Anche la figura di Ottaviano Augusto, una delle più affascinanti che la Storia abbia conosciuto, subì lo stesso processo. Un caso interessante fu quello dell’identificazione, in epoca fascista, di Augusto con Mussolini. Nel 1937 cadeva infatti il bimillenario della nascita dell’imperatore, e fu allestita – non a caso – la Mostra Augustea della Romanità. Tale mostra, che ebbe sede nel Palazzo delle Esposizioni a Roma (in foto) sotto la direzione del grande archeologo G. Q. Giglioli, raccoglieva un’imponente mole di riproduzioni di materiali inerenti alla storia di Roma antica, volendone essere una grandiosa celebrazione. Una sala dell’esposizione, l’ultima, era dedicata – per l’appunto – ad Augusto e Mussolini.
Ma perché il Duce del Fascismo era accostato ad Augusto? I motivi sono molteplici.
Augusto (63 a.C. – 14 d.C., in foto), al contrario di quanto alcuni ancora credono, non fu il vero erede politico del padre adottivo Caio Giulio Cesare (100 – 44 a.C.). Cesare aveva in mente Roma come una monarchia universale, ossia uno Stato in continua espansione territoriale e governato da un monarca assoluto. Questa concezione era invero stata raccolta da Marco Antonio, suo fedele luogotenente e – non a caso – futuro nemico di Ottaviano (poi Augusto). L’ideale di quest’ultimo fu infatti quello che poi strutturò in quasi un cinquantennio di governo, ossia il Principato, retto da un capo carismatico (princeps) e non necessariamente espansionista, più vicino al modello statuale di Pompeo.
Augusto fu quindi visto nei secoli come il virtuoso “architetto” e ordinatore dello Stato, contrapposto al Cesare conquistatore e al suo mito (Cesarismo) che ebbe anch’esso molta fortuna, ad es. presso colui che meglio lo personificò: Napoleone Bonaparte (1769 – 1821).
Tuttavia sia Augusto che Mussolini possono essere letti e accostati secondo due ruoli che rivestirono entrambi: il rivoluzionario e lo statista.
Ultimamente è tornata molto di moda l’espressione “la prima marcia su Roma” – formula coniata da Ronald Syme nella sua splendida The Roman Revolution (1939) –, ossia quella che iniziò il futuro Augusto nell’agosto del 43 a.C. attraversando il Rubicone (come già fece suo padre Cesare). Si era appena conclusa la cosiddetta “guerra di Modena” tra Ottaviano, investito del potere dal senato, e Antonio; durante i combattimenti perirono – in maniera più che sospetta – i due consoli Irzio e Pansa: Roma ora non aveva più i sommi magistrati che reggevano la repubblica. Questo vuoto di potere – casuale o abilmente macchinato – offrì a Ottaviano la tanto agognata “occasione” (kairòs in greco): richiese al senato il consolato per sé e ricompense ai suoi soldati; al netto rifiuto non esitò a marciare sull’Urbe. Il giovanissimo Ottaviano (aveva solo diciannove anni!) era precoce, e mostrò tutta la sua abilità politica prima di entrare al senato: quest’ultimo gli aveva mandato a dire che era possibile indire regolari elezioni a cui gli era lecito partecipare (concessione già di per sé inaudita, giacché l’età minima per rivestire il consolato era di 43 anni). Ma a rifiuto Ottaviano oppose rifiuto, inviò un manipolo di uomini armati, capeggiati dal centurione Cornelio il quale, entrando nella curia e gettando indietro il mantello mostrando l’elsa della spada quasi del tutto sguainata, tuonò: «Questa lo farà console se non lo farete voi!». Allora Cicerone, prototipo del vecchio statista, si abbandonò a imbarazzanti blandizie nei confronti di Ottaviano, con il recondito, benché vano, intento di poter meglio controllare il «ragazzo» (così lo chiamava nelle sue lettere). Questo ricordò a Syme il vecchio Giolitti che, dapprima umiliandosi, tentò invano di “pilotare”, previa marcia su Roma, il giovane (aveva appena trentanove anni) e arrembante Mussolini.
Ma il paragone tra Augusto e Mussolini per la Mostra Augustea della Romanità riguardava certamente le figure di Augusto e di Mussolini in quanto statisti.
Se durante la campagna etiopica, infatti, il Duce fu accostato, come si addiceva al fondatore del sorgente impero, a Cesare, negli anni successivi la propaganda del regime fascista pose l’accento sul Mussolini ordinatore dello Stato. La contrapposizione Cesare-Augusto aveva ispirato anni prima l’opera di Guglielmo Ferrero (1871 – 1942) Grandezza e decadenza di Roma (1906-7 in 5 volumi) che lodava il lavoro oscuro e paziente di Augusto (in antitesi con quello più appariscente e risonante di Cesare) identificandolo con Giolitti: paragone che certamente nobilitava oltremodo il vecchio statista italiano.
Al contrario la personalità politica di Benito Mussolini (1883 – 1945), grazie alla sua imponente e lungimirante opera di strutturazione del regime fascista, meglio si attagliava a quell’Augusto che, da vero “architetto”, aveva dato forma al Principato con riforme che investirono quasi tutti gli aspetti dell’apparato statale romano. Altro tratto in comune tra i due “duci” fu il carattere restauratore delle due rivoluzioni a cui diedero vita: Augusto, nel fondare il nuovo Stato, si propose di restaurare – per l’appunto – la tanto amata Res Publica, attraverso un oculato compromesso formale (come scrisse Tacito, i nomi erano gli stessi ma altri erano i concetti che essi esprimevano); anche Mussolini aveva donato alla rivoluzione fascista una connotazione non già sovversiva, bensì restauratrice. Ora che tale rivoluzione si stava esaurendo, e il Fascismo si andava affermando quindi come Regime, fu logica – e tutt’altro che peregrina – l’identificazione di Mussolini con Augusto.
Un ulteriore carattere lega, infine, i due statisti: l’auctoritas, la quale era la base del loro potere e che traeva la propria forza e legittimazione dal consenso pressoché unanime del popolo di cui essi godevano.
Tuttavia gli eventi che conclusero le loro esistenze non possono che differire in maniera più netta. Augusto morì alla veneranda età di quasi settantasei anni, con l’intima soddisfazione di aver edificato le fondamenta della Roma imperiale col plauso dei contemporanei e dei posteri; al contrario Mussolini soffrì il patibolo, al quale si avviò con l’animo sconsolato di chi è stato tradito da un popolo che tanto aveva amato, che, ingrato, avrebbe bestemmiato il suo nome nei decenni a venire.
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"Non tutti, oggi, sono democratici, ma tutti pretendono di esserlo...". E' con questa frase che A. de Benoist, nel suo libro "Democrazia - il problema" inizia a trattare tale regime.
In questo saggio, l'autore ci fornisce una visione completa della democrazia, analizzando come il "fenomeno" abbia mutato forma e sostanza nel tempo fino a proporre un'idea di democrazia "organica" che, a detta sua, sarebbe oggigiorno più "efficace". Il tutto arricchito da citazioni tratte dal pensiero di autorevoli personalità cha vanno da Aristotele a Carl Schmitt, passando per Montesquieu, Sartori, Tocqueville, Michels e tanti altri...
Erroneamente, c'è chi crede la democrazia un "prodotto moderno". Così non è. Fino al XIX secolo il concetto di democrazia non trovò grossa eco in Europa. De Benoist ci suggerisce allora di volgere lo sguardo in Grecia per studiare la "vera" democrazia; una democrazia diretta (tutti i cittadini potevano prender parte all' ekklesia o assemblea, vero organo decisionale) dove "Il popolo governava, invece di eleggere gli uomini incaricati di governarlo".
La democrazia è concepita non in rapporto all'individuo, ma alla comunità organizzata, alla città. Caratteristica principale della sua esistenza è perciò il concetto di cittadinanza, dove cittadino (polites) è chi appartiene a una patria, cioè a una terra e ad un passato.
Anche per il concetto di "libertà" vale la stessa premessa: per il Greco è l'appartenenza a conferire la libertà, essere libero significa avere il diritto di poter partecipare alla vita politica, alla vita della città dunque. Ebbene se la democrazia è inscindibilmente legata al concetto di libertà, e questo è legato a sua volta al concetto di appartenenza a una comunità (cittadinanza quindi), ne risulta che in una città di uomini liberi, l'interesse particolare non può che sottostare all'interesse generale, cioè quello della comunità/città.
Una di queste critiche è quella che vede il "regno dei partiti" attentatore all'unità nazionale. Portando avanti ognuno i propri interessi, sempre divergenti, il gioco politico perde di vista l'interesse generale creando uno stato di "endemica guerra civile".
La democrazia non è poi legata "naturalmente" al concetto di libertà. Sono stati molti i regimi democratici oppressivi e terroristi (si pensi al genocidio vandeano, o alle "democrazie popolari" dell'est-Europa fino al 1989...).
Altra critica è mossa verso chi confonde la democrazia con il liberalismo. Una loro congiunzione, essendo la prima fondata sul concetto di "potere del popolo" e il secondo sui diritti dell'individuo scaturiti da una "naturale" condizione di eguaglianza, appare quantomai complicata. Nello stato democratico è il popolo ad essere sovrano. Altra cosa avviene nello stato liberale dove sovrano diventa il numero.
Proseguendo, l'autore sposta l'attenzione sul concetto di pluralismo e sovranità popolare.
Le moderne democrazie rappresentative vedono nel pluralismo un connotato fondante la democrazia stessa. In altri termini o la moderna democrazia rappresentativa riconosce il pluralismo o non è. Tuttavia riconoscere il pluralismo significa difendere anche quelle "arene" politico-sociali non propriamente democratiche e/o spesso avverse al regime stesso. Posta così, il pluralismo rischia di essere un fattore "disgregante" per la democrazia, più che istitutivo.
Sulla sovranità popolare (espressione democratica per antonomasia...) e sul principio di maggioranza che le è proprio, resta da indicare significato e portata da attribuire a tale principio. Esso può considerarsi allora come un dogma o come una tecnica. Se la osserviamo nell'accezione dogma, è allora la quantità che risulta essere l' extrema ratio; è il numero che fa nuovamente da "sovrano".
Il IV capitolo del libro è dedicato a (ed intitolato) "la crisi della democrazia".
Le moderne democrazie occidentali assumono la forma, per dirla con Dahl, di poliarchie elettive in quanto il popolo delega a chi elegge la "cura di far passare nella realtà le sue decisioni". Il rappresentante, però, delegherà a sua volta parte del compito a collaboratori, funzionari, esperti, e via dicendo. Inoltre il potere politico non è il solo potere esistente nella società (si pensi ad istanze economiche, al potere dei media, ad altre istituzioni culturali, ecc.). I partiti rendono ancor più caotico il contesto: essendo organizzati internamente secondo logiche oligarchiche (R. Michels), essi "pretendono di difendere l'interesse comune, ma difendono in realtà la propria potenza. Contrapposti gli uni agli altri, sono tutti d'accordo per mantenere il regime dei partiti".
L'elettore, che dovrebbe essere il "protagonista" del regime democratico, fa in realtà la parte della "comparsa"; si aggiunga poi che tanto è più alto il numero dell'elettorato, tanto più l'importanza del singolo voto si marginalizza: se votano 40 milioni di persone, il voto del singolo non è che la 40 milionesima parte della volontà generale. Questa demoralizzante condizione dell'elettore è aggravata dal fatto che la volontà popolare non è mai autodeterminata, ma quasi sempre "fabbricata" da tecniche di condizionamento dell'opinione ad opera degli organi di informazione. "Pubblicità e marketing hanno raccolto il testimone della propaganda. Nessun dispotismo era fino ad oggi riuscito a far accettare così passivamente una simile Gleichschaltung (messa al passo)".
La limitata durata del mandato non può che aggravare la situazione. I programmi politici dei candidati tenderanno infatti a concentrarsi su politiche che mirano al breve termine. Puntando tutto sulla "seduzione" per poter raccogliere il più alto numero di voti possibile, i programmi elettorali saranno scarni, a scarsissimo carattere ideologico e per lo più standardizzati; lasciando l'elettore con la sensazione che "tutti gli uomini politici dicono le stesse cose".
Per finifre, Alain de Benoist ci indica la direzione "verso una democrazia organica". Sapendo già da Aristotele che una democrazia non può esistere in stati con troppe persone, sembrerebbe impossibile proporre tale regime in un contesto come quello contemporaneo. Eppure la nostra società si compone di una multitudine di comunità (regioni, comuni, municipi, ecc.). E' qui che la democrazia può trovare espressione nella sua forma più "pura" ed originaria: quella diretta.
Altra forma di espressione diretta è il plebiscito (oggi referendum). Essendo la democrazia fondata sul concetto di partecipazione, quale mezzo migliore dell'iniziativa popolare per far sentire la collettività realmente partecipe?
Per partecipare, poi, è indispensabile riconoscersi nel contesto in cui la parte cipazione avviene; da quì risulta indispensabile riprendere il concetto greco di cittadinanza, dove l'interesse comune non sottostà a quello individuale, ma, al contrario, l'individuo assume coscienza di sé proprio perchè appartenente a una collettività.
In una siffatta società, dove l'idea di patria assumerebbe un'importanza centrale, è il sentimento di fratellanza che diventa fondamento non solo della solidarietà, ma anche della giustizia sociale, del patriottismo e della partecipazione democratica.
Pubblicato da triFVLMINE a 13:19 1 commenti

References: Art. 3

Art. 8

Art. 9

Art. 12

Art. 15
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