Source: https://www.amtmail.it/2017/04/11/lesecutivita-della-sentenza-tributaria/
Timestamp: 2018-07-17 19:18:26+00:00

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ASSOCIAZIONE MAGISTRATI TRIBUTARI | Sito Ufficiale » LE SPESE DEL PROCESSO TRIBUTARIO
11.Apr, 2017
Deve poi essere precisato che il concetto di responsabilità processuale, in cui rientrano entrambe le ipotesi di cui all’art.96 c.p.c. al quale rinvia l’art.15 cit., va inteso in senso estensivo “comprensivo, cioè, anche della fase amministrativa che, qualora ricorrano i predetti requisiti (mala fede o colpa grave) ha dato luogo alla esigenza di instaurare un processo ingiusto” (Cass.13899/2013) e che la domanda con cui si chiede il risarcimento dei danni per responsabilità aggravata ex art.96 c.p.c., “può essere proposta per la prima volta in fase di gravame, ma in questo caso solo con riferimento a comportamenti della controparte posti in atto in tale grado del giudizio. La ragione è che una tale domanda non è soggetta al regime delle preclusioni di cui all’art.345, primo comma, c.p.c., tutelando un diritto che, per essere conseguenza della situazione giuridica soggettiva principale dedotta nel processo, è strettamente collegato e connesso all’agire o al resistere in giudizio. E, come tale, non è esercitatile in via di azione autonoma” (Cass.1115/2016).
Tuttavia la provvisoria esecutività della sentenza relativamente alle spese (per le altre somme, se superiori ad € 10.000, vi è la condizione della eventuale – può essere – subordinazione a garanzia da determinare in conformità a quanto disposto dal DM n.22/2017 di cui si è detto in precedenza) prevista solo in favore del contribuente suscita, come in precedenza già rilevato, qualche perplessità con riferimento alla contraria ipotesi prevista per le spese liquidate a favore dell’A.F. per le quali, come dispone l’art.15, comma 2 sexies, ultima parte, del Dlgs 546/92, “La riscossione avviene mediante iscrizione a ruolo a titolo definitivo dopo il passaggio in giudicato della sentenza”.
2) La liquidazione dei compensi per i difensori
E’ necessario distinguere, per la determinazione dei compensi per i difensori, l’ipotesi in cui sia presentata la nota spese da quella in cui essa non sia presentata.
Per il caso di presentazione della nota spese, a meno che non sia interamente confermato quanto richiesto, devono essere indicati gli importi di ciascuna voce che, comunque, non possono essere né maggiori di quelli richiesti nè inferiori ai minimi tabellari: in caso contrario la parte interessata può impugnare la sentenza anche solo per tale causa.
In mancanza della nota spese, la cui omessa presentazione, si ricorda, se pure obbligatoria ex art.75 disp. att. c.p.c., non esime il giudice dal provvedere alla liquidazione delle spese sulla base degli atti di causa, la liquidazione è effettuata con l’indicazione complessiva della somma dovuta in base ai valori medi o motivando lo scostamento eventuale in più o in meno, sempre nel rispetto dei minimi tabellari.
Pertanto, che sia presentata o meno la nota spese, il giudice è sempre vincolato dal rispetto dei minimi tariffari, avendo comunque discrezionalità nella concreta determinazione sia dell’an che del quantum delle spese, discrezionalità che, ben si intende, è sindacabile dal giudice di legittimità solo in presenza di errori palesi o illogicità della motivazione che si risolverebbero in puro arbitrio e quindi in violazione di legge..
Il comma 2 quinquies dell’art. 15 cit. precisa che “I compensi agli incaricati dell’assistenza tecnica sono liquidati sulla base dei parametri previsti per le singole categorie professionali. Agli iscritti negli elenchi di cui all’art.12, comma 4, si applicano i parametri previsti per i dottori commercialisti e gli esperti contabili”.
Orbene per quanto attiene al valore della causa, che costituisce la base di riferimento dei parametri, esso, contrariamente a quanto avviene per il contributo unificato (di cui si è detto in precedenza), deve essere determinato in base all’intero importo in contestazione, ovvero comprensivo delle imposte, sanzioni, tasse e interessi (artt. 5 e 28 DM 140/2012), e non secondo il disposto dell’art.12, comma 5.
Per quanto concerne gli onorari e i diritti dei difensori va innanzitutto ricordato che con l’art.9 del D.L. 1/2012 (c.d. decreto liberalizzazioni, conv. nella L.27/2012) sono state abrogate le tariffe professionali rinviandosi, per la liquidazione del compenso da parte di un organo giurisdizionale, ai parametri da determinare con apposito decreto ministeriale.
Le parti, pertanto, sono libere di determinare il compenso del professionista, anche escludendolo del tutto, col solo divieto del c.d. patto di quota lite (vietato dall’art. 13, comma 4, L. 247/2012 che è riferito all’esito del giudizio, essendo invece consentito, dal comma 3 della stessa disposizione, un accordo preventivo commisurato unicamente al valore dell’affare), ma tanto vale solo nei rapporti interni tra parti e professionisti, onde nei rapporti tra le parti i parametri ministeriali si applicano solo in caso di mancanza dell’accordo.
Invece la liquidazione giudiziale delle spese non è vincolata dagli accordi delle parti che rilevano, come già detto, solo nei loro rapporti interni.
Comunque con il DM n.140/2012 è stato emanato il Regolamento che prevede dei parametri applicabili a tutte le liquidazioni successive alla sua entrata in vigore (23 agosto 2012), precisandosi che il compenso comprende l’intera prestazione professionale (ovvero anche i terzi incaricati, quale ad es. il consulente tecnico di parte).
Successivamente, con il DM 10 marzo 2014 n.55 è stato emanato il c.d. “DM Avvocati” che disciplina la liquidazione giudiziale del compenso per gli avvocati.
Esso prevede due tabelle, la n.23 per la Commissione Tributaria Provinciale e la n.24 per la Commissione Tributaria Regionale.
I compensi sono suddivisi per scaglioni in base al valore della causa e secondo le varie fasi.
Per il processo tributario le fasi sono quattro (studio, introduttiva, istruttoria e decisionale), restando esclusa quella esecutiva, che non esiste per la giustizia tributaria, essendo invece previsto il giudizio di ottemperanza (art.70 Dlgs.546/92) per il quale le fasi sono quelle stesse del processo di merito.
Per determinare il compenso si assume come base il valore medio dello scaglione relativo, quindi si aggiunge il 15% per rimborso spese forfetarie.
Il compenso, così determinato, può poi essere graduato sulla base dei seguenti criteri: 1) caratteristiche, urgenza e pregio dell’attività prestata; 2) importanza, natura, difficoltà e valore dell’affare; 3) condizioni soggettive del cliente; 4) risultati conseguiti; 5) complessità delle questioni giuridiche e di fatto trattate.
Sulla base dei detti criteri il compenso può essere aumentato fino all’80% (al 100% per la fase istruttoria) o diminuito fino al 50% (70% per la fase istruttoria). Inoltre se la difesa della parte vittoriosa risulta manifestamente fondata l’aumento è fino ad un terzo (art.4 DM 55/2014).
In caso di pluralità di difensori la liquidazione a carico del soccombente è fatta per un solo difensore. L’eventuale condotta abusiva che abbia ostacolato la definizione del processo è valutata negativamente.
Per i professionisti diversi dagli avvocati non sono comprese nel compenso nè le spese da rimborsare, nè quelle forfetarie e neppure gli oneri e i contributi (art.1, comma 2 DM 140 cit.). Non sono nemmeno previste fasi specifiche ma, in base alle disposizioni di cui agli artt. 17, 18 e 28 del DM 140/2012 ed alla allegata tabella C), riquadro 10.3, solo una percentuale dall’1% al 5% da rapportare al valore della pratica e quantificabile in base a parametri simili a quelli previsti per gli avvocati e precisamente indicati dall’art.17 DM 140 cit. come segue: 1) valore e natura della pratica; 2) importanza, difficoltà, complessità della pratica; 3) condizioni di urgenza per l’espletamento dell’incarico, 4) risultati e vantaggi, anche non economici, ottenuti dal cliente; 5) impegno profuso anche in termini di tempo impiegato; 6) pregio dell’opera prestata.
Infine per le restanti categorie di professionisti abilitati alla difesa tecnica innanzi al giudice tributario ex art.12 Dlgs 546/92 (quali consulenti del lavoro, ingegneri e geometri), in difetto di norme specifiche può farsi riferimento all’art. 40 che rinvia ai casi analoghi, rendendo quindi applicabile la normativa prevista per i dottori commercialisti.
Per ultimo va rilevato che i compensi spettanti agli ausiliari del giudice (consulenti tecnici, interpreti e traduttori) sono disciplinati dal DPR 115/2002 (TUSG) che rinvia alle tabelle contenute nel DM 30/5/2002 in cui sono previsti onorari fissi (da un minimo ad un massimo) variabili (percentuale del valore della controversia) e a tempo (vacazioni di due ore ciascuna col limite di 4 per ogni giorno).
Nel comma 2 sexies dell’art.15 cit. è poi disposto che le stesse disposizioni previste per la liquidazione del compenso agli avvocati si applicano anche se la liquidazione è fatta a favore dell’ente impositore o dell’ente della riscossione se assistiti da propri funzionari. In tal caso, però, il compenso subisce una decurtazione del 20% dell’importo complessivo previsto.
E’quindi espressamente disposto che in tale ultima ipotesi la riscossione può avvenire solo mediante iscrizione a ruolo a titolo definitivo dopo il passaggio in giudicato della sentenza, e questo, come si è già rilevato, differentemente da quanto disposto per le spese liquidate a favore del contribuente per le quali è possibile la riscossione anticipata in base alla sentenza non ancora passata in giudicato.
3) La liquidazione delle spese per la fase cautelare
Il comma 2 quater dell’art.15 cit. dispone che “Con l’ordinanza che decide sulle istanze cautelari la commissione provvede sulle spese della relativa fase. La pronuncia sulle spese conserva efficacia anche dopo il provvedimento che definisce il giudizio, salvo diversa statuizione espressa nella sentenza di merito”.
Pertanto il legislatore, recependo un orientamento quasi unanime della Consulta e della Cassazione, ha previsto una condanna alle spese separata per il giudizio cautelare, ovvero per la richiesta di sospensione dell’atto impugnato o anche dell’esecutività provvisoria (ex art.69 Dlgs 546/92 come novellato dal Dlgs 156/2015) della sentenza, non ancora passata in giudicato, recante condanna al pagamento di somme in favore del contribuente o relativa ad operazioni catastali.
La previsione della condanna alle spese per la fase cautelare ha la funzione evidente di scoraggiare l’abuso delle richieste di sospensiva.
Si ricorda che, ai sensi dell’art. 47, comma 4 ult. parte, Dlgs 546/92, il dispositivo dell’ordinanza cautelare deve essere immediatamente comunicato alle parti in udienza, comunicazione che, nel silenzio della legge, si ritiene possa avvenire mediante lettura o consegna del dispositivo alle parti oppure facendone prendere visione alle stesse e dandone comunque atto nel verbale di udienza.
Poiché la predetta ordinanza non è impugnabile, e poiché essa può subire modifica con la sentenza, la parte che intenda contestare la condanna alle spese o la omessa decisione sul punto, deve impugnare la sentenza nel relativo capo.
4) La liquidazione delle spese per la fase del reclamo/mediazione
Il comma 2 septies dell’art.15 disciplina la regolamentazione delle spese per i procedimenti per i quali è previsto il reclamo/mediazione, ovvero per i giudizi aventi ad oggetto controversie di valore non superiore ad € 20.000,00 (valore determinabile, ex art.17 bis Dlgs 546/92, ai sensi dell’art.12/2 Dlgs cit., ovvero in base alla sola imposta o, se del caso, alle sole sanzioni).
Dispone la norma che: “Nelle controversie di cui all’art.17 bis le spese del giudizio di cui al comma 1 sono maggiorate del 50% a titolo di rimborso delle maggiori spese del procedimento”.
I problemi che ha posto la detta disposizione rilevano sia per l’ipotesi di esito favorevole del reclamo/mediazione, sia per l’ipotesi contraria.
Va innanzitutto ricordato che la maggiorazione del 50% concerne le spese del giudizio che, come si è già detto, sono a carico del soccombente, ovvero della parte che soccombe nel processo.
Orbene, nell’ipotesi che l’esito del reclamo/mediazione sia favorevole al contribuente, e quindi non sia effettuata l’iscrizione della causa a ruolo, non deve ritenersi erronea l’espressione del legislatore che, comunque, si riferisce alle spese del procedimento, poiché l’inizio del processo tributario è determinato dalla notifica del ricorso all’ente impositore o della riscossione (v. Cass. 26535/2014) non diversamente, del resto, dall’inizio del processo civile che è determinato dalla notifica dell’atto di citazione (ovvero già prima che di esso prenda conoscenza il giudice).
Pertanto nell’ipotesi di accoglimento del reclamo/mediazione e conseguente annullamento dell’atto da parte dell’A.F., non essendo possibile l’intervento del giudice per la liquidazione delle spese, è da ritenere che, salvo diverso accordo delle parti, le spese del procedimento, a carico della A.F. da ritenere soccombente, sulle quali calcolare anche la maggiorazione del 50%, sono solo quelle effettivamente sostenute e previste dalla legge, ovvero quelle relative alla fase preparatoria e alla fase introduttiva del giudizio (studio controversia, esame degli atti, preparazione e notificazione del ricorso), con esclusione delle ulteriori fasi e del contributo unificato non corrisposto.
Nella ipotesi che l’A.F. annulli l’atto in accoglimento del reclamo e non rimborsi le spese predette con la prescritta maggiorazione, il contribuente potrà costituirsi in giudizio anche per questa sola ragione (v. sent. CTP Campobasso 147/3/2016 rel. ed est. Di Nardo). In tal caso il giudice, se ritiene ingiustificata l’omessa corresponsione delle spese, provvederà alla liquidazione delle stesse aggiungendovi quelle relative alle fasi successive del processo.
Invece nella contraria ipotesi di esito sfavorevole del reclamo/mediazione, e quindi di instaurazione del processo, non è agevolmente spiegabile la maggiorazione del 50% di tutte le spese del giudizio di cui al comma I, poiché, se la funzione della norma è quella di ristorare il contribuente delle maggiori spese sostenute per la fase di reclamo, non si spiega la maggiorazione del contributo unificato e delle altre voci di spesa diverse da quelle strettamente concernenti il compenso del difensore e che sono comunque indicate nel comma 1, a meno che non sia data alla disposizione la funzione non già di reintegrazione per gli effettivi maggiori esborsi, ma di mera sanzione, tipo quella di cui all’art.96 c.p.c. per la quale, però, come si è detto in precedenza, trattando della lite temeraria, necessita la sussistenza dell’elemento psicologico della mala fede o colpa grave.
5) La liquidazione delle spese per la conciliazione
Con il comma 2 octies, l’ultimo dell’art. 15, è infine disciplinata l’ipotesi della conciliazione sia per il caso di non accettazione che per il caso di accettazione della proposta conciliativa.
E’ disposto che “qualora una delle parti abbia formulato una proposta conciliativa, non accettata dall’altra parte senza giustificato motivo, restano a carico di quest’ultima le spese del processo ove il riconoscimento delle sue pretese risulti inferiore al contenuto della proposta ad essa effettuata. Se è intervenuta conciliazione le spese si intendono compensate, salvo che le parti abbiano diversamente convenuto nel processo verbale di conciliazione”.
Prima di esaminare la regolamentazione delle spese posta dalla predetta disposizione è opportuno precisare che nel caso di conciliazione della lite, che pure costituisce una causa di estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere, il legislatore ha ragionevolmente ritenuto di regolamentare la materia in modo diverso da quello previsto dall’art.46 Dlgs 546/92 (di cui si dirà di seguito) che disciplina l’estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere nei casi di definizione delle pendenze tributarie previsti dalla legge e in ogni altro caso di cessazione della materia del contendere.
Invero l’applicazione del principio posto dall’art.46 cit., in base al quale le spese restano a carico della parte che le ha anticipate nel caso di definizione delle pendenze previste dalla legge, mentre nell’ ipotesi diversa deve essere rimessa alla valutazione del giudice l’individuazione della parte che dovrà sopportarle (secondo il c.d criterio della soccombenza virtuale- v. Corte Cost.sent. n.274/2005), si rivela del tutto incompatibile con il presupposto della conciliazione che consiste nella volontaria reciproca rinuncia a parte delle proprie pretese in favore di una certezza dell’obbligazione, così eliminandosi l’intervento del giudice per il carico delle spese.
Pertanto con il citato comma 8 octies si è disposto che se la conciliazione avviene le spese sono compensate di diritto, salva ogni diversa volontà delle parti:
Se invece la proposta conciliativa non è accettata possono verificarsi quattro ipotesi:
A) una delle parti risulta del tutto soccombente: per il principio generale della soccombenza le spese sono tutte a suo carico;
B) si verifica soccombenza reciproca ma la sentenza ridetermina la pretesa per importo superiore a quello della proposta: le spese sono compensate;
C) si verifica soccombenza reciproca ma la sentenza ridetermina la pretesa per importo inferiore a quello rifiutato con giustificato motivo: le spese sono compensate;
D) si verifica soccombenza reciproca ma la sentenza ridetermina la pretesa per importo inferiore a quello rifiutato senza giustificato motivo: le spese sono a carico di chi ha rifiutato la proposta.
2) LE SPESE DEL GIUDIZIO ESTINTO (artt.44, 45 e 46 Dlgs 546/92)
Negli artt. 44, 45 e 46 del Dlgs 546/92 è posta la regolamentazione delle spese per le tre ipotesi previste di estinzione prematura del processo tributario, ovvero per i casi in cui il processo non giunge alla sua naturale conclusione costituita dalla decisione della lite da parte del giudice adito.
Si tratta della rinuncia al ricorso da parte del contribuente o anche della rinuncia all’impugnazione da parte del contribuente o dell’A.F. (art.44), della inattività delle parti (art.45) e della cessazione della materia del contendere.
1) Le spese del giudizio estinto per rinuncia al ricorso
Ai sensi dell’art.44 cit. la rinuncia al ricorso, se accettata dalle altre parti che hanno interesse alla prosecuzione del processo, determina l’estinzione del processo che è dichiarata dal presidente della sezione con decreto, se interviene prima della fissazione dell’udienza di discussione, o dalla commissione con sentenza, se interviene successivamente.
Il comma 2 dell’art.44 testualmente dispone che “Il ricorrente che rinuncia deve rimborsare le spese alle altre parti salvo diverso accordo fra loro. La liquidazione è fatta dal presidente della sezione o dalla commissione con ordinanza non impugnabile”.
Orbene premesso che la rinuncia al ricorso non equivale alla rinuncia all’azione, ovvero al diritto che si intende far valere (rinuncia questa che può essere attuata a mezzo della conciliazione di cui si è già detto) poiché è mera rinuncia all’atto e non al diritto che può sempre essere nuovamente azionato (ricorrendone i presupposti quale ad es. il rispetto del termine, con eccezione dell’impugnazione in caso di rinuncia all’atto di impugnazione, atteso il principio della consunzione), risulta dal testo della norma che le spese del processo estinto per rinuncia al ricorso, sempre a carico del ricorrente, salvo diverso accordo tra le parti, sono liquidate in un’ordinanza, ovvero con provvedimento distinto da quello (decreto presidenziale o sentenza) con cui viene definito il giudizio.
La duplicità dei provvedimenti suscita qualche perplessità per l’ipotesi che sia impugnata e annullata la decisione di estinzione del giudizio, poiché in tal caso dovrebbe perdere efficacia l’ordinanza sulle spese non più giustificabile.
Si ritiene che contro l’ordinanza predetta, anche se definita non impugnabile, sia comunque ammesso il ricorso straordinario per cassazione ex art.111 Cost., trattandosi di provvedimento avente carattere decisorio e definitivo sulle spese (Cass. 11768/2002 e 481/2003).
Si verifica cessazione della materia del contendere ex art.46 cit., e non già mera rinuncia al ricorso, nell’ipotesi che la rinuncia consegua ad un provvedimento di annullamento dell’atto impugnato da parte dell’A.F. poiché in tal caso sono entrambe le parti che pongono fine al giudizio
2) Le spese del giudizio estinto per inattività delle parti
La seconda ipotesi di estinzione del processo si verifica, ex art.45, per la inattività delle parti che non compiano l’atto necessario alla sua prosecuzione nel termine stabilito dalla legge o dal giudice, e ciò sia in caso di negligenza che di preciso proposito.
Si tratta, in genere, della mancata prosecuzione di un processo sospeso o interrotto, oppure di omessa riassunzione del processo innanzi al giudice dichiarato competente o dopo una sentenza di cassazione con rinvio, o anche dell’omesso adempimento dell’ordine di integrazione del contraddittorio.
In tali casi ai sensi del comma 2 dell’art.45 “Le spese del processo estinto…restano a carico delle parti che le hanno anticipate”.
L’estinzione che consegue alla inattività delle parti è dichiarata dal presidente della sezione con decreto (reclamabile innanzi alla commissione), se interviene prima della fissazione dell’udienza di discussione, o dalla commissione con sentenza, se interviene successivamente.
E’ di tutta evidenza poi che, qualora in sede di reclamo del decreto presidenziale o di impugnazione della sentenza dichiarativa dell’estinzione del processo per inattività delle parti insorga controversia sull’esistenza dei presupposti per la predetta dichiarazione, le spese seguono il generale principio della soccombenza.
3) Le spese del giudizio estinto per cessata materia del contendere
Con l’art.46 del Dlgs 546/92 è infine posta la disciplina delle spese per l’ipotesi di estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere.
Nel primo comma è disposto che “Il giudizio si estingue, in tutto o in parte, nei casi di definizione delle pendenze tributarie previsti dalla legge e in ogni altro caso di cessazione della materia del contendere”.
Tralasciando il secondo comma che dispone sulla forma della detta dichiarazione di estinzione del giudizio, forma che è identica alle due precedenti ipotesi (decreto presidenziale o sentenza in dipendenza del momento in cui si verifica, cioè se prima o dopo la fissazione dell’udienza di decisione) rileva la disposizione contenuta nel terzo comma in base alla quale “Nei casi di definizione delle pendenze tributarie previsti dalla legge le spese del giudizio restano a carico della parte che le ha anticipate”.
Come è evidente l’art. 46 prevede due distinte ipotesi di cessazione della materia del contendere per le quali è differente la regolamentazione delle spese del giudizio.
La prima ipotesi, quella esplicitata, è la più semplice: si tratta della adesione del contribuente alla facoltà, concessa da una eventuale specifica disposizione di legge, di regolarizzare la posizione fiscale mediante il pagamento di una somma fissa o in proporzione al valore della violazione commessa.
In tal caso la lettera della legge è chiara: le spese del giudizio sono a carico di chi le ha anticipate, ovvero sono sicuramente a carico del contribuente le spese di primo grado, ma sono a carico della parte che ha proposto l’impugnazione (che può anche essere l’ufficio tributario) quelle dei gradi successivi.
E’ poi da precisare che l’estinzione del giudizio che consegua alla “sanatoria intervenuta nel corso del giudizio dinanzi alla commissione tributaria provinciale, può essere fatta valere per la prima volta anche in grado di appello, atteso che gli effetti del condono, per il rilievo pubblicistico dell’elisione dell’originario rapporto sostanziale e processuale del contribuente col fisco, non rientra tra le nuove eccezioni in senso tecnico, precluse dall’art.57 del citato decreto legislativo, ma tra le eccezioni improprie che il giudice stesso è tenuto a rilevare di ufficio se risultanti dagli atti di causa anche a seguito della produzione di nuovi documenti effettuata in appello in forza dell’art.58 del ridetto decreto legislativo” (Cass. 1518/2016).
Più complessa è invece la seconda ipotesi (quella implicita) che concerne alcuni comportamenti delle parti che si rivelino incompatibili con la volontà delle stesse di proseguire il giudizio quali il pagamento del tributo da parte del contribuente o il rimborso da parte dell’A.F. delle somme richieste dal ricorrente o anche l’annullamento dell’atto impositivo in sede di autotutela da parte dell’A.F.
Per tale seconda ipotesi la originaria formulazione dell’art. 46 non poneva alcuna distinzione con la prima poichè disponeva che in caso di estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere le spese restavano (sempre e comunque) a carico della parte che le aveva anticipate.
La norma però veniva dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale (sent. n.274/2005) nella parte in cui si riferiva alle ipotesi di cessazione della materia del contendere diverse dai casi di definizione agevolata delle pendenze tributarie previsti dalle leggi di sanatoria fiscale.
Consegue che, in esito alla predetta declaratoria di incostituzionalità, nell’ipotesi di cessazione della materia del contendere per fatti diversi da quelli previsti dalla legge, ovvero per comportamenti delle parti, il giudice deve pronunciarsi sulle spese del giudizio secondo il c.d. criterio della soccombenza virtuale, ovvero effettuando una valutazione su quello che sarebbe stato l’esito finale della controversia se non fosse intervenuto il fatto estintivo.
Da tanto però non consegue sempre che in ipotesi di annullamento dell’atto impositivo da parte dell’A.F. la stessa necessariamente deve rimborsare le spese del giudizio.
Invero nell’ipotesi che il provvedimento impositivo impugnato sia ritenuto dal giudice manifestamente infondato sin dal momento della sua emanazione è evidente che l’A.F. deve essere condannata a sopportare le spese del giudizio. Ma ove l’annullamento dell’atto sia avvenuto a causa di una obiettiva complessità della questione tributaria, oppure l’illegittimità dell’atto sia emersa in esito a produzione documentale effettuata in giudizio od anche sia sopraggiunta una modifica normativa o una sentenza della Corte Costituzionale o della Corte di Giustizia dell’U.E. che abbiano indotto l’A.F. a rivedere la propria posizione, dovrà essere applicata la regola della soccombenza virtuale la quale potrà comportare la compensazione delle spese (Cass. 7273/2016), anche perché in tali casi l’annullamento o revoca dell’atto impositivo risulta effettuato nel rispetto dei principi di buon andamento e imparzialità della P.A. di cui all’art.97 Cost., nonché di collaborazione e buona fede di cui all’art.10 L.212/2000 (Cass. 22231/2011 e 7273/2016).
3) LA DISTRAZIONE DELLE SPESE
Per effetto del generico rinvio, posto dall’art.1 del Dlgs alle norme del codice di procedura civile, anche al processo tributario è applicabile la c.d. distrazione delle spese in favore del difensore c.d. antistatario.
Dispone infatti l’art.93, primo comma, c.p.c. che “Il difensore con procura può chiedere che il giudice, nella stessa sentenza in cui condanna alle spese, distragga in favore suo e degli altri difensori gli onorari non riscossi e le spese che dichiara di avere anticipato”.
Come risulta evidente il presupposto per l’accoglimento della richiesta è la dichiarazione del difensore di avere anticipato le spese e di non avere riscosso gli onorari, ovvero il compenso che gli è dovuto per la sua opera.
Disposta dal giudice la distrazione il difensore è l’unico soggetto legittimato, senza alcuna autorizzazione della parte, ad attivarsi, in caso di inadempimento, per il recupero delle spese poste a carico dell’A.F. mediante il giudizio di ottemperanza che, ex art.69 Dlgs 546/92, potrà attivare già dopo emessa la sentenza di primo grado.
In caso di diniego del provvedimento di distrazione da parte del giudice, il predetto difensore è anche il solo soggetto legittimato per l’impugnazione della sentenza limitatamente a tale capo..
Il provvedimento di distrazione delle spese può essere revocato, con la forma della correzione degli errori materiali, dal giudice, ove non ancora eseguito, se la parte dimostra di avere corrisposto quanto dovuto.
4) IL GRATUITO PATROCINIO
Al fine di consentire anche ai non abbienti di difendere i propri diritti nei confronti dell’Amministrazione Finanziaria il Testo Unico sulle spese di giustizia (TUSG) consente a coloro che siano titolari di un reddito familiare non superiore ad € 11.528,41 (reddito di cui è previsto l’aggiornamento biennale) di avvalersi del patrocinio a spese dello Stato.
Il cosiddetto gratuito patrocinio comporta l’esonero da tutte le spese processuali, inclusi i compensi per i difensori, spese che devono essere ridotte della metà in sede di liquidazione e rimangono a carico dello Stato in caso di soccombenza dell’ammesso al patrocinio.
La procedura per l’ottenimento del beneficio è disciplinata dagli artt. da 137 a 141 del TUSG e prevede la presentazione dell’istanza ad una apposita Commissione, istituita presso ogni Commissione tributaria, alla quale è demandata la valutazione sulla condizione di reddito del richiedente e sulla probabilità di esito favorevole della lite.
Se ammesso al beneficio l’interessato può scegliere il suo difensore tra gli iscritti nell’apposito elenco degli avvocati per il gratutito patrocinio esistente presso il Consiglio dell’Ordine o negli albi dei soggetti abilitati alla assistenza tecnica di cui all’art.12 Dlgs 546/92.

References: art.96
 sentenza 
 sentenza 
 art.75
 art.12
 sentenza 
 sentenza 
 art.69
 sentenza 
 art.17
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art.111
 art.46
 art.45
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art.69
 sentenza 
 sentenza