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Timestamp: 2019-08-22 03:00:39+00:00

Document:
presentate il 19 giugno 2019 (1)
Causa C‑93/18
[domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Court of Appeal in Northern Ireland (Corte d’appello dell’Irlanda del Nord, Regno Unito)]
«Rinvio pregiudiziale – Cittadinanza dell’Unione – Direttiva 2004/38/CE – Diritto di soggiorno di un cittadino di un paese terzo ascendente diretto di cittadini dell’Unione minorenni – Articolo 7, paragrafo 1, lettera b) – Requisito della disponibilità di risorse economiche sufficienti – Risorse costituite da redditi provenienti da lavoro esercitato senza permesso di soggiorno e di lavoro»
1. Con la sua domanda di pronuncia pregiudiziale, la Court of Appeal in Northern Ireland (Corte d’appello dell’Irlanda del Nord, Regno Unito) interpella la Corte in ordine all’interpretazione dell’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38/CE (2).
2. Le questioni sollevate dal giudice del rinvio vertono, in sostanza, sul carattere sufficiente delle risorse di cui deve disporre un cittadino dell’Unione qualora tali risorse, messe a disposizione dei figli in tenera età cittadini dell’Unione, provengano da redditi ricavati dall’impiego esercitato in uno Stato membro dal padre, cittadino di uno Stato terzo che, dopo aver beneficiato di un permesso di soggiorno e di lavoro nel passato, non beneficia più di tale permesso in tale Stato membro a seguito della scadenza della sua carta di soggiorno.
3. Anche se la Corte si occuperà per la prima volta di tale questione precisa, occorre tuttavia rilevare che la disposizione controversa nel procedimento principale è già stata interpretata dalla Corte, in particolare, nella sentenza Zhu e Chen (3).
4. Di conseguenza, la presente causa porterà la Corte, in particolare, a precisare la portata di tale sentenza nel contesto specifico della controversia oggetto del procedimento principale.
5. L’articolo 2 della direttiva 2004/38, dal titolo «Definizioni», dispone:
6. L’articolo 3 della direttiva in parola, intitolato «Aventi diritto», al suo paragrafo 1 così dispone:
7. L’articolo 7 della detta direttiva, intitolato «Diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi», prevede, al suo paragrafo 1, lettera b):
8. L’articolo 14 della direttiva 2004/38, intitolato «Mantenimento del diritto di soggiorno», dispone, al paragrafo 2, quanto segue:
«I cittadini dell’Unione e i loro familiari beneficiano del diritto di soggiorno di cui agli articoli 7, 12 e 13 finché soddisfano le condizioni fissate negli stessi».
B. La normativa del Regno Unito
9. La sola disposizione citata dalla Court of Appeal in Northern Ireland (Corte d’appello dell’Irlanda del Nord) nella sua decisione di rinvio è l’articolo 1, paragrafo 2, dell’Immigration Act 1971 (legge del 1971 sull’immigrazione), a norma del quale una persona che non sia cittadina britannica deve avere un’autorizzazione a soggiornare, lavorare e stabilirsi nel Regno Unito (4).
III. Fatti del procedimento principale, questioni pregiudiziali e procedimento dinanzi alla Corte
10. La sig.ra Ermira Bajratari, cittadina albanese, risiede in Irlanda del Nord dall’anno 2012. Per il periodo compreso tra il 13 maggio 2009 e il 13 maggio 2014, il marito, sig. Durim Bajratari, anch’egli cittadino albanese residente in Irlanda del Nord, è stato titolare di una carta di soggiorno che lo autorizzava a risiedere nel Regno Unito. Tale carta gli era stata rilasciata sulla base della sua precedente relazione con la sig.ra Toal, cittadina del Regno Unito (5), relazione cessata all’inizio dell’anno 2011.
11. Anche se, a seguito della fine della sua relazione con la sig.ra Toal, il marito della della sig.ra Bajratari ha lasciato il Regno Unito nel corso dell’anno 2011 per sposarsi in Albania con la ricorrente nel procedimento principale, lo stesso è ritornato in Irlanda del Nord nel corso del 2012. La sua carta di soggiorno non è stata mai revocata.
12. La coppia ha tre figli che sono nati tutti in Irlanda del Nord e due di loro hanno ottenuto un certificato di cittadinanza irlandese.
13. A partire dal 2009, il marito della sig.ra Bajratari ha svolto diverse attività lavorative, in particolare come dipendente di un ristorante in Irlanda del Nord, ma lavora illegalmente dal 12 maggio 2014, data di scadenza della sua carta di soggiorno.
14. La famiglia non si è mai trasferita e non ha mai risieduto in uno Stato membro dell’Unione diverso dal Regno Unito.
15. Dopo la nascita del suo primo figlio, cittadino irlandese, la ricorrente nel procedimento principale ha fatto domanda presso l’Home Office (Ministero dell’Interno, Regno Unito) per il riconoscimento di un diritto di soggiorno derivato ai sensi della direttiva 2004/38, invocando il suo status di genitore che provvede effettivamente alla custodia del figlio, cittadino dell’Unione, e facendo valere che un diniego di permesso di soggiorno avrebbe privato suo figlio del godimento dei suoi diritti di cittadino dell’Unione.
16. Tale domanda è stata respinta per due distinti motivi, e cioè, da una parte, perché la ricorrente nel procedimento principale non aveva la qualità di «familiare» ai sensi della direttiva 2004/38 e, dall’altra, il figlio non soddisfaceva al requisito di autosufficienza economica previsto all’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), di detta direttiva.
17. L’8 giugno 2015 il First-tier Tribunal (Immigration and Asylum Chamber) [Tribunale di primo grado (Sezione Immigrazione e Asilo, Regno Unito)] ha respinto il ricorso proposto dalla sig.ra Bajratari contro la decisione del Ministero dell’Interno. Il 6 ottobre 2016, l’Upper Tribunal (Immigration and Asylum Chamber) [Tribunale superiore, Sezione Immigrazione e Asilo), Regno Unito] ha respinto il secondo ricorso della ricorrente. Quest’ultima ha quindi presentato al giudice del rinvio una domanda di autorizzazione al ricorso di impugnazione contro la sentenza dell’Upper Tribunal (Immigration and Asylum Chamber) [Tribunale superiore (Sezione Immigrazione e Asilo)].
18. Il giudice del rinvio osserva che la Corte ha in precedenza dichiarato che la condizione imposta dall’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38, secondo la quale un cittadino dell’Unione deve disporre di risorse economiche sufficienti, è soddisfatta qualora tali risorse siano a disposizione del detto cittadino, e non esiste alcun requisito in merito alla loro provenienza, dato che esse possono essere fornite, in particolare, dal cittadino di uno Stato terzo (6). Tale giudice rileva che la Corte non si è però pronunciata specificamente sulla questione se debbano essere presi in considerazione i redditi ricavati da un impiego illegale alla luce della legge nazionale.
19. Di conseguenza, la Court of Appeal in Northern Ireland (Corte d’appello dell’Irlanda del Nord), con decisione del 15 dicembre 2017, pervenuta alla cancelleria della Corte il 9 febbraio 2018, ha deciso di sospendere il giudizio e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:
2) In caso di risposta affermativa, se il requisito previsto all’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), [di tale direttiva] possa essere soddisfatto qualora l’attività lavorativa sia considerata precaria unicamente in ragione del suo carattere illegale».
20. Il 6 novembre 2018 la Corte ha inviato al giudice del rinvio una richiesta di chiarimenti ai sensi dell’articolo 101 del regolamento di procedura della Corte, cui il giudice del rinvio ha risposto il 12 dicembre 2018 (7).
21. Hanno presentato osservazioni scritte la ricorrente nel procedimento principale e l’AIRE Centre (8), i governi del Regno Unito, ceco, danese, dei Paesi Bassi e austriaco nonché la Commissione europea.
22. Nel corso dell’udienza che si è tenuta il 24 gennaio 2019, sono state presentate osservazioni orali a nome della ricorrente nel procedimento principale, dell’AIRE Centre, dei governi del Regno Unito e danese nonché della Commissione.
A. Sulla persistenza della controversia di cui al procedimento principale
23. Emerge sia dal dettato sia dal sistema dell’articolo 267 TFUE che il procedimento pregiudiziale presuppone la pendenza dinanzi ai giudici nazionali di un’effettiva controversia, nell’ambito della quale essi dovranno emettere una pronuncia che possa tener conto della sentenza pregiudiziale della Corte (9). Pertanto, la Corte può verificare d’ufficio il persistere di una controversia come quella oggetto del procedimento principale (10).
24. La controversia nel procedimento principale verte sul rigetto della domanda di diritto di soggiorno derivato formulata dalla sig.ra Bajratari ai sensi della direttiva 2004/38, mentre la Court of Appeal in Northern Ireland (Corte d’appello dell’Irlanda del Nord) è stata investita di una domanda di autorizzazione al ricorso di impugnazione contro la sentenza dell’Upper Tribunal (Immigration and Asylum Chamber) [Tribunale superiore (Sezione Immigrazione e Asilo)].
25. Orbene, dalle osservazioni scritte del governo del Regno Unito risulta che il Crown Solicitor’s Office (ufficio del solicitor della Corona, Irlanda del Nord) ha informato il giudice del rinvio, il 22 febbraio e il 6 marzo 2018, ossia dopo la presentazione della domanda di pronuncia pregiudiziale di cui trattasi, del fatto che i certificati di cittadinanza irlandese dei figli della sig.ra Bajratari erano stati privati di validità per il motivo che il marito di quest’ultima non godeva più di un diritto di soggiorno derivato nel Regno Unito a seguito della fine della sua relazione con una cittadina del Regno Unito nel corso dell’anno 2011.
26. Al riguardo, il governo del Regno Unito sostiene che i figli della sig.ra Bajratari non beneficiano più della cittadinanza dell’Unione e dei diritti che ne derivano in quanto la cittadinanza irlandese è stata loro revocata dopo che le autorità competenti hanno accertato che quest’ultima era stata loro riconosciuta quando il padre non era più in possesso di un valido titolo di soggiorno. Di conseguenza, la domanda di pronuncia pregiudiziale sarebbe senza oggetto e le questioni sollevate dal giudice del rinvio sarebbero di natura ipotetica. La Corte non sarebbe quindi competente e dovrebbe dunque rifiutare di rispondere a tali questioni.
27. Tuttavia, risulta altresì dalle osservazioni del governo del Regno Unito che, il 12 aprile 2018, la ricorrente nel procedimento principale è stata autorizzata a contestare, mediante ricorso giurisdizionale (judicial review), le decisioni che invalidavano i certificati di cittadinanza irlandese dei suoi primi due figli.
28. Alla luce di tali circostanze, la Court of Appeal in Northern Ireland (Corte d’appello dell’Irlanda del Nord) è stata invitata a precisare alla Corte l’incidenza di un’eventuale revoca dei certificati di cittadinanza irlandese dei primi due figli della sig.ra Bajratari sulla causa principale nonché sulle conseguenze di una siffatta revoca sulle questioni pregiudiziali.
29. Con ordinanza del 12 dicembre 2018, il giudice del rinvio ha precisato che, pur essendo possibile che la controversia sottoposta al suo esame divenisse senza oggetto a seguito della perdita della cittadinanza irlandese di tali due figli, essa rimaneva tuttavia in essere a tale data e restava valida (11).
30. Alla luce di quanto precede, la controversia nel procedimento principale è tuttora pendente dinanzi al giudice del rinvio e una risposta della Corte alla questione sottopostale rimane utile ai fini della definizione di tale controversia.
31. Con le sue due questioni, che occorre esaminare congiuntamente, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38 debba essere interpretato nel senso che un minore in tenera età cittadino dell’Unione dispone di risorse economiche sufficienti affinché non divenga un onere a carico dell’assistenza sociale dello Stato membro ospitante durante il suo periodo di soggiorno qualora tali risorse provengano da redditi ricavati dall’attività esercitata in maniera illegale, senza permesso di soggiorno e di lavoro, in tale Stato membro dal padre, cittadino di uno Stato terzo.
32. Prima di rispondere a tale questione, affronterò brevemente, in primo luogo, la questione se la situazione della ricorrente nel procedimento principale e dei suoi due figli minorenni in tenera età, che non si sono mai recati o non hanno mai soggiornato in uno Stato membro diverso da quello in cui sono nati e hanno la loro residenza, rientri nell’ambito di applicazione del diritto dell’Unione e, in particolare, dell’articolo 21 TFUE e della direttiva 2004/38. Mi occuperò, in secondo luogo, della seguente questione: se i figli della sig.ra Bajratari soddisfino le condizioni fissate all’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38 qualora, come nel caso di specie – il che spetta al giudice del rinvio verificare – le risorse siano costituite dai redditi del padre, cittadino di uno Stato terzo, provenienti da un lavoro esercitato senza permesso di soggiorno né di lavoro.
1. Sull’esistenza di un diritto di soggiorno concesso al cittadino dell’Unione e ai suoi familiari nello Stato membro ospitante e fondato sull’articolo 21 TFUE e sulla direttiva 2004/38
33. Occorre ricordare, innanzitutto, che, conformemente all’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2004/38, per «avente diritto» relativamente ai diritti conferiti da tale direttiva si intendono «qualsiasi cittadino dell’Unione che si rechi o soggiorni in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza nonché [i] suoi familiari ai sensi dell’articolo 2, punto 2), che accompagnino o raggiungano il cittadino medesimo».
34. Nella fattispecie, la sig.ra Bajratari è una cittadina albanese, madre di due figli minori in tenera età cittadini irlandesi di cui ella ha la custodia effettiva e che soggiornano dalla nascita nello stesso Stato membro, e cioé il Regno Unito (12).
35. A questo proposito, il fatto che tali figli non si siano mai avvalsi del loro diritto di libera circolazione e abbiano sempre soggiornato nello Stato membro in cui sono nati e hanno la loro residenza potrebbe condurre a ritenere che essi non rientrino nella nozione di «avente diritto» ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2004/38 (13). Tuttavia, si deve ricordare che, secondo una giurisprudenza costante, la situazione del cittadino di uno Stato membro nato nello Stato membro ospitante e che non si è avvalso del diritto alla libera circolazione non può, soltanto per questo, essere assimilata ad una situazione puramente interna che priva detto cittadino del beneficio, nello Stato membro ospitante, delle disposizioni del diritto dell’Unione in materia di libera circolazione e di soggiorno delle persone (14).
36. I primi due figli della ricorrente nel procedimento principale, nei limiti in cui soggiornano in uno Stato membro diverso da quello di cui possiedono la cittadinanza, hanno di conseguenza il diritto di avvalersi dell’articolo 21, paragrafo 1, TFUE.
37. Di conseguenza, l’articolo 21, paragrafo 1, TFUE e la direttiva 2004/38 conferiscono, in linea di principio, un diritto di soggiorno nel Regno Unito ai figli della sig.ra Bajratari.
38. A questo proposito, occorre precisare che il diritto di soggiorno dei cittadini dell’Unione in uno Stato membro diverso da quello di cui essi possiedono la cittadinanza è attribuito subordinatamente alle limitazioni e alle condizioni previste dal Trattato FUE nonché dalle relative disposizioni di attuazione (15).
39. In tale contesto, si deve verificare se i figli della sig.ra Bajratari, cittadini dell’Unione, soddisfino le condizioni fissate all’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38, nel qual caso un diritto derivato di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi sarebbe concesso alla madre.
2. Se i figli della sig.ra Bajratari, cittadini dell’Unione, soddisfino le condizioni fissate all’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38
40. Un diritto di soggiorno derivato per un periodo superiore a tre mesi può essere accordato alla ricorrente nel procedimento principale solo se i suoi primi due figli, minorenni in tenera età cittadini dell’Unione, soddisfano le condizioni fissate all’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38, e cioé, in particolare, se dispongono, per se stessi e per i propri familiari, «di risorse economiche sufficienti, affinché non divenga[no] un onere a carico dell’assistenza sociale dello Stato membro ospitante durante il [loro] periodo di soggiorno, e di un’assicurazione malattia che copra tutti i rischi [in tale Stato membro]» (16).
41. Per quanto riguarda la condizione relativa all’assicurazione malattia che copra tutti i rischi nello Stato membro ospitante, occorre rilevare che dalla decisione di rinvio risulta che essa non è stata contestata dal Ministero dell’Interno.
42. Per contro, per quanto riguarda la condizione secondo la quale il cittadino dell’Unione deve disporre di risorse economiche sufficienti, tale autorità ha ritenuto che essa non fosse soddisfatta (17).
43. A tal riguardo, l’analisi contenuta nella decisione di rinvio testimonia del fatto che il giudice del rinvio è a conoscenza della giurisprudenza della Corte relativa all’interpretazione dell’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38. Esso nutre però dubbi sul se tale giurisprudenza si applichi nel caso di specie.
44. Inizierò quindi col ricordare tale giurisprudenza.
a) La giurisprudenza della Corte relativa alla condizione secondo la quale il cittadino dell’Unione deve disporre di risorse economiche sufficienti ai fini dell’esercizio di un diritto di soggiorno nello Stato membro ospitante
45. La Corte si è già più volte pronunciata sulla condizione relativa al carattere sufficiente delle risorse economiche ai sensi dell’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38 nell’ambito di controversie simili a quella oggetto del procedimento principale.
46. Nella sentenza Zhu e Chen (18), la Corte ha dichiarato, in seduta plenaria, per quanto riguarda normative dell’Unione anteriori alla direttiva 2004/38, che «è sufficiente che i cittadini degli Stati membri “dispongano” delle risorse necessarie senza che tale disposizione contenga la minima esigenza in merito alla provenienza di queste ultime», che possono essere fornite, in particolare, dal cittadino di uno Stato terzo, genitore dei cittadini minorenni interessati (19). La Corte ha altresì precisato, da una parte, che «[t]ale interpretazione si impone a maggior ragione in quanto le disposizioni che sanciscono un principio fondamentale come quello della libera circolazione delle persone devono essere interpretate estensivamente» e, dall’altra, che un’interpretazione contraria «aggiungerebbe a tale condizione, come è formulata in tale direttiva, un requisito attinente alla provenienza delle risorse, che rappresenterebbe un’ingerenza sproporzionata nell’esercizio del diritto fondamentale di libera circolazione e di soggiorno garantito dall’[articolo 21 TFUE], in quanto esso non è necessario al raggiungimento dell’obiettivo perseguito, cioé la protezione delle finanze pubbliche degli Stati membri» (20).
47. La Corte ha ribadito tale interpretazione della condizione relativa al carattere sufficiente delle risorse, in particolare, nelle sentenze Alokpa e Moudoulou (21) nonché Rendón Marín (22).
48. Nella sentenza Rendón Marín (23), pronunciata in Grande Sezione, la Corte, rinviando ai punti da 45 a 47 della sentenza Zhu e Chen (24), ha ricordato, in primo luogo, che il rifiuto di consentire al genitore, cittadino di uno Stato membro o di uno Stato terzo, che effettivamente ha la custodia di un cittadino dell’Unione minore di età, di soggiornare insieme nello Stato membro ospitante priverebbe di qualsiasi effetto utile il diritto di soggiorno di quest’ultimo, dal momento che il godimento del diritto di soggiorno da parte di un bimbo in tenera età implica necessariamente che tale bimbo abbia il diritto di essere accompagnato dalla persona che ne garantisce effettivamente la custodia e, quindi, che tale persona possa con lui risiedere nello Stato membro ospitante durante tale soggiorno (25). La Corte ha ricordato, in secondo luogo, che se è vero che l’articolo 21 TFUE e la direttiva 2004/38 conferiscono un diritto di soggiorno nello Stato membro ospitante al cittadino minorenne di un altro Stato membro, che soddisfi le condizioni fissate all’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della citata direttiva, tali medesime disposizioni consentono al genitore che abbia la custodia effettiva di detto cittadino di soggiornare con lui nello Stato membro ospitante (26).
49. Se si applica questa giurisprudenza al procedimento principale, ciò significa che, purché i figli della sig.ra Bajratari soddisfino le condizioni fissate in tale disposizione per poter beneficiare di un diritto di soggiorno nel Regno Unito sul fondamento dell’articolo 21 TFUE e della direttiva 2004/38 e la ricorrente nel procedimento principale abbia effettivamente la custodia dei suoi figli, il che spetta al giudice del rinvio verificare, allora quest’ultima potrà avvalersi di un diritto di soggiorno derivato nel Regno Unito ai sensi delle stesse disposizioni.
50. Anche se il fatto che i minori interessati dispongano, tramite il padre, cittadino di un paese terzo, di risorse economiche sufficienti ai sensi dell’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38 non costituisce un ostacolo per soddisfare alla condizione relativa alle risorse economiche sufficienti fissata da tale disposizione, quale interpretata dalla giurisprudenza esposta ai paragrafi 46 e 47 delle presenti conclusioni, occorrerà tuttavia esaminare la questione che si trova al centro della presente causa e alla quale dedicherò il resto della mia analisi: se i redditi ricavati da un’attività esercitata senza permesso di lavoro e di soggiorno possano essere qualificati come «risorse economiche sufficienti» ai sensi di tale disposizione.
b) Se i redditi ricavati da un impiego esercitato senza permesso di lavoro e di soggiorno nello Stato membro ospitante possano essere qualificati come «risorse economiche sufficienti» ai sensi dell’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38
51. Per rispondere a tale questione, è necessario esaminare, innanzitutto, l’impiego esercitato dal coniuge della sig.ra Bajratari prima e dopo la scadenza, risalente al 12 maggio 2014, della sua carta di soggiorno (27).
52. Dalla decisione di rinvio e dalle osservazioni scritte della ricorrente nel procedimento principale risulta che, nel corso del periodo compreso tra il 2009 e febbraio 2018, il coniuge della sig.ra Bajratari ha lavorato come capocuoco in un ristorante a Belfast (Irlanda del Nord). Inoltre, la sig.ra Bajratari precisa che, da allora, il marito lavora come addetto ad una stazione di lavaggio auto.
53. A questo proposito, in risposta ad un quesito posto dalla Corte all’udienza, il rappresentante della ricorrente nel procedimento principale ha confermato che, a seguito della scadenza della sua carta di soggiorno nel corso del 2014, il coniuge della sig.ra Bajratari ha perduto il suo permesso di lavoro e di soggiorno ma ha tuttavia continuato a lavorare nel ristorante in cui era impiegato dall’anno 2009. Pertanto, unicamente a causa della scadenza della carta di soggiorno del coniuge della sig.ra Bajratari l’impiego di quest’ultimo sarebbe divenuto illegale. Malgrado la scadenza di tale carta, l’interessato avrebbe continuato ad essere soggetto alle imposte e ai contributi al sistema previdenziale e, come è stato confermato all’udienza, sarebbero state periodicamente trattenute somme alla fonte da parte del suo datore di lavoro (28).
54. Ciò posto, si deve ricordare che il diritto di soggiorno dei cittadini dell’Unione in uno Stato membro diverso da quello di cui essi possiedono la cittadinanza è attribuito subordinatamente alle limitazioni e alle condizioni prescritte dal Trattato FUE nonché dalle relative disposizioni di attuazione (29), fermo restando che l’applicazione di tali limitazioni e condizioni dev’essere operata nel rispetto dei limiti imposti dal diritto dell’Unione e in conformità ai principi generali di tale diritto, segnatamente al principio di proporzionalità (30).
55. Di conseguenza, occorre determinare se il rifiuto dell’eventuale diritto di soggiorno della sig.ra Bajratari, fondato sulla considerazione secondo la quale i redditi percepiti dal coniuge privo di permesso di lavoro e di soggiorno non costituiscono risorse economiche sufficienti ai sensi dell’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38, sia un provvedimento conforme al principio di proporzionalità.
56. Alla luce delle circostanze del procedimento principale, l’esame del principio di proporzionalità comporta che venga determinato se i provvedimenti nazionali adottati per subordinare il diritto di soggiorno della ricorrente nel procedimento principale e dei suoi figli ai legittimi interessi del Regno Unito siano appropriati e necessari per conseguire lo scopo perseguito.
57. A questo proposito, ricordo che l’obiettivo principale della direttiva 2004/38 è, come risulta dai suoi considerando da 1 a 4, quello di agevolare l’esercizio del diritto primario e individuale di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, il quale è conferito direttamente ai cittadini dell’Unione dall’articolo 21, paragrafo 1, TFUE e che tale direttiva mira segnatamente a rafforzare tale diritto (31). Nell’ambito di tale obiettivo principale, la condizione di disporre di risorse economiche sufficienti sancita dall’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38, come risulta dal considerando 10 di tale direttiva, riguarda l’obiettivo specifico di «evitare che queste persone diventino un onere eccessivo per il sistema di assistenza sociale dello Stato membro ospitante» (32).
58. Dalla giurisprudenza ricordata al paragrafo 46 delle presenti conclusioni risulta che è sufficiente che i cittadini degli Stati membri «dispongano» di risorse necessarie senza che l’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38 comporti «il minimo requisito in merito alla provenienza delle medesime» (33). Secondo la Corte, un’interpretazione contraria aggiungerebbe a tale condizione, come è formulata in tale direttiva, un requisito attinente alla provenienza delle risorse, che rappresenterebbe un’ingerenza sproporzionata nell’esercizio del diritto fondamentale di libera circolazione e di soggiorno garantito dall’articolo 21 TFUE, in quanto esso non è necessario al raggiungimento dell’obiettivo perseguito, cioè la protezione delle finanze pubbliche degli Stati membri (34).
59. Pertanto, è evidente che il fatto che il padre dei figli della sig.ra Bajratari, cittadini dell’Unione in tenera età, abbia iniziato a lavorare nel 2009, mentre la sua carta di soggiorno era in corso di validità, e che egli abbia continuato ad esercitare lo stesso impiego sul territorio dello Stato membro ospitante dopo la data di scadenza di tale carta di soggiorno, senza permesso di lavoro e di soggiorno, non può costituire un motivo che consenta di aggiungere all’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38 un requisito riguardante la provenienza delle «risorse economiche sufficienti» non previsto da tale disposizione.
60. Inoltre, si deve ricordare che risulta dalla comunicazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio, del 2 luglio 2009, concernente gli orientamenti per un migliore recepimento e una migliore applicazione della direttiva 2004/38 (35) che, per essere considerate «sufficienti», le risorse economiche non devono necessariamente essere periodiche e possono consistere in capitale accumulato (36). Infatti, solo la fruizione di prestazioni di assistenza sociale può essere considerata pertinente per determinare se l’interessato costituisca un onere per il sistema di assistenza sociale (37). Al riguardo, la Corte ha dichiarato che «per un cittadino di uno Stato membro, il solo fatto di beneficiare di una prestazione di assistenza sociale non può essere sufficiente a dimostrare che egli rappresenta un onere eccessivo per il sistema di assistenza sociale dello Stato membro ospitante» (38).
61. Così, l’articolo 14, paragrafo 3, della direttiva 2004/38 prevede che «il ricorso da parte di un cittadino dell’Unione o dei suoi familiari al sistema di assistenza sociale non può dare luogo automaticamente ad un provvedimento di allontanamento». Per giunta, risulta dal considerando 16 di tale direttiva che finché non diventino un onere eccessivo per il sistema di assistenza sociale dello Stato membro ospitante, i beneficiari del diritto di soggiorno non dovrebbero essere allontanati (39).
62. La Corte ha già ricordato che dal considerando 16 della direttiva 2004/38 risulta che, per stabilire se il beneficiario di una prestazione di assistenza sociale costituisca un onere eccessivo per il sistema di assistenza sociale dello Stato membro ospitante, quest’ultimo, prima di adottare una misura di allontanamento, deve esaminare se l’interessato incontri difficoltà temporanee e tener conto della durata del soggiorno e della sua situazione personale, così come dell’ammontare dell’aiuto concessogli (40).
63. Nell’ambito della valutazione di tali tre criteri elencati nel considerando 16 della direttiva 2004/38, le autorità nazionali devono valutare, in particolare, la durata per la quale il sussidio è stato concesso, il tipo di legame del cittadino dell’Unione e dei suoi familiari con la società dello Stato membro ospitante, aspetti particolari quali l’età, le condizioni di salute, la situazione familiare ed economica, e se in passato il cittadino dell’Unione (o i suoi familiari) abbia fatto largo ricorso all’assistenza sociale nonché la durata dei contributi di tale cittadino (o dei suoi familiari) al finanziamento dell’assistenza sociale nello Stato membro ospitante (41).
64. Nella fattispecie, non soltanto nulla fa pensare che i figli della sig.ra Bajratari abbiano fatto ricorso all’assistenza sociale nello Stato membro ospitante (42), ma è stato confermato all’udienza, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare, che il coniuge della sig.ra Bajratari, padre dei figli di quest’ultima, ha continuato a contribuire, dopo la scadenza della sua carta di soggiorno, al finanziamento dell’assistenza sociale dello Stato membro ospitante tramite imposte e contributi trattenuti periodicamente alla fonte.
65. In tale contesto, rilevo, innanzitutto, come risulta dal paragrafo 53 delle presenti conclusioni, che la pretesa illegalità dell’impiego del coniuge della sig.ra Bajratari deriva in linea di principio dal solo fatto che la sua carta di soggiorno è scaduta. Per giunta, l’impiego da lui esercitato prima della scadenza della sua carta di soggiorno e che egli ha continuato ad esercitare dopo la scadenza di quest’ultima non era, in sé e per sé, illegale, e ciò tanto più in quanto, a mio parere, i redditi ricavati da tale impiego sono stati soggetti ai contributi fiscali e al sistema di previdenza sociale imposti dalla legge nazionale. Pertanto, ritengo che una situazione nella quale un lavoratore versa imposte e contribuisce alla previdenza sociale, il che spetta al giudice del rinvio verificare, non possa essere considerata in contrasto con la protezione delle finanze pubbliche degli Stati membri.
66. Inoltre, il fatto che determinate risorse abbiano un carattere sufficiente e il fatto che risorse ricavate da un’attività criminale abbiano carattere illegale sono, indubbiamente, due cose completamente diverse. Pertanto, la conseguenza di tale differenza ai fini dell’interpretazione dell’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38 può essere solo indiretta: se, ad esempio, le risorse di cui dispongono i figli minori cittadini dell’Unione, tramite un altro cittadino dell’Unione o un cittadino di uno Stato terzo, sono ricavate da un’attività criminale, come il traffico di stupefacenti, e tale persona è condannata ad una pena detentiva, allora tali figli, in linea di principio, non disporranno più, in pratica, delle risorse per far fronte alle loro esigenze.
67. Si deve poi osservare che, malgrado la perdita del suo permesso di lavoro e di soggiorno a seguito della scadenza, risalente al 12 maggio 2014, della sua carta di soggiorno, non solo la presenza del coniuge della sig.ra Bajratari è stata tollerata dallo Stato membro ospitante per cinque anni, durante i quali egli – lo ricordo – ha continuato a versare contributi fiscali e previdenziali, ma, come è stato parimenti confermato all’udienza, al suo secondo figlio è stato rilasciato nel corso di tale periodo, il 26 luglio 2016, un certificato di cittadinanza irlandese.
68. Per giunta, come la Commissione ha giustamente rilevato, il diritto dei cittadini dell’Unione che si trasferiscono, compresi i minori cittadini dell’Unione, di soggiornare in un altro Stato membro sarebbe notevolmente compromesso se si potesse ad ogni momento porre fine a tale diritto sulla base di infrazioni, non ben definite, commesse dalle persone che provvedono alla loro custodia o che li hanno a carico, nello Stato membro ospitante o altrove. Infatti, tenuto conto dell’amplissima gamma di atti qualificabili come illegali, non solo in seno ad un unico Stato membro ma anche da uno Stato membro all’altro e da un’epoca all’altra, un orientamento del genere comporterebbe un rischio reale di incertezza del diritto e una moltiplicazione delle situazioni nelle quali il diritto di soggiorno di un cittadino dell’Unione potrebbe essere rimesso in discussione a seguito dell’esistenza di dubbi per quanto riguarda le circostanze in cui le risorse messe a sua disposizione sono state ottenute (43).
69. Infine, in tali circostanze, mi sembra che il rifiuto delle autorità di uno Stato membro di riconoscere i redditi ricavati da un impiego esercitato nello Stato membro ospitante senza un permesso di lavoro e di soggiorno a seguito della scadenza della carta di soggiorno debba essere considerato come un provvedimento sproporzionato che arreca un pregiudizio ingiustificato alla libera circolazione e al libero soggiorno dei minori in tenera età cittadini dell’Unione, in quanto non è necessario al conseguimento dell’obiettivo perseguito, e cioè la protezione delle finanze pubbliche degli Stati membri.
70. Pertanto, alla luce delle considerazioni che precedono, sono del parere che, in una situazione come quella del procedimento principale, basti che i redditi siano ricavati da un impiego esercitato senza permesso di lavoro e di soggiorno nello Stato membro ospitante per considerare che il cittadino dell’Unione dispone di «risorse economiche sufficienti» ai sensi dell’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38.
71. Di conseguenza, ritengo che i figli della sig.ra Bajratari non solo rientrino nell’ambito di applicazione dell’articolo 21 TFUE e della direttiva 2004/38, ma soddisfino altresì le condizioni fissate dall’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38. Pertanto, la sig.ra Bajratari può far valere un diritto di soggiorno derivato da quello dei suoi figli.
3. Analisi dell’argomento relativo all’eccezione dell’ordine pubblico sollevata dal Regno Unito
72. Il governo del Regno Unito sostiene, nelle sue osservazioni scritte, che, in quanto il coniuge della ricorrente nel procedimento principale si trova in situazione di soggiorno irregolare sul territorio, il suo lavoro è di per sé illegale. Al riguardo, tale governo precisa che, nel suo ordinamento giuridico interno, lavorare senza autorizzazione è considerato contrario all’ordine pubblico e comporta l’irrogazione di sanzioni civili e penali non soltanto per il datore di lavoro ma anche, dal 12 luglio 2016, per il lavoratore (44).
73. Vero è che, come fanno valere i governi danese, dei Paesi Bassi e austriaco, dagli orientamenti della Commissione risulta che le autorità nazionali possono verificare l’esistenza, la liceità, l’ammontare e la disponibilità delle risorse. La Commissione ha però precisato, in risposta ad un quesito posto dalla Corte all’udienza, che il controllo dell’esistenza di risorse economiche sufficienti o della loro liceità da parte degli Stati membri verte unicamente sulla questione se vi siano reati o abuso di diritto (45) e, pertanto, se il capo VI della direttiva 2004/38 sia applicabile o meno alla situazione particolare di un cittadino dell’Unione o dei suoi familiari. Pertanto, uno Stato membro può adottare tutti i provvedimenti necessari, conformemente al suo diritto penale, per perseguire infrazioni commesse qualora il carattere illegale dei redditi percepiti derivi dall’esercizio di un’attività criminosa come, ad esempio, il traffico di stupefacenti. In tal caso, risulta dal capo VI della direttiva 2004/38 che gli Stati membri hanno la possibilità di far valere un’eccezione connessa, in particolare, al mantenimento dell’ordine pubblico e alla salvaguardia della pubblica sicurezza.
74. Per di più, è importante ricordare che le nozioni di «ordine pubblico» e di «pubblica sicurezza», in quanto giustificative di una deroga al diritto di soggiorno dei cittadini dell’Unione o dei loro familiari, devono essere intese in modo restrittivo, cosicché la loro portata non può essere determinata unilateralmente dagli Stati membri senza controllo da parte delle istituzioni dell’Unione (46).
75. Per quanto riguarda la nozione di «ordine pubblico» la Corte ha dichiarato che essa presuppone, in ogni caso, oltre alla perturbazione dell’ordine sociale insita in qualsiasi infrazione della legge, l’esistenza di una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave rispetto ad un interesse fondamentale della società (47).
76. Quanto alla nozione di «pubblica sicurezza», la Corte ha dichiarato che tale nozione comprende la sicurezza interna di uno Stato membro e la sua sicurezza esterna e, pertanto, il pregiudizio al funzionamento delle istituzioni e dei servizi pubblici essenziali nonché alla sopravvivenza della popolazione; allo stesso modo, il rischio di perturbazioni gravi dei rapporti internazionali o della coesistenza pacifica dei popoli, o ancora il pregiudizio agli interessi militari, possono ledere la pubblica sicurezza. La Corte ha altresì dichiarato che la lotta contro la criminalità legata al traffico di stupefacenti in associazione criminale e la lotta contro il terrorismo sono comprese nella nozione di «pubblica sicurezza» (48).
77. Ricordo che risulta dall’articolo 27, paragrafo 2, primo comma, della direttiva 2004/38 che, per essere giustificati, i provvedimenti restrittivi del diritto di soggiorno di un cittadino dell’Unione o di un suo familiare, segnatamente quelli adottati per motivi di ordine pubblico, devono rispettare il principio di proporzionalità ed essere adottati esclusivamente in relazione al comportamento personale della persona interessata (49).
78. Nella fattispecie, come risulta dai paragrafi da 64 a 69 delle presenti conclusioni, è evidente che il diniego di diritto di soggiorno nei confronti della sig.ra Bajratari fondato sull’argomento relativo all’eccezione di ordine pubblico sollevata dal Regno Unito non soddisfa alcuna di tali due condizioni.
79. Ciò premesso, sono del parere che altri argomenti, che esporrò brevemente nel prosieguo, possono suffragare la mia conclusione secondo la quale i figli della sig.ra Bajratari non solo rientrano nell’ambito di applicazione dell’articolo 21 TFUE e della direttiva 2004/38 ma soddisfano altresì le condizioni fissate dall’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38 e che, pertanto, la sig.ra Bajratari può far valere un diritto di soggiorno derivato da quello dei suoi figli.
4. Sull’effetto utile della direttiva 2004/38 e dell’articolo 21 TFUE
80. Occorre innanzitutto rilevare che una risposta contraria a quella da me appena proposta priverebbe di ogni effetto utile il diritto di soggiorno conferito dalla direttiva 2004/38 e dall’articolo 21 TFUE. Conformemente alla giurisprudenza della Corte, tenuto conto del contesto in cui si iscrive la direttiva 2004/38 e delle finalità perseguite da quest’ultima, le sue disposizioni non possono essere interpretate restrittivamente e, comunque, non devono essere private della loro efficacia pratica (50).
81. Questo è il motivo per cui, nella sentenza Zhu e Chen (51), la Corte ha preso in considerazione il fatto che non è possibile per i minori in tenera età cittadini dell’Unione far fronte direttamente alle proprie esigenze, dichiarando che il rifiuto di consentire al genitore, cittadino di uno Stato membro o di uno Stato terzo, che abbia la custodia effettiva di un cittadino dell’Unione minorenne, di soggiornare insieme a tale cittadino nello Stato membro ospitante priverebbe di ogni efficacia il diritto di soggiorno di quest’ultimo, dal momento che il godimento del diritto di soggiorno da parte di un minore in tenera età implica necessariamente che tale minore abbia la facoltà di essere accompagnato dalla persona che ne garantisce effettivamente la custodia e, quindi, che detta persona possa risiedere con lui nello Stato membro ospitante durante tale soggiorno (52).
82. Si deve rilevare che tale principio, enunciato dalla Corte per la prima volta nella sentenza Zhu e Chen (53) nell’ambito dell’interpretazione della direttiva 2004/38 e dell’articolo 21 TFUE, è stato poi confermato nella sentenza Ruiz Zambrano (54) nell’ambito dell’interpretazione dell’articolo 20 TFUE. Così, al punto 44 di quest’ultima sentenza, la Corte ha dichiarato che «[i]nfatti, si deve tener presente che un divieto di soggiorno di tal genere porterà alla conseguenza che tali figli, cittadini dell’Unione, si troveranno costretti ad abbandonare il territorio dell’Unione per accompagnare i loro genitori. Parimenti, qualora a una tale persona non venga rilasciato un permesso di lavoro, quest’ultima rischia di non disporre dei mezzi necessari a far fronte alle propre esigenze e a quelle della sua famiglia, circostanza che porterebbe parimenti alla conseguenza che i suoi figli, cittadini dell’Unione, si troverebbero costretti ad abbandonare il territorio di quest’ultima. Ciò posto, detti cittadini dell’Unione si troverebbero, di fatto, nell’impossibilità di godere realmente dei diritti attribuiti dallo status di cittadino dell’Unione» (55).
83. Risulta palesemente dalla loro lettura che, in tali due sentenze, la Corte ha fondato il suo ragionamento sullo stesso principio: un minore non può dimostrare di disporre di risorse e, pertanto, tali risorse devono provenire dalla persona che ne ha la custodia effettiva. Ove si ammetta che un minore può dimostrare di disporre di risorse economiche sufficienti provenienti dalla persona che provvede effettivamente alla sua custodia, sarebbe assurdo negare a tale persona un diritto di soggiorno e, quindi, la possibilità di lavorare. Nel caso di un siffatto diniego saremmo nella situazione del serpente che si morde la coda, e cioè in presenza di un argomento circolare che vanificherebbe l’effetto utile dell’articolo 21 TFUE e della direttiva 2004/38. Tale diniego comporterebbe che nessun minore cittadino dell’Unione, in una situazione come quella controversa nel procedimento principale, potrebbe soddisfare le condizioni dell’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), di detta direttiva. Occorre rilevare che tali minori, se fossero adulti, avrebbero non soltanto lo status di cittadino dell’Unione, che è destinato ad essere lo status fondamentale dei cittadini degli Stati membri (56), ma anche quello di lavoratori.
84. Inoltre, è importante ricordare che la Corte ha già dichiarato che, poiché il diritto alla libera circolazione, in quanto principio fondamentale del diritto dell’Unione, costituisce la regola generale, le condizioni previste dall’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38 devono essere interpretate restrittivamente, nonché nel rispetto dei limiti imposti dal diritto dell’Unione e dal principio di proporzionalità (57).
85. Nella fattispecie, i figli della sig.ra Bajratari possiedono la cittadinanza irlandese, pur avendo sempre risieduto nel Regno Unito, mentre, nella causa in cui è stata pronunciata la sentenza Ruiz Zambrano (58), i minori erano cittadini dello Stato membro nel quale avevano sempre risieduto. Se i figli della sig.ra Bajratari avessero la cittadinanza britannica, senza alcun dubbio si applicherebbe la giurisprudenza della sentenza Ruiz Zambrano.
86. Si pone pertanto la seguente questione: se non sia privo di ogni logica che un minore cittadino dell’Unione possa aver maggiori diritti basandosi sull’articolo 20 TFUE di quanti ne avrebbe, come nella presente causa, qualora l’articolo 21 TFUE e la direttiva 2004/38 gli fossero applicabili.
87. Penso di sì.
88. Di conseguenza, benché i figli della sig.ra Bajratari abbiano una cittadinanza diversa da quella dello Stato membro della loro residenza, nel quale sono peraltro nati e residenti dalla nascita, ritengo che il principio posto dalla Corte nelle sentenze Zhu e Chen (59)e Ruiz Zambrano (60) debba essere applicato nella fattispecie.
89. In tale contesto, mi sembra pertinente, da una parte, tener conto del diritto al rispetto della vita privata e familiare, quale sancito dall’articolo 7 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e, dall’altra, prendere in considerazione l’interesse superiore del minore, riconosciuto all’articolo 24, paragrafo 2, di tale Carta.
90. Alla luce di tutte le considerazioni che precedono, propongo che la Corte risponda come segue alle questioni pregiudiziali proposte dalla Court of Appeal in Northern Ireland (Corte d’appello dell’Irlanda del Nord, Regno Unito):
L’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, che modifica il regolamento (CEE) n. 1612/68 ed abroga le direttive 64/221/CEE, 68/360/CEE, 72/194/CEE, 73/148/CEE, 75/34/CEE, 75/35/CEE, 90/364/CEE, 90/365/CEE e 93/96/CEE, quale modificata dal regolamento (UE) n. 492/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 aprile 2011, dev’essere interpretato nel senso che un minore in tenera età cittadino dell’Unione dispone di risorse economiche sufficienti affinché non divenga un onere a carico dell’assistenza sociale dello Stato membro ospitante durante il periodo del suo soggiorno qualora, in circostanze quali quelle del procedimento principale, tali risorse provengano da redditi ricavati dall’attività esercitata in maniera illegale, senza permesso di soggiorno né di lavoro, in tale Stato membro dal padre, cittadino di uno Stato terzo.
2 Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, che modifica il regolamento (CEE) n. 1612/68 ed abroga le direttive 64/221/CEE, 68/360/CEE, 72/194/CEE, 73/148/CEE, 75/34/CEE, 75/35/CEE, 90/364/CEE, 90/365/CEE e 93/96/CEE (GU 2004, L 158, pag. 77), quale modificata dal regolamento (UE) n. 492/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 aprile 2011 (GU 2011, L 141, pag. 1, e rettifiche GU 2004, L 229, pag. 35, e GU 2005, L 197, pag. 34) (in prosieguo: la «direttiva 2004/38»).
3 Sentenza del 19 ottobre 2004 (C‑200/02, EU:C:2004:639).
4 Risulta dalle osservazioni del Regno Unito che, all’epoca pertinente ai fini della presente causa, l’articolo 7 della direttiva 2004/38 è stato trasposto nell’ordinamento nazionale dall’articolo 4 dell’Immigration (European Economic Area) Regulations 2006 [regolamento del 2006 sull’immigrazione (Spazio economico europeo)]. Tale Stato membro precisa che, il 1° febbraio 2017, tale regolamento è stato sostituito dall’Immigration (European Economic Area) Regulations 2016 [regolamento del 2016 sull’immigrazione (Spazio economico europeo)] ma che nessuna modifica apportata in quest’ultimo regolamento è pertinente ai fini della presente causa.
5 Risulta dalle osservazioni della ricorrente nel procedimento principale e del Regno Unito che la sig.ra Toal è una cittadina irlandese. Dato che il giudice del rinvio fa riferimento alla cittadinanza britannica della sig.ra Toal, è molto probabile che quest’ultima sia in possesso della doppia cittadinanza, britannica e irlandese.
6 V., in questo senso, sentenze del 19 ottobre 2004, Zhu e Chen (C‑200/02, EU:C:2004:639, punti 28 e 30), nonché del 10 ottobre 2013, Alokpa e Moudoulou (C‑86/12, EU:C:2013:645, punto 27).
7 Tornerò su tale aspetto in prosieguo, ai paragrafi da 28 a 30 delle presenti conclusioni.
8 L’interveniente nel procedimento principale, AIRE Centre (Advice on Individual Rights in Europe), è un ente di beneficienza che fornisce informazioni e pareri sul diritto dell’Unione e sul diritto internazionale dei diritti dell’uomo, in particolare sulla convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, e di cui il giudice del rinvio ha ammesso l’intervento nella presente causa il 22 settembre 2017.
9 V. sentenze dell’11 settembre 2008, UGT-Rioja e a. (da C‑428/06 a C‑434/06, EU:C:2008:488, punto 39), nonché del 13 settembre 2016, Rendón Marín (C‑165/14, EU:C:2016:675, punto 24).
10 V. sentenza del 13 settembre 2016, Rendón Marín (C‑165/14, EU:C:2016:675, punto 24).
11 Alla luce della risposta del giudice del rinvio in tale ordinanza, e contrariamente a quanto lascia intendere il governo del Regno Unito, si deve ritenere, nel quadro della mia analisi, che i primi due figli della sig.ra Bajratari siano, alla data attuale, cittadini dell’Unione.
12 Si deve ricordare, come la Commissione ha giustamente sottolineato nelle sue osservazioni scritte, cha la domanda di riconoscimento di un diritto di soggiorno presentata dalla sig.ra Bajratari è fondata esclusivamente sul suo status di persona che provvede effettivamente alla custodia dei suoi due figli, cittadini irlandesi.
13 V., in questo senso, sentenze del 15 novembre 2011, Dereci e a. (C‑256/11, EU:C:2011:734, punto 57); del 6 dicembre 2012, O e a. (C‑356/11 e C‑357/11, EU:C:2012:776, punto 42), e del 13 settembre 2016, Rendón Marín (C‑165/14, EU:C:2016:675, punto 40).
14 Sentenze del 2 ottobre 2003, Garcia Avello (C‑148/02, EU:C:2003:539, punti 13 e 27); del 19 ottobre 2004, Zhu e Chen (C‑200/02, EU:C:2004:639, punto 19), e del 13 settembre 2016, Rendón Marín (C‑165/14, EU:C:2016:675, punto 42). Nel contesto dell’articolo 20 TFUE, v. sentenze dell’8 marzo 2011, Ruiz Zambrano (C‑34/09, EU:C:2011:124, punti 43 e 44), e del 13 septembre 2016, CS (C‑304/14, EU:C:2016:674, punto 29).
15 V. sentenze del 19 ottobre 2004, Zhu e Chen (C‑200/02, EU:C:2004:639, punto 26), e del 13 settembre 2016, Rendón Marín (C‑165/14, EU:C:2016:675, punto 45).
16 Risulta dalla decisione di rinvio che il primo figlio è nato in Irlanda del Nord il 1° maggio 2013 che gli è stato rilasciato un certificato di cittadinanza irlandese il 15 luglio 2013. Il giudice del rinvio afferma soltanto che ad uno degli altri due figli è stato rilasciato un certificato di cittadinanza irlandese. Al riguardo, risulta dalle osservazioni della sig.ra Bajratari che tale secondo figlio è nato in Irlanda del Nord nel mese di novembre 2014. Alla luce delle date di nascita di tali figli, non posso escludere, in linea di principio, che essi abbiano acquisito un diritto di soggiorno permanente in tale Stato membro ai sensi dell’articolo 16, paragrafo 1, della direttiva 2004/38. In tal caso, il loro diritto di soggiorno non sarebbe soggetto alle condizioni di cui al capo III della direttiva 2004/38 e, in particolare, a quelle enunciate all’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), di quest’ultima, il che spetta al giudice del rinvio verificare.
17 V. paragrafo 16 delle presenti conclusioni.
18 Sentenza del 19 ottobre 2004 (C‑200/02, EU:C:2004:639).
19 Sentenza del 19 ottobre 2004, Zhu e Chen (C‑200/02, EU:C:2004:639, punti 28 e 30). Più recentemente, relativamente a risorse fornite dal cittadino di uno Stato terzo, coniuge del cittadino dell’Unione, v. sentenza del 16 luglio 2015, Singh e a. (C‑218/14, EU:C:2015:476, punti 74 e 77). Per quanto riguarda le risorse fornite dal cittadino di uno Stato terzo, partner residente nello Stato membro ospitante, v. sentenza del 23 marzo 2006, Commissione/Belgio (C‑408/03, EU:C:2006:192, punti 40, 46 e 51).
20 Sentenze del 19 ottobre 2004, Zhu e Chen (C‑200/02, EU:C:2004:639, punti 31 e 33); del 23 marzo 2006, Commissione/Belgio (C‑408/03, EU:C:2006:192, punti 40 e 41), nonché del 16 luglio 2015, Singh e a. (C‑218/14, EU:C:2015:476, punto 75).
21 Sentenza del 10 ottobre 2013 (C‑86/12, EU:C:2013:645, punto 27).
22 Sentenza del 13 settembre 2016 (C‑165/14, EU:C:2016:675, punto 48).
23 Sentenza del 13 settembre 2016 (C‑165/14, EU:C:2016:675).
24 Sentenza del 19 ottobre 2004 (C‑200/02, EU:C:2004:639).
25 Sentenza del 13 settembre 2016, Rendón Marín (C‑165/14, EU:C:2016:675, punti 51 e 52). V., altresì, sentenza del 10 ottobre 2013, Alokpa e Moudoulou (C‑86/12, EU:C:2013:645, punto 28).
26 Sentenza del 13 settembre 2016, Rendón Marín (C‑165/14, EU:C:2016:675, punto 52).V., altresì, sentenza del 10 ottobre 2013, Alokpa e Moudoulou (C‑86/12, EU:C:2013:645, punto 29).
27 Risulta dalle osservazioni scritte della ricorrente nel procedimento principale e del Regno Unito che il coniuge della sig.ra Bajratari è entrato in Irlanda del Nord nel settembre 2002 e che, dal 2005, ha avuto, con una cittadina irlandese, una relazione stabile che è cessata nell’anno 2011. Alla luce del fatto che egli ha vissuto in Irlanda del Nord con una cittadina dell’Unione tra il 2005 e il 2011, la Commissione ha fatto osservare all’udienza che, nel 2011, egli avrebbe potuto chiedere la residenza permanente nello Stato membro ospitante ai sensi dell’articolo 16, paragrafo 1, della direttiva 2004/38. Il fatto che egli abbia ottenuto la sua carta di soggiorno nel 2008 sarebbe ininfluente dato che il rilascio di un titolo di soggiorno al cittadino di uno Stato membro dev’essere considerato non come un atto costitutivo di diritti, ma come un atto destinato a constatare, da parte di uno Stato membro, la posizione individuale del cittadino di un altro Stato membro (o dei suoi familiari) alla luce delle norme del diritto dell’Unione. V. sentenze del 21 luglio 2011, Dias (C‑325/09, EU:C:2011:498, punto 48), e del 14 settembre 2017, Petrea (C‑184/16, EU:C:2017:684, punto 32).
28 In risposta ad un quesito posto dalla Corte all’udienza, il rappresentante della ricorrente nel procedimento principale ha in particolare dichiarato che la retribuzione annuale del coniuge della sig.ra Bajratari ammontava a sterline (GBP) 17 000 (EUR 19 315) nel 2014 e a GBP 20 000 (EUR 22 718) negli anni precedenti.
29 Sentenze del 19 ottobre 2004, Zhu e Chen (C‑200/02, EU:C:2004:639, punto 26), e del 13 settembre 2016, Rendón Marín (C‑165/14, EU:C:2016:675, punto 45).
30 Sentenze del 17 settembre 2002, Baumbast e R (C‑413/99, EU:C:2002:493, punto 91); del 19 ottobre 2004, Zhu e Chen (C‑200/02, EU:C:2004:639, punto 32), nonché del 13 settembre 2016, Rendón Marín (C‑165/14, EU:C:2016:675, punto 45).
31 Sentenze del 25 luglio 2008, Metock e a. (C‑127/08, EU:C:2008:449, punto 82); del 5 giugno 2018, Coman e a. (C‑673/16, EU:C:2018:385, punto 18), nonché dell’11 aprile 2019, Tarola (C‑483/17, EU:C:2019:309, punto 23).
32 Sentenze del 21 dicembre 2011, Ziolkowski e Szeja (C‑424/10 e C‑425/10, EU:C:2011:866, punto 40); del 4 ottobre 2012, Commissione/Austria (C‑75/11, EU:C:2012:605, punto 60), e del 19 settembre 2013, Brey (C‑140/12, EU:C:2013:565, punto 54).
33 Sentenze del 19 ottobre 2004, Zhu e Chen (C‑200/02, EU:C:2004:639, punti 28 e 30); del 23 marzo 2006, Commissione/Belgio (C‑408/03, EU:C:2006:192, punti 40, 46 e 51), e del 16 luglio 2015, Singh e a. (C‑218/14, EU:C:2015:476, punti 74 e 77).
34 Sentenze del 19 ottobre 2004, Zhu e Chen (C‑200/02, EU:C:2004:639, punti 31 e 33); del 23 marzo 2006, Commissione/Belgio (C‑408/03, EU:C:2006:192, punti 40 e 41), e del 16 luglio 2015, Singh e a. (C‑218/14, EU:C:2015:476, punto 75).
35 COM(2009) 313 def. (in prosieguo: gli «orientamenti della Commissione»).
36 Orientamenti della Commissione, pag. 8.
37 Orientamenti della Commissione, pag. 9.
38 Sentenza del 19 settembre 2013, Brey (C‑140/12, EU:C:2013:565, punto 75).
39 V. orientamenti della Commissione, pag. 9.
40 Sentenza del 19 settembre 2013, Brey (C‑140/12, EU:C:2013:565, punto 69).
41 V. orientamenti della Commissione, pagg. 8 e 9. Ricordo che risulta dal considerando 16 della direttiva 2004/38 che «[i]n nessun caso una misura di allontanamento dovrebbe essere presa nei confronti di lavoratori subordinati, lavoratori autonomi o richiedenti lavoro, quali definiti dalla Corte di giustizia, eccetto che per motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza».
42 D’altro canto, ricordo che risulta dalla decisione di rinvio che la condizione relativa all’assicurazione malattia dei figli enunciata all’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2004/38 non è stata contestata dal Ministero dell’Interno. V., al riguardo, paragrafo 41 delle presenti conclusioni.
43 Si può immaginare, in particolare, il caso in cui la persona interessata non abbia rispettato il termine per il pagamento delle imposte sul reddito o abbia semplicemente trascurato il pagamento della sua ultima bolletta dell’elettricità.
44 Il governo austriaco fa riferimento anche alla pubblica sicurezza.
45 I governi del Regno Unito e ceco qualificano come abusiva la situazione in cui un genitore ottenesse, grazie al suo impiego illegale, un diritto di lavoro a seguito dell’accertamento di un diritto di soggiorno. Secondo tali governi, ciò significherebbe far valere un comportamento illegale per comprovare un diritto, il che equivarrebbe ad un abuso di diritto vietato dall’articolo 35 della direttiva 2004/38. Tuttavia, si deve rilevare che nella decisione di rinvio nulla fa pensare che si sia in presenza di un abuso di diritto. In ogni caso, ricordo che la Corte ha già dichiarato che «la prova di una pratica abusiva richiede, da un lato, un insieme di circostanze oggettive dalle quali risulti che, nonostante un rispetto formale delle condizioni previste dalla normativa dell’Unione, l’obiettivo perseguito da tale normativa non è stato raggiunto e, dall’altro, un elemento soggettivo consistente nella volontà di ottenere un vantaggio derivante dalla normativa dell’Unione mediante la creazione artificiosa delle condizioni necessarie per il suo ottenimento»: sentenze del 16 ottobre 2012, Ungheria/Slovacchia (C‑364/10, EU:C:2012:630, punto 58 e giurisprudenza citata); del 12 marzo 2014, O. e B. (C‑456/12, EU:C:2014:135, punto 58), e del 18 dicembre 2014, McCarthy e a. (C‑202/13, EU:C:2014:2450, punto 54).
46 V., in particolare, sentenze del 4 dicembre 1974, van Duyn (41/74, EU:C:1974:133, punto 18); del 29 aprile 2004, Orfanopoulos e Oliveri (C‑482/01 e C‑493/01, EU:C:2004:262, punti 64 e 65); del 7 giugno 2007, Commissione/Paesi Bassi (C‑50/06, EU:C:2007:325, punto 42), nonché del 13 settembre 2016, CS (C‑304/14, EU:C:2016:674, punto 37). Il Regno Unito, citando parzialmente il punto 23 della sentenza del 22 maggio 2012, I (C‑348/09, EU:C:2012:300), sostiene che gli Stati membri sono liberi di fissare, conformemente alle loro esigenze nazionali ‑ che possono variare da uno Stato membro all’altro ‑ le regole dell’ordine pubblico e della pubblica sicurezza. Tuttavia, il punto 23 di tale sentenza è del seguente tenore: «[s]e è vero che gli Stati membri restano sostanzialmente liberi di determinare, conformemente alle loro necessità nazionali – che possono variare da uno Stato membro all’altro e da un’epoca all’altra – le regole di ordine pubblico e di pubblica sicurezza, specie laddove autorizzino una deroga al principio fondamentale della libera circolazione delle persone, tali regole devono tuttavia essere intese in senso restrittivo, di guisa che la loro portata non può essere determinata unilateralmente da ciascuno Stato membro senza il controllo delle istituzioni dell’Unione europea». Ricordo che tale sentenza riguarda l’interpretazione della nozione di «motivi imperativi di pubblica sicurezza» figurante all’articolo 28, paragrafo 3, lettera a), della direttiva 2004/38 nel contesto della condanna penale di un cittadino dell’Unione ad una pena detentiva di sette anni e sei mesi per abuso sessuale, atti di violenza sessuale e stupro su una minore. Il corsivo è mio. V., recentemente, sentenza del 5 giugno 2018, Coman e a. (C‑673/16, EU:C:2018:385, punto 44 e giurisprudenza citata).
47 Sentenze del 28 ottobre 1975, Rutili (36/75, EU:C:1975:137, punto 28); del 10 luglio 2008, Jipa (C‑33/07, EU:C:2008:396, punto 23), e del 13 settembre 2016, CS (C‑304/14, EU:C:2016:674, punto 38).
48 Sentenza del 13 settembre 2016, CS (C‑304/14, EU:C:2016:674, punto 39 e giurisprudenza citata).
49 Sentenza del 13 settembre 2016, Rendón Marín (C‑165/14, EU:C:2016:675, punto 59).
50 Sentenze dell’11 dicembre 2007, Eind (C‑291/05, EU:C:2007:771, punto 43); del 25 luglio 2008, Metock e a. (C‑127/08, EU:C:2008:449, punto 84); del 5 giugno 2018, Coman e a. (C‑673/16, EU:C:2018:385, punto 39), e dell’11 aprile 2019, Tarola (C‑483/17, EU:C:2019:309, punto 38).
51 Sentenza del 19 ottobre 2004 (C‑200/02, EU:C:2004:639).
52 Sentenza del 13 settembre 2016, Rendón Marín (C‑165/14, EU:C:2016:675, punti 51 e 52). V., altresì, sentenza del 10 ottobre 2013, Alokpa e Moudoulou (C‑86/12, EU:C:2013:645, punto 28).
53 Sentenza del 19 ottobre 2004 (C‑200/02, EU:C:2004:639).
54 Sentenza dell’8 marzo 2011 (C‑34/09, EU:C:2011:124, punti 43 e 44).
55 Sentenza dell’8 marzo 2011, Ruiz Zambrano (C‑34/09, EU:C:2011:124, punto 44). Il corsivo è mio.
56 Sentenza del 20 settembre 2001, Grzelczyk (C‑184/99, EU:C:2001:458, punto 31). V., recentemente, sentenze del 10 dicembre 2018, Wightman e a. (C‑621/18, EU:C:2018:999, punto 64 e giurisprudenza citata), e del 12 marzo 2019, Tjebbes e a. (C‑221/17, EU:C:2019:189, punto 31)
57 Sentenza del 19 settembre 2013, Brey (C‑140/12, EU:C:2013:565, punto 70).
58 Sentenza dell’8 marzo 2011 (C‑34/09, EU:C:2011:124).
59 Sentenza del 19 ottobre 2004 (C‑200/02, EU:C:2004:639).
60 Sentenza dell’8 marzo 2011 (C-34/09, EU:C:2011:124).

References: Articolo 7
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