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Timestamp: 2018-09-23 15:14:40+00:00

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Per la pensione di reversibilità, requisiti in capo al defunto
> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 maggio 2016
Per percepire la pensione di reversibilità è sufficiente che i requisiti contributivi ed anagrafici fossero posseduti dal soggetto defunto e non anche dal superstite.
Il parente superstite ha diritto alla pensione di reversibilità del parente defunto anche se non ha i requisiti per andare in pensione: difatti, secondo una sentenza della Cassazione di qualche giorno fa [1], la pensione di reversibilità spetta in base alle condizioni dei contributi propri del lavoratore al momento del suo collocamento a riposo o, se non ancora titolare di pensione, a quello del decesso. Quindi “il diritto sussiste per aver il superstite acquisito in via traslata il diritto già maturato dal pensionato alle condizioni amministrative, contributive e anagrafiche vigenti all’atto del suo collocamento in quiescenza”.
In secondo grado veniva rigettata la richiesta di una pensionata, nei confronti dell’INPS, relativa al pagamento della pensione di reversibilità del coniuge defunto. Ad avviso dei giudici, la pretesa della ricorrente non poteva essere accolta per il mancato possesso, da parte di quest’ultima, del requisito contributivo pari a 52 settimane [2], legittimante il diritto alla prestazione previdenziale. La Cassazione, però, non è stata di questo avviso ed ha dato ragione alla donna.
Nel caso di morte del pensionato o dell’assicurato, sempreché per quest’ultimo sussistano, al momento della morte, le condizioni di assicurazione e di contribuzione, spetta una pensione al coniuge e ai figli superstiti che, al momento della morte del pensionato o dell’assicurato, non abbiano superato l’età di 18 anni e ai figli di qualunque età riconosciuti inabili al lavoro e a carico del genitore al momento del decesso di questi.
Dottrina e giurisprudenza sono sempre state concordi nel ritenere che la pensione di reversibilità è un diritto che si acquisisce non in virtù dell’accettazione dell’eredità (tant’è che spetta anche in caso di rinuncia all’eredità); essa non rientra infatti tra i diritti successori (si parla, a riguardo, di “diritto iure proprio” e non “iure hereditatis”). Ciò però non toglie che i relativi requisiti amministrativi, contributivi ed anagrafici non vanno riferiti al superstite (il che vanificherebbe le caratteristiche stesse e le finalità della prestazione, per ottenere la quale basta il rapporto di mero coniugio o di parentela) e/o all’assetto normativo in vigore al momento del decesso del pensionato anziché a quello in cui è stato collocato in quiescenza.
In buona sostanza, ciò significa che i requisiti per ottenere la pensione di reversibilità devono sussistere in capo al soggetto defunto (cosiddetto de cuius).
Del tutto irrilevante è, quindi, il dato relativo al possesso diretto da parte del parente superstite del requisito contributivo. La sussistenza di tali requisiti non è richiesta nel caso in cui il diritto alla pensione sia già maturato a favore del titolare in via diretta della prestazione, trattandosi in tal caso soltanto di trasmutare il titolo dell’erogazione, da pensione diretta a pensione di reversibilità, e riconoscere nella percentuale prevista la medesima prestazione fruita dall’originario titolare.
[1] Cass. sent. n. 9229/16 del 6.05.2016.
[2] Art. 48 del Regolamento CEE n. 1408/1971.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 18 febbraio – 6 maggio 2016, n. 9229
Con sentenza del 14 ottobre 2009, la Corte d’Appello di Roma, confermava la decisione resa dal Tribunale di Roma e rigettava la domanda proposta da S.S.I. nei confronti dell’INPS, avente ad oggetto la condanna dell’Istituto al pagamento della pensione di reversibilità in relazione al trattamento previdenziale pensionistico fruito in regime internazionale di pro rata dal coniuge defunto.
La decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto, aldilà dei rilevati profili di inammissibilità del ricorso in appello, per non essere state con esso formulate censure specifiche in ordine all’iter logico-giuridico seguito dal giudice di prime cure, l’insussistenza nel merito della pretesa per difetto dei requisiti ed, in particolare del requisito contributivo pari a 52 settimane di cui all’art. 48 del regolamento CEE n. 1408/1971, legittimanti la spettanza iure proprio della prestazione previdenziale rivendicata.
Per la cassazione di tale decisione ricorre la S. , affidando l’impugnazione a due motivi, cui resiste, con controricorso, l’INPS, che ha poi presentato memoria.
I due motivi su cui si articola l’impugnazione proposta la ricorrente sono unitariamente volti a censurare l’erroneità della pronunzia resa dalla Corte territoriale sotto il profilo del travisamento del disposto dell’art. 22 l. n. 903//1965 che disciplina le prestazioni pensionistiche in favore dei superstiti, in particolare contestando l’assunto per cui la titolarità iure proprio della pensione di reversibilità presupporrebbe la ricorrenza in capo al beneficiario dei requisiti soggettivi e oggettivi previsti dalla legge e così, nella specie, trattandosi di pensione fruita dal coniuge defunto in regime internazionale, del requisito contributivo stabilito dall’art. 48 del regolamento CEE n. 1408/1971 pari a 52 settimane e sostenendo, di contro, che ciò non sia richiesto laddove il diritto alla pensione sia già maturato a favore del titolare in via diretta della prestazione, trattandosi in tal caso soltanto di trasmutare il titolo dell’erogazione, da pensione diretta a pensione di reversibilità, e riconoscere nella percentuale prevista la medesima prestazione fruita dall’originario titolare.
In effetti, con il primo motivo, inteso a denunciare la violazione e falsa applicazione degli artt. 329 e 434 c.p.c. nonché dell’art. 2099 c.c., la ricorrente deduce, in relazione a tale opposta opzione interpretativa ribadita in sede di gravame, l’erroneità del rilievo della Corte territoriale per cui l’accertamento operato dal giudice di prime cure del difetto del requisito contributivo ex art. 48, Reg. CEE n. 1408/1971 risulterebbe coperto dal giudicato; mentre con il secondo, denunciando la violazione e falsa applicazione dell’art. 22, l. n. 903/1965 (e della normativa previgente da questo novellata) nonché dell’art. 48 del regolamento CEE citato, ribadisce i termini dell’asserito travisamento esegetico.
I due motivi, che, in quanto strettamente connessi, possono essere qui trattati congiuntamente, meritano accoglimento in considerazione dell’orientamento accolto da questa Corte (cfr., da ultimo, Cass. 3.12.2015, n. 24645) in base al quale, “se è vero che dottrina e giurisprudenza (cfr., per tutte, Cass. 3300/12 e Cass. 21545/08) sono sempre state concordi nel ritenere che la pensione di reversibilità è acquisita dal superstite iure proprio e non iure hereditatis, tuttavia ciò non implica che i relativi requisiti amministrativi, contributivi ed anagrafici debbano essere riferiti al superstite (il che vanificherebbe le caratteristiche stesse e le finalità della prestazione, per ottenere la quale basta il rapporto di mero coniugio o di parentela) e/o all’assetto normativo in vigore al momento del decesso del pensionato anziché a quello in cui è stato collocato in quiescenza” e ciò stante il disposto dell’art. 13, comma 1, r.d.l. n. 636/39 e successive modificazioni e integrazioni (Nel caso di morte del pensionato o dell’assicurato, sempreché per quest’ultimo sussistano al momento della morte le condizioni di assicurazione e di contribuzione di cui all’art. 9, n. 2 lett. a) b) e c), spetta una pensione al coniuge e ai figli superstiti che al momento della morte del pensionato o assicurato non abbiano superato l’età di 15 anni o, per gli assicurati appartenenti alla categoria degli impiegati, quella di 18 anni, avvero siano riconosciuti inabili al lavoro) dal quale si evince che la pensione di reversibilità spetta sulla base delle condizioni di assicurazione e contribuzione proprie del dante causa al momento del suo collocamento a riposo o, se non ancora titolare di pensione, a quella del decesso, tanto che tale prestazione viene anche definita a “perfezionamento traslato”.
Ne consegue che il diritto sussiste per aver il superstite acquisito in via traslata il diritto già maturato dal pensionato, quale, nella fattispecie, era pacificamente il de cuius, alle condizioni amministrative, contributive e anagrafiche vigenti all’atto del suo collocamento in quiescenza, restando del tutto irrilevante nel giudizio de quo il dato relativo al possesso diretto da parte della ricorrente del requisito contributivo ed il relativo accertamento, definitivo o meno, operato in sede di merito.
Il ricorso va dunque accolto e l’impugnata sentenza cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione, che provvederà in conformità, disponendo, altresì, per l’attribuzione delle spese del presente giudizio di legittimità.
La Corte accoglie, il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione.

References: sentenza 
 Cass. 
 Art. 48
 sentenza 
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 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
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