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Timestamp: 2019-03-19 04:02:39+00:00

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AssoCounseling - La triste storia del quasi-psicologo che voleva fare il counselor
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La triste storia del quasi-psicologo che voleva fare il counselor
Premetto subito che il titolo del presente articolo parafrasa quasi del tutto quello del ben più noto La triste storia del counselor che voleva fare il terapeuta. L'epilogo: in quel di Milano nel 2009 la IX sezione del Tribunale penale ha condannato due psicologi per concorso in esercizio abusivo della professione di psicologo (artt. 110 e 348 del Codice Penale). Sì, sì, avete capito bene: due psicologi condannati in concorso per esercizio abusivo della professione di… psicologo!
Ora che vi siete ripresi dopo aver riso a crepapelle, vi spiego il perché.
Il primo psicologo viene condannato perché, al momento della contestazione del reato, non era psicologo. Il secondo perché, pur essendo psicologo al momento della contestazione, ha concorso al reato con il primo collega (ex art. 110, c.p.).
Poiché il non-psicologo all'epoca si definiva counselor, subito i veri psicologi (quelli duri e puri) hanno alzato un polverone sbandierando ai quattro venti la sentenza come una vittoria epocale contro i counselor abusivi (salvo - dopo aver capito come erano andate le cose - fare dietro front rapidamente e silenziosamente, come si conviene a chi comprende di aver fatto una gaffe).
Ma come è andata? Leggendo e rileggendo tutte le carte processuali, ecco cosa viene fuori:
All'epoca dei fatti l'imputato non aveva mai frequentato un corso di counseling strutturato, né aveva parimenti frequentato corsi che, messi insieme, in qualche modo potevano configurare una formazione in counseling (aveva effettuato dei percorsi di carattere psicoanalitico e gruppoanalitico). Dunque a ragion di logica non avrebbe dovuto definirsi counselor. Era un laureato in lettere iscritto all'Ordine dei giornalisti.
All'epoca il quasi-psicologo stava ancora frequentando la facoltà di psicologia, dove nel 2005 si sarebbe laureato e solo nel 2007 si sarebbe iscritto all'Ordine degli psicologi del Piemonte (Piemonte? Ma guarda i casi della vita… quello stesso Ordine che tanto sbraita contro i counselor...). E allora come gli è venuto in mente di mettere in piedi una situazione così contorta, ai limiti del grottesco?
La risposta a mio avviso è molto semplice, anche se non la si evince dalle carte processuali. Probabilmente lo studente di psicologia deve aver avuto l'opportunità di collaborare con il collega già psicologo. Alla domanda: Ma come faccio visto che non sono ancora psicologo gli deve essere stato risposto una cosa del tipo: Non ti preoccupare, tu dì che fai il counselor, tanto lo fanno tutti... tanto non è una professione regolamentata, tanto chiunque la può esercitare, tanto di qui, tanto di là. Questa la mia ricostruzione.
Purtroppo però accade un incidente di percorso, e i due vengono denunciati dal padre di un ragazzo che avevano in terapia. Il quasi-psicologo vedeva il figlio due volte la settimana (sic!) e lo psicologo vedeva i genitori. Insieme effettuavano delle riunioni di équipe.
Il dibattimento ha dimostrato con evidenza - così si legge nella sentenza - che il lavoro svolto dai due psico-pasticcioni non era certo di counseling, bensì un lavoro terapeutico vero e proprio.
Senza entrare nel merito delle ragioni che hanno portato all'esposto (la sentenza di condanna è pubblicata interamente e disponibile sul nostro sito nell'apposita area dedicata alle sentenze), mi preme focalizzare la vostra attenzione su due punti in particolare:
1) La sentenza è sì epocale, come hanno detto alcuni psicologi, ma per i counselor! Dalla lettura della sentenza si evince infatti come il Giudice abbia nettamente distinto i due ambiti di intervento e di come abbia valutato che le attività e gli atti compiuti dai colleghi psico-pasticcioni non configurassero affatto attività di counseling.
2) Il secondo aspetto è ancora più importante: il Giudice definendo il counseling, richiamando il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro e la sua attività di censimento, riportando in sentenza i requisiti formativi di base che noi associazioni da anni cerchiamo di divulgare, di fatto ha aggiunto un tassellino importante alla battaglia che stiamo portando avanti per il riconoscimento della professione. Di fatto adesso, anche un Tribunale della Repubblica, ha detto (anzi, sentenziato!) che il counseling esiste! E che non è certo una competenza dello psicologo…
Tornando a parafrasare il più noto articolo: Perché non si può semplicemente studiare, sostenere gli esami, iscriversi all'associazione di categoria che si preferisce e realizzare così il proprio sogno professionale di fare il counselor? Mah! Accadrà perchè siamo tutti un po' counselor...
titolo: La triste storia del quasi-psicologo che voleva fare il counselor
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References: art. 110
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