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Timestamp: 2020-07-10 16:43:57+00:00

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Art. 245 codice di procedura civile - Ordinanza di ammissione - Brocardi.it
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Articolo 245 Codice di procedura civile
Ordinanza di ammissione
Dispositivo dell'art. 245 Codice di procedura civile
Con l'ordinanza che ammette (1) la prova (2) il giudice istruttore riduce le liste dei testimoni sovrabbondanti (3) ed elimina i testimoni che non possono essere sentiti per legge [102 disp. att.] (4).
La rinuncia fatta da una parte all'audizione dei testimoni da essa indicati non ha effetto se le altre non vi aderiscono e se il giudice non vi consente (5).
(1) Si tratta di una tipica ordinanza istruttoria, non più soggetta al reclamo immediato al collegio, ma modificabile e revocabile dallo stesso giudice che l'ha pronunciata ai sensi dell'art. 177 del c.p.c., nonché dal collegio in sede di decisione della causa (art. 178 del c.p.c.).
Con l'ordinanza di ammissione della prova testimoniale è possibile per il giudice eliminare i capitoli che ritenga irrilevanti o inammissibili.
La giurisprudenza non reputa cause di inammissibilità della prova testimoniale il fatto che i testi potrebbero non ricordare le circostanze di fatto in essa dedotte né la scarsa credibilità di un fatto (avuto riguardo all'id quod plerumque accidit).
Infine, con l'ordinanza ammissiva della testimonianza chiesta dalla parte, il giudice istruttore fissa l'udienza per l'assunzione, che potrebbe avvenire nella stessa udienza in cui viene pronunciato il provvedimento qualora i testi siano eccezionalmente presenti.
(2) Per costante giurisprudenza, l'inammissibilità della prova testimoniale relativa gli atti che esigono la forma scritta ad substantiam è rilevabile d'ufficio, mentre per quelli dove essa sia richiesta ad probationem è necessaria l'istanza di parte.
Una parte della giurisprudenza, tuttavia, ritiene che i limiti di ammissibilità della prova testimoniale rientrino nella disponibilità delle parti, in quanto la relativa disciplina sarebbe dettata nel loro esclusivo interesse: esse potrebbero pertanto rinunciare a tali limiti, e comunque l'inosservanza delle relative norme non sarebbe mai rilevabile d'ufficio dal giudice, ma solo eccepibile dalle stesse parti prima che il giudice emetta l'ordinanza di ammissione o che la prova venga materialmente assunta.
(3) La riduzione delle liste sovrabbondanti rientra tra i poteri discrezionali del giudice istruttore: la sua scelta risulta pertanto insindacabile in sede di legittimità.
Tuttavia, il giudice è solito invitare le parti ad indicare quali siano i testimoni più rilevanti, per evitare di eliminare dalla lista proprio le persone che avrebbero potuto portare al processo un apporto più significativo: solo le parti, infatti, possono sapere chi siano i testi chiave, mentre il giudice ha una visione ancora parziale della vicenda, limitata a quanto riportato negli atti e nei documenti acquisiti al processo.
E' altresì usuale che il giudice fissi un limite numerico di testimoni, lasciando alla parte la decisione di quali testi citare.
(4) Attualmente, sono incapaci a testimoniare coloro che hanno nella causa un interesse che potrebbe legittimare la loro partecipazione al giudizio, ai sensi dell'art. 246 del c.p.c.. Sono invece stati dichiarati incostituzionali i limiti previsti dagli artt. 247 e 248.
(5) La rinuncia unilaterale alla prova non è sufficiente ad escluderla dal processo, in virtù del principio dell'acquisizione processuale, in base al quale l'elemento di prova, una volta introdotto nel processo, rimane definitivamente acquisito alla causa e può essere utilizzato sia dalla controparte che dal giudice. La parte che intenda opporsi alla rinuncia deve dichiararlo espressamente e assume su di sé l'onere di citazione i testimoni se la prova non è ancora stata assunta.
Spiegazione dell'art. 245 Codice di procedura civile
Con questa norma viene sancito il principio della infrazionabilità e concentrazione della prova testimoniale, principio che risulta strettamente connesso con quello delle decadenze e dei limiti temporali di cui all’art. 244 del c.p.c..
Il giudizio sulla ammissibilità e rilevanza della prova per testi costituisce atto riservato al giudice istruttore e si sostanzia nel valutare la "possibilità" (intesa come esistenza dei requisiti che la legge subordina all'esperimento del mezzo) e "utilità" (ossia il contributo che l'eventuale risultanza positiva apporterebbe al processo) di provvedere all'acquisizione del mezzo di prova (l'ammissione della prova testimoniale non può, tuttavia, essere negata sulla base di un possibile esito negativo della stessa o sulla supposta inverosimiglianza dei fatti dedotti dalla parte).
Nel giudicare dell'ammissibilità della prova testimoniale, il giudice deve anche prendere in considerazione i limiti che l’ordinamento prevede in favore della prova scritta.
E’ stato in giurisprudenza affermato che il giudice, nell'ammette la prova testimoniale, non è tenuto ad alcuna specifica motivazione, che la relativa ordinanza è revocabile e che, in ogni caso, la parte può sempre far valere in sede di impugnazione della sentenza l'eventuale irrilevanza dei capitoli ammessi (non è, infatti, possibile, impugnare direttamente l'ordinanza emessa ai sensi dell'art. 245, trattandosi di provvedimento privo di efficacia decisoria e pertanto non impugnabile nemmeno con il ricorso straordinario in Cassazione).
Non può neppure invocarsi una pretesa lesione dell’art. 6 comma 1 CEDU, al preciso scopo di censurare la valutazione sulla ammissibilità di mezzi di prova concretamente effettuata dal giudice nazionale in applicazione del regime processuale interno.
La facoltà che viene qui concessa al giudice di ridurre la lista di testimoni sovrabbondanti costituisce espressione di un suo potere discrezionale; tale scelta, tuttavia, è insindacabile in Cassazione, soprattutto se giustificata dal fatto che il giudice ha ritenuto di aver raggiunto la certezza degli elementi necessari alla decisione.
Oltre che ridurre, il giudice può anche eliminare i testimoni che non possono essere sentiti per legge.
Questo duplice potere (di riduzione e di esclusione) si pone come obiettivo quello di escludere anticipatamente le testimonianze inammissibili o quelle che risultano superflue perchè non farebbero che ripetere l'esito di altre testimonianze.
Il secondo comma della norma disciplina la rinuncia della parte all'audizione dei testi da essa stessa indicati, disponendo che tale rinuncia è priva di effetto se le altre parti non vi aderiscono e se il giudice non vi consente.
Viene così concessa libertà al giudice di sentire il teste cui la parte abbia rinunciato, allorchè lo ritenga utile ai fini della decisione.
Si è osservato in giurisprudenza che la richiesta di fissazione dell'udienza di precisazione delle conclusioni o l’adesione della controparte a tale richiesta, deve configurarsi quale ipotesi di rinuncia alle prove testimoniali richieste.
Dalla necessità che tutte le parti aderiscano alla rinuncia se ne deve dedurre la non rilevabilità d'ufficio della decadenza della prova testimoniale causata dalla mancata intimazione del teste.
Deve precisarsi che se la controparte dovesse opporsi alla rinuncia, il giudice non è per ciò solo vincolato all'assunzione del teste rinunciato.
Incombe su colui che ha dedotto la prova, l'onere di richiedere all'ufficiale giudiziario l'intimazione dei testi a comparire, secondo i modi e i tempi stabiliti (si vedano in tal senso art. 250 del c.p.c. e art. 103 delle disp. att. c.p.c.); se la parte non vi provvede, il giudice la dichiara decaduta dalla prova ex art. 104 delle disp. att. c.p.c., salvo il caso che l'altra parte dichiari di avere interesse all'audizione.
Massime relative all'art. 245 Codice di procedura civile
Cass. civ. n. 2132/2017
La parte rimasta contumace, dovendo accettare il processo nello stato in cui si trova al momento in cui si costituisce, con tutte le preclusioni e decadenze già verificatesi, non può, ove la controparte, precedentemente alla sua tardiva costituzione, abbia rinunciato all’audizione dei testimoni e tale rinuncia sia stata, seppur implicitamente, autorizzata dal giudice istruttore, successivamente chiedere l'assunzione della prova, non avendo fatto esplicita e tempestiva dichiarazione di dissenso a detta rinuncia, ex art. 245, comma 2, c.p.c..
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2132 del 27 gennaio 2017)
Cass. civ. n. 11114/2015
In tema di prova testimoniale, non si verifica rinuncia al mezzo istruttorio articolato, né, tanto meno, alla volontà di dimostrare i fatti contestati, qualora la parte, che ne abbia comunque formulato i relativi capitoli, rimetta all'apprezzamento del giudice se assumerla direttamente o avvalersi, per il proprio convincimento, anche in conformità a principi di economia processuale e di celerità procedimentale, dei verbali di un diverso giudizio tra le stesse parti, sempre che ritualmente prodotti ed offerti al contraddittorio, in cui quella medesima prova sullo specifico punto sia stata già raccolta.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 11114 del 28 maggio 2015)
Cass. civ. n. 6426/2014
La statuizione di ammissibilità della prova testimoniale, pur se contenuta in una sentenza non definitiva, ha la natura di ordinanza, limitandosi a provvedere, impregiudicata la decisione finale, in ordine all'ammissione delle prove richieste dalle parti; in quanto priva di efficacia decisoria, essa non può essere oggetto di impugnazione, segnatamente di ricorso per cassazione.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 6426 del 19 marzo 2014)
Cass. civ. n. 9551/2009
La riduzione delle liste testimoniali sovrabbondanti costituisce un potere tipicamente discrezionale del giudice di merito, non censurabile in sede di legittimità, ed esercitabile anche nel corso dell'espletamento della prova, potendo il giudice non esaurire l'esame di tutti i testi ammessi qualora, per i risultati raggiunti, ritenga superflua l'ulteriore assunzione della prova. Tale ultima valutazione non deve essere necessariamente espressa, potendo desumersi per implicito dal complesso della motivazione della sentenza.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 9551 del 22 aprile 2009)
Cass. civ. n. 24321/2008
L'ordinanza istruttoria relativa all'ammissione di una prova è provvedimento tipicamente ordinatorio, con funzione strumentale e preparatoria rispetto alla futura definizione della controversia, privo come tale di qualunque efficacia decisoria e quindi insuscettibile di impugnazione davanti al giudice superiore, e tanto meno di ricorso per cassazione.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 24321 del 30 settembre 2008)
Cass. civ. n. 6361/2000
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 6361 del 16 maggio 2000)
Cass. civ. n. 2404/2000
Anche nel processo del lavoro la riduzione delle liste testimoniali sovrabbondanti, ex art. 245 c.p.c., costituisce un potere discrezionale del giudice del merito, che può essere esercitato nel corso dell'espletamento della prova e con provvedimento che può essere dato anche per implicito, mediante sospensione degli esami testimoniali e chiusura dell'istruzione a norma dell'art. 209 c.p.c.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 2404 del 3 marzo 2000)
Cass. civ. n. 1176/1985
La mancata assunzione di prove testimoniali precedentemente ammesse e poi ritenute superate da altre risultanze probatorie non comporta alcuna nullità della sentenza, atteso che la riduzione, ex art. 245 c.p.c., delle liste testimoniali sovrabbondanti costituisce un potere discrezionale del giudice del merito (non censurabile in sede di legittimità) che può essere esercitato anche nel corso dell'espletamento della prova, come si evince dall'art. 209 dello stesso codice, e con provvedimento che può essere dato anche per implicito, mediante sospensione degli esami testimoniali e chiusura dell'istruttoria.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 1176 del 12 febbraio 1985)
Cass. civ. n. 550/1981
Qualora la parte che abbia indicato un teste richieda la fissazione dell'udienza di precisazione delle conclusioni, la stessa manifesta con tale inequivoco comportamento la sua volontà di rinunciare all'audizione del teste stesso e se la controparte aderisce alla richiesta di remissione della causa al collegio in sostanza accede alla rinuncia al teste. Tale rinuncia acquista poi efficacia per effetto del consenso del giudice implicitamente espresso con il provvedimento di chiusura dell'istruttoria e di remissione della causa in decisione, per cui compete solo al collegio, con giudizio non sindacabile in sede di legittimità, ordinare la riapertura dell'istruttoria, revocando l'ordinanza del giudice istruttore.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 550 del 24 gennaio 1981)
Cass. civ. n. 324/1980
Le ragioni di opportunità, che possono indurre il giudice a non assumere la deposizione di un determinato testimone, non possono comportare l'esclusione totale della prova testimoniale, ma, eventualmente possono solo influire sull'esercizio del potere discrezionale del giudice istruttore di ridurre le liste dei testimoni sovrabbondanti a norma dell'art. 254 c.p.c., in quanto l'incapacità a testimoniare, disciplinata dall'art. 246 c.p.c., non può essere estesa oltre l'ambito delle persone aventi nella causa un interesse che potrebbe legittimare la loro partecipazione al giudizio. (Nella specie la prova testimoniale relativa all'interpretazione di un verbale di separazione personale omologata era stata rifiutata dal giudice in base alla considerazione che non era opportuno sentire l'unico teste indicato, in quanto questi aveva assistito la parte, nella sua qualità di avvocato, nella separazione consensuale).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 324 del 14 gennaio 1980)
Cass. civ. n. 403/1979
L'esclusione di un testimone effettuata dalla parte in ossequio all'ordinanza con la quale il giudice istruttore, nell'ammettere la prova, abbia ridotto la lista dei testi sovrabbondanti, è valida anche se le altre parti non vi aderiscano, in quanto la fattispecie dell'esclusione dei testi sovrabbondanti, prevista dal primo comma dell'art. 245 c.p.c., costituisce ipotesi distinta e autonoma rispetto alla rinuncia all'audizione del teste già ammesso, disciplinata dal capoverso dell'articolo citato.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 403 del 19 gennaio 1979)
Cass. civ. n. 2389/1951
In tanto la parte può fare valere la sua facoltà di aderire o meno alla rinunzia all'audizione di uno o più testi, fatta dalla controparte, in quanto sia presente all'esame dei testimoni, così posta in condizioni di esercitare tale facoltà. Tale facoltà non può quindi competere alla parte che non sia comparsa all'udienza di trattazione in cui la rinunzia è stata fatta.
(Cassazione civile, sentenza n. 2389 del 6 agosto 1951)
relative all'articolo 245 Codice di procedura civile
Norma di riferimento: Articolo 245 Codice proc. civile - Ordinanza di ammissione | Quesito Q20125014
venerdì 24/02/2012 - Sardegna
SONO UN GIOVANE AVVOCATO.
HO NECESSITA' DI UN CONSIGLIO SULLA RINUNCIA.
MI SONO RESA CONTO CHE UN MIO TESTIMONE E' INCAPACE A TESTIMONIARE E NON SO SE PROCEDERE IO ALLA RINUNCIA O FARLO TESTIMONIARE E ASPETTARE CHE SIA IL GIUDICE O LA PARTE A ECCEPIRE LA INCAPACITA'.
A TAL PROPOSITO MI CHIEDEVO IL GIUDICE PUO' D'UFFICIO ECCEPIRE LA INCAPACITA' A TESTIMONIARE DI UN TESTE? GRAZIE MILLE.”
L'art. 246 del c.p.c. dispone che non possano essere assunte come testimoni le persone aventi nella causa un interesse che potrebbe legittimare la loro partecipazione al giudizio. Si tratta di quei soggetti terzi che, pur non essendo parti della causa, sono portatori di un interesse che li legittimerebbe alla causa stessa, facendoli diventare parte.
Mancando maggiori dettagli, si ipotizza che il quesito verta su un caso di questo genere e su questo si risponde.
La dottrina e la giurisprudenza sono divise in ordine alla natura della norma in commento. Per la prima, la norma de qua ha natura pubblicistica, e la relativa violazione, incidendo sul libero convincimento del giudice, è da questi rilevabile, indipendentemente dalla iniziativa delle parti. In giurisprudenza, invece, è pacifico che le disposizioni che limitano la capacità a testimoniare sono dettate dall'esclusivo interesse delle parti, per cui il relativo rilievo resta subordinato all'iniziativa dei soggetti interessati. La giurisprudenza, quindi, esclude che la incapacità a testimoniare sia rilevabile d'ufficio da parte del giudice, pretendendo invece una eccezione di nullità ad opera della parte interessata. Per la Suprema Corte, infatti, l'incapacità a testimoniare di cui all'art. 246 c.p.c. determina la nullità della deposizione e non può essere rilevata d'ufficio, ma deve essere eccepita dalla parte interessata a farla valere al momento dell'espletamento della prova o nella prima difesa successiva, altrimenti la nullità dell'assunzione resta definitivamente sanata ex art. 157 del c.p.c. (sul punto si veda ad esempio Cass. Civ. 2004/5550). Se, per difetto di eccezione o per rigetto della stessa, la testimonianza resti validamente acquisita al processo, non è precluso al giudice di procedere comunque alla valutazione della deposizione, in relazione all'attendibilità del testimone, tenendo conto anche della situazione potenzialmente produttiva di incapacità.

References: Articolo 245

Articolo 245
 sentenza 
 art. 250
 art. 103
 art. 104

Cass. 
 art. 245
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 sentenza 

Cass. 
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Cass. 
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Cass. 
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Cass. 
 art. 245
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Cass. 
 art. 245
 sentenza 

Cass. 
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Cass. 
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Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 Articolo 245
 art. 157
 Cass.