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Timestamp: 2020-03-31 20:24:52+00:00

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In data: 21/05/2012
La Corte di giustizia si è pronunciata in via pregiudiziale sull'interpretazione degli articoli 5, paragrafo 1, lettera c), e 6, paragrafo 1, lettera e), della direttiva 2008/7/CE, concernente le imposte indirette sulla raccolta di capitali, facendo seguito al rinvio disposto dalla Sezione Fallimentare del Tribunale di Cosenza, nell'ambito di una controversia tra la Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura (CCIAA) di Cosenza e la Fallimento Grillo Star srl.
La controversia concerneva la domanda di ammissione al passivo di un credito vantato dalla CCIAA di Cosenza relativamente al mancato pagamento da parte della Grillo Star, per l'anno 2009, del diritto annuale dovuto da ogni impresa iscritta o annotata nel registro delle imprese.
L'articolo 8, commi 1 e 2, della legge 29 dicembre 1993, n. 580 dispone che alla tenuta del registro delle imprese provvedono le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura; l'articolo 18, commi 3‑5, della stessa legge stabilisce le modalità di calcolo del diritto annuale, la cui determinazione è affidata ad un decreto del Ministro dello Sviluppo economico. Per l'anno anno oggetto procedimento principale (2009), l'importo del diritto annuale era determinato in misura fissa di 200 euro per le imprese con fatturato inferiore a 100 000 euro e, al di sopra di tale soglia, è calcolato in percentuale per scaglioni di fatturato. La CCIAA di Cosenza aveva chiesto pertanto l'ammissione al passivo del Fallimento Grillo Star di un credito pari a 200 euro, maggiorato di 113,39 euro.
Il giudice del rinvio sollevava dubbi circa la compatibilità della normativa italiana relativa alla determinazione del diritto annuale l'articolo 5, paragrafo 1, lettera c) della direttiva 2008/7/CE, in base al quale gli Stati membri non assoggettano le società di capitali ad alcuna forma di imposta indiretta per le operazioni di registrazione o qualsiasi altra formalità preliminare all'esercizio di un'attività, alla quale una società di capitali può essere soggetta a causa della sua forma giuridica. Peraltro, l'articolo 6, paragrafo 1, lettera e) della medesima direttiva, gli Stati membri possono applicare, in deroga alle disposizioni dell'articolo 5, le imposte e i diritti di carattere remunerativo.
In particolare, la Sezione Fallimentare del Tribunale di Cosenza chiedeva alla Corte di giustizia di pronunciarsi seguenti punti:
- se i criteri di determinazione del diritto annuale di cui all'articolo 18 lettera b) della legge n. 580/1993, si pongano in contrasto con la direttiva 2008/7 in quanto non può farsi rientrare nella deroga di cui all'articolo 6, paragrafo 1, lettera e) della medesima direttiva;
- se l'obbligo di pagamento del diritto annuale gravante su una società di capitali la quale non eserciti - e non abbia mai esercitato alcuna attività economica - e risulti, anzi, "inattiva" si ponga in contrasto con la direttiva;
- se la natura costitutiva della iscrizione nel registro delle imprese costituente, per l'ordinamento nazionale italiano, fatto imprescindibilmente connesso all'acquisto della personalità giuridica delle società di capitali e quindi il pagamento del connesso "diritto annuale" si ponga in contrasto con la suddetta direttiva.
Nella sentenza in oggetto la Corte di Giustizia statuisce che l'articolo 5, paragrafo 1, lettera c), della direttiva 2008/7/CE, deve essere interpretato nel senso che esso non osta a un diritto, come quello controverso nel procedimento principale, dovuto annualmente da ogni impresa per l'iscrizione nel registro delle imprese, anche se siffatta iscrizione ha un effetto costitutivo per le società di capitali e tale diritto è dovuto dalle società in parola anche relativamente al periodo di tempo in cui svolgono unicamente attività preparatorie alla gestione di un'impresa.
La Corte osserva infatti che il fatto generatore del diritto di registrazione consiste nella registrazione dell'impresa e prescinde dalla forma giuridica dell'ente titolare dell'impresa; il tributo, pertanto, grava sia sulle imprese aventi la forma di società d capitali sia su quelle con un'altra forma giuridica.
La Corte osserva inoltre che, dall'esame del fascicolo di causa risulta che la Grillo Star srl ha, per lo meno, effettuato operazioni necessarie all'avvio di un'attività alberghiera, segnatamente acquistando dei terreni, e pertanto non può, in ogni caso, essere assimilata ad una "società vuota", ossia ad una società priva di attivi e che quindi non svolge più alcuna attività.
In data: 05/04/2012
C-243/10
La sentenza ha per oggetto il ricorso presentato dalla Commissione nei confronti dell'Italia per inadempimento della decisione 2008/854/CE del 2 luglio 2008. Tale decisione, che dichiarava illegittimo e incompatibile con il mercato interno il regime d'aiuto concesso all'industria alberghiera in Sardegna (Legge regionale n. 9/1998), imponeva all'Italia di sopprimere tale regime e di recuperare gli aiuti nel termine di quattro mesi dalla notifica della decisione.
La Corte, richiamando la sua precedente giurisprudenza, ribadisce che lo Stato membro destinatario di una decisione di recupero è tenuto ad adottare ogni misura idonea ad assicurare l'esecuzione di tale decisione senza indugio e conformemente alle procedure previste dal diritto nazionale, aggiungendo che il solo mezzo di difesa che uno Stato membro può opporre al ricorso per inadempimento è quello vertente sull'impossibilità assoluta di dare correttamente esecuzione alla decisione. Tale condizione non è soddisfatta quando lo Stato membro convenuto si limita a comunicare alla Commissione le difficoltà giuridiche, politiche o pratiche per dare esecuzione alla decisione, senza intraprendere alcuna vera iniziativa presso le imprese interessate al fine di recuperare l'aiuto e senza proporre alla Commissione altre modalità di esecuzione della predetta decisione per superare tali difficoltà.
La Corte rigetta gli argomenti addotti dall'Italia per la mancata esecuzione della decisione 2008/854/CE, in particolare non ritenendo idonee né la considerazione vertente sul suo carattere generale ed astratto e sul fatto che lo Stato membro avverta la necessità di verificare la posizione individuale di ciascuna impresa interessata né la circostanza che l'importo esatto degli aiuti da recuperare in alcuni dei casi individuati sia oggetto di un confronto tra la Commissione e l'Italia. Con riferimento alla questione della sospensione da parte dei giudici nazionali degli ordini di recupero degli aiuti in questione, la Corte richiama la sua precedente giurisprudenza secondo la quale tali provvedimenti possono essere adottati con riserva che siano soddisfatte le condizioni enunciate dalla giurisprudenza e devono essere giustificati da argomenti volti a dimostrare l'invalidità della decisione. Nel caso di specie, le ordinanze di sospensione non tengono conto dell'interesse dell'Unione e non indicano le ragioni dell'invalidità della decisione della Commissione, sicché non configurano un caso di impossibilità assoluta di dare esecuzione alla decisione.
Sulla base di queste considerazioni, la Corte, dichiara l'Italia inadempiente alla decisione 2008/854 per non avere adottato entro i termini prescritti tutti i provvedimenti necessari per recuperare gli aiuti concessi e la condanna conseguentemente alle spese.
C-417/10
La Corte di giustizia si pronuncia in via pregiudiziale sulla interpretazione del diritto UE in materia di fiscalità diretta.
La domanda di pronuncia pregiudiziale è stata sollevata dalla Corte di cassazione italiana nell'ambito di un ricorso del Ministero dell'economia e dell'Agenzia delle entrate contro le decisioni della Commissione tributaria provinciale di Caserta e la Commissione tributaria regionale della Campania (l'ultima, del 14 luglio 2000) che avevano annullato degli avvisi di accertamento (ed il relativo pagamento delle somme dovute, con sanzioni e interessi) a carico della società 3M Italia SpA per una errata applicazione delle ritenute fiscali nel triennio 1989-1991.
In sede di cassazione la 3M Italia ha chiesto l'applicazione dell'articolo 3, comma 2 bis, lettera b) del decreto legge n. 40/2010, convertito, con modificazioni, nella legge n. 73/2010, in base al quale, al fine di contenere la durata dei processi tributari nei termini di durata ragionevole dei processi, previsti ai sensi della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), le controversie tributarie pendenti da oltre dieci anni, per le quali risulti soccombente l'Amministrazione finanziaria dello Stato nei primi due gradi di giudizio, possono essere estinte con il pagamento di un importo pari al 5 per cento del valore della controversia (...) e contestuale rinuncia ad ogni eventuale pretesa di equa riparazione.
La Corte di cassazione pone la questione della compatibilità della citata disposizione nazionale con il principio del contrasto all'abuso del diritto, con la disciplina in materia di aiuti di Stato, nonché, posto che essa che pone a carico del contribuente un obbligo "pressoché simbolico", con l'obbligo di reprimere le pratiche abusive e con all'articolo 4, paragrafo 3, del Trattato sull'UE (TUE) che impone agli Stati membri di adottare tutte le misure atte ad assicurare l'esecuzione degli obblighi derivanti dai Trattati e di astenersi da qualunque misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell'Unione. Inoltre, si interroga sulla compatibilità della disposizione che, a suo avviso, comporta una rinuncia pressoché integrale al recupero del credito fiscale, con i principi che governano il mercato unico.
Nella sentenza in oggetto la Corte di Giustizia - escluse sia la violazione del principio del divieto di abuso del diritto sia la qualificazione della misura come aiuto di stato - afferma che, in assenza di violazione del diritto dell'Unione, non si può ritenere che una disposizione siffatta, laddove ha come conseguenza, come qualunque altra norma che preveda l'estinzione del procedimento prima che intervenga una decisione, di impedire al giudice nazionale che si pronuncia in ultimo grado di esercitare il suo controllo di legittimità nei procedimenti di cui si tratta, conformemente al diritto dell'Unione, dopo aver adito, se del caso, la Corte ai sensi dell'articolo 267 TFUE, sia contraria all'obbligo incombente ai giudici nazionali che si pronunciano in ultimo grado di garantire, nell'ambito delle loro competenze, l'applicazione effettiva del diritto dell'Unione.
Alla luce di tali considerazioni la Corte dichiara che il diritto dell'Unione - in particolare il principio del divieto dell'abuso di diritto, l'articolo 4, paragrafo 3, TUE, le libertà garantite dal Trattato sul funzionamento dell'UE (TFUE), il principio di non discriminazione, le norme in materia di aiuti di Stato nonché l'obbligo di garantire l'applicazione effettiva del diritto dell'Unione - deve essere interpretato nel senso che non osta, in un procedimento vertente sulla fiscalità diretta, all'applicazione di una disposizione nazionale che prevede l'estinzione dei procedimenti pendenti dinanzi al giudice che si pronuncia in ultimo grado in materia tributaria, mediante pagamento di un importo pari al 5% del valore della controversia, qualora tali procedimenti traggano origine da ricorsi proposti in primo grado più di dieci anni prima della data di entrata in vigore di tale disposizione e l'amministrazione finanziaria sia rimasta soccombente nei primi due gradi di giudizio.
n.b.: L'estinzione automatica delle procedure pendenti dinanzi al giudice tributario di terzo grado è oggetto di un'altra sentenza della Corte di giustizia (C-500/10) emessa il 29 marzo 2012, e trasmessa dal Governo il 2 aprile.
C-500/10
La Corte di giustizia si pronuncia in via pregiudiziale sull'interpretazione dell'articolo 4, paragrafo 3, del Trattato sull'UE (TUE), e degli articoli 2 e 22 della sesta direttiva 77/388/CEE, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative alle imposte sulla cifra di affari - Sistema comune di imposta sul valore aggiunto: base imponibile uniforme. La domanda in via pregiudiziale è stata presentata dalla Commissione tributaria centrale, sezione di Bologna, nell'ambito di una controversia che ha contrapposto l'Ufficio IVA di Piacenza alla Belvedere Costruzioni Srl con riferimento ad una rettifica dell'imposta sul valore aggiunto (IVA) relativa all'anno 1982.
Assegnazione: VII COMMISSIONE (CULTURA, SCIENZA E ISTRUZIONE)
In data: 27/03/2012
C-135/10
La Corte si pronuncia in via pregiudiziale al fine di stabilire se la diffusione gratuita di opere a carattere musicale oggetto di protezione effettuata all'interno di studi odontoiatrici privati costituisca "comunicazione al pubblico" e sia pertanto soggetta alla corresponsione di un equo compenso in favore dei produttori fonografici.
La domanda di pronuncia pregiudiziale è stata sollevata dalla Corte d'appello di Torino nell'ambito di una controversia fra la Società Consortile Fonografici (SCF), che svolge, in Italia e all'estero, l'attività di mandataria per la gestione, la riscossione e la ripartizione dei diritti dei produttori fonografici consorziati, ed il sig. Del Corso, proprietario di uno studio dentistico privato all'interno del quale venivano diffusi, come musica di sottofondo, fonogrammi oggetti di protezione.
La SCF, ritenendo che tale diffusione costituisse "comunicazione al pubblico" ai sensi degli articoli 73 e 73 bis della legge 22 aprile 1941, n. 633, del diritto internazionale e della normativa UE, nell'esercizio della sua attività di mandataria aveva intrapreso trattative con l'Associazione Nazionale Dentisti Italiani per stipulare un accordo collettivo al fine di quantificare un equo compenso, come previsto in tal senso dai richiamati articoli 73 e 73 bis. Poiché tali trattative non avevano avuto esito positivo, il 16 giugno 2006 la SFC aveva convenuto il sig. Del Corso in giudizio dinanzi al Tribunale di Torino; quest'ultimo, con una sentenza del 20 marzo 2008, aveva rigettato la domanda della SCF, ritenendo che nella fattispecie fosse esclusa la comunicazione a scopo di lucro e che, essendo lo studio medico dentistico privato, non poteva essere assimilato ad un luogo aperto al pubblico considerato che i pazienti non costituivano un pubblico indifferenziato, ma erano singolarmente individuati, e potevano accedervi previo appuntamento e su consenso dell'odontoiatra.
Nella sentenza in oggetto la Corte di Giustizia dichiara che tale diffusione non dà diritto alla percezione di un compenso in favore dei produttori fonografici, osservando che :
- la nozione di "comunicazione al pubblico" definita dalla normativa europea in materia di diritto d'autore (direttive 92/100/CEE e 2001/29/CE) deve essere interpretata alla luce delle nozioni equivalenti contenute nella Convenzione internazionale del 1961 sulla protezione degli artisti interpreti o esecutori, dei produttori di fonogrammi e degli organismi di radiodiffusione e di altri accordi internazionali, e in modo che sia compatibile con questi ultimi, tenendo altresì conto del contesto in cui siffatte nozioni sono utilizzate e degli scopi perseguiti dalle pertinenti disposizioni convenzionali in materia di proprietà intellettuale;
- tale nozione deve essere interpretata nel senso che essa non comprende la diffusione gratuita di fonogrammi effettuata all'interno di uno studio odontoiatrico privato esercente attività economica di tipo libero-professionale, a beneficio dei clienti che vi si recano unicamente allo scopo di essere curati e che soltanto in modo fortuito e indipendentemente dalla loro volontà godono dell'accesso a taluni fonogrammi, in funzione del momento in cui arrivano allo studio, della durata della loro attesa e del
tipo di trattamento ricevuto;
- infine, richiamandosi alla nozione di "pubblico" di cui all'articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29/CE, secondo il quale essa riguarda un numero indeterminato di destinatari potenziali e comprende un numero di persone piuttosto considerevole, la Corte conclude che la clientela di un dentista è costituita da un insieme di destinatari potenziali determinato e scarsamente consistente in quanto il numero delle persone presenti simultaneamente nello studio è in genere alquanto ristretto. Inoltre, poiché i clienti si succedono, di norma essi non sono destinatari dei medesimi fonogrammi diffusi. Infine, tale diffusione non è suscettibile di incidere sugli introiti del dentista in quanto quest'ultimo non può aspettarsi un ampliamento della propria clientela o aumentare il prezzo delle cure prestate in virtù di tale diffusione.

References: sentenza 
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