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Timestamp: 2020-04-02 00:21:11+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 1983 del 25/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1983 del 25/01/2017
Cassazione civile, sez. VI, 25/01/2017, (ud. 24/11/2016, dep.25/01/2017), n. 1983
sul ricorso 16952-2015 proposto da:
M.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE G.
MAZZINI 146, presso lo studio dell’Avvocato EZIO SPAZIANI TESTA,
rappresentato e difeso dall’Avvocato VINICIO TOFI, giusta procura in
GPA TRANS SRL, in persona del legale rappresentante pro tempore,
elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIOVANNI ANTONELLI 50, presso
lo studio dell’Avvocato ALESSANDRO LEPROUX, che la rappresenta e
difende unitamente agli Avvocati ANTONIO LERICI, PAOLO SIVORI,
avverso la sentenza n. 483/2014 della CORTE D’APPELLO di GENOVA del
18/11/2014, depositata il 29/11/2014;
24/11/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONELLA PAGETTA.
Con sentenza n. 483/2013 la Corte d’appello di Genova ha confermato la sentenza di primo grado che aveva dichiarato la illegittimità del licenziamento intimato dalla società convenuta a Daniele M. e respinto la domanda del lavoratore intesa al pagamento di somme a titolo di differenze retributive per prestazione di lavoro straordinario.
Quest’ultima statuizione, l’unica ancora rilevante, è stata fondata sulle seguenti considerazioni: i dischi cronotachigrafi prodotti dal M., dipendente della società GRA Trans di Biscaglia &amp; C. s.a.s., erano stati contestati da entrambe le parti come non conformi ai fatti e pertanto non potevano costituire valido riferimento per l’accertamento dell’orario di lavoro e quindi dell’eventuale straordinario asseritamente prestato; i testi avevano riferito e comunque era pacifico che il M. era affiancato da un altro autista con il quale si alternava alla guida; i periodi trascorsi dall’autista a fianco del conducente o in una cuccetta durante la marcia del veicolo sono esclusi, ai sensi del D.Lgs. n. 234 del 2007, art. 3, lett. b, n. 2 dall’orario di lavoro; i testi non erano stati sufficientemente precisi nell’indicare gli effettivi orari di lavoro specie avuto riguardo ai tempi trascorsi nell’effettuazione delle operazioni di carico e scarico e nel disbrigo delle pratiche doganali, il M. medesimo aveva dedotto che le ore di straordinario effettuate andavano individuate sulla base delle schede di viaggio versate in atti, tenendo conto non solo delle ore di guida ma anche delle operazioni di consegna merce svolte durante il tragitto risultanti dalle stesse schede; al ctu, sulla base di tali dati, era stato formulato un quesito, chiedendo di tener conto delle risultanze delle schede prodotte e considerando in 15 minuti il tempo necessario per le operazioni di carico e scarico intermedie, al fine di imputare – in assenza di più precise indicazioni- il relativo orario al M. nella misura del 50%; il consulente aveva così accertato che a parte un solo mese il M. non aveva effettuato prestazioni di lavoro straordinario nella misura di otto ore; in relazione al maggior orario osservato nulla comunque era dovuto in quanto il compenso forfettario corrisposto, quale risultante dalle buste paga, era superiore a quanto sarebbe spettato al lavoratore; la ctu non era stata contestata dal M. il quale aveva solo osservato che si sarebbe dovuto tenere conto, oltre che delle schede di viaggio anche delle deposizioni testimoniali, le quali, tuttavia, come anche ritenuto dal primo giudice, risultavano troppo generiche per fondare la pretesa azionata.
Per la cassazione della decisione ha proposto ricorso il lavoratore sulla base di quattro motivi. La società ha depositato tempestivo controricorso.
Con il primo motivo si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, l’omesso esame della situazione giudiziale di illegalità diffusa connotante l’attività della società datrice con particolare riferimento alla condotta datoriale, intesa sistematicamente a fari risultare che gli autisti fossero a riposo quando invece si trovavano alla guida del camion, all’imposizione dei viaggi cd. “arriva e parti”, alla prassi di alterazione del disco cronotachigrafo, ed alla circostanza della esistenza di un procedimento penale a carico del legale rappresentante della GPA imputato del delitto di cui all’art. 81 c.p., comma 2 e art. 629 c.p. per avere costretto i dipendenti, mediante minaccia di licenziamento a condizioni di lavoro illegittime, imponendo di viaggiare oltre i limiti temporali di legge.
Con il secondo motivo si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, la manifesta incoerenza ed illogicità della motivazione con riferimento all’assunto della regolare alternanza di periodi di guida e di riposo, ritenuta dal giudice di appello “in assenza di più precise indicazioni”, laddove, si assume, tali indicazioni ben potevano essere tratte sulla base di una più corretta lettura delle deposizioni testimoniali.
Con il terzo motivo si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 l’omesso esame delle mansioni svolte con particolare riferimento ad ulteriori incombenti della prestazione lavorativa (manutenzione ordinaria e straordinaria del mezzo, attività amministrative ecc.) che si asseriscono previste dal contratto collettivo e confermate dai testi escussi.
Con il quarto motivo si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, l’inidoneità del quesito formulato al consulente d’ufficio, inidoneo ad accertare l’effettivo orario di lavoro prestato, non risultando dalle emergenze istruttorie nè la regolare alternanza dei periodi di guida e di quelli di riposo nè la considerazione dell’espletamento delle ulteriori attività prescritte dal contratto collettivo, nè gli effettivi tempi di carico e scarico quali emergenti dalla prova espletata.
I motivi di ricorso, in adesione alla proposta formulata dal Consigliere relatore, vanno dichiarati inammissibili in quanto non articolati con modalità coerenti all’attuale configurazione del vizio di motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, applicabile ratione temporis in ragione della data di pubblicazione – il 29.11.2014 – della sentenza impugnata.
Le Sezioni unite di questa Corte hanno chiarito che “la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione”. (Cass. ss.uu. n. 8053 del 2014) In particolare è stato precisato che il controllo previsto dall’art. 360 c.p.c., nuovo n. 5 concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza (rilevanza del dato testuale) o dagli atti processuali (rilevanza anche del dato extratestuale), che abbia costituito oggetto di discussione e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia). In conseguenza la parte ricorrente sarà tenuta ad indicare, nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), – il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale (emergente dalla sentenza) o extratestuale (emergente dagli atti processuali), da cui ne risulti l’esistenza, il come e il quando (nel quadro processuale).
Alla luce della giurisprudenza richiamata i motivi in esame risultano inidonei alla valida censura della decisione. In primo luogo, in violazione del disposto dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 parte ricorrente trascura di indicare il dato – extratestuale rispetto alla sentenza – dal quale risultano le circostanze delle quali lamenta la omessa considerazione. A tal fine non è sufficiente, ove effettuato, il richiamo al contenuto di specifiche deposizioni testimoniali peraltro non riportate neppure in maniera completa, atteso che in tal modo la censura investe non l’omessa considerazione di uno specifico fatto, nel senso precisato dalle sezioni unite sopra richiamate, ma la valutazione del complesso delle emergenze probatorie, del cui esame peraltro la Corte di merito dà atto espressamente, attività esclusiva del giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità.
Come ripetutamente chiarito da questa Corte, infatti, nel vigore del testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, anteriore a quello attuale, la denuncia del vizio di motivazione non conferisce al giudice di legittimità il potere di riesaminare autonomamente il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio bensì soltanto quello di controllare, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico – formale, le argomentazioni svolte dal giudice di merito al quale spetta in via esclusiva il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, controllarne l’attendibilità e concludenza nonchè scegliere tra le complessive risultanze del processo quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (tra le altre, v. Cass. n. 18119 del 2008, n.5489 del 2007, n. 20455 del 2006, n. 20322 del 2005, n. 2537 del 2004).
Infine è da evidenziare che secondo l’insegnamento di questa Corte il mancato esame da parte del giudice del merito di elementi contrastanti con quelli posti a fondamento della decisione adottata non integra di per sè un vizio di omessa o insufficiente motivazione, occorrendo che la risultanza processuale attenga a circostanze che, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità avrebbero potuto indurre ad una decisione diversa da quella adottata. (v. ex plurimis Cass. n. 11853 del 1997). Delle circostanze evocate da parte ricorrente non emerge in alcun modo quel carattere di decisività nel senso ora precisato.
In base alle considerazioni che precedono il ricorso deve essere, quindi, dichiarato inammissibile. Le spese sono regolate secondo soccombenza.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio che liquida in Euro 3.645,00 per compensi professionali, Euro 100,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15%, oltre accessori di legge.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 3
 art. 629
 sentenza 
 art. 54
 sentenza 
 sentenza 
 art. 369
 sentenza 
 Cass. 
 Cass.