Source: https://www.dig-it.it/2016/06/la-volta-del-giornalismo-digitale/
Timestamp: 2020-01-24 10:49:27+00:00

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La prima volta del giornalismo digitale - Digit
” digit anno primo parola d’ordine << caos creativo >> dice Paolo Ciampi, non è un convegno, non è un classico appuntamento di dibattito e/o discussione, si tratta del primo incontro il nostro, di questo genere, finora in Italia niente di tutto questo è mai stato fatto. Qui proviamo a parlare solo di giornalismo digitale. E’ anche una sfida in un momento in cui si parla più di crisi del giornalismo. Noi vorremmo parlare di rinascimento digitale grazie anche all’informazione “.
4 luglio 2012 primo panel Pino Rea introduce e modera, partecipano : Carlo Felice Dalla Pasqua, Giusella Finocchiaro, Mario Tedeschini Lalli, Carlo Sorrentino, Massimo Mantellini, Luca Conti, Guido Scorza
Pino Rea: il panel prende avvio da questo episodio che raccontiamo proprio oggi su Lsdi: la tua macchina fotografica è troppo piccola e per questo non puoi essere una giornalista. Massimo Mantellini tu che sei un blogger e un grande osservatore della rete e del giornalismo cosa ti suggerisce questo episodio?
Massimo Mantellini: Gli States sono forse il paese più avanti nello sforzo d’integrazione e quindi c’è una situazione a macchia di leopardo ovunque anche negli States, in Italia la situazione è analoga. Il percorso è iniziato 10 anni fa e non è ancora completato, forse da noi siamo un pochino più indietro. Ancora per anni ci troveremo in situazioni del genere. Competenze non ovvie e non di tutti. Vanno allargate il più possibile.
Pino Rea: professor Sorrentino dal vostro osservatorio accademico si vede che i cambiamenti nel giornalismo stanno prendendo direzioni mature o ancora c’è la difficoltà di trovare un modello aziendale vincente pone l’editoria classica a considerare meno il giornalismo digitale?
Carlo Sorrentino: qualche giorno fa ho assistito ad un incontro pubblico con uno dei più grandi epidemiologi del mondo e profeta della medicina predittiva all’università di Firenze. Lui parlava dell’esigenza di confrontarsi con il citizen scientist che può collaborare con gli scienziati per individuare quali sono le cure mediche più adeguate per curare non la malattia ma quel particolare malato. L’invenzione di un nuovo ambiente di vita. Così come stiamo inventanto un nuovo ambiente dell’informazione. Siamo difronte ad un cambiamento epocale. Ridefinizione non soltanto di cosa è il giornalismo e chi è il giornalista, ma travolge le caratteristiche dell’informazione. Partiamo dal concetto di notizia. Quello che è finito è proprio questo. Usiamo la metafora classica la notizia è quando l’uomo morde il cane, o meglio ancora, come diceva un grande giornalista statunitense, al giorno d’oggi, c’è bisogno anche che l’uomo sia malato di aids e il cane appartenga ad un personaggio famoso. Bisogna estremizzare il concetto di notizia.
L’idea di notizia è un’idea che forse andava bene per una visione positivistica, e che è ancora in voga nel giornalismo mainstream. Il giornalismo si è sempre fatto allo stesso modo. Non è mai stato vero, per me, e ora non lo è ancora di più. Quello che è profondamente cambiato in epoca digitale è che sono stati fortemente ridefiniti i tre vertici della negoziazione giornalistica: le fonti, l’intermediario giornalistico e il destinatario.
Il web ha profondamente messo in discussione questi tre punti, nessuno più fa il suo mestiere, ognuno è in grado di ricostruire mediazione e intermediazione.
1) retorica della trasparenza: i fatti sono lì e chiunque li può descrivere e andare a cogliere con gli strumenti digitali. Ammodernamento del concetto dei fatti parlano da soli. Dentro questa retorica si muove la maggior parte degli editori che distingue sempre meno la raccolta professionale dalla raccolta casuale dei fatti, perde valore il mestiere giornalistico.
Equivoca il senso del giornalismo. Il giornalismo per come la vedo io è: articolata complessa sofisticata capacità di costruzione di pacchetti informativi atti a ridefinire la realtà.
2) retorica della valutazione: visto che i fatti sono lì facilmente raccoglibili il lavoro professionale sta nella capacità di valutarli. Costruzione dei punti di vista predefiniti, rivisitazione in chiave terzo millennio della metafora di Missiroli : i fatti sono noti. Ricordiamo Enzo Forcella e i 1500 lettori. Il prevalere di un giornalismo fortemente connotato, fortemente valutativo non certo e non solo in Italia dove è sin troppo evidente, ma anche nel resto del mondo.
3) giornalismo che sia in grado di capire che quello che ci troviamo davanti è una grandissima capacità di immettere informazioni davanti ad una grande capacità di realizzare conversazioni. Se riesco ad acquisire moltissimi dati da parte dei pazienti o di persone competenti e molto circoscritti io scienziato sono in grado meglio e più di prima in questa stratificata densità informativa di dare un senso a questi dati.
Bisogna ritornare a dare valore al lavoro giornalistico e cercare di riconoscere che il grande addensamento di dati e informazioni non produce trasparenza e/o l’esigenza valutativa, ma un processo che dovrebbe produrre il giornalismo “comprendente”. Un giornalismo dovrebbe comprendere con quale logica quelle informazioni sono messe assieme. Comprendere i processi di costruzione della notizia.
Sempre più c’è bisogno di qualcuno che ridia senso al processo e valore alla notizia. Questa strada richiede una grande riflessione da parte dei giornalisti e da parte degli editori. Una seria attività formativa. Non è un nuovo strumento ma un nuovo ambiente comunicativo.
Pino Rea domanda a Mario Tedeschini: come vedi l’atteggiamento e la posizione dei grandi editori? La Fieg sebbene invitata non ha voluto prendere parte al nostro convegno mentre gli editori online di Anso sì e in gran numero.
Mario Tedeschini Lalli: io lavoro per un grande editore ma vorrei scindere questo dalla mia attività di blogger e come docente di giornalismo all’università. Non ci sono buoni esempi fra gli editori in italia. Ci troviamo in uno stato di deficit culturale profondo. Dal punto di vista degli editori c’è il problema irrisolto del modello di business. Vanno promossi gli hub informativi per realizzare una democrazia avanzata orizzontale. Manca però un modo per realizzare profitti. Le strutture che conosciamo oggi non sono più compatibili quindi per gli editori è un problema oggettivo continuare a vivere. Io ho un lavoro da contrattualizzato e sono un privilegiato. Tutti noi abbiamo un problema oggettivo di conservazione. Forse complicato dalla nostra stessa struttura portante su cui si fonda la nostra professione, almeno in Italia.
Unica definizione giuridica del giornalismo l’ha data la sentenza della Cassazione del 20 febbraio del 1995 : << per attività giornalistica deve intendersi la prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta al commento e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione. Il giornalista si pone pertanto come mediatore intellettuale tra il fatto e la diffusione delle conoscenza di esso >>.
Oggi le cose non stanno più così!
Pino Rea: chiedo a Carlo Felice se ci sono dei segnali di modifica della cultura di base del giornalismo praticato?
Carlo Felice Dalla Pasqua: non posso dare una risposta limitata alla testata nella quale lavoro visto il fenomeno in corso e visto la ridondanza mondiale del fenomeno. E’ ingiusto rimproverare i colleghi di non essersi adattati, per 100 anni ci sono state pochissime trasformazioni e in 10 è successo di tutto e fra 5 o 10 anni questo sarà già archeologia. 2 concetti di giornalismo, uno superato quello della negoziazione lineare fra fonti giornalistiche e pubblico e l’altro che prevede la mancanza di riferimenti dove anche la figura stessa del giornalista viene meno. In Italia conservazione più lunga perché le norme sono più ferree. Altrove nel mondo giornalista è chi compie atti di giornalismo. Oggi il giornalismo è molto più liquido e la nostra professione ben presto non esisterà più così come la pensiamo e la immaginiamo e il giornalista non avrà un confine definito e farà cose molto diverse. Non è la terminologia che definisce ma le cose che facciamo. L’aspetto economico è altrettanto importante, la notizia non è qualcosa di economicamente sfruttabile ma una sorta di commodity e quindi cosa è che da valore al giornalismo – quanto viene duplicata sui motori di ricerca la singola notizia – cosa da valore a quello che compare sotto un marchio di fabbrica? Da dove ricavo la sopravvivenza economica per il lavoro che svolgo.
Dobbiamo allontanarci dal concetto di giornalismo come racconto in tempo reale. Più comodo per noi ma non è detto che sia quello che interessa più al pubblico.
Pino Rea: chiediamo all’avvocato Finocchiaro anche la giurisprudenza è in ritardo a comprendere il mondo della rete?
Giusella Finocchiaro: non sono una giornalista. Si è vero che siamo nell’epoca dei citizen esperti, ma c’è forse una differenza fra il livello della mera informazione e la vera professionalità che si basa sulla reale conoscenza approfondita di una specifica materia. Vale per tutti i campi. Il diritto è davanti ad uno scenario nuovo in cui è cambiato l’ambiente siamo ad un livello comunicativo plurimo in cui diverse sono le articolazioni. Servono nuove risposte per rendere efficaci i vecchi diritti nei nuovi ambienti. Spazio pubblico e spazio privato. Vita pubblica e vita privata. Facebook è privato o pubblico. Foto sui social sono pubbliche o private? In tutto questo è entrato improvvisamente come termine di paragone il tempo. C’è stata questa importante sentenza della Cassazione dell’aprile 2012 su archivi e diritto all’oblio che riguarda la contestualizzazione nel tempo dell’informazione. Scenario che cambia.
Pino Rea: Che cosa pensa Mantellini del modo in cui blog e tutto il lavoro giornalistico online si sta spostando verso i social network; c’è evoluzione fra questo mondo e il giornalismo tradizionale?
Massimo Mantellini: Un problema che riguarda i lettori non sono i luoghi della rete che hanno una propria dignità, anni fa si usavano i blog e dentro ci finiva un poco di tutto, e non a caso molti blog sono stati aperti dai giornalisti. Chi è che filtra cosa? Questo è il tema. Poi i lettori decidono quale reputazione e quale dignità dare a quel contenuto o a colui che lo diffonde. C’è una specie di spostamento di un potere di scelta ora molto sbilanciato da quelli che scelgono i contenuti. Dentro questi strumenti c’è molto giornalismo. Quando le informazioni scelte le leggo sul profilo social di una persona che apprezzo e stimo hanno lo stesso valore che se fossero scritte in un giornale. Il lavoro giornalistico continua ad avere grande centralità anche nel mondo digitale. Pensiamo agli aggregatori attraverso i feed rss ci hanno entusiasmato ma sono serviti poco e per pochi. Il grande pubblico continuerà ad andare nei luoghi dove l’informazione è organizzata. Cambia il tipo di lavoro da svolgere ma il giornalismo non morirà. Bisogna fare molta attenzione ad agire con troppa velocità. E’ prevalente la necessità di dare la notizia il più presto possibile invece di controllare e verificare la notizia stessa. Il giornalismo professionale dovrebbe distinguersi proprio emancipandosi da questa corsa allo scoop.
Pino Rea: è un aspetto che crea problemi grossi anche a livello professionale ricordo mia esperienza all’Ansaè difficile talvolta impossibile dare la notizia per primo ma anche darla con la necessaria esattezza. Io, che ora sono in pensione, talvolta me lo sogno ancora la notte. Aumenta la responsabilità dei professionisti dell’informazione. Dovrebbe aumentare anche la coscienza del cittadino che fa informazione. Certo è difficile se i professionisti sono i primi a sbagliare sapendo di farlo.
Giusella Finocchiaro: dal punto di vista giuridico le responsabilità del giornalista stanno nei codici deontologici dal punto di vista dei citizen bisogna addentrarsi nel diritto, ad esempio si sta provando da tempo ad assimilare i blog e i social alle testate giornalistiche ma per ora non è successo. Per fortuna, a mio avviso, non ha avuto esito, ci si focalizzava solo su una parte degli scenari plausibili. Chiunque fa informazione ogni cittadino blog e social; ma costui ha la stessa capacità organizzativa ed economica dell’impresa giornalistica, evidentemente no! Non siamo nel far west del web siamo in un ambiente in cui vivono gli stessi principi e le stesse leggi del mondo analogico, quindi diffamazione e falsità saranno sanzionati secondo la legge.
Pino Rea: nella tua esperienza Mario si avverte che la collaborazione fra citizen e giornalismo stia creando valore aggiunto per l’editoria?
Mario Tedeschini Lalli: domanda da editore, ma io non mi sottraggo. Credo che le testate online, sia che le usino i citizen o no, i citizen ci sono già, il 90% delle informazioni dei giornali sono fungibili e ridistribuibili dai cittadini perché non esclusive. Io ho sempre detto che non ci troviamo difronte a nuovi media, ma a un universo digitale che comprende anche il vecchio e per navigare questo universo servono nuove regole e non è compito dei giuristi e dei magistrati. C’è una scelta politica da fare. Andrebbe abolita la legge del 1948 sulla libertà di stampa. La giusta difesa dei blogger che non vogliono sottostare alla legge del 1948 presuppone un cambiamento completo. Dobbiamo dimenticarci di questa legge almeno mentalmente.
Giusella Finocchiaro: condivido le conclusioni, ma non sono d’accordo sulla necessità di nuove norme. Sono sfiduciata dal legislatore e ho invece ancora piena fiducia nella giurisprudenza. Aboliamo la legge sulla stampa e diamo piena fiducia all’art 21 della nostra Costituzione sulla libertà di espressione che va ancora benissimo. Credo nella possibilità di articolare leggi vecchie e buone rispetto al nuovo mondo. Alcuni comuni e alcune regioni hanno esercitato nei loro statuti il loro diritto di promulgare norme che diano libero accesso a internet. Dal punto di vista della tecnica giuridica di questo non c’è bisogno perché lo dice già la Costituzione. Può essere una funzione politica e dichiarativa per i comuni e altri ma non serve. La sentenza della Cassazione dell’aprile scorso, quella sì che è importante. Per la prima volta la suprema Corte si pronuncia su questo tema; e lo fa sapendo di muovere i primi passi, la decisione lascia soluzioni aperte. Un politico nel ’93 viene indagato per corruzione. Al processo viene assolto e prosciolto. In anni successivi sul motore di ricerca trova tracce dell’indagine in cui è stato coinvolto ma non della sentanza di assoluzione. Agisce sul tribunale e tutti respingono le sue doglianze. Per i giudici vale il diritto di cronaca. Il politico chiedeva che la notizia fosse oscurata. Diritto all’oblio. La Cassazione dice: certamente la notizia è stata pubblicata correttamente ma oggi quella verità va completata con un altra informazione e bisogna contestualizzare la notizia. In quale modo non lo sappiamo. Non si tratta di diritto all’oblio ma di contestualizzazione. Non vanno riscritti gli archivi storici ma vanno completate le informazioni in nostro possesso. Una verità parziale non è una verità. Si tratta di una sentenza interessante perché non si basa sulla privacy e sulla protezione ai dati personali. Questa sentenza è basata sul diritto all’identità personale, una norma degli anni ’60. La mia identità è anche quella digitale e quindi deve essere aggiornabile. Come si fa a contestualizzare? Non va fatto per qualunque informazione e in modo automatico. Certamente non va fatto per le opinioni. Bisogna agire solo su fatti certi supportati da un dato incontrovertibile. Questa sentenza avvia un’epoca. Bisogna che si abbia volontà adesso per aprire un confronto per renderla operativa in concreto. La contestualizzazione dell’identità che afferma la Cassazione va vista con grande attenzione e prudenza e con riferimento ai quei fatti che sono raccontati. Dopo tutti i processi abbiamo una sentenza assolutoria (fatto ufficiale) non un’opinione o una richiesta di correzione dell’informazione perché non gradita. Questo diritto si esercita, a mio parere, sempre in qualunque momento dopo l’assoluzione. L’accento va dato al fatto nuovo che interviene a cambiare l’informazione. Non è questo il caso del diritto all’oblio.
Pino Rea: Guido Scorza che cosa ne pensa?
Guido Scorza: obbiettivamente l’informazione che viene pubblicata in rete in rete deve restare a condizione che vi sia un interesse pubblico. Dovremo riscoprire tutti quanti il valore della deontologia e della professionalità del giornalista. Ne il legislatore ne il diritto devono agire in supplenza. Deve essere nobile e alto il lavoro del giornalista. Quello che non mi piace è che si pensi che l’informazione possa avere un tempo e la scadenza di questo tempo autorizzi a rimuovere le notizie. La sentenza della Cassazione è utile e la contestualizzazione è sacrosanta ma a chi toccherà decidere chi deve essere a contestualizzare e come? Il compito di procedere a chi spetta? Dopo che l’editore o il blogger si è occupato del caso ho assunto un compito a tempo indeterminato di occuparmi sempre di quel caso? Non direi, la misura massima deve essere: se te lo chiedo devi farlo ma non ti posso obbligare a fare un altra inchiesta sul caso. I non professionisti non lo potranno fare, gli editori si. E’ una giusta via di mezzo considerando sempre come causa di partenza l’esame della deontologia del giornalista.
Nicola Novelli: mi pare che il problema nuovo che il diritto si trova ad affrontare oggi. Con lo svilupparsi della cultura digitale l’identità digitale sembra sovrapporsi a quella reale. Gestire questa diventa complesso e quell’identità è solo una piccola parte di un complesso di cose?
Giusella Finocchiaro: prendiamo ad esempio la gestione della reputazione su tripadvisor per il proprietario di un albergo o ristorante. La reputazione è più fragile ma più facilmente gestibile e porta con se una valenza economica precisa. Una reputazione che assume nuovi e diversi connotati. Non abbiamo solo una identità ma ne abbiamo tante.
Pino Rea: Luca Conti secondo te a che punto è questo processo ideale di rapporto fra giornalismo professionale e cittadini?
Luca Conti: l’archivio del mio blog parte dal 2002 e notavo come di fatto 9 anni fa non c’erano testate giornalistiche che avessero dei blog e non c’era twitter, o altri strumenti come storify o social e piattaforme come Youtube, oggi gli strumenti ci sono e la strada per colmare la distanza fra noi e il giornalismo anglosassone è grande ma è stata intrapresa. I giornalisti italiani sono quasi tutti su twitter e le grandi testate non fanno altro che aprire blog e portare blogger autorevoli dentro le testate stesse. Quindi vedo un percorso intrapreso e in corso di realizzazione. Anni fa erano i blogger che sottoponevano contenuti alle testate mainstream ora le grandi testate stanno organizzandosi per riuscire a far arrivare sulle proprie pagine i contributi dei citizen. 10 anni fa nessuno pensava potessimo arrivare a questo livello. La distanza si è ridotta il margine c’è ma può essere ridotto ancora. Non dobbiamo far altro che inserirci sulla strada che all’estero stanno già battendo, dobbiamo copiarli e localizzare buone pratiche che vediamo nel mondo e non solo nel mondo anglosassone.
Di seguito il filmato integrale del panel, buona visione 😉
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