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Timestamp: 2017-06-24 02:01:01+00:00

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Cap.5.3 Cicloni di plasma e cicloni di roccia. » Renato Palmieri
Cap.5.3 Cicloni di plasma e cicloni di roccia.	Capitolo 5.3 Cicloni di plasma e cicloni di roccia.
a) Il vento solare
§ 10. Che la fisica contemporanea non sia scienza nel senso vero del termine, perché non è nemmeno fisica, lo abbiamo continuamente sottolineato in tutto il nostro discorso, ma lo ribadiamo qui con l’osservazione della sua duplice incapacità di uscire dalla mera descrizione dei fenomeni e di stabilirne una logica correlazione tra campi diversi, anche là dove gli strumenti tecnicamente avanzatissimi di cui dispone gliela mettono sotto gli occhi. Richiamiamo ai lettori lo scherzo giocato a Van Allen dal campo magnetico di Giove, da noi raccontato nella sez.I e confermato nel presente capitolo nel modo più lampante possibile. Eppure, se si va a consultare la voce “Vento solare ed eliosfera” di Bruno Coppi nel Supplemento della succitata Enciclopedia del Novecento (vol.VIII), s’incontra il disegno che riportiamo in fig.17-3, dal quale si evincono entrambe le caratteristiche che abbiamo riferite alla fisica odierna.
Fig.17-3
Leggiamone nel testo la descrizione, come appunto dicevamo, cioè un’esposizione priva di ogni motivazione di causa fisica:
“La propagazione delle particelle solari energetiche nel mezzo interplanetario è influenzata notevolmente dall’esistenza delle cosiddette ‘regioni co-rotanti di interazione’ (CIR). Queste regioni sono ricorrenti e sono caratterizzate da intensità del campo magnetico relativamente alte, sono limitate ben chiaramente da discontinuità della velocità del vento solare che incominciano a svilupparsi al di là di 1,5 UA e sono frequentemente accompagnate da onde d’urto ai confini oltre 2,5 UA. Queste strutture si producono quando correnti ad alta velocità del vento solare sorpassano correnti a bassa velocità. Se le sorgenti delle correnti sono stazionarie nel tempo e associate a buche coronali diverse, queste regioni appaiono come strutture interplanetarie discrete e vaste, co-rotanti col Sole, come mostrato nella figura.”
Nella didascalia della stessa figura si legge:
“Le linee scure a spirale rappresentano due regioni di correnti, dovute al vento solare emesso dalle buche coronali. La cavità che si trova tra di esse può formare un condotto per gli elettroni provenienti dal Sole e, forse, anche da Giove, che percorrono le linee del campo magnetico interplanetario fino alla Terra, dove sembra che abbiano degli effetti sulla magnetosfera.”
Passiamo a commentare questo testo con relativo disegno, dandogli la precisione e la definizione di natura fisica che gli mancano completamente. Si confronti la fig.17-3 in particolare con la fig.16. Le “linee scure a spirale” della didascalia corrispondono a due delle nostre bande spirali di fig.16, per esempio alla nera e alla verde, supposte come partenti dal Sole rappresentato in questo caso dal cerchio rosso (l’ “occhio” del ciclone gravitazionale è, ovviamente, al centro del Sole ed è per noi irraggiungibile). La prima differenza già abissale è che le nostre non sono disegnate col pennarello in rapporto alle registrazioni empiriche del vento solare, ma sono state tracciate matematicamente da Olopoiema come risultato dell’addensamento equatoriale dei fronti d’onda della propagazione unigravitazionale eccentrica. Sappiamo perciò che esse sono quelle stesse “lingue” magneto-gravitazionali che, se mettiamo Giove al posto del Sole, fecero dannare Van Allen col suo Pioneer 10 e che dimostrano l’anzidetta incapacità di correlazione degli scienziati odierni messi di fronte a fenomeni solo distanti nel tempo e nell’ambito di osservazione.
Tipica dell’altra incapacità, quella di dare spiegazioni di causa, è la frase del testo:
“Queste strutture si producono quando correnti ad alta velocità del vento solare sorpassano correnti a bassa velocità”.
Come se le diverse velocità delle correnti fossero la causa delle strutture e non, invece, l’effetto delle stesse, cioè dell’ alternarsi di “lingue” e “cavità” del campo magnetico interplanetario, esattamente come lo configura la fisica unigravitazionale.
§ 11.Ma vediamo come la descrizione criptica del testo dell’Enciclopedia trova completa spiegazione solo nella nostra visione fisica. Le bande spirali di fig.16 sono disegnate come se avessero la loro sorgente in altrettante “buche coronali” del Sole, per usare l’espressione del testo, ovvero focolai di particolare attività solare che ne “bucano” la corona. Supponiamo di aumentare il numero delle buche e delle conseguenti “lingue”. Constateremo subito che le bande si addossano l’una all’altra in vicinanza del Sole, ma si divaricano sempre più tra loro con l’aumento della distanza dal Sole, che misuriamo in UA (l’Unità Astronomica è la distanza media tra Terra e Sole, di circa 150 milioni di chilometri). Esse diventano quindi separabili (in base alle discontinuità della velocità del vento solare) solo al di là di 1,5 UA e, essendo co-rotanti col Sole, si aprono a ventaglio oltre 2,5 UA, formando così “strutture interplanetarie discrete e vaste” e creando sui propri confini esterni (la convessità dei bracci di spirale) delle “onde d’urto” durante la rotazione. S’è fatta luce piena in una stanza buia: quella della fisica accademica.
b) Macchie e protuberanze solari. L’arcobaleno.
§ 12. Se trasferiamo il fenomeno ciclonico sulla materia incandescente della superficie solare, capiremo la causa delle “macchie solari”, che sono dei vortici gravitazionali del tutto analoghi ai cicloni della nostra atmosfera, alla Grande Macchia Rossa di Giove e agli immensi cicloni formati dalle stelle di una galassia.
Occorrerà rileggere il nostro saggio del 1972, riprodotto in sez.4, Magnetismo e terremoti, per rendersi conto del fatto che l’inversione di polarità magnetica delle macchie solari da un ciclo all’altro corrisponde esattamente al fenomeno della stratificazione delle rocce terrestri a polarità invertita, che la cecità della fisica corrente attribuisce a una generale inversione del campo magnetico terrestre, invece che a un progressivo accomodamento magnetico da strato a strato, come si chiarisce in quel saggio. Tale raccordo avviene con ciclica regolarità in una materia fluida come quella solare, mentre comporta continui scossoni – i terremoti, appunto – nella materia solidificata delle crosta terrestre.
Diremo dunque che le macchie solari sono la sismicità del Sole, mentre le “protuberanze” ne rappresentano il vulcanesimo, che è la manifestazione esplosiva superficiale degli scontri interni provocati da quell’accomodamento magnetico tra strati di sedimentazione che è la sismicità.
Ma è di estremo interesse rilevare che l’effetto ciclonico di cui stiamo parlando si palesa anche nelle cosiddette “protuberanze ad anello”, dove la materia proiettata viene nella parte visibile reingoiata dal Sole in un vortice del tutto identico alla propagazione unigravitazionale eccentrica. Eccone la descrizione che ne fa la EST (Enciclopedia della Scienza e della Tecnica, Mondadori) alla voce “Sole” e le relative immagini in fig.17-4:
“La caratteristica che distingue le protuberanze ad anello è la presenza di un piccolo nucleo di materia, con diametro intorno ai 5000 km, in un dato punto situato al di sopra della superficie solare. Da questo nucleo apparentemente inesauribile la materia sgorga incessantemente verso la cromosfera percorrendo uno o due archi di cerchio ben definiti, la cui parte inferiore può essere tagliata fuori dalla cromosfera. Il fenomeno può essere unico, oppure più nuclei possono dare origine a parecchi anelli la cui materia scorre verso la stessa regione della cromosfera, dando l’impressione di una molla a spirale con le spire legate assieme verso il basso.”
Fig.17-4
Migliore descrizione non si poteva dare del nostro campo unigravitazionale, in una vista tridimensionale: tanto più impressionante, in quanto separata dalla teorizzazione generale che ne diamo noi. Ma improvvisamente e in modo impensabile il testo e la figura precedenti ci offrono la soluzione di un altro mistero, naturalmente solo alla luce della nostra fisica. L’espressione:
“uno o due archi di cerchio ben definiti, la cui parte inferiore può essere tagliata fuori dalla cromosfera”,
con la sola sostituzione della superficie terrestre a quella solare, ci disegna con stupefacente precisione il fenomeno familiarissimo della sospensione magnetica di goccioline d’acqua nell’arcobaleno! L’apparente stazionarietà è dovuta all’effetto strutturante dei fenomeni di pulsazione e interincidenza da noi studiati nella sez.3, che agiscono poco nella condizione di instabilità termodinamica esistente nel Sole.
c) Cicloni orogenetici
§ 13. Sarà ormai chiaro a tutti che, nel trapasso di un astro dallo stato fluido incandescente a quello solido, il fenomeno ciclonico tende a sclerotizzarsi assumendo l’aspetto degli attuali sistemi montuosi e delle dorsali serpeggianti, siano esse sottomarine o emergenti come i tanti arcipelaghi a ghirlanda che conosciamo. La stessa nostra catena delle Alpi ha la forma di un vasto ciclone geologico, con “occhio” nel Monferrato. L’orografia dei nostri atlanti porta innumerevoli esempi di una orogenesi che ci riconduce a un ambiente magmatico terrestre analogo a quello delle attuali macchie solari.
In un servizio pubblicato su un settimanale una trentina d’anni fa, Walter Bonatti riferiva che dalla vetta del vulcano Licancabur, al confine tra Cile e Bolivia, guardando le valli della Luna verso il deserto di Atacama, aveva visto un corrugamento di monti e di valli a forma di spirale, come “l’occhio d’un ciclone o una galassia”.
Naturalmente le strutture cicloniche orogenetiche sono ben presenti in qualsiasi corpo celeste di tipo planetario, come mostra la fig. 17-5, che riprendiamo dalla voce “Sole e pianeti” di AA. VV. della più volte citata Enciclopedia del Novecento, osservandone la solita assoluta mancanza di motivazione causale. Dice la didascalia: “Struttura a spirale della calotta polare nord di Marte”.
Fig.17-5
Al di là del suo chiaro significato generale, ora definito, l’immagine precedente riveste un’importanza grandissima per un altro aspetto che illustreremo in dettaglio nel successivo sottocapitolo d) e che fa il paio con i guai sofferti da Andromeda nell’astrofisica contemporanea, dei quali abbiamo parlato nel cap.3.7 C).
§ 14. Per la solita istanza di correlazione tra fenomeni naturali solo in apparenza diversi – esigenza che le teorie fisiche contemporanee sono impotenti a soddisfare – rileviamo qui che la propagazione gravitazionale concentrica, come risultato della legge di composizione ondulatoria, trova innumerevoli riscontri strutturali anche in ambito di tettonica e orogenesi planetaria. Ne mostriamo un esempio in fig.17-6, presa dalla stessa voce dell’Enciclopedia del Novecento, che mostra la superficie di Callisto, satellite di Giove (uno dei quattro medicei scoperti da Galileo), con una enorme configurazione di anelli concentrici. Addirittura comico è in questo caso il tentativo di spiegazione che se ne dà nel testo, con l’attribuzione della struttura al solito colossale impatto meteoritico. Diciamo “solito”, perché i meteoriti nella scienza ufficiale sono assurti al ruolo di deus ex machina di tutto ciò che essa non sa: dall’origine della vita sulla Terra alla scomparsa dei dinosauri, ed altre simili amenità.
Fig.17-6
” Particolare della superficie di Callisto, caratterizzata da una immensa struttura circolare probabilmente causata da un impatto meteoritico su ghiaccio”.
Facciamo allora constatare all’autore che identiche strutture si ritrovano sulla punta di un ago di tungsteno e sono formate da atomi disposti in cerchi concentrici e ingranditi 2 milioni di volte: la fig.17-7 è ripresa da LA FISICA E L’ATOMO (Zanichelli ed., Bologna), articolo di E. W. Mueller “Gli atomi resi visibili”. E’ difficile pensare, almeno questa volta, a un impatto meteoritico proprio sulla punta di un ago.
Fig.17-7
d) Un problema su Marte.
§ 15. Se sottoponete la fig.17-5, fotografia della calotta polare nord di Marte, a un astronomo ufficiale, egli non troverà nulla da aggiungere a titolo di spiegazione alla didascalia che noi abbiamo riportata dall’Enciclopedia: “Struttura a spirale della calotta nord di Marte”. Eppure essa, presa da sola, rivela un’anomalia inspiegabile. Le spirali segnano un corrugamento, coperto di ghiaccio, della superficie di Marte in senso orario centripeto (cioè verso l’ “occhio”), laddove un ciclone geologico – secondo la nostra analisi – dovrebbe avere un andamento antiorario in un emisfero settentrionale, che è caratterizzato da rotazione antioraria (vista appunto dal polo Nord).
Per inquadrare bene il problema, si ponga mente all’esempio già dato dell’imponente ciclone geologico delle nostre Alpi. Esse, infatti, nel nostro emisfero boreale mostrano uno sviluppo a spirale logaritmica antioraria in direzione dell’ “occhio” situato nel Monferrato, analogamente alle perturbazioni meteorologiche, e – come le bande di fig.16 – vanno restringendosi in senso centripeto, cioè verso l’occhio ciclonico. Come spiegare allora l’inversione di senso che stiamo osservando su Marte?
§ 16. Come sempre, è solo la fisica unigravitazionale, e mai la scienza accademica, a dare la risposta. Non ci stancheremo di ripetere, tuttavia, che il significato della nuova fisica sta nella sua capacità teoretica di correlare organicamente tutte le parti del suo discorso. In questo caso, sarà necessario rileggere il fondamentale nostro saggio del 1972 Magnetismo e terremoti, riprodotto in sez.4, sull’interazione tra domini magneto-gravitazionali nel processo di aggregazione della materia: articolo del quale qui possiamo solo riportare le conclusioni di fatto.
Cominciamo con l’estendere in fig.17-8 il campo della fotografia a un orizzonte molto più vasto, concentrico al polo Nord di Marte (immagine del 1999, dalla missione “Mars Global Surveyor”). Osserveremo che la calotta polare in senso stretto, interamente coperta di ghiaccio, è contornata da due enormi bracci di spirale montuosa, che vanno restringendosi in senso antiorario, esattamente come le Alpi, verso il loro “occhio” costituito dalla calotta anzidetta.
Fig.17-8
Il motivo per cui la zona di corrugamento interna ha un andamento opposto – orario invece che antiorario – è spiegato in quello stesso articolo, e cioè come un processo di raccordo antiparallelo (ossia a poli invertiti) tra un dominio maggiore, quello dell’intero pianeta (coi due bracci esterni), e domini subordinati, quelli di masse interne interagenti col primo. Si tratta insomma, con modalità diverse, di quello stesso processo di accomodamento locale di natura magneto-gravitazionale che abbiamo messo in luce nei fenomeni di inversione di polarità nelle macchie solari e tra gli strati terrestri: fenomeni che i geofisici fantasticamente attribuiscono a una inversione continua del campo magnetico dell’intero astro.
In dettaglio, la calotta nord di Marte è divisa da un solco – come si vede nell’immagine – in due gruppi di spirali orarie, con due diversi baricentri e due assi diversi, le quali, mentre si armonizzano antiparallelamente col dominio principale, sono in parallelismo tra loro, e quindi discordi: da ciò il solco che le distanzia.
I particolari di questo discorso si troveranno nell’articolo citato. Qui possiamo solo riprodurre in fig.17-9 la fig.7 di quel saggio, precisando che il dominio di destra corrisponde gravitazionalmente alla situazione su Marte ora illustrata (il dominio di sinistra ne rappresenterebbe la condizione magnetica). Premesso che la figura seguente è in proiezione polare invece che equatoriale, vi si mostra chiarissimo il fatto che i due bracci montuosi esterni di Marte hanno l’andamento antiorario dell’intero dominio (si veda la freccetta rotatoria intorno alla N), mentre i due sistemi interni manifestano sul loro equatore il senso orario dei dipoli minori interni del dominio in figura, che hanno appunto equatorialmente il Sud in alto. Dopodiché, sfidiamo chiunque a preferire la fisica accademica alla nostra.
Fig.17-9
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References: § 10

§ 11

§ 12

§ 13

§ 14

§ 15

§ 16