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Troppo brutta per essere violentata? Note su una sentenza chiaccherata - Giustizia e Investigazione
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Jacqueline Magi 1 Giugno 2019	Codice Antigone, News Leave a comment
Vorrei tornare su una sentenza che è stata molto chiacchierata, quella della Corte di Appello di Ancona del 23 novembre 2017 in ordine all’episodio di violenza sessuale avvenuta ad Ancona il 10 marzo 2015 che ha visto protagonisti due ragazzi nella veste di imputati e una ragazza peruviana giovanissima come vittima. I due ragazzi erano stati condannati in primo grado e la Corte di Appello di Ancona li assolse con una sentenza che ribaltò quella di primo grado e venne agli onori della cronaca per un inciso della motivazione che fu riportato come l’osservazione che la ragazza non piaceva al violentatore avendo un aspetto mascolino; fu poi annullata dalla Corte di Cassazione con rinvio alla Corte di Appello di Perugia per un nuovo giudizio con la sentenza della Terza sezione penale della Corte di Cassazione del 05.03.2019, relatore Alessio Scarcella, giudice pistoiese, già Pretore penale a Pistoia quando io ero Sostituto Procuratore della Repubblica presso la Pretura di Pistoia.
La sentenza di riforma della Suprema Corte in realtà non si appunta affatto sull’inciso che tanto scalpore ha fatto sui media, cioè l’aver detto che la ragazza era mascolina, ma sulle modalità di motivazione di una sentenza di appello, cassata perché non avrebbe confutato l’impianto probatorio del primo grado in modo puntuale, non avrebbe rinnovato l’istruttoria in un caso delicatissimo quale questo di una violenza sessuale. La sentenza della Cassazione sottolinea il mancato confronto critico della decisione dell’appello con le argomentazioni del primo grado e ricorda un punto fondamentale dell’argomento violenza sessuale, ovvero il ruolo della vittima, ruolo che adesso inizia ad avere sia maggiore attenzione sia maggiore tutela. Questo viene evidenziato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 14800 del 21.12.2017 che sottolinea come il ruolo della vittima di un reato all’interno del processo penale ha assunto una dimensione operativa ed una rilevanza prima sconosciute soprattutto grazie all’impulso della legislazione europea. Vanno ricordate a questo proposito la Direttiva 2012/29/UE del 25 ottobre 2012, trasposta nel nostro ordinamento con il decreto legislativo n. 212 del 2015 che istituisce norme minime sui diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, con l’obiettivo di armonizzare le normative degli stati membri dell’Unione europea sulle modalità di esercizio dei diritti delle vittime lungo l’arco del procedimento penale. Vanno ricordate ancora una serie di provvedimenti che attuano le direttive europee e le convenzioni internazionali sul ruolo e le facoltà processuali della persona offesa, dal Decreto legislativo n. 24 del 2014, attuativo della Direttiva 2011/36/UE per la repressione e prevenzione della tratta di esseri umani e la protezione delle vittime, il decreto legislativo n. 9 del 2015 attuativo della Direttiva 2011/99/UE sull’ordine di protezione europeo, la legge n. 172 del 2012 di ratifica della Convenzione di Lanzarote sulla tutela dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, la legge n. 77 del 2013 di ratifica ed esecuzione della Convenzione di Istanbul del 2011, primo atto internazionale sulla prevenzione e lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Tutti questi provvedimenti, dice la sentenza n.597/2019 della terza sezione, di riforma della sentenza di Ancona, dovrebbe rafforzare l’attenzione alla vittima, l’attenzione alla sua tutela.
A tal proposito trovo non conforme a questa legislazione non tanto il commento sul fatto che la vittima fosse più o meno mascolina e gradita all’imputato inserita nella sentenza della Corte di Appello di Ancona, ma trovo ben più grave l’uso di concedere le circostanze attenuanti generiche per certi tipi di reati, quali la violenza sessuale o i maltrattamenti in famiglia, reati turpi e offensivi al punto che non meritano attenuanti. Al momento però la sensibilità verso questo tipo di offese non giunge a fare negare le attenuanti generiche per la gravità del fatto e della offesa recata, tanto che si trovano concesse in moltissimi casi, anche nella sentenza di primo grado che ha originato la sentenza di Ancona. Per questo stavo pensando ad una proposta di legge che vieti esplicitamente la concessione delle attenuanti generiche in certi casi, al fine di affinare attraverso la legge la sensibilità su questi temi.
La sentenza di Ancona dimostra la difficoltà di giudicare in certi casi, potendosi le risultanze processuali essere lette in un modo o nel modo opposto, come è avvenuto fra le due sentenze, quella di primo grado e quella di appello. Sarebbe utile poter utilizzare le consulenze criminologiche e vittimologiche al fine di comprendere le persone offese e le loro motivazioni, perché oggettivamente esiste la piaga delle false denunce e non sempre è facile scorpire quando vi sono. Ho scritto in passato sul tema, un tema di grande delicatezza, sul quale si gioca la possibilità di tutelare maggiormente la vittima grazie alla sua cerdibilità. L’esistenza di false denunce purtroppo mina la credibilità delle vittime reali, crea un vulnus nel sistema, rende più difficile fare crescere la sensibilità intorno al problema violenza di genere, offende tutte le vittime reali dei reati di violenza sessuale e di genere.
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