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Dicembre Volume VIII - Numero PDF
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Aurora Cuomo
1 Dicembre Volume VIII - Numero 1-2 Periodico trimestrale - Sped. in Abb. Post. L. 662/96 - Sp. 70% - Tab. DNNACMP - Napoli (Italy) - Aut. Trib. Napoli n. 70 del 24 giugno 20032 GERIATRIA EXTRAOSPEDALIERA ORGANIGRAMMA DELLA RIVISTA Direttore Responsabile: Saverio Marino Editor in chief: Giovanni Gelmini Comitato di Redazione: Rocco Amendolara, Laura Calcara, Pietro Gareri, Giancarlo Isaia, Michele Garulli, Mara Dilda, Ciro Manzo, Titti Pavese, Morena Pellati, Cristina Basso, Luisa Guglielmi, Lorenzo Sampietro, Roberto Bellavigna, Antonietta Marino, Giuliana Mercadante. Comitato Scientifico: Giuseppe Abate, Giuseppe Andreis, Fabrizio Arrigoni, Francesco Badagliacca, Luisa Bartorelli, Gianpaolo Boccongelli, Piero Angelo Bonati, Renato Bottura, Carmine Cafariello, Vincenzo Canonico, Andrea Capasso, Alberto Cester, Robin Chattat, Julie Lidia Citarella, Raffaele Conforti, Antonino Maria Cotroneo, Domenico Cucinotta, Luigi Di Ciocco, Silvana Maria Di Placido, Andrea Fabbo, Luigi Forgione, Pasqualina Insardà, Attilio Giacummo, Gianbattista Guerrini, Francesco Landi, Vincenzo Leoci, Carmine Macchione, Marcello Maggio, Ernesto Palummeri, Giuseppe Paolisso, Gabriele Peperoni, Francesco Perticone, Franco Rengo, Franco Romagnoni, Alberto Pilotto, Francesco Santamaria, Umberto Senin, Alessandra Tognetti, Marco Trabucchi, Orazio Zanetti. CONSIGLIO DIRETTIVO NAZIONALE Presidente: S. Putignano Vice Presidente: L. Forgione Segretario: C. Volpe Tesoriere: F. Santamaria Past President: S. Marino Editor in Chief Geriatria Extraospedaliera : G. Gelmini Responsabile attività scientifica - Newsletter: P. Gareri Responsabile attività di ricerca: A. Giacummo - I. Pavese Consiglieri: R. Conforti - A.M. Cotroneo - G. Peperoni Revisori dei conti: Membri effettivi: R. Lacava - P. Cervera - F. Amoroso Membri supplenti: F. Annunziata - P. Scognamiglio Probi Viri: Membri effettivi: V. Leoci - G. Cerqua - M.C. Bollini Membri supplenti: L. Iallonardo - G. Puzio Comitato scientifico Congresso Nazionale Coordinatore:A. Cester Componenti: V. Canonico - A.M. Cotroneo - A. Fabbo - P. Gareri - I. Pavese - G. Gelmini - L. Calcara Responsabile Sito Web: P. Pellegrini3 GERIATRIA EXTRAOSPEDALIERA CONSIGLI DIRETTIVI REGIONALI CAMPANIA: Presidente: Lucia Iallonardo Vice Presidente: Tommaso Genovese Segretario: Giuliano Cerqua Tesoriere: Pasquale Cervera Responsabile scientifico: Andrea Capasso CALABRIA: Presidente: Roberto Lacava Past President: Pietro Gareri Vice Presidente: Maurizio Berardelli Segretario: Alberto Castagna Tesoriere: Francesca Mazzei Responsabile scientifico: Pasqualina Insardà Sezione Nursing: Enedina Gravina PUGLIA: Presidente: Francesco Badagliacca Vice Presidente: Silvia Picillo Segretario: Roberta Chiloiro Responsabile scientifico: Giuseppe Pistoia Delega ai rapporti con i Medici di Medicina Generale e le relative Associazioni: Marino Antonio Solazzo Delega ai rapporti con l Università e le altre Società Scientifiche: Francesco Torres Delega ai rapporti con le Istituzioni e gli Specialisti Territoriali: Immacolata Pavese Delega ai rapporti con le Professioni Sanitarie: Katia Pinto LAZIO: Presidente: Raffaele Conforti Vice Presidente: Pio Pellegrini Segretario e Tesoriere: Giovanni Sergio Responsabile scientifico: Carmine Cafariello Referente per la Psicogeriatria: Antonio Braconaro Relazioni con i Medici di Medicina Generale: Carmelo Pratticò Sezioni Professioni Sanitarie: Presidente: Silvana Maria Di Placido Consiglieri: Filippo Corte - Angelica Ciurescu - Pierangela Gravante - Rossella Cassanelli EMILIA ROMAGNA: Presidente: Piero Angelo Bonati Segretario: Andrea Fabbo Tesoriere: Giuseppe Buonanno Responsabile scientifico: Giovanni Gelmini Delega ai rapporti con l Università e con le figure professionali di area psicologica: Rabih Chattat Delega ai rapporti con le Istituzioni e le altre Società Scientifiche: Clelia D Anastasio Relazioni con le altre Figure Professionali (MMG, Infermieri, Fisioterapisti, Assistenti Sociali): Morena Pellati Delega ai rapporti con le organizzazioni dei servizi territoriali (rete dei servizi): Elisabetta Silingardi Sezione Nursing: Presidente: Antonietta Marino Consiglieri: Rocco Amendolara - Michele Garulli - Pierangela Guerzoni Dirigente Ufficio Infermieristico A.USL Modena - Distretto 2: Luigi Ralli SICILIA: Presidente: Gioacchino Oddo Vice Presidente: Laura Calcara Segretario: Marcello Tomarchio Tesoriere: Giovanni Veneziano Delega ai rapporti SIGG: Vito Sciacca Parrinello Delega ai rapporti SICUD: Sara Manuele Sezione Professioni Sanitarie: Presidente: Julie Lidia Citarrella Vice Presidente: Elena Patorno Segretario: Hichem Bejaoui Referente Area Riabilitazione: Vincenzo Salerno Referente Area Infermieristica: Patrizia Fortezza Referente Area Assistenti Sociali: Cettina Bonomolo Referente Area Case Management : Gioacchino Drago Consiglieri: Tania Piccione - Violetta Valenti - Calogero Ninotta - Episcopo Gianfranco VENETO Presidente: Maria Cristina Bollini Vice Presidente: Vincenzo Leoci Segretario: Lucia Soattin Tesoriere: Maria Beatrice Baggio Responsabile scientifico: Adalberto Bordin Rapporti con le Residenze Protette: Adalberto Bordin Rapporti con le Istituzioni e le altre Società Scientifiche: Alberto Cester Relazioni con le altre Figure Professionali (MMG, Infermieri, Fisioterapisti, Psicologi, Assistenti Sociali): Fernanda De Romedi Sistemi di Valutazione Multidimensionale: F. Tiozzo PIEMONTE VALLE D AOSTA Presidente: Carmine Macchione Vice Presidente: Gianluca Isaia Segretario: Antonino Busceti Tesoriere: Giuliana Mercadante Responsabile scientifico: Antonino Maria Cotroneo LIGURIA Presidente: Ernesto Palummeri Vice Presidente: Lorenzo Sampietro Segretario: Tiziana Leale Consiglieri: Alberto Cella - Roberto Anselmo - Ekaterini Zigoura - Natalia Vello LOMBARDIA Presidente: Corrado Carabellese Vicepresidente: Gianbattista Guerrini Segretario: Renato Bottura Consiglieri :.Alberto Zanoni - Raffaele Latella -.Angelo Ceretti Chiara Ubezio4 Sommario INDICE Geriatria extraospedaliera - norme editoriali... pag. 4 Presentazione dell Editor in Chief... pag. 5 Presentazione del Presidente... pag. 6 L alleanza terapeutica: ne vale la pena? Cosa cambia negli esiti clinici... pag. 7 Comunicazione e relazionalità in medicina: lo stato dell arte... pag. 11 L empatia: ci interessa? I significati del colloquio anamnestico... pag. 15 Diabete e disabilità: studio osservazionale sul recupero funzionale nei pazienti in assistenza domiciliare integrata... pag. 19 Assistenza residenziale agli anziani campani: si può fare?... pag. 22 Terapia dei sintomi delle basse vie urinarie nell anziano... pag. 26 Bacheca... pag. 32 35 Geriatria extraospedaliera Organo ufficiale dell Associazione Geriatri Extraospedalieri Sede: Via G. Tenore, 17 - Napoli - Italia - Geriatria Extraospedaliera pubblica contributi redatti in forma di editoriali, articoli originali, review, presentazione di casi clinici, lettere al Direttore aventi ad oggetto tematiche relative alla Geriatria Territoriale e alle attività dell Associazione Geriatri Extraospedalieri (AGE). L invio degli articoli avviene esclusivamente per via elettronica al seguente indirizzo oppure I contributi devono essere accompagnati da una dichiarazione degli Autori che l articolo non è stato inviato ad alcuna altra rivista, né che è stato accettato altrove per la pubblicazione. Gli Autori inoltre devono dichiarare se hanno ricevuto finanziamenti o se hanno in atto contratti o altre forme di finanziamento con Aziende i cui prodotti vengano citati nel testo. Compilazione: - Informazioni Generali: Il testo deve essere scritto utilizzando il programma Word (versione PC e MAC). E preferibile utilizzare il carattere Times New Roman con interlinea 2. Le pagine devono essere progressivamente numerate ed ordinate secondo il seguente schema: titolo del lavoro; nomi e cognomi degli autori per esteso; istituto di appartenenza con indirizzo completo del primo autore comprensivo di (per eventuale corrispondenza); riassunto in italiano (esclusi editoriali e lettere); parole chiave (da un minimo di 3 ad un massimo di 5); testo; eventuali ringraziamenti; bibliografia completa; eventuale menzione del Congresso al quale i dati dell articolo siano stati presentati (in toto o in parte). - Abbreviazioni: la prima comparsa di una abbreviazione deve essere sempre preceduta dal termine completo che la stessa sostituisce. - Nome di Farmaci: va usato il nome farmacologico. - Tabelle: devono essere dattiloscritte una per pagina e numerate progressivamente con numerazione romana. Nel testo della tabella e nella legenda, si consiglia utilizzare i seguenti simboli: *,, **.. - Bibliografia: le voci bibliografiche vanno numerate secondo l ordine di citazione riportando: cognome ed iniziale del nome degli Autori, titolo del lavoro, nome della rivista abbreviato ex Index Medicus, anno di pubblicazione, volume, prima ed ultima pagina dell articolo. Esempio: Bernabei R., Barillaro C. : La valutazione multidimensionale e gli strumenti di seconda generazione. Ger. ExtraOsp. 2006; Volume IV (3-4):11-15 Nel caso di un libro, si indicheranno nel medesimo modo il nome degli Autori, il titolo, il numero dell edizione, il nome dell Editore, il luogo di pubblicazione, il numero del volume e le pagine (iniziale e finale). - Esame dei contributi: i contributi inviati verranno esaminati dal Direttore responsabile e dal Comitato di redazione, inviati ad un referee esterno facente parte del Comitato Scientifico e quindi eventualmente accettati per la pubblicazione. Agli Autori è riservata la correzione ed il rinvio delle sole prime bozze del lavoro entro sette (7) giorni dall invio. Il primo nome verrà informato, tramite , circa l accettazione o meno del contributo entro massimo 30 giorni. Importante: i lavori inviati, una volta accettati per la pubblicazione, non verranno restituiti. Il comitato di redazione si riserva il diritto di apportare al testo modifiche di uniformità redazionale che si dovessero rendere necessarie. Abbonamenti: Geriatria ExtraOspedaliera è una rivista trimestrale che viene inviata gratuitamente ai soci dell AGE in regola con il pagamento della quota annuale di iscrizione. COPYRIGHT: i lavori pubblicati rimangono di proprietà della rivista e possono essere riprodotti solo previa autorizzazione del Direttore Responsabile e citandone la fonte. 46 Gent.mi, con questo numero di fine 2012 riparte la pubblicazione della nostra rivista GERIATRIA EXTRAOSPE- DALIERA. Riparte dai lavori rimasti nel cassetto, ovviamente, che sono giacenti forse da troppo tempo e che ci pare giusto vedano finalmente la propria luce espositiva. Si riparte in definitiva da dove si era rimasti, come segno di continuità nonché di correttezza nei confronti dei nostri colleghi e soci autori che si erano adoperati per fornire un proprio contributo scientifico e di esperienza. E con entusiasmo che ho accettato l invito del presidente Salvatore Putignano e di tutto il Direttivo Nazionale dell AGE di occuparmi del nostro giornale scientifico. Con GERIATRIA EXTRAOSPEDALIERA è nostra intenzione dare spazio a tutte quelle che sono le voci della geriatria del territorio, a tutti quei professionisti che giornalmente, con professionalità e dedizione, operano nella rete organizzativa che caratterizza le cure primarie, l attività specialistica ambulatoriale, le strutture residenziali e semiresidenziali, i servizi sociali. E sicuramente già oggi e lo sarà ancor più domani il territorio il luogo privilegiato per lo sviluppo della geriatria, per la presa in carico della fragilità, delle malattie croniche, della non autosufficienza e della sua prevenzione, per la gestione integrata dei bisogni attraverso un azione attuativa interprofessionale che vede nella valutazione multidimensionale e nell approccio globale le proprie basi operative e culturali. Le esperienze operative ed organizzative che si stanno progressivamente sviluppando nel nostro paese sono ormai tante, molte di esse sono consolidate o si stanno consolidando: c è bisogno di conoscerle, c è necessità di confronto, c è necessità di creare un dialogo continuo tra i vari gruppi intra/extraregionali che fanno della buona geriatria affinché i punti di forza degli uni diventino stimolo per gli altri. La rivista, nella mia visione di sviluppo in divenire, vorrei che avesse il ruolo di collettore delle varie esperienze, ricerche e conoscenze che provengono dai vari territori, dalle nostre sezione regionali, con finalità pratica di dialogo continuo tra i soci, tra i professionisti, tra gli enti e le istituzioni che si occupano di geriatria del territorio (e non solo). Domicilio, ambulatori, Nuclei di Cure Primarie, Case della Salute, Centri Diurni, Case Protette, Residenze Sanitarie Assistenziali, Strutture Intermedie di post-acuzie e riabilitative, tutti luoghi laboratori da cui estrapolare esperienze e modelli applicativi di buona assistenza e cura. E in tali luoghi medici, infermieri, OSS, fisioterapisti, animatori, psicologi, assistenti sociali, terapisti occupazionali, arte terapeuti, ecc., tutti attenti ricercatori e poi divulgatori di buone pratiche organizzative ed operative. Tutto ciò in quanto etica e deontologia vogliono che in ogni parte del nostro paese ai nostri vecchi venga proposto lo stesso supporto di cura ed assistenza e, ovviamente, il migliore. Ringrazio anticipatamente tutti i membri dei Comitati Scientifico e di Redazione con quali avremo modo, spero lungamente, di dialogare e collaborare attivamente e fattivamente. Con la speranza e l augurio che la nostra rivista possa progressivamente crescere e diventare il riferimento per chiunque si occupi di geriatria territoriale vi porgo il mio più cordiale saluto, vostro Giovanni Gelmini 57 NORME EDITORIALI La ripresa della pubblicazione della rivista Geriatria Extraospedaliera fa parte dei segnali che il neo-eletto Consiglio Direttivo Nazionale ha individuato per dare intensità e rivitalità alla vita associativa partendo da quelli che sono stati, sicuramente, momenti di successo. Geriatria Extraospedaliera sarà più che una rivista perché oltre essere la voce dell Associazione avrà il compito di rispondere alle esigenze di informazione e di aggiornamento scientifico dei Geriatri e degli Operatori, sanitari e non, dell assistenza geriatrica sul territorio. L incarico di editor in chief è stato affidato a Giovanni Gelmini che immediatamente ha iniziato il suo lavoro individuando il comitato di redazione, il comitato scientifico e puntando sulla massima partecipazione e su una forte condivisione di idee e di obiettivi. Sono certo che con questo gruppo di lavoro e con la collaborazione di tutti noi la rivista toccherà nuovi e sempre più prestigiosi traguardi e, per questo, a nome mio e di tutto il Consiglio Direttivo Nazionale formulo gli auguri di buon lavoro e, principalmente, i ringraziamenti al neo-editor in chief, al gruppo redazionale e a tutti coloro che dedicheranno parte del loro tempo per la pubblicazione di Geriatria Extraospedaliera. Salvatore Putignano 68 L alleanza terapeutica: ne vale la pena? Cosa cambia negli esiti clinici di Ciro Manzo - Geriatra UOAA e Centro delle Demenze distr. 71 ASL NA 4 - Responsabile Servizio di Reumatologia distr. 87/88 ASL NA 5 RIASSUNTO: l alleanza terapeutica rappresenta un elemento caratterizzante della medicina moderna. Contrariamente che in passato, infatti, allorquando il paziente veniva relegato ad un compito passivo di esecuzione delle indicazioni del curante, negli ultimi decenni sempre più viene emergendo ed imponendosi la volontà di una partecipazione attiva e consapevole del malato alle scelte di salute che lo riguardano. In questa ottica, la costruzione di una valida alleanza terapeutica rappresenta una felice sintesi tra le esigenze del malato e la professionalità del medico. Non pochi studi dimostrano come l alleanza terapeutica sia in grado di migliorare la risposta terapeutica, non solo in termini di soddisfazione e qualità di vita del paziente ma anche in termini di esiti clinici. Ciò induce a considerare come l esigenza di una medicina attenta all uomo nella sua integralità e, pertanto, in grado di valorizzare l aspetto narrativo senza annullare l aspetto euristico (stressato da linee-guida e dalla evidence-based medicine) rappresenti, in campo sanitario, la vera sfida del terzo millennio. PAROLE CHIAVE: alleanza terapeutica, esiti clinici, medicina narrativa, relazione medico-paziente, paziente geriatrico. L alleanza terapeutica può essere considerata un vero e proprio contratto (per quanto non scritto) tra medico e paziente con lo scopo di ottenere i migliori risultati possibili in rapporto al tipo di diagnosi e alle possibilità terapeutiche disponibili. Essa mira a realizzare un coinvolgimento attivo e partecipato del paziente nell attuazione di obiettivi condivisi. Almeno quattro ci sembra siano gli elementi costitutivi e caratterizzanti dell alleanza terapeutica : 1) la CONOSCENZA ; 2) la COMUNICAZIONE ; 3) la RECIPROCITA ; 4) la VERIFICA degli obiettivi prefissati. Ognuno di questi elementi costitutivi presenta tutta una serie di complessità e di criticità. Così ad esempio, la CONOSCENZA della malattia da trattare presuppone non soltanto, come è facilmente intuibile, una adeguata preparazione specifica del medico ed una costante attività di aggiornamento sui progressi diagnostico-terapeutici, ma anche la capacità di saper calare il complesso delle conoscenze teoriche e del carico esperienziale del medico nella realtà singola, specifica, unica ed irripetibile di quel determinato paziente. Al riguardo, la capacità di saper interpretare ciò che è importante per il paziente rappresenta uno sbocco comunicativo irrinunciabile. In proposito, in ambito oncologico ad esempio, si è osservato come gli effetti collaterali vissuti come più importanti ed angoscianti dal malato il più delle volte non coincidono con quelli ritenuti più importanti per il medico (1) : ciò, evidentemente, può alzare una vera e propria barriera. In altri ambiti, si è osservato come la valutazione da parte del medico di informazioni che riflettono la prospettiva del paziente abbia migliorato di più del 50% l aderenza alle terapie (2). In campo geriatrico, poi, la comunicazione presenta numerose specificità. L età senile è di per se stessa fattore di isolamento sociale e, non di rado, si accompagna a depressione che può interferire con una corretta comunicazione. Il paziente geriatrico, poi, è sovente gravato da diverse patologie : ciò da un lato, può creare disorientamento e confusione circa la figura medica da considerare come referente principale (specie in contesti nei quali lo specialista geriatra non riesce e/o non viene messo in condizione di affermare la propria specificità), dall altro richiede sovente terapie complesse che possono risultare non semplici da armonizzare. Ed ancora, la compromissione cognitiva, se e quando presente, non può non avere riflessi profondi sul piano comunicativo sia direttamente (3) sia perché comporta l inserimento di una figura aggiuntiva (caregiver) la cui presenza trasforma la diade paziente-medico in una triade che ha meritato specifiche indagini proprio sotto il profilo della comunicazione (4, 5 ). Infine, l età avanzata, di per sé, sembra costituire un sorta di alibi per ridurre il tempo di durata della visita : così, ad esempio, in una indagine pubblicata nel 2000 ( 6 ) agli anziani venivano poste meno domande che ai pazienti più giovani, si discuteva meno con loro sulle abitudini di vita da modificare e si offriva un minor numero di informazioni utili al mantenimento dello stato di salute. La RECIPROCITA rappresenta un elemento dell alleanza terapeutica assai delicato. Essa chiama in causa innanzitutto la decisione e la volontà da parte del paziente di prendere parte attiva alla gestione della propria salute, con tutto il carico di responsabilità che ciò comporta. Inoltre, ripropone l importanza del colloquio tra curante e paziente del quale, accanto all aspetto informativo (acquisizione da parte del medico delle nozioni utili per la diagnosi e la terapia) e a quello didattico (erogazioni di nozioni ed istruzioni terapeutiche), viene considerato ineliminabile la funzione di costruzione del rapporto, con la conseguenza di associare sempre più la Medicina alle Scienze umane pur senza sottrarla a quelle empiriche (7). Infatti soltanto un colloquio così impostato può generare una reciprocità tra medico e paziente (8). La VERIFICA dei risultati conseguiti, infine, rappresenta al tempo stesso punto di arrivo (per la messa a punto degli obiettivi conseguiti) e di partenza (per il mantenimento dei risultati ottenuti e/o per l implementazione quantitativa o la diversificazione qualitativa delle strategie d intervento nei confronti di obiettivi non ancora raggiunti). E evidente che una corretta alleanza terapeutica deve indicare in maniera trasparente solo i risultati oggettivamente perseguibili in quel determinato paziente con quel determinato tipo e stadio di malattia. L inerzia terapeutica può realizzare una pesante zavorra, tuttavia superabile attraverso tutta una serie di accorgimenti e suggerimenti pratici. Quali sono le ricadute di una buona alleanza terapeutica in termini di esiti clinici? Gli sforzi necessari per la costruzione ed il mantenimento di una corretta alleanza terapeutica vengono, poi, ripagati da risultati tangibili? Come per tutta la letteratura riguardante il rapporto medico-paziente, anche gli effetti pratici dell alleanza terapeutica sono stati molto studiati in ambito psichiatrico (9). Ma non mancano valutazioni anche in diverso ambito. Già nel 1996, ad esempio, una metanalisi dimostrava come nei pazienti affetti da artrosi e da artrite reumatoide, un alleanza terapeutica basata su di una adeguata educazione sanitaria comportava una ulteriore riduzione del dolore del 20-30% rispetto a quella ottenuta con i soli FANS (10). Risultati parimenti positivi ha dimostrato l alleanza terapeutica nel migliorare l aderenza alla terapia con bisfosfonati per l osteoporosi (11 ). Nel controllo dei fattori di rischio cardiovascolare, le ricadute pratiche dell alleanza terapeutica sono state particolarmente studiate e vengono considerate così rilevanti in termini di esiti clinici che il settimo rapporto del Joint National Committee statunitense sulla prevenzione, diagnosi e trattamento dell Ipertensione Arteriosa (JNC 7) ne sottolinea ruolo ed importanza nella sezione dedicata al miglioramento all aderenza alla terapia ( La terapia può raggiungere i suoi obiettivi soltanto se il paziente è sufficientemente motivato a seguire le prescrizioni, e ciò può essere raggiunto attraverso una relazione positiva con il clinico ) (12). Gli AA. forniscono, in tale sezione, anche alcuni suggerimenti pratici per migliorare la comunicazione ed il rapporto con i pazienti nonché per superare l inerzia clinica che può nascere nel medico quando la terapia è poco seguita o produce scarsi risultati. Lo 79 studio ICON (Improving Cardiovascular risk profile in Older Neapolitans) coordinato da Teodoro Marotta presenta, per i lettori di questa rivista scientifica, più di un elemento di interesse in quanto coordinato da uno specialista ambulatoriale e rivolto ad una popolazione di pazienti tutti ultrasessantacinquenni (13). Lo studio si proponeva di valutare l efficacia di un approccio basato sul rapporto empatico nella riduzione del rischio cardiovascolare del paziente anziano. Nei 503 pazienti oggetto dello studio, la frazione dei pazienti in sovrappeso che si trovava al di sotto della soglia di obesità (indice di massa corporea < 30 Kg/m2) passava, al termine del periodo di osservazione, dal 26.6 al 32.4 % ; quella degli ipertesi la cui pressione arteriosa era ben controllata (PA < 140/90 mmhg) saliva dal 12.8 al 36.5 % ; quella dei dislipidemici il cui colesterolo nelle lipoproteine leggere era al di sotto dei parametri indicati dalle linee-guida statunitensi ATPIII aumentava dal 15.6 al 48.6 % ; infine, anche l abitudine al fumo diminuiva significativamente. Quest ultimo dato, insieme con la riduzione del numero degli obesi, ben esprimeva e qualificava l effetto dell indirizzo comunicativo adottato sulle abitudini di vita, più difficile da ottenere (specie in questi pazienti) rispetto alla semplice adesione ad un regime farmacologico. Un altro campo nel quale il ruolo dell alleanza terapeutica è stato recentemente esplorato è quello delle malattie infettive croniche e gravi. In uno studio condotto tra 1743 pazienti affetti da AIDS, ad esempio, è stato osservato come l essere considerate come persone risultava correlato, in misura statisticamente significativa, con l adesione alla terapia antiretrovirale e con il riscontro di livelli sierici non misurabili di RNA virale specifico. Tali differenze conservavano la significatività statistica anche controllando la correlazione per diverse covariate quali età, sesso, origine etnica, durata del periodo di osservazione, consumo di alcol e droghe (14). In Sudafrica, presso l ospedale di Tuang, molti pazienti con TBC interrompevano precocemente le cure, nella convinzione che non fosse utile proseguire il trattamento farmacologico dopo l iniziale miglioramento dei sintomi. Il miglioramento dell alleanza terapeutica, attraverso un percorso che prevedeva una terapia concordata con i pazienti e l individuazione di una figura di riferimento (familiare o conoscente) che sostenesse il paziente a proseguire la terapia, ha comportato, durante un periodo di osservazione di venti mesi, un abbattimento della quota percentuale di coloro che interrompevano la terapia precocemente dall iniziale valore dell 11.6 ad un valore finale del 2.9% (15). Ed ancora, nella gestione del diabete mellito una buona alleanza terapeutica si è rivelata arma vincente ed insostituibile per ottenere e mantenere un adeguato controllo metabolico ed una efficace prevenzione delle diverse complicanze della malattia ( 16 ). In generale, le ricadute pratiche dell alleanza terapeutica si avvertono maggiormente nella gestione di malattie croniche e dalle complicanze insidiose per le quali le modifiche degli stili di vita rivestono un importanza non inferiore della terapia farmacologica tourt court. I dati disponibili in letteratura sono, tuttavia, ancora relativamente limitati. Molti dati provengono da esperienze personali o non vengono pubblicate su riviste ad elevato impact factor. Una delle possibili spiegazioni può essere ricercata nel particolare momento storico dominato dalla c.d. EBM (Evidence Based Medicine), nei confronti della quale la medicina cosiddetta narrativa viene spesso presentata quale modalità contrastante se non, addirittura, mutuamente escludente. Indubbiamente, la diversità e la complessità degli elementi dell alleanza terapeutica presi, di volta in volta, in considerazione e la diversità degli esiti clinici valutati nei diversi studi rendono problematica la realizzazione di una metanalisi formale quantitativa dei diversi lavori finora pubblicati. Nel 2001, Di Blasi et al. hanno pubblicato su Lancet una prima revisione sistematica della letteratura : la revisione ha riguardato 21 articoli (11 dei quali riguardanti confronti clinici randomizzati), evidenziando come 16 di questi 21 articoli riportassero risultati positivi e dimostrando come un efficace alleanza terapeutica fosse in grado di influire sulla salute del paziente in termini di stato emozionale, risoluzione dei sintomi, funzionalità, controllo del dolore, parametri quali la misurazione della pressione arteriosa e della glicemia. Gli autori concludevano che One relatively consistent finding is that physicians who adopt a warm, friendly, and reassuring manner are more effective than those who keep consultations formal and do not offer reassurance (17). Più recentemente, il gruppo della Cochraine ha pubblicato una revisione degli effetti tra alleanza terapeutica ed esiti clinici, prendendo in considerazione 30 trials (di cui 4 sull ipertensione arteriosa e 10 sulle dipendenze) per complessivi 4691 pazienti e giungendo alla conclusione che non vi è alcun elemento che dimostri che l alleanza terapeutica possa migliorare, specie nel lungo periodo, l adesione alla terapia. Purtuttavia, gli stessi autori ammettevano che tutti i 30 studi valutati erano di qualità inadeguata. In proposito, non è fuori luogo sottolineare come la complessità degli elementi costitutivi dell alleanza terapeutica e la soggettività che essa, costituzionalmente, contiene poco si accordano con la rigidità della statistica (18). CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE : esistono in letteratura tutta una serie di dati che indicano l utilità di una buona alleanza terapeutica nel conseguimento di obiettivi terapeutici, ivi compresa la riduzione della quota di pazienti che interrompono (per scarsa motivazione) le terapie proposte. La medicina narrativa, che dell alleanza terapeutica è parte costituente, sembra poco accordarsi con il freddo rigore statistico dell EBM (19, 20). Il trovare una modalità di incontro tra una medicina basata sull evidenza ed una medicina basata anche sul vissuto del paziente, sembra rappresentare, a chi scrive, una vera e propria sfida per il mondo sanitario del terzo millennio. La costruzione di una alleanza terapeutica nella quale il medico sia disposto a calare le proprie conoscenze teoriche (mediate dall EBM) ed il proprio carico esperienziale nel rapporto unico ed irripetibile con quel singolo paziente, in un rapporto paritario e non più monarchicamente dominante, può rappresentare, almeno per il paziente responsabilmente partecipativo, una valida strada da percorrere. 810 Bibliografia 1) Fallowfield LJ : Treatment decision-making in breast cancer : the patient-doctor relationship. Breast Cancer Res Treat ) Rost K, Carter W, Inui T : Introduction of information during the initial medical visit : consequences for patient followthrough with psysician recommendations for medication. Soc Sci Med 1989 ; 28(4) : ) Canonico V, Del Forno D, Abitabile M, Carotenuto A, Rengo F : La comunicazione con il paziente anziano demente. 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Lancet 2001 ; 357 : ) Bosch-Capblanch X, Abba K, Prictor M, Garner P : Contracts between patients and healthcare pratictioners for improving patients adherence to treatment, prevention and health promotion activities.cochrane Database, ) Brody H : Foreward in : Greenhalgh T, Hurwitz B (eds) : Narrative based medicine. BMJ books. London 1998 ; xiii-xv 20) Sackett DL et al. : Evidence-based medicine : what it is and what it isn t. Br Med J 1996; 312:11 KCS caregiver Cooperativa sociale nasce dall unione di esperienze consolidate e qualificate in Strutture Socio- Sanitarie e in aziende di servizi alberghieri di livello nazionale, Operiamo come azienda leader nella gestione globale e integrata di Strutture specializzate per la terza e la quarta età e per i disabili. Grazie alla nostra esperienza acquisita negli anni, siamo in grado di adeguare efficacemente i nostri modelli organizzativi alle singole realtà mantenendo invariato il livello di qualità dei servizi sul territorio. La nostra MISSIONE: promuoviamo una nuova cultura dell assistenza: consideriamo gli anziani, le persone fragili e i disabili non più esclusivamente come soggetti di bisogni passivi, ma anche come soggetti attivi e fonti di risorse. Applichiamo un metodo scientifico avvalendoci anche dell ausilio di uno staff di professionisti esterni, tra cui medici geriatri e psicologi. Offriamo a tutti i nostri utenti soluzioni personalizzate secondo i più elevati standard qualitativi. Cosa FACCIAMO: Offriamo servizi socio-assistenziali, assistenza diretta alla persona, servizi infermieristici e di riabilitazione psico-motoria, oltre alla gestione di centri per anziani, minori e diversamente abili. Miriamo a obiettivi innovativi, coordinando competenze approfondite e multidisciplinari. Dai servizi erogati alla formazione del personale, dalle tecniche di lavoro alla scelta dei fornitori, mettiamo in atto un processo di miglioramento continuo che si stende a tutti i livelli della nostra struttura. La ricerca costante della qualità è, allo stesso tempo, strumento e fine ultimo di tutte le nostre attività. Il nostro APPROCCIO: Tre sono i punti imprescindibili: efficienza del modello organizzativo e gestionale; efficacia delle prestazioni, grazie a operatori motivati, preparati e dotati di mezzi adeguati; soddisfazione del Cliente come misura per valutare i risultati. Per raggiungere questi obiettivi effettuiamo una costante opera di aggiornamento e formazione delle nostre risorse umane. L impegno per offrire le massime garanzie ai nostri Clienti e a tutti i partners istituzionali ci ha portato a essere i primi, in Italia, a ottenere la Certificazione ISO 9001 nel nostro settore, cui sono seguite le certificazioni ISO e SA Via dell Artigianato Agrate Brianza (MI) Tel Fax Consideriamo gli anziani e i disabili come soggetti attivi e fonti di risorse.12 ATTI Comunicazione e relazionalità in medicina: lo stato dell arte di Flavia Caretta - Cattedra di Geriatria Università Cattolica, Roma Pochi cambiamenti nella vita dell uomo sono stati così profondi come quelli prodotti negli ultimi decenni dalle scienze biomediche e dalla pratica della medicina. Gli enormi sviluppi nel campo tecnologico hanno comportato un progresso impensato nelle capacità diagnostiche e terapeutiche, con la nascita conseguente di nuove discipline specialistiche, necessarie per far fronte al rapido aumento delle conoscenze e alle biotecnologie sempre più sofisticate. Ne è derivata una frammentazione del sapere per cui, sul piano clinico, il singolo paziente non viene più curato da un solo medico, ma da più medici, e spesso in collaborazione con esperti di altre discipline. Accanto a un maximum di capacità analitica però, esiste in genere solo un minimum di capacità sintetica. Lo sforzo professionale è concentrato prevalentemente sull analisi. Eppure i referenti concettuali della medicina - salute, malattia, vita, morte - sono attinenti a una dimensione totalizzante e unificante, la persona intera. Storicamente e tradizionalmente, la medicina è stata identificata con la pratica messa in atto da un medico nel suo incontro con un paziente, un incontro cioè fra persone. Il rapporto medico-paziente rappresenta il nucleo storico della prassi medica. Ma attualmente, la neutralità e l obiettività degli esami diagnostici rischiano di farne una medicina silenziosa nei confronti del paziente, cioè del proprietario della sua malattia. Il dato clinico può diventare l unico contenuto di una comunicazione avulsa da una relazione tra persone. Sembra quanto mai attuale la considerazione di Karl Jaspers (medico, psichiatra e filosofo), nel suo volume Il medico nell età della tecnica : E strano che, in contrasto con le straordinarie capacità operative della medicina moderna, sia emersa non di rado una sensazione di fallimento. Le scoperte delle scienze naturali e della medicina hanno portato ad una competenza senza precedenti. Ma è come se per la massa delle persone ammalate sia divenuto, per ognuna di esse, più difficile trovare il medico giusto. Verrebbe da pensare che, proprio mentre la tecnica va continuamente migliorando le proprie capacità, i buoni medici si siano fatti rari. In effetti, nella società del pensiero tecnocentrico e della comunicazione istantanea, il mestiere del medico è preso nel vortice di trasformazioni radicali, cariche anche di incertezze crescenti 1. I medici, insieme con i pazienti, e con tutte le altre figure che formano la scena della cura, prendono parte a queste trasformazioni con un bagaglio di saperi, di sensibilità e di aspettative che si è formato in larga misura in epoca precedente. Un epoca segnata dalla persuasione moderna che gli esseri umani sarebbero stati in grado di tener sotto controllo i fenomeni naturali, comunicativi e sociali, di ricondurre ogni azione umana verso cose o persone, a criteri di trasparenza, prevedibilità, programmazione lineare. Gli effetti sono stati però ampiamente diversi da quelli previsti. Paradossalmente, invece di introdurci nell epoca agognata delle certezze, ci hanno introdotto nell epoca dell incertezza permanente 2. Di quella che Ulrich Beck chiama la società del rischio. Ma questo scenario, pur corrispondente alla realtà odierna, non la 1 Manghi S., Il medico, il paziente e l altro. Un indagine sull interazione comunicativa nelle pratiche mediche, Franco Angeli, Milano 2005, pp Barman Z., The individualized Society, Polity Press, Cambridge, 2000 (trad it. La società individualizzata, Il Mulino, Bologna, 2001) esaurisce: non si può negare infatti che, soprattutto negli ultimi venti anni, vi sia stato un crescente interesse sulle tematiche della comunicazione e della relazione in medicina, interesse che attesta l esigenza di recuperare una prospettiva antropologica accanto a quella più specificamente biomedica. Una comunicazione e una relazione nella quale sono intervenuti cambiamenti epocali, almeno nel mondo occidentale, se pensiamo che in tempi non molto lontani, la relazione medico-paziente era definita come una storia di silenzio, nella convinzione che un buon paziente segue le direttive del medico senza fare obiezioni, senza porre domande 3. Fino agli anni 80, una capacità relazionale nell ambito della medicina era vista come una qualità che un medico poteva possedere o non possedere: l abilità nella comunicazione era considerata più una modalità del carattere che un aspetto professionale da formare nel corso degli studi e da attuare nella pratica clinica 4. Accanto a questi elementi propri del mondo medico, sono intervenuti anche fattori provenienti dal mondo esterno. La comunicazione è arrivata ad essere la base delle cosiddette civiltà industriali, tanto da costringere la persona ad operare scelte che incidono profondamente sul suo modo di essere e di agire. Tutto quanto attiene alla salute non è sfuggito a questa regola: infatti l informazione medica viene usata per influenzare i comportamenti personali ma anche collettivi, nella prospettiva di aumentare il livello di salute della popolazione, migliorando la prevenzione e la promozione della salute. Di conseguenza, il rapporto esclusivo tra medicina e paziente, determinante fino a qualche decennio fa, è stato sostituito da una serie di messaggi, manifesti o subliminali, che hanno finito con il dare vita ad una medicina universale che ha scavalcato il medico per raggiungere direttamente l individuo malato o quello sano che teme di diventarlo 5. Così che il medico qualche volta si trova di fronte un interlocutore che sa, o almeno crede di sapere, e avanza pretese di scelte terapeutiche. Un altro fattore è l influenza crescente dell economia sulla medicina, che sembra minacciare la natura essenziale del rapporto medico-paziente. Alcuni affermano che i medici in questa prospettiva corrono il pericolo di essere deprofessionalizzati 6. Altri sostengono che il patto di fiducia tra medici e pazienti è minato dalle tendenze al profitto 7. In sintesi, una situazione contraddittoria. Di fronte alle straordinarie possibilità terapeutiche odierne, si assiste parallelamente al processo di aziendalizzazione in sanità, al consumismo farmacologico, alla burocrazia crescente: il rischio è quello di portare ad una medicina decadente e tecnologica dove il malato spersonalizzato diviene oggetto anziché persona e anche la figura del medico si appanna fino a 3 Katz J. Physician and patients: A history of silence. In Beauchamp LT, Le Roy W. Contemporary issues in bioethics,, Belmont (CA), Wadsworth Publishing Co Lailaw TS, Kaufman D, Mac Leod H, van Zanten S, Simpson D, Wrixon W. Relationship of resident characteristics, attitudes, prior training and clinical knowledge to communication skills performance. Med Educ. 2006;40: cfr. Fernandez C. Etica della comunicazione in medicina. Ital Heart J Supp 2002; 3(12): Blumentale D., Effects of market reform on doctor and their patients. Health Aff (Millwood). 1996; 15: ; Zoloth-Dorfman L, Rubin S. The patient as commodity: managed care and the question of ethics. J Clin Ethics. 1995; 6: Cassel CK. The patient-physician covenant: an affirmation of Asklepios. Conn Med. 1996; 60:13 costituire un semplice tecnocrate. Una domanda fondamentale a questo punto è se la comunicazione tra medico e paziente sia realmente necessaria, e - se lo è - se rappresenti solo una forma di cortesia professionale o soltanto una attestazione dei diritti del paziente. Se si considera la storia della medicina ai suoi inizi, verso il V secolo a.c., si evidenzia che il medico ippocratico costituisce l archetipo del medico tanto impegnato tecnicamente quanto umanamente coinvolto. Uno dei più antichi precetti medici recita: Dove c è philanthropia c è anche philotechnia. Significava che l essere amico dell uomo (filantropo) era il modo migliore per essergli veramente d aiuto usando le risorse dell arte (tecnofilo). Ma significava inoltre che l impegno tecnico nell arte medica era il mezzo finalizzato anche al conseguimento di un buon rapporto d amicizia, giovevole al paziente quanto le altre cure. Ancora, l antico aforisma Non c è medico che non sia filosofo, ribadiva nel tempo che il medico doveva possedere la philosophia naturalis, cioè conoscere a fondo la natura, compresa quella umana. Successivamente Rufus di Ephesus, un medico Greco vissuto al tempo dell impero romano (I secolo d.c.) e noto per la ricchezza delle sue descrizioni cliniche, affermava che è necessario parlare con il paziente, per instaurare una relazione che permette di individuare un migliore trattamento della sua patologia, di conoscere i suoi atteggiamenti verso la vita, che condizionano la terapia. Facendo un salto ora fino al XIX secolo, Peabody affermava che Il significato della stretta relazione interpersonale tra medico e paziente non potrà mai essere troppo enfatizzato, in quanto da questo dipendono un numero infinito di diagnosi e di terapie. Una delle qualità essenziali del medico è l interesse per l uomo, in quanto il segreto della cura del paziente è averne cura. E oggi? Il top nell ambito scientifico è rappresentato dai trial clinici randomizzati, per i quali esistono metodi clinico-epidemiologici per valutarne l efficacia; ma nello stesso tempo stanno emergendo metodi più rigorosi anche per valutare il cosiddetto fattore soggettivo quale oggetto di ricerca. In questo ambito, il miglioramento della comunicazione tra medici e pazienti, tra operatori sanitari e pazienti, è particolarmente rilevante 8. Ma c è un altro aspetto, direi quasi sorprendente di fronte alla prospettiva spesso riduttiva della medicina: la riscoperta della spiritualità. Già 10 anni fa 9 si affermava che la spiritualità è il fattore dimenticato in medicina e, da più parti, si auspicava che venisse inserita nei curricula degli studi di medicina. Le ricerche volte ad indagare le influenze della spiritualità o della fede religiosa sullo stato di salute 10, 11 sono andate moltiplicandosi, soprattutto nell ultimo decennio: si ritiene che già nell anno almeno 1200 studi pubblicati su riviste scientifiche avevano come oggetto le relazioni tra religiosità e salute, moltissimi dei quali riportavano una correlazione positiva tra queste variabili. Ma se la spiritualità è importante per la salute del paziente, lo dovrebbe diventare anche per il medico del paziente, che deve considerarla elemento essenziale nell ambito terapeutico. Appare evidente quindi come l attenzione per la comunicazione e la relazione siano state una costante, presente sin dall inizio della storia della medicina. Se si consulta la letteratura medica degli ultimi anni, si trovano innumerevoli articoli su queste tematiche, a testimonianza dell interesse crescente per esse. Alcuni studi sottolineano che le difficoltà di comunicazione nella relazione medico-paziente hanno conseguenze negative soprattutto 8 Larson EB. A new editor for Annals of Internal Medicine- 2001, Annals of Internal Medicine 2001;134(11): Firshein J. Spirituality in medicine gains support in the USA. The Lancet 1997; 349 May 3: Faith & Healing. Can prayer, faith and spirituality really improve your physical health? A growing and surprising body of scientific evidence says they can in Time, 24 giugno 1996, p Caretta F., Petrini M., Ai confini del dolore. Salute e malattia nelle culture religiose, Città Nuova, Roma sull aderenza al trattamento e sul rispetto della prescrizione. La qualità della comunicazione ha un impatto determinante anche sulla soddisfazione del paziente 12, sugli outcome 13, 14 sui costi sanitari, sulle denunce per malpractice 15. A questo proposito, già nel 1994 si evidenziava che i due terzi delle cause giuridiche in ambito professionale medico erano da imputare ad un difetto di quantità e qualità della comunicazione interpersonale più che a manchevolezze o errori diagnostici o tecnici 16. Nella pratica clinica i problemi più frequenti nella comunicazione con il paziente emergono nel momento in cui si dimostra di non ascoltarlo; un altro ostacolo è il ricorso ad un linguaggio tecnico che contraddice lo stesso concetto di comunicazione; comunicazione che esiste, in quanto tale, solo se il messaggio è interpretato e compreso allo stesso modo da chi lo emette e da chi lo riceve. Si è affermato che l insoddisfazione del paziente per la cattiva comunicazione ha un peso di gran lunga superiore a qualsiasi altra insoddisfazione circa le competenze tecniche 17. Un altra considerazione riguarda i contenuti e le modalità della comunicazione. Negli ultimi decenni si è assistito ad una trasformazione sostanziale: un tempo si attribuiva al medico la discrezionalità nel fornire o no le informazioni al paziente, a seconda che le ritenesse opportune per favorire la sua salute. Nel giro di pochi anni, è stato riconosciuto il diritto esclusivo del paziente di essere informato, diritto rafforzato dalle disposizioni legali di tutela della privacy. L impressione tuttavia è che i comportamenti dei sanitari rischiano di essere influenzati non tanto dalle norme deontologiche, quanto piuttosto dal timore di procedimenti giudiziari. Quando esiste una comunicazione spesso si limita ad un nudo processo informativo: senza coinvolgimento empatico, in assenza di relazione autentica e di un fondamento etico, che non sia quello del rispetto formale dei diritti. Ne è un esempio la richiesta del consenso informato, che si limita in genere ad una semplice sottrazione di responsabilità da parte del medico piuttosto che ad una informazione corretta del paziente. Esiste quindi un divario tra teoria e pratica: la ricerca scientifica ha ormai sottolineato ampiamente la centralità della comunicazione in medicina e cerca di definire come questa comunicazione può essere pensata, insegnata e attuata 18 : ma in che misura questo bagaglio scientifico e culturale riesce ad influenzare l agire medico? Lo stesso ambito accademico si sta interrogando sui contenuti dell insegnamento nelle Facoltà di Medicina: si ritiene fondamentale far comprendere agli studenti che una cura efficace si fonda sulla comprensione della storia biologica, psico-sociale e culturale del paziente 19. E per raggiungere questo obiettivo, il medico deve essere in grado di utilizzare le capacità comunicative, la conoscenza biomedica e il ragionamento clinico per formulare le ipotesi diagnostiche. Si sostiene la stretta correlazione tra l attuazione di queste abilità nella pratica assistenziale e vari outcome rilevanti, quali la diagnosi e la terapia, una diminuzione degli errori medici, una riduzione dello stress, una maggior soddisfazione da parte sia del paziente che del 12 Wiggers J.H., Donovan K.O., Redman S., et al. Cancer patient satisfaction with care. Cancer 1990;66: Greenfield S., Kaplan S., Ware J-E Jr. Expanding patient involvement in care: effects on patient outcomes. Ann Intern Med 1985;102: Stewart M.A. Effective physician-patient communication and health outcomes: a review. Can Med Assoc J 1995;152: Levinson W., Roter D.L., Mullouly J.P. et al. Physician-patient communication: The relationship with malpractice claims among primary care physicians and surgeons. JAMA 1997;277: Journal American Medical Association, Buckmann R., La comunicazione della diagnosi, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003, pp Kurtz S, Laidlaw T, Makoul G, Schnabl G. Medical education initiatives in communication skills. Cancer Prevention Control 1999: 3:37-45; Kurtz S, Silverman J, Draper J. Teaching and learning Communication Skills in Medicine, 2nd edn. Abington, Oxon: Radcliffe Publishing Ltd Windish D.M., Pric G.E., Clever S.L., Magaziner J.L., Thomas P.A., Teaching Medical Students the Important Connection between Communication and Clinical Reasoning. Journal of General Internal Medicine 2005;20(12):110814 medico. Eppure, nonostante questi sforzi, è raro che venga insegnato agli studenti di medicina come fare per integrare la comunicazione con il ragionamento clinico. A tutt oggi i giovani medici in genere imparano ancora le modalità del rapporto con il paziente sul campo e dall esempio dei colleghi più anziani. Ne deriva la necessità di prevedere percorsi formativi efficaci. In conclusione, potremmo immaginare il rapporto medico-paziente come un percorso: dall informazione alla comunicazione, dalla comunicazione all incontro, dove l ascolto attivo gioca un ruolo fondamentale. Ma potrebbe anche essere un percorso inverso, dato che in un rapporto umano la neutralità è impossibile: ogni incontro produce presenza e la presenza è sempre comunicazione. Sullo sfondo allora, quale punto di partenza ed insieme mèta ideali, si può intravedere quell incontro che non è solo uno scambio tra chi è portatore di un bisogno e chi ha risposte efficaci, non è solo uno scambio tra ruoli: è uno scambio tra persone, in una situazione di suprema densità antropologica. Uno scambio che può diventare terapeutico anche per il medico stesso. Si è affermato che Se la biologia molecolare è stata adottata quale paradigma della medicina del 20mo secolo, il paradigma medico per il 21mo secolo dovrebbe essere centrato sulla relazione 20. E una sfida da raccogliere perché possa diventare un obiettivo largamente condiviso e attuato. Ma direi di più: perché non fare di questa proposta un progetto operativo? La sfida allora è quella di provare a sostanziare l agire medico delle dimensioni di reciprocità, di comunione, mettendole a fondamento di ogni relazione. 20 cfr. Johns Hopkins University, Defining thepatient-physician Relationship for the 21st Century 3rd Annual Disease Management Outcomes Summit October 30 November 2, 2003 Phoenix, ArizonaV American Healthways, In 1315 GERIATRIA NEL TERRITORIO Un metodo per i vecchi, per i medici e per il futuro. Salvatore Putignano Alberto Cester Pietro Gareri Prefazione (S. Putignano G. Paolisso G. Peperoni) 1. I nuovi assetti demografici e i nuovi bisogni degli Anziani (C. Tomassini, G. La mura, M. Di Rosa) 2. La qualità di vita nei grandi vecchi: tra perdite e guadagni (U. Senin, N. H. Nguyen, M. Pigliautile) 3. Il Paziente Geriatrico Complesso e la Sindrome di Fragilità: Specificità della Geriatria (M. Barbagallo, Ligia J Dominguez) 4. La ricerca genetica nelle demenze degenerative: stato dell arte e applicabilità (A.C. Bruni, M. E. Conidi, L. Bernardi) 5. Il delirium: un problema geriatrico di grande rilevanza, ma poco studiato (G. Bellelli, M. Trabucchi) 6. Le cardiocerebrovasculopatie nell anziano: nuove realtà (F. Rengo) 7. La depressione (V. Canonico) 8. Marcatori biologici per la diagnosi clinica di decadimento cognitivo e Malattia di Alzheimer: indicazioni e limiti (E. Cavedo, G.B. Frisoni) 9. Diabete e geriatria: outcome e terapia farmacologica (M. R. Rizzo,G. Paolisso) 10. Lo studio emodinamico in Geriatria: quando e perché (D. Leosco, G. D. Femminella, F. Rengo) 11. La Fibrillazione atriale nel paziente geriatrico: fisiopatologia, diagnosi e terapia (P. Abete) Riflessioni. Geriatria ed empatia. (R. Conforti). Alcuni problemi aperti della Geriatria (A. Bordin) 1. Premessa culturale (S. Putignano).Premessa storica (S. Putignano).La strategia metodologica (R. Lacava, A. Castagna).Settings assistenziali (E. Piermatteo, G. De Martino) 2. Il perchè per una Geriatria Territoriale (A. Cester).Il perché per una Geriatria Territoriale (A. Cester).La Rete dei Servizi geriatrici (M.C. Bollini; Leoci).La Rete dei Servizi ideale (M.B. Baggio) 3. Continuità assistenziale e Paziente geriatrico (A. Fabbo).L Ambiente come modello di intervento terapeutico nei setting assistenziali rivolti all anziano con demenza. (P. A. Bonati).Esiste la continuità assistenziale per il paziente geriatrico? (A. Fabbo, M. Garulli.).Le Strutture Intermedie (E. Silingardi, D. Lombardi, A. Balotta).Le cure domiciliari e l assistenza domiciliare integrata (ADI). (A. Fabbo).L unità di valutazione geriatrica. (G. Gelmini).La gestione del dolore nella rete dei servizi. (P. Guerzoni).Il Centro Diurno: sostegno della domiciliarità delle persone anziane a supporto dei familiari. (A. Marino).Il governo clinico nelle strutture residenziali (R. Amendolara).Cure palliative di fine vita- Hospice: la dignità della cura. (M.Pellati).Le dimissioni difficili. (C. D Anastasio).La formazione al lavoro di cura con l anziano (R. Chattat) 4. Problematiche legali (C. Volpe).Argomenti di bioetica.direttive anticipate di trattamento 5. Principi e problemi di Farmacologia geriatrica (P. Gareri, G. De Sarro) 6. L equipaggiamento del Geriatra territoriale (A. Giacummo).Lo Scompenso Cardiaco Sindrome geriatrica emergente (A. Giacummo).Problemi nutrizionali nel paziente anziano (L. Santarpia, F. Pasanisi).L insufficienza renale cronica.(a. Corsonello, I. Laino, S. Garasto).Disturbi dell equilibrio idroelettrolitico (S. Garasto, I. Laino, A. Corsonello).La terapia anticoagulante orale in geriatria (B. Castaldo, D. Castaldo, S. Putignano) 7. I disturbi cognitivi (V. Canonico).Mild Cognitive Impairment.Le demenze 8. I grandi problemi (S. Marino).Le cadute (S. Marino).Le problematiche reumatologiche nel Paziente anziano (C. Manzo).Osteoporosi ed invecchiamento (C. Manzo).Le statine e l Anziano (A. Giacummo).Il dolore (L. Iallonardo) 9. Le quotidianità (AM Cotroneo).I disturbi del sonno nell Anziano (AM. Cotroneo).La disfunzione erettile nell Anziano (A. Aversa, R. Bruzziches, M. Natali, D. Francomano, A. Lenzi).La febbre (D. Grassone).La sincope (G. Mercadante) 10. Casi clinici (G. Cerqua).Talassemia ( G. Cerqua, G. De Rosa).Ulcera vascolare? (G. Cerqua, G. De Rosa).Nutrizione artificiale domiciliare: età correlata? (G. Cerqua).Delirium, demenza ed.infarto miocardio acuto (G. Cerqua).Isolamento relazionale. Quale relazione con la demenza? (C. Postiglione).Prepensionamento e depressione (C. Postiglione).Un caso di fvftd ad esordio precoce e decorso atipico (A. Capasso) 1416 L empatia: ci interessa? I significati del colloquio anamnestico di Teodoro Marotta - Specialista Ambulatoriale ASL Napoli 1 e Salerno 1 - RIASSUNTO: All empatia è oggi riconosciuto un ruolo rilevante nella strutturazione del rapporto tra medico e paziente. Essa è stata definita come la capacità di comprendere che cosa sta sperimentando un altra persona dall interno del suo sistema di riferimento, facendo in modo che essa avverta l impegno a porsi nella sua prospettiva. Per costruire relazioni cliniche empatiche, è considerato essenziale porre a tacere commenti e ragionamenti diagnostici mentre si ascolta il paziente. La condotta empatica facilita la raccolta delle informazioni in sede anamnestica, ponendo le premesse per una diagnosi più accurata ed una terapia migliore; inoltre, aiuta il paziente a recuperare la propria autonomia ed a partecipare alla terapia, aumentandone l efficacia. Essa permette di costruire interazioni terapeutiche, che influenzano positivamente il recupero del paziente e risultano benefiche anche per il medico, entrando a far parte delle esperienze che danno significato alla vita. Inoltre, l empatia rende più accettabile l incertezza clinica e le situazioni in cui la risposta biomedica è insufficiente. Nel raccogliere l anamnesi, è utile adottare un approccio narrativo, consentendo al paziente di esprimersi compiutamente: in tal modo è possibile cogliere elementi altrimenti inespressi, che possono rivelarsi cruciali per la diagnosi. Si parla oggi di costruire la storia clinica, piuttosto che raccoglierla, poiché essa risulta opera di entrambi gli attori - medico e paziente - i quali vi contribuiscono ciascuno con le sue specificità, tecniche da un lato ed esperienziali dall altro. Il colloquio clinico risulta, così, avere un triplice obiettivo: raccogliere le informazioni necessarie alla diagnosi, costruire il rapporto attraverso un ascolto empatico e fornire al paziente le nozioni utili a gestire il suo problema. Quest operazione richiede del tempo: dopo visite più lunghe, è più probabile che il paziente acquisti fiducia nel suo medico e, conseguentemente, sia motivato ad aderire alla terapia. Tuttavia, è stato osservato ripetutamente, in contesti diversi, che il tempo dedicato alle visite è usualmente molto breve. Un rapporto correttamente ed efficacemente impostato è la premessa migliore per giungere all alleanza terapeutica, cioè al coinvolgimento del paziente nel perseguire obiettivi condivisi. PAROLE CHIAVE: rapporto medico-paziente, empatia, interazioni terapeutiche, anamnesi, alleanza terapeutica. L empatia: senso e definizione Trattare di empatia in un contesto medico può avere significato se essa svolge un ruolo nell adempimento degli scopi della medicina, i quali possono essere riassunti nell aiutare le persone a vivere di più e meglio (in altre parole, nel ridurre il numero dei decessi prematuri e migliorare la qualità di vita). Per la loro stessa natura, questi obiettivi lasciano spazio ad un continuo miglioramento. Possiamo chiederci in quale misura oggi la medicina riesca a perseguirli. La risposta è complessa, perché varia a seconda delle diverse parti del mondo e delle patologie che si prendono in considerazione; inoltre, quando si nota una variazione della mortalità o della morbilità relative ad una malattia nel tempo, occorre distinguere il ruolo causale delle mutate condizioni di vita di quella popolazione da quello attribuibile stricto sensu alla medicina. Consideriamo, a titolo di esempio, l impatto della terapia sui danni provocati dall ipertensione arteriosa, che è forse la malattia più diffusa (la sua prevalenza aumenta con l età, fino ad interessare più del 50% delle persone oltre 60 anni) (1) ed è responsabile di una quota rilevante della mortalità e morbilità totale. Le evidenze disponibili sull efficacia della terapia antiipertensiva nel ridurre la morbilità e la mortalità legate all ipertensione arteriosa sono molto ampie (2-3). Tuttavia, qual è l effetto dell intervento terapeutico nella popolazione reale, al di fuori degli studi clinici controllati? Se osserviamo la frazione di pazienti la cui ipertensione è ben controllata nei diversi Paesi del mondo, giungiamo a conclusioni ben diverse da quelle che farebbero sperare i grandi studi d intervento: secondo i dati del progetto MONICA, la quota di ipertesi la cui pressione arteriosa è ridotta al di sotto dei 140/90 mm Hg è minore del 25% in tutti i Paesi considerati, e nella maggior parte di essi si discosta notevolmente da tale valore. Anche considerando solo gli ipertesi trattati, la percentuale di successo terapeutico è scarsa, poiché di rado raggiunge il 30% tra gli uomini ed il 50% tra le donne (4) (Fig. 1). Se ne deduce che il potenziale della terapia antiipertensiva per ridurre la mortalità e la disabilità (cioè, per perseguire gli scopi principali della medicina) è ben poco utilizzato e, quindi, i vantaggi per le centinaia di milioni di ipertesi presenti nel mondo sono di gran lunga minori di quanto si potrebbe ottenere. Ed infatti si stima che, nonostante l efficacia comprovata delle terapie disponibili, per l anno 2001 siano attribuibili globalmente all ipertensione arteriosa decessi (13,5% della mortalità totale) e di anni di vita con disabilità (6,0% del totale) (5). Ci si può chiedere quali siano le ragioni della discrepanza tra l efficacia degli strumenti a nostra disposizione per la terapia ed un esito così deludente. Tra i vari elementi che possono condurre all insuccesso terapeutico, il settimo rapporto del Joint National Committee statunitense sulla prevenzione, il rilevamento, la valutazione ed il trattamento dell iper tensione arteriosa (JNC7) (6) ne sottolinea due, che sono validi per molti campi della medicina, se non per tutti: l inerzia clinica, cioè il non perseguire con la dovuta energia gli obiettivi che l evidenza disponibile rivela come necessari, e la mancata motivazione dei pazienti. Gli autori del rapporto partono dalla considerazione che anche la terapia più efficace, prescritta dal miglior medico, produrrà i suoi effetti solo se il paziente è motivato a seguire le prescrizioni in termini di assunzione di farmaci e di adeguamento delle abitudini di vita. La motivazione migliora se il paziente nutre fiducia nel proprio medico e fa un esperienza positiva del rapporto con lui: l empatia costruisce la fiducia ed è un potente elemento di motivazione. Ma che cos è l empatia? Essa è stata definita come la capacità di comprendere che cosa sta sperimentando un altra persona dall interno del suo sistema di riferimento: in altre parole, la capacità di mettersi nei panni dell altro (7), facendo sì che il paziente percepisca tale impegno (8). Allo stesso tempo, il medico dovrebbe evitare un coinvolgimento emotivo troppo intenso, che risulterebbe usurante e disturberebbe l obiettività necessaria all esercizio della sua attività (9). Molteplici sono le conseguenze della condotta empatica: anzitutto, essa rende i pazienti più propensi a comunicare sintomi e problemi, ponendo le premesse per una diagnosi più accurata ed una terapia migliore; inoltre, aiuta il paziente a recuperare la propria autonomia ed a partecipare alla terapia, aumentandone l efficacia; infine, apre la strada all instaurarsi di interazioni terapeutiche, che si rivelano tali 1517 sia per il paziente (10), sia per il medico, perché capaci di rispondere all esigenza, comune a tutti noi in quanto uomini, di rapporti e di esperienze che diano significato alla vita (11). Queste interazioni rendono più accettabile anche l incertezza clinica, che rimane inevitabile in medicina, e le situazioni in cui la risposta biomedica è insufficiente (12). L anamnesi: solo raccolta dati? Nel raccogliere l anamnesi, avviene spesso che il medico a trascuri la prospettiva del paziente ed adotti un approccio prevalentemente euristico, mirato ad identificare in ciò che ascolta segni e sintomi che gli consentano di inquadrare il caso secondo criteri classificativi prestabiliti (13). Tuttavia, un tale paradigma comunicativo viene oggi considerato insufficiente. In uno studio realizzato in ambulatori di Medicina Generale, infatti, è stato osservato che il 54% dei problemi ed il 45% delle preoccupazioni dei pazienti non erano rivelati durante la visita, né i medici facevano in modo che ciò avvenisse (14). Affinché il colloquio anamnestico sia fruttuoso, occorre fare spazio al paziente e mettere insieme i brani di storia, spesso interrotti e talora contraddittori, che egli racconta. Questo approccio narrativo (15) consente di cogliere elementi altrimenti inespressi (16), apprezzabili solo tenendo conto della prospettiva dalla quale il paziente vive la propria condizione, che possono rivelarsi cruciali per la diagnosi. E stata suggerita una strategia in quattro tempi per costruire relazioni empatiche con i pazienti (17): 1. Stabilire il rapporto: esso dipende dal rispetto e dall interesse reciproci, che devono essere manifestati da entrambi gli interlocutori. A tale scopo occorre lasciar parlare il paziente, saper riconoscere le sue emozioni ed aiutarlo a renderle esplicite. 2. Far tacere dentro di sé commenti, critiche e ragionamenti diagnostici mentre il paziente parla. Solo dopo sarà opportuno procedere a chiarire i punti oscuri del racconto ed a verificare le ipotesi cliniche. 3. Mirare ad attingere i processi inconsci del paziente: ciò aiuterà a comprendere che cosa si cela dietro alle sue parole ed ai suoi silenzi ed a porre correttamente le domande volte a chiarire la diagnosi. 4. Comunicare al paziente che lo abbiamo capito e lo accettiamo incondizionatamente. E qui che il processo empatico raggiunge il suo culmine e può cominciare a stabilirsi un rapporto profondo. Di particolare rilievo è il secondo di questi quattro punti. Noi medici siamo più abituati a parlare che ad ascoltare, eppure occorre anche, in certa misura, saper tacere esteriormente ed interiormente, per fare spazio a ciò che il paziente intende comunicare di sé e della sua esperienza di malattia. Occorre la fatica di accantonare temporaneamente il nostro sapere medico, o meglio la parte tecnica di esso, che potrebbe costituire un ingombro verso una comunicazione piena. Nessun interlocutore, con il suo mondo esperienziale, può trovare spazio dentro di noi, se la nostra mente è occupata da nozioni, ipotesi e schemi. L ascolto empatico richiede di essere liberi da ciò che abbiamo dentro: solo così si costruisce efficacemente un rapporto. E questa una regola di vita generale (18), pienamente applicabile anche alla nostra professione. Attuandola, si sperimenta che l arte dell ascolto non comporta affatto una diminutio del nostro ruolo, ma che, al contrario, saperla esercitare integra ed estende la professionalità e permette di raccogliere frutti altrimenti inattingibili. Con un rapporto impostato così, il paziente percepisce il medico non più come distante, ma prossimo. Tale percezione non è indifferente per chi vive l esperienza della malattia. In uno studio condotto negli Stati Uniti su 214 pazienti afferenti a 29 medici di assistenza primaria, è stato osservato che la percezione da parte del paziente di un affinità personale col medico (a differenza dell affinità etnica, di età o di sesso), predice il grado di soddisfazione, di fiducia e la volontà di aderire alla terapia. Tale percezione è a sua volta influenzata dalla misura in cui la comunicazione del medico è centrata sul paziente (19). Quando qualcuno narra la propria storia, è influenzato dall ascoltatore: l attenzione e la risposta di quest ultimo, espressa attraverso la mimica ed i gesti, modificano la modalità ed il contenuto della narrazione. Contemporaneamente, chi ascolta interpreta il racconto secondo il suo patrimonio di esperienza e reagisce di conseguenza (20). Il medico raccoglie la storia di un malessere concreto, la informa delle proprie nozioni scientifiche, la reinterpreta alla luce di esse, la riformula come storia clinica ed infine la restituisce al paziente come ipotesi diagnostica (21). Si parla, perciò, di costruire la storia clinica, piuttosto che raccoglierla, poiché essa risulta opera di entrambi gli attori, i quali vi contribuiscono ciascuno con le sue specificità, esperienziali da un lato e tecniche dall altro (13). Ecco definiti, allora, i tre obiettivi del colloquio tra medico e paziente (22): 1. raccogliere le informazioni necessarie; 2. costruire il rapporto attraverso un ascolto empatico (7) 3. fornire al paziente le nozioni utili a gestire il suo problema. Il valore del tempo Questa operazione, naturalmente, richiede del tempo, che spesso, nelle nostre ordinarie condizioni di lavoro, scarseggia, o noi stessi non siamo disposti a concedere. Uno studio eseguito in Germania intervistando 617 pazienti affette da carcinoma della mammella, ha evidenziato che la durata mediana della visita nella quale veniva comunicata la diagnosi era di 15 minuti; alla domanda su che cosa suggerissero di migliorare nell assistenza, il 51% delle pazienti rispondeva che i medici dovrebbero dedicare più tempo a dare spiegazioni (23). Negli ambulatori di Medicina Generale, i ritmi possono essere ancora più sostenuti: presso 112 Medici di famiglia di Madrid, la durata media delle oltre 3500 visite registrate era di 7,8 minuti (24). È stato inoltre osservato, esaminando registrazioni di colloqui clinici, che il paziente viene interrotto in media dopo appena 18 (25) o 23 secondi (16). Eppure, è notevole il vantaggio di incoraggiare il paziente ad esprimere il contesto psicosociale nel quale sono inseriti i suoi sintomi (26). Il tempo dedicato a ciascun paziente contribuisce, tra l altro, a determinare la fiducia che egli ripone nel proprio medico. In uno studio statunitense, eseguito su 100 medici di Medicina Generale, è stato osservato che la fiducia nutrita per essi dai loro pazienti era correlata positivamente con la durata delle visite; inoltre, era maggiore se il medico si sforzava di comprendere l esperienza che i pazienti avevano della malattia (27). È anche possibile che se il medico è troppo frettoloso, il paziente consideri l ipotesi di abbandonarlo: in uno studio condotto su 2052 pazienti di tre diverse aree metropolitane negli Stati Uniti, l idea di cambiare il proprio medico di Medicina Generale o ginecologo era legata a tre fattori: la scarsità di informazioni fornite dal medico (odds ratio [OR] = 4,0; intervallo di confidenza al 95% [IC] = 2,4-6,6); il poco tempo da lui dedicato a rispondere alle domande (OR = 3,3; IC = 2,2 5,2); l insufficiente comprensibilità delle sue risposte (OR = 2,0; IC = 1,3-3,0) (28). Inoltre, è stato osservato che se il tempo della visita è troppo breve, è più difficile per il medico risolvere i propri dubbi diagnostici o terapeutici. Nello studio di Madrid citato sopra, di tutte le domande che i medici si erano posti nel corso delle visite, ben il 78% era lasciato inevaso e solo il 9,6% trovava risposta in presenza del paziente (24). Occorre considerare, tuttavia, che non sempre noi medici siamo liberi di dedicare ai nostri pazienti il tempo che riterremmo necessario, poiché siamo legati a quanto ci viene richiesto dalle strutture per le quali lavoriamo. Questa difficoltà è ormai universale. Di 816 cardiologi di Buenos Aires, i due terzi ritenevano adeguata per le proprie visite una durata di minuti, ma le aziende sanitarie ne lasciavano a loro disposizione solo la metà; quasi tutti gli intervistati pensavano che ciò costituisse una violazione dei principi etici da parte dell azienda ed i tre quarti di loro avvertivano di infrangere essi stessi l etica professionale nell aderire a tali disposizioni (29). Qui in Italia, l Accordo Collettivo Nazionale degli Specialisti Ambulatoriali prevede che le prestazioni non debbano durare meno di 15 minuti; tuttavia, presso molte ASL questa norma viene interpretata nel senso che viene programmata una visita ogni quarto d ora, con la conseguenza di rendere l attività degli specialisti meno accurata, di 1618 ridurre la fiducia che i pazienti nutrono in loro e, quindi, l aderenza alla terapia ed i vantaggi di essa: in una parola, si disattendono i fini istituzionali di un Azienda Sanitaria. Investire nel rapporto: quali esiti concreti? Un rapporto correttamente ed efficacemente impostato nel colloquio anamnestico è la premessa migliore per giungere all alleanza terapeutica, cioè al coinvolgimento del paziente (ed eventualmente della sua famiglia) nel perseguire obiettivi condivisi. Cercare di stabilire un rapporto qualitativamente valido in vista di tale alleanza comporta dei costi professionali: occorre impegnarsi più a fondo con ciascun paziente, studiare per acquisire le abilità necessarie, dedicare a ciò tempo ed energie. Ci si può chiedere se ne valga la pena, se tutto ciò produca un vantaggio in termini di risultati terapeutici, oltre quelli già considerati riguardanti il livello di fiducia del paziente, la soddisfazione sua e del medico e l intenzione di aderire alla terapia. Numerosi studi clinici si sono proposti di rispondere a questa domanda ed esistono sull argomento alcune revisioni della letteratura, che sono prese in esame nell articolo successivo (30). Qui cito solo un osservazione personale recente, lo studio ICON (31), nel quale abbiamo valutato l efficacia in termini di prevenzione cardiovascolare di un approccio basato sul rapporto empatico nei confronti di pazienti anziani con basso livello d istruzione e lavorativo, afferenti a due ambulatori di Medicina Interna del Sevizio Sanitario Nazionale situati in rioni popolari della città di Napoli. L età avanzata ed il basso livello socioculturale sono fattori notoriamente associati ad una scarsa adesione alla terapia. Sono state adottate le misure suggerite dal JNC7 per fornire ai pazienti un rinforzo empatico (6). In particolare: è stato dimostrato interesse per le loro necessità e preoccupazioni; i progressi compiuti in termini di modifiche delle abitudini di vita ed i miglioramenti clinici ottenuti sono stati sottolineati in maniera gratificante; è stato verificato che le indicazioni date venissero comprese adeguatamente; in caso di scarsa risposta terapeutica, gli appuntamenti sono stati ravvicinati; le problematiche incontrate nell aderire alle misure farmacologiche e non farmacologiche sono state ripetutamente esaminate; le indicazioni riguardanti la dieta e le abitudini di vita sono state rinforzate ad ogni visita, suggerendo rimedi per superare le difficoltà. E soprattutto, ci si è impegnati a praticare l ascolto empatico, secondo i principi enunciati sopra. Ciò ha condotto alla diagnosi di numerose condizioni morbose misconosciute (462 su 503 pazienti, di cui 283 riguardanti fattori di rischio cardiovascolare o segni di danno d organo) ed al miglioramento significativo del profilo di rischio durante il periodo d osservazione (Fig. 2). Conclusioni Da quanto esposto si può concludere che un assistenza di buona qualità richiede non solo la prescrizione di un trattamento efficace, ma anche una buona comunicazione e lo sviluppo della fiducia, che è favorito dall empatia (32). L aforisma secondo il quale non esiste la malattia, ma il malato esprime una realtà evidente, poiché ciascuno fa un esperienza unica dello star male. Per assicurargli gli indubbi benefici della medicina moderna, è certamente nostro dovere di medici estrarre dalla narrazione del paziente ciò che lo accomuna agli altri, inquadrandolo come un caso clinico ; tuttavia, se facciamo solo questo, lo disumanizziamo, non lo trattiamo come persona e, invece di aiutarlo, possiamo in realtà aumentare la sua sofferenza (33). Nostro compito è apprezzare l unicità e l irripetibilità della persona che ci sta di fronte (34), senza spostare il fuoco dell indagine clinica dagli aspetti ripetibili e biologici della malattia. Unicità e riproducibilità: due poli apparentemente opposti, ma integrabili da un rapporto correttamente impostato tra curante e paziente. Sono i due poli tra i quali si muove la medicina: disciplina singolare, a cavallo tra le Scienze umane e quelle positive (15), perché più di ogni altra ha a che fare contemporaneamente con il mondo fisico e con quelli psicologico, sociale e spirituale. Chi la esercita deve necessariamente usare il rigore logico del metodo matematico-statistico e la duttilità, la capacità d introspezione e d immedesimazione che solo le scienze umane ed una profonda interiorità aiutano a sviluppare. A contatto col paziente, noi medici abbiamo il compito di integrare la nostra personale esperienza clinica e la nostra sensibilità umana con la più solida evidenza scientifica disponibile (35). La medicina si rivela, così, contemporaneamente una Scienza ed un Arte (20). Qui, forse, risiede il fascino di una professione che sempre più si va confermando essere pienamente se stessa solo se orientata all uomo. 1719 Titolop Bibliografia 1. Kearney PM, Whelton M, Reynolds K, Muntner P, Whelton PK, He J. Global burden of hypertension: analysis of worldwide data. Lancet 2005; 365: Blood Pressure Lowering Treatment Trialists Collaboration; di AutoreTitolo Neal B, MacMahon - Titolop S, Chapman N. 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JAMA 2001; 285:20 DIABETE E DISABILITA : studio osservazionale sul recupero funzionale nei pazienti in assistenza domiciliare integrata di Cataldo Maria Concetta, Calcara Maria Luisa, Caputo Giuseppe*, Salerno Vincenzo, Licari Maria Ivana, Rizzo Giovanna, Pirrotta Silvia - U.O. UVG e ADI Distretto 10 ASP6 Palermo, Lima Vincenzo - Direttore Distretto 10 ASP6 Palermo, Mammina Caterina - ¹ Dipartimento di Scienze per la Promozione della salute G. D Alessandro Università degli studi di Palermo, Oddo Gioacchino - Direttore del Dipartimento per l integrazione socio-sanitaria ASP6 Palermo RIASSUNTO: La gestione sanitaria e sociale del paziente anziano diabetico è un problema con un impatto di rilevanza crescente sui costi di assistenza. Il diabete mellito frequentemente associato ad altre patologie croniche, figura tra i maggiori fattori di rischio di disabilità fisica nel paziente anziano. Scopo dello studio è stato quello di valutare la prevalenza della malattia diabetica tra i nostri pazienti trattati in assistenza domiciliare integrata dall U.O.UVG e ADI del Distretto10 dopo un evento acuto disabilitante di tipo neurologico o ortopedico (ictus o frattura) e studiarne l eventuale associazione con un grado maggiore di disabilità nelle ADL/IADL, mettendo a confronto i pazienti diabetici con quelli non affetti da questa patologia. Lo studio ha evidenziato che i pazienti diabetici soprattutto quelli con problemi ortopedici, ed in particolar modo le donne, hanno presentato maggiori difficoltà nel realizzare un recupero funzionale. Parole chiave: diabete, riabilitazione, assistenza domiciliare, disabilità INTRODUZIONE Il diabete mellito è una malattia ad elevata diffusione in tutto il mondo e la sua prevalenza ed incidenza sono in continua crescita anche nei Paesi in via di sviluppo.(1) È stato già dimostrato che nei Paesi occidentali l avanzare dell età si associa spesso con un aumento di incidenza della malattia e la forma più frequente di diabete mellito nella popolazione anziana è quella non insulino-dipendente, cioè la forma determinata da una riduzione della secrezione insulinica associata ad un aumento delle resistenze periferiche.(2) La gestione sanitaria e sociale del paziente anziano diabetico è, dunque, un problema con un impatto di rilevanza crescente sui costi di assistenza per cui assume grande rilievo studiare le misure in grado di controllare e minimizzare la disabilità che la malattia stessa procura. (3) Le Linee Guida internazionali recenti sottolineano l importanza di un trattamento farmacologico specificamente adattato al paziente anziano. Di fatto, tuttavia, non vi sono sufficienti studi di intervento su larga scala sugli anziani diabetici e mancano prove sostanziali del vantaggio derivante dal controllo glicemico e lipidico nel garantire una buona qualità di vita al paziente evitando per quanto possibile le complicanze invalidanti che la malattia diabetica determina. Nel soggetto anziano, assistiamo ad un progressivo rimodellamento della composizione corporea con una riduzione della massa magra che è quella metabolicamente attiva e un aumento assoluto e relativo del tessuto adiposo. Questo fatto determina una situazione sfavorevole dal punto di vista metabolico predisponendo ad una alterazione dell omeostasi glicemica. Gli effetti multistemici propri del dismetabolismo glucidico e le altre alterazioni metaboliche ad esso correlate, interagiscono in modo probabilmente sinergico, con le modificazioni fisiopatologiche proprie del processo d invecchiamento. L interazione tra questi due fattori nel soggetto anziano rappresenta il substrato per lo sviluppo di tipiche sindromi geriatriche quali i disturbi della funzione cognitiva e affettiva, il declino funzionale fisico, l elevato rischio di cadute e fratture, tutte condizioni che rappresentano alcuni dei problemi più allarmanti e pressanti, anche in termini di salute pubblica, della medicina geriatrica.(4) Vi sono sempre più chiare evidenze di come il diabete sia associato a riduzione delle performance psicofisiche e disabilità, conducendo così a forme di handicap nella popolazione anziana.(5)(6) La disabilità è una condizione eterogenea non solo in termini di gravità ma anche di modalità di esordio e progressione. La disabilità da noi analizzata in relazione alla malattia diabetica è quella che si sviluppa in maniera rapida come conseguenza di un evento morboso acuto. La sua comparsa negli anziani è sempre un evento grave in quanto si associa ad un peggioramento dello stato di salute, determinando uno scadimento della qualità di vita ed una ulteriore riduzione dell autonomia e dell autosufficienza.(7) SCOPO Scopo del nostro studio è stato quello di valutare la prevalenza della malattia diabetica tra i nostri pazienti trattati in assistenza domiciliare integrata dopo ictus o frattura e studiarne l eventuale associazione con un grado maggiore di disabilità nelle ADL/IADL, confrontando i pazienti diabetici con quelli non affetti da questa patologia. MATERIALI E METODI Nel nostro lavoro sono stati esaminati i dati epidemiologici relativi a 337 pazienti consecutivamente trattati dal 2006 al 2009 in assistenza domiciliare per esiti di ictus e fratture del femore dal dall Unità Operativa di Valutazione geriatrica e A.D.I. del Distretto 10. I pazienti sono stati stratificati in due gruppi: 99, di cui 51 con postumi di fratture ( 15 maschi e 36 femmine) e 48 con postumi di ictus cerebrale (21 maschi e 27 femmine) affetti da diabete mellito, e 239 pazienti di cui 82 con postumi di ictus ( 35 maschi e 47 femmine) e 157 con postumi di fratture ( 37 maschi e 120 femmine) che non presentavano tale patologia. I pazienti, al momento della presa in carico, sono stati sottoposti a valutazione multidimensionale da parte della Unità Valutativa Geriatrica (UVG) distrettuale. La valutazione multidimensionale è stata fatta utilizzando la cartella SVAMA. La valutazione dello stato cognitivo è stata effettuata con l SPQM, la valutazione dell attività di base della vita quotidiana e della mobilità con l Indice di Barthel- attività di base e l Indice di Barthel-mobilità. La valutazione dell Indice di Barthel sia relativa all attività di base che alla mobilità è stata ripetuta al momento della dimissione. Sulla base di quest approccio metodologico, quindi, ciascun assistito è stato configurato da una serie di parametri ed, in particolare, dai seguenti: condizioni iniziali, interventi previsti ed effettuati, risultati attesi, risultati ottenuti. L analisi dei dati è stata effettuata con il software EpiInfo v. 6.0 (CDC, Atalanta, GA, USA). L analisi descrittiva è stata effettuata con il calcolo delle medie di posizione e delle frequenze. La significatività delle differenze riscontrate è stata valutata con il test ANOVA ad una via o Kruskall- Wallis, quando indicato, o del chi quadrato, rispettivamente. L esito del trattamento è stato definito come la differenza percentuale tra il punteggio prima e dopo il trattamento sulle scale di Barthel-attività di base e Barthel mobilità. La significatività delle differenze riscontrate è stata valutata con il test ANOVA ad una via o Kruskall-Wallis, quando indicato. RISULTATI Sono stati valutati i dati relativi a 337 pazienti, di cui 229 di genere femminile e 108 maschile. L età mediana è risultata pari a 72,5 anni (range interquartile, RIQ, 66,0-82,5) per le donne e 80,0 anni (RIQ 75,0-86,5) per gli uomini, P <0, soggetti, di cui 63 donne (63,6%) e 36 uomini (36,4%), erano affetti da diabete, mentre 239, di cui, rispettivamente, 167 donne (69,9%) e 72 uomini (30,1%), non erano affetti da tale patologia. Nel gruppo di soggetti in studio nessuna associazione statisticamente significativa è stata messa in evidenza tra genere e presenza di diabete (P = 0,13). Nessuna associazione è stata documentata, inoltre, tra età e diabete: i soggetti affetti da questa patologia avevano, infatti, un età mediana pari a 77,0 anni (RIQ = 71,0-82,0), mentre i soggetti non diabetici un età mediana di 80,0 anni (RIQ=72,0-86,0), P = 0, pazienti (67,2%) sono stati classificati come ipertesi e questa condizione ha mostrato, come ampiamente atteso, un associazione statisticamente significativa con il diabete: infatti, i soggetti diabetici sono apparsi ipertesi nel 77,8% dei casi vs. il 62,8% di ipertesi tra i soggetti non affetti da diabete, P = 0,003. Tra i pazienti in studio, 134 soggetti presentavano postumi di fratture e 202 di ictus cerebrale. Una frequenza significativamente più elevata di fratture è risultata presente nel genere femminile (F = 65,8% vs M = 19 Vedere altro
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 ART. 1
 ART. 2
 ART. 15
 art. 8
 art. 75