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Timestamp: 2019-09-16 08:16:33+00:00

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Legge 40 toccala: giugno 2009
"Crossing border" per l'Europa. I numeri del turismo procreativo
Repubblica - 30 giugno 2009
Studio su quelle coppie che pur di avere un figlio sfuggono alle legislazioni di casa propria riparando in altre nazioni dove la legge è più permissiva. Molti italiani, ma non solo
AMSTERDAM - Li chiamano "crossing borders" perché in effetti non è che si allontanino molto dai loro paesi. Tutti, però, hanno una cosa in comune: pur di avere un figlio sfuggono alle legislazioni di casa propria riparando in altre nazioni dove la legge è più permissiva ed è consentito ricorrere - è il caso più frequente - a donazioni di ovociti o spermatozoi. Il fenomeno del turismo procreativo, insomma, non è solo italiano e i dati presentati al venticinquesimo congresso dell'ESHRE, la Società europea di Riproduzione umana ed Embriologia, in corso ad Amsterdam, ne sono la prova. "C'è una considerevole migrazione di pazienti entro i confini europei - spiega Francoise Shenfield, dell'University College Hospital di Londra, coordinatore di uno studio effettuato su cliniche di sei paesi europei, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Slovenia, Spagna e Svizzera - una cifra stimata da almeno ventimila a venticinquemila trattamenti. Difficile dire quanti pazienti, perché ogni paziente può ricorrere a più di un trattamento prima di riuscire ad ottenere una gravidanza". Almeno due terzi dei pazienti individuati dallo studio proviene da quattro paesi, il numero maggiore arriva dall'Italia (31,8 per cento), seguono Germania (14,4), Paesi Bassi (12,1) e Francia (8,7). Le ragioni principali per andare all'estero sono per tutti quelle di sfuggire alle leggi di casa propria: è questo il motivo per l'80,6 per cento dei tedeschi, il 71,6 dei norvegesi, il 70,6 degli italiani e il 64,5 dei francesi. Ma molti ritengono anche di poter ricevere all'estero cure migliori. Gioca un ruolo anche l'età delle donne: a fronte di un'età media di 37,5 anni, in Germania e Gran Bretagna l'età è superiore ai 40 anni (addirittura ha più di 40 anni il 63,5 per cento delle inglesi). Quanto allo stato civile, cambia molto a seconda dei paesi di provenienza e mentre le italiane che ricorrono alla fecondazione assistita sono quasi tutte sposate (82%), la media europea è di 69, con un 43,4% di svedesi single e un 50% di francesi conviventi.
Ma che cosa vanno a cercare queste coppie all'estero? La stragrande maggioranza, il 73%, cerca trattamenti di riproduzione assistita (Fivet e Icsi, tecniche di secondo livello), il 22 per l'inseminazione intrauterina, il 4,9 entrambe. "Il 60% circa delle coppie italiane - spiega Anna Pia Ferraretti, membro della task force di ESHRE che studia su scala europea il fenomeno della migrazione riproduttiva - è andata all'estero per donazione di seme, di ovociti e, in minore misura, per la diagnosi genetica pre-impianto. Ma circa il 40% delle coppie è andata via dall'Italia per eseguire trattamenti leciti da noi, ma che credono più efficaci in paesi dove esiste una legge più liberale. In quasi il 50% dei casi, entrambi i partner della coppia erano laureati, a conferma del fatto che la necessità di emigrare crea una discriminazione a livello culturale-economico". Alcuni paesi europei poi si sono, per così dire, specializzati: e così si va in Spagna e nella Repubblica Ceca per la donazione di ovociti, le svedesi vanno in Danimarca per le inseminazioni e le francesi, soprattutto le coppie lesbiche, in Belgio, anche loro per le inseminazioni. Sono aumentate così tanto le donne che vanno in Belgio chiedendo spermatozoi, che nelle banche del seme belghe comincia ad esserci scarsità di deposito. Per quanto riguarda l'Italia, a parte le coppie che comunque continueranno ad andare all'estero per le donazioni di gameti, la situazione sta cambiando, dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha modificato di fatto alcune parti della legge 40. "Già adesso c'è una inversione di tendenza - precisa Andrea Borini, presidente dell'Osservatorio Turismo Procreativo - ma la situazione in Italia è ancora poco chiara, ambigua, e molti centri si mantengono sulla difensiva perché temono difficoltà". Eppure la legge è chiara. "La sentenza della Corte Costituzionale - precisa Filomena Gallo, avvocato e presidente dell'associazione di pazienti Amica Cicogna, ad Amsterdam per la nascita di Fertility Europe, associazione europea di pazienti - ha di fatto determinato una nuova applicazione della legge e dunque l'esodo di pazienti dovrebbe subire un brusco arresto. Le coppie possono inseminare più di tre embrioni e possono congelare quelli in più se c'è un rischio per la salute della donna. Inoltre è il medico a decidere caso per caso quali tecniche applicare alla sua paziente". Viaggi della fertilità a parte, all'ESHRE sono stati presentati alcuni studi che probabilmente cambieranno il futuro prossimo della pratica medica: oggi, in particolare, è stato il giorno del Karyomapping, un nuovo test in grado di poter individuare negli embrioni anomalie genetiche, come la fibrosi cistica, e cromosomiche, sia a livello numerico (aneuplodie) che strutturale. Messo a punto da ricercatori inglesi e statunitensi, il test, più rapido di quelli attualmente utilizzati e in futuro anche più economico, dà risultati completi in 3 giorni ma - secondo Gary Harton, direttore scientifico del Genetics & IVF Institute a Fairfax, in Virginia, che lo presentato - i tempi potrebbero contrarsi fino a 18-24 ore. L'obiettivo è arrivare all'uso di Karyomapping in un trial clinico già quest'anno. E poi, se dimostra di funzionare sui grandi numeri, arriverà anche nei laboratori, dove si incrociano scienza e speranze.
Rimane sterile dopo la chemioterapia. Partorisce grazie a un ovaio congelato
Corriere della Sera - 25 giugno 2009
Prelevata alla 23enne prima di iniziare la terapia, le è stata poi trapiantata con successo. Quindi la gravidanza
PARIGI - Caso senza precedenti in Francia: una donna, diventata sterile dopo un'intensa chemioterapia, ha partorito una bambina grazie al trapianto di una delle ovaie che le era stata prelevata anni prima e conservata in congelatore. Rachel Barbier, 23 anni, fin dall'infanzia soffriva di una forma grave di drepanocitosi, una malattia del sangue per cui ha dovuto subire un trapianto di midollo osseo.
DUE TENTATIVI - Prima della chemioterapia, nel 2005, aveva accettato di farsi prelevare un ovaio, sperando di poter restare incinta in futuro. L'operazione era stata portata a buon fine all'ospedale di Besancon dallo staff del dottor Germain Agnani: l'ovaia è stata congelata e conservata a -196 gradi nell'azoto liquido. Una volta che Rachel è guarita, nel 2008, il tessuto ovarico è stato scongelato e trapiantato con successo nel corpo della donna nell'ospedale di Limoges dal professor Pascal Piver. Una prima gravidanza è stata extra-uterina, ma la seconda è andata bene e Rachel ha messo al mondo Ysaline, una bambina di 3,7 chili.
SEI CASI NEL MONDO - In tutto il mondo solo sei bambini sono nati con questa tecnica: tre di loro hanno avuto bisogno di una fecondazione in vitro. In Francia, spiega il dottor Christophe Roux dell'ospedale di Besancon, «esistono un centinaio di prelievi ovarici effettuati su ragazze o bambine che potrebbero subire un'operazione in futuro».
Errore in provetta la coppia bianca ha un figlio nero
Repubblica — 16 giugno 2009 pagina 42 sezione: CRONACA
Tra gli errori della "provetta" è il più noto e il più evidente. Avviene con la fecondazione eterologa, quando cioè la gravidanza si ottiene con il ricorso allo sperma di un donatore o all' ovocita di una donatrice. Può capitare, e i casi sono già centinaia così come le cause giudiziarie, che da una coppia bianca nasca un figlio di colore, o il contrario. Ed è infatti quello che è accaduto a una coppia irlandese che si prepara a portare in tribunale un grande ospedale di Belfast. Nel reparto di riproduzione assistita, l' ovulo di Catherine Williams è stato fecondato con lo sperma di un uomo sudafricano, ed è nato un bimbo nero. Adesso Keith e Catherine Williams chiedono che il Belfast Health and Social Care Trust elargisca loro un risarcimento per il "trauma emozionale" che l' intera famiglia è costretta a soffrire: Michael, che ora ha dieci anni, e non sa di essere nato con la "banca del seme" chiede in continuazione ai genitori perché non è bianco come loro e come la sorella Susan di tre anni più grande. «Mio figlio vuole sapere se ho avuto un altro uomo», confessa Catherine, mentre Keith il padre (che a causa di una ciste al testicolo non può avere figli) teme che quando dirà la verità al bambino questi lo rifiuterà. Ma l' errore di provetta non ha coinvolto soltanto il piccolo Michael. Anche la sorella Susan da grande potrebbe avere delle difficoltà. I medici dell' ospedale di Belfast infatti, anziché utilizzare lo sperma di un "caucasico bianco", hanno invece utilizzato quello di un "caucasico sudafricano", ovvero un misto di bianco, nero e asiatico, dal quale possono nascere bambini sia bianchi che neri. Susan è nata dalla stessa serie di ovuli fertilizzati e sebbene bianca potrebbe quindi un giorno avere lei stessa figli neri... Parlando della sua difficoltà di dire a Michael la verità, Keith Williams ha dichiarato: «Molti affermano che avrei dovuto raccontargli tutto prima, maa che età si possono spiegare queste cose in modo che le capiscano? Il fatto è che non avremmo mai dovuto trovarci in questa situazione. Michael sta diventando grande ed è sempre più confuso sulle sue origini». «A scuola ha subito insulti razzisti - ha aggiunto - con gli altri bambini che gli chiedono: "Da dove viene tuo padre"? Viviamo in una piccola comunità, prevalentemente bianca, la gente è pettegola, mormora. Tutto questo è molto doloroso». I Williams non sono gli unici a soffrire per gli errori commessi dalle cliniche per la fertilità in Gran Bretagna, che secondo le statistiche ufficiali nell' ultimo anno sarebbero stati almeno 200. Proprio in questi giorni si è saputo che un ospedale di Cardiff ha impiantato nella donna sbagliata l' ultimo ovulo di una 38enne che ora ha quindi perso ogni speranza di avere figli. Lo scorso mese un ospedale londinese ha dovuto distruggere tre embrioni dopo che i medici si erano accorti di averli fertilizzato con lo sperma sbagliato. Sono 35.000 le donne britanniche che ogni anno si rivolgono alle cliniche per la fertilizzazione in vitro, 15.000 in più rispetto al 1995.
Ce l'abbiamo fatta Pietro! Il 14 giugno 2009 puntuale come un "orologio svizzero" alle 8.03 è nata la tua sorellina Agata Sofia: frutto dell'amore di mamma e papà, quello stesso amore che mamma e papà avevano ed hanno tutt'ora per te. Non è stato facile e non lo è tutt'ora superare la malattia e la tua scomparsa. Ho avuto bisogno di tanti mesi e dell'aiuto di tante persone per superare la tua dipartita fisica, ma ancor più tempo c'è voluto per lasciare andare la tua anima e non tenerti legato a me per sempre. Ci siamo lasciati la mano piano piano a partire da quel dodici dicembre quando è arrivata la telefonata da Padova che ci avvisava che la villocentesi era negativa: la tua futura sorellina non avrà l'atrofia muscolare spinale. Incredibile!... prima una gravidanza naturale, inaspettata e tre mesi dopo la notizia che tanto abbiamo atteso tra notti insonne e pianti di rabbia e disperazione. Da quel giorno io ho cominciato a vivere il nostro distacco con più serenità, forse perchè siamo riusciti a ridare un po di serenità anche alla tua mamma, un po di speranza che oggi si è concretizzata in una splendida bimba di 2.980 kg. Silvia ha ritrovato il sorriso e io e te consapevoli di aver raggiunto il nostro obiettivo comune ci siamo salutati definitivamente. Giorno dopo giorno con molta dolcezza ti ho lasciato andare per sempre quasi fosse un secondo addio anzi quell'addio che non ero riuscito a garantire quel 22 gennaio dello scorso anno. So di avere un angelo custode che proteggerà la nostra principessa, so che continuerai ad essere quella forza che ha alimentato mesi di battaglie e di iniziative e so che comunque rimarrà in me, impresso nel mio cuore, un vuoto incolmabile.
Amo la mia famiglia....amo Silvia, la mia piccola Agata Sofia e il mio piccolo grande uomo Pietro.
È nato il secondo figlio di Thomas Beatie, l'uomo incinto
Morto uomo in coma che aveva dato il seme alla moglie
La Provincia Pavese - 9 giugno 2009
Nei giorni scorsi il Tribunale di Vigevano aveva detto "no" all'inseminazione artificiale
E' morto, all'ospedale San Matteo di Pavia, l'uomo in coma al quale era stato prelevato il seme per fecondare la moglie e avere un figlio. Nei giorni scorsi il Tribunale di Vigevano aveva detto "no" all'inseminazione artificiale asserendo l'impossibilità di ricostruire con certezza il suo desiderio di paternità ma la donna aveva preannunciato ricorso in Cassazione.
L'uomo era ricoverato alla Fondazione Salvatore Maugeri di Pavia. Nel febbraio scorso il liquido seminale era stato prelevato dal professor Severino Antinori per effettuare la fecondazione, poi 'fermata' in attesa della decisione del Tribunale. Una 'corsa contro il tempo' perchè non è invece possibile la fecondazione post mortem. "Grande dolore" è stato espresso dallo stesso Antinori che parla anche però di "forte speranza". "Farò di tutto - aggiunge - perchè la fecondazione possa avvenire". L'uomo, di 35 anni, era stato colpito da tumore maligno e la richiesta, per suo conto, era stata avanzata dal padre in qualità di tutore. "Lui e la moglie erano una coppia unita - ricorda ancora Antinori - che ha sempre manifestato la voglia di avere un figlio. Peccato che il giudice di Vigevano abbia stabilito altrimenti ma credo che il dispositivo di quella sentenza ne infici la decisione quando dice che si tratta di una cosa 'innaturale'. Questo credo sia un autogol e insieme al dolore si rafforza l'idea che sia giusto che il figlio nasca. Faremo battaglia per garantire il diritto a questa coppia di avere un bambino. Vedremo intanto cosa diranno questi 'santoni' dell'etica". La donna aspetterà dunque il ricorso in Cassazione ma non è escluso che in caso di parere negativo possa rivolgersi all'estero.
Nel Lazio una donna su tre ha primo figlio dopo i 35 anni
"Nel Lazio una donna su tre ha il primo figlio oltre i 35 anni. Una tendenza che contrasta con il naturale declino della fertilita' femminile". A parlare del fenomeno, citando i dati laziali, e' Mauro Schimberni, docente di Tecniche di riproduzione assistita all'universita' Sapienza di Roma e responsabile dell'equipe del centro BioRoma, che ha organizzato il convegno 'Fermare l'orologio biologico nella riproduzione?'. Un incontro alla Casa del cinema della Capitale, per fare il punto sulla questione, grazie al parere di specialisti italiani e internazionali."Questo convegno intende dare delle risposte alla crescente tendenza, riscontrata nei Paesi economicamente sviluppati, a cercare la prima gravidanza in eta' avanzata", prosegue Schimberni. Obiettivo degli organizzatori analizzare le strategie terapeutiche migliori per le donne in eta' riproduttiva avanzata, e l'evoluzione delle tecniche per preservare piu' a lungo la fertilita' femminile. "Negli ultimi anni si e' registrato un aumento del numero di donne che, dopo aver avuto un primo figlio naturalmente, ne cercano un secondo attraverso tecniche di riproduzione assistita. A spingerle - spiega l'esperto - sono le sempre piu' numerose seconde unioni", matrimoni o convivenze."Queste donne - sottolinea Schimberni - hanno piu' probabilita' di raggiungere con successo una gravidanza rispetto a quelle che approcciano alle tecniche di fecondazione assistita per avere un primo figlio". L'emancipazione femminile e il migliore tenore di vita hanno determinato nel nostro Paese, dicono gli esperti, un generale ritardo nella formazione della coppia stabile e, conseguentemente, nella procreazione. Che interviene ben oltre i 30 anni, quando la fertilita' tende fisiologicamente a diminuire. Cosi' si e' determinato negli anni anche un aumento dell'infertilita' di coppia. Fra i relatori presenti al convegno anche Jacques Donnez, del Dipartimento di Ginecologia dell'universita' Cattolica di Lovanio (Belgio), e Carlo Bulletti, direttore dell'Unita' operativa di Fisiopatologia della riproduzione dell'ospedale Cervesi di Cattolica.
Aduc - 7 giugno 2009
Vuole un figlio dal marito in coma. Il giudice dice no
Corriere della Sera - 4 giugno 2009 - Pagina 23
«Non basta il generico desiderio di paternità»
MILANO - Per la scienza si può fare, per la legge italiana ancora no: il Tribunale di Vigevano ha respinto ieri la richiesta della donna che desidera avere un figlio dal marito in coma irreversibile in seguito a un tumore al cervello. «Non è stato possibile ricostruire la volontà dell' uomo di accedere alla procreazione assistita» ha stabilito nel suo provvedimento la presidente del tribunale Anna Maria Peschiera. Il caso era stato presentato come un «bis» di quello di Eluana Englaro: anche a Vigevano, come a Lecco, è stato chiesto di stabilire a posteriori la volontà di un paziente non più in grado di rispondere ad alcuna sollecitazione. Ma mentre per Eluana si trattava di interrompere una vita umana, questa volta ai giudici era stato chiesto l' ok a metterne al mondo una nuova. Il no del Tribunale ha suscitato l' aspra reazione del professor Severino Antinori, il ginecologo che stava seguendo il caso nonché feroce critico dell' attuale legge sulla fecondazione in provetta: «Quella presa a Vigevano è una decisione talebana, che nega un diritto sacrosanto». La richiesta della donna di Vigevano, trentenne di cittadinanza bulgara, da due anni sposata con un impiegato trentanovenne di Vigevano, risale al gennaio scorso. Di fronte alla diagnosi che lasciava all' uomo solo pochi mesi di vita, la donna aveva chiesto che venisse prelevato un campione di liquido seminale e che si procedesse alla fecondazione «in vitro». Il prelievo, effettuato da Antinori nel reparto di rianimazione del San Matteo di Pavia, era stato autorizzato ed era stato nominato come tutore il padre del paziente. Ma la richiesta si era scontrata con le barriere imposte dalla legge 40, quella che regola appunto l' inseminazione artificiale in Italia. Il pm e il giudice tutelare di Vigevano avevano subito mosso due obiezioni: innanzitutto la norma consente di concepire un bimbo in provetta solo se la coppia ha problemi di sterilità (disturbo di cui i due protagonisti della vicenda non soffrivano); in secondo luogo dove essere espressa - sempre in base alla legge - la chiara volontà di entrambi i genitori a fare ricorso alla fecondazione artificiale. «Ma noi eravamo pronti a presentare in tribunale almeno sette testi in grado di confermare il desiderio di paternità del paziente» dichiara Claudio Diani, l' avvocato della famiglia. Quei testi non sono stati ammessi e il tribunale di Vigevano ha dichiarato inammissibile la richiesta proprio perché non basta un generico «desiderio di paternità», ma serve in modo specifico la volontà esplicita di fare ricorso alla fecondazione «in vitro». «Ma questo pronunciamento - tuona da Roma il professor Antinori - non ha tenuto conto della sentenza della Cassazione sul caso Englaro che autorizza anche la ricostruzione della volontà del paziente in coma attraverso testimonianze: mi sembra un provvedimento scritto al di là del Tevere. Ma il vero scandalo è la legge 40, che impedisce alle famiglie in difficoltà di avere dei figli proprio quando il tasso di natalità in Italia è bassissimo». Il provvedimento di Vigevano non chiude però il caso: Antinori si dice pronto a portare all' estero il campione di seme in suo possesso e procedere con l' inseminazione artificiale in uno degli stati che lo consentono; l' avvocato Diani annuncia che presenterà appello. Tempo, in ogni caso, ne resta poco: l' uomo in coma la scorsa settimana ha avuto una forte crisi respiratoria, le sue condizioni vanno peggiorando e in caso di morte ogni procedura dovrebbe interrompersi.
Repubblica — 04 giugno 2009 pagina 21 sezione: CRONACA
VIGEVANO - Vuole un figlio dal marito in coma, con la fecondazione assistita. Ma il tribunale ha detto no alla 32enne di Vigevano: il padre del marito, nominato suo tutore, non può esprimere al suo posto il consenso alla procreazione medicalmente assistita, soprattutto per far nascere un figlio che crescerà senza padre. E resta da accertare l' infertilità della coppia, altra condizione necessaria secondo la legge 40. «Non mi arrendo: faremo appello - dice la donna - Per avere questo figlio andrò anche all' estero»: tentando l' inseminazione in un paese dove la legislazione sulla fecondazione assistita sia meno restrittiva che in Italia. Si apre dunque un nuovo caso ai confini tra la medicina, la bioetica e la coscienza. C' è, come nella vicenda di Eluana Englaro, un essere umano nella zona grigia tra la vita e la morte, c' è la sua volontà presunta, testimoniata in questo caso dai congiunti, la moglie, il padre, e c' è la sentenza di un giudice che dice no. Un nuovo caso destinato a dividere l' opinione pubblica, come fu per Eluana. Il no del Tribunale di Vigevano è arrivato ieri, dopo l' istanza presentata dalla moglie di un uomo di 35 anni che da metà gennaio è in coma per un tumore al cervello, ricoverato alla fondazione Maugeri di Pavia. Dopo un mese, la moglie aveva chiesto il prelievo del liquido seminale, effettuato dal ginecologo Severino Antinori che lo conserva nella sua clinica romana in attesa della fecondazione. Ma è necessario ricostruire la volontà di diventare padre del marito, che non la può esprimere direttamente. Con il suo avvocato Claudio Diani, la moglie ha presentato istanza al tribunale di Vigevano, perché appunto il suocero possa esprimere il consenso al posto del marito. Presentando anche una lista di sette testimoni pronti a confermare la volontà di avere figli. I testimoni non sono stati sentiti, ed è arrivato il verdetto negativo. Manca il «consenso informato»: ammettendo che volesse diventare padre, non è chiaro se l' uomo voleva esserlo anche ricorrendo all' aiuto della scienza medica, e soprattutto con la quasi certezza che il figlio resterà senza padre. La delusione è stata grande: la donna si aspettava dai giudici un parere positivo. Ma l' avvocato Diani ha fatto sapere che presenterà appello, sottolineando l' urgenza di un nuovo responso. Nel caso dei coniugi vigevanesi infatti si deve considerare anche il fattore tempo, poiché le condizioni del marito sono gravissime. «Conta la volontà della coppia di avere un figlio. E su questo non ci sono dubbi. La motivazione del decreto si incentra invece su un fattore di secondaria importanza». Il marito avrebbe voluto ricorrere alla fecondazione assistita? «Se una coppia vuole avere un figlio è logico tentare ogni strada. E comunque, quando era in buona salute non c' era motivo di considerare questa ipotesi, ma neanche di escluderla». «Una sentenza sconcertante, talebana e religiosa», commenta Severino Antinori. «È un volo pindarico del Tribunale, perché la sua volontà il paziente l' ha più volte manifestata, dicendolo più volte al padre, nonché nel periodo prima del coma, quando la coppia ha provato per due anni ad avere un figlio prima di rivolgersi a un medico perché non ci riusciva».
Altreconomia - maggio 2009
Alle 8.19 è nata Lavinia, congratulazioni a mamma Chiara, papà Luigi e al fratellino Paolo.
Concerto di Stefano Dall'Armellina a favore di Famiglie SMA onlus
In Sicilia non piove mai - 1^ parte
In Sicilia non piove mai - 2^ parte
Grazie a Francesco Tomietto
Libero - 2 giugno 2009
Si chiama Shani, ha due anni e mezzo, ma è stata concepita 14 anni fa. È il primo caso al mondo di una persona nata più di dieci anni dopo la data del concepimento. Il suo embrione è infatti rimasto congelato dal 1995 al 2006, anno della sua nascita. Shani, quindi, anziché essere una comune teenager inglese in piena tempesta ormonale, con la camera tappezzata di poster di popstar, e col telefonino che squilla ogni minuto, è una piccola che ha appena cominciato a giocare con le bambole. I suoi genitori sono Debbie, segretaria di 39 anni, e Colin Moran-Simmonds, 44enne direttore di una azienda inglese. Le vicissitudini della coppia, legate alla speranza di avere un bambino, sono durate 18 anni. «Non sapevo che potesse esistere una felicità come questa» dice oggi Debbie. «Tenere in braccio la mia piccola, guardarla e baciarla, mi sembra un miracolo. Ogni volta che la sento chiamare “mamma” è una gioia indescrivibile. Se penso che a quest’ora potrebbe avere 14 anni...».
Debbie e Colin, con la loro piccola, abitano a Great Barr, non lontano dalla città di Birmingham. Il loro incontro risale al 1987: lei ha 17 anni, lui 22. Sono molto giovani ma decidono comunque di andare a vivere insieme. Entrambi hanno un grande desiderio: formare, al più presto, una famiglia numerosa. Fin dall’inizio della loro storia provano quindi ad avere dei bambini, ma invano. Debbie allora decide di sottoporsi a una visita specialistica. L’esisto è spiazzante: la ragazza ha entrambe le tube di falloppio chiuse e in queste condizioni il concepimento è assai difficile. Decide, perciò, di sottoporsi a un intervento chirurgico per liberare le tube di falloppio, ma il tentativo non va a buon fine: «Ero distrutta» dice la donna.
Trascorre un anno, quando Debbie comincia ad accusare strani dolori allo stomaco e alla testa. Con Colin corre in ospedale dove viene a sapere di essere incinta di 13 settimane. C’è, però, un problema: la gravidanza è extrauterina e bisogna intervenire immediatamente per rimuovere il feto e salvare la vita alla mamma. L’operazione avviene senza incidenti ma i medici ribadiscono a Debbie che le sue possibilità di rimanere incinta naturalmente sono minime. C’è una sola chance: la fecondazione in vitro. «Al secondo tentativo con la fecondazione in vitro produco varie uova che vengono fertilizzate all’esterno. Tre, poi, vengono impiantate nel mio utero» dice Debbie. Dopo due settimane, però, l’ennesima batosta: nessun segno di gravidanza. Ma la coppia non demorde. E tenta di nuovo con la fecondazione in vitro, in un’altra clinica, però, dove è possibile congelare gli embrioni, nel West Midlands: la legge, infatti, dice che è possibile farlo per 10 anni, dopodiché è necessario usarli o donarli. Al primo tentativo i medici ottengono 18 embrioni: 15 li congelano e altri 3 glieli impiantano. Risultato: «Due settimane più tardi scopriamo che non sono ancora incinta». L’esperienza si ripete poco dopo ed è quindi la fine di un sogno. I due decidono di arrendersi: potranno essere una coppia felice anche senza bambini. Lo pensano davvero, tanto che decidono di sancire definitivamente il loro amore sposandosi nel 2001.
Ma nell’autunno del 2005, dalla dimenticata clinica del West Midlands, arriva una lettera: i medici vogliono sapere cosa farne dei loro embrioni che conservano in contenitori di azoto liquido. Debbie e Colin ci pensano un po’ e alla fine decidono di provarci ancora una volta, 10 anni dopo l’ultimo tentativo di avere un figlio. Partono quindi con lo stesso iter delle volte precedenti, ma in questo caso, dopo due settimane dall’impianto degli embrioni nell’utero di Debbie, il finale è esaltante: mancano pochi giorni a Natale e Debbie e Colin aspettano un bimbo. «Colin non poteva crederci, e io sono andata avanti a tremare non so per quanto tempo» ricorda Debbie «Il regalo di Natale più bello che potessimo immaginare».
Shani - che in lingua swahili significa “meraviglia” - nasce a settembre del 2006. È una bella bambina, sana e robusta. E i coniugi Moran-Simmonds coronano così un sogno durato 18 anni: «Ancora oggi ci sembra incredibile quello che è successo» chiude Debbie «al punto che spesso ironizziamo sull’accaduto. Quando Shani ha le mani fredde diciamo che è normale perché è rimasta congelata per tanto tempo. Quando qualcuno, invece, ci chiede quanti anni ha la bambina, rispondiamo in teoria quasi 3, in pratica 14».
Novità per le coppie sterili in Italia: possibilità di fecondare anche più di tre embrioni e maggiore attenzione alla salute della donna. Ma non è tutto chiaro. «Prima era vincolante la legge, ora potrebbe esserlo il parere dei medico», dice il legale.
A dicembre, nuove linee guida
Fecondazione in vitro, embrioni, crioconservazione. C’è chi non ha mai sentito questi termini, ha avuto figli in modo naturale e senza problemi, e quindi non capirà o non si interesserà davvero a quello che sta succedendo in questi giorni in Italia:
la legge 40 del 2004, che regola la procreazione medicalmente assistita (Pma), dove l’ovulo e lo spermatozoo vengono fatti incontrare al di fuori del corpo della donna, cioè in vitro, è stata in parte cambiata da una sentenza della Corte Costituzionale.
Per alcuni si tratta di una rivoluzione, soprattutto per quelle coppie (nel 2007 era il 10-15 per cento dei cittadini in età fertile) che in questi cinque anni si sono recate all’estero per tentare di diventare genitori o, se rimaste in Italia, hanno dovuto affrontare le limitazioni della legge in questione. «La Consulta ha cancellato un punto fondamentale», spiega Maria Paola Costantini, l’avvocato dell’associazione Cittadinanzattiva, che ha seguito Miriam e Giovanni Ruta, una delle coppie il cui ricorso contro la legge ha portato alla sentenza di anticostituzionalità. «Il punto “sbanchettato” è questo: il limite di fecondazione e impianto di soli tre embrioni, al di là della considerazione della salute e dell’età della donna, cosa che ha diminuito finora i casi di successo e ha costretto le coppie sterili che se lo potevano permettere da un punto di vista economico ad andare all’estero, dove questo limite non c’è». Dunque, è la fine della ”dittatura” della legge in un ambito, come quello sanitario, in cui il parere del medico e la sua valutazione caso per caso sono fondamentali. Ma che cosa cambia, in concreto, da ora in poi? «La sentenza della Corte è in vigore dal 12 maggio scorso», continua la Costantini, «data di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale». Ciò significa che i quasi 300 centri italiani che si occupano di fecondazione assistita dovrebbero recepirla automaticamente. Caso per caso, il medico dovrebbe valutare e decidere di fecondare quanti embrioni ritiene opportuno al fine di aumentare le probabilità di una gravidanza, a volte anche più di tre.
E gli embrioni che avanzano? «Saranno crioncoservati», continua l’avvocato. «cioè messi nei refrigeratori che ora servono solo per la conservazione degli ovociti, cioè gli ovuli femminili prodotti in eccesso durante la stimolazione ormonale». Il fatto che si sia passati da una “dittatura” della legge al mondo dell’opinabile (in cui è il medico a pronunciarsi con la propria professionalità, ma anche con la propria morale) sta creando parecchia confusione. E a farne le spese potrebbero essere le coppie che già soffrono per la propria infertilità. «Alcuni centri hanno timore di “punizioni ministeriali”», dice Maria Paola Costantini. Perché la Consulta ha abrogato alcuni punti della legge 40, ma non dato indicazioni chiare per il futuro. Per questo il sottosegretario alla Sanità Eugenia Roccella ha annunciato per dicembre nuove linee guida. «Nel frattempo, in teoria», spiega l’avvocato Costantini, «anche i pazienti hanno voce in capitolo, mica solo il medico. Se si dovessero imbattere in un ginecologo che si rifiuta di produrre più di tre embrioni. possono chiedere di farsi mettere per iscritto la diagnosi e poi ricorrere in tribunale». Per chiarirsi le idee, i medici qualche giorno fa si sono dati appuntamento a Riccione. Una trentina di loro hanno firmato un protocollo comune con l’obiettivo di “offrire alle coppie il massimo dell’efficacia terapeutica e il minimo dei rischi per la salute”.
Gente ha chiesto alla dottoressa Eleonora Porcu, direttrice dei Centro di Sterilità dell’Ospedale Sant’Orsola Malpighi di Bologna, di spiegare che cosa cambierà d’ora in poi.
Dottoressa Porcu, miglioreranno le percentuali di successo in Italia che ora si assestano sul 25 per cento, contro una media europea del 31?
«Secondo me, no. Il problema non è cambiare la legge o meno quanto fare affidamento sulla qualità della sanità italiana. lo, anche in regime di legge 40, ho cercato di rendere eccellenti tutte le fasi del processo di procreazione assistita: migliorare il terreno di cultura di ovuli e spermatozoi, avvalermi di un team di biologi qualificati e così via. La media di successo del mio centro è del 33 per cento. Ma se si uniformasse la qualità delle strutture diverremmo competitivi in Europa intermini di procreazione assistita, e l’esodo si invertirebbe».
Nel caso un medico scelga di produrre più embrioni, come selezionerà quelli da impiantare?
«La scelta sarà naturale. Degli embrioni che si fecondano, solo la metà circa si sviluppa prima dell’impianto in utero, che può avvenire al massimo dopo cinque giorni. E poi, c’è una selezione morfologica aI microscopio per vedere quelli che hanno probabilità di crescere».
Non si tratta quindi di eugenetica, come teme la Chiesa?
«La diagnosi pre-impianto, intesa come prelievo di una cellula embrionale per verificare le caratteristiche genetiche (per esempio se l’embrione è malato), rimane limitata solo a casi eccezionali di serio sospetto di trasmissione di malattia genetica dai genitori al nascituro».
Aumenterà il numero degli embrioni congelati?
«La Consulta non ha cancellato il divieto di crioconservazione, se non in casi eccezionali. C’è la possibilità di creare più embrioni, è vero, ma solo quando è strettamente necessario. E comunque pochi sanno che prima della legge 40, fino al 2003, gli embrioni si potevano conservare senza limiti. Nel mio centro, per esempio, ne ho un centinaio che sono lì da vent’anni. Lo Stato deve dirci cosa farne. L’adozione o l’uso scientifico sollevano grandi interrogativi etici».

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