Source: https://www.alienazione.genitoriale.com/la-cassazione-si-copre-di-ridicolo/
Timestamp: 2019-09-18 17:31:17+00:00

Document:
La Cassazione si copre di ridicolo: cosa c’è dietro? – Alienazione Genitoriale
A) Sentenza 5847/13 (8 Marzo 2013): bambino protetto da padre alienante sulla base di un parere dei Servizi Sociali. B) Sentenza 7041/13 (20 Marzo 2013): protezione di bambino da madre alienante sulla base di due perizie d’ufficio.
La Cassazione conferma la protezione La Cassazione annulla la protezione
SECONDO LA SENTENZA: «Il motivo è inoltre è sfornito di elementi idonei ad intaccare la decisione sull’affidamento motivata in ragione dell’esistenza di una sindrome da alienazione parentale (PAS) causata da pressioni paterne […] La corte di appello, utilizzando la predetta relazione della Asl che diagnosticava una sindrome da alienazione parentale dei figli ed evidenziava il danno irreparabile da essi subito per la privazione del rapporto con la madre, si è limitata a fare uso del potere, attribuito al giudice dall’art. 155 sexies, comma 1, c.c., di assumere mezzi di prova anche d’ufficio ai fini della decisione sul loro affidamento esclusivo alla madre.»
SECONDO LA SENTENZA: «il provvedimento adottato assume, proprio nell’ottica della teoria incentrata sulla PAS, una valenza clinica e giuridica assieme… […] la ricorrente ha richiamato le critiche mosse alla relazione depositata dal CTU, alla diagnosi dallo stesso formulata, e, soprattutto, alla validità, sul piano scientifico, della PAS. Non può ritenersi che, soprattutto in ambito giudiziario, delle soluzioni prive del necessario conforto scientifico, come tali potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelle che le teorie ad esse sottese, non prudentemente e rigorosamente verificate, pretendono di scongiurare»
«Maria Gabriella Luccioli, già nota per […] sentenze mirate a riscrivere il diritto di famiglia, secondo i princìpi dettati dalla cultura vetero-femminista.»
diritto24 intervista vari esperti:
Il prof. Marino Maglietta scrive su ilsole24ore:
Per due volte nel giro di appena 12 giorni la Suprema corte si pronuncia sulla controversa sindrome da alienazione genitoriale (Pas), ovvero il disturbo di cui soffre un figlio condizionato da un genitore a rifiutare senza motivo i contatti con l’altro.
La prima decisione (5847/2013) non mette in discussione la diagnosi di Pas formulata dall’Asl e sulla base di questa conferma la decisione del giudice di merito. Ben diverso sviluppo ha, invece, la sentenza 7041, che accoglie il ricorso di una madre accusata di Pas. La vicenda è quella, notissima, venuta in cronaca a Cittadella al momento in cui un ragazzino, affidato dalla Corte d’appello di Venezia al padre ma fino ad allora convivente con la madre, viene prelevato dalla scuola dalle forze dell’ordine per essere portato in una struttura educativa.
In merito a ciò, la prima domanda che si pone il giurista è come mai una madre della quale era stata pronunciata la decadenza dalla potestà per avere estraniato al figlio la figura paterna lo avesse ancora in custodia. La risposta invoca il rifiuto del figlio a stare con il padre: ma con questo il problema si morde la coda. Ancora più interessante, tuttavia, è la risposta data dalla Suprema Corte alle contestazioni della parte, che essenzialmente lamentava che non fossero state considerate e discusse le proprie riserve sia sulla esistenza e fondatezza della patologia sia sull’essere realmente la coppia madre/figlio affetta da tale patologia, ammessa sussistente in generale; nonché il non avere verificato l’attendibilità scientifica della teoria che ne sta alla base.
In merito a ciò, la lunga analisi della Cassazione rammenta anzitutto che è in dubbio che si tratti di una sindrome, non essendo stata accolta come tale nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Dsm). Cita, inoltre, i pareri negativi di alcuni studiosi e le perplessità di due organizzazioni, non tralasciando di ricordare le perplessità emerse sulla teoria. Ne conclude che il giudice di merito ha mancato nel non replicare alle avanzate censure – e su ciò nulla quaestio – e anche che “non può ritenersi che … possano adottarsi delle soluzioni prive del necessario supporto scientifico, come tali potenzialmente produttive di danni ancora più gravi di quelli che le teorie da esse sottese, non prudentemente e rigorosamente verificate, pretendono di scongiurare”.
Messa in questi termini, tuttavia, la questione appare mal posta, proprio sotto il profilo giuridico. Per valutare i danni, e il modo di evitarli o ripararli, occorre considerare la fattispecie nella sua completezza. Il dato essenziale è la ragione per la quale quel figlio rifiuta il padre, che secondo la Corte d’appello sta nell’essere stato manipolato. Questo andava discusso, a prescindere dalle teorie. Una corrente di pensiero, dei cosiddetti «negazionisti» della Pas, sostiene che se un figlio rifiuta un genitore ha sicuramente e sempre le sue ragioni, ovvero quel genitore ha abusato di lui o minaccia di farlo. Ne segue che l’altro non è alienante, ma l’unico baluardo in sua difesa; e non gli deve essere tolto.
Questa dogmatica tesi ha tuttavia un pregio: segnala la necessità di considerare anche il terzo attore. Non a caso un gruppo di 62 psicologi forensi italiani ha firmato un documento in cui si sostiene che per un figlio perdere un genitore senza motivo è sicuramente di grave danno, nulla rilevando che ciò sia inquadrabile o meno come sindrome (si tolga pure la S e la si chiami Pa): per cui è fondamentale indagare sulle ragioni del rifiuto, individuandone le responsabilità. Il problema è di sostanza, non di forma. È comune esperienza che ciascun genitore separato lancia, consapevolmente o meno, messaggi denigratori nei confronti dell’altro, cercando di portare a sé il figlio. Nessuna meraviglia se a volte l’operazione riesce, e in misura grave e dannosa, tanto più facilmente quanto più i ruoli, i compiti e la presenza dei genitori sono dissimili. E in quei casi occorre certamente che si intervenga, limitando i poteri del genitore alienante e incrementando l’importanza dell’altro. In altre parole, il dibattito sulla Pas esprime solo uno degli aspetti del più generale problema dell’ascolto dei minori, ovvero del credito che occorre dare alle loro parole e alle loro preferenze.
– S.I.N.P.I.A.: la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza ha inserito (2007) l’alienazione genitoriale tra le forme di abuso psicologico;
– Il Brasile ha emanato una legge specifica contro l’alienazione genitoriale nel 2010; […] Ordunque, mentre in Italia siamo ancora a discutere sulla presunta esistenza di un fenomeno, la Corte Europea continua a sanzionare l’Italia
La SINPIA commenta:
La Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza ritiene opportuno esprimere il proprio parere in merito all’eco destata dalla recente sentenza n. 7041 del 20.03.2013 della Corte di Cassazione e dalle affermazioni ivi contenute circa la nozione di PAS (Parental Alienation Syndrome). In primo luogo, al di là dell’opportunità che l’autorità giudiziaria si sostituisca alla comunità scientifica nel rilasciare giudizi su argomenti altamente specialistici , si ritiene che il problema relativo all’esistenza o meno di una “sindrome” legata all’alienazione di una figura genitoriale venga posto in modo incongruo. Fenomeni come il mobbing, lo stalking ed il maltrattamento esistono ed assumono valenze giuridiche a prescindere dal riconoscimento di disturbi identificabili come sintomatici. La comunità scientifica e’ concorde nel ritenere che la alienazione di un genitore non rappresenti di per se’ un disturbo individuale a carico del figlio ma piuttosto un grave fattore di rischio evolutivo per lo sviluppo psicoaffettivo del minore stesso. Tale nozione compare già nel DSM IV nel’Asse V tra i Problemi Relazionali Genitore – Figlio; e’ previsto il suo inserimento nella prossima edizione del DSM V all’interno della nuova categoria dei Disturbi Relazionali, in quanto il fenomeno origina da una patologia della relazione che include il bambino ed entrambi i genitori, ognuno dei quali porta il proprio contributo. In secondo luogo, colpisce come la Suprema Corte abbia espresso il proprio parere senza fare riferimento ai criteri enunciati nella sentenza Cozzini (Cass. Pen. 17.09.10, n. 43786) la quale ha dettato i criteri per stabilire i criteri di scientificità di una teoria tra cui la “generale accettazione” della teoria stessa da parte della comunità di esperti. Sotto questo profilo, si sottolinea come esista una vasta letteratura nazionale ed internazionale che conferma la scientificità del fenomeno della Parental Alienation, termine questo da preferirsi a quello di PAS; negli Stati Uniti ad esempio tale costrutto ha superato i criteri fissati dalle Frye e Daubert Rules per essere riconosciuti come scientificamente validi dalle competenti autorità giudiziarie. La nozione di Alienazione Parentale e’ inoltre riconosciuta come possibile causa di maltrattamento psicologico dalle Linee Guida in tema di abuso sui minori della SINPIA (2007). La SINPIA ribadisce come sia importante adottare le precauzioni e le misure necessarie , come impongono le recenti sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, per garantire il diritto del minore alla bigenitorialità e tutelarlo dagli ostacoli che lo possono minacciare.
Rita Rossi su personaedanno titola “sentenza ideologica”:
«Il giudizio di Cassazione è durato neppure cinque mesi: fosse sempre questo il corso della giustizia […] Ma, il vero vizio della sentenza veneziana sta – secondo i giudici Supremi – nella sua intima correlazione con la diagnosi di PAS formulata dal CTU. E’ la parola PAS che fa paura, si deve dunque scongiurare il rischio del suo sdoganamento di tale realtà emergente, che obbligherebbe i giudici a decisioni talvolta gravi e poco diplomatiche. Ed è evidente che se il CTU avesse – questa volta sì opportunamente – optato per una diversa terminologia, e se lo stesso avessero fatto gli “ingenui” giudici veneziani, allora del tutto verosimilmente non si sarebbero trovati argomenti atti a sconfessare la decisione di merito»
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4 comments for “La Cassazione si copre di ridicolo: cosa c’è dietro?”
Sono perfettamente d’accordo con quanto esposto. Inoltre bisogna fare chiarezza su questi argomenti. Le madri sanno di poter contare sulla protezione del sistema e non esitano a caricare i figli di enormi fardelli psicologici. Basti pensare che uno dei miei due figli, di 10 anni, ha registrato sulla rubrica del proprio cellulare il mio numero sotto falso nome! e non come papà o Leandro. Questo che cos’è secondo i giudici?
Quando appare sulla scena giudiziaria un bambino conteso dai genitori, subito compaiono parassiti e avvoltoi pronti a lucrare sul bambino, fingendo di volerlo aiutare, ma invece utilizzandolo per “creare posti di lavoro” e quindi inscenando una rissa di “opinioni” tutte in contraddizione fra loro. Ciò rende irreversibile il danno.
Sul caso di mia figlia, sottratta dalla madre e condotta a circa 300 km da dove vive e lavora suo padre, hanno “lavorato” 6 assistenti sociali, 4 psicologhe, 4 psichiatre,”specialiste” delle varie ASL,o ASREM, nonché 3 CTU, 7 CTP,e diversi avvocati d’ufficio a difesa della madre.
In questi 10 anni, dovendo passare la vita sull’autostrada nella speranza di rivedere mia figlia, che invece non voleva vedermi perché “alienata” contro di me (mentre tutte queste “specialiste” fingevano di “lavorare” per avvicinare la bambina a suo padre), ho dovuto abbandonare qualsiasi velleità lavorativa e spendere tutto quello che avevo.
In questi 10 anni mia figlia non ha mai più rivisto la casa paterna.
La Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia, ma nulla è ancora veramente cambiato. Nel frattempo, perfino la Suprema Corte ha iniziato ad esprimere “opinioni” in contrasto fra loro.
Eppure se si partisse dall’osservazione ovvia che un bambino conteso, qualora trascorresse un tempo paritetico con entrambi i genitori, o almeno qualora gli venisse garantita una paritetica potestas genitoriale, non sarebbe più conteso. Il problema si avvierebbe a rapida soluzione. La pari autorità genitoriale dovrebbe essere difesa, monitorata e protetta automaticamente, mentre ogni disequilibrio dovrebbe essere corretto d’ufficio ripristinando la bigenitorialità. Assolutamente da evitare è invece che un genitore appaia più autorevole dell’altro agli occhi del figlio e che quindi si crei in lui la convinzione che uno dei genitori sia “vincente”, perciò da ubbidire a bacchetta, mentre l’altro sia “perdente”, perciò da disprezzare e umiliare ottenendo l’approvazione dell’unico che conta. Ma questo è un maltrattamento psicologico sistematico del genitore “perdente” e del figlio fintamente “conteso”, ma in realtà saldamente installato dal genitore vincente.
8 Maggio 2013 at 01:03
Siamo vicini a te ed a tua figlia. E grazie per aver avuto la perseveranza di arrivare fino alla Corte di Strasburgo.
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