Source: http://www.slsg.unisa.it/osservatorio/dirpersona/dir.persone
Timestamp: 2018-09-20 01:15:51+00:00

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Spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia e diritti della persona
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dir.persone
Sezione curata da Gaetano D’Avino e Rossana Palladino
Lo Spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia costituisce, in sé, concetto di non agevole definizione, anche in ragione del carattere "evolutivo" che lo contraddistingue e della natura programmatica che (ancora) caratterizza molte delle norme ad esso afferenti; del resto, a ben vedere, un'idea evolutiva è alla base della sua stessa genesi, strettamente legata al cammino progressivamente intrapreso dalla Comunità europea verso una dimensione nuova, connotata in senso non esclusivamente mercantilistico. Trattasi senz'altro di "Spazio fisico", i cui confini coincidono con quelli degli stessi Stati che lo compongono e laddove, cadute le frontiere interne, è assicurata innanzitutto la libertà di circolazione; ma trattasi anche e soprattutto di "Spazio giuridico", al centro del quale è posta la "persona": inteso in tale senso, esso travalica i suddetti limiti territoriali e trascende dalla qualità di cittadino. È questo il portato dell'assunta rilevanza, nel sistema unionistico, dei diritti fondamentali, che proprio nello "Spazio" trovano il loro campo elettivo d'applicazione.
Lo scopo della presente sezione é quello di dar conto dell'opera compiuta dalle istituzioni dell’Unione europea – in senso legislativo e giurisprudenziale - di attribuzione e riconoscimento dei diritti dei cittadini europei e dei diritti della persona in quanto tale, proprio nella consapevolezza, cui si cercherà di dare riscontro scientifico, di un percorso evolutivo in itinere.
La concreta realizzazione di un effettivo Spazio di libertà, sicurezza e giustizia e l'eliminazione dei controlli sulle persone alle frontiere interne - che del medesimo Spazio costituisce il primo e fondamentale momento realizzativo - non possono poi prescindere dall'attuazione di una politica comune (o quantomeno tendenzialmente tale) in materia d'asilo, immigrazione e controllo alle frontiere esterne. A questo fine risulta orientato l'intero Capo II del Titolo IV, evidentemente ispirato ad ambiziosi volet politico-giuridici, a loro volta riconducibili a tre macro-obiettivi fondamentali, della cui realizzazione la presente sezione pure cercherà di dar conto: i) in primis, quello diretto ad affiancare, alla eliminazione dei controlli alle frontiere interne, un'efficace sorveglianza delle frontiere esterne e l'instaurazione progressiva di un sistema integrato di gestione delle stesse; ii) in secondo luogo, lo sviluppo di una politica comune in materia di asilo e protezione sussidiaria e temporanea, proprio a conferma della rilevanza, nel sistema unionistico, dei diritti fondamentali;
iii) da ultimo, e senza per questo voler operare alcuna graduazione, lo sviluppo di una politica comune dell'immigrazione, che, garantendo l'equo trattamento dei cittadini dei Paesi terzi, possa consentire la gestione efficace dei flussi migratori nonché la prevenzione ed il contrasto all'odioso fenomeno della tratta di esseri umani, cosicché la concreta realizzazione - in senso sia fisico che giuridico - di uno Spazio europeo possa costituire la "bandiera" dei valori supremi comuni agli Stati membri.
The European area of freedom, security and justice and human rights
Section by Gaetano D’Avino and Rossana Palladino
The European area of freedom, security and justice (hereinafter, the Area) in itself is not easy to define, partly because of its "evolutionary" character and the programmatic nature which (yet) characterizes many of the rules related to it; in fact, an evolutionary idea is at the base of its very genesis, closely linked to the European Community’s progressive path towards a new dimension, not exclusively mercantilist. It is certainly a "physical space", whose borders coincide with those of the States that compose it and where, once internal borders have fallen, freedom of movement is first and foremost guaranteed; but it is also and above all a "juridical area", at the centre of which the "person" is placed: understood in this sense, it goes beyond the above-mentioned territorial limits and transcends from the status of citizen. This is the consequence of the importance assumed in the European Union by fundamental rights, which in the "Space" find their elective field of application.
The purpose of this section is to give an account of the work carried out by the institutions of the European Union - in legislative and jurisprudential terms - of attributing and recognizing the rights of European citizens and the rights of the individual as such, in the awareness, of which we will try to provide scientific and scholarly support, that it is an ongoing evolutionary process.
The concrete achievement of a genuine area of freedom, security and justice and the abolition of controls on persons at internal borders, which is the first and fundamental stage in the implementation of the Area, must also be accompanied by the implementation of a common - or at least would-be common - policy on asylum, immigration and external border control. The whole Chapter II of Title IV is oriented towards this goal, clearly inspired by an ambitious political-legal agenda that can be traced back to three basic macro-targets, on which this section will also attempt to report: (i) firstly, the objective of coupling the elimination of internal border controls with effective surveillance of external borders and the gradual establishment of an integrated system for managing them; (ii) secondly, the development of a common policy on asylum and subsidiary and temporary protection, confirming the importance of fundamental rights in the Union system; (iii) last but not least, the development of a common immigration policy which, by ensuring fair treatment of third-country nationals, can make it possible to manage migration flows effectively as well as to prevent and combat the odious phenomenon of human-trafficking, so that the concrete realization - both physical and legal - of a European area can be the "flag" of the supreme values common to the Member States.
Judgment of the Court (Third Chamber) 5 July 2018
(X v. Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie, in case C‑213/17)
Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 5 luglio 2018
(X c. Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie, causa C‑213/17)
Nella sentenza in commento, la Corte di giustizia ha chiarito che l’art. 23, par. 3, del regolamento n. 604/2013, che stabilisce i criteri ed i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide (cd. “Dublino III”), debba essere interpretato nel senso che lo Stato membro nel quale sia stata presentata una nuova domanda di protezione internazionale resti competente per l’esame di quest’ultima, qualora non abbia presentato, entro i termini di cui al secondo paragrafo della succitata disposizione, una richiesta di ripresa in carico, pur se, da un lato, un altro Stato membro sia competente per l’esame di domande di protezione internazionale presentate in precedenza e, dall’altro, alla scadenza dei suddetti termini sia già pendente, dinanzi ad un giudice di quest’ultimo Stato membro, il ricorso proposto avverso il rigetto di una di dette domande. L’arresto ha fornito alla Corte l’occasione per precisare altresì che la formulazione, da parte di uno Stato membro, di una richiesta di ripresa in carico di un cittadino di un paese terzo che si trovi sul suo territorio senza permesso di soggiorno, non imponga al detto Stato, ai sensi del secondo paragrafo dell’art. 18 del regolamento in commento, di sospendere l’esame di un ricorso proposto contro il rigetto di una domanda di protezione internazionale presentata in precedenza e, poi, di porre fine a tale esame nel caso in cui lo Stato membro richiesto accetti di riprendere in carico il soggetto. Inoltre, i Giudici di Lussemburgo hanno precisato che l’art. 24, par. 5, del regolamento stesso, debba essere interpretato nel senso che, uno Stato membro che formuli una richiesta di ripresa in carico sul fondamento dell’articolo 24 del regolamento medesimo, ovvero dell’irregolarità del soggiorno nel suo territorio, a seguito della scadenza, nello Stato membro richiesto, dei termini previsti dal citato art. 23, par. 2, non sia tenuto ad informare le autorità di quest’ultimo Stato membro in merito alla pendenza, innanzi ad una sua autorità giudiziaria, di un ricorso proposto avverso il rigetto di una domanda di protezione internazionale presentata in precedenza. Infine, la Corte ha sancito nell’occasione che, ai sensi dell’art. 17, par. 1, e dell’art. 24 del regolamento de quo, laddove, alla data della decisione di trasferimento, un richiedente la protezione internazionale sia stato consegnato da un primo Stato membro ad un secondo Stato membro in esecuzione di un mandato d’arresto europeo, e si trovi sul territorio di quest’ultimo senza avervi presentato una nuova domanda di protezione internazionale, tale secondo Stato membro possa chiedere al primo Stato membro di riprendere in carico il suddetto richiedente e non sia tenuto a decidere sulla domanda presentata da quest’ultimo.
Order of the Court (First Chamber) 5 July 2018
(Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie v. C and J and S v. Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie, case C-269/18 PPU)
Ordinanza della Corte (Prima Sezione) del 5 luglio 2018
(Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie e altri c. C e J e S c. Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie, causa C-269/18 PPU)
La direttiva 2008/115/CE (cd. direttiva rimpatri) e la direttiva 2013/32/UE (cd. direttiva procedure) devono essere interpretate nel senso che impediscono che un cittadino di un paese terzo – la cui domanda di protezione internazionale sia stata respinta dall’autorità amministrativa competente in quanto manifestamente infondata – sia trattenuto ai fini dell’allontanamento allorquando, ai sensi dell’articolo 46, paragrafi 6 e 8, della direttiva 2013/32, sia legittimamente autorizzato a rimanere sul territorio nazionale fino all’esito della procedura volta a decidere se questi possa rimanere nel territorio in attesa della conclusione del ricorso contro la decisione di rigetto della sua domanda di protezione internazionale.
Judgment of the Court (Fourth Chamber) 12 July 2018
(Secretary of State for the Home Department v. Rozanne Banger, in case C-89/17)
(Secretary of State for the Home Department c. Rozanne Banger, causa C-89/17)
L’articolo 21, par. 1, del TFUE obbliga lo Stato membro di cui un cittadino dell’Unione possiede la cittadinanza ad agevolare il rilascio di un titolo di soggiorno al partner, cittadino di uno Stato terzo, con il quale il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile, quando detto cittadino dell’Unione abbia esercitato il suo diritto di libera circolazione e faccia ritorno con il suo partner nello Stato membro di cui possiede la cittadinanza per soggiornarvi. Lo stesso articolo impone che un provvedimento di diniego di rilascio di un’autorizzazione al soggiorno per il partner non registrato, cittadino di un Paese terzo, di un cittadino dell’Unione il quale, dopo aver esercitato il suo diritto di libera circolazione in un altro Stato membro, faccia ritorno nello Stato membro di cui ha la cittadinanza, deve essere fondato su un esame approfondito della situazione personale del richiedente e deve essere motivato. I cittadini di Stati terzi devono anche disporre di un mezzo di impugnazione per contestare il provvedimento di diniego di rilascio di un’autorizzazione al soggiorno. In tale contesto, il giudice nazionale deve poter verificare se tale provvedimento si fondi su una base di fatto sufficientemente solida e se le garanzie procedurali siano state rispettate.
(A. v. Migrationsverket Förvaltningsprocessenheten Malmö, in case C-404/17)
(A. c. Migrationsverket Förvaltningsprocessenheten Malmö, causa C-404/17)
In una situazione come quella trattata nel procedimento principale, nella quale, da un lato, dalle informazioni sul paese di origine del richiedente risulti che a quest’ultimo può essere garantita in tale paese una protezione accettabile e, dall’altro, il richiedente protezione internazionale abbia fornito informazioni insufficienti per giustificare il riconoscimento di una protezione stessa, qualora lo Stato membro di proposizione della domanda non abbia adottato norme per l’attuazione del concetto di paese di origine sicuro, l’articolo 31, paragrafo 8, lettera b), della direttiva 2013/32/UE (cd. direttiva procedure), letto in combinato disposto con l’articolo 32, paragrafo 2, della medesima direttiva, va interpretato nel senso che esso non consente di ritenere manifestamente infondata una domanda di protezione internazionale.
(Serin Alheto v. Zamestnik-predsedatel na Darzhavna agentsia za bezhantsite, in case C-585/16)
(Serin Alheto c. Zamestnik-predsedatel na Darzhavna agentsia za bezhantsite, causa C-585/16)
La Corte di giustizia offre alcune precisazioni sul trattamento delle domande di protezione internazionale (asilo e protezione sussidiaria) presentate negli Stati membri dell’Unione. In particolare, secondo la Corte il trattamento di una domanda di protezione internazionale presentata da una persona registrata presso l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) richiede che si accerti se tale persona benefici di una protezione o di un’assistenza effettiva da parte di tale organismo, sempreché tale domanda non sia stata preliminarmente respinta sulla base di un motivo d’inammissibilità o sulla base di una causa di esclusione diversa da quella prevista all’articolo 12, paragrafo 1, lettera a), primo periodo, della direttiva 2011/95/UE. Quando un palestinese, come la richiedente nella causa principale, è registrato presso l’(UNRWA), tale palestinese non può ottenere l’asilo nell’Unione finché gode di protezione o di assistenza effettiva di tale organismo delle Nazioni Unite. Può ottenere l’asilo nell’Unione soltanto se si trova in uno stato personale di grave insicurezza, ha richiesto invano l’assistenza dell’UNRWA ed è stato costretto, per via di circostanze indipendenti dalla sua volontà, a lasciare la zona operativa dell’UNRWA. La sentenza chiarisce poi che l’articolo 12, paragrafo 1, lettera a), secondo periodo, della direttiva 2004/83/CE e l’articolo 12, paragrafo 1, lettera a), secondo periodo, della direttiva 2011/95/UE devono essere interpretati nel senso che: - ostano a una normativa nazionale che non prevede o che recepisce in modo non corretto la causa di cessazione dell’applicazione della causa di esclusione dallo status di rifugiato in essi contenuta; - hanno efficacia diretta, e - possono essere applicati anche qualora il richiedente protezione internazionale non li abbia espressamente invocati. Infine, quando un giudice è investito di un’impugnazione contro una decisione dell’organo amministrativo o quasi giurisdizionale in merito a una domanda d’asilo o di protezione sussidiaria, esso deve procedere a un esame del fascicolo completamente aggiornato, tenendo conto di tutti gli elementi di fatto e di diritto che appaiono pertinenti, compresi quelli che non esistevano ancora nel momento in cui l’organo amministrativo in questione ha adottato la sua decisione. Siffatta interpretazione è fondata sull’art. 46, par. 3 della direttiva 2013/32/UE secondo cui il giudice investito in primo grado di un’impugnazione contro una decisione dell’organo interessato deve effettuare un «esame completo ed ex nunc» del fascicolo, nonché sull’obiettivo della direttiva stessa consistente nel garantire un trattamento quanto più rapido possibile delle domande d’asilo e di protezione sussidiaria. In ragione di siffatto obiettivo, il giudice è tenuto a esaminare in maniera esaustiva e aggiornata la domanda senza che sia necessario, prima che lo stesso si pronunci, rinviare il fascicolo all’organo amministrativo o quasi giurisdizionale.
Judgment of the Court (First Session) of 27 June 2018
(Ibrahima Diallo v. État belge, in case C-246/17)
Sentenza della Corte (Prima sezione) del 27 giugno 2018
(Ibrahima Diallo c. État belge, causa C-246/17)
La Corte ha dichiarato, nella sentenza in commento, che l’art. 10, par. 1, della direttiva 2004/38, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, debba essere interpretato nel senso che la decisione relativa alla domanda di rilascio della carta di soggiorno di familiare di un cittadino dell’Unione europea debba essere non solo adottata, ma anche comunicata entro il termine di sei mesi ivi previsto. La corretta interpretazione della direttiva stessa osta inoltre, secondo i Giudici della Corte, all’applicabilità di una normativa nazionale, come quella venuta in rilievo nel procedimento principale de quo, in forza della quale, laddove risulti superato il termine semestrale di cui alla disposizione succitata, sia imposto alle autorità nazionali competenti di rilasciare d’ufficio all’interessato la suddetta carta di soggiorno, senza che tanto consegua effettivamente all’accertamento concernente il soddisfacimento delle condizioni allo scopo necessarie, in conformità al diritto dell’Unione. Infine, ha chiarito la Corte, non risulta altresì conforme al diritto dell’Unione una giurisprudenza nazionale, come quella risultante nell’ordinamento nazionale venuto in rilievo, secondo la quale, in seguito all’annullamento giurisdizionale di una decisione di diniego della carta suddetta, l’autorità nazionale competente possa automaticamente avvalersi di nuovo dell’integralità del termine di sei mesi previsto dalla disposizione in commento l’automatica decorrenza di un nuovo termine di sei mesi appare infatti, ai Giudici dell’Unione, «sproporzionat[a] sotto il profilo della finalità del procedimento amministrativo previsto all’articolo 10, paragrafo 1, della direttiva 2004/38 nonché dell’obiettivo di tale direttiva»; deve trattarsi invece, espressamente, di un termine «ragionevole», comunque contenuto entro i limiti di sei mesi.
Judgment of the Court (Grand Chamber) 19 June 2018
(Sadikou Gnandi v. État belge, in case C-181/16)
Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 19 giugno 2018
(Sadikou Gnandi c. État belge, causa C-181/16)
Alla luce del principio di non-refoulement e del diritto ad un ricorso effettivo, sanciti dall’articolo 18, dall’articolo 19, paragrafo 2, e dall’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, la direttiva 2008/115/CE (cd. direttiva rimpatri) non impedisce che le autorità nazionali adottino una decisione di rimpatrio nei confronti di un cittadino di un paese terzo che abbia proposto domanda di protezione internazionale, direttamente a seguito del rigetto di quest’ultima domanda da parte dell’autorità competente ovvero cumulativamente con il rigetto stesso in un unico atto amministrativo e, pertanto, anteriormente alla decisione del ricorso giurisdizionale proposto avverso il rigetto medesimo. Secondo la Corte è necessario, però, rispettare una condizione, consistente nella garanzia da parte dello Stato membro interessato della sospensione di tutti gli effetti giuridici della decisione di rimpatrio nelle more dell’esito del ricorso, affinché il richiedente possa beneficiare, durante tale periodo, dei diritti riconosciuti dalla direttiva accoglienza e che sia in grado di far valere qualsiasi mutamento delle circostanze verificatosi successivamente all’adozione della decisione di rimpatrio, che presenti rilevanza significativa per la valutazione della situazione dell’interessato con riguardo alla direttiva 2008/115.
Judgment of the Court (Grand Chamber) 5 June 2018
(Coman and others v. Inspectoratul General pentru Imigrări, Ministerul Afacerilor Interne, in case C-673/16)
(Coman e altri c. Inspectoratul General pentru Imigrări, Ministerul Afacerilor Interne, causa C-673/16)
Interpretando l’articolo 21, paragrafo 1, del TFUE la Corte di giustizia ritiene che gli Stati membri non possono rifiutare di concedere un diritto di soggiorno derivato al cittadino di uno Stato terzo, coniuge dello stesso sesso di un cittadino dell’Unione, per il fatto che l’ordinamento di tale Stato membro non prevede il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Council Decision (EU) 2018/889 of 4 June 2018, on the conclusion, on behalf of the European Union, of the Council of Europe Convention on the Prevention of Terrorism, in OJ L 159, 22.06.2018
Decisione (UE) 2018/889 del Consiglio del 4 giugno 2018, relativa alla conclusione, a nome dell’Unione europea, della Convenzione del Consiglio d’Europa per la prevenzione del terrorismo, in GUUE L 159, 22.06.2018
A nome dell’Unione europea, il Consiglio approva la Convenzione del Consiglio d’Europa per la prevenzione del terrorismo (firmata il 22 ottobre 2015), riguardo alle materie di competenza dell’UE.
Judgment of the Court (Second Chamber) 31 May 2018
(case C‑647/16, Adil Hassan v. Préfet du Pas-de-Calais)
Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 31 maggio 2018
(causa C‑647/16, Adil Hassan c. Préfet du Pas-de-Calais)
Interrogata in via pregiudiziale, la Corte ha sancito che la corretta interpretazione dell’articolo 26, par. 1, del regolamento n. 604/2013, che stabilisce i criteri ed i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide, osti a che lo Stato membro che abbia avanzato una richiesta di presa o di ripresa in carico di una persona presso un altro Stato membro, ritenendolo competente per l’esame della domanda, adotti poi una decisione di trasferimento e la notifichi a detta persona prima che lo Stato membro richiesto abbia espresso il suo esplicito od implicito accordo a tale richiesta.
Judgment of the Court (Grand Chamber) of 2 May 2018
(K. v. Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie (case C‑331/16) and H.F. v. Belgische Staat (case C‑366/16))
(K. c. Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie (causa C‑331/16) e H.F. c. Belgische Staat (causa C‑366/16))
La precedente decisione di esclusione dal beneficio dello status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra o della direttiva 2011/95/UE non consente alle autorità di uno Stato membro di considerare – ai fini del rilascio di un permesso di soggiorno ad un cittadino europeo o a un suo familiare - automaticamente che la presenza sul territorio di tale Stato costituisca, indipendentemente dall’esistenza di un rischio di recidiva, una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave per un interesse fondamentale della società tale da giustificare l’adozione di misure di ordine pubblico o di sicurezza pubblica. La valutazione della minaccia deve, infatti, essere fondata sul comportamento personale dell’interessato, prendendo in considerazione le conclusioni della decisione di esclusione dal beneficio dello status di rifugiato e gli elementi su cui essa è fondata, in particolare la natura e la gravità dei crimini o degli atti che gli sono contestati, il livello del suo coinvolgimento personale in essi, l’eventuale esistenza di motivi di esonero da responsabilità penale e l’esistenza di una condanna penale. Nel rispetto del principio di proporzionalità, le autorità nazionali devono anche bilanciare, da un lato, la tutela dell’interesse fondamentale della società di cui trattasi con, dall’altro, gli interessi della persona di cui trattasi, relativi all’esercizio della sua libertà di circolazione e di soggiorno in quanto cittadino dell’Unione nonché al suo diritto al rispetto della vita privata e familiare.
Judgment of the Court (Grand Chamber) 8 May 2018
(case C‑82/16, K.A. and others v. Belgische Staat)
Sentenza della Corte (Grande Sezione) dell’8 maggio 2018
(causa C‑82/16, K.A. ed altri c. Belgische Staat)
La Grande Sezione ha escluso che possa dirsi contrastante con l’interpretazione della direttiva 115 del 2008 (cd. “direttiva rimpatri”), la prassi di uno Stato membro che consista nel non prendere in considerazione la domanda di soggiorno, a fini di ricongiungimento familiare, presentata nel suo territorio da un cittadino di paese terzo, familiare di un cittadino dell’Unione che possieda la cittadinanza di tale Stato membro e che non abbia mai esercitato il proprio diritto alla libera circolazione, in base al solo motivo che l’istante sia oggetto di un divieto di ingresso in tale territorio. Tuttavia, secondo la Corte, una prassi del genere si pone in antinomia con l’art. 20 TFUE, laddove il diniego venga opposto senza che sia stato esaminato se sussista, tra il cittadino dell’Unione ed il familiare istante cittadino di un paese terzo, un rapporto di dipendenza di natura tale che, in caso di rifiuto di concessione a quest’ultimo di un diritto di soggiorno derivato, il cittadino dell’Unione in parola sarebbe, di fatto, obbligato a lasciare il territorio dell’Unione considerato nel suo insieme, venendo così privato del godimento effettivo del contenuto essenziale dei diritti conferitigli dal suo status. In particolare, se il cittadino dell’Unione è maggiorenne, un rapporto di dipendenza – di natura tale da giustificare la concessione, al cittadino di un paese terzo interessato, di un diritto di soggiorno derivato ai sensi di detto articolo – è ravvisabile solo in casi eccezionali, nei quali, tenuto conto dell’insieme delle circostanze pertinenti, il soggetto interessato non possa in alcun modo essere separato dal familiare da cui dipende; se invece il cittadino dell’Unione è minorenne, la valutazione dell’esistenza di un siffatto rapporto di dipendenza dev’essere fondata sulla presa in considerazione, nell’interesse superiore del bambino, dell’insieme delle circostanze del caso di specie, e, segnatamente, della sua età, del suo sviluppo fisico ed emotivo, dell’intensità della sua relazione affettiva con ciascuno dei genitori, nonché del rischio che la separazione dal genitore cittadino di un paese terzo cagionerebbe all’equilibrio del minore stesso; a questi fini, l’esistenza di un vincolo familiare con tale cittadino, di tipo biologico o giuridico, non è sufficiente, e la convivenza con quest’ultimo non è elemento necessario.
nota di Gaetano D'Avino
Judgment of the Court (Grand Chamber) of 24 April 2018
(MP v. Secretary of State for the Home Department, case C‑353/16)
(MP c. Secretary of State for the Home Department, causa C‑353/16)
Letta alla luce dell’art. 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, la direttiva 2004/83/CE (cd. Direttiva qualifiche, in particolare gli artt. 2, lett. e) e 15, lett. b)) va interpretata nel senso che è ammissibile allo status di protezione sussidiaria il cittadino di un paese terzo torturato in passato dalle autorità del suo paese di origine e non più esposto a un rischio di tortura in caso di ritorno in detto paese, ma le cui condizioni di salute fisica e mentale potrebbero, in un tale caso, deteriorarsi gravemente, con il rischio che il cittadino di cui trattasi commetta suicidio, in ragione di un trauma derivante dagli atti di tortura subiti, se sussiste un rischio effettivo di privazione intenzionale in detto paese delle cure adeguate al trattamento delle conseguenze fisiche o mentali di tali atti di tortura, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare.
Judgment of the Court (Grand Chamber) of 17 April 2018
(B. v. Land Baden-Württemberg, case C‑316/16 and Secretary of State for the Home Department v. Franco Vomero, case C‑424/16)
Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 17 aprile 2018
(B. c. Land Baden-Württemberg, causa C‑316/16 e Secretary of State for the Home Department c. Franco Vomero, causa C‑424/16)
La Corte di giustizia interpreta alcuni punti dell’art. 28, par. 3, lett. a) della direttiva 2004/38/CE, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, in primis stabilendo che il beneficio della protezione contro l’allontanamento dal territorio prevista in detta disposizione è subordinato alla condizione che l’interessato disponga di un diritto di soggiorno permanente ai sensi dell’articolo 16 e dell’articolo 28, par. 2, della stessa direttiva. In secondo luogo, nel caso di un cittadino dell’Unione che sconta una pena privativa della libertà e nei cui confronti è stata adottata una decisione di allontanamento, la condizione di aver «soggiornato nello Stato membro ospitante i precedenti dieci anni», sancita in tale disposizione, può essere soddisfatta purché una valutazione complessiva della situazione dell’interessato, che tenga conto di tutti gli aspetti rilevanti, induca a concludere che, nonostante detta detenzione, i legami di integrazione che uniscono l’interessato allo Stato membro ospitante non siano stati rotti. Tra questi aspetti si annoverano, in particolare, la forza dei legami di integrazione creati con lo Stato membro ospitante prima che l’interessato fosse posto in stato di detenzione, la natura del reato che ha giustificato il periodo di detenzione scontato e le circostanze in cui è stato commesso nonché la condotta dell’interessato durante il periodo di detenzione. Infine, il calcolo dei 10 anni, deve essere valutato alla data in cui viene adottata la decisione iniziale di allontanamento.
Judgment of the Court (Second Chamber) of 12 April 2018
(A.S. v. Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie, case C‑550/16)
(A.S. c. Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie, causa C‑550/16)
Nell’interpretare l’art. 2 della direttiva 2003/86/CE, relativa al diritto al ricongiungimento familiare, la Corte di giustizia ha stabilito che deve essere qualificato come «minore» un cittadino di paesi terzi o un apolide che aveva un’età inferiore ai diciotto anni al momento del suo ingresso nel territorio di uno Stato membro e della presentazione della sua domanda di asilo in tale Stato, ma che, nel corso della procedura di asilo, raggiunge la maggiore età e ottiene in seguito il riconoscimento dello status di rifugiato. Tuttavia, la Corte precisa che la domanda di ricongiungimento familiare deve essere presentata entro un termine ragionevole, ossia in linea di principio tre mesi a decorrere dal giorno in cui al minore interessato è stato riconosciuto lo status di rifugiato.
(Romano Pisciotti v. Bundesrepublik Deutschland, case C‑191/16)
Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 10 aprile 2018
(Romano Pisciotti c. Bundesrepublik Deutschland, causa C‑191/16)
Nel caso in cui un cittadino dell’Unione, oggetto di una richiesta di estradizione verso gli Stati Uniti d’America, è stato arrestato, ai fini dell’eventuale esecuzione di tale richiesta, in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, tale situazione rientra nell’ambito di applicazione del diritto dell’Unione europea, atteso l’esercizio del diritto di circolare liberamente nell’Unione europea e che detta richiesta di estradizione è stata effettuata nell’ambito dell’accordo sull’estradizione tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America, del 25 giugno 2003. Inoltre, ai fini dell’eventuale esecuzione della richiesta di estradizione, secondo la Corte gli articoli 18 TFUE e 21 TFUE non impediscono che lo Stato membro richiesto operi una distinzione, sulla base di una norma di diritto costituzionale, tra i suoi cittadini e i cittadini di altri Stati membri e che autorizzi tale estradizione mentre non consente quella dei propri cittadini, una volta che ha preventivamente posto in grado le autorità competenti dello Stato membro, di cui tale persona è cittadino, di chiederne la consegna nell’ambito di un mandato d’arresto europeo e quest’ultimo Stato membro non ha adottato alcuna misura in tal senso.
Judgment of the Court (Grand Chamber) of 20 March 2018
(Garlsson Real Estate SA e a. c. Commissione Nazionale per le Società e la Borsa, case 537/16)
Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 20 marzo 2018
(causa 537/16, Garlsson Real Estate SA e a. c. Commissione Nazionale per le Società e la Borsa)
Il principio del ne bis in idem garantito dall’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea può essere legittimamente limitato nella misura in cui il cumulo di una sanzione penale e di una amministrativa sostanzialmente penale, sia finalizzato ad un obiettivo di interesse generale; siano previste regole chiare e precise che consentano al soggetto accusato di prevedere quali atti ed omissioni possano costituire oggetto di un siffatto cumulo; i procedimenti siano coordinati fra loro per limitare a quanto strettamente necessario l’onere supplementare che un siffatto cumulo comporta per gli interessati, e la severità del complesso delle sanzioni imposte sia proporzionataalla gravità dell’illecito in questione. In ogni caso spetta al giudice nazionale verificare se siano soddisfatti tali requisiti.
(Enzo Di Puma c. Consob e Consob c. Antonio Zecca, joined cases C‑596/16 and C‑597/16)
Sentenza della Corte (Grande Sezione), del 20 marzo 2018
(cause riunite C-596/16 e C-597/16, Enzo Di Puma c. Consob e Consob c. Antonio Zecca)
La Corte di giustizia precisa che laddove sia pronunciata una sentenza penale definitiva di assoluzione, la prosecuzione di un procedimento di sanzione amministrativa pecuniaria di natura penale è incompatibile con il principio del ne bis in idem, che opera anche quando l’interessato sia stato definitivamente assolto ed oltretutto, eccede manifestamente quanto necessario per conseguire l’obiettivo di proteggere l’integrità dei mercati finanziari dell’Unione e la fiducia del pubblico negli strumenti finanziari, in violazione del principio di proporzionalità.
Communication from the Commission to the European Parliament, the European Council and the Council, Progress report on the Implementation of the European Agenda on Migration, COM(2018) 250 final, Brussels, 14.3.2018
Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio europeo e al Consiglio, Relazione sullo stato di attuazione dell’agenda europea sulla migrazione, COM(2018) 250 final, Bruxelles, 14.3.2018
La Relazione fornisce una visione d’insieme dei progressi e degli sviluppi intervenuti in tutti i filoni di attività previsti dall’Agenda europea sulla migrazione a far data dalla pubblicazione dell’ultima relazione della Commissione del novembre 2017. Inoltre, essa fa il bilancio dei progressi compiuti in linea con la tabella di marcia della Commissione per raggiungere un accordo entro giugno 2018 sul pacchetto globale in materia di migrazione, presentata alla riunione dei Capi di Stato e di Governo dell’UE nel dicembre 2017. Infine, la Relazione enuclea importanti misure concrete che servono a garantire la continua efficacia della risposta dell’UE, in particolare la necessità di investimenti finanziari supplementari, da parte, congiuntamente, degli Stati membri e dell’UE, a sostegno dell'azione dell'UE riguardo alla dimensione esterna della migrazione.
Proposal for a Regulation of the European Parliament and of the Council, amending Regulation(EC) No 810/2009 establishing a Community Code on Visas (Visa Code), COM(2018) 252 final, Brussels, 14.3.2018
La proposta di modifica del codice dei visti sostituisce la precedente proposta presentata nell’aprile 2014 (COM(2014) 164 dell’1.4.2014). Essa intende aggiornare le procedure di rilascio dei visti per rispondere meglio alla mutata situazione migratoria e della sicurezza, anche attraverso un approccio combinato tra politica dei visti e cooperazione in materia di riammissione. Si veda anche la Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio, Adattare la politica comune in materia di visti alle nuove sfide, COM(2018)251 final, Buxelles, 14.3.2018
Commission Recommendation (EU) 2018/234 of 14 February 2018, on enhancing the European nature and efficient conduct of the 2019 elections to the European Parliament
Raccomandazione (UE) 2018/234 della Commissione del 14 febbraio 2018, sul rafforzare la natura europea e l’efficienza nello svolgimento delle elezioni del Parlamento europeo del 2019
Al fine di sostenere la partecipazione dei cittadini e la dimensione europea delle elezioni del Parlamento europeo, la Commissione europea ha adottato una Raccomandazione vertente sui 5 punti seguenti: 1. coinvolgere i cittadini europei in dibattiti su tematiche europee prima delle elezioni del Parlamento europeo; 2. sostegno a un candidato alla carica di presidente della Commissione europea; 3. informare gli elettori sulle affiliazioni tra partiti nazionali e partiti politici europei; 4. promuovere e semplificare l'informazione degli elettori sulle affiliazioni tra partiti nazionali e partiti politici europei; 5. svolgimento efficiente.
(Case C-359/16, Ömer Altun and Others)
Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 6 febbraio 2018
(causa C‑359/16, Ömer Altun ed altri)
Nella sentenza in commento, la Corte, riunita in Grande Sezione, ha statuito che l’art. 14, punto 1, lett. a), del regolamento n. 1408/71, relativo all’applicazione dei regimi di sicurezza sociale ai lavoratori subordinati, ai lavoratori autonomi ed ai loro familiari che si spostino all’interno della Comunità, e l’art. 11, par. 1, lett. a), del regolamento n. 574/72, che stabilisce le modalità di applicazione del suddetto regolamento, nelle versioni vigenti, debbano essere interpretati nel senso che, qualora l’istituzione dello Stato membro nel quale i lavoratori siano stati distaccati abbia investito l’istituzione emittente di una domanda di riesame e/o di revoca di certificati “E 101” (attestanti la legislazione alla quale i lavoratori siano soggetti ed il termine dell’applicazione di tale legislazione), sulla scorta di elementi raccolti nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria dalla quale sia emerso che tali certificati siano stati ottenuti o richiesti in modo fraudolento, e l’istituzione emittente non abbia tenuto conto di tali elementi ai fini del riesame della procedura di rilascio, il giudice nazionale può, nell’ambito di un procedimento promosso contro persone sospettate di aver fatto ricorso a lavoratori distaccati servendosi di certificati del genere, ignorare tali certificati se – sulla base di detti elementi ed in osservanza delle garanzie inerenti al diritto ad un equo processo – constati l’esistenza di una frode.
Judgment of the Court (Fifth Chamber) 16 January 2018
(E., in case C-240/17)
Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 16 gennaio 2018
(E., causa C‑240/17)
Nella sentenza in commento, la Corte di giustizia ha chiarito che l’art. 25, par. 2, della Convenzione di applicazione dell’Accordo di Schengen, debba essere interpretato nel senso che, se allo Stato contraente che intenda adottare una decisione di rimpatrio, accompagnata da divieto d’ingresso e di soggiorno nello spazio Schengen, nei confronti di un cittadino di un paese terzo in possesso di un titolo di soggiorno in corso di validità, rilasciato da un altro Stato contraente, è consentito avviare la procedura di consultazione prevista da detta disposizione anche anteriormente all’adozione della decisione medesima, l’obbligo di avvio di tale procedura sorge, in ogni caso, non appena la sua adozione abbia avuto luogo. La corretta interpretazione della norma summenzionata non osta poi, secondo l’interpretazione dei Giudici di Lussemburgo, all’esecuzione della decisione di rimpatrio, accompagnata dal divieto d’ingresso, nelle more della la procedura di consultazione de qua, qualora lo Stato contraente autore della segnalazione ritenga legittimamente che il soggetto interessato rappresenti una minaccia per l’ordine pubblico o per la sicurezza nazionale, ferma restando la facoltà per il cittadino medesimo di far valere i diritti derivanti dal proprio titolo di soggiorno recandosi successivamente nel territorio del secondo Stato contraente. Tuttavia, decorso un termine ragionevole dall’avvio della procedura di consultazione ed in assenza di risposta dallo Stato contraente consultato, spetta allo Stato contraente autore della segnalazione procedere al ritiro della segnalazione di non ammissione, inserendo, eventualmente, il nominativo del cittadino medesimo nel proprio elenco nazionale di segnalazione. Il soggetto in questione può sempre, ad ogni buon conto, far valere, dinanzi al giudice nazionale, gli effetti giuridici derivanti dalla procedura di consultazione incombente sullo Stato autore della segnalazione.
(Bundesrepublik Deutschland v. Aziz Hasan, in case C‑360/16)
Sentenza della Corte di giustizia (Terza sezione) del 25 gennaio 2018
(Bundesrepublik Deutschland c. Aziz Hasan, nella causa C‑360/16)
La Corte di giustizia interpreta alcune disposizioni del Regolamento (UE) n. 604/2013 (cd. Regolamento Dublino III) inerenti al trasferimento dei richiedenti protezione internazionale da uno Stato membro all’altro. Tra le altre, la Corte ritiene compatibile con la normativa europea la disciplina nazionale che prevede che il controllo giurisdizionale della decisione di trasferimento deve basarsi sulla situazione di fatto esistente allorché si è tenuta l’ultima udienza dinanzi al giudice adito o, in mancanza di udienza, al momento in cui detto giudice si pronuncia sul ricorso; inoltre qualora un cittadino di uno Stato terzo, dopo aver presentato una domanda di protezione internazionale in un primo Stato membro, venga trasferito verso tale Stato membro a seguito del rigetto di una nuova domanda presentata presso un secondo Stato membro e ritorna, senza titolo di soggiorno, nel territorio di quest’ultimo, detto cittadino può essere sottoposto a una procedura di ripresa in carico e non è possibile procedere a un ulteriore trasferimento di tale persona verso il primo di tali Stati membri senza che venga seguita detta procedura.
(F. v. Bevándorlási és Állampolgársági Hivatal, in case C‑473/16)
(F. c. Bevándorlási és Állampolgársági Hivatal, causa C‑473/16)
La direttiva 2011/95/UE consente alle autorità competenti per l’esame delle domande di protezione internazionale di disporre una perizia psicologica in ordine all’accertamento dell’orientamento sessuale del richiedente, purché le modalità di tale perizia siano conformi ai diritti fondamentali garantiti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Ciò implica che la decisione circa il riconoscimento della protezione non può essere fondata esclusivamente sulle conclusioni peritali che non hanno carattere vincolante. Inoltre, essa impedisce di utilizzare, al fine di valutare la veridicità dell’orientamento sessuale dichiarato da un richiedente protezione internazionale, una perizia psicologica, che ha per scopo, sulla base di test proiettivi della personalità, di fornire un’immagine dell’orientamento sessuale di tale richiedente, in quanto in contrasto con l’art. 7 della Carta diretto a tutelare il rispetto della vita privata.
Judgment of the Court (Fifth Chamber) 20 December 2017
(Florea Gusa v. Minister for Social Protection, Ireland, in case C‑442/16)
Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 20 dicembre 2017
(Florea Gusa c. Minister for Social Protection, Irlanda, causa C‑442/16)
Interrogati in via pregiudiziale, i Giudici di Lussemburgo hanno chiarito che, ai sensi dell’articolo 7, par. 3, lett. b), della direttiva 2004/38/CE, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, un cittadino di uno Stato membro che, dopo aver soggiornato regolarmente ed aver esercitato, quale lavoratore autonomo, un’attività in un altro Stato membro per circa quattro anni, abbia cessato l’attività lavorativa per mancanza di lavoro, debitamente comprovata, causata da ragioni indipendenti dalla sua volontà, e si sia registrato presso l’ufficio di collocamento competente di tale Stato membro come persona in cerca di occupazione, mantiene lo status di lavoratore autonomo ai sensi dell’articolo 7, par. 1, lett. a), della direttiva stessa; la norma da ultima richiamata, infatti, non si riferisce – secondo l’interpretazione resa dalla Corte nella sentenza in commento – esclusivamente alle persone che si trovino in stato di disoccupazione involontaria dopo aver esercitato un’attività subordinata, come sembrerebbe indicare la formulazione testuale della disposizione. Un’interpretazione restrittiva non solo risulterebbe contraria allo scopo perseguito dalla direttiva, ma «creerebbe una disparità di trattamento ingiustificata tra queste due categorie di persone rispetto all’obiettivo perseguito da tale disposizione di garantire, attraverso il mantenimento dello status di lavoratore, il diritto di soggiorno delle persone che abbiano cessato di esercitare la loro attività professionale a causa della mancanza di lavoro dovuta a circostanze indipendenti dalla loro volontà»; per di più, una simile disparità di trattamento risulterebbe «ancor meno giustificata in quanto porterebbe a trattare una persona, che [abbia] esercitato un’attività autonoma per oltre un anno nello Stato membro ospitante e che [abbia] contribuito al sistema sociale e fiscale di tale Stato membro […], nello stesso modo di una persona che è alla ricerca di un primo impiego nel citato Stato membro, che non ha mai esercitato un’attività economica in quest’ultimo e non ha mai versato contributi».
Judgment of the Court (First Session) 13 December 2017
(Soufiane El Hassani v. Minister Spraw Zagranicznych, in case C‑403/16)
Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 13 dicembre 2017
(Soufiane El Hassani c. Minister Spraw Zagranicznych, causa C‑403/16)
Nella sentenza in commento, la Corte ha chiarito, in via pregiudiziale, che la corretta interpretazione dell’articolo 32, par. 3, del regolamento n. 810/2009, che istituisce un codice comunitario dei visti, letto alla luce dell’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, obblighi gli Stati membri a prevedere una procedura di ricorso contro le decisioni di diniego di visto, con modalità a definirsi dagli ordinamenti giuridici dei singoli Stati membri, nel rispetto dei principi di equivalenza e di effettività. A differenza di quanto accade(va) nell’ordinamento polacco, dal quale è scaturita la questione de qua, tale procedura deve sempre garantire, ad un determinato dato stadio, la possibilità di accedere ad un procedimento avente natura propriamente giurisdizionale.
Judgment of the Court (Eighth Chamber) 7 December 2017
(Wilber López Pastuzano v. Delegación del Gobierno en Navarra, in case C-636/16)
Sentenza della Corte (Ottava Sezione) del 7 dicembre 2017
(Wilber López Pastuzano c. Delegación del Gobierno en Navarra, causa C-636/16)
La decisione di allontanamento nei confronti di un cittadino di uno Stato terzo che sia soggiornante di lungo periodo può essere emanata dagli Stati membri, ai sensi dell’art. 12 della direttiva 2003/109/CE tenendo in considerazione vari fattori quali la durata del soggiorno nel territorio, l’età dell’interessato, le conseguenze per quest’ultimo e per i suoi familiari, nonché i vincoli con il paese di soggiorno o l’assenza di vincoli con il paese d’origine. Tale decisione non può essere emanata automaticamente a seguito di una condanna penale, richiedendo una valutazione caso per caso che deve, in particolare, vertere sugli elementi citati.
Regulation (EU) 2017/2226 of the European Parliament and of the Council of 30 November 2017, establishing an Entry/Exit System (EES) to register entry and exit data and refusal of entry data of third-country nationals crossing the external borders of the Member States and determining the conditions for access to the EES for law enforcement purposes, and amending the Convention implementing the Schengen Agreement and Regulations (EC) No 767/2008 and (EU) No 1077/2011
Regolamento (UE) 2017/2226 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 30 novembre 2017, che istituisce un sistema di ingressi/uscite per la registrazione dei dati di ingresso e di uscita e dei dati relativi al respingimento dei cittadini di paesi terzi che attraversano le frontiere esterne degli Stati membri e che determina le condizioni di accesso al sistema di ingressi/uscite a fini di contrasto e che modifica la Convenzione di applicazione dell’Accordo di Schengen e i regolamenti (CE) n. 767/2008 e (UE) n. 1077/2011
Nell’ottica di migliorare ulteriormente la gestione delle frontiere esterne e, in particolare, al fine di verificare il rispetto delle disposizioni relative al periodo di soggiorno autorizzato nel territorio degli Stati membri, il Regolamento istituisce un sistema di ingressi/uscite (Entry/Exit System – EES), che registri elettronicamente l’ora e il luogo di ingresso e di uscita dei cittadini di paesi terzi ammessi per un soggiorno di breve durata nel territorio degli Stati membri e che calcoli la durata del soggiorno autorizzato. Tale sistema sostituisce l’obbligo, che è applicabile a tutti gli Stati membri, di apporre timbri sui passaporti dei cittadini di paesi terzi. Ad esso è connesso il Regolamento (UE) 2017/2225 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 30 novembre 2017, che modifica il regolamento (UE) 2016/399 per quanto riguarda l’uso del sistema di ingressi/uscite.
Judgment of the Court (Grand Chamber) 14 November 2017
(Toufik Lounes v. Secretary of State for the Home Department, in case C-165/16)
Sentenza della Corte di giustizia, Grande Sezione, del 14 novembre 2017
(Toufik Lounes c. Secretary of State for the Home Department, causa C 165/16)
Nella sentenza in commento, la Corte ha chiarito, in via pregiudiziale, che la direttiva 2004/38/CE, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, dev’essere interpretata nel senso che, laddove un cittadino dell’Unione europea il quale, in forza dell’articolo 7, par. 1, o dell’articolo 16, par. 1, della direttiva in questione, abbia precedentemente fatto esercizio del proprio diritto di circolazione, recandosi e soggiornando in uno Stato membro diverso da quello di provenienza, del quale abbia poi acquisito la cittadinanza conservando al contempo anche quella del Paese d’origine, ed, alcuni anni dopo, abbia contratto matrimonio con un cittadino di uno Stato terzo con il quale continui a risiedere nel territorio dello Stato membro già “ospitante”, orbene, in tale situazione, il soggetto “extracomunitario” non può beneficiare del diritto di soggiorno derivato nello Stato membro in questione. La direttiva de qua non è volta infatti, secondo la Corte, «a disciplinare il soggiorno di un cittadino dell’Unione nello Stato membro di cui possiede la cittadinanza» e, di conseguenza, «non è nemmeno volta a conferire, nel territorio del medesimo Stato membro, un diritto di soggiorno derivato ai familiari di tali cittadini, che siano cittadini di uno Stato terzo»; al contrario, «un diritto di soggiorno derivato in favore di un cittadino di uno Stato terzo, familiare di un cittadino dell’Unione, esiste, in linea di principio, solo quando è necessario per assicurare l’effettivo esercizio da parte di tale cittadino della sua libertà di circolazione». Secondo i Giudici di Lussemburgo, tuttavia, di fronte a fattispecie del genere di quella suesposta, il cittadino dell’Unione può beneficiare della protezione offerta dell’articolo 21, par. 1, TFUE, che, per espressa affermazione della Corte, include il diritto «di condurre una normale vita familiare nello Stato membro ospitante, beneficiando della vicinanza dei […] familiari»; se si accedesse ad una diversa interpretazione, infatti, ne conseguirebbe che «un cittadino dell’Unione che abbia esercitato la propria libertà di circolazione e che abbia acquisito la cittadinanza dello Stato membro ospitante in aggiunta alla propria cittadinanza d’origine sarebbe, per quanto riguarda la sua vita familiare, trattato in modo meno favorevole rispetto ad un cittadino dell’Unione che abbia anch’esso esercitato tale libertà ma che possieda soltanto la propria cittadinanza d’origine». Il diritto sopra descritto deve trovare applicazione, nello specifico, a condizioni che non devono risultare più rigorose di quelle previste dalla direttiva 2004/38 (che si applica quindi per analogia), per la concessione di detto diritto ad un cittadino di uno Stato terzo, familiare di un cittadino dell’Unione, che abbia esercitato il proprio diritto di libera circolazione stabilendosi in uno Stato membro diverso da quello di cui possieda la cittadinanza.
Judgment of the Court (Grand Chamber) of 25 October 2017
(Majid Shiri, in case C-201/16)
Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 25 ottobre 2017
(Majid Shiri, causa C-201/16)
Ai sensi dell’articolo 29, par. 2, del regolamento Dublino III, se il trasferimento non è eseguito nel termine di sei mesi definito all’articolo 29, paragrafi 1 e 2, di tale regolamento, la competenza passa automaticamente allo Stato membro richiedente, senza che sia necessario che lo Stato membro competente rifiuti di prendere o riprendere in carico l’interessato. Inoltre, la Corte precisa che, anche alla luce dell’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, il richiedente protezione internazionale deve poter disporre di un mezzo di ricorso effettivo e rapido che gli consenta di far valere la scadenza del termine di sei mesi intervenuta successivamente all’adozione della decisione di trasferimento. Il diritto, che una normativa nazionale come quella di cui al procedimento principale riconosce a un tale richiedente, di invocare circostanze successive all’adozione di tale decisione, nell’ambito di un ricorso diretto contro la medesima, soddisfa tale obbligo di prevedere un mezzo di ricorso effettivo e rapido.
Commissione Recommendation (EU) 2017/1803 of 3 October 2017, on enhancing legal pathways for persons in need of international protection
Raccomandazione (UE) 2017/1803 della Commissione del 3 ottobre 2017, sul rafforzamento dei percorsi legali per le persone bisognose di protezione internazionale
La Commissione raccomanda tutti gli Stati membri a provvedere al reinsediamento di persone bisognose di protezione internazionale per adempiere gli impegni assunti attraverso i programmi di reinsediamento, in stretta cooperazione con l'UNHCR e con il sostegno dell'EASO.
Commission Recommendation (EU) 2017/1804 of 3 October 2017, on the implementation of the provisions of the Schengen Borders Code on temporary reintroduction of border control at internal borders in the Schengen area
Raccomandazione (UE) 2017/1804 della Commissione del 3 ottobre 2017, relativa all’attuazione delle disposizioni del codice frontiere Schengen sul ripristino temporaneo dei controlli di frontiera alle frontiere interne dello spazio Schengen
La Raccomandazione, volta alla corretta attuazione del Codice frontiere Schengen sul ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere interne da parte di tutti gli Stati Schengen vincolati dal titolo III del Regolamento (UE) 2016/399, è articolata in tre punti: limitare l’impatto sulla libera circolazione; responsabilità condivisa e cooperazione; ricorso a misure alternative.
Judgment of the Court (Second Chamber) 27 September 2017
(Puškár v. Finančné riaditeľstvo Slovenskej republiky e Kriminálny úrad finančnej správy, case C‑73/16)
Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 27 settembre 2017
(Puškár c. Finančné riaditeľstvo Slovenskej republiky e Kriminálny úrad finančnej správy, causa C‑73/16)
La Corte ha chiarito, in via pregiudiziale, che la corretta interpretazione dell’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea non osti all’applicabilità di una normativa nazionale che subordini, al previo esaurimento dei rimedi di diritto amministrativo, l’esperibilità dei ricorsi propriamente giurisdizionali da parte di quanti sostengano la violazione del proprio diritto alla tutela dei dati personali, garantito dalla direttiva 95/46/CE; tanto a condizione che le modalità concrete di esercizio dei detti rimedi amministrativi non finiscano per minare l’effettività del ricorso, richiedendosi, in particolare, che la condizione del previo esperimento di cui s’è detto non comporti un ritardo sostanziale per l’accesso alla tutela giurisdizionale, non imponga costi eccessivi a carico del soggetto interessato e determini la sospensione del decorso della prescrizione. La Corte ha sancito altresì, nella sentenza in commento, che l’applicazione dell’art. 7, lett. e), della direttiva summenzionata, non osti al trattamento dei dati personali, concretantesi in particolare nella redazione di un elenco di persone sospettate di fungere da “prestanomi”, senza il consenso delle persone stesse, da parte delle autorità di uno Stato membro incaricate della riscossione delle imposte e della lotta alla frode fiscale, a condizione che tali autorità siano state investite, dalla legge, di compiti di interesse pubblico quali quelli menzionati, che misure del genere risultino effettivamente idonee e necessarie al raggiungimento degli obiettivi perseguiti, che sussistano elementi sufficienti per presumere che le persone interessate figurino a ragione in tale elenco nonché, in ogni caso, che siano soddisfatte tutte le condizioni di liceità imposte dalla direttiva 95/46 per il trattamento dei dati.
(Ovidiu-Mihăiţă Petrea v. Ypourgos Esoterikon kai Dioikitikis Anasygrotisis, case C-184/16)
(Ovidiu-Mihăiță Petrea c. Ypourgos Esoterikon kai Dioikitikis Anasygrotisis, causa C‑184/16)
Pronunciandosi sull’interpretazione di alcune disposizioni della direttiva 2004/38/CE, la Corte afferma che il principio della tutela del legittimo affidamento non impedisce che uno Stato membro, da un lato, ritiri un attestato d’iscrizione erroneamente rilasciato ad un cittadino dell’Unione europea che era ancora oggetto di un divieto d’ingresso nel territorio e, dall’altro lato, assuma nei suoi confronti un provvedimento di allontanamento, basato sulla mera constatazione che il provvedimento di divieto d’ingresso nel territorio era ancora in vigore. Inoltre, il provvedimento di rimpatrio di un cittadino dell’Unione europea, può essere adottata dalle stesse autorità ed in base alla stessa procedura seguita per il provvedimento di rimpatrio del cittadino di un paese terzo il cui soggiorno sia irregolare ai sensi dell’articolo 6, paragrafo 1, della direttiva 2008/115, qualora siano applicate le misure di recepimento della direttiva 2004/38 più favorevoli a detto cittadino dell’Unione.
Judgment of the Court (Fourth Chamber) 14 September 2017
(K. v. Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie, case C-18/16)
Sentenza della Corte (Quarta Sezione) del 14 settembre 2017
(K. c. Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie, causa C‑18/16)
La Corte si pronuncia sulla validità dell’articolo 8, par. 3, primo comma, lettere a) e b), della direttiva 2013/33/UE recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale (in ordine al trattenimento di questi ultimi), ritenendola conforme all’articolo 6 e all’articolo 52, parr. 1 e 3, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Judment of the Court (Third Chamber) 13 September 2017
(Mohammad Khir Amayry v. Migrationsverket, case C-60/16)
Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 13 settembre 2017
(Mohammad Khir Amayry c. Migrationsverket, causa C‑60/16)
Nel caso in cui il trattenimento di un richiedente protezione internazionale inizi dopo che lo Stato membro richiesto ha accettato la richiesta di presa in carico, detto trattenimento può essere mantenuto per un periodo massimo di due mesi, purché, da un lato, la durata del trattenimento non superi il tempo necessario per la procedura di trasferimento, valutato tenendo conto delle esigenze concrete della menzionata procedura in ciascun caso specifico, e, dall’altro, eventualmente, tale durata non si prolunghi per un periodo superiore a sei settimane a partire dalla data in cui il ricorso o la revisione non ha più effetto sospensivo. In tal senso la Corte interpreta il Regolamento Dublino III alla luce dell’art. 6 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE ritenendo, tra l’altro, che esso osti a una normativa nazionale che permette, in una situazione come quella rappresentata, di mantenere il trattenimento per tre o dodici mesi nel corso dei quali il trasferimento poteva validamente essere effettuato.
Judgmebt of the Court (Grand Chamber) 6 September 2017
(Slovak Republic and Hungary v. Coucil of the European Union, joined cases C-643/15 and C-647/15)
(Repubblica slovacca e Ungheria c. Consiglio dell’Unione europea, cause riunite C‑643/15 e C‑647/15)
La Corte si pronuncia nel senso della validità della decisione (UE) 2015/1601 del Consiglio, del 22 settembre 2015, che ha istituito misure temporanee nel settore della protezione internazionale a beneficio dell’Italia e della Grecia, rigettando il ricorso presentato dalla Repubblica slovacca e Ungheria con il sostegno della Polonia.
Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 26 luglio 2017
(Tsegezab Mengesteab c. Bundesrepublik Deutschland, causa C‑670/16)
La Corte di giustizia afferma la possibilità per un richiedente protezione internazionale di invocare, nell’ambito di un ricorso esercitato contro una decisione di trasferimento adottata nei suoi confronti, la scadenza del termine di tre mesi dalla data di presentazione della domanda di protezione internazionale. Una richiesta di presa in carico, ai sensi dell’art. 21, par. 1 del Regolamento Dublino III non può essere validamente formulata da uno Stato membro una volta decorsi tre mesi dalla presentazione della domanda di protezione internazionale. Infine, la Corte precisa che una domanda di protezione internazionale si considera presentata quando l’autorità preposta all’esecuzione degli obblighi derivanti da tale regolamento riceve un documento scritto, redatto da un’autorità pubblica e in cui si certifica che un cittadino di paese terzo ha chiesto protezione internazionale e, eventualmente, quando la suddetta autorità preposta riceve le sole informazioni principali contenute in un documento del genere, ma non il documento stesso o la sua copia.
Sentenze della Corte (Grande Sezione) del 26 luglio 2017
(A.S. c. Repubblica di Slovenia, C-490/16 e C-646/16, Khadija Jafari e Zainab Jafari)
Le due sentenze chiariscono che la nozione di «attraversamento irregolare di una frontiera» prevista dal Regolamento Dublino III ricomprende anche la situazione in cui uno Stato membro ammetta nel proprio territorio cittadini di un paese non UE invocando ragioni umanitarie e derogando ai requisiti di ingresso in linea di principio imposti ai cittadini di paesi non UE: la circostanza che l’attraversamento della frontiera abbia avuto luogo in occasione dell’arrivo di un numero eccezionalmente elevato di cittadini di paesi non UE intenzionati ad ottenere una protezione internazionale non è determinante. Di conseguenza, la Croazia è competente ad esaminare le domande di protezione internazionale delle persone che hanno attraversato in massa la sua frontiera in occasione della crisi migratoria del 2015-2016.
Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 26 luglio 2017
(Moussa Sacko c. Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione internazionale di Milano, causa C‑348/16)
Lette alla luce dell’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, le disposizioni della direttiva procedure (2013/32/UE) non osta a che il giudice nazionale, investito di un ricorso avverso la decisione di rigetto di una domanda di protezione internazionale manifestamente infondata, respinga detto ricorso senza procedere all’audizione del richiedente. Ciò allorquando le circostanze di fatto non lascino alcun dubbio sulla fondatezza della decisione, a condizione che, da una parte, in occasione della procedura di primo grado sia stata data facoltà al richiedente di sostenere un colloquio personale sulla sua domanda di protezione internazionale e che il verbale o la trascrizione di tale colloquio sia stato reso disponibile unitamente al fascicolo e, dall’altra parte, che il giudice adito con il ricorso possa disporre tale audizione ove lo ritenga necessario ai fini dell’esame completo ed ex nunc degli elementi di fatto e di diritto contemplato all’articolo 46, paragrafo 3, di tale direttiva.
(Mossa Ouhrami, causa C‑225/16)
L’articolo 11, paragrafo 2, della direttiva rimpatri (2008/115/CE) va interpretato nel senso che la durata del divieto d’ingresso prevista in tale disposizione, che non supera di norma i cinque anni, dev’essere calcolata a decorrere dalla data in cui l’interessato ha effettivamente lasciato il territorio degli Stati membri.
Parere 1/15 della Corte (Grande Sezione) del 26 luglio 2017
La Corte esprime il suo parere negativo sull’accordo sul trasferimento dei dati del codice di prenotazione (PNR), previsto tra l’Unione europea e il Canada, ritenendo che non possa essere concluso nella sua forma attuale, atteso la contrarietà di alcune disposizioni del progetto di accordo agli obblighi derivanti dai diritti fondamentali dell’Unione.
Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 13 luglio 2017.
(E c. Subdelegación del Gobierno en Álava, causa C‑193/16)
Nell’interpretare l’art. 27, par. 2, comma 2, della direttiva 2004/38/CE la Corte afferma che il fatto che una persona si trovi in stato di detenzione al momento dell’adozione della decisione di allontanamento, senza prospettive di liberazione in un prossimo futuro, non esclude che il suo comportamento rappresenti, eventualmente, per un interesse fondamentale della società dello Stato membro ospitante, una minaccia dal carattere reale ed attuale.
Sentenza della Corte (Seconda Sezione) dell’8 giugno 2017
(causa C 541/15, Mircea Florian Freitag ed altri c. Oberbürgermeister der Stadt Wuppertal)
Nella sentenza in commento, la Corte ha statuito, in via pregiudiziale, che la corretta interpretazione dell’articolo 21 TFUE (norma la quale, per orientamento granitico dello stesso Giudice dell’Unione, non si limita ad attribuire il diritto di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, ma sancisce pure il divieto di qualsivoglia discriminazione basata sulla cittadinanza) osti a che le autorità di uno stato membro rifiutino di riconoscere e di trascrivere nel registro dello stato civile il nome, corrispondente peraltro a quello di nascita, legalmente (ri-)ottenuto da un cittadino di tale Stato membro in un altro Stato membro, di cui egli parimenti possieda la cittadinanza, sulla base di una disposizione del diritto nazionale che subordini la trascrivibilità alla condizione che tale nome sia stato acquisito durante un periodo di residenza abituale nell’altro Stato membro interessato; tanto, hanno precisato i Giudici di Lussemburgo, a meno che il diritto nazionale non contempli altre disposizioni che consentano di ottenere il riconoscimento di detto nome (così come invero è stato segnalato, nel caso di specie, dal governo tedesco, sulla base di una norma ispirata dall’esigenza di eliminare una divergenza di cognomi in relazione ai cittadini tedeschi aventi doppia cittadinanza).
Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 21 giugno 2017
(causa C 9/16, A)
La Corte ha statuito che l’articolo 67, paragrafo 2, TFUE, e gli articoli 20 e 21 del c.d. “codice frontiere Schengen” (regolamento 562/2006, che istituisce un codice comunitario relativo al regime di attraversamento delle frontiere da parte delle persone, come modificato dal regolamento n. 610/2013), debbano essere interpretati nel senso che ostino all’applicazione di una normativa nazionale che attribuisca alle autorità di polizia dello Stato membro interessato la competenza a controllare l’identità di qualunque persona, in una zona di 30 chilometri a partire dalla frontiera terrestre di tale Stato membro con altri Stati aderenti alla convenzione di applicazione dell’accordo di Schengen, allo scopo di prevenire od impedire l’ingresso od il soggiorno illegale nel proprio territorio o di prevenire determinati reati contro la sicurezza delle frontiere, indipendentemente dal comportamento della persona interessata o dall’esistenza di circostanze particolari, a meno che tale normativa preveda la necessaria delimitazione di tale competenza, garantendo che l’esercizio pratico della stessa non possa avere un effetto equivalente a quello delle verifiche di frontiera, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare. La Corte ha invece escluso che la corretta interpretazione delle norme sopra evocate contrasti con una normativa nazionale che permetta alle autorità di polizia dello Stato membro interessato di effettuare, a bordo dei treni e negli impianti ferroviari di tale Stato membro, controlli dell’identità o dei documenti che consentono di attraversare la frontiera, nonché di fermare per breve tempo e d’interrogare qualunque persona per questo scopo, qualora tali controlli siano fondati su informazioni concrete o sull’esperienza della polizia di frontiera, a condizione che il diritto nazionale assoggetti l’esercizio dei detti controlli a precisazioni e limitazioni che ne indichino l’intensità, la frequenza e la selettività, circostanza anch’essa il cui accertamento spetta al giudice del rinvio.
Sentenza della Corte (Settima Sezione) del 21 giugno 2017
(causa C 449/16, Kerly Del Rosario Martinez Silva c. Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) e Comune di Genova)
Nell’arresto in questione, in risposta allo specifico quesito pregiudiziale ad essa rivolto, la Corte ha chiarito che la direttiva 98/2011, relativa a una procedura unica di domanda per il rilascio di un permesso unico che consenta ai cittadini di paesi terzi di soggiornare e lavorare nel territorio di uno Stato membro e ad un insieme comune di diritti per i lavoratori di paesi terzi che soggiornino regolarmente in uno Stato membro, osta all’applicabilità di una normativa nazionale che escluda il cittadino di un paese terzo, titolare di un permesso unico ai sensi dell’articolo 2, lettera c), di tale direttiva, dal beneficio di una prestazione quale l’assegno a favore dei nuclei familiari con almeno tre figli minori, istituito dalla legge del 23 dicembre 1998, n. 448. Tanto sulla base dell’articolo 12, paragrafo 1, lettera e), della direttiva succitata, in combinato disposto con l’articolo 3, paragrafo 1, lettera c), della medesima, e quindi del principio della parità di trattamento a favore dei cittadini di paesi terzi che siano stati ammessi in uno Stato membro, a norma del diritto dell’Unione o del diritto nazionale, a fini lavorativi, non avendo lo Stato italiano «chiaramente espresso l’intenzione di avvalersi» della facoltà, prevista dall’articolo 12, paragrafo 2, lettera b), primo comma, della direttiva stessa, di limitare i diritti conferiti dal richiamato articolo 12, paragrafo 1, lettera e), ai lavoratori di paesi terzi che non svolgano od abbiano svolto un’attività lavorativa per un periodo minimo di sei mesi e siano registrati come disoccupati, ovvero che siano stati autorizzati a lavorare nel territorio di uno Stato membro per un periodo non superiore a sei mesi, che siano stati ammessi in tale territorio a scopo di studio ovvero infine ai cittadini di paesi terzi cui è ivi consentito lavorare in forza di un visto.
Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 10 maggio 2017
(H. C. Chavez‑Vilchez e a. c. Raad van bestuur van de Sociale verzekeringsbank e a., causa C-133/15)
Ai fini della valutazione della privazione del “godimento effettivo del contenuto essenziale” dei diritti conferiti dall’art. 20 del TFUE ad un minore cittadino dell’UE, va effettuata una valutazione della relazione esistente tra il genitore cittadino di un paese terzo – del quale si discute sul riconoscimento di un diritto di soggiorno in uno Stato membro dell’UE – non essendo di per sé sufficiente la considerazione che l’altro genitore, cittadino dell’UE, sia realmente capace e disposto ad assumersi l’onere del minore. Infatti, siffatta deve essere fondata sulla presa in considerazione, nell’interesse superiore del minore, dell’insieme delle circostanze del caso di specie, e, segnatamente, dell’età del minore, del suo sviluppo fisico ed emotivo, dell’intensità della sua relazione affettiva sia con il genitore cittadino dell’Unione sia con il genitore cittadino di un paese terzo, nonché del rischio che la separazione da quest’ultimo comporterebbe per l’equilibrio del minore stesso.
Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle Regioni, Relazione 2016 sull’applicazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, Bruxelles, 18.5.2017, COM(2017) 239 final
Attraverso la Relazione annuale la Commissione europea, pur evidenziando le “gravi minacce” che attentano ai diritti fondamentali, rinnova il suo impegno a vigilare affinché sia garantito un livello elevato di protezione degli stessi diritti fondamentali propugnati nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Con la decisione de qua viene autorizzata, a nome dell'Unione europea, la firma della convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica per quanto riguarda l'asilo e il non-respingimento.
Nota di Valeria Tevere
Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 4 aprile 2017
(Sahar Fahimian c. Bundesrepublik Deutschland, causa C-544/15)
Nell’interpretare la direttiva 2004/114 in merito alle condizioni di ammissione dei cittadini di paesi terzi per motivi di studio, la Corte afferma che le autorità nazionali dispongono di un ampio margine di valutazione dei fatti nel verificare, sulla base del complesso degli elementi rilevanti che caratterizzano la situazione del cittadino di un paese terzo, richiedente un visto per motivi di studio, se questi rappresenti una minaccia, anche soltanto potenziale, per la sicurezza pubblica. Esse possono, pertanto, nel caso di specie, per ragioni di sicurezza pubblica, rifiutarsi di rilasciare ad una cittadina iraniana laureata presso un’università colpita da misure restrittive un visto per motivi di studio in un settore delicato quale la sicurezza delle tecnologie dell’informazione.
Corte di giustizia (Seconda Sezione), sentenza del 15 marzo 2017
(causa C‑528/15, Policie ČR,Krajské ředitelství policie Ústeckého kraje, odbor cizinecké policie, c. Salah Al Chodor, Ajlin Al Chodor, Ajvar Al Chodor)
Discutendosi, nella fattispecie, di misure di trattenimento disposte a carico di soggetti richiedenti asilo, rilevanti ai sensi del c.d. regolamento Dublino III, recante n. 604/2013, che stabilisce i criteri ed i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide, la Corte ha sancito che l’articolo 2, lettera n), e l’articolo 28, paragrafo 2, del medesimo regolamento, letti nel loro combinato disposto, debbano essere interpretati nel senso che la mera assenza, nella legislazione dello Stato membro interessato, di una norma vincolante di portata generale che detti i criteri obiettivi su cui si fondino gli elementi di valutazione del rischio di fuga del richiedente, sì da giustificarne il trattenimento, determini l’inapplicabilità del richiamato articolo 28, par. 2, con conseguente accertamento dell’illegittimità del trattenimento stesso. Secondo i Giudici di Lussemburgo, infatti, la sola giurisprudenza interna, sia pur consolidata, che si limiti a sancire una prassi costante della polizia per gli stranieri, non può essere considerata affatto sufficiente allo scopo; l’adozione di norme di portata generale offre invece le garanzie necessarie, delimitando in modo cogente, oltre che noto in anticipo, la discrezionalità delle autorità nella valutazione delle circostanze di ciascun caso concreto.
Corte di giustizia (Grande Sezione), sentenza del 7 marzo 2017
(causa C‑638/16 PPU, X e X c. État belge)
La Corte ha chiarito, chiudendo la procedura pregiudiziale d’urgenza in intestazione, che il codice comunitario dei visti, di cui al regolamento n. 810/2009, come modificato dal regolamento n. 610/2013, non risulti applicabile all’ipotesi in cui, sulla base dell’articolo 25 del codice in parola, un cittadino di un pase terzo presenti, per motivi umanitari, una domanda di visto con validità territoriale limitata, presso la rappresentanza dello Stato membro di destinazione situata nel territorio di un paese terzo, con l’intenzione di presentare poi, all’arrivo nello Stato membro suddetto, una domanda di protezione internazionale (e, pertanto, allo scopo di poter soggiornare nel detto Stato membro più di 90 giorni su un periodo di 180 giorni): allo stato attuale, secondo i Giudici dell’Unione, la descritta fattispecie rientra infatti unicamente nell’ambito d’applicazione del diritto nazionale. Una diversa opzione comporterebbe tra l’altro, per espressa affermazione della Corte, «che gli Stati membri sarebbero tenuti, sulla base del codice dei visti, a consentire, di fatto, a cittadini di paesi terzi di presentare una domanda di protezione internazionale presso rappresentanze degli Stati membri situate nel territorio di un paese terzo», laddove invece «il codice dei visti non è finalizzato ad armonizzare le normative degli Stati membri relative alla protezione internazionale».
Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 16 febbraio 2017
(causa C‑578/16 PPU, C. K., H. F. ed A. S. c. Republika Slovenija)
Nella sentenza in commento, resa a conclusione di un procedimento pregiudiziale d’urgenza, la Corte ha chiarito che l’articolo 17, par. 1, del regolamento n. 604 del 2013 (c.d. Dublino III), che stabilisce i criteri ed i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide, debba essere interpretato nel senso che la questione della definizione delle clausole discrezionali ivi previste esuli dal diritto nazionale e dall’interpretazione che di essa sia stata resa dalla giurisdizione costituzionale dello Stato medesimo, costituendo al contrario una questione d’interpretazione del diritto dell’Unione, ai sensi dell’articolo 267 TFUE. Nell’occasione, i Giudici di Lussemburgo hanno sancito anche che l’articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, interpretato alla luce delle disposizioni del richiamato regolamento, postuli come, anche in assenza di seri motivi che inducano a ritenere la sussistenza di carenze sistemiche nello Stato membro competente per l’esame della domanda d’asilo, non possa comunque procedersi al trasferimento del richiedente laddove esista il rischio reale ed accertato che egli sarebbe sottoposto ad un trattamento inumano o degradante. Inoltre, secondo la Corte, alla luce delle circostanze del caso concreto, è pienamente equiparabile all’ipotesi del pericolo di trattamenti inumani e degradanti il caso del richiedente che, essendo affetto da una malattia mentale o fisica di particolare gravità, rischi un peggioramento significativo ed irreversibile delle sue condizioni di salute. Spetta poi alle autorità dello Stato membro competenti ad effettuare il trasferimento e, se del caso, alla sua magistratura, il compito di rimuovere ogni dubbio in merito all’impatto che il trasferimento stesso possa avere sulle condizioni della persona interessata, prendendo all’uopo tutte le necessarie precauzioni, se del caso sospendendo l’esecuzione del trasferimento di cui si discute. In particolare, laddove non possa prevedersi a breve termine un miglioramento delle condizioni di salute del soggetto, così come nel caso in cui la sospensione della procedura possa comunque aggravare il suo stato, il Paese membro richiedente potrà scegliere di esaminare esso stesso la domanda, facendo uso proprio della “clausola discrezionale” di cui all’articolo 17, par. 1, del regolamento n. 604 del 2013, norma dalla quale non discende tuttavia un obbligo in questo senso.
Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 9 febbraio 2017
(causa C‑560/14, M c. Minister for Justice and Equality, Ireland)
La Corte ha sancito, in via pregiudiziale, che il diritto di essere ascoltati, rilevante ai sensi della direttiva n. 83 del 2004, recante norme minime sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi od apolidi, della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta, non esiga, in linea di principio, che, qualora una normativa nazionale preveda due procedimenti distinti, l’uno successivo all’altro, per l’esame, rispettivamente, della domanda di riconoscimento dello status di rifugiato e della domanda di protezione sussidiaria, il richiedente la protezione sussidiaria benefici del diritto ad un colloquio orale concernente la sua domanda e del diritto di chiamare testimoni o di procedere in contraddittorio al relativo esame nel corso di tale colloquio. È richiesta tuttavia agli Stati membri l’organizzazione di un colloquio orale qualora le circostanze specifiche del caso, ed in particolare gli elementi concreti di cui l’autorità competente disponga all’uopo oppure la situazione personale o generale riguardante il merito della domanda, rendano necessario tale colloquio al fine di esaminare con piena cognizione di causa la richiesta, il che dev’essere verificato dal giudice del rinvio.
Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 31 gennaio 2017
(Commissaire général aux réfugiés et aux apatrides c. Mostafa Lounani, causa C‑573/14)
Secondo l’interpretazione fornita dalla Grande Sezione, l’esclusione dello status di rifugiato prevista dalla direttiva 2004/83/CE non è limitata agli autori diretti di atti di terrorismo, ma può anche estendersi a soggetti che svolgono attività di reclutamento, organizzazione, trasporto o equipaggiamento a favore di individui che si recano in uno Stato diverso dal loro Stato di residenza o di cui hanno la cittadinanza allo scopo, segnatamente, di commettere, organizzare o preparare atti di terrorismo. Ai fini della valutazione individuale dei fatti operata dagli Stati membri, particolare rilievo deve essere accordato alla circostanza che la persona sia stata condannata dai giudici di uno Stato membro per partecipazione alle attività di un gruppo terroristico, al pari dell’accertamento che detta persona era membro dirigente di tale gruppo, senza che sia necessario stabilire che tale persona abbia essa stessa istigato la commissione di un atto di terrorismo o che vi abbia altrimenti concorso.
Relazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle Regioni, Rafforzare i diritti dei cittadini in un'Unione di cambiamento democratico Relazione sulla cittadinanza dell'UE 2017, Bruxelles, 24.1.207, COM/2017/030 final
La Commissione fa il punto sui progressi compiuti in linea con le sue priorità politiche relative a occupazione, crescita, equità e cambiamento democratico. La relazione indica le principali iniziative intraprese dal 2014 ad oggi per promuovere e rafforzare la cittadinanza europea e presenta proposte concrete per realizzarne le priorità principali volte a incentivare, proteggere e rafforzare i diritti di cittadinanza dell’UE.
Relazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle Regioni ai sensi dell’art. 25 TFUE, sui progressi verso l'effettiva cittadinanza dell'UE 2013-2016, Bruxelles, 24.1.2017,COM/2017/032 final
Ai sensi dell’art. 25 TFUE, la Commissione esamina l’applicazione delle disposizioni riguardanti la parte II del TFUE, in particolare: il divieto di discriminazione, la libertà di circolazione e di soggiorno nel territorio degli Stati membri, il diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni municipali e alle elezioni del Parlamento europeo nello Stato membro di residenza, il diritto alla tutela consolare, il diritto di petizione dinanzi al Parlamento europeo e il diritto di presentare denunce al Mediatore. Il documento accompagna la relazione del 2016 sulla cittadinanza dell'Unione – Rafforzare i diritti dei cittadini in un'Unione del cambiamento democratico.
Le Istitituzioni europee hanno adottato un nuovo “pacchetto” in materia di “Migrazione e Sicurezza”, in cui rientrano:
Comunicazione congiunta della Commissione europea e dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, al Parlamento al Parlamento europeo, al Consiglio europeo e al Consiglio, La migrazione lungo la rotta del Mediterraneo centrale Gestire i flussi e salvare vite umane, Bruxelles, 25.1.2017, JOIN(2017) 4 final
La Commissione europea e l’Alto Rappresentante PESC individuano una serie di azioni chiave che riguardano le diverse fasi del flusso migratorio lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Tali azioni rientrano in una strategia globale che focalizza fortemente l’attenzione sulla rotta attraverso la Libia, ma che, per prevenire un’eventuale deviazione delle rotte migratorie ed evitare qualsiasi ripercussione negativa per i paesi vicini, tiene anche conto del più ampio contesto regionale.
Proposta di decisione di esecuzione del Consiglio contenente una raccomandazione a prolungare i controlli temporanei alle frontiere in circostanze eccezionali che mettono a rischio il funzionamento globale dell’area Schengen Brussels, 25.1.2017, COM(2017) 40 final
La Commissione ha proposto che il Consiglio consenta agli Stati di mantenere i controlli temporanei alle frontiere per altri tre mesi, ai sensi dell’art. 29 del Codice frontiere Schengen.
Relazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio europeo e al Consiglio sulle attività volte a rendere pienamente operativa la guardia di frontiera e costiera europea, COM(2017) 042 final; Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio europeo e al Consiglio, Quarto rapporto sui progressi compiuti verso un’autentica ed efficace Unione della Sicurezza, Bruxelles, 25.1.2017, COM(2017) 41 final.
Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 14 dicembre 2016
(causa C‑238/15, Maria do Céu Bragança Linares Verruga ed altri c. Ministre de l’Enseignement supérieur et de la Recherche)
Nella sentenza in commento, la Corte ha chiarito, in via pregiudiziale, che la corretta interpretazione degli articoli 45 TFUE e 7, par. 2, reg. n. 492/2011, relativo alla libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione, osti all’applicazione della normativa di uno Stato membro, quale quella controversa nel procedimento principale, la quale, al fine di promuovere l’incremento della percentuale di residenti che siano titolari di un diploma d’istruzione superiore, subordini la concessione di un sussidio economico destinato a favorire il compimento di tali studi da parte degli studenti non residenti al requisito che, alla data della domanda, almeno uno dei genitori abbia lavorato in tale Stato membro per un periodo minimo ed ininterrotto di cinque anni, non prevedendo tuttavia un siffatto requisito a carico degli studenti residenti nel territorio del detto Stato membro.
Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 15 dicembre 2016
(cause riunite da C‑401/15 a C‑403/15, Noémie Depesme ed altri c. Ministre de l’Enseignement supérieur et de la Recherche)
Interpellata in via pregiudiziale sulla portata delle medesime norme venute in rilievo nella sentenza relativa alla causa C-238/15, e quindi sugli articoli 45 TFUE e 7, par. 2, reg. n. 492/2011, relativo alla libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione, la Corte ha precisato che le richiamate disposizioni ammettano, in qualità di «figlio di un lavoratore frontaliero», al beneficio dei vantaggi sociali come il finanziamento degli studi, non solo chi abbia un legame di filiazione con il lavoratore in parola, ma altresì il figlio del coniuge o del partner registrato del lavoratore medesimo, laddove sia proprio quest’ultimo a provvedere al suo mantenimento. La valutazione sulla ricorrenza o meno di tale requisito, corrispondente ad una situazione di fatto, spetta secondo la Corte all’amministrazione e, se del caso, ai giudici nazionali, «senza che gli stessi siano tenuti a stabilire le ragioni di detto sostegno né a quantificarne l’entità in modo preciso».
Regolamento (UE) 2016/1953 del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 ottobre 2016 relativo all’istituzione di un documento di viaggio europeo per il rimpatrio dei cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, e recante abrogazione della raccomandazione del Consiglio del 30 novembre 1994
Il Regolamento stabilisce un documento di viaggio europeo uniforme per il rimpatrio dei cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare (documento di viaggio europeo per il rimpatrio), in particolare il formato, le caratteristiche di sicurezza e le specifiche tecniche dello stesso.
Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 20 ottobre 2016
(Evelyn Danqua c. Minister for Justice and Equality, Ireland, Attorney General, causa C‑429/15)
La Corte giudica incompatibile con il diritto dell’Unione europea – in particolare con il principio di effettività - una norma procedurale nazionale che assoggetta una domanda volta al riconoscimento dello status di protezione sussidiaria ad un termine di decadenza di quindici giorni lavorativi a decorrere dalla notifica, da parte dell’autorità competente, della possibilità, per il richiedente asilo la cui domanda è stata respinta, di presentare una siffatta domanda. Tenuto conto delle difficoltà che possono presentarsi a siffatti richiedenti a causa, in particolare, della situazione umana e materiale difficile in cui essi possono trovarsi, un tale termine di decadenza risulta essere particolarmente breve e non garantisce, in concreto, a tutti questi richiedenti l’effettiva possibilità di presentare una domanda volta ad ottenere la protezione sussidiaria e, se del caso, ottenere lo status conferito da tale protezione.
Sentenza della Corte (Grande Sezione) dell’11 ottobre 2016
(Commissione europea c. Repubblica italiana, causa C‑601/14)
In accoglimento del ricorso sollevato dalla Commissione europea, la Repubblica italiana è stata dichiarata inadempiente rispetto all’obbligo in capo ad essa incombente in forza dell’articolo 12, paragrafo 2, della direttiva 2004/80/CE, relativa all’indennizzo delle vittime di reato, non avendo adottato tutte le misure necessarie al fine di garantire l’esistenza, nelle situazioni transfrontaliere, di un sistema di indennizzo delle vittime di tutti i reati intenzionali violenti commessi sul proprio territorio.
Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 6 ottobre 2016
(Paoletti e altri, causa C‑218/15)
Pronunciandosi in relazione ad una questione pregiudiziale sollevata dal Tribunale ordinario di Campobasso, la Corte ha interpretato l’art. 6 TUE e l’art. 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nel senso che l’adesione della Romania all’UE non impedisce che l’ordinamento italiano infligga una sanzione penale a coloro che, prima di tale adesione, abbiano commesso il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di cittadini rumeni.
Sentenze della Corte, Grande Sezione, del 13 settembre 2016
(causa C‑165/14, Alfredo Rendón Marín c. Administración del Estado e causa C-304/14 Secretary of State for the Home Department c. CS)
Le autorità nazionali non possono negare un permesso di soggiorno, automaticamente, per il solo motivo che egli ha precedenti penali, al cittadino di uno Stato terzo, genitore di un minore cittadino dell’Unione avente la cittadinanza di uno Stato membro diverso dallo Stato membro ospitante, che è a suo carico e con cui risiede nello Stato membro ospitante, atteso il contrasto con l’articolo 21 del TFUE e con la direttiva 2004/38/CE. La Corte ravvisa altresì un contrasto con l’art. 20 del TFUE qualora il diniego produca la conseguenza di costringere detti minori a lasciare il territorio dell’Unione europea.
Sentenza della Corte, Grande Sezione, del 6 settembre 2016
(causa C‑182/15, Aleksei Petruhhin)
Nella sentenza in questione, la Grande Sezione ha chiarito, in via pregiudiziale, che dagli articoli 18 e 21 TFUE discenda, in capo allo Stato membro al quale venga richiesta, da parte di uno Stato terzo con il quale esso abbia concluso uno specifico accordo a tal fine, l’estradizione di un cittadino di un altro Stato membro, l’obbligo di informare lo Stato membro del quale il predetto soggetto sia cittadino e, se del caso, su domanda di tale Stato membro, di consegnargli il cittadino in questione, conformemente alle disposizioni della decisione quadro relativa al mandato d’arresto europeo, purché tuttavia detto Stato membro sia competente, in forza del suo diritto nazionale, a perseguire tale persona per fatti commessi al di fuori del territorio nazionale. Inoltre, secondo la Corte, di fronte a tali fattispecie, lo Stato membro richiesto deve verificare che l’estradizione non recherà pregiudizio ai diritti di cui all’articolo 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, senza che sia sufficiente al riguardo la sottoscrizione, da parte del Paese terzo, di dichiarazioni ovvero di trattati internazionali che garantiscano, in linea di principio, il rispetto dei diritti fondamentali.
Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio, recante procedure comuni ai fini del riconoscimento della protezione internazionale nell’Unione europea e che sostituisce la Direttiva 2013/32/UE, Brussels, 13 luglio 2016, COM(2016) 467 final e Proposta di Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio, recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale, del 13 luglio 2016, COM(2016) 465 final
Le proposte adottate dalla Commissione europea si inseriscono nell’ambito dell’obiettivo di riforma del Sistema comune europeo di asilo.
Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 14 giugno 2016
(Commissione c. Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, causa C- 308/14)
Nel respingere il ricorso della Commissione europea, la Corte ritiene che legittimamente il Regno Unito possa imporre il requisito della regolarità del soggiorno, ulteriore rispetto al solo requisito della residenza abituale previsto dal regolamento sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale al fine di conferire ai cittadini di altri Stati membri assegni familiari e crediti d’imposta per i figli a carico. Nonostante tale condizione possa essere considerata quale discriminazione indiretta, tale interpretazione appare giustificata dalla necessità di proteggere le finanze dello Stato membro ospitante.
Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 7 giugno 2016
(Mehrdad Ghezelbash c. Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie, causa C-63/15)
La tutela giurisdizionale dei richiedenti protezione internazionale (pur sacrificando l’esigenza di celerità nel trattamento delle domande di asilo) induce la Corte a ritenere che un richiedente asilo possa invocare, nell’ambito di un ricorso proposto avverso una decisione di trasferimento adottata nei suoi confronti, l’errata applicazione di un criterio di competenza di cui al capo III del regolamento Dublino III (regolamento (UE) n. 604/2013).
(George Karim c. Migrationsverket, causa C-155/15)
Ad un cittadino di un paese terzo che, dopo aver presentato una prima domanda di asilo in uno Stato membro, dimostri di essersi allontanato dal territorio degli Stati membri per un periodo di almeno tre mesi, prima di presentare una nuova domanda di asilo in un altro Stato membro, si applica l’articolo 19, par. 2, del Regolamento Dublino III (regolamento (UE) n. 604/2013) che, in particolare stabilisce che la domanda presentata dopo tale periodo di assenza è considerata una nuova domanda e dà inizio a un nuovo procedimento di determinazione dello Stato membro competente (comma 2). La violazione di suddetta disposizione può essere dedotta dal un richiedente asilo, nell’ambito di un ricorso proposto avverso una decisione di trasferimento adottata nei suoi confronti, ai sensi dell’articolo 27, paragrafo 1, del regolamento, letto alla luce del considerando 19.
(Sélina Affum c. Préfet du Pas-de-Calais, Procureur général de la cour d’appel de Douai, causa C-47/15)
La direttiva rimpatri (2008/115/CE) trova applicazione anche nelle ipotesi di un cittadino di un paese terzo che transiti in uno Stato membro in quanto passeggero di un autobus, proveniente da un altro Stato membro, appartenente allo spazio Schengen, e diretto in un terzo Stato membro al di fuori di detto spazio. Si configura, pertanto, anche in tale caso un “soggiorno irregolare” nel territorio di detto Stato membro. La suddetta direttiva impedisce che uno Stato membro possa – in conseguenza del mero irregolare ingresso attraverso una frontiera interna, il quale determina il soggiorno irregolare – procedere alla reclusione del cittadino di un paese terzo, nei confronti del quale non sia stata ancora conclusa la procedura di rimpatrio prevista dalla direttiva stessa. Tale interpretazione vale anche nel caso in cui il cittadino in questione possa essere ripreso da un altro Stato membro, in applicazione di un accordo o di un’intesa ai sensi dell’articolo 6, paragrafo 3, della direttiva medesima.
Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 2 giugno 2016
(Nabiel Peter Bogendorff von Wolffersdorff c. Standesamt der Stadt Karlsruhe, Zentraler Juristischer Dienst der Stadt Karlsruhe, causa C‑438/14)
Interpretando l’articolo 21 del TFUE, la Corte ha ritenuto che non sussiste, da parte dell’amministrazione di uno Stato membro, l’obbligo di riconoscere il nome di un cittadino di tale Stato membro qualora questi possieda parimenti la cittadinanza di un altro Stato membro nel quale abbia acquisito tale nome da lui liberamente scelto e contenente vari elementi nobiliari, non ammessi dal diritto del primo Stato membro, laddove sia accertato, che un siffatto diniego di riconoscimento risulta giustificato da motivi connessi all’ordine pubblico, essendo opportuno e necessario per garantire il rispetto del principio di uguaglianza giuridica di tutti i cittadini di detto Stato membro. L’accertamento di tale circostanza spetta al giudice del rinvio.
(Commissione c. Regno dei Paesi Bassi, causa C‑233/14)
Considerato che il contributo alle spese di trasporto rientra nella nozione di «aiuti di mantenimento agli studi (...) consistenti in borse di studio o prestiti per studenti», di cui all’articolo 24, paragrafo 2, della direttiva 2004/38/CE, il Regno dei Paesi Bassi può avvalersi della deroga prevista a tale riguardo al fine di negare la concessione di tale prestazione, prima dell’acquisizione del diritto di soggiorno permanente, a persone diverse dai lavoratori subordinati o autonomi, da coloro che hanno mantenuto tale status, o loro familiari.
Sentenza della Corte (Decima Sezione) del 26 maggio 2016
(Charles Kohll e Sylvie Kohll-Schlesser c. Directeur de l’administration des contributions directes, causa C-300/15)
Nella sentenza in commento, la Corte è stata interrogata, tramite questione pregiudiziale interpretativa, in merito alla compatibilità, col diritto dell’Unione, di una normativa nazionale che riservi la concessione del beneficio del credito d’imposta esclusivamente a chi sia in possesso di un certificato di ritenuta d’imposta; tanto nell’ambito di una controversia promossa avverso il diniego di concessione del beneficio suddetto, opposto ad un cittadino lussemburghese, il quale (avendo in passato usufruito del suo diritto alla libera circolazione ex art. 45 TFUE) era percettore di due pensioni di origine olandese. Orbene, la Corte ha sancito che la corretta interpretazione degli articoli 21 e 45 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea osti all’applicazione di una normativa tributaria nazionale quale quella venuta in rilievo (e contestata) nel procedimento principale, poiché tale disposizione produce l’effetto di escludere dal beneficio di cui sopra le persone che percepiscano stipendi o pensioni non soggetti ad una ritenuta alla fonte, come le pensioni di origine estera.«una normativa nazionale che svantaggia taluni cittadini di uno Stato per il solo fatto di aver esercitato la propria libertà di circolare e di soggiornare in un altro Stato membro rappresenta una restrizione alle libertà riconosciute dall’articolo 21, paragrafo 1, TFUE, a tutti i cittadini dell’Unione»; infatti, secondo giurisprudenza consolidata, le facilitazioni previste dal Trattato in materia di circolazione dei cittadini dell’Unione «non potrebbero dispiegare pienamente i loro effetti se un cittadino di uno Stato membro potesse essere dissuaso dall’avvalersene dagli ostacoli posti al suo soggiorno in un altro Stato membro a causa di una normativa del suo Stato d’origine che lo penalizzi per il solo fatto che egli ne abbia usufruito».
Relazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle Regioni, Relazione 2015 sull’applicazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, Bruxelles, 19.05.2016, COM(2016) 265 final
La sesta relazione annuale passa in rassegna le modalità di attuazione della Carta da parte dell’Unione europea e dei suoi Stati membri nel 2015, anno caratterizzato da numerose sfide, quali le minacce alla sicurezza, il numero senza precedenti di rifugiati e migranti in arrivo, l'ascesa di populismo e xenofobia. La sezione di approfondimento è dedicata al convegno annuale sui diritti fondamentali del 2015, incentrato sul tema “Tolleranza e rispetto: prevenire e combattere l'odio antisemita e anti-islamico in Europa”.
Direttiva (UE) 2016/801 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 maggio 2016, relativa alle condizioni di ingresso e soggiorno dei cittadini di paesi terzi per motivi di ricerca, studio, tirocinio, volontariato, programmi di scambio di alunni o progetti educativi, e collocamento alla pari
Operando una rifusione delle direttive 2004/114/CE e 2005/71/CE, la direttiva dell’11 maggio mira a semplificare e razionalizzare in un unico strumento le disposizioni applicabili alle differenti categorie di migranti, tentando di rimediare alle carenze rilevate, di garantire trasparenza e certezza giuridica maggiori e di offrire un quadro giuridico coerente.
Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio, che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide, COM(2016) 270 final; proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio, sull’Agenza dell’Unione europea per l’asilo e che abroga il regolamento (UE) n. 239/2010, COM(2016) 271 final; proposta di Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio, che istituisce l’«Eurodac» per il confronto delle impronte digitali per l’efficace applicazione del regolamento (UE) n. 604/2013 che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l'esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide, per l’identificazione di cittadini di paesi terzi o apolidi il cui soggiorno è illegale e per le richieste di confronto con i dati Eurodac presentate dalle autorità di contrasto degli Stati membri e da Europol a fini di contrasto, COM(2016) 272 final, Brussels, 4 maggio 2016
Le tre proposte di regolamento, nel dare seguito alla Comunicazione della Commissione, del 4 aprile 2016, COM(2016) 197 final, mirano alla modifica e al rafforzamento del sistema comune europeo di asilo.
Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio, Riformare il sistema comune di asilo e potenziare le vie legali di accesso all’Europa, Bruxelles, 6 aprile 2016, COM(2016) 197 final
Nell’ambito delle misure adottate a seguito dell’Agenda europea sulla migrazione, la comunicazione della Commissione illustra le iniziative da prendere per rendere la politica di asilo europea più umana, equa ed efficace, individuando 5 priorità. Alla luce delle risposte ricevute alla comunicazione, la Commissione presenterà le proposte appropriate.
Sentenza della Corte (Quarta Sezione) del 21 aprile 2016
(Mimoun Khachab c. Subdelegación del Gobierno en Álava, causa C‑558/14)
È compatibile con la direttiva 2003/86/CE, relativa al diritto al ricongiungimento familiare, la normativa di uno Stato membro che consente di fondare il rigetto di una domanda di ricongiungimento familiare su una valutazione in prospettiva della probabilità che il soggiornante mantenga oppure no le risorse stabili, regolari e sufficienti di cui deve disporre per mantenere se stesso e i propri familiari senza ricorrere al sistema di assistenza sociale di tale Stato membro nel corso dell’anno successivo alla data di presentazione della domanda, valutazione questa che si basa sull’evoluzione dei redditi del soggiornante nel corso dei sei mesi che hanno preceduto tale data.
nota di Rossana Palladino
Sentenza della Corte (IV Sezione) del 17 marzo 2016
(causa C-695/15 PPU, Shiraz Baig Mirza c. Bevándorlási és Állampolgársági Hivatal
Nella sentenza in commento, resa al termine di un procedimento pregiudiziale d’urgenza, la Corte ha chiarito che il terzo comma dell’art. 3 del regolamento 2013/604 (cd. Dublino III), che stabilisce i criteri ed i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide, debba essere interpretato nel senso che il diritto di inviare un richiedente protezione internazionale verso un paese terzo sicuro possa essere esercitato anche dopo che lo Stato procedente abbia ammesso di essere responsabile, ai sensi del citato regolamento e nel contesto di una procedura di ripresa in carico, della revisione della domanda di protezione internazionale presentata da un soggetto che abbia lasciato lo Stato membro prima che fosse presa, nel merito, una decisione riguardo alla prima domanda di protezione internazionale. La corretta interpretazione della norma in questione non si oppone inoltre, a parere dei Giudici di Lussemburgo, all’invio di un richiedente protezione internazionale verso un paese terzo sicuro, quando lo Stato che esegua il trasferimento non sia stato informato, nel corso della procedura di ripresa in carico, né della regolamentazione dello Stato di destinazione in merito all’invio dei richiedenti asilo verso paesi terzi sicuri né della prassi delle sue autorità in materia. Infine, la Corte ha chiarito che l’art. 18, secondo paragrafo, del regolamento in questione non impone che, in caso di ripresa in carico, la procedura d’esame debba riprendere dallo stadio in cui era precedentemente stata interrotta.
(causa C 161/15, Abdelhafid Bensada Benallal c. Etat belge)
Nella sentenza in questione, la Corte ha sancito che, qualora un motivo attinente alla violazione del diritto interno sollevato per la prima volta dinanzi al giudice nazionale in un procedimento per cassazione venga considerato ricevibile – conformemente al diritto nazionale applicabile – solo laddove si tratti di un motivo di ordine pubblico, la violazione del diritto di essere ascoltati, come garantito dal diritto dell’Unione, dedotta per la prima volta dinanzi al medesimo giudice, è questione che dev’essere dichiarata ricevibile se ed in quanto tale diritto, come garantito dall’ordinamento nazionale, soddisfi le condizioni previste da detto ordinamento per essere qualificato come motivo di ordine pubblico, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare.
Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio europeo e al Consiglio, Prima relazione sulla ricollocazione e il reinsediamento, Bruxelles, 16.03.2016, COM(2016) 165 final
La Commissione fa il punto sulla (non completa) attuazione delle due Decisioni del 14 settembre e del 22 settembre 2015, che hanno istituito misure temporanee nel settore della protezione internazionale a beneficio dell’Italia e della Grecia, volte al reinsediamento e alla ricollocazione di persone in evidente bisogno di protezione internazionale all’interno dell’UE.
Il Regolamento, che detta misure comuni in materia di attraversamento delle frontiere interne da parte delle persone nonché di controllo di frontiera alle frontiere esterne, sostituisce il Regolamento (CE) n. 562/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio, così come integrato da successivi atti.
Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 1° marzo 2016
(cause riunite C 443/14 e C 444/14, rispettivamente Kreis Warendorf c. Ibrahim Alo (C 443/14) e Amira Osso c. Region Hannover)
La Corte, interrogata in via pregiudiziale in merito all’interpretazione della direttiva 2011/95, recante norme sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi od apolidi, della qualifica di beneficiario di protezione internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi titolo a beneficiare della protezione sussidiaria, nonché sul contenuto della protezione riconosciuta, ha chiarito che un obbligo di residenza imposto ai beneficiari dello status di protezione sussidiaria costituisca una restrizione della libertà di circolazione rilevante ai sensi dell’art. 33 della direttiva in questione, anche laddove tale misura non vieti al soggetto interessato di spostarsi liberamente nel territorio dello Stato membro (nel caso di specie, la Germania) che ha concesso la protezione e di soggiornare temporaneamente, nell’ambito di tale territorio, al di fuori del luogo designato con l’obbligo di residenza. Su queste basi, la Corte ha sancito che la corretta interpretazione degli articoli 29 e 33 della direttiva de qua osti a che al beneficiario dello status di protezione sussidiaria, percettore di talune prestazioni sociali specifiche, venga imposto un obbligo di residenza, laddove tale misura sia giustificata dal fine di realizzare un’adeguata ripartizione, tra i diversi enti territoriali competenti in materia, degli oneri derivanti dall’erogazione delle prestazioni, e tuttavia l’imposizione di un obbligo di tal fatta non riguardi anche i rifugiati, i cittadini di paesi terzi legalmente residenti nello Stato membro interessato per ragioni diverse da quelle umanitarie, politiche o attinenti al diritto internazionale nonché i cittadini di tale Stato membro i quali pure percepiscano le suddette prestazioni. L’imposizione del prefato obbligo al beneficiario dello status di protezione sussidiaria, percettore di talune prestazioni sociali specifiche, non osta invece alla corretta interpretazione del diritto dell’Unione, qualora una tale previsione persegua l’obiettivo di facilitare l’integrazione dei cittadini di paesi terzi nello Stato membro interessato, di evitare il formarsi di aree socialmente a rischio, pure laddove essa non si applichi ai beneficiari di analoghe prestazioni che siano cittadini di paesi terzi legalmente residenti per ragioni diverse da quelle umanitarie, politiche o attinenti al diritto internazionale (il cui diritto di soggiorno è in genere subordinato, nell’ordinamento tedesco, alla condizione che essi siano in grado di provvedere al proprio sostentamento), se e nella misura in cui i beneficiari dello status di protezione sussidiaria non si trovino in una situazione oggettivamente paragonabile, in rapporto all’obiettivo summenzionato, ai cittadini di paesi terzi legalmente residenti per ragioni diverse da quelle umanitarie, politiche o attinenti al diritto internazionale, circostanza questa che spetta al giudice del rinvio verificare.
Sentenza della Corte (prima sezione) del 25 febbraio 2016
(Vestische Arbeit Jobcenter Kreis Recklinghausen c. Jovanna García-Nieto, Joel Peña Cuevas, Jovanlis Peña García, Joel Luis Peña Cruz, causa C‑299/14)
Consolidando l’orientamento fatto proprio nella pronuncia Dano (11 novembre 2014), la Corte interpreta la direttiva 2004/38/CE, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, e l’art. 4 del regolamento n. 883/2004, relativo al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, nel senso di ritenere che non ostino all’applicabilità della normativa di uno Stato membro in forza della quale i cittadini di un diverso Stato dell’Unione che non godano del diritto di soggiorno, siano esclusi dai benefici di prestazioni assistenziali, mentre tali prestazioni sono garantite ai cittadini dello Stato ospitante.
Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 15 febbraio 2015
(J.N. c. Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie, causa C‑601/15 PPU)
La Corte ritiene valida la norma che prevede la possibilità di trattenimento di richiedenti protezione internazionale (articolo 8 paragrafo 3, primo comma, lettera e), della direttiva 2013/33/UE (che fissa anche i limiti entro cui procedere al trattenimento) alla luce degli articoli 6 e 52, paragrafi 1 e 3, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 23
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 articolo 12

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 articolo 28
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 art. 45

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