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Timestamp: 2017-12-12 02:36:01+00:00

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L’avvocato penalista Bologna fa presente come per una corretta difesa nel reato di bancarotta fraudolenta sia a volte necessario l’ausilio di valido commercialista o per analisi documenti contabili che hanno convinto il Pm a chiedere rinvio a giudizio dell’imputato per il reato di Bancarotta.
Ma quale è il presupposto della bancarotta ?
Secondo consolidata giurisprudenza (v, infra, p. 6), da Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266804, le quali hanno rilevato che, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività, sicchè, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, i fatti di distrazione assumono rilievo in qualsiasi momento siano stati commessi e, quindi, anche se la condotta si è realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza.
La costante giurisprudenza di questa Corte è infatti orientata nel senso che «per la configurazione delle ipotesi di reato di sottrazione, distruzione o falsificazione di libri e scritture contabili, per espresso dettato dell’articolo 216, primo comma n. 2, della legge fallimentare, è necessario il dolo specifico, consistente nello scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori, mentre per le ipotesi di irregolare tenuta della contabilità, caratterizzate dalla tenuta delle scritture in maniera da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari, è richiesto invece il dolo intenzionale, perché la finalità dell’agente è riferita ad un elemento costitutivo della stessa fattispecie oggettiva – l’impossibilità di ricostruire il patrimonio e gli affari dell’impresa – anziché a un elemento ulteriore, non necessario per la consumazione del reato, quale è il pregiudizio per i creditori» (Cass., Sez. V, n. 5905 del 06/12/1999, Amata, Rv 216267; v. anche, nello stesso senso, Cass., Sez. V, n. 21075 del 25/03/2004, Lorusso).
Nell’analisi della fattispecie offerta dalla Corte territoriale, anche in relazione ai motivi di appello sviluppati nell’interesse dell’imputato, non si rinvengono invece indicazioni di sorta circa la ritenuta prova del dolo specifico – per quanto detto, volto ad arrecare pregiudizio ai creditori, ovvero a perseguire un ingiusto profitto – che avrebbe animato il T.: i giudici di secondo grado, come già il Tribunale, si limitano piuttosto ad evidenziare che l’imputato fu senz’altro consapevole delle conseguenze che la sua condotta avrebbe avuto in ordine alle possibilità di ricostruzione del movimento degli affari e del patrimonio della società nell’arco di tempo in cui egli ne era stato il liquidatore.
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 14 febbraio – 4 giugno 2014, n. 23220
Presidente Savani – Relatore Micheli
Il difensore di S.T. ricorre avverso la pronuncia indicata in epigrafe, recante la conferma della sentenza emessa il 06/05/2009 dal Tribunale di Pavia nei confronti del suddetto imputato, ritenuto responsabile del delitto di bancarotta fraudolenta documentale: i fatti si riferiscono al fallimento della Europa Impianti s.r.l., dichiarato nel febbraio 2007, di cui il T. era stato liquidatore a far data dal 25/05/2005.
La difesa deduce:
1. inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 216 legge fall., in ordine alla ritenuta sussistenza del delitto contestato sul piano dell’elemento materiale
Secondo il ricorrente, l’istruttoria dibattimentale non avrebbe dimostrato adeguatamente quali scritture contabili siano risultate mancanti od irregolari, al punto da rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari della società: ciò, in particolare, tenendo conto della circostanza – sicuramente provata – dell’avvenuta consegna al curatore fallimentare, da parte del T., di tutta la documentazione fattagli pervenire dal professionista già incaricato della tenuta delle scritture
2. inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 216 legge fall., in ordine alla ravvisabilità del dolo del reato medesimo
La tesi difensiva è che la prova dell’elemento psicologico del delitto di bancarotta fraudolenta documentale non possa derivare dalla mera presa d’atto della mancanza od irregolarità delle scritture; a riguardo, evidenzia ancora l’elemento della consegna dei libri agli organi della procedura da parte del T.
3. mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione della sentenza impugnata
Secondo il ricorrente, la ricostruzione della vicenda da parte dei giudici di merito sarebbe fondata su una serie di forzature, non essendosi tenuto conto della circostanza pacifica che l’imputato si era «affidato completamente a terze persone per la regolare tenuta della contabilità della società»; nel caso in esame, pertanto, sarebbe al più ravvisabile il diverso e meno grave reato di bancarotta semplice, giacché il T. poté essere consapevole della tenuta confusa delle scritture ma non del fatto che ne sarebbe derivata l’impossibilità di ricavarne elementi indicativi sul movimento degli affari dell’impresa
4. inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 81 cpv. cod. pen.
Il difensore del T. si duole dell’omesso riconoscimento della continuazione fra il reato qui contestato e quello di cui ad una precedente sentenza di applicazione di pena emessa dal Gup del Tribunale di Vigevano nei confronti del medesimo, già passata in giudicato; contesta in particolare l’osservazione dei giudici di appello, secondo cui l’identità di disegno criminoso dovrebbe desumersi dalla mera presa d’atto che si trattava di fallimenti distinti ed autonomi, dichiarati in tempi diversi. Al contrario, il ricorrente segnala che ai fini della ravvisabilità della continuazione criminosa, in tema di reati fallimentari, deve aversi riguardo ai periodi in cui si assumono realizzate le condotte presupposte, piuttosto che alle formali sentenze dichiarative: nel caso di specie il T. aveva svolto in entrambe le occasioni funzioni identiche e «nell’esercizio di un’attività imprenditoriale sostanzialmente unitaria».
5. inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 168 cod. pen.
La Corte di appello risulta avere revocato la sospensione condizionale della pena concessa al prevenuto con la sentenza di primo grado, nonché l’analogo beneficio riconosciutogli dalla richiamata pronuncia del Gup del Tribunale di Vigevano: a riguardo, fa presente che l’art. 168, comma primo, n. 2, cod. pen. richiede che, affinché una condanna per un reato anteriormente commesso comporti la revoca di una già disposta sospensione condizionale, detta condanna divenga irrevocabile entro il termine del periodo di esperimento della sospensione medesima, a decorrere dal passaggio in giudicato della prima pronuncia. Tale condizione non risulterebbe qui soddisfatta, atteso che la decisione impugnata non poteva avere ancora carattere di definitività.
Il ricorso è fondato, nei limiti di cui appresso.
2. La prima ragione di doglianza non è condivisibile: le sentenze di merito risultano avere senz’altro chiarito che le scritture contabili la cui mancanza avrebbe reso impossibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari della Europa Impianti s.r.l. furono il libro giornale ed i registri IVA acquisti e vendite, né può assumere rilievo la circostanza che il T. avrebbe consegnato tempestivamente al curatore i documenti che chi si era occupato della tenuta della contabilità gli aveva fatto pervenire, atteso che l’addebito consiste proprio nell’avere egli, in ipotesi, messo a disposizione della procedura tutte le scritture ad eccezione di quelle, oggetto invece di sottrazione o parziale distruzione.
La peculiarità della contestazione, appena ricordata, impone peraltro di prendere atto della carenza motivazionale della sentenza impugnata – non emendabile, sul punto, richiamando il contenuto della pronuncia del Tribunale di Pavia – quanto all’elemento psicologico. La costante giurisprudenza di questa Corte è infatti orientata nel senso che «per la configurazione delle ipotesi di reato di sottrazione, distruzione o falsificazione di libri e scritture contabili, per espresso dettato dell’articolo 216, primo comma n. 2, della legge fallimentare, è necessario il dolo specifico, consistente nello scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori, mentre per le ipotesi di irregolare tenuta della contabilità, caratterizzate dalla tenuta delle scritture in maniera da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari, è richiesto invece il dolo intenzionale, perché la finalità dell’agente è riferita ad un elemento costitutivo della stessa fattispecie oggettiva – l’impossibilità di ricostruire il patrimonio e gli affari dell’impresa – anziché a un elemento ulteriore, non necessario per la consumazione del reato, quale è il pregiudizio per i creditori» (Cass., Sez. V, n. 5905 del 06/12/1999, Amata, Rv 216267; v. anche, nello stesso senso, Cass., Sez. V, n. 21075 del 25/03/2004, Lorusso).
3. Si impone pertanto l’annullamento della sentenza impugnata, per nuovo esame sul punto appena evidenziato; gli ulteriori motivi di ricorso debbono intendersi assorbiti.
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BANCAROTTA FRAUDOLENTA TRIB MILANO CORTE APPELLO MILANO AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA MILANO RIMINI VICENZA Anche con riguardo all’addebito di bancarotta documentale, gli argomenti del ricorso non contrastano adeguatamente le motivazioni della sentenza impugnata, in quanto non si dice in che termini le precisazioni svolte con riguardo alla mutevolezza del valore del magazzino incidano concretamente sui calcoli eseguiti dal consulente tecnico e ripresi a pagina 15 della sentenza d’appello. La difformità fra i valori delle rimanenze al dicembre 2002 e quelle degli anni precedenti — così come opportunamente sottolineata dalla Corte territoriale- è talmente elevata ( aumento di oltre i due terzi in presenza di calo di vendite) da indurre ad escludere la fondatezza dei rilievi genericamente svolti nel ricorso.
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← MILANO AVVOCATO PENALISTA PER BANCAROTTA MILANO MONZA LODI CREMONA Tale è infatti l’incidenza di dette distrazioni sulla causazione del dissesto, del quale il ricorrente lamenta l’omessa valutazione, nel momento in cui il fallimento, come recentemente affermato da questa Corte Suprema, costituisce una condizione obiettiva di punibilità, ed è pertanto estraneo all’offesa tipica del reato ed alla sfera di volizione del soggetto agente (Sez. 5, n. 13910 del 08/02/2017, Santoro, Rv. 269388); rimanendo di conseguenza irrilevanti, come peraltro già stabilito dalla giurisprudenza di legittimità (Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741; Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv. 260690; Sez. 5, n. 11793 del 05/12/2013, Marafiori, Rv. 260199), i profili della sussistenza o meno di un rapporto causale fra la condotta distrattiva ed il dissesto e della consapevolezza di ciò da parte dell’autore della condotta, la cui lesività è integrata dal depauperamento del patrimonio del ‘impresa MILANO BOLOGNA PAVIA MONZA VARESE AVVOCATO DIFENDE PER BANCAROTTA FRAUDOLENTA La Bancarotta Fraudolenta patrimoniale, art. 216 comma 1 Legge Fallimentare La Bancarotta Preferenziale, art 216 comma 3 Legge Fallimentare La Bancarotta semplice, documentale e patrimoniale, art. 217 Legge Fallimentare →

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