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Timestamp: 2017-11-22 22:15:41+00:00

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La parte cessionaria di un credito di lavoro non usufruisce del limite d'impignorabilita'
Corte di cassazione Sezione III civile Sentenza 24 aprile16 giugno 2003 o. 9630 (Presidente Giuliano; Relatore Vittoria; Pm difforme Consolo, Ricorrente Pedrazzoli, Controricorrente Smeraglia)
La controversia è sorta da una opposizione all'esecuzione per impignorabilità proposta dalla società Dea Natura contro Marcello Pedrazzoli. Con ricorso al pretore di Parma, depositato l'I/10/1997, la Dea Natura esponeva questi fatti. Il credito in questione, della cui pignorabilità si trattava, originariamente vantato verso la società Co.te.bi. da Anna Maria Stefarini, le era stato da questa ceduto. Si trattava di un credito derivante da rapporto di lavoro, che, in base all'art. 545, comma 4, cod. proc. civ., poteva essere assoggettato a pignoramento solo nel limite di un quinto dei suo ammontare. Il credito ceduto ammontava a L. 800.000.000, ma, per una transazione intervenuta con il curatore del fallimento della Co.te.bi., era stato fissato in L. 600.000.000 ed in tale somma era stato ammesso al passivo come credito privilegiato, in quanto credito sorto da rapporto di lavoro subordinato. Il credito era stato incluso in un piano di riparto per l'ammontare di L. 420.000.000, poi ridotto a L. 363.500.000 in ragione di un accantonamento di L. 56.500.000 chiesto dallo stesso Pedrazzoli. E siccome 40.000.000 di lire dei 72.700.000 di lire costituenti il quinto di 363.500.000 erano state oggetto di altro sequestro, quello eseguito da Pedrazzoli avrebbe potuto esserlo solo per l'ammontare di L. 32.700.000.
L'opposizione, rigettata dal pretore, è stata accolta dal tribunale di Parma con sentenza del 23111/1999.
Marcello Pedrazzoli ha chiesto la cassazione della sentenza. Il ricorso è stato notificato il 21/2/92000 alla Dea Natura ed al curatore del fallimento della Co.te.bi.' Ha resistito con controricorso Ferruccio Smeraglia, che ha dichiarato di aver acquistato il credito per cessione che la Dea Natura gliene ha fatto il 4/12/1999. Il fallimento non ha svolto attività difensiva.
La questione affrontata e diversamente risolta dai giudici di merito origina dalla disposizione dettata dai commi terzo e quarto dell'art. 545 cod. proc. civ. a norma dei quali le somme dovute dai privati a titolo di stipendio, di salario o di altra indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego possono essere pignorate nella misura di un quinto. Dei giudici di merito, quello di primo grado ha ritenuto che, se il credito è 'ceduto ed è in confronto del cessionario che viene assoggettato a pignoramento, il cessionario non benefici di tale limitazione di responsabilità. Il tribunale ha invece seguito questa diversa tesi. Dalla norma richiamata deriva una situazione giuridica che, nella cessione, segue il credito, perché ne costituisce un accessorio e ciò in base all'art. 1263 cod. civ., secondo il quale, per effetto della cessione, il credito è trasferito al concessionario con i privilegi, con le garanzie reali e personali e con gli altri accessori. Il tribunale ha quindi applicato il quarto comma dell'art. 545 sulla base dei dati di fatto esposti dalla opponente.
Il quarto riguarda il modo in cui il limite del quinto è stato applicato, gli altri la sua stessa, applicabilità.
La cassazione della sentenza, con i primi tre motivi, è stata chiesta per violazione di norme di diritto (art. 360 n 3 cod. proc. civ. in relazione all'art. 14 delle disposizioni sulla legge in generale, agli artt. 1263, primo comma, e 2740 cod. civ., agli artt. 545 e 671 cod. proc. civ.). I motivi possono essere esaminati insieme e sono fondati. Le ragioni possono essere cosi sintetizzate. Insieme al credito, la cessione trasferisce al cessionario situazioni sostanziali che ineriscono al rapporto di credito e sono volte a permettere al creditore la piena realizzazione del credito vantato dall'autore della cessione verso il debitore ceduto. La impignorabilità o insequestrabilità di tale credito non inerisce al rapporto di credito, che correva tra creditore cedente e debitore ceduto, né ai rapporti tra i creditori del debitore ceduto, riguarda invece la responsabilità patrimoniale di questo. Essa costituisce una limitazione di responsabilità. La limitazione di responsabilità opera in un diverso ambiente. L'ambiente è quello della responsabilità patrimoniale, dove il credito si presenta come bene che fa parte del patrimonio del debitore sino a quando non viene ceduto ed in relazione al quale, se fosse rimasto nel suo patrimonio, il cedente avrebbe beneficiato di una limitazione di responsabilità, sia verso il suo stesso debitore, che fosse stato a sua volta suo creditore (art. 1246 n. 3 cod. civ.), sia verso ogni altro suo creditore. Si tratta dunque di una situazione giuridica che è propria del titolare del credito in quanto debitore verso i suoi creditori. La sua funzione è quella di impedire che le somme dovutegli in base al credito possano essere bloccate da propri creditori presso il suo debitore. Questa funzione è esaurita dalla cessione del credito, che consente al suo titolare di realizzarne l'equivalente. La situazione giuridica non si trasferisce al cessionario perché: è situazione attiva volta alla protezione di quel debitore verso i suoi creditori e non situazione attiva volta a rinforzare la realizzazione dei credito verso il debitore ceduto.
L'art. 2740. cod. civ. stabilisce che il debitore risponde dell'adempimento delle sue obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri e che le limitazioni di responsabilità non sono ammesse se non nei casi previsti della legge. Effetto delle limitazioni di responsabilità è che, mentre secondo la regola generale della responsabilità patrimoniale, il creditore, per conseguire quanto gli è dovuto, può far espropriare tutti i beni dei debitore, alcuni di questi beni sono isolati dal resto del patrimonio del debitore e, se il creditore h assoggetti tuttavia a pignoramento od a sequestro, su istanza del debitore, o di ufficio in certi casi, possono dal giudice essere sottratti alla esecuzione intrapresa.
Le norme che configurano limitazioni di responsabilità data la loro funzione, quando descrivono i casi cui si applicano, assumono ad oggetto della loro fattispecie la stessa relazione che costituisce necessario presupposto del pignoramento o sequestro eseguito in confronto del debitore, ovverosia quella relazione di appartenenza del bene al debitore che dà contenuto alla responsabilità patrimoniale. Connotano però la relazione in senso derogatorio rispetto alla disciplina generale, sottraendo alla responsabilità patrimoniale limitando la possibilità di aggressione del bene, coi risultato di conservare il bene nel patrimonio del debitore. Questo per consentire che di determinati beni del debitore possa essere mantenuta la destinazione a sopperire ad esigenze, alla cui soddisfazione la legge connette un interesse ulteriore rispetto a quello dello stesso debitore.
La limitazione di responsabilità può riguardare beni mobili o immobili. Le norme che la prevedono, mentre ammettono la destinazione di determinati beni al soddisfacimento di specifiche esigenze (artt. 167 a 170 cod. civ.), regolano il modo in cui l'atto di destinazione è reso opponibile ai creditori (artt. 2647, 2915, primo comma, e 2906, primo comma, cod. civ.) e stabiliscono per quali crediti v'è la possibilità di assoggettare quei beni ad esecuzione (art. 170 cod. civ.). La individuazione dei beni è dunque fatta, sulla base della legge, attraverso l'atto di destinazione che rientra nel tipo descritto dalla norma. Altre volte, invece, la destinazione risulta da una situazione di fatto descritta dalla nonna (art. 514 n. 4 c.p.c..) o dalla natura stessa dei, beni posseduti dal debitore (come in altre ipotesi descritte dall'art. 514). La limitazione può riguardare tipi di crediti (come nell'art. 545 c.p.c.).
Salvo il caso in cui i valori a protezione dei quali il legislatore si va a configurare la limitazione di responsabilità non giustificano che sia lo stesso giudice dell'espropriazione a rilevare la nullità del pignoramento caduto su bene che non vi avrebbe potuto essere assoggettato (Cass. 11 giugno 1999 n. 576 1), la limitazione di responsabilità è fatta valere nel processo dal debitore mediante l'opposizione all'esecuzione per impignorabilità (art. 615 cod. proc. civ.) , rimedio il cui esperimento è affidato alla iniziativa del soggetto contro cui è rivolta, l'azione esecutiva o viene eseguita la misura cautelare.
Le norme che sottraggono a pignoramento o sequestro beni appartenenti al debitore non sempre configurano però limitazioni della responsabilità patrimoniale nel senso sin qui visto. Come accade nel caso previsto dall'art. 351 della L. 20 marzo 1865, n. 2248, All. F, che limita la possibilità dei creditori dell'appaltatore di opere pubbliche di sequestrare il credito per il prezzo dell'appalto, ad essere tutelato non è l'interesse di chi è titolare del credito al prezzo a non vederlo aggredito dai propri creditori, ma l'interesse dell'altra parte a non vedere intralciato dal pignoramento lo svolgimento del rapporto da cui il credito origina. La circostanza che il limite alla sequestrabilità e perciò alla pignorabilità tutela un interesse dell'obbligato, comporta che gli si debba riconoscere la legittimazione a far valere tale limite (Cass. 2 marzo 1993 n. 2542), il quale assume dunque una valenza diversa da quella di una limitazione di responsabilità, visto che il terzo non è soggetto passivo della esecuzione.
La limitazione di responsabilità, che l'art. 545 cod. proc. Civ. ai commi terzo e quarto, stabilisce a proposito delle somme dovute dai privati a titolo di stipendio o di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, trova la sua ragione d'essere nella imprescindibile esigenza di non pregiudicare la soddisfazione dei più elementari bisogni della vita del debitore assoggettato ad esecuzione e delle altre persone che sono a suo carico (Corte cost. 10 dicembre 1987 n. 491; 18 luglio 1998 n. 302). La fattispecie tipica per cui la norma che si commenta è stata posta è certo quella in cui ad essere assoggettato ad espropriazione o sequestro in relazione ad un suo credito è il lavoratore. Dalla lettera della disposizione; che si riferisce al credito, per dire che non lo si può liberamente pignorare, non si può trarre il significato per cui l'impignorabilità connota in sé il credito di lavoro, indipendentemente dal soggetto presso cui è pignorato. Le norme sono scritte avendo riguardo alla situazione in cui è normale che la evenienza che si intende disciplinare si verifichi e tale è la situazione in cui il credito di lavoro sia sottoposto a pignoramento come bene facente parte del patrimonio dello stesso lavoratore. D'altra parte, da quanto si è detto più sopra a proposito della fattispecie configurata dalle norme sulle limitazioni dì responsabilità discende che, quando si disciplina l'oggetto del pignoramento ed in questo ambito si dice quali beni possono o no esservi sottoposti, non si può caricare la lettera della disposizione di significati che trascendono la sua funzione, per il fatto che sia stata formulata in termini oggettivi, cioè con riferimento al bene, e non in termini soggettivi, e perciò con riferimento al debitore. Nel formulare la disposizione si sconta di stare disciplinando una espropriazione condotta contro un certo debitore, rispetto al patrimonio del quale si tratta di isolare certi beni, per determinate ragioni. Se le ragioni ineriscono alla persona del debitore, il modo in cui la disposizione è formulata non è rilevante per il suo significato è il tipo di norma e la funzione che assolve. Del resto, per selezionare i crediti da sottrarre alla libera pignorabilità o sequestrabilità , non si può fare altro che riferirsi al rapporto da cui il credito sorge, rapporto che ne esprime la funzione nella economia del soggetto contro cui si indirizza l'azione esecutiva o conservativa.
Quando la legge non pone anche limiti alla cessione del credito si pone il problema se tale limitazione di responsabilità continui ad operare dopo la cessione, profitti al cessionario e possa essere opposta da lui come limite alla altrimenti libera aggressione dei suoi beni da parte dei proprio creditore.
Il tribunale ha ritenuto che una soluzione affermativa in questo senso dovesse discendere dalla disposizione dettata dall'art. 1263 cod. civ. in tema di accessori del credito ceduto Ma attraverso la limitazione di responsabilità, nel caso che si considera, trova protezione una situazione soggettiva propria non del creditore nel rapporto verso il debitore ceduto, bensì una situazione soggettiva propria del debitore verso ogni suo possibile creditore nell'ambito della responsabilità patrimoniale e nel processo di espropriazione, situazione soggettiva la cui rilevanza sta nell'isolare, dal resto del patrimonio dei debitore, quel particolare credito, sottoponendolo bensì ad un determinato regime, ma ad un regime ordinato a tutela di esigenze proprie di quel debitore. La norma sulla circolazione degli accessori dei credito nel caso di cessione non può trovare applicazione perché essa riguarda quanto interessa la realizzazione del credito verso il debitore ceduto, mentre, nel caso in esame, lo si è detto,4a limitazione di responsabilità non è strumento di tutela dell'interesse alla realizzazione del credito verso il debitore ceduto ma strumento di tutela del lavoratore verso i suoi creditori.
Il tribunale ha ritenuto che la soluzione accolta fosse imposta da due argomenti ulteriori rispetto a quello sin qui commentato.
Il primo è che vi sarebbe contraddizione tra il fatto che presso il cessionario il credito continui ad essere assistito da privilegio, come lo era presso il cedente in quanto credito per retribuzioni dovute a prestatore di lavoro subordinato (art. 275 1-bis cod. civ.) e possa essere invece assoggettato presso il cessionario a pignoramento o sequestro anche oltre i limiti in cui lo sarebbe stato presso il cedente in base al quarto comma dell’art 545 cod. proc. civ.. Ma la apparente contraddizione si spiega con quanto si è detto. Il privilegio, come le garanzie reali e personali se non siano escluse dalla cessione, connotano il credito verso chi è tenuto ad adempierlo come verso gli altri creditori dal medesimo debitore, costituiscono in questo senso rapporti che accedono al credito e si trasferiscono con il credito. La impignorabilità e la limitata pignorabilità proteggono la persona del titolare del credito, nei rapporti in cui egli si trova ad essere debitore verso i suoi creditori ed è rivolta ad impedire che al di là di certi limiti le somme che costituiscono oggetto del sito credito non gli vengano pagate. Quando il credito attraverso la cessione è realizzato, lo scopo della norma è rag unto, mentre il cessionario non si trova rispetto ai suoi creditori nella condizione di dovere essere analogamente protetto. La situazione soggettiva del creditore-debitore ordinata alla percezione delle somme oggetto del credito è consumata e non si trasferisce.
Non può vedersi ostacolo alla conclusione diversa da quella fatta propria dal tribunale nel fatto che andrebbe in tal modo perduto un coefficiente di maggiore appetibilità dei crediti di lavoro rispetto ad altri e quindi di più facile realizzabilità di tali crediti da pane del lavoratore attraverso la loro cessione. Scopo delle norme sulla impignorabilità non è quello di agevolare la cessione dei crediti del lavoratore subordinato, è quello di proteggerlo nell'ordinata e continua percezione delle somme di cui viene maturando il diritto, sicché, escludendo che i limiti alla pignorabilità mantengano la propria valenza presso il cessionario, si crea una situazione di indifferenza tra i crediti quanto alla loro circolazione, risultato che è congruo e non contrario allo scopo delle norme sulla impignorabilità.
Fondati e perciò accolti i primi tre motivi, il quarto resta assorbito.
La sentenza impugnata è cassata. Lo è in base al seguente principio di diritto. Il limite posto dagli artt. 545, quarto comma, e 671 cod. proc. civ. all'assoggettamento a pignoramento e sequestro dei crediti di lavoro considerati dal terzo comma dell'art. 545, non può essere opposto ai suoi creditori dal cessionario del credito.
Siccome la causa non richiede accertamenti di merito in vista dell'applicazione di tale principio di diritto, la Corte può pronunciare sentenza di merito. La domanda deve quindi essere rigettata, con conseguente rigetto dell'appello proposto contro la sentenza che l'aveva accolta.
E’ giustificata la compensazione delle spese del giudizio di cassazione come di quelle del giudizio di appello.
La Corte accoglie i primi tre motivi del ricorso, dichiara assorbito il quarto, cassa in relazione la sentenza impugnata e, pronunciando nel merito, rigetta l'appello della Dea Natura e conferma la sentenza di primo grado.

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