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T.A.R. Lazio Roma, Sezione II Bis, 4 giugno 2010 a cura del Dott. Francesco BarchielliT.A.R. Lazio Roma, Sezione II Bis, 4 giugno 2010Sulla disciplina transitoria dell’iter di formazione del Piano Regolatore Generale derivante dalla L.R. Lazio n. 38 del 1999, siccome modificata dalla L.R. 28 aprile 2006, n. 4, che contempla un peculiare percorso proceduraleSENTENZA N. 15499
In relazione alla prospettata questione occorre richiamare quanto già evidenziato dal Consiglio di Stato, in sede di esame di analoghe controversie attinenti al procedimento per l’approvazione del Nuovo P.R.G. di Roma, con la sentenza n. 5818 del 2009. In tale occasione, è stato precisato che la disciplina transitoria dell’iter di formazione del detto Piano Regolatore Generale derivante dalla citata L.R. n. 38 del 1999, siccome modificata dalla L.R. 28 aprile 2006, n. 4, contempla un peculiare percorso procedurale, inteso a semplificare la fase successiva alla adozione del piano, alla presentazione di osservazioni da parte degli interessati e alle successive controdeduzioni: in particolare, il citato art. 66-bis prevede la possibilità di conclusione, su iniziativa del Sindaco, di un accordo di pianificazione che ratifichi l’operato di una Conferenza tecnica in cui sono rappresentati il Comune, la Provincia e la Regione. Detta Conferenza ha il compito di riesaminare il P.R.G., apportandovi le modifiche conseguenti all’accoglimento di osservazioni di privati o necessarie per l’adeguamento ad altri strumenti di pianificazione territoriali e di settore, e quindi di elaborare uno schema di accordo; è previsto che, qualora tale schema introduca modifiche al P.R.G.,diverse da quelle di mero adeguamento ad altri strumenti, esso sia ritrasmesso al Consiglio Comunale per l’approvazione di tali modifiche. All’esito di tale iter, l’Accordo di Pianificazione è stipulato e ratificato dal Consiglio Comunale e dalla Giunta Regionale. Questo giudice non ha motivo di discostarsi da quanto già esposto dal Consiglio di Stato, in sede di appello. Con la decisione sopra citata, infatti, il giudice d’appello ha evidenziato che, anche in virtù dei principi contenuti nella Legge n. 241 del 1990, e in particolare del principio di non aggravamento procedimentale, la complessità dell’iter delineato dalla legislazione regionale in materia, non esclude che in sede di Conferenza possano essere apportate anche modifiche formali o di dettaglio, ciò non comportando tuttavia un necessario “ritorno degli atti in Consiglio (dovendo al riguardo riconoscersi all’Amministrazione comunale un ragionevole margine di discrezionalità valutativa)”. FATTO
La società RAC-Romana Abruzzese Costruzioni è proprietaria di un terreno in Roma della superficie di mq.1.245, prospiciente Via degli Estensi, distinto in Catasto al foglio 421 – part n. 1449, all.n.85, su cui insistono alcuni manufatti per i quali è stata presentata regolare domanda di condono.
Rappresenta la società che con deliberazione di C.C. n. 33 del 19/20 marzo 2003, di adozione del nuovo strumento generale di disciplina urbanistico edilizia del territorio, alla proprietà è stata riconosciuta una destinazione a vocazione edificatoria, inserendola nella “Città da ristrutturare”-tessuto prevalentemente residenziale.
Dopo l’invio da parte del Comune di Roma alla Regione Lazio della deliberazione di adozione del NPRG e relativi allegati , è stata indetta la Conferenza di Copianificazione con gli organismi competenti , che ha adottato nella seduta in data 4-5 febbraio 2008, uno schema di Accordo di Pianificazione, successivamente sottoscritto in data 6.2.2008, dal Presidente della Giunta Regionale e dal Sindaco del Comune di Roma, sentito il Presidente della Provincia.
L’Accordo di Pianificazione è stato ratificato dalla Regione con deliberazione G.R. n. 80 dell’8.2.2008 e dal Comune di Roma con deliberazione C.C. n. 18 del 2.2.2008. Con avviso pubblicato sul B.U.R.L. n. 10 del 14.3.2008, il Comune di Roma ha comunicato che il NPRG è stato approvato con delibera consiliare n. 18 del 2008.
Sulla base di ciò la società RAC ha proposto ricorso a questo Tribunale amministrativo regionale chiedendo l’annullamento del NPRG in parte qua e degli atti indicati in epigrafe, formulando le seguenti articolate censure:
1) Violazione e falsa applicazione degli artt. 9 e 10 della L n. 1150 del 1942 e dell’art.66 bis della L.R. n.38 del 1999. Violazione e falsa applicazione degli art. 23-117 e 119 della Costituzione. Violazione e falsa applicazione dell’art.3 della Legge n. 212 del 2000. Violazione e falsa applicazione dell’art.16 del TU Edilizia (DPR n.380 del 2001). Eccesso di potere nei profili di illogicità, contraddittorietà, difetto di istruttoria e di motivazione, Sviamento. Violazione e falsa applicazione degli articoli 7 e segg. della Legge n. 1150 del 1942. Violazione e falsa applicazione degli artt. 41 e 42 Cost., degli artt.39 e ss. TCE, II-76 e II-77 del Trattato del 29.10.2004 e dell’art. 1 del 1° Protocollo Addizionale della CEDU del 20.3.1952. Disparità di trattamento;
2) Violazione e falsa applicazione degli artt. 7 e ss. della L.n. 1150 del 1942 in relazione all’art.3 della L.n. 167 del 1962. Eccesso di potere per illogicità e contraddittorietà manifesta. Carenza di istruttoria. Difetto di motivazione. Violazione dei principi vigenti in tema di buon andamento e correttezza dell’azione amministrativa; 3) Violazione e falsa applicazione dell’art.66 bis della L.R. n.38 del 1999 e dell’art. 10 della L. n. 1150 del 1942;
4) Violazione e falsa applicazione degli art.9 e 10 della L.U.n.1150 del 1942.
Si è costituito in giudizio il Comune di Roma per resistere al ricorso e con memoria depositata in data 9.10.2009, prot. n. 56445 ha controdedotto con articolate argomentazioni alle censure attoree, formulando anche eccezioni in rito.
Con memoria conclusiva depositata in data 9.10.2009, la società ricorrente ha ulteriormente argomentato sulle proprie posizioni evidenziando le illegittimità dei provvedimenti impugnati e insistendo per l’accoglimento del ricorso.
Alla pubblica udienza del 22 ottobre 2009 la causa dopo la discussione è stata introitata per la decisione.
1. Nel merito, osserva il Collegio che la società ricorrente ha sottoposto all’esame dello stesso alcune questioni di carattere generale relative agli aspetti procedimentali di formazione del Nuovo PRG di Roma e alla illegittimità del contributo straordinario di urbanizzazione previsto dall’art.20 delle NTA nonché censure specifiche riguardanti la verifica della legittimità dell’art.6 delle N.T.A. approvate, in materia di disciplina del mutamento di destinazione d’uso di immobili per l’asserita illegittima confusione tra edilizia privata ed edilizia pubblica.
2. Il Collegio - in disparte la verifica dei profili rituali sulla sussistenza dell’interesse in relazione alle richieste avanzate, come meglio rilevata in seguito – esamina preliminarmente sulla base dell’ordine logico il terzo e quarto motivo di impugnazione, riguardanti gli aspetti procedimentali di formazione del NPRG, con i quali la società ha dedotto la violazione e falsa applicazione degli artt. 9 e 10 della Legge n. 1150 del 1942 nonchè dell’art.66 bis della L.R. n. 38 del 1999 in relazione al procedimento pianificatorio in questione; in particolare, sostiene la società che a seguito delle consistenti modifiche introdotte in sede di controdeduzioni, ai sensi delle norme rubricate sussisterebbe l’obbligo per il Comune di procedere alla ripubblicazione del piano, con conseguente riapertura dei termini per le osservazioni degli interessati, nei confronti delle nuove disposizioni, a garanzia del giusto procedimento. Detto Piano approvato all’esito della Conferenza di Copianificazione ex art.66 bis L.R. n. 38 del 1999, differendo sostanzialmente da quello adottato, si configurerebbe come un nuovo strumento rispetto alle precedenti versioni alterandone il quadro normativo originario. In tali circostanze, secondo la società il Consiglio comunale avrebbe dovuto pronunciarsi sull’opportunità dell’introduzione di dette modifiche operate all’esito della predetta Conferenza, con conseguente riapertura dei termini per le osservazioni dei privati e ripubblicazione del provvedimento, ai sensi degli artt.9 e 10 L.Urb.
2.1. In relazione alla prospettata questione occorre richiamare quanto già evidenziato dal Consiglio di Stato, in sede di esame di analoghe controversie attinenti al procedimento per l’approvazione del Nuovo P.R.G. di Roma, con la sentenza n. 5818 del 2009. In tale occasione, è stato precisato che la disciplina transitoria dell’iter di formazione del detto Piano Regolatore Generale derivante dalla citata L.R. n. 38 del 1999, siccome modificata dalla L.R. 28 aprile 2006, n. 4, contempla un peculiare percorso procedurale, inteso a semplificare la fase successiva alla adozione del piano, alla presentazione di osservazioni da parte degli interessati e alle successive controdeduzioni: in particolare, il citato art. 66-bis prevede la possibilità di conclusione, su iniziativa del Sindaco, di un accordo di pianificazione che ratifichi l’operato di una Conferenza tecnica in cui sono rappresentati il Comune, la Provincia e la Regione.
Detta Conferenza ha il compito di riesaminare il P.R.G., apportandovi le modifiche conseguenti all’accoglimento di osservazioni di privati o necessarie per l’adeguamento ad altri strumenti di pianificazione territoriali e di settore, e quindi di elaborare uno schema di accordo; è previsto che, qualora tale schema introduca modifiche al P.R.G.,diverse da quelle di mero adeguamento ad altri strumenti, esso sia ritrasmesso al Consiglio Comunale per l’approvazione di tali modifiche.
All’esito di tale iter, l’Accordo di Pianificazione è stipulato e ratificato dal Consiglio Comunale e dalla Giunta Regionale.
In disparte da ogni valutazione sull’ interesse “strumentale” della Società azionante, cui deve ricondursi l’interesse manifestato dalla società e, dunque, all’integrale rinnovazione del procedimento di pianificazione, senza consentire alcuna variazione del Piano e quindi senza alcun vantaggio nei confronti della ricorrente, questo giudice non ha motivo di discostarsi da quanto già esposto dal Consiglio di Stato, in sede di appello. Con la decisione sopra citata, infatti, il giudice d’appello ha evidenziato che, anche in virtù dei principi contenuti nella Legge n. 241 del 1990, e in particolare del principio di non aggravamento procedimentale, la complessità dell’iter delineato dalla legislazione regionale in materia, non esclude che in sede di Conferenza possano essere apportate anche modifiche formali o di dettaglio, ciò non comportando tuttavia un necessario < “ritorno” degli atti in Consiglio (dovendo al riguardo riconoscersi all’Amministrazione comunale un ragionevole margine di discrezionalità valutativa)>.
Orbene, nella specie in esame deve escludersi che le modifiche introdotte dalla Conferenza abbiano comportato le modifiche di ordine sostanziale – come invece affermato da parte ricorrente – che necessiterebbero l’ulteriore passaggio in Consiglio Comunale. Sul punto si concorda con quanto evidenziato dal Consiglio di Stato nella predetta decisione, secondo cui “da un esame comparativo delle N.T.A. del P.R.G. quali si presentavano a seguito delle controdeduzioni comunali alle osservazioni dei privati e quali risultanti dal lavoro della Conferenza, nonché della relazione tecnica predisposta da quest’ultima, emerge che sono rimaste manifestamente inalterate non solo tutte le scelte di fondo operate in sede di adozione, ma anche quelle relative alla destinazione generale dei suoli ed al rapporto quantitativo fra le varie zone individuate dal piano; in sostanza, malgrado l’elevato numero delle modifiche apportate, le stesse hanno per lo più carattere formale, consistendo – come riconosciuto dalla stessa Conferenza – in semplici “errata corrige”, ovvero in riformulazioni di prescrizioni non mutate nella sostanza o in modifiche marginali intese a rendere coerenti le singole previsioni con altre norme tecniche, con quanto controdedotto a eventuali osservazioni o anche solo con l’impianto generale del P.R.G.”, trattandosi di modifiche ritenute non decisive dallo stesso Consiglio Comunale in fase di approvazione, con l’ulteriore considerazione che la Relazione al PRG continua ad essere il fulcro motivazionale della manovra urbanistica approvata. D’altra parte la Conferenza ha sostanzialmente fatto propria la proposta di controdeduzioni comunali e, inoltre, ha preso atto degli altri strumenti urbanistici particolareggiati medio tempore adottati , degli altri atti urbanistici generali, come le Varianti nonché degli strumenti di pianificazione territoriale e di settore (tra cui, quelle paesistiche), per tutte le quali è prescritto il mero adeguamento senza l’ulteriore passaggio in Consiglio Comunale, trattandosi di integrazioni necessarie per l’adeguamento del redigendo Piano ai predetti strumenti urbanistici che hanno anticipato l’attuazione nelle diverse fasi del lungo processo di pianificazione che ha preceduto l’adozione del NPRG. Sulla base di ciò le predette censure vanno respinte.
3. Il Collegio passa ora all’esame del secondo motivo dedotto dalla società Rac attinente specificamente alla disciplina delle destinazioni d’uso e loro mutamenti come articolata nel Nuovo PRG (art. 6 N.T.A). La società evidenzia che tra le tante operazioni di segno innovativo di pianificazione generale dettate dal Comune con il nuovo strumento di pianificazione vi sarebbe anche quella di natura ibrida : Residenziale privata/residenziale pubblica-sociale. Tale classificazione apparentemente coerente maschererebbe una iniziativa del Pianificatore di introdurre un mix funzionale di destinazioni notoriamente diverse e inconciliabili, con una marcata confusione tra edilizia pubblica e privata (soprattutto residenziale) in aree che conseguentemente diverranno insuscettibili a seguito di tale mix funzionale di una corretta valutazione di mercato. La società ricorrente critica tali scelte di pianificazione generale dettate dal Comune che non sarebbero state supportate da analisi preliminare e congrua motivazione.
Orbene, prima di avviare l’esame di dette censure occorre verificare il concreto e immediato interesse della società a sollevarle e , quindi, la sua legittimazione a proporre ricorso avverso l’atto di pianificazione generale, in quanto proprietaria di un fondo già a vocazione edificatoria nel precedente PRG e adesso inserito dal NPRG nella “Città da ristrutturare” (Tessuto prevalentemente residenziale). Al riguardo, il Collegio ben conosce la pur ampia legittimazione astrattamente riconosciuta dalla giurisprudenza in tema di impugnazione del Piano regolatore generale (cfr. per tutte, Tar Lazio, Roma, sez. II, 19 marzo 2009, n. 2860) ritenendo sufficiente l’interesse strumentale all’annullamento in vista dei vantaggi conseguibili sul piano della destinazione urbanistica dell’area di proprietà a seguito della rinnovazione dell’intero atto di pianificazione, tuttavia ritiene che non si possa prescindere da una effettiva rappresentazione del concreto e sostanziale interesse a sollevarla. Nella specie, la società censura in generale la violazione dei principi generali in tema di destinazione d’uso, per l’asserita confusione tra edilizia privata ed edilizia pubblica, in quanto ciò potrebbe svilire il valore immobiliare del fondo di proprietà. Pertanto, l’interesse della società all’annullamento dell’atto di pianificazione con riferimento alla norma contestata si fonda su un eventuale rischio della proprietà che dopo la costruzione di un edificio a destinazione residenziale privata si possa vedere costruito vicino un edificio di edilizia residenziale pubblica, o altro. In realtà, ad avviso del Collegio, la lesività della previsione del Piano allo stato non appare attuale e non è concretamente dimostrata dalla stessa ricorrente (né vengono allegate le modalità di eventuale cambiamento di destinazione). In tal caso, la società ricorrente non può dolersi della generale illegittimità dell’atto pianificatorio e delle norme contestate con il motivo in esame, in quanto la medesima non riceve dalle stesse, allo stato, una lesione immediata e certa; infatti, non appare sussistente l’interesse immediato e diretto, ossia l’utilità che conseguirebbe la società direttamente dall’accoglimento di dette censure e l’attualità delle stesse, attesa la diversa situazione di fatto esistente rispetto a quella eventuale da realizzare in futuro. Del resto, se si consentisse a qualunque cittadino residente di proporre ricorso giurisdizionale avverso lo strumento urbanistico, senza che vi sia alcuna incidenza delle prescrizioni censurate su un suo peculiare interesse, i vizi eventualmente riscontrati dovrebbero comportare l''annullamento dell''intero piano, al fine di far conseguire al ricorrente una qualche e solo asserita utilità strumentale. Ne deriva che una simile soluzione si pone in evidente contrasto con diversi principi generali: il principio costituzionale di buona amministrazione, il principio generale sull''interesse al ricorso di cui all''art. 100 del c.p.c. e i principi elaborati dalla giurisprudenza e dalla dottrina in materia di interessi legittimi. Si avrebbe, quanto al primo aspetto, la caducazione di un piano per la tutela di un asserito e solo ipotetico, interesse del ricorrente, a discapito di quell''interesse pubblico che la disciplina urbanistica é fisiologicamente destinata a perseguire. Quanto al secondo aspetto si introdurrebbe un ricorso giurisdizionale per la tutela di un generico ed eventuale interesse, mentre ai sensi dell''art. 100 c.p.c. per proporre un''azione in sede giurisdizionale occorre avere un interesse specifico, inteso quale concreta utilità (bene della vita) che il ricorrente si prefigge di conseguire con l''annullamento (totale o parziale) dell''atto amministrativo ritenuto illegittimo. Per di più, non va sottaciuto che l''ordinamento attribuisce tutela giurisdizionale amministrativa a quelle posizioni giuridiche soggettive che risultino differenziate e qualificate: ciò che, nel caso di specie, il Collegio non rileva, avendo la società ricorrente, in difetto di specifica prova della quale era onerata, una posizione giuridica del tutto indifferenziata rispetto alla generalità dei cittadini (cfr.Cons. Stato, sez. IV, 17 aprile 2003, n. 2017; idem, sez. V, 8 maggio 2007, n. 2119; T.A.R. Campania, Napoli, sez. II, 19 novembre 2009 , n. 7698).
Sulla base delle suesposte considerazioni le censure di cui al terzo motivo sono inammissibili per carenza di interesse.
4. Tali considerazioni relative ai profili di genericità dell’interesse possono avanzarsi anche in relazione del primo motivo di impugnazione dedotto dalla ricorrente. In particolare, la società denuncia l’illegittimità del contributo straordinario di urbanizzazione previsto dall’art.20 delle NTA del NPRG, qualificato dall’art.17 delle medesime NTA come criterio di perequazione finanziaria , consistente però in un prelievo di natura tributaria posto a carico del soggetto attuatore delle più rilevanti valorizzazioni immobiliari ed economiche generate dal NPRG (rispetto al previgente PRG) attraverso edificabilità aggiuntiva o cambi di destinazione d’uso. La natura tributaria del contributo in parola renderebbe applicabile la riserva di legge prevista dall’art.23 della Cost.,secondo cui la potestà impositiva può essere esercitata solo in base alla legge : la potestà regolamentare dell’ente locale non consente di istituire nuovi tributi i cui elementi costitutivi devono essere predeterminati per legge. Invece il Comune ha istituito il nuovo tributo con le NTA del NPRG, in assenza della necessaria predeterminazione analitica degli elementi costitutivi del tributo stesso ad opera della legge in palese violazione del dettato costituzionale di cui agli artt. 117 e 119 per l’assoluta inesistenza in capo al Comune del potere di imporre il contributo straordinario, atteso che la potestà impositiva riconosciuta all’ente locale dall’art. 119, comma 2 va esplicata inderogabilmente in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario.
Inoltre, il contributo si sommerebbe ad altro contributo previsto in materia e cioè quello che i soggetti attuatori degli interventi urbanistici ex art. 28 L.U. ed edilizi ex art.16 TU ed. devono versare ai Comuni quali oneri di urbanizzazione, né potrebbe sostenersi che il contributo sia in qualche modo riconducibile ai suddetti oneri, in quanto l’equiparazione sarebbe priva di fondamento e smentita dalle stesse NTA del NPRG che precisano (art. 20) che il contributo va versato contestualmente al pagamento degli oneri di urbanizzazione con diverse modalità di determinazione: mentre gli oneri di urbanizzazione di cui all’art. 16 del TU Ed. fanno riferimento ai costi di tali urbanizzazioni, il contributo (disciplinato direttamente dall’art.20 delle NTA senza disposizioni di livello primario) va determinato con riferimento al presunto incremento del valore immobiliare conseguibile a seguito della maggiorazione di SUL o del cambio di destinazione d’uso. Denuncia poi la società ricorrente l’illegittima applicazione retroattiva del contributo in quanto non era previsto dal PRG adottato, ma introdotto in fase di controdeduzioni violando l’art.3 , c.1 della Legge n. 212 del 2000 secondo cui le disposizioni tributarie non hanno effetto retroattivo.
Infine, il contributo violerebbe i fondamentali principi e diritti garantiti a livello costituzionale (art.41 e 42 Cost) e comunitario (art.39 e ss. TCE; artt.II-76 e II-77 del Trattato- Costituzione del 29.10.2004 ratificato con legge n. 57 del 2005) e internazionale (art.1 del 1° Protocollo addizionale della CEDU del 20.3.52), in considerazione anche dell’elevata misura stabilita al 66,6 % della valorizzazione immobiliare, svuotando il diritto di proprietà e creando una disparità di trattamento tra i soggetti attuatori proprietari di immobili trasformabili nel Comune di Roma e i soggetti che hanno invece altrove proprietà immobiliari, parimenti trasformabili. Il Comune resistente si difende con un’ampia, articolata e ben argomentata memoria generale e una specifica memoria conclusionale, inquadrando nella specie il nuovo contributo straordinario nel nuovo sistema di perequazione: la filosofia di base del contributo consiste, secondo la difesa comunale, nel principio che a previsioni edificatorie aggiuntive acquistabili su base volontaria dai privati corrispondono oneri straordinari perequativi, qualificabili come incentivo volto al conseguimento degli obiettivi prefissati. Inoltre, il contributo in esame non avrebbe natura tributaria, ma consisterebbe in un corrispettivo di diritto pubblico, alll’interno di una fase non autoritativa di una procedura pubblicistica, riguardante in realtà solo una minima frazione dell’edificabilità del nuovo PRG. Tuttavia, l’Amministrazione contesta l’ammissibilità del motivo per difetto di interesse, in quanto la ricorrente non dimostra in concreto l’applicabilità dell’istituto al terreno in questione, per il quale non viene evidenziata alcuna maggiore valorizzazione dello stesso quale presupposto dell’applicazione dell’onere.
Al riguardo, il Collegio, aderendo alla difesa comunale, rileva che il predetto motivo di impugnazione, sia pure complessivamente articolato tenendo conto anche delle superiori ragioni di legalità , tuttavia appare privo di sostanziale interesse in quanto la società ricorrente non indica il presupposto in capo alla stessa da cui discenderebbe l’onere in questione. Infatti, risulta in atti che la società è proprietaria di un fondo edificabile già prima dell’approvazione del nuovo PRG e non dimostra una attuale lesività della previsione del Piano a seguito di realizzati interventi diretti o indiretti (o progetti) che hanno determinato più rilevanti valorizzazioni immobiliari, generate dalle previsioni del presente PRG rispetto alla disciplina urbanistica previgente. D’altra parte manca una dimostrazione in tal senso da parte della società ricorrente e, quindi, soltanto all’atto della presentazione di un concreto progetto di intervento e delle eventuali valorizzazioni immobiliari, costituenti il presupposto di applicabilità del contributo straordinario in questione, potrà essere chiara la portata lesiva delle censurate previsioni del Piano (art.20 NTA), nei confronti dell’odierna ricorrente, avuto riguardo alle circostanze specifiche, con evidenti profili di inammissibilità del gravame .
Dalle suesposte considerazioni il ricorso è in parte inammissibile per carenza di interesse e in parte va respinto, in quanto infondato. L’evidente complessità e la parziale novità delle questioni trattate giustificano la compensazione delle spese di lite tra le parti.
Il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, Roma, sez. II bis, definitivamente pronunciandosi sul ricorso in epigrafe in parte lo dichiara inammissibile per carenza di interesse e in parte lo respinge . Dispone la compensazione delle spese di giudizio tra le parti.
Così deciso in Roma nelle Camera di consiglio del giorno 22 ottobre 2009 e del 17 dicembre 2009 con l''intervento dei Magistrati:

References: sentenza 
 art. 66
 art. 23
 art.9
 art.66
 sentenza 
 art. 66
 art. 28
 art.16