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Timestamp: 2020-04-07 17:25:59+00:00

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Sono necessari il Dna o le impronte per l'estradando che nega identità | Studio Legale Parenti
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Corte di Cassazione, sentenza n. 25344 del 24.06.2011
La Corte di cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che, esclude che lo “scudo” del matrimonio con un cittadino italiano possa essere invocato se non viene dimostrato che gli sposi hanno lo stesso domicilio. Gli ermellini respingono così il ricorso con il quale un extracomunitario voleva evitare un rimpatrio disposto, dopo una condanna per lesioni personali, in considerazione dei numerosi precedenti penali. Contro lo straniero deponeva anche la condizione di disoccupato e il suo frequente ricorso a false identità. Quadro che aveva spinto il tribunale di sorveglianza di Catania a definire l’uomo socialmente pericoloso e quindi passibile di espulsione, in base a quanto disposto dal testo unico sull’immigrazione. Contro il provvedimento si era opposto il diretto interessato che riteneva violato l’articolo 19 del Dlgs 286/1998 con cui viene esclusa – salvo per motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato – l’espulsione “degli stranieri conviventi con parenti entro il secondo grado o con il coniuge che siano di nazionalità italiana”. Il “trattamento di favore”, previsto dalla norma interna, è riconosciuto anche dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo e dalla direttiva europea 2003/86/Ce (recepita con il Dlgs 5/2007). Una protezione a tutto campo che non è – ad avviso del Supremo collegio – comunque applicabile al ricorrente, il quale benché sposato, non ha fornito gli elementi utili a dimostrare la coabitazione con la moglie. La mancata prova della convivenza unita alla dimostrata pericolosità sociale del soggetto portano la Cassazione a escludere la possibilità di godere del ricongiungimento familiare.
In particolare la Corte ha precisato che “il passaggio in giudicato di una sentenza di condanna a pena detentiva suscettibile di esecuzione comporta la caducazione immediata della misura coercitiva non custodiale già applicata a condannato”. Inoltre la sentenza ha fissato altri due principi di diritto. Nel primo si sottolinea che “la cessazione, al momento del passaggio in giudicato della sentenza di condanna, della misura coercitiva non custodiale in atto, opera di diritto, e non è necessario alcun provvedimento che la dichiari”. E infine viene chiarito che “ove insorgano questioni in ordine alla misura coercitiva non custodiale nel periodo intercorrente tra il passaggio in giudicato della sentenza e il concreto avvio delle fase di esecuzione della pena, la competenza a deciderla spetta al giudice dell’esecuzione”.
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il permesso di costruire in deroga agli strumenti urbanistici non può essere rilasciato “in sanatoria”, cioè dopo l’esecuzione delle opere. Si tratta, infatti, di un istituto di carattere eccezionale giustificato dalla necessità di soddisfare esigenze straordinarie rispetto agli interessi primari garantiti dalla disciplina urbanistica generale e, in quanto tale, applicabile esclusivamente entro i limiti tassativamente previsti dall’articolo 14 del Dpr 380/2001. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso del procuratore della Repubblica di Cosenza in relazione a un’opera pubblica realizzata in violazione della disciplina urbanistica e per la quale era stato disposto il sequestro preventivo. La misura era però annullata dai giudici del riesame con la motivazione che era stato rilasciato un permesso in sanatoria. La Cassazione, annullando la decisione di merito, ha però chiarito che il procedimento amministrativo finalizzato al rilascio del permesso in deroga prevede la previa deliberazione del consiglio comunale. Ne consegue che la delibera consiliare deve precedere il rilascio del titolo e soprattutto l’esecuzione dell’intervento con l’ulteriore conseguenza che non può essere rilasciato un permesso di costruire in deroga con una sanatoria.
Tribunale dei Minori di Milano, sentenza del 25.03.2011
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il sequestro preventivo dei ponteggi stagionali costruiti per ancorare le barche senza permesso. La Cassazione, con la sentenza in oggetto, si esprime sulla situazione che riguarda l’isola di Ponza ma ribadisce la regola generale che impone il rilascio del permesso di costruzione per i pontili galleggianti realizzati mediante l’ancoraggio dei “corpi morti”. Gli ermellini sottolineano che la natura stagionale di un’opera non comporta la sua “precarietà I ponteggi devono dunque essere considerati stabili e in grado di avere un impatto sull’ambiente e vanno quindi realizzati solo se esiste una regolare concessione.
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che in caso di incidente mortale dovuto alla cattiva manutenzione della strada il capo cantiere dell’ANAS risponde di omicidio colposo. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso del procuratore generale di Potenza contro la sentenza d’assoluzione per due capocantieri dell’ANAS, accusati dell’omicidio colposo di un automobilista avvenuto su una strada statale, della cui manutenzione i due erano responsabili. L’accusa era quella di aver provocato l’incidente, per colpa costituita da negligenza, in quanto non avrebbero provveduto alla manutenzione del tratto stradale loro assegnato. Il tragico incidente era avvenuto all’altezza di un incrocio, in cui la visibilità era resa precaria a causa di una vegetazione molto alta, che riduceva notevolmente la visuale. La segnaletica era poi carente, con il cartello di “stop” seminascosto tra gli alberi, e in assenza del segnale orizzontale. I due dipendenti dell’ente autostradale avevano invocato l’ipotesi di forza maggiore, dal momento che erano numerosi gli incroci stradali che presentavano rischi per la circolazione, e che loro stavano facendo il possibile per eliminare i pericoli segnalati. La Suprema Corte, dando ragione alla procura, ha smentito la versione della Corte d’Appello, dichiarando che “In tema di reati colposi infatti, la forza maggiore si pone quale causa di esclusione della punibilità allorchè l’evento si ponga quale ineluttabile conseguenza di un fatto imponderabile, imprevisto ed imprevedibile, del tutto estraneo alla condotta dell’agente, nei cui confronti non sia rilevabile neanche il più lieve profilo di colpa.”. Ineluttabilità imprevedibilità non ravvisabili nel caso dei due capocantieri, poiché su loro stessa ammissione, erano ben consapevoli dei rischi presenti sul tratto stradale di loro competenza, tanto che, a loro dire, si stavano adoperando per eliminarli. I giudici di legittimità hanno dunque stabilito la colpevolezza dei due imputati, pur essendo costretti a dichiarare l’estinzione del reato per avvenuta prescrizione.
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il collaboratore di giustizia ha diritto all’attenuante anche se segnala personaggi di secondo piano. Con tale principio la Corte ha annullato la decisione della Corte d’Appello di Perugia che aveva negato il diritto del ricorrente di beneficiare dell’attenuante prevista dall’articolo 73.7 del Dpr 309/90 per i collaboratori. Il no era stato motivato con lo scarso rilievo della notizia data alle autorità che riguardava un fornitore di droga con un ruolo assolutamente marginale nell’organizzazione. La Suprema Corte respinge l’interpretazione restrittiva data dai giudici di merito per la concessione dell’attenuante speciale prevista per i “pentiti” e sottolinenano come non sia necessariamente richiesto che il risultato della collaborazione consista nella sottrazione al mercato di rilevanti risorse per la commissione dei delitti. Risultato che può non essere raggiunto malgrado una piena e leale collaborazione. Non solo. I giudici di piazza Cavour specificano che una diversa interpretazione finirebbe per violare il principio di ugualinza e per premiare chi è inserito in circuiti criminali più rilevanti e si macchiato di crimini più rilevanti, al contrario, conclude il collegio, va valorizzata la collaborazione fattiva di colui che, per la sua posizione di marginalità in grado di offrire un limitato contributo
La Corte di Cassazioen cona la sentenza in esame ha precisato che deve essere condannato per truffa il sindaco e gli assessori che fanno viaggi non istituzionali facendo pagare al comune il conto anche per mogli, compagne e fidanzate. La Cassazione conferma i reati di truffa aggravata a carico di sette persone, un sindaco e sei assessori con la passione dei viaggi. Gli amministratori spacciavano, infatti, per missioni delle vacanze trascorse con le loro accompagnatrici nelle città’arte come Roma o Firenze o nei posti di mare da Rimini a Ischia. Nelle tabelle dei rimborsi era finita anche una “scappata” a Imola per il gran premio, ma gli amministratori locali, si erano accontentati di raggiungere la destinazione con una Alfa Romeo di proprietà del comune. Il primo cittadino e gli assessori si facevano rimborsare le spese, che affermavano di aver anticipato, come se fossero state affrontate per motivi istituzionali. La Corte sottolinea nella sentenza la gestione “disinvolta” in uso nel comune con note di missione “che indicavano giustificazioni a caso, quasi mai corrispondenti a quelle effettive”. Anche le spese sostenute per le signore venivano esposte e regolarmente liquidate
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha preicsato che non commette favoreggiamento della permanenza di clandestini nel territorio dello Stato chi affitta loro delle stanze, a un prezzo molto basso. Non c’è in questi casi lo sfruttamento. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso di uno straniero che aveva affittato a dei connazionali alcune stanze a 50 euro al mese. Sul punto il Collegio di legittimità ha precisato che “ai fini della configurazione del reato di favoreggiamento della permanenza nel territorio dello Stato di immigrati clandestini previsto dall’art. 12, comma quinto, d. 1gs. n. 286 del 1998 (testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), non è sufficiente che l’agente abbia favorito la permanenza nel territorio dello Stato di immigrati clandestini, mettendo a loro disposizione unità abitative in locazione, ma è necessario che ricorra il dolo specifico”. E questo- hanno aggiunto i giudici – “è costituito dal fine di trarre un ingiusto profitto dallo stato di illegalità dei cittadini stranieri, che si realizza quando l’agente, approfittando di tale stato, imponga condizioni particolarmente onerose ed esorbitanti dal rapporto sinallagmatico. Di conseguenza, se da un punto di vista obiettivo la concessione in locazione a cittadini extracomunitari clandestini di locali ad uso di abitazione è idonea ad integrare la condotta tipica del reato, non necessariamente dal punto di vista soggettivo, dovendosi accertare in concreto se dalla stipula del contratto si sia inteso trarre indebito vantaggio dalla condizione di illegalità dello straniero che si trova nella posizione di contraente debole, imponendogli condizioni onerose ed esorbitanti dall’equilibrio del rapporto sinallagmatico”.
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che i semi di cannabis non contengono sostanze stupefacenti e quindi il loro possesso e la vendita non sono perseguibili perché non violano nessuna delle norme della così detta legge antidroga. Ma nello stesso tempo il sequestro di questi semi specie se trovati accanto a opuscoli e altro materiale che spiga come coltivare la marijuana, oggetti per fumare le foglie e altri accessori utili alla coltivazione è perfettamente legittimo in quanto il materiale serve per dimostrare l’eventuale reato di induzione e istigazione all’uso di sostanze stupefacenti.
Corte di Cassazione, sentenza n. 23274 del 16.06.2010
La Corte di Cassa’esposizione del crocefisso nelle aule di tribunale non lede il principio della libertà di religione. Le sezioni unite della Cassazione confermano la rimozione dalla magistratura, disposta dal Consiglio superiore della del giudice di Camerino che si era rifiutato di tenere le udienze in un’aula in cui era esposto il simbolo della cristianità. Un rifiuto a svolgere il proprio lavoro che era continuato anche dopo che il presidente del tribunale aveva messo a disposizione del giudice un’aula senza la croce. Il giudice contestatore aveva però bollato la soluzione come “ghettizzante” e aveva alzato il tiro chiedendo di far sparire, in nome della laicità dello Stato, i crocefissi da tutte le aule di tribunale della Nazione. Pretesa che – spiega il Collegio – andava oltre l’interesse soggettivo di chi la avanzava e sconfinava nel campo dei diritti altrui e degli interessi diffusi che non possono essere rivendicati da un singolo cittadino.
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’acquisto di droga per uso di gruppo non è reato. Le condizioni per la non punibilità è che risulti in modo palese che il consumo è esclusivamente personale, il “mandato” all’acquisto deve essere dato da tutti i componenti del gruppo, il compratore sia uno degli assuntori, che siano certi sia l’identità dei componenti del gruppo come chiara la volontà di procurarsi la sostanza. E ancora, è necessario che sia raggiunta un’intesa sui luoghi e sui tempi del consumo e che gli “effetti dell’acquisizione traslino direttamente in capo agli interessati senza passaggi mediati”. Rispettate queste condizioni si configura, l’uso di gruppo non penalmente rilevante, anche alla luce della riforma Fini Giovanardi del 2006.
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il giornalista può riferire gli atti delle indagini ma non anticiparne le conclusioni in chiave “colpevolista”. La Corte di cassazione respinge così il ricorso del giornalista Peter Gomez che chiedeva l’assoluzione dal reato di diffamazione nei confronti del presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Gomez aveva firmato un’inchiesta sui presunti finanziamenti della mafia al gruppo Fininvest, un pezzo in cui l’articolista riportava dichiarazioni di altri soggetti coinvolti nella vicenda e riferiva il contenuto di alcuni documenti, arrivando a una conclusione in grado di “orientare” il lettore. La causa per diffamazione era approdata in Corte d’Appello, dove il reato era stato dichiarato estinto per prescrizione. Peter Gomez aveva invece chiesto agli ermellini un’assoluzione piena in virtù del riconoscimento del diritto di cronaca. Il collegio di piazza Cavour, nel respingere il ricorso, coglie anche l’occasione per definire i confini del legittimo esercizio della cronaca giudiziaria. I giudici ribadiscono il diritto dei cittadini a essere informati sulle vicende di chi è coinvolto in un procedimento penale o civile, soprattutto quando il protagonista riveste incarichi pubblici di particolare rilievo nella vita sociale o politica. Non solo, la Cassazione esclude anche, per personaggio “nell’occhio del ciclone”, il diritto alla tutela della reputazione, nel caso la lesione sia prodotta rispettando però determinati limiti. Via libera – secondo gli ermellini – anche ai giudizi critici purché questi siano “in correlazione” con l’andamento del procedimento. “Rientra – si legge nella sentenza – nell’esercizio di cronaca giudiziaria riferire atti di indagini e atti censori, provenienti dalla pubblica autorità, ma non è consentito effettuare ricostruzioni, analisi e valutazioni tendenti ad affiancare e precedere attività di polizia e magistratura, indipendentemente dai risultati di tali attività”. Per il Supremo collegio è dunque in stridente contrasto con il diritto-dovere di narrare i fatti, l’opera del giornalista che confonda “cronaca su eventi accaduti e prognosi su eventi a venire”. “In tal modo – precisa la Cassazione – egli, in maniera autonoma, prospetta e anticipa l’evoluzione e l’esito delle indagini in chiave colpevolista, a fronte di indagini ufficiali né iniziate né concluse, senza essere in grado di dimostrare l’affidabilità di queste indagini private e la corrispondenza a verità storica del loro esito. Si propone ai cittadini un processo agarantista, dinanzi al quale il cittadino interessato ha, come unica garanzia di difesa, la querela per diffamazione”.
Possono ben integrare la contravvenzione di molestia alle persone le chiamate effettuate con petulanza sul telefonino della ragazza: il biasimevole motivo richiesto dalla norma incriminatrice è costituito dal contenuto particolarmente odioso delle frasi oscene rivolte alla giovane destinataria. Non giova al molestatore evidenziare la circostanza che la ragazza abbia ricevuto le attenzioni morbose di altri disturbatori telefonici, la quali non lo esimono dal reato commesso (pena sospesa grazie alle attenuanti generiche). Inchiodato dai tabulati telefonici, il persecutore non riesce a dimostrare di aver davvero dimenticato il cellulare al bar, come ha dichiarato per smentire di essere l’autore delle molestie. E soprattutto non coglie nel segno deducendo di essere del tutto sconosciuto alla parte offesa: è facile, specie in contesti lavorativi, procurarsi il numero del telefonino di qualcuno. Gli eventuali motivi personali non rilevano: risulta invece importante l’elemento psicologico del reato, che nella specie sussiste.
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il sequestro conservativo applicato su richiesta del creditore può basarsi esclusivamente sull’inadeguatezza del patrimonio del debitore rispetto al credito fatto valere. Non serve richiamare a circostanze riferibili alla condotta processuale o extraprocessuale dell’imputato. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso della Regione Abruzzo e di alcune aziende sanitarie locali contro un loro debitore, verso cui vantavano un credito di oltre 5 milioni di euro. Gli enti impugnavano l’annullamento del sequestro conservativo dei beni del debitore deciso dal Tribunale del Riesame di Pescara. I giudici di merito avevano annullato la misura, sostenendo che non potesse fondarsi esclusivamente sull’inadeguatezza del patrimonio o delle fonti reddituali del debitore, essendo invece necessaria “la sussistenza di concrete circostanze di fatto riferibili alla condotta processuale o extraprocessuale dell’imputato, dalle quali sia possibile desumere, secondo l’id quod plerumque accidit, l’eventualità di un possibile depauperamento del suo patrimonio o la sua intenzione di sottrarsi all’adempimento del credito”. Tesi questa smentita dalla sesta sezione penale, che ha invece stabilito che “ai fini dell’adozione del sequestro conservativo, il periculum in mora può essere integrato anche solo dalla condizione di inadeguatezza del patrimonio dell’imputato rispetto all’entità delle pretese creditorie, indipendentemente da un depauperamento allo stesso ascrivibile”.
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha condannato oggi per omicidio colposo un automobilista che, per aver lasciato la macchina in doppia fila con lo sportello semi aperto, aveva provocato la morte di un giovane motociclista. Il giorno prima gli ermellini avevano bollato come violenza privata il parcheggio fatto in modo da impedire a un’altra vettura la possibilità di uscire dal garage. Due comportamenti , tanto scorretti quanto frequenti, che possono avere delle gravi conseguenze. Con la sentenza 42498 il collegio di piazza Cavour ha respinto la tesi della difesa che tendeva a dimostrare come nella morte del motociclista abbiano influito più la sua guida imprudente che la macchina in doppia fila con la portiera parzialmente aperta. Secondo il ricorrente il ragazzo in motorino procedeva a zig zag e ad alta velocità. Due comportamenti – fa notare la Suprema Corte – tutt’altro che infrequenti e imprevedibili e quindi non in grado di far escludere il nesso causa-effetto. Con la sentenza 42205 depositata il 30 novembre, la V sezione della Cassazione ha invece condannato per violenza il proprietario di una macchina che intralciava l’uscita di un garage privato. Dalla “manovra” scorretta era nata una lite con minacce a mano armata. Nel mezzo della zuffa, che aveva coinvolto tre persone, era, infatti, spuntata una falce, costata a chi la impugnava la condanna per lesioni aggravate dall’uso dell’arma e dai futili motivi.
La correzione a penna dell’orario dello scontrino relativo al misuratore del tasso alcolemico del conducente è una mera irregolarità che non inficia la sanzione.
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