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Timestamp: 2020-01-21 06:22:54+00:00

Document:
Riforma del reato di concussione
Sui rapporti tra concussione per costrizione e induzione indebita e sui profili di diritto intertemporale dopo la c.d. legge anticorruzione
Cass. pen., Sez. VI, 12 marzo 2013, n. 11792
L. 6 novembre 2012, n. 190, contenente “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e della illegalità nella pubblica amministrazione” – Reato di concussione ex art. 317 c.p. - Induzione indebita a dare o promettere utilità ex art. 319-quater c.p. – Applicabilità dell’art. 2, co. 4, c.p.
Il riconoscimento di una continuità normativa tra la vecchia fattispecie di concussione mediante induzione e la nuova di induzione indebita a dare o promettere denaro o utilità, impone, a mente della norma dettata dall'art. 2 comma 4 cod. pen., l'applicazione retroattiva della disposizione sopravvenuta, più favorevole in ragione dell’abbassamento di entrambi i limiti edittali.
5.2. Con la richiamata memoria, la difesa dell'imputato ha posto la questione dell'esatta qualificazione giuridica dei fatti accertati, in conseguenza dell'entrata in vigore della legge 6 novembre 2012, n. 190, contenente 'Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e della illegalità nella pubblica amministrazione'.
Come è noto, tale legge, nel novellare la disciplina di vari reati contro la pubblica amministrazione, ha sostituito l'art. 317 cod. pen., con l'introduzione di una nuova fattispecie di 'concussione', configurabile ora solo per costrizione, ed ha introdotto l'art. 319-quater cod. pen., riguardante la nuova figura criminosa della 'induzione indebita a dare o promettere utilità', fattispecie che sostanzialmente si pone in una posizione intermedia tra la residua figura della condotta concussiva sopraffattrice e l'accordo corruttivo, integrante uno dei reati previsti dagli artt. 318 o 319 cod. pen.. Allo scopo di uniformare la normativa interna ai principi della Convenzione contro la corruzione approvata in ambito ONU nel 2003 ed a quelli della Convenzione penale sulla corruzione di Strasburgo, approvata in ambito di Consiglio d'Europa nel 1999 - ratificate in Italia rispettivamente dalla legge n. 116 del 2009 e da quella n. 110 del 2012 -la novella del 2012 ha 'spacchettato' l'originaria ipotesi delittuosa della concussione, che nel testo previgente dell'art. 317 cod. pen. parificava le condotte di costrizione e di induzione, creando due nuove ipotesi di reato. La prima, che resta disciplinata dall'art. 317 cod. pen., conserva i caratteri della precedente fattispecie della concussione per costrizione, limitandosi ad incrementare il limite edittale minimo della pena detentiva, portata da quattro a sei anni di reclusione, e lasciando come soggetto attivo il solo pubblico ufficiale, con esclusione, dunque, dell'incaricato di pubblico servizio (che oggi, in presenza di tutti i presupposti di legge, è eventualmente punibile - pur con le incongruenze della operatività di un apparato sanzionatorio molto più severo - a titolo di estorsione aggravata dall'aver commesso il fatto con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti ad un pubblico servizio, dunque ai sensi degli artt. 629 e 61 comma 1 n. 9 cod. pen.). La seconda ipotesi di reato, 'scorporata' dal previgente art. 317 cod. pen., e ora regolata dall'art. 319-quater cod. pen., recante in rubrica - come anticipato - l'indicazione della nuova denominazione di 'induzione indebita a dare o promettere utilità', è configurabile, 'salvo che il fatto non costituisca più grave reato', laddove il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità: fattispecie, questa, configurabile anche a carico dell'incaricato di pubblico servizio, e sanzionata con la pena della reclusione da tre ad otto anni; e che oggi, giusta la previsione contenuta nel comma 2 dello stesso art. 319 quater cod. pen., comporta la punibilità anche del destinatario della pretesa, che 'da o promette denaro o altra utilità', il quale, da persona offesa nell'originaria ipotesi di concussione per induzione, diventa concorrente necessario nella nuova fattispecie di reato.
Ora, tenuto conto che, nel caso di specie, la condotta ritenuta, a carico dell'odierno ricorrente - pur in origine contestata nel capo D) dell'imputazione, in forma ambigua, con riferimento ad entrambe le forme di concussione, sia di costrizione che di Induzione, previste dal Vecchio art. 317 cod. pen. - è stata concretamente ritenuta dai Giudici di merito integrante un'ipotesi di concussione per induzione continuata, il problema che pone l'odierno ricorso non è tanto quello di definire il criterio discretivo tra le due nuove fattispecie delittuose, bensì quello di chiarire se, a seguito della entrata in vigore della novella del 2012, sia ipotizzabile una abolitio criminis, ai sensi del'art. 2 comma 2 cod. pen., con riferimento alla “vecchia” ipotesi di concussione per induzione, ovvero sia ravvisarle una mera successione di leggi penali nel tempo regolata dall'art. 2 comma 4 cod. pen., essendo riconoscibile una continuità di tipo di illecito tra il precedente reato di concussione per induzione ed il nuovo reato di induzione indebita a dare o promettere utilità, di cui al più volte citato art. 319-quater cod. pen..
La Corte ritiene di dover privilegiare la seconda delle indicate soluzioni. In tal senso va valorizzato, per un verso, l'esito del confronto strutturale tra le due considerate disposizioni, che permette agevolmente di rilevare come, a parte l'inciso iniziale, il legislatore della novella abbia riproposto nel nuovo art. 319-quater cod. pen. una descrizione degli elementi costitutivi del reato di induzione indebita sostanzialmente identica a quella degli elementi costitutivi del reato di concussione per induzione, di cui al previgente art. 317 cod. pen.. Per altro verso, l'analisi del giudizio di disvalore che qualifica le due fattispecie, risultante identico in entrambe le norme, essendo ugualmente colpite - fatta salva la riduzione, con la nuova legge, del trattamento sanzionatorio - vicende criminose identiche, consistenti nell'iniziativa di induzione illecita posta in essere da pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio.
Né conduce ad una differente conclusione la circostanza che il privato, destinatario della induzione, che da ovvero promette denaro o altra utilità al pubblico ufficiale oppure all'incaricato di pubblico servizio, già soggetto passivo nella previgente disciplina dell'art. 317 cod. pen., sia oggi punibile come concorrente necessario, giusta la previsione del sopra menzionato comma 2 dell'art. 319-quater cod. pen. Tale 'struttura bilaterale' del nuovo reato - che è sicuro essere stata il frutto della scelta del legislatore di evitare che potessero rimanere impunite condotte che, soprattutto nella logica dei rapporti internazionali, vengono parificate alla corruzione, e che, quindi, potessero risultare elusi gli obblighi derivanti dalle menzionate Convenzioni - non modifica affatto una fattispecie che, con riferimento alla posizione del pubblico funzionario, resta immutata nei suoi elementi strutturali (salva, come detto, la diversa cornice sanzionatoria).
5.3. Il riconoscimento di una continuità normativa tra la vecchia fattispecie di concussione mediante induzione e la nuova di induzione indebita a dare o promettere denaro o utilità, impone, a mente della norma dettata dall'art. 2 comma 4 cod. pen., l'applicazione retroattiva della disposizione sopravvenuta, più favorevole in ragione del già richiamato abbassamento di entrambi i limiti edittali.
L. 6 novembre 2012, n. 190, contenente “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e della illegalità nella pubblica amministrazione” – Reato di concussione per costrizione ex art. 317 c.p. – Raffronto tra la fattispecie previgente e quella riformulata – Applicabilità dell’art. 2, co. 4, c.p.
1. Dal confronto strutturale tra l’art. 317 c.p., novellato dalla L. 2012, n. 190, e la disposizione previgente emerge che il legislatore ha riproposto nel nuovo art. 317 cod. pen. una descrizione degli elementi costitutivi del reato di concussione per costrizione sostanzialmente identica a quella degli elementi integranti il reato di concussione per costrizione di cui al previgente art. 317 cod. pen.; per altro verso, il risultato dell'analisi del giudizio di disvalore che qualifica le due fattispecie, immutato in entrambe le disposizioni, essendo ugualmente colpite - fatto salvo l'aumento, con la nuova legge, del trattamento sanzionatorio - vicende criminose identiche, consiste nell'iniziativa di costrizione illecita posta in essere da un pubblico ufficiale. Ne consegue che, sotto l’aspetto intertemporale, a seguito dell’entrata in vigore della novella del 2012, si è al cospetto di un fenomeno di successioni di leggi regolato dall’art. 2, comma 4 c.p., e non di abolitio criminis, ex art. 2 comma 2 c.p.
La questione sollevata riguarda gli effetti derivanti dalla recente entrata in vigore della legge 6 novembre 2012, n. 190, contenente "Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e della illegalità nella pubblica amministrazione", che, come è noto, nel novellare la disciplina dei reati contro la pubblica amministrazione, ha sostituito l'art. 317 cod. pen., con l'introduzione di una "diversa" fattispecie di "concussione", ed ha introdotto l'art. 319-quater cod. pen., riguardante l'innovativa figura criminosa della "induzione indebita a dare o promettere utilità", figura sostanzialmente intermedia tra quella residua della condotta concussiva sopraffattrice e l'accordo corruttivo, integrante uno dei reati previsti dall'art. 318 o dall'art. 319 cod. pen. (anch'essi oggetto di modifica da parte della medesima legge).
Pure allo scopo di uniformare la normativa interna ai principi della Convenzione contro la corruzione di Merida del 2003, approvata in ambito ONU, ed a quelli della Convenzione penale sulla corruzione di Strasburgo del 1999, approvata in ambito di Consiglio d'Europa - ratificate in Italia rispettivamente dalla legge n. 116 del 2009 e da quella n. 110 del 2012 - il legislatore nazionale, come si è accennato, ha "spacchettato" l'originaria ipotesi delittuosa della concussione, che, nel testo previgente dell'art. 317 cod. pen., parificava le condotte di costrizione e di induzione, creando due nuove fattispecie di reato. La prima, che resta disciplinata dall'art. 317 cod. pen., prevede la punizione del "pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe taluno a dare o promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità": conserva, dunque, i precedenti caratteri ed elementi costitutivi della fattispecie della concussione per costrizione, limitandosi ad incrementare il limite edittale minimo della pena detentiva (portata da quattro a sei anni di reclusione) e lasciando come soggetto attivo il solo pubblico ufficiale, con esclusione, dunque, della figura di incaricato di pubblico servizio: scelta, quest'ultima, foriera di probabili incertezze applicative, il cui effetto è ragionevole immaginare sarà quello di far rientrare, in presenza di tutti i presupposti di legge, le condotte costrittive ascrivibili all'incaricato di pubblico servizio nell'alveo operativo del reato di estorsione (eventualmente aggravato dall'aver commesso il fatto con abuso dei poteri o violazione dei doveri inerenti ad un pubblico servizio, ai sensi dell'art. 61 comma 1 n. 9 cod. pen.). La seconda fattispecie di reato, "scorporata" dal previgente art. 317 cod. pen. ed ora regolata dall'art. 319-quater cod. pen., recante in rubrica la nuova denominazione di induzione indebita a dare o promettere utilità, sussiste, "salvo che il fatto non costituisca più grave reato", laddove "il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità": delitto, dunque, configurabile anche a carico dell'incaricato di pubblico servizio oltre che del pubblico ufficiale, sanzionato con la più mite pena della reclusione da tre ad otto anni, la cui struttura descrittiva, con riferimento alla condotta del pubblico agente (comma 1), mutua significativamente gli elementi qualificanti la “vecchia” figura della concussione per induzione. Rappresenta, invece, dato di assoluta novità la previsione, nel comma 2 dello stesso art. 319-quater, della punizione anche del soggetto che "da o promette denaro o altra utilità", il quale, da persona offesa nell'originaria ipotesi di concussione per induzione di cui al previgente art. 317 cod. pen., diventa coautore nella nuova figura dell'induzione indebita.
La circostanza che il legislatore della novella del 2012, nello "sdoppiare" le fattispecie di reato, abbia riproposto, rispettivamente nella nuova versione dell'art. 317 e nell'art. 319-quater comma 1, formulazioni testuali sostanzialmente identiche, nelle quali l'unico dato di distinzione è, appunto, quello del verbo ("costringe" nel primo caso, "induce" nel secondo), costituisce un indice che la voluntas legis sia stata nel senso di attribuire una qual continuità normativa rispetto alla disposizione incriminatrice precedentemente vigente: con la conseguenza che appare senz'altro possibile continuare a valorizzare gli approdi ermeneutici cui era pervenuta la giurisprudenza di legittimità che, pur., nella indifferenza degli effetti pratici, aveva tracciato una "linea di confine" tra la condotta costrittiva e quella induttiva. In tal senso, possono essere "recuperati" gli approdi esegetici giurisprudenziali (per i quali si vedano, tra le tante, Sez. 6, n. 33843 del 19/06/2008, Lonardo, Rv. 240795; Sez. 6, n. 49538 del 01/10/2003, P.G. in proc. Bertolotti, Rv. 228368) secondo i quali sia la costrizione che l'induzione si realizzano laddove il comportamento del pubblico ufficiale, che abusa della sua qualità o dei suoi poteri, si sostanzi nella formulazione di una pretesa indebita, di dazione o di promessa di denaro o di altra utilità, manifestata con forme e modalità idonee ad incidere psicologicamente sulla volontà e, quindi, sulle determinazioni del destinatario: solo che, nel primo caso, si parla di costrizione perché la pretesa ha una maggiore carica intimidatoria, in quanto espressa in forma ovvero in maniera tale da non lasciare alcun significativo margine di scelta al destinatario; mentre, nel secondo caso, si parla di induzione perché la pretesa si concretizza nell'impiego di forme di suggestione o di persuasione, ovvero di più blanda pressione morale, sì da lasciare al destinatario una maggiore libertà di autodeterminazione, un più ampio margine di scelta in ordine alla possibilità di non accedere alla richiesta del pubblico funzionario.
La ragione è legata alla già considerata novità della incriminazione - sia pur con la previsione di una pena più mite rispetto a quella stabilita per il pubblico funzionario - di colui che, destinatario della induzione indebita, si sia determinato a dare o a promettere denaro o altra utilità, giusta la statuizione del comma 2 dell'art. 319-quater cod. pen. La posizione di tale soggetto, non più vittima ma coautore del reato, è evidentemente diversa da quella del destinatario della pretesa concussiva, che, nel reato di cui al riscritto art. 317, resta mera persona offesa, ed impone oggi di ricercare elementi sintomatici ulteriori idonei a favorire una più netta differenziazione tra i concetti di costrizione e di induzione. Sforzo ricostruttivo che, teso ad individuare un dato qualificato da aspetti di maggiore oggettività, può consentire di superare quelle situazioni di incertezza determinate dall'impiego del, talora più evanescente, criterio spiccatamente soggettivo del margine di libertà di scelta lasciato al destinatario della pretesa: e ciò vale soprattutto per quei casi, ricadenti nella c.d. "zona grigia", nei quali non è chiaro né è facilmente definibile se la pretesa del pubblico agente, proprio perché proposta in maniera larvata o subdolamente allusiva, ovvero in forma implicita o indiretta, abbia ridotto fino quasi ad annullare o abbia solo attenuato la libertà di autodeterminazione del privato.
Tale indice integrativo è ragionevolmente rappresentato dal tipo di vantaggio che il destinatario di quella pretesa indebita consegue per effetto della dazione o della promessa di denaro o di altra utilità. Egli è certamente persona offesa di una concussione per costrizione se il pubblico agente, pur senza l'impiego di brutali forme di minaccia psichica diretta, lo ha posto di fronte all'alternativa “secca” di accettare la pretesa indebita oppure di subire il prospettato pregiudizio oggettivamente ingiusto: al destinatario della richiesta non è lasciato, in concreto, alcun apprezzabile margine di scelta, ed è solo vittima del reato perché, lungi dall'essere motivato da un interesse al conseguimento di un qualche vantaggio diretto, si determina a dare o promettere esclusivamente per evitare il pregiudizio minacciato. Al contrario, il privato è punibile come coautore nel reato se il pubblico agente, abusando della sua qualità o del suo potere, formula una richiesta di dazione o di promessa ponendola come condizione per il compimento o per il mancato compimento di un atto, di un'azione o di una omissione, da cui il destinatario della pretesa trae direttamente un vantaggio indebito: dunque, egli non è vittima ma compartecipe laddove abbia conservato un significativo margine di autodeterminazione o perché la pretesa gli è stata rivolta in forma più blanda o in maniera solo suggestiva, ovvero perché egli è stato "allettato" a soddisfare quella pretesa dalla possibilità di conseguire un indebito beneficio, il cui perseguimento finisce per diventare la ragione principale della sua decisione.
Questa impostazione, più articolata rispetto a quella fondata esclusivamente sulla verifica “soggettivizzante” del diverso grado di pressione morale, appare coerente anche rispetto alla nuova collocazione che, nel codice, è stata data alla figura dell'induzione indebita, come "plasticamente" confermata dalla scelta di introduzione dell'art. 319-quater subito dopo gli articoli disciplinanti le due forme di corruzione - al cui alveo sembra maggiormente avvicinarsi - e non anche dopo l'articolo sulla concussione. Ed invero, nel reato di induzione indebita il destinatario della pretesa soffre, al pari della vittima della concussione, l'abusiva iniziativa prevaricatrice del pubblico agente, dalla quale la sua volontà risulta psichicamente condizionata (che, altrimenti, laddove tra i prevenuti vi fosse una posizione di piena parità, si dovrebbe passare nell'ambito di operatività di una delle figure corruttive); ma, al pari del corruttore, risponde penalmente della sua condotta, per aver dato o promesso denaro o altra utilità, o perché ha subito una più tenue pretesa intimidatoria, alla quale, senza eccessivi sforzi, ben avrebbe potuto resistere, ovvero perché da quella dazione o promessa ha tratto un vantaggio non dovutogli, al cui conseguimento, in una logica quasi “negoziale”, ha finito per parametrare la sua decisione.
Cass. pen., Sez. VI, 21 febbraio 2013, n. 8695
L. 6 novembre 2012, n. 190, contenente “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e della illegalità nella pubblica amministrazione” – Reato di concussione ex art. 317 c.p. - Induzione indebita a dare o promettere utilità ex art. 319-quater c.p. – Discrimine tra “costrizione” ed “induzione” – Continuità normativa tra fattispecie.
La differenza tra le fattispecie di cui agli artt. 317 e 319-quater c.p. è nel mezzo usato per la realizzazione dell'evento, nel senso che la dazione o la promessa dell'indebito è nella "concussione" effetto del timore mediante l'esercizio della minaccia e, nella "induzione", invece, effetto delle forme più varie di attività persuasiva e di suggestione tacita e di atti ingannevoli.
2. Questione preliminare da esaminare, peraltro - dopo l'entrata in vigore della L. 6 novembre 2012, n. 190 che ha scomposto il delitto di concussione in due autonome figure di reati la "concussione per costrizione", da un lato, e, dall'altro, la "induzione indebita a dare o promettere", prevedendo per quest'ultima una pena edittale inferiore rispetto alla "concussione per costrizione" - è la qualificazione giuridica del fatto anche ai fini, che qui interessano, della possibile declaratoria di estinzione del reato per prescrizione.
L'imputazione, riferita a un fatto commesso nel lontano (OMISSIS), e la ricostruzione della condotta da parte dei giudici di merito, risentono nella enunciazione e nelle espressioni argomentative in esse rispettivamente utilizzate dell'equiparazione della "costrizione" e della "induzione" come risultato o, rectius, modalità dell'azione, rette entrambe dal comune nucleo efficiente dell'"abuso della qualità o del potere" del pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio.
Ne discende che, in ragione dell'intervenuta modifica, è determinante ripercorrere la vicenda storica nei suoi aspetti significativi, per giungere, indipendentemente dalle espressioni usate, a una verifica della valutazione giuridica, per quel che rileva, ai soli fini della pena, in questa fase "transitoria", che vede ancora colui che è "indotto a dare o promettere" immune dalla penale responsabilità prevista dall'attuale art. 319 quater c.p., comma 2.
In presenza di disposizioni di recente introdotte nell'ordinamento, per non ricadere nei difetti della cd. "metodologia invertita", cioè della tecnica di ricostruire il "fatto storico" e poi verificare in quale fattispecie incasellarlo, si impone anzitutto di individuare quali siano gli elementi costitutivi delle due fattispecie dopo il c.d. "spacchettamento" giuridico delle due figure di reato.
In primis, va rilevato che la "voluntas legis" - pur manifestata con la configurazione della "costrizione" quale unica "modalità o risultato" della "concussione" e con la riedizione della "induzione" in una distinta norma - è stata quella di formulare il precetto, nelle due "ristrutturate" e "autonome" figure di reato, con le identiche "parole" usate nella fattispecie originaria. Unica "vistosa" differenza è quella per cui il soggetto attivo per la "concussione" è solo il pubblico ufficiale, mentre, per la "induzione", è anche l'incaricato di pubblico servizio. Ulteriore novità è la scelta del legislatore di punire anche colui che ha "ceduto all'induzione", collaborando con la propria condotta alla verificazione dell'evento del reato.
2.1. Una prima riflessione non può che essere quella che, nel "riprodurre" gli stessi precetti per colui che "costringe" o "induce", il legislatore non può avere trascurato il diritto vivente formatosi nella vigenza della "unitaria fattispecie".
La lettera della norma fornisce "la cornice esteriore" per l'interpretazione del precetto penale e all'interno di essa va ricercato il significato della disposizione. Ne discende che la riedizione della disposizione con le stesse "parole e connessione di esse, non può che confermare la speculante del significato del precetto, della "ratio" e della "intenzione del legislatore".
Non è contestabile che la giurisprudenza è stata finora essenzialmente impegnata a individuare gli elementi di distinzione della "concussione" rispetto alla "corruzione", tuttavia, non mancano pronunce che definiscono la "costrizione" e la "induzione" quali forme di espressione dell'abuso "dei poteri e della qualità" e che danno senso alla attuale scelta di punire anche il soggetto indotto a dare o promettere.
2.2. Quest'ultimo profilo assume rilievo allo scopo di verificare se la riedizione dei precetti in due autonome disposizioni abbia o meno attribuito a esse un diverso significato giuridico.
A tal fine, è decisivo verificare se il reato di "induzione indebita a dare o promettere" abbia assunto una diversa "struttura normativa" rispetto alla precedente figura di "concussione per induzione", nel senso che non si sia più in presenza di un reato "mono soggettivo", bensì a "concorso necessario"; tale diversa "struttura" potrebbe incidere sul significato che "costrizione" e "induzione" debbano avere nelle due autonome disposizioni così da escludere che vi sia "continuità normativa" tra i due precetti.
Come noto, la classificazione dei reati a "concorso necessario" non si esaurisce nei reati "plurisoggettivi propri", per i quali la legge prevede la punibilità di tutti i soggetti che concorrono alla produzione dell'evento, ma comprende anche i reati "naturalisticamente plurisoggettivi", per i quali la legge prevede la punibilità solo di uno dei soggetti esplicitamente o implicitamente indicati nella fattispecie quali concorrenti.
Autorevole dottrina, sostiene che la "tipizzazione plurisoggettiva" è caratterizzata anch'essa strutturalmente, per la "strumentante astratta" tra le due condotte, e cioè nel senso che "le medesime condotte ivi descritte o implicitamente presupposte, indipendentemente dal fatto che siano punibili o meno, acquistano un significato tipico ... per via di una strumentante che le avvince".
Ne discende che la "induzione indebita" non ha subito alcuna modifica di tipo strutturale, poichè era ed è una fattispecie a "tipizzazione plurisoggettiva" perchè richiedeva e richiede per la sua consumazione il concorso, rectius, la collaborazione di altro soggetto.
Tale conclusione trova riscontro specifico, in tal modo identificando la "ratio" del precetto dell'art. 319 quater c.p., nella giurisprudenza di questa Corte secondo cui "la condotta costrittiva" (o, ancor più, quella induttiva) può estrinsecarsi semplicemente in una pressione psicologica sul soggetto passivo a sottostare a un'ingiusta richiesta, essendo l'oggettivo condizionamento della libertà morale della persona offesa (e non l'effetto psicologico che eventualmente da esso consegue) configurabile come parte integrante della fattispecie criminosa; ne consegue che chi è costretto o indotto a dare o a promettere indebitamente una utilità in conseguenza dell'abuso della qualità o dei poteri da parte del pubblico ufficiale non deve necessariamente trovarsi in uno stato soggettivo di timore, potendo determinarsi al comportamento richiesto per mero calcolo economico (attuale o futuro) o per altra valutazione utilitaristica, quale quella di non avere noie per il rifiuto opposto alle richieste rivoltegli dal pubblico ufficiale (Sez. 6, 6 marzo 2009, dep. 13 maggio 2009, n. 20455; Sez. 6, 24 maggio 2006, dep. 7 luglio 2009, n. 23776; Sez. 6, 10 febbraio 2004, dep. 5 maggio 2004, n. 21088; Sez. 6, 3 novembre 2003, dep. 6 febbraio 2004, n. 4898;
Sez. 6, 17 febbraio 2000, dep. 17 marzo 2000, n. 3488).
2.3. Da quanto sinora esposto, si può a ragione ritenere che la punizione del soggetto indotto non incide sulla "struttura del reato". Infatti, le attuali scelte del legislatore di punire il soggetto indotto e di stabilire una pena minore per colui che "induce indebitamente a dare o promettere" rispetto a "colui" che "costringe" per giungere al medesimo risultato non possono comportare una diversa definizione delle modalità delle condotte - o se si vuole, del risultato di esse - rispetto a quelle delineate dalla giurisprudenza e da gran parte della dottrina.
Del resto, la giurisprudenza ha posto in risalto un elemento di particolare significato e cioè che nella "concussione" - racchiusa dal 1930 sino alla novella del 2012 in unico precetto il cui nucleo portante era nell'abuso dei poteri o della qualità in cui si esprimevano l'effetto comune della costrizione o della induzione - la volontà dei due soggetti protagonisti dell'actio criminis è ab origine assolutamente divergente e può, all'esito della dialettica interna che caratterizza le due opposte condotte, divenire pressochè convergente, in particolar modo nell'induzione.
Un dato quest'ultimo che giustifica e razionalizza la punizione di chi "da o promette", il quale - indipendentemente dall'utilità o meno della sua condotta non prevista quale elemento costitutivo del precetto - viola il "dovere di non collaborazione" che il legislatore ha individuato come "ratio" dell'incriminazione diretta a impedire che, nel caso di una pressione "più debole", il soggetto, pur consapevole di star subendo e di dare o promettere il non dovuto, "collabori" a far conseguire l'indebito all'agente pubblico (pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio). Come posto in rilievo dalla dottrina, in tal caso "... la minaccia penale potrebbe incentivare una resistenza attiva contro l'induzione ..." scopo "che la nuova norma si prefigge".
Continuità normativa, dunque, perchè immutata è la "struttura normativa" dei due precetti e la descritta "ratio" delle due diverse forme di manifestazione delle condotte "costrittive o induttive", già ampiamente descritte e valutate dalla giurisprudenza di legittimità.
La contiguità della "induzione" alle ipotesi di corruzione giustifica e spiega il cd. "slittamento" sistematico verso le ipotesi corruttive e la notevole riduzione di pena prevista per la "induzione indebita" rispetto alla "concussione". Resta, comunque, immutata la distinzione della corruzione, reato che, a tacer d'altro, richiede una parità tra due soggetti e una volontà comune orientata al do ut des; connotazioni estranee alle due diverse forme di "concussione" o "induzione", il cui denominatore comune è "l'abuso di potere o delle qualità".
Ciò che in realtà, però, continua a distinguere la "concussione", e ora anche l'autonoma "induzione indebita a dare o promettere", da un lato, e la corruzione propria, dall'altro, è la configurazione dei primi due delitti anche indipendentemente dalla "strumentalizzazione di uno specifico atto", come accade nell'"abuso della qualità", ipotesi in cui la vittima di chi "costringe o induce" a dare o promettere un'indebita utilità agisce senza correlazione con uno "specifico atto" del soggetto investito di funzioni pubbliche.
Da ciò discende che, in mancanza di una espressa previsione che possa attribuire un diverso significato a "costrizione e induzione", l'Interprete non è abilitato ad attribuire una definizione diversa a esse.
Fermo restando, dunque, che in entrambe le ipotesi il costretto o l'indotto deve essere consapevole di dare o promettere il "non dovuto", causa efficiente del risultato "costrizione" o induzione" era ed è l'abuso di potere o della qualità rivestita.
L'unica differenza è nel mezzo usato per la realizzazione dell'evento, nel senso che la dazione o la promessa dell'indebito è nella "concussione" effetto del timore mediante l'esercizio della minaccia e, nella "induzione", invece, effetto delle forme più varie di attività persuasiva e di suggestione tacita e di atti ingannevoli. La costrizione, come coazione psicologica, può essere causata anche da altri atteggiamenti, che non siano vera e propria intimidazione, e cioè da una qualunque condotta che, anche senza divenire minaccia espressa, si caratterizza in concreto come una implicita, seppur significativa e seria intimidazione tale da incidere e in misura notevole sulla volontà del soggetto passivo.
La giurisprudenza è uniforme nel definire i due concetti di costrizione e induzione, racchiusi nel medesimo precetto dell'art. 317 c.p..
Il reato di concussione poteva essere commesso per costrizione o per Induzione già, prospettandosi alla vittima, nel primo caso, in modo univoco anche se non esplicito, un male ingiusto, e ponendola di fronte all'alternativa di accettarlo o evitarlo con l'indebita promessa o dazione, e, nel secondo caso - in cui manca tale prospettazione -, raggiungendo lo scopo di ottenere il medesimo risultato illecito attraverso un'opera di suggestione o di frode (Sez. 6, 5 ottobre 1998, dep. 26 ottobre 1998, n. 11258).
L'abuso di potere o della qualità si atteggia in modo diverso a seconda che il soggetto passivo soggiaccia alla costrizione oppure all'induzione. Nel primo caso vi è il timore di un danno minacciato dal pubblico ufficiale, nel secondo la soggezione alla posizione di preminenza su cui il medesimo, abusando della propria qualità o funzione, fa leva, per suggestionare, persuadere o convincere a dare o promettere qualcosa allo scopo di evitare un male peggiore. In questo caso, la volontà del privato è repressa dalla posizione di preminenza del pubblico ufficiale, il quale, quand'anche senza avanzare aperte ed esplicite pretese, operi di fatto in modo da ingenerare nel soggetto privato la fondata persuasione di dover sottostare alle sue decisioni per evitare il pericolo di subire un pregiudizio, eventualmente maggiore (cfr., in tal senso, Sez. 6, 8 novembre 2002, dep. 8 gennaio 2003 n. 52; Sez. Sez. 6, 14 novembre 2002, dep. 27 marzo 2003, n. 14353; Sez. 6, 19 giugno 2008, dep. 25 agosto 2008, n. 33843; Sez. 6, 11 gennaio 2011, dep. 28 giugno 2011, n. 25694; Sez. 6 7 marzo 2012, dep. 24 settembre 2012, n. 36).
Non vi è alcun elemento espresso o implicito nelle due nuove fattispecie che possa distinguere diversamente i due autonomi precetti rispetto a quanto delineato in precedenza dal diritto vivente e, in particolare, che autorizzi a ritenere che la "induzione" o la "costrizione" abbiano assunto un altro significato.
Tale conclusione comporterebbe inevitabilmente la esclusione di "continuità normativa", per la diversità del significato giuridico- fattuale dei due precetti succedutisi nel tempo.
Cass. pen., Sez. VI, 15 febbraio 2013, n. 7495
L. 6 novembre 2012, n. 190, contenente “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e della illegalità nella pubblica amministrazione” – Reato di concussione ex art. 317 c.p. - Induzione indebita a dare o promettere utilità ex art. 319-quater c.p. – Discrimine tra “costrizione” ed “induzione” – Applicabilità dell’art. 2, co. 4, c.p.
Integra costrizione ai sensi dell'attuale art. 317 c.p., qualunque violenza morale attuata con abuso di qualità o di poteri che si risolva nella prospettazione, esplicita o implicita, di un male ingiusto recante danno patrimoniale o non patrimoniale, costituito da danno emergente da lucro cessante. Poichè anche l'art. 319 quanter c.p., suppone parimenti un'intimidazione psicologica, dato il carattere residuale della norma (è induzione tutta quello che non ò costrizione), rientra invece nell'ambito dell'art. 319 quater c.p., la condotta del pubblico ufficiale che prospetti conseguenze sfavorevoli derivanti dall'applicazione della legge per ricevere il pagamento o la promessa indebita di denaro o altra utilità.
A questo punto s'impone d'uffici la necessaria verifica dei principi di cui all'art. 2 c.p., comma 4, posto che, per effetti delle ius superveniens in tema di delitti ex art. 317 c.p. (cfr. L. 6 novembre 2012, n. 190, art. 1, comma 75), mentre, da un canto, questo ha limitato il reato di concussione alla sola ipotesi del pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, "costringe" taluno a dare o a promettere indebitamente a lui o ad un terzo, denaro o altra utilità, con aumento della pena base da quella di quattro a quella di sei anni di reclusione, dall'altro, ha inserito la figura del delitto di cui all'art. 319 quater c.p., quale "induzione indebita a dare o promettere utilità".
Ciò premesso, occorre precisare che, come diffusamente spiegato nella sentenza Roscia, recante pari data, secondo la terminologia seguita dal codice, che si riallaccia alla tradizione dogmatica ricevuta, l'espressione "costringe" comprende tanto la violenza assoluta quanto quella morale. Ma il termine, calato in un contesto in cui la costrizione deve, comunque, essere una condotta rientrante nel potere dell'agente (l'abuso è ancora una modalità di questo potere), deve necessariamente restringere la sua portata semantica, dato che e ben difficile immaginare che nell'art. 317 c.p., la costrizione possa configurarsi come violenza assoluta o che, in altri termini, l'uso non consentito della forza fisica non esuli dai poteri conferiti al soggetto, tanto che, se attuato, non integri reati di diversa natura da quelli propri del pubblico ufficiale.
Resta cosi, nell'ambito operativo dell'art. 317 c.p., la violenza morale, la quale, per definizione, si manifesta attraverso la prospettazione di un danno ingiusto, una minaccia in senso proprio.
Talchè, non essendo consentito all'interprete operare una "gerarchia tra le minacce", integra costrizione ai sensi dell'attuale art. 317 c.p., qualunque violenza morale attuata con abuso di qualità o di poteri che si risolva nella prospettazione, esplicita o implicita, di un male ingiusto recante danno patrimoniale o non patrimoniale, costituito da danno emergente da lucro cessante.
Ora, poichè anche l'art. 319 quanter c.p., suppone parimenti un'intimidazione psicologica, dato il carattere residuale della norma (è induzione tutta quello che non ò costrizione), rientra invece nell'ambito dell'art. 319 quater c.p., la condotta del pubblico ufficiale che prospetti conseguenze sfavorevoli derivanti dall'applicazione della legge per ricevere il pagamento o la promessa indebita di denaro o altra utilità.
Si tratta, cioè e pur sempre, della prospettazione di un male, ma, nella specie, questo non è ingiusto ed anzi il soggetto che lo dovrebbe legittimamente subire mira ad evitarlo, consentendo l'indebita richiesta. Ne risulta che la distinzione tra le ipotesi di cui all'art. 317 c.p., e quelle di cui all'art. 319 quater c.p., non attiene all'intensità psicologica della pressione esercitata, sibbene alla qualità di tale pressione :minaccia o meno in senso giuridico. E si comprende allora perchè nella novellazione legislativa, il soggetto indotto non sia più considerato come vittima ma come autore di reato che mira ad un risultato illegittimo a lui favorevole.
Posto che la sentenza impugnata ha determinato la pena base in ordine al reato sub A) - ritenuto più grave - nella misura di anni quattro di reclusione, e evidente, in corretta applicazione del principio di diritto tracciato dall'art. 2 c.p., comma 4, innanzi cennato, che s'impone la motivata verifica del se la condotta degli imputati debba ascriversi alla fattispecie della "costrizione" ovvero della "induzione" rispetto ai soggetti che danno o promettono denaro o altra utilità, con conseguente richiamo alle rispettive figure criminose oggi in vigore dell'art. 317 c.p., ovvero di quella dell'art. 319 quater c.p., e conseguente corretta determinazione della pena base. Tanto premesso, poichè l'art. 317 c.p., oggi modificato, puniva entrambe le condotte del pubblico ufficiale, l'interprete, valendosi dei criteri appenna innanzi tace iati, ricondurrà le imputazioni precedentemente elevate alla prima o alla seconda norma, trascurando la terminologia impiegata nel capo di imputazione che riflette la generica endiadi "costringe o induce" utilizzata nella disposizione precedente.
Cass. pen., Sez. VI, 22 gennaio 2013, n. 3251
L. 6 novembre 2012, n. 190, contenente “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e della illegalità nella pubblica amministrazione” -– Reato di concussione ex art. 317 c.p. - Induzione indebita a dare o promettere utilità ex art. 319-quater c.p. – Discrimine tra “costrizione” ed “induzione” – Continuità normativa tra le fattispecie riformulate e quella prevista dal previgente art. 317 c.p.
1. Il termine “costringe” di cui all’art. 317 c.p., così come modificato dalla L. 2012 n. 190, indica qualunque violenza morale attuata con abuso di qualità o di poteri che si risolva in una minaccia, esplicita o implicita, di un male ingiusto recante lesione non patrimoniale o patrimoniale, costituita da danno emergente o da lucro cessante. Rientra invece nell'induzione, ai sensi del successivo art. 319 quater, la condotta del pubblico ufficiale che prospetti conseguenze sfavorevoli derivanti dall'applicazione della legge per ottenere il pagamento o la promessa indebita di denaro o altra utilità. In questo caso è punibile anche il soggetto indotto che mira ad un risultato illegittimo a lui favorevole, salva l'irretroattività della legge penale.
2. Gli attuali artt. 317 e 319 quater c.p., sono in rapporto di perfetta continuità con il precedente testo dell'art. 317 c.p.: la lettura congiunta delle due norme oggi modificate o introdotte dalla novella copre la medesima area in precedenza propria della concussione, secondo il vecchio tenore letterale dell’art. 317 c.p..
12. Per quanto attiene all'ulteriore opzione può osservarsi che con la L. 6 novembre 2012, n. 190, entrata in vigore nelle more tra la proposizione e la trattazione del ricorso che occupa, tra le diverse modifiche immediatamente afferenti i reati contro la pubblica amministrazione, per quel che qui immediatamente interessa, sono state apportate strutturali modifiche anche alla fattispecie della concussione regolata dall'art. 317 c.p..
In particolare, è stato espunto tra i soggetti attivi l'incaricato di pubblico servizio, risultando la concussione oggi limitata alla sola condotta del pubblico ufficiale; ancora, è stata estrapolata dalla struttura del reato la condotta della induzione, prima alternativa alla costrizione, quest'ultima oggi esclusivamente concretante l'ipotesi della concussione; l'induzione, infine, sempre qualificata dall'abuso della qualità o dei poteri in funzione dell'indebita promessa o dazione, è divenuta momento costitutivo di una nuova fattispecie delittuosa, collocata nell'inedito art. 319 quater c.p., sotto la rubrica "Induzione indebita a dare o promettere utilità", e vede, tra i soggetti punibili, come nel passato, indistintamente, sia il pubblico ufficiale che l'incaricato di pubblico servizio (dunque a differenza della concussione), ma anche, novità assoluta rispetto al precedente dato normativo, il privato che si determina a dare o promettere indebitamente.
E' stato modificato al fine il trattamento sanzionatorio: nell'ottica dell'applicazione intertemporale che qui immediatamente interessa, giova riferirsi al meno rigoroso trattamento sancito per la ipotesi di cui all'art. 319 quater c.p., rispetto a quello regimentato in precedenza per la concussione da induzione (e ciò a fronte di un aggravamento della pena per la concussione oggi riformata).
1L.. Conviene muovere dalla costatazione che quello che distingue la disposizione dell'attuale art. 317 c.p., dal nuovo art. 319 quater del codice è l'uso del termine "costringe" da parte della prima disposizione rispetto al termine "induce" da parte della seconda.
I due verbi erano già impiegati nella formulazione originaria dell'art. 317 c.p. e la loro equipollenza in ordine al trattamento della condotta di concussione non aveva stimolato una riflessione sul loro significato specifico, tanto che molte imputazioni contenevano la formula "costringeva o comunque induceva" e che in alcune sentenze, sia pure in modo irriflesso, sembrava sostenersi che i due verbi fossero un'endiadi nel senso che "costringendo induceva", ovvero che l'induzione fosse quasi una forma blanda, implicita, di costrizione.
Più specificamente costringere è verbo descrittivo di un'azione e del suo effetto, mentre indurre connota soltanto l'effetto e non connota minimamente il modo in cui questo effetto venga raggiunto.
Per convincersi di ciò, se non ci si vuole accontentare della lettura di un dizionario, basta riferirsi allo stesso codice penale e rilevare che nell'art. 377 bis l'induzione si ottiene "con violenza o minaccia o con offerta o promessa di denaro o altra utilità", nell'art. 507 l'induzione si realizza mediante propaganda o valendosi della forza e autorità di partiti, leghe o associazioni, nell'art. 558 l'induzione al matrimonio avviene attraverso l'inganno e via dicendo.
Si conferma così anche sul piano sistematico che indurre indica solo il risultato e non il modo in cui questo è stato raggiunto; e ne deriva ancora che, nella dicotomia costringe - induce di cui agli artt. 317 e 319 quater, l'induzione, per la atipicità della relativa condotta, è il fenomeno residuale perchè comprende tutto quello che si realizza senza la costrizione.
A sua volta, come si è detto, il termine costringe è descrittivo e corrisponde al fatto di chi impiega violenza fisica o morale o, in altri termini, usa violenza o minaccia per piegare qualcuno a un'azione non gradita.
Quindi, sotto un profilo strettamente semantico, potrebbe dirsi che compie il reato di cui all'art. 317 c.p., il pubblico ufficiale che abusando della sua qualità o delle sue funzioni impiega violenza o minaccia per ricevere indebitamente la consegna o la promessa di denaro o di altra utilità. Peraltro, una visione sistematica porta a ridurre la fattispecie dell'art. 317 c.p.: l'uso della violenza fisica eccede in maniera così vistosa i poteri dell'agente che questa ipotesi, ancorchè letteralmente ricavabile dal verbo impiegato nell'articolo, non si adatta al fenomeno dell'abuso di qualità o di funzioni previsto dal medesimo art. 317 c.p., ma corrisponde, se si verifica, ad altri reati (estorsione in particolare) aggravati dalla qualità dell'agente.
Resta quindi la minaccia e questa nel linguaggio giuridico è la prospettazione di un danno ingiusto (cfr. art.612 c.p.). Talchè compie il reato di cui all'art.317 c.p. chi costringe e cioè chi, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, prospetta un danno ingiusto per ricevere indebitamente la consegna o la promessa di denaro o di altra utilità. Di converso, stante il già detto ambito residuale della norma, compie il reato di cui all'art. 319 quater, chi per ricevere indebitamente le stesse cose prospetta una qualsiasi conseguenza dannosa che non sia contraria alla legge.
Nella prima ipotesi il pubblico ufficiale rappresenta che egli, violando la legge, recherà un detrimento, nella seconda che questo detrimento deriva o è consentito dall'applicazione della legge.
Nella prima ipotesi v'è costrizione della vittima perchè si è impiegata una minaccia. Nella seconda ipotesi non può parlarsi di minaccia perchè il danno non sarebbe iniuria datum e perciò la costrizione è mancata, ma essendosi ciononostante raggiunto il risultato, il soggetto è stato comunque indotto alla promessa o alla consegna indebita.
14. Va ora osservato che l'ambito di operatività così assegnato alle due disposizioni corrisponde, se sommato, all'area del precedente art. 317 c.p.. Ed in effetti già con tale norma era giurisprudenza costante quella per cui integrava l'abuso di potere anche la prospettazione da parte del pubblico ufficiale dell'esercizio di un potere legittimo, ma al fine di conseguire un illecito, quale certamente l'ottenimento dell'indebito. Concludendosi perciò che era la deviazione dell'esercizio del potere dalla sua causa tipica verso un obiettivo diverso ed estraneo agli interessi della Pubblica Amministrazione a concretare l'abuso (Sez. 6^, n. 40898, 18/05/2011 Cataluddi e altri); che l'abuso di poteri era configurabile nei casi in cui il pubblico ufficiale fa uso di poteri propri, perchè attinenti alle funzioni esercitate, per conseguire una promessa od una dazione di denaro od altra utilità e il reato di concussione sussisteva se l'abuso avesse determinato alla promessa (Sez. 2^, n.1393, 4/12/2007, Rv. 239444, Cassiano e altri). Insomma l'abuso dei poteri da parte del soggetto agente e la conseguente induzione del soggetto passivo a dare od a promettere denaro od altra utilità prescindeva totalmente dalla legittimità o meno dell'attività compiuta, atteso che il requisito oggettivo del reato poteva essere integrato anche attraverso un atto di ufficio doveroso compiuto in maniera antidoverosa, cosa che si verificava allorchè tale atto fosse posto in essere quale mezzo per conseguire fini illeciti, ossia in violazione dei principi di buon andamento ed imparzialità della pubblica amministrazione (Sez. 2^, n.45993, 16/10/2007, Rv. 239323, Cuccia e altri).
Ne discende che gli attuali artt. 317 e 319 quater c.p., sono in rapporto di perfetta continuità con il precedente testo dell'art. 317 c.p., ex latu agente: la lettura congiunta delle due norme oggi modificate o introdotte dalla novella copre la medesima area in precedenza propria della concussione regolata dal precedente art. 317 c.p.p..
15. Dinanzi a questa ricostruzione, ricavata da elementi letterali e sistematici, ci si può chiedere se sia ancora sostenibile, in forza di incerti dati traibili dai lavori preparatori o da giurisprudenze espresse per risolvere problematiche diverse da quella attuale, ritenere che l'induzione di cui all'art. 319 quater debba essere considerata una blanda costrizione, quale deriverebbe da minacce implicite, ovvero meno gravi, quale potrebbe essere il lucro cessante rispetto a quello emergente o il danno non patrimoniale rispetto a quello patrimoniale. Occorre cioè domandarsi se può ancora ritenersi legittima una operazione interpretativa, condotta alla stregua degli orientamenti dettati con riferimento al pregresso regime normativo, volta ad operare una distinzione tra le due norme in ragione di una supposta diversa intensità quantitativa della coazione per come ricavata dal tenore oggettivo delle condotte realizzate.
A parte tutto quello che finora si è detto, ove si volesse sostenere simile idea si dovrebbe ritenere che l'interprete sia abilitato a costruire una gerarchia tra le minacce aldilà del loro valore legale di minaccia come annunzio di danno iniuria datum, sicchè in definitiva simile lettura sarebbe di per sè lesiva del principio di legalità conferendo all'interprete un implicito potere paranormativo diretto a tipizzare un precetto indeterminato. Del resto, poichè la minaccia ben può essere anche implicita e posta in essere in modo indiretto, purchè venga prospettato un danno ingiusto e il contegno sia in grado di coartare la volontà del soggetto passivo, rientreranno nella concussione oggi punita ex art. 317 c.p.p., tutti quegli atteggiamenti comportamentali che prima, in assenza di una intimidazione esplicita, finivano comunque per essere ricondotti all'ipotesi concussiva in ragione della indifferenza tra costrizione e induzione.
Piuttosto, come anche nel previgente regime normativo, costrizione e induzione trovano un momento comune nella strumentalizzazione della qualifica o dei poteri, normativamente ricostruita in termini assolutamente identici: è l'abuso che costituisce la ragione della dazione o della promessa indebita sia nella concussione che nella induzione e che al contempo, come si è detto, finisce per rappresentare, oggi come allora, la linea di demarcazione tra le posizioni nelle quali la volontà del privato, comunque sottoposta ad una pressione, risulta viziata nel suo determinarsi - ambito cui vanno ricondotte sia le condotte di concussione che quelle di induzione ex art. 319 quater - da quelle, affini perchè comunque legate a momenti relazionali (l'istigazione alla corruzione e la corruzione), nelle quali la formazione del volere in capo al privato rimane sostanzialmente insensibile rispetto al ruolo ed al contegno del soggetto pubblico, potendo la strumentalizzazione del potere o della qualità al più valere da mero spunto di una trattativa paritaria, destinata a sfociare in un sostanziale illecito accordo negoziale.
Ma l'abuso, come detto descritto normativamente secondo un paradigna assolutamente identico in entrambe le fattispecie, non consente tuttavia oggettivizzazioni tali da poter costituire, sul piano quantitativo, momento di differenziazione tra concussione e induzione: in entrambe i casi è la ragione fondante della alterazione della volontà del privato tale da motivare il diverso portato sanzionatolo rispetto alla corruzione ma, proprio per la atipicità delle condotte sussumibili all'egida della induzione, non permette, pena l'indeterminatezza della fattispecie, di andare oltre ricostruendo, dall'intensità della strumentalizzazione dei poteri e della qualità una diversa gradazione della coazione utile a giustificare il diverso trattamento tra concusso (privo della libertà di agire diversamente laddove intenda evitare il pregiudizio prospettato) e indotto (punito proprio perchè comunque mantiene la libera determinazione di sottrarsi alla indebita richiesta).
16. Piuttosto, l'interpretazione che assegna all'art. 317 c.p., l'ambito della minaccia in senso tecnico e all'altra norma ogni altra prospettazione di danno, corrisponde anche ad un razionale assetto dei valori in gioco che non può essere trascurato.
Sotto l'aspetto assiologico è comprensibile perchè chi prospetti un male ingiusto è punibile più gravemente di chi prospetti un danno che derivi dalla legge. E ancora e soprattutto si veste di ragionevolezza prevedere in quest'ultimo caso la punizione di chi aderisce alla violazione della legge per un suo tornaconto.
In conclusione può dunque affermarsi, tracciando la fine di riferimento da seguire nel giudizio di rinvio che il termine "costringe" dell'art. 317 modificato dalla L. n. 190 del 2012, significa qualunque violenza morale attuata con abuso di qualità o di poteri che si risolva in una minaccia, esplicita o implicita, di un male ingiusto recante lesione non patrimoniale o patrimoniale, costituita da danno emergente o a lucro cessante. Rientra invece nell'induzione ai sensi del successivo art. 319 quater la condotta del pubblico ufficiale che prospetti conseguenze sfavorevoli derivanti dall'applicazione della legge per ottenere il pagamento o la promessa indebita di denaro o altra utilità. In questo caso è punibile anche il soggetto indotto che mira ad un risultato illegittimo a lui favorevole, salva l'irretroattività della legge penale.
Cass. pen., Sez. VI, 21 gennaio 2013, n. 3093
L. 6 novembre 2012, n. 190, contenente “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e della illegalità nella pubblica amministrazione” -– Reato di concussione ex art. 317 c.p. - Induzione indebita a dare o promettere utilità ex art. 319-quater c.p. – Discrimine tra “costrizione” ed “induzione”.
Nel delitto di concussione di cui all’art. 317 cod. pen., così come modificato dalla legge n. 190 del 2012, la costrizione consiste in quel comportamento del pubblico ufficiale idoneo ad ingenerare nel privato una situazione di “metus”, derivante dall’esercizio del potere pubblico, che sia tale da limitare la libera determinazione di quest’ultimo, ponendolo in una situazione di minorata difesa rispetto alle richieste più o meno larvate di denaro o altra utilità.
A fronte di tale analitica ricostruzione, specificamente richiamata nel ricorso della parte pubblica, contenente l'individuazione degli atti processuali valorizzati nella prima decisione al fine dell'accertamento di sussistenza del contestato delitto di concussione, la sentenza impugnata opera le sue difformi valutazioni solo su parte di tali acquisizioni, omettendo di dare conto dell'esistenza delle diverse risultanze e conseguentemente di giustificare la loro irrilevanza al fine di qualificare la fattispecie criminosa come concussione, in conformità a quanto ritenuto dal primo giudice, con vuoto motivazionale che deve essere colmato dal giudice dei rinvio, a cui deve essere demandata la complessiva rivalutazione del merito, che nella specie deve svolgersi anche con riferimento alla nuova configurazione giuridica dell'originario delitto di concussione, sulla base della novella di cui alla L. 6 novembre 2012, n. 190.
Invero, la mancanza di una completa valutazione della situazione di fatto nel secondo grado di giudizio, quale tratteggiabile solo all'esito dell'esame del complessivo portato istruttorie non permette neppure di valutare la persistenza della qualificazione giuridica nella fattispecie originaria, come delineata dall'art. 317 cod. pen., o la possibile qualificazione dei fatti nella nuova figura giuridica di cui all'art. 319 quater cod. pen., che potrebbe condurre anche attualmente all'accertamento dell'estinzione del reato per prescrizione, imponendo l'esame del giudice del rinvio.
Il distinguo tra le due fattispecie infatti non può muovere solo sulla base della indicazione testuale alla 'induzione' contenuta nel capo di imputazione per un duplice ordine di considerazioni, di natura cronologica e contenutistica. Sotto il primo profilo, la circostanza che, secondo la legislazione vigente all'epoca dello svolgimento del giudizio di merito, non vi fosse alcuna distinzione normativa tra la figura della costrizione e quella dell'induzione, non permette di attribuire una valenza univoca al richiamo testuale, che deve comunque muovere per la sua determinazione concreta, sull'accertamento dei fatti operato nella fase di merito.
Sul piano dei contenuti, come è dato desumere sia dalla previsione testuale che dai lavori preparatori, la restrizione della concussione originaria all'ipotesi di costrizione quale azione tipica del pubblico ufficiale, impone di considerare tra gli elementi che incidono in maniera del tutto essenziale nella libera determinazione del soggetto passivo anche il metus derivante dall'esercizio del potere pubblico, implicitamente riconoscendo al privato una minorata difesa da richieste più o meno larvate da questi provenienti.
Il dato oggettivo in uno con l'assenza di univocità del termine 'induzione', che semanticamente è compatibile sia con un contegno implicito o blando, ma in grado di determinare uno stato di soggezione, che con la determinazione più o meno subdolamente persuasiva, impone che l'inquadramento della condotta contestata nella previsione della vecchia o della nuova fattispecie sia svolto all'esito di una rigorosa disamina di quanto verificatasi nel concreto, sulla base di un accertamento di fatto coerentemente svolto nei due gradi di merito, che, per quanto, è detto, risulta mancante nella specie.
Con le decisioni in commento, la Corte di Cassazione è intervenuta a risolvere alcune questioni problematiche sorte a seguito della riforma dei delitti di corruzione ad opera della l. 6 novembre 2012, n. 190, contenente “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e della illegalità nella pubblica amministrazione”.
Prima di esaminare nel dettaglio i profili affrontati dalle sentenze in epigrafe, giova ricostruire brevemente, per quel che qui interessa, la portata della citata novella legislativa.
La l. n. 190/2012, nel novellare la disciplina di vari reati contro la pubblica amministrazione, è intervenuta, tra l’altro, a riformulare la fattispecie di concussione.
ha sostituito l'art. 317 c.p., con l'introduzione di una nuova fattispecie di “concussione”, configurabile ora solo per costrizione;
al contempo, ha introdotto l'art. 319-quater c.p., riguardante la nuova figura criminosa della “induzione indebita a dare o promettere utilità”, fattispecie che sostanzialmente si pone in una posizione intermedia tra la residua figura della condotta concussiva sopraffattrice e l'accordo corruttivo, integrante uno dei reati previsti dagli artt. 318 o 319 c.p.
In altri termini, la novella del 2012 ha “spacchettato” l'originaria ipotesi delittuosa della concussione, che nel testo previgente dell'art. 317 c.p. parificava le condotte di costrizione e di induzione, creando due nuove ipotesi di reato:

References: Cass. 
 art. 317
 art. 319
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 art. 317
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 art. 2
 art. 317
 art. 319
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 art. 317
 art. 1
 sentenza 
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 art. 319
 art. 319
 art. 317
 art. 319
 art. 317
 art.612
 art. 317
 art. 317
 art. 317
 art. 319
 art. 319

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 art. 317
 art. 319
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