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Timestamp: 2019-06-17 22:34:57+00:00

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CAPITOLO V - Amore di Gesù in lasciarci se stesso in cibo prima di andare alla morte.
1. Sciens Iesus, quia venit hora eius, ut transeat ex hoc mundo ad Patrem, cum dilexisset suos... in finem dilexit eos (Io. XIII, 1). L'amantissimo nostro Redentore nell'ultima notte di sua vita sapendo che già era giunto il tempo sospirato di morire per amor dell'uomo, non gli soffrì il cuore di abbandonarci soli in questa valle di lagrime; ma per non separarsi da noi neppur colla sua morte, volle lasciarci tutto se stesso in cibo nel Sacramento dell'altare: dandoci con ciò ad intendere, che dopo questo dono infinito non avea più che darci per dimostrarci il suo amore. In finem dilexit eos.1 Spiega Cornelio a Lapide col Grisostomo e Teofilatto secondo il testo greco la parola in finem, e scrive: Quasi dicat extremo amore et summe dilexit eos. Gesù in questo Sacramento fe' l'ultimo sforzo d'amore verso degli uomini, come dice Guerrico abbate: Omnem vim amoris effudit amicis (Ser. I, de Asc.).2
E meglio ciò fu espresso dal sagro Concilio di Trento, che parlando del Sacramento dell'altare disse che 'l nostro Salvatore in esso cacciò fuori, per così dire, tutte le ricchezze del suo amore verso di noi: Divitias sui erga homines amoris velut effudit (Sess. XIII, c. 2).3 Aveva ragione dunque S. Tommaso
l'Angelico di chiamare questo Sacramento, Sacramento d'amore e pegno d'amore il più grande che potea darci un Dio: Sacramentum caritatis, summae caritatis Christi pignus est (Opusc. LVIII, cap. 25).4 E S. Bernardo lo chiamava amor amorum.5 E S. Maria Maddalena de' Pazzi dicea che un'anima dopo essersi comunicata può dire consummatum est, cioè il mio Dio avendomi dato se stesso in questa comunione non ha più che darmi.6 Un giorno questa santa dimandò ad una sua novizia a che avesse pensato dopo la comunione. Rispose quella: “All'amore di Gesù.”- “Sì, ripigliò allora la santa, quando si pensa all'amore non si può passare avanti, ma bisogna fermarsi all'amore.”7
O Salvatore del mondo, e che ne pretendete dagli uomini che vi siete indotto a donar loro anche voi stesso in cibo? E che mai vi è rimasto ora da darci dopo questo Sagramento per obbligarci ad amarvi? Ah mio Dio amantissimo, illuminatemi a farmi conoscere qual eccesso di bontà è stato questo di ridurvi ad essere mio cibo nella santa comunione. Se voi dunque tutto a me vi siete donato, è giusto che anch'io mi doni tutto a voi. Sì, Gesù mio, io tutto a voi mi dono. V'amo sopra ogni bene e desidero di ricevervi per più amarvi. Venite dunque e venite spesso all'anima mia e fatela tutta vostra. Ah, chi potesse da vero dirvi come vi dicea l'innamorato S. Filippo Neri allorché si comunicò per viatico: “Ecco l'amor mio, ecco l'amor mio, datemi il mio amore.”8
2. Qui manducat meam carnem et bibit meum sanguinem, in me manet et ego in illo (Io. VI, 57). Dice S. Dionisio l'Areopagita che l'amore tende sempre all'unione dell'oggetto amato.9 E perché il cibo si fa una stessa cosa con chi lo mangia, perciò il Signore volle ridursi in cibo, acciocché noi ricevendolo nella santa comunione diventassimo una stessa cosa con esso: Accipite et comedite, disse Gesù, hoc est corpus meum (Matth. XXVI, 26). Come avesse voluto dire, considera S. Gio Grisostomo: dixit, me comede, ut summa unio fiat (Hom. XV):10 Uomo, cibati di me, acciocché di me e te si faccia11 una cosa. Appunto come due cere liquefatte, dice
S. Cirillo Alessandrino, si uniscono insieme, così un'anima che si comunica talmente si unisce con Gesù che Gesù sta in essa ed essa in Gesù.12 O amato mio Redentore, esclama qui S. Lorenzo Giustiniani, e come mai poteste arrivare ad amarci tanto che voleste talmente unirci a voi, che del vostro e del nostro cuore se ne facesse un solo cuore? O quam mirabilis est dilectio tua, Domine Iesu, qui tuo corpori taliter nos incorporari voluisti, ut tecum unum cor haberemus! (De div. am. c. IV).13
Ben dunque dicea S. Francesco di Sales parlando della santa comunione: “Il Salvatore non può essere considerato in niun'azione né più amoroso né più tenero che in questa, nella quale si annichila, per così dire, e si riduce in cibo per penetrare l'anime nostre ed unirsi al cuore de' suoi fedeli.”14 Sicché, dice S. Gio. Grisostomo, a quel Signore, in cui non ardiscono gli angeli neppur di fissare gli occhi, Huic nos unimur, et facti sumus unum corpus, una caro.15 Ma qual pastore, soggiunge il santo, pasce le sue pecorelle col proprio sangue? Le stesse madri danno i loro figli alle nutrici ad alimentarli; ma Gesù nel Sagramento ci alimenta col suo medesimo sangue ed a sé ci unisce: Quis pastor oves proprio pascit cruore? Et quid dico pastor? Matres multae sunt, quae filios aliis tradunt
nutricibus: hoc autem ipse non est passus, sed ipse nos proprio sanguine pascit (Hom. LX).16 In somma, dice il santo, egli, perché ardentemente ci amava, volle farsi nostro cibo ed una stessa cosa con noi: Semetipsum nobis immiscuit, ut unum quid simus: ardenter enim amantium hoc est (Hom. LXI).17
O amore infinito, degno d'infinito amore! quando v'amerò, Gesù mio, come voi avete amato me? O cibo divino, Sagramento d'amore, quando mi tirerete tutto a voi? Voi non avete più che fare per farvi amare da me. Io voglio sempre cominciare ad amarvi, sempre ve lo prometto, ma non comincio mai. Voglio cominciare da oggi ad amarvi davvero, aiutatemi voi. Illuminatemi, infiammatemi, staccatemi dalla terra e non permettete ch'io più resista a tante finezze del vostro amore. Io v'amo con tutto il cuore, e perciò voglio lasciar tutto per dar gusto a voi, mia vita, mio amore, mio tutto. Voglio spesso unirmi con voi in questo Sagramento, per distaccarmi da tutto ed amar solo voi, mio Dio. Spero alla vostra bontà di farlo col vostro aiuto.
3. Dice S. Lorenzo Giustiniani: Vidimus sapientem amoris nimietate infatuatum:18 abbiamo veduto un Dio, che è la stessa sapienza, divenuto pazzo per il troppo amore portato agli uomini. E che, forse non sembra una pazzia d'amore, esclama S. Agostino, il darsi un Dio per alimento alle sue creature? Nonne insania videtur dicere: Manducate meam
carnem, bibite meum sanguinem?19 E che più avrebbe potuto dire una creatura al suo Creatore? Audebimus et loqui, quod auctor omnium prae amatoriae bonitatis magnitudine extra se sit:20 Parla così S. Dionisio (V. de div. nom. c. 4) e dice che Dio per la grandezza del suo amore quasi è uscito fuori di sé, mentre è giunto da Dio a farsi uomo ed anche cibo degli uomini. - Ma, Signore, un tal eccesso non era decente alla vostra maestà. - Ma l'amore, risponde per Gesù S. Gio. Grisostomo, non va cercando ragione quando cerca di far bene e di farsi conoscere all'amato; egli va non dove gli conviene, ma dov'è portato dal suo desiderio: Amor ratione caret, et vadit quo ducitur, non quo debeat (Serm. CXLVII).21
Ah Gesù mio, quanto mi vergogno in pensare che avendo innanzi voi, bene infinito, amabile sopra ogni bene e così innamorato dell'anima mia, io mi son rivolto ad amare beni vili e meschini, e per questi ho lasciato voi. Deh, mio Dio, scopritemi sempre più le grandezze della vostra bontà, acciocché io sempre più m'innamori di voi e mi affatichi a darvi gusto. Ah mio Signore, e quale oggetto più bello, più buono, più santo, più amabile io posso amare fuori di voi? V'amo,
bontà infinita, v'amo più di me stesso, e voglio vivere solo per amare voi che meritate tutto il mio amore.
4. Considera poi S. Paolo il tempo nel quale Gesù fé a noi questo dono del Sagramento, dono che avanza tutti gli altri doni che può fare un Dio onnipotente, come parla S. Clemente: Donum transcendens omnem plenitudinem.22 E S. Agostino dice: Cum esset omnipotens plus dare non potuit.23 Nota l'Apostolo e dice: Dominus Iesus in qua nocte tradebatur accepit panem, et gratias agens fregit et dixit: Accipite et manducate, hoc est corpus meum quod pro vobis tradetur (I Cor. XI, 23, 24). In quella stessa notte dunque in cui gli uomini pensavano a preparare a Gesù tormenti e morte, l'amante Redentore pensò a lasciar loro se stesso nel Sagramento; dandoci ad intendere che 'l suo amore era sì grande, che in vece di raffreddarsi a tante ingiurie, allor più che mai s'avanzò verso di noi. - Ah Signore amorosissimo, e come avete potuto tanto amare gli uomini che voleste rimaner con essi in terra per esser loro cibo, dopo che essi ve ne cacciavano con tanta ingratitudine?
Notisi di più il desiderio immenso ch'ebbe Gesù in sua vita, che arrivasse quella notte in cui avea destinato di lasciarci questo gran pegno del suo amore; mentreché in punto d'istituire questo dolcissimo Sagramento disse: Desiderio desideravi hoc pascha manducare vobiscum (Luc. XXII, 15). Parole con cui ci palesò l'ardente desiderio ch'egli avea di unirsi con noi nella comunione per l'amore che ci portava: Flagrantissimae caritatis est vox haec, dice S. Lorenzo
Giustiniani.24 E lo stesso desiderio tuttavia conserva Gesù oggigiorno verso tutte l'anime che l'amano. Non si trova ape, diss'egli un giorno a S. Matilde, che con tanto impeto si gitta sopra de' fiori a succhiarne il mele, quant'io per violenza d'amore vengo all'anima che mi desidera.25
O amante troppo amabile, a voi non restano da darmi maggiori prove per persuadermi che mi amate. Ringrazio la vostra bontà. Deh tiratemi, Gesù mio, tutto a voi: fate ch'io vi ami da oggi avanti con tutto il mio affetto e con tutta la tenerezza. Basti ad altri l'amarvi con amore solamente appreziativo e predominante: ben so che voi ve ne contentate; ma io non mi chiamerò contento se non quando vedrò che v'amo ancora con tutta la tenerezza, più che amico, più che fratello, più che padre e più che sposo. E dove mai io mi potrò trovare un amico, un fratello, un padre, uno sposo che m'ami tanto quanto m'avete amato voi, mio Creatore, mio Redentore e mio Dio, che per amor mio avete speso il sangue e la vita, e poi vi donate tutto a me in questo sagramento d'amore? V'amo dunque, Gesù mio, con tutti gli affetti miei, v'amo più di me stesso. Aiutatemi ad amarvi e niente più vi domando.
5. Dice S. Bernardo che Dio non per altro ci amò se non per essere amato da noi: Ad nihil aliud amavit Deus, quam ut amaretur (In Cant.).26 E perciò si protestò il nostro Salvatore ch'egli era venuto in terra per farsi amare: Ignem veni mittere in terram (Luc. XII, 49). Ed oh quali fiamme di santo amore accende nell'anime Gesù in questo divinissimo Sagramento! Diceva il V.P. D. Francesco Olimpio teatino che niuna cosa vale tanto ad infiammare i nostri cuori ad amare
il sommo bene, quanto la santa comunione.27 Esichio chiamava Gesù nel Sagramento: Ignis divinus.28 E S. Caterina da Siena vide un giorno in mano d'un sacerdote Gesù sagramentato in sembianza di una fornace d'amore, da cui si maravigliava come non ne restasse bruciato tutto il mondo.29 - L'altare appunto, dicea Ruperto abbate30 con S. Gregorio Nisseno, esser quella cella vinaria, dove l'anima sposa è innebbriata d'amore dal suo Signore;31 talmenteché scordata della terra dolcemente arde e languisce di santa carità. Introduxit me rex, dice la sposa dei Cantici, in cellam vinariam, ordinavit in me caritatem. Fulcite me floribus, stipate me malis quia amore langueo (Cant. II, 4, 5).32
O amore del cuor mio, Santissimo Sagramento! Oh ch'io mi ricordassi sempre di voi, per dimenticarmi di tutto ed amar solo voi senza intervallo e senza riserba! Ah Gesù mio, tanto
avete bussato alla porta del mio cuore, che finalmente vi siete entrato, come spero! Ma giacché vi siete entrato, cacciatene, vi prego, tutti gli affetti che non tendono a voi. Impossessatevi talmente di me, che io ancora col profeta possa dirvi con verità da ogg'innanzi: Quid mihi est in caelo, et a te quid volui super terram? Deus cordis mei, et pars mea in aeternum (Ps. LXXII, 25, 26):33 Mio Dio, e che altro desidero se non voi in questa terra e nel cielo? Voi solo siete e sarete sempre l'unico Signore del mio cuore e della mia volontà; e voi solo avete da essere tutta la parte mia, tutta la mia ricchezza in questa e nell'altra vita.
6. Andate, diceva il profeta Isaia, andate pure pubblicando per tutto le invenzioni amorose del nostro Dio affin di farsi amare dagli uomini: Haurietis aquas in gaudio de fontibus Salvatoris, et dicetis in illa die: Confitemini Domino et invocate nomen eius: notas facite in populis adinventiones eius (Is. XII, 3, 4). E qual'invenzioni non ha ritrovate l'amore di Gesù per farsi amare da noi? Egli nella croce ha voluto aprirci nelle sue piaghe tante fonti di grazie che per riceverle basta il domandarle con confidenza. E non contento di ciò ha voluto donarci tutto se stesso nel SS. Sagramento!
O uomo, dice S. Gio. Grisostomo, e perché sei così scarso e vai nel tuo amore con tanta riserba con quel Dio che senza riserba ti ha dato tutto se stesso? Totum tibi dedit, nihil sibi reliquit.34 Ciò appunto, dice l'Angelico, ha fatto Gesù nel Sagramento
dell'altare, ivi egli ci ha dato quanto è e quanto ha: Deus in Eucharistia totum quod est et habet dedit nobis (Op. LXIII, c. 2).35 Ecco, soggiunge S. Bonaventura, quel Dio immenso che 'l mondo non può capire, diventato nostro prigioniero e cattivo, allorché lo riceviamo nel nostro petto nella santa Comunione: Ecce quem mundus capere non potest, captivus noster est (In praep. Miss.).36 Ond'era poi che S. Bernardo ciò considerando, estatico d'amore andava dicendo: Il mio Gesù ha voluto farsi ospite inseparabile del mio cuore: Individuus cordis mei hospes.37 E giacché il mio Dio, concludea, ha voluto spendersi
tutto per amor mio, Totus in meos usus expensus,38 è ragione, dicea, che io tutto quanto sono m'impieghi in servirlo ed amarlo.
Ah mio caro Gesù, ditemi, che altro vi resta da inventare per farvi amare? Ed io avrò da continuare a vivere a voi così ingrato come ho fatto finora? Signore, non lo permettete. Voi avete detto che chi si ciba delle vostre carni nella comunione viverà per virtù della vostra grazia: Qui manducat me, et ipse vivet propter me (Io. VI, 58). Giacché dunque non isdegnate ch'io vi riceva nella santa comunione, fate che l'anima mia sempre viva colla vera vita della grazia vostra. -Mi pento, o sommo bene, d'averla disprezzata per lo passato; ma vi ringrazio che mi date tempo da piangere l'offese che vi ho fatte, e tempo d'amarvi in questa terra. Nella vita che mi resta io voglio collocare in voi tutto l'amor mio, e voglio compiacervi quanto posso. Soccorretemi, Gesù mio, non m'abbandonate. Salvatemi per li vostri meriti, e la salute mia sia l'amarvi sempre in questa vita e nell'eternità.
Maria, madre mia, aiutatemi ancora voi. Amen.
1 “In finem, scilicet vitae, id est usque ad mortem... Secundo, in finem, scilicet amoris et dilectionis, quasi dicat: Extremo amore, et summe dilexit eos.” CORNELIUS A LAPIDE, Commentaria in Ioannem, in h. 1. - “Viden quomodo relicturus eos vehementiorem amorem exhibeat? Illud enim, Cum dilexisset suos, in finem dilexit eos, hoc significat: nihil praetermisit eorum quae ardenter amantem oportet facere.” S. Io. CHRYSOSTOMUS, In Ioannem, hom. 70, n. 1. MG 59-381, 382. - “Relicturus enim illos, vehementiorem caritatem ostendit. Nam per hoc quod dicit, Cum dilexisset suos, usque ad finem dilexit eos, hoc vult, quod nihil omiserit eorum quae facere decet eum qui multum diligit.” THEOPHYLACTUS, Bulgariae Archiepiscopus, Enarratio in Evangelium Ioannis, cap. 13, v. 1. MG 124-146.
2 GUERRICUS Abbas, Sermo in die Ascensionis Domini, n. 1. ML 185-155.
3 “Sacramentum hoc instituit, in quo divitias divini sui erga homines amoris velut effudit.” CONCILIUM TRIDENTINUM, Sessio XIII, de Eucharistia, cap. 2.
4 S. THOMAS, Opusculum 58, cap. 25 et cap. 5. - Vedi Appendice, 6.
5 “Potesne aestimare quale vel quantum est hoc Sanctum sanctorum, et sacramentum sacramentorum, amor amorum, dulcedo omnium dulcedinum?” De Cena Domini alius sermo. Opera S. BERNARDI, Basileae, 1552, col. 188. - Questo sermone, il quale comincia: Panem angelorum manducavit homo, è del tutto diverso da quello, sullo stesso argomento, che dal Mabillon (ML 183-22, n. XXV, e 184-950) viene rigettato come del tutto alieno dallo stile e genio di S. Bernardo, e che comincia: Sedisti ad mensam divitis. Però non viene accettato, e neppur ricordato, dal medesimo Mabillon tra le Opere di S. Bernardo.
6 “ Rapita in estasi, mentre ch' ella contemplava quelle parole che disse Gesù Cristo in croce, Consummatum est, tosto si sentì attrarre e fecondar l' animo d' altri concetti e divoti sentimenti; onde, così piena di grand' affetto, proruppe in queste parole: “Quando l' anima ha in sé ricevuto il Pane di vita nel Santissimo Sacramento dell' Altare, per quell' unione stretta che in esso ha fatta con Dio, può ben ancor ella dire: Consummatum est. In quel celeste cibo tutti i beni son raccolti, quivi tutti i desideri in Dio son adempiti: e che altro può l' anima volere, se ritiene in sé quello, che ogni cosa contiene? S' ella desidera la carità, avendo in sé quello ch' è la perfetta carità, Deus caritas est, vien ad aver in sé la perfezione di essa carità. Così della viva fede e della speranza, della purità, della pazienza, dell' umiltà, della mansuetudine; perché Cristo nell' anima, mercé di questo cibo, produce tutte le virtù. E che può più volere e desiderar l' anima, se tutte le virtù, doni e grazie ch' ella possa voler e desiderare, sono raccolte in quell' ammirabile Dio, che sta veramente sotto quelle sacramentali specie, come in verità sta sedendo alla destra del Padre in paradiso? In quo sunt omnes thesauri sapientiae et scientiae Dei. Oh, oh, quanto bene adunque, avendo e possedendo l' anima questo Dio in sé, può dir con verità: Consummatum est. Altro ella non vuole, altro non desidera, altro non brama, che lui, il quale allora tutto se l' è dato, comunicandole con se stesso tutti i suoi beni.” PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 4, cap. 4.
7 “Dava ella una volta gli esercizi spirituali di S. Ignazio ad una sua figliuola, ed avendo quella fatto la meditazione della istituzione del Santissimo Sacramento, nel riferirgliela, le disse di essersi fermata a considerare l' amore con che Gesù l' istituì, e di non esser passata più oltre; alla qual parola d' amore, Suor Maria Maddalena restò rapita in estasi, e replicò più volte queste parole: “Quando si ferma nell' amore, non si può andare più oltre, ma bisogna fermarsi nell' amore.” CEPARI E FOZI, S. I., Vita, cap. 48.
8 “Appena entrò Borromeo (Cardinal Federigo) in camera col Santissimo Sagramento in mano, che il santo vecchio in un subito - ancorché- prima stesse con gli occhi serrati e paresse come morto - aprì gli occhi, e con gran fervore di spirito disse ad alta voce e con molte lagrime: “Ecco l' amor mio! Ecco tutto il mio amore e tutto il mio bene! Datemi prestamente il mio amore! ” E ciò dicea con tanto affetto che tutti quelli che stavano quivi presenti piangevano... Quando fu nell' atto del comunicarsi, tutto infervorato disse: “Vieni, vieni, o Signore! vieni, amor mio!” e si comunicò.” BACCI, Vita, lib. 4, cap. 1, n. 4.
9 “Amorem, sive divinum, sive angelicum, sive spiritalem, sive animalem, sive naturalem dixerimus, vim quamdam sive potestatem copulantem et commiscentem intelligamus.” DIONYSIUS AREOPAGITA, De divinis nominibus, cap. 4, § 15.
10 “Propter te (ait Christus) sputa et alapas tuli, gloriam evacuavi, Patrem reliqui, et ad te veni, qui me odio habebas et aversabaris nec nomen meum audire volebas; persecutus sum et cucurri, ut te detinerem; univi et coniunxi te mihi: Comede me, dixi, bibe me... Comedor, in frusta concidor, ut multa sit coniunctio et commixtio et unio.” S. Io. CRYSOSTOMUS, (Brixio interprete, Venetiis, 1583: ut summa coniunctio, et commixtio atque unio fiat.) In Epistolam I ad Timotheum, homilia 15, n. 4. MG 62-586.
11 Nelle edizioni prima del 1755 e in quella Romana (De' Rossi 1755) si legge: “acciocché di me e te si faccia la maggior unione che sia possibile.”
12 “Servator ipse: “Qui manducat meam carnem, inquit, et bibit meum sanguinem, in me manet, et ego in illo.” Hic enim animadvertere est operae pretium, Christum non dicere se dumtaxat in nobis futurum secundum relationem quamdam affectualem, sed et per participationem naturalem. Ut enim si quis ceram cerae indutam igne simul liquaverit, unum quid ex ambobus efficit, ita, per corporis Christi et pretiosi sanguinis participationem, ipse quidem in nobis, nos autem rursus in eo, simul unimur.” S. CYRILLUS ALEXANDRINUS, In Ioannis Evangelium liber 10, n. 2. MG 74-342.
13 “O quam mirabilis est dilectio tua, Domine Iesu, qui, antequam ascenderes in caelum, dimisisti homini potestatem ut te, qui velit, habeat in Altari, et tuo corpori taliter nos incorporare voluisti et sanguine potare pretioso, ut sic tuo inebriati amore, tecum unum cor, et unam animam haberemus inseparabiliter colligatam.” S. LAURENTIUS IUSTINIANUS, De incendio divini amoris, cap. 5. Opera, Venetiis, 1721, pag. 621, col. 2.
14 “Non, le Sauveur ne peut être consideré en une action ni plus amoureuse ni plus tendre que celle-ci, en laquelle il s' anéantit, par maniére de dire, et se réduit en viande, afin de pénétrer nos âmes et s' unir intimement au coeur et au corps de ses fidéles.” S. FRANCOIS DE SALES, Introduction à la vie dévote, partie 2, ch. 21. (Euvres, III, Annecy, 1893.
15 “Quod angeli videntes horrescunt, neque libere audent intueri propter amicantem inde splendorem, hoc nos pascimur, huic nos unimur, et facti sumus unum Christi corpus, et una caro.” S. IO. CHRYSOSTOMUS, Opera, V, Venetiis, 1574. Homilia 60 ad populum Antiochenum. - Alias: In Matthaeum, hom. 82 (al. 83), n. 5 MG 58-743.
16 “Quis pastor oves proprio pascit cruore? Et quid dico pastor? matres multae sunt quae, post partus dolores, filios aliis tradunt nutricibus: hoc autem ipse non est passus, sed ipse nos proprio sanguine pascit, et per omnia nos sibi coaugmentat.” Ibidem. - MG 58-744.
17 “Unum corpus sumus et membra, ex carne eius, et ex ossibus eius... Ut itaque non tantum per caritatem hoc flamus, verum et ipsa re in illam misceamur carnem, hoc per escam efficitur quam largitus est nobis, volens ostendere desiderium quod erga nos habet. Propterea semetipsum nobis immiscuit, et corpus suum in nos contemperavit, ut unum quid efficiamur, tamquam corpus capiti coaptatum: ardenter enim amantium hoc est.” S. Io. CHRYSOSTOMUS, Opera, V, Venetiis, 1574, Homilia 61 ad populum Antiochenum. - Alias: In Ioannem, hom. 46 (al. 45.) n. 2 et 3. MG 59-260.
18 “Adeamus cum fiducia, non ad thronum gloriae, sed ad diversorium humanitatis eius (specum Bethleemiticum)... Ibi namque agnoscemus exinanitam maiestatem, Verbum abbreviatum, solem carnis nube obtectum, et sapientiam amoris nimietate infatuatam.” S. LAURENTIUS IUSTINIANUS, Sermo in festo Nativitatis Domini. Opera, Venetiis, 1721, pag. 328, col. 1.
19 “Recordamini Evangelium: quando loquebatur Dominus noster Iesus Christus de corpore suo... discipuli eius... expaverunt, et exhorruerunt sermonem, et non intelligentes putaverunt nescio quod durum dicere Dominum... Ille autem dicebat: Nisi quis manducaverit carnem meam et biberit sanguinem meum... Quasi furor iste et insania videbatur dare carnem meam et bibite sanguinem meum? Et dicens: Quicumque non manducaverit carnem meam, et biberit sanguinem meum, non habebit in se vitam, quasi insanire videtur. Sed.... insanire videtur... stultis et ignorantibus.” S. AUGUSTINUS, Enarratio in Ps. XXXIII, sermo 1, n. 8. ML 36-505.
20 “Est praeterea divinus amor extaticus, qui non sinit esse suos qui sunt amatores, sed eorum quos amant... Audendum est hoc etiam pro veritate, dicere quod ipsemet omnium Auctor, pulchro et bono omnium amore, propter excellentiam summam amatoriae bonitatis, extra se per providentias omnium rerum exsistit (verbo ad verbum extra se... fit), et bonitate atque dilectione et amore veluti delinitur et oblectatur (proprie: attrahitur, quadam nempe quasi incantatione).” DIONYSIUS AREOPAGITA, De divinis nominibus, cap. 4, § 13. MG 3-711.
21 “Quid erit, quid debeat, quid possit, non respicit ius amoris. Amor ignorat iudicium, ratione caret, modum nescit. Amor non accipit de impossibilitate solatium, non accipit de difficultate remedium. Amor, nisi ad desiderata pervenerit, necat amantem; et ideo vadit quo ducitur, non quo debeat. Amor parit desiderium, gliscit ardore, ardor ad inconcessa pertendit.” S. PETRUS CHRYSOLOGUS (non già S. Gio. Grisostomo), Sermo 147, De Incarnationis sacramento. ML 52-595.
22 “Et cum tam copiosa fuerit erga nos eius (Christi) munificentia, volens adhuc ipse in nobis suam exuberantem caritatem praecipua liberalitate monstrare, semetipsum nobis exhibuit, et transcendens omnem plenitudinem largitatis, omnem modum dilectionis excedens, attribuit se in cibum. Oh singularis et admiranda liberalitas, ubi donator venit in donum, et datum est idem penitus cum datore!” CLEMENS PP. V., (non già S. Clemente) in Concilio Viennensi, Clementinarum lib. 3, tit. 16, cap. unico: Si Dominum.
23 Lohner, Bibliotheca concionatoria, tit. 52, § 3, n. 32: “Audeo dicere quod Deus, cum sit omnipotens, plus dare non potuit; cum sit sapientissimus, plus dare nescivit; cum sit ditissimus, plus dare non habuit.” E viene citato, come fonte, “ S. Augustinus, in Ioannem, tract. 48”, ove non si trova; come neppure nel trattato 84 (In Ioannem), a cui rimanda Mansi, Bibliotheca moralis praedicabilis, tract. 26, discursus 8, n. 7: cioé II, 201. Le stesse parole adopera, però senza attribuirle a S. Agostino né ad altri, il Contenson, Theologia mentis et cordis, lib. 11, dissertatio 3, come titolo della Speculatio II.
24 “Vulnerati cordis et flagrantissimae caritatis est vox haec. Habet in se unde pascat ruminantes se.” S. LAURENTIUS IUSTINIANUS, De triumphali Christi agone, cap. 2. Opera, Venetiis, 1721, p. 229.
25 “Svegliandosi una notte dal sonno questa sposa di Cristo, e salutando con tutto il suo cuore il Signore, vidde quello che dal palazzo del cielo a lei veniva, ed applicava il suo divin Cuore al cuore dell' anima, dicendole: “Niuna ape giammai si getta tanto avidamente ne' verdeggianti prati per eleggere i dolci fiori, siccome sono parato io di venire all' anima tua, quando mi chiami. ”Libro della spiritual grazia, delle rivelazioni della B. METILDE, Vergine, raccolto dal R. P. F. Gio. Lanspergio, lib. 2, cap. 4.
26 “Cum amat Deus, non aliud vult quam amari: quippe non ad aliud amat nisi ut ametur, sciens ipso amore beatos qui se amaverint.” S. BERNARDUS, In Cantica, sermo 83, n. 4. ML 183-1183.
27 Soleva dire che non v' aveva cosa che più vivamente infiammasse l' affetto e l' amor degli uomini, che questo ineffabile sacramento, che sotto un sottil velo di poche specie sacramentali, racchiudea la più pura midolla del cielo, le delizie della divina carità, gli alimenti della vita, e il medesimo Dio.” Giuseppe SILOS, Vita del Ven. D. Francesco Olimpio, lib. 2. cap. 5.
28 “Quando.....ad divina et impolluta mysteria Christi.... admittimur, tum maiorem et accuratiorem temperantiam et mentis custodiam demonstrare debemus, ut ignis divinus, nempe corpus Domini nostri Iesu Christi, peccata nostra, et tam magnas quam exiguas sordes absumat.” HESYCHIUS, presbyter Hierosolyminatus, De temperantia et virtute, Centuria 1, n. 100. MG 93-1511.
29 “Ella non venne mai al sagro altare che molte cose non le fossero mostrate superiori a' sensi, e singolarmente quand' ella riceveva la sagra comunione, poiché frequentemente vedea nascosto nelle mani del sacerdote un bimbo, alcuna volta un fanciullo un poco più grande, altra volta una fornace d' ardente fuoco, in cui pareale ch' entrasse il sacerdote allorché prendeva il Sagramento.” B. RAIMONDO da Capua, O. P., Vita, parte 2, cap. 6, n. 3.
30 Non espressamente questo verso della Cantica: Introduxit me in cellam (II, 4), ma il precedente: Sub umbra illius quem desideraveram, sedi, et fructus eius dulcis gutturi meo (II, 3), applica Ruperto al sacramento dell' Eucaristia, dicendo: “Ubi tempus venit huiusce fructus edendi, accipiens panem et vinum, et benedicens: Accipite, inquit, et comedite, hoc est corpus meum. Accipite et bibite hic est sanguis meus (Matt. XXVI).” RUPERTUS Abbas, Commentaria in Cantica Canticorum, lib. 1. ML 168-860.
31 “Introducite me in cellam vinariam... Rogat (anima) ut deducatur ad ipsam cellam vinariam, et ipsis torcularibus os subiiciat, et dulce vinum scatens aspiciat, botrumque qui exprimitur in torcularibus, et vitem illam quae hunc botrum alit, et verae illius vitis agricolam, qui adeo optimum et suavem efficit botrum... Cupit ingredi domum, in qua est vini mysterium ac sacramentum.” S. GREGORIUS NYSSENUS, In Cantica Canticorum, hom. 4. MG 44-846.
32 Introduxit me rex in cellaria sua. Cant. 1, 3. - Introduxit me in cellam vinariam, ordinavit etc. Cant. II, 4, 5.
33 Quid enim mihi est in caelo? et a te quid volui super terram? Defecit caro mea et cor meum: Deus cordis mei, et pars mea Deus in aeternum. Ps. LXXII, 25, 26.
34 “Paulus dicebat: Grati estote (Coloss. III, 15). Beneficii enim optima custodia est beneficii memoria et assidua gratiarum actio. Ideoque horrenda illa mysteria tam salutaria, quae in singulis collectis celebramus, Eucharistia appellantur, quia beneficiorum multorum commemoratio sunt, caputque ipsum divinae providentiae ostendunt, nosque per omnia apparant ad gratias agendas. Nam si ex virgine nasci magnum est miraculum, ac stupore perculsus Evangelista dicebat: Hoc autem totum factum est (Matt. I, 22), immolari pro nobis in quo, quaeso, statuemus loco? Nam si nasci Totum vocatur, crucifigi, et sanguinem pro nobis effundere, ac seipsum dare in cibum et convivium spirituale, quo nomine appellandum? Gratias ergo illi assidue agamus... non pro nostris tantum, sed etiam pro alienis bonis... Ut autem alia omnia mittam, quae arenam numero vincunt: quid par esto pro nobis factae oeconomiaae, sive Incarnatione? Quod enim illi pretiosissimum omnium erat, unigenitum Filium pro nobis inimicis dedit: nec dedit modo nobis, sed et illum in mensam nobis apposuit, omnia pro nobis faciens, et dando, et nos pro his gratos efficiendo.” S. Io. CHRYSOSTOMUS, In Matthaeum, hom. 25 (al. 26), n. 3. MG 57-331, 332. - Vedi pure: In Matthaeum, hom. 76 (al. 77), n. 5, MG 58-700; In Ps. 44, n. 11, MG 55-200. - Appendice, 13, del nostro vol. I.
35 “Deus Pater corpus et sanguinem unigeniti dilecti Filii sui Domini nostri Iesu Christi sub specie panis et vini ad delectabilem refectionem animarum.... continue ministravit, in quo totum quod ipse est et habet cum Spiritu Sancto, in summo dedit.” Opusculum 63. de Beatitudine, cap. 2, fol. 99, col. 1, inter Opuscula S. Thomae, Opera, XVII Romae, 1570. (Opuscolo non genuino.) - “Gradus quidam proponi possunt divinae largitatis, quibus homini largitus est omnia bona sua, et sic patebit ut hic (quod se det in cibum) est summus... Sextus gradus est et summus, quod det homini corpus suum in cibum.... Magnum est enim dare se in socium peregrinationis et in servum necessitatis, maius in pretium redemptionis, tamen tale donum adhuc est in aliqua separatione ab eo cui datur: sed cum datur in cibum, datur... ad omnimodam unionem.... Et sic apparet in tali dono summa largitas divinae bonitatis... Quantum ad utilitatem suscipientis... non... sufficit liberalitati divinae quod in sacramento.... intellectum illuminat, quod affectum sanat, quod memoriam delectat, quod totum hominem in bono confortat et corpori suo mystico associat, quin insuper Deo assimilet in praesenti per gratiam et in futuro per gloriam: non enim potest ulterius promoveri.” S. THOMAS, Opusculum 58, De sacramento altaris, cap. 5. Opera, Romae, 1570, XVII, fol. 44. col. 4; fol. 45, col. 1.
36 “Quae... maior bonitas, quam quod Christus dignatur captivus esse in altari?... Dum aliquis dux propter suos captivus tenetur, non dimittitur nisi det magnam pecuniam; sic nec nos Christum captivum dimittere debemus, nisi remissionem peccatorum nobis tribuat et regnum caeleste ab eo accipiamus. Elevat ergo saacerdos corpus Christi in altari, quasi dicat: Ecce quem totus mundus capere non potest, captivus noster est: ergo eum non dimittamus, nisi quod petimus prius obtineamus.” Expositio missae, cap. 4. Inter Opera S. Bonaventurae, VII, Lugduni (post editiones Vaticanam et Germanicam). 1668, pag. 78. I più recenti editori di S. Bonaventura non accettano questo opuscolo come autentico: vedi Appendice, 2, 6°.
37 “Iam ne dederis, o anima, somnum oculis tuis, et palpebris tuis dormitationem, donec inveinas locum Domino, tabernaculum Deo Iacob (Ps. CXXXI, 4, 5). Sed quid putamus, fratres? Ubi in invenitur huius aedificii locus...?.... Tribularer valde, et anxiaretur super me spiritus meus, nisi quod audio eum de quodam dicentem: Quia ego et Pater ad eum veniemus, et mansionem apud eum faciemus (Io. XIV, 23). Itaque iam scio ubi praeparanda sit domus ei... Anima capax illius est, quae nimirum ad imaginem eius est creata. Propter quod iam festina, adorna thalamum tuum, Sion; quoniam complacuit Domino in te, et terra tua inhabitabitur. Exsulta satis, filia Sion; habitabit in te Deus tuus. Dic cum Maria: Ecce ancilla Domini, giat mihi secundum verbum tuum. Dic iuxta beatae Elisabeth verba: Et unde hoc mihi, ut veniat maiestas Domini ad me? (Luc. I, 38, 43). Quanta enim Dei benignitas, quanta dignatio, quanta gloria animarum, quod Dominus universorum, et qui nullam habet indigentiam, templum sibi fieri iubet in illis? Itaque, fratres, toto cum desiderio et digna gratiarum actione studeamus ei templum aedificare in nobis: primo quidem solliciti ut in singulis, deinde ut in omnibus simul inhabitet; quia nec singulos dedignatur, nec universos.” S. BERNARDUS, In dedicatione ecclesiae sermo 2, n. 1, 2. ML 183-522. - Non parla qui S. Bernardo della comunione, ma quel che dice molto bene vi si applica.
38 “Totus siquidem mihi datus et totus in meos usus expensus est.” S. BERNARDUS, In Circumcisione Domini sermo 3, n. 4. ML 183-138.

References: in fine
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 § 15
 § 13
 § 3