Source: https://avvocato.massapaolo.it/marzo-2018
Timestamp: 2019-07-23 22:50:27+00:00

Document:
24/03/2018 - Web Tax – Imposta sugli utili (COM 147 Final)
Nella Relazione di accompagnamento alla proposta di direttiva (21 marzo 2018) si legge che la <<Commissione ha deciso di agire>> per la tassazione degli utili delle attività digitali transfrontaliere nella UE con l’obbiettivo di colmare le varie lacune impositive derivanti dai comportamenti delle cd. multinazionali digitali e dalle asimmetrie tra i regimi fiscali UE.
L’oggetto della proposta, attraverso l’ampliamento del concetto di stabile organizzazione, è la definizione di principi per l’attribuzione degli utili a una <<presenza digitale significativa>> o in relazione ad essa, ai fini dell’imposta sulle società (imposizione diretta).
Per il campo di applicazione rileva l’<<entità>> digitale significativa a prescindere dal luogo della residenza (sede) e così non importando che sia in UE o in Paese terzo. Con la precisazione di salvaguardia che nei confronti di entità con sede in Paese terzo, la proposta di direttiva si applica solo se il Paese terzo ha una convenzione con il Paese UE dove si trova l’entità e che contenga disposizioni, che siano anche in vigore, simili alla nozione di presenza digitale significativa (art. 4) e per i criteri di attribuzione di utili (art. 5). Perciò, al di là delle future negoziazioni, può dirsi che sia già presente una lacuna del sistema che si vuole introdurre? Se la convenzione con il Paese terzo non contiene (o conterrà) nulla di simile, non varrà la pretesa di tassazione verso l’entità digitale significativa che abbia la residenza nel detto Paese terzo? Di conseguenza, gli utili che saranno prodotti nel o nei Paesi membri UE non potranno essere tassati secondo la nuova logica e si applicheranno i principi generali.
L’art. 3 nell’individuare le varie definizioni, che si rinvengono nella proposta, rinvia ad un allegato I nel quale si trova che l’<<imposta sulle società>> è ad esempio, per l’Italia, definita <<Imposta sul reddito delle società in Italia>>.
Le altre definizioni sono <<interfaccia digitale>>, <<indirizzo di protocollo (IP)>>, <<utente>>, <<servizi digitali>>. Per questi ultimi e la loro precisa individuazione, ai fini della qualificazione, esiste l’allegato II.
Nel testo della presente proposta e con riguardo ai ricavi si trova precisato che sono intesi i proventi della vendita e di altre operazioni, al netto dell’Imposta sul Valore Aggiunto e di altri tributi.
L’entità è qualsiasi persona giuridica o istituto giuridico che svolge la propria attività attraverso una società o una struttura trasparente ai fini fiscali. Allora, leggendosi il testo in questione, viene da potersi domandare, a proposito del requisito di “struttura trasparente ai fini fiscali” se il ns art. 162, lett. f) TUIR sia già stato destinato a colmare il vuoto dei lavori legislativi comunitari che erano in corso al momento di entrata in vigore della l. 205/2017, art. 1, comma 1010. La risposta dovrebbe essere negativa per una serie di considerazioni; prima, tra tutte la ritenuta inapplicabilità alle stabili organizzazioni delle imprese digitali. Nel senso inteso dalla proposta di direttiva.
In ogni modo, il testo della bozza in esame, detta (art. 9) poi la previsione per la rilevanza di collegamenti (diretti e indiretti) societari alla <<entità>>. E, i criteri dei collegamenti possono essere rilevanti per colmare eventuali vuoti normativi derivanti da convenzioni di Paesi terzi a cui possa appartenere l’<<entità>> e che non contengano le ricordate previsioni simili agli artt. 4 e 5.
L’art. 4 considera come stabile organizzazione esistente, la presenza digitale significativa attraverso la quale è esercitata in tutto o in parte un’attività (digitale). La presenza digitale deve però essere <<significativa>> e così è da intendersi laddove congiuntamente si abbia la fornitura di servizi digitali tramite interfaccia digitale (considerate anche le imprese associate) e al ricorrere di ricavi totali nel periodo di imposta e derivanti dalla fornitura di servizi digitali che siano > 7.000.000 Eur, di una somma di utenti situati nello Stato membro che sia > 100.000 e che il numero di contratti commerciali conclusi sia > 3.000.
Perciò, di per sé, laddove l’entità rimanga al di sotto di una delle soglie sopra ricordate, si escluderebbe l’applicazione della Direttiva e quindi l’esistenza della stabile organizzazione digitale. Tornando ad applicarsi i principi generali tributari in ordine alla residenza della <<entità>>.
Questo attuale assetto di previsione normativa potrebbe portare quale effetto la frammentazione di una multinazionale digitale?
Per i criteri sopra ricordati, rileva poi il cd. <<utente>> (cfr. precedenti osservazioni). Ai fini della soglia, sono considerati gli utenti che siano situati in uno Stato membro in un periodo di imposta e che utilizzano un dispositivo in tale Stato membro per accedere, nel medesimo periodo, all’interfaccia digitale da cui sono forniti i servizi digitali.
Viene da domandarsi se sia corretto, nell’ambito di un sistema di imposizione diretta, considerare come elementi della stabile organizzazione, un fattore (l’utente) che in realtà è esterno alla organizzazione di impresa. E’ legittimo il dubbio. Perché (art. 162 TUIR) l’espressione stabile organizzazione comprende <<una sede di direzione>>, <<una succursale>>, <<un ufficio>>, <<un’officina>>, <<un laboratorio>>, <<una miniera, un giacimento petrolifero ecc…>>.
Da alcuno di tali elementi tipizzati è consentito affermare che i clienti di una di queste strutture, che identificano un’attività, possano essere elementi costitutivi della stabile organizzazione. Ma, così, si crede, debba valere anche per i <<contratti commerciali>>. Ad esempio, e pur con riferimento ad un ambito fisico; possono i clienti di una linea aerea essere considerati, per individuare una stabile organizzazione, quale elemento diretto e rilevante della stessa? Non risulta che ciò avvenga. Eppure, anche questi clienti contribuiscono a creare valore per l’impresa al pari di quella dell’impresa digitale. Ma non vengono ad avere rilevanza fiscale. Perché, allora, solo i secondi dovrebbero averla? (cfr. pag. 8 Relazione Commissione a proposta 147 Final).
Alla fine può affermarsi che l’ancorarsi al fatto della immaterialità della impresa digitale per arrivare a considerare gli utenti sia solo una comoda strada per la cassa erariale comunitaria che non pare legittima né corretta sul piano dei principi.
Come già detto, e ai fini degli intenti perseguiti dalla Comunione UE, non avrebbe più senso prima eliminare le asimmetrie fiscali dei vari Paesi UE eliminando le posizioni avvantaggiate? E, oltre a ciò, arrivare (eventualmente) a corretta soluzione normativa che abbia un collegamento, ai fini della presenza digitale significativa, che sia davvero di immedesimazione con gli elementi di una organizzazione di impresa. Solo una vera riflessione sui tecnicismi della impresa digitale potrà dare risposta che sia corretta (cfr allegato II per i servizi digitali).
Da ultimo, non può non essere segnalato che sono esclusi (allegato III) dal sistema i servizi digitali espressamente elencati nonché quelli di vendita di beni o altri servizi agevolata dal ricorso a internet o a una rete elettronica (es. servizi radiodiffusione – telecomunicazioni – video cassette e DVD).
Il che vorrà dire che, necessariamente, di fronte a varie problematiche che le fattispecie concrete potranno presentare, ci dovrà essere preliminarmente una questione di valutazione per l’esclusione totale dai criteri della direttiva, o anche parziale, se l’impresa digitale opera in un ambito misto. Con riflesso dunque sugli utili che verranno in tassazione.
22/03/2018 - Web Tax (ricavi) - Commissione Europea proposta di direttiva per <<Imposta sui Servizi Digitali>> (148 Final).
1.La Commissione Europea ha presentato, ieri, le proposte di direttiva (COM 147 e 148 Final) per la tassazione delle società con presenza digitale significativa. Dando seguito, alle richiamate necessità di cercare una compiuta tassazione (Web Tax) nei confronti delle multinazionali digitali.
Le proposte di direttiva sono per un sistema di imposizione indiretta (ricavi – 148 Final) con portata di temporaneità ed una tassazione diretta (utili – 147 Final) da introdurre successivamente e in modo consolidato nell’Unione Europea.
In questa sede, si vogliono al momento solo cogliere alcune particolarità dell’impianto legislativo della proposta sui <<ricavi>> (148 Final).
Leggendosi i documenti pubblicati non può sfuggire come, dapprima, e per una fase di dichiarata temporaneità, si voglia seguire la strada (Imposta sui Servizi Digitali) della imposizione indiretta (ricavi – 3%) per poi arrivare, in via definitiva, all’imposizione diretta (utili). Ciò che deve, per così dire, sorprendere, nell’ambito del diritto finanziario, è il fatto che l’imposizione indiretta venga considerata come strumento di provvisorietà o ponte verso la tassazione diretta degli utili. Utilizzando schemi di un sistema per l’altro. Come se fossero intercambiabili e indifferenti.
Questo modo legislativo di procedere indubbiamente suscita perplessità; nella misura in cui, l’imposizione indiretta non è da considerarsi, salvo eccezionalità che qui certamente non ricorrono e che sarebbero per casi diversi, come un criterio di tassazione temporaneo.
Tra l’altro, dalla lettura dei documenti, la proposta di tassazione dei ricavi non genera quelle incertezze per il contrasto a certi principi dell’ordinamento tributario (es. elementi per l’allargamento della base imponibile) che derivano dalla proposta di tassazione degli utili (imposizione diretta). Inoltre, sempre pur considerando le manifestate esigenze comunitarie (cfr. note precedenti) per l’introduzione della Web Tax, non suscita problemi di politica in generale un’imposizione indiretta che, per meccanismo adottabile, renderebbe indubbia certezza di applicazione e nemmeno finirebbe per gravare sul consumatore. Nel senso di quanto appena detto, si ricorda come nel ns Paese già esista la tassazione sui ricavi delle imprese digitali (Imposta sulle Transazioni Digitali).
Riflettendo su tale stato di cose, la ragione sta nel fatto che, per incrementare le risorse proprie comunitarie, è più facile poter ricorrere all’imposizione indiretta considerate le problematicità degli accordi sulla tassazione diretta delle multinazionali digitali che non coinvolgono solo i Paesi comunitari. La contrattazione sarà mondiale.
Ma, le cose dovrebbero in teoria essere diverse. Nel senso di aversi un esecutivo europeo che compia all’origine la scelta di un sistema di tassazione piuttosto che di un altro, ragionando su principi giuridici, finanziari oltre che di politica economica e di sociologia; anziché, basarsi esclusivamente sulle necessità della “cassa erariale comunitaria” per tempistiche a breve e a lungo termine. Da notare, peraltro, come quanto appena indicato, è abbastanza chiaramente manifestato nei documenti esaminati.
2. Il progetto di direttiva (148 Final) all’art. 3 elenca quali sono considerati <<ricavi imponibili per la direttiva che viene proposta>>.
Il soggetto passivo dell’imposta è qualsiasi <<entità>> digitale che soddisfi congiuntamente due condizioni (ricavi mondiali > € 750.000.000) e ricavi imponibili nell’Unione Europea (> € 50.000.000).
E’ <<entità>> qualsiasi persona giuridica o istituto giuridico che svolge l’attività attraverso una società o una struttura trasparente ai fini fiscali.
Per la considerazione dei due dati rileva l’<<esercizio finanziario pertinente>> come è specificato all’art. 4. Ma, di fatto, con coincidenza con il periodo di imposta.
I ricavi imponibili (art. 5) della <<entità>> sono quelli ottenuti in uno Stato membro alla condizione che gli utenti del servizio (digitale) si trovino in tale Stato membro nel periodo di imposta e abbiano ivi utilizzato il dispositivo per i servizi resi dalla entità. Ma, rileva anche l’utente visitatore.
Potrà suscitare problemi applicativi la determinazione (art. 5) dei ricavi imponibili perché viene in considerazione il calcolo in proporzione al numero di volte in cui un annuncio pubblicitario sia apparso sui dispositivi degli utenti nel periodo di imposta; o ancora, per la proporzione al numero degli utenti che hanno concluso operazioni nel caso di un’interfaccia digitale, per avere goduto di cessioni di beni o prestazioni di servizio.
Ricorre, poi, la previsione della riscossione dell’imposta che è <<esigibile>> il giorno lavorativo successivo alla fine del periodo di imposta in considerazione. L’imposta è pari al 3% sui ricavi secondo i criteri di determinazione della direttiva.
3.A voler effettuare una breve comparazione con l’(italiana) Imposta sulle Transazioni Digitali vi è da notarsi come la ns legge (L. 205/2017), già in vigore, sia, per il proprio impianto, di più semplice e immediata applicazione. Nonché, precisa nel determinare che il valore delle transazioni a cui si applica è da considerarsi al netto dell’imposta sul valore aggiunto (non risulta una tale omologa precisazione nella proposta di direttiva).
Da un lato, l’esigibilità dell’imposta italiana è immediata ed è applicata al valore della singola transazione. Quindi, non determina quelle possibili incertezze applicative che potrebbero derivare dai calcoli dell’utilizzo del criterio proporzionale del progetto di direttiva UE.
Dall’altro lato, la formulazione è più semplice ma generica nell’individuare il presupposto imponibile <<servizi prestati tramite mezzi elettronici forniti attraverso internet o una rete elettronica la cui natura rende la prestazione essenzialmente automatizzata corredata di un intervento umano minimo e impossibile dal garantire in assenza della tecnologia dell’informazione>>.
4.In conclusione del presente esame, si può trarre la considerazione che per eventuali problematiche derivanti dall’applicazione dell’Imposta sulle Transazioni Digitali (IT) possano in qualche modo utilizzarsi elementi di confronto e di integrazione derivanti dalla proposta odierna della Commissione Europea.
Da ultimo, non vi sono dubbi o non paiono esservi, che tutti gli elementi considerati ai fini dell’imposizione indiretta per la tassazione dei ricavi delle imprese (multinazionali) digitali paiono corrispondere a criteri di conformità dei principi dell’ordinamento tributario in generale. Diversamente, secondo quanto anticipato in precedenti riflessioni, per il progetto dell’Imposta Sugli Utili (COM 147 Final) su cui si tornerà a breve con maggior approfondimento, in particolare con riguardo all’elemento dell’<<utente>> utilizzato ai fini dell’individuazione della <<presenza digitale significativa>>.
16/03/2018 - Web Tax (progetto di risoluzione del Parlamento Europeo)
Il progetto di risoluzione in questione, approvato 15 marzo 2018, è volto all’introduzione dell’imposta sulle società nella UE ed ha per destinatario le imprese digitali multinazionali che operano su base transfrontaliera al fine di colmare il vuoto normativo-impositivo, sfruttato dalle imprese, che generano profitti in uno Stato membro senza disporre di una stabile organizzazione fisica in tale Stato membro perché si avvalgono esclusivamente di una organizzazione digitale. Così si intende trattare le imprese digitali allo stesso modo di quelle che dispongono di una organizzazione fisica.
Nel progetto in questione è chiaramente indicata la consapevolezza circa il fatto che nella UE ci sono Paesi (Belgio, Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Malta) che pur essendo comunitari offrono una fiscalità enormemente ‘’avvantaggiata’’ rispetto agli altri con l’effetto di produrre conseguenze anche sul sistema e le regole della concorrenza.
La chiave che si intende usare per la nuova normativa, che dovrebbe poi divenire consolidata, è l’art. 115 del Trattato sul funzionamento della UE per cui il Consiglio, deliberando all’unanimità, può elaborare direttive in ambito fiscale. Così ovviandosi alla regola principio secondo la quale le politiche fiscali sono di competenza degli Stati membri.
L’ obiettivo della nuova regolamentazione normativa è di eliminare le asimmetrie fiscali dei vari Paesi UE.
Si mira ad una imposizione sugli utili delle società cd digitali (multinazionali) che avvenga per <<luogo comunitario>> in cui sono realizzati e in cui le imprese hanno la loro stabile organizzazione digitale. Viene inoltre espressa l’esigenza di intervenire con <<rapidità>> per l’introduzione dell’imposta e il consolidamento comune.
La base imponibile per realizzare l’imposta sulle società cd digitali vuole prevedere quale elemento presupposto la << stabile organizzazione digitale>> che abbia una << presenza significativa>> per i servizi che vengono prestati a consumatori e imprese. Questo nuovo modello di stabile organizzazione identifica gli elementi della stessa in un’applicazione elettronica, una banca dati, un mercato on line, uno spazio di archiviazione, un motore di ricerca o servizi pubblicitari su un sito web o in un’applicazione elettronica.
Al momento il progetto intende destinarsi ad essere applicato oltre soglie di ricavi e alla sussistenza di altri elementi (es. numero utenti registrati, volumi dati digitali).
Spetta alle imprese comunicare i dati di base alle Autorità fiscali UE.
E’ anche previsto che gli Stati membri si impegnino a modificare i trattati fiscali bilaterali per conformarsi alle nuove regole.
L’imposta non dovrà però rallentare la ricerca e lo sviluppo delle imprese digitali e per questo sono previste norme per la deduzione dei costi deducibili con la previsione di una <<lista>> e delle perdite che però siano <<negoziate. Risulta però evidente come si tenderà, attraverso il fine di dare certezza di diritto sula deduzione dei costi, a limitare gli elementi passivi da dedurre dai ricavi, i fenomeni di strumentali deduzioni, al fine di non far scendere gli utili tassabili.
Il progetto, per una breve disposizione in esso contenuta, non pare essere destinato però esclusivamente alle imprese (multinazionali) digitali ma anche a quelle tradizionali (es. al momento è pure stata eliminata in sede di emendamenti la previsione dell’esclusione delle società di navigazione con regime fiscale speciale). Per il futuro è indicato nel progetto che scompariranno le soglie di ricavi e altri elementi per un’applicazione totale; quindi anche alle medie e piccole imprese.
Deve domandarsi, così riassunti gli elementi principali del progetto di risoluzione se la previsione della base imponile della stabile organizzazione digitale con significativa presenza risponda correttamente ai principi del diritto tributario laddove vuole individuare quali elementi di essa << gli utenti registrati>>.Così, da un lato, viene la riflessione se la residenza di un utente registrato possa così trasformarsi (come parrebbe) in un criterio territoriale per individuare il luogo della tassazione in un Paese comunitario di parte degli utili generali della impresa digitale. Perché l’<< utente registrato>> (tra l’altro viene considerato rilevante anche il ‘’mero visitatore’’) può davvero essere considerato un elemento costitutivo del concetto di stabile organizzazione. Giacchè, prima della stabile organizzazione digitale, c’è da rispondere alla verifica di cosa si possa correttamente intendere per essa nel senso tradizionale. Viene così naturale osservare che un << utente registrato>> è un elemento terzo rispetto agli elementi di un’organizzazione di impresa. Forse, un utente registrato è ben altro (cfr, riflessioni future in argomento). A ciò si arriva rileggendo le previsioni tributarie del nostro Paese sugli elementi identificativi della stabile organizzazione.
Ma, ancora, un sistema di imposizione diretta (utili) così progettato, può rispondere correttamente anche ai principi della unitarietà della UE? Perché, è ovvio che, a soli fini di tassazione, si finirebbe per far risorgere i confini dei Paesi membri per la considerazione delle residenze degli utenti registrati.
La carta di identità del consumatore digitale diverrà elemento per individuare il criterio territoriale di imposizione degli utili in un Paese. Per esigenze tributarie, nel senso di fabbisogno di maggiori entrate (risorse proprie), verrebbero idealmente reintrodotti i confini.
Forse, può anche diversamente concludersi che, i criteri e tradizionali principi della tassazione degli utili nella imposizione diretta non possono essere distorti a tal punto. E, apparirebbe più facile intervenire sulla effettiva eliminazione delle asimmetrie di regimi tributari dei vari Paesi UE.
Ma se le previsioni sono in tal senso, non pare che il risultato pur auspicato sarà davvero breve. Allora, risulta più facile imporre regole che non paiono rispettose di quanto negli anni è stato raggiunto, anche grazie alla giurisprudenza, per il rispetto di regole di base, equità e altro che di volta in volta erano state stravolte da un legislatore.
Mentre, concetti come quelli in esame derivanti dal progetto di risoluzione si prestano invece e più facilmente per l’<<imposizione indiretta>> che parimenti si vuole introdurre a carico delle <<imprese multinazionali digitali>>.
Il nostro Paese ha introdotto a partire dal gennaio 2018 un nuovo elemento rivelatore di una stabile organizzazione di un’impresa non residente: individuato (art.162TUIR) nella << significativa e continuativa presenza economica nel territorio dello Stato costruita in modo tale da non fare risultare una sua consistenza fisica nel territorio stesso>>. Viene da domandarsi se questa norma possa essere effettivamente essere diretta verso le imprese digitali. Già solo per il fatto che indubbiamente la stessa formulazione in termini negativi non parrebbe per così dire adeguata. Considerando che i criteri e le fattispecie per la tassazione devono essere espresse in termini positivi e di certezza. Oltre al fatto, che la dizione della norma pare riferirsi a casi di occultamento di attività comunque fisiche giacchè l’alveo del suo inquadramento è la stabile organizzazione fisica.
Allo stato, non può segnalarsi che tutti sembrerebbero recepire la disposizione così scritta come rivolta alle imprese digitali ma senza porsi questioni di corretta tecnica legislativa e di principi.
15/03/2018 - WEB TAX (Regno Unito)
Il Regno Unito intende partecipare alla formazione di una <<legge europea>> sulla web tax per la tassazione degli <<utili>>.
La particolarità tecnica che viene offerta (Corporate tax and the digital economy: position paper updated – marzo 2018) per l’individuazione del presupposto impositivo è di spostare l’attenzione dal luogo in cui il valore di impresa è creato al <<valore della partecipazione degli utenti>>. Per cercare di ovviare alla mobilità delle macro imprese del web che possono spostare i luoghi del valore di impresa in senso tradizionale al fine di ridurre la tassazione sugli utili.
Ciò che emerge da queste prime annotazioni sulla posizione è che in realtà, sul piano del principio, si sta verificando uno spostamento dall’imposizione diretta a quella indiretta. Perché non è pensabile, che ai fini della imposizione diretta (utili) i <<clienti>> possano rientrare nei presupposti impositivi.
Vero è che, contemporaneamente, lo stesso Regno Unito offre anche di applicare una imposizione provvisoria sui <<ricavi>>. E, in tal senso, non può non ricordarsi che il nostro Paese sia già all’avanguardia. Ma, neppure, può tacersi che, per rispettare correttamente i principi di base, l’unica soluzione sia quella della esclusiva imposizione indiretta, anche attraverso nuove forme, che si aggiunge alla diretta di cui non devono essere violati i principi di base con forzati criteri di tassazione per “colpire” gli utili.
09/03/2018 – UNIONE EUROPEA NUOVE IMPOSTE
L’Unione Europea sta pensando all’introduzione di nuove imposte quali Web Tax (sugli utili) sulle Transazioni Finanziarie e, in tema di Ambiente, per tassare chi inquina di più.
Al momento non è dato, ancora, conoscere una qualche prima bozza dei lavori in corso su cui poter già effettuare delle riflessioni che siano esclusivamente tecniche.
Indubbiamente, però, è da osservare che le richieste di nuovi tipi di imposte, quali quelle in oggetto, hanno alla base un’unica esigenza che risponde esclusivamente a criteri di cassa per far fronte alle cd. <<nuove emergenze>> dell’Unione Europea, tutte comunque collegate a problemi di tipo sostanzialmente politico ed anche, come parimenti dichiarato, al riscontro della diminuzione delle entrate del bilancio europeo (risorse proprie).
In particolare, non può non notarsi come sia stato chiaramente detto che le nuove emergenze debbono essere affrontate, anche, attraverso nuove imposte.
Allora, la riflessione che si vuole porre in questo momento di origine dei nuovi tributi, è che la loro nascita e struttura potrebbe non rispondere a regole che siano squisitamente tributarie e che, anzi, le regole tributarie e ancor di più i principi tributari di base dei vari ordinamenti, potranno essere distorti a favore della necessità dichiarata di aumentare le risorse economiche di entrata.
Di nuovo, così, lasciando alla giurisprudenza, anche comunitaria, il compito di far applicare correttamente certi principi del diritto tributario.
Nei prossimi giorni si potrà conoscere la prima bozza di regolamentazione della cd. <<Web Tax>> sugli utili e si potrà anche riflettere se la nuova imposta di tipo ambientale -per tassare chi inquina di più- sarà compatibile con l’attuale regolamentazione del nostro Paese e se anche le correzioni, provenienti dalla giurisprudenza alla imposizione del vigente tributo locale, verranno piegate dalla nuova regolamentazione europea.
Ancora, non può sfuggire, almeno per quanto riguarda la Web Tax, che la cercata e voluta globalizzazione commerciale sta per essere piegata dalle esigenze fiscali giacché è nella previsione che la tassazione degli utili comporterà una frammentazione delle multinazionali facendo quindi ritornare, idealmente alle origini, solo dal punto di vista fiscale, una Europa divisa anziché unitaria.
03/03/2018 - ABUSO DEL DIRITTO
La Corte di Cassazione, Sez 3 pen., con sentenza del 1 marzo 2018 n. 9378 ha annullato una ordinanza di condanna irrevocabile con relativa pena per la contestazione di dichiarazione infedele in relazione ad operazioni societarie che erano state ritenute inesistenti o simulate. La parte chiedeva al Giudice dell'esecuzione la revoca della condanna alla luce della riforma ex D.Lgs 128/2015 che ha introdotto il nuovo art. 10 bis nel cd. Statuto del Contribuente (L.212/2000) per il quale le operazioni meramente elusive e/o in abuso di diritto non danno luogo a fatti punibili per le norme penali tributarie.
La stampa economica ha dato giustamente risalto alla sentenza. In realtà, ad una attenta lettura della stessa si arriva alla conclusione che la Corte di Cassazione ha corretto gli errori di motivazione dell'ordinanza impugnata in relazione alla qualificazione e interpretazione dei fatti. Demandando al Giudice del provvedimento impugnato << una nuova e più compiuta valutazione>> dei fatti allo scopo di verificare che le contestate operazioni societarie siano state effettivamente esistenti o meno (ovvero, anche simulate) con la conseguenza che solo nel primo caso vi sarebbe l'irrilevanza penale della condotta per lo scopo di conseguire un indebito vantaggio fiscale.
La sentenza dunque deve essere riportata in un corretto alveo senza forzature. Anche se indubbiamente ha il merito di offrire l'occasione di riflessioni e considerazioni sulla nuova norma dell'art. 10 bis Statuto del Contribuente che, quale disposizione successiva e più favorevole, consente di percorrere la via della revoca di condanne per operazioni giudicate ''abusive'' e accertate penalmente rilevanti (cfr.ultimo comma art. 10 bis cit).
02/03/2018 - WEB TAX
E' odierna la notizia della proposta in Commissione U.E. di bozza per la tassazione degli <<utili>> in capo alle cd. stabili organizzazioni digitali delle macro imprese che commerciano i prodotti attraverso il WEB.
La bozza per la WEB TAX sarà ufficialmente presentata il 21 marzo 2018. L' intento perseguito dalla Comunità Europea è di evitare l'elusione dei profitti (da intendersi utili) da parte delle multinazionali del web.
Nel frattempo si discute, sempre in ambito europeo, di una soluzione provvisoria per la tassazione degli scambi commerciali nelle attività digitali. Il nostro Paese ha già una propria normativa in tal senso la cui applicazione avverrà solo dal 2019. E' nata con la Legge di Bilancio 2018 (27 dicembre 2017 n.205) ed è disciplinata dai commi 1011-1019.
In questa sede, si intende riflettere, un poco, sulla natura e legittimità di questa << nuova imposta>>. Per far ciò, è necessario ricordare quale sia la natura della imposta in questione per il diritto finanziario. Si tratta di una imposta (indiretta) che appartiene al genere della tassazione sugli scambi (commerciali). E, va ad aggiungersi ad altre già esistenti che colpiscono, sempre in modo indiretto, gli affari, la produzione, i beni in regime di monopolio.
Per la struttura normativa della imposta in questione non può dirsi, in senso giuridico, che potrà automaticamente far aumentare il valore delle merci finendo per gravare sul consumatore. E' stata disciplinata in modo tale che l'imposta in questione (pari al 3 per cento del valore della singola transazione) sia riscossa esclusivamente a carico del soggetto prestatore residente o non residente nello Stato. Ovvero, nei confronti della web-impresa.
L'imposta, e per la propria aliquota fissa, si aggiunge al valore del corrispettivo (o, prezzo) della prestazione e viene trattenuta alla fonte all' atto del pagamento del corrispettivo. Di effettuare la trattenuta è gravata anche l'impresa di servizi a cui la web-impresa ha conferito il mandato ai commerci sul web.
L' imposta non finisce per gravare, in senso giuridico, sul consumatore perché non aumenta il valore imponibile ai fini dell'iva sulla prestazione del servizio di vendita. In quanto, il valore della prestazione o meglio della transazione considera il corrispettivo dovuto al netto dell'IVA.
In tal senso, è di evidenza, come il nostro Legislatore fiscale si sia preoccupato di garantire il consumatore. Qualcuno potrà obiettare che le stesse merci dall' entrata in vigore della cd web tax sugli scambi potranno aumentare di un valore pari alla stessa o addirittura maggiore. O, possano essere introdotte commissioni o aumenti di servizi per dare compensazione al prelievo.
A ben riflettere, però, non potrà essere così. A rimetterci sarebbe la stessa web impresa perché il valore della stessa merce finirebbe invece per aumentare due volte; ovvero, una, per compensare il prelievo del primo (ideale) scambio e un'altra per la web tax che si applicherà sullo stesso scambio.
Insomma, sarebbe da ritenere che il temuto effetto di economia politica di aumento del valore del prezzo per una nuova imposta non si verificherà. Piuttosto, forse, e in linea teorica, sarebbero possibili diminuzioni dei valori dei prezzi. Perché, da un lato, è vero, che i colossi del web tendono alla creazione di monopoli diminuendo sempre più i prezzi e a far ciò sarebbero costretti addirittura dalla nuova imposta. Allora, eventuali effetti negativi, potrebbero aversi non per i consumatori ma in altri ambiti dei servizi web. Ad esempio, sul lavoro. Perché se sarà vero l'effetto della riduzione dei prezzi con altri tipi di compensazioni, uno degli strumenti potrebbe essere il costo del lavoro. Oppure, ancora e piuttosto e più verosimilmente un aumento delle automazioni (robot) a scapito del lavoro in termini però di occupazione. E, anche qui, si è già iniziato a parlare della tassazione del lavoro del robot.
In conclusione, per la breve riflessione in questione, lo sforzo fatto dal nostro Legislatore fiscale è da apprezzare per linearità e meccanismo applicativo.
Ci aggiorniamo su questo argomento alla pubblicazione della bozza della Commissione U.E.

References: art. 162
 art. 1
 sentenza 
 art. 10
 sentenza 
 art. 10