Source: http://dirittiefrontiere.blogspot.com/2014/09/i-centri-di-identificazione-ed.html
Timestamp: 2017-06-25 18:57:32+00:00

Document:
Diritti e Frontiere: I centri di identificazione ed espulsione (CIE) sono costosi e non si possono umanizzare. La Commissione Diritti umani del Senato e la Campagna Lasciatecientrare denunciano una situazione contraria ai diritti ed alla dignità delle persone. Forte tensione anche nei CARA.
I centri di identificazione ed espulsione (CIE) sono costosi e non si possono umanizzare. La Commissione Diritti umani del Senato e la Campagna Lasciatecientrare denunciano una situazione contraria ai diritti ed alla dignità delle persone. Forte tensione anche nei CARA.
I Cie non sono strutture che si possono umanizzare, vanno aboliti, oltre che costosi ed inutili violano la dignità ed i diritti fondamemtali delle persone trattenute, e ci finiscono pure molti richiedenti asilo. Si tratta soprattutto di egiziani esposti al rischio di rimpatri collettivi, con provvedimenti che nel giro di un fine settimana non danno neppure la possibilità di esercitare effettivamente i diritti di difesa o di fare valere una richiesta di asilo. Anche la situazione nei CARA è esplosiva , per effetto della carenza di posti e per la lunghezza delle procedure per il riconoscimento della protezione umanitaria.
Riceviamo dal Senatore Luigi Manconi Presidente della Commissione Diritti umani del Senato
La Commissione Diritti umani del Senato approva Rapporto sui CIE: negata dignità e diritti delle persone
La Commissione, dopo aver visitato nei mesi scorsi i centri
di Bari, Roma, Gradisca d'Isonzo, Trapani e Torino esprime un giudizio estremamente severo: sono emerse numerose carenze riguardo alle funzioni
che essi dovrebbero svolgere, e ciò in ragione di rilevanti insufficienze strutturali, nonché di modalità di esecuzione del trattenimento gravemente al di sotto degli standard di tutela della dignità e dei diritti delle persone trattenute.
La Commissione propone oggi al Governo una serie di interventi sulle procedure che regolano il sistema di trattenimento, identificazione ed espulsione con l'obiettivo di rendere il ricorso al trattenimento una misura estrema, del tutto residuale e finalizzata esclusivamente al rimpatrio, di ridurre al minimo i tempi di permanenza in quelle strutture e di assicurare alle persone sottoposte al trattenimento il rispetto delle garanzie previste dalle norme nazionali e internazionali.
Questo il Report della Campagna LasciateCientrare dopo la visita nel CIE e nel Cara di Pian del Lago a Caltanissetta.
http://www.lasciatecientrare.it/j25/italia CAMPAGNA
VISITA PIAN DEL LAGO 19 SETTEMBRE 2014 Caltanisetta,
Pian del Lago - 19 settembre 2014 Al nostro ingresso al centro governativo di
contrada Pian del Lago, troviamo ad attenderci per accompagnarci nella nostra
visita, i rappresentanti di Questura e di Prefettura e la direttrice del
centro, dipendente dell’ente gestore Auxilium.
governativo è formato da una parte più piccola
costituita da blocchi di cemento ed una grande area costituita da container. Dietro
queste strutture, doppiamente recintato con sbarre altissime, si erge il Cie
presidiato da polizia e esercito. Davanti al
cancello si trovano le aree amministrative: l'ufficio dove la PS sottopone agli
esami fotodattiloscopici i migranti e la cosiddetta medicheria.
antistante il Cara si riunisce la commissione territoriale per il
riconoscimento dello status di rifugiato. In media i tempi di attesa per la
data dell'audizione che ci vengono comunicati dal rappresentante della
Questura sono 8 mesi, sempre che il richiedente non risulti già
foto-segnalato in altro Stato. In questo caso passano altri due/ sei mesi per
gli accertamenti necessari in base al regolamento Dublino (ovvero verificare se
il richiedente deve essere rinviato nel primo stato che lo ha identificato).
direttrice del centro ci comunica che gli ospiti attualmente ospitati nel CARA
sono in totale circa 570, rispettivamente: 360 nella zona più grande, 116
nel CDI , mentre quelli trattenuti nel CIE sono 92.
visita inizia dal blocco più piccolo del Cara, costituito da edifici in
muratura. In ciascuno di essi vi sono quattro stanzoni con sei letti
(attaccati l’uno all’altro) che consistono in blocchi di cemento su
cui sono disposti dei materassi. Ciascuno di questi edifici
dove vivono gli ospiti, è dotato da 4 docce e 6
wc ( per un totale di 48 persone).
stanze che i bagni sono visibilmente stati puliti in occasione della
nostra visita (visita annunciata e poi rimandata dalla prefettura a questa
data, da settimane) ciononostante sono atavicamente sporchi e puzzolenti.
arrivo, i richiedenti asilo sono in parte raccolti in preghiera per terra, in uno
spazio aperto antistante la cosiddetta area mensa, anch’essa adibita
entro una delle strutture in muratura, allestita con tavoli e sedie, i quali a
prima vista sembrano evidentemente insufficienti per il numero di
"ospiti"; ma un funzionario ci spiega che "mangiano a turno e si
alzano tardissimo la mattina". La
direttrice del centro, dipendente di Auxilium, ente gestore di Cie e Cara, è l'unica a
rispondere schietta e preparata alle nostre domande. Ci spiega che ai profughi
viene consegnata una chiavetta che viene ricaricata con 2,50 euro al giorno
utilizzabile solo all'interno del Cara per acquistare bevande, sigarette o
schede telefoniche. Ai
richiedenti asilo non vengono mai dati contanti ne' altra forma di denaro
spendibile fuori dal Cara. Cosi nelle ore diurne, quando
possono uscire dalla struttura e andare in città non possono
ne' comprare un biglietto del bus ne' sedersi a un bar a bere un caffè', possono
solo vagare senza meta precisa.
arrivare in città, poiché la zona non è neppure
servita dal servizio di trasporto pubblico, occorre percorrere 6 km a piedi in
una pericolosissima strada trafficata e priva di marciapiedi e
illuminazione. La settimana scorsa
un profugo pakistano è stato investito accidentalmente (attualmente e'
ricoverato in coma presso l'ospedale di Caltanisetta).
Gli orari di
entrata e uscita dal centro sono dalle ore 10 del mattino alle ore 20, con una
certa flessibilità per l’orario del
rientro, durante il periodo estivo.
la nostra visita e facciamo ingresso nella zona più grande del
centro, quella allestita con i35 container 35 per un numero di 8-10 letti
ciascuno, secondo quanto comunicateci. Qui i numeri faticano a tornare, infatti
nell’unico container che abbiamo visitato, i letti
(brandine grezze disposte “ a castello”) erano ben
18 di cui 16 dotati di materassi e lenzuola, e quindi
visibilmente utilizzati al momento della nostra visita. Se il
medesimo numero di letti utilizzati fosse, come ci è stato poi
comunicato, so stesso anche nei restanti 34 container, gli ospiti presenti in
questa parte di campo risulterebbero essere ben 560, solo in questa parte di
questo proposito ricordare che la capienza delle diverse aree del centro
governativo di Pian del Lago è rispettivamente: 360 e 96 nelle due aree adibite
a CARA e 96 nel CIE. Qualche
settimana fa erano presenti anche donne e oggi nella visita incontriamo diversi
questa parte del Cara l'area mensa contiene tavoli e sedie decisamente
insufficiente rispetto al numero elevatissimo di presenze.
quel punto informazioni sui servizi di assistenza alla persona garantiti agli
ospiti del centro e sullo staff specializzato predisposto. Apprendiamo che i
mediatori e interpreti sono in totale 8 persone,i quali sono impiegati sia al
cara che al cie e dunque si devono occupare di oltre 550 stranieri (in un regime
di capienza ordinaria). Mentre gli operatori delegati ad assicurare la
consulenza legale agli ospiti del CARA sono 4, dei quali nessuno di loro
possiede il titolo di avvocato ne' una laurea in giurisprudenza
attività nel Cara prevista solo è una scuola
di italiano base che si tiene nell'area mensa dove scorgiamo, oltre la presenza
di tavoli rotti ed un esiguo numero di sedie, alcuni
disegni raffiguranti barche e mare attaccati a qualche colonna .
L'infantilizzazione degli stranieri (ed in assoluto delle persone anche in
parte private delle libertà) è un mal
costume difficile da debellare.
igienici di questa parte di centro sono anch’essi
allestiti in container, ciascuno dei quali contiene 6 docce 12 wc. Ci sono poi
altri 2 container più piccoli, ma quasi per niente funzionanti, da
quanto ci riferiscono gli ospiti.
quindi i wc a disposizioni delle numerose persone che vi vivono(che sembrano
oscillare tra i 360 e i 560) sono 48,
mentre le docce 24. Le condizioni inaccettabile dei bagni ci viene
continuamente riferita dagli ospiti con cui abbiamo man mano modo di parlare,
durante la nostra visita. A un certo punto sono loro stessi ad invitarci a
guardarli tutti. Entriamo dunque anche negli altri tre container e la
situazione che troviamo è sempre la stessa: il pantano formato dall’acqua
sudicia degli scarichi rotti per terra, porte divelte, sporcizia, puzzo
insostenibile. Sono gli ospiti stessi a volerci mostrare tutti i
malfunzionamenti. Accanto alle porte dei WC scorgiamo diversi contenitori che
vengono utilizzati per gettare l’acqua dello scarico. A questo punto chiediamo a
loro una stima dei servizi siano effettivamente funzionanti. Ci rispondono che
la media è di 2 bagni su 6 e una doccia su tre per ciascun
container: quindi un totale di 16 bagni e 6 docce, per l’intera area
entrambe le aree è "guidata" da funzionari di vario grado
prefettizi, della questura e da alcuni operatori di Auxilium, dunque i colloqui
con i profughi non stati ne’ privati ne' liberi dall'ansia di eventuali
imbattiamo in almeno 7 ragazzini africani palesemente minorenni.
loro negano di essere minori , spaventati all'idea di essere separati dagli
altri (magari amici o parenti) e inviati verso nuovi centri e un destino
rivendicano la loro evidente minore età, ma, sottoposti ai raggi del polso, sono
risultati maggiorenni e dunque come tali trattati. I loro casi pare siano stati
segnalati a Save the children, ma loro non sembrano minimamente consapevoli dei
loro diritti ne' delle procedure in atto.
Man mano gli
ospiti iniziano a capire il perché della nostra visita si avvicinano per chiederci
informazioni, lamentare le condizioni di vita nel centro e denunciare i tempi
di attesa della commissione e del rilascio dei permessi (qui potremo inserire
tutta la parte di Fulvio che riporta quanto riferitoci in merito ai tempi di
commissione, rilascio permessi, limite di tempo per presentazione prove etc)
In molti,
troppi, ci hanno detto di vivere come animali. Il cibo scarso, c'è anche chi
ha sollevato il dubbio di ricevere carne hallal poichè quando
hanno chiesto di poter avere visione della certificazione, nessuno ha dato loro
nel Cie dove oggi sono trattenute 92 persone (su una capienza di 96) è stata
autorizzata solo per tre persone, con modalità
assolutamente restrittive e inedite.
fatto superare il primo cancello e il recinto altissimo presidiato da polizia e
esercito ma veniamo fermati al secondo cancello che avrebbe dovuto consentirci
la visita all'interno del Cie. Le ragioni sono quelle fumose, quanto
discrezionali, della "sicurezza pubblica". Un funzionario che replica
alle nostre civili proteste ci spiega che in questo Cie c'e' un altissimo tasso
di evasione e gli scontri e le rivolte sono all'ordine del giorno. Chiedo
conforto su questa notizia ad un operatore Auxilium che però nega.
ci viene consentito di visitare la struttura ne' i locali di cemento dove sono
alloggiati i trattenuti in attesa di essere espulsi (il Cie di Caltanissetta e'
il più efficiente in termini di percentuale di
trattenuti espulsi, e vanta mille rimpatri nel solo 2014) Possiamo
parlare coi trattenuti solo attraverso la spessissima gabbia e circondati da
funzionari e operatori.
per cento dei trattenuti provengono direttamente dal carcere, altri da sbarchi
e immediatamente respinti (egiziani e tunisini) attraverso il cosiddetto
respingimento differito; altri ancora sono "semplici" irregolari .
Tutti sono già "trattati" dalle varie questure e già
permanenza media nel Cie è di circa un mese fino ad un massimo di 4 mesi.
Non tutti i trattenuti che escono dal Cie vengono effettivamente espulsi nel
paese di origine: alcuni vengono liberati con contestuale notifica dell'ordine
del questore a lasciare il territorio italiano, pochi altri, i più' fortunati,
escono grazie al rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari se
riconosciuti degni di protezione (per lo più si tratta
di egiziani e tunisini).
attraverso gli spazi della gabbia metallica con alcuni di loro.
signore nordafricano che è in Italia dal 1994, viveva con moglie e figlio
di 5 anni a Milano ma ha commesso dei reati connessi alla sua tossicodipendenza
ed è stato in
carcere. Finita la pena anzichè essere trasferito in una comunità di
recupero, come aveva richiesto, viene accompagnato al Cie di Caltanisetta. Il
permesso di soggiorno gli è stato revocato per presunta pericolosità sociale e
ora deve fare ricorso a Milano. E' trattenuto da settembre ma i fogli che ci
mostra che gli hanno notificato nel Cie portano come data di notifica quella di
avvicinano alla grata quattro ragazzini. Sono tutti visibilmente minorenni.
Sono rinchiusi dal 30 agosto, un giudice cieco deve aver convalidato il loro
trattenimento. Elena, l'operatrice, li conosce per nome e li rassicura (i
piccoli sono molto preoccupati) che presto usciranno da lì perchè sono stati
contattati i loro familiari che presto invieranno al Cie i loro certificati di
nascita o i passaporti in modo da dimostrare la loro minore età, a dispetto
dei raggi del polso che li indicano come maggiorenni.
signore con una gamba rotta "mentre si opponeva al rimpatrio in
Tunisia".
molto giovane, è appena stato trasferito al Cie dal carcere ove
era detenuto con l'accusa di essere lo scafista dell'imbarcazione che lo ha
condotto in Italia. Lui dice di essere minorenne e libico e che non puo'
tornare nel suo Paese perché era un sostenitore del regime di Gheddafi.
risulta identificato come maggiorenne e tunisino.
stranieri con cui parliamo ci chiedono chi siamo, perche' siamo andati lì e perche'
non possiamo entrare a vedere dove vivono e se possiamo fare qualcosa per loro.
Tutte domande alle quali è impossibile dare risposte tantomeno esaustive.
congediamo i piccoli detenuti ci supplicano ancora di tirarli fuori di li.
nella zona "amministrativa" dentro la "medicheria",un locale
ampio e pulito. Leggiamo sulla porta l'orario di apertura: dalle ore 10 alle
11-30 la mattina e dalle 18 alle 19,30 la sera. Quando lo facciamo notare, gli
operatori del centro ci assicurano che il servizio è h24 e che
basta suonare per avere accesso all'infermeria. D'altro canto gli ospiti con
cui abbiamo parlato ci hanno riferito il problema di ricevere il solita farmaco
in bustina per qualsiasi tipo di disturbo, e abbiamo visto due persone
visibilmente provate che ci hanno riferito di soffrire di grandi dolori alla
spina dorsale e alla testa, che ricevono è la medesima.
visita è quasi giunta al termine, quando nell’uscire dall’infermeria ,
vediamo arrivare, accompagnato da alcuni operatori, un ragazzo al con un occhio
tumefatto e sanguinante. Gli operatori si affrettano a tranquilizzarci:
"ha battuto contro uno spigolo". Gia' come le donne che si incontrano
al centro antiviolenza.
andare, chiediamo al responsabile della questura, i tempi di identificazione.
Ci assicurano che questa avviene immediatamente al momento in cui le persone si
presentano in ufficio e che, al massimo, possono slittare di 2-3 giorni.
Diversa è la versione
sulle identificazioni che raccogliamo negli accampamenti spontanei adiacenti al
centro di Pian del Lago, dove ci rechiamo una volta fuori. Lì vi vivono
da mesi una sessantina di richiedenti asilo per i quali non si è trovato
posto nel Cara e sono "in lista di attesa" per entrare, chissà quando.
Altri si trovano lì, dopo essere stati diniegati dalla commissione;
alcuni, addirittura, dopo un periodo di “accoglienza” nel CIE, a causa di mancanza di posti nel cara!
buona percentuale di persone in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno,
per i quali devono attendere numerose settimane. Intanto,
privati di tutto, aspettano. a cura di
Alessandra Ballerini, Giovanna Cavallo, Gabriella Guido
questo report un documento di approfondimento curato dal Prof Fulvio Vassallo
Paleologo, che ha partecipato alla visita.
stata effettuata da un delegazione della campagna lasciateCIEntrare con
avvocati, giornalisti e associazioni della società civile, nell'ambito del
monitoraggio dei CIE in Italia e della richiesta di chiusura dei centri. In
questo ambito si è reso necessario cominciare a monitorare anche i CARA, Centri
per Richiedenti Asilo.
Website: www.lasciatecientrare.it
Facebook @lasciatecientrare
Twitter: @MaipiuCIE Mail: info@lasciatecientrare.it
VISITA NEL CENTRO POLIFUNZIONALE E DEI CENTRI INFORMALI
UBICATI A PIAN DEL LAGO (CALTANISSETTA) SVOLTA DA UNA DELEGAZIONE DELLA
CAMPAGNA LASCIATECIENTRARE VENERDI’ 19 SETTEMBRE 2014. RELAZIONE TECNICO-LEGALE
CONSIDERAZIONI CRITICHE SULLE PROCEDURE E SULLE QUALIFICHE
PER IL RICONOSCIMENTO DEGLI STATUS DI PROTEZIONE E SULLE MISURE DI ACCOGLIENZA.
Nella giornata del 19 settembre una delegazione della
Campagna LasciateCientrare ha visitato il Centro di Accoglienza per richiedenti
asilo (CARA) ed il Centro di identificazione ed espulsione (CIE) di Pian del
Lago a Caltanissetta, anche se non e’ stato consentito l’ingresso all’interno
di questo secondo centro, dopo che la locale questura aveva rifiutato, con una
mera comunicazione verbale, l’ingresso di una componente della delegazione nel
CIE. Gli stessi componenti della delegazione, nel ridotto numero di tre, non
hanno potuto effettivamente fare ingresso nel Centro di identificazione ed
espulsione, ma hanno potuto soltanto accedere alla prima recinzione, per
comunicare verbalmente, e sotto il controllo delle forze di polizia, con gli
“ospiti” trattenuti nella struttura più interna. NON E’ STATO DUNQUE GARANTITO IN PIENO QUEL DIRITTO DI
VISITA CHE E’ PREVISTO DALLA LEGGE E CHE COSTITUISCE L’OGGETTO DELLA CAMPAGNA
Dopo la visita del
Centro “polifunzionale” di Pian del lago, la delegazione ha raggiunto i tre
piccoli campi spontanei, sorti nelle vicinanze,nei quali si trovano diverse
decine di richiedenti asilo pakistani, afghani e sub sahariani, in attesa di
accesso al centro di accoglienza, ed in qualche caso di accesso alla procedura,
tramite l’ufficio immigrazione della questura. Sembra quasi che le persone che
non hanno ancora formalizzato la loro domanda di asilo siano persone del tutto
prive di diritti. Si registra in tutti i
campi una forte concentrazione di migranti pakistani, afghani e di altre
nazionalità che fanno ingresso nel territorio dello stato in altre regioni
italiane e vengono ( o sono indotti a venire) in Sicilia a Caltanissetta per
presentare la richiesta di protezione internazionale. Si tratta di un problema
noto da anni a tutte le autorità, inclusa la questura di Caltanissetta ed il
ministero dell’interno, rispetto al quale si può reagire soltanto ripristinando
condizioni di legalità nell’accoglienza e nell’avvio delle procedure, e non
invece condannando le persone a dinieghi, emarginazione, clandestinizzazione, o
chiudendo le procedure con decisioni amministrative apertamente
La dispersione dei
migranti sul territorio alimenta un clima di tensione che è percepibile anche
nella città di Caltanissetta, con un investimento che non appare del tutto
incidentale di un migrante nei pressi dei centri di accoglienza, ed il
pestaggio, proprio la stessa sera dopo la nostra visita, di un giovane afghano
di venti anni, rapinato e ferito gravemente da una banda di teppistilocali in
pieno centro città.
Sono state intervistate decine di persone con riprese video
ed audio. Tutte le testimonianze raccolte tra i migranti, concordi, hanno
permessodi ricostruire un quadro assai critico, sia per il trattamento
fortemente differenziato che ricevono le persone che entrano in una procedura
di asilo, che per le condizioni di accoglienza, in apparenza dignitose, al
momento della visita, ma che, nel racconto dei migranti, con riferimento alla
loro esperienza quotidiana, risultano assai meno dignitose, sia dal punto di
vista igienico-sanitario che da quello della mediazione culturale-linguistica e
della informazione legale.
Nel corso della visita sono stati rinvenuti sette minori non
accompagnati all’interno del CARA, e tre all’interno del CIE. Per quanto
riguarda i minori all’interno del Cara,uno dei quali si era dichiarato
maggiorenne al momento dello sbarco, è emerso che erano presenti all’interno
della struttura da oltre dieci giorni, e che non avevano ancora fatto
l’accertamento radiografico per la definizione certa dell’età.
dell’ente gestore hanno assicurato che gli esami per l’accertamento dell’età
erano già programmati e sarebbero stati effettuati il giorno successivo alla
visita.Non risultava ancora la comunicazione al giudice tutelare né la nomina
di un tutore, e dunque gli accertamenti radiografici sarebbero stati condotti
senza l’autorizzazione, ed il consenso informato, di quello che avrebbe dovuto
essere il loro legale rappresentante. Per la stessa ragione le procedure per la
richiesta della protezione internazionale erano ancora sospese. E’stata
sottolineata dalla delegazione la necessità di un immediato trasferimento dei
minori in strutture specifiche evitando ulteriori permanenza in condizione di
promiscuità con gli adulti. E’ MOLTO ALTO IL RISCHIO CHE TRA QUALCHE MESE
QUESTI “MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI”COMPIANO DICIOTTO ANNI E CHE, DA MAGGIORENNI,
SE NON PRESENTASSERO UNA DOMANDA DI ASILO O SE QUESTA FOSSE RESPINTA, POSSANO
ESSERE CONSIDERATI COME MIGRANTI IRREGOLARI E DUNQUE ESPOSTI AL RISCHIO DI
ALLONTANAMENTI FORZATI.
centro, ed anche successivamente, nel corso delle visite nei tre piccoli campi
informali all’esterno della struttura, siamo stati circondati da numerosi
migranti che ponevano domande sul loro stato giuridico e sulle prospettive di
riconoscimento della protezione internazionale.SI è avuta conferma di una lacuna generale in ordine al servizio di
orientamento ed assistenza legale all’interno della struttura e prima
dell’audizione da parte della Commissione territoriale.
Molti, pakistani soprattutto, ma anche afghani e
nigeriani,hanno lamentato il fatto che, avendo manifestato la volontà di
presentare una domanda di asilo, non hanno trovato accoglienza all’interno del
CARA di Pian del lago per la saturazione dei posti disponibili.Ed in effetti la
situazione strutturale del Cara, nei due recinti nei quali è attualmente
organizzato, appariva ai limiti del numero pervisto dalla Convenzione stipulata
dall’ente gestore, un numero che comunque appare troppo alto rispetto alla
capacità recettiva dei luoghi, anche 10 persone in un solo blocco-container e
rispetto allo stato ed alla consistenza dei servizi igienici.
Si sottolinea al riguardo come il manuale Frontiere Schengen contenga una definizione di richiedente
asilo abbastanza allargata che dovrebbe essere utilizzata più diffusamente. “Un
cittadino di un paese terzo deve essere considerato un richiedente asilo, o
protezione internazionale, se esprime, in un qualsiasi modo, il timore di
subire un grave danno facendo ritorno al proprio paese di origine, o nel paese
in cui aveva precedentemente la dimora abituale. L'intenzione di chiedere
protezione non deve essere manifestata in una forma particolare, non occorre
che la parola asilo sia pronunciata espressamente. L'elemento determinante è
l'espressione del timore di quanto potrebbe accadere in caso di ritorno”. Dunque
anche le persone che non hanno ancora potuto formalizzare una richiesta di
asilo sono da considerare richiedenti asilo se hanno espresso comunque la
volontà di chiedere protezione, e come tali vanno accolti e tutelati.
I migranti che,dopo l’ingresso nel territorio dello stato, manifestano
la volontà di chiedere asilo e propongono istanza per il riconoscimento della
protezione internazionale, sono titolari di precise garanzie: il D. lgs. n.
140/2005 stabilisce, all’art. 4, che la Questura debba procedere al rilascio in
favore dello straniero di un attestato nominativo, certificante la sua qualità
di richiedente asilo, ed “entro venti giorni dalla presentazione della domanda”
deve rilasciare un permesso di soggiorno per richiedente asilo. Da quel
momento il richiedente la Protezione Internazionale è un cittadino straniero
legalmente residente e tale situazione permane sino a quando non si è definito
il procedimento per il riconoscimento che può terminare nel momento in cui la
Commissione riconosce la Protezione internazionale, oppure,successivamente, in
caso di diniego, quando si sia pervenuti, all’esito dell’eventuale ricorso
giurisdizionale, ad un provvedimento negativo avente efficacia di giudicato.
In ogni caso,la piena occupazione di tutti i posti offerti
dal CARA non può essere addotta come ragione per negare qualsiasi forma di
accoglienza ai migranti costretti per mesi bivaccare nei tre centri informali,
sotto i ponti un raccordo autostradale, nei pressi del centro di Pian del Lago,
in attesa di avere accesso alla procedura ed alla accoglienza all’interno nel
CARA. Lo autorità italiane hanno comunque il dovere di accoglienza nei
confronti di tutti coloro che sono richiedenti asilo, o che abbiano manifestato
volontà di richiedere protezione, indipendentemente dal momento della
formalizzazione della domanda da parte della questura competente. Si tratta di
una situazione già grave che rischia di diventare insostenibile nei mesi più
freddi dell’anno. I tempi di esame delle
richieste di protezione internazionale appaiono troppo lunghi. Gli immigrati
intervistati hanno dichiarato che le loro domande si asilo risalivano in media
ad otto mesi, un annoprima, con punte di quattordici mesi. Una buona parte di
questi ritardi sembra imputabile alle procedure applicate dalla questura,ed
alle carenze croniche di personale, dopo l’audizione e la decisione della
Commissione territoriale. Non si sa in che tempi potranno essere assorbiti
questi ritardi, dopo il recente provvedimento del governo che, seppure
tardivamente, ha raddoppiato il numero delle Commissioni territoriali. Si
ricorda al riguardo che in caso di ritardi ingiustificati potrebbero essere
esperite anche Class Action risarcitorie contro la Pubblica Amministrazione,
responsabile di questi ritardi. I lunghi tempi della
procedura alimentano l’intasamento del Centro di accoglienza, ne accrescono i
costi, impediscono l’ingresso dei nuovi arrivati e sono alla radice delle
continue tensioni che periodicamente degenerano in risse tra i diversi gruppi
nazionali accolti all’interno del CARA e talvolta anche all’esterno. Come si è
verificato anche nei giorni antecedenti e dopo la nostra visita. Tensioni che
potrebbero scaturire anche dal trattamento “differenziato” che alcuni degli
“ospiti” della struttura lamentavano rispetto ad altri.
dinieghi decisi dalla Commissione territoriale, come sarebbe facilmente
riscontrabili con l’accesso agli atti, sono state raccolte numerose
testimonianze di richiedenti asilo provenienti dal Punjab che adducevano il
rigetto di tutte le domande di protezione presentate dagli appartenenti a
questo gruppo nazionale, senza neppure la possibilità di ottenere il
riconoscimento della protezione umanitaria, prevista dall’art.5.6 del Testo
Unico sull’immigrazione n.286 del 1998. Come altri richiedenti asilo denegati,
lamentavano tutti la difficoltà di accedere ad una difesa legale con il
patrocinio a spese dello stato, e dunque la possibilità effettiva di presentare
un ricorso in Tribunale a seguito di un diniego.Da altre testimonianze è pure
emerso che alcuni avvocati che dovrebbero agire in giudizio per i ricorsi
contro i dinieghi della commissione territoriale, con il ricorso all’istituto
del patrocinio a spese dello stato, hanno invece chiesto anticipatamente
ingenti compensi ( fino a 700-1000 euro) per prestare la propria opera,
nonostante avessero pure proposto istanza per l’ammissione al patrocinio
E’ noto al
riguardo che, secondo una serie di sentenze della giurisprudenza italiana
(Tribunale di Roma 19 gennaio 2014, Tribunale di Trieste 15 ottobre 2013, Corte
di Appello Napoli 9 luglio 2012) i cittadini provenienti dal Punjab, se non
hanno diritto al riconoscimento dello status di rifugiato in base alla
Convenzione di Ginevra, hanno quantomeno diritto al riconoscimento della protezione
sussidiaria o della protezione umanitaria, in ragione della guerra tra
religioni, e più recentemente del conflitto interno tra autorità statali e
gruppi terroristici, conflitti esistenti da decenni in quella regione, nella
quale si registrano anche casi diffusi di reclutamento forzato ed interventi
violenti e frequenti abusi da parte delle forze di sicurezza,e con dubbi
rapporti tra queste ed organizzazioni terroristiche, come documentato da report
internazionali (http://www.refworld.org/docid/51cd4b9f4.html) che, sia le
Commissioni territoriali che gli organi giudiziari, non possono ignorare.
Altri migranti,
provenienti in particolare dal Senegal, dalla Nigeria, e da altri paesi
dell’area sub sahariana, lamentavano di avere ricevuto un diniego dalla
Commissione territoriale in quanto questa avrebbe ritenuto che gli stessi
provenivano da una “zona sicura all’interno del loro paese”, e dunque per
questa ragione non sarebbero risultati meritevoli del riconoscimento di uno
status di protezione. La condizione di questi richiedenti asilo denegati
appariva particolarmente drammatica perché,a seguito della decisione sfavorevole della Commissione
e della pratica impossibilità ( assenza di mezzi) di presentare ricorso, si
sentivano esposti a provvedimenti di rimpatrio per effetto di accordi
bilaterali ancora mantenuti in vigore dal governo italiano.
La legge italiana e la giurisprudenza non hanno accolto il
concetto restrittivo di ”zona interna sicura” contenuto nella Direttiva
dell’Unione Europea sulle qualifiche 2004/83/CE, né tale concetto è imposto
dalla successiva direttiva 2013/95/UE che ne modifica alcuni aspetti,
specificando, con una previsione che comunque non ha valore vincolante per gli
stati membri, chelapossibilità per gli Stati di escludere dalla
protezione chi, in una parte del territorio di origine, ha accesso alla
protezione, è subordinata alla circostanza che la persona in questione
possa legalmente e senza pericolo recarsi su quella parte di
territorio e si possa ragionevolmente supporre che vi si stabilisca.
E’ importante osservare come il recente decreto 21 febbraio
2014 n.18,attuativo della Direttiva 2013/95/CE, continui a non dare rilievo
positivo al concetto di “zona sicura all’interno del paese di provenienza” ed
anzi aggiunge una specifica previsione che potrebbe eliminare molte decisioni
di diniego che hanno prodotto un notevole contenzioso giudiziario con
riferimento a persone che hanno ricevuto provvedimenti di diniego proprio
perché avrebbero la possibilità di trasferirsi in una zona sicura del proprio
paese e che si ritrovano strette tra i tentativi di arruolamento da parte dello
stato e le pressioni di organizzazioni di stampo terroristico. Secondo il nuovo
decreto attuativo della disciplina europea, il diritto alla protezione sussidiaria
va infatti riconosciuto anche a chi rischia di subire “azioni giudiziarie o
sanzioni penali sproporzionate o discriminatorie che comportano gravi
violazioni di diritti umani fondamentali in conseguenza del rifiuto di prestare
servizio militare per motivi di natura morale, religiosa, politica o di
appartenenza etnica o nazionale”. E molto spesso anche chi vive in zone
ritenute sicure è oggettivamente esposto al rischio del reclutamento forzato da
parte delle autorità statali.
Anche secondo la prevalente giurisprudenza italiana,
malgrado diverse opinioni dei giudici di primo grado, il diritto al
riconoscimento dello status di rifugiato politico (o della misura più graduata
della protezione sussidiaria) non può essere dunque escluso, nel nostro ordinamento,
in virtù della ragionevole possibilità del richiedente di trasferirsi in altra
zona del territorio del paese d’origine ove non abbia fondati motivi di temere
di essere perseguitato (o non corra rischi effettivi di subire danni gravi),
atteso che tale esclusione, prevista nell’art. 8 della direttiva
2004/83/CE e il cui inserimento nell’atto normativo interno di attuazione
della direttiva stessa costituisce una mera facoltà degli stati membri, non è
stata trasposta nel D.Lgs. n. 251 del 2007 (Cass. 2294/2012) e
neppure richiamata dal recente Decreto legislativo 21 febbraio 2014 n.18,
attuativo della Direttiva 2013/95/UE sempre in tema di qualifiche di protezione
di Cassazione ( sentenza n. 8399 del 2014), con riferimento ad un cittadino
si è posta la questione “se la minaccia, da parte di un
gruppo armato propugnante la secessione di una parte del territorio nazionale,
di arruolare con la forza nelle sue fila i giovani residenti in quel
territorio, costituisca o meno, per questi ultimi, minaccia di persecuzione per
motivi di “opinione politica” ai sensi del richiamato D.Lgs. n. 251 del
2007, art. 8, lett. e), che riferisce tali motivi alla “professione di
un’opinione, un pensiero o una convinzione su una questione inerente ai
potenziali persecutori (…) e alle loro politiche o ai loro metodi,
indipendentemente dal fatto che il richiedente abbia tradotto tale opinione,
pensiero o convinzione in atti concreti”. A tale quesito, secondo la Corte di
Cassazione, “la risposta non può che essere positiva, considerato il carattere
all’evidenza politico della finalità secessionista e del metodo – la lotta
armata – scelto per realizzarla e considerato, altresì, che non è necessaria la
traduzione in atti concreti, da parte del soggetto minacciato, della sua
opinione contraria a quella del gruppo minacciante, e che la minaccia non deve
necessariamente provenire dallo Stato, ben potendo provenire anche da “partiti
o organizzazioni che controllano lo Stato o una parte consistente del suo
territorio” o comunque da altri “soggetti non statuali, se i responsabili (…)
non possono o non vogliono fornire protezione” (art. 5, D.Lgs. cit.).Secondo i giudici della Suprema Corte,
dunque, appare irrilevante la “ragionevole possibilità di trasferirsi in altra
zona sicura del territorio del paese di origine”. Non si vede come la
Commissione territoriale di Caltanissetta,con le proprie decisioni di rigetto
basate sulla possibilità di rientro in una zona sicura del paese di origine,
possa sistematicamente derogare un indirizzo che appare l’unico consentito
dalla legge nazionale, dal diritto dell’Unione Europea, dalle Convenzioni
internazionali, oltre che da elementari ragioni di umanità, senza neppure
concedere un permesso di soggiorno per motivi umanitari ex art. 5.6 del T.U.
n.286 del 1998.
Le considerazioni appena svolte
si possono riferire anche a cittadini stranieri provenienti dalla Nigeria. Con la sentenza n. 2268 del 19.12.2013 della Corte d’Appello di
Bologna ha confermato l’ordinanza n. 841 del 07.03.2013, con la quale il
Tribunale di Bologna aveva riconosciuto la protezione sussidiaria ad un
cittadino nigeriano, che aveva motivato la sua richiesta di protezione
internazionale sulla base delle continue e forti minacce subite in Nigeria
(nello Stato di Borno) da parte dell’organizzazione terroristica
jihadista BokoHaram, in quanto insegnate di informatica e cattolico.
Alcuni dei nigeriani intervistati a Caltanissetta si dichiaravano appunto di
religione cattolica. Ma anche altri richiedenti asilo nigeriani, di religione
diversa, adducevano gravi rischi in caso di rimpatrio forzato e denunciavano il
rischio di ulteriori decisioni sfavorevoli della Commissione territoriale. L’attuale situazione in Nigeria, sia per la
mancata garanzia dei diritti umani da parte del governo centrale, sia per le
attività terroristiche di gruppi armati, dovrebbe escludere la possibilità di
un rimpatrio forzato per effetto degli accordi bilaterali tuttora vigenti con
quel paese, accordi che tra l’altro prevedono forme di identificazione tanto
sommarie da comportare la violazione del divieto di espulsioni collettive. Si dovrebbe dunque riconoscereai
richiedenti asilo nigeriani quanto meno il diritto alla protezione umanitaria ex art. 5.6 del T.U.
sull’immigrazione n.286 del 1998, salvo il riconoscimento, ricorrendone i
presupposti, da accertare rigorosamente su base individuale, dello status di
rifugiato o della protezione sussidiaria.
Con riferimento ai numerosi
migranti di origine subsahariana provenienti dalla Libia, ad esempio ghanesi,o bengalesi,presenti all’interno del Centro di accoglienza di Pian del
Lago, si ricorda inoltre che la Corte di Appello di Cagliari (con ordinanza del
31 maggio 2012, in Dir. Immigrazione e cittadinanza, 2012, p.109)non ha
ritenuto infondata la equiparazione tra cittadini libici e non libici, con
riferimento alla possibilità di ottenere il riconoscimento (quantomeno) della
protezione umanitaria, in considerazione del lungo periodo di permanenza in
Libia e della situazione di instabilità politica e di grave rischio in quel
paese per tutti coloro che possono essere ritenuti sostenitori o mercenari del
deposto dittatore Gheddafi, magari solo per l’appartenenza nazionale o per il
Come si è già rilevato anche in
passato, dai colloqui svolti con diversi richiedenti asilo è emersa la completa
assenza, o la scarsa efficacia, di un servizio di informazione legale
all’interno del centro di Pian del Lago, al punto che molti non ricordavano le
circostanze addotte nel modello C 3 con il quale avevano fatto la richiesta di
asilo, ed altri erano portatori di istanze di protezione che non avevano mai
espresso, proprio per la difettosa o carente informazione ricevuta dopo
l’ingresso nel territorio dello stato e poi al momento della compilazione della
richiesta presso l’ufficio immigrazione della questura e dopo,durante la lunga
permanenza nei centri di accoglienza ubicati a Pian del lago a Caltanissetta.
Tutte circostanze che rendono assai probabile il diniego sulla istanza di
protezione anche quando la persona potrebbe addurre su base individuale
circostanze rilevanti per il riconoscimento di uno status legale di
protezione.Risulta inoltre che da parte della Prefettura sarebbe stato fissato
un termine di dieci giorni prima dell’audizione per la produzione di documenti
da parte dei richiedenti asilo, termini arbitrari che non trovano riscontro in
alcuna previsione di legge o di regolamento e che limitano la facoltà dei
richiedenti asilo di provare le basi di fatto sulle quali riconoscere loro il
diritto alla protezione.
Un altro gruppo di migranti che,
nel corso della visita nei centri di Caltanissetta, ha posto problemi assai
rilevanti in ordine ai dinieghi ricevuti dalla Commissione territoriale, era
costituito da migranti provenienti dal Gambia, a fronte di
un atteggiamento assai restrittivo di detta commissione nei confronti delle
persone che erano fuggite da questo paese. Atteggiamento restrittivo che emerge anche nei confronti di richiedenti
asilo che dichiarano la propria condizione di omosessualità, condizione che la
stessa Commissione territoriale di Caltanissetta sembrerebbe escludere,nella
maggior parte dei casi,sulla base di argomentazioni psicologiche che non
appaiono coerenti con i criteri di valutazione generalmente adottati a livello
nazionale ed internazionale, soprattutto nel caso di persone provenienti da
paesi fortemente omofobi o transitati dalla Libia dove in molti casi sono stati
vittime di abusi e violenze.
Più in generale i migranti gambiani vengono considerati migranti economici,
dunque non meritevoli del riconoscimento di un qualsiasi status di protezione.
Il problema non è nuovo perché
già a partire dal mese di gennaio 2014, cittadini gambiani sono stati
destinatari di provvedimenti di respingimento o di espulsione, subito dopo lo
sbarco nei porti siciliani, e quindi detenuti in centri di identificazione ed
espulsione, come quello di Trapani Milo, malgrado avessero manifestato
immediatamente la volontà di chiedere asilo. La Corte di appello di Roma, con
sentenza del 17 gennaio 2012,ha riconosciuto il diritto alla protezione
sussidiaria ad un cittadino del Gambia, ed ha preso atto di una situazione di
gravi e diffuse violazioni dei diritti umani in tutto il territorio del paese,
che dovrebbe quantomeno comportare, per coloro che non lamentano rischi di
persecuzioni o danni gravi di carattere individuale, il riconoscimento della
protezione umanitaria a fronte dei rischi che comunque correrebbero ancora oggi
in caso di rimpatrio forzato. Dai più
recenti rapporti internazionali emerge infatti come la situazione in Gambia,
con particolare riferimento alla condizione degli omosessuali, degli oppositori
politici e delle minoranze sia caratterizzata, oltre che da un regime
dittatoriale, da diffuse violazioni dei diritti fondamentali della persona, e
da condizioni di generale insicurezza che nessuno può ignorare. Si rinvia al
rapporto per il 2013 di Amnesty International, nel sito http://rapportoannuale.amnesty.it/sites/default/files/Gambia_1.pdf
Sarebbe dunque opportuno, anche al fine di evitare una serie
di ricorsi giudiziari, un atto di indirizzo del Ministero dell’interno rivolto
alla Commissione Centrale, come si fece con la Circolare n. 4369 del 15 giugno
2012 ( in Dir, Immigrazione e Cittadinanza, 2012, p.211) nei confronti dei
migranti provenienti dal Mali, affinché questa invii precise istruzioni
vincolanti alle Commissioni territoriali, per il pieno rispetto delle
disposizioni normative interne ed europee, in ordine alle qualifiche ed al
riconoscimento degli status di protezione di persone provenienti da paesi verso
i quali non sono ipotizzabili procedure di rimpatrio, volontario o forzato che
sia, senza mettere a grave rischio i diritti fondamentali della persona umana,
il diritto alla integrità fisica, alla libertà personale e lo stesso diritto
alla vita. Vanno evitate disparità di trattamento o valutazioni apparentemente
individuali ma in realtà basate sulla mera appartenenza nazionale o dalla
provenienza territoriale del richiedente asilo.
Lo stesso Ministero dell’interno, oltre
al recente provvedimento di raddoppio delle Commissioni territoriali, (ma oggi,
comunque, le nuove Commissioni vanno ancora insediate, con eventuali
sottocommissioni)deve garantire il
rispetto dei tempi massimi delle procedure per il riconoscimento dello status
di protezione, e l’erogazione tempestiva di misure assistenziali ed economiche
anche nei confronti dei migranti che non riescono a trovare accoglienza nei CARA
o nei Centri di accoglienza straordinaria. E compete anche al ministero
dell’interno verificare le ragioni per le quali si registra una così alta
concentrazione di richiedenti asilo pakistani ed afghani, che notoriamente non
sbarcano in Sicilia, proprio nella provincia di Caltanissetta. Occorre garantire legalità, uniformità di
trattamento e rispetto degli standard di accoglienza a tutti i richiedenti
asilo, da qualunque regione provengano, ed in qualunque regione si trovino, ma
occorre anche incentivare una loro equa distribuzione su tutto il territorio
nazionale. Un impegno che non può essere eluso e che può trovare adempimento
con l’avvio delle nuove dieci Commissioni territoriali che dovranno essere
attivate nel più breve tempo possibile.
Al riguardo, la Corte di Giustizia dell’Unione
Europea,nel vaso Saciri, con una sentenza del 27 febbraio 2014, direttamente
vincolante anche le autorità dello stato italiano, relativa alla applicazione
della direttiva 2003/9/CE in materia di accoglienza, ha affermato che il periodo durante il quale le condizioni materiali di accoglienza devono
essere fornite comincia nel
momento di presentazione della domanda di asilo, come risulta dal
testo, dalla struttura generale e dalla finalità della direttiva. Inoltre,
secondo la Corte si può dedurre dalla direttiva che l’aiuto economico concesso
deve essere sufficiente a garantire un livello di vita dignitoso e adeguato per la salute nonché il
sostentamento dei richiedenti asilo, fermo restando che lo Stato membro
deve adattare le condizioni di accoglienza alle particolari esigenze del
richiedente, al fine, segnatamente, di preservare l’unità familiare e di tener
conto dell’interesse superiore del minore (di conseguenza, l’importo del
sussidio deve consentire ai figli minori di convivere con i genitori). Qualora
l’alloggio non sia fornito in natura, il sussidio economico deve, se del caso,
essere sufficiente per consentire al richiedente asilo di disporre di un
alloggio nell’ambito del mercato privato della locazione. Secondo la Corte in definitiva “la saturazione delle reti di
accoglienza non può giustificare alcuna deroga all’osservanza di tali norme”.
Website: www.lasciatecientrare.it Facebook @lasciatecientrare
E INTANTO DAI CIE, DA TUTTI I CIE I MIGRANTI CONTINUANO A FUGGIRE. NON BASTA ALZARE LE SBARRE E FORTIFICARE I RECINTI. VANNO RICONSCIUTI I DIRITTI ED APPLICATE LE DIRETTIVE DELL'UNIONE EUROPEA CHE PREVEDONO IL TRATTENIMENTO AMMINISTRATIVO COME SOLUZIONE RESIDUALE. FUORI DAI CIE I RICHIEDENTI ASILO ED I MINORI NON ACCOMPAGNATI.
http://www.lasciatecientrare.it/j25/italia Invia tramite email

References: sentenza 
 art. 8
 art. 5
 sentenza 
 art. 5

sentenza 
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