Source: http://www.slideshare.net/PaoloPascucci/disegno-di-legge-sulla-riduzione-della-popolazione-carceraria-svuotacarceri
Timestamp: 2014-12-21 21:53:58+00:00

Document:
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dove sono rimaste le chiavi
Conversione in legge del decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 146,
detenuti e di riduzione controllata della popolazione carceraria
Presentato il 23 dicembre 2013
Camera dei Deputati — 1921
ONOREVOLI DEPUTATI ! – È di diffusa
consapevolezza la necessità di restituire ai
soggetti reclusi la possibilità di un pieno
esercizio dei diritti fondamentali e di affrontare risolutivamente il fenomeno dell’ormai endemico sovraffollamento carcerario; in diverse occasioni, e specificamente con il messaggio alle Camere del 7
ottobre 2013 (Doc. I, n. 1), il Presidente
della Repubblica ha sottolineato con forza
l’indifferibilità di misure legislative capaci
di porre rimedio alla grave e drammatica
situazione carceraria.
Numerose pronunce della Corte costituzionale, da ultimo la sentenza del 9
ottobre 2013, hanno parimenti evidenziato
l’urgenza di efficaci interventi legislativi.
Ed ancora, la Corte europea dei diritti
dell’uomo, con la cosiddetta « sentenza
Torreggiani », ha condannato il nostro
Paese per le condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti, stabilendo il
termine ultimo del maggio 2014 per l’adozione di incisivi interventi riformatori.
In questo contesto, il Governo e il
Parlamento hanno promosso una serie di
iniziative legislative, alcune delle quali ancora in corso (si pensi al disegno di legge
atto Senato n. 925), altre già definite,
come il decreto-legge n. 78 del 2013, convertito, con modificazioni, dalla legge
n. 94 del 2013.
Pur in presenza di positivi effetti già
determinati dall’ultimo di tali interventi
legislativi, è necessario predisporre altre
Le innovazioni introdotte – alcune
delle quali riprendono le proposte elaborate dalla Commissione di studio costituita
con decreto del Ministro della giustizia 2
luglio 2013 e presieduta dal professor
Glauco Giostra (cosiddetta « Commissione
Giostra ») – operano su distinti piani.
Su un primo, si interviene con l’obiettivo di diminuire le presenze in carcere,
attraverso misure dirette ad incidere sia
sui flussi di ingresso in carcere che su
quelli di uscita dal circuito penitenziario.
Su un secondo piano, si rafforzano gli
strumenti di tutela dei diritti delle persone detenute o comunque sottoposte a
misure di restrizione della libertà personale, attraverso la previsione di un nuovo
procedimento giurisdizionale davanti al
magistrato di sorveglianza ed attraverso
l’istituzione della figura del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute
o comunque private della libertà personale.
Al fine di favorire l’effettività dell’intervento giudiziario d’urgenza, interamente devoluto alla cognizione della magistratura di sorveglianza, si è infine ritenuto necessario introdurre disposizioni dirette a semplificare la trattazione di
alcune materie attribuite a questo fondamentale comparto della giurisdizione penale.
Deve essere evidenziato, come profilo
essenziale di questa breve premessa illustrativa, che l’estensione operativa del
complesso delle misure premiali si colloca
nel solco già tracciato dall’attuale ordinamento penitenziario e non comporta alcun
automatismo nell’applicazione di benefìci,
comunque rimessa alla valutazione della
È pertanto escluso qualsiasi effetto di
tipo clemenziale ed è bene rammentare
che l’eventuale inosservanza delle prescrizioni imposte con la concessione della
misura extramuraria determina, a legislazione vigente – articolo 58-quater della
legge 26 luglio 1975, n. 354 –, la revoca
del beneficio e la preclusione per un
congruo periodo (da tre a cinque anni) di
un’ulteriore concessione del beneficio.
Un ultimo intervento è dedicato alla
normativa di previsione di benefìci e sgravi
fiscali in favore dei datori di lavoro che
impieghino detenuti e internati, nella con-
sapevolezza che si tratta di misure essenziali per garantire l’effettività del lavoro
come momento significativo e qualificante
del percorso di rieducazione e di progressivo reinserimento sociale. Vi è anzitutto la necessità di interpretazione autentica delle disposizioni dell’articolo 3
della legge 22 giugno 2000, n. 193, come
da ultimo modificate, per la parte ora di
interesse, dal decreto-legge 1o luglio 2013,
n. 78, convertito, con modificazioni, dalla
legge 9 agosto 2013, n. 94, onde chiarire
che la misura massima dei crediti di
imposta mensili si riferisce, per l’anno
2013, all’intero anno. Si proroga poi il
periodo necessario all’adozione del regolamento attuativo per l’anno 2013, al fine
di scongiurare il pericolo che il ritardo
negli adempimenti funzionali all’adozione
delle disposizioni regolamentari impedisca la concedibilità dei benefìci per
l’anno 2013.
A) Misure dirette a contrastare il sovraffollamento in carcere.
1) Modifiche al testo unico delle leggi in
materia di disciplina degli stupefacenti e
sostanze psicotrope, prevenzione, cura e
riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990
[articolo 2, comma 1, lettera a)].
1a) Modifiche all’articolo 73 del decreto del
Presidente della Repubblica n. 309 del
Per quanto attiene agli interventi tesi
a ridurre l’accesso al carcere, si rende
ipotesi autonoma di reato, punita con
una pena più lieve (ovvero con la reclusione da uno a cinque anni e con la
multa da 3.000 a 26.000 euro), la fattispecie circostanziale prevista dal comma
5 dell’articolo 73 del decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990 e
riferita alle condotte illecite in materia di
sostanze stupefacenti o psicotrope, in
modo da sottrarla al giudizio di comparazione fra circostanze.
A fronte di ipotesi di allarme sociale
generalmente contenuto (quali, a titolo
esemplificativo, quelle riconducibili al cosiddetto « piccolo spaccio di strada », che,
in base all’esperienza giudiziaria, nella
maggior parte dei casi è praticato dagli
stessi consumatori), si ritiene ragionevole e
conforme al principio di proporzionalità
della pena, prevedere una fattispecie di
reato con una disciplina sanzionatoria autonoma rispetto alle ipotesi tipizzate nei
primi quattro commi dell’articolo 73 del
testo unico. In base alla disciplina vigente,
infatti, la circostanza attenuante del fatto
di lieve entità è oggetto di comparazione,
ai sensi dell’articolo 69 del codice penale,
con le eventuali circostanze aggravanti
(quale, a titolo esemplificativo, la recidiva),
con la conseguenza, in caso di ritenuta
equivalenza tra di esse, di un eccesso di
risposta punitiva. Con la modifica proposta, invece, il giudizio di comparazione
avrà riguardo ad una nuova cornice edittale (da uno a cinque anni di reclusione e
da 3.000 a 26.000 euro di multa) e produrrà, generalmente, una significativa riduzione delle pene che verranno in concreto irrogate. Deve, peraltro, essere evidenziato che la riformulazione normativa
non impedirà l’arresto in flagranza e l’applicazione di misure cautelari.
Sul piano della tecnica normativa si
sottolinea come le modalità di tipizzazione
del fatto corrispondano a quelle usate
all’articolo 74, comma 6, dello stesso testo
unico, la cui fattispecie, secondo le Sezioni
unite della Corte di cassazione, configura
un’ipotesi delittuosa autonoma rispetto a
quella ordinaria di cui al comma 1 dello
stesso articolo (si veda la sentenza
n. 34475 del 2011).
La modifica normativa potrà contribuire a ridurre in maniera significativa il
numero dei detenuti presenti nei nostri
istituti penitenziari, considerato che, alla
data del 26 luglio 2013, su 23.683 soggetti
imputati, ben 8.486 erano ristretti per
violazione della legge sugli stupefacenti e
che, su 40.024 detenuti condannati, ben
14.970 stavano scontando pene inflitte per
lo stesso tipo di reati.
Nella tavola sottostante si raffronta il
testo della norma vigente con quello risultante dalla modifica.
DELLA NUOVA FORMULAZIONE
(Produzione, traffico e detenzione illeciti
di sostanze stupefacenti o psicotrope).
5. Quando, per i mezzi, per la modalità o le circostanze dell’azione ovvero
per la qualità e quantità delle sostanze,
i fatti previsti dal presente articolo sono
di lieve entità, si applicano le pene della
reclusione da uno a sei anni e della
multa da euro 3.000 a euro 26.000.
5. Salvo che il fatto costituisca più
grave reato, chiunque commette uno dei
fatti previsti dal presente articolo che,
per i mezzi, la modalità o le circostanze
dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, è di lieve entità, è
punito con le pene della reclusione da
uno a cinque anni e della multa da euro
3.000 a euro 26.000.
1b) Modifiche in tema di affidamento in
casi particolari [articolo 2, comma 1,
lettera b)].
Con riferimento ai condannati tossicodipendenti e alcoldipendenti, si propone di
eliminare il divieto di reiterata concessione
della misura dell’affidamento cosiddetto
« terapeutico » prevista dall’articolo 94,
comma 5, del decreto del Presidente della
Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309; divieto
che appare non appropriato in ragione
delle peculiarità della condizione di tali
soggetti che, sulla base dei dati di esperienza, sono esposti al rischio di ricadute
nell’abuso di sostanze e, conseguentemente,
nel reato. Nei loro confronti, pertanto, appare più opportuno non escludere del tutto
la possibilità di ulteriori accessi a misure di
recupero extramurarie dalla forte valenza
sul piano socio-sanitario, affidandone la
realizzazione all’attenta valutazione del
caso concreto da parte del giudice.
La misura indicata potrà sortire il
positivo effetto di ridurre la presenza di
detenuti tossicodipendenti in carcere, atteso che, secondo fonti ISTAT, gli ingressi
di tale categoria di detenuti sono stati, nel
2011, pari a 22.432, mentre i detenuti
tossicodipendenti presenti alla data del 31
dicembre 2011 sono pari a 16.364, il 24,5
RISULTANTE DALLA MODIFICA
(Affidamento in prova in casi particolari).
5. L’affidamento in prova al servizio
sociale non può essere disposto, ai sensi
del presente articolo, più di due volte.
2) Modifiche all’ordinamento penitenziario
(legge 26 luglio 1975, n. 354) e misure
indirette per il rafforzamento del controllo dei condannati ammessi agli arresti domiciliari.
2a) L’affidamento in prova cosiddetto « ordinario » [articolo 3, comma 1, lettere c)
e d)].
Accanto alla modifica dell’articolo 94 del
decreto del Presidente della Repubblica 9
ottobre 1990, n. 309, in tema di affidamento
terapeutico, si eleva a quattro anni di detenzione il limite di pena, anche residua, per la
concessione della misura dell’affidamento in
prova cosiddetto « ordinario », in tutti i casi
in cui il condannato acceda alla misura dopo
che sia stato possibile valutare, positivamente, la condotta tenuta quantomeno nell’anno precedente alla decisione della magistratura di sorveglianza, indipendentemente
dal fatto che tale periodo sia decorso in
espiazione di una pena detentiva, in misura
cautelare ovvero in libertà.
Tale soluzione appare conforme alla
che, con la sentenza n. 569 del 1989,
dichiarò l’illegittimità dell’articolo 47,
comma 3, dell’ordinamento penitenziario,
nella parte in cui esso non prevedeva che,
anche indipendentemente dalla detenzione
per espiazione di pena o per custodia
cautelare, il condannato potesse essere
ammesso all’affidamento in prova al servizio sociale, qualora, in presenza delle
altre condizioni, avesse comunque serbato
un comportamento tale da consentire il
giudizio di cui al precedente comma 2
Al fine di incentivare il ricorso all’affidamento in prova cosiddetto « ordinario », si prevede inoltre l’attribuzione, al
magistrato di sorveglianza, della potestà di
applicazione in via d’urgenza, analogamente a quanto oggi previsto per l’affidamento cosiddetto « terapeutico », della semilibertà e della detenzione domiciliare.
Alla decisione provvisoria del magistrato
dovrà ovviamente fare seguito la decisione
definitiva del tribunale di sorveglianza.
(Affidamento in prova al servizio sociale).
1. Se la pena detentiva inflitta non
supera tre anni, il condannato può essere affidato al servizio sociale fuori
dell’istituto per un periodo uguale a
quello della pena da scontare.
2. Il provvedimento è adottato sulla
base dei risultati della osservazione
della personalità, condotta collegialmente per almeno un mese in istituto,
nei casi in cui si può ritenere che il
provvedimento stesso, anche attraverso
le prescrizioni di cui al comma 5, contribuisca alla rieducazione del reo e
assicuri la prevenzione del pericolo che
egli commetta altri reati.
3. L’affidamento in prova al servizio
sociale può essere disposto senza pro-
quando il condannato, dopo la commissione del reato, ha serbato comportamento tale da consentire il giudizio di
3-bis. L’affidamento in prova può, altresì, essere concesso al condannato che
deve espiare una pena, anche residua,
non superiore a quattro anni di detenzione quando abbia serbato, quantomeno nell’anno precedente alla presentazione della richiesta, trascorso in
espiazione di pena, in esecuzione di una
misura cautelare ovvero in libertà, un
comportamento tale da consentire il giudizio di cui al comma 2.
4. Se l’istanza di affidamento in prova
al servizio sociale è proposta dopo che ha
avuto inizio l’esecuzione della pena, il
magistrato di sorveglianza competente in
relazione al luogo dell’esecuzione, cui
l’istanza deve essere rivolta, può sospendere l’esecuzione della pena e ordinare la
liberazione del condannato, quando sono
offerte concrete indicazioni in ordine
alla sussistenza dei presupposti per l’ammissione all’affidamento in prova e al
grave pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di detenzione e non vi
sia pericolo di fuga. La sospensione dell’esecuzione della pena opera sino alla
decisione del tribunale di sorveglianza,
cui il magistrato di sorveglianza trasmette immediatamente gli atti, e che
decide entro quarantacinque giorni. Se
l’istanza non è accolta, riprende l’esecuzione della pena, e non può essere accordata altra sospensione, quale che sia
l’istanza successivamente proposta.
4. L’istanza di affidamento in prova al
servizio sociale è proposta, dopo che ha
avuto inizio l’esecuzione della pena, al
tribunale di sorveglianza competente in
relazione al luogo dell’esecuzione.
Quando sussiste un grave pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di
detenzione, l’istanza può essere proposta
al magistrato di sorveglianza competente
in relazione al luogo di detenzione. Il
magistrato di sorveglianza, quando sono
sia pericolo di fuga, dispone la liberazione del condannato e l’applicazione
provvisoria dell’affidamento in prova con
ordinanza. L’ordinanza conserva efficacia fino alla decisione del tribunale di
sorveglianza, cui il magistrato trasmette
immediatamente gli atti, che decide entro sessanta giorni.
2b) Le modalità di controllo nell’esecuzione
degli arresti domiciliari e della detenzione domiciliare [articolo 1, comma 1,
lettera a), e articolo 3, comma 1, lettera h)].
Si interviene sull’articolo 275-bis del
codice di procedura penale e si introduce
l’articolo 58-quinquies dell’ordinamento
penitenziario, rendendosi più rigoroso il
controllo dei soggetti ammessi alla misura
degli arresti domiciliari e della detenzione
domiciliare. Le particolari procedure di
controllo, tramite strumenti elettronici,
dovranno essere disposte salvo che il giudice, in base ad una valutazione del caso
concreto, ne escluda la necessità.
L’intervento normativo implica che si abbia una maggiore disponibilità di apparecchi
elettronici, il cui uso in alcuni casi potrà sostituire le verifiche, necessariamente occasionali, ad opera dell’autorità di polizia.
Per questa ragione, legata a necessità di
tipo organizzativo per incrementare la
disponibilità di tal tipo di apparecchiature,
si prevede che le disposizioni appena richiamate entrino in vigore il giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta
Ufficiale della legge di conversione del
testo delle norme vigenti con quello risultante dalla modifica.
ART. 275-bis.
(Particolari modalità di controllo).
1. Nel disporre la misura degli arresti domiciliari anche in sostituzione
della custodia cautelare in carcere, il
giudice, se lo ritiene necessario in relazione alla natura e al grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso
concreto, prescrive procedure di controllo mediante mezzi elettronici o altri
strumenti tecnici, quando ne abbia accertato la disponibilità da parte della
giudice, salvo che le ritenga non necessarie in relazione alla natura e al grado
delle esigenze cautelari da soddisfare
nel caso concreto, prescrive procedure
di controllo mediante mezzi elettronici
o altri strumenti tecnici, quando ne
abbia accertato la disponibilità da parte
2c) La liberazione anticipata « speciale »
(articolo 4).
Con riferimento alle misure destinate ad
incidere sui flussi in uscita dal circuito carcerario, si aumenta da quarantacinque a
settantacinque giorni la riduzione di pena
concedibile con il beneficio della liberazione anticipata, previsto dall’articolo 54
della legge 26 luglio 1975, n. 354, circoscrivendo, tuttavia, l’efficacia temporale di tale
intervento emergenziale ai due anni successivi all’entrata in vigore del decreto.
Al fine di aumentare l’impatto deflattivo si è stabilito che il periodo valutabile
ai fini della maggiore riduzione decorra
dal 1o gennaio 2010.
Il periodo aggiuntivo di detrazione per
quanti, a far data dal 1o gennaio 2010,
abbiano già usufruito della liberazione
anticipata è computato con esclusione di
ogni automatismo, richiedendosi che, successivamente al semestre al quale si rife-
risce la detrazione già concessa, abbiano
continuato a dare prova di partecipazione
all’opera rieducativa.
Soltanto entro questi ristretti limiti temporali può dunque dirsi che sia venuta
meno l’autonomia di valutazione di ciascun
singolo semestre, che invece rimane integra
per tutte le future applicazioni dell’istituto.
La concessione di tale speciale riduzione di pena comporta l’obbligo di un
accertamento e di una motivazione più
pregnante in riferimento ai condannati per
i delitti di cui all’articolo 4-bis, in quanto
si è ritenuto di operare un bilanciamento
tra l’esigenza di diminuire il sovraffollamento negli istituti di pena e le esigenze di
sicurezza e tutela della collettività a fronte
di delitti di elevato allarme sociale.
La misura adottata determinerà l’anticipazione delle rimessioni in libertà solo
all’esito, come già detto, di una valutazione
favorevole da parte del magistrato di sorveglianza e nel medio-lungo periodo potrà
prevedibilmente portare ad una sensibile
riduzione dell’attuale carico carcerario. È
ragionevole prevedere che nell’immediato,
sempre che vi sia una valutazione favorevole dell’autorità competente, i detenuti
rimessi in libertà possano raggiungere il
numero di circa 1.700.
Nell’arco complessivo di efficacia della
norma che ha natura temporanea – giustificata dalla esigenza di un intervento di
riduzione ragionata della popolazione carceraria imposta dalle decisioni della Corte
costituzionale e della Corte europea dei diritti dell’uomo – la liberazione sarà attuata
per scaglioni distanziati nel tempo.
Non è da trascurare che, sia pure in parte,
la modifica si atteggia a rimedio compensativo, secondo le indicazioni della Corte europea di Strasburgo, della violazione dei diritti
dei detenuti in conseguenza della situazione
di sovraffollamento carcerario e, più in generale, del trattamento inumano e degradante che, per carenze strutturali, possono
essersi trovati a subire. Si tratta, pertanto, di
una misura, la cui adozione è indispensabile
ai fini dell’adeguamento alle indicazioni
della già menzionata sentenza Torreggiani
c/Italia della Corte europea. Ed è questa la
ragione che ha indotto ad individuare il termine di efficacia nel 1o gennaio 2010, data in
cui si è determinata la situazione di emergenza detentiva.
testo della norma relativa alla liberazione
anticipata ordinaria (articolo 54 della
legge n. 354 del 1975) con quello relativo
alla fattispecie di nuovo conio (articolo 4
del decreto-legge).
(Liberazione anticipata speciale).
1. Al condannato a pena detentiva
che ha dato prova di partecipazione
all’opera di rieducazione è concessa,
quale riconoscimento di tale partecipazione, e ai fini del suo più efficace
reinserimento nella società, una detrazione di quarantacinque giorni per
ogni singolo semestre di pena scontata.
A tal fine è valutato anche il periodo
trascorso in stato di custodia cautelare
o di detenzione domiciliare.
2. La concessione del beneficio è
comunicata all’ufficio del pubblico ministero presso la corte d’appello o il
tribunale che ha emesso il provvedimento di esecuzione o al pretore se
tale provvedimento è stato da lui
3. La condanna per delitto non colposo commesso nel corso dell’esecuzione successivamente alla concessione
del beneficio ne comporta la revoca.
4. Agli effetti del computo della misura di pena che occorre avere espiato
per essere ammessi ai benefìci dei permessi premio, della semilibertà e della
1. Per un periodo di due anni dalla
data di entrata in vigore del presente
decreto, la detrazione di pena concessa
con la liberazione anticipata prevista
dall’articolo 54 della legge 26 luglio
1975, n. 354 è pari a settantacinque
giorni per ogni singolo semestre di pena
2. Ai condannati che, a decorrere dal
1o gennaio 2010, abbiano già usufruito
della liberazione anticipata, è riconosciuta per ogni singolo semestre la maggiore detrazione di trenta giorni, sempre
che nel corso dell’esecuzione successivamente alla concessione del beneficio
abbiano continuato a dare prova di partecipazione all’opera di rieducazione.
3. La detrazione prevista dal comma
precedente si applica anche ai semestri
di pena in corso di espiazione alla data
del 1o gennaio 2010.
4. Ai condannati per taluno dei delitti previsti dall’articolo 4-bis della legge
26 luglio 1975, n. 354 la liberazione
anticipata può essere concessa nella
misura di settantacinque giorni, a
liberazione condizionale, la parte di
pena detratta ai sensi del comma 1 si
considera come scontata. La presente
disposizione si applica anche ai condannati all’ergastolo.
3) Le novità in tema di esecuzione della
pena presso il domicilio di cui alla legge
26 novembre 2010, n. 199 (articolo 5).
Allo scopo di deflazionare ulteriormente la situazione carceraria, si è inteso
stabilizzare l’istituto dell’esecuzione della
pena presso il domicilio (introdotto con la
legge 26 novembre 2010, n. 199), il cui
termine di vigenza era stato fissato al 31
dicembre 2013. Tale istituto in questi
norma dei commi precedenti, soltanto
nel caso in cui abbiano dato prova, nel
periodo di detenzione, di un concreto
recupero sociale, desumibile da comportamenti rivelatori del positivo evolversi
5. Le disposizioni di cui ai commi
precedenti non si applicano ai condannati ammessi all’affidamento in prova e
alla detenzione domiciliare, relativamente ai periodi trascorsi, in tutto o in
parte, in esecuzione di tali misure alternative.
ultimi anni ha sortito efficaci effetti sul
piano del contrasto al fenomeno del sovraffollamento, consentendo, al 30 settembre 2013, la scarcerazione di 12.109 detenuti.
Nella tavola sottostante si raffronta, per
comodità di lettura, il testo dell’articolo 1
della legge 26 novembre 2010, n. 199,
relativo all’istituto dell’esecuzione della
pena presso il domicilio, con quello relativo alla nuova disposizione.
(Esecuzione presso il domicilio delle pene
detentive non superiori a diciotto mesi).
1. Fino alla completa attuazione del
piano straordinario penitenziario nonché in attesa della riforma della disciplina delle misure alternative alla detenzione e, comunque, non oltre il 31
dicembre 2013, la pena detentiva non
superiore a diciotto mesi, anche se costituente parte residua di maggior pena,
è eseguita presso l’abitazione del condannato o altro luogo pubblico o privato
di cura, assistenza e accoglienza, di
seguito denominato « domicilio ». Il magistrato di sorveglianza provvede senza
ritardo sulla richiesta se già dispone
delle informazioni occorrenti.
1. La pena detentiva non superiore a
diciotto mesi, anche se costituente parte
residua di maggior pena, è eseguita
presso l’abitazione del condannato o
altro luogo pubblico o privato di cura,
assistenza e accoglienza, di seguito denominato « domicilio ». Il magistrato di
sorveglianza provvede senza ritardo
sulla richiesta se già dispone delle informazioni occorrenti.
4) Le modifiche al testo unico in materia di
immigrazione di cui al decreto legislativo
n. 286 del 1998, in tema di espulsione dei
detenuti stranieri come sanzione alternativa alla detenzione (articolo 6).
Si interviene sulla disciplina della
espulsione, quale sanzione alternativa alla
detenzione, applicabile ai detenuti cittadini di Stati non appartenenti all’Unione
europea. Tale istituto, apparentemente
costruito come misura alternativa, non ne
presenta, in realtà, i caratteri tipici, essendo attivabile d’ufficio, senza consenso
dell’interessato e senza una valutazione
di merito da parte del giudice. Nondimeno, essa costituisce uno strumento
molto utile di deflazione carceraria, idoneo a produrre effetti positivi per gli
stranieri non appartenenti all’Unione europea, anche considerato il fatto che
costoro, nella stragrande maggioranza dei
casi, sono destinati al trattenimento nei
(CIE), finalizzato alla successiva espulsione amministrativa, con un effetto di
duplicazione degli interventi restrittivi
della libertà personale.
La modifica persegue l’obiettivo, attraverso un ampliamento della platea dei
potenziali destinatari della misura ed un
coordinamento più efficace degli organi
coinvolti nell’iter procedurale, di accrescere le possibilità di applicazione dell’istituto, con significativi effetti sulla riduzione
del sovraffollamento degli istituti penitenziari. Secondo le statistiche elaborate dal
Ministero della giustizia, infatti, al 30
luglio 2013 erano presenti, nelle strutture
penitenziarie italiane, su 22.812 detenuti
stranieri circa 18.000 non appartenenti
all’Unione europea, e come tali potenzialmente espellibili in presenza delle condizioni di cui all’articolo 16, comma 5, del
decreto legislativo n. 286 del 1998.
In questa prospettiva, al fine di estendere l’ambito applicativo dell’istituto, si
modifica la disposizione del comma 5 dell’articolo 16, per risolvere la questione, controversa nella concreta pratica applicativa,
della possibilità di disporre l’espulsione,
previo scioglimento del cumulo, nel caso in
cui il titolo esecutivo ricomprenda uno o
più reati ostativi. In tal caso, infatti, la
prevalente giurisprudenza di legittimità accede alla soluzione negativa, ponendo una
significativa limitazione alla possibilità di
ricorrere allo strumento. Inoltre, si estende
l’area applicativa della sanzione alternativa
ai delitti meno gravi previsti dal testo unico
sull’immigrazione e ai delitti di cui agli
articoli 628, terzo comma, e 629, secondo
comma, del codice penale.
In proposito si evidenzia che il numero
di detenuti stranieri espellibili con questa
procedura alla data del 30 luglio 2013 era
pari a 5.018. Tale numero sarebbe aumentato di circa 1.300 persone con l’apertura
ai reati di cui agli articoli 628, terzo
comma, e 629, secondo comma, del codice
Le modifiche in tema di coordinamento
degli organi coinvolti nell’istruttoria del
procedimento di espulsione perseguono la
finalità di abbattimento dei relativi tempi
di definizione. Si introducono meccanismi
acceleratori delle procedure di identificazione del detenuto straniero per l’anticipazione della pronuncia dell’autorità giudiziaria. Le informazioni sulla identità e
sulla nazionalità del detenuto straniero
saranno inserite nella cartella personale di
quest’ultimo prevista dall’articolo 26 del
giugno 2000, n. 230.
Peraltro su questa linea il Ministero
dell’interno aveva già concordato con il
Ministero della giustizia un’azione amministrativa congiunta (che si sta già realizzando positivamente a Milano e Brescia),
corrispondente a quanto si intende prevedere per legge. La disposizione legislativa
rafforzerà l’azione dei due Ministeri nei
confronti dei consolati, per ottenere l’identificazione degli stranieri in tempi più
rapidi atteso il vantaggio derivante dallo
sconto di pena previsto dalla norma e
produrrà il decremento del numero di
(Espulsione a titolo di sanzione sostitutiva o alternativa alla detenzione).
5. Nei confronti dello straniero, identificato, detenuto, che si trova in taluna
delle situazioni indicate nell’articolo 13,
comma 2, che deve scontare una pena
detentiva, anche residua, non superiore
a due anni, è disposta l’espulsione. Essa
non può essere disposta nei casi in cui
la condanna riguarda uno o più delitti
previsti dall’articolo 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale,
ovvero i delitti previsti dal presente
5. Nei confronti dello straniero identificato, detenuto, che si trova in taluna
detentiva, anche residua, non superiore a
due anni, è disposta l’espulsione. Essa
non può essere disposta nei casi di condanna per i delitti previsti dal presente
testo unico, per i quali è stabilita la pena
detentiva superiore nel massimo a due
anni, ovvero per uno o più delitti previsti
dall’articolo 407, comma 2, lettera a), del
codice di procedura penale, fatta eccezione per quelli consumati o tentati di
cui agli articoli 628, terzo comma e 629,
secondo comma, del codice penale. In
caso di concorso di reati o di unificazione
di pene concorrenti, l’espulsione è disposta anche quando sia stata espiata la
parte di pena relativa alla condanna per
reati che non la consentono.
5-bis. Nei casi di cui al comma 5,
all’atto dell’ingresso in carcere di un
cittadino straniero, la direzione dell’istituto penitenziario richiede al questore
del luogo le informazioni sulla identità
e nazionalità dello stesso. Nei medesimi
casi, il questore avvia la procedura di
identificazione interessando le competenti autorità diplomatiche e procede
alla eventuale espulsione dei cittadini
stranieri identificati. A tal fine, il Ministro della giustizia ed il Ministro dell’interno adottano i necessari strumenti
5-ter. Le informazioni sulla identità e
nazionalità del detenuto straniero sono
inserite nella cartella personale dello
stesso prevista dall’articolo 26 del decreto del Presidente della Repubblica 30
6. Competente a disporre l’espulsione
di cui al comma 5 è il magistrato di
sorveglianza, che decide con decreto mo-
6. Salvo che il questore comunichi che
non è stato possibile procedere all’identificazione dello straniero, la direzione
tivato, senza formalità, acquisite le informazioni degli organi di polizia sull’identità e sulla nazionalità dello straniero. Il
decreto di espulsione è comunicato allo
straniero che, entro il termine di dieci
giorni, può proporre opposizione dinanzi
al tribunale di sorveglianza. Il tribunale
decide nel termine di venti giorni.
dell’istituto penitenziario trasmette gli
atti utili per l’adozione del provvedimento di espulsione al magistrato di sorveglianza competente in relazione al
luogo di detenzione del condannato. Il
magistrato decide con decreto motivato,
senza formalità. Il decreto è comunicato
al pubblico ministero, allo straniero e al
suo difensore, i quali, entro il termine di
dieci giorni, possono proporre opposizione dinanzi al tribunale di sorveglianza. Se lo straniero non è assistito da
un difensore di fiducia, il magistrato
provvede alla nomina di un difensore
d’ufficio. Il tribunale decide nel termine
di 20 giorni.
B) Interventi in materia di tutela dei diritti
Nel quadro di un ampio intervento
volto ad introdurre efficaci strumenti di
tutela dei diritti dei detenuti, si è ritenuto
opportuno mantenere un primo livello di
garanzia, non giurisdizionale, rappresentato dal diritto di reclamo riconosciuto ai
detenuti e agli internati dall’articolo 35
dell’ordinamento penitenziario e consistente nel diritto di avanzare doglianze, in
forma orale o scritta, a diverse autorità.
Come è noto, con la sentenza emessa in
data 8 gennaio 2013 la Corte europea dei
diritti dell’uomo, decidendo nella causa
promossa da Torreggiani ed altri contro
l’Italia, ha dichiarato che il nostro Paese,
entro il termine di un anno dalla data di
definitività di tale sentenza, dovrà istituire
un ricorso o un insieme di ricorsi interni,
effettivi e idonei ad offrire una riparazione
adeguata e sufficiente in caso di sovraffollamento carcerario, precisando, da un
lato, che « (...) il reclamo rivolto al magistrato di sorveglianza in virtù degli articoli
35 e 69 della legge sull’ordinamento penitenziario è un ricorso accessibile, ma
non effettivo nella pratica (...) » e, dall’altro, che devono essere creati « (...) senza
indugio un ricorso o una combinazione di
ricorsi che abbiano effetti preventivi e
compensativi e garantiscano realmente
una riparazione effettiva (...) ».
Si riconosce così una tutela giurisdizionale, affidata al magistrato di sorveglianza, nelle ipotesi previste dal novellato
comma 6 dell’articolo 69 (v. infra) e si
introduce il « nuovo » articolo 35-bis, rubricato « Reclamo giurisdizionale », significativamente collocato dopo la norma sul
reclamo generico, in modo da sottolineare
la progressività dei meccanismi di tutela e
la loro riconducibilità ad un sistema integrato e unitario.
Infine, quale strumento complementare
di tutela dei diritti, si prevede l’istituzione
del Garante nazionale dei detenuti, figura
che intende rappresentare, da un lato, un
sostegno di particolare prossimità alle esigenze di protezione dei diritti delle persone private della libertà, complementare
rispetto all’attività della magistratura di
sorveglianza, e, dall’altro lato, un momento di interlocuzione e stimolo all’attività dell’amministrazione.
1) La riformulazione dell’articolo 35 in
materia di reclamo cosiddetto « generico » [articolo 3, comma 1, lettera a)].
Si opera una parziale riformulazione
dell’articolo 35 dell’ordinamento peniten-
ziario, procedendo, da un lato, ad una
integrazione del novero dei destinatari
dei reclami con l’aggiunta di nuove figure
interne all’amministrazione (il provveditore regionale) ed esterne (il Garante
nazionale dei diritti dei detenuti ed i
garanti locali comunque denominati) e,
dall’altro, ad un adeguamento terminologico con la sostituzione delle vecchie
figure del « direttore generale per gli
istituti di prevenzione e di pena » e degli
« ispettori » rispettivamente con il « capo
del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria » e con il « direttore dell’ufficio ispettivo ».
(Diritto di reclamo).
I detenuti e gli internati possono
rivolgere istanze o reclami orali o scritti,
anche in busta chiusa:
1) al direttore dell’istituto, nonché
agli ispettori, al direttore generale per
gli istituti di prevenzione e di pena e al
Ministro per la grazia e giustizia;
1) al direttore dell’istituto, al provveditore regionale, al direttore dell’ufficio ispettivo, al capo del dipartimento
dell’amministrazione penitenziaria e al
2) al magistrato di sorveglianza;
3) alle autorità giudiziarie e sanitarie in visita all’istituto;
4) al presidente della Giunta regionale;
5) al Capo dello Stato.
2) alle autorità giudiziarie e sanitarie in visita all’istituto;
3) al garante nazionale e ai garanti
regionali o locali dei diritti dei detenuti;
5) al magistrato di sorveglianza;
6) al Capo dello Stato.
2) Procedimento di reclamo giurisdizionale
[articolo 3, comma 1, lettera b)].
Al comma 1 dell’articolo 35-bis dell’ordinamento penitenziario, introdotto dal
decreto-legge, si prevede che il reclamo
giurisdizionale venga trattato secondo lo
schema procedimentale tipico previsto, per
il procedimento di sorveglianza, dal combinato disposto degli articoli 666 e 678 del
codice di procedura penale. Si ritiene
necessario che l’amministrazione interessata al reclamo (si tratta, a seconda dei
casi, della amministrazione penitenziaria o
di quella regionale, ormai investita di
competenza esclusiva in materia sanitaria)
venga avvisata della fissazione della
udienza in camera di consiglio, così da
essere messa in grado di comparire direttamente in udienza o, se non ritiene di
farlo, di formulare le proprie deduzioni
per iscritto (si ricorda che ai sensi dell’articolo 666, comma 3, del codice di
procedura penale è, infatti, previsto il
termine di cinque giorni per il deposito di
memorie in cancelleria).
Al comma 2 si è mantenuto il termine
di dieci giorni per la impugnazione dei
provvedimenti disciplinari, come già stabilito dal combinato disposto degli articoli
69, comma 6, e 14-ter.
Al comma 3 si prevede che, quando il
reclamo sia stato proposto ai sensi dell’articolo 69, comma 6, lettera a), ed abbia cioè
ad oggetto un provvedimento di natura disciplinare, il magistrato di sorveglianza, in
caso di accoglimento, disponga l’annullamento del provvedimento. Si è scelta la via
dell’annullamento (anziché quella della disapplicazione), poiché l’impugnativa disciplinare non può che avere effetto demolitorio. Si tratta, infatti, di tutela giurisdizionale del giudice ordinario sugli atti della
pubblica amministrazione, che incidono su
diritti e per i quali sussiste riserva di legge
(ex articolo 113 della Costituzione); l’intervento normativo è dunque pienamente in
linea con detta riserva.
Non si è poi ritenuto di prevedere il
potere di modificare la sanzione, volendosi
evitare l’ingerenza nell’esercizio del potere
disciplinare: se il magistrato di sorveglianza rileverà l’eccessività della sanzione,
annullando quindi il provvedimento, l’amministrazione potrà provvedere ex novo,
tenendo però conto delle ragioni dell’annullamento.
Qualora, invece, il reclamo sia stato
proposto ai sensi della lettera b) del citato
comma 6 dell’articolo 69, si prevede che il
magistrato ordini all’amministrazione interessata di porre rimedio alla accertata
sussistenza del pregiudizio, purché sia ancora attuale al momento della decisione.
Si è scelto di specificare che il pregiudizio
deve sussistere sia al momento della presentazione del reclamo che al momento
della decisione poiché si tratta di tutela
preventiva e immediata, che inerisce alla
natura stessa della tutela affidata al magistrato di sorveglianza (che è giudice « di
prossimità »).
Al comma 4 si è deciso di non prevedere una impugnazione nel merito, non
essendo prevista, in nessuna ipotesi, l’impugnazione nel merito, avanti al tribunale
di sorveglianza, di decisioni adottate dal
magistrato di sorveglianza nel contraddittorio delle parti. Si è inoltre ritenuto
opportuno specificare che il termine per
ricorrere per cassazione è di quindici
giorni e non quello, troppo breve, di dieci
giorni previsto dall’articolo 71-ter dell’ordinamento penitenziario.
Al fine di garantire l’effettività della
tutela giurisdizionale, al comma 5 sono
stati previsti, da un lato, l’obbligo per
l’amministrazione competente di dare esecuzione alle ordinanze adottate dal magistrato di sorveglianza in sede di definizione del reclamo e, dall’altro, la possibilità per l’interessato di promuovere il
giudizio di ottemperanza davanti allo
stesso magistrato di sorveglianza. Tale giudizio, costruito secondo il paradigma dell’omologa procedura prevista dall’articolo
112 del codice del processo amministrativo
di cui al decreto legislativo n. 104 del
2010, è stato devoluto al « giudice di prossimità » in considerazione dell’evidente deficit di effettività della tutela che si sarebbe determinato qualora, secondo i
princìpi propri della giurisdizione amministrativa, si fosse inteso devolvere la competenza al tribunale amministrativo regionale. Diversamente da quanto stabilito nel
giudizio di ottemperanza disciplinato dal
codice del processo amministrativo si è
ritenuto di (pre)determinare, nel limite di
100 euro, la somma di denaro dovuta
dall’amministrazione per ogni violazione o
inosservanza successiva, ovvero per ogni
ritardo nell’esecuzione del provvedimento.
Nel disporre l’ottemperanza il magistrato di sorveglianza dovrà comunque
tenere conto delle oggettive esigenze organizzative dell’amministrazione obbligata
all’adempimento, che dovranno essere evidenziate in uno specifico programma diretto alla migliore e più rapida esecuzione.
Per quanto poi attiene ai presupposti
sostanziali, le norme di riferimento sono
costituite dalle lettere a) e b) del comma 6
dell’articolo 69 della legge penitenziaria.
Quanto alla prima disposizione, si è
ritenuto di estendere anche ai profili di
merito la tutela giurisdizionale in materia
disciplinare solo nei casi delle sanzioni più
gravi, previste ai numeri 4) e 5) del comma
1 dell’articolo 39 (si tratta dell’isolamento
durante la permanenza all’aria aperta per
non più di dieci giorni e della esclusione
dalle attività in comune per non più di
quindici giorni).
Per quanto invece riguarda la lettera b),
si è inteso circoscrivere la tutela giurisdizionale unicamente ai casi in cui il detenuto o internato intenda fare valere una
lesione « attuale » e « grave », che consegua
alla « inosservanza da parte dell’amministrazione di disposizioni previste dalla
legge penitenziaria e dal relativo regolamento. Ciò al fine di consentire l’accesso
ad un meccanismo di tutela certamente
« costoso » soltanto in relazione alle situazioni di pregiudizio realmente significative,
consentendo alla magistratura di sorveglianza di utilizzare il filtro della inammissibilità in relazione a questioni non
meritevoli di considerazione ovvero a ipotesi di lesione ormai risalenti nel tempo.
Si riporta di seguito il nuovo testo
dell’articolo 35-bis nonché il raffronto,
nella successiva tabella, tra la vecchia
formulazione dell’articolo 69, comma 6, e
« ART. 35-bis. – (Reclamo giurisdizionale). – 1. Il procedimento relativo al
reclamo di cui all’articolo 69, comma 6, si
svolge ai sensi degli articoli 666 e 678 del
codice di procedura penale. Salvi i casi di
manifesta inammissibilità della richiesta a
norma dell’articolo 666, comma 2, del
codice di procedura penale, il magistrato
di sorveglianza fissa la data dell’udienza e
ne fa dare avviso anche all’amministrazione interessata, che ha diritto di comparire ovvero di trasmettere osservazioni e
2. Il reclamo di cui all’articolo 69,
comma 6, lettera a), è proposto nel termine di dieci giorni dalla comunicazione
3. In caso di accoglimento, il magistrato
di sorveglianza, nelle ipotesi di cui all’articolo 69, comma 6, lettera a), dispone
l’annullamento del provvedimento di irrogazione della sanzione disciplinare. Nelle
ipotesi di cui all’articolo 69, comma 6,
lettera b), accertate la sussistenza e l’at-
tualità del pregiudizio, ordina all’amministrazione di porre rimedio.
4. Avverso la decisione del magistrato
di sorveglianza è ammesso ricorso per
cassazione per violazione di legge, nel
termine di quindici giorni dalla notificazione o comunicazione dell’avviso di deposito.
5. In caso di mancata esecuzione del
provvedimento non più soggetto ad impugnazione, l’interessato o il suo difensore
munito di procura speciale possono richiedere l’ottemperanza al magistrato di sorveglianza che ha emesso il provvedimento.
Si osservano le disposizioni di cui agli
articoli 666 e 678 del codice di procedura
a) ordina l’ottemperanza, indicando
modalità e tempi di adempimento, tenuto
conto del programma attuativo, predisposto dall’amministrazione al fine di dare
esecuzione al provvedimento, sempre che
detto programma sia compatibile con il
soddisfacimento del diritto;
b) dichiara nulli gli eventuali atti in
violazione o elusione del provvedimento
rimasto ineseguito;
c) se non sussistono ragioni ostative,
determina, su richiesta di parte, la somma
di denaro dovuta dall’amministrazione per
ogni violazione o inosservanza successiva,
ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione del
provvedimento, entro il limite massimo di
100 euro per ogni giorno. La statuizione
costituisce titolo esecutivo;
7. Il magistrato di sorveglianza conosce
di tutte le questioni relative all’esatta ottemperanza, ivi comprese quelle inerenti
agli atti del commissario.
8. Avverso il provvedimento emesso in
sede di ottemperanza è sempre ammesso
ricorso per cassazione per violazione di
legge ».
(Funzioni e provvedimenti del magistrato
di sorveglianza).
5. Approva, con decreto, il programma di trattamento di cui al terzo
comma dell’articolo 13, ovvero, se ravvisa in esso elementi che costituiscono
violazione dei diritti del condannato o
dell’internato, lo restituisce, con osservazioni, al fine di una nuova formulazione. Approva, con decreto, il provvedimento di ammissione al lavoro all’esterno. Impartisce, inoltre, nel corso
del trattamento, disposizioni dirette ad
eliminare eventuali violazioni dei diritti
dei condannati e degli internati.
dell’internato, lo restituisce, con osservazioni, al fine di una nuova formulazione. Approva, con decreto, il provvedimento di ammissione al lavoro all’esterno. Impartisce, inoltre, disposizioni dirette ad eliminare eventuali
violazioni dei diritti dei condannati e
degli internati.
6. Decide, con ordinanza impugnabile soltanto per cassazione, secondo la
procedura di cui all’articolo 14-ter, sui
reclami dei detenuti e degli internati
concernenti l’osservanza delle norme
6. Provvede a norma dell’articolo
35-bis sui reclami dei detenuti e degli
internati concernenti:
a) [l’attribuzione della qualifica lavorativa, la mercede e la remunerazione
nonché lo svolgimento delle attività di
tirocinio e di lavoro e le assicurazioni
sociali;] (Lettera dichiarata costituzionalmente illegittima dalla Corte cost.
sent. 27 ottobre 2006 n.341)
b) le condizioni di esercizio del
potere disciplinare, la costituzione e la
competenza dell’organo disciplinare, la
contestazione degli addebiti e la facoltà
di discolpa.
3) Istituzione del Garante nazionale dei
diritti delle persone detenute o private
della libertà personale (articolo 7).
L’istituzione del Garante nazionale dei
della libertà personale costituisce uno dei
punti qualificanti della proposta riformatrice e si pone al termine di un lungo
a) le condizioni di esercizio del potere disciplinare, la costituzione e la
di discolpa; nei casi di cui all’articolo 39,
comma 1, numeri 4 e 5, è valutato anche
il merito dei provvedimenti adottati;
b) l’inosservanza da parte dell’amministrazione di disposizioni previste
dalla presente legge e dal relativo regolamento, dalla quale derivi al detenuto
o all’internato un attuale e grave pregiudizio all’esercizio dei diritti.
dibattito politico-parlamentare che si è
articolato nel corso di diverse legislature.
La necessità di coniugare rapidità ed
effettività dell’intervento con le ormai
strutturali esigenze di bilancio hanno suggerito di prevedere che la costituzione
dell’organismo abbia luogo presso il Ministero della giustizia, avvalendosi del personale messo a disposizione dallo stesso
Ministero, senza che peraltro dall’istituzione del Garante nazionale possa derivare alcun onere a carico dello Stato. Per
tale motivo, i tre componenti (nominati
dal Consiglio dei ministri) non hanno
diritto ad indennità od emolumenti per
l’attività prestata, fermo restando il diritto
al mero rimborso delle spese affrontate
nello svolgimento delle attività d’ufficio. La
composizione della struttura amministrativa verrà determinata con successivo regolamento del Ministro della giustizia, da
adottare entro tre mesi dalla data di
entrata in vigore del decreto.
Tra i compiti del Garante nazionale, oltre a quello di promuovere e favorire rapporti di collaborazione con i garanti territoriali, vi è quello di vigilare affinché l’esecuzione della custodia dei detenuti, degli
internati, dei soggetti sottoposti a custodia
cautelare in carcere o ad altre forme di
limitazione della libertà personale sia attuata in conformità alle norme e ai princìpi
stabiliti dalla Costituzione, dalle convenzioni internazionali sui diritti umani ratificate dall’Italia, dalle leggi dello Stato e dai
regolamenti [lettera a)]; di visitare, senza
necessità di autorizzazione, gli istituti penitenziari, gli ospedali psichiatrici giudiziari e
le strutture sanitarie destinate ad accogliere
le persone sottoposte a misure di sicurezza
detentive, le comunità terapeutiche e di accoglienza o comunque le strutture pubbliche e private dove si trovano persone sottoposte a misure alternative o alla misura
cautelare degli arresti domiciliari, gli istituti penali per minori e le comunità di
accoglienza per minori sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria, nonché,
previo avviso e senza che da ciò possa derivare danno per le attività investigative in
corso, alle camere di sicurezza delle Forze
di Polizia, accedendo, senza restrizioni, a
qualunque locale [lettera b)]; di prendere
visione, previo consenso anche verbale
dell’interessato, degli atti riferibili alle
condizioni di detenzione o privazione
della libertà delle persone [lettera c)] e di
richiedere all’amministrazione interessata
le informazioni e i documenti necessari,
potendo ottenere dal magistrato di sorveglianza l’emissione di un ordine di
esibizione [lettera d)]; di verificare il
rispetto degli adempimenti previsti dalla
normativa vigente in materia di CIE, con
facoltà di accesso in detti luoghi [lettera
e)]; di formulare specifiche raccomandazioni all’amministrazione interessata, se
accerti violazioni delle norme dell’ordinamento ovvero la fondatezza delle
istanze e dei reclami proposti ai sensi
dell’articolo 35 della legge 26 luglio 1975,
n. 354; l’amministrazione interessata, ove
non accolga la richiesta, è tenuta a comunicare il proprio dissenso motivato nel
termine di trenta giorni [lettera f)]; di
predisporre una relazione annuale destinata ai Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati,
oltre che al Ministro dell’interno e al
Ministro della giustizia [lettera g)].
4) Misure dirette alla semplificazione nella
trattazione di alcune materie di competenza della magistratura di sorveglianza.
Al fine di bilanciare l’accresciuto impegno della magistratura di sorveglianza derivante dal considerevole impatto conseguente alle misure previste con il presente
intervento, si interviene attraverso una serie
di disposizioni volte a semplificare il procedimento di trattazione di alcune materie.
Tali modifiche rielaborano alcune proposte
già avanzate dalla Commissione mista per lo
studio dei problemi della magistratura di
sorveglianza, istituita su iniziativa del Ministero della giustizia e del Consiglio superiore
della magistratura, e già in parte accolte
dallo stesso Consiglio superiore con la « Risoluzione in ordine a soluzioni organizzative
e diffusione di buone prassi in materia di
magistratura di sorveglianza » adottata il 24
luglio 2013; e alle quali si intende dare ora
« copertura » normativa.
4a) La modifica del procedimento di sorveglianza [articolo 1, comma 1, lettera b)].
La modifica de qua interviene sulla
norma generale che disciplina il procedimento di sorveglianza.
Essa intende riservare il procedimento
ordinario, caratterizzato dall’udienza camerale in contraddittorio, alle materie più
direttamente afferenti ai diritti fondamentali, quali la libertà personale, ricorrendo
alla più spedita procedura dell’articolo 667
del codice di procedura penale per le materie meno rilevanti o comunque caratterizzate dalla natura tendenzialmente documentale dell’accertamento (come nel caso
della conversione delle pene pecuniarie,
nonché dell’esecuzione della semidetenzione e della libertà controllata), ferma restando la possibilità di instaurare la procedura più garantita nel caso in cui taluno dei
soggetti interessati (condannato, difensore,
pubblico ministero) ne facciano richiesta
attraverso l’opposizione allo stesso organo
che ha deciso in prima battuta.
(Procedimento di sorveglianza).
1. Il tribunale di sorveglianza nelle materie di sua competenza, e il magistrato di
sorveglianza nelle materie attinenti alla
rateizzazione e alla conversione delle
pene pecuniarie, alla remissione del debito, ai ricoveri previsti dall’articolo 148
del codice penale, alle misure di sicurezza,
alla esecuzione della semidetenzione e
della libertà controllata e alla dichiarazione di abitualità o professionalità nel
reato o di tendenza a delinquere, procedono, a richiesta del pubblico ministero,
dell’interessato, del difensore o di ufficio,
a norma dell’articolo 666. Tuttavia,
quando vi è motivo di dubitare della identità fisica di una persona, procedono a
norma dell’articolo 667.
1. Salvo quanto stabilito dal successivo comma 1-bis, il tribunale di
sorveglianza nelle materie di sua competenza, e il magistrato di sorveglianza,
nelle materie attinenti ai ricoveri previsti dall’articolo 148 del codice penale,
alle misure di sicurezza e alla dichiarazione di abitualità o professionalità
nel reato o di tendenza a delinquere
procedono, a richiesta del pubblico
ministero, dell’interessato, del difensore
o di ufficio, a norma dell’articolo 666.
Tuttavia, quando vi è motivo di dubitare dell’identità fisica di una persona,
procedono a norma dell’articolo 667
1-bis. Il magistrato di sorveglianza,
nelle materie attinenti alla rateizzazione e
alla conversione delle pene pecuniarie,
alla remissione del debito e alla esecuzione della semidetenzione e della libertà
controllata, ed il tribunale di sorveglianza,
nelle materie relative alle richieste di riabilitazione ed alla valutazione sull’esito
dell’affidamento in prova al servizio sociale, anche in casi particolari, procedono
a norma dell’articolo 667 comma 4.
4b) La sopravvenienza di nuovi titoli esecutivi nei confronti del condannato sottoposto ad una misura alternativa [articolo 3, comma 1, lettera g)].
Analogamente a quanto previsto con
riferimento all’articolo 678, si introduce
una modifica sul procedimento relativo
alla prosecuzione delle misure alternative,
stabilendo che nei casi in cui sopravvenga
un nuovo titolo detentivo il relativo provvedimento sia assunto dal magistrato di
sorveglianza, senza la necessità di un pronunciamento da parte del tribunale, che
verrà eventualmente investito soltanto in
caso di reclamo da parte di uno dei
soggetti interessati (condannato, suo difensore, pubblico ministero).
(Sopravvenienza di nuovi titoli di privazione della libertà).
1. Quando durante l’attuazione dell’affidamento in prova al servizio sociale
o della detenzione domiciliare o della
detenzione domiciliare speciale o del
regime di semilibertà sopravviene un
titolo di esecuzione di altra pena detentiva, il direttore dell’istituto penitenziario o il direttore del centro di servizio sociale informa immediatamente il
magistrato di sorveglianza. Se questi,
tenuto conto del cumulo delle pene,
rileva che permangono le condizioni di
cui al comma 1 dell’articolo 47 o ai
commi 1 e 1-bis dell’articolo 47-ter o ai
commi 1 e 2 dell’articolo 47-quinquies o
ai primi tre commi dell’articolo 50,
dispone con decreto la prosecuzione
provvisoria della misura in corso; in
caso contrario dispone la sospensione
della misura stessa. Il magistrato di
sorveglianza trasmette quindi gli atti al
tribunale di sorveglianza che deve decidere nel termine di venti giorni la
prosecuzione o la cessazione della misura.
4c) La deroga delle prescrizioni in materia
di esecuzione delle misure alternative
[articolo 3, comma 1, lettera e)].
Si interviene, infine, sulla disciplina
delle deroghe temporanee delle prescrizioni applicate ai condannati sottoposti
ad una misura alternativa, che nell’esperienza giudiziaria costituisce uno degli
ambiti di maggiore impegno della magistratura di sorveglianza, gravata da continue richieste, spesso per autorizzazioni
di scarsissima rilevanza. Con la modifica
testo della norma vigente (articolo 51-bis
dell’ordinamento penitenziario) con quello
risultante dalla modifica.
1. Quando, durante l’attuazione dell’affidamento in prova al servizio sociale o della detenzione domiciliare o
della detenzione domiciliare speciale o
del regime di semilibertà, sopravviene
un titolo di esecuzione di altra pena
detentiva, il pubblico ministero informa
immediatamente il magistrato di sorveglianza, formulando contestualmente
le proprie richieste. Il magistrato di
sorveglianza, se rileva, tenuto conto del
cumulo delle pene, che permangono le
condizioni di cui al comma 1 dell’articolo 47 o ai commi 1 e 1-bis dell’articolo 47-ter o ai commi 1 e 2
dell’articolo 47-quinquies o ai primi tre
commi dell’articolo 50, dispone con
ordinanza la prosecuzione della misura
in corso; in caso contrario ne dispone
la cessazione.
2. Avverso il provvedimento di cui al
comma 1 è ammesso reclamo ai sensi
dell’articolo 69-bis.
proposta, proprio in considerazione dell’assenza di profili di complessità tecnica
e della modesta incidenza sul percorso
complessivo dell’esecuzione penale, si attribuisce la relativa competenza al direttore dell’ufficio di esecuzione penale
esterna, fatti comunque salvi gli obblighi
di comunicazione al magistrato di sorveglianza che procede.
testo della norma vigente (articolo 47,
comma 8, dell’ordinamento penitenziario)
con quello risultante dalla modifica.
8. Nel corso dell’affidamento le prescrizioni possono essere modificate dal
magistrato di sorveglianza.
magistrato di sorveglianza. Le deroghe
temporanee alle prescrizioni sono autorizzate, su proposta del direttore dell’ufficio di esecuzione penale esterna,
dal magistrato di sorveglianza anche in
forma orale nei casi di urgenza.
5) Norma di interpretazione autentica e
proroga del termine per l’adozione del
regolamento attuativo, per l’anno 2013,
delle disposizioni legislative in materia
di benefìci e sgravi fiscali in favore dei
datori di lavoro che impieghino detenuti
ed internati.
L’articolo 8 del decreto contiene anzitutto una disposizione di proroga del temine, in riferimento all’anno 2013, per
l’adozione del regolamento di attuazione
successivamente modificata, e della legge 8
novembre 1991, n. 381, come successivamente modificata, nelle parti in cui prevedono benefìci e sgravi fiscali in favore
dei datori di lavoro che impieghino detenuti e internati, onde scongiurare il rischio
che costoro, in ragione del ritardo nell’adozione del regolamento, si vedano privati della possibilità di usufruire di detti
benefìci. Le norme sugli incentivi sono,
infatti, strategiche nel disegno di valorizzazione del lavoro per i detenuti e gli
internati, che è tappa essenziale del programma rieducativo e, più latamente, trattamentale, sì che deve evitarsi che restino
ingiustamente mortificate le attese di
quanti hanno concretamente contribuito
all’inveramento delle peculiari finalità
della legislazione penitenziaria. Nello
stesso senso si muove la norma di interpretazione autentica che, chiarendo che
l’ammontare massimo mensile dei crediti
di imposta concessi ai datori di lavoro ha
riguardo, per l’anno 2013, a tutti i mesi, e
non solo a quelli successivi alla disposizione legislativa che ha novellato l’articolo
3 della legge 22 giugno 2000, n. 193 (decreto-legge 1o luglio 2013, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto
2013, n. 94), evita che siano irragionevolmente disattese le giuste aspettative dei
datori di lavoro, e ciò per le prevalenti
ragioni poc’anzi esplicitate.
(Articolo 17, comma 3, della legge 31 dicembre 2009, n. 196,
Il presente decreto-legge reca nuove disposizioni in tema di
ordinamento penitenziario e misure urgenti in materia di sovraffollamento carcerario comprensive della introduzione della configurazione del delitto di condotte illecite in tema di sostanze stupefacenti
o psicotrope di lieve entità.
Si prevede altresì l’istituzione, presso il Ministero della giustizia,
del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della
libertà nazionale.
Al riguardo, si evidenzia che le disposizioni introdotte fanno
riferimento alla necessità di affrontare il fenomeno dell’ormai endemico sovraffollamento carcerario, restituendo ai soggetti reclusi la
possibilità di un pieno esercizio dei diritti fondamentali, che costituisce uno dei principali problemi del sistema giudiziario italiano.
Ciò, peraltro, trova giustificazione nelle pronunce della Corte
costituzionale che hanno richiamato la necessità di interventi legislativi efficaci nonché della Corte europea dei diritti dell’Uomo che ha
condannato il nostro Paese, stabilendo il termine di maggio 2014 per
l’adozione di incisivi interventi riformatori.
Nel dettaglio, la nuova disciplina introdotta riguarda:
ARTICOLO 1 – Modifiche al codice di procedura penale.
Le misure dovrebbero contribuire a ridurre in misura consistente
i flussi in ingresso per la custodia cautelare in carcere, attraverso una
più attenta valutazione del singolo caso per decidere lo strumento e
la prescrizione più adeguata, anche con l’ausilio dei cosiddetti
« braccialetti elettronici », previa verifica della disponibilità di tali
apparati da parte della polizia giudiziaria, nel limite, quindi, delle
attuali dotazioni.
In proposito, e al fine di assicurare l’invarianza finanziaria, la
norma prevede l’utilizzo del braccialetto elettronico salvo che il
giudice lo ritenga « non necessario » e solo se esso è nell’effettiva
disponibilità delle Forze di polizia.
Si interviene inoltre sulla disciplina del procedimento di sorveglianza riservando il procedimento ordinario alle materie afferenti ai
diritti fondamentali, quali la libertà personale, ricorrendo alla più
spedita procedura dell’articolo 667 del codice di procedura penale nelle
materie caratterizzate dalla natura documentale dell’accertamento.
ARTICOLO 2 – Modifiche alle disposizioni in materia di sostanze
Le misure contribuiranno a ridurre, attraverso una riduzione
delle pene inflitte per reati di piccolo spaccio, il numero dei detenuti
presenti nei nostri istituti penitenziari. Allo stato risultano ristretti
circa 14.970 detenuti per tali tipologie di reato.
Si prevede altresì l’eliminazione del divieto di reiterata concessione delle misure dell’affidamento cosiddetto terapeutico in considerazione delle particolari caratteristiche di tale categorie di condannati che continueranno ad usufruire dello specifico trattamento
terapeutico al di fuori degli istituti di pena senza necessariamente
procedere al ricovero presso case di cura, assistenza e accoglienza. In
tale ultimo caso si provvederà nel limite dei posti resi disponibili dal
Allo stato risultano ristretti circa 16.364 soggetti tossicodipendenti.
ARTICOLO 3 – Modifiche all’ordinamento penitenziario.
Le misure sono volte ad una maggiore tutela del diritto offerto al
detenuto e all’internato di proporre istanza di reclamo inerente
l’applicazione del regime di sorveglianza particolare ed al connesso
iter procedurale e giurisdizionale.
Prevedendo la possibilità di rivolgere le istanze di reclamo a più
soggetti istituzionali, la norma non comporta la necessità di istituire
nuove figure di garante regionale o locale, organismi peraltro già
ampiamente diffusi sul territorio.
Le disposizioni sono altresì volte a favorire l’accesso all’affidamento in prova al servizio sociale previsto dall’articolo 47 della legge
n. 354 del 1975, il cui limite di pena, anche residua, viene ampliato
a quattro anni e sulla cui concessione in via provvisoria si pronuncerà
il magistrato di sorveglianza. Si prevede, altresì, per la sola misura
alternativa della detenzione domiciliare la possibilità di disporre
l’impiego di dispositivi di controllo personale (cosiddetto braccialetto
elettronico) ove disponibili, nel limite, quindi, delle attuali dotazioni.
norma prevede espressamente l’utilizzo del braccialetto elettronico
solo se esso è nell’effettiva disponibilità delle Forze di polizia, non
pregiudicando quindi l’applicazione della misura della detenzione
domiciliare disposta dal tribunale o dal magistrato di sorveglianza.
L’ampliamento dell’istituto dell’affidamento in prova ai servizi
sociali potrà essere adeguatamente fronteggiato con le risorse umane
e strumentali del Ministero della giustizia, senza maggiori oneri
finanziari a carico del bilancio dello Stato.
ARTICOLO 4 – Modifiche alla disciplina della liberazione anticipata
Le norme, di limitata efficacia temporale sia per chi ha già goduto
del beneficio della liberazione anticipata che per coloro che devono
ancora usufruirne, consentiranno di incrementare i flussi in uscita dal
sistema penitenziario attraverso l’innalzamento da quarantacinque a
settantacinque giorni della riduzione di pena concedibile con il
beneficio della liberazione anticipata, per ogni semestre di pena
scontata a decorrere dal 1o gennaio 2010.
ARTICOLO 5 – Esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non
superiori a 18 mesi.
Le norme tendono a stabilizzare l’istituto dell’esecuzione della
pena presso il domicilio, introdotto con la legge n. 199 del 2010, il cui
termine di vigenza era stato fissato al 31 dicembre 2013. Tale misura
consentirà una ulteriore deflazione della popolazione detenuta considerato che in applicazione della citata legge sono stati scarcerati
circa 12.000 detenuti.
Si precisa al riguardo che il ricorso all’istituto dell’esecuzione
della pena presso il domicilio del condannato non determina ulteriori
oneri a carico del bilancio dello Stato, considerando il carattere
residuale della esecuzione della pena presso luogo pubblico o privato
di cura, assistenza e accoglienza, limitando questa eventualità ai soli
casi di posti disponibili presso le predette strutture.
ARTICOLO 6 – Modifiche al testo unico in materia di immigrazione.
Le misure introdotte perseguono l’obiettivo di ampliare la platea
dei potenziali destinatari dell’istituto dell’espulsione per i detenuti non
appartenenti all’Unione europea rendendo nel contempo più fattiva la
collaborazione tra i Dicasteri della giustizia e dell’interno nelle più
celeri procedure connesse all’identificazione e all’espulsione dello
L’intervento è teso peraltro ad evitare gli effetti di duplicazione
degli interventi restrittivi della libertà personale nei confronti degli
stranieri extracomunitari anche in considerazione del fatto che
costoro, nella stragrande maggioranza dei casi, sono in genere
destinati al trattenimento nei centri di identificazione ed espulsione
(finalizzato alla successiva espulsione amministrativa).
Alla luce delle nuove procedure previste, sarebbero circa 5.000 i
detenuti che potrebbero essere espulsi.
Si interviene, in particolare, sui casi previsti dal comma 5
dell’articolo 16 del testo unico in materia di immigrazione di cui al
decreto legislativo n. 286 del 1998 in cui il soggetto è lo straniero
detenuto in carcere al quale il magistrato di sorveglianza commina
l’espulsione, per il residuo di pena non superiore a due anni.
Per quello che riguarda il procedimento dell’espulsione, la nuova
norma prevede [lettera c)] che l’avvio dell’identificazione del detenuto
e l’acquisizione dei documenti diplomatici necessari per il rinvio nel
paese d’origine dell’espellendo siano anticipate al momento del suo
ingresso in carcere in modo da evitare che tali operazioni avvengano,
dopo la scarcerazione, nei centri di espulsione ed identificazione con
aggravio dei costi di mantenimento.
Pertanto la nuova norma non comporta nuovi oneri, anzi consente
il risparmio delle spese occorrenti per il mantenimento del detenuto
espulso dal momento della scarcerazione al momento della materiale
espulsione che, con il nuovo sistema, potrà essere avviata direttamente
all’uscita dello stabilimento penitenziario.
ARTICOLO 7 – Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o
private della libertà personale.
L’articolo prevede l’istituzione, presso il Ministero della giustizia,
libertà personale, organo collegiale composto dal presidente e da due
membri nominati dal Consiglio dei ministri, con decreto del Presidente
del Consiglio dei ministri, scelti tra persone non dipendenti delle
pubbliche amministrazioni, che diano assicurazione circa indipendenza e competenza nelle discipline afferenti la tutela dei diritti
La struttura di supporto alle attività del Garante sarà costituita
dal personale dello stesso Ministero nell’ambito delle attuali dotazioni
organiche, in possesso di specifiche professionalità, e si avvarrà delle
risorse strumentali già in dotazione agli uffici dell’amministrazione
Al riguardo si specifica che la struttura di supporto svolgerà
attività prevalentemente amministrative con compiti di coordinamento
e di segreteria. Non si prevede l’istituzione di nuovi posti di funzione
di livello dirigenziale.
Compiti del Garante saranno quelli di favorire i rapporti di
collaborazione con i garanti territoriali e con altre figure istituzionali,
aventi ad oggetto l’esatto e ordinato svolgimento dell’esecuzione della
custodia dei detenuti, degli internati nonché dei soggetti sottoposti ad
altre forme di limitazione della libertà personale in attuazione dei
princìpi ispiratori della Carta costituzionale.
Per lo svolgimento dell’incarico, ai tre componenti del Garante
nazionale, non verranno corrisposte indennità o emolumenti, fermo
restando il diritto al rimborso delle spese vive sostenute per l’espletamento del mandato, riferite in particolare alle trasferte sul territorio
Si prevede che ciascun componente effettuerà un massimo di 2
trasferte mensili sul territorio nazionale, per un totale complessivo
annuo di 60 trasferte (2 x 3 x 10 mesi), che potranno essere ampiamente fronteggiate con gli ordinari stanziamenti di bilancio del
Ministero della giustizia preordinati al rimborso delle spese per
missioni all’interno, senza nuovi o maggiori oneri.
ARTICOLO 8 – Disposizioni di proroga per l’adozione dei decreti relativi
alle agevolazioni e agli sgravi per l’anno 2013 da riconoscersi ai
datori di lavoro in favore di detenuti ed internati.
La norma prevede il differimento di sei mesi del termine per
l’adozione dei decreti interministeriali recanti le misure delle agevo-
lazioni fiscali e contributive in favore delle imprese e delle cooperative
sociali che offrono occasioni lavorative ai detenuti.
Si prevede inoltre di estendere a tutto il 2013 l’ammontare
massimo dei crediti di imposta mensili concessi a norma dell’articolo
3 della legge 22 giugno 2000, n. 193.
La norma non determina profili di nuova onerosità a carico del
bilancio dello Stato, in quanto le risorse necessarie alle agevolazioni
di cui alla citata legge risultano già iscritte sul capitolo 1764 p.g. 04
(per 20.648.112 euro) del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per l’anno 2013.
Da un esame complessivo degli effetti recati dalle norme in esame,
con particolare riferimento ai flussi nell’ambito del circuito penitenziario e dei centri di identificazione ed espulsione, appare evidente che
l’effetto deflattivo che si verrà a creare determinerà, in primis, un
consistente miglioramento delle attuali condizioni detentive e di
soggiorno e, in secondo luogo, un virtuoso contenimento delle spese
per l’Amministrazione penitenziaria e per l’Amministrazione dell’interno, connesse al mantenimento e al vitto dei detenuti e al
trattenimento presso i centri di identificazione ed espulsione.
Alla luce di quanto sopra esposto, giova evidenziare come le
modifiche normative introdotte non sono suscettibili di determinare
nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato, potendosi
espletare i relativi adempimenti, da parte delle amministrazioni
interessate, con le ordinarie risorse umane, strumentali e finanziarie
1. È convertito in legge il decreto-legge
23 dicembre 2013, n. 146, recante misure
urgenti in tema di tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e di riduzione controllata della popolazione carceraria.
2. La presente legge entra in vigore il
giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
Decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 146, pubblicato nella Gazzetta
Ufficiale n. 300 del 23 dicembre 2013.
Misure urgenti in tema di tutela dei diritti fondamentali dei detenuti
e di riduzione controllata della popolazione carceraria.
Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di adottare misure
per ridurre con effetti immediati il sovraffollamento carcerario, in
particolare, sul versante della legislazione penale in materia di
modalità di controllo degli arresti domiciliari, di reati concernenti le
sostanze stupefacenti, di misure alternative alla detenzione, della
misura sostitutiva dell’espulsione del condannato cittadino extracomunitario, di esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non
superiori a diciotto mesi;
Ritenuta, altresì, la necessità di introdurre misure straordinarie e
temporanee, complementari ai predetti interventi, in materia di
Ritenuta la necessità di rafforzare la tutela dei diritti delle
persone detenute attraverso l’introduzione di un nuovo procedimento
giurisdizionale davanti al magistrato di sorveglianza ed attraverso
l’istituzione della figura del Garante nazionale dei diritti delle persone
detenute o comunque private della libertà personale;
Ritenuta la necessità di introdurre misure di semplificazione nella
trattazione di alcune materie devolute alla cognizione della magistratura di sorveglianza;
Ritenuta la necessità di chiarire che l’ammontare massimo dei
crediti di imposta mensili concessi ai datori di lavoro in favore di
detenuti ed internati è riferito, per l’anno 2013, a tutti i mesi;
Ritenuta altresì la necessità di prorogare il termine per l’adozione
del regolamento di attuazione della legge 22 giugno 2000, n. 193, e
successive modificazioni, e della legge 8 novembre 1991, n. 381, e
successive modificazioni, in modo da assicurare la concedibilità, anche
per l’anno 2013, dei benefìci e degli sgravi concessi ai datori di lavoro
in favore di detenuti ed internati, in considerazione della particolare
importanza che il lavoro assume nel percorso rieducativo e trattamentale;
riunione del 17 dicembre 2013;
Vicepresidente del Consiglio dei ministri e del Ministro della giustizia,
di concerto con il Ministro dell’interno e con il Ministro dell’economia
1. Al decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988,
n. 447, di approvazione del codice di procedura penale, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 275-bis, comma 1, primo periodo, le parole « se
lo ritiene necessario » sono sostituite dalle seguenti parole: « salvo che
le ritenga non necessarie ».
b) all’articolo 678, il comma 1 è sostituito dal seguente:
« 1. Salvo quanto stabilito dal successivo comma 1-bis, il tribunale
sorveglianza, nelle materie attinenti ai ricoveri previsti dall’articolo
148 del codice penale, alle misure di sicurezza e alla dichiarazione di
abitualità o professionalità nel reato o di tendenza a delinquere
procedono, a richiesta del pubblico ministero, dell’interessato, del
difensore o di ufficio, a norma dell’articolo 666. Tuttavia, quando vi
è motivo di dubitare dell’identità fisica di una persona, procedono a
norma dell’articolo 667 comma 4. »;
c) all’articolo 678, dopo il comma 1 è aggiunto il seguente
« 1-bis. Il magistrato di sorveglianza, nelle materie attinenti alla
rateizzazione e alla conversione delle pene pecuniarie, alla remissione
del debito e alla esecuzione della semidetenzione e della libertà
controllata, ed il tribunale di sorveglianza, nelle materie relative alle
richieste di riabilitazione ed alla valutazione sull’esito dell’affidamento
in prova al servizio sociale, anche in casi particolari, procedono a
norma dell’articolo 667 comma 4. ».
2. L’efficacia della disposizione di cui al comma 1, lettera a), è
differita al giorno successivo a quello della pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana della legge di conversione
(Modifiche al testo unico delle leggi in materia di disciplina degli
stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei
relativi stati di tossicodipendenza. Delitto di condotte illecite in tema di
sostanze stupefacenti o psicotrope di lieve entità).
1. Al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990,
n. 309 sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 73, il comma 5 è sostituito dal seguente comma:
« 5. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque
commette uno dei fatti previsti dal presente articolo che, per i mezzi,
la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e
quantità delle sostanze, è di lieve entità, è punito con le pene della
reclusione da uno a cinque anni e della multa da euro 3.000 a euro
26.000. »;
b) all’articolo 94, il comma 5 è abrogato.
(Modifiche all’ordinamento penitenziario).
1. Alla legge 26 luglio 1975, n. 354 sono apportate le seguenti
a) l’articolo 35 è così sostituito:
« ART. 35. (Diritto di reclamo). – I detenuti e gli internati possono
rivolgere istanze o reclami orali o scritti, anche in busta chiusa:
1) al direttore dell’istituto, al provveditore regionale, al direttore
dell’ufficio ispettivo, al capo del dipartimento dell’amministrazione
penitenziaria e al Ministro della giustizia;
3) al garante nazionale e ai garanti regionali o locali dei diritti
dei detenuti;
6) al Capo dello Stato »;
b) dopo l’articolo 35 è aggiunto il seguente:
« 35-bis. (Reclamo giurisdizionale). – 1. Il procedimento relativo al
reclamo di cui all’articolo 69, comma 6, si svolge ai sensi degli articoli
666 e 678 del codice di procedura penale. Salvi i casi di manifesta
inammissibilità della richiesta a norma dell’articolo 666, comma 2, del
codice di procedura penale, il magistrato di sorveglianza fissa la data
dell’udienza e ne fa dare avviso anche all’amministrazione interessata,
che ha diritto di comparire ovvero di trasmettere osservazioni e
2. Il reclamo di cui all’articolo 69, comma 6, lettera a) è proposto
nel termine di dieci giorni dalla comunicazione del provvedimento.
3. In caso di accoglimento, il magistrato di sorveglianza, nelle
ipotesi di cui all’articolo 69, comma 6, lettera a), dispone l’annullamento del provvedimento di irrogazione della sanzione disciplinare.
Nelle ipotesi di cui all’articolo 69, comma 6, lettera b), accertate la
sussistenza e l’attualità del pregiudizio, ordina all’amministrazione di
4. Avverso la decisione del magistrato di sorveglianza è ammesso
ricorso per cassazione per violazione di legge, nel termine di quindici
giorni dalla notificazione o comunicazione dell’avviso di deposito.
5. In caso di mancata esecuzione del provvedimento non più
soggetto ad impugnazione, l’interessato o il suo difensore munito di
procura speciale possono richiedere l’ottemperanza al magistrato di
sorveglianza che ha emesso il provvedimento. Si osservano le disposizioni di cui agli articoli 666 e 678 del codice di procedura penale.
a) ordina l’ottemperanza, indicando modalità e tempi di adempimento, tenuto conto del programma attuativo predisposto dall’amministrazione al fine di dare esecuzione al provvedimento, sempre che
detto programma sia compatibile con il soddisfacimento del diritto;
b) dichiara nulli gli eventuali atti in violazione o elusione del
provvedimento rimasto ineseguito;
c) se non sussistono ragioni ostative, determina, su richiesta di
parte, la somma di denaro dovuta dall’amministrazione per ogni
violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione del provvedimento, entro il limite massimo di 100 euro per
ogni giorno. La statuizione costituisce titolo esecutivo;
7. Il magistrato di sorveglianza conosce di tutte le questioni
relative all’esatta ottemperanza, ivi comprese quelle inerenti agli atti
8. Avverso il provvedimento emesso in sede di ottemperanza è
sempre ammesso ricorso per cassazione per violazione di legge. »;
c) all’articolo 47, dopo il comma 3, è aggiunto il seguente
« 3-bis. L’affidamento in prova può, altresì, essere concesso al
condannato che deve espiare una pena, anche residua, non superiore
a quattro anni di detenzione, quando abbia serbato, quantomeno
nell’anno precedente alla presentazione della richiesta, trascorso in
espiazione di pena, in esecuzione di una misura cautelare ovvero in
libertà, un comportamento tale da consentire il giudizio di cui al
comma 2. »;
d) all’articolo 47, il comma 4 è sostituito dal seguente comma:
« 4. L’istanza di affidamento in prova al servizio sociale è
proposta, dopo che ha avuto inizio l’esecuzione della pena, al
tribunale di sorveglianza competente in relazione al luogo dell’esecuzione. Quando sussiste un grave pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di detenzione, l’istanza può essere proposta al
magistrato di sorveglianza competente in relazione al luogo di
detenzione. Il magistrato di sorveglianza, quando sono offerte concrete
indicazioni in ordine alla sussistenza dei presupposti per l’ammissione
all’affidamento in prova e al grave pregiudizio derivante dalla
protrazione dello stato di detenzione e non vi sia pericolo di fuga,
dispone la liberazione del condannato e l’applicazione provvisoria
dell’affidamento in prova con ordinanza. L’ordinanza conserva efficacia fino alla decisione del tribunale di sorveglianza, cui il magistrato
trasmette immediatamente gli atti, che decide entro sessanta giorni. »;
e) all’articolo 47, comma 8, infine è aggiunto il seguente periodo:
« Le deroghe temporanee alle prescrizioni sono autorizzate, su proposta del direttore dell’ufficio di esecuzione penale esterna, dal
magistrato di sorveglianza, anche in forma orale nei casi di urgenza. »;
f) all’articolo 47-ter, il comma 4-bis è abrogato;
g) l’articolo 51-bis è così sostituito:
« 51-bis. (Sopravvenienza di nuovi titoli di privazione della
libertà). – 1. Quando, durante l’attuazione dell’affidamento in prova
al servizio sociale o della detenzione domiciliare o della detenzione
domiciliare speciale o del regime di semilibertà, sopravviene un
titolo di esecuzione di altra pena detentiva, il pubblico ministero
informa immediatamente il magistrato di sorveglianza, formulando
contestualmente le proprie richieste. Il magistrato di sorveglianza, se
rileva, tenuto conto del cumulo delle pene, che permangono le
condizioni di cui al comma 1 dell’articolo 47 o ai commi 1 e 1-bis
dell’articolo 47-ter o ai commi 1 e 2 dell’articolo 47-quinquies o ai
primi tre commi dell’articolo 50, dispone con ordinanza la prosecuzione della misura in corso; in caso contrario, ne dispone la
2. Avverso il provvedimento di cui al comma 1 è ammesso reclamo
ai sensi dell’articolo 69-bis. »;
h) dopo l’articolo 58-quater è aggiunto il seguente articolo:
« 58-quinquies. (Particolari modalità di controllo nell’esecuzione
della detenzione domiciliare). – 1. Nel disporre la detenzione domiciliare, il magistrato o il tribunale di sorveglianza possono prescrivere
procedure di controllo anche mediante mezzi elettronici o altri
strumenti tecnici, conformi alle caratteristiche funzionali e operative
degli apparati di cui le Forze di polizia abbiano l’effettiva disponibilità. Allo stesso modo può provvedersi nel corso dell’esecuzione della
misura. Si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni di cui
all’articolo 275-bis del codice di procedura penale. ».
i) all’articolo 69 sono apportate le seguenti modificazioni:
1) al comma 5, le parole « nel corso del trattamento » sono
« 6. Provvede a norma dell’articolo 35-bis sui reclami dei detenuti
e degli internati concernenti:
a) le condizioni di esercizio del potere disciplinare, la costituzione e la competenza dell’organo disciplinare, la contestazione degli
addebiti e la facoltà di discolpa; nei casi di cui all’articolo 39, comma
1, numeri 4 e 5, è valutato anche il merito dei provvedimenti adottati;
b) l’inosservanza da parte dell’amministrazione di disposizioni
previste dalla presente legge e dal relativo regolamento, dalla quale
derivi al detenuto o all’internato un attuale e grave pregiudizio
all’esercizio dei diritti. ».
2. L’efficacia della disposizione contenuta nel comma 1, lettera h),
capoverso 1, è differita al giorno successivo a quello della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana della legge di
1. Per un periodo di due anni dalla data di entrata in vigore del
presente decreto, la detrazione di pena concessa con la liberazione
anticipata prevista dall’articolo 54 della legge 26 luglio 1975, n. 354
è pari a settantacinque giorni per ogni singolo semestre di pena
2. Ai condannati che, a decorrere dal 1o gennaio 2010, abbiano
già usufruito della liberazione anticipata, è riconosciuta per ogni
singolo semestre la maggiore detrazione di trenta giorni, sempre che
nel corso dell’esecuzione successivamente alla concessione del beneficio abbiano continuato a dare prova di partecipazione all’opera di
rieducazione.
3. La detrazione prevista dal comma precedente si applica anche ai
semestri di pena in corso di espiazione alla data dell’1o gennaio 2010.
4. Ai condannati per taluno dei delitti previsti dall’articolo 4-bis
della legge 26 luglio 1975, n. 354 la liberazione anticipata può essere
concessa nella misura di settantacinque giorni, a norma dei commi
precedenti, soltanto nel caso in cui abbiano dato prova, nel periodo
di detenzione, di un concreto recupero sociale, desumibile da comportamenti rivelatori del positivo evolversi della personalità.
5. Le disposizioni di cui ai commi precedenti non si applicano ai
condannati ammessi all’affidamento in prova e alla detenzione domiciliare, relativamente ai periodi trascorsi, in tutto o in parte, in
esecuzione di tali misure alternative.
(Esecuzione presso il domicilio delle pene detentive
non superiori a diciotto mesi).
1. All’articolo 1 della legge 26 novembre 2010, n. 199, modificata
dall’articolo 3 del decreto-legge 22 dicembre 2011, n. 211, convertito, con
modificazioni, dalla legge 17 febbraio 2012, n. 9, le parole: « Fino alla
completa attuazione del piano straordinario penitenziario nonché in attesa della riforma della disciplina delle misure alternative alla detenzione
e, comunque, non oltre il 31 dicembre 2013, » sono soppresse.
(Modifiche al testo unico in materia di immigrazione).
1. All’articolo 16 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 sono
a) al comma 5, il secondo periodo è sostituito dal seguente
« Essa non può essere disposta nei casi di condanna per i delitti
previsti dal presente testo unico, per i quali è stabilita la pena detentiva
superiore nel massimo a due anni, ovvero per uno o più delitti previsti
dall’articolo 407, comma 2, lettera a) del codice di procedura penale,
fatta eccezione per quelli consumati o tentati di cui agli articoli 628,
terzo comma e 629, secondo comma, del codice penale. »;
b) al comma 5, dopo il secondo periodo è aggiunto il seguente:
« In caso di concorso di reati o di unificazione di pene concorrenti,
l’espulsione è disposta anche quando sia stata espiata la parte di pena
relativa alla condanna per reati che non la consentono. »;
c) dopo il comma 5 sono aggiunti i seguenti commi:
« 5-bis. Nei casi di cui al comma 5, all’atto dell’ingresso in carcere
di un cittadino straniero, la direzione dell’istituto penitenziario
richiede al questore del luogo le informazioni sulla identità e
nazionalità dello stesso. Nei medesimi casi, il questore avvia la
procedura di identificazione interessando le competenti autorità
diplomatiche e procede all’eventuale espulsione dei cittadini stranieri
identificati. A tal fine, il Ministro della giustizia ed il Ministro
dell’interno adottano i necessari strumenti di coordinamento.
5-ter. Le informazioni sulla identità e nazionalità del detenuto
straniero sono inserite nella cartella personale dello stesso prevista
dall’articolo 26 del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno
2000, n. 230. »;
d) il comma 6 è sostituito dal seguente comma:
« 6. Salvo che il questore comunichi che non è stato possibile
procedere all’identificazione dello straniero, la direzione dell’istituto
penitenziario trasmette gli atti utili per l’adozione del provvedimento
di espulsione al magistrato di sorveglianza competente in relazione al
luogo di detenzione del condannato. Il magistrato decide con decreto
motivato, senza formalità. Il decreto è comunicato al pubblico
ministero, allo straniero e al suo difensore, i quali, entro il termine
di dieci giorni, possono proporre opposizione dinanzi al tribunale di
sorveglianza. Se lo straniero non è assistito da un difensore di fiducia,
il magistrato provvede alla nomina di un difensore d’ufficio. Il
tribunale decide nel termine di 20 giorni. ».
(Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o
private della libertà personale).
1. È istituito, presso il Ministero della giustizia, il Garante
nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà
personale, di seguito denominato « Garante nazionale ».
2. Il Garante nazionale è costituito in collegio, composto dal presidente e da due membri, i quali restano in carica per cinque anni non
prorogabili. Essi sono scelti tra persone, non dipendenti delle pubbliche
amministrazioni, che assicurano indipendenza e competenza nelle discipline afferenti la tutela dei diritti umani, e sono nominati, previa
delibera del Consiglio dei ministri, con decreto del presidente del
Consiglio dei ministri, sentite le competenti commissioni parlamentari.
3. I componenti del Garante nazionale non possono assumere
cariche istituzionali, anche elettive, ovvero incarichi di responsabilità
in partiti politici. Sono immediatamente sostituiti in caso di dimissioni, morte, incompatibilità sopravvenuta, accertato impedimento
fisico o psichico, grave violazione dei doveri inerenti all’ufficio, ovvero
nel caso in cui riportino condanna penale definitiva per delitto non
colposo. Essi non hanno diritto ad indennità od emolumenti per
l’attività prestata, fermo restando il diritto al rimborso delle spese.
4. Alle dipendenze del Garante nazionale, che si avvale delle
strutture e delle risorse messe a disposizione dal Ministro della
giustizia, è istituito un ufficio composto da personale dello stesso
Ministero, scelto in funzione delle conoscenze acquisite negli ambiti
di competenza del Garante. La struttura e la composizione dell’ufficio
sono determinate con successivo regolamento del Ministro della
giustizia, da adottarsi entro tre mesi dalla data di entrata in vigore
5. Il Garante nazionale, oltre a promuovere e favorire rapporti di
collaborazione con i garanti territoriali, ovvero con altre figure
istituzionali comunque denominate, che hanno competenza nelle
stesse materie:
a) vigila, affinché l’esecuzione della custodia dei detenuti, degli
internati, dei soggetti sottoposti a custodia cautelare in carcere o ad
altre forme di limitazione della libertà personale sia attuata in
conformità alle norme e ai princìpi stabiliti dalla Costituzione, dalle
convenzioni internazionali sui diritti umani ratificate dall’Italia, dalle
leggi dello Stato e dai regolamenti;
b) visita, senza necessità di autorizzazione, gli istituti penitenziari, gli ospedali psichiatrici giudiziari e le strutture sanitarie
destinate ad accogliere le persone sottoposte a misure di sicurezza
detentive, le comunità terapeutiche e di accoglienza o comunque le
strutture pubbliche e private dove si trovano persone sottoposte a
misure alternative o alla misura cautelare degli arresti domiciliari, gli
istituti penali per minori e le comunità di accoglienza per minori
sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria, nonché, previo
avviso e senza che da ciò possa derivare danno per le attività
investigative in corso, le camere di sicurezza delle Forze di polizia,
accedendo, senza restrizioni, a qualunque locale adibito o comunque
funzionale alle esigenze restrittive;
c) prende visione, previo consenso anche verbale dell’interessato,
degli atti contenuti nel fascicolo della persona detenuta o privata della
libertà personale e comunque degli atti riferibili alle condizioni di
detenzione o di privazione della libertà;
d) richiede alle amministrazioni responsabili delle strutture
indicate alla lettera b) le informazioni e i documenti necessari; nel
caso in cui l’amministrazione non fornisca risposta nel termine di
trenta giorni, informa il magistrato di sorveglianza competente e può
richiedere l’emissione di un ordine di esibizione;
e) verifica il rispetto degli adempimenti connessi ai diritti
previsti agli articoli 20, 21, 22, e 23 del regolamento di cui al decreto
modificazioni, presso i centri di identificazione e di espulsione previsti
dall’articolo 14 del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio
1998, n. 286, e successive modificazioni, accedendo senza restrizione
alcuna in qualunque locale;
f) formula specifiche raccomandazioni all’amministrazione interessata, se accerta violazioni alle norme dell’ordinamento ovvero la
fondatezza delle istanze e dei reclami proposti ai sensi dell’articolo 35
della legge 26 luglio 1975, n. 354. L’amministrazione interessata, in caso
di diniego, comunica il dissenso motivato nel termine di trenta giorni;
g) trasmette annualmente una relazione sull’attività svolta ai
nonché al Ministro dell’interno e al Ministro della giustizia.
(Disposizioni di proroga per l’adozione dei decreti relativi alle agevolazioni e agli sgravi per l’anno 2013 da riconoscersi ai datori di lavoro
in favore di detenuti ed internati).
1. È prorogato per un periodo massimo di sei mesi, a decorrere
dall’entrata in vigore del presente decreto, il termine per l’adozione,
per l’anno 2013, dei decreti del Ministro della Giustizia, di concerto
con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro del
lavoro e delle politiche sociali, previsti dall’articolo 4 della legge 22
giugno 2000, n. 193, come successivamente modificata, e dall’articolo
4, comma 3-bis, della legge 8 novembre 1991, n. 381, come successivamente modificata, ai fini rispettivamente della determinazione
delle modalità e dell’entità delle agevolazioni e degli sgravi fiscali,
concessi per l’anno 2013 sulla base delle risorse destinate dal decreto
del Presidente del Consiglio dei ministri in attuazione dell’articolo 1,
comma 270, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, in favore delle
imprese che assumono lavoratori detenuti o internati, anche ammessi
al lavoro all’esterno, e per l’individuazione della misura percentuale
della riduzione delle aliquote complessive della contribuzione per
l’assicurazione obbligatoria previdenziale ed assistenziale dovute alle
cooperative sociali per la retribuzione corrisposta ai lavoratori detenuti o internati, anche ammessi al lavoro all’esterno, o ai lavoratori
ex degenti degli ospedali psichiatrici giudiziari
2. L’ammontare massimo dei crediti di imposta mensili concessi
a norma dell’articolo 3 della legge 22 giugno 2000, n. 193, e successive
modificazioni, deve intendersi esteso all’intero anno 2013.
1. All’attuazione delle disposizioni del presente decreto si provvede mediante l’utilizzo delle risorse umane, strumentali e finanziarie
italiana e sarà presentato alle Camere per la conversione in legge.
nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana.
Dato a Roma, addì 23 dicembre 2013.
LETTA, Presidente del Consiglio
Consiglio dei ministri e Ministro dell’interno.
CANCELLIERI, Ministro della giustizia.
SACCOMANNI, Ministro dell’economia e delle finanze.
*17PDL0014900*

References: Sentenza 
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 articolo 58
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 sentenza 
 articolo 3

ART. 275
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 35
 articolo 113
 ART. 35

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