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Timestamp: 2019-08-21 00:11:22+00:00

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Ammesso il riconoscimento della continuazione tra le condotte alternative e concorrenti di cui all'art. 73 del Testo unico stupefacenti, se realizzate in un diverso contesto temporale - Obiettivo Magistrato - Corso Caringella
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Cass. Pen., Sez. V, 1 luglio 2019, n. 28364
La Corte di Appello di Perugia, in parziale riforma della sentenza del giudice di prime cure gravata con il
mezzo di impugnazione, dichiarava non doversi procedere nei confronti dell’appellante per i reati di cui
all’art. 73, comma 1 del D.P.R. n. 309/1990, oggetto di alcuni dei capi di imputazione e ritenuti estinti per
La Corte distrettuale, ritenuta la continuazione tra i fatti di cui ai residui capi di imputazione e quelli già
giudicati con precedente sentenza del GUP del Tribunale di Perugia, rideterminava altresì la pena inflitta,
giusta l’art. 81, comma 2 c.p..
Il prevenuto proponeva ricorso per cassazione avverso detta pronuncia mediante due motivi, con i quali
deduceva l’erronea applicazione dell’art. 73 del D.P.R. n. 309/1990 e dell’art. 649 c.p.p. ed il vizio di
motivazione mancante e/o apparente in ordine alla violazione del principio del ne bis in idem.
Il Collegio rigetta il ricorso.
Ed invero, i commi 1 e 4 dell’art. 73 del D.P.R. n. 309/1990, norma a più fattispecie, prevedono due reati
caratterizzati dalla medesima condotta e dalla mancata autorizzazione di cui all’art. 17, che tuttavia si
distinguono per l’oggetto materiale e per la pena comminata. Si tratta comunque di reati autonomi e
pertanto, nel caso in cui un medesimo comportamento abbia ad oggetto sia le sostanze stupefacenti di cui
alla tabella I che quelle di cui alla tabella II, si avranno reati distinti con possibile continuazione, dal
momento che le condotte non sono alternative e non sono quindi inquadrabili in un rapporto di
assorbimento reciproco.
Al contrario, sulla scorta della precedente giurisprudenza di legittimità, nel caso in cui un soggetto ponga
in essere condotte contestuali inerenti a sostanze della medesima specie, si avrà un unico reato.
Ai sensi dell’art. 73, D.P.R. n. 309/1990, che prevede condotte tra loro alternative e concorrenti, potrà
realizzarsi un assorbimento tra le stesse, che cosi perdono la loro individualità, quando queste si
riferiscano alla stessa sostanza stupefacente e siano indirizzate ad un unico fine, cosicché, se consumate
senza una apprezzabile soluzione di continuità, devono considerarsi come condotte plurime di un unico
reato. Di contro, nel caso di scissione temporale tra due condotte, non potrà parlarsi di condotte plurime di
un medesimo reato, ma di condotte diverse, suscettibili di essere avvinte dal vincolo della continuazione.
Ed invero la Corte d’appello ha fornito una motivazione del tutto adeguata al
fine di escludere l’assorbimento delle condotte contestate di cessione di cocaina
nella precedente detenzione del medesimo stupefacente per cui è intervenuta la
condanna irrevocabile.
In particolare, la Corte d’appello (tenuto conto anche del contenuto della sentenza
di primo grado, dovendosi infatti ribadire che ai fini del controllo di legittimità sul
vizio di motivazione, la struttura giustificativa della sentenza di appello si salda
con quella di primo grado, per formare un unico complessivo corpo argomentativo,
allorquando i giudici del gravame, esaminando le censure proposte dall’appellante
con criteri omogenei a quelli del primo giudice ed operando frequenti riferimenti
ai passaggi logico giuridici della prima sentenza, concordino nell’analisi e nella
valutazione degli elementi di prova posti a fondamento della decisione: Sez. 3, n.
44418 del 16/07/2013 – dep. 04/11/2013, Argentieri, Rv. 257595) ha anzitutto
Corte di Cassazione – copia non ufficialeconsiderato che tali condotte di spaccio dovessero essere
collocate in data imme-
diatamente precedente al suo arresto, avvenuto il 10 marzo 2007, e pertanto ha
ritenuto di retrodatare di circa un anno l’epoca delle cessioni e la relativa prescri-
zione. In secondo luogo, poi, la Corte d’appello ha ritenuto insussistente la viola-
zione del ne bis in idem asserendo che le diverse condotte criminose di cui all’ar-
ticolo 73 dpr 309/90 ben possono coesistere tra di loro e dar luogo ad una fatti-
specie di reato continuato, aggiungendo che le condotte, del resto, sarebbero com-
patibili sotto il profilo logico poiché la detenzione ai fini di cessione, contestata nel
procedimento del 2008, è un’attività differente dalla cessione in senso stretto con-
testata nel procedimento in esame.
Trattasi di motivazione non censurabile.
Ed invero, deve rilevarsi che il primo e il quarto comma dell’articolo 73 dpr 309/90
prevedono due reati caratterizzati dalla medesima condotta e dalla mancata auto-
rizzazione di cui all’art. 17, che tuttavia si distinguono per l’oggetto materiale della
condotta e per la pena comminata. Si tratta comunque di reati autonomi e per-
tanto nel caso in cui un medesimo comportamento abbia ad oggetto sia le sostanze
stupefacenti di cui alla tabella I che quelle di cui alla tabella II, si avranno reati
distinti con possibile continuazione, dal momento che le condotte non sono alter-
native e non sono quindi inquadrabili in un rapporto di assorbimento reciproco. Al
contrario, nel caso in cui un soggetto ponga in essere condotte contestuali inerenti
a sostanze della medesima specie avremo un unico reato. Pertanto, in materia di
reati concernenti sostanze stupefacenti, in presenza di più condotte riconducibili a
quelle descritte dall’art. 73 del d.P.R. n.309 del 1990, quando unico è il fatto con-
creto che integra contestualmente più azioni tipiche alternative, le condotte illecite
minori perdono la loro individualità e vengono assorbite nell’ipotesi più grave;
quando invece le differenti azioni tipiche sono distinte sul piano ontologico, crono-
logico e psicologico, esse costituiscono distinti reati concorrenti materialmente
(così Cass. Sez. 6, n. 22549 del 28/03/2017).
La norma in esame è infatti a più fattispecie e pertanto il reato è configurabile
allorché il soggetto abbia posto in essere anche una sola delle condotte ivi previste
e deve escludersi il concorso formale di reati quando un unico fatto concreto integri
contestualmente più azioni tipiche alternative previste dalla norma, poste in essere
senza apprezzabile soluzione di continuità dallo stesso soggetto ed aventi come
oggetto materiale la medesima sostanza stupefacente (così anche Sez. 3, Sen-
tenza n. 7404 del 15/01/2015). Tuttavia, affinché si realizzi detto assorbimento è
necessario che il dato quantitativo ed il contesto temporale siano i medesimi. Ed
infatti, in base a quanto affermato da questa Corte (Cass. Sez. 4, n. 9496 del
Corte di Cassazione – copia non ufficiale31/01/2008), le diverse condotte previste dall’art. 73 del d.P.R. 9
ottobre 1990,
n. 309, in alternatività formale tra loro, perdono la loro individualità quando si
riferiscano alla stessa sostanza stupefacente e siano indirizzate ad un unico fine,
talché, se consumate senza un’apprezzabile soluzione di continuità, devono con-
siderarsi come condotte plurime di un unico reato e, al fine della determinazione
della competenza per territorio, deve farsi riferimento al luogo di consumazione
della prima di esse. Nello specifico la Corte di cassazione ha ritenuto inesistente il
concorso formale di reati sia qualora il soggetto detenga la droga per uso perso-
nale e contestualmente la porti con sé (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 28919 del
20/02/2013), sia qualora egli contestualmente detenga e venda la sostanza stu-
pefacente, ritenendo in tal caso che le condotte illecite minori perdono la loro in-
dividualità per essere assorbite nell’ipotesi più grave (Cass. Sez. 4, Sentenza n.
36523 del 26/06/2008).
Del resto, il legislatore vuole evitare che un soggetto sia sottoponibile a suc-
cessivi procedimenti penali con oggetto il medesimo fatto storico e, pertanto, l’ar-
ticolo 649 c.p.p. afferma il principio preclusivo della sentenza irrevocabile che con-
siste in una decisione sul fatto storico addebitato all’imputato non modificabile.
Il giudicato, come è noto, produce due effetti: vincolante e preclusivo. Il primo
consiste nella necessità di ritenere vero il fatto accertato in ambito penale e in
alcuni eccezionali casi anche in ambito civile e amministrativo. Il secondo consiste
nel fatto che nel caso in cui il pubblico ministero inizi un procedimento per il me-
desimo fatto attribuito al medesimo imputato, il giudice ha l’obbligo di pronunciare
sentenza di non luogo a procedere. Esistono quindi dei requisiti soggettivi e og-
gettivi perché la regola del ne bis in idem trovi applicazione ed infatti deve esistere
un’identità tra l’imputato del primo e del secondo procedimento (mentre chi ha
assunto le vesti di imputato può essere sottoposto ad altro procedimento sotto la
veste di responsabile civile). Inoltre, il fatto storico deve essere il medesimo, cir-
costanza che si realizza anche quando è rappresentato diversamente secondo mo-
dalità spaziali o temporali: infatti ai sensi dell’articolo in esame l’imputato pro-
sciolto o condannato con sentenza o decreto penale divenuti irrevocabili non può
essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto, neppure
se questo viene diversamente considerato per il titolo, per il grado o per le circo-
stanze, salvo quanto disposto dagli articoli 69 comma 2 e 345. Il titolo consiste
nella definizione giuridica del fatto, il grado è la maggiore o minore gravità con-
creta del reato e le circostanze sono le aggravanti o le attenuanti. Ai sensi del
dettato giurisprudenziale si ha tale requisito solo ove siano identici la condotta,
Corte di Cassazione – copia non ufficialel’evento e il rapporto di causalità, intesi non solo nella
dimensione storico-natura-
listica, ma anche in quella giuridica (in questo senso Cass. sez. II, n. 8697/2005).
La giurisprudenza recentemente ha interpretato tale concetto in modo ampio ed
invero ha ritenuto precluso un secondo giudizio in relazione al medesimo fatto
attribuito al medesimo soggetto anche in presenza di un processo ancora pendente
instaurato ad iniziativa dello stesso pubblico ministero. Tale evoluzione persegue
una ratio in parte diversa ed invero è finalizzata ad evitare un’inutile duplicazione
delle attività e quindi a garantire una ragionevole durata e l’efficienza dei processi.
Nel caso in esame, corretto è l’assunto della Corte di appello secondo cui le
condotte di detenzione ai fini della cessione e di cessione in senso stretto sono
compatibili sotto il piano logico e suscettibili di continuazione. Nella specie, infatti,
le condotte di cessione sono relative ad un momento storico diverso e sicuramente
antecedente, precisa la Corte d’appello – tanto da retrodatare di un anno il termine
di prescrizione – rispetto a quello della contestata e giudicata detenzione (10
marzo 2007). La polizia giudiziaria, infatti, dopo l’arresto dell’imputato, proseguì
le indagini assumendo a sommarie informazioni testimoniali coloro che compari-
vano come ultimi contatti sul cellulare dell’imputato medesimo, e che da questi
avevano acquistato lo stupefacente. Nel caso in esame, dunque, emerge tale di-
versità spazio-temporale in cui i reati oggi sub iudice (cessioni) sono stati posti in
essere rispetto a quelli già irrevocabilmente giudicati (detenzione a fini di ces-
sione).
In sostanza, affinché potesse realizzarsi l’invocato assorbimento sarebbe stato in-
fatti necessario che il dato quantitativo ed il contesto temporale fossero stati i
medesimi. Ed infatti, come già ricordato in precedenza (Cass. Sez. 4, n. 9496 del
31/01/2008) le diverse condotte previste dall’art. 73 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n.
309, in alternatività formale tra loro, perdono la loro individualità quando si riferi-
scano alla stessa sostanza stupefacente e siano indirizzate ad un unico fine, talché,
se consumate senza un’apprezzabile soluzione di continuità, devono considerarsi
come condotte plurime di un unico reato. Ne discende che ove, come nel caso di
specie, si registri una scissione temporale tra le due condotte, non si è in presenza
di condotte plurime di un medesimo reato, ma di condotte diverse, suscettibili di
essere avvinte dal vincolo della continuazione.
Il ricorso dev’essere pertanto rigettato, conseguendo ex lege la condanna del

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