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Timestamp: 2020-02-24 03:03:34+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 10505 del 12/05/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10505 del 12/05/2011
Cassazione civile sez. I, 12/05/2011, (ud. 20/04/2011, dep. 12/05/2011), n.10505
T.F. (c.f. (OMISSIS)), T.C. (c.f.
(OMISSIS)), T.B. (c.f. (OMISSIS)),
V.I. (c.f. (OMISSIS)), T.L. (c.f.
(OMISSIS)), elettivamente domiciliati in ROMA, PIAZZA
AUGUSTO IMPERATORE 22, presso l’avvocato POTTINO GUIDO MARIA, che li
rappresenta e difende unitamente all’avvocato ZAULI CARLO, giusta
05/05/2008;
I signori F., L., C. e T.B. e la signora V.J. hanno proposto ricorso per cassazione, deducendo undici motivi, contro il decreto della Corte: di appello di Ancona depositato in cancelleria il 5 maggio 2008 con cui – in parziale accoglimento della loro domanda per l’equa riparazione, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, dei danni patrimoniali e non patrimoniali da loro subiti a causa dell’irragionevole durata del processo penale per l’omicidio colposo del sig. T.A., marito della signora V. e padre di signori T., nel quale si erano costituiti parte civile con atti depositati il 3 maggio 2001 e notificati nel gennaio 2002, definito nel giudizio di primo grado, con sentenza del 4 aprile 2002 del Tribunale di Ravenna, con cui alcune imputate sono state riconosciute responsabili del delitto loro ascritto e condannate anche al risarcimento dei danni in favore delle parti civili, nel giudizio di appello, con sentenza del 5 febbraio 2004 della Corte di Appello di Bologna, che aveva assolto tutte le imputate e revocate le statuizioni civili contenute nella sentenza di primo grado; e tuttora pendente davanti alla Corte di Cassazione, davanti alla quale avevano impugnato la sentenza assolutoria – il Ministero della Giustizia è stato condannato al pagamento di mille euro, con gli interessi legali dalla pronuncia, in favore di ciascuno di loro per la riparazione dei soli danni non patrimoniali, essendo stata respinta per difetto di prova la domanda di condanna generica da essi proposta per i danni patrimoniali, in relazione al periodo di un anno e due mesi ritenuto eccedente la durata ragionevole, fissata in complessivi cinque anni per i due giudizi di merito, precisandosi che, nella determinazione dell’indennità con criteri equitativi, doveva tenersi conto del protrarsi del procedimento presupposto rispetto alla sua durata ragionevole, della natura del diritto oggetto del giudizio (c.d.
criterio della posta in gioco) e, ove possibile, dell’esito del procedimento, allo stato avente esito negativo per il rigetto della domanda risarcitoria azionata nel processo penale, nonchè al rimborso della metà delle spese del giudizio, essendo stata compensata l’altra metà, in ragione del notevole ridimensionamento della pretesa indennitaria.
Il Ministero della Giustizia, nel resistere con controricorso, ha chiesto la declaratoria di inammissibilità del ricorso, per non corretta formulazione dei quesiti relativi ad alcuni motivi e per manifesta infondatezza degli altri, e, in subordine, il suo rigetto.
I ricorrenti hanno presentato una memoria.
Con i primi tre motivi del ricorso – che, riguardando tutti la questione relativa alla posizione della persona offesa dal reato, che, in quanto anche danneggiata del reato, si sia anche costituita parte civile nel processo penale, rispetto al riconoscimento del diritto all’equa riparazione del danno per la durata irragionevole di quel processo ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, possono essere esaminati congiuntamente – i ricorrenti sostengono che la persona offesa dal reato, agli effetti della legge avanti citata, avrebbe la stessa posizione dell’imputato o dell’indagato (1 motivo); che la persona offesa, che sia anche danneggiata dal reato, dovrebbe acquistare il diritto all’equa riparazione anche per il periodo precedente alla sua costituzione di parte civile (2 motivo); o, comunque, una volta costituitasi parte civile, dovrebbe aver riconosciuto il medesimo diritto anche per il periodo precedente alla sua costituzione (3 motivo).
Gli stessi motivi sono infondati.
Nei sistema del codice di procedura penale attualmente in vigore la persona offesa dal reato, cioè del titolare del bene giuridico la cui lesione o messa in pericolo costituisce l’essenza della condotta penalmente rilevante (qualifica che è stata estesa ai prossimi congiunti della vittima del delitto, quali sono gli odierni ricorrenti, riconoscendosi anche ad essi, con l’interesse alla repressione della condotta criminosa, la qualità di soggetto processuale), pur avendo avuto riconosciuta tale qualità, con la conseguente attribuzione di una serie di diritti e facoltà richiamati dall’art. 90, comma 1, e cristallizzati in diverse altre disposizioni di quel codice, non riveste, a differenza dell’imputato o della persona sottoposta ad indagini o del danneggiato dal reato costituitosi parte civile, la qualità di parte del processo penale.
Il diritto alla trattazione del processo entro un termine ragionevole è riconosciuto dall’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, espressamente richiamato dalla L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, come legittima pretesa di qualsiasi persona che attende da un tribunale la decisione “sia delle controversie sui suoi diritti e doveri di carattere civile, sia della fondatezza dell’accusa penale che le venga rivolta”, e, quindi, a condizione che la stessa sia parte del processo. Conseguentemente, la persona offesa dal reato, non rivestendo la qualità di parte nel processo penale, non è legittimata a proporre domanda di equa riparazione se non si sia costituita parte civile; ed è legittimata limitatamente al periodo successivo a tale costituzione necessaria per l’acquisto di quella qualità, restando perciò del tutto irrilevante la precedente durata del procedimento ai fini del computo della sua ragionevole durata.
Essendosi la Corte del merito strettamente attenuta a tali principi, risultanti da una corretta interpretazione del quadro normativo di riferimento, quale risulta dalla costante giurisprudenza di questa Corte, e non avendo i ricorrenti addotto alcuna argomentazione idonea a giustificare un mutamento del precedente indirizzo interpretativo, i tre motivi non possono essere accolti. Nè migliore sorte può toccare ai motivi quarto, quinto, sesto, settimo e ottavo, attinenti tutti alla misura dell’indennità per il danno non patrimoniale, riconosciuto dalla Corte del merito in mille euro per ciascuno degli attuali ricorrenti in relazione a un periodo di irragionevole ritardo determinato in un anno e due mesi, con i quali si sostiene che la detta indennità sia sta erroneamente fissata in un importo inferiore ai Euro mille per anno, laddove il parametro adottato dalla Corte europea di giustizia, al quale anche i giudici nazionali sono tenuti ad uniformarsi, spazia tra i Euro mille e i Euro millecinquecento per ciascun anno, avendo avuto riguardo i giudici del merito soprattutto all’esito del processo presupposto nel giudizio di secondo grado, in cui, in seguito all’assoluzione degli imputati, la pretesa risarcitoria delle parti civili è stata rigettata, e alla posta in gioco, che, invece, non avrebbe dovuto essere sottovalutata, riferendosi al risarcimento del danno subito dai ricorrenti per la perdita del rispettivo padre e marito.
Basta considerare in proposito che il parametro richiamato dai ricorrenti, in conformità alla costante giurisprudenza di questa Corte di legittimità, ha carattere non assoluto e vincolante, ma orientativo, essendo rimesso al giudice di merito, cui compete la liquidazione dell’indennità con criteri equitativi, la determinazione in concreto della sua misura, attraverso una valutazione complessiva di tutti gli aspetti del procedimento presupposto, tra i quali non possono non essere compresi anche quelli dell’esito del giudizio e della posta in gioco, con il solo limite che all’esito totalmente negativo del giudizio non può essere attribuita una valenza preclusiva del riconoscimento dell’indennità in qualunque misura. I giudici del merito si sono uniformati puntualmente al detto criterio della valutazione complessiva di tutti gli aspetti suindicati del processo presupposto, senza attribuire, come risulta dalla motivazione del decreto impugnato (v.p.6), alcun valore decisivo ad alcuno di essi, e, in particolare, diversamente da quanto sostenuto dai ricorrenti soprattutto con la memoria, a quello dell’esito del giudizio.
Anche gli ulteriori motivi (nono, decimo e undicesimo) sono privi di fondamento, non avendo considerato i ricorrenti che il notevole ridimensionamento, nel quantum, della domanda (per richiamare l’espressione adoperata dalla Corte del merito), comportava necessariamente il discostamento dagli importi indicati nella nota spese, commisurati alle somme complessivamente richieste degli attuali ricorrenti e non, come è stato correttamente determinate l’importo delle spese a carico della parte soccombente, al decisum, che è l’unico parametro al quale il giudice deve attenersi nella liquidazione delle spese giudiziali e alla stregua del quale non è dato rilevare alcuna violazione dei minimi tariffari.
Al rigetto del ricorso consegue, in base al principio della soccombenza, la condanna dei ricorrenti, in solido, al rimborso in favore del Ministero resistente, delle spese del giudizio di cassazione, liquidate come nel dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido, al rimborso in favore del Ministero della Giustizia, delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 800,00, oltre le spese prenotate a debito.

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 art. 2