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Timestamp: 2020-07-06 02:44:24+00:00

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Successione ereditaria e c/c intestato al coniuge defunto
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A seguito della morte di Mevio si apre la successione ab intestato a favore di Tizia (moglie di Mevio) e Caia (unica figlia di Mevio). Al momento della morte, il patrimonio di Mevio era costituito da alcuni immobili e da un conto corrente (intestato solo a Mevio) con saldo di circa un milione di Euro.
Dovendo presentare la dichiarazione di successione, Tizia e Caia si chiedono se il saldo del c/c sia da computare interamente nell’attivo ereditario oppure solo per la metà, trattandosi di un bene oggetto di comunione de residuo ai sensi dell’art. 177 c.c. e quindi in parte (appunto, per la metà) da considerarsi acquisito nella titolarità di giuridica di Tizia in forza del regime di comunione.
Comunione de residuo e attivo ereditario
La comunione de residuo ha carattere residuale, sussistendo se (e nel limite in cui) i beni che ne costituiscono l’oggetto non siano stati consumati prima di tale momento ed ha carattere differito, dato che i beni non possono considerarsi comuni, fin tanto che non sia intervenuta una causa di scioglimento del regime legale.
La morte è evento in grado di determinare lo scioglimento del matrimonio e, con esso, il formarsi della comunione de residuo relativamente ai beni propri (se ancora sussistenti) del coniuge defunto, in favore del coniuge superstite.
La posizione dottrinale e giurisprudenziale prevalente (Cass. 13441/2003, Cass. 2597/2006, Cass. 19567/2008, Cass. 10386/09, Cass. 4393/2011, Cass. 13760/2015) ritiene che la comunione de residuo determini una situazione di contitolarità dei diritti e dei beni mentre quella che può dirsi superata configurava in sorgere, in capo al coniuge, di una mera pretesa creditoria da azionare nei confronti del coniuge o dei suoi aventi causa (eredi).
La Corte di Cassazione, nella sentenza 13760/2015, ha affermato che la tesi maggioritaria ha il pregio di aderire meglio al tenore dell’articolo 177 c.c. e che i beni in comunione de residuo rimangono propri del coniuge titolare sino al momento dello scioglimento, momento nel quale entreranno anche nella titolarità dell’altro coniuge. La comunione de residuo è da qualificarsi come una vera e propria comunione, assoggettata solo ad un diverso regime temporale quanto al suo verificarsi.
Nella medesima pronuncia, la Corte ha stabilito che in caso di scioglimento della comunione legale, con riguardo ai beni che formano oggetto della comunione de residuo, tra i coniugi stessi si instaura una comunione ordinaria, sicché in capo al coniuge sussisterebbe un diritto reale di comproprietà e non un mero diritto di credito.
La qualificazione della comunione de residuo quale situazione di contitolarità sui beni e diritti che viene a determinarsi per effetto dello scioglimento della comunione ha significative implicazioni. I diritti che, quota parte, il coniuge superstite acquisisce in tal modo sul patrimonio del coniuge non concorrono a formare l’attivo ereditario che, quindi, dovrà essere determinato “al netto” di tali quote di contitolarità.
In termini successori, ciò significa che tali diritti non sono oggetto della delazione ereditaria.
In termini tributari, ciò significa che gli stessi non possono essere computati nel calcolo della base imponibile dell’imposta sulle successioni e donazioni
La giurisprudenza tributaria è pacificamente orientata in questo senso, avendo statuito che l’attivo ereditario deve essere computato considerando solo la metà dei beni oggetto di comunione de residuo, anche in caso di intestazione di detti beni al solo coniuge defunto (CTR Firenze 2482/2014; CTP di Torino 263/2014; CTR Milano 9/2007; CTR Genova 11/2004 ).
Comunione de residuo e saldo dei conti correnti intestati al solo coniuge
Sullo specifico tema della successione riguardante i depositi dei conti correnti intestati ad uno solo dei coniugi, si segnala un orientamento della prassi amministrativa piuttosto datato ma, a quanto consta, ancora seguito dagli Uffici fiscali.
La CM n. 53/1989, nel riconoscere anche ai fini fiscali la vicenda giuridica della comunione de residuo, ha però ricordato che la stessa può solo avere ad oggetto frutti di beni personali o proventi dell’attività separata di uno dei coniugi (art. 177, comma 1 lett. b e c, c.c.) mentre non può costituirsi in relazione ai “beni personali” del coniuge come definiti dall’articolo 179 c.c.
Secondo l’Amministrazione finanziaria, l’intestazione del conto corrente ad un solo coniuge fa sorgere l’apparenza giuridica che si tratti di un bene personale, come tale sottratto alla comunione e, quindi, idoneo a concorrere, per intero, all’attivo ereditario.
Si tratterebbe, in buona sostanza, di una presunzione pro fisco, che il contribuente potrebbe superare fornendo prova contraria.
La dottrina ha criticato l’orientamento secondo cui spetterebbe al contribuente l’onere della prova ed ha osservato che dal punto di vista civilistico vige la regola opposta, in quanto l’ultima parte dell’articolo 195 c.c. (“In mancanza di prova contraria, si presume che i beni mobili facciano parte della comunione”) pone una presunzione relativa di appartenenza dei beni mobili alla comunione legale. Coerentemente con la prospettiva civilistica, dovrebbe invece essere l’amministrazione finanziaria a fornire la prova della natura personale dei beni in questione, per poterli computare per intero nella base imponibile.
In merito è intervenuta la Corte di Cassazione (27964/2011) che ha avuto modo di elaborare il principio in base al quale chi pretende di sottrarre alla successione una parte dei beni intestati al de cuius, sostenendo che essi facciano parte della comunione legale, deve provare la sussistenza di tutti i relativi presupposti. Tra questi, non solo che il defunto era sposato in regime di comunione legale e che i beni erano stati acquistati in costanza di matrimonio ma anche che non si tratti di beni personali ai sensi dell’art. 179 c.c.
Nella giurisprudenza di merito, si segnala però la CTR di Firenze che nella sentenza 2482/2014 ha riconosciuto che, proprio per la obiettiva difficoltà di discernere le singole partite di conto corrente, appare immotivatamente gravoso rispetto alle ragioni del contribuente, ritenere che le somme presenti sul conto debbano non rientrarti nell’ipotesi dell’art. 177 b) e c) c.c., quindi totalmente escluse dalla comunione de residuo.
Nel caso in esame, pare doversi concludere nel senso della possibilità di computare nell’attivo ereditario, e quindi nella base imponibile dell’imposta sulle successioni e donazioni, solo la metà del saldo del conto corrente intestato al de cuius.
Tuttavia, è consigliabile che i contribuenti (soprattutto in vista di una possibile contestazione da parte dell’Agenzia delle Entrate) si procurino elementi in grado di dimostrare, in sede pre-contenziosa ed eventualmente contenziosa, che il conto corrente è stato movimentato con beni rientranti nel regime di comunione legale: per esempio perché nel conto venivano accreditati i proventi dell’attività professionale del de cuius.
Naturalmente, qualora si riesca a provare che il conto era alimentato anche da liquidità derivante dalla dismissione di beni oggetto di comunione immediata, ciò escluderà in radice la successione ereditaria relativamente a tali somme.
Carlotta Brizzi Menozzi
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