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Timestamp: 2019-05-21 17:35:48+00:00

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Cassazione Penale, sentenza numero 16244 del 14/04/2014 – Semaforo verde
1. Ricorre per cassazione il difensore di fiducia di R. J. F. avverso la sentenza emessa in data 14.3.2013 dalla Corte di Appello di Milano che confermava quella del Tribunale di (OMISSIS) in data 11.2.2011 con la quale il predetto imputato era stato riconosciuto colpevole del delitto di omicidio colposo in danno di S. K. L. e condannato, con attenuanti generiche, alla pena di mesi quattro di reclusione con i benefici della sospensione condizionale e della non menzione.
2. Secondo l’imputazione e la ricostruzione dei giudici di merito, R. J. F., per negligenza ed imprudenza, consistita, in particolare, nel non essersi accertato, prima di procedere in retromarcia alla guida dell’autoarticolato composto da trattore e rimorchio, dell’assenza di ostacoli, schiacciava S. K. L. tra il mezzo e la pedana della ribalta, nel corso delle operazioni di scarico della ditta T. M. s.r.l., cagionandone la morte (In (OMISSIS)). Il Giudice di prime cure riteneva raggiunta la prova della responsabilità dell’imputato, sulla base degli elementi desumibili dalle deposizioni rese dai testi escussi: il Brigadiere dei Carabinieri Sp. Ma., l’infermiera T. M., intervenuti subito dopo l’incidente, valutati alla luce delle dichiarazioni rese dallo stesso imputato, nonché della deposizione del consulente del Pubblico ministero, che ha confermato, con i chiarimenti richiesti, la relazione acquisita agli atti.
La Corte territoriale condivideva la dinamica del sinistro come ricostruita dalla sentenza di primo grado e l’ascrivibilità di esso a colpa dell’imputato escludendo che le omissioni addebitate dalla difesa ai medici del nosocomio potessero elidere il nesso eziologico tra condotta dell’imputato e l’evento.
3. Il ricorrente deduce:
3.1. la mancata assunzione di una prova decisiva (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d) ed il vizio motivazionale in relazione alla dinamica dell’incidente;
3.2. la violazione di legge e la mancata assunzione di una prova decisiva in relazione all’asserita colpa in capo al R.;
3.3. la violazione di legge e la mancata assunzione di una prova decisiva in relazione all’interruzione del nesso di causalità tra la condotta del R. e l’evento mortale.
4. Il ricorso è infondato e dev’essere, pertanto, rigettato.
4.1. E’ palese la sostanziale aspecificità delle censure mosse che hanno riproposto in questa sede le medesime doglianze rappresentate dinanzi alla Corte territoriale e da quel giudice disattese con motivazione ampia e congrua, immune da vizi ed assolutamente plausibile, con particolare riguardo all’irrilevanza ai fini della penale responsabilità dell’imputato delle eventuali omissioni dei sanitari rappresentate dalla difesa.
4.2. Benché non sia stata contestata la violazione di norme sulla circolazione stradale, si deve rilevare che la vicenda s’inquadra, comunque, in un sinistro stradale derivato dal movimento di un autoarticolato in manovra di retromarcia in un’area privata, laddove è pur sempre imposta l’osservanza delle norme di prudenza e diligenza che il codice della strada prescrive per la circolazione su aree pubbliche o di fatto soggette all’uso pubblico. Identica è, infatti, la situazione materiale di pericolo derivante dalla predetta circolazione, per cui gli utenti della area privata hanno diritto di attendersi dai conducenti di veicoli a motore un comportamento di osservanza delle norme del codice della strada anche quando questi ultimi si trovino a circolare in area privata (Cass. pen. Sez. 4, n. 860 del 15.10.1984, Rv. 167582).
4.3. Orbene, il ricorso pretende di rivalutare le acquisizioni probatorie ed i comportamenti dell’imputato, prerogativa, questa, riservata al giudice di merito e preclusa in sede di legittimità.
Invero, si tratta di deduzioni di puro fatto, come tali non ammesse in questa sede, in quanto il controllo operato da questa Corte non deve stabilire se la decisione di merito proponga effettivamente la migliore possibile ricostruzione dei fatti, ma è finalizzato a verificare, laddove il ricorrente proponga una diversa ricostruzione di tali fatti, se le argomentazioni poste dal giudice di merito a fondamento della propria decisione siano compatibili con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento.
Invero, “esula dai poteri della Corte di Cassazione quello di una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità, la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali” (Cass. Pen. Sez. Un. 30.4.1997, D.). Inoltre, va ricordato che, per assunto pacifico, la ricostruzione di un incidente stradale nella sua dinamica e nella sua eziologia – valutazione delle condotte dei singoli utenti della strada coinvolti, accertamento delle relative responsabilità, determinazione dell’efficienza causale di ciascuna colpa concorrente – è rimessa al giudice di merito ed integra una serie di apprezzamenti di fatto che sono sottratti al sindacato di legittimità se sorretti da adeguata motivazione (v. ex pluribus, Cass. pen., Sez. 4, 17.10.2007, n. 43403 rv. 238321; Sez. 4, 1.7.2009, n. 37838, Rv. 245294). Nel caso di specie, la manovra compiuta dall’imputato, peraltro in ambiente poco illuminato, è stata correttamente valutata, con congrua motivazione, come negligente ed imprudente (che nemmeno l’eventuale rispetto della “procedura standard” seguita nell’operazione di retromarcia varrebbe a scriminare) in considerazione delle rilevanti dimensioni del mezzo che non consentivano di compiere in sicurezza l’operazione solo limitandosi a guardare dallo specchietto retrovisore di destra: per giunta, l’imputato proseguì la marcia indietro prima di guardare lo specchietto di destra, sicché s’indusse a schiacciare il freno solo allorché sentì gridare la donna, sua compagna.
4.4. Quanto alla dedotta lamentata mancata assunzione di una prova decisiva, si rileva che prova decisiva la cui mancata assunzione è deducibile come motivo di ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d), è solo quella prova che, non assunta o non valutata, vizia la sentenza intaccandone la struttura portante (Cass. pen. Sez. 3, 15.6.2010, n. 27581 Rv. 248105), connotazione che non è ravvisabile nel caso di specie, alla stregua della esaustiva motivazione della Corte territoriale in ordine alla certa ascrivibilità dell’occorso alla condotta colposa dell’imputato, ne’, come rilevato dal giudice di primo grado, appare alcun elemento che rendesse assolutamente necessaria una perizia tesa a valutare l’eventuale responsabilità (che sarebbe potuto essere, al limite, solo concorrente) dei sanitari. Infatti, “L’eventuale errore dei sanitari nella prestazione delle cure alla vittima di un incidente stradale non può ritenersi causa autonoma ed indipendente, tale da interrompere il nesso causale tra il comportamento di colui che ha causato l’incidente e la successiva morte del ferito. (Fattispecie in cui la Corte ha escluso l’interruzione del nesso di causalità rilevando che l’errore medico non costituisce un accadimento al di fuori di ogni immaginazione, a maggior ragione nel caso in cui l’aggravamento della situazione clinica del ferito e la necessità di interventi chirurgici complessi risultino preventivabili in ragione della gravità delle lesioni determinate dall’incidente stradale)” (Cass. pen. Sez. 4, n. 41293 del 4.10.2007, Rv. 237838). Sulla medesima scia, è stato affermato che “l’eventuale negligenza o imperizia dei medici, ancorché di elevata gravità, non elide, di per se’, il nesso causale tra la condotta lesiva e l’evento morte, in quanto l’intervento dei sanitari costituisce, rispetto al soggetto leso, un fatto tipico e prevedibile, anche nei potenziali errori di cura, mentre ai fini dell’esclusione del nesso di causalità occorre un errore del tutto eccezionale, abnorme, da solo determinante l’evento letale” (Cass. pen. Sez. 5, n. 29075 del 23.5.2012, Rv. 253316, già citata dal giudice a quo).
5. Consegue il rigetto del ricorso e, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
[La Corte] Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 20 febbraio 2014.
Depositato in Cancelleria il 14 aprile 2014.
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