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Timestamp: 2016-02-11 23:44:41+00:00

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sentenza della cassazione sulla presentazione da parte del lavoratore di documenti aziendali anche riservati, come prove testimoniali a difesa, in procedimento disciplinare.
Cass. 21-5-2012 n. 7993, Pres. e Rel.Stile. Il lavoratore puo utilizzare copiedi documenti aziendali per difendersida addebiti disciplinari, ciò noncomporta violazione del dovere difedeltàpubblicato 09/giu/2012 01:43 da Stefano MuggiaAnthony O. dipendente della I S.p.A., sottoposto a procedimento disciplinare conaddebiti di scarso rendimento si è difeso inviando alla società un plico didocumenti aziendali riguardanti lattività di ricerca e sviluppo cui era addetto. Ladatrice di lavoro lha sottoposto a procedimento disciplinare con laddebito ditrafugamento di documenti aziendali riservati. Dopo avere ricevuto legiustificazioni del dipendente lazienda lo ha licenziato. Anthony O. ha chiesto alTribunale di Ascoli Piceno di annullare il licenziamento, con applicazione dellart. 18St. Lav. Il Tribunale ha accolto la domanda, reintegrando il dipendente nel posto dilavoro e condannando la convenuta al risarcimento del danno. Questa decisione èstata confermata, in grado di appello, dalla Corte di Ancona che tra laltro harilevato che le copie dei documenti utilizzati dal lavoratore non risultavano esserestate divulgate a terzi. Lazienda ha proposto ricorso per cassazione censurando ladecisione della Corte dAppello per vizi di motivazione e violazione di legge.La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 7993 del 21 maggio 2012, Pres. e Rel. Stile)ha rigettato il ricorso. Il lavoratore che produca, in una controversia di lavorointentata nei confronti del datore di lavoro, copia di atti aziendali, che riguardinodirettamente la sua posizione lavorativa - ha affermato la Corte - non viene menoai suoi doveri di fedeltà, di cui allart. 2105 cod. civ., tenuto conto chelapplicazione corretta della normativa processuale in materia è idonea a impedireuna vera e propria divulgazione della documentazione aziendale e che, in ognicaso, al diritto di difesa in giudizio deve riconoscersi prevalenza rispetto alleeventuali esigenze di riservatezza dellazienda; ne consegue la legittimità dellaproduzione in giudizio dei detti atti trattandosi di prove lecite. Tale orientamentovale anche, con riferimento alla utilizzazione da parte del lavoratore di documentiaziendali di carattere riservato allorché la produzione in giudizio dei documenti èdeterminata al fine di esercitare il diritto di difesa, di per sé da considerarsi lecitaper la prevalenza di detto diritto ed anche in virtù di quanto previsto dallart. 12della legge n. 675 del 1996. (da Legge e Giustizia) Corte di Cassazione, Sezione Lavoro civile Sentenza 21 maggio 2012, n. 7993
REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE LAVOROComposta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:Dott. STILE Paolo - rel. PresidenteDott. VENUTI Pietro - ConsigliereDott. NAPOLETANO Giuseppe - ConsigliereDott. CURZIO Pietro - ConsigliereDott. MANNA Antonio - Consigliereha pronunciato la seguente: SENTENZAsul ricorso 20972/2008 proposto da:(OMISSIS) S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in(OMISSIS), presso lo studio dellavvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dagli avvocati(OMISSIS), (OMISSIS), giusta delega in atti; - ricorrente –contro(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dellavvocato (OMISSIS),che lo rappresenta e difende giusta procura notarile in atti; - resistente con procura -avverso la sentenza n. 140/2008 della CORTE DAPPELLO di ANCONA, depositata il 19/03/2008 r.g.n. 6/06; -udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 18/04/2012 dal Consigliere Dott.PAOLO STILE;udito lAvvocato (OMISSIS) per delega (OMISSIS);udito lAvvocato (OMISSIS);udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. ROMANO Giulio, che haconcluso per il rigetto del ricorso. SVOLGIMENTO DEL PROCESSOCon nota dell8/4/2002 la (OMISSIS) SpA contestava al proprio dipendente (OMISSIS) addebitidisciplinari, riconducibili al mancato svolgimento, da parte sua, di attività di propria pertinenza, inviolazione delle richieste di volta in volta fatte dal coordinatore, (OMISSIS), nel dichiarato intentodi intralciare, se non addirittura di boicottare, le attività di ricerca e sviluppo, ritenute fondamentalie alle quali era addetto in via esclusiva.Disattese le giustificazioni fornite dal dipendente con tale nota, lazienda con lettera del 17.04.2002gli applicava il provvedimento disciplinare della sospensione dal lavoro e dalla retribuzione pergiorni due.
Con successiva nota del 14.06.2002 la (OMISSIS) contestava all (OMISSIS) ulteriori addebitidisciplinari, di tenore non dissimile.Ricevute (e non accolte) le giustificazioni del dipendente, la parte datoriale con nota del 21.06.2002gli applicava il provvedimento disciplinare della sospensione dal lavoro e dalla retribuzione digiorni tre, precisando che i "comportamenti tenuti ben avrebbero legittimato ladozione del piùgrave provvedimento di natura risolutiva".Con ulteriore nota del 27.06.2002 la (OMISSIS) inviava all (OMISSIS) altra contestazione diaddebito, con cui, dopo avere puntualizzato di avere, con nota del 14/06/2002, contestato alcuniaddebiti di natura disciplinare riconducibili nella fattispecie dello scarso rendimento, asserviva chele giustificazioni su detti addebiti erano avvenute con nota del 19.06.2002, durante il periodo diassenza dal lavoro per malattia, aggiungendo che, con il relativo plico, l (OMISSIS) avevacontemporaneamente inviato copia di "tutte le comunicazioni scritte riguardanti le attività di ricercae sviluppo intercorse" nei 60 giorni che separavano la prima e la seconda contestazione di addebiticostituite da ben 37 pagine.Pertanto, sul presupposto che trattavasi di documenti aziendali di contenuto quanto mai riservatoriguardanti una delle fondamentali attività dellazienda, cioè quella di ricerca e sviluppo, la societàcontestava laddebito di trafugamento di documenti riservati dellazienda stessa, oltre alla recidivaper le mancanze addebitate con le note dell8/4/2002 e del 14/06/2002 e sanzionate con iprovvedimenti di sospensione del 17.04.2002 e del 21.06.2002.Ricevute (e non accolte) le giustificazioni del dipendente, la parte datoriale, con nota del 9.7.2002gli intimava il licenziamento per giusta causa.Le cennate sanzioni disciplinari conservative ed il conseguente licenziamento costituivano peraltrooggetto di impugnativa da parte dell (OMISSIS), con ricorso depositato il 10.3.2003 avanti alGiudice del lavoro presso il Tribunale di Ascoli Piceno, che, nel contraddittorio con la società, consentenza in data 25.10 -5.12.2005, annullava il licenziamento impugnato e condannava la partedatoriale allimmediata reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro, oltre al pagamento diun’indennità mensile di euro 2.059,17 al lordo, dal licenziamento fino alleffettiva reintegrazione, econ obbligo di regolarizzazione assistenziale e previdenziale, rigettando ogni diversa domanda. Ciòin quanto, sulla scorta delle risultanze testimoniali, per un verso, doveva ritenersi la legittimità dellesanzioni disciplinari conservative, mentre, per altro verso, non poteva ritenersi che si fosseverificato un vero e proprio trafugamento della documentazione aziendale, ma piuttosto il suoutilizzo ai fini di difesa nel procedimento disciplinare, sicché la sanzione espulsiva apparivasproporzionata rispetto alla gravità delladdebito.Avverso tale decisione proponeva appello la S.p.A. (OMISSIS), con ricorso depositato il 5.1.2006,nel quale insisteva per il rigetto della domanda avversaria, con richiesta di restituzione di quantoversato in ottemperanza alla sentenza di primo grado.Lappellato si costituiva, resistendo al gravame e proponendo appello incidentale al fine di ottenerela declaratoria di nullità, per genericità delle relative contestazioni, delle sanzioni di sospensione didue e di tre giorni infittegli, nellordine, il 17.4 ed il 21.6.2002 o, in subordine, declaratoria diillegittimità delle medesime per violazione del principio di gradualità, la condanna della controparteal ristoro del danno biologico da lui sofferto, da liquidarsi in via equitativa, non disposta dal primoGiudice, ed, infine, la condanna della controparte al corretto ristoro del danno conseguente allicenziamento, che il Tribunale aveva immotivatamente indicato in euro 2.059,17 mensili, inferiorialla retribuzione globale di fatto voluta dalla legge.Con sentenza del 14-19 marzo 2008, ladita Corte dappello di Roma, ritenuto illegittimo illicenziamento intimato dalla (OMISSIS) SpA il 9.07.2002 sulla base dei comportamenti inprecedenza contestati con nota del 27.06.2002 e respinte le critiche e le istanze istruttorie avanzatecon il ricorso in appello del 5.01.2006, rigettava il gravame proposto dalla (OMISSIS) e, inaccoglimento dellappello incidentale spiegato dall (OMISSIS), annullava anche le sanzioni dellasospensione di giorni 2 e giorni 3 inflitte al predetto e condannava la società a corrispondergli laretribuzione dovuta per i 5 giorni complessivi di sospensione.
Condannava altresì lappellante a corrispondere all (OMISSIS) un indennizzo pari alla retribuzioneglobale di fatto perduta dal giorno del licenziamento alla effettiva reintegrazione, oltre interessilegali e rivalutazione monetaria dalla maturazione al saldo e con ripristino della situazioneprevidenziale ed assistenziale in luogo della somma mensile fissa indicata dal primo Giudice -detratti gli importi già versati. Per la cassazione di tale pronuncia ricorre la (OMISSIS) Spa con duemotivi, di cui il secondo articolato in due distinte censure.L (OMISSIS) ha depositato procura. MOTIVI DELLA DECISIONECon il primo motivo di ricorso la (OMISSIS) Spa, denunciando omessa, insufficiente econtraddittoria motivazione sul fatto, controverso e decisivo per il giudizio, del trafugamento didocumenti, cioè furto di documenti informatici ad opera dell (OMISSIS) (articolo 360 c.p.c., n. 5),lamenta che il Giudice dappello abbia posto a base del suo ragionamento circostanze in contrastocon quanto risultante dagli atti del processo; ciò in quanto il licenziamento impugnato troverebbe ilsuo fondamento non sulladdebito di "trafugamento di dati aziendali", come ipotizzato dal Giudicedi appello, ma sulladdebito di "trafugamento di documenti riservati dellazienda". Inoltre -aggiunge -, erroneamente il Giudice di appello avrebbe ritenuto che l (OMISSIS) non avessesottratto gli originali dei documenti informatici poi fatti pervenire in copia allazienda con la nota digiustificazioni del 19.06.2002, bensì che avesse fatto uscire dallambito aziendale le sole copie diessi ai fini dellinviolabile esercizio del diritto di difesa e che, una tale condotta, non costituissesottrazione di documenti in senso proprio.Il motivo è infondato.Invero, sul punto, limpugnata sentenza ha osservato che già il primo Giudice, aveva ritenuto infatto che l (OMISSIS) aveva fatto uscire dallazienda i documenti allegati in copia alla nota digiustificazioni del 19.6.2032, poiché, secondo quanto riconosciuto dallo stesso lavoratore nelricorso introduttivo del giudizio di primo grado, egli, il 17.6.2002, appena ricevuto laddebito, avevaestratto copia di tutta la documentazione necessaria ad impostare le giustificazioni, proponendosi diutilizzarla per redigere la propria difesa, a casa, dopo lorario di lavoro.Pertanto, richiamando il condiviso orientamento della giurisprudenza di legittimità (Cass. n.12528/2004) ha escluso che potesse integrare violazione dellobbligo di fedeltà, di cui allarticolo2105 c.c., la produzione in giudizio di copie di atti ai quali il dipendente abbia avuto accesso,giacche tale produzione, avendo ad oggetto copie - e non originali, da un lato, non costituivasottrazione di documenti in senso proprio e, dallaltro, essendo finalizzata allesercizio del diritto didifesa, inviolabile in ogni stato e grado del procedimento, ed esclusivamente a tale esercizio, con lemodalità prescritte dal codice di rito, non comportava divulgazione del contenuto dei documenti edassolve ad una esigenza prevalente su quella di riservatezza propria del datore di lavoro (v. Cass. n.12528/04).Nella specie -soggiunge la Corte territoriale-, poiché la produzione in giudizio della copia degliatti implicava allevidenza che dette copie erano state fatte uscire dallambito aziendale, dovevaconvenirsi che tale circostanza, pur astrattamente violando il dovere di riservatezza del dipendente,perdeva la propria rilevanza al riguardo laddove attuata per lesercizio del proprio diritto di difesa.Nel caso in esame, inoltre, neppure poteva ritenersi che vi fosse stata lesione del diritto della partedatoriale alla riservatezza dei documenti aziendali (ivi compresi quelli inerenti alle comunicazionie-mail intercorse tra altri dipendenti), in quanto le copie degli atti in oggetto - in difetto di elementidi prova di opposto segno - non risultavano essere state divulgate a terzi (neppure attraverso quellalimitata diffusione che si realizza con la loro produzione in giudizio), ma piuttosto consegnate allastessa parte datoriale nel contesto del procedimento disciplinare, rimanendo quindi in un ambito diconoscenza circoscritto a quello strettamente aziendale.Del tutto improprio risultava quindi laddebito di trafugamento di dati aziendali, su cuiessenzialmente si fondava il licenziamento impugnato.
Dal che discendeva la sostanziale irrilevanza della contestata recidiva.A maggior conforto della correttezza della argomentazioni adottate dalla Corte dappello a sostegnodella decisione, va aggiunto che -secondo la giurisprudenza di questa Corte - il lavoratore cheproduca, in una controversia di lavoro intentata nei confronti del datore di lavoro, copia di attiaziendali, che riguardino direttamente la sua posizione lavorativa, non viene meno ai suoi doveri difedeltà, di cui allarticolo 2105 cod. civ., tenuto conto che lapplicazione corretta della normativaprocessuale in materia è idonea a impedire una vera e propria divulgazione della documentazioneaziendale e che, in ogni caso, al diritto di difesa in giudizio deve riconoscersi prevalenza rispettoalle eventuali esigenze di riservatezza dellazienda;ne consegue la legittimità della produzione in giudizio dei detti atti trattandosi di prove lecite (Cass.n. 3038/2011). Tale orientamento vale anche, con riferimento alla utilizzazione da parte dellavoratore di documenti aziendali di carattere riservato allorché la produzione in giudizio deidocumenti è determinata al fine di esercitare il diritto di difesa, di per se da considerarsi lecita perla prevalenza di detto diritto ed anche in virtu di quanto previsto dalla Legge n. 675 del 1996,articolo 12 (Cass. n. 22923/2004).Sulla base di tale impostazione la decisione impugnata appare corretta anche a voler ritenerelavvenuta acquisizione ai fini di difesa dei documenti aziendali.Altrettanto correttamente poi la Corte dappello ha ritenuto non valutabili perché estranei allacontestazione degli addebiti le deduzioni svolte nella memoria difensiva di primo grado, secondocui era risultato che, sia nellarchivio dati del computer già in uso all (OMISSIS) sia nellinterosistema centralizzato (server di rete) non era più presente la documentazione relativa a tuttal’attività di ricerca e sviluppo svolta dall (OMISSIS) stesso e che questultimo aveva utilizzato ilsuo personal computer per accedere abusivamente alla casella di posta personale del dipendente(OMISSIS) e aveva cancellato tutti i file di bg che registravano "lo storico dei movimenti e attivitàdel server di rete di posta elettronica della Società sino al (OMISSIS)".Con il secondo motivo la ricorrente contesta il capo della sentenza con cui, in accoglimentodellappello incidentale proposto dallappellato, sono state annullate le sanzioni della sospensionerispettivamente per giorni due e per giorni tre inflitte al dipendente il 17/4/2002 e il 21/6/2002 concondanna della società a corrispondere al lavoratore la retribuzione dovuta per i predetti cinquegiorni complessivi di sospensione.Con una prima censura denuncia motivazione illogica, incongrua e contraddittoria sul requisitodella specificità della contestazione di addebiti dell8.04.2002 sanzionata con il provvedimentodisciplinare del 17/4/2002 (articolo 360 c.p.c., n. 5).Con una seconda censura la ricorrente denuncia motivazione illogica, incongrua e contraddittoria inordine alla ritenuta genericità della successiva contestazione di addebiti del 14/6/2002 alla quale hafatto seguito ilprovvedimento del 21/6/2002 (articolo 360 c.p.c., n. 5).Il motivo, pur valutato nella sua duplice articolazione, è infondato, avendo il Giudice a quo fornitoin proposito adeguata motivazione.Quanto alla sanzione del 17 aprile 2002, il Giudice dappello, criticando lopinione espressa dalprimo Giudice, ha in primo luogo richiamato la contestazione delladdebito -riprodottaintegralmente nella esposizione in fatto della sentenza- riguardante, così come correttamentesintetizzata nella motivazione, il mancato sviluppo dei temi assegnati all (OMISSIS) nella riunionedel 13.2.2002 in vista del meeting programmato per i successivi 21 e 22 marzo, ed il rifiuto di porrea disposizione dello staff le poche attività svolte "così costringendo il coordinatore (OMISSIS) ed ilcomponente dello staff (OMISSIS) ad iniziare soli nuovi studi e ricerche per presentarletempestivamente al meeting del 21-23/03/2002".Orbene, la Corte territoriale ha motivatamente ritenuto lassoluta genericità della prima di tali duecircostanze oggetto di contestazione, non essendo specificato quali fossero i "temi assegnati" equale sarebbe stata la prestazione, in ordine allo "sviluppo" di essi, che il dipendente avrebbedovuto tenere.
Quanto allaltro addebito, ha osservato che esso non aveva goduto del conforto delle testimonianzeraccolte, poiché i testi assunti sul punto - entrambi di indicazione datoriale - avevano, consostanziale uniformità di accenti, affermato, il primo, che "l (OMISSIS) non si rifiutò di mettere adisposizione i risultati dell’attività di ricerca da lui svolti, ... piuttosto non seguiva le mie direttive" -così come riferito dal preposto (OMISSIS), consistenti nello svolgimento di un’attività di equipe; ilsecondo, teste (OMISSIS), che "l (OMISSIS) non si rifiutava di mettere a disposizione i propri datima lo faceva in modo formale".Sicché coerentemente la Corte dappello ha tratto la conclusione che la contestazione, nei termini incui era stata formulata, appariva "quantomeno non centrata".In ordine alla successiva contestazione con cui si addebitava all (OMISSIS) di:a) rifiutarsi sistematicamente di seguire la metodologia di lavoro stabilita nelle apposite riunioniperiodiche;b) non apportare alcun concreto contributo di idee o di progetti, ma limitarsi a riferire circostanze efatti scontati e noti a tutti;c) assumere una posizione di netto contrasto con i colleghi dello staff così vanificando gli impegni egli sforzi degli stessi, la Corte dappello ha ritenuto i detti addebiti del tutto indeterminati, nonprecisandosi: a) i termini della "metodologia di lavoro" asseritamente non seguita, b) quale sarebbestato il contributo di progetti e di idee esigibile dal prestatore, che egli avrebbe invece mancato diapportare, ed in forza di quale disposizione contrattuale egli sarebbe stato tenuto ad un tal genere diprestazione ideativi; c) in quali comportamenti dello stesso lavoratore si sarebbe concretizzato ilcontrasto con i col leghi dello staff, al punto da generare le gravi conseguenze contestate.Stante siffatta genericità delle contestazioni, venivano, dunque -prosegue la Corte, a menomarsi lefacoltà difensive del prestatore in sede disciplinare, con conseguente annullamento della inflittasospensione.Trattasi in tutti gli esaminati casi di accertamenti di merito, adeguatamente, ancorchésinteticamente, motivati che non si prestano ad essere censurati in questa sede.Per quanto precede il ricorso va rigettato.Le spese del presente giudizio, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza. P.Q.M.La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese di questo giudizio, liquidate in euro40,00 oltre euro 3.500,00 per onorari ed oltre spese generali, I.V.A. e C.P.A..
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