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Timestamp: 2018-12-17 13:26:16+00:00

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Art. 1383 codice civile: Divieto di cumulo | La Legge per tutti
Art. 1383 codice civile: Divieto di cumulo
[V. sub art. 1384].
L'art. 1383 c.c. prevede espressamente che la somma pattuita a titolo di penale non è dovuta nel caso di mero ritardo nell'inadempimento, a meno che non sia stata espressamente convenuta per tale specifica ipotesi. La clausola penale, infatti, mira a determinare preventivamente il risarcimento del danno solo in relazione alla ipotesi pattuita, che può consistere nel ritardo o nell'inadempimento. Essa, di conseguenza, non può operare in un'ipotesi diversa.
Cassazione civile sez. II 12 febbraio 2010 n. 3447
La disposizione dell'art. 1382 c.c., in relazione a quella successiva dell'art. 1383 c.c., nel concorrere a delineare misura e limiti dell'istituto della clausola penale, volta al rafforzamento del vincolo contrattuale ed alla liquidazione preventiva e forfettaria del danno, non esclude che la penale stipulata per il ritardo nell'adempimento possa cumularsi con il risarcimento del danno da inadempimento, in ipotesi di risoluzione del contratto; tuttavia, nella liquidazione della prestazione risarcitoria per l'inadempimento, bisogna tener conto dell'entità del danno ascrivibile al ritardo, che sia stato già autonomamente considerato nella determinazione della penale, al fine di evitare un ingiusto sacrificio del debitore e, correlativamente, un indebito arricchimento del creditore. In tal caso, in presenza cioè di richiesta di risarcimento per il ritardo e per l'inadempimento, il Giudice ha il potere, esercitabile solo su istanza della parte interessata, di ridurre ad equità la penale, per manifesta eccessività o sopravvenuta onerosità.
T.A.R. Ancona (Marche) sez. I 03 marzo 2009 n. 69
Il promittente venditore deve restituire al promissario acquirente la somma pattuita per il ritardo nella stipula del contratto definitivo, ove abbia richiesto la risoluzione del preliminare di compravendita per inadempimento della controparte e il relativo pagamento dei danni. La somma convenuta tra le parti, invero, non è che una penale stabilita per il ritardo nell’adempimento del contratto ad effetti reali, che in realtà viene meno definitivamente, essendo stato superato dalla richiesta di risoluzione. Si applica dunque la regola della incumulabilità, identico regime previsto per la caparra confirmatoria ed il risarcimento dei danni.
Cassazione civile sez. II 22 aprile 2008 n. 10394
Ritenuto che nell'ordinamento italiano alla responsabilità civile è estranea l'idea della punizione, fondandosi il risarcimento del danno sull'esistenza di una lesione e sulla prova delle conseguenze negative sofferte dal danneggiato, e rimanendo irrilevanti, ai fini del risarcimento, la condotta del danneggiante, lo stato di bisogno del danneggiato e la capacità patrimoniale dell'obbligato; ritenuto che la clausola penale non ha natura e finalità punitive, assolvendo alla funzione di rafforzare il vincolo contrattuale e di liquidare preventivamente la prestazione risarcitoria, tanto è vero che, se l'ammontare della clausola penale venga a configurare, secondo l'apprezzamento discrezionale del giudice, un abuso od uno sconfinamento dell'autonomia privata oltre determinati limiti di equilibrio contrattuale, può essere equamente ridotto; ritenuto che l'apprezzamento del giudice italiano, in sede di delibazione di una sentenza straniera, sull'eccessività dell'importo liquidato per danni dal giudice estero, con finalità punitive, consiste e si risolve in un giudizio di fatto riservato al giudice della delibazione, ed insindacabile, se congruamente e logicamente motivato, in sede di legittimità; ritenuto che è incompatibile con l'ordinamento italiano l'istituto nordamericano dei cc.dd. danni punitivi ("punitive damages"), istituto, fra l'altro, non riferibile alla risarcibilità dei danni non patrimoniali e morali; ritenuto che la clausola penale di cui all'art. 1382 c.c., istituito con scopi punitivi incompatibili con un sindacato discrezionale del giudice (italiano) della delibazione sulla sproporzione tra l'importo liquidato ed il danno effettivamente subito; ritenuto, infine, conclusivamente, che nel nostro ordinamento la risarcibilità del danno è sempre condizionata all'accertamento delle sofferenze o delle lesioni inferte dall'illecita condotta altrui e non può considerarsi provata "in re ipsa"; ritenuto tutto quanto precede, non può essere delibata, perché contraria al nostro ordine pubblico, la sentenza nordamericana che, nel risarcire il danneggiato, abbia liquidato una somma ingiustificatamente sproporzionata (per eccesso) rispetto al danno subito. (Nella specie, era stata impugnata per cassazione la pronuncia di rigetto dell'istanza di delibazione di una sentenza statunitense che aveva condannato il produttore di un casco protettivo utilizzato dalla vittima di un incidente stradale; la sentenza aveva accertato il difetto di progettazione e costruzione della fibbia di chiusura del casco ed aveva liquidato i danni secondo criteri che il giudice della delibazione aveva ritenuto propri dell'istituto dei danni punitivi ("punitive damages") e, come tali, incompatibili con il nostro ordine pubblico).
Cassazione civile sez. III 19 gennaio 2007 n. 1183

References: Art. 1383
 art. 1384
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