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Timestamp: 2020-08-10 08:58:42+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 11937 del 10/06/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11937 del 10/06/2016
Cassazione civile sez. trib., 10/06/2016, (ud. 22/02/2016, dep. 10/06/2016), n.11937
sul ricorso nr. 14199-2015 proposto da:
avverso la sentenza n 7564/6/14 della Commissione Tributaria
Regionale di Roma depositata il 15.12.2014;
udito il PM, in persona del sostituto procuratore generale, Dott.ssa
L.S. ha impugnato l’avviso di accertamento, assumendo di essere estraneo al guadagno connesso alla cessione dei crediti, in realtà realizzato da LLC e non da lui; di essere comunque residente e cittadino britannico e dunque di non trovarsi, in ipotesi, nella condizione di soggetto fiscale in Italia.
4.- Con il quarto motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 2729 nonchè art. 2 TUIR e art. 43 c.c. relativamente alla residenza fiscale.
Con l’ottavo motivo, in via subordinata, il ricorrente lamenta il mancato esame della correttezza dell’accertamento 8.- Con il nono motivo si fa valere violazione e falsa applicazione degli artt. 100, 101, e 112 c.p.c. lamentando che erroneamente la sentenza impugnata aveva ritenuto preclusa dai limiti della domanda una qualificazione della fattispecie in termini di abuso del diritto senza considerare che l’Ufficio aveva ritenuto complessivamente elusivo il procedimento posto in essere dal contribuente.
In primo luogo, la decisione impugnata ha ritenuto infondata la tesi dell’Agenzia secondo cui la società LLC è meramente interposta;
tesi consistente nel ritenere che i redditi da cessione dei crediti, che formalmente figurano come prodotti dalla società LLC, in realtà sono stati di fatto percepiti dal controricorrente. In secondo luogo, la sentenza di secondo grado ha ritenuto che, anche ammesso che i redditi debbano imputarsi allo S., costui non ha l’obbligo di dichiararli in Italia, essendo soggetto fiscalmente residente nel Regno Unito.
ne deriva che il fenomeno della simulazione relativa, nell’ambito della quale può ricomprendersi l’interposizione fittizia di persona, non esaurisce il campo di applicazione della norma, ben potendo attuarsi lo scopo elusivo anche mediante operazioni effettive e reali.” (Cass. 25671 del 2013; Cass. n. 21794 del 2014; Cass. 21952 del 2015).
L’infondatezza della tesi del secondo grado è nell’aver ritenuto l’ambito della norma come limitato alle operazioni simulate, e di avere di conseguenza concluso che quelle effettive non possano prestarsi ad eludere l’applicazione del regime fiscale di riferimento.
La sentenza va pertanto cassata con affermazione del principio di diritto per cui il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37, comma 3 va inteso nel senso che imputa al contribuente i redditi che siano formalmente di un soggetto interposto, quando, in base a presunzioni gravi, precise e concordanti, risulti che il contribuente ne è l’effettivo titolare; senza che si debba distinguere tra interposizione fittizia e reale. Conseguentemente, il suo contenuto non è limitato alle operazioni simulate, come ha ritenuto la decisione impugnata.
La decisione impugnata erroneamente ha ritenuto dunque che l’avviso di accertamento contestasse la sola ipotesi di interposizione fittizia, mentre invece ha contestato l’elusione di cui all’art. 37, comma 3. Elusione, che, come si è detto, si sarebbe realizzata attraverso operazioni effettivamente poste in essere, cosi come attraverso simulazioni. Con la conseguenza che non sussiste la ritenuta contraddizione logico-giuridica.
Infatti è giurisprudenza costante di questa Corte che: “in tema di prova per presunzioni, il giudice, posto che deve esercitare la sua discrezionalità nell’apprezzamento e nella ricostruzione dei fatti in modo da rendere chiaramente apprezzabile il criterio logico posto a base della selezione delle risultanze probatorie e del proprio convincimento, è tenuto a seguire un procedimento che si articola necessariamente in due momenti valutativi: in primo luogo, occorre una valutazione analitica degli elementi indiziari per scartare quelli intrinsecamente privi di rilevanza e conservare, invece, quelli che, presi singolarmente, presentino una positività parziale o almeno potenziale di efficacia probatoria; successivamente, è doverosa una valutazione complessiva di tutti gli elementi presuntivi isolati per accertare se essi siano concordanti e se la loro combinazione sia in grado di fornire una valida prova presuntiva, che magari non potrebbe dirsi raggiunta con certezza considerando atomisticamente uno o alcuni di essi. Ne consegue che deve ritenersi censurabile in sede di legittimità la decisione in cui il giudice si sia limitato a negare valore indiziario agli elementi acquisiti in giudizio senza accertare se essi, quand’anche singolarmente sforniti di valenza indiziaria, non fossero in grado di acquisirla ove valutati nella loro sintesi, nel senso che ognuno avrebbe potuto rafforzare e trarre vigore dall’altro in un rapporto di vicendevole completamento.” (Cass. n. 9108 del 2012; Cass. 19894 del 2005; Cass. sez u. 584 del 2008).
14.- Il decimo motivo, che denuncia nullità della sentenza, per coincidenza della motivazione con i motivi di appello, è infondato alla luce di Cass. sez. un. n. 642 del 2015: “Nel processo civile ed in quello tributario, la sentenza la cui motivazione si limiti a riprodurre il contenuto di un atto di parte (o di altri atti processuali o provvedimenti giudiziari), senza niente aggiungervi, non è nulla qualora le ragioni della decisione siano; in ogni caso, attribuibili all’organo giudicante e risultino in modo chiaro, univoco ed esaustivo, atteso che, in base alle disposizioni costituzionali e processuali, tale tecnica di redazione non può ritenersi, di per sè, sintomatica di un difetto d’imparzialità del giudice, al quale non è imposta l’originalità nè dei contenuti nè delle modalità espositive, tanto più che la validità degli atti processuali si pone su un piano diverso rispetto alla valutazione professionale o disciplinare del magistrato”.
La Corte accoglie il terzo, il quarto ed il settimo motivo, rigetta il decimo, assorbiti tutti gli altri. Cassa la decisione impugnata con rinvio alla Commissione Tributaria regionale del Lazio, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis, dello stesso art. 13.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 2
 art. 43
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 37
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. sez. 
 sentenza 
 art. 13
 art. 13