Source: http://www.paoloalfano.it/2011/06/16/usucapione-la-coltivazione-del-terreno-non-prova-il-possesso/
Timestamp: 2018-12-15 02:20:44+00:00

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Usucapione: la coltivazione del terreno non prova il possesso | Studio Legale Avv. Paolo Alfano
Cass. civ. Sez. II, Sent., 26-04-2011, n. 9325
Con atto di citazione notificato il 13.1.1997 T.G. evocava, dinanzi al Pretore di Viterbo, P.A. esponendo di avere esercitato per oltre venti anni, comportandosi come solo ed unico proprietario, in modo indisturbato, pubblico e notorio, atti di possesso perfettamente corrispondenti al diritto di proprietà sulla porzione immobiliare sita in Comune di (OMISSIS), costituita da appezzamento di terreno con retrostante fabbricato rurale in località (OMISSIS), della superficie complessiva di aree 88,80, distinta in Catasto Terreni alla partita 1603, foglio 36, particelle 147, 296, 358 e 359; aggiungeva di avere esercitato tale signoria con segni visibili, quali la messa a dimora di piante, di serrature e/o catene e di ogni altra opera necessaria al miglioramento del bene immobile, nonchè di avere provveduto al pagamento dei tributi. Tanto premesso, chiedeva dichiararsi l’intervenuta usucapione speciale decennale ovvero quella ordinaria ventennale, in suo favore del diritto di proprietà di detta porzione immobiliare o quanto meno del diritto di superficie della stessa.
A sostegno dell’adottata sentenza, la Corte territoriale evidenziava che dalle prove testimoniali, in particolare dalle affermazioni di To.Gi. (figlio dell’attore) emergeva che il T. aveva iniziato la sua attività sul terreno esclusivamente a seguito del consenso del coniuge della proprietaria, C.E., madre dell’appellante, e la detenzione si era protratta anche allorchè era divenuta proprietaria del fondo la P., per successione alla madre, attraverso consenso tacito.
Con l’unico motivo, sviluppato sotto molteplici profili, il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazionedell’art. 116 c.p.c. in riferimento agli arti 1140, 1141 e 1158 c.c., ovvero l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine a detti punti decisivi della controversia in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.
In particolare, il giudice del gravame avrebbe omesso di presumere il possesso in colui che esercita il potere di fatto sulla cosa, per cui sarebbe gravato sulla P. l’onere di dimostrare la sola detenzione da parte del ricorrente. Peraltro le dichiarazioni del teste To.Gi. sarebbero state rese solo nella fase cautelare del procedimento possessorio.
Precisa, altresì, che gli atti di tolleranza che ad avviso della controparte avrebbero consentito al T. di possedere il terreno, per essere tali avrebbero dovuto avere il carattere della saltuarietà e una durata limitata nel tempo. La corte di merito non avrebbe valutato correttamente le risultanze testimoniali, omettendo di esaminare quella del M., il quale presente all’incontro T. – P., alla comunicazione dell’iniziativa della seconda di vendere il terreno, il primo avrebbe affermato la proprietà esclusiva del fondo. Di converso non andrebbe dovuto attribuire alcun valore all’affermazione secondo cui il T. avrebbe mostrato interesse all’acquisto del bene, evidenziando la circostanza il solo riconoscimento di non essere formalmente proprietario del fondo.
Le censure vengono esaminate congiuntamente in quanto attengono tutte alla valutazione delle risultanze probatorie, o meglio vengono evidenziati vizi relativi alla deficienza del ragionamento logico – giuridico della sentenza impugnata.
Chi agisce in giudizio per ottenere di essere dichiarato proprietario di un bene, affermando di averlo usucapito, deve dare la prova di tutti gli elementi costitutivi della dedotta fattispecie acquisitiva e quindi, tra l’altro, non solo del corpus, ma anche dell’animus (Cass. 28 gennaio 2000 n. 975); il secondo, tuttavia, può eventualmente essere desunto in via presuntiva dal primo, se lo svolgimento di attività corrispondente all’esercizio del diritto dominicale è già di per sè indicativo dell’intento, in colui che la compie, di avere la cosa come propria, sicchè allora è il convenuto che deve dimostrare il contrario, provando che la disponibilità del bene è stata conseguita dall’attore mediante un titolo che gli conferiva un diritto di carattere soltanto personale (Cass. 5 luglio 1999 n. 6944).
Infatti dalle prove testimoniali dedotte da entrambe le parti, in particolare dalle dichiarazioni dei testi O. e B. emergevano molteplici dati, precisi e concordanti, da cui poteva senz’altro ricavarsi l’esistenza del corpus, ma non dell’animus, in quanto avvaloravano la tesi della appellante – resistente secondo cui l’originario attore era stato immesso nel godimento del terreno in questione a seguito del consenso del coniuge della proprietaria C.E., madre della P., attuale proprietaria, la cui volontà era stata poi rispettata dall’erede, dopo la sua morte.
Nella specie, però, lo stesso figlio del ricorrente, To.
G., della cui attendibilità non è dato dubitare, non avendo peraltro il T. dedotto che l’assunzione delle sue dichiarazioni in sede possessoria sia avvenuta senza avere prestato giuramento, ha dichiarato testualmente “il padre della P. che era ingegnere aveva dato a mio padre l’incarico di coltivare il terreno. Poi è subentrata la P. che non ho mai visto sul terreno. Non so se la P. abbia autorizzato mio padre a proseguire nella coltivazione del terreno: suppongo che fosse intervenuto un tacito consenso anche perchè molti anni fa mio padre mi ha riferito che la P. gli aveva chiesto di aprire con la chiave per entrare nel fondo”. Posto che per la sussistenza del possesso utile per usucapire occorre oltre al riscontro di un comportamento continuo e non interrotto, inteso inequivocabilmente ad esercitare sulla cosa, per tutto il tempo prescritto dalla legge, l’esercizio di un potere corrispondente a quello del proprietario, non riconducibile però alla mera tolleranza del proprietario (v.
Cass. del 10.7.2007 n. 15446), incombeva sul ricorrente – attore la dimostrazione della c.d. interversio possessionis, che gli avrebbe consentito di mutare il titolo originario di questo rapporto con la cosa, ai sensi dell’art. 1141 c.c., comma 2. Ai fini dell’usucapione è, infatti, necessario la manifestazione del dominio esclusivo sulla “res” da parte dell’interessato attraverso una attività apertamente contrastante ed inoppugnabilmente incompatibile con il possesso altrui, gravando l’onere della relativa prova su colui che invochi l’avvenuta usucapione del bene (vedi “ex multis” Cass. 18.2.1999 n. 1367; Cass. 15.6.2001 n. 8152; Cass. 20.9.2007 n. 19478; Cass. 27.7.2009 n. 17462; Cass. 1.3.2010 n. 4863), non essendo al riguardo sufficienti atti soltanto di gestione consentiti dal proprietario o anche atti tollerati dallo stesso titolare del diritto dominicale perchè comportanti solo il soddisfacimento di obblighi o l’erogazione di spese per il miglior godimento della cosa (Cass. 11.8.2005 n. 16841).
Alla luce di tale orientamento è evidente l’irrilevanza delle circostanze addotte a sostegno della propria tesi da parte del ricorrente, posto che il godimento del terreno in questione o i lavori da questo asseritamente eseguiti su tale immobile non comportano di per sè una situazione oggettivamente incompatibile con la proprietà altrui.
LA CORTE Rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di Cassazione, che liquida in complessivi Euro 1.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori come per legge.
Questo articolo è stato pubblicato in Giurisprudenza civile e taggato come giurisprudenza civile, terreno, usucapione il 16 giugno 2011 da Paolo Alfano
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