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Timestamp: 2020-08-11 16:28:58+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 11402 del 10/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11402 del 10/05/2017
Cassazione civile, sez. VI, 10/05/2017, (ud. 07/03/2017, dep.10/05/2017), n. 11402
sul ricorso 19568-2015 proposto da:
T.I. S.P.A., – C.F. e P.I. (OMISSIS), in persona del legale
rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, L.G.
FARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato ARTURO MARESCA che la
rappresenta e difende unitamente agli avvocati ROBERTO ROMEI, ENZO
MORRICO e FRANCO RAIMONDO BOCCIA;
U.F., G.M., GI.SA.,
V.M., R.F., M.F., S.C., I.E.,
C.R., CO.FA., elettivamente domiciliati in ROMA,
VIA GIOVANNI NICOTERA 29, presso lo studio dell’avvocato GIORGIO
PIRANI che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato SILVIA
PARASCANDOLO;
avverso la sentenza n. 7152/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
partecipata del 07/03/2017 dal Consigliere Dott. ROSSANA MANCINO.
1. il Tribunale di Roma dichiarava l’inefficacia della cessione da T.I. S.p.A. a HP DCS del ramo d’azienda cui erano addetti gli attuali intimati e condannava la cedente a ripristinare i rapporti di lavoro;
2. T.I. S.p.A. non ottemperava all’ordine di ripristinare il rapporto di lavoro malgrado la formale offerta della prestazione e i lavoratori, che continuavano a lavorare per la società cessionaria, chiedevano ed ottenevano, dal Tribunale di Roma, decreti ingiuntivi con i quali si intimava a Telecom il pagamento delle retribuzioni maturate;
3. l’opposizione proposta avverso i decreti ingiuntivi veniva respinta dal Tribunale di Roma;
4. la Corte d’appello di Roma rigettava il gravame svolto dalla società;
5. ad avviso della Corte territoriale a seguito della sentenza con cui viene dichiarata l’illegittimità del trasferimento d’azienda con i connessi rapporti di lavoro, questi devono intendersi ricostituiti ex tunc alle dipendenze del cedente, con conseguente diritto alla retribuzione per il periodo successivo alla sentenza medesima, senza possibilità di detrazione dell’aliunde perceptum, che rileva solo ai fini della quantificazione del danno risarcibile;
6. T.I. s.p.a. ha proposto ricorso per la cassazione di tale sentenza, affidato a tre motivi;
7. i lavoratori intimato hanno resistito con controricorso, ulteriormente illustrato con memoria, ad eccezione di T.F., rimasto intimato;
9. parte ricorrente deduce violazione degli artt. 1206 e 1207 c.c. per avere la sentenza impugnata ritenuto valida la messa in mora di Telecom da parte dei lavoratori, nonostante che essi non potessero validamente adempiere continuando a lavorare presso la cessionaria del ramo d’azienda, percependone la regolare retribuzione; violazione degli artt. 1206, 1207, 1217, 1223, 1256, 1453 e 1463 c.c., per avere la Corte di merito ritenuto retributivo l’obbligo nei confronti del lavoratore e, per l’effetto, irrilevante l’aliunde perceptum; violazione dell’art. 614-bis c.p.c., per avere la Corte terrioriale ritenuto la “doppia retribuzione” l’unico mezzo per assicurare l’adempimento dell’obbligo di fare infungibile;
10. per il principio della ragione più liquida (che, imponendo un nuovo approccio interpretativo con la verifica delle soluzioni sul piano dell’impatto operativo piuttosto che su quello tradizionale della coerenza logico-sistematica, consente di sostituire il profilo di evidenza a quello dell’ordine di trattazione delle questioni cui all’art. 276 c.p.c., con una soluzione pienamente rispondente alle esigenze di economia processuale e di celerità del giudizio, minai anche costituzionalizzata – cfr., in termini espressi, Cass. 11 novembre 2011, n. 23621 e, indirettamente, sulle conseguenze di tale postulato in materia di giudicato implicito, Cass., sez. un., 12 ottobre 2011, n. 20932; Cass., sez. un., 9 ottobre 2008, n. 24883; Cass., sez. un., 18 dicembre 2008, n. 29523; Cass. 16 maggio 2006, n. 11356) il ricorso deve essere accolto sulla base della soluzione della questione posta con gli ultimi due motivi, assorbente, pur se logicamente subordinata, senza che sia necessario esaminare previamente tutte le altre;
11. come già ritenuto da questa Corte in recenti decisioni (v., fra le altre, Cass. n. 8514/2015 e, tra le più recenti, Cass. n. 25390/2016), la questione degli effetti della dichiarazione di nullità della cessione di ramo d’azienda è stata affrontata da questa Corte nella sentenza n. 19740 del 2008, cui occorre dare continuità, che ha ritenuto che l’obbligazione del cedente che non proceda al ripristino del rapporto di lavoro deve essere qualificata come risarcimento del danno, con la conseguente detraibilità dell’aliunde percepturn;
12. costituisce infatti un principio che si è andato consolidando nell’elaborazione di questa Corte quello secondo il quale il contratto di lavoro è un contratto a prestazioni corrispettive nel quale l’erogazione del trattamento economico in mancanza di lavoro costituisce un’eccezione, che deve essere oggetto di un’espressa previsione di legge o di contratto, ciò che avviene ad esempio nei casi del riposo settimanale (art. 2108 c.c.) e delle ferie annuali (art. 2109 c.c.);
13. in difetto di un’espressa previsione in tal senso, la mancanza della prestazione lavorativa dà luogo anche nel contratto di lavoro ad una scissione tra sinallagma genetico (che ha riguardo al rapporto di corrispettività esistente tra le reciproche obbligazioni dedotte in contratto) e sinallagma funzionale (che lega invece le prestazioni intese come adempimento delle obbligazioni dedotte) che esclude il diritto alla retribuzione corrispettivo e determina, a carico del datore di lavoro che ne è responsabile, l’obbligo di risarcire i danni, eventualmente commisurati alle mancate retribuzioni;
14. proprio perchè si tratta di un risarcimento del danno – ed in assenza di una disciplina specifica per la determinazione del suo ammontare – soccorrono i normali criteri fissati per i contratti in genere, con la conseguenza che dev’essere detratto l’aliunde perceptum che il lavoratore può aver conseguito svolgendo una qualsivoglia attività lucrativa;
15. tali principi sono stati affermati da questa Corte in relazione a fattispecie che, seppure diverse da quella che ci occupa, sono a questa pienamente assimilabili sotto il profilo esaminato, quali gli intervalli non lavorati nel caso di successione di una pluralità di contratti a termine, nei quali l’apposizione della clausola sia stata ritenuta illegittima (Cass. S.U. 5 marzo 1991, n. 2334; Cass. 21 aprile 2009 n. 9464), la dichiarazione di nullità del licenziamento orale (Cass. Sez. U, 27 luglio 1999, n. 508), la dichiarazione di nullità del termine apposto al contratto di lavoro con accertamento della giuridica continuità dello stesso (Cass. n. 4677 del 2006, Cass. n. 15515 del 2009), l’accertamento della nullità di clausola del contratto collettivo prevedente l’automatica cessazione del rapporto di lavoro al raggiungimento della massima anzianità contributiva con conseguente accertamento della continuità giuridica del rapporto di lavoro (Sez. U, 13 agosto 2002, n. 12194 e successive conformi, tra cui ex multis Cass. 1 agosto 2003, n. 11758, Cass. 14 giugno 2007, n. 13871);
16. la qualificazione in termini risarcitori delle erogazioni patrimoniali a carico del datore di lavoro come conseguenza dell’obbligo di ripristino del posto di lavoro illegittimamente perduto risulta peraltro influenzata, in maniera decisiva, dalle modifiche introdotte dalla L. n. 108 del 1990, art. 1 alla L. n. 300 del 1970, art. 18 che ha unificato quanto dovuto per i periodi anteriore e posteriore alla sentenza che dispone la reintegrazione sotto il comune denominatore dell’obbligo risarcitorio (così Cass. Sez. L, Sentenza n. 4943 del 01/04/2003 e successive plurime conformi tra cui v. Sez. L, n. 16037 del 17/08/2004, Sez. L, n. 26627 del 13/12/2006),con la conseguente detraibilità dell’aliunde perceptum;
17. tale principio di diritto è stato ribadito con specifico riferimento a fattispecie identiche a quella oggi in esame (nel caso di cessione di ramo d’azienda da parte della Telecom ritenuto inefficace, ma con pagamento delle retribuzioni da parte del cessionario) in numerosi precedenti di questa Corte (cfr. Cass. nn. 19490, 16095, 19228 del 2014 e numerosissime altre);
18. nel caso in esame, pacifico essendo che i lavoratori hanno continuato a prestare l’attività lavorativa alle dipendenze della cessionaria, venendone retribuiti, su di loro incombeva l’onere (che non risulta essere stato assolto) di dedurre e dimostrare i danni sofferti, tra i quali l’inferiorità di quanto ricevuto rispetto alla retribuzione che sarebbe loro spettata alle dipendenze della società cedente;
19. la fondatezza dei primi due motivi di ricorso ne determina l’accoglimento, con assorbimento delle ulteriori censure, risultando infondata la pretesa azionata con il decreto ingiuntivo opposto e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito ex art. 384 c.p.c., comma 1, con l’accoglimento dell’opposizione e la revoca del decreto opposto;
20. l’esito alterno dei giudizi di merito consiglia la compensazione delle spese dei gradi di merito; le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito, accoglie l’opposizione e revoca il decreto opposto. Compensa tra le parti le spese dei giudizi di merito e condanna le parti intimate al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 2500,00, oltre Euro 200,00 per esborsi e rimborso forfetario in misura del quindici per cento.

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 art. 384
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