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Timestamp: 2018-11-16 01:03:13+00:00

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Art.368 C.p.:
Cass. Pen. Sesta Sez. Sent. 9 febbraio 2004, n. 13912
1. La Corte di appello di Napoli, con sentenza 26 novembre 2002 pronunciata a seguito di appello del Procuratore della Repubblica, riformava la decisione 1° giugno 2001 del locale Tribunale cha aveva assolto D’A. G. perché il fatto non sussiste dal delitto di calunnia, addebitatogli perché, con falsa denuncia di smarrimento presentata il 21 ottobre 1997 ai carabinieri, accusava, pur sapendolo innocente, del reato di furto e di ricettazione i legali rappresentanti della Tim spa, beneficiaria di un assegno di conto corrente dell’importo di lire 12.500.000 consegnato al D’A, privo di provvista, dal suo datore di lavoro.
Condannava conseguentemente l’imputato, concesse le circostanze attenuanti generiche e la diminuente del rito abbreviato, alla pena di anno uno di reclusione, oltre al risarcimento del danno in favore della costituita parte civile.
Rilevava la Corte territoriale come non potesse accedersi alla tesi del Tribunale circa l’insussistenza del delitto di cui all’articolo 368 Cp affermata perché l’assegno bancario deve considerarsi cosa smarrita a prescindere dai segni esteriori percepibili dall’agente di un precedente legittimo ma ormai non più esistente possesso altrui e che commette il delitto previsto dall’articolo 647 Cp, punibile a querela (dunque sottratto all’ambito della fattispecie contestata) e non già quello di furto o di ricettazione, colui che si appropri di un assegno smarrito, non essendo più sussistente l’altrui possesso come richiesto per la configurazione del furto. Il possesso, infatti, può essere conservato anche solo animo e la relazione materiale con il titolo può essere, nel caso di smarrimento, ripristinato in quanto l’assegno potrà comunque essere portato all’incasso. Dopo aver richiamato la giurisprudenza di questa Corte sul tema, il giudice a quo osserva che, a fronte di una denuncia di smarrimento di un assegno e della successiva notizia che il titolo sia stato portato all’inquirente comunque deve iniziare le indagini dirette a verificare se sia configurabile, a seconda dei casi, il reato di furto o di ricettazione ovvero solo eventualmente il reato di appropriazione indebita di cosa smarrita. Con la conseguenza che, poiché requisito necessario del delitto di calunnia è l’idoneità della falsa denuncia a determinare l’inizio del procedimento penale o comunque di indagini da parte dell’autorità giudiziaria, tale requisito deve ritenersi sussistente nel caso di specie.
2. Ha proposto ricorso per cassazione il D’A. deducendo due ordini di motivi.
Con il primo denuncia violazione della legge penale, segnalando una vistosa incongruenza nella giurisprudenza di legittimità, la quale, per un verso, ha ritenuto che la falsa denuncia di smarrimento di un assegno integra gli estremi del delitto di calunnia, senza che rilevi l’esistenza di un’istanza di punizione e, per un altro verso, ha affermato che l’assegno bancario deve considerarsi cosa smarrita a prescindere dai segni esteriori percepibili dall’agente di un precedente legittimo ‑ ma ormai non più esistente ‑ possesso altrui; con la conseguenza che l’appropriazione di un assegno smarrito integra il delitto di cui all’articolo 647 Cp e non il delitto di furto, per la cui configurazione occorre la sussistenza attuale del possesso altrui al momento della lesione. Senza contare che l’ultimo comma dell’articolo ora ricordato prende in considerazione, come ipotesi aggravata, proprio il caso della conoscenza, da parte del proprietario della cosa, di chi se ne è impossessato.
Inoltre, in presenza di una denuncia di smarrimento di un assegno gli inquirenti non sono legittimati ad aprire un’indagine per reati quali il furto o la ricettazione perché il possesso di un titolo di cui sia stato denunciato lo smarrimento non potrà mai integrare un reato diverso dall’appropriazione indebita di cosa smarrita. Dunque:
a) il reato per cui i legali rappresentanti della Telecom sono stati ingiustamente incolpati attraverso la falsa denuncia di smarrimento del titolo da parte del del D'A. è soltanto quello di appropriazione di cosa smarrita;
b) questo reato è perseguibile a querela di parte e la querela non è stata mai proposta né dall’imputato né da altri;
c) la mera falsa denuncia di smarrimento non potrà mai integrare gli estremi del delitto di calunnia.
Con un secondo motivo si denuncia, ancora, violazione della legge penale relativamente alla sussistenza dell’elemento soggettivo del delitto di cui all’articolo 368 Cp, mancando qualsivoglia motivazione circa l’intenzionalità della falsa accusa e la certezza dell’innocenza del soggetto incolpato e che si traduce in una esatta corrispondenza tra momento rappresentativo e momento volitivo del dolo. Una motivazione di sicuro non ricavabile dall’apodittica affermazione contenuta nella sentenza di primo grado circa la “certezza dell’innocenza dell’incolpato”.
3. In ordine al primo motivo, va ricordato che questa Corte suprema ha avuto, in generale occasione di statuire che il delitto di calunnia sussiste anche quando l’incolpazione venga formulata attraverso la simulazione a carico di una persona, non specificamente indicata ma identificabile, delle tracce di un determinato reato ‑ nella forma, cioè, della incolpazione cosiddetta reale o indiretta ‑ purché la falsa incolpazione contenga in sé gli elementi necessari e sufficienti all’inizio dell’azione penale nei confronti di un soggetto univocamente e agevolmente identificabile; ritenendo così sussistente l’elemento materiale del reato previsto dall’articolo 368 Cp nella denuncia di smarrimento di un assegno preordinata a far convergere su una persona identificabile l’accusa del reato di furto o di ricettazione(Sezione sesta, 2 marzo 1992, Arduini; 29 gennaio 1999, Gioviale).
Le sequenze interpretative sopra rammentate sono state successivamente confermate dalla costante giurisprudenza di legittimità nel senso che la falsa dichiarazione di aver smarrito un assegno consegnato invece in pagamento ad un altro soggetto integra il reato di calunnia poiché simula ai danni del prenditore del titolo il reato di furto o di ricettazione e non eventualmente quello di appropriazione indebita di cosa smarrita; con la conseguenza che è irrilevante il fatto che alla denuncia di smarrimento non abbia fatto la proposizione della querela per i reati di appropriazione indebita di cosa smarrita e di falso in assegno; precisandosi che perché possa configurarsi il delitto di appropriazione indebita di cosa smarrita è necessario che la cosa sia uscita definitivamente dalla sfera di disponibilità del legittimo possessore e che questi non sia in grado di ripristinare su di essa il primitivo potere; e poiché è sicuramente e agevolmente possibile risalire, sulla base delle annotazioni contenute nell’assegno, al titolare del conto, chi se ne impossessa illegittimamente commette o il reato di furto o quello di ricettazione (Sezione sesta, 4 luglio, 1996, Arno). Ancor più di recente si è statuito che, essendo irrilevante, ai fini della consumazione del reato di calunnia, la circostanza che nella denuncia non sia stato accusato alcun soggetto determinato quando il destinatario dell’accusa sia implicitamente, ma agevolmente individuabile, integra il delitto una falsa denuncia di smarrimento di un assegno, la quale, sebbene non contenga una notizia di reato, preavverte l’autorità che la riceve su possibili reati commessi da chi verrà scoperto a detenerlo; ciò perché la falsa denuncia costituisce, in tal caso, l’espediente per bloccare la circolazione del titolo e il denunziante è consapevole di simulare una circostanza idonea a far sì che il soggetto, al quale ha trasmesso l’assegno e che in buona fede lo girerà o lo porrà all’incasso, potrà essere perseguito d’ufficio per furto aggravato o per ricettazione e che la simulazione posta in essere non si esaurisce in tracce del reato di appropriazione di cosa smarrita (Sezione sesta, 24 settembre 2002, Bonafede; cfr., altresì, Sezione sesta, 29 settembre 2002, Pantonio).
Fino ad affermarsi che risponde del reato di calunnia, e non di falso ideologico commesso da privato in atto pubblico, colui il quale dichiari falsamente al pubblico ufficiale lo smarrimento di un assegno, atteso che, in questo modo, accusa implicitamente il portatore del titolo di credito di essersene impossessato fraudolentemente (Sezione sesta, 15 aprile 1993, Monachino).
Ne consegue che le contrastanti interpretazioni della giurisprudenza di questa Corte suprema additate dal ricorrente sono soltanto apparenti, non attenendo alla specifica fattispecie ora al vaglio del Collegio ed alle conseguenti esigenze teleologiche che sono alla base delle soluzioni ermeneutiche sopra rammentare, tutte intrinseche al precetto di cui all’articolo 368 Cp. Senza considerare che la verifica della perseguibilità a querela del reato per il quale taluno venga falsamente denunciato è operazione che non può certo compiersi
ex post, restando altrimenti frustrata la finalità della disposizione per cui è intervenuta condanna del Dell’Amore, che è, appunto, quella di evitare il pericolo sia che l’Amministrazione della giustizia venga tratta in inganno sia che venga leso l’onore e la libertà personale del soggetto falsamente incolpato.
Èil pericolo, dunque, il dato ontologico che contrassegna la fattispecie in esame, derivante dalla possibilità – da verificare ex ante ‑ che si instauri un procedimento penale, rischio di irrogare una pena nei confronti di un innocente.
4. Relativamente al secondo motivo, va ricordato che il contenuto di non pochi precetti penali è conformato secondo un modello linguistico tale che l’affermazione di responsabilità è condizionata all’accertamento della piena conoscenza ora di determinati presupposti ora di determinati elementi costitutivi.
Ci si trova in presenza di prescrizioni normative le quali, sul piano strettamente funzionale, richiedono, per la natura del bene giuridico protetto o per le effettive finalità a base della previsione incriminatrice, che il soggetto agisca “scientemente”, “sapendo” della sussistenza di un determinato fatto, ovvero, ancora, “intenzionalmente”. Tra le prime ipotesi la dottrina annovera i reati di calunnia e di autocalunnia, tra le seconde il reato di ricettazione, al fine di differenziarlo (peraltro, con intuibili perplessità quanto a rigore dogmatico)
dalla fattispecie contravvenzionale dell’incauto acquisto; la terza ipotesi è stata solo di recente canonizzata, almeno a livello codicistico (anche se quale risultato di argomentazioni di ordine dogmatico, pure qui, meritevoli di più adeguati approfondimenti, se non altro considerando il modello generale dell’elemento psicologico quale descritto dall’articolo 43, primo comma, prima parte, Cp), alla stregua dell’articolo 1 della legge 254/97, che ha sostituito, nella previsione del delitto di abuso di ufficio, l’articolo 323, nel testo risultante in forza dell’articolo 13 della legge 86/1990.
Più specificamente, perché sì realizzi il dolo di calunnia è necessario che colui che formula la falsa accusa abbia la certezza dell’innocenza dell’incolpato. La giurisprudenza di questa Corte è, in proposito, indirizzata nella linea interpretativa in base alla quale l’erronea convinzione della colpevolezza della persona accusata esclude l’elemento soggettivo, da ritenere integrato solo nel caso in cui vi sia una esatta corrispondenza tra momento rappresentativo e momento volitivo. L’intenzionalità dell’incolpazione e la sicura conoscenza della non colpevolezza dell’accusato sono due dati che vanno tenuti concettualmente distinti, non foss’altro perché l’accusa di aver commesso atti penalmente illeciti è situazione ben diversa dalla conoscenza della non colpevolezza, tanto da inferirne che non è sufficiente ad integrare il dolo di calunnia la scarsa convinzione in ordine alla responsabilità del soggetto accusato.
A corollario di tali argomentazioni si è precisato (v., per tutte, in un’ampia ricognizione di tale problematica, Sezione sesta, 14 marzo 1996, Gardi), per un verso, che (dal punto di vista dell’imputato) l’erronea convinzione della colpevolezza del soggetto accusato esclude il dolo, purché tale convincimento si basi su elementi seri e concreti e non su semplici supposizioni, e (dal punto di vista del giudice) che il dubbio dell’agente sulla colpevolezza dell’incolpato importa la pronuncia di una decisione assolutoria con la formula “perché il fatto non costituisce reato”.
L’interpretazione ora ricordata tende, dunque, ad emarginare la rilevanza di momenti che nella fase rappresentativa si presentino disomogenei rispetto alla sequenza volitiva; dovendo poi l’innocenza dell’incolpato definirsi elemento del fatto, anche il dubbio sulla responsabilità della persona nei confronti della quale vengono rivolte le false accuse vale ad escludere il dolo di calunnia. Sempre, peraltro, nell’esigenza metodologicamente necessitata in vista di scongiurare non rigorose interferenze concettuali, di non sovrapporre le problematiche attinenti alla struttura del reato a quelle concernenti il suo accertamento.
Ed è estremamente significante rimarcare come la più recente giurisprudenza abbia ritenuto che la tendenziosità della denuncia non dimostra di per sé la consapevolezza dell’innocenza dell’accusato da parte del denunciante (Sezione sesta, 2 luglio 1998, Perrotta). Precisandosi, ancora, come tale consapevolezza è in re ipsa, ma nel senso che è evidenziata dalle concrete circostanze e dalle modalità esecutive che connotano la condotta tenuta, dalle quali è possibile, con processo logico-induttivo, risalire alla sfera intellettiva e volitiva dell’agente: la sussistenza del dolo, in sintesi, si immedesima con l’accertamento della cosciente falsità delle circostanze oggetto della denuncia (Sezione sesta, 19 novembre 1989, Farina; 14 maggio 1999, De Bartolomeo; 24 settembre 2001, Bonaventura).
Sennonché nel caso di specie la giurisprudenza sopra richiamata è stata surrettiziamente chiamata in causa dal ricorrente.
Nel caso ora all’esame di questa Corte la consapevolezza della innocenza degli accusati del delitto di calunnia risulta pressoché in re ipsa dal tenore della denuncia e dalla ammissione della sua falsità; una volta acclarata la sussistenza del rapporto debitorio da cui è scaturita la consegna dell’assegno.
5. Il ricorso deve, dunque, essere rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.
Cass. Pen. SEz. 6^ Sent. 7 febbraio -18 maggio 2001
Va premesso, come antefatto, che Xxxxxxxx aveva presentato due successive denunzie, una per usura ed una per estorsione, nei confronti di Kkkkkkk.
L’Kkkkkkkveniva prosciolto in istruttoria da entrambe le imputazioni.
Ne seguiva un procedimento a carico del Xxxxxxxxper calunnia in danno dell’kkkkk.
Con sentenza del 3 ottobre 1991 il Xxxxxxxxveniva assolto in primo grado dal tribunale di Roma, mentre la Corte di appello di Roma andava in contrario avviso, e, con sentenza 18 ottobre 1999, riteneva la colpevolezza dell’imputato, lo condannava alla pena di anni uno e mesi quattro di reclusione, con sospensione condizionale della pena, ed al pagamento delle spese processuali, nonché al risarcimento del danno subito dalla parte civile, da liquidarsi in separata sede, con una provvisionale di nove milioni, ed alle spese di costituzione e difesa nei due gradi della parte civile Kkkkkkk.
2. Ha presentato ricorso per cassazione il Xxxxxxxx eccependo il vizio di mancanza e manifesta illogicità della motivazione (articolo 606, lett. e) Cpp).
Il ricorrente lamenta in particolare che – al contrario di quanto ritenuto dalla pronunzia di appello - «il fatto che l’Kkkkkkk sia stato assolto dai reati di usura e di estorsione non fornisce automaticamente la prova della responsabilità per il reato di calunnia».
Del resto la perizia contabile disposta nel procedimento per usura non aveva potuto approdare a nulla per la mancanza di materiale cartaceo.
Come riconosciuto dalla stessa sentenza impugnata vi erano stati del resto sicuramente dei rapporti tra il Xxxxxxxx e il Kkkkkk, ancorché quest’ultimo in un primo tempo li avesse negati.
L’esistenza dell’estorsione poi era dimostrata positivamente da un biglietto minatorio, anche se anonimo, e vi erano state telefonate minatorie, anch’esse anonime.
e considerato in
1. La sentenza impugnata dalla Corte d’appello di Roma deve essere annullata con rinvio.
La motivazione, infatti, presenta vistosi salti logici, ed è inficiata perciò dal vizio denunziato di illogicità manifesta.
2. Va sottolineato, innanzi tutto, che in linea di principio i due procedimenti, quello precedente relativo al reato presupposto, oppure, come nel caso di specie, ai reati presupposti, e quello, logicamente successivo, relativo, invece, al reato di calunnia, sono svincolati tra loro nel senso che l’esito del primo non può condizionare l’esito del secondo, né pregiudicare la posizione dell’imputato del secondo.
È principio generale che nel procedimento penale ricade sull’accusa l’onere di provare l’esistenza del reato contestato.
Questo significa anche che in mancanza di prova sui reati presupposti l’imputato accusato di essi deve essere assolto.
Lo stesso principio vale però anche per il soggetto controinteressato, e che è imputato, a sua volta, per il reato di calunnia.
Anche nel suo caso spetta all’accusa provare positivamente l’esistenza del reato di calunnia, e perciò l’oggettiva insussistenza del reato presupposto (oltre che l’esistenza, nell’accusato, di una condizione soggettiva di dolo specifico).
Il principio secondo cui l’onere della prova del reato è a carico dell’accusa comporta, come corollario, che l’incertezza sulla materialità del fatto equivale, ai fini penali, all’accertamento concreto dell’insussistenza del fatto.
In altri termini, il mancato completo accertamento del fatto reato gioca in favore dell’affermazione di innocenza dell’imputato.
Ciò significa che la mancata completa ricostruzione della materialità dei fatti relativi al reato presupposto opera in favore dell’imputato di esso, ma opera ugualmente in favore dell’imputato del reato di calunnia, il cui accertamento richiede la piena prova dell’insussistenza del reato presupposto stesso.
3. Applicando questi principi al caso di specie appare inesatta l’affermazione contenuta nella pronunzia impugnata (all’inizio della motivazione in senso proprio) secondo cui «non può essere condiviso l’assunto del giudice di primo grado, laddove «afferma che la denuncia di usura, per la quale l’Kkkkkkk venne prosciolto in istruttoria perché il fatto non sussiste, non può dirsi calunniosa perché la perizia disposta in quel procedimento, nulla ha potuto appurare per mancanza di materiale idoneo a riscontrare le ipotesi».
L’affermazione significa, infatti, a contrario, che «deve essere condiviso l’assunto che la denunzia di usura per la quale l’Kkkkkkk venne prosciolto in istruttoria perché il fatto non sussiste deve dirsi calunniosa perché la perizia disposta in quel procedimento, nulla ha potuto appurare per mancanza di materiale idoneo a riscontrare le ipotesi».
In altri termini la sentenza di appello fa discendere la prova della calunnia non da una ricostruzione critica del materiale probatorio, ma dal fatto che l’imputato dei reati presupposti sia stato assolto da essi.
In questo modo, però, viene inevitabilmente pregiudicata la posizione della controparte, dell’altro imputato accusato del delitto di calunnia che si basa su quel reato presupposto, con violazione sostanziale del suo diritto di difesa.
Nella logica della Corte di appello la pronunzia intervenuta (oltre tutto in istruttoria, e perciò senza un accertamento pieno e definitivo) nei confronti dell’Kkkkkkk nel procedimento relativo ai reati presupposti, finisce per fare stato nei confronti del Xxxxxxxx nel procedimento per il reato di calunnia concernente quei reati presupposti.
Al contrario, come insegna questa Corte suprema di Cassazione (Cassazione pen., Sez. VI, 26 giugno 1995, n. 9332, Capriglia) «pur essendo l’innocenza del calunniato un presupposto del reato di calunnia, la sentenza pronunciata nel procedimento contro l’incolpato non fa stato in quello contro il calunniatore, essendovi completa autonomia tra i due giudizi; nel giudizio ex articolo 368 Cp è perciò consentito al giudice rivalutare i fatti che hanno formato oggetto di esame nel procedimento contro l’incolpato, sia pure ai soli effetti dell’accertamento della falsità del calunniatore» (nello stesso senso, Cassazione pen., Sez. VI, 4 marzo-4 giugno 1996, n. 5513, Barletta; Sez. VI, 13 marzo-26 giugno 1992, n. 7441, Bonati ed altri).
4. L a pronunzia impugnata contiene del resto, un altro salto logico là dove ritiene che il fatto che la perizia esperita nel procedimento a carico dell’Kkkkkkknon abbia trovato tracce cartacee dei rapporti economici tra le parti (ed in sostanza non sia potuta approdare a nulla) sia prova dell’insussistenza dell’usura, con la motivazione che sarebbe «davvero non credibile che plurimi e prolungati rapporti finanziari a presunto tasso usurario, non abbiano lasciato alcuna traccia».
Se è vero – ovviamente – che l’usura avrebbe dovuto essere provata, e che prove non ne sono state rinvenute, risponde anche ad un principio di esperienza, e di logica elementare, che chi ponga in essere un fatto previsto come reato, o, più banalmente, non permesso dalla legge (neppure agli effetti civili), eviti di consacrarne i termini in documenti contabili.
5. In realtà la pronunzia della Corte di appello di Roma non fornisce la prova dell’assoluta insussistenza dei reati presupposti, né provvede a contestare con argomentazioni idonee e sufficienti la soluzione contraria prescelta invece dal giudice di primo grado.
Perciò, concludendo, la sentenza impugnata deve essere annullata, rinviando gli atti per un nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di appello di Roma, che provvederà a riesaminare il caso sulla base al seguente principio di diritto:
«il procedimento relativo al reato presupposto e quello relativo al reato di calunnia, sono svincolati tra loro nel senso che l’esito del primo non può condizionare l’esito del secondo, né pregiudicare la posizione dell’imputato del secondo.
In mancanza della prova sui reati presupposti l’imputato accusato di essi deve essere assolto, ma ugualmente deve essere assolto l’imputato del reato di calunnia in mancanza di prova sull’assoluta insussistenza del reato presupposto.
La mancata completa ricostruzione della materialità dei fatti relativi al reato presupposto opera in favore dell’imputato di esso, ma opera ugualmente in favore dell’imputato del reato di calunnia, il cui accertamento richieda la piena prova dell’insussistenza del reato presupposto stesso».
annulla l’impugnata sentenza e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di appello di Roma.

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