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LA SENTENZA DEL PROCESSO GREEN HILL: FORZA E RAGIONE NON STANNO DALLA STESSA PARTE | librerianatura
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Posted on 20 luglio 201520 luglio 2015 by librerianatura	La storia inizia il giorno 29 aprile 2012, quando un gruppo di una dozzina di animalisti ultras riesce a forzare un cancello e ad introdursi all’interno dell’allevamento di cani di razza Beagle di Green Hill a Montichiari, provincia di Brescia. In questa intrusione vi sono diversi aspetti singolari: anzitutto il fatto che essa, sebbene oggettivamente inquadrabile come attività di tipo terroristico, fosse ispirata da una parlamentare di un gruppo politico che normalmente si autodefinisce “moderato”; in secondo luogo il fatto che la Digos, generalmente capace di impedire facilmente questo tipo di inconvenienti, rimanga del tutto passiva e in pratica lasci fare, tanto che gli unici arresti furono poi effettuati dai carabinieri, a cose fatte; in terzo luogo il fatto più singolare di tutti, che dopo pochi mesi, le responsabilità siano state completamente ribaltate, la ditta danneggiata dall’intrusione si ritrovasse indagata per maltrattamenti nei confronti di animali e addirittura dovesse subire un sequestro e un rinvio a giudizio che, prima ancora di essere giudiziario fu mediatico, e tutto ciò mentre i vandali, arrestati dai carabinieri, trascorrevano in prigione soltanto un paio di giorni e poi tornavano in libertà per continuare la loro attività di fiancheggiamento eventualmente anche violento di movimenti ultra-animalisti in attesa di un giudizio che non verrà prima del 2015. Questa situazione fornisce la misura del degrado che l’Italia ha subito in tema di lotte politiche e sociali, e purtroppo non solo.
L’idea di scrivere un pamphlet e di riassumerne i punti principali in questa mia autobiografia è nata dal sentimento di sdegno che io e molti altri cittadini italiani abbiamo provato nei confronti di questa vicenda e di una magistratura che talvolta pare disponibile ad avallare operazioni che vanno in un senso diametralmente opposto a quello che ci si aspetterebbe in una società civile e democratica nella quale fosse cresciuto in modo adeguato il concetto stesso di stato di diritto. In effetti, gli unici termini di paragone possibili che mi vengono in mente per questa incredibile situazione sono le guardie rosse della cosiddetta rivoluzione culturale cinese o ancora i pasdaran del periodo khomeinista in Iran, in ogni caso una deriva autoritaria inconcepibile in un paese europeo che pretende di essere civile e di essere regolato da leggi votate in un parlamento, si spera sulla base di conoscenze scientifiche oggettive. Mi è parso doveroso tentare di spezzare il velo di cronica disinformazione e di ricostruire pazientemente l’intera vicenda punto per punto, a beneficio di coloro che non desiderano essere governati da persone che si lasciano influenzare da terroristi ignoranti e fanatici. La vicenda mi sarebbe interessata comunque, anche se non vi fossi stato coinvolto personalmente in veste di perito della difesa, come in effetti accadde. Posso dire che mi sforzai di utilizzare nel modo più chiaro e più equilibrato le mie competenze in campo zoologico ed ecologico, come fecero pure nel loro campo i miei colleghi veterinari che combatterono questa battaglia, ma che purtroppo l’esito fu sfavorevole, gli allevatori furono riconosciuti colpevoli di maltrattamenti e condannati, a mio parere del tutto ingiustamente.
“Respinte con forza”. Questa è la modalità con la quale furono trattate dal giudice le mie argomentazioni, presentate in veste di perito della difesa, a favore dell’allevamento dei Beagle di Green Hill. Tanto mi bastò leggere, del cosiddetto dispositivo, per confermarmi l’opinione che la sentenza fosse l’inevitabile frutto di un processo mediatico che arrivava da molto lontano e che in casi come questi solo il fortuito incontro con un giudice eccezionalmente preparato nel merito ed eccezionalmente acuto avrebbe potuto evitare una grave ingiustizia più o meno ben travestita da giustizia progressista e innovativa.
“Respinte con forza” furono dunque le mie argomentazioni che sostenevano che “volendo difendere gli animali in quanto soggetti senzienti (e personalmente io sono d’accordo che in generale sia opportuno difenderli come tali anche al di là delle semplici disposizioni di legge) è necessario conoscerne in modo serio le esigenze mentre è inopportuno e contraddittorio utilizzare un approccio che li consideri implicitamente come macchine cartesiane dotate di fantomatiche esigenze ‘insopprimibili’”
E ancora io scrivevo: “Esiste dunque un equivoco generale nella perizia accusatoria, e questo è anzitutto un equivoco di tipo culturale. Invero, se le caratteristiche del comportamento degli animali fossero tanto fortemente determinate, ossia tanto rigide e tanto facilmente prevedibili come il classico approccio behaviorista-cartesiano (a cui chiaramente si ispirano le relazioni suddette) lascia immaginare, se le esigenze comportamentali fossero paragonabili a quelle di pupazzi a molla caricati e lasciati liberi di muoversi o di urtare un ostacolo su una superficie piana, magari per ricevere un comando a cambiare direzione, non potrebbero neppure esistere animali domestici, quali i cani di qualsiasi razza sono, e nessun allevamento sarebbe possibile senza deprivare gravemente gli animali delle loro potenzialità di comportamento originarie, provocando loro gravi sofferenze. In realtà, la natura ha una fantasia e una flessibilità ben maggiore di quanto le perizie dell’accusa non lascino immaginare.”
In pratica, io dicevo: si faccia attenzione, gli animali sono esattamente esseri viventi fatti come tutti noi, quando in un ambiente troppo freddo o troppo caldo reagiscono con mezzi fisiologici e comportamentali di cui sono ben dotati, un leggero stress non è affatto nocivo per il loro sviluppo, fa semplicemente parte della vita, eventuali maltrattamenti non possono essere dimostrati con ragionamenti cervellotici ma vanno documentati proprio come si farebbe nel caso di comunità di bambini o di anziani della specie umana.
Si legge, invece, nelle motivazioni della sentenza: “Sul punto deve respingersi con forza la tesi da cui muove il consulente degli imputati, Renato I. Massa, secondo cui, nell’etologia degli animali, è da preferire un approccio antropocentrico; gli animali, quali soggetti sensibili all’abitudine, se sottoposti a processi di domesticazione, possono tollerare sforzi, esercizi e attività di ogni tipo o vivere in condizioni assai diverse da quelle che si riscontrerebbero in natura (si richiamava il caso dello scimpanzé addestrato a sottoporsi a terapie, offrendo spontaneamente il braccio”.
Leggendo queste argomentazioni, ci si dispiace molto che il giudice non soltanto non abbia compreso il contenuto della mia frase sopra citata ma addirittura che abbia voluto forzatamente attribuirmi concetti che non ho mai espresso. Cosa c’entra, infatti, con tutto il ragionamento l’approccio antropocentrico? Pur vero è che io abbia espresso la mia preferenza nei confronti di un approccio antropocentrico nei nostri rapporti con gli animali domestici di allevamento. È normale che sia così, dato anche che se così non fosse, nessun tipo di allevamento potrebbe essere eticamente accettabile, ma vero è anche che il giudice si è preso la libertà di usare la mia affermazione totalmente fuori dal suo contesto, quasi a sottolineare che la gente come me e come gli imputati del processo non sia dotata di sufficiente amore e neppure di sufficiente rispetto nei confronti degli animali. Addirittura il giudice suddetto pretende che io abbia sostenuto che gli animali possano essere strapazzati in ogni modo possibile dato che “possono tollerare sforzi, esercizi e attività di ogni tipo o vivere in condizioni assai diverse di quelle che si riscontrerebbero in natura …” quando invece io, in realtà, non ho mai scritto né pronunciato una frase di questo genere, e d’altra parte il fatto che gli animali domestici possano “vivere anche in condizioni assai diverse da quelle che si riscontrano in natura” non l’ho detto io, non ce n’era certamente bisogno, dato che questa è esperienza comune di chiunque sia in possesso di un cane o di un gatto ed è nozione assodata di chiunque studi il comportamento degli animali. Tutti gli animali, domestici e selvatici, possono vivere agevolmente entro un intervallo di condizioni variabile a seconda delle specie ma non senza limiti, come da quanto, secondo il giudice, parrebbe di intendere che io abbia sostenuto. Ciò che il giudice Gurini “respinge con forza” è dunque nozione comune di chi tratta gli animali in modo consapevole ed etico ma senza nulla concedere alle storture degli animalisti che ne vorrebbero fare dei totem utili per ottenere condanne atte ad aumentare il proprio personale potere.
Avrei voluto scrivere le conclusioni di questo assurdo processo commentando una sentenza esemplare, una sentenza giusta e obiettiva che riconoscesse che le accuse alla Marshall- Green Hill erano e sono completamente infondate e che i motivi reali per i quali esse sono state faticosamente formulate sono complessi, tanto complessi che, a mio parere, la massima parte dei militanti animalisti non ha la minima idea delle radici né delle conseguenze pratiche di tutto ciò per cui si agita. Il mondo dell’animalismo estremista è un mondo in cui la conservazione della natura selvaggia è sostituita dalla protezione dei cani e dei gatti, è un mondo in cui il progresso della medicina viene ostacolato con soddisfazione sadica, è un mondo in cui la polizia ambientale è guidata da persone animate da idee completamente sbagliate e che quindi si muove con criteri sbagliati, è un mondo in cui le organizzazioni animaliste diventano sempre più potenti, le interazioni dinamiche delle persone normali con gli animali diventano più difficili, è un mondo molto peggiore sia per gli animali sia per coloro che davvero li amano e li rispettano e vorrebbero conoscerli per ciò che essi realmente sono. Mi auguravo con tutto il cuore che la conclusione di questo processo fosse giusta non solo affinché venisse ristabilita la verità contro la menzogna ma anche per potersi più facilmente muovere verso un mondo meno avido e più genuino, in cui l’amore per la natura e per gli animali fosse finalmente una cosa seria, serena, dotata di un valore troppo grande per potere avere anche un prezzo. Così non è stato, purtroppo, la sentenza del 23 gennaio ha riconosciute come valide le sciocchezze degli animalisti e ha respinto con forza i ragionamenti di chi metteva in guardia i giudici nei confronti di “novità” giuridiche totalmente inconsistenti. Certo, c’è di peggio nel mondo, anche se ci limitiamo a considerare il mondo giuridico, ma questa non è una grande consolazione per chi ha subito una cocente ingiustizia.
In conclusione, la vera motivazione della condanna dei dirigenti Green Hill, al di là delle ipocrisie bizantine più o meno ben raccontate, sta nella destinazione finale (sperimentazione tossicologica) degli animali coinvolti. Dunque, l’autentica motivazione, a prescindere dalle buone intenzioni del giudice, non è né potrebbe mai essere tecnica, è soltanto politica. Niente di più e niente di meno. La società civile, scientifica, tecnica, professionale, sanitaria è inerme di fronte agli apparati giudiziari ma ciò non significa affatto che non abbia la ragione dalla sua parte. Accade spesso nel mondo che forza e ragione non stiano dalla stessa parte, purtroppo.
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2 pensieri su “LA SENTENZA DEL PROCESSO GREEN HILL: FORZA E RAGIONE NON STANNO DALLA STESSA PARTE”	shevathas ha detto:	24 luglio 2015 alle 15:56	L’ha ribloggato su Cavolate in libertàe ha commentato:
Come avevo scritto altre volte, vedo molti paralleli fra il processo dell’Aquila verso i sismologi e il processo di green hill. Nel processo dell’Aquila la sentenza di primo grado fu una sentenza di pancia scritta più per trovare un capro espiatorio che per stabilire, secondo giustizia, ragioni o torti. Sentenza che poi venne ribaltata in appello.
Spero che i parallelismi continuino.
Rispondi	ilmentitore ha detto:	24 luglio 2015 alle 19:32	L’ha ribloggato su Il Paradosso del Mentitore.

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