Source: https://www.laleggepertutti.it/116716_se-compro-una-borsa-o-un-orologio-contraffatto-commetto-reato
Timestamp: 2019-02-16 08:17:58+00:00

Document:
Se compro una borsa o un orologio contraffatto commetto reato?
Non c’è ricettazione per l’acquisto di un prodotto contraffatto se il consumatore ne fa un uso personale.
Hai mai acquistato un prodotto non originale? Probabilmente sì: a volte perché non avevi nemmeno idea che si trattasse di una contraffazione; altre volte, invece, pur essendone pienamente consapevole, ti ha allettato il prezzo, decisamente vantaggioso. Comprare merce contraffatta è piuttosto semplice: basta recarsi presso qualche venditore ambulante oppure nei mercati allestiti nelle città o in occasione di feste o fiere per trovare copie di articoli famosi. Anche qui bisogna distinguere: c’è chi vende prodotti palesemente contraffatti (nel mondo giuridico si parla di “falsi grossolani”) e chi, invece, è specializzato nella vendita di copie praticamente identiche agli originali. A volte le copie sono così perfette da superare gli originali, tanto da essere spacciati per tali. Com’è possibile, ti stai chiedendo? È presto detto: spesso i modelli sui quali vengono realizzati gli articoli contraffatti (abiti, oggetti, ecc.) sono gli stessi utilizzati per gli originali. La differenza, però, è che i secondi, poiché distribuiti dalle grandi marche, sono molto onerosi, mentre i primi si trovano a buon mercato. Di qui il divieto penale di contraffazione: chi copia la merce altrui e la rivende spacciandola per originale o, comunque, traendo in inganno l’acquirente, danneggia in modo evidente chi mette sul mercato il prodotto non contraffatto. Al di là del delitto di contraffazione, però, si pone un altro problema: quello della perseguibilità penale di chi acquista suddetti articoli. In altre parole, posto che è un illecito contraffare la merce, lo è anche acquistarla? In effetti, pensandoci, punendo l’acquirente si andrebbe ad infliggere un duro colpo anche alla produzione illegale, in quanto la stessa avrebbe molti meno acquirenti. E quindi: se compri un orologio, una borsa o un paio di occhiali da sole contraffatti, rischi il carcere? Non sempre: nessun reato per chi acquista una borsa, un orologio, un paio di occhiali o altro prodotto contraffatto, a patto però che l’acquisto sia destinato ad uso personale. È questa la sintesi di una interessante sentenza della Cassazione [1]. Non c’è chi non sia mai stato attratto, in una fiera o in un mercato ambulante, da qualche “falso”, specie quando questo è una perfetta riproduzione dell’originale. In alcuni casi, l’inesperto arriva finanche a chiedersi se si tratti di prodotti rubati a qualche grossista. Capita con le magliette “polo”, con le scarpe, gli orologi o le borse: insomma, salvo essere intenditori, la distinzione tra “tarocco” e “campione” è, a volte, impossibile ad occhio nudo. Anche, però, nella consapevolezza piena di acquistare un prodotto contraffatto, il consumatore non compie mai reato. Quindi, in un’immagine ideale in cui, ad una fiera, intervenendo la guardia di finanza, l’acquirente venga pescato nell’atto di pagare al «vù cumprà» una borsa o un orologio contraffatto, questi non rischia alcuna sanzione penale. E così anche se, nel corso di una perquisizione, il cittadino venga pescato con una borsa piena di indumenti falsi. È proprio quello che è capitato nel caso deciso dalla Suprema Corte. Un tale era stato fermato alla guida di un’auto a bordo della quale trasportava un borsone contenente svariati capi d’abbigliamento di note marche con segni di contraffazione. Subito è scattata l’imputazione per ricettazione. Se quanto ti ho anticipato sinora ti interessa, ti invito a proseguire nella lettura: ti spiegherò se si commette reato comprando una borsa o un orologio contraffatti.
1 Contraffazione: cosa dice la legge?
2 Ricettazione: cos’è?
3 Niente ricettazione se c’è uso personale
4 Cosa rischia chi compra un prodotto contraffatto?
5 Prodotto contraffatto: cos’è il falso grossolano?
Contraffazione: cosa dice la legge?
«Se compro una borsa o un orologio contraffatti commetto reato?». Sicuramente ti starai chiedendo questo. Ti risponderò subito; prima però voglio illustrarti com’è punita la copia di prodotti. Come ti ho anticipato nell’introduzione, la contraffazione di prodotti originali costituisce reato. Secondo il codice penale, chiunque contraffà o altera marchi o segni distintivi, nazionali o esteri di prodotti industriali, ovvero fa uso di tali marchi o segni contraffatti o alterati, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 2.500 a 25mila euro [2].
Il reato di contraffazione scatta per colui che copia il prodotto originale; questo è chiaro. Ciò che qui interessa a noi, però, non è cosa accade a chi compie la contraffazione e a chi cerca di giovarsene vendendo le copie, ma cosa si rischia ad acquistare gli articoli falsi. In altre parole: «Se compro una borsa o un orologio contraffatti commetto reato?». Ebbene, il rischio di incorrere in conseguenze penali c’è, ed il reato che potrebbe esserci contestato è quello di ricettazione.
Secondo il codice penale, si ha ricettazione quando una persona, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, acquista, riceve od occulta denaro o cose provenienti da un delitto, o comunque si intromette nel farle acquistare, ricevere od occultare. La pena prevista è la reclusione da due ad otto anni [3].
Si incorre nel reato di incauto acquisto, invece, quando una persona, senza averne prima accertata la legittima provenienza, acquista o riceve a qualsiasi titolo cose, che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per l’entità del prezzo, si abbia motivo di sospettare che provengano da reato. La sanzione è l’arresto fino a sei mesi [4].
Niente ricettazione se c’è uso personale
Giunti a questo punto, ti starai chiedendo: ma allora, se compro una borsa o un orologio contraffatti commetto reato? Rischio un’imputazione per ricettazione oppure, se mi va bene, per incauto acquisto? Il rischio c’è, ma bisogna fare delle precisazioni molto importanti. Come anticipato nell’introduzione, per escludere la possibilità di una sanzione penale bisogna dare dimostrazione che l’acquisto è avvenuto per uso personale e non per il commercio e, quindi, per lucrare. Le autorità, quindi, prima di procedere a segnalare l’acquirente alla Procura della repubblica, devono verificare a quale titolo egli sia in possesso della merce contraffatta. Questo perché la legge sanziona solo chi è inserito nel circolo produttivo o di distribuzione del prodotto contraffatto, non invece chi se ne serve per scopi puramente personali (per esempio, l’acquisto delle scarpe o della polo per indossarli).
Di conseguenza – sottolinea la Suprema Corte – risponde del delitto di ricettazione chi acquistando un bene contraffatto, contribuisca alla ulteriore distribuzione e diffusione di esso, in quanto non lo destina a sé, ma ad altri. Qualora, infatti, l’acquisto sia effettuato da un operatore commerciale o importatore o da qualunque altro soggetto diverso dall’acquirente finale, la sanzione amministrativa pecuniaria è stabilita da un minimo 20.000 euro fino ad un milione di euro.
Ma attenzione: secondo la Cassazione, la ricettazione scatta anche se il prodotto venga acquistato per essere regalato. Il reato scatta, infatti, indipendentemente dal fatto che “l’ulteriore distribuzione avvenga a titolo oneroso o gratuito”, scrivono i giudici supremi. Quindi, per esempio, l’uomo che venga trovato con una borsa da donna o un paio di scarpe troppo piccole per la sua taglia rischia l’incriminazione. Una conseguenza che, nelle dinamiche familiari, dove è consuetudine il regalo alla moglie o ai figli, ci sembra eccessiva. In tal caso, il papà che acquista la maglietta polo o l’orologio taroccato per i propri bambini potrebbe subire il procedimento penale solo perché il bene non serve a lui, ma a un altro soggetto.
Ed è quanto effettivamente successo in passato [5]: due soggetti furono trovati in possesso di capi di abbigliamento femminili che, sebbene non fosse provata la destinazione alla vendita, per ammissione degli stessi, erano pacificamente destinati a regali in favore di familiari.
Cosa rischia chi compra un prodotto contraffatto?
Ma allora cosa rischia chi compra un prodotto contraffatto? Di certo, il fatto che ci sia un uso personale del bene esclude la possibilità di una sanzione penale. Tuttavia resta comunque la sanzione amministrativa. Come, infatti, ha avuto modo di chiarire la Cassazione a Sezioni Unite [6], l’acquirente finale di un prodotto con marchio contraffatto o comunque di origine e provenienza diversa da quella indicata risponde a titolo di illecito amministrativo e non di ricettazione [7]. Insomma, a conti fatti, una semplice multa.
Prodotto contraffatto: cos’è il falso grossolano?
Infine, va detto che c’è un’altra ipotesi ancora in cui l’acquisto di una borsa o di un orologio contraffatti non fa incorrere in reato: è quello del falso grossolano, cioè della contraffazione talmente evidente da non poter ingannare nessuno. Classico esempio è quello del venditore ambulante che vende in strada (semmai su un lenzuolo steso a terra) orologi di grande prestigio a pochi euro.
Secondo la giurisprudenza, il falso grossolano fa venire meno a monte l’ipotesi del reato di contraffazione: i giudici hanno infatti escluso la punibilità del venditore che offre al pubblico un prodotto contraffatto così male da non poter essere spacciato per originale in alcun modo [8]. Di conseguenza, se non è punibile il venditore, non lo sarà nemmeno l’acquirente. Per dover di precisione, però, va anche detto che esistono isolate pronunce di senso contrario, cioè sentenze che hanno punito anche la contraffazione evidente [9].
[1] Cass. sent. n. 12870/2016 del 29.03.2016.
[2] Art. 473 cod. pen.
[3] Art. 648 cod. pen.
[4] Art. 712 cod. pen.
[5] Cass. sent. n. 300072016.
[6] D.l. n. 35 del 24.03.2005, conv. in legge n. 80/2004.
[7] Cass. S.U. sent. n. 22225/2012.
[8] Cass., sent. n. 5215 del 3.02.2014.
[9] Cass., sent. n. 2558 del 21.01.2015.
Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 9 – 30 marzo 2016, n. 12870
1. Con sentenza del 23/06/2014, la Corte di Appello di Lecce – sez. distaccata di Taranto – in parziale riforma della sentenza pronunciata in data 21/12/2011 dal giudice dell’udienza preliminare del Tribunale della medesima città, assolveva D.M. dal reato di cui all’art. 474 cod. pen. e confermava la sentenza nella parte in cui lo aveva ritenuto colpevole del delitto di ricettazione.
La Corte, in punto di fatto, premetteva che l’imputato era stato fermato alla guida di un’autovettura a bordo della quale trasportava in un borsone e in una busta vari capi di abbigliamento (n. 29) di note marche che presentavano chiari segni di contraffazione (materiali, etichette, marchi, tessuto, cuciture e serigrafie non conformi agli originali).
La Corte, però, riteneva ugualmente sussistente il reato di ricettazione in quanto il reato presupposto era quello “previsto e punito dall’art. 473 cod. pen. alla commissione del quale, evidentemente, l’imputato non ha concorso poiché, in caso contrario, egli non avrebbe potuto rispondere anche del delitto di ricettazione, stante la clausola di salvaguardia prevista dall’art. 648 cod. pen.”.
2.1. VIOLAZIONE DELL’ART. 648 COD. PEN.: la difesa sostiene che, essendo stato l’imputato assolto dal reato presupposto di cui all’art. 474 cod. pen., avrebbe dovuto essere assolto anche dal delitto di ricettazione, in quanto, essendo un consumatore finale, la Corte avrebbe dovuto applicare il principio di diritto enunciato dalle SSUU n. 22225/2012 secondo il quale “L’acquirente finale di un prodotto con marchio contraffatto o comunque di origine e provenienza diversa da quella indicata risponde dell’illecito amministrativo previsto dal D.L. 14 marzo 2005, n. 35, conv. in L. 14 maggio 2005, n. 80, nella versione modificata dalla L. 23 luglio 2009, n. 99, e non di ricettazione (art. 648 cod. pen.) o di acquisto di cose di sospetta provenienza (art. 712 cod. pen.), attesa la prevalenza del primo rispetto ai predetti reati alla luce del rapporto di specialità desumibile, oltre che dall’avvenuta eliminazione della clausola di riserva “salvo che il fatto non costituisca reato”, dalla precisa individuazione del soggetto agente e dell’oggetto della condotta nonché dalla rinuncia legislativa alla formula “senza averne accertata la legittima provenienza”, il cui venir meno consente di ammettere indifferentemente dolo o colpa”;
2.2. VIOLAZIONE DELL’ART. 62 N 4 COD. PEN. per non avere la Corte concesso la suddetta attenuante in considerazione della modestia del fatto.
2. In via preliminare è opportuno ricostruire il contesto normativo alla stregua del quale la presente fattispecie va decisa.
Il ricorrente, come si è detto, è stato colto nel possesso di vari capi di abbigliamento di note marche che presentavano chiari segni di contraffazione (materiali, etichette, marchi, tessuto, cuciture e serigrafie non conformi agli originali).
Il reato, in astratto ipotizzabile, è quindi la ricettazione (art. 648 cod. pen.) che, nella specie, ha come reato presupposto l’art. 473 cod. pen..
Sul punto, infatti, è opportuno rammentare che SSUU 23427/2001 riv. 218770, stabilirono che l’apprensione di entità con segni o marchi falsificati è in astratto riconducibile alla ricettazione, può passarsi all’esame dell’ulteriore questione, essendo “indubbio che l’apposizione di un segno contraffatto su un bene (fattispecie delittuosa ai sensi dell’art. 473 c.p.) funga da fonte rispetto alla cosa così realizzata nella quale il segno si fonde: ne deriva che acquisizione del tutto, con la consapevolezza della sua contraffazione, integra una condotta rilevante ai sensi della suddetta previsione. La tesi contraria è priva di aderenza al dato normativo, testualmente e razionalmente inteso; in particolare non può sostenersi che attraverso l’acquisto della cosa avente il segno contraffatto non si arrechi offesa al diritto del titolare dell’esclusiva ed alla correttezza del mercato. Così ragionando si confonde l’oggettività giuridica del reato di ricettazione con quella del delitto presupposto di cui all’art. 473 c.p., mentre in realtà è innegabile che un acquisto del genere realizzi l’offesa tipica del primo: basti osservare che gli acquirenti o più in generale i destinatari ricevono la cosa con un attributo che essa non potrebbe avere, il quale viene valutato dal mercato in termini positivi ed è conseguente alla ingerenza indebita nell’altrui creazione e diritto di esclusiva”: negli stessi termini, Cass. 22693/2008 Rv. 240414; Cass. 42934/2012 Rv. 253818.
Su questo pacifico quadro normativo – giurisprudenziale, ha, però, successivamente, inciso l’art. 1/7 del Decreto Legge 14 marzo 2005, n. 35 convertito con modificazioni dalla L. 14 maggio 2005, n. 80 e successivamente modificato dall’art. 17 L. n. 99/23 luglio 2009, il quale così dispone: “È punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 euro fino a 7.000 euro l’acquirente finale che acquista a qualsiasi titolo cose che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per l’entità del prezzo, inducano a ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà industriale. In ogni caso si procede alla confisca amministrativa delle cose di cui al presente comma. Restano ferme le norme di cui al decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70. Salvo che il fatto costituisca reato, Qualora l’acquisto sia effettuato da un operatore commerciale o importatore o da qualunque altro soggetto diverso dall’acquirente finale, la sanzione amministrativa pecuniaria è stabilita da un minimo di 20.000 euro fino ad un milione di euro. Le sanzioni sono applicate ai sensi della legge 24 novembre 1981, n. 689, e successive modificazioni. Fermo restando quanto previsto in ordine ai poteri di accertamento degli ufficiali e degli agenti di polizia giudiziaria dall’articolo 13 della citata legge n. 689 del 1981, all’accertamento delle violazioni provvedono, d’ufficio o su denunzia, gli organi di polizia amministrativa”.
La suddetta norma fece sorgere il problema “se possa configurarsi una responsabilità a titolo di ricettazione per l’acquirente finale di un prodotto con marchio contraffatto o comunque di origine e provenienza diversa da quella indicata”.
Della questione furono investite le SSUU le quali, con la sentenza n. 22225/2012, affermarono i seguenti principi di diritto:
“L’acquirente finale di un prodotto con marchio contraffatto o comunque di origine e provenienza diversa da quella indicata risponde dell’illecito amministrativo previsto dal D.L. 14 marzo 2005, n. 35, conv. in L. 14 maggio 2005, n. 80, nella versione modificata dalla L. 23 luglio 2009, n. 99, e non di ricettazione (art. 648 cod. pen.) o di acquisto di cose di sospetta provenienza (art. 712 cod. pen.), attesa la prevalenza del primo rispetto ai predetti reati alla luce del rapporto di specialità desumibile, oltre che dall’avvenuta eliminazione della clausola di riserva “salvo che il fatto non costituisca reato”, dalla precisa individuazione del soggetto agente e dell’oggetto della condotta nonché dalla rinuncia legislativa alla formula “senza averne accertata la legittima provenienza”, il cui venir meno consente di ammettere indifferentemente dolo o colpa”;
“Per acquirente finale di un prodotto con marchio contraffatto o comunque di origine e provenienza diversa da quella indicata, di cui al D.L. 14 marzo 2005, n. 35, conv. in L. 14 maggio 2005, n. 80, nella versione modificata dalla L. 23 luglio 2009, n. 99, si intende colui che non partecipa in alcun modo alla catena di produzione o di distribuzione e diffusione dei prodotti contraffatti, ma si limita ad acquistarli per uso personale”.
b) l’area di punibilità penale, però, si è ristretta in quanto rimangono fuori di essa gli acquirenti finali del prodotto contraffatto i quali rispondono solo dell’illecito amministrativo previsto dal D.L. 14 marzo 2005, n. 35, conv. in L. 14 maggio 2005, n. 80, nella versione modificata dalla I. 23 luglio 2009, n. 99;
c) la nozione di acquirente finale, peraltro, va intesa in senso restrittivo, nel senso che per tale deve intendersi solo ed esclusivamente colui che acquisti il bene contraffatto per uso strettamente personale, e, quindi, resti estraneo non solo al processo produttivo ma anche a quello diffusivo del prodotto contraffatto. Rimangono, quindi, escluse dall’area dell’illecito amministrativo di cui all’art. 1/7 d.l. cit., e restano all’interno dell’area penale di cui all’art. 648 (reato presupposto art. 473 cod. pen.), tutte le ipotesi in cui chi acquisti un bene contraffatto, non lo acquisti per sé, ma lo destini ad altri. In tali ipotesi, infatti, il soggetto agente risponde del reato di ricettazione perché, con la sua condotta, contribuisce all’ulteriore distribuzione e diffusione della merce contraffatta, essendo irrilevante se l’ulteriore diffusione avvenga a scopo di lucro (come avviene per l’ipotesi di cui all’art. 474 cod. pen.) o a titolo gratuito: in tale senso, ad es., furono ritenuti colpevoli del reato di ricettazione due imputati “trovati in possesso di numerosi capi di abbigliamento ed accessori femminili che, sebbene non fosse provata la destinazione alla vendita, per ammissione degli stessi ricorrenti, erano pacificamente destinati a regalie in favore di familiari e dipendenti “per compensarli di qualche ora di straordinario”, così da garantirne l’uso ed il consumo a terzi, non rilevando se a titolo gratuito od oneroso”: Cass. II, n. 3000/2016.
3. Alla stregua dei suddetti principi di diritto, deve osservarsi che, nel caso di specie, la condanna dell’imputato per il reato di ricettazione, in primo grado, era stata possibile perché il medesimo era stato riconosciuto colpevole anche del reato di cui all’art. 474 cod. pen. che, prevedendo la punibilità per chiunque detenga per la vendita, ponga in vendita o metta altrimenti in circolazione, al fine di trarne profitto, prodotti industriali con marchi o altri segni distintivi, nazionali o esteri, contraffatti o alterati, consente di escludere che il ricorrente potesse essere ritenuto un “acquirente finale” per tale dovendosi intendere, come si è detto, solo colui che acquisti il prodotto contraffatto per sé e sia estraneo non solo al processo produttivo ma anche a quello diffusivo del prodotto contraffatto, la cui destinazione finale deve rimanere circoscritta all’uso e consumo dell’acquirente stesso.
Sennonché, la Corte territoriale, ha ritenuto di assolvere l’imputato dal reato di cui all’art. 474 cod. pen. e, sul punto, si è formato ormai giudicato.
È chiaro, quindi, che, venuto meno il fatto (rectius: il reato) che consentiva di ritenere che l’imputato non fosse un consumatore finale, la Corte si sarebbe dovuto porre il problema di verificare a che titolo l’imputato possedeva la merce sequestratagli: domanda, però, alla quale, la Corte non ha dato alcuna risposta, essendosi limitata a rilevare, in capo all’imputato, la sussistenza dell’elemento psicologico della ricettazione, ossia un elemento che è presente anche nel consumatore finale il quale, tranne casi particolari, normalmente, è perfettamente consapevole di acquistare merce contraffatta.
La sentenza, quindi, sul punto, va annullata e, nel nuovo giudizio, la Corte dovrà accertare a che titolo l’imputato possedesse la merce sequestratagli, attenendosi al seguente principio di diritto: “la nozione di acquirente finale di merce contraffatta – che consente di escludere la punibilità ex art. 648 cod. pen. – va intesa in senso restrittivo, nel senso che può essere considerato tale solo ed esclusivamente colui che acquisti il bene contraffatto per uso strettamente personale, e, quindi, resti estraneo non solo al processo produttivo ma anche a quello diffusivo del prodotto contraffatto: di conseguenza, risponde del delitto di ricettazione chi, acquistando un bene contraffatto, contribuisca alla ulteriore distribuzione e diffusione di esso in quanto non lo destina a sé, ma ad altri, essendo irrilevante se l’ulteriore distribuzione avvenga a titolo oneroso o gratuito”.

References: sentenza 
 Cass. 
 Art. 473
 Art. 648
 Art. 712
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 473
 Cass. 
 art. 648