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Timestamp: 2020-05-31 15:15:50+00:00

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﻿ Gramsci e la crisi generale del capitalismo
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Gramsci e la crisi generale del capitalismo
Con l’inizio della prima crisi generale del capitalismo (gli ultimi decenni del 1800), l’umanità è entrata nella fase della rivoluzione proletaria, combinazione della rivoluzione socialista nei paesi già capitalisti e della rivoluzione di nuova democrazia nei paesi coloniali e semicoloniali. Ogni aspetto e l’insieme del movimento economico, politico, culturale e del complesso delle relazioni sociali sono comprensibili solo se li analizziamo alla luce di questo tratto fondamentale della fase e, in particolare, della connessa lotta tra la borghesia imperialista e il movimento comunista. Vale anche per l’opera di Gramsci, tra i dirigenti del vecchio PCI e più in generale del movimento comunista italiano, quello che si è posto nel modo più radicale il compito di tracciare la via all’instaurazione del socialismo, come erede e continuatore per il nostro paese dell’opera di Marx, di Engels e di Lenin, nel quadro dell’ondata della rivoluzione proletaria sollevata dalla vittoria della Rivoluzione d’Ottobre e dalla costruzione dell’Unione Sovietica sotto la guida di Lenin e di Stalin. Tutti quelli che non ripudiano l’opera di Gramsci, ma non la inquadrano in questo contesto che è il suo, inevitabilmente la travisano. Per questo oggi che sul terreno politico il movimento comunista cosciente e organizzato è molto debole, gli scritti di Gramsci e in particolare i Quaderni del carcere, redatti tra il 1929 e il 1935 da Gramsci prigioniero dei fascisti, hanno cultori più numerosi degli scritti di ogni altro esponente del movimento comunista, da Marx a Mao Tse-tung, ma sono travisati. Da Togliatti in poi Gramsci è presentato come fautore dell’egemonia culturale che il movimento comunista dovrebbe conquistare in seno alla società capitalista, trasformando preliminarmente la coscienza delle ampie masse popolari per potere poi prevalere sul terreno politico, per conquistare il potere.
La Voce sull’opera di Antonio Gramsci
Gramsci e la Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata, in La Voce 44, luglio 2013, pagg. 76 e 33-45.
Concezione comunista del mondo e riforma intellettuale e morale, in La Voce 47, luglio 2014, pagg. 43-54.
Un visione incompatibile con la concezione comunista del mondo che Gramsci stesso ha illustrato nei Quaderni del carcere, in particolare nelle sue tesi sul Principe di Machiavelli e la “guerra di posizione”.
Solo chi è convinto che ai comunisti, da quando è iniziata la prima crisi generale del capitalismo, spetta “il compito di organizzare in ogni paese le forze del proletariato per l’assalto rivoluzionario contro i governi capitalisti, per la guerra civile contro la borghesia, per il potere politico, per la vittoria del socialismo” (Lenin, novembre 1914), è in grado di raccogliere e usare gli insegnamenti preziosi di Gramsci, proprio perché riconoscendo il suo ruolo di promotore della rivoluzione socialista in Italia riconosce anche i suoi limiti.
Nella raccolta di articoli che compongono questo supplemento di La Voce 61 diamo ai membri del (nuovo)PCI e ai lettori della sua rivista gli strumenti per assimilare e usare gli insegnamenti di Gramsci, proprio perché mettiamo in luce anche i limiti del suo pensiero, che sono stati i limiti del movimento comunista della sua epoca nella comprensione delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe, limiti che impedirono che esso instaurasse il socialismo nei paesi imperialisti.
Solo l’avanzamento della rivoluzione socialista nei maggiori paesi imperialisti porrà fine al catastrofico corso delle cose che la borghesia imperialista, e in primo luogo i gruppi imperialisti USA, sionisti ed europei impongono al mondo. Appropriarci degli insegnamenti di Gramsci e superare i suoi limiti fa parte dei compiti di noi comunisti.
Le origini e la natura della crisi generale del capitalismo
Quando parliamo della prima crisi generale del capitalismo (quella delle due Guerre Mondiali, della Rivoluzione d’Ottobre e della prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria 1917-1976), siamo soliti dire che è iniziata nel primo decennio del secolo scorso.
In realtà Federico Engels, nella Prefazione dell’edizione inglese del libro I di Il capitale scritta nel 1886, delinea già chiaramente l’inizio della prima crisi generale, anche se non ne comprende ancora l'origine, la natura e il ruolo storico. Riferendosi al complesso dei paesi nei quali il rapporto di capitale dominava già in campo economico (detto nel linguaggio marxista: nei quali il capitale aveva già sussunto formalmente il complesso delle attività economiche) scrive: Mentre la forza produttiva cresce in proporzione geometrica, l’ampliamento dei mercati procede, nella migliore delle ipotesi, in proporzione aritmetica. Il ciclo decennale di ristagno, prosperità, sovrapproduzione e crisi, che dal 1825 al 1867 si era regolarmente riprodotto, sembra, è vero, esaurito; ma solo per farci approdare nella palude senza speranza di una depressione duratura e cronica. L’agognato periodo di prosperità stenta a venire; ogni qualvolta crediamo di intravederne i segni premonitori, eccoli andare nuovamente in fumo [pag. 56 di Le Idee 93 Ed. Riuniti, VIII ed. giugno 1974].
Oggi noi ci gioviamo della conoscenza della storia dei decenni successivi a quando Engels scrisse queste righe. Risulta oggi evidente che in quella palude che Engels constata nel 1886, la società borghese è cresciuta dimenandosi per far fronte ai suoi guai (ogni capitalista deve valorizzare il suo capitale e si scontra con i proletari che assolda e con i capitalisti concorrenti nella gara ad essere competitivi: chi perde muore; la classe dei capitalisti deve mantenere sottomesse le classi oppresse e far funzionare l’intera società). Ha sviluppato già negli ultimi decenni del secolo XIX a livelli crescenti e su scala via via più ampia le caratteristiche economiche, politiche e culturali della fase imperialista del capitalismo. In L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (scritto nel 1916 e pubblicato per la prima volta nell’aprile 1917) Lenin illustra in dettaglio anche nel loro sviluppo cronologico le cinque principali caratteristiche economiche della nuova fase della società borghese: 1. nella produzione di merci i monopoli hanno reso marginale la libera concorrenza tra capitalisti; 2. il capitale finanziario ha preso la direzione del capitale impiegato nella produzione di merci e ne ha fatto un suo strumento; 3. l’esportazione di capitali ha preso il sopravvento sull’esportazione di merci; 4. le maggiori potenze capitaliste si sono suddivise tra loro il mondo e hanno instaurato il sistema coloniale (la Conferenza di Berlino per la spartizione dell’Africa si svolge tra novembre 1884 e febbraio 1885); 5. pochi grandi monopoli si dividono tra loro la produzione mondiale delle merci più importanti.
Questo corso delle cose sfocerà nella Prima Guerra Mondiale (1914-1918) ed essa darà inizio alla prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria (1917-1976). L’esaurimento della prima ondata darà inizio al quarantennio della seconda crisi generale con la quale siamo ora alle prese. Engels però nella Prefazione del 1886, la lunga depressione e le vie già imboccate dalla borghesia per farvi fronte non le connette con la sovrapproduzione assoluta di capitale che Marx aveva trattato nei capitoli 13, 14 e 15 del libro III di Il capitale, che Engels consegnerà alle stampe nel 1894. In quei capitoli Marx aveva illustrato sia la tendenza intrinseca del capitalismo alla sovrapproduzione (sovraccumulazione) assoluta (cioè non limitata ad alcuni settori, ma estesa all’intea economia) di capitale (dovuta a sua volta alla caduta tendenziale del saggio del profitto (1) connaturata al modo di produzione capitalista delle merci) che prima o poi sarebbe diventata un fattore determinante del corso delle cose, sia le misure a cui per loro natura i capitalisti ricorrevano per ritardare lo sbocco catastrofico di esso.(2) I nostri lettori possono trovare (www.nuovopci.it) una sintesi dei tre capitoli di Marx in Rapporti Sociali n. 8 (novembre 1990), Marx e la crisi per sovrapproduzione di capitale e un’illustrazione esauriente della crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale nell'Avviso ai naviganti 8 - 21 marzo 2012.
La connessione non venne fatta da Engels, ma neanche dai dirigenti comunisti negli anni successivi alla pubblicazione del libro III di Il capitale, neanche da Lenin,(3) nonostante l’intenso dibattito che si svolse tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX sul corso delle cose. In esso intervennero, oltre a Lenin, anche R. Hilferding (Capitale finanziario, 1910), Rosa Luxemburg (L’accumulazione del capitale, 1913), N. Bukharin (L’imperialismo e l’economia mondiale, 1916) e tanti altri marxisti.
Questa lacuna nella comprensione delle condizioni della lotta di classe rientra in quella incomprensione del marxismo “a mezzo secolo dalla morte di Marx” a cui Lenin accenna nei suoi appunti del dicembre 1914 (Quaderni filosofici pag. 167 Ed. Riuniti, 1969) e ha contribuito a quei limiti nella comprensione del corso delle cose che impedirono che il movimento comunista cosciente e organizzato instaurasse il socialismo nei paesi imperialisti nel corso della prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria (1917-1976). Nei paesi imperialisti il maggior teorico comunista del periodo della prima ondata è stato Antonio Gramsci e neanche lui fece la connessione tra le manifestazioni politiche e culturali della crisi generale e il processo economico della società capitalista. Di questo limite di Gramsci nella comprensione delle condizioni della lotta di classe si occupa l’autore di Gramsci e la crisi economica (Supplemento di La Voce 61).
1. Il saggio del profitto è il rapporto tra la quantità di plusvalore (pluslavoro) e l’intero capitale (costante [materie prime e mezzi di produzione] e variabile [salari]) anticipato dal capitalista. Il saggio diminuisce perché ogni capitalista deve aumentare la produttività dei suoi operai. Di conseguenza il numero di operai (e quindi il pluslavoro che il capitalista può loro far fare) aumenta proporzionalmente sempre meno di quanto cresce la quantità delle materie prime e dei mezzi di produzione (quindi il capitale costante).
2. Marx non arrivò alla sovrapproduzione assoluta di capitale elaborando l’esperienza come aveva fatto per le crisi cicliche, ma riuscì a prevedere che il capitalismo sarebbe entrato in crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale sulla base della comprensione delle leggi di funzionamento del modo di produzione capitalista (allo stesso modo in cui in vari campi della scienza - astronomia, fisica, chimica, ecc. - gli scienziati hanno previsto l’esistenza di elementi e l’avverarsi di fenomeni prima di poterli constatare sperimentalmente).
3. A proposito di Lenin, dobbiamo tenere presente che conosceva a fondo il movimento socialista europeo e USA, ma a ragion veduta non si è mai posto il compito di studiare a fondo le condizioni della lotta di classe in Europa e negli USA.
Engels, e dopo di lui Lenin e Stalin, hanno 1. capito che il capitalismo era entrato in una fase nuova e 2. individuato le sue caratteristiche economiche e politiche. Non hanno però compreso che l’origine della nuova fase era la sovrapproduzione assoluta di capitale scoperta da Marx (essa relegava a un ruolo secondario le fluttuazioni periodiche nell’attività economica). Sono quindi stati come medici brillanti che, a fronte di un’epidemia sconosciuta, analizzando la situazione hanno 1. capito che non si trattava di una delle epidemie già note (le crisi cicliche) e 2. individuato le sue caratteristiche principali, ma non sono risaliti alla causa fondamentale. Questo, tornando a Engels, Lenin e Stalin, non ha loro permesso 1. di prevedere oltre un certo livello il corso delle cose e 2. di dirigere adeguatamente i comunisti della loro epoca (Seconda e Terza Internazionale). Per quanto riguarda le conseguenze di questa lacuna, è emblematico che i comunisti
- rimasero sorpresi dall’avvento e durata del fascismo in Italia e del nazismo in Germania,
- alla fine della Seconda Guerra Mondiale si aspettavano una ripresa della crisi economica, invece della ripresa dell’accumulazione di capitale.
I revisionisti moderni, fautori della via pacifica al socialismo, della collaborazione e competizione pacifica del campo socialista con il campo imperialista, della selezione nei paesi socialisti dei dirigenti sulla base dei loro risultati in termini di rendimento economico e di soluzione dei compiti immediati invece che in termini di avanzamento della costruzione del socialismo,(4) sfruttarono l’errore di analisi della sinistra a favore 1. della loro tesi che le società borghesi erano entrate in una fase di stabile sviluppo progressista in campo economico e politico e 2. dell’interpretazione del capitalismo dal volto umano (1945-1975) come segnale che i due sistemi sociali convergevano.
4. In proposito vedere La Carta dell’acciaieria di Anshan (1960) in Opere di Mao Tse-tung vol. 18, (Edizioni Rapporti Sociali).
La comprensione dell’origine e della natura della prima crisi generale del capitalismo è determinante per capire la storia politica e culturale del secolo scorso e trarne insegnamenti per far fronte oggi con successo alla seconda crisi generale in corso, in cui siamo coinvolti da circa quarant’anni a questa parte, farne il terreno in cui si sviluppa la rivoluzione socialista e porre fine alla crisi con l’instaurazione del socialismo. Oggi sia la destra che la sinistra borghesi di fronte alla crisi persistente elaborano, propagandano e mettono in opera cure che non tengono conto della fonte e della natura della crisi. Sia le cure basate sulla teoria dell’offerta (il governo deve prendere misure che aumentano i profitti ai capitalisti che impiegano proletari nella produzione di merci), sia quelle basate sulla teoria della domanda (il governo deve elargire soldi ai proletari e agli altri lavoratori in modo che aumentino il loro consumo e quindi comprino più merci) confermano il carattere collettivo assunto dall’economia. Ma né le une né le altre hanno posto né porranno fine alla crisi perché, dopo l’esaurimento della prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria, l’iniziativa in campo economico è di nuovo nelle mani dei capitalisti e il motore dell’economia capitalista (ciò che spinge un capitalista a impiegare proletari) non è la produzione di merci ma la produzione di profitti: l’intoppo sta proprio nel fatto che oltre certi limiti l’aumento della produzione di merci non determinerebbe aumento bensì diminuzione della massa dei profitti e nessun capitalista assume più operai per avere meno profitto. La competizione e la corsa a essere più competitivi spostano la crisi da un paese a un altro, ma non vi pongono fine.
Oggi la produzione di merci è un’appendice del capitale finanziario e speculativo, quindi la ricchezza della società borghese si presenta sempre meno come “un’immane raccolta di merci” (valori d’uso, beni o servizi ognuno dei quali soddisfa un bisogno ma viene prodotto in quanto portatore di valore di scambio, in pratica come prodotto vendibile) e si presenta invece sempre più come “un’immane raccolta di denaro”. E, siccome per sua natura il denaro può aumentare di quantità oltre ogni limite, mentre la quantità di merci non lo può, questo altera anche la natura delle merci. Esse sono infatti sempre meno intese a soddisfare bisogni creati dallo sviluppo generale della società umana (lo sviluppo della civiltà rese bisogni da soddisfare la produzione di utensili, armi, carta, costruzioni, ecc.) e sempre più intese a creare nuovi bisogni nella popolazione che ha potere d’acquisto, per aumentare la massa di denaro che la loro vendita accumula nelle mani di ogni singolo capitalista. Le grandi opere inutili e dannose (TAV, TAP, Ponte sullo Stretto di Messina, ecc.), i beni rapidamente obsoleti o comunque deperibili, l’imballaggio (con l’enorme uso di materie plastiche) e la pubblicità, la presentazione della merce che prevale sulla sua qualità con tutto quello che ne consegue: queste e altre simili sono le leggi che determinano quantità e qualità delle merci prodotte. La borghesia non si limita a soddisfare i bisogni creati dallo sviluppo generale dell’umanità, ma nei limiti consentiti dalla divisione della società in classi di oppressi e oppressori plasma il sistema di relazioni sociali e di condotte individuali su misura delle merci di cui, per valorizzare il suo capitale, di sua iniziativa ogni capitalista riesce a imporre l’uso, con il risultato che “tutti” deprecano. Tutto ciò aggrava la crisi morale e intellettuale delle masse popolari dei paesi imperialisti. Per vendere, infatti, la borghesia non soddisfa solo bisogni, ma crea sempre nuovi bisogni scollegati dalle attività necessarie per vivere e progredire: introduce la tecnologia 5G (trasmissione potenziata di dati ai cellulari) mentre anche nei paesi imperialisti aumentano le persone che non possono accedere alle cure mediche. È come un produttore di cibo che per vendere di più, in mille modi induce le persone a spendere i soldi che hanno per ingozzarsi, incurante della loro salute e della loro vita.
Il modo di produzione capitalista è sorto e ha soppiantato gli altri modi di produzione (anch’essi basati sulla divisione dell’umanità in classi di sfruttati e di sfruttatori, di oppressi e di oppressori), come modo di produzione atto ad aumentare la produttività del lavoro, cioè ad aumentare la quantità di beni che gli uomini producevano in un dato tempo di lavoro e quindi atto a rendere gli uomini complessivamente più liberi dalla natura e più ricchi in termini di tempo e di mezzi per esercitare attività umane superiori (dalle quali però restava e resta esclusa la massa della popolazione). La crisi generale del capitalismo elimina questi presupposti del successo del capitalismo e rende la sua sostituzione una necessità per la sopravvivenza della specie umana.
La sovrapproduzione assoluta di capitale genera il disastro ecologico, lo sfruttamento delle donne ridotte a strumento della pubblicità e a oggetto sessuale, la deformazione psicologica, intellettuale e morale della nuova generazione e il suo maltrattamento, la criminalità gratuita (cioè senza le motivazioni che l’insufficienza della produzione dava un tempo alla guerra e alla criminalità), l’insicurezza generale e l’uso diffuso di droghe che solo demagoghi come Salvini & C. forse davvero sono convinti di curare con più poliziotti e pene maggiori, l’emigrazione che supera di gran lunga quella dell’inizio del secolo scorso (quando dalla sola Italia con una popolazione minore alla metà di quella attuale nei 60 anni successivi all’Unità emigrarono più di 15 milioni di lavoratori a un ritmo annuale che nel 1900 superò i 350 mila emigranti permanenti registrati - Del Carria Proletari senza rivoluzione, vol. 1 Ed. Oriente 1966, pagg. 251-252).
Ma le trasformazioni indotte dalla crisi a loro volta fanno crescere la resistenza spontanea delle masse popolari al corso delle cose e aumentano i potenziali alleati del proletariato nella rivoluzione socialista. L’oppressione suscita una resistenza spontanea, allarga il divario tra le masse popolari e la classe dominante. Le masse popolari imparano dalla loro esperienza: non sono “manipolabili all’infinito”, come pensa la sinistra borghese e come teorizzano gli intellettuali del “controllo sociale totale” (Renato Curcio & C.). Questa resistenza spontanea che, a causa della sua crisi, la borghesia non può cessare di alimentare, è il terreno che ha bisogno dell’opera di noi comunisti per diventare una marea montante e spazzare via il sistema capitalista.
Ernesto V. e Nicola P.
Gramsci e la crisi economica
I testi dei Quaderni del carcere sono consultabili in http://www.nilalienum.com/gramsci/QC(GS)int.html
L’autore con questo articolo mostra che, quanto alle manifestazioni in campo politico e culturale della crisi generale in corso, crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale, abbiamo molto da imparare dai Quaderni del carcere di Gramsci, mentre quanto all’origine e alla natura della crisi Gramsci non si è scostato, neanche nei Quaderni (scritti nel periodo 1929-1935), dalla concezione corrente nell’Internazionale Comunista. Questa concezione non distingueva tra crisi cicliche (tipiche della prima metà del secolo XIX, 1825 - 1867 e descritte da Marx in Il capitale) e crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale che derivano dal fatto che i capitalisti hanno complessivamente accumulato tanto capitale che non sono in grado di investirlo tutto con profitto nella produzione di merci (beni e servizi), crisi a proposito delle quali Marx nei capitoli 13 - 15 del libro III di Il capitale indica le caratteristiche che avrebbero avuto.
• La crisi in campo economico
• L’incomprensione della natura della crisi
• Il parassitismo
• Manifestazioni essenziali della crisi
• Carattere collettivo delle forze produttive e rapporti di produzione fondati sulla proprietà privata delle forze produttive
• La crisi in campo politico
• La crisi in campo culturale
La crisi in corso è crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale (CGxSAC). “Generale” significa che si estende in tutti i campi della vita sociale, da quello economico, a quello politico, a quello culturale.(1) È la seconda crisi di questo genere. È iniziata nella metà degli anni ’70 dello scorso secolo. La prima era iniziata nel primo decennio di quel secolo ed è terminata alla fine della Seconda Guerra Mondiale.(2) Quello è il periodo in cui si svolge l’intera attività politica di Antonio Gramsci (1891-1937). Gramsci ha una cognizione profonda degli aspetti politici e culturali della crisi e di come affrontarli, e in questo campo il suo contributo al pensiero comunista è nuovo e prezioso, e per molti aspetti ci è di guida ancora oggi. Non ha, invece, una comprensione giusta della crisi in campo economico, della sua causa, della sua natura, delle sue soluzioni possibili. In questo campo è fermo alla concezione dell’Internazionale Comunista e di Eugenio Varga, l’economista della I Internazionale Comunista.(3)
1. La definizione della crisi attuale come crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale è uno di contributi della Carovana del (n)PCI al pensiero comunista. La letteratura della Carovana contiene molti documenti al riguardo. Se ne può trovare la sintesi nell’Avviso ai naviganti 8 del 21 marzo 2012 (http://www.nuovopci.it/dfa/avvnav08.html).
2. Più precisamente, inizia nella seconda metà del secolo XIX. Già Engels, nel 1886, nella Prefazione dell’edizione inglese del libro I di Il capitale, aveva indicato chiaramente che l’ultima delle crisi cicliche decennali era stata quella del 1867 e che dopo di allora il mondo era caduto nel “pantano di disperazione di una depressione permanente e cronica” nel quale “ogni inverno che si succede torna a proporre il problema: ‘Che cosa fare dei disoccupati?’”. In quel pantano la società borghese procederà dimenandosi per far fronte ai suoi guai, svilupperà le cinque caratteristiche dell’imperialismo in campo economico illustrate da Lenin in L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (1917) e sfocerà nella Prima Guerra Mondiale (1914-1918); questa darà inizio alla prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria (1917-1976). Engels però nella Prefazione del 1886 non connette la lunga depressione e le vie imboccate dalla borghesia per farvi fronte con la sovrapproduzione assoluta di capitale trattata da Marx nei capitoli 13,14 e15 del libro III di Il capitale che Engels consegnerà alle stampe nel 1894. Questa connessione non è fatta da nessuno dei dirigenti comunisti negli anni successivi, neanche da Lenin, nonostante l’intenso dibattito sul corso delle cose: in esso intervennero, oltre a Lenin, anche Hilferding, Bukharin, Rosa Luxemburg. Questa lacuna nella comprensione delle condizioni della lotta di classe ha determinato una lacuna nella comprensione delle sue forme e dei suoi effetti: i limiti nella comprensione che impedirono che il movimento comunista cosciente e organizzato instaurasse il socialismo nei paesi imperialisti nel corso della prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria.
3. Vedi al riguardo La Voce del (nuovo)PCI n. 36, novembre 2010, p. 5150-54 (Intervista - Sesto anniversario della fondazione de(n)PCI). Qui il Segretario Generale del (nuovo)PCI elenca i motivi per cui i comunisti che ci hanno preceduto non sono riusciti a instaurare il socialismo in alcun paese imperialista. Uno di questi è “la concezione sbagliata che i partiti comunisti avevano della crisi nell’epoca imperialista del capitalismo. Lenin all’inizio del Novecento aveva illustrato la natura dell’epoca imperialista e i tratti nuovi che il modo di produzione capitalista aveva assunto (L'imperialismo, fase suprema del capitalismo). Però nessuno dei partiti comunisti dei paesi imperialisti né l'Internazionale Comunista (il suo maggiore economista fu Eugenio Varga (Budapest 1879-Mosca 1864)) ne trassero le conclusioni relativamente alla natura della crisi generale del capitalismo. Rimasero ancorati all’illustrazione e alla spiegazione che Marx aveva dato delle crisi cicliche decennali che il modo di produzione capitalista aveva attraversato nella prima parte dell’Ottocento: usavano dogmaticamente l’insegnamento di Marx. Ancora oggi, nella bufera della seconda crisi generale del capitalismo, molti partiti e gruppi comunisti, persino gruppi che si dicono maoisti, di fronte alla crisi in corso ripetono quello che Marx aveva detto delle crisi cicliche dell’Ottocento: si ostinano a ripetere che stiamo attraversando una crisi ciclica.”
4. Quaderno 14 (1932-1935) § 57 [da qui in poi Q e § seguiti da numero, ad es. in questo caso Q 14 § 57], in Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, [da qui in poi VG] Einaudi, Torino, pp. 1715-1716.
Gramsci stesso, poi, dedica all’argomento un’attenzione inferiore a quella che dedica alle materie di carattere politico o culturale e in particolare alle materie di carattere filosofico. Riconosce la scoperta di Marx, secondo il quale compito prioritario dei comunisti è cambiare il mondo, non interpretarlo e che è esercizio puramente scolastico parlare della verità di una teoria a prescindere dai risultati della sua applicazione (le idee sono strumenti per l’azione). Noi dobbiamo fare tesoro di queste affermazioni, che ci spiegano che la verità non è qualcosa che sta nell’alto dei cieli e tantomeno nelle università della borghesia, che la verità non è questione che riguarda l’affermazione della scienza ma la sua applicazione, che la nostra volontà e la nostra azione riguardano un campo definito, indipendente dalla nostra coscienza, e che a noi serve conoscerlo. Dobbiamo sapere se il terreno è adatto per la semina o se è pietroso, e in questo caso non semineremo in quel terreno ma useremo le pietre per costruire case.
La scarsa conoscenza delle leggi del modo di produzione capitalista è un aspetto negativo per il lavoro di Gramsci, perché la crisi generale ha origine in campo economico e la sua causa è una sola: il capitale accumulato supera quello che i capitalisti possono impiegare con profitto nella produzione di beni e servizi. Gramsci non ha nemmeno la comprensione della fase in cui si svolge la crisi, che è l’imperialismo come descritto da Lenin. Usa il termine imperialismo per periodi storici differenti, come quello dell’Impero Romano e quello del Rinascimento, e, quanto ai tempi suoi, usa il termine in riferimento all’espansione coloniale.
Non riconoscere la fonte della crisi e il fatto che la fonte è una sola, indebolisce il contributo di Gramsci nel suo complesso. La scoperta della natura della crisi, della sua causa e delle sue soluzioni possibili, attuata dalla Carovana del (n)PCI, consente di riprendere il contributo di Gramsci, di rinsaldarlo e di superare i limiti a fronte dei quali Gramsci si è fermato.
La crisi in campo economico
L’incomprensione della natura della crisi
Nei Quaderni del carcere (1929-1935) Gramsci critica gli economisti liberali che omettono alcune delle cause della crisi e mescolano in modo casuale le cause che citano, non distinguendo la causa essenziale dalle cause accidentali e particolari. Lui stesso rifiuta però di riconoscere la causa necessaria, che è una.(4) Il punto in cui questa negazione è esplicita è nella nota 5 del Quaderno 15,(5) scritto nel 1933. Non si tratta di semplice ignoranza: Gramsci nega che la crisi abbia una causa unica e aggiunge che bisogna combattere chi lo afferma. Se la crisi non ha una causa unica, non ha quindi nemmeno data d’inizio. In questo modo quello che Gramsci comprende della crisi sono solo le sue manifestazioni e non l’essenziale. Come non sa l’inizio, nemmeno sa la fine, cioè gli esiti. Uno dei suoi due esiti necessari è la guerra e Gramsci dice che è solo possibile. Pone il legame tra crisi economica e crisi politica al condizionale. Gramsci elenca tre punti, di cui due sbagliati e uno solo giusto: 1) la crisi è un processo complicato (qui pare di sentire tutti quelli che non rispondono alle domande dicendo che “il problema è complesso”), 2) la crisi inizia con la guerra, però questa non ne è la prima manifestazione, dice; quindi non inizia con la guerra, e comunque in generale non ha data di inizio, con il che contraddice quello che lui stesso ha detto sopra: qui il caos è totale, 3) la crisi ha inizio nei rapporti di produzione: questo è giusto, ma in che modo? Modi sarebbero, dice, la contraddizione tra industria con un’alta composizione organica (alta quota di capitale costante sul totale del capitale, costante + variabile, impiegato) e industria con un’alta quota di capitale variabile, oppure quella tra nazionalismo e internazionalismo: tutti fenomeni secondari, inessenziali.
A questo sguardo superficiale e inesatto Gramsci somma altri errori. La CGxSAC è stata definita da Marx decenni prima che si determinasse (gli scritti raccolti nel libro III di Il capitale sono antecedenti alla pubblicazione del libro I nel 1867). Gramsci afferma invece che un processo economico (quindi strutturale, relativo alla struttura della società, ai rapporti di produzione) può essere studiato solo dopo la sua conclusione:
“Una fase strutturale può essere concretamente studiata e analizzata solo dopo che essa ha superato tutto il suo processo di sviluppo, non durante il processo stesso, altro che per ipotesi e esplicitamente dichiarando che si tratta di ipotesi.”(6)
Ne verrebbe che della fase strutturale non c’è scienza, non c’è guida per l’intervento sui rapporti di produzione. Per forza di cose gli uomini agirebbero alla cieca. La caduta tendenziale del saggio di profitto, legge che è il cuore della CGxSAC, a suo giudizio non è una legge ma “(forse) un teorema di prima approssimazione”.(7) Da questo Gramsci trae alcune conclusioni relative a controtendenze alla legge e a effetti della legge sul capitale costante e sul capitale variabile, ma conclusioni disorganiche e secondarie.
Torna sulla questione e scrive che Taylor e Ford cercano di limitare la caduta tendenziale intervenendo sul capitale costante, contenendo il suo aumento progressivo con varie misure tese al risparmio, cioè alla maggiore durata dei macchinari, e sul capitale variabile contenendo la sua riduzione, tenendo alti i salari per una manodopera specializzata.(8) Il problema però non è di avere macchine che durano di più e che quindi non necessitano di sostituzione, dico io. Macchine di questo tipo aggravano il problema, nel senso che se dovessero essere sostituite consentirebbero di investire capitale. Quanto agli alti salari, bisogna vedere se il plusvalore prodotto da operai specializzati è più elevato in misura tale da contrastare la tendenza alla caduta del saggio di profitto.
5. VG pp. 1755-1759.
6. Q 7 (1930-1932) § 24, VG p. 871.
7. Q 7 (1930-1932) § 34, VG p. 882. Ma in Q 10 (1932-1935) § 41 VII, VG pp. 1312-1313, dove Gramsci rielabora il testo, non ripete questa frase.
8. Q 10 (1932-1935) § 41 VII, VG pp. 1312-1313.
9. Q 10 (1932-1935) § 55. VG pp. 1347-1348.
Gramsci afferma poi che i progressi tecnici aumentano la massa del profitto, che questa massa eccede i “bisogni” del capitalista e quindi si riversa in campo speculativo, dove abitano schiere di parassiti. La malattia della speculazione poi si riversa nella produzione intaccandola.(9) Non segnala che il capitalista non ha bisogni naturali da soddisfare, come era per il signore feudale, ma ha il bisogno di incrementare i suoi profitti, ed è quindi lui stesso a entrare nel campo della speculazione. In questo campo, quindi, non stanno a vegetare soggetti dediti all’ozio, come crede Gramsci, ma capitalisti in guerra tra loro per valorizzare i propri capitali.
Gramsci segnala infine la caduta del saggio di profitto come uno dei problemi di cui tenere conto (indica il modo in cui il fordismo affronta il fenomeno), ma disperso tra altri dieci, otto dei quali non di carattere economico, ma politico, culturale o di costume e alcuni irrilevanti.(10)
Gramsci distingue tra crisi organiche e crisi occasionali, chiama talvolta le prime strutturali e le seconde cicliche ma, non comprendendo la CGxSAC, la sua natura e la sua causa, la distinzione non può essere precisa. In un punto pare che la crisi organica inizi nel 1871 e quindi abbia causa politica (la sconfitta della Comune), in un altro dichiara che quella del 1929 è una crisi organica, ad esempio.(11) Combina “crisi ciclica” e “crisi organica” secondo considerazioni personali, non fondate su base scientifica, e cioè funzionale a comprendere la natura della crisi e il suo carattere ge
nerale, che spiega il nesso tra piano economico e piano politico. Presume quindi che sia possibile in Germania una ripresa ciclica che consenta l’eliminazione della disoccupazione più di quanto questo possa accadere in Inghilterra. Non prevede la mobilitazione reazionaria delle masse popolari in Germania (sta scrivendo nel 1932 e Hitler prende il potere nel 1933).(12)
Tornando sulla relazione tra movimenti organici e movimenti congiunturali (ciclici) e relative crisi, ripete che le crisi organiche possono durare decine di anni e sono segno di contraddizioni insanabili. Le crisi economiche, dice, non generano immediatamente crisi sul piano politico. Scrive:
“Possono prodursi novità sia perché una situazione di benessere è minacciata dal gretto egoismo di un gruppo avversario, come perché il malessere è diventato intollerabile e non si vede nella vecchia società nessuna forza che sia capace di mitigarlo e di ristabilire una normalità con mezzi legali.”(13)
10. Q 22 (1934) § 1, VG pp. 2139-2140.
11. Q 22 (1934) § 15, VG p. 2180.
12. Q 9 (1932) § 161, VG pp. 1131-1132.
13. Q 13 (1932-34) § 17, VG p. 1588. L’intollerabile malessere delle masse popolari e l’incapacità di mitigarlo da parte delle classi dominanti sono i due elementi che qualificano la situazione rivoluzionaria, secondo l’enunciato di Lenin (che però nel contesto in cui espone il concetto, si occupa dell’insurrezione, non complessivamente della rivoluzione socialista). La qualità della situazione rivoluzionaria è indicata anche in Q 1 (1929-30) § 18, VG p. 15, testo rielaborato in Q 13 (1932-35) § 37, VG p. 1636: qui Gramsci, riferendosi agli elementi attivi nella lotta politica, dice che nei periodi normali “gli attivi si contano solo a decine di migliaia” mentre nei momenti critici “si potranno contare a centinaia di migliaia e forse a milioni.”
14. Q 1 (1929-30) § 61, VG p. 70. Testo rielaborato in Q 22 (1934) § 2, VG pp. 2140-2147.
In questa nota ci sono elementi di verità, ma sparsi, e non distinti in modo chiaro. Non è vero, come dice Gramsci, che la crisi economica (se è CGxSAC) non genera spontaneamente (cioè senza l’intervento del movimento comunista cosciente e organizzato) crisi politica, mentre è vero che la crisi economica non genera spontaneamente la rivoluzione socialista. Il vero è che la crisi economica genera crisi politica, e che la crisi economica si risolve con la rivoluzione socialista se prevale la direzione della classe operaia o in guerra se prevale la direzione della borghesia imperialista.
Gramsci indica più volte lo spreco di risorse dovuto alla presenza del parassitismo come il fattore che aggrava la crisi economica in Italia. Vedi dove chiede se “l’americanismo può essere una fase intermedia dell’attuale crisi storica?”(14) e dove spiega come il capitalismo degli USA marcia spedito perché privo dei residui feudali e del parassitismo persistente in Europa. Porta ad esempio Napoli dove, dice, non è affatto vero che non si lavora. I proletari e il resto delle masse popolari lavorano anche più che altrove, ma con risultati inferiori, data la classe parassitaria che assorbe la ricchezza prodotta. Intende “intermedia” perché pensa al capitalismo USA come modo di produzione più avanzato rispetto a quello del capitalismo europeo e più arretrato rispetto a quello socialista.
L’arretratezza della borghesia italiana è un fatto di cui il (n)PCI spiega le ragioni. Il suo carattere parassitario è combinazione della rivoluzione borghese che nella nostra penisola è rimasta incompiuta e del fatto che, quando la borghesia è riuscita a imporsi fondando uno Stato nazionale e dandosi struttura sufficiente a porsi tra gli Stati imperialisti, nel corso del XIX secolo, già il capitalismo era giunto alla sua fase imperialista, fase nella quale il carattere parassitario del modo di produzione capitalista si estende a livello universale. Il parassitismo particolare imperante nella penisola si è congiunto con il parassitismo imperante a livello universale. Gramsci indica molto spesso questo carattere come causa prima della crisi in Italia.(15) Insiste sul fatto che in Italia nel corso dei secoli si sono sedimentate condizioni favorevoli all’esistenza di ceti parassitari, ma non distingue l’Italia dagli altri paesi europei, come se questa sedimentazione fosse dovuta al trascorrere del tempo per cui in una nazione “giovane” come gli USA non esiste mentre esiste nelle nazioni europee. Il fattore di “invecchiamento” è che la borghesia non liquida la classe feudale, e in questo senso questo fattore ha “invecchiato” la nostra borghesia già a partire dal XVI secolo (con la vittoria della Controriforma).
Pare infine farsi sostenitore di una alleanza tra operai e imprenditori contro i ceti improduttivi. Lo Stato fascista, dice, non realizza il corporativismo che proclama come fondamento della produzione.(16) Il problema però non è nella ripresa di una produzione libera da parassitismo, sprechi, speculazione e quant’altro. Il capitale, se fosse investito nella produzione, darebbe una massa di profitto pari o inferiore a quella ottenuta con un investimento di capitale minore.
15. Vedi Q 6 (1930-1932) § 123, VG p. 792; Q 19 (1934-35) § 6, VG p. 1989-1991; Q 19 (1934-35) § 6 e § 7, VG p.1989-1996; Q 22 (1934) § 2, VG, p. 2140-2147.
16. Q 22 (1934) § 6, VG pp. 2153-2158.
Manifestazioni essenziali della crisi
Nonostante neghi che la crisi abbia una causa (e non molte), Gramsci ne comprende molte manifestazioni essenziali. Le espone in Q 3 § 48, uno dei passi più importanti dei Quaderni. Qui spiega
1.	che la crisi è strutturale nel senso che si genera nella struttura economica,
2.	che si prolunga per decine di anni,
3.	che le contraddizioni non hanno soluzione (richiedono un mutamento sul piano politico),
4.	che le classi si confrontano nel terreno nuovo determinato dalla crisi in forme varie e occasionali, nell’immediato sul piano sovrastrutturale,
5.	che la soluzione della crisi è il “trionfo”, e cioè la prevalenza dell’una classe sull’altra,
6.	che la rivoluzione socialista è possibile, perché la crisi ne pone condizioni sufficienti,
7.	che le condizioni poste dalla crisi non generano meccanicamente la rivoluzione socialista, ma può prevalere la mobilitazione reazionaria, o tramite la vittoria della borghesia sulla classe operaia nella guerra civile, o tramite l’occupazione del paese da forze straniere, e cioè facenti capo alla borghesia di altri paesi imperialisti.
Il carattere strutturale, permanente e non occasionale della crisi, va compreso ai fini della costruzione della rivoluzione socialista, cioè quando “si tratta non di ricostruire la storia passata ma di costruire quella presente e avvenire.”(17) Riconosce, infine, la sovrapproduzione di capitale in forma di forza lavoro:
Anche se praticamente l’emigrazione è diminuita e ha cambiato di qualità, ciò che importa notare è che tale fatto non è funzione di un assorbimento delle forze rimaste in ampliati quadri industriali, con un tenore di vita conguagliatosi con quello dei paesi «normali». È un portato della crisi mondiale, cioè dell’esistenza in tutti i paesi industriali di armate di riserva nazionali superiori al normale economico. La funzione italiana di produttrice di riserva operaia per tutto il mondo è finita non perché l’Italia abbia normalizzato il suo equilibrio demografico, ma perché tutto il mondo ha sconcertato il proprio.(18)
17. Q 4 (1930-32) § 38, VG p. 455-465. Testo rielaborato in Q 13 (1932-34) § 17, VG pp. 1578-1589 e Q 10 § 10, 11, 12 e 13, VG pp. 1248-1250. La nota contiene una critica dell’economicismo di grande utilità. Serve alla distinzione tra posizioni di destra e di sinistra nell’economicismo, che nega la rivoluzione socialista: a destra la nega o dichiarando che è impossibile o ponendola come ideale astratto senza indicare i passi per costruirla, a sinistra dichiarando che la rivoluzione scoppia. Critica anche la concezione che riduce lo sviluppo del modo di produzione alle sue modificazioni sul terreno tecnologico (vedi Rete dei Comunisti). Si allinea alla critica del dogmatismo come pigrizia nel pensare, definita come tale da Hegel, da Engels e da Mao Tse-tung.
18. Q 1 (1929-30) § 14, VG p. 10-12.
Carattere collettivo delle forze produttive e rapporti di produzione fondati sulla proprietà privata delle forze produttive
A monte della crisi c’è la contraddizione tra il carattere collettivo delle forze produttive e i rapporti di produzione fondati sulla proprietà privata di esse. Il carattere collettivo delle forze produttive è il polo positivo della contraddizione, e al riguardo Gramsci dà il meglio quanto a considerazioni in campo filosofico. Spiega il prevalere del collettivo rispetto all’individuale. “L’uomo-collettivo odierno si forma invece essenzialmente dal basso in alto, sulla base della posizione occupata dalla collettività nel mondo della produzione”.(19) Questa tesi di Gramsci significa che il nuovo soggetto si forma a partire dalla classe operaia. Critica giustamente quelli che reputano il nuovo soggetto collettivo come annullamento dell’individuo e ritorno degli esseri umani all’epoca precedente alla divisione in classi, e cioè al comunismo primitivo.(20) Lega il formarsi di questo “uomo collettivo” al carattere collettivo raggiunto dalle forze produttive (ciò che chiama “taylorizzazione, ecc.”).
19. Q 7 (1930-32) § 12, VG pp. 861-863.
20. Sono quelli secondo i quali progressi nella produzione come l’introduzione della catena di montaggio ridurrebbero gli esseri umani ad automi, o a scimmie ammaestrate. Convergono con quelli che, secondo la concezione clericale del mondo di cui Bergoglio è ultimo esponente, considerano le masse popolari pecore.
Il carattere collettivo delle forze produttive ha un salto con l’introduzione delle macchine, fenomeno che Gramsci giudica sempre elemento di grande progresso. Parlando delle macchine che sostituiscono lavoro umano però critica chi dice che il risparmio di lavoro si tradurrà automaticamente nell’accesso di tutti alle attività specificamente umane, mentre nella realtà odierna e negli USA, dove il fenomeno è più avanzato che altrove, il risparmio di lavoro è solo del capitalista, mentre per la classe operaia è disoccupazione.(21)
21. Q 8 (1931-32) § 90, VG pp. 994-995.
La crisi in campo politico
Gramsci non va a fondo nell’analisi della crisi economica fino a scoprirne la causa unica e anzi dice che una causa unica non esiste e che bisogna combattere chi lo afferma. Nega con decisione che esiste una causa unica della crisi, ma afferma con altrettanta decisione che ci vuole una direzione unica per le molte forme in cui la resistenza delle masse popolari si esprime.(22) La sua analisi della situazione economica è superficiale e in certi casi sbagliata, mentre la sua analisi dell’azione politica è profonda, e utile per i compiti odierni del movimento comunista.
Non comprende in modo preciso il nesso tra il procedere della crisi e la resistenza delle masse popolari che la crisi genera, ma comprende bene le forme di quella resistenza. Tra quelle forme la più avanzata è sicuramente il movimento dell’occupazione delle fabbriche da parte degli operai torinesi (settembre 1920), movimento spontaneo, senza una direzione.(23) Gramsci scrive:
Il movimento torinese fu accusato contemporaneamente di essere «spontaneista» e «volontarista» o bergsoniano (!).(24) L’accusa contraddittoria, analizzata, mostra la fecondità e la giustezza della direzione impressagli. Questa direzione non era «astratta», non consisteva nel ripetere meccanicamente delle formule scientifiche o teoriche: non confondeva la politica, l’azione reale con la disquisizione teoretica; essa si applicava ad uomini reali, formatisi in determinati rapporti storici, con determinati sentimenti, modi di vedere, frammenti di concezioni del mondo ecc., che risultavano dalle combinazioni «spontanee» di un dato ambiente di produzione materiale, con il «casuale» agglomerarsi in esso di elementi sociali disparati. Questo elemento di «spontaneità» non fu trascurato e tanto meno disprezzato: fu educato, fu indirizzato, fu purificato da tutto ciò che di estraneo poteva inquinarlo, per renderlo omogeneo [cioè unitario, NdR] ma in modo vivente, storicamente efficiente, con la teoria moderna [cioè il marxismo, NdR]. Si parlava dagli stessi dirigenti di «spontaneità» del movimento; era giusto che se ne parlasse: questa affermazione era uno stimolante, un energetico, un elemento di unificazione in profondità, era più di tutto la negazione che si trattasse di qualcosa di arbitrario, di avventuroso, di artefatto e non di [qualcosa] storicamente necessario. Dava alla massa una coscienza «teoretica», di creatrice di valori storici ed istituzionali, di fondatrice di Stati.
Questa unità della «spontaneità» e della «direzione consapevole», ossia della «disciplina» [Questa combinazione di spontaneità e di direzione consapevole, cioè questa disciplina] è appunto la azione politica reale delle classi subalterne, in quanto politica di massa e non semplice avventura di gruppi che si richiamano alla massa.(25)
22. Gramsci dà massimo valore all’unità come fattore per la formazione del partito e per il legame tra il partito e le masse popolari. Infatti nel 1924 dà titolo l’Unità al quotidiano del primo PCI.
23. “Esiste dunque una «molteplicità» di elementi di «direzione consapevole» in questi movimenti, ma nessuno di essi è predominante, o sorpassa il livello della «scienza popolare» di un determinato strato sociale, del «senso comune» ossia della concezione del mondo tradizionale di quel determinato strato.” (Q 3 (1930) § 48, VG pp. 58-64. Rielaborato in Q 13 (1932-34 § 37, VG pp. 1635-1650)
24. Henri Bergson (Parigi 1859-1941), filosofo e letterato di grande fama nella sua epoca, esponente della concezione idealista (nel senso che il mondo reale sarebbe un’esternazione del pensiero) della società umana e della sua storia. Negli ultimi decenni del secolo XIX e i primi del XX ebbe vasta influenza anche tra gli intellettuali dei paesi imperialisti favorevoli al movimento operaio e propensi a una concezione volontarista (gli uomini possono trasformare il mondo) della lotta di classe, anche solo per reazione alle concezioni positiviste e deterministe imperanti nella cultura borghese dell’epoca e tra i dirigenti della II Internazionale (1889-1914).
25. Q 3 (1930) § 48, VG pp. 58-64. Rielaborato in Q 13 (1932-34 § 37, VG pp. 1635-1650.
Gramsci, che non comprende l’essenza della crisi sul piano economico, intuisce aspetti essenziali della crisi in campo politico. Uno è il seguente:
“...questa crisi si manifesta nella sempre crescente difficoltà di formare dei governi e nella sempre crescente instabilità dei governi stessi ed ha la sua origine immediata nella moltiplicazione dei partiti parlamentari e nelle crisi interne permanenti di ognuno di questi partiti (cioè si verifica nell’interno di ogni partito ciò che si verifica nell’intero parlamento: difficoltà di governo).”(26)
Gramsci ritorna su questo aspetto combinando il campo economico, politico e culturale in Q6 § 90. Qui afferma che in occasione di crisi finanziaria si parla di panico, e si fa riferimento quindi alla psicologia in concomitanza con il fenomeno. Il panico, dice, è piuttosto manifestazione di sfiducia che è “frattura nell’unità sociale tra governanti e governati”.(27) La nota è attuale, e la riporto integralmente:
§ Psicologia e politica. Specialmente nei periodi di crisi finanziaria si sente molto parlare di «psicologia» come di causa efficiente di determinati fenomeni marginali. Psicologia (sfiducia), panico, ecc. Ma cosa significa in questo caso «psicologia»? È una pudica foglia di fico per indicare la «politica», cioè una determinata situazione politica. Poiché di solito per «politica» s’intende l’azione delle frazioni parlamentari, dei partiti, dei giornali e in generale ogni azione che si esplica secondo una direttiva palese e predeterminata, si dà il nome di «psicologia» ai fenomeni elementari di massa, non predeterminati, non organizzati, non diretti palesemente, i quali manifestano una frattura nell’unità sociale tra governati e governanti. Attraverso queste «pressioni psicologiche» i governati esprimono la loro sfiducia nei dirigenti e domandano che siano mutate le persone e gli indirizzi dell’attività finanziaria e quindi economica. I risparmiatori non investono risparmi e disinvestono da determinate attività che appaiono particolarmente rischiose, ecc.: si accontentano di interessi minimi e anche di interessi zero; qualche volta preferiscono perdere addirittura una parte del capitale per mettere al sicuro il resto.
Può bastare l’«educazione» per evitare queste crisi di sfiducia generica? Esse sono sintomatiche appunto perché «generiche» e contro la «genericità» è difficile educare una nuova fiducia. Il succedersi frequente di tali crisi psicologiche indica che un organismo è malato, cioè che l’insieme sociale non è più in grado di esprimere dirigenti capaci. Si tratta dunque di crisi politiche e anzi politico-sociali del raggruppamento dirigente.(28)
26. Q 1 (1929-30) § 48, VG pp. 58-64. Rielaborato in Q 13 (1932-34) § 37, VG pp. 1635-1650. Questa manifestazione della crisi è uno dei due caratteri che qualificano la situazione rivoluzionaria secondo Lenin, come detto sopra. I caratteri della situazione rivoluzionaria sono chiari a Gramsci. Gli è chiaro che la crisi si manifesta nel campo della borghesia imperialista e in quello delle masse popolari come impossibilità di mantenere lo status quo ante.
27. Q 6 (1930-32) § 90, VG p. 767.
28. Q 6 (1930-32) § 90, VG pp. 767-768.
La classe dominante quindi non riesce a dirigere nel modo finora adottato, sul piano politico l’ingovernabilità cresce e le fratture si moltiplicano in tutti gli ambiti della società: sfiducia e panico crescono. La classe operaia, invece, può assumere ruolo dirigente, essere direzione unica delle masse popolari, costruendo il suo partito. Il partito è uno, è permanente, è compatto, è cosciente di sé, dice Gramsci:
“...elemento sempre fondamentale rimane la forza permanente organizzata che si può fare avanzare quando la situazione diventa propizia (collasso dell’avversario, crisi, ecc.) e compito essenziale è attendere [attendere non nel senso del verbo transitivo di aspettare qualcuno o che un avvenimento accada (donde attendista), ma nel senso del verbo intransitivo di dedicarsi con impegno a qualcosa, a fare qualcosa, NdR] sistematicamente a formare, sviluppare, ampliare, rendere sempre più omogenea, compatta, consapevole di se stessa questa forza.”(29)
29. Q 13 (1932-34) § 17, p. 1588.
Gramsci ha molto chiaro cosa il partito è e cosa deve fare, ma non ha chiara la natura della crisi e il suo corso. La mancata chiarezza in questo campo lo conduce a mancata chiarezza sulle forze in campo, sulle classi che si scontrano. Scrive:
“...una forma sociale ha «sempre» possibilità marginali di ulteriore sviluppo e sistemazione organizzativa e specialmente può contare sulla debolezza relativa della forza progressiva antagonistica, per la natura e il modo di vita peculiare di essa, debolezza che occorre [che la classe dominante ha bisogno e quindi cerca di, NdR] mantenere: perciò si è detto che il cesarismo moderno più che militare è poliziesco”.(30)
Questo porta a credere che il regime ha sempre una possibilità di mantenersi e che il movimento comunista cosciente e organizzato può essere mantenuto in stato di debolezza con misure poliziesche. Noi diciamo di no. Il regime non ha sempre possibilità di mantenersi; non sempre, cioè, ha una via d’uscita o un asso nella manica e riesce a impedire la vittoria della rivoluzione socialista. Un partito che conosce la situazione oggettiva e che è omogeneo, compatto, consapevole di sé non può essere vinto dalla repressione poliziesca o dall’aggressione militare. Nella conoscenza di se stesso e del nemico sta anzi la sicurezza della sua vittoria.(31)
30. Q 13 (1932-34) § 27, VG p. 1622.
31. “Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico, le tue probabilità di vincere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia,” (L’arte della guerra, Sun Tzu, VI secolo A. C.)
La crisi in campo culturale
La crisi genera tra le masse popolari perdita del senso della vita. Vedi “l’inquietudine, il malessere delle giovani generazioni letterarie francesi: disillusione, malessere e persino disperazione; non si sa più perché si vive, perché si è sulla terra.”(32) È lo stato d’animo che si sta estendendo oggi tra le masse popolari ed è uno dei modi in cui si esprime il rigetto del capitalismo. Secondo l’autore dell’articolo che Gramsci sta analizzando
“questo stato d’animo rassomiglia a quello da cui nacque il romanticismo, con questa differenza che i romantici se ne liberavano con l’effusione letteraria, col lirismo, con le «parole» (ma è poi vero? al romanticismo si accompagnarono anche dei fatti: il 30, il 31, il 48; ci fu l’effusione letteraria, ma non solo questa). Oggi invece le giovani generazioni non credono più alla letteratura, al lirismo, all’effusione verbale, di cui hanno orrore: predomina la noia, il disgusto.”(33)
32. Q 3 (1930) § 1, VG pp. 283-284.
33. Q 3 (1930) § 1, VG pp. 283-284.
Oggi infatti siamo nella fase imperialista del capitalismo, fase che genera il disgusto di cui Gramsci riferisce. Disperazione e tutto il resto non sono però solo fatto francese. Gramsci dice che in generale
“si sta creando una trasformazione delle basi materiali della civiltà, ciò che a lungo andare (e non molto lungo, perché nel periodo attuale tutto è più rapido che nei periodi passati) porterà a un travolgimento della civiltà stessa esistente e alla nascita di una nuova.”(34)
34. Q 3 (1930) § 11, VG pp. 296-297. Rielaborato in Q 22 (1934) §15, VG pp. 2178-2180.
Negli USA, scrive Gramsci, ci sono i
“primi tentativi a tastoni [di dar vita a una nuova civiltà], dovuti, non già all’«ordine» che nasce dalla nuova assise che non si è formata ancora, ma all’iniziativa degli elementi déclassés dagli inizi dell’operare di questa nuova assise. Ciò che oggi si chiama americanismo è in grandissima parte un fenomeno di panico sociale, di dissoluzione, di disperazione dei vecchi strati che dal nuovo ordine saranno appunto schiacciati: sono in gran parte «reazione» incosciente e non ricostruzione: non è dagli strati «condannati» dal nuovo ordine che si può attendere la ricostruzione, ma dalla classe che crea le basi materiali di questo nuovo ordine e deve trovare il sistema di vita per far diventare «libertà» ciò che è oggi «necessità». Questo criterio che le prime reazioni intellettuali e morali allo stabilirsi di un nuovo metodo produttivo sono dovute più ai detriti delle vecchie classi in isfacelo che alle nuove classi il cui destino è legato ai nuovi metodi, mi pare di estrema importanza.”(35)
35. Questo è utile per l’esame e la critica della sinistra borghese, oggi atterrita da Industria 4.0. Gramsci indica i fenomeni negativi come la sfiducia, la disperazione, lo scetticismo e il panico, ma sono tutti segno dello sfacelo della classe dominante che lo riversa sulle masse popolari. È la classe dominante che non vede futuro, e quindi tenta di fare credere a tutti che non c’è futuro. Il futuro è in mano alle nuove classi, dice giustamente Gramsci e intende dire che il futuro è in mano alla classe operaia. Il partito della classe operaia, il partito comunista, deve sapere fare in modo che le masse popolari acquistino fiducia in se stesse, deve spazzare via scetticismo, paure e disperazione e imprimere luminosità e calore nelle coscienze e nei cuori.
Dietro al disgusto, alla disperazione e fenomeni analoghi c’è lo scetticismo, che consiste nel rifiuto del vecchio che muore ma anche del nuovo che “non può nascere”.(36) In particolare i giovani, dice Gramsci, non credono più nelle vecchie autorità ma nemmeno nelle nuove, e questo per il “meccanico impedimento posto a chi potrebbe dirigere di svolgere la sua missione.”(37) Questo scetticismo diffuso nei confronti della concezione che la borghesia (e il clero) cercano di imporre, è una condizione favorevole per una “espansione inaudita del materialismo storico”. Gramsci non spiega però il modo in cui questo avverrà, cioè non afferma chiaramente che la nuova concezione del mondo può diventare di massa solo in combinazione con la trasformazione del sistema di rapporti pratici in cui le masse vivono e che questa trasformazione è il risultato dell’azione sulle masse di un partito che, esso, ha invece assimilato la nuova concezione del mondo e con essa guida la propria attività volta a mobilitare e organizzare le masse, a determinare cioè l’attività delle masse. Sicuramente il PCI nei decenni successivi andrà incontro a una grande espansione, ma non per forza propria, non, cioè, perchè ha elaborato una concezione autonoma adeguata a fare la rivoluzione in un paese imperialista e porta questa concezione alla classe operaia del suo paese, ma procedendo sulla spinta della Rivoluzione d’Ottobre e dell’azione dell’Unione Sovietica e dell’Internazionale Comunista.
36. Q 3 (1930) § 34, VG pp. 311-312. Oggi i capi di Rete dei Comunisti proclamano che “il vecchio muore e il nuovo non può nascere” anziche diventare elementi promotori della guerra popolare rivoluzionaria: rimandiamo ad Avviso ai naviganti 66 - 15 dicembre 2016 A proposito del Forum “il vecchio muore e il nuovo non può nascere” di sabato e domenica 17-18 dicembre indetto a Roma da Rete dei Comunisti.
37. Ibidem. Significa: “Il nuovo è il comunismo. I giovani non ci credono perchè la borghesia impedisce ai comunisti di spiegare loro cosa il comunismo è.” Questo ci porta poco lontano. È chiaro che la borghesia cerca di impedire ai comunisti di esercitare la loro “missione”. Anche Nerone cercava di impedire ai cristiani di fare proseliti. Questo è un problema corrente nello scontro tra le classi, tra classe schiavistica e classe feudale, tra classe feudale e classe borghese, tra classe borghese e classe operaia. Qual è però la soluzione?
In estrema sintesi, Gramsci è maestro nell’individuare contraddizioni in campo soggettivo, intendendo con ciò il movimento comunista, il partito comunista, l’individuo in generale e l’individuo particolare che è lui stesso.(38) Non lo è altrettanto per le contraddizioni in campo oggettivo, intendendo con ciò il campo nemico e quindi la situazione oggettiva generale, che è segnata dalla CGxSAC. Questa caratteristica di Gramsci spiega il modo superficiale in cui egli tratta degli aspetti della crisi attinenti all’ambito economico.
In conclusione, il contributo di Gramsci va utilizzato tenendo conto del principio per cui una volta che si sono determinate le condizioni oggettive per la rivoluzione socialista (e queste si sono determinate a partire dalla seconda metà del XIX secolo), diventano determinanti le condizioni soggettive. Questo significa che fare la rivoluzione socialista dipende da noi. Tutto ciò che Gramsci scrive sulle condizioni soggettive (sul partito, sui suoi membri, sulla loro riforma intellettuale e morale) quindi ci è utile.
Nell’utilizzare il suo contributo teniamo però conto del fatto che, quanto all’analisi delle condizioni oggettive per la rivoluzione socialista, Gramsci fa l’errore di non riconoscere la natura della crisi, di negare che la possiamo conoscere (addirittura dice che la possiamo conoscere solo a cose finite), di negare che ha una causa unica. Questo è un suo limite soggettivo, da un lato, e dall’altro è stato un limite dell’intero movimento comunista nel corso della prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria esauritasi negli anni ’70 del secolo scorso. La Carovana del (n)PCI ha superato questo limite. Grazie a questo noi oggi possiamo riprendere tutto il patrimonio che Gramsci ci lascia in eredità sui fattori soggettivi necessari per la trasformazione socialista, con particolare riferimento al partito comunista e ai suoi singoli membri, e al legame tra il partito e le masse popolari. A noi il compito di connetterlo in un insieme organico e farlo confluire nella scienza che è fondamento e metodo per la costruzione della rivoluzione socialista in Italia. Gramsci è un eroe del movimento comunista, è il maggiore, o meglio l’unico scienziato che il movimento comunista italiano ha avuto e “l’unico tra i dirigenti comunisti dei paesi imperialisti che ha raccolto l’esortazione fatta da Lenin ai partiti comunisti dei paesi imperialisti nella relazione al IV Congresso dell’Internazionale Comunista (13 novembre 1922 - Cinque anni di rivoluzione russa e le prospettive della rivoluzione mondiale) a studiare la strategia della rivoluzione socialista nei rispettivi paesi.”(39) È stato quindi come un gigante sulle cui spalle poggiare e vedere più lontano di quanto lui ha visto. Capire dove e perchè Gramsci si è fermato, serve a ognuno, e in particolare ai compagni e alle compagne del Partito, a fare proprio integralmente il suo patrimonio e a marciare con passo più sicuro nell’opera di costruzione della rivoluzione socialista nel nostro paese .(40)
38. Vedi l’analisi spietata che fa di sé nelle Lettere dal carcere.
39. (nuovo)Partito comunista italiano, Avviso ai naviganti 48, 17 ottobre 2014, in http://www.nuovopci.it/ dfa/avvnav48/avvnav48.html.
40. Con questo prendiamo le distanze da tutti quegli intellettuali e quelle istituzioni della sinistra borghese che fingendo di rendergli omaggio lo travisano. Soprattutto, però, facciamo un passo avanti rispetto a tutti gli elementi avanzati della classe operaia e delle masse popolari che rendono a Gramsci il tributo che gli spetta, ma in modo acritico e trattano la sua immagine come fosse un quadro da appendere al muro, quello che è la madonna per i cristiani. Tutti costoro, mentre giustamente rendono omaggio a uno dei maggiori dirigenti del movimento comunista internazionale, in modo esplicito o implicito però chiedono o si chiedono la ragione delle sue sconfitte. È il pensiero che apertamente celebra un martire, ma tacitamente si ferma alla conclusione che chi lotta per la causa è destinato a fare una brutta fine. A questo la carovana del (nuovo)PCI dà risposta: le sconfitte del primo PCI e in particolare l’arresto e la condanna di Gramsci a morte lenta nei carceri fascisti furono dovuti al fatto che quel partito non si strutturò come partito clandestino, cosa che ogni partito comunista, anche nei paesi imperialisti deve fare e sempre, quindi sia ieri che oggi. A questa scoperta che il (nuovo)PCI fa, l’analisi che pubblico qui aggiunge elementi particolari, che riguardano, cioè, in particolare Gramsci.
Tre fasi del pensiero di Gramsci
Nota per i lettori delle opere di Gramsci e in particolare dei Quaderni del carcere
[da La Voce 56, luglio 2017, pp. 64-70]
Ci si impegna in un’impresa quando sappiamo che è possibile. Questo vale anche per l’impresa in cui siamo impegnati noi comunisti: fare dell’Italia un nuovo paese socialista. Dobbiamo essere convinti che è possibile (e questa convinzione è questione di scienza), che quest’opera è guidata dal partito comunista e che in essa la classe operaia ha un ruolo centrale principalmente per tre motivi oggettivi, che non dipendono dalla coscienza che al momento prevale tra gli operai né dalla consapevolezza dei singoli individui:
1. perché tra le masse oppresse della società attuale è la parte che più incarna i caratteri della futura società comunista e quindi già oggi è la più capace di assimilare in massa la concezione comunista del mondo se il partito comunista la porta alle masse popolari con un metodo giusto,
2. perché tra le masse popolari è la parte che con più forza, di per se stessa e per l’egemonia che esercita sul resto delle masse popolari, può contribuire alla rivoluzione socialista che il partito comunista sulla base della concezione comunista del mondo promuove,
3. perché la classe operaia può “salvare” se stessa in massa dal catastrofico corso delle cose solo se libera l’intera società dal modo di produzione capitalista.
Tutto questo è struttura portante del pensiero comunista nell’elaborazione della Carovana del (n)PCI e lo è anche nel pensiero di Gramsci quale egli lo espone compiutamente nei Quaderni del carcere. Gramsci scopre le condizioni del socialismo, del futuro dell’umanità e spiega che sono generate dallo stesso capitalismo. Scopre che la rivoluzione socialista è possibile, che è possibile in Italia e anzi che “non esiste in Italia possibilità di una rivoluzione che non sia la rivoluzione socialista”.(1) Scopre che la rivoluzione socialista non scoppia, che chi proclama che “l’Ottobre sta arrivando” se fosse per lui starebbe ad attendere tutta la vita, perché la rivoluzione socialista è una guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata promossa dal partito comunista che si conclude con l’instaurazione del socialismo. Gramsci per sfuggire alla censura carceraria la indica con l’espressione “guerra di posizione”.(2) Gli scritti di Gramsci ci aiutano a capire la formazione economico sociale italiana, perfino la formazione economico sociale di alcune singole regioni e metropoli, a progettare la rivoluzione socialista nel nostro paese, a comprendere i problemi della rivoluzione socialista nei paesi imperialisti. Dagli scritti di Gramsci sui Consigli di fabbrica noi possiamo imparare molto per quanto riguarda i compiti che dobbiamo attualmente assolvere per orientare le organizzazioni operaie a popolari (OO e OP) su cui si basa la nostra linea tattica di far costituire il Governo di Blocco Popolare.
Per questo noi studiamo le opere di Gramsci [1891-1937], per questo ne promuoviamo lo studio, per questo combattiamo la vastissima schiera di intellettuali della sinistra borghese che, sulla scia di Togliatti e degli altri revisionisti, travisano o deformano il pensiero di Gramsci, lo adattano ai loro propositi e ammantano del prestigio e dell’autorità di Gramsci le loro concezioni e proposte velenose, velleitarie o disfattiste che diffondono tra le masse popolari e in particolare tra gli individui e i gruppi che cercano una via per porre fine al catastrofico corso delle cose.
1. Tesi del III Congresso del Partito comunista d’Italia, 1926, in www.nuovopci.it/classic/gramsci/lionetpo.htm.
2. In proposito rimando all’articolo Gramsci e la Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata in La Voce 44, luglio 2013, p. 76 e 33-45.
Scritti consultabili e scaricabili nel sito del (nuovo)PCI: http://www.nuovopci.it/classic/gramsci/gramsci.htm
Scritti scaricabili in pdf dal sito dell’associazione Liber Liber: https://www.liberliber.it/online/autori/autori-g/antonio-gramsci/
Quaderni del carcere (arricchiti di note) consultabili nel sito http://www.nilalienum.com/Gramsci/
L’espressione più avanzata del pensiero di Gramsci è nei Quaderni del carcere ma, per capire i Quaderni, bisogna risalire a quello che Gramsci scrive quando dirige la rivista L’Ordine Nuovo, tra il 1919 e il 1920 e a quello che scrive quando dirige il PCI, tra il 1923 e il 1926. In questi anni Gramsci può parlare apertamente e nei suoi scritti è teso a farsi capire dai suoi lettori, cosa che in carcere non potrà più fare: a ragion veduta farà anzi il contrario, scriverà in modo che i suoi censori non capiscano di cosa sta scrivendo (cosa che, oltre che ai censori, capita però anche a molti ingenui lettori di oggi). Tra questi due periodi, tra il maggio del 1922 e l’ottobre del 1923, Gramsci è in URSS. Alla scuola di Lenin e della rivoluzione russa assimila e sviluppa la concezione comunista del mondo e via via con maggiore ampiezza la applica alla rivoluzione socialista in Italia. La vittoria della rivoluzione socialista in Russia e la costruzione dell’Unione Sovietica ebbero un enorme impatto sul movimento comunista italiano e nella vita di Gramsci in particolare.
Le fasi da considerare dunque sono tre:
- una negli anni tra il 1919 e il 1921, quelli della pubblicazione dell’Ordine Nuovo e del lavoro di organizzazione della classe operaia che ha i momenti culminanti nell’occupazione delle fabbriche a Torino (settembre 1920) e nella fondazione (gennaio 1921) del Partito Comunista d’Italia capeggiato però da Amadeo Bordiga [1889-1970]: Gramsci, quasi coetaneo di Bordiga, fa parte del Comitato Centrale ma non del Comitato Esecutivo (la direzione vera e propria) del nuovo partito;
- una negli anni tra il 1923 e il 1926, quando Gramsci per decisione dell’Internazionale Comunista dirige il partito;
- una che va dal suo arresto, nel novembre 1926, alla sua morte nel 1937: tra il gennaio 1929 (quando finalmente nel carcere di Turi ottiene di poter disporre di alcuni libri e di quaderni) e l’estate 1935, quando le sue forze si esauriscono, stende i 29 Quaderni del carcere. Questi a loro volta vanno divisi in tre periodi: il primo che arriva fino all’agosto 1931 (i primi 7 Quaderni), il secondo che arriva fino alla fine del 1933 (i successivi 10 Quaderni) e il terzo (i 12 Quaderni degli anni 1934 e 1935).
In queste tre fasi elementi portanti della concezione comunista del mondo (necessità e possibilità della rivoluzione socialista, forma della rivoluzione socialista, ruolo e forma del partito comunista, ruolo della classe operaia) si mantengono e si consolidano mentre Gramsci via via si libera dall’idealismo (di Hegel e dei suoi epigoni fino a Benedetto Croce [1866-1951] e Giovanni Gentile [1875-1944]) su cui, salvandosi dal positivismo che la Seconda Internazionale spacciava per marxismo e che inquinava le file del PSI, si era formata la sua concezione del mondo. È la riforma intellettuale e morale in cui si forma il massimo dirigente del movimento comunista italiano. Solo nel corso di questa riforma, Gramsci maturò in particolare un grande senso del suo compito di dirigente comunista e un’acuta percezione del problema del potere: fare la rivoluzione socialista voleva dire rendere il proletariato e in primo luogo il partito comunista capace di esercitare il potere, cioè di prendere decisioni che vengono applicate e che vengono fatte applicare anche a chi non le condivide. Egli compì quindi, sul piano intellettuale e morale, un netto distacco dalle due piaghe, l’economicismo e il democraticismo, che avevano largamente inquinato il movimento socialista e che nei paesi imperialisti resero in larga misura impotenti anche i partiti comunisti creati nell’ambito della prima Internazionale Comunista.
Già nel settembre 1920, in piena occupazione delle fabbriche, scriveva:
“La forza del partito, la sua capacità di azione reale sono legate con la possibilità, da parte degli organismi direttivi centrali locali, di avere a propria disposizione, in ogni momento, uomini da comandare, uomini che possono essere comandati perché si sono liberamente e volontariamente impegnati a farsi comandare. Se il partito comunista ha un significato nel periodo attuale, questo significato gli viene appunto da una maggiore dedizione dei militanti ai dirigenti, da una dedizione che si deve supporre sconfinata, se è vero che il partito è in piena guerra e in una guerra combattuta si obbedisce immediatamente, senza discutere, senza dubitare della bontà e della utilità del compito da svolgere, qualunque esso sia. Il Partito socialista italiano ha 200.000 iscritti perché non vi si è tenuti a una ferrea obbedienza, perché chi vi entra non subisce nessuna limitazione nella sua libertà individuale, limitazione che porta a un accrescimento di vita nel corpo associato e quindi anche in ogni singolo, perché molti, pur avendo la tessera, ritengono di avere il diritto di biasimare ma non il dovere di lavorare incessantemente all’organizzazione delle intelligenze e delle volontà”.(3)
3. Gramsci, L’Ordine Nuovo 1919-20, Einaudi 1975, pag. 486.
Per noi comunisti italiani gli scritti di Gramsci hanno una grande importanza. Gramsci è di gran lunga il dirigente comunista dei paesi imperialisti che ha fatto il maggiore sforzo per applicare il marxismo-leninismo alle condizioni del proprio paese e per ricavarne una teoria e una linea per fare la rivoluzione socialista. Alcuni dei risultati del suo lavoro ovviamente sono validi anche per il movimento comunista degli altri paesi imperialisti e alcuni per tutto il movimento comunista, ma tutti i suoi scritti fanno parte del movimento comunista italiano e del suo sviluppo dal vecchio movimento socialista.
Anche i Quaderni del carcere, Gramsci li scrisse non come occupazione personale, ma per adempiere a questo compito. In Italia una serie di anticomunisti presentano Gramsci prigioniero come un intellettuale dedito per suo diletto a suoi studi e, peggio ancora, come un comunista convertitosi all’opposizione a Stalin (negli anni della carcerazione di Gramsci (1926-1937) l’opposizione faceva capo a Trotzki e a Bukharin). In proposito rimando all’ottimo articolo di Giorgio Fabre Gramsci il rivoluzionario ridotto a pedagogo pubblicato in Alias Domenica, inserto di il manifesto 18 giugno 2017 e rilanciato dall’Agenzia Stampa del P.CARC. A confermare che Gramsci scrisse i Quaderni nella veste di dirigente del partito vi è anche il fatto che Gramsci per ben due volte (la prima nell’agosto 1931 ancora nel carcere di Turi e la seconda all’inizio del 1934 appena giunto nel carcere di Formia) riorganizzò il suo lavoro di ricerca ed elaborazione, riscrivendo interamente alcune parti dei quaderni delle fasi precedenti. Valentino Gerratana che ha curato i Quaderni per le edizioni Einaudi ha molto opportunamente distinto i testi di Gramsci tra quelli che Gramsci ha successivamente rivisto (testi A), quelli frutto della seconda e definitiva stesura (testi C) e quelli che Gramsci (non sappiamo se perché li considerava poco rilevanti o se perché soddisfatto) ha lasciato nella prima stesura (testi B).
Vale per noi materialisti dialettici la legge universale che “la verità è sempre concreta”: il significato effettivo di una frase e di un discorso lo si comprende solo se lo si colloca nel contesto in cui l’autore l’ha affermata. Ma questa legge universale ha un significato del tutto particolare per i testi dei Quaderni del carcere. Chi li studia per imparare (quindi né per svago, né per contraffare Gramsci) deve collocare ogni testo che esamina in base alla stesura (testo A, testo B o testo C) e nell’anno in cui essa è avvenuta. Deve inoltre aver chiaro qual è la questione (il tema, il campo di attività) del movimento comunista italiano, dei paesi imperialisti o internazionale di cui Gramsci si occupa in quel testo (a cui Gramsci ha l’occhio quando lo scrive), qual era lo stato dell’arte in quel campo (della teoria, dell’attività politica o dell’organizzazione del partito italiano o del movimento comunista). Deve inoltre farsi l’idea della misura in cui Gramsci era al corrente dello stato delle cose: i suoi colloqui avvenivano sempre in presenza di una guardia carceraria incaricata di interrompere discorsi riguardanti l’attività politica, la sua corrispondenza era tutta controllata, Gramsci riceveva solo pubblicazioni di volta in volta autorizzate. Ci sono vari modi per farsi un’idea di quanto Gramsci fosse al corrente del corso delle cose: da quello che Gramsci scrive, da informazioni sulle visite avute, dalla corrispondenza e dall’elenco delle pubblicazioni consegnate a Gramsci. Solo a questo punto il lettore riesce a capire di cosa Gramsci sta parlando e la posizione che egli afferma.
I Quaderni presentano inoltre un altro problema di cui il lettore deve preoccuparsi: il linguaggio criptico che Gramsci a ragion veduta usa. Faccio un esempio. Nel Quaderno 12 del 1932 Gramsci scrive (Edizioni Einaudi 2004 pag. 1523): “Che tutti i membri di un partito politico debbano essere considerati come intellettuali, ecco una affermazione che può prestarsi allo scherzo e alla caricatura; pure, se si riflette, niente di più esatto. Sarà da fare distinzione di gradi, un partito potrà avere una maggiore o minore composizione del grado più alto o del grado più basso, non è ciò che è importante: importa la funzione [del partito e di ogni membro, ndr] che è direttiva e organizzativa, cioè educativa, cioè intellettuale”.
Un periodo del genere induce il lettore a pensare che Gramsci voglia dire che ogni sgherro o manutengolo del partito fascista o nazista e ogni bigotto o carrierista della DC, che ogni membro clientelare del PCI di Berlinguer e Occhetto dovrebbe essere considerato un intellettuale. Ma sarebbe un travisamento del pensiero di Gramsci. Non solo perché nei paesi capitalisti europei ci fu un periodo, prima che si formassero i partiti socialisti o socialdemocratici di massa e poi, al loro seguito, i partiti promossi dalla Chiesa Cattolica, ecc., in cui i partiti politici non erano affatto di massa, ma composti solo da “uomini politici”. Quindi al censore del suo tempo lo scritto di Gramsci poteva sembrare una qualsiasi accademica storia degli intellettuali. Ma principalmente perché in questo scritto del 1932 Gramsci parla degli intellettuali e del loro ruolo sociale, per parlare in realtà del partito comunista, del suo partito. Basta per convincersene riandare a quello che scriveva pochi anni prima, nel 1925, quando si occupava con fervore di fare del partito comunista una scuola per la riforma intellettuale dei suoi membri: vedasi lo scritto della primavera 1925, Introduzione al primo corso della scuola interna di partito (pagg. 50-57 di La costruzione del Partito comunista 1923-1926 Einaudi 1972 e in parte riprodotto anche in Scritti politici a cura di Paolo Spriano Editori Riuniti 1978 vol. III pagg.117-122) o altri scritti dell’epoca. Oppure riandare ai problemi con cui si era scontrato nel carcere di Turi quando nel novembre-dicembre 1930 aveva cercato di fare una scuola di partito (vedasi in proposito Giuseppe Fiori Vita di Antonio Gramsci Laterza 1966 pagg. 285-298).
Senza questo sforzo di decifrare il linguaggio criptico di un detenuto strettamente sorvegliato che voleva a tutti i costi continuare il suo lavoro di elaborazione (in vista dell’attività futura), molti passaggi dei Quaderni del carcere sono incompresi, accettati con religioso ossequio dai “buoni comunisti” come frasi misteriose o innocue (tanta è la separazione tra teoria e pratica a cui i revisionisti di Togliatti e Berlinguer hanno ridotto i “buoni comunisti”) e si prestano a essere travisati dai falsari dell’apparato della controrivoluzione preventiva a fini di diversione e confusione delle idee o semplicemente a essere sfruttati dai calunniatori professionali remunerati dalle università.
Ritornando al complesso degli scritti di Gramsci, vi è un’altra osservazione da fare. Chi legge gli scritti stesi da Lenin tra il 1893 e il 1923, si trova davanti a una successione imponente di testi il cui autore (Lenin) è partito dalla scienza del marxismo, risultato dell’opera di Marx e di Engels (che resta attivo fino al 1895), l’ha assimilata al massimo livello allora esistente, l’ha applicata a una realtà (la rivoluzione russa) a cui quella scienza non era ancora stata applicata che sporadicamente (da Marx ed Engels e da Plekhanov) e, via via che egli passa da intellettuale a dirigente politico comunista, la arricchisce, fino a farne una scienza più avanzata, il marxismo-leninismo.(4)
Leggendo gli scritti di Gramsci invece ci troviamo davanti a uno scrittore progressista che ragiona con intelligenza ma secondo il buon senso comune dei socialisti italiani del tempo e che solo dopo l’impatto con la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 si mette individualmente a studiare il marxismo-leninismo e via via lo usa per interpretare la realtà italiana fino a diventare promotore della costituzione del partito comunista, dirigente, benché non di primo piano, di esso e infine dal 1923 promotore della bolscevizzazione del partito. Bolscevizzazione che vuole essere una rifondazione del partito sulla base del marxismo-leninismo, rifondazione che nella realtà restò incompiuta a causa della sua incarcerazione, ma che Gramsci proseguì sul piano dell’elaborazione intellettuale nei Quaderni del carcere.
Quindi noi comunisti dobbiamo studiare gli scritti di Gramsci distinguendo 1. quello che resta valido ancora oggi perché entrato a far parte della scienza delle attività con le quali gli uomini fanno la loro storia applicata al nostro paese, 2. quello che si riferisce a circostanze particolari ben definite e che eventualmente è istruttivo per il metodo che Gramsci ha applicato, 3. quello che fa parte del percorso di riforma intellettuale di Gramsci e che Gramsci stesso ha superato.
Un esempio di questo ultimo genere è il salto che Gramsci fa riguardo alla questione del Vaticano. Nel 1920 Gramsci scrive che “in Italia, a Roma, c’è il Vaticano, c’è il papa: lo Stato liberale ha dovuto trovare un sistema di equilibrio con la potenza spirituale della Chiesa: lo Stato operaio dovrà anch’esso trovare un sistema di equilibrio.”(5) È qui evidente che Gramsci non fa ancora una distinzione tra la religiosità degli uomini e la potenza “temporale” della Chiesa Cattolica Romana.
Su questo i revisionisti moderni si sono calati come avvoltoi, felici di trovare qualcosa che giustificasse la loro complicità con la Corte Pontificia, il loro occultamento del governo indiretto sull’Italia che la Corte Pontificia ha esercitato tramite la Democrazia Cristiana e che tuttora esercita con quanto resta del regime democristiano in putrefazione.(6) Ancora oggi la sinistra borghese si alimenta di tutto questo, e spaccia Bergoglio, il capo di uno dei pilastri del sistema imperialista mondiale, come portavoce della sinistra in Italia e dei popoli oppressi nel mondo. Non a caso attendisti e disfattisti, in particolare quelli residenti a Roma, che per proprio opportunismo hanno più interesse a mantenere rapporti pacifici con chi governa realmente il paese e che proprio nel cuore di Roma ha la sua sede centrale, giustamente denunciano ogni capo di governo che solca il cielo ma mai se la prendono con papi, cardinali e vescovi.
Dal marzo 1920 al marzo 1924 passano solo quattro anni e Gramsci scrive: “Il Vaticano è senza dubbio la più vasta e potente organizzazione privata che sia mai esistita. Ha, per certi aspetti, il carattere di uno Stato, ed è riconosciuto come tale da un certo numero di governi. Benché lo smembramento della monarchia austro-ungherese abbia considerevolmente diminuito la sua influenza, esso rimane tuttora una delle forze politiche più efficienti della storia moderna. La base organizzativa del Vaticano è in Italia: qui risiedono gli organi dirigenti delle organizzazioni cattoliche, la cui complessa rete abbraccia una gran parte del globo.
4. Sul “passaggio del testimone” da Engels a Lenin, vedi Lenin, Friedrich Engels, OC vol. 2 Rinascita 1955 pagg. 7-18. Sul leninismo, vedi Stalin, Principi del leninismo in vol. 6 Opere Complete Ed. Rinascita e 1952 e in www.nuovopci.it/ classic/stalin/princ_leninismo/prilenin.html
5. Gramsci, L’Ordine Nuovo 1919-20, cit. p. 476.
6. Vedere al riguardo le prefazioni di Alberto Cecchi a Gramsci, Il Vaticano e l’Italia, Editori Riuniti, Roma, 1977. Radici, natura e prospettive della Repubblica Pontificia sono tracciate in dettaglio nel Manifesto Programma del (nuovo)PCI, con particolare attenzione al regime DC e al suo processo di putrefazione. La complicità dei revisionisti moderni nella creazione del regime che tuttora persiste nel paese parte dall’inclusione dei Patti Lateranensi nella Costituzione, questione su cui del PCI unico a votare contro fu Concetto Marchesi, mentre si astenne Teresa Noce (Teresa Mattei, altra figura storica del primo movimento comunista italiano, votò per disciplina di partito ma iniziò a prenderne le distanze, e ne uscì nel 1955).
In Italia l’apparato ecclesiastico del Vaticano si compone di circa 200.000 persone; cifra imponente, soprattutto quando si consideri che essa comprende migliaia e migliaia di persone dotate di intelligenza, cultura, abilità consumata nell’arte dell'intrigo e nella preparazione e condotta metodica e silenziosa dei disegni politici. Molti di questi uomini incarnano le più vecchie tradizioni d’organizzazione delle masse e, di conseguenza, la più grande forza reazionaria esistente in Italia, forza tanto più temibile in quanto insidiosa e inafferrabile. Il fascismo prima di tentare il suo colpo di Stato dovette trovare un accordo con essa. Si dice che il Vaticano, benché molto interessato all’avvento del fascismo al potere, abbia fatto pagare molto caro l’appoggio al fascismo. Il salvataggio del Banco di Roma, dove erano depositati tutti i fondi ecclesiastici, è costato, a quel che si dice, più di un miliardo di lire al popolo italiano.
Poiché si parla spesso del Vaticano e della sua influenza senza conoscerne esattamente la struttura e la reale forza d’organizzazione, non è senza interesse darne un’idea precisa. Il Vaticano è un nemico internazionale del proletariato rivoluzionario”.(7)
Con questo “nemico internazionale” di cui Gramsci parla nel 1924, lo “stato operaio” di cui parlava nel 1920 non poteva trovare alcun equilibrio. L’abolizione del Vaticano è un passaggio indispensabile per fare dell’Italia un nuovo paese socialista.(8) E sul tema Gramsci ritornerà infatti in Alcuni temi della questione meridionale (1926) e nei Quaderni con tesi ben diverse da quella del 1920.
In conclusione la questione dei Consigli di fabbrica, la questione della rivoluzione socialista e di come farla, la questione del partito sono temi degli scritti di Gramsci che studiamo per come si sviluppano nel corso della sua vita e che arrivano fino a noi come patrimonio che mettiamo a frutto per l’opera gloriosa iniziata da lui e dal primo PCI e che il (nuovo)PCI porta oltre, verso il suo compimento: la conquista del potere.
Oltre alla giusta comprensione delle lezioni di Gramsci e al loro uso per far avanzare la nostra teoria e la pratica della rivoluzione socialista, un ruolo importante ha anche la denuncia delle denigrazioni e mistificazioni di Gramsci, quando esse non restano puro esercizio accademico, ma si traducono in idee propagandate tra le masse.
In particolare quest’anno [2017, ndr] in cui ricorre il centenario, molta attenzione si concentra sulla Rivoluzione d’Ottobre e la costruzione del socialismo in Unione Sovietica. Assume quindi particolare importanza la questione dell’unità di concezione e linea tra Gramsci e Stalin. In particolare dobbiamo quindi lottare in modo qualitativamente superiore “contro l’uso anticomunista che di Gramsci cerca di fare in questi anni la sinistra borghese: essa lo presenta in Italia e nel mondo come un oppositore della concezione e della linea impersonate da Stalin che hanno guidato l’Internazionale Comunista e il movimento comunista fino al 1956. Mentre in realtà proprio Gramsci pur segregato nelle carceri fasciste ha elaborato, alla luce dei compiti della rivoluzione socialista e dell’esperienza del movimento comunista, la critica più esauriente della concezione di Trotzki e della concezione di Bukharin che furono i principali oppositori di Stalin sul terreno dell’orientamento da dare alla rivoluzione in Unione Sovietica e a livello internazionale e della linea con cui proseguirla” (da Gramsci e la Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata in La Voce 44).
A questo impegno sono chiamati tutti i comunisti che celebrano il centenario della Grande Rivoluzione d’Ottobre, in particolare i membri della Commissione Gramsci del P.CARC, che tanto buon lavoro ha già fatto. Il pensiero di Gramsci ha tratto il massimo alimento dalla costruzione del socialismo nell’Unione Sovietica diretta da Stalin. Quanto a noi, dobbiamo fare nostro e mettere a frutto il patrimonio che la prima ondata del movimento comunista internazionale e italiano ci consegna. Contribuirà così a farci capaci di dare slancio alla sua seconda ondata.
7. Articolo di La Correspandance Internationale, 12.03.1924, tratto da A. Gramsci, Sul fascismo, Ed. Riuniti, 1978, Roma, pp. 220-224.
8. “Non è possibile per la classe operaia condurre le masse a instaurare la dittatura del proletariato senza eliminare il Vaticano e la sua Chiesa” (Manifesto Programma del (n)PCI, p. 129).

References: § 57
 § 57
 § 24
 § 34
 § 41
 § 41
 § 55
 § 1
 § 15
 § 161
 § 17
 § 18
 § 37
 § 61
 § 2
 § 123
 § 6
 § 6
 § 7
 § 2
 § 6
 § 48
 § 38
 § 17
 § 10
 § 14
 § 12
 § 90
 § 48
 § 37
 § 48
 § 37
 § 90
 § 48
 § 37
 § 90
 § 90
 § 17
 § 27
 § 1
 § 1
 § 11
 §15
 § 34