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Timestamp: 2018-03-18 13:40:35+00:00

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L’insostenibile Irragionevolezza Della Inammissibilità Della Domanda: La Consulta Tra Esigenze Di Deflazione E Diritto Di Difesa – Iurisprudentia
ANNO IV, Marzo 2018
L’insostenibile Irragionevolezza Della Inammissibilità Della Domanda: La Consulta Tra Esig...
Massimo Teresi
A “giudizio” di legittimità costituzionale l'art. 152 delle disp. att. c.p.c., ultimo periodo, come modificato dall'art. 38, c. 1, lettera b), n. 2, del D.L. 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, con L. 15 luglio 2011, n. 111.
Il dubbio è sorto alla Corte d'appello di Torino, sezione lavoro, che lo aveva sottoposto al vaglio della Consulta con l’ordinanza del 6 marzo 2015 (pubblicata in G.U., n. 41, prima serie speciale, anno 2015). La disposizione, è noto, stabiliva che dovesse dichiararsi l'inammissibilità del ricorso in materia previdenziale in caso di omessa indicazione del valore della prestazione dedotta in giudizio, il cui importo deve essere specificato nelle conclusioni dell'atto introduttivo.
Il fatto e le ragioni della rimessione.
Il giudizio aveva ad oggetto il riconoscimento del diritto alla pensione di reversibilità dell'ascendente in favore del nipote, sebbene i genitori di questo non fossero totalmente privi di reddito, in relazione al trattamento pensionistico spettante al nonno materno il quale aveva provveduto, in vita, al mantenimento del nipote convivente.
Avverso la sentenza di primo grado favorevole all’istante, l'INPS aveva interposto appello, eccependo, in via pregiudiziale, l'inammissibilità del ricorso in primo grado per mancato rispetto della previsione in esame, non avendo la parte indicato nell'atto introduttivo il valore della prestazione richiesta.
Il rimettente aveva in particolare posto in luce il possibile contrasto con gli artt. 3 e 117, c. 1, della Costituzione, in relazione all'art. 6, c. 1, della CEDU, apparendo la sanzione dell'inammissibilità della domanda sproporzionata, siccome determinante il venir meno della potestas iudicandi[1] in capo al giudice (rilevabile d’ufficio e senza termini), rispetto all'obiettivo nelle corde del legislatore, ovverosia quello di evitare, nei giudizi previdenziali, le liquidazioni di spese processuali esorbitanti rispetto al valore della controversia: già l'art. 152 disp. att. c.p.c., infatti, vincola il giudice ad una liquidazione delle spese di lite non superiore al valore del capitale ed è proprio a tale fine che si impone alla parte di rendere la dichiarazione relativa al valore della prestazione[2]; neppure sarebbe stata possibile, a dire del rimettente, una sostanziale disapplicazione della norma, laddove il valore della prestazione richiesta emerga dal «contesto complessivo» dell'atto introduttivo, poiché la norma richiede in modo non equivoco la dichiarazione esplicita e, di conseguenza, il giudice non potrebbe sottrarsi dall’emettere la pronuncia in rito.
Il giudizio di costituzionalità.
La difesa erariale aveva, nel contesto del giudizio di costituzionalità e nel merito della censura, sottolineato il collegamento funzionale (e dunque la lettura teleologica che se ne dovrebbe inferire) tra i due periodi della norma, entrambi militanti ad evitare l'uso strumentale del processo previdenziale al fine di lucrare le spese di giudizio: il primo periodo, infatti, vincola il giudice a non liquidare, a titolo di spese di lite, un importo superiore al valore della prestazione dedotta in giudizio e il secondo, oggetto precipuo della questione di legittimità costituzionale, impone a tal fine di indicare nell'atto introduttivo il valore della prestazione richiesta, sanzionando l’omissione con l’inammissibilità della domanda.
Cassate le preliminari eccezioni di irrilevanza della questione nel giudizio a quo[3] e di difetto di motivazione dell'ordinanza[4], ed esclusa l'interpretazione costituzionalmente orientata pur prospettata dall’Avvocatura[5], nel merito il Giudice delle Leggi ha ritenuto la questione fondata, dichiarando l’incostituzionalità della norma censurata.
È ampio il margine di discrezionalità al legislatore offerto circa la regolamentazione degli istituti processuali: il controllo di costituzionalità deve dunque restare negli stretti limiti della manifesta irragionevolezza o arbitrarietà delle scelte compiute[6], verificando che il bilanciamento degli interessi costituzionalmente rilevanti non si sia realizzato con modalità tali da determinare il sacrificio, o comunque la significativa compressione, di uno di essi in misura eccessiva ed in quanto tale incompatibile con il dettato costituzionale[7].
Innegabile si palesa la stretta correlazione tra l'ultima parte dell'art. 152 disp. att., oggetto di censura, con il capoverso immediatamente precedente, introdotto dall'art. 52 L. n. 69 del 2009, che stabilisce che il giudice, nei giudizi per prestazioni previdenziali, non può liquidare spese, competenze ed onorari in misura superiore al valore della prestazione dedotta in giudizio: la ratio sottesa al costrutto normativo è nell'esigenza di evitare l'utilizzo abusivo del processo previdenziale[8] ed il rafforzamento dovuto all’intervento del 2011 si prefigurava l’intento di «scoraggiare fenomeni elusivi consistenti nella prassi di non quantificare il petitum, limitandosi a richiedere un accertamento generico ovvero indicando valori generici o richieste non sufficientemente quantificate»[9].
Il complesso normativo si completava, poi, con quella relativa ai giudizi pendenti alla data di entrata in vigore della novella (art. 38, c. 3, D.L. n. 98 del 2011), in relazione ai quali «in sede di prima applicazione delle disposizioni di cui al comma 1, lett. b n. 2), […] la dichiarazione relativa al valore della lite deve essere formulata nel corso del giudizio».
Tuttavia, proprio la stretta relazione tra le due disposizioni dà motivo alla Consulta di osservare, nella pronuncia in commento, che quella che prevede di non liquidare le spese in misura superiore al valore della prestazione dedotta in giudizio «è di per sé sola già idonea a perseguire pienamente lo scopo», essendo «chiamata ad operare nel momento della liquidazione delle spese, normalmente coincidente con la fine del giudizio, quando il giudice conosce il valore della prestazione. Pertanto egli non avrà bisogno della quantificazione contenuta nell'atto introduttivo, ma sarà sottoposto al vincolo derivante dal limite legale imposto alla liquidazione».
Insomma, l’effetto deflattivo deve considerarsi già ampiamente conseguito o conseguibile in applicazione della disposizione meno recente e, dall’altro lato, la garanzia dell'accesso alla tutela giurisdizionale e della sua effettività risulta eccessivamente sacrificata in ragione di quella più recente, giacché, pur non essendo la declaratoria di inammissibilità preclusiva della riproposizione dell'azione, si tradurrebbe comunque in un aggravio ingiustificato per la parte. Ciò dà luogo ad uno sbilanciamento, a favore dall'interesse ad evitare l'abuso del processo, già efficacemente contrastato dalla disciplina introdotta dalla novella di cui all' art. 52 L. n. 69 del 2009.
Brevi osservazioni.
4.1 L’inammissibilità in generale e l’invalidità della domanda nel rito previdenziale e del lavoro.
Nel diritto processuale civile, l’inammissibilità è quel vizio dell’atto che impedisce al giudice di esaminare nel merito la richiesta avanzata da una parte, in quanto carente dei requisiti minimi previsti dalla legge ai fini della genesi dell’atto medesimo. Essa è dunque una species, frequentemente riscontrata nel sistema delle impugnazioni, del genus dell’invalidità, differenziandosi, o meglio caratterizzandosi, rispetto alla categoria più generale per il difetto di un elemento indispensabile per potersi inserire nella sequenza procedimentale e coltivarne l’incedere verso la decisione di merito[10]. Si esclude, per l’atto inammissibile, una qualsivoglia sanatoria, stante il suo difetto genetico, e se ne professa il rilievo senza termini, anche da parte del giudice motu proprio.
Secondo l’art. 442, c. 1, c.p.c., «Nei procedimenti relativi a controversie derivanti dall'applicazione delle norme riguardanti le assicurazioni sociali, gli infortuni sul lavoro, le malattie professionali, gli assegni familiari nonché ogni altra forma di previdenza e di assistenza obbligatorie, si osservano le disposizioni di cui al capo I di questo titolo», e quindi gli artt. 409 ss., ed in particolare, per quanto concerne la domanda, all’art. 414 c.p.c.
Sebbene nel rito del lavoro la disciplina codicistica non preveda una norma specifica che regoli la nullità del ricorso introduttivo, la dottrina e la giurisprudenza di legittimità, specie dopo la riforma del codice del 1990, si sono mostrate sostanzialmente concordi, sia pur con maggiori travagli per i vizi riguardanti la editio actionis, nel ritenere che il relativo regime debba essere ricavato dalla disciplina generale di cui agli artt. 156 ss., nonché, pur con alcuni distinguo, dall'art. 164[11], trovando dunque applicazione, anche in tale contesto, i correlati strumenti sananti.
4.2 La disciplina delle spese nel rito previdenziale.
L’insistenza del legislatore intorno a questo tema si inquadra nel quadro di un profondo assestamento che da diverso tempo sta riguardando il regime delle spese legali del processo previdenziale: si ricordi, in particolare, l'abolizione della tradizionale regola dell'esonero dal pagamento di spese, competenze ed onorari a favore degli istituti di assistenza e previdenza, prevista a beneficio del lavoratore soccombente nei giudizi previdenziali, salva la manifesta infondatezza e temerarietà della pretesa (art. 4, c. 2, D.L. 19 settembre 1992, n. 384, poi dichiarato costituzionalmente illegittimo da Corte cost., 13 aprile 1994, n. 134 nella parte in cui, appunto, abrogava in modo generalizzato e indiscriminato gli artt. 57, l. 30 aprile 1969, n. 153 e 152 disp. att. c.p.c., che esoneravano i lavoratori dalle conseguenze della soccombenza in giudizio nelle controversie previdenziali, per aver trascurato qualunque distinzione fra abbienti e non abbienti); la integrale novella dell'art. 152 disp. att. c.p.c. (introdotta dall’art. 42, c. 11, D.L. 30 settembre 2003, n. 269), completata dall'art. 1 della L. n. 326/2003 tramite l'inserimento di una nuova rubrica - "Esenzione dal pagamento di spese, competenze e onorari nei giudizi per prestazioni previdenziali" - e la sostituzione di un riferimento normativo (il testo unico in materia di spese di giustizia di cui al d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 , anziché il D.Lgs. 30 maggio 2002, n. 113); e, da ultimo, l' art. 52, c. 6, L. n. 69 del 2009 con i limiti di applicabilità previsti dalle disposizioni transitorie di cui all'art. 58 della stessa legge.
La disciplina delle spese di causa nelle controversie previdenziali è dunque differente rispetto a quella del giudizio ordinario: mentre l'art. 91 stabilisce che il giudice, con la sentenza che chiude il processo, condanni la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell'altra parte, l'art. 152 disp. att. c.p.c., come novellato dall'art. 42, c. 11, D.L. n. 269/2003, convertito dalla L. n. 326/2003, prevede che nei giudizi promossi per ottenere prestazioni previdenziali o assistenziali, la parte soccombente sia esonerata dal rimborso delle spese alla controparte qualora risulti titolare di un reddito pari o inferiore a due volte l'importo di quello fissato per l'ammissione al gratuito patrocinio (cfr. art. 76, c. 1 e 3, art. 77, d.P.R. 30.5.2002 n. 115)[12]. Il nuovo testo dell'art. 152 disp. att. c.p.c. ha introdotto, dunque, il criterio della «non abbienza» quale condizione per la deroga al principio di soccombenza[13].
La conseguenza dell'inammissibilità del ricorso era sconosciuta nel sistema previdenziale ormai dall'entrata in vigore della L. n. 533 del 1973 e del nuovo testo dell'art. 443 c.p.c. (che, in virtù delle modifiche all'epoca apportate, ha trasformato il procedimento amministrativo da condizione di ammissibilità a condizione di procedibilità dell'azione giudiziaria). Perciò, già nei primi commenti al decreto del 2011, il quale come detto aveva integrato la norma in esame attraverso l’imposizione della dichiarazione di valore a pena di inammissibilità, tale novità, pur comprensibilmente diretta a limitare il moltiplicarsi di controversie promosse con finalità abusive, aveva suscitato perplessità di carattere interpretativo, ma soprattutto seri dubbi di costituzionalità per la sproporzione della sanzione prevista[14], laddove trattavasi, in fin dei conti, di un'integrazione utile al solo fine di fornire al giudice un parametro di riferimento ai fini della liquidazione delle spese di lite complessivamente intese.
Così, in ravvicinato contesto temporale con la pubblicazione della novella, se ne dubitò la legittimità costituzionale per contrasto: con l'art. 3, sia sotto il profilo della irragionevolezza delle conseguenze derivanti dalla mancata indicazione di un elemento formale non richiesto dall'art. 414 c.p.c., sia sotto quello della violazione del principio di uguaglianza, che verrebbe perpetrata qualora si legittimasse un'interpretazione della norma tale da imporre per i soli giudizi in materia di prestazioni previdenziali la conseguenza dell'inammissibilità del ricorso, non prevista per nessun altro tipo di controversia (nemmeno, a rigore, per quelle aventi a oggetto prestazioni «assistenziali», alle quali si dubitava potesse applicarsi la disposizione in esame) e comunque sproporzionata rispetto agli obiettivi; con l'art. 24, in quanto la draconiana conseguenza della chiusura in rito si traduce in una lesione dell’accesso alla giustizia e, quindi, del diritto di difesa; dell'art. 38, infine, perché irragionevole che la pronuncia di merito di un giudizio riguardante una pretesa previdenziale potesse essere impedito da un elemento formale del tutto estraneo alla verifica della sussistenza dei presupposti del riconoscimento della tutela.
Che le critiche mosse alla legislazione del 2011 fossero fondate lo dimostra, poi, l’analisi storica delle diverse forme di «reazione» dell’ordinamento al caso della mancata indicazione del valore della causa nell’atto introduttivo.
Si ricordi, in proposito, che l’art. 9, c. 5, L. n. 488/1999, nella formulazione antecedente alle modifiche apportate con l’art. 1, D.L. n. 28/2002, nel testo integrato dalla relativa legge di conversione, stabiliva che in caso di inottemperanza all’onere di dichiarare il valore della lite, ai sensi degli articoli 10 ss. c.p.c., «nelle conclusioni dell'atto introduttivo ovvero nell'atto di precetto», il giudice dovesse dichiarare «l'improcedibilità»; tuttavia, il citato art. 1, c. 3, D.L. n. 28 del 2002, eliminò il riferimento all'improcedibilità, per far posto a quello della presunzione «del valore di cui allo scaglione della lett. g del comma 1 della tabella 1 allegata alla presente legge» (L. n. 488 del 1999).
Il quadro è, poi, radicalmente cambiato a seguito dell'abrogazione dell' art. 9, comma 5, L. n. 488 del 1999, disposta dall' art. 299, D.Lgs. 30 maggio 2002, n. 113 e dall' art. 299, D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, ma l'atteggiamento del legislatore dinanzi all'omessa dichiarazione del valore è rimasto il medesimo, cioè quello di incidere non sull’ammissibilità o la proponibilità della domanda, bensì di considerare quale riferimento lo scaglione più gravoso[15].
La decisione in commento della Consulta si innesta, dunque, in quel percorso di faticosa ricerca dell’equilibrio tra le esigenze deflattive e la garanzia del diritto di difesa; nel percorrere tale stretta via abbiamo assistito nell’ultimo decennio, sia da parte della legislazione sia da parte della giurisprudenza, ad una tendenza che ha visto le reazioni immediate, quasi istintive, di contrasto dell’abusivo uso dello strumento processuale[16] significativamente calmierate, cedendo il passo ad atteggiamenti meglio ponderati rispetto agli altri valori coinvolti[17], in particolare rispetto all’accesso alla giustizia nella sua nucleare accezione quale diritto ad una decisione di merito: valore che l’art. 24 Cost., nonostante le esigenze di giustizia competitiva, accoglie e continua a preservare nel tempo.
[1] Evento, da un lato, ferale in casi, come quello di specie, in cui una nuova iniziativa sarebbe preclusa o comunque gravemente minata dal maturarsi di termini di prescrizione e decadenza di un diritto che il giudice di prime cure ha già riconosciuto nel merito, dall’altro repulsivo perché l'oggetto del giudizio è costituito dalla richiesta di erogazione di una prestazione previdenziale, ricadente nell'alveo di protezione dell'art. 38 Cost.
[2] La manifesta irragionevolezza della previsione censurata, secondo il rimettente, era resa ancor più evidente dal fatto che nel giudizio a quo la liquidazione delle spese era avvenuta correttamente e, quindi, non era stato il relativo capo oggetto di impugnazione.
[3] Derivante, secondo la difesa erariale, dalla lettura sistematica della norma che, in considerazione del fine perseguito dal legislatore, porterebbe ad escluderne l'applicazione quando, come avvenuto nella specie, sia stato accertato, in concreto, che non sono state liquidate spese di valore superiore a quello della prestazione dedotta. Il giudice rimettente, secondo la Consulta, avrebbe invece poggiato l’applicabilità della norma censurata al giudizio incidentale su sufficienti argomentazioni, dando conto del fatto che il dato letterale dell'art. 152 disp. att. c.p.c. non consentirebbe di desumere il valore della prestazione dal contesto del ricorso, in difetto di una dichiarazione espressa, individuando poi nell'avvenuto raggiungimento dello scopo della norma un argomento aggiuntivo della sua irragionevolezza e non un motivo che ne giustifichi la disapplicazione.
[4] Avrebbe il rimettente argomentato l'irragionevolezza e la sproporzione della sanzione solo in relazione all'avvenuto raggiungimento dello scopo della norma nel giudizio incidentale, mentre non ha denunciato l'illegittimità costituzionale della norma in riferimento a tutti gli effetti da essa derivabili. Anche questo rilievo non avrebbe pregio, secondo la Consulta, perché il giudice a quo ha invece individuato i motivi dell'irragionevolezza e della sproporzione sia nell'avvenuto raggiungimento dello scopo nel giudizio incidentale sia, in generale, nella gravità e non emendabilità della sanzione, a fronte di un’inadempienza formale, la cui mancanza costringerebbe da un lato la parte ad una nuova iniziativa giudiziaria, con possibile maturarsi della decadenza e della prescrizione, dall’altra avrebbe conseguenze pregiudizievoli per il principio costituzionale di ragionevole durata del processo.
[5] Secondo cui si sarebbe potuto escludere l'applicazione della disposizione nel caso in cui sia possibile desumere il valore della causa dal complesso dell'atto; tale interpretazione, però, stride evidentemente con il dato letterale, che richiede l'espressa quantificazione del valore nelle conclusioni dell'atto introduttivo.
[6] C. cost. n. 17 del 2011; C. cost. n. 229 e n. 50 del 2010; C. cost. n. 221 del 2008.
[7] La stessa pronuncia in commento ricorda l’ormai pacifico principio affermato tra le altre da C. cost. n. 71 del 2015, la quale ha precisato che tale giudizio deve svolgersi «attraverso ponderazioni relative alla proporzionalità dei mezzi prescelti dal legislatore nella sua insindacabile discrezionalità rispetto alle esigenze obiettive da soddisfare o alle finalità che intende perseguire, tenuto conto delle circostanze e delle limitazioni concretamente sussistenti" (sentenza n. 1130 del 1988)».
[8] La «piaga» è nota e rappresenta una delle cause di maggiore proliferazione delle controversie previdenziali in alcune regioni della penisola. L'intervento costituisce, dunque, il prevedibile completamento di quanto, nella medesima ottica, era stato disposto qualche anno prima allorché, con la novella del 1° co. dell'art. 151 disp. att. c.p.c. , era stato introdotto l'obbligo, per il giudice, di riunire i procedimenti relativi a controversie in materia di lavoro e di previdenza e di assistenza e a controversie dinanzi al giudice di pace, connesse anche soltanto per identità delle questioni dalla cui risoluzione fosse dipesa, totalmente o parzialmente, la loro decisione, a eccezione delle ipotesi in cui la riunione avesse reso troppo gravoso o comunque ritardato eccessivamente il processo. Ciò nell’ottica più generale del divieto di frazionamento del credito, e quindi dei procedimenti relativi, instillato da Cass., sez. un., 15 novembre 2007, n. 23726 (per un commento alla pronuncia de qua si vedano Meloni Cabras, Domanda di adempimento frazionata e violazione dei canoni di correttezza e buona fede, in Obbl. e contr., 10, 2008, 784 ss.; Rescigno, L’abuso del diritto (una significativa rimeditazione delle Sezioni Unite), in Corr. giur., 6, 2008, 745 ss.; Veronese, Domanda frazionata: rigetto per contrarietà ai principi di buona fede e correttezza, in Obbl. e contr., 10, 2008, 800 ss..; Donati, Buona fede, solidarietà, esercizio parziale del credito (ancora intorno a Cass., sez. un., 15 novembre 2007, n. 23726), in Riv. dir. civ., 2009, 347 ss.).
[9] Così leggesi nella relazione di accompagnamento al disegno di legge di conversione del D.L. 6 luglio 2011, n. 98.
[10] Il processo di cognizione, secondo la più accreditata teoria dell’azione risalente a Virgilio Andrioli, mira a concludersi con pronunce di merito, mentre eccezionali devono essere le ipotesi in cui la violazione di norme disciplinanti il processo impone che questo si concluda con un absolutio ab istantia; di ciò è testimonianza la serie di strumenti diretti a depurare il processo dai vizi formali ed extraformali, allo scopo di consentirne la conclusione con una pronuncia di merito, dalla quale si evinca chi, tra i litiganti, ha ragione e chi di contro ha torto (A. Proto Pisani, Lezioni di diritto processuale civile, Napoli 1996, 237).
[11] Tarzia, Manuale del processo del lavoro, V ed., Milano 2008, 108 s.; Luiso, Il processo del lavoro, Torino 1992, 134 ss.; contra Franza, Il ricorso, in Il diritto processuale del lavoro, a cura di Vallebona, in Trattato di diritto del lavoro, diretto da Persiani-Carinci, IX, Padova 2011, 41, 77 s., per il quale l'omessa indicazione del petitum e/o della causa petendi comporterebbe la nullità assoluta e insanabile del ricorso.
[12] Barchi, Le controversie in materia di previdenza e assistenza obbligatorie, Padova 2004, 102 s. Prima della riscrittura attuata dal D.L. n. 269/2003, l'art. 152 disp. att. c.p.c. prevedeva, invece, che il lavoratore soccombente nei giudizi per ottenere prestazioni previdenziali - a prescindere dal reddito - non fosse assoggettato al pagamento di spese, competenze ed onorari a favore degli istituti di assistenza e previdenza, salvo che la pretesa non risultasse manifestamente infondata e temeraria (per i più significativi approfondimenti in tema di "temerarietà" della pretesa, Cass., 6 giugno 2007 n. 13269, Cass., 13 aprile 2006 n. 8572, FI 2006, I, 3399, nt. Gentile, mentre sul concetto di «manifesta infondatezza», Cass., 16 maggio 2007 n. 11264). Tale disposizione era stata abrogata dall'art. 4, c. 2, D.L. n. 384/1992, per essere poi ripristinata da una decisione della Consulta (C cost. 13 aprile 1994 n. 134, Foro it. 1994, I, 1303).
[13] La previsione di un limite di reddito non rappresenta di per sé violazione di principi costituzionali (con particolare riferimento agli artt. 3, 24 e 38 Cost.), tuttavia mentre la maggioranza degli studiosi ritiene tale limite eccessivamente basso (Nodari, Applicabilità del nuovo regime di esenzione dalle spese in caso di soccombenza nei giudizi per prestazioni previdenziali, Lavoro nella giur 2004, 569, non manca chi considera congruo il tetto reddituale (Barchi, Le controversie in materia di previdenza e assistenza obbligatorie, cit., 106), o chi lo reputa troppo elevato (Gentile, Le controversie in materia previdenziale e assistenziale, in La nuova giustizia del lavoro, a cura di Dalfino, Bari 2011, 347).
[14] Vianello, Processo previdenziale e inammissibilità del ricorso per omessa dichiarazione del valore della prestazione dedotta in giudizio, Lavoro nella giur. 2013, 10, 869.
[15] Infatti, l' art. 13, comma 6, D.P.R. n. 115 del 2002 stabilisce che «se manca la dichiarazione di cui all'art. 14, il processo si presume del valore indicato al comma 1, lett. g. Se manca la dichiarazione di cui al comma 3- bis dell'art. 14, il processo si presume del valore indicato al comma 6- quater, lett. f» (cioè di quello corrispondente all'ultimo scaglione di riferimento: quello relativo ai processi di valore superiore a euro 520 mila, nella prima ipotesi, e quello relativo alle controversie di valore superiore a euro 200 mila, nella seconda).
[16] Si pensi a quella giurisprudenza che, inaugurando il contrasto al frazionamento del credito, aveva sancito la inammissibilità o improponibilità della domanda (Cass., S. U., 15 novembre 2007, n. 23726, Cass. 3 dicembre 2008, n. 28719).
[17] Sempre in tema di frazionamento del credito, la giurisprudenza di legittimità è poi approdata, ferma la stigmatizzazione della pratica quale illecita, a conseguenze più congrue, quali la riunione dei procedimenti inutilmente frazionati o la liquidazione unitaria delle spese di lite, senza escludere una possibile responsabilità disciplinare a carico dell'unico difensore (Cass. 19 marzo 2015, n. 5491).

References: sentenza 
 art. 52
 art. 52
 sentenza 
 art. 76
 art. 77
 art. 1
 art. 9
 art. 299
 art. 299
 art. 13
 Cass.