Source: http://www.ildirittoamministrativo.net/art-19-cost.htm
Timestamp: 2017-10-20 05:22:14+00:00

Document:
Dal 12/06/09 4421053
Testo dell'articolo 19 della Costituzione Italiana, la libertà di culto e la giurisprudenza costituzionale in tema di parità di trattamento tra culti differenti con particolare riguardo al culto della religione cattolica
[I] Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.
Corte costituzionale 07 ottobre 2003 n. 309
Non è fondata la q.l.c. dell'art. 7 bis l. 27 dicembre 1956 n. 1423, introdotto dall'art. 11 l. 13 settembre 1982 n. 646, censurato in riferimento all'art. 19 cost., in quanto prevede la possibilità per il giudice di autorizzare la persona sottoposta alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno in un determinato comune ad allontanarsi dal medesimo comune esclusivamente per ragioni di salute e non anche per permettere alla persona di esercitare in forma associata il diritto di professione della propria fede religiosa, quando ciò non sia possibile nel comune di soggiorno obbligato, per mancanza di comunità di fedeli e di luoghi di culto. Premesso che in materia di misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose, le quali possono comportare limitazioni direttamente alla libertà personale e anche alla libertà di circolazione e soggiorno del soggetto considerato socialmente pericoloso, ripercuotendosi su altri diritti del cui esercizio tali libertà costituiscono il presupposto, il legislatore deve esercitare la propria discrezionalità in modo equilibrato per rendere tali misure le meno incidenti possibili sugli altri diritti costituzionali coinvolti, la previsione, in vista della tutela della salute del prevenuto, di una deroga all'originario, rigido regime di esecuzione della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno non può essere estesa al caso del diritto di libertà di culto in forma associata, in quanto, in tal caso, la sospensione degli obblighi per consentire la partecipazione periodica e continuativa a cerimonie religiose sarebbe in insuperabile contraddizione con le esigenze in vista delle quali la misura di prevenzione è adottata, sia perché l'autorizzazione dovrebbe valere in generale per tutta la durata della misura, sia perché sarebbe impossibile assicurare idonee misure di pubblica sicurezza nei luoghi di culto e durante la celebrazione di cerimonie religiose; ciò tuttavia non esclude che, compatibilmente con le esigenze di sicurezza, l'obbligo di soggiorno possa essere fissato, in conformità con la richiesta dell'interessato, in un comune in cui esistano una comunità di fedeli e luoghi di culto e nel quale la persona sottoposta alla misura di prevenzione vada a fissare la propria residenza.
Corte costituzionale 08 ottobre 1996 n. 334
Sono costituzionalmente illegittimi, per violazione degli art. 2, 3 e 19 cost., l'art. 238 comma 2 c.p.c., limitatamente alle parole "davanti a Dio e agli uomini" e l'art. 238 comma 1, seconda proposizione, c.p.c., limitatamente alle parole "religiosa e", in quanto - posto che gli art. 2, 3 e 19 cost. garantiscono come diritto la libertà di coscienza in relazione all'esperienza religiosa; che tale diritto, sotto il profilo giuridico - costituzionale, rappresenta un aspetto della dignità della persona umana, riconosciuta e dichiarata inviolabile dall'art. 2; che esso spetta ugualmente tanto ai credenti quanto ai non credenti, siano essi atei o agnostici, e comporta la conseguenza, valida nei confronti degli uni e degli altri, che in nessun caso il compimento di atti appartenenti, nella loro essenza, alla sfera della religione possa essere l'oggetto di prescrizioni derivanti dall'ordinamento giuridico dello Stato; che qualunque atto di significato religioso (anche il più doveroso dal punto di vista di una religione e delle sue istituzioni) rappresenta sempre, per lo Stato, esercizio della libertà dei propri cittadini, che, come tale, non può essere oggetto di una sua prescrizione obbligante, indipendentemente dall'irrilevante circostanza che il suo contenuto sia conforme, estraneo o contrastante rispetto alla coscienza religiosa individuale; che alla configurazione costituzionale del diritto individuale di libertà di coscienza nell'ambito della religione e alla distinzione dell'"ordine" delle questioni civili da quello dell'esperienza religiosa corrisponde, rispetto all'ordinamento giuridico dello Stato e delle sue istituzioni, il divieto di ricorrere a obbligazioni di ordine religioso per rafforzare l'efficacia dei propri precetti; e che il giuramento è certamente atto avente significato religioso - il giuramento "decisorio" , così come disciplinato dall'art. 238 c.p.c., viola sia la libertà di coscienza in materia di religione (laddove esso, pur non essendo propriamente imposto dalla legge, è comunque oggetto di una precrizione legale alla quale la parte si trova sottoposta con conseguenze negative), sia la distinzione, imposta dal fondamentale principio costituzionale di laicità, o non confessionalità dello Stato, tra l'"ordine" delle questioni civili e l'"ordine" delle questioni religiose (laddove dalle norme impugnate deriva un'inammissibile commistione tra i due ordini, rappresentata dal fatto che un'obbligazione di natura religiosa e il vincolo che ne deriva nel relativo ambito sono imposti per un fine probatorio proprio dell'ordinamento processuale dello Stato; con la conseguenza che, siccome la libertà di coscienza di chi sia chiamato a prestare il giuramento previsto dall'art. 238 comma 2 c.p.c. comporta che la determinazione del contenuto di valore che essa implica sia lasciata alla coscienza, la dichiarazione di incostituzionalità del riferimento alla responsabilità che si assume davanti a Dio deve estendersi anche al riferimento alla responsabilità davanti agli uomini, e con l'ulteriore conseguenza (ex art. 27 l. n. 87 del 1953) che la dichiarazione di incostituzionalità deve estendersi al comma 1 del medesimo articolo - nella parte in cui prevede che il giurante sia ammonito dal giudice circa l'importanza religiosa del giuramento - avuto riguardo alla inscindibilità di tale previsione da quella contenuta nel comma 2.
Corte costituzionale 31 maggio 1996 n. 178
Le disposizioni di cui all'art. 10 comma 1 lett. e), i) ed l), del Tuir disciplinano la deducibilità delle contribuzioni liberali degli associati a favore delle confessioni religiose di appartenenza, limitatamente alle sole confessioni che abbiano stipulato un'intesa con lo Stato italiano. Tale disciplina, pur potendo essere considerata discriminatoria nei confronti delle confessioni prive d'intesa, non è, tuttavia, riconducibile ad un unico principio, essendo la deducibilità delle contribuzioni diversificata fra le diverse confessioni, in funzione dei fini, della destinazione e della natura dell'elargizione. Risulta, conseguentemente, impossibile emettere una sentenza additiva, per cui la questione di legittimità costituzionale della norma in esame, sollevata in riferimento agli art. 2, 3, 19 e 53 cost., deve ritenersi inammissibile.
Corte costituzionale 05 maggio 1995 n. 149
L'art. 251 comma 2 c.p.c. è costituzionalmente illegittimo, per contrasto con gli art. 3 e 19 cost., nella parte in cui prevede che il giudice istruttore ammonisce il testimone sull'importanza religiosa, se credente, e morale del giuramento; nella parte in cui prevede che il giudice istruttore legga la formula "Consapevole della responsabilità che con il giuramento assumete davanti a Dio, se credente, e agli uomini, giurate di dire la verità, null'altro che la verità"; e nella parte in cui prevede che il testimone in piedi presti il giuramento pronunciando le parole "lo giuro". A seguito di questa pronunzia l'art. 251 comma 2 c.p.c. risulta così formulato: "Il giudice istruttore avverte il testimone dell'obbligo di dire la verità e delle conseguenze penali delle dichiarazioni false e reticenti e lo invita a rendere la seguente dichiarazione: "Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza".
Corte costituzionale 28 luglio 1988 n. 925
Non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 724, comma 1, c.p. (che punisce la bestemmia), sollevata con riferimento agli art. 2, 3, 7, 8, 19 e 25, comma 2 cost.: pur essendo venuto meno, anche a seguito dell'accordo di modificazioni e protocollo addizionale 18 febbraio 1984, stipulato tra l'Italia e la Santa Sede e recepito nel nostro ordinamento con legge n. 121 del 1985, il principio della religione cattolica come sola religione dello Stato, deve ritenersi che comunque la norma denunciata debba ancora riferirsi alla religione cattolica, benché non più intesa come religione di Stato, e che essa vieti ancora un comportamento generalmente qualificato di malcostume, anche se sul legislatore incombe l'obbligo di addivenire ad una revisione della norma, così da ovviare alla disparità di trattamento rispetto alle altre confessioni religiose.
Corte costituzionale 10 ottobre 1979 n. 117
È costituzionalmente illegittimo, per violazione dell'art. 19 cost., l'art. 251 comma 2 c.p.c., nella parte in cui, dopo le parole "il giudice istruttore ammonisce il testimone sull'importanza religiosa..." e dopo le parole "consapevole delle responsabilità che con il giuramento assumete davanti a Dio..." non è contenuto l'inciso "se credente".

References: art. 2
 art. 2
 art. 27
 sentenza 
 art. 2
 art. 3
 art. 2