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Timestamp: 2020-07-09 17:14:32+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE - SENTENZA 7 gennaio 2020, n.121
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Chi guida deve sempre limitare la velocità per prevenire comportamenti imprudenti altrui
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE - SENTENZA 7 gennaio 2020, n.121MASSIMA
In tema di circolazione stradale l’obbligo di moderare adeguatamente la velocità in relazione alle caratteristiche del veicolo e alle condizioni ambientali deve essere inteso nel senso che il conducente deve essere non solo sempre in grado di padroneggiare assolutamente il veicolo in ogni evenienza, ma deve anche prevedere le eventuali imprudenze altrui e tale obbligo trova il suo limite naturale unicamente nella ragionevole prevedibilità degli eventi, oltre il quale non è consentito parlare di colpa.
La Corte di Appello di Roma confermava la sentenza emessa dal Tribunale di Velletri nei confronti di un automobilista per il reato di cui all’art. 589 c.p., perché per imprudenza, imperizia, negligenza e violazione di legge, superando il limite di velocità consentito, cagionava il decesso di altro automobilista, a seguito di sinistro frontale con altra vettura. Pertanto, l’imputato ricorreva in Cassazione, denunciando violazione di legge per inosservanza dell’art. 142 C.d.S., comma 1 e art. 104 reg. esec. att. nuovo C.d.S., comma 2 , atteso che la norma prevede che i segnali di obbligo e prescrizione debbano ripetersi dopo ogni intersezione. Quindi, mancando il segnale il limite esistente sul luogo dell’incidente doveva considerarsi quello previso per le strade extraurbane di 90 km/h.
Può essere esclusa la responsabilità dell’automobilista che non rispetta i limiti di velocità se il sinistro stradale è causato anche dalla condotta imprudente di altro utente della strada? Questa la questione che viene sottoposta all’attenzione della Suprema Corte nella sentenza in epigrafe. Nell’occasione i giudici di legittimità, nel solco di consolidata giurisprudenza in materia, danno risposta negativa al quesito. Essi evidenziano che è vero che nell’ambito della circolazione stradale il principio dell’affidamento costituisce applicazione del principio del rischio consentito, necessario per evitare il paralizzarsi di ogni azione; tuttavia, tale principio trova temperamento nell’opposto, secondo cui l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui, purché questo rientri nel limite della prevedibilità. In altri termini, la possibilità di fare affidamento sull’altrui diligenza viene meno quando in relazione a particolari contingenze concrete, sia possibile prevedere che altri non si atterrà alle regole cautelari che disciplinano la sua attività. Quindi, il conducente di un veicolo deve prefigurarsi anche l’eccessiva velocità o la guida anomala e scorretta da parte degli altri veicoli che possono sopraggiungere, onde porsi nelle condizioni di porvi rimedio, atteso che tale accadimento rientra nella normale prevedibilità. Va dunque, ad avviso del Collegio, riaffermato il principio che l’obbligo di moderare adeguatamente la velocità in relazione alle caratteristiche del veicolo e alle condizioni ambientali deve essere inteso nel senso che il conducente deve essere non solo sempre in grado di padroneggiare assolutamente il veicolo in ogni evenienza, ma deve anche prevedere le eventuali imprudenze altrui e tale obbligo trova il suo limite naturale unicamente nella ragionevole.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE - SENTENZA 7 gennaio 2020, n.121 - Pres. Bricchetti – est. Pezzella
Il GIP del Tribunale di Velletri, all’esito di giudizio abbreviato, aveva condannato l’imputato, con la concessione delle attenuanti generiche prevalenti sull’aggravante contestata, applicata la diminuzione per il rito, alla pena condizionalmente sospesa di otto mesi di reclusione con sospensione della patente di guida per mesi sei, per il reato di cui all’art. 589 c.p. perché per imprudenza, imperizia, negligenza e violazione di legge, cagionava il decesso di A.E. . Infatti, alla guida del veicolo targato (...) percorreva la S.P. (...) in direzione (...), quando giunto alla progressiva km (...), alla velocità di ca. 90 km/h (sebbene sul tratto vigesse il limite di 60 km/h) urtava la vettura targata (...), condotta dall’A. che percorreva la medesima strada in senso opposto e che, senza rispettare la precedenza, eseguiva una manovra di svolta verso sinistra, tagliando la strada alla vettura del C. ; per effetto dell’urto l’A. decedeva. In (...), il (omissis) .
L’esistenza di detto limite non sarebbe riscontrabile, però, nè nel verbale di accertamento redatto dalla Polizia di Stato nè nella comunicazione ex art. 347 c.p.p., ma unicamente nella relazione del consulente tecnico del pubblico ministero che riporta la presenza di un segnale di limite di velocità di 50 km/h al km (...), ossia 1.100 metri prima del luogo dell’incidente, prima del quale si incrociano due strade di accesso a proprietà privata.
L’accertamento tecnico in questione, tuttavia - si rileva in ricorso - veniva compiuto a distanza di tempo dai fatti, per cui le disposizioni sulla circolazione stradale nella zona erano evidentemente cambiate anche a seguito dell’incidente mortale per cui è processo.
Il giudice del gravame del merito aveva già chiaramente confutato, nel provvedimento impugnato, tutte le tesi oggi riproposte, ivi compresa - e da qui la manifesta infondatezza del primo motivo di ricorso- la questione sull’utilizzabilità delle spontanee dichiarazioni rese dall’imputato, che, come correttamente evidenziato già nella sentenza di primo grado (a pagina 9), si presentava spontaneamente per integrare le precedenti dichiarazioni il giorno seguente presso la Stazione di Polizia.
La Corte territoriale opera sul punto un buon governo del condivisibile e preponderante dictum di questa Corte di legittimità secondo cui - diversamente dalle isolate pronunce richiamate dal ricorrente in memoria - nel giudizio abbreviato sono utilizzabili, anche contro chi le rende, le dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria da soggetto che non ha ancora assunto la qualità di indagato (così Sez. 4, n. 5619 del 4/12/2013 dep. il 2014, Mastino, Rv. 258216 in una fattispecie relativa a dichiarazioni rese da soggetto immediatamente dopo il verificarsi di un incendio, successivamente utilizzate nel giudizio abbreviato per affermarne la responsabilità per il delitto di incendio colposo; conf. Sez. 5, n. 6346 del 16/1/2014, Pagone, Rv. 258960).
3. Va peraltro evidenziato che, come ricordano entrambi i giudici di merito nella loro doppia conforme affermazione di responsabilità - caso in cui, va ricordato, le motivazioni si integrano, a formare un tutt’uno, il fatto che l’odierno ricorrente procedesse ad una velocità di gran lunga superiore al limite, è emerso anche dalla consulenza tecnica operata dal pubblico ministero. E, a ben guardare, anche la consulenza tecnica della difesa, si è, per lo più spesa nel tentare di dimostrare che, anche se avesse proceduto ad una velocità conforme ai limiti, il camionista odierno ricorrente non avrebbe potuto evitare l’impatto con la Fiat Panda che gli si era parata all’improvviso davanti. E lo stesso atto di appello del 25/2/2011, al di là della contestazione relativa all’utilizzabilità delle dichiarazioni spontanee rese dal C. e dell’articolata motivazione del giudice di prime cure, poco si è speso sul punto.
Tali cautele erano legittimamente esigibili - aveva già spiegato il giudice di primo grado - anche in ragione delle condizioni di tempo e di luogo: scarsa visibilità, strada con una doppia curva ed un’intersezione opportunamente segnalati, presenza di un’auto che, intendendo svoltare a sinistra, era necessariamente accostata alla linea di mezzeria.
L’avvistamento della Fiat Panda - il cui conducente evidentemente, nell’accingersi a svoltare a sinistra, in prossimità dell’area di intersezione, ha calcolato male i tempi per l’attraversamento, confidando nella velocità moderata del furgone, oppure non si è avveduto del sopraggiungere del furgone stesso implicava la percezione di una situazione in presenza della quale ogni guidatore è tenuto a porre in essere una serie di accorgimenti (in particolare, moderare la velocità e, all’occorrenza, arrestare la marcia del veicolo) al fine di venire il rischio di un incidente.
4. La sentenza impugnata appare, dunque. collocarsi correttamente nell’alveo della consolidata giurisprudenza di questa Corte di legittimità in relazione al cosiddetto principio di affidamento - complessa questione teorica, ricca di implicazioni applicative - evocato in ricorso a favore dell’imputato assumendosi la non prevedibilità del comportamento tenuto dalla persona offesa, che gli si sarebbe parata dinanzi con la propria autovettura all’improvviso.
Il principio di affidamento - come si ricordava in quella pronuncia - costituisce applicazione del principio del rischio consentito: dover continuamente tener conto delle altrui possibili violazioni della diligenza imposta avrebbe come risultato di paralizzare ogni azione, i cui effetti dipendano anche dal comportamento altrui. Al contrario, l’affidamento è in linea con la diffusa divisione e specializzazione dei compiti ed assicura il migliore adempimento delle prestazioni a ciascuno richieste.
Pertanto - come ricorda ancora la sentenza 5691/2016 - esso è stato efficacemente definito come una vera e propria pietra angolare della tipicità colposa.
Pacificamente, la possibilità di fare affidamento sull’altrui diligenza viene meno quando l’agente è gravato da un obbligo di controllo o sorveglianza nei confronti di terzi; o, quando, in relazione a particolari contingenze concrete, sia possibile prevedere - ed è il caso che ci occupa - che altri non si atterrà alle regole cautelari che disciplinano la sua attività.
Tra questi vanno ricordati: 1. l’art. 141, che impone di regolare la velocità in relazione a tutte le condizioni rilevanti, in modo che sia evitato ogni pericolo per la sicurezza; e di mantenere condizioni di controllo del veicolo idonee a fronteggiare ogni 'ostacolo prevedibile'; 2. l’art. 145, che pone la regola della 'massima prudenza' nell’impegnare un incrocio; 3. l’art. 191, che prescrive la massima prudenza nei confronti dei pedoni, sia che si trovino sugli appositi attraversamenti, sia che abbiano comunque già iniziato l’attraversamento della carreggiata.
Tali norme - è stato condivisibilmente rilevato nel recente arresto giurisprudenziale di questa Corte di legittimità più volte citato, alla cui articolata motivazione si rimanda - tratteggiano obblighi di vasta portata, che riguardano anche la gestione del rischio connesso alle altrui condotte imprudenti. D’altra parte, le condotte imprudenti nell’ambito della circolazione stradale sono tanto frequenti che esse costituiscono un rischio tipico, prevedibile, da governare nei limiti del possibile.
Se questi sono i principi giuridici di riferimento, va perciò osservato come, nel caso che ci occupa, nella situazione di fatto di una strada curvilinea destrorsa e di ampio raggio con visione semilibera in leggera salita, alle prime luci dell’alba, in pieno autunno, con la sola visibilità garantita dai fari, con ai lati della propria direttrice di marcia diverse intersezioni con accessi a proprietà private, appaia adeguatamente supportato il giudizio di 'ragionevole prevedibilità' della condotta della vittima ed è, proprio in riferimento al contesto in cui è avvenuto il fatto che si rileva una plausibilità della motivazione della sentenza impugnata.
Egli, infatti, per la velocità cui procedeva, non era comunque in grado - come già ricordato dal giudice di primo grado - di compiere tutte le manovre necessarie in sicurezza, come prescritto, dalla regolare cautelare generale di cui al D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 141, commi 1 e 2 che impone al soggetto alla guida una valutazione complessiva - della situazione concreta del traffico, del veicolo, dello stato della - circolazione e di ogni altra circostanza, stabilendo di adeguare a tale valutazione la velocità da tenere, così da poter assicurare l’arresto tempestivo del veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile (così anche la richiamata Sez. 4 n. 24823/2007).
In altra successiva pronuncia, condivisibilmente, è stato ritenuto inammissibile il motivo di impugnazione con cui venga dedotta una violazione di legge che non sia stata eccepita nemmeno con l’atto di appello, non avendo l’intervenuta trattazione della questione da parte del giudice di secondo grado efficacia sanante 'ex post' (Sez. 3, n. 21920 del 16/5/2012, Hajmohamed, Rv. 252773).
Questi ultimi, peraltro, hanno evidenziato come il consulente della difesa non abbia contrapposto una diversa ricostruzione delle diverse fasi dell’incidente, sostenendo soltanto - senza, però, il supporto di argomentazioni tecniche (la Corte territoriale richiama sul punto la relazione scritta dell’ing. Vincenti, nella quale non sono state determinate la velocità dei mezzi, il punto d’urto e non vengono posti in evidenza dati a conforto delle diverse conclusioni ivi riportate) - che l’incidente non sarebbe stato evitabile dal C. anche se avesse mantenuto una velocità nei limiti consentiti.
Tuttavia - rilevano ancora i giudici del gravame del merito - che nemmeno risulta come l’ing. Vincenti abbia calcolato che il C. aveva avuto la disponibilità di uno spazio di 15 metri al momento dell’avvistamento del veicolo dell’Alessandroni, insufficiente per porre in essere una qualunque manovra d’emergenza idonea a evitare lo scontro.
Va in proposito ricordato che, per assunto pacifico, la ricostruzione di un incidente stradale nella sua dinamica e nella sua eziologia - valutazione delle condotte dei singoli utenti della strada coinvolti, accertamento delle relative responsabilità, determinazione dell’efficienza causale di ciascuna colpa concorrente - è rimessa al giudice di merito ed integra una serie di apprezzamenti di fatto che sono sottratti al sindacato di legittimità se, come nel caso che ci occupa, sorretti da adeguata motivazione (ex pluribus, Sez. 4, 10 febbraio 2009, Pulcini).

References: SENTENZA 
 SENTENZA 
 sentenza 
 art. 104
 sentenza 
 SENTENZA 
 art. 347
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 141