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Timestamp: 2019-05-20 07:34:39+00:00

Document:
Michelino - Trollio: Operai carne da macello - 19 www.resistenze.org - materiali resistenti in linea - saggistica contemporanea - 29-06-05
19. L’assoluzione dei dirigenti Breda
Il 4 febbraio 2003 si recita il penultimo atto di una “ingiustizia annunciata”.
Ci arriviamo con una lunga serie di… stranezze:
- l’archiviazione, anche se formalmente estranea al processo, di numerosi casi di decesso per mesotelioma pleurico (tipico tumore da amianto) da parte della magistratura di Milano e di Monza;
- la perizia chiesta dal giudice a istruttoria conclusa, dopo un anno di dibattimento e la scelta stessa dei periti, uno dei quali consulente di parte della Montedison durante il processo di Porto Marghera;
- lo strano furto, all’università di Pavia, dell’unico computer che contiene la perizia.
Le tesi dei periti “neutrali”, basate sull’unico rilevamento delle polveri di amianto fatto nel 1978 dallo SMAL (Servizio di Medicina Preventiva per gli Ambienti di Lavoro), a macchine spente e reparti preventivamente puliti, e su convegni e studi medici sponsorizzati dalle case farmaceutiche, stabilivano che non era provato, anzi era escluso, il nesso causale tra l’uso dell’amianto in Breda e le morti dei lavoratori, anche se – come affermava il dott. Osculati (uno dei due periti), “le loro conclusioni non sono scientificamente certe”!
Il fatto che, del reparto Aste della Breda Fucine i lavoratori ancora vivi si contino sulle dita di una mano, per questi “scienziati” – evidentemente – non conta.
Le testimonianze degli operai nel corso del processo hanno portato altri fatti: l’amianto c’era, era utilizzato in modo massiccio, l’azienda era informata dallo SMAL dei rischi mortali che gli operai correvano (rischi puntualmente verificatesi), ma l’economia aziendale ed i profitti venivano sempre prima della pelle degli operai. Questa è la verità storica che è emersa.
Nell’udienza, ultimo colpo di scena: il Pubblico Ministero Giulio Benedetti, che in varie occasioni aveva fatto capire che avrebbe chiesto la condanna dei dirigenti imputati, chiede invece l’assoluzione perché “il fatto non costituisce reato”. Benedetti sposa anche le tesi dei periti di parte della Breda: non è provato il nesso tra le morti dei sei operai, la malattia di Giuseppe Mastrandrea e l’uso dell’amianto.
Più tardi sapremo che non si è trattato di una decisione di Benedetti – bontà sua – ma di una precisa indicazione della procura di Milano.
Pochi giorni prima della conclusione di questo processo - sul quotidiano Il Giorno - Patrizia Longo scrive: «Nessuno crede davvero alla possibilità di una condanna, dopo gli ultimi avvenimenti. Il Comitato punta il dito contro la richiesta di archiviazione avanzata dal P.M., contro la scelta dei periti – tra cui un consulente di parte della Montedison al processo di Porto Marghera – e sullo strano furto avvenuto all’università di Pavia, dove è scomparso il computer contenente proprio la perizia.
“La sentenza sembra già scritta – ha detto Giuseppe Gobbo, imbustando le lettere per i soci e i simpatizzanti del Comitato, invitati a prendere parte all’ultima, decisiva udienza – ma noi sappiamo di aver lottato fino all’ultimo, con tenacia, e che continueremo le nostre battaglie, comunque vada a finire”. L’assoluzione dunque, è già stata messa in conto. “Non è vero che la giustizia è uguale per tutti, la sentenza di Porto Marghera ne è una dimostrazione – ha aggiunto Concetto Liuzzo - . Se dovesse andare male, saremmo ugualmente orgogliosi di essere arrivati a questo punto”. La battaglia del comitato, infatti non puntava solamente a ottenere condanne in tribunale. “Nessuno mi restituirà mio padre – ha detto Ornella Mangione, figlia di Giancarlo , sulla cui morte si è aperto il secondo processo -. Ma non voglio che altri soffrano quello che ha sofferto lui”. L’obiettivo del comitato é, innanzitutto, una battaglia di civiltà: “Il diritto a lavorare in sicurezza dovrebbe essere garantito a tutti – spiega Daniela Trollio – e invece continua a essere negato”.
Il 13 febbraio 2003, il giudice Elena Bernante assolve gli imputati ”perché il fatto non sussiste”. I morti della Breda non esistono, sono stati cancellati con un tratto di penna. Uccidere i lavoratori in nome del profitto – o del “progresso” - non è reato.
Alla lettura della sentenza il pubblico, fino a quel momento raccolto in religioso silenzio, esplode. Nell’aula succede il finimondo. La protesta operaia viene riportata da tutti i quotidiani.
Ecco cosa scrive Giuseppe Caruso, giornalista de L’Unità.
Se l’amianto uccide gli operai, “il fatto non sussiste”
Tutti assolti per la Breda
«Vergogna, li avete uccisi un’altra volta», «Sono morti per un tozzo di pane», «Assassini, bastardi».
Queste sono state le prime reazioni degli operai della Breda e dei familiari delle vittime alla lettura della sentenza di assoluzione per i due dirigenti Vito Schirone ed Umberto Marino, accusati di omicidio colposo per la morte di sei lavoratori e le lesioni gravissime di un settimo. Assolti perché il fatto non sussiste, come ha deciso il giudice Elena Bernante.
La situazione è subito degenerata, con gli ex compagni di lavoro delle vittime che hanno invaso l’emiciclo, mentre Digos e carabinieri provano a farli indietreggiare. Gli operai, lutto al braccio e spilla bianca sul petto (in ricordo dell’amianto), portavano con sé due striscioni e riuscivano, sotto la scritta «La legge è uguale per tutti», ad esporne uno che recitava: «Operai Breda uccisi due volte: dai padroni e dai giudici».
L’altro striscione veniva srotolato pochi metri dietro, sempre dentro l’aula e diceva: «Breda Fucine, 60 morti per amianto, decine di malati, ma la magistratura assolve i padroni». Intanto alcuni di loro alzavano i maglioni e le camicie, per far vedere le cicatrici, i segni indelebili che i tumori, i tumori da amianto, gli hanno lasciato addosso. E loro sono fortunati, perché possono essere ancora lì a mostrarle.
Si è concluso così, nel modo più difficile da accettare, il processo che doveva fare giustizia per le troppi morti da cancro alla Breda. Il dibattimento, durato quattordici mesi circa, invece è servito «soltanto» a mettere a nudo la totale mancanza di sicurezza in cui operavano i lavoratori della Breda Fucine di Sesto San Giovanni.
Costretti a lavorare a stretto contatto con l’amianto, minacciati di licenziamento quando si lamentavano per le loro condizioni, la proprietà non forniva loro nemmeno le mascherine per non ingerire le polveri di amianto ed i guanti per non toccare il materiale altamente cancerogeno. La Breda però, beffa finale, dava agli operai esposti al pericolo un bicchiere di latte, spiegando che «contro l’amianto basta questo».
Ad arrivare a questa sentenza ha contribuito in modo decisivo l’atteggiamento del pm Giulio Benedetti, che dall’inizio delle udienze è parso più interessato a dimostrare la mancanza di nesso tra l’amianto ed i tumori, che a provare le responsabilità dei due dirigenti processati. La sua richiesta di assoluzione aveva già fatto capire come si sarebbe concluso il dibattimento. I tempi si sono allungati perché il giudice Bernante ha chiesto un supplemento di perizie, ma la fine del processo, quel «liberi tutti» che tanto si temeva, è arrivato lo stesso.
Così agli operai della ex Breda, ai familiari delle vittime ed all’avvocato di parte civile Sandro Clementi non resta altro che la rabbia.
«Una sentenza infame» commenta proprio Clementi alla fine «che non tiene conto della verità storica dei fatti. Non si può sostenere che i vertici della Breda non sapessero della pericolosità dell’amianto, come dimostrato dai rapporti, agli atti processuali, di ispettori della medicina del lavoro che risalgono addirittura al lontano 1975»
Giuseppe Mastrandrea, ex operaio del reparto aste della Breda Fucine (i sei morti lavoravano lì), ha la voce rotta dal pianto: «Non c’è legge, è la legge dei padroni. Li hanno assolti come se non avessero fatto niente. Io sono stato tagliato tutto ed adesso sto andando di nuovo all’ospedale: questa mattina mi ricoverano per un’altra operazione».
Michele Michelino, anche lui ex operaio Breda, membro del Comitato per la difesa nei luoghi di lavoro, sprizza rabbia da tutti i pori: «È una sentenza politica, che il giudice aveva in mente già dall’inizio e che il P.M. ha favorito in ogni modo».
Picchetto al tribunale di Milano
Finito così il primo processo, ora dovevamo fare un bilancio.
Avevamo imparato molto, direttamente sulla nostra pelle.
La legge, la magistratura, la scienza, i “luminari” della medicina che facevano ricerche finanziati dalle case farmaceutiche e dalle multinazionali, sono parte di un organico sistema economico, politico e sociale che sostiene gli interessi degli industriali, il loro “diritto” a fare profitti sulla pelle dei lavoratori a qualsiasi costo.
La lotta ci ha fatto comprendere che non esistono istituzioni neutrali, che la frase scritta nei tribunali “la legge è uguale per tutti” è una colossale bugia.
In questa società chi è sottomesso, chi è sfruttato, chi non ha soldi non può neanche far valere i suoi diritti, primo fra tutti il diritto alla vita e alla salute.
Ma essere riusciti, praticamente da soli, a portare in tribunale i dirigenti di uno dei più grandi gruppi industriali italiani, l’Efim - padrone della Breda - e a far svolgere il processo, nonostante la loro assoluzione, ci ha permesso di far arrivare l’eco della nostra denuncia e della nostra lotta a livello nazionale. Questo ha significato che ora migliaia di persone sanno quali danni fa l’amianto, sanno che – uniti e organizzati – si può dare battaglia anche sul terreno giudiziario e, soprattutto, che la lotta contro un sistema che mercifica la salute e la vita non è solo un episodio di lotta operaia ma una battaglia di civiltà.
E questa è una vittoria che nessuno ci può togliere e, ne siamo certi, è un esempio che aprirà la strada a quanti verranno dopo di noi.

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