Source: https://renatodisa.com/in-tema-di-successione-di-leggi-penali-a-fronte-di-una-condotta-interamente-posta-in-essere-sotto-il-vigore-di-una-legge-penale-piu-favorevole-e-di-un-evento-intervenuto-nella-vigenza-di-una-legge-pe/
Timestamp: 2020-02-28 06:27:15+00:00

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3. Investita della cognizione del ricorso, la Quarta Sezione penale, con ordinanza del 05/04/2018, lo ha rimesso alle Sezioni Unite, ravvisando un contrasto nella giurisprudenza di legittimita’ sulla questione relativa al trattamento sanzionatorio da applicare nel caso di una condotta interamente posta in essere sotto il vigore di una legge penale piu’ favorevole e di un evento intervenuto nella vigenza di una legge penale piu’ sfavorevole. In premessa, l’ordinanza di rimessione rileva che, nella formulazione anteriore alla L. 23 marzo 2016, n. 41, il secondo comma dell’articolo 589 c.p. prevedeva una circostanza aggravante soggetta al giudizio di bilanciamento, mentre il nuovo articolo 589-bis c.p. integra un’autonoma fattispecie incriminatrice. A favore della tesi che ritiene applicabile la legge vigente al momento della consumazione del reato e, dunque, al momento dell’evento lesivo, l’ordinanza di rimessione richiama, in particolare, Sez. 4, n. 22379 del 17/04/2015, Sandrucci, secondo cui, ai fini dell’applicazione della disciplina di cui all’articolo 2 c.p., il tempus commissi delicti va collocato al momento della consumazione del reato e, trattandosi nella specie di reato a forma libera, tale momento coincide con il verificarsi dell’evento tipico. A favore dell’opposto “criterio della condotta”, l’ordinanza di rimessione richiama Sez. 4, n. 8448, del 05/10/1972, Bartesaghi, Rv. 122686, secondo cui, nel caso di successione di leggi penali regolanti la stessa materia, la legge da applicare e’ quella vigente al momento dell’esecuzione dell’attivita’ del reo e non gia’ quella del momento in cui si e’ verificato l’evento che determina la consumazione del reato. L’ordinanza di rimessione propende per questo secondo indirizzo, poiche’ “il principio di irretroattivita’ della legge penale meno favorevole si pone a garanzia del soggetto attivo, nella considerazione che egli non dev’essere chiamato a soggiacere non solo a previsioni incriminatrici non vigenti al momento del fatto, ma neppure a previsioni sanzionatorie che dopo il fatto sono divenute piu’ gravi”. Al contrario, il c.d. criterio dell’evento si pone in contrasto con il principio di uguaglianza (per l’ingiustificata disparita’ di trattamento che ne deriva tra soggetti autori di una medesima condotta nello stesso momento, sol perche’ l’evento del reato si verifica in tempi diversi per ragioni a loro non riferibili), con il principio di legalita’ di cui all’articolo 25 Cost., comma 2, (pacificamente riferito non solo alla necessaria conoscibilita’ del precetto, ma anche alla conoscibilita’ e prevedibilita’ della sanzione penale prevista per la relativa violazione), nonche’ con l’articolo 117 Cost., comma 1, in relazione all’articolo 7 Cedu (che assicura raccessibilita'” della norma penale per il destinatario, anche sotto il profilo sanzionatorio, e la “prevedibilita'” della conseguenze della sua condotta).
5.2. Al secondo orientamento va, invece, ascritta Sez. 4, n. 8448, del 05/10/1972, Bartesaghi, Rv. 122686 intervenuta, come si e’ anticipato, in una fattispecie concreta di omicidio colposo per violazione delle norme sulla circolazione stradale: tra la condotta e l’evento era stata introdotta la L. 11 maggio 1966, n. 296, che prevedeva un piu’ severo trattamento sanzionatorio, applicato dal giudice di appello che, in parte qua, aveva riformato la sentenza di primo grado. Aderendo all’impostazione del giudice di primo grado, la sentenza Bartesaghi ha osservato che “al fine di stabilire la legge applicabile, non si tratta di individuare il momento della consumazione, ma quello nel quale il reato e’ stato commesso, come espressamente stabilisce la legge. E se vi sono reati nei quali commissione e consumazione coincidono, ve ne sono altri nel quali il momento della consumazione, col realizzarsi dell’evento, si verifica successivamente o puo’ verificarsi successivamente”. Seguendo la tesi del giudice di appello, osserva ancora la sentenza Bartesaghi, si giungerebbe all'”applicazione retroattiva della legge nel caso di nuove o piu’ gravi statuizioni penali, quando la condotta si sia esaurita sotto l’imperio di una legge che non prevedeva il fatto come reato, o che lo prevedeva meno grave di quanto non sia considerato dalla nuova. Ed in tal modo il reo verrebbe ad essere punito piu’ gravemente per il fatto puramente casuale che nel periodo di tempo intercorrente tra la sua condotta e l’evento sia sopraggiunta la nuova legge, in tal modo determinandosi quell’incertezza sul grado di illiceita’ del comportamento umano che e’ escluso in modo assoluto dal principio dell’irretroattivita'”. Poiche’ il legislatore, uniformandosi ai principi di irretroattivita’ e di non ultrattivita’, ha voluto distinguere tra commissione e consumazione del reato, rileva conclusivamente la sentenza Bartesaghi, non e’ lecito all’interprete identificare i due momenti: “e cio’ tanto piu’ appare esatto in quanto il precetto penale, alla cui violazione consegue quella determinata sanzione e’ rivolto al soggetto condizionandone l’attivita’ psichica, che si estrinseca nella condotta nella misura nella quale tale condotta, in quanto causa di evento penalmente sanzionato, sia considerata illecita”.
Per il principio di irretroattivita’ della norma piu’ sfavorevole, viene invece in rilievo un’istanza di preventiva valutabilita’ da parte dell’individuo delle conseguenze penali della propria condotta, istanza, a sua volta, funzionale a preservare la libera autodeterminazione della persona (funzione, questa, che il divieto di retroattivita’ condivide con il principio di determinatezza). Univoche, in tal senso, sono le indicazioni offerte dalla giurisprudenza costituzionale: il principio di irretroattivita’ della norma penale sfavorevole, infatti, “si pone come essenziale strumento di garanzia del cittadino contro gli arbitri del legislatore, espressivo dell’esigenza della “calcolabilita'” delle conseguenze giuridico-penali della propria condotta, quale condizione necessaria per la libera autodeterminazione individuale” (Corte cost., sent, n. 394 del 2006; conf., ex plurimis, sent. n. 236 del 2011): esigenza, questa, “con la quale contrasta un successivo mutamento peggiorativo “a sorpresa” del trattamento penale della fattispecie” (sent. n. 230 del 2012).
E’ dunque la condotta il punto di riferimento temporale essenziale a garantire la “calcolabilita'” delle conseguenze penali e, con essa, l’autodeterminazione della persona: ed e’ a tale punto di riferimento temporale che deve essere riconnessa l’operativita’ del principio di irretroattivita’ ex articolo 25 Cost., posto che “spostare in avanti” detta operativita’, correlandola all’evento del reato, determinerebbe, qualora alla condotta interamente posta in essere nella vigenza di una legge penale sia sopravvenuta una normativa penale piu’ sfavorevole, la sostanziale retroattivita’ di quest’ultima rispetto al momento in cui e’ effettivamente possibile per la persona “calcolare” le conseguenze penali del proprio agire; con l’inevitabile svuotamento dell’effettivita’ della garanzia di autodeterminazione della persona e della ratio di tutela del principio costituzionale di irretroattivita’.
La medesima conclusione vale per la funzione rieducativa, la cui centralita’ nella definizione del volto costituzionale del sistema penale e’ stata di recente rimarcata dal giudice delle leggi richiamando il “principio della non sacrificabilita'” di tale funzione “sull’altare di ogni altra, pur legittima, funzione della pena” (Corte cost., sent. n. 149 del 2018). Muovendo dalla lettura congiunta del primo e del terzo comma dell’articolo 27 Cost., nel quadro delle fondamentali direttive del sistema costituzionale desunte, tra l’altro, dall’articolo 25 Cost., la Corte costituzionale ha messo in luce come alla “possibilita’ di conoscere la norma penale” vada “attribuito un autonomo ruolo nella determinazione dei requisiti subiettivi d’imputazione costituzionalmente richiesti”, in quanto tale possibilita’ e’ “presupposto della rimproverabilita’ del fatto, inteso quest’ultimo come comprensivo anche degli elementi subiettivi attinenti al fatto di reato”; in questa prospettiva, con specifico riferimento al principio di irretroattivita’ della norma penale sfavorevole, si e’ sottolineato che, “avuto riguardo anche al fondamentale principio di colpevolezza ed alla funzione preventiva della pena, desumibili dall’articolo 27 Cost., ognuno dei consociati deve essere posto in grado di adeguarsi liberamente o meno alla legge penale, conoscendo in anticipo – sulla base dell’affidamento nell’ordinamento legale in vigore al momento del fatto quali conseguenze afflittive potranno scaturire dalla propria decisione (…): aspettativa che sarebbe, per contro, manifestamente frustrata qualora il legislatore potesse sottoporre a sanzione criminale un fatto che all’epoca della sua commissione non costituiva reato, o era punito meno severamente” (Corte cost., sent. n. 364 del 1988). La sottolineatura del momento della “commissione” e la sua correlazione all’affidamento sulle conseguenze penali previste dall’ordinamento legale richiamano ancora una volta la rilevanza essenziale della condotta tipica e la necessita’ di individuare in essa il criterio per determinare il tempus commissi delicti ai fini della successione di leggi penali.
La sola circostanza che il pedone, in fase di attraversamento della...

References: articolo 589
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 25