Source: http://opinioni.ilcaso.it/opinione/3932/10-11-18/La-mora-e-lusura-La-Cassazione-reinterpreta-le-Sezioni-Unite-La-sentenza-n-27442-del-30-ottobre-2018
Timestamp: 2019-04-23 00:02:44+00:00

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Pubblicato il 10/11/18 19:41 [Doc.3932]
La Suprema Corte, occupandosi dell’usura nella mora, con una circostanziata ed approfondita esegesi sulla natura e funzione degli interessi di mora e degli interessi corrispettivi, perviene a stabilire un rigoroso e diretto rapporto del costo della mora alla soglia d’usura riportata dai decreti ministeriali per la categoria di credito interessata, escludendo ogni maggiorazione e/o diverso criterio di confronto. Con tale assunto la pronuncia in parola viene a limitare apprezzabilmente, finanche a discostarsi sostanzialmente dal principio di omogeneità del confronto nella verifica dell’usura, stabilito dalla recente sentenza delle Sezioni Unite n.16303 del 20 giugno scorso. Nel contempo, tuttavia, contraddicendo le stesse conclusioni alle quali le minuziose riflessioni sviluppate nel corpo della sentenza inevitabilmente conducono, con una stringata quanto apodittica affermazione fuori dall’oggetto stesso dell’impugnazione, ha ritenuto aggiungere l’inapplicabilità dell’art. 1815 c.c. agli interessi di mora usurari, discriminando gli interessi di mora dagli interessi corrispettivi, ponendosi in tal modo in contrasto con la stretta sovrapposizione di tale articolo all’art. 644 c.p. sulla quale si fonda l’altra pronuncia delle Sezioni Unite n.24675 del 19 ottobre 2017.
La sentenza 27442 del 30 ottobre 2018.
Sulla base di una puntuale visitazione dei criteri di ermeneutica legale - condotta attraverso una minuziosa interpretazione sul piano letterale, sistematico, finalistico e storico - la sentenza stabilisce che il divieto di pattuire interessi eccedenti la misura massima prevista dall’art. 2 della legge 108/96 si applica sia agli interessi corrispettivi ex art. 1282 c.c., sia agli interessi moratori ex art. 1224 c.c.[1] L’ampia formulazione degli artt. 644 c.p., dell’art. 2 della legge 108/96, dell’art. 1 d.l. 394/00, dimostrano che, ai fini dell’usura, la legge non consente distinzione di sorta tra i due tipi di interessi.
La Cassazione ritiene di nessun rilievo la circostanza che la rilevazione da parte del MEF degli interessi medi praticati dagli operatori non prenda in considerazione gli interessi moratori, né tanto meno considera le rilevazioni campionarie della Banca d’Italia, da ultimo aggiornate e modificate (Cfr. G.U. 30 dicembre 2017, n. 303). ‘L’art. 2.comma 1, l. 108/96 stabilisce infatti che la rilevazione dei tassi medi debba avvenire per “operazioni della stessa natura”. E non v’è dubbio che con l’atecnico lemma “operazioni” la legge abbia inteso riferirsi alle varie tipologie contrattuali. Ma il patto di interessi moratori convenzionali ultralegali non può dirsi un’”operazione” e tanto meno un tipo contrattuale. (...) E’ dunque più che normale che il decreto ministeriale non rilevi la misura media degli interessi convenzionali di mora, dal momento che la legge ha ritenuto di imporre al ministro del tesoro la rilevazione dei tassi omogenei per tipo di contratto, e non dei tassi di interesse omogenei per titolo giuridico’.
La sentenza rigetta altresì il reiterato riferimento alla legge contro i ritardi nel pagamento delle transazioni commerciali tra imprenditori, che prevede, come interesse legale di mora, un saggio del 9,25% che può risultare superiore alle soglie d’usura. L’art. 5 del d. lgs 231/02 fissa il saggio “legale” di mora nelle transazioni commerciali, ma lascia alle parti la facoltà di derogarvi. Se le parti vi derogano, il patto di interessi moratori non sarà più disciplinato dal d. dls. 231/02, ma dalle restanti norme dell’ordinamento, dunque dall’art. 2 legge 108/96.
Il testo della sentenza si manifesta completo, lucido, chiaro e consequenziale in tutti gli elementi propriamente attinenti l’oggetto di impugnazione ivi compresa la notazione finale con la quale si previene ogni ulteriore contenzioso, escludendo alla mora l’applicazione del principio di simmetria e omogeneità stabilito dalla Cassazione S.U. 16303/18 ed evitando in tal modo quella sorte di ‘spezzatino’ della soglia,[2] esteso dalla CMS alla Mora soglia con l’adozione, anche per quest’ultima, del criterio di confronto suggerito a suo tempo dall’ABI e solo tardivamente fatto proprio dalla Banca d’Italia nella comunicazione del 3 luglio 2013.[3]
Tuttavia, non può non destare serie perplessità la parte conclusiva della sentenza, con la quale viene negata alla fattispecie della mora in usura la sanzione civile dell’art. 1815 c.c. Balza agli occhi l’antinomia fra argomentazioni e conclusioni, per la manifesta contraddizione con le diffuse argomentazioni che, nella determinazione dell’usura, travalicando pur anche il concetto di assimilazione, pervengono a stabilire l’identità sostanziale degli interessi corrispettivi agli interessi di mora. Si attribuisce un rilievo determinante alla discriminazione fra interessi corrispettivi ed interessi di mora quando la stessa sentenza giudica tralatizia la distinzione della funzione remunerativa degli interessi corrispettivi dalla funzione risarcitoria di quelli moratori, distinzione valutata un “aforisma scolastico”, non giustificata sul piano storico e sistematico, ritenuta un “mantra” che “resta oscuro e serve solo ad aumentare la confusione ed a favorire l’ambiguità concettuale nonché la pigrizia esegetica”.
Non si vede, per altro, come l’esclusione dall’applicazione dell’art.1815 c.c. agli interessi di mora in usura possa conciliarsi con il dettato della sentenza delle Sezioni Unite n. 24675/17. In quest’ultima si precisa: ‘La ragione della illiceità risiederebbe, come si è visto, nella violazione di un divieto imperativo di legge, il divieto d’usura, e in particolare il divieto di pretendere un tasso d’interesse superiore alla soglia dell’usura come fissata in base alla legge’. Aggiunge nel proseguo: ‘Una sanzione (che implica il divieto) dell’usura è contenuta, per l’esattezza, anche nell’art. 1825, secondo comma, cod. civ. – pure oggetto dell’interpretazione autentica di cui si discute – il quale però presuppone una nozione di interessi usurari definita altrove, ossia, di nuovo, nella norma penale integrata dal meccanismo previsto dalla legge n. 108. Sarebbe pertanto impossibile operare la qualificazione di un tasso come usurario senza fare applicazione dell’art. 644 cod. pen’.
Non si comprende come l’inconsistenza, pur riconosciuta alla diversa causa degli interessi corrispettivi e moratori, possa giustificare un’interpretazione radicalmente diversa dall’art. 1, comma 1 della legge 24/01 ‘Ai fini dell'applicazione dell'articolo 644 del codice penale e dell'articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento’. Aspetto ulteriormente ribadito dalla Corte Cost. 29/02 ‘L’art. 1, comma 1, del decreto-legge n. 394 del 2000, nel precisare che le sanzioni penali e civili di cui agli artt. 644 cod. pen. e 1815, secondo comma, cod. civ. trovano applicazione con riguardo alle sole ipotesi di pattuizioni originariamente usurarie, impone – tra le tante astrattamente possibili – un’interpretazione chiara e lineare delle suddette norme codicistiche, come modificate dalla legge n. 108 del 1996, che non é soltanto pienamente compatibile con il tenore e la ratio della suddetta legge ma é altresì del tutto coerente con il generale principio di ragionevolezza.
La sentenza ultima nella conclusione finale relativa all’applicazione dell’art. 1815 c.c. sembra contrapporsi alla giurisprudenza prevalente, condividendo con le S.U. n. 24675/17 la violazione del presidio penale, privata tuttavia della sanzione civile, che rimane inefficace, non proporzionata, né dissuasiva. Né si potrebbe ravvisare una forma di conciliazione con la pronuncia delle S.U. osservando che la sentenza in parola non si è espressa sul trattamento degli interessi corrispettivi nel caso di mora in usura. Potrebbe la circostanza leggersi nel senso che la sanzione dell’art. 1815 c.c. colpisca gli interessi corrispettivi, lasciando al danneggiato l’onere degli interessi di mora al tasso legale sul capitale da restituire; se così fosse, ma anche in caso contrario, l’aspetto andava opportunamente precisato, oltre che motivato nella distinzione.

References: sentenza 
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 art. 1282
 art. 1224
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