Source: http://www.g11.eu/category/cassone/
Timestamp: 2019-06-19 01:24:05+00:00

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Cassone Archives - G11
PROTEZIONE INTERNAZIONALE E IMMIGRAZIONE ILLEGALE: LE MISURE URGENTI DEL GOVERNO
admin2017-02-21T08:42:25+00:00
Nella riunione del 10 febbraio 2017, il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge avente ad oggetto disposizioni urgenti al fine di accelerare le procedure amministrative e giurisdizionali in materia di protezione internazionale, nonché misure di sicurezza e di contrasto all’immigrazione illegale.
Presso numerosi tribunali dislocati su tutto il territorio nazionale, sono state istituite 14 sezioni specializzate con giudici dediti solo alla materia dell’immigrazione, della protezione internazionale e della libera circolazione dei cittadini appartenenti ad uno stato membro dell’UE. Nello specifico le sezioni specializzate si occuperanno di:
accertamento dello stato di apolidia;
diniego del nulla osta al ricongiungimento familiare;
diniego del permesso di soggiorno per motivi familiari;
mancato riconoscimento del diritto di soggiorno ai cittadini provenienti da uno stato membro dell’UE;
impugnazione del provvedimento di allontanamento nei confronti di un cittadino proveniente da uno stato membro dell’UE per motivi di sicurezza.
In materia di riconoscimento della protezione internazionale sono state introdotte numerose misure di semplificazione sia dinnanzi alle commissioni territoriali, sia nell’ambito dei procedimenti giudiziari.
I Comuni, d’intesa con i prefetti, si impegnano a promuovere qualsiasi iniziativa utile a favorire ai soggetti che richiedono protezione internazionale l’inserimento in progetti relativi allo svolgimento di lavori socialmente utili, volontari e gratuiti, favorendo, in questo modo, anche la loro integrazione all’interno della comunità ospitante.
È stata, dunque, snellita la procedura per il riconoscimento del diritto d’asilo anche in ambito processuale, infatti, in caso di mancata concessione del diritto d’asilo, lo straniero non potrà più ricorrere in Appello, ma solo in Cassazione.
In materia di sicurezza, tra i centri destinati alla prima accoglienza ne saranno individuati alcuni nei quali saranno avviate le procedure di identificazione e un primo screening sanitario. Nello specifico, in questi centri saranno effettuate le prime operazioni di fotosegnalamento e saranno anche rilevate le impronte digitali degli stranieri.
In una prospettiva di definitività dei provvedimenti di espulsione, il governo ha cercato di potenziare la rete dei centri di permanenza per il rimpatrio (si tratta dei centri di identificazione ed espulsione) con l’obiettivo di garantire una distribuzione omogenea degli stessi su tutto il territorio nazionale. Le nuove strutture saranno ubicate in zone facilmente raggiungibili nelle quali sono presenti strutture pubbliche che possono essere utilizzate a tale scopo.
Nella riunione del 10 febbraio 2017, il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge avente ad oggetto disposizioni... leggi tutto
LA COMMISSIONE DEI REATI È OSTATIVA AL RINNOVO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO
Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 330 del 26 gennaio 2016, ha affermato che la condanna per... leggi tutto
PERMESSO DI SOGGIORNO ED EMERSIONE DAL LAVORO IRREGOLARE
Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 287 del 24 gennaio 2017 ha chiarito che, nell’ipotesi in cui... leggi tutto
SEPARAZIONE DI FATTO: IL DIRITTO DI CITTADINANZA NON SI PERDE
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 969 del 17 gennaio 2017 ha chiarito che il diritto di... leggi tutto
LE NUOVE REGOLE PER I TRASFERIMENTI INTRA-SOCIETARI
L’11 gennaio 2017 sono entrate in vigore le nuove regole in materia di ingresso e di soggiorno di lavoratori... leggi tutto
INDENNITÀ DI FREQUENZA ANCHE AI TITOLARI DI PERMESSO DI SOGGIORNO
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 27557 del 30 dicembre 2016, ha affermato che sussiste il diritto... leggi tutto
DECRETO MILLEPROROGHE: ANCORA VIETATA L’AUTOCERTIFICAZIONE AGLI STRANIERI
Il decreto legge n. 244/2016 (cd. decreto Milleproproghe), pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 30 dicembre 2016, ha prorogato di... leggi tutto
REATO DI TRUFFA: LEGITTIMO IL DINIEGO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO
Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 5014 del 28 novembre 2016, ha affermato che è legittimo il... leggi tutto
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Di admin Cassone, Immigrazione, specializzazioni 0 Commenti Leggi ancora...
admin2017-02-14T13:38:24+00:00
Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 330 del 26 gennaio 2016, ha affermato che la condanna per determinati reati del cittadino straniero può rappresentare una condizione ostativa al rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro autonomo, purché ci sia comunque un bilanciamento tra l’interesse a tutelare l’ordine pubblico e la sicurezza dello stato dai flussi migratori e quello di assicurare allo straniero i diritti che gli sono garantiti dalla Costituzione.
Nel caso di specie i giudici hanno respinto il ricorso presentato da un cittadino straniero a cui era stata respinta l’istanza di rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro autonomo e a cui era stato intimato l’allontanamento dal territorio nazionale a causa della sua pericolosità sociale, dal momento che lo stesso era stato condannato per il reato di rapina.
L’art. 5, comma 5, del Testo Unico sull’immigrazione (decreto legislativo n. 286/1998) prevede che nell’adottare il provvedimento di diniego del rinnovo del permesso di soggiorno dello straniero che ha esercitato il diritto al ricongiungimento familiare o al familiare ricongiunto, si deve tener conto anche dell’effettività di tali vincoli familiari.
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 202/2013 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del suddetto articolo nella parte in cui non viene annoverato tra i beneficiari anche colui che abbia legami familiari in Italia.
Nell’ambito di questa discrezionalità, il legislatore può anche prevedere casi in cui, in seguito alla commissione di reati particolarmente gravi e pericolosi per la sicurezza e l’ordine pubblico, l’amministrazione può anche revocare o rifiutare la richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno, senza che siano necessarie ulteriori considerazioni.
Pertanto, la condanna in sede penale subita dallo straniero in seguito alla commissione di determinati reati può rappresentare una condizione ostativa al rinnovo del permesso di soggiorno.
Tuttavia, in simili situazioni, è comunque necessario verificare che la decisione relativa al diniego di rinnovo del permesso di soggiorno sia comunque rispettosa del bilanciamento tra diverse esigenze costituzionalmente protette, ovvero, da un lato, quella di garantire la sicurezza e l’ordine pubblico in relazione ai flussi migratori e, dall’altra, di salvaguardare i diritti dello straniero riconosciutigli dalla carta Costituzionale.
admin2017-02-06T10:12:38+00:00
Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 287 del 24 gennaio 2017 ha chiarito che, nell’ipotesi in cui è comprovata l’effettiva sussistenza di un rapporto di lavoro, è illegittimo il diniego del permesso di soggiorno per attesa occupazione, qualora la procedura di emersione del lavoro irregolare non sia giunta a buon fine per un fatto addebitabile al datore di lavoro.
Nel caso di specie, i giudici di Palazzo Spada accolgono il ricorso presentato da un cittadino egiziano per il quale, ai sensi dell’art. 5 del decreto legislativo n. 109/2012, era stata presentata dal datore di lavoro una dichiarazione telematica di emersione dal lavoro irregolare subordinato accompagnato dal versamento della tassa iniziale di 1.000 euro, a cui però, successivamente, non era seguito il pagamento dei contributi, con conseguente rigetto della domanda.
Il lavoratore, a cui era stata contestata la tardività dell’impugnazione del diniego, a sua volta lamentava che, nonostante avesse contattato più volte il datore di lavoro, non aveva mai avuto alcuna risposta in merito alla procedura di emersione ed era venuto a conoscenza del provvedimento di reiezione della domanda solo in seguito ad una istanza di accesso agli atti del proprio difensore.
I giudici di Palazzo Spada chiariscono che la sentenza emessa dal TAR avrebbe dovuto tener conto che il lavoratore, non avendo una fissa dimora (la stessa raccomandata inviatagli era tornata indietro per compiuta giacenza) era venuto a conoscenza del diniego solo in seguito all’accesso agli atti, pertanto, era da considerarsi tempestivamente impugnato.
Inoltre, continuano i giudici, l’Amministrazione era comunque tenuta a rilasciare un permesso di soggiorno per attesa occupazione dal momento che la procedura di emersione dal lavoro irregolare non si era conclusa, tra l’altro per fatto imputabile al datore di lavoro (che dopo il pagamento della tassa iniziale, non aveva versato i contributi).
Pertanto, qualora dal comportamento avuto dal datore di lavoro nel corso della procedura di emersione non esistono dubbi circa la sussistenza di un effettivo rapporto di lavoro, l’Amministrazione è obbligata a rilasciare il permesso per attesa occupazione.
admin2017-01-30T10:42:41+00:00
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 969 del 17 gennaio 2017 ha chiarito che il diritto di cittadinanza, acquisito in seguito alla celebrazione del matrimonio, continua ad essere riconosciuto anche qualora tra i coniugi sia avvenuta una separazione di fatto, dal momento che la legge richiede una condizione ostativa diversa, ovvero la separazione personale giudizialmente accertata.
Nel caso di specie, i giudici di legittimità respingono il ricorso presentato dal Ministero dell’Interno che lamentava la violazione dell’art. 5, comma 1, della legge n. 91/1992, in quanto tra le condizioni ostative alla concessione della cittadinanza è indicata anche la “separazione personale”.
Nello specifico, dopo il matrimonio tra la cittadina tunisina e il cittadino italiano, erano decorsi 2 anni durante la quale la stessa era stata residente in Italia senza che fosse intervenuto annullamento, separazione personale o divorzio.
La separazione di fatto, incontestatamente avvenuta tra i coniugi, non era stata considerata rilevante dalla Corte di Appello, dal momento che la legge, tra le cause ostative al riconoscimento del diritto di cittadinanza annovera la separazione personale.
Gli Ermellini, confermando la decisione di merito, hanno sottolineato la differenza ermeneutica tra “separazione di fatto” e “separazione personale”, una differenza che può cogliersi anche nell’art. 6 della legge n. 184/1983 in materia di adozione. La norma, infatti, nel presentare la condizione richiesta ai coniugi per poter procedere all’adozione, richiede proprio che tra gli stessi non sia intervenuta “una separazione personale neppure di fatto”.
Pertanto, la disposizione non fa che confermare la differenza tra le due tipologie di allontanamento, con conseguente diverso regime giuridico.
Pertanto, la separazione di fatto non è una condizione ostativa al diritto di cittadinanza, ma lo è la separazione personale giudizialmente accertata, ai sensi dell’art. 5 della legge n. 91/92.
La Corte, infine, sottolinea la necessità che le condizioni ostative indicate nell’art. 5 della legge n. 91/1992, non possono fondarsi su clausole elastiche, ma su requisiti predeterminati, chiari che non necessitano di un ulteriore accertamento amministrativo.
admin2017-01-23T09:13:20+00:00
L’11 gennaio 2017 sono entrate in vigore le nuove regole in materia di ingresso e di soggiorno di lavoratori stranieri nell’ambito dei trasferimenti intra-societari, in seguito alla pubblicazione del decreto legislativo n. 253/2016 sulla Gazzetta Ufficiale n. 304 del 30 dicembre 2016.
Con il trasferimento intra-societario un lavoratore viene distaccato, per un periodo di tempo limitato, da un’impresa stabilita al di fuori del territorio dell’UE, nella quale lavori da almeno 3 mesi, in una unità ospitante presente in Italia, che appartenga alla stessa impresa o comunque ad uno stesso gruppo di imprese.
Dall’11 gennaio 2017 è concesso l’ingresso e il soggiorno in Italia ai lavoratori stranieri soggiornanti al di fuori del territorio dell’UE o che siano stati già ammessi nel territorio di uno stato membro e che chiedano di essere ammessi in qualità di dirigenti, lavoratori specializzati o lavoratori in formazione, per lo svolgimento di prestazioni di lavoro subordinato per un periodo superiore a 3 mesi nell’ambito di trasferimenti intra-societari.
Per potersi avere il trasferimento intra-societario, l’unità ospitante (ovvero la filiale o la sede presente in Italia) è tenuta a presentare allo sportello unico per l’immigrazione la richiesta di nulla osta al trasferimento intra-societario, che dovrà provvedere al rilascio dello stesso o all’eventuale rigetto nel termine di 45 giorni.
Rilasciato il nulla osta, lo straniero autorizzato al trasferimento, entro 8 giorni dal suo ingresso in Italia è tenuto a comunicare la sua presenza allo sportello unico per l’immigrazione ai fini del rilascio del permesso di soggiorno per trasferimento intra-societario il quale, nella rubrica relativa al tipo di permesso, presenterà la dicitura “ICT”. La durata del permesso di soggiorno ICT sarà equivalente a quella del trasferimento intra-societario.
La durata massima del trasferimento intra-societario è pari a 3 anni per i dirigenti e i lavoratori specializzati e a 1 anno per i lavoratori in formazione.
Anche lo straniero che sia in possesso di un permesso di soggiorno per trasferimento intra-societario ICT rilasciato da un altro stato membro e in corso di validità, potrà fare ingresso in Italia per svolgere attività lavorativa presso una unità ospitante ivi presente che appartenga alla stessa impresa o comunque allo stesso gruppo di imprese di quella straniera di cui è dipendente il lavoratore.
Pertanto, lo straniero potrà soggiornare e prestare attività lavorativa in Italia per un periodo:
massimo di 90 giorni, in un arco temporale di 180 giorni;
per un periodo superiore a 90 giorni previo rilascio del nulla osta al trasferimento intra-societario.
admin2017-01-17T11:58:13+00:00
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 27557 del 30 dicembre 2016, ha affermato che sussiste il diritto del minore extracomunitario a percepire l’indennità di frequenza anche se lo stesso è in possesso del permesso di soggiorno e non anche della carta di soggiorno.
Nel caso di specie, gli Ermellini respingono il ricorso presentato dall’Inps con il quale l’istituto, in virtù dell’art. 80, della legge n. 388/2000, aveva negato la concessione dell’indennità di frequenza ad un minore extracomunitario affetto da sordità profonda bilaterale che risultava solo in possesso del permesso di soggiorno, ma non della carta di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo.
La Corte di appello aveva sottolineato la contrarietà della disposizione presente nella legge n. 388/2000 alla normativa comunitaria, nello specifico il Regolamento CE n. 1408/1971 e il successivo Regolamento CE n. 859/2003, in quanto una simile differenziazione violerebbe il principio di parità di trattamento dei soggetti che risiedono all’interno di uno stesso stato membro, pertanto non è necessario il possesso di una stabile residenza come quella che viene attestata attraverso il possesso di una carta di soggiorno.
Alla luce della normativa comunitaria, i giudici di legittimità ricordano la sentenza n. 329 del 2011, con la quale il Consiglio di Stato ha dichiarato l’illegittimità costituzionale proprio dell’art. 80, comma 19, della legge n. 388/2000.
Secondo i giudici di Palazzo Spada, infatti, la concessione dell’indennità di frequenza, per la sua finalità solidale, non può essere subordinata al possesso da parte dei minori extracomunitari, legalmente soggiornanti nel territorio dello Stato, della carta di soggiorno, in quanto la stessa indennità risponde alle esigenze di tutela della salute e dell’infanzia.
Tali esigenze devono essere assicurate a tutti i soggetti portatori di handicap in situazione di assoluta parità, in modo da agevolare l’ingresso del minore nel contesto sociale in cui vive e nel successivo mondo del lavoro.
Pertanto, anche in virtù della precedente pronuncia del Consiglio di Stato, la Cassazione sottolinea il carattere irragionevolmente discriminante dell’art. 80, legge n. 388/2000 in quanto la subordinazione della concessione dell’indennità di frequenza al possesso della carta di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, è espressione della violazione non solo del principio di uguaglianza, ma anche di altri diritti costituzionalmente garantiti, come il diritto all’istruzione, alla salute e al lavoro.
admin2017-01-09T09:04:10+00:00
Il decreto legge n. 244/2016 (cd. decreto Milleproproghe), pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 30 dicembre 2016, ha prorogato di ulteriori 12 mesi la possibilità per gli stranieri di presentare dichiarazioni sostitutive di documenti originali.
Fino al 31 dicembre 2017 i cittadini stranieri che richiederanno carte di soggiorno, permessi per studio, per attesa occupazione o altri documenti, sono ancora costretti ad esibire i certificati originali, con conseguente dispendio di tempo e risorse economiche.
Al fine di semplificare l’iter burocratico anche nel delicato settore dell’immigrazione, l’art. 17, comma 4-quater, del decreto legge n. 5 del 9 febbraio 2012, così come convertito con modificazioni dalla legge n. 35/2012, aveva previsto la possibilità per gli stranieri di presentare delle autocertificazioni per “le speciali disposizioni contenute nelle leggi e nei regolamenti concernenti la disciplina dell’immigrazione e la condizione dello straniero”.
Nonostante siano trascorsi circa 5 anni dalla suddetta disposizione, di anno in anno la possibilità per gli stranieri di presentare dichiarazioni sostitutive è stata prorogata ed ora, con le ultime novità previste dal decreto milleproroghe, è previsto un ulteriore slittamento al 31 dicembre 2017.
Un simile limite rende estremamente lento l’iter di richiesta dei permessi e dei rinnovi a causa delle lunghe file che si formano presso gli uffici pubblici (ad esempio, per chiedere il rinnovo di un permesso per motivi di studio lo straniero è costretto ad allegare alla richiesta un certificato che attesti gli esami sostenuti all’università).
L’eccezione per gli stranieri relativa alla possibilità di presentare un’autocertificazione nella previsione originaria, doveva durare un tempo relativamente breve (fino al 1 gennaio 2013), al fine di consentire un collegamento tra i database delle Questure con quelli delle Università, dei Tribunali o di altri enti, ma è stata oggetto, anno dopo anno, di numerosi rinvii.
Probabilmente è stata proprio la perdurante assenza di banche dati interconnesse tra i diversi enti che ha reso impossibile l’attuazione della previsione che consente allo straniero di presentare un’autocertificazione il cui contenuto potrà essere verificato direttamente dall’amministrazione, rinviando, ancora una volta, questa possibilità al 31 dicembre 2017.
admin2017-01-04T13:43:14+00:00
Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 5014 del 28 novembre 2016, ha affermato che è legittimo il diniego del rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro autonomo nell’ipotesi in cui il cittadino straniero sia stato condannato per il reato di truffa.
Nel caso di specie, i giudici di Palazzo Spada respingono il ricorso presentato da un lavoratore straniero che si era visto negare il rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro autonomo in seguito alla condanna in appello per il reato di truffa.
Nello specifico, il cittadino extracomunitario chiedeva un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 9 del D.Lgs. n. 286/1998, in quanto la condanna per il reato di truffa era ormai datata, sottolineando, inoltre, che nel rifiutare il rinnovo del permesso di soggiorno non era stato opportunamente considerato il legame familiare, dal momento che l’unico fratello del lavoratore straniero era in Italia.
Il Consiglio di Stato, invece, sottolinea la rilevanza della precedente condanna penale per il reato di truffa in virtù dell’articolo 26, comma 7-bis, del TUI, infatti i giudici sono decisi ad estendere l’ambito di applicazione della norma anche alle ipotesi di diniego di rinnovo del permesso di soggiorno.
Pertanto, ad un soggetto condannato per uno dei reati previsti dal “Titolo III, Capo III, Sezione II, della legge 22 aprile 1941, n. 633… e dagli articoli 473 e 474 del codice penale” può essere negato il rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro autonomo. Inoltre, in presenza di dette condizioni, il rifiuto del rinnovo del permesso di soggiorno non necessita di ulteriori motivazioni in relazione alla pericolosità sociale dello straniero.
Infine, i giudici di Palazzo Spada hanno ricordato una precedente pronuncia (n. 4470/2015) nella quale era stato affermato che, in relazione all’art. 9 del TUI, il diniego del rilascio del permesso deve essere sorretto da un giudizio sulla pericolosità sociale del soggetto, con una motivazione anche in relazione al suo contesto familiare, escludendo qualsiasi automatismo in presenza di condanne penali. Pertanto, tale principio era limitato e circoscritto alla sola ipotesi di esame dei requisiti richiesti per il rilascio del permesso per soggiornanti di lungo periodo, caso diverso rispetto a quello in esame.
ASSEGNO SOCIALE E CARTA DI SOGGIORNO
admin2016-12-27T14:04:35+00:00
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24981 del 6 dicembre 2016, ha affermato che non è irragionevole subordinare la corresponsione da parte dell’Inps dell’assegno sociale alla titolarità della carta di soggiorno, in quanto la stessa è indicativa di un radicamento sul territorio, pertanto, ratione temporis, trova applicazione l’art. 80, comma 19, della legge n. 388/2000.
La questione sottoposta al vaglio dei giudici di legittimità riguarda il caso di una donna extracomunitaria che si era vista negare dall’Inps l’erogazione dell’assegno sociale. Nel dettaglio la donna, ultrasessantacinquenne, risiedeva in Italia da oltre 10 anni ed era in possesso di un regolare permesso di soggiorno e dei requisiti necessari ai fini dell’accesso al beneficio.
L’art. 80, comma 19, della legge n. 388/2000 prevede il riconoscimento dell’assegno sociale agli stranieri in possesso della carta di soggiorno, mentre, per le altre prestazioni e per gli altri servizi sociali l’equiparazione tra cittadini italiani e stranieri è possibile solo per coloro che sono in possesso di un permesso di soggiorno di durata non inferiore ad un anno.
I giudici di legittimità, confermando una precedente sentenza (n. 22261/2015), hanno ribadito il principio di diritto secondo il quale non è irragionevole l’applicazione, ratione temporis, dell’art. 80, comma 19, legge n. 388/2000, che consente agli stranieri legalmente residenti in Italia e in possesso della carta di soggiorno, indicativa di un suo radicamento in Italia, di poter fruire dell’assegno sociale.
Il principio della Cassazione viene così confermato anche in seguito ad una recente ordinanza della Corte Costituzionale (n. 180 del 15 luglio 2016) con la quale è stato affermato che la l’art. 1, comma 1, legge n. 133/2008, non viola i principi enunciati dall’art. 14 della CEDU.
In particolare, l’art. 1, comma 1, legge n. 133/2008, subordina, a partire dal 1 gennaio 2009, l’erogazione dell’assegno sociale a quei soggetti che abbiano soggiornato legalmente ed in via continuativa in Italia per almeno 10 anni. Pertanto, la norma non contiene alcuna discriminazione tra cittadini extracomunitari (a seconda che siano titolari o meno del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo) e tra cittadini stranieri e italiani (perchè il requisito riguarda tutti gli eventuali fruitori dell’assegno).
Pertanto gli Ermellini rinviano la sentenza al giudice d’appello affinchè accerti se nel periodo compreso tra il giorno in cui è stata presentata la domanda amministrativa e il 1 gennaio 2009, sussistevano le condizioni per la concessione dell’assegno sociale.
ASSEGNO DI NATALITÀ ANCHE PER STRANIERI CON CARTA DI SOGGIORNO PER FAMILIARE
admin2016-12-19T13:12:00+00:00
L’Inps, con la circolare n. 214 del 6 dicembre 2016, in seguito al parere del 27 luglio 2016 del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, ha previsto l’estensione del beneficio dell’assegno di natalità anche agli stranieri in possesso della carta di soggiorno per familiare.
Mentre la circolare n. 93/2015 aveva previsto la corresponsione dell’assegno di natalità solo agli stranieri in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, il Ministero del lavoro ha esteso il beneficio anche a quei soggetti in possesso della carta di soggiorno per familiare di cittadino italiano o comunitario e al possessore di carta di soggiorno permanente per i familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro dell’UE.
In via transitoria, nell’attesa che sia completato l’iter procedurale che consentirà l’acquisizione telematica dei titoli di soggiorno, i soggetti in possesso della carta di soggiorno per familiare potranno trasmettere una domanda telematica e rilasciare un’autodichiarazione contenente l’indicazione del documento posseduto con l’opportuno riferimento agli estremi dello stesso:
tipo di permesso (permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, carta di soggiorno per cittadino di familiare dell’Unione Europea, etc);
numero di permesso;
autorità che lo ha rilasciato;
data di rilascio;
termine di validità.
Sarà compito delle sedi territoriali dell’Istituto di previdenza sociale, in cooperazione con gli uffici del Ministero dell’Interno, procedere alle opportune verifiche che saranno effettuate a campione attestanti o meno la veridicità delle autodichiarazioni presentate dagli stranieri.
Su richiesta dell’interessato, saranno, invece, oggetto di riesame le domande presentate dagli stranieri in possesso dei suddetti titoli precedentemente respinte.
Il richiedente presenterà istanza attraverso la compilazione dell’apposito modulo presso la sede Inps territorialmente competente che, valutato il possesso dei requisiti richiesti (con particolare attenzione al possesso di un ISEE non superiore a 25mila euro) metterà l’assegno in pagamento e con il primo pagamento saranno accreditate le mensilità arretrate eventualmente spettanti.

References: sentenza 
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