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/ MARTED&Igrave;, 31 MARZO 2015
Imposizione del 5%
anche agli utili
distribuiti in natura
Nello spesometro tutte le
operazioni con obbligo di
Nell’ambito dei gruppi, si va diffondendo la pratica di distribuire utili in natura tramite l’assegnazione di azioni o quote. Lo
schema classico vede strutture
societarie a tre “holding - subholding - operativa”, dove la “subholding” delibera, a favore della “holding”, la distribuzione di un dividendo in natura rappresentato dai
titoli detenuti nell’“operativa”. Le
ragioni sono essenzialmente due:
un momento di scarsa liquidit&agrave;
nonostante l’utile conseguito oppure l’esigenza di procedere a
una riorganizzazione interna.
Venendo ai risvolti fiscali, e ipotizzando un socio di spa o srl residente in Italia, nel sistema delle
II.DD. gli utili percepiti da un
soggetto IRES, se distribuiti da
una partecipata fiscalmente residente in Italia o in Stati a fiscalit&agrave;
ordinaria, concorrono alla formazione del reddito imponibile del
socio nell’esercizio in cui sono
percepiti [...]
La comunicazione &egrave; effettuata anche per le operazioni fatturate da
parte dei commercianti al minuto e delle agenzie di viaggio
Secondo quanto previsto dal provv. Agenzia delle Entrate 2 agosto 2013 n. 94908, entro il 10
aprile 2015 devono essere effettuate le comunicazioni relative allo spesometro riferite all’anno di imposta 2014, da parte dei soggetti con liquidazione IVA mensile. Per gli altri soggetti,
il termine per effettuare la comunicazione &egrave;, invece, il 20 aprile 2015.
Dal punto di vista soggettivo, sono tenuti alla
comunicazione tutti i soggetti passivi IVA,
compresi i soggetti in contabilit&agrave; semplificata e
i soggetti che hanno optato per la dispensa dagli adempimenti relativi alle operazioni esenti ai
sensi dell’art. 36-bis del DPR 633/72.
La comunicazione riguarda, altres&igrave;, gli enti non
commerciali, per le operazioni effettuate
nell’esercizio di attivit&agrave; commerciali o agricole
ex art. 4 del DPR 633/72.
Lo Stato, le Regioni, le Province, i Comuni e
gli altri organismi di diritto pubblico (che erano
esonerati dall’adempimento per gli anni di imposta 2012 e 2013) sono obbligati alla comunicazione delle operazioni rilevanti ai fini IVA, effettuate nel 2014, non documentate da fattura
Altro stop alla “resurrezione retroattiva” delle societ&agrave;
Societ&agrave; pubbliche, cessazione immediata delle
partecipazioni vietate
“ampia” per i Paesi
/ Salvatore SANNA e Mario BONO
Responsabile di dichiarazione fraudolenta anche chi
non l’ha presentata
Organismi di composizione della crisi, il CNDCEC
ricorre al TAR
elettronica di cui all’art. 1 commi da 209 a
214, della L. 24 dicembre 2007 n. 244.
Nei casi di operazioni straordinarie o di altre trasformazioni sostanziali soggettive, avvenute durante il 2014, &egrave; necessario distinguere le seguenti eventualit&agrave;:
- nell’ipotesi di operazione straordinaria o di
trasformazione sostanziale soggettiva che
comporti l’estinzione del dante causa, il soggetto avente causa ha l’obbligo di trasmettere la comunicazione contenente anche i dati
delle operazioni effettuate dal soggetto estinto;
- se il soggetto dante causa non si estingue,
l’obbligo di comunicazione rimane a suo carico.
Passando all’ambito oggettivo, ai sensi
dell’art. 21 del DL 78/2010, la comunicazione riguarda tutte le operazioni attive e passive rilevanti ai fini IVA:
- di qualsiasi importo, se soggette all’obbligo di emissione della fattura;
- di importo non inferiore a 3.600 euro, al
lordo dell’IVA, se non [...]
/ A PAGINA 9
La voluntary disclosure consente di regolarizzare gli investimenti illecitamente detenuti in
Paesi c.d. black list, beneficiando di uno
sconto sulle sanzioni relative alle violazioni
in materia di monitoraggio fiscale. Allo stato
attuale, le sanzioni relative al modulo RW
vanno dal 3% al 15%, salvo che per gli investimenti detenuti in uno Stato a fiscalit&agrave; privilegiata (ossia, gli Stati indicati all’interno
dei DM 21 novembre 2011 e 4 maggio 1999).
Per questi ultimi, invece, si [...]
Imposizione del 5% anche agli utili
Imponibilit&agrave; al 5% in capo al socio, poi, a prescindere dalla residenza o localizzazione
dell’“operativa” i cui titoli sono oggetto di attribuzione al socio
Nell’ambito dei gruppi, si va diffondendo la pratica di distribuire utili in natura tramite l’assegnazione di azioni o quote. Lo schema classico vede strutture societarie a tre “holding - subholding - operativa”, dove la “subholding” delibera, a favore della “holding”, la distribuzione di un dividendo in natura rappresentato dai titoli detenuti nell’“operativa”. Le ragioni sono essenzialmente due: un momento di
scarsa liquidit&agrave; nonostante l’utile conseguito oppure l’esigenza di procedere a una riorganizzazione interna.
Venendo ai risvolti fiscali, e ipotizzando un socio di spa o srl
residente in Italia, nel sistema delle II.DD. gli utili percepiti da un soggetto IRES, se distribuiti da una partecipata fiscalmente residente in Italia o in Stati a fiscalit&agrave; ordinaria,
concorrono alla formazione del reddito imponibile del socio nell’esercizio in cui sono percepiti limitatamente al 5%
del loro ammontare (art. 89 comma 2 del TUIR). Tale previsione &egrave; applicabile anche nell’ipotesi in cui l’utile &egrave; distribuito in natura e non in denaro.
Gi&agrave; in passato il Ministero delle Finanze, commentando la
definizione di “utile distribuito”, ebbe modo di precisare che
il concetto di utile distribuito comprende “qualunque attribuzione di utili ai soci, in denaro o in natura” (circ. nn. 110
del 2 aprile 1963 e 110 e 122 del 16 maggio 1978). Medesima conferma &egrave; arrivata dall’Agenzia delle Entrate (circ. 16
giugno 2004 n. 26) in occasione del commento al comma 2
citato, ove &egrave; testualmente previsto che l’imposizione del 5%
&egrave; applicabile agli utili distribuiti “in qualsiasi forma e in
qualsiasi denominazione”. Il regime fiscale dei dividendi in
entrata prevede quindi l’imponibilit&agrave; al 5% in capo al socio a prescindere dal fatto che si tratti di dividendi in denaro
o in natura e a prescindere, poi, nel caso in esame, dalla residenza o localizzazione dell’“operativa” i cui titoli sono
oggetto di attribuzione al socio.
I temi da porsi sono essenzialmente due. Il primo attiene alla valorizzazione del titolo distribuito al fine di determinarne l’ammontare imponibile. Il socio dovr&agrave; tassare il 5% del
valore normale delle azioni/quote ricevute; ci&ograve; &egrave; disposto
dall’art. 89 comma 4 del TUIR, che rende applicabile anche
per il socio soggetto IRES il disposto di cui all’art. 47
comma 3 del TUIR che impone, “nel caso di distribuzione di
utili in natura”, di determinare il valore imponibile “in
relazione al valore normale degli stessi”. Occorrer&agrave; dunque
rifarsi ai criteri dell’art. 9 del TUIR.
Il secondo tema attiene all’individuazione del costo fiscalmente riconosciuto del titolo in capo al socio.
/ EUTEKNEINFO / MARTED&Igrave;, 31 MARZO 2015
Si &egrave; detto che la distribuzione di un dividendo in natura d&agrave;
luogo, in capo alla “holding”, a una tassazione (del 5%) del
valore normale dei titoli dell’“operativa” ricevuti. Il valore
normale del dividendo in natura, poi, ne rappresenta il costo fiscalmente riconosciuto ai fini del calcolo di una successiva eventuale plusvalenza.
Ma come coordinare il fatto che, in sede di distribuzione del
dividendo, il valore normale del titolo assegnato &egrave; tassato solo al 5% e non per il suo intero valore? Il punto &egrave; stato chiarito dalla circ. 13 febbraio 2006 n. 6, che ha precisato che, in
caso di attribuzione di utili in natura attraverso l’assegnazione di azioni o quote, il costo fiscalmente riconosciuto in capo al socio dei beni attribuiti &egrave; costituito dall’integrale valore normale degli stessi e non dalla sola parte (5%) che ha
concorso a formare il reddito imponibile per il percipiente.
Le Entrate hanno cos&igrave; rimarcato l’operativit&agrave; del principio di
continuit&agrave; dei valori fiscali, secondo cui, se il valore normale dei titoli distribuiti rappresenta la base imponibile del
dividendo tassato in capo al socio, questo rappresenta il costo d’acquisto dei titoli stessi, ai fini di una loro ipotetica rivendita, a prescindere dalle modalit&agrave; di tassazione del dividendo da parte del socio. L’Agenzia conferma dunque che la
simmetria &egrave; di valori e non di regimi tributari, come avviene nei conferimenti in natura, dove il riconoscimento del costo fiscale per la conferitaria non &egrave; mai vincolato dall’emersione di materia imponibile per il conferente.
Si pensi ad esempio al conferimento di una partecipazione
da parte di un soggetto IRES in regime di participation
exemption. Nulla impedisce alla conferitaria di avere pieno
riconoscimento fiscale delle partecipazioni ricevute sulla
base dell’aumento di capitale effettuato. Si ipotizzi, ancora,
il conferimento di un immobile ultraquinquennale da parte di
una persona fisica, per tale motivo non imponibile in capo
alla conferente: anche qui &egrave; indubbio che la conferitaria valorizzi l’immobile ricevuto a valori correnti.
Venendo alla fiscalit&agrave; della “subholding”, qualora il valore
normale dei titoli dell’“operativa” assegnati alla “holding”
sia superiore al relativo costo fiscale, la distribuzione genera un evento imponibile. La distribuzione di utili in natura
presenta dunque carattere realizzativo per la “subholding”.
La distribuzione &egrave; idonea a generare ricavi o plusvalenze
tassabili, da assoggettare alla disciplina della pex laddove ne
ricorrano i requisiti, da determinarsi in misura pari alla
differenza tra il valore normale dei titoli distribuiti ed il loro
costo fiscalmente riconosciuto.
Nello spesometro tutte le operazioni con
La comunicazione &egrave; effettuata anche per le operazioni fatturate da parte dei
commercianti al minuto e delle agenzie di viaggio
Secondo quanto previsto dal provv. Agenzia delle Entrate 2
agosto 2013 n. 94908, entro il 10 aprile 2015 devono essere
effettuate le comunicazioni relative allo spesometro riferite
all’anno di imposta 2014, da parte dei soggetti con liquidazione IVA mensile. Per gli altri soggetti, il termine per effettuare la comunicazione &egrave;, invece, il 20 aprile 2015.
Dal punto di vista soggettivo, sono tenuti alla comunicazione tutti i soggetti passivi IVA, compresi i soggetti in contabilit&agrave; semplificata e i soggetti che hanno optato per la dispensa dagli adempimenti relativi alle operazioni esenti ai
La comunicazione riguarda, altres&igrave;, gli enti non commerciali, per le operazioni effettuate nell’esercizio di attivit&agrave; commerciali o agricole ex art. 4 del DPR 633/72.
Lo Stato, le Regioni, le Province, i Comuni e gli altri organismi di diritto pubblico (che erano esonerati dall’adempimento per gli anni di imposta 2012 e 2013) sono obbligati
alla comunicazione delle operazioni rilevanti ai fini IVA, effettuate nel 2014, non documentate da fattura elettronica di
cui all’art. 1 commi da 209 a 214, della L. 24 dicembre 2007
- nell’ipotesi di operazione straordinaria o di trasformazione
sostanziale soggettiva che comporti l’estinzione del dante
causa, il soggetto avente causa ha l’obbligo di trasmettere
la comunicazione contenente anche i dati delle operazioni effettuate dal soggetto estinto;
- se il soggetto dante causa non si estingue, l’obbligo di
comunicazione rimane a suo carico.
Passando all’ambito oggettivo, ai sensi dell’art. 21 del DL
78/2010, la comunicazione riguarda tutte le operazioni attive e passive rilevanti ai fini IVA:
- di qualsiasi importo, se soggette all’obbligo di emissione
- di importo non inferiore a 3.600 euro, al lordo dell’IVA,
se non soggette all’obbligo di emissione della fattura.
Per le operazioni per le quali &egrave; previsto l’esonero dalla fatturazione, il limite di 3.600 euro comunque non opera nel caso in cui sia stata emessa la fattura:
- su base volontaria;
- su richiesta del cliente, in luogo dello scontrino o della
ricevuta fiscale ai sensi dell’art. 22 del DPR 633/72.
A differenza di quanto previsto per gli anni di imposta 2012
e 2013, sono soggette all’obbligo di comunicazione anche le
operazioni documentate da fattura, di importo inferiore a
3.600 euro, effettuate nel 2014 da parte dei commercianti al
minuto e soggetti equiparati ex art. 22 del DPR 633/72 e delle agenzie di viaggio ex art. 74-ter del DPR 633/72.
Per le suddette due categorie di soggetti passivi, infatti, era
stato previsto, in via transitoria, l’esonero dalla comunicazione per le operazioni di importo non inferiore a 3.600 euro poste in essere nel 2012 e 2013 (comunicate, rispettivamente, nel novembre 2013 e nell’aprile 2014).
Aspetti da chiarire sulle operazioni territorialmente non
Tra gli aspetti ancora non del tutto chiariti relativi al cosiddetto “spesometro”, vi &egrave; anche il fatto se l’obbligo di comunicazione riguardi o meno le operazioni territorialmente
non rilevanti ai fini IVA per carenza del requisito territoriale dell’imposta, di cui agli articoli da 7 a 7-septies del
DPR 633/72, per le quali, tuttavia, &egrave; previsto l’obbligo di
emissione della fattura ai sensi dell’art. 21 comma 6-bis del
DPR 633/72.
Stando alla formulazione letterale della norma (art. 21 del
DL 78/2010) che ha introdotto la comunicazione, l’obbligo
in questione dovrebbe essere limitato alle sole operazioni
“rilevanti ai fini IVA”, con esclusione di quelle che non
integrano i presupposti del tributo (tra cui quello territoriale),
a prescindere dall’obbligo di fatturazione. Questa
interpretazione &egrave; stata fatta propria anche da Assonime, nella
circolare n. 35 del 6 novembre 2013.
Diversa impostazione sembrerebbe quella fornita dal provvedimento attuativo dell’Agenzia delle Entrate del 2 agosto
2013, il quale indica tra le operazioni oggetto di comunicazione le “cessioni di beni e prestazioni di servizi rese e ricevute per le quali sussiste l’obbligo di emissione della fattura”.
Altro stop alla “resurrezione retroattiva”
delle societ&agrave; di capitali
La Provinciale di Chieti afferma espressamente che il DLgs. 175/2014 opera solo a
decorrere dalla sua entrata in vigore
Per effetto dell’art. 28 comma quarto del DLgs. 175/2014,
“ai soli fini della validit&agrave; e dell’efficacia degli atti di liquidazione, accertamento, contenzioso e riscossione dei tributi
e contributi, sanzioni e interessi, l’estinzione della societ&agrave; di
cui all’art. 2495 del codice civile ha effetto trascorsi cinque
anni dalla richiesta di cancellazione dal Registro imprese”.
Siamo chiaramente in presenza di una norma strumentale ad
evitare che gli atti impositivi e contributivi perdano di efficacia in quanto intestati ad un soggetto non pi&ugrave; esistente. Infatti, a seguito della riforma del diritto societario del 2003, la
cancellazione di una societ&agrave; dal Registro delle imprese &egrave;
condizione sia sufficiente sia necessaria per l’estinzione
dell’ente, per cui ogni atto impositivo intestato alla societ&agrave;
estinta &egrave; inesistente.
Il DLgs. 175/2014 ha introdotto un lasso temporale di cinque anni entro cui, nei confronti degli enti impositori, degli
enti di previdenza e di assistenza e dei contribuenti sono validi gli atti di liquidazione, di accertamento, di riscossione e
di contenzioso formati nei confronti del soggetto estinto o da
questo proposti.
L’Agenzia delle Entrate, come intuibile, ha da subito evidenziato che la norma, essendo a suo avviso procedurale, &egrave; retroattiva (circolare n. 6/2015, &sect; 13.1).
La Commissione tributaria provinciale di Chieti, con la sentenza n. 155 dello scorso 9 marzo, ha, sulla scia di quanto
gi&agrave; evidenziato dalla Provinciale di Reggio Emilia (si veda
“Prima sentenza sulla resurrezione delle spa, cassata la tesi
della retroattivit&agrave;” del 29 gennaio 2015), confermato che la
norma contenuta nell’art. 28 comma 4 del DLgs. 175/2014
non pu&ograve; essere retroattiva.
Sembra quindi che la giurisprudenza stia nettamente prendendo le distanze dall’orientamento dell’Agenzia, e ci&ograve; appare condivisibile, posto che la disposizione in oggetto ha
natura sostanziale, incidendo, direttamente, sulla validit&agrave;
degli atti di accertamento emessi dagli enti impositori.
Evidenziamo che pure il Consiglio Nazionale forense ha
preso le distanze dalla sostenuta irretroattivit&agrave; (cfr. il documento dell’11 marzo 2015), richiamando l’art. 10 della L.
212/2000, sulla buona fede e leale collaborazione tra le parti.
In ragione di ci&ograve;, &egrave; bene che i contribuenti, nei processi pendenti, contestino prontamente la tesi della retroattivit&agrave;, sollecitando il giudice, ad esempio e se il contenzioso &egrave; in appello, a confermare la dichiarazione di nullit&agrave; dell’atto in
quanto intestato al soggetto estinto.
Imminente il rimando alla Corte Costituzionale
Lo stesso dicasi se il giudice di primo grado avesse dichiarato inammissibile il ricorso proposto dal liquidatore del soggetto estinto, sulla base del fatto che, essendo la societ&agrave; cancellata dal Registro delle imprese, difettava la legittimazione ad agire. A ben vedere, si verte in una fattispecie in cui la
pretesa non potrebbe comunque essere fatta valere, per cui
l’inammissibilit&agrave; non rende definitivo alcun atto, ma
conferma semplicemente l’inazionabilit&agrave; della pretesa.
Meglio evidenziare che, in quest’ultimo caso, la situazione
sarebbe “coperta” dall’eventuale giudicato, per cui ogni atto di riscossione basato sull’accertamento oggetto della precedente dichiarazione di inammissibilit&agrave; del ricorso sarebbe
di per s&eacute; illegittimo. Se l’ente impositore avesse voluto,
avrebbe dovuto appellare la sentenza, chiedendo alla Regionale la conferma dell’accertamento, e ci&ograve; a prescindere dal
discorso sulla retroattivit&agrave; (cosa che, a ben vedere, magari
l’ente impositore non ha fatto, non potendo sapere che
sarebbe stato approvato il DLgs. 175/2014).
Nel menzionato documento del Consiglio Nazionale forense,
tra l’altro, si mette in evidenza, come fatto da pi&ugrave; parti, che
la norma &egrave; sospettata di incostituzionalit&agrave;, alla luce della
circostanza che nella L. 23/2014 non si rinviene alcun
criterio direttivo idoneo a “coprire” una disposizione di tal
Voluntary disclosure “ampia” per i Paesi
Un conto a Panama dal 2004 obbliga ad aderire da tale annualit&agrave;, anche se poi lo si
trasferisce in un Paese che ha firmato l’Accordo con l’Italia
La voluntary disclosure consente di regolarizzare gli investimenti illecitamente detenuti in Paesi c.d. black list, beneficiando di uno sconto sulle sanzioni relative alle violazioni
in materia di monitoraggio fiscale. Allo stato attuale, le sanzioni relative al modulo RW vanno dal 3% al 15%, salvo
che per gli investimenti detenuti in uno Stato a fiscalit&agrave; privilegiata (ossia, gli Stati indicati all’interno dei DM 21 novembre 2011 e 4 maggio 1999). Per questi ultimi, invece, si
applicano il raddoppio dei termini di accertamento e:
- una sanzione dal 5% al 25% per gli importi non dichiarati, per gli anni dal 2004 al 2007;
- una sanzione dal 6% al 30% per gli importi non dichiarati
Ad ogni modo, per coloro che decidono di aderire alla procedura, non si applica il raddoppio dei termini se:
- il Paese black list in cui erano o sono detenuti investimenti
e attivit&agrave; estere oggetto della collaborazione volontaria abbia stipulato con l’Italia un accordo che consente un effettivo scambio di informazioni conforme all’art. 26 del modello OCSE. Attualmente, si tratta di Svizzera, Liechtenstein,
Principato di Monaco e Singapore;
- il contribuente che ha attivato la procedura e che vuole
mantenere le attivit&agrave; oggetto di collaborazione volontaria nel
Paese black list ove gi&agrave; le deteneva deve rilasciare all’intermediario finanziario estero presso cui le attivit&agrave; erano o sono detenute l’autorizzazione a trasmettere alle Autorit&agrave; finanziarie italiane richiedenti tutti i dati concernenti le attivit&agrave; oggetto di procedura (c.d. waiver) e allegare copia di tale
autorizzazione, controfirmata dall’intermediario finanziario
In alternativa all’acquisizione del c.d. waiver, &egrave; possibile
procedere al trasferimento delle attivit&agrave; in Italia oppure in
altri Paesi membri dell’Ue appartenenti alla white list di cui
al DM 4 settembre 1996. Inoltre, per gli investimenti situati
nei Paesi che hanno firmato l’accordo, l’adesione alla voluntary disclosure prevede l’applicazione sanzione minima
del 3% (invece che il 6%) in relazione alle violazioni concernenti il modulo RW.
Sul tema, la circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 10/2015
ha ipotizzato il caso di un contribuente che, nel corso del
2004, ha costituito delle attivit&agrave; finanziarie a Panama depositandole presso un intermediario locale e che, nel 2008, ha
trasferito dette attivit&agrave; presso un intermediario svizzero.
Viene chiarito che, dal momento che per le annualit&agrave; dal
2004 al 2007 le attivit&agrave; sono state illecitamente detenute in
un Paese black list che non ha firmato l’Accordo, per tali periodi d’imposta le violazioni in materia di monitoraggio fiscale potranno essere sanzionate e, quindi, dovranno essere
oggetto della procedura, se il contribuente intende
regolarizzare la propria posizione.
Questo perch&eacute;, al termine dei periodi d’imposta dal 2004 al
2007, le attivit&agrave; finanziarie oggetto di emersione erano localizzate in un Paese black list che non ha stipulato un accordo con l’Italia nei termini sopra richiamati, e non si verifica
una delle condizioni per evitare l’operativit&agrave; del raddoppio
dei termini previsto dall’art. 12, comma 2-ter del DL
78/2009.
Muovendo da quanto chiarito dalla circ. n. 10/2015, la possibilit&agrave; che il raddoppio dei termini per l’irrogazione delle sanzioni da RW possa scattare anche se dopo il 2007 le attivit&agrave;
finanziarie sono state trasferite in un Paese non black list o
in un Paese che ha firmato l’Accordo porta a dover analizzare la posizione del contribuente dal 31 dicembre 2004. Tuttavia, se non opera il suddetto raddoppio dei termini, la documentazione che dovr&agrave; essere prodotta con riferimento alle
violazioni da RW riguarder&agrave; le attivit&agrave; possedute nei periodi
d’imposta dal 2009 al 2013.
Premesso questo, sar&agrave; poi necessario verificare quando si applicher&agrave; la sanzione minima base del 5%, quella del 6% oppure quella pi&ugrave; favorevole del 3%. Nel caso suggerito
dall’Agenzia delle Entrate, infatti:
- la sanzione minima base sar&agrave; pari al 5% dal 2004 al 2007;
- l’anno 2008 (nel quale le attivit&agrave; sono trasferite in Svizzera) non &egrave; pi&ugrave; accertabile;
- per il periodo che va dal 2009 al 2013 si applicher&agrave; il 3%
per ogni annualit&agrave;.
Ipotizzando, invece, un contribuente che possieda delle attivit&agrave; finanziarie depositate in Svizzera dal 2004 e che nel
2012 abbia trasferito le medesime a Panama, in caso di adesione alla voluntary disclosure:
- le annualit&agrave; dal 2004 al 2008 non possono essere oggetto
di provvedimenti sanzionatori da RW;
- le annualit&agrave; dal 2009 al 2011 prevedono l’applicazione
della sanzione base del 3% per ogni annualit&agrave;;
- le annualit&agrave; 2012 e 2013 prevedono l’applicazione della
sanzione base minima del 6% per ogni annualit&agrave;.
Inoltre, se si decidesse di non aderire alla voluntary disclosure, occorre tenere presente che le sanzioni per violazioni
da RW potranno essere irrogate rispettivamente fino al 2022
e fino al 2023.
Societ&agrave; pubbliche, cessazione immediata
delle partecipazioni vietate
La societ&agrave; deve procedere alla liquidazione entro il 31 dicembre, ma non &egrave; chiaro con
quali modalit&agrave;
/ Davide DI RUSSO, Gabriella NARDELLI e Antonio MIELE
Il combinato disposto degli artt. 3, comma 27 e ss. della Finanziaria 2008 (L. n. 244/2007) e 1, comma 569 della legge
di stabilit&agrave; 2014 (L. n. 147/2013), come modificato dall’art.
2, comma 1, lett. b) del DL n. 16/2014 convertito, ha imposto alle amministrazioni di cui all’art. 1, comma 2 della L.
165/2001 di cedere a terzi, entro il 31 dicembre 2014, nel
rispetto di procedure di evidenza pubblica, le partecipazioni detenute in societ&agrave; contra legem, ossia quelle aventi a oggetto attivit&agrave; di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie al perseguimento delle finalit&agrave; istituzionali
delle amministrazioni socie e che non producono servizi di
Il citato comma 569 stabilisce che, decorso il termine, “la
partecipazione non alienata mediante evidenza pubblica cessa ad ogni effetto; entro dodici mesi successivi alla cessazione la societ&agrave; liquida in denaro il valore della quota del socio cessato in base ai criteri stabiliti all’articolo 2437-ter,
secondo comma, del codice civile”.
Non &egrave; chiaro per&ograve; con quali modalit&agrave; la societ&agrave; possa addivenire, in concreto, alla relativa liquidazione: la norma si limita infatti a fissare un termine finale (“dodici mesi successivi”, ossia il 31 dicembre 2015), mentre la magistratura
contabile (Corte dei Conti Marche, delibera 25/2014/PAR)
ha negato ricorra nella specie un’ipotesi di recesso, precisando che il richiamo testuale all’art. 2437-ter, comma 2 c.c. vale unicamente a stabilire i criteri per determinare il valore
della quota del socio pubblico cessato (quindi in funzione
della consistenza patrimoniale della societ&agrave; e delle sue
prospettive reddituali nonch&eacute; dell’eventuale valore di
Peraltro, la norma dispone che, spirato il termine previsto,
“la partecipazione non alienata cessa ad ogni effetto”, vale a
dire che il rapporto sociale si estingue immediatamente e
l’amministrazione pubblica cessa di essere socia gi&agrave; al 31
Non dovrebbe quindi esservi spazio per i meccanismi intermedi approntati dagli artt. 2437-quater e 2473, comma 4 c.c.
(rispettivamente per spa ed srl) al fine di reperire le risorse
necessarie a liquidare la partecipazione del socio receduto:
stante la lettera del comma 569, infatti, la partecipazione
pubblica contra legem non esiste pi&ugrave;, quindi Non sono configurabili atti traslativi da parte dell’(ex) socio pubblico
aventi a oggetto tale (ex) partecipazione, la quale pertanto
Non pu&ograve; essere offerta a (e acquistata da) soci o terzi.
Non resta dunque che la riduzione di capitale in misura corrispondente alla partecipazione pubblica cessata (salva la facolt&agrave; di intaccare eventuali riserve disponibili per il contestuale ripristino del capitale con aumento pro quota della
partecipazione dei soci superstiti) e, in caso di riduzione al di
sotto del minimo legale, lo scioglimento della societ&agrave; (o, in
caso di spa, la trasformazione in srl).
Per mettersi al riparo da responsabilit&agrave;, allora, gli amministratori (o, in difetto, i sindaci) sono tenuti a convocare senza indugio l’assemblea per l’assunzione dei relativi provvedimenti e a provvedere subito agli adempimenti pubblicitari
che caratterizzano le variazioni della compagine societaria
(annotazione a libro soci, nelle spa, e iscrizione nel Registro
delle imprese, nelle srl, della cessazione della partecipazione ex art. 1, comma 569 della L. 147/2013).
A bilancio, occorrer&agrave; rilevare un debito verso il socio pubblico, per il valore nominale della partecipazione cessata, in
attesa della definitiva determinazione all’esito della liquidazione, che dovr&agrave; avvenire entro un anno dalla cessazione
(cio&egrave; entro il 31 dicembre 2015), con applicazione dei criteri fissati dall’art. 2437-ter, comma 2 c.c., nella specie operanti – stabilisce il comma 569 – sia alle spa che alle srl (e
l’eventuale differenza del valore cos&igrave; determinato incider&agrave;
sul Conto economico).
Auspicabile un intervento legislativo per dissipare i
Si tratta di una soluzione che, per quanto aderente al dettato
normativo, Non incontra l’unanimit&agrave; dei consensi da parte
degli interpreti, lasciando spazio a tensioni e contrasti
nell’ambito delle societ&agrave; interessate, che vedono contrapposti gli interessi dei soci superstiti (costretti a liquidare la
quota cessata intaccando il capitale o a sciogliere la societ&agrave;)
a quelli dei soci “cessati”, tenuti ad adempiere alla rigorosa
prescrizione di legge per non incorrere in responsabilit&agrave;.
Appare quindi quantomai auspicabile un intervento legislativo in grado di sgombrare il campo dagli attuali dubbi
interpretativi.
Responsabile di dichiarazione fraudolenta
anche chi non l’ha presentata
Al precedente amministratore sono applicabili gli istituti di concorso di persone nel
reato e autore mediato con induzione in errore
/ Vincenzo PACILEO
I delitti tributari dichiarativi si consumano nel momento in
cui viene presentata la dichiarazione. Di regola, dunque,
l’autore del reato &egrave; colui che l’ha sottoscritta. Viceversa,
sulla sola base della norma speciale (per esempio l’art. 2 del
DLgs. 74/2000) il fatto non potrebbe essere ascritto al precedente amministratore della societ&agrave;, il quale non abbia, perci&ograve;, n&eacute; sottoscritto n&eacute; presentato la dichiarazione. D’altra
parte, se il nuovo amministratore &egrave; inconsapevole della falsit&agrave; delle fatture il cui costo viene riportato in dichiarazione,
nessuna responsabilit&agrave; gli pu&ograve; essere addebitata. Stando
cos&igrave; le cose, si arriverebbe al paradosso che nessuno sarebbe
punibile, pur essendo stato commesso il reato. &Egrave; proprio di
un caso del genere che si occupa la sentenza n. 3931/2015
In riforma della sentenza del giudice di primo grado, che lo
aveva condannato, la Corte d’Appello assolveva l’ex amministratore di una societ&agrave; dal reato di cui all’art. 2 del DLgs.
74/2000 per non avere egli presentato la dichiarazione
IVA, trasmessa invece dal liquidatore, ignaro per&ograve; della falsit&agrave;.
A seguito del ricorso del Procuratore generale la Cassazione
ha ricordato che il reato in oggetto si perfeziona istantaneamente con la presentazione della dichiarazione. D’altra parte, la riforma dei reati tributari ha rafforzato l’irrilevanza
delle condotte pregresse, escludendo che le stesse possano
essere valutate anche solo a titolo di tentativo. Ne consegue,
secondo la Corte, che la responsabilit&agrave; di soggetti diversi
da coloro che hanno presentato la dichiarazione non pu&ograve; essere affermata sulla base della sola normativa speciale. Restano, per&ograve;, applicabili gli istituti generali del concorso di
persone nel reato (art. 110 c.p.) e dell’autore mediato con
induzione in errore (art. 48 c.p.).
La Cassazione ha osservato che nella specie l’imputato come amministratore aveva annotato le fatture false in contabilit&agrave;, consegnando poi quest’ultima al liquidatore, senza palesargliene il vizio. Inoltre, receduto dalla carica, era rimasto socio e continuava, perci&ograve;, ad avere un interesse diretto
alla presentazione di una dichiarazione fiscale falsa. La Corte d’Appello si era posta il problema della eventuale applicabilit&agrave; degli artt. 110 o 48 c.p., ma lo aveva risolto negativamente con una mera petizione di principio, che ha condotto
la Cassazione ad annullare la sentenza con rinvio per una
nuova valutazione in fatto. Ed &egrave; allora probabile che venga
riconosciuta la responsabilit&agrave; dell’ex amministratore per il
reato contestato.
Egli, infatti, ebbe a fornire un contributo causale determinante alla successiva dichiarazione fraudolenta, inserendo in
contabilit&agrave; le fatture per operazioni inesistenti e omettendo
di stornarle. Di modo che il liquidatore si trov&ograve;, per causa
di altri, nella ignara condizione di presentare una dichiarazione fiscale falsa per effetto dell’errore in cui l’imputato lo
aveva fatto cadere. Quanto all’elemento psicologico del reato in capo all’ex amministratore, egli dovette rappresentarsi
che il liquidatore avrebbe presentato a tempo debito la dichiarazione e che questa avrebbe necessariamente tenuto
conto dell’IVA portata dalle fatture false. Qualora, invece, il
liquidatore avesse saputo della falsit&agrave; delle fatture, l’ex amministratore dovrebbe rispondere per concorso nel reato.
Analogo problema di imputabilit&agrave; dell’omesso
versamento di ritenute
Sempre in tema di reati fiscali, ma in relazione agli artt. 10bis e 10-ter del DLgs. 74/2000, si pone un analogo problema di imputabilit&agrave; dell’omesso versamento delle ritenute o
dell’IVA quando, alla scadenza ultima per il pagamento (oltre la quale scatta il reato), il legale rappresentante della societ&agrave; non &egrave; pi&ugrave; colui che avrebbe dovuto effettuare i periodici versamenti alle scadenze fiscali, ma altro soggetto, magari nominato a ridosso della deadline penalmente rilevante e
di fatto impossibilitato ad adempiere per il mancato accantonamento dei fondi necessari, imputabile al precedente
Proprio un caso del genere &egrave; stato analizzato dalla sentenza
n. 6203/2015 della Cassazione in relazione all’art. 10-ter. La
Corte ha affermato che &egrave; possibile ravvisare la responsabilit&agrave; del precedente amministratore, ma a condizioni stringenti (che nella specie non erano state provate). Il giudizio di
colpevolezza pu&ograve; essere formulato solo se vi sia stata una
inequivoca preordinazione soggettiva della sua condotta
alla successiva omissione, come nel caso di dimissioni artatamente rassegnate per sottrarsi alla responsabilit&agrave;. Oppure
quando, avendo sottoscritto la dichiarazione, abbia fornito
un contributo causale – materiale o morale – alla condotta
omissiva del soggetto in carica alla scadenza. Ci&ograve; potrebbe
accadere quando l’IVA riscossa non sia stata n&eacute; versata a
tempo debito n&eacute; accantonata, in modo da rendere inevitabile la commissione del reato.
Organismi di composizione della crisi, il
CNDCEC ricorre al TAR
Il Consiglio nazionale di categoria chiede l’annullamento del decreto che esclude i
Ragionieri dal Registro istituito presso il Ministero della Giustizia
Circa un mese e mezzo dopo aver lanciato l’allarme a mezzo stampa (si veda “Ragionieri &laquo;fuori&raquo; dal registro degli Organismi di composizione della crisi” del 6 febbraio), il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili passa alle vie di fatto e impugna, dinanzi al TAR del
Lazio, il DM n. 202/2014 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale il
27 gennaio), che definisce i requisiti per l’iscrizione nel registro degli Organismi di composizione della crisi da
Stando a tale regolamento (emanato ai sensi dell’art. 15 della L. 3/2012), il registro istituito presso il Ministero della
Giustizia &egrave; articolato in due sezioni, dedicate rispettivamente agli “Organismi iscritti di diritto” (Sezione A) e agli “altri
Organismi” (Sezione B). Per ciascuna sezione si prevede la
redazione di un “Elenco dei gestori della crisi”, nel quale
verranno iscritte le persone fisiche che, individualmente o
collegialmente, si occuperanno delle procedure di
composizione della crisi.
Per poter far parte dell’elenco, per&ograve;, il decreto stabilisce che
bisogner&agrave; essere in possesso, tra l’altro, di una laurea magistrale o di un titolo equipollente in materie economiche e
giuridiche. Una disposizione che, in pratica, taglia fuori tutti i Ragionieri, creando, si legge nel ricorso, “un regime
manifestamente irragionevole e palesemente discriminatorio rispetto ad una delle categorie dei commercialisti iscritti
nella sezione A dell’Albo”.
“Come denunciamo da settimane – spiegano in una nota
stampa diffusa ieri Felice Ruscetta e Maria Rachele Vigani,
Consiglieri nazionali con delega alle procedure concorsuali –
questa norma rende impossibile ai 35 mila Ragionieri privi
di laurea magistrale iscritti all’Albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di accedere al registro e di svolgere un’attivit&agrave; professionale per la quale sono sia abilitati
che preparati”.
Nello specifico, secondo il CNDCEC, la disposizione si porrebbe in contrasto sia con la L. 3/2012 che con il DLgs.
139/2005. La prima, nell’introdurre il registro degli
Organismi di composizione della crisi, chiarisce, in via
generale, che l’incarico di gestore pu&ograve; essere ricoperto dai
professionisti in possesso dei requisiti di cui all’art. 28 della
legge fallimentare (secondo cui anche i Ragionieri possono
essere nominati curatori, liquidatori o commissari giudiziali).
Il DLgs. istitutivo dell’Ordine dei dottori commercialisti ed
esperti contabili, invece, conteneva delle disposizioni transitorie (art. 61, comma 6), che hanno permesso agli iscritti
all’Albo dei Ragionieri e periti commerciali alla data del 31
dicembre 2007 di passare di diritto alla Sezione A del
nuovo Albo unico. A tali soggetti, dunque, non era richiesto
il possesso della laurea magistrale per poter accedere alla
Sezione che garantisce la qualifica professionale necessaria
per essere gestore della crisi.
Una distinzione, sottolinea il CNDCEC nel ricorso depositato presso il TAR del Lazio, di cui si sarebbe dovuto tener
conto, magari dettando “un regime derogatorio per i Ragionieri commercialisti iscritti alla Sezione A dell’Albo”, anche perch&eacute; entrambe le norme hanno un “rango superiore”,
nella gerarchia delle fonti, rispetto al decreto ministeriale.
Di qui, la richiesta di annullamento del decreto ministeriale, accompagnata da apposita istanza cautelare, in modo da
poter accelerare i tempi del giudizio di merito. Nel frattempo, per&ograve;, i commercialisti, ricordano Ruscetta e Vigani, continuano “a tenere aperto un canale di comunicazione con il
Ministero”, nella speranza che si possa arrivare ad una “modifica del DM”. Una soluzione auspicata anche nel ricorso
presentato al TAR, nel quale si chiarisce che, qualora venisse fornita una diversa interpretazione del decreto,
“verrebbe meno l’interesse alla coltivazione del presente
Il 13 aprile “scatta” la fatturazione gratuita
verso la P.A. per i commercialisti
Da tale data sar&agrave; attivo il servizio che comprende 12 fatture/parcelle gratuite e un
prezzo contenuto oltre le 12 parcelle e per fatture dei clienti dello studio
Dal prossimo 13 aprile, i commercialisti potranno usufruire
gratuitamente del servizio per emettere fatture in formato
elettronico verso la P.A.
Lo ha reso noto ieri con un comunicato stampa il Gruppo
Bluenext, grazie all’accordo siglato con il CNDCEC.
In merito, si ricorda che, con l’informativa n. 19/2015, il
Consiglio nazionale, oltre a mettere gratuitamente a disposizione degli Ordini territoriali un portale per gestire automaticamente il processo di fatturazione elettronica, per ci&ograve;
che concerne il ciclo passivo delle fatture ricevute in formato elettronico (.xml) e, nel contempo, il ciclo attivo che,
all’occorrenza, potrebbe essere generato verso altri Enti pubblici, ha ufficializzato l’accordo siglato per offrire gratuitamente a tutti gli iscritti l’emissione di 12 fatture elettroniche verso la P.A. in vista della generalizzata entrata in
vigore dell’obbligo, prevista per oggi, 31 marzo 2015 (si
veda “Dal CNDCEC le istruzioni per la fatturazione gratuita
verso la P.A.” del 25 marzo).
Nel dettaglio, sul sito del CNDCEC &egrave; disponibile un apposito portale per la fatturazione elettronica (www.commercialisti.it/fatturapa.aspx), che comprende la gestione del ciclo passivo, riservato agli Ordini, e la gestione del ciclo attivo, riservato agli iscritti al CNDCEC.
Come spiega il comunicato, ieri sono state inviate le credenziali a tutti gli iscritti al Consiglio nazionale per accedere al
portale Espando e gestire automaticamente il ciclo attivo
di fatturazione elettronica verso la P.A.
Il portale Espando – spiega ancora il Gruppo Bluenext, che
lo ha realizzato – si avvale dell’infrastruttura tecnologica
di SIA spa ed &egrave; nativamente integrato con SDI-Sogei,
consentendo elevati standard di sicurezza, affidabilit&agrave; e
continuit&agrave; di servizio.
Gli iscritti potranno accedere a Espando in due modi: tramite collegamento al servizio dal sito del CNDCEC
(www.commercialisti.it/fatturapa.aspx) oppure accedendo
direttamente all’indirizzo www.espando.it.
Il servizio di fatturazione elettronica consente a tutti gli
iscritti l’emissione di 12 fatture/parcelle elettroniche gratuite verso la Pubblica Amministrazione.
Oltre le 12 parcelle e per le fatture dei clienti dello studio sar&agrave; applicato un prezzo contenuto, con la possibilit&agrave; di provvedere al pagamento direttamente sul portale.
Diverse le funzionalit&agrave; del portale Espando
Le principali funzionalit&agrave; di Espando – prosegue il comunicato – sono le seguenti:
- compilazione di fatture e parcelle mediante digitazione
manuale, assistita da automatismi di calcolo e controllo;
- acquisizione file XML della fattura, se prodotto dal gestionale del professionista;
- acquisizione automatica codici identificativi IPA e anagrafiche degli uffici di fatturazione delle P.A.;
- firma digitale massiva delegata al certificato del sistema,
o tramite la propria smartcard;
- invio al sistema di interscambio SDI-Sogei;
- gestione del proprio archivio sul portale;
- monitoraggio dello stato dei documenti trasmessi e archiviazione automatica delle ricevute;
- disputa on line con la P.A. delle fatture non accettate;
- conservazione digitale sostitutiva automatizzata con firma digitale e delega della responsabilit&agrave; a SIA spa della fatture trasmesse, per dieci anni;
- accesso all’archivio sostitutivo.
Da domani portale MOSS operativo per le
L’adempimento del primo trimestre 2015, con il versamento dell’imposta dovuta in
base alla dichiarazione, deve essere eseguito entro il 20 aprile
Dal 1&deg; aprile 2015 saranno disponibili, per gli operatori nazionali e quelli extra Ue registrati al portale MOSS, le funzionalit&agrave; operative per la trasmissione della dichiarazione
IVA. Con un comunicato stampa diffuso ieri, l’Agenzia delle Entrate ha spiegato che da domani le aziende potranno dichiarare e versare l’IVA dovuta sui servizi di
telecomunicazione, teleradiodiffusione ed elettronici prestati
a persone che non sono soggetti passivi IVA (B2C) stabiliti
in altri Stati membri servendosi dell’apposito sito internet.
Tale dichiarazione deve essere eseguita a partire dal 1&deg; giorno successivo alla chiusura del trimestre precedente e fino
al giorno 20 dello stesso mese. Pertanto, con riferimento al
primo trimestre 2015, l’adempimento va eseguito dal 1&deg; al
20 aprile. Nei medesimi termini, dovr&agrave; essere eseguito il
versamento dell’imposta dovuta in base alla dichiarazione.
Si ricorda che il MOSS &egrave; il regime facoltativo adottato in
seguito alla modifica delle norme sull’IVA relative al luogo
della prestazione, per i servizi B2C di telecomunicazione,
teleradiodiffusione ed elettronici, prestati in altri Stati membri ed &egrave; in vigore dal 1&deg; gennaio 2015 (si veda “Nuova
disciplina IVA per e-commerce e telecomunicazioni ai
blocchi di partenza” del 19 dicembre 2014).
Tale regime facoltativo e rappresenta una misura di semplificazione: con la nuova disciplina, questi servizi si considerano effettuati nel Paese Ue del destinatario e non in quello
del prestatore. Il MOSS evita al fornitore di doversi registrare presso ogni Stato membro di consumo. Il portale aveva gi&agrave; “aperto” le registrazioni dal 1&deg; ottobre 2014 (si veda
“Dal 1&deg; ottobre, al via le registrazioni per il MOSS” del 18
giugno 2014) mentre con il provvedimento n. 122854 del 30
settembre 2014, l’Agenzia delle Entrate aveva definito le
istruzioni operative del portale (si veda “Pronto il portale
per l’IVA europea sui servizi di e-commerce” del 1&deg; ottobre
L’Agenzia delle Entrate, con il comunicato di ieri, riepiloga
le modalit&agrave; di compilazione e trasmissione della dichiarazione. Il soggetto registrato, accedendo alla propria area ri-
servata e seguendo le istruzioni fornite presenta, anche in
mancanza di operazioni, la dichiarazione IVA MOSS compilando l’apposito schema on line e confermando l’invio.
La dichiarazione deve contenere l’indicazione del numero
identificativo IVA, del periodo di riferimento, della valuta
utilizzata e delle prestazioni effettuate, suddivise per
ciascuno Stato membro del consumatore.
Per quanto riguarda, invece, il versamento dell’imposta risultante dalla dichiarazione, sono distinte due diverse modalit&agrave;:
- per i soggetti registrati al regime Ue, accedendo alla propria area riservata e seguendo le istruzioni fornite, con addebito sul proprio conto corrente postale o bancario;
- per i soggetti registrati al regime non Ue e per quelli che
non sono in possesso di conto bancario o postale in Italia,
mediante bonifico su un conto aperto presso la Banca d’Italia, il cui codice IBAN &egrave; disponibile sul portale MOSS.
Niente credito d’imposta in compensazione
In ogni caso il versamento dovr&agrave; recare nella causale il numero di riferimento della dichiarazione cui si riferisce. Non
&egrave; prevista la possibilit&agrave; di effettuare il pagamento tramite
modello F24 e di utilizzare eventuali crediti d’imposta in
L’Agenzia delle Entrate ricorda infine che il DLgs. che introduce il regime MOSS, dando attuazione della Direttiva
2008/8/CE, &egrave; stato approvato in via definitiva dal Consiglio
dei Ministri lo scorso 27 marzo (si veda “Approvato il decreto per l’IVA sui servizi di telecomunicazione e di e-commerce” del 28 marzo 2015).
La norma arriva dunque a distanza di quasi tre mesi dall’entrata in vigore delle nuove regole di territorialit&agrave; ai fini IVA
per le prestazioni di servizi di telecomunicazione, di
teleradiodiffusione e di e-commerce rese nei confronti di
privati domiciliati o residenti nell’Unione europea.
Fissati i valori 2015 per ANF e assegno di
maternit&agrave; dal Comune
Con la circ. n. 64, l’INPS ha pubblicato gli importi delle prestazioni sociali e dei limiti di
reddito ai fini ISEE validi per quest’anno
Facendo seguito alla circ. n. 48/2015 (si veda “Rivalutati i
valori ISEE per ANF e assegno di maternit&agrave; dal Comune”
del 21 febbraio 2015), l’INPS &egrave; intervenuto nuovamente in
materia di assegno per il nucleo familiare (ANF) e assegno
di maternit&agrave; concessi dai Comuni, indicando, con la circ. n.
64 di ieri, i nuovi importi delle prestazioni sociali e i valori
dei limiti di reddito validi ai fini ISEE per il 2015. In relazione a ci&ograve;, ricordiamo che per quanto riguarda le domande
presentate dopo il 1&deg; gennaio 2015, ma riferite al 2014, i
valori ISEE di cui tener conto sono quelli relativi allo scorso anno, elencati nella circ. n. 48/2015.
Come precisato nell’intervento di prassi pubblicato ieri
dall’INPS, il calcolo degli importi riferiti a quest’anno &egrave; stato effettuato prendendo a riferimento l’incremento dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed
impiegati, pari allo 0,2%.
Pertanto, per quanto riguarda l’assegno per il nucleo familiare, l’importo da corrispondere agli aventi diritto sale dai
141,02 euro dello scorso anno ai 141,30 per il 2015, mentre
per le domande relative a quest’anno, il valore ISEE &egrave; ora
di 8.555,99 euro (erano 8.538,91 per il 2014).
Sul punto, lo stesso INPS ricorda che per quanto riguarda
l’importo dell’ANF erogato con riferimento al 2014, per i
procedimenti in corso continuano ad applicarsi i valori previsti per lo scorso anno.
Ricordiamo che ai sensi dell’art. 65 della L. 448/98, l’ANF
viene concesso dai Comuni, ed erogato dall’INPS, in favore dei nuclei familiari con tre o pi&ugrave; figli tutti con et&agrave; inferiore ai 18 anni, che risultino in possesso di risorse economiche non superiori al valore dell’indicatore della situazione
economica equivalente.
Sempre ai sensi della citata norma, possono beneficiarne i
nuclei familiari composti da cittadini italiani e comunitari
residenti nel nostro Paese, nonch&eacute; da cittadini di paesi terzi
che siano soggiornanti di lungo periodo o, ancora, dai familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro che siano titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno
Come accennato in precedenza, con la circ. n. 64/2015 vengono riportati anche gli importi riferiti al 2015 che riguardano l’assegno di maternit&agrave; concesso dal Comune ex art. 74
del DLgs. 151/2001, sempre rivalutati secondo l’incremento
dell’indice ISTAT, pari allo 0,2%.
Assegno di maternit&agrave; erogato per 5 mensilit&agrave;
In sintesi, per quest’anno l’importo mensile dell’assegno in
argomento &egrave; pari a 338,89 euro per 5 mensilit&agrave; (il valore riferito allo scorso anno era pari a 338,21 euro), per un totale
di 1.694,45 euro, mentre il valore dell’ISEE &egrave; incrementato
fino a 16.954,95 euro (con riferimento al 2014, l’importo era
di 16.921,11 euro).
In relazione a quest’ultimo strumento di sostegno al reddito,
si segnala che il beneficio spetta nella misura intera, per le
nascite, gli affidamenti preadottivi e le adozioni senza affidamento avvenute nel periodo di tempo compreso tra il 1&deg;
gennaio e il 31 dicembre 2015.
Possono richiedere l’assegno di maternit&agrave; in argomento, che
non &egrave; cumulabile con altri trattamenti previdenziali, le cittadine italiane o comunitarie, oppure le cittadine extracomunitarie in possesso del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo purch&eacute; residenti in Italia.
Infine, ricordiamo che la relativa domanda deve essere presentata al Comune di residenza entro 6 mesi dalla nascita
del bambino o dall’effettivo ingresso del minore in famiglia
nel caso di adozione o affidamento.

References: art. 4
 art. 4
 art. 22
 art. 74
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza

 provvedimento n. 
 art. 74