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Timestamp: 2019-01-20 16:55:19+00:00

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Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 23 dicembre 2015, n. 25963. In tema di responsa­bilità professionale dell'avvocato, la mancata indicazione delle prove indispensabili per l'accoglimento, della domanda costituisce di per sé manifestazione di negligenza del difen­sore, salvo che il predetto dimostri di non aver potuto adempiere per fatto a lui non imputabile o di avere svolto tutte le attività che, nel caso di specie, potevano essergli ragionevolmente richieste, tenuto conto che rientra nei suoi doveri di diligenza professionale non solo la consapevolezza che la mancata prova degli elementi costitutivi della domanda espone il cliente alla soccombenza, ma anche che il cliente, normal­mente, non è in grado di valutare regole e tempi del processo, né gli elementi che debbano essere sottoposti alla cognizione dei giudice. A tale principio si è attenuto il giudice d'appello, il quale ha ritenuto, nel solco della consolidata giurisprudenza di legittimità, che colui che agisce in confessoria servitutis ha l'onere di fornire la prova dell'esistenza del diritto, e che tale onere non viene meno a fronte di ammissioni del con­venuto, trattandosi dell'esistenza di un diritto reale, rima­nendo salva soltanto la possibilità per il giudice di avvalersi degli elementi che scaturiscono dalle ammissioni del conve­nuto nella valutazione delle risultanze della prova offerta dall'attore - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 23 dicembre 2015, n. 25963. In tema di responsa­bilità professionale dell’avvocato, la mancata indicazione delle prove indispensabili per l’accoglimento, della domanda costituisce di per sé manifestazione di negligenza del difen­sore, salvo che il predetto dimostri di non aver potuto adempiere per fatto a lui non imputabile o di avere svolto tutte le attività che, nel caso di specie, potevano essergli ragionevolmente richieste, tenuto conto che rientra nei suoi doveri di diligenza professionale non solo la consapevolezza che la mancata prova degli elementi costitutivi della domanda espone il cliente alla soccombenza, ma anche che il cliente, normal­mente, non è in grado di valutare regole e tempi del processo, né gli elementi che debbano essere sottoposti alla cognizione dei giudice. A tale principio si è attenuto il giudice d’appello, il quale ha ritenuto, nel solco della consolidata giurisprudenza di legittimità, che colui che agisce in confessoria servitutis ha l’onere di fornire la prova dell’esistenza del diritto, e che tale onere non viene meno a fronte di ammissioni del con­venuto, trattandosi dell’esistenza di un diritto reale, rima­nendo salva soltanto la possibilità per il giudice di avvalersi degli elementi che scaturiscono dalle ammissioni del conve­nuto nella valutazione delle risultanze della prova offerta dall’attore
sentenza 23 dicembre 2015, n. 25963
filippo difelice 14 Gennaio 2016 at 18:20
Gentilissimo Avvocato, spero di non approfittare della Sua cortesia nel chiederLe conferma dell’invio -in un lasso di tempo ricompreso fra il 10/12 e i primissimi giorni del 2016- di una sentenza della
Cassazione la quale affermava che, sussistendo un rapporto previdenziale, le somme erogate e riscosse in buona fede non possono essere recuperate. Qualora cosÃ¬ fosse, sarebbe cosÃ¬ cortese da in-
dicarmi gli estremi? La stessa, ritengo, si attaglia al caso di pensioni erogate in misura maggiore di quanto dovuto; l’errore viene accertato solo dopo trascorso un certo tempo e renderebbe vano il
tentativo dell’ amministrazione di rientrare in possesso delle differenze in piÃ¹ erogate.
Grazie e cordialitÃ
dr Filippo Di Felice
Cassazione la quale affermava che, sussistendo un rapporto previdenziale, le somme erogate e riscosse in buona fede non possono essere recuperate. Qualora cosÃƒÆ’Ã‚Â¬ fosse, sarebbe cosÃƒÆ’Ã‚Â¬ cortese da in-
tentativo dell’ amministrazione di rientrare in possesso delle differenze in piÃƒÆ’Ã‚Â¹ erogate.
Grazie e cordialitÃƒÆ’Ã‚Â
Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 9 luglio 2015, n. 14311....

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