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Timestamp: 2018-07-20 18:39:44+00:00

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PATTO CON CLAUSOLA DI STABILITA' IN CORSO DI RAPPORTO
07 settembre 2017 - LEGNO - CCNL applicato:INDUSTRIA
E' possibile sottoscrivere, in corso di rapporto di lavoro, con un dipendente che è in forza da 2 anni, un accordo contenente la clausola che questi (il dipendente) si impegna a non recedere dal rapporto di lavoro prima di un determinato termine, eccetto che per giusta causa?
A mio avviso, la clausola, sottoscritta in corso di rapporto di lavoro (e non al momento dell' assunzione), sebbene indennizzata, potrebbe essere considerata illecita perchè andrebbe a limitare la libertà personale del lavoratore.
Le parti del contratto di lavoro hanno facoltà di concordare clausole per adeguare alle proprie esigenze il contratto a tempo indeterminato. Una tra queste è il patto di stabilità (o clausola di durata minima garantita) che prevede, in caso di assunzione a tempo indeterminato, l’impegno delle parti a non recedere dal rapporto per un periodo di tempo prestabilito, salva l’ipotesi di impossibilità sopravvenuta della prestazione o in cui sussista una giusta causa di recesso che, così come statuito dall’art. 2119 cod. civ., sia tale da non consentire la prosecuzione neppure provvisoria del rapporto di lavoro. Alcuni contratti collettivi prevedono delle differenze, che però ai fini pratici non sollevano particolari problematiche. La clausola di durata minima indicherebbe – ad esempio nel settore dell’attività di intermediazione finanziaria – l’accordo, raggiunto al momento della stipula del contratto, che disciplina la durata minima di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato; mentre si parla di patto di stabilità quando l’accordo di durata minima del contratto viene raggiunto nel corso del rapporto di lavoro. Tramite il patto di stabilità entrambe le parti, o una di esse, si impegnano/si impegna, successivamente alla sottoscrizione del contratto di lavoro subordinato tra loro già in essere, a non esercitare la propria facoltà di recesso dal medesimo rapporto per un certo periodo di tempo. Tuttavia, l’effetto prodotto, a prescindere dal momento della stipula del contratto di lavoro, è identico.
Tale pattuizione è pienamente legittima e non altera la sostanziale natura del contratto a tempo indeterminato in quanto non si pone in contrasto con il dettato normativo dell’art. 2118 c.c., norma inderogabile e imperativa ex art. 1418 c.c., secondo cui il lavoratore ha diritto di poter recedere dal contratto di lavoro a tempo indeterminato dando preavviso. Infatti, come ribadito recentemente dalla consolidata giurisprudenza di legittimità, l’atto negoziale con cui il lavoratore assume l’obbligo di non esercitare per un determinato periodo di tempo il diritto di recesso non è passibile di nullità ex artt. 1418-1324 c.c., ove le parti pattuiscano reciproche concessioni (Cfr. Cass. 12 giugno 2014, n. 13335; Cass. 25 luglio 2014, n. 17010; Cass. 7 settembre 2005, n. 17817; Cass. 14 ottobre 2005, n. 19903). Tuttavia, la Corte ha ritenuto ammissibili le clausole limitative della libertà di recesso purché il sacrificio imposto al lavoratore venga equamente controbilanciato, in modo tale che la «compressione del bene rappresentato dalla libertà personale del lavoratore, cui la libertà di dimissioni accede come corollario, trovi giustificazione nella tutela di un bene di pari dignità» (così E. Barraco, Libertà di dimissioni e strumenti di fidelizzazione del lavoratore: la clausola di durata minima garantita, nota a Trib. Venezia, sentenza del 23 ottobre 2003, in Il lavoro nella giurisprudenza, 2004, n. 7, pp. 694-696).
Siffatto bilanciamento si realizza nel momento in cui la pattuizione possieda il carattere di vincolo temporaneo (Cass. 25 luglio 2014, n. 17010) e la previsione di una controprestazione datoriale (Cass. 11 febbraio 1998, n. 1435) consistente in un corrispettivo di natura monetaria o in investimenti in formazione aggiuntiva a garanzia di un percorso professionale e di carriera (in tal senso C. Zoli, Clausole di fidelizzazione e rapporto di lavoro, in RIDL, n. 1/2003, pp. 449-473).

References: art. 1418
 Cass. 
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