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Timestamp: 2020-07-13 07:23:55+00:00

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PAROLE CHIAVE: mandato di arresto europeo - autorità giudiziaria emittente - tutela giurisdizionale effettiva - pubblico ministero - sanzioni pecuniarie - mutuo riconoscimento - diritti fondamentali - 2016/343/UE - presunzione di innocenza - custodia cautelare - onere della prova
Novità di natura processuale a tutela delle vittime di violenza domestica e di genere
Al cospetto della Commissione Giustizia del Senato si trova il d.d.l. S. 1564, recante «Modifiche al codice di procedura penale e ulteriori disposizioni di contrasto alla violenza domestica e di genere», presentato, in data 21 ottobre 2019, dai sen. Valente ed altri.
La proposta in esame consta di sei articoli e, con riferimento ai reati di violenza domestica e di genere, commessi in contesti familiari o nell’ambito di relazioni di convivenza, si prefigge lo scopo di modificare il codice di rito penale per scongiurare la protrazione, nella fase delle indagini preliminari, di ulteriori situazioni di pericolo o minaccia dell’incolumità psico-fisica della vittima.
Il d.d.l. colma, in particolare, il vuoto normativo venutosi a creare con l’introduzione della nuova fattispecie di reato di cui all’art. 387-bis c.p. in materia di violazioni dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, per le quali non è stato contemplato l’arresto obbligatorio in flagranza di reato.
La proposta presenta quindi identico contenuto rispetto a quella d’iniziativa dell’on. Carfagna ed altri C. 2153, recante: «Modifica all’articolo 380 del codice di procedura penale, in materia di arresto obbligatorio in flagranza per il delitto di violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare o del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, di cui all'articolo 387-bis del codice penale», assegnato all’esame della Commissione Giustizia il 22 dicembre 2019.
In particolare, per effetto dell’art. 1 si introducono modifiche all’art. 380 c.p.p. disponendo l’arresto obbligatorio in flagranza nei casi dei delitti di violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, di maltrattamenti contro familiari e conviventi e di atti persecutori.
L’art. 2 della proposta in esame, sancisce che, anche fuori dai casi di flagranza e delle ipotesi di cui all’art. 384 c.p.p., il pubblico ministero possa disporre, con decreto motivato, il fermo della persona gravemente indiziata dei delitti di cui agli artt. 572 e 612-bis c.p., quando sussistano fondati motivi per ritenere che le condotte criminose possano essere reiterate, ponendo in grave ed attuale pericolo la vita o l’integrità fisica o psichica della persona offesa.
La proposta inoltre, all’art. 3, attraverso l’introduzione di un comma 6-bis all’art. 282-bis c.p.p., prevede che, nel disporre la misura dell’allontanamento dalla casa familiare, il giudice, ove le ritenga necessarie in relazione alla natura e al grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto, possa prescrivere quelle stesse procedure di controllo mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici, delineate sub art. 275-bis c.p.p. Lo stesso disposto normativo prevede peraltro l’applicazione, da parte del giudice, della misura della custodia cautelare in carcere in caso di dissenso del prevenuto all’ado­zione dei mezzi e degli strumenti anzidetti.
L’art. 4 dispone che, quando si procede per i delitti previsti dagli artt. 572, 387-bis, 609-bis, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies e 612-bis c.p., il pubblico ministero, assunte le informazioni ai sensi dell’art. 362 c.p.p., trasmetta gli atti al prefetto al fine di valutare l’adozione di eventuali misure di protezione.
A chiusura delle modifiche proposte, l’art. 5 della proposta di legge, prevede la «Clausola di invarianza finanziaria» ovvero che «Dall’attuazione delle disposizioni di cui alla presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le amministrazioni interessate provvedono ai relativi adempimenti con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente» e, infine, l’art. 6 delinea il regime di entrata in vigore della novella legislativa proposta, nel giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
Sulla nozione di autorità giudiziaria competente a emettere un m.a.e. con riferimento al pubblico ministero francese
(C. giust. UE, sez. I, 12 dicembre 2019, cause riunite C-566/19 PPU e C-626/19 PPU)
Nella sentenza in esame, la Corte di giustizia ha precisato ulteriormente i requisiti in forza dei quali il pubblico ministero può essere definito un’«autorità giudiziaria emittente» ai sensi dell’art. 6, § 1, decisione quadro 2002/584/GAI, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri, come modificata dalla decisione quadro 2009/299/GAI. In aggiunta, è stata esplicitata la portata della tutela giurisdizionale effettiva da garantire al ricercato.
Preliminarmente, occorre chiarire che la pronuncia si è inserita in un filone giurisprudenziale rappresentato da due sentenze, intervenute nello stesso giorno (C. giust., 12 dicembre 2019, ZB, C-627/19 PPU; C. giust., 12 dicembre 2019, XD, C-625/19 PPU), nonché da altri tre precedenti (C. giust., 9 ottobre 2019, NJ, C-489/19 PPU; C. giust., 27 maggio 2019, OG e PI, C-508/18 e C-82/19 PPU; C. giust., 27 maggio 2019, PF, C-509/18 ); in questo caso, però, i dubbi interpretativi si sono focalizzati sulla pubblica accusa dell’ordinamento francese.
Difatti, l’arresto è stato sollecitato da due rinvii pregiudiziali provenienti, rispettivamente, dalla Cour d’appel (Corte d’appello, Lussemburgo), e dal rechtbank Amsterdam (Tribunale di Amsterdam, Paesi Bassi). In entrambe le ipotesi, si trattava di dare esecuzione a dei m.a.e., emessi ai fini dell’esercizio del­l’azione penale da pubblici ministeri francesi (procureur de la République du tribunal de grande istance de Lyon e procureur de la République du tribunal de grande istance de Tours).
Secondo la riformulazione delle questioni pregiudiziali operata dalla Corte di giustizia, si era chiesto, in primo luogo, se potesse rientrare nel concetto di cui all’art. 6, § 1, decisione quadro la pubblica accusa di uno Stato membro, incaricata di esercitare l’azione penale. Parimenti, erano stati sollevati dubbi al riguardo, considerato il fatto che la stessa sarebbe sottoposta alla direzione e al controllo di superiori gerarchici.
La seconda questione traeva, invece, origine da un’incertezza interpretativa attinente a un precedente arresto, a tenore del quale dovrebbe essere previsto un ricorso giurisdizionale che soddisfi pienamente i requisiti inerenti a una tutela giurisdizionale effettiva, qualora l’ordinamento nazionale attribuisca al pubblico ministero la competenza a emettere il m.a.e. Tale garanzia dovrebbe assicurare un controllo della decisione e, più nello specifico, la verifica del rispetto del requisito di proporzionalità (C. giust., 27 maggio 2019, OG e PI, C-508/18 e C-82/19 PPU, punto 75). Pertanto, sulla base della legislazione francese, il rechtbank Amsterdam chiedeva se quanto rilevato potesse ritenersi soddisfatto nel caso in cui un giudice proceda al vaglio richiesto prima dell’adozione del m.a.e.; in alternativa, ci si era interrogati sulla rilevanza di un controllo giurisdizionale esercitato dopo l’effettiva consegna del ricercato.
Alla luce di quanto emerso, la Corte ha, anzitutto, chiarito la portata della nozione di “autorità giudiziaria emittente”, attraverso il richiamo della propria giurisprudenza, la quale ha attribuito rilievo a due requisiti (C. giust., 27 maggio 2019, OG e PI, C-508/18 e C-82/19 PPU, punti 51 e 74). In particolare, il concetto in esame potrebbe includere autorità diverse da giudici o organi giurisdizionali, purché partecipino all’amministrazione della giustizia penale e siano indipendenti. Quanto all’ultimo criterio, dovrebbe, in ogni caso, essere escluso il rischio di un’ingerenza del potere esecutivo, mediante istruzioni individuali, che possono incidere sulla decisione di emettere un mandato di arresto europeo.
Se si considera il caso di specie, i dubbi si sono manifestati con riferimento non tanto al primo parametro, quanto al secondo, vale a dire l’indipendenza; ebbene, la Corte ha ritenuto inquadrabile la pubblica accusa francese nel concetto di autorità giudiziaria competente a disporre un euro-mandato, sulla scorta dei seguenti rilievi.
Anzitutto, è interessante osservare come i giudici, a differenza delle conclusioni dell’avvocato generale (Conclusioni dell’avvocato generale M. Campos Sánchez-Bordona, presentate il 26 novembre 2019, cause riunite C-566/19 PPU e C-626/19 PPU, punti 35-42), non abbiano ritenuto ostativo il dato secondo cui il Ministero della Giustizia francese potrebbe impartire istruzioni generali di politica penale ai pubblici ministeri. In sostanza, secondo il ragionamento della Corte, non rientrerebbe nella portata di cui all’art. 6, § 1, decisione quadro la sola ipotesi in cui il potere esecutivo adotti istruzioni di tipo individuale.
Secondariamente, il requisito dell’indipendenza non è stato ritenuto compromesso dall’esistenza di un rapporto di subordinazione sussistente a livello interno tra pubblici ministeri di diverso grado gerarchico: ciò in quanto non si sarebbe in presenza di istruzioni esterne al potere giudiziario (C. giust., 27 maggio 2019, OG e PI, C-508/18 e C-82/19 PPU; C. giust., 27 maggio 2019, PF, C-509/18).
Da ultimo, nessun ostacolo è stato ravvisato a fronte della considerazione secondo cui il pubblico ministero sarebbe competente a esercitare l’azione penale. Alla luce della giurisprudenza sul punto (C. giust., 27 maggio 2019, PF, C-509/18, punto 57), si è, infatti, argomentato che il concetto di “autorità giudiziaria emittente” ben si attaglierebbe a tale organo, purché sia esclusa un’ingerenza del potere esecutivo.
Per quanto riguarda, infine, la seconda questione, i giudici hanno ripreso il principio formulato dalla precedente pronuncia (C. giust., 27 maggio 2019, OG e PI, C-508/18 e C-82/19 PPU) e hanno attribuito agli Stati membri una certa discrezionalità in materia, a patto che sia garantito il livello di tutela giurisdizionale richiesto dall’atto europeo. In sostanza, la presenza di un ricorso distinto avverso la decisione di emettere un m.a.e., adottata da un’autorità giudiziaria diversa da un giudice, costituirebbe solo una delle possibili soluzioni.
Chiarito ciò, la Corte ha ritenuto il sistema francese in linea con la delineata esigenza, poiché, secondo quanto affermato nell’arresto, sarebbe garantito un controllo giurisdizionale sia a monte, sia a valle dell’adozione del m.a.e. da parte della pubblica accusa; l’esame, pertanto, potrebbe avvenire, a seconda delle ipotesi, in un momento anteriore o successivo alla consegna della persona sottoposta all’euro-mandato.
Oltretutto, prima di concludere sul punto, si è argomentato che la decisione quadro 2002/584/GAI si collocherebbe in «un sistema globale di garanzie relative alla tutela giurisdizionale effettiva», stabilite da ulteriori atti europei, nell’ambito della cooperazione giudiziaria in materia penale. Essi, in particolare, contribuirebbero ad agevolare l’esercizio dei diritti da parte del ricercato, pure nell’arco temporale precedente alla sua consegna allo Stato membro di emissione. Ebbene, pare di rilievo che, in tale ottica, sia stato richiamato il diritto alla dual defence di cui all’art. 10 della direttiva 2013/48/UE, relativa al diritto di avvalersi di un difensore nel procedimento penale e nel procedimento di esecuzione del mandato d’arresto europeo, al diritto di informare un terzo al momento della privazione della libertà personale e al diritto delle persone private della libertà personale di comunicare con terzi e con le autorità consolari.
Mutuo riconoscimento delle sanzioni pecuniarie e diritti fondamentali
(C. giust. UE, sez. I, 5 dicembre 2019, causa C-671/18)
La Corte di giustizia è stata nuovamente chiamata a pronunciarsi sul tema dell’incidenza degli strumenti di mutuo riconoscimento sui diritti fondamentali. Questa volta, però, a venire in gioco non è stata la disciplina sul mandato di arresto europeo (cfr., ad esempio, C. giust., 15 ottobre 2019, Dorobantu, causa C-128/18), ma la decisione quadro 2005/214/GAI, relativa all’applicazione del principio del reciproco riconoscimento alle sanzioni pecuniarie, da ultimo, modificata dalla decisione quadro 2009/299/GAI.
In particolare, la sentenza è stata emessa a seguito di un rinvio pregiudiziale sollevato dal Sąd Rejonowy w Chełmnie (Tribunale circondariale di Chełm, Polonia), al quale era stato chiesto il riconoscimento e l’esecuzione di una sanzione pecuniaria irrogata nei Paesi Bassi, per un’infrazione alla disciplina sulla circolazione stradale. Più nel dettaglio, tale sanzione era stata inflitta dal Centraal Justitieel Incassobureau (ufficio centrale di riscossione giudiziaria, Paesi Bassi) nei confronti di un soggetto il cui veicolo era immatricolato a suo nome in Polonia. La pronuncia gli era stata notificata a mezzo posta e includeva l’avviso del termine ultimo per esercitare il diritto al ricorso; a fronte dell’inerzia dell’interes­sato essa diveniva definitiva, sicché veniva dato avvio al procedimento per ottenerne l’esecuzione.
Ebbene, il giudice polacco aveva manifestato dubbi sulla possibilità di dare corso alla pronuncia, sulla scorta dei motivi di rifiuto previsti dalla decisione quadro 2005/214/GAI, e aveva, quindi, formulato quattro questioni pregiudiziali.
La prima riguardava l’interpretazione degli artt. 7, § 2, lett. i), punto iii) e 20, § 3 dell’atto europeo; in particolare, ci si chiedeva se i medesimi consentissero di non eseguire la decisione nell’ipotesi in cui le modalità di notifica avessero violato il diritto a una difesa effettiva dinanzi a un giudice.
La seconda esplicitava il quesito appena delineato. L’interrogativo concerneva la facoltà di fondare il diniego sulla mancata garanzia dei diritti, considerata l’insufficienza del termine previsto nel caso concreto per poter reagire all’irrogazione della misura pecuniaria.
Un ulteriore quesito verteva sulla portata della tutela giurisdizionale e, nello specifico, sulla sua eventuale, diversa declinazione, a seconda della natura amministrativa o penale dei procedimenti.
Da ultimo, il giudice si interrogava, tenuto conto dei principi e degli obiettivi dell’atto europeo, sulla possibilità di riconoscere decisioni, che, come nella fattispecie concreta, attribuirebbero la responsabilità dell’illecito sulla scorta di un dato meramente formale. Difatti, esse verrebbero emesse a carico della persona a cui il veicolo è immatricolato, senza, dunque, previamente individuare l’«effettivo autore» dell’infrazione.
A fronte di tali quesiti, la Corte di giustizia ha, anzitutto, esaminato i primi tre, riformulandone, tuttavia, l’ambito applicativo: considerato il caso di specie, è stato, infatti, preso in esame il motivo di diniego di cui all’art. 7, § 2, lett. g), mentre è stato lasciato invariato il riferimento all’altra disposizione, l’art. 20, § 3 della decisione quadro.
In particolare, il primo dato normativo consente di non dare corso a una richiesta, qualora la persona destinataria della misura non sia stata informata, secondo la legislazione nazionale, del diritto di opporsi al procedimento e dei rispettivi termini per agire in tal senso. La seconda, invece, opera in maniera più generale, configurando un’ipotesi di rifiuto in tutti i casi di un’eventuale lesione dei diritti fondamentali o dei principi di cui all’art. 6 TUE.
Pertanto, con riferimento all’art. 7, § 2, lett. g), la Corte ha esplicitato che, sebbene sia lasciata una certa discrezionalità agli Stati membri sulla formulazione della disciplina interna, occorrerebbe comunque assicurare l’efficacia della notifica e l’esercizio dei diritti di difesa.
Per quanto riguarda, invece, l’art. 20, § 3, decisione quadro preme mettere in luce che è stato attribuito un ruolo centrale, quale possibile motivo di rifiuto, al rispetto di una tutela giurisdizionale effettiva. Tale garanzia, a detta della Corte, poggerebbe sull’art. 19, § 1, TUE e costituirebbe un principio generale di diritto dell’Unione, derivante dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri. Come noto, la tutela verrebbe, inoltre, sancita dagli artt. 6 e 13 Cedu e sarebbe, altresì, prevista dall’art. 47 Carta.
Sulla scorta di tale rilievo, i giudici hanno stabilito che l’effettività della notifica delle decisioni, nonché la sussistenza di un lasso di tempo sufficiente per proporre un ricorso avverso le medesime rappresenterebbero «un requisito del rispetto del diritto a una tutela giurisdizionale».
Ciò considerato, la Corte ha quindi fornito una risposta ai primi due quesiti. L’autorità giudiziaria dovrebbe dare corso a una decisione applicativa di una sanzione pecuniaria, a meno che l’interessato non abbia avuto un termine sufficiente per ricorrere avverso la stessa; l’accertamento di una tale circostanza sarebbe, in ogni caso, rimesso al vaglio del giudice del rinvio.
Fermo restando quanto rilevato, tra le righe della sentenza emerge, tuttavia, come si sia voluto chiarire un profilo di portata più generale. Più specificamente, si è concluso che in tutti i casi in cui sorga il dubbio del mancato rispetto del diritti o dei principi giuridici fondamentali, l’autorità competente potrebbe negare l’esecuzione della misura pecuniaria. Prima di giungere a tale esito, però, essa dovrebbe attivarsi, ai sensi dell’art. 7, § 3 dell’atto europeo per chiedere all’autorità dello Stato membro emittente le informazioni necessarie; a sua volta, quest’ultima sarebbe tenuta a fornirle «al fine di garantire l’ef­fetto utile della decisione quadro e, in particolare, il rispetto dei diritti fondamentali». Ebbene, pare interessante rilevare che l’ultimo aspetto riportato è stato stabilito, attraverso il richiamo, per analogia, alla giurisprudenza formatasi in materia di m.a.e. (in particolare, C. giust., 25 luglio 2018, Generalstaats­anwaltschaft, Condizioni di detenzione in Ungheria, C-220/18 PPU, punto 64).
Per quanto attiene, invece, alla terza questione, la Corte ha escluso che il carattere amministrativo del procedimento di irrogazione di una misura pecuniaria possa incidere sugli obblighi dello Stato di esecuzione. La ratio sottesa all’assunto è rinvenibile nell’assenza di una distinzione tra organi giudiziari o amministrativi competenti a disporre tali sanzioni; difatti, l’atto in discorso e, in particolare, il principio di mutuo riconoscimento si applicherebbero indifferentemente dalla natura dell’autorità.
Con riferimento, infine, al quarto quesito, i giudici hanno nuovamente improntato l’iter argomentativo sull’interpretazione del generale motivo di rifiuto di cui all’art. 20, § 3 della decisione quadro; in tal caso, però, l’eventuale pregiudizio di un diritto ha riguardato la tutela della presunzione di innocenza di cui all’art. 48 Carta, corrispondente all’art. 6, § 2, Cedu
Per fornire una risposta, la Corte ha richiamato la giurisprudenza Edu, pronunciatasi su quest’ulti­ma disposizione, in linea con quanto previsto dall’art. 52, § 3, Carta; più nel dettaglio, è stata considerata una pronuncia della Corte di Strasburgo, intervenuta proprio sulla medesima normativa olandese, rilevante nel caso in esame (Corte Edu, 19 ottobre 2004, Falk c. Paesi Bassi). Nel ripercorrere l’arresto, si è così affermato che il diritto alla presunzione di innocenza, nonché la garanzia secondo cui l’onere della prova delle allegazioni a carico dovrebbe essere a capo dell’accusa non sarebbero assoluti. La Cedu non porrebbe degli ostacoli a presunzioni di fatto o di diritto, purché siano mantenute «entro limiti ragionevoli», considerati gli interessi in gioco e la salvaguardia dei diritti difensivi.
Sulla scorta di questa premessa e chiarito che la Corte Edu ha ritenuto la disciplina compatibile con l’art. 6, § 2, Cedu, i giudici di Lussemburgo sono pervenuti a un’analoga soluzione. Si è stabilito che una tale normativa nazionale non dovrebbe impedire il riconoscimento e l’esecuzione della misura pecuniaria. Ciò, tuttavia, varrebbe a patto che la presunzione di responsabilità possa essere invertita e sia previsto nel diritto interno un fondamento giuridico tale da permettere di annullare la decisione.
Il riparto dell’onere della prova in materia cautelare sfugge all’ambito di applicazione dell’art. 6 della direttiva 2016/343/UE
(C. giust. UE, sez. I, 28 novembre 2019, causa C-653/19 PPU)
La questione pregiudiziale in oggetto concerne l’interpretazione dell’art. 6, letto alla luce del considerando n. 22, della direttiva 2016/343/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 9 marzo 2016 (G.U.U.E. 2016, L 65, p. 1), sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali, nonché degli artt. 6 e 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (nel prosieguo, “la Carta”). Nello specifico, il quesito prospettato alla Corte attiene alla conformità al diritto dell’Unione della disciplina interna bulgara in materia di ripartizione dell’onere della prova e, segnatamente, della disposizione secondo cui la rimessione in libertà di una persona sottoposta a custodia cautelare è subordinata alla prova, da parte di quest’ultima, dell’esistenza di circostanze nuove che giustifichino tale decisione. Secondo l’ordinamento bulgaro, infatti, qualora non risulti possibile fornire suddetta prova, la misura cautelare legittimamente disposta è destinata a protrarsi per un tempo indefinito, non essendo soggetta ad alcun controllo d’ufficio.
Nel caso in esame, la domanda di pronuncia pregiudiziale è stata presentata dallo Spetsializiran nakazatelen sad (Tribunale speciale per i procedimenti penali) in relazione ad un procedimento pendente in Bulgaria a carico di DK, accusato di appartenenza ad un gruppo criminale organizzato e di omicidio. Per tali fatti, al predetto era stata applicata la misura della custodia cautelare e, in seguito, ne era stato disposto il rinvio a giudizio dinanzi al Tribunale speciale. Nelle more del procedimento, DK aveva formulato sette richieste di rimessione in libertà, le quali erano state tutte respinte, sia in primo grado che in appello, poiché le argomentazioni addotte non risultavano sufficientemente persuasive alla luce di quanto disposto dal diritto nazionale.
Nonostante l’esito sfavorevole delle pregresse istanze, DK aveva presentato un’ulteriore domanda di revoca della misura custodiale al Tribunale competente per il giudizio principale che, a quel punto, aveva deciso di sospendere il relativo procedimento: infatti, pur ritenendo del tutto improbabile che il richiedente potesse concretamente fornire la prova dell’avvenuto mutamento delle circostanze poste a fondamento della misura, il giudice del rinvio aveva ravvisato nella disciplina domestica un profilo di contrasto con il diritto dell’Unione, nella misura in cui è fatto carico all’imputato dell’onere di fornire la prova liberatoria, anziché alla pubblica accusa di dimostrare la necessità di trattenere una persona in custodia cautelare, come sembra evincersi dalla lettura dell’art. 6 della direttiva in parola. Inoltre, a parere del giudice del rinvio, il diritto bulgaro sembra configurare una presunzione a favore della legittimità del mantenimento di un imputato in custodia cautelare, presunzione che non sembra essere compatibile né con i diritti garantiti dagli artt. 6 e 47 della Carta, né con l’art. 5, § 3, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Tanto premesso, la Corte ha osservato preliminarmente che la fattispecie sottoposta al suo scrutinio sembra ricadere nell’ambito delineato dall’art. 2 della direttiva 2016/343/UE, la quale si applica alle persone fisiche in ogni fase del procedimento penale, dal momento dell’assunzione della qualità di indagato o imputato, sino alla pronuncia della sentenza definitiva nei loro confronti.
Tuttavia, la natura minima dell’armonizzazione perseguita da tale direttiva non consente di ritenere tale atto uno strumento completo ed esaustivo volto a regolare nel dettaglio tutte le condizioni necessarie per l’adozione di una decisione cautelare e, di conseguenza, tale materia risulta essere disciplinata esclusivamente dal diritto nazionale (C. giust., 19 settembre 2018, Milev, C-310/18 PPU, punti 47 e 48).
È pur vero che l’art. 6 della direttiva fa riferimento alla ripartizione dell’onere di provare la «colpevolezza» degli indagati e degli imputati, stabilendo al § 2 che «ogni dubbio in merito alla colpevolezza sia valutato in favore dell’indagato o dell’imputato», ma tale disposizione è volta a disciplinare la materia con esclusivo riferimento alle decisioni giudiziarie che accertano la penale responsabilità dell’inda­ga­to, non anche alle decisioni riguardanti il mantenimento di una persona in custodia cautelare. Tale distinzione, secondo quanto statuito dalla Corte, si ricava dalla lettura dell’art. 4 della direttiva, che differenzia le decisioni giudiziarie sulla colpevolezza, adottate necessariamente alla fine di un procedimento penale, da quelle preliminari di natura procedurale.
Tale interpretazione è corroborata dal confronto tra i considerando 16 e 22 della direttiva. Il primo, infatti, riguarda la salvaguardia della presunzione di innocenza nei casi indicati dall’art. 4 della direttiva, concernenti le dichiarazioni pubbliche rese da autorità pubbliche e gli atti procedurali adottati prima di addivenire all’accertamento della colpevolezza dell’imputato, e risulta strettamente connesso alle decisioni preliminari di natura procedurale. Il secondo, dedicato in maniera specifica alla ripartizione dell’onere della prova di cui all’art. 6, non fa alcun cenno a tali decisioni, ma è riferito esclusivamente al processo di accertamento della colpevolezza dell’indagato.
Pertanto, le decisioni adottate in materia cautelare non possono essere assimilate a quelle che si pronunciano sulla colpevolezza dell’imputato e, di conseguenza, sfuggono all’ambito applicativo dell’art. 6 della direttiva, trovando la propria fonte normativa esclusivamente nel diritto nazionale.
Da ultimo, per quanto concerne gli artt. 6 e 47 della Carta, la Corte ritiene che essi non siano applicabili al caso in esame in forza del disposto dell’art. 51, § 1, della Carta stessa. Infatti, la ripartizione del­l’onere della prova in ambito penale è una materia che esula dal diritto dell’Unione e, di conseguenza, le disposizioni della Carta non sono applicabili a tali norme nazionali.
In conclusione, secondo il ragionamento seguito dalla Corte, l’art. 6 della direttiva 2016/343/UE citata e gli artt. 6 e 47 della Carta non risultano applicabili ad una normativa nazionale che subordina la rimessione in libertà di una persona assoggettata a custodia cautelare alla prova, da parte di tale persona, di circostanze nuove che giustifichino la revoca della misura.

References: art. 275
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 § 1
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 § 2
 § 3
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