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Timestamp: 2017-07-28 12:48:52+00:00

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Circolo UAAR di Verona: Risposta a Verona Fedele sull'ICI
Risposta a Verona Fedele sull'ICI
di Silvio Manzati
Il titolo principale di prima pagina dell'ultimo numero di Verona Fedele (in data 18/12/2011) è “Chiesa, Ici e bufale”. Aumenta l'indignazione tra i credenti e persino tra i praticanti per i privilegi fiscali della chiesa cattolica. Quella veronese, alla pari di quella nazionale, tenta maldestramente di negare e fornisce ai suoi aderenti notizie parziali e deformate. Anzi, fa la parte della vittima. Ecco l'inizio del servizio di prima pagina di Verona Fedele, che poi si estende su tutta la terza pagina: “Il governo Monti decide di reintrodurre l'Ici per la prima casa e la bufera si scatena sulla Chiesa cattolica colpevole, secondo una vulgata ormai diffusa, di godere del privilegio di esenzione. Una polemica per molti aspetti strumentale, in quanto la Chiesa cattolica rispetta solamente la normativa vigente, insieme ad altre tantissime realtà del non profit grazie ai servizi che offre alla società, a volte riempendo i vuoti dello Stato”.
Partiamo dalla “normativa vigente”, vediamo come e perché è nata l'esenzione a favore della chiesa cattolica. La normativa vigente è costituita dall'art 39 del decreto Bersani o decreto-legge n. 223 del 2006 convertito in Legge 4 Agosto 2006 n. 248, articolo definito in colloqui riservati fra governo e cardinale Ruini. L'art. 39 modificava la disciplina di esenzione dall'ICI. Il primo comma dice: all'articolo 7 del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248, il comma 2-bis é sostituito dal seguente: «2-bis. L'esenzione disposta dall'articolo 7, comma 1, lettera i), del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, si intende applicabile alle attività indicate nella medesima lettera che non abbiano esclusivamente natura commerciale.»
Il decreto legge 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248, conteneva “misure di contrasto all'evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria”. Contrasto all'evasione fiscale, ma non ai privilegi della chiesa cattolica. Ecco che cosa stabiliva il comma 2-bis: “L'esenzione disposta dall'articolo 7, comma 1, lettera i), del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, si intende applicabile alle attività indicate nella medesima lettera a prescindere dalla natura eventualmente commerciale delle stesse”. Le attività in questione sono quelle assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive.
Con il decreto Berlusconi gli immobili nei quali venivano svolte tali attività da parte di enti religiosi erano esenti Ici, sia che esse avessero carattere commerciale o non commerciale.
Con il decreto Bersani gli edifici sono esentati se le attività hanno carattere non esclusivamente commerciale.
Prima del decreto Berlusconi.
Prima del decreto Berlusconi gli immobili nei quali venivano svolte attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive in forma commerciale erano soggetti al pagamento dell'Ici. Tuttavia, gli enti ecclesiastici evadevano sistematicamente, cioè non effettuavano la denuncia prevista dalla legge, ed i comuni lasciavano andare, senza procedere ai dovuti accertamenti, a causa di una tradizionale sottomissione agli interessi della chiesa cattolica.La questione Ici divenne scottante per la chiesa cattolica nel 2004.Come racconta una sentenza della Corte di cassazione (n.4573, 5 marzo 2004), le Suore Zelatrici del Sacro Cuore avevano ricevuto “un avviso di accertamento emesso dal comune dell’Aquila per il pagamento, per l’anno 1996, dell’ICI relativa ad alcuni immobili adibiti a Casa di Cura e a Pensionato per donne anziane e per studentesse universitarie”. L'istituto, che non aveva mai presentato la denuncia Ici per tali immobili impugnò il provvedimento. “Il ricorso veniva respintodalla commissione di primo grado, e questa decisione veniva confermata dalla Commissione Tributaria Regionale Abruzzo con la sentenza in data 3 maggio/29 novembre 2001. L’istituto ha proposto ricorso per cassazione”. La Corte di cassazione ha respinto il ricorso. La Cassazione motivava che per aversi l'esenzione dell'Ici occorrevano due condizioni, una soggettiva e l'altra oggettiva. La prima era che la proprietà fosse di un ente ecclesiastico. E le Suore Zelatrici erano un ente ecclesiastico. La seconda consisteva nella destinazione esclusiva dell'immobile ad una delle attività indicate dal legislatore e, cioè, assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, oltre le “attività di religione o di culto, quelle dirette all’esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all’educazione cristiana”. Quando le attività sono a pagamento diventano attività commerciali.
Dopo la sentenza della Cassazione.
La pubblicazione della sentenza della Cassazione scatenò una furibonda reazione da parte della chiesa cattolica. Cei, diocesi, stampa cattolica nazionale (Avvenire) e diocesana (Verona Fedele) insorsero contro questa eresia fiscale, che avrebbe fatto pagare agli enti ecclesiastici centinaia di milioni o miliardi di euro (con gli arretrati) ai comuni. L'interpretazione data alla legge fiscale dal comune dell'Aquila, dalle commissioni tributarie e dalla cassazione non sarebbe stata canonica, non sarebbe stata ortodossa. La retta dottrina sarebbe stata fino ad allora seguita dalla generalità dei comuni, tant'è che i casi di controversia erano più unici che rari, diceva la Cei. E non perché gli enti ecclesiastici facessero la loro denuncia ai fini Ici, ma perché i comuni non facevano accertamenti contro la mancata denuncia. Secondo la Cei, preti, frati, suore, diocesi, parrocchie, congregazioni religiose et similia avrebbero dovuto pagare l'Ici soltanto per gli immobili che davano in affitto a terzi. Sul restante immenso patrimonio immobiliare, niente.
Con la sentenza della Cassazione si era aperta una breccia pericolosa per la chiesa cattolica e così il governo Berlusconi venne sollecitato a fare qualche cosa. Il governo emanò un decreto legge sulle infrastrutture (il 163/2005) e vi inserì un articolo 6 che con le infrastrutture non aveva nulla a che vedere, ma parecchio con gli interessi della chiesa cattolica. Nel caso specifico il governo intendeva chiarire la portata di una delle norme di esenzione previste dall’articolo 7 del decreto legislativo 504 del 1992 - quello istitutivo dell’ICI - affermando che tale norma "si intende applicabile anche nei casi di immobili utilizzati per le attività di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura di cui all’articolo 16, primo comma, lettera b), della legge 20 maggio 1985, n. 222, pur se svolte in forma commerciale se connesse a finalità di religione o di culto". E chi è che decide se vi è connessione con finalità di religione o di culto? Naturalmente la chiesa cattolica.
Per questo attentato alla laicità dello Stato si è ricorsi al decreto legge. Una parte dell'opinione pubblica e della stampa reagì scandalizzata all'emanazione di quel decreto legge. La chiesa cattolica, candidamente, rispondeva che in fondo la norma del decreto legge era soltanto l'interpretazione autentica di un'esenzione in vigore da dodici anni. Si trattava, però, di un'esenzione di fatto e non di diritto, cioè un'evasione fiscale tollerata. Il decreto legge fu convertito dal Senato con una maggioranza che andava ben oltre quella berlusconiana. Il provvedimento, poi, non fu presentato alla Camera e decadde. Dal decreto Berlusconi al decreto Bersani.
Poco dopo, la stessa norma fu inserita del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203 ed il regalo alla chiesa cattolica fu confezionato.
L'articolo introdotto dal governo Berlusconi e dal parlamento, che estendeva l'esenzione Ici per la chiesa cattolica, innovava la disciplina concordataria per quello che riguarda il regime tributario. La norma, infatti, andava contro il sistema concordatario, perché introduceva una modifica del Concordato da parte dello Stato, peraltro in favore della chiesa cattolica, in una forma non prevista dallo stesso Concordato. Il quale, essendo "protetto" dalla Costituzione, non può essere modificato unilateralmente.
Che cosa dice il concordato in campo tributario? In materia, dispone il terzo comma dell'art.7: “Agli effetti tributari gli enti ecclesiastici aventi fine di religione o di culto, come pure le attività dirette a tale scopo, sono equiparati a quelli aventi fine di beneficenza o di istruzione.// Le attività diverse da quelle di religione o di culto, svolte dagli enti ecclesiastici, sono soggette, nel rispetto della struttura e delle finalità di tali enti, alle leggi dello Stato concernenti tali attività e al regime tributario previsto per le medesime.”
Dopo pochi mesi dal decreto Berlusconi, il 9 e 10 aprile 2006, ci furono le elezioni politiche. La vittoria andò alla coalizione di centro-sinistra e si formò il nuovo governo Prodi. Nel mese di giugno 2006 leggemmo sui giornali che il governo Prodi avrebbe cancellato quella scandalosa esenzione introdotta dal governo Berlusconi. Ma il decreto Bersani lasciò le cose sostanzialmente inalterate parlando di attività “che non abbiano esclusivamente natura commerciale.»Si noti che «non esclusivamente commerciale» nel diritto civile e tributario non ha senso, un’attività è commerciale o non lo è. In pratica, secondo l’Anci, significava che «il 90 - 95 per cento delle proprietà ecclesiastiche continua a non pagare». Un edificio di un ente ecclesiastico per essere soggetto all'ICI deve avere una destinazione “esclusivamente commerciale”. Ad autocertificare la destinazione d'uso dei beni è però lo stesso proprietario, ovvero la chiesa cattolica.
La chiesa cattolica rispetterebbe la normativa vigente.
Ritorniamo a Verona Fedele: “ la Chiesa cattolica rispetta solamente la normativa vigente”. Fino al decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, la chiesa cattolica non ha rispettato la normativa vigente. Dopo di che si è fatta fare una normativa ad ecclesiam che la esentava dove prima evadeva il fisco.Il veronese mons. Giampietro Fasani, dal 2002 al 2011 economo generale della Conferenza episcopale italiana e ben a conoscenza delle richieste e delle pressioni esercitate dalla Cei sui governi Berlusconi e Prodi nel biennio 2005/6, ha dichiarato a Verona Fedele: “ La Chiesa non ha mai sostenuto la violazione della legge, ma il rispetto delle normative vigenti”. Mai, anche prima del settembre 2005? Non ha mai sostenuto la violazione della legge? Anche se non l'ha sostenuto, fino a quella data ha violato sistematicamente la legge. Poi, si è fatta fare la legge esentasse.Secondo il monsignore la norma non riguarderebbe soltanto la chiesa cattolica e, quindi, non costituirebbe un privilegio. “Tra questi enti rientrano le confessioni e le religioni che hanno stipulato delle intese con lo Stato; i circoli ricreativi come la laicissima Arci”. Se avesse citato l'UAAR, gli risponderemmo che l'ipotesi sarebbe molto astratta perché l'UAAR non ha la proprietà di un solo immobile in tutta Italia e dove ha una sede in affitto il proprietario non è esente dall'Ici e si rivale sul canone d'affitto. Auspichiamo che l'Arci risponda direttamente: sicuramente non ha conventi usati come alberghi, alloggi per studenti, pensionati per vedove e via elencando. Soltanto a Verona, di quanti e quali edifici è proprietaria l'Arci? Dove è in affitto, il proprietario paga l'Ici.
Secondo monsignor Fasani: “Se la struttura offre ospitalità con fini esclusivamente pastorali e di formazione religiosa, come il Centro diocesano di spiritualità San Fidenzio non è sottoposta ad Ici. Se invece l’offerta è alberghiera, per esempio il Centro Carraro di Lungadige Attiraglio, deve essere versata l’imposta”. Ma per il centro Carraro viene pagata l'Ici? Vorremmo saperlo dal comune. Il settimanale diocesano scrive: “in molti casi nello stesso stabile convivono sia il convento dei religiosi con la cappella, per esempio, e le camere per l’accoglienza turistica, quindi un’area commerciale. Per evitare che l’intero stabile sia dichiarato esclusivamente al culto o ad uso pastorale, basterebbe permettere il frazionamento delle aree: da una parte gli alloggi dei religiosi e dall’altra le stanze per i turisti. Cosa non consentita da vincoli urbanistici, che per creare un subalterno nell’edificio richiedono, per esempio, un ingresso a parte”. Poveri preti, frati e suore, non possono pagare l'Ici per vincoli urbanistici! Mons. Fasani ha l’impressione che il caso Ici-Chiesa cattolica sia “un primo attacco all’utilizzo dei soldi da parte della Chiesa. L’affermazione che l’istituzione cattolica imbroglia lo Stato sull’Ici insinua il pericoloso dubbio sul giusto uso dell’8 per mille versato dai contribuenti”. No ,monsignore, si sbaglia. Il problema non è l'uso che la chiesa cattolica fa dei suoi soldi, il problema è che stato, regioni, province e comuni non devono dare soldi (anche di noi atei) alla chiesa cattolica e che la chiesa cattolica deve pagare le imposte come tutti gli altri soggetti.
I cinema parrocchiali.
Verona Fedele riporta anche un'intervista con don Adelino Campedelli parroco di “San Giuseppe Sposo della Beata Vergine Maria”. La parrocchia è proprietaria del cinema Aurora, che aderisce all'Acec e, come tutte le sale aderenti all'Acec, non paga l'Ici. Ammette don Campedelli che la sala “è utilizzata al 95% per proiezioni cinematografiche aperte al pubblico e con emissione di regolare biglietto. Ma la usiamo anche per incontri e assemblee. Non abbiamo alcun guadagno dal cinema, anzi già arrivare al pareggio tra entrate e uscite è un successo. L’Ici non ci è stata fatta pagare ma personalmente sono del parere che di fatto sia un’attività commerciale”. Proprio così, il cinema Aurora svolge un'attività commerciale come gli altri cinema parrocchiali e può essere anche affittato come spesso vengono affittati gli altri cinema parrocchiali di Verona. Alcune settimane fa avevamo sollevato la questione dei cinema parrocchiali nella nostra newsletter e ci conforta il fatto che anche un parroco sia del nostro parere. Don Campedelli dice di essere convinto della necessità di “accettare serenamente il fatto di rinunciare a tutto quanto abbia un sentore di privilegio ingiustificato, non solo per l’attuale clima di crisi economica ma come stile ecclesiale”. Aspettiamo che il comune faccia il proprio dovere: far pagare l'Ici ai cinema e teatri parrocchiali.
cinema Aurora,
esenzione ICI,
Silvio Manzati,
Anonimo27 dicembre 2011 16:22Ladri, papponi. Affamatori, disturbatori, lasciamoli rubare, che fanno di male?RispondiEliminaAggiungi commentoCarica altro...
Assemblea annuale del circolo
Interrogazione ICI
Lanciato il sito “I costi della Chiesa”

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 articolo 6