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Timestamp: 2020-08-05 04:57:11+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 23447 del 19/09/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23447 del 19/09/2019
Cassazione civile sez. VI, 19/09/2019, (ud. 02/04/2019, dep. 19/09/2019), n.23447
sul ricorso 24759-2017 proposto da:
D.D.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FOGLIANO
4/A, presso lo studio dell’avvocato PAOLO BARLETTA, rappresentato e
speciale della SOCIETA’ DI CARTOLARTIZZAZIONE DEI CREDITI I.N.P.S.
(S.C.C.I.) S.p.A. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in. ROMA, VIA
avverso la sentenza n. 186/2017 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,
che, con sentenza depositata il 12.4.2017, la Corte d’appello di Salerno, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, ha condannato D.D.R. a pagare i contributi previdenziali dovuti all’INPS nei limiti del maggior reddito accertato con sentenza della Commissione tributaria provinciale di Salerno n. 236/6/11, compensando le spese del doppio grado;
che avverso tale pronuncia D.D.R. ha proposto ricorso per cassazione, deducendo quattro motivi di censura;
che l’INPS, anche nella spiegata qualità, ha resistito con controricorso, mentre l’Agenzia delle Entrate-Riscossione è rimasta intimata;
che, con il primo motivo, il ricorrente denuncia violazione dell’art. 112 c.p.c. per avere la Corte di merito dato ingresso ad un appello inammissibile per difetto di specificità dei motivi;
che, con il secondo motivo, il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., artt. 112,115,421 e 437 c.p.c., per avere la Corte territoriale ritenuto che l’ente previdenziale avesse dato prova del proprio credito nonostante che il giudice tributario avesse in parte annullato l’avviso di accertamento di maggior reddito sulla scorta del quale era stata disposta l’iscrizione a ruolo dei contributi oggetto del presente giudizio;
che, con il terzo motivo, il ricorrente si duole di violazione dell’art. 278 c.p.c. per avere la Corte di merito pronunciato una condanna generica nonostante l’iscrizione a ruolo avesse ad oggetto una somma specifica e non vi fosse stato alcun accordo delle parti sulla limitazione della condanna al solo an debeatur,
che, con il quarto motivo, il ricorrente deduce violazione dell’art. 92 c.p.c. per avere la Corte territoriale compensato le spese del doppio grado nonostante non esistessero i presupposti per l’accoglimento dell’appello;
che, con riguardo al primo motivo, si è ormai consolidato il principio secondo cui gli artt. 342 e 434 c.p.c., nel testo riformulato dal D.L. n. 83 del 2012 (conv. con L. n. 134 del 2012), vanno interpretati nel senso che l’impugnazione deve contenere, a pena di inammissibilità, una chiara individuazione delle questioni e dei punti contestati della sentenza impugnata e, con essi, delle relative doglianze, affiancando alla parte volitiva una parte argomentativa che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice, senza che occorra l’utilizzo di particolari forme sacramentali o la redazione di un progetto alternativo di decisione da contrapporre a quella di primo grado, tenuto conto della permanente natura di revisio instantiae del giudizio di appello, il quale mantiene la sua diversità rispetto alle impugnazioni a critica vincolata (Cass. S.U. n. 27199 del 2017);
che, alla luce del suesposto principio, il primo motivo deve ritenersi manifestamente infondato, dal momento che l’appello dell’INPS aveva censurato la sentenza di prime cure (che aveva accolto integralmente l’opposizione alla cartella di pagamento sul presupposto che, a seguito dell’annullamento parziale dell’avviso di accertamento di maggior reddito da parte del giudice tributario, le somme dovute all’INPS per contributi erano “certamente minori di quelle richieste con la cartella impugnata”: così il ricorso per cassazione, pag. 5) proprio nella parte in cui riteneva non dovute nella loro interezza le somme richieste in cartella, ribadendo l’onere a carico della parte opponente di dare la prova dei fatti estintivi del credito “connessi alla eventuale caducazione nella competente sede giurisdizionale” (ibid., pagg. 6-7);
che del pari manifestamente infondati sono il secondo e il terzo motivo, che possono esaminarsi congiuntamente in ragione dell’intima connessione delle censure rivolte all’impugnata sentenza, essendo consolidato il principio di diritto secondo cui, in tema di riscossione di contributi previdenziali, ove venga accertata, nel giudizio di opposizione a cartella esattoriale con il quale si contesta la sussistenza del credito, la sola parziale fondatezza dell’opposizione, non si determina per questa unica ragione la totale inefficacia della cartella, ma – in analogia con le disposizioni che regolano l’opposizione a precetto – il giudice deve, anche d’ufficio, dichiarare l’inefficacia della cartella soltanto in relazione alle somme non dovute, potendo imporsi una declaratoria di totale inefficacia solo nel caso in cui, tenuto conto anche della normativa sostanziale applicabile, l’ente creditore non abbia assolto in alcuna misura all’onere di provare anche nel quantum il suo credito (così Cass. n. 19502 del 2009, cui hanno dato seguito, tra le altre, Cass. nn. 27824 del 2009 e 420 del 2014);
che, nel caso di specie, la Corte territoriale ha ritenuto che, avendo avuto il ricorrente un ricarico del reddito in misura pari al 35%, a fronte di quello inizialmente accertato del 45%, la pretesa contributiva dell’Istituto dovesse ritenersi provata negli anzidetti termini;
che, trattandosi di accertamento di fatto, la sua denunzia in questa sede di legittimità è subordinata alla circostanza che vi sia stato un omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che abbia formato oggetto di discussione tra le parti (nel rigoroso senso precisato da Cass. S.U. n. 8053 del 2014), ciò che, nella specie, non è stato dedotto in ricorso, essendosi piuttosto baluginata quale mera possibilità che il minor reddito accertato in sede tributaria potesse far venir meno l’obbligo di versamento di contributi ulteriori (cfr. pag. 11 del ricorso per cassazione);
che la manifesta infondatezza dei primi tre motivi determina logicamente l’assorbimento del quarto, in quanto interamente costruito sull’erroneo presupposto che l’appello dell’INPS dovesse essere dichiarato inammissibile o rigettato;
La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che si liquidano in Euro 3.200,00, di cui Euro 3.000,00 per compensi, oltre spese generali in misura pari al 15% e accessori di legge.

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