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Timestamp: 2018-12-10 12:23:45+00:00

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Chiar.mo Rettore Prof. Gaetano Manfredi Università degli Studi di Napoli Federico II.
Ill.mo Direttore Prof. Marco Musella Dipartimento Scienze Politiche Università degli Studi di Napoli Federico II.
Ci permettiamo di scrivere in relazione al Convegno programmato per domani – 16 ottobre 2018 -, organizzato dal Dipartimento di Scienze Politiche dal titolo “La trattativa Stato Mafia: responsabilità penale o responsabilità politica”.
L’esigenza insopprimibile di ribadire la presunzione di innocenza degli imputati – anche a fronte di una sentenza di primo grado di condanna, impugnata e per la quale pende appello -, nel massimo rispetto della assoluta libertà ed autonomia di studiare vicende storico-giudiziarie, farne oggetto di ricerca e di approfondimento scientifico, ci spinge a sottolineare l’inadeguatezza di un titolo che presuppone esser avvenuta una trattativa, dandola per scontata, seppur quale spunto di riflessione circa i profili di responsabilità che involgerebbe.
Così come riteniamo opportuno evidenziare che, affidare la ricostruzione dei fatti a chi nel processo ha sostenuto l’Accusa, senza che, tra gli illustrissimi relatori, vi siano anche rappresentanti del Foro a conoscenza degli atti del processo – capaci, quindi, di contribuire ad offrire una ricostruzione storico – giuridica più oggettiva e sicuramente più completa della vicenda a favore di chi ha organizzato il Convegno e di chi vi parteciperà -, non potrà che aprire al rischio di un pregiudizio condizionante gli interventi e l’opinione di chi potrà apprezzarli, in mancanza di un contraddittore.
Per esser concreti, infatti, scorrendo la scaletta degli stessi interventi, emerge che avrebbe garantito un più idoneo contributo al rigore della giornata di studio, ad esempio, il riferimento all’istituto del “ne bis in idem”, visto che la cd. trattativa e sentenza di condanna di primo grado attengono all’accusa di minaccia al Governo ex art. 338 c.p., contestata già in altro processo come circostanza aggravante al Gen. Mori – e, quindi, indirettamente, anche al Col. De Donno, coautore delle medesime condotte -, accusa per la quale, in quel processo durato ben 9 anni, il Gen. Mori è stato assolto con una sentenza di oltre 1300 pagine, pronunciata dalla IV sezione del Tribunale di Palermo, dopo aver sentito gli stessi testi sulle stesse vicende e aver valutato gli stessi atti e documenti prodotti in giudizio.
E si tratta di sentenza passata in giudicato, dopo esser stata impugnata dal P.M. avanti alla Corte di Appello di Palermo e, dal P.G., in Cassazione1 2 3.
Così come riteniamo, ad esempio, che avrebbe giovato all’approfondimento cui è dedicata la importante giornata di studio, una relazione sulle aggravanti contestate, quali, ad esempio quella di cui all’art. 339 c.p., per la quale – stando alla giurisprudenza delle sezioni unite della Cassazione e alla unanime opinione degli studiosi di diritto penale – requisito indefettibile è la contestuale e contemporanea presenza delle “persone riunite”, requisito mancando il quale l’aggravante non poteva esser contestata, con prescrizione ab origine dell’esercizio dell’azione penale.
Fidando che tali sottolineature siano intese quali spunti per una maggiore completezza e ricchezza di informazioni e nozioni giuridiche nell’osservanza dei principi dello Stato di diritto e della nostra Costituzione che ha sancito l’insuperabile principio di presunzione di non colpevolezza dell’imputato, nel ringraziare per la cortese attenzione, salutiamo inviando i migliori auguri di buon lavoro.
Avv. Basilio Milio (difesa Mori).
Avv. Francesco A. Romito (difesa De Donno).
1 Sentenza n. 4035/13 emessa dal Tribunale di Palermo, sez. IV penale, in data 17.07.2013 nel Processo a carico di Mario Mori e Mauro Obinu;
2 Sentenza n. 2720/16 emessa dalla Corte di Appello di Palermo, sez. V penale, in data 19.05.2016 nel Processo a carico di Mario Mori e Mauro Obinu;
3 Sentenza n. 906/17 emessa dalla Suprema Corte di Cassazione, sez. VI penale, in data 8.06.2017 nel Processo a carico di Mario Mori e Mauro Obinu.
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References: sentenza 
 sentenza 
 art. 338
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