Source: https://www.laleggepertutti.it/292509_reato-vendere-cannabis-light
Timestamp: 2019-10-22 22:41:40+00:00

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Le motivazioni della sentenza della Cassazione: punibile il commercio di derivati della canapa non consentiti, anche se con thc basso.
Vendere cannabis light è reato. Lo conferma la Cassazione nelle motivazioni della sentenza [1] con cui aveva scritto di recente la parola «fine» sulla vicenda della cosiddetta canapa leggera. Non è punibile, invece, la coltivazione o il commercio della canapa per prodotti autorizzati dalla legge [2], come fibre e carburanti.
A questo punto, e dopo il pronunciamento delle Sezioni Unite della Suprema Corte, commercializzare cannabis light equivale allo spaccio di droga, in quanto non è permessa la cessione di foglie, di olio, di resina e delle inflorescenze derivati da questa pianta. Non importa se il contenuto di thc sia basso: tutt’al più, i derivati messi in vendita devono essere privi di effetti psicotropi o droganti. Oppure, il livello di thc compreso tra 0,2% e 0,6% venga raggiunto nel momento in cui matura una coltivazione legale.
1 Cannabis light: le motivazioni della sentenza
2 Che fine fa la cannabis light?
3 Cannabis light: le polemiche con Salvini
Cannabis light: le motivazioni della sentenza
Ma perché? Secondo la Cassazione, non è condivisibile il principio secondo cui una percentuale di Thc inferiore allo 0,6% non comporti un effetto drogante. Quella percentuale – spiegano i giudici – è la soglia ammessa per scagionare l’agricoltore che utilizza delle qualità di canapa consentite dalla legge. Ciò non vuol dire, precisa la sentenza, che siano legali i derivati della cannabis light e, quindi, anche il loro commercio quando sono diversi da quelli indicati dalla normativa.
Che fine fa la cannabis light?
Per sapere che fine farà la cannabis light non c’è che leggere la direttiva europea in materia [3]. È lecito coltivare le varietà di canapa che compaiono nel catalogo delle specie di piante agricole per uso alimentare, per la produzione di cosmetici, di combustibili o di fibre oppure per la bioedilizia. Ma non per altri fini.
Cannabis light: le polemiche con Salvini
Interessante «l’assist» che la Cassazione lancia al Parlamento: nella sentenza, la Suprema Corte suggerisce che il legislatore può intervenire di nuovo sulla regolamentazione delle attività imprenditoriali coinvolte nella coltivazione e nella vendita dei derivati della cannabis light. Il che non dispiacerebbe ai commercianti del settore, costretti a chiudere bottega dopo le critiche rivolte dal ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Il vicepremier leghista, infatti, aveva annunciato controlli più ferrei sui negozi di cannabis che lo stesso Salvini considera – come da lui sostenuto pubblicamente – «luoghi di spaccio». Tanto è bastato per far partire una raffica di querele per diffamazione contro Salvini e di cause contro lo Stato da parte dei negozianti che, a loro parere, sono stati messi in cattiva luce dal ministro, oltre ad essere stati economicamente danneggiati.
[1] Cass. pen. SS.UU. sent. n. 30475/2019.
[2] Legge 242/2016.
[3] Direttiva 2002/53/CE della Commissione europea.
Corte di Cassazione, sez. Unite Penali, sentenza 30 maggio – 10 luglio 2019, n. 30475
1.Il Tribunale del riesame di Ancona, con l’ordinanza indicata in epigrafe, ha revocato il sequestro preventivo disposto dal G.i.p. del Tribunale di Ancona il 19/10/2018, avente ad oggetto 13 chili di foglie ed inflorescenze di cannabis, nell’ambito del procedimento penale a carico di C.L. , per il reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, commi 1, 2 e 4 e art. 80, comma 2, limitatamente ai reperti contenenti una percentuale di principio attivo non superiore allo 0,6%. Le foglie e le inflorescenze di cui si tratta sono state sequestrate presso il punto vendita Indoorova, sito in (…), atteso che dagli esperiti accertamenti tossicologici era emersa la presenza di principio attivo “tetraidrocannabinolo” superiore allo 0,6%.
In punto di diritto, l’esponente rileva che la L. n. 242 del 2016 disciplina una tipologia strutturale di coltivazione affatto diversa da quella oggetto del D.P.R. n. 309 del 1990, originata da semi inseriti nelle tabelle previste dell’art. 17, della direttiva UE n. 52/2002. Il deducente richiama i limiti di soglia di THC previsti dalla novella del 2016, osservando che la legge introduce una scriminante che non opera per il solo coltivatore, ma che estende la propria efficacia anche a favore di commercianti e distributori. Sul piano dogmatico, nella memoria si evidenzia che un prodotto considerato legale nella sua fase produttiva – e per la cui coltivazione non è necessaria autorizzazione – non può essere successivamente ritenuto illegale, nella fase di commercializzazione.
La piana lettura delle disposizioni indicate evidenzia la precisa volontà del legislatore del 2014 di qualificare la cannabis quale sostanza stupefacente, in ogni sua varietà. Ciò si evince inequivocabilmente dalla L. n. 79 del 2014 che, nel convertire il D.L. n. 36 del 2014, ha operato una modifica di ordine sostanziale alla tabella II, indicando la cannabis – ed i suoi derivati – senza effettuare alcun riferimento alla specie indica.
Rilevano le Sezioni Unite che merita condivisione l’orientamento giurisprudenziale che, muovendo dal rilievo che la L. 2 dicembre 2016, n. 242 ha previsto la liceità della sola coltivazione della cannabis sativa L. per le finalità espresse e tassativamente indicate dalla novella, ha affermato che la commercializzazione dei derivati della predetta coltivazione, non compresi nel richiamato elenco, continua a essere sottoposta alla disciplina del D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Sez. 6, n. 56737 del 27/11/2018, Ricci, cit.). Invero, la coltivazione di cannabis sativa L. ad uso agroalimentare, promossa dalla L. n. 242 del 2016, è stata utilmente definita sia mediante l’indicazione della varietà di canapa di cui si tratta, sia in considerazione dello specifico ambito funzionale dell’attività medesima, che non contempla l’estrazione e la commercializzazione di alcun derivato con funzione stupefacente o psicotropa. Pertanto, dalla coltivazione di cannabis sativa L. non possono essere lecitamente realizzati prodotti diversi da quelli elencati dalla L. n. 242 del 2016, art. 2, comma 2, e, in particolare, foglie, inflorescenze, olio e resina. Conclusivamente sul punto, è appena il caso di sottolineare che non si rinviene alcun dato testuale, nè alcuna indicazione di ordine sistematico, come chiarito, che possa giustificare la tesi – che pure è stata espressa – volta far rientrare le inflorescenze della canapa nell’ambito delle coltivazioni destinate al florovivaismo.
Segnatamente, le condotte diverse dalla coltivazione di canapa delle varietà di cui al catalogo indicato nella L. n. 242 del 2016, art. 1, comma 2, e la realizzazione di prodotti diversi da quelli inseriti nell’elenco di cui all’art. 2, comma 2, L. n. 242 cit., risultano penalmente rilevanti, ai sensi dell’art. 73, commi 1 e 4, T.U. stup., che sanziona, oltre alla coltivazione – con l’eccezione di cui all’art. 26, comma 2, sopra ripetutamente evidenziata – la produzione, l’estrazione, la vendita, la cessione, la distribuzione, il commercio, la consegna, la detenzione e altre attività di messa in circolazione delle sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alla Tabella II, prevista dall’art. 14. Sul punto, deve sottolinearsi che non assume alcuna rilevanza, al fine di escludere la illiceità della condotta, il mancato superamento delle percentuali di THC di cui alla L. n. 242 del 2016, art. 4, commi 5 e 7, atteso che tali valori riguardano esclusivamente il contenuto consentito di THC presente nella coltivazione – e non nei derivati – nell’ambito della specifica attività di coltivazione agroindustriale della canapa, per gli usi consentiti, delineata dalla stessa novella, anche in riferimento alla erogazione dei contributi al coltivatore, secondo la disciplina sovranazionale già sopra ricordata.
Pertanto, la commercializzazione di foglie, inflorescenze, olio e resina, derivanti dalla coltivazione di cannabis sativa L., integra la fattispecie di reato di cui all’art. 73, commi 1 e 4, T.U. stup., atteso che la tabella II richiama testualmente tali derivati della cannabis, senza effettuare alcun riferimento alle concentrazioni di THC presenti nel prodotto. Ed il fatto che la norma incriminatrice di cui all’art. 73, commi 1 e 4, T.U. stup., riguardante la circolazione delle sostanze indicate dalla Tabella II, non effettui alcun riferimento alle concentrazioni di THC presenti nel prodotto commercializzato, non risulta incoerente rispetto ai limiti di tollerabilità di cui alla L. n. 242 del 2016, art. 4, commi 5 e 7, stante la disomogeneità sostanziale dei termini di riferimento. La norma incriminatrice, infatti, riguarda la commercializzazione dei derivati della coltivazione – foglie, inflorescenze, olio e resina – ove si concentra il tetraidrocannabinolo; diversamente, la novella del 2016, nel promuovere la coltivazione agroindustriale della canapa a basso contenuto di THC, proveniente da semente autorizzata, pone dei limiti soglia rispetto alla concentrazione presente nella coltura medesima, rilevanti anche ai fini della erogazione dei benefici economici per il coltivatore ed elenca tassativamente i prodotti che è possibile ottenere dalla coltivazione, tra i quali non sono ricompresi foglie, inflorescenze, olio e resina.
3)la commercializzazione di cannabis sativa L. o dei suoi derivati, diversi da quelli elencati dalla legge del 2016, integra il reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, commi 1 e 4, anche se il contenuto di THC sia inferiore alle concentrazioni indicate all’art. 4, commi 5 e 7 della legge del 2016. L’art. 73, cit., incrimina la commercializzazione di foglie, inflorescenze, olio e resina, derivati della cannabis, senza operare alcuna distinzione rispetto alla percentuale di THC che deve essere presente in tali prodotti, attesa la richiamata nozione legale di sostanza stupefacente, che informa gli artt. 13 e 14 T.U. stup.. Pertanto, impiegando il lessico corrente, deve rilevarsi che la cessione, la messa in vendita ovvero la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, di prodotti – diversi da quelli espressamente consentiti dalla L. n. 242 del 2016 – derivati dalla coltivazione della cosiddetta cannabis tight, integra gli estremi del reato ex art. 73, T.U. stup..
“La commercializzazione al pubblico di cannabis sativa L. e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicabilità della L. n. 242 del 2016, che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà ammesse e iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell’art. 17 della direttiva 2002/53/CE del Consiglio, del 13 giugno 2002 e che elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati, sicché la cessione, la vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico dei derivati della coltivazione di cannabis sativa L., quali foglie, inflorescenze, olio, resina, sono condotte che integrano il reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, anche a fronte di un contenuto di THC inferiore ai valori indicati dalla L. n. 242 del 2016, art. 4, commi 5 e 7, salvo che tali derivati siano, in concreto, privi di ogni efficacia drogante o psicotropa, secondo il principio di offensività”.
9.L’applicazione al caso di specie dei richiamati principi induce a rilevare che il provvedimento impugnato risulta vulnerato dalle dedotte aporie, giacché la valutazione sulla rilevanza penale delle condotte di detenzione finalizzata alla cessione dei derivati della coltivazione di cannabis sativa L., erroneamente, è stata ancorata al superamento dei valori percentuali di THC richiamati alla L. n. 242 del 2016, art. 4, commi 5 e 7, laddove detti valori riguardano – esclusivamente – il contenuto consentito di THC presente nella coltivazione e non quello dei prodotti illecitamente commercializzati, come sopra chiarito.

References: sentenza 
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 sentenza

 sentenza

 Cass. 
 sentenza 
 art. 73
 art. 80
 art. 2
 art. 1
 art. 4
 art. 4
 art. 73
 art. 73
 art. 73
 art. 4
 art. 4