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Timestamp: 2020-05-29 07:44:24+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 18967 del 31/07/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18967 del 31/07/2017
Cassazione civile, sez. III, 31/07/2017, (ud. 23/06/2017, dep.31/07/2017), n. 18967
Dott. OLIVIERI Stefano – rel. Consigliere –
sul ricorso 9922-2014 proposto da:
F.A., CGIL PALERMO in persona del legale rappresentante
p.t., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA TERENZIO 21, presso lo
studio dell’avvocato FAUSTO MARIA AMATO, che li rappresenta e
difende giusta procura speciale in calce al ricorso;
S.R., S.S., S.L.,
S.D., domiciliati ex lege in ROMA presso la CANCELLERIA DELLA
CORTE DI CASSAZIONE, rappresentati e difesi dall’avvocato IGNAZIO
MONTALBANO giusta procura speciale in calce al controricorso;
avverso la sentenza n. 305/2013 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,
depositata il 27/02/2013;
23/06/2017 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVIERI;
Sostituto Procuratore generale SOLDI ANNA MARIa, che ha chiesto
l’accoglimento del ricorso.
S.G., imputato del reato di abuso di ufficio previsto e punito dall’art. 323 c.p., comma 1, per avere disposto in qualità di Direttore amministrativo dell’Azienda ospedaliera (OMISSIS) il trasferimento di un dipendente – con atto successivamente annullato in sede giurisdizionale amministrativa per vizio di violazione di legge, non essendo stato acquisito il preventivo nullo osta della organizzazione sindacabile, previsto dal D.P.R. 28 novembre 1990, n. 384, art. 37 – per motivi esclusivamente punitivi dell’attività sindacale da quello svolta nell’Azienda, veniva assolto dal reato ascrittogli -intervenuta nelle more la modifica della fattispecie criminosa come reato di evento- perchè il fatto non sussiste, con sentenza del Tribunale penale di Palermo che rigettava le domande risarcitorie proposte dalle costituite parti civili – il dipendente F.A. e l’associazione sindacale CGIL – per difetto di prova in ordine all’elemento del “danno ingiusto”.
La decisione era confermata con sentenza della Corte d’appello penale che veniva cassata, quanto ai capi civili, da questa Corte, con sentenza in data 11.1.2006 n. 593 (per omessa valutazione della “intenzionalità illegittimamente punitiva della condotta ascritta all’imputato e l’ingiustizia del danno in ipotesi prodotto al F. proprio nella sua veste di sindacalista”), con conseguente rinvio della causa ai sensi dell’art. 622 c.p.p. avanti la Corte d’appello di Palermo in sede civile.
Riassunto ritualmente il giudizio, nel quale si costituivano gli eredi del S. nelle more deceduto, il Giudice del rinvio, con sentenza in data 27.2.2013 n. 305, dichiarava inammissibile l’atto di chiamata in causa di ALLIANZ s.p.a., assicuratrice della responsabilità civile del Dirigente sanitario, nei confronti della quale gli eredi S. avevano proposto domanda di garanzia impropria, e rigettava le domande risarcitorie proposte dal F. e dalla CGIL per difetto di prova della esistenza di un danno risarcibile, rilevando ad abundantiam che ai sensi del TU n. 104 del 2010, art. 30 Codice proc. amm. l’accertamento del danno da comportamenti illegittimi della PA ricadeva nella cognizione del Giudice amministrativo.
La sentenza di appello è stata impugnata per cassazione dal F. e dalla CGIL con quattro motivi.
Resistono con controricorso gli eredi S..
Il Pubblico Ministero ha depositato requisitoria scritta instando per l’accoglimento del ricorso, quanto ai primi due motivi.
Primo motivo: violazione artt. 576 e 622 c.p.p.
I ricorrenti impugnano la statuizione della sentenza di appello che ha escluso la risarcibilità del “danno morale” ex artt. 185 c.p. e 2059 c.c., in quanto la insussistenza del reato era stata accertata con sentenza penale divenuta irrevocabile, quando invece, proprio la prosecuzione del giudizio risarcitorio in seguito alla impugnazione ex art. 576 c.p.p. da parte delle costituite parti civili delle disposizioni della sentenza penale relative agli interessi civili, imponeva al Giudice del rinvio di liquidare il danno.
Secondo motivo: violazione art. 2059 c.c., artt. 2,18,35,39 Cost.; omessa motivazione su fatto decisivo.
Si lamentano i ricorrenti dell’errore in cui è incorsa la Corte territoriale laddove ha affermato che in assenza di reato non era liquidabile il danno morale, non tenendo conto che la evoluzione della giurisprudenza della Suprema Corte aveva da tempo riconosciuto la risarcibilità del danno non patrimoniale come elemento componente indefettibile della lesione di interessi giuridicamente rilevanti quali i diritti fondamentali contemplati dalla Carta costituzionale. Secondo i ricorrenti il Giudice di appello avrebbe altresì violato l’art. 384 c.p.c., comma 2 in quanto avrebbe omesso di valutare le risultanze probatorie come disposto dalla sentenza di cassazione con rinvio.
Terzo motivo: violazione dell’art. 384 c.p.c., comma 1; omessa motivazione su fatto decisivo.
Si dolgono i ricorrenti che il Giudice del rinvio in grado di appello non si sarebbe conformato al “dictum” della Corte di cassazione che aveva annullato la precedente di appello in quanto motivando per relationem alla decisione di prime cure aveva omesso di valutare i motivi di gravame specifici delle parti civili che richiedeva un accertamento della “intenzionalità illegittimamente punitiva della condotta ascritta all’imputato e l’ingiustizia del danno in ipotesi prodotto al F. proprio nella sua veste di sindacalista”. Nella specie la Corte territoriale aveva omesso di individuare i beni costituzionali lesi e di quantificare il relativo danno non patrimoniale ed aveva escluso il “danno patrimoniale” in difformità dalle risultanze istruttorie.
I primi tre motivi possono essere esaminati congiuntamente. Occorre premettere che:
a seguito della riforma del Codice di procedura penale approvata con D.P.R. 22 settembre 1988, n. 447 è venuto meno il primato della giurisdizione penale sulle altre giurisdizioni, essendo stata eliminata la norma che imponeva la pregiudizialità necessaria della definizione del procedimento penale (art. 3 c.p. codice abrogato; art. 295 c.p.c. testo anteriore alle modifiche introdotte dalla L. n. 353 del 1990), trovando applicazione, essendo regolati i rapporti tra la giurisdizione penale e quella civile dal “principio della reciproca indipendenza dell’azione penale e di quella civile”, con la conseguenza che, qualora una sentenza di assoluzione dell’imputato venga impugnata dalla sola parte civile ex art. 576 c.p.p. può aversi un giudicato di assoluzione agli effetti penali ed una decisione di condanna agli effetti civili (cfr. Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 1768 del 26/01/2011 che ravvisa nella disciplina dei limiti oggettivi di efficacia extrapenale del giudicato di assoluzione o di condanna contenuta nelle disposizioni di cui agli artt. 651,652,653 e 654 c.p.p. un’eccezione al principio dell’autonomia e della separazione dei giudizi penale e civile, non essendo applicabili tali norme, in via analogica, oltre i casi espressamente previsti). In conseguenza, in applicazione del principio di autonomia e separazione dei giudizi penale e civile, il giudice civile investito della domanda di risarcimento del danno da reato deve procedere ad un autonomo accertamento dei fatti e della responsabilità con pienezza di cognizione, non essendo vincolato alle soluzioni e alle qualificazioni del giudice penale (cfr. ex multis: Corte cass., Sez. 3, Sentenza n. 15112 del 17/06/2013) il vincolo del giudicato penale di assoluzione ex art. 652 c.p.p. che opera nei giudizi civili di risarcimento danno e di restituzione “quanto all’accertamento che il fatto non sussiste, che l’imputato non lo ha commesso o che il fatto è stato compiuto nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà legittima” non spiega efficacia in relazione all’azione civile proposta nel giudizio penale, come emerge dal combinato disposto dagli artt. 576 e 622 c.p.p. che consentono alla parte civile di proseguire comunque il giudizio (in caso di sentenza penale di assoluzione perchè il fatto non sussiste, pur se divenuta irrevocabile), pur se ai soli effetti civili (“Fermi gli effetti penali della sentenza..”: art. 652 c.p.p.), impugnando la sentenza penale anche in ordine all’accertamento di responsabilità dell’imputato (e non soltanto in caso di formula assolutoria “perchè il fatto non costituisce reato”, nelle ipotesi in cui non vi sia coincidenza dell’elemento soggettivo tra fattispecie penale ed illecito civile, ma anche quando tale coincidenza sussista o il Giudice penale abbia ritenuto che l’imputato non ha commesso il fatto o che il fatto non sussiste) al fine di pervenire ad una diversa valutazione dei fatti volta alla affermazione della responsabilità civile “ai soli effetti della condanna risarcitoria” (cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 11897 del 24/11/1998; id. Sez. 3, Sentenza n. 11936 del 22/05/2006. Analogamente, per la giurisprudenza penale cfr. Corte cass. Sez. 5, Sentenza n. 3670 del 27/10/2010 Ud. (dep. 01/02/2011); id. Sez. 3, Sentenza n. 3083 del 18/10/2016 Ud. (dep. 23/01/2017)).
Nella specie le parti civili avevano impugnato la sentenza penale di assoluzione, deducendo specifici motivi di gravame in punto di intenzionalità della condotta volta a ledere l’esercizio della libertà sindacale del lavoratore e della organizzazione associativa, e -rilevato che il giudice del gravame si era limitato “a respingere tali censure e a richiamare la contestata motivazione in termini apodittici o meramente ripetitivi, senza farsi carico di argomentare sull’inadeguatezza o inconsistenza o non pertinenza dei motivi d’impugnazione”- questa Corte, con la sentenza n. 593/2006, aveva cassato la decisione impugnata, rinviando la causa ex art. 622 c.p.p. avanti il Giudice civile “per valutare l’intenzionalità illegittimamente “punitiva” della condotta ascritta all’imputato e l’ingiustizia del danno in ipotesi prodotto al F. proprio nella sua veste di sindacalista”.
Tanto premesso il Giudice di appello ha inteso risolvere la controversia, non sul piano della condotta illecita, ma su quello delta prova della esistenza del danno, pervenendo alla affermazione di inesistenza dello stesso.
Quanto al “danno morale” (la sentenza per vero non specifica se con tale locuzione intenda riferirsi al danno non patrimoniale in genere ovvero al danno morale soggettivo inteso come conseguenza dannosa consistente nella “sofferenza psichica” patita a causa della ingiustizia subita: Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 26972 del 11/11/2008; id. Sez. 3, Sentenza n. 11851 del 09/06/2015 -), è manifestamente errato l’assunto della Corte d’appello secondo cui tale voce di danno è risarcibile esclusivamente in presenza di un fatto-reato.
La sussunzione dei diritti fondamentali della persona nell’ambito di tutela risarcitoria del danno non patrimoniale, indipendentemente dalla configurazione dell’illecito “sub specie criminis”, costituisce un dato da tempo acquisito dalla giurisprudenza che ha affermato il consolidato principio per cui “il danno non patrimoniale conseguente alla ingiusta lesione di un interesse inerente alla persona, costituzionalmente garantito, non è soggetto, ai fini della risarcibilità, al limite derivante dalla riserva di legge correlata all’art. 185 c.p. e non presuppone, pertanto, la qualificabilità del fatto illecito come reato, giacchè il rinvio ai casi in cui la legge consente la riparazione del danno non patrimoniale ben può essere riferito, dopo l’entrata in vigore della Costituzione, anche alle previsioni della Legge fondamentale, ove si consideri che il riconoscimento, nella Costituzione, dei diritti inviolabili inerenti alla persona non aventi natura economica implicitamente, ma necessariamente, ne esige la tutela, ed in tal modo configura un caso determinato dalla legge, al massimo livello, di riparazione del danno non patrimoniale” (cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 8827 del 31/05/2003; id. Sez. 3, Sentenza n. 8828 del 31/05/2003; id. Sez. 3, Sentenza n. 16716 del 07/11/2003; id. Sez. 3, Sentenza n. 20323 del 20/10/2005; id. Sez. 3, Sentenza n. 3181 del 14/02/2006; id. Sez. 3, Sentenza n. 13953 del 14/06/2007; id. Sez. U, Sentenza n. 26972 del 11/11/2008; id. Sez. 3, Sentenza n. 20684 del 25/09/2009; id. Sez. 3, Sentenza n. 22190 del 20/10/2009).
Ne segue che, se è conforme a diritto l’affermazione secondo cui, quando il fatto illecito integra gli estremi di un reato, spetta alla vittima il risarcimento del danno non patrimoniale nella sua più ampia accezione, ivi compreso il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva causata dal reato (tale pregiudizio potendo essere permanente o temporaneo circostanze delle quali occorre tenere conto in sede di liquidazione, ma irrilevanti ai fini della risarcibilità-, e potendo sussistere sia da solo, sia unitamente ad altri tipi di pregiudizi non patrimoniali), non conforme a diritto deve, invece, ritenersi l’affermazione reciproca secondo cui, se il fatto illecito non assurge ad ipotesi penalmente rilevante al danneggiato non spetta, per ciò stesso, il risarcimento del danno non patrimoniale (cfr. Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 26972 del 11/11/2008).
Avendo ricollegato la Corte d’appello la esclusione del “danno morale” al mero presupposto del giudicato di accertamento negativo della penale responsabilità dell’imputato, compiuto dal Giudice penale, senza indagare invece, alla stregua del materiale probatorio acquisito al giudizio e dei motivi di gravame dedotti dalle parti civili, se dovesse in concreto pervenirsi ad un differente esito dell’accertamento della responsabilità civile, secondo il principio autonomia del giudizio penale e di quello civile predicato dall’art. 622 c.p.p., il primo ed il secondo motivo debbono essere accolti, quanto alle censure relative ai denunciati errori di diritto (assorbite le censure relative all’errore in fatto), con conseguente cassazione della statuizione impugnata e rinvio della causa alla Corte d’appello che provvederà, attenendosi al principio sopra enunciato, ad effettuare l’accertamento in questione implicante anche quello della esistenza e della estensione del danno non patrimoniale lamentato dalle parti civili (dequalificazione professionale, per essere stato addetto il F. a compiti affidati ad operatore infermieristico; compressione dell’esercizio dei diritti sindacali: cfr. sentenza appello, in motiv. pag. 11), dovendo tenere conto, al riguardo, il Giudice del rinvio che il danno non patrimoniale non integra un danno “in re ipsa”, ma deve essere allegato e provato da chi vi abbia interesse, senza che, peraltro, sia precluso il ricorso a valutazioni prognostiche ed a presunzioni sulla base dei fatti obiettivi dimostrati in giudizio dall’interessato (cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 8828 del 31/05/2003; id. Sez. 1, Sentenza n. 25730 del 01/12/2011): anche quando il danno non patrimoniale sia determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona, non può, infatti, mai ritenersi “in re ipsa”, ma costituisce un danno conseguenza, che deve essere allegato e provato da chi ne domandi il risarcimento (cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 10527 del 13/05/2011; id. Sez. 3, Sentenza n. 13614 del 21/06/2011; id. Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 21865 del 24/09/2013).
Infondato è invece il terzo motivo sotto entrambi i profili di censura svolti.
La Corre territoriale ha infatti esaminato:
a) gli altri “danni materiali” – recte i pregiudizi di natura patrimoniale – allegati dalle parti civili, rilevando come il trasferimento del F. ad altro reparto non aveva comportato diminuzione degli emolumenti percepiti, mentre alcuna prova era stata fornita dalla CGIL in ordine alla relazione eziologica tra il trasferimento illegittimo del F. ed il calo delle adesioni associative;
b) il danno “all’immagine, alla stima ed alla reputazione” delle parti civili, rilevando che alcun pregiudizio a tali interessi era derivato dall’atto amministrativo illegittimo, essendo stato eliminato integralmente il disvalore del provvedimento amministrativo espressione dell’atteggiamento antisindacale, dalla sentenza di annullamento del Giudice amministrativo.
Orbene tali “rationes decidendi” non vengono efficacemente investite dal motivo di ricorso che si limita a dedurre la violazione del “dictum” della sentenza di questa Corte n. 593/2006 che aveva cassato con rinvio, lamentando l’omessa valutazione del complesso probatorio.
Indipendentemente dalla genericità del motivo, occorre rilevare che nei casi di cassazione per i motivi di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, il giudice del rinvio – pure vincolato al principio di diritto implicitamente enunciato circa i punti già ritenuti decisivi o non correttamente motivati ed il giudizio di ammissibilità delle prove – è sostanzialmente soggetto al solo limite di non incorrere nello stesso errore logico della sentenza cassata; pertanto, egli può riesaminare i fatti già considerati, ai fini di una diversa rivalutazione, nel rispetto dei limiti del giudicato (cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 3073 del 16/03/1995; id. Sez. U, Sentenza n. 10598 del 28/10/1997; id. Sez. 3, Sentenza n. 7635 del 16/05/2003; id. Sez. L, Sentenza n. 6707 del 06/04/2004). Nella specie l’errore rilevato dalla sentenza di cassazione n. 593/2006 era consistito nella omessa motivazione, tale essendo stato considerato da questa Corte l’apodittico rinvio del Giudice di appello “per relationem” alla motivazione del primo giudice.
In relazione a tale “vincolo” la sentenza emessa nel giudizio di rinvio ha esaminato i motivi di gravame delle parti civili, conformandosi quindi al “dictum” della sentenza di cassazione (che richiedeva di indagare sia l’aspetto della intenzionalità della condotta del dirigente sanitario – ai fini della integrazione della fattispecie illecita – sia l’eventuale sussistenza del danno lamentato dal F.) fornendo una risposta negativa alle richieste degli appellanti, in difetto di prova della esistenza di un danno patrimoniale o di un danno all’immagine professionale ed associativa.
Del pari il motivo di ricorso sarebbe egualmente da ritenere infondato anche se qualificato come censura di nullità della sentenza per carenza assoluta di motivazione ex art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, atteso che il provvedimento giurisdizionale risulta dotato di un proprio apparato motivazionale (in punto di inesistenza del danno), tale da assolvere al requisito minimo di validità richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6.
Quarto motivo: violazione art. 30 Codice processo amministrativo, in relazione al D.Lgs. n. 104 del 2010, art. 2.
I ricorrenti censurano la sentenza nella parte in cui ha affermato “altresì” che le domande risarcitorie dei danni derivanti dal provvedimento amministrativo illegittimo, avrebbero dovuto essere proposte dinanzi al TAR Sicilia-Palermo in sede di richiesta dell’annullamento dell’atto illegittimo, essendo riservata a tale giurisdizione la cognizione su tali domande. Deducono che l’ordine di servizio di trasferimento era stato impugnato avanti il TAR nel 1997 ed il provvedimento era stato annullato con sentenza del Consiglio di giustizia amministrativa della regione Sicilia del 1999, ben prima della entrata in vigore del Codice del processo amministrativo (TU n. 104/2010).
Inapplicabile “ratione temporis” il Codice del processo amministrativo, approvato con D.Lgs. 2 luglio 2010, n. 104, ed indipendentemente dalla applicazione alla fattispecie controversa della L. 21 luglio 2000, n. 205 (che all’art. 7, comma 4, ha sostituito il primo periodo della L. 6 dicembre 1971, n. 1034, art. 7, comma 3 con il seguente: “Il tribunale amministrativo regionale, nell’ambito della sua giurisdizione, conosce anche di tutte le questioni relative all’eventuale risarcimento del danno, anche attraverso la reintegrazione in forma specifica, e agli altri diritti patrimoniali consequenziali”: cfr. Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 22749 del 28/10/2009), in quanto la materia del pubblico impiego regionale – oggetto di giurisdizione esclusiva del TAR – è stata trasferita al Giudice ordinario (D.Lgs. n. 80 del 1998) con decorrenza dal 30 giugno 1998 (cfr. Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 12137 del 02/07/2004), assume carattere dirimente il rilievo per cui la statuizione del Giudice di appello viola i limiti dell’oggetto del giudizio di rinvio come definiti dalla sentenza n. 593/2006 della Corte di cassazione, implicitamente affermativa della giurisdizione dell’AGO, dovendo ritenersi formato il giudicato implicito interno sulla questione di giurisdizione, relativa alle domande risarcitorie delle parti civili (cfr. Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 24883 del 09/10/2008; id. Sez. U, Sentenza n. 27531 del 20/11/2008; id. Sez. U, Sentenza n. 9661 del 23/04/2009; id. Sez. U, Ordinanza n. 2067 del 28/01/2011; id. Sez. U, Ordinanza n. 21065 del 13/10/2011; id. Sez. U, Sentenza n. 5704 del 11/04/2012).
In conclusione il ricorso trova accoglimento quanto al primo e secondo motivo (limitatamente alle censure di violazione di norme di diritto processuale e sostanziale) ed al quarto motivo, infondato il terzo. La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione ai motivi accolti e la causa rinviata avanti la Corte d’appello di Palermo per nuovo esame.
accoglie il primo, secondo e quarto motivo di ricorso; rigetta il terzo motivo di ricorso; cassa la sentenza in relazione ai motivi accolti; rinvia alla Corte di appello di Palermo in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.
Così deciso in Roma, il 23 giugno 2017.
Depositato in Cancelleria il 31 luglio 2017

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 37
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 30
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 576
 sentenza 
 art. 2059
 sentenza 
 art. 295
 sentenza 
 art. 576
 cass. Sez. 
 Sentenza 
 Sentenza 
 art. 652
 sentenza 
 art. 652
 sentenza 
 cass. Sez. 
 Sentenza 
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 cass. Sez. 
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 art. 622
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 cass. Sez. 
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 cass. Sez. 
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 cass. Sez. 
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 cass. Sez. 
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 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 132
 art. 30
 art. 2
 sentenza 
 sentenza 
 art. 7
 cass. Sez. 
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 cass. Sez. 
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 cass. Sez. 
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