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Studio Dalle Carbonare | 2016 dicembre
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E’ reato la mancata consegna dei libri al socio
25 dicembre 2016 /in Diritto penale, Diritto societario /by Paolo Dalle Carbonare
Il socio amministratore di una società a responsabilità limitata non può opporsi alla verifica dei libri sociali da parte del socio non amministratore. Nel caso sia stato emesso un provvedimento d’urgenza a favore di quest’ultimo, la mancata esibizione è penalmente sanzionata.
Lo ha stabilito la la Corte di Cassazione con sentenza 10 novembre 2016, n. 47307, con la quale è stato affermato che “l’intestatario di quote di srl, ancorché non ricopra funzioni gestorie/amministrative nella società, è titolare iure proprio di un diritto potestativo ad avere pieno accesso agli atti dell’amministrazione sociale. Questo in quanto il reato di impedito controllo previsto dall’articolo 2625, primo comma del C.C. non tutela la partecipazione del socio alla vita societaria ma intende presidiare le funzioni di controllo da questi esercitabili sulla gestione/amministrazione della società ed ha carattere inderogabile da parte dell’amministratore anche quando è stato nominato il collegio sindacale. (…). Il reato di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice previsto dall’articolo 388 del Codice penale, anche in mancanza di atti fraudolenti, può dirsi integrato in capo all’amministratore che con il proprio comportamento ostruzionistico impedisce al socio non amministratore la consultazione dei libri sociali. Questo in quanto la fattispecie penalmente sanzionata intende punire la mancata ottemperanza ad un obbligo imposto dal giudice laddove questo non sia coattivamente eseguibile senza la collaborazione dell’amministratore”.
Cassazione, sentenza 10 novembre 2016, n. 47307
Torno sulla vexata quaestio delle prestazioni occasionali, sollecitato dalla richiesta di un iscritto all’Ordine Ingegneri che, riferendosi ad un pregevole parere espresso da una mia collega, ritiene tuttora sussistente “il limite dei 5.000,00 Euro” e, all’esito di un mio contrastante parere, chiede conto di quale sia la normativa che avrebbe eliminato tale soglia.
Per dare una risposta corretta credo sia opportuno chiarire quale sia la domanda posta. Molto probabilmente la collega ha risposto ad un quesito in merito a quale fosse la soglia di esenzione ai fini contributivi per i lavoratori autonomi occasionali. Ed in effetti il parere, che riporta de plano la pagina del sito Inps, afferma correttamente che i lavoratori autonomi occasionali, a decorrere dal 1° gennaio 2004, sono soggetti ad iscrizione ed agli obblighi contributivi, ma solo per la parte del loro reddito che eccede i 5.000 Euro nell’anno solare.
Le regole riportate nel parere riguardano esclusivamente il trattamento contributivo dei redditi di lavoro autonomo occasionale, ma nulla hanno a che vedere con la qualificazione della natura occasionale di un reddito.
Se, infatti, ci si pone un quesito sulle caratteristiche che deve avere un reddito di lavoro autonomo per essere definito occasionale, la questione cambia sostanzialmente. Il fraintendimento nasce probabilmente dal fatto che, a mio modo impropriamente, fino al 31.12.2015, ai fini della qualificazione dell’occasionalità del lavoro autonomo, usava farsi riferimento all’articolo 61, comma 2, del D. Lgs 276/2003, che riteneva non applicabile la disciplina delle collaborazioni coordinate continuative “alle prestazioni occasionali, intendendosi per tali i rapporti di durata complessiva non superiore a trenta giorni nel corso dell’anno solare con lo stesso committente, salvo che il compenso complessivamente percepito nel medesimo anno solare sia superiore a 5 mila euro”. Si ritenne così codificato il limite di 5.000,00 Euro quale soglia entro la quale il reddito dovesse ritenersi occasionale, mentre era considerato abituale una collaborazione che superasse tale limite.
A mio parere tale riferimento, che pure aveva un certo valore in termini di buon senso, non è mai stato vincolante. Anzitutto perché il limite era fissato per le collaborazioni occasionali, caratterizzate dal collegamento funzionale tra il prestatore e la struttura (caso tipico il praticante di studio), ma non valeva per le prestazioni occasionali, ossia per quei lavori saltuari che un soggetto svolge autonomamente. E’ stato altresì autorevolmente affermato (Documento 31/2015 del Centro Studi del Consiglio Nazionale ingegneri “Chiarimenti sulle prestazioni occasionali degli iscritti all’Albo”) che le disposizioni sopra esposte non fossero applicabili per le professioni intellettuali per le quali è necessaria l’iscrizione negli appositi albi professionali, in forza dell’espressa esclusione prevista dal comma 3 dell’articolo 61 della norma citata.
A maggior ragione tale riferimento non è applicabile oggi, poiché l’articolo 2 del Dlgs 81/2015 (“jobs act”) ha disposto che “dal 1° gennaio 2016, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro”, abrogando di fatto le norme sulla collaborazione a progetto.
Resto comunque convinto che il limite di cui sopra non abbia mai costituito un parametro per discriminare tra lavoro occasionale e abituale: lo testimonia la stessa pagina dell’Inps riportata nel parere della collega la quale, nel prevedere l’assoggettamento a contribuzione delle prestazioni di lavoro autonomo occasionale eccedenti i 5.000,00 Euro, di fatto ammette che un reddito possa essere ritenuto occasionale pur eccedendo tale il limite.
La qualificazione dell’occasionalità o dell’abitualità deve quindi essere fatta tornare nel suo alveo naturale, che è il Dpr 633/72 in materia di Iva. Se, infatti, si discute sul tema è perché l’articolo 5 della suddetta norma definisce l’esercizio di arti e professioni “l’esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di qualsiasi attività di lavoro autonomo da parte di persone fisiche (…)”. E’ l’abitualità (e non l’esclusività), quindi, a costituire il discrimine tra soggetti obbligati all’apertura della partita Iva e lavoratori autonomi occasionali.
Liberati (o orfani) di qualsiasi riferimento quantitativo, la qualifica va fatta secondo un criterio descrittivo. A tal fine ritengo esauriente la definizione fornita dal Centro Studi del Consiglio Nazionale Ingegneri nel citato documento 31/2015, che gli obblighi di possedere la partita Iva “vengono meno solo nel caso in cui gli iscritti ad un Albo professionale non svolgano lavoro autonomo in modo abituale, regolare, sistematico e ripetitivo e che, nello stesso tempo, intendano svolgere una prestazione occasionale, ovvero una prestazione non ripetitiva, svolta una volta ogni tanto, senza vincolo di subordinazione con il committente e caratterizzata anche dall’elemento dell’episodicità”.
Per quanto sopra esposto credo dovrebbe chiarirsi con l’ingegnere quale fosse il suo quesito: se fosse indirizzato a conoscere il limite per l’esenzione dalla contribuzione Inps è corretto il riferimento ai 5.000 Euro, mentre se volesse sapere entro che limite un reddito può definirsi occasionale devo purtroppo riferire che non esistono limiti certi, ma che si dovrà riferirsi ai criteri descrittivi sopra riportato.
Concludo con la considerazione che la ricerca del limite dell’occasionalità è oggi un falso problema, poiché nella maggioranza dei casi, con l’introduzione del regime forfettario, la tassazione è più moderata con il possesso della partita Iva rispetto alla prestazione occasionale. Nel dubbio, quindi, l’opzione per il regime forfettario diventa una scelta virtuosa.
Paolo Dalle Carbonare, 29 novembre 2016
Furto di modico valore: costituisce riscontro del dolo un analogo comportamento precedente, seppure non contestato
25 dicembre 2016 /in Diritto penale, Senza categoria /by Paolo Dalle Carbonare
Il comportamento tenuto dalla lavoratrice in data precedente al furto di modico valore, seppure non disciplinarmente contestato, costituisce riscontro della sussistenza dell’elemento soggettivo della condotta addebitata.
Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con sentenza del 3 novembre 2016, n. 22322, che ha affrontato il caso di una dipendente licenziata per un furto di modico valore, riconosciuta da una collega come la persona che nei giorni precedenti aveva sottratto altra merce.
La Suprema Corte ha stabilito che il comportamento tenuto dalla lavoratrice in data precedente all’evento, seppure non disciplinarmente contestato, costituisse riscontro della sussistenza dell’elemento soggettivo della condotta addebitata.
Secondo i giudici di legittimità hanno ribadito che i fatti non tempestivamente contestati possono essere considerati quali circostanze confermative della significatività di altri addebiti (tempestivamente contestati) ai fini della valutazione della complessiva gravità, anche sotto il profilo psicologico, delle inadempienze del dipendente e della proporzionalità o meno del correlativo provvedimento sanzionatorio: sotto il profilo psicologico, quindi, può tenersi conto non solo di episodi non contestati disciplinarmente, ma anche di precedenti disciplinari risalenti.
Cassazione, sentenza 3 novembre 2016, n. 22322
Nulla per omessa motivazione la sentenza che non esplicita il percorso logico che la sorregge
25 dicembre 2016 /in Giurisprudenza tributaria, Processo tributario, Varie /by Paolo Dalle Carbonare
È nulla e va cassata la sentenza che, con motivazioni del tutto generiche e apodittiche e rinviando alla pronuncia di primo grado, sia completamente carente dell’illustrazione delle critiche mosse dall’appellante e delle considerazioni che hanno indotto la commissione regionale a disattenderle.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza 8 novembre 2016, n. 22693, che ha accolto le ragioni del contribuente. I giudici di legittimità hanno affermato la motivazione è omessa o apparente quando il giudice di merito omette di indicare, nel contenuto della sentenza, gli elementi dai quali ha desunto il proprio convincimento ovvero, pur individuando questi elementi, non ha proceduto ad una loro disamina logico-giuridica, tale da lasciar trasparire il percorso argomentativo seguito.
Cassazione, sentenza 8 novembre 2016, n. 22693
Lite sulla notifica della cartella: l’onere della prova a carico dell’Agenzia delle Entrate
25 dicembre 2016 /in Cartella di pagamento, Notifiche /by Paolo Dalle Carbonare
Nelle liti contro l’Agenzia delle Entrate nelle quali il contribuente eccepisce la notifica della cartella di pagamento, l’onere della prova spetta all’ufficio. Lo ha stabilito la Suprema Corte con la sentenza 9 novembre 2016. n- 22729, che ha precisato che, in tema di riscossione attraverso cartella di pagamento, è facoltà del contribuente scegliere se eccepire vizi di notifica o di merito della pretesa. In entrambi i casi, la legittimazione passiva spetta all’ente titolare del credito tributario e non all’agente della riscossione. Quest’ultimo, peraltro, anche ove fosse l’unico destinatario dell’impugnazione, dovrebbe chiamare in giudizio il titolare del credito poiché in caso contrario è tenuto a rispondere dell’esito della lite. Con riguardo all’onere probatorio, nella sentenza si afferma che l’ente creditore può chiamare in causa il concessionario affinché produca la documentazione probatoria necessaria, senza che ciò possa gravare sul contribuente.
Cassazione, sentenza 9 novembre 2016, n. 22729
Scadenzario fiscale gennaio 2017
25 dicembre 2016 /in Scadenziario fiscale /by Paolo Dalle Carbonare

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