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Timestamp: 2019-04-21 04:17:31+00:00

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Il punto di fusione del Welfare: quando uno sciopero costa il licenziamento · Il Superuovo
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La sentenza della Cassazione con cui si conferma il licenziamento degli operai della Fiat di Pomigliano, è l’emblema di uno Stato che fatica a riconoscere i confini del Welfare. Tra l’immagine del datore e la sofferenza degli operai si apre la voragine dei diritti sociali, un enigma ancora irrisolto.
Manifestazione in favore dei 5 operai della Fca licenziati a seguito dello sciopero
Domandando ai componenti de ‘Lo Stato Sociale’ il perché della loro denominazione, si ottiene la risposta che il gruppo vuole ricordare qualcosa che in Italia non esiste: fossero in Francia si chiamerebbero bidet. È la risposta più gettonata dai membri del gruppo indie alla ribalta sul palco dell’ultimo Sanremo, sul quale hanno trasposto il loro quotidiano impegno per la concreta garanzia dei diritti umani e politici come dimostrano i cartellini che raccontano la storia dei 5 operai della Fiat di Pomigliano. Una storia dal finale amaro che riapre il dibattito sulle garanzie fornite dal modello di Welfare italiano, sempre in bilico tra un’eguaglianza formale e una sostanziale come da antitesi costituzionale facente riferimento all’articolo 3.
I membri de ‘Lo Stato Sociale’ con i nomi degli operai sul river della giacca
La sentenza con cui la Cassazione ribalta il giudizio d’appello, condanna al licenziamento gli operai della Fiat a seguito dello sciopero nel quale inscenavano l’impiccagione di Marchionne. Per giorni interi l’opinione pubblica ha avuto modo di discutere sulla loro storia a seguito della scelta del gruppo Indie di salire per la prima volta sul palco dell’Ariston con 5 cartellini appesi sul river della giacca: Antonio, Mimmo, Marco, Massimo, Roberto. Una scelta coraggiosa, come è stata definita dai critici, che ha avuto l’esito di porre sotto i riflettori le storie di Antonio Montella, Mimmo Mignano, Marco Cusano, Massimo Napolitano, Roberto Fabbricatore, 5 metalmeccanici della Fca di Pomigliano licenziati il 20 giugno 2014 a seguito di uno sciopero in cui –platealmente-evidenziavano lamentele nei confronti della direzione.
L’oggetto della protesta era una denuncia pubblica nei confronti di un lavoro che l’anno precedente aveva condotto al suicidio la collega Maria Baratto, ennesimo nome sulla lista nera che consegna gli operai suicidatisi a seguito di contenziosi sul posto di lavoro, spesso risolti con il licenziamento o la cassa integrazione. Durante lo sciopero i 5 inscenarono il suicidio di Sergio Marchionne, appendendo fuori dai cancelli della struttura un manichino dalle fattezze dell’amministratore delegato, rappresentato con un cappio al collo; stessa sorte che era toccata alla compagna di lavoro che la mattina fu salutata per l’ultima volta nel giorno del suo funerale.
A seguito del licenziamento della fabbrica, la corte d’appello di Napoli nel 2016 aveva dichiarato illegittimo il provvedimento dell’azienda, focalizzandosi sul diritto di sciopero e di critica riservato ai lavoratori. Tuttavia la Corte di Cassazione, con sentenza del 14 marzo depositata in cancelleria lo scorso 6 giugno, ha ribaltato la sentenza d’appello soffermandosi puntigliosamente su un’estensione impropria del diritto di critica attuato dai 5 metalmeccanici e scagliandosi contro la sentenza d’appello nella quale è considerato, in modo inconfutabile, un nesso di casualità tra la morte dei lavoratori suicidi e le loro determinazioni volitive ‘malgrado la mancanza di riscontri oggettivi’, come afferma la Corte Suprema. Inoltre, è contestata agli operai una condotta anti professionale volta a screditare l’immagine del datore di lavoro: attraverso lo sciopero è venuto meno l’obbligo di fedeltà cui si sottopongono i lavoratori subordinati.
Mignano e gli altri licenziati davanti al tribunale di Nola
Appreso l’esito della sentenza, i 5 hanno indetto un presidio dinanzi alla dimora del neo ministro del lavoro Luigi Di Maio, prontamente sgominato dalle forze dell’ordine, al quale intervento Mimmo Mignano risponde cospargendosi il capo di benzina. Fermato nell’atto, è stato accompagnato in ospedale. La sentenza della Cassazione chiude una storia durata 4 anni, accesa dall’intervento della band bolognese la cui canzone ‘Una vita in vacanza’ s’innalza tiepida planando un terreno molto più ostico del palco di Sanremo: la terra di confine che separa l’immagine di un datore di lavoro dalla disperazione degli operai licenziati, in mezzo alla quale si apre il collante dei diritti sociali, un enigma ancora irrisolto.
Tra il sogno del Welfare e i rapporti di forza
Le modalità eclatanti ed evidentemente provocatorie del loro sciopero, come dichiarato nel dispositivo della sentenza, avrebbe causato delle ripercussioni di ‘carattere morale’ in grado di esprimere palesemente un contrasto con l’azienda nel tentativo di osteggiarla e non confrontarsi in un dialogo produttivo. Con queste motivazioni la Corte ha punito gli operai artefici della protesta, riaprendo una ferita che fatica a cicatrizzarsi del tutto e riportando al centro dell’attenzione vecchi interrogativi. Quale garanzia lo stato fornisce al lavoratore in rapporto allo squilibrio costitutivo tra la sua forza e quella dell’imprenditore?
A partire dal secondo dopoguerra, anni di grandi rivoluzioni dell’impianto politico-costituzionale degli stati, l’Italia ha tentato di erigere il nuovo impianto statale sulle macerie del ventennio fascista, muovendosi su due piani paralleli quanto imprescindibili: il riconoscimento e la garanzia. Parole che ritornano nell’articolo 2, col quale la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inderogabili dell’uomo che trovano una matrice all’interno del principio di solidarietà; principio, questo, strettamente correlato al comma 2 del seguente articolo col quale fattualmente si decreta il passaggio dal laissez-faire dello Stato Liberale, all’interventismo di quello sociale, impegnato nel rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, di fatto impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Queste basi costituzionali sono i pilastri attorno ai quali ruota il Welfare italiano, spesso trovatosi a dover bilanciare interessi confliggenti e scegliere quale far prevalere negli hard cases giuridici, quale il conflitto tra un lavoratore e il datore di lavoro. Se da un lato si presenta il diritto allo sciopero come mezzo di tutela dei propri interessi, d’altro lato le modalità non trovano una regolamentazione, lasciando un’ampia discrezionalità d’interpretazione, come lascia intendere il dispositivo della sentenza d’appello che favoriva i 5 operai ribadendo come lo sciopero non valicasse i limiti di continenza nello svolgere attività di critica, come da garanzie costituzionali. Lo stesso avviso non è riscontrabile nel giudizio della Cassazione, dal quale emerge a chiare littere come il divario tra il subordinato e il datore sia di entità non trascurabile, al punto che un’immagine prevalga sulla disperazione di 5 uomini intenti a proteggere l’onoribilità e la tragedia di altri colleghi finendo per cadere nello stesso squarcio tragico. È questa, in fondo, l’autologia dello Stato italiano: si finisce vittime di ciò che si contesta. E se in casi come questo i risultati sono visibili nitidamente e in poco tempo, le lacerazioni che continuano ad allargarsi sul terreno italiano hanno la potenzialità per trasformarsi in futuro in vortici in grado di inglobare il dissenso, promuovendo di riflesso l’omologazione del consenso.
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