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Timestamp: 2017-12-16 03:15:41+00:00

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Riconosciuto agli eredi il danno biologico permanente anche in caso di brevissima agonia del de cuius. La Cassazione apre al danno tanatologico?
Cipriano Leonardo, 3 maggio 2012
Nell’ambito della tematica del danno non patrimoniale, il danno c.d. tanatologico è istituto molto dibattuto in giurisprudenza in quanto il suo riconoscimento consentirebbe di risarcire la perdita del bene vita (in quanto tale) e la trasmissibilità del relativo diritto in favore degli eredi del deceduto.
Secondo un consolidato e restrittivo orientamento della Cassazione1 la perdita del bene vita non è in sé risarcibile ostandovi non poche ragioni di ordine logico e giuridico.
Infatti, la morte comporta istantaneamente l’impossibilità (o meglio l’incapacità) giuridica del defunto di acquisire nel proprio patrimonio qualunque diritto, compreso, quindi quello relativo al risarcimento del danno alla lesione del bene vita (o di qualunque altro bene).
Né la perdita della vita potrebbe considerarsi come la massima lesione del bene salute, in quanto la salute (anche se pregiudicata) presuppone logicamente la sopravvivenza del soggetto leso (venendo meno la vita quale bene supremo, la salute non può essere logicamente attinta dall’illecito).
Infine, un danno alla vita strictu sensu, non sarebbe giuridicamente ammissibile sia in relazione all’ormai definitivamente acclarata natura riparatoria e non sanzionatoria dell’illecito aquiliano (il soggetto danneggiato non può, infatti, ricevere, nel caso di morte, alcuna forma di riparazione) sia per l’impossibilità oggettiva di configurare conseguenze dannose direttamente risarcibili in capo al defunto (la mera lesione di un diritto, in assenza di conseguenze pregiudizievoli non è sufficiente, infatti, ad integrare la fattispecie della responsabilità aquiliana).
Peraltro, in senso critico rispetto a quanto affermato dalla Suprema Corte, parte della giurisprudenza di merito ha ammesso la risarcibilità del danno tanatologico c.d. puro, in quanto, la vita – quale bene supremo dell’individuo – deve necessariamente trovare nell’ordinamento, letto alla luce dei principi costituzionali (art. 2 e 32 Cost) un’adeguata tutela risarcitoria.
Inoltre, ad opinare diversamente, si finirebbe per non accollare alcun risarcimento al soggetto che uccide, paradossalmente agevolandolo rispetto a quello che determina nella vittima solo lesioni non mortali.
In particolare, secondo tale orientamento, il diritto al risarcimento si concretizza nel patrimonio della vittima al momento della lesione mortale (danno evento) e quindi un istante prima dell’evento morte (che come detto comporta la perdita della capacità giuridica), rendendo, per conseguenza, il diritto al risarcimento del danno tanatologico trasmissibile agli eredi.
Sennonché, è stato autorevolmente osservato2 che tale ricostruzione sistematica si scontra con l’ormai consolidata tendenza della giurisprudenza3 alla riconduzione del danno non patrimoniale nell’ambito del danno conseguenza, comunque risarcibile ex art. 2059 c.c..
Nonostante il citato atteggiamento preclusivo in ordine alla configurabilità del danno tanatologico, la Cassazione ha, peraltro, già da tempo, ammesso che, prima del decesso, si consolidi – jure proprio – in favore della vittima, il diritto al risarcimento del danno (non patrimoniale) c.d. “terminale” o “da agonia”.
La pronuncia in commento si colloca apparentemente nell’ambito del citato consolidato orientamento che disconosce la risarcibilità autonoma del danno tanatologico, attribuendo alla vittima (ancora in vita) ed agli eredi (dopo la morte del de cuius), il diritto al risarcimento delle conseguenze pregiudizievoli di natura non patrimoniale della lesione dell’integrità fisica (danno biologico permanente) allorché, appunto, “intercorra un apprezzabile lasso di tempo (di lucida agonia)tra l’incidente e la morte”.
Tuttavia, dopo aver precisato che le conseguenze di detta lesione devono essere liquidate unitariamente, al fine di evitare duplicazioni risarcitorie (secondo quanto affermato dalle S.U. del 2008), la Corte entra nel merito della controversia posta al suo esame ed individua, quale lasso di tempo sufficiente a consolidare nel patrimonio della vittima il relativo diritto al risarcimento (trasmissibile agli eredi), un periodo di lucida agonia di “appena” sei giorni.
Al riguardo, pur essendo assolutamente condivisibile la tendenza giurisprudenziale ad ampliare il più possibile in favore del defunto e degli eredi l’ambito del danno non patrimoniale (biologico) risarcibile in caso di lesione del bene vita, risulta alquanto difficile conciliare la natura di detto danno con tempistiche così brevi di insorgenza del medesimo.
Detto altrimenti, le conseguenze pregiudizievoli che derivano dalla permanente lesione dell’integrità fisica diventano rilevanti, non nel breve (anzi brevissimo) periodo ma in una arco temporale medio – lungo (tanto è vero che anche in base ai vigenti criteri di liquidazione monetaria del danno biologico, l’importo del risarcimento è tanto maggiore quanto è più lunga l’aspettativa di vita del soggetto leso).
Atteso quanto sopra, la decisione in esame diventa rilevante nell’ambito della tematica del danno non patrimoniale, in quanto può considerarsi uno dei primi, sommessi tentativi di dare, finalmente, giuridico ed autonomo ristoro alla lesione del bene vita, in quanto tale, superando così le resistenze della giurisprudenza maggioritaria.
Corte di Cassazione Civile sez. III. Sentenza n. 4229/2012, del 16/3/2012
Resistono con controricorso le Assicurazioni Generali S.p.A..
2.- Con il primo motivo, sotto il profilo della violazione di legge e di principi costituzionali e fondamentali, S.A., S.I. e S.S., figli della de cuius e appellanti principali, si dolgono della irrisoria liquidazione del danno morale (poco più di Euro 42.000 per ciascuno) ed in particolare dell’utilizzo, da parte
della Corte di Appello, delle Tabelle del Tribunale di Bologna, invece di quelle del Tribunale di Milano, ai fini della liquidazione del danno.
2.1.- Il primo motivo è inammissibile per la sua novità, quanto alla questione delle tabelle. E’ vero, infatti, – come affermato di recente da questa Corte (Cass. 7 giugno 2011 n. 12408) – che deve ritenersi intollerabile, e violazione del principio di equità, la liquidazione di un medesimo danno alla persona in maniera difforme sul territorio nazionale. La medesima sentenza ora citata chiarisce peraltro che perchè, sotto il profilo della violazione di legge, possa porsi la questione dell’utilizzo, da parte del giudicante, di una tabella diversa da quella milanese, già prescelta dai giudici di merito di ben sessanta tribunali, non è sufficiente che in appello sia stata prospettata l’inadeguatezza della liquidazione operata dal primo giudice, ma occorre che il ricorrente si sia specificamente doluto in secondo grado, sotto il profilo della violazione di legge, della mancata liquidazione de danno in base ai valori delle tabelle elaborate a Milano (il che, nella specie, non risulta); e che, inoltre, nei giudizi svoltisi in luoghi diversi da quelli nei quali le tabelle milanesi sono comunemente adottate, quelle tabelle abbia ancheversato in atti (il che neppure risulta). In tanto, dunque, la violazione della regola iuris potrà essere fatta valere in sede di legittimità ex art. 360 cod. proc. civ., n. 3, in quanto la questione sia stata specificamente e ritualmente posta nel giudizio di merito (i ricorrenti assumono di averla sollevata solo nella comparsa conclusionale in appello). In difetto la questione dovrà ritenersi inammissibile, senza che possa prospettarsi violazione alcuna dei numerosi principi e diritti costituzionali e comunitari richiamati dai ricorrenti.
3.- Con il secondo motivo, sotto il profilo della violazione di legge, i medesimi ricorrenti si dolgono, in via subordinata, della mancata rivalutazione della somma liquidata
all’epoca della sentenza.
5.- Con il quarto, quinto e sesto motivo i medesimi ricorrenti, sotto il profilo del vizio di motivazione, della violazione di legge e della violazione di diritti costituzionali e fondamentali, si dolgono delrigetto della domanda di risarcimento del danno morale e biologico jure hereditatis.
La sentenza impugnata deve essere pertanto cassata in relazione. Il giudice di rinvio dovrà valutare a quanto ammonti il danno non patrimoniale riconoscibile ai figli jure hereditatis e se esso ecceda, unitamente
al danno non patrimoniale liquidato jure proprio, la somma di L. 83.000.000 già percepita da ciascuno di essi.
7.1.- Il mezzoè infondato. A prescindere dall’esattezza della motivazione in diritto della Corte di Appello – secondo cui “gli attori avrebbero dovuto provare una sostanziale alterazione, assai rilevante, delle loro abitudini di vita” – è comunque assorbente il rilievo che, secondo le Sezioni Unite di questa Corte (Cass., SSUU 11 novembre 2008, n. 26972), non esiste una autonoma categoria di danno esistenziale, essendo risarcibile il danno non patrimoniale, nella sua più ampia accezione di danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica.
8.1.- Il mezzo è inammissibile per le ragioni esposte sub 2.1. e 2.2. 9.- Con il decimo motivo i medesimi
ricorrenti, sotto il profilo della violazione di legge, in via subordinata, si dolgono della mancata rivalutazione del danno all’epoca della sentenza.
10.- Con l’undicesimo motivo i medesimi ricorrenti (qualificandosi peraltro figli, e non fratelli, della de cuius) si dolgono, sotto il profilo della violazione di legge, della mancata personalizzazione del danno.
1 Cass, sez. III. 16 maggio 2003. ti. 7632; Cass. sez. III. 13 gennaio 2009. n, 455.
2 Caringella – Buffoni. Manuale di diritto Civile, Dike Giuridica Editore, II edizione, pag. 1147 e ss.
3 Inaugurata dalle sentenze gemelle del 2003 e confermata da S.U. n. 26972 del 11/11/2008.

References: art. 2059
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 sentenza 
 Cass. sez.