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Timestamp: 2020-07-13 16:09:49+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 25523 del 10/10/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25523 del 10/10/2019
Cassazione civile sez. trib., 10/10/2019, (ud. 19/06/2019, dep. 10/10/2019), n.25523
sul ricorso iscritto al n. 13861/2016 R.G. proposto da:
P.N., rapp.ti e difesi dall’avv. Cullo Giovanni Antonio, come da
avverso la sentenza n. 10202/8/15 della Commissione Tributaria
Regionale della Campania, depositata il 16/11/2015, non notificata;
1. con sentenza n. 10202/8/15, depositata il 16 novembre 2015, non notificata, la Commissione Tributaria Regionale della Campania, rigettava l’appello proposto dalla società La Torre S.r.l. avverso la sentenza n. 270/2/13 della Commissione Tributaria Provinciale di Avellino;
2. il giudizio aveva ad oggetto l’impugnazione di una cartella di pagamento relativa alla TARSU per l’annualità 2011; la contribuente contestava l’assoggettabilità a tassazione dell’immobile la cui superficie, superiore a 750 mq, era adibita ad attività di supermercato, dovendosi ritenere che i rifiuti dalla stessa prodotti, smaltiti autonomamente, avessero ope legis natura di rifiuti speciali e quindi non assimilabili agli urbani.
3. la CTR, confermando la decisione di primo grado, aveva ritenuto che il Comune impositore, continuando ad applicare il regime della Tarsu nelle more della completa attuazione del Codice dell’Ambiente, avesse correttamente esercitato il suo potere regolamentare nell’assimilazione dei rifiuti, nè risultava che la contribuente avesse presentato una richiesta di riduzione per le parti esenti da imposizione;
4. avverso la sentenza di appello, la contribuente ha proposto ricorso per cassazione, consegnato per la notifica in data 16 maggio 2016, affidato a due motivi; il Comune di Avellino non resisteva in giudizio.
1. con il primo motivo la società contribuente deduce la violazione del D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 195, comma 2, lett. e), in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, insistendo sull’avvenuta abrogazione della Tarsu a partire dall’anno 2010, sulla non assimilabilità agli urbani dei rifiuti prodotti da un’area produttiva con superficie superiore ai 750 mq collocata in un Comune con più di 10.000 abitanti, sull’esistenza in materia di una riserva esclusiva alla competenza dello Stato, sulla illegittimità di una assimilazione determinata con un semplice regolamento comunale;
2. con il secondo motivo lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 23 Cost., nonchè l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 5, rilevando che i regolamenti comunali erano stati adottati nella vigenza di una normativa ormai abrogata ed in violazione dei precetti di cui al Codice dell’Ambiente.
1.1. Il regime fiscale dei rifiuti, a partire dalla tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU), prevista dal D.Lgs. n. 507 del 1993, ha subito nel tempo numerose modifiche legislative, in quanto la TARSU è stata sostituita dalla TIA 1 (tariffa di igiene ambientale), introdotta dal D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 49 (Decreto Ronchi), e la TIA 1, a sua volta, dalla TIA 2 (tariffa integrata ambientale), di cui al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 238 (Codice dell’Ambiente); la TIA 2 è stata sostituita dal TARES (tributo comunale sui servizi), introdotto dal D.L. n. 201 del 2011, art. 14, convertito dalla L. n. 214 del 2011, ed il TARES è stato sostituito dalla TARI (tassa sui rifiuti), istituita dalla L. n. 147 del 2013, art. 1, commi 639 e ss.), a decorrere dal 1 gennaio 2014.
1.2 I passaggio da una tipologia di tassazione ad una altra non ha avuto immediata attuazione, trovando applicazione un regime transitorio che ha consentito ai Comuni di mantenere in vigore sia il regime della Tarsu che quello della TIA.
1.3 Dunque, inutilmente decorso il termine del 30 giugno 2010, è stata prevista la facoltà, ma non l’obbligo, per gli enti locali di adottare delibere di passaggio dalla TARSO alla TIA 2, con effetto dal 10 gennaio 2011.
2. Così ricostruito il quadro normativo, questa Corte, in continuità con quanto già affermato, ritiene che ” In tema di TARSU, la mancata tempestiva adozione, da parte del Ministero dell’Ambiente, del decreto di cui all’ultima parte del D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 195, comma 2, lett. e), (nella formulazione, applicabile “ratione temporis”, modificata dal D.Lgs. n. 4 del 2008, art. 2, comma 6) con il quale sono fissati i criteri per l’assimilazione dei rifiuti speciali a quelli urbani, non fa venir meno il relativo potere regolamentare dei Comuni, poichè la norma transitoria dettata dall’art. 265, comma 1, dello stesso decreto prevede che la normativa previgente continui ad operare fino all’emanazione di quella di attuazione di cui alla parte quarta del medesimo decreto.” (Vedi Sez. 5 Ordinanza n. 1344 del 2019).
Il D.Lgs. in esame, art. 264, comma 1, lett. i), dispone, inoltre, che, alla luce dell’abrogazione del D.Lgs. n. 22 del 1997 a decorrere dalla data di entrata in vigore della parte quarta del medesimo D.Lgs. n. 152 del 2006, “Al fine di assicurare che non vi sia alcuna soluzione di continuità nel passaggio dalla preesistente normativa a quella prevista dalla parte quarta del presente decreto, i provvedimenti attuativi del citato D.Lgs. 5 febbraio 1997, n. 22, continuano ad applicarsi sino alla data di entrata in vigore dei corrispondenti provvedimenti attuativi previsti dalla parte quarta del presente decreto”.
2.1 Quanto poi alle diverse tipologie di rifiuti oggetto di tassazione, questa Corte ha già statuito che per effetto della L. 24 aprile 1998 n. 128, art. 17, comma 3, che ha abrogato la L. 26 febbraio 1994 n. 14, art. 39, è venuta meno l’assimilazione “ope legis” ai rifiuti urbani di quelli provenienti dalle attività artigianali, commerciali e di servizi, purchè aventi una composizione merceologica analoga a quella urbana, secondo i dettagli tecnici contenuti nella deliberazione CIPE del 27 luglio 1984, con la conseguenza che è divenuto pienamente operante il D.Lgs. 5 febbraio 1997, n. 22l, art. 21, comma 2, lett. g), che ha attribuito ai Comuni la facoltà di assimilare o meno ai rifiuti urbani quelli derivanti dalle attività economiche.
Con riferimento alle annualità di imposta dal 1997 in poi, assumono quindi decisivo rilievo le indicazioni dei regolamenti comunali circa l’assimilazione dei rifiuti provenienti dalle attività economiche ai rifiuti urbani ordinari (Vedi Cass. n. 21342 del 2008; Cass. n. 14816 del 2010 e Cass. n. 22223 del 2016), in quanto con l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 22 del 1997 è stato restituito ai Comuni (cfr Cass. n. 18303 e n. 18382 del 2004) il potere di assimilare ai rifiuti urbani ordinari alcune categorie di rifiuti speciali, fra cui quelli.prodotti da ditte commerciali, anche “per qualità e quantità” (art. 21, comma 2, lett. g).
b) le autorità competenti favoriscono il recupero dei rifiuti, nelle varie forme previste (reimpiego, riciclaggio, ecc.), allo scopo di ridurre lo smaltimento dei rifiuti, che costituisce la fase residuale della “gestione” degli stessi, la quale comprende le operazioni di raccolta, trasporto, recupero e smaltimento (artt. 4 e 5 e art. 6, comma 1, lett. d);
c) sono rifiuti “urbani”, tra l’altro, quelli non pericolosi provenienti da locali e luoghi adibiti ad usi diversi da quello di civile abitazione, assimilati ai rifiuti urbani per qualità e quantità, ai sensi dell’art. 21, comma 2, lett. g), mentre sono rifiuti “speciali”, tra l’altro, quelli “da attività commerciali” (art. 7, comma 2, lett. b e comma 3, lett. e);

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 195
 art. 49
 art. 238
 art. 14
 art. 1
 art. 195
 art. 2
 art. 264
 art. 17
 art. 39
 art. 21
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 6