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Cassazione civile sez. I sentenza 26/10/2015 n.21711
Con atto di citazione, notificato in data 14-10-2005, B. F. conveniva davanti al Tribunale di Orvieto Banca INTESA S.p.A. chiedendo dichiararsi la nullità, annullabilità o risoluzione per inadempimento del contratto quadro e degli ordini di acquisto di azioni argentine effettuate tra il 1998 e il 2000, con condanne alle restituzioni e al risarcimento dei danni. Lamentava gravi violazioni di legge da parte della banca, in particolare collegate alla mancanza o insufficienza di informazioni.
Costituitosi il contraddittorio, la banca chiedeva rigettarsi ogni domanda contro di lei proposta e instava per la chiamata in causa di B.S., essendo le azioni a lui cointestate.
Si costituiva il terzo chiamato, B.S., nipote dell’attore, e aderiva in sostanza alle domande dell’attore stesso.
Il Tribunale di Orvieto, con sentenza in data 3-12-2007, accoglieva le domande.
Proponeva appello Banca INTESA. Si costituivano entrambe le parti appellate, chiedendone il rigetto.
La Corte d’Appello di Perugia, con sentenza in data 6/7/2011, in accoglimento dell’appello e in riforma dell’impugnata sentenza, rigettava le domande delle parti appellate.
Ricorre per cassazione B.F..
Propone ricorso incidentale B.S..
Resiste al ricorso principale e a quello incidentale, con due controricorsi, INTESA Sanpaolo S.p.A., successore di Banca INTESA. Il ricorrente principale deposita memoria difensiva.
Con il primo motivo, il ricorrente principale lamenta violazione dell’art. 1218, 1453 e 2697 c.c., sull’onere della prova, in ordine alla risoluzione per inadempimento contrattuale.
Con il secondo, violazione dell’art. 112 c.p.c. circa le domande di risoluzione contrattuale e condanna alle restituzioni, in violazione del principio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato.
Con il terzo, vizio di motivazione in relazione, ancora, alle domande di risoluzione contrattuale. Con il quarto, violazione dell’art. 345 c.p.c., con riguardo, al preteso nesso causale tra la violazione ex art. 21 T.U.F., artt. 28 e 29 Reg. Consob 11522/98 e il danno lamentato (novità della domanda proposta).
Con il quinto, vizio di motivazione circa l’insussistenza del nesso causale fra l’omessa informazione di inadeguatezza al cliente e il danno subito.
Con il sesto, violazione dell’art. 21 T.U.F., artt. 28 e 29 predetto Regolamento Consob, là dove il Giudice a quo ha ritenuto che l’odierno ricorrente fosse stato adeguatamente informato, chiedendo comunque di procedere all’investimento.
Con il settimo, vizio di motivazione circa vari punti decisivi della controversia, sull’inadeguatezza dell’informazione, sul consenso del cliente, anche con riferimento alla circostanza della falsità di firma di alcuni ordini.
Con l’ottavo, violazione dell’art. 21 T.U.F. e dell’art. 27 predetto Regolamento, in ordine alla raccolta di informazioni sullo stato del cliente.
Con il nono, vizio di motivazioni con riferimento al conflitto di interessi della banca, che aveva alienato al B. titoli di sua proprietà.
Con il decimo, violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione alla domanda di nullità degli ordini di acquisto, già formulata in primo grado, su cui vi era stata omessa pronuncia.
Il ricorso incidentale presenta ampie analogie rispetto a quello principale.
Con il primo motivo, il ricorrente incidentale lamenta violazione degli artt. 1218, 1453 e 2697 c.c., con riferimento alla domanda di risoluzione contrattuale.
Con il secondo, violazione dell’art. 112 c.p.c., circa il principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato.
Con il terzo,vizio di motivazione in relazione alla domanda di risoluzione contrattuale.
Con il quarto, vizio di motivazione circa l’insussistenza del nesso causale tra l’omessa informazione al cliente e il danno subito.
Con il quinto, violazione dell’art. 21 T.U.F., artt. 28 e 29 Regolamento Consob 11522/98, con riguardo all’affermazione del Giudice a quo per cui B.F. era stato adeguatamente informato, chiedendo comunque di procedere all’investimento.
Con il sesto, vizio di motivazione circa vari fatti decisivi della controversia, sull’inadeguatezza dell’informazione, sul consenso del cliente, anche con riferimento alla circostanza della falsità di firma di alcuni ordini.
Con il settimo, vizio di motivazione, con riferimento al conflitto di interessi della banca, che aveva alienato titoli di sua proprietà.
Preliminarmente, va precisato che i rapporti in questione si sono svolti sotto l’impero del D.Lgs. n. 58 del 1998 (T.U.F.) e del Regolamento Consob 11522 del 1998.
Per giurisprudenza ampiamente consolidata (tra le altre, Cass. n. 3773 del 2009), in materia di contratti di intermediazione finanziaria, ove risulti accertata la responsabilità contrattuale per danni subiti dall’investitore, va acclarato se l’intermediario abbia diligentemente adempiuto alle obbligazioni del contratto di negoziazione, nonchè a tutte le obbligazioni poste a suo carico dai predetti testi normativi, così disciplinando il riparto dell’onere della prova: l’investitore deve allegare l’inadempimento delle obbligazioni, nonchè fornire la prova del danno e del nesso di causalità tra esso e l’inadempimento, anche sulla base di presunzioni; l’intermediario, a sua volta, deve provare l’avvenuto adempimento delle specifiche obbligazioni poste a suo carico, allegate come inadempiute dalla controparte e, sotto il profilo soggettivo, di aver agito con la specifica diligenza richiesta.
Non può parlarsi di inammissibilità dei ricorsi, come afferma la controricorrente: i documenti su cui essi si fondano sono indicati ed ampiamente richiamati, e talora (così nel ricorso principale, in un caso) addirittura riprodotti integralmente.
Possono trattarsi congiuntamente, per gran parte, i motivi proposti nei due ricorsi, frequentemente coincidenti.
I primi tre motivi del ricorso principale e di quello incidentale, vanno rigettati in quanto infondati, pur presentando alcuni profili di inammissibilità.
Com’è noto, per giurisprudenza consolidata (per tutte, Cass. S.U. n. 26794 del 2007; Cass. n. 8462 del 2014), la violazione dei doveri di informazione e di corretta esecuzione delle operazioni poste dalla legge a carico degli intermediari, non produce nullità, ma da luogo a responsabilità, precontrattuale in ordine al contratto – quadro, ovvero responsabilità contrattuale per i successivi ordini di acquisto, con eventuale risoluzione e/o risarcimento del danno.
Risoluzione, la cui azione l’altro, ha presupposti differenti rispetto alla mera azione di risarcimento dei danni (primo, tra tutti, quello dell’importanza dell’inadempimento cui i ricorrenti non fanno specifico riferimento); del resto non sempre e comunque alla risoluzione consegue una totale restituzione, come sembrano invece ritenere i ricorrenti stessi.
I motivi (in particolare il secondo e terzo) sono, come si diceva, almeno in parte non autosufficienti: i ricorrenti censurano il mancato esame della domanda di risoluzione, lamentando violazione dell’art. 112 c.p.c., e carenza di motivazione, senza indicare le argomentazioni in fatto e diritto eventualmente sviluppate al riguardo.
Come si vedrà, nella maggior parte dei motivi che seguono i ricorrenti sembrano “dimenticare” la domanda di risoluzione (e restituzione), soffermandosi invece sugli inadempimenti, sul danno, sul nesso eziologico e sull’onere della prova.
Appare infondato il quarto motivo del ricorso principale.
La controricorrente, al riguardo, precisa che, fin dal primo grado, essa aveva affermato l’insussistenza del nesso eziologico tra inadempimento e danno, e, in omaggio al principio di autosufficienza, indica le pagine della memoria di replica e comparsa conclusionale in primo grado. In effetti dall’esame di tali documenti, che questa Corte può effettuare, trattandosi di questione processuale, emerge che, nel primo si fa esplicito riferimento al predetto profilo, sviluppato poi nel secondo.
Quanto al deci
mo motivo del ricorso principale, da trattarsi a questo punto, per ragioni sistematiche, non si ravvisa il lamentato vizio di omessa pronuncia: il ricorrente principale richiama le proprie conclusioni in sede di appello incidentale, con la domanda di nullità del contratto quadro e dei singoli ordini di acquisto, ma riguardo alle violazioni di legge, e non con riferimento alla violazione di una clausola contrattuale. Nella comparsa di risposta, con appello incidentale, si fa bensì un limitato accenno alla forma contrattuale ma senza riferimento alcuno a clausole contrattuali.
Pertanto il giudice a quo non poteva pronunciarsi su quanto non era stato specificamente indicato.
Gli altri motivi dei due ricorsi appaiono fondati.
I ricorrenti, come si diceva, sembrano a questo punto riferirsi ad un’azione di risarcimento del danno per inadempimento, richiamando correttamente le specificità della fattispecie e la normativa di riferimento, già sopra indicata, incidente, all’evidenza, e come già si precisato, anche sull’onere della prova.
La Corte territoriale si riferiva esattamente alle indicazioni di questa Corte già sopra indicate, in ordine all’inadempimento, al danno, al nesso di causalità e relativo onere della prova, ma non ne traeva le necessarie conseguenze in ordine alla fattispecie dedotta.
Pare opportuno evidenziare il contesto di fatto, pacifico tra le parti: nove ordini di acquisto, di cui sette a firma apocrifa, due soltanto a doppia firma del ricorrente principale circa l’ordine di effettuare investimento e l’inadeguatezza delle obbligazioni, uno non prodotto dalla banca. Si ravvisano gravi violazioni di legge e altrettanti vizi di motivazione.
Non poteva la Corte d’Appello ritenere insussistente il nesso causale tra l’informativa di inadeguatezza al cliente e il danno da lui subito, nella considerazione del tutto illogica che egli, avendo preso consapevolezza dell’inadeguatezza dell’operazione, con riferimento agli ultimi due ordini, e comunque preferito investire ancora, piuttosto che disinvestire gli ordini precedenti, avrebbe manifestato la volontà di perseguire alti interessi, pure a rischio di subire la perdita del capitale. Ovviamente il disinvestimento non prova nulla, potendo tale scelta essere influenzata da molteplici fattori; nè potrebbe escludersi che l’investitore, non avendo ricevuto adeguata informativa, sia stato indotto a sottoscrivere anche gli ultimi due ordini, confidando nella bontà dell’investimento. Del resto, appare pacifico che l’attore provenisse da forme di investimento sicure e senza rischio, per cui il suo profilo appariva più volto alla conservazione del capitale che alla speculazione, come precisato dai ricorrenti.
Com’è noto, l’art. 21 T.U.F., in materia di prestazione di servizi di investimento, detta una serie di criteri generali cui l’intermediario deve uniformarsi nei rapporti con il cliente: egli deve acquisire le informazioni necessarie dal cliente stesso ed operare in modo che questi sia adeguatamente informato: tali obblighi sono specificati dagli artt. 28 e 29 Reg. Consob, per cui l’intermediario deve avere informazioni dal cliente stesso sulla sua tipologia di investitore, sulla situazione finanziaria, sugli obiettivi di investimento e sulla sua propensione al rischio; in caso di operazione ritenuta inadeguata, egli deve informare specificamente il cliente delle ragioni, per cui non è opportuno procedere e, ove questi, intenda comunque dar corso all’operazione, eseguirla soltanto su ordine scritto. Tali obblighi, per l’intermediario, si collocano sia al momento della stipulazione del contratto, sia all’atto di effettuare i singoli investimenti. Egli deve pertanto disporre di informazioni aggiornate, in relazione ad ogni singolo investimento da effettuare.
La Corte di merito ha accertato l’inadeguatezza degli investimenti, ma ha sostanzialmente ritenuto legittimi anche gli ordini apocrifi e quello non prodotto dalla banca, pure in assenza del consenso scritto del cliente, con riferimento al quale risultava all’evidenza accertato l’inadempimento della banca stessa.
Il Giudice a quo ha erroneamente ritenuto completa l’informazione data al cliente sugli ultimi due ordini, sulla base di una crocetta apposta su modulo prestampato e unico per tutte le tipologie di clientela, ove si indicava unitariamente l’inadeguatezza dell’operazione: il modulo viene riportato, in omaggio al principio di autosufficienza, nel ricorso principale. E’ appena il caso di precisare che l’informazione resa ad un cliente dotato di conoscenza e di esperienza degli strumenti finanziari, non può avere eguale efficacia rispetto ad un altro di modesta cultura ed esperienza.
Anche in ordine alla raccolta di informazioni sullo status del cliente, va precisato che, a differenza di quanto afferma la Corte d’Appello, l’obbligo della raccolta di informazioni non poteva esaurirsi nei limiti della situazione finanziaria del cliente all’atto della stipula del contratto quadro, ma sussisteva obbligo di continuo aggiornamento all’atto dell’effettuazione degli investimenti (e ciò pur con riferimento alla normativa in vigore all’epoca) (al riguardo, tra le altre, Cass. n. 26724 del 2007).
Quanto al conflitto di interessi, l’argomentazione del giudice a quo appare del tutto inadeguata, là dove afferma che negli ordini era indicato il limite di prezzo con riferimento ai prezzi praticati nelle transazioni, e da ciò fa derivare la proprietà dei titoli in capo alla banca, null’altro aggiungendo.
Accolti i motivi suindicati, va cassata la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte di Appello di Firenze, territorialmente prossima a quella di Perugia, per nuova valutazione degli inadempimenti e del danno, precisando che questo, ovviamente, può considerarsi oltre che attraverso prove specifiche pure con riguardo a presunzioni o ad eventuali ammissioni della controparte.
Il giudice a quo si pronuncerà anche sulle spese del presente giudizio.
La Corte accoglie il ricorso nei termini di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla corte di Appello di Firenze.
Così deciso in Roma, il 6 luglio 2015.
Depositato in Cancelleria il 26 ottobre 2015
Cassazione civile sez. lav. sentenza 22/10/2015 n.21499
Una volta cessata l’aspettativa sindacale e riattivato l’originario rapporto di lavoro, l’assenza del lavoratore, che dipenda dall’evento che ha dato luogo all’infortunio sul lavoro nel periodo di aspettativa sindacale, non può che essere imputata, rispetto all’originario datore di lavoro, ad un’attività extralavorativa, in quanto non riconducibile al rapporto di lavoro originario, ciò perché durante l’aspettativa sindacale il rapporto di lavoro entra in una fase di sospensione; infatti, l’organizzazione sindacale, in quanto beneficiaria della prestazione di cosiddetto lavoro sindacale, è tenuta a corrispondere all’INAIL il premio assicurativo computato sull’indennità erogata al lavoratore sindacalista.
Cassazione civile sez. lav. sentenza 20/10/2015 n.21225
1. Con sentenza depositata in data 14 luglio 2010 la Corte d’appello di Napoli, in parziale accoglimento dell’appello proposto da I. L., lavoratore dipendente del Comune di Afragola con la qualifica e le mansioni di custode, condannava il Comune al pagamento in suo favore della somma di Euro 6.123,97, oltre interessi legali dalla maturazione dei singoli crediti sino all’effettivo pagamento.
2. La Corte osservava che non vi era contestazione sul fatto che il dipendente avesse svolto attività di custodia in favore del Comune nelle domeniche e nei giorni festivi e che non avesse goduto dei riposi compensativi. Riteneva che, ai sensi del D.P.R. 13 maggio 1987, n. 268, art. 17, relativo alla disciplina del comparto degli enti locali, al lavoratore spettava la maggiorazione del 20% sul lavoro domenicale svolto, nonchè la retribuzione per i giorni di riposo compensativo non fruiti; che, nel regolamentare la remunerazione della giornata destinata al riposo settimanal
e con la retribuzione ordinaria unitamente alla maggiorazione del 20%, la norma assolveva unicamente ad una funzione retributivo-corrispettiva, e non anche risarcitoria, con la conseguenza che al lavoratore spettava la retribuzione per i riposi compensativi non fruiti, parametrati al lavoro svolto di domenica con la maggiorazione del 20%, nonchè il risarcimento del danno da usura psico-fisica per il mancato godimento dei riposi compensativi, che liquidava ex art. 1226 facendo ricorso all’importo della paga giornaliera, non contestata nella sua entità, per ogni giornata di riposo non goduta.
3. Contro la sentenza il Comune di Afragola propone ricorso per cassazione, articolato in tre motivi, cui resiste con controricorso lo I..
4. Con il primo di ricorso il Comune censura la sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., art. 115 c.p.c., e D.P.R. 13 maggio 1987, n. 268, art. 17, nonchè per contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
Reputa che l’assunto della Corte territoriale circa la natura non risarcitoria della maggiorazione sancita dall’art. 17, del D.P.R. citato non rispetta il dettato normativo e, comunque, non è stato adeguatamente motivato.
5. Con il secondo motivo, denunciando la violazione e falsa applicazione delle medesime norme di diritto, cui aggiunge l’art. 36 Cost., e la contraddittorietà della motivazione, assume l’erroneità della sentenza nella parte in cui ha ritenuto che il danno alla salute derivante dalla mancata fruizione del riposo compensativo oltre il sesto giorno consecutivo di lavoro non ha necessità di essere provato.
6. Con il terzo motivo denuncia la violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 2697 c.c., e art. 115 c.p.c.), nonchè la contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo del giudizio, nella parte in cui la sentenza ha ritenuto non contestati i conteggi allegati dal lavoratore e sulla cui base ha determinato l’importo al cui pagamento l’ha condannato.
8. I primi due motivi, che si affrontano congiuntamente in quanto involgono la medesima questione della disciplina legale e contrattuale del riposo oltre il sesto giorno lavorativo, sono infondati.
La giurisprudenza di questa Corte ha avuto modo di ribadire che la fattispecie di prestazione di lavoro domenicale senza riposo compensativo non può essere equiparata a quella del riposo compensativo goduto oltre l’arco dei sette giorni, atteso che una cosa è la definitiva perdita del riposo agli effetti sia dell’obbligazione retribuiva che del risarcimento del danno per lesione di un diritto della persona, altra il semplice ritardo della pausa di riposo; e, in questa seconda ipotesi (ove non sia consentita, dalla legge e dal contratto, una deroga al principio che impone la concessione di un giorno di riposo dopo sei di lavoro), il compenso sarà dovuto a norma dell’art. 2126 c.c., comma 2, che espressamente gli attribuisce natura retribuiva, salvo restando il risarcimento del danno subito, per effetto del comportamento del datore di lavoro, a causa del pregiudizio del diritto alla salute o di altro diritto di natura personale (cfr. Cass., 26 novembre 2013, n. 26398, che richiama Cass., 3 luglio 2001, n. 9009).
9. Nello stesso solco, si è poi affermato che, in relazione al lavoro prestato oltre il sesto giorno consecutivo, va tenuto distinto il danno da “usura psicofisica”, conseguente alla mancata fruizione del riposo dopo sei giorni di lavoro, dall’ulteriore danno alla salute o danno biologico, che si concretizza, invece, in una “infermità” del lavoratore determinata dall’attività lavorativa usurante svolta in conseguenza di una continua attività lavorativa non seguita dai riposi settimanali. Nella prima ipotesi, il danno sull'”an” deve ritenersi presunto e il risarcimento può essere determinato spontaneamente, in via transattiva, dal datore di lavoro con il consenso del lavoratore, mediante ricorso a maggiorazioni o compensi previsti dal contratto collettivo o individuale per altre voci retributive; nella seconda ipotesi, invece, il danno alla salute o biologico, concretizzandosi in una infermità del lavoratore, non può essere ritenuto presuntivamente sussistente ma deve essere dimostrato sia nella sua sussistenza sia nel suo nesso eziologico, a prescindere dalla presunzione di colpa insita nella responsabilità nascente dall’illecito contrattuale (Cass., 20 agosto 2004, n. 16398;
Cass., 16 gennaio 2004, n. 615; Cass., 3 aprile 2003, n. 5207; Cass., 4 marzo 2000, n. 2455; 3 luglio 2001, n. 9009; Cass., 12 marzo 1996, n. 2004).
10. La Corte territoriale ha fatto corretta applicazione di questi principi, dal momento che ha riconosciuto la somma di Euro 2.824,23 non già a titolo di risarcimento del danno biologico o esistenziale, bensì a titolo di risarcimento del danno per la mancata fruizione dei riposi compensativi, dovendosi inoltre condividere l’affermazione secondo cui, per un verso, il riposo dopo sei giorni di lavoro consecutivo costituisce un diritto irrinunciabile del dipendente, garantito dall’art. 36 Cost., e dall’art. 2109 c.c., e, per altro verso, risponde ad una nozione di comune esperienza che l’attività lavorativa, come qualsiasi impegno delle energie psicofisiche, se protratta senza interruzioni, risulta via via più onerosa con il trascorrere delle giornate e il riposo che sopraggiunge dopo un arco di tempo più ampio rispetto alla normale cadenza settimanale non può, di per sè, compensare tale crescente disagio (in tal senso Cass., 30 maggio 2001, n. 7359).
11. Il terzo motivo è inammissibile. Premesso che la Corte ha ritenuto di liquidare il danno da mancata fruizione dei riposi compensativi usando come paramente la retribuzione giornaliera, ritenuta “non contestata”, era onere del ricorrente indicare con esattezza in che termini ed in quale atto difensivo o verbale di causa avrebbe contestato tale specifico dato – e non genericamente “in toto il prospetto contabile allegato al ricorso” -, precisando altresì dove l’atto o il verbale sarebbero attualmente rinvenibili nel presente giudizio. Con tali omissioni non risulta assolto il duplice onere imposto, a pena di inammissibilità del ricorso, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e, a pena di improcedibilità, dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, di indicare esattamente in quale fase processuale ed in quale fascicolo si trovi l’atto in questione, e di evidenziarne il contenuto, trascrivendolo o riassumendolo nei suoi esatti termini, al fine di consentire al giudice di legittimità di valutare la fondatezza del motivo, senza dover procedere all’esame dei fascicoli d’ufficio o di parte (v. da ultimo, Cass., 12 dicembre 2014, n. 26174; Cass., 7 febbraio 2011, n. 2966).
12. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese del presente giudizio, da distrarsi in favore del difensore dell’intimato, per la dichiarazione resa ex art. 93 c.p.c..
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in Euro 100,00 per esborsi e Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali e altri accessori di legge, disponendone l’integrale distrazione in favore dell’avvocato Ferdinando Del Mondo, anticipatario.
Così deciso in Roma, il 10 giugno 2015.
Depositato in Cancelleria il 20 ottobre 2015
Cassazione civile sez. lav. sentenza 14/10/2015 n.20685
1. Con sentenza n. 4113/06 depositata in data 23.12.06, il Tribunale di Milano, disattesa ogni altra domanda ed in accoglimento parziale delle domande della ricorrente L.A., dichiarava invalido il termine finale apposto al contratto di assunzione del 9.9.1998 e successivi; condannava la convenuta Rai a ripristinare il rapporto lavorativo con la L., in mansioni e con trattamento retributivo previsti per i giornalisti nonchè, per il periodo pregresso, al risarcimento del danno da liquidarsi in separato giudizio; condannava altresì la Rai a rimborsare alla ricorrente le spese di lite nella misura di 3/5.
In particolare la sentenza del Tribunale – con riferimento alla mancata qualificazione come atto risolutivo di ogni rapporto intercorso tra le parti della lettera del 6 giugno 2003 con cui la Rai aveva comunicato alla L. la cessazione anticipata del rapporto di lavoro a tempo determinato all’epoca in corso – rilevava che la sottoscrizione da parte della L. della lettera suddetta non aveva in alcun modo concretizzato nè una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro nè un licenziamento non impugnato. Il giudice di primo grado aveva affermato che il solo fatto di avere sottoscritto per ricevuta e conoscenza la lettera di cessazione (unilateralmente determinata dalla Rai) anticipata soltanto rispetto alla data di scadenza massima possibile (ma non rispetto all’ipotesi, contrattualmente pure prevista, e invocata dalla Rai, di fine produzione) dell’ultimo contratto a termine non consentiva di desumere una chiara e inequivoca volontà della L. di porre definitivamente fine ad ogni rapporto di lavoro.
Inoltre il Tribunale riteneva che i termini apposti ai contratti a tempo determinato dal 9 settembre 1999 al 23 gennaio 2003 erano tutti invalidi, in base alla considerazione che l’attività prestata dalla L. e i programmi a cui essa aveva collaborato risultavano l’una e gli altri manifestamente privi dei requisiti necessari secondo la giurisprudenza di legittimità, ossia dei requisiti della temporaneità e della specificità.
Altresì il tribunale riconosceva alla ricorrente la qualifica di giornalista redattore sin dal contratto 9.9.1998 sulla base del presupposto che le mansioni svolte dalla stessa fossero quelle tipiche del giornalista.
Il tribunale poi – quanto a pregressi rapporti di lavoro a tempo determinato – riteneva valido il verbale di conciliazione in sede sindacale sottoscritto in data 9 settembre 1998 con la previsione di una nuova assunzione a tempo determinato e con rinuncia della dipendente a ogni pretesa quanto agli intercorsi rapporti di lavoro precedenti.
2. Avverso tale pronuncia interponeva appello principale la Rai, deducendo diversi motivi di gravame e chiedendo, in parziale riforma della sentenza impugnata, di rigettare tutte le domande proposte dalla ricorrente nel ricorso di primo grado.
Si costituiva in giudizio l’appellata, la quale chiedeva di respingere l’appello e, in accoglimento dell’appello incidentale, di dichiarare nullo, annullabile ed illegittimo il verbale di conciliazione in sede sindacale sottoscritto in data 9.9.1998, di dichiarare intercorso tra le parti, a far tempo dal 23.9.09, un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, di ordinare alla Rai di assumere la ricorrente con inquadramento come praticante giornalista nei primi 18 mesi e successivamente come redattore ordinario, di condannare la Rai al pagamento delle differenze retributive maturate, di liquidare le spese di primo grado in Euro 5.000,00 senza procedere a compensazione parziale.
La Corte d’appello di Milano con sentenza del 13 ottobre 2009 – 12 novembre 2009 rigettava entrambi gli appelli salvo accogliere quello incidentale limitatamente alla determinazione delle spese di lite fissando l’importo globale delle stesse in Euro 6.000,00.
3. Avverso questa pronuncia la RAI propone ricorso articolato in cinque motivi.
Resiste con controricorso la parte intimata L.A. che ha anche proposto contestuale ricorso incidentale condizionato, cui ha resistito la società con controricorso.
1. Il ricorso principale è articolato in cinque motivi.
Con il primo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione in riferimento alla risoluzione del rapporto di lavoro come previsto dalla lettera del 6 giugno 2003 sopra citata. Con la sottoscrizione di tale lettera la ricorrente originaria aveva accettato la risoluzione del rapporto di lavoro a far data dal 28 giugno 2003.
Con il secondo motivo la società denuncia violazione degli artt. 1398 e 1399 c.c.. Contesta l’affermazione della sentenza impugnata secondo cui l’utilizzo delle prestazioni lavorative della dipendente anteriori alla data di decorrenza del contratto del 27 settembre 1999 non fossero meramente preparatorie ma fossero già riferibili ad un rapporto di lavoro instaurato tra le parti. La ricorrente cominciò a lavorare presso la società senza contratto su disposizione di un capostruttura che non aveva poteri di rappresentare la società.
Con il terzo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione con riferimento al requisito della specificità dei programmi televisivi oggetto del contratti a termine stipulati dal 9 settembre 1998 al 23 gennaio 2003. In realtà si trattava di programmi per i quali ricorreva il requisito della specificità che giustificava l’apposizione del termine al contratto di lavoro.
Con il quarto motivo la società deduce la violazione della L. n. 230 del 1962, art. 2, della L. n. 300 del 1970, art. 18, e della L. n. 183 del 2010, art. 32. Chiede in particolare l’applicazione dello ius superveniens costituito dall’art. 32, comma 5, citato.
Con il quinto ed ultimo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione in ordine alla asserita natura giornalistica dell’attività svolta dalla dipendente a partire dal 9 settembre 1998. In particolare lamenta che l’istruttoria svolta non aveva offerto alcun elemento con riferimento ai programmi realizzati nel periodo 1998-1999.
2. Il ricorso incidentale condizionato è articolato in due motivi con cui si deduce la nullità o annullabilità del verbale di conciliazione in sede sindacale sottoscritto dalla Rai e dalla L. in data 9 settembre 1998 (in relazione agli artt. 1418, 1343, 1344, 1434 e 1438 c.c., e art. 2113 c.c., e art. 360 c.p.c., n. 3) nonchè la carenza di motivazione, nella sentenza di appello, circa punto decisivo della controversia in relazione sempre al mancato riconoscimento della nullità o annullabilità del predetto verbale di conciliazione in sede sindacale del 9 settembre 1998.
3. Vanno riuniti i giudizi promossi con ricorso principale e con ricorso incidentale avendo ad oggetto la stessa sentenza impugnata.
4. Il ricorso principale – i cui motivi possono essere esaminati congiuntamente – è infondato.
5. Quanto al primo motivo, con cui la società ricorrente lamenta il vizio di motivazione in relazione alla asserita acquiescenza della dipendente alla risoluzione del rapporto di lavoro comunicata con lettera in data 6 giugno 2003, deve rilevarsi che da una parte la società, omettendo di riportare il contenuto del documento suddetto, è venuta meno all’onere di autosufficienza del ricorso. La corte d’appello con valutazione di merito ha ricostruito il significato dell’apposizione della firma da parte della ricorrente in calce alla lettera suddetta. In particolare la corte territoriale ha osservato che la sottoscrizione da parte della L. della lettera del 6 giugno 2003, con la quale la Rai comunicava la risoluzione anticipata dal rapporto di lavoro a termine del 22 gennaio 2003 non aveva in alcun modo concretizzato nè una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro nè un licenziamento non impugnato. Il solo fatto di avere sottoscritto per ricevuta e conoscenza la lettera di cessazione (unilateralmente determinata dalla Rai) anticipata del rapporto non consentiva affatto di desumere una chiara e inequivoca volontà della L. di porre definitivamente fine ad ogni rapporto di lavoro.
In proposito questa Corte (ex plurimis Cass., sez. lav., n. 23319 del 18/11/2010) ha più volte affermato che, affinchè possa configurarsi una risoluzione del rapporto per mutuo dissenso, è necessario che sia accertata una chiara e comune volontà delle parti di porre fine ad ogni rapporto lavorativo, con la precisazione che la valutazione del significato e della portata del complesso dei predetti elementi di fatto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità, se non sussistono vizi logici o errori di diritto.
6. Infondato è anche il secondo motivo con cui la ricorrente principale censura inoltre la sentenza del Tribunale per aver
e la stessa dato rilievo all’utilizzo delle prestazioni lavorative della L. prima della data di scadenza del contratto di lavoro e in particolare di quello del 27 settembre 1999.
Trattasi di inammissibile censura di merito laddove la corte territoriale ha puntualmente motivato in proposito pervenendo al convincimento, sulla base della valutazione delle risultanze di causa, che l’istruttoria espletata in primo grado aveva dimostrato come la L. era stata utilizzata dalla RAI già prima della formalizzazione del contratto del 27 settembre 1999.
Il fatto poi, allegato nel ricorso, che la L.abbia cominciato a lavorare per iniziativa del capostruttura M., senza averne poteri, costituisce circostanza non risultante dalla sentenza impugnata e che semmai realizzerebbe una ragione di danno risarcibile della società nei confronti del suo dipendente, fermo restando che la società, accettando l’attività lavorativa della L. nella produzione in particolare del programma (OMISSIS) aveva ratificato con comportamento concludente l’operato del suo dipendente.
7. Infondato è anche il terzo motivo di ricorso.
La Corte d’appello ha puntualmente osservato che l’assunzione a termine per “specifici programmi radiofonici o televisivi” di cui alla L. n. 230 del 1962, art. 1, comma 2, lett. e), presuppone, oltre alla puntuale individuazione della rappresentazione. che i programmi abbiano una durata prefissata e siano destinati a sopperire esigenze gestionali temporanee seppur compatibili con una programmazione ripetuta e a puntate e pertanto la reiterazione di successivi contratti a termine a copertura di una stabile esigenza lavorativa risulta contraria allo schema legale del contratto a termine, configurando un’elusione fraudolenta della relativa normativa.
Sotto questo profilo può considerarsi che la giurisprudenza di questa Corte ha più volte ribadito che l’assunzione a termine a norma della L. n. 230 del 1962, art. 1, comma 2, deve rispondere ad esigenze di carattere temporaneo, destinate ad esaurirsi in un certo tempo e tali da non consentire uno stabile inserimento del lavoratore nell’organizzazione dell’impresa; presupposto questo che deve ricorrere anche per le assunzioni riferite a spettacoli ovvero a specifici programmi radiofonici o televisivi, nel senso che la specificità dello spettacolo o del programma, mentre non implica la straordinarietà o l’occasionalità, richiede pur tuttavia che lo spettacolo o il programma stesso – oltre ad essere destinato ad una temporanea necessità, ancorchè ripetuto nel tempo ed in diverse puntate – sia caratterizzato dall’appartenenza ad una specie di un certo genus e sia, inoltre, individuato, determinato e nominato.
Quindi la legittimità del termine è condizionata dal carattere dell’apporto lavorativo, che deve risultare funzionalmente necessario – anche in via strumentale e complementare – a caratterizzare quel dato programma o spettacolo. In altri termini si è più volte affermato che deve sussistere un vincolo di “necessità diretta”, anche se complementare e strumentale, nello specifico spettacolo e nello specifico programma, cosi che non possa essere considerata sufficiente a legittimare la stipulazione del contratto a tempo determinato la semplice qualifica, tecnica o artistica del personale, correlata alla produzione di spettacoli o programmi televisivi o radiofonici. Cfr., ex plurimis, Cass., sez. lav., 26 maggio 2011, n. 11573, che, proprio in tema di assunzioni a termine di lavoratori dello spettacolo (L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 1, comma 2, lett. e), come modificato dalla L. 23 maggio 1977, n. 266), ha ribadito che non solo è necessario che ricorrano contestualmente i requisiti della temporaneità e della specificità, ma è indispensabile, altresì, che l’assunzione riguardi soggetti il cui apporto lavorativo si inserisca, con vincolo di necessità diretta, anche se complementare e strumentale, nello specifico spettacolo o programma, sicchè non può considerarsi sufficiente ad integrare l’ipotesi di legittimo ricorso al contratto a tempo determinato la mera qualifica tecnica od artistica del personale correlata alla produzione di spettacoli o programmi radiofonici o televisivi, occorrendo che l’apporto del peculiare contributo professionale, tecnico o artistico del soggetto esterno sia necessario per il buon funzionamento dello spettacolo, in quanto non sostituibile con le prestazioni del personale di ruolo dell’azienda. E’ stata quindi confermata la sentenza impugnata, che – come quella attualmente impugnata dalla società ricorrente – aveva dichiarato la nullità dei contratti a termine e la sussistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, con congrua e logica motivazione in ordine allo svolgimento da parte del ricorrente di una attività lavorativa ordinaria, continuativa e riferita indifferentemente ad una serie di molteplici, e non omogenee, produzioni artistiche.
Nella specie la Corte territoriale, in conformità con il giudice di primo grado, ha motivatamente verificato, con valutazione di merito non censurabile nel giudizio di cassazione, l’insussistenza dei suddetti presupposti.
8. Infondato altresì è il quinto motivo di ricorso – il cui esame logicamente precede quello del quarto motivo – con cui la società, ricorrente principale, contesta il riconoscimento della natura giornalistica dell’attività svolta dalla L. a fronte dell’inquadramento della stessa, attribuito dalla società, di programmista regista. In particolare la corte territoriale ha osservato che dall’istruttoria svolta era emerso che l’attività espletata dalla L. per (OMISSIS), così come per tutti i programmi per cui aveva lavorato, era stata caratterizzata dalla ricerca e dall’elaborazione di notizie e tutti i testi avevano confermato il carattere informativo e di attualità di (OMISSIS) e degli altri programmi per cui la L. ha lavorato.
9. Inammissibile è infine il quarto motivo con cui la società ricorrente chiede l’applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5.
Da una parte deve considerarsi che le conseguenze economiche dell’illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro costituiscono oggetto di altro giudizio tra le medesime parti, pervenuto anch’esso al giudizio di cassazione e chiamato alla stessa odierna udienza, e quindi sono fuori dal thema decidendum.
In ogni caso si tratta di disposizione non ancora entrata in vigore alla data di proposizione del ricorso per cassazione. Pertanto la ricorrente avrebbe dovuto censurare la sentenza impugnata quanto al capo relativo alle conseguenze economiche della accertata illegittimità del termine apposto ai contratti di lavoro. Solo così facendo – secondo la giurisprudenza di questa corte – sarebbe stato possibile l’applicazione anche nel giudizio di cassazione dell’art. 32, comma 5, citato.
10. Il ricorso incidentale, in quanto condizionato, è assorbito.
11. In conclusione il ricorso principale va integralmente rigettato con assorbimento del ricorso incidentale.
Alla soccombenza consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali di questo giudizio di cassazione nella misura liquidata in dispositivo.
La Corte riunisce i ricorsi; rigetta il ricorso principale, assorbito quello incidentale; condanna la ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di cassazione liquidate in Euro 100,00 (cento) per esborsi ed in Euro 4.000,00 (quattromila) per compensi d’avvocato ed oltre spese generali ed accessori di legge.
Così deciso in Roma, il 5 maggio 2015.
Cassazione civile sez. lav. sentenza 30/09/2015 n.19465
NE ANCELLE DELLA DIVINA PROVVIDENZA, in persona del legale
rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DI
PIETRALATA 320, presso lo studio dell’avvocato GIGLIOLA MAZZA RICCI,
rappresentata e difesa dall’avvocato BATTIANTE CARMINE, giusta delega
avverso la sentenza n. 3830/2008 della CORTE D’APPELLO di BARI,
il 13/10/2008 R.G.N. 3883/2005;
04/06/2015 dal Consigliere Dott. FRANCESCO BUFFA;
Con sentenza del 13.10.08, la Corte d’Appello di Bari, confermando sentenza del tribunale di Trani del 12.11.04, ha rigettato la domanda del lavoratore C. volta alla conservazione della retribuzione già percepita come guardiano notturno anche per il periodo di assegnazione a mansioni di guardiania diurne.
In particolare, la corte territoriale ha ritenuto che il principio di irriducibilità della retribuzione del lavoratore non è assoluto, non coprendo gli emolumenti accessori o temporanei collegati alle particolari modalità della prestazione eseguita. Avverso tale sentenza ricorre il lavoratore per due motivi, cui resiste con controricorso il datore.
Con il primo motivo di ricorso si denuncia la violazione e la falsa applicazione degli artt. 2103 e 2108 c.c., per avere trascurato che il lavoratore era stato assunto specificamente come guardiano notturno cui pertanto doveva commisurarsi il trattamento retributivo.
Con il secondo motivo di ricorso si denuncia l’omessa, insufficiente e/o contraddittoria – motivazione circa il fatto decisivo per il giudizio, anche in relazione all’art. 44, comma 10, del contratto collettivo di lavoro, nonchè la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., per avere la corte territoriale ritenuto che l’assunzione come guardiano notturno non comportasse alcun diritto a continuare a ricevere l’indennità per il lavoro disagiato, di fatto corrisposta per circa un ventennio.
I due motivi possono essere trattati congiuntamente per la loro connessione: essi sono infondati.
La corte territoriale ha ritenuto, con motivazione adeguata e congrua, che, una volta venute meno le particolari modalità attraverso le quali interviene la prestazione lavorativa, nel caso di specie, il lavoro notturno, è legittima l’eliminazione della corresponsione degli emolumenti specificamente volti a compensare le modalità particolari della prestazione lavorativa. La sentenza impugnata si sottrae alle censure sollevate, essendo in linea con quanto affermato da questa Corte in più occasioni, essendosi precisato che il livello retributivo acquisito dal lavoratore subordinato, per il quale opera la garanzia della irriducibilità della retribuzione, prevista dall’art. 2103 c.c., deve essere determinato con il computo della totalità dei compensi corrispettivi delle qualità professionali intrinseche alle mansioni del lavoratore, attinenti cioè, alla professionalità tipica della qualifica rivestita, mentre non sono compresi i compensi erogati in ragione di particolari modalità della prestazione lavorativa o collegati a specifici disagi o difficoltà, i quali non spettano allorchè vengano meno le situazioni cui erano collegati (Cass. n. 10449/2006).
Ne consegue che ai fini del riconoscimento del diritto dei lavoratori subordinati al computo nella base di calcolo della retribuzione per il periodo feriale della maggiorazione per lavoro notturno, non è sufficiente l’accertamento della “normalità” della prestazione notturna in turni periodici e della erogazione della relativa indennità (reintroducendosi altrimenti il criterio della omnicomprensività della retribuzione, non legittimato in generale dal legislatore), ma, trattandosi di compenso erogato in ragione delle particolari modalità della prestazione lavorativa e a compensazione dei relativi disagi, e in quanto tale non assistito dalla garanzia della irriducibilità della retribuzione di cui all’art. 2103 c.c., occorre anche che la contrattazione collettiva faccia riferimento al concetto di retribuzione “ordinaria” o “normale” (Cass. n. 16261/2004). Più di recente, si è ribadito (Sez. L, Sentenza n. 20418 del 05/09/2013; Sez. L, Sentenza n. 20310 del 23/07/2008) che il principio della irriducibilità della retribuzione, che si può desumere dall’art. 2103 c.c., e art. 36 Cost., ossia dal divieto di assegnazione a mansioni inferiori e dalla necessaria proporzione tra l’ammontare della retribuzione e la qualità e quantità del lavoro prestato, si estende alle indennità compensative di particolari e gravosi modi di svolgimento del lavoro, nel senso che quella voce retribuiva può esser soppressa ove vengano meno quei modi di svolgimento della prestazione, ma deve essere conservata in caso contrario.
Corretta è dunque la decisione impugnata che ha ritenuto che l’emolumento dovuto per il lavoro notturno, pur non essendo ricompreso nel contratto, sia stato concretamente corrisposto dal datore al fine di compensare la particolare modalità di prestazione dell’attività lavorativa: infatti, non vi è nel contratto una qualifica di guardiano notturno ma solo la qualifica di guardiano, la cui retribuzione risulta essere stata correttamente corrisposta.
Ne consegue che, al mutare delle modalità della prestazione lavorativa, non più destinata a svolgersi in orario notturno, sia venuto meno l’emolumento specificamente volto a compensare quelle modalità della prestazione, senza che ciò abbia comportato la violazione del contratto di lavoro, nè dell’art. 2103, nè del principio di immodificabilità della retribuzione.
La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite che liquida in complessivi Euro 2.500 per compensi ed Euro 100 per spese, oltre accessori come per legge e spese generali nella misura del 15%.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 4 giugno 2015.
Depositato in Cancelleria il 30 settembre 2015
Giusta causa di licenziamento: il giudice non è vincolato al contratto collettivo
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References: sentenza 
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