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Timestamp: 2020-07-12 04:01:37+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 9253 del 03/04/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9253 del 03/04/2019
Cassazione civile sez. trib., 03/04/2019, (ud. 20/03/2019, dep. 03/04/2019), n.9253
sul ricorso iscritto al n. 4790/12 R.G., proposto da:
ERACLIT VENIER S.p.A., in persona del legale rapp.te p.t.,
rappresentata e difesa, giusta mandato in calce al ricorso,
dall’Avv. Zunarelli Stefano e dall’Avv. del Federico Lorenzo,
elettivamente domiciliata in Roma, alla via della Scrofa n. 64,
presso l’Avv. Cellamare Vincenzo, Studio Legale Zunarelli ed
brevità COP), in persona del direttore pro tempore, Via Rio Sparto
n. 21, 65129, Pescara;
avverso la sentenza n. 670/10/11 della Commissione Tributaria
Regionale dell’Abruzzo, depositata in data 28.06.2011, non
camera di consiglio del 20 marzo 2019;
La società ERACLIT VENIER S.p.A., ricorreva alla Commissione Territoriale Provinciale di Pescara (di seguito, per brevità, CTP) per l’annullamento del provvedimento di diniego di nulla osta alla fruizione del credito di ricerca e sviluppo di cui alla L. 27 dicembre 2006, n. 296, a seguito di domanda introdotta secondo le procedure di cui al D.L. 29 novembre 2008, n. 185.
La società ERACLIT VENIER S.p.A., ricorre, quindi, per la cassazione della suddetta sentenza, sulla base di sei motivi. L’Agenzia delle Entrate resiste con controricorso.
Questa Corte, in altro procedimento avente identico oggetto, con ordinanza interlocutoria n. 3576 del 2015, recependo alcune considerazioni della società in esso ricorrente, dichiarava non manifestamente infondata, e rilevante, la questione di legittimità costituzionale del D.L. n. 185 del 2008, art. 29, comma 1, convertito in L. n. 2 del 2009, nella parte in cui non fa salvi i diritti di terzi per le spese sostenute, ai sensi della L. n. 296 del 2006, prima dell’entrata in vigore del suddetto D.L. n. 185 del 2008, nonchè dell’art. 2, lett. a) e dell’art. 3, dello stesso provvedimento, e dell’art. 29, lett. a), in relazione all’art. 3 Cost.
La società ricorrente ha presentato memorie ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c..
1.11 ricorso va respinto.
Su tutte le questioni oggetto dei sei motivi di ricorso, questa Corte, in procedimenti analoghi, già ha espresso il proprio orientamento, al quale s’intende qui dare seguito.
I costi non potevano superare, per ciascuna impresa e ciascun periodo d’imposta, l’importo di 15 milioni di Euro (poi 50 milioni ex L. n. 244 del 2007).
Il D.L. n. 185 del 2008, art. 29, commi 2, 3 e 5, previde, per la selezione, l’invio da parte dei contribuenti di un formulario telematico, distinguendo due differenti regimi a seconda che trattavasi di attività di ricerca già avviate prima del 29 novembre 2008 (data di entrata in vigore del D.L. n. 185 del 2008), ovvero successivamente a tale data con efficacia, in tal caso, di prenotazione dell’accesso alla fruizione del credito di imposta, con una finestra temporale entro la quale introdurre le domande, poi stabilita con successivo atto amministrativo nel periodo decorrente dalle ore 10 del 6.5.2009 (giorno denominato poi comunemente “click day”) alle ore 24 del 5.6.2009.
Successivamente, al fine di sopperire all’esaurimento delle disponibilità finanziarie, la L. 23 dicembre 2009, n. 191, art. 2,comma 236, (come modificato dal D.L. 25 marzo 2010, n. 40, art. 4, comma 1, convertito, con modificazioni, dalla L. 22 maggio 2010, n. 73) dispose – per gli anni 2010 e 2011 – uno stanziamento di ulteriori risorse destinate al finanziamento del credito d’imposta in argomento (complessivamente pari a 350 milioni di Euro). Con D.M. Ministro dello sviluppo economico 4 marzo 2011 di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sono state individuate le modalità di utilizzo dell’ulteriore stanziamento disposto dalla L. 23 dicembre 2009, n. 191, art. 2, comma 236. Con le nuove risorse, il credito di imposta divenne utilizzabile nella misura massima del 47,53%.
In via subordinata, aveva anche sollevato questione di legittimità costituzionale del D.L. n. 185 del 2008, art. 29, comma 2, lett. a) e comma 3, per violazione dell’art. 3 Cost., per avere fondato la procedura di selezione su mero criterio cronologico.
2. Fatta questa breve premessa e passando all’esame dei motivi di ricorso per cassazione, con il primo motivo ERACLIT VENIER S.p.A., deduce l’illegittimità costituzionale del D.L. 29 novembre 2008, n. 185, art. 29, commi 1, 2 e 3, convertito in L. 28 gennaio 2009, n. 2, per violazione degli artt. 3,41,97 e 117 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
Al riguardo, si rileva che in relazione all’asserito contrasto della suddetta normativa con gli art. 41,97 e 117 Cost. si è già espressa questa Corte con l’ordinanza interlocutoria della sezione VI, 23/02/2015 n. 3576 (Rv. 634445 – 01), dichiarando la questione infondata, con motivazioni che questo collegio condivide ed alle quali si richiama espressamente.
In relazione al contrasto con l’art. 3 Cost., si ribadisce che la questione è stata trasmessa, con la stessa ordinanza di questa Corte, alla Corte Costituzionale, che con sentenza n. 149 del 2017 ha dichiarato infondata la questione in merito al D.L. n. 185 del 2008, art. 29, comma 1, ed inammissibile in merito al D.L. n. 185 del 2008, art. 29, comma 2.
In riferimento alla prima questione, relativa al contrasto del D.L. n. 185 del 2008, art. 29, comma 1, con l’art. 3 Cost. – che, in sostanza, si traduce nell’asserita violazione del principio dell’affidamento perchè lo Stato italiano dapprima (nel 2006) ha riconosciuto un credito d’imposta per la spese per ricerca, senza prevedere un tetto massimo per l’utilizzo di tale credito, e successivamente (nel 2008) ha introdotto tale tetto, operante anche per i crediti relativi alle spese sostenute prima che la nuova normativa entrasse in vigore (e quindi le spese sostenute tra il 2006 ed il 2008) -, la Corte Costituzionale ha dichiarato infondata la questione affermando che un intervento retroattivo del legislatore che incida su diritti soggettivi perfetti non è di per sè in contrasto con la Costituzione se non è irrazionale, se è giustificato a salvaguardia di altri valori costituzionali e se è proporzionato; nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che la mancanza di tetto massimo per la fruibilità dei crediti di imposta giustificasse un intervento anche retroattivo per salvaguardare le finanze statali (art. 2,3 e 81 Cost); inoltre, gli ulteriori interventi normativi, di cui alla L. n. 191 del 2009 per tutelare le posizioni dei titolari di crediti “perdenti”, hanno salvaguardato il rispetto dei principi di ragionevolezza e proporzionalità dell’intera disciplina.
In merito alla seconda questione, relativa al contrasto del D.L. n. 185 del 2008, art. 29, comma 2 lett. a), e comma 3, con l’art. 3 Cost., – che, in sostanza, si traduce nel dubbio sulla legittimità di un sistema di fruibilità dei crediti basato su un meccanismo, quale quello della priorità temporale della domanda telematica fino ad esaurimento risorse, che conduce a risultati del tutto scollegati non solo dal merito delle ragioni di credito ma anche dalla solerzia nel loro esercizio, perchè fondato su elementi, in fin dei conti, casuali, quale la velocità dei meccanismo di trasmissione informatica all’interno di una marea vastissima di concorrenti – occorre sempre riferirsi a quanto affermato dalla Corte Costituzionale, che ha dichiarato inammissibile la questione perchè un eventuale accoglimento della stessa determinerebbe un nuovo assetto normativo “caratterizzato da iniquità e irragionevolezza”, in quanto nel frattempo il legislatore è intervenuto con la L. n. 191 del 2009 per salvaguardare, almeno in parte, la posizione dei “perdenti”, cosicchè la dichiarazione della illegittimità della normativa del 2008 farebbe perdere ai “vincitori” il beneficio ottenuto, senza che gli stessi possano essere recuperati ai sensi della L. n. 191 del 2009, dato che i finanziamenti da essa previsti sono riservati ai soli “perdenti” della prima procedura.
Posto che al relativo motivo di gravame si applica l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), vecchia formulazione, nella versione ante 2012, sebbene successiva al 2006, ricorrendosi per la cassazione della sentenza depositata in data 04/08/2011, tale motivo, oltre ad essere al limite dell’inammissibilità, risulta totalmente infondato.
5. Con il quarto motivo la società ricorrente deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 10,comma 2, e dei principi comunitari in tema di legittimo affidamento, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
La Corte Costituzionale, nel paragrafo 9 del “considerato” della sentenza 149 del 2017, ha affermato che “il valore del legittimo affidamento non esclude che il legislatore possa assumere disposizioni che modifichino in senso sfavorevole agli interessati la disciplina di rapporti giuridici anche se l’oggetto di questi sia costituito da diritti soggettivi perfetti, ma esige che ciò avvenga alla condizione che tali disposizioni non trasmodino in un regolamento irrazionale, frustrando, con riguardo a situazioni sostanziali fondate sulle leggi precedenti, l’affidamento dei cittadini nella sicurezza giuridica (sentenze n. 56 del 2015, n. 302 del 2010, n. 236 e n. 206 del 2009). Solo in presenza di posizioni giuridiche non adeguatamente consolidate ovvero in seguito alla sopravvenienza di interessi pubblici che esigano interventi normativi diretti a incidere peggiorativamente su di esse, ma sempre nei limiti della proporzionalità dell’incisione rispetto agli obiettivi di interesse pubblico perseguiti, è consentito alla legge di intervenire in senso sfavorevole su assetti regolatori precedentemente definiti (ex plurimis, sentenza n. 56 del 2015)” (cfr. sentenza n. 216 del 2015; si vedano anche, tra le tante, le sentenze n. 160 e n. 103 del 2013, n. 416 del 1999).
D’altro canto è in questa linea interpretativa, che, seppur nel diverso ambito delle concessioni di derivazione di acque pubbliche a scopo idroelettrico, si sono pronunciate le sezioni Unite di questa
Corte con la recente sentenza n. 16157 del 19/06/2018, Rv. 649293-01, affermando la conformità costituzionale della relativa disciplina tributaria rimessa alla volontà del legislatore, nel rispetto dei canoni di non arbitrarietà o irrazionalità’ della scelta legislativa.
Va ricordato, altresì, che la normativa del D.L. n. 158 del 2008 (che, per inciso, non ha creato un istituto “ex novo”, ma ha esteso una disciplina generale sui crediti d’imposta già in vigore in quel momento – cioè la previsione di un tetto massimo – al credito di imposta specifico) è stata dettata, come ricordato dalla stessa Corte Costituzionale, e come emerge del resto dallo stesso preambolo del testo legislativo, dalla eccezionale situazione di crisi economica venutasi a creare a livello internazionale in quel momento e dalla necessità per lo Stato italiano di rispettare gli impegni sui parametri economici connaturati alla appartenenza alla Unione Europea. Inoltre, lo Stato ha regolato, con il successivo intervento di cui alla L. n. 191 del 2009, le situazioni che si erano venute a verificare a detrimento dei c.d. “perdenti” nella procedura di cui al D.L. n. 185 del 2008.
La L. 212 del 2000, art. 7, comma 1, prevede che “Gli atti dell’amministrazione finanziaria sono motivati secondo quanto prescritto dalla L. 7 agosto 1990, n. 241, art. 3, concernente la motivazione dei provvedimenti amministrativi, indicando i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell’Amministrazione. Se nella motivazione si fa riferimento ad un altro atto, questo deve essere allegato all’atto che lo richiama.”
La L. n. 241 del 1990, art. 3, comma 1m stabilisce che “1. Ogni provvedimento amministrativo, compresi quelli concernenti l’organizzazione amministrativa, lo svolgimento dei pubblici concorsi ed il personale, deve essere motivato, salvo che nelle ipotesi previste dal comma 2. La motivazione deve indicare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell’amministrazione, in relazione alle risultanze dell’istruttoria”; al comma 2 che ” 2. La motivazione non è richiesta per gli atti normativi e per quelli a contenuto generale.”.
La CTR riporta altresì l’immutato indirizzo di questa Corte secondo cui l’indicazione del responsabile del procedimento negli atti dell’amministrazione finanziaria non è richiesta dalla L. n. 212 del 2000, art. 7, a pena di nullità posto che tale sanzione è stata introdotta dal dl n. 248/2007, convertito nella L. n. 31 del 2008, in relazione alle sole cartelle di pagamento riferite ai ruoli consegnati agli agenti della riscossione a decorrere dal 1 giugno 2008.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Quinta Civile della Corte di Cassazione, il 20 marzo 2019.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 29
 art. 29
 art. 2
 art. 4
 art. 2
 art. 29
 art. 29
 art. 41
 sentenza 
 art. 29
 art. 29
 art. 29
 art. 29
 sentenza 
 art. 10
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 7
 art. 3
 art. 3
 art. 7