Source: https://www.scribd.com/document/92108813/Newsletter-T-P-N-57
Timestamp: 2016-12-03 01:41:39+00:00

Document:
N° 57 Aprile 2012
La newsletter di questo mese si presenta particolarmente ricca di interessanti novità e questioni. Nel grande dibattito che si è accesso sulla riforma del Diritto del Lavoro e, in particolare sull’art. 18 Stat. Lav., è passato quasi sotto silenzio il recente D.lgs. 2 Marzo 2012 n. 24, entrato in vigore il 6 aprile scorso, che introduce importanti novità in materia di somministrazione di lavoro delle quali vi diamo conto nell’attualità. La “sentenza del mese” sono in realtà 6 decreti ex art. 28 Stat. Lav. - che hanno avuto una notevole risonanza anche sulla stampa quotidiana - resi in analoghi giudizi promossi dalla FIOM contro varie Società del Gruppo FIAT per fare accertare l’asserita antisindacalità del riﬁuto di riconoscere la nomina delle RSA. Si segnalano poi una recente sentenza del Tribunale di Bergamo proprio in materia di contratti di somministrazione; una sentenza della Corte d’Appello di Milano sempre in materia sindacale e, in particolare, sull’art. 27 Stat. Lav. e ancora una decisione in materia di licenziamento disciplinare che si inserisce in quel consolidato ﬁlone giurisprudenziale che reputa irrilevante, ai ﬁni della lesione del vincolo ﬁduciario, il modesto valore dei danni patrimoniali subiti dal datore di lavoro. L’ADR del mese riguarda il tema del cd. tempo tuta: rientra nell’orario di lavoro? deve essere retribuito? La Sezione di Diritto Civile e Assicurativo si apre con un breve commento alla recente sentenza della Corte Costituzionale in materia di anatocismo bancario e propone poi una rassegna di decisioni di legittimità e di merito. L’ADR del mese risponde alla domanda se l’attività di mera consulenza assicurativa costituisca “intermediazione assicurativa”. Il Punto su…. questo mese tratta della nuova disciplina dei contratti in materia di cessione di prodotti agroalimentari introdotta con il D.L. 1/2012. Non rubo altro spazio e auguro a tutti una buona lettura! Marina Tona e il Comitato di Redazione composto da: Francesco Autelitano, Stefano Beretta, Antonio Cazzella, Teresa Cofano, Luca D’Arco, Diego Meucci, Claudio Ponari, Vittorio Provera, Tommaso Targa, Stefano Triﬁrò e Giovanna Vaglio Bianco
Diritto del Lavoro Attualità 2 Le Nostre Sentenze 5 Cassazione 9 Diritto Civile, Commerciale, Assicurativo Attualità 10 Le Nostre Sentenze 11 Assicurazioni 13 Il Punto su 14 Eventi 17 Rassegna Stampa 18 Contatti 19
Sul tema della riforma del lavoro in “una prospettiva di crescita” segnaliamo le novità rispetto al primo disegno di legge del 23 marzo 2012 (del quale abbiamo dato notizia nella ns. newsletter n. 56). Le modiﬁche in materia di licenziamenti disciplinari, apportate al testo originario all’esito dei ripetuti incontri tra le parti sociali, il Ministro del Welfare e i partiti che sostengono il Governo, lasciano al Giudice un’ampia discrezionalità per quanto attiene la reintegrazione del lavoratore. Ricordiamo che nel disegno di legge del 23 marzo 2012 venivano previste 3 ipotesi ben deﬁnite per le quali il Giudice poteva disporre la reintegrazione: 1. insussistenza del fatto contestato; 2. il lavoratore non ha commesso il fatto contestato; 3. il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base di quanto prevede il CCNL di settore. In questi casi, in aggiunta alla reintegrazione era prevista un’indennità risarcitoria non superiore a 12 mensilità. Nel disegno di legge in discussione in questi giorni al Senato le ipotesi di reintegrazione sono solo due: • insussistenza del fatto contestato; • il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base della previsione della legge, dei CCNL e/o dei codici disciplinari. In quest’ultima ipotesi, al Giudice verrebbe concessa una maggiore valutazione discrezionale sulla proporzionalità tra sanzione applicata - il licenziamento - e la violazione commessa dal lavoratore. Nel testo originario il Giudice era vincolato alle “tipizzazioni” delle sanzioni previste dal contratto collettivo, senza alcun riferimento alle previsioni della legge. La reintegrazione veniva ammessa dunque solo per le infrazioni tipizzate dai contratti per le quali era prevista una sanzione conservativa. Il testo all’esame del Senato presenta, inoltre, signiﬁcative modiﬁche anche con riguardo ai licenziamenti per motivi oggettivi, ridenominati per “motivi economici”. Nel disegno di legge del 23 marzo in ipotesi di accertata insussistenza della motivazione del licenziamento, veniva previsto solo un indennizzo tra 15 e 24 mensilità, ma non la reintegrazione, a meno che il licenziamento mascherasse un intento discriminatorio. Ora, nel disegno di legge in discussione al Senato, è stata reintrodotta la possibilità per il Giudice di disporre in alternativa alla sopraindicata indennità - anche la reintegrazione, oltre a una indennità risarcitoria non superiore a 12 mensilità. Il disegno di legge nella formulazione del 23 marzo 2012 (che stabiliva solo un indennizzo economico) sembrava più al passo con l’attuale situazione di crisi, posto che la reintegrazione del lavoratore - in una azienda che ha dovuto sopprimere quella posizione di lavoro per ridurre i suoi costi - appare un controsenso.
Inﬁne segnaliamo che nel disegno all’esame al Senato sono anche previste ulteriori modiﬁche ed emendamenti alla disciplina sui contratti a termine e sulle c.d. Partite Iva. Per i primi sono previste riformulazioni dei periodi di inibizione e di riassunzione del lavoratore a termine, mentre per le Partite Iva occorrerà trovare criteri equilibrati per determinare l’esistenza di un vero rapporto di lavoro autonomo e/o subordinato.
N°57 Aprile 2012
A cura di Valeria De Lucia
Novità in materia di somministrazione di lavoro (D.lgs. 2 Marzo 2012, n. 24)
Lo scorso 6 aprile è entrato in vigore il D.lgs. 2 Marzo 2012, n. 24 il quale, in attuazione della direttiva comunitaria 2008/104/CE - emanata con l’obiettivo di creare “un quadro armonizzato a livello comunitario per la tutela dei lavoratori tramite agenzia interinale” (23° considerando), tenuto conto che “il lavoro tramite agenzia interinale risponde non solo alle esigenze di ﬂessibilità delle imprese ma anche alla necessità di conciliare la vita privata e la vita professionale dei lavoratori dipendenti” (10° considerando) - ha introdotto rilevanti novità nella disciplina della somministrazione di lavoro.
novità più importante è rappresentata dalla possibilità di fare ricorso alla somministrazione senza indicare le ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo e sostitutivo, nel caso in cui il contratto di somministrazione preveda l’utilizzo di:
1. disoccupati percettori dell’indennità ordinaria di disoccupazione non agricola con requisiti normali o ridotti, da almeno 6 mesi; 2. soggetti percettori di ammortizzatori sociali, anche in deroga, da almeno 6 mesi; 3. lavoratori deﬁniti “svantaggiati” o “molto svantaggiati” ai sensi del regolamento 800/2008 CE. Il richiamato Regolamento 800/2008 CE deﬁnisce quali “lavoratori svantaggiati”: • chi non abbia un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi; • chi non possieda un diploma di scuola media superiore o professionale; • i lavoratori che abbiano superato i 50 anni di età; • gli adulti che vivano, da soli, con una o più persone a carico; • i lavoratori occupati in professioni o settori caratterizzati da un “tasso di disparità” uomo-donna che superi almeno del 25% la disparità media uomo-donna che caratterizza complessivamente tutti i settori economici dello Stato membro interessato, qualora il lavoratore interessato appartenga al genere “sottorappresentato”; • i membri di minoranze nazionali all'interno di uno Stato membro che abbiano necessità di consolidare le proprie esperienze in termini di conoscenze linguistiche, di formazione professionale o di lavoro, per migliorare le prospettive di accesso ad un'occupazione stabile. Ai sensi del Regolamento 800/2008 CE sono considerati, poi, lavoratori “molto svantaggiati” coloro i quali non abbiano un impiego regolarmente retribuito da almeno 24 mesi. Con riferimento alla categoria dei lavoratori “svantaggiati”, le deﬁnizioni di cui al Regolamento non appaiono immediatamente precettive, quantomeno per quanto riguarda quelle contenute alle lettere a), b), e) (ed infatti, il D.lgs. 24/2012 ha demandato ad un decreto del Ministero del Lavoro, da adottarsi entro 90 giorni, l’individuazione dei lavoratori da considerarsi appartenenti alle predette categorie).
✦Ancora,
Ulteriori ipotesi di ricorso alla somministrazione “senza causale” potranno poi essere individuate dai contratti collettivi nazionali, territoriali e aziendali stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative, come previsto dal nuovo art. 20, comma 5-quater D.lgs. 276/2003 (così come novellato dall’art. 4 D.lgs. 24/2012). la nuova normativa nazionale, in attuazione dell’art. 5 della Direttiva 2008/104/CE, all’art. 1, comma 1, lett. a-ter) rideﬁnisce la disciplina della “parità di trattamento”. In particolare, la previgente formulazione (che riconosceva al lavoratore il diritto “a un trattamento economico e normativo complessivamente non inferiore a quello dei dipendenti di pari livello dell'utilizzatore, a parità di mansioni svolte”) viene sostituita dalla previsione secondo cui “i lavoratori dipendenti dal somministratore hanno diritto a condizioni di base di lavoro e d’occupazione complessivamente non inferiori” a quelle applicate dall’utilizzatore, in forza di legge o di quanto previsto dalla contrattazione collettiva, “ivi comprese” le disposizioni relative all’orario di lavoro, alla retribuzione, alla protezione delle donne in gravidanza, alla protezione di bambini e giovani, alla parità di trattamento tra uomini e donne ed ogni altra disposizione in materia di non discriminazione.
✦L’art.
7 D.lgs. 24/20102 (dando attuazione all’art. 6, par. 1, Dir. 2008/104/CE) impone poi alle imprese utilizzatrici l’obbligo di informare i lavoratori somministrati in merito ai posti di lavoro a tempo indeterminato vacanti presso la propria azienda, anche mediante avviso generale opportunamente afﬁsso all’interno dei locali dell’utilizzatore, onde consentire ai lavoratori somministrati di “aspirare” ad essere assunti alle dirette dipendenze dell’impresa presso cui svolgono la loro missione. prevista espressamente la possibilità di stipulare contratti di assunzione tra Agenzia e lavoratore a tempo parziale (in tal caso, trovano applicazione le disposizioni del D.lgs. 61/2000 in quanto compatibili).
D.lgs. 24/2012 modiﬁca anche la precedente disciplina sanzionatoria. Innanzitutto, si prevede l’estensione della sanzione amministrativa pecuniaria di cui all’art. 18, comma 3, del D.lgs. 276/2003 - da euro 250 a euro 1.250 - alle ipotesi di violazione del diritto del lavoratore inviato in missione a ricevere condizioni di base di lavoro e d’occupazione “complessivamente non inferiori” a quelle dei dipendenti di pari livello dell’utilizzatore. La medesima sanzione trova applicazione - nei confronti del solo utilizzatore - in caso di: 1. esclusione del lavoratore in missione dall’utilizzo dei servizi sociali e assistenziali di cui godono i dipendenti dell’utilizzatore; 2. mancata informazione al lavoratore somministrato circa i posti vacanti; 3. mancata informativa alle RSA (in mancanza, alle OO.SS. territoriali comparativamente più rappresentative) circa il numero e i motivi del ricorso alla somministrazione prima della stipula del contratto di somministrazione (salvo motivi di urgenza: in tal caso, la comunicazione va fatta entro i 5 giorni successivi); 4. mancata comunicazione alle predette rappresentanze sindacali, ogni dodici mesi, del numero e dei motivi dei contratti di somministrazione conclusi, della durata degli stessi, del numero e della qualiﬁca dei lavoratori interessati.
Inoltre, nel solco del già previsto divieto di esigere o percepire compensi dai lavoratori per la loro assunzione da parte delle agenzie di somministrazione (art. 18, comma 4, D.lgs. 276/2003), con l’introduzione del comma 4-bis si estende la sanzione penale prevista dal citato comma 4 anche a chi esiga o percepisca compensi in cambio di assunzione presso l’utilizzatore.
RAPPRESENTANZE SINDACALI AZIENDALI: ART. 19 STAT. LAV. Decreti Tribunale di Torino 13 aprile 2012 (in 21 cause riunite) - Tribunale di Lecce 12 aprile 2012 - Tribunale di Milano 3 aprile 2012 - Tribunale di Biella 21 aprile 2012 (in tre cause riunite) - Tribunale di Brescia 24 aprile 2012 - Tribunale di Milano 27 aprile 2012 Con diversi ricorsi ex art. 28 Stat. Lav. la FIOM ha proposto ricorso nei confronti di diverse società del Gruppo FIAT chiedendo di accertare l’antisindacalità della condotta posta in essere dalle stesse e consistente nell’aver negato l’efﬁcacia e legittimità delle nomine dei dirigenti della Rappresentanza Sindacale Aziendale per non avere l’OS ricorrente ﬁrmato il contratto collettivo di lavoro applicato presso tali società. I Tribunali di Torino, Milano, Lecce e Biella con i decreti sopra citati hanno rigettato i ricorsi evidenziando che la pretesa dell’OS ricorrente si pone in evidente insanabile contrasto con l’art. 19 Stat. Lav. che testualmente recita: “Rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva, nell’ambito delle associazioni sindacali che siano ﬁrmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva” e con la giurisprudenza costituzionale che in più sentenze ha posto in luce l’impossibilità di prescindere dal tenore letterale dell’art. 19 e riconosciuto, conseguentemente, l’accesso ai diritti sindacali contemplati dal titolo III dello Statuto solo a favore delle OO.SS. che hanno effettivamente partecipato alla formazione e stipulazione dei contratti applicati nell’unità produttiva. Il contratto collettivo cui fa menzione l’art. 19 nel nuovo testo deve avere inoltre “natura normativa”, essere tale cioè da regolare in modo organico i rapporti di lavoro, “almeno per un settore o istituto importante della loro disciplina”, anche in via integrativa, a livello aziendale, di un contratto nazionale o provinciale già applicato nella stessa unità produttiva. In questa prospettiva eventuali diversi accordi applicati nell’unità produttiva non assumono rilievo e neppure può ritenersi rilevante il CCNL metalmeccanici 2008 (l’ultimo ﬁrmato dalle tre principali OOSS, compresa l’organizzazione ricorrente), disdettato dalle parti e comunque sostituito in generale dal CCNL 2009 e, per le aziende convenute in giudizio, dal separato contratto collettivo di gruppo. Per completezza di informazione si segnala, peraltro, che altri Tribunali, nonostante la chiarezza del disposto legale, hanno accolto le domande proposte dall’organizzazione sindacale. La questione è, dunque, ancora aperta! (Cause curate da Giacinto Favalli)
SOMMINISTRAZIONE A TEMPO DETERMINATO: ESIGENZE A BASE DEL CONTRATTO E ONERE PROBATORIO (Tribunale di Bergamo, 5 marzo 2012) Con la sentenza in commento, il Tribunale di Bergamo ha rigettato il ricorso promosso da un lavoratore somministrato nei confronti dell’impresa utilizzatrice, affermando, sotto il proﬁlo formale, che il tenore letterale dell’art. 20, D. lgs. n. 276/2003 individua quattro ampie fattispecie che possono legittimare la conclusione del contratto (“ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo e sostitutivo”), che non devono avere carattere eccezionale o straordinario ma solo temporaneo nel senso di non richiedere per la loro soddisfazione l’assunzione di personale a tempo indeterminato. Tanto premesso, è stato ritenuto legittimo il ricorso alla somministrazione in presenza di una attività produttiva caratterizzata da ampia variabilità, che consente una pianiﬁcazione solo per una parte di essa, restando, invece, non prevedibile a priori per la restante parte per effetto di fenomeni di picchi o crolli dell’ordinato molto variabili che globalmente determinano un andamento della domanda e degli ordini abbastanza imprevedibile. (Causa curata da Marina Tona) LOCALI DELLE RAPPRESENTANZE SINDACALI AZIENDALI EX ART. 27 S.L. (Corte d’Appello di Milano, 13 marzo 2012) Con procedimento ex art. 28 S.L. un’organizzazione sindacale promuoveva giudizio per condotta antisindacale nei confronti di una società contestando la violazione dell’art. 27 dello Statuto dei Lavoratori per non aver concesso, nei locali che il datore di lavoro deve porre permanentemente a disposizione delle rappresentanze sindacali aziendali nelle unità produttive con almeno 200 dipendenti, l’utilizzo anche di una linea telefonica, di un pc ed una fotocopiatrice in aggiunta ai normali arredi quali scrivanie, tavoli, sedie e armadi. Il Tribunale di Milano, dopo aver dapprima rigettato il ricorso cautelare, ha accolto l’opposizione promossa dalla OO.SS. ordinando alla società di dotare il locale di tutti gli strumenti di comunicazione richiesti dalle rappresentanze sindacali. Detta pronuncia è stata completamente riformata dalla Corte d’Appello di Milano che, nel richiamare il provvedimento cautelare, ha sostenuto che le norme dello Statuto dei lavoratori e quelle della contrattazione collettiva non impongono speciﬁcamente a carico del datore di lavoro un obbligo di fornire le attrezzature informatiche e le linee telefoniche. Infatti, secondo il ragionamento della Corte territoriale, la funzione di tale locale è essenzialmente quella di consentire la riunione della RSU con i dipendenti e a tal ﬁne pare adeguata la messa a disposizione di un locale di media capienza arredato con tavoli e sedie e che le dotazioni ulteriori, che pure sarebbero utili, devono essere rimesse alla disponibilità delle parti. (Causa curata da Luca Peron e Diego Meucci)
IL MODESTO VALORE DELLE SOMME OGGETTO DELL’ILLECITO DISCIPLINARE NON ESCLUDE LA RILEVANZA DEL FATTO AI FINI DELLA LESIONE IRREPARABILE DEL VINCOLO FIDUCIARIO, DOVENDOSI PORRE L’ACCENTO SULLA NATURA DELLE LESIONI CONTESTATE, QUALORA LESIVE DELLA CORRETTEZZA NELL’ESECUZIONE DELLA PRESTAZIONE LAVORATIVA (Tribunale di Lodi, 19 marzo 2012) Un lavoratore, ex dipendente di una società in qualità di direttore di un ufﬁcio locale, conveniva in giudizio la propria datrice di lavoro, domandando l’accertamento dell’illegittimità del licenziamento irrogatogli e la reintegra nel posto di lavoro precedentemente occupato; in particolare, il ricorrente, licenziato per aver richiesto ai clienti marche da bollo non dovute, e, in particolare, per aver indebitamente venduto le stesse all’interno dei locali dell’ufﬁcio cui era preposto, deduceva di non aver intrapreso alcuna iniziativa personale, avendo ottenuto da colleghi e superiori un parere favorevole in merito allo svolgimento di tale attività. La società convenuta si costituiva in giudizio sostenendo la legittimità del licenziamento, per essere venuto inesorabilmente meno il vincolo ﬁduciario con il suddetto lavoratore, il quale aveva abusato dell’autonomia, connessa al ruolo rivestito all’interno dell’azienda, per svolgere un’illecita attività lucrativa. Il Giudice ha ritenuto fondate le argomentazioni della società datrice di lavoro, rilevando come il lavoratore avesse impegnato le proprie energie lavorative e l’organizzazione dell’ufﬁcio cui era preposto per svolgere, durante l’orario di lavoro, un’attività non solo estranea a quella esercitata dalla convenuta ma, addirittura, vietata dalle vigenti disposizioni di legge, così ledendo, data la natura pubblicistica degli interessi sottesi alle limitazioni normative della cessione di marche da bollo, anche l’immagine dell’azienda. In particolare, il Giudice ha sottolineato che il modesto valore delle somme oggetto della violazione contestata non valeva, di per sé, ad escludere la rilevanza del fatto ai ﬁni della lesione irreparabile del vincolo ﬁduciario, non essendo decisiva l’assenza di un nocumento, e dovendosi, piuttosto, attribuire rilievo alla natura della violazione contestata, lesiva dei principi di correttezza nell’esecuzione della prestazione lavorativa. (Causa curata da Claudio Ponari)
Il tempo che il lavoratore impiega per cambiarsi, indossare e togliersi la tuta, la divisa, una particolare attrezzatura, rientra nell’orario di lavoro? Deve essere retribuito? Secondo il prevalente orientamento, tali attività, e così pure il tempo impiegato per recarsi dallo spogliatoio al punto ove si registra l'orario di ingresso e uscita dal reparto di assegnazione, devono essere retribuiti, quando la vestizione non può avvenire al di fuori del posto di lavoro per ragioni intrinseche, ovvero perché il datore di lavoro impone ai dipendenti il luogo e il momento in cui cambiarsi. Nella prima ipotesi, possono rientrare i casi in cui i dispositivi di protezione individuale devono necessariamente restare all’interno dell’unità produttiva. Nella seconda, quelli in cui non è consentito al dipendente di compiere il tragitto casa/lavoro, indossando la divisa di ordinanza. Non potendo essere, però, il lavoratore a stabilire discrezionalmente il tempo necessario a cambiarsi, la durata di tali attività deve essere determinata in via generale, utilizzando il parametro della normale diligenza. Secondo un diverso orientamento, invece, in tali attività non è ravvisabile una effettiva messa a disposizione delle energie lavorative in favore del datore di lavoro, il che dovrebbe escluderne la retribuibilità. Ciò dovrebbe valere, a maggior ragione, quando al lavoratore è consentito di scegliere quando e dove indossare la tuta, ed anche di recarsi al lavoro avendola già addosso.
LICENZIAMENTO DISCIPLINARE PER ABUSO DEL TELEFONO AZIENDALE: LEGITTIMITÀ DEI CONTROLLI DIFENSIVI ED IRRILEVANZA DELLA TENUITÀ DEL DANNO AL FINE DI VALUTARE LA LESIONE DEL VINCOLO FIDUCIARIO Con sentenza n. 5371 del 4 aprile 2012 la Corte di Cassazione ha ritenuto legittimo il licenziamento di un sorvegliante, addetto all’ingresso di un ospedale e dipendente di una società alla quale era stato appaltato il servizio di sorveglianza, il quale aveva ripetutamente effettuato telefonate di oltre un’ora - come risultava dai tabulati telefonici - venendo così meno ai suoi obblighi di controllo. La Corte di Cassazione non ha ravvisato, con riferimento all’acquisizione dei tabulati telefonici, una violazione del divieto di utilizzazione di apparecchiature per il controllo a distanza dei lavoratori di cui all’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori; in particolare, la Suprema Corte ha ribadito che il divieto previsto dall’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori si riferisce alle sole installazioni poste in essere dal datore di lavoro e non preclude a quest’ultimo, al ﬁne di dimostrare l’illecito posto in essere da propri dipendenti, di utilizzare le risultanze di registrazioni effettuate fuori dall’azienda per esclusive ﬁnalità “difensive”, con la conseguenza che tali risultanze sono legittimamente utilizzabili nel processo. Inoltre, quanto alla proporzionalità della sanzione, la Corte di Cassazione ha affermato che non appare rilevante la tenuità del danno, che passa in secondo piano quando il comportamento è tale da ledere irreparabilmente il vincolo ﬁduciario.
LICENZIAMENTO PER RIFIUTO DI ACCETTARE IL DISTACCO Con sentenza n. 4797 del 26 marzo 2012 la Corte di Cassazione ha ritenuto legittimo il licenziamento del dipendente (nel caso di specie, un dirigente) che si era riﬁutato di accettare il distacco, in quanto tale provvedimento era l’unica possibilità di salvaguardare il posto di lavoro a seguito di una ristrutturazione aziendale. In particolare, è stato evidenziato che non vale ad escludere la legittimità del licenziamento la circostanza che il provvedimento di distacco fosse stato sospeso nell’ambito di un procedimento cautelare. LICENZIAMENTO PER RIFIUTO DI PRESTARE L'ATTIVITÀ A SEGUITO DI TRASFERIMENTO Con sentenza n. 4709 del 23 marzo 2012 la Corte di Cassazione ha ritenuto illegittimo il licenziamento del dipendente che si era riﬁutato di accettare il trasferimento, ritenendo dequaliﬁcanti le mansioni assegnate in quanto completamente differenti da quelle svolte in precedenza. In particolare, la Corte di Cassazione ha precisato che non sussiste una presunzione di legittimità dei provvedimenti aziendali, che - pertanto - non devono essere necessariamente ottemperati sino all’accertamento giudiziale.
ANATOCISMO BANCARIO. LA CORTE COSTITUZIONALE DICHIARA L'ILLEGITTIMITÀ DELLE NORME “SALVABANCHE”
La Corte Costituzionale, con sentenza 5 aprile 2012, n. 78, ha dichiarato l’illegittimità della norma che determinava la prescrizione di pressoché tutte le pretese dei clienti per la ripetizione di interessi anatocistici indebitamente incassati dalle banche. La norma in questione (art. 2, comma 61, d.l. n. 225/2010) aveva, in particolare, stabilito che la prescrizione dei suddetti diritti decorresse dalle singole annotazioni in conto corrente, anziché dalla chiusura del conto stesso. La disposizione era qualificata come “interpretativa” dell’art. 2935 cod. civ. (ai sensi del quale “la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere”) e ciò ne determinava l’efficacia retroattiva. In tal modo veniva ribaltato l’orientamento giurisprudenziale prevalente, secondo cui il termine di prescrizione decorre dalla chiusura del conto corrente, considerata la natura unitaria del contratto di conto corrente bancario, il quale dà luogo ad un unico rapporto giuridico, sicché la serie di accreditamenti ed addebiti costituisce un dato contabile, mentre è solo con la chiusura del conto che si stabilisce l’entità del credito e del debito delle parti. Orientamento confermato dalla Suprema Corte (Cass., S.U., 2 dicembre 2010, n. 24418), la quale ha stabilito che, al fine di individuare il dies a quo della prescrizione, occorre distinguere tra il caso in cui il cliente gode di una apertura di credito (e perciò il versamento sul conto serve a ripristinare la provvista) ed il caso in cui il conto è scoperto o il versamento sia comunque extra fido (qui il versamento è un vero pagamento, con natura solutoria). Nella prima ipotesi, ha giudicato la Corte di legittimità, il termine di prescrizione decorre dalla chiusura del conto, poiché i precedenti addebiti, appunto, non sono qualificabili tecnicamente come pagamenti; nella seconda ipotesi, invece, ogni versamento corrisponde ad un vero pagamento e come tale (ove fosse eseguito per effetto di una clausola nulla) produce immediatamente il diritto del cliente di chiederne la ripetizione, ed il termine di prescrizione di tale diritto, di conseguenza, inizia a decorrere subito.
Il riferito indirizzo giurisprudenziale (che veniva superato dalla nuova disposizione legislativa) riprende ora vigore, in virtù della sentenza della Corte Costituzionale. Quest’ultima ha affermato che il principio di irretroattività della legge civile (art. 11 prel.) costituisce un valore fondamentale di civiltà giuridica e, pertanto, il legislatore può introdurre norme di interpretazione autentica, tali da incidere anche su situazioni preesistenti, solo se vi sia una situazione di obiettiva incertezza del dato normativo, oppure un contrasto giurisprudenziale irrisolto, o la necessità di recuperare il signiﬁcato aderente all’originaria volontà del legislatore; e, comunque, sul presupposto che l’interpretazione autentica fornisca un signiﬁcato già contenuto nella norma di legge interpretata, riconoscibile come una delle possibili letture del testo. Sulla scorta di tale premessa la Consulta ha censurato la norma in questione, in quanto la stessa, “lungi dall’esprimere una soluzione ermeneutica rientrante tra i signiﬁcati ascrivibili al citato art. 2935 cod. civ., ad esso nettamente deroga, innovando rispetto al testo previgente, peraltro senza alcuna ragionevole giustiﬁcazione”.
“DIRITTO AL COMPENSO PER SERVIZI PUBBLICITARI RESI – PROVA DELLA INTERVENUTA CONCLUSIONE DEL CONTRATTO TRA LE PARTI” (Corte d’Appello di Milano, 16 gennaio 2012) Una recente sentenza della Corte d’Appello di Milano si è pronunciata in ordine alla richiesta di pagamento svolta da una società nei confronti di una Banca, pretesa debitrice per servizi pubblicitari televisivi asseritamente resi. Il Tribunale di Milano aveva ritenuto non provata documentalmente la sussistenza di un accordo per la dedotta prosecuzione dell’attività pubblicitaria, ma dimostrata, per facta concludentia, l’intervenuta conclusione del contratto inter partes. Sulla base di quanto sopra, il Giudice di primo grado aveva revocato il decreto ingiuntivo opposto, per carenza di idonea prova scritta del contratto, e condannato la convenuta al pagamento delle somme richieste dall’attrice. La Corte d’Appello di Milano ha, dunque, esaminato i capi della sentenza impugnata relativi alla ritenuta conclusione di un accordo desunta da fatti stimati concludenti ed individuati in comportamenti riferiti da taluni testimoni. Sul punto, i giudici d’appello hanno evidenziato il mancato raggiungimento della prova in ordine alla sussistenza di un accordo concluso, anche nei termini indicati con la sentenza di primo grado; ciò in quanto, tra l’altro, non era stato possibile stabilire il periodo di tempo in cui si sarebbe concluso verbalmente e per fatti concludenti l’accordo di rinnovo della pubblicità televisiva e, inoltre, non era stato accertato chi avesse tratto vantaggio effettivo dal contratto (concluso, peraltro, da un soggetto ed eseguito poi da un altro). La sentenza in commento ha, da ultimo, rilevato che non si possono equiparare fra loro, per un verso, un’esecuzione della prestazione unilateralmente intrapresa per aver conﬁdato in una probabile regolazione del rapporto con la società interessata, e, dall’altro, una prestazione eseguita, previo raggiungimento di un’intesa, almeno di massima. Per tali motivi, in parziale riforma della pronuncia del Tribunale, in sede di appello, è stata rigettata la domanda di condanna della Banca al pagamento delle somme di cui alla sentenza impugnata e condannata la società alla restituzione di quanto riconosciutole in primo grado. (Causa curata da Vittorio Provera, Mario Gatti e Carlo Uccella)
L’attività di mera consulenza assicurativa costituisce “intermediazione assicurativa”? La risposta al quesito si ricava dall’art. 106 del Codice delle Assicurazioni private e dall’art. 2 lettera d) del Regolamento n. 5/2006. In base a tali disposizioni, l'attività di intermediazione assicurativa e riassicurativa consiste nel presentare o proporre prodotti assicurativi e riassicurativi o nel prestare assistenza e consulenza finalizzate a tale attività e, se previsto dall'incarico intermediativo, nella conclusione dei contratti ovvero nella collaborazione alla gestione o all'esecuzione, segnatamente in caso di sinistri, dei contratti stipulati. Pertanto, l’attività di consulenza assicurativa, se finalizzata alla presentazione o alla proposta di contratti assicurativi, e se remunerata, integra attività di intermediazione assicurativa e, conseguentemente, richiede l’iscrizione nel Registro degli intermediari, precisamente: nella sezione A, se l’intermediario agisce in nome e per conto di una o più imprese di assicurazione; nella sezione B, se agisce su incarico del cliente e senza poteri di rappresentanza di alcuna impresa di assicurazione; nella sezione C, se è produttore diretto che, anche in via sussidiaria rispetto all'attività svolta a titolo principale, esercita l'intermediazione assicurativa nei rami vita e nei rami infortuni e malattia per conto e sotto la piena responsabilità di un'impresa di assicurazione, operando senza obblighi di orario o di risultato esclusivamente per l'impresa medesima; nella sezione D, se si tratta di una banca autorizzata ai sensi dell'articolo 14 del testo unico bancario, di un intermediario finanziario inserito nell'elenco speciale di cui all'articolo 107 del testo unico bancario, di una società di intermediazione mobiliare autorizzata ai sensi dell'articolo 19 del testo unico dell'intermediazione finanziaria, o di Poste Italiane - Divisione servizi di bancoposta, autorizzata ai sensi dell'articolo 2 del decreto del Presidente della Repubblica 14 marzo 2001, n. 144; nella sezione E, se è un dipendente, collaboratore, produttore o incaricato di altri intermediari iscritti alle sezioni di cui alle lettere a), b) e d), per l'attività di intermediazione svolta al di fuori dei locali dove gli intermediari operano.
CONTRO I DANNI – LIMITI DEL RISARCIMENTO
In caso di furto in negozio, l’indennizzo da riconoscere al negoziante va commisurato nel danno conseguente al sinistro e nel caso in esame il danno concretamente subito dall’assicurato si concretizza nella spesa che egli deve sostenere per il ripristino dei beni sottratti, cioè nel costo di acquisto della merce. Il sovrappiù ricavabile dalla rivendita costituisce proﬁtto, ed è anche sperato, non essendovi mai la certezza di poter rivendere tutta la merce acquistata. (Cassazione, 26 marzo 2012, n. 4828) L'assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore si estende al secondo autista - purché non coinvolto, al momento del sinistro, in alcun modo nella condotta di guida - di veicoli destinati al trasporto di cose e trasportato nella parte del veicolo progettata e costruita con posti a sedere per passeggeri. Ciò in forza di quanto previsto dagli art. 1 e 4 l. 24 dicembre 1969 n. 990 - ora trasfusa nel D.lg. n. 209 del 2005 - vigente all'epoca del sinistro nonché secondo la interpretazione giurisprudenziale dell'art. 2054 c.c. (Cassazione, 20 dicembre 2011, n. 27581) Il fatto illecito, costituito dalla uccisione del congiunto, dà luogo a danno non patrimoniale, consistente nella perdita del rapporto parentale, quando colpisce soggetti legati da un vincolo parentale stretto, la cui estinzione lede il diritto all'intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che connota la vita familiare nucleare. Per contro, afﬁnché possa ritenersi leso il rapporto parentale di soggetti al di fuori di tale nucleo (nonni, nipoti, genero, nuora) è necessaria la convivenza, quale connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l'intimità dei rapporti parentali, anche allargati, caratterizzati da reciproci vincoli affettivi, di pratica della solidarietà, di sostegno economico. Solo in tal modo il rapporto tra danneggiato primario e secondario assume rilevanza giuridica ai ﬁni della lesione del rapporto parentale, venendo in rilievo la comunità familiare come luogo in cui, attraverso la quotidianità della vita, si esplica la personalità di ciascuno (in applicazione del suesposto principio, la Corte ha escluso il risarcimento del danno non patrimoniale in capo ai nipoti per la perdita del nonno avvenuta in un sinistro della strada). (Cassazione, 16 marzo 2012, n. 4253)
LIBERALIZZARE SANZIONANDO………. LA NUOVA DISCIPLINA DEI CONTRATTI IN MATERIA DI CESSIONE DI PRODOTTI AGROALIMENTARI
L’art. 62 del decreto legge 24 gennaio 2012 n.1 sulle cosiddette liberalizzazioni (poi convertito nella legge n. 27 del 24 marzo 2012) ha, fra gli altri, introdotto una disciplina specifica ed in taluni punti assai penalizzante, in materia di contratti tra Imprese riguardanti la cessione dei prodotti agricoli ed alimentari. Si tratta di una disposizione di cui poco si è parlato ma che, come vedremo, può produrre effetti negativi e distorsivi per le Aziende italiane essendo - a dispetto dello spirito della norma - ben poco coerente con i principi di libertà di iniziativa economica e di uguaglianza di trattamento. Più specificatamente, il citato articolo introduce innanzitutto, al primo comma, una serie di prescrizioni che debbono essere inserite, a pena di nullità, nei suddetti contratti. In sintesi, tali accordi debbono essere sempre stipulati in forma scritta, prevedere la durata, la quantità e le caratteristiche del prodotto venduto; nonché i prezzi, le modalità di consegna ed i termini di pagamento. I medesimi devono essere, inoltre, informati a principi di trasparenza, correttezza e proporzionalità. Fino a qui nulla da eccepire. Parimenti dicasi per le disposizioni contenute nel secondo comma, ove è specificato, fra gli altri, che in detti contratti è vietato imporre direttamente e/o indirettamente condizioni di acquisto, di vendita o altre condizioni ingiustificatamente gravose o extra contrattuali e retroattive. Non debbono essere applicate, inoltre, condizioni oggettivamente diverse per prestazioni equivalenti; così come non si può subordinare la conclusione o l’esecuzione di detti contratti, né la continuità e regolarità delle relazioni commerciali, all’esecuzione di prestazioni che non abbiano alcuna connessione con l’oggetto dell’accordo. Sorprendente è, invece, la previsione, introdotta al comma 3 dell’art. 62, con cui si impone il pagamento del corrispettivo nel termine tassativo ed inderogabile di trenta giorni dalla consegna o dal ritiro dei prodotti medesimi (qualora si tratti di merci deteriorabili) e di sessanta giorni per le altre merci. Gli interessi per ritardato pagamento decorrono automaticamente dal giorno successivo alla scadenza, con un saggio di interessi maggiorato di ulteriori due punti (peraltro non specificando a quale saggio di interessi ci si riferisca). A fronte di tali disposizioni sono poi state inserite (e qui si incentrano le maggiori criticità e censure anche di legittimità) una serie di disposizioni che introducono sanzioni amministrative assai rilevanti per ogni violazione delle nuove regole sopra elencate. Fra queste, sicuramente la più gravosa ed anomala è quella individuata al comma 7 dell’art. 62, dove si specifica che “salvo che il fatto costituisca reato, il mancato rispetto, da parte del debitore, dei termini di pagamento stabiliti al comma 3, è punito con sanzione amministrativa pecuniaria da € 500,00 a € 500.000,00”. La misura della sanzione dipenderà dal fatturato, dalla recidiva e dal protrarsi dei ritardi.
La vigilanza in ordine all’applicazione delle disposizioni di cui all’art. 62 è afﬁdata all’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato. Come detto, tale disciplina può creare notevoli problemi proprio allo sviluppo dei rapporti ed alla crescita delle nostre imprese. La stessa, infatti, è molto più restrittiva della Direttiva Europea 2011/7/UE, la quale ha lo scopo di armonizzare - nell’ambito delle transazioni commerciali riguardanti forniture di merci e/o prestazioni di servizi all’interno del mercato comune - le normative dei Paesi membri riguardanti i termini di pagamento nelle transazioni commerciali fra Imprese. Infatti la Direttiva prevede, fra gli altri, che gli Stati membri debbano assicurare, con speciﬁche disposizioni interne, un termine massimo di sessanta giorni di pagamento delle forniture o delle prestazioni, facendo salvi però eventuali termini di pagamento diversi se espressamente concordati nel contratto, con la esclusiva previsione di un limite alla libertà contrattuale solo qualora gli accordi risultino palesemente iniqui per il creditore (art. 3, 5 comma direttiva UE 2011/7/UE). In tale contesto è evidente come la regolamentazione, ben più rigida, contenuta nell’art. 62 del decreto legge 1/2012 (che non consente deroghe a pena di nullità, impone termini di pagamento assai più restrittivi e, soprattutto, introduce sanzioni amministrative ad opera dell’Autorità Garante), può scoraggiare la stipula di accordi commerciali con Aziende italiane che producono e/o vendono prodotti agricoli o agroalimentari. Si può, infatti, ipotizzare uno scenario in cui le Imprese acquirenti di detti prodotti si rivolgano ad altri fornitori (ubicati in Paesi esteri) al ﬁne di concludere contratti non sottoposti alla legge italiana, con l’effetto di realizzare un risultato contrario non solo alla liberalizzazione ma, anche e soprattutto, alla parità di condizioni e di concorrenza. Infatti le nuove regole e sanzioni previste dalla disciplina nazionale presentano aspetti discriminatori e distorsivi della concorrenza, in contrasto con la stessa Direttiva 2011/7/UE, ciò in quanto - come accennato - l’art. 62 risulta eccessivamente tutelante di determinate posizioni, imponendo tassative condizioni di pagamento, non mitigate da eventuali possibili accordi tra le parti e, soprattutto, sanzioni ad opera dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Tutto ciò in contrasto con la disciplina comunitaria che non prevede alcuna sanzione amministrativa; permette, altresì, di concordare tra le parti diversi termini di pagamento purché non iniqui e, ancora, consente anche di pattuire versamenti a rate. Peraltro questo nuovo intervento, almeno per quanto concerne l’aspetto riguardante la previsione dei termini inderogabili di pagamento, risulta inspiegabile, non solo in quanto ingiustiﬁcatamente restrittivo rispetto alle norme comunitarie; ma anche in quanto modiﬁcativo di una precedente e recente disciplina (contenuta nel decreto legislativo 231/02, all’art. 4, ove era previsto che per prodotti alimentari deteriorabili dovevano essere stabiliti pagamenti a sessanta giorni con possibilità, tuttavia, di convenire un termine di pagamento superiore nell’ambito della libertà contrattuale). In conclusione la normativa introdotta con il D.L. 1/2012 ha un effetto opposto rispetto a quello di favorire la liberalizzazione e lo sviluppo del mercato, tanto più in un momento di crisi ed in un settore assai delicato qual è quello dei prodotti agroalimentari, peraltro di vitale importanza per il nostro Paese. È facile immaginare che Imprese italiane ed estere possano far valere i proﬁli di criticità della predetta regolamentazione, sia avanti alla Commissione Europea, per violazione delle regole di non
discriminazione; sia - anche - avanti alla Corte Costituzionale, con riferimento ai principi di uguaglianza e libertà di iniziativa economica, tutelati dagli artt. 3 e 41 della Costituzione. Pertanto sarebbe auspicabile un “ripensamento” del legislatore, inserendo talune modiﬁche del testo, in linea con le disposizioni comunitarie, considerato, peraltro, che l’efﬁcacia effettiva della disciplina decorrerà trascorsi sette mesi dalla pubblicazione della legge di conversione.
5 Maggio 2012 Telelombardia ore 23 Avv. Vittorio Provera
Archivio Puntate “Forum delle Piccole e Medie Imprese”: Canale YouTube Trifirò & Partners
Spazio Chiossetto, Via Chiossetto 20 9 Maggio 2012 Convegno: La riforma del mercato del lavoro Le collaborazioni autonome; il ruolo centrale del contratto di apprendistato; collaborazioni a progetto Relatori: Avv. Salvatore Trifirò e Avv. Giacinto Favalli
Palazzina ANMIG, Salone Valente, Via Freguglia, 14 10 Maggio 2012, ore 14.30 - 18.30 Convegno: La Riforma del Diritto del Lavoro Tavola Rotonda: Licenziamenti e contratti ﬂessibili - le problematiche interpretative Relatore: Avv. Giacinto Favalli PROGRAMMA (PDF) ✦Milano,
NH Milano Touring 22 Maggio 2012 Convegno: Gli strumenti ﬁnanziari derivati L’analisi della recente giurisprudenza di merito Relatore: Avv. Francesco Autelitano PROGRAMMA (PDF) ✦Milano, Hotel
Hilton, 22 Maggio 2012 ✦Roma, Grand Hotel St. Regis, 19 Giugno 2012 Convegno: La riforma del mercato del lavoro. Un’opportunità di crescita per il Paese? Riforma delle pensioni e strumenti di flessibilità in uscita Relatore: Avv. Giacinto Favalli
Diritto24 - Il Sole 24 Ore: 26/04/2012 twitter @Diritto24 Novità in materia di somministrazione di lavoro (D.lgs. 2 Marzo 2012, n. 24) di Valeria De Lucia DirittoBancario.it: 16/04/2012 twitter @DirittoBancario La prescrizione del diritto alla ripetizione d’indebito derivante da operazioni bancarie in conto corrente di Francesco Autelitano Diritto24 - Il Sole 24 Ore: 16/04/2012 twitter @Diritto24 Liberalizzare sanzionando: la nuova disciplina dei contratti in materia di cessione di prodotti agroalimentari di Vittorio Provera Corriere della Sera: 11/04/2012 I tre arbitri di Esselunga, la scelta di Caprotti Esselunga. Parte l’arbitrato tra Caprotti e i ﬁgli. La Stampa: 12/04/2012 Fiom-Fiat, il giudice ha riunito i 28 ricorsi Telelombardia: Aprile 2012 Forum delle Piccole e Medie Imprese Video: Controllo dei lavoratori, controllo posta elettronica Video: Riforma del mercato del lavoro Video: Ammortizzatori sociali Video: Licenziamenti individuali Giorgio Molteni Il Sole 24 Ore: 06/04/2012 La conciliazione peserà sulla decisione del giudice Intervista a Giacinto Favalli Telelombardia: Marzo 2012 Forum delle Piccole e Medie Imprese Video: Articolo 18 e Costo del Lavoro Video: Il Contratto di Apprendistato Vittorio Provera
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References: art. 28
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 20
 ART. 19
 art. 28
 sentenza 
 ART. 27
 art. 28
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 art. 2935
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 Articolo 18