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Timestamp: 2020-02-27 19:42:25+00:00

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TAR Lazio, sez. I, sentenza 23 gennaio 2015
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Il TAR Lazio, con sentenza 23 gennaio 2015, ha definitivamente pronunciato sul ricorso presentato dalla UNCC di Parma, per la dichiarazione della non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt. 5 e 16 del D.lgs. 28/2010, in riferimento agli artt. 24, 76 e 77 Cost. nonché per l’annullamento di talune disposizioni del DM 180 del 18 ottobre 2010.
A seguito della sent. 272/212 della Corte costituzionale, come è noto, parte ricorrente aveva presentato istanza ex art. 80 c.p.a. per la prosecuzione del giudizio sospeso, proponendo inoltre motivi aggiunti a seguito delle modifiche normative intervenute.
Posta la legittimazione attiva della UNCC, in quanto “…è principio giurisprudenziale pacifico che un’associazione professionale, se e in quanto ne sia comprovato un apprezzabile grado di rappresentatività, può essere legittimata ad impugnare provvedimenti lesivi, oltre che di interessi propri, di interessi collettivi della categoria, non anche di singole posizioni giuridiche degli associati”, e quindi rigettata la relativa eccezione del resistente, il TAR passa all’esame del merito.
Le prime due censure di legittimità costituzionale (in sostanza: il DM 180/2010 sarebbe illegittimo in via derivata dall’illegittimità costituzionale, per eccesso di delega, degli artt. 5, 8 e 17 del D.lgs. 28/2010 in relazione agli artt. 24, 76 e 77 della Costituzione) devono essere dichiarate improcedibili, in quanto “…allo stato, le censure in parola [risultano] affidate a un impianto argomentativo complessivo non più coerente con l’attuale quadro normativo”.
Con la terza censura (eccesso di potere per irragionevolezza) la ricorrente lamenta che, mentre la legge delega pone il requisito dell’indipendenza sia in capo agli organismi di mediazione sia in capo ai singoli mediatori, l’art. 4 del decreto impugnato assicurerebbe tale indipendenza in misura molto minore, riferendola esclusivamente “allo svolgimento del servizio di mediazione”.
Tale censura, però, è infondata e pertanto va respinta, in quanto, ad una lettura complessiva dell’art. 4 DM 180/2010, anche alla luce delle modifiche ad esso apportate dai DD.MM. 145/2011 e 39/2014, risulta che il complesso delle disposizioni esaminate “…declinano a carico degli organismi di mediazione, sotto i profili personali, strutturali e funzionali, e indi compiutamente, il concetto sostanziale di indipendenza assunto nella legge delega”.
Va inoltre respinta l’ulteriore censura, proposta mediante motivi aggiunti, con cui parte ricorrente ha sostenuto l’illegittimità costituzionale del nuovo art. 5 D.lgs 28/2010, nella parte in cui ha nuovamente regolamentato l’esperimento della mediazione quale condizione di procedibilità per la domanda giudiziale in alcune materie (in sostanza perchè il D.L. 69/2013, poi convertito con la L. 98/2013, sarebbe viziato dalla carenza del carattere di straordinaria necessità e urgenza che ne legittima l’utilizzo, carenza che la ricorrente ritiene testimoniata dalla previsione che la nuova disposizione si applichi decorsi trenta giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione del decreto).
Sul punto, ad avviso del TAR, sulla base della costante giurisprudenza della Corte costituzionale relativa la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 77, co. 2, Cost., non può ravvisarsi “…nella fattispecie in esame l’evidenza richiesta per sollevare nuovamente la questione di costituzionalità della mediazione obbligatoria, dedotta dalla ricorrente”.
Così come infondata deve ritenersi l’ulteriore questione di legittimità costituzionale – proposta mediante motivi aggiunti – relativa al nuovo modello di mediazione delegata di cui all’art. 5, co. 2, D.lgs 28/2010, in base al quale anche in appello, il giudice può disporre la mediazione, il cui svolgimento (effettivo, secondo la giurisprudenza ormai prevalente) condiziona a quel punto la procedibilità del giudizio (ciò che implicherebbe, ad avviso della ricorrente, violazione del principio di ragionevole durata del processo di cui all’art. 111 Cost.).
Infine, infondata è anche la questione dell’illegittimità costituzionale dell’art. 13, D.lgs 28/2010 (le sanzioni previste per l’ipotesi di corrispondenza tra il provvedimento che definisce il giudizio ed il contenuto dell’eventuale proposta del mediatore costituirebbero un indebito ostacolo all’accesso alla giustizia, in violazione dell’art. 24 Cost.).
Le questioni di legittimità costituzionale spiegate dalla ricorrente, tanto attraverso il ricorso introduttivo quanto per mezzo dei successivi motivi aggiunti, devono quindi essere dichiarate in parte improcedibili e per il restante respinte.
Ben diversa, ed avviso di scrive ben poco persuasiva, risulta invece la seconda parte della sentenza in commento.
Innanzitutto, il Giudice accoglie il ricorso nella parte in cui sostiene l’illegittimità dell’art. 16, co. 2 e 9, DM 180/2010, in quanto “…entrambe le disposizioni regolamentari si pongono in contrasto con la gratuità del primo incontro del procedimento di conciliazione, previsto dalla legge laddove le parti non dichiarino la loro disponibilità ad aderire al tentativo”.
A prima vista, la dichiarata illegittimità sembra la conseguenza di un’interpretazione puramente letterale del parametro, ossia dell’art. 17, co. 5 – ter, D.lgs 28/2010, secondo cui “Nel caso di mancato accordo all’esito del primo incontro, nessun compenso è dovuto per l’organismo di mediazione”.
Sulla base di detta interpretazione, “salterebbe” la distinzione, preannunciata nella Circolare 27 novembre 2013 del Ministero della Giustizia e poi attuata mediante la relativa specifica arrecata in sede di modifica del comma 2 dell’art.16 del DM, tra “spese di avvio” (40 euro ovvero 80 euro per le liti di valore superiore a 250.000 euro) e “spese di mediazione”, dovute, secondo il rispettivo scaglione, solo in caso di superamento del primo incontro.
Distinzione, ad avviso di chi scrive, logica ed opportuna, ove si consideri il fatto che le spese di avvio rappresentano l’unica fonte certa di copertura dei costi che gli Organismi devono sostenere per l’organizzazione e la gestione dei procedimenti di mediazione (vale a dire, in breve, per la propria esistenza).
Vanno poi sottolineate quantomeno due criticità.
Innanzitutto, secondo il TAR l’illegittimità vizia l’intero co. 2 del DM 180. Infatti detto comma è annullato in toto, non limitatamente a singoli periodi o a determinate parole (cfr. dispositivo sentenza).
Nella disposizione in questione, però, erano contemplate, oltre le spese di avvio, anche le spese vive documentate. Pare invero irreale che le stesse, in nome di una “iperestesa” nozione di “gratuità”, debbano essere a carico dell’organismo – al netto di interventi legislativi innovatori – se non altro sulla base del fatto che, in virtù di un principio generale che non sembra potersi mettere in discussione, il mandatario (alias l’organismo) ha diritto alla reintegrazione delle spese sostenute nell’interesse del mandante (alias la parte istante): altrimenti passerebbe il concetto che la legge possa, a piacimento, gravare l’organismo di spese fatte nell’interesse altrui, il che pare, francamente, troppo.
In secondo luogo, due questioni relative al co. 9 dell’art. 16 del DM.
Preliminarmente va rilevato che quest’ultima disposizione si riferiva ad una realtà, quella dell’originario modello di mediazione, in cui il “primo incontro”, ai sensi e per gli effetti di cui alla L. 98/2013, non esisteva, intendendosi, all’epoca, tale locuzione in senso puramente cronologico: dal momento che il comma in parola non è stato “ritoccato” dagli interventi successivi (DM 139/14, l’unico successivo al “decreto del fare” ed alla relativa conversione…), sembra evidente che il periodo “Le spese di mediazione sono corrisposte prima dell’inizio del primo incontro di mediazione in misura non inferiore alla metà” debba essere inteso con riferimento esclusivo all’indennità, da versarsi nella sola ipotesi di “superamento” del primo incontro.
Posto che – alla luce del dispositivo – anche la disposizione in esame risulta caducata nella sua totalità, occorre poi osservare che viene meno anche l’ultimo periodo, secondo cui “… In ogni caso nelle ipotesi di cui all’articolo 5, comma 1 del decreto legislativo, l’organismo e il mediatore non possono rifiutarsi di svolgere la mediazione” (sic!). Venuta meno la previsione in parola (sia consentito il paradosso) i soggetti in questione potrebbero forse rifiutarsi?
Infine, la sentenza in commento interviene in merito alla formazione degli avvocati mediatori di diritto.
L’art. 4, co. 3, lett. b), D.M. 180/2010 è illegittimo nella parte in cui prevede “…il possesso, da parte dei mediatori, di una specifica formazione e di uno specifico aggiornamento almeno biennale, acquisiti presso gli enti di formazione in base all’articolo 18, nonché la partecipazione, da parte dei mediatori, nel biennio di aggiornamento e in forma di tirocinio assistito, ad almeno venti casi di mediazione svolti presso organismi iscritti”; ciò, in quanto, secondo il TAR, tale disposizione è “…palesemente in contrasto con le nuove disposizioni, nella misura in cui è suscettibile di essere applicata in via generale, ovvero anche nei confronti degli avvocati iscritti all’albo, che la legge dichiara mediatori di diritto, e la cui formazione in materia di mediazione viene regolata con precipue disposizioni”.
Si tratta di un profilo, seppur importante, può comunque in gran parte considerarsi superato, dal momento che il CNF, con riferimento alla formazione e all’aggiornamento degli avvocati mediatori di diritto ha da tempo stabilito percorsi alternativi e differenziati, ai sensi dell’art. 11 L. 247/2012 e nel rispetto del codice deontologico forense, come peraltro previsto dall’art. 16, co. 4 – bis, D.lgs 28/2010.
In sintesi: si tratta di una sentenza di primo grado, potrebbe quindi essere sospesa ed in seguito, eventualmente, riformata dal Consiglio di Stato; nel frattempo, il paradosso potrebbe consistere in ulteriori (provvisorie?) “difficoltà” per il pianeta mediazione, proprio nel momento in cui ne è ribadita, quantomeno, la “non illegittimità costituzionale”.
per l’annullamento del decreto n. 180 del 18 ottobre 2010, adottato dal Ministro della giustizia di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 4 novembre 2010, nonché per la dichiarazione della non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt. 5 e 16 del d.lgs. n. 28 del 2010, in riferimento agli artt. 24, 76 e 77 Cost..

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