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Timestamp: 2018-12-15 15:02:35+00:00

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Se il permesso di costruire è illegittimo
29 Dicembre 2015 | Autore: Edizioni Simone
> L’esperto Pubblicato il 29 Dicembre 2015
Lavori edili eseguiti con permesso di costruire illegittimo, abusi edilizi, reato di abuso di ufficio: gli orientamenti della Cassazione.
La giurisprudenza pretorile, intorno agli anni settanta, cominciò a ricondurre alla carenza di concessione edilizia le ipotesi di lavori eseguiti sulla base di concessione illegittima: cioè viziata, o per inosservanza dei presupposti formali di legittimità, o in violazione del vincolo di inedificabilità stabilito dalla legge in assenza di strumenti urbanistici, ovvero in contrasto con i limiti imposti dalla pianificazione vigente.
Venne affermato che in tali casi il giudice penale — avvalendosi dei poteri genericamente attribuiti al giudice ordinario dall’art. 5 della legge 20-3-1865, n. 2248, all. E) — può compiere una valutazione del titolo abilitativo, al fine di verificarne la legalità.
Qualora egli riscontri eventuali vizi di illegittimità (violazione di legge, incompetenza, eccesso di potere), può disapplicare l’atto amministrativo illegittimo, considerando ad ogni effetto i lavori come eseguiti in assenza di titolo.
La Suprema Corte non assunse, al riguardo, un orientamento uniforme, ed invero:
— talune decisioni ritennero che l’illegittimità della concessione fosse assimilabile alla mancanza della stessa;
— altre distinsero tra concessione illegittima e concessione illecita, escludendo — nel primo caso — la sussistenza di un presupposto essenziale del reato;
— altre infine ravvisarono, nell’ipotesi di concessione illegittima, la violazione dell’art. 17, lett. a), della legge n. 10/1977, e non quella più grave di cui alla lett. b).
Alcuni studiosi (BAJNO, PETRONE, VENDITTI, VILLATA), comunque, confutarono energicamente la tesi della disapplicazione, affermando che l’art. 5 della legge n. 2248/1865 non può spiegare alcuna efficacia nell’ambito del processo penale, in quanto questo non è rivolto alla tutela di diritti soggettivi, bensì all’accertamento della corrispondenza di un fatto alla fattispecie incriminatrice.
Non vi è, insomma, una parte che possa chiedere al giudice il disconoscimento di una disciplina imposta da un provvedimento amministrativo illegittimo, con sacrificio di relazioni giuridiche alle quali essa partecipa; il provvedimento illegittimo, invece, potrebbe costituire soltanto il presupposto di un reato.
Si asserì, infine, che la disapplicazione si risolve, agli effetti penali, in una forma di retroattività «in malam partem» (BAJNO, G. DE ROBERTO), dal momento che si qualifica postumamente illecita una condotta posta in essere in conformità ad un titolo assistito dalla presunzione di legittimità degli atti amministrativi, che è principio generale del nostro ordinamento.
Un notevole contributo alla configurazione della questione venne fornito dalla III sezione penale del Supremo Collegio, con l’ordinanza 13-3-1985 (ric. Meraviglia).
Approfondito, in detta ordinanza, è l’esame dei riferimenti all’allegato E) della legge n. 2248/1865:
«La legge 20 marzo 1865, n. 2248, all. E, di abolizione del contenzioso amministrativo, intese fondamentalmente salvaguardare, nella scelta dei criteri di individuazione della giurisdizione, il principio della tutela esclusiva dei diritti da parte del giudice ordinario, quale garanzia assoluta di libertà.
In tale contesto l’art. 4 dispone che il giudice ordinario, quando la contestazione cade sopra un diritto che si pretende leso da un atto dell’autorità amministrativa, può conoscere solo degli effetti dell’atto in relazione all’oggetto del giudizio, non potendo né revocare né modificare l’atto amministrativo; e l’art. 5 dispone che, in questo come in ogni altro caso, il giudice ordinario applica gli atti amministrativi in quanto siano conformi alla legge. Com’è noto, è tuttora aperta la questione se le norme degli artt. 4 e 5 contemplino fattispecie diverse e comportino precetti autonomi l’uno dall’altro, ovvero se si tratti, in realtà, di disposizioni tra loro complementari.
La questione non è soltanto formale perché, ove si accogliesse la prima soluzione, si dovrebbe ritenere che l’art. 5 contiene un precetto generalizzato di disapplicazione degli atti amministrativi illegittimi, indipendentemente dal fatto che vi sia lesione di diritti soggettivi, essendo diretto alla reintegrazione del diritto oggettivo.
Quest’ultima è l’interpretazione prevalentemente accolta dalla giurisprudenza penale, la quale, laddove la decisione presuppone la cognizione dell’atto amministrativo, lo disapplica se il giudice ne ravvisa l’invalidità.
Tale orientamento non può essere condiviso.
La cognizione degli atti amministrativi da parte del giudice ordinario fu voluta dal legislatore del 1865 solo entro i limiti in cui ritenne che la giurisdizione amministrativa non fosse sufficiente a garantire determinate posizioni soggettive a livello di diritti; e, pure in tali limiti ristretti, il legislatore si preoccupò di evitare che la cognizione dell’atto amministrativo da parte del giudice ordinario potesse comportare, comunque, la revoca o la modifica del provvedimento, il che avrebbe determinato un consistente vulnus al principio fondamentale voluto dalla legge sul contenzioso, secondo cui il controllo della validità degli atti amministrativi e l’eliminazione degli effetti degli atti invalidi sono attribuiti alla giurisdizione amministrativa.
Tutto ciò convince che l’art. 5 legge contenzioso non introduce affatto un principio generalizzato di disapplicazione degli atti amministrativi illegittimi da parte del giudice penale per esigenze di diritto oggettivo, ma che al contrario, esso contiene un precetto complementare al precedente art. 4, in modo che il controllo sulla legittimità dell’atto amministrativo debba restare rigorosamente confinato agli atti incidenti negativamente su diritti soggettivi, e sempre che si tratti di accertamento incidentale, che lasci persistere gli effetti di cui l’atto è capace all’esterno del giudizio.
Si deve ritenere, cioè, che l’istituto della disapplicazione non riguarda gli atti amministrativi che rimuovono un ostacolo al libero esercizio di diritti (nulla-osta, autorizzazioni) ovvero costituiscono diritti soggettivi (concessioni), per la semplice considerazione che, in tali casi, non sussiste la lesività dell’atto e perché l’intervento del giudice ordinario si tradurrebbe in una ingerenza ed in un controllo dell’attività amministrativa, teso ad eliminare ex officio non solo i diritti derivati dall’atto amministrativo ma anche lo stesso atto amministrativo, la cui accertata invalidità lo svuoterebbe di contenuto all’interno ed all’esterno del giudizio, talché, sostanzialmente, esso sarebbe annullato dall’autorità giudiziaria ordinaria.
Tutto ciò non esclude in termini assoluti che il giudice penale debba egualmente conoscere dell’invalidità dell’autorizzazione o della concessione e ritenere che tali provvedimenti siano da considerarsi tamquam non essent sotto il profilo sostanziale, nei casi i cui l’assenza di tali atti amministrativi costituisca il presupposto della condotta incriminata. Ma tale potere non è riconducibile, come erroneamente è stato ritenuto dai giudici di merito, al potere di disapplicazione degli atti amministrativi illegittimi ex art. 5 legge sul contenzioso, bensì deve trovare fondamento e giustificazione nella stessa disposizione incriminatrice, nel senso che sia il precetto normativo ad esigere il controllo della legalità dell’atto per non essere la materiale esistenza del provvedimento sufficiente ad escludere la sussistenza del reato.
L’indagine sistematica si può avvalere, sotto tale riflesso, del disposto dell’art. 650 c.p., in cui si prevede espressamente che il reato d’inosservanza di provvedimenti dell’autorità sussiste sempre che tali provvedimenti siano dati legalmente.
La cognizione del reato da parte del giudice penale comporta, in tal caso, un giudizio valutativo, che include l’esame della legalità dell’atto amministrativo, perché è la stessa disposizione incriminatrice a richiamare tale requisito tra i presupposti del reato».
Rilevò, quindi, la Corte che la norma incriminatrice ricollega la sanzione penale all’«insussistenza» del provvedimento amministrativo e non anche alla sua «illegalità»:
«Applicando i principi testé esposti al caso di specie, si rammenta che l’art. 17, lett. b), L. 28 gennaio 1977 n. 10 prevede, tra l’altro, una contravvenzione edilizia nel fatto della costruzione in assenza della concessione.
Avrebbe potuto il legislatore aggiungere “legalmente data” ovvero “con concessione illegalmente data”, come per le ipotesi sanzionatorie dell’art. 650 c.p., e non vi sarebbe stato alcun problema interpretativo.
In tal caso, il giudice penale avrebbe conosciuto della legalità della concessione, perché da tale accertamento, positivo o negativo, sarebbe dipeso il giudizio, non in forza degli artt. 4 e 5 legge sul contenzioso ma della stessa struttura della norma incriminatrice. In mancanza, non ritiene la Corte che il requisito della legalità della concessione sia ricavabile in base ad altri rilievi ermeneutici delle norme in esame».
In decisioni successive la Suprema Corte ribadì che il giudice penale deve controllare soltanto l’esistenza dell’atto sulla base dell’esteriorità formale e della sua provenienza dall’organo legittimato ad emetterlo, ulteriormente precisando che deve parlarsi di assenza dell’atto non solo qualora l’atto in questione sia stato emesso da organo assolutamente privo del potere di provvedere, ma anche qualora il provvedimento sia frutto di attività criminosa del soggetto pubblico che lo rilascia o del soggetto privato che lo consegue, e, quindi, non sia riferibile oggettivamente alla sfera del lecito giuridico, oltre la quale non è dato operare ai pubblici poteri (cfr. Cass., 31-3-1986, ric. Ainora).
Il contrasto giurisprudenziale rese opportuno l’intervento delle Sezioni Unite penali e queste — con la sentenza del 31 gennaio 1987 (ric. Giordano) — statuirono che «il potere del giudice penale di conoscere della illegittimità della concessione edilizia non è riconducibile al potere di disapplicazione dell’atto amministrativo illegittimo riconosciutogli dagli artt. 4 e 5 della legge n. 2248 del 1865, all. E), ma deve trovare fondamento e giustificazione o in una esplicita previsione legislativa ovvero nell’ambito della interpretazione ermeneutica della norma penale, qualora l’illegittimità dell’atto amministrativo si presenti, essa stessa, come elemento essenziale della fattispecie criminosa».
Le Sezioni Unite affermarono, nella decisione anzidetta, che — dalla lettura congiunta degli artt. 4 e 5 della legge del 1865 — «si evince chiaramente che le norme in questione non introducono affatto un principio generalizzato di disapplicazione degli atti amministrativi illegittimi da parte del giudice ordinario (sia esso civile o penale) per esigenze di diritto oggettivo, ma che, al contrario, il controllo sulla legittimità dell’atto amministrativo è stato rigorosamente limitato dal legislatore ai soli atti incidenti negativamente sui diritti soggettivi ed alla specifica condizione che si tratti di accertamento incidentale, che lasci persistere gli effetti che l’atto medesimo è capace di produrre all’esterno del giudizio.
Ne consegue, pertanto, che la normativa in questione non può trovare applicazione per quegli atti amministrativi che, lungi da comportare lesione di un diritto soggettivo, rimuovono, invece, un ostacolo al loro libero esercizio (nulla-osta, autorizzazioni) o addirittura li costituiscono (concessioni).
Opinare diversamente non solo comporta l’estensione al diritto oggettivo di una regola dettata unicamente a tutela dei diritti soggettivi, ma comporta altresì — con violazione del principio della divisione dei poteri — l’attribuzione al giudice penale di un potere di controllo e d’ingerenza esterna sull’attività amministrativa e, quindi, l’esercizio di un’attività gestionale che dalla legge è, invece, demandata in esclusiva ad altro potere dello Stato.
Ciò, peraltro, non esclude che, in determinati casi, il giudice penale non possa egualmente conoscere della illegittimità dell’atto amministrativo.
Tale possibilità, tuttavia, non è riconducibile al potere di disapplicazione dell’atto amministrativo illegittimo riconosciutogli dagli artt. 4 e 5 della legge del 1865, ma deve, invece, trovare fondamento e giustificazione o in una esplicita previsione legislativa (come, ad esempio, avviene con il disposto dell’art. 650 cod. pen.), ovvero, nell’ambito dell’interpretazione ermeneutica della norma penale, qualora l’illegittimità dell’atto amministrativo si presenti, essa stessa, come elemento essenziale della fattispecie criminosa.
Ne deriva, pertanto, che nel caso in esame, intanto potrebbe ritenersi valida la (effettuata) equiparazione tra «mancanza di concessione» e «concessione illegittimamente rilasciata», in quanto fosse possibile ritenere che la disposizione di cui al citato art. 17, lett. b), legge 28 gennaio 1977 n. 10 (ora art. 20, lett. b), legge 28 marzo 1985, n. 47) sia funzionale alla tutela dell’interesse all’osservanza delle norme di diritto sostanziale che disciplinano l’attività edilizia.
Ma una simile opinione certamente non può essere condivisa, dato che — come è stato oramai ripetutamente precisato da questa Suprema Corte con giurisprudenza consolidata (nonché dalla Corte Costituzionale con la nota sentenza n. 47 del 1979) — l’interesse tutelato da tale norma è quello pubblico di sottoporre l’attività edilizia al preventivo controllo della P.A., con conseguente imposizione, a chi voglia edificare, dell’obbligo di richiedere l’apposita autorizzazione amministrativa; il reato de quo sussiste anche se il privato — che non ha chiesto o comunque non ha ottenuto la detta autorizzazione (denominata concessione) — abbia costruito o iniziato a costruire nel pieno rispetto delle norme sostanziali che disciplinano l’attività edilizia».
Secondo l’assunto delle Sezioni Unite, dunque, l’inammissibilità dell’equiparazione tra mancanza di concessione e concessione illegittimamente rilasciata sarebbe derivata dalla considerazione che la disposizione di cui all’art. 17, lett. b), della legge n. 10/1977 non era «funzionale alla tutela dell’interesse all’osservanza delle norme di diritto sostanziale che disciplinano l’attività edilizia».
Un netto dissenso dall’anzidetto orientamento venne però espresso in una successiva sentenza della sezione III della Cassazione (9 gennaio 1989, n. 2766, ric. Bisceglia, in Cass. pen. 1990, 1142), ove si affermò che la questione doveva essere rivista alla stregua dei principî informatori della legge n. 47/1985, avendo tale legge profondamente mutato l’oggetto stesso della tutela penale, incentrata ormai sul criterio sostanziale della conformità delle opere alla normativa urbanistica. Al giudice penale venne riconosciuta così la potestà di disapplicare l’atto amministrativo illegittimo, essendo divenuta la illegittimità dell’atto essa stessa un elemento essenziale della fattispecie criminosa.
La Corte Costituzionale — con ordinanza 11/14 giugno 1990, n. 288 — confermò l’orientamento delle Sezioni Unite penali della Cassazione (ritenendolo espressamente non superato dall’anzidetta decisione) secondo il quale il giudice ordinario non può disapplicare il provvedimento amministrativo, salvo i casi di lesione di diritti soggettivi o di illiceità penale, soggiungendo però che «l’illiceità penale di una concessione non deriva soltanto dalla collusione (tra richiedente ed autorità amministrativa), ma da qualsiasi violazione della legge penale che abbia a viziare il momento formativo della volontà della pubblica amministrazione».
Le ipotesi di rilascio doloso di titolo abilitativo illegittimo potranno essere, altresì, punite:
— ai sensi dell’art. 319 c.p., se vi sia stata offerta di danaro o di altra utilità;
— nonché ai sensi dell’art. 323 c.p.
Le Sezioni Unite della Cassazione hanno avuto occasione di pronunciarsi nuovamente sulla questione e — con la sentenza 12 novembre 1993, ric. Borgia, in Corriere giur., 1994, 750 — hanno affermato che «al giudice penale non è affidato, in definitiva alcun cd. sindacato sull’atto amministrativo», ma questi — nell’esercizio della potestà penale — è tenuto ad accertare la conformità tra ipotesi di fatto (opera eseguenda o eseguita) e fattispecie legale (identificata dalle disposizioni legislative statali e regionali in materia urbanistico-edilizia, dalle previsioni degli strumenti urbanistici e dalle prescrizioni del regolamento edilizio). Il complesso di tali disposizioni, previsioni e prescrizioni, tutte insieme considerate, costituisce il parametro organico per l’accertamento della liceità o dell’illiceità dell’opera edilizia e ciò in quanto l’oggetto della tutela penale apprestata dall’art. 20 della legge n. 47/1985 non è più — come nella legge n. 1150/1942 — il bene strumentale del controllo e della disciplina degli usi del territorio, bensì «la salvaguardia degli usi pubblici e sociali del territorio» medesimo.
In questa prospettiva, nell’ipotesi di realizzazione di opere di trasformazione del territorio in violazione dell’anzidetto parametro di legalità urbanistica ed edilizia, il giudice non deve concludere per la mancanza di illiceità penale solo perché sia stato rilasciato il permesso di costruire: questo, infatti, «nel suo contenuto, nonché per le caratteristiche strutturali e formali dell’atto, non è idoneo a definire esaurientemente lo statuto urbanistico ed edilizio dell’opera realizzanda senza rinviare al quadro delle prescrizioni degli strumenti urbanistici … Né il limite al potere di accertamento penale del giudice può essere posto evocando l’enunciato dell’art. 5 della legge 20 marzo 1865, n. 2248 – all. E, in quanto tale potere non è volto ad incidere sulla sfera dei poteri riservati alla pubblica amministrazione, e quindi ad esercitare un’indebita ingerenza, ma trova fondamento e giustificazione in una esplicita previsione normativa, la quale postula la potestà del giudice di procedere ad un’identificazione in concreto della fattispecie sanzionata».
In seguito a quest’ultimo intervento delle Sezioni Unite, alcune decisioni della Suprema Corte considerarono il reato di cui all’art. 20, lett. a), della legge n. 47/1985 come l’unica fattispecie penale configurabile nell’ipotesi di illegittimità dell’atto concessorio, escludendo comunque l’elemento soggettivo della contravvenzione medesima quando la violazione delle norme urbanistiche (leggi, strumenti di pianificazione, regolamenti) non fosse «grossolana o macroscopica» (vedi Cass., sez. III: 19 ottobre 1992, Palmieri e 21 maggio 1993, P.M. in proc. Tessarolo).
Successivamente, però, la Corte ha rilevato che il giudizio (ric. Borgia) conclusosi con la pronunzia delle Sezioni Unite aveva ad oggetto una fattispecie inquadrabile nella previsione dell’art. 20, lett. a), ma che i principî affermati con quella pronunzia hanno valore e portata generale in relazione a tutte e tre le fattispecie attualmente previste dall’art. 44, poiché esse tutte tutelano il medesimo interesse sostanziale dell’integrità del territorio.
Spetta in ogni caso al giudice penale la individuazione, in concreto, di eventuali situazioni di buona fede e di affidamento incolpevole.
Attualmente il consolidato orientamento della Cassazione è nel senso che, in presenza di un permesso di costruire illegittimo, non viene in rilievo la disapplicazione di un atto amministrativo, bensì la valutazione della sussistenza di un elemento normativo della fattispecie penale.
Allorquando il giudice penale accerta l’esistenza di profili di illegittimità sostanziale del titolo abilitativo edilizio non pone in essere la procedura di disapplicazione riconducibile all’art. 5 della legge 20 marzo 1865, n. 2248, all. E, né incide con indebita ingerenza sulla sfera riservata alla pubblica amministrazione, ma esercita un potere che trova fondamento e giustificazione nella stessa previsione normativa incriminatrice, della quale la legittimità dell’atto costituisce elemento integrativo, in quanto procede ad una identificazione in concreto della fattispecie con riferimento all’oggetto della tutela da identificarsi nella salvaguardia degli usi pubblici e sociali del territorio regolati dagli strumenti urbanistici (vedi Cass., sez. III: 23 ottobre 2012, n. 41318; 2 marzo 2009, n. 9177, Corvino ed altri, in Riv. giur. edilizia, 2009, I, 977; 21 marzo 2006, Tantillo; 3 marzo 2004, Dalla Fior, in Cass. pen., 2005, 34).
— «In tema di reati edilizi, in presenza di «concessione edilizia» illegittima non è necessario che il giudice disapplichi tale atto perché sia configurabile il reato di costruzione edilizia abusiva, in quanto è sufficiente valutare la sussistenza dell’elemento normativo della fattispecie, posto che la conformità della costruzione e della concessione ai parametri di legalità urbanistica ed edilizia è elemento costitutivo dei reati contemplati dalla normativa urbanistica» (Cass., sez. III, 13 novembre 2007, n. 41620).
— «L’interesse protetto dalla L. 28 febbraio 1985, n. 47 deve rinvenirsi in quello sostanziale alla protezione del territorio in conformità alla normativa urbanistica; pertanto, alla luce della sentenza delle sezioni unite 21 dicembre 1993, p.m. in proc. Borgia e altri, nell’ipotesi in cui si edifichi con concessione edilizia illegittima, non si discute più di disapplicazione di un atto amministrativo illegittimo e dei relativi poteri del giudice penale, ma di potere accertativo di detto magistrato dinanzi ad un atto amministrativo, che costituisce presupposto o elemento costitutivo di un reato; in tali ipotesi l’esame deve riguardare non l’esistenza ontologica dello stesso, ma l’integrazione o meno della fattispecie penale «in vista dell’interesse sostanziale che tale fattispecie assume a tutela (nella specie, l’interesse sostanziale alla tutela del territorio), nella quale gli elementi di natura extrapenale … convergono organicamente, assumendo un significato descrittivo; tale potere accertativo non è limitato solo all’ipotesi di cui all’art. 20, lett. a), L. n. 47 del 1985, ma anche a quelle previste dalle lett. b) e c), essendo identici i principi ai quali si ispira la citata pronuncia; in quest’ottica presentano particolare rilievo i principi generali in tema di concorso di persone nel reato e l’elemento psicologico; sicché, seppure si sia in sede di procedimento incidentale di riesame, l’elemento soggettivo e la macroscopicità della violazione della normazione urbanistica con esso commessa devono essere accertati in base ad una sommaria delibazione» (Cass., sez. III, 13 gennaio 1995, Cutonilli, in Appalti, urbanistica, edilizia, 1996, 1114).
— «In tema di reati edilizi l’interesse protetto è non soltanto quello formale della realizzazione della costruzione nel rispetto della concessione, ma anche quello della tutela sostanziale del territorio, il cui sviluppo deve avvenire in conformità alle previsioni urbanistiche; la concessione, costituendo un elemento normativo delle fattispecie tipiche di cui all’art. 20 L. 28 febbraio 1985, n. 47, va sottoposta a verifica di legalità da parte dell’autorità giudiziaria, la quale deve accertare che il provvedimento sia conforme al modello legale previsto, anche con riferimento all’osservanza della normativa vigente in materia» (Cass., sez. III, 4 maggio 1998, Losito).
— «In materia edilizia, il giudice penale può accertare la illegittimità sostanziale del titolo abilitativo non soltanto se l’atto medesimo sia illecito, ovvero frutto di attività criminosa per eventuali collusioni del soggetto beneficiario con organi dell’amministrazione, ma anche nell’ipotesi in cui sussista la non conformità dell’atto alla normativa che ne regola l’emanazione o alle disposizioni legislative in materia urbanistico-edilizia» (Cass., sez. III: 17 luglio 2012, n. 28545, Cinti; 14 dicembre 2006, Bruno).
— In materia urbanistico-edilizia, la macroscopica illegittimità del provvedimento amministrativo abilitativo non è essenziale ai fini della configurabilità di un’ipotesi di reato ex art. 44 D.P.R. n. 380/2001, ma costituisce un significativo indice di riscontro dell’elemento soggettivo della contravvenzione contestata, anche riguardo all’apprezzamento della colpa» (Cass. pen., sez. III, 13 gennaio 2009, Corvino, in Riv. giur. edilizia, 2009, I, 977).
— «In tema di reati edilizi, sussiste il fumus iuris del reato di cui all’art. 20 L. n. 47 del 1985, qualora l’attività edificatoria in un atto in un’area sia stata autorizzata a seguito di un permesso per costruire ottenuto fraudolentemente, includendovi una porzione di area già sottoposta ad atto d’obbligo di asservimento, così alterando l’ndice fondiario di fabbricabilità; infatti, quando una porzione di suolo sia stata in concreto utilizzata ai fini del computo della cubatura per l’edificazione di un manufatto edilizio, essa, nella perdurante esistenza di tale manufatto, non può essere succesivamente adoperata al medesimo scopo, neppure in caso di ulteriore frazionamento ed alienazione dell’area residua, salvo che il manufatto preesistente non esaurisca la volumetria consentita dalla normativa vigente al momento dell’ulteriore richiesta del permesso di costruire; l’atto d’obbligo di asservimento dell‘area una volta posto in essere è definitivo e l’inedificabilità dell’area in tal modo asservita rappresenta una qualità oggettiva del fondo, opponibile anche agli aventi causa dell’originario richiedente del titolo abilitativo» (Cass., sez., III, 22 aprile 2004, Verdelocco, in Giust. pen., 2006, II, 174).
— «Appare necessaria una rivisitazione di tutta la problematica concernente la configurabilità del reato edilizio in presenza di una concessione edilizia illegittima e quindi il potere del giudice penale di sindacare la legittimità dell’atto amministrativo alla luce del principio dell’autonomia della tutela penale rispetto alla sfera provvedimentale della p.a.; appare necessario trasferire la soluzione della questione predetta dal campo della sussistenza dell’elemento oggettivo del reato — equiparazione tra costruzione senza concessione e costruzione con concessione illegittima — a quello della valutazione dell’elemento soggettivo del reato — sussistenza o meno della buona fede nell’autore del reato —; ragionevole e corretto, in tale nuova prospettiva, appare il principio della sussistenza del reato, nei suoi elementi oggettivo e soggettivo, nei casi di costruzione in assenza di concessione e di costruzione in base a concessione macroscopicamente illegittima» (Cass. [ord.], sez. III, 23 febbraio 1994, in Giur. ambientale, 1994, 327).
— «In materia edilizia il potere del giudice penale di accertare la conformità alla legge ed agli strumenti urbanistici di una costruzione edilizia, e conseguentemente di valutare la legittimità di eventuali provvedimenti amministrativi concessori o autorizzatori, trova un limite nei provvedimenti giurisdizionali del giudice amministrativo passati in giudicato che abbiano espressamente affermato la legittimità della concessione o della autorizzazione edilizia ed il conseguente diritto del cittadino alla realizzazione dell’opera» (Cass., sez. III, 5 giugno 2003, Lubrano di Scorpianello, in Cass. pen., 2005, 153).
— «In tema di reati edilizi, il rilascio di un permesso di costruire «in variante« ad un precedente permesso illegittimamente rilasciato non sana l’illegittimità di quest’ultimo né legittima l’attività edilizia successivamente svolta, in quanto la concessione di varianti a permessi di costruire illegittimi costituisce lo sviluppo dell’originaria attività illecita» (Cass. pen., sez. III, 28 gennaio 2009, n. 10713, Leo).
Deve rilevarsi che il giudice penale non esercita alcun sindacato sull’attività della pubblica amministrazione allorquando verifica (con accertamento doveroso) la necessità del permesso di costruire per la realizzazione dell’intervento sottoposto al suo esame e perviene ad affermare l’insufficienza di diversa procedura autorizzatoria o di controllo (es. mera denuncia dell’inizio dell’attività) pur ritenuta applicabile in sede amministrativa.
— «Non si verte in materia di sindacato di legittimità dell’attività amministrativa qualora il giudice qualifichi diversamente un intervento edilizio, ritenendolo assentibile con concessione in luogo di autorizzazione» (Cass., sez. III, 15 giugno 1998, Manfredini, in Urbanistica e appalti, 1999, 913).
— «Il rilascio dell’autorizzazione non esime l’interessato da responsabilità, qualora per la realizzazione delle opere sia necessaria la concessione, data la diversità di natura giuridica dei due provvedimenti» (Cass., sez. III, 5 aprile 1994, in Mass. Cass. pen., 1994, fasc. 8, 43).
— «Deve escludersi che il giudice penale eserciti un sindacato sull’attività della p.a. ove ritenga la necessità della concessione edilizia per la realizzazione di un’opera, in luogo dell’autorizzazione rilasciata dal sindaco, sul presupposto che essa costituisca una pertinenza; in tal caso, il giudice si limita a constatare che l’attività edilizia è stata eseguita illegittimamente per mezzo di una autorizzazione emessa in assenza dei presupposti di legge» (Cass., sez. III, 22 febbraio 1994, in Cass. pen., 1994, 2527).
— «In materia di sindacato di legittimità degli atti amministrativi, il giudice penale — di fronte ad un comportamento che si assume essere penalmente lecito — ha potestà di esaminare incidentalmente la legittimità dell’atto amministrativo sotto ogni profilo e di disapplicarlo se illegittimo, essendo egli preposto alla valutazione della liceità, sotto il profilo della conformità alla legge penale, della condotta degli imputati; in particolare, il giudice penale se ritiene che per la esecuzione di determinate opere edili fosse necessaria non la autorizzazione, in ipotesi ottenuta dall’imputato, ma la concessione, può considerare illegittimo, perché emesso in violazione di legge, l’atto autorizzativo ed illecita, dal punto di vista oggettivo, la condotta del soggetto, salva ogni valutazione sull’elemento psicologico del reato» (Cass., sez. III, 18 febbraio 1994, in Mass. Cass. pen., 1994, fasc. 5, 102).
— «L’esistenza dell’atto viziato da violazione di legge non vale a costituire il privato in buona fede, posto che costui non può invocare l’ignoranza della legge a meno che non si tratti di ignoranza inevitabile; in particolare la mancanza di colpa dovrà escludersi nell’ipotesi in cui il privato, titolare di autorizzazione, invece di concessione, ecceda nell’esecuzione dell’opera dai limiti volumetrici assentiti» (Cass., sez. III, 11 dicembre 1992, in Giur. ambientale, 1993, 193).
Per completezza espositiva appare opportuno ricordare che la Cassazione penale si è occupata anche della diversa ipotesi in cui l’edificazione sia avvenuta in seguito al diniego illegittimo del rilascio del titolo abilitativo da parte dell’amministrazione comunale.
In ipotesi siffatte la Suprema Corte — pur riconoscendo al giudice penale il potere di valutare incidentalmente la legittimità del rifiuto del rilascio del titolo abilitativo (in considerazione del carattere generale del sindacato dell’autorità giudiziaria ordinaria nei confronti dell’atto amministrativo) — ne ha tratto, però, la conseguenza che il riconoscimento della eventuale illegittimità del rifiuto non vale comunque a rendere legittima la realizzazione di opere urbanisticamente rilevanti senza concessione edilizia, «perché ciò equivarrebbe ad un inconcepibile rilascio di provvedimenti abilitativi da parte del giudice medesimo, in difetto assoluto di potere».
È stato affermato, conseguentemente, il principio che la valutazione incidentale di illegittimità del rifiuto della concessione edilizia (attualmente permesso di costruire) da parte dell’Amministrazione non elimina l’illiceità penale della condotta di chi realizza comunque l’opera non assentita (Cass., sez. III, 23 maggio 2000, Puddu, in Riv. pen., 2001, 54).
Rilascio di permesso illegittimo e abuso di ufficio
Nella giurisprudenza della Suprema Corte è controversa la questione della rilevanza penale — ai fini dell’integrazione del delitto di cui all’art. 323 cod. pen (abuso di ufficio) — del rilascio di un permesso di costruire illegittimo perché in contrasto con lo strumento urbanistico:
a) Un orientamento aveva evidenziato che la nuova formulazione del reato di abuso di ufficio, ad opera della legge 16-7-1997, n. 234, comporta che la condotta abusiva del pubblico ufficiale rilevi soltanto quando sia stata posta in essere «in violazione di legge o di regolamento».
Negandosi ai piani urbanistici natura di regolamento, escludeva, conseguentemente, la configurabilità del reato.
— «La nuova formulazione della fattispecie di abuso di ufficio ad opera della legge 16 luglio 1997, n. 234 implica che la condotta abusiva del pubblico ufficiale rilevi solo quando sia stata posta in essere in violazione di legge o di regolamento. Non integra tale elemento la mancata osservanza, nel rilascio di una concessione edilizia, delle prescrizioni di un piano regolatore, atto che non ha natura né di legge né di regolamento. Tale mancata osservanza non assume rilievo nemmeno sotto il profilo della violazione delle norme di legge che prescrivono che il rilascio delle concessioni edilizie debba essere conforme alle previsioni degli strumenti urbanistici, perché ciò contrasterebbe con i principi costituzionali della riserva di legge e della determinatezza della fattispecie incriminatrice: infatti, ciò facendo, si finirebbe per integrare il precetto penale con altre fonti, senza che tale operazione sia stata predefinita dal legislatore quanto alla natura della disciplina richiamata, al suo contenuto e agli ambiti di applicazione» (Cass., sez. VI, 2 ottobre 1998, n. 11984, Tilesi, in Cass. pen., 1999, 2114).
b) L’orientamento ormai prevalente, invece, ravvisa la sussistenza del requisito della violazione di norme di legge o di regolamento anche nell’ipotesi di rilascio di permesso di costruire in difformità delle prescrizioni dello strumento urbanistico comunale, a nulla rilevando che quest’ultimo non sia di per sé qualificabile come norma di legge o regolamento, stante che la sua inosservanza è comunque riconducibile ad una violazione di legge, essendo prescritto che il rilascio del permesso di costruire deve avvenire in conformità alle previsioni degli strumenti urbanistici e dei regolamenti edilizi (Cass., sez. III, 3 giugno 2008, n. 22134).
— «In tema di abuso di ufficio, integra l’elemento della violazione di legge considerato dalla fattispecie criminosa di cui all’art. 323 cod. pen. il rilascio di concessione edilizia in contrasto con le previsioni degli strumenti urbanistici, risolvendosi ciò nella violazione dell’art. 4 della legge 28 gennaio 1977, n. 10, che impone al sindaco di rilasciare le concessioni «in conformità alle previsioni degli strumenti urbanistici». (Fattispecie in cui era stata assentita l’edificazione di un fabbricato le cui dimensioni eccedevano il rapporto superficie-volumetria stabilito dal piano regolatore. Nell’affermare il principio di diritto sopra riportato, la S.C. ha precisato in tal modo, a norma dell’art. 619, comma primo, cod. proc. pen., la specifica violazione di legge che ricorreva nel caso di specie, non indicata nel capo di imputazione)» (Cass. sez. VI, 26 ottobre 1999, n. 12221, Carbone).
— «Il rilascio della concessione edilizia in violazione dello strumento urbanistico generale (che subordinava l’utilizzazione delle aree in causa alla previa formazione dello strumento attuativo) lede il combinato disposto degli artt. 1 e 4 della legge 28 gennaio 1977, n. 10 e 331 della legge 17 agosto 1942, n. 1150 che prescrive la conformità della stessa concessione alle previsioni dello strumento urbanistico in vigore nel territorio comunale. Sicché la condotta illecita del sindaco che violi dette disposizioni si configura, senza che si possa ritenere violato il principio di stretta legalità vigente in materia penale, come violazione di legge, in quanto le prescrizioni di piano alle quali detta legge si richiama rappresentano solo dei presupposti di fatto della violazione della legislazione surrichiamata in materia di concessione edilizia, violazione che integra un elemento costitutivo della fattispecie di cui all’art. 323 cod. pen.» (Cass. sez. VI, 1 dicembre 1999, n. 13794, Callaci).
— «In tema di abuso di ufficio, il rinvio della legge 17 agosto 1942, n. 1150 agli strumenti urbanistici comporta che la condotta illecita del sindaco che rilasci una concessione edilizia contro le disposizioni del piano regolatore, si configuri come violazione di legge, senza che si possa ritenere violato il principio di stretta legalità vigente nella materia penale, il quale non è leso quando un provvedimento amministrativo svolga una funzione integrativa rispetto a elementi normativi del fatto né quando il precetto penale assuma una funzione sanzionatoria rispetto a detto provvedimento, sempre che sia la legge a indicare i presupposti, il contenuto, i caratteri e i limiti dello stesso» (Cass., sez. VI, 24 giugno 1999, n. 8194, Fravili).
— «In tema di abuso di ufficio deve ritenersi che il rilascio della concessione edilizia senza rispetto del piano regolatore generale integra una violazione di legge rilevante al fine della configurabilità del reato di cui all’art. 323 cod. pen. (Ha specificato la Corte nella fattispecie, relativa a concessione edilizia in zona inedificabile, che il piano regolatore generale contiene prescrizioni di immediata applicazione, pur potendo assumere anche carattere programmatorio di scelte generali. Ne consegue — sotto il profilo del soddisfacimento del principio della determinatezza della fattispecie incriminatrice — la sussistenza del dovere da parte della competente autorità amministrativa di provvedere ai sensi dell’art. 4 della legge n. 10 del 1977 (caratteristiche della concessione edilizia) e dell’art. 31 della legge n. 1150 del 1942, dati normativi che costituiscono il principio discriminante della condotta lecita da quella illecita)» (Cass., sez. VI, 29 maggio 2000, n. 6247, Sisti).
— «Costituisce abuso di ufficio il rilascio di una concessione edilizia che consenta al privato di edificare con una volumetria superiore all’indice di edificabilità stabilito dal piano comprensoriale urbanistico per le zone destinate a verde agricolo» (Cass., sez. VI, 16 ottobre 1998, Lo Baido, in Il Foro it., 2000, II, 140).
— «Integra il reato di abuso di ufficio il rilascio di concessione edilizia che consenta al privato la realizzazione di una volumetria superiore a quella prevista nel piano urbanistico regionale, poiché tale condotta concreta una tipica violazione di legge dalla quale discende in stretta causalità un indubbio vantaggio patrimoniale per il privato» (Cass., 25 novembre 1998, Maccan, in Cass. pen., 1999, 2112).
— «Integra il reato di abuso di ufficio di cui all’art. 323 cod. pen. (nella formulazione introdotta dall’art. 1 della L. 16 luglio 1997, n. 234) la condotta del sindaco che prescriva, con ordinanza (motivata, nella specie, con ragioni di igiene), la costruzione di un manufatto, pertinente ad altro, per il quale non possa essere rilasciata l’autorizzazione edilizia richiesta dall’interessato in quanto non consentita dalle previsioni del piano regolatore» (Cass., sez. VI, 5 settembre 2000, n. 9422, Matera).
— «Integra il reato di abuso di ufficio la condotta di un assessore all’urbanistica di un comune che rilascia a un privato, già beneficiario di un’autorizzazione in precario per un manufatto sito in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, infisso solidalmente al suolo e destinato oggettivamente a permanente attività di lavorazione del marmo, due provvedimenti cd. di proroga della citata autorizzazione, in violazione sia del regolamento edilizio sia delle norme che disciplinano il rilascio di concessioni edilizie e di quelle poste a tutela delle zone vincolate paesaggisticamente» (Cass., sez. VI, 11 febbraio 1999, Chirico, in Giust. pen., 2000, II, 75).
— «In tema di abuso di ufficio, non può riconoscersi alcuna efficacia in ordine alla esclusione della penale responsabilità dell’imputato al fatto che il pubblico amministratore abbia rilasciato una concessione edilizia che costituisca variante di precedente concessione se quest’ultima sia illegittima in quanto la concessione di varianti a concessioni illegittime costituisce lo sviluppo necessario dell’originaria attività illecita» (Cass., sez. VI, 27 gennaio 2000, n. 910, Giansante).
— «In tema di abuso di ufficio, integra la violazione di legge, rilevante ai fini della configurabilità del reato, il rilascio, da parte del Sindaco, di una concessione edilizia in sanatoria allorché rimanga accertata l’assenza del requisito della conformità dell’opera agli strumenti urbanistici generali (nella fattispecie, per contrasto con il piano regolatore generale che escludeva l’edificazione di strutture commerciali nella zona, destinata a verde privato)» (Cass. sez. VI, 20 aprile 2001, n. 16241, Ruggeri).
— «Per la configurazione del reato di cui all’art. 323 cod. pen. si richiede che il pubblico ufficiale agisca in violazione di norme di legge o di regolamento, il reato non può essere ravvisato sicché quando, in un procedimento amministrativo complesso e cioè caratterizzato dal concorso di diversi atti amministrativi, l’agente abbia contribuito esclusivamente all’adozione di un atto legittimo, e la legittimità del provvedimento finale dipenda da atti diversi, alla cui formazione egli non abbia contribuito. (Fattispecie in cui gli imputati, relativamente ai quali la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata per non aver commesso il fatto, erano stati ritenuti responsabili del reato di abuso di ufficio dai giudici di merito per aver concorso a rilasciare una concessione edilizia illegittima sotto il profilo della violazione della legge urbanistica, mentre essi si erano espressi favorevolmente al progetto esclusivamente sotto il profilo della sua compatibilità con la disciplina in materia ambientale)» (Cass., sez. VI, 20 giugno 2000, n. 7290, Catillo).
— «Pur potendosi astrattamente configurare a carico dell’amministratore comunale il concorso formale tra i reati di abuso di ufficio e il reato di (concorso in) costruzione abusiva correlato al rilascio di concessione edilizia illegittima, con teorica compatibilità di due giudizi successivi sul medesimo fatto per l’uno e per l’altro reato, tale compatibilità viene meno a fronte di un giudicato che abbia escluso, con ampio proscioglimento di merito, i presupposti fattuali essenziali del reato edilizio. (Nel caso di specie l’imputato era stato assolto, a seguito di un primo processo, dal reato edilizio e successivamente condannato, in separato giudizio, per il reato di abuso di ufficio, per avere illegittimamente rilasciato la concessione edilizia: la Corte suprema ha annullato senza rinvio la seconda sentenza, ai sensi dell’art. 620, lett. «h», c.p.p.)» (Cass., sez. VI, 10 febbraio 2000, n. 1609, Rovito).
Si ricordi, comunque, che, per potersi configurare il delitto di abuso di ufficio, non è sufficiente la sola violazione di legge o di regolamento da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio, essendo necessario che, oltre alla deviazione dal comportamento legittimo, vi sia anche la volontà di agire al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale, ovvero di arrecare ad altri un danno ingiusto.
— «Ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo nel delitto di abuso di ufficio di cui all’art. 323 cod. pen., non è sufficiente né il dolo eventuale — e cioè l’accettazione del rischio del verificarsi dell’evento — né quello diretto — e cioè la rappresentazione dell’evento come realizzabile con elevato grado di probabilità o addirittura con certezza, senza essere un obiettivo perseguito —, ma è richiesto il dolo intenzionale, e cioè la rappresentazione e la volizione dell’evento di danno altrui o di vantaggio patrimoniale, proprio o altrui, come conseguenza diretta e immediata della condotta dell’agente e obiettivo primario da costui perseguito. Ne consegue che se l’evento tipico è una semplice conseguenza accessoria dell’operato dell’agente, diretto a perseguire, in via primaria, l’obiettivo di un interesse pubblico di preminente rilievo, riconosciuto dall’ordinamento e idoneo ad oscurare il concomitante favoritismo o danno per il privato, non è configurabile il dolo intenzionale e pertanto il reato non sussiste» (Cass., sez. VI: 5 maggio 2004, n. 21091, Percoco; 2 agosto 2000, n. 8745, P.G. in proc. Spitella).
— «In tema di abuso di ufficio, l’elemento soggettivo del reato consiste nella consapevolezza dell’ingiustizia del vantaggio patrimoniale e nella volontà di agire per procurarlo e può essere desunta dalla macroscopica illiceità dell’atto e dai tempi di emanazione. (Fattispecie relativa al rilascio di una concessione edilizia illegittima perché in violazione della legge urbanistica, emessa prima ancora dell’avvenuta presentazione del progetto da parte del privato e in presenza di un negativo parere dell’Ufficio tecnico comunale)» (Cass., sez. VI, 31 dicembre 2003, n. 48554, Cianflone ed altri).
— «Nel reato di abuso di ufficio l’uso dell’avverbio “intenzionalmente” per qualificare il dolo implica che sussiste il reato solo quando l’agente si rappresenta e vuole l’evento di danno altrui o di vantaggio patrimoniale proprio o altrui come conseguenza diretta ed immediata della sua condotta e come obiettivo primario perseguito, e non invece quando egli intende perseguire l’interesse pubblico come obiettivo primario. (Fattispecie relativa ad un sindaco che aveva rilasciato un’autorizzazione edilizia in violazione della normativa urbanistica sul risanamento del centro storico, allo scopo esclusivo di favorire il recupero di abitanti nella zona del borgo antico che si stava progressivamente spopolando con rischio di un definitivo abbandono)» (Cass., sez. VI, 15 gennaio 2004, n. 708, Mannello).
— «Il dolo intenzionale, quale atteggiamento psicologico dell’agente, deve desumersi dai comportamenti tenuti prima, durante e dopo la condotta ed in particolare modo dall’evidenza delle violazioni, dalla competenza dell’agente, dalla reiterazione e gravità delle violazioni, dai rapporti tra agente e soggetto favorito o danneggiato e, in caso di compresenza di più fini, dalla comparazione dei rispettivi vantaggi o svantaggi. Intenzionalità non significa però esclusività del fine che deve animare l’agente. Nell’abuso d’ufficio le condotte, quale ne sia la forma, non devono essere realizzate necessariamente “al solo scopo” di conseguire questo o quell’evento tipico. Infatti, trattandosi di delitto che può essere commesso solo dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di un pubblico servizio nell’esercizio di attività pubbliche, viene sempre esternata una finalità pubblica che serve per mascherare il vero fine. Di conseguenza, allorché accanto all’esternazione del fine pubblico si affianca anche uno scopo privato, occorre accertare quale sia stata la finalità prevalente ed essenziale che ha mosso l’agente ed in quale misura un fine abbia avuto la prevalenza sull’altro, sì da escludere il reato allorché il fine pubblico ha avuto la prevalenza sull’altro, ravvisandolo invece qualora resti accertato che la finalità pubblica rappresenti una mera occasione o pretesto per coprire la condotta illecita . La finalità pubblica, inoltre, non può essere esclusa per la semplice violazione di una norma posta a presidio di un interesse pubblico, giacché questo può realizzarsi anche mediante una violazione di legge o di regolamento specialmente quando si tratta di violazioni formali» (Cass., sez. III, 22 marzo 2013, n. 13735, in Riv. giur. edilizia, 2013, I, 518).
— «In tema di abuso di ufficio, il vantaggio patrimoniale considerato tra gli elementi essenziali della fattispecie di cui all’art. 323 cod. proc. pen., va riferito al complesso dei rapporti giuridici a carattere patrimoniale e quindi non solo quando l’abuso sia volto a procurare beni materiali o altro, ma anche quando sia volto a creare un accrescimento della situazione giuridica soggettiva. (Fattispecie relativa al rilascio di una concessione edilizia a costruire un manufatto industriale in zona agricola con realizzazione di un vantaggio patrimoniale a prescindere dall’effettiva costruzione del bene)» (Cass., sez. VI, 31 dicembre 2003, n. 49554, Cianflone ed altri).
In tema di elemento soggettivo del reato di ufficio, non è richiesta la prova della collusione del pubblico ufficiale con i beneficiari dell’abuso, essendo sufficiente la verifica del favoritismo posto in essere con l’abuso dell’atto di ufficio (Cass., sez. VI, 27 gennaio 2000, n. 910, Giansante).
Il concorso del privato può essere configurato quando sia provato l’accordo criminoso, che non può essere desunto solo dalla presentazione di un’istanza volta ad ottenere l’atto illegittimo, essendo invece necessaria la prova che la presentazione della domanda sia stata preceduta, accompagnata o seguita da un’intesa o da pressioni dirette a sollecitare o persuadere il pubblico funzionario» (Cass., sez. VI: 27 gennaio 2004, n. 2844, Celiano; 11 novembre 2003, n. 43020, Pandolfalli; 31 marzo 2003, n. 15116, Gueli).
— «In tema di delitti contro la pubblica amministrazione, al fine di affermare la sussistenza del concorso del privato nel reato di abuso di ufficio, la prova che un atto amministrativo è il risultato di collusione tra privato e pubblico funzionario non può essere dedotta dalla mera coincidenza tra la richiesta del primo e il provvedimento posto in essere dal secondo, essendo, invece, necessario che il contesto fattuale, i rapporti personali tra le parti o altri dati di contorno dimostrino che la presentazione della domanda è stata preceduta, accompagnata o seguita da un’intesa col pubblico funzionario o, comunque, da pressioni dirette a sollecitarlo, ovvero a persuaderlo al compimento dell’atto illegittimo. Non può, per contro, ravvisarsi il concorso nella sola e semplice istanza relativa a un atto che, nel concreto, risulti illegittimo e, nonostante ciò, venga adottato: va, infatti, considerato che il privato, contrariamente al pubblico funzionario, non è tenuto a conoscere le norme che regolano l’attività di quest’ultimo, né, soprattutto, è tenuto a conoscere le situazioni attinenti all’ufficio che possono condizionare la legittimità dell’atto richiesto» (Cass., sez. VI, 12 luglio 2000, n. 8121, Margini).

References: art. 4
 art. 5
 sentenza 
 art. 17
 art. 20
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 44
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza