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Timestamp: 2013-05-18 15:37:04+00:00

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articolo37 | Il pane, le rose e molto di più
Il pane, le rose e molto di più
Pubblicato il 10 aprile 2013 da articolo37	0
Si chiamano Antonella, Sabrina, Anna, Katia, Amalia. Sono state aggredite, minacciate, insultate. Sono giornaliste e sono tra i 195 casi di minaccia che nel 2012 hanno coinvolto 324 giornalisti come rilevato da «Ma chi me lo fa fare?» Storie di giornalisti minacciati.
Il progetto, curato dai colleghi Isacco Chiaf, Andrea Fama, Jacopo Ottaviani, patrocinato dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana e con il sostegno di Fondazione Ahref, ha elaborato i dati dell’osservatorio Ossigeno per l’Informazione attraverso le tecniche e i linguaggi dei nuovi media digitali.
In particolare, sono disponibili una mappa interattiva che geolocalizza i casi di minaccia ed una timeline di Facebook per condividere diversi formati multimediali attraverso i quali ricostruire le vicende prese in esame.
Tutti i dati alla base del progetto sono rilasciati in formato aperto. Questo mi ha permesso di fare una ulteriore elaborazione da un punto di vista di genere: quante sono le giornaliste minacciate?
Dal foglio csv che raccoglie i casi di minaccia sono 39 le donne coinvolte. Da questa selezione ho escluso i casi in cui sono intere redazioni o troupe ad essere minacciate, quindi al momento non sono riuscita a disaggregare il dato di genere. Penso, però, che questo possa essere un primo spunto di riflessione.
Inviato su A proposito di...	Tag Andrea Fama, donna, giornalismo, informazione, Isacco Chiaf, Jacopo Ottaviani, Ossigeno	BESame mucho
Pubblicato il 17 marzo 2013 da articolo37	0
Inviato su Le parole sono importanti	Tag archivio, Bologna, lavoro, memoria, storia del lavoro femminile, UDI	Coesione sociale, cosa dice il terzo rapporto su lavoro e maternità
Inviato su A proposito di...	Tag asili nido, conciliazione, disoccupazione, Inps, Istat, maternità, Ministero del lavoro, Rapporto coesione sociale, reddito	Strada facendo
Inviato su Varie ed eventuali	Tag Bologna, donna, La Perla, lavoro	A Milano le donne hanno un Piano
Pubblicato il 20 settembre 2012 da articolo37	0
C come coworking, cobaby e community. A Milano, fra qualche settimane, nasce Piano C, uno spazio di lavoro nuovo, fra i primi in Italia.
Piano C d’Orsenigo, spazio pilota del progetto piano C, è il luogo per lavorare, formarsi, incontrare, risolvere, mettere in comune. Possono iscriversi le donne e gli uomini (solo con bambini al seguito). Piano C è anche un’associazione nonprofit con l’obiettivo di partecipare alla creazione di una nuova organizzazione del lavoro, più a misura di vita.
Articolo37 ha chiesto a Riccarda Zezza, una delle co-fondatrici di Piano C, di raccontare questa esperienza. Proprio nei giorni in cui ho contattato Riccarda (grazie a Stefania Boleso), il Consiglio Comunale di Bologna ha approvato un ordine del giorno sul co-working in spazi pubblici come sostegno al lavoro e come mezzo anticrisi. Una buona notizia che speriamo possa trovare presto un seguito.
Come è nata l’idea di Piano C?
Conoscevo il coworking e conoscevo le sfide di una donna (magari anche mamma) che lavora, sia in termini di trasformare la propria diversità in valore attorno a un tavolo da riunione che in termini di equilibrio di tempi. Ma non avevo mai messo insieme le due cose. La lampadina si è accesa sentendo una conoscente parlare di “coworking con baby parking” (ne esistono già alcuni nel mondo). Adesso il baby parking, che noi chiamiamo cobaby, è solo uno degli ingredienti che vorremmo provocassero un cambiamento radicale nella qualità della vita delle donne che lavorano (e più in là, ma non tanto, anche degli uomini) e di conseguenza nell’intera economia. Cambiare le regole serve infatti a recuperare talenti sprecati, innovazione inutilizzata, risorse inespresse. Mi piace molto che nel progetto siano coivolti anche gli uomini, che possono anche iscriversi se hanno bimbi al seguito. Chi sono gli “inventori” e, in particolare, i coworker, i partner, l’associazione e il team di piano C?
Oggi ho capito, lo dicevo a una delle socie, che “ci serve una barca più grande”.
Perché il progetto, nella sua semplicità, ha spalancato un universo di bisogni. Le (future) coworker che ci scrivono chiedendoci informazioni sono libere professioniste, imprenditrici, medici, dipendenti in congedo di maternità, mediatrici professionali, esperte di comunicazione, associazioni, formatrici… Le socie fondatrici dell’associazione piano C (anima nonprofit del progetto) sono professioniste d’azienda, sociologhe, giornaliste, avvocati…
E il team siamo per ora io, amministratrice delegata, Raffaele, preziosissimo community manager, e Silvia, cobaby manager. Una start up non può permettersi molto di più. Per fortuna ci sono i partner: organizzazioni, professionisti e associazioni con idee simili alla nostra, che ci aiuteranno a rispondere ai bisogni della community e a fare di questo progetto un’esperienza di qualità.
Ci sono altre esperienze simili in Italia?
No, non con questo accento forte sui servizi e sulla community, anche se so che alcuni coworking stanno arricchendo la parte servizi, a volte anche con baby parking e spesa a domicilio.
Pensate di esportare in altre città questa esperienza?
Sì, perché altrimenti non provochiamo nessun cambiamento reale. Un solo spazio può servire da laboratorio dove sperimentare. Una volta trovata la formula (il “formato”), dobbiamo moltiplicarla all’infinito: noi insieme ad altre/i che la pensano allo stesso modo.
Quante adesioni avete già raccolto?
Quasi 40 e abbiamo lanciato il sito solo da una settimana. Ogni potenziale coworker va poi incontrato di persona per capire insieme se le aspettative sono in linea: il coworking è un modo di lavorare diverso e va spiegato, così come ogni coworker va conosciuto e capito. Di questo passo chiuderemo le iscrizioni prima di aprire lo spazio (a novembre)…
Cosa vi aspettate da piano C?
Una scintilla. La dimostrazione che lavorare diversamente si può, e che esiste la Felicità Produttiva. E poi il contagio.
Inviato su Varie ed eventuali	Tag coworking, Piano C, Riccarda Zezza	Omsa, che storie!
Pubblicato il 29 agosto 2012 da articolo37	0
Un libro ed un documentario. Il passato ed il presente di una fabbrica, la Omsa di Faenza, vivono nelle pagine e nelle immagini di questi due prodotti editoriali che, nati con esigenze diverse, stanno viaggiando insieme per raccontare la storia delle operaie di ieri e di oggi.
Omsa, che donne, curato dal Coordinamento donne SPI del comprensorio faentino e della Lega SPI CGIL di Faenza con il coordinamento di Anna Maria Pedretti della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, è il libro che raccoglie le testimonianze delle donne che lavorarono all’Omsa tra gli anni ’50 e ’60.
Licenziata è il documentario di Lisa Tormena, Matteo Lolletti e Michelangelo Pasini, girato nel 2011, che narra la vicenda dell’Omsa attraverso il teatro di strada, scelto da un gruppo di operaie in cassa integrazione per raccontare la propria storia di rabbia e delusione.
Lunedì 27 agosto ho presentato il libro ed il dvd nella libreria della Festa provinciale dell’Unità di Bologna. A fine serata Selene Cilluffo di Radio Città Fujiko ha intervistato me, i registi Lisa Tormena e Matteo Lolletti e la curatrice del libro Anna Maria Pedretti. Qui potete ascoltare la chiacchierata dove parliamo della vicenda Omsa, della memoria, del lavoro delle donne e anche di questo blog!
Inviato su Le parole sono importanti	Tag Anna Maria Pedretti, Festa dell'Unità, Lisa Tormena, Matteo Lolletti, Omsa, Radio Città Fujiko, Selene Cilluffo, Spi Cgil Faenza	Il tempo di Claudia
Pubblicato il 14 luglio 2012 da articolo37	0
Il tempo, sul web, si misura in maniera molto diversa rispetto alla “vita reale”. L’ha scritto qualche mese fa Claudia Vago, aka Tigella, sul suo blog.
Ho riletto più volte quel post perché il lavoro di Claudia mi ha sempre incuriosito. Così l’ho contattata e le ho proposto questa chiacchierata 2.0. Ho pensato che articolo37, il mio spazio dedicato a storie di donne e lavoro, potesse essere quello giusto per leggere la testimonianza di una donna che si definisce “cantastorie, per mestiere e per passione, incuriosita dalle tecnologie”.
Grazie a Claudia per aver accettato e buona lettura!
In articolo37 parlo di donne e lavoro. Mi parli dei tuoi lavori, di come quello principale convive con la tua social media curation?
Il mio lavoro principale ha a che fare con la Rete e i social network. In realtà non è molto diverso da quello che faccio quando racconto fatti del mondo attraverso lo sguardo degli utenti dei social media. Certo, questo significa passare moltissime ore davanti al computer o con smartphone o tablet in mano, finendo per lavorare un po’ ovunque, a qualsiasi ora e riuscendo difficilmente a staccare il tempo del lavoro da quello di vita.
Come donna e come professionista del web hai mai avuto difficoltà a conciliare il tempo del lavoro con quello della famiglia?
Come dicevo, è difficile. Specialmente lavorando come freelance e quindi, sostanzialmente, da casa è difficile separare i tempi, perché gli spazi sono gli stessi. Occorre molta autodisciplina per imporsi di staccare, di separare il lavoro dal resto delle attività, di lavorare solo in alcuni posti della casa… Ed ecco, sull’autodisciplina devo ancora lavorare molto!
In un tuo recente post hai scritto che hai bisogno di tempo dopo l’esperienza di #occupychicago, come se chiedessi alla rete e agli utenti che ti seguono di riprenderti un tempo che è tuo, più “off line”. Perché?
Nell’ultimo anno e mezzo ho lavorato incessantemente. Spesso ho fatto cose che non sarebbero definibili “lavoro”, dato che non mi hanno portato un reddito. Ciononostante le ho affrontate con la stessa passione, dedizione e senso di responsabilità con cui avrei affrontato un incarico di lavoro. L’esperienza a New York e Chicago, sulle tracce di Occupy Wall Street, è stata intensa e totale, al mio ritorno ho sentito il bisogno di staccare un po’ la spina del tempo reale imposto dalla Rete per lavorare sulle cose con un po’ più di tranquillità e respiro, rielaborare tutto quanto ho vissuto là in una forma più ampia di uno o più post. Ed è quello che sto cercando di fare, anche se in realtà la pausa che immaginavo è diversa da quello che sto facendo.
C’è qualcosa del tuo lavoro che porti nel web?
In realtà il mio lavoro è il web, è tutto lì. Però ci sono molte cose di me che cerco di portare nel mio lavoro online, come in qualsiasi altro contesto: la trasparenza, il senso di responsabilità, il perfezionismo…
Nell’ultimo anno hai curato a year in hashtag e poi #ioricordo sul G8 2001 a Genova. Sei stata “inviata della rete” a #occupychicago. Si è trattato di un esperimento decisamente nuovo nel nostro panorama mediatico. Perché pensi che la rete ti abbia affidato questo compito?
#ioricordo l’ho fatto con Aurora Ghini, mentre yearinhashtag è stato fatto anche con Aurora e Maximiliano Bianchi. Credo di aver conquistato la fiducia e la stima di molte persone per il lavoro fatto con passione e precisione per così tanto tempo.
Cosa pensi che si aspetteranno i tuoi follower ora che sei tornata ed hai tantissimo materiale da riordinare?
Non so cosa si aspettino le persone. So che io voglio produrre qualcosa di ben fatto e che lasci un segno, una sorta di Year in hashtag dedicato a Occupy Wall Street, che ne indaghi le linee principali e aiuti a farsi un’idea più precisa su che cos’è questo movimento e perché è importante anche per noi. Tenendo sempre presente che la cosa più importante è sapersi porre le domande giuste, prima ancora di cercare le risposte.
Cosa hai imparato dalla tua ultima esperienza?
A mettermi in gioco, a non partire con un’idea e cercare di conformare il mio lavoro a quell’idea ma essere disposta a rivedere ogni istante le premesse da cui mi muovo. A osservare e trasformare i miei occhi in quelli di una comunità che guarda attraverso quello che scrivo, le foto e i video che condivido. Hai avuto modo di confrontarti con i giornalisti che seguivano gli eventi per conto dei grandi network/testate? Ti è capitato di leggere sui media tradizionali quello che stavi vivendo? Che idea ti sei fatta di quei racconti e in cosa erano diversi dai tuoi aggiornamenti? Qui da noi si parla sempre della competizione web-giornali, come se fossero antagonisti e non strumenti che possono integrarsi.
Quando ero negli USA ho avuto modo di vedere come i media mainstream coprono il movimento Occupy Wall Street e devo dire che lo scollamento con la realtà che stavo vivendo era assolutamente netto ed evidente. In alcuni casi si trattava di palese malafede, ma anche quando non c’è una chiara intenzione di screditare il movimento succede spesso che venga descritto utilizzando categorie lontane dalla realtà, preconcetti nella mente di chi osserva. Una cosa che ho avuto modo di capire fin da subito arrivata a New York è che per capire OWS bisogna smettere di porsi le domande con cui abitualmente si interroga un movimento: chi sono? Cosa vogliono? Come lo vogliono ottenere? Avvicinarsi a OWS per cercare risposte a queste domande non può che portare fuori strada. Intendiamoci, è possibile trovare una risposta, ma non sta lì l’essenza di OWS che è un movimento radicalmente nuovo per forme e contenuti e necessita quindi di un nuovo vocabolario per poter essere descritto e raccontato.
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