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Articolo, 08/06/2005
Di Claudio…
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Aggiornato il 27/10/2008
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LA PROVA DEL CONTENUTO DELLA RACCOMANDATA DOPO LA SENTENZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE 12/5/2005 N.10021
di Claudio Silvis
Fino all’11 maggio 2005, il Sig. Mario Rossi poteva confidare nel fatto che, spedendo al Sig. Giovanni Bianchi un atto con posta raccomandata, il secondo non avrebbe potuto eccepire di non avere ricevuto l’atto.
In un’ipotetica causa in cui avesse assunto importanza decisiva la conoscenza da parte di Giovanni Bianchi del documento speditogli nessun giudice avrebbe preteso da Mario Rossi la prova che l’atto da lui dichiaratamente inviato fosse realmente quello che il Giovanni Bianchi ha ricevuto all’interno della busta postale.
Sull’onere di provare il contenuto delle buste spedite con raccomandata, l’orientamento ufficiale della Corte di Cassazione era, alla data dell’11 maggio 2005, nel senso che l’identità fra il contenuto affermato dal mittente e quello giunto al destinatario si presumeva, a meno che il destinatario non fornisse la prova di aver ricevuto altro (Cass. civ., sez. lav., 18/8/2003 n. 12078 Cass. Civ., sez. III^, 9/9/1996 n.8180).
Ma il 12 maggio 2005 si abbatte su Mario Rossi e sull’intero popolo dei tranquilli ed ignari utenti del servizio di posta raccomandata un fulmine a ciel sereno: la sentenza n.10021 della Corte di Cassazione.
Il Sig. Rossi probabilmente non sa ancora che errava quando riteneva del tutto pacifico che Giovanni Bianchi non avrebbe potuto obiettargli che la busta recapitatagli era vuota oppure che al suo interno c’era un semplice foglio bianco o gli auguri di buon compleanno. Adesso la Corte di Cassazione ha stabilito che spetta al mittente provare ciò che il destinatario della raccomandata ha realmente ricevuto aprendo la busta consegnatagli dal portalettere o dall’ufficio postale.
La Corte, infatti, ha deciso di rompere col passato e di far trionfare, nonostante le non trascurabili conseguenze pratiche che ciò comporterà, la scomoda ma ineludibile verità: in assenza di norme che dispongano diversamente, l’onere di provare il contenuto della busta inviata con raccomandata non può che gravare sul mittente della stessa, in ossequio alla regola generale dettata all’art.2697 c.c. che disciplina la ripartizione dell’onere della prova dei fatti giuridici fra le parti processuali e che corrisponde al noto brocardo onus probandi incumbit ei qui dicit.
Se nessuna disposizione di legge stabilisce che spetta al destinatario della raccomandata dimostrare al giudice che il contenuto dell’involto ricevuto non era quello che il mittente dichiara essere, va da sé che spetta al mittente dimostrare questa relazione d’identità se dall’accertamento della stessa vorrà far discendere il riconoscimento giudiziale di un suo diritto collegato all’avvenuta spedizione di quel dato atto al destinatario.
Per converso, il destinatario, qualora non riconosca (anche implicitamente) di aver ricevuto ciò che la controparte sostiene di avergli spedito, non dovrà dimostrare nulla al giudice e quest’ultimo, in osservanza degli artt. 2697 c.c. e 115 c.p.c., dovrà decidere la controversia in senso sfavorevole al mittente che non ha fornito la prova posta a suo carico (actore non probante, reus absolvitur).
Questo essendo in estrema sintesi il principio di diritto enunciato nella sentenza, occorre domandarsi se, d’ora in avanti, Mario Rossi dovrà necessariamente rivolgersi all’ufficiale giudiziario e chiedergli di notificare gli atti che, fino a ieri, avrebbe tranquillamente trasmesso con una semplice lettera raccomandata.
Stando al tenore della pronuncia della S.C., parrebbe proprio di sì. E con tutte le disdicevoli conseguenze che è facile immaginare a carico vuoi del Sig. Rossi (in termini di complicazione del sistema di comunicazione degli atti e di maggiori costi) ed a carico degli stessi apparati burocratici preposti all’erogazione del servizio di notificazione (in termini di funzionalità degli apparati che potrebbero verosimile rimanere congestionati dal prevedibile aumento della mole di richieste di notificazioni).
La sentenza ha già sollevato un coro di dissensi e suscitato sentimenti di apprensione nell’ambiente degli operatori del diritto. D’ora in avanti – si dice – i locatori che, attenendosi alle norme sulle locazioni, comunicheranno la disdetta del rapporto locatizio con lettera raccomandata si vedranno costretti a rinunciare a tornare nella disponibilità dell’alloggio poiché i loro inquilini, trascinati in tribunale in quanto renitenti al rilascio dell’immobile, si limiteranno puramente e semplicemente ad eccepire di non avere mai ricevuto alcuna disdetta all’interno della busta recapitatagli dal postino ed i locatori, non essendo logicamente in grado di dimostrare il contrario, perderanno la causa.
Conseguenze di analoga serietà si avranno in tutti gli altri innumerevoli casi in cui è la stessa legge a subordinare la validità o l’efficacia giuridica di una determinata comunicazione al fatto che questa sia inoltrata al destinatario con lettera raccomandata (si pensi, ad esempio, alle comunicazioni dell’assicurato alla compagnia di assicurazione che la legge stabilisce siano fatte con quel mezzo di spedizione).
La sentenza, per la presumibile gravità degli effetti espansivi del principio di diritto in essa enunciato (che, in molti casi, toccheranno anche i diritti dei consumatori, come nell’ipotesi delle comunicazioni da effettuarsi con raccomandata alle compagnie di assicurazione), richiede un’opera di approfondimento della tematica da essa affrontata, essendo quanto mai opportuno ed urgente verificare se lo sconforto che la pronuncia ha ingenerato nei suoi primi commentatori sia del tutto giustificato.
Partiamo da una elementare considerazione: qualunque sentenza decide di un singolo caso entro i limiti di quanto le parti chiedono al giudice di accertare e giudicare iuxta alligata et probata.
Nel caso di specie, la S.C. era stata adita per giudicare la correttezza di una decisione con cui il giudice del merito, innanzi all’affermazione del destinatario di una raccomandata di non avere ricevuto quel dato atto che il mittente affermava di avergli spedito, aveva sic et simpliciter dato ragione al mittente in quanto la controparte non aveva fornito alcuna prova a sostegno della propria affermazione.
Il giudice a quo, in definitiva, aveva deciso la causa in aderenza al cennato orientamento anteriore della stessa Corte di Cassazione che faceva gravare sul destinatario l’onere di provare, ove ne avesse avuto l’interesse, l’eventuale diverso contenuto del plico postale ricevuto.
Ma, evidentemente, il caso di specie ha offerto alla Corte l’occasione per rivedere il proprio indirizzo e per riconoscere, senza più indugi ed ipocrisie, che, in subiecta materia, non esiste alcuna norma di legge che, fissando un assetto distributivo dell’onore della prova diverso da quello stabilito in linea generale dall’art. 2697 c.c., autorizzi a ritenere che spetta al destinatario del plico raccomandato dimostrare di non avere ricevuto ciò che il mittente dichiara di avergli inviato.
E’ tuttavia chiaro che, se la S.C. è stata chiamata ad individuare la corretta regola di diritto che il giudice a quo doveva applicare per la risoluzione del caso dedotto innanzi a lui, il principio di diritto stabilito dalla Corte non poteva che essere elaborato tenendo esclusivamente conto dei termini giuridici e fattuali del problema che il giudice del merito era stato chiamato a risolvere.
E’ ovvio, dunque, che la sentenza in commento non poteva enunciare un principio di diritto che si estendesse fino ad indicare ulteriori aspetti significativi pure riguardanti il modo di decidere le controversie in subiecta materia ma estranei alla fattispecie concreta sottoposta al giudizio della Corte. La pronuncia in disamina, pertanto, inerisce a quel solo segmento della problematica che essa doveva e poteva affrontare e risolvere.
L’altro segmento concerne, invece, l’operatività della regola – direttamente discendente da quella stabilita dall’art. 2697 c.c. – che si compendia nel già richiamato brocardo actore non probante, reus absolvitur e che, a date condizioni, può subire l’interferenza limitante di altre regole che pure debbono guidare il giudice nella sua attività di accertamento dei fatti rilevanti per la decisione della causa.
Scopo di questo breve scritto è, per l’appunto, prendere in esame gli aspetti che la sentenza 10021/05 non ha potuto prendere in considerazione al fine di prospettare, per quanto nelle capacità di chi scrive, un quadro più completo ed organico del sistema di norme che possono dirigere il giudice nella scelta del modus decidendi delle controversie in cui il mittente ed il destinatario di una lettera raccomandata affermino di avere rispettivamente di spedito e non avere ricevuto un dato documento.
Secondo la Corte, dunque, mancando previsioni di legge che pongano a carico di chi riceve il piego raccomandato la prova di avere ricevuto un quid alii rispetto a quanto il mittente sostiene di avere trasmesso, non può che trovare applicazione la regola generale sancita dall’art.2697 c.c.; sicché grava sul mittente l’onere di dimostrare quanto egli afferma di avere inviato con la raccomandata.
1. Innanzitutto, ad avviso di chi scrive, deve escludersi che la sentenza in questione possa riferirsi anche ai casi in cui è la stessa legge a subordinare la validità o l’efficacia di un atto all’inoltro dello stesso con lettera raccomandata ad un determinato destinatario.
Se la legge avesse inteso far gravare sul mittente anche l’onere di provare ciò che il destinatario della raccomandata ha ricevuto, non si sarebbe certo accontentata di richiedere l’inoltro degli atti de quibus con lettera raccomandata, ma ne avrebbe imposto la notificazione ai sensi dell’art. 137 e seguenti del c.p.c.
Le norme che condizionano la validità della comunicazione di determinati atti alla circostanza che la comunicazione stessa avvenga con lettera raccomandata fondano la loro ratio proprio nell’esigenza di evitare che i comuni cittadini debbano essere costretti a richiedere la formale notifica di quegli atti. Esse norme, quindi, non possono che fondare, in modo implicito ma inequivocabile, fattispecie di presunzione legale (relativa) ai sensi dell’art.2727 comma 1 c.c., in quanto pongono su colui che riceve l’atto spedito con la raccomandata l’onere di dimostrare di non avere ricevuto l’atto medesimo.
Del resto, il caso deciso con la sentenza 10021/05 non riguardava una di queste fattispecie in cui è la legge a disporre l’inoltro di un documento con raccomandata (si trattava, infatti, di una comunicazione al debitore di avvenuta cessione di un credito).
Dunque, il locatore, l’assicurato ecc…dovrebbero poter continuare a dormire tranquilli.
2. La sentenza in commento, pertanto, dovrebbe concernere i soli casi in cui la scelta del mezzo di trasmissione di un atto è lasciata dalla legge al mittente e nessuna presunzione legale di identità fra lo spedito ed il ricevuto può configurarsi a favore del mittente stesso.
Ma, in queste ipotesi, come può un individuo fornire la prova oggettiva del fatto che il documento ricevuto dal destinatario è effettivamente quello da lui spedito ?
Il mittente, prima di chiudere la busta postale, dovrebbe premunirsi di far constatare a terzi (possibilmente non legati da particolari rapporti) di avervi inserito un certo atto, di avere sigillato in loro presenza la busta e di avere consegnato proprio quella busta all’ufficio postale perché la spedisse in forma di raccomandata; tutto ciò, allo scopo di precostituirsi le condizioni perché i suddetti terzi possano testimoniare in suo favore in un’eventuale causa col destinatario della raccomandata.
Ma non è chi non intuisca come una simile prassi, oltre ad avere del grottesco, risulti assai difficilmente praticabile al comune cittadino, essendo normalmente difficile a chiunque rinvenire persone estranee alla cerchia degli amici, familiari o collaboratori disposte ad assistere ad una siffatta “liturgia” nella prospettiva di dover essere, un domani, chiamate a testimoniare a favore di un perfetto estraneo o quasi.
Invece, lo strumento che il codice di procedura civile offre per consentire a chi abbia interesse a produrre in giudizio un documento posseduto da altri è quello previsto dall’art. 210 del medesimo codice, ossia l’ordine del giudice – nella specie da impartirsi su istanza del mittente e rivolto al destinatario della raccomandata – di esibire la corrispondenza che il primo di tali soggetti afferma di avere inviato.
Grazie all’ordine di esibizione, l’onerato della produzione di un documento in sede processuale è messo nelle condizioni di assolvere tale onere mercé la (coattiva) collaborazione del soggetto che possiede il documento e che, verosimilmente, non ha alcun interesse a produrre l’atto nel processo o ha addirittura un interesse specifico ad evitare che quel documento faccia ingresso nel giudizio in quanto prova fatti a sé sfavorevoli.
Le norme che disciplinano l’istituto processuale in questione non prevedono specifiche conseguenze per il caso d’inosservanza dell’ordine del giudice, ma si limitano a rinviare alle disposizioni che regolano l’affine istituto dell’ispezione giudiziale. Queste ultime stabiliscono, quanto alle conseguenze della mancata collaborazione da parte del soggetto che deve consentire l’ispezione, che, ove l’ordine sia rivolto ad un terzo, costui è condannato al pagamento di una sanzione pecuniaria e che, ove l’ordine sia rivolto ad una parte processuale, il giudice può trarre motivo dall’inosservanza dell’obbligo che ne discende per desumere argomenti di prova contro la parte inadempiente.
L’ordine di esibizione documentale impartito alla controparte processuale (che normalmente ha interesse a non esibire il documento in suo possesso) non crea, dunque, un meccanismo di inversione dell’onere della prova a carico dell’inottemperante, sicché questi non soccombe automaticamente se non prova i fatti che gli hanno impedito di ottemperare all’ordine. Invece, l’inosservanza o l’inesatta osservanza dell’ordine deve essere valutata dal giudice secondo il suo prudente apprezzamento, che si formerà in relazione al modus agendi delle parti ma anche – e come si preciserà in seguito – in base a massime di esperienza e agli elementi indiziari a sua disposizione.
Impartito l’ordine di esibizione dell’atto ricevuto con la raccomandata, il destinatario della stessa può far seguire diversi comportamenti:
può negare di aver ricevuto alcunché all’interno del plico consegnatogli dal postino e limitarsi ad esibire la busta postale vuota;
può esibire un foglio bianco o qualunque altra cosa, affermando che tanto costituiva il contenuto della busta pervenutagli; (1)
può sottrarsi all’obbligo di esibire ciò che ha ricevuto, adducendo di essersene disfatto in quanto non si trattava dell’atto asserito dal mittente ma di altro genere di comunicazione che non era tenuto a conservare.
Quid iuris in questi casi?
E’ ovvio che se il giudice si limitasse a prendere atto di quanto afferma ed eventualmente esibisce l’ingiunto in luogo di quanto avrebbe dovuto, la causa dovrebbe essere senz’altro decisa a favore di costui: il procedimento integrativo ex art.210 c.p.c. non solo non avrebbe realizzato il risultato di consentire al mittente a dimostrare quanto da lui affermato ma, anzi, avrebbe addirittura realizzato il risultato di consentire al destinatario di fornire, giusta il principio c.d. dell’acquisizione, la prova di non avere ricevuto nulla o di avere ricevuto un atto differente.
Ma non va dimenticato che il sub-procedimento probatorio contemplato dall’art.210 c.p.c. implica che, laddove l’intimato sia una parte processuale e non un terzo, l’evenienza che all’ordine di esibizione non sia dato seguito è del tutto fisiologica, per le ragioni già accennate connesse all’interesse di quel soggetto a non esibire il documento. Sicché, l’esibizione documentale jussu iudicisSLIDER SLIDER SLIDER Ciabattine Whistles Ciabattine Ciabattine Whistles SLIDER SLIDER Whistles Whistles Whistles SLIDER Ciabattine Whistles Ciabattine nFB5ExAxw sarebbe a priori svuotata d’ogni utilità laddove la mancata o l’inesatta ottemperanza ad opera della parte intimata potesse ritenersi giustificata sulla base delle argomentazioni più o meno astrattamente plausibili che la stessa adduca per giustificare la propria impossibilità di esibire il documento dovuto.
In altri termini, è insito nella logica stessa del procedimento di integrazione probatoria in parola una certa diffidenza verso le motivazioni addotte dall’ingiunto per sottrarsi all’obbligo di esibire un atto che il medesimo può avere tutto l’interesse a tenere occultato.
Ed è qui che deve (rectius: dovrebbe) interviene il prudente apprezzamento del giudice, il quale ben può considerare non conducente l’astratta plausibilità delle giustificazioni fornite dalla parte processuale che non ha ottemperato all’ordine di ostensione.
Il giudice dovrebbe valutare l’attendibilità delle ragioni poste dal destinatario a fondamento dell’inosservanza dell’ordine alla luce di una serie di elementi tratti dalla logica e dalla comune esperienza, valutando, ad esempio, se le argomentazioni addotte dal soggetto siano o meno credibili secondo l’ROMA Decolleté L'INTERVALLE ROMA L'INTERVALLE ROMA Decolleté Decolleté L'INTERVALLE id quod plerumque accidit in fatto di diligenza generalmente impiegata dal mittente di una comunicazione avente quella particolare rilevanza giuridica nell’assicurarsi che il plico postale contenga effettivamente ciò che deve contenere. Quanto più gravi sono le conseguenze derivanti al mittente dalla omessa spedizione di quel dato atto, tanto più deve ritenersi verosimile che quel soggetto abbia realmente spedito l’atto in questione e abbia dedicato la massima cura ed attenzione nell’accertarsi di avere inserito il giusto documento all’interno della busta consegnata all’ufficio postale.
Ulteriore elemento di possibile integrazione logica del convincimento del giudice va individuato, per esempio, nel fatto che il destinatario, negando di avere ricevuto quanto il mittente afferma di aver spedito, dichiari di avere invece ricevuto corrispondenza i cui contenuti non si giustificano in base al tipo di rapporto intercorrente fra i due soggetti oppure che non suole essere inviata con lettera raccomandata (auguri natalizi fra perfetti estranei, comunicazioni del cui inoltro il mittente non ha uno specifico interesse a precostituirsi la prova ecc…). Il giudice, in queste eventualità, ben può raggiungere il convincimento sulla scarsa attendibilità delle giustificazioni addotte dal destinatario e ritenere provate le affermazioni del mittente.
Quindi, è sulla base di un siffatto “prudente” apprezzamento che il giudice dovrebbe divisare se le affermazioni del destinatario inadempiente o inesattamente adempiente all’obbligo di esibizione possano o meno considerarsi idonee a far ritenere indimostrata l’affermazione del mittente circa l’atto inviato con la raccomandata.
3. Vi è, infine, un ulteriore comportamento possibile da parte del destinatario della raccomandata: questi potrebbe mirare a precludere la stessa possibilità che sia emesso un ordine di esibizione nei suoi confronti negando, ad esempio, già nel primo atto difensivo del processo, di aver ricevuto il documento che il mittente sostiene avergli inviato e producendo sua sponte la busta della raccomandata vuota o unita al diverso contenuto che asserisce di avervi rinvenuto all’interno.
Invero, è controverso se il giudice possa pronunciare l’ordine nei confronti del presunto possessore del documento da esibire se costui affermi, già in linea preliminare, di non possedere il documento stesso.
Il risultato positivo dell’ordine in parola, infatti, non può prescindere dalla cooperazione del possessore del documento e non può essere raggiunto mediante la ricerca dell’atto da esibire con perquisizioni personali e domiciliari nei confronti del presunto possessore. Del resto, essendo i documenti cartacei facilmente occultabili, neppure il sequestro giudiziario di documenti previsto dall’art.670 c.p.c., semmai fosse ritenuto ammissibile in questi casi, sembra poter dare risultati fruttuosi.
Sicché, occorre risolvere la questione se il giudice possa ugualmente decidere la causa sulla base delle conseguenze che, sul piano probatorio, sono state viste discendere dall’inosservanza o dall’inesatta osservanza dell’ordine di esibizione nei casi in cui esso sia stato pronunciato.
Ebbene, si è dell’idea che, anche nell’impossibilità di impartire l’ordine di esibizione, al giudice non sia comunque impedito di inferire – in applicazione degli artt. 115, comma 2, e 116, comma 2, c.p.c. nonché dell’art.2727, comma 2, c.c. – elementi di prova contraria al potenziale destinatario dell’ordine stesso desumibili, negli stessi termini sopra chiariti ed esemplificati, dalla comune logica ed esperienza.
La funzione degli strumenti di formazione ed integrazione logica della prova previsti dal nostro ordinamento è proprio quella di evitare, attraverso il saggio governo di essi da parte del giudice, le aberrazioni che potrebbero discendere dalla rigida applicazione delle regole che ripartiscono l’onere della prova fra le parti processuali. Ciò sta a significare che a tali strumenti il giudice può fare ricorso non solo allo scopo di integrare le risultanze di eventuali prove già acquisite ma non completamente convincenti, bensì anche al fine di addivenire ad un convincimento di esistenza o inesistenza di un determinato fatto qualora, da un canto, la parte onerata non risulti in grado di provarlo a causa dell’impossibilità o dell’assoluta difficoltà che una simile dimostrazione comporta in re ipsa e, dall’altro, vi siano elementi desumibili dalla comune esperienza o dal razionale estrinsecarsi delle condotte umane che lascino presumere esistente o inesistente il fatto da provare.
Attraverso la possibilità di ricercare liberamente “argomenti di prova”, offerta al giudice dall’art. 116 c.p.c., e di ricostruire la verità dei fatti anche mediante le presunzioni semplici previste dal comma 2 dell’art.2727 c.c., deve ritenersi che il legislatore abbia dotato il nostro ordinamento giuridico di una valvola di sicurezza – il cui attivatore è il giudice – nei casi in cui alla parte processuale che dovrebbe fornire la prova di un determinato accadimento secondo l’art.2697c.c. risulti a priori preclusa, tenuto conto delle normali possibilità umane, qualunque ragionevole modalità di assolvimento di tale incombente.
In queste ipotesi, il principio secondo cui actore non probante, reus absolvitur non risponde alle basilari esigenze di giustizia che debbono pervadere il sistema preordinato alla tutela giurisdizionale dei diritti dei consociati ed entra in netto contrasto con i fondamentali principi sanciti dalla nostra Costituzione in tema tutela dei diritti della persona umana.
Il ricorso alla c.d. prova indiretta, nelle ipotesi prese in considerazione dalla sentenza della Cassazione, costituisce l’unica ragionevole “prosecuzione” del ragionamento svolto dal Supremo Collegio a proposito della spettanza dell’onere della prova a carico del mittente della raccomandata.
Se certamente non vi sono norme nel nostro diritto positivo che autorizzino ad addossare al destinatario della raccomandata l’onere di provare cosa abbia ricevuto al posto di ciò che il mittente afferma di avergli spedito, quest’ultimo non può neppure considerarsi automaticamente soccombente qualora non abbia potuto provare, com’è del tutto fisiologico che accada nella più parte dei casi, di avere effettivamente inserito nella busta postale il documento che afferma di avervi inserito.
Sarà il giudice, sapientemente illuminato e sollecitato dalla parte interessata, a desumere, attraverso l’interpretazione delle dichiarazioni e del contegno delle parti contendenti alla luce del buon senso e delle massime di esperienza, la verità processuale intorno a ciò che l’una ha presumibilmente spedito e l’altra ha presumibilmente ricevuto con la raccomandata.
4. Indubbiamente, è difficile negare che il percorso processuale tracciato per l’avvenire dal Massimo Giudice al cittadino che continuerà ad avvalersi del particolare mezzo di spedizione di cui si discorre non si profili impervio e malsicuro, soprattutto se si considera che il tipo di esito dei processi che verteranno sulle fattispecie in questione resterà grandemente affidato alla discrezionalità dei giudici di merito ed al buon governo che questi sapranno fare delle potenzialità loro offerte dall’ordinamento sostanziale e processuale per addivenire a decisioni eque.
Tuttavia, è auspicabile che, laddove non interverranno opportuni provvedimenti correttivi del legislatore sulla materia o ripensamenti della Corte, una saggia amministrazione dell’attività processuale da parte dei giudici possa condurre ad un parziale superamento delle difficoltà alle quali i cittadini andranno incontro in conseguenza dell’applicazione che i tribunali daranno al principio di diritto enunciato nella pronuncia della S.C.
D’altronde, chi scrive è persuaso che l’affermazione di quel principio a livello giurisprudenziale si sarebbe prima o dopo imposta per forza di cose, a cagione dell’evidente arbitrarietà del precedente indirizzo che postulava l’esistenza di una indimostrata ed indimostrabile presunzione legale di identità fra il contenuto della raccomandata dichiarato dal mittente e quello ricevuto dal destinatario.
Ma, in fin dei conti, nello Stato di diritto non è compito del giudice edificare dal nulla e sul nulla regole giuridiche allo scopo di colmare lacune che, per quanto gravi, spetta al legislatore riempire.
Se il Sig. Rossi d’ora in avanti sceglierà di affidare le proprie comunicazioni all’ufficiale giudiziario anziché all’ufficio postale dietro casa e se lo stesso ufficiale giudiziario si vedrà sommerso dalle richieste di notifica provenienti dal Sig. Rossi e da tutti gli altri cittadini che hanno le stesse esigenze, l’uno e l’altro non imprechino contro la Corte di Cassazione, ma contro i soggetti istituzionali cui spettava e spetta regolamentare la materia de qua in modo da evitare gli inconvenienti ed i disagi che la sentenza commentata sembra destinata a portare ad entrambi.
1. La possibilità di addurre questa giustificazione manca se il mittente piega in due il documento in modo da formare con lo stesso il plico da spedire (così come il regolamento postale pure consente di fare). In questo caso, il destinatario in mala fede non può esibire un foglio bianco o una comunicazione diversa da quella realmente recapitatagli sostenendo che ciò è quanto ha ricevuto. Nelle raccomandate prive della busta gli estremi identificativi della raccomandata sono impressi dall’ufficio postale sul retro dello stesso documento spedito ed il destinatario, se intimato dal giudice, è costretto ad esibire quel documento e non altro. Resta però salva la possibilità di non esibire nulla, adducendo le giustificazioni di cui al seguente n. 3) del testo.
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