Source: https://www.laleggepertutti.it/141272_stalking-cosa-fare?replytocom=324894
Timestamp: 2019-05-19 07:33:45+00:00

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Contro chi commette atti persecutori – cosiddetto stalking – c’è la possibilità di presentare querela oppure fare richiesta di ammonimento del Questore.
Una persona ti sta perseguitando da più settimane: ti chiama, ti pedina, di scrive in continuazione messaggi su Facebook e su WhatsApp. Hai provato a bloccarlo, ma ciò nonostante le intrusioni nella tua vita privata sono continuate. Così hai deciso di fargli scrivere da un avvocato e, persistendo tali comportamenti, di denunciarlo per stalking. Dopo la denuncia c’è stato un breve periodo di tranquillità, durante il quale hai creduto di esserti definitivamente liberata dal maniaco. Ma si è trattato solo di una pausa. Le condotte ossessive sono ricominciate con la stessa insistenza di prima. Così ti chiedi se è il caso di presentare una nuova querela ai carabinieri: magari, con la seconda, la pena per il colpevole potrebbe aumentare e questi potrebbe essere definitivamente allontanato. A spiegare, in caso di stalkging, che fare se le persecuzioni continuano è una recente sentenza della Cassazione [1].
Se sei vittima di uno stalking – ossia di atti persecutori tali da farti temere per la tua incolumità fisica o per quella di un tuo caro, o da comportarti uno stato di paura e di ansia tale da farti cambiare le abitudini di vita – puoi presentare querela ai Carabinieri o, in alternativa, presentare richiesta del cosiddetto ammonimento del Questore. In questa sede ci occuperemo di entrambe queste soluzioni per chiarire cosa fare in caso di stalking.
1 Quando c’è stalking?
2 Qualche esempio di stalking
3 Quali sono le pene previste per lo stalking?
4 La querela contro lo stalking
5 L’ammonimento del Questore verso lo stalker
6 Come procurarsi le prove in caso di telefonate?
7 Quando per lo stalking non è necessaria la querela
8 Se lo stalking continua dopo la denuncia
Quando c’è stalking?
Nel codice penale non troverete mai la parola stalking, che è un inglesismo, ma piuttosto quella di atti persecutori, ma la sostanza è la stessa. Si tratta di un insieme di condotte oppressive, sotto forma di minacce, molestie, atti lesivi continuati che inducono nella persona che le subisce un disagio psichico e fisico e un ragionevole senso di timore. Non esistono situazioni “tipiche” che fanno scattare lo stalking: anche se, di norma, si tratta sempre di un delitto a sfondo sentimentale, ben potrebbe aversi stalking anche da parte di un vicino del condominio o di un collega di lavoro.
La definizione di stalking la troviamo – come si diceva – all’interno del codice penale [2]: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita».
Lo stalking si caratterizza per essere un’attività persecutoria costituita da comportamenti reiterati nel tempo e di entità tale da spaventare la vittima, incuterle uno stato di ansia o di timore per la propria incolumità o quella delle persone a le più care; oppure deve consistere in una molestia tale da indurre la vittima a modificare le proprie abitudini di vita (disattivare una linea telefonica, sospendere l’account Facebook, cambiare orario di lavoro o strada per tornare a casa, farsi accompagnare al rientro da un amico, ecc.). In pratica, lo stalking può consistere in tre ipotesi:
nel grave e perdurante stato di ansia e paura cagionato alla persona offesa;
nel timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona legata da relazione affettiva;
nel cambiamento delle proprie abitudini di vita.
È necessario, inoltre, porre in essere condotte “reiterate” tali da cagionare almeno uno dei tre eventi sopra indicati. Al riguardo, la Cassazione ha sancito che «Il delitto di atti persecutori è un reato che prevede eventi alternativi, la realizzazione dei quali è idoneo a integrarlo, essendo quindi configurabile quando il comportamento minaccioso o molesto, posto in essere con condotte reiterate, abbia cagionato nella vittima o un grave e perdurante stato di turbamento emotivo ovvero abbia ingenerato un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona alla medesima legata da relazione affettiva ovvero abbia costretto la vittima ad alterare le proprie abitudini di vita». Bastano, comunque, a integrare la reiterazione quale elemento costituitivo del reato anche due sole condotte di minaccia o di molestia [3].
In pratica lo stalking si sostanzia in condotte vessatorie di minaccia e molestia che, reiterate nel tempo, minano profondamente la vita della vittima provocandole gravi stati d’ansia, fino a costringerla a mutare le sue abitudini e stili di vita.
Attenzione però, anche la parte offesa deve mantenere le distanze: atteggiamenti di “apertura” nei confronti dello stalker potrebbero comportare l’assoluzione del molestatore. Secondo infatti quanto chiarito dalla Cassazione [4], fa venire meno il reato di stalking il comportamento della vittima che risponde al telefono al proprio molestatore e acconsente ad un incontro chiarificatore.
Qualche esempio di stalking
La giurisprudenza ha considerato stalking le condotte più varie quali molestie e minacce di vario tipo, telefonate, anche mute, sms, e-mails, molestie tramite lettere, inseguimenti, pedinamenti, appostamenti sotto casa, il reperimento di informazioni sulla persona e il contatto con coloro che vivono accanto alla vittima, atti vandalici su beni della vittima, murales, invio di fiori o regali, furti della corrispondenza. E’ stato altresì individuato il delitto di stalking in casi di estenuanti discussioni e minacce tendenti ad indurre e costringere la persona offesa a riprendere una relazione amorosa, o anche in ipotesi di comportamenti assillanti nelle occasioni di incontro tra ex partner necessari per esercitare il diritto di visita dei figli. Rilevante è altresì la considerazione nei confronti delle nuove tecnologie che possono essere utilizzate in maniera persecutoria o assillante. E’ stato così definito stalking anche l’invio continuo di e-mail o l’intromissione in siti quali Facebook o anche divulgare tramite tali mezzi filmati riguardanti la vittima. In astratto è stato anche considerato possibile configurare il reato nel comportamento del genitore che, preoccupato, assilla il figlio con continue telefonate.
Quali sono le pene previste per lo stalking?
Il molestatore è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni, che possono aumentare se il fatto è commesso dal coniuge anche separato o divorziato o se il fatto è commesso con strumenti informatici o telematici. La pena è aumentata sino alla metà se il fatto è commesso nei confronti di un minore, di una donna in stato di gravidanza, di una persona disabile oppure a mezzo di armi.
In tema di misure a protezione della vittima, può essere disposto:
la custodia cautelare in carcere;
il divieto di avvicinamento, ossia di non avvicinarsi fisicamente alla vittima;
il divieto di comunicazione che consiste nel non avere contatti e non rivolgersi alla persona offesa con la parola o con lo scritto, compreso il divieto di guardare, quando lo sguardo assume la funzione di intimorire o minacciare.
La querela contro lo stalking
Anche se il primo (e più immediato) mezzo di tutela per la vittima di uno stalking resta la diffida dell’avvocato, che provvede a inviare una lettera al responsabile, intimandogli la cessazione del comportamento illecito, la vittima può far da sé e procedere direttamente a una querela. In tal caso dovrà recarsi presso il più vicino comando dei Carabinieri o di Polizia e narrare i fatti, eventualmente producendo i documenti che comprovano quanto affermato. Gli agenti redigeranno un verbale. Non c’è bisogno di andare accompagnati dall’avvocato. Occorre esporre alle Forze di Polizia i fatti sempre nella maniera più chiara e particolareggiata possibile cercando di ricordare con esattezza la successione degli eventi.
La querela deve essere depositata entro sei mesi dal fatto.
È sempre possibile ritirare la querela se la persona querelata accetta. La querela può essere ritirata fino a che non inizi il processo.
Non può essere ritirata la querela (e il reato sarà procedibile d’ufficio) tutte le volte in cui la condotta è posta con minacce gravi o da un soggetto già ammonito dal Questore (v. dopo) o nei confronti di un minore o un disabile.
Gli atti verranno trasmessi alla Procura della Repubblica che avvierà le indagini e, all’esito di queste, sussistendo le prove della responsabilità del colpevole, inizierà il vero e proprio procedimento penale. La vittima può costituirsi «parte civile» nel processo penale – questa volta necessariamente con un avvocato – per ottenere il risarcimento del danno. Le sue dichiarazioni verranno utilizzate dal giudice come elemento di prova per arrivare alla condanna. Secondo infatti la Cassazione [5], le dichiarazioni della persona offesa dal delitto possono essere anche da sole poste a fondamento della sentenza di responsabilità se sottoposte a vaglio critico circa l’attendibilità del dichiarante e l’attendibilità oggettiva di quanto riferito.
La Corte ha altresì precisato come, nel caso in cui la persona offesa si sia costituita parte civile, può essere opportuno procedere al riscontro di tali dichiarazioni con altri elementi [6].
L’ammonimento del Questore verso lo stalker
Fino a quando non propone querela, la vittima di stalking può rivolgersi alla polizia affinché trasmetta al Questore la richiesta di ammonimento nei confronti dell’autore della condotta.
Il questore, assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, ove ritenga fondata l’istanza, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge e redigendo processo verbale».
L’ammonimento del Questore consiste quindi in un provvedimento amministrativo con il quale il questore invita il destinatario «a tenere una condotta conforme alla legge». Si tratta, pertanto, di un provvedimento che, pur incidendo solo in minima misura (rispetto invece alla sanzione del giudice penale) sulla libertà personale dell’ammonito, ha sicuramente una efficacia preventiva.
Questa procedura si articola in tre fasi:
la vittima espone i fatti e le azioni poste in essere dallo stalker, indicando eventuali testimoni;
il questore, ricevuta la richiesta, assume le necessarie informazioni, anche previa convocazione del presunto stalker;
all’esito di questa attività istruttoria, il questore deciderà per il rigetto o per l’accoglimento dell’istanza.
Con l’ammonimento il questore diffida lo stalker ad astenersi dal compiere atti persecutori nei confronti della vittima, invitandolo al rispetto della legge. Qualora il responsabile non si attenga all’invito formulato dall’autorità, questi verrà perseguito penalmente senza bisogno che la vittima presenti querela e, in caso di condanna, vi sarà un aumento di pena.
Come procurarsi le prove in caso di telefonate?
In caso di molestie telefoniche è possibile registrare le chiamate (anche quelle mute). Anche nel caso in cui non riusciate a registrare le telefonate, esistono comunque dei metodi per risalire all’autore delle telefonate richiedendo i tabulati telefonici. Inoltre è consigliabile tenere un diario per riportare e poter ricordare gli eventi più importanti che potrebbero risultare utili in caso di denuncia, ovvero raccogliere più dati possibili sui fastidi subiti, come ad esempio, conservare eventuali lettere o e-mail a contenuto offensivo o intimidatorio.
Quando per lo stalking non è necessaria la querela
Secondo la Cassazione [7] si può procedere contro lo stalker anche senza querela quando le condotte sono particolarmente odiose e gravi. La legge [8] ha stabilito l’irrevocabilità della querela presentata nei termini per il reato di stalking; sicché, da ora in poi, non sarà più possibile una remissione di querela. Tuttavia, la Cassazione ha stabilito un ulteriore ampliamento delle possibilità di intervento in favore delle vittime di stalking, perché la procedibilità d’ufficio vale anche quando la querela non sia stata mai presentata o sia stata presentata tardivamente o irritualmente. In questi casi, se dalle loro condotte di atti persecutori derivano delle lesioni, gli stalker potranno essere perseguiti d’ufficio in sede penale [9].
Se lo stalking continua dopo la denuncia
Secondo la Cassazione, essendo lo stalking un reato «continuato», se le condotte persecutorie continuano anche dopo aver denunciato il fatto ai carabinieri, non c’è bisogno di fare una seconda denuncia-querela. E ciò perché la prima si estende anche ai fatti commessi dopo il suo deposito trattandosi di condotte reiterate da valutare nella loro complessità, a prescindere se commesse prima, dopo o durante il deposito della denuncia alle autorità.
[2] Cass. sent. n. 2021/18 del 18.01.2018.
[3] Cass. sent. n. 21001/2014.
[4] Cass. sent. n. 9221/2016
[5] Cass. S.U. sent. n. 41461/2012.
[6] Cass. sent. n. 26878/2016.
[7] Cas. sent. n. 38690/13.
[8] Art. 1, co. 3, lettera b), del Dl 93/2013.
[9] Art. 582 e 585 cod. pen.
Corte di Cassazione, sezione V penale, sentenza 30 agosto 2016, n. 35778
Per la configurabilità del delitto di stalking non è necessario che i comportamenti che ne costituiscono l’oggetto cagionino un mutamento delle abitudini di vita della persona offesa essendo sufficiente che il comportamento incriminato abbia indotto nella vittima uno stato di ansia e timore per propria incolumità. Il delitto di atti persecutori è un reato a fattispecie alternative, la realizzazione di ciascuna delle quali è idonea a integrarlo.
Corte di Cassazione, Sezione 6 penale, Sentenza 19 luglio 2016, n. 30704
L’oggettività giuridica dei reati di cui agli articoli 572 e 612-bis del Cp è diversa, perché il primo è un reato contro l’assistenza familiare e il secondo è un reato contro la libertà morale, e diversi sono i soggetti attivi e passivi delle due condotte illecite, ancorché le relative condotte materiali appaiano omologabili per modalità esecutive e per tipologia lesiva. Infatti, il reato di atti persecutori può essere commesso da chiunque con atti di minaccia o molestia reiterati e non presuppone l’esistenza di interrelazioni soggettive specifiche tra l’agente e il soggetto passivo, mentre, al di là della lettera della norma incriminatrice («chiunque»), il reato di maltrattamenti familiari si connota come reato proprio, potendo essere commesso soltanto da chi ricopra un ruolo nel contesto della famiglia (coniuge, genitore, figlio) e soltanto in pregiudizio di un soggetto che faccia parte dell’aggregazione familiare lato sensu intesa.
Cassazione Penale, Sez. V, 18 maggio 2016, n. 20711
Nel delitto di atti persecutori, che ha natura di reato abituale di evento, l’elemento soggettivo è integrato dal dolo generico, il cui contenuto richiede la volontà di porre in essere più condotte di minaccia e molestia, nella consapevolezza della loro idoneità a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice e dell’abitualità del proprio agire.
Cassazione Penale, Sez. V, 17 febbraio 2016, n. 6455
Integrano il delitto di atti persecutori le condotte reiterate che ingenerano nella vittima un fondato timore per l’incolumità propria o dei suoi prossimi congiunti o che la costringono ad alterare le proprie abitudini di vita quotidiana, incidendo quindi gravemente sulla libertà di autodeterminazione della persona.
Corte di Cassazione, Sezione 2 penale Sentenza 7 dicembre 2015, n. 48332
In materia di atti persecutori, la frequentazione di posti di svago da parte della vittima, quali discoteche, spiagge o lo stesso bar gestito dallo stalker, non esclude la configurabilità del delitto di cui all’articolo 612-bis del Cp. Lo stalking, infatti, è configurabile quando anche due soli episodi di molestia provochino uno solo degli elementi previsti nella fattispecie, ovvero la presenza di uno stato di ansia e di paura o il fondato timore per la propria incolumità. (Nella specie la Corte respinge il ricorso di un ragazzo che, seppur aveva inviato alla vittima diversi messaggi minacciosi avvalendosi di tutti i mezzi di comunicazione, riteneva di non aver commesso tale delitto perché la donna continuava a frequentare i suoi stessi posti).
Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 13 novembre 2015, n. 45453
In tema di atti persecutori, ai fini della individuazione del cambiamento delle abitudini di vita, quale elemento integrativo del delitto di cui all’articolo 612-bis c.p., occorre considerare il significato e le conseguenze emotive della costrizione sulle abitudini di vita cui la vittima sente di essere costretta e non la valutazione, puramente quantitativa, delle variazioni apportate. (Nel caso di specie, il mutamento significativo delle abitudini di vita era determinato dal fatto che l’atteggiamento morboso dell’imputato aveva costretto la vittima a uscire di casa sempre accompagnata, anche per espletare le normali attività quotidiane.).
Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 25 luglio 2014, n. 33196
È configurabile il delitto di “stalking” quando, come previsto dall’articolo 612 bis c.p., comma 1, il comportamento minaccioso o molesto di taluno, posto in essere con condotte reiterate, abbia cagionato nella vittima o un grave e perdurante stato di turbamento emotivo ovvero abbia ingenerato un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva, ovvero ancora abbia costretto lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita, bastando, inoltre, ad integrare la reiterazione quale elemento costitutivo del suddetto reato come dianzi affermato, anche due sole condotte di minaccia o di molestia Dovendosi, in particolare, intendere per alterazione delle proprie abitudini di vita, ogni mutamento significativo e protratto per un apprezzabile lasso di tempo dell’ordinaria gestione della vita quotidiana, indotto nella vittima, dalla condotta persecutoria altrui, finalizzato ad evitare l’ingerenza nella propria vita privata del molestatore.
È sufficiente ad integrare l’elemento soggettivo il dolo generico, quindi la volontà di porre in essere le condotte di minaccia o di molestia, con la consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente necessari per l’integrazione della fattispecie legale, che risultano dimostrate proprio dalle modalità ripetute ed ossessive della condotta persecutoria compiuta dal ricorrente e delle conseguenze che ne sono derivate sullo stile di vita della persona offesa. Non occorre una rappresentazione anticipata del risultato finale, ma, piuttosto, la costante consapevolezza, nello sviluppo progressivo della situazione, dei precedenti attacchi e dell’apporto che ciascuno di essi arreca all’interesse protetto, insita nella perdurante aggressione da parte del ricorrente della sfera privata della persona offesa.
Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 8 maggio 2014, n. 18999
Con l’introduzione della fattispecie il legislatore ha voluto, prendendo spunto dalla disciplina di altri ordinamenti, colmare un vuoto di tutela ritenuto inaccettabile rispetto a condotte che, ancorchè non violente, recano un apprezzabile turbamento nella vittima. Il legislatore ha preso atto pero’ che la violenza (declinata nelle diverse forme delle percosse, della violenza privata, delle lesioni personali, della violenza sessuale) spesso è l’esito di una pregressa condotta persecutoria, per cui mediante l’incriminazione degli atti persecutori si è inteso in qualche modo anticipare la tutela della libertà personale e dell’incolumità fisio-psichica, attraverso l’incriminazione di condotte che, precedentemente, parevano sostanzialmente inoffensive e, dunque, non sussumibile all’interno di alcuna fattispecie criminale o di fattispecie per cosi’ dire minori, quali la minaccia o la molestia alle persone.
Corte di Cassazione, Sezione 3 penale Sentenza 14 novembre 2013, n. 45648
La reciprocità dei comportamenti molesti non esclude in assoluto la configurabilità del reato di stalking. In un caso del genere, però, all’autorità giudiziaria tocca un compito ancora più incisivo per quanto riguarda la dimostrazione dell’esistenza del danno, cioè dello stato di ansia o di paura della presunta persona offesa, del suo timore per la propria incolumità o per quella di persone vicine o, ancora, della necessità del cambiamento delle proprie abitudini di vita. Il giudice deve verificare se, in caso di reciprocità degli atti minacciosi, esiste una posizione predominante di una delle due parti coinvolte, tale da permettere di qualificare le iniziative minacciose e moleste come atti di natura persecutoria e le reazioni della vittima come messa in atto di un meccanismo di replica indirizzato a sopraffare la paura. Nè può dirsi che la reazione della vittima comporti, comunque, l’assenza dell’evento richiesto dalla norma incriminatrice, non potendosi accettare l’idea di una vittima inerme alla mercè del suo molestatore e incapace di reagire. Anzi, non va escluso che una situazione di stress o di ansia possa provocare reazioni incontrollate della vittima anche nei riguardi del proprio aggressore. Quanto al numero di condotte violente che possono essere considerate tali da configurare il reato, bastano anche due soli episodi per arrivare alla condanna per atti persecutori. Certo, serve una reiterazione della condotta aggressiva, però non è necessario che questa sia anche assillante.
Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 15 maggio 2013, n. 20993
Per configurare il reato di stalking non occorre una rappresentazione anticipata del risultato finale, ma, piuttosto, la costante consapevolezza, nello sviluppo progressivo della situazione, dei precedenti attacchi e dell’apporto che ciascuno di essi arreca all’interesse protetto, insita nella perdurante aggressione da parte del ricorrente della sfera privata della persona offesa. Infatti, trattandosi di reato abituale di evento, è sufficiente ad integrare l’elemento soggettivo il dolo generico, quindi la volontà di porre in essere le condotte di minaccia o di molestia, con la consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente necessari per l’integrazione della fattispecie legale, che risultano dimostrate proprio dalle modalità ripetute ed ossessive della condotta persecutoria compiuta e delle conseguenze che ne sono derivate sullo stile di vita della persona offesa.
Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 29 aprile 2013, n. 18819
In materia di stalking e riconoscimento dello stato d’ansia e depressione causato, non è richiesto alcun accertamento dello stato patologico. È infatti sufficiente che gli atti abbiano avuto un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima. Inoltre, lo stato di difficoltà economica a causa della mancata corresponsione dell’assegno di mantenimento da parte dell’ex coniuge non configura uno stato di necessità che giustifica la condotta in esame.
Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 6 marzo 2013, n. 10388
La tipicita’ delle condotte persecutorie e’ caratterizzata, per espressa volonta’ del legislatore, dalla loro reiterazione. Per la sussistenza del reato e’ dunque necessaria la realizzazione di una condotta frazionata in una pluralita’ di comportamenti tipici, sia omogenei, sia eterogenei, che si succedano nel tempo. Solo con la reiterazione, esplicitamente richiesta dal legislatore, di singoli episodi – che, in via esemplificativa, possono essere di ingiuria, minaccia, lesione, violenza privata, molestia – e’ legittima una contestazione che vada al di la’ delle tradizionali incriminazioni, previste, rispettivamente, dagli articoli 594, 612, 582, 610 e 660 c.p.. perche’ si applichi la nuova norma, non basta che sotto la sua vigenza sia stato compiuto l’ultimo atto, ma occorre che tale atto sia preceduto da altri comportamenti tipici ugualmente compiuti sotto la vigenza della nuova norma incriminatrice.
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 21 dicembre 2017 – 17 gennaio 2018, n. 1930
Presidente Fumo – Relatore Amatore
1.Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Torino, in riforma della sentenza di condanna emessa dal Tribunale di Aosta in data 26.6.2016 nei confronti del predetto imputato per il reato di cui all’art. 612 bis cod. pen., ha dichiarato non doversi procedere nei confronti dell’odierno ricorrente per il menzionato reato perché l’azione penale non poteva essere iniziata per irritualità della querela ed ha ordinato pertanto la immediata liberazione dell’imputato e la revoca delle statuizioni civili.
Avverso la predetta sentenza ricorre il Procuratore generale distrettuale, proponendo tre ordini di doglianze.
1.1 Denunzia il ricorrente, con il primo motivo, violazione di legge e vizio argomentativo in relazione alla dichiarata insussistenza della condizione di procedibilità.
Osserva il ricorrente che le condotte commesse nelle date del 30.11.2014 e 4.4.2015 erano state oggetto di denuncia personale da parte della persona offesa che aveva presentato querela rispettivamente in data 11.12.2014 e 8.4.2015.
Si evidenzia altresì che solo le successive condotte delittuose erano state oggetto di querela in data 5.8.2015 da parte del sostituto processuale del difensore di fiducia presso la questura di Aosta.
Deduce pertanto la difesa l’erroneità della decisione impugnata laddove aveva esteso la denunziata inammissibilità della querela per la mancata autentica della sottoscrizione della persona offesa da parte del difensore (giacché tale autentica era stata effettuata solo dall’avv. Termini che era un mero sostituto processuale ai sensi dell’art. 102 cod. proc. pen. del predetto difensore) anche alle ulteriori condotte antecedenti la predetta querela, condotte per le quali le relative querele presentavano tutti i crismi della ritualità.
Si evidenzia altresì che – sulla scorta di una recente giurisprudenza di questa Corte rivestendo il delitto di atti persecutori natura di reato abituale, la condizione di procedibilità determinato dalla presentazione della querela si estenderebbe anche alle condotte successive a quelle già oggetto dell’atto querelatorio.
1.2 Con un secondo motivo si denunzia violazione dell’art. 102 cod. proc. pen. giacché la sostituzione processuale consentirebbe la sostituzione del difensore in tutte le attività processuali, compresa quella di autentica della sottoscrizione della querela.
1.3 Con un terzo motivo si deduce vizio argomentativo sul medesimo punto.
2. Il ricorso è fondato in relazione al primo motivo, il cui accoglimento assorbe invero l’esame delle ulteriori doglianze prospettate dal P.G. ricorrente.
2.1 Deve ritenersi, in termini generali, che il difensore non è munito di potere certificatorio generale, e le norme che gli conferiscono il relativo potere hanno carattere eccezionale; ne consegue che l’autentica della firma della parte effettuata da difensore diverso da quello legittimato alla difesa della stessa è invalida (Sez. 4, Sentenza n. 15175 del 21/02/2008 Cc. (dep. 10/04/2008) Rv. 239736).
Ne consegue, in omaggio al principio qui riaffermato, che non è ammissibile l’autentica di firma da parte del sostituto processuale proprio in ragione della eccezionalità della norma sulla autentica di firma che non consente interpretazioni estensive.
Tuttavia, la conclusione cui è giunta la Corte territoriale (e secondo la quale tutte le condotte coperte dalla querela del 5.8.2015 dovrebbero ritenersi non procedibili) non è condivisibile, atteso che dall’esame del fascicolo processuale (cui anche questa Corte è abilitata, trattandosi, quello denunziato, di un vizio di rito che consente al giudice di legittimità l’esame del fatto processuale), emerge che le due querele datate 11.12.2014 e 8.4.2015 sono state presentate direttamente dalla querelante e dunque risultano ritualmente depositate.
Peraltro, deve riaffermarsi in questa sede decisoria il principio di diritto secondo cui il carattere del delitto di atti persecutori, quale reato abituale improprio, a reiterazione necessaria delle condotte, rileva anche ai fini della procedibilità, con la conseguenza che, nell’ipotesi in cui il presupposto della reiterazione venga integrato da condotte poste in essere anche dopo la proposizione della querela, la condizione di procedibilità si estende anche a queste ultime, poiché, unitariamente considerate con le precedenti, integrano l’elemento oggettivo del reato (Sez. 5, Sentenza n. 41431 del 11/07/2016 Ud. (dep. 03/10/2016) Rv. 267868).
Alla luce del principio di diritto ora precisato si impone pertanto l’annullamento della sentenza impugnata affinché il giudice di appello riesamini la vicenda processuale anche ai fini dell’accertamento della procedibilità dell’azione penale in virtù della presentazione delle due querele personalmente da parte della persona offesa dal reato.
Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della Corte di Appello di Torino.
25/01/2019 @ 17:07
E’ ingiusto che la legge non prenda in considerazione il comportamento della vittima, che in certi casi, è la causa di ciò che poi la stessa subisce. In virtu’ di ciò, è sempre e comunque l’uomo che sbaglia, pertanto non ci meravigliamo se qualcuno non prova alcuna pietà, quando questo reato ha un tragico risvolto ! IL legislatore ha palesemente voluto tutelare soltanto la donna, e i risultati si vedono. IL criterio dei due pesi e delle due misure non funziona.

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 Cass. 
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 Art. 1
 Art. 582
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