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Timestamp: 2018-09-21 18:29:58+00:00

Document:
L'Inquisizione - Il sito ufficiale di diego marin
nei meandri della santa romana inquisizione
di Carlo Rendina, riportato ne "La Vita Proibita dei Papi", Newton Compton 2008
L'istituzione ecclesiastica dell'Inquisizione è in funzione come tribunale contro gli eretici del XII secolo, avendo una serie di regole formulate da papa Lucio III nel 1184 e ridefinite da Gregorio IX nel 1231, che prescrivono la carcerazione degli eretici, la confisca dei loro beni e la distruzione delle case che li avessero ospitati. E viene affidata ai domenicani, assumendo un impegno particolare in Francia nella crociata contro gli Albigesi e quindi contro le streghe in vari paesi europei, arrivando fino alle condanne al rogo. E l'inquisizione assume caratteristiche sempre più infamanti in Spagna con i sovrani Ferdinando e Isabella, essendo utilizzata nello sterminio di musulmani ed ebrei, nonché in America contro gli indigeni. Tutto senza che sia stato definito a Roma, dove diventa impellente la sua istituzione dopo il concilio di Trento, che identifica l'Italia come centro della controriforma; è allora che si avverte la necessità di una Inquisizione che lanci dalla sede pontificia i messaggi di condanna contro riformisti germanici e separatisti anglicani e ugonotti. Se ne fa interprete Paolo III che con la bolla Licet ab initio del 21 luglio 1542 istituisce la Santa Romana Inquisizione.
Viene concepita come una commissione di sei cardinali competente in materia di fede come inquisitori, con un'autorità apostolica su tutta la res publica christiana e con autorità a procedere contro le «heresie et massime di Modena, Napoli e Lucca», con delega a giudici ecclesiastici in tutte le città degli Stati italiani come inquisitori provinciali. Restano fuori Sicilia e Sardegna, Francia meridionale, Dalmazia e Malta. Uno strumento comunque centralizzato a Roma, ma con nomina da parte del papa dell'inquisitore generale, dei cardinali inquisitori di Roma e di quelli provinciali, che avevano «auctoritas et potestas inquirendi, citandi, procedendi, sententiandi et definendi in omnibus causis». Oggetto dell'inquisizione è una varietà di crimini che vanno dall'apostasia all'eresia «manifesta et schismata», dalle bestemmie alle sollecitazioni ad turpia, dalla omosessualità al disprezzo delle sacre immagini, dall'uso profano dei sacramenti alla stregoneria.
In sostanza la Santa Romana Inquisizione nasce come strumento di emergenza contro l'eresia, come tale segnata da una dura repressione nei confronti dei riformatori rinascimentali; è quello che si verifica con il primo inquisitore generale Gian Pietro Carafa, poi papa Paolo IV, che agisce all'insegna della più cieca crudeltà. Fa ricorso al "rigoroso esame", termine subdolo che nasconde in realtà l'uso della tortura, e arriva a mandare in carcere anche il cardinale Giovanni Morone, al quale oltretutto aveva fatto esaminare anche il libro degli Esercizi Spirituali di Sant'Ignazio, perché aveva dubbi sulla loro ortodossia.
E sui libri Paolo IV punta il dito accusatore, come mezzi di diffusione delle eresie, così che nel 1559 fa pubblicare il primo Indice dei Libri proibiti detto "Indice Paolino"; vi sono segnalate tutte le opere di scrittori non cattolici, anche se non di carattere religioso, in ragione di 126 titoli di 117 scrittori e 332 opere anonime. E inoltre 45 edizioni "clandestine" della Bibbia, nonché l'opera di 61 tipografi svizzeri e tedeschi. Una severità in pratica tutta legata all'abbattimento di qualsiasi scrittura che non fosse all'insegna del cattolicesimo, passando al vaglio di una repressione crudele. Così che alla sua morte il popolo a Roma si scatena in un furore di distruzione e il palazzo dell'Inquisizione è dato alle fiamme.
La commissione seguita ad essere attenta alle opere letterarie e un secondo elenco viene redatto dopo la conclusione del concilio di Trento sotto Pio IV (r.1560-1565), un papa peraltro più tollerante; è appunto detto Indice tridentino, e prevede la licenza di leggere libri espurgati e come tali fuori dall'Indice. Il problema dei libri è diventato fondamentale perché si avverte una diffusione della lettura, specialmente nei territori fuori dello Stato pontificio. E per questo il duro Pio V nel 1571 istituisce la Congregazione dell'Indice, incaricata di tenere aggiornato l'indice e spedirlo periodicamente alle varie sedi dell'Inquisizione, con l'avvertenza di comunicarlo ai librai; viene inoltre proibita la pubblicazione di opere in volgare, che potrebbero essere lette da un maggior numero di persone diversamente da quelle in latino. Nel 1596, sotto papa Clemente VIII viene stesa una nuova redazione dell'Indice, intitolata Indice Clementino, nel quale sono aggiunte opere di scrittori non italiani pubblicate dopo il 1564. Fortissima la censura di testi scientifici, che se non conformi all'interpretazione aristotelico-scolastica sono considerati eretici; nel 1616 vengono bandite le opere di Copernico.
Nel frattempo è stato ricostruito il palazzo della Romana Inquisizione , ma non su quello demolito. Il nuovo edificio deriva dal palazzo Pucci, sorto dopo il 1514 a ridosso delle Mura Vaticane, sull'area creatasi dall'abbattimento di un gruppo di vecchie case vendute dal principe Costantino di Macedonia. Dopo la morte dei tre cardinali della famiglia, Lorenzo, Antonio e Roberto, che vi abitavano, i Pucci di Firenze, eredi per due terzi dei beni del Borgo, hanno venduto il palazzo per 6000 scudi alla Santa Sede. Questa ha ampliato e adattato gli ambienti per sistemarvi le carceri ai sotterranei e al pianterreno, ricoperte da inferriate, mentre i piani sono stati assegnati ai funzionari del tribunale. Il nuovo palazzo viene inaugurato il 2 settembre del 1566 fra salve d'artiglieria; resterà in piedi fino ad oggi, a parte alcune modifiche.
La lotta all'eresia e alle trasgressioni dell'ortodossia cattolica è dunque l'obiettivo principale del tribunale della Romana Inquisizione, con la relativa condanna degli eretici; e si pensi che tra il 1566 e il 1571 nella Roma vengono celebrati dodici autodafé. Una conferma delle finalità poste tutte a difesa della fede cattolica viene dalla cura particolare data alla stesura dell'Indice, che tende ad ostacolare la contaminazione della fede attraverso la lettura e la scrittura di libri,l con tanto di premio agli scrittori cattolici per quei libri ai quali viene assegnato l'imprimatur. Potrebbe far pensare ad una istituzione a carattere provvisorio di fronte all'affermazione della controriforma con il concilio di Trento. Ma non è così.
Quella commissione mostra limiti nella giurisdizione, finisce per creare una distinzione tra comandamenti di fede e costumi di vita quotidiana, e invece si vorrebbe che essa assumesse la funzione di permanente controllo della Chiesa sulla vita dei fedeli. Al di là dell'esame della fede, la commissione dovrebbe occuparsi di portare alla luce e correggere comportamenti attinenti la vita quotidiana ancor più della stessa religione. Così Sisto V con la bolla Immensa aeterni Dei del 22 gennaio 1589 riorganizza quella commissione, rendendola più determinante nella gestione della giustizia nei confronti dei cittadini, da tenere continuamente sotto torchio nel riscontro della legge religiosa come modello di vita. E l'Inquisizione Romana diventa la prima delle quindici congregazioni romane all'insegna del Sant'Uffizio, venendo a costituire una linea di separazione tra la prima e la seconda fase inquisitoriale.
Il grande inquisitore che dà una svolta alla congregazione, dal 1580 al 1602, è il cardinale Giulio Antonio Santoro; è lui il rinnovatore del sistema inquisitoriale con una ristrutturazione dei processi in una procedura perfettamente organizzata che si svolge con precisi meccanismi settimanali, da un lunedì dedicato all'esame degli atti processuali, che vengono poi discussi al convento della Minerva, al giovedì della ratifica della sentenza da parte del papa nella sala del Concistoro in Vaticano. Il procedimento comporta anche il "rigoroso esame", termine con il quale si definisce la tortura, mentre la sentenza include anche l'obbligo dell'abiura da parte del condannato, con il fine specifico della salvezza della sua anima, in una cerimonia che si svolge pubblicamente nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva. E la sentenza è inesorabile: «Ti condanniamo al carcere formale in perpetuo in questo Santo Officio senza speranza di gratia, acciocché in esso debbi continuamente piangere e fare penitenza per impetrare a Dio la misericordia et il perdono dei tuoi peccati et errori passati». La pena va naturalmente dal carcere a tempo determinato e a vita fino alla condanna a morte.
Pochi sono peraltro i fascicoli rimasti dopo la distruzione di tutta la documentazione che è compiuta, per ordine del papa, da parte del monsignor Marino Marini nel 1817. E molti sono trafugati dai francesi tra il 1809 e il 1814 e durante il pur breve periodo della Repubblica Romana del 1849. Ma è ugualmente possibile rievocare i due più famosi avvenuti tra il 1593 e il 1633, quelli di Giordano Bruno e Galileo Galilei.
Il domenicano, contestatore dell'ortodossia cattolica e assertore del "libero pensiero", subisce il processo da quando il 27 febbraio 1593 è segregato nel palazzo del Sant'Uffizio. E' un'estenuante requisitoria con diciassette interrogatori in quattro anni, fino alla tortura, con tanto di esame delle opere pubblicate da Bruno che vengono ritenute eterodosse e censurate. Il sommario del processo è sottoposto in lettura al papa nel marzo 1598, ma Clemente VIII è a Ferrara e la causa subisce una lunga sosta.
Si riprende a gennaio 1599. A Bruno vengono presentate otto proposizioni che il filosofo deve riconoscere come eretiche, se vuole salvarsi. Bruno prende tempo, ma a febbraio sembra disposto ad abiurare. Poi in aprile presenta al tribunale una nuova scrittura; ma i giudici a settembre lo mettono alle strette , e allora Bruno scrive un nuovo memoriale di difesa, nel quale sembra essere disposto a compiere atto di obbedienza. Di conseguenza gli viene richiesto di abiurare, ma Bruno a questo punto si mostra irremovibile, finché il 21 dicembre dichiara definitivamente di non volersi pentire.
E' la fine. L'8 febbraio del 1600 viene pubblicamente letta la sentenza, che condanna Bruno alla pena capitale, ovvero al rogo, insieme alle sue opere, che sono poste all'Indice. E il 17 febbraio si svolge l'esecuzione della Giustizia, riportata nel XV volume dell'Arciconfraternita di San Giovanni Decollato, dove tra l'altro è scritto che «fu condotto in Campo de Fiore e quivi spogliato nudo e legato a un palo fu brusciato vivo». E a Campo de' Fiori il 9 giugno 1889 verrà inaugurato il monumento che lo ricorda, una statua in bronzo su un basamento, opera di Ettore Ferrari, in un tripudio di laici professanti il "libero pensiero".
Alle origini del processo di Galileo Galilei ci sono i suoi studi di astronomia con il cannocchiale eseguiti dal 1592 a Padova e che lo portano a dar credito alla teoria di Copernico. Quando il 24 febbraio del 1616 il Sant'Uffizio la condanna e le opere di Copernico sono messe all'Indice, Galileo è convocato a Roma per giustificare le sue opinioni e il 26 febbraio il cardinale Roberto Bellarmino, dietro ordine di Paolo V, lo ammonisce ad abbandonare l'opinione censurata e, pena il carcere, gli intima di non insegnarla né di difenderla in alcun modo, come precisa in una lettera. Galileo promette di ubbidire, ma prima di ripartire si fa rilasciare dal Bellarmino una dichiarazione in cui si certifica di non aver ricevuto penitenza e di non aver abiurato, ma che gli è stata soltanto «denuntiata» la dichiarazione dell'Indice.
Galilei non abbandona gli studi astronomici secondo la teoria copernicana e nel 1623 interviene per difenderla in una polemica con il gesuita Orazio Grassi pubblicando Il Saggiatore, dedicato al nuovo papa Urbano VIII, che Galilei ha già conosciuto da cardinale come persona disponibile sulle discussioni scientifiche. L'anno dopo costruisce il microscopio, ma l'attenzione all'astronomia è troppo grande, così che nel febbraio del 1632 pubblica il Dialogo sopra i due massimi sistemi, nella quale, sotto un'apparente neutralità, si dimostra la fondatezza del sistema copernicano contro quello tolemaico. Peraltro l'opera esce con l'imprimatur, anche perché Galilei nella prefazione dichiara di accettare la verità religiosa secondo la Bibbia.
Il primo ottobre Galilei a Firenze si vede notificata l'intimazione di recarsi a Roma e mettersi a disposizione del commissario generale del Sant'Uffizio. Lo scienziato non aderisce e il primo gennaio 1633 gli arriva una seconda ingiunzione di presentarsi a Roma; allora decide di partire e arriva a Roma il 13 febbraio 1633, ma il processo, nel palazzo della Minerva, comincia il 12 aprile. Viene accusato di aver estorto l'imprimatur in modo fraudolento, senza aver presentato il "precetto" impostogli dal Bellarmino, che nel frattempo è morto. Galilei dichiara che la lettera non contiene alcun "precetto" e che il Dialogo presenta solo una esposizione dei due sistemi, senza un'indicazione precisa di preferenza nei confronti di quella copernicana. Il 30 aprile Galilei riconosce che il libro in vari punti ha un carattere copernicano e il 10 maggio dichiara che non ha ingannato la Congregazione dell'Indice per ottenere l'imprimatur.
Nel secondo interrogatorio del 21 giugno si ha il «rigoroso esame sopra l'intenzione», nel quale è contemplata anche la tortura, ma che viene solo minacciata. E Galilei mantiene la sua posizione, rassegnandosi a subirne le conseguenze. Il giorno dopo nella sala del convento di Santa Maria sopra Minerva gli viene letta la sentenza; è dichiarato «sospetto d'heresia, cioè d'haver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre Scritture» e di essere «incorso in tutte le censure e pene dei sacri canoni», dalle quali i giudici vogliono peraltro assolverlo purché «abiuri, maledichi e detesti i suddetti errori et heresie». E viene condannato «al carcere formale» a vita nelle prigioni del Sant'Uffizio; inoltre «per penitenze salutari» dovrà recitare «per tre anni a venire una volta la settimana li sette Salmi penitenziali».
In ginocchio, lo stesso giorno, Galilei pronuncia l'abiura, ma non in chiesa e in pubblico, secondo la regola, bensì nel convento, davanti ai giudici. La condanna viene subito mutata da Urbano VIII in quella dell'isolamento, ovvero del domicilio coatto; e Galilei dal 26 giugno al 7 luglio resta relegato a Roma a Villa Medici, come ricorderà la colonna che sorge sul viale della Trinità dei Monti antistante la villa. Gli viene poi concesso di tornare in Toscana; e va a vivere a Siena, presso l'arcivescovo Ascanio Piccolomini. Ma Galilei desidera stare isolato.
Gli viene infine concesso di ritirarsi nel suo villino di Arcetri, vicino Firenze; ci va il primo dicembre 1633. Qui continua i suoi studi, pur diventando gradatamente cieco, tra l'altro applicando il pendolo agli orologi e descrivendo la librazione della Luna, con l'assistenza dei suoi discepoli Viviani e Torricelli. Muore l'8 gennaio 1642; il tribunale da Roma non concede la sua sepoltura religiosa a Santa Croce. L'otterrà solo ottant'anni dopo in un apposito monumento.
A fronte di questi due famosi processi, la storia dell'Indice va avanti con la sua singolare severità, ma nel 1758, con papa Benedetto XIV, le norme vengono riviste per rendere la catalogazione più mirata; tra l'altro viene eliminato il divieto di lettura della Bibbia in volgare, finché le competenze per compilazione e aggiornamento passeranno dal 1917 direttamente al Sant'Uffizio, che oltretutto dal 1870 non opererà più condanne a morte.
Tra i "condannati" dell'Indice appaiono i poeti Jean de La Fontaine, Vittorio Alfieri, Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi e Gabriele d'Annunzio, i narratori Michel de Montaigne, Charles-Louis de Montesquieu, Stendhal, Emile Zola e Antonio Fogazzaro, nonché i filosofi René Descartes, Blaise Pascal, David Hume, antonio Spinoza, Immanuel Kant, John Locke, Jean-Jacques Rousseau, Denis Diderot (con tutta l'Encyclopedie), Voltaire, Benedetto Croce e Giovanni Gentile. E nell'ultimo elenco del 1948 finiranno Simone de Beauvoir, André Gide, Jean-Paul Sartre e Alberto Moravia. Finché l'Indice viene definitivamente abolito dopo il concilio Vaticano II nel 1966 da Paolo VI, che provvede anche a cambiare il nome del Sant'Uffizio in quello più addomesticato di Congregazione per la Dottrina della Fede, seguitando peraltro a colpire con scomuniche diverse personalità ecclesiastiche e non.
Va inoltre segnalato che l'Opus Dei provvederà a stendere un suo personalissimo Indice di Libri proibiti che nel 2003 arriverà ad elencare ben 60.541 volumi, molti dei quali risalgono all'Indice Paolino del 1559.
Il diavolo per la Chiesa è sempre esistito, e non esclusivamente come il Maligno che attende al varco dell'aldilà l'anima dannata per portarsela all'inferno. Il diavolo vive anche su questa terra, si manifesta in mille forme, s'incarna in uomini e donne, ovvero li possiede facendoli vittime delle proprie arti malefiche. La figura dell'indemoniato ha in fondo un suo riscontro nel Vangelo e quindi è logico che la Chiesa l'abbia ereditata rivivendola nei diversi momenti della sua storia attraverso personaggi che hanno fatto il buono e il cattivo tempo come astrologhi, alchimisti e medici, nonché streghe e stregoni, fattucchiere e ciarlatani.
E' il Medioevo dell'occulto che reinterpreta la figura del Maligno su forme di superstizione pagana, nella quale emerge la figura femminile: che va collegata alla qualifica propria della donna nell'assistenza alle partorienti, ovvero di chi ha a che fare con l'inizio di una vita, ma che è identificata anche con il suo opposto, ovvero la morte, al varco della quale è il demonio. Di qui da parte delle donne inizia la pratica di sortilegi con cui scacciare il demonio, a fronte di altre che vogliono ingraziarselo tributandogli il proprio culto. Fino alla costituzione di sette demoniache in autentiche congreghe ovvero i sabba, svolti a mezzanotte in cimiteri e luoghi solitari; là dove si va dall'omaggio al diavolo invocato, con il bacio sul suo ano, al sacrificio di bambini, frutto di accoppiamento tra streghe e demoni, e i cui corpi servono alla preparazione di pozioni magiche, banchetti e orge. E poi ancora, balli sfrenati in luoghi mitici come intorno al noce di Benevento, per quanto riguarda l'Italia, o sulla cima del Brocken, in Germania, nella mitica notte di Valpurga (tra il 30 aprile e il 1°maggio). Luoghi nei quali la strega si reca cavalcando a rovescio una scopa, simbolo contrario a quello della potenza sacra che scaccia le forze del male per diventare strumento del Maligno nonché simbolo fallico.
Contro questo Medioevo dell'occulto gli interventi da parte della Chiesa sono inizialmente sporadici. Nel 1232 Gregorio IX emana la bolla Ille humani gentis contro le sette sataniche, affidando ai frati francescani la predicazione contro certe iniziative demoniache. Un secolo dopo, nel 1326, in seguito ad un processo riguardante casi di magia di tale Enguerrand de Marigny, Giovanni XXII promulga la bolla Super illius specula, in cui la stregoneria viene assimilata all'eresia e sottoposta alla competenza repressiva degli inquisitori. E comunque molto è lasciato alle iniziative di vescovi locali, sulla base dei manuali inquisitoriali di Bernard Guy del 1323 e Nicolaus Eymerich del 1376, nonché alla predicazione di santi e santoni.
Così il francescano Bernardino da Siena tra il 1405 e il 1430 opera come predicatore nell'Italia settentrionale e centrale contro sortilegi e superstizioni, denunciando la millantata capacità delle streghe di mutarsi in animali e volare come illusioni demoniache; sono le striges della mitologia classica, rapaci dalle sembianze femminili che dissanguano o rapiscono fanciulli e devastano cadaveri. Così Martino V nel 1427 lo invita a predicare a Roma e lui lo fa per ottanta giorni consecutivi, arrivando a bruciare sul Campidoglio il 25 giugno gli emblemi del lusso e della stregoneria,mentre tiene in mano e tende al bacio della folla una tavoletta di bronzo con inciso l'ideogramma di Cristo, IHS, entro una raggiera solare. Baciarla significa allontanare dal proprio corpo il diavolo e ogni bubbone pestilenziale in una raffigurazione destinata ad incidere profondamente nell'immaginario collettivo. E' quanto infatti si ripercuote contro una strega, una certa Finicella, che «diabolicamente occise de molte criature ed affattucchiava di molte persone», secondo quanto ci assicura l'Infessura; finisce sotto processo proprio su una denuncia dei romani, infiammati dalle parole di Bernardino, ed è condannata al rogo in un autentico «spettacolo», a detta del cronista.
E l'evento si ripercuote a Todi, dove il 20 marzo 1428 viene bruciata come strega Matteuccia Franceschi, abitante a Ripabianca presso Deruta. Nella sentenza si fa cenno a filastrocche contro gli spiriti e il dolor di corpo confessare dalla strega con ripetute torture; in particolare si riferisce che Matteuccia era solita ungersi di grasso di avvoltoio e sangue di nottola e bambini, invocando il demonio, che si presentava in forma di caprone, la prendeva in groppa e, tramutato in mosca, veloce come un fulmine la portava al noce di Benevento pronunciando la formula rimasta famosa:
mandame a la noce di Benevento,
et supra omne maletempo.
Ed è "caccia alla streghe" ad opera di una miriade di predicatori-denunciatori di atti di stregoneria e satanismo, tra i quali rientra anche uno stregone come Gilles de Rays, accusato di satanismo, ma in realtà un progenitore dei pedofili ante litteram, passato alla storia con il soprannome di Barbablù, impiccato e quindi arso sul rogo nel 1440. E' solo un caso che Gilles de Rays abbia combattuto al servizio di Giovanna d'Arco, così da essere nominato maresciallo di Francia nel 1429, due anni prima che la Pulzella per «quelle voci che la rendevano abominevole a Dio e agli uomini» venisse condannata anche lei al rogo come «scomunicata ed eretica» a Rouen.
Ma contro la stregoneria e la magia si arriva ad una legislazione precisa quando due inquisitori domenicani, Heinrich Kramer Institor e Jakob Sprenger, trovando opposizione presso ecclesiastici e laici nella loro "caccia alle streghe" in Germania, si rivolgono a Innocenzo VIII e ottengono da lui nel 1484 la bolla Summis desiderantes affectibus. Anche se nel testo non si registra una decisione dogmatica sull'esistenza delle streghe, la bolla pontificia fa comunque uso di toni radicali nel distaccarsi dalle comuni denunce di pratiche magico-stregoniche. «E' pervenuto di recente alle nostre orecchie», scrive il papa, «che in certe regioni della Germania superiore e nelle diocesi di Magonza, Colonia, Treviri, Strasburgo e Brema parecchie persone di entrambi i sessi, dimentiche della loro stessa salvezza e deviando dalla fede cattolica, si sono date ai demoni incubi e succubi, per mezzo di incantesimi, fatture, scongiuri e altre superstiziose infamie ed eccessi magici che fanno deperire ed estinguersi la progenie delle donne, i piccoli di animali, le messi della terra, i grappoli delle vigne, i frutti degli alberi». Tanto basta a dar credito a fantasticherie, ratificando l'azione condotta dai due inquisitori; e peggiore è la raccomandazione di Innocenzo VIII a che i due pubblichino un libro sullo scottante argomento. E' il Malleus maleficarum, ovvero Il martello delle malefiche, in riferimento alle streghe, pubblicato nel 1487, che si dilunga sui malefici diabolici, come quando dichiara che «le streghe scatenano grandinate, venti dannosi con fulmini, procurano sterilità negli uomini e negli animali, mentre offrono ai diavoli i bambini che non divorano o li uccidono in altro modo». Il libro sarà ristampato ben 34 volte fino al 1669, un vero best seller che raggiungerà le 35.000 copie, una tiratura eccezionale per quei tempi.
E' l'inizio di una serie di processi contro le streghe, maghi e negromanti che finiscono davanti ai vari tribunali d'Inquisizione, segnati da bolle pontificie determinanti per legislazioni di spietata violenza e perlopiù miranti alla condanna al rogo. Leone X nel 1514 emana una bolla pontificia contro sortiere e nel 1521 contro gli stregoni che per i loro sortilegi uccidono bambini. Adriano VI con la bolla del 1522 scomunica streghe e sortiere, accusandole di eresia; Sisto V nel 1585 condanna tutte le arti di magia come atti diaboloci. Peraltro risulterà quanto mai arduo, se non impossibile, la ricostruzione dei processi per il semplice fatto che tutti i documenti vengono in genere bruciati dagli stessi inquisitori. Il motivo lo rivela il cardinale Pompeo Arrigone in una lettera del 18 febbraio 1612 all'inquisitore di Bologna, nella quale raccomanda «nel formare la sentenza di non riferire i modi sortileghi et magici, abusi di sacramenti, cose sacre et sacramentali, come si contiene nei processi et confessioni loro, acciocché quelli che saranno presenti all'abiuratione non habbiano occasione d'impararli».
Va tenuto presente che molti di questi processi andavano avanti in un clima di paura e psicosi in grado di condizionare i giudici, incapaci spesso di premunirsi di fredda determinazione. Emblematico è il caso di Nicolas Rémy che, tra il 1576 e il 1606, condanna al rogo circa tremila cosiddette "streghe", finendo per confessare di essere egli stesso servitore del demonio, e richiedendo di essere perciò mandato al rogo. A fronte si segnala Ulrich Molitor, giureconsulto della corte episcopale di Costanza, che già nel suo De lamiis del 1482 chiede la pena capitale, ma appare scettico sull'effettivo valore dei poteri magici delle streghe; e il giurista piacentino Giovanni Francesco Ponzinibio, che nega con fermezza la realtà del volo magico; e ancora il medico Pietro Pomponazzi, che attribuisce la confessioni delle streghe ad allucinazioni.
In ogni caso i giudici si attengono ad un codice appositamente elaborato sulla base delle bolle pontificie, il più famoso dei quali resta il Disquisitionum magicarum libri sex quibus contenitur accurata curiosarum artium et vanarum superstionum confutatio, pubblicato da Martino del rio a Venezia nel 1616. Un testo che, secondo Alessandro Manzoni, avrebbe prodotto più morti che le guerre di Alessandro Magno. Diviso in sei punti, trattava di amuleti, vocaboli arcani, numeri cabalistici, alchimia, patti col diavolo, congreghe notturne, malefizi, interpretazione dei sogni e lettura delle carte, doveri dei sacerdoti, uso profano di reliquie, acqua benedetta, e suono delle campane, nonché in generale di esorcismi.
Infatti in tutti i processi è di prammatica la figura dell'esorcista per la verifica del corpus delicti. Lo evidenzia nel 1616 la Pratica per procedere nelle cause del S. Offizio del cardinale Desiderio Scaglia, commissario del famigerato tribunale sotto Paolo V. dove, tra l'altro, si legge: «Si ricerca in giudicio la fede del medico, che quella infermità non sia naturale, o almeno ne dubiti, et anco la fede d'un esperto et prudente essorcista, che venga veramente da maleficio. Dico prudente essorcista perché molti ve ne sono che ogni infirmità giudicano malefici, o per poca pratica, o per farvi sopra mercanzia».
Un caso a sé rappresenta il gesuita tedesco Friedrich von Spee, che nel 1631 pubblica il trattato in latino Cautio criminalis. Testimone di numerosi processi per stregoneria, il gesuita nel libro denuncia gravi abusi nella conduzione dei processi basati sul pregiudizio che l'imputato era colpevole prima ancora della produzione di prove. Alle critiche si affiancano quelle di medici come il Gassendi e il Malebranche nel ritenere che molte confessioni delle streghe sono ottenute con la somministrazione di droghe allucinogene e sono frutto dell'ossessione satanica del tempo. Tuttavia i processi continuano, ma vicende drammatiche vengono a scuotere l'opinione pubblica, come quelle di Loudoun, in Francia. Il fenomeno di possessione collettiva, ritenuta di origine diabolica, dà origine ad un grandioso processo al termine del quale il parroco Urbain Grandier viene condannato al rogo; è un evento che predispone la cultura ad un radicale mutamento di tendenza.
Su questa base si muove il razionale Settecento, a cominciare da Ludovico Antonio Muratori che nelle monumentali Antiquitates Italicae Medii Aevi, scritto tra il 1738 e il 1742, bolla come "superstizioni" le posizioni magico-stregoniche, frutto di ignoranza. E così il veronese Scipione Maffei rimanda al Vecchio Testamento certe credenze di magia, che ritiene estirpata proprio dalla venuta di Cristo, che ha liberato l'uomo da certe infondate superstizioni. Fino al romanziere Walter Scott, che nel suo Demonology and Witchcraft del 1839 presenta immagini di streghe frutto della povertà morale, ovvero vittime dei conflitti sociali; e allo storico francese Jules Michelet, che ne La Sorcière del 1863 addossa alla Chiesa la responsabilità di aver creato luoghi comuni sulla stregoneria e denuncia le persecuzioni selvagge del tribunale dell'Inquisizione.
E di indemoniati e streghe di parla anche nel Novecento; il Vaticano per bocca del papa ha riaffermato la presenza di Satana nella vita quotidiana. Così Paolo VI nel 1972: «Il mondo è sotto il dominio dello spirito di Satana, è presente nell'umanità che rifiuta Dio». Gli ha fatto eco Giovanni Paolo II nel 1981: «Il demonio esiste, ha un suo regno, ha un suo programma che esige una stretta logica dell'azione, una logica tale che il "regno del male" possa reggere; anzi, che possa svilupparsi negli uomini ai quali è indirizzato». Lo ribadisce nel 1985 Joseph Ratzinger, allora cardinale, in qualità di prefetto della sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, denominazione nuova dell'Inquisizione, ovvero del Sant'Uffizio: «Vi sono già segni di un ritorno di forze oscure, mentre crescono nel mondo secolarizzato i riti satanici... Il diavolo è una presenza misteriosa, ma reale, personale, non simbolica».
L'ex Sant'Uffizio è sempre all'erta; anche se non istruisce più processi ad indemoniati per magia e stregoneria, sa di avere sempre a che fare con l'eterno Maligno e recluta i suoi esorcisti. Tra gli ultimi, i più accreditati sono stati impegnati in numero di sei a Torino, città ritenuta particolarmente indemoniata; mentre a Roma ha agito monsignor Emanuel Milingo, finché l'esorcista e vescovo dello Zambia non è rimasto anch'egli vittima dell'ex Sant'Uffizio e ridotto allo stato laicale per le sue avventure d'amore, e non solo.
E pensare che anche Giovanni Paolo II è entrato nella leggenda come esorcista. Lo riferisce il cardinale Jacques Martin, già prefetto della Casa Pontificia, nel suo libro Mes six papes, raccontando in forma di diario un episodio avvenuto il 4 aprile 1982: «Il vescovo di Spoleto, monsignor Ottorino Pietro Alberti, è venuto in udienza dal papa con una donna ossessa, Francesca F., che si rotolava per terra urlando. Noi dal di fuori sentivamo le sue grida. Il papa ha cominciato a pregare, pronunciando vari esorcismi, ma invano. Quando alla fine ha detto alla donna: "Io dirò per te la messa, domani", nello stesso momento Francesca F. è improvvisamente diventata normale e ha presentato al pontefice le sue scuse».
A fronte degli esorcisti accreditati si diffondono però numerosi esorcisti "casarecci", di fronte ai quali la Congregazione per la Dottrina della Fede si preoccupa, come quattro secoli fa, della loro «prudenza»; li invita ad andar cauti. Così negli Acta Apostolicae Sedis nel 1986 è stato pubblicato un appello all'episcopato cattolico, denunciando che da vari anni «nelle comunità cattoliche» si moltiplicano riunioni di preghiera «sotto la direzione di laici» per riuscire a liberare «posseduti», anche non con «esorcismi propriamente detti» e talora in presenza di sacerdoti. E ancora Ratzinger in una lettera in latino indirizzata ai vescovi di tutto il mondo, prima della sua elezione a papa Benedetto XVI, raccomanda che siano rigorosamente rispettate le prescrizioni del canone 1172 del Codice della Chiesa.
E si è svolto anche un simposio sull'Inquisizione che Giovanni Paolo II ha convocato in Vaticano nel 2000, e dagli Atti curati dal professor Agostino Borromeo, presentati al pubblico il 15 giugno 2004, risulta che tra il 1540 e il 1700 si sono svolti oltre 44.000 processi, ma che solo l'1,8 per cento si concluse con il rogo e un altro 1,7 con la morte in effige. In complesso su 100.000 processi di stregoneria, la metà si concluse con la sentenza capitale, ovvero finirono bruciate 50.000 sventurate.
Ma di streghe si parla ancora proprio durante quel simposio. Tra ragazze minorenni di Chiavenna la notte tra il 6 e il 7 giugno 2000 uccidono a coltellate suor Maria Laura Mainetti "in nome di Satana" e "in odio alla fede". Su di loro non mette le mani l'ex Sant'Uffizio, ma la giustizia dello Stato; condannate al carcere, nel giro di sette anni tornano in libertà. La morte di Suor Maria Laura è riconosciuta come "causa di martirio" da parte della Congregazione delle Cause dei Santi con un decreto dell'11 gennaio 2008; la vittima delle streghe sarà beatificata.

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