Source: https://www.nuove-sinergie.it/conferenza-sull-adolescenza/testo-linee-guida-valutazione-minori/
Timestamp: 2018-05-23 06:39:43+00:00

Document:
TESTO LINEE GUIDA VALUTAZIONE MINORI - NUOVE SINERGIE - Nuove Sinergie è un’associazione a promozione sociale che si occupa di emergenze sociali quali il disagio lavorativo e il disagio psicosociale della popolazione anziana.
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| 729 IL TRATTAMENTO DEI MINORI
SOTTOPOSTI A MESSA ALLA PROVA:
GRIGLIA PER I SERVIZI PSICO-SOCIALI
Intervention Programs for Youth Offenders: A Common
Assessment Framework for Psycho-social Services
Di seguito viene presentato il risultato di un gruppo di lavoro (*) svolto presso l’Ufficio del Giudice dell’udienza
preliminare (G.u.p.) del Tribunale per i minorenni di Milano che ha consentito l’esplicitazione degli
elementi conoscitivi e valutativi preliminari e necessari all’applicazione dell’istituto della messa alla
prova, alle attività di osservazione, trattamento e sostegno ad esso sottese, ed alla valutazione della personalità
all’esito della prova. Tali contenuti sono esposti in forma descrittiva e schematica in una “griglia”
rivolta agli operatori psico-socio-educativi come guida agli aspetti diagnostici e trattamentali che la
Magistratura ritiene imprescindibili nell’applicazione della norma, al fine di consentire la predisposizione
e l’attuazione di progetti congrui alla specificità della casistica penale minorile ed al suo recupero
maturativo.
The aim of this paper is to show the results of a research group carried out in collaboration with the Youth Court of Milan and the
Judge for Preliminary Hearing (G.u.p.) Office. This study was carried out to identify basic information, a preliminary assessment
and needs to apply a specific intervention of probation (“messa alla prova”). As well, the study aims at also providing supervision,
performance monitoring and final assessment at the end of the rehabilitation program. Research findings are synthetically summarized
in a “grid” (framework) providing effective and essential guidelines for practitioners in education and psychology as well
as social services in the process of assessment and intervention of youth offenders. According to the judiciary, such guidelines are
crucial in the phase of the law application to plan and realize specific projects suitable to juvenile delinquency and related rehabilitation
Sommario 1. Introduzione. — 2. Considerazioni generali teorico-cliniche. — 2.1. Periodo antecedente
l’ordinanza di messa alla prova. — 2.2. Gli obbiettivi della messa alla prova correlati al fatto-reato. — 2.3.
La famiglia come dimensione intergenerazionale e transgenerazionale nella fase antecedente la messa alla
prova. — 2.4. Interventi richiesti durante la messa alla prova. — 2.5. Udienza finale di messa alla prova. —
3. La griglia.
Nell’istituto della “messa alla prova” trovano originale attuazione i principi introdotti
con la legge di riforma del procedimento penale minorile entrata in vigore in Italia il
(*) Il gruppo di lavoro è coordinato da ANNA
ZAPPIA, giudice per le indagini preliminari, ed è
composto da MARINA EPISCOPI, MARINA GASPARINI,
LUCA MASSARI, JOSEPH MOYERSOEN E ROBERTO
PAGANINI, giudici onorari presso il Tribunale per i
minoreeni di Milano.
(1) A cura di Joseph Moyersoen e Anna Zappia.
Nell’introduzione sono richiamati i seguenti articoli:
CHESSA-GASPARINI-POLI, La messa alla prova nell’esperienza
del Giudice per l’udienza preliminare presso
il Tribunale per i minorenni di Milano, in Minori
giustizia, n. 4/2008, p. 102-118;AA.VV., Il diritto mite:
24 ottobre 1989 (2); riforma con la quale il legislatore italiano non solo ha sottolineato
con forza che «il processo penale deve avere come suo obiettivo quello di realizzare
una ripresa dell’itinerario educativo del minore, che il compimento dell’atto criminale
dimostra essersi interrotto o avere deviato, ma ha anche previsto che lo stesso processo
si articoli in modo tale da potere contribuire allo svolgimento di questo itinerario,
avendo esso stesso valenze educative» (3).
Dal punto di vista tecnico la messa alla prova costituisce una forma di probation
processuale nel senso che comporta un rinvio della pronuncia nel merito. Viene
disposta nel corso del processo, prima che sia intervenuta una sentenza di condanna
e comporta quindi una rinuncia dello Stato all’affermazione della responsabilità del
minore e alla propria pretesa punitiva, allorché si prospetta come probabile la rieducazione
del soggetto ed il suo proficuo inserimento sociale.
Il collegio dei giudici che sulla base degli atti processuali disponibili si sia formato
un convincimento in merito alla responsabilità penale del minore imputato, ha facoltà
di disporre la sospensione del processo, sentite le parti, quando ritiene di dovere valutare
la personalità del minorenne all’esito della messa alla prova.
A differenza di quanto avviene nella maggior parte degli altri ordinamenti nei
quali, pur con diversa fisionomia, vige l’istituto della probation, nel sistema italiano
l’applicabilità della messa alla prova è svincolata dalla tipologia del reato commesso
e pertanto la stessa può essere disposta anche nell’ambito di procedimenti per omicidio,
per violenza sessuale o per altri tra i più gravi reati previsti dall’ordinamento
La gravità dell’imputazione incide solamente sulla durata della messa alla prova: il
processo viene infatti sospeso per un periodo non superiore a tre anni, quando si procede
per reati per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo
a dodici anni; negli altri casi per un periodo non superiore ad un anno.
Ancora, a differenza di quanto avviene in altri Stati, non vi sono in astratto preclusioni
soggettive in quanto, neppure precedenti condanne, eventualmente irrevocabili,
escludono necessariamente l’applicabilità dell’istituto.
Il collegio dei giudici, con ampio potere discrezionale, può quindi disporre sempre
la sospensione del procedimento e la messa alla prova quando ritiene che
questa soluzione sia la più opportuna tenendo esclusivamente conto di due fattori:
la possibilità che la prova costituisca uno strumento di aiuto per lo sviluppo, in
senso positivo, della personalità del giovane e quindi per il suo reinserimento
sociale, attraverso il recupero delle sue capacità evolutive e una valutazione preventiva,
condotta sulla base di una approfondita analisi della personalità del
minore imputato, delle caratteristiche del suo contesto di vita familiare e sociale
e anche delle modalità della condotta, sia riferita al reato che antecedente e successiva
ad esso (in particolare per i minori sottoposti a misura cautelare), nonché
del suo comportamento processuale, che consenta di formulare una previsione
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l’adolescente imputato in prova, n. 4/2005, ivi, p. 85-
142;AA.VV., La messa alla prova: un’opportunità per
tutti?, ivi, supplemento al n. 4/2005, p. 133-154.
(2) D.P.R. n. 448 del 2 settembre 1988, “Approvazione
delle disposizioni sul processo penale a
carico di imputati minorenni”.
(3) MORO, in Manuale del diritto minorile, 4ª ed., a
cura di Fadiga, Zanichelli, 2008, p. 545.
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favorevole di adesione del probando al percorso rieducativo e di tenuta rispetto
agli impegni richiesti (4). Tale valutazione preventiva è imprescindibile e cogente,
per il collegio giudicante, poiché la finalità della messa alla prova non è assistenziale-
pedagogica, ma penale-rieducativa, e il suo obiettivo è l’abbattimento, o la
significativa riduzione, del rischio di recidiva.
L’istituto della probation introduce un nuovo modo di interpretare e soprattutto
trattare il crimine e il suo autore: nasce infatti dall’abbandono del tradizionale
canone dell’afflittività della pena e, più mediatamente, anche di quello della retribuzione
Trova fondamento nell’articolo 18 delle Regole Minime sull’Amministrazione della
Giustizia Minorile, dette Regole di Pechino, approvate dall’Assemblea Generale della
Nazioni Unite il 29 novembre 1985 e nell’articolo 40 comma 4 della Convenzione ONU
sui diritti del fanciullo, approvata dall’Assemblea Generale il 20 novembre 1989, nonché
nella legge di riforma del procedimento penale minorile sopra citata (6).
La presente griglia è finalizzata a fornire uno strumento pratico e operativo ai servizi
psico-sociali, indicando punto per punto quelli che sono per il tribunale per i
minorenni gli aspetti più rilevanti da focalizzare prima, durante e al termine di un
percorso di messa alla prova. Si tratta quindi di uno strumento volto a rafforzare la
collaborazione già consolidata tra il tribunale per i minorenni e i servizi psico-sociali
dell’USSM e del territorio.
2. CONSIDERAZIONI GENERALI TEORICO-CLINICHE (7)
2.1. Periodo antecedente l’ordinanza di messa alla prova
Il giudizio sul minore e la valutazione del suo percorso riabilitativo nella messa alla
prova implica la conoscenza approfondita della personalità in formazione, quindi dei
gradienti di stallo o arresto evolutivo, e dei suoi possibili livelli psicopatologici, ma
anche delle potenzialità di recupero maturativo, che possono evolvere all’interno di
progetti di supporto alla crescita, capaci di valorizzare la plasticità trasformativa tipica
della fase di sviluppo.
La “griglia” è una guida utile per l’esplicazione delle attività sottese agli «accertamenti
sulla personalità dei minorenni» (8) ed allo «svolgimento delle opportune attività
di osservazione, trattamento e sostegno», previste dal processo penale minorile (9)
perché consente di precisare gli elementi conoscitivi e valutativi che la magistratura
ritiene preliminari e necessari al giudizio sul minore imputato, all’applicazione dell’istituto
della messa alla prova, e alla congruità dei progetti riabilitativi del suo percorso
maturativo, che consentano la valutazione della personalità all’esito della prova.
Al fine di ovviare al rischio di una lettura riduttivamente schematica rispetto alla
complessità della realtà psichica indagata ed alla sua variegata possibilità espositiva,
si ritiene utile offrire una riflessione concettuale e argomentativa sottesa al
(4) Sez. I, 1° febbraio 2006, n. 6965, in C.E.D. Cass.,
n. 2334439; 20 gennaio 1999, n. 519, ivi, n. 212546;
Sez. III, 22 ottobre 2008, n. 45451, ivi, n. 241805.
(5) SCIVOLETTO, C’è tempo per punire, percorsi di
probation minorile, Franco Angeli, 1999.
(6) Art. 28 d.P.R. n. 448/1988, nonché art. 27 d.l. n.
272/1989.
(7) A cura di MARINA GASPARINI.
(8) Art. 9, d.P.R. n. 448/1988.
(9) Art. 28, d.P.R. n. 448/1988.
medesimo strumento per consentirne una traduzione operativa efficace, nel rispetto
degli specifici approcci teorico-metodologici dei servizi psico-socio-educativi a
Gli aspetti approfonditi non intendono esaurire la complessità espositiva della griglia,
bensì sono volti ad integrare con un’argomentazione maggiormente esplicativa
alcuni aspetti che si ritengono centrali, ma che la schematizzazione rende in forma
concisa o implicita.
L’obbiettivo che accomuna tutti i vertici osservativi istituzionali e professionali nel
procedimento penale minorile è l’attuazione della valenza educativa nell’applicazione
della norma. Il criterio definito “educativo”, previsto dal legislatore è teso al ripristino
delle potenzialità evolutive nella personalità in formazione e rappresenta con
ciò il nucleo fondante la tutela del minore che delinque e il suo diritto alle condizioni
che ne assicurino la crescita (10). Ciò è possibile attraverso un supporto al processo
maturativo dell’adolescente antisociale che i servizi psico-socio-educativi possono
rendere operativo nella messa alla prova, con un approccio mirato ed individualizzato
alle specifiche esigenze riabilitative del singolo adolescente.
Per essere efficace ogni intervento dei servizi richiede la consapevolezza delle specifiche
dinamiche sottese al setting in ambito istituzionale e coatto, cioè su prescrizione
della magistratura penale minorile. Il mandato assume il significato di un’investitura
simbolica da parte di un codice paterno autorevole e non collusivo con la distruttività
agita dall’adolescente, ma prescrittiva della crescita e dello sviluppo.
Diversamente dalla casistica su presentazione spontanea, (nella quale vi è consapevolezza
del disagio psichico e capacità di tradurlo nella richiesta verbale di sostegno
alla crescita), l’adolescente preso in carico su mandato della magistratura penale utilizza
l’azione criminosa per indurre l’ambiente a prendere posizione ed a rispondere,
estroflettendo nell’azione invasiva sia la sofferenza mentale di una crescita carente o
mancata, che l’incapacità di elaborarla. Proiettato, quindi non consapevolmente riconosciuto,
è anche l’appello alla presa in carico come richiesta di aiuto, incistato nella
brutalità operatorio-concreta dell’azione criminosa (11).
È importante che l’operatore possa elaborare il controtransfert negativo fisiologicamente
indotto dalla costrittività del mandato giuridico per poter liberare la propria
disponibilità al trattamento nei confronti della richiesta di aiuto, quale SOS (12) che l’adolescente
contemporaneamente agisce e paradossalmente nega nella “concretizzazione”
delinquenziale, attraverso un linguaggio privato, orfano della dimensione simbolica
(13). L’adolescente deviante è incapace, almeno nella fase iniziale della presa in
carico, di riconoscere il proprio bisogno psichico che viceversa induce nell’operatore
affinché l’assuma per lui.
L’operatore infatti, raggiunto dal mandato della magistratura ha molto ‘bisogno
dell’adolescente’ per assolvere il proprio compito, che contemporaneamente si
(10) GASPARINI, Adolescenza e reato: Gli interventi di
tutela nella sfida alla crescita, in MAZZUCCHELLI (a
cura di),Viaggio attraverso i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza,
Franco Angeli, 2006.
(11) WINNICOTT, Alcuni aspetti psicologici della
delinquenza minorile, in Il Bambino deprivato: le origini
della tendenza antisociale, Cortina, 1986; BLOS,
L’adolescenza come fase di transizione. Aspetti e problemi
del suo sviluppo,Armando, 1996.
(12) WINNICOTT, Alcuni aspetti, cit.
(13) Blos, L’adolescenza, cit.
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configura come operatorio nella qualità concreta del setting (convocazioni, frequenza,
orari, sede, dei colloqui, proposte progettuali supportive ecc.), ma soprattutto
mentale, nella tradotta funzione elaborativa (del significato dell’agire la propria
esperienza emotiva) e quindi progressivamente restitutiva di nuove capacità
pensanti (14).
Lo sviluppo del pensiero è legato alla modulazione della sofferenza psichica implicita
in ogni crescita e in ogni sviluppo (15), la possibilità di sentirla condivisa, raccolta
e capita dall’operatore, nella variegata eziologia traumatica dei singoli “miti familiari”
(16), che generalmente sottendono la storia dei nuclei di appartenenza, consente e
facilita la trasformazione di una relazione nata in un contesto di controllo in una relazione
di aiuto allo sviluppo. Conseguentemente il setting è da intendersi inclusivo dell’assetto
mentale dell’operatore, della sua consapevolezza del transfert e del controtransfert
(17) nella dimensione clinica e contemporaneamente istituzionale, con il
significato simbolico e con la valenza etica che esso include, nella tensione al recupero
di risorse psichiche preziose per la comunità.
Già i primi colloqui possono in tal senso essere decisivi per l’aggancio relazionale
dell’adolescente deviante il cui bisogno è di ricreare con l’operatore le condizioni di
affidabilità attendibilità e contenimento mentale (18) come riedizione riparativa delle
condizioni di uno sviluppo psichico primario evidentemente carente, considerato il
difetto di simbolizzazione esplicitato nella condotta delinquenziale.
Tali considerazioni sono di primaria importanza già nella fase diagnostico-valutativa
(19), che a sua volta non può prescindere dalle dinamiche transferali-controtransferali
ubiquitarie in ogni relazione interumana (20). La sola preoccupazione diagnostico-
valutativa, descrittiva della dimensione intrapsichica e relazionale dell’adolescente,
non può peraltro considerarsi illusoriamente asettica, e “neutrale” in quanto
l’osservatore modifica ed è modificato dall’oggetto osservato (21). Nel contesto diagnostico
con l’adolescente antisociale è necessaria la sospensione di un giudizio critico e
distanziante, e la consapevolezza del proprio apporto personale alla qualità dell’interazione,
che strategicamente deve essere utilizzata sin dai primi colloqui per cooptare
adesione al percorso di crescita.
La fase diagnostica può essere percepita come difesa distanziante quando l’operatore
(22) si focalizza eminentemente su una dimensione nosografica e descrittiva
della realtà intrapsichica e relazionale ritenendola esaustiva; il rischio difen-
(14) BION, Apprendere dall’esperienza, Armando,
(15) MELTZER-HARRIS, Il ruolo educativo della famiglia
– Un modello psicoanalitico dei processi di
apprendimento, Centro Scientifico Torinese, 1986.
(16) LOSSO, Psicoanalisi della Famiglia – Percorsi
teorico-clinici, Franco Angeli, 2000; NERI, Campo e
fantasie trans generazionali, in Riv. di Psicoanalisi,
vol. XXXIX – n. 1, 1993, p. 43 ss.
(17) GIACONIA, Problemi di tecnica nel trattamento
degli adolescenti, in Trattato di psicoanalisi, Teoria e
tecnica, a cura di Semi, Cortina, 1988, vol I, p. 725 ss.
(18) WINNICOTT, La teoria dello sviluppo infante
genitore, in La famiglia e lo sviluppo dell’individuo,
Armando, 1968.
(19) Art.9, cit.
(20) DE BENEDETTI GADDINI, Le variazioni di tecnica
nel trattamento dei bambini, in Trattato di psicoanalisi,
a cura di Semi, cit., vol I, p. 697 ss.
(21) BRUTTI, Introduzione, in DI CAGNO-RANDACCIORISSONE,
Il neonato e il suo mondo relazionale, Borla,
(22) ARGENTIERI, La diagnosi come bisogno e come
difesa, in Prospettive psicoanalitiche del lavoro istituzionale,
1997, vol. 15, p. 136 ss.
sivo dell’operatore in tal caso si traduce nella trasmissione al giudice di elementi
diagnostici circostanziati, ma illusoriamente “asettici” e difficilmente utilizzabili
per valutare la “raggiungibilità” trasformativa dell’adolescente all’interno di una
relazione, quale risultato di un’esperienza emotiva nuova, vitale e correttiva per la
Diversamente il minore si trova stigmatizzato nelle già evidenti difficoltà maturative
e confermato nelle ulteriori carenze motivazionali al percorso riabilitativo.
La diagnosi è già il risultato di un’interazione psicodinamica profonda, di un
incontro che ingaggia nella complessità del mondo psichico dell’adolescente (23) che
delinque, come in altre parole sostiene Novelletto quando ritiene che «per saper fare
la diagnosi bisogna prima saper fare la terapia» (24). Si sottolinea con ciò la necessità
del superamento della dicotomia osservazione-trattamento (25) in modo che la fase
diagnostica possa costituire una fase facilitatoria e propedeutica alla presa in carico
psicoterapeutica o psicologica, nei minori per i quali si intende proporre una messa
Appare inoltre auspicabile ovviare alla discontinuità relazionale tra fase diagnostica
e fase trattamentale, perché enfatizza e rievoca l’angoscia di separazione, già fisiologica
in questa fase dello sviluppo, ma facilmente percepita come perdita dissuasiva,
non mentalizzabile nell’adolescente antisociale.
La difficoltà di simbolizzazione, la tendenza all’acting-out come modalità comunicativa
sostitutiva del pensiero, l’implicita carenza motivazionale al percorso riabilitativo,
tipiche di questa casistica, declinata più sul diniego, che verso il riconoscimento
della propria realtà psichica, richiedono ancor più un “setting elastico” (26) che consenta
di accogliere l’adolescente nei suoi limiti evolutivi e nella sua modalità espressiva,
piuttosto che per quello che dovrebbe essere.
L’adolescente può aver bisogno, ad esempio, di essere a lungo “cercato” con ripetute
convocazioni mettendo per primo “alla prova” la disponibilità dell’operatore e la sua
motivazione ad accoglierlo, oppure può mettere alla prova lo stesso setting con la
discontinuità della presenza, o con la riproposizione di vari agiti all’interno dei colloqui
che richiedono una decodifica puntuale di ogni comunicazione preverbale,
gestuale o motoria, affinché acquisisca, attraverso l’apparato per pensare i pensieri (27)
dell’operatore, lo spessore della capacità simbolica come nuovo linguaggio costruttivo
La stessa carenza motivazionale alla proposta di trattamento, può essere rivisitata
dall’operatore con un apporto personale emozionalmente correttivo fondato sulla
capacità di vedere oltre il blocco della crescita, quale limite ineluttabile, ma viceo
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(23) GIACONIA, Problemi di tecnica, cit., vol. I, p. 732
(24) NOVELLETTO, Psichiatria psicoanalitica dell’adolescenza,
Borla, 1991, p. 101.
(25) SENISE, La rappresentazione del Sé e i processi
di separazione-individuazione; Il Setting nella psicoterapia
breve di individuazione, in ALIPRANDIPELANDA-
SENISE, Psicoterapia breve di individuazione,
Feltrinelli, 1991; GASPARINI, Il ruolo dei servizi
psico-socio-educativi nel trattamento dei reati violenti
contro la persona; GASPARINI-INGRASCÌ, in INGRASCÌ-
PICOZZI, L’istituto della messa alla prova nei crimini
violenti, McGraw-Hill, 2002.
(26) GIACONIA, Problemi di tecnica, cit., p. 764.
(27) BION, Una Teoria del pensiero, in Analisi degli
schizofrenici e metodo psicoanalitico, Armando,
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versa come occasione di un incontro che riconosca e liberi le potenzialità della crescita.
2.2. Gli obbiettivi della messa alla prova correlati al fatto-reato
L’obbiettivo centrale della messa alla prova per l’adolescente antisociale è la progressiva
acquisizione di un apparato per pensare i pensieri che consenta di elaborare le
esperienze emotive per tradurle in significato come cibo per la mente (28), piuttosto
che relegarle in un accumulo di disagio destinato ad essere estroflesso ed evacuato
con l’agito delinquenziale.
Lo sviluppo della capacità pensante è la condizione necessaria e preliminare al
superamento delle difficoltà maturative manifestate nella tendenza all’agire. In altre
parole è l’acquisizione di una compiuta capacità simbolica che consente di trasferire
dal registro operatorio-concreto brutale ed invasivo dell’azione criminosa, al registro
linguistico e condiviso, la negoziazione del soddisfacimento degli stati del Sé, dove
l’Altro può essere considerato nella sua separatezza e nella sua integrità. È possibile
con ciò il raggiungimento di una dimensione etica, dove la preservazione e il benessere
dell’Altro possono essere percepiti anche come benessere per il sé, e dove è possibile
la fuoriuscita dalla dimensione depauperativa del “mors tua vita mea” per orientarsi
in quella reciprocamente valorizzante del “vita tua vita mea”, foriera di una crescita
autentica e reciproca (29).
Diviene possibile anche la disamina critica del comportamento antisociale, come
modalità disfunzionale alla crescita, e la progressiva capacità di costruirne altre, più
sofisticate e simboliche, come precondizione necessaria al compito evolutivo fasespecifico
e centrale della nuova strutturazione identitaria e dei suoi correlati impliciti
quali: la seconda individuazione, il consolidamento dell’identità dell’io tramite la
sintesi tra passato, presente e previsto futuro, la rivisitazione degli esiti traumatici
delle precedenti fasi dello sviluppo, la strutturazione dell’identità sessuale (30).
La complessità dei cambiamenti psichici nella personalità in formazione richiede
la predisposizione di un setting nel quale l’adolescente antisociale possa fare esperienza
di un rapporto interumano sensibile, recettivo e mentalmente contenitivo,
capace di restituire progressivamente disintossicate e rese pensabili le esperienze
emotive traumatiche (31) ed irrisolte che hanno originato il blocco maturativo.
È la tipologia di tali vissuti emotivi intrafamiliari e transgenerazionali (32) che
necessitano di essere correlati con la tipologia dell’agito delinquenziale, con la quale
trovano riscontro. In essi è racchiuso il significato comunicativo profondo, incistato
nella concretezza dell’azione criminosa, che richiede di essere decodificato e progressivamente
restituito come nuova possibilità rielaborativa, dicibile in forma simbolica,
pertanto riparativa prima del Sé e poi simbolicamente delle relazioni nel
mondo esterno. È conseguentemente necessaria la rivisitazione della qualità delle
dinamiche intrapsichiche ed intrafamiliari dell’adolescente antisociale affinché pos-
(28) BION, Apprendere dall’esperienza, cit.
(29) FORNARI, Affetti e cancro, Cortina, 1985.
(30) BLOS, L’adolescenza, cit.
(31) GIACONIA-RACALBUTO, Il circolo vizioso traumafantasma-
trauma, in Rivista di psicoanalisi, n. 4, 1997,
p. 541 ss.
(32) KAES-FAIMBERG-ENRIQUEZ-BARANES, Trasmissione
della vita psichica tra generazioni, Borla, 1995.
sano essere liberate da collusioni nelle consegne transgenerazionali che inconsapevolmente
lo vincolano, per accedere a un’identità realmente autonoma e separata.
2.3. La famiglia come dimensione intergenerazionale e transgenerazionale
nella fase antecedente la messa alla prova
Il procedimento penale minorile (33) indica l’importanza del ruolo dell’ambiente relazionale
come alveo nel quale si originano i limiti (34), ma anche le risorse dello sviluppo
evolutivo del minore antisociale. La permeabilità tra mondo esterno e mondo
interno e la suscettibilità trasformativa del soggetto in questa fase della vita orientano
a considerare l’adolescente come un’entità dinamica inclusiva delle qualità relazionali
delle figure investite affettivamente nel mondo esterno, che per tale motivo
rivestono un’importanza decisiva per lo sblocco del processo evolutivo.
Il Magistrato deve pertanto disporre di elementi diagnostici e conoscitivi che pongano
una particolare attenzione alla presenza qualitativa di tali interazioni, ove un
ruolo prioritario rivestono le capacità genitoriali di elaborare la trasmissione della sofferenza
psichica tra le generazioni.
L’adolescenza è per definizione l’incontro fra più generazioni, ove la capacità di
individuazione e di separazione come compito fase-specifico (35), della personalità in
formazione, è a sua volta, fortemente intrisa dalla capacità genitoriale di favorirla
piuttosto che incarcerarla in consegne inconsce di nuclei psichici irrisolti all’interno
della famiglia, che nell’adolescenza dei figli si possono tradurre in comportamenti
‘privi di mente’, tra cui l’azione delinquenziale.
La correlazione tra il significato dei miti e dei segreti familiari (36) che ruotano intorno
ad eventi traumatici inelaborati della storia familiare e trangenerazionale e la tipologia
dei reati commessi dai figli adolescenti inducono fortemente a riflettere sulla
necessità rielaborativa di tali dinamiche intrafamiliari, affinchè i genitori con adeguato
supporto, possano recuperare le funzioni che sono loro proprie di «generare amore,
contenere la sofferenza depressiva, infondere speranza e pensare, (piuttosto che) trasmettere
ansia persecutoria e seminare disperazione» (37), per le difficoltà di fornire il
supporto allo sviluppo mentale del figlio.
Non casualmente il procedimento penale minorile nell’art. 12 evoca la presenza
genitoriale “quale assistenza affettiva” nell’intero arco del procedimento penale, indicandola
non come mera comparsa facoltativa, ma come ruolo essenziale di tutela del
minore stesso e della sua ripresa evolutiva. Se è vero che la «sospensione del processo
per la valutazione della personalità all’esito della prova» (38) è volta al singolo minore,
è pur vero che, in questa fase della vita, a concorrere all’esito positivo di essa, o a
renderla ancor più ardua, è proprio la qualità della presenza genitoriale, chiamata a
sua volta a superare la prova affettiva ed esistenziale di un autentico supporto alla
crescita del figlio, piuttosto che estraniarsene, relegandone le difficoltà nel limbo della
loro irrisolvibilità.
(33) Artt. 9, 12, cit.
(34) WINNICOTT, La tendenza antisociale, in Il bambino
deprivato, cit.
(35) BLOS, L’adolescenza, cit.
(36) NERI, Campo e fantasie, cit.; LOSSO,
Psicoanalisi, cit.; CHESSA-GASPARINI, Ricostituzione
del mito familiare nel minorenne autore di reato, in
questa rivista, 2011, p. 2399 ss.
(37) MELTZER-HARRIS, Il ruolo educativo, cit. p. 54.
(38) Art. 28,cit.
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Il percorso riabilitativo del figlio adolescente richiede identificazioni strutturanti
con il recupero di parti del Sé ancora fuse e confuse con il genitore per riconvertirle
nella costruzione di un’identità separata e progressivamente autonoma. Consentire e
facilitare tale processo, significa per i genitori rivisitare la comunicazione conscia ed
inconscia con il figlio per liberarlo da quelle consegne e aspettative inconsapevolmente
incarceranti la crescita.
Per tale motivo il giudice, se vuol tradurre la funzione educativa che è propria del
procedimento penale minorile, deve considerare anche la presenza genitoriale dell’adolescente
che delinque quale destinataria dei riverberi ‘a cascata’, necessari e complementari
alle prescrizioni rivolte al figlio, esortandola ad un ruolo promozionale,
tutt’altro che marginale e subalterno nel supporto al progetto riabilitativo della messa
alla prova. Da ciò discende la necessità per gli operatori di raggiungere la stessa funzione
genitoriale con un supporto che implichi la sospensione del giudizio critico che
il transfert e il controtransfert nella relazione di cura indicano come condizione necessaria
per promuovere la consapevolezza e la capacità elaborativa della sofferenza
Il rischio di un giudizio critico e colpevolizzante rivolto ai genitori è molto elevato;
considerato il blocco della crescita del figlio, viceversa, i genitori hanno bisogno a loro
volta di essere accolti e capiti, al fine di rivisitare, condividendola e rielaborandola,
quella storia di vita familiare e di coppia nella quale si incistano i vissuti traumatici
irrisolti che si pongono come registi occulti nella difficoltà evolutive dei figli.
All’interno di questi nuclei familiari la dimensione inconscia connota frequentemente
la comunicazione ‘attraverso’ la generazione piuttosto che ‘tra’ la generazione,
presupponendo quest’ultima uno spazio psichico riconosciuto e separato (39). Con ciò
si possono comprendere nelle dinamiche familiari la presenza, al posto dei meccanismi
proiettivi o di negazione, quelli più radicali e patologici di scissione, diniego, identificazione
proiettiva massiva, attraverso i quali vi è un trasporto del dolore mentale
piuttosto che una sua modulazione elaborativa (40). Sono le aree della mente rese cieche
da un eccesso di sofferenza cumulativa o conclamata in eventi della storia individuale
e di coppia a loro volta trasmessa dalle generazioni precedenti, che rendono
questi genitori privi di risorse mentali trasformative nella relazione con i figli, pur in
presenza di una dichiarata disponibilità a sostenerli. Oppure, viceversa è la stessa trasmissione
di ‘un mai avvenuto’, nel processo di metabolizzazione della sofferenza
mentale della loro crescita che impedisce lo sviluppo e desertifica la possibilità di un
reale supporto al processo maturativo del figlio.
Assumere una posizione colpevolizzante con i genitori implica sanzionare solo
l’ultimo anello della catena transgenerazionale, precludendo la possibilità riabilitativa
della funzione genitoriale che è in realtà ciò di cui l’adolescente ha più bisogno
per la costruzione di un’identificazione strutturante. Sono genitori difficili da raggiungere
perché feriti narcisisticamente dalle difficoltà evolutive dei figli, che difensivamente
banalizzano o viceversa drammatizzano, quando invece necessitano di
essere accompagnati nella decodifica del significato simbolico e comunicativo dell’a-
(39) KAES-FAIMBERG-ENRIQUEZ-BARANES, Trasmissione,
(40) MELTZER-HARRIS, Il ruolo educativo, cit.
zione antisociale, nella quale il figlio condensa ed arena la sua richiesta di aiuto. È
necessario strutturare anche con loro un setting mentalmente contenitivo nel quale
l’operatore rifugga dal rischio di sostituirli con la sua presenza, ma viceversa costruisca
una motivazione alla rielaborazione della storia relazionale con il figlio, valorizzando
la disponibilità a porsi come insostituibili alleati nell’attuazione del percorso
Il setting risulta facilitato se viene offerto ai genitori, oltre che al minore, un percorso
specialistico e rinnovato, privo di contaminazioni cronicizzanti rispetto ad eventuali
precedenti esperienze con i servizi in ambito civile. È utile in tal senso che l’adolescente
possa percepire la possibilità di un percorso nuovo che rilanci un radicale
processo di cambiamento anche con gli stessi servizi psico-sociali di cui la famiglia
si è avvalsa nel passato, per potersi ‘rigiocare’ a tutto campo con energie reciprocamente
2.4. Interventi richiesti durante la messa alla prova
La lettura al minore e alla famiglia da parte degli operatori dell’ordinanza nella quale
viene concessa la messa alla prova è un utile avvio alla sua attuazione e una conferma
dell’auspicata tempestività con la quale il progetto in essa contenuto deve essere
Un colloquio immediatamente successivo all’udienza preliminare con il minore e i
genitori, facilita l’elaborazione dei vissuti che la medesima udienza ha evocato nel
confronto con la Magistratura, come istanza prescrittiva della fuoriuscita dalla confusività
infantile e dall’onnipotente soddisfacimento del bisogno, per negoziarlo con le
regole previste e condivise dal mondo adulto.
La nascita in una nuova dimensione adulta viene sostenuta anche dall’approfondimento
del significato riabilitativo dell’istituto giuridico a cui il minore è stato
ammesso e dalla nuova fiducia che gli è stata riconosciuta come patrimonio sul quale
investire le proprie potenzialità maturative.
L’ingaggio condiviso dai genitori nella realizzazione del progetto valorizza e sostiene
la motivazione del minore al trattamento effettuato con gli operatori il cui ruolo è
declinato nella cura e nel sostegno dello sviluppo evolutivo mentre, viceversa quello
di verifica e di controllo rimane ascritto al contesto giudiziario quale cornice normativa
entro cui si colloca la messa alla prova.Assumono quest’ultimo significato le verifiche
intermedie dei giudici delegati disposte nell’udienza collegiale; l’osservanza
della peculiarità dei reciproci ruoli istituzionali libera i servizi psico-socio-educativi
dal fantasma della funzione giudicante, per confermarli in quella di sostegno terapeutico
La continuità del trattamento dopo l’udienza preliminare, quale esperienza fortemente
intrisa da valenze persecutorie e depressive, nella quale il minore sperimenta
il sostegno degli operatori, facilita il rinforzo dell’alleanza terapeutica e consente
un rilancio motivazionale per la realizzazione dei contenuti del progetto, con la
cadenza temporale prevista nei singoli aspetti psico-socio-educativi. Facilita inoltre
la prevenzione del rischio di recidiva che può aumentare nel periodo immediatamente
successivo alla celebrazione dell’udienza collegiale nella quale è stata concessa
la messa alla prova.
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Tale periodo può rivelarsi a rischio di maggior caduta della motivazione nell’adolescente
che sente di aver ‘superato’ la fase dell’udienza preliminare e di aver ottenuto
una misura ‘premiale’ rispetto all’ansia indotta dal giudizio negativo e dalla pena.
La tempestività nell’attuazione del progetto psico-socio-educativo è necessaria per
confermare la tenuta della relazione terapeutica con gli operatori (41) e progressivamente
consolidare l’acquisizione di nuovi strumenti mentali che sostituiscano il registro
comunicativo operatorio-concreto dell’azione antisociale.
La fantasticata grandiosità dei compiti evolutivi rispetto all’esiguità delle risorse
psichiche e la fatica nella tenuta del compito può esporre il minore a scoraggiamenti
ed a cadute motivazionali; è importante in tal caso saper valorizzare i micro cambiamenti
e le aurorali diversificazioni di prospettiva nella lettura dei propri vissuti emotivi
come vettori della costruzione di un significato mentale che si riverbera nelle
modalità interattive nel modo esterno.
Gli operatori hanno il compito di trasmettere al giudice, con la periodicità prevista
dall’ordinanza, un quadro informativo sull’andamento della messa alla prova, negli
aspetti evolutivi e problematici, ma tempestivamente in caso di interruzione o inosservanza
delle prescrizioni. In proposito è necessario considerare che l’andamento sinusoidale
è fisiologico nei processi di crescita, l’operatore deve pertanto considerare le difficoltà
realizzative del progetto riabilitativo nella loro possibile dinamicità, proponendo
anche le alternative che risultano meglio congruenti con l’evoluzione dell’adolescente.
Il sostegno alla motivazione gioca un ruolo essenziale nell’eventuale rivisitazione
o rilancio di un progetto che fatica a procedere; anche in tal caso un approccio interprofessionale
psico-socio-educativo può garantire i livelli di intervento da meglio
calibrare a seconda delle esigenze riabilitative del minore. L’intervento psicologico, o
psicoterapeutico, elaborativo del blocco dello sviluppo, rimane irrinunciabile nella
realizzazione di ogni progetto riabilitativo, dovendo l’adolescente acquisire strumenti
psichici più adeguati per completare il proprio sviluppo psichico e scongiurare il
rischio di recidiva (42).
È compito della magistratura valutare ed accogliere nell’udienza collegiale le variazioni
del progetto proposte e motivate dagli operatori.
2.5. Udienza finale di messa alla prova
L’udienza finale del periodo di messa alla prova rappresenta l’atto conclusivo di un
percorso maturativo che ha chiesto al minore la tenuta del compito nella realizzazione
dei singoli aspetti psico-socio-educativi del progetto riabilitativo.
Il collegio giudicante è chiamato a valutare la portata del suo impegno, sia sotto il
profilo quantitativo che qualitativo nonché i cambiamenti psichici che hanno progressivamente
consentito il riavvio del processo maturativo, la riparazione del Sé e
delle figure genitoriali nella costruzione identitaria, l’acquisizione di un nuovo livello
etico nei confronti delle relazioni nel mondo esterno.
Le difficoltà nella realizzazione del progetto e le cadute motivazionali sono da con-
(41) WINNICOTT, La delinquenza come segno di speranza,
in Dal Luogo delle origini, Cortina, 1990.
(42) NOVELLETTO-BIONDO-MONIELLO, “L’adolescente
violento”, riconoscere e prevenire l’evoluzione criminale,
Franco Angeli, 2000.
siderarsi in rapporto alla peculiarità delle singole situazioni e alla diversificata gravità
nelle carenze personologiche di partenza.
Il percorso riabilitativo non può per definizione che essere soggettivo, anche nella
portata dei cambiamenti psichici in rapporto alla complessità delle singole situazioni.
Conseguentemente la valutazione non può prescindere dall’impegno e dalla tenuta
del compito evidenziati dal minore, come misura simbolica della qualità della trasformazione
del Sé, volto ad una progressivo completamento di un nuovo progetto di vita,
nonostante le difficoltà realizzative.
Il minore necessita di una riflessione condivisa con gli operatori per cogliere la
profonda valenza simbolica del rito processuale come ambito in cui si celebra con
solennità la nascita di una sua nuova dimensione psichica, che richiede la riduzione
dell’onnipotenza e del mito soggettivo come soddisfazione immediata del desiderio, e
dove viceversa viene sancita la necessità di contemperarlo alla sopravvivenza ed al
benessere dell’oggetto di relazione come benessere anche per il Sé.
Necessita anche di essere supportato dagli operatori nella valorizzazione dei cambiamenti
perseguiti, anche se parziali e non esaustivi, quando sono forieri di ulteriori
sviluppi, in modo che li sappia a sua volta valorizzare e percepire come l’inizio di
La modulazione della sofferenza della crescita da parte di una singola unità diffonde
nelle altre ulteriori modulazioni positive e produce sviluppo.Viceversa una scarica
evacuatoria e violenta della tensione negata e irrisolta scatena ulteriori modificazioni
distruttive e condiziona un processo antitetico a quello definibile sviluppo, sia
nei singoli che nella famiglia e nei collettivi (43).
L’adolescente che nell’udienza finale della messa alla prova è autenticamente ravveduto
nei confronti dei propri comportamenti criminosi, avendo acquisito nuove
capacità pensanti e un diverso livello di responsabilizzazione, implicitamente valorizza
e riconosce anche l’importanza di un dialogo interistituzionale tra Magistratura e
Servizi che hanno saputo investire in una sua crescita possibile, confermando con ciò
che la ‘cura è valsa la pena’.
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(43) IMBASCIATI, Introduzione, in MELTZER-HARRIS, Il
ruolo educativo, cit.
Periodo antecedente Periodo durante l’esecuzione Udienza finale di messa
all’ordinanza di messa della messa alla prova alla prova
L’imputato L’indagine psico-sociale (o psicosocio-
educativa se il minore usufruisce
già di un intervento educativo)
deve fornire al TM:
1. tutti gli elementi utili a delineare
la personalità dell’imputato :
il livello maturativo raggiunto,
le dinamiche intrapsichiche ed
interpersonali attive nei confronti
della famiglia, del gruppo
L’imputato deve essere accompagnato
verso la lettura più lineare e
comprensibile del contenuto dell’ordinanza,
e della necessità in
essa evidenziata del suo recupero
psico-evolutivo, attraverso la valida
crescita del Sé come premessa
necessaria alla successiva riparazione
dell’ambiente relazionale
L’imputato deve essere preparato
a portare in prima persona
le riflessioni del percorso di
messa alla prova svolto, con
particolare riguardo al confronto
con il fatto-reato e ai risultati
del processo di cambiamento
psichico avvenuto. Il portare le
proprie riflessioni nell’udienza
finale, deve tenere conto delle
c a s s a z i o n e p e n a l e - n . 0 5 - 2 0 1 2 P. 1 9 3 1 |
e dell’ambiente sociale, con le
quali affronta il secondo processo
di separazione-individuazione.
Correlazioni tra le
dinamiche sottese alla nuova
costruzione identitaria, la peculiarità
del funzionamento psichico
familiare e la commissione
del reato. Le risorse e le
potenzialità soggettive disponibili
nella coppia genitoriale e
nell’ambito relazionale allargato.
L’eventuale discrepanza tra
età affettiva e cronologica del
minore e le possibili correlazioni
nella relazione pregressa e
attuale con le figure genitoriali,
il livello di interferenza dei fattori
affettivi su quelli cognitivi, il
livello di elaborazione di precedenti
gli eventuali ritardi o arresti
dello sviluppo nelle specifiche
fasi evolutive ed i nuclei psicopatologici
ad essi correlati, i
meccanismi di difesa nei confronti
della sofferenza psichica
implicita nel percorso maturativo,
il livello di “raggiungibilità”
nella relazione di aiuto per l’attivazione
dei necessari processi
di cambiamento psichico;
2. i contenuti della presa in carico
psicologica in rapporto alle ravvisate
necessità di recupero
psico-evolutivo, durata e frequenza
delle sedute nel trattamento
3. il percorso di fuoriuscita dal circuito
4. l’indicazione degli obiettivi
della messa alla prova;
5. l’indicazione degli strumenti
6. gli impegni che il minore è già
disponibile ad assumere e
quelli per i quali è possibile ravvisarne
la progressiva costruzione
psico-diagnostico inclusivo della
somministrazione di test proietti-
L’imputato deve essere costantemente
sostenuto sotto il profilo
motivazionale nella tenuta del
compito dai Servizi che devono
riferire immediatamente al TM
qualora vi siano problemi concreti
Tale costante supporto non deve
vertere solo sull’attuazione delle
singole prescrizioni, ma anche sul
significato delle stesse per rendere
possibile la crescita e il cambiamento
In particolare, nei momenti di
crisi, (che può verificarsi dopo l’udienza
di concessione della
messa alla prova) è necessario
rafforzare il sostegno elaborativo
in rapporto alle fantasie di inadeguatezza,
di negazione e di ritiro
difensivo di fronte alla fantasticata
grandiosità del compito della
crescita, di cui la Messa alla prova
è espressione. Il ruolo informativo
sull’andamento della messa alla
prova al TM non deve vanificare il
ruolo prioritariamente supportivo
sia al minore che ai genitori
nell’elaborazione delle difficoltà
maturative che fisiologicamente
la Messa alla prova impone. Gli
operatori quando si verificano
blocchi nell’attuazione del progetto,
devono individuare quali
percorsi alternativi possono essere
messi in gioco, in modo da
informare il TM non solo sul problema
ma anche sulle strade individuate
È importante realizzare un monitoraggio
di verifica da parte del
TM, soprattutto tenendo conto
della durata e della complessità
del progetto riabilitativo per liberare
il ruolo dell’operatore da una
valenza di giudizio che viceversa
spetta al TM.
capacità e delle risorse del minore.
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vi è necessario quando emergono
disturbi, o un eccesso di sofferenza
psichica e il rischio di
acting, nella strutturazione personologica
e identitaria.
Gli elementi di cui sopra devono
essere utilizzati dal servizio anche
per esprimere delle valutazioni
sulla capacità di tenuta del minore
e sull’individuazione degli strumenti
più idonei alla costruzione
di un programma ad personam,
ma sopratutto per creare un’alleanza
supportiva che lo ingaggi
sotto il profilo motivazionale nel
cambiamento psichico, rendendolo
in tal modo condiviso e possibile
(la metodica che lo favorisce
è una presa in carico già nella
fase di indagine che preveda il
osservazione-trattamento).
Attivazione di un processo di
cambiamento psichico per dotare
progressivamente l’adolescente
di strumenti mentali che consentano
l’utilizzo dei processi di
pensiero anziché dell’azione per
affrontare la crescita. Ciò al fine di
consentire il progressivo riconoscimento
del disvalore del fatto
commesso, la presa di distanza
dal contesto di illegalità, il riconoscimento
dei principi di convivenza
e delle condizioni collegate
al fatto-reato, ovvero l’elaborazione
dei fattori personologici, relazionali
e ambientali attuali ed inerenti
alla storia evolutiva all’interno
della quale si è sviluppato il
fatto-reato di cui si deve decodificare
il significato per introdurvi i
necessari processi simbolici.
responsabilizzazione rispetto alle
conseguenze del fatto-reato con
la prefigurazione di una possibile
riparazione delle sue conseguenze
(attività simbolicamente riparativa/
socialmente utile) e quando
è possibile la promozione
della conciliazione del minore
Prosecuzione e progressivo consolidamento
psichico che consenta
lo sblocco evolutivo e la responsabilizzazione
rispetto alle conseguenze
del fatto-reato con l’eventuale
(attività simbolicamente
riparativa/socialmente utile) e
quando è possibile la promozione
con la persona offesa
(giustizia riparativa).
Realizzazione del processo di
cambiamento psichico finalizzato:
alla maturazione del Sé, al riconoscimento
commesso, alla presa di distanza
dal contesto di illegalità, al riconoscimento
comune e alle condizioni psichiche
collegate al fatto-reato,
ovvero all’elaborazione dei fattori
personologici, relazionali e
ambientali in cui si è sviluppato.
l’eventuale riparazione delle conseguenze
del reato (attività simbolicamente
riparativa/socialmente
utile) e quando è possibile
la promozione della conciliazione
del minore con la persona offesa
dal reato (giustizia riparativa).
c a s s a z i o n e p e n a l e - n . 0 5 - 2 0 1 2 P. 1 9 3 3 |
Il fatto-reato
con la persona offesa dal reato
L’indagine dei servizi deve fornire
al TM tutti gli elementi utili rispetto
a come il minore si pone di
fronte al fatto-reato ed eventuali
evoluzioni della presa di coscienza
del minore dall’inizio della
presa in carico. Decodifica del
reato come sintomo del disagio
maturativo all’interno della sua
storia familiare e gruppale. Correlazioni
tra la tipologia del reato e
bisogni evolutivi inevasi al fine di
sostituirvi risposte più maturative.
al TM:
il contesto ed i rapporti intrafamiliari
esistenti, soprattutto
tra l’imputato ed i genitori; (a
livello intergenerazionale e
transgenerazionale);
2. il grado di consapevolezza da
parte dei genitori delle reali
condizioni psico-evolutive del
figlio, del disvalore del fattoreato,
del significato del processo
penale e della necessità
di un eventuale percorso di
recupero maturativo;
3. le risorse che i genitori sono in
grado/sono potenzialmente
disponibili (con il supporto
motivazionale degli operatori)
a mettere in campo a sostegno
messa alla prova del figlio in
Rivisitazione della storia familiare
e delle dinamiche conseguenti
nell’ottica di una loro ristrutturazione
più favorevole alla crescita
del figlio. Ciò è particolarmente
necessario nel caso siano
presenti eventuali distorsioni
proiettive conseguenti alla psicopatologia
inconscia dei genitori
induttive di acting, e di comportamenti
trasgressivi o delinquenziali.
Supportare l’imputato nella comprensione
delle ragioni affettive
sottese al reato per elaborarle
all’interno della sua storia evolutiva
al fine di affrancarle dal rischio
di recidiva, valorizzando nel contempo
le potenzialità riparative
del Sé e dell’ambiente relazionale
La costruzione di una valida
alleanza tra i Servizi e il nucleo
familiare del minore è finalizzata
a promuovere la ristrutturazione
delle dinamiche familiari al fine di
renderle più funzionali al recupero
evolutivo del figlio rendendo la
famiglia stessa partecipe e motivazionalmente
supportiva nel
progetto della messa alla prova.
Va inoltre previsto nei confronti
della famiglia un sostegno per far
fronte a situazioni problematiche
Il sostegno alla famiglia va incentivato
qualora l’evoluzione del
minore comporti la sua decisione
di separarsi dall’alveo familiare.
Inoltre il rientro in famiglia a
seguito di un percorso comunitario
deve essere preparato con
adeguato anticipo avendo cura
di verificare che: 1. La famiglia sia
in grado di accogliere costruttivamente
il ragazzo; 2. La famiglia sia
in grado di gestire le sue nuove
istanze evolutive; 3. Il ragazzo
riconosca la famiglia come rinnovato
riferimento affettivo ed educativo.
Elaborazione con il minore delle
strategie alternative di risposta
rispetto al comportamento posto
in essere con il fatto-reato. Presa
di distanza effettiva dalle condizioni
psico-socio-ambientali nelle
quali si è realizzato il fatto-reato.
Valutazione della reale capacità di
accoglimento affettivo ed educativo
della famiglia nonché dell’evoluzione
e/o riconoscimento dello sviluppo
di legami alternativi o vicarianti
la famiglia stessa.
Mantenimento di un sostegno
elaborativo alla famiglia anche
oltre la chiusura del percorso di
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al lavoro/lavoro
riparativa/
1. la storia del minore rispetto alla
scuola dal punto di vista curriculare
e relazionale;
2. il percorso formativo e lavorativo
3. la corrispondenza dei percorsi
scolastico, formativo e lavorativo
con le aspirazioni, potenzialità e
competenze del ragazzo e le prospettive;
4. la verifica dell’idoneità del percorso
Fornire tutti gli elementi idonei a
valutare l’opportunità di un’attività
socialmente utile, quale
momento di riflessione per la
presa di distanza dal fatto-reato e
di riparazione simbolica del Sé e
dell’ambiente relazionale. Nella
scelta dell’attività socialmente
utile, valutare prioritariamente
l’opportunità di un servizio alla
persona, soprattutto nei casi dei
reati contro la persona, tenuto
conto delle reali capacità e attitudini
del minore. In particolare l’attività
socialmente utile può aiutare
il minore a sperimentarsi e
rafforzarsi positivamente in un
impegno orientato ad una relazione
valorizzante il Sé.
Qualora il minore presenti delle
difficoltà di relazione con il gruppo
dei pari, prevedere e supportare
l’inserimento in un centro di
aggregazione giovanile o altro
luogo analogo in cui sperimentale
una relazione semi-informale
ed eventualmente accompagnata.
È necessaria qualora il minore
necessiti di rafforzare la capacità di
integrazione positiva nel gruppo e
di acquisire la capacità di sostenere
responsabilmente la competizione,
il confronto, la sconfitta e la
vittoria insieme agli altri.
I servizi devono monitorare
costantemente le tappe evolutive
del percorso in atto;
qualora tale percorso non risulti
adeguato, devono individuare
tempestivamente un percorso
formativo o un’attività lavorativa
che risponda maggiormente alle
aspirazioni, potenzialità e competenze
del ragazzo, con l’ausilio di
centri di orientamento.
Accompagnare il ragazzo nell’attribuzione
di un significato simbolico
all’attività socialmente
utile, soprattutto in connessione
con il comportamento posto in
essere nel fatto-reato e con il proprio
Monitorare il processo di socializzazione
in atto e i suoi effetti, focalizzando
l’attenzione su alcuni
punti tra cui: le scelte amicali, la
capacità di mantenere le relazioni
e di reggere il confronto e/o la frustrazione,
le modalità di inserimento,
di interazione, integrazione e di
benessere nel gruppo dei pari.
Monitorare lo svolgimento, il
del minore nell’attività sportiva
tramite i referenti della stessa.
Verificare se il percorso scolastico,
formativo e lavorativo svolto è
effettivamente riconosciuto dal
ragazzo come rispondente alle
sue reali aspirazioni, potenzialità e
competenze. Valutare inoltre il
reale investimento del ragazzo
rispetto al percorso svolto e la
costruzione di una nuova identità
sociale propositiva.
Verificare il senso attribuito dal
ragazzo all’attività socialmente
utile. Inoltre valutare l’occasione
di riscatto personale e la sua ricaduta
Verificare la nuova capacità del
minore in relazione: alla scelta
degli ambiti di socializzazione,
alle competenze relazionali
acquisite con il gruppo dei pari,
alla qualità dell’interazione e dell’integrazione
in esso costruite.
Verificare se l’attività sportiva
svolta ha contribuito alla positiva
integrazione nel gruppo e al
rispetto condiviso delle regole
c a s s a z i o n e p e n a l e - n . 0 5 - 2 0 1 2 P. 1 9 3 5 |
Colloqui con lo/la
con l’assistente
Dato che non c’è coincidenza tra
un intervento psicologico minimo
necessario e la durata di una
messa alla prova, i colloqui sono
finalizzati a promuovere, sostenere
e stimolare il processo di elaborazione
dei nuclei della personalità
irrisolti, nell’ottica di favorire,
se necessario, il proseguimento
del loro trattamento anche
dopo la conclusione della messa
Prevedere colloqui sistematici,
con valida frequenza periodica,
con la funzione non solo di verificare
la prosecuzione del percorso
di messa alla prova e la sua efficacia,
ma anche di sostenere il
minore e i genitori in tempo reale
in caso di difficoltà, al fine di individuare
tempestivamente strategie
condivise di superamento
Prevedere sempre una riflessione
sugli aspetti fantasmatici e
proiettivi assunti dalla vittima
nella commissione del reato,
rispetto alle problematiche adolescenziali
irrisolte, nonché sulle
conseguenze sulla persona offesa
e sulla società. Riflettere sull’opportunità
di utilizzare, se idonei
al singolo caso, i percorsi di
giustizia riparativa qualora presenti
Necessità di confronto interprofessionale
tra l’assistente sociale e
lo/a psicologo/a per valutare che
psicologico sia sinergico alla realizzazione
progressiva e responsabile
delle altre attività della
messa alla prova, nonché per facilitare
l’utilizzo dell’intervento psicologico
come contenitore simbolizzante
i processi psichici in
Svolgere colloqui con valida frequenza
periodica, con la funzione
non solo di verificare la prosecuzione
del percorso di messa alla
prova e la sua efficacia, ma anche
di sostenere il minore in tempo
reale in caso di difficoltà ed individuare
con il minore le tattiche di
superamento delle stesse. L’assistente
sociale, con la funzione di
coordinamento del percorso è
tenuto ad informare il TM nelle
verifiche intermedie, non solo
sull’andamento e sulle variazioni
positive del percorso, ma anche e
soprattutto in maniera tempestiva
su tutti i problemi che possono
insorgere, soprattutto qualora si
riveli necessaria una modifica del
contenuto dell’ordinanza di
Svolgere sempre un’elaborazione
degli aspetti proiettivi conseguenti
al blocco evolutivo in atto
rispetto alla tipologia di reato ed
alle sue conseguenze sulla persona
offesa e sulla società. Utilizzare
là dove possibile, e valutandone
tempi e modalità, i percorsi di
sul territorio e idonei al singolo
Valutare il livello maturativo raggiunto,
nonché il superamento
del blocco evolutivo in rapporto:
alla capacità di distanziamento
dalle condotte delinquenziali, alla
nuova percezione del Sé e delle
potenzialità costruttive ed affermative
proprio progetto di vita, alla tenuta
delle nuove competenze elaborative
delle dinamiche inerenti
l’interazione tra mondo interno e
contesto socio-familiare.
Preliminarmente è fondamentale
inviare al TM la relazione finale
che illustra l’andamento del percorso
di messa alla prova almeno
una settimana prima dell’udienza
finale. Sollecitare il minore ad illustrare
il suo percorso in termini di
cambiamento psichico e di vissuto
elaborativo del fatto-reato.
Valutare la riflessione svolta dal
minore rispetto alla vittima, al
fatto-reato e alla capacità di
immedesimazione empatica
nella persona offesa. Valutare
inoltre la costruzione di una diversa
adesione alla legalità intesa
come un sistema di salvaguardia
e tutela della positiva interazione
tra il Sé e l’altro nella dimensione
collettiva come bene comune.

References: sentenza 
 Art. 28
 art. 27
 Art. 9
 Art. 28
 Art.9
 Art. 28