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Timestamp: 2019-12-09 05:58:48+00:00

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Cassazione III Civile del 05-02-2013, n. 2638 - testo integrale Sentenza
Cassazione III Civile del 05-02-2013, n. 2638
Avvocati · responsabilità professionale · urgenza · scadenze · inerzia · cliente · diligenza · negligenza
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"Ed invero, la responsabilità dell'esercente la professione forense non può affermarsi per il solo fatto del mancato corretto adempimento dell'attività professionale, occorrendo verificare in primo luogo se l'evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del legale; in secondo luogo, se un danno vi sia stato effettivamente; in terzo luogo se, qualora l'avvocato avesse tenuto la condotta dovuta, il suo assistito avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando altrimenti la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva che sia, ed il risultato derivatone."
"Nel caso di specie, sia pure ad abundantiam in quanto la ratio decidendi si fondava essenzialmente sul rilievo che la mancata, tempestiva, proposizione dell'impugnazione fu causalmente riconducibile all'incuria della stessa società, rimasta inerte, la Corte di merito ha comunque concluso il suo iter argomentativo condividendo la valutazione del giudice di primo grado circa la prognosi negativa sul fondamento dell'opposizione che avrebbe dovuto essere proposta."
Con atto notificato il 25.3.1998 la C.A. S.p.a. conveniva davanti al Tribunale di Pisa l'avv. P.A. chiedendone la condanna al pagamento della somma di L. 28.129.888 e a quella di FFR 75.000 a titolo di risarcimento dei danni per responsabilità professionale, consistita nella difettosa attività defensionale relativamente all'ordinanza, emanata il 18.1.1996 dal Tribunal de Commerce de Paris a seguito di un'assignation en rèferè promossa dal cliente francese B.D. in data 2.1.1996 e notificatale il 30.4.1996, con la quale era stata condannata a rimettere la merce venduta, pena il pagamento di una penale per il ritardo di 1.000 Fr. al giorno, oltre la somma di 138 Fr. per spese di lite. Deduceva che il legale, sebbene tempestivamente incaricato e informato della vicenda, pur sussistendo fondati motivi per contestare la pretesa avversaria, aveva negligentemente omesso di proporre impugnazione con ciò determinando l'irrevocabilità del provvedimento camerale e che, a seguito di ciò, si era vista costretta, rivolgendosi ad altri legali, a transigere la lite, sborsando le somme che ora chiedeva in restituzione. Il convenuto si costituiva, resistendo all'accoglimento della domanda. In esito al giudizio, il Tribunale rigettava la domanda compensando le spese.
Avverso tale decisione proponeva appello la società soccombente ed, in esito al giudizio, la Corte di Appello di Firenze con sentenza depositata in data 4 aprile 2006 rigettava l'impugnazione. Avverso la detta sentenza ha quindi proposto ricorso per cassazione articolato in sei motivi. Resiste con controricorso l'avv. P..
Con la quinta doglianza, articolata sotto il profilo della violazione e/o falsa applicazione dell'art. 1223 c.c., artt. 40 e 41 c.p. - la cui trattazione viene anticipata essendo intimamente connessa alla prima - la ricorrente lamenta inoltre che la Corte territoriale avrebbe errato nell'operare il giudizio probabilistico, fondandosi sulla sola prospettazione della sua controparte, compiuta sulla base della documentazione da essa prodotta, e trascurando l'ulteriore documentazione che, in caso di proposizione dell'impugnazione, sarebbe stata acquisita agli atti.
La premessa torna utile nella misura in cui consente di tener per certa la circostanza che, essendo stata la società C.A. avvertita in tempo utile ai fini della proposizione dell'impugnazione, l'evento produttivo del pregiudizio lamentato dalla stessa società, da identificarsi per l'appunto nella mancata tempestiva proposizione dell'impugnazione, non fu causalmente riconducibile all'omissione del legale, sia pur negligente, bensì all'inerzia della stessa società, la quale ben avrebbe potuto provvedervi, tempestivamente, in quanto, per come ammesso sia pure a livello di supposizione dallo stesso legale rappresentante della società nel corso dell'interrogatorio, la società era in possesso delle fotocopie dei documenti consegnati all'avv. P. da poter utilizzare per la preparazione dell'atto di impugnazione.
E ciò, senza considerare che lo stesso legale rappresentante, il quale era perciò al corrente della scadenza del termine per impugnare - scadenza che sarebbe maturata il 15 luglio 1996 - già qualche tempo prima, verosimilmente tra la fine di maggio ed i primi di giugno, aveva contattato un altro legale internazionalista, l'avv. O; e, senza considerare altresì che il mandato all'avv. P. fu revocato il 5 luglio 1996, dieci giorni prima della scadenza del termine per la proposizione dell'atto di impugnazione, previa comunicazione da parte di un altro legale officiato dalla società, l'avv. B, e che il successivo 9 luglio l'avv. P. aveva già provveduto a dare disposizioni alle segretarie di restituire i documenti alla cliente previa ricevuta.
E ciò, per un duplice ordine di considerazioni: a) la ritenuta non infondatezza del reclamo mosso dall'acquirente, la B.D.; b) l'unilaterale decisione della società italiana di mutare a proprio favore le modalità di pagamento dilazionato, concordate con la ditta francese, come una sorta di perdita del beneficio del termine stabilita dal creditore autonomamente, senza oggettivi motivi e al di fuori di un nuovo accordo. Ed è appena il caso di osservare che l'indagine, da svolgersi sulla scorta degli elementi di prova che il danneggiato ha l'onere di fornire in ordine al fondamento dell'azione proposta (tra le tante, cfr Cass. n. 16846/05, Cass. n. 12354/09), è riservata all'apprezzamento del giudice del merito ed è incensurabile in sede di legittimità quando, come nella specie, sia sorretta da una motivazione adeguata ed immune da vizi logici e giuridici (tra le tante Cass. n. 6967/06, n. 10966/04, Cass. n. 9917/2010). Ne deriva l'infondatezza delle censure in esame.
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