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La nascita di una comunione indivisa tra persone fisiche - Renato D'Isa
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La nascita di una comunione indivisa tra persone fisiche
Corte di Cassazione, sezione prima civile, Sentenza 19 giugno 2019, n. 16511.
Sentenza 19 giugno 2019, n. 16511
La nascita di una comunione indivisa tra persone fisiche non impedisce la dichiarazione di fallimento della società succeduta entro un anno dalla sua cancellazione presso il Registro imprese. Questo in quanto il godimento dell’azienda da parte dei partecipanti alla comunione configura l’esercizio dell’impresa collettiva e tal fine non rileva neppure il fatto che intervenga uno scopo lucrativo svolto attraverso un’attività imprenditoriale, che di fatto si sostituisce al mero godimento ed attraverso la quale vengono utilizzati beni comuni.
1.1 La parte reclamante aveva premesso che: a) in forza di assemblea straordinaria del 24.5.20017, per atto a rogito Notaio (OMISSIS) di (OMISSIS), era stata deliberata, con voto favorevole dell’intero capitale sociale, la “trasformazione eterogenea” della societa’ debitrice dalla forma di societa’ di capitali a quella della comunione d’azienda tra i soci stessi, ai sensi dell’articolo 2500 septies c.c.; b) la detta deliberazione era stata iscritta nel registro delle imprese in data 29.05.2017; c) successivamente ed in conseguenza della mancata opposizione dei creditori ex articolo 2500 novies c.c., era stata iscritta, sempre nel registro delle imprese, in data 28.7.2017, la definitiva trasformazione della societa’ predetta in comunione d’azienda e la cancellazione sempre della predetta societa’ oggetto di trasformazione; d) nonostante la descritta trasformazione, era intervenuta in data 4.8.2017 la dichiarazione di fallimento della societa’ debitrice sulla scorta della ritenuta applicabilita’ al caso di specie del disposto normativo di cui alla L. Fall., articolo 10. La parte reclamante aveva invece impugnato la menzionata sentenza dichiarativa di fallimento, ritenendo che l’estinzione della societa’ e la sua cancellazione dal registro delle imprese, a seguito della descritta trasformazione eterogenea, impedisse il fallimento della societa’ in ragione della dedotta inapplicabilita’ della L. Fall., articolo 10, stante la prosecuzione dei rapporti patrimoniali in capo ai comunisti, gia’ soci della societa’ trasformata, e l’assenza, dunque, del presupposto fattuale della cessazione dell’attivita’ di impresa.
1.Con il primo motivo la parte ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell’articolo 12 disp. gen., e della L. Fall., articolo 10, in riferimento alla disciplina applicabile alla comunione di godimento derivata dalla trasformazione eterogenea di societa’ di capitali. Osserva la parte ricorrente che, ai sensi dell’articolo 2500 septies c.c., era intervenuta una trasformazione in un ente diverso (la comunione di godimento) non sussumibile nei parametri di cui alla L. Fall., articolo 10, e non assoggettabile, peraltro, alla procedura fallimentare posto che la mera contitolarita’ (in capo ai soci comunisti) del bene aziendale, non comporta l’esercizio di attivita’ economica e soprattutto l’intervenuta trasformazione giuridica determina la cessazione della natura imprenditoriale del precedente soggetto. Ne consegue – osserva ancora la difesa del ricorrente – che non poteva applicarsi al caso di specie il disposto normativo di cui alla L. Fall., articolo 10, in quanto relativo alla diversa ipotesi di societa’ cancellata per intervenuta cessazione dell’attivita’. Osserva ancora il ricorrente che l’atto trasformativo determina un effetto novativo che, nel caso di trasformazione eterogenea da societa’ di capitali in comunione di azienda, comporta la cancellazione dell’ente (e cioe’ della (OMISSIS) s.r.l.) con conseguente prosecuzione di tutti i rapporti (anche processuali) in capo ai precedenti soci, oggi comunisti dell’azienda stessa. Cio’ determina anche una carenza di legittimazione passiva in capo alla societa’ (OMISSIS) s.r.l., in quanto soggetti suscettibili di rispondere alle richieste creditorie sono ora i proprietari dell’azienda caduta in comunione di godimento.
3. Con il terzo motivo si declina vizio di violazione e falsa applicazione di legge in relazione agli articoli 2248, 2495, 2500 septies e 2740 c.c., e L. Fall., articolo 10, e vizio di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti. Ricorda il ricorrente che, ai sensi dell’articolo 2500 novies c.c., nella trasformazione eterogenea di una societa’ di capitali, i creditori sociali possono opporsi alla trasformazione con rinvio alla disciplina di cui all’articolo 2495 c.c., in tema di perdita di garanzia patrimoniale. Osserva ancora il ricorrente che, sulla base del combinato disposto degli articoli 2495 e 2248 c.c., i nuovi titolari della comunione di godimento aziendale devono rispondere illimitatamente, con tutto il loro patrimonio, di tutti debiti della societa’ trasformata, dovendosi ricordare che, non esistendo un ente dotato di soggettivita’ giuridica, i rapporti giuridici attivi e passivi riferibili alla comunione di godimento sono imputati ai singoli comunisti. Ne consegue che, ai sensi dell’articolo 2495 c.c., in seguito alla trasformazione della societa’, si determina un fenomeno successorio in virtu’ del quale le obbligazioni della societa’ non si estinguono, ma traslano a carico dei soci. Pertanto – osserva ancora il ricorrente – il mancato decorso del termine di cui alla L. Fall., articolo 10, risulta essere del tutto irrilevante, in quanto diretto a tutelare le ragioni creditorie che, nel caso di specie, risultano tutelate attraverso il diverso meccanismo delineato dagli articoli 2495 e 2740 c.c., meccanismo che determina un’estensione della responsabilita’ patrimoniale attraverso la responsabilita’ illimitata dei soci per i pregressi debiti sociali.
4. Con il quarto motivo si lamenta violazione e falsa applicazione sempre della L. Fall., articolo 10, e articolo 2498 c.c., e, comunque, omesso esame di un fatto decisivo dibattuto tra le parti. Osserva ancora il ricorrente che la trasformazione di cui all’articolo 2500 septies c.c., non comporta la estinzione della pregressa societa’ di capitali, ma la sua trasformazione in altro ente giuridico, la comunione di azienda, non potendosi predicare nel caso in esame l’esistenza di una ipotesi successoria quanto piuttosto di una fattispecie modificativa i cui effetti sono regolati dalle norme a tutela dei creditori della societa’ (articolo 2500 novies c.c.) e degli effetti della trasformazione sui diritti attivi e gli obblighi gia’ esistenti (articolo 2498 c.c.). Non trova, dunque, applicazione nel caso in esame la L. Fall., articolo 10, la cui norma interviene allorquando si verifica la cancellazione in seguito alla cessazione dell’attivita’ e non gia’ quanto, come nel caso di specie, alla cancellazione segua la trasformazione della societa’.
5. Con il quinto motivo si denuncia, inoltre, violazione e falsa applicazione della L. Fall., articolo 10, e articolo 2495 c.c.. Si osserva che la presunzione assoluta della cessazione dell’attivita’ societaria nell’ipotesi di trasformazione di cui all’articolo 2500 septies, e’ smentita proprio dal dato normativo che prevede figure giuridiche titolari della imputazione soggettiva dell’attivita’ precedentemente svolta sotto la veste societaria, tanto cio’ e’ vero che si disquisisce di trasformazione, che risulta essere concetto antitetico rispetto a quello dell’estinzione.
Peraltro, il comma 2 della norma in esame prevede che “in caso di impresa individuale o di cancellazione di ufficio degli imprenditori collettivi, e’ fatta salva la facolta’ per il creditore o per il pubblico ministero di dimostrare il momento dell’effettiva cessazione dell’attivita’ da cui decorre il termine del comma 1”. Ed infine, l’articolo 11, comma 1, completa la previsione, aggiungendo che “l’imprenditore defunto puo’ essere dichiarato fallito quando ricorrono le condizioni stabilite nell’articolo precedente”.
7.1.3.1 Sul punto e’ utile ricordare che, secondo la giurisprudenza espressa da questa Corte, nel caso di comunione d’azienda, ove il godimento di questa si realizzi mediante il diretto sfruttamento della medesima da parte dei partecipanti alla comunione, e’ configurabile l’esercizio di un’impresa collettiva (nella forma della societa’ regolare oppure della societa’ irregolare o di fatto), non ostandovi l’articolo 2248 c.c., che assoggetta alle norme dell’articolo 1100 e ss., dello stesso codice la comunione costituita o mantenuta al solo scopo di godimento. L’elemento discriminante tra comunione a scopo di godimento e societa’ e’ infatti costituito dallo scopo lucrativo perseguito tramite un’attivita’ imprenditoriale che si sostituisce al mero godimento ed in funzione della quale vengono utilizzati beni comuni (Sez. 2, Sentenza n. 3028 del 06/02/2009; Cass. 20.2.1984 n. 1251; Cass. 10.11.1992 n. 12087; Cass. 27.11.1999 n. 13291; Cass. Sez. 1, Sentenza n. 4053 del 03/04/1993;
7.1.4 In termini piu’ generali, e’ stato anche affermato dalla giurisprudenza di vertice della Corte che dopo la riforma del diritto societario, attuata dal Decreto Legislativo n. 6 del 2003, qualora all’estinzione della societa’, di persone o di capitali, conseguente alla cancellazione dal registro delle imprese, non corrisponda il venir meno di ogni rapporto giuridico facente capo alla societa’ estinta, si determina un fenomeno di tipo successorio, in virtu’ del quale: a) l’obbligazione della societa’ non si estingue, cio’ che sacrificherebbe ingiustamente il diritto del creditore sociale, ma si trasferisce ai soci, i quali ne rispondono, nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione o illimitatamente, a seconda che, “pendente societate”, fossero limitatamente o illimitatamente responsabili per i debiti sociali; b) i diritti e i beni non compresi nel bilancio di liquidazione della societa’ estinta si trasferiscono ai soci, in regime di contitolarita’ o comunione indivisa, con esclusione delle mere pretese, ancorche’ azionate o azionabili in giudizio, e dei crediti ancora incerti o illiquidi, la cui inclusione in detto bilancio avrebbe richiesto un’attivita’ ulteriore (giudiziale o extragiudiziale), il cui mancato espletamento da parte del liquidatore consente di ritenere che la societa’ vi abbia rinunciato, a favore di una piu’ rapida conclusione del procedimento estintivo (Sez. U, Sentenza n. 6070 del 12/03/2013).
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renatodisa - 2 Settembre 2019

References: Sentenza 

Sentenza 
 articolo 2500
 articolo 10
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 articolo 10
 articolo 10
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 articolo 10
 articolo 10
 articolo 10
 articolo 2498
 articolo 10
 articolo 10
 articolo 2495
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 Cass. 
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 Cass. 
 Cass. Sez. 
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