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Timestamp: 2017-06-24 01:51:29+00:00

Document:
N.2094/2005
N. 4739 Reg. Ric. Anno 2004
sul ricorso in appello proposto dal sig. Costantino Raffaele, rappresentato e difeso dall’avvocato Fernanda Tiacci ed elettivamente domiciliano in Roma Via Romano Calò n. 84 presso Lucia Frosoni;
Istituto autonomo case popolari – I.A.C.P. di Salerno, in persona del legale rappresentante, rappresentato e difeso dall’avvocato Rosario Lembo presso lo stesso elettivamente domiciliato in Roma Via Bracht, 15;
del Comune di Salerno, in persona del legale rappresentante, rappresentato e difeso dagli avvocati A. Piscitelli, L. Rinaldi ed A. Galibardi domiciliato in Roma, presso l’Avv. A. Brancaccio Via Taranto, 18;
nonchè nei confronti
del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (già dei Lavori Pubblici), in persona del Ministro p.t., rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato presso la quale domicilia per legge in Roma Via dei Portoghesi n. 12;
della Commissione per l’assegnazione degli alloggi E.R.P. di Salerno, non costituita;
della signora Ricco Iolanda, non costituita; per l’annullamento
della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania – Sez. II di Salerno 1.2.2004 n. 108;
Visto l’atto di costituzione dell’Amministrazione appellata e del Comune di Salerno;
Relatore alla pubblica Udienza del 1 febbraio 2005 il Consigliere Antonino Anastasi; udito l’avvocato Tiacci e l’avvocato dello Stato Bachetti;
1. La signora Ricco Iolanda, dal 1959 assegnataria con patto di futura vendita di un alloggio INA Casa, in data 1.9.1968 ha locato l’appartamento al sig. Costantino Raffaele.
Questi nell’anno 1977 ha chiesto all’Istituto Autonomo Case Popolari, subentrato alla Gestione, la regolarizzazione della sua posizione di occupante senza titolo dell’alloggio.
Successivamente, con provvedimento del 2.10.1978, l’Istituto ha revocato l’assegnazione in favore della Ricco ai sensi dell’art. 17 del D.P.R. n. 1035 del 1972, per avere l’assegnataria abbandonato l’alloggio per un periodo ultra-trimestrale senza autorizzazione.
La Ricco ha quindi impugnato il provvedimento avanti al TAR Salerno il quale – all’esito di un giudizio in cui era intervenuto il Costantino – ha accolto il ricorso con sentenza n. 41 del 1987.
Impugnata dall’interventore, la sentenza di primo grado è stata confermata in appello dalla Sezione con decisione n. 725 del 1993. Con deliberazione del 30.9.1994 n. 721 l’Istituto escludeva di poter disporre nuova revoca dell’assegnazione (come auspicato dal Costantino) e autorizzava il seguito dell’istruttoria della pratica di riscatto (poi favorevolmente conclusasi con atto di cessione dell’11.7.2002) in favore della Ricco.
La citata deliberazione è stata impugnata dall’interessato avanti al TAR Salerno, con ricorso e due atti di motivi aggiunti, proposti all’esito dell’istruttoria disposta dal Tribunale.
Con la sentenza in epigrafe indicata il Tribunale ha respinto nel merito il gravame, dopo aver disatteso le eccezioni di inammissibilità a vario titolo proposte dalla resistente Amministrazione.
La sentenza è impugnata col ricorso in esame dal sig. Costantino che ne chiede l’integrale riforma.
Si sono costituiti l’Istituto e l’Amministrazione comunale di Salerno, instando per il rigetto del gravame.
2. L’appello non è fondato e va perciò respinto.
Con l’unico ed articolato motivo l’appellante contesta l’iter logico ed argomentativo che supporta la sentenza di primo grado, deducendo in sostanza che ha errato il Tribunale nel ritenere che l’Amministrazione – mediante l’adozione della delibera del 1994 – avesse dato corretta esecuzione al giudicato in precedenza formatosi inter partes.
Ad avviso dell’appellante, l’Amministrazione avrebbe dovuto invece espletare una nuova ed autonoma istruttoria, tenendo adeguatamente conto degli elementi probatori da lui offerti al fine di dimostrare da un lato la sussistenza dei presupposti per rinnovare la revoca dell’assegnazione e dall’altro l’insussistenza in capo alla signora Ricco di tutti i requisiti richiesti dalla legge ai fini della cessione dell’alloggio. Il mezzo non è suscettibile di favorevole considerazione.
Come è noto, l’effetto di annullamento dell’atto che consegue ad una sentenza amministrativa di accoglimento del ricorso ha una estensione caducatoria commisurata all'oggetto di impugnativa, fermo restando per contro che, ai fini della delimitazione dell’ambito del giudicato sotto il profilo del c.d. effetto conformativo dell'ulteriore attività dell'Amministrazione, occorre aver riguardo alla tipologia (meramente formale o sostanziale) e alla valenza dei motivi accolti. (IV Sez.11.9.2001 n. 4744).
Sotto il profilo conformativo o ordinatorio, evidentemente, il giudicato di annullamento per soli vizi formali di per sè non elimina né tendenzialmente riduce il potere dell’Amministrazione di provvedere in ordine allo stesso oggetto dell'atto annullato.
Tuttavia qualora, come nel caso in esame, il vizio che porta all’annullamento dell’atto concerna il difetto di motivazione, i limiti che ne derivano all’Amministrazione che procede alla reiterazione dell’attività sono diversi a secondo che la determinazione giudiziale sia scaturita dal mero riscontro della mancanza formale dell’esternazione del processo decisionale, ovvero risulti conseguente ad un ritenuto erroneo o imperfetto processo decisionale.
In questa ultima ipotesi – che ricorre nella vicenda all’esame, come ben posto in luce dal TAR - il vizio accertato finisce con l’identificare il momento formale di emersione di un difetto sostanziale dell’atto che ne preclude all’Amministrazione la successiva reiterazione con lo stesso contenuto di quello precedentemente annullato.
Applicando gli esposti criteri interpretativi al caso di specie, deve rilevarsi che il TAR ha annullato l’originario decreto di revoca dell’assegnazione non perchè genericamente immotivato, ma in quanto l’Amministrazione aveva decretato la revoca senza chiarire le ragioni in base alle quali non era stata tenuta in debito conto la presentazione da parte dell’assegnataria di una richiesta di autorizzazione alla locazione.
A ciò si deve aggiungere che il Tribunale – con argomentazione pienamente confermata in appello – ha ulteriormente statuito nel senso della completa assimilabilità tra il caso dell’alloggio assegnato con patto di futura vendita ed il caso dell’alloggio concesso in proprietà, con conseguente ipotizzabilità anche nella prima ipotesi di un accoglimento per silenzio assenso (decorsi 90 giorni) della richiesta di permesso di sublocazione avanzata dall’assegnatario.
Ne consegue che l’Istituto, in sede di rinnovazione del procedimento, effettivamente non poteva rimettere in discussione – pena la violazione del giudicato – quanto accertato all’esito del pregresso giudizio, e cioè come detto l’avvenuta presentazione della richiesta di autorizzazione da parte dell’assegnataria e la giuridica possibilità che sulla stessa si fosse formato il silenzio assenso.
Nè l’Istituto poteva omettere di tenere adeguato conto dei peculiari effetti conformativi discendenti in particolare dalla decisione della Sezione n. 725 del 1993, nella quale si rilevava che “la nuova eventuale motivazione dovrà valutare l’estrema risalenza della domanda autorizzativa rimasta inevasa; dovrà esaminare in modo sostanziale le ragioni proposte con le controdeduzioni e dovrà infine tenere conto dell’opinione del Tribunale, non più discutibile nella specie, in merito all’assimilazione tra abitazione concessa con patto di futura vendita e abitazione già attribuita in proprietà, al fine dell’autorizzazione per silenzio assenso: tutti punti questi sui quali la cosa giudicata sostanziale nell’ambito della giurisdizione amministrativa adita, rimane formata anche in forza dell’esito del presente giudizio di seconde cure”.
A fronte di tali statuizioni, la pretesa del sig. Costantino – il quale nel ricorso di primo grado continua a sostenere l’inesistenza della richiesta di autorizzazione – configura un inammissibile tentativo di rimettere in discussione tratti della vicenda sostanziale ormai incontestabili alla luce del giudicato.
Ed in effetti, al contrario di quanto sostiene l’odierno appellante, sotto il profilo ora in esame l’ambito di valutazione discrezionale rimessa all’Amministrazione concerneva l’individuazione degli effetti conseguenti al silenzio tenuto dall’Amministrazione su una richiesta di autorizzazione il cui effettivo inoltro nel 1967 da parte della assegnataria era stato ritenuto provato in due gradi di giudizio.
Per questa parte, può quindi escludersi che l’Amministrazione abbia violato il giudicato nel momento in cui non ha – mediante nuova istruttoria - proceduto a verificare se la richiesta fosse stata realmente presentata.
Sostiene poi l’appellante che in ogni caso l’Amministrazione avrebbe dovuto rinnovare la misura sanzionatoria in quanto la sig.ra Ricco aveva abbandonato l’alloggio già prima di richiedere il permesso di sublocazione.
La deduzione è ammissibile, proprio perchè – come sopra esposto - il sistema processuale amministrativo è basato sul principio della salvezza del potere amministrativo da riesercitare dopo il giudicato, pur nel rispetto dei vincoli da esso promananti.
Di talchè la P.A., nell’eseguire un giudicato di annullamento da cui derivi il dovere o la facoltà di emanare un nuovo provvedimento, può affrontare ex novo (ma definitivamente: cfr. VI Sez. 25.2.2003 e V Sez. 6.2.1999 n. 134) l’affare nella sua interezza, sollevando anche questioni relative a profili in precedenza non esaminati.
Nel merito, il mezzo è però infondato in quanto – pur a fronte della documentazione versata dal sig. Costantino nel procedimento amministrativo e in quello giurisdizionale di primo grado – la scelta dell’Istituto di non attivare, per altre ragioni, il procedimento di revoca si rapporta ragionevolmente alle risultanze istruttorie (univocamente favorevoli alla Ricco, come rilevato dal TAR) ed appare quindi, nei limiti in cui è sindacabile nella presente sede, immune da profili di arbitrarietà ed illogicità.
Quanto alle dichiarazioni sostitutive di atto notorio (non autenticate) versate dal sig. Costantino nel giudizio di appello, la giurisprudenza della Sezione ha da tempo chiarito che la dichiarazione sostitutiva, a parte la sua stessa utilizzabilità nel processo amministrativo (trattandosi in sostanza di un mezzo surrettizio per introdurre in quest’ultimo la prova testimoniale), non ha alcun valore probatorio e può costituire solo un mero indizio che, in mancanza di altri elementi gravi, precisi e concordanti, non è idoneo a scalfire l’attività istruttoria dell’Amministrazione (cfr. IV Sez. 29.4.2002) Tanto chiarito, appare poi evidente dal punto di vista processuale che una volta annullata la originaria revoca ed essendo state respinte le doglianze dedotte avverso il mancato rinnovo della stessa in sede amministrativa, l’appellante non ha alcun interesse a contestare le ulteriori vicende del rapporto tra la legittima assegnataria e l’Istituto.
Sulla base delle esposte considerazioni l’appello va perciò respinto.
Si ravvisano giusti motivi per disporre la compensazione fra le parti delle spese del grado.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Quarta, definitivamente pronunciando, respinge l’appello.
Le spese di questo grado del giudizio sono interamente compensate.
Salvatore CACACE Consigliere L’ESTENSORE IL PRESIDENTE
- - N.R.G. 4739/04 TRG

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