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Timestamp: 2020-05-28 03:55:20+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 16248 del 03/08/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16248 del 03/08/2016
Cassazione civile sez. II, 03/08/2016, (ud. 27/01/2016, dep. 03/08/2016), n.16248
sul ricorso 27832-2011 proposto da:
G.A., (OMISSIS), D.C. (OMISSIS), elettivamente
domiciliate in ROMA P.ZZA CAVOUR presso la CORTE di CASSAZIONE
rappresentate e difese dall’avvocato FRANCO MANASSERO;
GI.RE., M.B., A.A., MU.OS.,
E.S., B.L., C.V., elettivamente domiciliati in
ROMA, VIALE CESARE PAVESE N.141, presso lo studio dell’avvocato
NUNZIO VALENZA, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato
TERESIO BOSCO;
27/01/2016 dal Consigliere Dott. PASQUALE D’ASCOLA;
udito l’Avvocato Franco MANASSERO, difensore delle ricorrenti che ha
due motivi di ricorso, assorbito il 3 motivo di ricorso; il rigetto
del 4 e 5 motivo di ricorso.
1) La causa ha per oggetto la fruizione di acque private la cui sorgente è sita nel fondo delle odierne ricorrenti D. e G., sito in (OMISSIS) del comune di (OMISSIS).
I resistenti (sigg. A. e altri) hanno agito con successo davanti al tribunale di Pinerolo lamentando che le controparti avevano chiuso le saracinesche dell’impianto di adduzione e hanno ottenuto la condanna delle convenute ad eseguire opere di modifica dell’impianto.
La Corte di appello di Torino l’11 aprile 2011 ha confermato la sentenza di primo grado.
Ha negato che parte attrice avesse effettuato una mutati libelli, perchè ha ritenuto che la domanda fosse stata legittimamente modificata passando dalla richiesta principale di tutela della proprietà dell’impianto alla richiesta alternativa di imporre alle convenute la modifica nel rispetto della servitù di acquedotto o presa d’acqua, comunque contemplata in una domanda subordinata.
Ha ritenuto tardiva l’eccezione basata sulla sussistenza di una servitù di uso pubblico dell’acqua, comunque rimasta priva di prova.
D. e G. hanno proposto ricorso per cassazione, notificato l’11 novembre 2011, che svolge cinque motivi illustrati da memoria.
2) I primi due motivi di ricorso denunciano (pagg. 15-28) l’inammissibilità della modifica della domanda formulata in corso di causa dagli attori. Lamentano violazione e falsa applicazione dell’art. 183 c.p.c., del’art. 112 c.p.c., e dell’art. 1068 c.c., nonchè vizi motivazione.
La prima doglianza è costituita dall’avere la Corte di appello, secondo il ricorso, consentito di passare, da un’azione di accertamento della proprietà degli impianti di captazione ed adduzione dell’acqua con ripristino dell’impianto originario a proprie spese, ad un’azione di condanna dei convenuti al ripristino con installazione e costruzione con diversa modalità dell’impianto, così giungendo ad ammettere una domanda costitutiva di servitù in luogo di quella originaria di accertamento di proprietà.
Sostengono che la modifica non era giustificata da circostanze nuove dedotte da parte convenuta, ma da circostanze di fatto già note, costituite dalla modificazione dell’impianto compiuta da parte convenuta, che aveva costruito una vasca di raccolta in cui convogliava le acque sorgive.
La seconda doglianza precisa che la domanda è stata modificata per tardiva inammissibile resipiscenza, passando alla richiesta di tutela di una servitù di presa d’acqua, non giustificabile con l’accettazione del contraddittorio, peraltro negata.
Le censure sono in parte inammissibili e in parte infondate.
Sono inammissibili nella parte in cui denunciano vizi della motivazione, giacche esse attengono a vizio del procedimento, rispetto al quale non è configurabile un esame della motivazione in sede di legittimità, ma solo il riscontro della sussistenza o insussistenza del vizio (Cass. 13683/2012).
Sono infondate quanto agli altri profili, salvo la corretta deduzione circa il fatto che l’accettazione del contraddittorio sia irrilevante, qualora vi sia stata illegittima mutatio libelli.
Tale mutati non sussiste, giacchè, come già rilevato dal giudice di appello, l’iniziale domanda di accertamento della proprietà mirava allo scopo concreto di poter modificare l’impianto al fine di riottenere la disponibilità delle acque sorgive.
La modifica successiva alla costituzione di parte convenuta ha preso atto delle ammissioni e dei chiarimenti resi in comparsa di risposta e ha calibrato la domanda anche in considerazione delle circostanze divenute non contestate. In tal senso non rileva che la situazione di fatto fosse o potesse essere già nota prima dell’inizio del giudizio: altra è infatti la condizione processuale allorquando i fatti possono essere considerati non più oggetto di incertezze e possibili contestazioni.
Inoltre la modifica che mantenga ferma, come nella specie, la sostanziale materia del contendere (il comodo accesso alla fonte) e riconfiguri, riducendolo, l’ambito dei diritti reali invocati è sicuramente modifica consentita.
Le Sezioni Unite hanno nelle more pronunciato la innovativa sentenza 12310/2015, secondo la quale: “La modificazione della domanda ammessa ex art. 183 c.p.c., può riguardare anche uno o entrambi gli elementi oggettivi della stessa (petitum e causa petendi), sempre che la domanda così modificata risulti comunque connessa alla vicenda sostanziale dedotta in giudizio e senza che, perciò solo, si determini la compromissione delle potenzialità difensive della controparte, ovvero l’allungamento dei tempi processuali”.
3) Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1067, 1068, 909, 1071 e 2697 c.c., e artt. 112 e 100 c.p.c..
Il complesso motivo (concluso da ben sei quesiti, di cui è difficile cogliere il coordinamento) lamenta che la Corte di appello avrebbe confuso tra ipotesi di cui all’art. 1067 c.c. (divieto del fondo servente di diminuire l’esercizio della servitù) e quelle di cui all’art. 1068 (trasferimento della servitù solo se non vi sia danno per il fondo servente).
Rimprovera alla Corte di appello di non aver compreso che origine dei problemi era la mancata reazione degli attori allo spostamento della vasca su un terreno di proprietà di terzi, non evocati in giudizio. Denuncia (pag. 32) che tutto quanto prima esposto in ricorso era stato già dedotto in appello senza trovare risposta alcuna.
La censura è viziata dall’infondatezza delle premesse di fatto da cui muove.
In primo luogo non è vero, per quanto si è scritto sub 2, che la domanda non fosse stata ritualmente proposta (così il ricorso a pag. 30).
In secondo luogo non è vero che la Corte di appello non abbia risposto alle doglianze.
Come il controricorso ha prontamente rilevato, la Corte di appello ha sinteticamente ma efficacemente osservato: a) che gli attori non dovevano necessariamente proporre una domanda di spostamento della servitù perchè la modifica dell’impianto era stata effettuata già dal dante causa delle convenute (circostanza che mette in rilievo l’addebitabilità delle conseguenze alla condizione di proprietarie aventi causa); b) che la vasca, venutasi a trovare su proprietà di terzi, non poteva essere più ripristinata nella posizione originaria; c) che, al di là della posizione della vasca, la servitù di presa d’acqua meritava comunque tutela. Ha infine ritenuto che l’esercizio della servitù mediante i nuovi impianti di captazione non rendeva più gravosa (circostanza non censurata in appello) la condizione del fondo (rimasto) servente delle appellanti.
3.1) Tutte le argomentazioni svolte circa ciò che sarebbe stato possibile fare, da parte degli attori e degli abitanti della borgata, per non subire la diminuzione di afflusso che le ricorrenti attribuiscono a opera di terzi, non vale a scalfire l’assunto che sta alla base di questa decisione: il diritto degli attori, riconosciuto sin dal primo grado di giudizio in forza di non contestazione delle convenute, alla presa d’acqua “che sgorga” (pag. 6 sentenza) sul fondo di proprietà delle convenute.
L’esistenza della servitù e la necessità di ripristinare l’accesso al fondo D. per la captazione dalla sorgente era spiegazione sufficiente per sancire il diritto azionato e far rigettare l’appello, restando irrilevante che parte attrice ( A. e altri) non si sia orientata diversamente nei confronti di coloro che parte ricorrente (signore D.) indica come responsabili di modifiche degli impianti.
E’ significativo che neppure le ricorrenti abbiano coinvolto nel giudizio coloro che esse indicano come autori di modifiche che avrebbero causato la carenza di acqua e che rimane affermato in sentenza che lo stesso dante causa delle ricorrenti sia stato considerato dalla Corte d’appello come artefice di modifiche attaccate con l’azione giudiziaria (il controricorso lo rimarca opportunamente, osservando che le D. non hanno dato prova della circostanza che le modifiche del loro dante causa siano state indotte necessariamente da precedenti modifiche di terzi).
4) Il quarto motivo denuncia violazione degli artt. 183 e 345 c.p.c., art. 2697 c.c., L. n. 36 del 1994, artt. 1 e 20, d.p.g. reg. Piemonte 29 luglio 2003, art. 2, nella parte in cui la Corte di appello ha confermato che l'”eccezione di carenza di interesse doveva essere allegata e provata da parte convenuta il che non era avvenuto”.
Nel motivo si spiega meglio che ai sensi dell’art. 2697 c.c., toccava alla controparte fornire la prova che si trattava di uso domestico e si sostiene che in atti vi era prova di uso pubblico dell’acqua, dovendo ritenersi tali le acque che, pur sorgendo da suolo privato, servono una borgata e un privato per usi irrigui. Il quinto motivo lamenta che la Corte d’appello abbia considerato tardivamente proposta l’eccezione relativa alla pubblicità delle acque, trattandosi di eccezione in senso improprio.
Le censure, pur cogliendo profili processuali meritevoli di considerazione, non possono essere accolte perchè non decisive.
Esse muovono dal presupposto (v. pag. 36 ricorso) che tutte le acque siano pubbliche e che quindi debba essere chi vuol far valere un diritto privato di emungimento a dimostrane l’esistenza.
Trattasi di premessa errata.
Questa Corte ha riaffermato in tempi recenti che non tutte le acque hanno natura pubblica, ma solo quelle che hanno attitudine ad usi di pubblico generale interesse e che è configurabile comunque una controversia tra privati al fine di ottenere il riconoscimento dell’esistenza di una servitù di attingimento e di derivazione di acque fra fondi limitrofi (Cass. 9331/11).
Si aggiunga che oggetto dell’appello – il ricorso per cassazione non può estendere la materia del contendere – era, come ha rilevato il controricorso, la carenza in capo agli attori di titolarità di una concessione ex L. n. 36 del 1994.
Tale mancanza non fa venir meno la astratta possibilità di tutelare una servitù di presa d’acqua, alla quale si riferisce l’art. 1080 c.c., che ha per contenuto le facoltà di prelevare o derivare, mediante manufatti, l’acqua esistente nel fondo servente per condurla, in una determinata quantità, nel fondo dominante.
La concessione attiene infatti al rapporto tra il privato e la pubblica amministrazione relativamente all’uso di acqua di carattere pubblico, non alla configurabilità dei diritti reali. Discende da quanto esposto il rigetto del ricorso e la condanna alla refusione delle spese di lite, liquidate in dispositivo, in relazione al valore della controversia.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile, il 27 gennaio 2016.

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 art. 2697
 art. 2