Source: https://www.studiolegalebarboni.it/pubblicazioni/istruzione-pubblica-privata/disciplina-sanzioni.html
Timestamp: 2018-08-17 23:10:19+00:00

Document:
LA NOTA DISCIPLINARE NON E’ MODIGICABILE
(Il giudizio apposto sul registro equivale a un atto pubblico e come tale è “intangibile”)
Il dirigente scolastico non può modificare in via autoritativa la nota disciplinare apposta sul registro da un docente, vista la natura di atto pubblico del registro di classe, come tale intangibile da soggetti terzi, non presenti al momento del fatto annotato e dell'atto della relativa registrazione.
Così decide il Consiglio di Stato, con sentenza del 31.1.2011 n. 715, seguendo l’orientamento consolidato della Cassazione secondo cui la fede privilegiata dell’atto pubblico riguarda non solo fatti compiuti dal pubblico ufficiale o avvenuti in sua presenza, ma anche le dichiarazioni ricevute, quando di queste ultime si dia attestazione, nell’esercizio del potere di documentazione e nella contestualità della formazione dell’atto, a prescindere dalla veridicità delle dichiarazioni stesse (giurisprudenza pacifica; cfr., fra le tante, Cass. Civ., sez. I, 17.12.1990, n. 11964; Cass. Civ., sez. II, 30.7.1998, n. 7500 e 30.5.1996, n. 5013).
Un docente di scuola media proponeva ricorso avverso un provvedimento del dirigente scolastico con cui si disponeva la cancellazione di un’annotazione apposta dal medesimo professore sul registro di classe. Nella specie si trattava di una nota nella quale l’insegnante riportava la confessione di una violazione disciplinare ricevuta da un alunno. Il medesimo docente eccepiva a propria difesa l’immodificabilità in via autoritativa di un atto pubblico, quale deve ritenersi il registro di classe, ad opera del dirigente dell’Istituto scolastico interessato. Il dirigente giustificava il proprio intervento correttivo della nota in questione con la circostanza che la violazione disciplinare confessata aveva suscitato turbamento e reazioni, tali da compromettere il rapporto di fiducia tra famiglie e docenti, e da indurlo a riformulare i termini della nota stessa; ciò in forza del potere del capo di istituto di intervenire con piena discrezionalità, in presenza di comportamenti lesivi della dignità della persona degli studenti e del decoro dell’istituzione scolastica, nonché di compromissione del rapporto di fiducia tra le famiglie degli alunni e la scuola.
Il Consiglio di Stato, chiamato a decidere il ricorso in appello, decide di accogliere le ragioni del docente, a tutela della natura pubblica della sua funzione e così degli atti compiuti.
Osserva il giudice d’appello che nella vicenda in esame il professore si era trovato ad effettuare un accertamento di fatti di rilevanza disciplinare ed aveva apposto un’annotazione sul registro di classe, in ordine a quanto accertato: tale annotazione veniva
senz’altro ad integrare il contenuto del registro stesso, atto pubblico, in virtù del rapporto organico tra la scuola e il docente, e così della funzione pubblica di quest’ultimo.
A questo proposito, il Consiglio di Stato precisa che la nota disciplinare di cui trattasi era intangibile anche se il professore aveva riportato sul registro fatti non accaduti in sua presenza e nemmeno dallo stesso percepiti direttamente. Fermo restando, infatti, che rientra fra i contenuti propri del registro di classe la registrazione di eventuali mancanze commesse dagli allievi (cfr. anche Cass. Pen., sez. V, 21.9.1999, n. 12862) e che appare innegabile la natura di atto pubblico del documento in questione (come verbalizzazione, effettuata dall’insegnante in quanto pubblico ufficiale, in ordine all’andamento ed al rendimento di ciascun allievo nel corso dell’anno scolastico: cfr. in termini TAR Sardegna 17.6.2002, n. 705), non può ritenersi che l’annotazione di cui si discute fosse estranea ai contenuti propri di quell’atto, assistiti dalla fede privilegiata dell’atto pubblico. Tale speciale efficacia probatoria riguarda, in effetti, non solo fatti compiuti dal pubblico ufficiale o avvenuti in sua presenza, ma anche dichiarazioni ricevute, quando di queste ultime si dia attestazione, nell’esercizio del potere di documentazione e nella contestualità della formazione dell’atto, a prescindere dall’intrinseca veridicità delle dichiarazioni stesse (giurisprudenza pacifica; cfr., fra le tante, Cass. Civ., sez. I, 17.12.1990, n. 11964; Cass. Civ., sez. II, 30.7.1998, n. 7500 e 30.5.1996, n. 5013). E’ dato di comune esperienza, inoltre, che la peculiare natura del registro di classe implica che siano nel medesimo registrate, come fatto storico e indipendentemente dalla relativa congruità, delle valutazioni espresse con voto numerico o in forma descrittiva di una condotta ritenuta disciplinarmente rilevante. Di quest’ultima natura era l’annotazione, di cui si discute nel caso di specie, avendo il professore riferito, nei termini dal medesimo percepiti, la circostanza segnalata dall’allievo. Le espressioni nella fattispecie utilizzate, in effetti, potevano apparire inadeguate, tenuto conto della peculiare situazione in cui il dirigente scolastico ed il consiglio di classe dovevano essere chiamati a formulare le proprie valutazioni, affinchè il responsabile potesse ben comprendere il significato del proprio gesto, con pieno e non traumatico ripristino di rapporti più corretti fra gli allievi.
L’annotazione di cui si discute, tuttavia, non era modificabile in via autoritativa ad opera di un soggetto terzo – ivi compreso il dirigente scolastico – non presente al momento del fatto stesso e all’atto della relativa registrazione. Quanto sopra induce a censurare l’intervento correttivo del dirigente scolastico, ma non esclude che il citato dirigente avesse comunque il potere-dovere di intervenire in una vicenda ritenuta tale da mettere in discussione la serenità dell’ambiente scolastico ed i rapporti con le famiglie: tale intervento, tuttavia, avrebbe potuto estrinsecarsi nell’avvio di un procedimento di verifica e riesame, al termine del quale fosse possibile evidenziare, con ulteriori annotazioni decise dal consiglio di classe, una diversa valutazione dell’episodio contestato, con soluzioni conclusive da adottare, anche nel pieno rispetto della sensibilità delle persone coinvolte e dell’autorevolezza del corpo insegnante.
In nessun caso, si conclude, secondo le norme vigenti, poteva ipotizzarsi un diretto intervento correttivo del dirigente scolastico sul registro di classe.
Pubblicato su “Il Sole 24 Ore Scuola” n. 8 del 15 - 28 aprile 2011
ELIMINATI I CONSIGLI DI DISCIPLINA
Per effetto del decreto legislativo 150 del 2009 (c.d. riforma Brunetta) scompaiono i consigli di disciplina, organi collegiali provinciali o nazionali, chiamati ad esprimere il proprio parere sulla dichiarazione di proscioglimento da ogni addebito ovvero sull’inflizione della sanzione disciplinare nei confronti del personale della scuola.
Secondo la riforma, organo competente a condurre l’intero procedimento disciplinare relativo alle infrazioni di minore gravità, per le quali è prevista l'irrogazione di sanzioni superiori al rimprovero verbale ed inferiori alla sospensione dal servizio con privazione della retribuzione per più di dieci giorni, diventa il dirigente scolastico, senza l’intervento di alcun collegio consultivo. Il dirigente, quando ha notizia di comportamenti punibili con taluna delle sanzioni disciplinari predette, senza indugio e comunque non oltre venti giorni contesta per iscritto l'addebito al dipendente medesimo e lo convoca per il contraddittorio a sua difesa, con l'eventuale assistenza di un procuratore ovvero di un rappresentante dell'associazione sindacale, con un preavviso di almeno dieci giorni. Entro il termine fissato, il dipendente convocato, se non intende presentarsi, può inviare una memoria scritta. Il dirigente scolastico conclude il procedimento, con l'atto di archiviazione o di irrogazione della sanzione, entro sessanta giorni dalla contestazione dell'addebito.
Solo se la sanzione da applicare è più grave di quelle riferite, il dirigente trasmette gli atti, entro cinque giorni dalla notizia del fatto, all'ufficio provinciale competente per i procedimenti disciplinari, individuato presso l’Amministrazione Scolastica. Il predetto ufficio contesta l'addebito al dipendente, lo convoca per il contraddittorio a sua difesa, istruisce e conclude il procedimento. La decorrenza del termine per la conclusione del procedimento resta comunque fissata alla data di prima acquisizione della notizia dell'infrazione, anche se avvenuta da parte del dirigente. La violazione dei termini di cui al presente comma comporta, per l'amministrazione, la decadenza dall'azione disciplinare ovvero, per il dipendente, dall'esercizio del diritto di difesa.
In passato, prima dell’intervento in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazione del Ministro Brunetta, il dirigente scolastico era competente per la sola irrogazione della censura.
L’avvertimento scritto rientrava invece nelle attribuzioni del provveditore, e per le sanzioni più gravi, l’irrogazione spettava al dirigente dell'ufficio scolastico regionale – subentrato al provveditore e al Ministro per effetto della riforma del 2007. Tuttavia, per le sanzioni superiori alla censura, gli uffici scolastici provinciali e regionali di spettanza, nell’espletamento della proceduta inerente all’irrogazione delle sanzioni, erano coadiuvati dai consigli di disciplina, organi collegiali consultivi. Si distinguevano il consiglio di disciplina del consiglio scolastico provinciale – presieduto dal provveditore; e il consiglio di disciplina del consiglio nazionale della pubblica istruzione – presieduto da un membro eletto tra i propri membri dal medesimo consiglio, a seconda che si trattasse di personale docente della scuola materna, elementare e media, ovvero, di personale direttivo degli istituti di ogni rodine e grado, del personale docente degli istituti e scuole di istruzione secondaria.
Innanzi al consiglio di disciplina competente, l’impiegato aveva facoltà di svolgere oralmente la propria difesa. Il consiglio deliberava a maggioranza, con voto segreto, e decideva che nessun addebito potesse essere mosso all’impiegato; ovvero che gli addebiti fossero in tutto o in parte sussistenti, proponendo la sanzione da applicare. L’organo competente all’irrogazione della sanzione provvedeva quindi a dichiarare prosciolto l’impiegato da ogni addebito, o ad infliggere la sanzione in conformità alla deliberazione del collegio di disciplina, salvo che non ritenesse di disporre in modo più favorevole all’impiegato.
Pubblicato su “ Il Sole 24 Ore Scuola” n. 22 del 18 dic. 2009 – 7 gen. 2010
PROFESSORI PUNIBILI SE SBAGLIANO
(Limiti della difesa tecnica)

References: sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.