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Timestamp: 2018-09-24 15:17:26+00:00

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Cassazione sentenza n. 18553 del 29 ottobre 2012 - Contratto di formazione e lavoro - Inadempimento degli obblighi di formazione - Studio Cerbone
Cassazione sentenza n. 18553 del 29 ottobre 2012 – Contratto di formazione e lavoro – Inadempimento degli obblighi di formazione
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Corte di Cassazione sentenza n. 18553 del 29 ottobre 2012
LAVORO – LAVORO SUBORDINATO – CONTRATTO DI FORMAZIONE E LAVORO – INADEMPIMENTO RILEVANTE DEGLI OBBLIGHI DI FORMAZIONE – TRASFORMAZIONE IN CONTRATTO A TEMPO INDETERMINATO – VALUTAZIONE DELLA RILEVANZA DELL’INADEMPIMENTO – CRITERI
In tema di contratto di formazione e lavoro, l’inadempimento degli obblighi di formazione determina la trasformazione fin dall’inizio del rapporto in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, qualora l’inadempimento abbia un’obiettiva rilevanza, concretizzandosi nella totale mancanza di formazione, teorica e pratica, ovvero in una attività formativa carente o inadeguata rispetto agli obiettivi indicati nel progetto di formazione e quindi trasfusi nel contratto. In questa seconda ipotesi, il giudice deve valutare in base ai principi generali la gravità dell’inadempimento, giungendo alla declaratoria di trasformazione del rapporto in tutti i casi di inosservanza degli obblighi di formazione di non scarsa importanza.
La Corte di appello di Roma, confermando la sentenza di primo grado, accoglieva la domanda di G. M., proposta nei confronti della società T., avente ad oggetto la declaratoria della sussistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato sin dall’assunzione, avvenuta nel marzo del 2000, con contratto di formazione lavoro e tanto per difetto di formazione con conseguente condanna del datore di lavoro al pagamento delle relative differenze retributive. La predetta Corte, inoltre, rigettava la domanda riconvenzionale, avanzata dalla società, volta ad ottenere la declaratoria dell’obbligo del G. ad osservare un orario di lavoro di 39 ore settimanali in luogo delle 37 ore prestate con condanna del lavoratore restituire quanto indebitamente percepito a titolo di lavoro straordinario.
Respingeva, infine, la Corte territoriale, la domanda riconvenzionale di restituzione delle somme corrisposte in più per effetto della nullità del contratto aziendale sull’orario di lavoro (37 anziché 38) trovando piena applicazione il principio dell’irrepetibilità di cui all’art. 2126 c.c. Né, per la Corte distrettuale, le conclusioni di primo grado erano riferibili anche alla prestazione futura essendo funzionale l’accertamento richiesto alla domanda riconvenzionale.
Con il primo motivo la società, deducendo violazione dell’art. 12 disp. gen. in relazione all’art. 3 del Dl n.726 del 1984 convertito nella Legge n. 863 del 1984, critica la sentenza impugnata per non aver tenuto della ratio legis in base alla quale il contratto di formazione lavoro, non mira tanto a fornire ai giovani una formazione, quanto a favorire la costituzione di rapporti di lavoro, come dimostrato anche dal D.Lgs. n. 276 del 2003 dove è stato previsto, appunto, il contratto d’inserimento.
La Cassazione ha, infatti, ripetutamente affermato che in tema di contratto di formazione e lavoro, l’inadempimento degli obblighi di formazione determina la trasformazione, fin dall’inizio, del rapporto in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, qualora l’inadempimento abbia un’obiettiva rilevanza, concretizzandosi nella totale mancanza di formazione, teorica e pratica, ovvero in una attività formativa carente o inadeguata rispetto agli obiettivi indicati nel progetto di formazione e quindi trasfusi nel contratto. In questa seconda ipotesi il giudice deve valutare in base ai principi generali la gravità dell’inadempimento, giungendo alla declaratoria di trasformazione del rapporto (V. per tutte Cass. 1 febbraio 2006 n. 2247, Cass. 7 agosto 2004 n. 15308; Cass. 4 ottobre 2004 n. 19846).
Né può indurre a diverse conclusioni il richiamo al contratto d’inserimento – di cui alla legge D.Lgs. n. 276 del 2003 – riguardando la presente fattispecie un contratto del tutto diverso al quale il richiamato D.Lgs. ha assegnato ratione temporis una differente funzione economico-sociale.
Con la seconda censura la società ricorrente, denunciando violazione degli artt. 1321, 1362 e segg. ce in relazione all’accordo aziendale 11 luglio 2000 ed al verbale di accordo 24 marzo 2005, prospetta che la Corte del merito ha erroneamente ritenuto, quanto alla spettanza dell’ERS -elemento di riordino del sistema retributivo -, che l’accordo d’interpretazione autentica del 24 marzo 2005 – in base al quale veniva esclusa la corresponsione di detto ERS a coloro i quali, come il G., al momento della stipula del precedente accordo del 2000 non erano lavoratori subordinati a tempo indeterminato – aveva natura innovativa.
Avuto riguardo al caso di specie non ritiene il Collegio che la volontà di limitare la corresponsione dell’ERS solo ai lavoratori che al marzo del 2000 fossero formalmente dipendenti a tempo indeterminato con esclusione di coloro i quali fossero tali per effetto di successivo riconoscimento giudiziale, sia desumibile dall’accordo del 2000 non essendovi alcuna clausola contrattuale che legittima una siffatta ricostruzione della volontà delle parti. Né la società ricorrente la indica, limitandosi a tal fine a prospettare le ragioni storiche che indussero le parti alla previsione dell’ERS. Tanto, tuttavia, non è sufficiente atteso che la volontà esplicitata nell’intesa del 2005 non trova alcun riscontro né nella specifica previsione, nell’accordo del 2000, dell’ambito di applicazione del contratto – dove si fa riferimento al “personale in forza a tempo indeterminato alla data di stipula del presente accordo” – né in altre clausole collettive.
Con la terza critica la società, allegando violazione del CCNL 23 luglio 1976, dell’accordo collettivo 12 luglio del 1985 e dell’art. 2126, secondo comma, cc, assume che stante la nullità, ex sentenza n. 12661 del 2004 di questa Corte, della contrattazione aziendale (accordo 18 luglio 1983) – la quale aveva previsto una riduzione dell’orario di lavoro da 39 ore settimanali a 37 ore – erroneamente la Corte del merito, ha ritenuto, facendo applicazione dell’art. 2126 c.c., e l’irripetibilità, di quanto corrisposto al G. per lavoro straordinario per le ore lavorate tra la 37 e la 39, e l’infondatezza della declaratoria dell’obbligo di prestare per il futuro attività lavorativa per 39 ore.
Non è condivisibile, innanzitutto, che l’art. 2126 c.c. è riferibile alla sola retribuzione ordinaria e non anche quella corrisposta per lavoro straordinario.
Infatti, per conforme giurisprudenza della Cassazione deve ritenersi che l’interpretazione della domanda e l’apprezzamento della sua ampiezza, oltre che del suo contenuto, costituiscono, anche nel giudizio di appello, ai fini della individuazione del devolutum, un tipico apprezzamento di fatto riservato al giudice del merito, e, pertanto, insindacabile in sede di legittimità, se non sotto il profilo dell’esistenza, sufficienza e logicità della motivazione (Cfr. Cass. 6 ottobre 2005 n. 19475 e Cass. 6 febbraio 2006 n. 2467, nonché in particolare Cass. 12 ottobre 1998 n. 10101 – seguita da Cass. 25 settembre 2002 n. 13945 – la quale ha precisato che il sindacato su tale operazione interpretativa, in quanto non riferibile ad un vizio in procedendo, è consentito alla Corte di cassazione nei limiti istituzionali del giudizio di legittimità).

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