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Timestamp: 2017-01-24 07:08:42+00:00

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⭐CAMICI O PIGIAMI: L ASSISTENZA A DOMICILIO IN ITALIA
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1 CAMICI O PIGIAMI: L ASSISTENZA A DOMICILIO IN ITALIA Giovedì 26 agosto ore: Partecipano Sandro De Poli, Presidente GE Healthcare Italia, Carlo Lucchina, Direttore Generale Sanità Regione Lombardia, Luca Munari, Direttore Generale Sapio Life, Marina Panfilo, Public Affairs & Regional Access Director Pfizer Italia, Luciano Riboldi, Presidente Fondazione Maddalena Grassi Modera Marco Bregni, Presidente Associazione Medicina e Persona. MARCO BREGNI: Buongiorno a tutti. Benvenuti all incontro di Medicina e Persona sull assistenza domiciliare. Iniziamo subito, perché l incontro è molto nutrito, abbiamo tanti relatori e abbiamo tante cose da dire. Allora, il desiderio di grandi cose, il cuore, incide inevitabilmente sulla professione medica sia nel prendere in considerazione il bisogno del malato, sia nel cercare di tentare di rispondergli. Ma oggi la situazione sanitaria è profondamente cambiata rispetto anche solo a 20, 30 anni fa. Perché? Perché è aumentata l età media della popolazione, perché è aumentata la prevalenza di persone che hanno più malattie contemporaneamente, le cosiddette pluripatologie, ed è cresciuto il bisogno di assistenza di pazienti che vivono con malattie croniche o con esiti di malattie acute. Di fronte a questa situazione il sistema sanitario, che è fondato prevalentemente sull ospedale e sull assistenza degli adulti, mostra degli evidenti problemi. C è bisogno di assistere in modo integrato il paziente nel modo più naturale, cioè a casa propria, senza per questo rinunciare alla tecnologia e a tutti i vantaggi che ci può dare. Questa è una sfida che coinvolge tutta la popolazione, i pazienti stessi, le famiglie che spesso portano un carico molto elevato, gli operatori sanitari, le organizzazioni che operano sul territorio, l industria, gli enti regolatori e di governo. Per questo abbiamo riunito oggi alcuni dei soggetti che questa sfida l hanno accolta e ve li presentiamo. Luciano Riboldi, Presidente della Fondazione Maddalena Grassi, Alessandro De Poli, Presidente della GE Healthcare Italia, Luca Munari, Direttore di Sapio BioLife, Marina Panfilo, Direttore dei Public Affairs di Pfizer, Carlo Lucchina, Direttore Generale dell Assessorato alla Sanità della Regione Lombardiae poi, come special guest, non previsto dal programma, ma non per questo meno desiderato, il dottor Mario Melazzini, Direttore Scientifico del Centro Clinico NeMo. Allora, la domanda che facciamo ai nostri ospiti è: condividete questa lettura del bisogno? E che cosa state facendo per rispondervi? Chiedo a tutti i relatori, visto che siamo tanti e il tempo è poco, 12 di cercare di limitare questo primo intervento, dieci minuti, in modo tale da cercare poi di fare un secondo giro di interventi. Prego dottor Riboldi. LUCIANO RIBOLDI: Grazie. Non posso però non rubare un secondo per ringraziare il Presidente di Medicina e Persona che ha invitato la Fondazione Maddalena Grassi a presentare qui la propria esperienza. Devo dire che è una certa pressione perché la nostra realtà non ha certo livelli e mezzi delle aziende, delle istituzioni che qui sono rappresentate, ma mi conforta nell intervenire quanto mi diceva un carissimo amico monaco benedettino del Convento della Cascinazza, vicino a Milano, che l altro giorno incontrandomi mi diceva: Voi della Fondazione Maddalena Grassi fate una cosa grande. Non dovete avere il problema di fare grandi realizzazioni, ma piuttosto di essere, indicare per tutti, con quello che fate, un punto di speranza. Poi dopo sarà quel che Dio vorrà, e questo mi dà certezza e sicurezza nel pensare che forse anche la nostra realtà, pur piccola, può dare un contributo significativo di idee, di esperienze, quindi di possibili sviluppi e proposte a chi molto più grande di noi su questo tema è fortemente impegnato. Vorrei farlo dando tre spunti: primo, dire come è nata la nostra esperienza perché mi sembra interessante e significativo come termine di paragone; secondo, quello che facciamo; terzo, qualche considerazione che ne deriva da quel che facciamo. Come siamo nati? La Fondazione Maddalena Grassi già da vent anni ormai fa assistenza domiciliare. Ha cominciato in tempi in cui forse di assistenza domiciliare non si parlava quanto se ne parla oggi, era forse un attività molto residuale e solo qualcuno se ne occupava. La cosa interessante è che questa esperienza non è nata perché c erano competenze professionali particolari o perché si è fatta un analisi di bisogni e risorse. Ė nata piuttosto da una domanda. Devo spiegarvi cosa voglio dire, ma per questo non posso non citare carissimi amici, Marco Botturi, Maurizio Marzegalli, Alessandro Pirola con cui da vent anni condivido questa esperienza. Ė un esperienza abbastanza longeva anche di gestione comune perché è dalla stretta unità e condivisione di tutto quanto in questi anni si è fatto, che questa esperienza ha potuto crescere. In effetti tutti lavoravamo in campi specifici, ciascuno con responsabilità di un certo rilievo nel sistema sanitario lombardo, non avevamo bisogno di fare un altro lavoro, e probabilmente non c è n era neanche il tempo, però tutti avevamo una domanda, una domanda sostanziale, che non poteva non avere una risposta; una domanda che ci nasceva dal rapporto, dal contesto del rapporto di cura con i nostri pazienti. La domanda non era una domanda di quantità, di estensione, di voler fare tutto per tutti, quanto una domanda più di profondità sul senso di quel che facevamo. Forse si può riassumere con l esperienza che ci ha raccontato un nostro carissimo amico: ad un certo momento avendo avuto una persona molto cara curata in un grande ospedale milanese, ad un certo punto si è sentito dire Abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Punto. È chiaro che questa risposta non ha senso, letteralmente, perché non dai senso, non dà la possibilità di vivere in quel 23 momento la situazione in cui quella persona malata si trova, quindi, un medico non può fermarsi a questo punto e non può per questo trincerarsi dietro problematiche scientifiche, tecniche, operative, o come si fa da un po di tempo a questa parte, i budget, il conto economico. C è un problema; a questo punto bisogna dare una risposta. La nostra professione di che cosa è professione? Che cosa succede nel rapporto che si istaura con la persona malata? C è qualcosa di più che deve nascere da questo rapporto, un esperienza umana che fonda una speranza, altrimenti anche scienza, tecnica e professione non hanno esaurito il loro compito. Questa era la domanda che avevamo, che ci si poneva di fronte ai pazienti, che quando avevamo fatto tutto quello che si poteva fare in ospedale erano ancora lì, avevano ancora bisogno e si rivolgevano ancora a noi, quindi bisognava poter continuare questa strada insieme. Ma come sempre, siccome il modo migliore per trovare risposte a queste domande di sostanza è quello di condividerle, ci siamo trovati insieme a cercare una risposta. Questa è stata l origine della Fondazione Maddalena Grassi e continua a essere la fonte di energia che le permette di andare avanti e di crescere ogni giorno. Questa domanda continuamente rinnovata, condivisa. In effetti, la realtà che ci si pone davanti tutti i giorni ci costringe a conoscere, ad imparare a conoscere, bisogni sempre nuovi o meglio, forme sempre nuove del bisogno di sempre che è quello della salute, cioè della vita. E per questo motivo, competenza professionale, capacità gestionale, organizzazione, si piegano, si devono piegare ogni giorno a ciò che la realtà ci pone davanti come problema. E siccome questa è l energia che muove la realtà della Fondazione, forse si può dire non tanto che è nata un opera sanitaria, ed è un opera sanitaria, quanto che è nata un amicizia all opera in campo sanitario. Siccome l amicizia ha una forza che non è sua, ma è più grande, chissà, dove ci potrà portare. Quel che noi facciamo oggi, come dicevo, nasce vent anni fa; abbiamo incominciato vent anni fa ad assistere persone a domicilio, persone affette da AIDS in un epoca in cui le cure non erano di fatto efficaci, la sopravivenza molto breve, le condizioni di questi malati molto gravi. Ma il problema che abbiamo incontrato è che queste persone spesso non avevano neanche il domicilio presso cui potevano essere curate, finivano quindi sempre negli ospedali, ma ancora di più quando hanno incominciato ad esserci delle cure più efficaci come, oggi in effetti abbiamo, in realtà queste persone non erano in grado di poterle seguire, stante anche la loro certa complessità nella assunzione e nelle conseguenze che possono portare, per cui (se si può vedere la prima diapositiva) dall esperienza dell assistenza a domicilio a queste persone è nata l esigenza (ed è stata possibile con l aiuto di molti) di creare contesti che potessero per loro diventare domicilio, non tanto per fare un opera sociale nei loro confronti, ma per poterli curare secondo il bisogno di cura che realmente avevano. E quindi siamo riusciti a realizzare, nel tempo, tre case di accoglienza per questi ammalati, con dieci posti letto ciascuna, una a Seveso, due a Concorezzo, che ospitano dieci malati ciascuna, con due centri diurni. Ora queste persone hanno cure gratuite, hanno migliorato le loro condizioni di vita e di sopravvivenza, hanno ritrovato in molti casi il rapporto con la famiglia, in alcuni casi anche una capacità di lavoro, hanno radicalmente ridotto la necessità di 34 essere ricoverati in ospedale, quindi il costo delle cure ha un riscontro obbiettivo. Ugualmente alcuni anni dopo abbiamo incominciato a seguire al domicilio persone con malattie tumorali, malati oncologici. Anche in questo caso, ci siamo subito resi conto, anni fa che avevano bisogno probabilmente di cure che non potevano essere date nella loro casa, ma non avevano di per sé bisogno di essere assistiti in una struttura ospedaliera. Per questo abbiamo collaborato ad immaginare, a realizzare, e ancora oggi collaboriamo, a gestire due ospice nella città di Milano, all interno di una realtà pubblica di assistenza, l Ospedale Sacco, l Ospedale Fatebenefratelli, con la collaborazione della clinica Columbus, realizzando in questo modo, tra l altro, un modello molto interessante di sinergia tra istituzioni di diritto pubblico e istituzioni di diritto privato, con un unico obiettivo, quello di assicurare una continuità di cura per cui queste persone potessero continuamente essere curate da coloro che le avevano prese in carico fin dall esordio della malattia e non trovare, quindi, nel tempo una continua necessità di dover ricominciare da capo quello che è la sostanza del rapporto di cura, cioè la fiducia e la simpatia reciproca. Ma ancora più di recente abbiamo iniziato a seguire al loro domicilio persone con malattie croniche, soprattutto in campo neurologico, malattie cronico - degenerative, sclerosi laterale amiotrofica, sclerosi multipla, stati vegetativi, eccetera. Situazioni molto complesse, come molti di noi ben sanno, e anche in questo caso, molto spesso, hanno bisogno di situazioni intermedie di cura nell ospedale. Anche qui, grazie all aiuto di molti è stato possibile realizzare, in questo caso a Vigevano, una cosiddetta residenza sanitaria per disabili che abbiamo cercato di orientare molto decisamente a un livello sanitario, e in questa sede, che ha diciotto posti letto, vengono seguiti attualmente sette/otto persone in stato vegetativo, alcuni con sclerosi multipla o con malattie di questo tipo. Mi piace, scusi se rubo un secondo, presidente, ricordare che questa struttura è dedicata a un nostro carissimo amico e collega, Marco Teggia, che molti di voi hanno conosciuto, del quale ricorre quest anno proprio il decimo anniversario della scomparsa prematura. Era un collega molto stimato, molto stimato a livello regionale, era Direttore Generale di Agenda Sanitaria e molto stimato anche qui tra noi al Meeting, dove tutti gli anni per sua scelta veniva a fare quello che oggi si chiama l operatore ecologico, cioè raccoglieva i rifiuti. In questa struttura, dicevo, seguiamo questo tipo di malati e, naturalmente, tutte queste realtà sono fatte e gestite secondo le regole, i parametri e le indicazioni amministrative che il nostro ente controllore, la Regione, ci impone. In questa stessa struttura abbiamo anche una realtà di assistenza per malati psichiatrici, una residenza per venti persone, un centro diurno per venti persone e, di recente, da un anno e mezzo circa, anche quella che viene detta la residenzialità leggera, cioè situazioni di assistenza offerte a persone che, avendo fatto un percorso riabilitativo efficace, hanno ritrovato un certo grado di autonomia personale e, quindi, hanno solo bisogno di un sostegno, di un accompagnamento più leggero, appunto, a un reinserimento progressivo dentro la vita normale. Questo sempre secondo un criterio di continuità e completezza di cure offerte alle persone. Ma, siccome parliamo di assistenza domiciliare, è giusto dire che anche l assistenza domiciliare ha subito in questi anni 45 grandi cambiamenti anche dal nostro punto di vista. Oggi è necessario offrire un assistenza molto spesso fortemente orientata in senso specialistico che può, e in qualche caso deve, avvalersi di supporti tecnologici importanti. Deve essere di qualità. Quello che noi oggi facciamo è riassunto in questa tabellina: assistiamo nell area milanese e nell hinterland circa 2500 persone nell arco di un anno, di cui circa il 15% con assistenza molto mirata, come vedete, cioè molto specialistica. Questo vuol dire un totale di accessi al domicilio delle persone di circa all anno. Tradotto in numeri di persone vuol dire che abbiamo in carico 700 persone ogni mese o, forse più chiaramente ancora, circa 400 persone tutti i giorni, cioè un ospedale, credo, di medie dimensioni con la differenza, però, che è diffuso su un territorio molto esteso. Queste persone vengono assistite e, in più del 50% dei casi, si raggiunge l obiettivo che quell assistenza si era prefissa. Vengono tenute in carico, in molti casi, la maggior parte dei casi, per meno di tre mesi, ma c è un 20% di questi pazienti che rimangono in carico anche per più di un anno. Bene, nel 50% e oltre dei casi, gli obiettivi di assistenza sono raggiunti, in certo numero non indifferente il 30%; in realtà è il decesso che interrompe l attività, ma, come sappiamo, molto spesso sono persone molto anziane con pluripatologie. Ma l altro dato che mi sembrava interessante dire è che meno del 5%, cioè il 4%, va incontro a ricoveri in strutture, RSA in qualche caso, ospedali in altro caso. E molto interessante da questo punto di vista il dato che ci viene, dicevo prima, dai malati con patologie neurologiche: ne abbiamo assistiti circa 2000 nell arco di questi quattro/cinque anni, ugualmente distinti tra maschi e femmine, e i dati che andremo a pubblicare tra breve su una rivista scientifica, specialistica nell area medica, ci permettono di dire (non è possibile naturalmente qui presentarli) che l assistenza domiciliare per questi pazienti è una modalità di assistenza sicura e praticabile, consente di erogare al domicilio un assistenza specialistica che è in grado di ridurre il ricorso all ospedalizzazione. Si è rivelata utile al medico di medicina generale per realizzare efficaci interventi nel territorio e al medico specialista neurologo per raggiungere un soddisfacente livello di continuità terapeutica. Per dare solo un dato, vi dico che la frequenza al ricorso alla guardia medica per urgenze, in questi casi, si è verificata, ricordo su circa 2000 persone seguite, in 32 casi, cioè l 1,7%, e la necessità di ricorrere a un ricovero ospedaliero in urgenza si è verificata in 91 pazienti, cioè il 4,8%. Cioè, complessivamente, 123 pazienti, circa il 6% ha avuto bisogno di un intervento urgente. In tutti gli altri casi, invece, l assistenza garantita dal domicilio è stata in grado di affrontare tutte le problematiche che via via si presentavano per queste persone, ma anche in questi 123, in 88, cioè il 70% e più, in realtà il motivo del ricovero in urgenza era dovuto ad altre problematiche intercorrenti non legate alla patologia di cui erano affetti. Ancora interessante a questo riguardo si è rilevata la possibilità di una forte collaborazione attraverso un processo educazionale molto curato, soprattutto dal personale infermieristico, con la rete famigliare di sostegno: abbiamo potuto verificare che, laddove questo si è realizzato in modo adeguato e soddisfacente, soprattutto nelle assistenze in lungo periodo, è stato in grado di ridurre di molto anche la necessità poi di accessi di personale specializzato. Concludo allora dando un altro 56 elemento che secondo noi è rilevantissimo in questa attività ed è il problema formativo. Noi abbiamo sperimentato, l avevamo immaginato da subito ma l esperienza che abbiamo fatto ce l ha chiaramente documentato, che l attività di assistenza al domicilio è affatto diversa da quella che è l assistenza e la cura in ambito ospedaliero: è un altra cosa, quindi il personale che vi si dedica ha bisogno di educazione, di formazione mirata, specifica. Per cui da subito ci siamo interessati e dedicati a questo aspetto che sentivamo assolutamente necessario, vitale per il nostro lavoro. Abbiamo, in questo modo, dato vita a iniziative che qui vedete riassunte molto sinteticamente di formazioni pubbliche, quindi non solo per i nostri operatori, ma offerte a tutti; ma soprattutto abbiamo interpellato l università, la Facoltà di Medicina di Milano in particolare, che, devo dire, ha dato subito disponibilità e consenso alle nostre esigenze, con la quale è stato possibile organizzare prima un corso di perfezionamento per tre anni consecutivi e, successivamente, un master per tutte le lauree sanitarie in assistenza domiciliare. Quest anno stiamo vivendo la seconda edizione di questo master. Abbiamo constatato che l università, ma l ha riconosciuto essa stessa nel corso di un convegno che abbiamo tenuto l anno scorso con tutte le istituzioni, Regione, Comune, Università, ordini professionali, ha riconosciuto essa stessa di non essere ancora adeguata a questo compito, ma fortunatamente abbiamo condiviso il giudizio che solo da una sinergia reale tra realtà operative sul territorio e realtà dedicate alla formazione, sarà possibile costruire un sistema anche adeguato di preparazione del personale. Grazie. MARCO BREGNI: Grazie. L esperienza della Fondazione Maddalena Grassi è effettivamente un paradigma per quello che stanno realizzando e per i motivi per cui lo stanno realizzando che il dottor Riboldi ha esposto. Direi di passare subito alla presentazione del dottor De Poli di GE Healthcare Italia. SANDRO DE POLI: Grazie Marco. Ringrazio l organizzazione del Meeting per darci l opportunità di condividere la posizione dell industria, un industria di tecnologia. Rappresento una delle industrie che da molti anni, da più di un secolo, operano nel campo delle tecnologie ospedaliere, delle alte tecnologie ospedaliere, e forse può sembrare strano vedere il rappresentate di un azienda con questo background venire a parlare di cosa la tecnologia può fare a supporto di quello che è un trend che, fortunatamente, stiamo vedendo svilupparsi sempre di più. La qualità delle cure aumenta, la vita media della popolazione si allunga. Questo porta a delle sfide che sono fondamentalmente delle sfide di carattere economico che richiedono un cambiamento del modello di funzionamento. Per cui, il nostro compito è quello di capire quali sono le necessità che vengono dalla società, dai decisori politici e cercare di portare soluzioni che possano aiutare, in quelle che sono le strategie da implementare negli anni a venire. Il vantaggio che noi abbiamo è di avere un osservatore mondiale, essendo una grossa multinazionale nel settore, e per cui possiamo portare, avere 67 accesso all esperienza in diversi paesi nel mondo, però dove stiamo vedendo in tutti questi paesi lo stesso fenomeno: stiamo vedendo un sistema sanitario che si sta trasformando da un sistema sanitario, passatemi il termine, ospedalocentrico verso un sistema sanitario che veda molto di più il paziente al centro della sua attenzione in tutte le sue declinazioni, senza necessariamente che il paziente debba essere residente nella struttura ospedaliera. Questo per un motivo molto semplice, un motivo molto semplice che il cambiamento dello scenario che è avvenuto in questi ultimi anni spinge alla necessità di contenere i costi. Vedremo la diapositiva successiva, quello che l OCSE vede come trend negli anni a venire dal punto di vista della curva demografica della popolazione, e questo fa capire che la sanità può solo aumentare i costi rimanendo sullo stesso modello di funzionamento. L altro problema che si sta manifestando è quello legato all aumento delle malattie croniche, cioè molte malattie che fino a qualche anno fa presentavano un esito infausto in tempi piuttosto brevi, adesso si possono gestire in regime di cronicità su periodi molto estesi. Questo porta alla necessità di passare, di andare verso un modello che si sposti dall ospedale per acuti, dove il livello di specializzazione e dotazione tecnologica è molto alto, che è stato, fino a oggi, il settore cui abbiamo operato, ad andare verso strutture dove si gestisca una fase post acuta o, ancora meglio, la gestione della fase cronica al domicilio del paziente. Voglio condividere con voi questa diapositiva molto complicata, ma ha due dati: l invecchiamento della comunità europea, nel 1980: il 10% della popolazione era sopra i 65 anni di età, nel 2050 è previsto che diventi 33%; questo avrà un impatto sulla spesa sanitaria assolutamente importante. La forte spinta, poi, di questo, collegata a questo profilo di invecchiamento della popolazione. Ci sarà una fortissima componente di patologie croniche e infatti la percentuale di spesa effettuata su patologie croniche già oggi è molto significativa. Il pensiero è che con un sistema diverso che preveda strutture di supporto meno costose e, possibilmente, a domicilio del paziente si possano riscontrare delle economie significative. Il concetto allora: abbiamo articolato negli ultimi 18 mesi una strategia home-care per la gestione a domicilio, dove abbiamo cominciato a sviluppare tecnologie che possano essere utilizzate al di fuori dell ospedale e che permettano, però, un collegamento diretto con i clinici che sono sia sul territorio che sull ospedale. Abbiamo realizzato apparecchiature, da apparecchiature di monitoraggio (vedete qui a destra un apparecchiatura di home monitoring realizzata da un azienda con la quale abbiamo appena annunciato un accordo di collaborazione, con la realizzazione di una joint venture con Intel, per cui GE Healthcare stanno realizzando una joint venture per costruire apparecchiature di quel tipo per il monitoraggio a casa del paziente), apparecchiature diagnostiche anche a ultrasuoni, come vedete a sinistra una macchina grossa come un palmare, come un telefono palmare che si può utilizzare in maniera remota, a casa del paziente, spedire le immagini in ospedale per un consulto, un elettrocardiografo portatile a batteria Cioè oggi esiste una tecnologia che permette di far queste cose. Noi stiamo focalizzando l attenzione per sviluppare questa tecnologia in modo tale che queste tecnologie siano accessibili, costino poco, possano essere diffuse sul territorio all interno dei sistemi sanitari e 78 possano fornire quell aiuto a istituzioni come la Fondazione Maddalena Grassi per poter gestire ancora meglio le prestazioni che forniscono. Questo perché? Perché all interno, in questo discorso la tecnologia fine a se stessa non risolve il quesito operativo. Il quesito operativo è chi si posiziona in mezzo tra il paziente a casa ed eventualmente le struttura sanitaria di ultimo supporto che è l ospedale. Allora quello che noi abbiamo realizzato per il momento lo abbiamo realizzato solo in alcuni paesi dell Europa, tra cui l Inghilterra, implementato strutture dove abbiamo fatto un partenariato con associazioni, come l associazione Maddalena Grassi, che hanno creato un centro di ascolto che serve a ricevere le chiamate e si collega con il paziente a casa, e il centro di ascolto si collega giornalmente con il paziente per la valutazione dei parametri fisiologici dello stesso (hai preso o non hai preso la medicina) eventualmente il centro di ascolto coinvolge il medico di famiglia. Il medico di famiglia in questo contesto dovrà avere un ruolo più importante, sicuramente un ruolo più attivo nel seguire questi pazienti a casa e, eventualmente, se necessario, il centro di ascolto dovrà fare una escalation verso l ospedale e chiamare i servizi di emergenza come il 118 per poter trasportare il paziente in ospedale nei casi di necessità. Questo riteniamo che sia un modello assolutamente interessante e importante da implementare che potrà permettere di ridurre in maniera significativa il numero di ospedalizzazioni e, di conseguenza, come si può vedere su questa diapositiva, pensiamo che, tenendo i pazienti che non richiedano ospedalizzazione anche per prestazioni semplici, come un ecografia diagnostica o la rilevazione di un tracciato ECG, poterlo fare a casa possa permettere di contenere la spesa, aumentando la qualità della vita del paziente e riservare le prestazioni in regime ospedaliero solo ai pazienti in fase acuta che lo richiedano. Tutto questo lo stiamo facendo all interno di un iniziativa che GE ha lanciato 18 mesi fa, scusatemi la diapositiva in inglese, e questo può sembrare strano per un azienda ancora di tecnologia importante come quella che io rappresento, stiamo focalizzando l attenzione sull innovazione a costi contenuti perché ci rendiamo conto che la sanità nei prossimi 10, 20, 30 anni avrà bisogno di avere tecnologia più diffusa, più pervasiva, distribuita sul territorio, di conseguenza non sarà giustificabile avere tecnologie ad alto costo. Questo perché è importante l accesso della tecnologia a supporto di quello che abbiamo sentito prima dall oratore precedente per poter fornire migliori cure a costo più contenuto. Grazie. MARCO BREGNI: Grazie Sandro perché ci hai presentato i dati e perché ci hai presentato effettivamente quello che ci aspettiamo da un industria, cioè un apporto fattivo, di alta tecnologia e che sia a servizio delle persone. Introduco il dottor Luca Munari, direttore di Sapio Bio Life. Proseguiamo quindi con l industria e le sue possibilità. 89 LUCA MUNARI: Grazie. Ma io in effetti mi ricollego ampiamente all intervento precedente perché cercherò di far vedere come quella che è l esperienza di una delle imprese maggiori che fanno l impresa, quindi niente profit, che fanno servizi domiciliari, possa essere un fattore che contribuisce alla possibilità di trovare nel contesto sfidante che stiamo affrontando una condizione di rendere sostenibile l innovazione. Quindi parto anch io da alcune considerazioni che esaminano come è cambiato lo scenario; cioè stiamo prendendo in considerazione di cambiare un po il paradigma dell offerta, il modello dell offerta, perché infatti cambiano i bisogni, cioè noi ci stiamo confrontando con bisogni diversi che in passato. In particolare è molto difficile oggi fissare quando abbiamo studiato medicina un paradigma di affronto della malattia perché non affrontiamo più malattie ma malati, ed è questo sempre più vero in pratica, nel senso che è sempre più difficile fissare un modello adeguato di affronto di una malattia in termini di linee guida di processo. C è poi il problema della cronicità, appunto, che rende estremamente polimorfi gli stati clinici che noi affrontiamo, tant è che è necessario adeguare una cura che sia personalizzata e non più standardizzata, molto più difficile standardizzare l offerta. Ė necessario personalizzare i percorsi di cura, proprio perché dobbiamo adeguare, se vogliamo rendere sostenibili gli eventi, dobbiamo adeguare quello che noi formiamo, quello che noi siamo in grado di offrire al paziente a dei bisogni che sono estremamente variabili, estremamente complessi. Allora, anzitutto, quello che viene messo in crisi, abbiamo detto, è proprio il modello ospedaliero. Perché il modello ospedaliero viene messo in crisi? Mah, posso dire con una certa cognizione di causa che l ospedale ha come caratteristica quello di avere un ciclo breve di intervento; l ospedale prende in esame condizioni acute, è estremamente specializzato quanto più efficace, è specializzato nella sua attività ed ha una difficoltà a rendere flessibili le sue modalità operative, ha una struttura che è fatta in un certo modo, se vogliamo ha un modello industriale da un certo punto di vista. Inoltre ha un elevato contenuto tecnologico. Ė dove si concentrano oggi le tecnologie. Ė l elemento chiave del sistema dove sono concentrate le tecnologie ed è caratterizzato da un alta intensità di cura, quindi costa. Quindi se l ospedale tende a rispondere in una maniera sostanzialmente sempre uguale ai bisogni differenziati c è qualcosa che non va bene e allora abbiamo bisogno di un sistema di servizi che possa essere in qualche modo flessibile e che comprenda diversi attori, quindi oltre agli ospedali, i centri polifunzionali, gli specialisti sui territori, il day hospital, l assistenza domiciliare appunto, i medici di medicina generale e gli attori del territorio. Quindi al paziente come dare un sistema di servizi proprio perché i bisogni sono diversi? Ma quando parliamo di percorso di cure integrato di che cosa stiamo parlando? Parliamo del fatto che questi diversi soggetti, gli ospedali, strutture riabilitative, ambulatori, ecc. sono dei soggetti che hanno delle loro caratteristiche, delle loro specialità appunto, non tutti danno lo stesso livello di intensità di cura. Il livello di intensità è diverso lo sappiamo, è proprio quello di cui stiamo cercando di parlare ora. Se noi questi soggetti li colleghiamo allo stesso livello di assistenza, quindi 910 colleghiamo ospedali tra loro, colleghiamo strutture riabilitative, colleghiamo ambulatori e ne facciamo dei poliambulatori, otteniamo sicuramente un aumento della copertura, un aumento della specializzazione. Ma pensiamo all opportunità di integrare verticalmente questi livelli. E questa è la sfida, cioè la possibilità, allora primo messaggio: non basta più l attore unico, l ospedale, ma sono necessari più attori; secondo messaggio: è necessario che questi attori siano collegati fra loro in un percorso in modo tale che sia possibile guidare il paziente, guidare la risposta attraverso livelli diversi. Allora si che è possibile dare a ciascuno quello che gli serve; non a tutti la stessa cosa, e vorremmo una sanità per poter rispondere a questi bisogni diversi, una sanità che possa dare a ciascuno quello che gli è dovuto. Ora, perché il livello domiciliare? Se noi vediamo questa tabella, abbiamo cercato di rappresentare per livelli di intensità di costo, praticamente quello che può costare un trattamento di un paziente al mese, attraverso livelli di assistenza. Ad esempio il medico di medicina generale, i centri day hospital, quelli che abbiamo descritto prima, gli ospedali (il più costoso evidentemente è l ospedale universitario). Ecco vediamo dove si colloca l assistenza domiciliare: si colloca oggi su livelli, l assistenza domiciliare, che sono dell ordine inferiore ai 100 paziente al giorno, laddove abbiamo gli ospedali universitari dove un giorno di cura costa fino a Allora capiamo che l opportunità di integrare in un discorso diversi livelli di assistenza può consentire questo, cioè può rendere sostenibile un offerta differenziata in base al bisogno. E allora è chiaro quale è un po il ruolo dell impresa. Allora oggi sicuramente la cura domiciliare sulle strutture strategiche, l abbiamo già detto, ha una specifica indicazione nei pazienti con malattie croniche. L obiettivo, ovviamente di tutti perché l impresa partecipa alla costruzione del sistema, è quello di dare più qualità e condizioni sostenibili. Si richiedono evidentemente delle adeguate competenze professionali perché è un modo diverso di fare cura,come abbiamo visto prima, anche la nostra azienda sta sostenendo l attività di formazione di Maddalena Grassi perché è sicuramente un punto di riferimento perché il problema è dove andiamo a reperire le competenze, come vedremo dopo. Facciamo un esempio che è proprio un po dell esperienza di Sapio perché chiaramente è un azienda leader soprattutto nel settore della medicina respiratoria. Allora questo è un buon esempio che ci può far vedere quale può essere l impatto, di un buon sistema domiciliare, di un buon settore domiciliare, perché è necessario svilupparlo anche in termini di alternativa a quello che è il modello ospedaliero. Qui vediamo una cartina dell Italia, ovviamente i dati sono quelli disponibili del 2006, in cui a colore più scuro corrisponde una regione, in linea di massima sono dati molto macroscopici in cui è più rappresentata l assistenza domiciliare. Colore più chiaro dove lo è meno. Se noi stiamo parlando in questo caso dell assistenza domiciliare in generale, ma se noi andiamo a vedere il caso della BPCO, ossia delle malattie respiratorie croniche ostruttive, che è la quarta fonte di morte del nostro paese, vediamo che (ed è la cartina sotto) le dimensioni ospedaliere per la BPCO, vedete che i colori più scuri sono al sud, esattamente nelle regioni dove effettivamente è più chiara la parte legata all assistenza domiciliare. C è quasi, non è chiaramente 1011 sovrapponibile, ma c è quasi; vedete, pensate, per esempio, alla situazione Abruzzo - Molise che è esattamente invertita qui. Pensate al Friuli. Poi ci sono delle situazioni per esempio, altre regioni dove è abbastanza bilanciata la cosa; quindi abbiamo pochi ricoveri e anche buona assistenza domiciliare. Però vedete che questo è un esempio molto banale che fa vedere come effettivamente un buon sistema dello sviluppo domiciliare può essere un alternativa al ricovero. Allora andiamo a vedere come è possibile sviluppare questo. Quali sono le condizioni di sviluppo del settore. Anzitutto è un settore di cura differente, un settore di cura peculiare. Allora quali sono i buoni requisiti per l assistenza domiciliare, il sistema dove andiamo a reperire le risorse, le competenze l esperienza? Abbiamo parlato prima di competenze, le tecnologie, andiamo a prenderle negli ospedali, sicuramente gli ospedali portano competenze specialistiche, gli ospedali sono la sede principale delle competenze specialistiche. Ma nessuno vieta che non ci si possa collegare con queste competenze e non che necessariamente dagli ospedali debbano uscire queste competenze e andare sui territori se non in condizioni assolutamente particolari perché l ospedale non può farsi in due tra ospedale e territorio, allora è necessario un collegamento. Abbiamo parlato di integrazione fino adesso, andiamo a prenderlo nelle aziende sanitarie o andiamo a prenderlo, come si è detto prima, da chi è già sul campo, cioè prendere le competenze, le risorse, le esperienze, le tecnologie da chi è già sul campo e allora qui c è evidentemente un aspetto da guardare: che cosa è disponibile oggi nel sistema? Nel sistema oggi non c è soltanto l assistenza professionale, ma come è stato detto prima c è tutta una serie di servizi, di tecnologie, che possono essere erogate a domicilio e che ancora non sono uno standard come offerta unica e integrata per i bisogni del paziente, dimensionata al bisogno del paziente. Quali sono le criticità, perché questo non avviene? Non avviene perché oggi l assistenza domiciliare integrata, quella che chiamiamo assistenza domiciliare integrata, offre essenzialmente l assistenza professionale, cioè offre infermieri, offre i riabilitatori. Mentre le tecnologie e le prestazioni specialistiche necessarie alla presa in carico di bisogni complessi, il paziente che ha bisogno di più cose (lo vedremo nella prossima slide) sono reperite attraverso committenze diverse, sono reperite in modo sparpagliato nel sistema, distribuito nel sistema, perché queste prestazioni, per esempio il noleggio di un ventilatore, lo sa chi ha in casa un malato che ne ha bisogno, e l assistenza per esempio per l ossigeno-terapia domiciliare sono considerati delle forniture di beni e servizi, non dei servizi sanitari. In questi casi è evidente che l obbligo è quello di ricorrere a una procedura di gara a evidenza pubblica per l approvvigionamento di queste forniture, e quindi le società di servizi si trovano a essere fornitori di prestazioni, di tecnologie che non sono sanitarie perché sono beni e servizi, e in questi casi sceglie l ASL, non il cittadino, perché evidentemente se c è un appalto che decide, in cui si decide la fornitura per tutto un territorio, è un problema. Noi stiamo lavorando con queste regole, sicuramente bisognerà confrontarsi per capire se vanno ancora bene. La società incaricata risponde della fornitura, non della presa in carico del paziente, risponde del ventilatore che offre, risponde dell ossigeno-terapia, ma non della risposta 1112 complessiva al paziente; e la remunerazione è per volumi di attività: tante giornate di assistenza ventilatoria tante sono le giornate di assistenza con l ossigeno. Facciamo un esempio molto chiaro visto che qui abbiamo Mario Melazzini che conosce molto bene questa realtà. Pensiamo a un paziente molto complesso, perché nei pazienti in cui è relativamente semplice, monomorfo il tipo di assistenza che dobbiamo dare, il problema è più semplice. Qui abbiamo un paziente con sclerosi laterale amiotrofica che ha bisogno di tante cose: può avere bisogno di nutrizione, di ausili di base, di ausili complessi, per esempio i comunicatori, se non è in grado di comunicare, l assistenza specialistica, l ossigeno, la ventilazione. Ecco, quello che ho descritto prima è per farvi capire: queste realtà, queste forniture possono essere assegnate anche a soggetti tutti diversi, e allora, in questo caso l assistenza più che integrata è disintegrata. Come facciamo a integrare questa assistenza? E qui è un po il discorso che volevamo porre anche come responsabilità delle imprese per cercare di portare delle soluzioni innovative che possono essere anche sostenibili. Allora è chiaro che l impresa che oggi si confronta con una competizione che è basata esclusivamente o in gran parte su quello che è il prezzo per prestazione, perché fornisce beni e servizi e non prestazioni sanitarie o attività sanitarie, ha il problema, evidentemente, di dover contenere anche gli investimenti. L impresa potrebbe, l impresa ha una responsabilità sociale che si gioca non soltanto nel finanziare delle attività no-profit, ma la responsabilità sociale principale è quella di fare bene il suo mestiere, cioè quella di rendere disponibile il capitale privato, risorse private per uno sviluppo del sistema, per una creazione di valore, e su questo fare profitto, ma creando valore. Quindi la domanda è: è possibile essere riconosciuti come valore? È possibile pensare a una situazione in cui il finanziamento del settore è diverso? In cui abbiamo un finanziamento tariffario, per esempio, per le prestazioni domiciliari in base a dei requisiti qualitativi e di affidabilità stiamo parlando evidentemente su tutto il territorio nazionale e non solo su alcune regioni che sono particolarmente virtuose in questo senso pagare la presa in carico della patologia, non la fornitura del prodotto, e quindi potersi confrontare con un bisogno, e con la qualità della risposta a questo bisogno. Questa è un po la richiesta: dimensionare le effettive necessità assistenziali; quindi è una classe di gravità del paziente quello che è l intervento che l azienda fornisce. Responsabilizzare il provider. Quello che avviene nelle prestazioni sanitarie, nelle attività sanitarie: premiare l appropriatezza e consentire la valutazione dei risultati. Quindi quali sarebbero le condizioni di sviluppo? Naturalmente è una proposta anche provocatoria, ma questo è un po l ambito in cui si può confrontare, e concludo, un contratto unico di servizio potrebbe aiutare. Quindi per assistenza e tecnologia, in modo tale da mettere insieme l assistenza e le tecnologie, delle tariffe predeterminate secondo patologie e percorsi per chi è in sanità, il concetto DRG del territorio potrebbe essere un inizio di sviluppo del sistema, non a caso in un intervista del 30 Luglio il Governatore ne ha parlato, di DRG territoriale, come possibilità di 1213 presa in carico del paziente, non come somma di singole prestazioni erogate, ma anche un percorso regionale di accreditamento con cui misurarsi: Non sto dicendo che le aziende e le imprese private siano necessariamente pronte per fare questo, però è una sfida che possiamo raccogliere, perché se c è lo spazio per creare valore possiamo investire, portare delle risorse che non sono soltanto finanziare delle iniziative o dei progetti, quindi responsabilizzare le società di servizi e creare dei modelli e degli strumenti che siano anche di relazione professionale. Perché le competenze dobbiamo per forza andarle a prendere dalle professioni, non senza le professioni. È necessario anche per le aziende, per le imprese private, che sia ripensato un rapporto collaborativo e costruttivo con le professioni sanitarie, non soltanto parlando di budget operativi di promozione, ma parlando di investimento dell impresa nella ricerca e sviluppo. Però ci deve essere ancora una volta lo spazio per una creazione di valore, uno sviluppo di standard di servizio per patologia, il rapporto di continuità con le unità specialistiche e la responsabilità della pubblica amministrazione che non sia solo di procedimento ma che sia anche di scopo, cioè sia anche di vedere qual è il risultato che noi vogliamo garantire. E concludo, anche perché è un po il tema del Meeting, possiamo e vogliamo condividere un lavoro per cose grandi; perché dentro le imprese, si parla del profit, eccetera, ma ci sono persone che lavorano tutti i giorni e che non hanno solo degli obbiettivi, ma devono avere anche uno scopo, e devono sapere perché si lavora, qual è la finalità vera del lavoro che fanno. Per le cure domiciliari non mancano oggi i servizi, in sintesi, ma la loro integrazione, soprattutto tra assistenza e tecnologia. Questa integrazione non c è ancora, le società di servizi possono contribuire allo sviluppo del settore con investimenti e risorse e competenze, l orientamento chiede un assunzione di responsabilità verso il sistema, che ripeto, dobbiamo costruire, e una nuova capacità di dialogo con le istituzioni e le professioni. Grazie per l attenzione. MARCO BREGNI: Grazie Luca di questo inquadramento metodologico. Penso ci sono molte domande per il sistema, se poi il dottor Lucchina vorrà rispondere. Grazie anche per l esempio della BPCO che mi è sembrato particolarmente illuminante perché mi ha fatto vedere come effettivamente lo sviluppo del settore domiciliare diminuisce in modo proporzionale anche i ricoveri ospedalieri. Ne approfitto anche per dire che negli interventi è stato citato più volete il medico di medicina generale, che noi non abbiamo a questo tavolo ma non per altro, perché se no diventava un tavolo di dodici persone, per cui effettivamente il medico di medicina generale è un attore fondamentale in questo processo. Bene, dottoressa Panfilo, Pfizer, altra industria, altra esperienza, grazie. MARINA PANFILO: Buongiorno a tutti. Ė un piacere essere al Meeting, ormai per il terzo anno consecutivo. Il titolo del convegno di oggi mi dà la possibilità di parlare di un esperienza personale che ho avviato nel 1314 momento in cui sono entrata in Pfizer. Pfizer oggi è la prima azienda biofarmaceutica mondiale in Italia con prevalentemente una missione di ricerca e sviluppo di farmaci innovativi che siano resi disponibili, quindi che sia possibile l accesso a queste cure a un prezzo sostenibile. Questa è la missione principale dell azienda, ma non si limita a questo, perché proprio per missione internazionale c è, anche da parte di un impresa come la nostra, quella di collaborare con i sistemi sanitari in tutti i Paesi del mondo. E allora sono nate delle collaborazioni interessanti non nell area della ricerca di sviluppo dei farmaci, che è ovvio che ci sia ricerca clinica, ma anche in arre apparentemente più distanti dalla farmacologia. Queste aree sono quelle di sviluppo dei modelli assistenziali, e mi ricordo che la prima idea che venne in Pfizer fu quella di pensare che il problema della epidemiologia non trovava riscontro nell organizzazione sanitaria già parecchi anni fa vi parlo di quindici anni fa laddove erano cominciate delle leggi di riforma che davano dei tassi di ospedalizzazione per mille abitanti; il primo tasso che abbiamo visto come obbiettivo è stato il 6,5 in una legge dell 85, fino ad arrivare all ultimo, il Patto della salute, quattro posti letto per mille abitanti per acuti; e questo però doveva corrispondere a uno sviluppo dell assistenza territoriale e dell assistenza domiciliare. Questo sviluppo è stato molto molto lento. Ė stato lento per una serie di motivi che Luca Munari ha spiegati molto bene. Se pensate che oggi circa quattro regioni in Italia rappresentano la metà di tutti i pazienti in assistenza domiciliare integrata (c è da dire, devo sperare che da anziana io viva in una di queste quattro regioni); naturalmente le regioni più avanzate per quanto riguarda l assistenza domiciliare integrata sono la Lombardia, il Veneto e l Emilia Romagna; però tutto questo necessita un patto tra il cittadino e le istituzioni quando c è bisogno di assistenza domiciliare e soprattutto sia data risposta alla non autosufficienza. Oggi, una bambina che nasce ha una speranza di vita di ottantaquattro anni; sua mamma, ipotizziamo che abbia trent anni, ne aveva alla nascita cinque anni di meno. È incredibile che soltanto in questo divario di tempo sia stato possibile aumentare così la vita media; ma tutto questo significa che la maggior parte della popolazione sarà destinata a non avere una malattia, quando diventa anziana, ma di averne quattro o cinque contemporaneamente, di avere necessità di qualcuno che non lo cura e basta, ma che si prende cura. Questa è secondo me la sfida da risolvere nella medicina e nella sanità pubblica. Gli inglesi hanno due termini diversi, uno to care e uno to cure ; curare e prendersi cura. Il presupposto da cui siamo partiti è che se mettiamo a disposizione dei farmaci innovativi ma non sono introdotti in modo appropriato con chi si prende cura del malato e ne segue un percorso, l efficacia non sarà mai la stessa del paziente che avrà qualcuno che si prende cura di lui. Ora, in tutti i sistemi sanitari a livello internazionale questo è diventato il dilemma, e come cercare di risolverlo? È appena uscito il White Paper in Inghilterra e c è un motto iniziale sottoscritto dal Premier e dal Ministro della Salute che dice: Nessuna decisione su di me senza di me. Il paziente non è un soggetto passivo, il paziente è parte del prendersi cura. Deve essere consapevole di quello che può offrire il sistema sanitario, ma anche ha dei dovrei, cioè quello di prendersi cura 1415 della propria salute e di seguire in modo responsabile ciò che il suo medico curante, le persone che gli stanno attorno possono dargli come opportunità per vivere meglio la proprio a vita. Perché oggi si vive più a lungo, ma non tutti hanno accesso a vivere con una migliore qualità di vita. E questo è possibile soltanto se il sistema non è un sistema esclusivamente a prestazione, ma è un sistema che garantisce il percorso. Io sono assolutamente d accordo che sia necessario garantire la qualità attraverso dei sistemi di accreditamento: esistono per gli ospedali, devono esistere per tutte le altre cure, per le cure intermedie, esistono per esempio per le RSA, devono esistere anche per l assistenza domiciliare integrata; e il sistema di remunerazione sia dei professionisti che delle strutture deve essere a risultato, non deve essere a quantità erogata, ma deve essere a che cosa ho prodotto in termini di salute. Forse è utopico quello che sto dicendo. Lo dico perché ci credo, e vi racconto come è nata la mia esperienza nel cercare di introdurre l assistenza domiciliare integrata anche in realtà dove sembrava impossibile, anche nel profondo sud. E devo dire che ho trovato dei professionisti che hanno lavorato con grande entusiasmo per superare degli ostacoli impossibili. Spesso e volentieri ciò che fermava l innovazione anche nell introduzione dell ADI era un po, diciamo, il corporativismo, il fatto che il medico di medicina generale contestava questa intrusione dell infermiere. Un po dell infermiere che diceva Le cure domiciliari sono cose mie, un po del sistema istituzionale che non riusciva a capire come organizzare efficacemente l assistenza domiciliare integrata. Pensiamo poi laddove c era una parte dell assistenza sociale erogata dai Comuni e quindi se con un comune si riusciva a farlo, magari con l altro comune non si riusciva a farlo; e il tentativo di portare il sistema di ricerca basata sull evidenza, come è nella ricerca clinica, nell ambito della ricerca sanitaria è un impresa difficile ma non impossibile. A tal punto ci siamo riusciti - lo ricordava stamattina quando ci siamo incontrati Luca Munari - il progetto che aveva lanciato Pfizer si chiamava Rete Argento. Ė diventato poi un progetto ministeriale di partnership con il progetto Ulisse cofinanziato dal Ministero della Salute, per arrivare a definire degli indicatori di qualità e degli indicatori di risultato per tutti i setting assistenziali in cui un anziano abbia bisogno di cure, quindi sia il setting ospedaliero che quello delle residenze sanitarie, che quello dell assistenza domiciliare. Negli ultimi anni abbiamo sviluppato questo concetto di partnership, anche questo abbastanza innovativo, perché se era normale nell ambito della ricerca farmacologia, sembrava un po più strano nell ambito della ricerca sanitaria. E proprio con la regione Lombardia abbiamo sviluppato un progetto di partnership che è al secondo triennio, possiamo dirlo, presentati i risultati lo scorso Novembre, e analogamente, con altre regioni italiane. Questo perché pensiamo che le competenze devono essere messe a fattor comune, e le competenze sono competenze di persone che lavorano in ambienti diversi, ma se queste competenze sono accompagnate dalla passione di fare qualche cosa che produca dei risultati per i pazienti e per il nostro futuro, la nostra futura 1516 qualità della vita, credo che questo muova ostacoli insormontabili, molto di più che non il potere e la forza dell economia. Quindi con questo vorrei anche lasciarvi facendo parlare un vero paziente. Noi abbiamo sviluppato questi progetti di partnership in varie regioni italiane, tra cui la regione Lazio, forse una delle più complicate per far partire progetti di questo genere. Ma una cosa è certa, l hanno detto entrambi i relatori che mi hanno preceduto: la cosa fondamentale è la formazione, perché ci vuole anche una riconversione degli operatori sanitari per modelli differenti. Abbiamo un abitudine a lavorare secondo degli schemi che sono gli schemi forse di un assistenza sanitaria che andava bene per l epidemiologia di vent anni fa; dobbiamo cominciare a lavorare su schemi diversi, e l integrazione si fa lavorando insieme tra soggetti diversi, ognuno con il proprio ruolo. Quindi, vorrei lasciarvi facendovi vedere questo filmato che rappresenta uno spaccato di come effettivamente si possa curare di più a casa se assistiti e presi in carico. Grazie. MARCO BREGNI: Grazie. Molto interessante. Poi trovo molto interessante detto dalla Pfizer che è la maggiore industria farmaceutica mondiale che, se si introducono farmaci innovativi e non si educa all uso corretto e appropriato, anche i farmaci avranno una minore efficacia. Dottor Carlo Lucchina, Direttore Generale dell Assessorato alla Sanità di una regione che ha fatto molto e sta facendo molto per l assistenza domiciliare, quali sono le sfide che attendono adesso? CARLO LUCCHINA: Il documento di programmazione della Regione Lombardia sociosanitario per la legislatura, che è attualmente all esame del Consiglio, ha una parte che ha questo titolo: Dalla cura prendersi cura. Che non è l affermazione della dottoressa Banfi (come sempre sono ogni tanto sempre un po polemico ) perché fotografa la persona, non il malato. Questo perché? Perché l evoluzione della nostra società ormai pone gli operatori sanitari di fronte a una casistica all interno della quale riuscire a capire dove comincia e finisce l aspetto sanitario, il sociosanitario e il sociale è spesso impossibile. E conseguentemente arrivare a definire l assistenza domiciliare territoriale in funzione della popolazione anziana non è più attuale. Tanto per cominciare, dal punto di vista epidemiologico, i 65enni sono ancora vitali, quindi stiamo parlando dei 75enni in sintesi. Ma, detto questo, noi fotografiamo una situazione sociale dove, oltre agli anziani, abbiamo il problema delle patologie mentali, perché non possiamo ricordarci solo di questo quando leggiamo sul giornale che un signore che esce da casa ammazza a pugni un altra donna. Abbiamo il problema della neuropsichiatria infantile, perché tutti questi perfezionamenti del tipo di diagnostica e di cura sanitaria portano a far emergere situazioni familiari spesso tragiche rispetto alle quali prima facevamo finta, non dico assolutamente, di niente ma oggi rappresentano una priorità. Lo ripeto ancora una volta. È già la seconda volta che lo dico in questa sede. Il problema degli stili di vita 1617 non è più solo un problema di discoteca, di abusi di alcool e di stupefacenti, di crack, di pastiglie e via di questo passo. Diventa obbligatoriamente, purtroppo, un problema di natura sanitaria e sociale perché apre lo scenario a patologie di natura cronica psichica che interessano persone minori di 30 anni rispetto alle quali il sistema ha poi l onere di assisterle per decine di anni. Allora il problema del prendersi cura nasce dalla constatazione che se il rispetto del dettato costituzionale significa che l istituzione sia sussidiaria ad ognuno di noi per fare in modo che si mantenga una qualità di vita buona, contemporaneamente la necessità, se mi permettete, egoistica del sistema è quella di ritardare il più possibile l entrata di ognuno di noi nella fase di non autosufficienza che, in fondo, significa sostanzialmente una diminuzione tragica della qualità di vita e un costo probabilmente insostenibile nel medio e lungo periodo per il sistema stesso. Non è che possiamo poi divertirci possiamo anche farlo però non possiamo perdere di vista alcuni passaggi fondamentali perché altrimenti il sistema implode e soprattutto non riusciamo a dare una risposta ai bisogni sanitari, sociosanitari e in parte sociali della nostra gente. Perché anche su questo non bisogna dimenticarsi mai, purtroppo, che noi i conti li facciamo sulle risorse disponibili, che non sono mai quelle auspicate, sperate, quelle ideali, sono sempre meno. E contemporaneamente, ciò significa, che all interno di ogni programmazione di sistema, per il principio dei vasi comunicanti, se un vaso sale un altro scende. Cioè non si può pensare di continuare ad allargare con i debiti perché uno degli aspetti (guardate prima di questo incontro chiacchieravo col professor Antonini, che dovrebbe essere il vicepresidente della Fondazione per la Sussidiarietà, un tecnico apprezzatissimo a livello nazionale, che sta seguendo in questo istante, della sanità, di cui tanto si parla), ma i costi standard della sanità in questo momento conosciuti sono certamente quelli quasi dei ricoveri ospedalieri, della specialistica e della farmaceutica territoriale. Vi ricordo che queste tre voci coprono circa il 60 % del fondo sanitario nazionale, cioè ballano 40 miliardi da quantificare per poi parlare veramente di costi della sanità. Allora, il problema quindi è un approccio certamente di sistema e di percorso ma che parta dalla prevenzione e dall attenzione agli stili di vita, cosa che spesso e volentieri dimentichiamo e che invece è fondamentale: da ragazzini, da bambini. È inutile che pensiate a uno a cui dici che gli fa male il fumo; è 30 anni e passa che fuma, sarà abbastanza difficile che vi dica che avete torto, ma che smetta di fumare. Il problema è non far cominciare a fumare. E poi ricordarsi, come sempre succede, che l ospedale non guarisce. Un ospedale serio non guarisce. Un ospedale serio cura la fase acuta, e ti dimette quando è finita la fase acuta non quando sei guarito perché non si può permettere, con i costi che ci sono oggi, di guarirti in ospedale. Allora si apre questo piccolo scenario: l assistenza territoriale, l assistenza domiciliare integrata, i contributi, residenze socio assistenziali, ecc. Fermiamoci a prima della residenza socio assistenziale, per favore. Non è che in Italia non abbiamo fatto niente, lo faceva vedere prima Luca Munari, qualche regione un po più di me. Ma il concetto di assistenza domiciliare fa parte del nostro pensare, del nostro volere ormai da qualche decennio. Il problema, probabilmente, è che tipo di obiettivo dare a questa assistenza, è 1718 organizzare un modello, ammesso e non concesso che esista un modello standard, che valga dalle Alpi alle Piramidi e dal Manzanarre al Reno, cosa della quale io non sono assolutamente convinto. Perché ogni necessità di assistenza territoriale, a mio parere, tiene conto della situazione geografica, morfologica, della rete di servizi, della storia della comunità. Un conto è fare un assistenza territoriale in una metropoli, un conto è farla in collina, un conto è farla in montagna, un conto è farla al mare, un conto è farla in pianura. Sono situazioni completamente diverse. Io assisto sempre con preoccupazione a coloro che mi presentano il modello standard perché non esiste il modello standard. Noi probabilmente qualche errore lo abbiamo anche fatto nel passato, immaginando il modello standard: l assistenza domiciliare integrata uguale per tutti. Bene, qualcuno di voi presenti, che siete la maggior parte operatori del settore, mi date una risposta motivata e documentata della quantificazione del risultato dell assistenza domiciliare integrata sui pazienti? (Io sono a vostra disposizione anche dopo, io sono curiosissimo). Allora il problema sta anche in questi termini, la risposta gliela dobbiamo dare. È stato fatto un esempio con Pfizer, prima nel filmato; in Lombardia sono tre anni che noi abbiamo la dote sanitaria, che è questa. Certo non la pubblicizziamo, andiamo cauti. La Lombardia è uno stato, ha dieci milioni di abitanti. Ora che poi sistemiamo e mandiamo a regime l intero sistema, diventa complicato. Ma quello che probabilmente dobbiamo definire è quello che chiamiamo, da un po di tempo a questa parte all interno dell assessorato, l area di media-bassa assistenza. Cioè quel polmone che sta fuori dall ospedale, in simbiosi con l ospedale, che segue e assiste, non necessariamente ricoverate, le persone che hanno dei problemi post-acuti, che possono avere dei problemi di governo con la propria cronicità, ma che interviene anche come filtro in entrata dell ospedale, cioè porta via accessi dal Pronto Soccorso. Perché se non approcciamo il sistema in questo modo, noi sto diavolo di un cerchio continuiamo ad averlo esattamente come lo abbiamo da 30 anni: uno non si sente bene, prova il suo medico di medicina generale (su questo aprirò una parentesi in fondo al mio intervento), poi va in pronto soccorso, poi lo dimettono, non lo ricoverano e poi riprende. Abbiamo necessità di interrompere questo cerchio. Abbiamo necessità di far capire alla gente che anche per un mal di pancia, che pure è un problema importante per ognuno di noi, non è più necessario andare in pronto soccorso. Ma glielo dobbiamo dimostrare e li dobbiamo convincere e farli cambiare. Su questo si apre uno scenario anche di misurazione, per capire: A. l appropriatezza di questo tipo di intervento; B. il costo equivalente dell appropriatezza, (per i motivi che vi ho detto prima. Noi in Lombardia abbiamo già in ballo due o tre sperimentazioni, sembra che funzioni). Ma che in sé e per sé non dice nulla se non è supportato da un modello organizzativo preciso e puntuale. Io voglio sapere se un diabetico o un iperteso o un BPCO che tipo di assistenza sussidiaria gli è stata fatta, prima di tutto, per farlo star bene e ovviamente per evitare che vada tre volte all anno a fare degli esami specialistici, quattro prelievi del sangue quando ne basta uno e tenga un criterio, uno stile di vita 1819 adeguato alla sua patologia, con i risultati. Voglio misurare questi risultati perché altrimenti non ci siamo. E allora se immaginate un modello di questo tipo, sia chiaro, non del tutto personale. Però io qui voglio, davanti a me, il medico di medicina generale, il pediatra di libera scelta, lo specialista ospedaliero e quant altro. Perché da questo tipo di progetto, secondo me, nessuno può dirselo. Non è possibile che l approccio del medico di medicina generale sia quello, legittimo e sacrosanto, derivante dalla convenzione dalla 833 in poi, perché la riforma sanitaria, a 32 anni di età, è certamente superata da questo modello. Allora, o aspettiamo la modifica legislativa o cominciamo a lavorarci noi. Se cominciamo a lavorarci noi, tutti gli operatori interessati devono mettersi a un tavolo e fare uno sforzo, non è più possibile pensare, ripeto, nella piena legittimità del proprio operato, a fare le ricette, a fare le visite ambulatoriali, e a cercare di governarsi i propri assistiti. Bisogna fare qualcosa di più, da soli, assieme ad altri medici, in strutture apposite, ma qualcosa di più bisogna farlo, infermieri, medici e specialisti ospedalieri. Al contrario di qualche intervento che mi ha preceduto, io sono assolutamente dell idea che l assistenza domiciliare ha come sua fase iniziale l ospedalizzazione domiciliare, perché per alcune patologie, se io ti dimetto in determinate condizioni prima di assisterti ti devo curare domiciliarmente. Allora questo passaggio di ospedalizzazione domiciliare ritengo debba vedere come protagonisti anche gli specialisti ospedalieri, che non possono stringere la mano al proprio paziente quando viene dimesso e dire Va beh, ci vediamo più avanti. Non ce la facciamo più neanche in questo, e perché non ce la facciamo più? Perché il Ministro Tremonti, che ognuno credo l abbia sentito, abbia letto, abbia commentato quel che voleva, ma perché diventa un problema di risorse rispetto al quale se non riusciamo ad ottimizzare le professionalità e le disponibilità di quelli che già lavorano in sanità, diventa impossibile. Ci possiamo trovare l anno prossimo, tra due anni, tra tre anni, discuteremo dei modelli, dei metodi. La Fondazione Grassi la conosco benissimo, so bene come lavora. Ma il problema di questo Paese è uscire dalle situazioni specifiche, dalle attività particolari in qualche zona, in qualche provincia, in qualche territorio, e diventare questa soluzione un programma nazionale. Cominceranno le regioni storicamente più avanzate, va bene, cominceranno quelle e poi seguiranno quelle altre, va bene, non è che poi l Italia sia da dividere in un modo così drastico. Questo è il problema, ed è certamente un problema di formazione; ma vorrei che si capisse che prima che un problema di formazione è un problema di cultura e convincimento, perché gli interventi che mi hanno preceduto hanno secondo me bene esplicitato la tecnologia, il modello organizzativo, l attenzione, lo sviluppo. Ma c è una cosa che un operatore del sistema non può non tener presente prima di tutto. Perché le persone, bisogna ascoltarle, bisogna garantire una disponibilità, bisogna essere gentili, bisogna aiutarli. E questo prima di tutto è compito dei medici e degli operatori sanitari, se non ci sono loro, qualunque modello è destinato a morire sul nascere. Grazie. 1920 MARCO BREGNI: Grazie. Conclude Mario Melazzini che come sapete ha fatto una cosa unica, il Centro Clinico NeMo, in cui persone con grave disabilità, come le persone malate di SLA, hanno l assistenza che li prende in considerazione a 360 gradi. MARIO MELAZZINI: Ho ascoltato con molta attenzione tutto ciò che è stato detto, con dei contenuti molto precisi, molto puntuali. Alla fine devo fare Pierino un po. Dopo ciò che ha detto il dottor Lucchina mi sento un attimino di modificare ciò che avevo intenzione di dire. Vedete, abbiamo sentito parlare, stamattina, di continuità assistenziale, di presa in carico della persona, di percorso personalizzato, centralità della persona. Ecco quanto di tutto ciò che è sentito è veramente e concretamente applicato. Non dobbiamo nasconderci dietro a un dito perché il grosso problema, di cui si va parlando moltissimo negli ultimi giorni nel nostro mondo, nel mondo sanitario, è proprio l assistenza domiciliare, che, ahimè, purtroppo non vuole essere, solo ed esclusivamente come dovrebbe essere, una risposta al bisogno della persona ma forse al bisogno del sistema. Ecco c è un problema di costi. Allora per fortuna che adesso, il dottor Lucchina ne ha parlato, io non ne avevo sentito parlare, per gestire sul territorio, su domicilio, una persona con una malattia, una persona con i suoi bisogni, una persona con la sua famiglia, perché il problema è anche la famiglia, dobbiamo un attimino fermarci e domandarci dove è solo sanitario (perché abbiamo parlato di sanità) e dove c è tutto un mondo che è sociale. Quindi è fondamentale e indispensabile questa integrazione, unione, comunione e sinergia per ottenere l obiettivo di quello che è ormai il futuro, cioè la medicina delle complessità, perché migliorare la qualità di vita, quindi l integrazione con il sociale. Perché vedete, io che giro parecchio l Italia, le realtà concrete di domicili, di assistenze territoriali ce ne sono pochissime, si possono contare sulle dita di due mani e basta. È il problema culturale: cioè non esiste comunione. Purtroppo la persona con malattia cronica, con disabilità, con fragilità, e la fragilità è nell evoluzione della nostra medicina, non deve diventare, non può essere uno strumento di emarginazione sociale, perché si diventa dei costi. Ma avete sentito il dottor Riboldi prima, la proiezione nel 2050 di quanto sarà l età anziana, quindi l età fragile. Quindi è fondamentale non parlare più di malato, cosa che succede in Lombardia, ma noi siamo in tutta Italia, siamo 21 regioni in cui purtroppo questo concetto, questa cultura dell assistenza domiciliare è estremamente difficile perché, vedete, si parlava di procedure e modelli, le linee guida sono tutte ospedalocentriche, c è poco da dire, non esistono linee guida, che poi possono essere totalmente personalizzate sull assistenza a domicilio, perché il bisogno di cui tanto si parla è un bisogno che viene gestito, non viene ascoltato, non viene raccolto, e qui diventa la mia un po provocazione perché il bisogno della persona e della famiglia è un bisogno talmente 20 Vedere altro
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