Source: https://studiolegaleramelli.it/2019/03/06/diffamazione-aggravata-commessa-via-facebook-dal-militare-che-offende-la-reputazione-dei-superiori/
Timestamp: 2020-08-05 20:11:48+00:00

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Diffamazione aggravata commessa via Facebook dal militare che offende la reputazione dei superiori. – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Si segnala ai lettori del blog la sentenza di legittimità n.9385/2019, depositata il 04.03.2019, che affronta il tema di diffamazione commessa tramite l’utilizzo di social network nel caso di specie ad opera di un militare.
L’imputazione ed i giudizi di merito davanti alla magistratura militare
Il Tribunale Militare di Napoli condannava un appuntato scelto dei Carabinieri alla pena di mesi due di reclusione militare per diffamazione aggravata consistita nell’aver avere offeso la reputazione dei suoi superiori (nello specifico, il comandante della Compagnia ed il comandante del NORM), pubblicando sul suo profilo Facebook frasi che indicavano i predetti superiori come «due bambini» e come «psicopatici in divisa». Rilevava il Tribunale Militare che il reato contestato era aggravato ai sensi del comma 2 dell’art. 227 del codice penale militare di pace, in quanto vi era stato l’uso della pubblicità con il commento su di una bacheca di Facebook e ciò rendeva il reato procedibile d’ufficio; inoltre non poteva esservi dubbio sull’identificazione dell’utilizzatore dell’account utilizzato per la condotta, giacché era stato registrato da una persona che aveva indicato quale nome e cognome quello dell’imputato, aveva dichiarato di lavorare nei Carabinieri e nel profilo aveva palesato fotografie in cui il medesimo era riconoscibile.
La Corte Militare di Appello confermava la condanna di primo grado.
Contro la sentenza della Corte militare distrettuale interponeva ricorso l’interessato per mezzo del proprio difensore.
La decisione della cassazione ed il principio di diritto
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile dalla Corte di Cassazione risultando la sentenza di appello immune dai vizi denunciati, per le ragioni che di seguito, per quanto ivi di interesse, vengono riportate.
“… già la sentenza di primo grado aveva precisato che il reato contestato e ritenuto era aggravato ai sensi del comma 2 dell’art. 227 del codice penale militare di pace, in quanto vi era stato l’uso della pubblicità con il commento su di una bacheca di Facebook, e ciò rendeva il reato procedibile d’ufficio: questa affermazione non è stata contestata dal ricorrente in appello, per cui il relativo motivo di doglianza non è accoglibile. Peraltro, si trattava di una conclusione corretta ed è appena il caso di rammentare che, ai sensi dell’art. 227, comma 2, del codice penale militare di pace, il reato di diffamazione è aggravato «se l’offesa è recata per mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità», come appunto avvenuto nel caso di specie (si ribadisce che la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata, poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone: Sez. 1, n. 24431 del 28/04/2015, Rv. 264007).
(…) la sentenza impugnata evidenzia che, nel corso del dibattimento, erano state acquisite dichiarazioni testimoniali concordi ed univoche sulle immagini visibili sia su computer che su telefono cellulare consultando il citato profilo pubblico di Facebook; venivano riportate dette dichiarazioni e indicati i testimoni che avevano visto e letto le frasi offensive. Correttamente, pertanto, la Corte territoriale aveva concluso circa l’irrilevanza della mancata utilizzabilità degli screenshots, poiché le numerose testimonianze avevano fatto raggiungere l’evidenza della diffamazione: infatti, l’oggetto della testimonianza può essere una comunicazione o una dichiarazione di contenuto narrativo, e le comunicazioni rilevanti possono essere non soltanto verbali, ma altresì espresse in forma scritta o con qualsiasi altro mezzo. Quanto, infine, alla incertezza sull’utente, le indicazioni ricavabili dalle due sentenze di primo e secondo grado, hanno correttamente eliminato le incertezze, facendo riferimento al nome con il quale il ricorrente era noto ai colleghi ed alle fotografie nell’account che lo ritraevano in divisa, in una autovettura di servizio nonché insieme alla moglie.
(…) la Corte territoriale sottolinea che nelle dichiarazioni del ricorrente non vi era mai stata una indicazione precisa dei fatti oggetto dell’asserita mera critica e nel testo contestato non vi era alcun cenno al mancato trasferimento in altra sede di servizio. Al contrario, nel post vi erano soltanto frasi offensive, che indicavano i suoi comandanti come «bambini» e come «psicopatici in divisa»: la caratura offensiva delle espressioni era ritenuta di piena evidenza e va rammentato che, in tema di diffamazione, la sussistenza dell’esimente del diritto di critica presuppone, per sua stessa natura, la manifestazione di espressioni oggettivamente offensive della reputazione altrui, la cui offensività possa, tuttavia, trovare giustificazione nella sussistenza del diritto di critica, a condizione che l’offesa non si traduca in una gratuita ed immotivata aggressione alla sfera personale del soggetto passivo ma sia “contenuta” (requisito della “continenza”) nell’ambito della tematica attinente al fatto dal quale la critica ha tratto spunto”.
Art. 227 cod. pen. mil. di pace. Diffamazione.
Il militare, che, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende la reputazione di altro militare, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con la reclusione militare fino a sei mesi.
Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, o è recata per mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione militare da sei mesi a tre anni.
Se l’offesa è recata a un corpo militare, ovvero a un ente amministrativo o giudiziario militare, le pene sono aumentate.
Cassazione penale, sez. V, 03/05/2018 , n. 40083
Cassazione penale, sez. V, 19/02/2018 , n. 16751
Cassazione penale, sez., 19/10/2017, n. 101.
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Art. 227