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Timestamp: 2020-07-06 05:33:53+00:00

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SMS 11 Giugno 2013 - Area Amministrativa - Gazzetta Amministrativa
Gazzetta Informa News 11 Giugno 2013 - Area Amministrativa
Adempimenti agli obblighi di pubblicazione e trasmissione all'AVCP dei dati inerenti la trasparenza dell'azione amministrativa
Con riferimento alla scadenza del 15.6 p.v., prorogata al 31.1.2014 dovendo riguardare tutte le procedure indette da dicembre 2012, circa la trasmissione dei dati e delle informazioni di cui alla legge anticorruzione n. 190/2012 si precisa che l'attuale applicazione offerto dal MIPA per la gestione dell'amministrazione trasparente potrà generare automaticamente l'elenco richiesto dalla predetta normativa soltanto a decorrere dalla prossima scadenza, ossia quella relativa alla pubblicazione dei dati riferiti all'anno 2013, sempre che questi siano stati correttamente pubblicati nelle sezioni (bandi di gara e contratti, atti di concessione) dell'alberatura prevista dal decreto legislativo n. 33/2013. (Gazzetta Amministrativa, comunicato aggiornato al 14.6.2013)
Con riferimento alla scadenza del 15.6 p.v., prorogata al 31.1.2014 dovendo riguardare tutte le procedure indette da dicembre 2012, circa la trasmissione dei dati e delle informazioni di cui alla legge anticorruzione n. 190/2012 si precisa che l'attuale applicazione offerto dal MIPA per la gestion ... Continua a leggere
Online la risposta del Prof. Avv. Enrico Michetti al quesito formulato dal comune di Salsomaggiore Terme sulla corretta pubblicazione dei dati afferenti concessioni e attribuzioni di importo superiore aad euro mille. Per accedere al parere cliccare sul titolo sopra linciato. (Gazzetta Amministrativa, comunicato 11.6.2013)
Online la risposta del Prof. Avv. Enrico Michetti al quesito formulato dal comune di Salsomaggiore Terme sulla corretta pubblicazione dei dati afferenti concessioni e attribuzioni di importo superiore aad euro mille. Per accedere al parere cliccare sul titolo sopra linciato. (Gazzetta Amministrativ ... Continua a leggere
Il Dipartimento della Funzione pubblica, con il contributo dell’Associazione nazionale Comuni italiani (ANCI) ha realizzato il documento dal titolo "Controlli interni e ciclo della performance alla luce dell’art.3 D.L 174/12". Il Position Paper illustra quali siano le implicazioni che la recentenormativa sulla disciplina dei controlli ha sul ciclo di gestione della perfomance e suggerisce alcune buone pratiche finalizzate a migliorare il performance management Il Paper presenta le innovazioni normative del D.L. 174/2012, convertito nella legge 213/12, che ha tra i suoi obiettivi il progressivo sviluppo del sistema dei controlli nei Comuni e il miglioramento degli equilibri finanziari. In tema di controlli interni la legge 213/2012 esplicita, infatti, tre nuove tipologie di controlli: il controllo degli equilibri finanziari il controllo sugli organismi gestionali esterni all’ente (in particolare le società partecipate) il controllo della qualità dei servizi Le indicazioni del position Paper sottolineano l’importanza d’integrare i controlli integrando il sistema di misurazione, di unire, in modo coerente e conseguente, i documenti a supporto del ciclo di gestione della perfomance e di assicurare evidenza e visibilità ai documenti di rendicontazione. Il documento nasce nel contesto del Progetto "Valutazione delle Performance" avviato nel 2010 dal Dipartimento della Funzione pubblica. Per scaricare il documento cliccare sul titolo sopra linkato. (Funzione Pubblica, news 5.6.2013)
Il Sindaco non può fare anche il parlamentare. La Consulta boccia l'art. 63 del TUEL che non prevede l'incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di Sindaco
E' stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’articolo 63 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), nella parte in cui non prevede l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di un Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti. Questo il dispositivo della sentenza n. 120 depositata dalla Corte Costituzionale in data 5.6.2013. La vicenda prende le mosse dall'azione popolare promossa da cittadini elettori nei confronti del Sindaco di Afragola, per accertare la sussistenza in capo ad esso della causa di incompatibilità (per contemporanea assunzione all’esito delle rispettive elezioni tenutesi entrambe nel mese di aprile del 2008) tra tale carica e quella di senatore della Repubblica italiana e dichiararne la decadenza dalla prima. Viene quindi sollevata dal Tribunale di Napoli apposita questione di legittimità costituzionale dell’articolo 63 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), «in combinato disposto con l’art. 70 del D.Lgs. n. 267/2000, nella parte in cui il suddetto articolo 63, nel sancire le cause di incompatibilità, non prevede l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di Sindaco di un Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti, non consentendo così l’esercizio dell’azione popolare, per la lesione degli articoli 3, 51, 67 e 97 della Costituzione nonché del principio di ragionevolezza in riferimento agli artt. 1, 2, 3 e 4 della L. n. 53/1960 [recte: n. 60/1953] come dichiarati costituzionalmente illegittimi dalla sentenza n. 277 del 2011 della Corte Costituzionale», «nella parte in cui non prevedono l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti». La Corte ha affermato che in assenza di una causa normativa (enucleabile all’interno della legge impugnata ovvero dal più ampio sistema in cui la previsione opera) idonea ad attribuirne ragionevole giustificazione, la previsione della non compatibilità di un munus pubblico rispetto ad un altro preesistente, cui non si accompagni, nell’uno e nell’altro, una disciplina reciprocamente speculare, si pone in violazione della naturale corrispondenza biunivoca della cause di ineleggibilità e di incompatibilità, che vengono ad incidere necessariamente su entrambe le cariche coinvolte dalla relativa previsione, anche a prescindere dal dato temporale dello svolgimento dell’elezione. Tanto più, allorquando «la regola della esclusione "unidirezionale" viene in concreto fatta dipendere, quanto alla sua effettiva operatività, dalla circostanza – meramente casuale – connessa alla cadenza temporale delle relative tornate elettorali ed alla priorità o meno della assunzione della carica elettiva "pregiudicante" a tutto vantaggio della posizione del parlamentare; da ciò la lesione non soltanto del canone di uguaglianza e ragionevolezza ma anche della stessa libertà di elettorato attivo e passivo» (sentenza n. 277 del 2011; nonché sentenza n. 67 del 2012). Pertanto, la sussistenza di un’identica situazione di incompatibilità derivante dal cumulo tra la carica di parlamentare nazionale e quella di sindaco di Comune con popolazione superiore a ventimila abitanti – in assenza di un peculiare motivo (enucleabile all’interno delle disposizioni impugnate ovvero nel più ampio sistema in cui esse operano) idoneo ad attribuirne ragionevole giustificazione ed a prescindere dal momento di assunzione delle cariche medesime – porta (stante l’assoluta identità di ratio) alla declaratoria di illegittimità costituzionale della mancata specifica previsione di tale incompatibilità nella norma impugnata. (Corte Costituzionale, sentenza 5.6.2013, n. 120)
E' stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’articolo 63 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), nella parte in cui non prevede l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di un Comune con popola ... Continua a leggere
Ineleggibilità ed incompatibilità dei magistrati, on line il dossier del Senato
All'esame delle Commissioni riunite Affari Costituzionali il ddl 112 recante "Disposizioni in materia di ricollocamento dei magistrati candidati, eletti o nominati ad una carica politica e riordino delle disposizioni in materia di eleggibilità dei magistrati alle elezioni amministrative". All'argomento è dedicato il dossier n. 18 del Servizio Studi che esamina la normativa italiana in materia, con uno sguardo alla situazione in Francia, Germania e Spagna. Per scaricare il dossier cliccare sul titolo sopra linkato. (Servizio Studi del Senato, dossier n. 18, giugno 2013)
All'esame delle Commissioni riunite Affari Costituzionali il ddl 112 recante "Disposizioni in materia di ricollocamento dei magistrati candidati, eletti o nominati ad una carica politica e riordino delle disposizioni in materia di eleggibilità dei magistrati alle elezioni amministrative". All'argom ... Continua a leggere
Allo scopo di stabilire se un atto amministrativo è meramente confermativo, e perciò non impugnabile, o di conferma in senso proprio e, quindi, autonomamente lesivo e da impugnarsi nei termini, occorre verificare se l'atto successivo sia stato adottato o meno senza una nuova istruttoria e una nuovaponderazione di interessi. In particolare, non può considerarsi meramente confermativo rispetto a un atto precedente l'atto la cui adozione sia stata preceduta da un riesame della situazione che aveva condotto al precedente provvedimento, giacché solo l'esperimento di un ulteriore adempimento istruttorio, come nella specie, sia pure mediante la rivalutazione degli interessi in gioco e un nuovo esame degli elementi di fatto e di diritto che caratterizzano la fattispecie considerata, può dare luogo a un atto propriamente confermativo in grado, come tale, di dare vita a un provvedimento diverso dal precedente e quindi suscettibile di autonoma impugnazione. Ricorre, invece, l'atto meramente confermativo (di c.d. conferma impropria) quando l'Amministrazione, a fronte di un'istanza di riesame, si limita a dichiarare l'esistenza di un suo precedente provvedimento senza compiere alcuna nuova istruttoria e senza una nuova motivazione. Al fine di stabilire se un atto sia meramente confermativo (e perciò non impugnabile) o di conferma in senso proprio, occorre verificare se sia stato adottato (o non) senza nuova istruttoria e nuova ponderazione di interessi (Consiglio di Stato sez. V, 3 ottobre 2012, n. 5196; Consiglio di Stato sez. VI, 31 marzo 2011, n. 1983). (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 10.6.2013, n. 3184)
E’ legittimo il comportamento dell’Amministrazione che emenda la propria precedente condotta conformando seppure tardivamente, la propria azione al rispetto concreto della legge (arg. ex Consiglio Stato sez. IV, 12 febbraio 2013 n. 834; Consiglio Stato sez. V, 24 febbraio 1996, n. 232). Quanto alprofilo temporale, l'art. 21-nonies L. 7 agosto 1990 n. 241 non fissa alcun termine ultimo oltre il quale l'esercizio dell'attività di autotutela risulti illegittima, lasciando all’Amministrazione la valutazione della ragionevolezza in ordine alla tempistica della vicenda (cfr. Consiglio di Stato sez. VI 27 febbraio 2012 n. 1081). (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 4.6.2013, n. 3056)
Come chiarito dalla giurisprudenza all'interno del sistema di cui al d.lgs. n. 267/2000 (T.U. enti locali) esiste una netta separazione di ruoli tra organi di governo locale e relativa dirigenza, dove ai primi spettano i compiti di indirizzo (la fissazione delle linee generali cui attenersi e degliscopi da perseguire), e alla seconda quelli di gestione. Più in particolare, alla Giunta competono tutti gli atti rientranti nelle funzioni "di indirizzo e controllo politico-amministrativo" che non siano assegnati agli altri organi di governo (artt. 48-107 T.U. cit.), e per converso ai dirigenti è attribuita tutta la gestione, amministrativa, finanziaria e tecnica, comprensiva dell'adozione di tutti i provvedimenti, anche discrezionali, incluse le autorizzazioni e concessioni (e quindi anche i loro simmetrici atti negativi), e sugli stessi dirigenti incombe la diretta ed esclusiva responsabilità della correttezza amministrativa della medesima gestione (art. 107, commi 3 e 6, T.U. cit.) (Cons. St., Sez. V, 7 aprile 2011, n. 2154, cui si rinvia a mente dell’art. 88, co. 2, lett. d), c.p.a.). Ne discende, da un lato, che è del tutto fisiologico che la Giunta municipale, verificata la presenza di una eventuale illegittimità dell’atto dirigenziale, esponga il suo avviso compulsando il dirigente competente ad intervenire mercé il potere di autotutela, che è a lui riservato in quanto titolare in materia del potere di amministrazione attiva; dall’altro, che non spetta all’interessato alcuna facoltà di intervento nel procedimento che si conclude con l’adozione da parte della Giunta comunale dell’atto di indirizzo e controllo politico-amministrativo, che non è atto immediatamente lesivo delle ragioni dell’interessato, ma necessita della successiva adozione del provvedimento dirigenziale in autotutela che, ferma restando la correttezza delle ragioni espresse dalla Giunta, potrebbe non seguire a causa della necessità di far prevalere, ad esempio, l’affidamento del privato, dovendosi confrontare l’organo procedente con i limiti fissati dall’art. 21-nonies, l. n. 241/90; ovvero a causa dei fatti o interessi che potrebbero emergere d’ufficio o su sollecitazione del privato in sede istruttoria. In definitiva non si ravvisa alcuna lesione del diritto alla partecipazione procedimentale effettiva a carico dell’appellante (cfr., in materia di annullamento di titoli edilizi, i principi sviluppati da Cons. Stato, sez. IV, 27 novembre 2010, n. 8291 cui si rinvia a mente dell’art. 88, co. 2, lett. d), c.p.a.). (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 3.6.2013, n. 3024)
Innanzi al Consiglio di Stato l'appellante ha lamentato l'erroneità della sentenza del TAR di nella parte in cui non ha ritenuto sussistente l'assoluta ed insanabile nullità della notificazione dell'ingiunzione n. 393/s del 17 gennaio 2000 del Comune per incompetenza del soggetto notificatore. Adavviso dell'appellante, infatti, l'atto comunale impugnato sarebbe inefficace a causa dell'omessa notificazione a mezzo dell'ufficiale giudiziario o dell'usciere dell’Ufficio di conciliazione (ora messi di conciliazione per effetto dell’art. 1 della legge n. 16 del 1957) necessaria ai sensi dell'art. 2 del R.D. n. 639 del 1910. Il motivo è stato ritenuto infondato dal Consiglio di Stato atteso che per orientamento giurisprudenziale "l'ingiunzione fiscale è valida ed efficace indipendentemente dalla sua notifica, non costituendo la mancanza di questa ostacolo alla proposizione di una domanda volta ad accertare l'illegittimità o l'infondatezza della pretesa tributaria in essa contenuta, una volta che il provvedimento sia stato esternato e il soggetto interessato ne abbia avuto conoscenza piena, tanto da essere in grado di spiegare una opposizione per ottenerne la caducazione" (Cass. Civile, 20 settembre 2006, n. 20360). (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 31.5.2013, n. 2996)
Le Sezioni unite della Corte di cassazione hanno più volte affermato che spettano alla giurisdizione esclusiva della Corte dei conti tutte le controversie concernenti la sussistenza del diritto, la misura e la decorrenza del diritto a pensione dei dipendenti pubblici nonché quelle che involgono lasoluzione di questioni comunque incidenti sul contenuto del diritto e sull’ammontare del trattamento e che prevale, ai fini della giurisdizione, il contenuto oggettivo del rapporto, ossia la sussistenza del diritto ad una pensione di un certo ammontare; è, dunque, il contenuto pubblicistico del rapporto dedotto in giudizio l’elemento di discrimine della giurisdizione, anche se la vicenda specifica riguardi non già il pagamento della pensione ma la restituzione di somme percepite allo stesso titolo e la regola non soffre deroga neppure, ad esempio, nel caso in cui si contesti l’esperibilità, ai fini del recupero, del procedimento di riscossione adottato (v., per tutte: 23 giugno 1993, n. 6952; 16 novembre 2007, n. 23731; 18 giugno 2008, n. 16530). Il Consiglio di Stato, in più occasioni, ha affermato che ogni contestazione in ordine alla legittimità o meno del discusso recupero di ratei di pensione deve avvenire a mezzo del rimedio devoluto alla giurisdizione esclusiva della Corte dei conti e che la giurisdizione esclusiva in materia di pensioni dei pubblici dipendenti si estende alle controversie relative ad atti di recupero di ratei di pensione erogati e non dovuti, venendo in discussione l’an o il quantum del trattamento pensionistico (cfr. IV 25 giugno 2010, n. 4108; V, 23 novembre 2010, n. 8156; in tema di demarcazione tra la giurisdizione amministrativa e quella contabile cfr. ad esempio, recentemente, Cons. Stato, VI, 21 dicembre 2012, n. 6641 e IV, 15 febbraio 2013, n. 923). (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 31.5.2013, n. 2995)
Il legislatore del 2012 non ha espunto la programmazione dal "sistema farmacie", in particolare la pianificazione numerica e territoriale, essendosi limitato a variarne taluni parametri, a snellirne le forme e ad assegnarne la competenza in via ordinaria ai comuni e non più alle regioni (se non invia straordinaria ed in funzione sostituiva, nel quadro della loro competenza in tema "di vigilanza sulle farmacie" di cui all’art. 32 della legge 23 dicembre 1978 n. 833). Ciò appare non solo ragionevole sotto ogni aspetto, ma pienamente conforme al dichiarato intento dell’intervenuta normativa di rimuovere limiti e restrizioni a loro volta non ragionevoli e non proporzionati alle perseguite finalità di interesse pubblico generale, alla stregua dei principi costituzionali per i quali l’iniziativa economica privata è libera secondo condizioni di piena concorrenza e pari opportunità tra tutti i soggetti, e di ammettere solo i limiti, i programmi e i controlli necessari ad evitare possibili danni a valori costituzionalmente tutelati, quali il diritto alla salute, e possibili contrasti con obiettivi parimenti tutelati, quali l’utilità sociale, oltreché con gli obblighi comunitari ed internazionali della Repubblica. In particolare, la c.d. "liberalizzazione" delle farmacie attuata con la normativa in parola, nel mantenere una proporzione tra il loro numero e l’entità della popolazione e nel prescrivere che esse siano idoneamente ubicate, mira non solo all’adeguamento ai principi anzidetti anche di estrazione comunitaria, bensì essenzialmente a coniugare le esigenze dell’utenza di miglioramento nella fruizione del servizio farmaceutico e, in ultima analisi, le esigenze generali ad una più ampia copertura del territorio per finalità di tutela della salute dei cittadini, con quelle, commerciali, dell’esercente ad un bacino d’utenza ritenuto adeguato in relazione a quei principi. (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 31.5.2013, n. 2990)
Costituisce approdo consolidato in giurisprudenza quello secondo cui (si veda ancora di recente Cons. Stato Sez. IV, 22-01-2013, n. 355) "l'emanazione di un provvedimento espresso (sia positivo che negativo) dopo la proposizione del ricorso giurisdizionale contro il silenzio-rifiuto della P.A., nonpuò non avere effetti estintivi sulla materia del contendere, in quanto il privato ha ottenuto il risultato al quale mira il giudizio, ossia il superamento della situazione di inerzia procedimentale e di violazione/elusione dell'obbligo di concludere il procedimento con un provvedimento espresso entro i termini all'uopo previsti; nel caso in cui il provvedimento sopravvenuto sia ritenuto illegittimo, per motivi evidentemente diversi dalla mera tardività, il privato deve proporre contro di esso una nuova impugnazione. E’ stato poi correttamente rimarcato, in passato, che (Cons. Stato Sez. V, 17-09-2010, n. 6978) l'interesse all'impugnazione del silenzio della P.A., perdurante malgrado la sussistenza dell'obbligo di provvedere, e cioè di portare al termine il procedimento amministrativo, non viene meno per il solo fatto che sia stato emesso un atto meramente istruttorio o comunque interno; esso trova invece un limite nell'adozione di un atto che, sebbene endoprocedimentale, provochi un arresto del procedimento. In tale caso, è l'atto endoprocedimentale a dover essere impugnato secondo gli ordinari rimedi, avendo esso un effetto preclusivo lesivo dell'interesse al successivo sviluppo del procedimento E’ quindi indubbio che l'interesse all'impugnazione del silenzio non viene meno per il solo fatto che sia stato emesso un atto meramente istruttorio o comunque interno (Cons. St. Sez.VI 1.3.2010 n. 1168, Sez. IV, 10 aprile 2009, n. 2241; Cons. St., sez. V, 25 febbraio 2009, n. 1123). E’ del pari certo che non basta un qualsiasi atto ad interrompere l'inerzia e tanto meno un atto avente mero contenuto endoprocedimentale, e non già provvedimentale. A diverse conclusioni, invece, si deve giungere laddove ci si trovi al cospetto di un atto che, sebbene endoprocedimentale, provochi un arresto del procedimento. Ciò in quanto scopo del ricorso avverso il silenzio - rifiuto, è quello di ottenere un provvedimento esplicito dell'amministrazione che elimini lo stato di inerzia e assicuri al privato la definizione della propria pretesa. (così, Cons. St., sez. IV, 15 settembre 2010, n. 6892).....L’oggetto del giudizio sul silenzio è quello (ed unicamente quello) di fare cessare l’inerzia dell’amministrazione, ed allorchè essa cessa il giudizio diventa improcedibile: le tematiche relative alle "cause" dell’inerzia protrattasi e poi cessata, la tempistica procedimentale asseritamente illegittima assunta, etc, riverberano in sede di giudizio risarcitorio, ma non possono condurre ad una statuizione "accertativa autonoma" in sede di giudizio sul silenzio, pur quando lo stesso come nel caso di specie, sia cessato (ex multis: Cons. Stato Sez. V, 15-12-2005, n. 7125 "essendo stato più volte affermato che il decorso del termine stabilito dalla legge per la formazione del silenzio-rifiuto non comporta la perdita della potestà di decidere dell'Amministrazione se ne deve concludere che deve essere dichiarato improcedibile per sopravvenuto difetto di interesse un eventuale ricorso contro l'inerzia dell'Amministrazione qualora il provvedimento esplicito venga adottato successivamente. Ciò è avvenuto nel caso di specie in cui avendo l'appellante proposto ricorso avverso il silenzio-rifiuto, formatosi, su una sua istanza per il rilascio di concessione edilizia, la P.A. -seppure oltre il termine di 60 giorni- si sia esplicitamente pronunciata sull'istanza in questione con provvedimento di diniego esplicito e motivato."). (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 30.5.2013, n. 2968)
In base all’orientamento ormai consolidato della giurisprudenza (v., ex plurimis, T.A.R. Sicilia, Palermo, 8.11.2012, n. 2271; T.A.R. Campania, Napoli, 20.1.2004, n. 229), a seguito soprattutto delle conclusioni raggiunte in data 11 dicembre 2003 dalla Commissione di studio istituita dai Presidentidella Corte di Cassazione e del Consiglio di Stato in presenza dei contrasti giurisprudenziali insorti in tema di riparto di giurisdizione nella descritta materia, "Il concetto di procedura concorsuale – ha chiarito la Commissione –evoca una procedura caratterizzata dalla valutazione dei candidati e dalla compilazione finale di una graduatoria. Pacificamente vi rientrano sia le procedure concorsuali connotate dall’espletamento di prove stricto sensu intese, sia i concorsi per titoli. Non concretano procedure concorsuali, invece, le assunzioni che non sono basate su di una logica selettiva: si pensi alle chiamate dirette, nonché alle procedure di mera verifica di idoneità dei soggetti da assumere, in quanto titolari di riserva o iscritti in apposita lista. È, infatti, chiaro che detta valutazione di idoneità mira solo alla verifica della capacità in termini assoluti del soggetto e non è caratterizzata dalla comparazione finalizzata alla compilazione di una graduatoria, che rappresenta la nota caratterizzante del concorso per l’accesso all’impiego, anche per soli titoli. La medesima cosa si deve dire relativamente alla selezione del dirigente per la copertura dell’incarico, anche laddove la scelta sia confinata nell’ambito di una lista di soggetti idonei in quanto dotati dei requisiti necessari: detta selezione è il frutto di una scelta comparativa di carattere non concorsuale in quanto non caratterizzata dallo svolgimento di prove o selezioni sulla base di una lex specialis, né dalla compilazione di una graduatoria finale". Tali considerazioni, svolte dalla Commissione proprio in relazione alla fattispecie dell’art. 15-septies del d. lgs. 502/1992, si attagliano particolarmente al caso di specie, nel quale l’avviso adottato in esecuzione della deliberazione del Direttore Generale della U.S.L. n. 893 del 2.7.2003 precisa, a p. 3, che "non si dà luogo a graduatoria" e che "in caso di più candidati all’incarico da conferire l’Azienda procederà alla stipula del contratto individuale di lavoro a "tempo determinato" ai sensi delle vigenti disposizioni contrattuali, sulla base di una rosa di "idonei" selezionati dal Direttore Amministrativo congiuntamente al Responsabile dello Staff della Direzione Aziendale e sanitaria tenuto conto della valutazione comparata dei curricula dei candidati medesimi". Appare evidente, quindi, che non ricorre, nel caso di specie, il carattere concorsuale della selezione che radica e giustifica, ai sensi dell’art. 63, comma 4, d. lgs. 165/2001, la giurisdizione del g.a. Si versa, infatti, in ipotesi di procedura selettiva non concorsuale, che si svolge senza alcuna prova per i candidati, ma sulla base di una sola valutazione dei curricula, e che non conduce ad alcuna graduatoria finale, ma alla nomina, avente sostanzialmente carattere fiduciario, del dirigente a tempo determinato, da parte del Direttore Generale, nell’ambito di una rosa di nomi selezionati unicamente mediante l’esame degli stessi curricula. Un simile riparto della giurisdizione in materia, del resto, risponde a quanto hanno evidenziato anche le Sezioni Unite della Cassazione nella sentenza n. 15764 del 19.7.2011 in relazione all’analoga fattispecie dell’art. 15-ter del d. lgs. 502/1992, affermando, in punto di giurisdizione, principi che vale la pena qui ricordare per la loro assoluta analogia di ratio rispetto alla fattispecie in oggetto. La configurazione giuridica delle modalità di conferimento degli incarichi di dirigente del ruolo sanitario – del tutto assimilabile anche alle mansioni dirigenziali di carattere non sanitario, come nel caso di specie, ai sensi del comma 2 dell’art. 15-septies del d. lgs. 502/1992 – è stata più volte precisata dalla Corte regolatrice della giurisdizione, che ne ha tratto specifiche conseguenze sul piano della tutela dei diritti. Ai fini del riparto della giurisdizione per le relative controversie, infatti, le Sezioni Unite hanno rilevato che appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario la cognizione della controversia concernente il provvedimento di conferimento dell’incarico di dirigente di secondo livello del ruolo sanitario ai sensi del d. lgs. n. 502 del 1992, dovendosi escludere che la procedura per il conferimento di detto incarico abbia natura di procedura concorsuale per il solo fatto che ad essa sono ammessi anche soggetti estranei al S.S.N. e soggetti che, seppur medici del servizio sanitario, siano legati comunque con rapporto di lavoro ad enti diversi rispetto a quello che indice la procedura. "Nella disciplina per il conferimento dell’incarico di dirigente medico non è presente alcun elemento idoneo a ricondurre la stessa ad una procedura concorsuale, ancorché atipica: la commissione si limita alla verifica dei requisiti di idoneità dei candidati alla copertura dell’incarico, in esito ad un colloquio ed alla valutazione dei curricula, senza attribuire punteggi o formare una graduatoria, semplicemente predisponendo un elenco di candidati, tutti idonei perché in possesso dei requisiti di professionalità previsti dalla legge e delle capacità manageriali richieste in relazione alla natura dell’incarico da conferire; l’elenco viene sottoposto al direttore generale il quale, nell’ambito dei nominativi indicati dalla commissione, conferisce l’incarico sulla base di una scelta di carattere essenzialmente fiduciario, affidata alla sua responsabilità manageriale (cfr. Cass., Sez. un., n. 25042 del 2005; n. 5920 del 2008)" (Cass., Sez. Un., 19.7.2011, n. 15764). I suddetti principi sono, infine, confortati dalla decisione n. 196 del 2005 della Corte costituzionale, che ha rimarcato come, nella materia in esame, il riparto della giurisdizione debba essere operato sulla base della natura dell’atto di conferimento dell’incarico dirigenziale. (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 30.5.2013, n. 2947)

References: sentenza 
 articolo 63
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