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Timestamp: 2020-08-12 10:14:03+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 12239 del 14/06/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12239 del 14/06/2016
Cassazione civile sez. II, 14/06/2016, (ud. 12/05/2016, dep. 14/06/2016), n.12239
sul ricorso 22094-2011 proposto da:
D.G. (OMISSIS), A.R.
(OMISSIS), A.R. (OMISSIS),
elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CRESCENZIO 62, presso lo
studio dell’avvocato FRANCESCO GRISANTI, rappresentati e difesi
A.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE GIULIO
rappresentato e difeso dall’avvocato ALFREDO FERRARI;
M.I., A.A., A.D., A.
F., A.S., G.A.;
avverso la sentenza n. 353/2010 della CORTE D’APPELLO di TRENTO,
udito l’Avvocato Ciprotti per delega dell’Avvocato Pafundi;
Con citazione del 20 febbraio 2005 A.L. conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Trento A.E., A. G., A.S., A.F. e G. A., ed esponeva: che il (OMISSIS) era deceduto in Trento A.G., disponendo delle sue sostanze con testamento olografo del 9 settembre 1968 in favore dei quattro figli A.L., A.G., A.A. ed A.E.; che A.A. era a sua volta morto nel (OMISSIS) e gli erano succeduti ex lege la moglie G.A. e le figlie A.S. e A.F.; che, su ricorso dei convenuti, era stato rilasciato certificato d’eredità che, facendo riferimento ad un piano di divisione materiale della Particella edificiale 303 del Comune catastale di (OMISSIS), attribuiva ad A.E. la Porzione Materiale 2 di nuova formazione e ad A.S., A.F. e G. A., con la quota di un terzo ciascuno, la nuova Porzione Materiale 1, comprensive di porzioni del fabbricato e dell’antistante cortile; che ciò contrastava con le disposizioni testamentarie di A.G., che facevano riferimento solo a parti della casa, trascurando il terreno circostante, che andava quindi devoluto secondo la successione legittima fra gli eredi per la quota di un quarto ciascuno; che il cortile della Particella edificiale 303 era attraversato da condutture per acqua e fognature e dal cavo elettrico a servizio dell’adiacente Particella edificiale 665 di proprietà del medesimo attore, venendo esso utilizzato altresì per accedere a piedi e con veicoli alla Particella edificiale 766.
Su tali premesse, A.L. domandava che venisse accertato che, in forza di successione legittima, egli fosse comproprietario con la quota di un quarto del cortile circostante la Particella edificiale 303 Comune Catastale (OMISSIS), ovvero, in subordine, che fosse dichiarata la costituzione delle servitù di passaggio a piedi e con veicoli, nonchè di posa in opera di tubazioni interrate, di elettrodotto e di cavo telefonico a carico del medesimo immobile per destinazione del padre di famiglia o per usucapione; in ulteriore subordine l’attore instava per la costituzione di servitù coattive dello stesso contenuto, e altresì chiedeva che analoghe statuizioni fossero pronunciate in relazione alle tubazioni dell’acqua potabile e per consentirgli l’accesso al contatore dell’acqua della Particella edificiale 766. I convenuti si costituivano e resistevano alla pretesa attorea di riconoscimento della proprietà di un quarto del cortile della Particella edificiale 303, rilevando che quest’ultima fosse tavolarmente iscritta come “casa di abitazione con cortile”, e che quindi si trattasse di un unico bene. Per quanto qui ancora rilevi, va menzionato come i convenuti, peraltro, in via riconvenzionale, avessero lamentato che l’attore ostacolava, mediante l’apposizione di paletti di ferro, l’utilizzo della particella fondiaria 645/7 da parte degli altri comproprietari, e che lo stesso attore avesse destinato all’uso esclusivo per il parcheggio della sua autovettura una porzione della particella fondiaria 645/5 di proprietà comune, chiedendo di accertare l’illegittimità della condotta di A.L. e di condannarlo a rimuovere gli ostacoli posti ai loro diritti di comproprietari. All’udienza di trattazione, pertanto, a fronte della riconvenzionale dei convenuti, A.L. proponeva “reconventio reconventionis” con domanda di accertamento dell’intervenuto acquisito per usucapione del diritto di proprietà di porzione della particella fondiaria 645/5, come individuata dalla planimetria in atti.
Espletata l’istruzione probatoria, il Tribunale di Trento, con sentenza n. 289/2009 del 19 marzo 2009, cosi provvedeva: dichiara che A.L., quale erede testamentario di A. G., è proprietario della p. ed. 766 CC (OMISSIS);
dichiara che A.L., quale erede di A. G., è comproprietario con la quota di 1/4 del cortile della p. ed. 303 CC (OMISSIS) identificato dalla neo formata p. m. 3 nel piano di divisione materiale della casa dd. novembre 2007 redatto dal CTU geom. L.G.; dichiara costituita a favore della p. ed.
766 CC (OMISSIS) e a carico dell’edificio p. ed. 303 la servitù di passaggio con le tubazioni dell’acqua potabile in conformità alla situazione in atto; ordina all’attore di rimuovere il contatore dell’acqua a servizio della p. ed. 766 sito nel garage della p. ed.
303; condanna l’attore a rimuovere i paletti di ferro e gli altri impedimenti collocati sui terreni comuni e sulla p. ed. 303;
dichiara che A.L. ha acquistato per usucapione il diritto di proprietà della parte della p. f. 645/5 CC (OMISSIS) utilizzata per il parcheggio dell’autovettura ed evidenziata nel tipo di frazionamento redatto dal CTU geom. L.G. in data 21.11.2007 allegato alla relazione peritale”.
Avverso la sentenza di primo grado proponeva appello A. E., deducendone l’erroneità in relazione ai capi relativi alla comproprietà del cortile della p. ed. 303 e all’intervenuta usucapione della parte di p.f. 645/5. In specie, l’appellante contestava la sussistenza della prova del dominio esclusivo sulla res da parte del comproprietario con modalità incompatibili con l’altrui possesso, nonchè della durata ventennale dello stesso, essendo a tal fine insufficienti le prove testimoniali assunte e rilevandosi agli atti comunicazioni trasmesse a A.L. con valenza interruttiva del termine utile all’usucapione.
Con sentenza n. 353/2010, depositata il 23 dicembre 2010, la CORTE D’APPELLO di TRENTO rigettava il gravame e confermava integralmente la pronuncia di prime cure. Sempre per quanto ora rilevi, la Corte trentina osservava che l’appellato avesse fornito piena prova del possesso esclusivo e continuativo sulla porzione della particella fondiaria 645/5, atteso che: la circostanza del possesso esclusivo di una porzione di terreno comune, dedicata al parcheggio dell’auto di A.L., risultava ammessa dagli stessi convenuti in primo grado nella comparsa di costituzione, laddove lamentavano la stabile occupazione di tale porzione da parte del coerede;
l’espletata CTU avesse dimostrato l’esistenza di un riparo di natura permanente utilizzato da A.L. per il ricovero della propria autovettura; l’istruttoria avesse rivelato (testi D.B. e C.) che da oltre venti anni il medesimo A.L. aveva posto in essere atti di godimento esclusivo sull’area in questione, parcheggiando il proprio mezzo ed escludendo i comproprietari tavolari; la stessa circostanza fosse ampiamente nota ai convenuti, come attestato dalla testimonianza di A. R., il quale aveva affermato come, sin dal 1985, lo zio Livio posteggiasse l’auto nell’area in contestazione. Quanta alle missive inviate a A.L. da parte di legali o tecnici dei coeredi, la Corte di Trento definiva le stesse non idonee ad interrompere l’usucapione, essendo tal fine necessari gli atti giudiziali previsti dall’art. 2943 c.c. (richiamato dall’art. 1165 c.c.).
Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso per cassazione in unico motivo D.G., A.R., e A. R., quali eredi di A.E., deceduto il (OMISSIS).
Resiste con controricorso A.L., chiedendo di dichiararsi inammissibile o comunque infondato il ricorso.
Con unico motivo i ricorrenti deducono l’insufficiente o contraddittoria motivazione, nonchè la violazione e falsa applicazione degli artt. 1102, 1140, 1144, 1158 e 1164 c.c. quanto all’accoglimento della “reconventio reconventionis” dell’attore circa l’acquisto per usucapione della proprietà di porzione della particella fondiaria 645/5 Comune Catastale (OMISSIS), per aver ritenuto raggiunta la prova del possesso esclusivo e continuativo di A.L. su tale porzione. Assumono i ricorrenti che gli elementi valorizzati dalla Corte d’Appello di Trento non rivelano i necessari requisiti di contrasto ed innegabile incompatibilità con il possesso altrui necessari ai fini dell’usucapione della cosa comune. Il possesso esclusivo e continuativo cui fa cenno la Corte di merito potrebbe per i ricorrenti giustificarsi in base ad un atteggiamento di semplice astensione o mera tolleranza mantenuto dagli altri comproprietari. Spiegano i ricorrenti che la circostanza dell’utilizzo della porzione di terreno comune da parte di A. L. fosse stata ammessa dai convenuti in primo grado proprio per negarne il diritto; che l’esistenza di un riparo di natura permanente utilizzato da A.L. per il ricovero della propria autovettura, emergente dall’espletata CTU e documentato fotograficamente fosse pacifica, ma neppure provava il possesso utile ad usucapionem; che i testi indicati dalla Corte d’Appello erano solo quelli citati dall’attore, e che comunque gli stessi non avessero affermato che esistessero in loco accorgimenti, come l’uso di lucchetti, in grado di impedire pubblicamente ad altri di accedere all’area in contestazione; che fosse pacifico, e però irrilevante, che i convenuti ben conoscessero la circostanza che A.L. parcheggiasse su quell’area il proprio auto; che le missive inviate a A.L. dal geometra S. e dall’avvocato M. (di cui si trascrivono in ricorso i contenuti) dimostrassero come il godimento dello spazio conteso da parte di A.L. non fosse affatto pacifico, ed anzi contestato e semmai proseguito per mera tolleranza; che in definitiva mancava prova di un atto di interversione del possesso, ovvero comunque di un possesso di A.L. incompatibile con il possesso degli altri aventi diritto, protratto per oltre venti anni e pacifico.
Il motivo è infondato. E’ corretta la premessa secondo cui, in tema di compossesso, il godimento esclusivo della cosa comune da parte di uno dei compossessori non è, di per sè, idoneo a far ritenere lo stato di fatto cosi determinatosi funzionale all’esercizio del possesso ad usucapionem e non anche, invece, conseguenza di un atteggiamento di mera tolleranza da parte dell’altro compossessore, risultando necessario, a fini dell’usucapione, la manifestazione del dominio esclusivo sulla res communis da parte dell’interessato attraverso un’attività durevole, apertamente contrastante ed inoppugnabilmente incompatibile con il possesso altrui, gravando l’onere della relativa prova su colui che invochi l’avvenuta usucapione del bene (Cass. 20 settembre 2007, n. 19478). Tuttavia, il coerede che, dopo la morte del de cuius, sia rimasto nel possesso del bene ereditario, ben può usucapire la quota degli altri eredi, senza necessità di interversione del titolo del possesso, a tale scopo bastando un’estensione dei limiti del suo possesso. Egli, cioè, che già possiede animo proprio ed a titolo di comproprietà, è tenuto ad estendere tale possesso in termini di esclusività, il che avviene quando il coerede goda del bene in modo inconciliabile con la possibilità di godimento altrui e tale da evidenziare un’inequivoca volontà di possedere uti dominus e non più uti condominus (Cass. 13 novembre 2014, n. 24214; Cass., 25 marzo 2009, n. 7221). A tale principio si è attenuta la Corte d’appello di Trento, la quale, con congruo apprezzamento delle risultanze di causa, ha ravvisato che la realizzazione da parte di A.L. di un riparo per il parcheggio della sua autovettura sull’individuata porzione della particella fondiaria 645/5 e la protratta utilizzazione esclusiva a tale scopo di quell’area denotassero l’esercizio di un potere di fatto inconciliabile con l’altrui compossesso, giacchè, da oltre vent’anni, gli altri possessori non avevano, neppure saltuariamente ed episodicamente, utilizzato quello spazio, in maniera da instaurare con la res contesa un rapporto materiale analogo a quello avuto da A.L..
Quanto alla deduzione che il possesso di A.L. sulla porzione della particella fondiaria 645/5 fosse avvenuto per mera tolleranza (a parte l’inconciliabilità logica tra gli atti di tolleranza di cui all’art. 1144 c.c., i quali non possono servire di fondamento all’acquisto del possesso, e i rapporti piuttosto intercorrenti tra i compossessori di un bene, quali quelli derivanti in forza della successione al comune dante causa), la prova della sussistenza di tale atteggiamento spetta a colui che ciò adduce; per di più, la tolleranza implica un elemento di transitorietà e saltuarietà, comportando un godimento di modesta portata, ed è incompatibile con una condotta abituale e reiterata nel tempo.
Quanto alla valenza delle lettere inviate a A.L. dal geometra S. e dall’avvocato M. per conto dei coeredi, è costantemente ribadito da questa Corte che gli atti di diffida e di messa in mora (a differenza degli atti che comportino la perdita materiale, per il possessore, del potere di fatto sulla cosa, oppure degli atti giudiziali diretti ad ottenere, “ope iudicis”, la privazione del possesso nei confronti del possessore stesso), non spiegano rilevanza sulla maturazione del termine per usucapire, potendosi esercitare il possesso anche in aperto e dichiarato contrasto con la volontà del titolare del diritto reale (Cass. 11 luglio 2011, n. 15199; Cass. 19 giugno 2003, n. 9845).
Per il resto, la censura proposta si risolve nella sollecitazione ad effettuare una nuova valutazione dei documenti esibiti e delle deposizioni dei testimoni, ovvero a sindacare la scelta tra le varie risultanze probatorie emerse nel corso dei precedenti gradi del procedimento, così involgendo apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive. Nè il giudizio di legittimità può tramutarsi in un nuovo giudizio di merito, nel quale ridiscutere tanto il contenuto di fatti e vicende processuali, quanto ancora le valutazioni espresse dal giudice di appello non condivise e per ciò solo censurate.
Consegue in definitiva il rigetto del ricorso.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare al controricorrente A.L. le spese del giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

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