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Usare software pirata non è reato
Redazione 11 gennaio 2010
1.Dott. Aldo Grassi Presidente
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2.Dott. Mario Gentile Consigliere
3.Don. Amedeo Franco (est.) Consigliere
4.Don. Silvio Amoresano Consigliere
5.Don. Luigi Marini Consigliere
sul ricorso proposto da Tizio
avverso la sentenza emessa il 3 aprile 2009 dalla corte d’appello di Trento; udita nella pubblica udienza del 22 ottobre 2009 la relazione fatta dal Consigliere Amedeo Franco;
udito il Pubblico Ministero in persona Sostituto Procuratore Generale dott. Vincenzo Geraci, che ha concluso per I’inammissibilità del ricorso;
1.Tiziovenne rinviato a giudizio per rispondere del reato di cui all’art. 171 bis legge 22 aprile 1941, n. 633, per avere, in qualità di titolare di uno studio di geometra, abusivamente duplicato per trarne profitto, installandoli su quattro postazioni di lavoro del detto studio, i programmi Microsoft Office 2000 e Windows 2000, mancanti delle previste licenze d’uso.
Il giudice del tribunale di Rovereto, con sentenza 27.9.2007, accertò preliminarmente che non vi era la prova che l’imputato avesse egli stesso duplicato i programmi in questione, mentre era provato che gli stessi erano detenuti ed utilizzati per le ordinarie attività dello studio professionale. Secondo il giudice era perciò configurabile non la prima, ma la seconda ipotesi di reato prevista dall’art. 171 bis, ossia quella di avere detenuto, per trarne profitto, a scopo commerciale o imprenditoriale i programmi contenuti in supporti non contrassegnati col marchio Siae. Nella specie, infatti, mancava lo scopo commerciale, ma I’utilizzazione dei programmi in una attività professionale non era equiparabile ad un mero utilizzo personale e, quindi, poteva rientrare nella ipotesi dello scopo imprenditoriale. Il giudice dichiarò pertanto l’imputato colpevole del reato ascrittogli, condannandolo alla pena ritenuta di giustizia.
1) violazione degli artt. 648 e 649 cod. proc. pen. e manifesta illogicità della motivazione. Osserva che gli era stato contestato di avere abusivamente duplicato per trarne profitto due programmi informatici Microsoft senza disporre delle licenze d’uso. Egli non ha mai negato la detenzione e dei programmi, bensi ha innanzitutto negato che la duplicazione fosse opera sua. I1 tribunale ha accertato che non vi era nessuna prova che egli avesse duplicato i programmi. Il PM non ha impugnato la sentenza e quindi su questo capo si è formato il giudicato. Ciò nonostante la corte d’appello lo ha ritenuto responsabile di illecita duplicazione perché, pur non avendo personalmente duplicato i programmi, aveva necessariamente concorso con chi li aveva installati. Un tale addebito era però precluso dal giudicato assolutorio e non poteva più essere contestato in sede di appello, neppure nella configurazione fattuale (peraltro non contestata e priva di conforto probatorio) di avere promosso o consentito la duplicazione. lnvero tale condotta concorsuale, per essere causalmente rilevante, implica la sua anteriorità o contemporaneità alla duplicazione, e non può ritenersi necessariamente provata in via presuntiva dalla successiva detenzione dei programmi, perché non può escludersi che si sia verificato quanto norrnalmente accade, e cioè che egli abbia semplicemente acquistato gli hardware nei quali i programmi erano stati installati in precedenza.
Con successiva memoria il ricorrente rileva che la norma invocata si riferisce a chi detiene a scopo commerciale o imprenditoriale programmi contenuti in supporti non contrassegnati dalla SIAE, mentre l’imputazione era quella di avere abusivamente duplicato … installandoli … i programmi informatici mancanti delle previste licenze d’uso, ossia un fatto che in parte (la duplicazione) è stato escluso con forza di giudicato dalla sentenza di primo grado, e per I’altra parte (l’installazione) non corrisponde a quello previsto dalla norma.
Va innanzitutto precisato che il vigente testo dell’art. 171 bis, primo comma, primo periodo, della legge 22 aprile 1941, n. 633, prevede due distinte ipotesi di reato: a) il fatto dl chi abusivamente duplica, per trarne profitto, programmi per elaboratore; b) il fatto di chi, per trarne profitto, importa, distribuisce, vende, detiene a scopo commerciale o imprenditoriale o concede in locazione programmi contenuti in supporti non contrassegnati dalla SIAE.
5.3. Si tratta però di un addebito che era ormai precluso dal giudicato assolutorio e che non poteva più essere contestato oritenuto in sede di appello con effetto condannatorio, neppure nella configurazione del concorso morale con il non identificato autore della abusiva duplicazione.
Ora, la seconda parte della motivazione della sentenza impugnata ha esaminato unicamente la questione del fine di profitto – che invece l’imputato non aveva mai posto in discussione – e non ha invece affrontato l’unico problema posto con I’atto di appello, ossia quello della applicabilità dell’art. 171 bis anche qualora il detentore utilizzi i programmi abusivi per l’esercizio della libera professione.
Si ritiene generalmente – anche alla luce dell’evoluzione storica del testo della disposizione che era originariamente sorta per dare attuazione ad una direttiva comunitaria – che l’espressione «a scopo commerciale» equivalga sostanzialmente a quella di «detenzione per la commercializzazione». Nella vigenza del vecchio testo, però, si riteneva che entrambe le espressioni ricomprendessero anche «le fattispecie di detenzione per un “uso interno” nell’ambito di una attività imprenditoriale caratterizzata da uno scopo commerciale, purché tale attività imprenditoriale sia favorita dall’utilizzo del programma con la consapevole finalità (dolo specifico) di servirsi di copie non autorizzate per percepire un vantaggio di tipo patrimoniale consistente nell’immediato risparmio sul relativo costo di acquisto» (Sez. III, 28.6.2001, n. 33896, Furci). II nuovo testo dell’art. 171 bis introdotto dall’art. 13 della legge 18.8.2000, n. 248, ha sostituito l’espressione di «detenzione per scopo commerciale» con quella di «detenzione per scopo commerciale o imprenditoriale», ma la giurisprudenza ha ritenuto che sotto questo profilo non vi sia stato un ampliamento della tutela penale, ma soltanto una specificazione di corretto recepimento della direttiva comunitaria 91/250/CEE del 14 maggio 1991 (Sez. III, 28.6.2001, n. 33896, Furci, cit.).
6.3. Occorre quindi valutare se l’utilizzo dei programmi in questione nell’ambito della attività di uno studio di un libero professionista possa farsi rientrare nella nozione di attività di impresa. Il giudice di primo grado ha ritenuto che l’attività libero professionale non può essere equiparata ad un utilizzo personale, perché consiste in una attività economica diretta alla prestazione di servizi ed alla produzione di redditi, sicché va qualificata come attività di impresa, sia pure individuate e non gestita in forma societaria.
L’art. 171 bis, comma 1, legge 22 aprile 1941, n. 633, come già rilevato, punisce, da un lato, la abusiva duplicazione, per trame profitto, di programmi per elaboratore (prima ipotesi di reato) e, dall’altro lato, l’importazione, distribuzione, vendita, detenzione a scopo commerciale e imprenditoriale, concessione in locazione non già di programmi abusivamente duplicati ma esclusivamente dl programmi contenuti in supporti non contrassegnati dalla SIAE.
Deve allora ricordarsi che la Corte di Giustizia europea – con sentenza resa ai sensi dell’art. 234 del Trattato CEE, emessa 1’8 novembre 2007 nel procedimento C-20/05, Schwibbert, sulla questione relativa alla compatibilità della normativa italiana che prevede l’apposizione del contrassegno Siae con la direttiva europea 83/189/CEE del 28 marzo 1983, la quale aveva istituito una procedura di informazione obbligatoria nel settore delle norme e delle regole tecniche – ha statuito che I’obbligo di apporre sui dischi compatti contenenti opere d’arte figurativa il contrassegno Siae in vista della loro commercializzazione nello Stato membro interessato, rientra nel novero delle «regole tecniche», ai sensi della suddetta normativa, che devono essere notificate dallo Stato alla Commissione della Comunità europea, la quale dove poter disporre di informazioni complete al fine di verificare la compatibilità dell’obbligo con il principio di libera circolazione delle merci, con la conseguenza che qualora tali regole tecniche non siano state notificate alla Commissione non possono essere fatte valere nei confronti dei privati e devono essere disapplicate dal giudice nazionale.
La Corte Suprema di Cassazione annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste. Così deciso in Roma, nella sede della Corte Suprema di Cassazione, il 22 ottobre 2009.
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Usare software pirata non è reato redazione redazione 2015-06-12T01:28:11+00:00 Edilone.it

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