Source: http://siapol.it/sezione.php?d=1543
Timestamp: 2018-01-17 14:58:03+00:00

Document:
Sentenza n.4132 del 27/06/2006
Concorso valido anche se per pochi
ItaliaOggi - Enti Locali del 18/8/2006
Autore: di Stefano Manzelli
Il comune non può annullare un concorso a causa della partecipazione di un numero limitato di candidati alla pubblica selezione. Inoltre la procedura di reclutamento del comandante della polizia locale può contemplare anche materie non specialistiche. Lo ha evidenziato il Consiglio di stato, sez. V, con la decisione n. 4132 del 27 giugno 2006 (sotto il testo integrale). L'ente locale ha indetto un concorso riservato per la copertura del posto di capo settore della polizia municipale. All'esito della procedura di selezione l'amministrazione ha però proceduto all'annullamento del reclutamento per illegittimità del procedimento ma contro questa determinazione il vincitore ha proposto con successo ricorso al Tar. Successivamente il comune ha avanzato appello al Consiglio di stato che ha quindi confermato la decisione del Tar. In pratica, a parere del primo giudice, la delibera municipale di annullamento dell'intera procedura di selezione risulta illegittima anche per la mancata comparazione degli interessi coinvolti. Il comune avrebbe infatti considerato solo le presunte ragioni di illegittimità del bando senza valutare adeguatamente anche le legittime aspettative del privato alla conclusione del procedimento. E il collegio ha confermato anche questa determinazione evidenziando la congruità della prova d'esame nonostante la particolarità della materia trattata. Deve infatti considerarsi attinente alla posizione del comandante di polizia locale ´qualsiasi compito inerente alle competenze d'ufficio, e perciò anche quelle in tema di raccolti di rifiuti, di pulizia delle strade, di trasporti pubblici'. Ma neanche la proposta censura inerente al superamento della prova scritta da parte di un solo candidato con conseguente limitazione della selezione degli aspiranti ha superato il vaglio del collegio amministrativo. La selezione del migliore aspirante, specifica infatti il Consiglio di stato, ´non dipende tanto dal numero dei candidati, ma dall'esito delle prove. La pluralità dei concorrenti assume significato di scarsa rilevanza, ove le prove d'esame siano superate positivamente'. In particolare, conclude la sentenza, in ipotesi di un concorso pubblico con riserva per il personale interno ovvero con inevitabile limitazione del numero dei possibili partecipanti. Il bando non può pertanto considerarsi illegittimo e l'intera procedura concorsuale deve essere approvata dalla giunta comunale. (riproduzione riservata-Si ringrazia l'Editore per la gentile concessione)
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta) ha pronunciato la seguente DECISIONE
sul ricorso in appello n.r.g. 10576 del 2003, proposto dal comune di Penne, rappresentato e difeso dall’avv. Andrea Modesti ed elettivamente domiciliato presso lo studio dell’avv. Tonino Presta, in Roma, via Prospero Alpino, n. 76,
il sig. Natalino Matricciani, rappresentato e difeso dagli avv. Fabrizio Rulli e Roberto Colagrande ed elettivamente domiciliato presso lo studio del secondo, in Roma, via Paisiello, n. 58 (studio Scoca),
dei sigg. Raffaele Silvi e Donato Valori, non costituiti in giudizio,
della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale dell’Abruzzo – Sezione staccata di Pescara, n. 779, pubblicata il 28 agosto 2003.
Visto l’atto di costituzione in giudizio della parte indicata sopra;
Vista l’ordinanza n. 5534 del 16 dicembre 2003, con la quale è stata respinta la domanda di sospensione dell’efficacia della sentenza impugnata;
Designato relatore, alla pubblica udienza del 14 febbraio 2006, il consigliere Giuseppe Farina ed uditi, altresì, gli avvocati A. Modesti e R. Colagrande, come da verbale d’udienza;
Ritenuto e considerato in fatto e in diritto quanto segue.FATTO
1. Il ricorso in appello n. 10576 del 2003 è proposto dal comune di Penne. È stato notificato ai sigg. Natalino Matricciani, Raffaele Silvi e Donato Valori il 10 novembre 2003 e depositato il 20 novembre.
2. È chiesta la riforma della sentenza n. 779 del 2003 del Tribunale amministrativo regionale dell’Abruzzo – Sezione staccata di Pescara. Con detta pronuncia è stato accolto il ricorso del sig. Natalino Matricciani avverso la deliberazione di giunta n. 177 del 19 giugno 2001.
3. Il Comune propone censure di inammissibilità del ricorso introduttivo e di erroneità della sentenza, nella parte in cui ha condiviso le censure dedotte dal ricorrente.
4. Il sig. Matricciani si è costituito in giudizio con memoria depositata in data 15 dicembre 2003.
5. Con ordinanza del 16 dicembre 2003, n. 5534, è stata respinta la domanda di sospensione degli effetti della sentenza impugnata.
6. All’udienza del 14 febbraio 2006, il ricorso è stato chiamato per la discussione e, quindi, trattenuto in decisione.
1. Con l’impugnata sentenza n. 779 del 28 agosto 2003, notificata il 18 settembre 2003, il Tribunale amministrativo regionale dell’Abruzzo – Sezione staccata di Pescara, ha accolto il ricorso del sig. Natalino Matricciani per l’annullamento della deliberazione della giunta del comune di Penne n. 177 del 19 giugno 2001.
La deliberazione aveva annullato il bando di concorso, approvato con precedente deliberazione 12 marzo 1998, n. 112, per il posto di comandante dei vigili urbani (VII qualifica funzionale). Nel concorso il ricorrente si era classificato al primo posto.
Egli aveva già proposto altro ricorso – accolto dal T.A.R. con sentenza 26 gennaio 2001, n. 76 – avverso il silenzio serbato sulla diffida a provvedere all’approvazione dei verbali del concorso ed alla sua nomina. La sopravvenuta deliberazione n. 177/2001 annullava il bando per illegittimità, conseguente alla violazione dell’art. 26 del regolamento comunale del servizio di polizia municipale e per illegittimità di talune operazioni compiute dalla commissione d’esame.
2. Il Tribunale amministrativo regionale, dopo aver riferito delle considerazioni e valutazioni espresse nel provvedimento impugnato, ha:
2.1. stabilito l’infondatezza dell’eccezione di inammissibilità del ricorso, opposta dal Comune, per omessa impugnazione di tutti i capi della deliberazione di giunta. In concreto, ha rilevato, sono stati censurati i motivi che sorreggono l’atto;
2.2. affermato la giurisdizione del giudice amministrativo sulla domanda di annullamento, con eccezione per la domanda di retrodatazione della nomina e per quella sul riconoscimento dei danni derivanti dalla mancata nomina;
2.3. dichiarato l’inammissibilità della domanda di riconoscimento della posizione di primo in graduatoria nel concorso, essendo precluso al giudice amministrativo di sostituirsi alla p. a. nell’adozione di un provvedimento discrezionale;
2.4. dichiarato inammissibile, per difetto di giurisdizione, la domanda del Comune di condanna del ricorrente per responsabilità ai sensi dell’art. 96 c.p.c.;
2.5. accolto il ricorso nella parte impugnatoria, con annullamento della deliberazione:
2.5.1.1. perché erronea l’affermazione di illegittimità del bando e
2.5.1.2. perché la prova scritta teorico pratica in concreto assegnata riguardava esattamente materia di competenza della unità operativa cui era preposto il comandante dei vigili urbani;
2.5.2. perché illegittima la valutazione, in essa fatta, circa la non congruità del numero dei concorrenti – da condurre, semmai, al momento delle ammissioni al concorso – e perché, in concreto, la valutazione dei concorrenti, come da verbale sulla prova orale (n. 6 del 26 febbraio 2000), è stata esauriente;
2.5.3. perché l’integrazione della commissione di concorso, a termine dell’art. 4, comma 6, del regolamento comunale in tema di accesso agli impieghi (deliberazione n. 208 del 6 luglio 1989), con il componente nominato dalla Regione, doveva essere considerata regolare, per la qualità di "componente aggregato", come già ritenuto dal T.A.R. con le sentenze n. 426 e 427 del 2001 e come osservato dalla commissione;
2.5.4. perché le prove d’esame – sia per quel che riguarda la prova scritta teorico-pratica, sia per quel che riguarda la prova orale – si sono conformate al disposto dell’art. 26 del regolamento;
2.5.5. perché, nella comparazione fra l’interesse pubblico all’<autoannullamento> e quello del privato concorrente alla conclusione del procedimento di concorso, l’amministrazione non ha valutato le legittime aspettative del privato, ma ha considerato unicamente le ragioni di presunte illegittimità del bando, delle prove di concorso, di funzionamento della commissione.
3. Con il primo motivo dell’appello, il Comune fa rilevare che, delle sei ragioni di annullamento del concorso, enunciate dalla deliberazione impugnata, il ricorrente non aveva censurato la quarta, riguardante la posizione del membro della commissione giudicatrice designato dalla Regione. Da qui, l’inammissibilità del ricorso introduttivo, essendo sufficiente questo motivo a giustificare l’annullamento delle prove del concorso.
La censura non ha fondamento, per un doppio ordine di ragioni.
La prima è che il T.A.R. ha pronunciato l’annullamento della deliberazione contestata (sopra n. 2.5.5) per aver omesso la dovuta comparazione dell’interesse pubblico all’autoannullamento e quello del privato "che è sacrificato di conseguenza". E non è risultato che "l’organo provvedente abbia valutato la legittima aspettativa del privato alla positiva conclusione del procedimento relativo al concorso". Le ragioni di illegittimità del bando e della procedura di concorso, ha continuato il T.A.R., sono state riconosciute infondate, "sicché il provvedimento con cui il Comune ha esercitato il potere negativo in discorso risulta privo di motivate e valide ragioni di pubblico interesse che possano far ritenere legittimamente sacrificabile l’interesse del privato".
È sufficiente questo motivo per l’annullamento del provvedimento, non in parte qua, ma nella sua interezza.
La seconda è che la questione della posizione del componente della commissione designato dalla Regione è stata esaminata dal primo giudice (sopra n. 2.5.3) e risolta in senso opposto a quello valutato dalla giunta comunale, con riguardo alle questioni concernenti "l’aspetto contenutistico e/o formale dei verbali dei lavori della commissione giudicatrice". La conclusione è stata che quell’organo aveva ben operato per quanto riguarda "la partecipazione del componente esperto nominato dalla regione e l’esercizio dei poteri a questi spettanti". E non appare affatto irragionevole ricondurre, come ha fatto il primo giudice, la questione della posizione del predetto componente fra quelle riguardanti il modo di condurre i lavori del collegio esaminatore.
Per altro verso, la considerazione fatta nel provvedimento circa la posizione del componente in parola ("se non fosse illegittima, sarebbe contraddittoria" la modalità di partecipazione ai lavori) non esprime neppure una statuizione di illegittimità, ma una critica di una precedente decisione del Tribunale amministrativo regionale stesso, che, quanto meno, in quella sede non competeva all’organo amministrativo.
4. Il secondo motivo dell’appello contiene una diffusa critica alle statuizioni del primo giudice in ordine ai motivi dell’annullamento consistenti nella affermata illegittimità del bando di concorso – per avere omesso di prescrivere, in violazione dell’art. 26 del regolamento approvato con deliberazione del 20 febbraio 1998, che la prova teorica doveva essere attinente al posto messo a concorso (di comandante dei vigili urbani del Comune) e che la "prova teorico-pratica" doveva avere per oggetto un atto inerente all’attività della polizia municipale – e nel fatto che la "prova scritta tecnico-professionale" assegnata dalla commissione d’esame non è stata legittimamente scelta, "dal momento che l’atto che è stato chiesto di redigere non è inerente all’attività di polizia municipale".
Il T.A.R. ha accolto la seconda e la terza censura del ricorso introduttivo ed ha riconosciuto l’illegittimità delle valutazioni della giunta (sopra 2.5.1.1 e 2.5.1.2). In sintesi, ha rilevato che il regolamento non era ancora entrato in vigore alla data di indizione del concorso e che il bando non era, comunque, illegittimo, in quanto prevedeva la redazione di un provvedimento amministrativo attinente all’attività comunale. Sicché l’indagine da farsi si spostava sulla effettiva attinenza della prova scritta teorico-pratica, in concreto assegnata. Questa aveva riguardato la redazione di un "atto di indirizzo" per acquisire tutti gli elementi utili per la costituzione di una società per azioni, da parte del Comune. E, in considerazione del fatto che appartenevano alla competenza del responsabile della "unità operativa vigilanza urbana-ecologica" i servizi di gestione dei rifiuti solidi urbani e differenziati, di pulizia delle strade e dei trasporti pubblici, la prova rientrava a pieno titolo fra le attività, all’epoca, demandate nel Comune all’ufficio al quale era preposto il comandante dei vigili urbani.
Il primo punto sul quale si sofferma l’appello del Comune è che vi è una differenza "abissale" fra prova teorico-pratica, prevista dal bando, e prova tecnico-professionale, prevista dal regolamento, anche da quello precedentemente in vigore. Aggiunge poi che la prova doveva riguardare l’attività di polizia municipale e, per disattendere l’osservazione del primo giudice sull’ampliata competenza della "unità operativa" (termine col quale si indicano quelli che, comunemente, sono designati come uffici comunali), sottolinea che l’ampliamento era intervenuto dopo il bando.
Il complesso motivo non ha pregio.
Le formule definitorie delle prove – teorico/pratica o tecnico/professionale – non trovano supporto in alcuna norma o documento approvato dalla giunta. Né la difesa del Comune ne ha indicata alcuna nell’atto d’appello. Occorre perciò far ricorso al normale ausilio della logica, che permette di concludere che si deve trattare di esami che saggiano tanto la preparazione teorica del candidato, quanto la sua attitudine a risolvere, con quelle nozioni, i problemi pratici che gli si porranno nel fluire del lavoro conseguente alla responsabilità che gli sarà assegnata.
Ne segue che correttamente, tanto la commissione di concorso, quanto il T.A.R. hanno considerato attinente alla posizione di comandante della polizia municipale qualsiasi compito inerente a tutte le competenze dell’ufficio, e perciò anche quelle in tema di raccolta di rifiuti, di pulizia delle strade, di trasporti pubblici. Ne segue, ancora, che si configura come formalismo non condivisibile opporre che si dovrebbe trattare di compiti esistenti unicamente al momento della approvazione del bando. Semmai potrebbe porsi qualche dubbio a proposito della possibile non conoscenza, da parte dei candidati, delle sopravvenute (ma da due anni) competenze della "unità operativa". Ma tale dubbio deve essere fugato, visto che i candidati erano unicamente dipendenti del Comune, sicché non poteva sussistere una disparità di trattamento derivante dalla ignoranza di tale circostanza: si deve convenire, infatti, che un dipendente comunale, che aspira a conseguire la posizione di preposto ad un ufficio di una qualche importanza, si debba informare diligentemente sulle competenze dell’ufficio stesso, proprio perché vuole, dopo il superamento del concorso, assumerne la responsabilità.
Quanto alla formulazione della prova come redazione di un atto di indirizzo, la difesa del Comune – anche qui ampliando con argomentazioni non ammissibili la motivazione data nel provvedimento impugnato – pone in rilievo che simili atti sono di competenza della giunta o del consiglio, non già dei dirigenti degli uffici.
Anche questa argomentazione, da valutare esclusivamente come critica alla affermazione del primo giudice che si trattava di una prova d’esame "attinente", è priva di pregio.
Invero, è noto che gli organi collegiali suddetti operano e deliberano sulla base di documenti predisposti dagli uffici, nel quali devono essere offerte tutte le cognizioni inerenti alla questione o "affare" da deliberare, e che, di regola, sono anche accompagnati da schemi di deliberazioni conseguenti da adottare. Ne deriva che l’atto di indirizzo ben poteva e doveva essere redatto – come schema di decisione e con l’acquisizione di "tutti gli elementi utili" – per una successiva deliberazione dell’organo da interessare. Da qui anche la soluzione dei problemi inerenti alla competenza della giunta o del consiglio e la riconducibilità della questione alle attribuzioni dell’ufficio, dato la nota possibilità di gestire servizi attraverso società per azioni.
In conclusione, il bando non poteva considerarsi illegittimo, se correttamente interpretato, e la commissione giudicatrice ne ha fatto legittima applicazione, avendolo interpretato conformemente allo scopo della selezione da farsi.
5. Il terzo motivo mira a dimostrare la legittimità della valutazione della giunta, consistente nel fatto che "il superamento delle prove scritte da parte di un solo concorrente non ha consentito di effettuare una adeguata selezione tra i candidati".
Il T.A.R. ha accolto il rilievo del ricorrente, secondo il quale tale valutazione doveva semmai avvenire prima dello svolgimento delle prove d’esame e che la selezione aveva dimostrato, come attestato dai verbali della commissione, la preparazione del candidato, che aveva superato le prove scritte – dove sono caduti gli altri due concorrenti – e quelle orali. Ha messo in risalto che, dopo l’espletamento delle prove, con superamento di esse, venivano violati "i principi di buona fede e di correttezza dell’azione amministrativa".
La censura del Comune appellante si impernia sulla ovvia considerazione che la scelta del migliore candidato è tanto più possibile, "quanti più candidati vengono selezionati nella procedura concorsuale".
In primo luogo, l’interesse pubblico è quello che si persegue con la scelta del migliore candidato. Ciò non dipende tanto dal numero dei candidati, ma dall’esito delle prove. La pluralità dei concorrenti assume un significato di scarsa rilevanza, ove le prove d’esame siano superate positivamente.
In secondo luogo, si deve porre in rilievo l’oggettiva contraddizione dell’attività comunale. Prima, infatti, si bandisce un concorso "pubblico", ma con "riserva per il personale interno" – e perciò si limita l’afflusso dei candidati – poi, invece, dopo mesi dalla conclusione delle prove, si considera che non è stata adeguatamente selettiva la procedura. L’intima incoerenza della ultima valutazione esprime, in modo sufficientemente chiaro, sintomi di sviamento di potere, per la connessione del giudizio dato con la conoscenza dell’esito del concorso.
Le considerazioni del primo giudice, sulla violazione dei princìpi della buona fede e di correttezza dell’azione amministrativa, vanno perciò condivise.
6. Il quarto motivo dell’appello è dedotto a difesa della parte motiva del provvedimento di annullamento del concorso, basato sulla posizione del commissario nominato dalla Regione. Questi non doveva essere considerato, secondo il Comune, "membro aggregato senza diritto di voto", ma, in virtù del regolamento comunale (art. 27), "membro effettivo". E che se la partecipazione di questi in modo limitato non fosse "illegittima, sarebbe contraddittoria" perché egli partecipò "alle prove orali in lingue ed alle altre [votazioni] e non è chiaro (in quanto nulla è detto al riguardo) se egli si limitò ad assistere alle valutazioni o se vi abbia partecipato". Sono questi i termini del provvedimento impugnato.
Il primo giudice ha ricostruito la portata delle norme dei regolamenti susseguitisi nel Comune in materia di accesso all’impiego (del. 6 luglio 1999, n. 208) ed in materia di servizio di polizia municipale (delib. 20 febbraio 1998, n. 8), concludendo che l’esperto nominato dalla giunta regionale "deve essere considerato come membro <aggregato>", in sintonia con precedenti sentenze dello stesso T.A.R. (n. 426 e 427 del 2001).
La tesi del Comune appellante è invece che quel commissario doveva svolgere le funzioni di membro effettivo. E ciò afferma sulla base della osservazione che il regolamento sul servizio di polizia municipale (del 1998) dispone che sia membro che integra la commissione e che la legge regionale n. 59 del 1989 dispone in senso identico, all’art. 9, comma 2, in tema di integrazione della commissione.
Va premesso che è privo di rilievo il richiamo all’art. 9 della l. reg. le 59 del 1989,
sia perché non si è appoggiato su di esso la deliberazione impugnata, sicché si tratta di argomentazione addotta ex post ed inammissibilmente dalla difesa dell’amministrazione;
sia perché, se la materia è regolata con atti normativi emanati dal Comune nel 1998 e 1999, se ne dovrebbe dedurre che questi o sono inutili repliche delle disposizioni regionali o, se non conformi ad esse, sono illegittimi.
Il fatto è che tali regolamenti sono espressione della autonomia normativa delle amministrazioni comunali, come è stata compiutamente ridefinita con la l. 8 giugno 1990, n. 142. Con la conseguenza che difformi precedenti leggi, statali o regionali, che disponevano in materie riservate alla potestà di autoregolamentazione dei comuni, sono divenute inapplicabili, nel momento in cui dette amministrazioni hanno diversamente disciplinato certe materie o limitati aspetti di certe materie. Ne segue che, nella specie, non assume rilievo la norma regionale del 1989 e che l’integrazione o l’aggregazione delle commissioni di concorso, in seno al Comune di Penne, va esaminata alla luce delle sole sopraggiunte norme regolamentari che si è data la stessa amministrazione.
Nel caso in esame, è da condividere la tesi del T.A.R, nel senso che la norma sopraggiunta generale regolatrice dei concorsi per le assunzioni all’impiego – del 6 luglio 1999 – deve essere considerata anche modificativa della disposizione concernente le commissioni di esame per il servizio di polizia municipale, per due ragioni:
a) perché, in precedenza le due norme contemplavano la stessa integrazione, sicché la ragione di uniformità non è venuta meno con la modificazione di quella generale, che ancora informa di sé quella specifica;
b) perché tale è anche la formula espressa dalla predetta deliberazione del 6 luglio 1999: la modifica è apportata anche "ai concorsi in corso di svolgimento".
Si può esporre un’ultima annotazione: neppure risulta da quali elementi la giunta comunale – o l’ufficio che aveva predisposto la deliberazione contestata – abbia desunto che il componente "regionale" della commissione abbia partecipato in modo "limitato" ai lavori. Sicché, in difetto di espliciti riscontri dei verbali, neppure può stabilirsi che il concorso sia stato illegittimamente svolto (confr. in termini, IV Sezione 23 marzo 2000, n. 1576: se non è dimostrato o non si desume dai verbali, che un commissario abbia travalicato dai limiti propri della sua posizione in seno alla commissione, non se ne può desumere l’illegittimità del funzionamento della commissione).
7. Il quinto motivo riguarda argomenti già trattati – quali sono quelli concernenti le prove d’esame – ed introduce osservazioni sulla censura attinente all’interesse pubblico perseguito, in "comparazione" con quello del privato candidato vincitore del concorso.
Può essere esaminato insieme al sesto motivo, nel quale si sostiene che, poiché non v’era stata alcuna nomina, né revoca, la motivazione del provvedimento non doveva soffermarsi su nessuna situazione consolidatasi. E si aggiunge che la posizione di un candidato vincitore di un concorso pubblico ha natura di interesse legittimo, che "ben può essere sacrificato" per "motivi di carattere giuridico". E che inoltre l’amministrazione "può annullare o revocare il concorso per riscontrati motivi di legittimità o per sopravvenute ragioni di pubblico interesse".
Si tratta, in sintesi, di censura rivolta contro la statuizione del T.A.R. che, in accoglimento di altro motivo del ricorso introduttivo, ha riconosciuto non tanto l’illegittimità – pure adombrata – della deliberazione per omessa valutazione "della legittima aspettativa del privato alla positiva conclusione del procedimento relativo al concorso espletato, in comparazione con le ragioni di pubblico interesse" rilevate dal Comune, quanto il fatto che, "valutate infondate ed illegittime" (pag. 26) tutte le ragioni frapposte dalla giunta per non approvare gli atti del concorso, il provvedimento restava "privo di valide e motivate ragioni di pubblico interesse" per far ritenere sacrificabile la posizione del privato.
La tesi del Tribunale amministrativo regionale appare però suscettibile di adesione, con rigetto anche di questa ultima doglianza del Comune.
Invero, è pacifico che, se tutti i motivi di illegittimità del bando e del procedimento di concorso non hanno fondamento, e lo si è sopra confermato, viene a mancare ogni sostegno giuridico e logico per non approvare gli atti del concorso.
Ma si deve anche soggiungere che, diversamente da quanto si sostiene con l’appello, la deliberazione comunale asserisce che "il candidato risultato vincitore in base agli atti della commissione di concorso" vanta soltanto una "aspettativa, che deve soccombere rispetto agli indicati interessi collettivi". Non dunque una posizione di interesse legittimo, come invece riconosce la difesa del Comune in questo grado di giudizio. Sì che, anche per questa parte, è illegittima la misura adottata dall’ente locale.
Peraltro una siffatta situazione giuridica era stata definita, con la sentenza n. 76 del 26 gennaio 2001 dello stesso T.A.R., resa fra Comune ed attuale appellato, circa l’obbligo di concludere il procedimento le cui operazioni si erano compiute sino dal 26 giugno 2000. Con palese esigenza di motivare adeguatamente, ove si fossero enunciati motivi fondati di illegittimità della procedura, in ordine al sacrificio del compresente interesse del singolo.
8. Venuti a mancare, per quanto sin qui statuito e con la conferma della sentenza del primo giudice, tutte le ragioni della affermata illegittimità di bando e procedimento e, di conseguenza, un supporto al disposto annullamento, si è vieppiù consolidata la situazione del vincitore del concorso in questione. Con ogni conseguente obbligo dell’amministrazione.
In ordine ad affermazioni di responsabilità o ad altre conseguenze del confermato annullamento della deliberazione della giunta comunale n. 177 del 19 giugno 2001, ogni questione non può che essere rimessa – ove non si sia già provveduto, in dipendenza del diniego di sospensione dell’efficacia della sentenza del T.A.R. – alla ottemperanza, da parte del Comune, alle decisioni del giudice amministrativo o, in mancanza, a susseguenti giudizi per esecuzione del giudicato e per risarcimento dei danni.
9. Alla reiezione dell’appello segue, secondo il criterio della soccombenza, la condanna alle spese del grado di giudizio.
Condanna il Comune appellante al pagamento, in favore della parte resistente e costituita, delle spese del grado, che liquida in euro cinquemila.
Così deciso in Roma, dal Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta), nella camera di consiglio del 14 febbraio 2006, con l'intervento dei Signori:
Chiarenza Millemaggi Consigliere
Goffredo Zaccardi Consigliere L’Estensore Il Presidente
f.to Agatina Maria VilardoDEPOSITATA IN SEGRETERIA

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza