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Timestamp: 2020-08-12 21:43:39+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 7315 del 30/03/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7315 del 30/03/2011
Cassazione civile sez. lav., 30/03/2011, (ud. 11/01/2011, dep. 30/03/2011), n.7315
ROMA, CORSO TRIESTE 87, presso lo studio dell’avvocato BELLI BRUNO,
che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato BONARDI Pietro,
COZART ITALIA SRL;
avverso la sentenza n. 67/2009 della CORTE D’APPELLO BRESCIA del
19.2.09, depositata l’11/04/2009;
udito per i ricorrente l’Avvocato Bruno Belli che si riporta agli
scritti e chiede la trattazione del ricorso in pubblica udienza.
GHERSI Renato che nulla osserva rispetto alla relazione scritta.
V.R. chiede l’annullamento della sentenza della Corte d’appello di Brescia pubblicata il giorno 11 aprile 2009.
La Cozart Italia srl non ha svolto attività difensiva. La causa è stata rimessa alla camera di consiglio.
Il V. ha depositato memoria per l’udienza.
Il V. dirigente assunto in prova dalla Cozart Italia srl, con il ricorso introduttivo chiese al giudice l’accertamento della nullità del suo patto di prova e il conseguente annullamento del licenziamento, con il pagamento delle indennità relative.
Chiese, inoltre, che venisse accertato il suo demansionamento, tanto ai fini, ancora, della nullità del patto di prova, che ai fini del risarcimento danni, che quantificava in misura di 50.000,00 Euro.
Chiese, infine, l’accertamento del suo diritto a percepire pro quota il “bonus” previsto dalla lettera di assunzione, con condanna della società al pagamento di 17.500,00 Euro a tal fine.
Il Tribunale di Brescia rigettò le domande.
La Corte ha confermato la decisione.
Il V. propone sei motivi di ricorso, i primi quattro relativi al patto di prova, il quinto al demansionamento, il sesto alla domanda relativa al “bonus”.
In materia di patto di prova il dissenso tra la sentenza della Corte d’appello e la posizione del ricorrente, non attiene ai principi di diritto da applicare, ben precisati dalla Corte a pag. 3, 4 e 5 della sentenza e conformi agli orientamenti di questa Corte di cassazione.
La Corte di Brescia, dopo l’esposizione dei principi, valuta che le mansioni indicate nel contratto stipulato tra le parti debbano ritenersi ‘specifichè, in quanto, anche per le qualità personali e professionali del contraente, questi “non può seriamente sostenere di non conoscere il significato della dizione “Nazional Sales Manager”, termine inglese che sta ad indicare il direttore commerciale di un’azienda, termine del resto ormai di uso comune e che si giustifica, nel caso di specie con la provenienza territoriale della casa madre (che è appunto inglese). Non si tratta dunque di una indicazione “per relationem”, ma della indicazione precisa di mansioni che, in concreto, attesa la qualifica dirigenziale, dovevano essere riempite di contenuti rimessi in parte proprio all’iniziativa discrezionale del dipendente apicale”. Nè la regola della specificità è contraddetta dal fatto che la Corte ritiene che la declaratoria contrattuale debba essere integrata quanto ai contenuti concreti dal dirigente. L’elevato livello professionale incide infatti sul livello di definizione delle mansioni, che deve essere specifico, ma non deve certo essere analitico e didattico, come quello di lavoratori che svolgono compiti meramente esecutivi.
Questa sulla specificità delle mansioni è una valutazione di merito, nella quale il giudice di legittimità non può intervenire.
In memoria, la società ricorrente da atto di questo dato insuperabile, ma afferma che la sentenza non sarebbe “adeguatamente motivata”.
L’affermazione non può essere condivisa. Si può dissentire dalle motivazioni della sentenza di Brescia, ma non si può sostenere che la motivazione offerta dalla sentenza sia insufficiente, come richiesto dall’art. 360 c.p.c., n. 5.
Queste considerazioni valgono non solo per i motivi propriamente incentrati sul giudizio di specificità delle mansioni (primo e terzo), ma anche per quelli inerenti al rispetto dell’art. 2, lett. g) del c.c.n.l. di settore (secondo motivo) e alla valutazione della prova (quarto motivo), che pongono anch’essi questioni di merito concernenti, rispettivamente, l’interpretazione della lettera di assunzione e la valutazione del lavoro svolto nel periodo di prova.
Quanto al demansionamento, anche qui il principio di diritto è lucidamente fissato dalla Corte a pag. 6 della sentenza e, sulla base di tale principio, sono stati valutati gli elementi probatori che il ricorrente ha allegato e provato o che ha omesso di allegare e provare pur avendone l’onere (pag. 7 della sentenza).
Anche sul punto deve ritenersi che le censure mosse alla Corte non attengono ai principi di diritto che regolano la materia, bensì alle valutazioni di merito formulate dalla Corte in applicazione di principi assolutamente corretti.
L’ultimo capo della domanda concerne un bonus di 35.000,00 euro al raggiungimento di un “target” di vendite non prefissato al momento della sottoscrizione del contratto, ma destinato ad essere fissato in un momento successivo.
E’ pacifico che il ‘target’ non fu fissato alla stipula del contratto e venne rimesso ad un momento successivo. La questione concerne l’interpretazione del contratto. La Corte ha ritenuto che interpretare il contratto nel senso che il diritto al “bonus” sorgerebbe anche in assenza di qualsiasi risultato sarebbe contrario al canone ermeneutico della buona fede. Il ricorrente sostiene che la Cozart con il suo comportamento avrebbe rinunciato a condizionare il pagamento del ‘bonus’ al raggiungimento di un determinato “target” e che quindi il contratto doveva essere interpretato nel senso che il “bonus” era comunque dovuto.
Ancora una volta, al di là delle formule usate e, peraltro, della evidente genericità del quesito di diritto formulato in calce al motivo, deve rilevarsi che la questione concerne il merito della interpretazione e non può essere rivista in sede di legittimità in assenza di individuazione di precisi vizi motivazionali e inequivocabili violazioni di canoni ermeneutici.
Il ricorso, pertanto, deve essere respinto. Nulla sulle spese poichè l’intimata non ha svolto attività difensiva.
Così deciso in Roma, nella Camera di consigli, il 11 gennaio 2011.

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e contrario