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Timestamp: 2018-03-19 20:24:01+00:00

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Il trasferimento d'azienda non cancella gli illeciti disciplinari
Lo sai che? Il trasferimento d’azienda non cancella gli illeciti disciplinari
Licenziamento: anche a seguito di cessione d’azienda, il cessionario può licenziare il dipendente per fatti da questi commessi nei confronti del cedente.
Con il trasferimento dell’azienda da un datore di lavoro a un altro, non si cancellano gli illeciti disciplinari commessi dai dipendenti a danno dell’azienda cedente: infatti il nuovo datore di lavoro (cessionario) può licenziare ugualmente i lavoratori per illeciti (specie quelli più gravi sfociati in una condanna penale) benché commessi quando erano ancora dipendenti del cedente. È quanto chiarito dalla Cassazione in una recente sentenza [1].
In caso di trasferimento di azienda, mutano nella titolarità i rapporti di lavoro già intercorsi con il primo datore di lavoro: in pratica, i contratti continuano a tutti gli effetti con la nuova azienda la quale subentra in tutte le posizioni attive e passive facenti capo al cedente. La conseguenza naturale è che al cessionario spetta il potere disciplinare per i fatti commessi dal lavoratore prima della cessione d’azienda.
Non rileva, quindi, ai fini del licenziamento, che il comportamento tale da spezzare la fiducia del datore di lavoro sia stato posto dal dipendente quando questi ancora era in forza presso l’azienda; potrebbe essere sufficiente un fatto che, non ancora conosciuto o non sufficientemente accertato quando il rapporto iniziò, sia divenuto palese successivamente, durante lo svolgimento del rapporto.
Tale comportamento può anche consistere in un illecito commesso durante un precedente rapporto di lavoro intercorso con altro datore, ed in tal caso non sarebbe sufficiente che il comportamento fosse connesso alle mansioni assegnate dal datore precedente diverse da quelle attuali ossia di un comportamento non idoneo a ledere l’affidamento nella capacità professionale attualmente richiesta.
[1] Cass. sent. n. 20319/15 del 9.10.2015.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 24 giugno – 9 ottobre 2015, n. 20319
Con sentenza del 20 marzo 2014 la Corte d’appello di Milano, in riforma della decisione emessa dal Tribunale di Busto Arsizio, accertava, ai sensi dell’art. 18, comma 5, l. 20 maggio 1970 n.300 modif. dall’art. 1, comma 42, l. 28 giugno 2012 n. 92, la non ricorrenza della giusta causa addotta dalla datrice di lavoro s.r.l. Agesp servizi per licenziare V.A. , dichiarava risolto il rapporto di lavoro dalla data del licenziamento e condannava la società al pagamento dell’indennità risarcitoria pari a ventiquattro mensilità dell’ultima retribuzione.
La Corte rilevava che il V. , impiegato nel Comune di Busto Arsizio con mansioni di istruttore-geometra, il 16 marzo 2010 era stato distaccato presso la s.r.l. Agesp servizi. Questa, ricevuta il 15 marzo 2011 comunicazione di una condanna dell’impiegato per il delitto di cui all’art.317 cod. pen., lo aveva sospeso dal servizio. Per effetto di cessione di ramo d’azienda il V. era passato alle dipendenze della società in data 1 gennaio 2012 con la qualifica di impiegato tecnico. Il 18 settembre successivo la datrice di lavoro aveva contestato la condanna definitiva — conseguente a patteggiamento – a tre anni di reclusione con interdizione perpetua dai pubblici uffici, ed il 16 ottobre lo aveva licenziato.
I fatti di cui alla condanna risalivano al 2001-2001.
La Corte riteneva non realizzata la fattispecie configurata dall’art. 21, n.7, c.c.n.l. Acqua e gas, il quale comminava il licenziamento senza preavviso per condanne definitive a pena detentiva conseguenti ad azioni non connesse con lo svolgimento del rapporto di lavoro e che ledessero la “figura morale” del lavoratore.
Nel caso di specie le azioni addebitate al V. erano state commesse durante lo svolgimento del lavoro di geometra del Comune, addetto alla certificazione dell’idoneità degli immobili all’uso abitativo. Esse non avevano perciò alcun legame con il lavoro svolto attualmente alle dipendenze della Agesp, consistente nello svolgere relazioni tecniche sullo stato dei luoghi pubblici dello stesso Comune e nel corso del quale egli non aveva subito nemmeno richiami disciplinari.
La società non poteva perciò addurre alcuna giusta causa o giustificato motivo di licenziamento.
Contro questa sentenza ricorrono per cassazione in via principale la s.r.l. Agesp servizi e in via incidentale il V. . A ciascun ricorso corrisponde un controricorso. Memorie utrinque.
I due ricorsi vanno riuniti ai sensi dell’art.335 cod. proc. civ. Col secondo motivo la ricorrente principale lamenta la violazione dell’art.21, comma 1, c.c.n.l. Gas e acqua, il quale prevede il licenziamento per giusta causa dei lavoratori condannati a pena detentiva con sentenza passata in giudicato, per azione commessa non in connessione con lo svolgimento del rapporto di lavoro, che leda la figura morale del reo, e più specificamente f la condotta costitutiva del reato di concussione, di cui all’art.317 cod. pen..
Col terzo motivo la ricorrente deduce la violazione dell’art.2119 cod. civ., per non avere la Corte di merito ravvisato la giusta causa di licenziamento nei fatti ammessi dal lavoratore nel processo penale attraverso la richiesta di patteggiamento. Quei fatti integravano, ad avviso della ricorrente, quelle “azioni che costituiscono delitto a termini di legge” espressamente previste nella suddetta clausola contrattuale quale giusta causa di licenziamento.
I due motivi, da considerare insieme perché connessi, sono fondati.
L’art. 21, comma 1, n. 7, c.c.n.l. cit. prevede il licenziamento per giusta causa con riguardo ai lavoratori “che commettano infrazioni alla disciplina e alla diligenza nel lavoro, così gravi da non consentire la prosecuzione nemmeno provvisoria del rapporto di lavoro, o che commettono azioni costituenti delitto…tra cui, ad esempio, i delitti da cui sia conseguita una condanna a pena detentiva con sentenza passata in giudicato, per azione commessa non in connessione con lo svolgimento del rapporto di lavoro, che leda la figura morale del lavoratore”.
Nella sentenza qui impugnata la Corte d’appello non nega che il delitto di concussione, causa della condanna definitiva conseguita a patteggiamento e commesso quando il lavoratore, geometra dipendente dal Comune, rilasciava certificazioni di idoneità degli immobili ad essere abitati, sia suscettibile di essere ricondotto alla detta previsione contrattuale.
Né il fatto che la condanna fosse stata patteggiata valeva ad escludere la responsabilità disciplinare, come più volte ha affermato questa Corte (Cass. Sez. un. 31 ottobre 2012 n.18701, Sez. lav. 30 gennaio 2013 n.2168, 20 luglio 2011 nn.15889 e 15890,18 febbraio 2011 n.4060).
La ragione che ha indotto la Corte d’appello ad escludere la giusta causa di licenziamento è che i detti fatti delittuosi erano stati commessi prima che il Comune datore di lavoro cedesse il ramo d’azienda, a cui era addetto il lavoratore, alla società commerciale attuale ricorrente principale, che aveva assegnato il medesimo a diverse mansioni e poi l’aveva licenziato.
Mutamento del datore di lavoro e delle mansioni escludevano, secondo la Corte di merito, la persistenza della giusta causa di licenziamento.
Questa tesi è errata.
In tema di trasferimento d’azienda, deriva dall’art.2112 cod. civ. che i mutamenti nella titolarità non interferiscono con i rapporti di lavoro già intercorsi con il cedente, che continuano a tutti gli effetti con il cessionario, con la conseguenza che questi subentra in tutte le posizioni attive e passive facenti capo al cedente. Ne consegue che il cessionario può esercitare i poteri disciplinari inerenti al rapporto di lavoro per fatti precedenti la cessione dell’azienda (Cass. 27 settembre 2007 n. 20221).
Ma è bene aggiungere, su un piano più generale, che, affinché l’affidamento riposto dal datore di lavoro nelle qualità morali e nelle capacità professionali del lavoratore possa venire meno e possa così giustificare il licenziamento, non è necessario che il comportamento lesivo sia stato tenuto durante lo svolgimento del rapporto ma può essere sufficiente un fatto che, non ancora conosciuto o non sufficientemente accertato quando il rapporto iniziò, sia divenuto palese successivamente, durante lo svolgimento del rapporto. Per questa ragione si giustifica ad esempio la prassi di condizionare l’instaurazione del rapporto alla raccolta di informazioni circa la personalità dell’aspirante prestatore di lavoro.
Può anche trattarsi di un illecito commesso durante un precedente rapporto di lavoro, intercorso con altro datore.
In tal caso non sarebbe sufficiente che il comportamento fosse connesso alle mansioni assegnate dal datore precedente diverse da quelle attuali, ossia di un comportamento non idoneo a ledere l’affidamento nella capacità professionale attualmente richiesta. Ma diverso è il caso in cui il fatto illecito, di natura penale, incida sulla figura morale del lavoratore e, come nel caso qui in esame, sia previsto dal contratto di lavoro quale causa di licenziamento.
Da aggiungere, sempre con riferimento al caso di specie, che il requisito della affidabilità morale viene valutato più severamente quando il reato ascritto al lavoratore possa esprimere una minore attitudine all’imparzialità ed alla cura del buon andamento dell’ufficio, richiesti ai dipendenti di una società con partecipazione pubblica al capitale (Cass. 18 ottobre 2007, n. 23702).
L’errore di diritto in cui è incorsa la Corte di merito comporta la cassazione della sentenza impugnata.
Da quanto detto consegue l’assorbimento del primo motivo del ricorso principale, in cui viene lamentata la mancata dichiarazione d’inammissibilità del reclamo proposto dal lavoratore contro la sentenza di primo grado ai sensi degli artt. 348 bis e 436 bis cod. proc. civ..
Idem per il quarto motivo, in cui la datrice di lavoro afferma che il licenziamento in questione era sorretto, se non dalla giusta causa, dal giustificato motivo, e per il quinto, in cui la medesima ritiene iniqua la misura dell’indennità risarcitoria,
Col primo motivo il ricorrente incidentale lamenta la violazione dell’art. 18, commi 4 e 5, L. n.300 del 1970 ed omesso esame di un fatto decisivo, per non avere la Corte d’appello rilevato l’invalidità dell’incolpazione mossa dall’impresa al lavoratore, incolpazione che aveva ad oggetto solo la sentenza penale di patteggiamento, senza alcun riferimento “ai fatti sottesi”, alla connessione di essi con le mansioni lavorative ed alla lesione della figura morale dell’incolpato.
Dalla detta invalidità derivava, a giudizio del ricorrente, l’insussistenza del fatto contestato e quindi, ai sensi del comma 4 dell’art. 18 cit., avrebbe dovuto conseguire la condanna della datrice di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro.
Col secondo motivo il ricorrente prospetta la violazione dell’art. 445 cod. proc. pen., negando che la sentenza penale conseguente a patteggiamento potesse avere efficacia di giudicato nel processo attuale.
I due connessi motivi non sono fondati.
In tema di sanzioni disciplinari a carico di lavoratori subordinati, la contestazione dell’addebito ha lo scopo di consentire al lavoratore incolpato l’immediata difesa e deve, conseguentemente, rivestire il carattere della specificità, senza l’osservanza di schemi prestabiliti e rigidi, purché siano fornite al lavoratore le indicazioni necessarie per individuare, nella sua materialità, il fatto o i fatti addebitati. Ne consegue la legittimità della contestazione per relationem, mediante il richiamo agli atti del procedimento penale instaurato a carico del lavoratore, per fatti e comportamenti rilevanti anche ai fini disciplinari, ove le accuse formulate in sede penale siano a conoscenza dell’interessato, risultando rispettati, anche in tale ipotesi, i principi di correttezza e di garanzia del contraddittorio (Cass. 15 maggio 2014 n. 10662, 17 novembre 2010 n. 23223). Nessuna insussistenza, dunque, dei fatti addebitati, già accertati dal giudice penale e neppure negati dall’incolpato.
Nessuna questione, infine, di efficacia del giudicato penale nel processo civile, ma solo di applicazione di una clausola del contratto collettivo, che connette l’effetto sanzionatorio espulsivo alla sentenza penale definitiva. Cassata la sentenza impugnata, la non necessità di nuovi accertamenti di fatto permette di decidere nel merito col rigetto della domanda originariamente proposta dal lavoratore.
Le peculiarietà della fattispecie e le alterne vicende dei gradi di merito inducono a compensare le spese dell’intero processo.
La Corte, riuniti i ricorsi, accoglie il secondo e terzo motivo del ricorso principale, dichiara assorbiti gli altri motivi, rigetta il ricorso incidentale, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda originariamente proposta. Compensa le spese dell’intero processo. Ai sensi dell’art.13, comma 1 quater, D.P.R. n.115 del 2002, da atto della sussistenza sei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

References: sentenza 
 Cass. 
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 art. 13