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Timestamp: 2020-04-02 04:40:46+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 19237 del 28/09/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19237 del 28/09/2016
Cassazione civile sez. VI, 28/09/2016, (ud. 27/06/2016, dep. 28/09/2016), n.19237
sul ricorso 16322/2015 proposto da:
ASSOCIAZIONE AMICI DELLA MUSICA CITTA’ DI CERNUSCO SUL NAVIGLIO, in
persona del legale rappresentante elettivamente domiciliata in ROMA,
che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati NATALE MANGANO
e MARIA SONIA VULCANO giusta procura speciale a margine del ricorso;
avverso la sentenza n. 7024/2014 della COMMISSIONE TRIBUTARIA
REGIONALE di MILANO, depositata il 18/12/2014;
udito l’Avvocato Lucisano Claudio difensore del ricorrente che si
L’Associazione Amici della Musica città di Cernusco sul Naviglio ricorre con un unico motivo, nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, che resiste con controricorso, per la cassazione della sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia n. 7024/14, depositata il 18 dicembre 2014, che, confermando la sentenza di primo grado, ha respinto il ricorso avverso l’avviso di accertamento con il quale era stato accertato a carico della Associazione medesima una maggiore Iva e d Irap per l’anno (OMISSIS) ed applicate le relative sanzioni, sul presupposto che la contribuente non possedesse i requisiti per poter fruire della disciplina agevolativa D.P.R. n. 633 del 1972, ex art. 4, comma 7, lett. e), con la conseguenza di qualificare come operazioni imponibili Iva tutte le rette corrisposte dagli allievi della Scuola (OMISSIS), che l’ente aveva considerato come istituzionali.
La CTR, in particolare, rilevava la mancanza di un’effettiva sovranità dell’assemblea dei soci, i quali, a fronte della corresponsione di una retta avevano diritto alla fruizione dei servizi di insegnamento musicale, senza però mai partecipare alla vita dell’associazione.
Il giudice di secondo grado, pertanto, considerato che la sovranità dell’Assemblea dei soci dev’essere provata dalla contribuente e dev’essere effettiva e non virtuale, rilevava che nel caso di specie i soci non avevano mai partecipato alle deliberazioni assembleari ed alla vita associativa in genere ed erano, in effetti, trattati come clienti.
Tutto veniva deciso dal Consiglio Direttivo dell’Associazione, con conseguente mancanza del presupposto per fruire dell’agevolazione D.P.R. n. 633 del 1972, ex art. 4, comma 7, lett. e).
Con l’unico motivo di ricorso la contribuente, denunziando la violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, ex art. 4, comma 7, lett. e), nonchè dell’art. 21 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), censura la sentenza impugnata per aver negato il presupposto agevolativo unicamente sulla base della scarsa partecipazione dei soci alle assemblee, rilevando che il requisito della democraticità avrebbe dovuto piuttosto individuarsi nella corrispondenza tra previsioni statutarie e concrete modalità operative dell’ente.
Questa Corte ha costantemente affermato che gli enti di tipo associativo possono godere del trattamento agevolato previsto dal D.P.R. n. 633 del 1912, art. 4 (in materia di IVA) a condizione non solo dell’inserimento, negli loro atti costitutivi e negli statuti, di tutte le clausole dettagliatamente indicate nel D.Lgs. n. 460 cit., art. 5, ma anche dell’accertamento – effettuato dal giudice di merito con congrua motivazione – che la loro attività si svolga, in concreto, nel pieno rispetto delle prescrizioni contenute nelle clausole stesse” (Cass. 11456/10).
A tali principi si è conformata la sentenza impugnata.
La CTR ha infatti escluso il diritto all’agevolazione sulla base dell’ accertamento di fatto, che non è sindacabile nel presente giudizio, che l’associazione era gestita da un numero ristretto di persone, senza partecipazione effettiva da parte dei soci, che venivano, in realtà, “trattati come clienti”.
Ha dunque ritenuto che l’attività concretamente esercitata aveva natura commerciale e che la contribuente non aveva superato la presunzione della natura commerciale delle prestazioni fornite e dei beni ceduti dietro corrispettivo, facendo da ciò coerentemente discendere la mancanza del presupposto dell’agevolazione.
Condanna il contribuente alla refusione all’Agenzia delle Entrate delle spese del presente giudizio, che liquida in Euro 4.000,00 per compensi oltre a rimborso spese prenotate a debito.

References: Sentenza 
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