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Timestamp: 2020-03-30 08:18:07+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 6932 del 11/03/2020 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6932 del 11/03/2020
Cassazione civile sez. I, 11/03/2020, (ud. 14/01/2020, dep. 11/03/2020), n.6932
sul ricorso n. 6899/2019 proposto da:
G.A., elettivamente domiciliato in Roma, Piazza dei Consoli,
avverso la sentenza n. 1446/2018 della Corte di appello di Ancona
depositata il 17.07.2018.
1. La Corte di appello di Ancona con la sentenza in epigrafe indicata ha rigettato, pronunciando ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35, l’impugnazione proposta da G.A. avverso l’ordinanza del locale Tribunale che aveva respinto l’opposizione del primo avverso il diniego della competente Commissione territoriale al riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria ed umanitaria.
G.A. ricorre per la cassazione dell’indicata sentenza con due motivi.
1. Con il primo motivo il ricorrente, cittadino nigeriano dell’Edo State, nato a Ubiaji – che nel racconto reso alla competente Commissione territoriale aveva dichiarato di aver abbandonato il proprio Paese perchè dopo la morte dei genitori, lo zio paterno si era impadronito di tutti i beni della famiglia minacciando di uccidere il ricorrente ed i suoi fratelli se non avessero acconsentito al trasferimento delle proprietà ereditate, per poi decidere di affidare i fratelli ad una zia materna e trasferirsi dapprima a Kano, dopo aver chiesto inutilmente protezione alla polizia locale, in seguito in Niger per poi lasciare definitivamente il proprio Paese – deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 1, 2, 3, 4 e 5, e 14 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, e 11 e vizio di motivazione.
I giudici di appello avrebbero omesso di verificare se in concreto gli episodi di violenza riferiti avessero assunto il livello di intollerabilità denunciato a causa del conflitto etnico religioso in atto in Nigeria come riferito da fonti specialistiche e dai “media” con rischio di grave compromissione dei diritti umani fondamentali del richiedente, quali il diritto alla vita, quello alla salute ed al lavoro, in caso di suo rientro forzoso.
Gli attacchi terroristici di Boko Haram avrebbero potuto registrarsi ovunque e tanto avrebbe imposto particolare cautela per le zone, tra le altre, poste nel centro-sud e sud-est del Paese ed in particolare nella zona del Delta del Niger e quindi nell’Edo State, area a sud del Delta del Niger, secondo quanto riportato dal rapporto “Nigeria Security Situation”, pubblicato sul sito “(OMISSIS)” in cui si rilevava, dal 2009 al 2016, l’aumento di morti durante i conflitti e di episodi di violenza politica, proteste e dispute sulla terra e di violenza legata al cultismo anche nell’Edo State.
Nonostante la Corte di merito avesse citato le fonti rilevando l’esistenza di una situazione di violenza diffusa ne avrebbe tratto conclusioni opposte da quelle che dovevano essere all’evidenza le risultanze ed avrebbe mancato all’onere di informarsi D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 8, comma 3, attraverso l’acquisizione dei dati elaborati dalla Commissione Nazionale per il diritto di asilo secondo quanto fornito dall’ACNUR e dal M.A.E.
2. Con il secondo motivo il ricorrente fa valere la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e art. 19, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, dell’art. 3 CEDU e art. 10 Cost. e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a), b) e c) e vizio di motivazione.
L’accertamento delle attuali condizioni della Nigeria, in relazione al Pil pro-capite, che lo avrebbe reso uno dei Paesi più poveri al mondo, sarebbe stato necessario per scrutinare la sussistenza delle condizioni di rilascio di un permesso di soggiorno e tanto insieme alle condizioni personali del richiedente ed al grado di integrazione raggiunto in Italia dove egli svolgeva attività lavorativa.
3.1.1. Nella fattispecie in esame la Corte di appello di Ancona non si è sottratta all’obbligo di scrutinio delle dichiarazioni rese dal richiedente ed a quello susseguente di integrazione istruttoria o, ancora, di motivazione in relazione alle fattispecie di aiuto reclamate. La Corte di merito ha per vero innanzitutto ritenuto che il richiedente non abbia superato il vaglio di credibilità soggettiva per la genericità e incongruenza del racconto.
Tanto è valso per le dichiarazioni per le quali il richiedente ha riferito che la polizia del luogo, alla quale si era rivolto per ottenere protezione dalle minacce di morte del congiunto a fronte della gravità di quanto prospettato, gli avesse negato tutela e gli avesse consigliato di firmare i documenti relativi ai beni da trasferire ritenendolo non in grado di gestire la proprietà.
Ancora la Corte di merito valorizza a sostegno della non plausibilità del racconto le perplessità che si accompagnano alla riferita scelta del richiedente di abbandonare il Paese e le sue proprietà pur nella possibilità di ottenere protezione da parte della zia materna (p. 6 sentenza).
Per gli indicati passaggi trova invero soddisfazione l’obbligo di motivazione che non si espone a censura di apparenza per assertività o apoditticità come denunciata in questa sede e restano, d’altro canto, osservati i criteri, definiti dalla giurisprudenza di questa Corte di legittimità, sul giudizio di stima della credibilità soggettiva del dichiarante e del correlato obbligo di esercizio in via ufficiosa della collaborazione istruttoria.
3.1.2. Sono inammissibili anche i profili del vizio di motivazione diretti a far valere i contenuti del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, giusta riformulazione del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv., con modificazioni, in L. 7 agosto 2012, n. 134, e quindi l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia).
Tanto, per vero, non è accaduto nella specie in cui con il pure denunciato vizio di motivazione il ricorrente non si fa neppure carico di individuare il fatto storico decisivo ai fini della decisione che sia mancato nell’esame dei giudici di appello.
3.1.3. Nè i fatti narrati sono capaci di sostenere i requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato che, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, ex lett. e), compete al cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può a causa di tale timore o non vuole avvalersi della protezione di tale Paese.
La Corte ha sul punto evidenziato, come rilevato, il carattere non verosimile del racconto e quindi la possibilità per il richiedente di rivolgersi alle autorità nigeriane, nella natura strettamente privatistica delle esposte vicende e la conseguente non configurabilità delle fattispecie di protezione di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b).
3.1.4. Quanto invece alla minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), il ricorrente denuncia la valutazione compiuta dalla Corte di appello sulle condizioni generali della Nigeria, ed il travisamento delle fonti scrutinate quanto alla situazione dell’Edo State.
Il richiamo al sud della Nigeria e quindi al Delta State, contenuto nelle fonti informative scrutinate dalla Corte di merito, avrebbe dovuto intendersi come sud di quest’ultimo Stato e per le relative coordinate geografiche anche all’Edo State con conseguente affermazione nei territori di quest’ultimo di violenze tra gruppi armati sfocianti in violenza indiscriminata tra civili.
Si tratta di una mera contrapposizione della interpretazione del dato informativo attinto dalle fonti che non comprova della versione dedotta in ricorso la logica preferibilità, in applicazione di quelli che si vorrebbero, nelle deduzioni difensive, criteri di corretta esegesi. La Corte di merito ha invero correttamente richiamato rapporti internazionali aggiornati (il sito “(OMISSIS)” ed il Rapporto Amnesty International 2016/17 che escludono una situazione di violenza indiscriminata nell’Edo State nei termini di cui all’art. 14, lett. c) secondo convenzionale interpretazione (caso Elafaji).
3.1.5. L’ulteriore questione sulla settorialità dei fattori di rischio nel Paese di provenienza è oggetto di un riferimento non pertinente all’art. 8 della Direttiva 2004/83/CE.
Secondo la giurisprudenza di questa Corte di legittimità -formatasi con riferimento all’assetto normativo anteriore alla modifica del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, apportata dal D.L. n. 113 del 2018, convertito in L. n. 132 del 2018 -, il legislatore nazionale nel dare attuazione alla direttiva 2004/83/Ce con il D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 25, si era avvalso della facoltà, prevista dall’art. 8 di essa, di non escludere la protezione dello straniero, che ne abbia fatto domanda, per il solo fatto della ragionevole possibilità di trasferimento in altra parte del paese di origine, nella quale non abbia fondato motivo di essere perseguitato o non corra rischi effettivi di subire gravi danni e pertanto non poteva essere rigettata la domanda di protezione per il solo fatto della ravvisata possibilità di trasferimento (Cass. 16/02/2012, n. 2294; Id., 9/4/2014 n. 8399; Id., 27/10/2015 n. 21903).
3.2. Il secondo motivo è ancora inammissibile.
3.2.1. Quanto alla protezione umanitaria ed alla denuncia della mancata valutazione delle situazioni di vulnerabilità soggettiva anche in ragione delle condizioni del paese di provenienza, il motivo è inammissibile in ragione del giudizio espresso dalla Corte di merito – non censurabile per le ragioni esposte in questa sede – sulla inattendibilità del racconto che quelle situazioni descrive.
Nel resto, la valutazione della condizione di vulnerabilità che giustifica il riconoscimento della protezione umanitaria deve essere correlata ad una valutazione individuale, da spendersi caso per caso, della vita privata e familiare del richiedente in Italia che va comparata con la situazione personale che egli ha vissuto prima della partenza ed alla quale egli si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio; là dove infatti si prescindesse dalla situazione particolare del richiedente, si prenderebbe in considerazione non già la peculiare situazione del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti, in contrasto con il parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, (Cass. 03/04/2019 n. 9304).
Con il motivo il ricorrente non fa valere di aver tempestivamente dedotto una siffatta situazione che, pur atipica e riconducibile ad un catalogo aperto e non standardizzato, ex art. 10 Cost. e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, deve pur sempre essere oggetto di allegazione.
L’ulteriore situazione descritta dal ricorrente come da egli goduta in Italia viene peraltro genericamente richiamata, come rilevato dalla Corte di merito, per un suo inserimento nel tessuto sociale italiano in seguito allo svolgimento di attività lavorativa non capace, come tale, di dare conto di uno degli imprescindibili termini del raffronto cui è chiamato in materia il giudice del merito.
4. Il ricorso è in via conclusiva inammissibile ed il ricorrente va condannato alla rifusione delle spese di lite come da dispositivo, secondo soccombenza in favore dell’Amministrazione resistente.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 35
 sentenza 
 art. 3
 art. 8
 art. 8
 art. 5
 art. 19
 art. 32
 art. 10
 art. 14
 art. 360
 art. 54
 sentenza 
 art. 2
 art. 14
 art. 14
 art. 32
 art. 5
 art. 10
 art. 19