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Timestamp: 2018-09-20 06:35:04+00:00

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DANNO NON PATRIMONIALE E RESPONSABILITA’ EX ART. 2087 C.C.
Sui criteri di commisurazione del risarcimento del danno non patrimoniale derivante da malattia contratta sul luogo di lavoro
Cass. civ., Sez. lavoro, 16 febbraio 2012, n. 2251
Datore di lavoro – responsabilità – obbligo di sicurezza – malattia mortale – danno non patrimoniale – risarcibilità - commisurazione
1. La responsabilità del datore di lavoro di cui all'art. 2087 c.c. è di natura contrattuale, per cui, ai fini del relativo accertamento, sul lavoratore che lamenti di aver subito a causa dell'attività lavorativa svolta un danno alla salute, incombe l'onere di provare l'esistenza del danno e la nocività dell'ambiente di lavoro, nonchè il nesso tra l'uno e l'altro elemento, mentre grava sul datore di lavoro l'onere di provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.
2. In caso di lesione dell'integrità fisica che sia conseguente a malattia occorsa al lavoratore per violazione, da parte del datore di lavoro, dell'art. 2087 c.c., se dalla malattia sia derivata la morte del lavoratore il quale avrebbe percepito psichicamente la fine della propria esistenza, l'entità del danno non patrimoniale deve essere determinata non solo facendo riferimento alla durata dell'intervallo tra la manifestazione conclamata della malattia e la morte, ma anche all’intensità del dolore provato, delle condizioni personali e soggettive e dalle altre particolarità del caso.
11.- I motivi dal terzo al settimo (nn. da 9.3 a 9.7) sono infondati e vanno esaminati alla luce della situazione di fatto accertata dal giudice di merito a proposito della nocività dell'ambiente di lavoro in cui il F. svolse la sua prestazione.
11.1.- All'epoca di svolgimento del rapporto di lavoro del dante causa dei ricorrenti era nota la pericolosità delle fibre dell'amianto impiegato nelle lavorazioni cui il predetto era addetto, di modo che rispetto al rischio alle stesse intrinseco si imponeva l'adozione di misure idonee a ridurre il rischio, in ottemperanza alla norma di cui all'art. 2087 c.c.. Tale norma, come noto, avendo carattere di norma di chiusura del sistema antinfortunistico, non è circoscritta alla violazione di regole d'esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, ma deve ritenersi volta a sanzionare, anche alla luce delle garanzie costituzionali del lavoratore, l'omessa predisposizione di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l'integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale e della maggiore o minore possibilità di venire a conoscenza e di indagare sull'esistenza di fattori di rischio in un determinato momento storico (v. le citate sentenze n. 20142/10 e 644/05).
La responsabilità del datore di lavoro di cui all'art. 2087 è di natura contrattuale, per cui, ai fini del relativo accertamento, sul lavoratore che lamenti di aver subito a causa dell'attività lavorativa svolta un danno alla salute, incombe l'onere di provare l'esistenza del danno e la nocività dell'ambiente di lavoro, nonchè il nesso tra l'uno e l'altro elemento, mentre grava sul datore di lavoro - una volta che il lavoratore abbia provato le predette circostanze - l'onere di provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, ovvero di aver adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno medesimo (giurisprudenza costante, v. da ultimo Cass. 17.02.09 n. 3788).
Quanto all'incidenza del rapporto di causalità, nel caso di specie trova applicazione la regola dell'art. 41 c.p., per la quale il rapporto causale tra evento e danno è governato dal principio dell'equivalenza delle condizioni, principio secondo il quale va riconosciuta l'efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell'evento, salvo il temperamento previsto nello stesso art. 41 c.p., in forza del quale il nesso eziologico è interrotto dalla sopravvenienza di un fattore sufficiente da solo a produrre l'evento, tale da far degradare le cause antecedenti a semplici occasioni (Cass. 9.09.05 n. 17959).
11.2.- Parte ricorrente sostiene che, nel fare applicazione di questi principi, il giudice di merito sarebbe incorso in una serie di errori, dapprima configurando a carico del datore una vera e propria responsabilità oggettiva, avendo imposto un comportamento prevenzionale di contenuto indefinibile in quanto diretto a prevenire un rischio di contenuto ignoto, non tenendo conto che prima di essere impiegato presso Breda-Fincantieri il F. aveva lavorato presso altre aziende del settore e, soprattutto, che il rimedio a suo avviso indispensabile (la ventilazione degli ambienti) si sarebbe risolto in un motivo di accrescimento della nocività. 11.3.- Tale impostazione è, innanzitutto, frutto di una erronea configurazione della responsabilità che l'art. 2087 c.c., pone a carico dell'imprenditore. La responsabilità non ha nulla di oggettivo, ma rappresenta uno dei contenuti del contratto di lavoro, costituito dall'obbligo di predisporre tutte le misure e le cautele idonee a preservare l'integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto del concreto tipo di lavorazione e del connesso rischio (v. anche Cass. 1.02.08 n. 2491).
In ragione di tale obiettivo, correttamente il giudice di merito ha ritenuto che la semplice rimozione dei residui della lavorazione dell'amianto non fosse sufficiente a rendere salubre l'ambiente di lavoro, in ragione della conosciuta nocività delle fibre volativi liberate dal materiale di amianto e che l'omissione di idonee misure di questo tipo (consistenti non solo nell'adozione di specifici dispositivi di sicurezza, ma anche nella diversa organizzazione delle operazioni di lavoro) costituisse violazione dell'obbligo di sicurezza.
11.4.- Quanto alla eventualità che l'inalazione delle fibre di amianto da cui è derivata la malattia fosse avvenuta presso altre aziende del settore ove il F. aveva prestato la sua opera, il giudice di merito ha ritenuto non provato che il lavoratore fosse stato esposto alle fibre presso altra azienda e, comunque, che anche ove ciò fosse avvenuto l'esposizione presso Breda-Fincantieri avrebbe procurato un "accumulo dell'effetto patogenetico" da cui sarebbe derivato il radicamento della malattia ancora allo stato latente e l'accellerazione del suo innesco.
Tale affermazione esclude tanto la carenza di motivazione, che il vizio di violazione di legge dedotti dal ricorrente (v. n. 9.4), atteso che punto essenziale del passaggio motivazionale (v. pagg. 26- 27) è che non è stata acquisita prova dell'esposizione presso l'azienda in cui il F. aveva lavorato tra il 1960 ed il 1969 (una sorta di finestra tra i due periodi di occupazione presso Breda cantieri, relativi agli anni 1955-60 e 1969-74) e che, in ogni caso, le valutazioni in punto di eziologia della malattia sono conformi al principio dell'equivalenza delle condizioni, sopra enunziato. La circostanza che in un inciso motivazionale il giudice di merito abbia ad abundantiam affermato che (anche) l'asbestosi si aggrava con il mantenimento dell'esposizione non altera la congruità e la correttezza della motivazione.
11.6.- Quanto al preteso concorso colposo del lavoratore (v. n. 9.7), deve rilevarsi che il giudice di merito ha evidenziato (pag. 31) come non sia provato che il F. fosse in possesso di effettivi poteri di supervisione e di organizzazione della produzione, tali da consentirgli di poter effettivamente incidere sul grado di sicurezza dell'ambiente di lavoro, ai sensi del D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547, art. 4, che fissa gli obblighi del datore di lavoro, dei dirigenti e dei preposti che eserciscono, dirigono o sovraintendono all'attività lavorativa. E' del resto noto che l'attribuzione ad un soggetto della qualità di "preposto", ai fini del suo assoggettamento agli obblighi previsti di detto art. 4, va fatta, più che in base alle formali qualificazioni giuridiche, con riferimento alle mansioni effettivamente svolte nell'ambito dell'impresa (Cass. 6.11.00 n. 14440 e 20.08.96 n. 7669).
Il motivo è inammissibile, atteso che viene censurata l'interpretazione della polizza sotto un profilo che non era stato dedotto in secondo grado, ove - secondo quanto emerge dalla sentenza impugnata (pag. 32), sul punto incontestata - nel motivo di appello diretto contro l'interpretazione data dal primo giudice all'art. 6, era dedotta la erronea applicazione dell'appendice di polizza n. 12 del 31.12.91, cui la clausola del detto art. 14 non può essere ricollegata per mancanza di idonei elementi di collegamento.
14.- I motivi dedotti dai ricorrenti incidentali F.G. e F.S. possono essere sintetizzati come segue.
14.1.- Il primo motivo deduce violazione dell'art. 1226 c.c., con riguardo alla liquidazione equitativa del danno biologico. I ricorrenti condividono la considerazione del giudice di merito che nella fattispecie l'unico danno biologico risarcibile è quello correlato all'inabilità temporanea per il tempo di permanenza in vita, ma contestano il percorso argomentativo adottato per la sua liquidazione, in quanto ritengono che avrebbe dovuto essere valutata la natura del danno biologico (nella sua particolare configurazione terminale) e che il giudice nel fare ricorso alle tabelle medie di liquidazione, avrebbe dovuto adattare nella quantificazione del risarcimento i valori così determinati al caso di specie. Nella sostanza le parti sollecitano la personalizzazione in melius del danno da inabilità temporanea assoluta, mediante correttivi al metodo tabellare, sulla base della corretta qualificazione della lesione subita dall'ing. F. in termini di danno biologico terminale.
14.2.- Il secondo motivo deduce violazione dell'art. 1226 c.c., e del diritto all'integrale risarcimento del danno morale. In caso di violazione dell'art. 2087 c.c., al lavoratore deve liquidarsi, oltre il danno biologico, anche il danno morale, integrando la violazione dei doveri salvaguardati da detta norma gli estremi del reato. Anche il danno morale, in questo caso ha una configurazione terminale, in considerazione dell'alto grado di personalizzazione della componente risarcitoria; tuttavia, la Corte veneziana di questo non ha tenuto conto, dato limitandosi a risarcire il danno morale in misura percentuale (la metà) del danno biologico, senza nessuna considerazione della gravità del fatto-reato. Nella determinazione equitativa del risarcimento sarebbe, pertanto, pretermesso il canone della proporzionalità tra pregiudizio subito e risarcimento concesso.
14.3.- Il terzo motivo deduce violazione dell'art. 112 c.p.c., e del diritto all'integrale risarcimento, con riguardo all'omissione della pronunzia in proposito di danno esistenziale. Il petitum proposto al giudice prevedeva la liquidazione del danno biologico, del danno morale e del danno esistenziale, nonchè del danno da agonia; su questi ultimi però, senza motivazione, non si sono pronunziati nè il primo, nè il secondo giudice.
14.4.- Con il quarto ed ultimo motivo è dedotta violazione dell'art. 429 c.p.c., e carenza di motivazione, in quanto il giudice di appello, a differenza del primo giudice, ha omesso ogni pronunzia circa il diritto alla rivalutazione ed agli interessi.
15.- Procedendo all'esame preliminare del terzo motivo (n. 14.3) per ragioni di consequenzialità logica, deve rigettarsi la censura inerente l'omessa pronunzia in punto di danno esistenziale e di danno da agonia, atteso che su queste voci di danno non si era pronunziato neppure il primo giudice e che, pertanto, sul punto avrebbe dovuto essere proposto specifico motivo di appello. Considerato che l'esame dell'atto d'appello incidentale proposto da F.G. e F.S., qui consentito in ragione del vizio denunziato, evidenzia che al riguardo non fu proposta impugnazione, sul punto deve ritenersi inammissibile il ricorso per cassazione, essendosi formato il giudicato.
In ogni caso, deve rilevarsi che la giurisprudenza di legittimità intervenuta successivamente alla sentenza impugnata, ha posto in evidenza che l'art. 2087 c.c., inserisce nell'area del rapporto di lavoro interessi non suscettivi di valutazione economica (quali l'integrità fisica e la personalità morale), di modo che la lesione apportata a tali interessi dall'inadempimento del datore all'obbligo di sicurezza (c.d. danno-conseguenza) impone il risarcimento del danno non patrimoniale. Tale lesione (per il caso venga toccata l'integrità fisica, per quel che qui interessa) impone il risarcimento secondo le modalità del danno biologico, intendendosi in questa categoria di danno ricompresa il c.d. danno esistenziale (Cass., S.u., 11.11.08 n. 26972).
16.- Passando all'esame dei motivi primo e secondo del ricorso incidentale, deve premettersi che, non essendo stata proposta sul punto impugnazione dalla soccombente Fincantieri, pur di fronte all'unicità del danno non patrimoniale, non si pone questione circa la possibilità di procedere o meno - in relazione alla fattispecie specifica ed al pregiudizio alla salute derivata a F.U. dalla malattia - a liquidazione del danno biologico separata da quella del danno morale. Sarebbe, quindi, ultroneo il richiamo dei criteri al riguardo enunziati dalla giurisprudenza di legittimità (v. la già richiamata sentenza delle Sezioni unite n. 26972 del 2008).
16.1.- I due motivi sono fondati nella parte in cui censurano la sentenza impugnata per aver proceduto a liquidazione del danno in maniera automatica, sulla base della meccanica applicazione delle tabelle di liquidazione del danno biologico, senza tener conto adeguato della situazione soggettiva del soggetto danneggiato. La giurisprudenza di legittimità, infatti, ha evidenziato come in caso di lesione dell'integrità fìsica che abbia portato ad esito letale, la vittima che abbia percepito lucidamente l'approssimarsi della fine attivi un processo di sofferenza psichica particolarmente intensa che qualifica il danno biologico e ne determina l'entità sulla base non già (e non solo) della durata dell'intervallo tra la lesione (o, come nel caso di specie, la manifestazione conclamata della malattia) e la morte, ma dell'intensità della sofferenza provata (Cass. 18.01.11 n. 1072 e 14.02.07 n. 3260). Il risarcimento di tale danno (che è reclamabile dagli eredi) impone, pertanto, un criterio di personalizzazione del danno, che, escluso ogni meccanismo semplificato di liquidazione automatica tenga conto, pur nell'ambito di criteri predeterminati, delle condizioni personali e soggettive del lavoratore e delle particolarità del caso concreto (Cass. 21.04.11 n. 9238).
16.2.- Il giudice di merito, pur dando atto che tra la diagnosi della malattia ed il decesso erano intercorsi due anni e tre mesi e che trattavasi di stato di malattia terminale ed incurabile, descrivendo la particolare e gravissima situazione medico-psichica in cui il F. era caduto, ha liquidato equitativamente, a titolo di risarcimento, 100 Euro per ogni giorno di malattia per il danno biologico, ridotti della metà per il danno morale. Circa le modalità di tale quantificazione, il giudice non ha, tuttavia, fornito alcuna specifica indicazione dell'iter logico seguito, nè ha dato conto del criterio di valutazione adottato per quantificare il risarcimento dei gravi patimenti sopportati dalla vittima, salvo indicare un generico aumento degli importi adottati per il risarcimento del danno biologico negli uffici giudiziali del Triveneto.
17.- E' infondato, invece, il quarto motivo di ricorso incidentale (n. 14.4), con cui si censura la sentenza di appello per omessa pronunzia in punto di rivalutazione ed interessi della somma capitale liquidata a titolo di risarcimento. Il giudice di appello si è, infatti, limitato a ridurre la misura del risarcimento, confermando nel resto la sentenza di primo grado, la quale aveva esplicitamente indicato che alla somma liquidata avrebbero dovuto essere aggiunti "rivalutazione monetaria ed interessi legali dalla data della domanda giudiziale". Dal coordinamento delle due pronunzie emerge, quindi, che anche il giudice di appello ha previsto che oltre la somma liquidata a titolo di risarcimento fossero dovuti rivalutazione ed interessi.
La sentenza impugnata deve essere cassata nei limiti dell'accoglimento e la causa deve essere rimessa al giudice indicato in dispositivo, il quale procederà a nuovo esame, facendo applicazione del seguente principio di diritto: in caso di lesione dell'integrità fisica conseguente a malattia occorsa al lavoratore per la violazione dell'obbligo di sicurezza posto a carico del datore di lavoro ex art. 2087 c.c., ove dalla malattia sia derivato l'esito letale e la vittima abbia percepito lucidamente l'approssimarsi della fine attivando un processo di sofferenza psichica, l'entità del danno non patrimoniale (il cui risarcimento è reclamabile dagli eredi) deve essere determinata sulla base non già (e non solo) della durata dell'intervallo tra la manifestazione conclamata della malattia e la morte, ma dell'intensità della sofferenza provata, delle condizioni personali e soggettive del lavoratore e delle altre particolarità del caso concreto.
La controversia sulla quale è chiamata a pronunciarsi la Suprema Corte nasce dalla domanda di risarcimento proposta dagli eredi di un lavoratore morto a causa di un mesotelioma che sarebbe stato provocato dalla inalazione di fibre di amianto presenti sul luogo di lavoro, a causa della mancata adozione, da parte del datore di lavoro, delle misure di prevenzione necessarie.
La relativa sentenza della Suprema Corte permette di fare il punto su due questioni di rilievo, ovvero la natura della responsabilità del datore di lavoro ex art 2087 c.c. e i criteri che devono essere utilizzati al fine di determinare l’ammontare del risarcimento del danno non patrimoniale consistente nella percezione, da parte del lavoratore, dell’avvicinarsi della fine della propria esistenza.
La motivazione della sentenza affronta in modo approfondito entrambi i profili, consentendoci di limitare il commento ad alcune brevi notazioni che permettano di meglio sistematizzare le conclusioni cui perviene la Suprema Corte.
Per quanto attiene alla natura della responsabilità del datore di lavoro, costituisce ius receptum la sua inquadrabilità nell’ambito della responsabilità contrattuale. Ciò in quanto il contenuto del contratto individuale di lavoro risulta integrato per legge, in base al disposto dell'art. 1374 c.c., dalla disposizione che impone l'obbligo di sicurezza, ovvero l’art. 2087 c.c., che entra così a far parte del sinallagma contrattuale. Con la conseguenza che, in punto di onere probatorio, trovano applicazione gli stessi principi relativi all'art. 1218 cod. civ., sull'inadempimento delle obbligazioni[1]. Quest’ultimi, com’è noto, si sostanziano nel ritenere che il creditore che agisca per il risarcimento del danno deve provare tre elementi: la fonte - negoziale o legale - del suo diritto, il danno, e la sua riconducibilità al titolo dell'obbligazione; a tale scopo egli può limitarsi alla mera allegazione della circostanza dell'inadempimento della controparte, mentre è il debitore convenuto ad essere gravato dell'onere di provare il proprio adempimento, o che l'inadempimento è dovuto a causa a lui non imputabile[2]. In relazione alle obbligazioni scaturenti
dal contratto di lavoro, volendo esemplificare con una fattispecie differente da quella esaminata dalla sentenza in commento, si è affermato che il lavoratore deve provare il nesso causale tra uso del macchinario ed evento dannoso, restando gravato il datore di lavoro dell'onere di dimostrare di avere osservato le norme stabilite in relazione all'attività svolta, nonchè di avere adottato, ex art. 2087 c.c., tutte le misure necessarie per tutelare l'integrità del lavoratore[3].
Approfondendo, ancora, il profilo della natura della responsabilità in parola, va ricordato come la responsabilità dell'imprenditore ex art. 2087 c.c., pur non essendo di carattere oggettivo, sanziona l'omessa predisposizione di tutte quelle cautele - commisurate al tipo di lavorazione ed al connesso rischio - necessarie a garantire la salute del lavoratore[4].
[1] Cass. 24 febbraio 2006 n. 4184; Cass. 25 maggio 2006 n. 12445; Cass. 8 maggio 2007 n. 10441; Cass. 13 agosto 2008, n. 21590.
[2] Si tratta dei principi ‘inagurati’ da Cass., Sez. un., 30 ottobre 2001 n. 13533 e che hanno poi trovato costante applicazione nella successiva giurisprudenza.
[3] Cass. civ., 13 agosto 2008, n. 21590.
[4] Cass. civ., 1 febbraio 2008, n. 2491. Nello stesso senso più di recente, Cass. civ., Sez. lav., 27 luglio 2011, n. 16444, è stato precisato che “che se è pur vero che la responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 c.c. deve configurarsi responsabilità contrattuale, con la conseguenza che al lavoratore è sufficiente allegare l'adibizione a mansioni dannose, provare il danno ed il nesso causale, mentre grava sul datore di lavoro la prova di aver adempiuto interamente all'obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitare il danno (ex plurimis, Cass. 26 giugno 2009 n. 15078; Cass. 13 agosto 2008 n. 21590; Cass. 23 aprile 2008 n. 10529; Cass. 19 luglio 2007 n. 16003), è altrettanto vero che nella specie la corte territoriale ha incontestatamente accertato che la patologia dedotta dal S. non era tra quelle tabellate dal D.P.R. n. 1124 del 1965, con la conseguenza che per essa non poteva valere la presunzione del nesso causale tra il danno e l'attività lavorativa svolta.
Sotto questo profilo la corte territoriale ha accertato che, non configurando l'art. 2087 c.c. un'ipotesi di responsabilità oggettiva (Cass. 3 novembre 2008 n. n. 26378), nella specie difettava una tranquillizzante prova circa il nesso causale tra la patologia dedotta e le lavorazioni cui il S. era adibito, evidenziando sia la natura multifattoriale della patologia uditiva (evinta dalla c.t.u. espletata nel corso del giudizio) da cui il S. era affetto, sia l'incertezza, contenuta nella medesima c.t.u., circa l'effettiva imputabilità della patologia alle lavorazioni svolte, evincendo anche in tal caso dalla c.t.u. che l'accertata esposizione ad ambienti rumorosi con valori pari ad 85 decibel circa, non forniva, dal punto di vista medico legale, alcun utile elemento circa la riconducibilità della patologia lamentata alla rumorosità dell'ambiente, essendo il limite di 85 decibel considerato dal legislatore (D.Lgs. n. 277 del 1991) solo quale soglia di attenzione”.

References: ART. 2087

Cass. 
 Cass. 
 art. 41
 Cass. 
 art. 4
 art. 4
 sentenza 
 art. 14
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2087
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2087
 art. 2087
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 2087
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.