Source: https://www.laleggepertutti.it/277710_se-il-padre-scopre-che-il-figlio-non-e-suo
Timestamp: 2019-08-25 02:06:19+00:00

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Se il padre scopre che il figlio non è suo
Figlio riconosciuto da padre non biologico: il termine per il disconoscimento del figlio.
Quando un uomo scopre il tradimento della moglie o della compagna può giustamente sospettare di aver riconosciuto un figlio non proprio e mettere in discussione la propria paternità. Nasce così l’esigenza – più che legittima – di accertare l’effettivo legame di sangue con il bambino tramite prove scientifiche quale l’analisi del sangue (la cosiddetta prova del dna). In assenza di accordo con la madre, si procedere tramite tribunale. Il presunto padre avvia una causa di disconoscimento della paternità volta innanzitutto alla verifica del rapporto di filiazione. Per agire, però, ci sono dei tempi stretti, stabiliti per legge. L’inutile decorso del termine fa sì che il figlio, anche se non biologico, resta legato al vincolo di parentela con il padre “adottivo”. Una recente ordinanza della Cassazione [1] spiega cosa fare se il padre scopre che il figlio non è suo e qual è il termine di decadenza dell’azione di disconoscimento della paternità in caso di adulterio.
1 Termine per l’azione di disconoscimento della paternità
2 Se il padre scopre che la moglie/compagna l’ha tradito
3 A che serve il disconoscimento della paternità?
4 Come dimostrare che il figlio non è proprio
Termine per l’azione di disconoscimento della paternità
Questo termine però si riduce a un solo anno in tre casi.
tradimento: se nell’arco di questi 5 anni, il padre viene a sapere che la madre, prima della nascita del bambino, ha avuto una relazione con un altro uomo, il termine per il disconoscimento è di 1 anno soltanto da tale scoperta. In ogni caso questo termine non può mai eccedere i 5 anni dalla nascita del bambino. Questo significa che, al compimento del quinto anno d’età del bambino, il presunto padre che viene a sapere dell’adulterio della moglie, non può più disconoscere il minore. La ragione è semplice: la legge, in questi casi, mira a tutelare il bambino che ha ormai instaurato un rapporto affettivo col genitore adottivo;
impotenza: se l’uomo viene a scoprire che, al momento del concepimento del bambino, non aveva le condizioni fisiche e biologiche per procreare (impotenza), il termine per il disconoscimento della paternità è, anche in questo caso, di un anno dalla scoperta che non può comunque superare i cinque anni dalla nascita del minore;
ignoranza: se l’uomo non è a conoscenza della nascita del bambino perché al momento del parto era lontano per lavoro (e verosimilmente già quando il pancione ha iniziato a notarsi) ha sempre un solo anno dal giorno del suo ritorno per agire in giudizio (il termine decorre dal ritorno anche se ha avuto conoscenza della nascita in un momento precedente). Anche in questo caso, non devono comunque essere decorsi più di cinque anni dalla nascita. Quindi se l’uomo sta via 5 anni non ha più possibilità di disconoscere i figli della moglie.
Se il padre scopre che la moglie/compagna l’ha tradito
Occupiamoci ora, più nel dettaglio, del primo caso, ossia quello dell’infedeltà. Se il padre scopre che il figlio non è suo perché viene a sapere di un tradimento da parte della moglie/compagna, il termine per il disconoscimento della paternità – abbiamo detto – è di 1 anno da tale scoperta che, comunque, non può slittare oltre i cinque anni dalla nascita del bambino. A cinque anni e un giorno il bambino è definitivamente del padre “tradito”.
La Cassazione ha detto che la scoperta dell’adulterio commesso all’epoca del concepimento – alla quale si collega appunto il decorso del termine annuale di decadenza per l’azione giudiziale di disconoscimento – va intesa come acquisizione certa della conoscenza della consumazione di un rapporto sessuale tra la donna e l’estraneo tale. Non basta il semplice sospetto di un tradimento o la mera infatuazione, la relazione sentimentale o la frequentazione della moglie con un altro uomo. Insomma deve essere certa la notizia della congiunzione carnale.
I Supremi giudici, richiamandosi a precedenti pronunce, affermano che, in tema di disconoscimento di paternità, spetta all’attore dimostrare la conoscenza dell’adulterio e che la scoperta dell’adulterio stesso, commesso all’epoca del concepimento va intesa come «acquisizione certa della conoscenza (e non come mero sospetto) di un fatto rappresentato o da una vera e propria relazione, o da un incontro, comunque sessuale, idoneo a determinare il concepimento del figlio che si vuole disconoscere, non essendo sufficiente la mera infatuazione, la mera relazione sentimentale o la frequentazione della moglie con un altro uomo. Pertanto, il dato della conoscenza certa dell’adulterio non può ritenersi di per sé idoneo a far maturare l’effetto di decadenza ove non sia qualificato dalla connessione alla conoscenza dell’idoneità dell’adulterio stesso a determinare la nascita del figlio».
A che serve il disconoscimento della paternità?
Lo scopo della causa di disconoscimento della paternità è quello di negare che il padre del soggetto concepito o nato durante il matrimonio sia il marito della madre, superando in tal modo la presunzione di paternità. Se la coppia ha fatto ricorso alla procreazione assistita, il padre non può contestare la paternità mediante azione di disconoscimento.
L’azione può essere esercitata non solo dal marito, ma anche dalla madre e dal figlio entro determinati termini.
La madre può chiedere il disconoscimento della paternità:
in generale: entro 6 mesi decorrenti dalla nascita del figlio e, in ogni caso, non oltre 5 anni dal giorno della nascita;
se il marito è affetto da impotenza a generare al tempo del concepimento: fino a 6 mesi dal momento in cui la madre viene a conoscenza di tale condizione di impotenza e, in ogni caso, non oltre 5 anni dal giorno della nascita.
Invece il figlio può esercitare sempre l’azione di disconoscimento di paternità, senza termini massimi, quindi anche quando è divenuto maggiorenne.
Come dimostrare che il figlio non è proprio
Spetta a chi propone l’azione di disconoscimento della paternità fornire al giudice le prove dell’inesistenza del rapporto di filiazione. Ad esempio il padre può dimostrare di essere stato impotente (a tal fine deve provare la propria impotenza sia come incapacità ad avere rapporti sessuali – la cosiddetta impotentia coeundi – sia come incapacità di concepire – la cosiddetta impotentia generandi).
Ed ancora il presunto padre potrebbe dimostrare di non aver coabitato e non aver avuto rapporti sessuali, nel periodo del concepimento, con la madre. Ma a tal fine deve provare che le vite dei coniugi si svolgevano in modo tale da escludere anche la possibilità di incontri occasionali; non è invece sufficiente provare che hanno vissuto in luoghi diversi.
Anche se la prova tipica dell’azione di disconoscimento è l’esame del dna, nulla vieta di portare al giudice altre prove come i testimoni.
Il giudice non può obbligare la parte a sottoporsi al prelievo del sangue, ma dal rifiuto può comunque trarre argomenti di prova sulla base delle sue valutazioni, anche in assenza di prova di rapporti sessuali tra le parti. Potrebbe cioè desumere da tale comportamento dimostrata la filiazione [3]. .
La semplice dichiarazione della madre, che afferma che il marito non è il padre del figlio nato durante il matrimonio, non è sufficiente ad escludere la paternità e far accogliere l’azione di disconoscimento della paternità.
[1] Cass. ord. n. 6517/19.
[2] Cass. 25 gennaio 1986 n. 498, Cass. 11 marzo 1976 n. 852
[3] Cass. 23 febbraio 2016 n. 3479, Cass. 21 dicembre 2015 n. 25675, Cass. 25 marzo 2015 n. 6025, Cass. 21 maggio 2014 n. 11223, Cass. 19 luglio 2013 n. 17773.
Autore immagine: figlio piange tra due adulti di nuvolanevicata
Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 24 ottobre 2018 – 6 marzo 2019, n. 6517
La Corte di appello di Bologna, confermando la sentenza del Tribunale del capoluogo emessa in data 10/7/2013, sulla domanda di disconoscimento di paternità proposta da B.M. nei confronti della moglie Br.Fe.Fe. e dei figli gemelli B.F. e f. (nati il 12/7/2006), la ha ritenuta intempestiva in quanto esperita nel 2009, oltre il termine decadenziale di un anno dalla nascita dei minori, senza che fosse stata provata adeguatamente l’epoca della effettiva conoscenza dell’adulterio al tempo del concepimento, che avrebbe consentito l’applicabilità del diverso termine decadenziale previsto dall’art. 244 c.c., comma 2, seconda parte.
La Corte di appello ha ritenuto che mancasse la prova certa e rigorosa che la conoscenza dell’adulterio fosse collocabile al 2.5.2009, come sostenuto dal B. , poiché le prove testimoniali addotte, rese dalle di lui madre e sorella, erano state giustamente considerate “indirette” dal primo giudice, avendo le stesse riferito di conversazioni che sarebbero avvenute tra altre persone ascoltate occasionalmente, oltre che imprecise e poco credibili secondo la stessa Corte territoriale.
Inoltre, ha escluso che la testimonianza di G.L. , amico del B. , circa la confidenza fattagli il 2.5.2009 di avere scoperto di non essere padre dei bambini potesse essere dirimente, poiché la scoperta della non paternità non equivaleva alla scoperta dell’adulterio.
Quindi, la Corte, pur dando atto che l’esame genetico espletato in fase di appello mediante consulenza tecnica d’ufficio aveva consentito di accertare che i minori non erano figli del B. , ha escluso che tale accertamento tecnico potesse avere ricadute in merito alla individuazione del termine decadenziale applicabile perché “la possibilità di dimostrare lo stesso adulterio anche ricorrendo alla prova tecnica, non incide però sul momento iniziale del decorso del termine previsto dall’art. 244 c.c., e non interferisce dunque sulla disciplina dettata in tema di decadenza” (fol. 9/10).
Ha affermato infine la necessità di dare prevalenza al favor minoris rispetto al favor veritatis per non pregiudicare i bambini sul piano economico.
B.M. ricorre per la cassazione della sentenza impugnata con tre mezzi, replica con controricorso Br.Fe.Fe. . I minori b.f. e F. , rappresentati dal curatore speciale, sono rimasti intimati.
Il ricorso già fissato per la trattazione dinanzi all’adunanza camerale della Sesta Sezione civile, è stata rinviato per la trattazione in pubblica udienza.
1.1. Con il primo motivo si denuncia l’insufficiente e contraddittoria motivazione in merito alla valutazione degli elementi istruttori volti a collocare temporalmente la conoscenza da parte del B. dell’adulterio, dolendosi del fatto che le prove testimoniali non erano state adeguatamente apprezzate e che la Corte contraddittoriamente non aveva preso in considerazione la data della consulenza tecnica di parte del 1.5.2009, con la quale il B. aveva acquisito la conoscenza scientifica dell’adulterio e della non paternità, in data anteriore al litigio con la Br. , avvenuto il 2/5/2009, in cui questa aveva riconosciuto di averlo tradito. La censura, come si evince dal motivo, integra anche una evidente denuncia per violazione dell’art. 244 c.c., comma 2, in ordine alla falsa interpretazione del concetto di “conoscenza dell’adulterio” (fol. 8 del ricorso).
1.3. Nel caso in esame la Corte di appello articola la pronuncia di inammissibilità della domanda per decadenza indotta dalla tardività in tre passaggi motivazionali.
Il primo è costituito dalla affermazione dell’assenza di una prova certa e rigorosa circa l’epoca di conoscenza dell’adulterio, collocata dal B. al 2/5/2009, affermazione argomentata attraverso la disamina critica delle testimonianze rese dalla madre e dalla sorella del B. ritenute imprecise e poco credibili.
Il secondo è costituito dalla affermazione dell’esistenza di ulteriori elementi (già valorizzati in primo grado, segnatamente “le voci di paese” e “i sentimenti dei bambini”) tali da avvalorare la tesi “per cui, se non una piena conoscenza, il B. dovesse avere quantomeno un legittimo dubbio – non solo un mero sospetto – circa la paternità dei minori – e, quindi, anche circa l’infedeltà della moglie” (fol. 8) elementi che – come sembra di comprendere dal tenore della motivazione – avrebbero dovuto collocare tale “dubbio” in epoca anteriore a quella utile.
Il terzo è individuabile nell’esclusione del carattere dirimente e rilevante della testimonianza di G.L. , il quale ebbe a riferire che il B. in data 2/5/2009 gli aveva confidato di avere scoperto quel giorno di non essere padre biologico dei minori, sulla scorta dell’affermazione che “la scoperta della non paternità non equivale infatti a scoperta dell’adulterio” (fol. 8), conclusione formulata dalla Corte territoriale richiamando all’uopo la decisione di legittimità n. 15777 del 2/7/2010.
1.4. Tale ragionamento non può essere condiviso in quanto la valutazione delle emergenze probatorie appare viziata dall’erronea e contraddittoria interpretazione del criterio di individuazione della conoscenza dell’adulterio che integra – ai sensi dell’art. 244 c.c., comma 2, – il dato temporale da cui far decorrere il termine decadenziale annuale, il cui apprezzamento è, comunque, rimesso al giudice del merito (Cass. n. 15777 del 2/7/2010).
1.5. In proposito giova ricordare che in tema di disconoscimento della paternità grava sull’attore la prova della conoscenza dell’adulterio (Cass. n. 13436 del 30/06/2016) e che, come già affermato da questa Corte, “La scoperta dell’adulterio commesso all’epoca del concepimento – alla quale si collega il decorso del termine annuale di decadenza fissato dall’art. 244 c.c. (come additivamente emendato con sentenza n. 134 del 1985 della Corte costituzionale) – va intesa come acquisizione certa della conoscenza (e non come mero sospetto) di un fatto rappresentato o da una vera e propria relazione, o da un incontro, comunque sessuale, idoneo a determinare il concepimento del figlio che si vuole disconoscere, non essendo sufficiente la mera infatuazione, la mera relazione sentimentale o la frequentazione della moglie con un altro uomo. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di appello che ha riconosciuto la tempestività della domanda di disconoscimento della paternità, ritenendo che, pur risultando una pregressa conoscenza dell’adulterio da parte dell’attore, solo all’esito dell’espletamento della prova del DNA, questi ne avesse acquisito la certezza).” (Cass. n. 3263 del 09/02/2018; v. anche, Cass. n. 14556 del 26/6/2014), di talché il dato della conoscenza certa dell’adulterio non può ritenersi di per sé idoneo a far maturare l’effetto decadenziale fissato dall’art. 244 c.c., ove non sia qualificato dalla connessione alla conoscenza dell’idoneità dell’adulterio stesso a determinare la nascita del figlio.
Orbene tale principio, che viene qui condiviso, non confligge con la pronuncia, richiamata nell’impugnata sentenza, secondo la quale “In tema di azione di disconoscimento di paternità esercitata dal figlio, ai sensi dell’art. 235 c.c., comma 1, n. 3, in caso di adulterio della madre, il termine annuale previsto dall’art. 244 c.c., comma 3, a pena di decadenza rilevabile d’ufficio, decorre dalla data della scoperta dell’adulterio, da intendersi come acquisizione certa della conoscenza del fatto, il cui apprezzamento è rimesso al giudice del merito e non già come raggiungimento della certezza negativa circa la compatibilità genetica col genitore legittimo. (In applicazione di tale principio, la S. C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva ricollegato la decorrenza del termine alla pubblicazione di un testamento nel quale il de cuius aveva riconosciuto l’attore quale suo figlio naturale, ravvisandovi un evento sufficiente a rendere noto l’adulterio della madre)”. (Cass. n. 15777 del 2/7/2010).
Questa pronuncia infatti, sia pure in fattispecie diversa, risulta, ugualmente attestata su una nozione di conoscenza qualificata come si desume dalla frase “acquisizione certa della conoscenza del fatto” (certezza che, in questo caso, discendeva da una dichiarazione di paternità naturale resa in sede testamentaria).
Tale conclusione non può essere integralmente condivisa per le ragioni di seguito precisate.
1.7. Soffermandosi prima di tutto sulla valutazione della conoscenza ultra annuale, va osservato che la Corte di appello, in coerenza con il concetto di conoscenza prima illustrato, ha esattamente ritenuto che la stessa non fosse stata accertata, giacché gli elementi acquisiti erano tali da poter avere dare adito al “dubbio” nel B. circa la paternità dei minori e, quindi, l’infedeltà della moglie, ma non la piena conoscenza dell’adulterio. Orbene, quand’anche si volesse riconoscere fondatezza della distinzione operata dalla Corte di appello tra sospetti e dubbi, v’è da rimarcare che entrambi i concetti non sono affatto assimilabili alla conoscenza, come peraltro ritenuto dalla stessa Corte di appello: l’esclusione della ricorrenza di una “piena conoscenza”, in mancanza di differenti indici interpretativi, dimostra che la Corte di appello ha escluso l’acquisizione certa della conoscenza dell’adulterio da parte del B. in epoca anteriore a quella utile per la ammissibilità dell’azione proposta, tant’è che non ha pronunciato la decadenza per tardività dell’azione, ma per mancanza di prova in ordine all’epoca in cui sarebbe avvenuta detta conoscenza.
Ben vero, essendo stata esclusa dalla stessa Corte territoriale la conoscenza dell’adulterio ultra annuale, nei sensi dianzi precisati, non convince l’affermazione secondo la quale “la scoperta della paternità non equivale a conoscenza dell’adulterio” posta a sostegno della ritenuta mancanza di decisività della deposizione di G.L. in merito alla scoperta della non paternità, in quanto, nel caso concreto, non risulta in linea con i principi prima enunciati a cui la stessa Corte territoriale aveva dato poco prima applicazione.
Questa Corte ha già avuto modo di affermare, infatti, che la scoperta della paternità può costituire prova della conoscenza dell’adulterio al fine di valutare la tempestività della domanda di disconoscimento della paternità, in quanto “La scoperta dell’adulterio commesso all’epoca del concepimento – alla quale si collega il decorso del termine annuale di decadenza fissato dall’art. 244 c.c. (come additivamente emendato con sentenza n. 134 del 1985 della Corte costituzionale) – va intesa come acquisizione certa della conoscenza (e non come mero sospetto) di un fatto rappresentato o da una vera e propria relazione, o da un incontro, comunque sessuale, idoneo a determinare il concepimento del figlio che si vuole disconoscere, non essendo sufficiente la mera infatuazione, la mera relazione sentimentale o la frequentazione della moglie con un altro uomo”. (Cass. n. 3263 del 09/02/2018) di guisa che è possibile che la conoscenza certa dell’adulterio intervenga solo all’esito dell’espletamento della prova del DNA (Cass. n. 3263 del 09/02/2018).
1.9. Orbene, la Corte di appello – avendo già escluso che fosse stata raggiunta la prova della conoscenza pregressa ed ultrannuale dell’adulterio e della assenza di genitorialità (v. par. 1.7) e considerando che nella prospettazione del B. i due momenti sostanzialmente sarebbero stati coincidenti – avrebbe dovuto valutare le circostanze riferite nella testimonianza del G. – non colpita da un giudizio di imprecisione e non credibilità come quelle di madre e sorella del B. – al fine di procedere alla corretta sussunzione della fattispecie concreta nel disposto normativo, tenendo conto che – contrariamente a quanto erroneamente affermato – anche la cognizione di assenza di paternità biologica può essere indicativa del sorgere della conoscenza qualificata dell’adulterio, richiesta dall’art. 244 c.c., comma 2, c.c. per valutare la tempestività dell’azione di disconoscimento, conoscenza già esclusa per il periodo temporale pregresso dalla stessa Corte di appello.
La statuizione, ferma su una pronuncia di non decisività della deposizione del G. , risulta pertanto viziata e va cassata.
2.1. Con il secondo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c..
Il ricorrente si duole che la Corte di appello abbia ritenuto inammissibile per novità la produzione in appello della consulenza di parte, dalla quale era desumibile l’epoca in cui aveva acquisito certezza dell’adulterio ai tempi del concepimento e, quindi, la tempestiva proposizione dell’azione di disconoscimento.
Trova applicazione il principio secondo il quale “Nel giudizio di appello, la nuova formulazione dell’art. 345 c.p.c., comma 3, quale risulta dalla novella di cui al D.L. n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, nella L. n. 134 del 2012 (applicabile nel caso in cui la sentenza conclusiva del giudizio di primo grado sia stata pubblicata dopo l’11 settembre 2012), pone il divieto assoluto di ammissione di nuovi mezzi di prova in appello, senza che assuma rilevanza rindispensabilità” degli stessi, e ferma per la parte la possibilità di dimostrare di non aver potuto proporli o produrli nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile. (Nella specie, in applicazione del principio, la S.C. ha cassato la decisione impugnata che aveva ammesso in appello la produzione di documenti nuovi, costituiti da relate di notificazione degli avvisi di accertamento, che le parti convenute, rimaste contumaci in primo grado, avrebbero potuto tempestivamente depositare in quel grado di giudizio)”. (Cass. n. 26522 del 09/11/2017).
3.1. Con il terzo motivo si denuncia la violazione del principio di favor veritatis rispetto al principio di favor minoris, avendo la Corte di appello fondato la sua pronuncia, nonostante la indiscussa non paternità, solo su valutazioni di carattere economico senza considerare i rapporti concretamente instaurati tra le parti ed i diritti del figlio di primo letto del ricorrente.
3.2. Il motivo è inammissibile in quanto afferisce a valutazioni di merito, sull’interesse dei minori a conservare lo status di figli legittimi, attuate dalla Corte di appello dopo avere già dichiarato il B. decaduto dal potere di esercizio dell’azione di disconoscimento e, quindi, a contenuto non decisorio.
3.4. Invero, nel chiarire il rapporto tra favor veritatis e favor minoris e nel sottolineare la necessità dell’attuazione di un bilanciamento in concreto degli interessi del minore, questa Corte ha affermato che “In tema di disconoscimento di paternità, il quadro normativo (art. 30 Cost., art. 24 Cost., comma 2, della Carta dei diritti fondamentali della UE, e art. 244 c.c.) e giurisprudenziale attuale non comporta la prevalenza del favor veritatis sul favor minoris, ma impone un bilanciamento fra il diritto all’identità personale legato all’affermazione della verità biologica – anche in considerazione delle avanzate acquisizioni scientifiche nel campo della genetica e dell’elevatissimo grado di attendibilità dei risultati delle indagini – e l’interesse alla certezza degli status ed alla stabilità dei rapporti familiari, nell’ambito di una sempre maggiore considerazione del diritto all’identità personale, non necessariamente correlato alla verità biologica ma ai legami affettivi e personali sviluppatisi all’interno di una famiglia, specie quando trattasi di un minore infraquattordicenne. Tale bilanciamento non può costituire il risultato di una valutazione astratta, occorrendo, invece, un accertamento in concreto dell’interesse superiore del minore nelle vicende che lo riguardano, con particolare riferimento agli effetti del provvedimento richiesto in relazione all’esigenza di un suo sviluppo armonico dal punto di vista psicologico, affettivo, educativo e sociale”. (Cass. n. 26767 del 22/12/2016; in tema anche Cass. n. 8617 del 3/4/2017): è stata così rimarcata l’esigenza che questo tipo di valutazione sia ampia ed approfondita ed abbia riguardo, innanzi tutto, ai profili connessi all’identità personale ed all’esistenza o meno di significativi ed attuali rapporti interpersonali ed affettivi intercorrenti tra le parti, circostanze che, nel caso in esame, non sono state affatto considerate, né tanto meno indagate.
4.1. In conclusione, va accolto il primo motivo del ricorso, rigettati i restanti motivi; la sentenza impugnata va cassata e la controversia va rinviata alla Corte di appello di Bologna in diversa composizione che nel procedere ad un nuovo esame della causa si atterrà a quanto sopra indicato, provvedendo anche sulle spese del giudizio di legittimità.
Va disposto che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. n. 30 giugno 2003 n. 196, art. 52.
– Accoglie il primo motivo del ricorso, rigettati i restanti motivi; cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Bologna in diversa composizione anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità;

References: Cass. 
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 art. 24
 art. 244
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 art. 52
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