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Timestamp: 2019-04-23 16:55:47+00:00

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Nel reato di appropriazione indebita non opera il principio della compensazione con credito preesistente, allorché si tratti di crediti non certi, ne’ liquidi ed esigibili (Corte di Cassazione, Sezione II Penale, Sentenza 12 marzo 2018, n. 10977). – Noi Radiomobile™
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Nel reato di appropriazione indebita non opera il principio della compensazione con credito preesistente, allorché si tratti di crediti non certi, ne’ liquidi ed esigibili (Corte di Cassazione, Sezione II Penale, Sentenza 12 marzo 2018, n. 10977).
1. Con sentenza in data 21/4/2017, la Corte di appello di Bologna confermava la sentenza del Tribunale di Rimini del 19/5/2015, che aveva condannato (OMISSIS) alla pena ritenuta di giustizia per il reato di cui all’articolo 646 cod. pen..
Alla stregua della ricostruzione del fatto contenuta nella sentenza impugnata, l’avv. (OMISSIS), in qualità di patrocinatore legale della (OMISSIS) s.r.l., ha provveduto a riscuotere direttamente, dalla società (OMISSIS) di (OMISSIS), debitrice della propria cliente, la somma di Euro 10.571,06, trattenendola per se’ senza più restituirla alla (OMISSIS).
1.1. La Corte territoriale respingeva le censure mosse con l’atto d’appello, in punto di riconosciuta responsabilità dell’imputato in ordine al reato allo stesso ascritto e di trattamento sanzionatorio irrogato.
La Corte, considerando che lo stesso imputato aveva escluso di aver trattenuto le somme a titolo di compensazione di propri crediti professionali, ravvisava la presenza degli elementi costitutivi del reato ascritto nel fatto che le somme erano state richieste al debitore indicando le coordinate bancarie dell’imputato come modalità di pagamento e, una volta incassate, non erano state girate alla effettiva titolare del credito; peraltro, la procedura seguita nel caso di specie era diversa da quella ordinariamente seguita dal difensore per la riscossione dei crediti dei clienti (che normalmente avveniva mediante assegno del debitore intestato al creditore); comunque, gli importi di causa non erano piu’ stati restituiti alla (OMISSIS).
2.1. violazione di legge e vizio della motivazione in relazione all’articolo 646 c.p. per essere insussistente la dimostrazione della presenza dell’elemento soggettivo del reato e dell’animus possidenti, essendo del tutto congetturale il ragionamento che da alcuni elementi del fatto (quali la richiesta di versare il corrispettivo direttamente allo studio legale o l’indicazione dell’IBAN del difensore, aspetti comunque contestati dal ricorrente) desume la prova del dolo, mancando anzi dimostrazione dell’animus possidenti; infatti, nella fattispecie non vi e’ stata, prima della proposizione della querela, alcuna richiesta di restituzione delle somme incassate da parte della (OMISSIS).
L’imputato era semplicemente in attesa delle istruzioni degli amministratori della propria cliente ( (OMISSIS) e (OMISSIS)), tra i quali, a seguito degli avvicendamenti che si sono verificati, sono evidentemente insorte incomprensioni al riguardo.
Trattasi comunque di valutazioni di merito, che sono insindacabili nel giudizio di legittimita’, quando il metodo di valutazione delle prove sia conforme ai principi giurisprudenziali e l’argomentare scevro da vizi logici, come nel caso di specie (Sez. U., n. 24 del 24/11/1999, Spina, Rv. 214794; Sez. U., n. 12 del 31.5.2000, Sakani, Rv. 216260; Sez. U. n. 47289 del 24.9.2003, Petrella, Rv. 226074).
E cosi’, segnatamente, la Corte territoriale, dopo aver ribadito che, sotto il profilo materiale, non era dubbia la circostanza secondo la quale l’avvocato (OMISSIS) ha incassato sul proprio conto corrente quanto la debitrice (OMISSIS) doveva alla (OMISSIS), senza poi girare il denaro a quest’ultima, quanto all’elemento soggettivo del dolo necessario alla integrazione del reato ascritto, da’, adeguatamente, atto del vaglio degli elementi indiziari dai quali ne ha univocamente desunto la presenza, indicando, oltre al fatto che la tesi difensiva (autorizzazione verbalmente data dall’amministratore di (OMISSIS), (OMISSIS), di trattenere le somme in attesa che i nuovi vertici societari verificassero i conti del dare/avere tra la società ed il (OMISSIS)) e’ stata seccamente smentita proprio dalla presunta fonte (il (OMISSIS)), numerosi ulteriori elementi sintomatici, quali la circostanza che il pagamento era stato richiesto con lettera nella quale si invitava al pagamento “direttamente allo scrivente Studio” indicando allo scopo i dati dell’IBAN dell’avv. (OMISSIS), che trattavasi di procedura del tutto anomala rispetto alla prassi corrente per casi analoghi e che comunque il denaro non era stato mai piu’ restituito alla (OMISSIS).
Infatti, quand’anche sussistessero eventuali crediti professionali, secondo la condivisa giurisprudenza di questa Corte (Sez. 2, n. 293 del 04/12/2013, Rv. 257317), nel reato di appropriazione indebita non opera il principio della compensazione con credito preesistente, allorché si tratti di crediti non certi, ne’ liquidi ed esigibili. E i crediti di cui nella fattispecie si e’ vagamente parlato erano tutti incerti, illiquidi e contestati.
Si consideri, inoltre, che la richiamata affermazione giurisprudenziale e’ stata resa in analoga fattispecie nella quale si e’ ritenuto configurabile il reato in questione nei confronti di un avvocato che aveva riscosso alcuni titoli di pagamento emessi in favore del proprio assistito e poi trattenuto le relative somme a compensazione di crediti professionali maturati nei confronti del cliente, che, pero’, ne contestava l’esistenza.
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