Source: http://www.overlex.com/leggiarticolo.asp?id=2524
Timestamp: 2019-12-11 14:02:54+00:00

Document:
Articolo del 19/09/2011 Autore Avv. Massimiliano Gallone Altri articoli dell'autore
Le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso, con la conseguenza che il datore di lavoro è sempre responsabile dell'infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente, per l'imprenditore, all'eventuale concorso di colpa del lavoratore, la cui condotta può comportare l'esonero totale del medesimo imprenditore da ogni responsabilità solo quando presenti i caratteri dell'abnormità, inopinabilità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, così da porsi come causa esclusiva dell'evento, essendo necessaria, a tal fine, una rigorosa dimostrazione dell'indipendenza del comportamento del lavoratore dalla sfera di organizzazione e dalle finalità del lavoro , e, con essa, dell'estraneità del rischio affrontato a quello connesso alle modalità ed esigenze del lavoro da svolgere. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva escluso che la condotta del lavoratore, infortunatosi mentre era intento nelle operazioni di lavaggio della cucina di un albergo, avesse i caratteri dell'abnormità o dell'imprevedibilità atteso che, anche ammesso che il dipendente si fosse tolto le calzature di sicurezza prima di terminare il turno di lavoro , era onere del datore di lavoro predisporre controlli idonei per garantire l'osservanza dell'obbligo e ciò tanto più che il lavoratore era stato addetto a mansioni di lavoro diverse da quelle di assunzione ed operava in un ambiente di lavoro nuovo rispetto a quello abituale).
Con sentenza del 2.2.2005 il Tribunale di Torre Annunziata ha respinto la domanda proposta in data 22.6.2001 da D. F., volta ad ottenere l'accertamento della illegittimità del licenziamento intimatogli per superamento del periodo di comporto dalla società Omissis con lettera in data 4.11.2000, con condanna della società alla reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro e al risarcimento del danno L. n. 300 del 1970, ex art. 18, oltre che al risarcimento del danno biologico causato dall'infortunio sul lavoro subito il (OMISSIS), mentre era intento ad effettuare il lavaggio della cucina.
Avverso tale sentenza ricorre per cassazione la società Omissis, affidandosi a sei motivi cui resiste con controricorso D.F..
1.- Con il primo motivo la società ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 414 e 416 c.p.c. "in relazione sia all'art. 360 c.p.c., n. 3 che all'art. 360 c.p.c., nn. 4 e 5, per violazione di legge, omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione" nella parte in cui la Corte territoriale ha ritenuto che il ricorrente avesse Specificamente e tempestivamente allegato gli elementi costitutivi della pretesa fatta valere in giudizio, per quanto riguarda in particolare la non computabilità nel periodo di comporto delle assenze determinate dall'infortunio sul lavoro e conseguenti a responsabilità del datore di lavoro.
5.- Con il quinto motivo si deduce violazione e falsa applicazione dell'art. 111 Cost., artt. 134, 421 e 437 c.p.c. in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, sul rilievo che i giudici di appello avrebbero omesso di esporre le ragioni per le quali non avevano provveduto d'ufficio agli atti istruttori sollecitati dal materiale probatorio acquisito nel permanere dell'incertezza della prova in ordine ai fatti costituivi controversi, ed in particolare in ordine alla circostanza che il lavoratore fosse stato dotato dei prescritti stivali di gomma e che, dopo averli utilizzati, li avesse tuttavia dismessi anzitempo, quando cioè il pavimento della cucina era ancora bagnato.
6.- Con il sesto motivo di gravame la società lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 99, 112, 424 e 437 c.p.c., ed anche dell'art. 115 c.p.c. e art. 2697 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 per violazione e falsa applicazione di norme di diritto, con vizio di omessa e/o insufficiente motivazione, sull'assunto che la Corte territoriale avrebbe ammesso una consulenza tecnica d'ufficio diretta ad un accertamento che non aveva mai formato oggetto di richiesta da parte del lavoratore, e così in violazione del principio della domanda e di quello di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, ed avrebbe poi utilizzato l'esito della consulenza tecnica d'ufficio travalicando i principi di cui agli artt. 115 e 116 c.p.c. e mal governando le risultanze dell'accertamento peritale.
8.- Ai sensi di quest'ultima disposizione, applicabile ai ricorsi per cassazione proposti avverso le sentenze e gli altri provvedimenti pubblicati a decorrere dalla data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 40 del 2006, e quindi anche al ricorso in esame, nei casi previsti dall'art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1), 2), 3) e 4), l'illustrazione di ciascun motivo si deve concludere, a pena d'inammissibilità, con la formulazione di un quesito di diritto. Anche nel caso in cui venga dedotto un vizio di motivazione (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), l'illustrazione del motivo deve contenere, a pena d'inammissibilità, la "chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione". Ciò comporta, in particolare, che la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità. Al riguardo, inoltre, non è sufficiente che tale fatto sia esposto nel corpo del motivo o che possa comprendersi dalla lettura di questo, atteso che è indispensabile che sia indicato in una parte del motivo stesso, che si presenti a ciò specificamente e riassuntivamente dedicata (cfr. ex plurimis Cass. 8555/2010, Cass. sez. unite 4908/2010, Cass. 16528/2008, Cass. 8897/2008, Cass. 16002/2007).
9.- Questa Corte ha più volte ribadito che, nel vigore dell'art. 366 bis c.p.c., non può ritenersi sufficiente - perchè possa dirsi osservato il precetto di tale disposizione - la circostanza che il quesito di diritto possa implicitamente desumersi dall'esposizione del motivo di ricorso, nè che esso possa consistere o ricavarsi dalla formulazione del principio di diritto che il ricorrente ritiene corretto applicarsi alla specie. Una siffatta interpretazione della norma positiva si risolverebbe, infatti, nella abrogazione tacita dell'art. 366 bis, secondo cui è invece necessario che una parte specifica del ricorso sia destinata ad individuare in modo specifico e senza incertezze interpretative la questione di diritto che la S.C. è chiamata a risolvere nell'esplicazione della funzione nomofilattica che la modifica di cui al D.Lgs. n. 40 del 2006 ha inteso valorizzare (Cass. 5208/2010, Cass. 20409/2008). E' stato altresì precisato che il quesito deve essere formulato in modo tale da consentire l'individuazione del principio di diritto censurato posto dal giudice a quo alla base del provvedimento impugnato e, correlativamente, del principio, diverso da quello, la cui auspicata applicazione da parte della S.C. possa condurre a una decisione di segno inverso; ove tale articolazione logico-giuridica mancasse, infatti, il quesito si risolverebbe in una astratta petizione di principio, inidonea sia a evidenziare il nesso tra la fattispecie e il principio di diritto che si chiede venga affermato, sia ad agevolare la successiva enunciazione di tale principio a opera della S.C. in funzione nomofilattica. Il quesito, pertanto, non può consistere in una mera richiesta di accoglimento del motivo o nell'interpello alla S.C. in ordine alla fondatezza della censura o alla sussistenza o meno della violazione di una determinata disposizione di legge, ma deve costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte e porre la S.C. in condizione di rispondere a esso con la enunciazione di una regula iuris che sia, in quanto tale, suscettibile di ricevere applicazione in casi ulteriori rispetto a quello sottoposto all'esame del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata (Cass. 6951/2010, Cass. sez. unite 27368/2009, Cass. 20685/2009, Cass. 19769/2008).
10.- Nella specie, nessuno dei quesiti formulati a conclusione dell'illustrazione dei motivi di ricorso risponde ai requisiti sopra indicati, risolvendosi gli stessi quesiti nella mera richiesta di stabilire se siano state violate o meno determinate norme o principi di diritto, ovvero in una generica istanza di decisione sulla esistenza dei vizi denunciati.
13.- Alla stregua dei principi sopra indicati, le doglianze espresse dalla ricorrente con riguardo ai pretesi vizi motivazionali si rivelano prive di fondamento. E così quelle di cui al primo motivo, in quanto, come rilevato dalla Corte territoriale sulla base di una corretta e adeguata interpretazione del contenuto e dell'ampiezza dell'originaria domanda, il lavoratore aveva dedotto già con il ricorso introduttivo che l'infortunio era da ascrivere a gravi omissioni del datore di lavoro, tali da determinare non solo la responsabilità del datore di lavoro per i postumi invalidanti residuati a carico del dipendente, ma anche l'ulteriore conseguenza che "l'infortunio e le assenze del lavoro che ne seguirono nel 2000 furono causate dall'illecito comportamento del datore di lavoro", restando così individuati tutti gli elementi oggettivi della fattispecie sulla quale si fondano la responsabilità contrattuale del datore di lavoro e la conseguente esclusione dal computo del comporto delle assenze per malattia che sia derivata da condizioni del lavoro di cui il datore debba rispondere ex art. 2087 c.c. (secondo principi costantemente affermati dalla S.C.: cfr. ex multis, Cass. 4959/2005, Cass. 5413/2003, Cass. 5066/2000).
15.- Anche le carenze motivazionali dedotte con il terzo e il quarto motivo devono ritenersi insussistenti, avendo i giudici di appello dato sufficiente e adeguata motivazione del proprio convincimento e fatto corretta applicazione del principio secondo cui le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso, sicchè il datore di lavoro è responsabile dell'infortunio occorso al lavoratore sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente all'eventuale concorso di colpa del lavoratore, salvo che la condotta di questi non presenti i caratteri dell'abnormità, inopinabilità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, così da porsi come causa esclusiva dell'evento (così Cass. 3786/2009, Cass. 11622/2007, Cass. 19559/2006, Cass. 5493/2006, Cass. 3213/2004, Cass. 6377/2003, Cass. 7454/2002, Cass. 5024/2002).
Con l'ulteriore precisazione (cfr. Cass. 16253/2004) che, per ritenere la sussistenza del carattere di abnormità del comportamento del lavoratore, è necessaria una rigorosa dimostrazione dell'indipendenza della condotta del lavoratore dalla sfera di organizzazione e dalle finalità del lavoro e, con essa, dell'estraneità del rischio affrontato rispetto a quello connesso alle modalità ed esigenze del lavoro da svolgere. La decisione della Corte di merito ha fatto corretta applicazione di tali principi, osservando, da un lato, che, anche a voler ritenere provato che il lavoratore fosse stato dotato delle prescritte calzature di sicurezza e le avesse tolte prima di terminare il suo turno di lavoro, sarebbe residuata comunque una responsabilità del datore di lavoro per aver omesso di predisporre controlli idonei a garantire che i lavoratori utilizzassero effettivamente i mezzi di protezione loro forniti, e non mancando di attribuire rilievo, dall'altro, al fatto che, nel caso all'esame, il controllo avrebbe dovuto essere ancora più rigoroso, tenuto conto del fatto che il lavoratore per la prima volta era stato addetto a mansioni diverse da quelle di assunzione e in un ambiente di lavoro nuovo rispetto a quello abituale.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 18
 sentenza 
 art. 2697
 Cass. 
 Cass. sez. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. sez. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 2087
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.