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Timestamp: 2017-06-24 01:57:25+00:00

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Cassazione – Sezione terza civile – sentenza 4 giugno – 3 settembre 2007, n. 18511 Presidente Varrone – Relatore Frasca
Pm Destro – conforme – Ricorrente Regione Veneto – Controricorrente Consorzio Estrattori Materiali Inerti Cittadellese – Cemic Svolgimento del processo §1. La vicenda processuale oggetto di giudizio è così narrata nella sentenza impugnata. Nel luglio del 1994 la Cemic, Consorzio Estrattori Materiali Inerti del Cittadellese conveniva in giudizio, avanti al Tribunale di Venezia, la Regione Veneto, per sentirla condannare al risarcimento del danno, che si riservava di quantificare in corso di giudizio, sofferto in conseguenza dell'asserito illegittimo diniego opposto dall'amministrazione convenuta all'attivazione e coltivazione di una cava di ghiaia in una località del Comune di Cassola.
Quanto al motivo di appello con cui la Regione aveva censurato il criterio di individuazione del danno risarcibile commisurato all’utile netto di impresa sulla base della presenza di un residuo margine di discrezionalità che rendeva soltanto probabile ma non certo il rilascio dell'autorizzazione, la sentenza osserva che «in relazione alla natura del potere demandatole, l'amministrazione era chiamata ad individuare l'eventuale esistenza di interessi pubblici confliggenti con quello privato all'attivazione e coltivazione della cava» e, quindi, che «l'accertata infondatezza delle ragioni poste a sostegno del provvedimento di diniego annullato non lasciava, all’amministrazione, altra alternativa che quella di verificare, approfondendo ulteriormente l'indagine, la sussistenza delle ragioni addotte a giustificazione del diniego ovvero di rilanciare senz'altro l'autorizzazione». Dopo di che la sentenza precisa che «in presenza di tali presupposti l'individuazione del danno provocato nella perdita del ricavo ritraibile dalla coltivazione della cava risulta immeritevole di censura». §3. Contro la sentenza ha proposto ricorso per cassazione la Regione Veneto, fondandolo su due complessi motivi. Ha resistito con controricorso il Cemic - Consorzio Estrattori Materiali Inerti del Cittadellese. Entrambe le parti hanno depositato memorie.
§1. Con il primo complesso motivo di ricorso si deduce “violazione o falsa applicazione dell'art. 2043, del codice civile, nonché degli articoli 112 e 115, del codice di procedura civile. Omessa o carente motivazione su punti decisivi della controversia (art. 360, nn. 3 e 5, c.p.c.)”. §1.1. L'esposizione del motivo, dopo aver premesso il richiamo ai principi posti dalla giurisprudenza di questa Corte a partire dalla sentenza delle SS.UU. n. 500 del 1999 ed in particolare quelli affermati dalle sentenze nn. 6199 del 2004 e 2705 del 2005, particolarmente in punto di presupposti della responsabilità della P.A. per lesione di interessi legittimi e di necessità di distinzione fra la lesione degli interessi oppositivi e la lesione degli interessi pretensivi, sull'assunto che nella specie la domanda risarcitoria proposta dalla Cemic concerneva il risarcimento del danno sofferto per effetto del diniego dell'autorizzazione regionale all'esercizio dell'attività estrattiva e, quindi, della lesione di un interesse legittimo pretensivo, rileva che la verifica della illegittimità (e l'eventuale annullamento) dell'atto, è condizione necessaria, ma non sufficiente per il risarcimento e, quindi, sottolinea la distinzione fra la lesione di un interesse oppositivo - in relazione alla quale verrebbe in rilievo il sacrifico dell'interesse alla conservazione del bene o della situazione di vantaggio conseguente l’illegittimo esercizio del potere - e quella dell'interesse pretensivo - in relazione alla quale sarebbe necessario un giudizio prognostico sulla fondatezza o meno della pretesa dell'istante, essendo il giudice chiamato ad accertare, secondo un criterio di normalità, se l'istanza è destinata ad ottenere esito positivo. Sottolinea, infatti, la ricorrente che l'illegittimità di un provvedimento di diniego non implica necessariamente che l'istanza debba essere accolta, ma solo che l'amministrazione ha il dovere di determinarsi nuovamente e correttamente su di essa, onde quando il rigetto sia avvenuto per errore, specie per un errore formale, non è escluso che l'istanza possa comunque essere rigettata. La parte che chieda il risarcimento da lesione dell'interesse pretensivo è tenuta a fornire al giudice tutti gli elementi per la dimostrazione di una positiva valutazione della propria istanza.
§1.2. Un secondo errore sarebbe stato da essa compiuto per non avere considerato la pronuncia le motivazioni della decisione emessa dal Consiglio di Stato in sede di giudizio di ottemperanza, là dove quel giudice aveva escluso che il comportamento dell'amministrazione regionale costituisse violazione e/o elusione del giudicato di annullamento ed aveva anzi rilevato che la Regione stava attuando il giudicato e, quindi, per tale ragione aveva rigettato il ricorso per l'ottemperanza. L'azione risarcitoria proposta dalla Cemic per ottenere il risarcimento dei danni conseguenti alla mancata ottemperanza, proposta successivamente all'intervento della detta sentenza, si era, dunque, basata su un falso assunto, che i giudici di merito avrebbero accettato come veritiero senza verificarlo. Nello stesso atto di citazione, del resto, si faceva riferimento all'esito del giudizio di ottemperanza. La considerazione di esso da parte della Corte territoriale (e già da parte del giudice di primo grado) avrebbe dovuto giustificare l'immediato rigetto della domanda. §1.3. Un ulteriore errore sarebbe stato compiuto dalla sentenza impugnata per avere supportato la propria decisione sugli atti posti in essere dall’amministrazione regionale successivamente alla citazione, ravvisando negli stessi la mancata rinnovazione del procedimento di istruzione, mentre essi non potevano trovare rilievo, in quanto non posti a fondamento dell'originaria pretesa risarcitoria. Il comportamento del giudice d'appello sarebbe tanto più censurabile, in quanto avrebbe considerato positivamente solo quelli a favore della Cemic ed omesso di considerare quelli a favore della Regione, come l'effettiva apertura della discarica che il Consiglio di Stato aveva valutato improbabile e la successiva sentenza del Consiglio di Stato che aveva accertato l'insussistenza di un obbligo a rilasciare l'autorizzazione. §1.4. Si assume ancora che nella citazione la Cemic aveva chiesto il risarcimento di un diritto soggettivo al risarcimento del danno, mentre i giudici di merito, sia in primo che in secondo grado, avevano trasformato tale richiesta in una di risarcimento danni da lesione di interesse legittimo, così andando ultrapetita.
Non essendovi stato nella specie un provvedimento autorizzatorio, non ci sarebbe alcun danno da risarcire, come sarebbe logico dato che per la P.A. rimane impregiudicata la possibilità di denegare l'autorizzazione. Al riguardo andrebbe considerato che il Consiglio di Stato aveva annullato la deliberazione di diniego per vizi di motivazione, lasciando nel dispositivo salvi i futuri provvedimenti della Regione in occasione del rinnovato esame della domanda di apertura della cava. §1.6. Si deduce ancora che il Cemic non avrebbe dimostrato nemmeno la colpa della Regione e si sostiene, richiamando le ragioni dell'annullamento per come esposte in brani della motivazione della sentenza del Consiglio di Stato, che essendo stato l'annullamento dovuto a vizi di motivazione della delibera di diniego, era esclusa l'illiceità ed il dolo o la colpa della Regione, come rivelerebbe il fatto che la motivazione era stata ritenuta sufficiente dal Tar in primo grado e che il Consiglio di Stato - come aveva rilevato anche la sentenza emessa in sede di ottemperanza - non aveva ritenuto insussistente la motivazione, ma solo l'aveva reputata espressa in termini non esaustivi ed aveva anche ravvisato che la decisione della Regione di riaprire il procedimento autorizzatorio, formulando richiesta di parere al Comune di Cassola ed alla Provincia di Vicenza, non rappresentava violazione e/o elusione del giudicato, ma attuazione della normativa dell'art. 17 del P.T.R.C., entrata in vigore prima della notificazione della sentenza ottemperanda, perciò dichiarando inammissibile il ricorso.
A questi dati di fatto allegati nelle premesse del ricorso nulla ha replicato la resistente ed anzi li ha confermati, là dove, nel riferire, riportandola in corsivo, ampia parte della motivazione della sentenza di primo grado, dà conto, attraverso di essa, che vi era stato l'annullamento del provvedimento autorizzatorio emesso in sede di autotutela. Inoltre, detti dati trovano sostanziale conferma anche nella stessa sentenza qui impugnata, là dove essa, nel riferire (alla pagina nove) i motivi dell'appello della Regione, allude espressamente all'annullamento del provvedimento di autorizzazione da parte del Tar ed alla conferma da parte del Consiglio di Stato. §3.2. Un ulteriore rilievo necessario per lo scrutinio dei motivi ed afferente allo svolgimento del processo si deve, inoltre, svolgere considerando proprio il tenore dell'ampia parte della motivazione della sentenza di primo grado riportata nel controricorso. Da tale parte si apprende in prima battuta che il Tribunale, in punto di individuazione dell'ingiustizia del danno aveva qualificato la situazione soggettiva lesa come interesse pretensivo ed aveva bene avvertito la necessità di accertare se esso avesse effettiva possibilità di soddisfazione. Si apprende, altresì, che, secondo il Tribunale la relativa valutazione andava “fatta sulla base delle ragioni ostative al rilascio dell'autorizzazione poste dalla Regione a fondamento del provvedimento di diniego e del vaglio che di tali ragioni [aveva] fatto il giudice amministrativo” e ciò perché “l’amministrazione non [aveva] sottoposto, come avrebbe potuto e dovuto, a nuovo esame la domanda del consorzio e non [aveva] pertanto sollevato nuove ragioni ostative all'accoglimento , della pretesa (l'annullamento tanto del successivo provvedimento autorizzatorio quanto del suo annullamento in sede di autotutela [aveva] azzerato la situazione, ritornata per così dire, al punto di partenza). E poiché il vaglio operato dal giudice amministrativo delle ragioni dell'amministrazione [aveva] dato risultato negativo per l'amministrazione stessa, atteso che le [aveva] ritenute inidonee a sorreggere l'atto, il giudizio prognostico, temporalmente rapportato all'epoca del diniego, non può essere che favorevole al consorzio”. Dopo queste affermazioni, con le quali il giudice di primo grado, ritenne di avere individuato le condizioni per l’affermazione della sussistenza della lesione dell’interesse giuridicamente rilevante fatto valere dalla Cemic con la richiesta dì autorizzazione all'apertura della cava, ai apprende ancora che quel giudice esaminò, quindi, il profilo della configurabilità della colpa dell'amministrazione ragionale ed in proposito, dopo aver premesso che per valutarne la sussistenza occorreva rifarsi alla motivazione adottata dalla Regione nel provvedimento di diniego annullato, ed aver, quindi, dato conto delle ragioni su cui si era fondata (accertamento dell'esistenza di una cava limitrofa inattiva, ma probabilmente destinata a divenire discarica di rifiuti solidi urbani, con conseguente incidenza eccessiva a livello ambientale dell'apertura di una nuova cava, in ragione dell'aumento del traffico veicolare, e, quindi, prevalenza dell'interesse pubblico alla realizzazione della discarica su quello all'apertura della nuova cava), che affermò essere sta te cane contrario ai principi di correttezza e buona amministrazione, poiché tali principi avrebbero richiesto che il progetto di realizzazione della discarica fosse approvato o in corso di approvazione all'atto del diniego dell'autorizzazione, di modo che ne fosse prossimo l'avvio e che la Regione avesse effettuato uno studio preventivo, basato sulla rete viaria esistente e sull'entità del traffico di mezzi pesanti collegato all'attivazione della discarica. Quindi, il Tribunale risulta aver dato rilievo alla circostanza che ora risultato che nella relazione del Dipartimento cava e Torbiere su cui si era basato il diniego della Giunta regionale, al dava solo come probabile la riapertura della cava e che ancora dopo quattro anni i Comuni di Cassola e Romano d’Ezelino non avevano dato corso alla procedure di approvazione della discarica, tanto che la discarica aveva preso a funzionare solo nell'anno 1995, cioè ben undici anni dopo il diniego.
È sufficiente osservare che, se pure deve condividersi che l'esposizione del motivo si articola senza l'espressa indicazione, prima delle varie argomentazioni, di quale fra i vizi denunciati nella intestazione si vuole illustrare, tuttavia, tali argomentazioni sono non solo facilmente distinguibili ed individuabili, come emerge dalla esposizione che sopra se ne è fatta, indicando nel paragrafo uno della presente motivazione, vari sottoparagrafi, ma sono anche facilmente parametrabili a detti vizi, tenuto conto che compete a questa Corte, nell'esercizio dei suoi normali poteri dì valutazione del motivo di impugnazione, ricondurle al vizio formalmente denunciato nella intestazione del motivo in adempimento del n. 4 dell'art. 366 c.p.c. (testo anteriore al d.lgs. n. 40 del 2006). §4.1. È preliminare l'esame del profilo di cui si è dato conto sopra sub 1.4., che chiaramente denuncia un vizio di ultrapetizione e, quindi, corrisponde alla denuncia di violazione dell'art. 112 c.p.c. La doglianza è infondata, in quanto, premesso che la vicenda va esaminata ratione temporis - e lo è stata correttamente dai giudici di merito - nella cornice interpretativa delineata dalla nota sentenza n. 500 del 1999 delle SS.UU. di questa Corte, è privo di pregio sostenere che la Corte territoriale, là dove ha qualificato la posizione soggettiva di cui la resistente ha lamentato la lesione come interesse legittimo, mentre essa aveva fatto valere il diritto soggettivo al risarcimento del danno, si sarebbe verificata una ultrapetizione: è sufficiente osservare che in detta sentenza le SS.UU. avevano qualificato il diritto al risarcimento del danno come diritto soggettivo indipendentemente dalla natura della situazione soggettiva lesa, che poteva (nella dimensione del riparto di giurisdizione in cui le SS.UU intervennero) essere dì diritto soggettivo, di interesse legittimo o di interesse semplice.
Tra l'altro, deve anche notarsi che la sentenza impugnata, nel riferire i motivi di appello proposti dalla qui ricorrente, enuncia che cosa stessa aveva dedotto che nella specie si verteva in tema di lesione di un interesse legittimo (pretensivo) e che - come emerge dalla motivazione - la stessa sentenza di primo grado bene aveva avuto presente che della lesione di un siffatto interesse si trattasse. §4.2. Il profilo del primo motivo riassunto nel paragrafo uno sub 1.1. va esaminato congiuntamente a quello riassunto sopra nello stesso paragrafo sub 1.5. ed a quello di violazione dell'art. 2043 c.c. denunciato con il secondo motivo: il profilo sub 1.1. e quello di cui al secondo motivo sostanzialmente lamentano entrambi che la Corte territoriale avrebbe riconosciuto la lesione dell’interesse pretensivo sub specie di danno ingiusto alla stregia dell'art. 2043 c.c. senza compiere adeguatamente la valutazione prognostica circa la prospettiva della richiesta di autorizzazione all'apertura della cava di dover essere accolta, a seguito dell'annullamento del diniego di rinnovo. Ciò, tenuto conto che tale annullamento era avvenuto per una inadeguata motivazione circa rindividuazione dell'interesse pubblico ostativo all'espansione dell'interesse della resistente all'apertura della cava, onde si era determinata una situazione nella quale l'amministrazione regionale si era venuta a trovare nella condizione di dover nuovamente provvedere sull'istanza, eventualmente anche nel senso di un nuovo diniego purché con una motivazione adeguata.
Il profilo sub 1.5., invece, involge un problema correlato ad in certo qual modo preliminare all’esame della doglianza risultante dagli altri due profili, perché in sostanza postula che l'azione: risarcitoria non avrebbe avuto fondamento, in quanto, allorché venga denegato l'accoglimento di un'istanza volta ad ottenere ,il soddisfacimento di un interesse pretensivo ed il relativo provvedimento, l'unico danno per il privato sarebbe configurabile solo dopo che l'Amministrazione, nuovamente sollecitata, provveda positivamente sull'istanza e si identificherebbe nel danno da ritardo nel conseguimento dell'accoglimento dell'istanza stessa. È evidente che se tale profilo fosse fondato precluderebbe in radice la stessa configurabilità della doglianza di cui agli altri due profili. §4.3. La doglianza per come espressa nel profilo sub 1.1. e nel secondo motivo a fondata, mentre è priva di fondamento quella indicata sub 1.5.
Questa era la valutazione che si sarebbe dovuta compiere ai fini della preliminare individuazione di un danno ingiusto alla stregua dell'art. 2043 c.c., cioè della lesione della pretesa alla consecuzione dell’autorizzazione. §4.5. La sentenza impugnata non ha proceduto in questo senso, ancorché l’attuale ricorrente avesse in sostanza lamentato con i motivi di appello proprio che la sentenza di primo grado aveva mancato di accertare se la pretesa all'apertura della cava fosse fondata, avuto riguardo all'esistenza di un potere discrezionale dell'Amministrazione regionale e tenuto conto che l'annullamento del diniego ora stato motivato dalla inidoneità della motivazione addotta, il che onerava l'Amministrazione stessa di procedere ad una nuova valutazione e non automaticamente al rilascio dell'autorizzazione (si veda la sentenza impugnata nelle pagine dalla otto in fine alla dieci in inizio, là dove da conto dei motivi dell'appello).
Questa affermazione, di seguito alla quale la sentenza impugnata conclude nel senso che «l’individuazione del danno provocato nella perdita del ricavo ritraibile dalla coltivazione della cava risulta immeritevole di censura», così ritenendo in sostanza, al di là della mancanza delle corrispondenti espressioni formali, di ravvvisare l’ingiustizia del danno, non appare in alcun modo idonea ad assolvere expressis verbis al rispetto del cennato principio di diritto, cioè non esplicita che l’autorizzazione avrebbe dovuto essere concessa secondo un criterio di normalità. D’altro canto, la sentenza non cesserebbe di essere erronea, ove, a tutto voler concedere, la cennata motivazione fosse interpretabile nel senso che sottenda in modo del tutto implicito l’esistenza della doverosità del rilascio dell’autorizzazione, facendo leva sulla mancata individuazione da parte dell’Amministrazione regionale di ragioni ostative al rilascio, se del caso attraverso opportune indagini di approfondimento riguardo alle ragioni addotte in modo insufficiente nel provvedimento di diniego annullato.
Innanzi tutto non sarebbe chiaro se nelle intenzioni della Corte Veneziana si sia inteso alludere al mancato assolvimento nel giudizio da parte della Regione di un onere di allegazione configurabile a suo carico di tali ragioni, se del caso risultanti da detto approfondimento (in ipotesi anche sollecitato attraverso opportuna istruzione probatoria), oppure si sia inteso alludere al mancato approfondimento delle stesse in via stragiudiziale prima dell’inizio del giudizio e, quindi, alla mancanza di attivazione nel provvedere ad una nuova valutazione dell’istanza dopo l’annullamento e, dunque, all’adozione di un nuovo provvedimento sull’originaria istanza di autorizzazione. Se fosse vera questa seconda alternativa (riguardo alla quale sarebbero pertinenti i rilievi svolti dal primo motivo e sopra riassunti nel paragrafo 1.2.), l’errore della Corte territoriale risiederebbe nella circostanza di avere sostanzialmente considerato il preteso comportamento inattivo dell’Amministrazione dopo l’annullamento del diniego di autorizzazione come una sorta di elemento sintomatico, di elemento presuntivo, della insussistenza di ragioni ostative al rilascio dell’autorizzazione e, quindi, idoneo a dimostrare per converso che essa avrebbe dovuto essere accolta e che non poteva non esserlo.
In sostanza, tutto al contrario di quanto la sentenza impugnata avrebbe – in ipotesi – supposto, vi era stata tutta un’attività svolta dall’Amministrazione dopo il diniego. §4.5. Nemmeno la prima delle alternative ricostruttive sopra enunciate, cioè quella fondata sul mancato assolvimento di un onere di allegazione di situazioni ostative al rilascio dell'autorizzazione. costituirebbe applicazione corretta dei principi di individuazione del danno ingiusto per come esplicitati dalla richiamata giurisprudenza di questa Corte. Fermo che notevole sarebbe lo sforzo per ricostruire la scarna motivazione in questo senso, si deve ritenere che, allorquando l'istanza di accoglimento di un provvedimento che realizzerebbe un interesse protensivo sia stata negata dall'Amministrazione sulla base dell'esercizio di un potere di valutazione espressione di discrezionalità amministrativa ad il provvedimento di diniego sia stato annullato dal giudice amministrativo per insufficienza od inidoneità della motivazione (come nella specie), di modo che l’Amministrazione sia sostanzialmente tenuta non già a provvedere positivamente, bensì a provvedere nuovamente motivando in modo idoneo, se del caso anche con il solo approfondimento degli elementi oggetto della motivazione insufficiente (purché non limitandosi a reiterare la motivazione censurata), il privato che agisca per il risarcimento del danno da lesione dell’interesse pretensivo per la sua mancata realizzazione è tenuto ad allegare e dimostrare (a prate profili rilevabili d’ufficio) gli elementi di fatti e di diritto (afferenti agli indici normativi che regolano l’esercizio del potere) che rendono fondata la sua istanza, cioè che sono idonei ad evidenziare che l’esercizio del potere discrezionale che l’esercizio del potere discrezionale dell’Amministrazione non avrebbe potuto che estrinsecarsi che con il suo accoglimento, non potendo postularsi che la fondatezza della stessa possa senz’altro desumersi per effetto della mancata allegazione in giudizio da parte dell’amministrazione di ragioni ostative all’accoglimento dell’istanza diverse da quelle ritenute insufficienti per come esplicitate nel provvedimento di diniego oppure per effetto della mancata deduzione dell’avvenuto approfondimento di dette ragioni.
Anche in tal caso l’ingiustizia del danno dev’essere dimostrata dall’attore attraverso la deduzione degli elementi che nella concreta situazione palesano la fondatezza dell’istanza rivolta all’Amministrazione e non può essa desumersi soltanto per fatto che l’Amministrazione non si sia difesa, pur costituendosi in giudizio, indicando le ragioni ostative a detta fondatezza. Una diversa soluzione si risolverebbe in una sorta di non prevista inversione dell'onere della prova. Queste conclusioni sono valide anche qualora si agisca - sempre in situazione soggetta ratione temporis quad giurisdizione ai principi espressi dalle SS.U. nella sentenza n. 500 del 1999 - per il risarcimento del danno postulando (come avevano ammesso le SS.UU. in detta sentenza) direttamente dal giudice ordinario la valutazione della illegittimità del diniego di accoglimento dell'istanza di riconoscimento di un interesse pretensivo.
§4.6. D'altro canto, la sentenza impugnata non cesserebbe di essere erronea nell'individuazione del danno ingiusto, ove la riportata parte di motivazione si interpretasse come confermativa della valutazione che aveva espresso il giudice di primo grado in proposito. Quella valutazione, risultante dalla parte di motivazione che si è sopra riassunta (paragrafo 3.2.) e che è riportata dal resistente nel controricorso risulterebbe parimenti erronea, là dove ebbe sostanzialmente a sostenere che l'ingiustizia del danno dovesse nella specie ritenersi solo sulla base delle ragioni poste alla base del diniego di rilascio dell'autorizzazione giudicate infondate dal giudice amministrativo, per non averne l’Amministrazione esplicitate altre ostative con un nuovo esame dell'istanza. Infatti, detta motivazione si presta ad essere anch'essa spiegata in uno dei due alternativi modi in cui si è spiegata sopra la motivazione della sentenza impugnata e, quindi, meriterebbe gli stessi rilievi (e così di riflesso il fatto che la sentenza impugnata l'abbia fatta propria). §4.7. Per le ragioni esposte il primo ed il secondo motivo risultano fondati nei profili qui considerati, poiché giustamente evidenziano che la sentenza impugnata è pervenuta ad una non corretta applicazione del criterio di individuazione del danno ingiusto nell'azione risarcitoria da lesione di interesse legittimo pretensivo.
Solo dopo ed in caso di esito positivo di tale accertamento, il giudice di rinvio procederà alle ulteriori valutazioni in ordine agli altri elementi richiesti per la configurabilità della responsabilità della P.A. ai sensi dell’art. 2043, cioè della colpa dell’Amministrazione e del danno conseguenza. L’accoglimento del primo motivo e del secondo quanto al profilo concernente l’erroneità dell’accertamento dell’ingiustizia del danno, dato il carattere preliminare di tale accertamento, assorbe gli altri profili del primo e del secondo motivo, posto che il giudice di rinvio dovrà – se del caso – procedere ad una nuova del tutto eventuale valutazione degli aspetti da essi attinti. Il giudice di rinvio provvederà sulle spese del giudizio di cassazione.
PQM La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia ad altra Sezione della Corte d’Appello di Venezia, che provvederà anche al regolamento delle spese del giudizio di cassazione.

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