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Timestamp: 2019-04-18 20:17:38+00:00

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Azione nonviolenta – Dicembre 2000 - Azione nonviolenta
Azione nonviolenta – Dicembre 2000
Azione nonviolenta dicembre 2000
– La forza della nonviolenza
– Prigionieri per la pace albo d’onore 2000
– Dopo la marcia si cammina verso la federazione dei nonviolenti
– Il Davide Alex contro Golia Del Monte
– Riconciliazione in Sudafrica, Argentina e Guatemala, tra la verita’, memoria e giustizia
Una bibliografia completa di e su Danilo Dolci, nel terzo anniversario della morte
Il lavoro di Giuseppe Barone è il più esauriente e documentato. Con intelletto d’amore l’autore annota scrupolosamente gli scritti di e su Danilo Dolci, pubblicati a tutt’oggi, testimonianza di una scelta di vita degna di un autentico missionario laico.
Gandhi, Don Zeno Saltini, Aldo Capitini, Francesco D’Assisi, Gesù sono i modelli che hanno ispirato la sua vita straordinaria, totalmente spesa per il riscatto sociale e civile dell’umanità da ogni forma di condizionamento negativo e di sfruttamento.
Danilo Dolci è conosciuto in tutto il mondo fin dai primi anni cinquanta, quando si trasferì a Trappeto, un paesino della provincia palermitana, dov’era stato da ragazzo, a seguito del trasferimento d’ufficio del padre dipendente delle ferrovie statali. Le sue opere sono state tradotte non soltanto nelle lingue europee, ma anche in alcuni idiomi dell’India, dove gli fu conferito il Premio Gandhi, di cui è universalmente considerato il maggiore interprete e continuatore in Occidente. Il governo della Cina nel 1997 invitò il Dolci a tenere alcuni incontri sull’esempio di quelli che dai primi anni ottanta andava tenendo nelle scuole europee e nei colleges statunitensi. Fu l’ultimo viaggio del poeta-educatore, venuto a mancare poco tempo dopo il ritorno dall’estremo Oriente, per i postumi di una grave broncopolmonite, che lo costrinse ad alcuni ricoveri di urgenza, prima in Svizzera e poi in Sicilia, all’ospedale di Palermo e in quello di Partinico, dove si spense all’alba del 30 dicembre del 1997.
In Italia, come negli altri paesi europei e d’oltreoceano, si sa tutto delle memorabili imprese socio-culturali, che ebbero come teatro e anche come laboratorio di analisi alcuni centri della Sicilia occidentale, per cui il nome di Danilo Dolci assurse all’onore della cronaca negli anni cinquanta-sessanta; ma si conosce poco o niente degli innumerevoli e proficui seminari di studio, effettuati in Italia e all’estero, e delle molteplici opere innovative, pubblicate negli ultimi decenni di vita, vissuti con immutata passione nell’educare le nuove generazioni, contagiate dal virus del dominio, disseminato dai cosiddetti mezzi di comunicazione di massa, posseduti da grossi magnati o da società di comodo, che li manovrano e manipolano a loro esclusivo vantaggio economico e politico.
Il giornalista e scrittore Furio Colombo, che aveva personalmente contribuito alla buona riuscita dei seminari di studio, programmati in non pochi colleges statunitensi, al ritorno in Italia scrisse un articolo su Panorama, nel quale si lamentava con risentita amarezza che il nome del benemerito e illustre italiano fosse pressoché sconosciuto nel suo Paese, mentre in USA non c’era un solo studente che non conoscesse la vita e avesse letto almeno un libro di Danilo Dolci.
Le cose, in realtà, non stavano né stanno proprio così; e lo stesso Danilo m’incaricò di scrivere al settimanale, per fare chiarezza e tranquillizzare l’amico.
La vita e l’opera del poeta-educatore sono ben conosciute, studiate e apprezzate anche in Italia, in special modo in quelle scuole, dove educatori degni di questo nome lo invitavano a tenere importanti seminari di studio su temi di varia umanità e attualità, che risultano documentati nella maggior parte degli scritti pubblicati negli anni ottanta-novanta.
Innumerevoli gruppi maieutici partecipavano annualmente agli incontri promossi di preferenza nelle scuole di ogni ordine e grado. Danilo amava chiamarli gruppi pilota, ed erano costituiti non soltanto da studenti, ma anche da genitori, amministratori locali, gente semplice, tutti ugualmente preoccupati del futuro della Terra, che sta soprattutto nelle mani dei giovani. Alle nuove generazioni, perciò, egli rivolge un forte appello con la “Bozza di Manifesto”, rielaborata, dal 1988 alla morte, in sei edizioni successive, sempre più approfondite e dense di contributi, provenienti non soltanto da gruppi eterogenei di vari paesi europei e d’oltreoceano, ma anche da parte di singoli educatori, artisti, pensatori, scienziati e scrittori di fama mondiale, come i Nobel Carlo Rubbia e Rita Levi-Montalcini, i cui interventi figurano accanto a quelli non meno importanti di persone sconosciute, ma fortemente motivate dallo stesso sogno di trasformare la Terra in una sola grande Polis, viva e fiorente in ogni continente, isola o quartiere: “Creatura di creature”.
Nei seminari di studio adottò costantemente la maieutica, opportunamente corretta e depurata da ogni residuo di ironia socratica, che mortifica e uccide, anziché favorire la crescita e la creatività delle singole persone e dei gruppi di lavoro.
L’università degli studi di Bologna, il 13 marzo del 1996, gli conferì la laurea honoris causa in scienze dell’educazione, quale riconoscimento di una vita interamente spesa nell’educare le nuove generazioni alla libertà e alla pace tra tutti i popoli, senza discriminazione di razza, di religione e di cultura, nel pieno rispetto di tutte le diversità.
L’incontro di Giuseppe Barone con Danilo Dolci avvenne nella seconda metà degli anni ottanta, in occasione dei seminari di studio organizzati, non senza difficoltà, nel liceo scientifico “Alfonso Gatto” di Agropoli, la cui Amministrazione Municipale, nel 1991, conferì al poeta-educatore la cittadinanza onoraria “per l’alto contributo offerto dallo stesso ai docenti e agli studenti di Agropoli, con i quali ha stabilito un rapporto di collaborazione da circa dieci anni, come documentano le numerose pubblicazioni e in particolare la Bozza di Manifesto, tradotta nelle maggiori lingue”.
Tale onorificenza fu la prima concessa in Italia. In precedenza avevano consegnato le chiavi della città all’insigne personaggio sia Berna sia Boston, dove la biblioteca di una importante università raccoglie tutti gli scritti di e su Danilo Dolci assieme a quelli di Martin Luther King.
L’amministrazione civica di Partinico, sede del Centro per lo sviluppo creativo, da lui fondato e oggi a lui intitolato, lo proclamò cittadino onorario qualche mese prima della morte.
Dall’attiva partecipazione a quegli incontri nacque l’amicizia fra il giovane studente agropolese, sempre pronto a intervenire nella conversazione, e lo straordinario maieuta, che riusciva a valorizzare adeguatamente ciascuno dei partecipanti, suscitando un proficuo interscambio d’idee, oltre che un reciproco adattamento creativo.
Con il passare degli anni l’amicizia andò crescendo sempre più, fino a diventare un vero e proprio rapporto di collaborazione, perché il Dolci non si è mai proposto come guida o maestro di nessuno, restando coerentemente rispettoso del ruolo orizzontale e paritario dell’autentico educatore.
La puntuale ricerca condotta dal Barone non è soltanto un doveroso atto d’amore, ma anche il primo passo per poter riprendere il cammino intrapreso dall’Amico fin dai primi anni cinquanta in quell’angolo mitico del profondo Sud, dominato da nuovi e più terribili ciclopi, partoriti dal connubio osceno fra mafia e politica, che nessuno osava contrastare né scomunicare. Per opportunismo, se non per complicità o paura.
La politica sarà proclamata “la più alta forma di carità” soltanto con il pontificato di Paolo VI.
In questa dura e pesante realtà, nel 1952, venne a trovarsi, non per caso ma per libera scelta, il giovane triestino, pronto e disponibile a rimboccarsi le maniche e a sporcarsi le mani di quella terra bagnata di sudore e di sangue, schierandosi dalla parte dei poveri cristi: contadini senza terra, disoccupati, pastori, pescatori e immense sacche di manovalanza dominate dagli orribili mostri.
Danilo amava ricordare senz’ombra di retorica di aver imparato molto da questa umanità oppressa e sofferente, ma non doma, anzi fieramente bramosa di riconquistare la dignità ferita, mortificata e tradita finanche da quella parte che avrebbe avuto il dovere morale e religioso di schierarsi al suo fianco.
Contro l’oppressione e lo sfruttamento egli opponeva la forza della ragione e la lotta organizzata della nonviolenza, che si andava sviluppando negli assidui incontri maieutici, dove tutti i partecipanti potevano dire la loro, per ritrovare se stessi e inventare insieme il futuro.
Grazie a questi assidui incontri e alle lotte nonviolente contro l’oppressione politico-mafiosa, quell’angolo ameno del profondo sud andò gradualmente trasformandosi in laboratorio di analisi, plurivalente, fino a diventare la metafora di tutti i sud del mondo.
Nascevano così in Italia i primi digiuni di protesta e gli scioperi alla rovescia, contro i quali la polizia di Scelba infieriva con la connivenza della magistratura e del governo.
La prigione e i processi penali, intentati da ineffabili ministri e sottosegretari di Stato, offesi nell’onore, non valsero a bloccare né l’attività né la creatività del vulcano Danilo, che nel 1955 diede alla stampa “Banditi a Partinico”, corredato da un appassionato saggio introduttivo di Norberto Bobbio.
Nel 1956, in occasione del processo al tribunale di Palermo contro il Dolci e alcuni collaboratori, per lo sciopero alla rovescia, venne pubblicato “Processo all’art. 4”, alla cui stesura parteciparono Bobbio, Calamandrei, Levi, Lombardo-Radice, Vittorini e altri. Assieme a questi si mobilitarono innumerevoli intellettuali, scienziati, scrittori, giornalisti e artisti, non solo italiani, per sostenere anche finanziariamente le lotte contro la mafia e i politicanti con essa collusi o integrati, coraggiosamente condotte dal Dolci, che ancora adolescente aveva partecipato alla Resistenza, sfuggendo miracolosamente alla cattura dei nazisti.
Nel primo dopoguerra aveva per oltre un anno lavorato nella comunità di Nomadelfia, fondata da don Zeno Saltini a Fossoli, una frazioncina di Carpi (Modena), nell’ex campo di concentramento nazista, per soccorrere orfani ed altre vittime della guerra. Dalle colonne de “L’Espresso” Enzo Biagi si chiedeva recentemente come mai non sia stato ancora avviato il processo di beatificazione per questo santo sacerdote, che fu ingiustamente perseguitato non solo dalle autorità politiche ma anche dalle alte gerarchie ecclesiastiche.
Nel 1957 uscì “Inchiesta a Palermo”, una approfondita indagine sul degrado sociale e ambientale, condotta con il metodo dell’autoanalisi popolare: un lavoro di scavo attento e minuzioso, fatto dall’interno, alla stregua dell’esplorazione di uno speleologo: “lo speleologo della coscienza e della dignità umana, mortificate e seppellite sotto le macerie della civiltà del cemento armato”.
L’attività socio-culturale del Dolci, intanto, travalicava i confini nazionali, suscitando attenzione e simpatia non solo nei paesi europei, ma anche nell’ America e nella Russia Sovietica, dove nel 1958 gli fu attribuito il Premio Lenin, che egli accettò a condizione che gli venissero espressamente riconosciuti i metodi rivoluzionari nonviolenti da lui costantemente adottati. Con i proventi del premio avviò a completamento il complesso del Borgo di Dio, iniziato con l’aiuto di alcuni amici intellettuali, scienziati e artisti, negli anni 1953-54, e dotato dell’asilo per l’infanzia locale e anche dell’Università Popolare, finalizzata ad educare gli adulti a crescere insieme.
Nel 1960 il sociologo militante approfondiva e ampliava ancora l’analisi, dando alla stampa “Spreco. Documenti e inchieste su alcuni aspetti dello spreco nella Sicilia occidentale”.
Tre anni dopo, nel 1963, su consiglio dell’amico Italo Calvino, pubblicò la raccolta dei “Racconti siciliani”, tratti da “Banditi a Partinico”, “Inchiesta a Palermo” e “Spreco”.
Negli anni successivi seguirono: “Verso un mondo nuovo” (1965), “Chi gioca solo” (1966), “Inventare il futuro” (1968).
Dall’intreccio di lotte sociali, inchieste e incontri maieutici, in quegli stessi anni, prendeva corpo un genere letterario nuovo, sempre più distaccato e autonomo dalla tradizione lirica italiana. S’inaugurava così una dimensione molto più ampia e articolata della poesia, capace di mettere in crisi poeti illustri come Mario Luzi, che con inconsueta onestà intellettuale riconoscerà pubblicamente: “Danilo è oggi uno di coloro che ci porta più lontano dall’impasse molto tribolata in cui si è dibattuta la poesia e la cultura moderna”.
L’innovazione dolciana consisteva nel ricondurre la poesia alla sua radice ellenica poiésis, dal verbo poiéin, che equivale all’italiano fare, operare. Si può fare poesia non soltanto con le parole, ma anche con piccoli gesti quotidiani, anche minimi, purché compiuti con amore.
La letteratura interagiva fortemente con la vita stessa del Dolci, al quale per primo Norberto Bobbio riconobbe la perfetta coerenza di pensiero e azione. E nelle opere si integrava una contaminazione di alto profilo tra poesia e sociologia, creatività e sviluppo.
Da una inedita e innovativa esperienza radiofonica, interrotta per l’irruzione della Pubblica Sicurezza (!), veniva alla luce una consistente silloge poetica, originale finanche nel titolo emblematico: “Il limone lunare. Poema per la radio dei poveri cristi”.
Al contrario del fico evangelico, maledetto da Gesù, il limone lunare porta frutti tutti i mesi dell’anno, ed è per questo simbolo e metafora dell’uomo attivo e responsabile. Sempre.
Dalla prima emittente libera del Sud Danilo ridava la voce, soffocata per secoli dallo sfruttamento e dalla emarginazione, a quanti erano stati umiliati e offesi dalla sopraffazione politico-mafiosa.
Nel 1971 pubblicò “Non sentite l’odore del fumo?”, opera composta parte in versi e parte in prosa, ispirata a una visita al lager di Auschitz, dove il Poeta triestino rivisse l’angosciosa tragedia dei martiri del nazifascismo, di cui si segnalavano in quel periodo numerosi focolai “non solo in Italia, non solo in Europa, non solo in Occidente”.
Il lavoro del Dolci si andava gradualmente polarizzando sui valori della libertà e della pace, che si erano appannati per effetto di un disegno ordito su scala planetaria e perseguito subdolamente con i cosiddetti mezzi di comunicazione di massa, che in realtà trasmettevano, in modo sempre più sofisticato e devastante, il virus del dominio.
Si faceva sempre più urgente la necessità di educare la mente delle nuove generazioni a ritrovare se stessi, scavando sul terreno incolto delle tradizioni e delle specifiche culture locali attraverso processi di autoanalisi, portati avanti dai gruppi pilota attivati su tutti i continenti.
Nel corso dei vari incontri, Danilo mostrava, visibilmente turbato, una bottiglia di vetro, deformata dal fuoco della bomba lanciata su Hiròshima: “La Terra rischia di diventare una pallina di vetro, bruciata e deformata come questa bottiglia. La sua sorte sta nelle mani di ciascuno di noi, che lavorando insieme potremo, invece, trasformarla in una sola Polis: Creatura di creature” .
Poesia per educare contengono i seguenti testi scritti in versi e in prosa: “Chissà se i pesci piangono. Documentazione di un’esperienza educativa” (1973), “Non esiste il silenzio” (1973), “Poema umano” (1974), “Il dio delle zecche” (1976), “Creatura di creature. Poesie 1949-1978”, “Il ponte screpolato” (1979).
Gran parte di questa produzione letteraria scaturiva dai seminari di studio, svolti nelle scuole europee e d’oltreoceano con autentico spirito missionario, oltre che dalla sperimentazione in atto nella scuola di Mirto per l’infanzia. Nessuna astrattezza fantastica né elucubrazione cerebrale, ma l’entusiasmo di chi ha dentro di sé un grande sogno da realizzare con la collaborazione di tutti quanti hanno a cuore il destino della Terra.
Dagli anni settanta in poi andava maturando la stagione più attiva e creativa del suo operare, anche se il nome di Danilo Dolci non faceva più notizia, a causa della colpevole indifferenza dei politicanti, in tutt’altre faccende affaccendati, e della totale disattenzione degli operatori dei media, quasi tutti asserviti al predominio del nascente mercato globale, che accentuava ulteriormente il divario esistente fra i paesi ricchi e quelli destinati a diventare ancora più poveri, perché la globalizzazione del mercato, se non è accompagnata dalla globalizzazione della solidarietà, si riduce a gretto e cinico affarismo.
Nel 1981 usciva il poema “Da bocca a bocca” , che subito tradotto in lingua inglese venne rappresentato con grande successo nelle cattedrali di Seattle, il 6 e il 9 agosto del 1982 contro l’allestimento della base nucleare del Trident.
Pochi anni dopo l’editore Armando Armando, specialista di trattati pedagogici, accettava di pubblicare per la prima volta due testi dolciani, in cui si fondono poesia e arte dell’educare, senza mai scadere nel didascalico o nel pedagogico: “Palpitare di nessi. Ricerca di educare creativo a un mondo nonviolento” (1985), “Creatura di creature” (1986). Non a caso al primo volume venne attribuito il Premio Scala per la poesia, pur essendo scritto in massima parte in prosa. Uno dei tanti esempi della nuova dimensione della poesia dolciana, che prescinde dalla scrittura stessa, poiché ogni atto d’amore per il Dolci è assimilabile alla poesia, che si può realizzare con qualunque mezzo, al di là degli obsoleti generi letterari.
Nel 1987 venne stampato a Venezia il poema “Occhi ancora sepolti”. Nello stesso anno un piccolo editore di Latina, L’Argonauta, pubblicava due volumi, che segnano una tappa importante per lo sviluppo del pensiero dolciano: “La creatura e il virus del dominio” e “La comunicazione di massa non esiste”.
L’Autore metteva a fuoco nomi e concetti fortemente contrastanti e antitetici, quali trasmettere e comunicare, potere e dominio, registrati come sinonimi anche nei migliori dizionari, omologati anch’essi per il contagio del virus del dominio.
Da queste preoccupate considerazioni prendeva lo spunto la prima “Bozza di Manifesto ‘Dal trasmettere al comunicare’”, che dal 1988 al 1997 andava crescendo, anno dopo anno, fino alla sesta edizione, arricchita di nuovi contributi e consensi, provenienti da tutto il mondo, da parte di filosofi, artisti, scienziati e anche di autorevoli Nobel, come Carlo Rubbia e Rita Levi-Montalcini, i cui interventi erano registrati senza formalità accanto a quelli di studenti e di gente semplice: tutti animati dallo stesso amore per la libertà e per la pace.
L’ultima edizione della “Bozza di Manifesto” contro il falso comunicare vide la luce, pochi mesi prima della immatura dipartita, sotto il titolo emblematico e profetico “Comunicare, legge della vita”, che si può considerare il testamento spirituale di Danilo Dolci.
Il lavoro di Giuseppe Barone non è soltanto un generoso atto d’amore per l’Amico, venuto a mancare, a settantatré anni, nel pieno della sua missione educativa; ma esso vuole sollecitare in particolar modo la ripresa di quell’attività straordinaria, intrapresa per tempo dal giovane Danilo con esemplare coerenza, prima favore delle popolazioni più povere ed emarginate, poi per la sopravvivenza stessa della Terra.
Sono fermamente convinto che a questo importante lavoro ne seguiranno altri ancora, non soltanto da parte dello stesso Barone, ma anche da parte degli innumerevoli studiosi ed estimatori del Dolci, incoraggiati da questo testo fondamentale, che certamente spianerà il campo della ricerca e dello studio a quanti vorranno approfondire la vita e l’opera del grande apostolo dell’umanità, propugnatore instancabile della pace nel mondo. Particolarmente agevolati gli studenti universitari per le tesi di laurea.
Dovunque lo invitassero, Danilo ha costantemente adottato la conversazione maieutica, per comunicare anziché trasmettere, non avendo verità da rivelare né da insegnare a chicchessia, semmai risoluzioni da ricercare insieme.
La maieutica dolciana, sperimentata e perfezionata sul campo, contribuisce efficacemente a costituire e a consolidare relazioni interpersonali (Danilo avrebbe preferito dire intercreaturali, per le potenzialità esistenti nella parola creat-ura), in ogni ambito: in famiglia, a scuola, sul posto di lavoro, negli esecutivi dei sindacati e dei partiti, dove solitamente prevale il decisionismo del capo; insomma in tutti quei gruppi e associazioni costituite da persone veramente libere.
Vorrei suggerire qui al giovane collaboratore di Danilo Dolci di mettere a punto una selezione di concetti rilevanti, effettuata da tutti gli scritti, in versi e in prosa, per offrire soprattutto agli studenti un’antologia della straordinaria produzione dolciana.
Lo stesso Dolci nel 1948 mise insieme una raccolta di pensieri, ordinati per argomenti, tratti dalla Bibbia, dai classici orientali e greco-latini, fino ad arrivare agli autori moderni e contemporanei, come Tolstoj e Russell.
Quale occasione migliore per associare il nome di Danilo Dolci a quello degli autori più grandi della storia dell’umanità?
84043 AGROPOLI (SA) via F. S. Nitti, n. 69
tel./fax 0974-824686
Prigionieri per la Pace Albo d’Onore 2000
In occasione del 1 dicembre (giornata mondiale del prigioniero di coscienza), la War Resister’s International (l’internazionale dei resistenti alla guerra, di cui il Movimento Nonviolento è la sezione italiana) diffonde l’elenco di obiettori e nonviolenti attualmente incarcerati in vari paesi del mondo per obiezione di coscienza o per attività pacifiste ritenute illegali dai rispettivi governi.
Invitiamo i lettori di Azione nonviolenta a spedire gli auguri di Natale a questi testimoni di pace (riportiamo gli indirizzi della varie carceri dove sono detenuti: potete inviare una cartolina, un biglietto, una lettera), come segno di solidarietà, e per far sapere alle autorità di quei paesi che i prigionieri pacifisti non sono isolati.
g Kosh, ITK, Nachalniku, ArmeniaSono tutti Testimoni di Geova e stanno scontando una sentenda da un anno a quattro anni e mezzo. Virabian sta pagando la seconda condanna per aver rifiutato il servizio militare. Usupov, di etnia kurda, era stato arruolato a forza e al suo processo gli sono state negate le attenuanti. Finlandia
Gli obiettori totali scontano un massimo di prigione di 197 giorni. A partire dal novembre 1999 Amnesty International ha adottato un totale di 14 obiettori totali finlandesi come prigionieri di coscienza, basandosi sul loro rifiuto di eseguire quella che è considerata una forma punitiva di servizio alternativo (lungo oltre il doppio del servizio militare). Gli obiettori totali che seguono saranno in prigione il 1° dicembre 2000:
Suomenlinnan työsiirtola, Suomenlinna C 86, 00190 Helsinki, FinlandTeemu Kalvas(29.9.2000-12.4.2001)
Noam Kuzar ha scondato una sentenza di 28 giorni di prigionia per aver rifiutato di prendere parte alle azioni militari contro i palestinesi, all’inizio di ottobre 2000. Altre forme di rifiuto di azioni particolari da parte di soldati e riservisti sono prevedibili, se ci sarà un allargamento del presente conflitto.
Mordechai Vanunu – Ashkelon Prison, Ashkelon, Israel
Spia nucleare colpevole di spionaggio e alto tradimento – rapito il 30.09.1986. Ha una condanna a 18 anni. Maggiori informazioni disponibili dalla Campagna U.S.A. per liberare
Mordechai Vanunu, 2206 Fox Ave., Madison, WI 53711, USA (+1 608-257-4764)
Durante il 2000, almeno 3 obiettori di coscienza hanno ricevuto condanne di 2-3 mesi per aver rifiutato il servizio militare. Secondo le nuove normative proposte, il servizio alternativo verrà riconosciuto, ma avrà una durata di 14 mesi, 5 in più rispetto al servizio militare. La domanda di esenzione per motivi di coscienza viene accettata solo entro 15 giorni dalla chiamata alle armi.
In una serie di processi nel giugno 2000, 29 obiettori di coscienza – tutti obiettori di Geova – sono stati condannati al carcere con sentenze che vanno dai 18 ai 30 mesi di reclusione. Tutte le sentenze sono state sospese per tre anni e mezzo. SpagnaJosé Ignacio Royo e Alberto Estefanía sono stati condannati a 2 anni e 4 mesi per diserzione ma non sono ancora stati catturati.
Tutti i prigionieri che seguono sono stati imprigionati per diserzione, come risultato di una campagna di “ribellione nelle caserme”:
Jesús Belascoain Ekisoain (2 anni e 4 mesi dall’agosto 8.2000). Sentenza di secondo grado.
José María Trillo-Figueroa Calvo (2 anni e 4 mesi dal luglio 2000). Secondo grado.
Juan Carlos Pérez Barranco (ha completato una sentenza di 2 anni e 4 mesi nel gennaio 2000 ma è stato trattenuto in “detenzione preventiva”). Sentenza di terzo grado.
José Manuel De La Fuente Ríos (2 anni e 4 mesi dall’agosto 2000). Sentenza di terzo grado.
Unai Molinero Ortiz (2 anni e 4 mesi e un giorno dal novembre 1999). Sentenza di terzo grado.
Raúl Alonso López (2 anni e 4 mesi dal giugno 1999). Sentenza di terzo grado.
Ignacio Ardanaz Ruíz (2 anni e 4 mesi dal marzo 1999). Sentenza di terzo grado.
Javier Gómez Sánchez (2 anni e 4 mesi dal febbraio 1999): Sentenza di terzo grado.
Rafael Fernández Ferrete (2 anni, 4 mesi e 1 giorno dal dicembre 1998). In libertà condizionata.
I due prigionieri che seguono sono stati incarcerati per diserzione a seguito di una azione pubblica nonviolenta:
Joseph Ghanime López (2 anni e 5 mesi dal luglio 1999). Sentenza di terzo grado.
Alberto Naya Suárez (2 anni e 4 mesi dal luglio 1999). Sentenza di terzo grado. Ha richiesto un trasferimento a A Coruña (Galiza/Galicia), citando un requisito costituzionale che consente di mantenere i prigionieri vicino alle loro famiglie.
Tutti sono detenuti presso:
L’ultima fase del processo di Mustafa Seyhoglu, Yasin Yildirim e Gö khan Birdal – accusato secondo l’art. 155 del Codice Penale Turco per aver “dissuaso altri dal servizio militare” – sarà in carcere ad Istanbul il 5 Dicembre. Turkmenistan
Nuryagdy Gairov è stato condannato a un anno di prigione il 19 gennaio 2000. Sta scontando la sua pena in un istituto di rieducazione e lavoro a Tedzhen.
Igor Nazarov, un altro Testimone di Geova, potrebbe trovarsi nello stesso campo per una condanna a 2 anni per obiezione di coscienza. Stati Uniti d’America
Peter De Mott (60 giorni dal 23 Ottobre 2000)
Felton Davis (90 giorni dal 23 October 2000)
Entrambi accusati di resistenza passiva mentre svolgevano una protesta pacifica al Pentagono, Hiroshima Day 2000.
Daniel Sicken #28360-013 (41 mesi)
“Minuteman III Plowshares”, azione diretta di disarmo della base nucleare, 6.8.1998
Sachio Ko-Yin (30 mesi),
Sta scontando il seguito della propria condanna agli arresti domiciliari.
Philip Berrigan #292-139 (30 mesi dal dicembre 1999)
Rev. Steve Kelly S.J. #292-140 (27 mesi dal dicembre 1999)
“Plowshares Vs. Depleted Uranium” Azione diretta per il disarmo di areoplani da guerra A-10 anticarro.
Susan Crane #916-999 (27 mesi dal dicembre 1999)
Elizabeth Walz #995376 (18 mesi dal dicembre 1999)
Sr. Megan Rice #88101-020 (6 mesi che si concludono l’8.12.2000)
Occupazione della School of Americas, Ft. Benning, 11.1999
Howard Mechanic #44998-008 (5 anni)
Accusato nel marzo 1972 di violazione dell’Atto di Obbedienza Civile del 1968 durante la protesta di St.Louis che fece seguito agli omicidi alla Università dello Stato del Kent, nel maggio 1970 – costituito per sottoporsi all’esecuzione della pena nel febbraio 2000.
Condannato per diverse proteste con spargimento di sangue contro la School of the Americas al Pentagono il 29.09.1997 e il 20.10.1997 e a Ft Benning il 25.02.1998
I nomi dei prigionieri sono stati forniti dalla Finnish Union of COs, Amnesty International, InsuPiso, e da Nuclear Resister.
Dopo la Marcia, si cammina verso la federazione dei nonviolenti
Da Movimento Nonviolento e M.I.R.
Lettera ai 120 gruppi, movimenti, associazioni
aderenti alla Marcia Nonviolenta Perugia-Assisi del 24 settembre 2000
“Mai più eserciti e guerre”
ci preme riprendere il contatto e la collaborazione che hanno consentito lo svolgimento della Marcia nonviolenta Perugia-Assisi del 24 settembre scorso. Il sostegno che avete offerto, con l’adesione alla proposta prima e promuovendo poi una partecipazione larga e consapevole, è stato essenziale per la buona riuscita di un’iniziativa che, come sapete e come nella Marcia è stato ribadito, non è fine a se stessa.
La marcia è stata, con tutta evidenza, un’aggiunta, per adoperare un termine caro a Capitini, importante. Ha corrisposto alla limpida proposta “Mai più eserciti e guerre” ed è stata assunta come impegno dai movimenti promotori.
La riflessione e discussione comune che ha messo in moto (ad es. il notiziario telematico, puntuale e preciso “La nonviolenza è in cammino” del Centro ricerca pace di Viterbo), è un secondo, ma non per importanza, elemento.
Nella parole conclusive di Zanotelli, nella sua pressante richiesta, abbiamo sentito tutti la necessità e l’urgenza di costruire l’unità di quanti si ispirano alla nonviolenza. Si tratta di mettere a disposizione, per un lavoro comune, in modo coordinato, non sporadico, senza pretese egemoniche ed esclusiviste, capacità, risorse, vocazioni, esperienze, relazioni nazionali ed internazionali. Sono molte, tra loro diverse. Costituiscono la ricchezza della proposta nonviolenta nel nostro paese. Ci conforta che nei giorni successivi alla Marcia l’incontro della Rete Lilliput abbia posto la scelta della nonviolenza a preambolo di ogni riflessione e azione.
Per quanto ci riguarda, come Movimenti promotori, siamo impegnati a costruire il maggior coordinamento possibile delle nostre iniziative e a promuoverne di comuni. Pensiamo che lo stesso percorso debba essere aperto in primo luogo a quanti hanno con noi sostenuto e condiviso l’iniziativa della Marcia Perugia-Assisi del 2000.
Riteniamo pertanto che la federazione dei nonviolenti possa nascere e svilupparsi proprio a partire da questa sede.
Per questo sono a disposizione i nostri strumenti di lavoro: le riviste Azione Nonviolenta e Quale Vita, i siti telematici, le sedi, i nostri organi di coordinamento. Per questo siamo personalmente a disposizione, come responsabili dei due Movimenti, per ogni contatto, incontro, iniziativa che si muova nella direzione di costruire scambio ed unità tra le organizzazioni degli amici della nonviolenza.
E’ questo l’invito che rivolgiamo fidando che sarà ben compreso, condiviso ed arricchito dal vostro contributo essenziale, così come è avvenuto per la Marcia della nonviolenza Perugia – Assisi.
Movimento Nonviolento (per la segreteria Daniele Lugli) azionenonviolenta@sis.it
Movimento Internazionale Riconciliazione (per la Segreteria Luciano Benini) lucben@libero.it
Ripartire dalla Perugia/Assisi
del 24 settembre, per andare oltre…
L’Agenzia per la Pace è una delle tantissime organizzazioni di base dell’arcipelago pacifista/nonviolento italiano. Un’organizzazione locale, lavora infatti prevalentemente in provincia di Sondrio, relativamente giovane coi suoi 5 anni di vita, fortemente radicata (conta su circa 200 aderenti distribuiti sull’intero territorio provinciale) ma anche legata da un fitta rete di relazioni con numerose associazioni, gruppi, movimenti locali e nazionali. Una rete frutto di rapporti pregressi, maturati negli anni da molti di noi, sviluppata più recentemente e destinata, speriamo, ad arricchirsi sempre più.
Da sempre, per scelta e per necessità, lavoriamo tra “diversi”: cattolici e laici, persone e organizzazioni con forti connotazioni ideologiche, religiose, culturali ed altre meno vincolate, per loro storie personali o semplicemente per motivi anagrafici, a “militanze” consolidate.
Anche i nostri interlocutori “esterni” sono i più diversi: dalla Tavola della Pace ai movimenti nonviolenti, dall’ICS ai Berretti Bianchi, da Guerre&Pace alla Caritas, dalla LOC all’AON, dai Beati i Costruttori di Pace all’Associazione Papa Giovanni, da Banca Etica alle MAG, dalla CTM a Commercio Alternativo, dalle ACLI ai Centri sociali, dalla Rete di Lilliput ai sindacati, ai partiti, agli Enti locali, alle scuole…
Tantissimi interlocutori, con alcuni dei quali ci sentiamo più in sintonia, meno con altri, ma tutti ugualmente preziosi. Per noi infatti è sempre stato ed è tuttora fondamentale riuscire a conciliare due esigenze: il diritto/dovere di assumere posizioni nette, non mediate da “opportunismi”, di fronte alle tante domande che l’agire politico comporta quotidianamente, e la capacità di dialogare con tutti, nessuno escluso.
Così, quando il Movimento Nonviolento e il MIR (Movimento Internazionale della Riconciliazione) hanno lanciato la proposta di un’edizione straordinaria della Marcia Perugia/Assisi, chiedendo l’adesione all’appello “Mai più eserciti e guerre”, ne abbiamo discusso al nostro interno in modo approfondito cercando di mettere in fila i rischi e le opportunità. Abbiamo cercato di prestare attenzione alle osservazioni di chi (come ad esempio i “Beati i Costruttori di Pace”) riteneva fossero eccessivi i “rischi” di allargare il conflitto latente, tra mondo pacifista e mondo nonviolento e i rischi che l’iniziativa apparisse semplicemente polemica verso la Tavola della Pace. E alla fine… abbiamo aderito con convinzione, dandoci da fare per chiarire – ai meno “esperti” tra noi – le differenze tra la cultura pacifista e quella nonviolenta, ma contemporaneamente per promuovere la massima partecipazione locale alla Marcia e il massimo dibattito possibile tra le tantissime voci del pacifismo e della nonviolenza in Italia, convinti che l’iniziativa potesse svolgere un ruolo utile, positivo, nel suscitare dibattito, confronto, tra tutti coloro che si sentono impegnati a lavorare contro la guerra.
Il nostro bilancio? Non è dei più positivi né (forse) poteva realisticamente esserlo. Il nostro ripetuto e ostinato invito al confronto e al dibattito è stato infatti accolto da pochi, pochissimi. Nessuna organizzazione “nazionale” e in particolare quelle che avevamo individuato come destinatarie privilegiate del nostro invito (la Tavola della Pace, i “Beati i Costruttori di Pace”, l’I.C.S., l’Associazione Papa Giovanni…) hanno accettato di confrontarsi sulle ragioni di questa Marcia, per poi andare oltre, ragionando insieme sulle prospettive, opportunità, modalità possibili di un comune impegno contro la guerra, chi da posizioni di “pacifismo assoluto” o nonviolenza, chi da “pacifista relativo”, chi da….
Certo non ci sfugge che la qualità della risposta dipenda anche dall’autorevolezza di chi pone le domande e noi, realtà di base relativamente piccola e periferica, può darsi che non fossimo i più “titolati” a suscitare il dibattito tanto desiderato.
Tuttavia, eravamo e siamo fermamente convinti della sua necessità e determinati, più che mai, a ricercare le forme possibili perché possa davvero realizzarsi. D’altra parte non pensiamo ci siano alternative possibili al percorso che oggi (su altri temi?) sta sperimentando la Rete di Lilliput: mettere in relazione soggetti diversi, renderli capaci di sviluppare insieme azione politica, senza appiattire ma anzi esaltando le differenze, senza ignorare le diverse impronte culturali, esperienze, caratterizzazioni, ma anzi sfruttandole come risorse da mettere a disposizione di tutti.
E invece, anche in occasione dell’ultima Perugia/Assisi (straordinaria non solo dal punto di vista “formale”, ma per noi che abbiamo avuto la fortuna di esserci, straordinaria per il clima, per la forza dei contenuti espressi dai partecipanti e dagli interventi finali, primo fra tutti quello di Padre Zanotelli) ci è rimasto l’amaro in bocca vedendo le tante assenze, i tanti silenzi, l’indisponibilità ad offrire la minima collaborazione fosse anche solo sul piano tecnico ( quella della Tavola della Pace, in particolare). Rimane, non solo a noi, ne siamo convinti, l’amarezza di aver verificato una volta di più quante risorse, quante energie, vengano sprecate in sterili contrapposizioni interne anziché essere investite “contro la guerra”: un impegno che appare sempre più proibitivo, per la tremenda sproporzione di forze tra chi (come abbiamo scritto nel documento di presentazione dell’Agenzia per la Pace) “lavora per la pace e chi, ogni giorno, lavora per la guerra”, come dimostra (secondo noi) anche la recentissima approvazione della nuova legge sull’esercito professionale.
Ma la Perugia/Assisi del 24 settembre può ancora rappresentare molto, per tutti: può essere comunque un punto di partenza o di ri-partenza o di conflitto da riconoscere e da gestire insieme per cominciare a costruire qualcosa di diverso. La federazione dei nonviolenti… suggerisce il Movimento Nonviolento. Può darsi che ce ne sia bisogno e che possa giocare un ruolo utile per aggregare alcuni “pezzi” del movimento contro la guerra ma qualunque cosa esca, per favore, non usiamola come nuova discriminante per creare muri. Noi che vorremmo affermare la possibilità di gestire in modo nonviolento i conflitti internazionali non possiamo permetterci di smentirci così clamorosamente sul piano della pratica politica quotidiana: cominciamo, almeno, dal creare e difendere uno spazio di dialogo possibile, riconosciuto e frequentato da tutti coloro che, in modi diversi, intendono “buttare la guerra fuori dalla storia”.
Agenzia per la Pace – Sondrio
Il Davide Alex contro Golia Del Monte
Carissimi, Jambo! Sento l’urgenza di parteciparvi, se pur brevemente, l’entusiasmo e la fatica che tutti noi abbiamo vissuto per ottenere una importante vittoria contro la Del Monte, a favore dei lavoratori. E` un bisogno che tutti sentiamo, perché nella lotta contro il Sistema è facile scivolare nello scoraggiamento, per questo è necessario condividere le piccole e grandi vittorie raggiunte. Solo questo può rafforzare la speranza che tutti noi, insieme, ce la possiamo fare! Il 23 ottobre, a Nairobi, si e svolto un incontro che, personalmente, ritengo sia stato molto importante e significativo. L’ incontro era stato convocato presso il Ministero del lavoro (a me sembrava quasi impossibile, tanto era strano!), quindi sotto l’egida del governo, ed era presieduto dal PS, Permanent Secretary, secondo per potere, soltanto al Ministro del lavoro, il signor Gitu. (Nel nostro panorama politico il Permanent Secretary potrebbe essere assimilato al Sottosegretario). Sotto la presidenza del signor Gitu, che ho scoperto uomo molto bravo tra l’altro, e per sua convocazione si è radunato il direttivo della multinazionale Del Monte-Kenya. Si trattava di una delegazione ad altissimo livello, chiamata e invitata a confrontarsi con il Comitato per la solidarietà, presieduto da Willi Motunga, insieme con tutti i rappresentanti delle 9 Organizzazioni non governative impegnate nella lotta a favore dei lavoratori della Del Monte. Lo stesso Sottosegretario aveva invitato altre personalità di altissimo livello, sia del mondo politico, del Ministero del lavoro, sia del mondo industriale, tra cui il presidente degli industriali del Kenya. Quando siamo arrivati abbiamo subito pregustato la gioia di una vittoria, raggiunta dopo appena un anno di lotta; mi sembrava quasi impossibile! L’incontro è stato molto pesante ed impegnativo, ha avuto inizio alle 9 del mattino e si è protratto fino alle 14,00. L’ordine del giorno era intenso e ricco, ma molto forte è stato anche il modo in cui le parti in causa hanno rivendicato e difeso le rispettive posizioni. Non voglio addentrarmi nell’esposizione delle ragioni che avevano indotto le due parti al confronto, non mi sembra questo il contesto giusto, anche perché le ragioni della multinazionale Del Monte sono, ormai, oggetto della nostra conoscenza. La compagnia ha insistito molto sul fatto che quanto era in loro potere era stato già compiuto, sottolineava che il lavoro non tira molto, che i prezzi stanno crollando e ventilava il pericolo che la compagnia si impasticci economicamente facendo saltare i 6000 posti di lavoro. E` un po’ lo stile di difesa comunemente adottato dalle multinazionali! Dall’altra parte, l’attacco sferrato è stato molto duro e pesante. Il Comitato per la solidarietà aveva attaccato soprattutto alcune figure responsabili della Del Monte, il direttore generale Twait e il direttore del personale Mantu; addirittura è stata chiesta la testa di ambedue! E’ stato chiesto alla compagnia che vengano silurati affinché si possa garantire un clima consono alla contrattazione degli argomenti. Il Comitato per la solidarietà ha riconosciuto i passi compiuti dalla Del Monte, ma quello che rimane da fare è molto di più! Rimane aperto il problema dei “seasonals”, dei lavoratori occasionali o stagionali che non hanno contratto e sono pagati molto poco. Così anche il problema della sicurezza dei lavoratori e delle loro condizioni di vita, l’utilizzo dei pesticidi, l’inquinamento etc. Molta carne al fuoco, che ha reso l’incontro animato e pesante. Un incontro, questo, che è stato colto come illegale. Infatti il presidente degli industriali, rivolgendosi minaccioso al sottosegretario, ha dichiarato: “E` la prima volta nella mia vita che assisto ad un incontro di questo genere. Mai prima d’ora si è verificato un tale evento. Giuridicamente, secondo la legge del Kenya, le parti che possono incontrarsi sotto l’egida del governo, sono soltanto le parti interessate: la compagnia multinazionale e il sindacato dei lavoratori. Questo dimostra la illegittimità della presenza dei rappresentanti delle Organizzazioni non governative e del Comitato per la solidarietà ai lavoratori.” Ha sostenuto, altresì, con toni chiari e perentori: “Un incontro di questo genere è inaccettabile, inconcepibile, perciò illegale!” Così si è rivolto al sottosegretario dicendo: “Mi meraviglio che tu abbia convocato un incontro del genere, è il primo nella storia del Kenya!” Ed aveva ragione! Era effettivamente il primo ed era stato una grossa novità! Il sottosegretario, dal canto suo, ha motivato la sua scelta con uno stile che personalmente ritengo molto bello: “E` vero, è una cosa nuova; però tutti stiamo cambiando, il Kenya sta cambiando. So di essere criticato anche all’interno di questo ministero, ma ritengo che diritti umani siano anche i diritti dei lavoratori, perciò è giusto che le associazioni che li promuovono siano rappresentate in questo consesso. ‘Either we change or change will change us!’. E` stato un momento di forte tensione; ho sentito la grandezza e la novità di quello che stava accadendo! Per la prima volta nella storia del Kenya, erano presenti in un assemblea convocata sotto l’egida del governo, non solo le parti contraenti, ma anche il Comitato per la solidarietà. Un Comitato impegnato nella difesa dei diritti dei lavoratori, chiamato a fronteggiare il management di una grande multinazionale. Per la prima volta appariva chiaro, anche al sottosegretario, che una questione come questa dei lavoratori non è soltanto una questione sindacale (i sindacati in Kenya sono totalmente venduti ad un governo corrotto e dei ricchi!), ma è una questione di diritti umani. Alla fine il sottosegretario ha detto: “Io mi impegnerò e premerò affinché la compagnia accetti le istanze fondamentali espresse dal Comitato per la solidarietà. Sono disposto a controllare personalmente perché questo avvenga!” Davvero queste sono buone notizie per me, sono buone notizie per noi e per voi che vi siete spesi per fare pressione su questa vicenda. Se ce la faremo adesso con la Del Monte, in Kenya si aprono nuove porte. Già sono venuti, l’altro giorno, i rappresentanti dell’industria dei fiori a consegnarmi la situazione incredibile di 150.000 lavoratori. Lo stesso discorso vale per il caffè, per il thé… La difesa dei diritti dei lavoratori, nell’Africa Subsahariana è solo agli inizi! Ecco perché è importante la posta in gioco con Del Monte. Oggi con i lavoratori dell’ananas, domani dei fiori, poi del thé, del caffè…
“A luta continua!” come dicono i mozambicani… …PERCHE` VINCA LA VITA!!!
Riconciliazione in Sudafrica, Argentina e Guatemala,
tra verità, memoria e giustizia
Intervista a Genevieve Jacques, del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC).
a cura di Luisa Nitti e Silvia Nejrotti
In occasione della recente pubblicazione del suo libro “Oltre l’impunità. Un approccio ecumenico a verità, giustizia e riconciliazione” (Beyond Impunity, An ecumenical approach to truth, justice and reconciliation, WCC Publications, Ginevra 2000), abbiamo intervistato Genevieve Jacques – direttrice del Dipartimento per le relazioni del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) – sul tema della riconciliazione e sulle connessioni esistenti fra verità, memoria, giustizia. Il libro affronta il tema dell’impunità a partire dalle esperienze concrete di alcuni paesi (Sudafrica, Argentina, Guatemala), con uno sguardo attento al coinvolgimento delle chiese nel processo del perdono e della riconciliazione.
Signora Jacques, come mai un libro sul tema dell’impunità?
Da diversi anni il Consiglio ecumenico delle chiese si occupa del problema dell’impunità, anche grazie agli stimoli provenienti da chiese e organismi legati alle chiese, soprattutto dell’America Latina. Il processo di riflessione é andato crescendo notevolmente negli ultimi anni; abbiamo realizzato quanto sia importante collegare fra loro i diversi aspetti legati al tema dell’impunità: la verità e la memoria, il modo in cui rapportarsi ai fatti del passato, la questione della giustizia. Inoltre, proprio attorno al problema della giustizia, si apre il tema del perdono e del pentimento, fondamentale in una prospettiva cristiana. Ci sembra che tutto ciò sia in stretta relazione con la riconciliazione.
Il problema dell’impunità e della giustizia é particolarmente evidente nei paesi che sono stati dilaniati dalle guerre civili. Quali sono le sfide che ci si propongono in queste situazioni?
Vi sono evidentemente profondi problemi etici e morali, in questi contesti, così come problemi legali di importanza non secondaria. É ad esempio il caso del Sudafrica, dove la Commissione per la verità e la riconciliazione (Truth and Reconciliation Commission, TRC), istituita nel 1995, lavora per la ricostruzione di “ponti di riconciliazione” fra le persone.
Uno dei punti focali di quella Commissione é la necessità di creare uno spazio in cui le vittime possano raccontare la propria storia. Quale rapporto esiste, a suo parere, fra racconto dell’esperienza personale e processo di riconciliazione nazionale?
Diverse esperienze, in molti paesi del mondo, provano che portare alla luce la verità dei fatti é un passo fondamentale per la realizzazione di un autentico processo di “guarigione”. Le vittime non possono immaginare di iniziare una nuova vita, e tanto meno di riconciliarsi con chi le ha offese, finché restano prigioniere del silenzio o della menzogna. Si comprende quindi quanto sia importante procurare gli spazi adeguati perché queste persone possano parlare ed essere ascoltate. Bisogna inoltre ricordare che nel processo di guarigione vi sono due livelli, che si intrecciano e sono entrambi importanti: c’é il racconto delle storie personali delle vittime e c’é insieme il racconto collettivo della società civile, che contribuisce ugualmente alla riconciliazione nazionale. La società nel suo complesso deve riconoscere e dire che cosa é accaduto, portare allo scoperto non solo le ferite personali, ma quelle dell’intera società. Abbiamo fin troppi casi nel mondo, dal Ruanda alla ex Jugoslavia, in cui le storie delle atrocità del passato sono state nascoste, obliate, a volte affermando che non é opportuno riaprire le ferite, che é meglio “dimenticare”. Ma la gente non dimentica, sia a livello individuale che collettivo. In definitiva, molte situazioni storiche mostrano come non sia possibile intraprendere un percorso di guarigione e riconciliazione senza prima rivelare i fatti accaduti e avviare un processo di rilettura collettiva del passato.
La TRC intende offrire spazio e parola sia alle vittime che a chi ha commesso crimini e violenze, ritenendo che la strada per la riconciliazione passi attraverso l’ascolto reciproco e la ricostruzione comune della verità. Come valuta questa singolare impostazione della Commissione sudafricana?
Certo, si tratta di una impostazione nuova ed estremamente interessante. É importante riflettere su questa esperienza sudafricana, sebbene non possiamo ancora sapere quanto e come il suo lavoro contribuirà alla guarigione delle ferite del Sudafrica. É possibile promuovere la riconciliazione senza giustizia? Questa é la domanda radicale che ci si deve porre. In Sudafrica alcuni criminali hanno confessato ciò che hanno fatto, alcuni hanno chiesto perdono, altri no; alcuni hanno ottenuto l’amnistia, cosa che per le vittime, in molti casi, non é facile da accettare, soprattutto se non c’é stato un reale pentimento.
Restano dunque alcuni problemi aperti. Mettere a nudo la verità, confessare ciò che si é compiuto, significa certo assumersi la responsabilità, ma mai completamente: il processo di racconto collettivo contribuirà alla riconciliazione solo se la società nel suo complesso sarà pronta ad accettare questo gesto di pacificazione. Penso che la TRC abbia fatto dei grandi passi in avanti, c’é una lezione estremamente importante da imparare da un processo così coraggioso come quello in atto in Sudafrica, che é una sorta di catarsi per tutta la società. Ma evidentemente non ci sono ricette universali: tutta la questione della riconciliazione é un lungo processo e noi dobbiamo essere sempre attenti a non saltare a conclusioni affrettate. Ad esempio, non bisogna confondere la semplice “coesistenza pacifica” con la vera riconciliazione, che é cosa ben diversa e, in una prospettiva cristiana, é qualcosa di molto profondo, richiede un processo di cambiamento radicale. Bisogna fermare le cause profonde dei conflitti e lavorare per la giustizia, che insieme alla verità é strettamente legata alla riconciliazione.
Il 12 marzo scorso la Chiesa cattolica ha celebrato una speciale Giornata del perdono. Che cosa pensa di questa richiesta di perdono da parte del papa per gli errori e i peccati commessi nel passato dai “figli della Chiesa”?
Riconoscere che alcuni “figli della Chiesa” – che spesso ricoprivano cariche importanti – hanno commesso gravi peccati, e dichiarare ciò pubblicamente, ha senz’altro un grande valore: é un importante passo in avanti e un segnale di cambiamento di mentalità da parte della gerarchia cattolica, che non intende più coprire i peccati del passato, ma guardare criticamente alla storia attraverso un processo di purificazione della memoria. Eppure questa richiesta di perdono da parte del papa genera alcune perplessità: credo che l’atto del perdono non possa avvenire senza l’intervento di chi ha subito violenza, perché solo le vittime possono perdonare. Il processo di riconciliazione ha bisogno di due partner, é per sua stessa natura “inclusivo” in quanto comprende tanto il passato, con tutti gli errori e le sofferenze, quanto il presente, con il riconoscimento dei diritti delle vittime e il “recupero” di chi si é macchiato dei crimini. Il problema é che non ci si può riconciliare con una persona che non c’é più o che non intende accettare il gesto: per incamminarsi sulla strada del perdono, é necessario che entrambe le parti in gioco siano nelle condizioni di poter riconoscere la bontà del processo e intraprendere insieme la strada della riconciliazione.
Tendenze novatrici : la religione Babi-Bahài
Molte furono le divisoni in seno all’Islam : la principale è tra sunniti e sciiti. I sunniti riconoscono come uniche guide il sacro Corano e la sunnah (= tradizione, consuetudine) fondata sui detti e fatti del Profeta Muhammad. Gli sciiti, oltre che al Corano, si richiamano ad Alì, cugino e genero del Profeta, morto tragicamente nel 661. Secondo questa tendenza (shiah = fazione, partito) la dignità spirituale di Alì si è tramandata ereditariamente ai suoi discendenti, gli imàm (capi della comunità), ritenuti portatori di prerogative sovrumane, quali l’infallibilità e una conoscenza superiore della sacra scrittura.
La maggioranza dei musulmani (circa 900 milioni) è sunnita ; sono sciiti parte degli iracheni e gli iraniani (circa100 milioni in totale), che obbediscono con fedeltà agli ayatollàh, eminenti dottori di scienze religiose. Gli sciiti, che spesso hanno subìto persecuzioni, a cominciare da Alì che fu ucciso, si distinguono per l’importanza data al martirio e per lo zelo con cui vivono la fede.
In seno all’Islam sciitico della Persia esisteva, fin dall’inizio dell’Ottocento, una corrente che sollecitava una spiritualizzazione della vita religiosa e attendeva la prossima apparizione di due inviati divini. Tale movimento, detto degli Shaikhi, vide in Alì Muhammad di Shiraz (nato nel 1819) l’atteso profeta, il Bab (“porta” della conoscenza). Questi nella sua predicazione chiedeva una più elevata condizione per la donna e alcune riforme sociali ; tali richieste allarmarono il clero sciita, tanto che il Bab fu messo a morte dalle autorità persiane nella caserma di Tabrìz nel 1850.
Gli succedette nella guida del movimento Mirza Husain Alì, nato a Teheran nel 1817, il quale a Baghdad, nel 1863, si dichiarò l’inviato divino promesso dal Bab e prese il nome di Bahà-Ullàh (=Splendore di Dio). Confinato dal governatore turco prima di Adrianopoli, poi nel 1868 ad Akkà (Palestina), continuò a guidare i suoi adepti con messaggi e lettere fino alla morte (1892).
“Mentre il Bab era un mistico che si rivolgeva soprattutto ai suoi compatrioti sciiti, la concezione religiosa di Bahà-Ullàh presenta caratteristiche più etico-pratiche che metafisiche e il suo messaggio si rivolge agli uomini di tutte le nazioni. Familiarizzato con le ideologie dell’Occidente, egli cercò di accordare le antiche dottrine religiose con la ricerca scientifica, dando un’interpretazione simbolica ai detti del Corano sul cielo e l’inferno, sugli angeli, gli spiriti e i diavoli, e respingendo molte idee e consuetudini non più consone ai tempi.
Egli rigettò certe pratiche di culto e cerimonie, riti sacri, dottrine misteriche, come pure l’ascesi, lo schiavismo, la poligamia e la guerra religiosa. Proclamò vie idonee alla perfezione religiosa solo la preghiera, la meditazione e le buone azioni. Come l’Islàm, il Bahaismo è rigidamente monoteistico : crede in un Dio personale che ha creato il mondo e lo governa . Quando l’uomo muore, il corpo si scinde nei suoi elementi materiali, mentre l’anima sopravvive e continua a perfezionarsi spiritualmente : Sull’aldilà e sul modo di esistenza dell’anima non è detto nulla di più preciso ; la dottrina della metempsicosi è però negata espressamente.
Coerente con le sue idee progressive, dirette a realizzare l’unità del mondo, il Bahaismo proclama l’eguaglianza dei sessi, la necessità dell’educazione e dell’istruzione, la soluzione del problema sociale, l’introduzione di una lingua universale, l’istituzione di un collegio arbitrale e di una federazione politica mondiale. Le dottrine di Bahà-Ullàh hanno trovato seguaci nelle più diverse contrade del mondo, soprattutto negli Stati Uniti, dove a Wilmette, presso Chicago, è stato eretto un tempio Bahai” (Glasenapp, Le religioni non cristiane, Feltrinelli, Milano, 1962, pp.31-32).
Il movimento Bahai, che mi fu presentato a Perugia nel 1962 dal prof. Alessandro Bausani, amico di Capitini, è nettamente cosmopolita e anti-nazionalista : “Non vi vantate di amare la vostra patria – scrisse Bahà-Ullàh – ma vantatevi piuttosto di amare il mondo intero”.
Sui rapporti tra Islàm e nonviolenza, mi limito a segnalare l’articolo di Enrico Peyretti, uscito su questa rivista (maggio 1998) e due libri : Chaiwat Satha-Anand, Islàm e nonviolenza, EGA, Torino, 1997 ; E. Easwaran, Badshah Khan, il Gandhi musulmano, Sonda, Torino, 1989. Chi volesse approfondire la conoscenza della tradizione sunnita può consultare il volume : Detti e fatti del Profeta dell’Islàm, UTET, Torino, 1982, pp.744. Il pensiero di ispirazione sciita e mistica (con particolare riguardo a Sohrawardi e la filosofia della luce) è ampiamente trattato nella Storia della filosofia islamica di Henry Corbin, Adelphi Edizioni, Milano, rist. 1991.
A cura di Flavia Riuzzi
Storia di un martirio visto al femminile
DANCER IN THE DARK, di Lars Von Trier
Regia e sceneggiatura Lars Von Trier
Fotografia Roby Muller
Montaggio Francois Gedigier e Molly Marlene Stensgard
Musiche Bjork
Interpreti Bjork, Catherine Deneuve, David Morse, Peter Stormare, Jean-Marc Barr, Udo Kier, Stellan Skarsgard
Durata 139’
Origine Danimarca/Francia, 2000
Palma d’oro Miglior film e Miglior attrice al Festival di Cannes
Un mio carissimo amico sostiene che vedere un film di Lars Von Trier è un po’ come fare una gita in barca: un’esperienza “assoluta”, ma…solo per chi non soffre il mal di mare! Si, perché il terribile ragazzaccio di Copenaghen, vuoi per scelta etico-estetica, (vedi il manifesto Dogma), o forse, meglio, per una innata e irrefrenabile irrequietezza, non ne vuole proprio sapere di tener ferma la macchina da presa, magari su di un carrello, come fanno tutti i “bravi” registi; nella sua “dogmaticità”, è fermamente convinto che la complessa e variegata realtà dell’essere umano, debba essere colta, nel cinema, “dal suo interno”, nel suo svolgersi e, possibilmente, in tutta la sua frammentarietà. Uno sguardo problematico, a volte oscillante e sfocato, soprattutto quando di tale realtà si intende “illuminare” l’orizzonte di riferimento più estremo, quello del dolore e del sacrificio. Ma quando tra le pieghe di questa realtà, si innesta la prospettiva del sogno, (l’orizzonte alternativo di riferimento), rappresentata in questo caso dal musical, in grado di cancellare il dolore per approdare alla felicità,allora la macchina da presa, rinunciando a tutta la sua “dogmaticità” non è più solo una e a mano, ma diventano dieci, cento, mille, tutte rigidamente posizionate, fisse o su carrelli, che non lasciano trapelare la benchè minima oscillazione nell’inquadratura. Questo è ciò che avviene in Dancer in the dark, il film che ha trionfato all’ultimo festival di Cannes, aggiudicandosi ben due Palme d’oro: la “passione” di Selma, una giovane operaia emigrata negli States dalla Cecoslovacchia, una giovane madre, senza marito, di un bambino. Una donna quasi completamente cieca che lavora senza sosta per permettere a suo figlio, che rischia come lei di perdere la vista, di farsi operare; una “romantica dei giorni nostri” la cui unica distrazione, all’interno di un’esistenza di fatica e di sofferenze, sono i musical hollywoodiani, su cui fantastica e sogna ad occhi aperti, durante le sue giornate; una “martire dei giorni nostri” che viene condannata a morte per l’involontaria uccisione di un vicino di casa sorpreso a rubare il denaro necessario all’intervento di suo figlio.
Come nel suo precedente film, Breaking the waves con Emily Watson, viene riproposto e ribadito qui il tema cristiano del sacrificio declinato al femminile ed incarnato dalla figura della martire – la staordinaria Bjork, che offre la propria vita per la salvezza del prossimo (in questo caso è il figlio mentre nel precedente era il marito) , attraverso la via crucis e il calvario, le cui tappe sono scandite, nel film, dalla “macabra e rituale” sequenza della “processione” verso la condanna a morte per impiccagione. Dancer, come abbiamo già detto, riconduce alla tradizione del musical hollywoodiano (il numero di Astaire e Rogers, Dancing in the dark nel film Spettacolo di varietà, di Minelli in primis), solo che qui la filosofia sorridente e ottimistica del genere per eccellenza dell’America del boom economico anni ’30, si scontra in maniera stridente e polemica con la tragedia dell’esistenza reale di una Selma che, sebbene “stia bene solo quando recita un musical, perchè nei musical non succede mai niente di brutto”, conduce una vita di assoluta e totale tragedia. In the dark, sia perchè Selma perde progressivamente la “luce” della vista, diventando cieca, sia per il fatto che alla fragile quanto determinata protagonista del film, è riservato come unico futuro possibile quello della “buia” morte per impiccagione. E per segnalarci da subito, a scanso di equivoci, quanto sia doloroso e “cieco” il destino (non c’è nemmeno il suono misterioso e trascendente delle campane di Breaking the waves, a dischiudere un orizzonte di senso “altro”), Von Trier ci fa assistere, prima dei titoli di testa, a tre minuti di schermo totalmente nero: come la “luce” del musical contraddice se stessa se proiettata nel “nulla della morte, così il cinema, la “lux” per eccellenza, contraddice se stesso proiettando il buio. Risiede anche in questi particolari, la genialità di Von Trier; e allora perdoniamogli pure quel po’ di compiacimento e quel tanto (troppo!!!) di sadico cinismo che da qualche tempo lo contraddistingue.
Buon Natale, la guerra è finita
Speriamo che sia un buon anno senza paura
Se voi lo volete
(Merry Xmas war is over)
Gli atteggiamenti di vendetta diventavano sospetti
Gli eserciti smisero di avanzare
I pastori e i soldati stavano sotto le stelle
Lasciando le armi da gettare nei rifiuti
(…) Mi svegliai gridando:
Credo che ogni cosa che sogniamo
Possa passare attraverso la nostra unione
Possiamo cambiare il mondo che ci circonda
Possiamo accendere la rivoluzione nei cuori
Abbiamo il potere…la gente ha il potere
Ogni spargimento di sangue tutta la rabbia tutte le armi, l’avidità
Tutti gli eserciti, i missili, tutti i simboli della nostra paura
C’è un’onda più alta di tutto questo che sale nel mondo
C’è un’onda più alta di questo nulla le resisterà
Io dico che l’amore è questa onda
Non più bagliori di lame coltelli fucili
Avrai il clamore delle fisarmoniche
Avrai ogni dolcezza tramutata in bosco
Ogni distanza sarà una pausa lieve
Ogni pietra preludio di montagne
(Il soldato)
Veloci di mano e coi coltelli accidenti
Di essere morti da sempre anche se possono respirare
Illuso sconfitto e poi abbandonato
E stancarti a ballare al ritmo e alle parole
Di una canzone, canzone d’amore
(Balla balla ballerino)
Ci hanno sempre insegnato a fidarci delle autorità
Ma fino a quando non provi
Non sai come potrebbero essere le cose
Se ci trovassimo davvero uniti
Tu vedi che le cose possono cambiare
Sì, le mura possono cadere
I governi si spezzano e i sistemi cadono
Perché l’unità è potente
(Walls came tumbling down)
Come in mezzo ad una via sempre in cerca di utopia
Quanta forza vive in noi
Quella luce che non può finire mai
(A che servono gli dei)
Vedrai il futuro sarà migliore
(Quando sarò grande)
Fuori c’è una guerra che ancora distrugge
Tu dici che non abbiamo più niente da vincere
Io invece voglio dormire sotto cieli di pace
Nel mio letto d’amore con un paese aperto sui miei occhi
E questi sogni nelle mie mani
Nessun ritiro nessuna resa
Prima o poi si troverà
(Mio fratello che guardi il mondo)
Né soldati né armi,
che non c’è… che non c’è…
Forse è ancora più pazzo di te…
(L’isola che non c’è)
Non serve a niente, sai.
Continua a giocare, a sognare,
Non ti accontentare di seguire
Ma continua a crescere in ogni momento…
(Non diventare grande mai)
Vivila la tua allegria
(Cogli la prima mela)
Ma sempre pronta
Diranno: non ti agitare che non serve a niente
(Ah, che sarà che sarà)
A cura di Silvia Nejrotti
Un funerale simbolico Tanti funerali veri
Intervista a Mauro Cereghini, autore di Il funerale della violenza. La teoria del conflitto nonviolento ed il caso del Kossovo, ed. I.S.I.G. Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia, Gorizia, 2000, pp.158
‘Perché questo titolo ‘Il funerale della violenza’?
Per sottolineare un parallelismo e richiamarne la dimensione simbolica, quella di un’alternativa possibile, che non ha avuto luogo.
A Pristina, il 13 giugno 1991, un corteo ordinato e pacifico con almeno centomila persone si snoda lungo le vie della città. Accompagna in cimitero una bara, vuota, e lì assiste alla sua tumulazione. È il funerale della violenza, un grandioso gesto di pace che forse poteva ispirare una strada diversa per l’intero processo di disgregazione dell’allora grande Jugoslavia. Il funerale si svolge a poche settimane dallo scoppio della guerra in Slovenia, e in un Kossovo già da due anni teatro delle violenze del regime di Belgrado, ma il messaggio che vuole trasmettere è di dialogo e di speranza. Dentro la bara, simbolicamente, gli organizzatori pongono la violenza, chiedendo di seppellirla prima che produca tragedie irreparabili. Un grandioso gesto di pace, rimasto forse troppo inascoltato.
A Pristina, il 13 giugno 1999, le truppe della NATO sono infatti entrate da poche ore in città e nell’intera provincia. Dopo il terrore e le violenze degli ultimi tre mesi si inizia a fare un bilancio della tragica pulizia etnica che ha cacciato dalle proprie case più di un milione di albanesi, i più fortunati rifugiati nei paesi circostanti, gli altri vittime della follia omicida o di fughe troppo faticose. Emergono anche le prime fosse comuni, dove sono state gettate decine di corpi senza nome e senza pietà. Ci vorrà molto tempo solo per dare una sepoltura degna a tutte le vittime; e questa volta i funerali saranno tristemente veri.
Cos’è successo in questi otto anni? Com’è accaduto che l’orizzonte di speranza del 1991 si sia trasformato nell’orrore di sette anni dopo? Ma prima ancora, cos’è stata realmente l’esperienza della resistenza nonviolenta condotta dagli albanesi? E cosa l’ha fatta fallire?
La ricerca in cui il libro consiste prova a dare alcune risposte – ovviamente parziali ed ipotetiche – a queste domande. È stata condotta tra il 1996 ed i primi mesi del 1998, e non affronta perciò il periodo della degenerazione violenta del conflitto serbo-albanese. Si concentra invece sugli anni tra il 1990 ed il 1995, quelli in cui è stata più forte la lotta nonviolenta di gran parte della popolazione albanese del Kossovo. Sono anche gli anni generalmente meno considerati nell’analisi del conflitto kossovaro, spesso concentrata sugli avvenimenti più recenti e più densi di violenza: la strage di Drenica all’inizio del 1998, gli scontri armati tra esercito jugoslavo e UCK, i bombardamenti della NATO, la “pulizia etnica” nei confronti degli albanesi, la cacciata dei serbi dal Kossovo. Tutti avvenimenti tremendi e che hanno cambiato il volto della provincia, ma a mio avviso non comprensibili pienamente senza un’analisi approfondita di ciò che li ha preceduti.
Nella tua ricerca costruisci prima un modello terico di conflitto nonviolento e lo applichi poi al caso concreto del conflitto in Kossovo prima del 1998. Che cosa ne emerge?
Il modello teorico costruito nel primo capitolo sembra rilevante ed utile per l’analisi del caso concreto, anche se da quest’ultimo emerge un interrogativo a cui non mi è stato possibile dare soluzione: è possibile rafforzare l’in group e avvicinarsi all’out group nei movimenti che si formano attraverso l’appartenenza nazionale?. L’intento del libro comunque non è tanto di raggiungere delle conclusioni, quanto di offrire degli stimoli e aprire la strada ad ulteriori ricerche. Anzitutto sulla lotta nonviolenta degli albanesi in Kossovo, che è stata un’esperienza lunga e importante benché vittima della logica perversa dei mezzi di comunicazione di massa, per i quali fa più notizia il sangue di un solo morto che il gesto pacifico di centomila persone. Ma poi anche sugli aspetti teorici della nonviolenza, perché “mentre si è stabilito a sufficienza che l’azione nonviolenta è possibile nei conflitti intensi, diventa sempre più urgente comprendere quali fattori causali contribuiscono ai suoi successi” (Ackerman e Kruegler, 1994, pag. 2). E questa, alla fine di un secolo tragicamente violento, è una sfida che non può non essere affrontata.
Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia (Luciana Cominotto)
tel. 0481 533632, fax 0481 532094
isig@univ.trieste.it oppure mauro.cereghini@tin.it tel. 0328/8217336
Giorni nonviolenti 2001 Un’agenda per la pace
In ogni muro – anche in quello del neoliberismo oggi vincente – c’è una fessura; in ogni fessura, molto presto, si ferma un po’ di terra, la promessa di un seme; in questo fragile seme, la promessa di un fiore; in questo fiore, la certezza luminosa di un petalo di libertà. Aiutateci a deporre un piccolissimo seme in ogni fessura usando e diffondendo “Giorni nonviolenti 2001”. Per ognuno dei 365 giorni del 2001 troverete una brevissima riflessione che aiuta a vivere al meglio le nostre giornate spesso aride e senza senso apparente. Ordinatela subito. La riceverete a casa vostra entro una settimana.
Per chi ne prende più copie, pratichiamo sconti sostanziosi. Lo facciamo pensando soprattutto ai gruppi, associazioni, botteghe e librerie alternative che in questo modo contribuiscono a diffondere semi di pace e nello stesso tempo possono autofinanziarsi nei loro microprogetti.
Edizioni Qualevita, via Buonconsiglio 2, 67030 TORRE DEI NOLFI (AQ);
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Agenda duemilauno
Tanto spazio per annotare appuntamenti ed emozioni e, disseminati sui 2 mesi, ricordi ed eventi che ricostruiscono una storia già avvenuta, quella che riguarda le decisioni e i fatti che hanno determinato la pace e la guerra tra i popoli. E’ questa l’agenda Comportamenti di pace curata da Massimo Paolicelli per la casa editrice Icone in collaborazione con l’Associazione Obiettori Nonviolenti di Bergamo.
Non manca la “pubblicità sociale” per associazioni ed enti che lavorano per la pace e la giustizia tra i popoli, e naturalmente una particolare attenzione per l’obiezione di coscienza. Segnaliamo a questo proposito l’introduzione di Guido Bertolaso, dell’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, e numerosi contributi di autori tra i quali Angelo Cavagna, Gianni Tamino, Federico Starnone, Piero Pelù e, per le vignette e i disegni, Silvia Ziche, Sauro Ciantini, Riccardo Mannelli, Roberto Muscardini ed altri ancora.
Prezzo: L. 19.000. Maggiori informazioni presso l’Associazione Obiettori Nonviolenti di Bergamo Onlus, via Scuri 1/c, 24128 Bergamo tel. 035.260073, oppure sul sito www.comportamentidipace.it
AAVV, Messale festivo dei laici, Cooperativa editrice Tempi di fraternità
AAVV, Nessuna Pietà, Edizioni Images, dicembre 1999, pp. 186
AAVV, Esperanto simple, Kurso de internacia lingvo en 7 lecionoj, T.E.V.A. – Romo, pp. 80
AAVV, Fondazione Alexander Langer stiftung, maggio 2000, pp. 72
Agostino Migliorini, Interventi politici, verso la società del gratuito, Editrice Esperienze, pp.207
Strumenti di pace 8, Antonietta Potente, Sapienza quotidiana, Anterem, pp. 40
Howard Horsburgh, Quenching Wrath, Collective Security and Nonviolence, Pax Books, 1992, pp.100
Ana Ruth Vidal Luengo, La dimension mediadora en el mito arabe islamico: La Sirat Baybars, Eirene, Istituto de la Paz y los Conflictos Universidad de Granada, Granada 2000, pp.313
AAVV, Quaderni per la pace – n° 3, La questione del debito, Provincia autonoma di Trento, luglio 2000, pp. 71
Francesco Comina, Non giuro a Hitler, Edizioni San Paolo, 2000, pp. 113
AAVV, Alto Adige 1945-1947 Ricominciare, Provincia autonoma di Bolzano-Alto Adige, Cultura Italiana, Bolzano 2000, pp.193
AAVV, Invito alla Sobrietà felice, EMI, 2000, pp. 190
Gianfranco Bologna, Italia capace di futuro, EMI, 2000, pp. 512
AAVV, Essere semplici è possibile?, Comunità di base di Lucento, Franco Barbero, Aprile 1988, pp. 130
Esperantista Vegetariano 2000, TEVA, Roma 2000, pp. 44
Antonio Giolo – Brunetto Salvarani, Nel tempo di Isaia?, Voci di cristiani tra il Concilio e il Terzo millennio, Editrice Tempi di Fraternità, 1991, pp.100
AAVV, Ho ascoltato il grido, Riflessioni teologiche su solidarietà, condivisione, eucarestia, Editrice Tempi di Fraternità, 1989, pp. 60
Antony Copley – George Paxton, Gandhi and the contemporary world, Indo-British Historical Society, 1997, pp. 421
AAVV, La pratica della solidarietà nella cultura della cittadinanza: il Servizio civile presso il Consorzio Solidarietà Sociale di Parma, pp.93
Filippo Gentiloni – Marcello Vigli, Chiesa per gli altri, Esperienze delle CdB italiane, Editrice Tempi di Fraternità, pp. 160
AAVV, Teologie della liberazione in dialogo, 2° Convegno europeo delle Comunità di Base, Cooperativa Editrice Tempi di Fraternità, pp. 70
AAVV, Fanxinoteka 1999, Katalogoa, pp.85
AAVV, Il guerriero Kastriot combatte con i fiori, Movimento “Ragazzi albanesi Ambasciatori di Pace”, Ed. Insieme, 1999, pp.61
Carmelo R. Viola, La quarta dimensione bio-sociale ovvero cenni di filosofia dell’identità, Ed. Cronache italiane, pp.160
CD Rom, Testimonianze dalla solidarietà, luglio 2000, Elenco audiovisivi, Africa , Asia, America Latina, Centro America, Piemonte; http://village .flashnet.it/users/fn214017
Educare alla coesistenza: un seminario internazionale
La Palestina è nuovamente teatro di scontri, scenario di un conflitto trascinato troppo a lungo, che sta riesplodendo. Nel maggio scorso, proprio in Israele, presso l’università di Haifa, si è svolto un seminario internazionale sull’educazione alla pace. Molti ricercatori provenivano da aree travagliate da conflitti di lunga data: Irlanda del Nord, Rwanda, Macedonia, Sudafrica, Cipro, Israele e Palestina…Erano stati invitati appositamente delegati provenienti da quelle zone perché potessero parlare di come l’educazione alla pace può essere sviluppata in situazioni di grave tensione etnica per superare antagonismi profondamente radicati.
I partecipanti hanno visitato Givat Haviva, un centro che insegna il linguaggio della mutua comprensione e del dialogo in un paese dilaniato da profonde divisioni da più di 50 anni.
La staff del centro è composta da arabi ed ebrei e svolge un lavoro educativo volto a decostruire l’idea dell’altro come nemico, attraverso la messa in discussione di stereotipi, il confronto delle diverse visioni del passato, la promozione di una migliore conoscenza dei reciproci diritti .
Durante il seminario sono stati messi a fuoco come elementi rilevanti per un’efficace opera di educazione alla coesistenza i seguenti aspetti:
1-Dare voce alla narrazione del “nemico”: le persone coinvolte in un conflitto hanno differenti interpretazioni degli eventi del passato e tendono a vedere gli stessi fatti in modo radicalmente diverso; gli incontri tra esponenti delle parti in conflitto dovrebbero sviluppare l’empatia e la fiducia reciproca, incoraggiando i partecipanti a sviluppare una prospettiva consapevole della parzialità di ciascun punto di vista; ciò aiuta a percepire il racconto dell’altro come altrettanto legittimo e favorisce l’assunzione di comportamenti nonviolenti.
2-Saper agire sia nel micro che nel macro livello: se non si incide anche nella macro-struttura che produce il militarismo e alimenta il conflitto violento le persone rischiano di ricadere nei vecchi modi di pensare e di agire, di non cambiare i comportamenti. Fare educazione alla pace tra due gruppi in conflitto significa insegnare alle persone a mettere in pratica il rispetto dei diritti umani e nello stesso tempo a saper vedere al di là della situazione particolare per individuare i percorsi di trasformazione a livello globale, con consapevolezza e capacità critica.
3-Sviluppare competenze quali: problem solving, comunicazione adeguata, gestione delle emozioni e dei traumi causati dalla violenza.. Dall’esperienza della Commissione per la Verità e la Riconciliazione in Sudafrica emerge l’importanza di un dialogo profondo che consenta di prendere coscienza della violenza perpetrata, di chiedere perdono per le sofferenze da essa causate e di compiere gesti di riparazione per ottenere la riconciliazione. L’educazione alla pace può aiutare chi è stato catturato dall’odio che scaturisce dai traumi prodotti dalla violenza a ripensare i propri atteggiamenti e comportamenti in relazione alla storia collettiva.
4-Tenere conto del contesto nel quale si sviluppa l’educazione alla pace: la violenza culturale è profondamente radicata nelle nostre strutture mentali; la paura innesca più facilmente la guerra che la pace; gli esseri umani hanno bisogno di sicurezza, di rimuovere ciò che sentono come minaccia alla propria esistenza. E’ necessario sviluppare una passione per la pace capace di sfidare le norme sociali che legittimano l’aggressione ; ciò richiede un cambiamento di paradigma culturale che consenta di elaborare visioni alternative del futuro, libere dalla minaccia della violenza.
5-I programmi di educazione alla pace devono essere valutati nella loro efficacia: quali cambiamenti effettivi producono? Per quanto tempo devono essere realizzati affinchè si veda un cambiamento nei comportamenti? Come si possono trasferire a livello collettivo i cambiamenti avvenuti a livello individuale? Che ne è dell’educazione alla pace a livello adulto?
Ancora molto resta da fare, sia nel campo della ricerca, sia in quello dell’esperienza.
Tratto da : Ian Harris e Clark McCauley, International Workshop on Peace Education Research, in Peacebuilding, bollettino della Peace Education Commission dell’IPRA, luglio 2000
Bilancio di fine anno (e fine legislatura)
Si avvicina la fine dell’anno, e con esso la conclusione del mandato del primo governo di centrosinistra del nostro paese. Forse è opportuno fare un bilancio per verificare se il movimento pacifista e nonviolento ne abbia tratto in qualche modo beneficio.
Tra i provvedimenti più contestati di questo governo pensiamo di poter sicuramente annoverare:
1)La partecipazione alla guerra nei Balcani, in spregio all’art. 11 della nostra Costituzione;
2)La privatizzazione di tutto il settore militare di proprietà dello Stato (Finmeccanica), con conseguente perdita del controllo politico su di esso esercitato;
3)La costruzione di una portaerei del costo di 2.300 miliardi (aerei esclusi!), e la partecipazione alla costruzione del nuovo cacciabombardiere EFA2000 (costo 100 miliardi l’uno), che fanno lievitare il bilancio della Difesa previsto nella finanziaria 2000 a 34.330 miliardi di lire (circa 1.400 in più dell’anno scorso, +4,2%)
4)L’istituzione di un esercito militare professionista, avvenuto con pochissimo dibattito parlamentare e molte ombre da dissipare (quanto costerà? A cosa servirà?);
5)La deludente riforma della cooperazione internazionale, ritagliata ad uso e consumo degli interessi economici delle nostre aziende che operano all’estero, come più volte denunciato da Alex Zanotelli.
A fronte di questi eventi epocali, resta la sola approvazione della legge sull’obiezione di coscienza, destinata ad essere sorpassata dalla non obbligatorietà del servizio militare a partire dal 2007 e soggetta ad una gestione scellerata (mentre scriviamo, gli obiettori aspettano da dieci mesi gli stipendi e i finanziamenti alla difesa popolare nonviolenta languono tristemente).
Occorre ammettere che questa legislatura, grazie all’opera del ministro della Difesa Mattarella ed al tenace lavorìo dei sottosegretari Minniti e Rivera, ha ottenuto ben più di tutte quante le passate legislature messe insieme: neanche il famoso governo Craxi era arrivato a dotarsi, primo paese del Mediterraneo, di una portaerei, vista la nostra già privilegiata collocazione strategica (oppure la portaerei solcherà mari diversi dal Mediterraneo?). Se a questo si aggiunge anche l’opera del nuovo Presidente della Repubblica, intenzionato a ripristinare le parate militari e le feste patriottiche, possiamo serenamente dire che in questi cinque anni di governo la cultura italiana della pace e della nonviolenza ha compiuto dei bei passi indietro.
Il popolo della pace, incapace di far sentire in alto la sua voce nei momenti decisionali, nonostante possa contare su un seguito non indifferente (come la recente marcia Perugia–Assisi ha dimostrato), si è limitato troppo spesso a punzecchiare l’opinione pubblica con comunicati stampa ed indignati articoli nelle riviste di area. Ma è pur vero che molti parlamentari, eletti fra promesse d’impegno e giuramenti di dedizione alla causa, non hanno saputo contrastare efficacemente e men che meno proporre valide alternative all’opzione militare che sempre più spesso prende spazio nei programmi governativi.
Riusciremo in questa prossima legislatura d’inizio millennio ad invertire la tendenza?
Chi brucia i libri, brucerà le persone
La recente iniziativa del presidente della Regione Lazio Storace e dei suoi complici, finalizzata ad instaurare una censura politica sui libri di storia e ad utilizzare le istituzioni dello stato per reprimere le opere, gli storici e gli insegnanti che non si conformano ai loro criteri di valutazione, si pone in continuità ed insieme costituisce un salto di qualità rispetto a precedenti manifestazioni di intolleranza evocatrici di pratiche e culture totalitarie.
In particolare si pone in continuità con l’assalto squadristico ad una libreria romana di cui ha riferito la stampa tempo addietro da parte di un gruppo di teppisti inquadrati nel movimento giovanile di Alleanza Nazionale, i quali hanno rovinato alcuni libri, ed all’arrivo delle forze dell’ordine hanno trovato complicità da parte di un dirigente nazionale e parlamentare di AN, Gasparri, che ha pagato per i danni provocati cosi’ evitando guai con la giustizia agli squadristi che hanno pertanto potuto compiere impunemente il loro atto di intimidazione e barbarie.
Ma é anche un salto di qualità, poiché con l’azione di Storace non ci si limita al teppismo squadrista, ma si usa del potere politico e dei mezzi dello stato per una operazione che altrimenti non puo’ essere definita che di esplicita, consapevole grave intimidazione.
Noi ricordiamo l’antica massima di Heinrich Heine: “Dove si bruciano i libri, poi si bruceranno gli uomini”.
E ricordiamo come nelle prime fasi dell’instaurarsi dei poteri totalitari i roghi dei libri siano la prassi; cosi’ come la cancellazione della memoria e la sostituzione della propaganda del regime alla verità storica, alla libera ricerca ed alla libertà educativa, siano caratteristiche decisive e fin emblematiche dei regimi non semplicemente autoritari, ma esplicitamente dittatoriali.
Gasparri prima, Storace adesso, e con loro i giovani ignoranti squadristi che di tale campagna sono la testa di ariete, e con loro i loro colleghi di partito ed alleati di coalizione che a tali prassi non si oppongono, esprimono in modo esplicito tendenze ed intenti che occorre contrastare con la forza della democrazia, della legalità costituzionale, della civile convivenza, della dignità umana; e con la luce della ragione, della verità storica, della memoria delle vittime degli orrori del secolo che va concludendosi.
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