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Rassegna stampa 22 ottobre 2018 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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da Alessia peilex|Pubblicato 23 ottobre 2018
19/10/2018 12.10 – Quotidiano Enti Locali e Pa
Gare del gas, Comuni chiamati a svolgere il ruolo di stazione appaltante – Le istruzioni dell’Anci
I singoli Comuni hanno un ruolo importante nella fase preparatoria delle gare per l’affidamento del servizio di distribuzione del gas, rispetto alle quali i gestori uscenti sono obbligati a fornire un’ampia serie di informazioni.L’Anci ha predisposto e diffuso un quaderno operativoche fornisce molte indicazioni alle amministrazioni locali per la corretta impostazione delle attività preliminari alla procedura di individuazione del nuovo gestore. Anche nel contesto della gara affidata sulla base dell’ambito territoriale minimo i Comuni sono chiamati a orientare i contenuti del bando di gara, contribuendo alla determinazione del valore di rimborso spettante al gestore uscente e realizzando una mappatura degli interventi di estensione, manutenzione e potenziamento della rete presente sul territorio comunale da compiersi nei dodicianni del nuovo affidamento. Inoltre spetta alla maggioranza dei Comuni dell’ambito la decisione sull’eventuale risoluzione del contratto di concessione per inadempimento del concessionario. L’Anci evidenzia la particolare posizione dei Comuni chiamati a svolgere il ruolo di stazione appaltante, i quali dovranno essere controparte del contratto di servizio (qualora non venga identificato un soggetto differente) e svolgere le funzioni locali in caso di delega da parte dei singoli comuni appartenenti all’ambito. Le linee guida programmatiche d’ambito Lo strumento-chiave dell’intero processo è costituito dalle linee guida programmatiche d’ambito: in conformità a queste dovrà essere redatto anche il documento guida per gli interventi di estensione e potenziamento d’ambito o il documento di sintesi delle esigenze degli enti associati. Le informazioni dei «vecchi» gestori L’elemento fondamentale per la corretta impostazione della gara è la produzione, da parte dei gestori uscenti, di specifici documenti e pacchetti informativi necessari per la valorizzazione degli impianti e la definizione degli interventi manutentivi, come ad esempio lo stato di consistenza dell’impianto di distribuzione del gas, il protocollo di comunicazione per le apparecchiature di misurazione, il numero di punti di riconsegna, il quadro di costo e tariffario per le varie zone. Qualora il gestore uscente non fornisca questi elementi, l’ente locale può, dopo specifica diffida, attivare l’intervento del Prefetto, il quale può procedere a reperire direttamente presso l’affidatario attuale i dati e le informazioni sullo stato degli impianti. Il calcolo del rimborso Uno dei punti critici analizzati dall’Anci è la determinazione del rimborso per i concessionari che devono abbandonare la gestione del servizio: qualora i contratti di servizio in essere non contengano alcuna indicazione sulla metodologia di calcolo applicabile, ovvero anche qualora vi sia solamente un mero riferimento al regio decreto 2578/1925, le modalità di calcolo del rimborso da utilizzare saranno quelle definite nelle linee guida. Impianti e bando-tipo L’Anci evidenzia come particolare attenzione debba essere posta dai Comuni sulle dotazioni impiantistiche di cui sono proprietari, dovendo considerare che il decreto 226/2011 ha introdotto, per il nuovo regime d’ambito che si verrà a instaurare dopo l’aggiudicazione delle gare, un elemento profondamente innovativo: il riconoscimento agli enti locali della remunerazione prevista in tariffa per gli investimenti fatti per gli impianti di distribuzione del gas naturale. Rispetto alla procedura di gara, il quaderno operativo focalizza l’attenzione sul rispetto dei bandi-tipo definiti dai decreti ministeriali, ribadendo che eventuali scostamenti dal bando di gara tipo e dal disciplinare di gara tipo, nonché la scelta dei punteggi utilizzati nei criteri di valutazione della gara, devono essere giustificati in una apposita nota.
19/10/2018 – Italia Oggi
Contratti corrispondenti ai servizi dati in appalto
Anac su norme da applicare al personale di imprese in lizza
Il contratto collettivo da applicare in un appalto deve corrispondere alle effettive prestazioni anche se si può fare ricomprendere attività analoghe; ammesso l’ obbligo di applicazione di uno specifico contratto nella legge di gara, anche a pena di esclusione, ma deve essere congruo con i requisiti e con quanto sarà oggetto del contratto. Lo ha affermato l’ Autorità nazionale anticorruzione con la deliberazione del 26 settembre 2018 n. 816 con riguardo all’ applicazione dell’ articolo 30, comma 4 in un appalto di servizi di pulizia. L’ Autorità ha precisato, in particolare, che, in base alla norma del codice, il contratto collettivo nazionale da applicare al personale impiegato nell’ appalto deve corrispondere alle effettive prestazioni oggetto del contratto e che è possibile ricomprendere nella sfera di applicazione del Ccnl multiservizi anche attività di analogo contenuto, come la pulizia di aree pubbliche e la semplice raccolta e trasporto dei rifiuti, ad esclusione delle operazioni di trattamento e gestione degli stessi, in quanto riconducibili al novero dei servizi di pulizia ampiamente intesi. Sul tema dell’ applicazione di un determinato Ccnl, qualora una o più tipologie di questi si possano adattare alle prestazioni da affidare all’ aggiudicatario, l’ Anac ha richiamato l’ orientamento secondo il quale l’ amministrazione sarebbe tenuta a verificare che il Ccnl applicato dai concorrenti includa l’ attività economica oggetto dell’ appalto, ma non potrebbe imporre, a pena di esclusione, l’ applicazione di uno specifico contratto collettivo ai lavoratori impiegati dalle imprese partecipanti alla gara in virtù della incomprimibile libertà organizzativa e sindacale riconosciuta ai concorrenti. Su questo punto, la delibera Anac ha chiarito, però, che l’ indicazione dell’ applicazione di uno specifico contratto può eventualmente essere prevista nella legge di gara e ciò anche a pena di esclusione. Però la clausola «deve rispondere ad una ferrea logica di correlazione tra requisiti da indicare e prestazioni da appaltare, perché in caso contrario il principio del favor partecipationis ne risulterebbe gravemente sminuito e si sarebbe violato il principio di concorrenza. Per l’ Anac, quindi, è possibile applicare al personale impiegato nel servizio anche un contratto collettivo diverso da quello previsto nel capitolato speciale di gara. Nel caso esaminato, la disposizione del capitolato faceva riferimento al Ccnl multiservizi e l’ applicazione del contratto non era prevista a pena di esclusione dell’ offerta. Tutto regolare secondo l’ Anac perché lo scopo della disposizione del codice è (solo) quello di «garantire la partecipazione alla gara di imprese operanti nel settore, ai fini di una puntuale esecuzione dei servizi richiesti e il riferimento contenuto nel capitolato al contratto multiservizi non costituisce una vera e propria condizione di partecipazione alla gara e quindi un requisito di ammissibilità dell’ offerta». Questa conclusione viene ritenuta dall’ Autorità coerente con l’ art.83, comma 8, del codice appalti in tema di tassatività delle cause di esclusione da una gara. © Riproduzione riservata.
Anomalia dell’ offerta, verifica a discrezione
La stazione appaltante ha ampia discrezionalità in ordine alla scelta se procedere alla verifica di congruità dell’ offerta, quando non supera la soglia di anomalia; la scelta può essere sindacata solo in caso di macroscopica irragionevolezza e di decisivo errore di fatto. Lo ha precisato il Tar Lazio Roma, sezione prima-ter con la sentenza del 15 ottobre 2018 n. 9992 rispetto a un ricorso che verteva sul fatto che la stazione appaltante avrebbe illegittimamente proceduto alla verifica di anomalia dell’ offerta pur se nessuna delle due offerte presentate aveva raggiunto un punteggio pari o superiore ai quattro quinti dei corrispondenti punti massimi previsti nel bando di gara (soglia di anomalia prevista dall’ articolo 97 del codice appalti). Nel caso specifico nessuna disposizione del disciplinare di gara consentiva una facoltativa valutazione di congruità delle offerte ancorché inferiori alla soglia dei quattro quinti. I giudici hanno respinto il ricorso innanzitutto argomentando che per l’ articolo 97 l’ offerta è necessariamente sottoposta alla verifica di congruità ove presenti un punteggio superiore a quello indicato, ma rientra comunque nella discrezionalità della stazione appaltante sottoporre a tale verifica ogni offerta che appaia anormalmente bassa. L’ amministrazione dispone quindi di una discrezionalità quanto mai ampia in ordine alla scelta se procedere a verifica facoltativa della congruità dell’ offerta, il cui esercizio (o mancato esercizio) non necessita di una particolare motivazione e può essere sindacato solo in caso di macroscopica irragionevolezza o di decisivo errore di fatto. Il giudizio di anomalia o di incongruità dell’ offerta, ha concluso la sentenza, costituisce espressione di discrezionalità tecnica, sindacabile in sede giurisdizionale solo in caso di macroscopica illogicità o di erroneità con la conseguenza che non è consentito al giudice «procedere ad alcuna autonoma verifica della congruità dell’ offerta e delle singole voci, ciò rappresentando un’ inammissibile invasione della sfera propria della pubblica amministrazione». © Riproduzione riservata.
20/10/2018 – Italia Oggi
Offerta online derogabile
APPALTI/ Nota Anci sugli obblighi di comunicazione in vigore dal 18/10
Sì a modalità alternative a quella elettronica
Gli obblighi di comunicazione elettronica negli appalti possono considerarsi adempiuti utilizzando le piattaforme elettroniche di negoziazione. Ciò significa che le piccole stazioni appaltanti (per esempio i piccoli comuni), che non hanno le risorse per mettere in piedi una propria piattaforma di e-procurement, possono delegare la gara a una centrale unica di committenza o ad altro soggetto aggregatore che abbia costituito tale piattaforma. Lo ha chiarito l’ Anci in una nota operativa emanata per dettare le istruzioni sull’ obbligo, in vigore dal 18 ottobre, di utilizzare mezzi di comunicazione elettronica nell’ ambito delle procedure di gara. L’ obbligo, previsto dall’ articolo 40 comma 2 del Codice appalti (dlgs n.50/2016) non implica tuttavia, secondo l’ Anci, l’ obbligo di fare ricorso alle procedure svolte attraverso piattaforme telematiche di negoziazione, previste peraltro da una norma differente del Codice, ossia l’ art. 58. Tale interpretazione è suffragata anche dalla stessa direttiva comunitaria (2014/24/Ue) che ha introdotto l’ obbligo entrato in vigore l’ altroieri. All’ art.52 la direttiva Ue afferma infatti che «il ricorso obbligatorio a mezzi di comunicazione elettronici non dovrebbe tuttavia obbligare le amministrazioni aggiudicatrici a effettuare il trattamento elettronico delle offerte, né a procedere alla valutazione elettronica o al trattamento automatizzato». Ciò risulta confermato dall’ articolo 37 comma 2, del Codice appalti che prevede la possibilità, per tutte le stazioni appaltanti, in caso di indisponibilità di strumenti telematici di negoziazione, di ricorrere agli affidamenti con procedure ordinarie. Ne consegue che, anche a seguito dell’ entrata in vigore dell’ articolo 40 comma 2, le stazioni appaltanti, senza ricorrere alla gestione integrale della gara su piattaforma informatica, possano utilizzare sistemi informatici specifici che si limitino alla ricezione e trasmissione della documentazione, incluse le domande di partecipazione e il Dgue (Documento di gara unico europeo) previsti dal Codice dei contratti e in conformità con quanto disposto dal Codice dell’ amministrazione digitale. Anche dopo il 18 ottobre, quindi, resta comunque possibile, per la presentazione dell’ offerta, la possibilità di ricorrere a modalità alternative a quelle elettroniche, purché siano le uniche in grado di assicurare l’ integrità dei dati e la riservatezza delle offerte. Ovviamente, il ricorso a tali altri mezzi, costituendo una deroga, andrà motivato. FRANCESCO CERISANO
21/10/2018 – La Stampa
“La deroga alle norme nazionali incentiva le infiltrazioni mafiose”
Raffaele Cantone Il presidente dell’ Anticorruzione domani a Genova “Più le regole non sono chiare, più aumenta il rischio ritardo per ricorsi”
I dubbi sul decreto. Sia sulle deroghe «che rischiano di allungare i tempi», sia sull’ assenza di norme antimafia. E alla vigilia della sua visita a Genova, il presidente dell’ Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, rilancia: «C’ è il rischio di infiltrazioni mafiose sui lavori del ponte e la deroga alla normativa nazionale è un incentivo». Presidente, incontrerà il sindaco-commissario Bucci? «Si tratta di una visita programmata da mesi con prefettura e Università, il ponte non c’ entra. Ma ne approfitterò per vedere il sindaco: il presidente Conte mi ha chiesto d’ incontrarlo per una possibile collaborazione. Il tema vero è capire il quadro delle regole». Alla Camera ha lanciato l’ allarme sulle deroghe. «Non è un problema legato alle deroghe in sé, ma alla difficoltà di individuare regole applicabili al caso Genova. La deroga dalle norme nazionali rischia di lasciare al commissario un quadro farraginoso. Si rischia un’ eterogenesi dei fini, non consentendo al commissario di muoversi con velocità». Perché sul punto non si è intervenuto nel decreto? «Non mi sento d’ interpretare la volontà del Parlamento. Ipotizzo che il percorso che ho paventato avrebbe richiesto una riscrittura complicata e quindi si è deciso che i problemi applicativi siano valutati dal commissario». Come può agire Bucci sull’ affidamento dei lavori? «Non voglio dare consigli a mezzo stampa. Gli parlerò». C’ è il rischio di ricorsi che rallentino i tempi? «Più le regole non sono chiare, più i contenziosi possono generare problemi sui tempi. Ricostruire il ponte, e farlo in fretta, è una priorità non solo per Genova ma per il Paese. Bisogna essere tutti uniti su questo». Lei ha lamentato l’ assenza del Codice antimafia dal decreto e questo aspetto finora non è stato corretto dal governo. Come mai? «Se in materia di appalti c’ è almeno il quadro di regole europee, la deroga a tutte le norme italiane fuorché quelle penali comporta il paradosso dell’ impossibilità di applicare la normativa antimafia. Non si potrà eseguire una serie di controlli sulle imprese e neanche quelli amministrativi nei cantieri». Ne ha parlato con il ministro Salvini? «Sì, ci siamo visti e ne abbiamo parlato: mi ha detto di aver compreso le mie perplessità e assicurato che il governo interverrà. Ho posto la stessa questione a Conte e anche da lui ho ricevuto l’ indicazione che il tema sarà oggetto di valutazione. Qualcuno sostiene che il commissario potrà richiedere i controlli antimafia, ma non si può ritenere che possa bastare una sua semplice richiesta, perché si tratta di attività amministrative che richiedono l’ esistenza di una norma». Una recentissima sentenza ha certificato, per la prima volta, l’ esistenza della ‘ndrangheta a Genova. Il rischio d’ infiltrazioni sul ponte è concreto? «Ho evidenziato in astratto il rischio di infiltrazioni mafiose. La sentenza ha reso più forte il mio allarme. Ma anche se non ci fosse, l’ assenza di regole potrebbe essere un incentivo alle mafie». Al Nord la mafia è spesso «silente». Come si fa a riconoscerla e combatterla? «Il tratto delle nuove mafie è l’ utilizzo dei metodi corruttivi soprattutto al Centro-Nord: i clan hanno capito che nei territori non autoctoni l’ utilizzo delle intimidazione violente, come bombe o estorsioni, avrebbe un effetto d’ immediato rigetto e di denuncia. Si presentano con la faccia pulita, quella dei facilitatori, dei colletti bianchi che operano in una zona grigia». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI. MARIO DE FAZIO
22/10/2018 – Corriere della Sera – Economia
I MAGNIFICI 13 DELLO STATO PADRONE
Il premier Conte li ha chiamati. Possono puntare 123 miliardi in 5 anni sull’Italia Ma devono tenere conto degli azionisti…
Vale più di 120 miliardi nei prossimi cinque anni – 123, tunnel del Brennero compreso – l’ investimento di 13 grandi aziende dello Stato: quelle convocate il 10 ottobre dal premier Giuseppe Conte, a supporto dell’ economia del Paese. La cifra è indicativa dell’ iniezione di risorse già attese in infrastrutture, energia, finanza, cantieristica, web veloce nel Paese. È una stima dell’ Economia del Corriere della Sera sulla base degli impegni presi nei piani industriali, con proiezione al 2022. Alcuni piani sono in scadenza: fra novembre e dicembre dovranno arrivare i nuovi della Cdp guidata da Fabrizio Palermo e Massimo Tononi; di Snam ed Enel; delle Fs di Gianfranco Battisti. I manager hanno avuto solo 2-3 minuti a testa, dovevano rispondere a due questioni: quanto avrebbero investito e quante persone assunto. Da qualcuno, come Fs, c’ è stata più disponibilità, da altri, come Leonardo, più prudenza. Perché c’ è un fatto che non rende semplice allargare i cordoni della borsa: tutte le 13 aziende devono rispondere al mercato, perché quotate o emittenti di bond che finiscono nei portafogli istituzionali. Alcune hanno anche piani internazionali, già avviati e di lungo periodo. Spesso poi hanno attività regolate. E nessuna può prescindere dall’ interesse dei propri azionisti. L’ altro problema è che, se non si sblocca la burocrazia, molti investimenti non potranno nemmeno partire. Tantomeno aggiungersi. L’ Open Fiber guidata da Elisabetta Ripa e Franco Bassanini, per esempio – che prevede investimenti di 3,3 miliardi dal 2019 al 2021 per portare la banda ultralarga in tutta Italia – deve avere in fretta le autorizzazioni a scavare dagli enti locali. Solo così, sottolinea, potrà coprire entro il 2023 le 271 città e i 6.753 Comuni previsti. E l’ Italgas, che a giugno ha varato un piano da 5,6 miliardi (oltre 500 milioni nel 2018), chiede che partano le gare per la gestione delle reti cittadine del gas. «Se tutte le gare fossero state assegnate nei tempi previsti il settore produrrebbe 3 miliardi d’ investimenti l’ anno in più», dice l’ amministratore delegato, Paolo Gallo. E Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’ Eni, ha detto che potrebbe anticipare investimenti per 1 miliardo, se scattassero le semplificazioni burocratiche. Altro punto è la revisione della legge Fornero che, incentivando l’ uscita dei più anziani, potrebbe secondo il governo aprire le porte ai più giovani. Le nuove risorse però non compenserebbero in automatico le uscite. E resta la criticità di trovare le competenze. Il tema è sollevato da Eni e Poste. La prima, che prevede d’ investire in Italia 7 miliardi da quest’ anno al 2022, dice che potrebbe assumere 3.600 persone nei settori chiave e con competenze nuove, simulando uno scenario a «quota 100» con 1.700 uscite in 4 anni. Mentre l’ azienda di Matteo Del Fante, con 2,8 miliardi d’ investimenti e un piano di 15 mila esodi volontari al 2022, per il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon potrebbe anticipare con la Fornero al 2019 le 7.500 assunzioni previste per il 2020 (6mila quelle annunciate da Poste nell’ accordo di giugno). Italgas nell’ arco di piano prevede l’ uscita di 700 persone a fronte di 500 assunti. C’ è anche chi non può permettersi investimenti, come l’ Ansaldo Energia in difficoltà, che ha calcolato di perdere commesse in Iran per mezzo miliardo dopo le sanzioni di Trump a Teheran. Rilancia però rispolverando un vecchio piano: unirsi con la pubblica Sogin sullo smantellamento delle centrali nucleari. Sempre che i suoi soci cinesi diano l’ ok. Attiva sulla crescita per acquisizioni è di certo la Snam di Marco Alverà che ha appena rilevato tre aziende tech in Italia sull’ economia verde. Fra chi investe, comunque, c’ è già chi ha rivisto all’ insù gli impegni . Cdp ha detto che salirà da 22 a 35 miliardi entro il 2023 con le sue partecipate Snam, Italgas, Terna, Fincantieri e Ansaldo Energia. E le Fs (caso Alitalia a parte) annunciano «60 miliardi nei prossimi 5 anni» con 600 nuovi treni già ordinati e «ruolo chiave del trasporto regionale». Nel piano in scadenza ci sono i 52 miliardi di investimenti per il 2018-2022. Qui dentro c’ è anche il famoso tunnel del Brennero: previsto per il 2024, vale 6 miliardi nel 2016-2026. E c’ è la discussa Tav: 8 miliardi nel decennio. Vedremo le nuove cifre. Anche l’ Enel di Francesco Starace dovrebbe aumentare gli investimenti in Italia: da 6,1 miliardi a 8,3 nei prossimi tre anni. Cifre da recepire nel nuovo piano industriale, che sarà presentato il 20 novembre. Ma chi investe di più nel Paese all’ anno? Tolta la colossale e variabile Cdp, le Fs con 9,4 miliardi; quindi l’ Enel (2,7), l’ Eni (1,8) e il quartetto Snam-Terna-Leonardo-Open Fiber: un miliardo a testa. Poi Italgas (0,8), Poste (0,6) e Saipem (0,5). È la classifica stilata da Stefano Caselli, prorettore dell’ Università Bocconi, in base ai piani in corso. L’ ex Finmeccanica ai 700 milioni l’ anno ufficiali ne aggiunge «250-300 per la ricerca e sviluppo». Si dice «pronta ad accogliere richieste di accelerazione degli investimenti», ma sottolinea che deve anche curare la solidità patrimoniale «nell’ interesse dei propri stakeholder». Perciò ritiene «fondamentali la conferma degli impegni istituzionali sulle Forze Armate e la tempestiva conclusione degli iter autorizzativi». Fincantieri non dà cifre ma sta ampliando bacini e impianti di Ancona, Sestri Ponente, Gorizia. Il ceo Giuseppe Bono ha parlato di 16-21 mila assunzioni con l’ indotto. «Per ogni milione investito nella distribuzione del gas si creano 20 posti di lavoro; e ogni 100 euro ne generano 330 di produzione lorda sul Pil», dice Gallo. E Snam ha calcolato che i suoi investimenti di un miliardo l’ anno hanno impatto sull’ indotto per tre miliardi di euro. Ma il mondo finanziario non si aspetta grandi investimenti supplementari. Perché 9 su 13 aziende convocate sono, appunto, quotate in Borsa. E le altre, come le Fs e Cdp, portano alti dividendi al ministero del Tesoro. Daniela Polizzi Alessandra Puato
22/10/2018 – Il Sole 24 Ore
Alla banca dati Pa anche i rendiconti varati solo in Giunta
Diventa più fitta la griglia delle verifiche centrali su errori e anomalie
È in arrivo una stretta sui controlli della Banca dati amministrazioni pubbliche (Bdap) sugli invii dei bilanci. La decisione, condivisa da Corte dei conti e Ragioneria generale, spunta dall’ ultimo resoconto della commissione Arconet e interessa una vasta platea di enti (9.741 erano quelli obbligati all’ invio dell’ ultimo rendiconto). Il miglioramento nell’ acquisizione dei bilanci da parte della banca dati, che rispetto all’ ultimo aggiornamento al 12 aprile 2017 presenta un netto calo di errori, consente di intervenire per rendere bloccanti i controlli che attualmente comportano solo una segnalazione di errore, senza impedire l’ acquisizione del documento, e di inserire nuovi e ulteriori controlli sia di quadratura che di coerenza (che nella fase di prima adozione non saranno immediatamente bloccanti). Attualmente, se gli errori derivano dall’ attività di caricamento e trasmissione dei dati alla Bdap è sufficiente rimuoverli e ritrasmettere il documento contabile. Se gli errori e le anomalie sono presenti nel documento approvato, è necessario variare tale documento, prima di ritrasmetterlo. Se le anomalie sono contenute nei dati contabili analitici, potrà risultare sufficiente effettuare la correzione direttamente. Se invece interessano lo schema di bilancio, appare inevitabile la necessità di apportare una vera e propria variazione al bilancio, di competenza del consiglio. La Commissione ha previsto la possibilità, per evitare che i controlli bloccanti, impedendo l’ acquisizione dei bilanci alla Bdap, comportino l’ applicazione della sanzione del blocco delle assunzioni (articolo 9, comma 1-quinquies e successivi, del Dl 113/16), di inviare i bilanci e i rendiconti allo stato «approvato dalla Giunta». Questa facoltà consente agli enti di verificare l’ esistenza di errori prima dell’ approvazione da parte del Consiglio, e di operare le eventuali correzioni necessarie a superare le segnalazioni di errore della Bdap in tempo utile per poter effettuare l’ invio del bilancio definitivamente approvato. La previsione di un regime sanzionatorio in caso di inadempienza ha sicuramente contribuito al buon esito dell’ invio dei dati. I controlli già esistenti che diventeranno bloccanti sono sia formali di validità, che attengono alla verifica degli importi (positivi, negativi o uguali a zero) e alla validità dei codici (ad esempio nel caso dei dati contabili analitici), sia di quadratura. I controlli di coerenza che saranno attivati riguarderanno, invece, la corrispondenza della stessa voce e degli importi nei vari prospetti che compongono lo schema contabile, la coerenza fra i dati contabili analitici ed il documento di sintesi nonché fra i dati riportati in annualità diverse o in documenti diversi (ad esempio nel bilancio di previsione e nel rendiconto dell’ esercizio precedente). Nel corso della riunione è stata ricordato, infine, che l’ utilizzo dei certificati di conto consuntivo risulta ancora necessario per i controlli di struttura e per le serie storiche. Su questo punto tuttavia viene fissata una riunione con il Viminale per verificare la possibilità di abrogare l’ obbligo di invio dei certificati di bilancio e di conto consuntivo previsto dall’ articolo 161 del Tuel. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Anna GuiducciPatrizia Ruffini
La soluzione può arrivare ripescando una norma della manovra 2014
In periodo di dismissioni diventa rilevante il tema della continuità o meno degli affidamenti delle società che vengono cedute, perché il loro valore è ovviamente dipendente da questa variabile. Il decreto legislativo 175/2016, all’ articolo 16, comma 1, si preoccupa in realtà dei nuovi affidamenti, che in via diretta possono riguardare solo le società in house, e non del mantenimento di quelli in corso. Dunque? In realtà il Testo unico formula una scelta, anche se la realizza limitandosi a ricordare norme già esistenti: in sintesi, il mantenimento, o il nuovo affidamento, è possibile solo in caso di cessione delle quote con procedura competitiva. Il Testo unico interviene anzitutto all’ articolo 27, comma 2-bis, dove si precisa che «resta fermo» il comma (articolo 3-bis, comma 2-bis del Dl 138/2011) che consente all’ acquirente succeduto «al concessionario iniziale, in via universale o parziale, a seguito di operazioni societarie effettuate con procedure trasparenti, comprese fusioni o acquisizioni, fermo restando il rispetto dei criteri qualitativi stabiliti inizialmente, prosegue nella gestione dei servizi fino alle scadenze previste». Di più, «In tale ipotesi, anche su istanza motivata del gestore, il soggetto competente accerta la persistenza dei criteri qualitativi e la permanenza delle condizioni di equilibrio economico-finanziario al fine di procedere, ove necessario, alla loro rideterminazione, anche tramite l’ aggiornamento del termine di scadenza di tutte o di alcune delle concessioni in essere, previa verifica ai sensi dell’ articolo 143, comma 8, del codice di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, e successive modificazioni, effettuata dall’ Autorità di regolazione competente, ove istituita, da effettuare anche con riferimento al programma degli interventi definito a livello di ambito territoriale ottimale sulla base della normativa e della regolazione di settore». Una norma quindi estremamente propensa a favorire questo genere di operazioni. Il titolo del comma, però, relativo agli Ato pare riservare questo trattamento benevolo ai soli servizi a rete, che sono organizzati in ambiti territoriali o, in una lettura estensiva, alle società di servizi pubblici locali. Questa norma, comunque la si voglia interpretare, niente stabilisce per i servizi strumentali, per i quali però l’ affidamento è indispensabile, essendo aziende a cui, prima del Dlgs 175/2016, erano imposti vincoli di esclusività molto stringenti. Questo giustifica la scelta del Testo Unico, all’ articolo 20, comma 6, di rendere permanente, collocandolo nell’ ambito della revisione periodica, la norma (comma 568-bis della legge 147/2013) in cui si prevede che in caso di «alienazione, a condizione che questa avvenga con procedura a evidenza pubblica deliberata non oltre dodici mesi ovvero sia in corso alla data di entrata in vigore della presente disposizione, delle partecipazioni detenute alla data di entrata in vigore della presente disposizione e alla contestuale assegnazione del servizio per cinque anni a decorrere dal 1° gennaio 2014». La norma richiede però per la sua applicazione uno sforzo interpretativo, che la affranchi dai termini proposti, ormai inapplicabili. È chiaro, infatti, che questi termini oggi non hanno più senso e che la disposizione debba intendersi nel senso che, se la cessione è prevista nel piano di razionalizzazione, all’ acquirente potrà essere affidato, contestualmente alla cessione, un affidamento del servizio, a condizioni date, per cinque anni. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Stefano Pozzoli
22/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio
Classifiche, l’aumento degli ordini non protegge dalla crisi: il portafoglio dei 50 big
La tabella con i dati sulle commesse in mano alle imprese della Top 50 costruttori in base ai bilanci 2017
Al contrario dei comuni mortali, per le imprese di costruzione avere il portafoglio “gonfio” non significa essere al riparo dai venti di crisi. Questa condizione, alquanto paradossale, emerge bene dai dati sull’andamento delle commesse delle prime 50 imprese di costruzione.
Anche se presentano ancora qualche “buco” di comunicazione, soprattutto da parte delle imprese di minore dimensione, i dati sulla consistenza del portafoglio a fine 2017 permettono comunque di farsi un’idea sulla capacità dei big di continuare a macinare contratti. Un’abilità che serve a garantire il futuro produttivo dell’impresa, ma come dimostrano anche le ultime notizie arrivate dal mercato, non basta a proteggere l’azienda da eventuali difficoltà finanziarie.
Colpisce, per esempio, che tra le imprese che l’anno scorso hanno conquistato più commesse figuri Astaldi, appena ammessa al concordato di continuità aziendale da parte del Tribunale di Roma. Alla fine dell’anno scorso il portafoglio ordini dell’impresa romana è salito fino a 24 miliardi, un dato capace di garantire 8 anni di produzione al ritmo dei ricavi 2017, balzando del 23,1% rispetto ai 19,5 miliardi di fine 2016. Per contro Salini Impregilo,in predicato di intervenire nel salvataggio di Astaldi, pur confermandosi al vertice per valore del fatturato (6,1 miliardi) ha visto ridursi il valore dei contratti messi in cascina, scesi da 36,9 a 34,4 miliardi (-6,8%).
D’altra parte, finchè non si entra in produzione, l’attività di conquista delle commesse si traduce sostanzialmente in un costo per le imprese. E, se a questo si aggiungono ritardi, ormai diventati prassi, nel pagamento delle opere nel frattempo arrivate alla fase di cantiere non è impossibile che avere un portafoglio gonfio si traduca solo in parte in un indice di solidità dell’impresa.
Proprio per i ritardi nell’incasso di pagamenti per oltre 100 milioni, la Cmc si trova in questi giorni, a fronteggiare pesanti tensioni sull’andamento dei bond con scadenze tra il 2022 e 2023 (vedi l’articolo in questa stessa edizione del giornale). Eppure la coop di Ravenna è tra le imprese che hanno aumentato il valore del portafoglio l’anno scorso (+8,9%), ribadendo la tendenza alla crescita anche nei primi mesi di quest’anno, con un portafoglio arrivato a quota 4,5 miliardi.
Tra le altre grandi imprese si segnala il balzo del portafoglio esibito da Gcf e Inc (in entrambi i casi con balzi superiori al 71%) e sul fronte opposto le contrazioni di Icop (-31,9%) e Intercantieri Vittadello (-20,3%). Nella Top 10, anno non brillantissimo per il monte contratti di Ghella, sceso del 16,1% da 4,5 a 3,8 miliardi. Un dato comunque capace di garantire lavori per oltre sei anni, al ritmo di fatturato del 2017.© RIPRODUZIONE RISERVATA
L’Anac prova a sterilizzare i conflitti di interesse nelle gare d’appalto: in consultazione le linee guida per la Pa
Mauro Salerno
Il documento di 17 pagine spiega a quali soggetti si applicano le nome del codice e suggerisce alle Pa le strade per prevenire i rischi
Prevenire il rischio di conflitto di interesse, dando le indicazioni sui soggetti che devono astenersi dal partecipare alle procedure di gara. È lo scopo delle nuove linee guida appena messe in consultazione dall’Autorità Anticorruzione. Il documento, che una volta approvato avrà comunque natura non vincolante, definisce il campo di applicazione delle regole sul conflitto di interessi contenute nel codice appalti (articolo 42) offrendo anche una tabella con cui le Pa potranno orientarsi nella caccia alle situazioni di rischio e dunque prevenirle.
Nella bozza da 17 pagine l’Anac abbraccia un orientamento “largo” nell’individuazione dei soggetti a rischio e che dunque sono tenuti ad astenersi dalle procedure di gara in caso si concretizzi il pericolo di conflitto di interessi e di anche indicazioni sulle dichiarazioni da rilasciare per certificare l’assenza o dichiarare la presenza di conflitti potenziali o concreti.
Nel documento anche l’indicazione alle stazioni appaltanti di inserire nei bandi di gara l’obbligo di dichiarare la possibilità di conflitti di interesse, da parte dei concorrenti e degli affidatari del contratto, sia durante la gara che durante l’esecuzione del contratto, prevenendo sanzioni per chi no si adegua.
Il documento rimarrà in consultazione fino al 19 novembre, data fino alla quale i soggetti interessati potranno inviare le proprie osservazioni compilando il modulo pubblicato sul sito dell’Autorità. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Soccorso istruttorio, non si sana la carenza dei «documenti essenziali» dell’Ati
Lo ha deciso il Tar Lazio. Il Tar Lecce ha invece detto sì all’integrazione dei documenti fiscali per rettificare alle informazioni (sbagliate) dell’Avcpass
La disciplina del soccorso istruttorio delineata dal D.lgs. 50/2016 continua ad essere oggetto di numerosi interventi giurisprudenziali. L’intento perseguito dal legislatore nel modificare il precedente regime normativo è stato quello di ampliare il ricorso all’istituto in una logica tesa a privilegiare in relazione alle dichiarazioni da presentare in sede di gara gli aspetti sostanziali rispetto a quelli meramente formali. Tuttavia la disciplina introdotta presenta spazi interpretativi che sono stati variamente riempiti dalle sentenze che si sono succedute e che sono andate spesso nella direzione di restringere l’ambito applicativo dell’istituto. In questo contesto vanno inquadrate due recenti sentenze di giudici di primo grado: la prima che ha negato la possibilità di ricorrere al soccorso istruttorio per sanare irregolarità relative alla partecipazione alla gara di un raggruppamento temporaneo di imprese; la seconda che ha invece ammesso l’utilizzo dell’istituto per sanare la documentazione inerente la regolarità fiscale.
Raggruppamento temporaneo e soccorso istruttorio, il no dei giudici
La prima vicenda è stata esaminata dal Tar Lazio, Sez. III ter, 5 ottobre 2018, n. 9789. Nell’ambito di una procedura di gara per l’affidamento del servizio di sviluppo, manutenzione ed assistenza informatica l’ente appaltante aveva proceduto all’esclusione di un concorrente che in caso di aggiudicazione intendeva costituirsi in raggruppamento temporaneo. L’esclusione derivava dalla mancanza nella documentazione amministrativa di alcuni elementi ritenuti essenziali. In particolare risultavano assenti da un lato la specificazione delle parti di servizio di cui ogni singolo componente del raggruppamento avrebbe assunto l’esecuzione; dall’altro l’impegno che, in caso di aggiudicazione, si sarebbe proceduto alla formale costituzione del raggruppamento, attraverso il conferimento del mandato a favore di una delle imprese, che avrebbe assunto il ruolo di mandataria, stipulando il contratto anche in nome e per conto delle mandanti.
Con riferimento alla prima carenza l’ente appaltante ha evidenziato come la dichiarazione in merito alle parti del servizio da eseguirsi da ciascuna impresa raggruppata costituisce un elemento che attiene all’offerta, rispondendo alla finalità di consentire all’ente appaltante di conoscere già in sede di formulazione dell’offerta la ripartizione delle prestazioni nell’ambito del raggruppamento. Solo in questo modo vi sarebbe l’assunzione già in questa sede di un’obbligazione giuridicamente vincolante, attraverso la formalizzazione dei rapporti sia all’interno del raggruppamento che nei confronti della stazione appaltante. Partendo da questa ricostruzione l’ente appaltante ha ritenuto precluso il ricorso al soccorso istruttorio. Il suo utilizzo infatti comporterebbe un mutamento – più correttamente un’integrazione – postumo delle condizioni economiche e di futura esecuzione del contratto. Inoltre verrebbe ad essere colmata – in maniera illegittima – una lacuna di tipo negoziale, relativa cioè ai futuri rapporti tra raggruppamento e ente appaltante. Quanto alla seconda carenza relativa all’impegno a costituirsi in raggruppamento in caso di aggiudicazione, essa mina alle fondamenta la validità dell’offerta, poiché manca la documentazione di base per consentire la partecipazione alla gara delle imprese raggruppande.
Il provvedimento di esclusione veniva impugnato dal concorrente davanti al giudice amministrativo. Il ricorrente faceva presente che i documenti ritenuti mancanti erano in realtà contenuti nella busta dell’offerta economica e che tale circostanza era stata rappresentata all’ente appaltante. Inoltre, evidenziava l’esistenza di una serie di elementi che potevano legittimare questa scelta operata dai concorrenti del costituendo raggruppamento, relativi alla formulazione letterale del disciplinare di gara e alla stessa formulazione ambigua dell’articolo 48, ai commi 4 e 8. In particolare il comma 4, nel sancire l’obbligo di specificare le parti di servizio da eseguirsi ad opera delle singole imprese raggruppate, prevede che lo stesso debba essere adempiuto nell’ambito dell’offerta. Il comma 8, a sua volta, stabilisce che l’impegno a costituire il raggruppamento in sede di aggiudicazione deve essere contenuto nell’offerta. In entrambi i casi si fa quindi un riferimento generico all’offerta, circostanza che secondo il ricorrente renderebbe legittimo l’inserimento della relativa documentazione nella busta contenente l’offerta economica o quanto meno avrebbe dovuto rendere doverosa da parte dell’ente appaltante l’attivazione del soccorso istruttorio.
Il giudice ammnistrativo ha respinto il ricorso, ritenendo quindi legittimo il provvedimento di esclusione adottato dall’ente appaltante. Nel motivare la sua decisione il Tar ha in primo luogo rilevato che i documenti mancanti andavano necessariamente inseriti nella busta contenente la documentazione amministrativa. Infatti già in sede di esame di tale documentazione deve risultare con chiarezza quale sia la forma giuridica in cui il concorrente intende partecipare, mentre la mancanza della dichiarazione contenente l’impegno a costituirsi in raggruppamento non consente di avere tale visione. In sostanza è necessario che la fase di apertura delle offerte tecniche ed economiche si svolga una volta che si sia completamente esaurita la fase di analisi della documentazione amministrativa, che si conclude con il giudizio di ammissione o di esclusione delle offerte. La tesi contraria secondo cui i documenti indicati potrebbero essere legittimamente inseriti anche nella busta contenente l’offerta metterebbe l’ente appaltante nella situazione di dover comunque procedere all’apertura di detta busta anche nel caso in cui l’offerente risulta non in regola in base alla documentazione amministrativa presentata, alterando in questo modo la par condicio.
Posto dunque l’obbligo di inserire i documenti nella busta “amministrativa”, il Tar non ha ritenuto che a fronte del mancato adempimento di tale obbligo l’ente appaltante avrebbe dovuto attivare il soccorso istruttorio. Secondo il giudice si tratterebbe infatti non di assenza di elementi formali ma dell’omissione di adempimenti essenziali. Inoltre, l’indicazione delle parti di servizio la cui esecuzione è demandata ai singoli componenti del costituendo raggruppamento è un elemento che attiene all’offerta – e non al possesso dei requisiti di partecipazione alla gara – come tale non sanabile con il soccorso istruttorio. La posizione negativa assunta dal giudice amministrativo in merito alla possibilità di ricorrere al soccorso istruttorio si fonda essenzialmente sulla circostanza che, per espressa previsione della norma, l’istituto è utilizzabile solo a fronte di carenze di elementi formali. L’interpretazione che viene data sconta tuttavia una visione restrittiva di cosa debba intendersi per elementi formali, limitando di conseguenza l’ambito di applicazione del soccorso istruttorio.
Regolarità fiscale e soccorso istruttorio, il sì dei giudici
Il soccorso istruttorio è stato invece ritenuto legittimo in un’altra circostanza che ha visto l’intervento del Tar Puglia, Sez. II, 27 settembre 2018, n. 1363. Il caso esaminato ha riguardato una procedura di gara per l’affidamento dei servizi di spazzamento, raccolta e trasporto dei rifiuti solidi urbani. A fronte dell’intervenuta aggiudicazione venivano presentati due distinti ricorsi da parte del secondo e del terzo classificato. Tra le varie censure veniva sollevata una questione relativa alla regolarità fiscale dell’impresa aggiudicataria. Infatti, a fronte di una situazione di irregolarità riscontrata in sede di gara a seguito di una verifica svolta mediante il sistema AVCPass, il responsabile del procedimento chiedeva chiarimenti, attivando nei fatti un procedimento di soccorso istruttorio.
L’impresa forniva i chiarimenti richiesti, evidenziando come in realtà non sussistesse alcuna irregolarità fiscale e che le risultanze del sistema AVCPass erano quindi frutto di un errore. A conferma di tali affermazioni allegava la certificazione rilasciata dall’Agenzia delle Entrate da cui risultava la situazione di regolarità fiscale. Questo procedimento veniva contestato dai ricorrenti, secondo cui in maniera illegittima l’ente appaltante aveva richiesto chiarimenti attivando il soccorso istruttorio. Il giudice amministrativo ha invece ritenuto legittimo il comportamento dell’ente appaltante. Ha infatti rilevato che il sistema AVCPass è destinato ad operare solo nella fase delle dichiarazioni presentate dai concorrenti in sede di gara mentre non svolge alcuna funzione nella successiva fase di verifica dei requisiti dell’impresa aggiudicataria. Ne consegue che in maniera del tutto legittima l’ente appaltante ha operato un approfondimento istruttorio per assolvere compiutamente al suo obbligo di verifica dei requisiti, in una logica tesa a privilegiare un’indagine di tipo sostanziale rispetto a un approccio meramente formale. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Grandi Lavori Fincosit cede a Salini la controllata Usa e Seli Overseas: primo passo per la continuità dei cantieri
Nei giorni scorsi la cessione in usufrutto, a breve l’acquisto definitivo. Glf da luglio in concordato; a dicembre il piano
Grandi Lavori Fincosit (Glf, sede a Roma, famiglia Mazzi), terzo grande gruppo di costruzioni andato quest’anno in crisi di liquidità con concordato in bianco aperto dal Tribunale di Roma il 12 luglio scorso (dopo il caso di Condotte e poco prima di Astaldi), ha messo nei giorni scorsi un punto fermo per il salvataggio della continuità aziendale, dei cantieri in corso e dell’assetto proprietario, seppure con un perimetro sostanzialmente dimezzato: la cessione a Salini Impregilo delle controllate Seli Overseas (infrastrutture in galleria) e Glf Construction Co (Miami, Usa). Il numero uno delle costruzioni in Italia, Salini Impregilo, aveva fatto pervenire il 20 giugno scorso l’offerta vincolante di acquisto (con scadenza 31 ottobre), condizionata però dal preventivo trasferimento da Glf alla controllata Seli del ramo d’azienda gallerie (inclusi i due lotti del Terzo Valico, Serravalle e Val Lemme). Preparate le carte, la cessione del ramo è stata autorizzata dal Tribunale il 4 ottobre scorso, e perfezionata contrattualmente il 9. Pochi giorni dopo Glf ha firmato dal notaio il contratto che cede in usufrutto le due società a Salini Impregilo. Da una settimana, dunque, il Gruppo Salini è subentrato a tutti gli effetti nell’esercizio dei diritti azionari e nella gestione delle due società Seli Overseas e Glf Usa.
Il perfezionamento dell’acquisto avverrà solo dopo l’autorizzazione del Tribunale (prevista entro poche settimane). In alternativa i giudici della sezione fallimentare potrebbero aprire la procedura ad offerte competitive di rilancio, ma certo non sarà facile sfidare il numero uno italiano delle costruzioni. Nel frattempo l’usufrutto a Salini garantisce da subito continuità ai cantieri (600 milioni di euro di portafoglio per Seli, 200 per la società Usa), mentre l’offerta complessiva è di 10 milioni per Seli e 10,779 per l’americana.
La cessione di Seli Overseas e Glf Usa a Salini Impregilo è uno dei tasselli chiave della strategia di ristrutturazione del gruppo, già delineata nella domanda del 5 luglio scorso al Tribunale di Roma. Oggi il gruppo Grandi Lavori Fincosit vale circa 350 milioni di euro di fatturato (contro i 447 medi 2014-2016), con un portafoglio di circa 1,3 miliardi (due miliardi nel 2016). Questa la strategia: 1) costituzione della controllata Newco Fincosit, già nel marzo scorso, con cessione già attiva da luglio del ramo lavori marittimi (tra gli altri piattaforma di Vado Ligure, piastra di Taranto, Tempa Rossa Eni); 2) cessione di Seli e Glf Usa a Salini Impregilo; 3) cessione altri asset minori; 4) proseguimento dell’attività diretta in alcuni contratti con cash flow favorevole; 5) ristrutturazione del debito.
Su circa 1,3 miliardi di euro di portafoglio lavori residuo (quote lavori da realizzare), circa 800 milioni sono andati a Salini Impregilo (200 nella società Usa e 600 milioni per Seli Overseas), mentre la parte che resta nel gruppo della famiglia Mazzi vale circa 500 milioni (300 nella newco Fincosit e 200 “in house” in Glf, lavori come la strada Rho-Monza e l’ospedale di Udine).
La nuova scadenza per la presentazione del piano concordatario in continuità dovrebbe essere il 12 dicembre. La liquidità incassata da Salini, circa 20 milioni, insieme a quella derivante dalle altre cessioni e dagli incassi dei crediti dalle amministrazioni, dovrebbe consentire a quel che resta del gruppo Glf di proseguire i cantieri e di provare ad acquistarne di nuovi, mentre a questo punto il tassello da definire è la ristrutturazione del debito, la percentuale cioè di “sacrificio” da chiedere ai creditori (banche e fornitori) in cambio della continuità aziendale e la certezza del pagamento della quota (ridotta) concordata. Per ora tutte le commesse rimaste in Glf stanno sostanzialmente continuando i lavori, senza ritardi nel pagamento degli stipendi e con cassa integrazione ridotta per i dipendenti (intorno al 20-25%), e anche in ambienti sindacali c’è fiducia che la soluzione in corso possa garantire il salvataggio di tutti i lavoratori attualmente impiegati (circa 900 in tutto tra parti cedute e parti che restano). Dopo l’ok del Tribunale al piano concordatario, naturalmente, l’ultima parola sulla ristrutturazione del debito spetterà per legge all’assemblea dei creditori.
Tornando indietro un paio d’anni nel film della crisi di Glf, sono stati proprio i contratti per il Terzo Valico (nuova ferrovia Av da Genova verso Novara e Milano, in costruzione) una delle cause scatenanti della crisi di Grandi Lavori Fincosit. Stiamo parlando della quota di lavori civili (il 60% del totale) che il general contractor Cociv (controllato da Salini Impregilo e dal 2017 commissariato dopo le inchieste per corruzione) deve affidare con gara europea. Nel 2016 Glf vince (con altre imprese) le gare per il lotto Serravalle (32 milioni la quota Glf) e Val Lemme (222 mln). Ma il commissario blocca tutto a fine 2016: sul Serravalle i lavori erano già partiti il 27/7/2016 ma l’11/12/2016 il commissario decreta la caducazione del contratto, per il Val Lemme il contratto non viene firmato e il 12/12/2016 la gara viene congelata. I due stop si sommano a situazioni di criticità comuni a molte altre imprese di costruzione: tempi lunghi di pagamento da parte della Pa, condizioni più stringenti dalle banche, trattive più difficili nei contenziosi in corso d’opera.
I vertici di Glf tentano da subito, da fine 2016, un piano con le banche per arrivare a: aumento di capitale a carico dei soci, dilazionamento del debito, nuova liquidità per 20 milioni per non rallentare i cantieri in corso. La società era allora la numero nove in Italia, con fatturato medio degli ultimi tre anni di 447 milioni di euro e portafoglio ordini di circa due miliardi e debito con le banche di circa 160 milioni, e altrettanto circa con i fornitori. Ma le trattative con le banche si protraggono per oltre un anno senza risultato, e la crisi di liquidità fa crollare il fatturato da 456 a circa 350 milioni di euro (bilancio consolidato non depositato). A fine 2017 il commissario di Cociv sblocca le due commesse del Terzo Valico, con firma del contratto Val Lemme e consegna cantiere a novembre 2017 e riconsegna cantieri per il Serravalle il 28 marzo 2018, ma a quel punta la società non ha più risorse per alimentare i lavori, il debito è salito (tra banche e fornitori) a 400 milioni, a maggio Anas rescinde tre contratti (in Sardegna e per il Colle di Tenda) che erano in affanno e le banche (anche scottate dalla contemporanea vicenda Condotte) bloccano le trattative. Il 5 luglio Glf chiede il concordato preventivo in bianco , concesso dal Tribunale di Roma il 12 luglio, fissando il termine del 12 ottobre per la presentazione della domanda definitiva di concordato e contestuale piano di ristrutturazione e continuità aziendale.
Già il 3 marzo era stata creata la newco Fincosit, con sede a Genova, alla quale il 18 giugno è stato ceduto in affitto il ramo dei lavori marittimi e le relative commesse (tra le altre i lavori in corso per la piattaforma portuale di Vado Ligure, Savona, le opere a mare per la piastra logistica del porto di Taranto, lavori per il progetto Eni Tempa Rossa).
Nei giorni scorsi, prima della scadenza del 12 ottobre, la società ha chiesto (come spesso avviene) la proroga di due mesi della scadenza, che il Tribunale dovrebbe concedere. Nel frattempo è maturata la cessione di circa metà del Gruppo a Salini Impregilo, avviata con l’offerta vincolante irrevocabile del 20 giugno. E qui torniamo alle vicende degli ultimi giorni, raccontate all’inizio. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Classifiche/2. Cmc fra boom di commesse e incassi che slittano: «Ma i soldi stanno arrivando e le banche sono con noi»
Il direttore Porcelli: «Stiamo rinnovando la linea di credito. Presentata manifestazione d’interesse per il Ponte di Genova»
La coop numero uno delle costruzioni, Cmc Ravenna, numero 4 della Top 50 italiana, ha visto crescere il suo fatturato proprio negli anni della crisi (balzo da 780 a 1.017 milioni nel 2012), mantenendolo poi stabile sopra il miliardo negli ultimi anni, ed è atteso in crescita da 1,1 a 1,2 quest’anno. Il portafoglio ha registrato una forte crescita nel 2017 e 2018, con nuove commesse 2017 per 1,6 miliardi e per 1,34 miliardi nel solo primo semestre di quest’anno (soprattutto all’estero ma anche un lotto Cociv per il Terzo Valico in Italia, pag. 9), per arrivare a un portafoglio salito dai 3,425 miliardi del 2016, ai 3,728 del 2017 ai 4,66 del 30 giugno 2018. Bilanci sempre in utile, Ebitda margin al 14-15%, nel 2017 pari al 15,3%, il quarto migliore nella Top 50 dei costruttori italiani.
Eppure la società è alle prese con problemi di liquidità. Nel primo semestre sono slittati pagamenti attesi (per lavori finiti, in corso o da avviare, in Italia e all’estero) per 108 milioni di euro, che hanno appesantito la posizione finanziaria netta rettificata della società (debiti meno disponibilità liquide), fino a 825 milioni di euro dai 670 milioni di fine 2017 e a un peggioramento dell’Ebitda margin a 12,6% (dai 14,8% del 1° semestre 2017), con rapporto Posizione finanziaria netta rettificata/Ebitda salito da 3,9 a 5,33.
Ma il nuovo direttore generale della società, Paolo Porcelli, ci tiene a tranquillizzare creditori, fornitori, lavoratori e committenti: «La nostra situazione – spiega ai nostri microfoni – non è assolutamente paragonabile a quella di altre grandi imprese in crisi andate in concordato nel corso di quest’anno (Condotte, Glf, Astaldi, ndr), la posizione finanziaria netta indebolita non ci preoccupa perché non sono pagamenti saltati, sono solo slittamenti, e nelle ultime settimane le cause del ritardo sono tutte state rimosse, i pagamenti arriveranno entro l’anno». «Il momento è difficile, sì – prosegue – e le banche sonopiù attente di prima. Ma voglio dare un messaggio che tranquilizzi tutti: noi continueremo a fare il nostro businesse di costruttori, diversificando sempre di più i nostri mercati, continuando a stare lontani dalle concessioni (che alla lunga si rilevano un boomerang) e facendo una sempre più attenta “manutenzione” del portafoglio, sia in fase di selezione che di gestione dei contratti. Il fatturato si chiuderà a 1,2 miliardi nel 2018, in crescita, il prtafoglio è arrivato al record di 4,6 miliardi, con un peso dell’estero al 70% – (anch’esso valore record per Cmc) – e l’Ebitda margin viaggia sul 12-13%». «La linea di credito con le banche – aggiunge Porcelli – non solo è stabile, ma anche se scade tra un anno stiamo per rinnovarla in largo anticipo. Le cedole in prossima scadenza sui bond emessi dalla società saranno infine regolarmente pagate».
«Aggiungo – dice Porcelli – che abbiamo appena presentato al commissario Bucci una manifestazione di interesse per la ricostruzione del ponte Morandi a Genova. Abbiamo fatto molti ponti in giro per il mondo, in partnership con specialisti della carpenteria metallica come Cimlai e Eifage».
I MANCATI INCASSI E LA LINEA DI CREDITO CHE SI RINNOVA
I mancati incassi per 108 milioni di euro della cooperativa Cmc Ravenna (numero 4 in Italia tra le imprese di costruzione con 1,119 miliardi di euro di fatturato nel 2017), comunicati al mercato il 15 ottobre e causa nei giorni scorsi del calo delle quotazioni dei bond societari sul mercato secondario, sono relativi a mancati pagamenti Anas per due opere in Sicilia (per la superstrada Agrigento-Caltanissetta), due lavori in Kenya per opere idriche (circa 60 milioni di euro di mancati incassi), un’altra opera idrica in Nepal (circa 10 milioni). Lo spiega a «Edilizia e Territorio» il direttore generale di Cmc Paolo Porcelli. Che aggiunge: «Avevamo preso l’impegno di comunicare al mercato entro il 15 ottobre la situazione di questi incassi ritardati, ma in realtà nelle ultime settimane sono stati risolti o sono in via di soluzione tutti i problemi che avevano causato i mancati pagamenti. Dunque contiamo di portare a buon fine tutti gli incassi entro l’anno».
Porcelli vuole tranquillizzare il mercato anche sul fronte banche: «La linea di credito da 165 milioni che scade a dicembre 2019 non solo non è a rischio, ma stiamo già lavorando insieme alle banche, proprio in questi giorni, per arrivare in tempi utili a un rinnovo anticipato, che estenda la scadenza della linea». A quanto si apprende, la trattativa per il rinnovo sarebbe in fase avanzata, e l’obiettivo è di spostare la scadenza di due-tre anni, ma la società non vuole per ora fare annunci, prima che la firma con le banche sia stata effettivamente posta.
Tornando al nodo degli incassi, i 108 milioni erano attesi da Cmc nel primo semestre dell’anno, e il loro ritardo aveva già portato nella semestrale a un peggioramento della posizione finanziaria netta rettificata della società (debiti meno disponibilità liquide), fino a 825 milioni di euro dai 670 milioni di fine 2017. Posizione che – spiega Cmc – è ad oggi sostanzialmente invariata rispetto a giugno. Porcelli (direttore generale di Cmc), spiega: «Stiamo lavorando insieme ad Anas per i lavori della Agrigento-Caltanissetta. Su Empedocle 1 si tratta di lavori conclusi e il raggiungimento dell’accordo sull’ultimo certificato, nonostante la piena collaborazione, ha richiesto un po’ di tempo. Nei giorni scorsi l’abbiamo firmato e quanto dovuto arriverà entro l’anno. Situazione simile su Empedocle 2, ma anche in questo caso il certificato è stato firmato, i soldi arriveranno a breve».
In Kenya Cmc ha due commesse idriche, entrambe al 100%, una in corso d’opera da 241 milioni, l’altra nuova 2018 da 123 milioni: «Il ruolo di stazione appaltante delle due opere – spiega Porcelli – è passata all’inizio di quest’anno da un ministero all’altro, dal Planning all’East African Community, e quest’ultimo ha voluto rivedere in dettaglio tutti i contratti, bloccandoci per diversi mesi, sia un pagamento di un certificato Sal del lavoro già in corso, sia l’anticipo per la nuova commessa, che non è partita. La verifica è stata però completata, siamo vicini al pagamento in entrambi i casi, in tutto circa 55-60 milioni di euro. E comunque ricordiamo che sono due commesse su cui abbiamo la polizza Sace per la garanzia dei pagamenti». «In Nepal infine – conclude – c’è stato un ritardo nella firma del contratto, che però è arrivata a settembre, dunque dovremmo avere l’anticipo previsto di 10 milioni di euro entro novembre».
«Sui bond – sostiene Porcelli – è evidente che i nostri titoli sono oggetto di pressioni speculative, ma non ho alcun dubbio che la nostra linea di credito bancaria da 165 milioni verrà confermata. E anzi rinnovata in anticipo». «Proprio in questi giorni – aggiunge – ci stiamo incontrando con tutte le banche dell’attuale linea di credito (che scade a dicembre 2019), stiamo lavorando per rinnovarla in anticipo». «Daremo presto un segnale forte al mercato sulla nostra solidità finanziaria. Ribadiamo che la società ha una posizione di liquidità tale da permetterle di fare fronte a tutti i propri impegni finanziari a cominciare dal pagamento delle prossime cedole sulle proprie emissioni». conclude il direttore generale.
L’ITALIA E I CONTENZIOSI
Oggi Cmc ha 25 sedi operative in giro per il mondo: Algeria, Angola, Argentina, Bulgaria, Cina, Egitto, Francia, India, Kenya. Laos, Libano, Lesotho, Libia, Malawi, Mozambico, Namibia, Nepal, Pakistan, Filippine, Singapore, Sud Africa, Svezia, Tailandia, Zambia, Usa.
Il portafoglio è diviso tra Africa (circa un quarto), Italia (circa 30%), Asia e Nord America (circa 400 milioni l’uno), si veda a pagina 16 della semestrale.
«Noi vogliamo continuare a lavorare in Italia – spiega Porcelli – vogliamo dare il nostro contributo di competenze e sono certamente d’accordo che servono più investimenti, sulla grandi opere come sulla manutenzione straordinaria di quelle esistenti e sulla prevenzione dei rischi. Ma le istituzioni, il governo, tutti insieme, dobbiamo cercare di risolvere il problema dei contenziosi in corso d’opera. Sia quelli pregressi, spesso legati a opere concluse di legge obiettivo, per i quali forse serve qualche misura straordinaria. Sia nell’ordinario, per gestire senza tensioni gli inevitabili imprevisti che nei lavori pubblici emergono in corso d’opera, anche se appaltiamo su progetto esecutivo». © RIPRODUZIONE RISERVATA
Rassegna Stampa 24/25 Luglio 2018
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