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Timestamp: 2018-03-18 19:05:18+00:00

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“L’abuso del processo: alla ricerca di un punto di equilibrio tra diritto all’azione e diritto al giusto procedimento”
Orbene, nel nostro ordinamento, manca una precisa definizione di abuso del processo assistendosi in dottrina e giurisprudenza alla tendenza di considerarlo quale proiezione dell’abuso del diritto di cui la Cassazione (decisione 2106/2009) fornisce una efficace definizione affermando che “l’abuso del diritto lungi dall’integrare una violazione in senso formale, delinea l’utilizzazione alterata dello schema formale del diritto, finalizzato al conseguimento di obiettivi ulteriori e diversi rispetto a quelli indicati dal legislatore”; in sostanza è ravvisabile “quando nel collegamento tra il potere conferito al soggetto ed il suo atto di esercizio, risulti alterata la funzione obiettiva dell’atto rispetto al potere che lo prevede”. Un principio che trova conferma nell’ordinamento della Comunità Europea alla luce della nota decisione della Corte di Giustizia (5/7/07 C. 321/05) laddove è stato espressamente consacrato il divieto dell’abuso del diritto nell’ambito dei principi generali dell’Ordinamento Comunitario ponendolo, ai sensi dell’art. 6 TUE, ai vertici delle fonti del diritto dell’Unione.
La c.d. Corte di Nizza ha poi stabilito una norma di chiusura sancendo che “nessuna disposizione della presente Corte deve essere interpretata nel senso di comportare il diritto di esercitare una attività o compiere un atto che miri alla distruzione di diritti e delle libertà riconosciuti nella presente carta o di imporre a tali diritti e libertà limitazioni più ampie di quelle previste dalla presente carta”.
Ecco allor che si tratta di trovare il punto di equilibrio tra le opposte esigenze, in un contesto in cui è riconosciuto senz’altro il diritto di azione (art. 24 Cost.) ma attraverso un processo giusto (art. 111 Cost.) predicabile invero anche alla luce di principi di solidarietà sociale (art. 2) che impongono alle parti processuali di comportarsi secondo le regole della correttezza e buona fede.
1) parcellizzazione della domanda
In tal senso vedasi, tra le più recenti, Cass. 4702/2015 pur segnalandosi che il contrasto con il principio di correttezza e buona fede e con quello del giusto processo, riscontrato nel caso esaminato dalla appena citata sentenza, non è stato ravvisato nella diversa ipotesi in cui il creditore a tutela di un unico credito dovuto in forza di un rapporto obbligatorio unico, abbia agito con ricorso monitorio per la somma provata documentalmente e con procedimento sommario di cognizione per la parte residua, dovendosi riconoscere il diritto del creditore medesimo ad una tutela accelerata mediante decreto ingiuntivo per i crediti provati con documentazione sottoscritta dal debitore (v. Cass. 10177/2015). L’unicità del rapporto da cui scaturisce la pretesa fatta valere è, quindi, la condizione minima richiesta per sanzionare “comportamenti non corretti”.
Così da ultimo le due recenti sentenze già citate 21318/2015 e 7195/2015, che a loro volta richiamano il precedente e conforme orientamento, rappresentato dalla decisione 28286/2011 alla quale viene data espressamente consecutività.
Prima di passare alla disamina di quella che abbiamo definito seconda macrocategoria, in cui vengono catalogate le ipotesi di abuso del processo diverse dalla c.d. parcellizzazione del credito, va accennato a quello che potrebbe rilevarsi un serio ostacolo all’esercizio del diritto di azione, laddove i suddetto principi venissero in ogni caso applicati all’esito del riscontro della c.d. parcellizzazione.
La questione è legata alla tematica del giudicato e dei principi del c.d. dedotto e deducibile che, in varie decisioni, sono stati addotti per declinare in direzione della improbabilità o inammissibilità della domanda c.d. frazionata.
Al divieto del nebis in idem fa esplicito riferimento, ad esempio, il Tribunale di Roma 2a Sezione Civile 382/2009, che nel dichiarare la improponibilità della domanda relativa al pagamento di alcune prestazioni accessorie (premio supplementare) per la macellazione di alcuni bovini effettate tutte nel 2000 e per cui aveva avuto soddisfazione in altro giudizio ottenendo sentenza favorevole, chiarisce che la pretesa azionata nella causa si poneva in contrasto con i principi suindicati, sostanziandosi in un abuso degli strumenti processuali che l’ordinamento offre alla parte nei limiti di una corretta tutela del suo interesse sostanziale.
Per quanto riguarda la giurisprudenza di legittimità si segnala, al riguardo, Cass. 2819/2008 di cui si riporta la massima: In tema di trattamento di fine rapporto, qualora si sia formato il giudicato sull’inserimento, nella base di calcolo, delle indennità contrattuali erogate in maniera fissa e continuativa, resta preclusa una nuova domanda di riliquidazione della prestazione medesima ancorché fondata su profili differenti quali il riconoscimento dei compensi per lavoro straordinario, trattandosi di ragioni che, pur se non dedotte, erano deducibili nel precedente giudizio, dovendosi ritenere non consentito al creditore di una determinata somma di denaro, dovuta in forza di un unico rapporto obbligatorio, di frazionare il credito in plurime richieste giudiziali di adempimento, contestuali o scaglionate nel tempo, in quanto tale scissione del contenuto dell’obbligazione, traducendosi in un abuso degli strumenti processuali che l’ordinamento offre alla parte per la corretta tutela del suo interesse sostanziale, si pone in contrasto sia con il principio di correttezza e buona fede, sia con il principio costituzionale del giusto processo, nella cui prospettiva occorre considerare lo stesso concetto di “deducibile”.
Trattasi di questione complessa ed articolata per cui non si possono dettare regole generali valevoli indistintamente, dovendosi esaminare, caso per caso, le emergenze che si presentano all’interprete chiamato a trovare soluzioni che dovrebbero declinare nella ricerca di un equilibrio tra le diverse posizioni di diritto, quello all’azione (da una parte) e quello ad un giusto processo (dall’altra).
In buona sostanza, più di una volta il SC è riuscito a raggiungere detto obiettivo, affermando che il principio della infrazionabilità non sempre potrebbe condurre ad una pronuncia di improponibilità della domanda frazionata laddove possa disporsi la riunione delle due o più cause in un unico processo, sulla base della acuta considerazione che la sanzione della inammissibilità consegue non tanto dalla illegittimità dello strumento utilizzato, quanto, piuttosto, dalla illegittimità della modalità della sua utilizzazione (ex multis Cass. 10488/2011; v. Cass. 9488/2014; Cass. 5491/2015).
In tale contesto apparirebbe chiara la distinzione tra abuso del diritto ed abuso del processo, laddove il primo si sostanzia in un comportamento monoffensivo in quanto reca danno alla parte che subisce la pretesa non dovuta, mentre la seconda figura si connoterebbe più per la sua plurioffensività venendo a coinvolgere non solo interessi particolari, ma anche quelli delle collettività sottesi al corretto ed efficiente funzionamento del sistema giustizia. Obiettivo, quest’ultimo, che purtroppo il nostro Paese non riesce a raggiungere nonostante la introduzione di impianti normativi chiaramente finalizzati a scoraggiare l’uso strumentale del processo, quale la previsione del risarcimento danno per lite temeraria (ex art. 96 c.p.c.), la previsione della limitazione delle ipotesi di compensazione delle spese legali (ex art. 91 c.p.c.), la previsione di un raggio di interessi pari a quelli applicabili nei ritardi di pagamento per le transazioni commerciali, quest’ultime due misure introdotte nel recente DL 132/2014, convertito in L. 132/2015, invero connesse al tema dell’abuso del processo ma connotate di una profilatura diversa da quello in discussione, per cui non riteniamo di svolgere ulteriori considerazioni sulle questioni ad esse sottese, anche per non appesantire il presente elaborato.
Pre concludere che nella seconda macrocategoria anzidetta possono ricomprendersi tutta una serie di “abusi processuali” del tutto diversi e che possono ricondursi a quelle ipotesi in cui una parte utilizzi il processo non per ottenere l’effetto naturale dello strumento (il riconoscimento del diritto sostanziale), bensì per raggiungere un effetto deviato comunque raggiungibile con detto strumento. A titolo esemplificativo i casi più frequenti, tratti dalla giurisprudenza, riguardano i seguenti comportamenti.
Ma molti altri esempi potrebbero citarsi, tutti caratterizzati dall’essere strumenti utilizzati per scopi dilatori ed incompatibili con la funzione propria assegnata al processo e, per questo, passibili di essere sanzionati con il risarcimento del danno ex art. 96 c.p.c. (come sopra accennato), che rappresenta la proiezione nel processo della specifica azione prevista dall’art. 2043 CC, e che può essere riconosciuto e liquidato equitativamente sulla base dell’id quod plerunque accidit. Ed infatti, afferma la Cassazione (dec. 24645/2007); 3313/2011), “che ingiustificate condotte processuali oltre i danni patrimoniali, causano ex re anche danni di natura psicologica che, per non essere agevolmente quantificabili, vanno liquidati equitativamente sulla base degli elementi in concreto desumibili dagli atti di causa”.
Mette conto di rilevare, a tale ultimo riguardo, come la tematica si particolarmente importante laddove si consideri quanto affermato ultimamente dalla S.C. (Cass. S.U. 21948/2015 del 28/10/2015) secondo cui l’eccessiva frammentazione delle azioni giudiziarie può giustificare una sanzione disciplinare per l’avvocato il quale inammissibilmente si è prestato ad una simile operazione a tutela dei diritti di credito del proprio cliente.

References: Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 96
 art. 91
 art. 96