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Timestamp: 2020-08-06 20:08:41+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 1424 del 20/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1424 del 20/01/2017
Cassazione civile, sez. III, 20/01/2017, (ud. 23/11/2016, dep.20/01/2017), n. 1424
DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso congiuntamente
dagli avvocati ELISA STRIPPOLI, FRANCESCO GANCI giusta procura
G.P., G.G., domiciliati ex lege in ROMA,
difesi dall’avvocato GIUSEPPE MAMMINA giusta procura speciale in
1. Con ricorso depositato il 2 dicembre 2008 C.G. adiva il Tribunale di Palermo, sezione distaccata di Monreale, esponendo di avere preso in locazione da G.G. e G.P. in data 29 ottobre 2003 un immobile ad uso abitativo, stipulando un contratto della durata di 4 + 4 anni ai sensi della L. n. 431 del 1998, art. 2, e che i locatori, con raccomandata del 24 febbraio 2007, gli avevano inviato disdetta per la prima scadenza del 29 ottobre 2007 per “ferma e irrevocabile volontà” di G.G. di adibire l’immobile a propria abitazione. Esponeva altresì il ricorrente di avere rinvenuto nell’agosto 2007 un altro immobile per abitazione, ma che inaspettatamente il 17 settembre 2007 i locatori gli comunicavano revoca della disdetta, cui egli rispondeva con lettera del suo avvocato del 28 settembre 2007 dichiarando di ritenerla invalida e illegittima e comunicando di aver già rilasciato l’immobile, di cui invitava i locatori a ritirare delle chiavi. In data 13 ottobre 2007 veniva loro consegnato l’immobile, e fino a tale data G.G. non aveva ancora adibito l’immobile ad abitazione principale. Ritenendo quindi violato dai locatori la L. n. 431 del 1998, art. 3, chiedeva il ricorrente che questi, previa dichiarazione di illegittimità/illiceità della disdetta, fossero condannati a risarcirgli i conseguenti danni.
Si costituivano resistendo i G.; all’esito del giudizio, con sentenza n. 71/2011, il Tribunale li condannava a risarcire il C. per 36 mensilità di canone (Euro 17.214,46), oltre interessi legali e rivalutazione, nonchè a rifondergli le spese processuali.
Avendo i G. proposto appello, ed essendosi controparte costituita resistendo, con sentenza del 6-23 maggio 2014 la Corte d’appello di Palermo ha accolto l’appello, rigettando la domanda risarcitoria e compensando le spese di ambo i gradi.
2. Ha presentato ricorso il C., sulla base di sette motivi.
2.1 n primo motivo – identificato nel ricorso come motivo A – denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e/o falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 435 e 154 c.p.c., e art. 111 Cost., per essere inammissibile e/o improcedibile l’appello.
Adduce il ricorrente che gli appellanti notificarono l’atto d’appello in data 8 maggio 2012, e quindi oltre il termine di 10 giorni dalla emissione e dal deposito del decreto di fissazione dell’udienza di discussione stabilito dall’art. 435 c.p.c.. La corte territoriale afferma che trattasi di termine non perentorio; ma anche per i termini ordinatori sussistono regole, per cui sono prorogabili su istanza ma soltanto se non già scaduti e per motivi gravi e indicati nel provvedimento di proroga, per non incorrere in effetti procrastinatori. Inoltre non sana la violazione del termine la costituzione dell’appellato, perchè l’esigenza del giusto processo prevale sul principio di conservazione. Nel caso in esame sarebbe stato violato il diritto di difesa del ricorrente per il mancato rispetto del termine, cioè del lasso temporale che il legislatore pone a disposizione per esercitarlo.
2.2 Il secondo motivo – identificato nel ricorso come motivo B – denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e/o falsa applicazione del combinato disposto della L. n. 431 del 1998, art. 3, artt. 1175, 1375, 1324, 1344 e 1329 c.c., e art. 1372 c.c., comma 1, invalidità e inefficacia della disdetta, abuso del diritto, violazione del principio di conformità del contrarius actus rispetto al diniego, insussistenza della risoluzione del contratto per mutuo consenso.
Viene richiamata giurisprudenza di questa Suprema Corte (Cass. sez. 3, 29 settembre 2005 n.19132) per cui il diniego L. n. 431 del 1998, ex art. 3, non comporta automatica cessazione della locazione, bensì avvia una sequenza procedimentale, onde è determinante la posizione che assume il conduttore, il quale o presenta acquiescenza oppure suscita il controllo giurisdizionale con lo speciale procedimento di cui alla L. n. 392 del 1978, art. 30. Ma l’acquiescenza non produce la risoluzione per mutuo consenso, poichè la genesi della cessazione del rapporto rimane nell’esercizio del diritto potestativo alla disdetta da parte del locatore. Da ciò dovrebbe desumersi che la revoca del diniego è impossibile almeno fino alla scadenza naturale del contratto locatizio: in primo luogo perchè il diniego è un atto unilaterale e perciò ex art. 1324 c.c., assoggettato alle norme contrattuali in quanto compatibili, il che rende applicabile l’art. 1329 c.c., per cui come per la proposta irrevocabile il diniego è da ritenersi irrevocabile “solo decorso il termine previsto dalla parte e dunque avvenuta la naturale scadenza del contratto”; e in secondo luogo perchè il diniego è il primo atto di una sequenza, per cui sarebbe contrario alla buona fede, con violazione degli artt. 1375 e 1175 c.c., ritenere ammissibile la revoca del diniego almeno fino alla scadenza del contratto, dato che buona fede significa dovere di solidarietà ai sensi dell’art. 2 Cost., nel senso che ogni parte deve tutelare l’interesse dell’altra (il ricorrente richiama in ordine a tale concetto di buona fede Cass. sez. 1, 27 ottobre 2006 n. 123273).
Nel caso specifico, una volta ricevuta la disdetta, il ricorrente non avrebbe avuto alcun motivo per dubitare dell’effettività dell’intenzione dei locatori, e d’altronde la manifestazione del diniego gode di una presunzione di serietà. Nel caso in esame, i locatori poi, inviando la disdetta, che manifestava la volontà ferma e irrevocabile di destinare l’immobile a propria abitazione, non avrebbero concesso “sostanzialmente al conduttore altra alternativa se non quella di aderire rilasciando” l’immobile alla futura scadenza, e avrebbero quindi “ingenerato nel conduttore il ragionevole affidamento” sulla prossima cessazione del contratto. Pertanto la revoca sarebbe stata violazione di buona fede commessa dal locatore nella esecuzione del contratto, e si sarebbe raggiunto l’abuso del diritto, perchè la revoca fu formulata “a ridosso” della scadenza, anche a prescindere dal fatto che veniva a contrastare con la natura irrevocabile che gli stessi locatori avevano dato alla disdetta. Ed oltre all’abuso del diritto, sarebbe da ravvisare intento di frode alla legge con violazione dell’art. 1344 c.c., e L. n. 431 del 1998, art. 3, proprio per la prossimità temporale della revoca alla scadenza. Se poi la revoca non si ritenesse invalida, si verrebbe a consentire al locatore il recesso alla prima scadenza al di fuori delle ipotesi tassative di cui alla L. n. 431 del 1998, art. 3, illegittimamente privando il conduttore della tutela ripristinatoria o risarcitoria stabilita dalla stessa norma.
2.3 I terzo motivo – identificato nel ricorso come motivo C – denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e/o falsa applicazione del combinato disposto della L. n. 431 del 1998, art. 3, artt. 1175 e 1375 c.c., violazione di buona fede e abuso del diritto nonchè inversione dell’onere della prova.
Il conduttore non avrebbe avuto l’onere di informare i locatori del reperimento di altra abitazione; semmai sarebbe stato onere dei locatori dimostrare che il conduttore non si era allo scopo attivato. Il conduttore comunque aveva allegato tra i fatti principali della sua domanda risarcitoria l’essersi attivato ed avere reperito un altro immobile proprio a causa della disdetta, onde la condotta dei locatori, contrariamente a quanto ritenuto dalla corte territoriale, sarebbe scorretta e improntata a malafede in danno del conduttore.
2.4 Il quarto motivo – identificato nel ricorso come motivo D – lamenta, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame di fatto decisivo e motivazione inesistente e/o meramente apparente sulle eccepita invalidità/inefficacia della revoca, avendo la corte territoriale “palesemente omesso di esaminare e quindi di motivare la questione controversa relativa alla invalidità della revoca del diniego… a distanza di meno di un mese rispetto alla naturale scadenza”: la sentenza sarebbe dunque nulla per difetto di motivazione.
2.5 I quinto motivo – identificato nel ricorso come motivo E – denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame di fatto decisivo, con conseguente travisamento dei fatti e/o omessa, insufficiente e/o erronea e/o illogica motivazione sull’asserita risoluzione per mutuo consenso. Ritenere che vi fu risoluzione del contratto per mutuo consenso sarebbe “erronea conseguenza derivante dal fatto che la Corte di Appello di Palermo, come esposto nel precedente motivo di impugnazione sub D), ha affermato in maniera immotivata, apodittica ed erronea la validità della revoca”, perchè così, “travisando i fatti”, ha omesso di considerare un altro punto decisivo, e cioè che la consegna dell’immobile “trovava la propria genesi nel diniego di rinnovo” del 24 febbraio 2007. Ad avviso del ricorrente, quindi, la motivazione della sentenza impugnata sarebbe incorsa in un salto logico; e sarebbe poi illogico ritenere che l’accettazione delle chiavi senza riserve da parte dei locatori “possa determinare la risoluzione consensuale del contratto”.
2.6 Il sesto motivo – identificato nel ricorso come motivo F – denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, nullità della sentenza per ultrapetizione nel pronunciare d’ufficio la risoluzione consensuale senza eccezione nè domanda al riguardo: il ricorrente aveva solo esercitato azione risarcitoria e i locatori solo sostenuto l’infondatezza della domanda attorea.
2.7 Il settimo motivo – identificato nel ricorso come motivo G – denuncia violazione e/o falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c., poichè, per soccombenza, gli appellanti avrebbero dovuto essere condannati a rifondere a controparte le spese dei due gradi di merito.
Dal ricorso si sono difesi con controricorso G.G. e G.P..
3.1 D primo motivo (motivo A) ripropone quanto si era già prospettato al giudice d’appello, ovvero, come quest’ultimo sintetizza nella motivazione, “l’inammissibilità, per violazione del combinato disposto di cui agli artt. 435 e 154 c.p.c., atteso che l’atto di appello era stato notificato in data 8 maggio 2012, oltre il termine di giorni 10 rispetto alla data del 18 aprile 2012 di emissione e deposito del decreto di fissazione di udienza di discussione”, aggiungendo il ricorrente la violazione dell’articolo 111 Cost. per non avere l’appellante consentito a controparte di godere del lasso di tempo previsto dalla legge per esercitare il suo diritto di difesa.
La corte territoriale aveva opposto che nel rito del lavoro il termine dell’art. 435 c.p.c., comma 2, concesso all’appellante per la notifica del ricorso e del decreto di fissazione d’udienza, non ha natura perentoria, per cui la sua inosservanza non comporta decadenza, onde l’appello non poteva definirsi inammissibile. La posizione assunta dalla Corte d’appello di Palermo è del tutto conforme alla giurisprudenza di legittimità (della quale infatti vengono citati dalla corte territoriale alcuni arresti, pur assai risalenti), per cui appunto il termine previsto dall’art. 435 c.p.c., comma 2, ovvero il termine di dieci giorni entro il quale l’appellante deve notificare all’appellato il ricorso unitamente al decreto di fissazione dell’udienza di discussione, non è perentorio e comunque la sua inosservanza non comporta alcuna decadenza, dal momento che “non produce alcuna conseguenza pregiudizievole per la parte, perchè non incide su alcun interesse di ordine pubblico processuale o su di un interesse dell’appellato, sempre che sia rispettato il termine che, in forza del medesimo art. 435 c.p.c., commi 3 e 4, deve intercorrere tra il giorno della notifica e quello dell’udienza di discussione” (così ben sintetizza l’insegnamento nomofilattico la massima di Cass. sez. 6-3, ord. 16 ottobre 2013 n. 23426; sulla stessa linea Cass. sez. L, 29 febbraio 2016 n. 3959, Cass. sez. L, 31 maggio 2012 n. 8685, Cass. sez. L, 30 dicembre 2010 n. 26489, Cass. sez. 6-1, ord. 15 ottobre 2010 n. 21358, Cass. sez. 3, 29 novembre 2005 n. 26039, Cass. sez. L, 22 giugno 1994 n. 5997 e Cass. sez. L, 6 agosto 1993 n. 8711). Quel che rileva, invero, come è evincibile pure dalla ordinanza n. 60/2010 della Corte Costituzionale, è l’effettività del rispetto del termine di comparizione indicato dal terzo e dallo stesso art. 435 c.p.c., comma 4, ovvero che resti garantito all’appellato uno spatium deliberandi non inferiore a quello legale prima dell’udienza di discussione affinchè possa approntare le sue difese. Le argomentazioni del ricorrente non sono idonee ad inficiare questo insegnamento consolidato, sfociandosi d’altronde, a ben guardare, in un mero e generico asserto in ordine al mancato rispetto del termine per esercitare il diritto di difesa, senza individuare come, in concreto, questo suo diritto sia stato leso in conseguenza della notifica del ricorso e del decreto in data 8 maggio 2012.
3.2 Per meglio comprendere le ulteriori doglianze versate nel ricorso, è opportuno a questo punto tracciare una sintesi della decisione del giudice d’appello quanto alle vicende del contratto locatizio in questione.
La corte territoriale, dopo aver ricostruito sinteticamente tali vicende (disdetta del 24 febbraio 2007 per il 29 ottobre 2007, revoca della disdetta il 17 settembre 2007, rilascio dell’immobile il 13 ottobre 2007) e dato atto che ai sensi della L. n. 431 del 1998, art. 3, comma 3, se il locatore di un immobile ad uso abitativo ne riacquista la disponibilità per illegittimo esercizio della facoltà di disdetta prevista dallo stesso articolo, deve risarcire il conduttore, osserva che, in forza dei suoi commi terzo e quinto, è necessario per realizzare la fattispecie risarcitoria che, prima della scadenza del termine normativamente previsto, “il locatore concretamente destini l’immobile ad uso diverso da quello indicato nella disdetta”, non essendo sufficiente una manifestazione di intenzione in tal senso. Ma nel caso in esame i locatori, osserva ancora la corte, non hanno ricevuto la disponibilità dell’immobile in conseguenza della disdetta del 24 febbraio 2007, perchè gli effetti di quest’ultima sono venuti meno per la revoca del 17 settembre 2007, data anteriore alla prima scadenza e quindi al rilascio. Invece il contratto è terminato per mutuo consenso delle parti, avendo il conduttore rilasciato l’immobile il 13 ottobre 2007 con accettazione senza riserve del locatori. Irrilevante poi è che la lettera di comunicazione della disdetta abbia determinato l’affidamento del conduttore, che ha stipulato contratto locatizio per un altro immobile, perchè manca la prova che di tale nuovo contratto siano stati informati i G. e che quindi la successiva revoca abbia costituito un comportamento in malafede in danno del conduttore. In conclusione, non sussiste la fattispecie risarcitoria L. n. 431 del 1998, ex art. 3.
3.3 La motivazione, per quanto scarna, è sufficientemente chiara: il giudice d’appello ha escluso la suddetta fattispecie risarcitoria, ma non sulla base di una interpretazione sfavorevole all’attuale ricorrente della L. n. 431 del 1998, art. 3. Ha invece ritenuto che la tematica della disdetta, della sua revoca e della validità di questa sia stata cancellata da una condotta “innovativa” e concorde degli attuali litigatores: ovvero che, dopo la sequenza del diniego del secondo stadio quadriennale del contratto, della comunicazione della revoca del diniego e del reazione del conduttore, le parti siano addivenute a un nuovo accordo, il cui contenuto è stato la cessazione del rapporto contrattuale locatizio. Il contratto di locazione, dunque, non è cessato per la disdetta, onde ha perso rilievo anche la revoca di quest’ultima: il contratto invece ha “avuto termine a seguito di mutuo consenso tra le parti, avendo il conduttore riconsegnato l’immobile il 13 ottobre 2007, con accettazione senza riserve da parte dei locatori”.
Se è questa, allora, la reale ratio decidendi su cui si è fondato il giudice d’appello, risultano privi di interesse alcuno che li sostenga i motivi attinenti a quel che, in tal modo, il giudice si è, per così dire, gettato alle spalle, ovvero alla sequenza diniego-revoca del diniego. Rileva, invece, unicamente l’accertamento di una risoluzione per mutuo consenso del contratto avvenuta successivamente sul piano temporale a tale sequenza ma non in conseguenza di essa: un post hoc che non è affatto un propter hoc. Cadono, dunque, in motivi B, C e D, dovendosi peraltro precisare per il motivo B che laddove adduce, nella sua rubrica, l’insussistenza della risoluzione per mutuo consenso del contratto locatizio, si correla, nella sua illustrazione, all’argomento che l’acquiescenza del conduttore non ha causato la risoluzione del contratto per mutuo consenso, perchè la genesi della cessazione del rapporto è comunque identificabile nell’esercizio, da parte del locatore, del suo diritto di dare disdetta. E’ evidente, quindi, che questo motivo nega l’esistenza di un accordo tra le parti che abbia sciolto il contratto locatizio in assoluta indipendenza dai precedenti atti unilaterali del locatori: il che significa che contesta, direttamente sul piano fattuale, quello che ha accertato il giudice d’appello, proponendo in parte qua una censura inammissibile perchè non rispettosa della tassatività dei vizi denunciabili in ricorso per cassazione indicati dall’art. 360 c.p.c..
3.4 Il motivo E, ovvero il quinto motivo del ricorso, come si è visto più sopra, viene rubricato ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Il suo effettivo contenuto, peraltro, non corrisponde al vizio motivazionale. Quel che in realtà viene censurato è ancora, direttamente, l’accertamento fattuale operato del giudice d’appello, ovvero che le condotte delle attuali parti abbiano integrato la manifestazione di un concorde consenso per la risoluzione del contratto. Il ricorrente tenta di ricondurre ciò nel vizio motivazionale disegnato dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ma senza successo: a parte che, se vi fosse un travisamento dei fatti, sarebbe applicabile il diverso rimedio di cui all’art. 395 c.p.c., n. 4, nel caso di specie non può ritenersi che la motivazione sia apparente o raggiunga un livello di intrinseca illogicità tale da essere “svuotata” della sua funzione di trasparenza costituzionale e quindi ancora censurabile proprio in forza dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, secondo il suo dettato vigente (si ricorda che il giudice nomofilattico ha ben chiarito che, anche con il testo vigente della suddetta norma, la motivazione deve comunque soddisfare il “minimo costituzionale”, e dunque deve essere effettivamente esistente, sia dal punto di vista materiale, sia dal punto di vista della non apparenza, sia dal punto di vista della sua comprensibilità, quest’ultimo profilo riverberandosi, logicamente, non solo sulla necessità di non fornire argomentazioni di per sè perplesse/incomprensibili, ma altresì su quella di non argomentare attraverso affermazioni assolutamente inconciliabili: S.U. 7 aprile 2014 n. 8053). La corte territoriale, invero, attraverso una motivazione non apparente o comunque non incomprensibile, ha interpretato proprio i fatti che le sono stati addotti dalle parti: e dell’accertamento che essa ne ha così tratto il ricorrente chiede in realtà una revisione in punto di merito, travalicando i limiti della giurisdizione di legittimità (cfr. pure Cass. sez. 6-3, 9 giugno 2014 n. 12928 – che ribadisce come dopo la riforma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, “la ricostruzione del fatto operata dai giudici di merito” è sindacabile in sede di legittimità solo se la motivazione è del tutto mancante oppure è affetta da vizi giuridici consistenti nell’essere articolata su argomenti tra loro manifestamente e immediatamente inconciliabili oppure perplessi od obiettivamente incomprensibili – nonchè Cass. sez. L, 21 ottobre 2015 n. 21439 – per cui, in sede di legittimità, è precluso l’accertamento dei fatti ovvero la loro valutazione ai fini istruttori, e ciò tanto più dopo la suddetta riforma -).
Il motivo risulta pertanto inammissibile e, oltre a ciò, quanto appena rilevato conduce alla inconsistenza pure il seguente sesto motivo, il motivo F: lungi dal violare l’art. 112 c.p.c., la corte territoriale ha così accertato il significato dei fatti che le sono stati addotti dalle parti, operando la classica cognizione di merito.
Da ciò deriva, a questo punto, l’inaccoglibilità del ricorso, il settimo motivo essendo stato proposto, ovviamente, per l’ipotesi in cui la sentenza d’appello avesse meritato di essere cassata, ipotesi che, come si è appena visto, non ricorre.

References: Sentenza 
 art. 2
 art. 3
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 art. 111
 art. 360
 art. 3
 art. 1372
 art. 3
 art. 30
 art. 1324
e contrario
 Cass. sez. 
 art. 3
 art. 3
 art. 360
 art. 3
 art. 360
 sentenza 
 art. 360
 sentenza 
 art. 360
 sentenza 
 art. 435
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 art. 435
 art. 3
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 art. 3
 art. 360
 Cass. sez. 
 Cass. sez. 
 sentenza