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Timestamp: 2020-08-04 03:26:48+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 11027 del 05/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11027 del 05/05/2017
Cassazione civile, sez. lav., 05/05/2017, (ud. 31/01/2017, dep.05/05/2017), n. 11027
sul ricorso 27363/2015 proposto da:
SMURFIT KAPPA ITALIA S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale
MONCALVO, giusta delega in atti;
rappresentato e difeso dall’avvocato MAURO FREZZA, giusta delega in
avverso la sentenza n. 6422/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 23/09/2015 R.G.N. 1819/2015;
MASTROBERARDINO Paola, che ha concluso per accoglimento del primo e
del terzo motivo del ricorso, assorbimento degli altri;
udito l’Avvocato FABRIZIO ARMANDO MONCALVO;
udito l’Avvocato ANTONIO CASSIANO per delega Avvocato MAURO FREZZA.
1. Con sentenza pubblicata il 23.9.15 la Corte d’appello di Roma, in totale riforma della sentenza di rigetto della domanda del lavoratore emessa dal Tribunale di Velletri, dichiarava illegittimo il licenziamento disciplinare intimato il 3.7.12 da Smurfit Kappa Italia S.p.A. a A.S., ordinando la reintegra di quest’ultimo nel posto di lavoro L. n. 300 del 1970, ex art. 18, con le relative conseguenze economiche.
2. Per la cassazione della sentenza ricorre Smurfit Kappa Italia S.p.A. affidandosi ad undici motivi, poi ulteriormente illustrati con memoria ex art. 378 c.p.c..
3. A.S. resiste con controricorso.
1. Il primo motivo denuncia violazione e/o falsa applicazione dell’art. 38, parte prima, norme generali, sezione seconda, c.c.n.l. industria della carta e del cartone, nonchè degli artt. 2106, 2119, 2697 c.c., L. n. 300 del 1970, art. 7, L. n. 183 del 2010, art. 30 e artt. 112, 115 e 116 c.p.c., per avere la Corte territoriale degradato a mero alterco non seguito da vie di fatto la condotta addebitata all’odierno controricorrente, che all’esito d’un diverbio aveva rivolto al suo superiore C.M. un’espressione ingiuriosa; obietta la ricorrente che si trattava non già d’un semplice diverbio, bensì di un’insubordinazione tale da ledere irrimediabilmente il rapporto di fiducia e caratterizzata da una precedente recidiva nella stessa mancanza (di insubordinazione) maturata entro il semestre precedente in un correlato episodio del 14.2.12 (il che autorizzava la sanzione espulsiva, come previsto dalla citata clausola contrattuale); sulla ritenuta esistenza della recidiva specifica la sentenza di primo grado non era stata impugnata e, pertanto, era passata in giudicato, come eccepito dalla società senza che la Corte territoriale rispondesse alcunchè.
2. Censure sostanzialmente analoghe vengono fatte valere con il secondo motivo (sotto forma di denuncia di plurime violazioni di legge), il terzo (sotto forma di denuncia di omesso esame di un fatto decisivo), il quarto, il quinto, il sesto e il settimo (sulla violazione del giudicato interno e la nullità della sentenza per omessa pronuncia sull’eccezione di giudicato riguardo alla recidiva concernente la sanzione della sospensione irrogata a A.S. per insubordinazione avvenuta il 14.2.12) e il decimo (sotto forma di denuncia di violazione e/o falsa applicazione dell’art. 38 cit. c.c.n.l., atteso che la recidiva nella medesima mancanza entro il semestre consente il licenziamento).
3. Con l’ottavo e il nono motivo si lamentano nullità della sentenza e/o del procedimento e plurime violazioni di legge per omessa pronunzia sulla possibilità di qualificare il recesso, se non come per giusta causa, almeno come per giustificato motivo soggettivo L. n. 604 del 1966, ex art. 3.
5. I primi sette motivi di ricorso e il decimo – da esaminarsi congiuntamente perchè per vari aspetti connessi tra loro – sono infondati.
Si premetta che, per costante giurisprudenza di questa Corte Suprema, proprio perchè quella di giusta causa o giustificato motivo è una nozione legale, le eventuali difformi previsioni della contrattazione collettiva non vincolano il giudice di merito. Egli – anzi – ha il dovere, in primo luogo, di controllare la rispondenza delle pattuizioni collettive al disposto dell’art. 2106 c.c. e rilevare la nullità di quelle che prevedono come giusta causa o giustificato motivo di licenziamento condotte per loro natura assoggettabili, ex art. 2106 c.c., solo ad eventuali sanzioni conservative.
E’ questo il caso in esame.
Obietta la società ricorrente che non di mero alterco o diverbio si sarebbe trattato, bensì di vera e propria insubordinazione, essendo il destinatario della proferita espressione ingiuriosa un superiore (il capo turno C.M.) di A.S..
L’insubordinazione consiste nel rifiuto di eseguire un ordine (legittimo) impartito da un superiore, mentre nel caso in oggetto non emerge nè dalla sentenza impugnata nè dal tenore della contestazione disciplinare che l’odierno controricorrente si sia rifiutato di eseguire ordini impartitigli da un superiore.
Nè la qualità personale del destinatario dell’espressione ingiuriosa di per sè trasforma in insubordinazione quel che è un mero alterco o diverbio, vale a dire quello che i vocabolari della lingua italiana definiscono come “scambio aspro e scomposto di parole e/o di insulti”, o come “lite verbale” o come “discussione molto animata”.
Cosa diversa – ovviamente – è che un dato c.c.n.l. elenchi in modo meramente esemplificativo le infrazioni passibili di licenziamento: ciò può consentire, se del caso, di estenderne il novero ad ipotesi non previste da alcuna clausola contrattuale (sempre nel rispetto degli artt. 2119 e 2016 c.c.), non già di trasformare in giusta causa di recesso una condotta che le parti collettive hanno espressamente considerato come suscettibile di mera sanzione conservativa.
Obietta la ricorrente che su tale recidva vi sarebbe ormai l’eccepito giudicato interno grazie al riconoscimento della recidiva medesima contenuto nella sentenza di primo grado, non reclamata sul punto, eccezione di giudicato su cui i giudici di merito hanno omesso di pronunciare.
L’effetto devolutivo che si realizza proponendo ex art. 342 c.p.c., i motivi di gravame (o coltivando ex art. 346 c.p.c., domande ed eccezioni non accolte in prime cure) va coordinato con l’art. 329 cpv. c.p.c., in virtù del quale l’impugnazione parziale importa acquiescenza (e, quindi, formazione del giudicato interno) delle parti della sentenza non impugnate, per esse intendendosi non qualsiasi portato assertivo contenuto nella sentenza, ma soltanto quello idoneo a passare – appunto – in cosa giudicata.
In conclusione, nel caso di specie il reclamo relativo alla clausola contrattuale da applicare ha di per sè necessariamente coinvolto anche la (in)configurabilità della recidiva ritenuta dal primo giudice.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 18
 sentenza 
 art. 378
 art. 7
 art. 30
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 3
 art. 2106
 sentenza 
 sentenza 
 art. 342
 art. 346
 sentenza