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Timestamp: 2017-10-16 22:12:00+00:00

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licenziamento ritorsivo licenziamento discriminatorio
Dal 12/06/09 6329087
Le distinzioni tra il licenziamento ritorsivo e il licenziamento discriminatorio alla luce della recente sentenza n 6575 del 2016 della Suprema Corte
domanda ritorsivo e tutela obbligatoria questioni processuali
Il motivo ritorsivo del licenziamento è domanda nuova?
Dopo l'entrata in vigore della l. n. 92 del 2012 e la riscrittura dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori con la differenziazione delle tutele e la residualità del rimedio reintegratorio rispetto a quello semplicemente risarcitorio, si è assistito ad una decisa moltiplicazione di domande con le quali la tutela reintegratoria è stata richiesta in via principale sostenendo la nullità del licenziamento in quanto ispirato da motivo ritorsivo e, in subordine, la tutela obbligatoria.
Al riguardo, il costante insegnamento della Suprema Corte di Cassazione è quello secondo cui “non è sufficiente che il licenziamento sia (anche palesemente) ingiustificato per aversi un licenziamento ritorsivo, essendo piuttosto necessario che il motivo pretesamente illecito (cioè contrario ai casi espressamente previsti dalla legge, pur suscettibili di interpretazione estensiva, all'ordine pubblico e al buon costume) sia stato l'unico determinante e sempre che il lavoratore ne abbia fornito prova, anche presuntiva (Cass. n. 17087/11; Cass. n. 6282/11; Cass. n. 16155/09)” (in termini, si veda, da ultimo, Cass. 3986/2015).
La nullità del licenziamento ritorsivo, infatti, si basa sostanzialmente sull'art. 1345 c.c. e sul fatto che l'atto (unilaterale negoziale) espulsivo sia stato concluso "esclusivamente per un motivo illecito".
E’, dunque, ipotizzabile un licenziamento disciplinare illegittimo ma non ritorsivo qualora: a) non vi sia prova dell’intento di rappresaglia; b) non vi sia prova che l’intento di rappresaglia sia stato l’unico reale che abbia determinato il provvedimento espulsivo.
Secondo il consueto criterio di riparto dell'onus probandi, poi, il motivo ritorsivo deve comunque essere provato dal lavoratore il quale può avvalersi, come tutti, anche delle prove presuntive purchè siano gravi, precise e concordanti.
Di recente, la giurisprudenza di legittimità ha tracciato una netta linea di confine tra il licenziamento discriminatorio ed il licenziamento ritorsivo affermando, in relazione al primo che "La discriminazione – diversamente dal motivo illecito di cui all'art. 1345 c.c. – opera obiettivamente, ovvero in ragione del mero rilievo del trattamento deteriore riservato al lavoratore quale effetto della sua appartenenza alla categoria protetta ed a prescindere dalla volontà illecita del datore di lavoro. Va perciò distinta l'ipotesi del licenziamento discriminatorio ai sensi dell'art. 4 l. n. 604 del 1966 e dell'art. 15 l. n. 300 del 1970, che, come disposto dall'art. 3 l. n. 108 del 1990, è nullo indipendentemente dalla motivazione addotta, dalla ipotesi del licenziamento ritorsivo per il quale è invece necessaria la prova del motivo illecito unico e determinante" (in termini Cass. Civ Sez. Lav. n. 6575/2016).
Nei fatti, peraltro, ciò sembra incidere, soprattutto, sul criterio di riparto dell'onere della prova in quanto, nell'ambito del licenziamento discriminatorio, una volta fornita, dal lavoratore, la prova, anche mediante presunzioni, dell'esistenza della condotta discriminatoria, il datore di lavoro non potrà limitarsi a fornire la prova dell'esistenza di ulteriori motivi fondanti il recesso ma dovrà dimostrare che tali ulteriori motivi siano stati esclusivi e che, comunque, la discriminazione sia stata solo occasionale.
La pronuncia richiamata ha infatti così motivato "...L'equivoco nasce dalla assimilazione del licenziamento discriminatorio al licenziamento ritorsivo, in relazione al quale la consolidata giurisprudenza di questa Corte (ex plurims: Cass. n. 3986/2015; Cass. n. 17087/11; Cass. n. 6282/11; Cass. n. 16155/09) ha affermato non essere sufficiente che il licenziamento sia ingiustificato, essendo piuttosto necessario che il motivo pretesamente illecito sia stato l'unico determinante. La assimilazione del licenziamento ritorsivo al licenziamento discriminatorio viene compiuta in alcune pronunzie di questa Corte (cfr. Cassazione civile, sez. lav., 08/08/2011, n. 17087) allo scopo di estendere al licenziamento ritorsivo le tutele previste per il licenziamento discriminatorio. La ricerca dell'intento illecito è tuttavia rilevante al solo fine di estendere l'area di protezione delineata da specifiche disposizioni di legge. La nullità derivante dal divieto di discriminazione discende invece direttamente dalla violazione di specifiche norme di diritto interno ed Europeo, senza passare attraverso la mediazione dell'art. 1345 c.c.. Sotto il primo profilo rilevano le previsioni della L. n. 604 del 1966, art. 4, della L. n. 300 del 1970, art. 15, della L. n. 108 del 1990, art. 3. In particolare, la L. n. 308 del 1990, art. 3 dispone che il licenziamento determinato da ragioni discriminatorie - ai sensi della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 4 e della L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 15 - è nullo indipendentemente dalla motivazione addotta con ciò evidenziando, da un lato, una netta distinzione della discriminazione dall'area dei motivi, dall'altro, la idoneità della condotta discriminatoria a determinare di per sè sola la nullità del licenziamento. Negli stessi sensi rileva la previsione, già contenuta nella L. n. 125 del 1991, art. 4 (ed oggi nel D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 28) secondo cui il lavoratore che esercita la azione a tutela dalla discriminazione può limitarsi a fornire elementi di fatto - desunti anche da dati di carattere statistico (relativi alle assunzioni, ai regimi retributivi, all'assegnazione di mansioni e qualifiche, ai trasferimenti, alla progressione in carriera ed ai licenziamenti) -idonei a fondare, in termini precisi e concordanti, la presunzione dell'esistenza di atti o comportamenti discriminatori, spettando in tal caso al convenuto l'onere della prova sulla insussistenza della discriminazione".

References: sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 4
 art. 15
 art. 3
 art. 3
 art. 4
 art. 15
 art. 4
 art. 28