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Timestamp: 2018-09-22 04:02:39+00:00

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Romania: La confessione estorta con la forza rivela un abuso di potereDiritti Europa
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Romania: Una telefonata può cambiarti la vita…in peggio!
Posted by: Luca Gulino in Categorie Violazioni CEDU, I diritti in Europa, In evidenza, Tortura e violenze 6 novembre 2012
Tortura e violenze – Sentenza Andresan v. Romania, 30 Ottobre 2012
La sentenza di oggi tratta di un caso di violenza basato su un abuso di potere da parte della polizia nei confronti di un cittadino rumeno, accusato e arrestato solo sulla base di una telefonata, prima di essere scagionato e lasciato senza tutela dai tribunali nazionali rumeni. Solo la Cedu ha riconosciuto quella giustizia che a lungo gli era stata negata. E’ la storia di Ilie Andresan.
IL CASO – Il 30 Aprile 2001 il datore di lavoro di Ilie Andresan telefona alla polizia e rivela agli agenti, in via strettamente informale, che il suo dipendente è l’autore del furto avvenuto la sera prima all’ interno della sua abitazione. Due agenti di polizia, ricevuta questa segnalazione, non esitano a far partire la “caccia all’uomo” nei confronti di Ilie Andresan e lo trovano in una strada trafficata, passeggiando tranquillamente così come tante altre persone facevano quel pomeriggio. Questa situazione di calma viene interrotta da un brusco ammanettamento e da una veloce partenza della pattuglia verso la caserma di polizia. E’ proprio in questo luogo che avviene ciò che non dovrebbe accadere. Gli agenti di polizia si scagliano duramente contro Andresan costringendolo, dietro pesanti minacce, a confessare di aver rubato i soldi. Alla fine ci riescono pure ad estorcere una confessione, ottenendo infatti un documento firmato da Andresan in cui lo stesso si attribuisce la responsabilità di quel furto. Dopo questa “vittoria”, i due agenti e Andresan risalgono su una pattuglia e si dirigono immediatamente a casa dei genitori dell’arrestato, mettendo in atto una vera e propria perquisizione piena di contorni alquanto discutibili. Andresan racconta infatti che gli agenti continuavano a picchiarlo e a colpirlo anche con vari oggetti per fargli confessare il luogo in cui aveva nascosto quella refurtiva. Refurtiva che alla fine è stata trovata e ammonta a 1.000.000 di Lire rumene. Gli agenti forse spinti dalla voglia di finire subito questa perquisizione, non si sono fatti scrupoli nell’estorcere con la violenza quello che sicuramente sarebbe stato scoperto con qualche minuto in più ma..di calma!
Questa vicenda ha dato vita a due procedimenti penali, il primo a carico degli agenti di polizia, il secondo a carico del richiedente.
Procedimento a carico degli agenti di polizia:
Il 30 aprile 2001 il caso è finito davanti il Tribunale penale di Ludus, e per competenza è passato al tribunale militare di Târgu-Mureş. L’accusa di Andresan rivolta agli agenti di polizia è quella di un abuso di potere nei suoi confronti e di un arresto senza alcuna base giuridica. Una telefonata infatti che non aveva alcun elemento di prova, non poteva accusarlo di essere l’autore di un furto che non era stato commesso. In questo procedimento, su tre testimoni chiamati a comparire, due hanno affermato di non ricordare lo svolgimento dei fatti, mentre il terzo ha confermato le violenze subite da Andresan durante l’incontro avvenuto in strada con la polizia e ha definito testualmente l’arresto (e il successivo ingresso violento nella volante) “come quando si getta via un sacco di patate”. Ricordiamo che anche nella legislazione penale rumena vale il principio secondo cui è vietato l’utilizzo di promesse, minacce o violenze per ottenere dichiarazioni da una persona sotto indagine. Detto questo, e considerando la testimonianza che conferma il trattamento violento ricevuto da Andresan, sembrerebbe un caso di facile soluzione, in cui in poco tempo, magari con un bel risarcimento e qualche scusa da parte dello stato, la vittima poteva avere giustizia, ma purtroppo per i giudici rumeni non è andata così. I giudici infatti respingono la denuncia del ricorrente e nella motivazione spiegano che le testimonianze sono discordanti, poiché non basta la testimonianza di un singolo soggetto, ma soprattutto in questa vicenda manca un elemento che materialmente attesta l’avvenuta violenza. I giudici hanno richiesto un certificato, un referto medico, o qualunque dichiarazione scritta che a titolo di prova attesti i fatti. Non si può pensare che una persona picchiata, torturata, e trattata in quel modo non abbia avuto almeno una visita medica (richiesta o imposta da altri) per confermare la bontà delle sue richieste giudiziarie. In assenza di ciò, la situazione di Andresan è stata stravolta. Il processo ha modificato il suo ruolo da vittima a colpevole di non aver portato prove agli atti. La sentenza infatti ha affermato che “Non si può affermare con certezza che i fatti presentati siano realmente accaduti.”
E’ chiaro che questa sentenza è stata successivamente impugnata, arrivando fino alla Corte di Cassazione, ma anche in quell’ultimo grado la sorte purtroppo è stata la stessa.
Procedimento a carico del richiedente:
Nel corso di questo procedimento, l’accusa di furto nei suoi confronti è caduta, e Andresan è stato assolto, sostenendo che la sua confessione era stata data solo in seguito alle pesanti violenze ricevute e alle pressioni inflittegli dagli investigatori; per questo motivo tutto ciò che era collegato al suo arresto (perquisizione, elementi di prova e circostanze) doveva essere rimosso e non più considerato. Lo stesso denaro è stato restituito ai genitori.
Andresan quindi, dopo questa sentenza è una persona libera, non sottoposta a nessun regime di detenzione, ma ha bisogno di trovare giustizia per ciò che la sua persona è stata costretta a subire. Le violenze ci sono state e chi le ha messe in atto deve in qualche modo pagare.
CORTE EDU – Se i tribunali nazionali non gli hanno garantito la protezione che era necessaria, la Corte Cedu può essere lo strumento adatto. Sono questi i motivi che lo spingono a rivolgersi alla Corte di Strasburgo, invocando la violazione dell’Art. 3 Cedu (Trattamenti inumani o degradanti). La Corte ricorda di essere sensibile alla natura sussidiaria del proprio ruolo e riconosce che deve essere cauta nel prendere il ruolo di un tribunale di fatto quando la questione trattata rende inevitabile l’applicazione di approfonditi controlli sullo svolgimento delle vicende in giudizio, anche se i procedimenti nazionali quelle indagini le hanno già svolte.
Per questo motivo, alla luce di quanto affermato sopra, e in base alle testimonianze raccolte, la Corte può solo concludere che le indagini della polizia e i loro modi di porsi al Sig. Andresan non erano compatibili con un normale svolgimento del lavoro investigativo. Non si può utilizzare la forza fisica e quella violenza per un normale arresto e successiva perquisizione, soprattutto se dalla parte del detenuto non c’è nessuna resistenza o comportamento tale da giustificare quel trattamento. L’assenza di un certificato medico poi non può essere una scusante per dire che le violenze non erano avvenute.
Le considerazioni che precedono sono sufficienti per consentire alla Corte di concludere che lo stato rumeno ha posto in essere una violazione relativa al contenuto dell’Art. 3 Cedu. Per questo motivo gli è riconosciuto il diritto ad un risarcimento di 10.000€ in materia di danno non patrimoniale e di 300€ a fronte delle spese processuali sostenute.
Quella che voleva essere una “soffiata” (non sappiamo per che genere di motivo) del datore di lavoro alla polizia, si è rivelata più che un indizio utile ad altri approfondimenti, un’accusa pesante da ribaltare e soprattutto da cancellare. Per fortuna si è conclusa con un lieto fine.
La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza Andresan v. Romania del 30 Ottobre 2012
Art 3 CEDU Josep Casadevall Romania Terza Sezione	2012-11-06
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