Source: http://www.novecento.org/dossier/italia-didattica/100-anni-4-minuti-1910-morti-breve-viaggio-nella-tragedia-del-vajont/
Timestamp: 2020-04-03 11:07:02+00:00

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100 anni, 4 minuti, 1910 morti. Breve viaggio nella tragedia del Vajont - Novecento.org Novecento. org - Didattica della storia in rete Rivista dell'Istituto nazionale Ferruccio Parri
Lo studio prende le mosse dalla più grave sciagura provocata dall’uomo in tempo di pace, nel Novecento. Quasi 2000 persone perite in seguito al franamento del versante di una montagna nel lago artificiale del Vajont. Tra i molti aspetti che si potrebbero sviluppare e considerare, si è scelto di verificare il rapporto che intercorre tra le esigenze economiche (private e statali) e le paure e preoccupazioni della popolazione che vive a ridosso della diga e del bacino artificiale.
Il lavoro è programmato per due/ ore, a seconda degli esercizi scelti. Prerequisiti: conoscenze elementari della situazione politico-economica dell’Italia tra gli anni ’50 e ’60 (“boom” economico, governi di centro-sinistra, nazionalizzazioni).
Di sconosciuto – http://biblioteca.comune.belluno.it/fotografie-2/vajont-50-anni-fa-2-2/, Pubblico dominio, Collegamento
Spiegazione del Dossier
Il nome del Vajont è legato alla poderosa frana caduta dal monte Toc il 9 ottobre 1963 che si riversò nell’invaso artificiale creato nell’omonima valle per opera della Sade (Società Adriatica di Elettricità) provocando, attraverso la fuoriuscita delle acque, 1910 morti, prevalentemente cittadini di Longarone (Belluno). Quello che è stato il più grave disastro provocato dall’attività umana in tempo di pace rappresenta non solo una vera e propria cesura nella storia della comunità bellunese, ma anche un episodio di rilevanza internazionale. Si consideri in questo senso la dichiarazione firmata dall’Onu nel febbraio 2008, in occasione dell’apertura dell’anno internazionale del pianeta terra. In quella circostanza l’Organizzazione delle Nazioni Unite scrisse: Il disastro del bacino del Vajont è un classico esempio delle conseguenze del fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere la natura del problema che cercavano di risolvere. In tal senso la vicenda del Vajont non può essere ridotta ad un semplice episodio di carattere locale. Volendo utilizzare le parole di Maurizio Reberschak si potrebbe dire che
la congiuntura in cui si verificò la catastrofe si inseriva in un contesto e in un quadro di intervento forzato dell’uomo sulla natura, di incremento di politica energetica, di rapporti fra potere privato e potere pubblico, di compenetrazioni tra imprese private e istituzioni statali, di emergenze delle politiche delle multinazionali (…) (Reberschak 2013, p. 10)
Da questo punto di vista, pensando ai valori legati al rispetto della natura, alla giustizia, ai diritti e ai doveri, la vicenda del Vajont diventa emblematica del problema del rapporto tra comunità e poteri economici. Si pensi solo al successivo episodio del 19 luglio 1985 quando i bacini di decantazione della miniera di Prestavel ruppero gli argini scaricando 180.000 m3 di fango sull’abitato di Stava (Trentino) provocando la morte di 268 persone o, più di recente, al caso del fallito Referendum sul tema delle trivellazioni e dello sfruttamento delle risorse del sottosuolo al largo delle coste italiane, o al problema dell’alta velocità in Val di Susa. Interessi economici, interessi delle comunità, costi e benefici, ruolo dello Stato in campo economico e nel suo ruolo di controllore, problemi di natura ecologica sono sempre più centrali nel mondo contemporaneo: il Vajont pare un caso esemplare per rifletterci.
Naturalmente, considerate le innumerevoli implicazioni, un episodio di questo tipo potrebbe prestarsi a molteplici analisi. Dalla costruzione della diga, al tempo la più grande del mondo, al problema delle diverse e contrastanti relazioni geologiche, dalla questione del processo ai responsabili e dei risarcimenti (un percorso durato addirittura un quarantennio), al ruolo della stampa prima e dopo il disastro, fino al tema della ricostruzione, nel cosiddetto dopo-Vajont, quando, in forza di una legge speciale, dalla tragedia il territorio bellunese trasse le forze per un rilancio della propria economia: sono questi solo alcuni dei temi che si potrebbero affrontare, tutti esemplari del sistema Italia.
Nel nostro caso si è scelto di considerare gli interessi economici della Sade, l’azienda che gestiva la produzione di energia elettrica della diga, in relazione ai timori della popolazione, fino al disastro finale.
La Sade, il monopolio che uccise, in fondo ci interessa poco:
faceva i suoi affari come tutti gli imprenditori del mondo.
Sapendo che li poteva impunemente fare, che glieli lasciavano fare.
Era il burattinaio che tirava i fili e faceva muovere i burattini
– scienziati e politici – come voleva.
Il potere era lei, perché il vero potere aveva abdicato.
(Tina Merlin, Sulla pelle viva, p. 20)
Il lungo Vajont. Il progetto di sfruttamento del torrente
Il torrente Vajont scorre nella stretta, omonima valle, situata nell’odierna provincia di Pordenone (all’epoca dei fatti era in provincia di Udine). Sfocia nel Piave, tra gli abitati di Codissago a monte e Dogna a valle, sulla sinistra orografica del Piave stesso, proprio di fronte al paese di Longarone. La vicenda dello sfruttamento economico delle sue acque ha origine agli inizi del XX secolo. La prima domanda risale infatti al 10 gennaio 1900. Fu presentata dal longaronese Gustavo Protti, che intendeva utilizzarne la forza motrice per la sua cartiera. Tale progetto prevedeva la costruzione di una diga in un primo momento di 6 metri di altezza, e successivamente di 7,40 m, nel territorio comunale di Erto Casso (Pordenone).
È dal 1925, però, che si comincia a pensare al suo sfruttamento al fine di produrre energia idroelettrica. Sulla base di una serie di studi preliminari, l’ing. Carlo Semenza (che firmerà poi tutti i successivi progetti, fino all’ultimo) presentò nel 1929 un progetto per conto della SIV (Società Idroelettrica Veneta), società nata nel 1910 come filiazione della Sade. La diga avrebbe dovuto raggiungere i 130 m. di altezza, e contenere un invaso di oltre 33.000.000 m3 d’acqua. Nel 1934 la Sade incorpora definitivamente la Siv e ne assorbe i programmi. Presenta, quindi, un nuovo progetto (1937) redatto sempre da Carlo Semenza, con notevoli varianti, la più significativa delle quali prevede ora la costruzione di una diga di 190 m di altezza, in grado di creare un bacino di 46.000.000 m3. Nel contempo Semenza stesso presenta a nome di un’altra società sempre legata alla Sade, due progetti per l’utilizzazione a fini idroelettrici sia del torrente Boite, con una diga presso Vodo di Cadore (ma successivamente l’invaso sarà realizzato più a valle presso Valle di Cadore), sia del Piave, con uno sbarramento a Pieve di Cadore.
È questo il primo passo verso la predisposizione, da parte della Sade, di un nuovo progetto complessivo che unifica i tre precedenti. È il 22 giugno 1940. L’Italia è da pochi giorni entrata in guerra. Il nuovo sistema mette in relazione i tre invasi attraverso la costruzione di condotte per lo più scavate in roccia per ottenere il trasferimento e il miglior sfruttamento delle acque di Piave e Boite che finirebbero così per confluire nel bacino del Vajont. Il progetto risponde pienamente alle esigenze di una maggiore produzione di energia, in relazione alle necessità sia belliche che civili. Così si esprime la Sade nell’aprile del 1940:
Negli ultimi anni il solo consumo [di energia] di Venezia e del porto industriale di Marghera ha sorpassato il mezzo miliardo di kwh, vale a dire oltre un terzo di tutta l’energia prodotta nella regione considerata, con tendenza ad ulteriori rapidissimi incrementi, in conseguenza della richiesta delle industrie ivi installate.
Pertanto i circa 340.000.000 di kwh producibili dagli impianti in oggetto troveranno immediato impiego servendo a coprire l’immancabile ulteriore fabbisogno che si verificherà nei prossimi anni.
Il 24 luglio 1943, il giorno antecedente la caduta del duce, e il 6 settembre dello stesso anno, alla vigilia della proclamazione dell’armistizio, la Direzione generale delle acque del Ministero dei lavori pubblici esprime parere favorevole al progetto. Era un argomento considerato talmente strategico, che neanche le vicende politiche di questa fase turbolenta della storia italiana riescono ad arrestare l’iter burocratico della pratica.
Sicché, nel 1947, la Sade dà inizio ai lavori, partendo dal progetto di Pieve di Cadore. Ma i lavori, secondo una prassi consolidata, che si sarebbe ripetuta anche negli anni e nell’esecuzione dei progetti successivi, erano in realtà già iniziati anche in assenza di autorizzazioni formali. L’iniziativa trova del resto una sponda felice nel programma governativo del 1948, che mira a favorire lo sviluppo della produzione di fonti energetiche. Pertanto la Sade presenta nel 1948 un progetto esecutivo connesso alla domanda del 1940 che mostra in realtà notevoli varianti. Per quanto attiene in particolare al bacino de Vajont, ora punta alla costruzione di una diga di 202 m di altezza con un invaso di 71.000.000 m3.
È a questo punto che i comuni interessati dai lavori cominciano a preoccuparsi. Per diverse ragioni: l’impoverimento del corso del Piave che mette a rischio la fluitazione lungo il Piave (attività che risaliva ai secoli della dominazione veneziana, quando attraverso il corso del fiume si faceva scendere in laguna il legname necessario alla Serenissima), l’allargamento di una strada, il rinforzo di argini, il riconoscimento di canoni rivieraschi (cioè degli affitti da pagare per l’uso degli approdi ecc.), gli indennizzi per danni di diversa natura.
Intanto, però, dopo il parere favorevole del Consiglio superiore dei lavori pubblici (1950), nel 1952 arriva il decreto presidenziale che spiana definitivamente la strada alla realizzazione delle dighe di Pieve di Cadore (di fatto già ultimata due anni prima) e di Valle di Cadore (lavori già conclusi nel 1951). Anche nella valle del Vajont riprendono i lavori con un’ulteriore modifica del piano che prevede l’innalzamento (questa volta definitivo) di una diga di 263, 50 m.
Il “Grande Vajont” è dunque nato. Il progetto consentirà di erigere la più grande diga del mondo a volta e doppia curvatura. I lavori iniziano nel 1957, senza alcuna autorizzazione. Questa arriverà con decreto interministeriale solo nel 1959, con i lavori giunti ormai a buon punto. Se i precedenti progetti non avevano destato molti problemi, ora soprattutto il comune di Erto Casso si fa portavoce delle perplessità della popolazione. Già nel 1948 la Sade aveva avviato le prime espropriazioni. Ma ora queste giungevano a un numero spropositato, colpendo 170 abitazioni e 3000 ettari di terreno. Il comune dunque chiede almeno che vengano garantiti i collegamenti tra le due sponde del lago attraverso la costruzione di una passerella e l’istituzione di un collegamento di autobus. Entrambe le cose, promesse dalla Sade, non vennero mai realizzate.
Nel 1959, però, la popolazione si comincia a muovere autonomamente. Costituisce il Consorzio per la difesa e la rinascita della Val Ertana. A dar voce alla protesta è una giornalista bellunese dell’Unità, Tina Merlin, già staffetta partigiana durante la seconda guerra mondiale. Con la pubblicazione dell’articolo La Sade spadroneggia ma i montanari si difendono, la Merlin porta la questione alla ribalta nazionale. Ma viene denunciata per diffusione di “notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. Processata, verrà assolta nel novembre del 1960, tre anni prima che si consumi la tragedia.
La tensione è alta, anche perché – il 22 marzo 1959 – in Val Zoldana, nel bacino artificiale di Pontesei (anch’esso inglobato nel 1957 nel sistema complessivo che diventa così Piave-Boite-Maè-Vajont) sul torrente Maè, affluente di destra del Piave ove sfocia. proprio a valle di Longarone, precipita una frana di 3.000.000 m3. È quasi un’avvisaglia di ciò che potrebbe verificarsi sul Vajont, qualora franassero le pareti dei monti che si affacciano sul bacino (in particolare il monte Toc). Ma sulla vicenda cala un significativo silenzio delle autorità e della Sade. L’incidente deve restare un caso marginale, senza che abbia particolare risonanza.
Alla fine, dunque, la diga viene innalzata: coronamento di 190,15 m, volume 360.000 m3, spessore alla base 22,41 m, alla sommità 3,40 m, superficie del bacino imbrifero 62 km2, che diviene di 990,5 km2, se si considerano gli allacciamenti agli altri laghi artificiali. Un progetto colossale, perfetto dal punto di vista ingegneristico. Talmente perfetto, che superò indenne la la tragedia del 9 ottobre 1963 e che ora racconteremo. La diga è ancora lì, oggi, gigantesco monumento alla volontà dell’uomo di dominare la natura.
Tensioni con la popolazione, problemi di sicurezza
Come si è detto, però, tutto ciò non avviene senza tensioni. Come osserva Tina Merlin, quella del Vajont è anche:
una storia di popolo (…) di lotte, ribellioni, partecipazione civile contro i potenti, le loro angherie, le loro leggi, la trasgressione delle leggi dello Stato, la licenza di uccidere, la difesa del diritto, la rivendicazione della giustizia. (T. Merlin 1997, p. 20)
La vicenda della costruzione della diga interessa in prima battuta le comunità di Erto e Casso, che per prime sono coinvolte nella questione attraverso l’espropriazione di una parte consistente delle loro terre. La vita di queste comunità povere è volta alla risoluzione di problemi contingenti e tutti locali. Qui, sembra che la comunità sia cosa diversa dalla patria, dallo Stato che si presenta essenzialmente sotto forma di guerra, tasse da pagare, carabinieri. La patria, osserva Merlin, “è la loro controparte”. (T. Merlin, 1994 p. 28)
La Sade arriva in questa terra nel 1956. Oramai ha quasi tutte le carte in regola per iniziare i lavori di edificazione della diga. Già molti terreni pubblici sono stati espropriati. La figura di maggior rilievo in questa società è indubbiamente il conte Volpi di Misurata, fondatore della Sade stessa (la fondò nel 1905, quando aveva 27 anni). Un imprenditore che era riuscito a costruire un vasto impero economico in particolare durante il fascismo. Era stato anche Ministro delle Finanze dal 1925 al ’28, arrivando a controllare industrie, banche, giornali (ad es., nel 1939 acquista il “Gazzettino”). Nel 1943, cambiata l’aria, si avvicina alla Resistenza offrendo aiuti economici ai partigiani: un buon modo per ripulire la propria immagine in vista dei cambiamenti che si prospettano.
Nel 1948, alla presentazione del progetto che sarà poi, pur con le varianti del caso, quello definitivo, la Sade ha già chiaro quali sono i terreni da espropriare, ma naturalmente deve convincere i cittadini a vendere in nome della pubblica utilità. Nell’ottobre del 1948, il comune (giunta Dc) stabilisce di vendere i terreni comunali e lo fa per una cifra irrisoria che sottrae nel contempo vaste terre agli usi civici. Appare evidente una soggezione dell’amministrazione rispetto al potere economico della società elettrica.
Cambia la giunta. Il nuovo sindaco, una donna, Caterina Filippin, vuole riconsiderare la questione. Esige un prezzo più favorevole per la cessione delle terre. Chiama in aiuto anche ai parlamentari delle provincie di Udine e Belluno. Nasce anche un Comitato di difesa, presieduto dal marito del sindaco. Ma la Sade rifiuta di incontrare tale comitato e rivendica il diritto a procedere rifacendosi alla “pubblica utilità”. Non è forse un caso che nel 1956 anche qui venga aperta una caserma dei Carabinieri, che da subito si attivano per agevolare di fatto la volontà della Sade.
Intanto il Comitato naufraga per un cambio di atteggiamento del suo presidente e del sindaco che nel frattempo, all’insaputa dei concittadini, ha venduto le sue terre alla Sade. La comunità a questo punto si divide: secondo alcuni, se il sindaco ha venduto, vuol dire che si è fatto corrompere; secondo altri significa invece che non c’è più nulla da fare ed è meglio cedere per non incorrere in espropri forzati e ancor meno vantaggiosi. La divisione della comunità, evidentemente fa gioco alla Sade. Alcuni contadini cedono spontaneamente e vendono a un prezzo irrisorio. Altri resistono nel Comitato. La Sade reagisce avvisando i riottosi che, se non cederanno, provvederà all’esproprio forzoso versando in banca i soldi. Qualcuno cede, altri decidono di resistere.
Nel frattempo, il 31 gennaio 1957 – lo abbiamo già visto – viene presentato un nuovo progetto per la diga. E’ il definitivo. Carlo Semenza, il progettista, chiede al geologo Dal Piaz di stendere una nuova relazione geologica da allegare alla domanda ministeriale. Costui tuttavia si limita a firmare la relazione che gli invia lo stesso Semenza e che si riferisce al progetto, più limitato, del 1948: ciò che serve è la firma del luminare ormai in pensione. Scriverà Tina Merlin: “esempio illuminante della prostituzione della scienza accademica al monopolio privato” (T. Merlin 1997, p. 48)
Il Consiglio Superiore dei Lavori pubblici, il 15 giugno 1957, concede l’autorizzazione, ma chiede un’integrazione alla relazione geologica. Nonostante ciò, il Ministero si fida di ciò che dice la Sade e non manda alcun funzionario in sopralluogo (se ciò fosse avvento, si sarebbe reso conto che sul Vajont i lavori erano già iniziati prima di avere l’autorizzazione). Nel frattempo gli espropri continuano. L’amministrazione si oppone più, a parte due soli consiglieri. Il Comitato, allora, cerca una sponda nei parlamentari delle provincie di Belluno e Udine invitandoli ad un pubblico incontro. Ma, a parte i rappresentanti del Pci, gli altri non si presentano.
Il 22 marzo 1959, come abbiamo già anticipato, poderosa frana si stacca dalla montagna sul versante destro del vicino bacino artificiale di Pontesei (sempre proprietà della Sade). La notizia – aggravata dalla morte di una persona – allarma le popolazioni di Erto e Casso che temono fenomeni analoghi nel Vajont. Inoltre la Sade comincia a tergiversare e a non voler più realizzare le opere promesse come miglioria in cambio degli espropri, in modo particolare una strada che, aggirando il lago, consenta di raggiungere i terreni che si trovano sull’altro versante. Del resto, la stessa società elettrica si rende conto che i terreni su cui dovrebbe correre il tracciato della strada sono cedevoli.
È a questo punto, che La Sade chiede la consulenza del geologo austriaco Leopold Müller. Questi rileva sotto il Toc una situazione di tale sfascio, da spingere la Società a proibire l’utilizzo di sentieri che si trovino sotto il paese di Erto e sotto il Toc (sull’altro versante della valle). Nel frattempo, invece, intraprende la costruzione della nuova strada di collegamento con il paese di Longarone, ancora una volta senza autorizzazione governativa, strappando le terre agli abitanti: chi resiste viene prelevato dai carabinieri e denunciato per minacce.
Anche tra i funzionari dello Stato, chi si oppone viene messo a tacere. Il capo del Genio Civile di Belluno, Desidera, che vuole bloccare i lavori in attesa delle autorizzazioni, viene immediatamente trasferito. Insomma, sul Vajont lo Stato latita: anche se è a suo nome che le autorizzazioni vengono concesse, anche se finanzia parte del progetto. Nessuno, da Roma, si fa vedere per valutare la situazione. Per reagire a tutto ciò, i cittadini di Erto e Casso si organizzano allora nel Consorzio per la difesa e la rinascita della valle ertana (maggio 1959). Nel darne la notizia con un articolo sull’Unità, Tina Merlin si guadagnerà la già ricordata denuncia per diffusione di “notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. “Il Gazzettino”, invece, giornale locale, per quanto ormai non più proprietà del Conte Volpi di Misurata, tace sui fatti.
1 aprile 1958. Il Ministro Togni nomina una commissione di collaudo che deve verificare l’avanzamento dei lavori e la tenuta del bacino artificiale. Uno dei membri è anche consulente della Sade per il già citato impianto di Pontesei, a dimostrazione della penetrazione della società elettrica nel tessuto e negli apparati dello Stato italiano. Nel luglio di quell’anno c’è una prima visita. Considerata la frana di Pontesei e i problemi che si presentano sul Vajont, la Sade porta la commissione a Venezia e a Cortina, cercando di ammorbidirli. Risultato: la relazione che la commissione presenterà, sarà “gentilmente” predisposta dalla stessa Sade.
Nel frattempo continuano le indagini geologiche di Müller assieme a due giovani geologi: Franco Giudici e Edoardo Semenza, figlio del progettista. L’esito dell’indagine è a dir poco disastroso: sotto la superficie del Toc si trova una enorme massa in movimento, una frana silente, con un fronte di 2,5 km. Da qui, sostengono i tre geologi, si possono staccare pericolose frane che potrebbero essere aggravate da svasi e invasi del lago artificiale. Semenza padre, il progettista, ne rimane sconvolto e induce il figlio a mentire.
Intanto, alla fine del 1959, la diga è di fatto conclusa. Poco meno di due anni per innalzare lo sbarramento artificiale più grande del mondo. In ottobre arriva la seconda visita della Commissione ministeriale, che giunge una settimana dopo la concessione di ulteriori finanziamenti statali. Subito dopo la Sade inoltra richiesta di parziale invaso (nei suoi piani sono previste tre prove di invaso). Bisogna accelerare, perché, per non perdere i contributi governativi, è necessario arrivare al collaudo completo entro il 1960. E siccome l’autorizzazione tarda (arriverà solo il 6 febbraio 1960), si decide di procedere in sua assenza.
Un convegno interregionale, tenutosi a Venezia il 28-29 maggio 1960, comincia a porre la questione della nazionalizzazione dell’industria elettrica. La Sade ne è preoccupata: c’è bisogno di ultimare i lavori e i collaudi ora non più solo per accedere ai contributi concessi, ma anche in vista di una vendita forzosa degli impianti allo Stato. Ma mentre l’invaso cresce, si moltiplicano i fenomeni franosi. Si ripetono anche piccole scosse registrate dai sismografi. Tutto ciò spaventa la popolazione, ma, a parte la voce dell’Unità, tutto tace, fuori dalla valle.
4 novembre 1960: ciò che si temeva, si verifica. Verso le 12.30, su un fronte di circa 300 m, una grande frana si stacca dal monte Toc e si riversa nel bacino. Per fortuna non ci sono vittime ma le abitazioni sul versante del Toc sono ora tutte lesionate. La Sade fa immediatamente evacuare la zona, perché la situazione si presenta estremamente allarmante. Ormai, infatti, è chiaro che i calcoli di Müller sono attendibili. Lo stesso Alberico Biadene, direttore del servizio costruzioni idrauliche della Sade, scrive in una sua relazione che l’innalzamento dell’acqua è pericoloso. Ma anche lo svaso e l’abbassamento del livello del lago potrebbe essere altrettanto pregiudizievoli, non offrendo più appoggio alla frana. Il problema, evidentemente non è la presenza di persone, ma il salvataggio dell’opera. Così si decide di costruire una galleria di sorpasso che dovrebbe fungere da by-pass nel caso in cui la frana, scendendo, dividesse il lago in due parti. Gli eventi spingono la Commissione ministeriale ad una terza visita al bacino (28 novembre 1960), ma, incredibilmente, il geologo dello Stato, Francesco Penta, sostiene che non ci sono sufficienti elementi per accreditare le teorie più catastrofiche di Müller.
Oltre ai parlamentari di area comunista, ora anche il Consiglio Provinciale di Belluno delibera la costituzione di una Commissione con l’incarico di conferire col Ministro dei Lavori Pubblici (19 gennaio 1961). Il 26 febbraio, poi, l’assemblea del Bacino Imbrifero del Piave approva all’unanimità un ordine del giorno contro quello che viene definito un monopolio “che sta scardinando lo stato di diritto per imporre incontrastato il proprio dominio e la propria legge: quella del più esoso dei profitti” (Libro bianco 1963, p. 21).
Benigno Zaccagnini, Ministro dei Lavori Pubblici, risponde al Consiglio Provinciale rassicurando tutti. Ma è evidente che non sa o non vuole sapere. Comunica che, presso l’Università di Padova, sono in corso delle prove su modelli che dovrebbero chiarire definitivamente la situazione. A Belluno, fino ad allora, nessuno ne aveva saputo nulla. Però tutti intuiscono che, se si procede con queste prove, significa che la situazione è davvero preoccupante. A nuove sollecitazione che partono da Belluno, non seguono tuttavia le delucidazioni richieste. È in questa circostanza che Da Borso, presidente della Provincia, ha modo di dire che “la Sade è uno Stato nello Stato”.
Questa, da parte sua, sta intanto facendo delle prove su un proprio modello per valutare ipotetiche frane, le loro dinamiche, le possibili conseguenze. I dati però non saranno resi disponibili alla Commissione di collaudo, quando questa tornerà per la quarta volta sul Vajont. Nella loro relazione, i membri della Commissione riferiscono che, mantenendo il lago alle quote attuali, non sussistono particolari pericoli e tuttavia (con palese contraddizione) si dà parere favorevole al proseguimento dell’invaso.
Tra prosecuzione degli espropri e prove di invaso e svaso, il 1961 trascorre registrando la morte di Carlo Semenza, il padre del progetto del Vajont (31 ottobre) e di Giorgio Dal Piaz, il geologo la cui relazione era alla base del progetto del Vajont (20 aprile 1962). Pochi giorni dopo, il 3 maggio, la Sade chiede l’autorizzazione ad aumentare ancora il livello del lago fino a quota 700 m slm. Il quello stesso periodo anche le prove sul modello voluto dalla società elettrica (22 esperimenti in tutto) vengono terminate senza tener conto delle osservazioni e delle ipotesi formulate da Leopold Müller. I risultati provano che con il lago a livello 700 m slm, supponendo una frana in due tempi, non sussistono pericoli significativi. Ma oltre quella quota si potrebbero verificare situazioni catastrofiche anche per gli abitati a valle della diga, ossia Longarone. La Sade non ordina ulteriori accertamenti, chiude la relazione in un cassetto e non ne comunica i risultati al Ministero. Ottenuta invece l’autorizzazione, procede ad innalzare l’invaso a 700 m slm.
L’obiettivo ormai è quello di collaudare la diga al massimo delle sue possibilità, perché dal dicembre del 1962 la nazionalizzazione dell’industria elettrica è divenuta realtà attraverso la creazione dell’Enel. La Sade mira a vendere i suoi impianti allo Stato, compreso il Vajont, al prezzo più vantaggioso. Lo Stato compra, dunque, l’impianto il 14 marzo 1963. E si assume ovviamente tutte le sue criticità (anche se il passaggio formale avverrà solo il 27 luglio 1963: fino a quella data è ancora la Sade a gestire gli impianti, compreso il Vajont, anche se per conto dell’Enel). Da questo momento, dunque, tutto ciò che accadrà porta anche il segno dello Stato. Uno Stato che, ovviamente, non avrebbe mai dovuto acquistare quest’impianto e tantomeno proseguire sul solco della Sade. D’altra parte l’amministratore provvisorio dei beni dell’ex Sade è Feliciano Benvenuti, docente dell’Università Cattolica di Milano, legato a filo doppio con la vecchia proprietà, e pure Alberico Biadene rimane al suo posto di direttore del servizio costruzioni idrauliche, ora dell’ex Sade. Sicché si procede con la richiesta di un ulteriore innalzamento del livello dell’invaso, portandolo a 715 m slm. Ottenuta l’autorizzazione, comincia la terza prova di invaso.
Il Toc non cade. Ma i movimenti del terreno proseguono e anzi si accelerano nei mesi successivi, con l’innalzarsi del livello del bacino. Ora le amministrazioni locali cominciano preoccuparsi davvero. Il sindaco di Erto Casso allerta il prefetto di Udine chiedendo provvedimenti urgenti e chiede spiegazioni all’Enel di Venezia. La gente che vive a ridosso della diga è sempre più preoccupata. Ma la risposta di Biadene minimizza gli eventi, le scosse, le spaccature del terreno, le strade sconnesse, gli alberi inclinati.
Il 15 settembre si verifica uno slittamento di 22 cm del terreno nella stessa zona dove era avvenuta la frana del 1960. È ora chiaro che la montagna sta cedendo. Si punta allora disperatamente a svasare il bacino per raggiungere la quota di sicurezza dei 700 m slm, indicata dalla relazione delle prove fatte in segreto dalla Sade.
Il 9 ottobre 1963, alle ore 22.39, una massa franosa di 260 milioni di metri cubi si stacca dalla parete del monte Toc e precipita nel lago artificiale. Un’immensa ondata si proietta sul versante opposto risalendolo per circa 100 m. Raggiunge gli abitati di Erto e Casso. L’ondata si divide in due: la prima parte risale la valle, sommerge i paesi di Pineda, San Martino e Le Spesse, Raggiunge il passo di Sant’Osvaldo. La seconda parte delle acque, invece, oltrepassa la diga del Vajont, riversandosi lungo la gola, su Longarone. In pochi minuti, preceduta da un vento gelido, la massa d’acqua percorre 1600 m. Raggiunge il paese. Lo spazza via. Uccide centinaia di persone, vanno ad aggiungersi alle vittime delle frazioni di frazioni di Rivalta, Pirago, Villanova, Faè, e Codissago (1450 morti nell’area del comune). L’acqua risale persino la valle del Piave provocando 111 vittime nel comune di Castellavazzo e giunge fino a Termine di Cadore, portando con sé detriti e corpi. In altri luoghi e nei cantieri di lavoro dell’ex Sade si registrano ulteriori 191 vittime.
La più grave tragedia provocata dall’uomo in tempo di pace si è consumata.
Ancora 40 anni. La vicenda processuale
La storia del Vajont, iniziata agli esordi del XX secolo e consumatasi in pochi minuti, dura poi altri quaranta. Le ultime transazioni per i risarcimenti risalgono infatti al 2000. Nel mezzo, vi è la storia di un processo che qui non ricostruiamo, per quanto offra uno straordinario spaccato di storia italiana. Si pensi ad esempio alla singolare posizione dello Stato italiano: chiamato da una parte a rendere giustizia alle vittime e dall’altro a difendere gli imputati, accusati della costruzione della diga, che lo Stato stesso aveva rilevato dalla società elettrica (la loro condanna, infatti, avrebbe comportato il risarcimento dei danni), e che ormai non serviva più. Uno Stato, dunque, allo stesso tempo giudice e imputato, complice e vittima.
L’istruttoria condotta da Mario Fabbri, si chiude il 21 febbraio 1968 con la richiesta di rinvio a giudizio di vertici dell’ex Sade, dell’Enel e funzionari dello Stato. Il 25 novembre 1968 inizia il processo a L’Aquila, dove era stato spostato con sentenza della Corte di Cassazione per motivi di legittima suspicione e per ragioni di ordine pubblico.
Il 17 dicembre 1969 la Corte condanna a 6 anni i tre principali imputati (Alberigo Biadene, direttore del Servizio costruzioni idrauliche della Sade; Curzio Batini, presidente della IV Sezione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici; Almo Violin, ingegnere capo del Genio civile di Belluno). Mario Pancini, direttore dei lavori della diga, si era suicidato alla vigilia dell’inizio del processo. Gli altri imputati vengono assolti. La sentenza esclude i reati di frana e inondazione e la prevedibilità dell’evento. Il 20 luglio 1970 la Corte d’Appello dell’Aquila condanna Biadene a 6 anni (3 condonati), Francesco Sensidoni (capo del Servizio Dighe e membro della Commissione di collaudo) a 4 anni e 6 mesi, assolve gli altri imputati. La sentenza riconosce la responsabilità degli imputati per i reati di frana e inondazione e omicidi colposi e la prevedibilità dell’evento, rovesciando, su questo punto, la sentenza di primo grado. Tra il 15 e il 25 marzo 1971, infine, l’ultimo atto davanti alla Corte di Cassazione. Le condanne vennero confermate, con un leggero alleggerimento delle posizioni degli imputati. Mancavano 14 giorni alla prescrizione dei reati.
Nel frattempo, nel 1971 iniziano anche le cause civili promosse dai Comuni. Quanto ai risarcimenti ai superstiti, lo Stato riconoscerà loro i diritti di ricostruzione delle case e delle attività economiche, dando origine ad una lucrosa attività di rastrellamento e compravendita dei diritti stessi in quanto dichiarati cedibili a terzi. L’Enel metterà a disposizione 10 miliardi dell’epoca, ma con la condizione che i superstiti rinuncino a costituirsi parte civile. Quasi tutti accettano. Pochissimi resisteranno fino alla fine dei processi. Al 2000 risale la transazione di 900 miliardi di lire pagati in parti eguali dai corresponsabili, riconosciuti nello Stato italiano e negli eredi della Sade, ovvero Enel e Montedison.
Si chiudeva così una delle pagine più tragiche della recente storia italiana.
La ricostruzione dei paesi e delle attività economiche distrutti avverrà attraverso la Legge speciale del Vajont, più volte rifinanziata, che consentirà l’insediamento in provincia di Belluno di decine di nuove aziende. Longarone verrà ricostruita, mentre Erto resterà a lungo interdetta e il divieto di risiedervi verrà revocato solo nel 1971. A quel punto la comunità si dividerà: una parte si insedierà nel nuovo comune di Vajont (Pordenone), gli altri torneranno ad abitare ad Erto.
23 marzo 1966: visita del Presidente della Repubblica al cimitero delle vittime del Vajont, a cura di Comune di Longarone, Provincia di Belluno, Belluno, Tip. Piave, 1966
Dopo il Vajont. Contributo di idee per la rinascita della zona devastata e per una migliore legislazione montana, Belluno, Tip. vescovile, 1964
L’occhio si perde sgomento su un paesaggio lunare dove ogni traccia d’uomo è stata cancellata. Mostra, Catalogo delle mostre tenute a Longarone, 5-26 ottobre 2008 e Treviso 17 gennaio-15 febbraio 2009
Le cause e le responsabilità della catastrofe del Vajont: relazione presentata alla Commissione d’inchiesta parlamentare dai parlamentari del Partito comunista italiano: onorevoli Busetto et al., Roma, Azienda tipografiche eredi dott. G. Bardi, 1965
Libro bianco sulla tragedia del Vajont: prima documentazione presentata dalla delegazione parlamentare del PCI al Presidente della Repubblica Antonio Segni, Belluno, 13 ottobre 1963, Roma, Tip. SETI, 1963
Vajont, 9 ottobre 1963: elenco dei deceduti e delle famiglie colpite dal disastro, a cura dell’Opera Diocesana di Assistenza di Belluno, Belluno : Tipografia vescovile, stampa 1964
Vajont: vent’anni dopo. Atti del Convegno pubblico svoltosi al centro culturale del Comune di Longarone, 8 ottobre 1983, a cura del Comune di Longarone, s.l., s.n., 1983, Venezia, Tip. commerciale
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Renato Zanolli, Vajont: cronaca di una tragedia annunciata, Vittorio Veneto, Dario De Bastiani, 2013
Le misure di emergenza contro i pericoli del Vajont: l’ordinanza interessa il suono delle sirene e delle campane, zone che saranno sfollate e i centri di raccolta per la popolazione: precise disposizioni impartite dal sindaco, in “Il Gazzettino”, 25 marzo 1964, p. 5
Armando Gervasoni, La montagna ha tradito: la diga ha resistito: se l’imponente opera fosse crollata sarebbero stati certamente investiti dalla valanga d’acqua anche i paesi più a valle e forse la stessa parte bassa di Belluno, in “Il Gazzettino”, 11 ottobre 1963, p. 4
Dino Buzzati, Natura crudele, in “Il Corriere della Sera”, 11 ottobre 1963, p. 3
Vittorio Cossato, Scomparsa ogni traccia di vita a Longarone e nei paesi vicini : in sei minuti ottanta milioni di metri cubi d’acqua hanno travolto uomini e cose – i morti sarebbero 2500 ma si teme che questo numero possa essere largamente superato – recuperate fin’ora ottocento salme – pronta opera di soccorso con l’ausilio dei reparti delle forze armate – Sullo, Giraudo e il Patriarca Urbani sui luoghi della sciagura – oggi si attende Leone – domenica arriverà Segni : l’immane disastro del Vajont, in “Il Gazzettino”, 11 ottobre 1963, p. 1
Una valanga d’acqua sommerge case e persone presso Belluno: la catastrofe è avvenuta nella notte alle 23.15 – si parla di decine di morti e centinaia di feriti – è stata investita una vasta zona del bellunese che è rimasta isolata – i primi soccorsi: autorità, medici e carabinieri sul posto – il paese di Faè e alcuni villaggi sono stati travolti dalle acque – il livello del Piave si è alzato di cinque metri: per una massa di terra precipitata sulla diga del Vajont, in “Il Corriere della Sera”, 10 ottobre 1962, p. 1
Vajont (Natale 1963), regia di Luigi Di Gianni, 12’ (1963)
Vajont 9 ottobre 1963, regia di Marco Paolini, 156’ (1997)
Vajont – La diga del disonore, regia di Renzo Martinelli, 116’ (2001)
La montagna infranta, regia di Mirco Melanco, 30’ (2013)
Vajont – Tanta terra, tanta acqua, regia di Vittorio Vespucci, 46’ (2013)
Questo dossier consta di sei documenti principali e tre aggiuntivi, disposti in una successione cronologica.
Il primo è un brano tratto da Sulla pelle viva, il libro di Tina Merlin, che racconta la vicenda del Vajont dal punto di vista delle ripercussioni che esso ebbe tra le popolazioni dei paesi che insistevano sull’area della diga e dei lavori. Nel brano selezionato si racconta delle preoccupazioni degli abitanti di Erto di fronte ai fenomeni sismici che si andavano moltiplicando già un anno e mezzo prima del disastro.
I docc. 2 e 3 sono tratti dalla sentenza con la quale il giudice istruttore determina il rinvio a giudizio di alcuni imputati. Si tratta di un passo della testimonianza resa da Almo Violin, ingegnere capo della Società Adriatica di Elettricità, in merito alla situazione sul Vajont 24 ore prima della tragedia (doc. 2), e di una lettera vergata da Alberico Biadene, Direttore del Servizio costruzioni idrauliche della Sade, e indirizzata all’ing. Pancini, direttore del cantiere del Vajont, il giorno stesso della frana del monte Toc (doc. 3).
Il doc. 4 è un brano della requisitoria del Pubblico Ministero in cui si chiarisce la dinamica del disastro del Vajont, con la sua carica di orrore, morte, violenza. La medesima questione è al centro anche dei successivi due documenti. Il n. 5 è costituito da tre disegni che illustrano nel dettaglio il movimento della frana e il fenomeno da essa attivato. Il doc. 6, invece, si compone di due foto che ritraggono l’abitato di Longarone prima e dopo il passaggio della gigantesca ondata.
Seguono, come detto, tre documenti aggiuntivi. Saranno utili nel caso si voglia dare un taglio leggermente diverso al lavoro proposto agli studenti, come si evince da alcuni degli esercizi proposti in chiusura.
Si tratta di tre testimonianze riportate nella sentenza del giudice istruttore. Il doc. 7 illustra la situazione due giorni prima della frana dal punto di vista del parroco di Casso. Il doc. 8 descrive il territorio sempre il 7 ottobre attraverso le parole di un sorvegliante della frana. L’ultimo documento, forse il più angosciante con il senno di poi, riporta la testimonianza di una centralinista di Longarone ad un’ora dalla catastrofe.
Potere economico e interessi della comunità nel disastro del Vajont
Nel 1956 la Sade (Società Adriatica di Elettricità)[1] arriva nella valle di Erto e Casso (allora in provincia di Udine, oggi Pordenone) per costruire quella che dovrà essere la più grande diga del mondo. L’obiettivo è sbarrare il torrente Vajont, il cui corso sfocia nel Piave in provincia di Belluno nei pressi del paese di Longarone, per creare una grande bacino in cui far confluire anche le acque di altri laghi artificiali del bellunese. Questo serbatoio servirà per la produzione di energia idroelettrica. I lavori iniziano nel 1957 e durano circa due anni, fino al 1959.
Questa iniziativa provoca delle forti tensioni con la popolazione del posto, innanzitutto perché la Sade espropria molti terreni comunali e privati. Gli abitanti cominciano ben presto a temere per la propria sicurezza, perché si rendono conto che il fianco del monte Toc, che incombe sul lago, è cedevole. Pertanto la stessa Sade chiede la consulenza del geologo austriaco Leopold Müller e dei suoi giovani collaboratori Franco Giudici e Edoardo Semenza, figlio del progettista della diga. Il risultato dell’indagine è disastroso: sotto la superficie del Toc si trova una enorme massa in movimento con un fronte di 2,5 km. Da qui, sostengono i tre geologi, si possono staccare pericolose frane. La relazione di Müller, però, non verrà mai resa nota dalla Sade.
4 novembre 1960: ciò che si temeva, si verifica. Verso le 12.30, su un fronte di circa 300 m, una grande frana si stacca dal Toc e si riversa nel bacino. Per fortuna non ci sono vittime ma le abitazioni sul versante del monte sono lesionate. La Sade fa evacuare la zona, perché la situazione si presenta estremamente allarmante. Ormai, infatti, è chiaro che i calcoli di Müller sono attendibili. Lo stesso Alberico Biadene, direttore del servizio costruzioni idrauliche della Sade, scrive in una sua relazione che l’innalzamento dell’acqua è pericoloso. Ma anche lo svuotamento e l’abbassa­mento del livello del lago potrebbero essere altrettanto rischiosi, non offrendo più appoggio alla frana. Il problema, evidentemente non è la presenza di persone, ma il salvataggio dell’opera.
Tuttavia, mentre procedono le prove di invaso del lago artificiale, scosse sismiche si moltiplicano accrescendo le paure della gente. La Sade minimizza i pericoli e continua a fare prove di invaso e svaso, portando il livello del lago a oltre 700 m slm. Vuole collaudare la diga al massimo delle sue possibilità, perché mira a vendere i suoi impianti allo stato al prezzo più vantaggioso.
Nei mesi successivi, con l’innalzarsi del livello dell’acqua, i movimenti del terreno sul fianco della montagna accelerano. La gente che vive a ridosso della diga è sempre più allarmata, ma la risposta di Biadene si ostina a rassicurare e minimizzare i segni premonitori della tragedia: scosse, spaccature del terreno, strade sconnesse, alberi inclinati. La Sade, che ancora gestisce la diga in attesa del passaggio al nuovo proprietario, lo stato, deve concludere i collaudi per evitare che l’Enel rinunci all’acquisto.
Il 9 ottobre 1963, alle ore 22.399, il Toc cade provocando oltre 1900 vittime a Erto, Casso, Pineda, San Martino, Longarone e altre frazioni; è la più grave tragedia provocata dall’uomo in tempo di pace.
Aprile-maggio 1962. Le preoccupazioni degli abitanti di Erto
«Le scosse continuano. Nelle case la gente le sente, assieme a strani boati. II Comune non può più stare zitto. II 27 aprile [1962] scrive una lettera al Genio Civile di Udine e di Belluno, alla Prefettura, alla Sade, ritenendo “doveroso segnalare, per la sorveglianza del caso” almeno il fatto più rilevante accaduto il 21: “Un forte boato, a seguito di una scossa, ha impressionato la popolazione di Erto che teme il franamento delle sponde del lago”. Il giorno 29 il Comune segnala ancora al Genio Civile di Belluno un’altra “scossa e boato” avvenuta quel giorno. Altra “scossa e boato” il 30, subito segnalata dal Comune al Genio Civile. Idem per nuove scosse e boati l’1, 2, 3 maggio. II maestro di scuola Martinelli manda una lettera al segretario comunale piuttosto dura: “Prego tenere conto, e segnalare a chi di dovere, di tutte le scosse che si sono verificate o che si verificheranno nel Comune. (…) Io ricordo le seguenti. 1. aprile ’62; 2. aprile ’62; 3. 29 aprile, ore 18 (scossa e rumore più forte dei precedenti); 4. 2 maggio ’62, ore 18.55 (boato fortissimo); 5. 2 maggio ’62, ore 19.30 (boato meno forte). Perché la SADE, che ha un sismografo sensibilissimo e registra le scosse del Cile non ci dice vita e miracoli di queste? (…) La Sade deve dimostrare che non dipende dal lago. Prego occuparsi con assoluta urgenza”».
(T. Merlin, Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont, 1997, p. 102)
A 24 ore dal disastro. Testimonianza di Almo Violin, ingegnere capo della Società Adriatica di Elettricità
«[L’8 ottobre] l’ing. Caruso[2] mi ha fatto presente questo accelerarsi degli spostamenti della frana del Toc. Lui ha detto (…): “guardi, direi che non sono eccessivamente preoccupanti, comunque se dovesse anche la frana staccarsi istantaneamente, noi da esperimenti che abbiamo fatto su un modello, abbiamo visto che la frana staccandosi istantaneamente produrrebbe un’onda di circa 20 metri, cosa che sarebbe contenuta nella diga”. Io suggerii di svuotare il serbatoio più presto ma lui disse “no, guardi, accelerare lo svaso potrebbe essere pregiudizievole per la stabilità della frana” e questo mi ha convinto. L’ho trovata una ragione valida, ed ha soggiunto (…): “non c’è niente di allarmante, anzi la pregherei di non spargere voci allarmistiche perché per quello che c’è di pericoloso abbiamo già provveduto”. Adesso non ricordo ma dalla successione dei fatti si può presumere, mi pare disse: abbiamo o manderemo un telegramma alla Prefettura di Udine e al Comune di Erto perché sfollino 30 case stagionali che sono proprio sulla diga.»
(dalla Sentenza del giudice istruttore del Tribunale di Belluno, Sentenza del giudice istruttore Mario Fabbri, n. 85/64 G.1., 20 febbraio 1968, pp. 233)
A poche ore dal disastro. Lettera del 9 ottobre 1963 di Alberico Biadene, Direttore del Servizio costruzioni idrauliche della Sade, all’ing. Pancini, direttore del cantiere del Vajont
«Egregio Ing.re [Pancini][3], (…) la situazione del Vajont mi costringe a scriverle di rientrare a Venezia anziché andare a Wiesbaden (…). Tornando al Vajont le dirò che in questo giorno le velocità di traslazione della frana sono decisamente aumentate. Ieri mattina sono state per qualche punto di 20 centimetri nelle 24 ore e questo sia in basso che in alto. Ieri sono stato sul posto con Caruso,[4] che segue le cose da vicino e tornerò lassù venerdì 11 corrente, (…) in vista di una eventuale visita della Commissione di Collaudo [del Ministero dei Lavori Pubblici]. Le fessure sul terreno, gli avvallamenti sulla strada, la evidente inclinazione degli alberi sulla costa (…), l’aprirsi della grande fessura che delimita la zona franosa, il muoversi dei punti anche verso la Pineda che finora erano rimasti fermi, fanno pensare al peggio. Ieri abbiamo telegrafato al Sindaco di Erto e alla Prefettura di Udine chiedendo che sia ripristinata l’ordinanza di divieto di transito sulla strada; intanto il serbatoio sta calando un metro al giorno e questa mattina dovrebbe essere a quota 701. Penso di raggiungere quota 695 sempre allo scopo di creare una fascia di sicurezza per le ondate. La popolazione è totalmente sgomberata da ieri sera [dalle case più vicine al lago] e permane sul posto solo durante il giorno per la raccolta delle patate.
(…) Mi spiace di darle tante cattive notizie e di doverla far rientrare anzi tempo.
P.S. [scritto a mano] Mi telefona ora il geometra Rossi[5] che le misure di questa mattina mostrano essere ancora maggiori a quelle di ieri, raggiungendo una maggiorazione del 50%!! (cioè da 20 centimetri a 30 centimetri). Si nota anche qualche piccola caduta di sassi al bordo ovest (verso diga) della frana. Che Iddio ce la mandi buona. Firmato Biadene».
(dalla Sentenza del giudice istruttore del Tribunale di Belluno, Sentenza del giudice istruttore Mario Fabbri, n. 85/64 G.1., 20 febbraio 1968, 244-5)
Gli effetti del disastro
Il 9 ottobre 1963, alle ore 22.39, un’enorme frana di roccia di circa due chilometri quadrati di superficie e di circa 260 milioni di metri cubi di volume (…) precipitò, con un boato, nel bacino idroelettrico del Vajont, invasato fino a quota 700,42 [s.l.m.] e raggiunse la sponda opposta urtandovi contro e risalendola, in alcuni punti, per circa 100 metri.
L’effetto idraulico di questa enorme massa di materiale che investì il lago artificiale fu un’ondata gigantesca di circa cinquanta milioni di metri cubi di acqua, carica di materiale solido in sospensione, che, sollevatasi sino a circa 230 metri di altezza, ricadde paurosamente riversandosi in parte verso il lago ed in parte oltre la diga.
Quest’ultima parte, di circa 25 milioni di metri cubi, irrompendo tumultuosa nella stretta gola del Vajont, percorse, in soli quattro minuti, circa 1.600 metri e, nel silenzio della notte autunnale, espandendosi nella quieta e pianeggiante valle del Piave, investì i ridenti paesi di Longarone, Rivalta, Pirago, Villanova, Faè, la sponda di Fornace, i borghi di Castellavazzo e di Codissago, la Cartiera posta allo sbocco gola, distruggendo ogni traccia di vita e mutando la geografia della zona.
Sulle sponde del lago l’ondata colpì le località Pineda, San Martino, Le Spesse e risalì fino al passo di S. Osvaldo, distrusse case, borghi ed altre vite umane.
La massa idrica che tracimò la diga si presentò sulla stessa con una fronte alta circa 130 metri; precipitò quindi nella profonda e stretta gola del Vajont colmandola quasi completamente e raggiungendo un’altezza di circa 150 metri, tanto che allo sbocco sul Piave si presentò con un’altezza di quasi 70 metri. Nella Valle del Piave l’acqua, preceduta da uno strano vento gelido, si espanse a ventaglio, investendo frontalmente Longarone ed il versante destro della vallata. Infine tutto rifluì verso Sud, lungo il corso del Piave, in un’enorme onda di piena, presentandosi a Ponte nelle Alpi e Belluno con (…) altezza dell’acqua 12 metri circa. (…)
Il greto del Piave allo sbocco della gola del Vajont venne ampiamente scavato dall’onda, che creò un’enorme depressione occupata, nelle prime settimane dopo la frana, da un ampio specchio d’acqua. Disastroso fu l’effetto erosivo sul versante destro del Piave, con la completa distruzione di abitati e manufatti e con l’asportazione del terreno e dei detriti fino a mettere a nudo la sottostante roccia viva.
L’enorme ondata provocò circa 2.000 vittime, e isolò completamente la zona colpita a causa delle interruzioni stradali e ferroviarie oltre che di quelle telefoniche e telegrafiche. Insieme con gran parte dell’abitato di Longarone furono cancellate del tutto la linea ferroviaria, per un tratto di circa 2 chilometri, della ferrovia Padova-Belluno-Calalzo, con gli impianti e fabbricati della stazione, sita ad immediato contatto del paese, ed una parte della strada statale n. 51 (…) per una estensione di Km. 4. Detriti, piante, cadaveri, giunsero anche all’altezza di Termine di Cadore, che dista dal Vajont circa quattro chilometri contro corrente del Piave, verso Nord e, verso Sud, lungo tutto il corso del fiume sino al mare. Tali furono l’impeto, la forza, la velocità, la violenza di questa immane tragedia. (…)
Per giorni e settimane non si riuscì a contare il numero delle vittime.
(Requisitoria del pubblico ministero: Procura della Repubblica. Belluno, Requisitoria del pubblico ministero Arcangelo Mandarino, n. 818/63 P.M., 22 novembre 1967, pp. 69-73)
Le fasi della frana e l’onda
(disegni tratti da: Tina Merlin, Vajont 1963. La costruzione di una catastrofe, Il Cardo1993)
Longarone prima e dopo la distruzione
(fotografie tratte da: Maurizio Reberschak, Il grande Vajont, Cierre 2013)
Alla vigilia del disastro. La situazione del territorio due giorni prima della frana nella testimonianza di don Carlo Onorini, parroco di Casso
«Mi rivolsi il giorno 7 ottobre al Rossi[6] per conoscere l’entità dei fatti che imponevano lo sgombero, […] il De Pra[7] – cui fui indirizzato dal Rossi per la risposta e che io conoscevo come colui che tutto sapeva dell’andamento del bacino – mi disse testualmente che lo sgombero era determinato da “precauzione”. La risposta non mi tranquillizzò anche perché mi risultava che qualche famiglia riottosa allo sgombero era stata convinta solo con un argomento molto crudo: dissero cioè “se volete rimanere qua, bene! Però potete morire sotto le pietre”. Ciò mi fu subito riferito dai primi sfollati giunti a Casso dei quali non ricordo il nome e mi risulta che la frase fu detta da De Pra. Già dal pomeriggio del 7 cominciai ad osservare da Casso la frana insieme con alcuni cittadini e potemmo vedere i mutamenti che avvenivano a vista d’occhio sui prati soprastanti il piano stradale che presentavano fenditure che si allargavano a vista d’occhio, come pure la strada subiva evidenti spaccature.»
(dalla Sentenza del giudice istruttore del Tribunale di Belluno, Sentenza del giudice istruttore Mario Fabbri, n. 85/64 G.1., 20 febbraio 1968, pp. 231-2)
Alla vigilia del disastro. La situazione del territorio due giorni prima della frana nella testimonianza di Felice Filippin, un sorvegliante della frana
«Quanto alle mie osservazioni degli ultimi giorni, […] come ho già detto alla Commissione, riferisco che ad occhio nudo vedevo ben poco e che solo il lunedì 7 ottobre notai l’apparire in una zona boscosa nei pressi dell’imposta sinistra di una nuova fessura sul terreno; tale fessura aveva andamento parallelo alla sponda, era lunga una decina di metri e larga circa 1 metro. Altra fessura più o meno delle stesse dimensioni, notai sui prati a monte della strada in sinistra del punto in cui questa descriveva una serie di tornanti, proprio sopra l’imposta sinistra: vista tale fessura avvertii l’assistente De Pra e il geometra Rossi e dal Rossi ebbi l’incarico di sorvegliare più attentamente la zona, dal momento che neanche gli abitanti del Toc si erano avveduti di questi fatti. Ciò avvenne il lunedì mattina. Il lunedì pomeriggio il Rossi mi invitò in un secondo giro di ispezione che effettuai in compagnia del De Pra. Girammo tutta la zona della frana e notammo che sul terreno si erano verificate numerose spaccature piccole e grandi in alto e in basso, aumentanti di ora in ora. Ricordo che al ritorno notammo nuove fessure in zone ispezionate due ore prima che ne erano immuni. In seguito a questo fatto il De Pra ed il Rossi decisero lo sgombero del Toc e la sera del lunedì iniziarono ad evacuare le casere stagionali. La sera del 7 ottobre venne impartito l’ordine all’Assistente Corona Marco […] di far sgomberare la zona del Toc. L’ordine di sfollamento era limitato alla zona del Toc, con esclusione di altre frazioni quali, Pineda, Liron, Prada».
Un’ora prima del disastro. Testimonianza di Maria Capraro, telefonista
«[Il 9 ottobre] verso le ore 21,45 il telefonista dell’ufficio Sade di Longarone mi spiegò che aveva necessità di mettersi in collegamento con l’abbonato numero 41, (…) corrispondente con la fabbrica “Mec Marmi”, in quanto non era escluso che durante la notte, a causa di qualche franamento, dell’acqua potesse fuoriuscire dalla diga e preoccupare gli operai della fabbrica. Preoccupata gli chiesi se vi era qualche pericolo anche per Longarone, precisandogli che avevo una bambina. Al che egli mi rispose che per Longarone non vi era alcun pericolo. Gli chiesi notizie anche sull’andamento della frana ed egli mi rispose che durante il giorno vi era stato un abbassamento di circa trenta centimetri nel versante del monte Toc e che il canale verso Soverzene era ostruito, ma comunque dal giorno prima, il bacino era stato vuotato di circa dieci metri d’acqua e pertanto non vi era alcun pericolo».
(dalla Sentenza del giudice istruttore del Tribunale di Belluno, Sentenza del giudice istruttore Mario Fabbri, n. 85/64 G.1., 20 febbraio 1968, p. 2256)
Utilizzando il tuo manuale, in particolare il capitolo che riguarda il “boom” economico, spiega quali ragioni potevano spingere la Sade a promuovere la costruzione della diga e la creazione di un bacino artificiale per la produzione di energia idroelettirca.
Cerca nel tuo manuale le pagine riguardanti la nazionalizzazione dell’industria elettrica e metti in relazione ciò che vi si dice con quanto affermato nel testo introduttivo riguardo alle esigenze della Sade.
Costruisci una linea del tempo in cui le date riportate nel testo introduttivo e nei documenti siano messe in relazione al “boom” economico e alla nascita del centro sinistra. Per questa seconda parte aiutati con il tuo manuale.
Rapporto testo/documento
Individua e sottolinea nel testo e nei documenti i seguenti termini: coronamento, depressione, invaso, massa idrica, nazionalizzazione, requisitoria, svaso, tracimare. Cercane poi la definizione nel vocabolario. Accosta ad ogni termine i documenti corrispondenti.
Sottolinea nel testo i nomi dei luoghi. Scrivi, accanto a ciascuno di essi, il numero del documento che vi si riferisce, direttamente o indirettamente.
Nel testo trovi questa frase: “L’obiettivo è quello di collaudare la diga al massimo delle sue possibilità, sia perché queste prove sono necessarie per avere gli ultimi finanziamenti statali, sia perché dal dicembre del 1962 la nazionalizzazione dell’industria elettrica è divenuta realtà attraverso la creazione dell’Enel, e la Sade mira a vendere i suoi impianti, compreso il Vajont, al prezzo più vantaggioso”. Cerca nei documenti le informazioni che ti permettono di capire in che modo la Sade cercava di realizzare questo obiettivo.
Quale posizione ti sembra assuma la popolazione dei comuni interessati di fronte alla ai problemi di sicurezza? Aiutati con il testo introduttivo e i docc. n. 1, n. 3 e n. 7 (documenti ulteriori)
Le ricostruzioni del doc. 5 e le fotografie del doc. 6 spiegano gli effetti dell’ondata e le cause che la provocarono. Scrivi un testo partendo da queste immagini, tenendo conto in particolare del doc. 4.
Individua e sottolinea nel doc. 4 le parti che illustrano quanto rappresentato dalle immagini dei docc. 5 e 6.
Individua nei doc. 4 le località citate dal doc. 5 e scrivi un breve testo che spiega le ragioni per cui sono ricordate.
Secondo te, la Sade si preoccupava della sicurezza della popolazione o invece era interessata ad altre questioni? Eventualmente, quali? Prova a rispondere utilizzando il testo introduttivo e i docc. 1, 2, 3, 9 (documenti ulteriori)
Immagina un titolo per ogni documento proposto (andranno ovviamente eliminati quelli proposti).
Scrivi delle didascalie per commentare le immagini dei docc. 5 e 6.
Commenta la serie dei documenti, cercando di individuare la logica con la quale sono stati scelti e proposti.
Individua nel testo introduttivo i punti che potrebbero essere sviluppati con le notizie ricavabili dai documenti e scrivi un nuovo testo che ne tenga conto.
L’ultima frase del testo introduttivo annuncia la tragedia del Vajont senza chiarirla. Cerca nel doc. 4 quello che effettivamente successe la notte del 9 ottobre 1963 e scrivi un testo che spieghi lo svolgimento dei fatti.
Cerca e sottolinea nei documenti le informazioni che non sono presenti nel testo introduttivo.
Utilizzando il testo introduttivo e i documenti scrivi un breve testo argomentativo cercando di spiegare le ragioni e le responsabilità della Sade.
Nella tua esperienza conosci situazioni in cui il potere economico tende a prevalere sulle esigenze, anche di sicurezza, delle popolazioni sul cui territorio si trova ad operare? Scrivi un breve testo mettendo in relazione la vicenda del Vajont con quelle che tu conosci.
[2] Ingegnere della Sade, tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre del 1963, sostituisce l’ing. Pancini, direttore del cantiere del Vajont, mentre costui è in ferie, con l’incarico di «dare un’occhiata al Vajont nel caso succedesse qualcosa di anormale».
[3] Direttore del cantiere del Vajont; parte per le ferie alla fine di settembre 1963.
[4] Ingegnere della Sade, tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre del 1963, sostituisce l’ing. Pancini, direttore del cantiere del Vajont, mentre costui è in ferie, con l’incarico di «dare un’occhiata al Vajont nel caso succedesse qualcosa di anormale».
[5] Dipendente della Sade.
[6] Geometra alle dipendenze della Sade.
[7] Dipendente della Sade.
Autore: Enrico Bacchetti
Titolo: 100 anni, 4 minuti, 1910 morti. Breve viaggio nella tragedia del Vajont
DOI: 10.12977/nov178
Parole chiave: educazione alla cittadinanza, educazione alla sosteni-bilità, educazione ambientale, energia, sicurezza, Vajont
Come citarlo: Enrico Bacchetti, 100 anni, 4 minuti, 1910 morti. Breve viaggio nella tragedia del Vajont, Novecento.org, n. 8, agosto 2017. DOI: 10.12977/nov178

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