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Timestamp: 2020-07-14 12:00:19+00:00

Document:
Musica greca antica a Brescia ai principi del Cinquecento
Ph i lomu si ca on - line 1 5/1 ( 20 16 )
Musica greca antica a Brescia ai principi del
Il Prooemium in Musicam Plutarchi ad Titum Pyrrhinum e
la Musica Plutarchi a Charolo Valgulio Brixiano uersa in
latinum (Brescia 1507)*
§ La prima traduzione latina del De
musica attribuito a Plutarco fu portata
a termine alla fine del XV sec.
dall’umanista bresciano Carlo Valgulio,
che la pubblicò nella sua città nel 1507,
corredandola di un’importante introduzione, il Prooemium in Musicam
Plutarchi ad Titum Pyrrhinum.
Quest’articolo analizza approfonditamente entrambi i testi, ponenedone in
luce caratteristiche, finalità, circolazione e recezione. Particolare attenzione
viene dedicata all’individuazione delle
fonti greche del Prooemium e alle
modalità della loro rielaborazione da
parte di Valgulio.
§ The first Latin translation of the De
musica attributed to Plutarch was
completed at the end of 15th Century
by the Brescian humanist Carlo
Valgulio, who published it at Brescia
in 1507 with an important introduction, the Prooemium in Musicam
Plutarchi ad Titum Pyrrhinum. This
article analyses both textes in depth,
casting light on their characteristics
and scope, as well as on their
circulation and reception. Special
attention has been given to the
individuation of the greek sources for
the Prooemium and the ways in
which Valgulio elaborated them.
«Philomusica on-line» – Rivista del Dipartimento di Scienze musicologiche e paleografico-filologiche
e-mail: [email protected] – Università degli Studi di Pavia
<http://philomusica.unipv.it> – ISSN 1826-9001 – Copyright © 2016 Philomusica on-line – Pavia University Press
Philomusica on-line 15/1 (2016)
1. Il lavoro di un umanista tra letteratura e musica
ROBABILMENTE ,
quando pose mano alla sua traduzione in latino del De
musica attribuito a Plutarco,1 e quando poi si mise a scriverne
l’introduzione, l’umanista bresciano Carlo Valgulio (ca. 1434 - 1517)2 non
immaginava che l’impatto che il suo lavoro finì per avere sui futuri sviluppi
Nelle citazioni testuali dei lavori di Valgulio mi attengo alla paginazione dell’edizione bresciana
del 1507, della quale ho corretto tacitamente errori e sviste, adeguandone l’ortografia alle
convenzioni del latino classico. Durante la stesura di questo lavoro mi hanno molto giovato
diversi colloqui con l’amico Massimo Raffa, che ringrazio di cuore; altrettanto calorosamente
ringrazio Lucia Gualdo Rosa, che mi ha fornito importanti notizie su una delle traduzioni latine
inedite di Valgulio, e Angelo Brumana, che ha generosamente messo a mia disposizione notizie
bibliografiche e una sua dettagliata schedatura di alcuni documenti conservati nell’Archivio di
Stato di Brescia, per me altrimenti inaccessibili.
Oggi il De musica è generalmente ritenuto spurio, ma all’epoca di Valgulio la questione
dell’autenticità non era stata ancora sollevata; il primo a farlo non fu, come comunemente si
crede, Jacques Amyot (Les Oeuvres Morales & meslees de Plutarque. Translatees du Grec en
François par Messire Iacques Amyot, à present Euesque d’Auxerre, Conseiller du Roy en son
privé Conseil, & grand Aumosnier de France, I-II, Imprimerie de Michel de Vascosan, Paris 1572,
II, p. 660), ma Erasmo da Rotterdam, nella seconda edizione dei suoi Adagia, pubblicata da
Froben a Basilea nel 1515 (cfr. A. MERIANI, Osservazioni sulla prima traduzione in latino del De
Musica di Plutarco [Carlo Valgulio, Brescia 1507], in Il sapere musicale e i suoi contesti da
Teofrasto a Claudio Tolemeo, a cura di D. Castaldo, D. Restani e C. Tassi, Longo, Ravenna 2009,
pp. 185-205:185, nota 1, con bibliografia); recentemente, il problema è stato riconsiderato da M.
CANNATÀ FERA, Plutarco nel De musica, «Quaderni Urbinati di Cultura Classica», nuova serie,
99/3 (2011), pp. 191-206 (che propende decisamente per la non autenticità) e da G. D’IPPOLITO, Il
De musica nel corpus plutarcheo: una paternità recuperabile, ibidem, pp. 207-225 (che offre
buoni argomenti in difesa dell’autenticità); favorevole all’autenticità è anche R. Rocha (Plutarco.
Sobre a Música, in Plutarco. Obras Morais. Sobre o Afecto aos Filhos, Sobre a Música, tradução
e notas de C. Soares e R. Rocha, Centro de Estudos Clássicos e Humanísticos, Coimbra 2010, pp.
63-243:76-96); J. Silva Barris (Plutarc. La Música, introducció i traducció de J. Silva Barris,
Adesiara, Martorell 2008, p. 15) ipotizza invece che l’autore del testo possa essere stato un allievo
o imitatore di Plutarco, senza escludere che l’opera possa essere il risultato di aggiunte successive
a partire da un nucleo autenticamente plutarcheo; contro la tesi di Ἀ. Γ. Σιαμάκης, Πλουτάρχου
Ἀθηναίου Περὶ μουσικῆς. Εἰσαγωγή, κείμενο, μετάφρασι, σχόλια, σχέδια, εἰκόνες ὑπὸ Ἀ. Γ. Σ.,
Εκδόσεις Κάλαμος, Αθήνα 2005, secondo il quale l’autore del De musica sarebbe da identificare
col neoplatonico Plutarco di Atene (IV-V sec. d. C.) si è pronunciato E. PÖHLMANN, Ps. Plutarch,
De musica. A History of Oral Tradition of Ancient Greek Music, «Quaderni Urbinati di Cultura
Classica», nuova serie, 99/3 (2011), pp. 11-30: 15.
Su di lui, si deve ancora ricorrere al lavoro di A. VALENTINI, Carlo Valgulio letterato bresciano
del XV secolo, Tip. A. Luzzato, Brescia s. a. (ma 1903), da integrare con la recensione di A.
ZANELLI, «Archivio Storico Lombardo», serie IV, 31 (1904), pp. 125-133; un rapido schizzo
biografico è in J. D. CULLINGTON - S. BOWD, Vainglorious Death. A Funerary Fracas in
Renaissance Brescia, Arizona Center for Medieval and Renaissance Studies, Tempe (Arizona)
2006, pp. xl-xliii; in effetti, il suo profilo andrebbe ora ricostruito sulla base di un più ampio e
approfondito studio di fonti d’archivio, cosa che mi riprometto di fare in un prossimo lavoro;
dalla sua Brescia, dove sarebbe stato allievo di Giovanni Calfurnio o di Gabriele da Concorezzo
(ma sull’ipotesi di un suo discepolato presso Ubertino Posculo, già avanzata a suo tempo da
Zanelli, ha riportato recentemente l’attenzione E. VALSERIATI, Ubertino Posculo tra Brescia e
Costantinopoli, in Profili di umanisti bresciani, a cura di C. M. Monti, Torre D’Ercole,
Travagliato-Brescia 2012, p. 192, nota 100), Valgulio si spostò a Firenze, Arezzo, Venezia e Roma,
dove frequentò la Biblioteca Apostolica Vaticana negli anni 1481-1498 e dove, come diversi
veneziani e bresciani alla fine del XV sec., prestò servizio nell’alta burocrazia papale (S. D. BOWD,
A. Meriani – Musica greca antica a Brescia ai principi del Cinquecento
della cultura musicale europea avrebbe di molto superato le sue più rosee
aspettative. Dotato di una eccellente conoscenza delle lingue classiche, 3 nella
sua vita di studioso egli coltivò prevalentemente interessi letterari, procura ndo traduzioni in latino di diversi testi greci di autori come Isocrate, Arriano,
Cleomede, Plutarco, Elio Aristide, Dione Crisostomo. La maggior parte di esse
fu da lui raccolta in un volume che è stato definito «the climax of his scholarly
career»4 e fu pubblicato a Brescia nel 1497;5 più tardi vide la luce la traduzione
Venice’s Most Loyal City. Civic Identity in Renaissance Brescia, Harvard University Press,
Cambridge [MA] - London 2010, p. 106), prima nell’orbita di Falcone Sinibaldi, tesoriere papale
sotto Sisto IV e Innocenzo VIII, e poi divenendo segretario di Cesare Borgia, cardinale a partire
dal 1493 (cfr. A. MERIANI, Carlo Valgulio e il testo del De musica, «Quaderni Urbinati di Cultura
Classica», nuova serie, 99/3 [2011], pp. 229-258: 230-232, con bibliografia); tornato in patria,
dove aveva ottenuto la posizione di arciprete della pieve di Sant’Andrea di Iseo e dove la sua
presenza è documentata a partire da un atto notarile stipulato a Rodengo il 22.10.1502 (Brescia,
Archivio di Stato, Amministrazione dei Luoghi Pii, Casa di Dio, San Nicola di Rodengo, Varia,
documento senza segnatura, sul quale cfr., per ora, P. GUERRINI, Note varie d’archivio di cronaca
e di bibliografia. Carlo Valgulio arciprete d’Iseo, «Memorie storiche della diocesi di Brescia», III
[1932] [Monografie di Storia bresciana, 8], pp. 217-219), si impegnò attivamente nella vita
pubblica, tra l’altro prendendo posizione sulle disposizioni funerarie e proponendo una riforma
degli statuti cittadini (CULLINGTON - BOWD, Vainglorious Death, passim; BOWD, Venice’s Most
Loyal City, passim; al lavoro di BOWD si rimanda anche per il quadro generale della storia di
Brescia nel Rinascimento); della sua biblioteca personale faceva parte l’attuale Par. Gr. 1811,
contenente opere di Platone (cfr. S. MARTINELLI TEMPESTA, La tradizione testuale del Liside di
Platone, La Nuova Italia, Firenze 1997, pp. 83, nota 230; 171, nota 131; A. CATALDI PALAU, Gian
Francesco d’Asola e la tipografia aldina. La vita, le edizioni, la biblioteca dell’Asolano, Sagep,
Genova 1998, pp. 398, 469-471, 505-506); intrattenne rapporti di familiarità con umanisti del
calibro di Marsilio Ficino, Angelo Poliziano, Giano Lascaris, Pietro Gravina, Marino Becichemo.
A tale proposito, cfr. le lettere 1, 55 e 3, 60 Gentile di Marsilio Ficino richiamate in MERIANI,
Carlo Valgulio e il testo del De musica, pp. 231-232 e quella di Marino Becichemo citata in
CULLINGTON - S. BOWD, Vainglorious Death, p. xl, nota 70.
J. D. CULLINGTON, ‘That liberal and virtuous art’: three humanist treatises on music. Aegidius
Carlerius. Johannes Tinctoris. Carlo Valgulio, translated, annotated and edited by J. D. C. with
an introduction by B. Strohm and the editor, University of Ulster, Newtownabbey 2001, p. 20.
Integro qui, con qualche precisazione, quanto esposto in MERIANI, Carlo Valgulio e il testo del
De musica, p. 230, nota 7: il volume bresciano, stampato da Bernardino Misinta a spese di Angelo
Britannico, è censito in Repertorio delle traduzioni umanistiche a stampa. Secoli XV-XVI, a cura
di M. Cortesi e S. Fiaschi, SISMEL - Edizioni del Galluzzo, Firenze 2008, pp. 383, 412, 1236,
1282, e contiene le traduzioni latine di: 1. De motu circulari di Cleomede, con dedica al Cardinale
Cesare Borgia, di cui Valgulio fu segretario; di questa traduzione esistono anche diversi
manoscritti: Vat. Lat. 4037, ff. 130r-152v (P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, The Warburg Institute
- E. J. Brill, London – Leiden, 2 [1967], p. 366; VI, 1992, p. 334); Magl. XI 10 (cfr. KRISTELLER,
Iter Italicum, 1 [1965], p. 118); Berol. Hamilton 182, ff. 3v-63v (cfr. KRISTELLER, Iter Italicum, 3
[1983], p. 364); University of Pennsylvania Ms. Lat. 13, ff. 279r-338v (cfr. KRISTELLER, Iter
Italicum, 5 [1990], pp. 372-373); 2. Oratio ad Rhodienses de concordia di Elio Aristide, senza
dedica ma preceduta da una lettera di Pietro Gravina a Valgulio; 3. le due orazioni De concordia
di Dione Crisostomo (XXXVIII e XXXIX), con dedica a Francesco Todeschini Piccolomini (poi
Papa Pio III); 4. De virtute morali di Plutarco, con dedica al Papa Alessandro VI e conservata
anche nei mss. Livorno, Biblioteca Labronica, 34 (armadio CXII, palchetto 3), ff. 1r-37r e Wien,
Österreichische Nationalbibliothek, Cod. Lat. 5234, ff. 193r-211r; 5. Coniugalia praecepta di
Plutarco, con dedica al figlio di Alessandro VI, Giovanni Borgia e conservata anche nel ms.
Österreichische Nationalbibliothek, Cod. Lat. 5234, ff. 169r-183r (queste due ultime opere
vengono poi più volte ristampate, a partire dal 1505 circa, in diverse altre edizioni, la prima, a
dell’Anabasi e dell’ Historia Indica di Arriano (vd. infra, § 3). Nonostante il
fatto che altre sue traduzioni siano rimaste tuttora inedite, 6 in questo campo il
suo lavoro godette di eccellente considerazione e di notevole fortuna negli
ambienti umanistici, prima e dopo la pubblicazione del volume bresciano del
Una fortuna ancora maggiore ottenne però il suo lavoro in campo musicale. Il suo Prooemium in Musicam Plutarchi ad Titum Pyrrinum fu a tutti gli
effetti uno dei primi contributi alla descrizione e alla rivalutazione della
musica degli antichi Greci in età moderna. L’opera, insieme con la Musica
Plutarchi a Charolo Valgulio Brixiano uersa in latinum, fu pubblicata per la
prima volta a Brescia nel 1507 per i tipi di Angelo Britannico, uno degli
stampatori più importanti dell’epoca. 7 Di fatto, i due scritti diedero inizio al
lungo processo di appropriazione delle fonti greche da parte della civiltà
musicale italiana ed europea, e, a partire dai benemeriti lavori di Claude
Palisca, sono oggi considerati tra i documenti più importanti dell’umanesimo
Venezia, presso Bernardino Vitali: cfr. Repertorio delle traduzioni umanistiche, pp. 1235-1237,
1282-1284); una riproduzione digitale del volume è disponibile online a http://nbnresolving.de/urn/resolver.pl?urn=urn:nbn:de:bvb:12-bsb00066447-3.
Si tratta, in particolare, della traduzione dei Praecepta gerendae reipublicae di Plutarco,
contenuta, col titolo Praecepta ciuilia, in due manoscritti: 1. Marc. Lat. VI 69 (cfr. KRISTELLER,
Iter Italicum, 2 [1967], p. 221), dal quale una mano del XX sec. ha tratto una copia conservata a
Brescia, Biblioteca Queriniana, Ms. L I 9 (cfr. KRISTELLER, Iter Italicum, 1 [1965], p. 36); 2. Ms.
554 della Biblioteca Universitaria di Pisa (cfr. F. BECCHI, Le traduzioni latine dei Moralia di
Plutarco tra XIII e XVI secolo, in Plutarco nelle traduzioni latine di età umanistica, a cura di P.
Volpe Cacciatore, D’Auria, Napoli 2009, pp. 9-52:32; M. E. COSENZA, Biographical and
bibliographical dictionary of the Italian humanists and of the world of classical scholars hip in
Italy, 1300-1800, 1-6, Hall Micropublications, Boston 1962-1967, IV, p. 3544; P. O. KRISTELLER,
Supplementum Ficinianum, 1, Olschki, Firenze 1937, p. 132; VALENTINI, Carlo Valgulio, pp. 1718, 26-27); parimenti inedite sono le traduzioni dell’A Nicocle e del Nicocle di Isocrate, contenute
nel Ms. H IX 10 della Biblioteca Comunale di Siena (rispettivamente, ff. 6r-20r e 21r-37v), e
dedicate a Felino Sandei: traduzioni e lettera dedicatoria sono anonime, ma l’attribuzione del
lavoro a Valgulio è assicurata da un passo della parte finale di quest’ultima, nel quale l’autore,
rivolto al dedicatario, parla del proprio lavoro in terza persona, dicendo: «Etsi te oratio inculta
offendet, Carolo Valgulio id imputes, qui, quia tibi addictus et consecratus est, ineptias suas
sapientiae tuae, doctrinae humanitatique singulari committere non dubitarit» (f. 5v); poco più
sopra (f. 5r) aveva dichiarato che, essendo incapace di trascrivere le mirabili cose dette da
Falcone Sinibaldi sui doveri dei principi e dei sudditi, aveva deciso di tradurre dal greco le due
orazioni di Isocrate, che trattano argomenti consimili (ringrazio ancora Lucia Gualdo Rosa per
queste fondamentali informazioni: cfr. anche L. GUALDO ROSA, Le traduzioni latine dell’A Nicocle
di Isocrate nel Quattrocento, in Acta conventus Neo-Latini Lovaniensis Proceedings of the First
Internationale Congress of Neo-Latin Studies (Louvain 23-28 August 1971), ed. by J. Ijsewijn, E.
Keßler, Leuven University Press - W. Fink Verlag, Leuven - München 1973, pp. 275-303: 300; sui
rapporti di Valgulio con Falcone Sinibaldi, vd. supra, nota 2; giacché nella lettera dedicatoria si
parla di lui come vivente, il terminus ante quem per la datazione di queste traduzioni è costituito
dalla sua morte, avvenuta il 18 agosto 1492; il terminus post quem deve essere ritenuto la sua
nomina a tesoriere (registrata in Archivio Segreto Vaticano, Reg. Vat. 694, f. 4v: si può ritenere
che la bolla sia stata emessa il 12 settembre 1484: cfr. GUALDO ROSA, Le traduzioni latine dell’A
Nicocle, p. 303, nota 27); cfr. anche KRISTELLER, Iter Italicum cit, 4 (1989), p. 353.
Cfr. G. NOVA, Stampatori, librai ed editori bresciani in Italia nel Cinquecento, Fondazione
Civiltà Bresciana, Brescia 2000.
musicale.8 Teorici della musica e compositori del Rinascimento e delle età
successive, che – salvo eccezioni – non erano in grado di leggere il greco,
attinsero una quantità di notizie sulla musica greca antica esclusivamente dal
Plutarco di Valgulio, sicché si può dire che la sua traduzione venisse consid erata alla stregua di un originale. La Musica Plutarchi e il suo Prooemium
furono letti e discussi a fondo, studiati e richiamati da trattatisti e teorici
contemporanei e successivi, e furono certamente ben noti all’interno della
Camerata Fiorentina. In particolare, il Prooemium fu presente alla riflessione
teorica di Vincenzo Galilei e Gioseffo Zarlino (vd. infra, § 8). Il grande
interesse suscitato da entrambi i lavori è testimoniato dalla straordinaria
fortuna che essi conobbero per molti decenni a seguire (vd. infra, §§ 6; 8).
È importante notare fin d’ora che il Prooemium si impernia attorno a un
nucleo molto consistente di fonti greche, che vengono presentate per la prima
volta in traduzione latina. Anche con la sua traduzione del De musica plutarcheo Valgulio mette in circolazione, due anni prima della pubblicazione
dell’originale greco (vd. infra, § 4), un testo fondamentale per la conoscenza di
generi, forme e contesti esecutivi della musica greca antica, della sua storia e
di diversi aspetti della sua teoria. A distanza di due anni, nel 1509, l’umanista
dà alle stampe il Contra uituperatorem musicae, un trattato nel quale
affronta, in una prospettiva più generale, soprattutto gli aspetti estetici ed
etico-politici della disciplina. 9 Questi tre lavori gli valsero il privilegio di essere
annoverato all’interno di una lista di altri intellettuali benemeriti della disciplina nella voce Musique, redatta da J.-J. Rousseau per l’Encyclopédie di D.
Diderot e J.-B. d’Alembert, e poi confluita nel suo Dictionnaire de Musique.10
Ma i suoi interessi per la musica dovettero superare i confini legati agli
aspetti teorici della disciplina, per investire anche quelli pratici, come attesta
un documento del 13 novembre 1502,11 dal quale si ricava che egli doveva aver
ricevuto qualche promessa da parte del comune di Iseo de quibusdam denariis
dandis cuidam Filippo [sic] musico conducendo pro docendo artem musice in
terra Isei, ossia per ingaggiare un professionista che insegnasse musica,
Sull’umanesimo musicale la monografia di riferimento è C. V. PALISCA, Humanism in Italian
Renaissance Musical Thought, Yale University Press, New Haven - London 1985; un quadro
generale della riscoperta delle fonti greche da parte dei teorici della musica tra XIV e XVI secolo è
alle pp. 1-50; per aspetti particolari, si vedano pure F. A. GALLO, La trattatistica musicale, in
Storia della cultura veneta, III. 3, Dal primo Quattrocento al Concilio di Trento, a cura di G.
Arnaldi e M. Pastore Stocchi, Neri Pozza, Vicenza 1981, pp. 297-314; ID., Die Kenntnis der
griechischen Theoretikerquellen in der Italienischen Renaissance, in Italienischen Musiktheorie
im 16. und 17. Jahrhundert, hrsg. von F. Zaminer, Darmstadt 1989, pp. 7-38 (Geschichte der
Musiktheorie, 7); D. RESTANI, L’itinerario di Girolamo Mei dalla «poetica» alla musica. Con
un’appendice di testi, Olschki, Firenze 1990.
Cfr. S. BOWD - J. D. CULLINGTON, Two Renaissance treatises: Carlo Valgulio of Brescia on
funerals and music, «Annali Queriniani», 3 (2002), pp. 131-171: 158-171; per il testo, cfr. J. D.
CULLINGTON, ‘That liberal and virtuous art’, pp. 87-101.
J.-J. ROUSSEAU, Dictionnaire de Musique par J.-J. Rousseau, chez la veuve Duchesne libraire,
rue S. Jacques, au Temple du Gout, Paris 1768, p. 319.
Brescia, Archivio di Stato, Notarile Brescia, 510, Valerio Perini, Registro I, 1500-1508, f. 14r.
verosimilmente a spese del comune e a beneficio della comunità; il progetto
non andò poi a buon fine, e l’umanista si accontentò di ricevere una mod esta
somma di danaro, che doveva aver anticipato al personaggio qui menzionato,
da identificare con un tale Filippo da Zara, chierico e musico citato anche,
come suo contubernale, in alcuni altri documenti risalenti agli anni 1502-1505
e tutti conservati presso l’Archivio di Stato di Brescia; 12 uno di essi, di poco
anteriore a quello appena citato, e sul quale avremo modo di tornare, attesta
che Valgulio aveva deciso di destinargli addirittura un vitalizio. 13
2. Il dedicatario
Lo scritto introduttivo alla traduzione del De musica plutarcheo è dedicato a
Titus Pyrrhinus, un personaggio altrimenti sconosciuto; ma un certo Titus è
nominato in una lettera che Giano Lascaris, da Roma, con tutta verosimiglia nza nel 1513, in risposta a una precedente missiva, invia a Valgulio, il quale si
trovava, al momento, a Brescia: 14 veniamo a sapere che questo Titus, col quale
Lascaris era in corrispondenza epistolare, era stato allievo dell’umanista e che
tra i due c’era stato un qualche dissapore, per la cui ricomposizione Las caris
comunicava all’amico la propria disponibilità a intervenire in prima persona,
evidentemente per litteras, visto che il giovane si trovava al momento presso
l’arcivescovo di Zara, il patrizio veneto Francesco Pisani, a sua volta amico di
Lascaris.15 Con tutta probabilità, il Titus nominato da Lascaris e il dedicatario
del Prooemium di Valgulio furono la stessa persona. In effetti, con l’identikit
Da quanto ne so, si tratta di Amministrazione dei Luoghi Pii, Casa di Dio, San Nicola di
Rodengo, Varia, documento senza segnatura, Rodengo 22.10.1502 (sul quale vd. supra, nota 2);
Notarile Brescia, 510, Valerio Perini, Registro 1502-1504, ff. 25v-26r, Iseo, 13.10.1502; Notarile
Brescia, 510, Valerio Perini, Registro I, 1500-1508, f. 31r-v, Iseo 21.12.1503; Notarile Brescia,
510, Valerio Perini, Registro I, 1500-1508, ff. 31v-32r, Iseo, 22.12.1503; Notarile Brescia, 510,
Valerio Perini, Registro I, 1500-1508, ff. 38v-39r (marg.), Iseo, 24.11.1504; Notarile Brescia, 510,
Valerio Perini, Registro I, 1500-1508, f. 57r-v, Iseo 28.4.1504; Notarile Brescia, 510, Valerio
Perini, Registro I, 1500-1508, f. n. n., Iseo 25.3.1505; Notarile Brescia, 510, Valerio Perini,
Registro I, 1500-1508, f. n. n., Iseo, 2.5.1505.
Cfr., ancora una volta, Brescia, Archivio di Stato, Amministrazione dei Luoghi Pii, Casa di Dio,
San Nicola di Rodengo, Varia, documento senza segnatura, Rodengo 22.10.1502 (vd. supra, nota 2).
Dopo gli anni trascorsi al seguito del Cardinale Cesare Borgia, la prima notizia sicura di una
presenza dell’umanista nella sua terra risale, come abbiamo visto, al 1502 (GUERRINI, Note varie
d’archivio di cronaca e di bibliografia); con tutta verosimiglianza, dopo quella data, egli non se
ne allontanerà più fino alla morte; sembrerebbe da escludere che all’indomani del 17 Agosto 1498,
quando Cesare ottenne la dispensa dallo stato ecclesiastico, Valgulio abbia continuato a seguirlo,
e anzi è probabile che fosse presente a Brescia nel 1497, anno in cui fu pubblicato il volume di cui
si è detto (§ 1); tuttavia, la sua presenza a Roma è documentata ancora il 26 Settembre 1498 (M.
BERTÒLA, I due primi registri di prestito della Biblioteca Apostolica Vaticana, Biblioteca
Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 1942, p. 57, con nota 4).
Il testo della lettera, tramandato dal Vat. Gr. 1902 (f. 207r-v), è pubblicato, con commento, da
A. PONTANI, Per la biografia, le lettere, i codici, le versioni di Giano Lascaris, in Dotti bizantini e
libri greci nell’Italia del secolo XV, atti del convegno internazionale, Trento 22-23 ottobre 1990, a
cura di M. Cortesi e E. V. Maltese, D’Auria, Napoli 1992, pp. 363-433: 365, 407-408, 415-416, a
cui rimando per altri particolari.
di uno studioso che, all’epoca della pubblicazione dell’opera che gli veniva
dedicata, stava vivendo il periodo della propria formazione intellettuale
collimano le parole che l’umanista rivolge al suo indirizzo verso la fine del suo
[b iiv] Tite […], qui omnibus curis praeterquam disciplinarum percipiendarum
uacuus es ac liber […].
Del resto, uno degli scopi dichiarati del Prooemium è quello di fornire al
dedicatario alcuni elementi necessari a completare il suo già eccellente
[b iv-iir] Haec ad te potissimum scribenda Tite putaui, percupiens in hac quoque
te disciplina, quamquam non sine approbatione auditorum te canere intellego, ut
in caeteris quoque omnibus optimarum artium ornamentis excellere.
Da queste parole veniamo a sapere che Tito, oltre che all’apprendimento
delle altre discipline, nel quale eccelleva, si dedicava non senza successo al
canto. Non sappiamo nulla sui limiti entro i quali questa pratica musicale
veniva da lui esercitata, e probabilmente dal testo di Valgulio non possiamo
ricavare altro che un semplice indizio in tal senso. L’umanista, immediatamente dopo il passo appena riportato, richiama la nota pagina della Politica in
cui Aristotele prescrive, tra l’altro, che i giovani cittadini liberi ricevano quel
tanto di educazione musicale che basti a renderli capaci, una volta raggiunta
l’età matura, di godere della musica eseguita da musicisti professionisti: 16
[b iir] Nam et ipse Aristoteles in libris de republica praecipit musicam studiose
pueris esse discendam, ut protinus recte laetari consuescant.
Da questo punto in poi, Valgulio parafrasa anche altri contenuti della pagina aristotelica, ma possiamo senz’altro supporre che il richiamo a una
pratica che noi definiremmo ‘dilettantistica’ della musica delimiti anche
l’orizzonte entro il quale il canto veniva praticato da Tito Pirrino, un personaggio che, negli anni intorno al 1507, si dedicava con eccellente profitto
soprattutto all’apprendimento di altre materie, e che, anni dopo, se
l’identificazione proposta più sopra coglie nel segno, era entrato, verosimilmente per il tramite del suo stesso maestro Valgulio, in contatto con un
umanista del calibro di Giano Lascaris.
Cfr. Arist. Pol. VIII 1339a 31-33: ἀλλ᾽ ἴσως ἂν δόξειεν ἡ τῶν παίδων σπουδὴ [scil. ἡ περὶ τὴν
μουσικὴν] παιδιᾶς εἶναι χάριν ἀνδράσι γενομένοις καὶ τελειωθεῖσιν ; 1340b 31-39: ὅτι μὲν οὖν
παιδευτέον τὴν μουσικὴν οὕτως ὥστε καὶ κοινωνεῖν τῶν ἔργων, φανερὸν ἐκ τῶν τοιούτων· τὸ
δὲ πρέπον καὶ τὸ μὴ πρέπον ταῖς ἡλικίαις οὐ χαλεπὸν διορίσαι, καὶ λῦσαι πρὸς τοὺς φάσκοντας
βάναυσον εἶναι τὴν ἐπιμέλειαν. πρῶτον μὲν γάρ, ἐπεὶ τοῦ κρίνειν χάριν μετέχειν δεῖ τῶν ἔργων ,
διὰ τοῦτο χρὴ νέους μὲν ὄντας χρῆσθαι τοῖς ἔργοις, πρεσβυτέρους δὲ γενομένους τῶν μὲν
ἔργων ἀφεῖσθαι, δύνασθαι δὲ τὰ καλὰ κρίνειν καὶ χαίρειν ὀρθῶς διὰ τὴν μάθησιν τὴν
γενομένην ἐν τῇ νεότητι; per esteso, il problema è trattato in 1340b 20-1341a 18.
Elementi a mio parere determinanti per dare un volto storico al personaggio si possono ricavare da una serie di atti notarili datati tra il 1502 e il 1523 e
ora conservati nell’Archivio di Stato di Brescia.17 Vi compare nominato un
certo Tito Perini da Gazzaniga, chierico bresciano fratello del notaio Valerio
estensore dei rogiti e legato a Valgulio da rapporti di intima familiarità, il
quale, con tutta verosimiglianza dopo la morte dell’umanista, si trasferì nella
curia romana, seguendo in ciò le orme del suo compatriota. Uno di questi
documenti attesta l’intenzione di Valgulio di destinargli un vitalizio. Peraltro,
anche altri due fratelli di Tito, Teodosio e Marco Antonio, appaiono variame nte legati a Valgulio. Sembra pertanto sostenibile l’ipotesi che Titus Pyrrhinus
non sia altro che il nome latinizzato di questo Tito Perini.
Alla luce di tutto ciò, riesce difficile immaginare che il Titus Pyrrhinus al
quale Valgulio dedica la propria traduzione del De musica plutarcheo potesse
essere mai stato un musicista di professione, come invece si è ritenuto in
passato.18 La sua figura sembra essere piuttosto quella di un giovane intelletDa quanto ne so, si tratta di Amministrazione dei Luoghi Pii, Casa di Dio, San Nicola di
Notarile Brescia, 510, Valerio Perini, Registro 1502-1504, ff. 25v-26r, Iseo, 13. 11.1502; Notarile
Brescia, 510, Valerio Perini, Registro I, 1500-1508, f. n.n., Iseo, 25.3.1505; Notarile Brescia, 510,
Valerio Perini, Registro II, 1509-1514, pp. 98-99, Iseo, 21.4.1510; Notarile Brescia, 1805,
Francesco Tommasi, 1504-1516. Protocollo I, 1504-1512, f. 262v, Iseo, 10.9.1511; Notarile Brescia,
1805, Francesco Tommasi, 1504-1516. Protocollo I, 1504-1512, ff. 281r-282r, Iseo, 26.1.1512;
Notarile Brescia, 1805, Francesco Tommasi, 1504-1516. Protocollo I, 1504-1512, f. 286r-v, Iseo,
13.2.1512; Notarile Brescia, 510, Valerio Perini, Registro II, 1509-1514, f.n.n., Iseo, 12.1.1513;
Notarile Brescia, 510, Valerio Perini, Registro III, 1515-1517, f.n.n., Iseo, 8.5.1517; Notarile
Brescia, 510, Valerio Perini, Registro III, 1515-1517 f.n.n., Iseo, 5.6.1517; Notarile Brescia, 510,
Valerio Perini, Registro III, 1515-1517 f.n.n., Iseo, 10.9.1517; Notarile Brescia, 510, Valerio Perini,
Registro III, 1515-1517 f.n.n., Iseo, 17.11.1517; Notarile Brescia, 511, Valerio Perini, Registro 15181519, ff.n.n. Brescia, 11.2.1518; Notarile Brescia, 511, Valerio Perini, Registro 1518-1519, ff.n.n.
Iseo, 8.4.1518; Notarile Brescia, 511, Valerio Perini, Registro 1520-1521, ff.n.n. Iseo, 4.10.1523.
C. V. PALISCA, The Florentine Camerata. Documentary Studies and Translations, Yale
University Press, New Haven - London 1989, p. 14, sulla base della propria convinzione che
«Titus Pyrrhinus, to whom Vagulio directed his remarks, was a professional singer, like Giulio
Caccini», ipotizzò che il Prooemium di Valgulio potesse essere servito da modello per il Discorso
mandato a Giulio Caccini detto romano sopra la musica antica, e ‘l cantar bene, portato a
termine da Giovanni Bardi presumibilmente intorno alla fine degli anni ‘70 del Cinquecento; in
passato, anch’io ho dato credito a quest’ipotesi: cfr. A. MERIANI, Appunti sul De musica di
Plutarco tradotto in latino da Carlo Valgulio, in Ecos de Plutarco en Europa. De fortuna
Plutarchi studia selecta, ed. R. Ma. Aguilar, I. R. Alfageme, Sociedad española de plutarquistas,
Universidad complutense, Madrid 2006, pp. 147-168:152, nota 27; in precedenza, sull’attività di
Pirrino, Palisca non era stato altrettanto esplicito (PALISCA, Humanism in Italian Renaissance
Musical Thought, p. 88: «The essay is dedicated to Titus Pyrrhinus, who is described as a fine
singer»); d’altra parte, ammettere che Pirrino non fosse un professionista come Caccini non
impedisce di vedere che «what Valgulio was after – modern music reshaped in the image of the
music of the ancient Greeks – was precisely what Bardi was seeking several generations later»
(PALISCA, The Florentine Camerata, p. 14); che i lavori di Valgulio, molto probabilmente per il
tramite dei volgarizzamenti galileiani (sui quali vd. infra, § 8), fossero comunque noti a Bardi,
sembra assicurato dal fatto che un passo del Discorso di Bardi (ibidem, pp. 98-99) ne riecheggia
uno del De musica plutarcheo (38, 1145A); un ruolo fondamentale nella diffusione del De musica
in ambiente fiorentino ebbe, come è noto, Girolamo Mei: cfr. RESTANI, L’itinerario di Girolamo
Mei, passim.
tuale che, nel periodo della sua formazione, si dedicava alla pratica music ale
come a un’attività complementare, nella quale, peraltro, eccelleva non meno
che nelle discipline che diremmo ‘fondamentali’. Tuttavia, come vedremo
meglio nel corso di questo lavoro, dedicando a lui la traduzione del De musica
plutarcheo e il relativo Prooemium, Valgulio intese esortarlo a impegnarsi in
una non facile azione di riforma della musica contemporanea, che si config urasse come una sorta di ‘ricomposizione’ degli aspetti teorici con quelli pratici
della disciplina. Per far questo, evidentemente, nell’ottica dell’ormai anziano
umanista, non bastava essere un professionista del settore; bisognava
conoscere soprattutto, e bene, la musica degli antichi, la sua storia, i fondamenti della sua teoria, le forme e i contesti dell’esecuzione musicale, i
meccanismi attraverso i quali la musica agisce sulla psiche e sul comportamento degli ascoltatori, argomenti che, all’epoca, dovevano essere del tutto
ignoti ai musicisti di professione, dei quali, come vedremo, l’umanista non
mancherà di rilevare l’ignoranza (vd. infra, § 5). Per elaborare, costruire e
proporre un nuovo modello di produzione e pratica musicale, insomma,
bisognava essere un umanista nel senso più ampio del termine, e i musicisti
professionisti dell’epoca erano forse le persone meno adatte al compito.
3. Datazioni
Della Musica Plutarchi e del Prooemium non si conoscono manoscritti.
Tuttavia, secondo un’ipotesi avanzata da Claude Palisca, una versione
manoscritta del lavoro doveva essere nota a Franchino Gaffurio (1451 - 1522),
il quale, nel suo Theorica musice pubblicato a Milano nel 1492, riporta notizie
sulla storia della musica greca antica per le quali il De musica di Plutarco è
testimone unico;19 e giacché Gaffurio non era in grado di leggere il testo
nell’originale greco, 20 è molto verosimile che, a quell’epoca, l’unica sua
possibile fonte fosse la non ancora pubblicata traduzione latina di Valgulio ,
che l’umanista avrà fatto circolare già diverso tempo prima della pubblicazione.21 Del resto, lo stesso Valgulio, nel Prooemium, nomina Gaffurio con
GAFFURIO, Theorica musice, I 1, f. a1r-v, cfr. W. K. KREYSZIG, Franchino Gaffurio. The Theory
of Music, Translated, with Introduction and Notes, by W. K., ed. by C. V. Palisca, New Haven London 1993, pp. 7-12: 17.
Cfr. F. A. GALLO, Le traduzioni dal greco per Franchino Gaffurio, «Acta Musicologica», 35
(1963), pp. 172-174.
Cfr. PALISCA, Humanism in Italian Renaissance Musical Thought, p. 191, con nota 3;
sull’argomento, lo studioso americano accennava alla dissertazione dottorale di Walter K.
Kreyszig sullo studio delle fonti del trattato di Gaffurio, un lavoro all’epoca ancora in corso di
elaborazione, poi portato a termine nel 1989 (W. K. KREYSZIG, Franchino Gaffurio’s Theorica
Musice (1492): Edition, Translation, and Study of Sources, PhD diss., Yale 1989), ma che non ho
avuto modo di consultare; ho avuto accesso invece a KREYSZIG, Franchino Gaffurio, che però, a
questo proposito, parla di una «unidentified Latin translation of Plutarch’s De musica» (p. xvi);
cfr. anche C. BEVEGNI, Appunti sulle traduzioni latine dei Moralia di Plutarco nel Quattrocento,
«Studi Umanistici Piceni», 14 (1994), pp. 71-84: 81, nota 18, che, indipendentemente da Palisca,
aveva supposto che: «la versione del De musica […] potrebbe risalire ad un periodo anteriore a
quello della sua pubblicazione».
l’appellativo nostri aeui praestans musicus, lamentando che i suoi «libros, et
eleganter et erudite compositos, fere nemo nostrorum cantorum legit, tum
quod plerique grammaticam ignorent, tum liuore quo plurimo id hominum
genus laborare Hesiodus auctor est» [a iiv].22 Da parte sua, Gaffurio,
nell’Angelicum ac divinum opus musice, pubblicato nel 1508, accennerà, oltre
che al proprio precedente lavoro del 1492, anche all’avvenuta pubblicazione di
quello di Valgulio, personaggio da lui giudicato «homo doctissimo et experto
in tute le discipline». 23 Questi attestati di stima reciproca sembrano confermare che i due intellettuali, all’epoca in cui la Musica Plutarchi e il Prooemium
furono pubblicati, erano ormai da tempo in stretto contatto.
Se dunque l’ipotesi di Palisca coglie nel segno, Valgulio doveva aver approntato una stesura della traduzione del De musica di Plutarco già prima del
1492, anno in cui fu pubblicato il Theorica musice di Gaffurio. In altra sede ho
fornito elementi per ipotizzare che il suo lavoro possa risalire ancora più
indietro nel tempo, probabilmente agli anni ‘70 del Quattrocento. 24 Nulla ci è
noto sull’educazione musicale di Valgulio, ma il suo interesse per la materia
andrà datato almeno a quell’epoca. Negli anni successivi, l’interesse si
approfondirà, per evolversi in quell’amor musicae musicorumque da cui, nel
Prooemium, egli si proclamerà incredibilmente posseduto.
E difatti, giunto a Roma, dove viene a trovarsi a stretto contatto col tes oriere papale Falcone de’ Sinibaldi e diviene poi segretario del Cardinale Cesare
Borgia, l’umanista, la cui frequentazione della Biblioteca Vaticana è documentata per gli anni dal 1481 al 1498, 25 si procura il manoscritto attualmente noto
come Vat. Gr. 186, contenente, oltre al De musica plutarcheo, anche gli
Harmonica di Claudio Tolemeo con il relativo Commento di Porfirio di Tiro e
l’Isagoge arithmetica di Nicomaco di Gerasa.26 Ora, come ho argomentato
altrove, la Musica Plutarchi sembra del tutto indipendente dal testo greco
offerto da questo manoscritto, e mostra invece segni evidenti di dipendenza da
Si noti che Valgulio, parlando di Gaffurio, ne menziona i «libri», usando il plurale; e difatti,
prima del 1507, Gaffurio aveva pubblicato più di un liber; si tratta, precisamente, del Theoricum
opus musice discipline (Francesco di Dino, Napoli 1480), del Theorica musice (Giovan Pietro
Lomazzo, Milano 1492), del Tractato vulgare de canto figurato (Leonardo Pachel, Milano 1492),
della Practica musice (Giovan Pietro Lomazzo, Milano 1496), poi ristampato col titolo Musicae
utriusque cantus practica (Angelo Britannico, Brescia 1497, lo stesso anno in cui vede la luce il
volume contenente le traduzioni di Valgulio: vd. supra, § 1); a questi si può aggiungere la prima
stesura, datata Lodi 1500, del De harmonia musicorum instrumentorum opus, che fu poi
riveduta nel 1514 e infine pubblicata a Milano nel 1518 per Gotardum Pontanum.
GAFFURIO, Angelicum ac diuinum opus musice, Gottardo Da Ponte, Milano 1508, I, 18, f. D4r
(alla fine del Tractatus Primus): «Non denominaremo qua altramente li Illustri musici antiqui
graeci et latini per esser connumerati nel principio de la Teorica nostra et celebrati ancora da
Plutarco nel suo trattato de musica nouamente deducto in latina letteratura da Carolo Valgulio
Bersano homo doctissimo et experto in tute le discipline».
MERIANI, Carlo Valgulio e il testo del De musica, pp. 239, 254.
BERTÒLA, I due primi registri di prestito, pp. 24, 26, 30, 34, 56-57.
Il volume, ricevuto «alias per Priorem Sancte Balbine», viene restituito ‘in sede’ il 26 Settembre
1498 (cfr. BERTÒLA, I due primi registri di prestito, p. 57).
un altro ramo della tradizione del testo del De musica plutarcheo rappresentato da tre manoscritti, il Vind. Phil. Gr. 176, il Laur. plut. 58, 29 e il Par. Gr.
2451; tutti e tre poterono essere alla portata di Valgulio intorno alla metà degli
anni ‘70 del XV sec. 27 Si può allora ritenere che Valgulio si sia servito del Vat.
Gr. 186 non tanto per il reperimento o il controllo del testo del De musica, a
lui già ampiamente noto, se è vero che, come abbiamo ipotizzato, la sua
traduzione latina dell’opera doveva essere, all’epoca, già pronta, quanto
piuttosto per la raccolta e lo studio di altri testi sulla musica greca antica,
ovvero per effettuare controlli su una scelta di testi greci già a suo tempo
compiuta attingendo a quei manoscritti che ormai non erano più a sua
disposizione. Il fatto che diversi dei testi utilizzati nella redazione del Prooemium sono a loro volta citati unicamente da Porfirio nel Commento agli
Harmonica di Tolemeo (vd. infra, § 9) non fa che avvalorare quest’ipotesi; il
testo di Porfirio è infatti contenuto, insieme con il De musica plutarcheo e
altro materiale, oltre che nel Vat. Gr. 186, in tutti e tre i manoscritti appena
citati, che, giova ripetere, poterono essere tutti e tre a disposizione di Valgulio
già prima dei suoi anni romani. 28 La scelta del materiale da far confluire nel
Prooemium poteva dunque risalire anche al periodo in cui l’umanista si stava
dedicando alla traduzione del De musica.
In effetti, a far immaginare, per la stesura finale del Prooemium, un periodo alquanto più tardo rispetto agli anni dedicati alla traduzione del De
musica plutarcheo concorrono anche altre considerazioni. Innanzitutto, va
rilevato che nel Prooemium ricorrono diverse citazioni esplicite dagli scolii ad
Aristofane, e che tra le altre fonti non dichiarate sono riconoscibili il lessico
Suda e l’Onomasticon di Polluce. Sono tutti testi che, all’epoca, sarebbe stato
difficile recuperare dai manoscritti, e per i quali sembra del tutto verosimile
che l’umanista si sia servito delle prime edizioni a stampa, che furono
pubblicate tra il 1498 e il 1502. 29 Anzi, nel caso della recezione dell’opera di
MERIANI, Carlo Valgulio e il testo del De musica, pp. 239-245, 254; da quanto sappiamo, non
possiamo escludere né confermare che l’umanista abbia tratto o fatto trarre, dai manoscritti a sua
disposizione, delle copie per uso personale.
In particolare, il Par. Gr. 2451 contiene anche gli Harmonica di Tolemeo; il Vind. Phil. Gr. 176,
di seguito ai testi di Porfirio e Plutarco, contiene un frammento della Quaestio 144 di Anastasio
Sinaita (797-800 Migne); il Laur. plut. 58, 29 contiene, di seguito a una lunga serie di testi di vari
argomenti (in prevalenza matematica e musica), la sequenza Tolemeo-Porfirio-Plutarco,
Anastasio Sinaita; in tutti e tre i manoscritti i testi di Porfirio e di Plutarco sono contigui; e se,
come è probabile, Valgulio, per la sua traduzione del De musica plutarcheo, tenne presente uno
(o più) di questi manoscritti, si può forse immaginare che proprio la contiguità, in essi, dei testi di
Porfirio e di Plutarco, abbia stimolato l’umanista ad approfondire anche temi musicali di natura
più squisitamente tecnica, non affrontati nel testo che costituiva il suo interesse primario, anche
se non è facile trovare conferme oggettive in tal senso.
Per gli scolii ad Aristofane la fonte dell’umanista sarà stata l’editio princeps di Aristofane, che
fu pubblicata a Venezia da Aldo Manuzio per le cure di Marco Musuro nel 1498, e include solo
nove delle undici commedie conservate, corredate, appunto dei relativi scolii: cfr. Aristophanis
Comoediae Nouem, Plutus Nebulae Ranae Equites Acharnes Vespae Aues Pax Contionantes,
Venetiis apud Aldum MIID (da quanto ho potuto vedere, Valgulio attinge soltanto agli scolii a
Nuvole, Cavalieri, Uccelli, Acarnesi, inclusi appunto nell’edizione aldina); l’editio princeps del
lessico Suda, a cura di Demetrio Calcondila, fu pubblicata a Milano nel 1499 da Johannes
Polluce, è possibile dimostrare con sicurezza che egli attinse all’editio princeps
(vd. infra, § 9). Ancora, nel Prooemium Valgulio menziona come compiuta la
propria traduzione di Arriano, che fu stampata non prima del 1507, ma entro
l’aprile 1508.30 Ora, anche se non sappiamo quanto tempo prima della sua
pubblicazione sia stata portata a termine la traduzione di Arriano, né possiamo escludere che essa sia stata pubblicata poco dopo il Prooemium, per la
composizione di quest’ultimo possiamo immaginare una data senz’altro
posteriore al 1502 (anno in cui apparve l’edizione aldina dell’Onomasticon di
Polluce), e pertanto non lontana dal 1507, anno in cui poi esso vide la stampa.
4. Caratteristiche del De musica plutarcheo, ragioni e finalità della
La traduzione del De musica plutarcheo, col titolo Musica Plutarchi a Charolo
Valgulio Brixiano versa in latinum, due anni prima che venisse pubblicata
l’editio princeps dell’originale greco,31 ebbe il merito di assicurare ampia
circolazione a un’opera che, per le sue caratteristiche, rappresenta un unicum
nel panorama della letteratura musicografica greca. Rispetto al corpus di
opere dei musici scriptores Graeci, che trattano in maniera quasi esclusiva, a
livelli più o meno specialistici, gli aspetti strettamente tecnici della discipl ina,
il De musica attribuito a Plutarco si presenta piuttosto come un’opera di storia
della musica greca dalle origini mitiche fino al IV sec. a. C.; ampio spazio è
dedicato alle innovazioni che ne segnano e scandiscono tutto l’arco evolutivo,
e investono i diversi aspetti della composizione e dell’esecuzione, e i diversi
contesti sociali e culturali della fruizione della musica; sono affrontati diversi
argomenti di estetica musicale, mentre pochi particolari tecnici sono dati per
Bissolus e Benedictus Mangius con il titolo Suidas Lexicon Graecum anno ab incarnatione
MCCCCLXXXXVIIII impressum Mediolani impensa et dexteritate D Demetrii Chalcondyli
Ioannis Bissoli Benedicti Mangii Carpensium; quella di Polluce è Iulii Pollucis Vocabularium,
Venetiis Apud Aldum MDII; la lettera dedicatoria di Aldo Manuzio è indirizzata all’umanista
bresciano Elia Capriolo, e in essa viene celebrata l’amicizia di questi con l’eminente grecista
Giovanni Taverio, che a Brescia tenne la cattedra di Greco tra il 1500 e il 1503 (BOWD, Venice’s
Most Loyal City, pp. 35; 248, nota 47); per la recezione dell’Onomasticon di Polluce nelle
traduzioni dei teorici musicali del Rinascimento, cfr. RESTANI, L’itinerario di Girolamo Mei.
La traduzione di Valgulio, che, sotto il titolo Arriani Historici ac philosophi clarissimi libri
octo de rebus gestis Alexandri macedonis e graeco in latinum sermonem a Charolo Valgulio
novissime traducti, include sia i sette libri dell’Alexandri anabasis, sia l’Historia Indica, fu
pubblicata senza indicazione di editore, luogo, anno; per la datazione, si accoglie ora qui quella
proposta, e convincentemente argomentata, da LLOYD W. DALY, Charolus Valgulius’ Latin
Version of Arrian’s “Anabasis”, «The Library Chronicle of the University of Pennsylvania», 17
(1951), pp. 83-87, accolta anche da PALISCA, The Florentine Camerata, p. 16, nota 13; in
precedenza (MERIANI, Carlo Valgulio e il testo del De musica, p. 230, nota 7), mi ero basato sul
Repertorio delle traduzioni umanistiche, p. 303, che a sua volta si rifà alle indicazioni presenti
nei cataloghi correnti, registrando la localizzazione della stampa a Venezia, presso Bernardino
Vitali, e la datazione al 1503; secondo VALENTINI, Carlo Valgulio letterato bresciano, p. 25,
invece, il volume «forse è stampato a Brescia non prima del 1508, non dopo il 1514».
Si tratta dell’edizione curata da Demetrio Ducas, che vide la luce a Venezia nel 1509 per i tipi di
Aldo Manuzio, e fu dedicata a Iacopo Antiquari, amico di Franchino Gaffurio.
presupposti, e, dove vengono esplicitamente richiamati, la trattazione non
oltrepassa il livello della pura elementarità. Il suo impianto generale sembra
caratterizzato da una sorta di contrapposizione assiologica: da un lato, in
positivo, la semplicità, la linearità, la scarsezza di mezzi strumentali, tecnici ed
espressivi, e però la formidabile efficacia etica ed emozionale della musica più
antica; dall’altro, in negativo, le inaccettabili complicazioni, le odiose astrus erie tecniche, e, conseguentemente, la sterilità etica ed emozionale della musica
nuova, la quale non è più in grado di suscitare altra emozione che lo stupore, e
di produrre altro effetto comportamentale che l’applauso sfrenato e
l’acclamazione.32 Questa prospettiva ‘ideologica’, che contribuisce a far
apparire il De musica come una requisitoria ampia e dettagliatamente
informata contro le innovazioni che erano intervenute nella prassi musicale a
partire dal tardo V sec. a. C., e che vengono sempre bollate come ‘degener azioni’, è certamente il riflesso delle numerose fonti alle quali l’autore attinge,
nella quasi totalità di impronta marcatamente conservatrice.33 E proprio la
straordinaria ricchezza di citazioni da autori greci attivi tra la fine del V e il I
sec. a. C., come anche le rielaborazioni di molti materiali che risalgono
certamente ad Aristosseno, costituiscono uno degli indiscutibili pregi
dell’opera.34
Probabilmente nessun altro testo greco più del De musica plutarcheo, col
suo continuo sottolineare l’eccellenza della musica ‘antica’ contro gli eccessi di
virtuosismo della musica ‘nuova’, si prestava dunque a essere letto con intenti
‘modellizzanti’, e a sostenere le ragioni di chi auspicava una semplificazione
dell’arte musicale tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento. E
difatti, nel Prooemium, Valgulio dichiara che l’opera di Plutarco è la lettura
più adatta a chi voglia conoscere le caratteristiche della musica antica.
Addirittura, l’umanista asserisce che una propria trattazione originale
sull’argomento risulterebbe troppo lunga e non altrettanto efficace, e andre bbe comunque riservata a un’altra sede:
[a iiir] «Sed qualisnam erat apud ueteres Musica ista?» dicet aliquis. A Plutarcho
disces, si ipsum accurate legeris; longae mihi explicandae ambages forent, et
alieno loco.
Mi permetto di rimandare a MERIANI, Appunti sul De musica di Plutarco, pp. 149-152, di cui ho
ripreso qui alcuni spunti.
Cfr. PÖHLMANN, Ps. Plutarch, De musica, pp. 14-16, 27-28; M. DE SIMONE, Dalla musica antica
alla ‘nuova’: innovazioni e riprese nel racconto storico del De musica pseudo-plutarcheo,
«Quaderni Urbinati di Cultura Classica», nuova serie, 99/3 (2011), pp. 83-96; A. GOSTOLI, Da
Demodoco a Timoteo: una storia della lirica greca nel De musica attribuito a Plutarco, ibidem,
pp. 31-42; A. BARKER, Ancient Greek Writers on their Musical Past. Studies in Greek Musical
Historiography, Fabrizio Serra Editore, Pisa - Roma 2014, passim.
A. MERIANI, Sulla musica greca antica. Studi e ricerche, Alfredo Guida Editore, Napoli 2003,
pp. 49-81 (in part. 49-52).
Non è improbabile che l’espressione «alieno loco» vada riferita al proposito di scrivere, sull’argomento, un’opera apposita, ossia quello che sarà, di lì a
poco, il Contra uituperatorem musicae (Brescia, 1509).
5. Contenuti e finalità del Prooemium
Per intanto, nel Prooemium l’umanista si limita a fornire rapide descrizioni di
caratteri, funzioni, argomenti e contesti dell’esecuzione musicale nell’antichità, introducendole con un’incisiva sottolineatura dell’eccellenza della musica greca nel suo complesso. Il taglio del brano, che vale la pena di riportare
per esteso, è chiaramente modellizzante:
[a iiir] Quicquid enim canebant fere eruditum, elegantissimum, et metrico
rhythmo compositum erat, siue laudes deorum, quales hymni Orphei, qui extant
etiam nunc, siue decora clarorum uirorum, uictoresque in Olympia certaminum,
et reliquarum celebritatum, quales Pindari, et aliorum, seu nuptiae, ut paeanes
eiusdem, canerentur. Innumera alia argumenta: funebria, complorationes,
amatoria, apta epulis alia, ad deprecandam pestilentiam alia, materiae tragicae, et
comicae, perque omnia genera atque omnes rhythmicas uarietates poemata
condita ad tibiam fidesue cantabantur, rhythmis, pulsibus, modulis, concentibus,
humana uoce, cunctis simul materiae congruentes mores exprimentibus.
Nel seguito, Valgulio si soffermerà abbastanza dettagliatamente soltanto
sul canticum che egli nomina Pythicum certamen, e che corrisponde al νόμος
Πυθικός.35 Al termine di questa sezione introduttiva, dichiarerà apertamente
due degli scopi del proprio scritto: fornire brevi cenni, di varia natura, che
possano in qualche modo aiutare il dedicatario a intendere il testo plutarcheo
e difendere Aristosseno da una calunnia e da una falsa accusa:
[a iiiv] Et quoniam legis mentionem fecimus, aliquid de lege musica, deque aliis
quibusdam, quae ad intelligentiam Plutarchi opem aliquam praestabunt, breuibus
dicere constitui. Deinde calumniam quandam falsamque accusationem ab
Aristoxeno philosopho Aristotelisque discipulo et Theophrasti aemulo, ac
musicorum longe nobilissimo deprecabor.
Ora, se il primo obiettivo non ha bisogno di spiegazione, il secondo può
apparire piuttosto stravagante, soprattutto considerando lo spazio che
l’umanista gli dedica nell’economia generale del Prooemium. E difatti, delle 18
pagine che il testo occupa nell’edizione del 1507, dopo una sezione introdutt iva che ne occupa poco più di tre [a iir-iiiv], soltanto otto [a iiiv med.-viir in.]
sono dedicate all’illustrazione di argomenti contenuti nel De musica:
l’umanista si diffonde sull’accezione musicale del termine lex (col quale egli
rende l’originale greco νόμος) e sulla storia e le varietà del relativo genere
Secondo PALISCA, Humanism in Italian Renaissance Musical Thought, p. 93, nota 14; ID, The
Florentine Camerata, p. 33, nota 9, è possibile che Giovanni de’ Bardi, il quale concepì uno degli
intermedi del 1589 come un nomos pitico polifonico, abbia per la prima volta sentito parlare del
nomos pitico da questo testo di Valgulio.
poetico-musicale, spiega il significato di alcuni altri termini tecnici, 36 descrive
più o meno sinteticamente alcuni altri generi poetico-musicali e orchestici
della Grecia antica37 e alcune feste nel corso delle quali trovavano posto le
relative esecuzioni pubbliche. 38 Ben cinque pagine, invece [a viir-b ir], sono
dedicate alla ‘difesa di Aristosseno’, nella quale vengono affrontati argomenti
di teoria musicale che non sono toccati affatto nel De musica. L’unico legame
di questa ampia sezione del Prooemium con l’opera plutarchea può essere
colto solo considerando che un autore come Aristosseno, famoso e importante
nell’antichità, risulta essere tra i più citati e richiamati anche nel De musica,
ma, tra la fine del Quattrocento e i principi del Cinquecento, esso era ormai
noto quasi soltanto per le critiche che gli aveva rivolto Boezio, 39 e proprio per
questo, all’epoca, non godeva di buona stampa tra i teorici della musica. Ora
Valgulio, mettendo in circolazione, con la sua traduzione del De musica
plutarcheo, un ampio dossier di testi di Aristosseno fino ad allora totalmente
sconosciuti, sentiva, evidentemente, la necessità di ‘difenderlo’, una volta per
tutte, dalle critiche che gli erano state rivolte in passato. Il motivo del contendere, sul quale non ci si potrà soffermare in dettaglio qui, è la possibilità,
ammessa da Aristosseno su base sensoriale e rifiutata dai suoi ‘accusatori’
antichi e moderni su base matematica, di dividere il tono in due parti uguali.
Valgulio dedica una certa attenzione anche a un altro tema teorico non
toccato nel De musica plutarcheo, ossia la possibilità di considerare consonante l’intervallo di undicesima. Sulla questione, come è noto, Tolemeo si era
opposto ai Pitagorici (Harm. I 7, pp. 99, 1-100, 15 Düring), i quali, su base
matematica, non la ammettevano. L’umanista si impegna stavolta a sostenere
la tesi di Pitagora (b ir-v) e questa «open-minded defense of both Pythagoreans and Aristoxenians» è stata giustamente evidenziata come uno degli
aspetti più caratteristici del suo scritto. 40
Nelle pagine del Prooemium, Valgulio lascia intendere di non avere
l’intenzione di deplorare le condizioni della musica contemporanea, visto che
già altri lo hanno fatto prima di lui, e considerato che i musicisti contemporanei non leggono neppure le opere fondamentali di un teorico come Franchino
Si tratta precisamente di melos, harmonia, rhythmus, tonus, cruma; notevole la spiegazione
del significato di due termini, στρόβιλος e πυρρίας, che compaiono entrambi nel frammento di
Ferecrate citato in De musica 30, 1141F: il primo viene inteso come una sorta di piroetta,
interpretazione per la quale le fonti sono soltanto due: Schol. in Aristoph. pac. 864: τὸ ἐν τῇ
ὀρχήσει στροβεῖσθαι e Athen. XIV 630a); il secondo, usato come appellativo di Timoteo di
Mileto, viene spiegato nel modo seguente: Pyrrias nomen serui a quo postea serui Pyrriae dicti,
spiegazione la cui fonte è unicamente Schol. in Aristoph. ran. 730: καὶ πυρρίαις: Ἀντὶ τοῦ
δούλοις. ὄνομα γὰρ δούλου ὁ Πυρρίας. ἀπό τινος δούλου Πυρρίου, ὡς καὶ Ξανθίας ἀπὸ
Ξανθίου τινός. ὧν ὁ μὲν πυρρὸς ἦν τὴν κόμην, ὁ δὲ ξανθός .
La descrizione riguarda parteni, prosodi, peani, proemi, iporchemi, scolii: su quest’ultimo
genere la trattazione è appena un po’ più diffusa.
Ossia le Gimnopedie, gli Endymatia e le Carnee.
PALISCA, Aristoxenus Redeemed in the Renaissance, in ID., Studies in the History of Italian
Music and Music Theory, Clarendon Press, Oxford 1994.
Cfr. PALISCA, Humanism in Italian Renaissance, p. 229.
Gaffurio, afflitti come sono da ignoranza e da invidia. Si tratta, evidentemente,
di una preterizione: così dicendo, l’umanista individua, di fatto, due aspetti
negativi della vita musicale dei suoi tempi e, mosso dal proprio amore per la
musica e per i musicisti, esorta questi ultimi a liberarsene, non mancando di
registrarne anche altri due, riferibili più in particolare alla pratica musicale
contemporanea: da un lato, i cantori professionisti hanno la costante necessità
di servirsi di partiture scritte, il che costituisce testimonianza indiretta della
notevole complessità tecnica del loro repertorio, dall’altro, i testi dei loro canti
sono estremamente banali, quand’anche si riescano a percepire (quandoque
proferuntur de medio), il che significa che erano impiegati tanti vocalizzi e
tante fioriture che diventava molto difficile distinguere le parole:
[a iiv-iiir] Hoc loco nostri musicam temporis lamentarer, ni iampridem
complorata foret, facile id patiente Franchino Gaffuro nostri aeui praestanti
musico, cuius libros et eleganter, et erudite compositos fere nemo nostrorum
cantorum legit, tum quod plerique grammaticam ignorant, tum liuore quo
plurimo id hominum genus laborare Hesiodus auctor est. Hoc autem a me solum
dictum sit cohortandi eos quos ea mala tangunt gratia, ut omni conatu
ignorantiam inuidiamque, uelut pessimas feras ab animo depellant. Nam haec me
fari coëgit amor musicae musicorumque, quo incredibili teneor. Eorum ars et
scientia omnis in paucis quibusdam est syllabis; 41 cantus nulli fere sunt sine
conspecto libro, in quo nihil est descriptum praeter certas notas et characteres:
quod si uerba cantilenarum quandoque proferuntur de medio, ea uulgo pleraque
accepta dicas.
Un’altra finalità dello scritto, e forse la più importante, è connessa, come
abbiamo accennato, con l’auspicio che il suo dedicatario, opportunamente
istruito, possa dedicarsi a un’azione di rinnovamento dell’arte musicale
contemporanea, sia nei suoi aspetti pratici, sia in quelli teorici (vd. supra, § 2).
6. Circolazione
Dopo la prima edizione bresciana del 1507, la Musica Plutarchi conobbe una
fortuna editoriale straordinaria, che durò diversi decenni. Fu infatti ristampata, il più delle volte insieme con il Prooemium, all’interno di numerose
raccolte antologiche di traduzioni latine di Moralia plutarchei curate da vari
umanisti – vanno ricordate quelle pubblicate a Parigi da Josse Bade d’Asch
Nell’espressione «paucis quibusdam […] syllabis» mi pare di poter cogliere un’allusione alla
denominazione delle note musicali per mezzo di sillabe, così come descritta, per esempio, da
Johannes Gallicus, Ritus canendi, I 3, 12 (p. 77 ed. Seay 1): «Musici non sunt hodiernis
temporibus nostri cantores? In sex syllabis et duodecim litteris, in quinque vel sex notulis, in
variis cyphris ac diversis signis et caracteribus novos tota die cantus lascivos et vanos exquirentes
totque stultas adinventiones in suis quas non intellegunt proportionibus phantasticantes»;
potrebbe sembrare che il tono polemico del passo sia richiamato dal dettato di Valgulio, ma va
senz’altro escluso che l’umanista conoscesse il testo di questo teorico della musica, che, tra il 1442
e il 1446 fu allievo, a Mantova, di Vittorino da Feltre e morì nel 1474: su di lui, cfr. Johannes
Galllicus. Ritus Canendi, edited by A. Seay, 2 voll., The Colorado College Music Press, Colorado
Springs 1981, 1, pp. III-IV.
(Badius Ascensius: 1514, 1521, 1526) e da Michael de Vascosan (1544), a Lione
da Sebastièn Greyff (1541/1542), a Basilea da Andreas Cratander (1530),
Michael Isingrinius (1541) e Ianus Cornarius (1554), a Venezia da Melchiorre
Sessa (1532).42 E anche dopo il 1570, quando fu pubblicata a Basilea la
traduzione latina di tutti i Moralia plutarchei (e dunque anche del De Musica)
approntata da Wilhelm Holzmann (Xylander), la traduzione di Valgulio trovò
posto, ancora una volta, all’interno di un altro grande progetto editoriale. Si
tratta della prima edizione, in 13 volumi, del testo greco di tutte le opere di
Plutarco (Vitae e Moralia) corredate di traduzioni latine e annotazioni,
pubblicata a Ginevra nel 1572 a cura di Henri II Estienne (Stephanus); come è
noto, il filologo francese, pur potendo disporre, per i Moralia, della traduzione
completa di Xylander apparsa, come detto, appena due anni prima, non la
adottò che per una trentina di opuscoli, scegliendo, per i rimanenti, le
traduzioni di altri umanisti, e tra queste quella del De musica di Valgulio, a
ulteriore, autorevole riconoscimento della sua qualità. 43
7. Conoscenza e recezione del De musica plutarcheo prima di
Valgulio
D’altra parte, prima della pubblicazione del lavoro di Valgulio, le testimonianze che attestano, in Occidente, la conoscenza e la recezione del testo originale
del De musica attribuito a Plutarco sono davvero poche. Il più antico manoscritto che ce lo tramanda, l’attuale Marc. Gr. VI 10 (XII sec. ex.), si trovava
certamente a Mantova nel 1433, alla scuola di Vittorino da Feltre, il quale
doveva tenerlo presente nelle sue lezioni. 44 L’opera era nota ad Angelo
Poliziano, il quale la leggeva nel suo manoscritto di Plutarco (Laur. plut.
80.21),45 ne trasse excerpta a partire dal 1479,46 e la citò e riecheggiò a più
Repertorio delle traduzioni umanistiche, II, pp. 1589-1591; BECCHI, Le traduzioni latine dei
Moralia di Plutarco, pp. 41-42, 44-49; una descrizione dettagliata dell’esemplare dell’edizione
ascensiana del 1514 conservato presso la Biblioteca Nazionale Braidense di Milano è in
MARTINELLI TEMPESTA, La tradizione testuale del Liside, pp. 93-95; l’edizione di Sebastièn Greyff
è in tre volumi: dei primi due esistettero evidentemente due diverse emissioni, una nel 1541 e
l’altra nel 1542 (non mi risulta che nessuno abbia rilevato la cosa), mentre il terzo fu pubblicato
nel 1551; del secondo volume, che contiene il De musica, ho avuto accesso a due diversi
esemplari: quello conservato presso il Museo della Musica di Bologna, che reca la data del 1541, e
quello conservato presso la Biblioteca Nazionale «Vittorio Emanuele III» di Napoli, che reca la
data del 1542.
BECCHI, Le traduzioni latine dei Moralia di Plutarco, p. 50.
M. CORTESI, Libri greci letti e scritti alla scuola di Vittorino da Feltre: fra mito e realtà, in I
manoscritti greci tra riflessione e dibattito, atti del V colloquio internazionale di paleografia
greca, Cremona, 4-10 ottobre 1998, a cura di G. Prato, Gonnelli, Firenze 2000, pp. 401-416; A.
MERIANI, Teoria e storia della musica greca antica alla scuola di Vittorino da Feltre, in corso di
stampa in «Rivista di Cultura Classica e Medioevale», 2016.
I manoscritti plutarchei del Poliziano sono stati identificati negli attuali Laur. plut. 80.5 ( κ) e
Laur. plut. 80.21 ( μ): cfr. bibliografia in C. BEVEGNI, Le Amatoriae narrationes di Plutarco nella
traduzione di Angelo Poliziano, in Plutarco nelle traduzioni latine, pp. 53-86.
Gli excerpta polizianei sono conservati nel Ms. Bibl. Naz. Firenze II.I.99 (cc. 11r-12r).
riprese in diverse sue opere. 47 La studiò a fondo Giorgio Valla, che ne parafrasò alcune sezioni per inserirle in apertura del primo dei cinque libri dedicati
alla musica all’interno del suo monumentale De expetendis et fugiendis rebus
opus.48 Peraltro, tra i teorici della musica del secondo Cinquecento, quasi
nessuno era in grado di intendere il greco. Uno dei pochissimi era Francisco
de Salinas (1513 - 1590), che visse a Roma e a Napoli tra il 1538 e il 1558, e,
avendo avuto accesso a manoscritti greci, poté citare il testo originale del De
musica plutarcheo nei suoi De Musica libri septem (IV 25, p. 217), pubblicati a
Salamanca nel 1577.49 Lo leggeva nell’originale anche il grecista fiorentino
Girolamo Mei, che lo citò nella sua prima lettera indirizzata, da Roma, a
Vincenzo Galilei e datata 8 maggio 1572. 50 Questi, però, nella lunga storia della
fortuna del De musica attribuito a Plutarco, non furono che episodi marginali
e sporadici. Il primo passo verso la conoscenza più ampia dell’opera fu dato
proprio dalla traduzione latina prodotta da Valgulio.
8. I volgarizzamenti del Prooemium e della Musica Plutarchi
Un impulso decisivo a una fruizione ancora più diffusa e approfondita di
entrambi i lavori di Valgulio da parte dei teorici della musica in senso stretto
fu dato dai loro volgarizzamenti. 51 Se ne conoscono due della Musica Plutarchi, di cui uno incompleto, 52 e due del Prooemium, di cui uno incompleto.
In particolare, nel Commento all’Epistola ovidiana di Saffo a Faone (ed. E. Lazzeri, Sansoni,
Firenze 1971, pp. 7, 17, 20, 31), nel Commento alle Silvae di Stazio (ed. L. Cesarini Martinelli,
Sansoni, Firenze 1978, pp. 202; 230; 681; 749), nei Nutricia, l’ultima delle sue Silvae (vv. 278280; 329-336, ed. F. Bausi, Olschki, Firenze 1996, pp. 190; 196); cfr. BEVEGNI, Le Amatoriae
narrationes di Plutarco.
Dei 14 libri di cui l’opera si compone, quelli dedicati alla musica (V-IX) furono portati a
termine già nel dicembre del 1491, come risulta da una lettera del Valla a Jacopo Antiquari,
contenuta nel Vat. Lat. 3537, c. 56, e furono a questi inviati nel febbraio dell’anno seguente (cfr.
PALISCA, Humanism in Italian Renaissance, p. 69); l’opera fu pubblicata (postuma) nel 1501 a
Venezia presso Aldo Manuzio, ma è difficile immaginare che Valgulio la conoscesse, giacché essa
ebbe una diffusione piuttosto limitata: cfr. D. RESTANI, Il De Musica attribuito a Plutarco e
Girolamo Mei, «Quaderni Urbinati di Cultura Classica», nuova serie, 99/3 (2011), pp. 259-271:
259-260, che parla del lavoro di Valla come di una sorta di «traduzione di lavoro»; i passi del De
musica parafrasati da Valla all’inizio del libro V (fonte PALISCA, Humanism in Italian
Renaissance, p. 72) sono: 3, 1131F-12, 1135D; 14, 1135E-21, 1138C; 28, 1140F-30, 1142B.
PALISCA, Humanism in Italian Renaissance, pp. 250-253.
Il testo della lettera è in C. V. PALISCA, Girolamo Mei (1519-1594). Letters on Ancient and
Modern Music to Vincenzo Galilei and Giovanni Bardi. A Study with Annotated Text by C. V. P.,
American Musicological Society, Neuhausen - Stuttgart 1977 2, pp. 89-122; RESTANI, Il De Musica
attribuito a Plutarco e Girolamo Mei, pp. 268-270.
In generale, sui volgarizzamenti di testi scientifici promossi in area fiorentina, cfr. A. SIEKIERA,
Sulla terminologia musicale del Rinascimento. Le traduzioni dei testi antichi dal Quattrocento
alla Camerata de’ Bardi, in Le parole della musica. Studi di lessicologia musicale, III, a cura di
F. Nicolodi e P. Trovato, Olschki, Firenze 2000, pp. 3-30; ID., Tradurre per musica. Lessico
musicale e teatrale nel Cinquecento, A. Rindi, Prato 2000.
Si arresta a poco più di un quarto dell’originale, in corrispondenza della pagina b VIIr
dell’edizione del 1507 (ossia, considerando la suddivisione oggi comunemente adottata del testo
greco, a 11, 1135A).
Quest’ultimo, di difficile datazione, ma a quanto pare vergato dopo gli anni
1545/1547, è contenuto nel Vat. Lat. 5385 (cc. 50r-56v), sotto il titolo Il
Proemio di Carlo Valgulio in la Musica di Plutarcho a Tito Pirrino.53 Il
volgarizzamento completo del Prooemium e i due della Musica Plutarchi,
distribuiti in tre fascicoli di tre diversi formati, si trovano tra le carte di
Vincenzo Galilei conservate nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze
(Ms. Galilei 7), a riprova del fatto che i lavori di Valgulio erano noti all’interno
della Camerata Fiorentina, circolo del quale Galilei fu tra i più attivi animatori. I due fascicoli più piccoli, contrassegnati da un’impaginazione piuttosto
fitta, sono vergati da una mano che sembrerebbe quella dello stesso Vincenzo
Galilei,54 mentre il terzo fascicolo, dal formato più ampio e dall’impaginazione
abbastanza più ariosa, è il prodotto di una mano diversa e più posata. Il primo
fascicolo contiene il volgarizzamento completo del Prooemium, sotto il titolo
Traduzzione d’un discorso latino fatto da Carlo Valgulio Bresciano, sopra la
musica di Plutarcho a Tito Pyrrhino (cc. 1r-16v); di seguito (cc. 17r-18v) si
legge il volgarizzamento di un passo (III 24) del trattato Musica libris
demonstrata quattuor di Jacques Lefèvre d’Étaples (Iacopus Faber Stapulensis, ca. 1455 - 1537), sotto il titolo Che la diapason diatessaron non sia
consonanza. Capo 24 del terzo degli elementi musicali di Jacopo Fabro
Stapulense.55 Il secondo fascicolo (cc. 19r-22v) contiene il volgarizzamento
KRISTELLER, Iter italicum, 2 (1967), p. 375; si tratta di un manoscritto in cui confluiscono le
trascrizioni di vari materiali; il testo del volgarizzamento del Prooemium si arresta alla c. 56 v, a
poco più di un terzo dell’originale (in corrispondenza della pagina aVr dell’edizione del 1507); il
testo seguente (cc. 57r-58v), chiaramente vergato dalla stessa mano, è la parte finale della
trascrizione (evidentemente non autografa) di una lettera su tematiche musicali scritta,
presumibilmente tra il 1522 e il 1536, da Matteo Nardo da Tossignano a un certo «peritissimo
Hieronymo» (c. 58r), che potrebbe essere identificato con Hieronymus Bononius Tarvisinus (cfr.
PALISCA, Humanism in Italian Renaissance, pp. 342-344); sembra doversi escludere che la
lettera, che non contiene i saluti finali né la firma, sia autografa (cfr. PALISCA, Humanism in
Italian Renaissance, p. 343); è evidente che il manoscritto è mutilo di almeno un fascicolo, o di
un numero di fascicoli sufficiente a contenere almeno la parte finale del volgarizzamento e/o
quella iniziale della lettera di Nardo; d’altra parte, non possiamo essere certi che la perdita non
sia stata ancora più consistente, e che nel manoscritto integro non fosse contenuto anche un
volgarizzamento della Musica Plutarchi; il manoscritto non è datato, ma il terminus post quem
per la trascrizione (non per la redazione originaria) di entrambi i testi (anni 1545/1547) è
proposto da PALISCA, Humanism in Italian Renaissance, p. 343, nota 24, sulla base delle
filigrane, che sarebbero molto simili a quelle contrassegnate da C.-M. BRIQUET, Les filigranes.
Dictionnaires historique des marques du papier dès leur apparition vers le 1282 jusqu’en 1600,
Hiersemann, Leipzig 1923, con i nn. 3477 e 3480, localizzate e datate, rispettivamente, Padova
1547 e Reggio Emilia 1545; a differenza della lettera di Nardo, non possiamo dire quanto tempo
prima della sua trascrizione sia stato portato a termine il volgarizzamento del Prooemium, del
quale, naturalmente, non siamo in grado neanche di individuare l’autore.
Così ritiene A. PROCISSI, La collezione galileiana della Biblioteca Nazionale di Firenze, I,
Istituto Poligrafico dello Stato : Libreria dello Stato, Roma 1959, p. 7.
Questo elemento è sfuggito a PROCISSI, La collezione galileiana, p. 7, sicché la paginazione da
lui indicata risulta errata; il trattato di Jacques Lefèvre d’Étaples fu pubblicato per la prima volta
a Parigi nel 1496; da quanto mi risulta, del trattato furono prodotte due riedizioni, sempre a
Parigi, nel 1514 e nel 1551; nella prima edizione, il passo che ci interessa è ai ff. g 4v-5r; è
interessante anche ricordare il metodo elaborato dal teorico per dividere in parti uguali, su base
incompleto della Musica Plutarchi, sotto il titolo Trattato di Musica di
Plutarco, il quale non è suo, per quanto ne dice Erasmo negli Adagii, chiliade
seconda, centuria terza, pro(uerbio) 45. Non è facile dire se Galilei abbia
semplicemente trascritto, o se sia egli stesso l’autore della versione dal latino
di entrambi i testi; 56 sta di fatto che la menzione del giudizio di Erasmo da
Rotterdam nel titolo del secondo colloca la data di esecuzione del lavoro dopo
il 1515.57 Infine, il terzo fascicolo (cc. 23r-59r) contiene il volgarizzamento
completo della Musica Plutarchi, sotto il titolo Musica di Plutarco, opera di
un diverso volgarizzatore; in questo fascicolo si trovano numerose annotazioni
marginali e sottolineature, che sembrerebbero da ascrivere alla medesima
mano che verga i testi contenuti nei primi due fascicoli, a sua volta identificata, come s’è appena detto, con quella dello stesso Galilei. 58 Va poi ricordata la
copia del volgarizzamento ‘galileiano’ (completo) del Prooemium che si è
conservata nel manoscritto Magliabechiano VIII 1580 (cc. 177r-191r), un
miscellaneo nel quale sono aggregati materiali di varia natura, vergati in un
arco di tempo che abbraccia i secc. XV-XVIII; per la sezione che ci riguarda,
sembra verosimile ipotizzare una mano databile almeno al XVII sec. Anche in
questo manoscritto, il volgarizzamento del Prooemium è seguito da quello del
passo di Lefèvre d’Étaples (cc. 191v-192v),59 a riprova dello stretto legame tra
la copia qui conservata e quella contenuta tra le carte galileiane. Il frontespizio
geometrica, i rapporti numerici superparticolari, rendendo possibile la divisione del tono in due
parti uguali, da Boezio ritenuta impossibile: cfr. PALISCA, Humanism in Italian Renaissance, p.
224, con nota 105; la trascrizione del testo latino della prima edizione parigina è reperibile a
http://www.chmtl.indiana.edu/tml/15th/STAPMUS_TEXT.html.
PALISCA, The Florentine Camerata, p. 14, n. 2, giudica «excellent» il volgarizzamento del
Prooemium, ascrivendolo a un «anonymous translator», e attribuendo a Galilei stesso soltanto la
trascrizione del testo (su questa posizione è anche D. RESTANI, Recezione del trattato di Polluce
nelle traduzioni dei teorici musicali del Rinascimento, in Trasmissione e recezione delle forme di
cultura musicale, atti del XIV congresso internazionale della Società Internazionale di
Musicologia, Bologna, 27 agosto - 1 settembre 1987, Ferrara - Parma, 30 agosto 1987, II, a cura di
A. Pompilio, D. Restani, L. Bianconi, F. A. Gallo, EdT, Torino 1990, pp. 157-165: 160); quanto al
volgarizzamento incompleto del De musica, PALISCA, Humanism in Italian Renaissance, p. 154,
crede che si tratti di un «draft», ipotizzando che Galilei «may have attempted to translate
Valgulio’s Latin version […] but […] he eventually gave up and had someone more expert in
classics do the job for him»: il frutto del lavoro di questo personaggio sarebbe il volgarizzamento
completo, contenuto nel terzo fascicolo; non siamo in grado di confermare se le cose siano andate
Per il giudizio di Erasmo da Rotterdam, vd. supra, § 1, nota 1. potrebbe darsi che il
volgarizzatore tenesse presente l’edizione giuntina degli Adagia di Erasmo, pubblicata a Firenze
nel 1575; andrebbe verificata l’affermazione di PALISCA, Humanism in Italian Renaissance, p.
155, n. 46: «The Plutarch translation […] is written on paper whose watermarks match those on
letters by Giorgio Bartoli dated 1572 to 1574».
Cfr. anche A. MERIANI, Osservazioni sulla prima traduzione in latino, p. 187.
M. SCARLINO ROLIH, «Code magliabechiane». Un gruppo di manoscritti della Biblioteca
Nazionale Centrale di Firenze fuori inventario, La Nuova Italia, Firenze 1985, pp. 49-50;
KRISTELLER, Iter italicum, 5 (1990), p. 581 (che dipende da informazioni ottenute da Maura
Scarlino); a entrambi gli studiosi è sfuggita la presenza del volgarizzamento del passo di Lefèvre
d’Étaples, sicché le paginazioni da loro indicate risultano errate.
del fascicolo reca, di mano diversa, il titolo Traduz(ione) anonima d’un
Discorso latino di Carlo Valgulio Bresciano: evidentemente, chi lo ha redatto
non era in grado di risalire alla paternità del lavoro di traduzione dal latino. 60
Questa copia sembrererebbe attestare che, se non il testo latino del Prooemium, almeno il suo volgarizzamento, godette di una circolazione autonoma
rispetto a quella della Musica Plutarchi (e del suo volgarizzamento).
Con tutta probabilità, i volgarizzamenti presenti nelle carte galileiane furono condotti a partire da qualcuna delle numerose edizioni della Musica
Plutarchi e del Prooemium messe in circolazione a partire dal 1514 (vd. supra,
§ 6),61 e furono portati a termine certamente prima del 1581, data di pubblic azione del Dialogo della musica antica et della moderna.62 L’interesse di
Galilei per il De musica di Plutarco risaliva almeno a una decina d’anni prima,
quando Girolamo Mei, nella lettera del maggio 1572 ricordata più sopra,
offriva al suo corrispondente descrizioni della musica greca chiaramente
derivate da quello che oggi costituisce il cap. 18 dell’opera plutarchea. 63 Ora,
nella sua lettera, Mei rispondeva a una serie di «quesiti», che Galilei gli aveva
sottoposto in precedenza in almeno altre due missive; 64 perciò è molto
probabile che, come ha supposto Palisca, 65 uno di quei quesiti riguardasse
proprio gli argomenti affrontati nel De musica, opera che dunque, all’epoca,
doveva essere in qualche modo già nota a Galilei.
In seguito, egli si dichiarerà d’accordo con alcune idee sviluppate da Va lgulio nel Prooemium: lo farà in una lettera da lui indirizzata il 19 luglio 1578 a
Gioseffo Zarlino, il quale la ricorderà nei suoi Sopplimenti musicali, pubblicati
a Venezia dieci anni dopo, nel 1588. 66 Zarlino, prima di confutare punto per
Nulla si riesce a ricavare sulla provenienza di questo manoscritto dalla stringatissima Premessa
di SCARLINO ROLIH, «Code magliabechiane», pp. v-ix.
MERIANI, Carlo Valgulio e il testo del De musica, pp. 234-235; in aggiunta agli esempi prodotti
in quella sede, osservo che l’autore del volgarizzamento completo del De musica, che secondo
PALISCA, Humanism in Italian Renaissance, p. 154, n. 42, avrebbe avuto accesso anche al testo
greco, si attiene, invece, alla traduzione di Valgulio anche in corrispondenza di De mus. 36,
1144E, un passo in cui lo stesso umanista aveva certamente a disposizione un testo lacunoso
(ossia quello offerto soltanto dai tre mss. oggi comunemente siglati v, q e s: cfr. MERIANI, Carlo
Valgulio e il testo del De musica, pp. 240-241), e, ovviamente, diverso da quello poi adottato
nell’Aldina del 1509.
MERIANI, Osservazioni sulla prima traduzione in latino, p. 187; ID., Carlo Valgulio e il testo del
De musica, p. 233, nota 4.
RESTANI, Il De Musica attribuito a Plutarco, p. 269.
Cfr. PALISCA, Girolamo Mei (1519-1594). Letters, p. 89: «A le cerimonie e scuse de le due vostre
ho proposto di non rispondere cosa alcuna […] circa i quesiti fattimi da voi risponderò per capi
più distintamente e speditamente che io saprò, per essere bene inteso, e più succintamente che io
potrò, per non essere tedioso»; RESTANI, L’itinerario di Girolamo Mei dalla «poetica» alla
musica, p. 211; EAD., Il De Musica attribuito a Plutarco e Girolamo Mei, pp. 268-270.
PALISCA, The Florentine Camerata, p. 51.
Sopplimenti musicali del rev. M. Gioseffo Zarlino da Chioggia […], Francesco Franceschi,
Venezia 1588, IV 17, pp. 172-173; a quanto pare, la lettera di Galilei non si è conservata; a
proposito di Valgulio, Zarlino (ibidem, p. 170) si esprime così: «Carlo Valgulio Bresciano, huomo
di buona letteratura Greca et Latina, che tradusse dalla prima alla seconda di queste due lingue la
punto le tesi di Valgulio sposate da Galilei, ne riporta il testo in un italiano che
differisce sensibilmente da quello del volgarizzamento ‘galileiano’ giunto fino
a noi;67 dunque, anche Zarlino doveva aver prodotto un suo volgarizzamento,
sia pur parziale, del Prooemium di Valgulio, a meno di non voler pensare che
abbia rielaborato il testo a suo tempo inviatogli da Galilei. Del resto, come
avremo modo di mostrare più avanti, Zarlino conosceva bene i lavori music ologici dell’umanista bresciano fin da prima del 1558, anno di pubblicazione
delle sue Istitutioni harmoniche, trattato nel quale citava diversi passi del De
musica plutarcheo e riprendeva ampi stralci del Prooemium, senza peraltro
mai nominarne l’autore. 68 Ora, come è noto, Galilei fu a stretto contatto con
Zarlino, probabilmente già a partire dal 1563,69 e sicuramente fu presso di lui a
Venezia nel 1568, 70 sicché si può addirittura ipotizzare che proprio attraverso
Zarlino Galilei sia venuto a conoscenza del De musica plutarcheo, nella
traduzione di Valgulio corredata dal suo Prooemium. Su questa base si può
dunque ipotizzare che Galilei si sia procurato i lavori di Valgulio (Prooemium
e Musica Plutarchi) e li abbia tradotti o fatti tradurre in volgare già prima
della sua prima lettera a Girolamo Mei (1572), nella quale, appunto, doveva
avergli chiesto lumi su alcuni passi dell’opera che tanto lo interessava.
9. Fonti greche del Prooemium: riuso e strategie argomentative
Come abbiamo visto, il De musica attribuito a Plutarco, che Valgulio sceglie di
tradurre, è ricchissimo di citazioni di altri autori, e in questo risiede gran parte
del suo inestimabile valore storico-culturale (vd. supra, § 4). Ma abbiamo
avuto modo di accennare che anche Valgulio, nel redigere il testo del suo
Prooemium, attinge informazioni sulla musica greca a una notevole quantità
di autori greci (vd. supra, §§ 1, 3), che a volte cita esplicitamente, a volte
recepisce tacitamente senza altra indicazione. Tra i primi, vanno ricordati
Aristofane e i suoi scoliasti, Aristotele, Arriano, Esiodo, Luciano. Tra i secondi,
sono stato in grado di risalire all’Onomasticon di Polluce e al Lessico Suda; da
quest’ultima fonte deriva chiaramente anche la citazione di Dicearco,71 mentre
dagli Scolii ad Aristofane sono desunti i riferimenti a Callimaco e Timocreonte
di Rodi.72 In alcuni casi, poi, la recezione degli originali è filtrata da una
Musica di Plutarco, et v’aggiunse, per maggior chiarezza d’alcune cose, che si trovano in essa,
un’utile [sic] Discorso o Annotazioni molto giovevoli»
ZARLINO, Sopplimenti, IV 17, pp. 173-174.
G. ZARLINO, Istitutioni harmoniche, Pietro da Fino, Venezia 1558, II 6-9, pp. 67-77; la
dipendenza di questa sezione dalla traduzione latina di Valgulio, ritenuta probabile da PALISCA,
Humanism in Italian Renaissance, p. 369, nota 2, va considerata praticamente sicura, proprio
sulla base del fatto che Zarlino conosce e utilizza anche il Prooemium in Musicam Plutarchi ad
Titum Pyrrhinum (vd. infra).
Cfr. C. V. PALISCA, s.v. Galilei, Vincenzo, in New Grove2, 9, pp. 436-439.
Cfr. R. MELONCELLI, s.v. Galilei Vincenzio, in DBI, 51 (1998), pp. 486-489.
Cfr. Suda σ 643 Adler, che è fonte unica per Dicaearch. fr. 89 Wehrli.
Call. fr. 604 Pfeiffer e Timocr. fr. 731 Page, le cui fonti uniche sono, rispettivamente, Schol. ad
Aristoph. nub. 333 e Schol. ad Aristoph. Ach. 532.
personale rielaborazione, di cui quasi sempre si riescono a individuare le
ragioni, e questo, in certo modo, accresce l’interesse storico-culturale del suo
lavoro (vd. infra, §§ 15, 17).
All’epoca, diversi testi erano disponibili soltanto in manoscritti; per altri,
come abbiamo accennato e come avremo modo di vedere in seguito, si può
affermare con ragionevole certezza che l’umanista attingesse alle editiones
principes. A questo proposito, vale la pena di citare un passo relativo alla
struttura del νόμος citarodico:
[ivr] Partium citharicae legis, ipso partiente Terpandro, haec nomina erant:
eparcha, eparchia, metarcha, catatropa, metacatatropa, omphalos, sphragis,
Qui Valgulio dipende con sicurezza da un passo del IV libro
dell’Onomasticon di Polluce, così come è stampato nell’edizione aldina del
μέρη δὲ τοῦ κιθαρῳδικοῦ νόμου, Τερπάνδρου κατανείμαντος, ἔπαρχα ἐπαρχεῖα,
μεταρχά, κατατροπά, μετακατατροπά, ὀμφαλός, σφραγίς, ἐπίλογος .
Soltanto l’aldina, infatti, presenta l’assetto testuale sopra riportato, che
non coincide con nessuno dei manoscritti a noi noti. 73 L’utilizzazione da parte
di Valgulio dell’Onomasticon di Polluce non si limita a questo solo passo, e, a
soli cinque anni dalla pubblicazione dell’editio princeps, rappresenta la prima
tappa della recezione dell’opera in prospettiva ‘musicologica’. 74
10. La fonte musicologica primaria: Porfirio di Tiro
Tra le fonti di carattere strettamente musicale, oltre, naturalmente, al De
musica plutarcheo, Valgulio attinge a diversi altri autori. Di alcuni, come
Archita, Eliano e Tolemaide di Cirene ricorda solo i nomi; di altri, come
Aristosseno, Dionisio il Musico, Eraclìde e Panezio il Giovane riporta interi
brani in traduzione latina. Da dove aveva tratto informazioni su questi autori e
sui loro testi? Ora, fatta eccezione per Aristosseno e Archita, ben noti anche da
altre fonti greche e latine, i nomi e i testi degli altri autori ci sono noti
Cfr. Iulii Pollucis Vocabularium, Aldo Manuzio, Venezia 1502, col. 149; il testo del passo, che
nella canonica edizione di E. BETHE, Pollucis Onomasticon, Teubner, Leipzig 1900 corrisponde a
IV 66, differisce sensibilmente da un manoscritto all’altro: cfr. testo e apparato di in Bethe, p.
221; sulla tradizione testuale di Polluce cfr. ibidem, pp. V-XIX; in particolare, sull’edizione
aldina, pp. IX; XVI.
La traduzione latina completa dell’Onomasticon di Polluce, ad opera di R. Gwalter, fu
pubblicata a Basilea soltanto nel 1541 (RESTANI, Recezione del trattato di Polluce, pp. 158 ss.) e il
volgarizzamento di ampie sezioni del IV libro ad opera di Giorgio Bartoli, fu portato a termine,
nel contesto delle attività promosse dall’Accademia degli Alterati, certamente prima del 1581; il
volgarizzamento di Bartoli è ancora inedito, ed è conservato nel Vat. Lat. 2021 (cc. 3r-12r),
redatto dallo stesso Bartoli; per la sua datazione, il terminus ante quem è rappresentato dall’anno
di pubblicazione del Dialogo della musica antica et della moderna di Vincenzo Galilei (1581),
opera nella quale se ne riscontrano diversi echi: cfr. A. SIEKIERA, Tradurre per musica, pp. 17 ss.
unicamente dal Commento agli Harmonica di Tolemeo di Porfirio di Tiro, il
quale, come è noto, su temi specifici di teoria musicale, usa richiamare
dottrine di svariati autori greci, e dalle loro opere, molto spesso, cita testua lmente ampi stralci.
Possiamo essere dunque sicuri che Valgulio, a sua volta, attinge i testi di
quegli autori da Porfirio; e poiché l’editio princeps della sua opera, corredata
dalla prima traduzione latina integrale, vide la luce soltanto nel 1699 a Oxford
a cura di John Wallis, 75 possiamo essere altrettanto sicuri che Valgulio la
leggeva in uno dei manoscritti che furono a sua disposizione.76 Egli fu dunque
il primo a diffondere a un pubblico abbastanza vasto parti di un’opera
preziosissima, all’epoca praticamente inaccessibile anche ai più colti tra i
teorici della musica, e pressoché ignorata anche dagli umanisti più attenti e
curiosi.77 Attingendo a essa, era possibile riconsiderare aspetti e problemi
della teoria musicale greca alla luce di molte delle fonti originarie, senza
dipendere dalle esposizioni parziali e talora fuorvianti che in materia erano
disponibili nelle opere di Boezio e Agostino, le quali godevano certamente di
molto più ampia circolazione.
J. WALLIS, Operum mathematicorum volumen tertium, Sheldonian Theatre, Oxford 1699, pp.
183-386.
Per quanto riguarda il testo di Porfirio, è bene precisare che tutti e quattro i manoscritti citati
(vd. supra, § 3) appartengono a un gruppo di 15 che ne tramandano soltanto la porzione che si
estende dal proemio al commento di I 4 (pp. 3, 1-90, 5 Düring); ora, tutti i passi che Valgulio
desume da Porfirio provengono appunto da quella sezione; la circostanza, in sé, non può essere
considerata una prova che la sua scelta fosse condizionata dal fatto di non avere a disposizione il
testo completo, ma è senz’altro da ritenere un forte indizio in tal senso (d’altra parte, da quanto
sappiamo, non è possibile provare il contrario, che cioè l’umanista avesse accesso anche ad altri
manoscritti contenenti il testo completo del Commento di Porfirio); per un altro indizio molto
forte, che indurrebbe a restringere la rosa dei manoscritti dai quali Valgulio leggeva Porfirio ai
soli Vind. Phil. Gr. 176 e Vat. Gr. 186, vd. infra, § 15 fin.
Prima dell’editio princeps, a qualcuno dei manoscritti contenenti il Commento di Porfirio
doveva aver avuto accesso Antonio Gogava per allestire la sua traduzione in latino del De
audibilibus attribuito ad Aristotele (come è noto, il lungo frammento aristotelico è interamente
contenuto all’interno dell’opera di Porfirio), che apparve a Venezia nel 1562, unitamente a quelle
degli Elementa harmonica di Aristosseno e degli Harmonica di Tolemeo (Aristoxeni Musici
antiquiss. Harmonicorum elementorum libri iii. Cl. Ptolemaei Harmonicorum, seu de Musica
lib. iii. Aristotelis de obiecto Auditus fragmentum ex Porphyrii commentariis. Omnia nunc
primum latine conscripta et edita ab Ant. Gogauino Grauiensi, Vincenzo Valgrisio, Venezia
1562), ed è assai verosimile che fosse un manoscritto che conteneva tutte e tre le opere; il
Commento di Porfirio era noto a Girolamo Mei, che vi accenna nella sua lettera dell’8.5.1572 a
Vincenzo Galilei (PALISCA, Girolamo Mei (1519-1594). Letters cit, pp. 108, 119); molto
probabilmente, con l’opera di Porfirio dovette essersi imbattuto anche Niccolò Leoniceno,
all’epoca in cui lavorava alla sua traduzione in latino degli Harmonica di Tolemeo, che gli era
stata commissionata da Franchino Gaffurio, e che egli portò a termine nel 1499 (sull’attività di
Leoniceno, cfr. PALISCA, Humanism in Italian Renaissance, pp. 117-122; la traduzione, ancora
inedita, è contenuta, a quanto pare, in soli tre manoscritti: il Vat. Lat. 4570, cartaceo, del XV sec.;
l’Harl. Lat. 3306, membranaceo, datato 1499; il Vat. Lat. 3744, che è una copia ordinata da Gian
Giorgio Trissino, per farne dono a Paolo III il 13 Agosto 1541; cfr. KRISTELLER, Iter Italicum, 2
(1967), pp. 323, 328; F.A. GALLO, Musici scriptores Graeci, in Catalogus Translationum et
Commentariorum: Mediaeval and Renaissance Latin Translation and Commentaries, III, The
Catholic University of America Press, Washington D.C. 1976, pp. 63-73 (71-72).
Porfirio viene nominato tre volte all’interno del Prooemium, e una di esse
insieme al titolo della sua opera. Del fatto che il suo auctor è a sua volta un
collettore di molti altri auctores Valgulio è ben consapevole. In riferimento al
problema, ben noto agli specialisti di teoria musicale antica, se l’altezza dei
suoni sia un carattere quantitativo o qualitativo, egli afferma infatti che
Porfirio cita ad uerbum brani di Tolemaide di Cirene, di Archita, di Eliano e di
Panezio il Giovane:
[a viiv] Ptolemais mulier Cyrenensis, Archytas, Aelianus, Panaetius iunior eadem
testantur, quorum seriem orationis Porphyrius fidei gratia ad uerbum recitat.
Il pronome eadem si riferisce alle tesi esposte poco prima, che le fonti
attribuivano a Pitagora in persona asserendo che questi, su base numerica,
aveva dimostrato la natura quantitativa dell’altezza dei suoni; gli autori
menzionati qui vengono dunque considerati da Valgulio come sostenitori delle
medesime tesi. D’altra parte, poche righe più avanti, l’umanista aggiunge che
Porfirio, nel suo Commento, sulla base delle proprie fonti (Platone, Aristotele,
Teofrasto, e, appunto, Panezio), elabora, in materia, idee che sono in aperto
contrasto con le posizioni di Tolemeo; più in particolare, precisa che egli si
serve di citazioni ad uerbum e di lunghe spiegazioni dei testi da lui prescelti,
attraverso le quali riesce a dimostrare con estrema chiarezza la propria tesi,
che cioè le altezze dei suoni non sono quantità, come ritiene Tolemeo in
accordo con i Pitagorici, ma qualità:
[a viiv] Porphyrius in commentariis in Harmonica Ptolemaei editis, instructus
opibus clarissimorum philosophorum (Platonis, Aristotelis in primis,
Theophrasti, Panaetii), ascriptis ad uerbum eorum sententiis longa oratione
explicatis, fertur aduersus Ptolemaeum, afferentem in uoce acutum et graue
quantitates esse, et interualla musica quanta sentientem cum Pythagoreis, et esse
qualitates et qualia apertissime demonstrat.
Ora, Porfirio torna più volte sul problema, ed esprime a più riprese il suo
parere contrario alle idee di Tolemeo in materia; 78 tuttavia, proprio in base
alla lista degli autori menzionati da Valgulio e da un esame approfondito del
Commento, ci si può rendere conto che egli si riferisce qui a due diverse
sezioni, ben individuabili, dell’opera di Porfirio: nella prima vengono citati
testualmente e discussi un passo del Timeo di Platone, due del De anima di
Aristotele e due del De audibilibus attribuito ad Aristotele;79 nell’altra
Tra gli svariati esempi, cito soltanto Porph. in Ptol. Harm. I 3, pp. 45, 17-20 Düring (rifiuto
esplicito delle idee di Tolemeo e prescrizione di seguire quelle dei παλαιοί); 29, 27-28 e 37, 6-14
Düring (idee dei Pitagorici, seguite da Tolemeo, sulla natura quantitativa dell’altezza dei suoni);
59, 7-21 Düring (idee di Porfirio sulla natura qualitativa dell’altezza dei suoni; con tutta
probabilità, anche questo passo è stato tenuto presente da Valgulio: il suo apertissime richiama
l’ἐναργέστατα dell’originale).
Si tratta di Porph. in Ptol. Harm. I 3, pp. 45, 22-51, 14 Düring (in cui è contenuto il commento a
Ptol. Harm. I 3, pp. 7, 25-28, 5 Düring); la citazione ad verbum di Plat. Tim. 67a7-c3 è riportata
da Porph. in Ptol. Harm. p. 46, 5-13 Düring, che dedica al passo la longa oratio che segue (pp.
46, 14-47, 12 Düring); Arist. An. 420a26-b4 è citato testualmente a p. 47, 15-23, e anche a questo
vengono riportati due importanti excerpta: uno, molto ampio, dal secondo
libro del Περὶ μουσικῆς di Teofrasto,80 e l’altro, più breve, dall’opera Sui
rapporti e gli intervalli in geometria e in musica di Panezio il Giovane.81
11. Panezio il Giovane da Porfirio a Valgulio (a Zarlino)
È curioso che proprio Panezio, appena ricordato tra le fonti che sostenevano
tesi di matrice pitagorica, compaia ora tra quelle che fornirebbero a Porfirio
elementi per elaborare tesi di segno opposto. Ad ogni modo, è appunto il testo
di Panezio ad attrarre l’attenzione dell’umanista, che tuttavia, pur dichiarando
di voler tralasciare tutti gli altri, lo recepisce solo in piccola parte. È utile
raffrontare sinotticamente il brano di Valgulio immediatamente successivo a
quello appena riportato e il testo corrispondente di Porfirio (per comodità del
lettore, ho sottolineato gli elementi del secondo che non confluiscono nel
primo):
[a viiv-viiir] Quibus omnibus in praesentia
praetermissis, unius auctoritate Panaetii
contentus ero, sic in libro de Geometriae
atque Musicae rationibus et interuallis
scribentis: «Qui spatium – inquit – acutum
inter atque graue diuidi media quadam
uoce existimat posse, similis dicenti est,
inter calidum et frigidum, candidum atque
nigrum, sectionem mediam posse fieri.
Facultas namque consonantiarum non in
magnitudinibus uocum, sed in qualitatibus
spectatur. Qua re quum mathematici dicunt
diapason in ratione dupla consistere, non
hoc dicunt quod magnitudo uocis nerui,
puta netes, auctior est parte dimidia
magnitudine hypates, sic de reliquis.
Argumento est, si fides illae uel acrius uel
languidius ambae, aut altera leuius altera
uehementius percutiantur, nihilo minus
idem remanet interuallum, tametsi pulsi
nerui maiorem sonum reddunt, propterea
Porph. in Ptol. Harm. I 3, p. 65, 21-66, 3:
Εἴρηται δὲ καὶ Παναιτίῳ τῷ νεωτέρῳ ἐν
τῷ Περὶ τῶν κατὰ γεωμετρίαν καὶ
μουσικὴν
λόγων καὶ
διαστημάτων
συντόμως περὶ τούτων μετ᾽ εὐλόγου
ἀπολογίας τῆς ὑπὲρ τῶν πρεσβυτέρων καὶ
διδασκαλίας τῆς κατὰ τοὺς ἀριθμοὺς
χρήσεως. γράφει γὰρ ὧδε. «Καὶ κατὰ
μουσικὴν δὲ τὸ λεγόμενον ἡμιτόνιον
κατάχρησίς ἐστιν ὀνόματος. ὁ γὰρ
οἰόμενος τὸ μεταξὺ διάστημα ὀξέος καὶ
βαρέος διχοτομεῖσθαι μέσῳ τινι φθόγγῳ
ὅμοιός ἐστι τῷ τὸ μεταξὺ λευκοῦ καὶ
μέλανος
θερμοῦ
ψυχροῦ
διχοτομεῖσθαι λέγοντι. οὐ γὰρ παρὰ τὰ
μεγέθη τῶν φθόγγων ἡ περὶ τὰ σύμφωνα
πραγματεία, ἀλλὰ περὶ τὰς ποιότητας. οἱ
δ᾽ ἀπὸ τῶν μαθημάτων ἐπειδὰν λέγωσι τὸ
διὰ πασῶν ἐν διπλασίονι λόγῳ, οὐ τοῦτο
λέγουσιν, ὅτι τὸ μέγεθος τοῦ φθόγγου τῆς
νήτης διπλοῦν ἐστι τοῦ μεγέθους τῆς
passo è dedicata una longa oratio di commento (pp. 47, 24-49, 4); a p. 49, 16-26 Porfirio cita
prima Arist. An. 420a19-26 e poi 419b19-25; a p. 50, 14-27 troviamo la citazione ad verbum di Ps.
Arist. Aud. 803b18-34, passo che offre l’occasione per ulteriori considerazioni sul tema (p. 51, 414); come è noto, lo scritto pseudoaristotelico è riportato poi per intero da Porfirio a pp. 67, 24 77, 18 Düring.
Porph. in Ptol. Harm. I 3, pp. 61, 22-65, 15 (= Theophr. fr. 716 Fortenbaugh); Porfirio è fonte
unica di questo frammento teofrasteo; avremo modo di tornare su come Valgulio si serva di
questo importante testo, consegnandolo, di fatto, per primo, alla riflessione dei teorici successivi.
Porfirio è fonte unica di questo frammento, che risulta essere l’unico testo a noi noto finora di
questo autore altrimenti sconosciuto; l’introduzione dell’appellativo ὁ νεώτερος sembra tendere a
distinguere questo Panezio dall’omonimo filosofo Panezio di Rodi; secondo Düring la citazione
testuale di Panezio sarebbe contenuta da p. 65, 26 a p. 66, 15; B. ALEXANDERSON, Textual
Remarks on Ptolemy’s Harmonica and Porphyry’s Commentary, Almqvist och Wiksell,
Göteborg 1969, p. 41, con buoni argomenti, la estende a p. 67, 10.
ὑπάτης ἢ ἀνάπαλιν. τεκμήριον δέ, ἐάν τε
γὰρ σφόδρα πλήττωσι τὰς χορδάς, ἐάν τε
τὴν μὲν μᾶλλον, τὴν δ᾽ ἧττον – τὸ μὲν
διάστημα ταὐτόν – ἡ δὲ μᾶλλον
πληττομένη χορδὴ μείζονα ἀποτελεῖ ἦχον,
ὥστ᾽ ἔοικεν οὐκ ἐν μεγέθει τὸ διάστημα
λέγεσθαι. πῶς οὖν εἴπερ ἐν ποιότησίν ἐστι,
τὸ μὲν διὰ πασῶν ἐν διπλασίονι λόγῳ
λέγεται […]; κτλ.»
quod qualitatem non mutant. Quo fit
perspicuum, interualla uocum non esse
magnitudines» sed qualitates.
Nell’introdurre il testo di Panezio, Porfirio lo collega con il lungo brano di
Teofrasto da lui citato immediatamente prima: l’espressione περὶ τούτων si
riferisce infatti agli argomenti affrontati da quest’ultimo, ossia le cause della
variazione di acutezza e gravità, le consonanze, e la dimostrazione che
l’essenza del μέλος non sta nei fattori quantitativi delle note che lo
compongono, ma nelle loro qualità e proprietà. Al termine del passo che
abbiamo riportato, dopo aver negato che l’intervallo consista nella dimensione
(ἐν μεγέθει), Panezio prosegue domandandosi come mai, se esso consiste nella
qualità, si dice che l’ottava sta in rapporto doppio – il che implica, comunque,
una concezione di carattere quantitativo.
Ora, dell’introduzione di Porfirio, Valgulio riprende soltanto il titolo
dell’opera di Panezio,82 tralasciando il riferimento al fatto che il suo discorso
tende a difendere l’opinione degli antichi e a spiegare l’uso dei numeri in
materia di musica. Del testo di Panezio, poi, non viene riportata la prima
affermazione, secondo la quale, in musica, il termine ‘semitono’ viene usato
impropriamente. Le due piccole omissioni non sembrano casuali. L’intento di
Valgulio nel citare Panezio è chiaramente, qui, quello di confortare la tesi
secondo la quale le altezze dei suoni sono aspetti qualitativi e non quantitativi.
Eppure, poche righe prima, come abbiamo appena visto, l’umanista aveva
inserito il suo nome nella lista dei sostenitori della tesi opposta. Come si
spiega questo suo improvviso cambiamento di prospettiva? Il fatto è che, a
leggerlo nella sua interezza, il testo di Panezio non è facilmente inquadrabile
in uno soltanto dei due orientamenti: accanto a osservazioni collegate a un
ambito teorico che, dei fenomeni sonori, considera gli aspetti quantitativi e
misurabili in termini numerici, esso contiene, anche nella porzione non
recepita da Valgulio, diversi spunti inequivocabilmente ‘qualitativi’. Sembr erebbe anzi che la posizione complessiva di Panezio in materia si fondi proprio
su questi ultimi.
È probabile allora che l’umanista abbia ritenuto che, per i propri fini
argomentativi, l’efficacia dell’auctoritas sarebbe risultata alquanto sminuita,
se avesse recepito da Porfirio l’annotazione relativa alla difesa, da parte di
Panezio, delle tesi degli antichi e alla sua spiegazione dell’uso dei numeri in
musica. D’altra parte, anche l’affermazione di Panezio sull’uso improprio del
termine ‘semitono’ si sarebbe trovata in aperta contraddizione con quanto
L’omissione dell’appellativo ὁ νεώτερος riferito a Panezio si spiega considerando che, proprio
poche righe prima, come abbiamo visto, l’autore era stato nominato, appunto, Panaetius Iunior.
Valgulio sostiene più avanti, che cioè esso designa esattamente un intervallo
musicale determinato e realmente esistente. E anzi, si può osservare che la
stessa pericope porfiriana di cui Valgulio si serve semplicemente per
corroborare la tesi che la natura dell’altezza del suono è di carattere
qualitativo, inquadrata nel contesto argomentativo originario, ossia
immediatamente dopo l’affermazione che il termine semitono è improprio,
non ad altro sembra funzionale se non a dimostrare, anch’essa, ma su base
qualitativa, l’impossibilità di dividere in due parti un intervallo tra due note di
differente altezza mediante una terza nota intermedia tra le due.
Alla luce di quanto osservato fin qui, non appare casuale neppure la scelta
di tradurre soltanto una piccola parte del testo di Panezio. Nella sua parte
finale si parla infatti dell’impossibilità di dividere l’intervallo di tono in due
parti uguali, sia su base numerica e quantitativa, sia su base qualitativa. Dal
punto di vista numerico, il ragionamento è ben noto: essendo l’intervallo di
tono espresso dal rapporto 9/8, esso non potrà essere diviso in due parti
uguali, perchè non esiste, nel campo dei numeri interi, un termine medio che
sia proporzionale tra 9 e 8. Dal punto di vista qualitativo, gli esempi forniti da
Panezio sono due, la semivocale ( ἡμίφωνον) e il mulo (ἡμίονος, letteralmente:
‘mezzo asino’): come non esistono nella realtà né la ‘mezza vocale’ né il ‘mezzo
asino’, così non esiste nemmeno il ‘mezzo tono’. Tutto questo, giova ripetere,
sarebbe in contraddizione con quanto Valgulio intende sostenere nel seguito
del suo discorso, che cioè il semitono esiste nella realtà della pratica musicale
e dunque deve esistere anche nella teoria. In definitiva, il testo di Panezio, pur
contenendo spunti che si inquadrano in una teoria ‘quantitativa’ dei caratteri
del suono, è certo utilizzabile anche per confortare la tesi della natura
esclusivamente qualitativa di essi, ma non quella della possibilità di dividere il
semitono in parti uguali. A questo punto, si vede bene come il taglio operato
da Valgulio risponda perfettamente alla sua strategia argomentativa.
Vale la pena di ricordare che, diversi decenni dopo la pubblicazione del
Prooemium, nel 1588, il testo di Panezio sarà richiamato anche da Gioseffo
Zarlino,83 il quale, secondo Palisca, 84 avrebbe tratto proprio dalla lettura
dell’opera di Valgulio lo spunto per passare in rassegna le idee degli autori
antichi sul problema se le differenze di intonazione dipendano da fattori
quantitativi o qualitativi. La cosa è perfettamente verosimile. Tuttavia, va
rilevato che, del testo di Panezio citato da Porfirio, Zarlino tiene presente
anche l’ampia porzione che Valgulio non recepisce nel suo Prooemium.85
ZARLINO, Sopplimenti, II 12, pp. 66-68.
PALISCA, Humanism in Italian Renaissance, p. 273.
In sostanza, il testo che Zarlino tiene presente coincide con quello definito da ALEXANDERSON,
Textual Remarks, p. 41, seguito da A. BARKER, Porphyry’s Commentary on Ptolemy’s Harmonics.
A Greek Text and Annotated Translation, Cambridge University Press, Cambridge 2015, pp. 218223: si vedano, in ZARLINO, Institutioni harmoniche, pp. 67-68, i riferimenti alla semivocale ([…]
l’essempio della lettera semiuocale, così nominata per l’abuso di cotal nome […] il semituono […]
è chiamato così per l’abuso, nella maniera che diciamo alcuna lettera essere semiuocale, non
perché in fatto sia in essa mezza vocale, ma per l’abuso di cotal nome), che si accordano con
quanto si deve attribuire a Panezio (Porph. in Ptol. Harm. I 3, p. 67, 5-8: οὔτ᾽ ἐπὶ τὰς ποιότητας
Sembra perciò da escludere che Zarlino possa dipendere, qui, esclusivamente
dalla traduzione di Valgulio, e resta quindi da definire da quale fonte egli
abbia potuto attingere il testo di Panezio (o una sua versione). A questo
proposito, va tenuto presente che Zarlino fu in contatto con Antonio Gogava,
al quale aveva commissionato una traduzione in latino di Aristosseno e
Tolemeo, e che a questi due lavori Gogava aveva aggiunto anche una traduzione del De audibilibus aristotelico.86 Il testo originale, come è noto, è citato
testualmente per intero appunto all’interno del Commento di Porfirio,87 testo
col quale Gogava doveva avere dunque una certa familiarità. Ma è significativo
il fatto che, in Porfirio, il testo aristotelico si trova immediatamente di seguito
a quello di Panezio. Ora, dati i contatti tra i due studiosi, e l’immediata
contiguità dei due testi, si può avanzare l’ipotesi che proprio Gogava abbia
aiutato Zarlino a leggere il testo di Panezio per più ampio tratto rispetto alla
pericope presente nel Prooemium di Valgulio.
12. Aristosseno da Porfirio a Valgulio
Del resto, vale la pena di notare che, per quanto concerne Aristosseno,
Valgulio non attinge mai agli Elementa harmonica, noti per tradizione diretta,
e anzi due dei brani in cui riporta dottrina aristossenica dipendono chiaramente da Porfirio.88 Nel primo caso, l’umanista sintetizza sensibilmente e
riformula il dettato originario, come si può apprezzare dalla seguente sinossi
(nella colonna di destra ho sottolineato gli elementi che confluiscono nel testo
di Valgulio):89
[a vv] Aristoxenus rhythmorum inquit
ductus innumeri sunt, quemadmodum et
uocum tensiones, tametsi semper definiti,
terminatique sumuntur in usum, ut primi,
disemi, trisemi ac caetera temporum nomina
rhythmicorum
Porph. in Ptol. Harm. 78, 15-26 Düring:
περὶ μέντοι τῆς ἀπειρίας τῶν τάσεων καὶ ὁ
Ἀριστόξενος πολλαχοῦ διείλεκται φησὶ δὲ
καὶ ἐν τῷ Περὶ τόνων οὕτως. «Ληφθέντων
γὰρ τοῦ διὰ τεττάρων αἱ μὲν σύμπασαι
τάσεις ἐν αὐτῷ δηλονότι ἄπειροί εἰσιν,
ἐπειδήπερ πᾶν διάστημα διαιρεῖται
ἀναφερόντων, οὔτ᾽ ἐπὶ τὴν κανονικὴν θεωρίαν τὸ ἡμιτόνιον ἥμισύ ἐστι τοῦ τόνου, ἀλλὰ
καταχρήσει ὀνόματος λέγεται μόνον, καθάπερ ἡμίφωνον καὶ ἡμίονος. οὐδὲ γὰρ ἐν τούτοις
ἔνεστι τὸ ἥμισυ τοῦ φωνηέντος ἢ τὸ ἥμισυ τοῦ ὄνου ).
PALISCA, Humanism in Italian Renaissance, pp. 133, 245; vd. supra, nota 77.
Porph. in Ptol. Harm. I 3, pp. 67, 24-77, 18.
È notevole che nessuno dei due testi sia pubblicato nell’edizione di Wehrli (Schwabe, Basel Stuttgart 1967), che pure li menziona di passaggio (p. 28).
In effetti, il concetto che gli andamenti dei ritmi sono infiniti in teoria ma finiti nella pratica
deriva dalla riformulazione, mutatis mutandis, di due elementi: 1. la pericope aristossenica che
dice che le intonazioni melodicamente accettabili le une con le altre sono solo sei anche se
all’interno della quarta ce ne sono infinite altre possibili, in quanto ogni intervallo si può dividere
in infiniti altri itervalli; 2. una frase precedente del testo di Porfirio (p. 78, 4-8 Düring), dove si
dice che gli incrementi nell’acutezza e nella gravità dei suoni sono infiniti in potenza, ma finiti in
atto: αἱ παραυξήσεις αὐτῶν (scil. τῆς ὀξύτητος καὶ βαρύτητος ) φησι δυνάμει μὲν ἄπειροι,
ἐνεργείᾳ πεπερασμέναι, καθάπερ καὶ ἐπὶ μεγεθῶν αἱ παραυξήσεις δυνάμει μὲν ἄπειροι,
ἐνεργείᾳ δὲ πεπερασμέναι .
ἀπειραχῶς, οἱ δὲ πρὸς ἀλλήλους ἐμμελῆ
τάξιν ἔχοντες ἓξ μόνοι.» Ἐν δὲ τῷ Περὶ
τοῦ πρώτου χρόνου καὶ τὴν ἐσομένην ἂν
πρός τινων κατηγορίαν ἀπολυόμενος
γράφει ταῦτα. «Ὅτι δ᾽ εἴπερ εἰσὶν ἑκάστου
τῶν ῥυθμῶν ἀγωγαὶ ἄπειροι, ἄπειροι
ἔσονται καὶ οἱ πρῶτοι, φανερὸν ἐκ τῶν
ἔμπροσθεν εἰρημένων. τὸ αὐτὸ δὲ
ξυμβήσεται καὶ περὶ τοὺς δισήμους καὶ
τρισήμους καὶ τετρασήμους καὶ τοὺς
λοιποὺς τῶν ῥυθμικῶν χρόνων
Nel secondo caso, possiamo parlare invece di una vera e propria traduzione, molto aderente al testo di partenza:
Porph. in Ptol. Harm. 82, 1-6 Düring: τρία
[a viv-viir] per dictionem tonus tria
significantur: tonus enim dicitur interuallum
tanquam mensura quaedam ipsius loci uocis,
qua significatione tonum diapente maiorem
esse tono diatessaron dicimus. Dicitur item
tonus uniuersus locus systematis, quod nos
si modo recte complexionem interpretamur,
accipiens perfectam, ut inquit Aristoxenus,
complexionem illatabilis, ut Dorius tonus,
Phrygius, et reliqui huiusmodi tropi
γὰρ σημαίνεται ἐκ τῆς «τόνος» λέξεως ἐν
μουσικῇ. τόνος γὰρ λέγεται καὶ τὸ
διάστημα, οἷον μέτρον τι τοῦ τῆς φωνῆς
τόπου, καθ᾽ ὃ λέγεται μεῖζον εἶναι τὸ διὰ
πέντε τοῦ διὰ τεσσάρων <τόνου> λόγῳ·
λέγεται δὲ τόνος καὶ ὁ κατὰ τὸ σύστημα
τόπος κατ᾽ Ἀριστόξενον δεκτικὸς ὢν
τελείου συστήματος ἀπλατής, ὡς λέγεται ὁ
Δώριος καὶ ὁ Φρύγιος καὶ οἱ παραπλήσιοι
τρόποι.
13. Le presunte opere di Aristosseno sull’aritmetica (e l’editio
princeps della Suda)
Più avanti, Valgulio, ritenendo di aver mostrato con sufficiente evidenza che la
divisione del tono in due semitoni uguali è perfettamente legittima anche da
un punto di vista matematico, e che dunque le accuse rivolte ad Aristosseno su
questo argomento sono del tutto prive di fondamento, conclude il suo discor so
con un’efficace iterrogazione retorica, che mira ad affermare che lo stesso
Aristosseno conosceva a fondo l’aritmetica, disciplina sulla quale aveva
addirittura scritto delle opere specifiche, e che era perfettamente al corrente
delle dottrine pitagoriche, essendo stato discepolo dell’illustre pitagorico
Senofilo:90
[b ir] At uero ignorabat arithmeticam Aristoxenus, qui uolumina de ea ipsa
facultate conscripsit, aut dogmata Pythagorica eum latuere, qui Xenophilum
nobilem Pythagoreum praeceptorem habuit?
Senofilo viene presentato da Giamblico (Pyth. 248-251 = Aristox. fr. 18 Wehrli) «come uno dei
più stimati (σπουδαιότατοι) tra quei pitagorici che, dopo le rivolte contro i sinedri, si radunarono
a Reggio, dove, organizzatisi in comunità, cercarono di preservare le dottrine del loro maestro e il
modus vivendi pitagorico» (A. VISCONTI, Aristosseno di Taranto. Biografia e formazione
spirituale, Centre Jean Bérard, Napoli 1999, p. 15; cfr. anche D. MUSTI, Le rivolte antipitagoriche
e la concezione pitagorica del tempo, «Quaderni Urbinati di Cultura Classica», nuova serie, 36
(1990), pp. 35-65); non saprei dire se il testo di Giamblico fosse noto a Valgulio.
Ora, le notizie sul discepolato pitagorico di Aristosseno presso Senofilo e
sulla sua conoscenza dei dogmata Pythagorica si leggono in diversi autori
greci e latini.91 Stupisce invece il riferimento, apparentemente privo di
riscontro nelle fonti antiche, al fatto che Aristosseno sia stato autore di opere
di aritmetica. A questo proposito, bisogna ricordare che l’unica indicazione,
molto generica, relativa agli ambiti disciplinari in cui si iscrivono le opere di
Aristosseno, oltre che al loro numero complessivo, ci è stata tramandata alla
fine della voce a lui dedicata nel lessico Suda. Ecco come si presenta il passo
nell’edizione canonica di Ada Adler:
Sud. α 3927 Adler: Ἀριστόξενος […] συνετάξατο δὲ μουσικά τε καὶ φιλόσοφα,
καὶ ἱστορίας καὶ παντὸς εἴδους παιδείας· καὶ ἀριθμοῦ αὐτοῦ τὰ βιβλία εἰς υνγ’ .
Attenendosi al testo e all’interpunzione, il senso è complessivamente chiaro: Aristosseno compose opere di vario genere, e il numero dei suoi libri
ammonta a 453. Dall’apparato critico si apprende che i manoscritti F e M,
prima di παιδείας hanno καί,92 lezione alla quale, come ho potuto riscontrare,
si attiene l’editio princeps milanese del 1499, che offre, peraltro, una differente interpunzione: 93
Ἀριστόξενος […] συνετάξατο δὲ μουσικά τε καὶ φιλόσοφα, καὶ ἱστορίας, καὶ
παντὸς εἴδους καὶ παιδείας καὶ ἀριθμοῦ αὐτοῦ τὰ βιβλία εἰς υνγ’.
Non sarà difficile ammettere che, presentata così, la frase non appare a ltrettanto perspicua. Tuttavia, a me pare altrettanto evidente che proprio con
quest’assetto testuale sia compatibile la formulazione di Valgulio: con tutta
probabilità, egli avrà inteso il genitivo ἀριθμοῦ come riferito a una delle
materie sulle quali Aristosseno aveva scritto libri. Ora, visto che anche la Suda,
nella parte biografica della medesima voce, parla dell’apprendistato di
Aristosseno presso il pitagorico Senofilo ( Ἀριστόξενος […] ἀκουστὴς τοῦ […]
Ξενοφίλου τοῦ Πυθαγορείου ), è del tutto verosimile che proprio l’editio
princeps della Suda sia stata la fonte di Valgulio anche per questa notizia.
I materiali sono raccolti e commentati da VISCONTI, Aristosseno di Taranto, pp. 14-15; vale la
pena di notare che le edizioni del 1530, del 1541 e del 1554, in luogo di Xenophilum recano
Xenophanem, lezione su cui si basa sia il volgarizzatore 'galileiano' ricordato qui al § 8 (Ms.
Galilei 7, fasc. 1, p. 23: «Xenophane»), sia lo stesso Vincenzo Galilei (Dialogo della musica antica
et della moderna, p. 53: «Xenofane»), sia, come osservava già PALISCA, The Florentine Camerata,
p. 42, nota 57, anche da ZARLINO, Sopplimenti, IV 17, p. 173 («Senofane»): segno evidente che
entrambi si fondavano su un’edizione del Prooemium posteriore a quella del 1507.
Giacché non alterano di molto il senso generale, e la cosa non influisce su quanto stiamo
osservando qui, non vale la pena di soffermarsi sulle due proposte, pure segnalate in apparato
dalla Adler, di correggere la lezione concordemente tramandata, ἀριθμοῦ, in ἀριθμόν (Daub) o in
ἀριθμοῦνται (Pearson); quest’ultima proposta è accolta da F. WEHRLI, Aristoxenos, Schwabe,
Basel - Stuttgart 1967, p. 9.
Ho attinto alla riproduzione digitale, disponibile al sito http://www.digitale-sammlungen.de
(urn:nbn:de:bvb:12-bsb00050756-3), dell’esemplare dell’edizione di Calcondila appartenuto a
Pier Vettori, conservato nella Bayerische Staatsbibliothek di Monaco.
14. Eliano, Porfirio, Eraclide (senza indicazione della fonte)
Naturalmente, nell’usare i testi degli autori greci raccolti da Porfirio, Valgulio
non dichiara sempre il proprio debito nei confronti del commentatore, che, di
fatto, glieli mette a disposizione. È il caso della parte finale di un lungo passo
di Eliano, per il quale Porfirio è unico testimone, 94 e dal quale l’umanista
desume, senza rivelare la propria fonte, un accostamento particolarmente
efficace tra due tipi di mescolanza, quella che si realizza tra due suoni
consonanti di differente altezza e quella che si realizza nella preparazione
dell’enomele (mulsum):
[a ivv] Ut mulsum neque uinum est, neque mel, tertia quaedam natura,
quamquam est utriusque mixtione confectum, ita concentus neque acuta uox est
neque grauis, sed tertium quoddam, quod neque acuta neque grauis uox dicatur
Un concetto non dissimile è espresso – è vero – da Sesto Empirico (adv.
math. VI 44, 3-10):
ὥσπερ τοίνυν τῶν γευστῶν τὰ μὲν τοιαύτην ἔχει κρᾶσιν ὥστε μονοειδῶς καὶ
λείως κινεῖν τὴν αἴσθησιν, ὁποῖον τὸ οἰνόμελι καὶ ὑδρόμελι, τὰ δὲ οὐχ ὡσαύτως
οὐδὲ ὁμοίως, καθάπερ τὸ ὀξύμελι (ἑκάτερον γὰρ τούτων τῶν μιγμάτων τὴν
ἴδιον ἐντυποῖ ποιότητα τῇ γεύσει), οὕτω τῶν φθόγγων διάφωνοι μέν εἰσιν οἱ
ἀνωμάλως τὴν ἀκοὴν καὶ διεσπασμένως κινοῦντες, σύμφωνοι δὲ οἱ
ὁμαλώτεροι.
Tuttavia, è del tutto evidente che la formulazione di Valgulio non dipende
da questo testo, ma da quanto dice Eliano in Porfirio (Porph. in Ptol. Harm. I
3, pp. 35, 29-36, 1 Düring):
ὥσπερ γὰρ εἴ τις βούλοιτο οἰνόμελι ποιῆσαι ποσόν τι μέλιτος λαβὼν καὶ ποσὸν
οἴνου, ὅταν οὕτω κεράσῃ, ὥστε μὴ ἐπικρατεῖν τὸν οἶνον μήτε τὸ μέλι, ἀλλά τινι
συμμετρίᾳ κραθῇ, τρίτον τι γίνεται κρᾶμα, ὃ μήτε οἶνος μήτε μέλι ἐστίν· οὕτως
ὅταν ὀξὺς καὶ βαρὺς φθόγγος κρουσθέντες ἕν τι τῇ ἀκοῇ παρασχῶσι κρᾶμα μὴ
δ᾽ ἑτέρου τῶν φθόγγων τὴν ἰδίαν παρεμφαίνοντος δύναμιν, ἀλλὰ τρίτον ἐξηχῇ
τῇ ἀκοῇ παρὰ τὸν βαρὺν καὶ τὸν ὀξὺν φθόγγον, τότε καλεῖται σύμφωνον.
La dipendenza da Porfirio è riconoscibile anche quando l’umanista ne
sintetizza drasticamente il dettato. È il caso del passo nel quale si osserva che,
nell’antichità, tra i molti indirizzi in materia di teoria musicale, come
l’archestrateo, l’ermippeo e altri, due furono quelli di gran lunga più importanti, l’aristossenico e il pitagorico:
[a viir] Complures factiones musicorum fuere, ut Archestratia, Hermippia, et
aliae, sed duae longe caeteris praecelluere, Pythagoria et Aristoxenia.
Porph. in Ptol. Harm. I 3, pp. 33, 16-36, 3 Düring; come abbiamo visto, il nome di Eliano non è
sconosciuto a Valgulio.
La fonte dell’informazione è chiaramente l’incipit del Commento agli
Harmonica di Tolemeo di Porfirio,95 che vale la pena riportare per esteso,
evidenziandone gli elementi che confluiscono nel testo di Valgulio:
Πολλῶν αἱρέσεων οὐσῶν ἐν μουσικῇ περὶ τοῦ ἡρμοσμένου, ὦ Εὐδόξιε, δύο
πρωτεύειν ἄν τις ὑπολάβοι, τήν τε Πυθαγόρειον καὶ τὴν Ἀριστοξένειον, ὧν καὶ
τὰ δόγματα εἰς ἔτι καὶ νῦν σῳζόμενα φαίνεται. ὅτι μὲν γὰρ ἐγένοντο πλείους αἱ
μὲν πρὸ τοῦ Ἀριστοξένου, οἷα ἡ Ἐπιγόνειος καὶ Δαμώνιος καὶ Ἐρατόκλειος
Ἀγηνόριός τε καί τινες ἄλλαι, ὧν καὶ αὐτὸς μνημονεύει, αἱ δὲ μετ᾽ αὐτόν, ἃς
ἄλλοι ἀνέγραψαν, οἷα ἡ Ἀρχεστράτειος καὶ ἡ Ἀγώνιος καὶ ἡ Φιλίσκιος καὶ ἡ
Ἑρμίππιος καὶ εἴ τινες ἄλλαι, ἔχοιμεν ἂν λέγειν. ὅτι δὲ τὸ πρωτεῖον ἐν ταῖς
εἰρημέναις δύο εὑρίσκεται, δηλοῖ μὲν καὶ ἡ τῶν δοκούντων αὐτοῖς μάθησις, οὐχ
ἥκιστα δὲ καὶ τὸ τὰς μὲν ἄχρι ὀνόματος μένειν διὰ τὸ ἐπιπόλαιον ἀφανισθείσας,
τὰς δὲ καὶ ἐν ἀμουσίᾳ πολλῇ τῶν μεταγενεστέρων εἰ καὶ μὴ ἐν ἐπιστήμαις ἀλλ᾽
ἀναγεγραμμένας διασῴζεσθαι.
Immediatamente dopo il passo appena richiamato, l’umanista,
nell’intento di sintetizzare la teoria pitagorica sui rapporti che governano le
consonanze musicali, riporta, adattandole alla propria argomentazione, due
brevi sequenze tratte dalla parte iniziale di un lungo brano di Eraclide. Anche
di questo testo, la fonte unica è il Commento di Porfirio, al quale, ancora una
volta, Valgulio deve aver attinto, anche se non lo dichiara esplicitamente: 96
[a viir-v] Pythagoras cum ab operibus omnibus naturae, ab agendis
contemplandisque rebus omnibus, ab uita quoque ipsa temeritatem atque
inconstantiam exterminare, et in ordinem ea certum constantemque rationem
redigere conaretur, consonantias uocum, ut eas ab infido incertoque aurium
arbitrio ad constans certumque mentis iudicium reuocaret, ratis rationibus
numerorum accommodauit, consilia hunc in modum agitans, ut auctor est in
Musica introductione Heraclides, sic scribens: Pythagoras, ut inquit Xenocrates,
cogitando inuenit musica interualla sine numero ortum habere non posse, quod
respectus forent quanti ad quantum. Reputabat enim quanam eueniente re et
causa consona atque absona interualla efficerentur. 97 Ascendensque ad originem
uocis, motum esse genitorem ipsius comperiebat, ac motum sine numero esse
nequire, igitur et uocem ipsam cum numero coniunctam, proinde quantitatem,
acutumque et graue esse quantitates. Reliquam eius orationem breuitatis gratia
praetermittimus.
Porph. in Ptol. Harm. I 1, p. 3, 1-12 Düring.
Bisogna considerare che, nell’edizione di Düring, la citazione testuale di Eraclide occupa poco
meno di due pagine (pp. 30, 1-31, 21), e passa a toccare temi alquanto differenti da quello
proposto da Valgulio; THEILER, recensione di Düring, «Göttingische Glehrte Anzeigen», 198
(1936), pp. 196-204: 198, propone, con buoni argomenti, di estenderla ulteriormente, fino p. 31,
26 Düring.
In questo punto, la traduzione di PALISCA, The Florentine Camerata, p. 39 («Since it was
something that came out of nature, he reflected on the cause that brought about the consonant
and dissonant [obsona] intervals») si basa su un’interpretazione palesemente errata delle
abbreviature presenti nel testo: non bisogna leggere «quod natura eveniente re et causa», ma
«quanam eveniente re et causa».
Sorvolando in questa sede su molti punti di dettaglio, giova tuttavia
confrontare questo testo con il testo greco da cui, nella sostanza, esso dipende:
Γράφει δὲ καὶ Ἡρακλείδης περὶ τούτων ἐν τῇ Μουσικῇ εἰσαγωγῇ ταῦτα·
«Πυθαγόρας, ὥς φησι Ξενοκράτης, εὕρισκε καὶ τὰ ἐν μουσικῇ διαστήματα οὐ
χωρὶς ἀριθμοῦ τὴν γένεσιν ἔχοντα· ἔστι γὰρ σύγκρισις ποσοῦ πρὸς ποσόν.
ἐσκοπεῖτο τοίνυν, τίνος συμβαίνοντος τά τε σύμφωνα γίνεται διαστήματα καὶ τὰ
διάφωνα καὶ πᾶν ἡρμοσμένον καὶ ἀνάρμοστον. καὶ ἀνελθὼν ἐπὶ τὴν γένεσιν τῆς
φωνῆς ἔφη· «ὡσεὶ μέλλει τι ἐκ τῆς ἰσότητος σύμφωνον ἀκουσθήσεσθαι, κίνησιν
δεῖ τινα γενέσθαι». ἡ δὲ κίνησις οὐκ ἄνευ ἀριθμοῦ γίνεται, ὁ δ’ ἀριθμὸς οὐκ
ἄνευ ποσότητος. κινήσεως δέ φησιν εἴδη δύο κτλ. (Porph. in Ptol. Harm. I 3, 1-9
Düring)
Vale la pena di notare che l’asserzione conclusiva che l’acuto e il grave
sono quantità, da Valgulio attribuita a Pitagora, non trova alcun riscontro
esplicito neanche nel seguito del testo di Eraclide. In effetti, Eraclide non
parla delle altezze dei singoli suoni (e dei fattori quantitativi che le determin ano), ma degli intervalli tra essi, che vengono considerati come rapporti di
quantità a quantità. Dei fattori quantitativi che presiedono alle altezze parla
invece Porfirio nella parte del suo commento che immediatamente precede la
citazione testuale del passo di Eraclide, che vale la pena di riportare qui: 98
Αἱ ὀξύτητες καὶ αἱ βαρύτητες αἱ τῶν ψόφων τοῖς Πυθαγορείοις οὐ ποιότητες
εἶναι ἐδόκουν, ἀλλὰ ποσότητες. ἐπεὶ γὰρ διαφοραὶ μὲν αὗται ψόφων, παντὸς δὲ
ψόφου καὶ πάσης φωνῆς ἀρχηγὸς αἰτία ἡ κίνησις, τῶν δὲ κινήσεων ἡ μὲν
ταχεῖα, ἡ δὲ βραδεῖα, ταῖς διαφοραῖς ταύταις τῶν κινήσεων τὰς περὶ τοὺς
ψόφους διαφορὰς ἀνετίθεσαν. αἰτία δ’ ἡ μὲν ταχεῖα φορὰ ὀξύτητος, ἡ δὲ
βραδεῖα βαρύτητος. τὸ δὲ ταχὺ καὶ βραδὺ θεωρεῖται ἐν ποσῷ καὶ ὀξύτης ἄρα
καὶ βαρύτης ἐν ποσῷ.
Appare evidente che Valgulio ha tenuto presenti entrambi i testi, integrandoli e adattandoli alla sua argomentazione.
15. Psicomusicologia tra Platone, Teofrasto e Aristotele
In apertura del Prooemium, con un riferimento alle frequenti critiche rivolte
dalla commedia attica antica ai musicisti che, con le loro ardite innovazioni,
avevano gettato il disonore (labes) sulla musica, viene introdotto il concetto
che una musica troppo elaborata è dannosa per la psiche e per il comportamento dei cittadini, e dunque influenza negativamente la vita politica:
[a iir] Queritur comoedia uetus, cuius licentia increpandi mores erat liberior, in
musicam fuisse iniectam labem, et execratur polluendae eius auctores, alioquin
elegantis ingenii poëtas, quod, auctis fidibus et uarietate concentuum,
dithyrambisque conditis biforibus, ac iocunda fraude gratis uulgo uersibus, ex
forti illa, seuera, decora atque simplici musica, mollem quandam, illecebrosam,
calamistratam, ac uariam intulissent. «At quid inde mali?» dicet aliquis. Ingens
profecto, atque latissime manans, et quidem in res potiores. Nullane sunt mala,
Porph. in Ptol. Harm. I 3, p. 29, 27-33.
emolliri et languefieri animos ciuium? nullane amissi pudoris, et corruptorum
morum? «At quid id interest morum?» Sane plurimum. 99
La spiegazione del meccanismo di azione della musica viene fatta risalire
alla struttura musicale dell’anima umana, la quale, in quanto costituita di
quattro elementi, è accostabile in certa misura a un tetracordo; la correttezza
morale dei comportamenti dipende dalla corretta armonizzazione tra loro di
due di questi quattro elementi. Il ragionamento è basato sul presupposto
logico, non esplicitamente dichiarato ma chiaramente sottinteso, che il
comportamento umano è esclusivamente determinato, in bene o in male,
dall’impulso dell’anima. Gli elementi costitutivi di quest’ultima sono,
nell’ordine, l’intellectus, la ratio, la phantasia, che viene anche chiamata
imaginatio, e i sensus.100 Di questi, il primo è di natura divina, mentre gli
ultimi due sono di natura mortale; in posizione intermedia, la ratio, che è
propria della natura umana, può scegliere di orientarsi sia verso gli elementi
divini, sia verso quelli mortali:
[a iir] animus noster quasi tetrachordum quoddam, intellectu, ratione, phantasia,
ac sensibus (si Platonicis credimus) constat. Intellectus diuinus est, in quo nil est
nisi simplex ac purum et uniforme. Imaginatio ac sensus mortales partes sunt,
proinde mutationibus, uarietatibusque refertae. Media ratio propria humanae est
naturae, arbitriumque anceps habet inclinandi ad diuina et ad mortalia. 101
Ora, la ratio produrrà comportamenti esemplari se, come la corda mese,
si accorderà con la parte divina dell’anima (l’intellectus), quasi che anche
questa fosse una corda; se, al contrario, si unirà con gli elementi mortali
(phantasia o imaginatio, sensus), ne risulteranno comportamenti del tutto
indesiderabili:
[a iir-v] si igitur ratio, ut mese neruus, cum diuina parte illa quasi neruo quodam
se temperauerit, admirabiles morum concentus, simplices uidelicet, graues,
decoros creabit. Sin se consociauerit cum mortalibus, uarios, molles indecoros
Nel primo caso, per indicare il risultato moralmente corretto
dell’accordatura della ratio con l’intellectus viene usata l’espressione morum
concentus, ma risulta evidente dal contesto che la medesima espressione deve
essere sottintesa anche nel secondo caso, per indicare il risultato moralmente
L’immagine della musica disonorata è indubbiamente mutuata dal testo di Ferecrate citato in
Plut. De mus. 30, 1141D-1142A (=Pherecr. fr. 155 K. - A.).
Su questa formulazione potrebbe aver influito la lettura di Porph. in Ptol. Harm. I 1, pp. 13, 1514, 28 Düring (devo il suggerimento a Massimo Raffa).
A detta di Valgulio, questa descrizione dell’anima risalirebbe a dottrina platonica, ma il
tentativo di individuazione della sua fonte è rimasto finora senza esito: in Plat. Tim. 39d, l’anima
è divisa in parti immortali e mortali; nel Compendium in Timaeum di Marsilio Ficino (cap. 26),
troviamo diverse quadripartizioni dell’anima, ma nessuna di esse si accorda con quella qui
proposta da Valgulio: cfr. PALISCA, The Florentine Camerata, p. 31, nota 3; sui contatti tra Ficino
e Valgulio, cfr. MERIANI, Carlo Valgulio e il testo del De musica, pp. 231-232.
indesiderabile dell’unione della ratio con phantasia o imaginatio e sensus. In
musica, il termine concentus non ha soltanto il significato specifico di
‘consonanza (perfetta)’, ma può indicare, in senso più generale, qualsiasi altro
tipo di relazione tra suoni, ed ecco che, nel primo caso, l’espressione morum
concentus viene più precisamente connotata mediante l’aggettivazione
positiva (admirabiles […] simplices […], graues, decoros), mentre nel secondo
caso vengono impiegati aggettivi di significato negativo (uarios, molles,
indecoros). In sostanza, i comportamenti umani sono visti qui come ‘rapporti
tra azioni’, e vengono assimilati ai rapporti, più o meno armoniosi, che
possono esistere, in musica, tra i suoni. Si può inoltre osservare che, giacché il
processo di accordatura in una direzione o nell’altra dipende dalla decisione
della ratio, sembra proprio che da quest’ultima, in definitiva, dipenda l’esito
moralmente positivo o negativo delle azioni prodotte dal soggetto.
Per il resto, sarebbe possibile evidenziare alcune incongruenze di queste
due similitudini psicomusicologiche (anima-tetracordo; ratio-mese), se le
volessimo esaminare più a fondo da un punto di vista strettamente tecnico
musicale,102 ma forse non vale la pena di farlo, visto che lo stesso Valgulio le
introduce con espressioni attenuate (animus noster quasi tetrachordum
quoddam […] ratio, ut mese neruus, cum diuina parte illa quasi neruo
quodam se temperauerit). Tuttavia, la sostanza concettuale dell’assunto è
chiara: partendo dal presupposto implicito che l’agire umano è determinato
dall’impulso dell’anima, la correttezza morale delle azioni compiute dal
soggetto dipende da una certa accordatura della sua anima, processo nel quale
la ratio sembra svolgere un ruolo decisivo.
In realtà, la decisione della ratio di rivolgersi nell’una o nell’altra direzione, è a sua volta determinata dalla qualità della musica, i cantici modi, che
si insinuano nell’anima dall’esterno. A questo proposito, è particolarmente
efficace l’immagine della ratio accompagnata, da un lato e dall’altro, da buoni
e da cattivi consiglieri: i diversi tipi di musica possono indurla a consultarsi
con gli uni o con gli altri, e dalle diverse relazioni che ne conseguono vengono
infine determinati i diversi tipi di comportamento.
[a iiv] Tanta enim est uis canticis modis in utramque partem, ut, quales ipsi in
animos praesertim teneros illapsi fuerint ciuium, decori graues seueri aut contra
leues languidi uarii ac molles, ita rationem, ancipitem ac dubitantem, ad
consortionem optimorum aut pessimorum stipantium latera ipsius consultorum,
quorum consiliis uel elegantes uel degeneres mores finguntur, pertracturi esse
Oltre al fatto che, stando alle descrizioni della trattatistica musicale greca, nei tetracordi che
includono la mese, questa occupa una posizione estrema, non intermedia, ci sarebbe da rilevare
che in un tetracordo tutti i suoni hanno già una certa intonazione: in sostanza, non potrebbe
darsi un tetracordo nel quale due suoni sono intonati tra loro, mentre gli altri due non lo sono,
come sembra implicare il testo di Valgulio; d’altra parte, sembra proprio che qui i termini
temperare e se consociare non abbiano un significato strettamente tecnico-musicale.
uideantur. Neminem autem esse puto tam stupidum tamque plumbeum, qui
cantu non moueatur.103
In questa nuova immagine, è chiaro che la funzione dei consiglieri della
ratio è la medesima che, nell’immagine precedente dell’anima-tetracordo,
viene svolta dalle tre corde che rappresentano gli altri tre elementi dell’anima,
immagine nella quale pure viene sottolineata la posizione intermedia della
ratio rispetto agli altri elementi. Per definire le diverse qualità della musica a
cui l’anima è esposta, Valgulio usa pressoché gli stessi aggettivi che aveva
usato per connotare i diversi mores che risultavano dalle diverse possibili
accordature dell’anima: una musica i cui cantici modi siano decori, graues,
seueri, indurrà la ratio al contatto con i buoni consiglieri (che nell’immagine
dell’anima-tetracordo corrispondono all’intellectus), e il risultato saranno
mores elegantes; al contrario, cantici modi caratterizzati come leues, languidi,
uarii ac molles, indurranno la ratio al contatto con cattivi consiglieri (corrispondenti a phantasia o imaginatio e sensus nell’immagine dell’animatetracordo), e il risultato saranno mores degeneres. Ora, se è la musica ad
agire sulle corde dell’anima inducendo diversi tipi di accordatura e, conseguentemente, diversi comportamenti, è l’azione della musica a determinare
anche, in ultima analisi, i comportamenti umani. In questo senso, l’azione
della musica potrebbe essere definita ‘conativa’; ed è questo che Valgulio si era
proposto di dimostrare, lasciando sottinteso che, per evitare conseguenze
nefaste sulla vita civile, si dovrà evitare di esporre gli animi dei cittadini a
musiche che provochino comportamenti individuali moralmente indesiderabili.
Tutto ciò appare perfettamente in linea con la dottrina psicomusicologica
di Platone.104 Il passo successivo, che si basa esplicitamente, invece, sulla
dottrina di Teofrasto, introduce un elemento apparentemente diverso, che ha
a che fare con la funzione catartica della musica:
[a iiv] Praeclare Theophrastus in secundo Musicae inquit, naturam musicae esse
motum animae inuecta a perturbationibus mala ab ea depellentem, quod ni
musica efficeret, ut uidelicet animum quo uellet pertraheret, naturam ipsius
omnino nullam futuram.
Anche in questo caso, il testo di Teofrasto qui richiamato da Valgulio ci è
noto unicamente da Porfirio, che lo cita testualmente nel suo Commento agli
Harmonica di Tolemeo,105 e Valgulio non può non averlo desunto dalla
Cf. Contra uituperatorem musicae, 2 (CULLINGTON, ‘That liberal and virtuous art’, p. 97):
«Quisnam inveniri potuisse hominem unquam putasset tam agrestem et ferum et truculentum,
aut tam stupidum et plumbeum ac luteum, ut cantus musicos, seu humana voce seu instrumentis
editos, invisos habeat, idque non modo tacitum non ferat, sed glorietur ac laudi sibi esse ducat?»
Si può notare che in C. uit. mus. abbiamo una coppia di triadi aggettivali (tono retoricamente più
elevato), mentre nel Prooemium troviamo soltanto una coppia di aggettivi.
Cfr. A. BARKER, Psicomusicologia nella Grecia antica, a cura di A. Meriani, Alfredo Guida
Editore, Napoli 2005, passim, ma anche Boeth. mus. I 1.
Porph. in Ptol. Harm. I 3, pp. 61, 18-65, 15 Düring = Theophr. fr. 716 Fortenbaugh; sul
frammento di Teofrasto, cfr. A. BARKER, Theophrastus and Aristoxenus: Confusions in Musical
medesima fonte. Il commentatore, prima di riportare il testo del filosofo
peripatetico, dichiara apertamente le proprie finalità argomentative ed
esegetiche: egli è interessato, in particolare, a confutare la dottrina riportata
da Tolemeo secondo la quale l’acuto e il grave non sono qualità, ma quantità, e
che dunque l’intonazione dei suoni è un carattere di tipo quantitativo e non
qualitativo.106 La citazione porfiriana del testo di Teofrasto è molto ampia –
nell’edizione di Düring si estende per non meno di quattro pagine 107 – e tocca
una quantità di punti di carattere eminentemente tecnico-specialistico. Ma la
lettura di Valgulio è molto selettiva; interessato com’è a confermare una volta
di più che la musica agisce in campo psicologico, e che questa sua azione ha
importanti conseguenze in campo etico-politico, egli è molto abile nell’estrarre
dal lungo testo che ha sotto mano quei pochi elementi che, nell’ottica di
Porfirio, sembrano dettagli del tutto secondari, e a utilizzarli per introdurre
l’idea che la musica purifica l’anima dai mali introdottivi dalle emozioni, ed è
quindi utile a migliorare il comportamento dei cittadini. Come vedremo
meglio fra breve, l’umanista riprende la parte iniziale e quella finale del testo
teofrasteo, e due elementi usati da Porfirio per introdurlo nella propria
trattazione.108
Porfirio dice di non possedere le opere dei molti altri autori che si sono
occupati dell’argomento che gli interessa, e di non poterne stilare un elenco
nominativo; gli basterà riportare parola per parola un passo tratto dal secondo
libro del Περὶ μουσικῆς di Teofrasto, il quale, con dovizia di particolari e con
particolare efficacia argomentativa, dimostra l’assurdità della tesi riportata da
Tolemeo, e il cui dettato dovrebbe essere attentamente considerato da chi la
sostiene (Porph. in Ptol. Harm. I 3, p. 61, 16-21 Düring):
Metaphysics, «Bulletin of the Institute of Classical Studies», 47 (2004), pp. 101-117 (con
bibliografia precedente); ID., Psicomusicologia, pp. 133-134; per la funzione (psico)terapeutica e
catartica della musica, C. M. J. SICKING, Theophrastus on the Nature of Music (716 FHS & G), in
Theophrastus. Reappraising the Sources, ed. by J. M. van Ophuijsen, M. van Raalte, Transaction
publishers, New Brunswick (NJ) 1998, pp. 97-142: 141, richiama opportunamente Arist. Pol. VIII
1341b32 ss. (più in particolare, cfr. 1342a 5-15).
Cfr. Ptol. Harm. I 3, pp. 6, 13-19, 15 Düring; in particolare Porfirio prende spunto da 9, 6-15
Düring.
Porph. in Ptol. Harm. I 3, pp. 61, 24-65, 13 Düring.
D’altra parte, è indubbio che anche gli altri temi affrontati da Teofrasto dovettero essere
presenti alla riflessione di Valgulio, il quale richiama il nome del filosofo anche in altri due punti
del Prooemium, a proposito proprio di aspetti quantitativi e qualitativi dei suoni: cfr. [a viiv]:
«Porphyrius in commentariis in Harmonica Ptolomei editis, instructus opibus clarissimorum
philosophorum (Platonis, Aristotelis in primis, Theophrasti, Panaetii), ascriptis ad uerbum
eorum sententiis longa oratione explicatis, fertur aduersus Ptolomeum, afferentem in uoce
acutum et graue quantitates esse, et interualla musica quanta sentientem cum Pythagoreis, et
esse qualitates, et qualia apertissime demonstrat; [a viiiv] Supradictum est enim de sententia
Panaetii, Theophrasti, Porphyrii et aliorum, et certe patet latissime ipsa per se res»
(quest’annotazione si legge al termine di una esposizione di contenuti tecnici relativi ai rapporti
numerici che governano le consonanze).
Νῦν δ᾽ ἴσως μὲν καὶ ἄλλοι πλείους συμφέρονταί μοι, οὓς ἀπορίᾳ τῶν
συγγραμμάτων οὐκ ἔχω καταλέγειν ἐπ᾽ ὀνόματος. ἀντὶ πάντων δέ μοι ἀρκέσει
Θεόφραστος διὰ πλειόνων καὶ ἰσχυρῶν, ὥς γ᾽ ἐμαυτὸν πείθω, τοῦ δόγματος
δείξας τὴν ἀτοπίαν ἐν τῷ δευτέρῳ Περὶ μουσικῆς, οὗ τὴν λέξιν ἀναγραπτέον
καὶ ἀξιωτέον τοὺς ὑπὲρ τοῦ Πτολεμαίου ἱσταμένους εὐθύνειν, τὰ λεγόμενα
ἔχοντα οὕτως.
In effetti, il testo di Teofrasto comincia con una considerazione che non
ha nulla a che fare con l’assunto che Porfirio intende dimostrare, ossia che
l’altezza dei suoni è un carattere qualitativo: il filosofo peripatetico afferma
che il movimento melodico insito nell’anima ( περὶ τὴν ψυχὴν) è estremamente
preciso (σφόδρα ἀκριβές), allorché l’anima intenda esprimerlo mediante la
voce; e l’anima è in grado di indirizzare questo movimento esattamente dove
vuole (Porph. in Ptol. Harm. I 3, p. 61, 22-24 Düring):
Ἔστι γὰρ τὸ γινόμενον κίνημα μελῳδητικὸν περὶ τὴν ψυχὴν σφόδρα ἀκριβές,
ὁπόταν φωνῇ ἐθελήσῃ [scil. ἡ ψυχή] ἑρμηνεύειν αὐτό, τρέπει μὲν [scil. ἡ ψυχή]
τήνδε [scil. τὴν φωνήν], τρέπει δ᾽ ἐφ᾽ ὅσον οἵα τ᾽ ἐστὶ τὴν ἄλογον [scil. φωνήν]
τρέψαι, καθ᾽ ὃ ἐθέλει .109
Da questo punto in poi, Teofrasto prosegue con una lunga e articolata
discussione, introdotta dalla considerazione che alcuni spiegano questa
precisione (ἀκρίβεια) soltanto da un punto di vista aritmetico, spiegazione
sulla quale egli non si dichiarerà d’accordo, e per confutare la quale fornisce
abbondanza di argomenti. È questa la parte del testo che interessa principalmente Porfirio, il quale, come ripeto, intende confutare la posizione ‘quantitativa’ di Tolemeo in materia. Ma alla fine della discussione Teofrasto torna a
menzionare il movimento dell’anima, 110 e spiega che esso soltanto costituisce
la φύσις della μουσική, la sua natura essenziale, e che ha una funzione
purificatrice. È proprio questo l’aspetto che interessa invece a Valgulio (Porph.
in Ptol. Harm. I 3, p. 65, 13-15 Düring):
μία δὲ φύσις τῆς μουσικῆς·κίνησις τῆς ψυχῆς ἡ κατ᾽ ἀπόλυσιν γινομένη τῶν διὰ
τὰ πάθη κακῶν, ἣ εἰ μὴ ἦν, οὐδ᾽ ἂν ἡ τῆς μουσικῆς φύσις ἦν.
Il testo citato da Porfirio doveva far parte di una più ampia trattazione di
carattere più generale: il γάρ all’inizio della citazione testuale avrà avuto
certamente, all’interno del contesto originario, una funzione esplicativa di
quanto precedeva; d’altra parte la specificità dell’argomento introdotto – un
particolare attributo, ossia l’essere ἀκριβές, di un particolare tipo di movimento psichico, ossia il κίνημα μελῳδητικόν – lascia immaginare che l’argomento
Ho ripreso da BARKER, Greek Musical Writings, i suggerimenti esegetici; che la musica avesse
origine da un movimento dell’anima è un concetto che risalirebbe a Damone, almeno stando ad
Athen. XIV 628c: οὐ κακῶς δ᾽ ἔλεγον οἱ περὶ Δάμωνα τὸν Ἀθηναῖον ὅτι καὶ τὰς ᾠδὰς καὶ τὰς
ὀρχήσεις ἀνάγκη γίνεσθαι κινουμένης πως τῆς ψυχῆς· καὶ αἱ μὲν ἐλευθέριοι καὶ καλαὶ ποιοῦσι
τοιαύτας, αἱ δ᾽ ἐναντίαι τὰς ἐναντίας .
110 Stavolta l’espressione usata, κίνησις τῆς ψυχῆς , è ancora più esplicita di quella usata all’inizio,
κίνημα [...] περὶ τὴν ψυχὴν .
della sezione del Περὶ μουσικῆς di Teofrasto da cui Porfirio attinge riguardasse, più in generale, il movimento, o forse diversi tipi di movimento, psichico,
in relazione alla musica.
E tuttavia, anche se la parte quantitativamente più importante del testo
teofrasteo è dedicata alla confutazione della dottrina secondo la quale
l’intonazione dei suoni è un carattere misurabile in base a parametri esclus ivamente quantitativi, è molto significativo che, almeno a giudicare dalla
configurazione della citazione di Porfirio, il punto dal quale la confutazione
prende spunto e sul quale si conclude è l’idea del movimento compiuto
dall’anima al suo interno per generare μέλος, e per espellere così i mali che,
dall’esterno, si sono insinuati all’interno di essa attraverso le emozioni. Si
tratta in sostanza del nucleo teorico di una vera e propria psicoterapia
musicale autogena; ma è importante anche rilevare che per Teofrasto questa
psicoterapia costituisce la natura essenziale della musica: la musica è psicoterapia. Sotto questo aspetto, Teofrasto è molto lontano da Platone. In Teofrasto
non si parla infatti di ‘intonazioni’ musicali indotte nell’anima da una musica
che viene somministrata al soggetto dall’esterno, e la cui azione può essere
positiva o negativa sul piano etico-politico; si parla invece di un meccanismo
terapeutico innescato e gestito dall’anima stessa, mediante il quale essa
stessa, da sé, si libera dai mali, e il cui esito, dunque, non può che essere
totalmente positivo. 111
Ora, per osservare più dettagliatamente in che modo Valgulio si appropri
della sua fonte, sintetizzandola drasticamente e alterandone significativamente l’assetto, non sarà inutile osservare sinotticamente i testi che ci interessano:
a) p. 61, 18-24 Düring: Θεόφραστος διὰ
Praeclare Theophrastus in secundo Musicae
inquit, naturam musicae esse motum
animae inuecta a perturbationibus mala ab
ea depellentem, quod ni musica efficeret, ut
uidelicet animum quo uellet pertraheret,
naturam ipsius omnino nullam futuram.
πλειόνων καὶ ἰσχυρῶν, ὥς γ᾽ ἐμαυτὸν
πείθω, τοῦ δόγματος δείξας τὴν ἀτοπίαν ἐν
τῷ δευτέρῳ Περὶ μουσικῆς […] τὰ
λεγόμενα ἔχοντα οὕτως· Ἔστι γὰρ τὸ
γινόμενον κίνημα μελῳδητικὸν περὶ τὴν
ψυχὴν σφόδρα ἀκριβές, ὁπόταν φωνῇ
ἐθελήσῃ [scil. ἡ ψυχή] ἑρμηνεύειν αὐτό,
τρέπει μὲν τήνδε [scil. τὴν φωνήν], τρέπει
[scil. ἡ ψυχή] δ᾽ ἐφ᾽ ὅσον οἵα τ᾽ ἐστὶ τὴν
ἄλογον [scil. φωνήν] τρέψαι, καθ᾽ ὃ ἐθέλει
Anche su questi aspetti, cfr. BARKER, Psicomusicologia; per Teofrasto, la musica non è
funzionale al raggiungimento del bene, quanto alla purificazione dal male; SICKING, Theophrastus
on the Nature of Music, p. 141 segnala il parallelo con Arist. Pol. VIII 1341b 32 ss. (ἱατρεία καὶ
κάθαρσις); cfr. in part. 1342a 5-15: ὃ γὰρ περὶ ἐνίας συμβαίνει πάθος ψυχὰς ἰσχυρῶς, τοῦτο ἐν
πάσαις ὑπάρχει, τῷ δὲ ἧττον διαφέρει καὶ τῷ μᾶλλον, οἷον ἔλεος καὶ φόβος, ἔτι δ’
ἐνθουσιασμός· καὶ γὰρ ὑπὸ ταύτης τῆς κινήσεως κατοκώχιμοί τινές εἰσιν, ἐκ τῶν δ’ ἱερῶν
μελῶν ὁρῶμεν τούτους, ὅταν χρήσωνται τοῖς ἐξοργιάζουσι τὴν ψυχὴν μέλεσι, καθισταμένους
ὥσπερ ἰατρείας τυχόντας καὶ καθάρσεως· ταὐτὸ δὴ τοῦτο ἀναγκαῖον πάσχειν καὶ τοὺς
ἐλεήμονας καὶ τοὺς φοβητικοὺς καὶ τοὺς ὅλως παθητικούς, τοὺς δ’ ἄλλους καθ’ ὅσον
ἐπιβάλλει τῶν τοιούτων ἑκάστῳ, καὶ πᾶσι γίγνεσθαί τινα κάθαρσιν καὶ κουφίζεσθαι μεθ’
ἡδονῆς. A questo passo fa riferimento Valgulio verso la fine del Prooemium: b iir-v.
b) p. 65, 13-15 Düring: μία δὲ φύσις τῆς
μουσικῆς κίνησις τῆς ψυχῆς ἡ κατ᾽
ἀπόλυσιν γινομένη τῶν διὰ τὰ πάθη
κακῶν, ἣ εἰ μὴ ἦν, οὐδ᾽ ἂν ἡ τῆς μουσικῆς
φύσις ἦν
L’umanista condensa in una sola parola (praeclare) il dettagliato apprezzamento espresso da Porfirio a proposito dell’efficacia argomentativa di
Teofrasto (διὰ πλειόνων καὶ ἰσχυρῶν, ὥς γ᾽ ἐμαυτὸν πείθω, τοῦ δόγματος δείξας
τὴν ἀτοπίαν), dal quale riprende anche il riferimento preciso all’opera del
filosofo peripatetico ( ἐν τῷ δευτέρῳ Περὶ μουσικῆς = in secundo Musicae) da
lui citata.112 A questo punto, la sua attenzione si sposta alla fine del testo citato
da Porfirio; in dipendenza da inquit, la frase infinitiva:
naturam musicae esse motum animae inuecta a perturbationibus mala ab ea
depellentem
corrisponde infatti esattamente all’enunciato
τὰ πάθη κακῶν.
Ma le tre proposizioni seguenti sono costruite utilizzando elementi che
l’umanista riprende spostandosi su e giù lungo il testo che ha davanti; la
sequenza che ne risulta, introdotta da quod, viene ad assumere una funzione
esplicativa di quanto precede:
quod ni musica efficeret, ut uidelicet animum quo uellet pertraheret, naturam
ipsius omnino nullam futuram.
Più precisamente, Valgulio estrae dalla proposizione condizionale ( εἰ μὴ
ἦν) la congiunzione ni, e traduce pressoché alla lettera l’ultima frase ( οὐδ᾽ ἂν ἡ
τῆς μουσικῆς φύσις ἦν ), ponendola in dipendenza infinitiva dal verbum
dicendi introduttivo; ma tra i due elementi innesta un’idea che ricava dalla
sezione iniziale del testo teofrasteo ( τρέπει [...] καθ᾽ ὃ ἐθέλει ), e che riformula
sotto forma di proposizione consecutiva.
Ora, questi non sono semplici adattamenti di carattere meramente formale. La differenza sostanziale tra il testo di Teofrasto e quello Valgulio è il
cambiamento del soggetto grammaticale dei verbi; in Teofrasto è sempre
l’anima a compiere l’azione del movimento: all’inizio del testo, il soggetto
sottinteso dei verbi ἐθελήσῃ e τρέπει è chiaramente ἡ ψυχή, e quando, nella
parte finale, Teofrasto dice che la natura della musica ( φύσις τῆς μουσικῆς ) va
identificata col movimento dell’anima ( κίνησις τῆς ψυχῆς ) che determina la
liberazione dai mali prodotti dalle emozioni, è chiaro che τῆς ψυχῆς è un
Porph. in Ptol. Harm. I 3, p. 61, 18-20 Düring, non riportato da PALISCA, The Florentine
Camerata, p. 32, nota 4.
genitivo soggettivo. In Valgulio, al contrario, il soggetto dei verbi efficeret e
pertraheret è sempre musica: si dice chiaramente che è la musica a indirizzare
l’animus nella direzione da lei desiderata, e da tutto il contesto si ricava che la
musica non esiste se non per questo scopo. In tutto ciò, l’anima è inattiva, non
compie nessun movimento: nel sintagma motus animae il genitivo animae è
chiaramente un genitivo oggettivo, come si ricava dalla spiegazione successiva
(quod ni musica efficeret, ut …); essa riceve la musica, evidentemente,
dall’esterno, e da questa viene indirizzata.
Tra i due testi c’è un’altra differenza, meno evidente ma altrettanto sign ificativa. In Teofrasto, l’azione dell’anima per convogliare all’esterno
(ἑρμηνεύειν) il κίνημα μελῳδητικόν , in atto al suo interno, si realizza per mezzo
della voce, che viene indirizzata in luoghi molto precisi dello spazio sonoro.
Alla luce di quanto dice alla fine del testo citato da Porfirio, si può affermare
che per Teofrasto l’anima ha bisogno della voce per convogliare all’esterno i
mali dai quali intende purificarsi e che si erano introdotti al suo interno
attraverso le emozioni; si tratta in sostanza di un meccanismo musicoterapeutico autogeno che prevede, naturalmente, il coinvolgimento attivo del soggetto
anche sul piano propriamente fisico. Ma nel recepire il testo che ha davanti,
Valgulio ne elimina ogni riferimento alla voce e agli elementi ad essa connessi
– la precisione del κίνημα μελῳδητικόν e l’enigmatico inciso nel quale si dice
che l’anima, nei limiti delle proprie capacità, è in grado di indirizzare anche la
voce ἄλογον.113 Non siamo in presenza di una banale semplificazione, né di una
pur consistente forzatura: Teofrasto dice l’esatto contrario di ciò che Valgulio
gli attribuisce.
Vale la pena di interrogarsi su quali possano essere stati i motivi di una
così evidente falsificazione. Come è noto, anche il maestro di Teofrasto,
Aristotele, sostiene che la musica ha la facoltà di purificare dai mali prodotti
nel soggetto dagli eccessi di carattere emotivo. Verso la fine del Prooemium,
Valgulio richiamerà celebri pagine dell’VIII libro della Politica di Aristotele in
materia, e il suo richiamo ha tutti i tratti di un’approvazione incondizionata
delle sue idee. Ma per Aristotele quella terapeutica non è che una delle diverse
funzioni della musica, e, soprattutto, Aristotele non dice mai che la musica
viene originata dall’interno dell’anima, con l’unico scopo di purificarla. Per
Aristotele la musica, anche quando venga impiegata a scopo terapeutico, deve
essere sempre somministrata dall’esterno al soggetto a cui è destinata. Sotto
questo aspetto, la dottrina di Teofrasto, che prevede invece il coinvolgimento
esclusivo del soggetto nella produzione stessa della musica, è molto lontana da
quella del suo maestro. A Valgulio interessa evidentemente recuperare dalla
dottrina di Teofrasto l’elemento che manca ad Aristotele, ossia l’idea della
natura essenzialmente terapeutica della musica, senza accoglierne il tratto che
costituisce il suo aspetto più peculiare, ossia l’origine autogena della musica, e
che difficilmente riuscirebbe a far rientrare in un quadro etico-politico, nel
È tuttora un punto critico nell’interpretazione di questo testo: cfr. SICKING, Theophrastus on
quale la musica deve avere una funzione regolativa, e la cui erogazione deve
poter essere controllata. 114
In definitiva, appare chiaro che l’intenzione dell’umanista è quella di co nciliare elementi del modello platonico e di quello genuinamente aristotelico,
secondo i quali la musica agisce sull’anima sempre dall’esterno, ma recuperando anche l’idea teofrastea secondo la quale la natura stessa della musica è
terapeutica, anche a prezzo di una palese falsificazione del pensiero di
Teofrasto, per renderlo omogeneo al pensiero genuinamente aristotelico, in
sostanza, per fare di Teofrasto un allievo fedele del maestro, e non un innov atore. Ora però, mentre nella prospettiva platonica la musica può avere esiti
positivi o negativi, e la selezione delle musiche da somministrare perché ne
abbia di positivi è compito dei responsabili della formazione e di chi gestisce
lo stato, Teofrasto viene a dire che la musica può anche rimediare a situazioni
indesiderabili che si sono determinate nell’anima per ragioni diverse, sicché
l’impiego di essa è regolato autonomamente dal soggetto che se ne serve. Di
questa dottrina Valgulio non accetta che la terapia sia autogena: per lui non
solo la paideia, ma anche la terapia deve essere eterogena, e dunque eterodiretta, e controllata, come in Aristotele.
Per concludere su questo punto, vale la pena di osservare che, del testo
citato da Porfirio, Valgulio tiene presente anche la frase οὐδ᾽ ἂν ἡ τῆς μουσικῆς
φύσις ἦν, che egli rende con naturam ipsius omnino nullam futuram e che,
stando all’apparato di Düring, è omessa da tutti i manoscritti della g-Klasse e,
tra quelli della m-Klasse, soltanto da M (il Marc. Gr. VI 10). Se ne deduce che
essa è presente negli altri manoscritti appartenenti alla m-Klasse. Ora, tra i
principali rappresentati della m-Klasse (ETVM) Düring include anche il Vind.
Phil. Gr. 176 (T), un manoscritto che contiene anche il testo del De musica
attribuito a Plutarco nella forma che fu verosimilmente alla base della
traduzione dell’opera da parte di Valgulio; 115 ma della m-Klasse fa parte
anche, con la sigla E, il Vat. Gr. 186, che fu certamente, come abbiamo detto,
nelle mani di Valgulio prima del 1498 (vd. supra, § 3). Dunque, se, come
emerge dalle indicazioni di Düring, T e E contengono anche la frase omessa da
gM, e recepita da Valgulio, appare del tutto plausibile l’ipotesi che l’umanista
abbia attinto il testo di Porfirio o dal medesimo manoscritto che, con tutta
probabilità, gli era servito per la traduzione del De musica di Plutarco, o da
quello che ebbe a disposizione durante il suo periodo romano, o da entrambi,
in periodi diversi della sua vita.
Il concetto è fatto proprio e sviluppato da Valgulio, certo anche sulla scorta di Boeth. I 1 (che
CULLINGTON, ‘That liberal and virtuous art’, p. 91, nota 4 richiama in maniera esclusiva), in
Contra uituperatorem musicae 4 (p. 97 CULLINGTON): «Permanifesto certe aegritudinem ex
animis hominum canticis modis depellimus, iras mollimus perturbationesque ceteras sedamus».
Il termine aegritudo e il verbo depellere sono spie significative dell’utilizzazione di Teofrasto.
MERIANI, Carlo Valgulio e il testo del De musica, pp. 240-245, 254.
16. Un esempio di funzione conativa della musica (e la sua fonte)
Un esempio pratico degli effetti conativi della musica, perfettamente in linea
con la psicomusicologia platonica, arricchisce la descrizione del νόμος Ἀθηνᾶς,
che Valgulio inserisce nella sezione dedicata ai νόμοι:
[a iiiir] Orthia Palladis lex erat, argumentum bellicum continens, quod nomen
Palladis declarat duellis aptae deae; omnia – uox, cantus fidium, rhythmus,
materia – bellicum concinebant, et personabant. Hanc legem [scil. Palladis] cum
Timotheus caneret, uir omnium regum atque imperatorum clarissimus Alexander
Macedo perpulsus est ad capessenda arma, et exclamauit eiusmodi esse cantica
regia oportere. Orthiorum septem species erant, in quibus lex Palladis, quam dixi.
Le fonti greche sul νόμος Ἀθηνᾶς, pur non numerose, sono assai contraddittorie tra loro, e non vale la pena esaminarle qui. Va rilevato però che in
nessuna di esse vengono così diligentemente elencati, come qui, gli elementi
che concorrono alla sua conotazione guerresca (argumentum […] uox, cantus
fidium, rhythmus, materia), suggerita peraltro dalla sua stessa intitolazione
ad Atena, la dea guerriera per eccellenza. In un passo del De musica attribuito
a Plutarco (17, 1137A) si dice soltanto che la musica in onore di Ares e di Atena
(il termine νόμος Ἀθηνᾶς non vi ricorre, e l’espressione usata è τὰ εἰς τὸν Ἄρη
καὶ Ἀθηνᾶν) è in grado di irrobustire lo spirito di un uomo temperato
(ἐπιρρῶσαι […] ἀνδρὸς σώφρονος ψυχήν ); e Dione Crisostomo (I-II sec. d. C.),
autore ben noto a Valgulio, nel riferire l’episodio della vita di Alessandro
Magno qui richiamato, a proposito del νόμος Ἀθηνᾶς, eseguito in
quell’occasione dall’auleta Timoteo, dice soltanto che esso era οὐ μαλακὸν
αὔλημα οὐδὲ ἀναβεβλημένον οὐδὲ τῶν πρὸς ἄνεσιν καὶ ῥᾳθυμίαν ἀγόντων .116
Sono dunque portato a credere che l’elenco dettagliato degli elementi guerreschi del νόμος Ἀθηνᾶς sia il frutto di una personale rielaborazione di Valgulio.
Ora, tra tutte le testimonianze, quelle nelle quali il νόμος Ἀηθνᾶς è qualificato, come qui, con l’aggettivo ὄρθιος sono solo quattro, e in tutte e quattro è
riportato anche l’episodio della vita di Alessandro Magno richiamato qui da
Come abbiamo visto, di Dione Crisostomo Valgulio tradusse le due orazioni De concordia
(XXXVIII e XXXIX); il brano di Dione è l’incipit dell’orazione De regno (Or. I 1-2): Φασί ποτε
Ἀλεξάνδρῳ τῷ βασιλεῖ τὸν αὐλητὴν Τιμόθεον τὸ πρῶτον ἐπιδεικνύμενον αὐλῆσαι κατὰ τὸν
ἐκείνου τρόπον μάλα ἐμπείρως καὶ μουσικῶς, οὐ μαλακὸν αὔλημα οὐδὲ ἀναβεβλημένον οὐδὲ
τῶν πρὸς ἄνεσιν καὶ ῥᾳθυμίαν ἀγόντων, ἀλλ’ αὐτὸν οἶμαι τὸν ὄρθιον τὸν τῆς Ἀθηνᾶς
ἐπικαλούμενον νόμον. καὶ τὸν Ἀλέξανδρον εὐθὺς ἀναπηδῆσαι πρὸς τὰ ὅπλα τοῖς ἐνθέοις
ὁμοίως· οὕτω σφόδρα ἐπαρθῆναι αὐτὸν ὑπὸ τοῦ μέλους τῆς μουσικῆς καὶ τοῦ ῥυθμοῦ τῆς
αὐλήσεως. τὸ δὲ τούτου αἴτιον οὐχ οὕτως ἡ τῆς μουσικῆς δύναμις ὡς ἡ τοῦ βασιλέως διάνο ια
σύντονος οὖσα καὶ θυμοειδής ; l’auleta Timoteo, qui nominato, va ovviamente identificato con
Timoteo di Tebe, sul quale, dopo G. F. BRUSSICH, Un auleta del IV sec. a. C.: Timoteo di Tebe, in
Mousike. Metrica, ritmica e musica greca in memoria di Giovanni Comotti, a cura di B. Gentili e
F. Perusino, Istituti editoriali e poligrafici internazionali, Pisa - Roma 1985, pp. 145-155, cfr. A.
BÉLIS, Timothée, l’aulète thébain, «Revue Belge de Philologie et d’Histoire», 80 (2002), pp. 107123; escluderei che Valgulio conoscesse la versione dell’episodio che si legge in Plutarco, Alex.
fort. aut virt. 2, 335A, in cui l’auleta è Antigenida e il brano che viene eseguito è il νόμος
ἁρμάτειος; la versione riportata da Basilio Magno, De legendis Gentilium libris 8, 38-41, più ricca
di particolari, non contiene alcun cenno al νόμος Ἀθηνᾶς .
Valgulio. Una di esse è proprio in Dione Crisostomo, ma nel suo testo manca il
riferimento, presente in Valgulio, all’affermazione di Alessandro che quel tipo
di musica si addice a un re. Arricchito di questo elemento, l’episodio ricorre
invece, a tre riprese e con minime variazioni dall’una all’altra, in tre voci della
Suda,117 ma in nessuna di esse è contenuta anche l’informazione relativa
all’esistenza, in antico, di sette tipi di νόμος Ὄρθιος, che è invece contenuta
nell’annotazione di Valgulio. Ora, l’informazione è contenuta nella voce
successiva a una delle tre appena citate. Vediamo:
Sud. ο 573 Adler <Ὀρθιασμάτων:> ἀνατάσεως ῥημάτων· ἢ τῶν μετὰ βοῆς
κόμπων· ἢ τῶν μελῶν· παρόσον ὄρθιος νόμος κιθαρῳδικός. καὶ <Ὄρθιος
νόμος·> Τιμόθεος ὁ αὐλητὴς ηὔλει ποτὲ τῆς Ἀθηνᾶς τὸν ὄρθιον νόμον
καλούμενον καὶ ἐς τοσόνδε ἐξέπληττεν Ἀλέξανδρον τοῖς μέλεσιν, ὡς μεταξὺ
καὶ ἀκούσαντα ἀΐξαι ἐπὶ τὰ ὅπλα. τὸν δὲ φάναι, ὅτι τοιαῦτα χρὴ εἶναι τὰ
βασιλικὰ αὐλήματα […].
Sud. ο 574 Adler: <Ὄρθιος νόμος:> ὁ κιθαρῳδικὸς τῆς ἁρμονίας. ἦσαν δὲ ἑπτά.
Deve essere stata la lettura congiunta di queste due voci della Suda ad aver
indotto Valgulio a ritenere che uno dei sette tipi di νόμος Ὄρθιος fosse proprio
quello detto di Atena.
Non possiamo essere del tutto sicuri che, da questo punto in poi, la fonte
alla quale il lessicografo bizantino attingeva non continuasse in tutt’altra
direzione, per esempio enumerando le sette sezioni, μέρη, del nomos. Tuttavia, possiamo certamente sostenere che alla base del testo di Valgulio sul
νόμος Ἀθηνᾶς ci sono soltanto questi due passi della Suda, nella forma e nella
successione nella quale sono giunti fino a noi.
Inoltre, anche se il verbo cano, adoperato per riferisi alla performance di
Timoteo non indica necessariamente un’esecuzione canora, Valgulio, diversamente da Suda, non connota esplicitamente il musicista come strumentista a
fiato; in più, l’espressione cantus fidium sembra implicare che il νόμος di
Atena eseguito da Timoteo fosse accompagnato da uno strumento a corda: e
ciò si accorda bene con Sud. ο 574 Adler, dove si dice che l’ Ὄρθιος νόμος è
citarodico. Alla luce di queste osservazioni, sembra proprio che l’umanista
abbia operato una conflazione di queste due voci della Suda.
17. Musica e danza tra Porfirio e Luciano
Verso la fine della sezione storico-terminologica della sua trattazione, e
immediatamente prima di passare alla ‘difesa di Aristosseno’, che ne occupa la
parte finale, Valgulio inserisce una definizione di carattere ‘teorico’, concernente le parti della musica. Anche in questo punto, l’umanista dipende
chiaramente da un brano del Commento agli Harmonica di Tolemeo di
Sud. α 1122, ο 573, τ 620 Adler.
Porfirio (in Ptol. Harm. I 1, p. 5, 21-24 Düring). È interessante osservare le
modalità del riuso, sicché vale la pena anche qui leggere i due testi in sinossi:
σύμπασαν
διαιρεῖν
εἰώθασιν
εἴς
ἁρμονικὴν
καλουμένην πραγματείαν, εἴς τε τὴν
ῥυθμικὴν καὶ τὴν μετρικήν, εἴς τε τὴν
ὀργανικὴν καὶ τὴν ἰδίως κατ’ ἐξοχὴν
ποιητικὴν καλουμένην καὶ τὴν ταύτης
ὑποκριτικήν. μουσικοὶ γὰρ λέγονται
πάντες οἱ περὶ ταῦτα τεχνῖται
[a viv] Partes porro musicae sunt:
harmonica, rhythmica, metrica, organica,
saltatio.
uniuersalis musicae; harum partium
artifices omnes musici appellantur, sed
poetae, et poetica per excellentiam.
Si nota che il primo inciso di Valgulio rende con un semplice elenco il più
articolato dettato originario, mentre l’espressione epanalettica «haec est
diuisio uniuersalis musicae» riprende l’iniziale τὴν μουσικὴν σύμπασαν
διαιρεῖν εἰώθασιν . D’altra parte, in luogo del greco ὑποκριτική (scil.
πραγματεία), termine che propriamente designa l’arte della recitazione,
ovvero, più in generale, dell’esecuzione musicale nei suoi diversi aspetti
pertinenti al suono, al testo e al movimento corporeo, compare il latino
saltatio (‘danza’), che rispetto all’originale ha un’accezione decisamente più
specialistica. La scelta sarà stata dettata, probabilmente, dalla ricerca di una
certa omogeneità tematica con il passo immediatamente precedente, relativo
ai tipi di danza propri della tragedia e della commedia (emmeleia, cordax):
[a viv]: Sciendum enim est in tragoediis atque comoediis saltationes et choreas
duci solitas esse proprias cuique, ut, quae emmelia dicitur, proprie erat
tragoediae dicata, cordax uero comoediae. Erat autem cordax satyrica saltatio a
Libero Patre instituta, India domita, ut auctor est Arrianus in rebus Alex(andri),
quem nos in latinum sermonem uertimus. Tibicines fidicinesque illis cyclii dicti
adhibebantur, cantusque accommodati metricis rhythmis.
Qui Valgulio, a proposito dell’invenzione del cordax, richiama un passo
dell’Historia Indica di Arriano (7, 8, 3), che egli, come abbiamo ricordato (§§
1, 3), aveva tradotto in precedenza. Certo, può stupire l’affermazione secondo
la quale, nell’esecuzione di emmelia e cordax, venivano impiegati tibicines
fidicinesque cyclii dicti, circostanza che non sembra trovare riscontro nelle
fonti antiche; torneremo tra un attimo su questo aspetto. Per intanto, osse rviamo che, con tutta probabilità, la convinzione che non soltanto l’esecuzione
musicale in generale, ma la danza in particolare fosse un elemento costitutivo
e specifico dell’arte musicale degli antichi Greci doveva derivare all’umanista
dalla lettura di Luciano, autore che egli menziona esplicitamente qualche
pagina prima, dopo aver delineato i caratteri generali e i contesti esecutivi
dell’antica musica greca:118
Valgulio prese in prestito dalla Biblioteca Vaticana un «parvum volumen Luciani in papyro et
corio rubeo» il 24.1.1495, per restituirlo il 29 dello stesso mese (cfr. M. BERTÒLA, I due primi
registri di prestito, p. 57); l’editio princeps di Luciano vide la luce a Firenze nel 1496 per i tipi
Lorenzo de Alopa e le cure di Giano Lascaris, amico di Valgulio.
[a iiir] Sed ut summatim dicam, ut auctor est Lucianus, argumenta et materiae
canticorum cantilenarumque erant ab orbe condito ad Cleopatrae usque tempora
gestae res, quales Ouidius in Metamorphosi cecinit, ad quarum cantum ueteres
etiam saltabant. Ex quo patet, neminem exercere musicam saltationemue
temporibus illis potuisse, quin eadem opera animum multa cognitione priscarum
rerum compleret.
Il testo lucianeo qui richiamato è il cap. 37 del De saltatione, in cui si dice
appunto che il danzatore deve conoscere, ed essere in grado di rappresentare
per mezzo della sua arte, tutti gli avvenimenti accaduti a partire dal Caos
primordiale e dall’origine dell’universo fino ai tempi di Cleopatra; il danzatore, in sostanza, deve possedere una conoscenza mitologica molto vasta:
ἡ δὲ πᾶσα τῷ ἔργῳ χορηγία ἡ παλαιὰ ἱστορία ἐστίν, ὡς προεῖπον, καὶ ἡ
πρόχειρος αὐτῆς μνήμη τε καὶ μετ’ εὐπρεπείας ἐπίδειξις· ἀπὸ γὰρ χάους εὐθὺς
καὶ τῆς πρώτης τοῦ κόσμου γενέσεως ἀρξάμενον χρὴ αὐτὸν ἅπαντα εἰδέναι
ἄχρι τῶν κατὰ τὴν Κλεοπάτραν τὴν Αἰγυπτίαν. Τούτῳ γὰρ τῷ διαστήματι
περιωρίσθω ἡμῖν ἡ τοῦ ὀρχηστοῦ πολυμαθία καὶ τὰ διὰ μέσου μάλιστα ἴστω.
Certo, l’idea che gli antichi danzassero, mentre quegli avvenimenti venivano cantati, sembra essere il frutto di una personale rielaborazione di
Valgulio, visto che del canto non si parla esplicitamente nel testo di Luciano;
ma è notevole l’accostamento con Ovidio: certamente l’umanista tiene
presente anche il cap. 57 del De saltatione:
οὐκ ἀγνοήσει [scil. ὁ ὀρχηστὴς] δὲ καὶ τὰς μυθικὰς μεταμορφώσεις ἁπάσας,
ὅσοι εἰς δένδρα ἢ θηρία ἢ ὄρνεα ἠλλάγησαν καὶ ὅσαι ἐκ γυναικῶν ἄνδρες
ἐγένοντο, τὸν Καινέα λέγω καὶ τὸν Τειρεσίαν καὶ τοὺς τοιούτους.
Qui si dice che il danzatore non ignorerà nessuna delle metamorfosi mit iche, e vengono citate esplicitamente quelle di Ceneo e di Tiresia, la prima delle
quali – Valgulio lo sapeva bene, anche se la sua fonte greca non ne fa cenno –
è trattata diffusamente nel XII libro delle Metamorfosi di Ovidio.119 Sulla base
di queste osservazioni si può ipotizzare che anche per le danze in uso nel
teatro tragico e comico la fonte sia il De saltatione di Luciano:
cap. 22: […] τριῶν γοῦν οὐσῶν τῶν γενικωτάτων ὀρχήσεων, κόρδακος καὶ
σικιννίδος καὶ ἐμμελείας, οἱ Διονύσου θεράποντες οἱ Σάτυροι ταύτας
ἐφευρόντες ἀφ’ αὑτῶν ἑκάστην ὠνόμασαν, καὶ ταύτῃ τῇ τέχνῃ χρώμενος ὁ
Διόνυσος, φασίν, Τυρρηνοὺς καὶ Ἰνδοὺς καὶ Λυδοὺς ἐχειρώσατο καὶ φῦλον
οὕτω μάχιμον τοῖς αὑτοῦ θιάσοις κατωρχήσατο […] cap. 26: Δοκεῖς δέ μοι, ὅταν
κωμῳδίαν καὶ τραγῳδίαν ἐπαινῇς, ἐπιλελῆσθαι ὅτι καὶ ἐν ἑκατέρᾳ ἐκείνων
ὀρχήσεως ἴδιόν τι εἶδός ἐστιν, οἷον τραγικὴ μὲν ἡ ἐμμέλεια, κωμῳδικὴ δὲ ὁ
κόρδαξ, ἐνίοτε δὲ καὶ τρίτης, σικιννίδος, προσλαμβανομένης. ἐπεὶ δὲ ἐν ἀρχῇ
καὶ προετίμησας τῆς ὀρχήσεως τὴν τραγῳδίαν καὶ κωμῳδίαν καὶ αὐλητὰς
κυκλίους καὶ κιθαρῳδίαν, ἐναγώνια ταῦτα καὶ διὰ τοῦτο σεμνὰ προσειπών,
φέρε νῦν ἀντεξετάσωμεν τῇ ὀρχήσει ἕκαστον αὐτῶν.
Ov. Met. XII 168-181; 459-535.
Alla luce di quest’ultimo passo, possiamo forse tentare di comprendere
anche l’affermazione di Valgulio secondo la quale nell’esecuzione di emmelia e
cordax venivano impiegati anche dei tibicines fidicinesque cyclii dicti. In
Luciano è chiaro che si tratta di due cose diverse, ma la contiguità contestuale
degli argomenti può aver indotto Valgulio a vedere una connessione che non c’è.
Infine, l’umanista rende il termine ποιητική (scil. πραγματεία), che in Porfirio non ha nulla a che fare con la poesia, e designa invece la composizione
musicale,120 con il latino poetica; è evidente che non si tratta di un fraintendimento, visto che il termine è richiamato nell’inciso finale – sed poetae, et
poetica per excellentiam – nel quale si tenta di recuperare, del testo di
Porfirio, anche l’espressione κατ’ ἐξοχὴν. In sostanza, le scelte lessicali
sembrano il frutto di una personale rielaborazione del testo di partenza.
Probabilmente è proprio con questo passo che va messa in relazione la
designazione musica poetica, che compare verso la fine del Prooemium, dove
l’umanista si duole che la dottrina aristotelica sullo studio e sulla pratica
musicale è ormai da molti secoli del tutto trascurata:
[b iiv] At haec praeclara et erudita cognitio compluribus iam ante saeculis
funditus exoleuit. Verum quoniam neque uirgula diuina in mentes ueterum ea
scientia defluxerat, sed inuentu humanorum ingeniorum extitit, tui muneris Tite
atque officii fuerit, qui omnibus curis praeterquam disciplinarum percipiendarum
uacuus es ac liber, omni studio eniti et elaborare, si ope partim mea adiutus,
partim Plutarchi, ut poeticam musicam, excellentissimam et diuinissimam
omnium, cum ista quae uulgo celebratur, pro tua uirili parte coniungas atque
componas.
Si tratta di un’arte che, secondo la concezione comune nella Grecia antica,
comprendeva diverse discipline, e non solo la pratica vocale e/o strumentale.
Valgulio mostra di averne compreso la complessità, accentuando anche il
ruolo che, nel sistema, riveste la danza, e intende proporre al dedicatario del
suo scritto di adoperarsi in una rifondazione della pratica musicale dei suoi
tempi alla luce di questa visione globale.
In definitiva, il Prooemium è il prodotto di un’erudizione musicologica di
prima mano assolutamente straordinaria per il periodo tra la seconda parte
del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento. Grazie alla sua diffusione, un
certo numero di prime traduzioni di brani di testi greci relativi a importanti
temi di teoria, di storia e di estetica musicale greca fu messo in circolazione
per la prima volta, a beneficio soprattutto di quanti, tra i teorici della musica
contemporanei, non potevano avere accesso agli originali, sia per l’oggettiva
difficoltà di reperire i manoscritti o le ancora poche edizioni a stampa, sia
Analogamente, in Aristox. El. harm. I 2, p. 6, 2 Da Rios (cfr. BARKER, Greek Musical Writings,
p. 126, nota 4); la medesima suddivisione proposta da Porfirio si legge in Anon. Bell. 13 Najock:
ἔστι δὲ τῆς μουσικῆς εἴδη ἕξ· ἁρμονικόν, ῥυθμικόν, μετρικόν, ὀργανικόν, ποιητικόν,
ὑποκριτικόν.
perché moltissimi di loro erano sprovvisti delle necessarie conoscenze
linguistiche per poterli leggere. Nel corso del presente lavoro, ho cercato di
mostrare le modalità del riuso dei testi greci menzionati esplicitamente da
Valgulio, e spero di aver portato alla luce, dove possibile, il sostrato di fonti
‘occulte’ che costituiscono l’intelaiatura del Prooemium.
Angelo Meriani, Professore Associato di Lingua e Letteratura greca presso l’Università
di Salerno, ha conseguito l’Abilitazione Scientifica Nazionale a Professore Ordinario. Ha
pubblicato numerosi lavori sui rapporti tra letteratura, filosofia e musica nella Grecia
antica e sulla recezione della musicologia greca antica in età umanistica e rinascimentale.
Sta studiando la tradizione testuale del De musica attribuito a Plutarco. È Presidente
della International Society for the Study of Greek and Roman Music (MOISA). Altre
informazioni a http://www.unisa.it/docenti/angelomeriani/index.
Angelo Meriani, Associate Professor (and qualified as Full Professor) of Greek
Language and Literature at the University of Salerno, has published numerous articles on
the connections between literature, philosophy and music in Ancient Greece, and on the
reception of Ancient Greek musicology in the age of Renaissance Humanism. His
research interests include the textual tradition of the Plutarchan De musica. He is
currently the President of the Society for the Study of Greek and Roman Music (MOISA).
Further informations at http://www.unisa.it/docenti/angelomeriani/index.
Saffo 31 e Catullo 51
Fonti - Dipartimento di Matematica
Versione Conclusione della difesa del marito tradito Ἐμοῦ τοίνυν, ὠ
Versione Achille (Da Apollodoro) Ὡς ἐγέννησε Θέτις ἐκ Πηλέως
Lezione 2 - Corso di greco biblico
II Domenica di Avvento Commento biblico
La formica e lo scarabeo - Blog-ER
Sezione Civiltà greco-latina: eroe

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e contrario
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