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Timestamp: 2019-03-24 20:27:26+00:00

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No accesso ai verbali degli ispettori Inps per il datore di lavoro
> Business Pubblicato il 1 Ottobre 2015
Diritto di accesso: divieto di visionare i verbali dell’ispettore Inps con le dichiarazioni dei lavoratori.
Il datore di lavoro non può visionare, e quindi non può esercitare il diritto di accesso, sui verbali di accertamento degli Ispettori Inps contenenti le dichiarazioni rese dai lavoratori. Ciò perché altrimenti ne verrebbe pregiudicata la tutela della riservatezza dei dipendenti stessi o, anche, degli ex dipendenti. Difatti, se l’azienda venisse a conoscenza di tali elementi, potrebbe esercitare, nei confronti dei lavoratori, indebite pressioni o ripercussioni nel contesto lavorativo. Lo ha chiarito il Tar Veneto in una recente sentenza [1].
Gli ispettori del lavoro avevano effettuato un accertamento presso una società conclusosi con un verbale di accertamento e notificazione. Il datore di lavoro aveva in seguito proposto una istanza di accesso agli atti amministrativi e, in particolare, ai documenti e verbali di tutte le dichiarazioni rese nel corso delle verifiche da parte di alcuni ex dipendenti. L’Inps aveva negato l’ostensibilità dei documenti in quanto anche “eventuali accorgimenti (cancellature e omissioni) sarebbero stati insufficienti a garantire la riservatezza dei lavoratori”; non rilevava la circostanza che alcuni degli dichiaranti non erano più dipendenti dell’azienda: risultava prevalente, infatti, la necessità di preservare “l’interesse generale ad un compiuto controllo della regolare gestione dei rapporti di lavoro da parte degli Enti proposti”.
Il Tar ha appoggiato le motivazioni fornite dall’Inps: un costante orientamento giurisprudenziale stabilisce, infatti, che, in tema di accesso alle dichiarazioni rese dai dipendenti in sede di accertamento, è prevalente – se non assorbente – la tutela apprestata dall’ordinamento alle esigenze di riservatezza delle suddette dichiarazioni, contenenti dati sensibili la cui divulgazione potrebbe comportare, nei confronti dei lavoratori, azioni discriminatorie o indebite pressioni.
L’esigenza di riservatezza prevale in questo caso su quella di difesa del datore in quanto qui si tratta di soggetti “più deboli” che vanno tutelati anche se non più dipendenti della società che presenta l’istanza di accesso, in quanto “l’esigenza di una tutela dei lavoratori è così profonda da valicare la permanenza del rapporto di lavoro”. Diversamente, il perseguimento di finalità di controllo della regolare gestione dei rapporti di lavoro verrebbe di fatto compromesso da un’eventuale reticenza dei lavoratori a rendere dichiarazioni ispettive.
[1] Tar Veneto, sent. n. 763/2015 del 1.07.2015.
Tar Veneto – Sezione III – Sentenza 1 luglio 2015 n. 763
sul ricorso numero di registro generale 502 del 2015, proposto da:
Le Fablier Spa, rappresentato e difeso dall’avv. Gianluca Spolverato, con domicilio eletto presso Segreteria T.A.R. Veneto in Venezia, Cannaregio 2277/2278;
Inps – Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, rappresentato e difeso dagli avv. Angelo Guadagnino, Antonino Sgroi, Saveria Attardi, Aldo Tagliente, con domicilio eletto presso Angelo C/O I.N.P.S. Guadagnino in Venezia, Dorsoduro, 3519/I;
Inps – Istituto Nazionale della Previdenza Sociale Direzione Provinciale di Verona;
Donatella Foroni;
del provvedimento 27 febbraio 2015, prot. n. 51580, dell’I.N.P.S. – direzione Provinciale di Verona – comunicato il 27 febbraio 2015 – di diniego dell’istanza di accesso agli atti del 23 febbraio 2015 di Le Fablier S.p.A..
Visto l’atto di costituzione in giudizio di Inps – Istituto Nazionale della Previdenza Sociale;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 10 giugno 2015 il dott. Giovanni Ricchiuto e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Con il presente ricorso la società Le Fablier s.p.a. ricorre ex art.25 L.241/90 per sentir dichiarare la illegittimità del rifiuto opposto dall’INPS alla esibizione ed al rilascio degli atti, documenti e verbali delle dichiarazioni assunte durante 1’accesso ispettivo conclusosi con il verbale unico di accertamento e notificazione n. 000430238/DDL del 9/9/2014 emanato dalla sede Inps di Verona.
La stessa ricorrente, infatti, aveva proposto un’istanza di accesso integrale ad atti, documenti e verbali di tutte le dichiarazioni assunte nel corso degli accertamenti sopra citati, in quanto relativi ad alcuni ex lavoratori della società Le Fablier, istanza alla quale seguiva un provvedimento di diniego parziale, motivato con il successivo provvedimento del 27/02/2015, in considerazione del fatto che eventuali accorgimenti (cancellature e omissioni) sarebbero stati insufficienti a garantire la riservatezza dei lavoratori.
Concludeva l’Amministrazione rilevando come anche la natura di ex dipendenti non sarebbe dirimente per consentire l’accesso ai dati e ai verbali richiesti e, ciò, in considerazione della necessità di preservare “l’interesse generale ad un compiuto controllo della regolare gestione dei rapporti di lavoro da parte degli Enti proposti”.
Nell’impugnare detto ultimo provvedimento si sosteneva l’esistenza dei vizi riconducibili alla violazione dell’art. 24 della L.n. 241/90 ed all’eccesso di potere per errato bilanciamento tra le esigenze di difesa giudiziale e quelle di tutela della riservatezza
Si costituiva l’Inps chiedendo una pronuncia di rigetto in considerazione dell’infondatezza del ricorso.
All’udienza del 10 Giugno 2015, uditi i procuratori delle parti costituite, il ricorso veniva trattenuto per la decisione.
Sul punto è dirimente constatare che il rapporto tra il diritto alla riservatezza del lavoratore dichiarante ed il diritto di difesa del datore di lavoro è stato risolto da alcune pronunce del Consiglio di Stato alle quali il presente collegio ritiene di aderire.
In particolare il Consiglio di Stato con la sentenza n. 863/14 ha ritenuto che “non può ritenersi sussistente una recessività generalizzata della tutela della riservatezza delle dichiarazioni rese dai lavoratori in sede ispettiva rispetto alle esigenze di tutela degli interessi giuridicamente rilevanti delle società che richiedono l’accesso, ma deve al contrario ritenersi in via generale prevalente, se non assorbente, la tutela apprestata dall’ordinamento alle esigenze di riservatezza delle suddette dichiarazioni, contenenti dati sensibili la cui divulgazione potrebbe comportare, nei confronti dei lavoratori, azioni discriminatorie o indebite pressioni”.
E’ del tutto evidente, che l’art. 24 comma 6 lett.d), nella parte in cui consente alle Amministrazioni di escludere dall’accesso quei documenti che riguardino la vita privata o la riservatezza di persone fisiche, ha imposto all’Amministrazione di tutelare quei soggetti che
risultano “più deboli”, soggetti individuati nei dipendenti o ex dipendenti e, ciò, in ossequio ai principi sanciti dagli artt.1 e 4 Cost., nella parte in cui disciplinano il sistema diritti fondamentali.
Sempre con la sentenza sopra citata si è affermato che detti principi vanno applicati a prescindere dalla circostanza che i lavoratori che hanno reso le dichiarazioni siano ancora legati contrattualmente alla società istante e, ciò, in quanto l’esigenza di una tutela dei lavoratori è “così profonda da valicare la permanenza del rapporto di lavoro”.
Si è, inoltre, affermato (Cons. Stato Sez. VI, 24-11-2014, n. 5779) che in materia di accesso agli atti della P.A. l’esigenza della tutela della riservatezza dei lavoratori che hanno reso dichiarazioni in sede ispettiva è altresì diretta a preservare, in un contesto più ampio, l’interesse generale ad un compiuto controllo della regolare gestione dei rapporti di lavoro. (Conferma della sentenza del T.a.r. Puglia – Bari, sez. III, n. 160/2014).
E’, infatti, evidente che l’interesse a evitare il perseguimento di finalità di controllo della regolare gestione dei rapporti di lavoro verrebbe di fatto compromesso da un’eventuale reticenza dei lavoratori a rendere dichiarazioni ispettive, eventualità che potrebbe manifestarsi a prescindere dall’esistenza di un rapporto di lavoro.
Ne consegue come sia necessario evitare anche solo la possibilità che possano manifestarsi forme di pressioni sui lavoratori e, ciò, anche indirettamente e, quindi, anche a prescindere dal persistere del rapporto di lavoro.
Né può sostenersi che il diniego di accesso si risolva in una lesione del diritto di difesa della parte istante, in quanto anche in assenza dell’accesso alle dichiarazioni rese dai lavoratori, la tutela degli interessi giuridici vantati dalle società medesime risulta “comunque” pienamente garantita dall’ordinamento.
Si consideri, ancora, che nel caso di specie parte ricorrente non ha esplicitato i motivi per cui l’esame delle dichiarazioni del lavoratori sia indispensabile ai tini della tutela giurisdizionale del proprio diritto a contrastare le pretese contenute nei verbali dell’INPS.
Va rilevato, in ultimo, che nel caso di specie l’Inps aveva trasmesso parte della documentazione richiesta con l’ istanza di accesso, ritenendo di sottrarre all’accesso solo alcune dichiarazioni il cui contenuto era tale da non impedire, nonostante le opportune cautele, l’identificazione dei lavoratori che le avevano rilasciate.
La censura e, più in generale il ricorso nel suo complesso, è pertanto infondato e va respinto.
Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese di lite che liquida in Euro 2.000,00 (duemila//00) oltre iva e cpa.

References: sentenza 
 Sentenza 
 art.25
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza