Source: https://www.edscuola.eu/wordpress/?m=20130719
Timestamp: 2020-02-28 05:11:19+00:00

Document:
19 | Luglio | 2013 | Edscuola
Archivi giornalieri: venerdì 19 Luglio 2013
AFAM: avvio stato di agitazione contro il blocco della mobilità
venerdì 19 Luglio 2013 Edscuola
AFAM: Anief avvia lo stato di agitazione contro il blocco della mobilità
Dopo l’avvio dei ricorsi per la stabilizzazione dei precari, l’ANIEF si oppone nettamente anche alla proposta avanzata da più parti del blocco della mobilità del personale delle Accademie e dei Conservatori.
Ancora una volta i sindacati rappresentativi, d’accordo con l’amministrazione, stanno attentando ai diritti dei lavoratori precari e di ruolo del comparto AFAM.
“Il blocco della mobilità del Personale di ruolo del Comparto AFAM è illegittimo – dichiara il presidente Nazionale Anief, Marcello Pacifico – e il nostro sindacato non resterà a guardare l’ennesima violazione del diritto dei lavoratori alla mobilità. Se verrà confermato il blocco pluriennale alla mobilità, l’ANIEF sarà costretta a rivolgersi al giudice per ottenere giustizia. Inoltre – conclude Pacifico – non si comprende perché alcuni sindacati rappresentativi chiedano contratti pluriennali piuttosto che la stabilizzazione dei precari nel rispetto della direttiva comunitaria”.
Per informazioni scrivi a ricorsi.afam@anief.net indicando i tuoi dati anagrafici, recapiti e-mail e telefonici e specificando nell’oggetto: “mobilità”.
Apprendistato a 14 anni? No! La soluzione è un’altra!
venerdì 19 Luglio 2013 Edscuola	1 commento
La vicenda dell’obbligo di istruzione nel nostro Paese conosce da anni vicende alterne. Di fatto si scontrano due visioni: una, largamente sentita nel centro-sinistra, che sostiene che l’obbligo di istruzione, in quanto tale, debba essere assolto solo nei percorsi dell’istruzione (statale e paritaria, n.d.a); la seconda, largamente sentita nel centro-destra, che sostiene che tale obbligo possa essere assolto anche nei percorsi della formazione (professionale regionale, n.d.a.) e, addirittura nell’apprendistato. Da un lato, si sostiene la necessità che tutti i nostri giovani escano dal sistema di istruzione decennale avendo raggiunto competenze culturali e di cittadinanza tali che consentano consapevoli e ragionate ulteriori scelte di vita, di lavoro e di studio: il che è anche conforme con quanto ci indicano le due Raccomandazioni del Parlamento europeo e del Consiglio, una sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente (18 dicembre 2006), l’altra relativa all’istituzione di un Quadro Europeo delle Qualifiche, EQF (23 aprile 2008). Dall’altro lato, è ancora forte un adagio che viene da lontano e che vuole che non tutti siano adatti per lo studio prolungato sui banchi di scuola, per cui è necessario offrire loro percorsi brevi in cui il fare e la manualità siano prevalenti.
Il succedersi delle norme è il seguente.
Il comma 622 dell’articolo 1 della legge 296/06 (finanziaria 2007: governo di centro-sinistra) recita: “L’istruzione impartita per almeno dieci anni è obbligatoria ed è finalizzata a consentire il conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno di età. L’età per l’accesso al lavoro è conseguentemente elevata da quindici a sedici anni”. Di conseguenza, il dm applicativo 139/07 (ministro Fioroni) afferma che “l’adempimento dell’obbligo di istruzione è finalizzato al conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale entro il 18° anno di età”. Il che è in sintonia con il diritto/dovere “all’istruzione e alla formazione per almeno 12 anni” (legge 53/03, alias “riforma Moratti”, art. 2, punto 1, comma c).
In seguito, con il governo di centro-destra, con le leggi 133/08 e 183/10, si è deciso che l’obbligo può anche assolversi nell’istruzione e formazione professionale regionale e, a partire dai 15 anni di età, anche nei percorsi di apprendistato. In parallelo, con il dm 9/10, a distanza di tre anni dall’innalzamento dell’obbligo di istruzione (sic!), veniva varato il modello di certificazione delle competenze di fine obbligo; in tale modello le competenze relative alla cittadinanza attiva, indicate e suggerite dall’Unione europea e che nel dm 139/07 erano state opportunamente declinate alla nostra realtà scolastica, culturale e civica, venivano di fatto cancellate! Nel dm 9/10, infatti, si afferma semplicemente che “le competenze di base relative agli assi culturali sopra richiamati sono state acquisite dallo studente con riferimento alle competenze chiave di cittadinanza di cui all’allegato 2 del regolamento” (il dm 139/07). In effetti, è più che noto che si tratta di competenze, culturali e civiche, non assimilabili! Abbiamo esempi a iosa di soggetti validissimi sotto il profilo delle competenze culturali, ma sempre pronti a utilizzarle per egoistici tornaconti! E abbiamo anche tanti “buoni e onesti” cittadini, le cui competenze culturali, però, sono di livello “elementare”!
La soluzione non è quella di contrapporre lo studio al lavoro! Nella società della conoscenza il dirottare studenti quindicenni all’apprendistato rivela un pericoloso retro pensiero: che vi siano soggetti “non portati ai libri e allo studio”, destinati a un fallimento culturale e recuperabili solo ad attività lavorative non impegnative, essenzialmente manuali. Il che significa anche riconoscere che una scuola obbligatoria decennale di base non è in grado di educare, istruire e formare e infine garantire il successo formativo a tutti gli alunni! Eppure si tratta di un impegno che abbiamo assunto con il varo dell’autonomia delle istituzioni scolastiche (si veda il dpr 275/99, art. 1, c. 2). Si tratta di un impegno di grande civiltà, a cui a tutt’oggi non abbiamo ancora dato valide risposte. Il quesito che ci dobbiamo porre allora è: vogliamo mantenere questo impegno e conseguentemente rafforzare la nostra istruzione obbligatoria decennale? Oppure è preferibile la via breve: cioè, riconosciamo di non essere in grado di mantenere i nostri impegni educativi e facciamo pagare lo scotto ai soggetti più deboli? E conseguentemente mandiamoli a “lavorare”… e al più presto! E a lavorare dove? E come? Con la crisi che oggi ci attanaglia!?
La via breve sembra trovare un certo consenso, purtroppo! Infatti, è stata presentata recentemente alla Commissione Lavoro del Senato una proposta emendativa al Decreto Lavoro con cui si ipotizza che ai percorsi di apprendistato si possa accedere anche al compimento dei 14 anni di età. Se ciò si realizzasse, svuoteremmo i bienni iniziali del secondo ciclo di istruzione e diremmo addio a un’istruzione di base decennale ampia e forte per tutti! E il divario di sempre tra cittadini che “pensano con la testa” e cittadini che “fanno con le mani” si aggraverebbe! E diremmo addio per sempre a un Paese forte, anche e soprattutto perché tutti i suoi cittadini dovrebbero possedere una cultura di base che permetta a ciascuno di scegliere consapevolmente il suo personale destino professionale. E non saremmo più in grado di garantire a tutti i nostri giovani di acquisire quelle competenze di cittadinanza e culturali di base che sono necessarie per accedere a una società della conoscenza sempre più complessa e che le stesse Raccomandazioni dell’Unione europea sollecitano a tutti i Paesi membri.
Occorre dire no all’apprendistato precoce! La via da intraprendere è un’altra! Si tratta di introdurre nei percorsi dell’istruzione quelle istanze e quei momenti in cui il pensare e il fare si coniugano insieme positivamente. Il che comporterebbe che, anche e soprattutto in forza di una didattica attiva e laboratoriale, largamente proposta in tutti i recenti documenti di riordino dei cicli, istanze e momenti tipici della realtà lavorativa possano e debbano essere introdotti negli stessi percorsi dell’istruzione. E il dlgs 77/05, che definisce le “norme generali relative all’alternanza scuola-lavoro”, suggerisce tutte le indicazioni del caso. Occorre agire in tale direzione, nella consapevolezza che oggi in una scuola orientata alla certificazione delle competenze, non c’è “sapere” senza “fare”, “teoria” senza “techne”. Il che, ovviamente, richiede un profondo ripensamento degli attuali percorsi di studio e in primo luogo, dei tre percorsi, liceali, tecnici e professionali successivi alla scuola media. Tale ripensamento si presenta quanto mai necessario anche nella previsione di un coordinamento maggiore tra primo ciclo di istruzione e conseguente biennio, in chiave di curricolo verticale decennale; e anche nella previsione di un’uscita dal sistema di istruzione a 18 anni di età.
Se queste sono le finalità che ci dobbiamo proporre per rispondere alle necessità culturali e civili di una società della conoscenza e tecnologicamente avanzata, insistere sull’apprendistato significa soltanto avere la vista corta, e per di più dannosa per i nostri cittadini lavoratori di domani, che dovranno essere capaci, come si suol dire, di “pensare con le mani e fare con la testa”!
L’omologazione del pensiero del ministro M.C. Carrozza
Il ministro M.C. Carrozza in videoforum – Repubblica.it – 18/7- ha affermato che “Se non diamo una prospettiva .. dove va il sistema di istruzione italiano, che obiettivi si pone .. leggere la contemporaneità .. pensare che i nostri programmi si fermino al novecento, che non si studi la contemporaneità, i problemi economici .. intervenire sulla scuola per metterla in grado di fronteggiare i problemi di questo tempo”.
Abissale la divaricazione tra il pensiero del ministro e l’art. 2 della legge 53/2003 che orienta il sistema educativo di istruzione e di formazione all’apprendimento, ovvero la promozione di capacità e di competenze, promozione da perseguire con l’utilizzo strumentale di conoscenze e di abilità.
“Se non diamo una prospettiva” .. un intendimento che implica la vacuità della volontà del legislatore.
“Che obiettivi si pone il sistema di istruzione italiano” .. asserzione da interpretare: i Pof delle scuole non sono progettati per promuovere le qualità dei giovani ma sono incardinati al contenuto delle singole discipline.
Il ministro, invece di stigmatizzare i comportamenti devianti, li rinforza!
“Pensare che i nostri programmi si fermino al novecento” .. focalizza l’aspetto cognitivo, ponendolo a fondamento del servizio scolastico: l’autonomia scolastica, invece, l’ha ridisegnato costituendolo a partire dalla progettazione educativa, dalla progettazione formativa, dalla progettazione dell’istruzione.
L’insegnamento è sottordinato a tali processi!
Il ministro non ha valorizzato la mission del sistema educativo di istruzione e di formazione: “E’ molto importante preparare gli studenti al test di ingresso .. dovrebbe essere fatto un intervento di formazione proprio sugli insegnanti perché capiscano l’utilità e l’importanza dei test e preparino i loro studenti, è chiaro che l’insegnante si stente frustrato perché non è coinvolto nel processo .. è molto importante imparare a fare i test .. e prepararsi non tanto nell’ultimo anno ma ancora prima ..”
“E’ molto importante preparare gli studenti ai test” .. un intendimento che avrebbe dovuto aver una connotazione molto, molto differente.
La preparazione alle prove d’accesso alle facoltà universitarie non può e non deve essere la stella polare dell’istituzione: sono le competenze, che qualificano i processi d’apprendimento, la chiave di volta dei test.
Sarebbe sufficiente concretizzare quanto prevede il Decreto legislativo 27/10/2009 n.150 per superare l’impasse: “L’organo di indirizzo politico-amministrativo di ciascuna amministrazione emana le direttive generali contenenti gli indirizzi strategici”. Elaborazione da accompagnare con il controllo del POF delle singole scuole per accertare la sua funzionalità rispetto alla promozione delle capacità e delle competenze che qualificano il sistema educativo italiano.
“L’insegnante si stente frustrato perché non è coinvolto nel processo” .. è una tesi inconsistente: la valorizzazione del lavoro scolastico può avvenire solo se i docenti possiedono l’origine e il senso del loro agire.
La loro professionalità vive nell’ideazione, nella concretizzazione e nel controllo d’itinerari educativi-formativi-dell’istruzione.
Pensieri dopo gli Esami di Stato 2012/2013
Finiti, anche per quest’anno, gli esami di Stato, seppure senza rendersene conto, si “tirano le somme”, in speciale modo se si è stati membri interni agli stessi, vivendo, assieme ai propri allievi, le crisi, le paure, la preparazione delle tesine, dei percorsi d’esame, dell’insieme di cose che conducono un allievo a firmare la “propria camicia”. Camicia, sì: un tempo era davvero grande quanto una camicia, quel foglio burocratico (Burocrazia: dal francese bureau (“ufficio”) connesso al greco krátos (“potere”)), in cui sono trascritti volta per volta i dati degli allievi, da prima crediti e valutazioni, poi i voti degli scritti fino agli orali, i temi trattati, le somme ed eventuali punti di “bonus”.
Per chi, come me, viene da un lontano passato di esami di Stato, è più facile notare come il concetto di “esame di maturità”, relazionato ai tempi passati abbia subito modifiche e che le conseguenze (non voglio valutare se in positivo o in negativo), senza dubbio ci siano state. Il nuovo Ministro della Pubblica Istruzione Maria Chiara Carrozza, dopo aver modificato il bonus, promette di mettere mano anche all’Esame Stato: -“Bisogna ripensare sia l’esame, sia l’ultimo anno delle superiori”- Dimenticando, mi auguro soltanto per ora, che non saranno le modifiche all’esame che potranno migliorare la qualità della scuola italiana, almeno fino a quando Intere classi delle nostre scuole entreranno “alla seconda ora” ed usciranno prima della fine delle lezioni, perché alle scuole è negata la possibilità di nominare, per pochi giorni, i supplenti. Escono? Non sempre: spesso abbiamo classi divise in gruppi e dirette verso professori che se ne assumono il carico e la responsabilità nelle proprie classi, quando non anche classi che restano senza insegnanti per ore intere. Intanto dovremmo essere felici per il progetto “Io Merito” del Miur, che prevede un premio in denaro per i ragazzi che si diplomano alle superiori con 100 e lode. Un discorso iniziato con la legge n. 1 dell’11 gennaio 2007, in cui era stata introdotta la premiazione del merito, ma che, con il decreto ministeriale dell’8 settembre 2011, è partito sotto forma di un programma nazionale di valorizzazione delle eccellenze del ministero. L’anno scorso i ragazzi usciti con 100 e lode hanno ricevuto ben 650 euro, mentre per quest’anno la cifra da destinare sarà resa pubblica ad ottobre. Già: la lode. Qualcosa di sempre più presente “nell’iperuranio di Platone”, giacché i nuovi sistemi del credito (parte dal terzo anno di corso), sono divenuti sempre più passibili di far ottenere crediti bassi, piuttosto che alti. Insomma: per arrivare al cento senza il bonus agli esami di Stato i nostri allievi dovranno DAVVERO divenire delle ECCELLENZE. O noi professori mettere voti altissimi per tutte le materie, dal terzo anno di corso. Tutto questo in contrasto con il “Rapporto Lombardia” che già lamenta forti differenze a livello valutativo tra Nord e Sud, esemplificandolo nelle abissali disuguaglianze dei dati tra Lombardia e Calabria.
In fin dei conti dobbiamo “sentirci felici”, visto che il Ministro Carrozza, intervenuta ad un seminario organizzato da Symbola, la Fondazione per le qualità italiane, ha sostenuto che “la scuola tiene unito questo Paese”, in quanto è fonte di coesione il fatto che i giovani italiani abbiano studiato sugli stessi libri (multimediali, a breve?), ed abbiano le stesse radici culturali. Ha poi aggiunto, allo scopo di elogiarci (?) che: -“Gli insegnanti sono una forza, sebbene malpagati e accusati di non fare niente.”- Accusati, sì, ma da chi? A quale scopo? A quali fini? Mi torna tristemente alla memoria il biasimo lanciato dai tedeschi sugli Ebrei allo scopo di poterli eliminare quali esseri meritevoli di ciò. Naturalmente il paragone (mi perdonino gli Ebrei, che hanno subito ben più tragiche vicende), deve essere preso in senso lato. Il Ministro ha affermato infine che bisogna collegare la cultura alla scuola, perché non esiste cultura senza scuola e ha assicurato fattiva collaborazione tra il ministero dell’Istruzione e quello della Cultura, che in Italia sono separati. Già: che “non si parlino tra di loro” i vari Ministeri è cosa avvalorata dai fatti, anche recenti. Dicevo, dunque: lontano dagli esami. Lontani, sì, anche se da poco e con l’animo pieno di incertezze, pur avendo tentato di dare il meglio di sé. D’altra parti dubbi ed incertezze dovrebbero essere considerati elementi “positivi” per chi ha a che fare con i giovani, nel tentativo di “migliorarsi”, rispetto a loro. C’è un qualcosa che può sembrare strano a chi sia fuori dell’ambito scolastico e cioè che a “lamentarsi” dei voti o del trattamento, non siano i bocciati o quanti sono restati delusi del voto, ma gli amici di questi. Porterò, “estrapolati da ogni riferimento reale che deve essere considerato puramente casuale”, le note tristi di due giovani, di cui uno, promosso, che ha visto bocciati alcuni amici ed una, promossa con il massimo, che “piange” in quanto lo stesso trattamento non si é verificato per un’amica:
Amici bocciati: -“So che i miei amici stanno male! Però quello che pensiamo tutti… è che una volta arrivati li… fateci uscire tutti! In un anno una persona non impara quello che non ha mai imparato in 5 anni! Se sbagliamo spiegateci il perché! ;”-“ Io penso che chiunque sa veramente quanto vale… e se ad un amico, un compagno, una persona con cui hai condiviso milioni di cose, viene regalato qualche voto per salvarlo a me non interessa!”
Amica con il voto inferiore al suo: -“(………………..) Sono venuta a conoscenza del mio voto, ne sono contenta (100. n.d.a.) anche se sono rimasta molto perplessa del 98 di …………., confesso che credevo sarebbe successo l’opposto… per me immaginavo al massimo un 97.. (…) infatti penso di non meritare il voto che ho avuto, perché sono tutt’altro che vicina all’eccellenza.. non so quale sia stato il criterio di valutazione e non sto qui a criticarlo, ma credo che, sul piano scolastico, lei sia molto più “diligente” di me (ed è fondamentalmente questo che i professori dovrebbero valutare, insieme a determinate altre caratteristiche di contorno, e non andare certo a simpatia!) ed è per questo che sono un po’ stranita.. al di là della presunta “rivalità” che dovrebbe esserci tra me e lei.. a me dispiace sinceramente e non posso che concordare con alcune “viperate” (senza dubbio contro di me) scritte da alcune persone.. l’unica curiosità che le chiedo di soddisfarmi, sempre se possibile, ovviamente, è: perché io sì e lei no?(…) Lo so, forse sono un po’ contorta.. ma i sensi di colpa ce li ho sempre, un po’ per tutto.(…)”
Bene, lascio un tentativo di risposta ai colleghi insegnanti, ma non ho potuto fare a meno di confrontare queste reazioni con una mia esperienza lontana, che mi ha lasciato un segno: Avevo seguito per quattro anni, una classe in cui c’era una ragazzina malata d’un male incurabile. Insomma: negli anni peggiorava: sulla sedia a rotelle, sempre più incapace di muovere un solo muscolo, nel tempo (si sapeva), sarebbe morta, in quanto i muscoli della respirazione si sarebbero bloccati. Faticava anche a parlare, ma si faceva interrogare ugualmente. In quella classe la ragazzina c’era cresciuta. Sempre con gli stessi “amici”. A turno qualcuno sedeva con lei (era comunque difficile aiutarla), ma aveva un’insegnante di sostegno. In quinta, agli esami scritti di matematica, lei (che riusciva soltanto, con un dito della mano destra, a spostarsi una ciocca di capelli), doveva “dettare” il compito all’insegnante di sostegno che di matematica capiva ben poco. Allora mi rivolsi all’insegnante (membro esterno) della materia e le chiesi di darmi, su di un foglietto, delle indicazioni utili alla ragazza (ma soprattutto all’insegnante di sostegno), perché si instradasse nel compito. Detto fatto, apertamente, diedi il foglietto. Ma, mi sentii chiamare da una mia allieva che mi disse in tono perentorio: “Se lei non si fa ridare il foglietto lo dico alla presidente e faccio invalidare gli esami”. Restai di sasso. Le feci notare che la sua “amica” era nelle condizioni… che conosceva, ma lei risposte caustica:-“Ha detto mio padre che “quelle come lei” ci rubano i posti di lavoro”. Nessuno intervenne sul fatto. Dimenticavo: fece un “buon esame orale”. Chiesi ai colleghi di aumentarle il voto per dare soddisfazione a lei ed ai genitori. Si rifiutarono.
Immagini tratte da: Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca
Direzione Generale per gli Studi la Statistica e per i Sistemi Informativi Servizio Statistico
Educare al Fair Play
Sono stato a trovare mia figlia e mio nipote, da bravo nonno ho accompagnato mio nipote Mattia, pulcino della squadra di calcio cittadina al ritrovo organizzato per gli allenamenti.
Uno spazio incredibile, campetti di calcio, piscine, luoghi di ristoro, di divertimento, di relazione, insomma un vero eden per giovanissimi e adolescenti, nonché per le famiglie, gli adulti in cerca di relax e di linee guida per ben educare i propri figli.
Uno spasso osservare Mattia in campo, constatare che falli, sgambetti, gioco duro, erano banditi dal rettangolo di gioco, niente parolacce e niente grida sguaiate, tutta corsa, schemi, e consigli impartiti dalle panchine.
Incredibile ma vero, su quel campo si giocava a calcio rispettando gli avversari, l’arbitro, e, ultimo ma non per importanza, gli allenatori, che decidevano senza timore di obiezioni chi usciva e chi entrava.
Fair play verso i meno dotati, fair play nei riguardi di chi perde, fair play nell’esultare e nello stringere le mani dei coetanei, di chi inciampa e cade, insomma un bel vedere a cui non ero proprio più abituato.
Non c’era ansia né frustrazione, tanta voglia di giocare, senza protestare quando il coach rimprovera, rivolti a lui con rispetto e ammirazione, chiamandolo Mister sempre e comunque, riconoscendogli capacità e ruolo, soprattutto autorevolezza “conquistata sul campo per l’appunto”.
Sui campetti di calcio le squadre si susseguivano, i tornei approdavano ai gironi delle qualificazioni, e più ci si avvicinava allo stretto giro di boa, alle finali per intenderci, più accadeva quanto era da evitare come la peste, quel qualcosa che manda gambe all’aria un’intera architettura educativa costruita con fatica, professionalità e tanto amore.
Irrompevano ai bordi del campo le schiere di mamme imbufalite, di papà inebetiti dalle proprie aspettative, di adulti con i cartellini dei propri figli ben appuntati sul petto, ognuno a incitare i pargoli, e cosa assai più imbarazzante, tutti insieme appassionatamente a fare a pezzi arbitri e guardialinee.
Fair play e corretta interpretazione della reciprocità soccombevano sotto i cingolati dei nuovi conduttori di anime, dei nuovi costruttori di futuri Balo di periferia.
Parolacce, bestemmie, inviti a entrare duro sull’avversario, a non badare troppo a chi cade, a chi non ce la fa più a starti dietro, un susseguirsi di ordini lanciati da dietro le reti di recinzione, urla così perentorie da coprire quelle dei coach delle due squadre.
Fair play, rispetto, educazione, allenamento e sudore, un mondo di passi in avanti svolti uno per volta per non incappare nell’errore, improvvisamente messi da parte dall’incedere dell’orda genitoriale, del mondo adulto ancora una volta imputato e recidivo, ma assente alla sbarra, ben protetto dalle solite attenuanti prevalenti alle aggravanti, e così facendo ci rimetterà sempre il più debole, il più fragile, quello meno avvezzo a vestire i panni del più furbo per forza.
Fortunatamente i “grandi” non sono tutti così, e ancora più fortunatamente i giovanissimi non sono tutti propensi a fare i gladiatori piuttosto che gli atleti.
La partitella finisce con il Mister che stringe le mani dei propri campioni, tutti, nessuno escluso, ognuno è il suo campione, ciascuno è il campione di tutti noi, con i nostri magoni, le nostre lacrime, la gioia per i nostri figli che hanno perso, che hanno vinto, che hanno dato tutto quello che potevano dare per farci sentire orgogliosi di loro.
A ben pensarci chi non potrà sentirsi orgoglioso del proprio operato-ruolo, sarà nuovamente il mondo dei formatori, di quanti mandano i propri figli a imparare cos’è la dignità, cos’è la libertà, ma fa di tutto per non apprendere che il rispetto si impara solo con il buon esempio.
“QUOTA 96” – Servono 170 milioni di euro, ma ormai c’è la volontà politica unanime
“QUOTA 96” – Servono 170 milioni di euro, ma ormai c’è la volontà politica unanime di mandare in pensione i 6mila docenti e Ata coinvolti: il numero aumenta perché a beneficiare della deroga sarebbero anche tutti i lavoratori nati nel 1952. Decisivo diventa, a questo punto, il parere della Commissione Bilancio della Camera.
Finalmente sembra avere avuto degli effetti positivi il lungo pressing attuato dall’Anief nei confronti dei componenti del Parlamento per salvare migliaia di docenti e Ata dall’obbligo di rimanere in servizio a causa della “dimenticanza” nell’ultima riforma pensionistica, voluta dell’ex ministro Elsa Fornero, di introdurre una deroga per i lavoratori della scuola: l’XI Commissione Lavoro della Camera, presieduta da Cesare Damiano (PD), già autore nel 2012 del ddl n. 5103, ha approvato all’unanimità il testo unificato di una nuova proposta di legge, la n. 249, per mezzo della quale si vorrebbe “liberare” il personale che al 31 agosto del 2012 aveva raggiunto la famigerata “Quota 96” (sommando l’età e gli anni di contributi riconosciuti).
Una proposta che si basa, tra l’altro, sul mantenimento di un diritto: la salvaguardia della norma di legge che fissa all’anno scolastico 2011/12 la maturazione dei requisiti degli aventi diritto per la collocazione in pensione dei dipendenti della scuola. Nel frattempo, avendo incluso anche i nati nel 1952, il numero di docenti e Ata coinvolti è quasi raddoppiato: da 3.500 iniziali, i lavoratori che lascerebbero il servizio per andare in pensione salgono infatti a 6 mila unità.
Assodato che vi una volontà politica, praticamente unanime, di collocarli tutti in pensione, a questo punto occorre trovare i circa 170 milioni di euro per coprire l’operazione. Su questo punto si è espresso, nelle ultime ore, il Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Maria Chiara Carrozza: nel corso di un video-forum tenuto per un quotidiano nazionale, il Ministro ha dichiarato che ”c’è la volontà politica di trovare una soluzione, ma cerchiamo la copertura”.
Scartata la proposta del M5S di aumentare le accise sugli alcolici, una delle possibilità su cui stanno lavorando i parlamentari è quella di attuare la cosiddetta “tobin tax”, che rappresenta una sorta di tassazione delle transazioni finanziarie. Questa ipotesi verrà verificata, in particolare, dalla Commissione bilancio della Camera. Il cui presidente, Francesco Boccia, sempre del PD, è chiamato ora a non deludere i colleghi di partito. E, soprattutto, i 6mila interessati all’approvazione del provvedimento. Che così passerebbe, come è giusto che sia, per le aule del Parlamento. Anziché per quelle dei Tribunali della Repubblica.
LIQUIDAZIONE DEI COMPENSI A CARICO DEL FIS
PREOCCUPAZIONE RISPETTO TERMINI DI LIQUIDAZIONE DEI COMPENSI PER LE ATTIVITA’ E INCARICHI RETRIBUITI A CARICO DEL FIS
Esprimiamo seria preoccupazione che le scuole riescano a rispettare il termine di liquidazione del 31 agosto dei compensi accessori per gli incarichi e le attività retribuite con il Fondo dell’Istituzione Scolastica secondo quanto previsto dall’art 6 c. 4 CCNL 2006/2009 – così il vice coordinatore nazionale dell’FSISCUOLA dott.ssa Anna Maria Regis. A tal proposito-prosegue la
Responsabile – auspichiamo che il Ministro intervenga sollecitando i responsabili delle istituzioni scolastiche onde consentire la liquidazione del predetto trattamento accessorio al personale scolastico entro i termini contrattuali e nel rispetto delle norme medesime, tenuto conto delle nuove procedure di introduzione del cedolino unico e della liquidazione dei compensi
suindicati direttamente in busta paga.
Nell’invitare il personale a segnalare eventuali anomalie nella liquidazione delle competenze, la scrivente organizzazione sindacale si riserva di attivare tutti gli strumenti indispensabili alla tutela dei diritti soggettivi del personale della scuola,anche per il recupero degli interessi maturati sulle competenze dovute.
STABILIZZAZIONE PRECARI, CONSULTA RINVIA QUESTIONE A CORTE EUROPEA
STABILIZZAZIONE PRECARI, CONSULTA RINVIA QUESTIONE A CORTE EUROPEA. FGU: “SAREMO A LUSSEMBURGO”
Sulle cause di lavoro riguardanti la stabilizzazione dei docenti precari l’ultima parola spetta alla Corte di Giustizia Europea. A deciderlo è l’ordinanza numero 207 depositata ieri dalla Corte Costituzionale che rimette la questione ai giudici di Lussemburgo.
Il provvedimento della Consulta arriva dopo una lunga battaglia condotta dalla Federazione Gilda-Unams per tutelare i precari e il loro diritto alla stabilizzazione calpestato dall’amministrazione scolastica che, abusando dei contratti a tempo determinato, vìola la normativa europea. Dopo aver già vinto numerose cause di risarcimento riguardanti la stabilizzazione dei precari con oltre tre anni di servizio, dunque, adesso la Fgu sarà in giudizio davanti alla Corte Europea a difesa degli insegnanti precari.
“Con questa importante ordinanza – commenta il coordinatore nazionale della Fgu, Rino Di Meglio – la Corte Costituzionale ha confermato la necessità di un intervento della giustizia europea per dirimere le continue contraddizioni in cui sono cadute finora le decisioni assunte dalla Corte di Cassazione in questo ambito”.
Inidonei/Itp C999 e C555: siamo sempre fermi alle dichiarazioni di buoni intenti
Nessun fatto concreto per salvare più di 3.500 insegnanti, colpiti anche da gravi patologie, dal declassamento di livello professionale. Ha fatto bene l’Anief a presentare per loro ricorso al Tar del Lazio.
Sul futuro professionale di oltre 3.500 docenti (di cui 3.084 dichiarati non più idonei all’insegnamento, 460 insegnanti tecnico-pratici appartenenti alla classe di concorso C999 e di altri 28 titolari nella C555) il Governo continua a portare avanti l’intollerabile politica dello struzzo. Nelle ultime settimane abbiamo assistito solo ad una serie di promesse e dichiarazioni sul buon esito della vicenda. Anche da parte del ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza.
Tuttavia, nessun impegno formale è stato preso per cancellare le disposizioni nefaste previste dagli artt. 13 e 14 del D.L. 95/2012, convertito nella Legge 135/12. L’ultima occasione, in ordine di tempo, è stata la seduta congiunta delle Commissioni Cultura e Lavoro della Camera, cui ha partecipato anche il sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria. Al centro della discussione tenuta a Palazzo Montecitorio, c’erano le mozioni presentate dal M5S, dal Pd, dal PdL e da SeL: Rossi Doria si è limitato a ricordare che per evitare il transito del personale docente inidoneo nel comparto impiegatizio dello Stato servono 114,31 milioni per l’anno in corso, 110,09 milioni per il prossimo, 105,86 milioni per il 2015, 101,63 milioni per il 2016 e 97,41 milioni a partire dal 2017. E che il Governo è intenzionato ad adottare ”tutte le iniziative, anche di carattere normativo, volte ad individuare le migliori soluzioni per l’utilizzo e la valorizzazione del personale docente dichiarato inidoneo”.
Rimaniamo quindi sempre fermi alle buone intenzioni. Ma intanto, il tempo passa. E se non si trova una soluzione efficace, per coprire i risparmi previsti da una spending review che punisce incredibilmente del personale affetto in prevalenza da patologie, anche gravi, dal 1° gennaio 2014 scatterà la clausola di salvaguardia inserita nell’art. 1, comma 621, lettera b), della Legge n. 296/2006: in pratica si ridurrà l’importo disponibile dei fondi al comparto previsti di dall’articolo 4, comma 82, della Legge n. 183/2011 e di cui all’articolo 64, comma 9, del decreto-legge n. 112/2008.
Alla luce di questo quadro sull’evolversi della situazione politica della vicenda inidonei/Itp, a dir poco deludente, ha fatto bene l’Anief a rivolgersi al Tar del Lazio per chiedere la sospensione degli effetti del decreto interministeriale, firmato nel marzo scorso, attuativo degli artt. 13 e 14 della Legge 135/12, al fine di evitare già dal prossimo anno scolastico il transito dei docenti ricorrenti nei ruoli del personale Ata.
PAS (ex TFA speciale): dal Governo giungono rassicurazioni
PAS (ex TFA speciale): dal Governo giungono rassicurazioni sulla validità dell’anno scolastico 2012/13 ai fini dell’ammissione ai corsi
L’azione del sindacato ha avuto effetto, ma prima di cantare vittoria attendiamo il decreto direttoriale.
Dal Governo giungono rassicurazioni sull’inclusione dell’anno in corso tra quelli utili per l’accesso ai Percorsi abilitanti speciali: a comunicarlo, rispondendo ad una interrogazione di SEL, è stato il sottosegretario all’Istruzione, Gianluca Galletti. Che ha spiegato l’intenzione dell’Esecutivo di permettere di far fare domanda anche alle diverse migliaia di candidati che altrimenti sarebbero stati esclusi dai Pas: in attesa che si esaurisca anche questo iter di approvazione della modifica del D.M. 249/10 (ci vorranno diversi mesi), sembra venire concessa loro l’ammissione ai corsi universitari.
Anief attende però ora di prendere visione del decreto direttoriale che definirà attuativamente il regolamento già approvato. Nel caso quanto riportato dal sottosegretario all’Istruzione si realizzasse, è evidente che sarà centrato in tempi record il primo degli obiettivi che si era posto il sindacato il giorno stesso che aveva annunciato ricorso contro le modifiche apportate alle regole sul reclutamento scolastico, attraverso la pubblicazione del decreto (del 4 luglio 2013 nella Gazzetta Ufficiale n. 155) che modifica l’art. 15, cc. 1bis, 1 ter e 16bis del D.M. 249/10 dal Regolamento n. 81 del 25 marzo 2013.
Qualora, invece, l’anno scolastico 2012/13 non dovesse essere recepito nel prossimo decreto attuativo e autorizzatorio dei corsi PAS (ex TFA speciale), sarà cura dell’Anief far ammettere già in sede cautelare con riserva, i ricorrenti esclusi, visti i profili di illegittimità manifesta riscontrati dal nostro ufficio legale in merito ai requisiti di ammissione richiesti.
Assistenza ai disabili gravi, congedo straordinario anche per zii e affini
Dal REDATTORE SOCIALE:
Sentenza della Corte Costituzionale che dichiara illegittima la norma che non consentiva anche ai parenti e agli affini entro il terzo grado conviventi di persone con grave disabilità di poter godere di un congedo straordinario per l’assistenza. La norma vale in caso di mancanza, decesso o patologie degli altri parenti più prossimi
Anche parenti e affini entro il terzo grado conviventi di persone con grave disabilità possono godere di un congedo straordinario, «in caso di mancanza, decesso, o in presenza di patologie invalidanti degli altri soggetti individuati» dalla legge, per prendersi cura del disabile. Lo ha sancito la Corte Costituzionale, con la sentenza 203/2013, dichiarando illegittimo un articolo del Testo unico in materia di sostegno della paternità e della maternità.
Lo ha stabilito ieri la Corte Costituzionale con la sentenza 203, relatore il giudice Marta Cartabia, che ha stabilito l’illegittimità costituzionale dell’art. 42, comma 5, del decreto legislativo 151/2001 su riposi e permessi per i figli con handicap grave. Una norma che garantisce questo diritto al coniuge e poi al padre o alla madre, ai figli e ai fratelli, ma non agli altri parenti e affini, come per esempio agli zii.
“La limitazione della sfera soggettiva vigente – osserva la Consulta – può pregiudicare l’assistenza del disabile grave in ambito familiare, allorché nessuno di tali soggetti sia disponibile o in condizione di prendersi cura dello stesso”. La dichiarazione di illegittimità costituzionale “è volta precisamente a consentire che, in caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti degli altri soggetti menzionati nella disposizione censurata, e rispettando il rigoroso ordine di priorità da essa prestabilito, un parente o affine entro il terzo grado, convivente con il disabile, possa sopperire alle esigenze di cura dell’assistito, sospendendo l’attività lavorativa per un tempo determinato, beneficiando di un’adeguata tranquillità sul piano economico”.
Per queste ragioni la Consulta ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale dell’art. 42, comma 5, del Dlgs 26 marzo 2001, n. 151 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e paternità, a norma dell’art. 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53), nella parte in cui non include nel novero dei soggetti legittimati a fruire del congedo ivi previsto, e alle condizioni ivi stabilite, il parente o l’affine entro il terzo grado convivente, in caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti degli altri soggetti individuati dalla disposizione impugnata, idonei a prendersi cura della persona in situazione di disabilità grave”.
Il caso all’attenzione della Consulta aveva avuto origine dal ricorso di un assistente capo di Polizia penitenziaria in servizio presso la casa circondariale di Palmi, contro due decreti del Ministero della giustizia: il primo aveva rigettato l’istanza presentata per poter assistere lo zio materno, il secondo prevedeva il congedo straordinario per assistenza a disabile e la contestuale decadenza da ogni trattamento economico. La persona da assistere non era il padre, ma lo zio, e per questo la richiesta era stata respinta. La questione era finita per questo di fronte alla Consulta.
Carrozza: “15mila docenti a settembre. Tutti universitari dovranno fare stage”
Il ministro dell’Istruzione al videoforum di Repubblica Tv: “Il 50% dei nuovi insegnanti verrà dalle graduatorie, l’altro 50% dal concorso. La diminuzione è dovuta alla riforma che impedisce molti pensionamenti. Cerchiamo le coperture per chi vuole lasciare”. Sugli studenti: “Non si può arrivare a 25 anni senza lavorare neanche un giorno”
ROMA – Concorsone per i nuovi insegnanti scolastici al centro del videoforum di Repubblica Tv con il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Maria Chiara Carrozza, intervistata da Corrado Zunino. “Verranno tutti assorbiti i vincitori? Mi auguro di si – ha esordito il ministro – le selezioni sono in corso, alcuni più avanti. Ci sono stati problemi perché i compensi per chi è in commissione sono molto bassi, nonostante avessimo chiesto di assorbirli”.
Resta da capire quanto saranno i nuovi docenti alla partenza del prossimo anno scolastico. “Non appena sarà possibile immetteremo 15mila dipendenti, 50% dalle graduatorie, 50% dal concorso”. Numeri più bassi delle previsioni iniziali: dovevano essere 26mila. “Anche se il concorso ha validità 3 anni – precisa il ministro – e potranno essere assunti successivamente”.
TURNOVER BLOCCATO – La diminuzione delle nuove immissioni in ruolo è dovuta alle conseguenze della riforma Fornero. Norme che impediscono a molti che avevano già maturato l’età pensionabile, la cosiddetta quota 96, di lasciare. “C’è una proposta di legge a riguardo di Manuela Ghizzoni – dice il ministro – stiamo cercando le coperture per sanare il problema. Molte persone classe ’52 sono costrette a rimanere in servizio al di là della loro volontà”.
Altro canale d’ingresso di cui bisognerà capire il destino è quello dei corsi Tfa. Chi li ha frequentati lamenta i costi elevati, a fronte di un futuro ugualmente incerto: “Cercheremo di dare risposte anche a loro – promette il ministro – capisco la loro preoccupazione”.
TEST E POLEMICHE – Capitolo università: si discute dell’utilità dei test d’ingresso alle facoltà. “Alcuni servono per l’autovalutazione, come quelli per ingegneria – spiega Carrozza – che sono molto importanti per verificare se si sarà in grado di affrontare quel percorso”. Discorso diverso per quelli a numero chiuso. “Non tutti si possono aprire. E’ il caso di quello di Medicina, perché rientra in una logica Paese di possibile immissione alla professione, e di equilibri da salvaguardare”.
Non sempre convince l’attinenza dei quesiti sottoposti ai candidati. “Non è vero che le domande che vengono fatte ai test non sono attinenti – chiarisce il ministro – gli insegnanti che le criticano, devono capire l’importanza del processo e sentirsi coinvolti”.
TURISMO SCOLASTICO – La data delle prove è uno degli aspetti più discussi. “Non sono d’accorso sullo spostare il test d’ingresso alla fine del primo anno. E’ un anno sprecato in qualche modo. L’ammissione al corso secondo me, deve avvenire prima dell’esame di maturità, come succede dappertutto”. Non preoccupa, invece, il turismo scolastico di chi sceglie di provare i test all’estero per avere più possibilità d’ingresso. “Se le scuole rumene di medicina sapranno attrarre i nostri studenti non vedo problemi – minimizza Carrozza -. Non bisogna bloccare le persone, ma aiutare i nostri studenti nella preparazione”.
“NO A BARRIERE PER FUORICORSO” – Tra le criticità del sistema universitario spicca la presenza massiccia di fuoricorso. “Sono contraria a barriere e sanzioni – precisa il ministro – vedo l’università efficiente quella che riesce a massimizzare le risorse e a far laureare lo studente in tempo. I fuoricorso sono un male soprattutto per se stessi e per le proprie famiglie”. Anche agli studenti però è richiesto un cambio di mentalità. “Non si può arrivare a 25 anni senza aver lavorato neanche un giorno. Tutti devono aver fatto stage ed avere esperienze di tirocini”.
CALENDARIO DA RIFORMARE – Tra gli interventi necessari anche una riforma del calendario scolastico. “Abbiamo mesi pienissimi ed altri sgonfi”, evidenzia il ministro. Per l’anno appena concluso possibile un primo bilancio della maturità. “Voti meno alti? Pare di sì, ma la percentuale di promossi è in lieve aumento. E’ corretto comunque che il 100 e lode sia dato con alcune regole. Deve avere il giusto peso su tutto il territorio nazionale”.
RISORSE A SETTEMBRE – Dopo un insediamento segnato da minacce di dimissioni, poi rientrate, l’intervento del ministero si articola in questa fase su più fronti. “Misure per l’edilizia e la sicurezza scolastica sono all’approvazione in questo momento”, per circa 150 milioni di euro. Molto dipenderà dalle altre risorse a disposizione. “Stiamo cercando di trovare finanziamenti ulteriori laddove è possibile. Sicuramente abbiamo l’idea di un pacchetto per la scuola su cui lavoreremo”. Arriveranno a settembre? “Sì a settembre, vediamo”.
UNIVERSITÀ IN SOFFERENZA – Restano nodi irrisolti. Come i precari, “un organico di fatto che dovrebbe essere messo in condizione di entrare stabilmente”. Anche le università lamentano situazioni di sofferenza: “Faremo una riunione con gli atenei in difficoltà. Ma non sono per intenti sanzionatori. Per quanto riguarda le università telematiche eviterei slogan e valutazioni ex ante, per questo ho deciso di istituire una commissione indipendente”.
Tra le cose da fare anche una riforma del concorso per l’ingresso nelle scuole di specializzazione dell’area medica: “Vogliamo spezzare l’attuale atteggiamento clientelare, già dal 2014 se possibile”.
Dopo tanti interventi firmati da ministri dell’Istruzione sembra esclusa al momento una riforma Carrozza: “Non tengo a una riforma che porti il mio nome – chiarisce il ministro – e soprattutto non penso sia necessaria. Vedo una serie di interventi di prospettiva: tante norme da inserire in un programma di lungo termine”.
Scuola: Carrozza, 15mila docenti assunti il prossimo anno
(ASCA) – Roma, 18 lug – Saranno 15mila, meno di quanto precedentemente calcolato, i docenti assunti l’anno prossimo nella scuola italiana. Lo ha detto il ministro dell’Istruzione, Universita’ e Ricerca, Maria Chiara Carrozza, nel corso di un video forum su Repubblica Tv, spiegando che la correzione a ribasso delle precedenti stime sono dovuti agli effetti dell’entrata in vigore della Legge Fornero sulla riforma del mercato del lavoro.
Il prossimo anno scolastico satranno, dunque , ”15 mila i docenti assunti” ha detto Carrozza, precisando che ”il turnover e’ un po’ cambiato rispetto a quello che ci aspettavamo prima perche’ la legge Fornero ha posticipato il pensionamento e cambiato i numeri”.
La titolare del dicastero di iale Trastevere assicura, pero’, che lLa politica non cambia: il 50% (dei nuovi docenti) arrivera’ dalle graduatorie e il 50% dal concorso”. Quest’ultimo – ha sottolineato il Ministro – avra’ validita’ tre anni e i vincitori potrano essere assunti nel corso del tempo”. Piu’ nel dettaglio ”alcuni concorsi vanno avanti, altri sono in ritardo anche per il problema dei compensi tropo bassi per i membri delle commissioni esaminatrici che sono difficili da motivare”, ha riferito Carrozza.
stt/mau/ss
Precari “storici”, la Consulta riapre la partita sulla stabilizzazione di massa
L’Anief ha comunicato che la Corte Costituzione ha deciso per il rinvio alla Corte di giustizia europea della decisione sull’assunzione di diverse decine di migliaia di supplenti docenti e Ata con almeno tre anni di servizio svolti: con l’ordinanza n. 207/13 è stata rimessa ai giudici di Lussemburgo la questione sulla compatibilità della normativa italiana con la direttiva comunitaria sulla reiterazione dei contratti a termine e assenza di risarcimento. Esulta il presidente Marcello Pacifico: decisione saggia.
Si riapre la partita sulla stabilizzazione dei precari della scuola con almeno tre anni di servizio svolti. Il 18 luglio il combattivo sindacato Anief ha infatti comunicato di aver ottenuto dalla Consulta il rinvio alla Corte di giustizia europea della decisione sulla stabilizzazione di diverse decine di migliaia di precari cosiddetti “storici”.
Quando i giochi sembravano praticamente chiusi, a seguito della sentenza negativa 1027 della Cassazione, emessa nel giugno del 2012, ecco che la Corte Costituzionale, con ordinanza n. 207/13, depositata il 18 giugno 2013, ha rimesso ai giudici di Lussemburgo la questione sulla compatibilità della normativa italiana con la direttiva comunitaria in tema di reiterazione dei contratti a termine e assenza di risarcimento del danno per i precari della scuola. Il nodo della questione è uno dei “cavalli di battaglia” dell’Anief: la direttiva comunitaria 1999/70/CE, la quale non ammette deroghe sulle assunzioni a tempo determinato per i precari con almeno 36 mesi di servizio svolto, attraverso il Decreto Legge 70/2011, convertito nella Legge 106 del 12 luglio 2011, che ha permesso all’Italia di aggirare questa indicazione europea.
La scorsa estate, la Cassazione aveva gettato su di loro una doccia fredda sostenendo che la norma nazionale era chiara e che fosse quindi inutile rivolgersi alla Corte di Lussemburgo su possibili conflitti con la norma comunitaria. Ma ora la Consulta riapre le speranze e sposta la partita in Europa.
Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir, “la decisione dei giudici delle leggi è stata saggia, considerata che un’altra ordinanza di remissione, promossa dal giudice del lavoro di Napoli nel gennaio scorso, è pendente alla Corte di giustizia europea”. Pacifico ricorda che “sono migliaia i ricorrenti che si sono rivolti all’Anief in questi anni per ottenere giustizia dai tribunali della Repubblica. Molti di essi hanno ottenuto in primo grado risarcimenti fino a 30.000 euro per la mancata stabilizzazione”.
Ma si tratta di esiti riguardanti singoli ricorrenti. Quel che occorre per la stabilizzazione di massa – ad avere svolto i tre anni di supplenze potrebbero essere almeno 100mila precari tra docenti e Ata (“Altro che 15mila posti proposti dal ministro Carrozza”, commenta Pacifico) – è che il Parlamento vari una norma che abbatta i paletti sinora tirati su per non adottare le indicazioni che provengono dall’Ue. E anche il Governo Letta non è da meno, visto che la nuova proposta di legge europea approvata in Senato non tiene conto né della direttiva comunitaria 1999/70/CE, né della recente procedura d’infrazione attivata dalla Commissione UE contro l’Italia proprio sui precari della scuola. “Il cui testo – conclude il sindacalista Anief-Confedir – rimane secretato persino ai parlamentari della Repubblica”. Presto, però, potrebbe trattarsi di un particolare superato dagli eventi.
La ministra Carrozza, intervenendo al videoforum di RepubblicaTv, oltre a parlare di stage e di lavoro, ha detto pure che la nostra scuola dura un anno in più rispetto all’Ue
”Mai più si deve arrivare a 25 anni senza aver mai lavorato nemmeno 1 giorno: questo ci fa stare fuori dall’Europa”. Bisogna agire in modo “da favorire le attività di stage e il lavoro estivo” degli studenti italiani. Rispetto agli altri paesi Ue ”i nostri studenti escono un anno dopo dal liceo e questo è già un peso in termini di competitività, una questione che non va presa a cuor leggero”. Ecco, sono proprio queste ultime parole che rilasciano qualche sospetto (benché si faccia peccato) e che meritano qualche riga di commento. Perché infatti questo richiamo alla durata degli studi delle scuole estere? Un anno in più in Italia, dove si esce a 19 anni, provoca, dice la ministra, un “peso in termini di competitività”. E siccome, pare di capire, le Nazioni globalizzate si poggiano sulla concorrenza, occorre competere, mettendo sul mercato forze giovani, diciottenni, che possono capovolgere i destini del nostro Paese. Prima i nostri studenti raggiungono il diploma, prima possono aiutare a sollevare i destini della Patria, in armi sulle trincee dell’economia col resto del mondo. Ma si potrebbe pure leggere quella frase nel senso che il “peso in termini di competitività” siano le spese che lo stato deve affrontare per mantenere un anno in più i suoi ragazzi nelle scuole, per cui, invece di fare investimenti “produttivi” e “competitivi” in altri settori, magari strategici per l’economia e l’occupazione, li deve impiega per l’istruzione, impedendo di dirottare risorse preziose altrove. In ogni caso, tuttavia, sia la lettura: a) e sia la lettura: b) sembrano volere dire che un giorno o l’altro questa questione della durata dell’anno in più della nostra scuola, che inibisce la competitività e che è un peso che non “va presa a cuor leggero” bisogna discuterlo e a fondo. Se facciamo riferimento, ricordandolo, quando propose il già ministro Profumo, coinvolgendo perfino un gruppo di lavoro su questa precisa materia, sembra proprio che fra non molto la scuola di istruzione secondaria superiore sia condannata a perdere un anno, passando da 5 a 4 anni.

References: art. 2
 art. 1

Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza