Source: http://salvatoremuleo.postilla.it/2009/10/20/effettivita%E2%80%99-dei-principi-comunitari-e-processo-tributario-un-influsso-a-senso-unico/
Timestamp: 2018-11-17 00:23:10+00:00

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Effettivita’ dei principi comunitari e processo tributario: un influsso a senso unico? - Postilla
Postilla » Fisco » Il Blog di Salvatore Muleo » Accertamento, sanzioni e processo tributario » Effettivita’ dei principi comunitari e processo tributario: un influsso a senso unico?
Sempre più spesso si assiste all’applicazione da parte della Corte di Cassazione dei principi comunitari.
Così, ad esempio, Cass., sez. trib., n. 20068 del 18 settembre 2009 ha disapplicato le norme sui condoni Iva in quanto incompatibili con la normativa comunitaria (v. anche le sentenze n. 20069 dello stesso 18 settembre 2009 e 21719 del 13 ottobre 2009).
Sin qui nulla da dire. Il riconoscimento, da parte della Suprema Corte, del principio di immanenza del diritto comunitario è ineccepibile ed encomiabile.
Il problema consiste però nel fatto che, in quel processo, la parte pubblica interessata non lo aveva chiesto e quindi occorre domandarsi se la Suprema Corte non abbia violato il divieto di ultrapetizione ex art. 112 c.p.c..
La materia del contendere, difatti, è circoscritta dai motivi addotti dall’attore in senso sostanziale (l’amministrazione finanziaria, tranne che nelle controversie di rimborso) e dal convenuto in senso sostanziale (il contribuente).
Ed allora, ferma restando l’immanenza del diritto comunitario (che non è in discussione), se l’amministrazione finanziaria non introduce nel tempo in cui deve (vale a dire, con l’avviso di accertamento o con il diniego di condono) il motivo dell’invalidità del condono Iva perché quella norma deve essere disapplicata ed invece, dando per scontata la validità della legge di condono, afferma nel caso specifico l’invalidità a causa del mancato versamento delle rate, il mutamento dei motivi dell’atto impositivo ad opera del giudice è censurabile.
Difatti ben può accadere che l’amministrazione finanziaria non intraveda un vizio ed emetta l’atto impositivo ipotizzandone un altro. Ma il cattivo esercizio dei poteri nel singolo caso da parte dell’a.f. non comporta la non immanenza della regola di cui essa ha tralasciato il richiamo. Tuttavia vincola, a mio avviso, il giudice a giudicare la legittimità dell’atto emesso (neanche le teoriche dell’impugnativa-merito, nate sotto il dominio di leggi procedimentali e processuali differenti, riescono a giustificare questa sostituzione del giudice all’amministrazione). Nello stesso modo, il cattivo esercizio del diritto di difesa da parte del contribuente, che non invochi ad esempio un motivo a sé favorevole, non può essere sanato dal giudice.
Pertanto, a mio avviso, bene ha fatto la Suprema Corte a considerare in genere i principi comunitari come immanenti nell’ordinamento e male ad inserire motu proprio un motivo non prospettato (si dovrebbe aggiungere: sin dall’atto impositivo) dall’amministrazione finanziaria.
Per altro verso, è curioso osservare come l’influsso dei principi comunitari sia considerato dalla Corte sempre in favore della parte pubblica.
Tuttavia, proprio per quel che si è appena detto, è la difesa a dover fare per prima un’autocritica: se non ha sollevato motivi basantesi sui principi comunitari, non può lamentarsi chiedendo che il giudice sbagli, applicandoli questa volta in proprio favore.
Trovare principi comunitari può non esser facile prima dell’approvazione del Trattato di Lisbona (ma ricordo che la Cassazione civile in altro settore ha applicato il Trattato di Lisbona come legge italiana, essendo stato ratificato dal parlamento italiano nello scorso anno). Tuttavia, il richiamo ai principi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, contenuto nell’art. 6 del Trattato di Amsterdam può giovare (anche se, secondo una posizione della Corte Costituzionale, a mio avviso non condivisibile, queste sarebbero norme c.d. interposte).
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2 Commenti a “Effettivita’ dei principi comunitari e processo tributario: un influsso a senso unico?”
Scritto il 20-10-2009 alle ore 12:28
il fatto è che io dubito che il giudice sia vincolato dalle allegazioni e dalle produzioni delle parti, ma possa riqualificare le ragioni di diritto. Il brocardo “iura novit curia” a mio avviso non si attaglia nè al processo tributario nè al processo civile, in questa fase storica e con queste norme positive. Se lei asserisce di essere mio creditore per un prestito ed in giudizio produce documenti che rappresentano la prova che io ho investito la sua auto, lei perde la causa (e non per questo l’art. 2043 c.c. non esiste). In diritto tributario l’a.f. deve indicare nell’atto impositivo i presupposti di fatto e “le ragioni di diritto” della pretesa; non può cambiarli successivamente. Il ricorrente deve indicare nel ricorso i motivi (la causa petendi) delle sue lagnanze; non può cambiarli successivamente. Grazie per l’intervento. p.s.: sulla legittimità della proroga, peraltro in caso di disapplicazione della norma di condono, avrei molti dubbi …
Alessandro Deriu scrive:
Scritto il 22-2-2010 alle ore 19:17
A me pare che il problema potrebbe essere un’altro. Il relatore della sentenza n. 20068/09 dà atto, con onestà intellettuale sempre apprezzabile, che la consaputa sentenza della Corte di Giustizia Europea è una sentenza derivante da procedura di infrazione ( art. 226 del Trattato CE. Procedura tesa ad imporre allo stato membro di adeguare la normativa presa in esame alla legislazione comunitaria che si assume violata ( in verità io ho molti dubbi al riguardo ). Dunque, dalla detta sentenza non scaturisce alcuna declaratoria di illegittimità e, conseguentemente, non può prestare la diretta conseguenza – come pretenderebbe la sentenza della cassazione citata ( e purtoppo altre consimili ) – di rendere addirittura inapplicabile la normativa italiana pretesamente in contrasto con quella comunitaria.
Se così non fosse, la procedura per infrazione e quella tesa alla diretta dichiarazione di illegittimità sarebbero sovrapponibili.
Le argomentazioni sulla non corrispondenza della normativa del condono 2002 ai principi comunitari in tema di IVA sono solo incidentali per giustificare la condanna dell’Italia ma se questa non si adegua ( e non potrà mai farlo ) o non verrà aperto un procedimento teso alla declaratoria di illegittimità, le norme interne ( artt. 8 e 9 ) dovrebbero rimanere pienamente operative.

References: art. 112
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 226
 sentenza 
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