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Timestamp: 2017-01-18 00:24:42+00:00

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BrowseInterestsBiography & MemoirBusiness & LeadershipFiction & LiteraturePolitics & EconomyHealth & WellnessSociety & CultureHappiness & Self-HelpMystery, Thriller & CrimeHistoryYoung AdultBrowse byBooksAudiobooksArticlesSheet MusicBrowse allUploadSign inJoinFOGLI DI FILOSOFIAFascicolo 1 2010
CONTENUTO E PSEUDO-OGGETTO IN ALEXIUS MEINONG
Karl-Franzens-Universität Graz (alessandro.salice@gmail.com)
L’interesse primario di questo lavoro è rivolto alla teoria del contenuto psichico così come essa è stata sviluppata da Alexius Meinong a partire dal suo saggio Sugli oggetti di ordine superiore e il loro rapporto con la percezione Interna. La concezione meinonghiana del contenuto intenzionale solleva problemi di natura tanto gnoseologica quanto ontologica, riconducibili nel loro insieme a due diversi ordini di difficoltà. Il primo è connesso all’idea – sviluppata da Meinong e dai suoi collaboratori (tra questi, principalmente da Rudolf Ameseder1) – secondo cui il contenuto rappresentazionale ha una struttura d’ordine isomorfa al correlato oggettuale. Sulla base di quest’impostazione, la rappresentazione di ogni oggetto di ordine superiore richiede un contenuto di rappresentazione – anch’esso di ordine superiore – la cui esistenza è delegata a quella specifica funzione psichica che nella scuola di Graz è designata con il nome di “produzione rappresentazionale [Vorstellungsproduktion]”. L’attenzione del presente lavoro non sarà però diretta a questo primo ordine di pro1
_____________ A questo riguardo, si veda Ameseder 1904.
Fogli di Filosofia, fasc. 1 (2010) pp. 166-187
blemi2, bensì alle problematiche che si concentrano attorno all’ineffabile nozione di oggetto pseudo-esistente o di pseudooggetto, a cui il modello di vissuto intenzionale elaborato da Meinong si appella a più riprese e in modo ambiguo3.
2. Il contenuto nel saggio del 1899
Sebbene la differenza tra contenuto e oggetto di un vissuto psichico emerga confusamente già nella prima parte («Logik») della Philosophische Propädeutik redatta da Alois Höfler nel 1890 sotto la supervisione dello stesso Meinong4, si può affermare che quest’ultimo fa valere con pieno rigore la distinzione tra i due elementi della relazione intenzionale solo a partire dal saggio Sugli oggetti di ordine
_____________ A tal proposito mi permetto di rimandare ad un mio relativo saggio, cfr. Salice 2005. 3 Con riferimento alla letteratura secondaria, è soprattutto Marie-Luise Schubert Kalsi ad interessarsi ad alcuni dei problemi che qui verranno esposti in merito al concetto di pseudo-oggetto (cfr. Schubert Kalsi 1978: 24-30, 1980, 1987). 4 Cfr.: «[…] le seguenti distinzioni […] sono necessarie e sufficienti: 1. Ciò che abbiamo chiamato “contenuto della rappresentazione e del giudizio” sta anche del tutto all’interno del soggetto, come l’atto stesso di rappresentazione e di giudizio. 2. Le parole “oggetto [Gegenstand]” e “obietto [Objekt]” sono usate in duplice senso: da un lato per ciò che sussiste in sé, ‘cosa in sé’, l’effettivo [Wirkliche], il reale [Reale] […], a cui il nostro rappresentare e giudicare, per così dire, si dirige, dall’altro per ‘l’immagine’ psichica sussistente ‘in’ noi che si avvicina più o meno a quel reale, la cui quasiimmagine (più correttamente: segno) è identica con quanto sotto 1. è stato chiamato “contenuto”. Per differenziarlo con l’oggetto o obietto assunto come indipendente dal pensare, si chiama il contenuto di un rappresentare o giudicare (parimenti: del sentire e volere) anche lo “obietto immanente o intenzionale” di queste manifestazioni psichiche […]; questo è sempre inteso in logica e psicologia fintanto che l’indagine debba rimanere indipendente dalle dottrine metafisiche e gnoseologiche su ciò che è in sé» (Höfler/Meinong 1890: 7, trad. mia). Per una valutazione di questa posizione nel contesto della Scuola di Brentano, cfr. Marek 2001: 261-268. Ai nostri fini, è interessante notare l’identificazione operata in questo passaggio tra la nozione di contenuto e quella di oggetto immanente o intenzionale che, come si vedrà, Meinong contesta decisamente a partire dal 1899.
superiore del 1899. Infatti, se nei testi ad esso precedenti le espressioni di “contenuto (Inhalt)” e di “oggetto (Gegenstand)” sono usate approssimativamente come sinonimi5 (o la prima come equivalente di “oggetto immanente”), è solo a partire dal 1899 che queste verranno definite con maggiore accuratezza nella cornice di una più articolata teoria del vissuto psichico6. A prescindere dalle difficoltà intrinseche alla nozione di contenuto, la rilevanza filosofica di tale chiarimento concettuale non va affatto sottovalutata, dal momento che proprio questa delucidazione permette a Meinong di emancipare definitivamente la sua riflessione da ogni fraintendimento psicologista e di gettare così le basi teoriche per la sua teoria degli oggetti (cfr. Meinong 1915: 163, nota 3). La specificazione aggettivale di “contenuto” quale “contenuto psicologico” gioca in questo contesto teorico un ruolo fondamentale, poiché Meinong utilizza il termine di “Inhalt” con (almeno) due ulteriori significati. Conformemente alla prima accezione, esso è usato nel senso di contenuto logico di un concetto in correlazione alla sua estensione (Umfang). Sulla base di tale concezione, che risale alla distinzione tra compréhension e étendue della Logica di Port Royal, il contenuto logico è l’insieme delle note caratteristiche di un concetto, mentre la sua estensione è costituita da tutti quegli oggetti che, esibendo le note caratteristiche del concetto, sono sussunti sotto di esso7. Il termine di “contenuto” acquisirà poi un’accezione più complessa nella riflessione matura di Meinong, allorché egli introduce la locuzione di “contenuto logico” nel senso di «oggetto pros_____________ Cfr. Höfler/Meinong 1890: 6. 6 Va menzionato il fatto che all’interno della scuola di Brentano una differenza teorica tra le due nozioni era stata già avanzata nel 1894 da Kazimierz Twardowski nella sua tesi di abilitazione poi pubblicata con il titolo Sulla dottrina del contenuto e dell’oggetto delle rappresentazioni. Sebbene nel 1899 Meinong si richiami proprio a questo lavoro prima di sviluppare le sue argomentazioni, la distinzione meinonghiana tra l’oggetto inteso e quella parte dell’intero vissuto che egli denomina “psychischer” o “psychologischer Inhalt” si rivela essere solo assonante, ma nient’affatto corrispondente a quella di Twardowski. Infatti, come verrà chiarito in quanto segue, in Meinong – a differenza che in Twardowski – il contenuto non assolve al ruolo di ‘copia’ dell’oggetto, né esso esemplifica alcuna proprietà semantica. 7 Per questa concezione, cfr. Höfler/Meinong 1890: 28 sgg.
simo» (nächster Gegenstand) di un contenuto psicologico da contrapporsi all’estensione nel senso degli «oggetti più distanti» (entferntere Gegenstände) del contenuto psicologico (cfr. Meinong 1910: 277; 1915: 163, nota 3). Ad esempio, il concetto di nero può essere utilizzato come soggetto di una predicazione d’essere «nero è» (Schwarz ist) o come predicato in una predicazione d’essere-così: «qualcosa che è nero» (etwas, das schwarz ist) o anche soltanto «un nero» (ein Schwarzes) (Meinong non usa il termine “predicazione”, ma parla di un «intendere d’essere» (Seinsmeinen) o di un «intendere d’esserecosì» (Soseinsmeinen)). Ora, nel caso in cui la predicazione d’essere sia rivolta ad un concetto (“nero è”), allora il concetto di nero sarà l’oggetto prossimo del contenuto psicologico (il concetto è l’oggetto presente al soggetto, o anche – come si vedrà – esso è l’oggetto proprio del contenuto psicologico del vissuto del soggetto). Viceversa, con l’espressione “un nero” è possibile intendere tutti quegli oggetti che sono neri, ma che non sono direttamente presenti al soggetto intendente e che Meinong chiama pertanto “oggetti distanti” (tali oggetti sono solo quasi-presenti al soggetto; ciò significa che il soggetto possiede soltanto il contenuto psicologico relato al concetto di nero, ma che non possiede contenuti psicologici corrispondenti a tutti gli oggetti che sono neri, cfr. Meinong 1915: 188). Inoltre, il soggetto di una predicazione d’essere-così può essere a sua volta afferrato tramite una predicazione d’essere: «esiste qualcosa che è nero» (es existiert etwas, das schwarz ist) o anche, in forma abbreviata, “esiste un nero”. In quest’ultimo caso, l’oggetto che assume la posizione di soggetto della predicazione d’essere (ad es. il mio gatto nero) costituirà l’oggetto prossimo del contenuto e sarà quindi l’oggetto presente al soggetto, assumendo una posizione di rilievo tra le varie cose nere8.
_____________ Al riguardo di questa barocca argomentazione, si veda Meinong 1910: 268286 e 1915: 181-194. Si noti infine che l’oggetto prossimo di un contenuto (o anche l’oggetto presente) è sempre il soggetto di una predicazione d’essere. Questo aspetto della riflessione verrà ulteriormente specificato nel 1915: infatti, dal momento che ogni oggetto di un intendere d’essere è necessariamente incompleto, giacché non sarà mai possibile avere un contenuto psicologico adeguato all’infinità delle caratteristiche di un oggetto, l’oggetto prossimo di un contenuto sarà sempre un oggetto incompleto (cfr. Meinong 1915: 188).
Nel separare questi significati del termine di “contenuto” viene tracciata, nel contempo, una distinzione tra i differenti ambiti disciplinari preposti alle loro indagini. Se l’analisi dei primi due tipi di contenuto rientrano nell’interesse della logica, ovvero, più precisamente, in quello della teoria degli oggetti, lo studio del contenuto psichico cade in quello della psicologia descrittiva. E, difatti, sono di matrice eminentemente psicologica le due argomentazioni che nel 1899 Meinong fornisce a dimostrazione dell’esistenza del contenuto e di cui ora ci si occuperà più in dettaglio. Il primo argomento9 si basa su una tesi caratterizzante l’intero assetto gnoseologico meinonghiano: è possibile che un atto di rappresentazione si diriga verso un oggetto non-esistente. Certo, non tutti gli oggetti non-esistenti sono della stessa specie e nel 1899 Meinong offre una loro prima catalogazione, la quale sarà peraltro ampliata e rivista negli sviluppi maturi della sua riflessione. Quest’inventario comprende gli obietti con proprietà fra loro contraddittorie (il cerchio quadrato) e quindi non-esistenti per principio; gli obietti la cui esistenza è altamente improbabile pur non essendo esclusa per principio (la montagna d’oro); tutti quegli oggetti che non esistono, ma sussistono (ad esempio la relazione di diversità tra rosso e blu); ed infine gli obietti che sono esistiti, ma non esistono più (Napoleone), o che esisteranno, ma che non esistono ancora (il ponte sullo stretto di Messina). Riguardo a questa catalogazione sono d’obbligo due commenti generali. Innanzitutto va sottolineato che l’oscillazione terminologica tra i termini di “oggetto” e “obietto” presente nella classificazione appena esposta non è arbitraria, ma nemmeno storicamente esatta: infatti, è solo qualche anno più tardi (dal 1902 e ancor più chiaramente dal 190410) che Meinong si riferirà con “oggetto” o “Gegenstand” al genere supremo della sua Gegenstandstheorie di cui “l’obietto” o “Objekt” rappresenta una delle
_____________ Nel suo saggio Meinong non fa menzione di “due argomenti” per l’esistenza del contenuto, questi possono essere tuttavia ricavati dal testo in modo alquanto chiaro: il primo si sviluppa alle pagine 382 e 383 (pp. 159 sgg. della trad. it.), il secondo alle seguenti 384 e 385 (pp. 161 sgg. della trad. it.). 10 Nel 1902 Meinong dà alle stampe la prima edizione delle Annahmen, dove però la nozione di obiettivo viene presentata in una cornice ancora immanentistica. È invece dal saggio sulla teoria dell’oggetto del 1904 che l’obiettivo assume a pieno diritto il profilo di specie oggettuale.
specie insieme all’obiettivo11. In aggiunta, proprio per marcare la distanza tra la riflessione meinonghiana matura e quella del 1899, è necessario rilevare fin d’ora come in questa primitiva fase della teoria degli oggetti Meinong ritenga che gli oggetti che non esistono (e che non sussistono) propriamente non sono nulla. A differenza della svolta che avverrà qualche anno più tardi, e di cui si tornerà a trattare, per il Meinong del 1899 gli oggetti che non esistono (e che non sussistono) non sono (aggiungerei: ancora) oggetti. Se si accettano le due tesi per cui un atto intenzionale può dirigersi verso siffatti obietti non-esistenti e per cui tali oggetti (e d’ora in avanti si farà riferimento specificamente alle prime due classi12) non sono propriamente oggetti, allora – argomenta Meinong – appare evidente che nel vissuto psichico va distinto il contenuto di tali atti dal loro oggetto. La rappresentazione, infatti, esiste. «Ma chi vorrà sostenere, […] – prosegue Meinong – che la rappresentazione sì, esiste, non però il suo contenuto?» (cfr. Meinong 1899: 382, trad. it. 160). Anche se l’oggetto della rappresentazione non esiste, il suo contenuto (il contenuto della rappresentazione) deve esistere se la rappresentazione stessa esiste. In caso contrario, avremmo un atto intenzionale ‘vuoto’, il che però costituisce una contradictio in adjecto giacché una rappresentazione, essendo intenzionale, necessariamente rappresenta qualcosa. Ad un’attenta lettura questa prima argomentazione si rivelerà fallace e sarà proprio la messa in luce dei suoi problemi che permetterà sia d’introdurre la seconda prova per la dimostrazione
_____________ Con la locuzione tecnica di “Objektiv” viene designato l’oggetto proposizionale che funge da correlato oggettuale dell’atto di giudizio e che Meinong chiama saltuariamente anche “stato di cose”. All’obiettivo si affiancheranno, più tardi ancora, le due ulteriori specie oggettuali del dignitativo e del desiderativo. Per una classificazione completa, cfr. Meinong 1921: 16 sgg., trad. it. 295. 12 Infatti, gli obietti ideali, pur non esistendo, sussistono e vengono afferrati da atti fondati di rappresentazione (atti che presuppongono la funzione di produzione rappresentazionale). Essi quindi non mancano al vissuto intenzionale. Inoltre, in Meinong lo statuto ontologico da ascrivere agli obietti esistiti nel passato o esistenti in futuro non sembra essere del tutto chiaro. La letteratura secondaria tende solitamente a considerarli come oggetti sussistenti: su questa interpretazione e i suoi problemi, si veda tuttavia Salice 2009: 201-211.
dell’esistenza del contenuto, sia di evidenziare alcuni nodi insoluti che accompagneranno il filosofo di Graz nel suo pensiero futuro. Quali sono allora i problemi connessi con queste sue asserzioni iniziali? Innanzitutto, esse lasciano aperta la domanda in merito all’esistenza del contenuto psichico nei casi in cui, a differenza di quelli che si sta per ora trattando, l’oggetto della rappresentazione esiste. Più specificatamente, resta impregiudicato se anche in tali casi si debba assumere l’esistenza di un contenuto. La risposta di Meinong sarà affermativa, lo si vedrà a breve, ma ciò dimostra l’incompletezza del suo primo argomento che, da solo, non offre ancora una dimostrazione esauriente dell’esistenza del contenuto in tutti i casi di rappresentazione psichica. Posto quindi che questa sia solo una mancanza che Meinong stesso colmerà nello sviluppo delle sue riflessioni, ben più gravi sono invece i fraintendimenti in merito alla natura del contenuto indotti dall’argomentazione finora esposta. Si provi infatti a riassumere la posizione di Meinong. Questa può essere scissa nelle seguenti tesi: a. tutte le rappresentazioni sono intenzionali; b. esistono rappresentazioni che si dirigono verso obietti nonesistenti; c. gli obietti non-esistenti sono meramente rappresentati, ma non esistono; d. le rappresentazioni corrispondenti hanno un contenuto, ma non un oggetto; e. il contenuto esiste, ma non l’oggetto. Poiché, come si è detto, Meinong in questo periodo rifiuta che gli oggetti non-esistenti (e non sussistenti) siano oggetti nel senso proprio del termine, sembra lecito concludere da queste premesse che: f1. il meramente rappresentato è il contenuto della rappresentazione; f2. obietti non-esistenti sono contenuti; f3. il termine “contenuto” va preso in senso letterario come qualcosa di contenuto nella – o anche di immanente alla – rappresentazione. Meinong accetta le tesi a.-e., ma deve rifiutare le loro putative conclusioni f1.-f3. Egli deve rifiutare queste conseguenze per evitare di cadere nel classico tranello dell’intenzionalità: infatti, il rifiuto dello psicologismo spinge Meinong a negare che il contenuto sia ciò
che è rappresentato13. Ammesso allora che gli oggetti non-esistenti siano oggetti meramente rappresentati (non essendo affatto oggetti), se il contenuto coincidesse con il meramente rappresentato, l’introduzione di tale elemento aggiuntivo nell’architettonica dell’intenzionalità si rivelerebbe un escamotage ad hoc. Difatti, il contenuto esisterebbe unicamente nel caso di rappresentazioni di oggetti nonesistenti, mentre la rappresentazione mirerebbe proprio agli oggetti in quanto tali, nel caso in cui tali oggetti esistessero (rendendo quindi superflua la presenza del contenuto in tutti questi casi). È proprio per poter rigettare adeguatamente f1.-f3. che Meinong introduce la nozione di pseudo-oggetto. Nel precisare che il contenuto non è il correlato oggettuale della rappresentazione e che quindi esso non è affatto ciò che propriamente è rappresentato, Meinong ribadisce che tale elemento è solo l’oggetto trascendente. Inoltre, egli chiarisce che, a dispetto della sua etimologia, il contenuto non è contenuto nella rappresentazione, esso non esiste in essa, quasi che la rappresentazione fosse un contenitore con dentro qualcosa (il contenuto, appunto): il termine di “contenuto” è quindi solo metaforico (cfr. Meinong 1917: 338). Eppure, se il meramente rappresentato non coincide con il contenuto del vissuto, allora cosa sarà questo fantomatico oggetto-esistente-nella-coscienza? Esso è ciò che, con terminologia brentaniana, può anche venir designato come “oggetto immanente” della rappresentazione, ovvero, l’oggetto-in-quanto-rappresentato. Tuttavia, a riguardo dell’esistenza in e per la coscienza dell’oggetto immanente, Meinong è molto netto nell’affermare che essa non è affatto una forma di esistenza (o, più in generale, di essere qualsivoglia): l’oggetto immanente propriamente non c’è. Se proprio si volesse utilizzare un predicato esistenziale per caratterizzarlo meglio, allora lo si potrebbe qualificare come oggetto ‘pseudo-esistente’, dove ‘pseudo-esistenza’ porterebbe però ad espressione il valore meramente fittizio di una ‘esistenzaper-una-coscienza’. Al contrario, il contenuto – al pari della rappresentazione – è un’entità esistente nel pieno senso del termine: qual13
_____________ Solo l’oggetto è propriamente ciò che è rappresentato: se il contenuto fosse l’entità a cui la rappresentazione si riferisce, allora la conoscenza acquisirebbe una validità piuttosto dubbia. Non sarebbe infatti più possibile stabilire se la conoscenza ‘tratta’ del mondo, e quindi di oggetti, o della nostra coscienza del mondo, e quindi di contenuti.
cosa che esibisce proprietà definite e che entra in essere insieme all’atto di rappresentazione. Da ciò si desume che, nell’eventualità in cui un atto intenzionale si diriga verso un oggetto non-esistente, gli unici elementi propriamente esistenti sono l’atto di rappresentazione e il suo contenuto (qualsiasi cosa esso sia, visto che nella sua prima dimostrazione Meinong non ne ha ancora fornito alcuna caratteristica positiva). Del pari, affermando che l’oggetto del vissuto non esiste, Meinong afferma implicitamente che – in queste evenienze – l’oggetto trascendente manca all’atto e che non vi è alcuna entità ad esso presente: solo nel caso in cui ci si volesse esprimere in senso fittizio, si potrebbe dire che l’atto ha un suo oggetto immanente. Ciò però non significa altro che tale pseudo-oggetto non è affatto un oggetto, dal momento che l’oggetto immanente meramente pseudo-esiste. A questo punto va sottolineato come gli oggetti immanenti non siano fantasmi che entrano in scena soltanto in accompagnamento agli atti diretti verso non-esistenti: allorché, infatti, un atto si volga ad un oggetto esistente, è sempre possibile parlare in senso fittivo di tale oggetto in quanto ‘meramente rappresentato’ – una qualifica che d’altronde, anche in questo caso, non coglie alcuna autentica caratteristica ontologica, riducendosi ad una vuota façon de parler. Si passi ora a considerare la seconda prova che il filosofo sviluppa a favore dell’esistenza del contenuto. Tale argomentazione va ritenuta più cogente della precedente sia perché essa non è limitata ai casi di atti diretti verso oggetti non-esistenti e sia perché essa ben si accorda – a differenza della prima – con la teoria degli oggetti che l’autore difenderà a partire dal 1904. Meinong propone di analizzare due rappresentazioni di oggetti qualsivoglia, ad esempio, la rappresentazione della torre dell’orologio di Graz, da un lato, e la rappresentazione del duomo di Graz, dall’altro. In ambedue i casi è stato realizzato un atto intenzionale di un certo tipo, che per semplicità si può qualificare come un atto di rappresentazione. Al soggetto è immediatamente evidente che il primo vissuto si distingue dal secondo ed è lecito interrogarsi su quale sia l’elemento distintivo dei due vissuti. Il problema potrebbe apparire triviale, nella misura in cui la prima rappresentazione è rivolta al duomo di Graz, mentre nel secondo vissuto è rappresentata la torre dell’orologio. Tuttavia, il sapore di trivialità si dissipa non appena si considera che la componente d’atto dell’intero vissuto è la medesima (entrambi i vissuti
sono infatti rappresentazioni) e che gli oggetti rappresentati sono esterni alla coscienza o, per usare un’altra terminologia, sono ad essa trascendenti e pertanto non possono corrispondere all’elemento che distingue il primo vissuto dal secondo. È a questo punto dell’argomentazione che Meinong introduce la sua peculiare concezione del contenuto: proprio il contenuto è l’elemento distintivo che, nell’intero vissuto di rappresentazione, varia al variare dell’oggetto e resta costante al rimaner costante dell’oggetto stesso. La rappresentazione del primo oggetto è differente dalla rappresentazione del secondo oggetto dal momento che i loro rispettivi contenuti sono differenti. Il contenuto è, in altri termini, una parte del vissuto complessivo a fianco della componente d’atto (cfr. Meinong 1906: 425, Meinong 1917: 339, 347). Entrambe queste parti, per usare un lessico non meinonghiano, sono reciprocamente dipendenti: insomma, non esiste atto di rappresentazione senza contenuto e non esiste contenuto senza atto di rappresentazione. Il rapporto contenuto-oggetto è sempre 1 a 1, vale a dire, un contenuto rimanda costantemente ad un oggetto. Tuttavia, nel caso in cui l’oggetto della rappresentazione sia un concetto, ad un singolo contenuto possono essere assegnati in maniera mediata tutti gli oggetti che vanno sussunti sotto il concetto (questi sarebbero quindi gli ‘oggetti distanti’ o ‘quasi-presenti’ del contenuto psicologico, seguendo la corrispondente definizione concettuale sopra introdotta). Inoltre, poiché è possibile realizzare differenti rappresentazioni dirette al medesimo oggetto, è anche possibile che per un singolo oggetto possano darsi differenti contenuti. Rimane da chiedersi come si possa descrivere questa parte del vissuto in modo più dettagliato. Meinong ne tratteggia il seguente profilo ontico: reali sono i contenuti, come reali sono le rappresentazioni cui essi appartengono. Ciò implica che, nel caso in cui si realizzi una corrispondente rappresentazione, il contenuto è temporalmente presente anche quando l’oggetto rappresentato è futuro o passato. Inoltre, il contenuto è qualcosa di psichico anche quando l’oggetto rappresentato non è psichico, ma fisico o ideale. Proprio a seguito della sua natura psichica, al contenuto non pervengono qualità primarie o secondarie, che invece possono senz’altro pervenire all’oggetto: «già al primo sguardo attributi di questa specie appaiono del tutto inapplicabili a contenuti» (Meinong 1899: 384, trad. it. 161). Quindi, anche se l’oggetto della rappresentazione è giallo o
blu, quadrato o circolare, il contenuto rappresentazionale non è né giallo, né blu, né quadrato, né circolare. Da tutto ciò deriva una conseguenza di profondo rilievo: il contenuto non è una copia dell’oggetto intenzionato, né tra i due elementi può intercorrere una qualche forma di somiglianza o analogia14. Esso, certo, deve trovarsi in una relazione con l’oggetto dell’intenzione dal momento che il contenuto varia al variare dell’oggetto e resta costante al restar costante dell’oggetto. Siffatta relazione, che Meinong in seguito denominerà «di adeguazione» (Relation der Adäquatheit)15, appartiene alla classe delle relazioni ideali e, quindi, alla classe di quelle relazioni che sussistono per necessità sulla base degli oggetti fondanti (altri esempi di relazioni ideali sono, ad esempio, la somiglianza tra due oggetti o la loro diversità)16. La natura ideale della relazione di adeguazione è giustificata dal fatto che l’oggetto della rappresentazione può anche essere ideale (può essere, per esempio, un oggetto ideale di ordine superiore) e che un elemento reale, quale è il contenuto, non può essere relato ad un oggetto ideale se non tramite una relazione essa stessa ideale. Per quale motivo un oggetto ed un contenuto fondino una relazione di adeguazione in un caso, ma non in un altro, è una domanda a cui tuttavia Meinong dichiara esplicitamente di non sapere rispondere17. Vedremo in che senso quest’impossibilità
_____________ Si noti che proprio questa descrizione così puntuale del contenuto e delle sue proprietà eminentemente psichiche rende vano ogni tentativo di definire l’oggetto immanente in termini di contenuto, come peraltro Meinong stesso tenta di fare (caratterizzando gli pseudo-oggetti come «nient’altro che contenuti, in cui gli atti retrocedono» Meinong 1906: 428, trad. mia). Per limitarsi solo all’analisi della percezione visiva, infatti, l’oggetto immanente si presenta alla coscienza proprio come una copia dell’oggetto trascendente: non è quindi chiaro in che senso il contenuto acquisisca questa funzione di rappresentanza icastica una volta che la componente d’atto del vissuto a cui esso appartiene «retroceda» (a prescindere da cosa Meinong intenda esattamente in questo contesto con il termine di “retrocedere” – zurücktreten). 15 Cfr. Meinong 1910: 262. 16 Per una ricostruzione storica della teoria meinonghiana delle relazioni, si veda il dettagliato lavoro di Marina Manotta, cfr. Manotta 2005, in particolare pp. 91-136. 17 Cfr. Meinong 1910: 265, Marek 1995.
ha dei motivi immanenti con l’assetto generale che egli ha impresso alla sua teoria dell’intenzionalità. Va infine evidenziato che la presenza del contenuto non è una caratteristica propria solo della rappresentazione, poiché ogni tipo d’atto intenzionale – proprio per la sua natura intenzionale – richiede un contenuto. A riprova di quest’affermazione, basta ricorrere alla seconda dimostrazione esposta da Meinong e rilevare come questa non funzioni unicamente per la rappresentazione, applicandosi invece ad ogni tipo di vissuto intenzionale. È evidente che il giudizio di un obiettivo p differisce dal giudizio di un obiettivo q e che entrambi i vissuti richiedono un contenuto quale elemento che ne determini la differenza.
3. Sviluppi e problemi della teoria del contenuto
Si giunge infine ad uno dei problemi che potrebbe aver spinto Meinong ad abbandonare la versione moderata di realismo del 1899 per passare a quella più estrema esposta per la prima volta circa cinque anni più tardi nell’articolo-manifesto Sulla teoria degli oggetti. Secondo una tesi semantica che accompagnerà l’autore per buona parte della sua riflessione futura, il significato di un’espressione categorematica è l’oggetto che tale espressione denota. Più precisamente, un’espressione categorematica è sempre espressione di un atto intenzionale18. Essendo intenzionale, tale vissuto è diretto verso un suo oggetto, così che il significato dell’espressione, che quindi va a coincidere con la sua referenza, è l’oggetto dell’atto (un primo abbozzo di questa teoria semantica viene presentato, non a caso, proprio nel 1899, cfr. Meinong 1899: 385, trad. it. 162, ma la sua articolazione completa verrà esposta più in dettaglio nel 1910, cfr. Meinong 1910: 21-41). Inoltre, a seconda del tipo d’atto, avremo un tipo d’espressione ed un tipo d’oggetto differenti. Termini singolari
_____________ Fanno eccezione i termini singolari che si riferiscono a oggetti psichici. Questi ultimi, secondo un complesso meccanismo di auto-presentazione, presentano sé stessi alla coscienza e non abbisognano di una rappresentazione per essere appresi. Alla luce di questo caso specifico, quindi, i termini singolari non esprimono necessariamente un atto intenzionale, visto che il vissuto interno portato ad espressione può anche non essere intenzionale (si prenda ad esempio il dolore).
esprimono rappresentazioni e significano obietti. Enunciati assertori esprimono giudizi e significano obiettivi. Sulla base di questa posizione semantica risulta chiaro che – a leggere il Meinong del 1899 – tutti quei categoremata esprimenti atti intenzionali diretti verso oggetti non-esistenti, nella misura in cui questi ultimi vengono a mancare all’atto, devono essere qualificati tutti e come privi di senso e come sinonimi. Il che porta ovviamente al paradosso di considerare “montagna d’oro” sinonimo di “cerchio quadrato”. Sebbene Meinong implementi la sua teoria degli oggetti probabilmente anche a seguito di questa spiacevole conseguenza semantica, è interessante notare che l’autore mantenga un modello intenzionale sostanzialmente invariato rispetto alle riflessioni del 1899. Qui ci si limiterà a schizzare la versione iniziale della sua Gegenstandstheorie, poiché la linea dell’indagine può prescindere dai successivi sviluppi che essa ha avuto a partire dal 1915. Tale versione può essere brevemente illustrata con due assunti: il primo è il principio d’indipendenza dell’essere-così dall’essere il quale afferma che un oggetto può avere delle proprietà pur non essendo (pur non esistendo e non sussistendo). Il secondo è l’assunzione dell’extraessere (Außersein) quale – per esprimersi con Edmund Husserl – ‘predicato categoriale’ dell’oggetto: di tutti gli oggetti si può affermare che sono außerseiend, taluni sono meramente außerseiend (ad esempio, il cerchio quadrato), tal altri sono außerseiend e esistono (ad esempio, la torre dell’orologio di Graz), altri ancora sono außerseiend e sussistono (la diversità tra rosso e giallo). A prescindere da alcune barocche complicazioni della Gegenstandstheorie (cfr. la discussione sugli oggetti difettivi; Meinong 1917: 307), l’extra-essere perviene quindi a tutti gli oggetti. A questo punto risulta chiaro in che modo Meinong risolva il suo iniziale paradosso semantico: nel 1899, come si è visto, l’oggetto del vissuto intenzionale, qualora non esista né sussista, letteralmente manca al vissuto rendendo sinonimiche tutte le espressioni dei corrispondenti atti afferranti. Ora, invece, ogni vissuto ha sempre un suo oggetto (e, ceteris paribus, l’espressione corrispondente ha sempre un suo significato) giacché, anche nel caso in cui l’oggetto non esista né sussista, esso è comunque extra-essente. Si danno quindi oggetti che non esistono e non sussistono e questi oggetti possono essere intenzionati da atti di rappresentazione.
Da questo nuovo assetto teorico si possono trarre alcune conseguenze per la problematica in questione. Innanzitutto, la prima prova per l’esistenza del contenuto perde la sua (apparenza di) validità: questa traeva infatti la sua forza dimostrativa proprio dall’assunzione che esistono atti diretti verso oggetti non-esistenti che, in senso stretto, ‘vengono meno’ all’atto. Il contenuto veniva lì introdotto sulla base degli assunti che l’intenzionalità può ‘mirare a vuoto’ senza centrare alcun correlato oggettuale e che tuttavia, non potendo darsi una rappresentazione ‘vuota’, è necessario introdurre un contenuto quale elemento distinto dall’oggetto dell’atto. Ma proprio questo risultato spinge Meinong di fronte al problema semantico sopra esposto. Se, per risolvere questa difficoltà, si ammette ora la presenza all’atto di oggetti non-esistenti, è chiaro che si perde la cogenza dimostrativa della prima argomentazione. «Poco male – si potrebbe commentare – Meinong ha infatti ancora a disposizione la sua seconda dimostrazione!». Eppure, sebbene la versione implementata della Gegenstandstheorie contribuisca da un lato a chiarificare e a snellire la teoria dell’intenzionalità di Meinong, essa implica dall’altro una seconda conseguenza dai risvolti altrettanto scomodi, che ora si dovrà considerare in dettaglio. Come si è già evidenziato, Meinong sottolinea più volte la natura fittizia del cosiddetto “pseudo-oggetto”. In ciò l’autore ha dalla sua tutta l’evidenza del senso comune: in effetti, non si vede l’oggetto-visto (ovvero: l’oggetto-in-quanto-visto), ma l’oggetto in sé, non si sente l’oggetto-sentito, ma l’oggetto in sé e non si giudica l’oggettogiudicato, ma l’oggetto in sé. Eppure, una volta che l’ontologia di riferimento si allarga fino a diventare una teoria degli oggetti, non sono più così ovvi i criteri per cui tali pseudo-oggetti non vadano considerati come oggetti a pieno diritto. Per specificare meglio la domanda: per quale motivo la pseudo-esistenza non dovrebbe rientrare nemmeno nell’extra-essere? In Meinong non si trova risposta a questa domanda, che si fa ancora più pressante alla luce di un’ulteriore considerazione. Il discorso attorno all’oggetto pseudoesistente che, a leggere Meinong, sembrerebbe essere solo un parlare a vuoto, acquista infatti un suo peso problematico proprio perché è Meinong stesso che continua a servirsi teoricamente di tale nozione assegnandole una sua funzione specifica. Ma se ciò è vero, vale a dire, se è possibile ascrivere allo pseudo-oggetto delle proprietà, non sarà più possibile parlarne in termini di un mero flatus vocis. Infatti, è
un’assunzione essenziale della teoria degli oggetti che sia oggetto tutto ciò che esemplifichi proprietà. Tale assunto costituisce l’unico tratto positivamente definitorio della nozione di oggetto (Gegenstand) espresso nella forma del principio di indipendenza dell’essere-così dall’essere. È quindi oramai inutile ribadire che, se lo pseudooggetto ha delle proprietà, allora questo va considerato magari come non-esistente, ma in ogni caso come un oggetto a pieni diritti. Va quindi chiarito in che senso Meinong utilizzi teoricamente la nozione di pseudo-oggetto e, in particolare, vanno esplicitate le proprietà eventualmente esibite da tali pseudo-oggetti. Dapprima si prenderà in esame il suo ruolo nella sfera della rappresentazione per poi passare alla sfera del giudizio. A proposito del vissuto di rappresentazione si è già detto che contenuto e oggetto stanno in una relazione d’adeguazione. Si tratta di una relazione ideale che non coincide con alcuna forma di somiglianza19 o analogia. Ciò non significa che il modello intenzionale venga epurato dalla relazione di corrispondenza (Übereinstimmung) con l’oggetto. Tutt’altro, è Meinong stesso infatti a scrivere: «Esaminata più da vicino, la richiesta corrispondenza [Übereinstimmung] non è quindi affatto quella tra la mia rappresentazione e la realtà in questione [zwischen meiner Vorstellung und der Wirklichkeit], ma quella tra l’oggetto della mia rappresentazione [corsivo mio, A.S.] e la realtà [zwischen dem Gegenstande meiner Vorstellung und der Wirklichkeit], mentre la considerazione che la rappresentazione, rispettivamente il suo contenuto, non può essere né rotondo né ovale né quadrato, né esteso e nemmeno fisico, [essendo] piuttosto per sua natura inevitabilmente psichico, è una delle prove più evidenti che nel contenuto e nell’oggetto di una rappresentazione [im Gegenstande einer Vorstellung] si è soliti avere a che fare con fattualità toto genere differenti» (Meinong 1910: 263, trad. mia). Sembra quindi si possa sostenere che l’unica forma di corrispondenza tra vissuto e oggetto sussiste non già tra contenuto e oggetto, bensì tra «l’oggetto della mia rappresentazione» (Meinong non lo esplicita, ma non sembra sussistere dubbio alcuno che qui egli qui
_____________ Perlomeno in taluni casi, ovvero, nei casi in cui l’oggetto dell’atto intenzionale non corrisponda esso stesso ad un vissuto psichico. In questa circostanza Meinong ammette una somiglianza tra contenuto e oggetto giustificata dalla natura psichica di entrambi i membri della relazione intenzionale, cfr. Meinong 1915: 253 sgg.
intenda l’oggetto-in-quanto-appreso dalla mia rappresentazione: l’oggetto pseudo-esistente) e la realtà (ovvero l’oggetto in quanto tale). Meinong non chiarisce quale nesso sussista tra tale relazione di corrispondenza e la relazione di adeguazione, limitandosi a constatare che «una rappresentazione è adeguata rispetto a una realtà […] fintanto che c’è un’affermazione evidentemente certa [ovvero un giudizio vero] che per così dire la legittima» (Meinong 1910: 264)20. Eppure, è proprio spostando l’attenzione sul giudizio che i termini con cui Meinong parla dell’oggetto pseudo-esistente non sembrano più lasciar dubbi sulla consistenza ontologica che Meinong ascrive a questo fantasma della coscienza. Si è già detto che il contenuto non è un momento essenziale solo del vissuto di rappresentazione, bensì inerisce ad ogni vissuto intenzionale, quindi anche al vissuto di giudizio. Coerentemente,
_____________ Ai fini dell’argomentazione potrebbe essere utile riportare l’intero passaggio: «grazie a tali considerazioni è però nel contempo esposta come inadempibile la pretesa della corrispondenza o anche solo della somiglianza tra contenuto e oggetto perlomeno per tutte le rappresentazioni di oggetti fisici; e colui che una buona volta ha riconosciuto ciò, non avrà più bisogno di tanto impegno per capire che nell’essenza del conoscere [Erkennen], per quanto questa è per noi apprendibile, non può essere trovata nemmeno la traccia di una legittimazione per una tale pretesa. La rappresentazione, per quanto essa può servire come fondamento per un giudizio evidentemente affermativo, mi offre un mezzo al fine di – per così dire – carpire, afferrare intellettualmente una realtà – in caso naturalmente anche una quasi-realtà non ‘esistente’, ma soltanto ‘sussistente’: noi però non possiamo porre questa realtà o quasi-realtà conosciuta di nuovo e sullo stesso piano a fianco della nostra rappresentazione della medesima per paragonare i due stati di fatto quanto a somiglianze e dissomiglianze. Una rappresentazione è adeguata rispetto a una realtà o quasi-realtà, fintanto che c’è una affermazione evidentemente certa, che per così dire la legittima: in base a ciò, per quanto io veda, manca qualsiasi punto di appoggio per rivendicare per il contenuto di rappresentazione determinate somiglianze o dissomiglianze rispetto alla realtà ad esso correlata» (Meinong 1910: 263 sgg., trad. mia). Tutto ciò lascia nuovamente inevasa la domanda riguardo alla natura della relazione di adeguazione, al cui proposito Meinong rileva infatti laconicamente qualche pagina dopo: «come però avvenga che il rapporto di adeguazione tra contenuto e oggetto sussista una volta in presenza di una così grande somiglianza e un’altra volta in presenza di una così grande dissomiglianza, a ciò devo al momento ancora trovare risposta» (Meinong 1910: 265, trad. mia).
anche in questo caso Meinong rifiuta qualsiasi forma di corrispondenza tra contenuto e obiettivo. Se si trasporta questa argomentazione su un piano semantico, ciò si traduce nel fatto che il contenuto non può essere detto “vero” a seconda che l’obiettivo sussista o meno. Declinando in termini teorico-oggettuali la classica teoria aleziologica dell’identità, l’obiettivo dovrebbe essere, quindi, l’unico elemento a cui andrebbero ascritti tanto il predicato di verità quanto quello di fattualità. È proprio a questo proposito che Meinong s’interroga se il predicato di verità sia identico in tutto e per tutto a quello della fattualità. Si tratta di una domanda a cui, inaspettatamente rispetto alle sue premesse, Meinong risponde negativamente, argomentando che la fattualità è una proprietà degli obiettivi che perviene ad essi in modo asoggettivo, laddove la verità è una proprietà che perviene agli obiettivi solo nella misura in cui essi sono afferrati da un atto di giudizio. Eppure, cos’è un obiettivo ‘nella misura in cui è appreso da un atto di giudizio’ se non un obiettivo pseudo-esistente? A supporto di quest’interpretazione, si può leggere un passaggio tratto da Über Möglichkeit und Wahrscheinlichkeit: «Da ciò risulta che la verità può essere attribuita agli obiettivi solo se – date circostanze per il resto favorevoli – sono considerati in quanto appresi tramite un vissuto adeguato [corsivo mio, A.S.]. Ciò che uno afferma o rifiuta, crede o ‘non crede’, suppone o anche solo assume, dovrà eventualmente essere designato nella maniera più naturale come vero. Pertanto la verità è la proprietà di obiettivi d’apprensione [Erfassungsobjektiven], che nella misura in cui il vissuto apprendente esiste, possono essere designati come pseudo-esistenti […]» (Meinong 1915: 40, trad. mia, cfr. anche Meinong 1910: 94). E più precisamente, quand’è che l’obiettivo pseudo-esistente è vero? Meinong afferma che ciò si verifica quando tra l’obiettivo pseudoesistente e l’obiettivo fattuale sussiste uguaglianza (Gleichheit) o corrispondenza (Übereinstimmung) (cfr. Meinong 1915: 42)21 e, si badi, non identità. Certo, Meinong rileva che il senso qui ascritto al termine di “verità” è derivato: un obiettivo pseudo-esistente può essere definito “vero” sempre che e nella misura in cui l’obiettivo qua obiettivo sia fattuale.
_____________ Ciò lascerebbe intendere che un obiettivo pseudo-esistente, quando non è identico con l’obiettivo fattuale, è identico con un obiettivo non-fattuale, essendo così un obiettivo pseudo-esistente falso.
Ricostruendo: nel caso della rappresentazione sussiste una prima relazione di corrispondenza tra l’obietto pseudo-esistente e l’obietto qua obietto e, inoltre, una seconda relazione detta “di adeguazione” tra il contenuto e l’obietto trascendente. Meinong non è in grado di addurre motivazioni che spieghino la sussistenza di quest’ultima relazione; relazione che tuttavia egli ritiene giustificata nel caso in cui questa venga asserita da un giudizio evidente (o anche, da un giudizio vero). Spostandosi poi sul piano del giudizio, si trova nuovamente una prima relazione di corrispondenza tra l’obiettivo pseudo-esistente e l’obiettivo trascendente e una seconda relazione (che Meinong peraltro non esplicita, ma che dovrebbe essere richiesta dalla struttura dell’intenzionalità in quanto tale), anch’essa di adeguazione tra contenuto e obiettivo trascendente. Chiariti questi ulteriori aspetti, ciò che rimane oscuro è come sia possibile, alla luce di quanto Meinong assumeva nel 1899, che un oggetto pseudo-esistente – che non è neppure nel senso dell’extraessere e quindi non è caratterizzabile quale oggetto – possa corrispondere ad un oggetto sussistente. Infatti, delle due l’una: o l’obiettivo pseudo-esistente non c’è, non si dà, ma allora non ha senso parlare di una sua corrispondenza o uguaglianza con un correlato oggettuale. Oppure l’oggetto pseudo-esistente è un elemento a sé stante che può coincidere o meno con (risp. uguagliare) l’obiettivo qua obiettivo e, mutatis mutandis, con l’obietto qua obietto nel caso di una rappresentazione, motivando in seconda battuta la relazione di adeguazione tra l’oggetto dell’atto e il suo contenuto. Ma se è un elemento a sé stante, allora segue dagli assunti della teoria degli oggetti che esso è quantomeno extra-essente e che pseudoesistenza non è affatto una qualifica ontologica, ma un’espressione che indica la dipendenza esistenziale dell’oggetto immanente dal soggetto. Posto allora che la lettura finora condotta sia corretta e sebbene per un autore dal pensiero così complesso come Meinong sia sempre rischioso azzardare esegesi, sembra tuttavia che si possa avanzare la seguente ipotesi interpretativa: a partire dal 1904, la posizione meinonghiana in merito alla relazione intenzionale prevede – oltre alla componente d’atto – un contenuto, un oggetto immanente (o “pseudo-oggetto”) e un oggetto trascendente. Nel caso in cui l’oggetto immanente corrisponda o uguagli l’oggetto trascendente, la relazione di adeguazione tra contenuto e oggetto trascendente sussi-
ste. In caso contrario si avrà un contenuto non adeguato all’oggetto trascendente. Questa posizione oltremodo sofisticata dovrà fare i conti con due problemi: il primo è già stato rilevato e corrisponde alla caratterizzazione ontologica dell’oggetto immanente. Il secondo è più generale giacché coinvolge la tenuta gnoseologica dell’intero sistema. Infatti, sulla base di una considerazione introspettiva è indubitabile che, ogni qualvolta si realizzi un atto intenzionale, la coscienza non si trovi di fronte due oggetti intenzionali da esaminare quanto alla loro corrispondenza, ma soltanto uno, ovvero l’oggetto quale oggetto, vale a dire, l’oggetto trascendente. Inoltre, a prescindere dalla supposta – ma introspettivamente non verificabile – duplicità di oggetti intenzionali, come assicurare che l’atto intenzionale non si arresti all’oggetto immanente, ma vada a mirare proprio l’oggetto trascendente? Quali che siano le risposte che una riflessione sistematica debba dare a queste domande, credo si possa rilevare, in conclusione, come Meinong combatta ancora con l’eredità brentaniana riconoscendo come prodotto residuale della sua teoria dell’intenzionalità un’entità dallo statuto ontologico altamente dubbio quale è l’oggetto pseudo-esistente o anche, più esplicitamente, l’oggetto immanente. Questo, sebbene sulla carta venga descritto come mera finzione, viene a svolgere un ruolo di primaria importanza per l’intero assetto gnoseologico della Gegenstandstheorie generando così una tensione insoluta che accompagna l’autore lungo tutto lo sviluppo della sua riflessione e che mostra quanto potente e assidua sia stata l’attrazione verso l’internalismo, ma anche quanto vigorosa – per quanto incerta nella sua strategia argomentativa – sia stata la sua reazione verso una forma estrema di esternalismo.
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