Source: http://www.discorso-libero.ch/DL/2013/20130320/DL_03_2013.htm
Timestamp: 2017-02-22 10:36:04+00:00

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di Henriette Hanke Güttinger, storica, Dr. med. Susanne Lippmann-Rieder, Marianne Wüthrich, dott. in diritto
La revisione totale della legge sulle epidemie (legge sulle epidemie revisionata = LEpr) è un nuovo tentativo di privare in larga misura i cantoni della loro competenza relativa all’eccellente sanità pubblica svizzera1 per sottometterla al controllo centrale della Confederazione. Sebbene il Parlamento nell’autunno del 2012 abbia bocciato la legge federale sulla prevenzione e sulla promozione della salute, nella LEpr riappaiono le medesime richieste: minaccia del federalismo e influenza dello Stato sul comportamento dei cittadini. Procedendo in tal modo si trasgredisce la volontà del popolo sovrano. I cittadini svizzeri sanno prendersi le loro responsabilità e non vogliono essere influenzati nel loro comportamento. Essi sono fedeli alla struttura federale del loro paese.
Diversi comitati di cittadini hanno raccolto con grande successo le firme per il referendum (quasi 80’000!), cosicché il 22 settembre 2013 il popolo potrà votare sulla revisione della legge sulle epidemie. In breve i nostri argomenti
1. La Svizzera dispone già di un’eccellente Legge sulle epidemie2
Alla Svizzera non serve una revisione della Legge sulle epidemie! La legge in vigore dal 18 settembre 1970 è eccellente e copre tutte le eventualità. Ha dato buona prova di sé da più di 40 anni ed è stata adattata di continuo alle sfide infettivologiche. Esaudisce in modo completo l’obiettivo di combattere le malattie trasmettibili dell’uomo. Il contenuto della legge è comprensibile per ogni cittadino e garantisce un alto grado di sicurezza per tutti. Le competenze e i compiti sono regolati in modo chiaro, secondo le regole del nostro sistema federale svizzero. La legge sulle epidemie in vigore si basa sulle conoscenze scientifiche della medicina. I diritti della personalità sono rispettati. 2. L’accentramento è in contrasto con la concezione dello Stato svizzero
Il progetto di legge sulle epidemie costituirebbe un cambiamento di paradigma. La sanità pubblica, oggi di competenza dei cantoni, verrebbe loro in gran parte sottratta e subordinata alla Confederazione. I comuni e i cantoni sarebbero degradati a semplici esecutori delle disposizioni provenienti dal potere centrale. Il Consiglio federale progetta questo passo sconcertante «Per affermare il ruolo direttore della Confederazione». (Messaggio sulla revisione della LEp, pag. 308)
Nella legge sulle epidemie revisionata il potere assunto dall’UFSP è più che evidente. È possibile che un semplice Ufficio federale possa assumere in tutto il paese il ruolo di centrale di comando nei confronto dei cantoni e della popolazione, facendo il bello e il cattivo tempo? Una cosa così fin’ora in Svizzera non si è mai vista! Secondo la LEp revisionata l’UFSP potrebbe per esempio imporre a tutta la Svizzera i suoi programmi nazionali (art. 5)3, potrebbe dettare ai cantoni quali provvedimenti dovrebbero adottare nei confronti della popolazione (art. 8)4 e secondo il messaggio del Consiglio federale (pag. 340) potrebbe organizzare «campagne su larga scala per influire sui comportamenti». L’UFSP sarebbe autorizzato a raccogliere in ogni momento i dati personali relativi alla nostra salute in un sistema d’informazione (schede) e a trasmetterli perfino alle autorità di altri Stati e a organizzazioni sopranazionali e internazionali (art. 60, art. 62)5. Un tale potere esorbitante ci ricorda il «Comitée de salut public» ai tempi della rivoluzione francese. Ci ricorda anche gli Stati totalitari che controllano le sfere più intime dei loro cittadini; in questi ultimi tempi anche il ministero americano della sicurezza interna.
Parlando chiaro: con lo scioglimento della separazione dei poteri e la degradazione dei cantoni a istanze subordinate per l’esecuzione di ordini, il nuovo progetto di legge sulle Epidemie permetterebbe all’UFSP di assumere il potere come un despota assolutista che determinerebbe le basi per la lotta contro le epidemie (funzione legislativa), nello stesso tempo darebbe le direttive sul da farsi ai cantoni, alla popolazione, al personale sanitario e ai laboratori (funzione esecutiva) e da ultimo «sorveglierebbe» e «valuterebbe» i propri soprusi (funzione giudiziaria). 4. Nessun diritto d’urgenza nella vita quotidiana!
Nella legge sulle epidemie in vigore le misure coercitive da parte delle autorità restano limitate a circostanze «eccezionali».6 L’articolo 10 della LEp in vigore si basa sul diritto del Consiglio federale di emanare ordinanze in casi eccezionali, secondo l’art. 185 capoverso 3 della Costituzione federale7. La validità di tali ordinanze dev’essere limitata nel tempo. Con l’art. 6 della LEp revisionata si introdurrebbe qualcosa di nuovo: la «situazione particolare». Con ciò si rende possibile la violazione senza precedenti dei nostri diritti personali. Sotto questo termine di situazione particolare cadrebbe anche una «pandemia d’influenza moderata»�8, un termine troppo vago sotto il quale si potrebbe classificare anche l’ondata annuale d’influenza. Il Consiglio federale potrebbe adottare misure coercitive senza dover ricorrere al diritto d’urgenza. Così nel messaggio del Consiglio federale si legge (pag. 335): «In situazioni particolari il nostro Collegio avrà ora la competenza di dichiarare obbligatorie le vaccinazioni per determinati gruppi di popolazione.»
«Art 6 ‹situazione particolare›, capoverso 1: Vi è una situazione particolare se: [...]
Una tale legge, con la quale la Svizzera cede a un’organizzazione internazionale competenze decisionali nazionali e con ciò parte della sua sovranità, fino ad oggi non c’è mai stata. Ricordiamo questo: nel 2009 l’OMS ha dichiarato il più alto grado di pandemia per l’influenza suina – con tutte le conseguenze per la Svizzera. Più tardi si è constatato che l’influenza suina era meno pericolosa di una normale influenza stagionale. Immaginiamoci cosa sarebbe successo se fossero stati vaccinati obbligatoriamente, con vaccini prodotti d’urgenza e non verificati, i nostri bambini, in quanto gruppo di popolazione a rischio, o gli anziani, o le donne in gravidanza. Da quando si dispone di migliori informazioni sull’interdipendenza dell’industria farmaceutica con l’OMS, sono leciti seri dubbi nei confronti di questa legge. Vi ricordate il medicamento Tamiflu, chiamato in lingua popolare Ramiflu, di cui ha beneficiato solo l’ex ministro americano della difesa Rumsfeld grazie alla sua partecipazione finanziaria?9 Su raccomandazione dell’OMS la Svizzera in ambito dell’influenza aviaria e suina aveva acquistato Tamiflu per 4 milioni di franchi e vaccini contro l’influenza suina per 56 milioni. Più tardi gran parte di questi medicamenti dovettero essere inceneriti come rifiuti speciali. Queste operazioni non hanno causato altro che spese, sopportate dai contribuenti. 5. Creare fiducia nella cittadinanza invece di influire sui comportamenti
In Svizzera siamo abituati alla riflessione comune e alla partecipazione attiva. Se riceviamo informazioni oggettivamente fondate, ognuno ne tira le conclusioni convenienti per il suo modo di vivere. Cosa assolutamente garantita dalla legge sulle epidemie in vigore.10 Nella LEp revisionata invece sono previsti nuovi vasti programmi nazionali (cfr. art. 5, 11, 19, 20 e 21) per «influire sul comportamento» della popolazione. Ci si ricorderà delle campagne dell’UFSP: «Consulta il medico se la tua proboscide ha il raffreddore» o «Non consumare droghe se non stai bene» – un modo di parlare che si adatta forse al livello intellettuale dei suoi creatori, ma non della popolazione svizzera. Ecco la citazione originale del messaggio del Consiglio federale, pag. 340: «Altri provvedimenti sono intesi a [...] organizzare campagne su larga scala per influire sui comportamenti.»
Non abbiamo bisogno né di «essere influenzati nei nostri comportamenti» né di essere telecomandati da un qualsiasi Ufficio federale! Una misura di risparmio utile per il nostro governo sarebbe quella di sopprimere tutti i programmi nazionali e i relativi consulenti in relazioni pubbliche impiegati, per poi investire i soldi risparmiati in modo sensato. 6. Nessuna vaccinazione coercitiva
Con la LEpr le vaccinazioni coercitive vengono adottate già in presenza di una «situazione particolare» (art. 6). All’art. 21 «Promozione delle vaccinazioni» le vaccinazioni coercitive sono previste perfino in situazioni normali: «I Cantoni promuovono le vaccinazioni: [...]c. provvedendo affinché le persone interessate dalle raccomandazioni di vaccinazione siano vaccinate in modo completo.»
Parlando chiaro ciò significa che con questa legge ci troveremmo in uno Stato coercitivo, rispettivamente in una dittatura della salute.11 Dal punto di vista giuridico ogni vaccinazione (iniezione) è una lesione personale.12 Perciò ognuno deve poter decidere in libertà se vuole lasciarsi vaccinare da un medico di sua fiducia. La decisione di persone che per ragioni personali, morali o religiosi non vogliono vaccinarsi deve essere rispettata. Ora, con uno strumento coercitivo centralizzato, si vogliono imporre gli art. 6 e 21 del nuovo progetto di legge contro la volontà dell’individuo. La maggior parte della popolazione è favorevole a vaccinazioni ragionevoli, ma è contraria alla coercizione. La popolazione svizzera ha vissuto i segni precursori di tali sgradevoli aspirazioni durante lo scorso inverno, quando in certi ospedali è stata introdotta la marcatura del personale non vaccinato.13 Si è visto che con un’informazione accurata della popolazione relativamente alle vaccinazioni si è riusciti a debellare le malattie con successo su base volontaria, per esempio nel caso della poliomielite.14
Tenendo conto di diverse informazioni inquietanti sulla raccolta illegale di dati elettronici in campo mondiale da parte di servizi segreti, diversi articoli della LEp revisionata danno adito a grande preoccupazione: così l’art. 59, che prevede lo scambio di dati personali tra la Confederazione e i cantoni in una misura non compatibile con uno Stato di diritto liberale (per esempio informazioni su itinerari di viaggio, luoghi di soggiorno e contatti con persone, animali e oggetti). O l’art. 60, secondo il quale l’UFSP vorrebbe allestire uno schedario «su persone malate, sospette malate, contagiate, sospette contagiate o che espellono agenti patogeni.» In modo particolare è allarmante la pubblicazione di dati personali, compresi dati sulla salute, ad autorità straniere come pure a organizzazioni sopranazionali e internazionali (art. 62). Non vogliamo l’internazionalizzazione della nostra sfera privata!
E come se non bastasse, l’industria farmaceutica con l’art. 70 della LEp revisionata Continua a pag. 3
riceverebbe dalla Confederazione un assegno in bianco per la copertura dei danni che potrebbero nascere a causa dell’applicazione di un medicamento ordinato o raccomandato dalla Confederazione! Questa regolamentazione esiste già nella legge in vigore, pensiamo che si dovrebbe sopprimerla. 9. Per la salute della popolazione o per riempire le casse dell’industria farmaceutica?16
Siccome questo progetto di legge si presenta in una veste assolutamente estranea alla Svizzera, abbiamo fatto delle ricerche sull’origine di questo approccio fondamentalmente totalitario. Abbiamo così scoperto l’attività della sociologa e politologa tedesca Ilona Kickbusch19, tra l’altro consulente dell’UFSP. Accanto a Thoma Zeltener ella ha già assistito la creazione della legge sulla prevenzione20. Si noti: Ilona Kickbusch non proviene dalla facoltà di medicina e le manca completamente la comprensione per il funzionamento del sistema di Stato e della sanità pubblica su base federale. In quanto a sociologa e politologa ha un approccio socio-politico e non medico-sanitario. Essa si basa sugli approcci tra l’altro sorpassati del teorico della terza via Anthony Giddens e su Georg Bateson, che dopo la Seconda Guerra mondiale, come antropologo culturale al servizio della CIA, preparò il terreno per l’egemonia degli USA. La sua attività di consulenza in diverse organizzazioni della sanità nazionale e internazionale non sembra essere motivata da una vera preoccupazione per la salute. Il «Graduate Institute Geneva», dove funge da direttrice nell’ambito Global Health, collabora tra l’altro con la Novartis Foundation for sustainable development ed è cofinanziata dalla Fondazione Rockefeller21.	•
1	«OECD und WHO halten fest, dass das Schweizerische Gesundheitssystem im internationalen Vergleich zu den besten gehört.» Stefan Spycher, OECD-WHO-Analyse des schweizerischen Gesundheitssystems: Alter Wein in neuen Schläuchen?, in: Die Volkswirtschaft, 3–2012, p. 45.
2	Legge federale per la lotta contro le malattie trasmissibili dell’uomo (Legge sulle epidemie) del 18 settembre 1970 (Stato 1o gennaio 2013).
3	Art. 5 LEpr: «programmi nazionali: [...] capoverso 2: Nell’ambito delle loro competenze, la Confederazione e i Cantoni provvedono all’attuazione dei programmi nazionali.»
4	Art. 8 LEpr: «Provvedimenti preparatori [...] capoverso 2: In vista di un pericolo particolare per la salute pubblica l’UFSP può ordinare ai Cantoni di prendere determinati provvedimenti, in particolare: [...].»
5	cfr. «In breve i nostri argomenti», punto 7: Nessuna sorveglianza, nessuna trasmissione di dati». Il servizio segreto americano NSA ne sarebbe di sicuro molto lieto (cfr. affare NSA del giugno 2013).
6	Art. 10, capoverso 1 LEp: «Qualora circostanze straordinarie lo esigano, il Consiglio federale può ordinare i provvedimenti necessari, applicabili a tutte o a singole parti del territorio nazionale.»
7	Art. 185 CF: «Sicurezza esterna e interna», capoverso 3 «Fondandosi direttamente sul presente articolo, può [il Consiglio federale] emanare ordinanze e decisioni per far fronte a gravi turbamenti, esistenti o imminenti, dell’ordine pubblico o della sicurezza interna o esterna. La validità di tali ordinanze dev’essere limitata nel tempo.» 8	Messaggio del Consiglio federale pag. 334
9	«Kauft Ihr Land auch ‹Rummy Flu› für x Millionen?», Dr med. D. Güntert, Zeit-Fragen del 27/11/06
10	LEp in vigore, art. 3: «Informazione 1 L‘Ufficio federale della sanità pubblica
(UFSP), fondandosi sulle dichiarazioni previste all‘articolo 27, pubblica rilevamenti settimanali, mensili e annuali.2 All‘occorrenza, esso informa le autorità, il corpo medico e il pubblico mediante altre comunicazioni.3 L‘UFSP pubblica direttive concernenti la lotta contro le malattie trasmissibili e l‘utilizzazione di agenti patogeni e le aggiorna secondo le nuove conoscenze scientifiche.» 11	cfr. Juli Zeh, Corpus Delicti – ein Prozess, Francoforte sul-Meno, 2009.
12	«La medicina odierna tratta il paziente come persona indipendente. Prima di ogni intervento egli deve essere informato dal suo medico in modo completo e preciso su tutti i rischi che possono derivarne e deve dare il suo consenso in libertà e autonomia. Questo dovere d’informazione e di consenso deve valere anche per le vaccinazioni. Vaccinazioni di massa e coercitive rappresentano perciò già un problema per se stesso per la democrazia. Nel mondo di oggi la fiducia è già talmente rovinata in così tanti ambiti, che non possiamo permettere che ciò avvenga anche in campo sanitario.» Zeit-Fragen del 19.8.2009.
13	Ospedale cantonale di Ginevra, inverno 2012-2013: in ambito dell’onda di influenza annuale il personale che non si era vaccinato dovette portare un bottone marrone con la scritta «porto una maschera per proteggervi», «Genfer Pflegende wehren sich gegen Impf-Abzeichen», Tages Anzeiger del 13.11.2012.
14	Dr. med. A. Bau, «Freiwillige Schluckimpfung führt zur Ausrottung der Kinderlähmung»
15	In aggiunta all’aumento di sei posti di lavoro a tempo pieno concessi poco tempo fa all’UFSP dal Consigliere federale Berset. 16	Klaus Hartmann, Impfen bis der Arzt kommt. Wenn bei Pharmakonzernen Profit über Gesundheit geht, München 2012
17	Michael Winckler, Das Impf-Kartell, Die Akte Schweinegrippe, Tübingen 2009, p. 48 sq.
18	Marcia Angell (ex capo-redattrice del New England Journal of Medicine), The Truth About the Drug Companies, 2004.
19	Durante i suoi studi a Costanza frequentava l’ala studentesca di sinistra e del centro, poi fece una carriera fulminante, o si dovrebbe forse parlare di una «marcia attraverso le istituzioni»? Ha lavorato per diversi anni alla sede principale dell’OMS a Ginevra e dispone di una vasta attività di consulente in Svizzera (UFSP, fondazione Careum, Public Health Suisse, Stiftung Gesundheitsförderung Schweiz) e all’estero (Fondazione Rockefeller, International Social Security Association). Fra i suoi clienti troviamo anche le grandi imprese farmaceutiche Pfizer Europe et Merck and Dohme MSD. Ci si chiede se la signora Kickbusch agisca di propria iniziativa o su incarichi da parte di terzi.
20	Così sul suo sito internet: www.ilonakickbusch.com
si può leggere «She served as senior advisor to the Swiss Federal Office of Public Health for development of the Swiss law on Health promotion and prevention.»
21	Annual Report, Graduate Institute, Global Health Programme, Geneva 2011, p. 20.
Fonte: Zeit-Fragen Nr. 22 del 1 luglio 2013
Solo un esercito di milizia è garante di libertà, sicurezza e democrazia
thk. Il 9 agosto 2013 il comitato interpartitico «No all’iniziativa dell’insicurezza – No all’abrogazione del servizio militare obbligatorio» ha lanciato la sua campagna per la votazione nel corso di una conferenza stampa al centro stampa di palazzo federale a Berna. Il 22 settembre le cittadine e i cittadini svizzeri dovranno votare sull’iniziativa per l’abolizione del servizio militare obbligatorio lanciata dal «Gruppo per una Svizzera senza esercito» (GSsE/GSoA). Il Parlamento e il Consiglio federale rigettano questa iniziativa. Fa parte della politica di coloro che vogliono smantellare l’esercito e che con la nota tattica delle fette di salame vogliono disarmare la Svizzera, lasciandola in balia delle grandi potenze, cosa che alla fine culminerebbe nella sua dissoluzione.
Ci ricordiamo ancora con disappunto delle parole dell’ex Consigliera federale Ruth Dreifuss, che già agli inizi degli anni Novanta propagava l’opinione che il fatto se la Svizzera in futuro esista o no la lascerebbe indifferente. La sua posizione politica a quel tempo era molto vicina al GSsE. Il fatto che come politicante di sinistra non avesse nascosto la sua opinione è più sincero di quello che oggi fa il GSsE, che non si stanca di affermare che non si vuole abolire l’esercito, ma solo ridimensionarlo. Si tratta qui di sola propaganda, altrimenti dovrebbero cambiare urgentemente il loro nome.
Il Comitato interpartitico, il cui presidio durante la conferenza stampa fu assunto dal Consigliere nazionale Jakob Büchler, esperto in questioni riguardanti la sicurezza ed ex presidente della Commissione della politica di sicurezza, sottolineò con diverse prese di posizione l’importanza di un esercito di milizia ben funzionante e che per il piccolo Stato neutrale svizzero non può entrare in linea di conto nessun altro modello. Chi crede che si possa difendere il paese e proteggere la popolazione con un esercito di volontari, dimentica tutte le esperienze fatte nel corso della storia e diventa tirapiedi di coloro che vogliono smantellare l’esercito, cosa che porterebbe alla perdita totale della sovranità. Perciò non si può far altro che bocciare questa iniziativa. Di seguito pubblichiamo alcuni stralci di singole prese di posizione della conferenza stampa che si possono trovare in versione originale sul sito www.no-iniziativa-insicurezza.ch. Consigliere nazionale Jakob Büchler, PPD/SG
1. L’iniziativa rappresenta un attacco alla Svizzera, ad un aspetto essenziale del modello di successo svizzero, al sistema di milizia ed al servizio militare obbligatorio. Questa iniziativa presenta un carattere volto alla politica di sicurezza e alla politica di stato. 2. I promotori si affidano alla politica dei piccoli passi. Dopo il fallimento negli ultimi anni degli attacchi diretti finalizzati all’abolizione dell’esercito svizzero – il vero obiettivo del Gruppo per una Svizzera senza esercito – ora ci provano con un metodo trasversale: il primo passo dell’abolizione coinvolge il servizio militare obbligatorio. Poi, quando l’esercito non funzionerà più a causa della penuria di volontari o di un eccessivo costo dell’esercito a causa di vincoli agli incentivi finanziari, si procederà con il passo successivo: l’abolizione definitiva dell’esercito. 3. Il manifesto mostra come una Svizzera «amputata» non sia più in grado di funzionare, e come non sia più possibile garantire la sicurezza – uno dei nostri beni più preziosi – della popolazione e del Paese. Consigliera nazionale Corina Eichenberger, PLR/AG
La convivenza nel nostro Paese, pacifico e sicuro, si basa sui diritti e sui doveri dei cittadini. Il servizio militare rappresenta l’espressione di questo dovere all’impegno personale, poiché i diritti dei cittadini non possono esistere senza doveri. I pilastri su cui si fonda il nostro ordine sociale sono la milizia e il servizio militare nel suo complesso, che si sono conservati e continueranno a conservarsi sia in tempi difficili che in tempi caratterizzati da situazioni di emergenza improvvise e difficili da gestire, come quella attuale. Nell’esercito di milizia svizzero prestano servizio le «menti» più idonee, provenienti da qualsiasi classe sociale o ambiente professionale. Oltre all’addestramento, alle competenze professionali e all’esperienza, i cittadini che vestono l’uniforme portano con sé anche i valori morali di base e la necessaria comprensione della sensibilità della popolazione civile. […]
La figura del cittadino soldato rispecchia la nostra concezione di Stato. In un esercito di volontari sarebbe necessario un addestramento per la maggioranza delle funzioni, poiché i futuri soldati non disporrebbero di alcuna competenza nel settore. Un esercito corre sempre il rischio di attirare persone con posizioni politiche radicali o con una sete di avventura spropositata. Tuttavia, nell’attuale sistema, l’obbligo di prestare il servizio militare fa sì che, attraverso controlli di sicurezza, a tali gruppi critici venga preclusa la possibilità di entrare nell’esercito. Vi è una forma di autocontrollo da parte dei cittadini soldati che costituisce una parte integrante della società e del sistema democratico. […]
Il modello attuale del nostro esercito, che a seconda dell’impegno richiesto viene organizzato su misura, si adatta perfettamente ai bisogni del nostro Paese e rappresenta un’importante protezione della nostra politica di sicurezza. I promotori dell’iniziativa vogliono semplicemente proseguire su questa linea, ossia perseguire il loro obiettivo di abolire l’esercito. A fronte di tutte queste motivazioni, respingo l’iniziativa.
Consigliere nazionale Jean-François Rime, UDC/FR
In Svizzera l’economia e l’esercito, quindi, sono gemellati in due sensi. Da un lato, il polo economico svizzero gode della sicurezza e della stabilità garantite dall’esercito quale principale strumento politico di sicurezza dello Stato. Dall’altro, l’economia e l’esercito si avvantaggiano delle prestazioni di compatrioti competenti e motivati che esercitano un’attività professionale e allo stesso tempo svolgono il loro compito di servitori dello Stato. Sarebbe bello pensare che la Svizzera non abbia bisogno del suo esercito in questo momento e – speriamo – nel prossimo futuro. Tuttavia l’esercito deve tenersi sempre pronto, un po’ come i pompieri, «nel caso che …». Come dimostrano le attuali tipologie di conflitto, l’esercito è oggi più che mai la garanzia assoluta della stabilità di uno Stato. Dopo la caduta del muro di Berlino, gli scenari di guerra non sono diminuiti, anzi, sono diventati ancora più confusi e complicati, con conseguenze importanti per l’economia e dunque per la popolazione. Essendo un piccolo stato neutrale, la Svizzera non può contare sull’appoggio di un’alleanza militare in caso di emergenza e, dunque, deve essere in grado di mobilitare una grande fetta della popolazione. Il servizio militare obbligatorio consente di avere un numero di effettivi sufficiente in caso di turbamenti della sicurezza e della situazione politica. In caso di emergenza l’economia e la popolazione possono contare sull’intervento di militari motivati, competenti e ben integrati. Questi uomini e queste donne che intraprendono il servizio militare, provengono da tutti gli strati sociali, dagli ambiti lavorativi più disparati e da fasce d’età differenti. Adempiono ai loro obblighi militari in nome del loro Paese e del loro popolo, non del denaro. Riconoscono il valore del nostro sistema e apprezzano l’importanza del servizio militare. Il che non si può dire riguardo ai giovani tedeschi, svedesi o britannici che entrano nell’esercito per questioni finanziarie. O riguardo ai sudamericani reclutati dall’esercito spagnolo. […]
L’esercito deve continuamente orientarsi verso nuovi pericoli. Di conseguenza, l’obbligo di servizio fa sì che il servizio militare sia prestato da persone adeguate. Per quanto riguarda le minacce provenienti dal cyberspazio, è possibile reclutare specialisti Continua a pag. 4
Un esercito di milizia è l’unico che nel nostro paese abbia senso
Intervista con il Consigliere nazionale Jakob Büchler
thk. La volontà di difesa della Svizzera, da come la conosciamo nel corso della storia, costituisce il fondamento della sovranità del nostro piccolo Stato che, circondato da grandi potenze, ha saputo imporsi nel corso dei secoli. Perfino in una situazione di gravi minacce come nel caso del nazionalsocialismo in Germania, l’obiettivo principale fu quello di mantenere e, se necessario, di difendere con le armi la sovranità e l’indipendenza del paese. Il consigliere federale Obrecht con le parole «Non andremo in pellegrinaggio all’estero» espresse ciò che pensava anche la gente e ciò che corrispondeva alla volontà della maggior parte della popolazione: nessuna sottomissione e niente lusinghe nei confronti delle grandi potenze, all’epoca il «Grande Reich tedesco». E oggi? Oggi ci troviamo di nuovo di fronte alla questione se vogliamo perdere la nostra sovranità e l’indipendenza, adattarci e sottometterci ai potenti, o difendere con tutti i mezzi a nostra disposizione, in caso estremo anche con le armi, la nostra libertà e indipendenza, cioè la nostra sovranità, contro l’influsso e i tentativi di sottomissione provenienti da fuori. Per far questo ci serve un esercito agguerrito con potenziale dissuasivo, più precisamente un esercito di milizia. Quale sia l’importanza di un esercito efficiente di difesa ce lo spiega nell’intervista che segue il consigliere nazionale Jakob Büchler, presidente dell’«Associazione per una Svizzera sicura», che conta quasi 400’000 membri.
Zeit-Fragen: Quali sono i compiti fondamentali del nostro esercito?
Jakob Büchler: L’esercito svizzero ha il compito fondamentale di difendere il nostro paese e di assicurare la protezione della sua popolazione. Questo compito è ancorato nella costituzione e chiaramente definito nella legge. Anche in futuro questo compito andrà preso in considerazione e messo in atto. L’iniziativa per l’abolizione del servizio militare obbligatorio, chiamata per questo «iniziativa insicurezza», vuole contrastare proprio questi principi fondamentali, e questo non è accettabile. La sicurezza del paese e della popolazione non sarebbe più garantita.
Quali sono le minacce odierne per il nostro paese?
Le minacce per il nostro paese sono molto più gravi di quello che il popolo generalmente crede. La «primavera araba» in Egitto o anche in Siria, per esempio, hanno dimostrato come degli Stati relativamente stabili possono destabilizzarsi in breve tempo. C’è sempre il pericolo che tali disordini si espandano anche in altri paesi, perfino in Europa. Nel caso si dovesse difendere, il nostro esercito non avrebbe alleati. Dobbiamo organizzare da soli la nostra difesa e mantenerla in stato di prontezza. La popolazione svizzera sa di vivere in un paese sicuro. Ma questo, come ci insegna la storia, può cambiare rapidamente. Se la sicurezza è minacciata dobbiamo avere la possibilità di reagire rapidamente per ristabilirla. Ciò è possibile solo con la nostra più grande riserva di sicurezza, cioè con il nostro esercito. Perciò dobbiamo averne cura in tempi di pace, così da essere pronti a tutte le eventualità in tempi difficili.
C’è la teoria della «fase di potenziamento» secondo la quale ci si accorgerebbe in tempo utile di una situazione minacciosa e si potrebbe quindi rinforzare l’esercito.
Questa teoria è assolutamente irrealistica. Non dobbiamo illuderci che in situazioni minacciose, sia civili che militari, si possa potenziare l’esercito in poche settimane o pochi mesi, nemmeno in uno o due anni. Un paragone: un riparo per valanghe deve essere costruito in estate, per poter servire in inverno. Dobbiamo assicurare costantemente un equipaggiamento e un approvvigionamento militare di base. Dobbiamo poterci esercitare per un caso effettivo prima che sia troppo tardi. Per questo è importante essere preparati anche in tempo di pace. Un’assicurazione la si conclude in tempi buoni, per essere protetti in tempi difficili in caso di necessità. La stessa cosa vale per la sicurezza, per l’esercito. Bisogna ancora aggiungere che la libertà e la sicurezza sono strettamente legate tra loro. Se vogliamo preservare la nostra libertà, ci serve anche un sistema di sicurezza ben funzionante, anche in tempo di pace. Oltre che per la sicurezza l’esercito è importante anche per altri ambiti del nostro paese.
L’esercito di milizia svizzero è un modello di successo. Ogni cittadino svizzero è cittadino e soldato. Entrando nell’esercito porta con sé le sue conoscenze e competenze di cittadino e l’esercito può approfittarne. Ciò vale anche in senso inverso per l’economia. Tornando nella vita civile il soldato o l’ufficiale porta nel suo ambito professionale molte conoscenze acquisite in servizio militare. Si tratta di sinergie che si sostengono a vicenda e che rinforzano il potenziale economico. È una cosa che dobbiamo mantenere. Siamo un paese neutrale, anche il popolo lo vuole e la neutralità è ancorata nella costituzione federale. In caso di difesa non possiamo permetterci di rivolgerci a un alleato qualsiasi. Non siamo membri né dell’UE, né della Nato e non vogliamo esserlo. Il popolo vuole attenersi alla neutralità con la quale abbiamo fatto buone esperienze. Ciò significa che vogliamo e dobbiamo organizzare da soli la nostra sicurezza.
Cosa capiterebbe se non avessimo più un esercito di milizia?
Se non dovessimo più avere la milizia avremmo nell’esercito una situazione da ghetto. Avremmo solo soldati professionisti che si occuperebbero solo di affari militari e che perderebbero sempre di più il contatto competenti, tenendo conto delle esperienze professionali di ciascuno. I tecnici informatici dell’esercito sono i migliori e svolgono lo stesso lavoro nella vita privata. Ecco perchè, in caso di leva volontaria, non potremmo raccogliere questa sfida; e lo stesso vale in caso di pericolo: non disporremmo di personale adeguato. Consigliera nazionale Roberta Pantani, Lega dei Ticinesi/TI
Nel caso in cui il servizio militare obbligatorio venisse abolito, l’esercito sarebbe troppo piccolo per poter adempiere ai propri compiti costituzionali. I partner civili dovrebbero farsi carico di ulteriori compiti e i maggiori costi graverebbero principalmente sui cantoni e sui comuni. Gli effetti per i cantoni e i comuni sarebbero dunque chiaramente avvertibili e risulterebbero fatali. Le operazioni di sostegno dell’esercito e della protezione civile nelle catastrofi ambientali, ovunque esse si verifichino, non sarebbero più possibili. Tali operazioni richiedono oltretutto esercitazioni affinché l’esercito possa almeno effettuare questi interventi mirati a breve termine e importanti per la sopravvivenza. Ne va della vita umana, della tutela delle infrastrutture e altro. Il servizio militare obbligatorio contribuisce anche in modo determinante alla coesione nazionale tra le diverse parti del Paese, lingue, culture e fasce sociali. Nell’esercito non si mescolano soltanto le categorie occupazionali e i vari ceti della società. Nell’esercito entrano in contatto tra di loro anche le diverse regioni linguistiche e culturali della Svizzera. Da qui deriva l’espressione di una Svizzera come «nazione fondata sulla volontà». Questo è un valore da non sminuire in una società che si rassegna sempre più fortemente all’individualismo. Grazie al servizio militare obbligatorio, una grossa fetta della popolazione viene a contatto con l’esercito e può farsi quindi una prima impressione di questa istituzione. Il radicamento nella popolazione e nelle famiglie è importante per l’esercito. Il pericolo di estraniazione tra società e ambiente militare è ridotto al minimo con il servizio di leva obbligatorio e l’esercito di milizia. In tal modo viene assicurato anche il controllo democratico sull’esercito, escludendo il rischio che possa essere messo al servizio di singoli e che intervenga in operazioni nazionali o internazionali oggetto di dibattito contro la volontà del popolo. Senza sicurezza non ci possono essere benessere e libertà. La proverbiale «sicurezza svizzera» non è scontata. La sicurezza è un compito nazionale. L’esercito è l’unico strumento concreto impiegabile in tutta la Svizzera in situazioni di crisi, catastrofi e conflitti. Mike Schmid, sciatore di scicross e militare contrattuale
Dal giugno 2010 l’Esercito 18 sostiene i militari part-time/atleti dedicando loro il 50% dei posti disponibili. Anche io, pur essendone entrato a far parte in un secondo momento, appartengo a questo piccolo ma eccezionale gruppo a partire dal marzo 2011. Sono entrato a farne parte dopo la vittoria olimpica a Vancouver nel 2010, nel 2005 ho completato la mia SR nelle forze d’addestramento del Genio. L’idea della promozione degli sportivi di punta da parte dell’esercito combina in maniera ottimale l’allenamento ad alto livello agonistico con l’obbligo di servizio. Posso beneficiare di spazi per il mio allenamento personale, senza i quali non potrei aspirare a performance di alto livello. Mi consente di effettuare sessioni di allenamento intensive, ma anche di godere di periodi di pausa necessari. Si tratta insomma di un aspetto fondamentale per la pianificazione della mia carriera. L’esercito offre la possibilità a molte promesse dello sport in diversi campi di allenarsi in maniera continua e professionale presso gli impianti sportivi dell’esercito di Magglingen. Per molti si tratta della prima occasione in assoluto di svolgere la propria SR per sportivi di punta. […]
Brigadiere Denis Froidevaux, presidente della Società svizzera degli ufficiali
Il sistema di milizia non è soltanto un fattore di successo, ma costituisce una delle colonne portanti del modello svizzero. In Svizzera, un piccolo Stato in cui la neutralità è uno dei principi fondamentali, l’esercizio delle cariche pubbliche al di fuori delle proprie attività professionali è una tradizione ben radicata. A questo proposito la Costituzione federale contiene un ulteriore provvedimento che si discosta rispetto all’articolo 58 relativo all’Esercito, il quale rimanda anch’esso all’importanza e al principio del sistema di milizia. Si tratta dell’articolo 6, che specifica quanto segue: «Ognuno assume le proprie responsabilità e contribuisce secondo le proprie forze alla realizzazione dei compiti dello Stato e della Società» (art.6, Costituzione federale). Dal punto di vista politico, l’obbligo di servire lo Stato e il principio di milizia sono due fattori adeguati che vanno di pari passo. In riferimento all’esercito e alla protezione civile, significa che l’obbligo di servire lo Stato e il principio di milizia fanno della protezione del paese e della popolazione un compito comune a tutti i cittadini. In qualità di cittadini svizzeri, non abbiamo solo dei diritti ma abbiamo anche dei doveri, e il servizio militare obbligatorio è uno di questi. Adempiere ai propri obblighi militari, così come il servizio civile e la protezione civile, è un atto di solidarietà nei confronti della società. Si tratta di impegnarsi attivamente in una funzione di milizia e assumersi la propria responsabilità nei confronti della società civile. Il sistema di milizia ha contribuito ampiamente al successo del modello svizzero e garantisce l’equilibrio tra i diritti e i doveri. […]
I promotori desiderano ricordare che la Svizzera è uno degli ultimi Paesi europei dove vige ancora l’obbligo di leva, dimenticando tuttavia di illustrare le situazioni dei Paesi che hanno optato per la leva volontaria. Volontaria, ovverosia professionale, poiché è completamente illusorio concepire un esercito di milizia costituito da volontari. Il documento consegnato dai promotori alla Camera dei Cantoni che illustra le loro argomentazioni, evidenzia in verde i Paesi che hanno deciso di non rendere più obbligatorio il servizio militare per i cittadini.
•	In Gran Bretagna gli inglesi promettono lo sconto della pena ai detenuti per l’arruolamento dei volontari; •	in Germania, non si riesce a raggiungere il numero di effettivi previsti e il 30% degli arruolati parte un anno prima; •	in Francia, la percentuale di candidati a soldato e sottufficiale si aggira intorno all’1.5-2.5%, un numero nettamente insufficiente. Inoltre, il 40% dei contratti non viene nemmeno rinnovato; •	la Spagna recluta i militari nelle ex colonie, che registrano un elevato tasso di disoccupazione, ragion per cui lì dovrebbero esserci molte persone disposte ad arruolarsi; •	il test pilota condotto dall’Austria per alcune compagnie si è rivelato un fallimento perché mancava la metà dell’organico; •	gli svedesi procedono alle medesime valutazioni e non riescono a raggiungere il numero di effettivi necessario, nonostante la considerevole riduzione del numero di truppe complessivo; •	e cosa dire della Norvegia, che non solo ha mantenuto l’obbligo di leva, ma lo ha esteso anche alle donne… Consigliere nazionale Lorenz Hess, PBD/BE
Il servizio militare obbligatorio ha un ruolo fondamentale nel modello di successo della Svizzera, e significa al contempo: meno impegni per lo Stato, meno leggi e divieti, tassazione inferiore, maggior benessere, posti di lavoro sicuri e, infine, una maggiore libertà. Il servizio militare obbligatorio assicura un controllo democratico sull’esercito. Dal momento che l’esercito è costituito da cittadini, non è possibile che venga messo al servizio di singoli individui. È da escludersi che si possano approvare interventi controversi, sia all’estero che all’interno del Paese, contro la volontà della popolazione. Senza il servizio militare obbligatorio non funzionerebbero più né l’esercito né il servizio di protezione civile e né il servizio civile. I volontari sono troppo pochi, oppure si candidano per i motivi sbagliati. Non c’è alcun Paese al mondo che abbia mai organizzato la propria forza militare esclusivamente nella forma di un esercito di volontari. Altri Paesi hanno sospeso il servizio militare obbligatorio oppure hanno introdotto un esercito di professionisti. Per prima cosa l’iniziativa non è contemplata e in secondo luogo non è desiderabile. La Svizzera non può fare da cavia in questa situazione, poiché ne va della sicurezza nazionale. Una milizia volontaria non funziona in caso di emergenza. Gli interventi dell’esercito non possono essere influenzati dalla partecipazione, o meno, di sufficienti volontari.	•
«Solo un esercito …»continuazione da pagina 2
Rinforziamo il nostro esercito e la nostra responsabilità civica
No all’abolizione dell’esercito di milizia
di Urs Knoblauch, ex mitragliere di montagna, Fruthwilen
La prossima votazione popolare sull’abolizione dell’esercito di milizia rappresenta un attacco frontale al nostro modello di stato svizzero di successo. I promotori dell’iniziativa non prevedono niente altro che l’abolizione dell’esercito o eventualmente la creazione di un esercito professionale di mercenari. Con ciò si vuole indebolire la coesione nazionale! Il nostro «modello svizzero» con la democrazia diretta, il «cittadino» in uniforme e un esercito di milizia credibile ha sempre dato buona prova di sé ed è molto prezioso.
Attraverso l’identificazione con il nostro paese e l’impegno è stato realizzato il benessere economico e la disposizione necessaria a voler difendere e proteggere il nostro paese e la nostra popolazione. Per consolidare la coesione, serve anche un’istruzione scolastica approfondita che comprenda anche la storia svizzera e mondiale. È intollerabile che nel «piano di studio 21» (comune a tutti i 21 cantoni svizzero tedeschi) non si trovi più la materia «storia» e che con l’«individualizzazione» si promuova l’isolamento degli allievi. Per le esigenze del nostro sistema statale non bastano l’arbitrio e le pseudo-competenze. La nostra gioventù pretende una formazione degna del suo nome; essa è pronta a dare il suo contributo alla responsabilità civica, alla produttività e allo spirito di gruppo. Sondaggi tra reclute e anche le mie esperienze personali quale soldato mitragliere di montagna e come insegnante lo confermano. I sacrifici e le azioni degne di ammirazione dei nostri antenati, genitori e nonni per una difesa nazionale moralmente e spiritualmente credibile e per la difesa del nostro paese non sono stati inutili. Sapevano per cosa lo facevano.
Così anche il generale Guisan nel suo lungimirante rapporto finale al Consiglio federale ha sottolineato l’importanza del ragionare tenendo conto della storia: «L’immaginazione è un dono assai raro. La maggior parte del nostro popolo nei prossimi anni non vorrà riflettere – non più di quello che fece nel 1920, 1930 o perfino più tardi – se e in qual modo il paese potesse di nuovo essere minacciato. Ciò che abbiamo fatto, soprattutto a partire dal 1933, per scuotere la sua indifferenza, per fare appello alla sua coscienza e alla sua vigilanza, dovrà essere rifatto di continuo.»
Anche oggi non siamo circondati da amici, bensì da Paesi che hanno i loro propri interessi. L’UE, l’OECD e gli USA vogliono dettarci le loro esigenze.
Siamo testimoni di brutali ricatti, della politica del potere, di guerre economiche e finanziarie che provocano sempre più miseria, «né democrazia né diritti umani», ma ancora maggiori tensioni sociali, disoccupazione giovanile, profughi e richiedenti asilo. Chi considera seriamente la situazione mondiale attuale, la serie di guerre post-coloniali che violano il diritto internazionale in Africa e nel Vicino Oriente, non può ignorare il senso e la necessità della prontezza di difesa e della difesa nazionale.
Con «riforme» dalle conseguenze gravi, provenienti sia dall’interno che dall’esterno, l’efficienza e la credibilità del nostro esercito di milizia é già stata destabilizzata in modo irresponsabile. Il «Gruppo Giardino» lo ha documentato chiaramente nel suo libro degno di esser letto, con il titolo «Mut zur Kursänderung – Schweizerische Sicherheitspolitik am Wendepunkt» (ISBN 978-3-033-03917-9), apparso recentemente.
La Svizzera non ha un esercito offensivo, ma come esercito di difesa e di protezione è anche al servizio del nostro modello di pace. In qualità di Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra abbiamo assunto dei doveri internazionali umanitari e diplomatici e con ciò anche una grande responsabilità che esige anche una protezione credibile del nostro paese. Non per nulla siamo una nazione fondata sulla volontà politica con una neutralità armata!
Così proteggiamo anche il nostro modello svizzero di successo.	•
Solo il sistema sanitario su base federalista permette di limitare epidemie in modo rapido ed efficace
Perciò il 22 settembre 2013 serve un chiaro No
di A. Bau, Dr. med.
Il 22 settembre 2013 il popolo svizzero è chiamato ad esprimersi sulla revisione totale della legge sulle epidemie. Con questo progetto di legge l’ambito sanitario basato sul sistema federalista, che funziona benissimo, dovrebbe cedere il posto ad un sistema basato sull’accentramento del potere nelle mani dell’Ufficio federale della sanità pubblica UFSP. L’esempio che segue dimostra come nel caso di malattie infettive pericolose solo un sistema con strutture federali permetta di intervenire immediatamente in loco, evitando così efficacemente la diffusione della malattia.
Iter nel caso di malattie sottoposte all’obbligo di dichiarazione
Una persona ammalata si reca dal suo medico di famiglia che conosce da anni. Anche il medico conosce il paziente con i suoi precedenti e il suo ambiente. In questo specifico caso il paziente si reca presso lo studio del suo medico con febbre alta e con diarrea. Il medico visita accuratamente il paziente e si informa sulla situazione attuale. Se necessario ordina delle analisi di laboratorio. Dopo aver scoperto una discreta eruzione cutanea nella regione dell’ombelico il medico esprime il sospetto di un Typhus abdominalis, una grave malattia infettiva con obbligo di dichiarazione che necessita di ulteriori approfondimenti, di isolamento e del ricovero in ospedale. Alle domande del medico, il paziente racconta che poco tempo prima aveva intrapreso un lungo trekking in un paese asiatico. Il medico informa il paziente sulle misure necessarie e organizza l’ambulanza per l’immediato ricovero in un ospedale adatto per queste forme di malattia. Inoltre il medico informa il medico di turno dell’ospedale e il medico cantonale sul suo sospetto. Il medico permette al paziente di telefonare a sua moglie con il natel. Anche l’autista dell’ambulanza viene informato sul sospetto di malattia infettiva. Infine nello studio medico si applicano le misure igieniche previste in caso di epidemie.
Il modo di procedere del medico nell’esempio descritto funziona con successo da anni e corrisponde alle prescrizioni della legge vigente sulle epidemie. Come si avrebbe potuto aiutare il paziente gravemente ammalato e altamente infettivo sotto il regime dell’UFSP previsto dal progetto di legge?
I medici di famiglia fanno una vera prevenzione. Siccome nella legge sulle epidemie revisionata (LEpr) in campo sanitario non esiste più il medico con potere decisionale, ci si può chiedere se in un caso come quello descritto sopra non dovrebbe forse intervenire sul posto un ispettore dell’UFSP, o in caso urgente anche dell’organizzazione mondiale della sanità (OMS), per indirizzare il paziente, il suo trattamento e il suo soggiorno in ospedale. Il raggio di autonomia del medico di famiglia viene considerevolmente limitato ed egli diventa un esecutore di misure ordinate dall’alto. Immaginiamo: secondo la LEpr il medico di famiglia dovrebbe informare l’UFSP che dovrebbe chiedere all’OMS cosa bisogna fare, l’OMS constaterebbe una «situazione particolare» e darebbe delle istruzioni alla Svizzera, che l’UFSP fa pervenire al medico cantonale il quale dice al medico di famiglia cosa deve fare. Nel frattempo molte altre persone sarebbero state infettate. Il progetto di legge sulle epidemie introduce un cambiamento di paradigma. Si minano le strutture federali del sistema sanitario svizzero provate nel tempo e si trasferisce la responsabilità dai cantoni alla Confederazione e all’UFSP. Con ciò si toglie la competenza professionale ai medici di famiglia e si rovina il rapporto di fiducia tra medico e paziente. Rapporto di fiducia che è la base fondamentale del processo di guarigione.
La legge sulle epidemie vigente, aggiornata a diverse riprese, ha dato buona prova di sé. Perciò si consiglia al popolo svizzero di rispondere con un chiaro No alla revisione totale della legge sulle epidemie.	• (Traduzione Discorso libero)
con la vita professionale e civile. Sarebbe un enorme svantaggio sia per l’esercito che per l’economia. L’esercito di oggi rispecchia inoltre la popolazione svizzera con le sue quattro lingue, i suoi cantoni e le caratteristiche regionali del paese; un fattore molto importante per la Svizzera, di aiuto reciproco per la soluzione di compiti difficili. Questo esercito deve essere protetto e mantenuto per continuare su questa via. La sua coesione ha molto a che vedere con il sistema di milizia. Non vogliamo un esercito di professionisti. Si perderebbe il contatto con la popolazione e con l’economia. Il popolo svizzero questo non lo vuole. Le diverse regioni linguistiche in un esercito di professionisti non sarebbero probabilmente più rappresentate.
Sì, è importante che la molteplicità della Svizzera si rifletta anche nell’esercito. È importante per una buona coesione e per la comprensione sia della Romandia e della Svizzera di lingua italiana come pure delle Svizzera di lingua tedesca e romancia. Qui ci si incontra e si collabora. Chiunque abbia prestato servizio militare ne ha approfittato. Si sono conosciute persone provenienti da ogni parte del paese, si è imparato a risolvere in comune i compiti che si sono presentati. Proprio per la nostra gioventù è un fattore importante. L’esercito è una scuola di vita, di aiuto sia per la vita professionale sia per la coesistenza nella società. Vantaggi molto importanti che vorremmo conservare anche in futuro. Il popolo svizzero lo ha già dimostrato in diverse occasioni. Un esercito di professionisti non può contare su una maggioranza. Finora l’esercito di milizia ha dato buona prova di sé. C’è ragione di cambiare?
La storia ha dimostrato che in questi ultimi anni e decenni con il nostro sistema siamo andati bene. È chiaro che nel nostro esercito ci sono stati diversi cambiamenti non sempre positivi. I cambiamenti di rotta sono importanti e necessari, ma devono tener conto della realtà e non essere dettati da vaghi desideri. Anche in futuro dovremo organizzare da soli la sicurezza, all’interno del nostro paese e nei cantoni, con i corpi di polizia che in situazioni eccezionali raggiungono presto i loro limiti. Se si tratta di garantire la sicurezza in tutto il paese durante un periodo piuttosto lungo l’esercito e la protezione civile, che ritengo altrettanto importante, devono poter entrare in azione per dare il loro appoggio rapidamente.
Nel corso della storia il mondo politico sovente ha valutato in modo errato le situazioni di minaccia per la Svizzera. Ci sono dei paralleli oggi?
Sì, vedo certi paralleli, soprattutto riguardo al fatto che il mondo politico non è più disposto a mettere a disposizione i mezzi finanziari necessari. Si parte dal presupposto che la Svizzera sia sicura, che la nostra sicurezza sia garantita e ci si chiede se servano ancora ulteriori programmi di armamento. Certo che servono. È un errore credere che in tempi di pace la sicurezza sia garantita e quindi servano meno mezzi per l’esercito. Ho sempre lottato per l’impiego dell’uno per cento del PIL (prodotto interno lordo) per la difesa. Purtroppo se ci paragoniamo con altri paesi ne siamo ben lontani, con lo 0,8 per cento ci troviamo dietro all’Austria. La Svizzera farebbe bene a chiarire questo punto. Perfino il nostro governo federale a Berna crede che l’esercito si possa mantenere per pochi soldi. Io sono di opinione diversa. Anche in futuro ci servono almeno 100’000 soldati. E ci servono le risorse finanziarie necessarie per garantire questa sicurezza e con l’equipaggiamento necessario. Che ci serve allora per la nostra sicurezza?
Un esercito di milizia ben equipaggiato e ben preparato. Un esercito di professionisti in tempo di pace sarebbe troppo grande e in caso di guerra troppo piccolo. Che facciamo con 30 – 50 o perfino 80’000 uomini in tempo di pace? Sarebbero presenti ogni giorno e servirebbe loro un’occupazione. Oggi, senza le scuole reclute e gli ufficiali di professione, contiamo circa 4 – 5000 soldati in servizio. Questi dopo tre settimane rientrano a casa e sono a disposizione delle imprese, cioè della nostra economia. Ma se dovessimo mantenere una decina di migliaia di soldati, ai quali si dovrebbero assegnare dei compiti, la cosa diverrebbe molto difficile e arrischierebbe di pesare sul morale e sulla motivazione della gente. Sarebbe assolutamente troppo caro, solo i costi per il personale sarebbero insostenibili e metterebbero in dubbio la gestione e l’equipaggiamento. No, una milizia su base volontaria non funzionerebbe. Non esiste in nessuna parte del mondo. O si ha un esercito professionista o uno di milizia. Tutto il resto non va. In ambito di esercitazioni un esercito di volontari potrebbe funzionare, ma in caso effettivo non verrebbe nessuno e avremmo allora un grosso problema. Io mi batto per garantire la nostra sicurezza con un esercito di milizia ben equipaggiato e ben preparato in tempo di pace. Per il nostro paese non esistono alternative. Perciò l’«iniziativa insicurezza» va chiaramente bocciata.
Grazie per l’intervista, signor Büchler. •
«Un esercito di milizia è l’unico …»continuazione da pagina 3

References: art. 62
 art. 5
 art. 6
	Art. 5
	Art. 8
	Art. 10
	Art. 185
 art. 3