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Timestamp: 2018-02-23 06:50:11+00:00

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L’art. 73, co. 5, d.P.R., 9 ottobre 1990, n. 309 non è in contrasto con l’art. 3 Cost.
Antonio Di Tullio D'Elisiis, 26 febbraio 2016
Qui la sentenza: Corte Cost., sentenza, ud. 13 gennaio 2016 (dep. 11 febbraio 2016), n. 23.
Scopo del presente scritto è quello di esaminare la sentenza con cui la Consulta ha recentemente ritenuto non illegittima costituzionalmente la disposizione legislativa di cui all’art. 73, co. 5, d.P.R., 9 ottobre 1990, n. 309 (vale a dire la sentenza n. 26 del 2016[1]).
In particolare, i giudici di legittimità costituzionale – partendo dal presupposto secondo cui sono «inammissibili questioni formulate con un petitum che «[…] per la ampiezza della sua portata additiva […] non si configura come unica soluzione costituzionalmente obbligata (sentenze, n. 81 e n. 30 del 2014) », (sentenza n. 241 del 2014), (…) quando «il petitum formulato si connota per un cospicuo tasso di manipolatività, derivante anche dalla “natura creativa” e “non costituzionalmente obbligata” della soluzione evocata (sentenze n. 241, n. 81 e n. 30 del 2014; ordinanza n. 190 del 2013)», (sentenza n. 241 del 2014), tanto più in materie rispetto alle quali è stata riconosciuta ampia discrezionalità del legislatore (sentenza n. 277 del 2014)» – sono giunti alla conclusione alla stregua del quale è «fuor di dubbio che si rientri in una materia rispetto alla quale deve riconoscersi un ampio margine di libera determinazione al legislatore, posto che si chiede alla Corte di intervenire sulla configurazione del trattamento sanzionatorio di condotte individuate come punibili (ex plurimis, sentenze n. 185 del 2015; n. 68 del 2012, n. 47 del 2010, n. 161 del 2009, n. 22 del 2007 e n. 394 del 2006)».
Ciò si evince ad esempio da alcune delle pronunce in cui la Cassazione, nell’affermare la natura di reato autonomo di questa condotta deviante, ha postulato tuttavia che, «nell’ipotesi “lieve” in materia di stupefacenti, sia rimasta inalterata la scelta del rinvio ad altra figura di reato, contenuta nello stesso articolo, con l’aggiunta un profilo qualitativo (la lieve entità, appunto) che specializza la condotta punibile limitandosi il rinvio alla sola «conformazione dei “fatti” cui si connette la previsione punitiva»[6].
Tra l’altro, ancor prima che venisse modificato l’art. 73, co. 5, d.P.R. n. 309 del 1990 per effetto dell’articolo 2, comma 1, lettera a), del D.L. 23 dicembre 2013, n. 146, convertito, con modificazioni, dalla Legge 21 febbraio 2014, n. 10, al di là della natura di tale fatto come circostanza attenuante, veniva comunque rimarcato come i fatti in questione fossero connotati sempre dalla stessa obiettività giuridica stante il fatto che gli elementi citati dall’art. 73, co. 5, d.P.R. n. 309 (vale a dire: i mezzi, la modalità, le circostanze dell’azione, la qualità e quantità delle sostanze), che sono sempre stati previsti anche prima della riforma appena citata, non mutavano (e non mutano tutt’ora ndr.) per l’appunto «nell’obiettività giuridica e nella struttura, le fattispecie previste dai primi commi dell’articolo, ma attribuiscono ad esse una minore valenza offensiva»[7].
Del resto, sempre la Cassazione, seppur in una specifica occasione, proprio alla luce della medesima identità che connota ambedue le fattispecie delittuose, paventava, prima che assumesse piena vigenza la decisione della Corte Costituzionale con cui sono stati dichiarati costituzionalmente illegittimi gli articoli 4-bis e 4-vicies ter, del decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 272 (vale a dire la nota sentenza n. 32 del 2014), il rischio che si sarebbe venuta a configurare una «una disciplina in materia di stupefacenti che punirà con pene diverse i fatti-reato riconducibili al primo comma quando riguardino le tabelle inclusive delle droghe “pesanti” e quelli di cui alle tabelle delle droghe “leggere” di cui al quarto comma»[8] ma che al contempo «punirà in maniera indifferenziata, sia per le droghe leggere che per quelle pesanti, i “fatti di lieve entità”»[9].
D’altronde, come evidenziato nella stessa sentenza n. 32 del 2014, la Consulta ebbe modo di rilevare che «le modifiche introdotte nell’ordinamento (ossia quelle dichiarate costituzionalmente illegittime ndr.) apportano una innovazione sistematica alla disciplina dei reati in materia di stupefacenti, sia sotto il profilo delle incriminazioni sia sotto quello sanzionatorio, il fulcro della quale è costituito dalla parificazione dei delitti riguardanti le droghe cosiddette “pesanti” e di quelli aventi ad oggetto le droghe cosiddette “leggere”, fattispecie differenziate invece dalla precedente disciplina».
In tal modo, infatti, verrebbe garantito al legislatore – per evitare evidenti ricadute pratiche (ma non solo), che l’abolizione di un reato di questo tipo potrebbe comportare (ad esempio: si verrebbe difatti a determinare un irragionevole trattamento tra coloro che hanno commesso reati di spaccio di lieve entità rispetto a coloro che invece hanno commesso gli stessi fatti, ma per entità non lieve) – il tempo necessario per rintrodurre, anche con decreto legge, un “nuovo” art. 73, co. 5, d.P.R., 9 ottobre 1990, n. 309 in cui il trattamento sanzionatorio ricalchi proporzionalmente quello già previsto dai commi 1 e 2 del medesimo articolo.
Una seconda opzione ermeneutica potrebbe essere quella volta a ravvisare pure in questo caso una reviviscenza dell’art. 73, co. 5, d.P.R. n. 309 del 1990 così come era previsto prima che venisse sostituito dall’articolo 4-bis del D.L. 30 settembre 2005, n. 272, convertito con modificazioni in Legge 21 febbraio 2006, n. 49.
Essendo tale decreto legge emesso solo per far fronte alla straordinaria necessita’ ed urgenza di ripristinare (…) la disciplina normativa vigente alla data di pubblicazione della citata sentenza della Corte costituzionale, e tenuto conto, come dedotto da questa stessa disciplina giuridica, che la citata pronuncia di incostituzionalita’ e’ fondata sul ravvisato vizio procedurale dovuto all’assenza dell’omogeneita’ e del necessario legame logico-giuridico tra le originarie disposizioni del decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 272, e quelle introdotte dalla legge di conversione 21 febbraio 2006, n. 49, in carenza dei presupposti di cui all’articolo 77, secondo comma, della Costituzione, e non gia’ sulla illegittimita’ sostanziale delle norme oggetto della pronuncia, va da sé, ad avviso di chi scrive, che il conseguente intervento volto a modificare l’art. 73, co. 5, d.P.R. n. 309 – unicamente «se non per l’ulteriormente ridotta forbice edittale, che passa da una pena compresa tra un minimo di un anno di reclusione ed Euro 3.000,00 di multa e un massimo di cinque anni di reclusione ed Euro 26.000 di multa, a una pena compresa tra un minimo di sei mesi di reclusione ed Euro 1.032,00 di multa e un massimo di quattro anni di reclusione ed Euro 10.329 di multa»[12] – è stato posto in essere solo come effetto riflesso di questa invalidità procedurale così come accertata in questa pronuncia della Corte costituzionale.
Da ciò dovrebbe discendere, come logico corollario, che la modifica di questa norma sembra essere stata fatta, non tanto per assicurare assicurare la continuita’ della sottoposizione al controllo del Ministero della salute delle predette sostanze e il rispetto delle convenzioni internazionali in base alle quali sono state aggiornate le relative tabelle, nonche’ la continuita’ e la funzionalita’ dell’assetto autorizzativo, distributivo e di prescrizione e dispensazione di medicinali, quanto piuttosto per emendare una disposizione da ritenersi illegittima come conseguenza della decisione emessa dalla Consulta in punto di rito.
Tal che, alla luce di queste considerazioni, si potrebbe sollevare una questione di legittimità costituzionale chiedendo un intervento additivo della Consulta nel senso che venga ripristinato il trattamento sanzionatorio, prima che l’art. 73, co. 5, d.P.R. n. 309 del 1990 venisse modificato per effetto dell’articolo 4-bis del D.L. 30 settembre 2005, n. 272, convertito con modificazioni in Legge 21 febbraio 2006, n. 49, vale a dire le pene della reclusione da uno a sei anni e della multa da lire cinque milioni a lire cinquanta milioni per le droghe c.d. “pesanti”, ovvero le pene della reclusione da sei mesi a quattro anni e della multa da lire due milioni a lire venti milioni per le droghe c.d. “leggere”.
[11]M. BELLOCCI e T. GIOVANNETTI, Il quadro delle tipologie decisorie nelle pronunce della Corte costituzionale, QUADERNO PREDISPOSTO IN OCCASIONE DELL’INCONTRO DI STUDIO CON LA CORTE COSTITUZIONALE DI UNGHERIA, Palazzo della Consulta, 11 giugno 2010, in http://www.cortecostituzionale.it/documenti/convegni_seminari/STU%20219_Tipologia_decisioni.pdf.
[13]Corte cost., sentenza ud. 8 novembre 2006 (dep. 23 novembre 2006), n. 394, in www.giurcost.org. Per l’irrilevanza di una eventuale pronuncia in malam partem per una questione giuridica di questo tipo, vedasi: P. VELLECA, E’ legittima l’equiparazione tra droghe pesanti e droghe leggere prevista dall’art. 73 co. 5 d.p.r. 309/1990?Parola alla Corte Costituzionale, in http://easyius.it/corte-cost-232016-la-impossibilita-per-la-corte-costituzionale-di-sostituirsi-al-legislatore/.

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