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Timestamp: 2020-01-22 20:55:08+00:00

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COnducenti Emergenza Sanitaria Lazio COnducenti Emergenza Sanitaria Lazio - Il Soccorritore in Italia: rilevanti responsabilità di chi è senza status
Home Notizie Il Soccorritore in Italia: rilevanti responsabilità di chi è senza status
2. La figura del soccorritore
3. Responsabilità penale del soccorritore
4. Colpa cosciente, colpa grave e lavoro in equipe
Il presente articolo ha lo scopo di approfondire le tematiche riguardanti la responsabilità penale e civile del soccorritore, con un necessario preambolo dedicato a tratteggiarne un profilo storico e sociale.
A preoccupare sono altre valutazioni: una sanità “a macchia di leopardo” contrasta con i principi di eguaglianza formale e sostanziale sanciti dalla stessa Costituzione, portando la nostra Repubblica ed i suoi organi di governo ad eludere l’obbligo di tutelare la salute quale diritto dell’individuo ed interesse della collettività (art. 32, co. 1, Cost).
de jure condito il soccorritore rientra nella categoria dell’incaricato di pubblico servizio ex art. 358 c.p. Questi, pur agendo nell'ambito di un'attività disciplinata nelle forme della pubblica funzione, mancano dei poteri tipici di questa, purché non svolgano semplici mansioni di ordine, né prestino opera meramente materiale. Il pubblico servizio è dunque attività di carattere intellettivo, caratterizzata, quanto al contenuto, dalla mancanza dei poteri autoritativi e certificativi propri della pubblica funzione, con la quale è solo in rapporto di accessorietà o complementarietà (Cass. Pen., S.U., 27 Marzo 1992, n. 7958);
Per il soccorritore, dopo aver frequentato e superato positivamente un corso di base ed un più approfondito corso professionale della durata di 500 ore, è ravvisabile un profilo professionale abilitante a svolgere attività di: collaborazione nell'intervento del soccorso sanitario in tutte le fasi del suo svolgimento con particolare riguardo alla messa in sicurezza del luogo dell'evento, conduzione dei mezzi di soccorso sanitario provvisti di segnalatori di allarme acustico e luminosi a luci lampeggianti blu, nonché salvaguardia della sicurezza degli occupanti dei mezzi medesimi, manutenzione dell'efficienza e della sicurezza del veicolo di soccorso affidatogli (art. 1).
Tale riconoscimento, frutto di un approfondito iter d’apprendimento, garantisce al soccorritore di poter svolgere tutta una serie di attività proprie del soccorso extra-ospedaliero: dalla collaborazione con altri mezzi complementari di soccorso, alla effettuazione di manovre di mobilizzazione, allo svolgimento di funzioni di capo equipaggio; con le necessarie competenze tecniche, cognitive e relazionali (art. 4; allegati A-B).
Nel trattare della responsabilità penale del soccorritore non è possibile sottrarsi dal valutare i limiti del principio costituzionale, comunque sia precipuo, della responsabilità penale personale ex art. 27, Cost.
La ratio della scelta effettuata nel Codice Rocco è sintomo di saggezza: gli ambiti ed i settori nei quali si estrinseca l’attività umana sono molteplici e sarebbe impossibile, nonché indesiderabile, che il legislatore intervenga per ognuno di essi con apposite statuizioni. Cosi facendo si lascia spazio all’esperienza stratificatasi nel corso del tempo nel singolo settore d’interesse e, più in generale, nella vita sociale[1].
La determinazione delle regole di diligenza, prudenza e perizia non sono lasciate, però, al libero arbitrio del giudice né ai lumi dell’accademico. Come è oramai riconosciuto pacificamente, il riferimento è a quello che si doveva fare in un dato momento: per arrivare a tale risultato si confronterà la condotta tenuta dal soggetto agente nel caso concreto con la condotta che avrebbe tenuto un uomo ideale nelle medesime circostanze di tempo e di luogo. Uomo ideale, si badi bene, da non mitizzare. Caduto lo stantio parametro di riferimento del “buon padre di famiglia”, oggi si fa capo ad una pluralità di modelli legati ai diversi tipi di attività nei quali si suddivide la vita di relazione per poter essere ritagliati sulla persona dell’agente. Avremo quindi il pedone modello, l’automobilista modello, il medico modello, ed anche il soccorritore modello[2].
A questi si riconosceranno, come ovvio, le competenze e le conoscenze proprie della categoria di riferimento. Capacità ed abilità superiori del singolo agente rispetto all’agente modello non potranno fondare, in linea di principio, un più elevato dovere di diligenza[3].
Partiamo dalla negligenza, da intendersi come “una trascuratezza in rapporto ad una regola che prescrive di attivarsi in qualche modo”[4]. Esempio in tal senso può ravvisarsi nella mancata chiamata alla centrale operativa 118 da parte del capo-servizio o di altro membro d’equipaggio, al fine di portare a conoscenza il personale tecnico e sanitario delle condizioni del paziente in carico e ricevere comunicazione circa la destinazione ospedaliera capace di offrire allo stesso le cure più idonee.
Si ha imprudenza quando “la regola cautelare richiede di astenersi dall’agire, ovvero di agire osservando determinati accorgimenti, mentre in realtà il soggetto agisce in luogo d’astenersi, ovvero agisce senza le debite cautele”[5]. Le ipotesi sono connesse alla valutazione della sicurezza della scena, primo elemento di ogni servizio di soccorso, cosi come emerge dai protocolli delle singole centrali operative, al fine di garantire la piena sicurezza dell’equipaggio del mezzo di soccorso di base.
Infine l’imperizia, che “racchiude in sé sia la negligenza che l’imprudenza, ma con riguardo ad attività cosiddette ‘qualificate’, che richiedono cioè particolari cognizioni tecnico-professionali”[6]. Per un soccorritore è questo il profilo di colpa generica più sensibile, poiché dipendente dalle nozioni acquisite nei corsi propedeutici all’abilitazione di soccorritore-esecutore. Gli esempi non mancano: compressioni toraciche esterne eseguite non sul punto di repere, errato utilizzo dei presidi di mobilizzazione, ecc.
Solamente negli ultimi trent’anni si è avuta la redazione di regole scritte relativa a quest’attività. Si tratta di guidelines di origine statunitense, giunte anche nel nostro paese, volte a standardizzare procedure mediche e parametri[7].
Se nell’ambito propriamente medico l’influenza, l’utilità ed i limiti delle linee guida e dei protocolli clinici sono ancora oggetto di accesa discussione[8], dobbiamo invece sottolineare la centralità dei protocolli operativi per l’attività di soccorso. Questi divengono strumento valutativo per gli aspiranti soccorritori, guida durante il servizio in urgenza e parametro per determinare il corretto svolgimento di ogni intervento. Possiamo affermare che nel settore in esame le linee guida raggiungono quegli obiettivi di maggiore uniformità nel trattamento e maggiore certezza nella pratica voluti dai loro creatori[9], rendendo il soccorso extraospedaliero una realtà che si avvicina agli standards più moderni per il proprio settore d’appartenenza.
La prima è prevista come aggravante del reato all’art. 61, n. 3 c.p.: “l’avere, nei delitti colposi, agito nonostante la previsione dell’evento”. Si può affermare che tale previsione può trovare spazi nel soccorso extraospedaliero, li dove l’agente “per leggerezza sottovaluta la probabilità del verificarsi dell’evento che ha previsto ovvero sopravvaluta le proprie capacità di evitarlo”. Il legislatore interviene per sottolineare la gravità della condotta di chi agisce senza interrogarsi sui rischi connessi[10]. Ecco che si ritorna alle valutazioni effettuate poco sopra relativamente all’importanza delle guidelines nel soccorso, poiché coscientemente il soccorritore potrà agire ed evitare condotte colpose, consapevole del percorso logico e dei punti da seguire in ogni intervento di urgenza ed emergenza con un grado di “protezione” assai elevato.
L’ipotesi della colpa grave è prevista dal codice civile all’articolo 2236. Questo, rubricato “responsabilità del prestatore d’opera”, recita: ”Se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o colpa grave”.
Infine, laddove fosse possibile affermare la prevedibilità ed evitabilità dell’evento, non sarebbe individuabile la “speciale difficoltà tecnica” cardine della colpa grave ex art. 2236 c.c.[11]
Altra giurisprudenza ritiene invece applicabile l’elemento della colpa grave nell’ambito penale relativamente alla sola ipotesi della perizia: esclusivamente l’imperizia potrà essere valutata nell’ambito della colpa grave, “per allargare il campo di discrezionalità tecnica del professionista quando si tratti di problemi particolarmente difficili, la cui soluzione implica rischi di insuccesso”[12].
Il medico (e, più in generale, il professionista sanitario) andrà esente da responsabilità, ancorché il suo comportamento risulti non conforme alle regole di perizia, se dimostri: d’aver rispettato le comuni regole di diligenza e di prudenza; d’aver dovuto cimentarsi con problemi di particolare difficoltà; se l’imperizia non è grave; d’aver agito immediatamente stante la situazione di emergenza (requisito di creazione giurisprudenziale)[13].
Più coerente rispetto ai profili sopra delineati diviene l’applicabilità della culpa in vigilando, che nel settore in esame risulta permeare l’intero equipaggio: se le conoscenze sono identiche, tutti avranno un onere di controllo sull’attività svolta dal collega. Ciò non si legga come un controllo asfissiante sul proprio “vicino”: si consideri, piuttosto, come un necessario contraltare e fattore di sicurezza che controbilancia il fattore di rischio proprio della divisione del lavoro[14].
Per quanto detto fino ad ora pare un buon modello, a parere di chi scrive, la teoria elaborata da Roxin della distinzione tra doveri comuni e doveri condivisi. Se nella prima categoria rientrano i doveri gravanti su più soggetti, titolari di una posizione di garanzia, nella seconda rientrano i doveri ripartiti secondo esigenze qualitative[15]. Nel soccorso extra-ospedaliero sono maggiori e preminenti i doveri comuni a quelli divisi, con un dovere di controllo da intendere nel senso di un obbligo di verifica della inesistenza di specifiche circostanze di fatto che facciano supporre come altamente probabile il prodursi di una negligenza altrui.
5. La responsabilità civile del soccorritore: tra responsabilità aquiliana e responsabilità contrattuale
Al fine di garantire un sereno svolgimento dell’attività di soccorso extraospedaliero, tanto il personale dipendente quanto quello volontario, nello svolgimento delle loro funzioni sono coperti da apposite assicurazioni. Per i primi tale obbligo è statuito dalle norme giuslavoristi che e dai contratti lavorativi; per i secondi esplicita è la disciplina della Legge quadro sul volontariato 266/1991 che, all’art. 4 primo comma, recita :” Le organizzazioni di volontariato debbono assicurare i propri aderenti, che prestano attività di volontariato, contro gli infortuni e le malattie connessi allo svolgimento dell'attività stessa, nonché per la responsabilità civile verso i terzi”.
La definizione di attività pericolosa, emergente da appositi disposizioni di legge e, più in definitiva, dalla natura stessa dell’attività capace di probabili danni ai terzi, sarà elemento che il danneggiato dovrà provare in “sfavore” del convenuto per un accertamento finale spettante al giudice (Cass. 7 maggio 2007, n. 10300 e Cass. 5 giugno 2002, n. 8148).[16]
Ovviamente il danno lamentato dall’attore dovrà essere una conseguenza propria dell’attività pericolosa, e che quell’attività per sua stessa natura può comportare, legati da un nesso di causalità “civilistico” che più avanti incontreremo (Cass. 17 Dicembre 2009 n. 26516).[17]
Quello che sin da ora possiamo dire, emergente dalla lettera dell’articolo in questione, è che il personale dedito al soccorso extraospedaliero sarà esente da responsabilità se dimostri di aver adottato le precauzioni imposte da leggi, ordini e regolamenti (esempio, i protocolli operativi); nonché le normali regole di prudenza e diligenza dettate dalla cognizione tecnica e dalla comune esperienza (da ultimo, Cass. 24 novembre 2003 n. 17851).[18]
Senza dimenticare l’ulteriore prova liberatoria fornita dall’evento derivante per causa non imputabile al convenuto o nel caso in cui sia la stessa condotta colposa del paziente danneggiato idonea ad interrompere il nesso causale e a divenire, cosi, produttiva dell’evento lesivo ( Cass. Civ. Sez. III 5 Gennaio 2010 n.25).[19]
In un contesto nel quale tra soccorritore e paziente (e, in ambito ospedaliero, tra medico e paziente) si instaura una relazione di fatto, che comporta una concreta ingerenza del primo nella sfera personale del secondo, pare inappropriata l’identificazione nel più generico neminem laedere[20].
Piuttosto tale vincolo, secondo dottrina e giurisprudenza più recente, è fatto capace di far sorgere obbligazioni ex art. 1173 c.c. In tale ambiti si parla della sussistenza di un c.d. “contratto sociale”, confermato anche dalla Suprema Corte, del tutto simile ad un contratto di prestazione d’opera intellettuale, che si instaura anche per prestazione eseguite e per le quali il prestatore non era tenuto (Cass. 29 settembre 2004 n. 19564,;Cass. 25 febbraio 2005 n. 4058;Cass. 26 gennaio 2006 n. 1698;Cass. 19 aprile 2006 n. 9085)[21].
Questa tesi, oramai “imperante ed incontrastata” (Cass. 16 gennaio 2009 n. 975), denomina tale obbligazione come un “contratto con effetti protettivi nei confronti del terzo” in relazione all’attività del medico sul paziente ed alla luce del rapporto intercorrente tra questi e l’ente ospedaliero (Cass. 13 Aprile 2007 n.8826; Cass. 14 Giugno 2007 n. 13953).[22]
L’attività d’urgenza ed emergenza viene svolta da soggetti ed associazioni connesse da rapporti contrattuali con le diverse centrali operative su base provinciale ed alle regioni. Senza dimenticare lo stretto rapporto, anche solo funzionale, tra quelli e i diversi ospedali presenti sul territorio. Sul punto, più di tante parole, è sufficiente la conclusione a cui è giunta la Cassazione nella già citata sentenza n. 8826 del 13 Aprile 2007. Secondo i Supremi Giudici “l'accettazione del paziente in una struttura (pubblica o privata) deputata a fornire assistenza sanitaria-ospedaliera, ai fini del ricovero, comporta la conclusione di un contratto di prestazione d'opera atipico di spedalità, essendo essa tenuta ad una prestazione complessa che non si esaurisce nella prestazione delle cure mediche e di quelle chirurgiche (generali e specialistiche) già prescritte dall'art. 2 L. n. 132 del 1968, ma si estende ad una serie di altre prestazioni, quali la messa a disposizione di personale medico ausiliario e di personale paramedico, di medicinali, e di tutte le attrezzature tecniche necessarie, nonché di quelle lato sensu alberghiere”.
Questa impostazione porta a delle conclusioni rilevanti per il settore in esame: la struttura sanitaria (ripetiamo, tanto l’ospedale quanto i deputati organi provinciali e regionali di soccorso) risponderà sia degli esiti dannosi delle condotte attive od omissive dei soccorritori ex art. 1228 c.c., sia per i propri inadempimenti relativamente all’attività svolta ex art. 1218 c.c. (esempio potrà essere la fatiscenza di mezzi, macchinari o strutture).[23]
Se poi il rapporto tra soggetto agente (soccorritore / medico) e struttura sia di lavoro subordinato oppure di altra natura, poco cambia: conta che esista un rapporto effettivo e riscontrabile tra questi nell’adempimento dell’obbligazione assunta nei confronti del malato.[24]
Ecco allora come le teorizzazioni dottrinali trovano linfa vitale nella pratica: comunque configurabile il rapporto tra medico/soccorritore ed enti pubblici, questo non può essere relativizzato ai soli contraenti. La figura dei “contratti ad effetti protettivi nei confronti dei terzi” prende le mosse da questo assunto e da una interpretazione estensiva del comma secondo dell’art. 1372 c.c., secondo il quale “il contratto non produce effetto rispetto ai terzi che nei casi previsti dalla legge”. Il soggetto terzo, in tali ambiti, è “qualificato” vista la sua prossimità alla prestazione fornita: il paziente, nel rapporto con il soccorritore, è interessato come e più del “contraente” pubblico alla buona riuscita della prestazione. Cosicché, in caso di danni arrecatigli, non sembra corretto, per un’esigenza di “giustizia sostanziale”, che questi non possa richiedere un risarcimento danni ex art. 1218 c.c.[25]
Le conseguenze di una interpretazione della responsabilità del soccorritore come contrattuale emergono anche dal punto di vista probatorio: oltre alla prescrizione del diritto al risarcimento in 10 anni, il paziente dovrà dimostrare esclusivamente l’esistenza del rapporto contrattuale di cui sopra, il danno patito ed il nesso causale tra questo e la condotta di chi lo ha assistito, senza la necessità di enucleare aspetti specifici e tecnici di responsabilità professionale (Cass. S.U. 11 Gennaio 2008 n. 577; Cass. Civ. 19 gennaio 2009 n. 975; Cass. 19 maggio 2004 n. 9471).[26]
Dopo anni di differenti opinioni e valutazioni giurisprudenziali, la dottrina più recente, sostenuta da autorevoli massime della Corte di Cassazione (S.U. 11 Gennaio 2008, nn. 576-585), ha finalmente chiarito che non esiste una causalità autonoma del processo civile, quanto una regola normativa generale individuabile negli artt. 40 e 41 c.p. Addirittura, in caso di omissione, la verifica è del tutto identica a quella eseguita in sede penale, con un giudizio contrafattuale di tipo prognostico-ipotetico.
L’unica differenza nel regime probatorio è riscontrabile, allora, nella richiesta penalistica di una prova “oltre ogni ragionevole dubbio”. In sede civilistica, infatti, la regole è quella della “preponderanza dell’evidenza” o detto “del più probabile che non”; coerente con i differenti valori in gioco in quest’ultima sede che in quell’altra.[27]
(Altalex, 5 gennaio 2012. Articolo di Emanuele Telesca)

References: art. 358
 art. 27
 art. 2236
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 1173
 Cass. 
 sentenza 
 art. 1228
 art. 1218
 art. 1218
 Cass. 
 Cass.