Source: https://jurisnews.net/2020/06/03/sulla-legittimazione-ad-agire-da-e-nei-confronti-dellex-socio-di-una-societa-estinta-dal-registro-delle-imprese/
Timestamp: 2020-07-14 11:17:02+00:00

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Sulla legittimazione ad agire da e nei confronti dell’ex socio di una società estinta dal registro delle imprese – Juris News
03/06/2020 JN
Sulla legittimazione ad agire da e nei confronti dell’ex socio di una società estinta dal registro delle imprese
di Bruno Franco
Com’è noto, la sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (del 12.3.2013, n. 6070), ha espresso una serie di principi di diritto in relazione all’ipotesi di cancellazione (volontaria) di una società di capitali dal registro delle imprese.
In sintesi, la Cassazione ha ritenuto che la suddetta cancellazione ha natura costitutiva e produce l’estinzione (immediata e definitiva) della società. Ne deriva che ciò produce inevitabili effetti di natura sostanziale e processuale sui rapporti attivi e su quelli passivi.
Innanzitutto va osservato che la cancellazione in presenza di rapporti non ancora definiti è ritenuta legittima e non ostacola l’estinzione della società in maniera definitiva ed irreversibile.
In merito alla sorte dei rapporti pendenti e, cioè, quelli non ancora definiti alla data della cancellazione dal registro delle imprese, rapporti di cui la Suprema Corte fa un’elencazione dettagliata (sopravvivenze o residui attivi non liquidati, sopravvenienze attive, diritti di credito incerti e/o illiquidi), appare opportuno evidenziare che, dal punto di vista sostanziale le Sezioni Unite del marzo 2013, si limitano a statuire che tra i soci si instaura un regime di contitolarità o di comunione indivisa sui crediti o sui beni non rinunziati e che “anche la relativa gestione seguirà il regime proprio della contitolarità o della comunione”.
Bruno Franco è un avvocato del Foro di Napoli presso lo Studio Rocco di Torrepadula dal 2012, dove svolge la propria attività soprattutto nel settore del diritto bancario, nei procedimenti esecutivi e nelle procedure fallimentari. Attualmente si sta specializzando nella materia prevista dal Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza e nei nuovi istituti da esso previsti. Quando non é al lavoro, Bruno si diverte a fare delle gite con moglie e figli.
Successive pronunce della Suprema Corte, hanno chiarito che il fenomeno successorio tra società estinta ed ex soci non è assimilabile ad una successione mortis causa (cfr. Cass. 22.6.2017, n. 15474), si tratta, invece, di un tipo di successione sui generis (cfr. Cass. 6.12.2019, n. 31933).
In sostanza i rapporti pendenti passano dalla società agli ex soci. Questo dal punto di vista sostanziale.
In tale sede, però, ci si vuole soffermare sulla problematica di natura processuale della successione agli ex soci dei diritti e degli obblighi della società estinta e della relativa prova.
Dal punto di vista processuale, infatti, emerge il problema relativo alla prova della qualità disuccessore della società estinta da parte dell’ex socio. In sostanza, al fine di agire (o resistere), ingiudizio nei confronti (o nell’interesse), dell’ex socio, è necessario provare in giudizio la sua qualità di successore della società estinta, la sua legittimazione attiva o passiva.
Com’è noto, l’onere della prova circa la legittimazione passiva del convenuto deve essere fornita necessariamente dalla parte che agisce in giudizio secondo la regola generale posta dall’art. 2697 c.c..
Sull’argomento la Suprema Corte ha statuito il seguente principio di diritto: “il socio di una società di capitali, estinta per cancellazione dal registro delle imprese, succede a questa nel processo a norma dell’art. 110 cod. proc. civ. – che prefigura un successore universale ogni qualvolta viene meno una parte – solo se abbia riscosso somme in base al bilancio finale di liquidazione, secondo quanto dispone l’art. 2495 c.c., comma 2: tale vicenda, infatti, non costituisce soltanto il limite di responsabilità del socio quanto al debito sociale, ma anche la condizione per la di lui successione nel processo già instaurato contro la società, posto che egli non è successore di questa in quanto tale, ma lo diventa nella specifica ipotesi, disciplinata dalla legge, di riscossione della quota” (cfr. Cass. 19.3.2014, n. 6468; nello stesso senso Cass. 22.6.2017, n. 15474).
Pertanto, seguendo il ragionamento della Corte, al fine di fornire la prova in giudizio della qualità diex socio della società estinta è necessario dimostrare che tale soggetto ha effettivamente riscosso la quota sociale in base al bilancio finale di liquidazione.
A ciò si aggiunga, però, che la Corte, nelle successive pronunce sul tema, si è spinta ancora più in avanti. Infatti, recentemente la Suprema Corte ha ritenuto che “in tema di effetti della cancellazione di società di capitali dal registro delle imprese nei confronti dei creditori sociali insoddisfatti, ferma comunque la legittimazione dei soci in quanto successori della società estinta, dei cui debiti essi rispondono secondo lo statuto della propria responsabilità, il disposto dell’art. 2495 c.c., comma 2, implica che, rispondendo i soci nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione, grava sul creditore l’onere della prova circa la distribuzione dell’attivo sociale e la riscossione di una quota di esso in base al bilancio finale di liquidazione, trattandosi di elemento della fattispecie costitutiva del diritto azionato dal creditore nei confronti del socio” (cfr. Cass. 6.12.2019, n. 31933).
In altre parole, la Corte, in quest’ultima pronuncia, ai fini dell’assolvimento dell’onere della prova circa la legittimazione passiva dell’ex socio, sembra richiedere due requisiti: 1) la prova che vi sia stata una distribuzione dell’attivo sociale; 2) la prova della riscossione della quota di esso da parte del socio in base al bilancio finale di liquidazione.
Se guardiamo la questione dal punto di vista del creditore che agisce in giudizio nei confronti dell’ex socio per recuperare il credito vantato nei confronti della società estinta, sembra che la prova richiesta dalla Corte di Cassazione non sia di facile reperibilità. Ed, infatti, anche se, in teoria, sarebbe possibile individuare e dimostrare l’esistenza di un attivo da distribuire (tramite il bilancio finale di liquidazione), non si comprende come può il creditore venire a conoscenza dell’effettiva riscossione della quota sociale da parte del socio. In pratica il creditore dovrebbe provare il versamento di denaro (tramite bonifico bancario o assegno), da parte della società in liquidazione al socio.
A complicare il quesito sta il fatto che non sempre la quota da distribuire è composta da denaro in forma liquida. Infatti, la quota può essere composta da beni di qualsiasi natura, anche non tracciabili, come ad esempio beni mobili, crediti, ecc..
Il quesito impone indubbiamente una riflessione.
Sarebbe opportuno che la Suprema Corte fornisca dei chiarimenti sul tema al fine di non permettereche il creditore si trovi nell’impossibilità di fornire la suddetta prova.
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 Cass. 
sui generis
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