Source: http://www.aletes.it/trasferimento-del-lavoratore-subordinato-per-incompatibilita-ambientale/
Timestamp: 2020-08-09 19:56:39+00:00

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La Suprema Corte di Cassazione con la sentenza che si riporta in commento affronta la questione inerente il trasferimento del lavoratore subordinato per ragioni di incompatibilità ambientale.
Nel caso di specie il trasferimento del lavoratore subordinato (dipendente pubblico) era avvenuto per incompatibilità ambientale con l’affidamento di nuove mansioni in presunta violazione dell’art. 52 D.lgs. n. 165/2001, sebbene le nuove mansioni erano riconducibili nello stesso livello di inquadramento contrattuale di quelle proprie della posizione di provenienza.
L’istituto del trasferimento per incompatibilità ambientale di cui all’articolo 32, comma 4, del T.U. 10 gennaio 1957, n. 3, (abrogato dal D.lgs. n. 31 Marzo 1998, n. 80, art. 43, quinto comma) prevedeva che “il trasferimento da una ad altra sede può essere disposto anche quando la permanenza dell’impiegato in una sede nuoce al prestigio dell’ufficio“. L’istituto è ora riconducibile alle ragioni tecniche, organizzative e produttive di cui all’art. 2103 C.c..
La sua adozione è subordinata ad una valutazione discrezionale dei fatti che possono fare ritenere nociva, per il prestigio ed il buon andamento dell’ufficio, l’ulteriore permanenza dell’impiegato in una determinata sede. Trattasi di un provvedimento che non ha carattere disciplinare, con la conseguenza che la sua legittimità prescinde dall’osservanza di qualsiasi altra garanzia sostanziale o procedimentale che sia stabilita per le sanzioni disciplinari.
In tali casi, il controllo giurisdizionale sulle comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive, che legittimano il trasferimento del lavoratore subordinato, deve essere diretto ad accertare soltanto se vi sia corrispondenza tra il provvedimento datoriale e le finalità che la P.A. datrice di lavoro ha posto a suo fondamento: il controllo stesso non può essere esteso al merito della scelta organizzativa, né questa deve presentare necessariamente i caratteri della inevitabilità, essendo sufficiente che il trasferimento concreti una tra le scelte ragionevoli che il datore di lavoro possa adottare sul piano tecnico, organizzativo o produttivo (cfr., in fattispecie riguardante un rapporto di lavoro privato, Cass. n. 4265/2007).
La riconduzione della disciplina del lavoro pubblico alle regole privatistiche del contratto e dell’autonomia privata individuale e collettiva, con conseguente devoluzione delle relative controversie alla giurisdizione del giudice ordinario, non ha eliminato la perdurante particolarità del datore di lavoro pubblico che, pur munito nella gestione degli strumenti tipici del rapporto di lavoro privato, per ciò che riguarda l’organizzazione del lavoro resta pur sempre condizionato da vincoli strutturali di conformazione al pubblico interesse e di compatibilità finanziaria generale. In questa ottica il D.lgs. n. 165 del 2001 ha disciplinato interamente la materia delle mansioni all’art. 52, e, al comma 1, ha sancito il diritto del dipendente ad essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto, o alle mansioni considerate equivalenti nell’ambito della classificazione professionale prevista dai contratti collettivi (testo anteriore alla sostituzione operata dal D.lgs. 27 ottobre 2009, n. 150, art. 62, comma 1).
La lettera del citato art. 52, comma 1, specifica un concetto di equivalenza “formale“, ancorato cioè ad una valutazione demandata ai contratti collettivi, e non sindacabile da parte del giudice. Ne segue che, condizione necessaria e sufficiente affinché le mansioni possano essere considerate equivalenti è la mera previsione in tal senso da parte della contrattazione collettiva, indipendentemente dalla professionalità specifica che il lavoratore possa avere acquisito in una precedente fase del rapporto di lavoro alle dipendenze della P.A.
A partire dalla sentenza resa dalle Sezioni Unite n. 8740/08, è principio costante nella giurisprudenza di legittimità che, in materia di pubblico impiego contrattualizzzato, non si applica l’art. 2103 C.c., essendo la materia disciplinata compiutamente dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 che assegna rilievo, per le esigenze di duttilità del servizio e di buon andamento della P.A., solo al criterio dell’equivalenza formale con riferimento alla classificazione prevista in astratto dai contratti collettivi, indipendentemente dalla professionalità in concreto acquisita, senza che possa quindi aversi riguardo alla citata norma codicistica ed alla relativa elaborazione dottrinaria e giurisprudenziale che ne mette in rilievo la tutela del c.d. bagaglio professionale del lavoratore, e senza che il giudice possa sindacare in concreto la natura equivalente della mansione (Cass. n. 17396/11; Cass. n. 18283/10; Cass. S.U. n. 8740/08; v. più recentemente, Cass. n. 7106 del 2014 e n. 12109 e n. 17214 del 2016).
Dunque, non è ravvisabile alcuna violazione dell’art. 52 D.lgs. n. 165/2001 qualora le nuove mansioni rientrino nella medesima area professionale prevista dal contratto collettivo, senza che il giudice possa sindacare in concreto la natura equivalente delle medesime mansioni. Restano, dunque, insindacabili tanto l’operazione di riconduzione in una determinata categoria di determinati profili professionali, essendo tale operazione di esclusiva competenza dalle parti sociali, quanto l’operazione di verifica dell’equivalenza sostanziale tra le mansioni proprie del profilo professionale di provenienza e quelle proprie del profilo attribuito, ove entrambi siano riconducibili nella medesima declaratoria.
Condizione necessaria e sufficiente affinché le mansioni possano essere considerate equivalenti è la mera previsione in tal senso da parte della contrattazione collettiva, indipendentemente dalla professionalità acquisita, evidentemente ritenendosi che il riferimento all’aspetto, necessariamente soggettivo, del concetto di professionalità acquisita, mal si concili con le esigenze di certezza, di corrispondenza tra mansioni e posto in organico, alla stregua dello schematismo che ancora connota e caratterizza il rapporto di lavoro pubblico (cfr. Cass. n. 11835 del 2009).
Ritornando al caso di specie, occorre sottolineare che il lavoratore era stato assegnato, in seguito al trasferimento, a mansioni corrispondenti ad una posizione organizzativa riconducibile alla sua categoria di inquadramento contrattuale. Pertanto, escluso il diritto del dipendente pubblico a permanere in un determinata posizione alla stregua di una verifica in senso sostanziale della equivalenza, il mutamento di mansioni non costituisce violazione dell’art. 52 D.lgs. n. 165/2001.
Corte di Cassazione Civile Sent. Sez. L Num. 2143 Anno 2017
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References: sentenza 
 art. 43
 Cass. 
 art. 62
 art. 52
 sentenza 
 art. 52
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.