Source: http://www.fondazionepromozionesociale.it/PA_Indice/149/149_agghiaccianti_violenze_subite_da_minori.htm
Timestamp: 2020-02-18 18:12:17+00:00

Document:
AGGHIACCIANTI VIOLENZE SUBITE DAI MINORI ASSISTITI
Prospettive assistenziali, n. 149, gennaio - marzo 2005
AGGHIACCIANTI VIOLENZE SUBITE DAI MINORI ASSISTITI PRESSO DUE COMUNITÀ DI TORINO
Mentre le autorità (Ministri, Assessori e Consiglieri regionali e comunali, Direttori delle Asl, ecc.) continuano a fornire rassicuranti notizie circa la situazione dei settori assistenziale e socio-sanitario, se si scava a fondo si scoprono sovente fatti allarmanti.
Segnalando all’autorità giudiziaria vicende penalmente perseguibili e/o intervenendo nei relativi processi ai sensi degli articoli 90 e 91 del codice di procedura penale (1), l’Ulces (Unione per la lotta contro l’emarginazione sociale) ha attivamente contribuito ad evidenziare situazioni lesive della dignità delle persone assistite e ad ottenere la condanna dei responsabili (2).
Anche nel caso in esame, come purtroppo quasi sempre avviene quando si verificano fatti che mettono allo scoperto le carenze del settore socio-assistenziale, i mezzi di informazione di massa (giornali, radio e Tv pubbliche e private) o non hanno trasmesso alcuna informazione o hanno fornito notizie assolutamente inadeguate rispetto alla gravità dei fatti verificatisi e alle responsabilità delle istituzioni.
La denuncia degli abusi sarebbe, invece, uno strumento efficace per ottenere dalle istituzioni i provvedimenti necessari affinché l’azione di prevenzione e di vigilanza sia condotta in modo adeguato.
Le gravi carenze delle istituzioni
In primo luogo osserviamo che le violenze subite dai minori ricoverati presso le comunità alloggio Peter Pan e Trilly, site nello stesso stabile di Corso Gabetti 18, Torino, sono anche la conseguenza di allarmanti carenze istituzionali:
– la mancata definizione, al momento dei fatti, da parte della Regione Piemonte delle strutture (comunità alloggio, ecc.) destinate ai minori con gravi problemi psichiatrici non curabili a domicilio dalla famiglia di origine oppure dagli affidatari parenti o non parenti (3). Sia per questo motivo che per le gravissime negligenze dei Comuni che avevano inviato alle comunità Peter Pan e Trilly minori da educare e da assistere, si sono verificati i terribili fatti che verranno descritti in questo articolo;
– l’autorizzazione al funzionamento rilasciata dal Comune di Torino, nonostante che le due comunità fossero inserite nello stesso stabile e comunicanti: nella prima erano ricoverati bambini di età compresa fra gli 8 ed i 12 anni e nell’altra adolescenti. Era quindi prevedibile il rischio di violenze da parte dei ragazzi più grandi nei confronti dei più piccini (4);
– l’assenza di riscontri per molti mesi delle segnalazioni fatte dai vicini di casa alle autorità (Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni del Piemonte e della Valle d’Aosta, Assessore all’assistenza del Comune di Torino, ecc.).
I più gravi episodi di violenza (5)
1. «L’esempio più emblematico è dato da I.T. all’epoca diciassettenne che nel suo soggiorno durato la bellezza di dieci giorni subì ben due aggressioni».
La prima avviene già nel giorno dell’ingresso (2 novembre 1999): riceve da un altro ragazzo della comunità «un pugno in pieno volto ed è portato all’ospedale Maria Adelaide. (…) Subisce una seconda violenza fisica l’8 novembre 1999: in mensa a pranzo è insultato, va in camera perché gli elementi violenti rifilano calci alla sua sedia, ma è seguito e ridiscende le scale e qui è colpito con pugni, calci e sputi da parte del branco guidato da A.P. e G.M.; si ripara nella stanza degli educatori che intervengono ma il branco ha il sopravvento; infine interviene la polizia da lui chiamata ed è portato all’ospedale in ambulanza».
2. Un’altra esperienza drammatica è stata vissuta da K.M. «Egli entra nella Peter Pan il 15 luglio 1999 (resta fino al novembre successivo). (…) Era stato preso di mira da alcuni ragazzi cattivi (T.B., S.B. e G.V.): lo insultavano e lo picchiavano. Lui per paura di ulteriori ritorsioni fisiche non ne parlava con gli educatori, ma questi erano perfettamente informati perché “le voci circolavano”. (…) Una sera, verso metà ottobre, un mercoledì alle ore 20,30 nella sala centrale della comunità T.B. e S.B., dopo averlo picchiato con una sbarra di ferro del letto, gli intimano di tirarsi giù i pantaloni e gli infilano l’appendi abiti nel sedere (che avevano prelevato nella camera del ragazzo). Lui non urla, perché gli altri gli avrebbero fatto più male. Dopo qualche giorno G.V. gli dice: “Mi piaci”, si tira giù i pantaloni e si sono sodomizzati (“inculati”) a vicenda. Ancora un giovedì K.M. va da T.B. per chiacchierare. Questi, sdraiato sul letto, gli dice: “Adesso me lo lecchi”. K.M. per paura accondiscende, pur chiarendo al compagno che sono cose che “non gli piacciono” perché a lui non piacciono i maschi. Questa richiesta di prestazione sessuale avviene prima della vicenda del branco».
«Delle gravi violenze successive a K.M. si parlò nella riunione d’équipe del 24 novembre 1999, presente la coordinatrice D.S. e il supervisore M.S. (…). Gli argomenti dibattuti sono due: la credibilità di K.M. e se segnalare il fatto ai servizi sociali e all’autorità giudiziaria. Salvo C.M. e R.B. che chiedono di segnalare il fatto ai servizi, gli altri educatori, compresa S.R. (e prevale questa seconda linea anche grazie al ruolo che ricopriva S.R. nell’ambito della comunità) sono di contrario avviso per non “rovinare” in modo irrimediabile i presunti colpevoli, nei cui confronti vengono assunti solo provvedimenti di carattere punitivo, in pratica nemmeno attuati».
3. Quelli sopra descritti non sono gli unici fatti di violenza avvenuti nelle comunità Peter Pan e Trilly. Ad esempio «A.P. racconta all’educatrice A.Z. che nel bagno T.B., S.B. e lui avevano sodomizzato con il manico di una spazzola N.T., altro elemento debole preso di mira dal gruppetto dei violenti. Sia la A.Z. che la A.B. dichiarano di aver dato le dimissioni proprio a causa del caos e degli episodi di violenza che accadevano in comunità».
4. Un’altra agghiacciante vicenda riguarda una ragazza «all’epoca diciassettenne che entra in comunità il 16 novembre 1999 (…). La sua testimonianza mette in luce l’immaturità ed il deficit mentale della ragazza, ormai maggiorenne, ma che – a detta della madre – gioca ancora con le bambole (…). Dal suo racconto emerge lo stupore di essere stata suo malgrado coinvolta in quella comunità a fare cose riprovevoli volgarmente da lei chiamate “porcherie”. G.V., C.M., A.P., S.B. e T.B. la portavano in bagno a fare le porcherie. Si abbassavano le mutande e la spogliavano ed è stata penetrata sia in vagina che analmente. Si facevano anche masturbare. I fatti sono avvenuti in camera sua, nel bagno e sul terrazzo quando gli operatori erano sotto a “banchettare”. È stata anche picchiata con schiaffi e pugni allo stomaco».
Da notare che la ragazza si lamenta con la coordinatrice e gli educatori della comunità «ma non le credono o non le danno nemmeno ascolto (“pensavano solo a prendere il caffè in compagnia” è l’amaro commento della ragazza). Infatti – prosegue la sentenza – chi l’ascolta, la porta in ospedale e si attiva per allontanarla dalla comunità è sua nonna».
Le inutili segnalazioni indirizzate alle autorità
Dalla citata sentenza del Tribunale di Torino emerge che le autorità non sono intervenute con la necessaria tempestività, nonostante l’estrema gravità delle segnalazioni ricevute (6). Ecco che cosa è scritto nella sentenza.
1. «Con lettera in data 19 ottobre 1998 il Difensore civico, informato e sollecitato dal Presidente del Tribunale Superiore delle Acque, richiedeva l’intervento del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni e del responsabile della Divisione servizi socio-assistenziali del Comune di Torino affinché si richiamasse la Assiogen ad un maggiore controllo dei propri ospiti che si erano “(...) subito distinti come elementi disturbatori ed asociali” con comportamenti molesti e talvolta anche mettendo in pericolo la loro incolumità “nella completa assenza di istitutori o di persone che li disciplinano”».
2. «Altra doglianza perveniva all’Assessore ai servizi socio-assistenziali del Comune di Torino dagli amministratori dei tre condomini viciniori (lettera in data 1° dicembre 1998) i quali segnalavano alcuni comportamenti “poco ortodossi” degli ospiti della comunità, percepiti dai residenti a dimostrazione “(...) dello stato di abbandono in cui sono lasciati i ragazzi ospiti della comunità, privi di adeguata e qualificata sorveglianza”. Nella lettera sono riportati alcuni episodi più significativi o ricorrenti (comportamenti sessuali molto spinti messi in atto a finestre spalancate, lancio di tegole nel sottostante marciapiede in orario diurno, “passeggiate” sul tettuccio delle auto parcheggiate, attraversamento in corsa, specie serale, della carreggiata di Corso Gabetti in concomitanza del flusso veicolare, attraversamento a piedi di una tettoia in plastica sul lato cortile, salita di alcuni ragazzi sul tetto della loro casa col rischio di precipitare da un’altezza di circa 10 metri, turpiloquio e insulti rivolti anche ai loro educatori, dispetti vari nei confronti dei vicini)».
3. «Nelle annotazioni di polizia giudiziaria del Nucleo di polizia giudiziaria presso la Procura della Repubblica del Tribunale per i minorenni si riferisce di un colloquio con un’ospite, M.M., la quale aspirava al ritorno in famiglia (sebbene il suo ingresso fosse avvenuto soltanto il 27 settembre 1998) perché più volte maltrattata dagli altri ragazzi della comunità e fatta oggetto di scherno per la corpulenza. Costei aggiungeva che (…) “gli educatori della comunità, nonostante richiamassero verbalmente i ragazzi violenti, non riuscivano fisicamente a contenere l’atteggiamento aggressivo nei suoi confronti”. (…) Riferiva anche che gli scontri fisici tra ospiti erano frequenti e citava il caso di tale A.L. che era dovuto ricorrere alle cure mediche presso il Pronto Soccorso dell’ospedale Gradenigo (certificato medico del 30 ottobre 1998)».
4. «In data 10 luglio 1999 due residenti si presentavano dal giudice Baldelli del Tribunale per i minorenni di Torino segnalando che la comunità alloggio Trilly-Peter Pan, ubicata nelle vicinanze delle loro abitazioni, era condotta in modo del tutto inadeguato “(…) in quanto gli educatori non sono in grado di gestire i ragazzi ospiti, i quali sono lasciati a loro stessi e creano situazioni di pericolo per la loro e l’altrui incolumità, oltre che di reale disturbo. Ad esempio qualche sera fa abbiamo visto un ragazzo appeso all’esterno della finestra, senza che nessuno lo controllasse o intervenisse. Gli stessi educatori si dichiaravano impotenti, affermando di essere addirittura picchiati dai ragazzi. Oppure amoreggiavano con i fidanzati mentre i ragazzi se ne stavano per conto loro».
Da notare che, in violazione delle norme vigenti, gli operatori «non apparivano tutti in possesso del titolo di educatore professionale, né aver terminato un percorso di riqualificazione».
Inoltre, il numero del personale non era sufficiente a rispondere alle esigenze dei minori, al punto da subire, come risulta da quanto riportato in precedenza, violenze da parte dei minori ricoverati.
1. A.B. «entra come educatore nel settembre 1999 e vi lavora un paio di settimane, quindi si dimette, perché non trovava il lavoro confacente al suo titolo di studio, ma anche perché l’intervento educativo era molto stressante per le difficoltà che si incontravano durante la giornata dovute alla scarsità del personale, alla tipologia di ospiti, al fatto che il proposito di mantenere la disciplina era presente solo a livello di riunioni, ma dimenticato nella pratica».
2. R.S. «afferma che la vita in comunità era molto dura per difetto di risorse economiche e di personale. Si dimette nel gennaio 2000 esasperata perché una sera, rincasando con l’altro educatore da un’uscita con i bambini piccoli, trova la comunità occupata dagli adolescenti, i quali scappano dalla struttura. Lei li insegue in macchina, li raggiunge in Via Po, sale sull’autobus per convincerli a rientrare, ma è presa a calci e scaraventata giù dal mezzo da uno dei fuggitivi».
3. A.Z. «ripetutamente lamenta nelle riunioni d’équipe la scarsità di educatori e alla fine, quando vede che l’organizzazione della struttura non muta e apprende dell’ennesimo episodio di violenza (…), dà le dimissioni».
4. T.E. «parla più volte nelle riunioni di équipe delle problematiche da affrontare con urgenza (sostituzione del coordinatore, inidoneità di turni con due educatori che dovevano badare a 17 minori) e nel settembre del 1999 dà le dimissioni perché si avvede che non ci sono prospettive di miglioramento».
5. R.B. «si dimette dopo aver lavorato appena un mese e mezzo».
6. T.M. «lascia il lavoro di educatrice perché incinta e perché gli educatori erano lasciati a sé stessi alle prese con una mescolanza troppo eterogenea di utenza “(…) tu eri per lo più molto solo lì dentro, per cui magari avevi un bambino che veniva a parlarti di un problema più suo, ma avevi l’altro che invece scappava sui tetti, per cui mi ricordo che più volte ho chiamato anche la Polizia perché dici qua da sola cosa faccio?”».
7. «La R.S. ricorda che, arrivata da appena dieci giorni in comunità e senza esperienza nel settore minorile, si era ritrovata a fare da tutor a un nuovo educatore».
8. «C.M. afferma che “si lavorava anche spesso in turni da soli, si era molto lasciati a sé stessi … facevi turni da sola, chi scappava sui tetti, chi ti chiedeva una cosa (…), eri sempre lì da solo».
9. F.O. «che due volte la settimana dal luglio 1999 dava ripetizioni a K.M., così descrive la comunità quando vi fece visita la prima volta: “La mia impressione era stata terribile. (…) C’era la porta aperta, era un appartamento enorme e c’erano questi ragazzi adolescenti seduti sulle scale, affastellati l’uno sull’altro, ragazzi e ragazze, era il momento precedente alla ristrutturazione dello stabile per cui c’erano porte divelte, mezze sfondate, i lettini mezzi sfondati (…) era pulito, però … dava un ambiente … di grande confusione, di abbandono. Avevo visto gli animatori che erano lì e mi erano sembrati pochi per il numero di ragazzi che c’era … in quel momento erano due, ed erano due e oltretutto mi ricordo che avevano gli occhi fuori dalla testa perché con tutti questi ragazzi … che poi non erano ragazzini, erano ragazzi, quindi già più difficili da gestire di bambini; c’era qualche bambina, avrà avuto 12 anni, erano due sorelline, mi ricordo … Per cui … niente, la prima impressione che ebbi era stata terrificante».
10. Il padre dell’ospite M.C. «paragona l’ambiente al Far West: “Soli, che ognuno faceva cosa voleva, chi faceva casino di qua, chi rompeva di là, chi sporcava di qua … sembrava un Far West dentro lì”».
11. «R.B. riferisce di aver iniziato il lavoro di educatrice in comunità un sabato e di essere rimasta subito colpita dal fatto che i bambini mangiavano con gli adolescenti. Successivamente si rendeva conto che al suo interno esisteva un “comitato di accoglienza”, un’organizzazione paracriminale di ragazzi che gestivano l’accoglienza (“… fin dal primo giorno venivano picchiati, tant’è che si mettevano accanto agli educatori … c’erano degli educatori che li difendevano, quindi loro stavano sempre quasi attaccati”)».
Le vistose carenze dell’azione di vigilanza
Considerata l’estrema gravità delle violenze verificatesi nelle comunità Peter Pan e Trilly, è sconvolgente rilevare che «le ispezioni (da parte dell’Ufficio di igiene, dell’Ufficio vigilanza, del Settore minori della Divisione servizi socio-assistenziali della Città di Torino) a carico della comunità, anche per il ripetersi degli esposti da parte degli abitanti viciniori, siano state numerose (…) sino all’autunno del 1999, ma non abbiano dato adito a rilievi».
Infatti, come abbiamo riportato in precedenza, la prima segnalazione sulla caotica situazione delle due comunità era stata rivolta in data 18 ottobre 1998 non solo al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni, ma anche al responsabile della Divisione dei servizi socio-assistenziali del Comune di Torino, mentre la seconda segnalazione era stata indirizzata direttamente all’Assessore all’assistenza del Comune di Torino il 1° dicembre 1998 (7).
Ciò nonostante «solo in data 19 ottobre 1999 (un anno dopo! n.d.r.) il dirigente del Settore minori del Comune di Torino, dr.ssa Merana, segnala “difficoltà di gestione della comunità in oggetto” e rilievi critici alla Assiogen giungono con lettera 28 febbraio 2000 sottoscritta dal dirigente M. Lo Cascio».
In merito alla vigilanza, nella sentenza si osserva, come aveva sostenuto l’avvocato dell’Ulces (8), che i controlli «forse» (sic!) erano effettuati «con griglie di valutazione piuttosto largheggianti (es. non è stata rilevata subito e richiesta la separazione fisica tra le due comunità), erano settoriali (agibilità, eliminazione delle barriere architettoniche, numero ospiti e operatori, ecc.), non hanno mai considerato (prima della relazione Merana) la compatibilità dei nuovi ingressi».
Da parte nostra rileviamo che, sulla base delle risultanze processuali, l’azione di vigilanza non ha preso in considerazione – e l’accertamento relativo era estremamente semplice – la mancanza della prescritta professionalità da parte dei coordinatori delle comunità Peter Pan e Trilly (9) .
Nella sentenza viene più volte affrontata la questione del personale addetto alle due comunità.
In primo luogo, dato «l’elevato inserimento di minori con disturbi psicopatologici», la cui percentuale dei «presenti nella struttura era di circa il 50%», viene evidenziata la necessità della presenza «nella posizione epicale della struttura (…) di un neuropsichiatra infantile», esigenza che non risulta che sia stata rilevata dagli organi di vigilanza del Comune di Torino, che avrebbero dovuto avvedersene visto il numero rilevante dei soggetti problematici ricoverati nelle due comunità.
Purtroppo, dai suddetti organismi non sono state nemmeno prese in considerazione le altre numerose carenze gestionali delle due comunità o lo sono state (come nel caso della comunicazione delle due strutture che favoriva l’accesso violento degli adolescenti nella comunità per i più piccoli) con un inspiegabile e inammissibile ritardo.
Mentre nella sentenza viene rilevato che «il controllo da parte degli organi pubblici è funzionale alla salvaguardia e tutela di beni di interesse generale», non vengono avanzati rilievi critici alle responsabilità, a nostro avviso gravi ed evidenti, del Comune di Torino, che intervenendo con un rilevante ed inspiegabile ritardo non ha impedito il verificarsi dei gravissimi fatti di violenza subiti dai fanciulli bisognosi di sostegno, educazione ed assistenza.
Le comunità erano «destinate ad esplodere»
Nella sentenza sono, altresì, evidenziate le vistose carenze strutturali delle comunità Peter Pan e Trilly. Esse non solo «esistevano separate solo sulla carta», ma era presente «una commistione di tipologie di utenza differenziate ed inconciliabili».
«Ne è derivato un raggruppamento per tipologie ove quello più numeroso riguardava soggetti con disturbi di personalità, talvolta anche abbastanza gravi, in alcuni casi con innesto su un deficit mentale. Un altro gruppo riguardava minori con situazioni di abbandono assistenziale legate ad un contesto di disgregazione socio familiare, un altro comprendeva adolescenti con tratti delinquenziali, altri erano casi propriamente psichiatrici, provenienti dal servizio di neuropsichiatria infantile e abbisognosi di cure farmacologiche e di interventi individuali di psicoterapia. (…) La percentuale degli ospiti con disturbi psicopatologici presenti nella struttura era di circa il 50%, il che determinava una situazione ingestibile in rapporto ai mezzi che offriva la comunità».
Secondo il già citato consulente tecnico Carulli, nelle due comunità «c’era una commistione di patologie così diverse tra loro, così poco curate, così poco attente che era destinata ad esplodere».
A ulteriore conferma del «clima infernale che regnava all’interno della comunità soprattutto nel secondo semestre del 1999», nella sentenza viene segnalato che «proprio a causa della variegata ed inconciliabile tipologia di utenti si era venuto formando il cosiddetto “comitato di accoglienza”, un manipolo costituito dagli elementi più violenti e turbolenti che spadroneggiava sui più deboli ed indifesi e che gli stessi educatori non erano in grado di arginare».
Altri dati sulle caratteristiche delle comunità alloggio Peter Pan e Trilly
Per l’istituzione delle comunità Peter Pan e Trilly, la società a responsabilità limitata Assiogen affitta e ristruttura un edificio sito in Torino, Corso Gabetti 18 che «doveva accogliere la comunità Trilly al piano primo, composta al massimo di otto minori in età compresa fra gli 8 e ed i 12 anni, e al piano terreno la comunità Peter Pan, che poteva accogliere fino a 12 ragazzi di età compresa fra i 12 ed i 18 anni».
Alla cooperativa la Libellula viene affidata la realizzazione e la conduzione delle due strutture.
«In data 18 novembre 1997 la Divisione servizi socio-assistenziali del Comune di Torino (determinazioni dirigenziali n. 91 e 92) rilasciava all’Assiogen l’autorizzazione definitiva all’apertura a al funzionamento per la comunità Peter Pan e provvisoria alla Trilly».
Le due strutture «potevano accogliere sino a 20 minori ed era prevista una retta giornaliera di base di lire 150 mila per ospite».
«All’Assiogen spettava la gestione amministrativa, finanziaria, gli aspetti logistici, l’acquisto dei pasti, la pulizia, le forniture dei beni. La Libellula gestiva la cooperativa, gli educatori (in gran parte anche soci d’opera), i rapporti con la proprietà».
A nostro avviso, è assai singolare (e la questione dovrebbe essere presa in attenta considerazione da parte delle istituzioni) il fatto che le comunità Peter Pan e Trilly siano state istituite dall’Assiogen, una società a responsabilità limitata (le cui garanzie economiche sono quindi circoscritte al capitale sociale) e che la gestione operativa sia stata affidata dall’Assiogen ad un altro ente, la cooperativa “La Libellula”.
Infatti, era evidente che sarebbero sorti conflitti fra l’Assiogen, a cui competeva concordare con il Comune di Torino l’importo delle rette, e la cooperativa La Libellula a cui spettava l’assunzione del personale, poiché ciascuna assunzione comportava per l’Assiogen maggiori oneri economici e quindi minori utili, mentre per la cooperativa La Libellula significava un minor carico di lavoro per i propri soci lavoratori e per l’altro personale.
Segnaliamo, inoltre, che il primo ragazzo è entrato in comunità nell’aprile 1998 e che la Peter Pan è stata chiusa nell’aprile 2000, mentre la Trilly ha cessato l’attività nell’estate dello stesso anno: dunque, nonostante le segnalazioni fatte dai vicini di casa fin dal 18 ottobre 1998, sono trascorsi quasi due anni prima che le comunità venissero chiuse.
Condannati l’amministratore della cooperativa a cui era affidata la gestione delle due comunità ed i due coordinatori “educativi”
Con sentenza del 23 aprile 2004, depositata in cancelleria il 9 agosto dello stesso anno, la IV sezione penale del Tribunale di Torino ha condannato A. B. alla pena di sei mesi di reclusione perché, in concorso con M. S. e D. S. dalla primavera del 1999 al febbraio 2000 «nella sua qualità prima di Presidente del Collegio sindacale e poi come amministratore della cooperativa La Libellula e, di fatto, come promotore e organizzatore delle comunità Peter Pan e Trilly, le gestiva in modo da determinare l’abbandono di minori ospiti parte dei quali degli anni quattordici e parte dei quali adolescenti maggiori degli anni quattordici con gravi deprivazioni e disturbi della personalità anche di natura psichiatrica e, in particolare:
– selezionando e accogliendo minorenni da ospitare nelle strutture comunitarie con caratteristiche (bambini piccoli, ragazzi con disturbi psichiatrici, con disturbi della personalità, vittime di abusi sessuali, con problemi delinquenziali) incompatibili con le capacità professionali degli operatori;
– selezionando e assumendo del personale educativo per le due comunità e professionalmente incompetente a trattare le tipologie dei minorenni ospitati;
– scegliendo come coordinatore degli educatori delle due comunità D. S. priva di competenze professionali necessarie e inadeguata al compito assegnatole;
– non garantendo alcuna formazione del personale educativo né di tipo medico-legale, né di tipo psichiatrico;
– non garantendo per prolungati periodi una presenza adeguata (almeno un operatore per comunità) nel corso delle ore notturne;
– occultando agli organismi di controllo (Comune di Torino) la reale situazione di crisi della comunità;
– non provvedendo alla reale e completa separazione delle due comunità Peter Pan e Trilly;
– non prevedendo una reale organizzazione e programmazione della vita della comunità (supervisione, attività interne ed esterne).
Con l’aggravante delle lesioni personali patite da M.K., J.T. e M.C.».
Inoltre, A.B. è stato condannato «al risarcimento dei danni tutti subiti dalle costituite parti civili, da liquidarsi in separato giudizio civile, assegnando una provvisionale, provvisoriamente esecutiva, di euro 8.000,00 (ottomila) in favore di M.C., di euro 6.000,00 (seimila) in favore di M.K., di euro 2.000,00 (duemila) in favore di J.T., nonché a rifondere alle parti civili le spese del processo».
Anche M.S. e D.S., i coordinatori che si sono succeduti nella conduzione delle due comunità alloggio, sono stati condannati dalla stessa IV Sezione penale del Tribunale di Torino alla pena (patteggiata) di mesi tre di reclusione per motivi analoghi a quelli sopra indicati.
(1) L’articolo 90 del codice di procedura penale stabilisce quanto segue: «1. La persona offesa dal reato, oltre ad esercitare i diritti e le facoltà ad essa espressamente riconosciuti dalla legge, in ogni stato e grado di procedimento può presentare memorie e, con esclusione del giudizio di cassazione, indicare elementi di prova. 2. La persona offesa minore, interdetta per infermità di mente o inabilitata, esercita le facoltà e i diritti ad essa attribuiti a mezzo dei soggetti indicati negli articoli 120 e 121 del codice penale. 3. Qualora la persona offesa sia deceduta in conseguenza del reato, le facoltà e i diritti previsti dalla legge sono esercitati dai prossimi congiunti di essa».
L’articolo 91 dello stesso codice di procedura penale così si esprime: «Gli enti e le associazioni senza scopo di lucro ai quali, anteriormente alla commissione del fatto per cui si procede, sono state riconosciute, in forza di legge, finalità di tutela degli interessi lesi dal reato, possono esercitare, in ogni stato e grado del procedimento, i diritti e le facoltà attribuiti alla persona offesa dal reato».
(2) Cfr. “Gestori e operatori di una casa di riposo condannati dal Tribunale di Mondovì”, Prospettive assistenziali, n. 135, 2001. L’Ulces si è costituita parte civile in altri due processi penali (ancora in corso) nei confronti di dirigenti e addetti di strutture socio-sanitarie.
(3) A seguito della vicenda delle comunità Peter Pan e Trilly, la Regione Piemonte ha definito – finalmente – i criteri relativi alle comunità terapeutiche per i minori con disturbi psichiatrici.
(4) Nel corso del processo, il consulente tecnico Carulli ha affermato che «un primo dato da tenere presente è quello della netta separazione tra adolescenti e bambini, da allogare in edifici diversi e distinti fra loro». Dalla sentenza risulta che «le comunità Peter Pan e Trilly esistevano separate solo sulla carta».
(5) Tutte le parti riportate tra virgolette sono tratte dalla sentenza della IV Sezione penale del Tribunale di Torino del 23 aprile 2004, depositata in Cancelleria il 9 agosto dello stesso anno.
(6) Ricordiamo che il primo ospite era entrato in comunità nell’aprile 1998.
(7) Segnaliamo che in data 30 ottobre 1998 un ospite delle comunità «era dovuto ricorrere alle cure mediche presso il Pronto soccorso» e che il 10 luglio 1999 era stata segnalata al giudice Baldelli del Tribunale per i minorenni l’inquietante situazione della struttura in oggetto.
(8) Nel corso del processo, l’Ulces è stata validamente rappresentata dall’avv. Anna Fusari.
(9) Circa il primo coordinatore delle due comunità, nella sentenza viene precisato che «era privo di formazione teorica». La persona che l’aveva sostituito nel compito di coordinatore non era in possesso del titolo di educatore: la sua specializzazione era di operatore turistico!

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