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Timestamp: 2018-06-24 05:26:25+00:00

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Irreversibilità dell’incapacità processuale, un caso di estinzione del reato - Cass. pen. 40831/17
Diritto, procedura, esecuzione penale - Reato - Carol Comand - 30/12/2017
Secondo le norme del codice di procedura penale nell’ipotesi in cui dagli accertamenti previsti risulta che lo stato mentale dell’imputato è tale da impedirne la cosciente partecipazione al procedimento e che tale stato è reversibile, il giudice deve disporre con ordinanza che il procedimento sia sospeso sempre che non debba essere definito con sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere.
Diversamente, ove sia accertato che lo stato mentale di incapacità a partecipare coscientemente al procedimento è irreversibile, il giudice che non ritenga ricorrano i presupposti per l’applicazione di misure di sicurezza, pronuncia sentenza di non luogo a procedere o sentenza di non doversi procedere.
Le disposizioni relative al procedimento devono poi essere correlate alle disposizioni sulla durata delle misure di sicurezza ed alle norme sulla prescrizione dei reati come recentemente modificate dalla Corte Costituzionale.
Nel recente caso esaminato dalla Corte di Cassazione lo stato di incapacità processuale irreversibile dell’imputato era stato accertato in fase dibattimentale ed il procedimento era rimasto sospeso per oltre due anni.
Il giudice adito, considerata la recente modifica normativa intervenuta a seguito di pronuncia della Corte Costituzionale, ha così constatato la prescrizione del reato ed annullato la pronuncia impugnata.
Con atto, depositato in data 18 agosto 2016, il Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di -omissis- ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza, pronunciata dal
Giudice di Pace di -omissis-, in data 9/05/2016, con motivazione contestuale, nei confronti di -omissis-, imputata del reato di minaccia continuata, ex art. 81 cpv, 612 cod. pen., in danno di -omissis-, e poi prosciolta per l'applicazione della causa di non punibilità ex art. 131 bis cod. pen..
Parte ricorrente ha dedotto una falsa applicazione dell'art. 131 bis cod. pen., trattandosi di violazioni ripetute nel tempo e dovendosi considerare abituale la condotta reiterata dell'imputata.
Con memoria, depositata in data 29 giugno 2017, la difesa di -omissis- ha
evidenziato l'inammissibilità del motivo, sotteso all'odierno ricorso, per carenza di sufficiente specificazione della circostanza fattuale, che dovrebbe indurre all'annullamento della sentenza impugnata. La presunta abitualità della condotta ascritta all'imputata non emergerebbe da alcun atto processuale, non essendosi svolta alcuna istruttoria, da cui si possa ricavare la riprova della reiterazione della condotta in contestazione. Per di più, lo stesso P.M., presso la
Procura di -omissis-, aveva richiesto non doversi procedere, ex art. 131 bis codice di rito, sicchè il ricorso apparirebbe inammissibile, anche per tale ragione. Da ultimo, in via subordinata, la difesa della -omissis- ha posto in luce che in ogni caso il reato sarebbe estinto, per intervenuta prescrizione, essendo stata dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 159 cod. pen., nella parte in cui non esclude la sospensione della prescrizione, nel caso in cui sia accertato che lo stato mentale dell'imputato sia tale da impedire la cosciente partecipazione del medesimo al processo. Tale ipotesi si sarebbe verificata, nella fattispecie, essendo stato accertato, in sede dibattimentale, tramite consulenza, uno stato di incapacità della -omissis- ed una condizione di irreversibilità di tale condizione mentale. In ulteriore subordine, la difesa della -omissis- ha chiesto l'assoluzione con formula piena, per carenze di prove, circa il comportamento ascritto all'imputata.
Occorre procedere per progressione, secondo le richieste avanzate da parte ricorrente.
La Corte di Cassazione, Sezioni Unite, secondo quanto risulta da informazione provvisoria risalente al 22 giugno c.a., ha recentemente deciso che la causa di non punibilità, per particolare tenuità del fatto, prevista dall'art. 131 bis cod. pen., non è applicabile nei procedimenti relativi ai reati di competenza del giudice di pace, in considerazione della disciplina speciale, valevole per questi giudizi( art. 34 D.Lgs. 28 agosto 2000, n. 274 ).
Ne consegue, per ciò solo, l'accoglibilità del motivo, sotteso al ricorso presentato dal P.G.,
sia pure per un profilo strettamente giuridico, di carattere assorbente, rispetto alla considerazione dei requisiti, richiesti dalla norma, per l'applicazione della citata disposizione.
Cionondimeno, conformemente a quanto indicato nella memoria difensiva da parte ricorrente, il reato, oggetto di giudizio, risulta estinto, per intervenuta prescrizione.
E ciò in considerazione del riscontro, durante il giudizio, di un periodo di sospensione, pari ad anni due e mesi cinque, determinato dalle condizioni, sopra menzionate, in cui versava e, a dire della difesa, versa tuttora la -omissis-.
La Corte Costituzionale, con sentenza n. 45/2015, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 159, primo comma, cod. pen., nella parte in cui, ove lo stato mentale dell'imputato sia tale da impedire la cosciente partecipazione al procedimento e questo venga sospeso, non esclude tale sospensione, quando è accertato che tale stato è irreversibile.
Orbene, nel caso di specie, sussistendo questa condizione, la prescrizione, pari a sei anni, maturata, a decorrere dalla data di cessazione del reato continuato, coincidente con il 10/03/2009, in coincidenza con il 1/04/2015, risulta anteriore alla data di emissione della sentenza impugnata, risalente al 9/05/2016, il che preclude qualsivoglia statuizione di natura civili, ivi compreso il riconoscimento delle spese, sostenute nel presente grado dalla parte civile
Si deve, pertanto, procedere all'annullamento, senza rinvio, della sentenza perché il reato è estinto per prescrizione.
Così deciso il 4/07/2017
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References: Cass. 
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 art. 81
 art. 131
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 art. 34
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