Source: https://www.laleggepertutti.it/277156_mobbing-chi-paga-il-risarcimento-del-danno
Timestamp: 2019-03-22 03:02:44+00:00

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Mobbing: chi paga il risarcimento del danno?
Malattia professionale: chi risarcisce i danni psichici al lavoratore dipendente mobbizzato dal datore di lavoro: l’azienda o l’Inail?
Quando un dipendente subisce continue persecuzioni da parte del datore di lavoro, che mira ad emarginarlo e a mortificarlo, ci sono le condizioni per avviare contro di lui una causa per mobbing. Il giudizio è naturalmente rivolto a interrompere le condotte moleste e a ottenere un risarcimento del danno, tanto morale quanto patrimoniale (quest’ultimo solo se il lavoratore è stato costretto, a causa dell’illecito comportamento del capo, a dimettersi per giusta causa). Ebbene, in tali ipotesi sorge spontanea una domanda. in caso di mobbing, chi paga il risarcimento del danno? È l’Inail – in quanto ente preposto a liquidare tutti i danni da malattia professionale – o l’azienda, cui in definitiva è imputabile la condotta illegale? La risposta è stata fornita dalla Cassazione con un’ordinanza pubblicata poche ore fa [1].
Procediamo con ordine e vediamo meglio cos’è il mobbing, entro quanto tempo fare causa, come agire e contro chi agire, ma soprattutto da chi aspettare il pagamento dell’importo liquidato dal giudice.
1 Mobbing: cos’è e quando scatta?
2 Responsabilità del datore di lavoro per mobbing
3 Chi paga il risarcimento del danno da mobbing?
Mobbing: cos’è e quando scatta?
Il mobbing si verifica quando il datore di lavoro, i superiori (cosiddetto «mobbing verticale») o i colleghi (cosiddetto «mobbing orizzontale») realizzano una serie di condotte vessatorie e mortificanti ai danni del lavoratore. Tali condotte devono essere tutte rivolte a un unico intento persecutorio. In alcuni casi si tratta di una precisa strategia finalizzata all’estromissione del lavoratore dall’azienda.
Dunque i requisiti del mobbing sono:
la pluralità delle azioni illecite. Una singola azione, per quanto illegittima, non può essere mobbing (si pensi a una dequalificazione);
la reiterazione di tali condotte nel tempo. In assenza di tale elemento si configura un illecito simile ma meno grave del mobbing: lo straining;
l’unitarietà del fine che le sorregge: ossia la persecuzione e l’emarginazione del dipendente;
una lesione alla sfera professionale, morale, psicologica e/o fisica del lavoratore.
Esempi concreti di mobbing sono: situazioni di emarginazione, demansionamento, inattività coatta, denigrazione, dequalificazione, discriminazione professionale, idonei a configurare un vero e proprio terrorismo psicologico. Ma anche una brusca e improvvisa interruzione della carriera professionale; un ambiente di lavoro ostile; le umiliazioni e pressioni psicologiche comportanti sofferenze morali, danni alla vita di relazione ed esaurimento nervoso; la negazione di ferie e permessi formalmente legittimi, ecc.
Sia in caso di mobbing verticale che orizzontale scatta sempre la responsabilità del datore di lavoro. Quest’ultimo infatti, in base a quanto disposto dal Codice civile, è obbligato a tutelare le condizioni di salute dei dipendenti. Dunque è l’azienda che risponde sia delle condotte del capo, che degli altri dipendenti (superiori gerarchici o colleghi di lavoro), poste ai danni del dipendente mobbizzato. Ad escludere la responsabilità del datore non può bastare un mero e tardivo intervento “pacificatore” se ad esso non ha fatto seguito anche l’adozione di concrete misure di tutela e di vigilanza.
Chi paga il risarcimento del danno da mobbing?
Il dipendente mobbizzato ha diritto al risarcimento per la lesione all’integrità psico-fisica subita. Egli deve agire in tribunale contro il datore di lavoro e dimostrare che suddetta lesione è dipesa proprio dal mobbing.
Tuttavia, materialmente, a pagare il risarcimento del danno da mobbing è l’Inail e non il datore. Difatti, come spiega la Cassazione, la tutela assicurativa dell’ente previdenziale copre ogni forma di tecnopatia, fisica o psichica, che si può ritenere conseguenza dell’attività di servizio. Una volta pagato il dipendente l’Inail agirà in regresso nei confronti dell’azienda colpevole.
La copertura dell’Inail scatta anche quando il danno biologico lamentato dal lavoratore non è compreso fra le malattie tabellate o fra i rischi indicati in modo specifico nella tabella delle malattie professionali risarcite dall’Inail. E ciò perché l’ente è tenuto a coprire anche le patologie che sono conseguenza dell’organizzazione del lavoro e delle modalità di esplicazione.
Come già chiarito dalla Cassazione l’anno scorso [2], nell’ambito del sistema del Testo Unico, sono indennizzabili tutte le malattie fisiche o psichiche la cui origine debba essere ricondotta al lavoro o alle modalità con le quali esso si esplica. Infatti, «il lavoro coinvolge la persona in tutte le sue dimensioni” e la sottopone a rischi che rilevano sia per la sfera fisica che per quella psichica, con la conseguenza che “ogni forma di tecnopatia che possa ritenersi conseguenza di attività lavorativa risulta assicurata all’Inail, anche se non è compresa tra le malattie tabellate o tra i rischi tabellati». Tra di esse va annoverata, pertanto, anche quella derivante da mobbing.
[1] Cass. ord. n. 6346/19 del 5.03.2019.
[2] Cass. sent. n 20774/2018.
Autore immagine. imprenditore ricco di Nuvolanevicata
Cassazione sentenza n. 20774/2018.
Con sentenza n. 294/2012 la Corte d’Appello di Perugia ha rigettato il gravame proposto da L.A., in qualità di erede di P.P. deceduto nel corso del giudizio di primo grado, contro la sentenza con la quale era stata respinta la domanda intesa ad ottenere il riconoscimento della natura professionale della malattia cagionata al de cuius dalla condotta vessatoria tenuta nei suoi confronti dalla datrice di lavoro, l’Università degli Studi di Perugia, che aveva partecipato al giudizio a seguito di chiamata in causa da parte dell’Inail.
A fondamento della sentenza la Corte d’Appello confermava la conclusione cui era pervenuto il giudice di primo grado il quale aveva ritenuto non tutelabile nell’ambito dell’assicurazione obbligatoria gestita dell’Inail la malattia derivante non direttamente dalle lavorazioni elencate nel D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 1, bensì da situazioni di costrittività organizzativa, come il mobbing dedotto nel ricorso introduttivo, richiamandosi alla sentenza del Consiglio di Stato n. 1576 del 17 marzo 2009 la quale ha sostenuto che la malattia professionale per essere indennizzabile deve rientrare nell’ambito del rischio assicurato ex art. 3, e art. 1, comma 3 T.U. 1124. Secondo la Corte d’Appello il rischio rilevante doveva essere comunque connesso, anche se indirettamente, con le lavorazioni di cui al D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 1. D’altra parte, come rilevava il tribunale di primo grado, mentre l’infortunio è oggetto di tutela assicurativa se avvenuto “in occasione di lavoro”, la malattia professionale in base all’articolo 3 è tutelabile a condizione che sia stata contratta “nell’esercizio e a causa delle lavorazioni” e quindi deve essere causalmente collegata alla specifica attività svolta dall’assicurato, mentre nessun rilievo può essere attribuita all’organizzazione del lavoro.
1.- Con il primo motivo viene dedotta violazione e falsa applicazione dell’articolo 112 c.p.c. e del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato anche con riferimento agli artt. 115,416 e 436 c.p.c., ed al generale principio di non contestazione. Nullità della sentenza di secondo grado (art. 360 c.p.c., n. 4); ciò in quanto la Corte d’Appello di Perugia era incorsa nel vizio di ultrapetizione o extrapetizione avendo pronunciato oltre i limiti della domanda e dell’eccezioni proposte dalle parti ovvero su questioni non formanti oggetto del giudizio, essendo incontestato tra le parti che la costrittività organizzativa fosse indennizzabile ai sensi del d.p.r. n. 1124/1965, anche se non tabellata, ed attenesse comunque ove provata in concreto, ad un rischio specifico cosiddetto improprio tutelato dal D.P.R..
Il motivo, col quale si sostiene in sostanza che i giudici non potessero rilevare d’ufficio l’infondatezza del diritto fatto valere con la domanda, sotto il profilo della mancata copertura assicurativa da parte del D.P.R. n. 1124 del 1965, del rischio legato alla malattia in oggetto, è privo di fondamento, trattandosi piuttosto di una questione giuridica, come tale rilevabile d’ufficio e che pertanto prescinde dalle contestazioni o dalle ammissioni delle controparti.
2. Col secondo motivo viene dedotta violazione e falsa applicazione del D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, art. 1, commi 1 e 4, art. 3, art. 4, comma 1, e artt. 66 e 74, e del D.Lgs. 23 febbraio 2000, n. 38, art. 13, anche in relazione ai principi affermati dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Cassazione con riferimento all’elenco (lista 2, gruppo 7, voce 01) delle malattie professionali aggiornato; approvato con D.M. Lavoro 11 dicembre 2009, emanato in attuazione del D.P.R. n. 1124, art. 139, e D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 10, comma 1. Violazione dell’art. 115 c.p.c. (art. 360 c.p.c., n. 3) avendo la Corte errato nel disconoscere la indennizzabilità delle malattie psicofisiche derivanti dalla costrittività organizzativa sul presupposto che essa non attenga mai ad un rischio specifico tutelabile dal D.P.R. n. 1124 del 1965; tanto più che il D.M. Lavoro 11 dicembre 2009, ha approvato una nuova tabella in cui ha inserito espressamente le disfunzioni della organizzazione del lavoro vale a dire la cosiddetta costrittiva organizzativa nella lista due.
2.2. Invero secondo il risalente e costante orientamento giurisprudenziale di questa Corte in materia di assicurazione sociale di cui al D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 1, rileva non soltanto il rischio specifico proprio della lavorazione, ma anche il c.d. rischio specifico improprio; ossia non strettamente insito nell’atto materiale della prestazione ma collegato con la prestazione stessa: come questa Corte ha affermato in svariate occasioni (per le attività prodromiche, per le attività di prevenzione, per gli atti di locomozione interna, le pause fisiologiche, le attività sindacali) ai sensi dell’art. 1, TU in materia di infortuni sul lavoro (cfr., tra le tante, Cass. 13882/16, Cass.7313/2016, Cass. 27829/2009; Cass. 10317/2006, Cass. 16417/2005, Cass.7633/2004, Cass.3765/2004, Cass. 131/1990; Cass. 12652/1998, Cass. 10298/2000, Cass. 3363/2001, Cass. 9556/2001, Cass.1944/2002, Cass.6894/2002, Cass.5841/2002″ Cass. 5354/2002). Lo stesso orientamento è stato riaffermato da questa Corte, a proposito dell’art. 3, TU e delle malattie professionali, nella sentenza n. 3227/2011, con la quale la protezione assicurativa è stata estesa alla malattia riconducibile all’esposizione al fumo passivo di sigaretta subita dal lavoratore nei luoghi di lavoro, ritenuta meritevole di tutela ancorchè, certamente, non in quanto dipendente dalla prestazione pericolosa in sè e per sè considerata (come “rischio assicurato”), ma soltanto in quanto connessa al fatto oggettivo dell’esecuzione di un lavoro all’interno di un determinato ambiente.
2.3. L’evoluzione in discorso si riallaccia pure a quella registrata a livello normativo nell’ambito dell’infortunio in itinere, ai sensi dell’art.12 del d.lgs. 38/2000, il quale esclude in realtà qualsiasi rilevanza all’entità professionale del rischio o alla tipologia della specifica attività lavorativa cui l’infortunato sia addetto; apprestando tutela ad un rischio generico (quello della strada) cui soggiace, in realtà, qualsiasi persona che lavori (Cass. 7313/2016).
2.4. Ulteriore estensione dell’ambito della tutela assicurativa è stata realizzata sulla scorta della nozione centrale di rischio ambientale, che vale oggi a delimitare tanto oggettivamente le attività protette dall’assicurazione (lo spazio entro il quale esse si esercitano, a prescindere dalla diretta adibizione ad una macchina); quanto ad individuare i soggetti che sono tutelati nell’ambito dell’attività lavorativa (tutti i soggetti che frequentano lo stesso luogo a prescindere dalla “manualità” della mansione ed a prescindere dal fatto che siano addetti alla stessa macchina). Tanto in conformità al principio costantemente affermato dalla giurisprudenza costituzionale secondo cui a parità di rischio occorre riconoscere parità di tutela (con riferimento al rischio ambientale, Corte Cost. 4.7.74 n. 206; 9.7.1977 n. 114). In tal senso questa Corte si è espressa a Sez. Unite con la pronuncia 3476/1994 rapportando la tutela assicurativa “al lavoro in sè e per sè considerato e non soltanto a quello reso presso le macchine”, essendo appunto la pericolosità data dall’ambiente di lavoro.
2.5. Ed ancora, nella stessa direzione muove, soprattutto, la nota sentenza della Corte Cost. n. 179/1988 che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, del testo unico numero 1124 del 1965 nella parte in cui non prevede che “l’assicurazione contro le malattie professionali nell’industria è obbligatoria anche per le malattie diverse da quelle comprese nelle tabelle allegate concernenti le dette malattie e da quelle causate da una lavorazione specificata”, talchè, come riconosciuto da questa Corte con sentenza n. 5577/1998, l’assicurazione contro le malattie professionali è obbligatoria per tutte le malattie anche diverse da quelle comprese nelle tabelle allegate al citato testo unico e da quelle causate da una lavorazione specificata o da un agente patogeno indicato nelle tabelle stesse, purchè si tratti di malattie delle quali sia comunque provata la causa di lavoro.
2.6. Tale interpretazione è oggi confermata testualmente dalla L. n. 38 del 2000, art. 10, comma 4, dal quale risulta che “sono considerate malattie professionali anche quelle non comprese nelle tabelle di cui al comma 3 delle quali il lavoratore dimostri l’origine professionale”.
2.7. A tale ricostruzione fa altresì riscontro il fondamento della tutela assicurativa, il quale ai sensi dell’art. 38 Cost., deve essere ricercato, non tanto nella nozione di rischio assicurato o di traslazione del rischio, ma nella protezione del bisogno a favore del lavoratore, considerato in quanto persona; dato che la tutela dell’art. 38 non ha per oggetto l’eventualità che l’infortunio si verifichi, ma l’infortunio in sè; ed è questo e non la prima l’evento generatore del bisogno tutelato, sia in termini individuali che sociali, posto che, come riconosciuto dalla Corte Cost. l'”oggetto della tutela dell’art.38 non è il rischio di infortuni o di malattia professionale, bensì questi eventi in quanto incidenti sulla capacità di lavoro e collegati da un nesso causale con attività tipicamente valutata dalla legge come meritevole di tutela” (sentenza n. 100 del 2.3.1991).
2.8. In tale ottica, pertanto, non può neppure sostenersi che il premio assicurativo INAIL abbia la funzione di delimitare la tutela assicurativa a rischi precisamente individuati in base alle tabelle; assolvendo invece la precipua funzione di provvedere al finanziamento del sistema, in conformità ai requisiti costitutivi della tutela nei termini fin qui ricostruiti: “il distacco dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro dal concetto statistico-assicurativo di rischio, al quale era originariamente legata (distacco che può considerarsi compiuto con la sentenza di questa Corte numero 179 del 1988) è sollecitata da un’interpretazione dell’art. 38, comma 2, coordinata con l’art. 32 Cost., allo scopo di garantire con la massima efficacia la tutela fisica e sanitaria dei lavoratori” (ancora Corte Cost. n. 100/1991).
Depositato in Cancelleria il 17 agosto 2018

References: Cass. 
 Cass. 
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 art. 1
 sentenza 
 art. 3
 art. 1
 art. 1
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 art. 1
 art. 3
 art. 4
 art. 13
 art. 139
 art. 10
 art. 1
 Cass. 
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 art. 10
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