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Timestamp: 2018-05-20 17:33:33+00:00

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Editoriali 1998-2003
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Festa dell'architettura del 07/12/1998
Alcune considerazioni in ordine sparso a margine della "Festa dell'Architettura".
- L'Architettura tornerà ad assumere un ruolo ufficiale all'interno della politica culturale della Nazione.
All'interno del rinnovato Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, ad esempio, è previsto un Dipartimento per l'Architettura (e per l'Arte Contemporanea) discipline che, dal dopoguerra ad oggi non avevano goduto né di attenzioni, né di protezioni, né di riconoscimenti ufficiali.
E' una importante "innovazione", per la cultura italiana che si allinea con altri Paesi europei la Francia, in particolare che, come sappiamo, ha sempre più incentivato la produzione della buona architettura mantenendo ininterrottamente il rapporto tra architettura e cultura nazionali negli ultimi due secoli.
Si sollecita, al riguardo, la lettura dell'ultimo numero della Rivista "L'Architetto" (Novembre 1998, n° 131) in particolare gli scritti di Walter Veltroni e di Catherine Trautmann Ministro francese della Cultura.
- L'Ordine degli Architetti di Ravenna ha lavorato in accordo con il Consiglio Nazionale per l'organizzazione di un incontro - al quale sono intervenuti sia il Sindaco di Ravenna (insieme agli Assessori alla Cultura e all'Ambiente), sia il Soprintendente con i funzionari di zona - nell'occasione della Giornata dell'Architettura (il 28 novembre) nel corso della quale, simbolicamente, l'Ordine di Ravenna ha "adottato un monumento" del Movimento Moderno (la Centrale Termoelettrica di Porto Corsini, realizzata da Ignazio Gardella nel 1957).
Nella sostanza sia il Soprintendente sia il Sindaco di Ravenna hanno testimoniato del carattere di ineludibilità dell'architettura (storica, moderna e contemporanea).
- Le attenzioni che ora vengono rivolte all'architettura non paiono dunque dettate da convenienze politiche contingenti, come dimostrano il progetto di riordino delle normative sui concorsi, quello delle competenze professionali, la rinnovata attenzione per i "Concorsi di idee" e le modalità previste per l'inserimento dei giovani architetti nella professione nel quadro più generale di un progetto che dovrà soddisfare le esigenze della conservazione e della innovazione nell'ambito della politica territoriale italiana.
E' un'affermazione (ed insieme un monito agli architetti) contenuta nel già citato scritto di Walter Veltroni.
E' un'affermazione importante poiché essa chiama, indirettamente, gli architetti a rendere conto del loro operato; la professione dell'architetto infatti può essere difesa, ma gli architetti dovranno comunque onorarla. Con "professionalità"; quindi, con coscienza, capacità, impegno e rispetto delle regole. Tra queste, non ultima, la buona regola di un corretto rapporto con i committenti.
La "buona architettura" si sostanzia della cultura di chi progetta e si manifesta - a livello progettuale - nella produzione di disegni esecutivi completi integrati da descrizioni, computi e capitolati adeguati.
- "La qualità della progettazione" coinvolge, ovviamente, le strutture universitarie ma, riguarderà in futuro anche gli ordinamenti professionali.
Gli "aggiornamenti" (corsi e seminari) saranno perciò momenti di apprendimento ma, soprattutto, occasioni di incontro tra architetti.
Senza nulla togliere all'apporto culturale fornito dalla pubblicistica di architettura con la quale, però, l'architetto instaura spesso un rapporto a due, si ritiene importante il dialogo che si instaura, nel corso di un Seminario, sia con chi porta le proprie esperienze e conoscenze sia con chi "condivide" con noi - discutendone - i diversi apporti disciplinari.
I diritti (e le competenze) degli architetti si affermano (e si difendono) oggi con maggiore convinzione nei confronti sia delle altre professioni tecniche, sia delle committenze pubbliche e private; è questo il concreto risultato di una stima che ci viene rinnovata a livello nazionale e che è opportuno non deludere.
Nullo Pirazzoli - Presidente
Mauro Benericetti - Vice Presidente
Gioia Gattamorta - Segretario
M. Cristina Violani - Tesoriere
Paolo Bassi - Consigliere
Gino Mazzone - Consigliere
Veniero Vallerani - Consigliere
Parole nel vuoto? del 04/11/1998
Si è svolto a Napoli, nelle giornate del 23, 24, 25 Ottobre, il convegno L'architetto in Europa. La formazione universitaria e i nuovi orizzonti della professione.
Quella che sarebbe dovuta essere un'occasione per dibattere sul nuovo ruolo che l'architetto deve rivestire all'interno della Comunità Europea si è tradotta in una divagazione sul tema, lasciando senza spazio la trattazione dei reali problemi legati alla didattica, alla formazione universitaria ed alla professione.
Le parole dei presidi e dei docenti intervenuti hanno dato una immagine delle nostre facoltà di architettura che rispecchia sì i gravi disagi economici, di strutture e di sovraffollamento, ma non racconta le lacune didattiche/culturali dovute principalmente ad un corpo docente ormai vecchio e privo di stimoli, alla mancanza assoluta di ricerca e di dibattito, e ad una struttura basata sempre di più sul volontariato, sui "cultori della materia" e sui professori a contratto esterni.
Si è parlato invece di come poter adattare i corsi di laurea italiani ad una organizzazione di stampo europeo/anglosassone proponendo una suddivisione del corso di studi in un periodo di cultura generale, uno di specializzazione ed un master finale. Un sistema, quello europeo, sicuramente funzionale ma inapplicabile all'attuale sistema italiano senza aver prima effettuato un azzeramento dell'attuale struttura universitaria.
Largo spazio si è dato invece alla trattazione dei corsi di laurea brevi. Una strada percorribile, è stato detto, sempre che sia affiancata da un coordinamento legislativo in grado di gestire e tutelare le competenze delle varie figure professionali che si troverebbero ad operare nel settore dell'architettura e dell'edilizia. Il dato di fatto, invece, è quello che in alcune sedi universitarie sono già stati attivati i corsi di laurea breve (alcuni stanno arrivando alla conclusione) mentre come sappiamo, in Italia non c'è ancora una corretta distinzione delle competenze professionali.
L'attenzione verso le richieste di un mercato sempre più indirizzato agli aspetti economici piuttosto che a quelli umanistici/culturali, ha portato a delineare la figura dell'architetto del 2000 come quella di un coordinatore del progetto: una decostruzione, quindi, della "completezza" culturale dell'architetto che male si adatta al suo ruolo storico.
Altro tema sfiorato dal convegno è stato quello del "concorso di idee", unico strumento in grado di superare il momento di stallo che appiattisce da oltre 50 anni la nostra cultura e di offrire quella vivacità intellettuale indispensabile per crescere ed affrontare le esigenze del nuovo millennio.
Un tema scottante, quello del concorso di idee, che spinge, seguendo anche le teorie dell'ex ministro Valter Veltroni, ad una militanza da parte degli Ordini professionali e del C.N.A. mirata alla sensibilizzazione delle Amministrazioni e degli Enti pubblici e privati affinché utilizzino questo strumento per offrire reali opportunità di sviluppo sia ai progettisti che alla società, e per risollevare il quadro apocalittico descritto da Giorgio Grassi: "La nostra è una situazione sciagurata, assurda e deprimente. La scena architettonica è dominata da star che creano eventi ma, purtroppo, costruiscono allo stesso modo in tutte le città del mondo".
Un'ultima riflessione è dedicata alla poca ricorrenza, durante le tre giornate, della parola Architettura. La domanda Che cosa è l'architettura?, che ha assillato la mente dei Maestri da Mies a Kahn, non ha sfiorato le menti dei relatori fatta eccezione per il dibattito avvenuto fra Francesco Dal Co, Vittorio Magnago Lampugnani, David Chipperfield e Kenneth Frampton. Solo in questo momento è emersa la figura intellettuale dell'architetto, frustrata dalla condizione di ignoranza culturale e relegata in un mondo a parte.
L'affermazione di Lampugnani è stata chiara: Se l'architetto è solo un tecnico o solo un umanista sbaglia il suo lavoro. E la riflessione sui nuovi profili professionali è opportuna e non riducibile ad una mera riforma del piano di studi. La discussione, focalizzata sulla contraddizione fra tradizione e sradicamento culturale; fra innovazione sterile, dettata dalle leggi del mercato ed impegno intellettuale nel costruire un futuro alleggerito dal passato; fra cultura del progetto e sfruttamento dell'esistente, è stata conclusa da Dal Co con un'emblematica domanda: Come è possibile che si possano affidare le nostre speranze al più schifoso dei vincitori di questa società, il Mercato?
Capacità/competenze del 17/11/2000
Abbiamo preso con decisione la strada del non-compromesso in materia di vigilanza sulle competenze professionali delle tre principali figure di Tecnici abilitati (architetti, ingegneri, geometri).
Sappiamo tutti che, numericamente, la gran parte delle pratiche edilizie (spesso, anche urbanistiche) sono firmate dai geometri che - per Legge - non hanno le stesse competenze professionali dei laureati in architettura ed ingegneria.
Non ci sarebbe niente di male (in astratto!) perché - come tutti sappiamo - in quella categoria (come in tutte le categorie, peraltro) stanno tecnici le cui capacità nessuno mette in dubbio.
Ma, nella realtà, un conto sono le capacità (individuali), altro le competenze (professionali).
Non è, quindi, la nostra una guerra d'attacco. Semmai una difesa "in nome delle Leggi".
L'Ordine degli Architetti "non ce l'ha" per partito preso con le categorie "concorrenti".
Ha deciso perciò di intraprendere azioni legali anche nei confronti di chi (Comuni, Enti pubblici, Uffici Ministeriali), non svolge il necessario controllo sulla legittimità delle diverse competenze professionali nel momento in cui si rilasciano autorizzazioni, nullaosta, concessioni.
Perciò ci stiamo organizzando autonomamente, soprattutto all'interno delle Commissioni Edilizie. Gli architetti che ci rappresentano, infatti, sono ormai tutti unitariamente impegnati - oltreché nella difesa dell'architettura e del territorio - anche nella vigilanza sulle competenze professionali.
E' frutto anche di una tale attenzione il ricorso dell'Ordine al T.A.R. dell'Emilia Romagna nei confronti del Comune di Riolo Terme e della Soprintendenza, contro l'affidamento dell'incarico professionale di ampliamento di un Cimitero comunale ad un geometra.
Paolo Bassi - Vice Presidente
Miria Manzoni - Tesoriere
Monica Angelini - Consigliere
Paolo Bolzani - Consigliere
La manutenzione dei monumenti del 28/09/1998
Riteniamo che non dovrebbero sussistere dubbi sul concetto di Restauro così come espresso nella Legge che regola le professioni dei tecnici laureati ingegneri e architetti, riconoscendo a questi ultimi la competenza in materia, appunto, di restauro.
Tale concetto, nello spirito della Legge, così come nella cultura internazionale comprende evidentemente tutti, indistintamente, quegli interventi che - a prescindere da ogni valutazione quantitativa - siano finalizzati al mantenimento, alla conservazione o, addirittura, al parziale ripristino di un edificio.
La Legge citata individua altresì gli edifici "vincolati" come meritevoli delle "attenzioni" e delle "cure" esclusive degli architetti.
Le "attenzioni" (tutela, salvaguardia, intervento diretto) sono esercitate dagli architetti che operano all'interno delle Soprintendenze (soltanto gli architetti possono esercitare tali funzioni all'interno dell'organizzazione statale) mentre le "cure" possono essere svolte ed esercitate anche da architetti esterni all'organizzazione statale, cioè dai liberi professionisti iscritti agli Ordini.
Succede, non di rado purtroppo, che attraverso l'escamotage della categoria di intervento della manutenzione - che concettualmente lo ribadiamo rientra nel restauro, ma che per normativa di piano regolatore può anche venire da esso distinta secondo parametri esclusivamente quantitativi, non qualitativi - venga tradito lo spirito della Legge, cosicché il progetto di manutenzione (inteso come "restauro di minore portata") possa essere anche affidato ad un tecnico che non abbia la qualifica di architetto.
Tale incongruenza si evidenzia maggiormente laddove il bene architettonico, interessato da un progetto di manutenzione, sia meritevole - seppure non ancora "vincolato" dalla Soprintendenza - di tutte quelle attenzioni che si riservano, appunto, ai monumenti nella più larga accezione di beni culturali architettonici.
Il fatto che non sussista il "vincolo" ministeriale non deve però esimere le amministrazioni, i sindaci, gli uffici tecnici comunali, gli architetti membri delle Commissioni Edilizie dall'assumere, ognuno per le rispettive competenze le opportune iniziative affinché quel monumento sia salvaguardato.
Prima cosa da farsi dovrà, perciò, essere quella di segnalare il caso alla Soprintendenza competente che valuterà l'opportunità di procedere al vincolo dello stesso.
Da ciò discenderebbero, consequenzialmente, tutti gli atti opportuni nel rispetto delle Leggi e delle normative vigenti.
Considerazioni e temi per un programma del CNA del 29/09/2000
Sul finire del mese di maggio, avvertimmo chiaramente che la campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Nazionale era ormai in atto; e poiché io e l'intero mio Consiglio non ritenemmo opportuno partecipare ad un tipo di gioco che appartiene - purtroppo - alla nostra cultura nazionale e che consiste nel tessere accordi, fare promesse, magari tendere imboscate, il tutto nel segreto dei propri uffici attraverso non sempre leali scambi di idee telefonici, ci tirammo da parte nonostante le ripetute tirate d'orecchie e le tirate per le maniche della giacca da parte di alcuni, più interessati di noi, ai cosiddetti giochi di squadra o di cordata che dir si voglia; decisi, allora, di formulare, in una brevissima nota inviata al CNA, una richiesta di chiarimenti riguardo le modalità delle elezioni, unitamente ad una proposta di convocazione di un'Assemblea straordinaria dei Presidenti per discutere dell'argomento.
Laconica - è il caso di dirlo - fu la risposta del CNA, che rimandava burocraticamente al D.L.L. n° 382/1944.
Non si tratta evidentemente soltanto di rispettare i regolamenti elettorali che - come tutte le Leggi - siamo tenuti ad osservare.
Perciò risposi che il senso della mia richiesta non verteva sulle formalità del seggio elettorale, bensì sulla eticità del confronto e della discussione che - ribadivo - avrebbero dovuto e potuto scaturire da un confronto aperto, alla luce del sole, nel corso di un'Assemblea di tutti i Presidenti d'Italia, alla quale, evidentemente, avrebbero dovuto partecipare anche i Consiglieri uscenti del CNA.
Dopo questa mia seconda breve nota fui contattato - come si usa dire - dall'Arch. Leoni membro del nostro Comitato di Presidenza - il quale, a tu per tu, mi disse che la mia richiesta era stata presa in considerazione e mi assicurò che un'Assemblea si sarebbe tenuta ai primi di settembre.
Risposi che apprezzavo la cosa, che mi ritenevo soddisfatto - perlomeno di avere vinto certe forze centripete che, come sappiamo, vengono regolarmente attivate nelle occasioni importanti - seppure, gli dissi, mi paresse intempestiva la data di settembre e, per di più, in una sede ancora da destinarsi (probabilmente Padova); cosa quest'ultima che contestai per iscritto, chiedendo che l'Assemblea venisse convocata a Roma.
Il mio timore era - e ancora lo è - che anche queste elezioni del CNA si risolvessero, secondo il nostro costume nazionale, in una pura e semplice investitura; un po' come succede nei concorsi universitari dove i vincitori sono già stati scelti ed il concorso costituisce semplicemente il momento ufficiale delle nomina; spero che non sarà così.
Poiché infatti, oggi, ci si presenta la fortunata occasione di ascoltare programmi e candidati e di conseguenza immagino (o perlomeno voglio sperare) che ognuno di noi, con il proprio intelletto, voglia farsi di essi un proprio giudizio personale.
Seppure - e qui riprendo una questione che da tempo mi sta a cuore - il ruolo delle Federazioni che altro non sono se non spontanee associazioni di Ordini, potrebbe - e di questo non mi rallegro affatto - condizionare qualcuno, convincendolo ad accodarsi alle indicazioni di voto delle maggioranze ivi espresse, magari per portare avanti l'idiota (nel suo primitivo significato) principio delle rappresentanze locali.
Le Federazioni, purtroppo, possono contribuire - così come sono oggi organizzate al di fuori di ogni sistema legislativo nazionale - ad alimentare quel clima, diciamo così, di consociativismo, di sussidiarietà, di circolo chiuso (ripeto non riconosciuto dalle Leggi) che certamente non è quasi mai indice di buona salute democratica.
Perciò, nel triennio appena trascorso, sarebbe stata certamente utile una risoluzione da parte del CNA della questione delle Federazioni.
E qui, se permettete, entro nel merito della bozza di lavoro che il CNA dovrebbe affrontare appena eletto nel corso del prossimo mandato.
Il fine è - a mio giudizio - quello di riconquistare il ruolo dell'Architetto così come si è andato definendo all'interno della cultura occidentale - ove, generalmente, è, a tutt'oggi, riconosciuto e riconoscibile, con l'unica eccezione - purtroppo - della - cosiddetta - realtà italiana.
Strano destino il nostro; noi che in un ipotetico Albo diacronico potremmo avere tra gli iscritti all'Ordine Vitruvio, Alberti, Raffaello ...
In un breve racconto intitolato I pomeriggi del sabato, Antonio Tabucchi narra un episodio della sua infanzia quando, appunto nei caldi pomeriggi estivi, chiusi in casa con la sorella, si inventavano giochi di società: "io faccio la signora - diceva la sorella - e tu l'Architetto che mi fa la corte".
Erano gli anni Cinquanta e, Architetto, si scriveva e pronunciava ancora con la A maiuscola.
Di chi sarà la responsabilità di un così repentino decadimento?
Potremmo rispondere: dell'università (dove peraltro coloro che insegnano sono tutti architetti); oppure più genericamente, come di solito si usa dire, della società (alla quale peraltro tutti noi architetti apparteniamo con un ruolo certamente non da comprimari); oppure degli ordinamenti professionali (i quali noi, qui ed ora, rappresentiamo).
Facciamo allora ciò che ci compete secondo il nostro ruolo; facciamo cioè quello che siamo chiamati a fare, se coloro che ci eleggeranno - ovviamente - ritengono che siamo proprio noi gli uomini giusti per farlo.
Incominciando, per esempio, a dividere in due il campo: da una parte i problemi nostri, interni, che potremmo anche definire come disfunzioni o patologie o affezioni del nostro apparato costituito da 80 milioni di cellule, non tutte sane, qualcuna addirittura pazza; dall'altra le questioni esterne, ambientali, per rimanere nella metafora.
Personalmente ritengo prioritaria, all'interno del primo gruppo, la questione deontologica. Ovvio che va riscritto il Testo Unico; ma non per cambiarne un comma o, se va bene, un articolo; bensì per aggiungere perlomeno un Capo; quello della Coscienza professionale (che non significa semplicemente capacità professionale e neppure si esaurisce nella correttezza professionale).
E' l'ora di dimostrare all'esterno, attraverso un'azione diretta al nostro interno, che gli architetti - quelli perlomeno che decideremo che meritino di restare iscritti agli Albi - non sono complici dei corrotti, dei malfattori, di coloro che - come ormai è purtroppo unanimemente riconosciuto - hanno contribuito a sfasciare il territorio ed a realizzare le più infami operazioni urbane che, come è noto, costituiscono e sempre più costituiranno, le vere città contemporanee, dal momento che i centri storici sono ormai, quando va bene, in un rapporto di 1:50 con la città nuova.
Non è ammissibile che un architetto metta la sua professionalità al servizio di chi intende - ma non ne ha le competenze - compiere atti criminosi contro gli interessi della cosiddetta collettività.
I medici vengono sospesi o addirittura radiati dall'Albo non soltanto quando uccidono un loro paziente (seppure fosse lui stesso a chiederlo).
Non si tratta perciò di controllare la qualità della prestazione professionale, bensì, all'occorrenza - quando cioè siano in atto inchieste o anche semplici denunce da parte dei cittadini - di chiamare l'architetto a rendere conto delle ragioni del suo operato, nei presupposti e nei fini che lo hanno determinato.
Altra questione, tra le patologie interne, è quella della definizione delle competenze professionali dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni (a questo proposito sarebbe stato perlomeno opportuno che il CNA si fosse fatto sentire nel merito dell'Art. 17 della Legge Merloni che consente, come sappiamo, ai dipendenti pubblici di non essere iscritti all'Albo). Anche questa è una questione che investe problemi etici, altroché economici; e non pare opportuno lasciarne il compito di risoluzione alle organizzazioni sindacali, tra le quali comunque la Federarchitetti si segnala per impegno, serietà e attenzione alle questioni professionali.
Una questione che sta a cavallo tra i due settori è, poi, quella dell'Ordinamento professionale, in merito alla quale non risultano, allo stato attuale, essere stati fatti progetti convincenti; né può bastare stare comodamente seduti sul carro del CUP che, a quanto risulta, pare avere incassato fin qui soltanto l'indifferenza, se non l'insofferenza ministeriale alla dichiarata volontà di attestarsi su linee prettamente difensive. Va da sé che, come prevedibile, si potrà al massimo vincere il round per ritiro dell'avversario dal momento che gli 8 collegati alla Finanziaria 2000 (tra i quali quello della riforma degli ordinamenti professionali) difficilmente potranno essere trasformati in Legge prima della fine dell'attuale Legislatura.
Ma la riforma è comunque necessaria sia come quadro generale valido per tutte le professioni (ed è quello di cui oggi si discute), sia, soprattutto, come riforma dell'Ordinamento professionale dell'Architetto .
Si inserisce, come è ovvio, a questo punto, la questione "riforma degli studi universitari / competenze professionali"; un argomento del quale siamo ancora in tempo a discutere; purché lo facciamo con chiarezza di fini e conoscenza delle questioni (universitarie e professionali); per affermare, in termini inequivocabili, le competenze dei laureati (3 anni), degli specializzati (3+2 anni) e dei dottorati.
All'interno del quadro delle competenze va poi immediatamente formulata una nuova "Tariffa professionale"; non tanto o non solo per aggiornarla nelle percentuali, quanto per adeguarla al tipo di prestazione professionale di oggi, che non è più comparabile a quella richiesta nel 1949; lo sforzo interpretativo che richiede un opinamento oggi (dal momento che si fa ancora tenendo come riferimento un testo di ormai cinquant'anni fa) è lo stesso che farebbe un campione del ciclismo se volesse inseguire con una bicicletta degli anni Quaranta anche il gregario più brocco.
Non ci vuole molto a mettere insieme - non dico inventare - una bicicletta moderna.
Una questione, certamente non strumentale come la precedente, che mi sta comunque a cuore, riguarda la possibilità di istituire per le città e per il territorio nazionale la figura professionale dell' "architetto condotto". Ne parlava già un qualche decennio fa un mio collega storico dell'arte a Ca' Foscari sostenendo che, nel passato, un contributo non trascurabile alla salvaguardia della cultura costruttiva e dell'ambiente, era fornito dall'architetto che operava prevalentemente in un suo territorio, aveva determinate conoscenze e si faceva perciò tramite tra tradizione ed innovazione.
L'architetto "condotto" o "architetto di quartiere" potrebbe essere l'elemento di un più vasto progetto ove si coniugherebbero la garanzia di professionalità alla richiesta di prestazione qualificata, con l'apertura non trascurabile di un nuovo campo di attività per gli architetti, soprattutto giovani.
E' una proposta che va nella direzione della affermazione della necessità sociale della figura dell'architetto che già oggi - considerato il progetto politico nazionale delle autonomie locali - potrebbe essere sperimentato da quegli amministratori che non disdegnano sperimentare nuovi modi di governare le città.
Due parole, infine, sulla figura del Presidente del CNA che, però, penso dovremmo prepararci ad individuare semmai per la prossima scadenza elettorale. Ho molta simpatia per Sirica; lo apprezzo per quello che ho potuto cogliere dei suoi tratti di uomo. Non do peraltro un giudizio negativo di ciò che ha fatto. Ciò che ha fatto l'ha fatto bene, anche le Feste dell'Architettura. Ma non sta qui la sostanza di ciò che intendo dire.
Ricorro, ancora una volta ad un esempio; ho qui, per regalarlo a Sirica, un volumetto che curai nel 1978. Si tratta di una monografia scritta a più mani, di un architetto che probabilmente molti di Voi non conoscono; neppure l'avranno mai sentito ricordare. Quell'architetto si chiamava Arnaldo Foschini, era nato nel 1884 ed è morto nel 1968.
Fu architetto militante (progettò la sede del Ministero degli Esteri alla Farnesina, la chiesa di San Paolo all'Eur, l'ingresso monumentale alla città universitaria); fu presidente dell'Accademia di San Luca; professore ordinario di composizione alla Facoltà di Architettura di Roma, della quale fu anche Preside; fondò di fatto l'INA Casa della quale fu a lungo presidente, contribuendo, anche con questo strumento, a diffondere sul territorio nazionale la buona architettura dei suoi allievi migliori: Muzio, Mario Ridolfi (che mi portarono, nel '78, le loro testimonianze), Adalberto Libera (che purtroppo era già morto) e poi ancora Luigi Moretti, Saverio Muratori, Ludovico Quaroni.
Arnaldo Foschini fu però - e questa è la cosa per noi, oggi, più interessante - anche il primo Presidente del CNA, dal 1948 al 1955; il Consiglio Nazionale degli Architetti nacque con lui. Con lui che una storiografia ancora troppo condizionata dalle vicende storico-politiche-ideologiche del Ventennio, aveva a mio giudizio messo da parte con eccessiva sufficienza.
Ho portato questo esempio perché ritengo sia, più che utile, necessarissimo, se vogliamo portare avanti quel processo di riconquista del ruolo dell'Architetto nella società e nella cultura italiana contemporanea, che il Presidente del CNA sia una figura non semplicemente "adeguata" a guidarlo lungo tutto il percorso; che abbia cioè relazioni consolidate sia con il mondo della cultura sia con quello del lavoro, essendo, al contempo, portatore di meriti professionali inequivocabili, oltreché di quei valori etici e di comportamento che tutti noi riconosciamo ai nostri colleghi presenti.
(Relazione fatta da Nullo Pirazzoli, presidente dell'Ordine di Ravenna, all'Assemblea dei Presidenti, Roma 5 settembre 2000)
Agli Architetti in Commissione Edilizia del 30/06/1998
Sappiamo quanto sia impegnativo il compito dell'architetto in Commissione Edilizia. Delle responsabilità derivanti dall'essere la figura tecnico-culturale di riferimento all'interno dell'organo consultivo comunale si è già detto nella precedente circolare.
Chiariamo ora quali siano i rapporti che devono intercorrere tra l'architetto in Commissione Edilizia e l'Ordine Professionale. Rimandiamo in prima istanza alla lettura delle "Norme" approvate dal Consiglio il 17/03/1994 ed, per una sintesi, al dettato dell'Art. 49 del Testo unificato delle norme di deontologia per l'esercizio della professione di architetto, approvato dal Consiglio Nazionale degli Architetti, in vigore dal 1° gennaio 1994, che dice:
"L'architetto che sia a qualunque titolo componente di qualsivoglia commissione presso Enti pubblici è tenuto al rigoroso rispetto dei seguenti doveri:
informa tempestivamente il Consiglio dell'Ordine dell'avvenuta nomina od elezione;
dà comunicazione al Consiglio dell'Ordine degli incarichi professionali in atto nell'ambito di pertinenza della commissione;
dà sempre comunicazione al Consiglio dell'Ordine, specifica e preventiva all'accettazione, degli incarichi pubblici o privati che dovesse assumere nella sfera di pertinenza con il pubblico mandato od incarico quando ritenga che non sussistano incompatibilità;
si attiene alle disposizioni ed indirizzi che il Consiglio dell'Ordine dovesse impartire nell'interesse o a tutela della dignità della categoria;
non dovrà accettare di essere confermato nello stesso incarico per una seconda volta consecutiva sempre che non sia tenuto ad accettare la riconferma in considerazione della propria qualifica di Amministratore pubblico. Ai fini del divieto di cui al precedente comma sono equiparati all'architetto membro della Commissione anche gli architetti che siano con questo associati".
Premesso che l'architetto può entrare a far parte di una Commissione Edilizia anche senza passare attraverso la "terna" che, di norma, le Amministrazioni comunali richiedono all'Ordine, cionondimeno egli dovrà uniformarsi a tutto ciò che il codice deontologico prescrive in materia.
Innanzitutto "informare tempestivamente il Consiglio dell'Ordine dell'avvenuta nomina od elezione"; una regola che vale per tutti, ("ternati" e non) che consente di poter tenere un elenco aggiornato assolutamente necessario sia per il Consiglio, sia per i colleghi.
Ancora "si attiene (l'architetto) alle disposizioni ed indirizzi che il Consiglio dell'Ordine dovesse impartire nell'interesse o a tutela della dignità della categoria".
Ciò che interessa maggiormente evidenziare, in questa sede, è il dettato dell'ultimo comma del citato Art. 49 laddove esso sancisce la non prorogabilità del mandato (e ciò, indipendentemente dal "titolo" in base al quale l'architetto sia stato chiamato a far parte della Commissione Edilizia).
Scopo della presente nota è quello di "richiamare" al rispetto dei doveri che l'architetto ha nei confronti dell'Ordine, dal momento in cui sia chiamato a dare il proprio contributo culturale alle Amministrazioni pubbliche in qualità di componente di Commissioni Edilizie.
I punti sopra citati, estratti dal Codice Deontologico sintetizzano con sufficiente chiarezza tali doveri: innanzitutto quello del mantenimento di un continuo e costante rapporto con l'Ordine e quello - spesso disatteso, ma non ulteriormente giustificabile - di rassegnare le proprie dimissioni, o comunque di non accettare "rinnovi" (a qualunque titolo essi siano proposti) alla scadenza del proprio mandato.
Il Consiglio dell'Ordine perciò invita formalmente tutti gli Architetti che siano attualmente membri di Commissioni Edilizie a rispettare i termini di scadenza del mandato a tutti costoro il Consiglio ha deliberato di inviare una comunicazione spedita per conoscenza, anche al Sindaco del Comune di riferimento.
Non sappiamo quanto attendibile possa essere l'osservatorio dell'Ordine riguardo la situazione professionale dei colleghi, liberi professionisti soprattutto.
Pare, però, che grossi problemi non esistano.
In particolare per quanto di più stretta pertinenza, le questioni deontologiche risultano essere piuttosto episodiche; il che sta a confermare una sostanziale maturità, dunque, la correttezza nei rapporti con i colleghi, con la committenza, con l'Ordine stesso (ciò vale, soprattutto, per quanto riguarda i più giovani).
Le notizie di "segnalazioni" (anche di vittorie in concorsi di architettura) e l'assidua attenzione ai bandi per l'attribuzione di incarichi pubblici, costituiscono un segnale positivo nel merito della attrezzatura e della qualità dei gruppi di progettazione che viene confermata da un sensibile e diffuso miglioramento delle realizzazioni che - di nuovo con soddisfazione di tutti -vanno connotandosi come opere frutto di quella "cultura" architettonica che dà, come è giusto che sia, risposte non soltanto tecnicamente soddisfacenti, bensì contributi al più generale dibattito in corso con riferimenti precisi ed apporti linguistici personali.
Rientrano nel discorso le esperienze innovative (la bioarchitettura, il disegno degli spazi liberi, ad esempio), mentre non vanno sottovalutati quei contributi, magari soltano tangenti alla professione, che si concretizzano in mostre (anche dei propri lavori così come consente il riformulato art. 35 delle Norme Deontologiche), libri, cataloghi, organizzazioni di convegni e seminari.
Tutto ciò significa crescita di una "categoria" che assolutamente ha l'obbligo di riconquistare quel ruolo di eccellenza che può consentire la riaffermazione di un ruolo chiaro (non confondibile cioè con quello di progettisti non architetti) e necessario - oltreché utile - per l'orientamento della committenza pubblica e privata.
Di tale progresso testimoniano - tornando all'osservatorio dell'Ordine - l'attenzione oramai diffusa delle pubbliche amministrazioni: nella richiesta di collaborazione per la definizione degli strumenti urbanistici o per l'inquadramento di problematiche anche non strettamente disciplinari, per la formazione delle Commissioni Edilizie, per la giusta formulazione dei bandi di un concorso.
Uno spirito di ritrovata collaborazione che si traduce nell'attenzione delle Amministrazioni nei confronti delle iniziative promosse dall'Ordine, sotto forma di partecipazione diretta o di patrocini.
Anche campi di competenza professionale come il restauro architettonico ed il cemento armato che, in passato spesso venivano con eccessivo permissivismo lasciati percorrere da tecnici non abilitati, sono ora, di nuovo, pressoché riacquisiti.
Tale "rinnovamento" va alimentato: con le opere, i fatti, i comportamenti e gli apporti culturali.
Vanno mostrate le differenze.
Sunt denique fines... del 12/12/2001
Un collega particolarmente attento all'aspetto ontologico della professione, chiede l'intervento dell'Ordine affinché "sia permesso ad un architetto di fare l'architetto"; egli si riferisce ai casi in cui certe interpretazioni di "indirizzi" e normative costringano all'uso di linguaggi (troppo aulico, forse, il termine in questi casi ?) preconfezionati che, spesso, risultano estremamente semplicistici, a volte vernacolari (troppo nobile l'aggettivazione ?), quasi sempre, comunque, velleitari nel voler rincorrere una "regola" che sempre sfugge (non solo da quando l'Architettura, come tutte le arti, si affrancò dai vincoli del linguaggio classico poiché, anche quello, traeva il suo slancio vitale proprio dalle "trasgressioni" a quella regola, presunta invariabile della storiografia ottocentesca post winckelmanniana).
Un altro collega al quale è stata richiesta, da parte di un ufficio tecnico, una dichiarazione di competenza su di un aspetto della progettazione di evidente competenza dell'architetto, ci domanda se sia ammissibile assistere ad un tale, progressivo ed inaccettabile, discrezionalismo burocratico, sprezzante o ignorante delle leggi, che pare indirizzato, tra l'altro, ad un restringimento, di fatto, del campo professionale.
Ancora; non di rado viene richiesta ad integrazione di progetti (che per legge sono di competenza dell'architetto) una relazione "tecnica" redatta da "esperti" spesso sconosciuti alle leggi che regolano le professioni intellettuali e, perciò, inabilitati a firmare alcunché che riguardi l'Architettura (e dunque "irresponsabili" nei confronti di eventuali errori, mancanze e conseguenti danni che dalle loro prestazioni possano derivare).
Abbiamo sempre sostenuto il ruolo dell'Ordine come tutore della professione, e non già come difensore dei singoli professionisti (compito che meglio svolgono le associazioni ed i sindacati).
I casi sopra riportati e commentati (gli ultimi arrivati) ci inducono però a riflettere su quel principio più volte esplicitato, laddove la difesa dei diritti del singolo professionista possa produrre un effetto positivo sulla professione nella sua globalità.
Difesa: usiamo questo termine nel senso giuridico. Abbiamo intenzione di agire seriamente nei confronti di coloro (non solo degli Enti e delle Amministrazioni che, come sappiamo, dispongono di nutriti uffici legali che abitualmente praticano i corridoi dei Tribunali Amministrativi Regionali); di coloro, cioè degli individui, che di comportamenti lesivi nel senso più ampio del termine, si rendano responsabili nei confronti di un iscritto all'Albo degli Architetti.
Va da sé che, laddove di tali comportamenti si rendesse responsabile un collega, il procedimento disciplinare sarebbe conseguente.
Architetti e commissioni edilizie del 27/05/1998
Per curriculum di studi e, quindi, per competenze professionali riconosciute dalla Legislazione vigente, all'architetto deve essere riconosciuto un ruolo centrale all'interno delle Commissioni Edilizie Comunali.
Il parere che tale organismo "tecnico-consultivo" esprime (affiancandosi alla struttura amministrativa) è essenzialmente quello relativo alla qualità del progetto anche in relazione al grado di inserimento ambientale dell'opera.
Le verifiche normative (volumi, indici, etc.) della pratica edilizia sono - come è noto- di competenza dell'Ufficio Tecnico comunale che ha l'obbligo di portare in Commissione la pratica stessa corredata da una esauriente istruttoria scritta.
Per quanto riguarda la verifica delle competenze professionali, esse spettano in prima istanza all'Amministrazione Comunale che si relazione con l'Ordine Professionale, come ribadito dalla Giurisprudenza della Corte di Cassazione e del Consiglio di Stato.
- "E' legittimo il ricorso di un Ordine professionale contro una licenza edilizia per presunta violazione delle norme relative alle competenze". (C. di C., 2327, 12/06/1975).
- "Il Sindaco può adottare provvedimenti che rimedino all'errore commesso in merito alla valutazione delle competenze professionali dei geometri anche successivamente al rilascio di una licenza di costruzione. (C. di S., 364, del 10/03/1973).
- Spetta all'Amministrazione comunale valutare la competenza nella redazione di un progetto". (C. di S., 323, 17/03/1978).
Ciò non esime la Commissione Edilizia stessa dal segnalare all'Amministrazione Comunale l'eventuale carenza di competenza professionale; come peraltro è ribadito dalle "Norme che regolano la presenza dell'architetto nella Commissione Edilizia" (C. d. O., 7/3/1994), all'art. 3, punto f) laddove si richiede all'architetto membro della C.E. di "effettuare un rigoroso controllo sui limiti di competenza dei progettisti e di segnalare immediatamente per iscritto gli eventuali casi controversi all'Ordine degli architetti, verbalizzando in Commissione".
Tali limiti di competenza, possono essere ricondotti ai seguenti casi:
1) RESTAURO
Tutto ciò che attiene alla progettazione e direzione lavori su "opere di edilizia che presentano rilevante carattere artistico ed il restauro e il ripristino degli edifici contemplati dalla Legge 1089/1939... sono di spettanza dell'architetto "la parte tecnica può essere compiuta tanto dall'Architetto tanto quanto dall'Ingegnere; in nessun caso, comunque da un tecnico non laureato (geometra, perito industriale, etc." (V Consiglio di Stato, 386/97 del 23/7/1997).
2) EDILIZIA CIVILE
E' il campo di competenza di architetti e ingegneri edili, ma, ai sensi degli articoli 51 e 52 del R.D. 2537/1925 vi possono ancora operare gli ingegneri di tutti gli altri corsi di laurea (con la limitazione di non poter esercitare nel settore dell'architettura negli altri Paesi dell'Unione Europea).
I geometri invece hanno competenza (art. 16 del R.D. 274/1929) per costruzioni rurali ed edifici per industrie agricole di limitata importanza, comprese piccole costruzioni accessorie che possono prevedere anche strutture di cemento armato ma che, per la loro destinazione d'uso, non possono comunque implicare pericolo per l'incolumità delle persone.
I geometri, inoltre, hanno competenza per "modeste costruzioni civili" (la Cassazione con sentenza 3952/1974 ha comunque deciso che se la struttura è in cemento armato, la costruzione civile, (anche se modesta) non rientra nelle competenze del geometra perché interessa l'incolumità delle persone.
Anche la corte Costituzionale si è espressa nel merito (sentenza 199 del 19/04/1993) affermando che "il criterio basilare è quello tecnico qualitativo fondato sulla valutazione della struttura dell'edificio e delle relative modalità costruttive, che non devono implicare la soluzione di problemi particolari devoluti esclusivamente ai professionisti di rango superiore, mentre il criterio quantitativo e quello economico possono soccorrere quali elementi complementari di valutazione".
Particolare attenzione va posta ai casi di firma congiunta.
Laddove cioè, un progetto di competenza di un tecnico laureato riporti la firma di un architetto (o di un ingegnere) congiuntamente a quella di un tecnico diplomato (geometra, perito, etc.).
Ciò costituisce, da una parte, una violazione ai limiti di competenza prefigurando l'esercizio abusivo della professione da parte del tecnico diplomato ( e questa è materia della Magistratura ordinaria); dall'altra costituisce violazione del Codice Deontologico (dell'art. 31, in particolare) ed è materia di giudizio disciplinare da parte dell'Ordine Professionale cui appartiene il Tecnico laureato che ha apposto sul progetto la sua firma, congiuntamente ad un tecnico non abilitato per Legge.
L'Art. 31, già citato, recita, testualmente: "Nell'esercizio professionale l'Architetto non potrà abbinare la propria firma come Architetto incaricato di svolgere mansioni professionali, anche parziali, a quelle di altri professionisti o persone, non autorizzate dalla Legge, ad assumere identiche mansioni o responsabilità".
Il "Giudizio estetico"
In via preliminare potremmo considerare nella generalità dei progetti presentati in C.E. una prima, seppure necessariamente semplificata, suddivisione in:
progetti di modesta valenza linguistica (edilizia "corrente");
progetti che affermino istanze linguistiche chiare ed originali (progetti di architettura).
Tale suddivisione non viene qui introdotta per il fine di operare divisioni tra "qualità professionali" dei singoli progettisti ma, più propriamente per cercare di dirimere un luogo comune secondo il quale, nella quasi generalità dei casi, progetti appartenenti alla categoria 1) verrebbero approvati senza suscitare particolari discussioni; mentre progetti della categoria 2) - seppure immediatamente qualificabili come progetti portatori di istanze "culturali" tali da renderli "riconoscibili" come proposte di livello superiore - sarebbero oggetto di un esame molto più approfondito che, spesso, porterebbe alla formulazione di "prescrizioni" oppure di un parere "sospeso", se non addirittura, "contrario".
Tale situazione merita una riflessione e richiede una qualche proposta per giungere ad indicare possibili modi di soluzione del problema.
Esiste - lo sappiamo tutti - la convinzione che l'edilizia cosiddetta "minore" (quella che nel passato non poteva vantare "paternità" riconosciute o "pregi" architettonici particolari) non debba (o non possa) essere oggetto di parere di ordine "estetico"; al contrario dell'edilizia "maggiore" (l'architettura).
Ovvio che, date queste premesse e supposto che "in assenza di progetto" (edilizia minore) la C.E. non si esprima in termini di giudizio "estetico", l'esito sarebbe la perdurante situazione di cui si è detto.
In realtà, anche l'edilizia minore deve essere soggetta a giudizio (e quindi approvata o non) ma ad essa andrebbero applicati parametri estetici adeguati.
Un primo cambio di punto di osservazione potrebbe riguardare il rapporto dell'edificio progettato con l'ambiente nel quale dovrebbe inserirsi (dunque maggiore attenzione al "contesto" piuttosto che al "testo").
Un'altra discriminante potrebbe riguardare l'impiego dei materiali da costruzione, tale per cui l'edilizia minore non venisse sovraccaricata di impropri ed inutili "elementi decorativi" o "nobilitata" al ricorso ad elementi costruttivi incongruenti.
Al progetto di edilizia minore potrebbe inoltre essere richiesta una maggiore specificazione dei "dettagli", degli elementi di finitura, degli spazi liberi, delle recinzioni, dei colori, ecc., che spesso, invece, sono lasciati all'indeterminatezza della scala 1:100 e, quindi alle decisioni in corso d'opera, quindi non controllabili dalla Commissione Edilizia.
Insomma, per assurdo, il progetto di edilizia "minore" dovrebbe contenere una quantità di specificazioni maggiori rispetto al progetto di architettura che, di per sé, si fa garante di una più elevata qualità e, dunque, della possibilità di autocontrollo anche in sede di realizzazione.
Insomma, si dovrebbero superare le puntigliose prescrizioni che - come è noto - caratterizzano gli "indirizzi generali" delle C.E. (ad esempio per l'edilizia in zone agricole che, come sappiamo, non ha prodotto quasi mai esiti soddisfacenti).
La qualità infatti non può essere garantita o perseguita con la semplice indicazione degli elementi costruttivi e tipologici da privilegiare all'interno di "categorie" illusoriamente considerate come di per sé garanti della correttezza progettuale (dunque esaurienti nei confronti delle istanze progettuali).
Un giudizio sulla qualità va dunque espresso, qualsiasi sia il progetto presentato (indipendentemente dalla sua importanza e dalla sua tipologia).
Ma il giudizio di qualità (o giudizio estetico) per essere formulato richiede non soltanto il riferimento al "buon gusto", quanto, piuttosto ad una coscienza "critica" che consenta di individuare, collocare e giudicare il progetto dall'interno di un quadro culturale di riferimento che è proprio esclusivamente dell'Architetto; nel caso specifico, dell'Architetto presente in Commissione Edilizia.
del 15/09/1999
Con una certa frequenza le Commissioni Edilizie bocciano, per motivi di estetica, progetti presentati da architetti; con motivazioni che, non sempre, risultano convincenti.
Grosso modo le argomentazioni riguardano: 1) il non corretto inserimento dell'edificio nell'ambiente (soprattutto nei centri storici); 2) la proposizione di elementi tipologici ritenuti non appartenenti alla cultura architettonica del contesto.
Il primo nucleo di problemi è oggetto di dibattito - soprattutto in Italia - fin dagli anni Sessanta (ricordiamo tutti la bocciatura del progetto "Masieri" sul Canal Grande a Venezia, presentato da Frank L. Wright).
L'inserzione del nuovo nell'antico (citando Cesare Brandi) è sicuramente un'operazione delicata (ma, per estensione, ogni ambiente - anche il meno ricco di storia o di "valori" - richiede all'architetto un momento di riflessione; a meno che non si assuma l'indifferenza o il conflitto come dato "poietico" (nel senso etimologico del termine); cosa che come ben sappiamo pochi soltanto sono in grado di tradurre in architettura.
La questione, dunque, da tempo è stata circoscritta al problema del "corretto inserimento" che può variare entro gli estremi costituiti da una parte dalla riproposizione del "tipo" edilizio ricorrente, dall'altra di un organismo che - cogliendo "fattori tematici" propri di un luogo - si configuri come opera architettonica autonoma, ma instauri un dialogo (o, se vogliamo, una dialettica) con le preesistenze.
Nel primo caso, di regola, problemi non ne sorgono a meno che non risultino errate le citazioni o scorretti i rapporti, arroganti o superficiali i riferimenti.
Nel secondo caso potrebbero sorgere problemi laddove, ad esempio, i fattori tematici assunti come "formatori" del progetto non fossero stati còlti (e conseguentemente espressi) con chiarezza.
A volte succede, però, che siano le Commissioni Edilizie (magari distratte dalla routine della maggioranza delle pratiche) a non cogliere la sostanza della proposta progettuale ed a giudicarla semplicemente avulsa dal contesto (e quindi a ritenerla non ammissibile).
E' un compito difficile ed una responsabilità non da poco, perciò, esprimere giudizi di ordine estetico all'interno di Commissioni composte - come sappiamo - non da soli architetti ma, per buona parte, da persone che di architettura non sono sufficientemente conoscitori.
Il secondo nucleo di problemi riguarda, come detto la proposizione da parte dell'architetto, di elementi tipologici, costruttivi o "decorativi", che siano ritenuti incongrui alla cultura del luogo.
Di solito, il referto della Commissione Edilizia, li elenca suggerendone (a volte) la sostituzione con altri ritenuti più idonei.
Qui il problema non è tanto di sostanza, quanto, se vogliamo, di forma e potrebbe farci riflettere sul tema della "complessità e della contraddizione" (ricordando Robert Venturi).
Certo, non sempre tale tema è coscientemente assunto e sviluppato dal progettista, ma non si deve comunque dimenticare che tutto ciò che è (soprattutto nelle città) si configura come un insieme edificato apparentemente omogeneo ma in realtà costituito da una serie di elementi tutti diversi tra loro e spesso in contrasto, ma non per questo da mettere in discussione nell'ottica di una impossibile (comunque non augurabile) "normalizzazione".
Agli architetti membri di Commissioni Edilizie si richiede, perciò, di svolgere un ruolo di indirizzo, esercitando una "critica" seria, entro gli ambiti ben definiti della cultura architettonica la quale, come sappiamo è luogo privilegiato per la elaborazione e la sperimentazione dell' istanza estetica nella multiformità delle sue fenomenizzazioni.
Paolo Bassi- Vice Presidente
Monica Angelini- Consigliere
L'Ordine tutela la professione del 20/09/2001
Gli Ordini (non solo quelli professionali) vigilano sul comportamento dei propri "accoliti", ai quali è concesso di appartenervi nel rispetto delle "regole".
Dunque l'appartenenza ad un Ordine non è un diritto acquisito a tempo indeterminato che si mantiene semplicemente pagando la quota d'iscrizione.
La quota è un "costo", neppure paragonabile, con ciò che, materialmente (in termini di lavoro e di impegno, non solo di preghiera) è richiesto a chi appartiene ad un Ordine religioso.
Se un appartenente all'Ordine va contro la regola (deontologica nel nostro caso) viene giudicato e, se colpevole, punito (fino all'espulsione).
L'Ordine ha il compito istituzionale di tutelare la professione e coloro i quali la svolgano nel rispetto dei colleghi e dei cittadini in generale (committenti e non).
Perciò, se l'iscrizione all'Albo è un obbligo di Legge per chi voglia esercitare la professione, certamente non è un obbligo per l'Ordine accogliere nel proprio Albo chi non si mostri degno di appartenervi.
L'Ordine, infine, non è un Club, un'Associazione, o un Sindacato (ben vengano anche quelli); ma a differenza di quelli, l'Ordine non "difende" a priori il proprio Iscirtto, poiché l'Ordine, come è noto, è investito per Legge del ruolo di Magistratura (non di avvocato di parte).
Infine l'Ordine non fornisce "servizi" ai propri Iscritti che non siano tra quelli previsti dai compiti istituzionali stabiliti dalle Leggi, normative e deliberazioni vigenti; tutto ciò che va oltre, è frutto dell'impegno e delle capacità di coloro che lo reggono protempore, su mandato dei colleghi.
Sulla Federazione A.E.R. del 21/03/1998
Riteniamo importante aprire questa circolare parlando della Federazione degli Ordini degli Architetti dell'Emilia Romagna, per mettere a fuoco alcuni aspetti del rapporto Ordine/Federazione.
Gli interrogativi che da alcuni anni si pongono gli iscritti al nostro Ordine riguardo al ruolo della Federazione e l'effettiva necessità di appartenervi, si sono manifestati in maniera chiara durante l'ultima assemblea generale del 22 Dicembre scorso.
La richiesta poi di un incontro specifico per dibattere la presenza dell'Ordine all'interno dell'organo federativo, in un momento in cui si registra la nascita di un numero sempre maggiore di Federazioni degli Ordini nelle altre regioni, ci induce ad illustrare quale sia il suo ruolo della Federazione.
Dal primo punto dello Statuto si evince come il compito principale della Federazione sia di coordinare gli Ordini Provinciali nel loro rapporto con gli Organi amministrativi della Regione. La Federazione si pone inoltre come interlocutrice con il CNA in modo da sveltire e coordinare le risoluzioni di tutti i problemi comuni agli Ordini Provinciali. Per tutelare e salvaguardare la professione d'architetto, la Federazione ha il compito di formulare indirizzi che siano in grado di mostrare un'univocità ed una compattezza della categoria.
Il bilancio di questi ultimi anni di lavoro ha però mostrato un'operatività non del tutto soddisfacente della struttura federativa causata soprattutto da una certa lentezza burocratica nello svolgere i suoi compiti; un difetto reso ancora più evidente dallo scollamento fra gli Ordini Provinciali che riducevano alla sola occasione della riunione del Consiglio il momento di dialogo. Ad una prima analisi sembrerebbe, quindi, che la Federazione non sia stata finora in grado di svolgere adeguatamente il suo ruolo, nonostante tutti i membri del Consiglio abbiano sempre cercato di esprimere al meglio le loro intenzioni ed i loro apporti. Un'operazione sicuramente positiva è stata comunque quella relativa alla pubblicazione dei cinque manuali (Edilizia Privata, Procedure Tecnico Amministrative; La Sicurezza delle Costruzioni; Beni Vincolati Architettonici e Ambientali Emilia Romagna; Guida alla Compilazione delle Parcelle; La Sicurezza nei Cantieri Temporanei o Mobili D.Lgs.494/96); un'iniziativa che speriamo abbia un seguito e fornisca così a tutti gli iscritti utili strumenti legati alla professione.
La modificazione dell'assetto del Consiglio, dovuta all'entrata di nuovi rappresentanti degli Ordini Provinciali insieme con l'effettiva presa di coscienza delle carenze della Federazione come organo coordinatore/organizzatore, hanno fatto maturare la rinnovata volontà di proseguire, comunque, il lavoro impostando un programma organizzativo in grado di offrire un reale servizio a tutti gli iscritti ed assolvere in tal modo a tutte le funzioni cui la Federazione è deputata per statuto. L'Ordine di Ravenna, coerentemente con il programma esposto al momento delle ultime elezioni del Consiglio, si è fatto promotore d'alcune proposte concrete, prima fra tutte l'elaborazione di un nuovo statuto e di un programma di snellimento nei rapporti fra Ordini attraverso l'utilizzo degli strumenti informatici allo scopo di realizzare una rete per lo scambio efficiente d'informazioni e di consulenze a supporto dell'attività di ciascun Ordine.
Parallelamente a questi temi il Consiglio ha posto l'attenzione sulla questione del Giornale AER (Architetti Emilia Romagna), proponendo per esso soluzioni alternative in merito ai costi, alla periodicità della pubblicazione ed all'articolazione redazionale.
L'Ordine di Ravenna, comunque, in accordo sostanziale con i rappresentanti degli Ordini dell'Emilia Romagna, ritiene di dover sostenere la Federazione Regionale nella misura in cui questo organismo si strutturi vieppiù come snodo funzionale operativo tra problematiche diffuse negli ambiti locali (bandi di incarico professionale, concorsi, tariffe, competenze, deontologia, corsi di aggiornamento) e "politiche" ed indirizzi di pertinenza del Consiglio Nazionale degli Architetti. Al riguardo del quale pare giusto esprimere un parere positivo circa la rinnovata operatività ed attenzione alle cose concrete in un momento difficile per il transito del ruolo dell'architetto verso un modello professionale europeo.
Il V Congresso Nazionale degli Architetti Italiani del 13/07/1999
"Mercato, formazione, occupazione": il V° Congresso Nazionale degli Architetti Italiani
Il tema del prossimo Congresso Nazionale degli Architetti (Torino, Lingotto, 30 sett. 1-2 ott. '99) è stato definito dal C.N.A.: "Mercato, formazione, occupazione".
Mercato e occupazione vanno insieme, mentre la formazione, come è naturale li precede.
Proprio per tale priorità, che sta nelle cose, la formazione dovrà essere ben considerata se vogliamo che il mercato dia risposte soddisfacenti o, comunque, conseguenti.
Se l'architetto deve riacquisire quel ruolo di intellettuale che fino ai primi anni Settanta gli era riconosciuto all'interno sia degli ambiti culturali sia di quelli politici, sia di quelli più propriamente professionali, allora il problema è, prima di tutto la formazione (e l'aggiornamento professionale).
Sappiamo tutti che dal sessantotto in poi le Facoltà di Architettura hanno più di qualunque altra facoltà mutato il loro sistema didattico: i nuovi ordinamenti, il minore impegno richiesto agli studenti (ovviamente correlato al minore impegno dei docenti che toccò i minimi storici nella seconda metà degli anni Settanta), fratture tra blocchi disciplinari (le materie "scientifiche", la "storia" e il "restauro", la "progettazione" -quest'ultima, sempre più indipendente e fragile-); cose, tutte, che hanno determinato come sappiamo, anche il fenomeno delle lauree in materie non compositive (quindi in deroga a quanto previsto dalla Legge) sostituite da lauree in storia, restauro, tecnologia, scienza e tecnica, fisica tecnica e impianti, urbanistica, ecc.
La scuola, dunque, ha contribuito non poco a disorientare i futuri architetti che, di fatto, hanno perduto (almeno una buona metà di loro) quell'identità disciplinare che caratterizzava l'architetto come intellettuale, uomo di cultura, uomo d'arte e tecnica insieme, ma, soprattutto come "costruttore" di opere che sfidano il tempo (parafrasando John Ruskin).
Una delle conseguenze di una tale perdita di identità professionale è stata la crisi dell'occupazione sia nell'ambito della libera professione sia in quello della professione dipendente (unica eccezione le Soprintendenze che assumono soltanto architetti per i ruoli direttivi).
Il mercato e l'occupazione, nel caso di una professione intellettuale, si sa, non scende a compromessi, non "rinnova contratti" (come invece succede per i ferrovieri, i chimici, i ministeriali, ecc).
L'architetto -soprattutto il libero professionista- non ha i sindacati che lo difendano; non ha cassa integrazione.
L'architetto vince le sue battaglie ed afferma il suo ruolo portando, innanzitutto, valori intellettuali e culturali. In assenza di questi rientra malinconicamente nel rango dei "tecnici" (laureati e non); e poiché tra tutti i tecnici (ingegneri, geometri, periti, ...) l'architetto è il meno tecnico di tutti, logico che il mercato, dovendo scegliere, scelga - tra tecnici, appunto - coloro che costano di meno.
E' per questo che il mercato, nel caso di una professione intellettuale, le leggi può benissimo "farsele da solo".
E non perché sia una "entità astratta" indifferente e minacciosa; quanto perché mercato e occupazione, come detto, hanno regole che variano di caso in caso, di categoria in categoria.
Nel caso dell'architetto la domanda e l'offerta si confrontano (non si affrontano, come nel caso dei dipendenti) sul terreno della produzione intellettuale (non su quello della forza lavoro, degli orari, della produttività, ecc.).
Se non si condividono questi ragionamenti non ci si potrà mettere d'accordo sui modi ed i percorsi per riconquistare quel ruolo che ormai da tempo è stato dimenticato.
Se si ritiene che l'architetto debba rinunciare alle sue storiche peculiarità culturali, a quelle "differenze" che lo rendevano riconoscibile, "diverso" dagli altri tecnici; se questa fosse la visione delle cose, allora forse, più che pensare a Nuovi Ordinamenti ("nuovissimo", quello che andrà in vigore dal prossimo ottobre) delle Facoltà di Architettura, si dovrebbe considerare l'opportunità di abolirle.
Il nuovo Ordinamento come si sa, vale per quasi tutte le facoltà con esclusione, giustamente, delle Scienze Mediche (in una prima ipotesi, anche l'Architettura, altrettanto giustamente, era stata considerata preposta alla "salute" dei cittadini e quindi esclusa dalla "riforma"), prevedendo sull'esempio di modelli di impostazione stranieri (che comunque sono i terminali di sistemi scolastici assolutamente diversi da quello italiano) un percorso di studi cosiddetto "3+2" (laurea al termine dei primi tre anni, laurea di specializzazione al termine dei cinque).
Un tale sistema, all'interno della nostra scuola e più in generale della nostra cultura, non potrà non procurare altro che un ulteriore decadimento culturale.
Poiché se è vero che un perito industriale potrà - ragionevolmente - nel corso dei 3 anni successivi del corso di laurea acquisire sapere (o nozioni) che integreranno il suo pregresso curriculum di studi; questo non potrà essere per "l'architetto dei 3 anni" che non ha alle spalle una adeguata pre-formazione scolastica.
E' sul momento della formazione dell'aggiornamento, e della professionalità (dunque) che dobbiamo preventivamente e prioritariamente ragionare.
Poi parleremo di mercato e di occupazione; o, il mercato parlerà da solo (che noi lo vogliamo o no).
Perciò, se la politica italiana e, in particolare, la politica-culturale e quella universitaria pare abbiano ormai scelto il destino dell'architetto (tecnico tra i tecnici) di fatto decidendo di abbassarne il profilo formativo, di abolirne le "differenze" e le peculiarità culturali, allora dovranno essere gli Ordini (il Consiglio Nazionale degli Architetti per primo) a riaffermare con determinazione il ruolo dell'Architetto; magari ricorrendo al "ricatto" dell'iscrizione all'Albo (ancora obbligatoria per Legge) per la quale oggi sono necessari il certificato di Laurea in Architettura (5 anni) ed il successivo esame di Stato.
Per parte loro gli Architetti (anche con il supporto degli Ordini) si impegneranno ad affermare la loro cultura innanzitutto nella progettazione e comunque nella professione, ma anche con la partecipazione o l'intervento alle occasioni di pubblico dibattito sui temi dell'architettura, della città, del territorio, dei beni culturali e dell'ambiente.
Il mercato si convince (e si vince) facendo bene l'architetto, realizzando buone architetture.
Con i fatti più che con le rivendicazioni, i programmi, i "manifesti", si qualifica una professione che, nei fatti, appunto, si realizza.
Lunedì 10 maggio si è tenuto a Roma un incontro tra Federazioni e Consulte regionali degli Ordini degli Architetti sul tema "Certificazione di qualità e certificazione degli studi professionali" argomento di grande attualità per la necessità di raggiungere il livello europeo già richiesto peraltro dalla più recente normativa italiana (Merloni ter).
Nel corso degli interventi è stato necessario specificare cosa si intenda per qualità degli studi professionali; sicuramente non si tratta di qualità del progetto che essendo il risultato di un processo intellettuale libero non è valutabile secondo canoni specifici confrontabili ed oggettivi, diversamente il complesso procedimento da cui scaturisce il progetto finale può essere normato allo scopo di raggiungere una migliore efficienza in termini di tempi e resa economica.
Tutto ciò comporta un impegno estremamente oneroso che non coinvolge solo i tecnici ma anche i committenti - pubblici e privati - provocando inoltre la necessità di nuove funzioni e specializzazioni.
La commissione del CNA che si occupa dell'argomento è coordinata dal Consigliere Arch. Parmeggiani che in occasione di questo incontro ha illustrato l'attività di supporto agli Ordini nell'avvio di un progetto di formazione per gli iscritti delle singole provincie. Non si tratta di attribuire l'attività di certificazione dei progetti agli Ordini che non ne hanno le competenze ma di realizzare e verificare una procedura efficace su cui poter indirizzare gli iscritti.
A questo proposito la commissione del CNA sta collaborando con il Politecnico di Milano per approntare un canovaccio da proporre agli ordini interessati: per questa attività sono previsti, anche se ancora da definire, sovvenzioni da parte della Cassa.
Elezioni del Consiglio dell'Ordine 2001-2003 del 18/05/2001
Nel corso di due successivi mandati, dal 1997 al 2001, il Consiglio dell'Ordine ha compiuto (positivamente e negativamente, s'intende) le proprie azioni nel segno prevalente della cultura.
Per affermare le ragioni civili della professione di Architetto.
In ciò ha avuto il conforto ed il supporto sia di chi ha partecipato direttamente, sia di chi ha mostrato anche con la solo presenza di condividere principi, argomenti e modalità.
Non di rado ci siamo esposti, forse con un eccesso di determinazione; ma perché abbiamo ritenuto che fosse quello il modo più diretto per affermare il nostro pensiero sulle nostre questioni; nelle commissioni edilizie, nei dibattiti sull'urbanistica, nei convegni, nelle assemblee presso il Consiglio Nazionale. Abbiamo scelto la strada più breve per arrivare a discutere della sostanza delle cose, all'interno di un territorio talmente strutturato politicamente da rendere spesso difficile la praticabilità della via apparentemente più ragionevole e piana.
Non abbiamo incentivato corporativismi, né associazionismi; né la formzione di gruppi o correnti; tantomeno, in generale, la pratica del compromesso.
Chi ha scelto l'architettura, chi ha avuto l'opportunità di formarsi nelle università a contatto con docenti architetti di grandi ideali, oltreché di indubbio valore, difficilmente, nell'azione quotidiana, si presta a mediazioni, ad accordi compromissori, a pratiche di basso profilo.
Il mestiere di Architetto esige onestà intellettuale e, poi, cultura tecnica (nel senso greco, ove tekne traduce nel senso più pieno il fare dell'artefice).
Con fatica, riteniamo che possa essere portato avanti il lavoro intrapreso, anche perché abbiamo progressivamente avvertito la crescita di un senso di autorevolezza nelle nostre azioni.
Attenti al Master del 16/12/2003
E' ormai un fenomeno nazionale il diffondersi di corsi di aggiornamento professionale, i più diversi. Essi si rivolgono prevalentemente ai giovani disoccupati. Diciamo ‘corsi professionali' perché, come è noto, i Master veri dovrebbero essere, per legge, corsi di altissima cultura specialistica, come è nella tradizione anglosassone alla quale appartengono. Per essere definito Master un corso di studio a livello europeo deve avere una durata media che va dai dodici ai diciotto mesi, con un numero di ore compreso tra seicento e millecinquecento. E', invece, ormai molto diffuso da noi il malcostume di chiamare Master anche modesti corsi di poche settimane che, spesso, di specializzazione non hanno niente, ma che costano molto e danno non solo poco ma, addirittura, fanno male; ciò perché essi sono organizzati spesso da soggetti che non possiedono le qualificazioni necessarie, le strutture adeguate (aule attrezzate, una biblioteca disciplinare, un personale adeguato ecc.), e, soprattutto non sono in grado di mettere insieme un corpo docente qualificato. I docenti e la loro qualifica sono, infatti, la migliore e, soprattutto, la più oggettiva garanzia della serietà di un Master che è, sempre, un corso postlaurea e, perciò, deve poter contare sui migliori docenti, a livello nazionale e internazionale, della materia caratterizzante il corso.
I temi di molti sedicenti (e apparentemente seducenti) ‘corsi di specializzazione' organizzati da un sottobosco di ‘imprenditori' in continua espansione sono, per l'Architettura, quelli oggi più alla moda, oppure quelli che nuove leggi e regolamenti (nazionali, regionali, comunali) introducono nella professione con prolificità inversamente proporzionale al buonsenso e, soprattutto, alla semplificazione delle procedure burocratiche per lo svolgimento del mestiere di architetto; un mestiere che negli altri paesi europei è considerato tra i pochi socialmente rilevanti (al pari di quello di medico) e, perciò, svincolato il più possibile da legami burocratici, per consentire a chi lo svolge di sviluppare al meglio e più agevolmente la propria azione civile.
Il fatto che siamo ormai una nazione (con la n minuscola) pressoché impresentabile, culturalmente, a livello internazionale, è segnalato anche dal fenomeno della proliferazione di questi finti Master; ma, soprattutto, dal finto liberalismo istituzionale che tale fenomeno non solo permette ma, di fatto, incentiva; come è noto, infatti, lo stato ha delegato le regioni alla programmazione ed alla gestione della formazione professionale e le regioni, come si sa, non sempre controllano adeguatamente la qualità dei corsi da esse approvati e finanziati attraverso contributi di denaro pubblico.
Siamo una nazione, altresì, che ha il vezzo di importare acriticamente parole, formule e terminologie da altre culture, spesso senza porsi il problema della traduzione e quindi del significato e, soprattutto, del senso che quelle potranno assumere all'interno dei nostri lessici disciplinari; prima dei Master furono gli stage, i meeting (parola ormai desueta); mentre qualcuno parla ancora di briefing e si fà strada, anche in provincia, il Work-shop (quest'ultimo con il dubbio, colto, dell'articolazione: ‘il' o ‘lo' ? che per gli inglesi ovviamente non si pone).
E' così che i giovani Architetti, appena usciti dall'Università, tendono, soprattutto negli anni più recenti, o a prolungare a tempo indeterminato il periodo dell'apprendimento diciamo così ‘scolastico' rincorrendo ogni genere di offerta sotto forma di corsi, o a cercare immediatamente un impiego presso uno studio ‘tecnico', spesso con l'unico scopo dello stipendio mensile; sempre meno giovani, soprattutto in provincia, fanno invece la scelta culturale del tirocinio presso un Studio di Architettura qualificato; sempre meno giovani, evidentemente, ritengono utile per la loro formazione il dialogo disciplinare con chi ha maturato esperienze significative: ciò che soltanto un buon Architetto è in grado di trasmettere attraverso il racconto, gli esempi e l'analisi delle opere. Stare a contatto con Walter Gropius, insomma, poteva essere una grande fortuna, seppure non servisse un granché ad apprendere le convenzioni del disegno tecnico (al quale Gropius, come è noto, non era particolarmente portato); in fondo - diceva un altro grande del passato, Mario Ridolfi - "una mano che tracci dei segni su un foglio si può sempre trovare".
L'Architettura come piena espressione di cultura richiede - terminati e messi da parte gli studi scolastici - per essere degnamente e proficuamente frequentata, interesse ad apprendere, ma ‘dialogando', con capacità critica, nel confronto diretto col ‘fare'; altri studi, altri interessi, altre letture, altre riflessioni (e discussioni e polemiche, ma da protagonisti) testimonieranno, anche sulle opere, le nostre singolari identità.
del 03/05/1999
Vengono portati all'attenzione del Consiglio dell'Ordine - con preoccupante frequenza - casi di comportamento di colleghi che potrebbero configurarsi come infrazioni al Testo Unificato di Deontologia Professionale. Si richiamano perciò al riguardo gli iscritti all'osservanza dei seguenti articoli:
-Capo I, Art. 6
L'Architetto nel promuovere la sua attività professionale deve attribuirsi solo capacità o titoli pertinenti alla professione (...) senza (...) vantare influenze di qualsiasi tipo.
-Capo III, Art 17
L'Architetto deve evitare ogni forma di accaparramento della clientela mediante espedienti di qualsiasi tipo contrari alla dignità professionale.
-Capo IV, Art. 24
L'Architetto cui sia demandata qualsiasi forma di autorità, sia per appartenenza ad Amministrazioni ed organismi pubblici di qualunque tipo e/o Commissioni presso Enti pubblici, sia per incarico degli stessi, non può avvalersi (...) dei poteri o del prestigio inerenti alla carica pubblica o all'ufficio pubblico esercitato per trarne un vantaggio professionale per sé o per gli altri.
-Capo V, Art. 34
L'Architetto deve evitare ogni forma di scorretta concorrenza nei riguardi di altri colleghi.
L'Architetto non deve compiere atti tendenti alla sostituzione di colleghi che stiano per avere od abbiano ricevuto incarichi professionali.
-Capo VI, Art. 45
L'Architetto che abbia motivato riserve sul comportamento professionale di un collega deve informare per iscritto il Presidente dell'Ordine.
-Capo VII, Art. 55
l'avvertimento, la censura, la sospensione e la cancellazione ai sensi dell'Art. 45 del R.D. 23.10.1925 n° 2537.
del 01/03/2000
Ancora una volta il giudice amministrativo è tornato ad affrontare il tema del riparto delle competenze professionali di architetti e geometri, nella progettazione di immobili, ribadendo l'esclusiva competenza dell'architetto o dell'ingegnere per le costruzioni in cemento armato di dimensioni "non modeste".
La fattispecie sottoposta al vaglio della prima sezione del Tribunale Amministrativo Regionale dell'Emilia Romagna - Bologna aveva ad oggetto la progettazione, da parte di un geometra, di 8 villette a schiera a Faenza, con un volume di mc. 3700.
Il Comune aveva negato il rilascio della concessione edilizia, sul presupposto che il progetto presentato non rientrava fra le competenze professionali dei geometri, come disciplinate dall'art. 16 R.D. 11.2.29 n. 274.
Il geometra ha impugnato, quindi, il diniego innanzi al TAR, asserendo che la progettazione anche di manufatti in cemento armato deve ritenersi compresa nell'ambito delle competenze professionali proprie dei geometri.
Il TAR, con la sentenza n. 657 del 16.12.99, ha respinto il ricorso, accogliendo in pieno la tesi sostenuta dagli Architetti, alla cui stregua "in materia di edifici destinati a civile abitazione, la competenza dei geometri è limitata alle costruzioni di "modeste dimensioni", dovendo intendersi per tali "le piccole costruzioni in cemento armato che non richiedono particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non possono comunque implicare pericolo per la pubblica incolumità".
Ordine & disciplina del 13/04/2001
L'iscrizione all'Albo dell'Ordine Professionale è un obbligo di legge per chi eserciti la libera professione.
E' facoltativa per chi eserciti la professione in forma dipendente da Enti pubblici come previsto dall'art. 17 della Legge 109/1994 (e successive modificazioni e integrazioni).
L'Ordine tutela la professione.
Vigila perciò anche sul comportamento degli Iscritti che hanno l'obbligo di rispettare le Norme di deontologia per l'esercizio della professione di architetto.
Ogni iscritto all'Albo (libero professionista o dipendente) rende conto all'Ordine di eventuali comportamenti che risultino in contrasto con le suddette Norme.
Il Consiglio dell'Ordine avvia procedimenti disciplinari nei confronti dei propri Iscritti per violazioni che possono comportare la cancellazione; la sospensione; la censura; l'avvertimento.
P.S. Il testo delle Norme di deontologia è pubblicato integralmente sull'Albo dell'Ordine degli Architetti della Provincia di Ravenna.
La legge sull'architettura del 31/07/2003
Il Ministero per i beni e le attività Culturali ha elaborato un Disegno di legge sull'Architettura che non ha precedenti nella normativa italiana postunitaria. Certo esso riprende il dettato dell'Art. 9 della Costituzione allorché, vi si afferma che la Repubblica tutela la qualità dell'ideazione e della realizzazione architettonica e urbanistica, cui riconosce particolare rilevanza pubblica, anche ai fini della salvaguardia del paesaggio (e per qualità architettonica si intende l'esito di un coerente sviluppo progettuale che recepisca le esigenze di carattere funzionale, sociale e formale poste alla base della realizzazione dell'opera e che garantisca il suo inserimento armonico nell'ambiente).
L'importanza del testo di legge sta nell'essere entrato per la prima volta nel merito del "fare" architettura (e urbanistica): dunque della contemporaneità.
Sappiamo tutti che, fino ad oggi, l'azione di tutela dello Stato era limitata alla salvaguardia di opere storiche (che avessero almeno compiuto i cinquant'anni ed il cui Autore non fosse più vivente); ovvero degli ambienti storici e del territorio con particolari valori ambientali (azione diretta, quest'ultima, demandata agli Enti locali, ma con un possibile controllo ultimo da parte delle Soprintendenze).
Ora lo Stato entra nel merito dell' Architettura Moderna (‘contemporanea'); con una duplice azione: da una parte l'incentivazione della produzione della "buona architettura" (attraverso concorsi, incentivi, iniziative congiunte tra Ministeri, Università, Enti locali); dall'altra -cosa davvero rivoluzionaria anche a livello di normative europee- con la definizione di una strumentazione di tutela per le opere di Architettura anche di recente realizzazione (che abbiano cioè soltanto compiuto i dieci anni di età ed il cui Autore possa ancora essere attivo). A questo secondo aspetto si lega anche la revisione di quanto previsto dalla legge sul "diritto d'autore" (la 633 del 22 aprile 1941) che potrà garantire i diritti del progettista nel caso di eventuali modificazioni alla sua opera (si ricorda, per inciso, che alla revisione di tale normativa ha partecipato il Presidente dell'Ordine all'interno della Commissione nominata dal Consiglio Nazionale).
Un solo appunto: non si parla mai di Architetti, lasciando in tal modo nel vago le competenze di coloro che sono chiamati a dare corpo alle istanze legislative; ma conosciamo i motivi politici che tutt'ora ostacolano una revisione della normativa sulle "competenze professionali" delle tre categorie di ‘tecnici' che a tutt'oggi sono abilitati - confusamente- a lavorare nel settore dell'edilizia (non dell'Architettura, si ribadisce).
Nell'associarsi alla soddisfazione espressa dal Presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti, Raffaele Sirica, che ha definito il disegno di legge come "un traguardo storico" (ed, in effetti, come detto, è proprio così), cogliamo l'occasione per richiamare gli Architetti -non solo i ‘liberi professionisti', ma anche coloro che lavorano all'interno della Pubblica Amministrazione- a dare prova di maturità professionale (anche, se possibile,di capacità), di serietà, di onestà (non solo intellettuale). Se una legge, finalmente, ha riconosciuto "valori" (anche ‘immateriali') all'Architettura; se, finalmente, è maturata a livello normativo nazionale la coscienza del ruolo che l'Architettura svolge per la cultura di una Nazione; se si è riconosciuta pari dignità e dunque parità di diritti all'autore di un'Architettura (con la A maiuscola, naturalmente) come già sono riconosciuti dalla legge quelli dell'autore di un'opera artistica (letteraria, musicale, ecc.); se, anche solo per via tautologica, agli Architetti è stato riconosciuta un'autorità culturale: allora, cerchiamo di non deludere le aspettative. Riconquistiamoci sul campo: con le opere, la presenza qualificata, l'autorità della nostra peculiarità culturale e della nostra tradizione, la incorruttibilità delle nostre idee, ciò che per nostra responsabilità e per certe carenze normative avevamo in parte perduto per strada.
Riappropriamoci innanzitutto del nostro ruolo di intellettuali (all'estero, come tali, gli Architetti sono considerati); rifiutiamo il piccolo cabotaggio, l'intrallazzo politico amministrativo, il compromesso o, peggio, la connivenza con gli affaristi di qualunque colore e natura essi siano: interpretiamo quel ruolo che la Legge, seppur tra le righe, ci richiede per la ricostruzione di una cultura architettonica nazionale che noi, più di altri, conosciamo; e non solo per averla studiata nei Corsi di studio universitari.
Le attività di progettazione nella Merloni ter del 15/02/1999
La legge quadro in materia di opere pubbliche, come modificata ed integrata dalla Legge 18 novembre 1998, n. 415 ("Modifiche alla legge 11 febbraio 1994, n. 109 e ulteriori disposizioni in materia di lavori pubblici", nota come "Merlino tre") sembra essere giunta (finalmente?) a colmare un'area di indeterminatezza del settore degli appalti nei lavori pubblicizzi dubbio è legittimo, poiché l'adozione del regolamento attutivo, di cui all'articolo 3, comma 2, della L. 109 è prevista, così come stabilisce l'articolo 9, comma 2 della Merlino tre, «entro sei mesi dalla data in vigore della presente legge».
Dunque, dopo la L. 109/94 (Merlino uno), la L. 216/95 (Merlino bis) eccoci al terzo dispositivo legislativo inerente alla disciplina in materia di appalti di lavori pubblici.
Questa nuova ulteriore legge ha introdotto varie ed articolate innovazioni alla normativa precedente. In particolare, per quello che maggiormente ci riguarda, sembra porre gli architetti liberi professionisti di fronte ad uno scenario legislativo, mutato proprio in direzione della libera professione. Viene praticamente riscritto l'intero articolo n. 17 della L. 109, a partire dal titolo, "Redazione dei progetti" che nella 415/98 diviene "Effettuazione delle attività di progettazione, direzione lavori e accessorie". Nel corso dell'articolo si precisa che, «la redazione del progetto preliminare, definitivo ed esecutivo [...] in caso di carenza in organico di personale tecnico nelle stazioni appaltanti [...], ovvero in caso di lavori di speciale complessità o di rilevanza architettonica o ambientale o in caso di predisporre progetti integrati [...] che richiedono l'apporto di una pluralità di competenze [...] possono essere affidati ai soggetti di cui al comma 1, lettere d), e), f) e g) [liberi professionisti, società di professionisti, società di ingegneria]» (art. 17, comma 4, L. 109/94; art. 6 L. 415/98). Il comma si conclude avvertendo che le società di ingegneria «possono essere affiatare di incarichi di progettazione soltanto nel caso in cui i corrispettivi siano stimati di importo pari o superiore a 200.000 ECU».
Si favorisce quindi una tendenza alla "esternalizzazione" dell'apporto progettuale, garantendo il libero professionista, affidatario da solo o in forma di società di persone ("società di professionisti", cfr. art. 17 modificato, comma 6) o di società cooperativa, il quale è garantito sia per incarichi fino a 40.000 ECU, dove la scelta si basa su valutazioni di fiducia da parte della Pubblica Amministrazione, sia per incarichi da 40.000 a 200.000 ECU, a seguito della valutazione dei curricula, sempre dando «adeguata pubblicità» agli incarichi e verificando «l'esperienza e la capacità professionale dei progettisti incaricati», motivandone «la scelta in relazione al progetto da affidare» (cfr. art. 17 modificato, comma 12).
Il libero professionista ottiene vantaggi non soltanto nei confronti delle società di ingegneria, bensì anche dei dipendenti comunali che svolgano il loro servizio nella formula part-time: il comma 2-ter dell'articolo18 modificato vieta a questi pubblici dipendenti «nell'ambito territoriale dell'ufficio di appartenenza» l'espletamento di «incarichi professionali per conto di pubbliche amministrazioni [...] se non conseguenti ai rapporti d'impiego». Il 2-quater (art. 9, c. 30 della Merloni ter) recita testualmente: «è vietato l'affidamento di attività di progettazione, direzione lavori, collaudo, indagine e attività di supporto a mezzo di contratti a tempo determinato od altre procedure diverse da quelle previste dalla presente legge».
I tecnici diplomati, vale a dire i geometri, «possono firmare i progetti, nei limiti previsti dagli ordinamenti professionali, qualora siano in servizio presso l'amministrazione aggiudicatrice, ovvero abbiano ricoperto analogo incarico presso un'altra amministrazione aggiudicatrice da almeno cinque anni e risultino inquadrati in un profilo professionale tecnico ed abbiano svolto o collaborato ad attività di progettazione» (art. 17, c. 2, L. 109/94 modificata, art. 6, comma 9, 415/98). Se l'oggetto della progettazione riguarda «lavori di particolare rilevanza sotto il profilo architettonico, ambientale, storico-artistico e conservativo, nonché tecnologico, le stazioni appaltanti valutano in via prioritaria la opportunità di applicare la procedura del concorso di progettazione e del concorso di idee» (cfr. art. 17 modificato, comma 13).
Nelle attività di progettazione si trovano inoltre alcune piccole novità: l'articolo 16 della 109, così come modificato dai commi 25, 26, 27, 28 dell'articolo 9 della Merloni ter, a proposito della redazione del progetto preliminare inserisce un riferimento «all'utilizzo dei materiali provenienti dalle attività di riuso e riciclaggio». Negli "oneri inerenti alla progettazione" sono da prevedersi anche quelli relativi alla «progettazione dei piani di sicurezza e di coordinamento e dei piani generali di sicurezza quando previsti ai sensi del decreto legislativo 14 agosto 1996, n. 494, gli oneri relativi alle prestazioni professionali e specialistiche atte a definire gli elementi necessari a fornire il progetto esecutivo completo in ogni dettaglio, ivi compresi i rilievi e i costi riguardanti prove, sondaggi, analisi, collaudo di strutture e di impianti per gli edifici esistenti» (art. 16, comma 7 della L. 109 moificata, art. 9, commi, 25, 26, 27, 28 della Merloni ter).
Il regolamento di cui alla 109 inoltre «definisce le modalità per promuovere la presenza anche di giovani professionisti nei gruppi concorrenti ai bandi per l'aggiudicazione» (cfr. art. 17 modificato, comma 8; art. 6, comma 8 della Merloni ter). Per concludere, ci soffermiamo su un ulteriore elemento che attende chiarimenti: il comma 14-bis dell'art. 17 della 109, modificato dall'articolo 6, comma 7 della Merloni ter, avverte che i corrispettivi delle attività di progettazione sono calcolati sulla base di aliquote stabilite dal «Ministro di Grazia e Giustizia, di concerto con il Ministro dei Lavori Pubblici [..] con proprio decreto [da emanarsi entro 90 giorni dall'entrata in vigore della 415/98], ripartendo in tre aliquote percentuali la somma delle aliquote attualmente fissate, per i livelli di progettazione, dalle tariffe in vigore per i medesimi livelli».
Il libero professionista è anche incaricato dell'attività di direzione lavori (comma 14, art. 17 della L. 109/94): la concorrenza sul corrispettivo si ferma però ai minimi tariffari (c. 14-quater della L. 109/94; ex L. 143/49).
Il 14 dicembre scorso è stato approvato il Bilancio preventivo per il 2000 dall'Assemblea generale degli Iscritti.
Oltre alle consuete uscite per il funzionamento dell'Ordine sono state previste spese per pubblicazioni, corsi, mostre e convegni di Architettura per potere continuare nel programma di affermazione del ruolo degli Architetti come portatori di istanze culturali e di un sapere insieme tecnico ed umanistico necessari ad una società civile.
Su proposta del Consiglio, l'Assemblea ha deliberato di recedere dalla Federazione degli Ordini Architetti dell'Emilia Romagna con le motivazioni espresse nel documento che segue.
Per quanto riguarda le entrate si è deliberato di ridurre da 400.000 a 350.000 la quota annua di iscrizione (ciò per pure ragioni di bilancio: entrate = uscite); allo stato attuale, infatti, non è possibile spendere di più per migliorare l'organizzazione della segreteria e per fornire maggiori servizi, soprattutto in considerazione della ristrettezza della sede dell'Ordine della quale comunque è in previsione il trasferimento.
Si vedrà; per il momento auguriamoci di potere consolidare ulteriormente il nostro ruolo di Architetti.
L'Ordine degli Architetti della Provincia di Ravenna ha deciso di recedere dalla Federazione Architetti dell'Emilia Romagna.
Questo gesto, che non va interpretato come una dissociazione di principio dagli altri Ordini Provinciali né come ricerca di autonomia, è il frutto di una riflessione durata più di due anni sulle finalità e la funzionalità dell'Organo regionale.
Pur riconoscendo il lavoro svolto in questi anni e lo sforzo nell'affrontare i diversi problemi che gravitano attorno alla professione di architetto, e pur avendo sostenuto e partecipato agli sforzi di riorganizzazione della Federazione stessa e all'elaborazione del suo nuovo Statuto, ci sentiamo pronti ad affermare che l'esistenza di una tale struttura, con un bilancio che grava sensibilmente su ogni Ordine provinciale senza in realtà offrire una presenza politica significativa nel quadro professionale regionale, non sia poi così indispensabile.
Affermazione sostenuta anche dalla mancanza di un riconoscimento istituzionale delle Federazioni e delle Consulte che provoca, oltre ad un'ambiguità nell'essere riconosciute come interlocutrici con organi istituzionali, una difficoltà di organizzazione ed una mancanza di unitarietà negli obiettivi e nell'attuazione di programmi.
Difficoltà, che nel caso della Federazione dell'Emilia Romagna, si è sempre manifestata nell'esitazione decisionale, nella lungaggine dei tempi operativi, nella definizione di una struttura interna assai rigida e legata a schemi di presenzialismo spesso troppo pressanti.
Tutto ciò, comunque, non significa che si ritenga trascurabile il momento di approfondimento, di crescita e di confronto con gli altri Ordini, regionali e non, ma crediamo che questo sia possibile solo attraverso la realizzazione di strutture snelle, istituzionalmente riconosciute, che possano attivamente interloquire con il Consiglio Nazionale e con tutti gli Enti Locali.
Architetti/architettura del 02/02/2001
Come mai in un Paese come l'Italia riconosciuto, perlomeno fino a cinquant'anni fa, come patrimonio dell'umanità per valori ambientali, storici, artistici e - massimamente - architettonici, le pratiche edilizie e le costruzioni, dunque l'architettura in senso lato, non sono di competenza esclusiva - nonostante l'evidente tautologia -degli Architetti?
Un collega straniero, architetto e professore universitario con la vocazione alla psicanalisi, avanza l'ipotesi della "rimozione", della "liberazione" da parte nostra (di noi italiani) di un "ingombrante passato".
Insomma avremmo, secondo tale interpretazione, il bisogno di negare, mettere in discussione, distruggere la "figura paterna" (l'architettura, la storia, l'arte) per affermare una nostra moderna identità.
Perciò, costruiamo brutte periferie, distruggiamo l'ambiente, mandiamo in malora gli edifici antichi, oppure li massacriamo magari facendo miniappartamenti nelle ex chiese e nei palazzi storici... e così via.
In altre nazioni dove il patrimonio storico-artistico è molto più esiguo rispetto al nostro (pensiamo all'Inghilterra, alla Svizzera, alla Spagna, alla Germania) il rispetto della collettività nei confronti del passato storico e l'interesse per l'architettura (antica e moderna) sono vivi, intensi, esemplari.
Perciò a Basilea, Berlino, Bilbao, Rotterdam, gli uomini di cultura (non solo gli architetti) vanno in pellegrinaggio.
Oggi il "gran tour" che Goethe e Winckelmann compivano in Italia si fa viaggiando in Europa.
Noi non abbiamo niente di moderno da mostrare; mentre la torre di Pisa, Piazza San Marco o la fontana del Bernini in Piazza Navona sono nascosti dietro impalcature per restauri così sofisticati che non finiscono mai.
L'architettura moderna (così come, purtroppo l'arte moderna, il cinema, la letteratura) non sono cose che ci interessino più di tanto.
La nostra cultura "nazionale", nei fatti, ha sfasciato le università, i licei e sta sfasciando le scuole: i risultati sono, anche, l'incapacità di distinguere il bello dal brutto; non sappiamo distinguere l'opera d'arte (contemporanea) dai balbettii "artistici" dei dilettanti.
Non parliamo poi dell'architettura: i nostri amministratori, e governanti, loro per primi, non sanno distinguere quella buona da quella meno buona (non sanno, cioè emettere neppure un conato di giudizio di valore).
La gente, la "povera gente" che è così attenta ai "valori estetici" delle nuove automobili e della moda (perché, evidentemente, i produttori sono più intelligenti e sanno diffondere le loro "culture") sta -perlopiù - in villette a schiera dei "sette nani", in scatole condominiali che giusto stanno in piedi perché un cubo in muratura comunque non crolla, in mansarde "ristrutturate" con travi a vista e vasca idromassaggio in palazzi storici che hanno subito il trattamento dello "zucchino ripieno".
L'Ordine degli Architetti ovviamente non condivide questo stato di cose.
Perciò - come si usa dire - non se ne sta a guardare; cioè non si "stupisce", semplicemente; non si "indigna" soltanto; non "fa presente" con tatto; dal momento che sa che il problema è serio e che esisterebbero gli strumenti per contrastare le devastazioni culturali che sono il frutto, sì dell'ignoranza, ma, anche della insipienza.
L'Ordine degli Architetti sa che - se proprio non c'è più niente da fare in termini di educazione civica - esistono pur sempre le Leggi.
Esistono, anche se sono eluse da chi dovrebbe farle rispettare, le Leggi che regolano le competenze professionali dei cosiddetti "Tecnici".
Esse, come tutti dovrebbero sapere, variano a seconda delle categorie - i geometri, ad esempio, hanno - per Legge - competenze su larghi settori dei lavori rurali, mentre per quel che riguarda l'edilizia civile essi possono progettare e dirigere lavori di "modeste costruzioni"; mentre non possono - cosa importantissima - progettare restauri di edifici storico-artistici; neppure gli ingegneri lo possono (anche se hanno un campo di competenze ovviamente molto più esteso dei geometri (ponti, strade, edifici in cemento armato, grandi strutture, ecc.).
La Legge riconosce l'Architetto come "tecnico globale" per il settore delle costruzioni; non solo; ma anche per quello dell'urbanistica (i piani regolatori, le lottizzazioni) e per quello del restauro.
Un geometra, invece, non può - per Legge - occuparsi di urbanistica, di restauro di edifici monumentali, di costruzioni in cemento armato (tranne che non siano di "modesta importanza").
Questo è ciò che dice la Legge.
E qui, guarda caso, ricorre di nuovo il caso freudiano; siamo la nazione che possiede il maggior patrimonio giuridico del mondo, ma siamo anche lo Stato che meno di tutti gli altri al mondo riconosce le proprie Leggi, e le fa applicare.
L'Ordine degli Architetti, difende la storia e la cultura architettonica anche attraverso azioni legali, allorquando ritenga giusto intervenire per fare rispettare le Leggi dello stato emanate nell'interesse dei cittadini; anche laddove gli amministratori e i funzionari pubblici abbiano dato il loro benestare ed abbiano concesso autorizzazioni "fuori-legge" (alla lettera! senza ulteriori allusioni).
L'Ordine degli Architetti sostiene che l'architettura (quella pubblica e monumentale, in particolare) sia materia esclusiva degli Architetti.
Purtroppo siamo a questo; dobbiamo batterci per far comprendere anche le ovvietà.
E gli Architetti? del 17/04/2002
Sabato 6 aprile, come da programma, si è svolto il Convegno nazionale, voluto dall'Ordine sul tema Architetti - Università e professione.
E' un tema di eccezionale importanza, oggi, dal momento che sia l'Università (riforma, lauree brevi e 3 + 2, specializzazioni, esame di stato) sia l'Ordinamento professionale (nuova struttura dell'Albo, tirocinio), sono stati riformati e riordinati.
Siamo l'unico Ordine, a quanto risulta, ad aver preso l'iniziativa di convocare - per capire e portare contributi alla conoscenza - il massimo rappresentante dell'Ordinamento (il Presidente del Consiglio Nazionale Raffaele Sirica) e tre presidi di facoltà (Venezia, Bologna-Cesena, e Ferrara).
Sarebbe stata gradita la presenza in sala anche degli Architetti (liberi professionisti e dipendenti delle pubbliche amministrazioni), che non hanno superato invece la percentuale del 15% dei presenti.
La sala, comunque, era stracolma: abbiamo perciò ugualmente ben figurato nei confronti dei numerosi ospiti arrivati da tutta Italia.
Cogliamo l'occasione per ringraziare di nuovo sia il Soprintendente arch. Anna Maria Iannucci, sia il Sindaco di Ravenna Vidmer Mercatali che hanno dato contributi apprezzati al Convegno.
del 25/03/2003
Sempre più frequentemente si percepisce fra gli iscritti all'Ordine un senso di confusione e fraintendimento sulla natura e sulle funzioni dell'Ordine e, soprattutto, sul reale significato etico e morale dell'iscrizione all'Albo professionale.
Più volte abbiamo dedicato gli editoriali delle circolari a questo argomento; in tante occasioni ne abbiamo parlato pubblicamente, ma i commenti, le richieste le "chiacchere" stesse che provengono da parte di molti ci fanno capire che l'abitudine ad ignorare le circolari, le assemblee e gli incontri pubblici mantiene in vita la non conoscenza delle norme e delle leggi che regolano la professione di Architetto.
Tutto ciò diventa sempre più inammissibile e ci induce a ribadire alcuni principi fondamentali per poter svolgere con serietà e dignità il ruolo di Architetto.
Se è vero, come la premessa al "Testo Unico delle Norme Deontologiche" cita, che:
"L'architettura è espressione culturale essenziale dell'identità storica di ogni paese.
L'architettura si fonda su un insieme di valori etici ed estetici che ne formano la qualità e contribuisce, in larga misura, a determinare le condizioni di vita dell'uomo e non può essere ridotta al mero fatto commerciale, regolato solo da criteri quantitativi. L'opera di architettura tende a sopravvivere al suo ideatore, al suo costruttore, al suo proprietario, ai suoi primi utenti: Per questi motivi è di interesse pubblico e costituisce un patrimonio della comunità.
La tutela di questo interesse è uno degli scopi primari dell'opera professionale e costituisce fondamento etico della professione. [...] gli architetti hanno il dovere, nel rispetto dell'interesse presente e futuro della società, di attenersi al fondamento etico proprio della loro disciplina.
Gli atti progettuali degli architetti rispondono all'esigenza dei singoli cittadini e delle comunitàdi definire e migliorare il loro ambiente individuale, familiare, collettivo e di tutelare e valorizzare il patrimonio di risorse naturali, culturali e d economiche del territorio, adottando, nella realizzazione dell'opera, le soluzioni tecniche e formali più adeguate ad assicurarne il massimo di qualità e di durata, e il benessere fisico e d emozionale dei suoi utenti."
Se è vero tutto ciò, allora si può facilmente intuire quale sia il ruolo dell'Ordine professionale e quale quello del singolo professionista che opera nella società.
L'Ordine non è una Associazione, un Sindacato o un Club; è una Istituzione; come è noto, è investito per Legge del ruolo di Magistratura (non di avvocato di parte), non "difende" a priori il proprio iscritto ma tutela e promuove la professione ed il ruolo dell'architetto nella società. Ruolo che risponde ad un interesse pubblico, che va oltre l'aspetto tecnico della corretta esecuzione della costruzione e che interessa la sfera etico-morale-culturale della collettività.
E sebbene l'iscrizione all'Albo sia obbligatoria per esercitare la professione, non è obbligatorio da parte dell'Ordine, nel rispetto delle leggi vigenti e delle Norme Deontologiche, iscrivere e/o mantenere iscritte persone che non abbiano quelle caratteristiche etiche-morali e professionali sopra esplicitate.
L'iscrizione all'Albo, quindi, non va intesa come semplice atto burocratico che, con l'assegnazione del cosiddetto "timbro" consente comunque di esercitare la professione; va piuttosto intesa come atto critico, che permette, semmai e nell'interesse di tutti, di separare, di distinguere e distinguersi.
L'iscrizione all'Albo è quindi un segno di dignità verso se stessi, prima di tutto, e verso la comunità; come succede in Inghilterra o negli stati Uniti dove essere iscritti al RIBA o all'AIA è prima di tutto un "privilegio" etico e culturale.
L'Ordine professionale non è il "buon padre di famiglia" che rimedia ad ogni stupidità del proprio figlio con una pacca sulla spalla, e del quale ci si dimentica quasi sempre ma al quale si ricorre quando non ci si vuole esporre in prima persona. L'Ordine non legittima e non avalla tutto ciò che va contro i principi della professione e contro gli interessi della collettività.
La conoscenza ed il rispetto assoluto delle Norme Deontologiche non sono un optional; il Codice non è quell'insieme di norme da aggirare per raggiungere scopi personali. Ma soprattutto, al Codice Deontologico devono rispetto non solo i liberi professionisti, ma tutti gli architetti iscritti all'Albo (anche i pubblici dipendenti) come cita l'art. 2:"Le presenti norme [deontologiche] valgono in qualunque forma venga esercitata la professione sia libera che dipendente, pubblica o privata".
Ogni architetto deve quindi affiancare alla sua elevata preparazione culturale una coscienza professionale da manifestare alla società, ai committenti, ai colleghi e all'Ordine.
Non è ammissibile pertanto che un iscritto che si sia impegnato a rappresentare non solo l'Ordine ma la professione stessa in commissioni istituzionali, commissioni interne, gruppi di lavoro venga meno al proprio dovere ed al rispetto dell'Ordine (artt. 46, 49, 52, 53); non è ammissibile che un iscritto ignori le deliberazioni e le richieste che gli vengono espresse dall'Ordine (artt.1, 42, 43, 44, 45, 47) ; non è ammissibile che un iscritto crei nei confronti dei colleghi situazioni di concorrenza sleale sia a carattere personale sia - e qui ci si rivolge ai dipendenti e funzionari di pubbliche amministrazioni - non adottando il medesimo comportamento nei confronti di uno o dell'altro (artt. 8, 10, 16, 27, 33, 34, 36, 37, 38); non è ammissibile che un iscritto millanti titoli, professionali ed accademici, che non possiede (artt.6, 17, 35, 40); non è ammissibile che un iscritto svolga l'attività di libero professionista in condizioni di incompatibilità con essa (art. 13, 28, 29, 30, 48); non è ammissibile che un architetto non si trovi nelle necessarie condizioni di indipendenza che gli permettano di esercitare la professione in conformità con le regole deontologiche assumendosi la responsabilità delle proprie azioni (artt. 4, 5, 7);non è ammissibile che un iscritto venga meno al rapporto di onestà e lealtà con il proprio committente (artt.14, 15, 18, 19, 22, 23, 26); non è ammissibile che un iscritto degradi la professionalità e la figura dell'architetto abbinando la propria firma a tecnici che per formazione e per legge non hanno le stesse competenze professionali (art.31).

References: Art. 49
 art. 35
 sentenza 
 Art. 6
 Art. 24
 Art. 34
 Art. 45
 Art. 55
 sentenza 
 art. 6
 art. 17
 art. 17
 art. 6
 art. 17
 art. 9
 art. 17
 art. 6
 art. 17