Source: http://magistraturademocratica.it/articolo/speciale-xxi-congresso-l-intervento-di-emilio-sirianni_11-11-2016.php
Timestamp: 2019-12-09 06:59:33+00:00

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Magistratura democratica - L'intervento di Emilio Sirianni
L'intervento di Emilio Sirianni
Il bilancio del progetto di Area che oggi siamo chiamati a tracciare, in qualche modo ha, in filigrana, quello sulla storia recente di MD, lasciando persino brevemente intravvedere una prospettiva di consuntivo finale[1].
A rileggere i circa 15 anni del percorso di Area sono individuabili tre forze trainanti che hanno concorso a condurci sin qui:
- La naturale convergenza della magistratura progressista in un fronte comune nel corso del ventennio berlusconiano, connotato da un assalto feroce sia a diritti e libertà individuali, che agli assetti costituzionali ed, in specie, all’autonomia ed indipendenza del potere giudiziario;
- l’emergere, in alcune importanti realtà locali, di aggregazioni stabili fra i due gruppi fondatori che ne hanno determinato un’azione comune in ambito associativo e candidature unitarie nelle elezioni locali;
- infine, palesatasi cronologicamente in un secondo momento, ma, credo, determinante, l’esigenza di arrestare l’erosione dei consensi, una sorta di “vertigine da dissoluzione” per assenza di ricambio generazionale.
Del primo vettore non v’è molto da dire. Il contesto imponeva di stringersi a difesa degli assetti costituzionali e dei diritti e lo si è fatto in modo determinato ed autorevole, tanto da far divenire MD il gruppo trainante dell’associazionismo in una fase storica in cui esso ha probabilmente raggiunto il massimo del suo prestigio e portarci a conseguire i nostri migliori risultati elettorali di sempre[2].
Più interessante è soffermarsi sulle due altre forze propulsive.
Le aggregazioni più o meno stabili in sede locale a cui mi riferivo sono quelle determinatesi in Puglia, Veneto e nel distretto di Milano, poi replicate in altri distretti anche se spesso circoscritte a specifiche tornate elettorali. In seguito, muovendo dall’affermata “sintonia” che si sarebbe creata intorno ad un nucleo di valori comuni, si è prospettato un percorso che avrebbe dovuto “avvicinare una platea più ampia della semplice sommatoria degli aderenti ai due gruppi” anche attraverso un programma comune per l’autogoverno [3]. In questo percorso si è pervenuti alla scelta delle primarie, quale metodo di selezione dei candidati nelle elezioni nazionali, sebbene, ciò sia singolarmente avvenuto sulla base di una mera suggestione filtrata dalla Giunta dell’ANM [4], anziché a seguito di un reale confronto[5]. Il percorso si è rafforzato con moto inerziale, ma senza analisi o riflessioni che andassero oltre l’affermazione, da un lato, del carattere anacronistico e contraddittorio del militante-tipo di MD, borioso, autoreferenziale e dedito a prassi antitetiche ai principi affermati[6] e, dall’altro, del carattere invece positivo di talune esperienze comuni, delle quali era citato il solo convegno di Lampedusa, rimasto in realtà un unicum, nell’immaginata progressiva contaminazione di orizzonti culturali[7]. Fino alle indicazioni del congresso di Reggio Calabria nelle quali, sempre a prescindere da ogni analisi sull’esito effettivo, elettorale, politico e culturale, dell’alleanza, si chiede un’ulteriore accelerazione: una maggiore “legittimazione democratica” per Area ed i suoi organi; una qualche autonoma finanziaria e la delega ad essa della “ ..discussione e ..manifestazione esterna della linea politica sui temi dell’associazionismo e dell’autogoverno”[8].
Ma vi è stata davvero quella feconda contaminazione fra noi e gli altri aderenti ad Area? Il corredo culturale che costituisce il patrimonio genetico di MD è riuscito, per così dire, ad “infiltrare la magistratura”, grazie a questo percorso? Esso ha, quanto meno, arrestato il declino di consensi e la conseguente “vertigine da dissoluzione”?
Esaminando il dato elettorale, il solo dato oggettivo disponibile, l’esito dell’analisi è impietoso[9]. Questi i dati[10] dal 1999 al 2016[11]: 1999 (anm): 2673 voti; 2002 (csm): 3238 (+565); 2003 (anm): 3403 (+165); 2006 (csm): 2688 (-715); 2007 (anm): 2585 (-103); 2010 (csm): 2424 (-161); 2012 (anm): 2271 (-153); 2014 (csm): 2240 (-31); 2016 (anm): 1836 (-404). Confrontando, il dato elettorale del 2016 con quello da cui si è partiti (1999), con quello di massimo consenso raggiunto (il 2003) e con quello in cui si ha debuttato la sigla di Area (2010): meno 837 voti rispetto al 1999 ovvero -31%; meno 1567 voti rispetto al 2003 ovvero -46%; meno 588 voti rispetto al 2010 ovvero -24%. Dunque il progetto, sotto il profilo della ricerca di maggior consenso, è fallito.
Il dato non pare bilanciato da nuove leve di magistrati progressisti che s’affacciano all’impegno associativo. Perché si tratta di presenza alquanto contenuta e di cui non può dirsi, se non in base a personali percezioni, che segnali un inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti. Né ci si dovrebbero bastare più o meno sentite professioni di fede nell’ineluttabilità del percorso.
Occorrerebbe, quantomeno, una verifica sulla reale tenuta dei principi, sulla coerenza tra principi e prassi. Non le prassi individuali, che riguardano l’etica, ma l’agire politico, indicativo della che coerenza dei gruppi associati di individui rispetto ai principi che dovrebbero cementarne l’unione. La coerenza di MD, in quanto tale ed in quanto parte di Area. Verifica che valga quanto meno a rassicurare, visto l’esito infelice, sotto il profilo elettorale, di questa nostra ricerca del consenso, sul fatto che essa non sia finita per divenire quell’identica “zavorra” che è per i partiti politici, come ricordava Saviano in un bell’articolo sull’insabbiamento parlamentare della proposta di legge sulla liberalizzazione delle droghe leggere[12], un sintomo, pur meno degradante, di quella malattia degenerativa delle correnti, efficacemente descritta in un recente intervento di Giuseppe Cascini[13].
Molti esempi si potrebbero fare[14], ma quanto meno tre vicende o questioni, che interpellavano nel profondo magistratura democratica e il senso politico della sua presenza, possono estrarsi dal quindicennio appena trascorso, rispetto alle quali le risposte date non sono state quelle che era lecito attendersi.
A lungo siamo stati l’intellettuale collettivo che non aveva remore a far sentire la propria voce ogni qual volta gli assetti costituzionali fossero posti in pericolo, anche quando i pericoli provenivano da comportamenti delle massime cariche dello Stato. Certo, passato il ventennio di Berlusconi, le occasioni di tensione istituzionale si sono molto diradate, ma non sono del tutto evaporate. In un momento di grande tensione attorno a telefonate casualmente intercettate dell’allora Presidente della Repubblica, questi sollevò un conflitto di attribuzione nei confronti degli uffici giudiziari procedenti, che ha portato un grave vulnus agli equilibri fra poteri ed alla stessa eguaglianza delle parti nel processo penale. Nostri autorevoli ed antichi compagni di strada, come Franco Cordero e Gustavo Zagreblesky hanno rimarcato come con quel conflitto, che non poteva che concludersi a favore dell’istante, si manifestassero pretese di inviolabilità da ancien régime e si imponesse, di fatto, alla Corte Costituzionale, per scongiurare un contrasto che avrebbe avuto effetti ancor più deflagranti, di recedere dal proprio ruolo di sommo garante degli equilibri fra i poteri e dell’eguaglianza fra i cittadini[15], determinando conseguenze sulle istituzioni che dovranno essere ancora indagate negli anni a venire. Sulla questione un tempo avremmo unito la nostra voce alle molte che si sono udite, invece abbiamo taciuto.
C’è poi una vicenda che appartiene oramai al rimosso di MD, quella relativa all’esercizio dell’azione penale e della giurisdizione rispetto al movimento di opposizione all’alta velocità in Val di Susa (c.d. “No Tav”). Parlo meditatamente di “rimozione”, perché è da anni oramai che osserviamo lì si dispiega quel “diritto penale del nemico” al quale dedichiamo convegni postumi, ma che siamo incapaci di scorgere al momento del suo materializzarsi. Citerò, al riguardo, più volte Livio Pepino, nella convinzione che, più che le ferite politiche di un recente passato, contino i fatti, pubblicamente e ripetutamente affermati, agevolmente riscontrabili e, a quanto mi risulta, mai smentiti.
“1.500 indagati negli ultimi sei anni e mezzo (con una punta di 327 nel 2011 e di 183 dal luglio 2015 al giugno 2016: più di un indagato ogni due giorni), un centinaio di misure cautelari, una gamma di reati che vanno dalle violazioni della zona rossa a fantasiosi attentati con finalità di terrorismo”[16]. Le tipiche torsioni del diritto penale del nemico: dall’uso della custodia cautelare in carcere come “presidio minimo” in luogo di “extrema ratio” ad una dilatazione del concetto di concorso morale estensibile pressoché a chiunque abbia partecipato a manifestazioni di protesta contro la linea ad alta velocità senza essersene immediatamente allontanato al manifestarsi di atti di violenza; dall’uso quasi sistematico dello strumento penale nei confronti di chiunque manifesti opinioni critiche o attivi strumenti leciti di interferenza alla materializzazione dei “fantasmi del terrorismo”[17]. Molti gli episodi, in tale contesto, che avrebbero giustificato un intervento di MD: una professoressa di liceo ultrasettantenne in pensione, indagata per avere passato una fune poi utilizzata per abbattere una griglia che impediva l’accesso ad un cantiere (l’accesso ai cantieri è uno degli obiettivi politici pubblicamente dichiarati dal movimento) e sottoposta ad obbligo di firma, poi trasformato in obbligo di dimora e destinato a divenire custodia cautelare, per avere l’interessata pubblicamente dichiarato che non accetterà di chiedere scusa ogni giorno ai carabinieri né di far diventare la propria casa una prigione; una sentenza di condanna di una studentessa per invasione di terreni e violenza privata in concorso, nella quale, elemento determinante ai fini dell’affermazione di colpevolezza è stata la sua tesi di laurea sul movimento No Tav, redatta dopo avere vissuto nella valle e condiviso i momenti di protesta e con l’uso del “noi” narrativo, anziché della terza persona plurale[18]; il rinvio a giudizio di uno dei più noti scrittori italiani per istigazione a delinquere con riferimento alle frasi pubblicamente pronunciate a favore del “sabotaggio” della linea ad alta velocità, vicenda che ci ha fatti piombare indietro negli anni ’50 e fortunatamente conclusa con una pronuncia di assoluzione che ha ristabilito <<il punto di confine tra la libertà di manifestazione di pensiero e l’esigenza di tutela dell’ordine pubblico>>[19]. Infine, l’intervento della Cassazione, che ha ricordato i caratteri distintivi fra reati di danneggiamento, se pur tali da arrecare pericolo all’incolumità delle persone e la “finalità di terrorismo” contestata ai partecipanti ad un assalto a un cantiere, condotto anche con lancio di molotov e conclusosi con l’incendio di un compressore[20].
Infine, la riforma della Costituzione targata Boschi-Renzi, approvata da un parlamento eletto in base ad una legge incostituzionale, imposta dal Governo con inaccettabili forzature procedurali, scritta finanche in modo tecnicamente più che approssimativo, finalizzata ad un grave indebolimento dell’organo del potere legislativo e, per di più, accoppiata ad una legge elettorale che consegna ad una futura minoranza il dominio assoluto sulle istituzioni. In questo caso Magistratura Democratica ha svolto il ruolo che la sua storia le imponeva[21], ma quella parte della magistratura che, con l’esperienza di Area, ci si proponeva di avvicinare ai nostri valori ed al nostro punto di vista sulla giurisdizione è rimasta del tutto estranea, non solo all’impegno di contrasto alla riforma, ma persino alla discussione intorno ad essa. Molte, anzi, sulle m.l., le affermazioni di condivisione del testo sostenute con i tipici argomenti della propaganda governativa di preteso rinnovamento ed “efficientamento” delle istituzioni o addirittura di contenimento dei costi[22]. Gli stessi rappresentanti di Movimento per la Giustizia/art.3, quando non si sono schierati a favore della riforma, si sono, nella gran parte, sottratti ad un impegno analogo a quello del 2006[23]. Del tutto deludente la posizione assunta da Area. Molte assemblee distrettuali si sono pronunciate contro un impegno diretto di Area ed il coordinamento nazionale non è andato oltre la formulazione di tiepidi rilievi critici sul contenuto della riforma e l’auspicio di una partecipazione dei singoli magistrati al dibattito per meri fini di approfondimento tecnico, concludendo per la non adesione ai comitati referendari, motivata con un incomprensibile riferimento statutario al carattere “plurale” dell’associazione[24] ed all’identità e autonomia dei propri aderenti[25].
Delle tre macro vicende che ho ricordato, solo nell’ultima si è manifestata una presenza di MD, se pur speculare all’assenza di Area. A provare che non solo i nostri valori non hanno innervato la nuova realtà associativa, ma anche che, al contrario, ad essa abbia corrisposto un contestuale, progressivo smarrimento di quei valori anche al nostro interno[26].
A tutto ciò si aggiunge lo stato di confusione ed ambiguità organizzativa e gestionale che ha connotato questo anomalo soggetto a tre gambe. Personalmente condivido buona parte del documento “Una svolta per Area”, presentato sulle mm.ll. l’1 giugno del 2016, segnatamente quella parte poi meglio esplicitata da Nello Rossi in una successiva mail in cui parlava d’una “crisi …della introvabile responsabilità politica”. Non ne condivido, naturalmente, il dispositivo. Pur consapevole che il progetto di Area si è troppo spinto in avanti per immaginarne un brusco abbandono, credo, invece, che non sia più rinviabile una sua profonda ed onesta revisione critica.
Quanto ad MD, opteremo per qualche forma di riparto di competenze del tipo “ad Area la magistratura ed a noi la società” o per il progressivo ritiro nella ridotta indiana di Questione Giustizia, con una MD non più associazione di magistrati, ma di giuristi, “aperta ad avvocati, professori, operatori”[27], ma è ormai questione di poco rilievo, alla luce dello Statuto di Area, approvato il 21 luglio del 2016, la cui norma transitoria dell’art.24 proroga la presenza dei segretari dei gruppi fondatori nel coordinamento ed il diritto di voto nell’assemblea anche per gli iscritti ad essi solo fino alla fine dell’anno in corso. Dopo di che solo i “soci” di ciascuna delle due associazioni concorreranno, secondo i rispettivi statuti a deciderne azione politica e sorti. I fatti, insomma, sopravanzeranno le decisioni di oggi.
Non essendo, al riguardo, neppure immaginabile che le future scelte di ciascuno siano coartate con il meccanismo della proposta Arata-Vignale, sulla cui conformità a Statuto è lecito nutrire seri dubbi[28]
Personalmente rimarrò in questa associazione, spenderò in essa le mie residue energie e la passione politica che ancora mi porto dentro. Mi impegnerò in Area, pur auspicando quella revisione critica di cui sopra, ne criticherò le scelte che mi capiterà di non condividere, ma non lo farò da iscritto, continuando ad apparirmi surreale e troppo rischiosa per la mia latente schizofrenia l’idea d’esser parte di due diverse associazioni impegnate nel medesimo agone politico.
Concludo con l’incipit che non ho avuto il coraggio di adottare e che uso adesso, perché difficilmente mi capiterà un’altra occasione per farlo: “care compagne e cari compagni”, spenderò le energie e la passione politica di cui sono ancora capace rispettando, come sempre, le decisioni che saranno prese, ma continuerò a farlo da qui, da questo luogo ideale che ancora, nonostante tutto, non vedo ragione di abbandonare.
[1] In un documento firmato da 32 due aderenti ai due gruppi fondatori e denominato “Una svolta per Area”, si sono formulate pressanti richieste di svolta politica alla stessa Area, da un lato ed ai gruppi fondatori, dall’altro. Le reali esigenze determinate dall’impasse organizzativo in cui la nuova realtà associativa è sprofondata, sono culminate in un’espressa richiesta: “Chiediamo, quindi, ai gruppi fondatori di rispettare la volontà, espressa nella terza assemblea, di fare degli organismi di Area gli unici rappresentanti nei confronti delle istituzioni dell'autogoverno e della magistratura associata e gli unici soggetti legittimati ad individuare a attuare la politica di Area, astenendosi dall'agire in modo parallelo o antagonista”. Tale richiesta è stata legittimamente interpretata da molti, sia all’interno che all’esterno della magistratura, come una prospettiva di prossima “liquidazione” di tali gruppi. Il che ha dato luogo all’intenso dibattito in MD che ha fatto da prologo a questo congresso e ad interpretazioni giornalistiche, poi espressamente smentite da taluni dei firmatari (v. l’articolo di Liana Milella del 9102016 su Repubblica intitolato “Magistratura democratica addio, la corrente di sinistra va verso lo scioglimento” e le successive smentite di due dei firmatari, Eugenio Albamonte e Giuseppe Cascini, oltre che dello stesso Presidente di MD Carlo De Chiara).
[2] Alle elezioni del CSM del 2002, i rappresentanti dei due gruppi insieme presero 3238 voti a quelle dell’ANM dell’anno successivo presero, complessivamente, addirittura 3403 voti. Quanto ad MD, un ruolo trainante verso questi risultati lo ebbero le presidenze dell’ANM Elena Paciotti (1996) ed Edmondo Bruti Liberati (2002) che ne resero fortemente visibile il ruolo assunto a difesa degli assetti costituzionali.
[3] La mozione finale del XVII congresso di Modena (29 marzo 2009: in epoca di imperante berlusconismo) non si occupa della questione dell’alleanza, pur consolidata, con art.3-Movimenti, concentrandosi sui rischi per gli assetti costituzionali, determinati dall’attacco ai diritti fondamentali (dal diritto alla salute all’intrusione del pubblico nello “spazio privatissimo del corpo umano”), traccia un orizzonte di azione politica che abbraccia tematiche attinenti alla difesa dei diritti negli ambiti di maggiore tensione, dal carcere ai migranti, dal processo penale alla tutela del lavoro e dei lavoratori. Già l’1172009, però, il tema è affrontato dal CN, che, dopo un incontro con l’altro gruppo, parla della “costruzione di un percorso più ambizioso rispetto la mera costruzione di un’alleanza elettorale”, in funzione di un progetto comune per l’autogoverno, spinto proprio dalla constatazione dell’esistenza di realtà territoriali in cui si era pervenuti a forme di aggregazione stabile. Il ruolo determinante di tali esperienze è consacrato nella mozione finale del XVIII congresso di Napoli (1112010), che recepisce, facendovi rinvio, quella presentata dalle sezioni del Veneto, della Puglia e di Milano, che, in poche righe, chiedeva la creazione di “forme stabili di collegamento dei magistrati dell’Area” in tutti i distretti, sulla scorta di quanto ivi avvenuto e di “favorire la presentazione di liste di Area in tutte le competizioni elettorali dell’autogoverno e dell’associazionismo, con la scelta ove possibile di candidati comuni attraverso meccanismi aperti a tutti i magistrati anche non iscritti ma che si riconoscono in tale quadro, a cominciare dalle prossime elezioni del C.D.C. dell’ANM”. Affermazioni e concetti ribaditi nel documento “Costruire Area”, presentato al XIX congresso da Donatella Donati con la collaborazione di Lorenzo Miazzi e Teresa Iodice, ma già rinvenibili anche in un intervento del 19102010, inviato da Claudio Castelli sulla m.l. nel corso della discussione preparatoria al XVIII congresso (v. par.8, doc. cit.).
[4] V. incipit del punto 2 del citato documento “Costruire Area” .
[5] Piuttosto singolare è stata l’assenza di qualsiasi reale ripensamento sul metodo di selezione adottato, nonostante il clamoroso dato, al suo debutto, di un numero di votanti alle primarie di molto superiore a quello delle successive elezioni per il CSM. In quel 2010, infatti, i voti complessivi presi alle elezioni vere furono, rispetto alle primarie (escludendo schede bianche e nulle): 236 in meno per la categoria cassazione; 499 in meno per i PM; 396 in meno per i giudici di merito. Nessuna riflessione critica è emersa rispetto ad un sistema di selezione dei dirigenti, che, non solo alla fatica dell’azione politica quotidiana, sostituisce il modello, tipico della c.d. “democrazia d’investitura”, del popolo chiamato a pronunciarsi ogni quattro anni ed a tacere negli intervalli, ma anche definitivamente legittimato quei “potentati locali” il cui peso è ormai determinante.
[6] Recitazione meccanica del “rosario d’emmedì” (evocazione di passate “eresie”, “punti di vista esterni”, “interferenze”…), da un lato; sciattezza e neghittosità nel lavoro, preoccupazione ossessiva per la carriera e scarsa propensione ad assunzioni di responsabilità, dall’altro. Denuncia che coglie dolorosamente nel segno, ma che non vale a sostituire la carente analisi politica.
[7] V. documento proposto dalle Sezioni di Bari, Lecce, Venezia e Milano ed approvato nel congresso di Napoli, documento del Consiglio Nazionale del giugno 2012 e documento finale del XIX congresso che recepiva quasi integralmente i contenuti del già citato documento “Costruire Area”.
[8] V. mozione finale congresso Reggio Calabria.
[9] Il riferimento è alle sole elezioni nazionali, data la complessità di un’analisi estesa agli esisti delle molte elezioni locali succedutesi nel quindicennio.
[10] Relativi alla somma dei voti ai due gruppi fino al 2009 ed a quelli di Area dal 2010 e tratti: per l’anm e per l’elezione csm 2014 dal sito della stessa anm; per le altre del csm, dai verbali di scrutinio.
[11] i numeri fra parentesi indicano i voti in più o in meno rispetto all’elezione immediatamente precedente
[12] “Legalizzazione cannabis, così si può indebolire mafie e terrorismo”, La Repubblica, 2572016.
[13] Giuseppe Cascini su “Il dubbio” del 2482016: “..le correnti hanno perso molto della loro capacità di aggregare sui valori, idee e progetti rischiando di trasformarsi in centri di aggregazione di potere, finalizzati esclusivamente alla raccolta del consenso..”.
[14] Basterebbe pensare ad una vicenda dello scorso settembre: tre sindacalisti della FSC, da tempo relegati nel reparto confino di Nola e licenziati per avere messo in scena, dopo tre suicidi di loro compagni, il suicidio dell’AD Marchionne. Episodio ritenuto dai giudici di primo grado una gravissima violazione del dovere di diligenza, con conseguente rigetto dei loro ricorso (rigetto fortunatamente riformato in secondo grado). O all’operaio egiziano Abd Elsalam Ahmed Eldanf, ucciso a Piacenza, nello stesso periodo ed in circostanze ancora poco chiare, da un tir che intendeva forzare il picchetto dei manifestanti del comparto logistica che protestavano contro le condizioni di sfruttamento estremo cui sono sottoposti.
[15] Gustavo Zagreblesky, “Napolitano, la Consulta e quel silenzio sulla Costituzione”, La Repubblica, 1782012; Franco Cordero, “Le indagini e i limiti delle intercettazioni”, La Repubblica 282012.
[16] Livio Pepino, “La legge della Valsusa”, il Manifesto, 2682016.
[17] V., per una rassegna dettagliata ed un’approfondita analisi critica, Livio Pepino e Marco Revelli, “Non solo un treno…La democrazia alla prova della Val Susa, Gruppo Abele Edizioni, 2012; “Come si reprime un movimento: il caso Tav – analisi e materiali giudiziari”, a cura di Livio Pepino, Intra Moenia edizioni, 2014.
[18] Sentenza che ha determinato forti prese di posizione da parte di molti intellettuali, che hanno stigmatizzato il fatto che è la prima volta, dai tempi del fascismo, che una tesi di laurea è utilizzata come elemento d’accusa in un processo penale: v. documento del giugno 2016 con le firme, tra gli altri, di Silvia Albertazzi, Maria Luisa Boccia, Erri De Luca, Ida Dominijanni, Lea Melandri.
[19] Per questa vicenda il nostro paese ha dovuto persino patire l’umiliazione di sentirsi ricordare elementari principi di libertà dal presidente francese Francois Hollande, che, nel marzo del 2015, ha testualmente dichiarato: “Non voglio intervenire in vicende giudiziarie, ma ciò che posso fare, a nome della Francia, è sostenere sempre la libertà d’espressione e di creazione, e questo vale anche per gli autori, siano essi francesi, italiani o di ogni altra nazionalità, che non vanno perseguiti per i loro testi”.
[20] E’ la sentenza 28009 del 1552014, con la quale, annullando l’ordinanza del Tribunale del riesame di Torino che aveva confermato la custodia cautelare in carcere per i delitti di cui agli artt.280 e 280 bis c.p., si ribadisce come “l'equiparazione tra condotta illecita politicamente motivata e terrorismo è improponibile”, come “il finalismo terroristico non sia unfenomeno esclusivamente psicologico, ma si debba materializzare in un'azione seriamente capace di realizzare i fini tipici descritti nella norma” e come, trattandosi di reato di pericolo, il pericolo di arrecare “grave danno ad un paese o ad un’organizzazione internazionale” debba essere “concreto”. Essendo centrale per la distinzione fra reati commessi in un contesto di protesta politica (e, pertanto, anche motivati politicamente) e reati commessi con finalità di terrorismo, chiarire in che cosa debba consistere, nell’una e nell’altra ipotesi, l’analogo scopo di costringere i pubblici poteri a fare o non fare qualcosa. Rileva la Cassazione come «l'essenza della politica, e della stessa forma democratica dello Stato (artt. 1, comma 2 e 49 Cost.), consista nel dispiegamento di forze individuali e sociali al fine di orientare e, in certo senso, di imporre, le scelte rimesse gli organi del potere pubblico» e, pertanto, come il mero fine di condizionamento politico, in sé considerato, sia “del tutto inidoneo a selezionare le condotte con finalità terroristiche”, che, invece, si distinguono per la “scala della decisione potenzialmente imposta al potere pubblico”, dovendosi trattare di “un affare particolarmente rilevante, capace di influenzare le condizioni della vita associata, per il suo oggetto o per l'implicazione che ne deriva in punto di ‘tenuta’ delle attribuzioni costituzionali”, una costrizione, insomma che sia “evento paragonabile al dissesto delle istituzioni od alla intimidazione della popolazione nel suo insieme”.
[21] Sebbene con prese di distanza da parte di taluni di noi ed addirittura di intere sezioni (v. documento sezione Catania-Caltanisetta) sorprendenti. Perché, fermo il rispetto per tutte le opinioni, rimangono posizioni in antitesi con l’intera storia di MD, gruppo che ha fatto, da sempre, della Costituzione la propria bandiera e, soprattutto, perché in alcun modo argomentate.
[22] Che, di tutti, è l’argomento più demagogico, trattandosi dei “costi della democrazia” come molte autorevoli voci hanno segnalato.
[23] Si segnala la diversa posizione assunta da Armando Spataro, uno dei fondatori di quel gruppo, che, coerentemente con l’analogo impegno in occasione del referendum del 2006, si è speso con generosità e passione impagabili in iniziative che lo hanno visto percorrere l’intera penisola.
[24] Definizione che permane oscura, ma che oggi si scopre celare una sorta di incompatibilità con il basilare principio democratico del decidere a maggioranza.
[25] Indicativi i seguenti passaggi : “..riteniamo legittima, ed anzi opportuna, la partecipazione attiva dei magistrati che si riconoscono in Area ad iniziative volte ad approfondire tecnicamente il
contenuto della riforma… tuttavia, tale partecipazione attiva può realizzarsi efficacemente anche al di fuori dei comitati referendari, cui riteniamo di non aderire nel rispetto delle diverse posizioni e sensibilità esistenti in Area, che, per previsione espressa della sua carta fondativa, è una <<*associazione plurale che comprende persone e gruppi con la loro identità ed autonomia>> *(art. 2 della Carta dei Valori)”.
[26] In un comunicato della Sezione piemontese di MD si può leggere quanto segue, in relazione alle critiche verso l’azione giudiziaria di contrasto penale al movimento No Tav: «l’andamento delle indagini, l’ordinanza cautelare del gip e le decisioni del tribunale del riesame dimostrano che non sono fondate le critiche secondo cui la magistratura torinese avrebbe avviato una “operazione” che intende contrastare il movimento No Tav e si sarebbe mossa con sudditanza ad esigenze di ordine pubblico, mentre consentono di affermare che essa ha operato in modo trasparente all’interno di una realtà difficilissima al fine di accertare responsabilità individuali per fatti di reato specifici, così adempiendo al mandato che la Costituzione affida alla giurisdizione».
[27] E’ la MD 2.0 descritta Claudio Castelli in vista del CN del 10 luglio. Al riguardo è pienamente condivisibile quanto osservato da Nello Rossi in altra mail inviata in quegli stessi giorni laddove osservava come la rilevanza dell’associazionismo giudiziario nella società italiana sia dovuta a due fattori: “l’essere associazioni di “giuristi dotati di potere” ed il “concorrere attraverso elezioni alla formazione dei moteplici organismi di autogoverno della magistratura”. Perdere i quali ci ridurrebbe ad una delle tante irrilevanti associazioni di tecnici del diritto.
[28] V. art.2, 1° e 2° co. ed art.3° Statuto ANM, per come richiamato dall’art.13

References: sentenza 
 art.3
 Sentenza 
 sentenza 
 art.2
 art.3