Source: https://www.giustiziadipace.it/opposizione-al-decreto-ingiuntivo-a-chi-spetta-lonere-di-attivazione-della-domanda-di-mediazione/
Timestamp: 2020-04-09 19:01:18+00:00

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Opposizione al decreto ingiuntivo: a chi spetta l’onere di attivazione della domanda di mediazione? – Confederazione Giudici di Pace
La Suprema Corte di Cassazione si è recentemente pronunciata sull’onere di attivazione della mediazione nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo ed in particolare sull’individuazione della parte processuale a cui spetti detto onere.
Ricordiamo sul punto che, nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo, il d.lgs. 28/2010 rinvia l’onere di attivazione della mediazione, quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale, fino alla pronuncia sulle istanze di concessione e sospensione della provvisoria esecuzione, ma non individua la parte processuale su cui incomba l’adempimento: sull’opponente o sull’opposto?
Fino ad oggi la giurisprudenza di merito si è divisa, chi ritenendo che l’opposizione a decreto ingiuntivo sia sostanzialmente una causa ordinaria a parti processuali invertite, con la conseguenza che il creditore opposto pur rimane attore sostanziale e spetti pertanto ad esso l’onere della condizione di procedibilità (cfr. ad es. Tribunale di Firenze 12.2.2015), chi ritenendo invece che al di là della valenza sostanziale l’opponente è e rimane attore (formale) e quindi incombe ad esso l’onere in questione (cfr. ad es, Tribunale di Pavia 12.10.2015).
Questo secondo orientamento è sembrato prevalere nelle corti di merito, tenuto conto di alcuni spunti processualcivilistici per cui, sempre a prescindere dalla natura sostanziale di “convenuto” dell’attore formale (secondo il noto orientamento della Cassazione, per cui cfr. tra i vari Cass. 85639/2011), all’attore opponente incomberebbero comunque diversi oneri di impulso e di mantenimento degli effetti procedurali dell’opposizione, da cui non si dovrebbe esimere di considerare appunto anche la condizione di procedibilità prevista dal d.lgs. 28/2010.
In questo quadro giurisprudenziale si è inserita la pronuncia della Corte di Cassazione 3.12.2015 n. 24629, con riferimento ad un caso di opposizione a decreto ingiuntivo per canoni di locazione (materia di mediazione “obbligatoria”), in cui l’invito ad esperire la mediazione era stato pronunciato dal giudice dopo i provvedimenti sulla provvisoria esecuzione.
Nel merito, non essendo stata esperita la procedura di mediazione, entrambi i gradi di giudizio avevano concluso per l’improcedibilità dell’opposizione, confermando il decreto ingiuntivo.
La Suprema Corte, con la sentenza in commento, ha seguito l’indirizzo tenuto sia dal Tribunale che dalla Corte d’Appello (di Torino), confermando che spetti all’opponente avviare la mediazione quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale e quindi quale onere processuale da espletare per evitare la conferma del decreto ingiuntivo.
Gli Ermellini ricordano che la mediazione veste la primaria funzione di deflazione del contenzioso giudiziale e che pertanto spetta alla parte che introduce il giudizio (sebbene nella forma di attore solo formale, ma convenuto sostanziale) rispettare le esigenze di ragionevolezza e di efficienza del processo, il quale viene quindi visto e considerato come l’estrema soluzione che le parti hanno però l’onere di evitare per quanto possibile.
Nella considerazione della Suprema Corte, la mediazione diviene quindi non solo strumento alternativo al processo, bensì strumento privilegiato per la risoluzione delle controversie rispetto al quale il processo è e rimane solo l’extrema ratio.
Ciò sicuramente valga nelle materie oggetto di mediazione obbligatoria ai sensi dell’art. 5 comma 1bis del d.lgs. 28/2010, ma anche in quelle altre controversie, non ricomprese nell’elenco di detta disposizione, per cui i Giudici riterranno comunque di disporre la mediazione nel loro potere di delega, ponendo quindi una condizione di procedibilità “in corsa” che potrà presentare un ulteriore effetto deflattivo del processo.
Vero è che è ammissibile l’impugnazione con la quale l’appellante si limiti a dedurre soltanto vizi di rito avverso una pronuncia che abbia deciso anche nel merito in senso a lui sfavorevole, solo ove i vizi denunciati comporterebbero, se fondati, una rimessione al primo giudice ai sensi degli articoli 353 e 354 c.p.c..
Nelle ipotesi in cui, invece, il vizio denunciato non rientra in uno dei casi tassativamente previsti dai citati articoli 353 e 354 c.p.c., è necessario che l’appellante deduca ritualmente anche le questioni di merito.
Diversamente, l’appello fondato esclusivamente su vizi di rito è inammissibile, oltre che per un difetto di interesse, anche per non rispondenza al modello legale di impugnazione (S.U. 14.12.1998 n. 12541; da ultimo Cass. 29.1.2010 n. 2053; Cass. 25.9.2012 n. 16272).
In questa prospettiva la norma, attraverso il meccanismo della mediazione obbligatoria, mira – per cosi dire – a rendere il processo la estrema ratio: cioè l’ultima possibilità dopo che le altre possibilità sono risultate precluse.
La ricorrente, al di là della critica, soltanto enunciata, non specifica, né riporta in ricorso, quali siano le parti della motivazione insufficienti, carenti o contraddittorie, né indica quali siano le ragioni della decisività degli errori motivazionali; vai a dire la loro rilevanza ai fini della decisione.
Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.

References: Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 articolo 13
 articolo 13