Source: http://www.maurizioturco.it/dossier/trasparenza/cause_riunite_c5205_p_mauri/2007_11_29_conclusioni_dell.html
Timestamp: 2019-03-19 03:25:37+00:00

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2007 11 29 * Conclusioni dell'avvocato generale M. Poiares Maduro | Maurizio Turco
2007 11 29 * Conclusioni dell'avvocato generale M. Poiares Maduro
fonte: http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:62005C0039:IT:HTML
1. La causa di cui la Corte è investita è nata da due impugnazioni presentate rispettivamente dal Regno di Svezia e dal sig. Maurizio Turco avverso la sentenza del Tribunale di primo grado delle Comunità europee 23 novembre 2004, causa Turco/Consiglio (in prosieguo: la «sentenza impugnata») (2), con cui il Tribunale ha respinto il ricorso di annullamento presentato dal sig. Turco contro la decisione del Consiglio dell’Unione europea 19 dicembre 2002, che gli aveva rifiutato l’accesso a un parere del servizio giuridico del Consiglio relativo a una proposta di direttiva.
2. I motivi sollevati dai ricorrenti a sostegno la presente impugnazione invitano la Corte a pronunciarsi sui limiti e sulla corretta applicazione dell’eccezione di riservatezza prevista per la consulenza legale dall’art. 4, n. 2, secondo trattino, del regolamento (CE) n. 1049/2001 (3).
8. Il 22 ottobre 2002, il sig. Turco ha chiesto al Consiglio l’accesso ai documenti figuranti all’ordine del giorno della riunione del Consiglio «Giustizia e affari interni» svoltasi a Lussemburgo il 14 e 15 ottobre 2002, tra cui compariva, al documento n. 9077/02, un parere del servizio giuridico del Consiglio relativo a una proposta di direttiva del Consiglio che fissa standard minimi per l’accoglienza dei richiedenti asilo negli Stati membri.
18. Il Regno di Svezia e il sig. Turco hanno impugnato questa sentenza dinanzi alla Corte. A sostegno delle rispettive impugnazioni, i ricorrenti adducono motivi che, essenzialmente, mettono in discussione il ragionamento seguito dal Tribunale per respingere gli argomenti da essi addotti in primo grado. Il sig. Turco invoca, in primo luogo, l’erronea interpretazione dell’art. 4, n. 2, secondo trattino, del regolamento n. 1049/2001, in quanto il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto che i pareri giuridici relativi a proposte legislative potessero rientrare nel campo di applicazione della suddetta disposizione, mentre solo l’art. 4, n. 3 del suddetto regolamento potrtebbe applicarsi a siffatti pareri. In secondo luogo, il sig. Turco e il governo svedese sostengono che il Tribunale abbia erroneamente applicato l’art. 4, n. 2, secondo trattino, del regolamento n. 1049/2001 ritenendo che i pareri giuridici del servizio giuridico del Consiglio relativi a proposte legislative rientrino, per loro stessa natura, nell’eccezione prevista da tale disposizione a favore delle consulenze legali. In terzo luogo, i ricorrenti addebitano al Tribunale un’errata interpretazione e applicazione dell’interesse pubblico prevalente alla divulgazione di un documento in linea di principio coperto dall’eccezione di riservatezza prevista per le consulenze legali.
19. Prima di esaminare in dettaglio tali motivi, occorre considerare rapidamente gli ultimi due motivi sollevati dal sig. Turco, il quale addebita al Tribunale, anzitutto e in sostanza, di aver ignorato il principio di una comunità di diritto. Ammettendo che l’accesso a un parere giuridico possa essere rifiutato perché la relativa divulgazione potrebbe lasciar sussistere un dubbio sulla legalità dell’atto legislativo in questione (4), il Tribunale avrebbe infatti privilegiato la prospettiva di un ordinamento giuridico stabile fondato su atti illegittimi. Siffatto argomento non può ovviamente essere accolto. Ciò che il Tribunale ha evidenziato con i punti della motivazione contestati dal ricorrente è il rischio che l’opinione soggettiva espressa dal servizio giuridico del Consiglio sulla legalità di un atto legislativo produca, se divulgata, contestazioni contenziose che potrebbero essere inopportune. Per contro, la suddetta opinione lascia del tutto impregiudicata la conformità al diritto dell’atto legislativo a cui si riferisce. Il ruolo del servizio giuridico consiste unicamente nel fornire al Consiglio un’assistenza quanto alla valutazione ex ante della legalità di un atto, ma il servizio giuridico non si pronuncia sulla legalità degli atti adottati da tale istituzione, giacché solo la Corte è competente a pronunciarsi in via definitiva su tale punto. Questo è, del resto, il motivo per cui il Consiglio può senz’altro non tenere conto di un parere sfavorevole emesso dal proprio servizio giuridico, anche se politicamente si troverebbe più in difficoltà nel comportarsi in tal modo se questo fosse pubblicato. Paradossalmente, tuttavia, come giustamente sostenuto dal Consiglio, la pubblicità data ai propri pareri rischierebbe di nuocere all’indipendenza e alla franchezza delle consulenze legali del servizio giuridico e, pertanto, all’utilità che l’istituzione può trarne nella sua valutazione a priori della legittimità di un atto.
20. Il sig. Turco addebita altresì al Tribunale una carenza di motivazione laddove quest’ultimo non avrebbe risposto a taluni argomenti relativi all’indipendenza del servizio giuridico del Consiglio. Ma, per pronunciarsi sull’applicazione dell’eccezione relativa alla consulenza legale, il Tribunale non doveva statuire sull’indipendenza del suddetto servizio giuridico o dei suoi membri, bensì avrebbe dovuto stabilire in quale misura la divulgazione dei pareri giuridici del suddetto servizio avrebbe potuto influire sull’indipendenza, ossia sulla franchezza con la quale si suppone vengano resi. Il Tribunale lo ha fatto ritenendo che l’«indipendenza dei pareri del servizio giuridico» può giustificare un rifiuto di divulgazione (5) e non gli si può addebitare di non aver analizzato, ai fini della suddetta valutazione, l’affermazione del ricorrente secondo cui la divulgazione dei pareri del servizio giuridico del Consiglio avrebbe contribuito a proteggere tale servizio da illegittime influenze esterne, giacché, come ha giustamente sottolineato il Tribunale, il ricorrente non ne ha fornito alcuna spiegazione a sostegno (6). A tal riguardo si rammenta che «l’obbligo per il Tribunale di motivare le proprie decisioni non può essere interpretato nel senso che quest’ultimo sia tenuto a replicare in dettaglio a tutti gli argomenti invocati da una parte, specialmente se tali argomenti non hanno un carattere sufficientemente chiaro e preciso» (7).
24. È opportuno procedere, anzitutto, all’interpretazione letterale. Il testo dell’art. 4, n. 2, secondo trattino del regolamento n. 1049/2001 parla in maniera generale della tutela della «consulenza legale». La redazione per la quale si è optato non indica che saranno considerati solo i pareri giuridici relativi a procedure giurisdizionali, come invece farebbero formulazioni di questo genere: «le procedure giurisdizionali e segnatamente la consulenza legale» o «la consulenza legale fornita nell’ambito di procedure giurisdizionali». Di conseguenza, non occorre distinguere laddove il legislatore non distingue. È pur vero che da una giurisprudenza consolidata emerge che le eccezioni al principio del più ampio accesso possibile del pubblico ai documenti conservati dalle istituzioni devono essere interpretate e applicate in senso restrittivo (8). Il sig. Turco ne deduce che l’accesso ai pareri giuridici dei servizi giuridici delle istituzioni relativi a proposte legislative dovrebbe poter essere rifiutato unicamente a titolo dell’eccezione più limitata dell’art. 4, n. 3, del regolamento n. 1049/2001. Invero, quest’ultima si applica solo se la divulgazione di un documento «pregiudicherebbe gravemente il processo decisionale dell’istituzione, a meno che vi sia un interesse pubblico prevalente alla divulgazione», mentre, a norma dell’art. 4, n. 2, viene rifiutato l’accesso a un documento qualora la relativa divulgazione «arrechi pregiudizio alla tutela della consulenza legale a meno che vi sia un interesse pubblico prevalente alla divulgazione» di tale documento. Il ricorrente sostiene altresì tale deduzione mediante considerazioni teleologiche riguardanti il sesto ‘considerando’ del suddetto regolamento, ai sensi del quale «[s]i dovrebbe garantire un accesso più ampio ai documenti nei casi in cui le istituzioni agiscono in veste di legislatore». Tuttavia, i principi d’interpretazione restrittiva delle eccezioni e di interpretazione estensiva del diritto di accesso si applicano solo ove occorre procedere all’interpretazione. In claris non fit interpretatio. Orbene, come ha giustamente osservato il Tribunale (9), l’espressione «consulenza legale» non comporta alcuna difficoltà d’interpretazione.
25. Tale risultato che deriva dal testo dell’art. 4, n. 2, del regolamento n. 1049/2001 è confermato dalla genesi della menzione dei pareri giuridici all’interno di questa disposizione. I testi che regolavano il diritto di accesso ai documenti, prima del regolamento n. 1049/2001, prevedevano espressamente un’eccezione di riservatezza solo per la tutela delle procedure giurisdizionali e non per la tutela della consulenza legale delle istituzioni (10). È per questo motivo che il legislatore comunitario, nel regolamento n. 1049/2001, ha voluto sancire un’eccezione relativa alla consulenza legale a fianco di quella relativa alle procedure giurisdizionali.
28. Il sig. Turco sostiene, tuttavia, che l’inserimento dell’espressione «consulenza legale» nel regolamento n. 1049/2001 mirerebbe unicamente a esplicitare la portata dell’eccezione relativa alla tutela delle procedure giurisdizionali come risulta dalla giurisprudenza Interporc/Commissione. Tuttavia, se così fosse, gli autori del suddetto regolamento avrebbero verosimilmente scelto una formulazione diversa, del tipo di quella indicata in precedenza, ossia «le procedure giurisdizionali e segnatamente la consulenza legale». Siffatta asserzione è inoltre smentita dai lavori preparatori del regolamento n. 1049/2001, i quali mostrano con chiarezza che non si intendeva affatto stabilire un legame tra le «procedure giurisdizionali» e la «consulenza legale», ma che l’inserimento di tale ultima espressione ha avuto come scopo quello di sancire in sede normativa la soluzione giurisprudenziale (14) che, per tutelare la riservatezza della consulenza legale dei servizi giuridici delle istituzioni relativa a proposte legislative, aveva aggiunto la «stabilità del diritto comunitario» e il buon «funzionamento delle istituzioni» alle categorie di interesse pubblico espressamente previste dagli strumenti normativi allora in vigore che regolavano il diritto di accesso ai documenti (15). Come ha rammentato il Consiglio, la proposta iniziale di regolamento della Commissione prevedeva, infatti, due eccezioni distinte relative alla «stabilità dell’ordinamento giuridico comunitario» e alle «procedure giurisdizionali» (16). La prima era stata in seguito riformulata per comprendervi la «possibilità per le istituzioni di chiedere il parere dei propri servizi giuridici» (17) e, dopo la discussione legislativa, il testo è stato infine abbreviato e precisato per diventare quello che figura nel regolamento n. 1049/2001 (18).
31. Secondo le due ricorrenti, il Tribunale avrebbe a torto sancito l’esistenza di una necessità generale di riservatezza dei pareri giuridici che ha portato a escludere questi ultimi, come categoria di documenti, dal diritto di accesso. In tal modo, il Tribunale avrebbe ignorato l’esigenza di un esame individuale e concreto, giacché si può rispondere con un rifiuto a una domanda di accesso solo in funzione del contenuto di ciascun documento richiesto. Questa censura non può essere accolta poiché si fonda su un’erronea interpretazione della sentenza impugnata, da un lato, e su un’erronea comprensione della portata dell’eccezione relativa ai pareri giuridici, dall’altro.
32. È pur vero che da una giurisprudenza consolidata emerge che un rifiuto di accesso ai documenti richiesti può essere opposto solo al termine di una valutazione, effettuata per ciascun documento richiesto, che deve servire a determinare, alla luce degli elementi in esso contenuti, se la divulgazione arrechi effettivamente pregiudizio a un interesse pubblico tutelato da un’eccezione di riservatezza. Tale necessità di un esame concreto e individuale deriva in primo luogo dal principio di interpretazione e applicazione in senso restrittivo delle eccezioni al diritto di accesso (19) ed è altresì imposta dal principio di proporzionalità, che obbliga un’istituzione a considerare un accesso parziale a un documento, allo scopo di divulgarne gli elementi d’informazione ivi contenuti che non siano coperti da una deroga all’accesso ai documenti (20); invero, la riservatezza può applicarsi solo nella misura necessaria alla tutela dell’interesse pubblico che giustifichi la deroga al principio di trasparenza. Queste soluzioni, già applicate allo stato della normativa anteriore al regolamento n. 1049/2001, valgono ancor di più in vigenza di tale regolamento, giacché esso ha lo scopo di disciplinare l’esercizio di un diritto che, in quanto sancito all’art. 255 CE dal trattato di Amsterdam, ha acquisito lo status di diritto fondamentale (21). Parimenti, non deve sorprendere il fatto che la giurisprudenza le abbia trasposte nell’ambito dell’applicazione del regolamento n. 1049/2001. Secondo il giudice comunitario, poiché questo testo normativo mira a dare la massima applicazione possibile al diritto di accesso del pubblico ai documenti delle istituzioni, le eccezioni di riservatezza in essi previste devono essere interpretate e applicate in senso restrittivo (22). Ne deriva che l’esame previsto per il trattamento di una domanda di accesso a dei documenti deve anzitutto essere concreto, poiché il solo fatto che un documento riguardi un interesse tutelato da un’eccezione non può bastare per giustificare l’applicazione di quest’ultima; occorre altresì che l’istituzione a cui è stata presentata la richiesta abbia innanzitutto valutato, alla luce delle informazioni contenute nel documento, se l’accesso a quest’ultimo poteva concretamente ed effettivamente arrecare pregiudizio all’interesse tutelato e che il rischio di arrecare un pregiudizio a un interesse tutelato sia ragionevolmente prevedibile e non meramente ipotetico. L’esame deve altresì essere individuale ed effettuato per ciascun documento richiesto, poiché solo un esame del genere può consentire all’istituzione di valutare la possibilità di accordare al richiedente un accesso parziale (23).
33. Tuttavia il Tribunale, nel caso di specie, lungi dall’aver autorizzato il Consiglio, come gli addebitano i ricorrenti, a procedere a una valutazione astratta e globale del rischio di arrecare un pregiudizio alla tutela dei pareri giuridici che la divulgazione del documento richiesto avrebbe causato, si è uniformato ai suddetti principi. Dopo aver espressamente richiamato l’obbligo del Consiglio di «valutare in ciascun caso concreto se i documenti di cui si richiede la divulgazione rientrino effettivamente nelle eccezioni elencate nel regolamento n. 1049/2001» (24), ha verificato che l’istituzione si fosse correttamente attenuta a tale obbligo.
35. L’impostazione del Tribunale dev’essere approvata. La valutazione della risposta da dare a una richiesta di accesso dev’essere effettuata «in relazione agli elementi d’informazione concreti contenuti nei documenti in questione» e non per categorie di documenti. Non è dunque per il fatto che un documento è un parere del servizio giuridico del Consiglio relativo a una proposta legislativa, né perché questo si chiama «parere giuridico», che esso deve automaticamente godere della tutela della riservatezza della consulenza legale garantita dall’art. 4, n. 2, secondo trattino, del regolamento n. 1049/2001. Al di là dell’autore, al di là della denominazione, occorre accertarsi che il documento contenga effettivamente un parere giuridico e, in caso affermativo, occorre altresì distinguere tra le osservazioni che, all’interno del parere, rappresentano considerazioni giuridiche generali indicanti l’oggetto e quelle che esprimono realmente l’opinione del servizio giuridico sulla legalità della proposta legislativa. Stante l’obbligo di fornire la possibilità di un accesso parziale, le osservazioni del primo tipo devono essere divulgate, e di ciò si è accertato il Tribunale, osservando che il Consiglio aveva infine trasmesso al sig. Turco il paragrafo introduttivo indicante che il parere in questione conteneva la consulenza del servizio giuridico del Consiglio circa la questione della competenza comunitaria in materia di accesso dei cittadini di paesi terzi al mercato del lavoro (27).
36. È vero che non solo l’esame individuale e concreto dev’essere effettuato, ma che dai motivi della decisione di rifiuto deve risultare anche l’osservanza di siffatto obbligo. La motivazione addotta dall’istituzione per giustificare un rifiuto di accesso non può, dunque, in linea di principio, limitarsi a valutazioni generali relative alla natura o alla categoria di documenti a cui appartiene il documento richiesto, bensì deve fondarsi su elementi informativi realmente contenuti in esso (28). Tuttavia, dalla giurisprudenza emerge che una motivazione generale che si riferisce a una categoria di documenti è ammissibile nel caso in cui sia impossibile indicare i motivi specifici che giustificano il rifiuto di accesso a un documento senza divulgarne il contenuto o un elemento essenziale e – arrecando pertanto pregiudizio all’interesse che l’eccezione di riservatezza ha lo scopo di tutelare – senza privare quest’ultima della sua finalità essenziale (29). È questo il motivo per cui il sig. Turco non può legittimamente addebitare al Tribunale di non aver preteso dal Consiglio una motivazione specifica con riferimento al documento richiesto. Certo, il Tribunale ha espressamente ammesso che le considerazioni manifestate dal Consiglio a giustificazione del rifiuto di accesso costituivano una motivazione applicabile a tutta la consulenza legale del Consiglio in materia di atti legislativi e non specificatamente al parere in questione. Tuttavia, esso ha ritenuto che il carattere generico della motivazione fosse, nella specie, giustificato «dal fatto che il richiamo di informazioni supplementari, segnatamente riferentesi al contenuto del parere giuridico in questione, priverebbe della sua finalità l’eccezione invocata» (30).
40. Invero, l’interesse tutelato dall’eccezione di riservatezza dedicata alla consulenza legale giustifica in linea di principio il segreto di ogni parere giuridico dei servizi giuridici delle istituzioni su proposte legislative. L’accesso a qualunque parere di tale natura può concretamente ed effettivamente arrecare pregiudizio alla possibilità per un’istituzione di ricevere dal proprio servizio giuridico un parere sincero, obiettivo, completo e, pertanto, utile all’istituzione per valutare la legalità di un testo legislativo. La divulgazione di un siffatto parere porterebbe il servizio giuridico a trattenersi e ad essere prudente nella redazione del medesimo per non pregiudicare la capacità decisionale dell’istituzione, e l’utilità che l’istituzione potrebbe trarne diminuirebbe in maniera significativa. Per di più, vi sarebbe motivo di temere che l’eventuale divulgazione dei pareri giuridici faccia sì che un servizio giuridico si esprima d’ora in poi sulle questioni essenziali solo oralmente, il che potrebbe diminuire la trasparenza ancor più dell’applicazione del principio di non divulgazione della consulenza legale. È bene rammentare che, talvolta, il meglio è nemico del bene. Peraltro, qualora l’istituzione scegliesse di non attenersi a un parere negativo del proprio servizio giuridico, divulgare quest’ultimo, nell’ipotesi di una futura contestazione contenziosa, potrebbe nuocere alla capacità dell’istituzione di difendere la propria azione in sede di giudizio, tanto più che essa vi sarebbe rappresentata dal proprio servizio giuridico.
41. Contrariamente alle asserzioni dei due ricorrenti, non occorre dunque distinguere tra le valutazioni giuridiche contenute in un parere giuridico che meriterebbero la tutela di cui all’art. 4, n. 2, secondo trattino, del regolamento n. 1049/2001 e quelle che non meriterebbero tale tutela. In particolare, sarebbe contrario all’interesse tutelato pretendere di distinguere tra pareri «positivi» o «innocui», che dovrebbero essere divulgati, e pareri «negativi» o «sensibili», che dovrebbero rimanere riservati. Come ha giustamente replicato il Consiglio, il rifiuto di divulgazione rivelerebbe che si tratta di un parere negativo e comporterebbe tutte le conseguenze nefaste già richiamate, che l’eccezione di riservatezza mira proprio a evitare. Non è nemmeno possibile seguire la linea del governo svedese, secondo il quale occorrerebbe tener conto della fase in cui si trovano le deliberazioni relative a un atto legislativo. Anche qui, il Consiglio ha giustamente replicato che la legittimità di un atto legislativo può essere contestata in qualsiasi momento con una questione pregiudiziale o un’eccezione di illegittimità. Su tale argomento, non si può che essere completamente d’accordo con il Tribunale, secondo il quale «data la natura particolare dei pareri dei servizi giuridici, non pare, in linea di principio, che tali documenti debbano perdere, nel corso degli anni, il loro carattere riservato». Invero, come aveva aggiunto, «la loro divulgazione potrebbe (…) sempre recare pregiudizio agli interessi pubblici alla stabilità dell’ordinamento giuridico comunitario nonché al buon funzionamento delle istituzioni comunitarie, in quanto il tempo non sembra alterare le ragioni (…) che giustificano una simile eccezione al diritto di accesso» (35). Considerazioni sul passare del tempo non possono dunque consentire di contestare utilmente che il regolamento n. 1049/2001 abbia fissato un principio di non divulgazione per l’intera consulenza legale. Tuttavia, questo non vuol dire che considerazioni del genere siano prive di rilievo ma, come si vedrà, il tempo trascorso può essere preso in considerazione solo in fase di valutazione di un interesse pubblico prevalente alla divulgazione di un parere giuridico in deroga alla riservatezza di cui esso gode in linea di principio.
46. La riservatezza della consulenza legale non può tuttavia essere assoluta. Il principio di non divulgazione della suddetta consulenza, posto dall’art. 4, n. 2, secondo trattino del regolamento n. 1049/2001, a norma di siffatta disposizione deve venir meno se un «interesse pubblico prevalente» giustifichi, tuttavia, la divulgazione del documento richiesto. Del resto, l’esame concreto del documento richiesto si impone anche e proprio ai fini della ponderazione tra l’interesse tutelato dall’eccezione al diritto di accesso prevista per le consulenze legali ed eventuali interessi pubblici prevalenti (40).
54. Nella fattispecie, il Consiglio doveva dunque ponderare la necessità di tutela della consulenza legale connessa alla salvaguardia della stabilità dell’ordinamento giuridico comunitario e dell’indipendenza dei pareri emessi dal suo servizio giuridico con l’interesse pubblico alla trasparenza. Tale ponderazione, che spetta all’istituzione interessata, non può limitarsi, contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale nella sentenza impugnata (44), alla previa dimostrazione da parte del richiedente del fatto che, alla luce delle specifiche circostanze del caso di specie, il principio di trasparenza presenterebbe una rilevanza tale da superare il bisogno di tutela del parere giuridico in questione. Ciò significherebbe dimenticare che una delle ragioni d’essere dell’esame individuale e concreto imposto all’istituzione interessata sta proprio in tale obbligo di ponderazione degli interessi pubblici (45) e, soprattutto, ciò vorrebbe dire far gravare sul richiedente un onere probatorio troppo pesante: come potrebbe il richiedente dimostrare l’interesse che vi sarebbe a divulgare un parere giuridico nonostante l’interesse vi è in linea di principio a mantenerne la riservatezza, se non ne conosce il contenuto? Come nel caso di specie, ci si limiterà, nella maggior parte dei casi, a invocare l’interesse pubblico prevalente in generale. Solo il Consiglio può ‑ e deve ‑ effettuare siffatta valutazione basandosi sul contenuto del documento in questione e sulle circostanze particolari del caso di specie. Del resto, in una decisione successiva alla sentenza oggetto della presente impugnazione, il Tribunale sembrerebbe non voler più far gravare sul ricorrente tale onere della prova. Invero, esso ha ritenuto che il fatto che colui che richiede l’accesso non invochi alcun interesse pubblico distinto dai principi di trasparenza e di democrazia «non implica automaticamente che non sia necessaria alcuna ponderazione degli interessi in gioco», giacché «il richiamo a questi stessi principi può presentare, alla luce delle peculiari circostanze della fattispecie, una rilevanza tale da prevalere sull’esigenza di tutela dei documenti controversi» (46).
56. Il sig. Turco, sostenuto dal governo olandese, addebita altresì al Tribunale di non aver accolto la sua richiesta di misure di organizzazione del procedimento affinché fosse chiesto al Consiglio di trasmettere al Tribunale il parere giuridico controverso. Così facendo, il Tribunale non sarebbe stato in grado di verificare che il Consiglio avesse valutato correttamente gli interessi pubblici in gioco. Di fatto, spetta al Tribunale verificare la ponderazione degli interessi pubblici imposta dal meccanismo dell’eccezione di riservatezza dei pareri giuridici operata dall’istituzione interessata, lasciando a quest’ultima un ampio margine di discrezionalità. Un effettivo controllo giurisdizionale suppone, di norma, che il Tribunale prenda conoscenza del contenuto dei pareri giuridici in questione, pur garantendo la riservatezza nei confronti della parte ricorrente come gli consente l’art. 67, n. 3 del suo regolamento di procedura. Del resto, a tal fine, il Tribunale ingiunge in generale all’istituzione interessata di produrre il parere controverso (47). L’utilità di tale misura di organizzazione del procedimento dipende sempre, tuttavia, da una valutazione che il Tribunale deve effettuare in ogni causa. Nel caso di specie, poiché, come già evidenziato, il Tribunale ha erroneamente interpretato la nozione di interesse pubblico prevalente alla deroga della riservatezza della consulenza legale, non è necessario, né è possibile pronunciarsi sulla fondatezza del motivo sollevato dal sig. Turco a tal riguardo.
2 –	Racc. pag. II‑4061.
3 –	Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio 30 maggio 2001 relativo all’accesso del pubblico ai documenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione (GU L 145, pag. 43).
7 –	Sentenze 11 settembre 2003, causa C‑197/99 P, Belgio/Commissione (Racc. pag. I‑8461, punto 81), e 11 gennaio 2007, causa C‑404/04 P, Technische Glaswerke Ilmenau/Commissione (non pubblicata nella Raccolta, punto 90).
8 –	V., per un riferimento recente, sentenza 1° febbraio 2007, causa C‑266/05 P, Sison/Consiglio (Racc. pag. I‑1233, punto 63), e sentenza del Tribunale 12 settembre 2007, causa T‑36/04, API/Commissione (non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 53).
15 –	La dottrina, del resto, non è incorsa in errori nel ravvisarvi una ripresa della soluzione Carlsen: v., in particolare, De Leeuw M. E. «The regulation on public access to European Parliament, Council and Commission documents in the European Union: are citizens better off?», ELR vol. 28 (2003), n. 3, pagg. 324, 334, e Peers S., «The new regulation on access to documents: a critical analysis», YEL 2002, pagg. 385, 400.
16 –	Proposta di regolamento 2000/C 177 E/10 del Parlamento europeo e del Consiglio relativo all’accesso del pubblico ai documenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione (GU 2000, C 177 E, pag. 70).
18 –	Proposta modificata di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio concernente l’accesso del pubblico ai documenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione [COM(2001) 299 def., GU 2001, C 240 E, pag. 165].
19 –	V., in particolare, sentenza 11 gennaio 2000, cause riunite C‑174/98 P e C‑189/98 P, Paesi‑Bassi e Van der Wal/Commissione (Racc. pag. I‑1, punto 27), e sentenze del Tribunale 6 febbraio 1998, causa T‑124/96, Interporc/Commissione (Racc. pag. II‑231, punti 49‑52); 17 giugno 1998, causa T‑174/95, Svenska Journalistförbundet/Consiglio (Racc. pag. II‑2289, punti 110‑112); 12 luglio 2001, causa T‑204/99, Mattila/Consiglio e Commissione (Racc. pag. II‑2265, punto 87), e 7 febbraio 2002, causa T‑211/00, Kuijer/Consiglio (Racc. pag. II‑485, punti 55 e 56).
23 –	Per un richiamo di tale obbligo di valutazione individuale e concreta, v., da ultimo, la sentenza API/Commissione, cit, punti 54‑56; v., in precedenza, sentenze 13 aprile 2005, causa T‑2/03, Verein für Konsumenteninformation/Commissione (Racc. pag. II‑1121, punti 69‑74); 14 dicembre 2006, causa T‑237/02, Technische Glaswerke Ilmenau/Commissione (non ancora pubblicata nella Raccolta, punti 77‑79), e Franchet e Byk/Commissione, cit., punti 105 e 115‑117.
34 –	Ordinanza 23 ottobre 2002, causa C‑445/00, Austria/Consiglio (Racc. pag. I‑9151, punto 12); sentenza 8 novembre 2000, causa T‑44/97, Ghignone e a./Consiglio (Racc. PI pag. I‑A‑223 e II‑1023, punto 48), e ordinanza del Tribunale 10 gennaio 2005, causa T‑357/03, Gollnisch e a./Parlamento (Racc. pag. II‑1, punto 34).
43 –	Sentenza 25 aprile 2007, causa T‑264/04, WWF European Policy Programme/Consiglio (non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 44).
47 –	V. citate sentenze Mattila/Consiglio e Commissione, punto 18,; Kuijer/Consiglio, punto 21, e Franchet e Byk/Commissione, punto 36.

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