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Il parere dell’Avvocato Generale UE (causa C-516/17): nessuna compressione del diritto di comunicazione al pubblico oltre i casi tassativamente previsti
08/03/2019 /in Newsletter
Con parere del 10 gennaio c.a. (qui), l’Avvocato Generale M. Szpunar si è pronunciato (tra l’altro) sulle seguenti questioni pregiudiziali formulate dal Bundesgerichtshof (Corte federale di giustizia, Germania):
3) Se i diritti fondamentali della libertà d’informazione (articolo 11, paragrafo 1, secondo periodo, della Carta) o della libertà di stampa (articolo 11, paragrafo 2, della Carta) possano giustificare ulteriori eccezioni o limitazioni del diritto esclusivo di riproduzione [articolo 2, lettera a), della direttiva 2001/29] e di comunicazione al pubblico riconosciuto agli autori per quanto riguarda le loro opere, compresa la loro messa a disposizione del pubblico (articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29), rispetto a quelle previste dall’articolo 5, paragrafo 3, della medesima direttiva”.
L’Avvocato Generale, ha concluso nel senso che gli Stati membri hanno l’obbligo di garantire nel proprio diritto interno la tutela dei diritti esclusivi enunciati agli articoli da 2 a 4 della direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, atteso che tali diritti possono essere limitati soltanto nel contesto dell’applicazione delle eccezioni e limitazioni tassativamente previste all’articolo 5 di tale direttiva. Conseguentemente la libertà di espressione, sancita all’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, non costituisce una limitazione e non giustifica un’eccezione né una lesione dei diritti esclusivi dell’autore di autorizzare o vietare la riproduzione e la comunicazione al pubblico della sua opera al di fuori delle limitazioni ed eccezioni previste all’articolo 5, paragrafi 2 e 3, della direttiva 2001/29. Infatti, chiarisce l’AG, la libertà di espressione, come tutti i diritti fondamentali, non é assoluta né illimitata, come risulta chiaramente dall’articolo 52, paragrafo 1, della Carta nonché dall’articolo 10, paragrafo 2, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950 (in prosieguo: la «CEDU»), che prevedono limitazioni ai diritti fondamentali e le condizioni relative all’applicazione di dette limitazioni. Il diritto d’autore può costituire una di tali legittime limitazioni della libertà di espressione (Corte EDU, 10 gennaio 2013, Ashby Donald e a. c. Francia) e quest’ultima libertà, in linea di principio, non prevale sul diritto d’autore, fatta eccezione per le limitazioni ed eccezioni previste dal diritto d’autore stesso.
https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png 0 0 Alessia Lionello https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png Alessia Lionello2019-03-08 12:12:082019-03-08 12:12:08Il parere dell’Avvocato Generale UE (causa C-516/17): nessuna compressione del diritto di comunicazione al pubblico oltre i casi tassativamente previsti
Il Tribunale delle Imprese di Roma, con sentenza n. 3512/2019 pubbl. il 15/2/2019, ha accertato la natura illecita della presenza su un profilo Facebook di collegamenti ipertestuali (links) che conducevano alla visione di due sequenze di immagini tratte dalla serie animata “Kilari” trasmessa dalle reti televisive di RTI (società del Gruppo Mediaset) e segnatamente le immagini relative alla sigla iniziale.
La Corte romana ha dato atto dell’orientamento granitico della Corte di Giustizia UE in materia di violazioni dei diritti autorali commessi attraverso la tecnica del linking: “Sul carattere illecito della pubblicazione di link di collegamento a portali terzi, in assenza di qualsiasi preventiva autorizzazione del titolare, si è più volte espressa anche la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la quale ha affermato che “l’atto di collocare un collegamento ipertestuale verso un’opera illegittimamente pubblicata su Internet costituisce una ‹‹comunicazione al pubblico›› ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29” (sentenza del 26 aprile 2017 relativa al caso C-527/15 (già da noi commentata qui) e che “la messa in rete di un’opera protetta dal diritto d’autore su un sito Internet diverso da quello sul quale è stata effettuata la comunicazione iniziale con l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore deve essere qualificata come messa a disposizione di un pubblico nuovo di siffatta opera” (sentenza del 7 agosto 2018 relativa al caso C-161/17, già da noi commentata qui).
Le sentenze su citate sono infatti due delle più recenti decisioni della Corte di Giustizia UE con cui sono state chiarite le condizioni in presenza delle quali la messa a disposizione del pubblico di opere protette tramite la pubblicazione di cc.dd. hyperlink deve ritenersi illecita: essa, infatti, in assenza di specifica autorizzazione da parte del titolare dei diritti costituisce atto di comunicazione dell’opera “verso un pubblico nuovo perché diverso da quello in origine autorizzato dall’attrice. Ed infatti i link pubblicati attraverso la pagina Facebook conducevano non a materiali pubblicati dalla stessa RTI, bensì a materiale pubblicato attraverso un sito terzo (YouTube) non autorizzato da RTI alla diffusione dei materiali audiovisivi in questione”.
Nello specifico la Sezione Impresa della Corte romana ha riconosciuto la responsabilità della Facebook Inc. “per aver concorso, quantomeno con condotta omissiva, alle violazioni poste in essere dagli utenti che hanno fattivamente creato il profilo Facebook in contestazione”.
In ordine alla questione della conoscenza effettiva dei contenuti illeciti (“actual knowledge”), Facebook ha contestato l’idoneità delle diffide trasmesse da RTI, sostenendo che le stesse non fossero sufficientemente dettagliate in quanto non contenevano gli URL dei contenuti censurati. Tale difesa è stata ritenuta dalla Corte capitolina “del tutto priva di pregio giuridico”. Secondo il Collegio giudicante “l’indicazione dell’URL costituisce un dato tecnico che non coincide con i singoli contenuti lesivi presenti sulla piattaforma digitale, ma rappresenta soltanto il “luogo” dove i contenuti sono reperibili e, quindi, non costituisce un presupposto indispensabile per la loro individuazione”. Peraltro nel·caso in esame già la prima diffida datata 26/2/2010 non soltanto forniva informazioni specifiche sui contenuti illeciti, ma conteneva anche l’indicazione dell’URL relativo alla pagina web di apertura del profilo Facebook in contestazione (si trattava della pagina attraverso la quale era possibile iscriversi al “gruppo” appositamente creato, leggere i commenti indirizzati alle due attrici ed infine visionare, attraverso i link, alcuni contenuti audiovisivi della serie animata “Kilari”), per cui Facebook aveva a disposizione tutte le informazioni – ed i dati tecnici da essa richiesti- per l’immediata identificazione dei contenuti illeciti oggetto di lite.
https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png 0 0 Alessia Lionello https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png Alessia Lionello2019-03-08 12:11:152019-03-08 12:11:15Il Tribunale delle Imprese di Roma sul caso RTI contro Facebook (Sentenza 3512/2019 del 15.2.2019)
La Ferragamo radicava azione di merito nei confronti di un’azienda operativa nel settore della pelletteria, per accertare e vedere riconosciuta la contraffazione dei propri marchi figurativi tridimensionali, nonché la sussistenza di una condotta rilevante ai fini della concorrenza sleale, al fine di ottenere così il riconoscimento del risarcimento del danno.
Se il giudice di prime cure aveva dichiarato la validità del marchio tridimensionale cd. “Gancini” della Ferragamo, direttamente riconducibile alla forma grafica della lettera Ω (OMEGA), ravvisando contraffazione dello stesso nell’utilizzo, da parte della società produttrice di articoli di pelletteria, di ganci a forma di omega utilizzati quale giunto tra la tracolla e la borsa, la Corte d’Appello investita della questione affermava invece che tra i “gancini” della Ferragamo e il marchio della appellante non era rinvenibile alcun pericolo di confusione ai sensi dell’art. 20, comma 1, lettera b) c.p.i., in quanto quest’ultimo conteneva esclusivamente in sé una lontana somiglianza.
Difatti, secondo i Giudici di secondo grado, “i prodotti in questione svolgevano una funzione strumentale, mentre il marchio Ferragamo, oltre a riprodurre in modo più armonioso la lettera Omega, aveva essenzialmente una funzione non strumentale”.
La Ferragamo proponeva ricorso in Cassazione sulla base di cinque diversi motivi.
In particolare la Ferragamo nel contestare le argomentazioni riposte dalla Corte d’Appello nella sentenza impugnata, ha sottolineato che il segno Omega applicato alle borse Ferragamo può svolgere, oltre alla funzione identificativa, anche funzione di meccanismo di chiusura senza che ciò possa precludere la capacità di assolvere anche a una funzione distintiva.
Sulla base di questo presupposto, la Corte d’Appello avrebbe dovuto effettuare un giudizio globale di confondibilità prendendo in considerazione: la somiglianza dei segni, la somiglianza dei prodotti e il grado di capacità distintiva, oltre all’eventuale rinomanza dei marchi azionati.
La Suprema Corte (con sentenza rinvenibile qui) riteneva il motivo fondato, precisando che l’ordinamento prevede che la tutela di un marchio registrato abbia luogo qualora la doglianza abbia avuto riguardo ad un «segno identico o simile al marchio registrato, per prodotti o servizi identici o affini», laddove «a causa della identità o somiglianza fra i segni e dell’identità o affinità fra i prodotti o servizi» possa determinarsi «un rischio di confusione per il pubblico», che può consistere «anche in un rischio di associazione fra i due segni» (art.20, cit.).
Per la Corte, poiché è indiscusso non solo la valida brevettabilità del marchio Ferragamo relativo ai cd. Gancini ma anche il carattere “non debole” di detto marchio, ha osservato che il marchio forte ha una più incisiva tutela che rende illegittime le variazioni tali da non alterare il “nucleo ideologico” idoneo a individuare il segno. Proprio per questo motivo, l’apprezzamento del giudice di merito circa la similitudine fra segni distintivi similari deve essere compiuto non in via analitica, attraverso il solo esame particolareggiato e la separata considerazione di ogni singolo elemento, ma in via globale e sintetica ossia con riguardo all’insieme degli elementi salienti grafici e visivi, mediante una valutazione di impressione, che prescinde dalla possibilità di un attento esame comparativo e che va condotta in riferimento alla normale diligenza del pubblico dei consumatori al quale quel genere di prodotti è destinato.
Ciò significa che se il segno è identificabile come “forte” in quanto privo di aderenza concettuale con i prodotti, le «variazioni che lasciano intatta l’identità del nucleo ideologico che riassume la attitudine individualizzante del segno debbono ritenersi inidonee ad escludere la confondibilità».
La Cassazione ritenendo che i Giudici d’Appello non abbiano correttamente applicato i principi sopra enunciati, ha cassato con rinvio tale pronuncia avendo quest’ultima erroneamente valorizzato la funzione strumentale svolta dall’elemento nel quale è stato incorporato il segno richiamante il marchio tridimensionale Gancini, senza, tuttavia, illustrare i motivi per cui tale condotta non potesse ingenerare il rischio di confusione e di associazione nei consumatori.
https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png 0 0 Alessia Lionello https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png Alessia Lionello2019-01-04 19:13:452019-01-04 19:13:45Carattere notorio e rinomato del marchio: la tutela dei “gancini” Ferragamo
06/12/2018 /in Newsletter
Con provvedimento del 9 novembre u.s., il Tribunale civile di Milano si è espresso rigettando l’istanza di sospensione dell’esecuzione formulata da SKY Italia nei confronti di SIAE, sulla legittimità della pretesa creditoria dell’ente avente ad oggetto il pagamento dell’equo compenso ex art. 46-bis LDA.
È quindi legittimo il credito da 3 milioni di Euro vantato dall’ex monopolista del diritto d’autore nei confronti del network satellitare come «equo compenso cinema».
Come noto, i gravi motivi che giustificano il provvedimento di sospensione dell’esecuzione consistono unicamente nella possibile fondatezza dell’opposizione.
Sul punto, SKY contestava ex art. 617 c.p.c. la (i) regolarità formale del titolo e ex art. 615 c.p.c. (ii) la legittimità dello strumento utilizzato da SIAE e (iii) della stessa pretesa creditoria azionata, sia nell’an che nel quantum.
(i) E’ pacifico che le doglianze relative alla regolarità formale del titolo esecutivo devono essere proposte nel termine perentorio di 20 giorni dalla notifica del titolo, a nulla rilevando la successiva notifica dell’atto di pignoramento. Nel caso di specie l’opposizione di SKY è stata tardiva, e la Suprema Corte ha chiarito che “quando la censura del debitore si riferisce alla mancanza di un requisito formale del titolo, di immediata evidenza e immediatamente percepibile al momento della notifica del titolo esecutivo, non vi è alcuna ragione per posporre il dies a quo del termine per reagirvi al successivo atto di pignoramento” (Cass. 6732/2011);
(ii)-(iii) L’art. 1 L. 9.1.2008, n. 2, nella formulazione attualmente in vigore, qualifica SIAE come ente pubblico economico a base associativa, preposto a svolgere le funzioni di indicate nella LDA, nonché le altre funzioni attribuite dalla legge (tra cui l’accertamento e riscossione di imposte, contributi e diritti): alla SIAE è riservata ex lege l’attività di intermediazione “per l’esercizio dei diritti di rappresentazione, di esecuzione, di recitazione, di radiodiffusione ivi compresa la comunicazione al pubblico via satellite e di riproduzione meccanica e cinematografica di opere tutelate” di cui agli artt. 180 LDA e art. 180-bis LDA.
Come noto, l’art. 180 LDA è stato modificato con DL 148/2017 (convertito con modificazioni dalla L. 4.12.2017, n. 172) e, nella sua attuale formulazione, riserva l’attività di intermediazione “in via esclusiva alla SIAE ed agli altri organismi di gestione collettiva di cui al decreto legislativo 15 marzo 2017, n. 351”, con cui è stata recepita la direttiva 2014/26/UE sulla gestione collettiva dei diritti d’autore e dei diritti connessi.
Dette modifiche, hanno tuttavia lasciato immutato il contenuto dell’art. 164 LDA che, attribuisce all’ “ente di diritto pubblico indicato nell’art. 180”, il potere di compiere attestazioni di credito aventi efficacia di titolo esecutivo per la riscossione dei diritti di utilizzazione delle opere dallo stesso ente tutelate. Pertanto, nella sua attuale versione l’art. 164 LDA così recita: “se le azioni previste in questa sezione e nella seguente sono promosse dall’ente di diritto pubblico indicato nell’articolo 180 si osservano le regole seguenti: […] 3) l’ente di diritto pubblico designa i funzionari autorizzati a compiere attestazioni di credito per diritto d’autore nonché in relazione ad altre funzioni attribuite all’ente; dette attestazioni sono atti aventi efficacia di titolo esecutivo a norma dell’articolo 474 del codice di procedura civile”.
In ragione dell’ampia formulazione utilizzata dal legislatore e del riferimento alle “altre funzioni attribuite all’ente”, idoneo a comprendere l’attività di intermediazione nella gestione collettiva dei diritti di autore (di cui all’art. 180 LDA), il Tribunale di Milano ha ritenuto che non vi fossero elementi per limitare la portata applicativa dell’art. 164 LDA al solo utilizzo abusivo, in assenza di contratto, delle opere tutelate da SIAE, e non anche alla riscossione dei compensi nelle ipotesi di inadempimento contrattuale (come sostenuto da SKY).
Una simile restrizione dell’operatività dell’articolo, da un lato, non trova alcun serio appiglio nella lettera della norma; dall’altro, si pone in contrasto con la ratio della disposizione: quella di consentire a SIAE la celere riscossione dei compensi dovuti per l’utilizzazione delle opere che fanno parte del repertorio tutelato da SIAE, a prescindere dalla natura della violazione. Pertanto, il Tribunale di Milano ha ritenuto che entrambi i motivi di illegittimità della norma prospettati dall’opponente non fossero idonei ad integrare i gravi motivi di cui all’art. 615 c.p.c..
La previsione dell’efficacia esecutiva dell’art. 164 LDA –in luogo della sola idoneità a costituire prova scritta del credito per l’emissione di un’ingiunzione di pagamento- appare il frutto di un complessivo bilanciamento di interessi operato dal legislatore, il quale ha inteso assicurare maggiore effettività alla tutela della proprietà intellettuale, considerata come patrimonio comune, prevedendo più celeri modalità di riscossione dei compensi da parte dell’ente dotato del potere di rappresentanza (ex lege) dei soggetti titolari dei diritti di autore e assimilati.
Non si ravvisano nemmeno profili di contrarietà con la normativa comunitaria in materia di tutela del diritto d’autore, né con i principi comunitari in materia di concorrenza di cui all’art. 102 TFUE. Il legislatore comunitario, infatti, pur rilevando l’esigenza di garantire che le società di gestione collettiva dei diritti raggiungano un livello di razionalizzazione e di trasparenza più elevato quanto al rispetto delle regole in materia di concorrenza, lascia impregiudicate le modalità di gestione dei diritti, quali le licenze collettive estese in vigore negli Stati membri, in ragione della primaria necessità di garantire una tutela effettiva del diritto d’autore.
La stessa giurisprudenza della Corte di Giustizia ha statuito che la riserva della gestione collettiva dei diritti d’autore in capo ad un unico ente collettivo può essere giustificata solo se idonea a garantire “il conseguimento dello scopo di interesse pubblico da essa perseguito e non vada oltre quanto è necessario per il raggiungimento di detto scopo”, quale la tutela dei diritti di proprietà intellettuale (CGUE C- 351/2012). Quindi, la Corte esclude che una normativa interna che riconosca la costituzione di un monopolio nell’ambito della tutela dei diritti di proprietà intellettuale si ponga per ciò solo in contrasto con i principi di cui all’art. 102 TFUE, poiché potrebbe ben costituire una situazione idonea a consentire una gestione efficace di tali diritti, nonché un controllo efficace del loro rispetto sul territorio.
Ciò che, invece, costituisce una violazione della normativa comunitaria, è la condotta dell’ente di gestione che è indotto, con il mero esercizio di diritti speciali o esclusivi che gli sono conferiti, a sfruttare abusivamente la sua posizione dominante, attraverso l’applicazione di prezzi e tariffe sensibilmente più elevate rispetto a quelle praticate, a parità di condizioni, negli altri Stati membri.
Neppure il recepimento della Direttiva 2014/26/UE sulla liberalizzazione del mercato (c.d. Direttiva Barnier) renderebbe illegittimo l’art 164 LDA, quale norma che introduce ingiustificate disparità di trattamento tra imprese operanti nel medesimo settore.
Le finalità perseguite dalla Direttiva 2014/26/UE, infatti, non devono individuarsi nell’instaurazione di un sistema che limiti al mandato individuale la modalità esclusiva per il conferimento del potere di rappresentanza dei titolari dei diritti d’autore agli organismi di gestione collettiva, bensì nel: migliorare la capacità dei membri degli organismi di gestione collettiva di esercitare un controllo sulle attività degli stessi organismi; garantire una sufficiente trasparenza da parte degli organismi di gestione collettiva; migliorare la concessione delle licenze multiterritoriali dei diritti d’autore opere musicali per l’uso online.
La direttiva non interferisce “con le modalità di gestione dei diritti in vigore negli Stati membri quali la gestione individuale, l’estensione degli effetti di un accordo tra un organismo di gestione collettiva rappresentativo e un utilizzatore, vale a dire l’estensione della concessione collettiva di licenze, la gestione collettiva obbligatoria, le presunzioni legali di rappresentanza e la cessione dei diritti agli organismi di gestione collettiva” (considerando 55).
Inoltre, l’art. 167 TFUE impone di tener conto delle diversità culturali intercorrenti tra i vari Stati membri. Pertanto, anche gli organismi di gestione collettiva devono promuovere le diversità delle espressioni culturali, in modo da favorire l’accesso al mercato dei repertori più piccoli e meno conosciuti sia fornendo servizi sociali, culturali ed educativi a beneficio dei loro titolari di diritti e del pubblico.
Infine, quanto al tema dell’equo compenso, la Direttiva 2014/26/UE pur avendo modificato parzialmente l’art. 180 LDA, consentendo agli autori di dare mandato a organismi di gestione collettiva diversi da SIAE, non incide in alcun modo sulla rappresentatività ex lege che l’ordinamento interno riconosce a SIAE a tutela dei diritti d’autore dei soggetti che non abbiano conferito mandato ad alcun organismo di gestione. Anzi tali modalità di tutela sono state ritenute funzionali ed essenziali alla tutela e allo sviluppo della creatività intesa quale “bene comune e interesse generale”, anche in relazione a c.d. repertori minori e locali, che probabilmente, non godrebbero di sufficiente protezione in un contesto di completa liberalizzazione.
https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png 0 0 Alessia Lionello https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png Alessia Lionello2018-12-06 17:43:512018-12-06 17:53:23Contenzioso con SKY: La liberalizzazione non incide sulla rappresentatività ex lege che l’ordinamento riconosce a SIAE
Con la sentenza del 6 luglio 2018 il Tribunale di Roma si è pronunciato sulla possibilità che gli eredi di un artista defunto, ovvero la Fondazione che gestisce le opere, possano essere destinatari di un provvedimento dell’autorità giudiziaria volto a ottenere una certificazione di autenticità sulle stesse.
La controversia ha avuto inizio quando un privato, destinatario della donazione di tre opere senza titolo da parte dell’artista Cy Twombly ha chiesto, senza successo, che la Fondazione (Cy Twombly Foundation) e gli eredi dell’artista riconoscessero l’autenticità dei dipinti.
Il privato, difatti, avendo interesse a posizionare le predette opere nel mercato attraverso l’intermediazione di una casa d’aste, aveva necessità che fossero inserite nel catalogo aggiornato curato dalla Fondazione, poi rifiutatasi di inserirle nei cataloghi. Da tale rifiuto ne conseguì il diniego da parte della casa d’aste di procedere alle vendite.
A fronte del predetto rifiuto il proprietario delle opere d’arte radicava azione di merito volta, in prima battuta, ad accertare l’autenticità delle stesse, ossia la loro riferibilità all’artista e poi a obbligare la Fondazione, ovvero gli eredi, a rilasciare il corrispondente certificato di autenticità.
Il Tribunale di Roma dichiarava l’inammissibilità di tali domande in quanto destinate al mero accertamento di un fatto storico, ovverosia, l’accertamento della paternità delle opere, senza che fosse contestualmente richiesto anche l’accertamento del rispettivo diritto.
I giudici romani nelle loro motivazioni hanno ripreso i principi già enunciati dalla sentenza dello stesso Tribunale emessa in data 14/6/2016.
La pronuncia fa leva sull’applicazione dell’art. 23 della legge sul diritto d’autore sulla base del quale il diritto morale di rivendicare la paternità dell’opera e di opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione od altra modificazione, ed a ogni atto a danno dell’opera stessa che possa essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione dopo la morte “può essere fatto valere, senza limite di tempo, dal coniuge e dai figli, e, in loro mancanza dai genitori e dagli altri ascendenti e dai discendenti diretti; mancando gli ascendenti ed i discendenti, dai fratelli e dalle sorelle e dai loro discendenti”.
Uno dei capisaldi nella vendita delle opere d’arte è quello secondo cui, chi vende l’opera è tenuto a garantirne l’autenticità sulla base di quanto disposto dall’art. 64 del D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio) il quale dispone che il venditore “ha l’obbligo di consegnare all’acquirente la documentazione che ne attesti l’autenticità o almeno la probabile attribuzione e la provenienza delle opere medesime; ovvero, in mancanza , con le modalità previste dalle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa, una dichiarazione recante tutte le informazioni disponibili sull’autenticità o la probabile attribuzione e la provenienza”.
A fronte di tali previsioni normative, i giudici hanno stabilito che sebbene gli eredi possano rivendicare la paternità dell’opera, la facoltà di autenticazione non possa essere intesa alla stregua di un diritto riservato in esclusiva ai soggetti ivi specificati in quanto, come già precisato nella sentenza n.425/2010, “la formulazione di giudizi sull’autenticità dell’opera d’arte di un artista defunto costituisce espressione del diritto alla libera manifestazione del pensiero e pertanto può essere effettuata da qualunque soggetto accreditato esperto d’arte del mercato, fermo restando il diritto degli eredi di rivendicare la paternità di un’opera d’arte ove erroneamente attribuita ad altri o viceversa disconoscerne la provenienza”.
In altri termini, non sarebbero rinvenibili i presupposti giuridici posti a fondamento della pretesa. Ed infatti, come anche argomentato dalla Corte di merito, “la formulazione dei giudizi sull’autenticità di un’opera d’arte costituisce espressione del diritto alla libera manifestazione del pensiero (art.32 cost.) per cui l’obbligazione gravante sull’esperto chiamato a rendere una perizia, attribuzione o autenticazione, è una semplice obbligazione di mezzi e non di risultato per cui, in base al principio dell’autonomia negoziale, non può essere obbligato a stipulare un contratto avente ad oggetto la manifestazione della propria opinione secondo i desideri del richiedente”.
Peraltro, dal mancato accordo tra le parti sul rilascio della perizia non può essere automaticamente desunto il diritto del titolare delle opere a vedersi riconosciuta in giudizio l’autenticità delle stesse nei confronti degli eredi dell’artista o della Fondazione, in quanto il ricorso al giudice presuppone, indipendentemente dalle posizioni assunte dalle parti in ordine all’autenticità dell’opera, quantomeno che vi sia stata un’attestazione positiva o negativa dell’autenticità che possa violare il diritto morale di cui all’art. 20 LDA nei confronti dell’artista o causare un danno nei confronti del proprietario.
In conclusione, l’intervento dell’autorità giudiziaria non può essere invocato semplicemente per il rilascio di una attestazione di autenticità e/o di una perizia su un’opera d’arte, non rinvenendosi alcuna norma che lo consenta o che preveda tale diritto.
Tuttavia, il ricorso per l’accertamento dell’autenticità di un’opera è consentito ogni qualvolta la stessa sia munita di una qualche certificazione, poi rivelatasi falsa, ovvero ogni qualvolta sia intervenuta la contestazione di paternità.
https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png 0 0 Alessia Lionello https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png Alessia Lionello2018-12-06 17:42:232018-12-06 17:42:23La richiesta di autenticazione delle opere d’arte successivamente alla morte dell’artista non può essere fatta oggetto di ordine da parte dell’autorità giudiziaria

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 46
 art. 617
 art. 615
 art. 180
 sentenza 
 sentenza 
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