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Timestamp: 2020-06-01 01:29:41+00:00

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CASSAZIONE CIVILE, Sezione III, Sentenza n. 2042 del 02/02/2005 - testo integrale Sentenza
CASSAZIONE CIVILE, Sezione III, Sentenza n. 2042 del 02/02/2005
Responsabilita' medico · ospedale
Massima al link indicato:
http://www.litis.it/giunews/news.asp?id=1057
Dott. PERCONTE LICATESE Renato - Consigliere
Dott. FANTACCHIOTTI Mario - Consigliere
Dott. MANZO Gianfranco - rel. Consigliere
AZIENDA UNITA' SANITARIA LOCALE N. (...) (...) in persona del suo Direttore Generale con funzioni di Commissario Liquidatore e legale rappresentante pro tempore, Dott. (...) elettivamente domiciliata in ROMA VIA GAVORRANO 12 SC. B INT 4, presso lo studio dell'avvocato MARIO GIANNARINI, difesa dagli avvocati GIUSEPPE DIMARTINO, PIETRO GIORGIANNI, giusta delega in atti;
(...) (...) elettivamente domiciliati in ROMA VIA F. CESI 21, presso lo studio dell'avvocato MASSIMILIANO TORRISI, difesi dall'avvocato GIORGIO ASSENZA, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 772/00 della Corte d'Appello di CATANIA, sezione seconda civile, emessa il 28 settembre 2000, depositata il 29/11/00; RG. 872/97. udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del 10/11/04 dal Consigliere Dott. Gianfranco MANZO;
udito il P.M, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. ABBRITTI Pietro, che ha concluso per il rigetto del ricorso.
I coniugi (...) e (...) in proprio e quali esercenti la potesta’ genitoriale, sul figlio Minore (...) conveniva in giudizio la USL - n. (...) (...) Esponevano che dopo regolare gravidanza la (...) aveva partorito presso il reparto ostetrico-ginecologico dell'Ospedale civile di (...) il figlio (...) ed era stata dimessa senza diagnosi e prescrizioni particolari, il bambino sin dai primi mesi di vita aveva presentato chiari segni di ritardo nello sviluppo psicomotorio e, infine, gli era stata diagnosticata un'affezione da fenilchetonuria classica che poteva essere fronteggiata unicamente con l'uso di prodotti dietetici a basso tenore di aminoacidi. La totale invalidita’ del minore era stata confermata dalla Commissione sanitaria provinciale che aveva riconosciuto a (...) il diritto all'assegno di accompagnamento. Cio’ premesso gli attori, ritenuta la responsabilita’ dell'ente in ordine alla mancata esecuzione di indagini specifiche, chiedevano il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti. La Usl, costituitasi in giudizio, contestava il fondamento della domanda.
Il Tribunale di Ragusa riteneva la convenuta responsabile e la condannava al risarcimento dei danni che determinava in lire 1.580.118.000 per (...) e in lire 15.000.000 per i genitori in proprio.
L'Azienda Unita’ Sanitaria Locale n. (...) di (...) proponeva appello. La Corte d'appello di Catania rigettava l'appello e rivalutava le somme rispettivamente in lire 1.690.726.000 e in lire 16.050.000.
Avverso questa sentenza la Azienda Unita’ Sanitaria Locale n. (...) di (...) propone ricorso per Cassazione affidato a tre motivi ai quali resistono con controricorso (...) e (...) in proprio ed il primo anche nella qualita’ di tutore provvisorio del figlio convivente (...) Le parti hanno presentato memoria.
1. L'Azienda ricorrente con il primo motivo lamenta la "violazione e falsa applicazione degli artt. 112, 163, terzo comma n. 3 e 167 c.p.c. e insufficiente, errata e contraddittoria motivazione, in relazione all'art. 360, n. 3 e 5 c.p.c.", deducendo che erroneamente la Corte d'appello aveva rigettato il motivo d'appello riguardante il vizio di ultrapetizione in ordine alla causa petendi. Oggetto della domanda era la responsabilita’ dell'Azienda per omessa applicazione di precise disposizioni di legge e non per negligenza, imprudenza o imperizia dei sanitari, mai allegata dagli attori che, anzi, non avevano mosso alcuna contestazione ai sanitari, riconoscendo la regolarita’ dell'operato degli stessi. La domanda sulla quale i giudici di merito dovevano pronunziare era quella riguardante "la grave negligenza imputabile all'ente ospedaliero per omissione delle 'misure di prevenzione disposte con legge regionale n. 68 del 1981 ed aventi carattere di screening di massa’". L'errore dei giudici di merito, consisteva in cio’ che, pur avendo escluso, l'obbligatorieta’ di effettuare gli esami in questione, avevano oltrepassato i confini posti dalla causa pretendi, pronunziando circa la responsabilita’ dei dipendenti ospedalieri.
La Corte d'appello ha rigettato il motivo d'impugnazione concernente la violazione dell'art. 112 c.p.c. deducendo che non poteva distinguersi tra colpa dell'Ente ospedaliero e colpa dei sanitari dipendenti, poiche’ l'ente deve rispondere della condotta colposa di questi ultimi. Ha ulteriormente precisato che, indipendentemente dal riferimento fatto dai ricorrenti alla legge regionale 18 aprile 1081, n. 68 (che non faceva specifico riferimento alla fenilchetonuria), "la causa pretendi dedotta (era) pur sempre la colpa professionale e la negligenza dei sanitari, consistenti nell'omissione degli esami diagnostici che, se effettuati, avrebbero evitato il danno": elementi questi sui quali per l'appunto il Tribunale aveva fondato la decisione.
La Corte territoriale ha dunque interpretato la domanda e ha ritenuto che la causa pretendi non fosse limitata all'omissione delle misure di prevenzione di cui alla legge regionale n. 68 del 1981, bensi’ alla colpa professionale e la negligenza dei sanitari, consistenti nell'omissione degli esami diagnostici, delle quali doveva rispondere l'ente.
Cio’ premesso, nell'ambito dell'orientamento che vuole sottratto al sindacato di legittimita’ l'indagine interpretativa sul contenuto della domanda, questa Corte ha piu’ volte enunciato il principio secondo cui ®in sede di legittimita’ occorre tenere distinta l'ipotesi in cui si lamenti l'omesso esame di una domanda, o la pronuncia su domanda non proposta dal caso in cui si censuri l'interpretazione data dal giudice di merito alla domanda stessa:
solo nel primo caso si verte propriamente in tema di violazione dell'art. 112 cod. proc. civ. per mancanza della necessaria corrispondenza tra chiesto e pronunciato, prospettandosi che il giudice di merito sia incorso in un error in procedendo, in relazione al quale la Corte di Cassazione ha il potere - dovere di procedere all'esame diretto degli atti giudiziari, onde acquisire gli elementi di giudizio necessari ai fini della pronuncia richiestale. Nel caso in cui venga invece in contestazione l'interpretazione del contenuto o dell'ampiezza della domanda, tali attivita’ integrano un tipico accertamento in fatto, insindacabile in Cassazione salvo che sotto il profilo della correttezza della motivazione della decisione impugnata sul punto¯ (Cass. 20 agosto 2002, n. 12259; Cass. 26 aprile 2001, n. 6066; Cass. 2 marzo 2001, n. 3016; Cass. 19 settembre 1997, n. 9314;
Cass. 24 febbraio 1995, n. 2113).
Nel caso di specie, venendo in discussione, come si e’ detto, l'interpretazione della domanda compiuta dalla Corte d'appello si e’ al di fuori dell'ambito dell'art. 112 c.p.c.. In altri termini, non si e’ in presenza di una violazione della norma processuale e di un vizio di attivita’ del giudice di merito, il quale ha interpretato la domanda ed ha adeguato a questa interpretazione la sua pronunzia relativa all'art. 112 c.p.c..
Il vizio, semmai, sarebbe un vizio attinente al giudizio, come tale sottratto in se’ al sindacato di legittimita’ e censurabile unicamente per difetto di motivazione. E sotto questo profilo si osserva che non si rileva alcun vizio di motivazione della sentenza impugnata che ha proceduto, con un argomentare logico ed esente da vizi, all'interpretazione della domanda introduttiva della causa.
Neppure censurabile e’ la conseguente affermazione di responsabilita’ dell'ente ospedaliero.
Questa Corte infatti ha costantemente inquadrato la responsabilita’ dell'ente ospedaliero nella responsabilita’ contrattuale, sul rilievo che l'accettazione del paziente in ospedale, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto (Cass. 21 dicembre 1978, n. 6141; Cass. 8 marzo 1979, n. 1716; Cass. 1 marzo 1988, n. 2144; Cass. 4 agosto 1988, n. 6707; Cass. 27 maggio 1993, n. 5939; Cass. 11.4.1995, n. 4152; Cass. 27 luglio 1998, n. 7336; 2 dicembre 1998, n. 12233; Cass. 22 gennaio 1999, n. 589, in motiv.; Cass. 1 settembre 1999, n. 9198; Cass. 11 marzo 2002, n. 3492; 14 luglio 2003, n. 11001; 21 luglio 2003, n. 11316, in motiv.
La responsabilita’ dell'ente ospedaliero ha dunque natura contrattuale e puo’ conseguire, a norma dell'art. 1218 c.c, all'inadempimento di quelle obbligazioni che sono direttamente a carico dell'ente debitore. E puo’ anche conseguire, a norma dell'art. 1228 c.c, all'inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, che assume la veste di ausiliario necessario del debitore.
2. Con il secondo motivo la ricorrente lamenta la "violazione e falsa applicazione degli artt. 1176, 2236 c.c. nonche’ l'insufficiente, errata ed illogica e contraddittoria motivazione, in relazione all'art. 360 n. 3 e 5 c.p.c.". I giudici di merito, dopo aver correttamente accertato la rarita’ della patologia in causa, l'asintomatologia della stessa, il carattere preventivo sistematico e di massa della prestazione medica richiesta, l'assenza di un obbligo di legge circa l'effettuazione di screening di massa, l'estrema carenza in Sicilia di centri attrezzati allo scopo, avevano contraddittoriamente e illogicamente ritenuto la negligenza dei sanitari e la correlativa responsabilita’ dell'ente. Questa essendo la natura della prestazione pretesa, la stessa non poteva essere ritenuta obbligatoria con riferimento all'ordinaria diligenza da parte del singolo medico. E ritenere diversamente significava considerare oggettiva la responsabilita’ del medico, indipendentemente da ogni sua colpa, per il solo fatto dell'insorgenza di una qualche patologia e dell'esistenza di uno strumento atto ad individuarla prima che manifesti i suoi sintomi.
Il nucleo centrale della motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui rigetta il motivo d'appello concernente la ritenuta colpa dei sanitari dell'ospedale fonda sul rilievo che non furono rispettate le regole di comune diligenza e di prudenza da parte dei sanitari. Infatti, secondo quanto risultava dalla consulenza tecnica "all'epoca dei fatti la fenilchetonuria era una malattia perfettamente conosciuta, anche se, a differenza da altre regioni del nord-Italia, in Sicilia la prevenzione e la diagnosi precoce erano affidate alla libera iniziativa dei reparti di neonatologia ed alla sensibilita’ e alla preparazione dei pediatri neonatologi. Pertanto considerato altresi’ che nella regione siciliana esistevano centri specializzati (non importa se fossero venti o nove), deve ritenersi che, con l'ordinaria diligenza, i sanitari dell'ospedale di (...) avrebbero dovuto, subito dopo la nascita del (...) eseguire i prelievi ed inviarli ai suddetti centri per il compimento degli esami di 'screening' metabolici neonatali, necessari per una precoce diagnosi della malattia".
La motivazione della sentenza impugnata si e’ risolta in un apprezzamento di fatto che sotto il profilo logico raggiunge un grado di completezza e di ragionevolezza da essere incensurabile nel giudizio di Cassazione. In altri termini, nella sentenza impugnata non si rileva quella carenza di logica denunziata dalla ricorrente incidentale, mentre le doglianze svolte consistono nel contrapporre, inammissibilmente in sede di legittimita’, alla valutazione della Corte d'appello la propria valutazione.
Quanto alla violazione di legge dedotta, si rileva che la Corte d'appello ha fatto applicazione dell'art. 2236 c.c. escludendo, implicitamente ma chiaramente, che la prestazione implicasse la soluzione di problemi di speciale difficolta’, tanto che ha rilevato essere all'epoca la malattia in questione perfettamente conosciuta.
Avuto riguardo a questa valutazione di merito non si comprende in cosa consisterebbe la violazione della norma indicata, anche considerando che nel giudizio di merito spettava al medico (o all'ente ospedaliero) provare che il caso fosse di particolare difficolta’ (Cass. 19 maggio 1999, n. 4852; Cass. 4 febbraio 1998, n. 1127; Cass. 30 maggio 1996, n. 5005; Cass. 16 febbraio 2001, n. 2335;
16 novembre 1988, n. 6220).
3. Con il terzo motivo la ricorrente lamenta la violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. e il vizio di motivazione della sentenza impugnata. La Corte d'appello, in considerazione dei rilievi svolti, doveva condannare le controparti alle spese di entrambi i gradi di giudizio e in subordine, attesa la particolarita’ e novita’ delle questioni, compensarle in tutto o in parte. E i giudici d'appello nonostante la doglianza svolta nel gravame non avevano sul punto motivato alcunche’.
L'attuale ricorrente e’ stata soccombente nei gradi di merito: e si e’ sopra esposto per quali ragioni i motivi del ricorso per Cassazione non sono fondati.
Quanto alla mancata compensazione in tutto o in parte delle spese, come piu’ volte affermato nella giurisprudenza di legittimita’, la valutazione in ordine all'opportunita’ o meno di compensare in tutto o in parte le spese di causa non e’ sindacabile in sede di legittimita’, anche se priva di motivazione (v. per es. Cass. 28 novembre 2003, n. 18236).
Per quanto detto il ricorso dev'essere rigettato.
Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza della ricorrente in questa fase.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di Cassazione che liquida in euro 12.000, 00 (dodicimila/00) per onorari e in euro 100, 00 (cento/00) per spese, oltre spese generali e accessori come per legge.
Cosi’ deciso in Roma, il 10 novembre 2004.
Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 2005
Responsabilita' medico Ospedale

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