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Timestamp: 2018-02-20 05:47:03+00:00

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Il concorso esterno nei reati associativi: una proposta de iure condendo. :: Antonio Di Tullio D'Elisiis
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Il concorso esterno nei reati associativi: una proposta de iure condendo.
Scopo del presente saggio è quello di provare a superare l’annosa polemica inerente il concorso c.d. “esterno” attraverso l’elaborazione di apposite norme incriminatrici.
Tale problema, d’altronde, involge non solo le associazioni a delinquere di stampo mafioso ma anche altri reati associativi.
Infatti, si vuole rimarcare sin dal nomen iuris, la stretta affinità tra questo reato e quello previsto dall’art. 418 c.p., trattandosi in ambedue i casi di un ausilio fermo restando che, per quello in esame, l’aiuto è posto in essere a favore dell’associazione nel suo complesso a qualsivoglia titolo mentre, l’art. 418 c.p., concerne l’ipotesi in cui il contributo agevolatore sia prestato a favore di uno degli associati e solo per i casi ivi annoverati (“vitto, ospitalità, mezzi di trasporto ecc...”).
A tal proposito, basta citare, a titolo di esempio, l'art. 378, co. II c.p. che prevede la pena della reclusione non inferiore a due anni qualora il favoreggiato debba rispondere del delitto di cui all'art. 416-bis c.p. nonchè un aumento del minimo edittale di pena previsto dall'art. 378 c.p. nelle ipotesi in cui un soggetto, senza concorrere nel reato associativo, aiuti consapevolmente un associato mafioso ad eludere le investigazioni dell'autorità o a sottrarsi alle ricerche di questa[1].
Questo reato, dunque, non è commesso a favore dell’intera consorteria criminosa ma rivolto “al singolo in quanto componente del gruppo criminale”[2] e quindi, la norma de qua disciplina la specifica ipotesi di una condotta specificatamente finalizzata ad “eludere le investigazioni dell’Autorità, o a sottrarsi alle ricerche di questa”.
Questa figura delittuosa, per giunta, si distingue anche da quella prevista dall’art. 416 ter c.p. la quale, come è noto, incrimina lo “scambio elettorale politico mafioso”.
In effetti, tale disposizione legislativa, diversamente da quella in commento, mira a reprimere la specifica situazione in cui l’ extraneus al sodalizio criminale si rivolga all’associazione mafiosa per chiedere e per ottenere l’appoggio elettorale “erogando all’associazione promittente somme di danaro”[3]; di conseguenza, tale fattispecie incriminatrice, così strutturata, si distingue da quella in esame, in quanto non impedirebbe “di attribuire rilevanza penale a tutte quelle altre forme di scambio”[4] quali, ad esempio, la “promessa di concedere (se eletti) appalti, autorizzazioni, licenze, posti di lavoro od ogni altro genere di utilità o vantaggio accordabili mediante l’uso distorto del pubblico potere”[5].
(L’uso della parola “membro”, inoltre, pur essendo inusuale nel linguaggio legislativo, è ammissibile in quanto avallata da numerose pronunce con cui la Cassazione definisce in tal modo il soggetto intraneo di una consorteria criminale[6]; nulla quaestio, invece, per l’uso dei termini “promotore”, “dirigente”, “organizzatore” o “partecipe” che sono espressamente adottati nell’art. 416 bis c.p.).
Oltre a ciò, la decisione di inserire tale norma giuridica non immediatamente dopo a quelle previste per i reati associativi ma solo oltre l’art. 417 c.p. (la quale, come è noto, stabilisce l’obbligatorietà delle misure di sicurezza per “i delitti preveduti dai due articoli precedenti”), trova la sua ratio iuris in virtù del fatto che la regola o meglio il progetto di legge in commento, pur essendo sicuramente grave, non può essere equiparata quoad poenam rispetto a chi è ritenuto responsabile di aver fatto parte di un sodalizio criminoso mafioso; di conseguenza, a maggior ragione, alle medesime conclusioni, si deve pervenire, a parere dello scrivente, per quanto riguarda le misure di sicurezza che perciò non possono essere applicate obbligatoriamente nel caso di specie.
Al contempo, la decisione di inserire questa fattispecie delittuosa prima dell’art. 418 c.p. è dovuta al fatto che la disposizione legislativa (oggetto del presente studio) è sicuramente più grave di quella che incrimina l’assistenza prestata ai singoli associati, giacchè, come già esposto in precedenza e come meglio verrà specificato successivamente, tale regola giuridica sanziona chi presta una azione di supporto a favore dell’intera associazione (e non perciò, per un solo singolo sodale) e non ancora l’incriminabilità della condotta sulla base di specifiche “causali” (come invece espressamente previsto per il delitto di “assistenza agli associati”).
Ebbene, una volta chiarito il senso e la ragione sull’uso della parola “assistenza”, va da sé che il bene giuridico che si vuole tutelare coincide con lo scopo della norma prevista dall’art. 416 bis c.p. ovvero la “necessità di tutela dell'ordine pubblico in combinazione con interessi primari della società civile nello Stato di diritto (v. artt. 18 e 41 Cost., in particolare)”[7]; ciò che si vuole garantire o meglio rafforzare è dunque l’ “integrità dell'ordine pubblico, violata dall'esistenza e dalla operatività del sodalizio e dal diffuso pericolo di attuazione dei delitti-scopo del programma criminoso”[8].
E’ evidente che la condotta che tratteremo specificatamente nel successivo paragrafo ossia quella consistente nel fornire un “contributo concreto per la realizzazione degli scopi e delle finalità indicate dall’art. 416 bis, comma III, c.p. nonché per garantire la capacità e il rafforzamento delle capacità operative dell’associazione, anche nelle sue singole diramazioni locali” è sicuramente destinata a ledere il bene giuridico summenzionato in quanto strettamente connessa e correlata all’attività criminale mafiosa[9].
Tale reato o meglio, quello previsto dall’art. 417 ter c.p., sanzionerebbe con la pena base da tre a cinque anni, “chiunque, non essendo membro di un’associazione a delinquere di tipo mafioso anche straniera né come promotore, dirigente o organizzatore né come partecipe, fornisce un contributo concreto per la realizzazione degli scopi e delle finalità indicate dall’art. 416 bis, comma III, c.p. nonché per garantire la capacità e il rafforzamento delle capacità operative dell’associazione, anche nelle sue singole diramazioni locali”.
Sicchè, in assenza di un intervento successivo delle Sezioni Unite da cui si possa evincere un mutamento sostanziale di questo indirizzo nomofilattico (il quale risulta invece confermato dalle decisioni emesse dalle sezioni semplici in epoca successiva[11]) non dovrebbero esservi preclusioni di ordine giuridico -dogmatico affinchè si possa utilizzare tale massima per ricavare una definizione di reato che risolva, una volta per tutte, la problematica inerente il concorso c.d. “esterno”.
L’uso di questo principio di diritto per modulare tale ipotesi di reato, del resto, trova conforto in autorevole dottrina; una certa letteratura scientifica, in effetti, ritiene che, proprio grazie alle condizioni fissate in questa sentenza, il concorso esterno ha recuperato “una fisionomia riconoscibile e compatibile con il principio di legalità”[12].
Inoltre, avvalendosi della locuzione “contributo concreto”, se ne dovrebbe ricavare, come logica conclusione, che sia sanzionabile solo una condotta fattiva; si eviterebbe in tal guisa una eccessiva dilatazione della portata applicativa di questa norma sino al punto di ricomprendere anche i meri conniventi (si pensi agli imprenditori che pagano il c.d. pizzo) o coloro che assistono alla vita associativa deviante senza fare nulla (quale può essere il fenomeno dell’omertà) o più semplicemente, sanzionare “le mere frequentazioni e le vicinanze con soggetti mafiosi”[13] o la “mera vicinanza tra un uomo politico e i vertici di un gruppo mafioso”[14]; così, sulla medesima linea teleologica, si spiega il perché si sia usato il verbo “fornire” dato che detto termine richiama, per l’appunto, un comportamento commissivo e non omissivo; in effetti, il verbo “fornire” significa a livello etimologico, “somministrare, distribuire, procurare cose necessarie o utili a qualcuno, dotare, munire qualcuno o qualcosa di cose necessarie o utili”[15] e dunque, tale comportamento, richiamando evidentemente un facere e non un semplice pati, si allinea perfettamente lungo il solco di quel tracciato nomofilattico che ravvisa gli estremi del concorso esterno in una azione connotata dalla serietà e dalla concretezza[16].
Per quanto riguarda il profilo dell’elemento soggettivo, è evidente che il c.d. doppio evento richiesto da questa norma giuridica, come obiettivo dell’azione delittuosa, non può permettere di poter stimare sufficiente nè il “dolo generico” nè quello c.d. “eventuale”.
Avvalendoci dei contributi forniti dalla Suprema Corte di Cassazione in subiecta materia, sempre sul solco tracciato dalla sentenza Mannino, invero, il dolo qui in esame è sicuramente specifico perché deve consistere nel fatto che “il soggetto investa, nei momenti di rappresentazione e della volizione, sia tutti gli elementi essenziali della figura criminosa tipica, sia il contributo causale recato dal proprio comportamento alla realizzazione del fatto concreto, con la consapevolezza e la volontà di interagire, sinergicamente, con le condotte altrui sotto questo profilo”[18]; in altri termini, è necessario che l’assistente “pur sprovvisto dell'"affectio societatis" e cioè della volontà di fare parte dell'associazione, sia consapevole dei metodi e dei fini della stessa e si renda compiutamente conto dell'efficacia causale della sua attività di sostegno, vantaggiosa per la conservazione o il rafforzamento dell'associazione mafiosa”[19] in quanto i “membri effettivi e stabili di questa, infatti, devono poter contare sul sicuro apporto del concorrente esterno, con il relativo effetto vantaggioso per la struttura organizzativa di tale associazione”[20]; al contrario, come appena esposto, quest’elemento psicologico non può essere eventuale perché, sempre alla luce di quest’arresto giurisprudenziale, “occorre dimostrare che il soggetto sia consapevole dei metodi e dei fini dell'associazione mafiosa” non essendo sufficiente la mera accettazione “del rischio di verificazione dell'evento, cioè di un contegno psicologico ridotto alla forma meno intensa del dolo eventuale”.
Tuttavia, nella sentenza appena richiamata, i Giudici di “Piazza Cavour” evidenziano che il dolo richiesto, ai fini della configurabilità del reato de quo, non deve essere necessariamente intenzionale essendo sufficiente viceversa solo quello diretto; inoltre, sempre in questa pronuncia, viene affermata la differenza di questo tipo di elemento soggettivo rispetto a quello eventuale, nei seguenti termini: “se è il rischio ossia la possibilità del verificarsi di un evento criminoso oltre a quello perseguito, si configura il dolo eventuale; se è un evento ulteriore ritenuto probabile, si configura il dolo diretto perché con l’accettazione dell’evento rimane integrata anche la prova che quello sia stato voluto”.
In conclusione, sempre attenendoci a quanto statuito nella sentenza Mannino (nonchè alla luce della lettura di quanto affermato nella sentenza n. 15727) è fondamentale pertanto “una rigorosa dimostrazione del nesso di causalità e dell’elemento psicologico dell’agente”.
Inoltre, a ribadire la necessità di un intervento legislativo volto a regolamentare questo istituto, si schiera insigne dottrina la quale sostiene che la “mancanza di una norma incriminatrice ad hoc, e il persistente utilizzo dei paradigmi generali del concorso criminoso continuano a sollevare problemi anche in punto di elemento soggettivo”[21].
Tra coloro che hanno manifestato siffatta opinione, vi è quella espressa dallo studioso Giuseppe Borelli, nella sua opera intitolata “massime di esperienza e stereotipi socio culturali nei processi di mafia: la rilevanza penale della “contiguità mafiosa””[22] il quale, prendendo atto della crisi del concorso esterno quale figura di costruzione eminentemente giurisprudenziale, invita il legislatore ad assumere “una chiara assunzione di responsabilità di fronte a quei fenomeni di "contiguità" che hanno costituito l'humus di cui le organizzazioni criminali di tipo mafioso si sono nutrite, indifferenti a qualsiasi azione di contrasto, per infiltrare profondamente le loro radici nel tessuto produttivo di larghe parti del territorio nazionale, inficiandone possibilità di sviluppo e di crescita civile e sociale”.
Tale invito, nondimeno, assume oggi un’impellenza ancor più stringente specie se si considera la sempre maggior rilevanza che le sentenze della Corte EDU stanno avendo nei confronti della giurisprudenza penale domestica[23] e, più in generale, se si osserva la progressiva influenza che l’ordinamento comunitario sta avendo su quello penale sostanziale italiano[24].
Sicchè a tal proposito non si può non sottolineare come la Corte EDU, partendo dal presupposto secondo cui l’art. 7 della Convenzione europea consacra, al rango di criterio cardine dell’intero ordinamento comunitario, il “principio di legalità dei reati e delle pene”, è pervenuta alla conclusione secondo cui, al fine di garantire il rispetto di tale principio, la legge deve definire in modo “certo”[25] e “chiaro”[26] i reati e le pene che li puniscono.
Ebbene, è sufficiente anche una sola azione purchè idonea a perseguire gli scopi prefissati nei termini di cui sopra; ciò è evidente sia perché la norma descrive la condotta da incriminare come “contributo”, sia perché è prevista un’aggravante speciale ad effetto comune “se il contributo è prestato stabilmente” che evoca, a sua volta, un comportamento che può riferirsi a molteplici aiuti offerti nel tempo.
Tuttavia, corre l’obbligo di evidenziare che di recente, la Cassazione, nella decisione n. 15727 del 2012, evidenzia, invece, richiamando all’uopo un precedente emesso in subiecta materia[32], che il concorso esterno è configurabile “al pari della partecipazione, di regola, come reato permanente” e ravvisa, ai fini della sussistenza del reato de quo, la condotta di chi favorisce un accordo che “produca effetti di conservazione e/o rafforzamento per il sodalizio criminoso”; trattasi dunque di una ricostruzione ermeneutica del concorso esterno che ben si concilia con un apporto concorsuale prestato nel tempo.
Inoltre, le condotte, da cui inferire la sussistenza di questo delitto, dovrebbero ricondursi a comportamenti non qualificabili come delitti.
Difatti, laddove ricorresse tale seconda ipotesi, dovrebbe applicarsi, in ossequio al “principio della specialità”, l’aggravante prevista dall’art. 7 del d.l. n. 152 del 1991 convertito, con modif. nella legge n. 203 del 1991, la quale prevede, per chi ha compiuto delitti non punibili con l’ergastolo, un aumento della pena da un terzo alla metà, “se chi li ha commessi si avvalso delle condizioni previste dall’art. 416 bis c.p. ovvero li ha posti in essere allo scopo di agevolare l’attività delle associazioni previste dall’art. 416 bis c.p.”.
Tornando a trattare l’argomento in questione, si potrebbe invece far rientrare tra le condotte punibili da tale norma giuridica, i reati di natura contravvenzionale visto il silenzio che l’art. 7 del d.l. n. 152 del 1991 riserva a questo tipo di illecito penale.
Per il resto, come appena suesposto, tale regola giuridica dovrebbe trovare applicazione in relazione a condotte di per sé penalmente irrilevanti (ad eccezione dei reati contravvenzionali) sempreché, le modalità summenzionate, rientrino nell’alveo della previsione incriminatrice su emarginata.
Del resto, il fatto che un reato di questo tipo possa consistere in un comportamento non necessariamente illegale, trova conforto nella sentenza n. 15727 del 2012 nella parte in cui il Supremo Consesso, pur affermando la sussistenza del concorso esterno nel caso in cui siano commesse azioni penalmente rilevanti, non esclude però che le condotte costitutive di un delitto di questo genere possono consistere anche in “azioni in sé lecite”.
Esaminando infatti la vasta casistica che emerge dalla giurisprudenza di legittimità, vi sono molteplici casi in cui condotte, di per sé neutre, sono state valutate a titolo di concorso esterno; per esempio, la Cassazione penale ravvisa, tra gli indici rilevatori del concorso esterno, le seguenti situazioni: 1) gli stretti rapporti personali con un mafioso[33]; 2) l’incontro con un imprenditore colluso con la mafia[34]; 3) le frequentazioni abituali con un latitante[35]; 4) colui che fa il corriere (consegna di messaggi) tra un latitante e gli altri membri del sodalizio criminoso[36]; 5) l’imprenditore colluso che aiuta l’associazione attraverso: a) la frequente disponibilità ad offrire informazioni; b) l’assunzione di personale segnalato dall'associazione o ad essa gradito; c) la frequenza dei contatti con esponenti mafiosi; d) le prestazioni “diffuse" offerte a diversi componenti di diverse famiglie mafiose[37]; 6) i congiunti che il capo-mandamento invitava costantemente ad astenersi da attività compromettenti e da attività deliberative, ma che utilizzava affidando loro messaggi da recapitare agli affiliati in libertà[38]; 7) colui che è entrato in rapporto sinallagmatico con la cosca tale da produrre vantaggi per entrambi i contraenti, consistenti per l'imprenditore nell'imporsi nel territorio in posizione dominante e per il sodalizio criminoso nell'ottenere risorse, servizi o utilità[39]; 8) colui che fornisce ad un mafioso indicazioni sui luoghi adatti per convegni con altri capi mafiosi e gli mette a disposizione suoi immobili[40]; 9) promessa chiara e seria dell’impegno di un candidato alle elezioni di sdebitarsi - a fronte della promessa dell’aiuto elettorale da parte del capo di una consorteria criminosa – assumendo specifiche iniziative legislative e amministrative di sua competenza[41].
Esaminando le circostanze, sul versante delle aggravanti, le ipotesi in esame sono perfettamente speculari a quelle previste dall’art. 416 bis c.p.; vengono in sostanza, riprodotte le aggravanti di cui ai commi V e VI dell’art. 416 bis c.p. oltre quella già esposta in precedenza è prevista dall’art. 418, comma II, c.p. con un ulteriore aumento da un terzo alla metà della pena, laddove ne ricorra più di una.
Al comma VI del’art. 417 ter, invero, è prevista una diminuente di pena la quale ricorre “se il contributo fornito dal colpevole ha inciso marginalmente sulla realizzazione degli scopi e delle finalità indicate dall’art. 416 bis, comma III, c.p. nonchè sulla capacità e sul rafforzamento delle capacità operative dell’associazione anche nelle sue singole diramazioni locali”; detta norma giuridica vuole introdurre un elemento accidentale sostanzialmente analogo a quello della “minima importanza nella preparazione o nell’esecuzione del reato” previsto dall’art. 114 c.p. ovvero quella contemplata dall’art. 311 c.p. in merito al fatto di “lieve entità” prevista per “i delitti contro la personalità dello Stato” (e tra questi, pertanto, anche quelli di natura associativa come il delitto di “banda armata”).
E’ noto invero che la Corte Costituzionale ha definitivamente chiarito che “il principio di uguaglianza, di cui all'art.3, primo comma, Cost., esige che la pena sia proporzionata al disvalore del fatto illecito commesso, in modo che il sistema sanzionatorio adempia nel contempo alla funzione di difesa sociale ed a quella di tutela delle posizioni individuali; ... le valutazioni all'uopo necessarie”[42].
Per giunta, sebbene il concorso esterno venga interpretato, sul versante eziologico, nei termini rigorosi della c.d. “condicio sine qua non”[43], è altrettanto vero che tale scoglio ermeneutico (da cui potrebbe inferirsi l’improponibilità di una diminuente di tal tipo[44]) può comunque essere superato attraverso l’elaborazione di una apposita norma giuridica di segno contrario.
Infatti, come sostenuto da insigne dottrina, le principali obiezioni mosse alla diversa e meno rigida teoria della causalità adeguatrice in subiecta materia, vengono ravvisate per l’appunto alla luce dell’ “assenza di ogni suo fondamento normativo”[45].
Del resto, l’uso dell’avverbio “marginalmente”, pur rappresentando un quid novi nella terminologia codicistica penale, tuttavia è stata utilizzata, pur in forma aggettivizzata, in numerose pronunce emesse in sede di legittimità[46] per indicare un contributo concorsuale di “minima importanza”; quindi, tale parola, non introdurrebbe un elemento semantico distonico rispetto all’ordinamento giuridico considerato nel suo complesso.
Inoltre, per quanto riguarda l’altra diminuente di pena prevista dal comma VII della norma in epigrafe secondo la quale la “pena è diminuita da un terzo alla metà se l’imputato si adopera per evitare che l’attività delittuosa del sodalizio criminale, agevolata dal suo contributo, sia portata a conseguenze ulteriori anche aiutando concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione del fatto favorito nell’interesse dell’associazione”, essa è perfettamente speculare a quella prevista dall’art. 8, comma I, del d.l. n. 152 del 1991 convertito, con modif. nella legge n. 203 del 1991, fermo restando le dovute modifiche dettate dalla peculiarità di questa fattispecie.
Per quanto riguarda l’“associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope”, la norma di assistenza all’uopo elaborata è finalizzata anch’essa per risolvere la questione inerente il concorso c.d. “esterno”.
Inoltre, al di là degli specifici richiamati compiuti a proposito del delitto principale, qui va invece solo sottolineato che la diminuente di pena prevista dal comma settimo dell’art. 74 bis (secondo cui: le “pene sono diminuite dalla metà a due terzi per chi si adopera per evitare che l’attività delittuosa dell’associazione, agevolata dal suo contributo, sia portata a conseguenze ulteriori ovvero se il colpevole si sia efficacemente adoperato per assicurare le prove del contributo fornito nell’interesse dell’associazione”) è perfettamente simmetrica a quella prevista dal comma VII dell’art. 74 del d.p.r. n. 309 fermo restando che, pure per questa ipotesi di reato, come esposto a proposito dell’ “assistenza all’associazione a delinquere di stampo mafioso”, deve rilevare solo il contributo fornito ma poi interrotto nonchè la condotta collaborativa volta a produrre le prove dell’aiuto offerto nell’interesse dell’associazione.
E’ pacifico che le norme giuridiche summenzionate, laddove introdotte nel nostro ordinamento, produrrebbero inevitabilmente, per esigenze di coerenza interna, la modifica di altre disposizioni legislative (sia sostanziali sia procedurali); tra queste, vale la pena di richiamare in questa sede solo quella inerente l’art. 418 c.p. la cui formulazione dovrebbe essere ristrutturata nel seguente modo: “Chiunque, fuori dai casi di concorso nel reato, di assistenza o di favoreggiamento dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipano all'associazione è punito con la reclusione fino a due anni”.
L’inserimento di questo corpus organico di norme giuridiche all’interno del sistema penale potrebbe contribuire a rappresentare una possibile soluzione al problema del concorso c.d. “esterno” ma non solo.
Innanzitutto, verrebbe agevolata l’autorità requirente nell’esercizio dell’azione penale mettendola in condizione di formulare, per casi di questo tipo, una fattispecie giudiziale in riferimento ad un ben definito parametro legislativo, al contempo, si metterebbe l’accusato in condizione di poter comprendere meglio la natura dell’accusa a lui elevatagli e dunque, di potersi difendere più adeguatamente.
Invero, solo in tal modo, verrebbero maggiormente garantiti sia il “principio di tipicità” sia quello della “legalità” i quali, a loro volta, come su indicato, rappresentano i criteri cardini non solo dell’ordinamento italiano ma anche di quello comunitario.
In effetti, nella pronuncia n. 15727, viene evidenziata la “necessità di dettagliare i contorni di tale fattispecie giuridica” rilevata l’ “estrema delicatezza della operazione che l’interprete è chiamato ad effettuare operando sulla fusione di una norma di parte generale (art. 110 cp) ed altra di parte speciale (il reato a concorso necessario)”; in effetti, sempre secondo questa pronuncia, si devono “trovare, senza ricorso a semplificazioni accettabili né permesse, prove di tutti i passaggi normativi richiesti da siffatta complessa operazione ermeneutica: la cui difficoltà riguarda comunque essenzialmente la individuazione della linea di discrimine tra la condotta “partecipativa” vera e propria e quella di chi invece agisca in assenza di affectio societatis, con il medesimo fine, però, e con condotte a volte non dissimili da quelle del primo”.
[9]Come di recente evidenziato nella sentenza n. 15727/12; infatti, in questo decisum, si afferma chiaramente che, con il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, il bene giuridico violato è l’ordine pubblico.
[11]Come enunciato recentemente dalla stessa Cassazione (nella sentenza n.15727) nella parte in cui si prende atto di un costante indirizzo nomofilattico circoscrivibile e delimitabile non solo alla luce della sentenza delle SSUU del 2005, ma anche in virtù delle “plurime sentenze conformi delle sezioni semplici come, fra le sole edite, la n. 1073 del 2006, la n. 542 del 2007, la n. 54 del 2008, e la n. 35051 del 2008” “per non parlare” - prosegue la Corte – “della rilevante entità di quelle non edite ma pubblicate fino alla data odierna”.
[21]]“Il concorso esterno tra guerre di religione e laicità giuridica” di Giovanni Fiandaca pubblicato sul sito internet “www.penalecontemporaneo.it”.
[23]Sul punto si rinvia all’opera redatta dal Consigliere del C.S.M., Dott. Aprile Ercole, intitolata “I “meccanismi” di adeguamento alla sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo nella giurisprudenza penale di legittimità”; articolo pubblicato sulla rivista Cass. pen., 2011, 09, 3216 nonché alla pubblicazione redatta dal Presidente della S.C. di Cassazione, Dott. E. Lupo, dal titolo “La vincolatività delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo per il giudice interno e la svolta recente della Cassazione civile e penale” edito in Giur. Pen., 2007, 05. 2247.
[24]Sul tema, cfr.: Francesco Viganò; “Diritto penale sostanziale e convenzione europea dei diritti dell’uomo”; Riv. It. Dir. e proc. pen., 2007, 01, 42; Giuseppe Del Giudice; “Diritto penale “europeo” e diritto penale “domestico. Una legalità “assediata”?”; tratto dal sito “www.altalex.it”.
[29]“Il concorso esterno tra guerre di religione e laicità giuridica” di Giovanni Fiandaca; articolo pubblicato sul sito internet www.penalecontemporaneo.it.
[46]Ex plurimibus, Cass. pen., sez. II, 12/03/10, n. 23610: l’ "art. 114 c.p. configura come circostanza attenuante l'opera del concorrente che abbia avuto minima importanza nella preparazione o nell'esecuzione del reato, riferendosi ad una condotta che abbia obiettivamente avuto un valore marginale rispetto all'opera dei concorrenti”.
[49]Come del resto già evidenziato dalla Supremo Consesso in molteplici decisioni; in effetti, trattando il reato associativo previsto dall’art. 74 del d.p.r. n. 309, i Giudici di “Piazza Cavour” hanno annoverato, tra i suoi elementi costitutivi, “l’apporto individuale apprezzabile e non episodico di almeno tre associati, che integri un contributo alla stabilità dell’unione illecita” (ex multis, Cass. pen., sez. I, 18/02/09, n. 10578).

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