Source: https://casolongarini.it/la-vicenda-di-edoardo-longarini/
Timestamp: 2020-02-22 04:44:21+00:00

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La vicenda - Il Caso Longarini
Dalla sentenza del 21 settembre 1993 del Tribunale di Roma al ricorso dell’Avvocatura di Stato del 2 febbraio 2015 alla Corte d’Appello di Roma il caso Edoardo Longarini è stato sottoposto all’esame di 33 giudici, di ogni ordine e grado: Pretura, tribunale, Corte d’Appello, Cassazione, collegio arbitrale che hanno attestato il diritto dell’imprenditore. Ecco, per sommi gradi, le tappe di una via crucis italiana che lo Stato avrebbe potuto risolvere con il corrispondente di poco più di 30 milioni di euro all’inizio degli anni ’90 e che rischia di costare 35 volte di più.
La vicenda ha inizio nel 1977. Quell’anno il ministero dei Lavori Pubblici affida, anche sulla base dei lavori effettuati a Macerata ed Ariano irpino, alla società Adriatica di Costruzioni di proprietà di Edoardo Longarini il piano per la ricostruzione di Ancona sulla base della legge n.1402/1951 relativa ai piani di ricostruzione degli abitati danneggiati dalla guerra”. La legge consente ai Comuni, dietro garanzia dello Stato, di pagare il costo delle opere ordinate al concessionario in trenta annualità posticipate.
2 Gli anni '80
All’inizio degli Anni Ottanta il piano di ricostruzione viene ampliato con l’obiettivo di dotare la città di infrastrutture adeguate ad una città in crescita, per giunta colpita da gravi calamità: il terremoto del 1972 ed il gigantesco smottamento della zona di Posatora, nel 1982. Il Comune ordina con varie delibere, tra cui la n.750 del 1981, alla Adriatica Costruzioni di redigere tutti i progetti esecutivi per la realizzazione della rete viaria di collegamento tra la parte Nord e quella Sud della città, 20 chilometri circa, un’opera complessa in una città sovrastata dal monte Conero e che perciò richiede gallerie, viadotti, sottopassi ed altri interventi. Il tutto facendo ricorso al piano di ricostruzione che viene finanziato con somme anticipate dalla mano pubblica.
3 La garanzia pubblica
Per il pagamento garantisce lo Stato, senza che sia richiesta una gara d’appalto. La legge n.363 /1984, infatti, stabilisce che: ”I progetti che hanno già avuto il parere positivo del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e che sono stati o saranno approvati dal Comune di Ancona non sono soggetti ad alcun ulteriore parere, e i relativi decreti di affidamento devono essere integralmente ed immediatamente emessi”.
In realtà, lo Stato non ha mai onorato i suoi impegni. All’inizio degli anni Novanta l’imprenditore vene incriminato per truffa e falso a proposito del solo decreto ministeriale relativo al progetto di completamento del Settimo lotto (già in corso di esecuzione). Dopo varie sentenze la Cassazione nel 2002 ha annullato, per prescrizione, le sentenze relative al progetto di completamento dell’asse nord/sud. Il progetto n.87, oggetto delle richieste di Longarini, non è mai stato oggetto di procedimento penale od amministrativo.
5 Lo stop
Eppure il Comune di Ancona, il 28 settembre 1992, annulla tutte le concessioni della Adriatica di Ricostruzione, senza alcun contraddittorio o verifica sui lavori eseguiti. Il 7 ottobre un decreto ministeriale ribadisce l’annullamento e blocca gli anticipi di pagamento alla società. Pochi mesi dopo, il 12 agosto 1993, la legge 317 stabilisce che le concessioni “già affidate per interi piani o per lotti di essi, sono revocate di diritto a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge”.
6 La battaglia legale
Inizia qui la battaglia legale di Longarini per farsi riconoscere i danni subiti nella sua attività imprenditoriale nel periodo che intercorre dall’affidamento dei lavori fino all’emanazione della legge 317. Il 20 aprile 1999, ottiene un primo successo di fronte al Consiglio di Stato: una sentenza stabilisce che è illegittimo l’annullamento della concessione da parte del Ministero, con il conseguente annullamento del decreto ministeriale e della delibera del Comune. E’ la prima di una serie di pronunce che coinvolgono la Cassazione, il Tar delle Marche e culminano nella sentenza della Corte d’Appello di Roma nel 2005: Longarini va risarcito per i danni subiti, sia per i lavori eseguiti (ma non pagati) che per quelli non affidati nonostante l’Ok del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.
7 L'arbitrato
Chiuso il giudizio di merito va definito l’ammontare da versare all’imprenditore marchigiano. Viene scelto, su indicazione del ministero, il metodo dell’arbitrato. Una volta definita la composizione del collegio si procede, con l’ausilio dei periti, a definire i criteri per stabilire il risarcimento: i mancati pagamenti per i lavori eseguiti ed una quota per quelli da eseguire ma mai affidati. Nel conteggio entrano anche il danno derivato dal drastico taglio della liquidità in mano all’imprenditore e le sue conseguenze, a partire dal fallimento delle Edizioni Locali srl, editrice delle Gazzette già attive nelle Marche, In Umbria e Toscana ed il danno di immagine.
8 Una montagna di soldi
Il lodo si chiude così con questo conto: 1.201.105.077 euro comprensivi di interessi alla data della sentenza, più altri 16 mila euro al giorno, sempre a titolo di interessi. Il totale è così ripartito:
1 Lavori realizzati senza affidamento 393.744.979 euro
2 Lavori non realizzati – varianti
(2.1) mancata percezione dei flussi di cassa 350.286.372 euro
(2.2) mancata percezione indennità di revoca
3 Lavori non realizzati – prescrizioni
(3.1) mancata percezione dei flussi di cassa 230.137.559 euro
(3.2) mancata percezione indennità di revoca 73.866.092 euro
4 Fallimento delle Edizioni Locali srl 51.943.218 euro
5 Danno di immagine 5% x (1+2+3+4) 57.195.479 euro
A questa cifra si è arrivati, si legge nel lodo, perché “è mancata la reale apertura di un tavolo di trattativa per vagliare un’ipotesi transattiva”.
9 L'appello
Gli ultimi atti sono caratterizzati dai tentativi del Ministero di evitare il pagamento. L’avvocatura di Stato ha impugnato il lodo presso la Corte di Appello che ha dichiarato inammissibile il ricorso. Nel febbraio del 2015 l’Avvocatura invoca presso la stessa Corte la sospensione del lodo perché la sua esecuzione paralizzerebbe “l’esecuzione di importanti opere pubbliche”. Ma la Corte fa notare che il danno dipende dalla “mancata previsione di un accantonamento in bilancio”. Il 31 gennaio 2015 Longarini ha pignorato presso la Banca d’Italia 821 milioni del ministero. Il 28 maggio la Corte d’Appello di Roma rinvia la decisione sul pagamento. Un nuovo rinvio viene deciso il 16 luglio. Ora, dopo la presentazione di nuove memorie, è arrivata la decisione del giudice.
10 La Cassazione
La nuova, forse ultima tappa della vertenza, si svolgerà in Cassazione che sarà chiamata a pronunciarsi sul merito. L’udienza tra le parti era fissata per lo scorso 30 settembre.
Ordinanza del pretore di Roma del 20 luglio 1990
Il 14 luglio del 1990 la società Adriatica Costruzioni si rivolse al pretore di Roma perché in via provvisoria e urgente fosse dichiarato il suo diritto ad avere affidati i lavori per le varianti approvate dal comune di Ancona con progetto del 21 gennaio 1987 e fosse ordinato al ministero di emettere subito i decreti di affidamento dei lavori. Il pretore accoglieva il ricorso e per ottenere in via definitiva l’ordine disposto, la società conveniva davanti al Tribunale di Roma il Ministero dei Lavori pubblici. [Leggi l’ordinanza].
Sentenza del tribunale di Roma del 21 settembre 1993
Il Tribunale però, con sentenza 12.674 del 21 settembre 1993 (pubblicata il 7/1/94) dichiarava il proprio difetto di giurisdizione essendo competente a decidere solo il Tar. [Leggi la sentenza]
Contro questa sentenza la società Adriatica costruzioni Ancona proponeva appello con atto del 5/11/94 insistendo per la giurisdizione dell’autorità giudiziaria ordinaria. L’avvocatura dello Stato sosteneva invece l’inammissibilità dell’appello perché nel frattempo era venuto meno l’oggetto del contendere visto che era stata annullata la concessione su cui si fondava la richiesta della Adriatica Costruzioni.
Con altra citazione notificata il 2/4/93 l’Adriatica Costruzioni riproponeva al Tribunale di Roma la medesima domanda di accertare il suo diritto all’affidamento dei lavori di cui alle varianti di progetto approvato dal comune di Ancona il 21/1/87 con l’aggiunta della domanda di risarcimento danni. Il Tribunale rigettava la domanda, questa volta nel merito, con sentenza del 12/4/95 impugnata con appello notificato il 25/5/96.
Sentenza della corte d'appello del 9 novembre 1999
La corte d’appello con sentenza del 9 novembre 1999 (pubblicata il 17/1/2000), su richiesta di Adriatica Costruzioni, ha riunito i due giudizi di appello ritenuti connessi perché in entrambe le domande vi era la richiesta di accertare il diritto della società all’affidamento dei lavori e all’emissione dei relativi decreti, con l’aggiunta nella seconda causa, di condanna generica di risarcimento dei danni.
La corte di merito ha affermato che la prima sentenza aveva correttamente negato la “giurisdizione ordinaria” ma in base alla normativa vigente all’epoca. Essendo però sopravvenuta una modifica legislativa, la sentenza andava riformata essendo divenuto competente il giudice ordinario. La corte d’appello ha poi ritenuto sussistente a favore della Adriatica Costruzioni, il diritto soggettivo all’emissione del decreto di affidamento dei lavori per l’esecuzione del progetto approvato il 21/1/87 dal consiglio comunale di Ancona. La corte ha anche dichiarato il ministero responsabile per la mancata emanazione del decreto per l’inerzia nella ricerca dei fondi necessari per i lavori condannando il ministero al risarcimento dei danni da liquidare in separata sede. [Leggi la sentenza]
Contro quest’ultima sentenza, il ministero dei Lavori pubblici ha presentato ricorso in Cassazione.
Sentenza di Cassazione sezioni unite del 19 febbraio 2002
La Cassazione a sezioni unite ha confermato con la pronuncia del 19/2/2002 n. 2415 la giurisdizione del giudice ordinario e ha rimesso la causa per l’esame degli altri motivi di ricorso alle sezioni semplici. [Leggi la sentenza]
Sentenza di Cassazione Prima sezione civile del 10 luglio 2002
La prima sezione civile, in data 10/7/2002 (pubblicata l’8/1/2003) cassa con rinvio la sentenza appellata a un’altra sezione della Corte d’appello di Roma perché accerti l’incidenza della delibera consiliare n. 769 del ‘92 del Comune di Ancona di annullamento di progetti di variante, sul sorgere della pretesa risarcitoria della Adriatica Costruzioni e/o sulla mera quantificazione dei danni subiti. [Leggi la sentenza]
Sentenza della Corte d'appello di Roma del 20 ottobre 2005
In sede di rinvio, la Corte di appello di Roma con sentenza 20/10/2005 n. 4502 dichiarava il ministero dei Lavori pubblici “tenuto ad emettere in favore della società Adriatica il decreto di affidamento di cui al progetto 21/1/87 e condannava il ministero delle Infrastrutture e trasporti a risarcire a Edoardo Longarini, frattanto divenuto assegnatario dell’intero patrimonio della società, i danni conseguenti alla mancata emanazione del suddetto provvedimento in misura da determinarsi in separato giudizio”. [Leggi la sentenza]
Sentenza del Tribunale di Roma del 10 febbraio 2011 (sui ritardi nei pagamenti)
Con sentenza n. 2832 del 10.02.2011, divenuta definitiva, il Tribunale di Roma ha condannato il Ministero a pagare la somma di euro 1.226.480,74 e di euro 2.693.180,21 oltre ulteriori interessi fino all’effettivo soddisfo per i ritardati pagamenti dei lavori di Civitanova Marche di cui agli stati di avanzamento maturati tra il 1983 ed il 1984. [Leggi la sentenza]
Sentenza del Tribunale di Roma del 14 giugno 2011 (sui ritardi nei pagamenti)
Con sentenza n. 12868 del 14.06.2011, divenuta definitiva, il Tribunale di Roma ha condannato il Ministero a pagare al sig. Longarini la somma di euro 13.833.593,72 a titolo di saldo capitale ed interessi fino al 21.11.2008 oltre gli interessi successivi fino al soddisfo per i lavori relativi al 7° lotto del Piano di Ricostruzione di Ancona di cui agli stati di avanzamento emessi tra il marzo del 1983 e l’agosto del 1985. [Leggi la sentenza]
Lodo parziale del 26 marzo 2012
Sulla base della convenzione di arbitrato in materia non contrattuale n. B3/3149, approvata in data 06.09.2006, per la quantificazione dei danni asseritamente subiti dal sig. Longarini a seguito della sentenza della Corte di Appello di Roma n.4502/2005, le parti hanno dato inizio a un procedimento arbitrale. Il Collegio era composto dal Prof. Aldo Pezzana, dall’Avv. Aurelio Vessicchelli e dall’Avv. Gaetanino Longobardi. In data 26 marzo 2012 il Collegio Arbitrale all’unanimità ha pronunciato il lodo non definitivo con cui ha rigettato tutte le eccezioni proposte dal Ministero e lo condanna al pagamento della somma risarcitoria che sarà decisa con un’integrazione della già disposta consulenza d’ufficio in sede di lodo definitivo. [Leggi il lodo]
Lodo definitivo del 20 luglio 2012
Il lodo definitivo è stato pronunciato in data 20/7/2012 dal medesimo Collegio e ha liquidato a favore di Edoardo Longarini la somma complessiva risarcitoria di euro 1.201.105.077, oltre gli interessi legali dalla pronuncia sino al soddisfo, nonchè ha condannato il ministero delle Infrastrutture al pagamento della metà delle spese, diritti e onorari di lite che liquida per intero in euro 4.000.000. [Leggi il lodo]
Contro il Lodo parziale e quello definitivo il ministero delle Infrastrutture proponeva appello.
Sentenza della Corte d'appello di Roma del 13 maggio 2014
Con sentenza n. 4600/2014 del 13 maggio 2014 (pubblicata l’8/7/2014) la Corte di appello di Roma ha rigettato gli appelli riuniti proposti dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti contro il lodo non definitivo e quello definitivo. [Leggi la sentenza]
Con atto notificato in data 22/09/2014 il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti proponeva ricorso in cassazione contro la sentenza sollevando censure inerenti sia la nullità della convenzione arbitrale quanto la corretta interpretazione delle norme applicate.
Nel frattempo il Ministero stesso depositava un ricorso ex art.373 c.p.c. alla Corte d’appello di Roma chiedendo al sospensione dell’efficacia esecutiva e dell’esecuzione della sentenza n. 4600/2014 della Corte di appello di Roma, nonchè dei lodi arbitrali definitivo e non definitivo pronunciati sulla base della convenzione di arbitrato in materia non contrattuale n. B3/3149, approvata in data 6/09/2006.
Ordinanze della Corte d'appello di Roma
Con ordinanza del 18/3/2015 la Corte di Appello di Roma ha ritenuto inammissibile tale istanza e ha disposto la trasmissione di copia dei lodi impugnati e della propria ordinanza al Procuratore regionale presso la Sezione Giurisdizionale per il Lazio della Corte dei Conti. [Leggi le ordinanze]
Il sig. Longarini, dopo aver ottenuto l’esecutività dei lodi dal tribunale, confermati dalla Corte d’appello, proponeva atto di precetto contro il Ministero per euro 1.258.990.183,91 e atto di pignoramento presso terzi presso la Banca d’Italia.
Con detto atto è stato pignorato l’importo di euro 821.530.424,93 con udienza per l’assegnazione fissata per il 27.05.2015.
Il Ministero ha proposto ricorso ex art.373 cpc alla Corte d’Appello di Roma affinchè venga subordinata a cauzione l’esecuzione dei lodi arbitrali definitivo e non definitivo pronunciati sulla base della convenzione di arbitrato in materia non contrattuale n. B3/3149, approvata in data 06.09.2006, confermati dalla sentenza della Corte d’Appello di Roma n.4600/2014.
Anche detto ricorso è stato dichiarato inammissibile in data 22 maggio 2015.
L'audizione parlamentare di Longarini
Nella seduta del 7 marzo del 1991 il Parlamento ascoltò le ragioni di Edoardo Longarini in merito alla vicenda dei piani di ricostruzione postbellica relativi alla città di Ancona e dei relativi problemi con il Comune e con il ministero dei Lavori pubblici. Riportiamo in questa pagina il resoconto dell’audizione svoltasi presso l’Ottava commissione permanente (qui il documento originale).
Negli anni 1990 e 1991 il parlamento istituì una commissione per fare luce sui piani di ricostruzione post-bellica che coinvolgeva anche la Adriatica Costruzioni di Edoardo Longarini.
Qui si trovano i resoconti dei lavori della commissione e le sue conclusioni.
Piano di ricostruzione di Ancona
In questa pagina riportiamo il piano ….. (qui il documento originale)
Anni Ottanta. Via libera
Una città da rifare
Lo Stato chiude la borsa
Iniziano le cause
Lo Stato deve pagare
Arrivano i giudici
Ed ecco il conto
Lungaggini e interessi
La vicenda contabile
I ritardi nei pagamenti del Ministero
[ Tutta la storia nei minimi dettagli ]
Il disegno riproduce parte del progetto della viabilità di Ancona che l’Adriatica Costruzioni avrebbe dovuto realizzare per ordine del Committente, cioè il Comune. L’opera, parte di un complesso piano di ristrutturazione dell’intera viabilità della città dorica non è stata realizzata a causa del ritiro delle concessioni da parte dello stesso Comune. Il collegamento tra la parte Nord e quella Sud della città, 20 chilometri circa, è rimasta sulla carta
Venticinque anni di processi e il giudizio di 7 corti hanno detto che Edoardo Longarini ha diritto a farsi risarcire dallo Stato un miliardo e 200 milioni di euro più gli interessi. L’importo lo ha fissato nel 2012 un lodo che ha visto lavorare insieme due arbitri: uno nominato dal costruttore, l’altro dal Ministero delle Infrastrutture. Insieme hanno nominato un presidente per questa mini-corte che ha fissato la cifra.
Motivo del (lunghissimo) contendere? Nel lontanissimo 1977 il Ministero dei Lavori pubblici ha affidato alla società Adriatica costruzioni (proprietà di Longarini) il piano per la ricostruzione di Ancona sulla base della legge 1402 del 27/10/1951 sui “piani di ricostruzione degli abitati danneggiati dalla guerra” che consente il pagamento rateizzato del costo delle opere in trenta annualità posticipate. Parliamo di una città capoluogo di 100mila abitanti, già colpita da un terribile terremoto 5 anni prima, e che sarà poi ferita da un gigantesco smottamento nella zona di Posatora, nel 1982, quando parte di una collina precipita a mare (e tutt’oggi frana di un tot di millimetri all’anno). Ma quella ricostruzione non si è mai completata, perché lo Stato, a un certo punto, ha deciso di cambiare idea e bloccare tutto.
Per capire che cosa è successo facciamo un passo indietro, all’inizio degli anni Ottanta. I lavori decisi dal Ministero sono impegnativi, in una città che sorge addosso a un monte (il Conero) a picco sul mare. Un monte che va dribblato da chiunque voglia raggiungerla da sud, in auto come in treno. Svincoli, sottopassi, viadotti, collegamenti, bypass, circonvallazioni, gallerie, barriere ottiche, fogne: di tutto questo deve occuparsi Longarini. Lo decide il Consiglio comunale di Ancona, con ripetute delibere tra cui la delibera 750 del 1981 con cui si dispone la costruzione di una rete viaria di oltre 20 chilometri da Nord a Sud. Con la delibera il Comune ordina alla concessionaria Società Adriatica di Costruzioni di redigere tutti i progetti esecutivi. Come finanziare l’opera? Il Comune ha a disposizione una normativa speciale per la ricostruzione della città che viene finanziata con somme anticipate dallo Stato avvantaggiandosi della possibilità di pagare in 30 rate annuali. Per il pagamento garantisce il Ministero dei Lavori Pubblici, in armonia con le richieste del Comune, in base a una legge del 1984. Nel 1987, poi, il Consiglio superiore dei lavori pubblici approva il progetto per il settimo lotto del piano di ricostruzione di Ancona. E nel 1990 una delibera del Consiglio comunale dettaglia i lavori e chiede al Ministero di dare il via all’apertura dei cantieri.
Il tutto si svolge senza gara d’appalto. Ma la legge 363 del 1984 – tutta la vicenda giudiziaria di Longarini è successiva a questa legge – parla chiaro: davanti a un terremoto e alla frana di un colle a mare bisogna far presto. Recita il testo: “I progetti che hanno già avuto il parere positivo del Consiglio superiore dei lavori pubblici e che sono stati o saranno approvati dal Comune di Ancona non sono soggetti ad alcun ulteriore parere, e i relativi decreti di affidamento devono essere integralmente ed immediatamente emessi”.
Ma quei lavori, in parte eseguiti e in parte no, non verranno mai pagati. Anzi, non verranno mai affidati, impedendo la partenza di diversi cantieri. E tutto questo nonostante che il Pretore, su richiesta di Longarini, abbia detto che vanno “immediatamente emessi” i decreti di affidamento dei lavori. Inoltre con sentenza passata in giudicato (Corte di Appello di Roma 4502 del 2005) si afferma la legittimità dell’affidamento diretto in coerenza anche con la normativa speciale.
Ma quando iniziano i guai? È presto detto. Nel 1992 Comune di Ancona e Ministero dei Lavori pubblici si muovono praticamente in simultanea: il 28 settembre una delibera del Consiglio comunale annulla tutte le concessioni della Adriatica costruzioni per il piano di ricostruzione. Il 7 ottobre un decreto ministeriale ribadisce l’annullamento e stoppa gli anticipi di pagamento alla società. Insomma, lo Stato comincia a non volerne più sapere di ricostruzione. E soprattutto, in quell’annus horribilis per le finanze repubblicane, non vuol più saperne di pagare. Bisogna far cassa: poche settimane dopo il premier Giuliano Amato fa prelevare il sei per mille dei depositi bancari degli italiani.
A questo punto Longarini è costretto a tutelarsi nelle aule di giustizia. Chiede al Tribunale che gli siano affidati i lavori del settimo lotto. E nel 1993 chiede anche il risarcimento dei danni. Nello stesso anno, il 12 agosto, lo Stato mette una lastra tombale sulla faccenda dei piani di ricostruzione. La legge 317 recita infatti il seguente de profundis per tutti gli imprenditori edili che, come Longarini, si sono messi per quella strada, stabilendo che quelle concessioni, “già affidate per interi piani o per lotti di essi, sono revocate di diritto a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge”. Puff. Niente più svincoli, bretelle, gallerie. Ancona va bene così com’è.
E la fase di uno Stato “pentito”, che si rende conto di non avere più soldi in cassa per far fronte agli impegni presi, continua fino al 1995, quando il Tribunale di Roma respinge la richiesta di risarcimento danni di Longarini. Il quale, però, non si arrende. E viene premiato, il 20 aprile 1999, da una sentenza del Consiglio di stato, che riporta tutto daccapo: è illegittimo l’annullamento della concessione da parte del Ministero, e vengono annullati il decreto ministeriale e la delibera del Comune di Ancona con cui, nel 1992, si voleva fare come se niente fosse mai stato. Da quel momento in poi Longarini ottiene ragione in ogni grado di giudizio.
Nel 2000 la Corte d’Appello di Roma riforma le sentenze del 1993 e del 1995. E stabilisce che va bene, il decreto ministeriale e la delibera del 1992 hanno fischiato il novantesimo, ma quelle decisioni possono incidere solo sul quantum: bisogna cioè calcolare quanti danni ha subito Longarini fino al 1992, per i lavori fatti e mai pagati e per quelli perduti. Diventa chiaro che lo Stato deve risarcire. Ma a quel punto comincia la resistenza del Ministero delle Infrastrutture, che nella questione subentra a quello dei Lavori pubblici, e fa subito ricorso in Cassazione.
La Cassazione si pronuncia nel 2002. I giudici annullano la sentenza della Corte di Appello del 1999, ma solo in un punto: bisogna infatti che una nuova sentenza della Corte d’Appello accerti se la delibera con cui nel 1992 Ancona si sbarazzava del piano di ricostruzione possa davvero cancellare quei lavori. Non solo: c’è da capire se quell’annullamento è il riferimento temporale esatto per il calcolo del risarcimento. Insomma, la Corte deve decidere se il danno subito da Longarini esiste o se la questione è morta con quella delibera di annullamento del piano di ricostruzione. Se Longarini ha ragione, bisogna capire quanti danni ha avuto, magari anche oltre il fatidico 1992, anno di tutti gli annullamenti.
A fare un po’ di chiarezza arriva il TAR Marche, che nel 2003 annulla la delibera del Comune di Ancona del 1992 decretando così l’illegittimo annullamento delle concessioni. Ed ecco che due anni dopo la Corte d’Appello di Roma condanna il Ministero a risarcire Longarini, perché non gli ha mai affidato i lavori del settimo lotto. E siccome la delibera del 1992 non annulla più un bel niente il danno va calcolato fino al 1993, quando il Parlamento aveva chiuso il portone a tutti i piani di ricostruzione. La sentenza, essendo inappellabile, va ovviamente in giudicato. È da questo momento che rimane da calcolare solo una cosa: quanti soldi deve avere, a 28 anni dall’ok del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, Edoardo Longarini.
A questo punto il ministero delle Infrastrutture, in quegli anni guidato dall’ex pm di Mani Pulite Antonio Di Pietro, sceglie la via dell’arbitrato per definire la somma. Longarini accetta. L’arbitrato parte velocemente, cioè nel modo migliore per evitare allo Stato di versare abbondantissimi interessi su un danno che è stato sancito come rimborsabile già 6 anni prima. Per il ministero è stata una decisione quasi obbligata: i rapporti concessori infatti risalgono agli anni Ottanta con la conseguenza che i danni sono parametrati ai tassi di interesse in vigore a quei tempi allorquando i rendimenti dei titoli di Stato erano superiori al 20 per cento. È ben più corretto scegliere una via rapida piuttosto che una via che comporti un allungamento dei tempi che andrebbe a solo beneficio di Longarini.
Le parti nominano un arbitro ciascuno e gli arbitri nominano un presidente. Li aspetta un compito particolarmente difficile: è troppo intricata la foresta di cifre e lavori che risalgono anche a 28 anni prima e che sono chiaramente tutti da ricalcolare.
I tre arbitri scrivono un primo lodo nel marzo 2012, che stabilisce i criteri per calcolare il risarcimento: nel conto vanno messi i mancati pagamenti per i lavori eseguiti dall’Adriatica di Longarini e il 10% di quelli da eseguire ma mai affidati. Poi c’è il danno che è derivato a Longarini dal fatto di essersi trovato in carenza di liquidità per i mancati pagamenti. Non ultimo le conseguenze subite da Edizioni Locali Srl, partecipata da Adriatica Costruzioni: si tratta di una serie di giornali che hanno dovuto chiudere per fallimento, dopo che lo Stato ha chiuso i rubinetti al costruttore. Infine c’è un danno di immagine per Longarini, che in città e dintorni viene identificato a torto come l’uomo delle “incompiute”.
A luglio, col lodo definitivo, arriva il conto per lo Stato: il Ministero deve risarcire all’Adriatica 1 miliardo 201 milioni 105.077 euro, “più interessi fino al soddisfo”. Insomma, sarà il caso che lo Stato si muova.
Macché. Il Ministero, terrorizzato dal risarcimento, si spinge più vicino al precipizio e decide di impugnare il lodo. Si torna alla Corte d’Appello, che il 13 maggio 2014 dichiara inammissibile il ricorso del Ministero. E arriviamo a febbraio del 2015: l’Avvocatura dello Stato chiede per due volte alla Corte d’Appello di Roma la sospensione del giudizio del 2014: il lodo, se applicato, paralizzerebbe “l’esecuzione di opere pubbliche di rilevante interesse strategico nazionale” e procurerebbe un “danno grave e irreparabile al Ministero”.
Ma la Corte non fa una piega: un mese dopo respinge l’istanza, perché “il danno grave e irreparabile” dipende dalla “mancata previsione di un accantonamento in bilancio”. Insomma, lo Stato sapeva da 10 anni di dover pagare, e da 3 anni sa anche quanto ammonta il conto: bisognava pensarci prima e mettere da parte l’intero importo.
E arriviamo a oggi. Il 31 gennaio 2015 Longarini attiva un maxi-pignoramento che costringe la Banca d’Italia a congelare 821 milioni nel conto della Tesoreria centrale. Il 28 maggio si riunisce di nuovo la Corte d’Appello di Roma per decidere la liquidazione della somma dovuta al costruttore. Ma ecco il colpo di scena: la Finanza, su delega della Procura, acquisisce le carte del processo, e il giudice, forse influenzato dal contesto, rinvia la decisione al 16 luglio. Un nuovo rinvio fa slittare la scadenza: le parti hanno potuto presentare memorie fino al 20 agosto. Da quel momento è attesa la decisione del giudice sull’esecuzione del lodo. E’ inoltre attesa entro fine 2015, come ha di recente detto il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, la sentenza di merito della corte di Cassazione.
E intanto gli interessi che tutti i cittadini saranno costretti a saldare per l’imprevidenza del Ministero salgono di 16 mila euro al giorno.
Il 30 novembre 1995 il Comune di Ancona ha chiesto il risarcimento di 40.000.000.000 per “i pretesi fatti illeciti” per cui Longarini era stato in primo grado condannato dal Tribunale penale di Ancona con sentenza n. 316/94 del 15 novembre 1994. Il giudizio penale a carico del Sig. Longarini si concludeva con sentenza della Corte di cassazione, sez. I penale, n. 378/02, depositata il 13 settembre 2002, con la quale il ricorrente veniva in parte assolto e, ai fini che qui rilevano, in parte prosciolto.
Conclusosi il procedimento penale, il Comune riassumeva il giudizio civile pendente dinanzi al Tribunale di Ancona che “in parziale accoglimento della pretesa attorea sull’“an debeatur”… rimette dinanzi al G.I. le sole parti attrice e il convenuto Edoardo Longarini sul “quantum debeatur”.
Longarini ha presentato ricorso contro la decisione che aveva “omesso qualsivoglia accertamento in ordine alla sussistenza del danno, patrimoniale e non, nonché al nesso di causa tra i fatti ascritti al Sig. Longarini in sede penale, per i quali era intervenuta prescrizione, ed i danni lamentati in sede civile dal Comune”.
La causa veniva decisa dalla Corte di Appello di Ancona con Sentenza n. 661 che confermava la pronuncia di primo grado, attinente al solo an debeatur, in ordine sia ai danni morali che ai danni patrimoniali lamentati dal Comune.
La sentenza è stata impugnata in Cassazione dal sig. Longarini per violazione di legge ed omesso esame di fatti decisivi ma con sentenza n. 18614 del 8.05.15, depositata in data 22.09.2015, la Suprema Corte, sezione III Civile, ha rigettato il ricorso, ritenendolo in gran parte “inammissibile per difetto di specificità dei motivi”.
Insomma, Longarini è colpevole di non aver eseguito per il Comune lavori revocati dallo stesso Comune.
In parallelo alle contestazioni penali, la Procura Regionale presso la Sezione Giurisdizionale Lazio, in relazione agli stessi comportamenti contestati in sede penale, ha chiesto e ottenuto il sequestro conservativo di lire 185.266.000.000 debitamente rivalutati nei confronti di Longarini, ipotizzando un danno erariale di pari entità.
Il Collegio giudicante ha così disposto una consulenza tecnica d’ufficio al fine di determinare la sussistenza e l’ammontare del danno erariale. Il consulente, ingegner Francesco Noto, ha accertato, in ordine ai lavori eseguiti dalla concessionaria fino alla revoca della concessione, che questi vanno quantificati in lire 213.479.772.711 così come indicato nello stato finale dei lavori redatto dalla stessa concessionaria, ritenuto sostanzialmente corretto, e come tale riconosciuto dalla Commissione tecnica del Ministero Infrastrutture che ha concluso per la “fondatezza delle richieste dell’Impresa e la loro conformità ai documenti in possesso dell’Amministrazione”.
Inoltre, a proposito del presunto danno per l’aumento dell’anticipazione dal 20% al 50% e poi al 75%, il Ctu dopo aver calcolato le date in cui sarebbero scattati gli aumenti revisionali in relazione alle percentuali di anticipazione, ha evidenziato come “paradossalmente ma di fatto, si è prodotto una minore spesa totale di circa 30 miliardi, senza nessun aggravio per l’Amministrazione”.
Ciò nonostante, con sentenza n. 694/08, depositata in data 15.04.2008, la Sezione Giurisdizionale per il Lazio, si è pronunciata per un danno erariale di euro 71.617.795. In pendenza dell’appello, Longarini ha presentato un’istanza di definizione transattiva (“condono erariale” ex L. 266/2005) accolta con decreto del 17.12.2009 che evidenzia la contestazione del danno, escluso dalla CTU resa in primo grado, e la perplessità dello stesso procuratore Generale circa l’ammontare del danno liquidato in sentenza. Pertanto, dispone il versamento da parte di Longarini della somma di euro 18.591.921 (15% della somma di cui alla sentenza di condanna oltre rivalutazione e spese).
La Corte dei Conti Centrale all’udienza del 22 settembre 2010 ha preso atto del regolare adempimento da parte di Longarini del condono erariale e ha dichiarato l’estinzione del giudizio nei confronti dell’appellante Longarini.
La vicenda penale ha avuto ad oggetto il solo DM 291/85 che affidava il progetto di completamento del settimo lotto (già in corso di esecuzione). Dopo varie pronunce di giudici di merito, con esiti diversi, si è conclusa con la sentenza della SC di Cassazione n. 378/2002 che ha annullato senza rinvio le condanne per intervenuta prescrizione dei reati contestati.
– in Primo Grado al Tribunale Penale di Ancona (sentenza n. 316 / 1994) condanna a 10 anni di reclusione per
a) truffa e falso con riferimento a: sovraprezzi – nuovi prezzi – coefficiente aggiornamento prezzi – aumento anticipazione;
– 2° Grado Corte di Appello penale di Ancona, sentenza n. 1248 / 1997, condanna a tre anni e otto mesi per il reato di falso e truffa riferito al coefficiente;
– assoluzione sugli altri capi, ritenendo che i sovrapprezzi, i nuovi prezzi, l’anticipazione ed i tempi di esecuzione e le condizioni proposte dal concessionario nell’atto di sottomissione fossero dovute per legge
– 3° Grado Cassazione V sez. penale, sentenza n. 678 del 27.3.1999 annulla la sentenza della Corte di Appello per difetto di motivazione e rinvia alla Corte di Appello di Perugia per nuovo esame;
– 4° grado Corte di Appello di Perugia, sentenza n. 64 del 29.1.2001, condanna a tre anni e mesi sei di reclusione per falso, truffa e corruzione riferiti al coefficiente ;
– assoluzione per i sovraprezzi; prescrizione per nuovi prezzi, anticipazione e tempi
– 5° Grado Cassazione, sentenza n. 378 /2002, annullamento, ai soli effetti civili, della assoluzione per i sovraprezzi con rinvio alla Corte di Appello di Perugia ;annullamento senza rinvio delle altre condanne per intervenuta prescrizione
– 6° Grado Corte Appello Civile Perugia sentenza n. 533 / 2006 depositata il 12.12.2006: ritenuta la responsabilità penale condanna Longarini al risarcimento nei confronti del Ministero per i sovraprezzi. La sentenza viene annullata dalla decisione n. 3909 / 2010 della Suprema Corte di Cassazione che rinvia alla Corte di Appello di Perugia (in diversa composizione). Termine per riassumere il giudizio: 3 aprile 2011 – Il giudizio non è stato riassunto.
Negli anni ‘80 il Ministero dei Lavori Pubblici avrebbe dovuto provvedere al pagamento di debiti già maturati sugli stati di avanzamento dei lavori in corso affidati alla società Adriatica Costruzioni, relativi ai Piani di Ricostruzione di Civitanova Marche e di Ancona, 7° lotto nonché ad emettere il decreto di affidamento dei lavori di completamento del 7° lotto, sulla base dell’atto di sottomissione approvato dal comune di Ancona.
Sennonché, l’allora direttore generale, Ercole Gizzi, oltre a predisporre il DM 291 del 6.03.1985 a condizioni difformi (in particolare riconoscendo la misura dell’anticipazione al 20% anziché al 50%) rifiutò di pagare gli stati di avanzamento dei lavori in corso a Civitanova Marche e ad Ancona, 7° lotto.
In particolare, nonostante avesse a disposizione i fondi di cui alla legge 843/78 per pagare debiti già maturati, decise di destinarli a ben 72 nuovi interventi (poi ridotti) di concessione dichiarando di voler finanziare opere non approvate ma che egli prospettava come necessarie per assicurare funzionalità alle opere in corso e mettendo in grave difficoltà finanziaria le società di Longarini che avevano eseguito cospicui lavori anticipando i mezzi necessari.
Questo comportamento del Direttore Generale fu giudicato “inammissibile” ed “inverosimile” dalla Delegazione della Corte del conti, la quale testualmente rilevò, nella nota datata 27.7.1982, n.200/8: “Nè è verosimile che il Ministero dei Lavori Pubblici, organo che ha concesso a privati appaltatori l’esecuzione dei lavori inerenti a piani di ricostruzione, non sia in grado di conoscere l’andamento dei lavori stessi nell’esercizio della funzione di sorveglianza sulla attività dei concessionari, ed è inammissibile che in data 12 maggio 1982 la Direzione Generale …omissis… giustifichi il ritiro di provvedimenti, di cui aveva sostenuto la legittimità sotto tutti i profili (e, quindi, anche sotto quello dell’impegno della spesa) con la mancanza di disponibilità finanziaria, essendo pervenute nel frattempo nuove revisioni prezzi, in relazione a situazioni già emerse fin dal 1980″.
La stessa Corte del Conti preannunciò anche “le necessarie segnalazioni per le valutazioni da farsi, sul piano della responsabilità amministrativa, nella competente sede” e mosse una specifica censura al Ministro dei Lavori Pubblici, rilevando che la programmazione attuata risultava: “collidente con le suddette priorità e sostanzialmente elusiva di precise disposizioni di legge” preannunciando “il giudizio di responsabilità amministrativa, qualora si fosse dovuto far luogo al pagamento di interessi”.
A causa del sopradescritto comportamento le società di Longarini, alla data del 27.11.1986, avevano maturato crediti insoluti per circa 43 miliardi di lire, oltre gli interessi per ulteriori 13 miliardi di lire.
Perdurando l’inadempimento dello Stato, le stesse sono state costrette a promuovere il giudizio per il pagamento avanti il Tribunale di Roma.
Con sentenza n. 2832 del 10.02.2011, divenuta definitiva, il Tribunale di Roma ha condannato il Ministero a pagare la somma di euro 1.226.480,74 e di euro 2.693.180,21 oltre ulteriori interessi fino all’effettivo soddisfo per i ritardati pagamenti dei lavori di Civitanova Marche di cui agli stati di avanzamento maturati tra il 1983 ed il 1984.
Con sentenza n. 12868 del 14.06.2011, divenuta definitiva, il Tribunale di Roma ha condannato il Ministero a pagare al sig. Longarini la somma di euro 13.833.593,72 a titolo di saldo capitale ed interessi fino al 21.11.2008 oltre gli interessi successivi fino al soddisfo per i lavori relativi al 7° lotto del Piano di Ricostruzione di Ancona di cui agli stati di avanzamento emessi tra il marzo del 1983 e l’agosto del 1985.

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 art.373
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