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Circolare n. 6 - 2015
Lezione 06. L'altra faccia del matrimonio. La separazione e il divorzio
affidamentocondiviso
Psicologia Del Divorzio
Anthropoi - Corso di Diritto di Famiglia
Cassciv 15486_2013 Assegno Mantenimento e Addebito
DIRITTO COLLABORATIVO: COME E PERCHÉ?
Separazioni e Divorzi in Italia - 27-Mag-2013 - Testo Integrale
Instabilità familiare.
CAUSE DI SEPARAZIONE E DIVORZIO: I LIMITI DI UTILIZZO DELLA CORRISPONDENZA DEL PARTNER!
TROVARE UN ACCORDO STRAGIUDIZIALE NELLA CRISI CONIUGALE: LA VALIDITÀ DELLE PATTUIZIONI
RICONOSCIBILITÀ DELLA SENTENZA CANONICA DI ANNULLAMENTO
Libertà Sicilia del 01-09-15.pdf
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69 domande frequenti e sentenze per far valere i tuoi diritti in caso di separazione o divorzio
1 - E' possibile un accordo pre-matrimoniale ?
2 - Che cosa è la separazione ?
3 - Quali sono gli effetti della separazione ?
4 - Qual'è la procedura prevista per la separazione?
5 - Qual'è la differenza tra le diverse procedure ?
6 – Qual'è la procedura preferibile ?
7 - Per chiedere la separazione è sempre necessario fare una causa e avere l'assistenza di
un avvocato ?
8 – Quali sono i casi in cui si può chiedere la separazione ?
9 – E' possibile chiedere che il giudice si pronunci sulle responsabilità del fallimento del
10 – Come cessano gli effetti della separazione ?
11 – Qual'è la differenza tra separazione e divorzio?
12 – Qual'è la differenza tra separazione consensuale e separazione giudiziale ?
13 – Quando può aversi la separazione con addebito ?
14 – Quando è dovuto l'assegno di mantenimento in sede di separazione?
15 – In quali casi il tribunale attribuisce un assegno di mantenimento ?
16 – Come viene quantificato l'assegno di mantenimento ?
17 – Come si perde il diritto all'assegno di mantenimento ?
18 – Il diritto all'assegno di mantenimento si perde se il coniuge beneficiario instaura una
convivenza more uxorio ?
19 – Quali sono le cause che possono determinare una richiesta di separazione?
20 – Esiste ancora la separazione per colpa?
21 – Si può ricorrere contro la sentenza di separazione del Tribunale?
22 – Può essere modificato, successivamente alla separazione, l'assegno di
mantenimento o alimentare?
– I figli, in caso di separazione, a chi possono essere affidati?
24 – Quali sono i criteri che il giudice adotta per stabilire a quale genitore affidare la prole?
25 – Con quali modalità vengono affidati i figli?
26 – Cosa comporta l'affidamento dei figli?
27 – Quali sono i diritti del genitore non affidatario?
28 – Quali sono i criteri che il giudice segue per determinare il mantenimento dei figli?
29 – E' possibile modificare in seguito quanto disposto dalla sentenza di separazione? In
particolare l’affidamento dei figli o il contributo economico?
30-La casa coniugale, in caso di separazione, a chi solitamente viene assegnata?
31 – Quali diritti accessori spettano al coniuge separato?
32 – Come si fa ad ottenere la corresponsione in unica soluzione invece di un assegno
33 – A quale dei due coniugi viene assegnata l'abitazione coniugale?
34 – Quali sono i criteri che il giudice segue ai fini dell’assegnazione della casa familiare?
35 – La variazione della residenza o del domicilio va comunicata all’altro genitore?
36 – Che cosa è il divorzio?
37 – Quali garanzie sono previste per l’adempimento degli obblighi economici?
38 – Quali rimedi sono previsti se l'obbligato non paga l'assegno divorzile?
39 – Si può denunciare l'ex coniuge che non corrisponde l’assegno?
40 – Si può ricorrere contro la sentenza di divorzio del Tribunale?
41 – E' possibile modificare quanto disposto dalla sentenza di divorzio? In particolare
l’affidamento dei figli o il contributo economico?
42 – Quali diritti accessori spettano al divorziato?
43 – Quali sono i requisiti per avere diritto alla liquidazione per fine rapporto di lavoro
dell’ex coniuge?
44 – Quali sono i presupposti per avere diritto alla pensione di riversibilità?
45 – Quale effetto ha il divorzio sul matrimonio religioso?
46 – Quali sono le conseguenze del divorzio per i coniugi?
47 – Quali sono le conseguenze del divorzio per la Chiesa?
48 – In quali casi il Tribunale attribuisce un assegno divorzile?
49 – Come viene quantificato l'assegno divorzile?
50-Come si estingue il diritto all'assegno divorzile?
51 – Quali sono i casi in cui si può chiedere il divorzio?
52 – Qual è la procedura prevista per il divorzio ?
– Qual è la differenza tra le due procedure previste per il divorzio?
54 – Per chiedere il divorzio è sempre necessario fare una causa e avere l’assistenza di un
55 – Ci si può opporre al divorzio chiesto dall’altro coniuge?
56 – Il giudice del divorzio è legato dalle condizioni della separazione, oppure è libero di
confermare o modificare quanto stabilito nella separazione?
– Quali sono i criteri che il giudice adotta per stabilire a quale genitore affidare la prole?
– Quali sono i criteri che il giudice segue per determinare il mantenimento dei figli?
61-Quali sono le condizioni per poter ottenere il divorzio?
62-Si può avere un divorzio consensuale?
63 – Quando può essere corrisposto l'assegno divorzile?
64 – Quali rimedi sono previsti se l'obbligato non paga l'assegno divorzile?
65 – Si può denunciare il coniuge che non corrisponde l’assegno?
66 – Si può ricorrere contro la sentenza di divorzio del Tribunale?
67 – Quando si può richiedere una quota della liquidazione (TFR) dell'ex coniuge?
68-Che cosa significa delibazione di sentenza straniera?
– Il dovere dei genitori di mantenere i propri figli perdura anche quando questi ultimi
diventano maggiorenni?
Redditi dei coniugi
1 - E' possibile un accordo pre-
matrimoniale ?
La giurisprudenza stabilisce che, in tema di divorzio (ma il principio deve ritenersi valido anche in materia di separazione), la convenzione (detta accordo prematrimoniale) con cui gli interessati stabiliscono anticipatamente il regime giuridico relativamente alla cessazione degli effetti civili del matrimonio, è invalido, nella parte riguardante le condizioni per il mantenimento dei figli e del coniuge.
Questo per contrasto sia con l’art. 9 della L. 898/70, che non consente limitazioni di ordine temporale alla possibilità di revisione del regime divorzile, sia con l’art. 5, che, fissando i criteri per il riconoscimento e la determinazione di un assegno all’ex coniuge, configura un diritto insuscettibile, anteriormente al giudizio di divorzio, di rinunzia o transazione.
Un simile accordo viene considerato illecito perché rivolto, esplicitamente o implicitamente, a viziare, o quanto meno a circoscrivere, la libertà di difendersi in giudizio di divorzio, con irreparabile compromissione di un obbiettivo d’ordine pubblico come la tutela dell’istituto della famiglia (Cass. 3777/81).
La separazione è il rimedio che l’ordinamento concede in presenza di una situazione di crisi irreversibile di una coppia legata da vincolo matrimoniale.
E' un diritto personalissimo che può essere esercitato solo dai coniugi.
Accertata l’impossibilità della ricostituzione dell’unità familiare, i coniugi sono autorizzati a vivere separatamente.
Inizia così una fase d’attesa: se la coppia si riconcilia, la separazione viene annullata. Altrimenti, trascorsi tre anni di separazione, le parti possono chiedere il divorzio.
E’ sempre obbligatorio l'intervento del tribunale, che esercita un controllo sulla legittimità ed opportunità delle principali scelte della coppia (in particolare per quanto riguarda i figli minorenni).
3 - Quali sono gli effetti della
separazione ?
Con la separazione permangono i reciproci obblighi, in quanto compatibili con lo stato di separati.
Perciò i coniugi sono autorizzati a vivere separatamente non devono più rispettare il dovere di fedeltà ricevono la disciplina dei loro rapporti economici e dei rapporti personali ed economici con i figli minori (e con quelli divenuti successivamente maggiorenni purchè non economicamente autosufficienti e fin quando conviventi con il coniuge affidatario) dalle regole contenute nel verbale di omologazione oppure nella sentenza del tribunale che pronuncia la separazione.
4 - Qual'è la procedura prevista per la
La separazione può essere consensuale o giudiziaria. Quest’ultima può contenere la domanda di addebito o meno.
5 - Qual'è la differenza tra le diverse
La separazione consensuale presuppone l’accordo dei coniugi su tutte le condizioni che dovranno disciplinare i loro rapporti. In questo caso ogni decisione viene effettuata dai coniugi.
Il tribunale si limita ad un controllo di legittimità sulla liceità delle clausole. In caso di presenza di prole, il controllo del tribunale diventa più rilevante, dovendo verificare il rispetto della prevalenti esigenze dei minori.
La separazione giudiziale.
Quando i coniugi non riescono a raggiungere un completo accordo, devono chiedere al tribunale di stabilire le condizioni che dovranno disciplinare i loro rapporti.
Come si rileva dalla terminologia, si instaura un vero e proprio giudizio, una causa ordinaria, con parti contrapposte che in contraddittorio sostengono tesi contrapposte.
Si osservano le regole stabilite per il processo civile.
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Non ci stancheremo mai di indicare i motivi per cui è preferibile la procedura della separazione consensuale:
risulta meno traumatica per le parti e non esacerbando gli animi, può preludere alla loro riconciliazione;
consente la permanenza di quel reciproco rispetto, necessario soprattutto in presenza di figli, considerato che i coniugi, relativamente alla prole, dovrebbero comunque avere continui rapporti e la più ampia comunicazione;è meno traumatica per i figli, parenti e amici;
le decisioni sono prese d’accordo tra le parti, anziché essere imposte dal tribunale;
è più rapida
è più economica.
- Per chiedere la separazione è
sempre necessario fare una causa e avere l'assistenza di un avvocato ?
Per la separazione consensuale, l'assistenza dell'avvocato non è necessaria, ma è comunque consigliabile nell'ipotesi in cui sussistano gravi motivi di contrasto oppure le parti non siano in grado di trovare un accordo su tutte le condizioni della separazione.
Nella separazione giudiziale, l'assistenza dell'avvocato è obbligatoria.
8 – Quali sono i casi in cui si può
chiedere la separazione ?
In generale, quando si siano verificati fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza.
La dizione così generica utilizzata dal legislatore chiarisce che quando un coniuge trova intollerabile vivere con l’altro, può chiedere la separazione.
In caso di separazione giudiziale, non è però sufficiente un mero atteggiamento soggettivo di rifiuto della convivenza, dovendo il giudice accertare la sussistenza di circostanze che rendano oggettivamente apprezzabile la
situazione di intollerabilità.
9 – E' possibile chiedere che il giudice si pronunci sulle responsabilità del fallimento del matrimonio ?
Il giudice, pronunciando la separazione, dichiara a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione stessa, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio. Ma occorre un'esplicita domanda di parte.
Non è necessario l'intervento del giudice. Gli effetti della separazione cessano con l'accordo dei coniugi, contenuto in una dichiarazione espressa oppure mediante un comportamento non equivoco incompatibile con lo stato di separazione.
Con la separazione legale i coniugi non pongono fine al rapporto matrimoniale, ma ne sospendono gli effetti nell'attesa o di una riconciliazione o di un provvedimento di divorzio.
La separazione può essere legale (consensuale o giudiziale) o semplicemente "di fatto", cioè conseguente all'allontanamento di uno dei coniugi per volontà unilaterale, o per accordo, ma senza l'intervento di un Giudice. La separazione legale (consensuale o giudiziale) rappresenta una delle condizioni (la più frequente) per poter addivenire al divorzio.
Con il divorzio (introdotto e disciplinato con la legge 1.12.1970 n. 898) viene invece pronunciato lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili (se è stato celebrato matrimonio concordatario con rito religioso, cattolico o di altra religione riconosciuta dalla Stato italiano).
Col divorzio vengono a cessare definitivamente gli effetti del matrimonio, sia sul piano personale (uso del cognome del marito, presunzione di concepimento, etc.), sia sul piano patrimoniale.
La cessazione del matrimonio produce effetti dal momento della sentenza di divorzio, senza che essa determini il venir meno dei rapporti stabiliti in costanza del vincolo matrimoniale. Solo a seguito di divorzio il coniuge può pervenire a nuove nozze.
Si ricorre, invece, alla seprazione giudiziale in caso di disaccordo. In tale ipotesi la separazione viene pronunciata con sentenza dal Tribunale, che si impone nel determinare le condizioni.
Il diritto di chiedere la separazione (consensuale o giudiziale) spetta a ciascun coniuge, anche in mancanza di accordo dell'altro coniuge. La procedura si avvia mediante ricorso al Tribunale competente.
Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri (art. 156 c.c.). L’entità di tale somministrazione, comunqmente detta assegno di mantenimento, è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi del coniuge obbligato.
Resta fermo l’obbligo di prestare gli alimenti per chi versa in istato di bisogno
e non è in grado di provvedere autonomamente e per ragioni obiettive. Diversamente dal mantenimento, gli alimenti rappresentano un contributo minimo e indispensabile per consentire di soddisfare i bisogni primari dell'individuo.
In caso di inadempienza, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre
il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato e ordinare ai terzi (datore di
lavoro, enti pensionistici, etc.), tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all’obbligato, che una parte di esse venga versata direttamente agli aventi diritto.
Qualora sopravvengano giustificati motivi, il giudice, su istanza di parte, può disporre la revoca o la modifica dei provvedimenti relativi all'assegno di mantenimento e alla prestazione degli alimenti.
Quando uno dei coniugi, cui non sia addebitabile la separazione, non abbia adeguati redditi propri e sussista una disparità economica con l'altro coniuge. In tal caso ha diritto a ricevere dall'altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, per il tenore di vita in precedenza.
16 – Come viene quantificato
l'assegno di mantenimento ?
L'entità del mantenimento è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi del coniuge obbligato.
Come stabilito dalla corte di Cassazione in sentenza 1981, n. 6396: L'entità dell'assegno di mantenimento in favore del coniuge cui non sia addebitabile la separazione va determinata non soltanto in relazione ai redditi del coniuge obbligato, ma a tutte le sue sostanze, compresi i cespiti patrimoniali improduttivi di reddito, i quali, servono di riferimento per determinare il contenuto dell'obbligo di ciascun coniuge di contribuire ai bisogni della famiglia.
17 – Come si perde il diritto
all'assegno di mantenimento ?
Quando sopravvengono giustificati motivi, in particolare se il coniuge beneficiario trova lavoro. Non è sufficiente la generica attitudine al lavoro.
18 – Il diritto all'assegno di
mantenimento si perde se il coniuge beneficiario instaura una convivenza more uxorio ?
Si tratta di una questione controversa. In ogni caso deve trattarsi di una convivenza fornita dei caratteri di stabilità e regolarità, in modo da aversi la certezza giuridica della corresponsione nel futuro.
Secondo recenti sentenze della Suprema Corte (che hanno mitigato la rigidità di una precedente più rigorosa impostazione), la convivenza more uxorio costituisce un elemento capace di determinare la “reale situazione economica delle parti”.
Appare perciò rilevante “solo (e nei limiti) in cui appunto incida sulla loro reale e concreta situazione economica, risolvendosi, sul piano fattuale, in una condizione e fonte (non aleatoria) di reddito per il coniuge convivente”.
19 – Quali sono le cause che possono
determinare una richiesta di
Sono da considerare cause idonee tutti i fatti che rendono o che recano grave pregiudizio all'educazione dei figli, l'abbandono volontario e ingiustificato della convivenza da parte di un coniuge, i maltrattamenti in famiglia come le percosse, le minacce, gli atti di scherno, di disprezzo, di umiliazione che provocano durevole sofferenza morale ad uno dei coniugi.
20 – Esiste ancora la separazione per
Con la legge di riforma del diritto di famiglia del '75, è stata eliminata la separazione per colpa; il Giudice può dichiarare a quale dei coniugi è imputabile la separazione, solo se viene richiesto e se il Giudice ritiene che i fatti accertati a carico di un coniuge costituiscono violazione di norme di condotta, imperative ed inderogabili.
21 – Si può ricorrere contro la
sentenza di separazione del
Sì, l'ex coniuge che ha interesse propone appello nei termini di legge: in questo caso si procede ad un riesame della situazione da parte del Giudice di secondo grado. L'appello è trattato e deciso in camera di consiglio.
22 – Può essere modificato,
successivamente alla separazione, l'assegno di mantenimento o
Ciò può avvenire, quando le condizioni economiche dell'obbligato, successivamente alla sentenza di separazione, migliorino o peggiorino.
23 – I figli, in caso di separazione, a
chi possono essere affidati?
In materia di affidamento dei figli, il Giudice deve attenersi al criterio fondamentale dell'interesse esclusivo della prole, per cui è tenuto a priovilegiare quel genitore che appaia il più idoneo a ridurre al minimo i danni derivanti dalla crisi della famiglia, sia il padre, che la madre.
In determinate situazioni il Giudice può disporre l'affidamento congiunto ad enrambi i coniugi.
24 – Quali sono i criteri che il giudice
adotta per stabilire a quale genitore
affidare la prole?
Il tribunale dichiara a quale genitore i figli sono affidati, seguendo l'esclusivo interesse morale e materiale della prole.
La scelta va adottata seguendo il principio del minor danno derivante ai figli
dalla disgregazione familiare e tenendo conto della maggiore idoneità dal punto
di vista materiale, psicologico ed affettivo dell'uno e dell'altro dei genitori ad
assicurare la tutela e lo sviluppo fisico, morale e psicologico del minore.
Il giudice deve scegliere il genitore più idoneo, sulla base di molteplici
elementi, quali l'età e il sesso dei minori, le loro condizioni di salute e le altre loro esigenze, tenendo altres psic dei genitori, oltre alle varie situazioni dell'ambiente
in cui i genitori vanno a vivere dopo la separazione.
Il giudice può adottare ogni altro provvedimento relativo alla prole ove il tribunale lo ritenga utile all'interesse dei minori, anche in relazione all'età degli stessi, può essere disposto l'affidamento congiunto o alternato.
25 – Con quali modalità vengono
affidati i figli?
Per stabilire il coniuge affidatario è irrilevante l'eventuale dichiarazione di addebito, salvo che questa non sia scaturita per cause che riguardino il rapporto con i figli. In sede di separazione è anche possibile l'affidamento congiunto o
alternativo, potendosi applicare analogicamente l'art. 6 della L. 898/70 che disciplina l'affidamento dei figli in caso di divorzio.
Il tribunale stabilisce la misura ed il modo con cui il genitore non affidatario
deve contribuire al mantenimento, all'istruzione e all'educazione dei figli, nonché
le modalità di esercizio dei suoi diritti nei rapporti con essi.
Il genitore cui sono affidati i figli, salva diversa disposizione del tribunale, ha
l'esercizio esclusivo della potestà su di essi; egli deve attenersi alle condizioni determinate dal tribunale. Salvo che non sia diversamente stabilito, le decisioni
di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i genitori.
Il genitore cui i figli non siano affidati ha il diritto ed il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al tribunale quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse.
Il genitore cui sono affidati i figli ha l'esercizio esclusivo della potestà su di essi. Fanno eccezione le decisioni di maggiore interesse per i figli, che vanno adottate da entrambi i genitori.
Nel caso in cui il tribunale stabilisca delle condizioni per l'affidamento ed il genitore affidatario non si attenga alle condizioni stabilite al tribunale, il suo comportamento verrà valutato ai fini del cambio di affidamento.
Il genitore cui non sono affidati i figli ha il diritto e il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al tribunale quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse.
Occorre considerare la complessiva situazione economica di ciascuno dei genitori, tenendo conto non solo dei redditi, ma anche di ogni altra utilità economicamente valutabile, nonché delle esigenze personali della prole da soddisfare.
Si precisa che la sentenza in ogni ipotesi deve stabilire un criterio di adeguamento automatico dell’assegno, almeno con riferimento agli indici di svalutazione monetaria (ISTAT).
29 – E' possibile modificare in seguito quanto disposto dalla sentenza di separazione? In particolare l’affidamento dei figli o il contributo economico?
Sì, su richiesta della parte interessata, se sopravvengono giustificati motivi Il ricorso va proposto al tribunale in camera di consiglio.
La casa familiare viene di solito assegnata al coniuge cui vengono affidati i figli, ciò costituisce una misura di garanzia e di protezione di quest'ultimi.
31 – Quali diritti accessori spettano al
coniuge separato?
Il coniuge separato, titolare o meno di assegno di mantenimento, ha diritto alla intera pensione di riversibilità, al momento della morte dell’altro coniuge, se questi aveva maturato la richiesta anzianità di servizio.
Il coniuge separato NON ha diritto alla quota parte della liquidazione per fine rapporto di lavoro dell’altro coniuge.
32 – Come si fa ad ottenere la
corresponsione in unica soluzione
invece di un assegno mensile?
La liquidazione definitiva presuppone l’accordo delle parti. Il Tribunale deve ritenere equa la somma.
Accettata questa soluzione, in seguito non può più essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico
33 – A quale dei due coniugi viene
assegnata l'abitazione coniugale?
Gli art. 155 c.c. e l'art. 6 L. 898/70, stabiliscono il principio che l'abitazione nella casa familiare spetta di preferenza, e ove possibile, al genitore cui vengono affidati i figli, o con il quale i figli convivono oltre la maggiore età e sino alla loro indipendenza economica.
In ogni caso, ai fini dell'assegnazione, il giudice dovrà valutare le condizioni economiche dei coniugi e le ragioni della decisione e favorire il coniuge più debole. L'assegnazione, in quanto trascritta, è opponibile al terzo acquirente ai sensi dell'art. 1599 del codice civile.
34 – Quali sono i criteri che il giudice
segue ai fini dell’assegnazione della
casa familiare?
L’abitazione nella casa familiare spetta di preferenza al genitore a cui vengono affidati i figli o con il quale i figli convivono oltre la maggiore età.
La casa coniugale deve insomma essere di preferenza assegnata al coniuge affidatario dei figli minori, anche se non titolare di un diritto reale o personale di godimento sulla stessa, al fine di assicurare adeguate condizioni di vita e formazione della prole minore.
Tale disposizione ha carattere eccezionale ed è dettata nell'esclusivo interesse della prole, sicchè essa non è applicabile, neppure in via di interpretazione estensiva, al coniuge non affidatario, anche se avente diritto al mantenimento.
L’assegnazione della casa, se di proprietà comune o dell’altro coniuge, può essere trascritta nei registri immobiliari, divenendo tale destinazione opponibile al terzo acquirente della casa.
Se la casa è in locazione, l’assegnatario subentra nel contratto, previo avviso al proprietario.
35 – La variazione della residenza o
del domicilio va comunicata all’altro genitore?
In presenza di figli minori, ciascuno dei genitori è obbligato a comunicare all'altro, entro il termine perentorio di trenta giorni, l'avvenuto cambiamento di residenza o di domicilio.
La mancata comunicazione obbliga al risarcimento del danno eventualmente verificatosi a carico del coniuge o dei figli per la difficoltà di reperimento.
Per divorzio (parola inesistente nell’ordinamento giuridico italiano) si intende:
• lo scioglimento del matrimonio civile oppure
• la cessazione degli effetti civili dei matrimoni concordatari (celebrati in Chiesa e trascritti al Comune) e di quelli celebrati da ministri di altri culti.
Il tribunale può imporre all'obbligato alla corresponsione dell'assegno divorzile o dell'assegno di mantenimento per la prole di prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all'adempimento di tali obblighi.
La sentenza costituisce titolo per l'iscrizione dell'ipoteca giudiziale sui beni dell'ex coniuge che deve versare l'assegno, ai sensi dell'art. 2818 del codice civile.
Il beneficiario dell'assegno ( per sé e/o per la prole) può ricorrere alle normali azioni esecutive per il recupero del credito.
Inoltre, può costituire in mora (a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento) il coniuge obbligato e inadempiente e se il pagamento non avviene entro trenta giorni, può notificare il provvedimento in cui è stabilita la misura dell'assegno ai terzi (datore di lavoro, affittuari ecc.) tenuti a corrispondere periodicamente somme di denaro al coniuge obbligato con l'invito a versargli direttamente le somme dovute.
In ogni caso il datore di lavoro non può versare all’ex coniuge creditore più della metà della somma dovuta all’inadempiente.
Se ciò non avviene, il coniuge creditore ha azione diretta esecutiva nei confronti del terzo.
Per assicurare che siano soddisfatte o conservate le ragioni del creditore in ordine all'adempimento degli obblighi nei confronti dell'ex coniuge e della prole, su richiesta dell'avente diritto, il giudice può disporre il sequestro dei beni del coniuge obbligato a somministrare l'assegno.
39 – Si può denunciare l'ex coniuge
che non corrisponde l’assegno?
Sì, chi è inadempiente è punibile a querela di parte con la reclusione fino a 1 anno e/o con una multa.
40 – Si può ricorrere contro la
sentenza di divorzio del Tribunale?
41 – E' possibile modificare quanto
disposto dalla sentenza di divorzio? In particolare l’affidamento dei figli o
il contributo economico?
42 – Quali diritti accessori spettano al
divorziato?
A determinate condizioni, il divorziato ha diritto alla
a) liquidazione per fine rapporto di lavoro dell’ex coniuge
b) pensione di riversibilità.
43 – Quali sono i requisiti per avere
diritto alla liquidazione per fine rapporto di lavoro dell’ex coniuge?
L’ex coniuge deve essere titolare di assegno divorzile e non deve aver contratto nuovo matrimonio.
A queste condizioni gli spetta il 40% della liquidazione riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio.
1. la morte del coniuge divorziato titolare della posizione pensionistica;
2. la sussistenza dei requisiti richiesti dalla legge per l’attribuzione della pensione (e’ sufficiente che il titolare della pensione, poi deceduto, ancorchè in servizio, abbia maturato la richiesta anzianità di servizio);
3. la titolarita’ dell’assegno divorzile;
4. il mancato passaggio a nuove nozze questo presupposto deve sussistere in permanenza, pena la perdita del diritto;
5. l’anteriorita’ del rapporto di lavoro da cui trae origine il trattamento pensionistico rispetto alla sentenza di divorzio.
Se l’ex coniuge deceduto non si era risposato, il divorziato/a ha diritto all’intera pensione di riversibilità; altrimenti, in presenza di un nuovo coniuge del pensionato, su sua richiesta, il Tribunale gli attribuisce una parte della pensione e degli altri assegni spettanti al coniuge superstite, tenuto conto prevalentemente della durata dei rispettivi matrimoni.
Per la Chiesa il matrimonio religioso perdura e conserva i suoi effetti finché non ne venga pronunciata la nullità dal competente tribunale ecclesiastico.
Per la Chiesa il divorzio è irrilevante (il divorziato risulta ancora sposato e non si può risposare con rito religioso). Analoghi principi valgono per gli altri culti.
• Entrambe le parti acquistano nuovamente lo stato libero e conseguentemente possono contrarre un nuovo matrimonio valido agli effetti civili.
• La donna perde il cognome del marito.
Il Tribunale, su sua richiesta, può autorizzarla a conservarlo, in aggiunta
al proprio, quando sussista un interesse suo o dei figli meritevole di tutela.
Tale decisione può essere modificata con successiva sentenza, per motivi
di particolare gravità, su istanza di una delle parti
• I divorziati, perdendo la qualità di coniuge, non succedono più nei diritti ereditari. Se il divorziato beneficiario di assegno divorzile versa in stato di bisogno, è previsto un assegno periodico a suo favore a carico dell’eredità Il Tribunale attribuirà detto assegno tenendo conto dell’importo delle somme percepite, dell'entità dello stato di bisogno, dell’eventuale pensione di riversibilità nonché delle sostanze ereditarie, del numero e della qualità degli eredi e delle loro condizioni economiche.
• Il tribunale, su richiesta del coniuge economicamente più debole, può stabilire un assegno divorzile a suo favore.
La sentenza di divorzio, divenuta definitiva (per decorso dei termini per appellare, per rinuncia all'appello, o per acquiescenza) produce quale effetto principale lo scioglimento del vincolo coniugale e cioè il venire meno di tutti i diritti e doveri reciproci dei coniugi: (fa eccezione l'eventuale obbligo di pagamento di un assegno divorzile, che viene giustificato con il perdurare di una sorta di solidarietà postmatrimoniale).
Entrambi gli ex coniugi riacquistano lo stato libero e possono contrarre nuovo matrimonio civile.
Il divorzio incide soltanto sugli effetti civili del matrimonio, perché per la Chiesa il matrimonio religioso perdura fino alla morte dei coniugi (oppure finché non ne viene pronunciata la nullità).
Il divorzio è contrario al diritto divino naturale ed al diritto canonico, per cui il divorziato, risultando ancora sposato per la Chiesa, non si può risposare con rito religioso.
Per quanto riguarda il matrimonio contratto con il solo rito civile, va precisato che per la Chiesa costituisce un matrimonio nullo per difetto di forma ed i coniugi sono considerati nell’ordinamento canonico come concubini.
Pertanto, il divorzio tra coniugi sposati con il solo rito civile rappresenta per la Chiesa il male minore, venendo ad eliminare un legame nullo.
Il tribunale dispone l'obbligo per un coniuge di provvedere a pagare periodicamente un assegno all'altro, se questi non ha mezzi adeguati (o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive) per provvedere al proprio mantenimento secondo il precedente tenore di vita.
Ai soli fini della quantificazione dell'assegno, il giudice deve tenere conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, valutando tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio.
La sentenza deve stabilire anche un criterio di adeguamento automatico dell'assegno, almeno con riferimento agli indici di svalutazione monetaria.
Il tribunale può, in caso di palese iniquità, escludere la previsione con motivata decisione.
Il diritto all'assegno divorzile si estingue automaticamente se il beneficiario si sposa.
Si può chiedere la riduzione o l'eliminazione dell'assegno quando sopravvengono giustificati motivi, in particolare se l'ex coniuge beneficiario trova lavoro. Non è sufficiente la generica attitudine al lavoro.
Il diritto all'assegno divorzile si estingue se l'ex coniuge instaura una convivenza more uxorio? Vedi risposta allo stesso quesito nella separazione.
La legge (l. 898/70, con le successive modificazioni adottate dalle leggi. 436/78 e 74/87) prevede i seguenti casi:
l’omologazione della separazione consensuale;
pronuncia della sentenza di separazione giudiziale tra i coniugi, passata
ATTENZIONE: In entrambi i predetti casi, per proporre la domanda di divorzio, le separazioni devono essersi protratte ininterrottamente per almeno tre anni, a decorrere dalla comparizione dei coniugi dinanzi al presidente del tribunale. L’eventuale interruzione della separazione deve essere eccepita esclusivamente dall’altra parte.
separazione di fatto, solo se iniziata prima del 18 dicembre 1968.
quando l’altro coniuge, cittadino straniero, ha ottenuto all’estero l’annullamento e lo scioglimento del matrimonio e si è risposato all’estero.
la condanna dell'altro coniuge con sentenza definitiva a una pena superiore a 15 anni o all’ergastolo, oppure a qualsiasi pena detentiva per incesto o per delitti contro la libertà sessuale o per induzione o
sfruttamento della prostituzione; a qualsiasi pena per omicidio volontario
un figlio o per tentato omicidio del coniuge o di un figlio; a qualsiasi
pena detentiva, con due o più condanne, per lesioni aggravate, violazione degli obblighi di assistenza familiare, maltrattamenti, circonvenzione d’incapace ai danni del coniuge o di un figlio.
mancata consumazione del matrimonio.
pronuncia di una sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso.
Si può chiedere il divorzio con due diverse procedure:
a) Il divorzio consensuale (c.d.divorzio congiunto);
b) Il divorzio contenzioso.
53 – Qual è la differenza tra le due procedure previste per il divorzio?
A) Nel divorzio consensuale le due parti DEVONO ESSERE D’ACCORDO SU TUTTE LE CONDIZIONI del divorzio (affidamento dei figli, assegno per la prole ed eventuale assegno divorzile per l’altro coniuge, assegnazione della casa, divisione patrimoniale, ecc.). In tale ipotesi, le parti presentano un unico ricorso e devono confermare la loro volontà, presentandosi davanti al Tribunale in camera di consiglio, che subito dopo aver recepito tale volontà pronuncerà la sentenza. TEMPI PREVISTI circa tre mesi dalla presentazione del ricorso.
B) Nel divorzio contenzioso le parti non sono d’accordo sulle condizioni del divorzio. In tal caso, uno solo dei coniugi presenta la domanda al Presidente del Tribunale, che fissa l’udienza ordinando la convocazione dell’altro coniuge, per il (necessario) tentativo di conciliazione. La parte convenuta potrà presentare le proprie richieste fin dall’udienza presidenziale. Se necessario, il Presidente pronuncia i provvedimenti provvisori (validi fino al termine della causa) ed urgenti, e poi nomina un Giudice Istruttore, dinanzi al quale la causa prosegue per raccogliere le prove necessarie in relazione alle domande delle parti. Alla fine il Tribunale pronuncerà la sentenza.
54 – Per chiedere il divorzio è sempre
necessario fare una causa e avere
l’assistenza di un avvocato?
Sì, è sempre necessario (ma alcuni ritengono che per il divorzio congiunto non occorra: questa interpretazione non è però accettata da quasi tutti i tribunali italiani).
55 – Ci si può opporre al divorzio
chiesto dall’altro coniuge?
Se la richiesta è motivata dai fatti previsti dalla legge, qualunque opposizione sarebbe infondata, e comporterebbe la condanna alle spese del giudizio.
L’unico (fondato) motivo di opposizione consiste nell’eccezione relativa alla mancanza dei presupposti di legge: per esempio se dopo la separazione legale è avvenuta una riconciliazione.
56 – Il giudice del divorzio è legato
dalle condizioni della separazione,
oppure è libero di confermare o modificare quanto stabilito nella separazione?
Le condizioni della separazione non sono vincolanti per il giudice del divorzio,
il quale quindi è libero di confermarle o modificarle.
57 – Quali sono i criteri che il giudice
adotta per stabilire a quale genitore affidare la prole?
Il giudice adotta gli stessi criteri della separazione legale: il tribunale dichiara
a quale genitore i figli sono affidati, seguendo l'esclusivo interesse può adottare ogni altro provvedimento relativo alla prole.
Ove il tribunale lo ritenga utile all'interesse dei minori, anche in relazione all'età degli stessi, può essere disposto l'affidamento congiunto o alternato.
60 – Quali sono i criteri che il giudice segue per determinare il mantenimento dei figli?
Il giudice adotta gli stessi criteri della separazione legale.
Si precisa che la sentenza in ogni ipotesi deve stabilire un criterio di adeguamento automatico dell’assegno, almeno con riferimento agli indici di svalutazione monetaria (ISTAT) (art. 5, comma 7 l. divorzio).
61 – Quali sono le condizioni per poter ottenere il divorzio?
Lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio può essere domandato da uno dei coniugi (art. 3 L. 898/70):
1. quando, dopo la celebrazione del matrimonio, l'altro coniuge è stato condannato, con sentenza passata in giudicato, anche per fatti commessi in precedenza:
a. all'ergastolo ovvero ad una pena superiore ad anni quindici, anche con
più sentenze, per uno o più delitti non colposi, esclusi i reati politici e quelli commessi per motivi di particolare valore morale e sociale;
b. a qualsiasi pena detentiva per il delitto di cui all'art. 564 del codice
penale e per uno dei delitti di cui agli articoli 519, 521, 523 e 524 del codice penale, ovvero per induzione, costrizione, sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione;
c. a qualsiasi pena per omicidio volontario di un figlio ovvero per tentato
omicidio a danno del coniuge o di un figlio;
2. nei casi in cui:
a. l'altro coniuge è stato assolto per vizio totale di mente da uno dei delitti
previsti nelle lettere b) e c) del numero 1) del presente articolo, quando il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli
effetti civili del matrimonio accerta l'inidoneità del convenuto a mantenere o ricostituire la convivenza familiare;
b. è stata pronunciata con sentenza passata in giudicato la
separazione giudiziale fra i coniugi, ovvero è stata omologata la separazione consensuale ovvero è intervenuta separazione di fatto quando la separazione di fatto stessa è iniziata almeno due anni prima del 18.12.1970. In tutti i predetti casi, per la proposizione della domanda di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, le separazioni devono essersi protratte ininterrottamente da almeno tre anni a far tempo dalla avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al Presidente del Tribunale nella procedura di separazione personale anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale. L'eventuale interruzione della separazione
deve essere eccepita dalla parte convenuta;
c. il procedimento penale promosso per i delitti previsti dalle lettere b) e
c) del numero 1) si è concluso con sentenza di non doversi procedere per estinzione del reato, quando il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio ritiene che nei fatti commessi sussistano gli elementi costitutivi e le condizioni di punibilità dei delitti stessi;
d. il procedimento penale per incesto si è concluso con sentenza di
proscioglimento o di assoluzione che dichiari non punibile il fatto per mancanza di pubblico scandalo;
l'altro coniuge, cittadino straniero, ha ottenuto all'estero l'annullamento
lo scioglimento del matrimonio o ha contratto all'estero nuovo
f. il matrimonio non è stato consumato;
g. è passata in giudicato sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso
a norma della L. 14.4.1982, n. 164.
62 – Si può avere un divorzio consensuale?
È improprio parlare di divorzio "consensuale", posto che lo scioglimento del vincolo matrimoniale viene sempre sancito con sentenza, essendo irrilevante
l'eventuale accordo dei coniugi. Tuttavia, il ricorso per lo scioglimento del vincolo matrimoniale può anche essere presentato congiuntamente dai coniugi.
In tal senso, il ricorso potrà pure contenere richieste congiunte in ordine alle condizioni di divorzio e delle quali il Tribunale dovrà tenere conto.
Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive (art. 5 L. 898/70).
Su accordo delle parti la corresponsione può avvenire in unica soluzione ove questa sia ritenuta equa dal Tribunale. In tal caso non può essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico (neanche la richiesta di quota della liquidazione dell'ex coniuge).
I coniugi devono presentare all'udienza di comparizione avanti al Presidente del Tribunale la dichiarazione personale dei redditi e ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune. In caso di contestazioni il Tribunale dispone indagini sui redditi, sui patrimoni e sull'effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria.
L'obbligo di corresponsione dell'assegno cessa se il coniuge, al quale deve essere corrisposto, passa a nuove nozze.
Il coniuge, al quale non spetti l'assistenza sanitaria per nessun altro titolo, conserva il diritto nei confronti dell'ente mutualistico da cui sia assistito l'altro coniuge. Il diritto si estingue se egli passa a nuove nozze.
Se l'indennità viene a maturare dopo la sentenza di divorzio. Tale percentuale è pari al quaranta per cento dell'indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio.
Non può richiedersi la quota di TFR se la corresponsione dell'assegno di mantenimento in sede di divorzio è stata concordata in unica soluzione.
64 – Quali rimedi sono previsti se
l'obbligato non paga l'assegno
divorzile?
In ogni caso il datore di lavoro non può versare all’ex coniuge creditore più della metà della somma dovuta all’inadempiente. Se ciò non avviene, il coniuge creditore ha azione diretta esecutiva nei confronti del terzo.
65 – Si può denunciare il coniuge che
non corrisponde l’assegno?
66 – Si può ricorrere contro la
Sì, l'ex coniuge che ha interesse propone appello nei termini di legge: in questo caso si procede ad un riesame della situazione da parte del Giudice di secondo grado.
L'appello è trattato e deciso in camera di consiglio.
67 – Quando si può richiedere una
quota della liquidazione (TFR) dell'ex
L'art. 12-bis della L. 898/70 stabilisce che il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e in quanto sia titolare di assegno di mantenimento divorziole, ad una percentuale dell'indennità di fine rapporto percepita dall'altro coniuge all'atto della cessazione del rapporto di lavoro, anche se l'indennità viene a maturare dopo la sentenza di divorzio.
Tale percentuale è pari al quaranta per cento dell'indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio.
68 – Che cosa significa delibazione di
sentenza straniera?
Con questo termine ci si riferisce ad uno speciale procedimento, avente ad oggetto il riconoscimento e la dichiarazione d'efficacia di una sentenza straniera nell'ordinamento giuridico italiano.
69 – Il dovere dei genitori di
mantenere i propri figli perdura anche
quando questi ultimi diventano maggiorenni?
L'obbligo dei genitori sussiste finchè questi ultimi non raggiungono una personale autonomia patrimoniale.
Quando si può richiedere una quota della liquidazione (TFR) dell'ex coniuge?
L'art. 12-bis della L. 898/70 stabilisce che il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e in quanto sia titolare di assegno di mantenimento divorziale, ad una percentuale dell'indennità di fine rapporto percepita dall'altro coniuge all'atto della cessazione del rapporto di lavoro, anche se l'indennità viene a maturare dopo la sentenza di divorzio. Tale percentuale è pari al quaranta per cento dell'indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio.
Cass. civ. sez. I, 23.03.2004, n. 5741 È possibile in caso di accordo di separazione consensuale l'attribuzione da parte di uno dei coniugi all'altro di beni mobili o immobili al fine di sistemare concordemente i reciproci rapporti patrimoniali.
Cass. civ., sez. I, 15 novembre 2000, n. 14791 Sono validi gli accordi tra coniugi, assunti per la volontà di separarsi, nei quali si riconosca ad uno di essi o ad entrambi la proprietà esclusiva di un singolo bene, o con i quali si operi il trasferimento di un bene a favore di uno di essi al fine di assicurarne il mantenimento, anche nel caso in cui il bene oggetto dell'accordo ricada nel regime di comunione legale.
Cass. civ., sez. I, 15 novembre 2000, n. 14791 Il progetto divisionale di un bene immobile realizzato, voluto dalle parti e dichiarato esecutivo con ordinanza dal giudice, all'esito di un subprocedimento nel corso di un giudizio di separazione, ha natura di negozio, alla cui validità non osta, che il bene è in comunione legale tra i coniugi, essendo rimessi alla discrezionalità e comune volontà di questi gli atti di disposizione sui beni in comunione e l'esistenza della comunione stessa; tale atto divisionale, che non richiede la stipulazione di una convenzione matrimoniale, costituisce titolo per la
trascrizione, unico requisito previsto essendo la forma scritta ai sensi dell'articolo 1350 n. 11 c.c.
Cass. civ., sez. I, 7 dicembre 1999, n. 13666 Anche in tema di separazione consensuale, i giustificati motivi la cui sopravvenienza consente di rivedere le determinazioni adottate in sede di separazione dei coniugi, non sono ravvisabili nella mera perdita da parte dell'obbligato di un cespite o di un'attività produttiva di reddito, restando da dimostrare, con onere a carico dell'interessato, che la perdita medesima si sia tradotta in una riduzione delle complessive risorse economiche, sì da integrare un effettivo mutamento della situazione rispetto a quella valutata, anche in via consensuale, in sede di determinazione dell'assegno. Infatti durante la separazione non viene meno la solidarietà economica che lega i coniugi durante il matrimonio e che comporta la condivisione delle reciproche fortune economiche, e d'altronde la finalità considerata dall'art. 156 c.c. (ossia quella di conservare il diritto del coniuge meno provvisto ad un tenore di vita tendenzialmente analogo a quello goduto in costanza di convivenza) permane anche nel caso in cui i coniugi, all'atto della separazione consensuale, abbiano pattuito essi stessi la misura dell'assegno, di talché il giudice, adito per la revisione delle condizioni convenute, non può non tener conto di essa finalità.
Tribunale Roma, 14 dicembre 1998 È inammissibile la domanda di revoca del decreto di omologazione della separazione consensuale, avanzata da un coniuge sulla base dell'asserita simulazione dell'accordo di separazione omologato, giacché le norme in tema di simulazione dei contratti non sono applicabili ai negozi giuridici familiari, caratterizzati dalla rilevanza di diritti indisponibili e dal controllo dell'autorità giudiziaria.
Cass. civ., sez. I, 18 settembre 1997, n. 9287 In tema di separazione consensuale, il regolamento concordato fra i coniugi, pur trovando la sua fonte nell'accordo delle parti, acquista efficacia giuridica soltanto in seguito al provvedimento di omologazione, al quale compete l'essenziale funzione di controllare che i patti intervenuti tra i coniugi siano conformi ai superiori interessi della famiglia. Ne consegue che le pattuizioni convenute antecedentemente e contemporaneamente all'accordo omologato sono operanti solo se si collochino in una posizione di autonomia in quanto non immediatamente riferibili nè collegate al contenuto necessario del regime di separazione.
Cass. civ. sez. I, 12.03.2004, n. 5090 Qualora vi sia accertamento della violazione dell'obbligo di fedeltà, che ha determinato la rottura del menage coniugale, ciò comporta la possibilità dell'addebito della separazione a carico di colui che ha posto in essere tale violazione.
Cass. civ. sez. I, 25.03.2003 L’addebito può essere pronunciato solo se la violazione dei doveri coniugali ex art. 143 c.c. è causa diretta della crisi tra i coniugi
Cass. civ. sez. I, 06.02.2003, n. 1744 La verifica dell’intollerabilità della convivenza e l’addebito della separazione a carico di uno dei coniugi, non può basarsi su singoli episodi. La violazione dell’obbligo di stabilire concordemente il domicilio familiare non può determinare addebito della separazione.
Cass. civ. sez. I, 16.01.2003, n. 559 In un procedimento di separazione, il Giudice anche se abbia riscontrato la condotta biasimevole di uno dei coniugi, non è esonerato dal valutare anche il comportamento dell’altro, essendo tenuto a valutare l’incidenza che tali atteggiamenti hanno avuto sulla crisi coniugale e sulla conseguente separazione.
Cass. SS.UU., 03.12.2001, n. 15248 E’ possibile separare la pronuncia relativa alla dichiarazione di separazione da quella diretta a statuire sull’addebito della separazione.
Cass. civ. sez. I, 13.07.2001, n. 9515 Al coniuge che si sia allontanato dall’abitazione familiare e successivamente abbia iniziato una relazione extra coniugale non può essere addebitata la separazione poichè l’infedeltà non è considerata in tal caso motivo che ha reso intollerabile la prosecuzione della vita in comune.
Cass. civ. sez. I, 14 novembre 2001, n. 14162 Per l'addebitabilità della separazione, l'indagine sull'intollerabilità della convivenza deve essere effettuata con una valutazione globale e con la comparazione delle condotte di tutti e due i coniugi, non potendo il comportamento dell'uno essere giudicato senza un raffronto con quello dell'altro. Infatti, solo tale comparazione permette di riscontrare se e quale rilevanza essi abbiano avuto, nel verificarsi della crisi matrimoniale. (la corte di cassazione ha confermato la pronunzia della corte territoriale che aveva escluso ai fini dell'addebito che l'allontanamento del coniuge dall’abitazione familiare, in presenza di una stabile relazione extraconiugale dell'altro coniuge, abbia avuto incidenza sulla crisi matrimoniale).
Cass. civ. sez. I, 28 settembre 2001, n. 12130 In tema di separazione personale dei coniugi, la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri che l'art. 143 c.c. pone a carico dei coniugi, essendo, invece, necessario accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, ovvero se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza. Pertanto, in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa del fallimento della convivenza, deve essere pronunciata la separazione senza addebito.
Cass. civ. sez. I, 11 agosto 2000, n. 10682 In tema di separazione personale dei coniugi, l'abbandono della casa familiare non costituisce causa di addebitabilità della separazione quando sia stato determinato dal comportamento dell'altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, ed in conseguenza di tale fatto.
Cass. civ. sez. I, 14 giugno 2000, n. 8106 La dichiarazione di separazione personale dei coniugi presuppone l'accertamento dell'esistenza di fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della vita coniugale o da recare grave pregiudizio all'educazione della prole e ciò anche indipendentemente dalla volontà di uno o entrambi i coniugi. In tale ottica, la richiesta di addebito non si pone come elemento fondante della pronuncia di separazione personale, che resta sempre e comunque giustificata solo dall'intollerabilità della vita coniugale o dal grave pregiudizio per l'educazione della prole; circostanze, queste, da valutarsi, nell'ipotesi di richiesta di addebito, anche sotto il profilo della responsabilità di uno o di entrambi i coniugi. (La S.C. ha così cassato la sentenza che aveva affermato che l'accertamento dell'addebito costituirebbe capo autonomo rispetto alla pronuncia di separazione personale, posto che tale statuizione presupporrebbe l'ipotizzabilità di due distinti tipi di separazione, con addebito e senza addebito).
Cass. civ. sez. I, 9 giugno 2000, n. 7859 La reiterata violazione, in assenza di una consolidata separazione di fatto, dell'obbligo della fedeltà coniugale, particolarmente se attuata attraverso una stabile relazione extraconiugale, rappresenta una violazione particolarmente grave dell'obbligo della fedeltà coniugale, che, determinando normalmente l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi di regola causa della separazione personale dei coniugi e quindi circostanza sufficiente a giustificare l'addebito della separazione al coniuge che ne è responsabile, sempre che non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una crisi già
irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale. Nè ad escludere la rilevanza della infedeltà è ammissibile la qualificazione della stessa quale reazione a comportamenti dell'altro coniuge, non essendo possibile una compensazione delle responsabilità nei rapporti familiari, e potendo invece essere addebitata la separazione a entrambi i coniugi, ove sussistano le relative domande. (Nella specie il giudice di merito, con la sentenza annullata con rinvio dalla S.C., pur in presenza dell'ammissione da parte del marito della relazione adulterina intrattenuta, aveva affermato che nel fallimento dell'unione coniugale aveva avuto un'incidenza decisiva la condotta della moglie, caratterizzata dall'impiego di espressione spiccatamente volgari e oscene nei confronti del coniuge - con coinvolgimento anche dei figli - omettendo l'esame dei fatti rilevanti nel loro complesso, nel rispetto dei criteri suindicati, oltre che inadeguatamente accertando le stesse circostanze di fatto concretamente valorizzate).
Cass. civ. sez. I, 12 gennaio 2000, n. 279 Ai fini dell'addebitabilità della separazione, il giudice deve accertare che la crisi coniugale sia ricollegabile al comportamento oggettivamente trasgressivo di uno o di entrambi i coniugi e che sussista, pertanto, un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati ed il determinarsi dell'intollerabilità della convivenza, condizione per la pronuncia di separazione. Il giudice, inoltre, nel valutare il comportamento riprovevole del coniuge, non potrà prescindere dall'esaminare anche la condotta dell'altro e procedere dunque ad una valutazione comparativa, al fine di individuare se il comportamento censurato non sia solo l'effetto di una frattura coniugale già verificatasi e possa, pertanto, considerarsi relativamente giustificato. Eventuali violazioni dei doveri coniugali dovranno, in tal caso, essere giudicate irrilevanti ai fini dell'addebitabilità, sempre che si configurino come una reazione immediata e proporzionata ad un torto ricevuto e non si traducano in una violazione nell'ambito familiare di regole di condotta imperative ed inderogabili o di norme morali di particolare rilevanza. Altrimenti, una trasgressione grave dei doveri coniugali, pur se determinata dal comportamento dell'altro coniuge, dovrà dal giudice essere valutata come autonoma violazione dei doveri e causa concorrente del deterioramento del rapporto coniugale, con conseguente dichiarazione di addebito (se richiesto) a carico di entrambi. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza che aveva rigettato le reciproche richieste di dichiarazione d'addebito per l'impossibilità di stabilire con certezza quali delle due condotte coniugali si fosse posta come antecedente causale dell'altra).
Cass. civ. sez. I, 7 settembre 1999, n. 9472 L'indagine sulla intollerabilità della convivenza e sulla addebitabilità della separazione dei coniugi - istituzionalmente riservata al giudice di merito - non può basarsi sull'esame di singoli episodi di frattura ma deve derivare da una
valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, quali emergono dal processo, ben potendo la prova di determinati comportamenti di un coniuge influire sulla valutazione della efficacia causale dei comportamenti dell'altro.
Cass. civ. sez. I, 7 settembre 1999, n. 9472 L'infedeltà di uno dei coniugi può integrare da sola violazione dei doveri nascenti dal matrimonio ancorché sia rimasta allo stadio di mero tentativo (nella specie l'adulterio non si è concretizzato per mancanza di corrispondenza da parte del terzo).
Cass. civ. sez. I, 18 marzo 1999, n. 2444
Ai fini dell'addebitabilità della separazione giudiziale deve sussistere un nesso di causalità tra i comportamenti costituenti violazione dei doveri coniugali accertati
a carico di uno o entrambi i coniugi e l'intollerabilità della prosecuzione della
convivenza, restando irrilevanti i comportamenti successivi al determinarsi di tale situazione; l'accertamento dell'efficacia causale delle suddette violazioni dei doveri coniugali sul fallimento della convivenza coniugale postula una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, ben potendo la prova di determinati comportamenti di un coniuge influire sulla valutazione dell'efficacia causale dei comportamenti dell'altro.
Cass. Civ. I sez., 17.07.1999, n. 7566 In caso di separazione coniugale, qualora il coniuge intrattenga una nuova relazione nell’abitazione familiare dopo l’emissione dei provvedimenti
temporanei del Giudice, alla stessa non può essere addebitata la separazione con
il provvedimento definitivo che statuisce sul nuovo stato di separazione.
Cass. civ. sez. I, 13.12.2001, n. 15752 Nei procedimenti di divorzio, nel caso in cui vi siano delle contestazioni, il Giudice non è tenuto a disporre controlli in ambito fiscale, nè ad ordinare verifiche sui redditi dei coniugi.
Cass. Civ. I Sez. Ordinanza 07.05.2004 n. 8760
È competente a statuire sull'assegno di mantenimento che il genitore naturale
deve versare all'altro, per il figlio naturale minorenne, il Tribunale Ordinario e non il Tribunale dei Minorenni.
Cass. Civ. I Sez. 16.03.2004 n. 5317 Il diritto al mantenimento si trasforma in diritto agli alimenti, nel caso in cui il figlio maggiorenne non abbia redditi propri, ma sia responsabile di questa situazione.
Cass. civ. sez. I, 23.03.2004, n. 5719 Il genitore che adempie per l'intero all'obbligo di mantenimento della prole, cui dovrebbero assolvere entrambi i genitori, può richiedere all'altro
genitore la sua parte jure proprio, nella misura stabilita convenzionalmente o
in mancanza dal giudice.
Il genitore che adempie per l'intero può richiedere anche il contributo per il futuro, fino a quando il figlio non sia in grado di mantenersi da solo.
Corte d'Appello di Roma, 06.02.2004, n. 625 Qualora in caso di cessazione degli effetti civili del matrimonio non venga formulata dal genitore domanda relativa all'affidamento del minore, al suo mantenimento e all'assegnazione dell'abitazione coniugale, il Giudice può disporre d'ufficio in considerazione del carattere indisponibile di tali diritti.
Cass. civ. sez. I, 03.04.2002, n. 4765 Il figlio che abbia raggiunto la maggiore età e che sia laureato, ha diritto ad ottenere l’assegno di mantenimento finché non trovi un’occupazione adeguata alla sua condizione sociale, purché si attivi a reperirla e non vi sia una sua inoperosità.
Cass. civ. sez. I, 30.08.1999, n. 9109 Il genitore ha l’obbligo di mantenere i figli, ma tale obbligo non è perenne e viene meno qualora il figlio, non riesca, dopo innumerevole tempo, per comportamento negligente a raggiungere un determinato obbiettivo, quale quello di completare gli studi rendendosi così autosufficiente.
Cass. civ. sez. I, 17.01.2001 n. 566
Il coniuge non affidatario dei figli non può ottenere una diminuzione dell’assegno
di mantenimento, agli stessi dovuto, nel periodo in cui i figli stessi si trattengono
con lui, poiché l’assegno di mantenimento mensilmente elargito dal genitore è considerato rata di un assegno annuale, corrisposto per il sostentamento della prole.
Cass. civ. sez. I, 08.02.2000, n. 1365
In caso di separazione, qualora il genitore non affidatario non tenga con
sé nei periodi stabiliti il figlio, l’altro coniuge ha diritto ad ottenere una somma a titolo di risarcimento per le incombenze derivate da tale situazione.
Cass. civ. sez. I, 22.11.2000, n. 15065 Qualora il coniuge divorziato intraprenda una nuova relazione, ciò non lo
esonera dal dover comunque corrispondere al figlio, l’assegno di mantenimento poiché la nuova convivenza è dettata da una scelta e non da una necessità.
Cass. civ. sez. I, 14.02.2004, n. 2897 Il criterio di adeguamento automatico secondo gli indici ISTAT disposto dalla legge per l'assegno di mantenimento a favore dei figli di persone divorziate viene applicato anche in caso di assegno di mantenimento disposto in favore del figlio naturale, cioè nato fuori dal matrimonio.
Tribunale di Genova III sez. 23.02.2004 n. 845 Qualora un rapporto di convivenza venga meno, il convivente proprietario esclusivo dell'appartamento adibito alla convivenza, ha diritto a che l'altro se ne allontani. Il convivente non proprietario infatti, deve lasciare l'immobile poichè non ha alcun titolo per poter continuare a godere dello stesso. E' possibile porre in essere un'azione di rilascio.
Cass. Civ. sez. I, 21.06.2002 n. 9071 L’assegnazione della casa familiare spetta di preferenza al coniuge affidatario dei figli, o con il quale convivono quelli maggiorenni. Requisito indefettibile resta comunque, la valutazione da parte del Giudice delle condizioni economiche in cui versano i coniugi.
Cass. civ. sez. I, 7 luglio 2000, n. 9073 In tema di separazione personale dei coniugi, la disposizione dell'art. 155, comma 4, c.c. (nel testo novellato con la l. 19 maggio 1975 n. 151), che attribuisce al giudice il potere di assegnare l'abitazione nella casa familiare al coniuge affidatario che non sia l'esclusivo titolare del diritto di godimento (reale o personale) sull'immobile, ha carattere eccezionale ed è dettata nell'esclusivo interesse della prole minorenne, sicché essa (pur essendo applicabile in tema di divorzio) non è invocabile, neppure in via di interpretazione estensiva, con riferimento alla posizione del coniuge non affidatario, ancorché avente diritto al mantenimento (al quale l'abitazione nella casa familiare non può essere assegnata neppure in forza dell'art. 156 c.c., che non conferisce al giudice il potere di imporre al coniuge obbligato al
mantenimento di adempiervi in forma diretta e non mediante prestazione pecuniaria).
Cass. civ. sez. I, 11 aprile 2000, n. 4558
In ipotesi di separazione personale dei coniugi, l'assegnazione della casa
familiare, in presenza di figli minori o maggiorenni non autosufficienti, spetta
di preferenza e ove possibile (perciò non necessariamente) al coniuge cui vengano
affidati i figli medesimi, mentre, in assenza di figli, può essere utilizzata come strumento per realizzare (in tutto o in parte) il diritto al mantenimento del coniuge privo di adeguati redditi propri; nel primo caso, trattandosi di provvedimento da adottare nel preminente interesse della prole, il giudice può provvedere alla suddetta assegnazione anche in mancanza di una specifica domanda di parte, mentre, nel secondo caso, trattandosi di questione concernente il regolamento dei rapporti patrimoniali tra coniugi, la suddetta assegnazione presuppone un'apposita domanda del coniuge richiedente
il mantenimento, onde non è configurabile in ogni caso un dovere (e un potere) del giudice di identificare ed assegnare comunque la casa familiare anche in assenza di qualsivoglia istanza in tal senso.
Cass. civ. sez. I, 6 maggio 1999, n. 4529
In tema di separazione personale dei coniugi, nonché di divorzio,
l'assegnazione della casa familiare non costituisce certamente un istituto affine alla locazione, e, stante perciò il difetto di ogni espressa previsione, da ciò consegue l'inapplicabilità della norma in tema di opponiblità al terzo delle locazioni infranovennali. L'opponibilità, al terzo acquirente, dell'immobile assegnato è consentita - pertanto - solo in presenza della trascrizione del provvedimento di assegnazione, ed, in difetto di quest'ultima, essa non opera non solo per quanto riguarda il periodo successivo ai nove anni dall'assegnazione, ma neanche per quanto riguarda il periodo precedente, non esistendo alcuna eccezione ricavabile dalla normativa vigente che consenta una distinzione in funzione della durata dell'assegnazione stessa.
Cass. SSUU., 26.07.2002 n. 11096 Il provvedimento giudiziale di assegnazione dell’abitazione familiare può essere opposto al terzo acquirente, anche se non trascritto, per nove anni decorrenti dall’assegnazione ed anche successivamente qualora poi venga trascritto.
l'assegnazione della casa familiare non costituisce certamente un istituto affine alla locazione, e, stante perciò il difetto di ogni espressa previsione, da ciò consegue l'inapplicabilità della norma in tema di opponibilità al terzo delle locazioni infranovennali. L'opponibilità, al terzo acquirente,
dell'immobile assegnato è consentita - pertanto - solo in presenza della trascrizione del provvedimento di assegnazione, ed, in difetto di quest'ultima, essa non opera non solo per quanto riguarda il periodo successivo ai nove anni dall'assegnazione, ma neanche per quanto riguarda il periodo precedente, non esistendo alcuna eccezione ricavabile dalla normativa vigente che consenta una distinzione in funzione della durata dell'assegnazione stessa.
Cass. civ. sez. I, 25 maggio 1998, n. 5189 In tema di separazione personale dei coniugi, se è vero che l'assegnazione della casa familiare si estende - di norma - anche a mobili ed arredi, nulla vieta ai coniugi di pattuire, anche al di fuori dei poi omologati accordi di separazione consensuale, che alcuni mobili, tanto più se di proprietà esclusiva di uno di loro, siano prelevati dalla casa familiare.
Cass. civ. sez. I, 11 maggio 1998, n. 4727 In tema di separazione personale tra coniugi, l'art. 155, comma 4, c.c. (norma di carattere eccezionale) consente al giudice di assegnare l'abitazione al coniuge non titolare di un diritto di godimento (reale o personale) sull'immobile solo se a lui risultino affidati i figli minori, ovvero con lui risultino conviventi figli maggiorenni non autosufficienti, ma non anche quando, dal matrimonio, non sia stata generata prole.
Cass. civ. sez. I, 28 gennaio 1998, n. 822 Nell'ipotesi in cui la casa coniugale appartenga in comproprietà ad entrambi i coniugi, manchino figli minori o figli maggiorenni conviventi con uno dei genitori, ed entrambi i coniugi rivendichino il godimento esclusivo della casa coniugale, l'esercizio del potere discrezionale del giudice della separazione non può trovare altra giustificazione se non quella che, in presenza di una sostanziale parità di diritti, può essere favorito il solo coniuge che non abbia adeguati redditi propri, al fine di consentirgli la conservazione di un tenore di vita corrispondente a quello di cui godeva in costanza di matrimonio. Ne consegue che, laddove entrambi i coniugi comproprietari della casa familiare abbiano adeguati redditi propri, il giudice della separazione dovrà respingere le domande contrapposte di assegnazione del godimento esclusivo della casa stessa, lasciandone la disciplina agli accordi tra comproprietari, i quali, ove non riescano a raggiungere un ragionevole assetto dei propri interessi, restano liberi di chiedere la divisione dell'immobile dopo lo scioglimento della comunione familiare che consegue al passaggio in giudicato della sentenza di separazione.
Cass. civ. sez. I, 1 settembre 1997, n. 8317 In tema di provvedimenti temporanei ed urgenti, l'ordinanza del presidente del tribunale o del giudice istruttore in un processo di separazione personale tra
coniugi attributiva, ad uno di essi, del diritto di abitare la casa familiare deve ritenersi soggetta, in mancanza di spontaneo adempimento, ad esecuzione coattiva in via breve (a mezzo del competente ufficiale giudiziario), ovvero alla normale procedura di esecuzione forzata, con la conseguenza che, nella prima ipotesi, giudice competente per l'esecuzione sarà quello che ha emesso il provvedimento (ovvero quello competente per il merito, se risulti iniziato il relativo giudizio), mentre, nella seconda, la competenza si radica in capo al giudice dell'esecuzione, secondo le regole ordinarie.
Cass. civ. sez. I, 18.09.2001, n. 11696 Qualora l’abitazione familiare sia in comproprietà dei coniugi, l’assegnazione spetta al coniuge affidatario dei figli minori o del figlio maggiorenne con lui convivente, non rilevando ai fini dell’assegnazione stessa, in presenza di tal circostanza, la condizione di debolezza economica di uno dei coniugi.
Cass. civ. sez. I, 07.09.2001, n. 11488 Il coniuge separato che conviva con altro compagno, ha diritto a percepire l’assegno di mantenimento purché il nuovo rapporto non determini per la stessa un vantaggio economico.
Cass. civ. sez. I, 06.02.2004, n. 2251 Una convivenza extraconiugale iniziata dal coniuge separato cui spetta l'assegno di mantenimento, non comporta di per sè il venire meno dello stesso, ma può rilevare ai fini dell'accertamento delle condizioni del beneficiario se la convivenza riveste il carattere della stabilità e continuità.
Cass. civ. sez. I, 21.03.2000 n. 3323 È possibile chiedere il divorzio, anche in presenza di coabitazione tra i coniugi, trascorso il termine di tre anni dalla separazione personale, purché non si sia ristabilita la comunione di vita tra gli stessi.
Cass. SSUU. 04.12.2000, n. 15279 L’accertamento della responsabilità di uno dei coniugi, per la separazione, non può incidere sul tempo intercorrente per azionare la domanda di divorzio.
Cass. civ. sez. I, 08.02.2000, n. 1379 In caso di divorzio, il coniuge tenuto alla corresponsione dell’assegno qualora vi sia un cambiamento vantaggioso dovuto allo sviluppo della carriera lavorativa, con conseguente miglioramento delle condizioni ecoznomiche è tenuto ad aumentare l’importo di suddetto assegno.
Cass. civ. sez I, 28.03.2003, n. 4736 L’assegno di divorzio può essere corrisposto solo se l’ex coniuge beneficiario non abbia mezzi adeguati o sia nell’impossibilità di fatto di procurarseli per ragioni oggettive. Gli altri criteri operano solo in presenza della suddetta circostanza.
Cass. civ. sez. I, 24.09.2002, n. 13860 L’assegno divorzile, qualora vi sia la sopravvenienza di giustificati motivi, può essere concesso anche se in sede di divorzio era stato negato o non richiesto. Inoltre, in sede di revisione del dell’assegno non è necessario valutare nuovamente la somma stabilita in precedenza essendo sufficienti sopraggiunti giustificati motivi successivi a permettere la modifica dell’assegno stesso.
Cass. civ. sez. I, 24.02.1999, n. 1591 In caso di divorzio è possibile che il coniuge tenuto alla corresponsione dell’assegno a favore dell’altro peggiori la sua condizione economica a causa dell’elargizione che deve compiere, ciò non può essere considerato criterio per diminuire la somma stabilita, a favore del coniuge che ha diritto all’assegno.
Cass. civ. sez. I, 02.02.1998, n. 1031 Il coniuge divorziato può richiedere l’assegno di divorzio anche successivamente alla pronuncia sullo scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio.
Cass. civ. sez. IV, 22.11.2002, n. 16462 L’assegno di divorzio corrisposto periodicamente è soggetto alla ritenuta dell’I.r.p.e.f.
Cass. civ. sez. I, 12.10.1999, n. 11437 L’assegno di divorzio, corrisposto in un’unica soluzione, non può essere oggetto di ritenuta I.r.p.e.f., poiché non costituisce reddito.
Cass. Civ. Sez. I, 30.03.2004 n. 6272 Nei conflitti tra il coniuge superstite e l'ex coniuge, per ottenere la pensione di reversibilità, non è necessaria la presenza dell'istituto che eroga la pensione, presenza che invece è necessaria in caso di mancanza del coniuge superstite.
Cass. civ. sez. I, 29.01.2002, n. 1057 La pensione di reversibilità, in caso di divorzio, deve essere ripartita tra gli ex coniugi superstiti, valutando la durata del matrimonio. Tale criterio non è però l’unico che deve essere considerato dal Giudice ai fini dell’assegnazione della suddetta pensione all’ex coniuge superstite.
Cass. Civ. I Sez. 23.03.2004 n. 5719 Il diritto di ottenere dall'ex coniuge, la quota di indennità di fine rapporto (tfr), in caso di divorzio, sorge nel momento in cui il coniuge che lo deve ottenere percepisca il suddetto trattamento. L'ex coniuge avrà diritto ad una quota purchè non si sia risposato.
Cass. civ. sez. I, 07.06.1999, n. 5553 In caso di divorzio, il coniuge qualora sia titolare di assegno e non abbia contratto nuovo matrimonio, ha diritto ad una quota in percentuale del trattamento di fine rapporto del coniuge tenuto a corrispondere l’assegno, anche se l’indennità è maturata successivamente alla pronuncia di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio. Qualora tale diritto sia sorto antecedentemente in capo al coniuge, il diritto dell’altro a percepire una quota del T.F.R. non sussiste.
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Cass. 1999 n. 589. Resp. Medico Osped.
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1.Citazione Trib.

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