Source: http://www.faraeditore.it/faranews/46.shtml
Timestamp: 2014-07-29 16:46:09+00:00

Document:
Nuove voci della poesia e senso del fare letterario
Una croce trafitta d'amore Numero 46
Editoriale: "Nuove" voci della poesia e senso del fare letterario
Partecipare al Festival della Poesia Giovane Italiana (Riccione 12-13 settembre scorsi, www.parcopoesia.it/parco.htm) mi ha permesso di entare in contatto con un mondo che conosco poco, con persone (poeti e critici) molto interessanti e di assistere a emozionanti letture fatte dagli stessi autori: non tutto ciò che veniva letto toccava le mie corde, ma alcune parole ascoltate, magari poi rilette su carta o in internet, hanno avuto (per quanto può valere la mia limitata testimonianza) una bella risonanza. Questo Faranews è dedicato ad alcune giovani voci che fanno poesia e a provocanti riflessioni su questo fare e sulla "realtà" della letteratura: The non-defence of poetry, Cafarnahom, Tre Elegie, Grido di Gloria, Un angolo di Roma, Ela. Segnaliamo poi alcuni siti.
Ricordiamo che questo è l'ultimo mese per partecipare al nostro concorso Pubblica con noi (v. bando).
The non-defence of poetry di Adeodato Piazza Nicolai Padova 23 settembre 2003
Scrivo per condividere alcuni pensieri e preoccupazioni. Son convinto che la poesia non ha bisogno di essere difesa. Tuttavia questo mio monologo è a suo modo “a non-defence of poetry”. L'argomento è sinergisticamente legato alla poesia allegata, Senza titolo, frammento. Quel poco che ho capito sulla poesia contiene anche questa verità: esiste la poesia che “celebra” e quella che “cerebra”. È un argomento vecchio ma sempre nuovo. Quella celebrativa è dionisiaca, sgorga dall'homo ludens; quella cervellotica è gioco dell'intelletto quasi disincarnato e certamente disincantato: romanticismo verso realismo? Forse. Da tempo seguo da vicino un poeta conosciutissimo (non voglio fare nomi); è anche un amico. È assolutamente convinto che sta rinnovando la lingua (sia la materna, dialettale, sia la paterna, italiana) innondandola di neologismi, di sofismi ma in una maniera fredda, glaciale, che abortisce ogni barlume di sentimento. È stato tradotto nelle maggiori lingue europee. Ma c'è una assenza di succhi umani nella sua poesia che fa paura! Ha perso una figlia alla droga e l'unico sentimento che riverbera un poco nei suoi versi è il dolore – ma un dolore intriso sempre di autopietà; come se flagellandosi riuscisse a scolparsi del fatto che non è stato un padre tanto presente ed affettuoso. La sua è una poesia egocentrica che spesso si fa passare per poesia civile. Anch'io vivo il bisogno di rinnovare sempre la lingua; però mi trovo sul versante opposto, cioè: scavare nel linguaggio, sì, trovando sempre nuovi riverberi denotativi e connotativi, oltre che inserendoli in contesti che rinnovano ed amplificano i campi semantici. Montale ha strozzato il collo all'aulicismo italiano, giustamente; io mi trovo più vicino a Saba e a Marin; desidero lavorare la lingua e il dialetto partendo forse da un formalismo classico più che neoavanguardistico. Riscattare cioè l'essenza polifonica/polisegnica di ogni parola e anche l'isomorfismo olistico fra res e verbum. Non so se riesco a spiegarmi con chiarezza. Sono da un lato uno sperimentatore spietato della poiesis (ho vivisezionato tanti movimenti e scuole poetiche ed imparato tanto dal processo); dall'altro lato sento visceralmente la necessità di usare un linguaggio chiaro, puro, semplice, accessibile che riesca di nuovo a far “ballare” i sentimenti del lettore; l'oneroso lavoro di decodificazione che tanta poesia moderna richiede al lettore medio è diventato un enorme ostacolo alla lettura di poesia. Anche per questo i giovani (e non soltanto loro) si sono distanziati da tanta poesia, diventata un obbligo scolastico che rende minima soddisfazione. Di certo non condono l'analfabetismo che purtroppo ci sta invadendo. Sto battendomi contro l'odierno pseudoermetismo che sta facendo della poesia un secretum cabbalistico accessibile soltanto ai pochi eletti. Tuo,
Senza titolo, frammento
Nuovo luogo neo-logo sinapsi
asindeti ellissi paratassi para-
urti catalessi materassi sinopsie
epilessie sincopie sinestesie
omologate malattie divertico-
verbali emmoroidali ecospaziali.
Grafoscopia ovoidale cuneiforme
analsofismi logorroidi automatic
writing écriture automatique ecc
ecc ecc. Così rinnovare làngue
poiésis dialogazioni monofisite
squisite squittite da logogrammi
scorticati da vorticalizzazioni
pseudoradicali… quanti cacumi
merdumi per soffocare il silenzio
(sia bianco sia nero) del vero.
Incominciamo da capo sull'arca
noosferica, col metronomo del
sangue, con l'urlo primario non
iperglobale. Uno zuffolo ruffola
inanizioni corticocelebrali asim-
toticamente dimezzate dal corpus
eurosomatico somarizzato: somma
del nulla… Egocentrismi assoluti
assassini del nerbum/verbum.
Caritas Humilitas et Humiditas
il puro triumvirato, la troika
eroica, sine qua non di sinusite
diverticulite afasia umanoide
e paranoide, non paranormale.
assediano insediano insidiano
l'aura di Laura metafisicizzata
dall'homo scribens. Ho sempre
laudato il femminile palpato
2000 seni esorcizzato 500 cada-
verini: la mia poesia del dolore
senza sapore odore calore…
Io sono dio, non c'è nessun altro
poeta fuori di me. Real-fantasia
demenziale assoluta voluta dal
suo cerebellum libellum flagellum
egosoficamente imprigionato
depistato delusionato nei riflessi
infiniti degli specchi sofismi logo-
diaree cosparse nei cunicoli del
suo microsolco. I am the poet…
© 2003 Adeodato Piazza Nicolai
Cafarnahom di Christian Sinicco
C'era silenzio, non parlavo più a nessuno: l'accampamento
fremeva sotto il vento. Snella e raccolta
muoveva, svelava, turbava con sabbia la penombra.
Avvistavo il cielo illimitato, perduto.
Nel volto moro m'accigliavo la veglia.
Riflessioni imprendibili, storie di sufi, incarnavano pronte
a rodere dentro l'uomo non sordo recinto di noia… In vita, mutavo infatti le voluttà.
Ah, donne e un bimbo con la pelle di ambra e ricoperte di sabbia
con le pupille in esilio, come terre in abbandono…
Ah, notti pallide e stanche, fonde, tenui, esterrefatte
amavo nella natura di un maggio simbolico
nelle tenebre, nella luce piena di riverbero;
fra zolle arse, sussulti di siccità, ombre
corolle confuse dal vento mansueto…
Amavo il suo corpo nudo, disteso
affondavo lo sguardo, respiravo
linee d'amore che avrebbero riempito un alveolo
sommesso, nell'involucro del petto,
soffiando attimi di miraggio.
Ma ero stufo di abbeverarmi a pozzi di clamore
che le foglie delle palme avrebbero pure adorato.
Ed ero stufo del viaggio, melanconia di paradisi perduti
nella depressione che risalivo, dopo aver bevuto l'arido.
Non potendo sopportare la solitudine
avrebbe avuto senso, allora, costruire
ripari nel deserto a misteri terrestri?
E serbare ceppi ardenti di mezzanotte
che senso aveva nella mia devozione?
Pellegrino della polvere e profeta in cielo,
nostalgico smussando sassi,
ammassavo dune, incomprensibili…
Illudevo carovane ebbre di perdizione, avulse dal ritmo,
credendo che potessero farcela marciando.
Mi ritrovai solo dopo giorni di cammino:
nomadi azzurri s'erano voltati per guardare
allo zenit, statue di sale; sgretolava l'impeto dell'azione
alla sorgente mandrie esaurite dai vincoli.
Irrefrenabile era la mia corsa all'Eden
e il logorio dell'imperfezione era stato abolito!
Con la faccia di un cristallo
incendiavo alveari di tempeste morenti,
nutrivo di miele l'imbrunire
ed abbracciavo la volta senza limiti
adagiando all'orizzonte nidi celesti per uccelli in volo!
Cingevo i confini dei regni, fermato da una o più
sentinelle arabe o sciite: identificavo così
diverse nature dei popoli, le mura da scavalcare…
Ininterrotto, sferzante, a piedi nudi, senza controllo
calpestavo promontori in tumulto:
notti addensate da nubi di sangue
tracciavano la rotta nell'atmosfera!
Urna ideale per la terra dentro le ferite,
scendendo pietre erose,
non rifiutavo quiete cateratte
sotto un vento che soffiasse per la danza della pioggia!
Ed anche le rughe peggiori dei pianori,
che a causa dell'ondulazione
sembravano troppo incolte per orientare,
seguivano con petali di rosa il mio bailamme…
Quando le gocce innumerevoli m'ebbero colmato,
quel canto d'amore divenne un fiume in piena
oscuro e di terra per lo più, ma senza argine
mentre cantavo e ballavo, caddi esangue come morto
sderenato e sfolto dalla torrida stagione
all'ombra di un canneto, feretro giovane esumato.
Rilasciai così caldo il vissuto nei pressi
di un oceano ammansito, senza forma: ero parte oramai di un'ampia foce, creando nuovi delta…
Brillai senza sosta le esperienze nel sogno.
Dubitavo che potessero rapire un sultano
superbi predoni siriani: non li immaginavo
nascosti nella febbre del corpo,
romiti con tende di giorno, riflessivi
sobri, decisi, miti e fregiati di arabeschi; la notte, fumanti
lontano dai palmeti - celavano serpi -
a dialogare con fuochi di torce.
Mai si sarebbero adoperati a spegnere
i ricordi, il giorno dopo, al crepuscolo del sonno…
Perché erano subdoli e derisori nelle ostentazioni: tatuavano fango od erba con zoccoli,
ma attoniti trovarono re.
Lasciavo, ridendo, che rapissero al proprio creatore,
con occhi d'argento, lucida visione:
in quel mondo ne coagulai l'esistenza,
l'artificiale fu così possibilità!
All'alba rinnovai la preghiera e il canto
del risveglio, nudo e baciato dal tepore.
Sorpreso nel fine velluto dell'onda lunga, nello slancio, mi fu consegnato il mare.
Trasfigurai i tuffi e le corse, le coste, i golfi, gli approdi e in un barbaglio avrei potuto osservare un serpente svagato d'emozioni, attratto dagli effluvi nelle pause irregolari
fra onda e onda nei tramonti, nelle naturali insenature…
… perché la corrente
inabissa piccole oasi di verde portate da rapide
impressioni di colore nella coincidenza dei regni
nel mare calmo con occhi umani.
Inseguire le sue mute epigastriche, abitando pensieri di deserto,
nella linea affiorante! Nel tramonto
con un tiepido sole, con la cappa sull'onda, immemore e stupito rincorrere
come radici estatiche colate eburnee dalla resina ed invase
rifulse torme da ruscelli neri, rivoli sul dorso…
Poi di notte snodare, amplificando le risonanze,
le onde con il corpo e le sue orbite
invisibili emorragie senza palpebre di cui l'insonnia è la luna...
Perché vorrebbero toccare le rocce del fondo,
ma la tentazione della conoscenza
Christian Sinicco nasce a Trieste il 19 giugno 1975, anno in cui morì Pasolini, ma i due eventi non sono correlati. È caporedattore di www.fucine.com Nel 1999 fonda assieme ad altri poeti ed intellettuali triestini l'associazione culturale "Gli Ammutinati", che per fortuna o ragione trova subito l'appoggio dell'ambiente accademico: la professoressa, e critico, Cristina Benussi, scriverà la prefazione all'antologia pubblicata nel 2000 dalle Edizioni Italo Svevo. "Cafarnahom", che significa "moltitudine di persone alla rinfusa" e che richiama un episodio del vangelo, è un viaggio che rimbaudianamente può portare alla conoscenza, perché la poesia e la conoscenza, questa volta sì, sono correlati. Torna all'inizio
Tre elegie di Daniele Attimo
PRIMA ELEGIA. IM GEBIRGE (1876)
e il nostro Assoluto ci faceva piccoli, che ne era?
che ne era. Ora sterminati
Sulle montagne è morto l'amore, e anche i camosci
Ricordo una piazza a Venezia, durante il Carnevale
c'era una donna che per me, s'era fatta delfino
indifferente ad ogni cosa che si muove, poiché
l'amore è morto, l'amore è morto. SECONDA ELEGIA
Noi siamo gli Angeli di cosa?
Quanto di noi più mortali possono essere
gli esseri di cui noi il mito siamo
essi non durano che un attimo
per noi non hanno volto
non hanno un corpo. Ma se io
adesso alzassi la mia voce
o facessi il gesto con la mano
per quanti millenari ossi durerebbe ai loro occhi?
Nel tempo non vi perderebbe l'unità?
Perché ci si abitua all'abitudine
ci si sveglia un giorno come tanti
le unghie sono lunghe, i capelli sono bianchi, nuove rughe
scomparse dentro il non volere
vedere, reappaiono. All'abitudine
noi doniamo balzi
e si erge la dimenticanza come un simulacro
Ecco lo vedi siamo, i dimenticati.
TERZA ELEGIA. AL FUNERALE DI TONY
Cosa siamo noi senza i vivi.
Il funerale non è il nostro dolore per l'assenza
ma la nostra compassione per colui che non può dare
più alla vita, segni di Il tempo è normale, i fiori sono un rituale
sono stranamente a colori, i tailleur celesti, e camicie
blu, sul grigio nero del selciato
camminiamo con fare trafelato
e presto verrà a piovere.
A volte m'identifico
con quelli quaggiù
lassù è tutto così strano
veramente, si aprono gli spazi
il campo riluce all'orizzonte
e non credo che vivremo a lungo
e come abbiano fatto a rubare un'altra
idea questi umani io non so.
mentre sfila lento il funerale
meditazione. Senza fuoco
i cipressi sul viale crescono
il ragno esce fulmineo dalla tela
si apre la radice un varco
tra il passo ubriaco del becchino
e quello spaventato del vecchino
che cade, e muore.
Daniele Attimo nasce e vive Trieste. Lavora con gli Ammutinati e collabora per Fucine Mute webmagazine di risorse culturali on-line. Si trova sulle Antologie: Gli Ammutinati (edizioni Italo Svevo, 2000) e Ragioni e canoni del corpo a cura di Luciano Troisio (Asefi, 2001). D.A. è Generazione 74.
Torna all'inizio Grido di Gloria di Daniele Leoni 28-05-01
Lord. I am not worthy / but speak the word only. (T.S. Eliot, Ash-Wednesday. III) Forse un giorno me ne andrò
per campi di papaveri
sull'erba umida accamperò
quivi, chiudendo gli occhi
diverrò una stella.
La tua abbacinata fisionomia
Nella nuda allegria
Nella fioca purezza
D'un ticchettio arterioso.
Dietro non scorgo
Che frigide ombre
Tenere soltanto
Per un moto avvilito
(Non andare
resta qui e
nuota con me.
un'ancora azzurra
come i tuoi occhi.)
"Ecco, vedi
dietro quel delfino
c'è la nostra corrente."
Pensarti non vorrei
amarti non dovrei.
Eppure nella bottiglia
capovolta in un vaso
di fiori, scorgo
e bramo il nido
tuo, rifugio chiuso, candela spenta
dai rumori del tempo.
Quando m'alzerò
da codesto scrittoio
suonerò il diluvio
e le urla del cuore mio.
Non ho, una occasione
per visitare il pugno serrato
Ho una gogna da sopportare
il rimorso di un ciuffo d'erba
un ventaglio di doni
nel girasole dei tuoi occhi.
Ripongo le mie ali d'angelo
voglio lapidare la mia tozza e solenne brama d'amore
nella tua voce nel tuo silenzio
voglio morire. (da Grido di Gloria, Progetto Cultura, Roma, 2001, tel. 06 5043638)
Un angolo di Roma di Marco Limiti ogni angolo di roma mi ricorda il nostro bacio:
traversa su una strada principale
ad un semaforo rosso impazzito – che imbarazzo –
un secondo. in quei 30 secondi che ricordo rallentati
avendo forse timore
dello SMOG. *** Quando faccio il tuo numero il cellulare mi dà la scossa,
“Ancora legato a lei??”
si mette a dire…
Allora io lo getto, lo tiro
in terra in una mossa scomposta
perché è una guerra diseguale:
il mio cuore può solo sentire non ha microfono per la risposta. *** Mi sento come i capelli che perdi durante il giorno, mi sento come la pelle morta che dimentichi la mattina sul letto
mi sento come lo sguardo che dai ad una cosa.
Mi sento come un vestito lasciato per la notte
Mi sento dimenticato come un giorno.
Mi fai male come ad una cosa non tua,
come si pesta un piede ad uno sconosciuto senza pensare
senza chiedere scusa troppa in fretta
per alzare lo sguardo e vedere il dolore.
Mi sento talmente poco da scomparire davanti ai miei occhi
Mi sento come un grido muto
Strizzato in bocca a gettare sangue
Mi sento come un suono che non vuoi sentire e ci gridi sopra
Mi sento nel vicolo cieco del tuo sguardo fissato altrove. ***
Mi divide una strada sconosciuta,
non so come resisto con questa pancia che mi urla,
la forza a vivere è grANDE, spero coinvolga anche te,.
Cosa conta mettere male le parole
O i punti
se siamo noi stessi i primi
Ad essere virgole.
........Mi allineo con il dubbio inconsapevole di sé........
ho paura anche se so che domani un vortice mi farà dimenticare persino la mia faccia…
Ho una mano che ruota dentro di me inventando
Sempre il modo per rivoltare le mie certezze
Ed è la vita che ha il corpo di questa mano. Marco Limiti ha 25 anni, laureato in Lettere (pentito), scrittore ed editore più per passione che per lavoro. I libri da me editi sono stati citati da Rai 2, Radio2, «L'unità» e da «Il domenicale». "La prima poesia è nata per un bacio alla ragazza del mio migliore amico, la seconda da un corso di scrittura creativa nel quale mi è stato chiesto di scrivere una poesia che contenesse la parola cellulare pur rispettando un certo lirismo, la terza è nata dall'esperienza con una ragazza, l'ultima nasce dalla vita…"
Ela di Drazan Gunjaca « La prima giornata lavorativa dopo il mio arrivo a Pola mi sono rintanato nella Biblioteca scientifica a studiare diversi opuscoli, libri e libricini che parlavano di AIDS, spiegando a una mia conoscente che lavorava lì, che ne avevo bisogno per un cliente. Mi ha squadrato da capo a piedi e probabilmente si chiedeva che razza di gente avevo iniziato a rappresentare, ma ha tenuto il commento per sé. C'è qualcosa che spinge l'uomo a conoscere le cose che incontra... Naturalmente, a me interessava soprattutto sapere come si trasmette. E nella maggioranza dei casi si trasmette... Ma guarda qua: non si trasmette con le lacrime! Com'è clemente il destino! Puoi piangere quanto vuoi, un mare di lacrime, puoi sentire le lacrime cocenti e salate su tutto il corpo senza preoccuparti, non contengono il virus HIV. Piangi anima mia, quanto vuoi, nessuno te lo vieta, non c'è punizione per chi piange. Affoga nelle lacrime, almeno loro sono rimaste innocenti in questo dannato mondo brutale. Neanche l'AIDS è riuscito a profanarle lasciandoci almeno questo: il diritto alle lacrime, al pianto. L'unico diritto senza conseguenze. Forse è proprio così che deve essere dato che le lacrime non sono un diritto ma una conseguenza. »
(dal romanzo Amore come pena)
Così scrivevo e pensavo un anno fa quando ho scritto questo romanzo. Nel frattempo ho saputo che il suddetto virus da queste parti si trasmette anche con le lacrime! Arrivato nei Balcani il virus sarà mutato in peggio, come tutte le cose brutte che arrivano qui.
Ela è sieropositiva. Ela è una bambina, fa le elementari. Era prima un problema medico, ma poi è diventata un problema sociale. Come pure un tema per i media così adatto a sviluppare il senso di ipocrisia fino all'assurdo da provocare la nausea. Ela non è diventata un problema perché sieropositiva. È diventata un caso mediatico e altro perché è orfana e perché non ha dei genitori attenti che saggiamente terrebbero nascosta l'esistenza di questo dannato virus alla società che a queste tre lettere reagisce come al... Non ho la forza per fare delle comparazioni. E poi, quale sarebbe quella migliore?
Ela non l'ho mai vista. Non l'hanno mostrata ai vari telegiornali che le hanno dedicato spazio. Ho visto solo aule vuote nelle quali Ela dovrebbe sedere con i compagni di classe mentre davanti c'erano i genitori degli altri bambini, che indignati accusavano lo stato di aver portato Ela nella loro cittadina pittoresca, irritati dalle aspettative di tutti per un'umanità che dovrebbero mostrare a scapito dei loro figli. I genitori sono specialmente irritati dai vari scienziati che cercano di fargli credere che il virus non rappresenta un pericolo per i loro bambini mentre loro, a differenza di tutti questi scienziati falliti, hanno saputo che si trasmette persino con le lacrime. E i bambini piangono, non è vero? Loro non hanno ancora imparato a nascondere le lacrime. Quando qualcosa gli fa male, lo dimostrano. Se hanno qualcuno a chi dimostrarlo. Inutili tutti gli appelli delle autorità, della chiesa, venuti da tutte le parti, guarda caso, il giorno dell'iscrizione a scuola. Chi sa, forse pensavano davvero che in un solo giorno sarebbero riusciti a spezzare i pregiudizi accumulati tra la gente che guarda qualsiasi bambino con un handicap di qualsiasi tipo come una creatura di secondo ordine. Comunque sia, non sono riusciti a salvare Ela dall'esclusione dalla società. E le esclusioni da queste parti, su basi diverse, sono spesso il metodo preferito per mostrare cosa si pensa di chi è diverso. Ela è una storia già vista. La stessa cosa le è capitata lo scorso anno scolastico in questo stesso stato, solamente in un'altra città. Siccome siamo conosciuti per la tolleranza verso le differenze, il caso dell'anno scorso è stato trattato come un'eccezione, e quest'anno è stata trovata una città che è stata dichiarata città amica di tutti i bambini del mondo. Eccetto Ela. Bisogna dire che alcuni genitori hanno lasciato i propri figli in classe con Ela. Mi chiedo come se la passano questi genitori con il resto della maggioranza tollerante di quella città. Fino a quando resisteranno?* Persino i giovani di quella città hanno organizzato dimostrazioni a favore di Ela, ma chi ascolta i giovani?
In fondo, per non finire anch'io sui binari morti dell'ipocrisia, potrei capire il timore degli altri genitori:è così umano combattere per il bene dei propri figli! Ed è difficile metterci dei limiti, se si combatte in modo da dare anche a quel bambino la possibilità di diventare uomo un domani. Questo modo però ci pone una questione molto preoccupante: chi tollereranno domani i figli di quei genitori che oggi vuotano le aule di scuola?
Nel frattempo Ela non è più la notizia principale. Inizia la campagna elettorale. Ela è stata sostituita da numerosi politici di ogni provenienza che ci parlano di tolleranza, convivenza, multiculturalità... Dicono che sia l'unico modo per avere un futuro.
Ela piano piano se la stanno dimenticando. Come si dimenticano del fatto terribile che lei non è che una bambina, e già le è stato tolto il suo futuro. Facendo qualcosa o non facendo niente. Non c'è differenza. * Ora (fine settembre 2003) è rimasto un solo bambino…
Drazan Gunjaca (1958, Sinj, Croazia) è autore di opere contro la guerra: il romanzo Congedi Balcanici (premio internazionale Satyagraha Riccione) e il dramma Roulette balcanica (targa del Parlamento europeo al concorso internazionale Anguillara Sabazia 2003, premio per il teatro al concorso Viaggio Infinito 2003; segnalazioni al premio Cesare Pavese-Mario Gori 2003, al premio Carver 2003, Convivio 2003). Il racconto linkato qui sotto è realtà veramente accaduta. È una parte del IX capitolo del romanzo Amore come pena (la terza parte della trilogia "Congedi balcanici"). Si tratta della lettera di una splendida donna che durante i venti di guerra è fuggita da Sarajevo, con la quale l'Autore fu unito dal destino: "Sono molto legato a questa lettera – dice Drazan Gunjaca – mi è costata tante emozioni, ed ecco che prima della traduzione dell'intero romanzo (nei tempi futuri, migliori), vi mando una minima parte, ma molto importante. Quelli che hanno letto il romanzo Congedi balcanici riusciranno a comprenderla più facilmente, comunque questa lettera è una storia di vita particolare, che può funzionare autonomamente. L'ho intitolata LA STORIA DI TATJANA il nome di questo bellissimo personaggio femminile (che con la sua esistenza ha arricchito il romanzo anche in altri suoi capitoli). Vi auguro una piacevole lettura."
LA STORIA DI TATJANA (brano del IX capitolo del romanzo Amore come pena, terza parte della trilogia "Congedi balcanici")
www.drazangunjaca.net/ljubavkaokazna/ITA_site/ITA_online.htm Torna all'inizio Siti interessanti
Progetto Babele www.progettobabele.it/index.html
Atelier digilander.libero.it/atelierpoesia/indice.htm
Zibaldoni www.zibaldoni.it
Libro aperto edu.supereva.it/scuolaonline/index.html?p
Concorso Pubblica con noi 2003 Art. 1 Fara Editore indice la II edizione del concorso Pubblica con noi. Sono previste due sezioni a tema libero:
sez. A. racconto o raccolta di racconti
sez B. silloge poetica
Art. 2 Le opere dovranno essere inviate entro il 31 ottobre 2003 a: Fara Editore via dei Martiri 5, 47900 Rimini (RN) accompagnate da dischetto; o preferibilmente al nostro indirizzo elettronico fara@kaleidon.it in un'unica copia. Per info: 0541-377660.
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Art. 9 La partecipazione al concorso Pubblica con noi di Fara Editore implica di fatto l'accettazione di tutte le norme indicate nel presente bando.

References: Art. 1

Art. 2

Art. 3

Art. 4

Art. 5

Art. 6

Art. 7

Art. 8

Art. 9