Source: http://astratto.info/nella-morfologia-del-codice-civile-vigente-art.html
Timestamp: 2020-02-28 11:58:39+00:00

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Nella morfologia del codice civile vigente art
1. L’effettività della parità delle posizioni coniugali nel modello legale della comunità familiare.
1.1. Il potere di autonomia nella determinazione delle regole di comportamento della coppia.
2. La struttura del governo della famiglia.
2.1. Lo statuto legale del governo della famiglia e le modalità di esercizio dell’autonomia coniugale.
3. Tipologie di accordi coniugali: l’accordo sull’indirizzo della vita coniugale.
3.1. La natura dell’accordo coniugale.
3.1.1. La durata dell’accordo: l’accordo a lungo termine e l’accordo a breve termine.
4. L’accordo sulla fedeltà e le intese sui rapporti sessuali.
5. L’accordo sull’assistenza morale e materiale e sulla collaborazione nell’interesse della famiglia.
6. L’accordo in materia di libertà personale e di riservatezza.
7. L’accordo sul lavoro extradomestico.
8. L’accordo sulla residenza familiare e sulla coabitazione.
9. L’accordo sulla relazione genitoriale.
10. La gestione individuale dell’indirizzo concordato. Rilevanza interna ed esterna del potere di attuazione.
11. Gli accordi sulla crisi coniugale. Rinvio.
Le convenzioni tra coniugi: profili patrimoniali e non patrimoniali
SOMMARIO: 1. L’effettività della parità delle posizioni coniugali nel modello legale della comunità familiare. 1.1. Il potere di autonomia nella determinazione delle regole di comportamento della coppia. 2. La struttura del governo della famiglia. 2.1. Lo statuto legale del governo della famiglia e le modalità di esercizio dell’autonomia coniugale. 3. Tipologie di accordi coniugali: l’accordo sull’indirizzo della vita coniugale. 3.1. La natura dell’accordo coniugale. 3.1.1. La durata dell’accordo: l’accordo a lungo termine e l’accordo a breve termine. 4. L’accordo sulla fedeltà e le intese sui rapporti sessuali. 5. L’accordo sull’assistenza morale e materiale e sulla collaborazione nell’interesse della famiglia. 6. L’accordo in materia di libertà personale e di riservatezza. 7. L’accordo sul lavoro extradomestico. 8. L’accordo sulla residenza familiare e sulla coabitazione. 9. L’accordo sulla relazione genitoriale. 10. La gestione individuale dell’indirizzo concordato. Rilevanza interna ed esterna del potere di attuazione. 11. Gli accordi sulla crisi coniugale. Rinvio.
Nella morfologia del codice civile (art. 143 ss.), l’effettività della parità delle posizioni coniugali – in attuazione del principio costituzionale di uguaglianza morale e giuridica dei coniugi (art. 29, 2° co., Cost.) (Sesta 2003, 101) – risulta affidata ad una duplice tecnica semantica:
(a) la formula “reciprocità” dei diritti e dei doveri coniugali (art. 143, 2° co., c.c.) (Tommasini 1999, 119, Santoro Passarelli 1992, 503);
(b) la locuzione binaria “acquisizione degli stessi diritti” e “assunzione dei medesimi doveri” da parte del marito e della moglie (art. 143, 1° co., c.c.) (Sesta 2003, 101; Dogliotti 1999, 492; Santoro Passarelli 1992, 501 ss.; Paradiso 1990, 3; Santoro Passarelli 1977, 215 ss.; Trabucchi 1977, 253 ss.; Zatti 1982, 5 ss.).
Al generico principio del riconoscimento di uguali diritti e di medesimi doveri coniugali si aggiunge, nell’attuale nomenclatura legislativa – rispetto all’astratta previsione di reciprocità contenuta nel disegno originario del codice civile (art.143) – la concreta prescrizione della struttura reciproca delle situazioni giuridiche soggettive – attive e passive – imputabili ai coniugi (Tommasini 1999, 119-120; Paradiso 1990, 4).
Per effetto della connessione ad un modello di comunità coniugale che sottende valori di tipo solidaristico, quindi, i diritti e i doveri reciproci tra i coniugi acquistano un diverso contenuto ed assumono un nuovo significato prospettico (Tommasini 1999, 120).
In tale contesto, sembra
“legittima perciò la conclusione circa la diversità sostanziale degli obblighi <> nel sistema previgente che, d’altra parte, si connetteva non solo alla tradizionale differenziazione di ruoli ricollegabili alla diversità di sesso, ma anche a quella prospettiva di <> o scambio – piuttosto che di integrazione o concorso nell’attuazione del consorzio familiare – inevitabilmente connaturata all’idea di una sostanziale diversità di attitudini e capacità dei coniugi”
(Paradiso 1990, 4-5).
La visione dei diritti e dei doveri coniugali attribuiti a tutela di scopi considerati dalla legge come inderogabili è ormai desueta: è pressoché unanime l’opinione che vede conclusa la vicenda della “privatizzazione – e funzionalizzazione – della disciplina familiare” (Autorino Stanzione, 2004, 2; negli stessi termini, Quadri, 2005, 2; Rescigno 96, 35).
La peculiare connessione tra gli aspetti personali e i profili patrimoniali della relazione coniugale determina una specifica funzionalità, che incide sulla regolamentazione giuridica del rapporto (Palmeri 2001, 35; Rubino 1991, 1160; Paradiso 1990, 73 ss.; Rescigno 1988, 5) e richiama la problematica dello spazio riservato all’autonomia privata in sede di fissazione delle regole di comportamento della coppia (Zoppini 2002, 213 ss.; Quadri 2001, 277 ss.; Palmeri 2001, 31-32; Santoro Passarelli 1992, 524-525).
La famiglia si configura, ormai, come comunità aperta, nucleo a struttura elastica per la cui regolamentazione acquistano rilievo i contesti specifici: ogni comunità familiare si atteggia diversamente a seconda della realtà di riferimento (Bessone, Alpa, D’Angelo, Ferrando e Spallarossa 1997, 33 ss.).
La tutela dei valori della persona all’interno del gruppo (art. 2 e 29 Cost.) si pone come dato innovativo essenziale nel sistema dei rapporti familiari (Sesta 2003, 101-102; Palmeri 2001, 34; Paradiso 1990, 8 ss.), nel quale la relazione interconiugale si caratterizza per l’innegabile aspirazione all’autodeterminazione, anche nella programmazione del mènage (Tommasini 1999, 132; Doria 1996, 80 ss.). Il passaggio da una “concezione istituzionale” ad una “concezione costituzionale” della famiglia (Oberto 2003, 536; Oberto 1999, 121) segna l’inizio dei fenomeni di “privatizzazione” e “funzionalizzazione” del diritto familiare, intesi nel senso dell’emersione degli interessi del singolo rispetto a quelli del gruppo, in una prospettiva solidaristica (Autorino Stanzione 2004, 3-4).
L’espressione “famiglia aperta” non designa una nozione di famiglia nella quale appare fisiologico l’intervento dello Stato, quanto piuttosto
“una comunità nella quale matura la personalità dei singoli membri, in un modo il più possibile naturale, e che viene aiutata in questo compito dallo Stato, non certo oppressa o condizionata”
(Bessone, Alpa, D’Angelo, Ferrando e Spallarossa 1997, 34).
Da questo punto di vista, gli accordi sull’indirizzo della vita familiare costituiscono un momento decisivo di attuazione della comunione di vita spirituale e materiale, la quale non può che essere complessiva: il reciproco rispetto sul piano dei rapporti personali non è concepibile senza una solidarietà afferente i profili patrimoniali (Paradiso 1990, 73 ss.; Sesta 2003, 124).
L’espressione “comunione spirituale e materiale” (art. 1 e 2, legge 1.12.1970, n. 898) è sintomatica della particolare modulazione della relazione di coppia (Tommasini 1999, 120-121; Paradiso 1990, 16) ed esprime una dimensione comunitaria nella quale l’unità familiare (art. 29, 2° co., Cost.) non risulta necessariamente connotata dal collegamento al valore dell’uguaglianza giuridica dei coniugi, semmai qualificata dalla “pari dignità morale di tutti i soggetti componenti quell’unità” (Perlingieri 1982, 11 ss.).
In questa prospettiva, la struttura del governo della famiglia – formula di sintesi per designare il complesso sistema dei poteri e doveri coniugali nel condurre la vita comunitaria – appare dominata da due principi fondamentali, diversi ma non contrastanti: il principio dell’accordo (art. 144, 1° co., c.c.) ed il paradigma della gestione individuale dell’indirizzo concordato (art. 144, 2° co., c.c.) (Sesta 2003, 122-123; Palmeri 2001, 35; Santoro Passarelli 1992, 521-522; Paradiso 1990, 137-138; Furgiuele 1979, 119; Alagna 1985, 7 ss.).
L’accordo è necessario nella fase dell’individuazione dell’indirizzo familiare, quando i coniugi sono chiamati ad operare le scelte di fondo circa l’andamento della vita comune; il potere di attuazione dell’indirizzo concordato spetta, invece, a ciascun coniuge, quale espressione esponenziale della legittimazione ad agire singolarmente per realizzare le finalità comuni.
I due momenti esprimono aspetti fondamentali della collegialità del governo della famiglia (Irti 1976, 43; Paradiso 1990, 138), che affida all’accordo il ruolo di “perno attorno al quale ruota il rapporto coniugale”, in un modello organizzativo nel quale la stessa ricerca di un accordo rappresenta uno dei doveri che nascono dal matrimonio (Paradiso 1990, 138 e 156; Sesta 2003, 123; Furgiuele 1979, 140; Villa 1997, 335).
L’art. 144 si pone come norma che
“realizza in pieno il principio costituzionale di eguaglianza tra i coniugi, garantendo una partecipazione paritetica alla conduzione del ménage, ed è anzi l’unica compatibile con il suddetto principio”
(Autorino Stanzione 2004, 23).
Nell’ambito di un processo evolutivo di “famiglia”, che accentua la contrattualità delle relazioni di coppia (Palmeri 2001, 26) – secondo una tendenza registrata da autorevole dottrina (Santoro Passarelli 1945, 3 ss.) – la tipizzazione delle situazioni giuridiche soggettive, in cui si sintetizza lo statuto legale delle relazioni affettive tra i coniugi – caratterizzato dalla reciprocità dei diritti all’assistenza, alla collaborazione morale e materiale, alla coabitazione, alla convivenza familiare, alla fedeltà, anche sessuale, alla contribuzione e al mantenimento coniugale (art. 143 c.c.) (Paradiso 1990, 31 ss.) – richiede, quindi, la verifica della negoziabilità del momento fisiologico e di quello patologico del rapporto e prospetta la ricerca di una regolamentazione integrativa o alternativa rispetto al modello legale, anche sotto forma di negozi familiari a contenuto atipico (Zoppini 2002, 220-223; Palmeri 2001, 21-22; Donisi 1997, 7 ss.).
“La figura del contratto viene evocata proprio al fine di affermare il principio della signoria del volere pur nell’ambito familiare, storicamente posto ai margini dell’autonomia privata. Il potere di autodisciplinare i rapporti familiari viene riconosciuto non soltanto con riguardo alle unioni affettive di fatto ma anche con riguardo alle relazioni fondate sul matrimonio.
A questo proposito si è detto che il processo evolutivo tendente ad una più accentuata contrattualità delle relazioni di coppia, relazioni che trovano il loro principale fondamento nel matrimonio, sarebbe da ricondurre all’affermazione del principio di parità tra i membri del rapporto affettivo, principio che consentirebbe l’instaurarsi di rapporti fondati su processi di negoziazione. In tal modo diverrebbe possibile modulare nella maniera ritenuta più confacente alle esigenze delle parti lo schema familiare. Le norme giuridiche che disciplinano i rapporti di coppia rappresentano soltanto una cornice, composta da regole duttili, tali da poter essere variamente utilizzate dagli individui, in funzione delle scelte concordate e degli obiettivi prefissati”
(Palmeri 2001, 26).
Il fondamento dell’autonomia privata nelle relazioni familiari, per effetto delle istanze di solidarietà che promanano dai vincoli che intercorrono tra i membri della comunità (Sesta 2003, 122), non trova esclusivo sostegno nell’art. 1322 c.c., ma ha il suo principale referente nel sistema costituzionale e, precisamente, negli artt. 29, 30 e 31 della Costituzione (Bocchini 2001,432).
L’art. 1322 c.c. ha, tuttavia, ragione di applicarsi alla comunità familiare (Ceccherini 1999, 5) per il generale riconoscimento della famiglia come “società naturale” (art. 29, 1° co., Cost.), salva la prescrizione della parità coniugale (art. 29, 2° co., Cost.), che rappresenta il limite invalicabile perché l’autonomia organizzativa non comprometta l’esplicazione della personalità dei componenti la famiglia (Sesta 2003, 102; Palmeri 2001, 37; Bocchini 2001, 440; Ceccherini 1999, 6; Santoro Passarelli 1992, 497).
“Quali siano i criteri in base ai quali è possibile coordinare diritti e doveri che tipicamente derivano dal matrimonio con l’autonomia dei coniugi, è certo problema non agevole in termini generali, occorrendo da un lato far salvo quel contenuto minimo dei doveri al di sotto del quale finisce col negarsi ogni specificità e identità alla comunità familiare, dall’altro salvaguardare la legittima libertà delle coppie e la loro peculiare realtà esistenziale, nella quale soltanto possono acquistare nettezza di contorno gli stessi obblighi normativamente sanciti”
(Paradiso 1990, 141).
Il principio di fondo è quello affermato dalla riforma del ’75 con l’art. 159 c.c., che consente ai coniugi di scegliere e regolamentare liberamente l’assetto dei propri rapporti (Santosuosso 2004, 602).
La configurazione di convenzioni in deroga allo schema legale delle relazioni affettive tra soggetti legati da rapporto di coniugio è condizionata, infatti, dalla rigidità dei parametri normativi di riferimento (artt. 160, 161, 166 bis c.c.), che, attraverso la formula dell’inderogabilità (art. 160 c.c.) (Sesta 2003, 125-126; Zoppini 2002, 223; Palmeri 2001, 31 e 33-34; Rubino 1991, 1162-1163) e il sanzionamento della nullità degli accordi in deroga (Auletta 2005, 416), limita il potere di autonomia dei coniugi tanto nell’ambito della sfera personale quanto nel settore del regime patrimoniale, primario e secondario (Bocchini 2001, 442-443; Ceccherini 1999, 27 ss.).
La stessa denominazione dello strumento di esercizio del potere di autonomia coniugale in termini di “convenzione” pone un problema di qualificazione che supera l’aspetto formale del nomen iuris ed investe il profilo sostanziale della natura giuridica della figura selezionata (Zoppini 2002, 225; Bocchini 2001, 443). E’, tuttavia, da escludere che un generale impedimento all’autoregolamentazione degli interessi di natura familiare possa esser ricavato dall’art. 160 c.c. (Autorino Stanzione, 2004, 7).
Peraltro, sul piano del linguaggio legislativo, l’identificazione delle “manifestazioni di volontà” dei momenti salienti di autonomia privata all’interno delle relazioni familiari (Rubino 1991, 1160-1161) – sotto forma di patti tra coniugi, e non più di patti tra famiglie (Bocchini 2001, 441), che configurano tecniche di componimento d’interessi in conflitto, vincolanti fino a modifica indotta da mutate esigenze familiari – non risulta modulata da un criterio semantico uniforme.
Infatti, per definire gli “incontri di volontà” tra i coniugi, il legislatore si affida ad una doppia locuzione terminologica:
gli “accordi coniugali”, che ineriscono alla determinazione dell’indirizzo di vita familiare e ai mezzi per farvi fronte, sostanziando il regime primario (Auletta 2005, 416; Sesta 2003, 122 e 138; Bocchini 2001, 443-445; Palmeri 2001, 31-32; Santoro Passarelli 1992, 519 ss.);
b) le “convenzioni matrimoniali”, aventi ad oggetto la scelta o la modifica del regime patrimoniale secondario della famiglia e la condizione di appartenenza o di destinazione di singoli beni, caratterizzate dalla più intensa patrimonialità del contenuto (Sesta 2003, 138; Bocchini 2001, 443).
Il sistema della legge, anche nella formulazione semiologica, esprime la peculiarità della prima categoria di patti coniugali rispetto al raggruppamento
“delle convenzioni matrimoniali, sia per la non utilizzazione di tale formula, sia per il mancato rinvio alla disciplina per queste prevista. Sicché per i patti inerenti alla determinazione dell’indirizzo di vita familiare può utilizzarsi la espressione di accordi coniugali, per distinguerli dalle convenzioni matrimoniali che assumono nella legge un preciso significato tecnico”
(Bocchini 2001, 443).
La situazione di parità impone di attribuire rilevanza non solo ai “patti” tra i coniugi, ma ad ogni intesa coniugale: la gamma degli strumenti di autonomia risulta così estesa oltre la tradizionale figura del “negozio giuridico” (Zoppini 2002, 218-220; Cian 1977, 48).
Valore emblematico riveste, da questo punto di vista, la posizione normativa dell’art. 144 c.c. (Sesta 2003, 122), che estende la “negoziabilità” a settori d’intervento un tempo caratterizzati dal potere unilaterale del marito (Ceccherini 1999, 10; Rubino 1991, 1161; Zatti 1982, 74; Moscarini 1975, 89) e attribuisce all’accordo – manifestazione volitiva corrispondente all’intento delle parti – la valenza di fonte del potere individuale di attuazione dell’indirizzo concordato (Santoro Passarelli 1992, 497).
Mediante la tecnica dell’accordo coniugale,
“l’art. 144 c.c. fissa un generale criterio di organizzazione del gruppo familiare: entrambi i coniugi hanno il dovere di concordare l’indirizzo della vita familiare (co. 1°); ciascuno degli stessi ha il potere di attuare l’indirizzo concordato (co. 2°). Si delineano, pertanto, due prospettive di osservazione della comunità familiare intimamente connesse: l’una, rivolta alla verifica della formazione dell’accordo nel governo della famiglia; l’altra, orientata alla determinazione del contenuto dell’indirizzo familiare.
Con riguardo alla prima prospettiva, l’art. 144, nell’indicare il criterio consensuale quale metodo di determinazione dell’indirizzo di vita familiare, si limita ad esprimere una dichiarazione di principio, indicativa della pari condizione coniugale e del modo come perennemente attuarla nella comunità familiare. Il criterio consensuale, più che un requisito soggettivo degli atti, che devono provenire necessariamente da entrambi, si atteggia come una regola dell’azione coniugale che deve rispettare il principio paritario nella organizzazione della vita familiare. L’espressione “i coniugi concordano tra loro” è da intendere nel senso che gli stessi concorrono in via paritaria alla determinazione dell’indirizzo di vita familiare. Allo stato, a differenza di alcune esperienze straniere (specie statunitensi), è ancora raro che i coniugi stipulino patti prematrimoniali o anche in corso di matrimonio con i quali regolino lo svolgimento della vita familiare. Ed anche quando ciò accade, è difficile rinvenire una convenzione completa ed articolata dell’indirizzo di vita del nucleo familiare, come la riforma sembrerebbe implicare attribuendo a ciascuno dei coniugi il diritto di attuare l’indirizzo concordato (art. 144, co.2°)”
(Bocchini 2001, 443-444).
Nella fisionomia del codice riformato, la regola dell’accordo, quale criterio vincolante di governo della famiglia (Tommasini 1999, 132; Ceccherini 1999, 9; Rubino 1991, 1161), oggetto di un vero e proprio dovere nascente dal matrimonio (Sesta 2003,123; Villa 1997, 335; Alagna 1985, 7 ss.; Furgiuele 1979, 140) – che obbliga i coniugi a dimostrare concreta disponibilità al suo raggiungimento e ne rende ingiustificato il rifiuto unilaterale (Cass. 13.5.1986, n. 3168, NGCC, 1986, I, 716; Cass. 9.5.85, n. 2882, GC, 1985, I, 2535) – rappresenta, quindi, un parametro legale, non suscettibile di deroghe pattizie.
“La regola dell’accordo opera come una clausola generale chiamata ad operare in un settore nel quale la varietà di organizzazione dei gruppi e la originalità di conseguimento della stabilità da parte di ognuno dei gruppi non permette di tipizzare un assetto predeterminato della vita familiare, ma solo di individuare una tipologia di obblighi (uguali e reciproci) inderogabili, la cui determinazione consegue al modello familiare adottato in concreto”
(Bocchini 2001, 444).
“Ampio è dunque il raggio d’azione riconosciuto all’autonomia privata, in quanto il regolamento non viene considerato vincolante solo quando l’accordo intacca il contenuto minimo” dei doveri coniugali “il quale, peraltro, non è precisato dalla legge ma viene rimesso alla determinazione dell’interprete alla luce dei principi dell’ordinamento e della valutazione sociale”
(Auletta 2005, 416).
La norma utilizza lo schema generale dell’accordo, senza predeterminarne limiti ed effetti, e ne individua l’oggetto mediante rinvio alla formula, altrettanto generica, “indirizzo della vita familiare” (Zoppini 2002, 218), che sottende la progettualità di un programma di vita comune e l’opzione di valori da privilegiare, di obiettivi da perseguire e di mezzi da impiegare, nei limiti inderogabili fissati dai precetti normativi (art. 143 ss. c.c.) (Tommasini 1999, 134; Ceccherini 1999, 34 ss.; Paradiso 1990, 145).
“L’indirizzo della vita familiare, così, ha un limite intrinseco nella sua naturale ordinazione alla soddisfazione dei bisogni di tutti i membri della famiglia, nella complessa e necessaria integrazione risultante sia dalla compatibilità reciproca, sia dal contemperamento con le preferenze e le aspirazioni dei singoli. Ma altresì, aspetto importante è quello relativo alla disponibilità di entrambi a tener conto del modificarsi delle situazioni e del sopravvenire di nuove esigenze, fino a imporre come doverosa una modifica dell’intesa raggiunta”
(Paradiso 1990, 145).
In questa prospettiva, l’indirizzo della vita familiare assurge a programma di vita, che lascia libere le parti di determinare gli obiettivi della convivenza (Tommasini 1999, 134), ma ne vieta il perseguimento con mezzi e strumenti lesivi dei principi di libertà e di uguaglianza o ricorrendo a schemi contrari al modello normativo: ne deriva il corollario dell’inibizione – per illiceità – delle pattuizioni coniugali dirette ad attribuire ad un coniuge una posizione di supremazia rispetto all’altro (Autorino Stanzione 2004, 24; Moscarini 1975, 89 ss.).
Quanto al contenuto dell’accordo e alla valenza della dimensione temporale, la morfologia della formula dell’art. 144 c.c., per la sua genericità, lascia aperta la prospettiva di comprendere nella locuzione “indirizzo della vita familiare” tutte le determinazioni a contenuto personale e patrimoniale inerenti la vita comune (Sesta 2003, 124; Ceccherini 1999, 33 ss.; Rubino 1991, 1161 ss.), idonee a programmarne l’andamento: la residenza familiare, il domicilio dei coniugi, il numero dei figli, l’impiego dei redditi e proventi individuali, il lavoro extradomestico della moglie, le amicizie personali dei coniugi, i compiti familiari di ciascuno, gli affari quotidiani ed essenziali della convivenza (Sesta 2003, 124-125; Palmeri 2001, 35 ss.; Santoro Passarelli 1992, 521; Santoro Passarelli 1977, 238; Paradiso 1990, 146; Dogliotti e Branca 1985, 1062-1063), le scelte relative alla prole, le esigenze personali dei coniugi, il tenore di vita dei membri del gruppo, la priorità dei bisogni da soddisfare, i mezzi per provvedervi (Tommasini 1999, 134; Santoro Passarelli 1992, 521; Rubino 1991, 1161-1162; Finocchiaro A. e M. 1984, III, 274 ss.; Santoro Passarelli 1977, 238) e, forse, la scelta di un circolo sportivo o di un sodalizio culturale e di altri “affari di famiglia” (Paradiso 1990, 146; Irti 1976, 43).
L’art. 144 c.c. prevede l’obbligo per i coniugi di concordare l’indirizzo della vita familiare, sì che le scelte educative e gli interventi diretti a risolvere i problemi dei figli non possono che essere adottati d’intesa tra i coniugi; ne consegue che un atteggiamento unilaterale, sordo alle valutazioni e alle richieste dell’altro coniuge, a tratti violento ed eccessivamente rigido, può tradursi nella violazione dell’obbligo nei confronti dell’altro coniuge di concordare l’indirizzo della vita familiare e, in quanto fonte di angoscia e di dolore per l’altro coniuge, nell’offesa al dovere di assistenza morale e materiale sancito dall’art. 143 c.c. (Cass. 2.9.05, n. 17710, Banche dati giur. Utet, ed. sett. ’05).
Dall’intesa andrebbero escluse, per l’inderogabilità della tutela delle sfere di libertà individuale (Tommasini 1999, 141), le scelte relative alla fede religiosa, agli interessi culturali, all’ideologia politica, all’elezione di autonomo domicilio, ai rapporti epistolari, ai diritti di carattere personalissimo e ad altri profili strettamente personali dei coniugi (Paradiso 1990, 166; Cian 1977, 48), nonché le decisioni riguardanti i settori riservati di attività, rimesse a ciascun coniuge nell’ambito dei poteri gestori attribuiti dalla legge (Irti 1976, 43).
Infatti, gli atti ad esse riconducibili risultano attribuiti ai singoli, in forza di principi generali o nell’ambito del potere individuale di attuare l’indirizzo concordato (art. 144, 2° co., c.c.).
La configurazione dogmatica dell’accordo coniugale e la riconduzione del concorso delle volontà dei coniugi ad una categoria concettuale unitaria non risultano sorrette da orientamenti ricostruttivi univoci (Zoppini 2002, 213 ss.; Tommasini 1999, 136-137; Ceccherini 1999, 10 ss.; Rubino 1991, 1161; Paradiso 1990,146).
Alla tesi della qualificazione negoziale dell’accordo (Santoro Passarelli 1992, 524-525; Corsi 1979, 36 ss.; Santoro Passarelli 1977, 238; Finocchiaro A. e M. 1984, III, 168) si oppone la ricostruzione in termini di tecnica di governo della famiglia (Furgiuele 1979, 140) o di fatto produttivo di conseguenze giuridiche (Bianca 1985, 2, 57).
La non congruenza della natura negoziale – che presuppone l’emersione di un profilo di autonomia e di libertà coniugale – rispetto agli interessi del gruppo e l’esigenza di dare soluzione ai momenti della doverosità e dell’efficacia dell’intesa coniugale ostano, a prima vista, alla riconduzione dell’accordo negli schemi del negozio giuridico (Paradiso 1990, 147- 150).
“Ed è per tali esigenze che si provvede o a configurare tale accordo come soggetto alla clausola rebus sic stantibus – ciò che consente di dare ingresso ad una serie di circostanze esterne ed obiettive idonee a refluire sulla efficacia e/o durata dell’impegno – o a negarne schiettamente la natura negoziale”
(Paradiso 1990, 147).
Il riferimento alla categoria degli “accordi non negoziali”, in applicazione di doveri il cui contenuto risulta determinato o determinabile in modo oggettivo dalla legge (Alagna 1985, 218 ss.), non appare, tuttavia, coerente all’inquadramento dogmatico del momento formativo dell’accordo coniugale (Paradiso 1990, 148), in quanto
“sembra rinviare ad una prospettiva in cui le scelte dei coniugi sono ‘necessitate’, e non libere, in relazione alle concrete circostanze: quelle che, in astratto, dovrebbero consentire di dedurre univocamente dai doveri imposti per legge il contenuto e le modalità degli obblighi dei singoli coniugi.
Ma si tratterebbe di conclusione singolare per una impostazione che vuole esaltare viceversa proprio la neutralità del <> familiare ravvisato nel sistema, fattispecie aperta in cui l’accordo è esplicazione della personalità, del concreto atteggiarsi e delle effettive attitudini al rapporto dei singoli”
(Paradiso 1990, 148-149).
Alla luce del profilo strutturale dell’accordo, da cui emerge la connotazione di una fattispecie modulata sulla concordanza d’intenti delle parti nel governo della famiglia, appare, invece, condivisibile la tesi della riconduzione dell’accordo alla categoria del negozio giuridico (Santoro Passarelli 1992, 524) ed, in particolare, a quella peculiare figura negoziale
“caratterizzata proprio dalla convergenza degli interessi, piuttosto che dalla loro contrapposizione, e dalla soggezione alla clausola rebus sic stantibus, e dunque da una vincolatività né rigida né esclusa a priori. Ciò che sembra convenire alle caratteristiche fattuali degli accordi coniugali, che, mentre respingono assimilazioni a schemi di (libera) composizione di interessi contrapposti, non posso non d’altronde essere cristallizzati in una rigida vincolatività, che l’esperienza quotidiana mostra esulare dagli accordi concreti e inadeguata poi, già in via di principio, a conseguire un’efficace o utile tutela degli interessi familiari coinvolti.
Al contempo, la categoria consente di non vanificare la regola dell’accordo, posto che il sistema paritario di governo entrerebbe in crisi se l’intesa raggiunta potesse venir posta nel nulla da un qualsiasi, sopravvenuto dissenso unilaterale”
(Paradiso 1990, 151-152).
Anzi, per la rilevanza della morfologia del contenuto, l’accordo coniugale può farsi rientrare nella categoria dei negozi familiari a carattere non necessariamente patrimoniale, possibile fonte di conseguenze patrimoniali non connesse alla sequenza tipica dell’attività negoziale (Santoro Passarelli 1992, 524 ss.; Tommasini 1999, 135 e 137); la natura personale del rapporto, in altre parole, non esclude di per sé la sua negoziabilità, ma semplicemente la qualificabilità della vicenda in termini contrattuali (Autorino Stanzione 2004, 17).
“Sotto questo aspetto dunque i negozi familiari si distinguono dagli atti determinativi del contenuto degli obblighi legali inderogabili, aventi natura economica, dalle convenzioni matrimoniali e dagli accordi dispositivi di natura familiare, che hanno sempre e necessariamente contenuto patrimoniale”
(Tommasini 1999, 135).
L’accordo coniugale – fonte ordinaria di legittimazione del programma di vita della famiglia (Paradiso 1990, 146) – può assumere la duplice connotazione di accordo a lungo termine e di accordo a breve termine (Palmeri 2001, 42; Ceccherini 1999, 12; Paradiso 1990, 152).
La prima tipologia consente di formulare un programma di vita che individua obiettivi che impegnano i coniugi per un periodo tendenzialmente duraturo (Palmeri 2001, 42) e sottende la volontà coniugale di dare vita ad un accordo di tipo negoziale (Ceccherini 1999, 12; Santoro Passarelli 1992, 524). Infatti, un’intesa protratta nel tempo, finalizzata a definire situazioni giuridiche novative rispetto alla genericità del dato normativo, si giustifica solo in funzione della sua natura negoziale (Alagna 1985, 218 ss.; Zatti 1982, 76 ss.; Cian 1977, 48).
La dottrina che ha sostenuto la natura negoziale dell’accordo sulla vita familiare (Palmeri 2001, 45; Corsi 1979, 36 ss.; Santoro Passarelli 1992, 524; Santoro Passarelli 1977, 238; Finocchiaro A. e M.1984, III, 168; Cian 1977, 48) ha inteso riferirsi proprio alle intese sul programma concernenti gli affari essenziali con portata destinata a durare nel tempo e con idoneità ad incidere maggiormente sulla vita della famiglia (Paradiso 1990, 152 e 162).
La configurazione negoziale, che valorizza il momento della stabilità e depone per la persistente vincolatività dell’intesa in caso di sopravvenienza di dissenso unilaterale senza mutamento delle condizioni fattuali, secondo la tecnica della clausola rebus sic stantibus (Ruscello 2000, 94; Tommasini 1999, 141-142; Ceccherini 1999, 14 e 19; Paradiso 1990, 151 e 164; Santoro Passarelli 1992, 524; Palmeri 2001, 43; Rubino 1991, 1165), non risulta incompatibile con il riconoscimento di un profilo di flessibilità dell’accordo, necessario ad escludere la legittimità della pretesa del singolo coniuge al rispetto di scelte non più rispondenti agli interessi dei componenti il gruppo (Auletta 2002, 82).
Il parametro della flessibilità supporta, allora, il potere unilaterale di esigere la revisione dell’accordo per mutamento dei presupposti genetici (Sesta 2003, 125; Auletta 2002, 82; Tommasini 1999, 142).
“Pertanto, un accordo relativo ad affari (che siano in concreto) essenziali per la famiglia risulterà ‘vincolante’, fin quando non sopravvengano eventi o circostanze che modifichino le condizioni di fatto o le prospettive in vista delle quali quella scelta era stata effettuata. Sul punto, del resto, esiste larga convergenza di opinioni in dottrina, che ritiene l’accordo fra i coniugi soggetto alla clausola rebus sic stantibus, proprio in funzione delle esigenze sopra segnalate, di non cristallizzare l’accordo nei suoi termini originari di fronte al susseguirsi ed al variare delle vicende della vita”
(Paradiso 1990, 162).
Da questo punto di vista, l’accordo programmatico di natura negoziale sugli affari essenziali della famiglia, fino a quando non intervenga un’ulteriore intesa a contenuto modificativo (Sesta 2003, 125), si pone come fonte di poteri individuali dei coniugi in ordine all’attuazione dell’indirizzo concordato (Tommasini 1999, 133; Santoro Passarelli 1992, 497; Palmeri 2001, 46; Santoro Passarelli 1977, 219; Paradiso 1990, 164).
Infatti, nella configurazione paritaria dei rapporti coniugali,
“le determinazioni dell’autonomia privata diventano fonte di obbligo comportamentale, finché un nuovo consenso non intervenga attraverso la formulazione di un diverso accordo”
(Tommasini 1999, 133).
In difetto di accordo programmatico sull’indirizzo coniugale, deve ritenersi che i coniugi abbiano voluto tacitamente accogliere il modello legale di vita comune con gli obiettivi e i mezzi tipici di questo (Palmeri 2001, 36).
In questa ipotesi, le regole di fondo resteranno quelle sancite dal legislatore (art. 143 ss. c.c.) e i coniugi si limiteranno a risolvere i problemi familiari con intese particolari su aspetti specifici della convivenza: verranno, allora, in primo piano programmi a breve termine, da inquadrare piuttosto tra gli “accordi non negoziali” (Alagna 1985, 218 ss.; Zatti 1982, 76 ss.), diretti non a modificare i termini legali del rapporto, ma a precisare il contenuto delle situazioni giuridiche e a indirizzare i comportamenti dei coniugi secondo necessità contingenti (Russo 1983, 222 ss.).
Può ritenersi, pertanto, che i coniugi, nel concordare l’indirizzo della vita coniugale, siano liberi di adottare una modello di vita a breve termine, che privilegi un indirizzo in continua formazione, delimitato dal vissuto quotidiano (Palmeri 2001, 42). Peraltro, non può escludersi che, in mancanza di accordo a lungo termine, i coniugi possano pervenire ad intese parziali a contenuto negoziale su affari essenziali.
“non si vede alcuna difficoltà a ritenere negoziale o vincolante un accordo <>, in quanto la (limitata) efficacia temporale dello stesso è un aspetto del rapporto che ben è consentito alle parti disciplinare e che vale anzi a identificare l’accordo nei suoi tratti caratterizzanti, come intesa cioè ad efficacia limitata nel tempo, del tutto compatibile con il suo eventuale carattere negoziale”
(Paradiso 1990, 155).
Entrambi i modelli – l’accordo coniugale a lungo e quello a breve termine – vanno considerati legittimi, pur rivestendo valore ed efficacia diversi: negoziale nel primo caso; tendenzialmente non negoziale nel secondo (Ceccherini 1999, 12).
Quanto agli accordi aventi ad oggetto questioni minori della vita familiare (art.145, 2° co., c.c.)
“non v’è ragione di escluderne in via di principio la vincolatività, coerentemente alla logica interna di una scelta tra diverse, possibili soluzioni”
(Paradiso 1990, 163).
In queste ultime tipologie di accordi coniugali, peraltro, data la minore intensità degli interessi coinvolti, la legittimità del sopravvenuto dissenso unilaterale deve ritenersi svincolata dal parametro rebus sic stantibus e, dunque, non subordinata al mutamento delle circostanze fattuali che supportavano l’intesa coniugale disattesa (Paradiso 1990, 163).
Il dovere di fedeltà (art. 143, 2° co., c.c.), avente ad oggetto la dedizione fisica e spirituale di un coniuge nei confronti dell’altro (Sesta 2003, 104) e l’impegno reciproco di devozione negli aspetti personali del rapporto (Paradiso 1990, 31 ss.; Busnelli 1975, 280 ss.; Santoro Passarelli 1977, 228), rappresenta un dovere qualificante del coniugio, che non si esaurisce nell’esclusiva sessuale, ma si estende alla lealtà dei comportamenti dei coniugi nei profili intimi dell’amore e della dedizione fisica (Autorino Stanzione 2004, 37; Sesta 2003, 105; Tommasini 1999, 120 e 123; Paradiso 1990, 32; App. Torino 21.2.00, FI, 2000, I, 1555; Cass. 18.9.97, n.9287, GC, 1997, I, 2383).
Esso, pertanto, rappresenta un vero e proprio diritto soggettivo e un corrispondente dovere reciproco, il cui rifiuto immotivato di adempimento costituisce violazione dei doveri coniugali (Santoro Passarelli 1977, 228).
Poiché l’impegno reciproco alla fedeltà e alla devozione personale attiene all’essenza stessa della convivenza matrimoniale, è da ritenere che ai coniugi sia inibito l’esercizio di un potere di esonero o di deroga (Paradiso 1990, 35; Palmeri 2001, 39-40), non potendosi comprendere tra le situazioni suscettibili di accordo programmatico quelle relative ai rapporti fisici e alla loro frequenza.
Appare, infatti, difficile concordare sull’efficacia vincolante delle relative scelte sia per la difficoltà d’individuare forme coattive di adempimento in caso di rifiuto di un coniuge di attenersi alla decisione concordata (Alagna 1985, 216) e di predisporre un qualsiasi rimedio giuridico all’inadempimento sia per l’insuscettibilità di un controllo giudiziale (Paradiso 1990, 170 e 173; Santoro-Passarelli 1977, 244).
Nei limiti in cui il dovere di fedeltà risulti preordinato al rafforzamento dell’unità familiare (art. 29 Cost.) (Sesta 2003, 106), la sua violazione può configurare una situazione d’intollerabilità agli effetti della proposizione della domanda di separazione giudiziale (art. 151, 1° co., c.c.) o un comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio ai fini della pronuncia dell’addebito (art. 151, 2° co., c.c.) (Tommasini 1999, 122; Paradiso 1990, 173).
In tale ambito, forse, potrebbe riconoscersi rilevanza, sia pure circoscritta, ad un eventuale patto di esonero dal dovere di fedeltà, nella forma di deroga al parametro dell’esclusiva sessuale (Palmeri 2001, 37; Zatti 1982, 38). Il patto, nella specie, pur non potendo escludere ogni altra conseguenza legata alla violazione della fedeltà, avrebbe il limitato effetto d’impedire l’addebito della separazione al coniuge autore dell’infedeltà.
Nell’ipotesi in cui la maggiore intensità del contenuto del patto di esonero dovesse stravolgere il “nucleo essenziale” del dovere di fedeltà, invece, la stipulazione stessa dell’accordo – cristallizzando la volontà coniugale di disattendere il reciproco impegno di devozione presupposto dalla fides – potrà configurare un’ipotesi di violazione dei doveri coniugali con possibile addebito della separazione a carico di entrambi i contraenti (Paradiso 1990, 182).
“A proposito dei comportamenti sessuali dei coniugi, è altresì discussa la natura giuridica, oltre che la validità, delle intese in merito ai rapporti sessuali tra i medesimi, probabilmente illecite, sicuramente immeritevoli di tutela. In ogni caso, appare evidente l’insindacabilità di siffatte questioni da parte del giudice”
(Autorino Stanzione 2004, 37).
Il dovere di reciproca assistenza coniugale, collocabile in una prospettiva solidale, risulta finalizzato alla cura d’interessi in passato affidati alla competenza del capo famiglia (Paradiso 1990, 40-41; Zatti 1982, 41).
Rispetto al dovere di collaborazione, l’assistenza è qualificata dal profilo teleologico della tensione al soddisfacimento dei bisogni e delle esigenze del singolo coniuge, piuttosto che della famiglia come entità a rilevanza autonoma (Paradiso 1990, 41).
Sotto il profilo morale, l’assistenza si sostanzia nel reciproco sostegno nella sfera affettiva, psicologica e spirituale (Sesta 2003, 107; Tommasini 1999, 123; Paradiso 1990, 41; Alagna 1985, 153; Furgiuele 1979, 176) e comprende il rispetto della personalità morale, della cultura e del temperamento del coniuge (Sesta 2003, 107; Paradiso 1990, 41) e l’obbligo di portare a conoscenza del partner tutte le notizie idonee ad influenzare la vita familiare (Auletta 2002, 79-80; Tommasini 1999, 124).
Il contenuto materiale dell’obbligo di assistenza si sostanzia, invece, nel sostegno reciproco nei bisogni della vita quotidiana: attività di lavoro e di studio; assistenza in caso di malattia; sostegno nell’ipotesi di reclusione; incombenze nella ripartizione dei compiti familiari (Sesta 2003, 108; Auletta 2002, 80; Tommasini 1999, 124; Paradiso 1990, 41; Alagna 1985, 154 ss.).
Non rientra nell’obbligo di assistenza, quanto piuttosto in quello di collaborazione, l’obbligo di contribuzione economica, in quanto volto al soddisfacimento dei bisogni di tutta la famiglia (Paradiso 1990, 42; Falzea 1977, I, 617 ss.; Alagna 1985, 336 ss.).
Non è chiaro se il dovere di collaborazione nell’interesse della famiglia abbia un contenuto autonomo rispetto agli altri doveri coniugali (Sesta 2003, 109) o rappresenti una previsione preordinata all’adempimento dell’obbligo di assistenza (Tommasini 1999, 126 ss.) o si sostanzi in una sorta di criterio riassuntivo di giudizio in ordine all’adempimento dei doveri dei coniugi in vista del contemperamento delle esigenze dei singoli con quelle dell’unità familiare (Bessone, Alpa, D’Angelo, Ferrando e Spallarossa 1997, 87; Furgiuele 1979, 121 ss.; Alagna 1985, 154).
Poiché il contemperamento delle esigenze dei singoli con quelle del gruppo risulta tutelato dalle prescrizioni che fanno riferimento all’interesse familiare, deve privilegiarsi l’impostazione che ribadisce l’autonomia del dovere di collaborazione rispetto agli altri doveri tra i coniugi, ravvisando nella figura uno standard minimo di valutazione del comportamento dei coniugi (Sesta 2003, 109; Tommasini 1999, 126; Paradiso 1990, 48-49).
La stessa presenza di una norma che sancisce il dovere di collaborazione (art. 143, 2° co., c.c.), per la valenza solidale che essa esprime (Sesta 2003, 109), depone per l’autonomia della prescrizione, in quanto ricorda ai coniugi che essi hanno il dovere di prestare la propria attività personale, non surrogabile con la messa a disposizione di mezzi economici (Paradiso 1990, 49).
Anzi, dato il carattere essenziale degli obblighi di assistenza morale e materiale e di collaborazione nella connotazione della relazione affettiva tra i coniugi, deve ritenersi esclusa una deroga convenzionale al nucleo del contenuto precettivo di tali doveri: un accordo in funzione derogatoria o modificativa verrebbe, infatti, a snaturare l’essenza stessa del matrimonio (Palmeri 2001, 39-40). Dal che discende l’invalidità di convenzioni matrimoniali difformi rispetto al sintagma dei doveri coniugali (Autorino Stanzione 2004, 16-17).
Rientra, invece, nell’autonomia delle parti il potere di arricchire il contenuto minimo del dovere di collaborazione mediante accordi coniugali di accentuazione dei profili della solidarietà familiare, che non si traducano nella rinuncia o nella limitazione dei diritti indisponibili dei singoli coniugi (Tommasini 1999, 127).
La rilevanza della “persona” nella configurazione del rapporto tra i coniugi se, da un lato, implica il riconoscimento di zone di reciproca libertà personale, dall’altro, richiede che, fermo l’adeguamento alle esigenze della vita familiare, la condizione coniugale non affievolisca gli aspetti della riservatezza del singolo coniuge (Tommasini 1999, 141).
Infatti, l’apertura reciproca dei coniugi va bilanciata dall’interesse individuale a non vedere violata una zona di intimità personale e dal dovere di ciascuno di non divulgare notizie relative all’altro coniuge, che espongano alla conoscenza di terzi la sfera dell’intimità personale (Paradiso 1990, 68 ss.).
L’accordo tra i coniugi può servire, in proposito, a determinare la misura della sfera di libertà da sacrificare e la dimensione di quella da garantire.
Tuttavia, mentre ciascun diritto di libertà può ritenersi disponibile sotto il profilo dell’esercizio (Paradiso 1990, 55 ss.), rimane pur sempre un ambito d’indisponibilità che deriva dal carattere irrinunciabile delle libertà fondamentali (Tommasini 1999, 141).
La scelta di svolgere un’attività lavorativa fuori dalle mura domestiche – aspetto particolare di esercizio della libertà personale di ciascun coniuge (Paradiso 1990, 61) – non rientra direttamente tra le ipotesi per le quali l’art. 144 c.c. prescrive la tecnica dell’accordo. Il problema di conciliare la libertà personale del coniuge con le esigenze della famiglia è particolarmente sentito con riguardo al diritto, costituzionalmente garantito, di scelta dell’attività lavorativa (Autorino Stanzione 2004, 39).
La regola dell’intesa coniugale, invece, può essere applicata per disciplinare le modalità di svolgimento dell’attività di lavoro non domestico (Tommasini 1999, 139; Paradiso 1990, 61).
I coniugi, infatti, sono liberi di adeguarsi ai parametri di legge – libertà di lavoro (art.4 Cost.) e ripartizione di compiti e funzioni familiari secondo le rispettive capacità (art.143 c.c.) – ovvero di concordare criteri integrativi che, in relazione alle condizioni del mercato del lavoro, presuppongono giudizi di compatibilità del lavoro extradomestico con le esigenze del nucleo familiare (Tommasini 1999, 139).
“Non sussiste perciò alcun ostacolo a che la moglie assuma per intero la conduzione della casa, mentre il marito si veda riservato il compito di produrre il reddito necessario al mantenimento del gruppo familiare. Però ogni scelta che comporti una rinuncia deve essere spontanea e mai imposta”
(Tommasini 1999, 140).
Peraltro, le modalità di esercizio del diritto al lavoro non devono necessariamente formare oggetto di accordo. In difetto di accordo, infatti, supplisce l’obbligo di contribuzione ai bisogni familiari in proporzione alle sostanze e alle capacità lavorative di ciascun coniuge (art. 143, 3° co., c.c.).
Tuttavia, nei limiti in cui non contrasti con norme inderogabili o con i principi generali dell’ordinamento, l’eventuale accordo in materia di lavoro, attribuendo alle parti diritti e doveri giuridici autonomi, assume valore negoziale.
Nel sistema del codice riformato (art. 143 c.c.) la coabitazione – collocata all’ultimo posto nell’enucleazione dei doveri coniugali, dopo l’individuazione dei doveri che meglio esprimono gli aspetti della convivenza – ha assunto, rispetto al passato, il significato meno esteso di dovere di abitazione comune sotto un unico tetto (Sesta 2003, 110; Tommasini 1999, 121; Santoro Passarelli 1977, 227; Paradiso 1990, 43).
Lo schema adottato risulta quello di un dovere a carico dei coniugi di coabitare in una residenza familiare – concordata secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia (art. 143, 2° co., c.c. in relazione all’art. 144 c.c.) (Sesta 2003, 110; Tommasini 1999, 125; Palmeri 2001, 41) – che identifica un luogo in cui si svolge la vita comune, senza vincolarvi la dimora abituale di entrambi i coniugi.
L’aspettativa coniugale alla residenza familiare può soddisfarsi o identificando nella dimora di uno dei coniugi il luogo di vita comune; o individuando un luogo nel quale i coniugi si ritrovano senza abitarvi abitualmente; o anche attribuendo il valore di casa coniugale a due diverse dimore abituali (Paradiso 1990, 44 ss.; Cass.11.4.00, n.4558, GI, 2000, 2235): sarà l’accordo dei coniugi a concretizzare le modalità di adempimento del dovere di coabitazione (Tommasini 1999, 126 e 138; Santoro Passarelli 1992, 523; Rubino 1991, 1163).
Si tratta di un accordo
“di natura negoziale, in cui la fissazione della residenza nasce da un contemperamento fra le singole esigenze dei due coniugi (in posizione egualitaria) e quelle preminenti della famiglia”
(Tommasini 1999, 125).
Nella configurazione legale, quindi, l’accordo sulla residenza comune appare ricostruito in funzione di un dovere di coabitazione caratterizzato da un contenuto minimo inderogabile (Tommasini 1999, 138), incompatibile con la possibilità per un coniuge di riservare a se stesso una residenza dalla quale l’altro sia escluso.
In questi termini, non sembra consentita,
“in mancanza di obiettive esigenze (di lavoro, di cura, di studio, di assistenza temporanea a terze persone), la possibilità di un accordo inteso ad escludere se non per brevi periodi la coabitazione, trattandosi di situazione cui non potrà non conseguire prima o poi la crisi familiare ed alla quale l’ordinamento non può prestare il suo avallo”
(Paradiso 1990, 46)
Negli stessi termini, Autorino Stanzione 2004, 36.
L’autonomia privata ha una rilevanza assai limitata nella costituzione del rapporto genitoriale (Auletta 2005, 428). Per quanto l’istituto della potestà parentale (art. 316 c.c.) rappresenti il contenitore fisiologico delle prerogative genitoriali verso i figli minori, è il contenuto dell’art. 147 c.c. a costituire il referente normativo diretto della relazione tra genitori e figli (Palmeri 2001, 41).
L’inserimento dell’art. 147 nel Capo IV del Titolo VI del Libro I del codice civile – dedicato ai diritti e ai doveri che nascono dal matrimonio – è frutto di un’opzione interpretativa, che situa il rapporto tra genitori e figli all’interno di una compagine familiare supportata dalla celebrazione del matrimonio.
Il sistema del codice civile riformato dalla legge numero 151 del 1975, invece, orienta nella direzione ermeneutica della separazione tra matrimonio e filiazione e privilegia un modello nel quale il rapporto tra genitori e figli tende a configurarsi come relazione uniforme, caratterizzata da connotazioni costanti, che prescindono dalla collocazione all’interno o all’esterno del matrimonio (Paradiso 1990, 260 ss.).
Nella fisionomia dell’art. 147 c.c., attuativo del modulo costituzionale del rapporto parentale (art. 30 Cost.), la prescrizione del rispetto dei parametri delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio riveste la funzione di limite alla discrezionalità del genitore nella condotta educativa (Tommasini 1999, 143; Palmeri 2001, 42; Santoro Passarelli 1992, 521; Rubino 1991, 1163) e rappresenta un principio di tutela della personalità e delle fondamentali situazioni soggettive del minore (Paradiso 1990, 280 ss.). La norma dell’art. 148 c.c., invece, ha natura composita, in quanto contiene disposizioni di carattere processuale e sostanziale, finalizzate all’attuazione dei principi enunciati nell’art. 30 Cost., tali da specificare le modalità del concorso dei coniugi all’adempimento dell’obbligo di mantenimento dei figli, posto dall’art. 147 (Corte cost., 14.6.02, n. 236, G.I., 2002, 2010).
La collocazione della norma nella disciplina dei rapporti tra i coniugi esprime la valenza aggiuntiva di sussistenza di un reciproco dovere coniugale di svolgere il ruolo genitoriale e di attuare la funzione educativa secondo i criteri e in vista delle finalità programmate dall’enunciato normativo, utilizzando il metodo dell’accordo (art. 316, 2° co.; 317 bis, 2° co, c.c.) (Merello, 2003, 793; Paradiso 1990, 290 ss.). L’art. 316, co. 2°, c.c., in particolare, introduce il principio dell’uguaglianza dei coniugi nell’esercizio della potestà, espressione della più generale parità dei coniugi nel governo della famiglia (Merello, 2003, 804).
Nell’ambito della finalità inderogabile del pieno sviluppo della personalità del minore, allo strumento dell’accordo coniugale sull’educazione (Paradiso 1990, 290) è rimessa, perciò, la distribuzione interna dei compiti formativi, l’eventuale differenziazione del ruolo dei due genitori e la determinazione delle concrete modalità di conduzione del processo educativo (Paradiso 1990, 293).
Dai parametri normativi di riferimento (art. 316; 317 bis; 155; 158; 6, legge 1°.12.1970, n. 898) emerge, invece, l’invalidità dei patti coniugali aventi ad oggetto la rinuncia totale all’esercizio della funzione educativa (Paradiso 1990, 293) o la deroga ai doveri genitoriali connessi ai compiti educativi (Tommasini 1999, 143; Palmeri 2001, 42).
La condotta del genitore, che, disattendendo l’accordo, conculchi l’iniziativa dell’altro sul piano educativo o tenda ad imporre una propria posizione di preminenza, rappresenta, oltre che ragione d’intollerabilità, comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio, presupposto di possibile addebito (art. 151, 2° co., c.c.).
Peraltro, stante la natura strumentale dell’accordo sulla funzione educativa rispetto alla tutela dell’interesse del figlio, deve ritenersi legittimo il dissenso unilaterale del genitore dall’intesa conclusa quando motivato dall’esigenza di evitare grave pregiudizio alla posizione del minore (Paradiso 1990, 294).
Nella prospettiva di evitare la paralisi dell’attività gestoria, il modello legale di governo della famiglia riconosce a ciascun coniuge la legittimità ad assumere decisioni non essenziali e ad attuare l’indirizzo concordato (art. 144, 2° co., c.c.) (Auletta 2002, 82; Paradiso 1990, 188 ss.), mediante l’attribuzione di un potere giuridico individuale d’iniziativa, correlato alla funzione di attuazione del programma contenuto nell’accordo coniugale (Santoro Passarelli 1992, 522; Santoro Passarelli 1977, 240; Auletta 2002, 82). La norma dell’art. 144, co. 2°, c.c. attribuisce al soggetto agente una limitata sfera di discrezionalità nel decidere le concrete modalità di attuazione (Autorino Stanzione 2004, 29).
Non sussiste contrasto tra la regola dell’accordo (art. 144, 1° co., c.c.) e la tecnica di governo fondata sulla ripartizione dei compiti (art. 144,2° co., c.c.): l’autonomia gestoria in funzione dell’attuazione del programma di vita concordato, infatti, non richiede un’intesa preventiva, trattandosi di attività di natura esecutiva, che trova fondamento nello stesso rapporto di coniugio (Paradiso 1990, 189; Santoro Passarelli 1977, 240).
Dai parametri normativi non risulta chiaro se la valenza individuale del potere di attuazione dell’accordo rimanga circoscritta ai rapporti interni ai coniugi, senza coinvolgere l’altro partner nella responsabilità verso il creditore, ovvero assuma rilevanza esterna, impegnando in forma solidale anche il coniuge non agente all’adempimento delle obbligazioni contratte nell’attuazione del programma pattuito (Autorino Stanzione 2004, 30; Sesta 2003, 115 ss.; Tommasini 1999, 142 ss.; Scannicchio 1992, 410 ss.e 495 ss.; Santoro Passarelli 1992, 522; Rubino 1991, 1166 ss.; Paradiso 1990, 191 ss.).
Nonostante le induzioni contrarie desumibili dal principio di relatività degli effetti del contratto (art. 1372 c.c.) (Sesta 2003, 115; Scannicchio 1992, 410) – che implica limitazione dell’efficacia dell’intesa alle sole parti contraenti (Cass. 18.6.90, n. 6118, FI, 1991, I, 831) – e l’orientamento prevalente della giurisprudenza della Cassazione di esclusione della responsabilità del coniuge non agente (Cass., 4.6.99, n. 5487, FD, 99, 496; Cass. 4.8.98, n. 7640, FD, 1999, 138; Cass. 28.4.92, n. 5063, FI, 1992, I, 3000; Cass. 18.6.90, n. 6118, cit.; contra, Cass. 25.7.92, n. 8995, VN, 1993, 219) – almeno nelle ipotesi in cui questi non abbia contribuito a creare, nei confronti dei terzi di buona fede, una situazione di apparenza circa il rilascio di una procura a favore dell’altro (Cass. 7.7.95, n. 7501, GC, 1996, I, 142) – la conclusione positiva non sembra da disattendere (Sesta 2003, 115-119; Santoro Passarelli 1992, 522; Rubino 1991, 1167-1168).
La legittimazione unilaterale del coniuge a vincolare il patrimonio del non contraente, per le obbligazioni volte al soddisfacimento di esigenze familiari, infatti, può desumersi, oltre che dal fondamento legale del potere di attuare l’indirizzo concordato (art. 144, 2° co., c.c.) (Rubino 1991, 1168) e dalla puntuale prescrizione normativa per i coniugi in regime di comunione legale (art. 186, lett. c), c.c.) (Piccaluga 2003, 726; Sesta 2003, 117), dalla funzione teleologica dei doveri coniugali di collaborazione (art. 143, 2° co., c.c.) e di contribuzione ai bisogni familiari (art. 143, 3° co., c.c.), da cui può argomentarsi la sussistenza di un dovere solidale a carico dei singoli coniugi di “adoperarsi per realizzare la comunione di vita familiare” (Auletta 2002, 83).
L’autonomia di gestione, tuttavia, non comporta l’automatica individuazione di sfere di competenza esclusiva di ciascun coniuge (Paradiso 1990, 142 ss.), alla guisa di modelli normativi che ripartiscono a monte l’ambito di taluni uffici familiari (art. 220 codice civile francese; § 1356, 1357, 1360 BGB; art. 8 codice di famiglia catalano) (Sesta 2003, 116; Cian 1977, 46 ss.).
L’attribuzione preventiva di ruoli riservati, infatti, nell’ordinamento italiano, risulta incompatibile con il modello accolto del legislatore della riforma (Paradiso 1990, 142), che non impone ai coniugi l’obbligo di ripartire i ruoli personali, ma prescrive, in difetto di accordo, la condivisione degli oneri domestici ed extradomestici in proporzione alle rispettive capacità di lavoro e alle condizioni economiche (Sesta 2003, 116-117).
Nella fisionomia del modello legale, pertanto, l’eventuale distribuzione di compiti può nascere soltanto dall’accordo dei coniugi, come effetto di libera disposizione d’interessi in relazione all’esplicazione di una funzione familiare (Piccaluga 2003, 738-739; Moscarini 1975, 89). La regola dell’accordo sull’indirizzo della vita familiare, infatti, sovrintende non solo ai compiti che devono essere assolti nei confronti della comunità, ma anche agli impegni esterni di ciascun coniuge (Piccaluga 2003, 738-739).
L’esercizio di un potere di autonomia privata, in funzione della regolamentazione della relazione fra soggetti separati e divorziati, attraverso la stipula di accordi sulle conseguenze patrimoniali ed apatrimoniali di una crisi coniugale (Cass., 5.9.03, n. 12939, in DF, 2004, 66; Cass., 22.5.02, n. 7493, MGI, 2002; Cass. 17.6.92, n. 7470, NGCC, 1993, I, 808 con nota di Sinesio), attuale o futura, risulta disciplinato sia nel sistema della legge sul divorzio che nello statuto della separazione legale (Quadri 2005, 4 ss.; Barbiera 2001, 113 ss.; Oberto 1999, I, 325 ss.). Sul punto si rinvia alla trattazione relativa a “I contratti della crisi coniugale”.

References: Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 § 1356
 art. 8
 Cass.