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Timestamp: 2020-07-09 18:06:23+00:00

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La riforma dei reati societari e questioni di legittimità costituzionale (Penale societario) - GuideLegali.it
Corte Costituzionale, sentenza n. 161/2004
Con la sentenza n. 161/2004 la Corte Costituzionale si è espressa sulla legittimità costituzionale della nuova normativa in materia di false comunicazioni sociali. In particolare era stata eccepita l’incostituzionalità della riforma per violazione del principio di ragionevolezza nella parte in cui il legislatore ha sancito la distinzione della fattispecie delle false comunicazioni sociali in due tipologie: una contravvenzionale e una delittuosa. Si è sostenuto
Con la sentenza n. 161/2004 la Corte Costituzionale si è espressa sulla legittimità costituzionale della nuova normativa in materia di false comunicazioni sociali.
In particolare era stata eccepita l’incostituzionalità della riforma per violazione del principio di ragionevolezza nella parte in cui il legislatore ha sancito la distinzione della fattispecie delle false comunicazioni sociali in due tipologie: una contravvenzionale e una delittuosa. Si è sostenuto infatti che il modello contravvenzionale, comportante una riduzione dei termini di prescrizione, non fosse adeguato alla struttura della fattispecie, ove per altro è richiesto il dolo intenzionale.
La Corte costituzionale ha rigettato tali eccezioni ritenendo che la scelta incriminatrice e la distinzione tra delitti e contravvenzioni rientra nella discrezionalità del legislatore ordinario, purchè intervenga per la tutela di beni costituzionalmente rilevanti.
L’ordinanza osserva, in via preliminare, come i quesiti di costituzionalità sollevati — inerenti alle «soglie di punibilità» che caratterizzano la nuova disciplina delle false comunicazioni sociali — debbano considerarsi ammissibili alla luce della giurisprudenza di questa Corte. Secondo quest’ultima, infatti, sarebbe possibile sottoporre a sindacato di costituzionalità, anche in malam partem, le «norme penali di favore» — ossia le norme che abbiano l’effetto di escludere o attenuare la responsabilità penale infavore dell’agente — dato che l’invalidazione di tali disposizioni non determina la configurazione di nuove fattispecie penali, ma si limita a ricondurre alle norme penali comuni casi che la disposizione impugnata vi abbia, in ipotesi, arbitrariamente sottratto. Tale sarebbe, appunto, l’effetto della caducazione delle soglie di punibilità censurate, la quale, senza creare alcuna nuova norma penale, varrebbe soltanto a riportare le falsità rimaste al di sotto delle soglie nell’ambito della «norma generale» di cui allo stesso art. 2621 cod. civ.
Ad avviso del giudice a quo,la previsione che subordina la sussistenza del reato ad una alterazione «sensibile» della realtà — previsione contenuta tanto nella legge delega che nel decreto legislativo — contrasterebbe, per la sua indeterminatezza, con i principi di tassatività e di uguaglianza, sanciti dagli artt. 25 e 3 Cost. La formula normativa risulterebbe, infatti, talmente «astratta» che non sarebbe possibile attribuirle un contenuto «oggettivo, coerente e razionale»: sicché, da un lato, essa lascerebbe al giudice il compito, «svincolato da ogni parametro prefissato», di darle «concretezza»; e, dall’altro lato, proprio per l’inevitabile arbitrarietà di simile operazione, aprirebbe la via a contrastanti soluzioni giurisprudenziali.
Il Tribunale rimettente muove dalla premessa che i quesiti di costituzionalità sollevati — tendenti alla rimozione dei predetti limiti — debbano considerarsi ammissibili alla luce della giurisprudenza di questa Corte, secondo cui è possibile sottoporre a sindacato di costituzionalità, anche in malam partem, le «norme penali di favore», ossia le norme che abbiano l’effetto di escludere o attenuare la responsabilità penale infavore dell’agente; e ciò perché l’invalidazione di tali disposizioni non determina la configurazione di nuove fattispecie penali, ma si limita a ricondurre alle norme penali comuni casi che la disposizione impugnata, in ipotesi, abbia loro arbitrariamente sottratto. Tale sarebbe, appunto, l’effetto della caducazione delle limitazioni censurate, la quale — senza creare alcuna nuova norma penale — varrebbe soltanto a riportare le falsità rimaste al di sotto delle soglie di rilevanza nell’ambito della «norma generale» di cui allo stesso art. 2621 cod. civ.: incidendo quindi, in tale ottica, sulla formula di proscioglimento che il Tribunale rimettente dovrebbe adottare nel caso di specie (dichiarazione dell’intervenuta prescrizione, anziché proscioglimento perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato, stante la mancata contestazione del superamento delle soglie da parte del pubblico ministero).
Nel ravvisare, poi, il difetto della condizione di procedibilità del delitto, il giudice a quo, da un lato, non specifica perché non consideri idonea, a tal fine, l’originaria notitia criminis, che egli stesso pure qualifica come «denuncia-querela»; dall’altro lato e comunque, fornisce una motivazione implausibile in ordine alla presunta inefficacia dell’ulteriore querela proposta per iscritto dalla persona offesa successivamente all’entrata in vigore del d.lgs. n. 61 del 2002, in base all’art. 5 del medesimo decreto. Ciò, in particolare, allorché egli esclude che l’atto di «ratifica» e «conferma del contenuto della querela» — redatto in calce alla stessa e sottoscritto dalla persona offesa in occasione della sua presentazione ad un ufficiale di polizia giudiziaria — possa «sanare» le conseguenze del fatto che l’atto di querela era stato presentato in copia fotostatica, anche quanto alla sottoscrizione; in tal modo trascurando, tra l’altro, sia il principio del favor quaerelae,sia la possibilità — prevista dalla legge processuale — che la querela venga proposta anche in forma orale (art. 337, comma 2, cod. proc. pen.), a prescindere dal nomen attribuito all’atto.
Il giudice a quo — nel dolersi del fatto che le norme impugnate abbiano modificato il regime anteriore delle false comunicazioni sociali in punto di prescrizione, in maniera tale da rendere praticamente impossibile l’esaurimento delle attività processuali prima dell’estinzione del reato —chiede difatti a questa Corte di sottoporre la figura contravvenzionale di cui all’art. 2621 cod. civ. ad un termine di prescrizione diverso e più lungo rispetto a quello stabilito per la generalità delle contravvenzioni punite con l’arresto dall’art. 157, primo comma, numero 5), cod. pen., e coincidente, in specie, con il termine di prescrizione dell’abrogata fattispecie delittuosa già prevista dall’originario art. 2621, numero 1), cod. civ.
riunitii giudizi,
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 art. 2621
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