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Timestamp: 2017-12-17 21:32:01+00:00

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PER UNA STORIA DELLA PROPRIETA’ FONDIARIA A CAPENA, GIA’ LEPRIGNANO: RICOSTRUZIONE DI VICENDE RELATIVE AL TERRENO INDIVIDUATO NEL CESSATO CATASTO RUSTICO DI CAPENA DAL MAPPALE 2200 DELLA SEZIONE SECONDA | Olivecrona's Blog
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PER UNA STORIA DELLA PROPRIETA’ FONDIARIA A CAPENA, GIA’ LEPRIGNANO: RICOSTRUZIONE DI VICENDE RELATIVE AL TERRENO INDIVIDUATO NEL CESSATO CATASTO RUSTICO DI CAPENA DAL MAPPALE 2200 DELLA SEZIONE SECONDA
Pubblicato il ottobre 10, 2011	di olivecrona
Mappale 2200
Con l'”Istrumento di transazione e concordia tra il S. Monastero di San Paolo fuori le Mura, e l’Illustrissima Comunità di Leprignano” stipulato l’8 ottobre 1855, venne tra l’altro riconosciuto al Monastero il “pieno ed esclusivo diritto di legnare” su una serie di terreni macchiosi siti nella tenuta di Vaccareccia, tra i quali uno descritto nell’atto come segue: “”Fondo macchioso in vocabolo Macchia Tonda, situato nel sudetto territorio di Leprignano a confine del già descritto, confinante a tramontana il confine territoriale di Morlupo, a mezzogiorno i terreni lavorativi di alcuni particolari di Leprignano; a levante li Signori Vincenzo, e Serafino fratelli Cola, e Graziosi Gio: Felice; e finalmente a ponente la già descritta macchia in vocabolo Boschetto […] coi numeri catastali 2200, 2491 e 2492″, esteso sei rubbia e tre quarte. Il “pieno ed esclusivo diritto di legnare” su alcuni fondi macchiosi nella tenuta di Vaccareccia veniva riconosciuto nel 1855 al monastero di San Paolo in esecuzione di quanto previsto dalla “Concordia” del 1789, con la quale Comunità di Leprignano e Monastero, premesso che “due sono le Macchie grosse nella Concordia dell’anno 1617 concedute dal Sagro Monastero alla Communità per uso di legnare […] quali sono la Macchia di Vaccareccia, e l’altra di Civitucola, o sia del Lago”, avevano tra l’altro convenuto che “delle suddette due Macchie la Communità a suo piacere scielga quella, che più gli gradisce di avere, e l’altra rimanga al Monastero libera dal gius di legnare della Communità e suo Popolo”, specificandosi che, ove la scelta della Comunità fosse caduta sulla macchia di Civitucola, sarebbe stato tuttavia consentito ai Leprignanesi fare la legna nella macchia di Vaccareccia, ma al solo scopo di costruire mandre e capanne negli anni di coltura dei terreni seminativi della tenuta medesima. La scelta della Comunità di Leprignano in effetti cadde sulla macchia di Civitucola o del Lago, mentre la macchia di Vaccareccia divenne di proprietà esclusiva del Monastero, salva per i Leprignanesi la facoltà di farvi la legna al solo scopo di costruire mandre e capanne negli anni in cui cadevano a coltura i terreni seminativi della tenuta: com’è detto nella prima pagina della perizia redatta dagli agrimensori Alessandro Ricci e Pietro Paolo Qualeatti in esecuzione appunto della “Concordia” del 1789 e datata giugno 1792, la macchia di Vaccareccia fu conseguentemente a detta “Concordia” “lasciata al V. Monastero di S. Paolo“, mentre la macchia di Civitucola passò in pieno dominio alla Comunità di Leprignano. Le controversie insorte tra Comunità e Monastero sull’esatta delimitazione delle terre macchiose della tenuta di Vaccareccia da intendersi cedute al Monastero in forza della “Concordia” del 1789 e della scelta quindi compiuta dai Leprignanesi per la macchia di Civitucola furono sopite con la “Concordia” del 1855, allorché fu riconosciuto al Monastero il “pieno ed esclusivo diritto di legnare” su fondi macchiosi di detta tenuta, che andavano ad aggiungersi a quelli che erano stati ritenuti di macchia cedua e quindi riconosciuti di piena proprietà del Monastero già nella perizia Ricci del 1792.
Nel catasto del 1861 – propriamente “Matrice provvisoria di Catasto compilata in base alle verificazioni di proprietà operate in campagna, ed apprestata per la successiva formazione del Catasto rustico con l’estimo riveduto”, datata 25 maggio 1861 – il mappale 2200, che contraddistingue un terreno di bosco ceduo esteso 86510 mq. in località Macchia Tonda, è intestato alla partita n. 235, intestata ai “Religiosi in S. Paolo di Roma Monastero de’ Benedettini”.
La decisione rotale emessa coram R. P. D. Negroni in data 30 aprile 1866 nella causa Nullius seu Leprinianensis Juris Lignandi ricapitola le vicende dei diritti civici sulle macchie di Vaccareccia e di Civitucola (§ 1): “Jus incidendi ligna in sylvis Civituculae, et Vaccariciae ad Ven. Monasterium S. Pauli extra Urbis moenia pertinentibus concessum olim per concordiam anni 1617 Municipio et Incolis Lepriniani tam ad effectum comburendi in propriis domibus, quam ad conficiendas capannas, et mandras pro ipsorum animalibus, ita temperatum est in nova transactione anni 1789, ut una ex memoratis sylvis Municipio libere, et ad quemcumque usum, addiceretur, alteram vero a servitute qualibet exemptam Monachi retinerent. Hoc amplius placuit, ut, electa forte a Municipio, in vim tributae optionis, sylva Civituculae oppido magis proxima (ceu revera contigit) Leprinianensibus liceret in alio quoque remotiori nemore Vaccariciae ligna incidere per le mandre, e capanne, quoties ad culturam rediret contermina regionis pars, et cum expressa prohibitione di servirsi di detta Macchia per altro qualsivoglia uso, se non che per fare unicamente le dette Mandre, e Capanne nelli soli anni,e tempi, nei quali cadono i lavori dei quarti della sudetta tenuta di Vaccareccia, indicta simul contra i trasgressori damnorum emendatione, praeter aliam poenam ab Eminentissimo Praefecto S. C. B. Regiminis statuendam” (corsivi nel testo). Si precisa ancora nel § 2 della sentenza che con la “Concordia” del 1789 ci si accordò tra Comunità e Monastero “ut lignandi facultas in sylva Vaccariciae competens olim omni tempore, et pro duplici effectu, cohiberetur tum ad unicum usum delle mandre, e capanne, tum ad annos illos tantum, quibus arva circumstantia redirent ad sationem. Equidem non dubia verba sunt quibus permittitur ai Leprignanesi di fare nella detta Macchia di Vaccareccia la legna necessaria per le mandre, e capanne negli anni solamente nei quali vanno a lavoro i quarti della Tenuta suddetta, et minus dubia quoque subsequens prohibitio di servirsi di detta Macchia per qualsivoglia uso, se non che per fare unicamente le dette Mandre, e Capanne nei soli anni, e tempi nei quali cadono i lavori dei quarti della Tenuta suddetta“. Pur affermandosi in questa decisione, a differenza di quanto verrà stabilito nelle successive decisioni rotali del 10 dicembre 1866 e del 10 maggio 1867, che la proprietà della legna tagliata per fare mandre e capanne spettava ai Leprignanesi, che potevano dunque asportare e utilizzare quindi detta legna anche per altri scopi, si riconosce che il Monastero è “plenus, et absolutus soli dominus” (§ 3): “Nam, etiamsi concederetur omnes Mandre, e Capanne extrui non posse nisi in fundis Monasterii, neque utile dominium ad Municipium, seu Oppidanos pertinens impedimento esse, quominus Monasterium censeatur tamquam plenus, et absolutus soli dominus, non ideo minus Leprinianensibus liceret ligna, semel jam legitimo titulo quaesita, libere asportare. Grave enim foret nimis, ut id, quod perpetua destinatione caret, et ad temporaneam tantum culturae necessitatem ita infigitur alieno solo, ut valeat quandocumque, citra ullum praedii detrimentum, abduci, praedii domino esset adscribendum” (corsivi nel testo; sottolineature mie).
Con decisioni rese dalla Sacra Romana Rota coram R. P. D. Negroni in data 10 dicembre 1866 e 10 maggio 1867 (ibidem) si stabilì tra l’altro che i Leprignanesi non potevano asportare per farne uso domestico la legna che essi usavano per costruire mandre e capanne a Vaccareccia negli anni in cui cadevano a coltura i terreni seminativi della tenuta. Leggiamo nel § 3 della decisione del 10 dicembre 1866: “Alterum controversiae caput de proprietate lignorum, ex quibus constant le mandre e capanne pro necessitatibus armenti comparatae durante biennali cultura, Patres in hodierno periculo favore Monasterii dirimendum esse censuerunt. […] At vero, iterum et sedulo expensa transactione anni 1789 […] nemini quapropter dubium esse poterat, quin, vix facta a Leprinianensibus electione, quemadmodum translatum est in Municipium jus, usquedum Monachis reservatum, caesiones impune peragendi in sylva Civituculae, earumque pretium libere percipiendi, ita sublatum, et irrevocabiliter extinctum esset in alia sylva Vaccariciae quodlibet lignandi jus competens olim Lepriniani Municipio, et incolis”. Il § 4 della medesima decisione sviluppa perspicuamente l’argomentazione che nega ai Leprignanesi la proprietà della legna tagliata per fare mandre e capanne negli anni in cui cadevano a coltura le terre seminative della tenuta.
Quanto stabilito nella decisione rotale del 10 dicembre 1866 fu ribadito nella già menzionata successiva decisione del 10 maggio 1867, anch’essa coram R. P. D. Negroni, nella quale, con riferimento alla “Concordia” del 1789 e alla scelta rimessa ai Leprignanesi tra la macchia di Vaccareccia e quella di Civitucola, si legge (§ 2) che “vix facta ab Oppidanis electione, quamlibet lignandi servitutem plene et irrevocabiliter recessisse a sylva Monasterii” e che “non ideo videri poterat illud ipsum lignandi jus, modo deletum, fuisse inter arctiores limites servatum, aut restitutum. Quidquid itaque per caput separatum, ex novo transactionis titulo, Leprinianensibus concedebatur quoad sylvam Vaccaricciae in casu designato, referendum erat ad novam, et diversam servitutem pro mero, atque precario usu lignorum ordinatam”; si tratta cioè – viene argomentato nel § 3 della medesima decisione – “de usu, sive lignorum, sive etiam nemoris, taxative cohibito ad unicum et designatum effectum extruendi singulis bienniis le Mandre et Capanne” e – si rileva nel successivo § 4 – “inspecto conventionis scopo, nil magis transigentium menti adversaretur, quam quod favore Municipii aliqua ex parte perduraret jus, cujus vi quilibet agri cultor, ad instar domini, lignorum proprietatem sibi addicere praesumeret sub pretextu usus delle mandre e capanne“.
Una disposizione rilevante per le terre macchiose di Vaccareccia è contenuta nella “Transazione tra il Ven. Monastero di S. Paolo e l’Illustrissimo Comune di Leprignano” datata 14 giugno 1873. Nella transazione si dà atto che con “solenne cosa giudicata” formatasi in seguito a decisioni rese dalla Sacra Romana Rota nella causa Nullius seu Leprinianensis Juris Lignandi, “riguardo all’uso della legna per formare le mandre e capanne venne stabilito e deciso che fosse lecito al Comune di fare uso della legna forte per i soli pali e per il resto delle mandre e capanne si dovesse usare la sola legna dolce, che le mandre e capanne dovessero servire tanto per l’anno che cade il quarto a maggese, quanto per il seguente anno del colto, salvo le necessarie riparazioni da farsi di sola legna dolce; che finalmente il legname dopo servito per uso dovesse rimanere a favore del Monastero che ne è il proprietario” (corsivo mio); in essa si legge altresì quanto segue (cc. 275v-276r): “Finalmente il suddetto Sig. Luigi Laudi sempre nella sua rappresentanza di sindaco dell’Illustrissima Comunità di Leprignano e servendosi delle facoltà come sopra riportate, e qui inserte spontaneamente ed in ogni altro miglior modo tanto a nome dell’Illustrissima Comunità, quanto a nome di tutti i singoli uomini cittadini ed abitanti di Leprignano ha rinunciato conforme in perpetuo ed abdicativamente rinuncia, a qualunque siasi diritto che per qualsiasi titolo potesse spettare ed appartenere a detto Comune, uomini ed abitanti di Leprignano e specialmente a quei diritti provenienti dall’istromento stipolato in atti dell’Ilari li 13 Febraro 1789 e dalla regiudicata rotale di usare cioè della legna tanto forte per i pali quanto dolce per fare le mandre e capanne, e così ha dichiarato e dichiara libera, immune, ed esente da qualunque peso e servitù la macchia in contrada Vaccareccia la quale perciò salvo il diritto di pascolo come per lo addietro a favore del Comune rimarrà in perpetuo di esclusiva e libera proprietà del lodato Ven. Monastero e RR. Monaci di S. Paolo”.
Il mappale 2200 venne quindi riportato con la medesima intestazione al monastero romano di San Paolo nel trasporto n. 158 del cessato catasto rustico di Capena; avendo poi la legge 19 giugno 1873, n. 1402, esteso l’applicazione della legislazione eversiva dell’asse ecclesiastico alla provincia di Roma, il terreno distinto con il mappale 2200 della sezione II fu, in seguito a istanza n. 26 dell’11 luglio 1876, intestato alla Giunta Liquidatrice dell’asse ecclesiastico in Roma e quindi riportato nel trasporto n. 348, così come tutti i fondi rustici appartenenti al monastero di San Paolo in Leprignano. Con avviso datato 1° maggio 1877, si rendeva noto che il 21 delle stesso mese sarebbe stato messo all’incanto un compendio immobiliare contraddistinto con il numero progressivo di lotto 402 e indicato come “Macchia così detta della Vaccareccia posta nel comune di Leprignano, nelle contrade Macchia Tonda, Boschetto, Valle Vaccareccia, Monte Dublino e Monte l’Aceto, divisa in tre distinti corpi e descritta in catasto ai numeri 2200, 2215, 2294, 2491, 2492, 2499, 2500 – 2266, 2267, 2297 – 2274, 2275, 2278, 2279 della mappa di Leprignano per una superficie di tavole censuali 946 17, pari ad ettari 94 61 70”; nel bando è detto che la macchia di Vaccareccia, composta dei tre corpi suddetti, viene venduta “libera dalla servitù di legnare”, come da istromento del 1873 (si tratta della “Concordia” del 14 giugno 1873). Detta macchia fu, in seguito all’asta del 21 maggio 1877, aggiudicata a Pagnani Francesco e a Pagnani Ubaldina coniugata Paradisi fratello e sorella, ai quali i relativi mappali furono intestati con voltura num. 7 dell’8 maggio 1879. Apertasi la successione mortis causa a Pagnani Francesco il 10 settembre 1887, la quota spettante al defunto viene ereditata da Pagnani Giuseppe e Pietro proprietari per 6/8 e da Pagnani Maria ed Elena proprietarie per 2/8, con usufrutto di legge a Fusconi Luisa di Panfilo vedova Pagnani (voltura n. 107 del 1° novembre 1888). Quindi, in forza di atto di divisione rogato dal notaio in Roma Vincenzo Giorgi in data 24 novembre 1892, il mappale 2200 diviene di esclusiva proprietà degli eredi di Francesco Pagnani, e cioè dei figli Giuseppe, Pietro, Maria ed Elena, ai quali viene intestato nel trasporto n. 618, in seguito ad istanza n. 5 del 20 gennaio 1893. Quindi, in seguito ad aggiudicazione all’asta pubblica con sentenza del Tribunale Civile di Roma in data 23 giugno 1893 e a susseguente voltura n. 5 del 5 febbraio 1894, il terreno distinto con il mappale 2200 passa in proprietà di Ignazio Paradisi, al quale viene intestato nel trasporto n. 659.
Con atto datato 30 agosto 1913, il terreno distinto con il mappale 2200 diviene proprietà di Adelaide Paradisi, alla quale viene intestato nel trasporto n. 1037 a seguito di voltura n. 292 del 5 novembre 1913. Il mappale 2200 venne poi frazionato in un subalterno “a” dell’estensione di 81810 mq. e in un subalterno “b” dell’estensione di 4700 mq.; il subalterno “b” venne con voltura num. 389 del 9 gennaio 1931 intestato a Simonelli Enrico, al quale, insieme con il terreno contraddistinto dal mappale 2492, era stato venduto dalla Paradisi con atto rogato il 23 novembre 1930 dal notaio Tuccari.
Per successione apertasi il 29 marzo 1931, il mappale 2200/a fu intestato con voltura n. 158/1934 a Moscatelli Alessandro di Giovanni. Il mappale 2200/a fu quindi intestato con voltura n. 103 del 14 maggio 1936 a Paradisi Angelo (trasporto n. 1661), che aveva acquistato il fondo in questione dal Moscatelli con atto datato 4 aprile 1936. Con atto notarile rogato il 28 gennaio 1939, Angelo Paradisi vendette ad Alberico Amati un cospicuo insieme di fondi, tra i quali quello distinto con il mappale 2200/a della sezione II di Capena, che fu intestato all’Amati nel trasporto n. 1710 con voltura n. 89 del 14 aprile 1939.
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