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Timestamp: 2017-12-12 02:47:59+00:00

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REATO DI USURA – TASSO SOGLIA- ATTENTO L'USURA E' UN GRAVE REATO .AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA DI USURA – TASSO SOGLIA
REATO DI USURA – TASSO SOGLIA- ATTENTO L’USURA E’ UN GRAVE REATO .AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
REATO DI USURA – TASSO SOGLIA
Per quanto riguarda le censure sollevate con il primo motivo di ricorso, valgono le osservazioni svolte in via preliminare ai punti 2) e 3). Nel caso di specie, la sentenza di secondo grado recepisce in modo critico e valutativo la sentenza di primo grado, correttamente limitandosi a ripercorrere e ad esaminare per somme linee alcuni aspetti del complesso probatorio oggetto di valutazione critica da parte della difesa, omettendo, in modo del tutto legittimo in applicazione dei principi sopra enunciati, di esaminare quelle doglianze degli atti di appello che avevano già trovato risposta esaustiva nella sentenza del primo giudice. Nè il ricorrente è stato in grado di indicare elementi idonei a rovesciare la ricostruzione dei giudici del merito che non siano stati esaminati ovvero siano stati travisati dal giudice d’appello, che ha rilevato che “nessuna delle imprecisioni e lacune segnalate nell’atto di impugnazione appaiono idonee, stante la concreta modestia e la evidente marginalità a scalfire la complessiva attendibilità delle accuse specificamente rivolte al R.”.
Sentenza 7-21 marzo 2014, n. 13244
Dott. PETTI Ciro – Presidente –
Dott. IANNELLI Enzo – Consigliere –
Dott. CAMMINO Matilde – Consigliere –
Dott. GALLO Domenico – rel. Consigliere –
S.S., nato a (OMISSIS);
R.T., nato a (OMISSIS);
P.F., nato a (OMISSIS);
avverso la sentenza 23/5/2013 della Corte d'appello di Catania, 3^ sezione penale;
udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore generale, dott. GALASSO Aurelio che ha concluso per l'annullamento senza rinvio in ordine alle statuizioni civili e rigetto nel resto dei ricorsi;
uditi per l'imputato L.B.C., l'avv. Polizza Favaloro Dario Giuseppe, per S.S., l'avv. Renato Penna, per P.F. e R.T., l'avv. Marchese Francesco, che hanno concluso per l'accoglimento dei rispettivi ricorsi.
1. Con sentenza in data 23/5/2013, la Corte di appello di Catania, in parziale riforma della sentenza 11/6/2012 del Gup presso il Tribunale di Catania, assolto P.F. dal reato ascrittogli al capo D) e qualificato il fatto di cui al capo E) come tentata estorsione aggravata, rideterminava la pena in anni tre di reclusione ed Euro 600,00 di multa; riduceva le pene inflitte agli altri imputati per i reati di usura ed estorsione loro ascritti, provvedendo a rideterminarle in anni cinque di reclusione ed Euro 1.000,00 di multa per L.B.C. ed in anni quattro di reclusione ed Euro 600,00 di multa ciascuno per S.S. e R. T..
3. Avverso tale sentenza propongono ricorso L.B. C., S.S., R.T. e P.F. per mezzo dei rispettivi difensori di fiducia.
4. L.B.C. solleva quattro motivi di gravame con il quali deduce:
4.1 Violazione di legge e vizio della motivazione in relazione all'art. 644 cod. pen.. Al riguardo eccepisce che nella fattispecie non sussistono gli estremi della condotta punibile per il reato di usura non essendo stato accertato nè il tasso usurario, nè quali somme siano state consegnate al ricorrente. Eccepisce, inoltre che il mero esattore non concorre nel reato di usura ove non riesca ad ottenere il pagamento del credito usurario poichè non fornisce un contributo causale alla realizzazione dell'elemento oggettivo del reato e precisa che dagli atti emerge chiaramente che la parte offesa non ha mai versato alcuna somma di denaro al ricorrente.
Contesta inoltre il valore probatorio della conversazione registrata dalla stessa parte offesa, mancando del tutto la prova dell'avvenuto superamento del tasso soglia. Deduce, infine, che l'annullamento del reato di usura cui al capo B), travolge anche il reato di estorsione di cui al capo C).
4.2 Violazione di legge e vizio della motivazione, dolendosi del diniego delle attenuanti generiche e della assoluta mancanza di motivazione sulla richiesta di esclusione della recidiva.
4.3 Violazione di legge e vizio della motivazione, dolendosi della dosimetria della pena e del più severo trattamento sanzionatorio rispetto al coimputato L.M.;
4.4 Vizio della motivazione in relazione alle doglianze poste a fondamento dell'impugnazione.
5. S.S. solleva 11 motivi di ricorso con i quali deduce:
5.1 Inosservanza o erronea applicazione dell'art. 74 cod. proc. pen., dolendosi che la Corte d'appello abbia riconosciuto la legittimazione del Comune di Catania a costituirsi parte civile, sebbene l'ente territoriale non avesse subito alcun danno per le vicende oggetto del processo.
5.2 Mancanza o mera apparenza della motivazione in ordine alla ritenuta attendibilità della persona offesa. Al riguardo contesta che alle dichiarazioni della persona offesa, Li.Gi. possa essere attribuito il carattere della "spontaneità ed immediatezza" e che i contenuti di tali dichiarazioni si siano mantenuti costanti nel tempo. Per l'effetto richiama una serie di contraddizioni nelle numerose versioni fornite dal Li. agli inquirenti sul ruolo dello S.. Eccepisce, inoltre, che anche in relazione all'estorsione le dichiarazioni del Li. sono assolutamente contrastanti fra di loro. Infine contesta che le inaffidabili dichiarazioni della persona offesa abbiano trovato riscontro in ulteriori emergenze investigative, dal momento che le uniche tre intercettazioni in atti che fanno riferimento allo S. hanno un contenuto indiziante assolutamente irrilevante.
5.3 Inosservanza dell'art. 644 cod. pen. in riferimento all'elemento materiale del reato e vizio della motivazione sul punto. Al riguardo eccepisce che nella fattispecie manca la prova del patto usurario e che da tutte le fonti di prova emerge che lo S. è soggetto che presente l' I. al Li. e rimane estraneo agli accordi fra i due, al punto che egli si è dovuto attivare a fronte dell'inadempienza del Li., trovandosi obbligato egli stesso a soggiacere a pretese usurarie di terzi.
5.4 Inosservanza dell'art. 644 cod. pen. in riferimento all'elemento soggettivo del reato e vizio della motivazione sul punto. In proposito eccepisce che la richiesta di denaro avanzata dallo S. alla persona offesa, a titolo di ristoro di quanto ha dovuto sborsare per far fronte alle pressioni dell' I. sono prive di coscienza e volontà di perseguire vantaggi usurari.
5.5 Inosservanza dell'art. 629 cod. pen. in riferimento all'elemento materiale del reato e vizio della motivazione sul punto. Il ricorrente contesta che nella fattispecie sussistano gli estremi del reato di estorsione per l'assenza di violenza o minaccia e fornisce una diversa lettura degli episodi interpretati come minacciosi.
5.6 Inosservanza dell'art. 629 cod. pen. in riferimento all'elemento soggettivo del reato e vizio della motivazione sul punto. Ai riguardo eccepisce che nella condotta dell'agente manca il dolo tipico del reato di estorsione che deve abbracciare anche la consapevolezza dell'ingiustizia del profitto, avendo, invece, lo S. preteso solo quanto gli era dovuto.
5.7 Inosservanza dell'art. 61 c.p., n. 7, e vizio della motivazione sul punto. In proposito si duole che i giudici dell'appello abbiano confermato l'applicazione dell'aggravante del danno patrimoniale di rilevante gravità, senza specificare quali e quante somme avrebbe ricevuto lo S. dalla persona offesa.
5.8 Inosservanza dell'art. 628 c.p., comma 3, n. 1 e vizio della motivazione sul punto, dolendosi che non sussistono le condizioni per l'applicazione dell'aggravante della minaccia commessa da più persone riunite.
5.9 Inosservanza ed erronea applicazione dell'aggravante di cui all'art. 61 c.p., n. 2 e vizio della motivazione sul punto. Al riguardo eccepisce che non poteva essere applicata al prevenuto l'aggravante di aver commesso il fatto di estorsione al fine di poter eseguire il delitto di cui al capo J, non essendo stato tale reato contestato allo S..
5.10 Inosservanza ed erronea applicazione dell'art. 62 bis cod. pen. e vizio della motivazione sul punto, dolendosi del diniego delle attenuanti generiche.
5.11 Inosservanza ed erronea applicazione dell'art. 133 cod. pen. e vizio della motivazione sul punto, dolendosi della dosimetria della pena.
6. R.T. solleva tre motivi di gravame con i quali deduce:
6.1 Mancanza della motivazione in relazione a specifiche questioni sollevate con il primo motivo d'appello e violazione dell'art. 192 e 530 cod. proc. pen.. Al riguardo eccepisce che riguardo al contestato delitto di usura la Corte territoriale non ha fornito alcuna risposta in ordine alle somme che il R. avrebbe percepito, alla luce del fatto che le indagini della GdF avevano concluso che non era stato possibile accertare quanto il Li. avesse ricevuto e quanto avesse restituito. Quanto all'estorsione si duole che la sentenza impugnata abbia fondato la responsabilità dell'imputato esclusivamente sulla base delle dichiarazioni rese dalla persona offesa, lasciando senza risposta le censure della difesa in ordine all'inattendibilità di costui.
6.2 Vizio della motivazione e violazione di legge con riferimento alla mancata derubricazione del reato di estorsione in tentativo di estorsione.
6.3 Mancanza della motivazione in relazione a specifiche questioni sollevate con il terzo motivo d'appello con il quale si chiedeva di escludere l'applicazione delle aggravanti:
- ex art. 61 c.p., n. 7 in relazione all'art. 644;
- ex art. 644 c.p., commi 1 e 4, n. 3;
- ex art. 61 c.p., nn. 2 e 7 in relazione all'art. 629 cod. pen.;
- ex art. 628, comma 3, n. 1, in relazione all'art. 629 cod. pen. nonchè di ridurre al minimo l'applicazione dell'art. 81 e concedere le attenuanti generiche.
7. P.F. solleva due motivi di gravame con i quali deduce:
7.1 Violazione di legge in relazione agli artt. 56 e 629 cod. pen. e vizio della motivazione sul punto. Al riguardo contesta la sussistenza degli estremi del delitto punibile per il reato di minaccia anche sotto il profilo del tentativo essendo inattendibili le dichiarazioni della persona offesa, la quale, peraltro, non fa mai accenno a comportamenti di violenza o di minaccia perpetrati nei suoi confronti.
7.2 Violazione di legge e vizio della motivazione in relazione alla non riscontrata mancanza di legittimazione del Comune di Catania e dell'azienda dei trasporti a costituirsi parte civile.
1. Preliminarmente occorre rilevare che sono fondate le censure in punto di difetto di legittimazione a costituirsi parte civile con riferimento al Comune di Catania ed all'Azienda siciliana trasporti - AST S.p.a. sollevate dalla difesa di S. e P.. In primo grado tutti gli imputati sono stati condannati al risarcimento del danno nei confronti della parte civile Comune di Catania, da liquidarsi in separata sede, nonchè il P. anche al risarcimento del danno in favore dell'Azienda Siciliana Trasporti, da liquidarsi in separata sede, ed il giudice d'appello ha confermato tali statuizioni civili, assorbendo la motivazione del giudice di primo grado. In punto di diritto non v'è dubbio che l'Ente territoriale sia legittimato a costituirsi parte civile per far valere il proprio diritto al risarcimento del danno all'immagine, ove effettivamente subito. In materia di reati associativi, la giurisprudenza di questa Corte ha riconosciuto che il Comune nel quale la associazione si è insediata ed ha operato ha per ciò stesso titolo alla costituzione di parte civile, quanto meno per il danno che la presenza dell'associazione a delinquere arreca all'immagine della città, allo sviluppo turistico ed alle attività produttive ad esso collegate (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 10371 del 08/07/1995 Ud. (dep. 18/10/1995) Rv. 202736; da ultimo, Sez. 2, Sentenza n. 150 del 18/10/2012 Ud. (dep. 04/01/2013) Rv. 254675). In astratto qualunque reato commesso da privati in danno di privati può produrre un danno all'Ente territoriale, ma perchè sia riconosciuta la legittimità alla costituzione come parte civile del Comune che invoca un danno all'immagine, occorre che tale danno sia concretamente configurabile. Nel caso di specie il Gup ha ritenuto sussistente il danno all'immagine per il Comune e l'AST affermando che: "appare invero indubbio che i fatti in contestazione abbiano creato un vulnus all'immagine dell'Ente locale, nonchè della società datrice di lavoro, sub specie di perdita di prestigio e di considerazione da parte dei consociati o di settori o di categorie con le quali le predette parti civili interagiscono". Tuttavia il Gup non ha spiegato per quale ragione dei fatti di usura ed estorsione commessi da privati in danno di privati, senza alcuna proiezione esterna di tipo mafioso, abbiano causato un danno all'immagine ai due Enti territoriali. Di conseguenza la condanna al risarcimento del danno nei confronti del Comune e dell'Azienda Siciliana Trasporti deve essere annullata senza rinvio per essere il danno civile inesistente. Dell'annullamento si giovano anche gli imputati non ricorrenti in punto di statuizioni civili in virtù dei principio dell'estensione dell'impugnazione di cui all'art. 587 cod. proc. pen..
2. Per quanto riguarda le altre questioni sollevate dai ricorrenti, sempre in via preliminare, occorre rilevare, in punto di diritto, che la sentenza appellata e quella di appello, quando non vi è difformità sulle conclusioni raggiunte, si integrano vicendevolmente, formando un tutto organico ed inscindibile, una sola entità logico - giuridica, alla quale occorre fare riferimento per giudicare della congruità della motivazione. Pertanto, il giudice di appello, in caso di pronuncia conforme a quella appellata, può limitarsi a rinviare per relationem a quest'ultima sia nella ricostruzione del fatto sia nelle parti non oggetto di specifiche censure (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 4827 del 28/4/1994 (ud. 18/3/1994) Rv. 198613, Lo Parco; Sez. 6, Sentenza n. 11421 del 25/11/1995 (ud. 29/9/1995), Rv. 203073, Baldini). Inoltre, la giurisprudenza di questa Suprema Corte ritiene che non possano giustificare l'annullamento minime incongruenze argomentative o l'omessa esposizione di elementi di valutazione che, ad avviso della parte, avrebbero potuto dar luogo ad una diversa decisione, semprechè tali elementi non siano muniti di un chiaro e inequivocabile carattere di decisività e non risultino, di per sè, obiettivamente e intrinsecamente idonei a determinare una diversa decisione. In argomento, si è spiegato che non costituisce vizio della motivazione qualsiasi omissione concernente l'analisi di determinati elementi probatori, in quanto la rilevanza dei singoli dati non può essere accertata estrapolandoli dal contesto in cui essi sono inseriti, ma devono essere posti a confronto con il complesso probatorio, dal momento che soltanto una valutazione globale e una visione di insieme permettono di verificare se essi rivestano realmente consistenza decisiva oppure se risultino inidonei a scuotere la compattezza logica dell'impianto argomentativo, dovendo intendersi, in quest'ultimo caso, implicitamente confutati. (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 3751 del 23/3/2000 (ud. 15/2/2000), Rv. 215722, Re Carlo; Sez. 5, Sentenza n. 3980 del 15/10/2003 (Ud. 23/9/2003) Rv.226230, Fabrizi; Sez. 5, Sentenza n. 7572 del 11/6/1999 (ud. 22/4/1999) Rv. 213643, Maffeis). Le posizioni della giurisprudenza di legittimità rivelano, dunque, che non è considerata automatica causa di annullamento la motivazione incompleta nè quella implicita quando l'apparato logico relativo agli elementi probatori ritenuti rilevanti costituisca diretta ed inequivoca confutazione degli elementi non menzionati, a meno che questi presentino determinante efficienza e concludenza probatoria, tanto da giustificare, di per sè, una differente ricostruzione del fatto e da ribaltare gli esiti della valutazione delle prove.
3. In applicazione di tali principi, può osservarsi che la sentenza di secondo grado recepisce in modo critico e valutativo la sentenza di primo grado, correttamente limitandosi a ripercorrere e ad approfondire alcuni aspetti del complesso probatorio oggetto di valutazione critica da parte della difesa, omettendo, in modo del tutto legittimo in applicazione dei principi sopra enunciati, di esaminare quelle doglianze degli atti di appello che avevano già trovato risposta esaustiva nella sentenza del primo giudice, salvo quanto si dirà con riferimento alle singole posizioni.
4. L.B.C.. Per quanto riguarda il primo motivo, le censure circa l'insussistenza dell'elemento oggettivo del reato di usura non sono fondate. Il semplice richiamo ad un passo della C.N.R. (che peraltro non è stata allegata al ricorso) in cui la GdF rileva che, alla luce della documentazione fornita dal Li. non è stato possibile accertare il tasso di interesse usurario, non è elemento, di per sè, idoneo a ribaltare le tenuta del tessuto argomentativo delle due sentenze di merito, unitariamente considerate, dal momento che la natura usuraria del mutuo di cui al capo B), anche se non potuta accertare sulla base di documentazione contabile, emerge da un complesso di elementi nei quali convergono le dichiarazioni della persona offesa, gli esiti delle attività investigative, anche captative e le dichiarazioni di altri soggetti informati sui fatti. Quanto alla posizione di L.B. C. che contesta la sussistenza degli estremi del suo concorso nel reato di usura sul presupposto di aver svolto solo la funzione dell'esattore senza riuscire nello scopo, è inconferente il richiamo alla giurisprudenza citata dal ricorrente. E' ben vero che questa questa Sezione con la sentenza n. 41045/2005 ha statuito che, poichè, a seguito delle modifiche introdotte dalla L. 7 marzo 1996, n. 108, si deve ritenere che il reato di usura sia annoverabile tra i delitti a "condotta frazionata" o a "consumazione prolungata", concorre nel reato previsto dall'art. 644 cod. pen. solo colui il quale, ricevuto l'incarico di recuperare il credito usurario, sia riuscito a ottenerne il pagamento; negli altri casi, l'incaricato risponde del reato di favoreggiamento personale o, nell'ipotesi di violenza o minaccia nei confronti del debitore, di estorsione, posto che il momento consumativo del reato di usura rimane quello originario della pattuizione (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 41045 del 13/10/2005 Cc. (dep. 11/11/2005) Rv. 232698). Tuttavia dalla lettura delle sentenze dei giudici di merito non emerge che il L. si sia limitato ad esercitare il ruolo di esattore, senza ottenere risultato alcuno. Al contrario il fatto che sia stata riconosciuta la sua responsabilità nel reato di estorsione consumata, in concorso con altri, dimostra che le somme oggetto della pattuizione illecita degli interessi sono state - almeno in parte - riscosse.
5. Per quanto riguarda il secondo motivo, sono infondate le censure del ricorrente in punto di diniego delle attenuanti generiche,, avendo la Corte d'appello sul punto specificamente e correttamente motivato. E' fondata, invece, la censura in punto di recidiva.
Secondo l'insegnamento delle Sezioni Unite, infatti, in tema di recidiva facoltativa, è richiesto al giudice uno specifico dovere di motivazione sia ove egli ritenga sia ove egli escluda la rilevanza della stessa (Cass. Sez. U, Sentenza n. 5859 del 27/10/2011 Ud. (dep. 15/02/2012) Rv. 251690). Nel caso di specie, a fronte di una specifica richiesta dell'appellante, la Corte territoriale ha applicato la recidiva senza un rigo di motivazione.
6. Infine per quanto riguarda il terzo motivo, sono infondate te censure in merito alla dosimetria della pena in quanto, secondo la giurisprudenza di questa Corte, nell'ipotesi in cui la determinazione della pena non si discosti eccessivamente dai minimi edittali, il giudice ottempera all'obbligo motivazionale di cui all'art. 125 c.p., comma 3, anche ove adoperi espressioni come "pena congrua", "pena equa", "congruo aumento", ovvero si richiami alla gravità del reato o alla personalità del reo (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 33773 del 29/05/2007 Ud. (dep. 03/09/2007) Rv. 237402). E' stato, poi, ulteriormente precisato che la specifica e dettagliata motivazione in ordine alla quantità di pena irrogata, specie in relazione alle diminuzioni o aumenti per circostanze, è necessaria soltanto se la pena sia di gran lunga superiore alla misura media di quella edittale, potendo altrimenti essere sufficienti a dare conto dell'impiego dei criteri di cui all'art. 133 cod. pen. le espressioni del tipo: "pena congrua", "pena equa" o "congruo aumento", come pure il richiamo alla gravità del reato o alla capacità a delinquere (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 36245 del 26/06/2009 Ud. (dep. 18/09/2009) Rv. 245596). Nel caso di specie la pena inflitta è molto al di sotto della misura media di quella edittale.
Pertanto nessuna censura può essere mossa, sotto questo profilo alla sentenza impugnata, nè può essere preso in considerazione l'argomento della disparità di trattamento rispetto alla pena inflitta al padre del ricorrente, trattandosi di posizioni differenti e di imputato giudicato separatamente.
7. Di conseguenza la sentenza impugnata deve essere annullata nei confronti di L.B.C., limitatamente alla motivazione in punto di recidiva, con rinvio ad altra sezione della Corte d'appello di Catania per nuovo giudizio.
8. S.S.. Per quanto riguarda la legittimazione della parte civile Comune di Catania, il ricorso è fondato per quanto detto sopra.
9. Per quanto riguarda il secondo motivo, le censure in punto di inattendibilità della persona offesa ripropongono le medesime obiezioni già sollevate con i motivi d'appello che la Corte territoriale ha preso in considerazione e confutato con motivazione sufficiente e priva di vizi logici, correttamente limitandosi a ripercorrere e ad approfondire alcuni aspetti del complesso probatorio oggetto di valutazione critica da parte della difesa (cfr pagg. 13 e 14). Pertanto le censure del ricorrente non possono trovare accoglimento.
10. Per quanto riguarda il terzo motivo ed il quarto motivo in punto di insussistenza dell'elemento oggettivo e dell'elemento soggettivo del reato di usura, le obiezioni del ricorrente ripropongono le medesime tesi difensive già sollevate con i motivi d'appello che la Corte territoriale ha superato, mediante il richiamo alla motivazione della sentenza di primo grado e mediante l'analisi della condotta dello S., alla luce delle numerose denunce e dichiarazioni del Li. e delle stesse dichiarazioni dell'imputato rese nella fase cautelare e nel giudizio di primo grado. Il tessuto argomentativo delle due sentenze di merito rende ragione della sussistenza dell'elemento obiettivo del reato di usura e del dolo dell'agente e non viene scalfito, sotto il profilo logico, dalle censure del ricorrente.
11. Anche le censure sollevate con il quinto e sesto motivo in punto di insussistenza dell'elemento oggettivo e soggettivo de reato di estorsione ripropongono le tesi difensive in punto di inesistenza della condotta minacciosa che i giudici del merito hanno valutato e respinto con motivazione congrua. Nè si può ragionevolmente accedere alla tesi che la minaccia di mettere in contatto il Li. con i malavitosi che avevano prestato a S. il denaro da anticipare ad I. non sia condotta minacciosa, bensì "richiesta di aiuto ed informazione qualificata e veritiera". Tale informazione qualificata e veritiera non v'è dubbio che integri gli estremi della minaccia in quanto, secondo la lezione di questa Corte, la minaccia costitutiva del delitto di estorsione, oltre ad essere palese ed esplicita, può essere manifestata anche in maniera implicita ed indiretta, essendo solo necessario che sia idonea ad incutere timore ed a coartare la volontà del soggetto passivo, in relazione alle circostanze concrete, alla personalità dell'agente, alle condizioni soggettive della vittima e alle condizioni ambientali in cui questa opera (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 19724 del 20/05/2010 Cc. (dep. 25/05/2010) Rv. 247117).
12. Sono infondate le censure sollevate con il settimo motivo in punto di applicazione dell'aggravante del danno patrimoniale di rilevante entità. La sentenza di primo grado ha effettuato una ricostruzione dei fatti dalla quale emerge la natura fittizia del preliminare di vendita stipulato dal L. a favore di I.P., siccome inteso a fornire delle garanzie reali a fronte della concessione di un mutuo a tassi usurari. Quindi correttamente il Gup ha concluso che le circostanze esaminate "dimostrano il pieno coinvolgimento del V. e dello S. in detta operazione in quanto dimostrative dell'attività di intermediazione da essi svolta".
Pertanto correttamente il Gup ha riconosciuto l'aggravante di cui all'art. 61 c.p., n. 7 poichè essa si riferisce al danno complessivamente subito dalla persona offesa per le condotte usurarie ed estorsive alle quali lo S. ha concorso.
13. Ugualmente infondate sono le censure circa l'applicazione dell'aggravante di cui all'art. 628 c.p., comma 3, n. 1. I giudici del merito hanno riconosciuto come affidabili le dichiarazioni della persona offesa e dagli atti emerge che il Li. ha dichiarato di essere stato minacciato in più occasioni dallo S. accompagnato da tale Pi. e da tale E. (cfr dichiarazioni rese il 27/7/2011 e riportate a pag. 48/49 della sentenza di primo grado). Di conseguenza anche l'ottavo motivo deve essere rigettato in quanto correttamente i giudici del merito hanno applicato l'aggravante della presenza di più persone riunite con riferimento al reato di estorsione contestato al capo H).
14. Quanto all'aggravante teleologica, è evidente che tale aggravante non si riferisce al capo J che non risulta contestato allo S., ma alla condotta di cui al capo G). Del resto il tenore letterale dell'imputazione non lascia dubbi sul fatto che l'aggravante del fine di coprire capitali ed interessi usurari, si riferisce al reato di usura contestato a S.S. e V.G. al capo G). Pertanto anche il nono motivo deve essere rigettato, in quanto i giudici del merito correttamente hanno applicato l'aggravante di cui all'art. 61 c.p., n. 2.
15. Infine sono infondate anche le censure in punto di diniego delle attenuanti generiche e di dosimetria della pena sollevate con i motivi 10 e 11. Quanto alle generiche la Corte d'appello ha specificamente motivato sul punto osservando che alla concessione delle attenuanti generiche "ostano la gravità e la reiterazione dei fatti ed il mediocre comportamento processuale (improntato alla mistificazione di una vicenda per molti aspetti conclamata)". Non v'è dubbio che l'apprezzamento circa la gravità dei fatti ed il comportamento processuale del prevenuto costituiscono elementi rilevanti ex artt. 133 e 62 bis cod. pen. per cui nessuna censura può essere mossa sotto questo aspetto alla sentenza impugnata.
Ugualmente infondate sono le censure in merito al trattamento sanzionatorio. Al riguardo valgono le osservazioni sviluppate al punto 6) con riferimento alla posizione di L.B.C..
16. R.T..
Per quanto riguarda le censure sollevate con il primo motivo di ricorso, valgono le osservazioni svolte in via preliminare ai punti 2) e 3). Nel caso di specie, la sentenza di secondo grado recepisce in modo critico e valutativo la sentenza di primo grado, correttamente limitandosi a ripercorrere e ad esaminare per somme linee alcuni aspetti del complesso probatorio oggetto di valutazione critica da parte della difesa, omettendo, in modo del tutto legittimo in applicazione dei principi sopra enunciati, di esaminare quelle doglianze degli atti di appello che avevano già trovato risposta esaustiva nella sentenza del primo giudice. Nè il ricorrente è stato in grado di indicare elementi idonei a rovesciare la ricostruzione dei giudici del merito che non siano stati esaminati ovvero siano stati travisati dal giudice d'appello, che ha rilevato che "nessuna delle imprecisioni e lacune segnalate nell'atto di impugnazione appaiono idonee, stante la concreta modestia e la evidente marginalità a scalfire la complessiva attendibilità delle accuse specificamente rivolte al R.".
17. Per le stesse ragioni devono essere respinte le censure sollevate con il secondo motivo in punto di derubricazione del delitto di estorsione consumata in tentativo. La Corte territoriale ha esaminato l'analoga richiesta sollevata con i motivi d'appello e la respinta con motivazione congrua, osservando che: "il Li. ha chiaramente riferito delle costanti minacce ricevute ad opera del R., non solo nel periodo successivo alla ritenuta estinzione del debito, ma anche precedentemente senza esprimere soluzioni di continuità".
18. Infine devono essere respinte anche le censure sollevate con il terzo motivo in punto di sussistenza delle contestate aggravanti. Sul punto correttamente la sentenza impugnata rimanda alla sentenza del Gup perchè le obiezioni del ricorrente in ordine alla sussistenza delle aggravatiti hanno già trovato risposta esaustiva e giuridicamente corretta nella motivazione della sentenza di primo grado (pagg. 4, 5 e 6).
19. P.F..
E' infondato il primo motivo di ricorso in punto di violazione di legge e vizi della motivazione. Anche in questo caso le contestazioni del ricorrente riguardano l'affidabilità delle dichiarazioni a suo carico della persona offesa. Senonchè nel caso di specie, come rileva la Corte d'appello - le indicazioni del Li. sono state riscontrate dagli esiti del servizio del servizio di appostamento della Guardia di Finanza. Nè sarebbe possibile dubitare del carattere anche implicitamente minaccioso delle pressanti richieste del P. circa il pagamento del debito in favore del R..
Di conseguenza anche il ricorso del R. deve essere rigettato, salvo quanto si è detto sopra in punto di annullamento delle statuizioni civili.
Annulla la sentenza impugnata nei confronti di L.B. limitatamente alla motivazione in punto di recidiva, rigetta nel resto il ricorso del L. e rinvia ad altra Sezione della Corte d'appello di Catania per l'esame sul punto;
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata relativamente alle statuizioni civili che riguardano il Comune di Catania e l'Azienda siciliana trasporti - AST S.p.a;
Rigetta nel resto i ricorsi di S.S., R.T. e P.F..
Così deciso in Roma, il 7 marzo 2014.
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Depositato in Cancelleria il 21 marzo 2014.
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ARRESTO PER SPACCIO. SPACCIO SOSTANZE STUPEFACENTI REATO PROCESSO BOLOGNA
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References: sentenza 
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Sentenza 
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 art. 61
 art. 644
 art. 61
 art. 628
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 ARTICOLO 656
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 Articolo 73