Source: http://avvemilianomancino.blogspot.com/2016/02/
Timestamp: 2017-08-19 18:35:48+00:00

Document:
Studio Legale Mancino: febbraio 2016
Disabili: Consiglio di Stato, indennità di accompagnamento non è reddito
Il Consiglio di Stato, con una sentenza depositata oggi, dà ragione ai disabili e alle loro famiglie in merito al nuovo Isee: l'indennità di accompagnamento non può essere conteggiata come reddito. Al Consiglio di Stato si era appellato il Governo, facendo ricorso contro la sentenza del Tar sulla materia. «Deve il Collegio condividere - si legge nella sentenza di oggi - l'affermazione degli appellanti incidentali quando dicono che “ricomprendere” tra i redditi i trattamenti indennitari percepiti dai disabili significa allora considerare la disabilità alla stregua di una fonte di reddito - come se fosse un lavoro o un patrimonio - e i trattamenti erogati dalle pubbliche amministrazioni non un sostegno al disabile, ma una “remunerazione” del suo stato di invalidità oltremodo irragionevole, oltre che in contrasto con l'art. 3 della Costituzione». In pratica, le provvidenze economiche previste per la disabilità non possono e non devono essere conteggiate come reddito.
M5S, ora Governo obbedisca a sentenza su indennità
«Finalmente con la sentenza del Consiglio di Stato è stata scritta la parola fine su una vicenda che in un Paese civile non si sarebbe dovuta nemmeno ipotizzare. Con la conferma delle sentenze del Tar del Lazio, del gennaio 2014, viene dunque definitivamente negata la possibilità di inserire tra le voci del reddito per il calcolo dell'Isee anche le provvidenze assistenziali. Il governo esce da questa vicenda doppiamente sconfitto, sia perché aveva deciso di inserire questa misura sia perché, non pago, di fronte allo stop imposto dal Tar aveva deciso di fare ricorso». Lo affermano i parlamentari del M5S.
Savino (Fi), Consiglio di Stato affonda obbrobrio
«Il governo è stato bocciato per l'ennesima volta dal Consiglio di Stato e, aggiungo io, dal buon senso. Non sarà possibile infatti sommare l'indennità di accompagnamento al reddito delle famiglie per il calcolo della nuova Isee. Ha vinto la giustizia. Il governo Renzi ne esce con le ossa rotte» è il commento di Sandra Savino, deputata di Forza Italia, alla sentenza del Consiglio di Stato.
Fonte: www.ilsole24ore.com//Disabili: Consiglio di Stato, indennità di accompagnamento non è reddito - Il Sole 24 ORE
By Avv. Emiliano Mancino a febbraio 29, 2016
È annullabile la polizza sulla vita stipulata da una donna malata di Alzheimer
Accolto il ricorso del figlio in Cassazione: le quattro polizze assicurative stipulate dalla madre, malata di Alzheimer al tempo della stipula, costituiscono una liberalità indiretta e, come tale, annullabile se compiuta da persona incapace. Così ha stabilito la Suprema Corte con la sentenza n. 3263 del 19 febbraio scorso.
Il caso. Il figlio, vistosi rigettare dalla Corte d’Appello la domanda di annullamento di quattro polizze assicurative stipulate dalla madre, continuava la sua battaglia giudiziaria in Cassazione dove tornava a ribadire la nullità della stipula delle polizze in questione, in quanto avvenuta nel periodo in cui la donna, malata di Alzheimer, era già priva della capacità d’intendere e di volere. In particolare, chiedeva ai Supremi Giudici di qualificare come donazione indiretta - quindi annullabile su istanza del donante e dei suoi eredi ai sensi dell’art. 775 del Codice Civile - le polizze a contenuto finanziario/assicurativo, in cui la madre aveva indicato come beneficiari dei terzi, che avrebbero acquisito il profitto di tali contratti solo nel caso in cui la donna fosse deceduta prima della scadenza degli stessi.
Intenzione di realizzare una liberalità. Il suo ricorso viene accolto dalla Cassazione. Da quanto emerge, la volontà della defunta era far conseguire, al momento della scomparsa, l’indennizzo delle polizze ai beneficiari designati nel contratto, senza che tale profitto transitasse attraverso l’asse ereditario e senza che fosse interessato da vicende successorie. I Giudici ritengono pacifico l’orientamento di Cassazione, secondo cui la donazione indiretta può realizzarsi in diversi modi, poiché è sufficiente che sia caratterizzata dal fine di realizzare una liberalità. Nel caso in esame, i terzi hanno acquisito per effetto della designazione un diritto proprio ad ottenere i vantaggi dell’assicurazione e a seguito del decesso, tale diritto è divenuto definitivo, comportando così l’attribuzione ai due beneficiari delle somme risultanti dalle polizze.
Donazione verso i beneficiari della polizza. Per la Corte di Cassazione, il fatto che i profitti fossero conseguibili solo a condizione della mancata revoca della designazione e del decesso della stipulante prima della scadenza del contratto, non è sufficiente a non far rientrare questo negozio giuridico all’interno della donazione indiretta. Infatti, continua la Cassazione, non essendo emerso che la designazione sia stata determinata da ragioni diverse dallo spirito di liberalità, deve quindi ritenersi che l’operazione sia stata concepita come donazione indiretta a favore dei due beneficiari. Per tali ragioni i Supremi Giudici hanno applicato alla fattispecie di causa un principio già espresso in passato, secondo cui «nell’assicurazione sulla vita la designazione quale terzo beneficiario di persona non legata al designante da un vincolo di mantenimento o dipendenza economica deve presumersi, fino a prova contraria, compiuta a spirito di liberalità, e costituisce una donazione indiretta. Ne consegue che ad essa è applicabile l’art. 775 c.c., e se compiuta da incapace naturale è annullabile a prescindere dal pregiudizio che quest’ultimo possa averne risentito».
Fonte: www.ridare.it /È annullabile la polizza sulla vita stipulata da una donna malata di Alzheimer - La Stampa
La bocciatura è stata decisa sulla base dei voti, in particolare i "quattro" in inglese e in italiano. "Ma dallo stesso verbale del consiglio di classe che all'unanimità ha deciso di non ammettere l'alunno alla classe successiva - scrivono i giudici - traspare che i problemi di "gravi difficoltà" nella rielaborazione ed esposizione dei contenuti delle varie materie" sono stati considerati come la conseguenza di carenze applicative e negligenze del discente, mentre i comportamenti del ragazzo non sono stati valutati "alla luce del fatto che aveva una certificazione Dsa". Inoltre, si legge, nelle materie di indirizzo la sufficienza era piena.
Fonte: www.repubblica.it//"Dislessico, non pigro": Bologna, il Tar promuove lo studente e sconfessa i prof - Repubblica.it
By Avv. Emiliano Mancino a febbraio 28, 2016
Sì alla particolare tenuità per la guida in stato d’ebbrezza
Sì alla particolare tenuità per la guida in stato d’ebbrezza e per chi rifiuta l’alcoltest. Le S.u. penali della Cassazione chiudono il contrasto di giurisprudenza con le informazioni provvisorie 4 e 5/2016. Chi non ha mai avuto noie con la giustizia può vedersi riconoscere la non punibilità ed evitare l’arresto fino a un anno, pena prevista per l’ipotesi più grave di cui all’art. 186 Cds per l’ubriaco che si mette al volante.
Sanzioni dal prefetto. La causa di non punibilità ex art. 131 bis Cp è stata introdotta dal dlgs 28/2015, provvedimento attuativo della depenalizzazione, e ben può essere applicata a ogni ipotesi criminosa, a patto che ne ricorrano i presupposti: vale a dire soltanto se si tratta di una fattispecie punita con sanzione detentiva inferiore nel massimo a cinque anni, la condotta non è abituale e l’offensività risulta ridotta. Il colpo di spugna, dunque, vale anche per quei reati definiti dal legislatore con la tecnica della soglia, come nel caso della rilevanza penale collegata alla concentrazione dell’alcol nel sangue del guidatore. Ma attenzione: il comportamento deve ritenersi abituale quando l’autore ha commesso, anche successivamente, più reati della stessa indole, oltre quello oggetto del provvedimento.
Fonte: www.italiaoggi.it/Uno stato d’ebbrezza soft - News - Italiaoggi
By Avv. Emiliano Mancino a febbraio 27, 2016
Unioni civili, come funzionano i diritti di successione
L’approvazione in Senato della disciplina delle unioni civili e delle convivenze (il testo ora è alla Camera) ha messo in moto una forte curiosità di conoscere gli aspetti della normativa, per scoprire nei dettagli in che modo lo Stato consente l’aiuto reciproco tra persone conviventi, dello stesso sesso o non. Quali sono i nuovi diritti? E i doveri?
Il fenomeno delle convivenze è in continuo aumento. Già nel 2011, secondo dati Istat, si erano raggiunte un milione di coppie, metà delle quali tra persone mai sposate. Intanto i matrimoni calano a un ritmo del 5% annuo.
Le coppie di fatto che vogliono definire le “regole” della propria convivenza potranno farlo attraverso lo strumento del contratto di convivenza: un accordo scritto che, oltre a poter disciplinare la facoltà di assistenza reciproca, in tutti i casi di malattia fisica o psichica, o la designazione dell'amministratore di sostegno, può regolamentare l'assetto patrimoniale della convivenza. Vediamo come, attingendo dalla guida del cittadino: «La convivenza, regole e tutele della vita insieme» realizzata nel 2014 dal consiglio nazionale del Notariato e da 11 tra le principali associazioni dei consumatori (Adoc, Altroconsumo, Assoutenti, Casa del consumatore, Cittadinanzattiva, Confconsumatori, Federconsumatori, Lega Consumatori, Movimento consumatori, Movimento difesa del cittadino, Unione nazionale consumatori) che illustra gli strumenti utili a definire diritti e doveri delle coppie che non sono sposate ma desiderano comunque condividere la propria vita.
Ed è particolarmente sentita la necessità di disciplinare il caso di morte di uno dei due conviventi, trovandosi il partner, in mancanza di un testamento, privo di qualsiasi tutela, una condizione “delicata” se il partner in vita è economicamente più debole.
L’articolo 42 del testo approvato al Senato disciplina , in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza, «il diritto del convivente di fatto, superstite, di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni, In caso coabitino figli minori o disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni».
Inoltre (articolo 43), nei casi di morte del conduttore o di suo recesso dal contratto di locazione della casa di comune residenza, il convivente di fatto ha la facoltà di succedergli nel contratto.
Ecco invece le quattro principali differenze - elaborate dal Consiglio del Notariato - tra cosa prevede oggi la legge tra matrimonio e coppia di conviventi in materia di diritti successori
1 -La legge prevede a favore del partner del defunto diritti successori in mancanza di un testamento?
Si alla coppia unita da matrimonio
Al coniuge del defunto sono riconosciuti i seguenti diritti:
- l'intero patrimonio se non ci sono figli, ascendenti e fratelli del defunto;
- 1/2 del patrimonio se c'è un figlio;
- 2/3 del patrimonio se ci sono ascendenti o fratelli.
No alla coppia di conviventi
Al convivente la legge non riconosce alcun diritto successorio.
2 - Esiste un diritto minimo sul patrimonio del defunto riconosciuto al partner che non può essere violato né con testamento né con donazioni o altre liberalità poste in essere in vita?
Sì alla coppia unita da matrimonio
Al coniuge è riservata una quota del patrimonio del consorte defunto (la “legittima”) della quale non può essere privato per volontà del defunto, sia stata questa espressa in un testamento o mediante donazioni o altre liberalità:
- 1/2 patrimonio se non ci sono figli o ascendenti del defunto;
- 1/3 del patrimonio se c'è un figlio;
Al convivente la legge non riconosce alcun diritto successorio e quindi neppure il diritto alla quota di legittima
3 - È necessario redigere un testamento per riconoscere diritti successori al proprio partner?
No alla coppia unita da matrimonio
Se non viene redatto un testamento è la legge che disciplina la devoluzione dell'eredità, prevedendo specifici diritti successori a favore del coniuge del defunto (vedi sopra). Il testamento è necessario se il testatore intende attribuire al coniuge maggiori o diversi diritti rispetto a quelli che gli spetterebbero ai sensi di legge
Sì alla coppia di conviventi
Il testamento è l'unico strumento a disposizione del convivente per poter attribuire diritti successori al proprio partner. In mancanza quindi di un testamento, il convivente non potrà vantare alcun diritto sui beni caduti in successione, che si devolveranno a favore dei parenti del defunto sino al sesto grado.
Fonte: www.ilsole24ore.com/EnricoBronzo/Unioni civili, come funzionano i diritti di successione - Il Sole 24 ORE
Responsabilità civile magistrati, ricorsi raddoppiati
Il primo bilancio della legge Renzi-Orlando sulla responsabilità civile dei magistrati per «dolo o colpa grave» rivela che le cause di risarcimento sono raddoppiate rispetto alla media dei precedenti sette anni (disciplinati dalla legge Vassalli), passando da 50 a 90 l'anno. Considerato che i magistrati effettivamente in servizio negli uffici giudiziari sono 8.682 (rispetto a un organico di 9.271), vuol dire che nel 2015 c'è stato più di un ricorso ogni 100 magistrati e che ogni mese sono stati presentati 8 ricorsi. «Un incremento molto forte – osserva il presidente dell'Anm Rodolfo Sabelli – con tutto ciò che ne deriva in termini di interferenza sui processi portati avanti dal magistrato denunciato per dolo o colpa grave».
I dati raccolti dall'Anm sono quelli della compagnia di assicurazione alla quale si rivolgono i magistrati citati in giudizio, sia per responsabilità civile sia per responsabilità contabile sia per altre ragioni, come la legge Pinto (irragionevole durata dei processi). I numeri dicono, in particolare, che nel 2008 ci sono state 68 citazioni a giudizio, 47 nel 2009, 71 nel 2010, 88 nel 2011, 43 nel 2012 e nel 2013, 76 nel 2014. Per una media di 62 ricorsi l'anno. Nel 2015 – quando è entrata in vigore la riforma – le citazioni sono salite a 110. Tuttavia, in entrambi i casi, il dato va depurato di circa un 20% per avere quello dei soli ricorsi per responsabilità civile. Che, dunque, sono, rispettivamente, 50 e 90.
Va detto che, prima della riforma, esisteva il «filtro» di ammissibilità delle azioni per responsabilità civile, il che consentiva una prima scrematura, soprattutto rispetto alle iniziative strumentali. Filtro cancellato – tra le proteste dell'Anm – dalla legge n. 18 del 2015, approvata all'insegna dello slogan «chi sbaglia, paga» e sul presupposto che i ricorsi presentati (e soprattutto accolti) ai tempi della legge Vassalli fossero troppo pochi: “soltanto” 410 le cause intentate dal 1988 al 2014 (con una media di 16 all'anno) di cui “soltanto” 35 ammesse all'esame di merito e “soltanto” 7 chiuse con una condanna (cioè con il riconoscimento della responsabilità per dolo o colpa grave del magistrato).
Le cause contabilizzate nel 2015, invece, sono fin dall'inizio cause “vere”, nel senso che il giudice civile le esamina a tutto tondo, sia nei profili di ammissibilità che in quelli di merito. Ciò significa che fino al verdetto della Cassazione, il magistrato resta sulla graticola, anche se la causa si concluderà con l'inammissibilità, ad esempio per la pretestuosità del ricorso. Ed è proprio questo che l'Anm considera pericoloso, cioè l'interferenza del ricorso (e del procedimento) sulla responsabilità civile con la vicenda giudiziaria (civile o penale) da cui è nato quel ricorso. Interferenza in termini sia di «carica intimidatoria» sia di «rischio burocratizzazione» sia di possibile «astensione» del magistrato denunciato. «È vero che il testo finale della riforma ha arginato alcuni aspetti peggiori, come quello di entrare nel merito della motivazione dei provvedimenti di custodia cautelare – dice Sabelli – ma i problemi restano, in particolare due: l'eliminazione del filtro e l'aggiunta del “travisamento del fatto o delle prove” tra i casi di colpa grave del magistrato».
Approvata la legge, il ministro della Giustizia Andrea Orlando si è impegnato a monitorare l'andamento delle cause incardinate sulla base delle nuove norme, riservandosi eventuali modifiche. L'esigenza di un monitoraggio, peraltro, è stata espressa anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella proprio all'indomani dell'approvazione della legge. «Andranno attentamente valutati gli effetti concreti» disse il 9 marzo dell'anno scorso ai 346 magistrati in tirocinio incontrati, com'è consuetudine, al Quirinale, incoraggiandoli a non temere la nuova legge proprio perché ci sarebbe stato uno scrupoloso esame sulla sua applicazione pratica. Bisognerà quindi vedere se, per il ministro, i dati del 2015 (nel primo mese del 2016 i ricorsi sono stati 11) già consentano una valutazione o se, invece, sia meglio aspettare l'esito finale in Cassazione di questi primi 100 ricorsi. Il che significa, però, rinviare qualunque decisione sulla legge di almeno sei, sette, otto anni, considerati i tempi medi della giustizia civile.
Fonte: www.ilsole24ore.com/DonatellaStasio/Responsabilità civile magistrati, ricorsi raddoppiati - Il Sole 24 ORE
Tutte le novità del ddl unioni civili
OBBLIGHI RECIPROCI: dall'unione deriva l'obbligo reciproco all'assistenza morale e materiale e alla coabitazione. Non c'e' obbligo di fedelta', ma entrambe le parti sono tenute, in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacita' di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni.
ADOZIONI: la legge non prevede la possibilita' per uno dei due partner di adottare il figlio dell'altro partner, essendo stata stralciata la stepchild adoption dal testo.
Tuttavia, all'articolo 3 si prevede che "resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozioni dalle norme vigenti", il che consente alla magistratura ordinaria di decidere caso per caso.
PENSIONE, EREDITA' E TFR: la pensione di reversibilita' e il Tfr maturato spettano al partner dell'unione. Per la successione valgono le norme in vigore per il matrimoni: al partner superstite va la "legittima", cioe' il 50%, e il restante va agli eventuali figli.
ALIMENTI: in caso di cessazione della convivenza, il giudice stabilisce il diritto di ricevere gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento. Gli alimenti sono assegnati in proporzione alla durata della convivenza
Fonte: www.italiaoggi.it//Tutte le novità del ddl unioni civili - News - Italiaoggi
Operazioni finanziarie inadeguate? Sono nulle
La banca deve segnalare le operazioni non adeguate e deve indicare le ragioni per cui non è opportuno procedere alla sua esecuzione. Può darvi corso soltanto a seguito di un ordine impartito per iscritto dall'investitore in cui sia fatto esplicito riferimento alle avvertenze ricevute. Il modulo prestampato e firmato non costituisce dichiarazione confessoria, ma mera formulazione di un giudizio. In mancanza di prova della diligenza della banca, posta a suo carico, questa sarà tenuta anche al risarcimento degli eventuali danni (oltre che alla restituzione del capitale investito male).
Due clienti convenivano in giudizio la banca chiedendo dichiararsi la nullità di due contratti di investimento in obbligazioni Cirio con condanna della banca convenuta alla restituzione delle somme versate per l'acquisto di tali titoli. Il Tribunale rigettava la domanda, tuttavia accolta dalla Corte di Appello. La banca ricorreva in Cassazione.
La Cassazione tiene conto di “una presa di coscienza, da parte del legislatore nazionale - sulla scorta di sollecitazioni di rango europeo -, dell'estrema delicatezza e complessità delle operazioni di investimento che si vanno a compiere da parte di soggetti che, nella quasi totalità dei casi, sono scarsamente consapevoli dei rischi, spesso assai elevati, che possono incontrare nell'investire i propri risparmi nell'acquisto di titoli non affidabili”. In questo disegno deve essere letta questa sentenza “manifesto” che detta i criteri di affidamento del cliente verso la banca ai quali quest'ultima deve sottostare affinchè l'operazione finanziaria non venga dichiarata nulla.
L'art. 21, comma 1, del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 prevede, in via generale, che: "nella prestazione dei servizi di investimento e accessori i soggetti abilitati devono: a) comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, nell'interesse dei clienti e per l'integrità dei mercati; b) acquisire le informazioni necessarie dai clienti e operare in modo che essi siano sempre adeguatamente in formati; (.....)". Dispone, poi, l'art. 28 del Regolamento CONSOB n. 11522 del 1998 (abrogato con decorrenza dal 2 novembre 2007 dall'art. 113 del Regolamento CONSOB del 29 ottobre 2007 n. 16190, con il quale è stata attuata la Direttiva MIFID n. 2004/39/CE, ma applicabile alla fattispecie concreta ratione temporis), che: "gli intermediari autorizzati non possono effettuare o consigliare operazioni o prestare il servizio di gestione se non dopo aver fornito all'investitore informazioni adeguate sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni della specifica operazione o del servizio, la cui conoscenza sia necessaria per effettuare consapevoli scelte di investimento o disinvestimento". Il successivo art. 29 del medesimo Regolamento stabilisce, infine, che: "gli intermediari autorizzati si astengono dall'effettuare con o per conto degli investitori operazioni non adeguate per tipologia, oggetto, frequenza o dimensione; ai fini di cui al comma 1; gli intermediari autorizzati tengono conto delle informazioni di cui all'art. 28 e di ogni altra informazione disponibile in relazione ai servizi prestati; gli intermediari autorizzati, quando ricevono da un investitore disposizioni relative ad una operazione non adeguata, lo informano di tale circostanza e delle ragioni per cui non è opportuno procedere alla sua esecuzione; qualora l'investitore intenda comunque dare corso all'operazione, gli intermediari autorizzati possono eseguire l'operazione stessa solo sulla base di un ordine impartito per iscritto ovvero, nel caso di ordini telefonici, registrato su nastro magnetico o su altro supporto equivalente, in cui sia fatto esplicito riferimento alle avvertenze ricevute". Secondo il Supremo Collegio, gli obblighi facenti capo ai soggetti abilitati a compiere operazioni finanziarie (obbligo di diligenza, correttezza e trasparenza, obbligo di informazione, obbligo di evidenziare l'inadeguatezza dell'operazione che si va a compiere) hanno un fine unitario, quello di segnalare all' investitore la non adeguatezza delle operazioni di acquisto di prodotti finanziari che si accinge a compiere (cd. suitability rule).
“Ogni investitore razionale è avverso al rischio” - secondo gli ermellini - sicchè il medesimo, a parità di rendimento, sceglierà l'investimento meno aleatorio ed, a parità di alea, quello più redditizio, se non si asterrà perfino dal compiere l'operazione, ove l'alea dovesse superare la sua propensione al rischio. La scelta tra differenti opportunità di investimento è, quindi, essenzialmente un problema di raccolta e di valutazione di informazioni, ovvero di ogni dato sulla natura dello strumento finanziario, sul suo emittente, sul suo rendimento e sull'economia nel suo complesso, compresa l'informativa circa l'eventuale sussistenza, con riferimento alla singola operazione da porre in essere, di una situazione di cd. grey market, ovverosia di carenza di informazioni circa le caratteristiche concrete del titolo ed il rating del prodotto finanziario nel periodo in considerazione, o - addirittura - di una situazione di imminente default economico dell'ente o dello Stato emittente.
Ed è evidente che, essendo le informazioni finanziarie complesse e costose, nei rapporti di intermediazione finanziaria le imprese di investimento posseggono frammenti informativi diversi e superiori rispetto a quelli a disposizione degli investitori, o da essi acquisibili. Nel senso dell'unitaria finalizzazione degli obblighi dei soggetti autorizzati a compiere le operazioni in parola a consentire la cd. suitability rule (regole di adeguatezza delle operazioni), depone, del resto, il richiamo che l'art. 29, comma 2, del Regolamento n. 11522 del 1998 opera al precedente art. 28, sancendo che "ai fini di cui al comma 1" - ossia per stabilire se l'operazione sia, o meno, adeguata, dovendo in caso di inadeguatezza dell'operazione l'intermediario astenersi dal compierla - "gli intermediari autorizzati tengono conto delle informazioni di cui all'art. 28 e di ogni altra informazione disponibile in relazione ai servizi prestati". E' di chiara evidenza, pertanto, che l'obbligo di informazione (art 21 del d.lgs. n. 58 del 1998 e art. 28 del Regolamento n. 11522 del 1998) e l'obbligo di segnalare la non adeguatezza dell'operazione e di indicare "le ragioni per cui non è opportuno procedere alla sua esecuzione" (art. 29 del Regolamento cit.), confluiscono nell'unitario obbligo di diligenza, di correttezza e di trasparenza dell'intermediario finanziario, sancito dall'art. 21 del d.lgs. n. 58 del 1998.
Del resto, la Suprema Corte si era già espressa in tale senso nelle note sentenze Cass. 17340/2008 e Cass. 22147/2010 alle quali ha inteso are continuità, ove aveva affermato che la banca intermediaria ha l'obbligo di fornire all'investitore "un'informazione adeguata in concreto", tale cioè da soddisfare le specifiche esigenze del singolo rapporto, in relazione alle caratteristiche personali e alla situazione finanziaria del cliente, e, a fronte di un'operazione non adeguata, può darvi corso soltanto a seguito di un ordine impartito per iscritto dall'investitore in cui sia fatto esplicito riferimento alle avvertenze ricevute”. Quindi, la dichiarazione resa dal cliente, su modulo predisposto dalla banca e da lui sottoscritto, in ordine alla propria consapevolezza, conseguente alle informazioni ricevute, della rischiosità dell'investimento suggerito e sollecitato dalla banca e della inadeguatezza dello stesso rispetto al suo profilo d'investitore, non può - di certo - costituire dichiarazione confessoria, in quanto è rivolta alla formulazione di un giudizio e non all'affermazione di scienza e verità di un fatto obiettivo (Cass. 6142/2012). Tale dichiarazione può, al più, affermano i giudici di piazza Cavour, comprovare l'avvenuto assolvimento degli obblighi di informazione incombenti sull'intermediario, sempre che sia corredata da una, sia pure sintetica, indicazione delle caratteristiche del titolo, in relazione al profilo dell'investitore ed alla sua propensione al rischio, tali da poterne (ed è questo il passaggio importante) “sconsigliare l'acquisto”, come nel caso in cui venga indicato nella dichiarazione che si tratti di titolo non quotato o emesso da soggetto in gravi condizioni finanziarie (Cass. 4620/2015). La modulistica prestampata, pertanto, sembra valere più per sconsigliare, che non per consigliare. In parole povere, non serve proprio ad un bel niente.
La Corte valuta, poi, la possibilità che sia il cliente a dare istruzioni alla banca. Secondo la Cassazione, tuttavia, sussiste comunque la facolta di recedere dall'incarico, per giusta causa, ai sensi degli artt. 1722, comma 1, n. 3 e 1727, comma 1, cod. civ., qualora non si ravvisi tale adeguatezza. Infatti, se è vero che, a differenza della legge n. 1 del 1991, art. 8, lett. e), ("il cliente può impartire istruzioni vincolanti sulle operazioni da effettuare salvo il diritto di recesso della società ai sensi dell'art. 1727 c.c."), l'art. 24, comma 1, lett. b) del d.lgs. n. 58 del 1998, nel testo vigente ratione temporis, precedente la novella introdótta dall'art. 4 del d.lgs. 17 settembre 2007, n. 164, non ha fatto espressamente salvo il diritto di recesso del gestore ai sensi dell'art. 1727 c.c., ebbene, nondimeno “ciò non significa che le istruzioni del cliente siano in ogni caso vincolanti”: secondo la Cassazione, deve tenersi conto del più ampio diritto di recesso attribuito all'intermediario dall'art. 24, comma 1, lett. d), (nel testo vigente ratione temporis), esercitabile anche in presenza di ordini chiaramente rischiosi, idonei ad integrare gli estremi della giusta causa di recesso, ai sensi dell'art. 1727, comma 1, c.c. (cfr. Cass. 7922/2015; 12262/2015); la dichiarazione del cliente, contenuta nell'ordine di acquisto di un prodotto finanziario, quand'anche il medesimo dia atto di avere ricevuto le informazioni necessarie e sufficienti ai fini della completa valutazione del "grado di rischiosità", non può essere comunque qualificata come confessione stragiudiziale, essendo a tal fine necessaria la consapevolezza e volontà di ammettere un fatto specifico sfavorevole per il dichiarante e favorevole all'altra parte, che determini la realizzazione di un obiettivo pregiudizio. Siffatta dichiarazione è, peraltro, altresì inidonea ad assolvere gli obblighi informativi prescritti dagli artt. 21 del d.lgs. n. 58 del 1998 e 28 del Reg. Consob n. 11522 del 1998, integrando la stessa un'affermazione del tutto riassuntiva e generica circa l'avvenuta completezza dell'informazione sottoscritta dal cliente (Cass. 11412/2012).
Basti citare in proposito l'art. 27 del Regolamento CONSOB del 29 ottobre 2007, n. 16190 (una ben più lunga, dettagliata ed analitica indicazione degli specifici obblighi informativi è contenuta negli articoli successivi), con il quale è stata attuata la Direttiva MIFID n. 2004/39/CE, a norma del quale: "tutte le informazioni, comprese le comunicazioni pubblicitarie e promozionali, indirizzate dagli intermediari a clienti o potenziali clienti devono essere corrette, chiare e non fuorvianti; le comunicazioni pubblicitarie e promozionali sono chiaramente identificabili come tali; gli intermediari forniscono ai clienti o potenziali clienti, in una forma comprensibile, informazioni appropriate affinché essi possano ragionevolmente comprendere la natura del servizio di investimento e del tipo specifico di strumenti finanziari interessati e i rischi ad essi connessi e, di conseguenza, possano prendere le decisioni in materia di investimenti in modo consapevole; tali informazioni, che possono essere fornite in formato standardizzato, si riferiscono: a) all'impresa di investimento e ai relativi servizi; b) agli strumenti finanziari e alle strategie di investimento proposte, inclusi opportuni orientamenti e avvertenze sui rischi associati agli inve stimenti relativi a tali strumenti o a determinate strategie di inve stimento; c) alle sedi di esecuzione, e d) ai costi e oneri connessi".
La Corte di Cassazione analizza anche la possibilità del cliente di chiedere il risarcimento dei danni. In mancanza di prova della diligenza e dell'adempimento delle obbligazioni poste a suo carico, onere che ricade sulla banca (art. 23, ultimo comma, del d.lgs. n. 58 del 1998), questi sarà, pertanto, tenuto al risarcimento degli eventuali danni causati al risparmiatore (Cass. 18039/2012), che devono, di conseguenza, considerarsi, in difetto di prove di segno contrario da parte dell' intermediario in nesso di causalità con la predetta condotta inadempiente. Pertanto, ai fini della risarcibilità del danno subito, è sufficiente che l'investitore alleghi da parte della banca o dell'intermediario finanziario l'inadempimento delle obbligazioni poste a loro carico dall'art. 21 dei d.lgs. n. 58 del 1998 (integrato dalla normati va secondaria) e che provi che il pregiudizio lamentato consegua a siffatto inadempimento, incombendo, per contro, sull'intermediario l'onere di dimostrare d'aver rispettato i dettami di legge e di avere agito con la specifica diligenza richiesta (Cass. 22147/2010; Cass. 4620/2015).
Fonte: www.altalex.com/Operazioni finanziarie inadeguate? Sono nulle | Altalex
Coppia omosex e figlia trasferita in Italia: nessun caso sull'adozione della minore
A sollevare il caso è stato il Tribunale per i minorenni di Bologna. In ballo il riconoscimento della sentenza con cui, negli Stati Uniti, era stata disposta l’adozione della bambina da parte della compagna della madre biologica. Ma ci si trova di fronte a un pronunciamento straniero, che coinvolge cittadini stranieri.
Dunque, tantissimo fumo, ma niente arrosto. Per i giudici della Corte Costituzionale è «inammissibile» la «questione di legittimità costituzionale promossa dal Tribunale per i minorenni di Bologna» e relativa a una ‘stepchild adoption’.
Ai giudici emiliani era stato chiesto di «riconoscere la sentenza con cui, nel 2004, negli Stati Uniti, era stata disposta l’adozione della figlia della compagna in una coppia di persone dello stesso sesso, entrambe cittadine americane» e trasferitesi da qualche anno in Italia.
Ma il delicato tema non è stato neanche affrontato. Ciò perché, spiegano i giudici della Consulta, «il Tribunale di Bologna ha erroneamente trattato la decisione straniera come un’ipotesi di adozione da parte di cittadini italiani di un minore straniero (cosiddetta adozione internazionale), mentre si trattava del riconoscimento di una sentenza straniera, pronunciata tra stranieri».
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Coppia omosex e figlia trasferita in Italia: nessun caso sull'adozione della minore - La Stampa
By Avv. Emiliano Mancino a febbraio 25, 2016
Il prestito passa dai social. Facebook e LinkedIn banche dati
Concessione di prestito sì, a patto che la fedina social sia pulita. Detto in altri termini, curare poco e male i propri profili Facebook o LinkedIn può portare la società finanziaria a negare la concessione di denaro; vice versa, una buona immagine di sé e degli amici virtuali attivi possono agevolarne l’ottenimento. Non è la prima volta che il mondo mediatico entra prepotentemente in una realtà fatta di cifre e denaro: già le agenzie fiscali (prima quelle americane di Minnesota e Nebraska, poi le Entrate italiane) avevano ventilato la possibilità sul finire del 2010 di utilizzare i canali social per stabilire se quanto dichiarato nei redditi fosse in linea con lo stile di vita condotto. Beauty farm, regali di valore e vacanze ai tropici, si pensava, sarebbero diventati il nuovo passaporto del contribuente. Così è stato. I big data starebbero infatti cambiando le modalità con cui le società finanziarie raccolgono informazioni per valutare l’aleatorietà del cliente; in altre parole, profilo social del richiedente e profilazione del rischio-cliente assumeranno via via la medesima forma. Ad oggi per l’Italia tale sistema non sembra essere ancora utilizzato, ma il web corre veloce. Come precisato anche dall’università Bocconi di Milano, taluni enti del credito, allo scopo di stimare quanto l’individuo in questione abbia stabilità in termini lavorativi e dinamicità nella ricerca e nell’ottenimento di nuovo impiego, attingono a LinkedIn, il social network in doppiopetto che permette l’inserimento degli studi sostenuti, della carriera trascorsa e del feedback da parte dei professionisti iscritti. Altre società sperimentano invece l’approccio con Facebook, richiedendo un accesso temporaneo al profilo del soggetto. Una strategia, questa, avente duplice effetto: da un lato, valutare tramite immagini pubblicate e post condivisi in bacheca lo stile di vita e le possibilità finanziarie del cliente (con, ad esempio, foto che riprendono la casa, il nucleo familiare, il posto di lavoro, gli ambienti frequentati o le mete di vacanza); dall’altro, di compiere uno screening completo dei «seguaci» più attivi, tramite l’impiego di algoritmi che consentono di individuare parole calde frequenti e proattività alla discussione.
fonte: www.italiaoggi.it//Il prestito passa dai social. Facebook e LinkedIn banche dati - News - Italiaoggi
Divieto di accesso agli stadi per saluti romani e inni fascisti
È legittimo il provvedimento del Questore che ha vietato ad alcuni tifosi, per cinque anni, l'accesso ai luoghi dove si svolgono gli incontri di calcio, perché questi tifosi avevano effettuato il saluto romano, cantato inni fascisti, esibito una svastica e offeso un giocatore della squadra avversaria, precedentemente deceduto, insultandone la memoria (Tar Toscana, sezione 2, sentenza 8 febbraio 2016, n. 218).
Durante un incontro di calcio allo stadio, alcune persone tifose che assistevano all'incontro hanno salutato romanamente, hanno intonato inni fascisti, mostrato una croce uncinata, e offeso un calciatore della squadra avversaria che era conosciuto, e che era precedentemente deceduto.
Il Questore ha vietato a queste persone tifose di calcio di accedere – per cinque anni - ai luoghi dove si svolgeranno incontri di calcio ufficiali e amichevoli, professionistici e per dilettanti.
Queste persone hanno impugnato il provvedimento davanti al Tar, sostenendo, tra l'altro, che:
- in riferimento al saluto romano non era sufficiente l'esibizione di un braccio teso per valutare le capacità effettive di adesione e diffusione, ma era necessario concretizzare o contestualizzare il gesto;
- in riferimento a inni fascisti, essi non rientravano nei presupposti indicati tassativamente dalla legge per l'irrogazione del provvedimento;
- non è stata motivata la quantificazione temporale di questo divieto.
Il Ministero dell'interno si è costituito in giudizio, e – dopo il dibattimento – il Tar ha emanato la sentenza, che ha respinto il ricorso.
La sentenza ha richiamato la precedente giurisprudenza sui Daspo e l'articolo 6, comma 1, della legge 491/1989, che prevede la «… condotta, sia singola sia di gruppo, evidentemente finalizzata … a creare turbative per l'ordine pubblico».
Il presupposto per l'applicazione della misura è stato perciò individuato nell'ordine pubblico, e si è ritenuto che non era necessario che si verificassero in concreto dei disordini. In questo parametro normativo può essere collocata l'esibizione del saluto romano, che poteva «provocare scontri con la tifoseria opposta, data la notoria collocazione politica della città». Anche i cori oltraggiosi alla memoria di un giocatore, che era deceduto e che era conosciuto «di opposta fede politica», sono stati fatti rientrare in questo parametro. Infine, la durata della misura applicata (cinque anni), in relazione alla gravità del fatto, non è stata ritenuta irragionevole.
La sentenza merita approvazione. Essa ha applicato una norma di legge che prevede le turbative all'ordine pubblico. Questo concetto di ordine pubblico deve essere considerato in riferimento all'ambito temporale e spaziale in cui si svolgono le partite di calcio, dove talvolta – come nel caso di specie - l'agonismo sportivo è intrecciato con l'antagonismo politico. In conseguenza, determinati gesti, canti, atteggiamenti, possono far sorgere negli altri spettatori di opposta fede politica dei sentimenti di animosità, e si può verificare la concreta possibilità che avvengano fatti di violenza, idonei a turbare l'ordine pubblico. In contrario a quanto esposto si potrebbe obiettare che questi gesti e canti sono l' espressione di un «pensiero» di carattere politico, che è tutelato dall' articolo 21 della Costituzione, che stabilisce: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, con la parola, lo scritto e ogni altri mezzo di diffusione», e l' unico divieto, previsto nell'ultimo comma, riguarda «le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume». Quindi – si potrebbe sempre obiettare - questi saluti o canti sono libere manifestazioni del pensiero, e non possono essere considerati come presupposti per l'irrogazione di un Daspo. Ma l'obiezione non sarebbe persuasiva.
A parte i divieti stabiliti dalla legge per le manifestazioni di carattere fascista (legge 20 giugno 1952, n. 645), si deve notare che la libertà di pensiero è legittima e tutelata quando essa fa sorgere nell' ascoltatore un altro pensiero.
Se invece la manifestazione di pensiero fa sorgere nell'ascoltatore un'azione, si è al di fuori della manifestazione del pensiero, ed essa può essere vietata.
Da qui il divieto di canti, gesti, atteggiamenti che possono far sorgere sentimenti di odio, disordini, turbative ecc., e che possono incidere sull' ordine pubblico.
Si pensi al seguente esempio. Una persona, in teatro affollato dove non vi è alcun incendio, grida, per suo divertimento: «al fuoco!». Ciò fa sorgere panico, confusione e pericolo per l'affollamento alle uscite, e può verificarsi anche qualche ferimento o decesso. Questa persona non potrebbe invocare, per questo suo grido pericoloso e sconsiderato, la libertà di manifestazione del pensiero.
Le conseguenze per altri casi di Daspo
La sentenza è quindi da condividere, ed è importante anche per casi simili che possono sorgere in occasione di avvenimenti sportivi, che dovranno essere risolti nel parametro della possibilità che vi sia turbamento dell'ordine pubblico.
Quest' ultimo non deve essere valutato in generale, ma deve essere considerato in riferimento a quell' ordine che deve essere mantenuto in occasione delle riunioni delle persone che intendono assistere pacificamente alle competizioni calcistiche.
Fonte: www.ilsole24ore.com//Divieto di accesso agli stadi per saluti romani e inni fascisti
Ok del Senato al Milleproroghe: ora è legge. Le principali novità del decreto
Via libera dell'Aula del Senato alla fiducia chiesta dal Governo sul decreto legge milleproroghe con 155 voti a favore e 122 contrari. Il sì di Palazzo Madama al testo arrivato dalla Camera rappresenta l'approvazione definitiva del provvedimento. È stata la ministra per i Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, a porre la questione di fiducia. Queste alcune delle principali misure contenute nel decreto 210/2015 Milleproroghe.
Multa da 200mila euro per i partiti che non approvano bilancio. Scatta una multa da 200 mila euro per i partiti che non presentano il bilancio. Prorogata al 15 giugno la presentazione dei rendiconti 2013 e 2014.
Via balzello licenziamenti per cambi appalto. I datori di lavoro non dovranno più pagare il contributo dovuto in caso di licenziamenti per cambi di appalto, ai quali siano succedute assunzioni presso altri datori di lavoro in attuazione di clausole sociali.
Stop a incroci proprietari. Nuovo stop per un anno per gli incroci proprietari. Chi esercita attività televisiva a livello nazionale e le imprese Tlc non possono acquisire partecipazioni in imprese editrici di quotidiani o partecipare alla costituzione di nuove imprese editrici di quotidiani, esclusi i quotidiani diffusi unicamente via web.
Part-time over63 anche per Poste e Fs. Il decreto Milleproroghe allarga inoltre il bacino di applicazione delle novità sul part-time contenuta nella legge di Stabilità. A darne notizia è la relatrice del provvedimento, la deputata del Pd Daniela Gasparini, chiarendo che il pubblico impiego rimarrà invece escluso.
Fondi pensione Pa. Le risorse destinate al finanziamento dei fondi gestori di previdenza complementare dei dipendenti pubblici, nel 2016, possono essere usate per un importo massimo di 214mila euro anche per le spese di avvio dei Fondi.
Proroga split payment. Prorogato per il 2016 l'uso delle somme iscritte in conto residui nel 2015 nel bilancio dello Stato, relative allo split payment.
Più tempo per controllo tabulati telefonici per reati di mafia. In caso di reati di associazione mafiosa, terrorismo ed eversione, criminalità e contrabbando ci sono sei mesi in più per conservare i tabulati telefonici.
Comuni e Province. Ancora un anno di tempo ai piccoli comuni prima di essere obbligati alla gestione in forma associata delle funzioni fondamentali. I comuni che si fondono sono esonerati dall'obbligo degli obiettivi di finanza pubblica. Province e città metropolitane potranno prorogare i contratti a tempo determinato e le co.co.co, anche se non hanno rispettato il patto di stabilità interno.
Terra dei Fuochi. Prorogata al 31 luglio la durata della gestione commissariale per la bonifica delle aree. Prorogato di 60 giorni il termine per l'adozione del programma di “rigenerazione urbana” del comprensorio.
Più risorse per Pompei. Aumentano a 500mila euro l'anno, fino al 2019, le risorse relative alla struttura che lavora al progetto Pompei. Stanziati tre milioni l'anno per tre anni per il finanziamento della Scuola sperimentale; 500 milioni l'anno al museo tattile Omero.
fonte: www.ilsole24ore.com//Ok del Senato al Milleproroghe: ora è legge. Le principali novità del decreto - Il Sole 24 ORE
Lesioni serie al volto della donna, che, però, non può rivalersi sulla azienda produttrice: nessun risarcimento, quindi, per lei. Così ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 3258/16 depositata lo scorso 19 febbraio.
Flacone. Già i giudici di merito hanno ritenuto immotivate le pretese avanzate dalla casalinga. Pur considerando vero l’episodio denunciato dalla donna, cioè «l’esplosione di un flacone di candeggina», essi hanno considerato non dimostrata «la prova della riconducibilità del fatto ad un difetto del prodotto». Più precisamente, è stato accertato soltanto che il contenitore «era stato riscontrato rotto durante l’utilizzo fatto» dalla casalinga e che «a seguito di detta rottura, per la fuoriuscita del liquido» la donna «era stata colpita al volto», ma, viene precisato, «non vi era prova che quello specifico prodotto si fosse rotto per un difetto di produzione». Plausibile, in sostanza, che l’incidente fosse stato provocato da «un semplice fatto accidentale» ascrivibile alla donna, come, ad esempio, un «uso anomalo del contenitore» oppure una «caduta sul flacone ancora pieno e con il tappo avvitato».
Difettosità. Per fare chiarezza, in maniera definitiva, i Giudici della Cassazione, chiamati in causa dal legale della donna, ribadiscono, in premessa, che «la responsabilità da prodotto difettoso ha natura presunta, e non oggettiva, poiché prescinde dall’accertamento della colpevolezza del produttore» ma «non anche dalla dimostrazione dell’esistenza di un difetto del prodotto». Difatti, su questo fronte, alla luce del ‘Codice del consumo’, tocca al «soggetto danneggiato» la «prova specifica del collegamento causale non tra prodotto e danno, bensì tra difetto e danno».
Il concetto di «difettosità», però, viene chiarito, si lega a quello di «sicurezza». Ciò significa che «il prodotto» può considerarsi «difettoso» quando «non corrisponde a quello della sua più rigorosa innocuità, dovendo, piuttosto, farsi riferimento ai requisiti di sicurezza generalmente richiesti» dai compratori.
Tutto ciò consente di affermare che «il danno» subito dalla donna «non prova indirettamente, di per sé, la pericolosità del prodotto in condizioni normali di impiego, ma solo una più indefinita pericolosità del prodotto, di per sé insufficiente» per sostenere «la responsabilità del produttore», se non si è in concreto accertato anche che «quella specifica condizione di insicurezza del prodotto si pone al di sotto del livello di garanzia di affidabilità» richiesto dai consumatori e previsto dalla normativa.
Seguendo tale linea di pensiero è significativa, in questa vicenda, la «carenza probatoria in ordine al difetto presente» nel flacone di candeggina utilizzato dalla casalinga. E, su questo punto, non si può attribuire rilievo decisivo alla indiscutibile «esistenza di un danno seguito all’utilizzazione del prodotto».
Per i Giudici, in sostanza, il mero riscontro della «rottura del flacone di candeggina» non è sufficiente per parlare di «difettosità del prodotto».
Inevitabile, perciò, la conferma della decisione sfavorevole alla casalinga: nessun risarcimento da parte della società produttrice del flacone di candeggina.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Scoppia il flacone, candeggina sul volto della casalinga: azienda produttrice non responsabile - La Stampa
La recente direttiva europea sulla presunzione di innocenza e sul diritto alla partecipazione al processo
La direttiva europea sulla presunzione di innocenza e sul diritto ad essere presente al processo, approvata il 27.1.2016 dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dell’Unione Europea, si prefigge lo scopo di uniformare le varie legislazioni nazionali sul tema delle garanzie processuali penali e di recuperare la fiducia reciproca nella giurisdizione degli Stati membri. La presunzione di innocenza, in particolare, viene articolata attraverso alcuni profili specifici che ne rappresentano dirette esplicazioni ed incidono in modo effettivo sulle garanzie dell’imputato: l’onere della prova, il diritto al silenzio ed alla non autoincriminazione, il divieto di presentare in pubblico l’imputato come colpevole, il divieto di adottare misure coercitive in chiave colpevolista prima della decisione definitiva, il diritto a presenziare al processo, sono ambiti concreti sui quali si misura, infatti, la tenuta democratica del sistema penale e il diritto effettivo ad un equo processo.
Il 27.1.2016, il Parlamento Europeo e il Consiglio dell’Unione Europea hanno approvato una fondamentale direttiva sulla presunzione d’innocenza e sul diritto alla partecipazione dell’imputato al proprio processo. La direttiva segue, in verità, una lungo cammino iniziato con il monitoraggio delle modalità attraverso le quali la presunzione d’innocenza vive in concreto nelle legislazioni degli Stati membri dell’Unione Europea, presentato il 26.4.2006 a Bruxelles, dalla Commissione delle comunità europee, come “libro verde sulla presunzione di non colpevolezza”. Da quel momento, senza soluzione di continuità, si è messo in moto un meccanismo che, attraverso vari passaggi, ha portato all’approvazione del testo in esame.
Facendo tesoro di quella esperienza, dei successivi sviluppi e della giurisprudenza della Corte EDU, la direttiva punta ad uniformare le legislazioni dei vari paesi membri con l’intento dichiarato di “rafforzare il diritto a un equo processo nei procedimenti penali, stabilendo norme minime comuni relative ad alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo” e di “rafforzare la fiducia degli Stati membri nei reciproci sistemi di giustizia penale e, quindi, a facilitare il riconoscimento reciproco delle decisioni in materia penale”.
Il punto è declinato in modo puntuale nell’art. 1, laddove è chiarito come la ragion d’essere dell’iniziativa legislativa sia quella di individuare norme minime comuni concernenti la presunzione di innocenza nei procedimenti penali e il diritto di presenziare al processo penale. L’esigenza di uniformare le legislazioni nazionali rappresenta un’essenziale premessa per il funzionamento effettivo di tuti i meccanismi di cooperazione, molto importanti nel settore penale. In questo ambito, infatti, il riconoscimento reciproco delle decisioni è l’elemento nucleare di sostegno ad ogni ambizione europea ed è determinato, per un verso, dalla fiducia che ogni Stato ha nell’attività giurisdizionale dell’altro e, per altro verso, dall’esistenza di un minimo di garanzie comuni.
La presunzione di innocenza mira ad evitare che un soggetto, prima di essere giudicato responsabile del fatto penalmente illecito contestato, possa essere ritenuto colpevole o anche solo trattato come tale. In questo senso, rappresentando un corollario logico del fine razionale assegnato al processo essa mostra una indiscutibile preferenza ontologica nei confronti dell’innocenza, che si traduce nella convinzione secondo cui il processo penale ha una funzione cognitiva proiettata alla dimostrazione, oltre ogni ragionevole dubbio, della colpevolezza e non dell’innocenza.
La scelta di approvare una specifica direttiva sull’argomento è di estremo rilievo per la intrinseca capacità dello strumento di incidere direttamente sulle legislazioni dei paesi membri, determinando i necessari adeguamenti normativi. Il suo recepimento, infatti, “sconvolgerà”, in termini di rispetto delle garanzie, gli assetti procedurali di molti Stati membri dell’Unione.
L’art. 2 del provvedimento amplia il perimetro di applicazione dei principi richiamati, individuando espressamente le coordinate della loro futura operatività all’interno degli Stati membri: valenza che inizia nel momento stesso in cui prende avvio un’indagine penale nei confronti di una persona fisica e dura fino a quando la decisione non diventa definitiva. In questa prospettiva, la solenne affermazione contenuta nel successivo art. 3, secondo cui “gli Stati membri assicurano che agli indagati e imputati sia riconosciuta la presunzione di innocenza fino a quando non ne sia stata legalmente provata la colpevolezza”, deve essere intesa nel senso che il momento conclusivo coincide col passaggio in giudicato della sentenza che decide sulla responsabilità penale. Ed è un significativo passo avanti rispetto alla stessa lettera della Convenzione europea, che, invece, utilizza una terminologia intesa, nel passato, in modo meno ampio.
La direttiva dunque obbliga gli Stati membri dell’Unione ad adeguarsi a quanto previsto ed indicato ed in particolare obbliga tutti i paesi a considerare la presunzione di innocenza come un pilastro essenziale del diritto all’equo processo, valido per tutte le legislazioni penali. Passo avanti sul piano giuridico, ma anche su quello culturale, non estraneo ai percorsi legislativi interni.
Di particolare interesse è, poi, la scansione delle varie declinazioni che, secondo il legislatore europeo, la presunzione assume. Innanzitutto, l’onere della prova: l’art. 6 indica, infatti, agli Stati membri l’obbligo di assicurare che l’onere di provare la colpevolezza competa all’accusa e non alla difesa. Questo profilo individua uno delle caratteristiche e delle garanzie essenziali del processo penale, laddove fissa l’oggetto dell’accertamento e il ruolo dei protagonisti: l’accusa deve dimostrare i fatti penalmente rilevanti contestati alla persona imputata e nessuna inversione dell’onere dimostrativo è legittima, cosi come non possono trovare spazio presunzioni di qualsiasi natura.
Immediatamente dopo, però, la direttiva richiama e fa salvo l’eventuale obbligo per il giudice o il tribunale competente di ricercare le prove sia a carico che a discarico in conformità del diritto nazionale applicabile. Questo rinvio può avere un senso, però, solo se letto nella prospettiva di non delegittimare quelle legislazioni ove è contemplata un‘iniziativa probatoria attiva del giudice particolarmente ampia. Nel sistema italiano, invece, la specificazione può essere pericolosa nella misura in cui vive la convinzione secondo la quale l’attivismo probatorio del giudice, oltre i limiti rigidamente fissati dal codice di rito, incide (limitandola) sulla sua imparzialità. Ampliare gli spazi dell’iniziativa probatoria del giudice finirebbe per destrutturare i delicati equilibri che presiedono l’acquisizione e la valutazione delle prove.
Un’immediata e diretta conseguenza della regola dell’onere della prova è fissata nel par. 2 dell’art. 6 secondo il quale il “dubbio” deve essere sempre valutato a favore della persona indagata o imputata, anche se deve essere assolta: il principio è già noto al sistema processuale penale come modalità di articolazione del giudizio (in dubio pro reo), ma deve essere favorevolmente salutato ogni ampliamento della sua latitudine, in una prospettiva di vietare anche di assolvere col beneficio del dubbio e poi motivare manifestando un proprio (moralistico) convincimento di colpevolezza o comunque un giudizio negativo sulla persona.
Una ulteriore declinazione della presunzione di innocenza è individuata nel diritto al silenzio e nel diritto a non autoincriminarsi. L’art. 7 indica la necessità che ad ogni indagato e imputato debba essere riconosciuto il diritto al silenzio in merito al reato che viene loro contestato (par. 1) e il diritto a non rendere dichiarazioni autoincriminanti (par. 2). La successiva puntualizzazione secondo la quale gli Stati membri possano valorizzare comportamenti collaborativi o raccogliere prove lecite attraverso l’uso di poteri coercitivi, comunque esclude, senza equivoci (par. 5 ), che l’esercizio dei diritto al silenzio ed alla non autoincriminazione possa essere utilizzato contro l’imputato o come prova della commissione del fatto. Questa connessione virtuosa – già più volte operata dalla giurisprudenza della Corte EDU - è di particolare rilievo perché dimostra la concretezza del principio e la sua proiezione garantista. La scelta degli elementi utilizzabili a determinare il convincimento del giudice, infatti, non è un dato neutro rispetto alle dinamiche dell’equo processo. Far passare la presunzione di innocenza attraverso la tutela delle fondamentali prerogative di libertà dell’indagato o dell’imputato è un modo per radicare la garanzia all’interno del processo e nel limbo delle declinazioni di principio.
Una successivo ed importante ambito viene disciplinato dall’art. 4, ove sono valorizzati i collegamenti esistenti tra il profilo di pubblicità e la presunzione stessa. In particolare, è fatto obbligo agli Stati membri di adottare le misure necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni delle autorità pubbliche non presentino la persona come colpevole. Ugualmente per le decisioni diverse da quelle sulla colpevolezza.
La precisazione è di particolare rilievo e si pone in netto contrasto con molte prassi disinvolte di presentare all’indomani di un’operazione di polizia, le persone coinvolte come colpevoli. Ciò non impedisce il sacrosanto diritto di cronaca, ma ne limita la sua manipolazione (assai frequente, in verità). Gli Stati membri dovrebbero impedire, ove possibile, che in pubblico la mera inchiesta venga già proposta come una affermazione di responsabilità.
Infine, la presunzione di innocenza viene anche considerata come regola di trattamento e riferita in particolare alle misure coercitive ante iudicium. In questa prospettiva, l’art. 5vieta che gli indagati e imputati possano essere presentati come colpevoli, in tribunale o in pubblico, attraverso il ricorso a misure di coercizione fisica. Questa essenziale puntualizzazione non vieta l’applicazione di misure coercitiva ma solo se sono necessarie per ragioni di sicurezza, tutela del processo o per impedire la fuga. Mi sembra veramente opportuno questo doppio intervento che se, da un lato, fissa alcune semplici regole di condotta, dall’altro dovrebbe ridimensionare tantissimo il ricorso disinvolto alla coercizione anticipata.
La direttiva si conclude col riconoscimento del fondamentale diritto a presenziare al proprio processo. In questa prospettiva molto netta, viene anche considerata la possibilità di celebrare il processo in assenza dell’imputato, ma solo a condizione che sia stato informato in tempo del processo e delle conseguenze della sua assenza.
La partecipazione diretta dell’imputato al processo rappresenta la modalità unica ed essenziale per esercitare i propri diritti ed in particolare per difendersi al suo interno. Senza la sua presenza attiva, o mediata dal difensore tecnico, il diritto al processo equo diventa una sterile affermazione teorica priva di senso.
La sua valorizzazione all’interno di una direttiva incentrata sulla presunzione d’innocenza scandisce, peraltro, la stretta correlazione esistente tra i due ambiti.
Con questo provvedimento, il processo penale diventa sicuramente più capace di proporsi come il luogo ove si accerta un fatto penalmente rilevante nel rispetto delle garanzie dell’individuo.
Per leggere la direttiva clicca qui: dirUE_innocenza pdf.pdf
Fonte: www.quotidianogiuridico.it//
È concussione minacciare controlli fiscali
Con due pronunce contestuali della stessa sezione (la Sesta, ma a collegi diversi) la Cassazione conferma la linea del rigore verso gli imputati di concussione. La severità nel circoscrivere il reato spacchettato dalla legge Severino (190/2012), con le sentenze 6656 e 6659 depositate ieri, si accompagna alla conferma del doppio regime delle sanzioni patrimoniali a carico dei funzionari infedeli; le statuizioni civili a favore della parte lesa costituita a processo non escludono l'iniziativa della magistratura contabile, almeno fino alla maturazione del titolo esecutivo.
Diverse le figure di pubblico ufficiale colpite dalle sentenze di ieri - un dipendente delle Entrate di Varese, un curatore fallimentare incaricato dal Tribunale di Rimini - ma identiche le sintesi sulle fattispecie ribadite dalla Suprema corte.
Nel primo caso il funzionario infedele aveva avvicinato con approcci insoliti oltrechè irrituali un imprenditore, esponendogli con «modalità terroristiche» delle presunte irregolarità nella dichiarazione dei redditi e chiedendo - e ricevendo poi - 5mila euro per tacitare la vicenda. Ugualmente “dirette” le modalità estorsive, a giudizio della Corte, messe in campo dal curatore fallimentare romagnolo, che aveva “barattato” la disponibilità a tradire l'ufficio - restituendo una chiavetta Usb con la contabilità occulta della società indagata e impegnandosi a non esecutare i beni personali del fallito - con la promessa di ricevere 95mila euro.
fonte: www.ilsole24ore.com//È concussione minacciare controlli fiscal
Stalking: tra i diritti della donna anche quello di essere informata
Una donna vittima di uno stalker ha il diritto di essere informata su quanto la giustizia fa per proteggerla, e sui provvedimenti presi nei confronti dell'uomo. Per la prima volta il tribunale di Milano ha applicato la nuova norma, stabilita da una direttiva europea appena recepita dall'Italia. Il collegio dei giudici (Fabio Roia, Ilario Pontani e Veronica Tallarida) ha ordinato ai sensi del nuovo articolo del codice di procedura penale in vigore da fine gennaio di "comunicare" alla donna la "misura di protezione" decisa "in suo favore". Un fatto all'apparenza banale, ma oggi stabilito per legge, e introdotto da un decreto legislativo dello scorso dicembre per dare attuazione alle disposizioni europee sulle "Norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato".
Il caso specifico riguarda un uomo 27 anni che, durante un periodo di sorveglianza speciale con obbligo di firma seguito a delle condanne per rapine e droga, viene denunciato per atti persecutori dalla sua ex convivente. Col provvedimento che recepisce la nuova norma, i giudici della prevenzione revocano l'obbligo di soggiorno in precedenza imposto all'uomo "per favorire il reperimento del lavoro in grado di garantire al sorvegliato un'esistenza dignitosa" sostituendolo "col più idoneo ed incisivo divieto di avvicinarsi (nel raggio di un chilometro) al luogo di lavoro della sua ex", oltre che alla sua abitazione. E di questa imposizione, stavolta, viene messa al corrente anche la vittima. Il decreto a carico del giovane, su disposizione dei giudici, è stato dunque inoltrato dalla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano - primo caso da quando è in vigore la normativa sullo stalking - anche alla donna. Prima, infatti, non c'era l'obbligo di avviso e la persona offesa, a meno che non lo richiedesse esplicitamente, non sapeva che al suo stalker era stata inflitta una misura.
Fonte: www.repubblica.it//Stalking, cambia la legge: tra i diritti della donna anche quello di essere informata - Repubblica.it
Difficile immaginarsi l’addetto alla sicurezza di una banca che utilizzi il monitor di videosorveglianza per guardarsi in santa pace una bella televendita pomeridiana. Eppure il sospetto deve essere venuto al solerte rappresentante della Guardia di Finanza che, attento alle esigenze erariali oltre che, indirettamente, a quelle dell’istituto di credito, ha eseguito, nel torrido luglio di due anni fa, un «accesso» a una banca di Trabia (ridente centro del palermitano). E infatti ha potuto verificare che faceva bella mostra di sé un monitor che trasmetteva quanto le telecamere rilevavano nei locali. Il primo sospetto, quindi, è stato che quel monitor servisse a divertirsi con telenovelas e gare di cucina. E il solerte funzionario ha subito chiesto la ricevuta di pagamento del canone Rai.
Evidentemente gli stupefatti impiegati hanno cercato invano di dimostrare che il sistema a circuito chiuso impediva, ahimè, di rifugiarsi dietro pile di pratiche come Fantozzi per vedere la partita di nascosto e che quel monitor, inesorabilmente, serviva a sorvegliare. Trattandosi di una banca, poi, l’ipotesi non appariva irreale.
Ma non c’è stato nulla da fare: con tetragona inflessibilità il finanziere ha fatto presente alle Entrate (al famigerato Sportello Sat di Torino) la grave situazione di illiceità. Nemmeno allo Sportello Sat devono aver colto la differenza tra un monitor e una Tv ed è partito un accertamento per 407,35 euro che la banca ha impugnato alla Commissione tributaria provinciale di Torino. La quale, con sferzante ironia, ha spiegato ai più che un monitor non è «atto» a ricevere le emissioni televisive, come già chiarito al ministero dello Sviluppo economico nel 2012. E ha anche condannato, con sentenza depositata il 14 gennaio scorso, l’agenzia delle Entrate (Direzione provinciale I di Torino) a pagare 300 euro di spese di giudizio.
fonte: www.ilsole24ore.com//SaverioFossati//Videosorveglianza, i monitor non devono pagare il canone Rai - Il Sole 24 ORE

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 131
 sentenza 
 art. 29
 art. 28
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 Cass. 
 Cass. 
 art. 8
 Cass. 
 Cass. 
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 articolo 21
 sentenza 
 sentenza 
 art. 3
 sentenza 
in dubio
 sentenza