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Timestamp: 2018-04-22 01:10:19+00:00

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Senza prova del danno niente risarcimento per l'inadempimento
Lo sai che? Senza prova del danno niente risarcimento per l’inadempimento
Anche se l’inadempimento contrattuale è pacifico, è necessaria una prova precisa del danno subito.
In una causa di inadempimento contrattuale non basta dimostrare che la controparte non abbia rispettato gli accordi per poter pretendere il risarcimento: è anche necessaria la prova precisa e puntuale del danno subìto da tale comportamento, prova che non può limitarsi a un danno presunto ed eventuale, ma deve essere concreto, attuale e, soprattutto, certo. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].
In buona sostanza, anche se è pacifico il fatto dell’altrui inadempimento, non spetta alcun risarcimento (anche in via equitativa) se manca la prova del pregiudizio effettivo e reale.
Per un errore di stampa, la società che gestisce il servizio di Pagine Gialle aveva indicato, sul proprio elenco, i dati di una società differente da quella che aveva richiesto il servizio pur non essendo le due aziende legate da alcun rapporto ed avendo le stesse sedi completamente diverse. Così, il contraente che aveva pagato per l’inclusione nell’elenco telefonico ha intrapreso una lunga causa contro Seat Pagine Gialle, chiedendo il risarcimento del danno per la perdita di clientela. In particolare la ditta (un’agenzia di assicurazioni) lamentava che le polizze sottoscritte erano diminuite a causa del fatto che i potenziali clienti non sarebbero riusciti a mettersi in contatto con essa.
Tuttavia, nel dimostrare la diminuzione del calo di fatturato, l’attrice non era riuscita a provare che ciò fosse dipeso esclusivamente dall’errore della società convenuta. Pertanto la sua richiesta è stata rigettata.
La Corte coglie l’occasione per ricordare i principi che regolano la responsabilità contrattuale. In tale ambito opera la regola della cosiddetta presunzione della colpa: in particolare, spetta all’attore solo l’onere di dimostrare:
– l’inadempimento della controparte
– l’entità del danno.
Il debitore, invece, se vuole evitare di dover versare il risarcimento, deve dimostrare l’impossibilità sopravvenuta della prestazione, per cause ad egli non imputabili.
Per quanto riguarda il danno che può essere richiesto al giudice, questo può consistere nel:
– danno emergente: per es. le spese e gli oneri sostenuti a causa del contratto e del conseguente inadempimento;
– lucro cessante: la perdita di guadagno futuro che si è subìta per colpa dell’inadempimento di controparte.
Se la prova del danno emergente è assai facile (basterà fornire la dimostrazione delle spese con i relativi pagamenti effettuati), quella del lucro cessante è invece più difficoltosa, risolvendosi in un’analisi comparativa con un futuro ipotetico, che però non si è verificato. Dunque, si tratta di un giudizio in termini di probabilità – e non di semplice possibilità -, che richiede una prova rigorosa e certa. Non può invece trovare accoglimento la domanda di risarcimento di ipotetici guadagni, dipendenti da condizioni incerte.
Così, non basta assumere di aver subito una perdita di fatturato senza però dar prova che ciò è dipeso, con buona probabilità, dall’inadempimento della controparte.
[1] Cass. sent. n. 24632 del 3.12.2015.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 16 ottobre – 3 dicembre 2015, n. 24632
Presidente Chiarini – Relatore D’Amico
La ditta Ceccon Orazio & Perini Annamaria s.n.c., agenti generali e procuratori della Milano Assicurazioni, convenne in giudizio, davanti al Tribunale di Bassano del Grappa, la Seat Pagine Gialle s.p.a. ponendo a fondamento della propria domanda l’inadempimento all’incarico di inserzione sull’elenco telefonico Telecom della Provincia di Vicenza, città di Bassano del Grappa, con le seguenti indicazioni: Milano Assicurazioni – Agenzia Generale – Ceccon Orazio & Perini Annamaria s.n.c. – largo (omissis) .
Poiché invece era stata pubblicata la seguente inserzione: Assicurazioni Milano Assicurazioni – Agenzia Generale – Finas s.a.s. di Perini Sandro & C. (omissis) , indirizzo e recapiti della città di Verona, era stata economicamente danneggiata dal fuorviamento di clientela, e pertanto chiese la condanna della convenuta al risarcimento.
La Seat, costituendosi in giudizio, chiese il rigetto della domanda.
La causa venne decisa con la sentenza n. 508/2005 del suddetto Tribunale che, in accoglimento della domanda, dichiarò la risoluzione del contratto inter partes e condannò la Seat al pagamento della somma di Euro 45.640,00 per risarcimento dei danni provocati.
Avverso detta sentenza ha proposto appello la Seat.
Si è costituita la controparte resistendo al gravame.
La Corte d’appello di Venezia, in riforma della suddetta sentenza, ha rigettato le domande proposte da C.O. e P.A. .
Propone ricorso per cassazione la Ceccon Orazio & Perini Annamaria s.n.c. con quattro motivi.
Resiste con controricorso la Seat Pagine Gialle s.p.a..
Con il primo motivo parte ricorrente denuncia “violazione dell’art. 132, n. 2 c.p.c. e nullità della sentenza n. 1720/2012 emessa dalla Corte d’appello di Venezia, per errata indicazione di una delle parti nel dispositivo”.
Osserva parte ricorrente che detta sentenza deve ritenersi nulla, in quanto inutiliter data, posto che rigetta la domanda proposta da due persone fisiche, C.O. e P.A. che non sono parti del giudizio, allorché parte è soltanto la Ceccon Orazio & Perini Annamaria s.n.c., condannandole, in solido, alla rifusione delle spese di lite.
Sempre ad avviso di parte ricorrente la sentenza n. 1720/2012 è nulla in quanto, al di là della possibilità di emendare il nominativo della parte sostituendolo con quello corretto, rimane inspiegabile l’utilizzo del termine “in solido”, laddove la parte è soltanto una, ossia la Ceccon Orazio & Perini Annamaria s.n.c..
L’art. 2291 c.c. stabilisce che nelle società in nome collettivo tutti i soci rispondono solidalmente ed illimitatamente per le obbligazioni sociali.
Nel caso in esame essendo la ditta Ceccon Grazio & Perini Anna Maria una società in nome collettivo, dei debiti rispondevano ambedue i soci in solido, in quanto illimitatamente responsabili.
La sentenza impugnata, nell’intestazione, ha correttamente indicato la parte processuale, appellata: Ceccon Orazio & Perini Annamaria s.n.c. in persona del legale rappresentante pro tempore, identificata con un univoco codice fiscale.
Inoltre, nel corso di tutta la parte motivazionale della sentenza, si inquadra correttamente la posizione processuale della società avversaria e si da atto della partecipazione al processo, con esclusione di qualunque incertezza sulla sua identificazione.
La circostanza che nel dispositivo la Corte d’appello condanna in solido C. e P. in proprio al pagamento delle spese processuali, anziché condannare la società Ceccon e Perini s.n.c. è pertanto chiaramente dovuto ad un errore materiale riconoscibile.
Tale errore è irrilevante in quanto la condanna solidale di C. e P. va intesa nella predetta qualità di soci in nome collettivo.
Con il secondo motivo si denuncia “violazione e falsa applicazione dell’art. 2697, comma 1, c.c. in relazione agli articoli 61, comma 1, 115 comma 1 e 116, comma 1, c.p.c.”.
La Corte d’appello di Venezia, afferma parte ricorrente, pur riconoscendo l’inadempimento di Seat Pagine Gialle s.p.a., ha “severamente” statuito che nessuna prova del danno era stata fornita, disponendo per l’accoglimento dell’appello della Seat.
Così decidendo però, prosegue la ricorrente, la Corte d’appello ha completamente disatteso, senza nessuna motivazione, le risultanze della c.t.u. esperita in primo grado e che si è resa necessaria per accertare fatti che presuppongono particolari competenze tecnico-contabili che il giudice non poteva avere, e che perciò ha costituito l’unico strumento conoscitivo possibile in nessun altro modo potendo provare il danno la parte onerata.
In tal modo la ricorrente (non essendo controversa la diversa inserzione effettuata dalla Seat Pagine Gialle) ritiene di aver assolto l’onere di provare la sussistenza e l’entità del danno sofferto, con particolare riferimento all’ipotizzato minor numero di polizze assicurative da quest’ultima stipulate nel periodo maggio 2000 – febbraio 2001 che la ricorrente non poteva certamente provare mediante l’assunzione di prove testimoniali. È evidente dunque che il giudice di seconde cure non ha né valutato né considerato le risultanze emerse dalla c.t.u., ritenuta necessaria dal giudice di primo grado, e che, invece, deve ritenersi a tutti gli effetti una vera e propria fonte oggettiva di prova.
Con il terzo motivo denuncia “omessa e insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia (raggiunta prova del danno subito dall’Agenzia Ceccon & Perin s.n.c.), non avendo la Corte di merito motivato in ordine all’utilizzabilità delle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, quantomeno valutate alla luce dell’art. 2729 c.c., come fatto dal primo giudice”.
Sostiene la ricorrente che la Corte d’appello ha errato nel ritenere non allegata e addotta alcuna prova del danno, essendoci ben due relazioni peritali, espletate in primo grado, in cui veniva chiaramente affermata la sussistenza di un danno da inadempimento contrattuale a carico della stessa ricorrente e di tale danno veniva anche data una concreta quantificazione, definita dal giudice di prime cure di natura presuntiva ed avente i requisiti postulati dall’art. 2729, 1 comma, c.c..
Per la ricorrente la Corte di merito si è limitata a motivare la propria decisione sulla base delle dichiarazioni testimoniali assunte in primo grado, errando pure nell’individuazione del presupposto da cui il consulente tecnico si era mosso per arrivare alle proprie conclusioni.
Con il quarto motivo la ricorrente denuncia “violazione e falsa applicazione dell’art. 2697, c. 1, c.c., in relazione all’art. 2729 c.c. e all’art. 1226 c.c.”.
Sostiene la Ceccon & Perini che, quand’anche il giudice di seconde cure avesse ritenuto motivatamente che l’entità del danno non fosse comprovata dalla c.t.u., avrebbe dovuto procedere alla liquidazione dello stesso danno in via equitativa, come richiesto dagli attuali ricorrenti, con l’appello incidentale.
Il secondo, terzo e quarto motivo, che per la stretta connessione devono essere congiuntamente esaminati, sono infondati.
In tema di responsabilità contrattuale trova applicazione il principio della presunzione della colpa, spettando all’attore/creditore solo l’onere della prova dell’inadempimento e dell’entità del danno, mentre, di converso, al debitore spetta, per sottrarsi all’obbligo risarcitorio, dimostrare l’impossibilità sopravvenuta della prestazione per cause a lui non imputabili. Ex art. 1223 c.c. il risarcimento del danno dovuto all’inadempimento deve comprendere sia la perdita subita dal creditore (danno emergente) che il mancato guadagno (lucro cessante) in quanto ne siano conseguenza immediata e diretta (nesso di causalità fra inadempimento e danno).
Quindi per il sorgere del diritto al ristoro dei danni ed alla reintegrazione patrimoniale, in tema di responsabilità civile da inadempimento di contratto, non è sufficiente la prova dell’inadempimento del debitore, ma deve altresì esser provato il pregiudizio effettivo e reale incidente nella sfera patrimoniale del contraente danneggiato e la sua entità (Cass., 5 marzo 1973, n. 608).
In particolare il danno patrimoniale da mancato guadagno (nella specie di cui alla massima precitata per omessa consegna dell’immobile permutato), concretandosi nell’accrescimento patrimoniale effettivamente pregiudicato o impedito dall’inadempimento dell’obbligazione contrattuale, presuppone la prova, sia pure indiziaria, dell’utilità patrimoniale che, secondo un rigoroso giudizio di probabilità (e non di mera possibilità) il creditore avrebbe conseguito se l’obbligazione fosse stata adempiuta, e deve pertanto escludersi per i mancati guadagni meramente ipotetici, dipendenti da condizioni incerte: giudizio probabilistico, questo, che, in considerazione della particolare pretesa, ben può essere equitativamente svolto in presenza di elementi certi offerti dalla parte non inadempiente, dai quali il giudice possa sillogisticamente desumere l’entità del danno subito (Cass., 20 maggio 2011, n. 11254).
Alla luce di detti consolidati principi, correttamente l’impugnata sentenza, con una motivazione immune da vizi logico – giuridici, ha ritenuto: 1) che la ditta Ceccon & Perini non ha provato nessun sviamento di clientela a seguito del disguido dell’annuncio che sarebbe dovuto consistere nella scelta dell’agenzia di Verona al posto di quella di Bassano del Grappa (Ceccon & Perini) in quanto: a) il teste G. , già cliente della ditta attrice, incappato nel predetto disguido, ha precisato di aver chiarito ogni cosa e di essere poi risalito al numero telefonico dell’agenzia C. ; b) la teste B. , dipendente della ditta attrice, nell’aver asserito un decremento delle polizze del 50% ha espresso un giudizio sprovvisto di basi certe e smentito dal c.t.u. che ha dichiarato di non aver potuto rilevare l’eventuale minor numero di polizze stipulate dalla società nel periodo in questione e dal titolare dell’agenzia di Verona che ha escluso di aver guadagnato nuovi clienti a scapito della ricorrente. Infine, l’impugnata sentenza ha aggiunto che dalla documentazione prodotta risulta che il recapito telefonico della ditta Ceccon & Perini risultava chiaramente, in altra parte dello stesso elenco e on line. Ne consegue – aggiunge la sentenza – che non provato l’an non poteva liquidarsi il quantum equitativamente.
In conclusione, il ricorso deve essere respinto, con condanna di parte ricorrente alle spese del giudizio di cassazione che liquidano come in dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alle spese del giudizio di Cassazione che liquida in Euro 3.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

References: sentenza 
 Cass. 
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 art. 1223
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