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Timestamp: 2017-04-24 19:05:54+00:00

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Il cattivo uso della musica (e il podcast)
Già, la musica può salvare il mondo se usata bene, diceva il vecchio amabile Pete Seeger. Inguaribile ottimista. Di sicuro siamo invece perseguitati da un pessimo, davvero brutto, utilizzo della musica. L'aulica frase di Seeger mi ha fatto balenare in testa per contrasto quello spot che circola sulle nostre tv in questo periodo. Nel quale una ragazza, in un bellissimo paradiso montano innevato, lungi dal godersi le meraviglie del creato che ha la fortuna di avere davanti, si tuffa in un videoclippino di Pink catturato sullo schermo del suo cellulare, operazione che poteva benissimo realizzare a casa sua senza andare fin lassù. Per di più con problemi di ricezione: chissà, magari la ragazza avrebbe desiderato una bella antennona piantata lì davanti, in mezzo alla bianca distesa, per poter ascoltare la sua musichetta senza problemi. Un commercial veramente diseducativo, a mio avviso, che la dice lunga sulla discarica musicale, ma direi persino culturale, nella quale siamo ormai immersi: l'innocuo filmatino spoglia totalmente di valore sia la musica come prodotto dell'ingegno e del lavoro umano, sia la cultura dell'ambiente che in Italia non vive certo momenti di gloria.
Io invece alla musica cerco di dare più valore possibile con il mio podcast Musica sui Generis, sempre in cerca di piccoli e grandi gioielli avanti e indietro nel tempo
Aldo Lastella-Musica sui Generis 167
Gli album in questione
Marc & the Mambas, Torment and toreros
Jacques Brel, Best of live
These New Puritans, Field of reeds Scritto in Senza categoria | 6 Commenti »
Aria di podcast
Ecco qui per il fine settimana il mio podcast Musica sui Generis, stavolta dedicato a chi non smette, ancor oggi, di cantare vizi e virtù di una sostanza di cui si è parlato molto in queste ultime settimane. Con una sorpresa finale
Aldo Lastella-Musica sui Generis 166
Questi gli album
Marijuana Deathsquads, Oh my sexy lord
Afroman, Marijuana music
David Peel &The Protesters, Up against Wall Street
Catrin Finch-Seckou Keita, Clychau Dibon
Quando Abbado liberò la musica
Non ho avuto la fortuna di incontrare né tantomeno conoscere il maestro Claudio Abbado. Quindi non ho nessun ricordo che lo riguardi personalmente. Ho un ringraziamento però da rivolgergli, ovunque sia, perché se ho imparato qualcosa della musica lo devo anche a lui. E scusatemi se parlo della mia adolescenza, ma ho qualcosa da dire che riguarda altre decine, forse centinaia, di ragazzi cresciuti nella Milano degli anni Settanta. Gli anni in cui Abbado era alla guida della Scala, tempio della Musica Colta difficilmente abbordabile da chi veniva dai quartieri bassi della città, lontani dalla Cultura, composti di case orfane di libri e dischi. Beh Abbado aprì per la prima volta le porte della Scala anche a noi, quelli che non c'erano mai andati. A prezzi "politici", si diceva allora, dedicò alcune rappresentazioni della stagione scaligera a studenti ed operai. Ricordo ancora l'emozione della mia prima volta, ma non sto a farla lunga. E ringrazio anche Abbado per aver portato dentro la Scala opere meravigliose che avevano a che fare con i suoni della modernità, capaci di entusiasmare i giovani come me. E farli crescere.
Ripeto, non conoscevo Abbado, ma io come persona sono anche frutto della sua lungimiranza e della sua generosità.
Tag: Claudio Abbado, Milano, musica colta, Teatro alla Scala Scritto in Senza categoria | 5 Commenti »
L'Italia perduta che piace agli Oscar
That’s amore. Siamo tutti felici che Hollywood riconosca ancora una volta l’arte ineguagliabile di un prodotto della fantasia di noi italiani proprio nel campo in cui gli americani sono maestri e padroni come il cinema. Facciamo il tifo perché “La grande bellezza” compia l’ultimo passo e s’acchiappi l’Oscar. E proprio su questa opportunità vengono alla mente alcune considerazioni. Anzitutto su quale Italia viene premiata a Hollywood da anni a questa parte. Andiamo indietro nel tempo. Nel dopoguerra abbiamo vinto l’Oscar per i film non in inglese con "Sciuscià" e "Ladri di biciclette" (1947 e 49), che hanno preso due statuette onorarie. Poi con "La strada" (1956), "Le notti di Cabiria" (57), "Otto e mezzo" (63), "Ieri oggi e domani" (64), "Indagine su un cittadino…" (70), "Il giardino dei Finzi Contini" (71), "Amarcord" (74), "Nuovo Cinema Paradiso" (89), "Mediterraneo" (91), "La vita è bella" (98). Come si può notare benissimo, dal premio al Petri di "Indagine", cioè oltre quarant’anni fa, Hollywood premia solamente l’Italia cinematografica con lo sguardo rivolto al passato, meglio se intorno alla seconda guerra mondiale, fra storia e nostalgia. Un paese avvolto in una nebbia quasi atemporale, lontano dalla modernità e dalle questioni che pone il mondo di oggi.
Ma le stesse considerazioni posso essere fatte a proposito di altri paesi, soprattutto europei, premiati con l’Oscar in questi anni. La Germania di Fassbinder o Herzog o Wenders non ha mai preso un premio, l’ultimo Oscar lo ha vinto con "Il tamburo di latta" (1979) dal romanzo di Grass, non certo radicato nella contemporaneità; la Francia ha dominato ultimamente addirittura con un film muto e furbescamente nostalgico come "The Artist" e un racconto sulla senilità come "Amour"; la Spagna ha vinto l’Oscar negli ultimi trent’anni con racconti di nostalgia ("Begin the beguine", "Belle Epoque", "Tutto su mia madre") e con un film bello e ricattatorio (si sa che i malati vanno forte a Hollywood) come "Mare dentro".
Il successo di "La grande bellezza" non mi pare estraneo all'aura mitico-nostalgica con cui in America guardano all'Europa e in particolare al nostro paese. Certo, quello di Sorrentino è un film sull'oggi: ma quanti americani sono in grado di comprendere i veleni che scorrono sulle terrazze romane del film più di quanto invece rimangano soggiogati dal magico teatro in cui si agita quella brutta gente?
Per di più, "La grande bellezza" quest’anno si troverà in buona compagnia all’Oscar. Dei tre film americani che più hanno ricevuto candidature, ben due parlano del passato, "American Hustle" e "12 anni schiavo". Ormai oltreoceano, agghiacciati da un presente pericoloso, finiscono per guardare persino se stessi attraverso le lenti deformanti della nostalgia o del ricordo, ma sono sicuro che qui intervengano tanti altri fattori che sarebbe lungo esaminare.
Mi interessa invece sottolineare che esultiamo, giustamente, per il trionfale cammino americano del film di Sorrentino, ma è un trionfo che in fondo in fondo poggia sugli stessi elementi per cui il povero Woody Allen qui da noi fu ferocemente criticato nel momento in cui osò mettere le mani (cinematograficamente parlando) sulle bellezze di Roma. Si capisce, con molta meno Arte di quanto non abbia fatto il nostro regista. (Anche se, per me, quella coreografia con le mani del vigile urbano a Piazza Venezia che apre "To Rome with love" profuma di poesia e leggerezza...) Tag: Hollywood, La grande bellezza, nostalgia, Oscar, Paolo Sorrentino Scritto in Senza categoria | 2 Commenti »
Sergio Leone batte Hollywood nel risiko del cinema (e il podcast)
Anche da questo si può una volta di più ribadire quanto il Novecento sia stato insieme il secolo del cinema e il secolo americano. Guardatevi la mappa allegata qui sopra (si può ingrandire per gustarla meglio). Qualcuno si è preso la briga di assegnare a ciascuno dei cinquanta stati che compongono gli Usa il titolo del film più popolare (secondo i ratings del più grande database del cinema, il sito Imdb) girato nello stato in questione. Bel lavoro. Così, per la California ad esempio, il film più rappresentativo è il "Pulp Fiction" di Tarantino, per il Colorado è "Shining" di Kubrick, per Minnesota e Wisconsin è "Fargo" dei Coen e così via. Curiosare fra i diversi titoli può essere un gioco divertente per chi ama il cinema. Ma guardate cosa accade nei due stati contigui del sud, Texas e New Mexico: i due film più rappresentativi sono "Per qualche dollaro in più" per il primo e "Il buono il brutto e il cattivo" per il secondo. Vale a dire che il West immaginario inventato da Sergio Leone e ricreato in questa parte del mondo risulta più vero del vero, talmente efficace da riuscire a rappresentare per gli stessi americani la grande epopea della frontiera, il loro orgoglio, almeno dell'America Wasp se non tutta. Un risultato meraviglioso, che illustra tutta la potenza iconica del cinema e di cui non possiamo che ringraziare quel grande regista che fu Leone. A proposito di reinvenzioni, ecco qui il nuovo podcast Musica sui Generis, dedicato alle rielaborazioni di alcuni album caposaldi del rock progressive anni Settanta che sta realizzando Steven Wilson, ex leader dei Porcupine Tree e oggi portabandiera di un certo modo di fare rock che dopo tanti decenni ancora conta fan ed epigoni.
Aldo Lastella-Musica sui Generis 165
Gli album sono questi
questi altri tutti riedizioni 2012 e 2013
Tag: cinema, Sergio Leone, spaghetti western, Trilogia del dollaro Scritto in Senza categoria | Un Commento »
C'è da chiedersi una volta di più cosa c'è che non vada in noi italiani. Quali siano le cose che capaci di toccare il nostro immaginario collettivo, per così dire, e perché invece sentimenti condivisi da altri popoli, anche vicini a noi, ci lascino totalmente indifferenti.
Prendiamo quel fior fiore di prodotto televisivo che è la serie "Downton Abbey", davvero uno dei vertici della narrativa di questi anni, non solo in fatto di televisione, ma direi persino dal punto di vista cinematografico e letterario. Racconto corale attorno a una famiglia di aristocratici britannici e allo stuolo di camerieri, cuoche e maggiordomi che con loro condividono la vita quotidiana, è scritto, girato e confezionato a livelli davvero superiori. Bene. Come è naturale, in Gran Bretagna, dove è appena stata programmata la quarta stagione della serie, sono impazziti: medie d'ascolto fra i 9-10 milioni di spettatori, share oltre il 20%. Negli Stati Uniti è appena partita la quarta stagione con un boom di 10 milioni di spettatori per la rete pubblica Pbs che mai tocca vette del genere. Vabbè: è nota la sudditanza diciamo psicologica degli ex coloni d'oltreoceano per la nobiltà della madrepatria.
Da noi invece finirà fra un paio di giorni la terza stagione, buttata lì nella prima serata di Retequattro, la rete delle telenovelas, dove fatica a racimolare 800mila spettatori con uno share del 3%, roba da monoscopio Rai. Come è possibile? Capisco la scarsa promozione dell'oggetto in cui evidentemente Mediaset crede ben poco, capisco che una fiction in costume dal fascino letterario abbia poco appeal in un paese dove i libri sono oggetti misteriosi per la maggioranza dei suoi abitanti. Capisco tutto. Non capisco però una débacle tanto clamorosa per una produzione di qualità così alta.
Mi viene in aiuto la critica televisiva dell'Avvenire, Mirella Poggialini, che nella rubrica di qualche giorno fa, a proposito di Downton Abbey metteva in luce il fascino delle regole e delle gerarchie che dominano la vita di tutti gli abitanti del maniero, patrimonio e tradizione di una società articolata in maniera molto rigida. Chissà forse sono proprio quelle regole a risultare ridicole, indigeste, persino repellenti a un pubblico, come siamo noi italiani, così allergici alla lealtà verso beni comuni e codici condivisi. Noi siamo più furbi. Tag: Downton Abbey, fiction, Retequattro, televisione Scritto in Senza categoria | 35 Commenti »
Se il cinema interrompe l'emozione
C'era una volta l'happy end al cinema. Quando ancora i film finivano, arrivavano a una loro conclusione narrativa, e in questo caso pure felice. Spettatori che sciamavano fuori dal buio della sala, più o meno soddisfatti, ma sicuramente certi di avere assistito a un racconto con un inizio, uno sviluppo e una fine. Così era il cinema. Ma ora la televisione ha fatto il salto di qualità e sta cambiando il cinema, il suo pubblico, il suo modo di raccontare. Così anche al cinema le saghe si trasformano in serie. Fino ad ora, da Star Wars a Harry Potter ciascun episodio della saga trovava pace nel finale, ti dava la soddisfazione di arrivare a un compimento. Di recente chi ha visto i secondi episodi di Hunger Games e The hobbit sa che non è più così. Anche il cinema sta sperimentando il maledetto meccanismo del "cliffhanger", vale a dire mette uno dei protagonisti della vicenda in una situazione in pieno sviluppo o cambiamento o pericolo e chiude lì la puntata lasciando noi pubblico con un palmo di naso ad aspettare il prossimo episodio. È una tecnica tipica della seralità televisiva (ma non solo), che in genere ha cadenza settimanale, quindi poco male in fondo. Poi anche le serie tv hanno cominciato a sperimentare gli intervalli di mid-season: è successo con Revolution o Walking Dead, per fare due esempi. Tagliano a metà una stagione, chiudono con un "cliffhanger" e se ne riparla fra qualche mese. Ed ora tocca al cinema. Con intervalli, nel caso sia di Hunger Games che di Hobbit, che durano un anno. Ha senso? Intendo: qui accade che un chiaro obiettivo commerciale acchiappapubblico interferisce nella tecnica narrativa cinematografica, rivoluzionando ciò che intendiamo come cinema. Tanti anni fa ci fu una sfortunatissima campagna anti-spot tv, sostenuta dai grandi registi italiani e sconfitta dai cittadini: Non si interrompe così un'emozione, diceva lo slogan. Era la tv a interrompere il cinema. Più di vent'anni dopo è il cinema a interrompere se stesso. Tag: Harry Potter, Hunger Games, serie tv, Star Wars, The Hobbit Scritto in Senza categoria | Un Commento »
Il podcast delle feste
Ultimo podcast Musica sui Generis per questo 2013. Dedicato a musiche dall'Africa e dalla Colombia, uno sguardo sulla cultura di popoli diversi come buon auspicio per la scomparsa di quella orribile vergogna che sono i centri in cui rinchiudiamo e vessiamo i migranti
Buon Natale e splendido 2014 a tutti coloro che hanno la bontà di ascoltarmi e interloquire, ma anche a tutti coloro che non lo fanno
Aldo Lastella-Musica sui generis 164
Lala Njava, Malgasy Blues Song
Abelardo Carbonò, El maravilloso mundo de A.C.
Jingle Hell, il cattivo Natale di Christopher Lee (e il podcast)
Meraviglioso Christopher Lee, fantastico Conte Dracula negli horror inglesi targati Hammer, e ora mago Saruman, cattivo maestro del lato oscuro del Signore degli Anelli. A 91 anni, questo bellissimo signore britannico con sangue italiano nelle vene, non perde la voglia di giocare e scherzare. E persino di cantare. Ha appena licenziato un mini album con due canzoni popolarissime in versione heavy metal alle quali presta la sua voce cavernosa: "Jingle Hell" e "My way". Avercene
Ma anche il podcast Musica sui Generis non è malaccio, spero. Tutta roba italiana, di più: napoletana e campana. Attenzione però, ad alta tensione elettronica.
Aldo Lastella-Musica sui Generis 163
Un unico album contiene tutto ed è scaricabile gratuitamente dal sito della Freakhouse Records
Buon ascolto Tag: Christopher Lee, Dracula, Hammer, Lo Hobbit, Signore degli Anelli Scritto in Senza categoria | 2 Commenti »
Via i cattivi e gli antipatici dalle nostre storie. Con questo criterio, tanto per buttare lì qualche esempio, non avremmo avuto le spaventose ire di Achille nell'Iliade, l'Innominato dei Promessi Sposi non sarebbe mai arrivato alla notte della conversione e il povero Raskolnikov di Dostoevskij non avrebbe mai turbato i nostri pensieri adolescenti. Ma siamo matti?
La notizia è questa. Riguarda il serial tv Homeland, arrivato alla terza stagione. Brevemente, racconta un marine Usa che torna in patria dopo otto anni di prigionia in Iraq; ne torna cambiato e convertito all'Islam, tanto da venir reclutato da Al-Qaeda per un attentato kamikaze al vicepresidente americano poi abortito. Il marine ha una famiglia, moglie, figlia adolescente e figlio bambino, che viene emarginata e guardata con sospetto da tutti proprio quando il padre viene sospettato di un gravissimo attentato andato a segno nella sede della Cia. Quel che ci interessa è la posizione della figlia adolescente del marine, Dana, che, sconvolta dalle rivelazioni sul padre, praticamente lo rinnega, fugge da casa, cambia cognome. Bene. Questo personaggio è al momento il più odiato dal pubblico che segue il serial sulla tv americana, oggetto di contumelie in tutti i forum che si occupano di tv, con tanto di richiesta di ostracismo, come avvenne al personaggio interpretato dall'attrice Elisha Cuthbert nel serial 24, dove era la figlia incasinatissima del protagonista Kiefer Sutherland. Ora, gli autori dello sceneggiato Homeland hanno annunciato che nella prossima stagione dello show casseranno il personaggio di Dana o comunque ridurranno a qualche apparizione la sua presenza. Praticamente l'epurazione di un personaggio sgradevole, contradditorio, problematico, scostante e quindi sgradito ai fan. Non è una banalità. Denota la sempre più generale incapacità delle nostre società di confrontarsi non solo con le diversità, ma anche con le complessità, con le sfumature e le incoerenze dei comportamenti umani, anche in urto con il comune sentire. Chi è inaccettabile va cancellato, fosse anche il personaggio di un racconto di fantasia. Agghiacciante, no?
La stessa riflessione a cui mi costringe quel che avvenne su Twitter, durante il duello finale di X-Factor, giovedì scorso, fra il diciottenne Michele (poi vincitore) e il trio Ape Escape. Il primo carino, timidino, pulitino, un fil di voce; i secondi panciuti, barbuti, capelluti, sgraziati e, colpa ancora più grave per molti, ultratrentenni. Non mi interessa chi fosse più o meno bravo. Mi impressionava il nutritissimo "partito dei carini" (copyright Crozza) scatenato su Twitter nell'invocare la sconfitta degli Ape Escape non per demeriti artistici, diciamo così, ma per leso "look". Un razzismo estetico che fa paura, rivela intolleranza, voglia di apartheid per i diversi da sé e dai propri modelli. E proprio da parte delle frange più giovani della nostra società. Non è bello.
Tag: Homeland, serial tv, televisione, Twitter, X-Factor Scritto in Senza categoria | 5 Commenti »

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