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Timestamp: 2019-02-20 09:58:49+00:00

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Nota a Zaia
Luca Simonetti risponde al Ministro Luca Zaia in merito al decreto (leggi il decreto)
Ricordiamo che, il 19.1.2010, il Consiglio di Stato, con sentenza n. 183/2010, ha concesso un termine di 90 giorni (decorrenti dalla comunicazione o notificazione) al Ministero delle Politiche agricole per pronunciarsi sull’istanza di autorizzazione alla messa in coltura di mais geneticamente modificato presentata dall’azienda agricola di Silvano Dalla Libera già nel 2007. Ricordiamo altresì che al riguardo il Ministero aveva dichiarato di non poter procedere all’istruttoria sulla istanza di autorizzazione in mancanza di adozione, da parte delle Regioni, dei piani regionali di coesistenza. Al riguardo, il Consiglio di Stato ha appunto chiarito che la mancata adozione dei piani regionali di coesistenza non può giustificare l’omissione di decisione sulla istanza di autorizzazione. In effetti, la sentenza del Consiglio di Stato si è pronunciata in termini ancor più netti: “La questione di diritto è dunque se la mancata adozione di tali piani possa costituire ostacolo al rilascio dell’autorizzazione. Considerati i profili prettamente economici che devono essere regolamentati dia piani di coesistenza, e considerato che a tali piani sono estranei i profili ambientali e sanitari, e il principio comunitario della coltivabilità degli OGM se autorizzati, il rilascio dell’autorizzazione alla coltivazione non può essere condizionato alla previa adozione dei piani di coesistenza”. Come si vede, è senza dubbio corretto affermare che il Consiglio di Stato non si è pronunciato sul merito dell’istanza di autorizzazione a suo tempo presentata dal ricorrente (il che non sorprende: non solo perché il giudice amministrativo non è un giudice di merito, ma soprattutto perché ad essere impugnato non era stato un rifiuto di autorizzazione, ma il rifiuto a procedere all’istruzione della istanza); ma è altresì evidente che il Giudice amministrativo ha chiarito esplicitamente che la mancata adozione dei piani regionali di coesistenza non può comunque mai costituire ragione sufficiente per negare l’autorizzazione.
Nel periodo trascorso dalla citata pronuncia, molte erano state le speculazioni circa l’atteggiamento che al riguardo avrebbe assunto il Ministero. Da una parte, il ricorrente ed alcune parti dell’opinione pubblica indicavano la fine di aprile come la data in cui finalmente il decennale tabù anti-Ogm in Italia sarebbe stato infranto; dall’altra parte, molti altri protestavano fieramente auspicando interventi, più o meno vaghi e cervellotici, per scongiurare la suddetta minaccia. Restava dunque da vedere come avrebbe agito il Ministro.
Un Ministro che, dal suo canto, non aveva mai nascosto le sue opinioni anti-OGM, e che, poco dopo la sentenza, aveva dichiarato addirittura: “Finché ci sarò io in Italia gli Ogm non si coltivano; interverremo con un decreto o con altri strumenti, stiamo valutando. La sentenza non dà il via libera agli Ogm, ma dice che bisogna regolamentare la materia: lo faremo nei modi che decideremo…”. Vi sono state anche alcune interpellanze parlamentari: in una di queste, in particolare, alcuni deputati del PD avevano chiesto a Zaia, proprio sulla scorta di queste sue dichiarazioni, cosa intendesse fare “per regolamentare la materia della coltivazione di ogm in Italia a seguito la sentenza n. 183/2010 del Consiglio di Stato”. Nella sua risposta, il Ministro aveva indicato con una certa chiarezza le linee fondamentali su cui il suo dicastero si sarebbe mosso: il procedimento autorizzatorio, che il Consiglio di Stato aveva ordinato si concludesse entro 90 giorni, “dovrà verificare se esistono le condizioni per il rispetto delle cautele stabilite dal decreto legislativo n. 212 del 2001 e dei principi di coesistenza sanciti dagli articoli 1 e 2 del decreto-legge n. 279 del 2004, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 5 del 2005, non toccati dalla declaratoria di costituzionalità”. Il Ministro stava quindi parlando proprio dei piani di coesistenza (esplicitamente menzionati nella Legge n. 5/2005) e del parere della Commissione per i prodotti sementieri di varietà geneticamente modificate: detto parere è a sua volta propedeutico alla decisione del Ministero in merito all’autorizzazione alla messa in coltura di sementi Ogm (). La Commissione è composta da 12 membri, di cui due designati dal Ministero delle poltiiche agricole, due dal Ministero dell’Ambiente, due dal ministero della Sanità, e gli altri sei dalla Conferenza Stato-Regioni. E’ importante ricordare, per meglio apprezzare quel che è poi accaduto, che l’art. 1.2. del D. Lgs. n. 212/2001 stabilisce che l’autorizzazione alla messa in coltura deve contenere “misure idonee a garantire che le colture derivanti da prodotti sementieri di varietà geneticamente modificate non entrino in contatto con le colture derivanti da prodotti sementieri tradizionali e non arrechino danno biologico all’ambiente circostante, tenuto conto delle peculiarità agro-ecologiche, ambientali e pedoclimatiche”. Nonostante le differenze terminologiche, si tratta perciò esattamente dello stesso fine che la Legge n. 5/2005, nei due articoli richiamati dal Ministro nella risposta all’interrogazione (gli art. 1 e 2, appunto i soli lasciati in piedi dalla pronuncia della Consulta n. 116/2006) definisce “coesistenza fra le colture transgeniche, escluse quelle per fini di ricerca e sperimentazione, nonché quelle convenzionali e biologiche”: in altre parole, stiamo nuovamente parlando di norme di coesistenza. Al riguardo, nella sua risposta, Zaia affermava di voler sollecitare il più possibile le Regioni ad adottare urgentemente i piani di coesistenza, tenendo comunque in caldo l’”extrema ratio” del potere sostitutivo dello Stato ex art. 177, co. 5, della Costituzione (e chissà quanto deve esser costato, al Ministro leghista, aggiungere questa frase così poco federalista alla sua risposta!).
Fin qui, comunque, tutto era passabilmente conforme alla sostanza della pronuncia del Consiglio di Stato. Tuttavia, la chiusa del Ministro suonava vagamente minacciosa: “si ritiene indispensabile difendere anche il diritto del sistema agroalimentare italiano di essere esente dal transgenico, attraverso l’effettiva separazione delle filiere con OGM dalle filiere ‘OGM free’, per costituire l’indispensabile premessa attraverso la quale consentire una tracciabilità, una riconoscibilità ed una etichettatura ad effettiva garanzia del consumatore”. A ben vedere, però, un conto è mirare alla separabilità, tracciabilità e riconoscibilità del transgenico; tutt’altro conto, invece, è mirare ad un fantomatico “diritto del sistema agroalimentare italiano di essere esente dal transgenico”: dove, a parte l’improbabile elevazione del “sistema agroalimentare italiano” al rango di soggetto di diritti, c’è da chiedersi come si possa conciliare il diritto a produrre Ogm (diritto ormai definitivamente acquisito nell’ordinamento giuridico comunitario), sia pure rispettando rigorose norme di separazione, con la pretesa che il sistema agroalimentare italiano sia Ogm-free. Diciamo che non si trattava di un auspicio particolarmente propizio.
Ed ecco così che arriviamo alla fatidica, attesa pronuncia del Ministero sulla richiesta di autorizzazione alla messa in coltura da parte dell’azienda di Della Libera. La richiesta viene negata sulla base, in sostanza, di due distinti ma convergenti pareri, resi uno dalla Regione Friuli (la Regione in cui si trova l’azienda istante) e l’altro dalla Commissione per i prodotti sementieri geneticamente modificati. La Regione Friuli ha richiamato alcune caratteristiche peculiari del suo territorio e del suo sistema agricolo: il gran numero di aziende di piccole dimensioni, la notevole ventosità, la presenza di aree di grande interesse naturalistico, il massiccio ricorso al contoterzismo, e infine anche il ricorso agli insetticidi contro la piralide sarebbero tutte ragioni che renderebbero “estremamente problematica l’attivazione della una gestione di filiere produttive separate OGM e non OGM”. Per dire la verità, alcune di queste motivazioni appaiono, prima ancora che poco convincenti, del tutto incomprensibili (specie quella circa l’uso degli insetticidi che sarebbe messo a rischio dal mais BT e quella circa l’uso di contoterzisti); e tutte sembrano straordinariamente simili a quelle addotte dal Land Oberösterreich nella sua proposta di legge che vietava l’uso di tecnologie di ingegneria genetica sul proprio territorio, proposta rigettata dalla Commissione UE con la famosa decisione 2003/653/CE del 2.9.2003.
Ma passiamo senz’altro a considerare il parere reso al Ministero dalla Commissione per i prodotti sementieri geneticamente modificati. Quest’ultima comincia ricordando che occorre rispettare “specifiche prescrizioni tecniche in linea con la raccomandazione della Commissione 2003/556/CE del 23.7.2003, capaci di ridurre la quantità di polline GM capace di disperdersi” e che “l’obiettivo cui tendere è infatti quello di garantire una contaminazione pari allo zero tecnico (<0,01%) nei confronti delle coltivazioni di mais circostanti”. Sulla base delle osservazioni della Regione Friuli, inoltre, occorrerebbe “una notevole cautela nei confronti dell’uso degli OGM”: infatti il territorio friulano avrebbe “delle condizioni estremamente difficili per realizzare la coesistenza e di conseguenza non si ritiene compatibile [sic] con l’uso di organismi geneticamente modificati, in particolare con il mais ampiamente diffuso nella Regione, tenuto conto delle tecniche di coltivazione ordinariamente adottate”. Ne deriva che “non possono essere previste, come stabilito dall’art. 1 comma 2 del D. lgs. 212/2001, ‘misure idonee a garantire che le colture derivanti da prodotti sementieri di varietà geneticamente modificata non entrino in contatto con le colture derivanti da prodotti sementieri tradizionali e non arrechino danno biologico all’ambiente circostante tenuto conto delle peculiarità agro-ecologiche, ambientali e pedoclimatiche’”.
Non c’è dubbio che il parere della Commissione, e di conseguenza anche il decreto ministeriale che vi si è pedissequamente conformato, destino parecchie perplessità. Non ha molto senso limitarsi ad affermare che è difficile affrontare un determinato problema, quando il compito che si è istituzionalmente chiamati a svolgere è proprio quello di risolverlo; né sembra corretto accontentarsi di dire che la coesistenza non sarebbe possibile “tenuto conto delle tecniche di coltivazione ordinariamente adottate” senza sforzarsi anzitutto di indicare quali tecniche di coltivazione, magari non ordinarie, renderebbero invece possibile la coesistenza. Soprattutto, è assai discutibile che tutte le ragioni, come minimo vaghe e perplesse, addotte dalla Regione Friuli e richiamate dalla Commissione, costituiscano effettivamente ostacoli tali da rendere impossibile, e non meramente difficoltosa, l’adozione di adeguati piani di coesistenza. Di una simile impossibilità, in tutto il provvedimento, non vi è alcuna traccia. Né la cosa stupisce, dato che la letteratura tecnica disponibile, come pure la prassi correntemente seguita dovunque il mais Ogm venga effettivamente coltivato, non corroborano minimamente questa pretesa “difficoltà” o addirittura “impossibilità”.
E allora è giocoforza concludere che il decreto ministeriale finge soltanto di conformarsi alla decisione del Consiglio di Stato, ma ne costituisce in realtà una patente violazione. Il Giudice amministrativo (come già, prima, la Corte Costituzionale e la Commissione UE) aveva chiaramente affermato che nell’ordinamento comunitario e nazionale esiste un diritto per ciascun produttore di utilizzare prodotti Ogm, purché debitamente autorizzati (la varietà di mais Ogm, nella fattispecie, era appunto debitamente autorizzata, essendo già iscritta nel Catalogo comune europeo), e che la mancata adozione dei piani di coesistenza regionale non costituisce un motivo sufficiente per non autorizzarne la coltivazione: quel che doveva essere garantita, in altre parole, era la coesistenza tra Ogm e altre colture, non l’esistenza solo di queste ultime! Eppure, il Ministero, preso atto che la Regione interessata (il Friuli), nonostante la inequivoca situazione in diritto, non ha alcuna intenzione di adottare un simile piano adducendo l’estrema difficoltà del compito, ripete nuovamente di non poter autorizzare la coltivazione di Ogm, ed ancora una volta per l’assenza di piani regionali di coesistenza. E poiché non sembra sensato sostenere che la coesistenza sia del tutto impossibile (in primo luogo perché, come si è visto, le ragioni addotte – pur smentite dalle risultanze scientifiche e dalla prassi agricola corrente - potrebbero, al più, dimostrare che la coesistenza sia difficile, ma non impossibile; ed in secondo luogo perché, quand’anche fosse davvero impossibile, rimarrebbe da spiegare per quale ragione detta impossibilità dovrebbe andare a detrimento del coltivatore Ogm anziché di quello ‘tradizionale’ o di quello ‘biologico’), il decreto in esame deve ritenersi del tutto illegittimo, e non si vede quindi come, di fronte all’inevitabile, ennesimo ricorso dell’azienda, il Giudice amministrativo potrebbe esimersi dall’annullarlo. Ma questo è d’altronde l’ineluttabile, per quanto lamentevole, esito che attende un’Amministrazione che non esita a calpestare il diritto comunitario e nazionale per tutelare una pretesa (ma probabilmente inesistente, e in ogni caso irrilevante) “volontà popolare”: ed è triste notare come anche l’opposizione, che altre volte ha richiamato solennemente il Governo al rispetto della legalità, stavolta abbia applaudito.
Sulla quale v. il precedente commento all’indirizzo http://www.salmone.org/2010/02/10/un-nuova-rubrica-su-salmone-leggi-la-legge-di-luca-simonetti/
V. all’indirizzo http://www.unita.it/notizie_flash/85297/ogm_zaia_in_italia_non_si_coltivano
V. all’indirizzo http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_16/showXhtml.Asp?idAtto=22208&stile=6&highLight=1&paroleContenute=’INTERROGAZIONE+A+RISPOSTA+IN+COMMISSIONE‘ (grazie a Dario Bressanini per la segnalazione, sia dell’interpellanza, sia della risposta di Zaia, su cui v. alla nota che segue).
V. all’indirizzo: http://nuovo.camera.it/camera/xeditor/visual_edit/453?shadow_organo_parlamentare=1506&bollet=_dati/leg16/lavori/bollet/201003/0310/html/13#232n1
Commissione istituita dal Decreto Legislativo n. 212/2001, art. 1, comma 3.
Autorizzazione anch’essa introdotta dal D. Lgs. n. 212/2001, art. 1, comma 2.
Su cui sono, tra gli altri, pronunciati la Raccomandazione 2003/556/CE del 23.7.2003, 1 considerando; Corte Cost., sentenza n. 116/2006; Consiglio di Stato, sentenza n. 183/2010.
Da notare che una simile soglia è in realtà inesistente (né infatti ve n’è traccia nella Raccomandazione citata: si tratta pertanto, verosimilmente, dell’espressione di un desideratum della Commissione per i prodotti cementieri geneticamente modificati.
3 commenti al post: “Nota a Zaia”
OGM & aspetti legali | La commissione sementi nasconde la testa sotto la sabbia scrive:
25 Mar 2010 alle 19:32
[...] http://www.salmone.org/2010/03/25/nota-a-zaia/ Tags: Luca Simonetti, Zaia [...]
25 Mar 2010 alle 21:04
Bell’intervento. Con il quale ci troviamo perfettamente in linea.
Voi avete un link da cui è possibile accedere al testo integrale del decreto?
19 Mag 2010 alle 12:22
[...] (10) Si tratta del D.M. Agricoltura leggibile all’indirizzo: http://www.salmone.org/wp-content/uploads/2010/03/decretozaia.pdf, su cui v. la mia nota http://www.salmone.org/2010/03/25/nota-a-zaia/. [...]

References: sentenza 
 sentenza 
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 art. 1
 art. 177
 art. 1
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