Source: https://circularity.com/esperto/esperto-risponde-5/
Timestamp: 2020-04-05 09:32:19+00:00

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﻿ Rifiuto, dipende tutto dal "disfarsi" | Circularity
La definizione di “rifiuto” continua ad essere foriera di non pochi problemi interpretativi e applicativi della relativa disciplina. Soprattutto alla luce del nuovo concetto di “economia circolare” con il quale è in aperto ed evidente contrasto ontologico. Ciò a parte, con l’articolo 183, comma 1, lettera a), il Dlgs 152/2006 ripropone la definizione comunitaria di “rifiuto” (articolo 1, comma 1, lettera a), direttiva 12/2006/Ce, che ha abrogato, sostituendola, la identica direttiva 91/156/Cee). In base a tale definizione, per “rifiuto” deve intendersi qualsiasi sostanza o oggetto di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi. La definizione di rifiuto introdotta dal Dlgs 152/2006 (e prima dal Dlgs 22/1997) si connota per un duplice criterio di identificazione; infatti, • da una parte, viene definito rifiuto “qualsiasi sostanza od oggetto” (criterio oggettivo); • d’altra parte, la condizione affinché tale sostanza od oggetto siano riconosciuti come rifiuto è rappresentata dal fatto che il detentore se ne disfi o abbia deciso e/o abbia l’obbligo di disfarsene (criterio soggettivo). Quindi, la sottrazione dal campo di applicazione della disciplina sui rifiuti rimane sempre ed integralmente subordinato al fatto che di quella determinata “cosa” il detentore non si disfi, non abbia intenzione o non abbia l’obbligo di disfarsi. È, dunque, necessario chiedersi cosa significhi “disfarsi”. Secondo la Corte di Giustizia Ue, la nozione di rifiuto non può essere interpretata in senso restrittivo (sentenza 15 giugno 2000 (C-418/97, C-419/97), Arco, punti da 36 a 40; sentenza 18 aprile 2002 (C-9/00), Palin Granit Oy, punto 23) e fornisce due criteri: il complesso delle circostanze e la interpretazione il più ampia possibile della qualifica di rifiuto (quindi, restringe le possibilità di esubero dalla relativa nozione). È appena il caso di ricordare che la Suprema Corte di Cassazione si dice “assolutamente certa che, secondo i principi generali ormai consolidati, debba ritenersi inaccettabile ogni valutazione soggettiva della natura dei materiali da classificarsi o meno quali rifiuti (Cass. Pen. sez. III: 19 dicembre 2014 n. 52773 e 16 novembre 2016 n. 48316). Nel caso riferito dal Lettore, si potrebbe essere in presenza della riparazione di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Aee); in quanto tali, queste vengono affidate alle cure del riparatore non come rifiuti (Raee) come apparecchiature da restituire all’uso del committente del lavoro di riparazione. Quindi, si ritiene che non si configurino gli estremi della preparazione per il riutilizzo di prodotti o componenti di prodotti diventati rifiuti che, invece, è una operazione di recupero di rifiuti e che, come tale, deve essere autorizzata ai sensi del Dlgs 152/2006. I pezzi funzionanti di alcuni macchinari da utilizzare in altre riparazioni si ritiene che non integrino gli estremi del concetto di rifiuto poiché, derivanti dall’attività di riparazione delle Aee, sono reimpiegati tal quali per poterne restituire all’uso delle altre. In questa prospettiva, Cass. pen., sez. III, 2 dicembre 2014 n. 50309 ha affermato che “è la certezza oggettiva del riutilizzo che esclude a monte l’intenzione di disfarsi dell’oggetto/sostanza”. Per completezza va sottolineato che Cass. pen. Sez. III, 26 novembre 2018, n. 52993 ha ritenuto che l’accertamento della natura di un oggetto quale rifiuto, ai sensi dell’articolo 183, comma 1, lettera a) del Dlgs 152/2006, costituisce una “quaestio facti” demandata al giudice di merito. Quindi, al fine di precostituirsi la prova che non si tratta di rifiuti (quindi, che di tali pezzi funzionanti non ci si sta disfacendo, ferma restando l’ampia accezione del termine come stabilito dalla Corte di Giustizia Ue di cui in premessa) bensì di semplici pezzi di ricambio da riutilizzare, si ritiene sia necessaria la massima cautela nel trasporto ed accatastamento di tali pezzi funzionanti (es. pulizia, ordine, eventuale registro ove annotare il macchinario e l’indirizzo dal quale provengono nonché l’utilizzo che se ne farà ecc.). A tal fine si ricorda che la definizione di “riutilizzo” di cui all’articolo 183, comma 1, lettera r), Dlgs 152/2006 è la seguente: “qualsiasi operazione attraverso la quale prodotti o componenti che non sono rifiuti sono reimpiegati per la stessa finalità per la quale erano stati concepiti”. Il concetto di sottoprodotto, invece, non ricorre poiché i pezzi funzionanti non derivano da un processo produttivo.La definizione di “rifiuto” continua ad essere foriera di non pochi problemi interpretativi e applicativi della relativa disciplina. Soprattutto alla luce del nuovo concetto di “economia circolare” con il quale è in aperto ed evidente contrasto ontologico. Ciò a parte, con l’articolo 183, comma 1, lettera a), il Dlgs 152/2006 ripropone la definizione comunitaria di “rifiuto” (articolo 1, comma 1, lettera a), direttiva 12/2006/Ce, che ha abrogato, sostituendola, la identica direttiva 91/156/Cee). In base a tale definizione, per “rifiuto” deve intendersi qualsiasi sostanza o oggetto di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi. La definizione di rifiuto introdotta dal Dlgs 152/2006 (e prima dal Dlgs 22/1997) si connota per un duplice criterio di identificazione; infatti, • da una parte, viene definito rifiuto “qualsiasi sostanza od oggetto” (criterio oggettivo); • d’altra parte, la condizione affinché tale sostanza od oggetto siano riconosciuti come rifiuto è rappresentata dal fatto che il detentore se ne disfi o abbia deciso e/o abbia l’obbligo di disfarsene (criterio soggettivo). Quindi, la sottrazione dal campo di applicazione della disciplina sui rifiuti rimane sempre ed integralmente subordinato al fatto che di quella determinata “cosa” il detentore non si disfi, non abbia intenzione o non abbia l’obbligo di disfarsi. È, dunque, necessario chiedersi cosa significhi “disfarsi”. Secondo la Corte di Giustizia Ue, la nozione di rifiuto non può essere interpretata in senso restrittivo (sentenza 15 giugno 2000 (C-418/97, C-419/97), Arco, punti da 36 a 40; sentenza 18 aprile 2002 (C-9/00), Palin Granit Oy, punto 23) e fornisce due criteri: il complesso delle circostanze e la interpretazione il più ampia possibile della qualifica di rifiuto (quindi, restringe le possibilità di esubero dalla relativa nozione). È appena il caso di ricordare che la Suprema Corte di Cassazione si dice “assolutamente certa che, secondo i principi generali ormai consolidati, debba ritenersi inaccettabile ogni valutazione soggettiva della natura dei materiali da classificarsi o meno quali rifiuti (Cass. Pen. sez. III: 19 dicembre 2014 n. 52773 e 16 novembre 2016 n. 48316). Nel caso riferito dal Lettore, si potrebbe essere in presenza della riparazione di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Aee); in quanto tali, queste vengono affidate alle cure del riparatore non come rifiuti (Raee) come apparecchiature da restituire all’uso del committente del lavoro di riparazione. Quindi, si ritiene che non si configurino gli estremi della preparazione per il riutilizzo di prodotti o componenti di prodotti diventati rifiuti che, invece, è una operazione di recupero di rifiuti e che, come tale, deve essere autorizzata ai sensi del Dlgs 152/2006. I pezzi funzionanti di alcuni macchinari da utilizzare in altre riparazioni si ritiene che non integrino gli estremi del concetto di rifiuto poiché, derivanti dall’attività di riparazione delle Aee, sono reimpiegati tal quali per poterne restituire all’uso delle altre. In questa prospettiva, Cass. pen., sez. III, 2 dicembre 2014 n. 50309 ha affermato che “è la certezza oggettiva del riutilizzo che esclude a monte l’intenzione di disfarsi dell’oggetto/sostanza”. Per completezza va sottolineato che Cass. pen. Sez. III, 26 novembre 2018, n. 52993 ha ritenuto che l’accertamento della natura di un oggetto quale rifiuto, ai sensi dell’articolo 183, comma 1, lettera a) del Dlgs 152/2006, costituisce una “quaestio facti” demandata al giudice di merito. Quindi, al fine di precostituirsi la prova che non si tratta di rifiuti (quindi, che di tali pezzi funzionanti non ci si sta disfacendo, ferma restando l’ampia accezione del termine come stabilito dalla Corte di Giustizia Ue di cui in premessa) bensì di semplici pezzi di ricambio da riutilizzare, si ritiene sia necessaria la massima cautela nel trasporto ed accatastamento di tali pezzi funzionanti (es. pulizia, ordine, eventuale registro ove annotare il macchinario e l’indirizzo dal quale provengono nonché l’utilizzo che se ne farà ecc.). A tal fine si ricorda che la definizione di “riutilizzo” di cui all’articolo 183, comma 1, lettera r), Dlgs 152/2006 è la seguente: “qualsiasi operazione attraverso la quale prodotti o componenti che non sono rifiuti sono reimpiegati per la stessa finalità per la quale erano stati concepiti”. Il concetto di sottoprodotto, invece, non ricorre poiché i pezzi funzionanti non derivano da un processo produttivo.

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 Cass. 
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