Source: http://handsoffcain.info/bancadati/stati-uniti-d-america-e-canada/stati-uniti-d-america-50000019
Timestamp: 2019-03-20 14:26:37+00:00

Document:
governo: repubblica federale con forte tradizione federale
costituzione: 17 settembre 1787, in vigore dal 4 marzo 1789
sistema giuridico: sistema di corti federali basato sulla common law inglese. Ogni stato ha il proprio sistema legale
sistema legislativo: bicamerale, Congresso (Senato e Camera dei Rappresentanti)
sistema giudiziario: Corte Suprema, Corte d'Appello degli Stati Uniti, Corti distrettuali degli Stati Uniti; Corti di stato e di contee
religione: 51,3% protestanti; 23,9% cattolici; 1,7% mormoni; 1,6% altri cristiani; 1,7% ebrei; 0,7% musulmani; altri non specificati o nessuna religione
braccio della morte: 3.108 (al 1° aprile 2013)
Convenzione sui Diritti del Fanciullo (solo firmato)
Convenzione Americana sui diritti umani (solo firmato)
Gli Stati Uniti, da un punto di vista amministrativo, sono composti da 50 Stati e 3 giurisdizioni (il Distretto di Columbia, il Governo Federale e l’Amministrazione Militare).
Ad oggi, la pena di morte non esiste più in 19 dei 50 Stati e in 1 delle 3 giurisdizioni, quella del Distretto di Columbia, che è il distretto sotto la diretta autorità del Congresso, meglio conosciuto come Washington D.C., capitale degli USA. Nel corso del 2016, il Delaware ha “indirettamente” abolito la pena capitale e svuotato il braccio della morte [vedi capitolo “Abolizioni legali, di fatto e moratorie”].
La pena di morte è ancora in vigore in 31 Stati della federazione e in 2 giurisdizioni. Tra le 33 giurisdizioni “mantenitrici”, però, 13 non effettuano esecuzioni da almeno 10 anni, e 5 da oltre 5 anni. Praticamente, le giurisdizioni che hanno compiuto esecuzioni nell’arco degli ultimi 5 anni sono solamente 13.
Nel 2016 le esecuzioni sono state 20, concentrate in soli 5 stati. Nel 2015 erano state 28, ed erano avvenute in 6 stati.
Nel 2016 ci sono state 30 nuove condanne a morte, comminate in solo 13 Stati. Nel 2015 le condanne erano state 49.
Sono diminuiti anche i detenuti nel braccio della morte: al 1° ottobre 2016, c’erano 2.902 condannati a morte, 41 in meno rispetto al 1° gennaio 2016.
Le polemiche seguite dopo diverse esecuzioni mal riuscite, le molte controversie sulle fonti di approvvigionamento dei farmaci letali, il proscioglimento di persone ingiustamente condannate, la disponibilità dell’ergastolo senza condizionale e il costo della pena capitale, sono i fattori principali che hanno determinato il declino di esecuzioni, condanne a morte e detenuti nel braccio della morte.
Le 20 esecuzioni del 2016 sono avvenute in solo 5 dei 31 Stati mantenitori: Georgia (9), Texas (7), Alabama (2), Missouri (1), Florida (1). È la prima volta da quando il Texas ha ripreso le esecuzioni nel 1982 che il Texas non ha il record annuale delle esecuzioni. Le 20 esecuzioni del 2016 costituiscono il numero più basso dal 1991. Anche il fatto che solo 5 stati abbiano effettuato esecuzioni è un record: si tratta del numero più basso dal 1988.
Da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1976 fino al 31 dicembre 2016, gli Stati Uniti hanno portato a compimento un totale di 1.442 esecuzioni.
In proporzione alla popolazione, gli stati che compiono più esecuzioni sono, nell’ordine, Oklahoma, Texas, Delaware, Virginia e Missouri.
Da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1976, tre Stati hanno giustiziato solo “volontari”, ossia persone che hanno volontariamente accelerato la procedura rinunciando a tutti o a parte dei ricorsi possibili: Pennsylvania, Oregon e Connecticut. In totale, dal 1976, 143 detenuti sono stati giustiziati in quanto “volontari”, poco meno del 10% del totale dei giustiziati.
Tutte le esecuzioni del 2016 sono avvenute per iniezione letale. Tutte hanno riguardato maschi.
L’età media delle persone giustiziate nel 2016 è 48,7 anni. Il tempo medio che i giustiziati nel 2016 hanno trascorrono nei bracci della morte prima dell’esecuzione è stato di 18,5 anni. Agli estremi di questa media c’è un detenuto del Texas che è stato giustiziato dopo 7 anni (non era un “volontario”) e uno della Georgia, ucciso dopo 36 anni nel braccio della morte.
Divisi per razze, i giustiziati nel 2016 sono stati 16 bianchi, 2 neri, e 2 ispanici. I 20 giustiziati nel complesso erano stati condannati per 26 omicidi, le cui vittime erano state 24 bianchi e 2 ispanici.
Oltre a quello delle esecuzioni, si sta registrando un trend di forte diminuzione delle condanne a morte, a sottolineare la minore propensione delle giurie popolari verso la pena capitale e la scelta sempre più diffusa della pubblica accusa di “accontentarsi” di condanne minori in cambio di iter processuali più brevi e certi.
Secondo il Death Penalty Information Center, nel 2016 le nuove condanne a morte sono state 30, 19 in meno rispetto al 2015. È il numero più basso da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1976. Il numero massimo era stato raggiunto nel 1996, con 315 condanne.
È il 6° anno di seguito che le nuove condanne a morte si attestano sotto la cifra di 100.
Le condanne a morte sono state emesse in 13 stati.
Come sempre, il maggior numero di condanne a morte è stato emesso in California (9), che però è anche lo stato più popoloso degli Usa. Due stati hanno emesso ognuno 4 condanne (Ohio, Texas). L’Alabama ha emesso 3 condanne, la Florida 2 condanne, mentre Arizona, Arkansas, Kansas, North Carolina, Nevada, Oklahoma, Oregon e Pennsylvania ne hanno emessa 1.
Il Texas, da molti anni in testa al numero di esecuzioni, nel 2016 ha emesso solo 4 condanne a morte. Insieme al dato del 2015 (2 condanne) si tratta dei numeri più bassi di sempre. Il numero più alto fu 48 nel 1999.
Divisi per razze, i nuovi condannati a morte negli Usa sono 17 neri, 6 bianchi, 3 asiatici e 3 ispanici.
I bracci della morte
Il Rapporto “Death Row USA” della NAACP Legal Defense Fund, con i dati aggiornati al 31 ottobre 2016, conta 2.902 persone nei bracci della morte americani, 41 in meno rispetto al 1° gennaio 2016. È la seconda volta, con il 2015, che si scende sotto le 3.000 unità dalla primavera del 1995. All’epoca i bracci della morte stavano aumentando la loro popolazione perché si veniva da un periodo in cui la pena di morte era stata prima dichiarata incostituzionale (caso Furman v. Georgia, 1972) e poi di nuovo costituzionale nel 1976 (caso Gregg v. Georgia), dopo che gli stati avevano apportato alcune modifiche alle leggi capitali.
Il numero più alto di prigionieri nei vari bracci della morte statunitensi venne registrato nel 2001, con 3.670 unità. Da allora il calo è stato regolare e costante.
La California ha continuato ad avere la più grande popolazione del braccio della morte (745), seguita da Florida (395), Texas (254), Alabama (194) e Pennsylvania (175).
La California, con 40 milioni di abitanti, è di gran lunga lo stato più popoloso degli Usa (il Texas è secondo, con 28 milioni, la Florida è terza con 21 milioni). Il suo braccio della morte è così popolato in parte in relazione all’alto numero di condanne a morte emesse, ma in parte anche perché ha compiuto pochissime esecuzioni, 13 dal 1976 a oggi. L’ultima esecuzione risale al gennaio 2006.
Divisi per razze, nei bracci della morte ci sono 42,2% bianchi, 41,8% neri, 13% ispanici, 1,8% asiatici, 0,9% pellerossa più un detenuto del quale non è determinata la razza. Nel complesso, il 57% dei detenuti dei bracci della morte appartiene a minoranze razziali. Divisi per sesso, nei bracci della morte statunitensi ci sono 2.848 uomini (98,14%) e 54 donne (1,86%).
A livello di popolazione generale, negli Usa i bianchi non ispanici costituiscono il 64% della popolazione, i bianchi ispanici il 16%, i neri, il 12,6%, gli asiatici il 4,8%, e le altre minoranze, compresi gli indiani nativi, costituiscono il rimanente 2,6%. Nonostante i bianchi non ispanici costituiscano il 64% della popolazione, quasi il 57% dei detenuti dei bracci della morte appartengono alle minoranze.
Abolizioni e moratorie “de facto”
Ad oggi, la pena di morte è abolita in 19 Stati e 1 giurisdizione (tra parentesi l’anno di abolizione): Alaska (1957), Connecticut (2012), Delaware (2016), Hawaii (1957), Illinois (2011), Iowa (1965), Maine (1887), Maryland (2013), Massachusetts (1984), Michigan (1846), Minnesota (1911), New Jersey (2007), New Mexico (2009), New York (2007), North Dakota (1973), Rhode Island (1984), Vermont (1964), West Virginia (1965), Wisconsin (1853), Distretto di Columbia (1981).
Nel 2015 la pena di morte era stata abolita in Nebraska, ma poi reintrodotta nel novembre 2016 dopo un referendum popolare passato con il 57% dei voti.
In quattro Stati – Colorado, Oregon, Pennsylvania e Washington – i Governatori hanno sospeso le esecuzioni “a tempo indeterminato” a causa degli evidenti difetti che connotano il sistema capitale.
In Ohio, nel gennaio 2015, il Governatore Kasich aveva rinviato tutte le esecuzioni al 2016 a seguito dei problemi pratici e procedurali legati al rifornimento di farmaci letali. Il 1° aprile 2016, il Procuratore Generale dello Stato ha comunicato che la sospensione delle esecuzioni sarebbe stata protratta per tutto il 2016.
Il 14 settembre 2016, in Oklahoma, il Procuratore Generale dello stato, Scott Pruitt, ha dichiarato che le esecuzioni rimarranno sospese per almeno altri 2 anni. In Oklahoma, le esecuzioni sono sospese da quando si scoprì che, il 15 gennaio 2015, per uccidere Charles Warner, l’amministrazione penitenziaria utilizzò l’acetato di potassio al posto del cloruro di potassio. Un grand jury incaricato di investigare il caso rilevò una serie di gravi inadempimenti da parte dell’amministrazione penitenziaria in più di una delle esecuzioni compiute dal 2014.
Il 18 settembre 2016, in North Carolina, il procuratore distrettuale della Robeson County, Johnson Britt, e diversi esperti, si sono trovati concordi nel prevedere che le esecuzioni non riprenderanno prima di “diversi anni”. Nello stato, a seguito di una serie di ricorsi legali, l’ultima esecuzione risale all’agosto 2006, e dal gennaio 2007 lo stato viene considerato in regime di “moratoria informale” dopo che un giudice ha sospeso le esecuzioni.
Non una moratoria, ma un massiccio annullamento di condanne a morte è stato deciso il 22 dicembre 2016 in Florida. La Corte Suprema di Stato, con le sentenze Asay v. State e Mosley v. State, ha considerato illegittime le circa 200 condanne a morte emesse dal 2002 ad oggi, mentre considera valide le oltre 150 emesse prima di quella data. Come è noto, a gennaio la Corte Suprema degli Stati Uniti con la sentenza Hurst v. Florida aveva dichiarato incostituzionale quella parte della legge capitale che consente condanne a morte senza l’unanimità della giuria popolare.
Delle 33 giurisdizioni in cui vige ancora la pena di morte, 13 non hanno effettuato esecuzioni da più di dieci anni: California (2006), Colorado (1997), Kansas (1965), Montana (2006), Nebraska (1997), Nevada (2006), New Hampshire (1939), North Carolina (2006), Oregon (1997), Pennsylvania (1999), Wyoming (1992), Amministrazione Militare (1961) e Governo Federale (2003).
In 5 altri Stati non vi sono state esecuzioni da almeno 5 anni: Kentucky (2008), Louisiana (2010), South Carolina (2011), Utah (2010) e Washington (2010).
La politica legislativa
Nel corso del 2016 sono state presentate molte leggi sulla pena di morte, alcune per abolirla, altre per rendere più rigide le norme per la sua applicazione, altre ancora per poterla utilizzare con più facilità. Molte di queste proposte hanno avuto vita breve, fermandosi nelle fasi preliminari dell’esame parlamentare.
Occorre ricordare che negli Stati Uniti i Parlamenti concentrano l’azione legislativa nei primi mesi dell’anno, ed ogni Stato ha una data limite entro la quale le nuove leggi devono passare, altrimenti devono essere ripresentate l’anno successivo. Queste le proposte di legge che hanno superato almeno le fasi iniziali di discussione.
In Delaware, il 28 gennaio 2016, la Camera ha respinto 23-16 un disegno di legge (SB 40) che avrebbe abolito la pena di morte.
Il 28 gennaio 2016, in Missouri, un disegno di legge abolizionista ha superato 4-3 la Commissione Giustizia del Senato, con il voto favorevole di 2 senatori repubblicani e 2 democratici. Il 13 maggio 2016, il ddl è stato posto nel cosiddetto “calendario informale”, il che significa che il provvedimento non andrà avanti.
Il 3 marzo 2016, in New Hampshire, il Senato ha respinto 12-12 un ddl che avrebbe abolito la pena di morte, ma ha accettato di discuterne uno che istituirebbe una moratoria in attesa di elaborare un metodo che metta al riparo da eventuali errori giudiziari. Il New Hampshire è l’unico stato del New England ad avere ancora la pena di morte. L’ultima esecuzione risale al 1939, ed attualmente nel braccio della morte c’è un solo detenuto. Al Senato un voto di parità equivale ad una sconfitta. Sempre in New Hampshire, il 10 marzo 2016, la Camera ha respinto con un voto per acclamazione il ddl HB 1522 che avrebbe esteso la pena di morte a “reati di terrorismo con più di una vittima e agli omicidi compiuti mentre la vittima esercita i propri diritti civili, come votare, frequentale la scuola, o altro”.
Il 3 marzo 2016, nello Utah, la Commissione Giustizia del Senato ha bocciato 2-5 il ddl HB 136 che avrebbe aggiunto l’aggravante di “traffico di esseri umani” a quelli per i quali può essere chiesta la pena di morte. Il ddl era passato il 2 febbraio in Commissione Giustizia alla Camera (6-3) e il 12 febbraio alla Camera (44-28). Sempre in Utah, l’1 e il 2 marzo 2016 il Senato ha approvato in prima e seconda lettura l’abolizione della pena di morte (SB189). La Commissione Giustizia della Camera l’ha approvata l’8 marzo, ma l’11 marzo è scaduto il termine antro il quale la Camera avrebbe dovuto dare il voto finale.
Il 7 marzo 2016, in Florida, il Governatore Rick Scott, Repubblicano, ha ratificato la legge HB 7101 che modifica la legge capitale dopo che il 12 gennaio 2016 era stata dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. La nuova legge prevede che ora le giurie popolari possano emettere un verdetto di colpevolezza 10-2 (prima bastava 7-5), e soprattutto prevede che il parere della giuria sia vincolante per il giudice. In 28 dei 31 stati che usano la pena di morte occorre l’unanimità per emettere una condanna a morte. Fanno eccezione la Florida, l’Alabama e il Delaware.
Il 7 aprile 2016, in Alabama, il Senato ha approvato 20-6 il disegno di legge SB 237 per sospendere tutte le esecuzioni fino al 1° giugno 2017 in attesa che venga istituita ed entri in funzione una “Innocence Inquiry Commission”, una commissione che riveda le condanne a morte nei casi in cui siano emersi nuovi elementi. Il ddl è stato presentato dal senatore repubblicano Dick Brewbaker, che è favorevole alla pena di morte ma ritiene che alcune modifiche vadano apportate perché “la gente riacquisti fiducia nel sistema capitale”. Il ddl non ha proseguito il cammino, e giunti alla scadenza della sessione legislativa 2016 è stato accantonato con la formula “Aggiornato Sine Die”. Il 3 maggio 2016, sempre in Alabama, è andato alla ratifica del Governatore il disegno di legge HB 379 che aumenta la segretezza attorno alle esecuzioni. Il ddl è passato alla camera il 23 marzo con un voto 99-0, e al Senato il 3 maggio con un voto 28-0. Il provvedimento non è stato ratificato dal Governatore.
Il 12 aprile 2016, in Ohio, la Camera ha approvato 83-11 il disegno di legge HB 57 che aumenterebbe le aggravanti per le quali diventerebbe possibile chiedere la pena di morte. La legge, inoltrata al Senato, non ha proseguito il suo percorso.
Il 24 aprile 2016, in Virginia, è entrata in vigore la legge HB 815 che aumenta la segretezza attorno alle esecuzioni, e consente allo Stato di rivolgersi a laboratori artigianali per l’approvvigionamento di farmaci letali. Inizialmente la legge prevedeva la reintroduzione della sedia elettrica. Approvata da Camera e Senato, era stata mandata al Governatore per la ratifica. L’8 aprile, il Governatore Terry McAuliffe l’aveva restituita al Parlamento con una sua proposta di modifica, quella appunto di ampliare lo spettro dei possibili fornitori di farmaci letali, cassando la parte sulla sedia elettrica. Il 20 aprile la Camera ha approvato il cambiamento con un voto 59-40, e il Senato con un voto 22-16.
Il 3 maggio 2016, in Mississippi, il Governatore ha ratificato la legge SB 2237 che aumenta la segretezza attorno alle esecuzioni. La legge era passata al Senato 39-12 e alla Camera 103-13.
Il 6 ottobre 2016, la Camera del New Mexico ha approvato 36-30 la reintroduzione della pena di morte. Il disegno di legge HB7, presentato dalla deputata Monica Youngblood (Repubblicana), prevede la pena di morte per chiunque uccida un poliziotto, un agente penitenziario, o un minorenne. Il 6 ottobre 2016, il Senato ha chiuso la sessione speciale autunnale senza prendere in considerazione il disegno di legge.
L’8 novembre 2016, la California aveva approvato con il referendum 66 una velocizzazione dei ricorsi dei condannati a morte con l’intento di velocizzare le esecuzioni. Ma, il 20 dicembre, la Corte Suprema della California ha bloccato temporaneamente l’entrata in vigore di Proposition 66, e il 28 dicembre una agenzia statale (la Office of Administrative Law - OAL) ha negato il nulla osta alla nuova legge a causa di “incoerenze e ambiguità nel protocollo, motivazione stessa della legge insufficiente, e necessità di tenere conto delle osservazioni avanzate nel corso di udienze pubbliche”.
I metodi di esecuzione
Oggi tutti gli Stati della Federazione, il Governo Federale e l’Amministrazione Militare hanno l’iniezione come primo metodo di esecuzione.
Alcuni stati prevedono un secondo, eventuale, metodo che può essere, a seconda degli stati, la camera a gas, la fucilazione o l’impiccagione.
Alcuni Stati utilizzano un protocollo con tre farmaci, altri usano il protocollo a due farmaci, altri ancora quello con un singolo farmaco.
Il protocollo a tre farmaci usa un anestetico, seguito da un rilassante muscolare per paralizzare il detenuto e cloruro di potassio per fermare il cuore. Il protocollo a due farmaci prevede una dose di sedativo seguita da una dose letale di anestetico. Il protocollo con farmaco unico utilizza una dose letale di un anestetico.
L’azione di alcuni importanti gruppi per i diritti umani sulle industrie che producono i farmaci utilizzati per le iniezioni letali ha causato la difficoltà per le amministrazioni penitenziarie statunitensi di acquistare nuove dosi di farmaci letali. Questo ha portato, negli ultimissimi anni, a diversi cambiamenti dei protocolli di esecuzione, nel tentativo delle amministrazioni penitenziarie di aggirare il problema della non-collaborazione delle case farmaceutiche.
Nel tentativo di contrastare le campagne di sensibilizzazione da parte delle organizzazioni contro la pena di morte, che utilizzano le leggi sulla libertà d’informazione e i media per convincere i produttori di farmaci a interrompere la distribuzione ai penitenziari americani, alcuni Stati hanno anche approvato leggi per coprire con un manto di segretezza i nomi dei fornitori.
In alcuni Stati rimangono in vigore i “vecchi metodi”, disponibili su richiesta del condannato e di solito solo per i reati commessi prima dell’entrata in vigore dell’iniezione.
La sedia elettrica rimane disponibile in 9 Stati: Alabama, Arkansas, Florida, Kentucky, Mississippi, Oklahoma, South Carolina, Tennessee e Virginia. Le Corti Supreme di Georgia e Nebraska hanno dichiarato incostituzionale la sedia elettrica, ma le leggi capitali non sono state aggiornate. La camera a gas rimane disponibile in 5 Stati: Arizona, California, Missouri, Oklahoma (a partire dal 17 aprile 2015, la camera a gas azoto verrebbe impiegata se la droga per l’iniezione letale non è disponibile o se tale metodo è dichiarato incostituzionale) e Wyoming. La fucilazione rimane in vigore in 3 Stati: Mississippi (reintrodotta il 3 maggio 2016 e utilizzabile nel caso l’iniezione letale diventi o troppo costosa o impossibile da attuare), Oklahoma e Utah. L’impiccagione rimane disponibile in 3 Stati: Delaware, New Hampshire e Washington.
Delle 1.442 esecuzioni compiute negli USA da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1977 e fino al 31 dicembre 2016, 1.267 sono avvenute per iniezione letale, 158 sulla sedia elettrica, 11 nella camera a gas, 3 per impiccagione e 3 per fucilazione.
Negli anni più recenti la Corte Suprema degli Stati Uniti ha preso decisioni “miliari”, da una parte, nel vietare le esecuzioni di malati mentali (2002) e di minori (2005), dall’altra, nel confermare la costituzionalità del protocollo dell’iniezione letale (2008).
Come è noto, i giudici della Corte Suprema sono nominati “a vita”, e quindi, a causa del ricambio molto lento dei giudici, cambiano anche lentamente le linee guida della corte stessa. Ma una sentenza emessa nel 2016 ha scosso dalle fondamenta i sistemi capitali di 3 stati.
Il 12 gennaio 2016, la Corte ha dichiarato incostituzionale la legge capitale della Florida, con ricadute su altri due stati, Alabama e Delaware, che hanno leggi molto simili. Affrontando il caso Hurst v. Florida, la Corte ha dichiarato incostituzionale la legge nella parte in cui il giudice ha più potere della giuria popolare nel decidere una condanna a morte. Con un voto 8-1 la corte ha annullato la condanna a morte di Timothy Hurst, e contestualmente ha dichiarato incostituzionale il maggior potere che ha il giudice rispetto alla giuria popolare nel decidere la sentenza. Il voto della giuria popolare in quasi tutti gli stati equivale ad una condanna a morte, perché il giudice ha il dovere di rispettarlo. In tre stati invece, Florida Alabama e Delaware, il giudice non è obbligato per legge a seguire il voto della giuria popolare.
Secondo la Corte Suprema, questo viola il Sesto Emendamento, che garantisce il diritto dell’imputato ad essere giudicato da una “giuria di pari”, in quanto se un membro del collegio giudicante (in questo caso il giudice) ha un potere maggiore di quello degli altri membri, la giuria chiaramente non è composta da “pari”.
La sentenza Hurst v. Florida al di là del “tecnicismo” sul ruolo del giudice, non affronta in maniera esplicita il vero nodo della questione, e cioè il fatto che Florida, Alabama e Delaware sono gli unici tre stati che consentono l’emissione di condanne a morte senza un voto all’unanimità. Secondo molti osservatori, quella della Corte Suprema è una scelta di compromesso, che rinvia ai giudici e ai politici locali ulteriori decisioni.
Dopo questa sentenza, Alabama e Florida hanno modificato le loro leggi, vincolando anche loro il giudice al rispetto del voto di maggioranza. In Delaware invece il Parlamento non ha agito, e un giudice ha bloccato tutti i procedimenti capitali passati e presenti.
Nonostante le nuove leggi, la Corte Suprema ha di nuovo messo in crisi il sistema capitale dei 3 stati: il 2 maggio 2016 ha annullato la condanna a morte di Bart Johnson (il caso è Bart W. v. Alabama) perché emesse ai sensi di una legge che nel frattempo è stata dichiarata incostituzionale. Il 31 maggio la Corte Suprema ha ribadito pedissequamente la sua posizione, annullando anche la condanna a morte di Corey Wimbley (il caso è Wimbley v. Alabama). Lo stesso ha fatto il 6 giugno con la sentenza Kirksey V. Alabama, e il 3 ottobre con la sentenza Russell v. Alabama.
È apparso chiaro a quel punto che tutte le condanne a morte emesse in questi decenni in Florida, Alabama e Delaware, stati che hanno oltre 600 persone nei bracci della morte, devono essere messe in discussione.
I proscioglimenti e le commutazioni
“Esonerato” è un termine tecnico che, nella giustizia statunitense, indica chi è condannato in primo grado, ma poi assolto in appello. Come è noto l’appello negli Stati Uniti non è un atto unico e irripetibile, ma può essere ripresentato ogni volta che la difesa ritiene di aver individuato difetti di procedura o elementi probatori nuovi. Non è raro che alcuni ‘appelli’ si tengano anche 20 anni o più dopo il primo grado. In alcuni casi gli “esonerati” sono palesemente innocenti (quando ad esempio i test del DNA dimostrano la colpevolezza di qualcun altro), in altri casi si arriva al proscioglimento in appello per “insufficienza di prove” o perché, a tanti anni di distanza dai fatti, la Pubblica Accusa non ha più testimoni attendibili per rifare un processo.
Il Death Penalty Information Center (DPIC) tiene una lista di questi “esoneri” dal braccio della morte, in base alla quale dal 1973 al 31 dicembre 2016 le persone prosciolte sono state 156 in 26 diversi Stati. Secondo “The Innocence List”, il tempo medio tra la condanna e il riconoscimento di innocenza è di 11,3 anni. In 20 casi la prova dell’innocenza è stata raggiunta grazie a nuovi test del DNA.
Secondo i criteri stabiliti dal DPIC, nel corso del 2016 non sono stati registrati nuovi proscioglimenti.
In realtà alcuni vecchi casi capitali hanno avuto un esito felice anche nel corso del 2016, ma non corrispondono ai rigidi criteri di catalogazione del DPIC. Ad esempio, il 6 giugno 2016, in Texas, il giudice Jack Carter ha formalizzato il ritiro delle accuse di omicidio che nel 1978 avevano portato alla condanna a morte di Kerry Max Cook, nel frattempo giunto all’età di 60 anni. Al momento Cook ha ottenuto quello che tecnicamente si chiama “ritiro dei capi di accusa”, ma ha dichiarato di voler ottenere una sentenza di “effettiva innocenza”, sentenza che gli darebbe tra ‘altro accesso ad un risarcimento di circa 3 milioni dollari. Solo dopo il riconoscimento della “effettiva innocenza” Cook sarà iscritto nello speciale albo degli “esonerati” curato dal Death Penalty Information Center.
Un’altra associazione non profit, il Registro Nazionale degli Esonerati (National Registry of Exonerations - NRE), tiene un elenco degli esonerati, non mirato solo ai casi di condanne a morte. Secondo uno studio del NRE nel 2016 sono state prosciolte 166 persone dopo essere state condannate per reati gravi, 54 dei quali per omicidio. Il NRE è un progetto avviato nel 2012 dalla University of Michigan e dalla Northwestern University. L’NRE usa criteri leggermente diversi da quelli usati dal DPIC, e fornisce più elaborazioni. Ad esempio, secondo il NRE, valutando i casi di proscioglimento degli ultimi 10 anni, il comportamento scorretto da parte della polizia o della pubblica accusa, e la falsa testimonianza sarebbero le cause principali degli errori giudiziari. Il Registro riporta che il comportamento scorretto della polizia o della pubblica accusa ha avuto un ruolo, anche se non esclusivo, in 571 degli 836 “esoneri” che hanno riguardato casi di omicidio (solo una parte è stata perseguita con la pena di morte), ossia nel 68,3% dei casi. Errori di identificazione da parte di testimoni sono stati riscontrati in 203 casi (24,3%), esami di laboratorio falsi o fuorvianti in 194 casi (23.2%), e confessioni false o “fabbricate” in 182 casi (21,8%). Il Registro individua inoltre come concausa in 218 casi (26,1%) la inadeguata assistenza legale da parte dei difensori. Secondo le analisi del Registro, la discriminazione razziale ha ancora un forte ruolo. Il comportamento scorretto di polizia/pubblica accusa si riscontra nei casi di proscioglimento da omicidio nel 76% dei casi in cui sono imputati dei neri, rispetto al 63% dei casi in cui sono imputati dei bianchi. Restringendo la ricerca ai soli casi capitali, la differenza tra neri e bianchi è ancora maggiore: 87% dei neri condannati a morte ha subito il comportamento scorretto di polizia/pubblica accusa, contro il 67% dei bianchi.
Pena di morte a parte, l’Amministrazione Obama, sin dalla campagna elettorale del primo mandato, ha spesso fatto riferimento alla necessità di riforme per attenuare la durezza del sistema giudiziario e carcerario della nazione, in particolare il sistema delle “pene minime obbligatorie” che non dà al giudice il potere di valutare autonomamente la gravità di un reato né di contestualizzarlo utilizzando eventuali attenuanti, ma lo vincola ad emettere, ad esempio, una condanna obbligatoria a 30 anni o all’ergastolo se un imputato viene arrestato per tre volte per spaccio.
Nell’arco dei suoi due mandati, il Presidente Barak Obama ha emesso 774 “commutazioni” (è il termine tecnico usato negli Usa). È un numero maggiore di quello dei precedenti 7 presidenti messi assieme, e inferiore solo alle circa 14.000 commutazioni disposte dal Presidente Gerald Ford a metà degli anni ’70, quando l’allora presidente decise un colpo di spugna per tutti coloro che erano stati condannati per renitenza alla leva o diserzione ai tempi della guerra del Vietnam. Quasi tutte le commutazioni di Obama hanno riguardato persone condannate per reati non violenti legati all’uso e allo spaccio di droga. Le commutazioni emesse nel solo 2016 sono 590, il numero più alto in un singolo anno nella storia degli Stati Uniti.
Come è noto, è consuetudine dei Presidenti degli Stati Uniti concludere i loro mandati promulgando una serie di provvedimenti di clemenza. Il 17 gennaio 2017, 3 giorni prima del giuramento del nuovo Presidente, Donald Trump, Obama ha emesso 209 commutazioni e 64 grazie. Per commutazione si intende abbreviare una condanna, per grazia si intende disporre l’immediata scarcerazione per effetto del “perdono presidenziale”. Il caso che più ha attirato l’attenzione dei media è quello del “soldato Manning”, condannato a 35 anni per aver “passato” a Snowden e Assange le informazioni riservate del caso Wikileaks. Ma due casi hanno riguardato due condannati a morte. Obama ha commutato la condanna federale di Abelardo Arboleda Ortiz e quella militare di Dwight J. Loving. Era dal 2001 che un presidente non commutava condanne a morte.
I costi della pena di morte
Oltre alla questione degli errori giudiziari, che ha animato il dibattito politico negli anni recenti, sta prendendo piede la questione dei “costi della pena di morte”.
Come è noto, a differenza dei sistemi giudiziari europei, negli Stati Uniti i vari uffici giudiziari hanno bilanci ben precisi che devono essere rispettati al centesimo. Se un procuratore vuole istruire un processo in cui poter chiedere la pena di morte deve portare più prove, più analisi di laboratorio, più testimoni, e lo Stato deve garantire all’imputato avvocati e consulenti d’ufficio di miglior livello. E questo ha dei costi. Il condannato a morte ha inoltre diritto a presentare tutta una serie di ricorsi e appelli che invece non vengono concessi per le condanne detentive. Questo significa che un procuratore che inizia un processo capitale mette in moto un meccanismo che drena molti fondi dalle casse dello Stato, mentre, a causa di queste alte spese, spesso rimangono pochi fondi per altre attività.
Sta sempre più prendendo piede un’idea alternativa: rinunciare ai processi capitali, che di solito si svolgono contro persone sulle quali esistono già prove convincenti, e dedicare i fondi risparmiati alla riapertura di casi archiviati, o comunque per andare alla ricerca di assassini non ancora individuati.
Nei dibattiti pro o contro l’abolizione viene spesso sollevato il sospetto che i processi capitali vadano a vantaggio di pochi procuratori che cercano visibilità, spesso al fine di agevolare carriere politiche, mentre gli alti costi finiscono per ricadere sull’intera collettività.
Il 1° aprile 2016, in Ohio, l’Attorney General, Mike DeWine, ha pubblicato un rapporto sulla pena di morte nel suo stato. Dal 1981 lo stato ha emesso 324 condanne a morte ed ha compiuto 53 esecuzioni, mentre 19 condanne a morte sono state commutate e 27 detenuti del braccio della morte sono deceduti per cause naturali. Attualmente ci sono 142 casi capitali aperti. Nel 2015 è stata emessa una sola condanna a morte, riflettendo una minore tendenza della pubblica accusa a puntare su questo tipo di condanna. Attualmente, se anche volesse compiere una esecuzione, lo stato non è in possesso dei farmaci letali necessari. Nella sua relazione DeWine non ha affrontato esplicitamente il capitolo dei “costi”, ma la vistosa sproporzione tra i casi perseguiti come reato capitale e le esecuzioni effettivamente compiute si inscrive nella media nazionale.
In Louisiana, uno studio pubblicato il 28 aprile 2016 ha calcolato che solo il 12% delle condanne a morte arriva a esecuzione. Lo studio, dal titolo “Louisiana Death Sentenced Cases and Their Reversals, 1976-2015” rileva che dal 1976 sono state emesse 241 condanne a morte, di cui solo 28, meno del 12%, hanno concluso il loro iter con una esecuzione, mentre 127 condanne sono state annullate, in percentuale più del 50%. Tra le condanne a morte annullate vanno contate anche 9 proscioglimenti, persone cioè riconosciute innocenti.
Il 15 giugno 2016, nello Utah, è stato pubblicato un rapporto, commissionato dal Parlamento e compilato da un’agenzia statale. Vi si calcola che ogni condannato a morte costi al contribuente 1,66 milioni di dollari di più rispetto ad un condannato all’ergastolo senza condizionale.
In Nebraska, il 19 agosto 2016, uno studio commissionato da “Retain a Just Nebraska” ha calcolato che la pena di morte costa allo stato 14 milioni di dollari l’anno. Lo studio è stato eseguito da Ernie Goss, economista della Creighton University. Prendendo in esame il 2013, Goss ha rilevato che il bilancio dello stato per “attività di giustizia” è stato di 533 milioni di dollari. Se nello stato non fosse stata in vigore la pena di morte e non esistesse il braccio della morte, nello stesso anno lo stato avrebbe speso 519 milioni. Lo studio ricorda che tra il 1973 e il 2014 nello stato ci sono stati 1.842 omicidi, 33 condanne a morte, e solo 3 esecuzioni, l’ultima nel 1997.
In Virginia, l’11 dicembre 2016, una inchiesta della Associated Press ha calcolato che lo stato ha pagato oltre 60 volte di più i farmaci letali rispetto all’anno precedente.
Le prese di posizione dei carcerieri e dei familiari delle vittime
Gli effetti della pena di morte su chi compie le esecuzioni sono stati descritti chiaramente da chi per anni ha lavorato nei bracci della morte.
Il 24 febbraio 2016, in Ohio, due ex capi dell’Amministrazione Penitenziaria hanno aderito ad un gruppo abolizionista. Reginald Wilkinson e Terry Collins, che hanno diretto l’Amministrazione Penitenziaria ed hanno gestito 34 esecuzioni, hanno aderito a Public Safety Officials on the Death Penalty (PSODP), una ONG con base a Washington che riunisce membri delle forze dell’ordine, del sistema penitenziario e della pubblica accusa. Non tutti i membri della ONG sono contrari alla pena di morte, ma tutti si dichiarano “fortemente preoccupati dell’equità e dell’efficacia della pena di morte in America. Il sistema attuale è inefficiente, costoso, e compie errori”. Collins è anche membro della ONG “Ohioans Against Executions”, e recentemente ha pubblicato un rapporto in cui ha scritto: “La pena di morte è un meccanismo difettoso che non vale la pena aggiustare”.
Forse, le prese di posizione più inattese sono proprio quelle dei parenti delle vittime.
Forse, le prese di posizione più inattese contro la pena di morte sono proprio quelle dei parenti delle vittime.
Il 21 gennaio 2016, in Connecticut, Dawn Mancarella ha definito il sistema capitale “guasto, uno spreco di denaro che non porta nessun conforto alle vittime”. Mancarella, la cui madre venne uccisa 20 anni fa, aveva già testimoniato in Parlamento contro la pena di morte nel 2012 (in quell’anno lo stato la abolì). Nel gennaio 2015 aveva rilasciato una testimonianza scritta in cui ribadiva la sua posizione, testimonianza che è stata acclusa agli atti giudiziari relativi alla causa in cui si discuteva il destino delle 11 persone presenti nel braccio della morte al momento dell’abolizione. Tra le altre cose la giovane Mancarella ha detto: “La pena di morte è uno spreco di energia e di denaro, che non fa giustizia, e non porta nessun sollievo alle vittime”. “La pena di morte, a causa della lunghezza delle procedure processuali, a e la loro ripetitività, costringe i parenti delle vittime a rivivere più volte, nel corso degli anni, l’uccisione dei loro cari, questo è l’opposto del concetto di giustizia, e non è in grado di restituire serenità ai parenti delle vittime, nemmeno se il condannato viene messo a morte in 1 anno, 10 anni o 20 anni”. Mancarella contesta anche l’uso dei fondi statali: “È frustrante vedere quanti milioni di dollari costa un singolo processo capitale, per poi sentirsi dire che invece non ci sono fondi per i progetti di assistenza ai parenti delle vittime” e conclude: “è ora di restituire il tempo e l’energia male utilizzata alle vittime, perché possa guarire l’anima dei loro parenti, e rendere veramente onore al loro sacrificio”.
Il 19 febbraio 2016, in Florida, Darlene Farah ha ribadito la sua richiesta che l’assassino della figlia non venga condannato a morte. Darlene Farah è la madre di Shelby Farah, 20 anni, uccisa durante una rapina in un negozio nel 2013. Nel processo iniziato nel marzo 2016 contro James Xavier Rhodes, 24 anni, la pubblica accusa punta sulla pena di morte, nonostante più volte la signora Farah abbia chiesto di non farlo. La signora Farah in una intervista ha detto: “La pena di morte ci infliggerebbe ulteriore dolore. Non voglio che la mia famiglia debba attraversare i molti anni di processi e appelli tipici dei casi capitali. Preferisco che la mia famiglia venga messa nelle condizioni di celebrare la vita di Shelby, onorarne la memoria, e iniziare il lungo percorso di guarigione morale”. La signora Farah ha aggiunto che la figlia non avrebbe voluto che la pena di morte venisse chiesta nel suo caso, e che continuare ad uccidere in nessun modo porta onore alla figlia, né porta sollievo alla famiglia.
In Missouri, il 27 dicembre 2016i familiari di una vittima hanno chiesto al governatore di commutare tutte le condanne a morte. Il 26 marzo 2014 il Missouri giustiziò Jeff Ferguson per lo stupro e l’omicidio di una ragazza di 17 anni, Kelli Hall, che faceva il turno serale ad un distributore di carburante. Oggi il padre della ragazza ha detto che all’epoca lui e la sua famiglia “credevano nel mito che l’esecuzione avrebbe chiuso le nostre ferite emotive”. All’epoca disse ai giornalisti: “Grazie a Dio, è finita”. Ma ora, in un editoriale in prima pagina sul Columbia Daily Tribune, il signor Hall ha detto che la sua famiglia è arrivata al punto di rimpiangere profondamente l’esecuzione di Ferguson, e chiede al governatore Jay Nixon di commutare le condanne a morte delle 25 persone nel braccio della morte. Hall ha detto che diverse settimane dopo l’esecuzione, lui e la sua famiglia ebbero occasione di vedere un documentario con brani in cui Ferguson mostrava un rimorso sincero per il dolore che il suo orribile gesto aveva causato alla nostra famiglia e alla sua. Alcuni mesi più tardi hanno anche appreso che Ferguson aveva partecipato ad un corso in carcere per occuparsi dei detenuti malati terminali, ed aveva partecipato con un ruolo di leader a un programma di giustizia riparativa, all’interno dei quali i detenuti ascoltavano i racconti del dolore dei familiari delle loro vittime. Da allora la famiglia Hall ha perdonato Ferguson, e avrebbe voluto sapere dei progetti di giustizia riparativa, ed avrebbe voluto essere invitata a partecipare. “Sono convinto che sarebbe stato di grande aiuto per tutti noi se avessimo avuto modo di poter avere una conversazione franca con lui in prigione. Avrei voluto avere l’occasione, in accordo con la mia fede cristiana, di dirgli personalmente che lo perdonavo per quello che aveva fatto alla nostra preziosa e innocente figlia”.
Il bilancio crimine/repressione
Nel novembre 2016 è stata pubblicata l’ultima edizione del BJS -Uniform Crime Report, il voluminoso insieme di dati e statistiche curato dal Bureau of Justice Statistics all’interno del Federal Bureau of Investigation (FBI). Il “Rapporto sulla criminalità 2015”, con i dati aggiornati, appunto, al 2015, viene compilato assemblando i dati degli oltre 18.000 corpi di polizia locale e nazionale, e copre circa 321 milioni di abitanti, compresi 3,5 milioni di Puerto Rico. Nel “Crime in the United States, 2015” si rileva che il tasso di omicidi negli Usa è cresciuto leggermente rispetto agli anni precedenti, arrivando a 4,9 omicidi ogni 100.000 abitanti (erano 4,5 sia nel 2013 che nel 2014). La prima rilevazione effettuata a livello nazionale dal BJS, nel 1993, dava una percentuale del 9,5x100.000. Nel complesso si stima che gli omicidi (esclusi gli omicidi colposi) siano stati 15,696, il 10,8% in più rispetto al 2014, con un aumento del 10,8%. I dati sugli omicidi, seppure in aumento rispetto all’immediato passato, sono comunque considerati un miglioramento rispetto ad un anno campione che è stato individuato nel 2006: in questo caso gli omicidi sarebbero calati del 9,3%, e il tasso di omicidi ogni 10.000 abitanti del 15,5%. Si stima inoltre che l’aumento di omicidi registrati quest’anno siano anche la conseguenza di due approfonditi studi condotti dai mass media su questi dati raccolti dal Fbi, secondo i quali circa 2.000 omicidi l’anno non venivano registrati.
Ai 15,696 omicidi propriamente detti devono essere aggiunti i cosiddetti “omicidi giustificati”, ossia quelli compiuti dalla polizia nello svolgimento delle proprie funzioni, o da privati cittadini per quella che viene considerata legittima difesa. La polizia nel 2015 ha ucciso 442 persone. Privati cittadini hanno ucciso, rispettando la legge, 328 persone. Il dato degli omicidi compiuti dalla polizia è stato contestato da alcune banche dati online compilate da volontari (tra cui “Fatal Encounters” e “Killed by Police”) che stimano in circa 1.100 l’anno le vittime della polizia. Il FBI riconosce l’incompletezza dei propri dati, spiegata dal fatto che le polizie locali non hanno l’obbligo di fornire tutti gli aggiornamenti relativi a questo tipo di “crimine”.
Il rapporto divide gli Usa in 4 zone. Il tasso di omicidi più basso (3,5 casi ogni 100.000 abitanti) si registra nel Nord-Est, in una zona del paese dove la pena di morte è stata quasi completamente abolita da tempo. Il tasso di omicidi più alto (5,9) è quello del Sud, dove il ricorso alla pena di morte è di gran lunga il più alto del paese. Per avere una misura di comparazione, in Italia negli ultimi anni il numero di omicidi si è sempre tenuto poco sopra le 500 unità, con un tasso omicidiario inferiore all’1/100.000. Nel complesso, nel corso del 2015, negli Usa sono state arrestate e condotte in carcere poco meno di 10,8 milioni di persone. I gruppi più numerosi sono reati contro la proprietà 1,46 milioni, reati violenti, 0,5 milioni, reati di droga 1,5 milioni, e guida sotto l’effetto di alcol o droga 1,1 milioni.
Secondo i dati ufficiali contenuti nel rapporto Prisoners In 2015 (NCJ 250229) pubblicato il 29 dicembre 2016 ma con i dati aggiornati al 31 dicembre 2015, nelle carceri federali e statali degli Stati Uniti erano detenute 1.526.800 persone, con una diminuzione di 35.000 unità (2%) rispetto ad un anno prima. Secondo un altro rapporto ufficiale (Correctional Populations in The United States, 2015) altre 728.200 persone sarebbero detenute nelle carceri locali [come è noto, negli Stati Uniti si usano due termini diversi: Prison è il carcere statale o federale, Jail è il carcere locale], 3.9 milioni sottoposte a controlli periodici (libertà vigilata), e oltre 870.000 persone in libertà condizionale. Il numero complessivo delle persone che vengono definite “sotto la supervisione dei sistemi correzionali per adulti” è di 6.741.400 (115.000 meno dell’anno precedente). La popolazione detenuta è composta al 18,6% da donne; circa 117.000 detenuti provenienti da 30 stati e dal circuito federale sono tenuti in carceri gestite da privati. Il numero complessivo dei detenuti sta diminuendo lentamente ma costantemente dal 2007 ad oggi. Dal 2014 al 2015 la diminuzione è stata dell’1,7%.
Entrambe questi rapporti sono a cura del BJS (Bureau of Justice Statistics), un’agenzia federale.
Negli ultimi anni i sondaggi sono stati caratterizzati da una ambivalenza di fondo: davanti alla domanda “secca” se si è favorevoli alla pena di morte, i sì rimangono elevati e il loro calo, anno per anno, è molto lento. Quando invece nel sondaggio è inserita esplicitamente una domanda sull’ergastolo senza condizionale, allora le cose cambiano.
Un sondaggio a livello nazionale diffuso il 29 settembre 2016 segnala che per la prima volta in 45 anni il consenso alla pena di morte scende al di sotto del 50%. Il Pew Research Center ha pubblicato i risultati del proprio sondaggio periodico sulla pena di morte. Si tratta di un sondaggio incompleto, che comprende solo le due posizioni favorevole/contrario alla pena di morte, e non comprende la proposta alternativa dell’ergastolo senza condizionale, che in altri sondaggi negli ultimi anni ha spesso ottenuto la maggioranza. Nel sondaggio 2016 il 49% è favorevole e il 42% contrario alla pena di morte. Lo scorso anno erano 56% favorevoli e 38% contrari. L’ultimo sondaggio che dette risultati così bassi per i favorevoli risale al novembre 1971, quando un sondaggio Gallup dette lo stesso risultato di 49%. 42% di contrari è la percentuale più alta da quando nel maggio 1966 un altro sondaggio Gallup registrò il 47% di contrari. Il sondaggio reso noto oggi conferma la tendenza registrata negli ultimi 20 anni, o forse una accelerazione, della crescente contrarietà alla pena di morte. Scomponendo i dati, Pew registra che il consenso alla pena di morte nel corso dell’ultimo anno è diminuito soprattutto tra coloro che politicamente si definiscono “Indipendenti”, -13%, tra i neri, che sono oggi contrari al 63%, gli ispanici, 50%, gli elettori sotto i 29 anni, 51%, i laureati, 51%, i Democratici, 58% e le persone senza una precisa appartenenza religiosa, 50%. Nel complesso i gruppi più contrari alla pena di morte sono le donne, i cattolici, e i politicamente indipendenti. I Repubblicani sono invece favorevoli al 72%, una cifra alta ma che è comunque di 5 punti inferiore rispetto all’anno scorso. Il gruppo dei Bianchi – Evangelici continua ad essere quello più favorevole (69-26), il gruppo definito genericamente dei Protestanti è favorevole al 60% e contrario al 31%, il gruppo dei Cattolici è favorevole al 43% e contrario al 46%. Nel complesso dal 2011 il favore alla pena di morte è calato di 11 punti.
Negli Stati Uniti, nei bracci della morte ci sono 2.848 uomini (98,14%) e 54 donne (1,86%). Al 1° ottobre 2016 nel braccio della morte federale c’erano 61 uomini e una donna. Dal 1977, sono state giustiziate 16 donne (4 nere e 12 bianche) su un totale di 1442 al 31 dicembre 2016.
Il 19 dicembre 2016, gli Stati Uniti hanno votato contro la risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni capitali votata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite.
USA - L'FBI cerca di identificare le 90 vittime del serial killer Samuel Little.
USA - Molte critiche contro la Corte Suprema che non ha ammesso un imam nella camera della morte.
USA - Più di 48.000 persone in centri di detenzione per immigrati.
USA - I rapper Jay-Z e Meek Mill lanciano un movimento per la riforma del sistema carcerario americano
USA - Caos nel processo di Guantanamo, si dimette un altro giudice militare
USA - Oklahoma. Netflix ha pubblicato a dicembre una serie in 6 episodi intitolata “Innocente”, basata sul bestseller di John Grisham
L'FBI cerca di identificare le 90 vittime del serial killer Samuel Little. Little, 78 anni, nero, l’anno scorso ha confessato 90 omicidi commessi fra il 1970 e il 2013 in almeno 24 Stati americani, con una modalità operativa abbastanza costante: colpiva le sue vittime con un pugno, le violentava o si masturbava davanti a loro prima di strangolarle. Le donne erano quasi sempre prostitute, transessuali o tossicodipendenti. Si sbarazzava dei corpi gettandoli nei fossati, nelle discariche, nei cassonetti, o da dirupi. Little, figlio di una prostituta, ha una lunghissima serie di precedenti. Il primo arresto, per tentato furto, risale al 1956, quando aveva 16 anni. Nel 1975 i suoi arresti erano saliti a 26, in 11 diversi stati. Nel 1982 venne arrestato in Mississippi per l’omicidio di una prostituta, ma venne prosciolto. Venne arrestato di nuovo il 5 settembre 2012 in Kentucky, dopo che analisti dei casi irrisolti avevano collegato il suo Dna a tre omicidi in California (Carol Elford, 13/07/1987; Audrey Nelson, 14/08/1989; e Guadalupe Apodaca, 03/09/1987). Estradato verso la California, nel 2014 venne condannato a tre ergastoli senza condizionale da scontare consecutivamente. Anche dopo queste 3 condanne, Little ha continuato a dichiararsi innocente. Trasferito in Texas e interrogato a più riprese dal FBI, nel maggio 2018 ha iniziato a confessare una lunga serie di omicidi. Al momento ne avrebbe confessati 90, in almeno 24 Stati americani. Solo 34 vittime sono state identificate chiaramente dagli investigatori. Sembra che la maggior parte degli omicidi sia stata commessa in California. Per i restanti casi all’uomo è stato chiesto di tracciare degli identikit. Con questi disegni, insieme ad altre informazioni collegate a una lunga serie di 'cold case', casi irrisolti di omicidio, che vanno dal 1970 al 2005, gli investigatori sperano di arrivare, attraverso i suggerimenti e le indicazioni da parte del pubblico, all'identificazione delle vittime. Rispondendo alle polemiche sul ritardo con cui si è arrivati a bloccare Little, e al sospetto che considerata la natura delle vittime le indagini non siano mai state molto attente, in un comunicato l'FBI ha dato la sua versione: Little prendeva di mira "donne emarginate e vulnerabili, spesso coinvolte nella prostituzione e tossicodipendenti". Ex pugile semiprofessionista, Little avrebbe preso a pugni le sue vittime prima di strangolarle. Questo modus operandi confondeva le acque per gli inquirenti, spesso infatti non c'erano "segni evidenti" come ferite o segni di arma da fuoco che la persona fosse stata uccisa, e la morte era attribuita a cause naturali, accidentali o a overdose. Non viene detto esplicitamente, ma sembra di capire che, in cambio della collaborazione, nei confronti di Little non verrà chiesta la pena di morte. Questo riapre una polemica sempre presente sul fronte della pena di morte: come successo in altri casi di serial killer, la “trattativa” per ritrovare i cadaveri fa sì che assassini seriali riescano ad evitare la pena di morte, cosa che invece non riesce ad assassini “occasionali”, smentendo l’assunto costituzionale che la pena di morte debba essere riservata solo “ai peggiori tra i peggiori”.
(Fonti: bbc.com, NtC, 13/02/2019)
Molte critiche contro la Corte Suprema che non ha ammesso un imam nella camera della morte. La Corte Suprema degli Stati Uniti si è trovata nel fuoco incrociato di dure critiche da parte di tutto lo spettro politico dopo la sentenza del 7 febbraio (vedi) con cui ha permesso all'Alabama di giustiziare poche ore dopo un detenuto musulmano (Dominique Ray) senza l’assistenza di un imam. Cristiani evangelici e vescovi cattolici si sono uniti ai comitati di redazione e agli editorialisti di testate che vanno dal New York Times alla National Review nel condannare la decisione della Corte. Con un voto 5-4 quel giorno la Corte revocò una sospensione dell’esecuzione decisa da una corte di grado inferiore. La Corte Suprema stabilì che l’accesso alla parte del braccio della morte dove il detenuto passa le ultime ore prima dell’esecuzione è consentito solo ai dipendenti dell’Amministrazione Penitenziaria, e mentre tra tali dipendenti risulta il cappellano (protestante) del carcere, non risultano consiglieri spirituali di altre fedi religiose. Uno dei principali editorialisti del Los Angeles Times, Jon Healey, ha scritto: "Se hai bisogno di un rabbino, un imam o un altro consigliere spirituale non cristiano che ti accompagni nella camera della morte in Alabama, Dio ti aiuti. Perché la Corte Suprema degli Stati Uniti non lo farà". Il professore Ilya Somin, della George Mason University, ha definito la decisione una "grave ingiustizia" e la testata conservatrice National Review ha intitolato un corsivo di uno dei suoi principali commentatori, David French, con un titolo esplicito: "La Corte Suprema approva una grave violazione del primo emendamento." L’Alabama aveva fissato l’esecuzione di Ray per il 6 novembre 2018. L’Alabama ha da poco modificato i propri protocolli di esecuzione, e li ha protetti con una “secrecy law”, ossia una legge che sancisce la segretezza di alcuni suoi aspetti. Tra gli aspetti che né Ray né gli altri detenuti conoscevano c’era la previsione che solo un cappellano “cristiano” fosse presente nella camera della morte. Ray fece ricorso, e chiese che al suo imam fosse permesso di accedere alla camera della morte. L’esecuzione venne sospesa, e rinviata al 7 febbraio 2019. Un primo rifiuto arrivò dall’Amministrazione Penitenziaria il 23 gennaio 2019, affermando che il cappellano era ammesso nella camera della morte perché era un dipendente dell’amministrazione che aveva ricevuto adeguato addestramento, mentre un imam volontario non addestrato avrebbe presentato problemi di sicurezza. Cinque giorni dopo, Ray chiese la sospensione dell'esecuzione sostenendo che il comportamento dell’Amministrazione violava i suoi diritti previsti dal Primo Emendamento, ossia il libero esercizio della religione. Il 6 febbraio un tribunale federale d'appello (11th Circuit Court of Appeals) concesse una sospensione in attesa di approfondire il tema, ma la Corte Suprema degli Stati Uniti, con una controversa decisione votata a stretta maggioranza, annullò la decisione. In dissenso avevano votato i giudici Breyer, Ginsburg, Kagan e Sotomayor. Kegan ad esempio, nella sua opinione “in dissenso” ha scritto: "Con questa impostazione, un prigioniero cristiano può avere un ministro della sua stessa fede che lo accompagna nella camera dell'esecuzione per pronunciare i suoi ultimi riti. Ma se un detenuto pratica una religione diversa - sia essa islamica, ebraica o qualsiasi altra - non può morire con un ministro della propria fede al suo fianco. Tale trattamento va contro il principio fondamentale della neutralità dello Stato nelle questioni i fede previsto dalla nostra Costituzione". Leader cristiani hanno espresso preoccupazione per il fatto che la decisione non ha rispettato la dignità umana e il suo più ampio impatto sulla libertà religiosa. In un comunicato stampa pubblicato sotto la voce la Conferenza dei Vescovi (cattolici) ha condannato “la decisione che impedisce ad un uomo musulmano di ricevere una assistenza spirituale appropriata al momento dell'esecuzione". Hanno anche scritto: “Il signor Ray ha sopportato, oltra all’uccisione di stato, l’ulteriore indegnità di vedersi rifiutate le cure spirituali nei suoi ultimi momenti di vita." A nome degli altri, l'arcivescovo Joseph E. Kurtz di Louisville, Kentucky, e il vescovo Frank J. Dewane di Venice, in Florida – hanno scritto:" Questo trattamento ingiusto turba le persone di tutte le fedi, sia musulmane, cristiane, ebraiche o di altro genere. Le persone meritano di essere accompagnate nella morte da qualcuno che condivide la loro fede. È particolarmente importante rispettare questo diritto per le minoranze religiose." In un editoriale del New York Times, Alan Cross, pastore battista, ha scritto:" Io non sono un musulmano. Sono un ministro cristiano evangelico in Alabama. Ma la mia libertà religiosa - la libertà religiosa di tutti – è stata colpita quando il mio stato ha deciso che, invece di rallentare l’iter e prendere il tempo necessario per accogliere la differenza religiosa, ha deciso di andare avanti come previsto, compiendo un gesto che è definitivo e irrevocabile". Il pastore Cross ha sottolineato il valore della diversità religiosa, dicendo "La soluzione alla diversità non è eliminare la differenza religiosa, ma piuttosto lavorare insieme per essere pienamente chi siamo, per coltivare una società in cui il credo religioso è riconosciuto e accolto. La libertà religiosa di Ray era importante quanto quella di chiunque altro. Quella libertà è parte di ciò che rende grande l'America. Quando viene persa, viene sostituito da una sterilità e dal silenzio, che alla fine ci allontanano gli uni dagli altri." Nel suo editoriale, il comitato di redazione del New York Times ha definito la sentenza della Corte Suprema un "fallimento morale" che ha sminuito i musulmani e aggravato l'umiliazione della sua precedente acquiescenza nei confronti del “travel ban” imposto dall'amministrazione Trump. (ndt il travel ban è il provvedimento del 2017 con cui Trump ha sospeso l’ingresso negli Usa dei cittadini provenienti da 6 paesi musulmani).
Più di 48.000 persone sono detenute in centri di detenzione per immigrati. Il numero di persone in detenzione per immigrazione è aumentato sotto ogni amministrazione presidenziale da più di 25 anni. L'accresciuta attenzione dell'amministrazione Trump per l'immigrazione e l'introduzione di una politica di tolleranza zero per i valichi di frontiera illegali ha portato il governo federale a stabilire il record di migranti in detenzione. Il numero medio giornaliero di persone detenute è cresciuto di oltre il 40% durante i due anni di presidenza Trump. Ma questa non è la prima volta che il sistema di detenzione degli Stati Uniti ha visto una massiccia espansione. Una revisione dei dati forniti da Immigrazione e da Dogane mostra che negli ultimi 25 anni si è registrato un aumento quasi costante poiché ogni successiva amministrazione presidenziale ha ampliato le pratiche di detenzione e deportazione in risposta al dibattito nazionale sull'immigrazione. Il Congresso e il Presidente hanno discusso questa settimana su aumentare o ridurre la quantità di spazio utilizzato per ospitare i detenuti immigrati. Molto prima che Donald Trump diventasse presidente, il sistema stava già crescendo, moltiplicandosi per sei dal 1994. Finora in questo anno fiscale, la popolazione media giornaliera in detenzione è stata di 45.890, la più alta finora. Il sistema di detenzione detiene le persone che hanno procedimenti di espulsione in sospeso, siano esse persone che chiedono asilo da regimi repressivi, lavoratori privi di documenti o stranieri legalmente residenti ma che hanno commesso reati. Il sistema dispone di quattro strutture di detenzione familiare, in cui i detenuti comprendono minori, e più di 200 strutture per adulti che vanno dalle prigioni private alle carceri di contea, nonché strutture dedicate gestite dall'Immigrazione e dalle Dogane. Sotto la presidenza Clinton (1993/2001), la popolazione giornaliera in detenzione è triplicata rispetto a quella che era stata nel 1994 (6.785) a quasi 20.000 alla fine del suo secondo mandato. Due leggi approvate nel 1996 e firmate da Clinton hanno portato ad una vasta espansione del sistema, introducendo detenzioni obbligatorie per richiedenti asilo e immigrati legali che avevano commesso crimini, detenzione indefinita e spese aggiuntive per la repressione. In seguito agli attacchi terroristici dell'11 settembre, anche il presidente Bush ha calcato la mano sull'immigrazione, ponendo fine a una politica nel 2005 che permetteva di liberare le persone che venivano catturate mentre attraversavano il confine fino alla data del loro processo. Nel 2007 la popolazione media giornaliera è salita a 30.000. Quando Obama è entrato in carica (2009), la popolazione media giornaliera è aumentata a oltre 30.000. Sebbene i numeri della detenzione siano scesi per un breve periodo sotto Obama, al momento delle elezioni del 2016 la media giornaliera aveva superato 34.000 dopo un afflusso di migranti centroamericani al confine sud degli Stati Uniti. In ogni amministrazione, la crescita del sistema di detenzione è stata utilizzata per mediare compromessi politici invece di affrontare un sistema di immigrazione sovraccarico. Il 10 febbraio 2019, secondo l’agenzia federale “United States Immigration and Customs Enforcement” (ICE), 48.747 persone erano trattenute in centri di detenzione per immigrati. Trump chiede di aumentare il numero di posti letto utilizzati per detenere i migranti a 52.000 come indicato nella sua proposta di bilancio del 2019, aumentando il budget di $ 4,2 miliardi. Come parte del negoziato sul bilancio federale sull'immigrazione, i Democratici chiedevano un tetto di 16.500 immigranti detenuti dal governo federale, e che venisse data priorità alla “deportazione” (espulsione) dei migranti con pendenze penali. L'attuale quota di immigrati detenuti dal governo federale è di 20.700. I democratici hanno inoltre cercato di ridurre la popolazione giornaliera complessiva (Governo federale più amministrazioni locali) a meno di 35.000, vicino alle cifre sotto l'amministrazione Obama. Congresso e Casa Bianca stanno valutando un possibile nuovo accordo che prevede un tetto alla detenzione a 40.520 posti letto, insieme a un finanziamento di $ 1,4 miliardi per rinforzare i confini. Tuttavia, il New York Times riporta che i Repubblicani potrebbero proporre un tetto alla detenzione a 58.500, attuabile utilizzando finanziamenti discrezionali della Presidenza. Mentre il nuovo accordo attende un verdetto, la questione di quanto aumenterà il tetto di detenzione al momento è bloccata nel limbo. Se è indicativo quanto hanno fatto le amministrazioni passate, il sistema continuerà a crescere.
(Fonte: The Marshall Project, 12/02/2019)
I rapper Jay-Z e Meek Mill lanciano la « REFORM Alliance », un movimento per la riforma del sistema carcerario americano. Finanziamento iniziale, 50 milioni di dollari. Negli scorsi mesi, da quando Meek Mill è stato rilasciato (24 aprile 2018) da un carcere della Pennsylvania dopo 6 mesi di detenzione, il rapper di Filadelfia è stato un esplicito sostenitore della necessità di riformare la giustizia. Lo ha fatto comparendo in televisione e scrivendo un editoriale sul New York Times a favore di una riforma carceraria, in particolare sul tema del denaro per le cauzioni e della libertà vigilata, un sistema che ha tenuto Meek sotto il controllo del sistema sin dalla sua adolescenza. Lui e Jay-Z, uno dei suoi più fedeli sostenitori durante la sua detenzione, si sono uniti per formare un'organizzazione di riforma della giustizia criminale chiamata REFORM Alliance, e oggi hanno reso noti i dettagli in un comunicato stampa. “Alleanza per la Riforma” considera come sua missione una "riforma della giustizia criminale da attuare eliminando leggi obsolete che perpetuano l'ingiustizia, a partire dalla libertà vigilata e dalla libertà condizionale." I membri fondatori e il consiglio di amministrazione includono anche Robert Kraft, Amministratore Delegato del Kraft Group (non è la multinazionale alimentare Kraft-Heinz) e proprietario della squadra di football New England Patriots, Michael Rubin, comproprietario della squadra di basket Philadelphia 76ers e direttore esecutivo della squadra di basket dei Fanatics, Clara Wu Tsai, co-proprietaria dei Brooklyn Nets (pallacanestro); Daniel Loeb, AD della Third Point Llc; Michaeal Novogratz, fondatore di Galaxy Digital e infine Robert Smith, fondatore e presidente del fondo Vista Equity Partner. Amministratore Delegato di REFORM Alliance è il commentatore politico Van Jones, già consigliere di Barack Obama. I fondatori hanno collettivamente promesso 50 milioni di dollari per il suo lancio. L'idea è partita da Meek Mill, 31 anni. L' artista afroamericano si considera una delle vittime «cadute nella trappola del sistema giudiziario». Nel 2008 fu condannato alla libertà vigilata per una questione di droga di minore gravità. Nel 2017 fu coinvolto in una rissa, e poco dopo venne anche denunciato dalla polizia per guida spericolata. A causa di queste due “violazioni della libertà vigilata” venne arrestato e condannato a scontare dai 2 ai 4 anni di carcere (con questo modo di indicare le pene, negli stati Uniti si intende quale può essere la pena minima in caso di buona condotta, e qual è invece la pena “normale” se il detenuto, pur non commettendo altri reati durante la detenzione, non rientra nei parametri della buona condotta). Tra i sostenitori di Mill ci furono anche Jay-Z, 49 anni, noto anche per essere il marito di Beyoncé, e praticamente tutti gli imprenditori che oggi aderiscono alla «Reform Alliance». Tra di loro solo Robert Smith è un afroamericano. Meek Mill ha spiegato l'importanza e la necessità della riforma carceraria in una dichiarazione, scrivendo: "Creare la REFORM Alliance è una delle cose più importanti che abbia mai fatto nella mia vita. Se pensavi che il mio caso fosse ingiusto, ci sono milioni di altri che si occupano di situazioni peggiori e sono coinvolti nel sistema senza commettere crimini. Con questa alleanza, vogliamo cambiare le leggi obsolete, dare alle persone speranza e riformare un sistema i cui effetti deleteri contro di noi si sono accumulati nel tempo". La spinta dei rapper si innesta su un'abbondante produzione di saggi e film polemici. Il più efficace è forse il documentario «13th», girato nel 2016 da Ava DuVernay, regista anche di «Selma». Comincia in modo fulminante con una frase di Obama: «Gli Stati Uniti hanno il 5% della popolazione mondiale, ma il 25% sul totale degli incarcerati a livello planetario». Negli Usa si stima ci siano 2,1 milioni di persone dietro le sbarre: nemmeno nelle più squallide dittature, il numero è così alto in rapporto agli abitanti. È un fenomeno cominciato negli anni Settanta e Ottanta, con «la guerra alla droga» e «l'incarcerazione di massa». Certamente, come sostiene Mill, sulla scia di DuVernay, Van Jones e tanti altri, il sistema carcerario colpisce in maniera sproporzionata la minoranza nera. I neri sono infatti il 12% della popolazione, ma rappresentano il 33% delle persone in carcere; i bianchi, invece, sono il 64% della cittadinanza e il 30% dei detenuti. Ovviamente esistono diverse teorie su questa sproporzione, ma molte di queste teorie danno per acquisito una forte componente di discriminazione razziale. Non sarà facile, però, incidere in modo concreto. Il mondo giudiziario americano è frammentato: ci sono circa 3.100 sottosistemi, gestiti dagli Stati e dalle contee. Solo il 13% dei condannati sta scontando la pena in prigioni federali. L' amministrazione di Washington stanzia ogni anno circa 265 miliardi di dollari per tenere in piedi questo gigantesco intrico. Negli ultimi anni in molti hanno addossato la responsabilità delle disfunzioni alla privatizzazione delle carceri. Possibile, ma ancora una volta i numeri segnalano che l’impatto è limitato: il settore privato ha in custodia solo il 6% dei carcerati. A che cosa potranno servire, allora, i 50 milioni di dollari raccolti dai rapper? Per esempio a pagare la cauzione a migliaia di persone come Janice Dotson-Stephens, morta in prigione a San Antonio, in Texas, il 14 dicembre scorso all' età di 61 anni perché non aveva i 30 dollari necessari per ottenere la libertà vigilata.
(Fonti: uproxx.com, 23/01/2019, Corriere della Sera 28/01/2019)
Il caos continua nel processo di Guantanamo, un altro giudice militare si dimette. Il già caotico processo capitale di Guantánamo contro Abd al Rahim al Nashiri subirà un altro rallentamento, visto che l'ultimo giudice militare assegnato a presiedere il controverso processo lascerà il caso. Al-Nashiri, 54 anni, saudita, è accusato di aver organizzato l’attentato al Cacciatorpediniere USS Cole. Il 12 ottobre 2000 un motoscafo guidato da kamikaze speronò, nel mare dello Yemen, la nave USS Cole, causando la morte di 17 militari americani, e il ferimento di altri 40. Il processo contro Al-Nashiri avrebbe dovuto essere il primo in cui si chiedeva la pena di morte per un membro di al-Qaida davanti alla Corte Marziale distaccata nella sede extraterritoriale di Guantanamo, sull’isola di Cuba, ma il processo non è mai decollato, rimanendo bloccato alle fasi preliminari. Dagli atti allegati ad un ricorso, datati 4 gennaio, ora si apprende che la pubblica accusa avvisa la U.S. Court of Appeals for the District of Columbia Circuit che la giudice militare che nell’agosto 2018 era stata designata a sostituire il dimissionario colonnello Vance Spath (vedi 27/08/2018), la colonnello dell’Air Force Shelley Schools, è intenzionata anche lei a lasciare l’incarico a breve. Si tratterebbe del 3° giudice che lascia l’incarico di presiedere la Corte Marziale nel processo di Al-Nashiri. La colonnello Schools lascerebbe le forze armate e, dall’estate 2019, accetterebbe un incarico come giudice dell’immigrazione. È improbabile che Schools prenda decisioni di qualche rilievo prima di lasciare l’incarico nell’estate 2019. Attualmente il processo è bloccato da un ricorso dei difensori di Al-Nashiri. Che hanno chiesto alla Corte d’Appello federale di Washington DC di annullare le decisioni di Spath degli ultimi tre anni, argomentando che sono state prese in un periodo in cui il giudice aveva già deciso di lasciare l’incarico cercando di essere nominato giudice civile dell'immigrazione presso il Dipartimento di giustizia (DOJ). La Corte d’Appello per il Distretto di Columbia funge da Corte di riferimento per gli atti della United States Court of Military Commission Review (CMCR). La CMCR (che ha sede a Washington), ai sensi della legge “Military Commissions Act of 2009”, funge da corte d’appello per le varie corti militari insediate a Guantanamo per processare i sospetti di terrorismo islamista.
(Fonti: DPIC, 11/01/2019)
Netflix ha pubblicato a dicembre una serie in 6 episodi intitolata “Innocente”, basata sul bestseller di John Grisham “The Innocent Man” pubblicato nel 2006, l’unico libro del famoso autore statunitense basato su una storia vera. La serie è diretta da Clay Tweel, con Grisham come produttore esecutivo. Nei primi anni '80, due giovani donne furono uccise nella piccola città di Ada, in Oklahoma. Quattro uomini furono, dice l’autore, “dirottati verso il carcere”. La miniserie mescola interviste con le famiglie delle vittime e degli uomini arrestati ingiustamente, oltre a presentare filmati d’epoca e testimonianze di esperti legali. Grisham è anche uno dei commentatori centrali. "Se avessi scritto The Innocent Man come romanzo, come fiction, la gente probabilmente non ci avrebbe creduto", dice alla telecamera. La miniserie inizia con il brutale omicidio di Debbie Carter, 21 anni. Due anni dopo un’altra giovane donna, Denice Haraway, 24 anni, venne rapita dal negozio dove lavorava, e uccisa. Due investigatori e un procuratore distrettuale sono le figure centrali in entrambe i casi. Per entrambe gli omicidi vennero arrestati e condannati 2 uomini. Da allora, la coppia che era stata condannata per l’omicidio di Debbie Carter, Ron Williamson a morte e Dennis Fritz all’ergastolo senza condizionale, è riuscita ad ottenere la revisione del processo, e ad essere prosciolta perché nuovi test del Dna li hanno completamente scagionati. Invece Tommy Ward Karl Fontenot, condannati per l’altro omicidio, nonostante anche nei loro confronti siano affiorati forti sospetti di innocenza, rimangono in carcere perché nel loro caso non esistono reperti fisiologici che possano essere sottoposti a test del Dna con tecniche moderne. Avvocati difensori ed esperti legali compilano un quadro agghiacciante di come sia i pubblici ministeri che i funzionari delle forze dell'ordine, o entrambi, hanno nascosto una grande quantità di prove a discarico, incluso il diario della madre di Williamson, che teneva traccia dei movimenti del figlio per la notte dell'uccisione di Debbie. Nel caso di Ward, l'avvocato Cheryl Pilate e l'investigatore privato Dan Clark furono costretti a frugare tra 60 scatole di documenti. "In questo caso, vediamo un modello ricorrente in cui le prove a discarico sono nascoste, sepolte, celate e non consegnate al pubblico ministero il quale quindi non le ha mai consegnate alla difesa", afferma Pilate. Delle 800 pagine del fascicolo istruttorio, gli avvocati della difesa ne hanno ricevute solo 146, una chiara violazione costituzionale. In più, principale informatore della pubblica accusa era Terri Holland, una criminale definita “professionista”, e che l’ex marito e il figlio hanno descritto come “ricattata anche sessualmente” dalla polizia. Un gruppo di cittadini dice davanti alla telecamera “Ad Ada, se sei povero non sei nulla”, e fanno una serie di esempi di come la polizia tratta la gente povera come Tommy Ward, per la cronaca, sia le vittime che le 4 persone incastrate sono bianche. Richard Leo, un esparto di false confessioni, sostiene apertamente che le confessioni di Ward e Fontenot sono state estorte. Mette in evidenza alcuni passaggi delle confessioni che sono stati chiaramente “orchestrati”, e comunque entrambe le confessioni contrastano con le prove raccolte sulla scena del crimine. Dopo 12 anni trascorsi dietro le sbarre, Dennis Fritz ha contattato l'Innocence Project, un gruppo no-profit che si occupa di errori giudiziari (Grisham è membro del consiglio di amministrazione dell'organizzazione). Nel 1999, Fritz e Williamson furono prosciolti dalle accuse di omicidio. Williamson racconta ai giornalisti come una volta era arrivato a 5 giorni dall’esecuzione. Non curato in carcere per le sue serie patologie mentali, Williamson è morto alcolizzato pochi anni dopo la scarcerazione. Scrive Grisham: "L'Oklahoma prende molto sul seriola sua pena di morte. Quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha approvato la ripresa delle esecuzioni nel 1976, il parlamento dell'Oklahoma si è precipitato ad emanare lo statuto della pena di morte con una sessione speciale. L'anno seguente, i legislatori hanno discusso l'idea allora innovativa della morte per iniezione letale, invece di tornare a Old Sparky, la affidabile sedia elettrica dello stato. La logica era che le sostanze chimiche erano più “misericordiose” e quindi si prestavano meno ad accuse di incostituzionalità in quanto “punizioni crudeli e inusuali” dando quindi allo stato più probabilità di accelerare le esecuzioni. "Passarono tredici lunghi anni senza una esecuzione. Il tempo di emettere nuove condanne a morte, e completare l’iter dei ricorsi, e alla fine nel 1990 la camera della morte fu usata ancora una volta. Una volta che la diga si è rotta, è arrivata l'inondazione. Dal 1990, in proporzione alla popolazione, l'Oklahoma è lo stato che ha giustiziato più detenuti di qualsiasi altro stato, compreso il Texas. Nella postfazione al libro, Grisham scriveva: "Il viaggio mi espose anche al mondo degli errori giudiziari, qualcosa che io, anche se ero un ex avvocato, non avevo mai speso molto tempo a considerare. Questo non è un problema peculiare dell'Oklahoma, tutt'altro. Le condanne sbagliate si verificano ogni mese in ogni stato di questo paese, e le ragioni sono tutte diverse e tutte uguali: cattivo lavoro di polizia, test scientifici fatti male, identificazioni difettose da parte di testimoni oculari, difensori di scarso livello, procuratori pigri, o arroganti ..." Tommy Ward e Karl Fontenot "ora stanno scontando l’ergastolo. Tommy potrebbe un giorno essere ammesso alla libertà condizionale, ma, attraverso una stranezza procedurale, Karl non lo sarà mai. Non possono essere salvati dal DNA perché non ci sono prove biologiche. L'assassino o gli assassini di Denice Haraway non saranno mai trovati, almeno non dalla polizia." Lo scorso 11 novembre 2018 Nesuno tocchi Caino aveva pubblicato la notizia che un articolo di Lara Bazelon su Politico (“This is what wrongfull convictions does to a family”) in cui veniva compresa la vicenda di Christy Sheppard, che aveva 8 anni quando sua cugina, Debbie Carter, 21 anni, venne violentata e uccisa in Oklahoma il 7 dicembre 1982. Il caso rimase irrisolto per 5 anni, fino a quando una donna, con precedenti penali, indirizzò le indagini contro Ron Williamson, un giocatore di baseball professionista, bianco, con problemi di alcol e droga, e Dennis Fritz. Williamson, che all’epoca dei fatti aveva 29 anni, venne condannato a morte nel 1988, e Fritz all’ergastolo senza condizionale. Williamson nel 1994 si trovò a un passo dall'esecuzione, ma ottenne un rinvio da una corte federale. Assistito dai legali di Innocence Project, una importante associazione che ha seguito decine di casi di condannati a morte, Williamson ottenne un riesame dei reperti fisiologici, e un test del Dna scagionò completamente lui e il suo amico Fritz, indicando come il vero autore dello stupro fosse Glen Gore, un uomo che inizialmente era stato sospettato dalla polizia ma che, indirizzando i sospetti contro Williamson e Fritz, era stato escluso dalle indagini. In seguito Gore venne condannato a morte, e dopo un appello, la pena commutata in ergastolo senza condizionale. Williamson e Fritz vennero rilasciati nel 1999. I due ottennero un risarcimento di diversi milioni di dollari, ma Williamson morì nel 2004 per cirrosi epatica, come conseguenza sia degli abusi di gioventù sia, si scrisse, per le quantità eccessive di sostanze psicotrope - clorpromazina in particolare - somministrategli negli anni di detenzione. Nel 2006 (vedi NtC 06/12/2006) l’attore George Clooney aveva acquistato i diritti del libro di John Grisham “The innocent man” (pubblicato in italiano da Mondadori con il titolo “Innocente. Una storia vera”). Il progetto di ricavarne un film è stato abbandonato l’anno successivo. Williamson è elencato con il numero 78 nella Innocence List del DPIC.
(Fonti: Time.com, wsws.org, 05/01/2019)

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