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Timestamp: 2020-07-14 01:03:07+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 11561 del 11/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11561 del 11/05/2017
Cassazione civile, sez. lav., 11/05/2017, (ud. 19/01/2017, dep.11/05/2017), n. 11561
sul ricorso 7964-2011 proposto da:
COMFACTOR COMMERCIO FACTORING S.P.A., P.I. (OMISSIS), in persona del
ROMA, PIAZZA GIUSEPPE MAZZINI 27, presso lo studio dell’avvocato
SALVATORE TRIFIRO’, che la rappresenta e difende unitamente agli
avvocati PAOLO ZUCCHINALI, ANNA MARIA CORNA, giusta delega in atti;
ANTONINO SGROI, CARLA D’ALOISIO, LUIGI CALIULO, LELIO MARITATO,
avverso la sentenza n. 179/2010 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
depositata il 18/03/2010 R.G.N. 596/08;
udito l’Avvocato EMANUELE DE ROSE per delega verbale Avvocato
ANTONINO SGROI.
Si controverte dell’opposizione, da parte della Comfactor Commercio Factoring s.p.a., alla cartella esattoriale, recante l’intimazione di pagamento dell’importo di Euro 32.761,17 a titolo di somme aggiuntive, per il ritardato versamento all’Inps dei contributi riguardanti la posizione lavorativa del dipendente M.C. in relazione al periodo febbraio 2002 – marzo 2005.
La Corte d’appello di Milano ha parzialmente accolto il gravame dell’Inps avverso la decisione del primo giudice, che aveva annullato l’opposta cartella per ritenuta insussistenza di colpa dell’opponente, spiegando che le sanzioni civili, quali le somme aggiuntive previste per il tardivo versamento dei contributi, costituivano una conseguenza automatica dell’inadempimento, con la precisazione che trovava applicazione il regime sanzionatorio più lieve previsto per i casi di omissione, di cui alla L. n. 388 del 2000, art. 116, comma 8, lett. a) in luogo di quello più grave connesso alle ipotesi di evasione contributiva.
Per la cassazione della sentenza ricorre la società Comfactor Commercio Factoring s.p.a. con quattro motivi, illustrati da memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.
1. Col primo motivo, dedotto per violazione e falsa applicazione dell’art. 2909 c.c., la ricorrente sostiene che nella memoria di costituzione di secondo grado aveva eccepito l’esistenza del giudicato interno in ordine ad un capo autonomo della sentenza del primo giudice. In particolare, quest’ultimo aveva rilevato che nel verbale di accertamento del 3.2.2006 il funzionario di vigilanza dell’Inps aveva attestato l’avvenuto pagamento, in data 16.12.2005, delle somme pretese dall’istituto, nonchè a mancanza di omissioni contributive e tale circostanza aveva indotto il medesimo giudicante a ritenere che l’Inps non aveva più la possibilità, L. n. 335 del 1995, ex art. 3, comma 20, di richiedere il pagamento delle sanzioni di cui alla L. n. 388 del 2000, art. 116, comma 8, lett. b). In appello, a tal riguardo, l’Inps nulla aveva dedotto, essendosi limitato a reiterare la domanda di condanna al pagamento delle sanzioni, per cui secondo l’odierna ricorrente si era formato il giudicato.
Anzitutto, va evidenziato che la peculiarità del caso risiede nel fatto che la ricorrente una volta constatato che il proprio dipendente M.C. aveva esercitato l’opzione di posticipare il pensionamento comunicando di avvalersi di tale facoltà con un anticipo di due mesi rispetto alla prevista finestra d’uscita – al fine di non pregiudicargli le aspettative economiche riposte nel conseguimento della pensione, aveva versato anche i contributi del triennio successivo (1.1.2002 – 31.1.2005) alla data in cui il predetto lavoratore aveva deciso di posticipare il suo collocamento in quiescenza, operando, tuttavia, con ritardo una tale regolarizzazione, la qual cosa aveva ingenerato il meccanismo sanzionatorio che aveva poi determinato la pretesa economica delle somme aggiuntive oggetto di causa da parte dell’ente di previdenza.
1.2. Orbene, la Corte di merito ha correttamente rilevato che la tesi propugnata dall’appellata e fatta propria dal primo giudice, sulla base della quale l’odierna ricorrente fonda il motivo dell’esistenza di un giudicato, non era condivisibile per la ragione che non vi era stata alcuna ispezione nuova da parte dell’ente impositore in violazione della norma di cui alla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 20, in quanto si era semplicemente avuta un’iscrizione a ruolo per le somme aggiuntive in conseguenza del ritardato pagamento dei contributi, per cui finisce per rivelarsi inconferente il richiamo operato dalla difesa della società alla preclusione di nuove contestazioni di cui alla predetta norma. Questa prevede, infatti, la diversa ipotesi della preclusione per l’ente impositore di eseguire contestazioni in successive verifiche ispettive con riguardo agli adempimenti amministrativi e contributivi relativi ai periodi di paga anteriore alla data dell’accertamento ispettivo nei casi di attestata regolarità ovvero di regolarizzazione conseguente allo stesso accertamento, salvo quelle determinate da comportamenti omissivi o irregolari del datore di lavoro o conseguenti a denunce del lavoratore. Invece, come si è detto, nella fattispecie in esame la Corte territoriale ha accertato, contrariamente a quanto ritenuto dal primo giudice, che non vi era stata nessuna ispezione nuova non consentita, poichè l’Inps si era limitato a procedere direttamente all’iscrizione a ruolo per il recupero delle somme aggiuntive derivanti dal ritardato pagamento.
1.3. Inoltre, la riprova che nella fattispecie non è ravvisabile il giudicato, nel senso inteso dalla ricorrente, la si ricava anche dalla considerazione che la valutazione operata dal primo giudice in merito all’applicabilità nella fattispecie della speciale disposizione di cui al citato L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 20, – contemplante la preclusione per l’ente previdenziale di procedere ad ulteriore contestazione in caso di intervenuta regolarizzazione – rappresenta solo un’argomentazione giuridica a sostegno della ritenuta inapplicabilità della sanzione “de qua” e non l’accertamento di un elemento costitutivo della domanda. In sostanza, il primo giudice ha proceduto ad una valutazione in punto di diritto, contestata in secondo grado dalla difesa dell’ente previdenziale che ha insistito per l’applicazione della sanzione scaturente dall’inadempimento dovuto al ritardato versamento contributivo, per cui non può essersi formato il giudicato su una circostanza implicante una valutazione giuridica.
Si è, infatti, affermato (Cass. sez. lav. n. 11108 del 15.5.2007) che “l’onere di specifica contestazione, nelle controversie di lavoro, dei fatti allegati dall’attore, previsto dall’art. 416 c.p.c., comma 3, al cui mancato adempimento consegue l’effetto dell’inopponibilità della contestazione nelle successive fasi del processo e, sul piano probatorio, quello dell’acquisizione del fatto non contestato ove il giudice non sia in grado di escluderne l’esistenza in base alle risultanze ritualmente assunte nel processo, si riferisce ai fatti affermati dall’attore a fondamento della domanda, ovvero ai fatti materiali che integrano la pretesa sostanziale dedotta in giudizio, e non si estende, perciò, alle circostanze che implicano un’attività di giudizio. (Nella specie, la S.C., sulla scorta dell’enunciato principio, ha confermato l’impugnata sentenza con la quale era stata rigettata la domanda di un lavoratore per il riconoscimento dell’inquadramento in una qualifica superiore per difetto della prova – sulla contestazione della società convenuta – circa lo svolgimento delle mansioni superiori per il tempo legalmente necessario costituente il fatto dedotto a fondamento della pretesa azionata, stabilendo, altresì, che l’affermato principio della “non contestazione” non si sarebbe potuto estendere alla circostanza relativa all’applicabilità o meno di apposita clausola di contratto collettivo, non costituente un fatto, bensì un giudizio, che, in relazione alla pretesa di promozione automatica asseritamente derivante da siffatta clausola, Impediva l’accoglimento della domanda a prescindere dall’accertamento del fatto affermato dall’attore).
2. Col secondo motivo la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 20, per aver il giudicante ritenuto che, nonostante vi fosse stato un accesso ispettivo, fosse da considerare legittimo, in relazione al medesimo periodo contributivo, un nuovo accertamento da parte dell’Inps.
2.1. Il motivo è infondato in quanto la Corte territoriale non ha ritenuto che la sanzione contestata fosse la conseguenza di un nuovo accertamento, avendo spiegato che non vi era stata alcuna ispezione nuova da parte dell’ente impositore, in violazione della norma di cui alla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 20, in quanto lo stesso si era semplicemente limitato ad iscrivere a ruolo il credito formatosi per le somme aggiuntive dovute al ritardato pagamento dei contributi.
Inoltre, come evidenziato dalla difesa dell’ente, l’iscrizione a ruolo si fondava su quanto accertato col primo ed unico verbale ispettivo, per cui non può condividersi quanto asserito dalla ricorrente circa il fatto che la cartella opposta era seguita inopinatamente al verbale di accertamento ispettivo del 3.2.2006 nel quale si attestava la regolarità della posizione dell’azienda, dal momento che l’emissione della cartella oggetto di causa non scaturiva da un nuovo accertamento, ma rappresentava a conseguenza sanzionatoria diretta della riscontrata tardività del pagamento.
2.2. Tra l’altro, si è affermato (Cass. sez. lav. n. 17650 del 20.11.2003) che “poichè le cosiddette sanzioni civili, quali le somme aggiuntive, comminate per l’Omesso o tardivo versamento dei contributi previdenziali, costituiscono una conseguenza automatica dell’inadempimento, in funzione di rafforzamento dell’obbligazione contributiva e di predeterminazione legale della misura del danno subito dall’Istituto previdenziale, l’applicazione delle sanzioni medesime prescinde da qualsiasi indagine circa l’imputabilità e la colpa dell’inadempimento. In particolare, l’omesso o tardivo invio al domicilio dell’obbligato dei bollettini postali, destinati al pagamento dei contributi, non esclude, nel caso di omesso o tardivo adempimento dell’obbligazione contributiva, la soggezione dell’inadempiente alle sanzioni civili.”.
3. Attraverso il terzo motivo, proposto per vizio di motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 la ricorrente lamenta l’omessa motivazione sul fatto che i contributi spontaneamente versati non erano dovuti o, semmai, lo erano solo per i primi due mesi, vale a dire quelli precedenti la finestra utile d’uscita dal rapporto di lavoro ai fini del conseguimento della pensione, per cui non vi era un obbligo contributivo, nè era ipotizzabile un ritardato versamento, con conseguente inapplicabilità del regime sanzionatorio.
In pratica, la ricorrente imputa alla Corte d’appello di non aver adeguatamente considerato che la norma di cui alla L. n. 388 del 2000, art. 75 consentiva al lavoratore di chiedere la posticipazione della pensione e la stipula di un contratto a termine di due anni, prorogabile per un altro anno, mentre una corretta analisi della predetta disciplina avrebbe permesso alla stessa Corte di accertare che era stato semmai l’Inps ad essere incorso in errore nel momento in cui aveva liquidato la pensione presupponendo il totale versamento dei contributi anche per il triennio 1.1.2002 – 31.1.2005, periodo, questo, in cui il M. aveva continuato a lavorare in base al contratto a termine concluso una volta che aveva maturato i requisiti per la pensione di anzianità. La ricorrente assume che in ogni caso i contributi, pur non versati nel corso del rapporto di lavoro, erano stati corrisposti solo in un secondo momento al fine di evitare che il M. potesse subire dei pregiudizi di carattere economico. Specifica, invero, la ricorrente che solo dopo la liquidazione della pensione l’Inps aveva rilevato l’incongruenza tra gli accrediti contributivi e la liquidazione stessa, tanto da segnalare al M. l’irregolarità della sua posizione, dovuta al fatto che il primo contratto a termine da quest’ultimo stipulato ai sensi del citato L. n. 388 del 2000, art. 75 aveva decorrenza di due mesi antecedente alla prima “finestra” utile per il pensionamento. Quindi, secondo la difesa della società, se non sussisteva un obbligo contributivo, dato l’errore in cui era incorso l’Inps, non era nemmeno ipotizzabile un ritardato versamento dei contributi.
Invero, ha ragione la difesa dell’istituto ad obiettare che gravava sull’opponente l’onere di provare la sussistenza di una eccezione all’obbligo generale di versamento dei contributi e, comunque, la datrice di lavoro avrebbe dovuto dapprima accertarsi che realmente era venuto meno il suo obbligo a versarli allorquando il dipendente aveva deciso di avvalersi della facoltà di posticipare il trattamento di quiescenza, assicurandosi, in tal modo, che non era restata aperta alcuna posizione contributiva connessa al rapporto di lavoro col M., tanto più che questi, avvalendosi della facoltà di cui alla L. n. 388 del 2000, art. 75 sulla posticipazione del pensionamento, aveva stipulato un contratto di lavoro a tempo determinato.
3.2. Tra l’altro la stessa società ammette che i contributi erano dovuti per i primi due mesi, vale a dire quelli precedenti la finestra d’uscita prevista dalla normativa di settore per il pensionamento di anzianità.
4. Attraverso il quarto motivo, dedotto per violazione e falsa applicazione della L. n. 388 del 2000, art. 116, comma 8, lett. a) la ricorrente sostiene che a suo carico non era nemmeno ravvisabile l’ipotesi lieve della omissione contributiva, essendo in buona fede convinta della sussistenza, in capo al proprio dipendente, dei requisiti di cui al citato L. n. 388 del 2000, art. 75 per la posticipazione della pensione. Aggiunge la ricorrente che tutt’al più poteva essersi verificata un’omissione limitata ai soli due mesi che avevano preceduto la data della cosiddetta finestra d’uscita utile per l’accesso al trattamento pensionistico da parte del proprio dipendente, vale a dire circoscritta al breve periodo decorrente da quando quest’ultimo aveva anticipatamente comunicato di volersi avvalere della facoltà di posticipare il pensionamento. In ogni caso, secondo tale assunto difensivo, sarebbe spettato all’Inps il compito di verificare, all’atto di ricezione della comunicazione del M., che il contratto a tempo determinato avesse decorrenza pari o successiva alla prima finestra utile, per cui non poteva esserle addebitato di non aver corrisposto i contributi durante l’intero periodo di tre anni di svolgimento del suddetto contratto.
Invero, è incontroverso che vi fu il ritardo nel versamento dei contributi, per cui, in mancanza di prova da parte dell’opponente del diritto all’esenzione dal loro pagamento, non poteva che operare la sanzione del pagamento delle somme aggiuntive nella forma più lieve dell’omissione riconosciuta nell’impugnata sentenza. D’altronde, questa Corte ha già affermato (Cass. sez. lav. n. 17507 del 26.6.2008) che “le sanzioni civili, quali le somme aggiuntive o gli interessi compensativi, previste per l’omesso o tardivo versamento dei contributi previdenziali, costituiscono una conseguenza automatica dell’inadempimento, in funzione di rafforzamento dell’obbligazione contributiva e di predeterminazione legale della misura del danno subito dall’Istituto previdenziale, prescindendo da qualsiasi indagine circa l’imputabilità e la colpa dell’inadempimento. Conseguentemente, l’omesso o tardivo invio al domicilio dell’obbligato dei bollettini postali, destinati al pagamento dei contributi, non esclude, nel caso di omesso o tardivo adempimento dell’obbligazione contributiva, la soggezione dell’inadempiente alle sanzioni civili.”
Le spese di lite del presente giudizio seguono la scccombenza della ricorrente e vanno liquidate come da dispositivo.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 116
 sentenza 
 sentenza 
 art. 3
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 art. 3
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 sentenza 
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 art. 75
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 art. 116
 art. 75