Source: http://www.europeiunite.eu/lungheria-non-e-un-paese-sicuro-per-i-richiedenti-asilo-il-collasso-del-sistema-di-dublino-di-fronte-al-consiglio-di-stato-21-10-2016/
Timestamp: 2019-12-14 07:57:07+00:00

Document:
L’Ungheria non è un Paese sicuro per i richiedenti asilo. Il collasso del sistema di Dublino di fronte al Consiglio di Stato (21.10.2016) – EUROPEI UNITE
Introduzione. Il Consiglio di Stato con sentenza n. 4004 del 27 settembre del 2016 si è pronunciato sul trasferimento di un richiedente asilo in Ungheria. Per la portata degli argomenti dedotti a motivazione, ci sembra utile ed opportuno esaminare brevemente una decisione che mostra nitidamente come la crisi migratoria in atto stia scavando un solco profondo tra gli Stati membri dell’Unione europea e stia minando profondamente la fiducia tra questi. Ovviamente, l’attenzione verrà posta prevalentemente sulla dimensione sovranazionale della sentenza ossia su quegli elementi che, più di altri, ci sembra di dover tenere in considerazione in questa sede. Dopo un’analisi del quadro normativo europeo, si esaminerà sinteticamente la sentenza del Consiglio di Stato alla luce della situazione attuale dei rifugiati in Ungheria, per poi svolgere alcune osservazioni conclusive.
Il quadro normativo europeo. Con il Trattato di Lisbona la politica in materia di asilo, immigrazione e controllo delle frontiere esterne è stata inequivocabilmente qualificata con il termine «comune». Invero, ai sensi dell’art. 67, par. 2 TFUE, si rileva che è compito dell’Unione sviluppare tale politica e fondarla sul «principio di solidarietà tra Stati membri». Ancora, ai sensi dell’art. 78, par. 1 TFUE, viene sancita l’obbligatorietà di conformare la politica d’asilo e, la sua realizzazione, al rispetto della Convenzione di Ginevra sul riconoscimento dello status di rifugiato e del principio del non-refoulement. Nel medesimo articolo, inoltre, in merito all’adozione delle «misure relative al sistema europeo comune di asilo [d’ora in poi SECA]», si desume che il Parlamento europeo e il Consiglio debbano sviluppare strumenti e azioni al fine di rendere coerente e uniforme la materia d’asilo tra gli Stati membri.
La sentenza del Consiglio di Stato e la valutazione della situazione ungherese. Il 29 maggio 2015 la Direzione Centrale dei servizi civili per l’Immigrazione e l’Asilo – Unità Dublino adottava il provvedimento di trasferimento di un richiedente asilo in Ungheria, individuata quale Stato competente ad esaminare la domanda sulla base dell’articolo 18, par. 1, lett. b), del regolamento 603 del 2013. Infatti, la domanda di protezione internazionale era stata avanzata in un primo momento in Ungheria. Il richiedente si era successivamente spostato in territorio italiano e qui aveva avanzato una nuova domanda. In conseguenza dell’adozione del provvedimento di trasferimento da parte dell’autorità amministrativa competente, il destinatario lo impugnava dinanzi al TAR per il Lazio, denunciando la sussistenza di carenze sistemiche nelle procedure di asilo e nelle condizioni di accoglienza in Ungheria secondo quanto previsto dall’art. 3, par. 2, del regolamento 603/2013UE e la violazione del diritto di informazione di cui all’art. 4 dello stesso regolamento. Il TAR respingeva tuttavia il ricorso motivando sinteticamente, sulla base del rapporto della European Commission against Racism and Intollerance[CRI(2015)19], la mancanza di elementi sufficienti per ritenere il sistema ungherese affetto da carenze sistemiche e la non correlazione della violazione del diritto di informazione alla ripresa in carico del richiedente protezione internazionale. La sentenza di rigetto veniva appellata dinanzi al Consiglio di Stato che, sulla base dell’esame di diversi documenti sulla situazione dei migranti in Ungheria, ha ritenuto fondato «il rischio attuale che lo straniero richiedente asilo venga sottoposto a trattamenti inumani e degradanti in Ungheria» e, pertanto, «impossibile il trasferimento del ricorrente». Infatti, il Collegio ha censurato la sentenza di primo grado in quanto, nella valutazione del trattamento dei rifugiati, si limitava a considerare il solo rapporto ECRI del 2015, senza tenere conto degli sviluppi avvenuti nei mesi successivi in base ad altre fonti che attestano il progressivo peggioramento delle condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo. In particolare, la sentenza del Consiglio di Stato prende in considerazione notizie diffuse dai media italiani ed europei, rapporti sulle condizioni di accoglienza e detenzione dei richiedenti asilo di ONG ed agenzie internazionali quali l’UNHCR e l’apertura di una procedura di infrazione da parte della Commissione europea nei confronti dell’Ungheria sulle modalità di esame delle richieste di asilo. Oltre a singole circostanze che testimoniano l’esistenza di disfunzioni e carenze del sistema ungherese, il Consiglio di Stato fa riferimento ad un «clima culturale e politico di avversione al fenomeno dell’immigrazione e della richiesta di protezione dei rifugiati» ed a «circostanze notorie sufficienti a far ritenere fondato il rischio che il provvedimento impugnato esponga il ricorrente alla possibilità di subire trattamenti in contrasto con i principi umanitari e con l’art. 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE».
Conclusioni. Possono svolgersi alcune brevi considerazioni conclusive per valutare la sentenza del Consiglio di Stato. Anzitutto, essa si allinea a numerosi provvedimenti di autorità giurisdizionali di altri Stati membri dell’UE che, investite della medesima questione, hanno bloccato atti di trasferimento di richiedenti protezione internazionale verso l’Ungheria. In realtà, decisioni di annullamento del trasferimento di richiedenti asilo verso Stati in cui vi è il rischio di subire trattamenti inumani e degradanti (in cui cioè se il trasferimento spiegasse i propri effetti potrebbero occorrere violazioni dei diritti umani e, principalmente, dell’articolo 3 della CEDU e dell’articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea) si sono moltiplicate negli ultimi anni, soprattutto a seguito della sentenza Corte europea dei diritti dell’uomo del 21 gennaio 2011 nel caso M.S.S.e della sentenza della Corte di giustizia del 21 dicembre 2011, causa C-411/10 (caso N.S.). Altra decisione che ha inciso profondamente sulla questione dei trasferimenti verso il primo Paese in cui è stata avanzata domanda di protezione internazionale è stato il caso Tarakhel del 4 novembre 2014, in cui la Corte EDU ha ritenuto che il trasferimento dalla Svizzera verso l’Italia di una famiglia di richiedenti asilo afgani potesse dar luogo ad una violazione dell’art. 3 della CEDU. Da questa prospettiva, bisogna rilevare, da un lato, come la sentenza del Consiglio di Stato non sia stata la prima nel panorama europeo ed anzi arrivi con non pochi anni di ritardo rispetto a quanto stabilito dalle corti di altri Stati membri, dalla Corte di giustizia e dalla Corte EDU, dall’altro, come il rischio di violazioni dei diritti umani e la presenza di carenze sistemiche nei sistemi nazionali con riguardo alle procedure di asilo ed alle condizioni di accoglienza non sia limitato alla sola Ungheria ma investa numerosi Stati membri, tra cui la Grecia e l’Italia.

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