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Timestamp: 2019-07-20 19:42:46+00:00

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Art. 1660 codice civile - Variazioni necessarie del progetto - Brocardi.it
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Articolo 1660 Codice civile
Dispositivo dell'art. 1660 Codice civile
Se per l'esecuzione dell'opera a regola d'arte è necessario apportare variazioni al progetto e le parti non si accordano, spetta al giudice di determinare le variazioni da introdurre e le correlative variazioni del prezzo (1).
Se l'importo delle variazioni supera il sesto del prezzo complessivo convenuto, l'appaltatore può recedere dal contratto e può ottenere, secondo le circostanze, un'equa indennità (2).
Se le variazioni sono di notevole entità, il committente può recedere dal contratto ed è tenuto a corrispondere un equo indennizzo (3).
(1) Le variazioni in questione sono quelle sopravvenute rispetto al progetto e non concordate. Si pensi, ad esempio, alla necessità di usare un materiale più sicuro ma più costoso per le strutture portanti di una casa in costruzione.
(2) Tale comma configura l'unica ipotesi prevista di recesso (v. 1373 c.c.) dell'appaltatore. L'indennità deve essere determinata in relazione all'attività già prestata dal recedente.
(3) Tale recesso è diverso da quello di cui all'art. 1671 del c.c.: innanzitutto, nel primo caso il recesso è circoscritto all'ipotesi di variazioni al progetto mentre nel secondo caso sono le parti, concordemente, a definirne limiti e presupposti; ne deriva, inoltre, che nel secondo caso l'indennizzo dovuto è maggiore che nella prima ipotesi ed è determinato non in modo preciso ma in via equitativa.
La norma è volta a garantire l'equilibrio del rapporto evitando sia che una parte subisca le conseguenze delle variazioni del prezzo, se ciò non è giustificato, sia che, entrambe, rimangano vincolate al contratto se questo diventa eccessivamente gravoso per esse (v. 1467 ss. c.c.).
Spiegazione dell'art. 1660 Codice civile
Variazioni ed aggiunte necessarie per il buon andamento dei lavori: l'actio de in rem verso
La prescrizione che andiamo ad esaminare ha analogie con la discussione che si svolge nel campo delle opere pubbliche e cioè se sia possibile l' actio de in rem verso contro la pubblica amministrazione nel caso di opere eseguite dall'appaltatore senza il preventivo ordine scritto. La soluzione dottrinale e giurisprudenziale è in un senso di rigore e solo si ammette il rimborso a favore dell'assuntore quando l'amministrazione spontaneamente accetta il maggiore o diverso (e più costoso) lavoro.
In diritto privato, mancando nel committente quella supremazia che ha la pubblica amministrazione e mancando soprattutto quella minuta regolamentazione sul modo come progettare, approvare e fare eseguire opere aggiunte o variate, il codice si rimette al prudente arbitrio del giudice. Sorge la questione di conoscere se il giudizio sul necessità ed importanza delle variazioni debba istituirsi prima di introdurre le varianti ovvero se l'appaltatore può rivolgersi al giudice dopo aver iniziate o addirittura eseguite le variazioni al progetto. Dal testo della legge sembrerebbe che tale giudizio debba essere preventivo, vale a dire che l'appaltatore se non è autorizzato dal committente deve rivolgersi al giudice perché lo facultizzi ad eseguire le varianti, siano quelle reputate indispensabili dallo stesso assuntore, siano quelle che il giudice sarà per ammettere. Questa soluzione che appare la più aderente al testo del codice, può urtare, nella pratica, contro difficoltà notevoli e pur senza giungere al periculum in mora una sospensione dei lavori in attesa del responso dell'autorità giudiziaria può portare danni ai lavori medesimi ed esporre l'assuntore a responsabilità piu gravi di quanto forse non gli convenga eseguire la variante anche senza aumento di prezzo.
Limiti delle variazioni aggiunte
Quale che sia il modo col quale le variazioni siano state introdotte nel progetto di esecuzione, il codice fissa un limite oltre il quale si può sciogliere il contratto. Tale limite — evidentemente ispirato alla analoga norma che esiste per le opere pubbliche — è fissato dal codice nella misura di un sesto del prezzo complessivo convenuto, oltre il quale l'appaltatore può recedere dal contratto ed ottenere, secondo le circostanze, un'equa indennità.
Al di là del sesto, come si è detto, l'appaltatore può recedere dal contratto ed ottenere, secondo le circostanze, un' equa indennità. Quale sia la misura dell'indennità e il modo di liquidazione non è possibile dire con formule generali; soccorrerà il prudente arbitrio del giudice di merito il quale valuterà se le circostanze siano tali da consentire la liquidazione dell'indennità e come debbano influire sulla sua misura. Per orientarci tuttavia con qualche esempio, si può dire che se siamo in presenza di un'opera pressoché ultimata e per la quale l'assuntore non crede di accettare i nuovi lavori, l'indennità potrà essere negata, avendo l'appaltatore raggiunti i fini e gli utili fissati in contratto: mentre per converso, se fossimo in presenza di un lavoro appena iniziato, l'indennità sarà accordata e la sua misura dipenderà dall'apprezzamento relativo alle spese generali ancora da ammortizzare, e quindi, in principal luogo, dalle spese sostenute per l'impianto del cantiere. Ben s'intende che in tutta questa valutazione non vi debba essere motivo di responsabilità da parte dell'assuntore, perché per quanto il codice consenta il recesso non motivato quando le varianti superino il sesto del prezzo, tuttavia il recesso deve essere basato su elementi congrui e non su pretesti non fondati o che si possono appianare; ed anche qui entriamo nell'apprezzamento del giudice di merito.
Facoltà del committente
L'ultimo comma dell'art. 1660, riallacciandosi alla valutazione delle varianti, consente al committente di recedere dal contratto quando le variazioni sono di notevole entità, con l'obbligo però di corrispondere un equo indennizzo. Come questa si possa determinare è compito del giudice di merito, in caso di disaccordo delle parti, e naturalmente nella valutazione influiranno i vari elementi, quali ad es. l'ammontare dei lavori eseguiti rispetto a quelli ancora da compiere, in modo da valutare quanta parte delle spese di impianto sia stata ammortizzata.
La formula ampia, adoperata dal codice, non consente la prefissazione di criteri rigidi o di schemi di liquidazione e quindi la misura dell'indennità varierà da caso a caso in relazione alle singole situazioni. Oltre a ciò la norma deve essere posta in relazione alle disposizioni del­l' art. 1671 in forza delle quali il committente può recedere dal contratto anche se è stata iniziata l'esecuzione dell'opera o la prestazione del servizio, purché tenga indenne l'appaltatore delle spese sostenute e dei lavori eseguiti e lo risarcisca del mancato guadagno.
Ancora è da tener presente l'art. 1373, sul quale per ora non ci soffermiamo, che ugualmente concede — come norma generale — il recesso unilaterale, negandogli tuttavia effetto per le prestazioni già eseguite o in corso d'esecuzione.
L'armonica applicazione di queste disposizioni può portare alla conseguenza che l'appaltatore per ragioni di urgenza, inizia varianti, pur di notevole entità, il committente deve accettare le varianti eseguite, quante volte esse siano state riconosciute ammissibili dal giudice, e conseguentemente il recesso avrà effetto dal giorno della intimata sospensione e per la parte di opera non ancora eseguita. Si intende pure che, pur dopo la intimata sospensione, debbono essere portati a compimento a spese del committente quei lavori che si rendono necessari per salvaguardare la parte di opera sin qui eseguita.
474 Il problema delle variazioni necessarie del progetto forma il contenuto della seconda ipotesi da me prevista.
A questo proposito, considerato che la esecuzione di opere necessarie può essere non solo interesse dell'appaltatore (profilo tenuto presente dal progetto della Commissione reale) ma che interesse del committente. Ho perciò formulato la norma (articolo 538) in termini generali, attenuandone però le conseguenze pratiche con l'attribuzione di un diritto di recesso a ciascuna delle parti.
Se infatti le modificazioni sono state richieste dall'appaltatore, il committente potrebbe essere esposto a oneri non previsti che lo possono indurre a recedere dal contratto, pagando, oltre che i lavori eventualmente eseguiti, una equa indennità che il giudice determinerà allo scopo di compensare l'appaltatore del mancato guadagno. Se le modificazioni sono richieste del committente, è giusto che qualora esse non alterano sensibilmente il progetto dell'opera, l'appaltatore sia tenuto ad eseguirle; quando invece supera un certo limite (un sesto del prezzo complessivo) l'appaltatore non può essere costretto a eseguirli, potendo accadere che egli non abbia l'attrezzatura sufficiente per il compimento delle nuove opere o che comunque ne risenta un pregiudizio. Egli può quindi in tal caso recedere dal contratto e può ottenere, oltre il valore dei lavori, eseguiti una equa indennità.
Massime relative all'art. 1660 Codice civile
Cass. civ. n. 10891/2017
In tema di appalto, le variazioni non previste nel progetto, ove strettamente necessarie per la realizzazione dell’opera, possono essere eseguite dall'appaltatore senza la preventiva autorizzazione del committente ma, in tal caso, ove manchi l’accordo tra le parti, spetta al giudice accertarne la necessità e determinare il corrispettivo delle relative opere, parametrandolo ai prezzi unitari previsti nel preventivo ovvero ai prezzi di mercato correnti.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 10891 del 4 maggio 2017)
Cass. civ. n. 9796/2011
Nel caso in cui il corrispettivo d'appalto, secondo un progetto che non preveda l'esecuzione di determinate opere, sia stato stabilito senza alcun riferimento alle opere ulteriormente sopravvenute e realizzate, il prezzo delle necessarie variazioni integrative, a meno che non risulti una contraria volontà delle parti, non può considerarsi compreso in quello previsto nell'appalto e, anche quando il progetto sia stato predisposto dall'appaltatore, deve essere determinato dal giudice ai sensi dell'art. 1660 c.c.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 9796 del 4 maggio 2011)
Cass. civ. n. 5632/1996
Le contestazioni circa la eventuale ineseguibilità del progetto o la necessità di variazioni, ai fini dell'esonero dell'appaltatore dalle responsabilità che la legge espressamente gli attribuisce, devono essere tempestivamente comunicate da questi direttamente al committente, e non al direttore dei lavori, atteso che costui, quale ausiliare del committente, ne assume la rappresentanza limitatamente alle sole materie strettamente tecniche.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5632 del 19 giugno 1996)
Cass. civ. n. 1364/1979
La norma dell'art. 1660 c.c., che disciplina le variazioni necessarie al progetto dell'appalto, riguarda un'ipotesi di impossibilità dell'oggetto e costituisce espressione della volontà del legislatore di non attribuire uguale efficacia a qualsiasi ipotesi di impossibilità dell'oggetto, in quanto prevede, diversamente dall'art. 1672 c.c. (relativo all'impossibilità assoluta di conseguimento del risultato), che il contratto abbia esecuzione anche se il suo oggetto sia divenuto in parte impossibile, e ciò mediante l'introduzione delle necessarie varianti, i cui limiti le parti possono anche avere preventivamente determinato, e tale soluzione resta valida anche con riferimento ad un'impossibilità originaria, perché nulla vieta che le parti, con apposite clausole contrattuali, deroghino alla disciplina generale, prevedendo la possibilità di un mutamento parziale dell'oggetto al fine di renderlo possibile anche nell'eventualità che si riscontri un' impossibilità originaria di realizzazione del progetto.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1364 del 5 marzo 1979)
Cass. civ. n. 5666/1978
La disciplina delle variazioni necessarie del progetto dell'opera appaltata, posta dall'art. 1660 c.c., contempla l'ipotesi in cui, durante l'esecuzione del contratto, sia necessario apportare variazioni al progetto, il cui costo è a carico del committente, non le ipotesi in cui la necessità di variazioni sia accertata dopo l'esecuzione del contratto e sia dovuta all'inadeguatezza dell'esecuzione stessa, in cui il costo delle opere è a carico dell'appaltatore a norma dell'art. 1668, primo comma, c.c.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 5666 del 30 novembre 1978)
Cass. civ. n. 3267/1971
La facoltà di recesso dell'appaltatore è prevista dal secondo comma dell'art. 1660 c.c., per il solo caso che si rendano necessarie all'esecuzione dell'opera variazioni del progetto eccedenti il sesto del corrispettivo totale dell'appalto. Invece, per variazioni non necessarie, che superino tale limite, l'art. 1661 c.c., attribuisce all'appaltatore soltanto la facoltà di rifiutarsi di eseguirle e di continuare l'esecuzione dell'opera secondo il progetto originario, ma non anche quella di recedere dal contratto.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 3267 del 16 novembre 1971)

References: Articolo 1660

Articolo 1660
 art. 1671

Cass. 
 sentenza 

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