Source: https://www.lmcome.it/servizi-utili/diritti-del-malato
Timestamp: 2020-01-18 09:16:06+00:00

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Diritti del malato | LMCome
Continuare a lavorare, anche se malati, è possibile. Ecco i consigli degli Esperti.
Invalidità civile: come richiederla
Quali sono i sostegni economici per l'invalidità civile?
Assenze, permessi, congedi e periodi di comporto
Contrassegno di libera circolazione e sosta
Agevolazioni fiscali per i pazienti oncologici
Approfondiamo insieme ad un avvocato quali sono i diritti e le agevolazioni per i lavoratori con una malattia onco-ematologica.
» Si può essere licenziati per superamento del periodo di comporto se la malattia è di tipo oncologico?
» Quali sono le tutele per i lavoratori affetti da patologie oncologiche o oncoematologiche?
» Esistono strumenti alternativi ai permessi come altri congedi lavorativi?
» Ci sono dei limiti alla fruizione dei permessi ex legge 104/1992?
» Patologie oncologiche ed ematologiche: i permessi di lavoro ex legge 104/1992 possono essere richiesti sia dal paziente che dai familiari?
Invalidità civile, ecco come richiederla
Quando un malato oncologico riceve una diagnosi, è molto probabile a questa corrisponda una ridotta capacità di lavorare (e studiare). La legislazione italiana prevede delle misure di assistenza sociale per coloro a cui è riconosciuta una riduzione permanente della capacità lavorativa, una invalidità civile.
Il grado minimo di invalidità che permette di vedere riconosciuta questa diminuita capacità è il 33%. L’invalidità civile deve essere riconosciuta dall’INPS, secondo le tabelle approvate dal decreto ministeriale D.M. Sanità 5/2/1992, in diversi gradi percentuali. Una volta che è stata riconosciuta un’invalidità civile, è possibile accedere ad alcuni sostegni economici .
La procedura di richiesta del riconoscimento dell’invalidità civile è da qualche anno esclusivamente telematica (circolare INPS del 28 dicembre 2009). Si tratta di un procedimento che prevede diverse tappe. Per facilitare l’attraversamento di questo iter burocratico, ci si può rivolgere ai patronati o - nelle città in cui esistono - ad alcuni sportelli per i cittadini. Un esempio è quello di Invalidità Civile Roma.
Ma vediamo più da vicino le tappe di questo percorso.
1) Trasmissione del certificato introduttivo
La prima cosa da fare è recarsi presso un medico abilitato alla compilazione online di quello che viene chiamato certificato medico introduttivo. Un medico abilitato può essere anche il proprio medico curante. Questo, però, deve aver inoltrato richiesta all’INPS e aver ricevuto un codice PIN che permette di trasmettere questo certificato medico secondo i modelli di certificazione predisposti dall’INPS. Tale certificato non solo deve essere inviato attraverso la piattaforma predisposta, ma bisogna anche conservare l’originale firmato dal medico, che andrà consegnato dal paziente in sede di visita di accertamento. Quando il medico invia il certificato per via telematica, gli viene restituito un attestato di trasmissione che riporta il numero di certificato. Anche questo attestato deve essere consegnato al paziente, che lo deve conservare: si tratta, infatti, del numero che abbina il certificato alla successiva domanda di riconoscimento dell'invalidità. Infine, nel caso sia necessario e già evidente, il medico deve rilasciare al paziente un certificato di “non trasportabilità”, in modo che questi possa richiedere che la visita di accertamento sia effettuata al proprio domicilio.
2) Richiesta del codice PIN
Per poter richiedere la visita di accertamento si deve prima ottenere un codice PIN. Questo si può ottenere sia telefonando al Contact Center INPS al numero 803.164 sia attraverso il sito stesso dell’Istituto, tramite la sezione servizi online. La prima parte del PIN verrà ricevuta immediatamente, la seconda parte sarà invece inviata al paziente attraverso la posta ordinaria. Per evitare questa attesa si può fare richiesta del PIN direttamente presso una sede dell’INPS, in questo modo si ottiene immediatamente il codice intero.
3) Presentazione vera e propria della domanda
Una volta ottenuto il PIN e non oltre 90 giorni dall’invio del certificato da parte del medico si deve presentare la richiesta vera e propria per il riconoscimento dell’invalidità sul portale dell’INPS. Quando si compila la domanda è molto importante, perché questa sia accettata e non sia necessario presentarla una seconda volta, inserire tutti i dati richiesti inclusi i dati anagrafici, il numero di certificato medico riportato sull’attestato di trasmissione telematica e un indirizzo email di riferimento. Nel compilare la domanda il paziente può richiedere che la visita accerti anche l’esistenza dei requisiti necessari a ottenere i benefici previsti dalla Legge 104/1992 e di quelli per il riconoscimento della disabilità, ai fini del collocamento obbligatorio. Una volta trasmessi tutti i dati e inviata la domanda, si ottiene una ricevuta da stampare e conservare. Dopo aver presentato la domanda, il paziente dovrebbe ricevere - a mezzo raccomandata o via mail - la comunicazione con la data prevista per la visita medica di accertamento, che in genere viene programmata entro 30 giorni (15 giorni per i pazienti oncologici). Nella convocazione sono indicati data, orario e luogo della visita e viene specificata anche la documentazione da portare con sé quel giorno, solitamente un documento di identità valido, il certificato introduttivo firmato dal medico, la copia del fascicolo sanitario comprovante la patologia e i referti degli esami effettuati.
4) Visita medica di accertamento di invalidità
Alla visita bisogna presentarsi con tutta la documentazione sanitaria, incluso il certificato introduttivo, ma anche con un valido documento di identità, il codice fiscale e la tessera sanitaria. Il primo consiglio che viene generalmente dato è quello di portare tutto in duplice copia (originali e copie cartacee). Di norma, infatti, la Commissione medica conserva le copie per esaminarle. Il secondo consiglio è quello di fare in modo che sia presente anche il proprio medico di fiducia, sia per dare supporto al paziente sia per fornire alla Commissione chiarimenti e informazioni necessarie rispetto alla documentazione sanitaria portata o rispetto alla patologia e le sue conseguenze. Come accennato, in caso non sia possibile recarsi alla visita medica fisicamente, il medico può chiedere la visita domiciliare o al momento dell’inoltro del certificato medico introduttivo o entro cinque giorni dalla visita. La richiesta non è automaticamente accettata, ma deve essere valutata e approvata dal Presidente della Commissione Medica. Se per qualche imprevisto è impossibile recarsi all’appuntamento, soprattutto se se ne è consapevoli già qualche giorno prima, lo si deve comunicare con una raccomandata con ricevuta di ritorno in modo che la Asl possa fissare e comunicare un nuovo appuntamento. Questo avviene anche in caso di assenza ingiustificata. Se non ci si presenta senza preavviso anche al secondo appuntamento, la Asl provvede tuttavia ad archiviare la domanda e si dovrà ricominciare l’iter dal principio. Alla fine della visita, la commissione ne riporta l’esito sul verbale elettronico. Il paziente riceve per via telematica il verbale definitivo sia in versione integrale, in cui sono inclusi anche tutti i dati sensibili sia in quella ridotta con solo la valutazione finale. Questi sono anche caricati sul sito dell’INPS e sono a disposizione del paziente, che può accedervi con il suo codice PIN personale. In caso di valutazione positiva e di accertamento dell’invalidità, la commissione rilascia un certificato “provvisorio”. Questo diventa definitivo dopo la convalida del centro medico legale INPS territorialmente competente, ma già la versione provvisoria permette di accedere agli eventuali benefici economici.
5) Verifica requisiti economici
Se è stato riconosciuto il diritto a una prestazione economica, l’INPS procede con la verifica dei requisiti socio-economici. Per questa procedura, il paziente deve fornire - sempre per via telematica, attraverso il portale dell’Istituto - i dati relativi alla propria condizione reddituale. La domanda viene solitamente evasa entro un massimo di 120 giorni dalla presentazione. In caso di valutazione positiva l’erogazione delle prestazioni economiche riconosciute comincia immediatamente. Nel caso in cui, invece, non sia riconosciuto il diritto alla prestazione economica per motivi non sanitari, il paziente può presentare ricorso al Comitato Provinciale dell’INPS entro 90 giorni dal ricevimento del rifiuto.
6) Aggravamento
Nel caso in cui la malattia progredisca, il paziente può richiedere che sia accertato l’aggravamento dell’invalidità attraverso questo stesso procedimento appena descritto. In questo caso, tuttavia, si devono allegare alla domanda i documenti che attestano il peggioramento.
7) Revoca dell’invalidità
Secondo la Legge 222/84, se a seguito di accertamenti sanitari per la revisione dello stato di invalidità o di inabilità sia accertato che questa sia stata in parte o del tutto recuperata, la prestazione è revocata o modificata secondo le nuove percentuali di invalidità assegnate.
Quando riceve una diagnosi, un malato oncologico purtroppo non deve affrontare solo la sfida per la sua sopravvivenza, quella fatta di terapie e trattamenti, ma anche quella per far valere i propri diritti. In primo luogo quelli legati alla cosiddetta invalidità civile pensionabile. Cosa si intende per invalidità pensionabile? Si tratta di una riduzione della normale capacità di lavorare della persona coinvolta, in questo caso il malato, che dà diritto, a seconda del grado di invalidità, a delle prestazioni economiche che vengono erogate dall’INPS. Questa invalidità non deve avere carattere transitorio, non deve quindi essere possibile prevedere un recupero a breve termine della capacità di lavoro.
L’invalidità viene riconosciuta dall’Inps dietro richiesta dell’interessato, secondo il decreto ministeriale D.M. Sanità 5/2/1992, in diversi gradi percentuali. Leggi qui l’iter da seguire per vedere riconosciuta l’invalidità civile. Per quanto riguarda le neoplasie in particolare, sono tre le fasce percentuali di interesse:
Secondo quanto riportato da AIMaC (Associazione Italiana Malati di Cancro), se il grado di invalidità civile è compreso tra il 74% ed il 99%, il malato è incluso direttamente nella fascia di beneficio 100% e ha diritto a determinati sostegni socio-economici: assegno di invalidità o pensione di inabilità.
La percentuale effettivamente riconosciute dipendono dalla gravità della patologia, ovvero dalla neoplasia e dall’organo compromesso. In pratica il punteggio preciso, all’interno delle fasce sopra indicate, lo stabilisce il medico legale.
Assegno Mensile di Assistenza per Invalidi Civili con Ridotta Capacità Lavorativa Il nome completo è Assegno Mensile di Assistenza per Invalidi Civili con Ridotta Capacità Lavorativa in Stato di Bisogno Economico e ne possono fare richiesta tutti coloro - tra i 18 e 67 anni, ovvero, in età lavorativa - a cui è stata riconosciuta un’invalidità civile che comporta una riduzione della capacità lavorativa tra il 74 e il 99 per cento e con un reddito inferiore alle soglie previste annualmente dalla legge.
L’assegno viene erogato per tredici mensilità e, come riporta il sito dell’INPS, per il 2019 l’importo dell’assegno è di 285,66 euro e il limite di reddito personale annuo è pari a 4.906,72 euro.
È bene sottolineare che questo assegno di invalidità è compatibile con l’attività lavorativa del malato purchè la capacità lavorativa continui a rimanere al di sotto della percentuale stabilita per legge.
Questa viene assegnata a soggetti di età compresa tra i 18 e i 67 anni con un’invalidità civile accertata del 100 per cento, ovvero a chi si trova “nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa”.
Come per l’assegno di invalidità, per l’anno 2019 l’importo della pensione è di 285,66 euro e il limite di reddito è pari a 16.814,34 euro.
Anche questa, come l’assegno di invalidità, può essere integrata al trattamento minimo di 507,42 euro, per chi presenta un reddito non superiore ad 11,778 euro se non coniugato o un reddito personale sommato al reddito del coniuge non superiore ai 17.667 euro. Al compimento dell’età anagrafica per il diritto dell’assegno sociale, l’importo della pensione di inabilità civile viene adeguato a quello di tale assegno.
La pensione di inabilità è incompatibile con qualsiasi forma di lavoro autonomo o subordinato, con l’iscrizione negli elenchi anagrafici degli operai agricoli, con l’iscrizione negli elenchi nominativi dei lavoratori autonomi o negli albi professionali e con altre forme di trattamento sostitutivo o integrativo della retribuzione.
Questi trattamenti sono erogati dall’INPS. Spesso gli ordini professionali, che hanno casse di previdenza proprie, seguono altre regole e criteri, anche se quasi sempre molto simili. Ecco qualche esempio:
qui si trovano le indicazioni per chi è iscritto alla cassa Inpgi (giornalisti)
qui per chi è iscritto all’Inarcassa (ingegneri e architetti)
qui per chi è invece iscritto all’Enpam (medici e odontoiatri)
Questi sono solo alcuni esempi, ogni ente previdenziale ha (o dovrebbe avere) un fondo destinato ai trattamenti di invalidità.
Inoltre, i lavoratori iscritti all’Assicurazione Generale Obbligatoria (i dipendenti privati, i lavoratori autonomi come artigiani, commercianti, coltivatori diretti, i parasubordinati) e gli iscritti alla gestione separata possono fare richiesta dell’assegno ordinario di invalidità secondo le modalità indicate di seguito.
Assegno Ordinario di invalidità (AOI)
Questo tipo di indennità è diverso dall’assegno di invalidità civile e i due sono incompatibili e molto diversi tra loro: l’assegno mensile di assistenza per invalidità civile è slegato da un requisito contributivo e dipende solo dalle condizioni sanitario e dal reddito del richiedente; l’AOI, invece è legato sia al requisito sanitario sia a quello contributivo.
Infatti, i requisiti per aver diritto a questa prestazione sono un’invalidità riconosciuta che comporti una riduzione della capacità lavorativa a meno di un terzo e cinque anni di contributi versati, di cui tre nel quinquennio precedente la domanda.
Non è necessaria, ai fini della richiesta, la cessazione dell’attività lavorativa. Diversamente, sussiste incompatibilità con eventuali indennità di disoccupazione.
Secondo quanto specificato dal sito dell’INPS, l’importo dell’assegno è stabilito tramite un sistema di calcolo misto: una quota è calcolata con il sistema retributivo e una quota con il sistema contributivo. Tuttavia, se il lavoratore ha cominciato a lavorare dopo il 31/12/1995, l’importo si calcola solo in base al sistema contributivo.
Questo assegno può essere integrato fino a raggiungere quello del cosiddetto trattamento minimo vitale, che per il 2019 è pari a 513,01 euro. Tale integrazione tuttavia non spetta a chi, non coniugato, ha un reddito (per lo meno per il 2018) pari o superiore a 13.192,92 euro o nel caso in cui il reddito complessivo del soggetto e del coniuge sia pari o superiore a 26.385,84 euro.
L’assegno è riconosciuto per un periodo di tre anni, al termine dei quali il titolare può rinnovare la richiesta mediante nuova domanda da effettuarsi, possibilmente nel semestre precedente la scadenza, in modo che non ci siano interruzioni nell’erogazione. Dopo tre riconoscimenti consecutivi (quindi dopo che è stata confermata per due volte dopo il primo riconoscimento), l’assegno è confermato automaticamente. In ogni caso, è concessa all’INPS la facoltà di revisione, ovvero la possibilità di disporre controlli medico-legali per verificare che continuino a sussistere le condizioni per l’erogazione della prestazione. Al compimento dell’età pensionabile per vecchiaia, l’assegno citato viene convertito d’ufficio in pensione di vecchiaia, secondo una sentenza della Corte di Cassazione del 2011, che non può essere di importo inferiore rispetto a quello dell’assegno di invalidità al momento del raggiungimento dell’età pensionabile. Nei casi di invalidità superiore all’80 per cento, questo passaggio si può richiedere al compimento del sessantesimo anno di età, chiedendo il riconoscimento della “Vecchiaia anticipata”.
Gli invalidi civili totali (i titolari, per esempio, di una pensione di inabilità) per i quali è stata accertata l’impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore oppure che non sono in grado di compiere gli atti quotidiani della vita e quindi necessitano di un'assistenza continua, possono fare richiesta dell’assegno di invalidità mensile (per dodici mensilità) non reversibile.
Questo assegno è compatibile e cumulabile con la pensione di invalidità e, secondo i dati dell’INPS, per il 2019 l’importo dell’indennità è di 517,84 euro. È sospeso in caso di ricovero in ospedale o altro istituto di cura o in caso di assistenza diretta a totale carico dello Stato per un periodo superiore a 29 giorni.
Si tratta di una prestazione economica destinata ai minori con disabilità e, quindi, erogabile fino al compimento del diciottesimo anno di età, che ha come fine l’inserimento scolastico e sociale. Dal 2002 questo diritto riguarda anche i bambini da zero a tre anni che frequentino l’asilo nido.
I requisiti per richiederla sono la frequenza di corsi di studio, in scuole, pubbliche o private, di qualunque ordine e grado e l’effettuazione l'effettuazione, anche periodica, di trattamenti terapeutici, riabilitativi o di recupero.
Stando al sito dell’INPS, l’indennità viene corrisposta per tutta la durata della frequenza per il 2019 l’importo è di 285,66 euro mensili, mentre il limite di reddito personale annuo è pari a 4.906,72 euro.
Al malato spettano anche l’esenzione dal ticket per farmaci secondo modalità diverse da Regione a Regione e prestazioni sanitarie correlate alla patologia.
Non è compatibile con l’assegno di accompagnamento, ma si può scegliere il trattamento economicamente più favorevole tra i due, né con qualsiasi altra forma di ricovero.
Invalidità inferiori al 74%
Tolto l’AOI, le invalidità considerate inferiori al 74% sulla base della classificazione del D.M. Sanità 5/2/1992 non sono pensionabili, ovvero non danno diritto a una prestazione economica mensile regolare. Tuttavia, in base alla percentuale di invalidità si può godere di altri benefici.
Per un’invalidità riconosciuta pari o superiore al 34% viene riconosciuto lo status di invalido e protesi e ausili sono a carico del Sistema Sanitario. Per una pari o superiore al 46% si ha diritto all’iscrizione nelle liste speciali dei Centri per l'Impiego per l'assunzione agevolata, il cosiddetto collocamento obbligatorio. Dal 66% è prevista l’esenzione del ticket sanitario.
Secondo l’articolo 33 della legge n.104/92, la stessa che prevede il riconoscimento dell’invalidità civile, i pazienti oncologici hanno diritto ogni mese alternativamente a permessi retribuiti di:
3 giorni, continuativi o frazionati (anche in ore).
La scelta tra un tipo e l’altro di permesso può variare da un mese e all’altro e anche, in caso di emergenze improvvise e imprevedibili, all’interno dello stesso mese. In caso di un impiego part-time i permessi sono ridotti in proporzione.
La legge, inoltre, stabilisce anche i familiari dei pazienti possono usufruire di permessi retribuiti, tre giorni al mese a condizione che il familiare da assistere non sia ricoverato a tempo pieno. Possono usufruire dei permessi retribuiti i genitori dei pazienti, il coniuge, i figli, o parenti entro il secondo grado. Tuttavia, per ciascun singolo paziente va stabilito un referente unico, ovvero un unico lavoratore dipendente che deve essere comunicato all’Inps o all’ente di previdenza a cui si versano i contributi, e che è colui che ha diritto di godere di permessi e congedi. Eccezione è il caso del paziente minorenne: il quel caso entrambi i genitori possono fare richiesta.
Per usufruirne, una volta ottenuto il riconoscimento di invalidità civile si deve presentare richiesta all’ente di previdenza a cui si versano i contributi. All’Inps, come anche in altri casi, la domanda deve essere presentata in via esclusivamente telematica (dal sito dell’Inps, attraverso patronati o contact center) allegando i documenti che comprovano la disabilità. Successivamente il datore di lavoro verifica in concreto l’esistenza dei presupposti di legge, ma non può scegliere di non concedere i permessi.
Secondo il Decreto Legislativo 119/2011, un lavoratore a cui è stata riconosciuta un’invalidità (una riduzione delle capacità lavorativa) superiore al 50% ha diritto a 30 giorni continuativi o frazionati (ma non frazionati in ore) di congedo retribuito per sottoporsi a cure mediche connesse con la propria invalidità.
Per usufruire del congedo per cure il dipendente deve presentare una domanda al datore di lavoro questa deve includere:
la certificazione dell’invalidità
la richiesta da parte di un medico del Servizio Sanitario Nazionale che attesti la necessità delle cure.
La retribuzione dei giorni di assenza del congedo è a carico del datore di lavoro e non è quindi indennizzabile dall’Inps.
Un dipendente pubblico o privato, paziente oncologico o familiare può, infine, fare richiesta di un periodo di congedo straordinario non retribuito per gravi motivi personali o familiari della durata di massimo due anni, consecutivi o frazionati. Anche in questo caso la domanda va presentata al datore di lavoro, documentando l’effettiva necessità. Durante questo periodo, sebbene si conservi il proprio posto di lavoro, non si ha diritto a una retribuzione né si può svolgere una qualsiasi attività retribuita.
La richiesta del congedo va presentata al datore di lavoro insieme alla documentazione relativa alla patologia redatta da un medico del Servizio sanitario nazionale o convenzionato (anche il medico di famiglia). Entro dieci giorni il datore di lavoro deve accogliere o respingere la domanda. In caso di rifiuto questo deve essere motivato e comunque il lavoratore ha possibilità di richiedere un riesame della domanda nei successivi 20 giorni.
Al termine del periodo di congedo, il lavoratore dipendente ha il diritto di tornare al suo posto e alle sue mansioni. Il rientro dal congedo può essere anticipato, dandone preventiva comunicazione all'azienda.
Secondo la legge 338/2000, il coniuge convivente di un paziente oncologico e in alcuni casi altri familiari (genitori, figli se conviventi, fratelli o sorelle se conviventi) possono richiedere un periodo di congedo retribuito di massimo due anni (continuativi o frazionati), nel caso in cui il paziente non sia ricoverato a tempo pieno presso una struttura sanitaria. Il Decreto Legislativo 119/2011 ha, tuttavia, introdotto un’eccezione a questa situazione, ovvero il caso in cui la presenza del familiare assistente sia richiesta dalla struttura sanitaria stessa in cui il paziente è ricoverato.
Nel conto dei due anni complessivi vengono considerati anche i giorni festivi, anche nel caso di un congedo non continuativo se non si rientra a lavoro il primo giorno feriale utile dopo i festivi; per esempio se usufruisce del congedo dal lunedì al venerdì, il sabato e la domenica seguenti entrano nel conto dei due anni se non si rientra a lavoro il lunedì successivo.
L’indennità, pari all’ultimo stipendio precedente al congedo, è corrisposta dal datore di lavoro secondo le modalità previste per i trattamenti economici di maternità, detraendo l’importo dell’indennità dall’ammontare dei contributi previdenziali dovuti all’ente previdenziale corrispondente. Il periodo di congedo, inoltre, non è utile ai fini della maturazione delle ferie, del calcolo della tredicesima e del TFR.
Può fare domanda di congedo un solo familiare per paziente (il referente unico di cui abbiamo accennato prima parlando dei permessi), e ogni persona ha diritto a massimo due anni cumulativi di congedo sia retribuito sia non retribuito per tutta la sua vita lavorativa; se si è usufruito di un anno di congedo retribuito per assistere un familiare, restano a disposizione solo altri dodici mesi di congedo, di qualsiasi dei due tipi.
L’iter per presentare la domanda di congedo è diverso a seconda che si tratti di un dipendente pubblico o privato, di un dipendente che ha l’Inps come suo ente previdenziale o un ente previdenziale diverso.
Un dipendente pubblico presenta un’autocertificazione che comprova tutti i requisiti che rendono valido il diritto al congedo, incluso il riconoscimento dell’invalidità della persona da assistere, e nella quale indica la modalità di congedo, se continuativo o frazionato. La domanda deve essere accolta entro 60 giorni.
Nel caso di un dipendente privato iscritto all’Inps, si deve presentare per via esclusivamente telematica la domanda all’Inps che prevede una simile autocertificazione: sul sito sono indicati tutti i documenti da allegare alla domanda. Inoltre, si deve inviare un modulo che si può trovare sul sito dell’Inps.
Ricevuta la domanda, l’Inps ne verifica la correttezza formale e concede l’assenso. A questo punto il dipendente deve presentare la medesima domanda anche al datore di lavoro mediante la figura preposta in azienda, che è responsabile a sua volta di verificare la sussistenza dei requisiti di legge.
I dipendenti che sono, invece, iscritti ad altri enti previdenziali devono fare riferimento a questi ultimi e verificare che abbiano precisi criteri operativi, moduli, percorsi specifici. In ogni caso, la procedura è generalmente la stessa, un’autocertificazione che comprovi sia l’invalidità e le necessità del familiare da assistere da presentare sia al datore di lavoro sia al proprio ente previdenziale.
Per alcuni dipendenti pubblici che hanno bisogno di cure continuative è previsto il diritto ad assentarsi dal lavoro nei giorni in cui si devono sottoporre a cosiddette terapie salvavita, una definizione che include chemioterapia e radioterapia. Sia che si tratti di giorni di ricovero ospedaliero sia che si tratta di terapie da riceve in day hospital, sono giorni di lavoro interamente retribuiti che si vanno ad aggiungere ai normali giorni di malattia previsti. Per ottenere bisogna presentare una richiesta al datore di che motivi e provi la necessità delle terapie.
Un lavoratore che è colpito da una malattia come una malattia oncologica ha diritto, secondo l’articolo 2110 del codice civile. a conservare il proprio posto di lavoro per un periodo di tempo ben definito, che si chiama, appunto, periodo di comporto. Oltre al posto di lavoro si conserva anche una retribuzione o un’indennità.
La durata del periodo di comporto, così come l’indennità, è stabilita dal proprio contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL), ma, se quello previsto dal contratto individuale è più favorevole, si tiene conto di quest’ultimo. La lunghezza del periodo varia a seconda della qualifica e dell’anzianità di servizio, di solito aumenta al crescere di queste. Nel conteggio del periodo di comporto vanno inclusi i giorni festivi e di sciopero che cadono all’interno di questa assenza, ma non vi vanno cumulate le assenze per altre ragioni né le assenze che, invece, ricadono sotto il congedo per cure di 30 giorni previsto per gli invalidi civili con riduzione della capacità lavorativa maggiore del 50%.
Come spiega la circolare n. 40 del 22 dicembre 2005 del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, ai contratti nazionali è demandata anche la possibilità estendere la durata del comporto “nelle particolari ipotesi di malattie lunghe, caratterizzate dalla necessità di cure post-operatorie, terapie salvavita e di una conseguente gestione flessibile dei tempi di lavoro”, così come di prolungarlo con un periodo di aspettativa non retribuita.
Durante questo periodo il datore di lavoro può licenziare il dipendente malato solo per giusta causa o per un giustificato motivo oggettivo dovuto a sopravvenuta impossibilità della prestazione o a cessazione totale dell'attività di impresa. Diversamente, il datore di lavoro può procedere in tal senso senza particolari restrizioni in seguito, sia nel caso in cui l’assenza si prolunghi oltre il periodo previsto e concesso dal CCNL, sia immediatamente dopo il rientro del lavoratore rispettando tuttavia i termini di preavviso e specificando le motivazioni del licenziamento.
Il contratto inoltre prevede la modalità di calcolo del periodo di comporto. Si parla di comporto secco se si prevede un periodo di conservazione del posto relativo a un unico evento di malattia o di comporto per sommatoria se, nel calcolo del periodo, vengono sommate le assenze per diversi eventi di malattia in un determinato arco temporale.
Andare e tornare dalle terapie o anche solo spostarsi nel periodo del trattamento può non essere semplice per un paziente oncologico con difficoltà di deambulazione. Per questo motivo il paziente può richiedere la concessione del contrassegno auto (quello arancione) di libera circolazione e sosta, come stabilito dal Regolamento del Codice della Strada e secondo Decreto del Presidente della Repubblica.
Questo contrassegno permette all’auto che trasporta il paziente - solo quando trasporta il paziente, infatti è nominativo - di transitare liberamente nelle zone a traffico limitato nonché la sosta nei parcheggi riservati ai disabili. In alcuni comuni - non in tutti, quindi è bene accertarsene - consente anche, qualora i parcheggi riservati ai disabili non fossero disponibili, di sostare gratuitamente in quelli a pagamento.
Questo contrassegno può essere temporaneo, ovvero limitato al periodo di trattamento o al periodo di difficoltà alla deambulazione che viene stabilito al momento della richiesta o può essere permanente nel caso in cui queste il paziente abbia una difficoltà di deambulazione attestata dalla certificazione di invalidità civile al 100%. In questo caso ha una durata di cinque anni dopo i quali deve essere richiesto il rinnovo
Per prima cosa tuttavia si deve ottenere dall’ufficio del medico legale della propria Asl di appartenenza un certificato medico attestante le difficoltà motorie e, nel caso si tratti di un permesso temporaneo, anche il periodo di necessità. Un paziente con un’invalidità civile può fare richiesta di questo contrassegno al momento di richiedere la certificazione dell’invalidità.
Con la certificazione si può fare richiesta presso gli uffici di Polizia Municipale - o negli uffici preposti del proprio comune di residenza - dove si compila un apposito modulo di richiesta. Spesso è possibile iniziare la procedura online, scaricando il modulo dal sito del Comune. Tale modulo va compilato e riconsegnato allegando il certificato medico e, qualora sia il caso, il verbale di riconoscimento dell’invalidità civile. in attesa del rilascio, verrà consegnato un permesso provvisorio della validità di 30 giorni.
Dal 2012, grazie alla ratifica da parte del Consiglio dei Ministri della raccomandazione del Consiglio europeo del 4 giugno 1998 per l’unificazione del contrassegno per i disabili conforme al modello comunitario, il contrassegno è valido in tutto il territorio nazionale e permette di usufruire di alcune facilitazioni anche negli altri stati dell’Unione Europea che hanno a loro volta ratificato la medesima raccomandazione.
Altre agevolazioni legate alla mobilità
In misura diversa in diversi comuni e zone di residenza possono essere previsti rimborsi parziali o totali per le spese di trasporto necessarie per recarsi alle strutture dove ci si sottopone alle terapie.
Inoltre esiste la possibilità di richiedere una tessera scontata per usufruire dei servizi di trasporto pubblici per i pazienti invalidi con percentuali variabili tra il 51% e il 100%.
Infine, i pazienti con invalidità pari al 100% titolari di un’indennità di pagamento hanno diritto alla Carta Blu che consente di avere al prezzo di un unico biglietto anche un biglietto gratuito per l’accompagnatore.
Il paziente oncologico con una disabilità riconosciuta ha diritto ad alcune agevolazioni fiscali sia in materia di imposta diretta (sul reddito) sia su alcune delle spese per servizi ma anche prodotti divenuti necessari a causa della patologia. Lo stesso vale per i familiari del malato quando questo sia fisicamente a loro carico. La materia è in continua evoluzione e molti di questi sgravi possono variare tra regioni e tra comuni diversi, quindi, al di là di queste indicazioni generali, può essere utile informarsi presso i propri comuni di residenza sull’esistenza di eventuali agevolazioni e/o rivolgersi a un commercialista o un legale specializzati in materia. Ecco una panoramica per cominciare a orientarsi:
I pazienti oncologici con disabilità possono detrarre, in sede di dichiarazione dei redditi, alcune spese sanitarie sostenute, indicate dal Testo Unico delle Imposte sui Redditi e dalle istruzioni per la compilazione dei Modelli 730.
Per quanto riguarda la cura del proprio tumore, inclusi sia riabilitazione sia prevenzione e trattamento di complicanze e aggravamenti, il paziente ha diritto all’esenzione totale del ticket per l’acquisto di medicinali, per il pagamento di visite specialistiche e per gli esami necessari.
I pazienti con con disabilità al 100% hanno inoltre diritto a una deduzione totale di tutte le spese mediche. I pazienti con una disabilità inferiore o senza disabilità (o per i familiari che li hanno a carico) hanno diritto a una detrazione del 19% sulla parte di spesa (non legata alla propria patologia) che supera i € 129,11 per spese sanitarie specialistiche, per esempio: assistenza infermieristica e riabilitativa, operazioni chirurgiche, visite specialistiche, ricovero in un istituto di assistenza.
In alcuni casi, i familiari della persona affetta da patologia oncologica, possono detrarre loro parte della spesa sanitaria del paziente, per un massimo di € 6.197, 48 annui, posta sempre la franchigia di € 129,11. Questo avviene quando un paziente non può detrarre integralmente la spesa sanitaria sostenuta, o in gergo, quando tale spesa non ha trovato capienza nell’IRPEF dovuta dal paziente.
Anche le spese per l’acquisto di farmaci sono deducibili, in questo caso va conservata lo scontrino fiscale in cui siano specificati il farmaco, la quantità di scatole acquistate, il codice identificativo del farmaco e il codice fiscale del paziente e per i familiari anche non fiscalmente a carico.
Secondo la risoluzione n. 9/E del 16 febbraio 2010 dell’Agenzia delle entrate, anche la parrucca è da considerarsi una spesa sanitaria detraibile, in quanto rimedia a un danno estetico e un disagio psicologico creato dalla patologia stessa. La detrazione è pari al 19% della spesa sostenuta da indicare in sede di dichiarazione dei redditi, alla quale va allegata la certificazione necessaria. Altre agevolazioni sono poi previste da alcuni regolamenti regionali, pertanto è opportuno informarsi presso il comune e la regione di residenza.
Infine anche le spese per l’acquisto di alcuni ausili possono prevedere alcuni sgravi fiscali come per esempio la detrazione in dichiarazione dei redditi e l’iva agevolata per l’acquisto di carrozzine per disabili - con disabilità permanente -, per montascale e sollevatori che permettano di superare barriere architettoniche.
Aiuto domestico e badanti:
Il paziente oncologico può dedurre parte della spesa per i contributi previdenziali e assistenziali inclusi nella retribuzione dell’aiuto domestico (ovviamente regolarmente assunto), fino a € 1.549, 37.
I pazienti non autosufficienti - non necessariamente stabilita con un certificato di invalidità ma anche con una certificazione del medico di famiglia - e i loro familiari (se il paziente è a loro carico) possono inoltre detrarre, al momento della dichiarazione dei redditi parte della spesa per l’assistenza personale del paziente (per pazienti con redditi inferiori ai € 40.000 annui).
Ci sono alcuni benefici fiscali anche per l’acquisto di un veicolo, ma solo per i pazienti con una certificazione di invalidità che documenti anche difficoltà motorie e di deambulazione effettive. Chi rientra in questi casi può avere diretto a una parziale detraibilità (pari al 19% della spesa), all’esenzione dal pagamento del bollo auto e delle tasse di trascrizione (IPT, APIET) e un’Iva agevolata (4%) per veicoli con una specifica cilindrata a seconda del tipo di motore.
Al momento della denuncia dei redditi, un genitore con un figlio malato oncologico con certificazione di disabilità ha diritto a detrarre una cifra più alta rispetto alla normale detrazione per familiare a carico.
Anche quando si vive con un tumore è importante e necessario lavorare. La disciplina del diritto del lavoro contiene, infatti, delle norme specifiche per garantire l’inserimento e l’integrazione nel mondo del lavoro delle persone disabili, inclusi invalidi civili riconosciuti per diverse cause.
In particolare, la norma comunemente definita del “collocamento obbligatorio” o “collocamento mirato” è disciplinata dalla legge n. 68/1999 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili) e prevede che le aziende private e gli enti pubblici che impiegano almeno 15 persone sono obbligati ad assumere un numero specifico - variabile a seconda delle dimensioni dell’azienda - di dipendenti con invalidità riconosciuta superiore al 46%. La legge riguarda anche i dipendenti divenuti disabili dopo l’assunzione, ma in questo caso la capacità lavorativa deve essere ridotta di oltre il 60%.
La legge compete non solo gli invalidi civili, categoria nella quale rientrano i pazienti malati di tumore ai quali è stata riconosciuta l’invalidità, ma anche gli invalidi del lavoro, gli invalidi di guerra, gli invalidi per servizio, non vedenti e sordomuti e altre categorie protette. Ovviamente persone ancora in età lavorativa, ovvero al di sopra dei 16 anni e che non abbiano ancora raggiunto l’età pensionabile.
Secondo la normativa, le aziende che hanno:
da 15 a 35 dipendenti hanno l’obbligo di assumerne una persona disabile
da 36 a 50 dipendenti sono obbligate ad assumere 2 persone disabili
oltre 50 dipendenti devono riservare il 7% dei posti di lavoro a disabili e l’1% a familiari di invalidi.
Per potersi avvalere di quanto previsto dalla norma e quindi iscriversi agli appositi elenchi speciali del collocamento obbligatorio, è necessaria una certificazione delle capacità residue di lavoro. L’iscrizione agli elenchi è un passo necessario e fondamentale per accedere alle graduatorie da cui poi aziende ed enti pubblici possono attingere per adempiere ai propri obblighi.
La certificazione viene rilasciata da alcuni comitati appositi presso i Centri per l’impiego della provincia (i vecchi uffici di collocamento), gli stessi attraverso i quali è possibile iscriversi. Nei centri per l’impiego esiste, infatti, un servizio per l’inserimento mirato dei disabili.
Il primo passo è ottenere la certificazione di invalidità e di disabilità dalla ASL. Dopodiché ci si deve recare al Centro per l’impiego della propria provincia per un colloquio con un comitato tecnico e per compilare un modulo specifico che attesti che chi richiede l’iscrizione abbia più di 15 anni ma non ancora in età pensionabile, che sia disoccupato e che abbia un’invalidità riconosciuta superiore al 46%.
In seguito al colloquio, il comitato tecnico redige una relazione finale che porta poi all’iscrizione nelle liste da parte del centro per l’impiego provinciale e di conseguenza nella graduatoria. La posizione in quest’ultima dipende anche da anzianità di iscrizione negli elenchi, condizione economica, carico familiare, difficoltà di locomozione e altri criteri indicati da ogni singola regione.
Chi è iscritto alla lista deve ogni anno tornare al centro dell’impiego e confermare la propria disponibilità immediata al lavoro, ovviamente solo nel caso in cui, nel frattempo, non si sia già trovato un impiego.
Per quanto riguarda un lavoratore già assunto (divenuto invalido dopo l’assunzione) che intende conservare il suo posto di lavoro e che voglia essere incluso nella quota d’obbligo della propria azienda deve presentare richiesta di inserimento in questa quota tramite il proprio datore di lavoro. Viene poi concordata una visita per l’accertamento dello stato di invalidità.
L'amministratore di sostegno e la procura notarile
La legge prevede diverse misure di tutela e sostegno per le persone che non sono in grado di curare i propri bisogni e interessi, come talvolta possono essere i pazienti oncologici, anche in misura più o meno temporanea. Tra queste vi sono la nomina di un amministratore di sostegno e la procura notarile.
Amministratore di sostegno, cos’è?
È una figura, istituita con la Legge n. 6 del 9 gennaio 2004, che tutela e aiuta il malato quando questi, in misura parziale o completa, temporanea o permanente, non è in grado di provvedere autonomamente ai propri interessi, ma riesce a provvedere ai bisogni della propria vita quotidiana.
È una figura di sostegno limitata ad alcune mansioni - come occuparsi di beni mobili o immobili, rappresentarlo in banca o in altre questioni economiche e/o giuridiche etc. che vengono stabilite al momento della nomina. Lascia dunque, al paziente che ne beneficia, la possibilità di agire invece per tutti quei compiti non compresi nelle mansioni dell’amministratore di sostegno.
Può richiedere la nomina di un amministratore di sostegno solo un malato in grado di intendere e volere, in casi diversi esistono poi altre soluzioni (interdizione, inabilitazione). Generalmente questo ruolo viene ricoperto da un parente prossimo che ha già in carico il paziente, cercando di rispettare la volontà di quest’ultimo. In caso non vi siano parenti o vi siano problemi a nominare un parente, viene scelta una persona di fiducia, per esempio un avvocato, un notaio oppure un commercialista.
Per chiedere la nomina di un amministratore di sostegno, il paziente stesso, anche se minore, o il coniuge o un parente fino al quarto grado devono presentare una domanda al giudice tutelare. Questo vuol dire che, una volta redatta la domanda, questa deve essere depositata presso la Cancelleria del Giudice Tutelare presso il tribunale di pertinenza, che provvederà a stabilire una data per l’udienza. Durante questa udienza il giudice ascolterà le motivazioni che rendono necessaria la nomina. Al procedimento devono essere presenti sia il paziente beneficiario sia la persona che dovrebbe essere nominata. Se il paziente non fosse in grado di muoversi, sarà il giudice a recarsi da lui/lei per sentirne le ragioni.
Entro 60 giorni il giudice comunicherà la sua decisione con un decreto che, oltre ad attribuire il diritto al paziente di godere di questa tutela, nominerà ufficialmente l’amministratore di sostegno definendone con precisione compiti e potere, stabilendo formalmente la durata del ruolo, e la scadenza con la quale questo amministratore deve riportare al giudice il resoconto delle proprie attività e delle condizioni del beneficiario. La procedura è per lo più gratuita, tranne per le spese di un eventuale avvocato, figura che però non è necessaria per il completamento della richiesta.
I compiti e i poteri dell’amministratore di sostegno sono ben limitati e definiti: se, per esempio, si deve occupare della gestione di alcune questioni di amministrazione ordinaria, come la gestione delle spese di casa, il ritiro della pensione, il pagamento delle bollette, le operazioni bancarie, potrà occuparsi soltanto di quelle. Nel caso di attività particolari come l’acquisto di una casa o la richiesta di un prestito di una certa entità, c’è bisogno di un’ulteriore autorizzazione da parte del Giudice Tutelare.
Una figura alternativa a quella dell’amministratore di sostegno è quella del procuratore notarile. La procura notarile conferisce al paziente impossibilitato a prendersi cura personalmente di alcuni o tutti suoi interessi economici e giuridici la capacità di nominare - in maniera unilaterale, ovvero senza bisogno del consenso dell’altro - un rappresentante in grado di agire in suo nome nel compiere una serie di atti pubblici. Il paziente che vuole conferire una procura di questo tipo deve rivolgersi a un notaio. La procura notarile può essere generale, e dunque riguardare tutti gli interessi del malato ma nell’ambito dell’ordinaria amministrazione, oppure speciale, ovvero riguardare un singolo atto, anche di straordinaria amministrazione, come ad esempio la compravendita di immobili.
Il Dott. Gianluca Germani ha conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Padova e svolge attività come avvocato e consulente legale.
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References: sentenza 

Articolo 445

Cass. 

Art. 2110

Art. 188
 art. 8
 art. 30
 Articolo 404