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Timestamp: 2019-11-22 07:09:19+00:00

Document:
SALVATORE RIINA, Totò u curto
on 05 Agosto 2019 .
Audio deposizioni nei processi
Al processo per omicidio del colonello Russo
Deposizione Salvatore Riina
Deposizione Salvatore Riina 2
Confronto Riina e Mutolo 1p
Confronto Riina e Mutolo 2p
Confronto Riina e Mutolo 3p
Confronto Riina e Mutolo 4p
Confronto Riina e Mutolo 6p
Confronto Riina e Mutolo 7p
Confronto Riina e Mutolo 8p
Confronto Riina e Mutolo 9p
Il romanzo criminale di Riina
Arresto, latitanza e processo
Confronto Riina Marchese
L'arresto in Rai Storia
I misteri di Totò Riina
Edizione straordinaria TG3
Latitanza, arresto e processo
Riina mix
Accusa alle parti deviate dello Stato
Esternazione su Andreotti
A vent'anni dalla cattura
Ultimo cattura Riina
Sentenza della Corte d'Assise di Firenze
MORI: non era un covo ma una residenza
Troppi misteri sul covo
De Gennaro: il covo andava perquisito subito
Bugie inspiegabili
Pignatone: mancata perquisizione una ferita aperta
La perquisizione fu fatta
Il covo diventa una caserma dei Carabinieri
Salvatore Riina, detto Totò (Corleone, 16 novembre 1930 – Parma, 17 novembre 2017[1]), è stato un mafioso italiano, legato a Cosa Nostra e considerato il capo dell'organizzazione dal 1982 fino al suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993. Secondo molti, fu il boss più potente, pericoloso e sanguinario di tutta Cosa Nostra in quegli anni. Veniva indicato anche con i soprannomi û curtu, per via della sua bassa statura[2], e La Belva, per indicare la sua ferocia sanguinaria[3].
Cartellino della Carta d'identità di Salvatore Riina, rilasciata nel 1955.
Nato a Corleone in una famiglia di contadini il 16 novembre del 1930, nel settembre 1943 Riina perse il padre Giovanni e il fratello Francesco (di 7 anni) mentre, insieme al fratello Gaetano, stavano cercando di estrarre la polvere da sparo da una bomba inesplosa, rinvenuta tra le terre che curavano, per rivenderla insieme al metallo. Gaetano rimase ferito, mentre Totò rimase illeso[4]. In questi anni conobbe il mafioso Luciano Liggio, con il quale intraprese il furto di covoni di grano e bestiame e che lo affiliò nella locale cosca mafiosa, di cui faceva parte anche lo zio paterno di Riina, Giacomo[5].
A 19 anni Riina fu condannato a una pena di 12 anni, scontata parzialmente nel carcere dell'Ucciardone, per aver ucciso in una rissa un suo coetaneo[6], Domenico Di Matteo, venendo scarcerato nel 1956. Insieme a Liggio e alla sua banda, cominciò a occuparsi di macellazione clandestina di bestiame rubato nei terreni della società armentizia di contrada Piano di Scala. Nel 1958 Liggio eliminò il suo capo Michele Navarra e nei mesi successivi, insieme alla sua banda, di cui faceva parte anche Riina, scatenò un conflitto contro gli ex-uomini di Navarra, che furono in gran parte assassinati fino al 1963[7].
Riina venne però arrestato nel dicembre del 1963 a Torre di Gaffe (Ag) nella parte alta del paese, da una pattuglia di agenti di Polizia di cui faceva parte anche il commissario Angelo Mangano[8] il quale, nel 1964, parteciperà, sotto la direzione del tenente colonnello dei Carabinieri Ignazio Milillo, alla cattura di Luciano Liggio[9]. Riina, che aveva una carta d'identità rubata (dalla quale risultava essere "Giovanni Grande" da Caltanissetta) e una pistola non regolarmente dichiarata, tentò di scappare, ma venne catturato dalle forze dell'ordine. Fu riconosciuto dall'agente Biagio Melita[10].
Tuttavia, dopo aver scontato alcuni anni di prigione nel carcere dell'Ucciardone (dove conobbe Gaspare Mutolo), fu assolto per insufficienza di prove nel processo svoltosi a Bari nel 1969[11]. Dopo l'assoluzione, Riina si trasferì con Liggio a Bitonto, in provincia di Bari, ma il Tribunale di Palermo emise un'ordinanza di custodia precauzionale nei loro confronti. Riina tornò da solo a Corleone, dove venne arrestato e gli venne applicata la misura del soggiorno obbligato nella cittadina di San Giovanni in Persiceto (BO)[12]; scarcerato e munito di foglio di via obbligatorio, Riina non raggiunse mai il luogo di soggiorno obbligato e si rese irreperibile, dando inizio alla sua lunga latitanza[13].
Il 10 dicembre 1969 Riina fu tra gli esecutori della cosiddetta strage di Viale Lazio, che doveva punire il boss Michele Cavataio[11]. Nel periodo successivo Riina sostituì spesso Liggio nel "triumvirato" provvisorio di cui faceva parte assieme ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, che aveva il compito di dirimere le dispute tra le varie cosche della provincia di Palermo[14]. Riina e Liggio divennero i principali capi-elettori del loro compaesano Vito Ciancimino, il quale venne eletto sindaco di Palermo[14]; nel 1971 Riina fu esecutore materiale dell'omicidio del procuratore Pietro Scaglione[15] e, nello stesso anno, partecipò ai sequestri a scopo di estorsione ordinati da Liggio a Palermo: furono rapiti Giovanni Porcorosso, figlio dell'industriale Giacomo, e il figlio del costruttore Francesco Vassallo, mentre nel 1972 Riina stesso ordinò il sequestro del costruttore Luciano Cassina, nel quale vennero implicati uomini della cosca di Carlo Calò[15][16]: l'obiettivo principale di Riina non era solo quello di incassare il denaro del riscatto, ma anche quello di colpire Badalamenti e Bontate, che erano legati al padre dell'ostaggio, il conte Arturo Cassina, che aveva il monopolio della manutenzione della rete stradale, dell'illuminazione pubblica e della rete fognaria a Palermo[17].
Attraverso Liggio, Riina divenne "compare di anello" di Mico Tripodo, boss della 'Ndrangheta[18], e si legò ai fratelli Nuvoletta, camorristi napoletani affiliati a Cosa Nostra, con cui avviò un contrabbando di sigarette estere[19]. Nel 1974 Riina divenne il reggente della cosca di Corleone dopo l'arresto di Liggio e l'anno successivo fece sequestrare e uccidere Luigi Corleo, suocero di Nino Salvo, ricco e famoso esattore affiliato alla cosca di Salemi; il sequestro venne attuato per dare un duro colpo al prestigio di Badalamenti e di Bontate, i quali erano legati a Salvo e non riusciranno a ottenere né la liberazione dell'ostaggio, né la restituzione del corpo, anche se Riina negò con forza ogni coinvolgimento nel sequestro[17][20].
Nel 1978 Riina ottenne l'espulsione di Badalamenti dalla Commissione, con l'accusa di aver ordinato l'uccisione di Francesco Madonia, capo della cosca di Vallelunga Pratameno (Caltanissetta) e strettamente legato ai Corleonesi;[17] l'incarico di dirigere la "Commissione" passò a Michele Greco, che avallerà tutte le successive decisioni di Riina.[21]. Per queste ragioni, Giuseppe Di Cristina, capo della cosca di Riesi legato a Bontate e Badalamenti, tentò di mettersi in contatto con i Carabinieri, accusando Riina e il suo luogotenente Bernardo Provenzano di essere responsabili di numerosi omicidi per conto di Liggio, all'epoca detenuto[18]; alcuni giorni dopo le sue confessioni, Di Cristina venne ucciso a Palermo, mentre qualche tempo dopo anche il suo associato Giuseppe Calderone, capo della Famiglia di Catania, finì assassinato dal suo luogotenente Nitto Santapaola, che si era accordato con Riina[22].
Nel 1981 Riina fece eliminare Giuseppe Panno, capo della cosca di Casteldaccia, strettamente legato a Bontate, il quale reagì organizzando un complotto per uccidere Riina, che però venne rivelato da Michele Greco[15]; Riina allora orchestrò l'assassinio di Bontate, avvalendosi anche del tradimento del fratello di quest'ultimo, Giovanni, e del suo capo-decina Pietro Lo Iacono. L'11 maggio 1981 venne ucciso anche il boss Salvatore Inzerillo, strettamente legato a Bontate. I due omicidi diedero inizio alla cosiddetta «seconda guerra di mafia» e, nei mesi successivi, nella provincia di Palermo, i boss dello schieramento che faceva capo a Riina uccisero oltre 200 mafiosi della fazione Bontate-Inzerillo-Badalamenti, mentre molti altri rimasero vittime della cosiddetta «lupara bianca»[22]. Il massacro continuò fino al 1982, quando si insediò una nuova "Commissione", composta soltanto da capimandamento fedeli a Riina e guidata dallo stesso Riina.
Il principale referente politico di Riina inizialmente fu Vito Ciancimino[23], il quale nel 1976 instaurò un rapporto di collaborazione con la corrente di Giulio Andreotti, in particolare con Salvo Lima, che sfociò poi in un formale inserimento in tale gruppo politico e nell'appoggio dato dai delegati vicini a Ciancimino alla corrente andreottiana in occasione dei congressi nazionali della Democrazia Cristiana svoltisi nel 1980 e nel 1983[24]. Per proteggere gli interessi di Ciancimino, Riina propose alla "Commissione" gli omicidi dei suoi avversari politici: il 9 marzo 1979 fu ucciso Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana che era entrato in contrasto con costruttori legati a Ciancimino; il 6 gennaio 1980 venne eliminato Piersanti Mattarella, presidente della Regione che contrastava Ciancimino per un suo rientro nel partito con incarichi direttivi; il 30 aprile 1982 venne trucidato Pio La Torre, segretario regionale del PCI che aveva più volte indicato pubblicamente Ciancimino come personaggio legato a Cosa Nostra[25].
Dopo l'inizio della seconda guerra di mafia, i cugini Ignazio e Nino Salvo, ricchi e famosi esattori affiliati alla cosca di Salemi, passarono dalla parte dello schieramento dei Corleonesi, che faceva capo proprio a Riina, e furono incaricati di curare le relazioni con Salvo Lima, che divenne il nuovo referente politico di Riina, soprattutto per cercare di ottenere una favorevole soluzione di vicende processuali[24][26][27]; infatti, sempre secondo i collaboratori di giustizia, Lima si sarebbe attivato per modificare in Cassazione la sentenza del Maxiprocesso di Palermo che condannava Riina e molti altri boss all'ergastolo[28]. In particolare, il collaboratore Baldassare Di Maggio riferì che nel 1987 accompagnò Riina nella casa di Ignazio Salvo a Palermo, dove avrebbe incontrato Lima e il suo capocorrente Giulio Andreotti per sollecitare il loro intervento sulla sentenza[29][30]; la testimonianza dell'incontro venne però considerata inattendibile nella sentenza del processo contro Andreotti[24].
Tuttavia il 30 gennaio 1992 la Cassazione confermò gli ergastoli del Maxiprocesso[31] e sancì l'attendibilità delle dichiarazioni rese dal pentito Tommaso Buscetta. Sempre secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, Riina decise allora di lanciare un avvertimento ad Andreotti, che si era disinteressato alla sentenza e anzi aveva firmato un decreto-legge che aveva fatto tornare in carcere gli imputati del Maxiprocesso scarcerati per decorrenza dei termini e quelli agli arresti domiciliari[24][32]: per queste ragioni il 12 marzo 1992 Lima venne ucciso alla vigilia delle elezioni politiche[33] e, alcuni mesi dopo, la stessa sorte toccò a Ignazio Salvo[34].
Le deposizioni dei collaboratori di giustizia (su tutti Tommaso Buscetta) scateneranno la ritorsione di Cosa Nostra su precisa indicazione di Totò Riina, il quale autorizzò i capofamiglia a eliminare i familiari dei pentiti "sino al 20º grado di parentela"[35], compresi i bambini e le donne[35][36].
L'allora vicecomandante dei Ros, Mario Mori, incontrò nei primi giorni di giugno e nei mesi successivi Vito Ciancimino, proponendo una trattativa con Cosa Nostra per mettere fine alla lunga scia di stragi che insanguinavano Palermo. Mori si difese raccontando di avere avviato i contatti per tendere una trappola volta a stanare qualche latitante, ma Riina rispose con il Papello[37], un documento di richieste[38] per ammorbidire le condizioni dei detenuti, degli indagati, delle loro famiglie, la cancellazione della legge sui pentiti e la revisione del maxiprocesso.
L'esistenza della trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra è stata successivamente confermata da varie sentenze e dalle dichiarazioni di numerosi pentiti e di Uomini dello stato che per 20 anni avevano taciuto sulla trattativa. La stessa trattativa, secondo l'accusa, si sarebbe svolta per mezzo del papello che Riina avrebbe fatto avere al Ros dei carabinieri. Le richieste del boss Corleonese riguardavano il 41 bis, la chiusura delle carceri di Pianosa e Asinara e l'abolizione dell'ergastolo. [39] Il 12 marzo 2012, poi, nella motivazione della sentenza del processo a Francesco Tagliavia per le stragi del 1992 - 1993, i giudici scrivono che la trattativa tra Stato e Cosa nostra "ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des [...] L'iniziativa fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia".[40]
Il 15 gennaio del 1993 fu catturato dal CRIMOR (squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo)[41]. Riina, latitante dal 1969, venne arrestato al primo incrocio davanti alla sua villa, in via Bernini n. 54, insieme al suo autista Salvatore Biondino[42], a Palermo. Nella villa aveva trascorso alcuni anni della sua latitanza, insieme alla moglie Antonietta Bagarella e ai suoi figli[43]. L'arresto fu favorito dalle dichiarazioni rese nei giorni precedenti al generale dei carabinieri Francesco Delfino dall'ex autista di Riina, Baldassare (Balduccio) Di Maggio, che decise di collaborare per ritorsione verso Cosa Nostra, che lo aveva condannato a morte[44][45].
A partire dal dicembre 1995, Riina è stato rinchiuso nel supercarcere dell'Asinara, in Sardegna[46]. In seguito è stato trasferito al carcere di Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno, dove, per circa tre anni, è stato sottoposto al carcere duro, previsto per chi commette reati di mafia (41-bis), ma il 12 marzo del 2001 gli viene revocato l'isolamento, consentendogli di fatto la possibilità di vedere altri detenuti nell'ora di libertà[47].
Proprio mentre era sottoposto a regime di 41-bis, il 24 maggio 1994, durante una pausa del processo di primo grado a Reggio Calabria per l'uccisione del giudice Antonino Scopelliti fu raggiunto da Michele Carlino, giornalista di un'agenzia video (Med Media News), al quale rilasciò dichiarazioni minacciose contro il procuratore Giancarlo Caselli e altri rappresentanti delle istituzioni, lamentandosi delle severe condizioni imposte dal carcere duro. L'intervento di Riina causò l'apertura di un provvedimento disciplinare da parte del Consiglio Superiore della Magistratura contro il pubblico ministero Salvatore Boemi, accusato di non aver vigilato sul detenuto.[48] Dopo pochi mesi dalle dichiarazioni del boss corleonese il regime di 41-bis (allora valido per soli tre anni, decorsi i quali decadeva la sua applicabilità) è stato rafforzato mediante vari interventi legislativi volti a renderlo prorogabile di anno in anno.
Anni 2000-2017
A metà marzo del 2003 subisce un intervento chirurgico per problemi cardiaci e nel maggio dello stesso anno viene ricoverato nell'ospedale di Ascoli Piceno per un infarto[49]. Sempre nel 2003, a settembre, viene nuovamente ricoverato per problemi cardiaci.[49]
Il 22 maggio 2004, nell'udienza del processo di Firenze per la strage di via dei Georgofili, accusa il coinvolgimento dei servizi segreti nelle stragi di Capaci e via d'Amelio, e riferisce dei contatti fra l'allora colonnello Mario Mori e Vito Ciancimino, attraverso il figlio di lui Massimo, al tempo non convocato in dibattimento.[50]
Trasferito nel carcere milanese di Opera, viene nuovamente ricoverato nel 2006, sempre per problemi cardiaci, all'ospedale San Paolo di Milano.[51].
Nel 2017, gli avvocati di Riina fanno richiesta al Tribunale di sorveglianza di Bologna per il differimento della pena a detenzione domiciliare, sottoponendo come motivazione lo stato precario di salute dello stesso Riina. Il 19 luglio il Tribunale si pronuncia negativamente su questa istanza, spiegando che Riina "non potrebbe ricevere cure e assistenza migliori in altro reparto ospedaliero, ossia nel luogo in cui ha chiesto di fruire della detenzione domiciliare".[52]
Dopo essere entrato in coma in seguito all'aggravarsi delle condizioni di salute, è morto alle ore 3:37 del 17 novembre 2017[53], il giorno successivo al suo ottantasettesimo compleanno, nel reparto detenuti dell'ospedale Maggiore di Parma.[1] Nei giorni successivi è stato poi sepolto anch'egli, come Liggio e Provenzano, nel cimitero di Corleone.
Nel 1992 Riina venne condannato in contumacia all'ergastolo insieme al boss Francesco Madonia, per l'omicidio del capitano Emanuele Basile[54].
Nell'ottobre del 1993 subisce la seconda condanna all'ergastolo, come mandante dell'omicidio del boss Vincenzo Puccio[55].
Nel 1994, altro ergastolo per l'omicidio di tre pentiti e quello di un cognato di Tommaso Buscetta[56].
Nel 1995, nel processo per l'omicidio del tenente colonnello Giuseppe Russo, venne condannato all'ergastolo insieme a Bernardo Provenzano, Michele Greco e Leoluca Bagarella.
Lo stesso anno, nel processo per gli omicidi dei commissari Beppe Montana e Ninni Cassarà, venne condannato all'ergastolo insieme a Michele Greco, Bernardo Brusca, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano
Seguì il processo per gli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Michele Reina, nel quale gli viene inflitto un ulteriore ergastolo insieme a Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci[57].
Nel 1995, nel processo per l'omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, del capo della mobile Boris Giuliano e del professor Paolo Giaccone, Riina venne condannato all'ergastolo insieme a Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Nenè Geraci e Francesco Spadaro[58].
Nel 1996 venne nuovamente condannato all'ergastolo per l'omicidio del giudice Antonino Scopelliti insieme ai boss Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Giuseppe Giacomo Gambino, Giuseppe Lucchese, Bernardo Brusca, Salvatore Montalto, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci e Pietro Aglieri[57].
Nel 1997, nel processo per la strage di Capaci, in cui vennero uccisi il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e la scorta (Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo), Riina venne condannato all'ergastolo insieme ai boss Pietro Aglieri, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Raffaele Ganci, Nenè Geraci, Benedetto Spera, Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano, Salvatore Montalto, Giuseppe Graviano e Matteo Motisi[59].
Lo stesso anno, nel processo per l'omicidio del giudice Cesare Terranova, Riina ricevette un altro ergastolo insieme a Michele Greco, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Nenè Geraci, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano[60].
Nel 1998 venne condannato all'ergastolo insieme al boss Mariano Agate per l'omicidio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto[61].
Nel 1999 viene condannato all'ergastolo come mandante per la strage di via D'Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque dei suoi uomini di scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina). Insieme a lui vengono condannati, alla stessa pena, i boss Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Carlo Greco, Giuseppe Graviano, Gaetano Scotto e Francesco Tagliavia[62].
Nel 2000 subisce un'ulteriore condanna all'ergastolo insieme a Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano, per l'attentato in via dei Georgofili, in cui persero la vita cinque persone e subirono danni musei e chiese[63], oltre che per gli attentati di Milano e Roma[64].
Nel 2002, per l'omicidio del giudice in pensione Alberto Giacomelli, Riina venne condannato all'ergastolo come mandante[65];
lo stesso anno la Corte d'Assise di Caltanissetta condannò Riina all'ergastolo per l'omicidio del giudice Rocco Chinnici insieme ai boss Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci, Antonino Madonia, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci, Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Salvatore e Giuseppe Montalto, Stefano Ganci e Vincenzo Galatolo[66];
sempre lo stesso anno, Riina venne condannato nuovamente all'ergastolo insieme al boss Vincenzo Virga per la strage di Pizzolungo, in cui persero la vita Barbara Rizzo e i suoi figli, Salvatore e Giuseppe Asta, gemelli di 6 anni[67].
Nel 2009 Riina ricevette un altro ergastolo, insieme a Bernardo Provenzano, per la strage di viale Lazio[68].
Nel febbraio 2010 un altro ergastolo per Riina, che insieme ai boss Giuseppe Madonia, Gaetano Leonardo e Giacomo Sollami, decise, nel 1983, l'omicidio di Giovanni Mungiovino, politico della DC che si era opposto alla mafia corleonese, Giuseppe Cammarata, scomparso nel 1989, e Salvatore Saitta, ucciso nel 1992[69].
Il 26 gennaio 2012 gli viene inflitta una condanna all'ergastolo da parte della Corte d'Assise di Milano perché ritenuto il mandante dell'omicidio di Alfio Trovato del 2 maggio 1992, avvenuto in via Palmanova a Milano.
Il 10 giugno 2011 viene assolto, per "incompletezza della prova" (ex art. 530 c.p.p.), dalla Corte d'Assise di Palermo per l'omicidio del 16 settembre 1970 del giornalista Mauro De Mauro[70].
Il 14 aprile 2015 viene assolto dalla Corte d'Assise di Firenze dall'accusa di essere stato il mandante della strage del Rapido 904 del 23 dicembre 1984 per mancanza di prove; il pubblico ministero aveva richiesto l'ergastolo per Riina, unico imputato. Nel 1992 erano stati condannati Pippo Calò fratello di Carlo Calò, Guido Cercola, Franco Di Agostino e l'artificiere tedesco Friedrich Schaudinn.[71]
Il processo per la trattativa Stato-Mafia
Dal carcere di Opera, il 19 luglio 2009, nel ricorrerne l'anniversario, Riina espresse di nuovo la sua posizione secondo cui la strage di via D'Amelio sarebbe da imputare ad altri soggetti e non a lui, nello stesso periodo in cui Massimo Ciancimino annunciò che avrebbe consegnato ai magistrati il “papello”, una sola pagina a firma di Riina che conterrebbe le condizioni poste dalla mafia allo Stato.[72][73]. Tuttavia i legali di Riina smentirono che il loro assistito abbia partecipato a una trattativa fra Stato e mafia.[74]
Il 24 luglio 2012 la Procura di Palermo, sotto Antonio Ingroia e in riferimento all'indagine sulla Trattativa Stato-Mafia, ha chiesto il rinvio a giudizio di Riina e altri 11 indagati accusati di "concorso esterno in associazione mafiosa" e "violenza o minaccia a corpo politico dello Stato". Gli altri imputati sono i politici Calogero Mannino, Marcello Dell'Utri, gli ufficiali Mario Mori e Giuseppe De Donno, i boss Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e Bernardo Provenzano, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino (anche "calunnia") e l'ex ministro Nicola Mancino ("falsa testimonianza").[75]
Nel novembre 2013 trapela la notizia di minacce da parte di Riina nei confronti del magistrato Antonino Di Matteo, il pm che aveva retto l'accusa in numerosi procedimenti penali a suo carico[76], e degli altri magistrati che svolgevano il ruolo di pubblici ministeri nel processo sulla Trattativa: Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene[77].
Il 4 marzo 2014 viene nuovamente ricoverato.[78] Il 31 agosto 2014 i giornali riferiscono che nel novembre dell'anno prima Riina avrebbe rivolto minacce anche nei confronti di Don Luigi Ciotti[79].
Il 16 aprile 1974 Riina sposò, tramite un matrimonio che poi risulterà non valido legalmente[80], Antonietta Bagarella, sorella dell'amico d'infanzia Calogero e di Leoluca Bagarella. Dall'unione nacquero quattro figli: Maria Concetta (19 dicembre 1974), Giovanni Francesco (21 febbraio 1976), Giuseppe Salvatore (3 maggio 1977) e Lucia (11 aprile 1980). Giovanni Francesco è stato condannato all'ergastolo per quattro omicidi avvenuti nell'anno 1995.
Giuseppe Salvatore è prima stato condannato per associazione mafiosa, quindi scarcerato il 29 febbraio 2008 per decorrenza dei termini dopo essere stato detenuto per otto anni[81]. Il 2 ottobre 2011, dopo aver scontato completamente la pena di 8 anni e 10 mesi, viene nuovamente rilasciato sotto prevenzione con obbligo di dimora a Corleone[82] e comincia a trapelare la notizia di un suo piano per fare un attentato all'ex Ministro della Giustizia Angelino Alfano per via dell'inasprimento del regime dell'articolo 41-bis[83].
Il capo dei capi, miniserie TV del 2007 di Canale 5[84][85]: Claudio Gioè
Il traditore, film del 2019 di Marco Bellocchio: Nicola Calì
Attilio Bolzoni - Giuseppe D'Avanzo, Il capo dei capi, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1993, ISBN 978-88-17-05020-3.
Aldo Pecora, Primo sangue, Rizzoli (Bur), 2010, ISBN 978-88-17-04389-2.
Alessandra Dino, Gli ultimi padrini. Indagine sul governo di Cosa Nostra, Roma-Bari, Editore Laterza, 2011, ISBN 978-88-42-09866-9.
Salvo Riina, Riina family life, Treviso, Edizioni Anordes, 2016, ISBN 978-88-98-65148-1
^ È morto il boss Totò Riina. Da 24 anni era al 41 bis.
^Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo, MINACCE AI GIUDICI DI TOTÒ Û CURTU, in la Repubblica, 9 marzo 1993, p. 21. URL consultato il 6 febbraio 2012 (archiviato il 7 novembre 2017).
^ Procedimento penale contro Greco Michele ed altri - Procura della Repubblica di Palermo (PDF) (archiviato il 7 novembre 2017).
^ Enrico Deaglio, Raccolto rosso: la mafia, l'Italia e poi venne giù tutto, Feltrinelli, 1993, pag. 158.
^ lacndb.com::Italian Mafia
^ Da Blu notte - La Mattanza, Rai3
^ cittanuove-corleone.it
^ Leoni addormentati, in la Repubblica, 15 ottobre 2007, p. 3. URL consultato il 6 febbraio 2012.
^Tony Zermo, A 87 anni, è morto il questore Angelo Mangano, arrestò Liggio, in Città nuove, 3 aprile 2005. URL consultato il 6 febbraio 2012.
10.^Dino Paternostro, Il vero Biagio che arrestò Riina (PDF), in La Sicilia, 16 dicembre 2007, p. 44. URL consultato il 6 febbraio 2012.
^Dino Paternostro, Lo «sbarco» di Totò Riina a Palermo (PDF), in La Sicilia, 23 ottobre 2005, p. 31. URL consultato il 6 febbraio 2012.
12.^ Ma ora il boss dei boss vuole sposare Ninetta, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 13 gennaio 2018.
13.^ Mafia, politica e poteri pubblici attraverso la storia di Luciano Leggio - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA (PDF).
14.^ Il Viandante - Sicilia 1972
15.^ E LEGGIO SPACCO' IN DUE COSA NOSTRA - Repubblica.it » Ricerca
16.^ La quarta mafia - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA (PDF).
^ Doc. XXIII n. 50, su camera.it. URL consultato il 28 aprile 2019.
18.^ Ordinanza contro Michele Greco+18 per gli omicidi Reina-Mattarella-La Torre (PDF).
19.^ Copia archiviata (PDF), su csm.it. URL consultato il 5 febbraio 2007 (archiviato dall'url originale il 5 febbraio 2007).
20.^ Il Viandante - Sicilia 1975
21.^ 'La Mattanza Dei Corleonesi' In Tre Anni Oltre Mille Morti - La Repubblica.It
22.^ 1981-1983: Esplode la seconda guerra di mafia, su nuke.alkemia.com. URL consultato il 28 aprile 2019.
23.^ è morto Vito Ciancimino la Dc ai tempi dei Corleonesi - la Repubblica.it, su Repubblica.it, 20 novembre 2002. URL consultato il 28 aprile 2019.
24.^ Processo di 1º grado al senatore Giulio Andreotti, in Diritto.net (archiviato dall'url originale il 9 maggio 2013).
25.^ DELITTI POLITICI, FU SOLO COSA NOSTRA - la Repubblica.it
26.^ Andreotti assolto ma amico dei boss - Antimafiaduemila.com Archiviato il 6 giugno 2013 in Internet Archive.
27.^ ' LIMA GARANTIVA COSA NOSTRA E IL SUO CAPOCORRENTE SAPEVA' - Repubblica.it
28.^ Processo Andreotti, la Sentenza Archiviato il 9 maggio 2013 in Internet Archive.
29.^ la Repubblica/dossier: Le relazioni pericolose del senatore Giulio
30.^ 'ANDREOTTI INCONTRO' RIINA' - la Repubblica.it
31.^Francesco La Licata, RETROSCENA IL TEOREMA DI BUSCETTA Aveva <tradito> Cosa Nostra nell'era di Falcone e Borsellino Nell'87, i padrini finanziarono psi e radicali per dare un segnale, in La Stampa, 22 ottobre 1992 (archiviato dall'url originale il 19 ottobre 2013).
32.^ QUANDO RIINA DECISE DI FAR LA GUERRA ALLO STATO - Repubblica.it
33.^ Stragi, il 'papello' e tangentopoli 1992, l'anno che cambiò l'Italia, su Inchieste - la Repubblica. URL consultato il 28 aprile 2019.
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56.^ Toto' Riina fa tris, di ergastoli
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58.^ Delitto dalla Chiesa: ottavo ergastolo a Riina
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60.^ Ecco chi uccise Terranova
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62.^ Via D'Amelio, sette ergastoli
63.^ Ergastolo a Totò Riina per la strage - Repubblica.it » Ricerca
64.^ Rainews24 | Mafia. Bombe '93, ergastolo per Totò Riina
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"Abbiamo fatto il nostro nucleo di intervento: avevo gente con la quale sarei potuto andare ovunque e morire felice. Conoscevamo la villa benissimo, meglio di chi ci abitava. Erano già un paio di ore che eravamo in attesa-io poi non avevo dormito tutta la notte. Ci siamo presi un cappuccino al bar, poi ci siamo messi in agguato, nascosti nel traffico tra le macchine, a piedi e in movimento, ognuno aveva un settore di responsabilità in modo da non essere individuabili in sosta. A un certo punto il tempo diventa pesante, i minuti diventano critici, cambia il rapporto con il tempo.....Dico a Vichingo: "Adesso mi sono rotto le scatole, deve venire" -sai quando hai un presentimento-dopo un minuto Ombra dalla sua postazione assieme a Di Maggio via radio dice. " Attenzione, è uscito il nostro amico, il nostro amico Sbirulino, è uscito. "Lo chiamavamo Sbirulino in codice, ed era con un soggetto sconosciuto che poi era Biondino Salvatore, su una macchina Citroen ZX. Ombra ci dà la targa, il colore e la direzione. Lo aggancia Arciere, poi lo agganciamo noi e si avvicina, percorre un chilometro e mezzo, siamo in formazione, ci facciamo copertura alle spalle, copertura davanti, copertura a 360 gradi, poi in quattro facciamo l'intervento: arriva al semaforo, si ferma, apriamo immediatamente le porte, lo gettiamo a terra. Prendo una coperta, io e Vichingo prendiamo Riina e lo mettiamo in macchina, gli altri prendono Biondino. Vichingo guidava ed io ero dietro e lo tenevo con la faccia sul sedile davanti, come se fosse in ginocchio accovacciato. Ma avevano paura, se li guardavi negli occhi Biondino e Riina, avevano il terrore. Hanno avuto attimi in cui vedevi la paura che avevano di morire e mi hanno fatto pena, perché tu non devi avere paura di morire se combatti. Avevano paura perché non sapevano chi eravamo...L'ho preso alla gola e lo portato via. L'ho steso a terra per un attimo ,per vedere se aveva armi, con la faccia a terra. E' stata un'azione rapidissima, non aveva niente, aveva una gran paura...In macchina gli ho spiegato che era prigioniero dell'Arma: "Carabinieri! io la arresto in nome e per conto di Giovanni Falcone."...........Vichingo ci controllava, siamo saliti per le scale, siamo andati in ufficio. C'era Oscar che aspettava con il passamontagna ,con la nostra divisa. Abbiamo messo Riina sotto la foto del Generale Dalla Chiesa con la faccia al muro, in attesa che venissero i superiori e i magistrati......Mentre portavamo Riina in caserma è stata un 'emozione fortissima. Quel giorno salutavamo la madre di tutte le battaglie."
Tutti i misteri del covo di Totò Riina
Si tratta di un vicenda che è stata oggetto di un processo penale a carico di Mario Mori e Sergio De Caprio già definito con sentenza passata in giudicato. Ed è bene, pertanto, muovere dalle risultanze di tale sentenza ritualmente acquisita agli atti del presente processo.
Dalla sentenza del Tribunale di Palermo Sezione Terza Penale del 20 febbraio 2006 pronunziata nei confronti dell'odierno imputato Mario Mori, come detto divenuta irrevocabile, concernente la vicenda della mancata perquisizione della villa nella quale abitava Salvatore Riina all'epoca del suo arresto e con la quale il detto Mori ed il coimputato Sergio De Caprio sono stati assolti perché il fatto non costituisce reato dal delitto di favoreggiamento personale aggravato, si ricava, innanzi tutto, in termini di fatto, per quel che può rilevare in questo processo, che:
- la individuazione della villa all'interno di un residence con ingresso nella via Bernini di questa città e la perquisizione della stessa sono stati effettuati per la prima volta il 2 febbraio 1993, trovando l'immobile svuotato da ogni cosa, con i mobili accatastati e le pareti ritinteggiate;
- all'epoca del fatto il comandante del ROS era il Gen. Antonio Subranni ed il vice comandante operativo era il Col. Mori;
- nel luglio 1992, secondo quanto riferito dall'allora Col. Sergio Cagnazzo (cfr. deposizione resa all'udienza dell' l giugno 2005), all'epoca vicecomandante operativo della Regione Sicilia, si tenne una riunione presso la Stazione dei Carabinieri di Terrasini, cui parteciparono il comandante di quella stazione M.llo Dino Lombardo, il superiore gerarchico di quest'ultimo, Cap. Baudo, all'epoca comandante della stazione di Carini, il Magg. Mauro Obinu, in servizio al ROS, i Capitani Sergio De Caprio e Giovanni Adinolfi, al fine di costituire una squadra, composta sia da elementi del ROS che della territoriale, che avrebbe dovuto occuparsi in via esclusiva delle indagini finalizzate alla cattura di Salvatore Riina;
- vi fu, poi, una seconda riunione nel mese di settembre, cui parteciparono i medesimi Col. Cagnazzo, M.llo Lombardo, Magg. Obinu, Cap. De Caprio ed il M.llo Pinuccio Calvi, in servizio presso la prima sezione del ROS, nella quale il Lombardo indicò in Raffaele Ganci, a capo della famiglia mafiosa del quartiere denominato "Noce" di Palermo, e nei suoi figli le persone più vicine al Riina in quel momento, in quanto incaricate di proteggerne la latitanza;
- Baldassare Di Maggio venne arrestato a Borgomanero, a seguito di una perquisizione e del conseguente rinvenimento di un'arma, in data 8 gennaio 1993 e, condotto in caserma, ebbe a parlare col Gen. Delfino, comandante della Regione Piemonte e Valle d'Aosta dei Carabinieri;
- il 9 gennaio 1993 Di Maggio ebbe ad indicare come accompagnatori del Riina Raffaele Ganci e Giuseppe (detto Pino) Sansone, nonché alcuni luoghi in cui egli in passato lo aveva incontrato, oltre ad altri due soggetti che lo frequentavano, tale Vincenzo De Marco (che abitualmente, a suo dire, accompagnava i figli del Riina) e tale Salvatore Biondolillo (successivamente identificato in Biondino Salvatore, soggetto in compagnia del quale Riina venne, poi, arrestato il 15 gennaio 1993);
- 1'11 gennaio 1993 Di Maggio fu trasferito a Palermo e custodito in caserme dei Carabinieri;
- tra i luoghi indicati da Di Maggio, vi era anche un casolare sito nel Fondo Gelsomino in Palermo, nel quale, in particolare, egli aveva incontrato cinque anni prima Riina insieme a Raffaele Ganci;
- il 13 gennaio 1993 fu individuato il complesso residenziale ove abitavano i Sansone e, specificamente, quel Pino Sansone indicato da Di Maggio;
- il giorno 14 gennaio 1993 venne posizionato dai Carabinieri un furgone, dotato di telecamera interna, a circa una decina di metri dal cancello, di tipo automatico, che consentiva sia l'ingresso che l'uscita delle autovetture dalla via principale al viale interno del residence, conducente alle varie villette di cui era costituito;
- quella stessa sera, visionando le cassette con le registrazioni, Baldassare Di Maggio riconobbe, nelle immagini che stava visionando, uno dei figli di Salvatore Riina, la moglie "Ninetta" Bagarella e l'autista Vincenzo De Marco;
- l'indomani mattina fu ripreso il servizio di osservazione, notando, alle ore 8.52, Salvatore Biondino che entrava nel complesso e ne usciva alle ore 8.55 in compagnia del Riina, seduto sul lato passeggero, riconosciuto da Di Maggio che si trovava all'interno dello stesso furgone;
- informato immediatamente via radio, il Cap. De Caprio con i suoi uomini procedeva all'arresto del Riina e del Biondino alle ore 9.00 su v.le Regione Siciliana, altezza P.le Kennedy, a circa 800 metri di distanza dal complesso di via Bernini;
- il furgone rimase sul posto, con ancora all'interno Di Maggio, sino alle ore 16,00 e quella stessa sera, secondo quanto riferito dai testimoni M.lli Santo Caldareri e Pinuccio Calvi, il Cap. De Caprio espresse l'intenzione di non proseguire il servizio l'indomani per ragioni di sicurezza del personale
- nella conferenza stampa il Gen. Cancellieri ebbe a riferire la versione concordata, secondo cui il Riina era stato intercettato, casualmente, a bordo della sua auto guidata da Salvatore Biondino, mentre transitava sul piazzale antistante il Motel Agip;
- il Dott. Luigi Patronaggio, pubblico ministero di turno, già nella mattinata del 15 gennaio 1993, aveva, d'accordo con il nuovo Procuratore della Repubblica appena insediatosi, il Dott. Giancarlo Caselli, predisposto i relativi e necessari provvedimenti per procedere alla individuazione della villa all'interno del residence ed alla sua perquisizione e, a tal fine, era stata già disposta la costituzione di due squadre, con gli uomini dei gruppi l e 2 del Nucleo Operativo guidati dal Magg. Balsamo e dal Cap. Minicucci, i quali avrebbero dovuto procedere dapprima agli accertamenti sui luoghi ed in seconda battuta, una volta, appunto, individuata la villa, alla perquisizione di questa;
- le due squadre rimasero in attesa per tutta la mattina, ma non si procedette alla perquisizione in considerazione della richiesta del Cap. De Caprio prima e del Col. Mori poi, di soprassedere all'operazione al fine di non pregiudicare possibili sviluppi investigativi;
- già il 16 gennaio 1993 il Commissariato di P.S. di Corleone comunicò il rientro a Corleone dei familiari di Riina e lo stesso giorno alcuni i giornalisti, sulla base di una confidenza del Magg. Ripollino, avevano individuato il residence di via Bernini;
- in data 21 gennaio 1993 si procedette, con ampio spiegamento di forze e risalto mediatico, alla perquisizione del Fondo Gelsomino, di cui, in precedenza (nel corso delle indagini che infine avevano condotto all'arresto del Riina) era stata verificata l'assenza di elementi collegabili alla presenza del Riina medesimo;
- infine, in data 2 febbraio 1993 si procedette alla individuazione ed alla perquisizione, da parte del Nucleo Operativo dei Carabinieri, della villa in cui aveva abitato Riina con la sua famiglia, constatando, secondo quanto riportato nella sentenza in esame, "l'esistenza di: un guardaroba blindato ali 'interno della camera da letto matrimoniale; ali 'altezza del pianerottolo, una
intercapedine in cemento armato di forma rettangolare di mt. 3x4 di larghezza e 75 cm di altezza, chiusa da un pannello di legno con chiusura a scatto e chiavistello; nel sottoscala, a livello del pavimento, una botola lunga circa mt 2 chiusa da uno sportello in metallo con serratura esterna; nel vano adibito a studio, una cassaforte a parete chiusa che, aperta dall 'adiacente vano bagno, risultò vuota".
Dalla predetta sentenza, quindi, risulta che il Tribunale, pur riscontrando in astratto gli elementi materiali del contestato reato di favoreggiamento personale aggravato, ebbe, tuttavia, ad assolvere gli imputati Mori e De Caprio per l'assenza dell'elemento psicologico del reato medesimo, stante, in particolare, ma, in estrema sintesi, per quel che interessa in questa sede, l'impossibilità di risalire alla causale della condotta degli imputati suddetti in considerazione anche della contraddittorietà tra l'ipotesi che tale condotta fosse riconducibile ad un accordo con l'associazione mafiosa e il fatto che, però, quest'ultima aveva proseguito nella sua strategia stragistica e progettato di uccidere il Cap. De Caprio.
Prima di proseguire nell'esame delle risultanze sulla vicenda in esame, è opportuno precisare che, fermo il principio del "ne bis in idem", non v'è alcuna preclusione nel valutare i fatti sopra esposti ed anche la condotta degli stessi imputati di quel processo se rilevanti per l'accertamento del diverso reato per il quale si procede in questa sede [...].
[…] Deve, peraltro, tenersi conto che la valutazione dei fatti da parte del Tribunale di Palermo si è basata, anche riguardo alla ricerca della possibile causale delle condotte esaminate, su un compendio probatorio del tutto esiguo ed assolutamente limitato rispetto a quello che in questa sede è stato possibile acquisire all'esito di una istruttoria dibattimentale di ben altra ampiezza e che consente, oggi, di valutare collegamenti e interezioni tra l'episodio oggetto di quel giudizio e innumerevoli altri eventi, sia antecedenti che successivi, in grandissima parte non conosciuti e, comunque, non esaminati in quella sede.
Il teste Gian Carlo Caselli, che ebbe ad insediarsi quale Procuratore della Repubblica di Palermo proprio lo stesso giorno, il 15 gennaio 1993, nel quale venne catturato Salvatore Riina, esaminato all'udienza del 22 gennaio 2016, riguardo alla vicenda oggetto del presente Capitolo, in sintesi, ha riferito:
- che nel dicembre 1992, prima di prendere servizio a Palermo, era stato contattato dal Gen. Delfino per informarlo dell'arresto e della collaborazione di Baldassare Di Maggio ed egli, non sapendo allora dei non buoni rapporti intercorrenti tra Delfino e Mori, aveva organizzato un incontro coinvolgendo quest'ultimo ed attivandosi subito per informare anche i magistrati di Palermo e
per fare trasferire Di Maggio a Palermo al fine di individuare l'abitazione di Riina (" ... il CSM mi ha nominato, non sono ancora arrivato ... ...... Un giorno il Generale Delfino, comandante non so se Brigata, Divisione, comunque Comandante dei Carabinieri in Piemonte e Valle d'Aosta, mi dice venga da me, che ho una cosa da dirle. Ci vado e mi dice di Baldassare Di Maggio inteso
Balduccio, arrestato a Borgo Manero, disponibilità di questo Balduccio Di Maggio a dare elementi per la cattura di Salvatore Riina. In quel giorno io avevo appuntamento con il Colonnello, o Capitato anche lui, Secchi, uno dei … Un braccio destro, tanti erano i bracci destri del Generale Dalla Chiesa all'epoca del terrorismo, dell'anti terrorismo. E Secchi ne aveva, quando avevamo organizzato il pranzo, detto: guarda che c'è ... ...... Che a Torino c'è anche Mori, se non c'è niente in contrario, direi anche a Mori di venire a pranzo. Dico questo perché quando Delfino mi dice di Balduccio e di Salvatore Riina, la prima cosa, automaticamente, io sono ingenuo, non sapevo che tra Delfino e Mori c'era lo stesso rapporto che c'è tra il diavolo e l'acqua santa .. … ... E allora dico: Generale, so che c'è a Torino il Colonnello, Generale Mori, Colonnello credo, Mori, che è a capo comunque, di fatto dirige il Ros di Palermo, mi sembra che lo dobbiamo chiamare subito. Delfino non fa una piega, come se fossi io l'Ufficiale superiore, telefona a Mori, lo fa cercare e
Mori arriva. Mori racconta ... Mori ascolta il racconto che Delfino aveva già fatto a me, dopo di che intervengo io, non ero ancora Procuratore, i miei limiti di manovra sono molto ristretti, telefono a Vittorio Aliquò dicendogli: guarda, Vittorio, c'è questa novità importante, organizzati subito tu con i colleghi, quelli che crederai per seguire la vicenda. Dopo di che telefono mi sembra al Capo della Polizia per dire senza dire come e perché, ci sarebbe bisogno di un aereo speciale, per i trasporti speciali, per un viaggio da Torino a Palermo, senza dire chi, come, quando e perché. Il Capo della Polizia mi dice sì. E allora Di Maggio parte in aereo speciale da Torino per Palermo, a Palermo stabilisce il contatto con il Ros di Palermo e il lavoro del Ros è seguito fin da subito da Vittorio
P Aliquò non so bene con chi. Ecco, tutto qua");
- che egli in occasione della mancata sorveglianza dell'abitazione di Riina aveva riposto massima fiducia sulla sollecitazione a non procedere alla perquisizione fatta dal Cap. De Caprio certamente in accordo con Mori ("Ma ripeto, dopo l'episodio, come dire, terribile della mancata sorveglianza, più che mancata perquisizione del covo di Riina, l'insistenza questa volta né di De Donno, né di
Mori, l'insistenza del Capitano Ultimo, un eroe nazionale in quel momento, lui aveva messo le manette a Riina, lui, lui, lui ripetutamente dice: non andate a perquisire. Noi eravamo con il predellino sull'auto, ecco, per così dire, con il piede sul predellino dell'auto. Lui dice non andate a perquisire perché rischiamo di rovinare una indagine, una operazione molto più vasta che deve rimanere coperta per il momento. E io mi fido di De Caprio, perché era l'eroe nazionale, così considerato da tutti e da molti ancora oggi, che aveva arrestato Riina. Come mi fido di lui, conseguentemente non potevo non fidarmi... O qualcuno mi dice De Caprio ha avuto l'ordine preciso ... Sicuramente De Caprio agiva in sintonia con i suoi superiori e però, ecco, io mi sono fidato di De Caprio e quindi questa fiducia si è, per così dire, riverberata anche successivamente sul colpo di appartenenza di De Caprio, con delle riserve, delle riserve... Con dei punti di domanda dentro di me, con una amarezza profonda, però, ecco, senza qualcosa che potesse toccare ... Quando cinque anni dopo emergeranno elementi, allora lei lo sa meglio di me, dottor Teresi, prenderemo posizione allora, dopo, quando emergeranno nuovi, concreti elementi nell'ipotesi dell'accusa");
- che gli era stata assicurata la sorveglianza dell'abitazione di Riina ("Era scontato, il Procuratore della Repubblica non sospende la perquisizione se non c'è una vigilanza sull'obiettivo, altrimenti il Procuratore della Repubblica dovrebbe cambiare mestiere. Aliquò ha seguito questa vicenda, Aliquò aveva degli appunti particolareggiati e quindi ... Di più, un elemento che può essere utile, ad un certo punto l'Arma Territoriale, non ricordo in che giorno, viene da me e mi dice: facciamo una azione diversiva su Fondo Gelsomino, si chiamava così, perché si stanno troppo avvicinando al covo e c'è il rischio che le nostre attività siano compromesse.. .. . .. Allora io ordino, o dico a qualcuno di predisporre, probabilmente lo dico a qualcuno, la così detta operazione Gelsomino e loro fanno un'imponente manifestazione di presenza sul posto per distogliere l'attenzione ... Se questo non significa che la stessa Arma Territoriale era convinta che il covo veniva sorvegliato, non so cosa altro (PAROLA INCOMPRENSIBILE) convincere. Tant'è che io non ho il minimo dubbio");
- di non avere avuto alcun chiarimento diretto in occasione dei successivi incontri con Mori (''Non mi sembra, del resto sarebbe stato assolutamente inutile perché quello che un Carabiniere scrive nelle relazioni di servizio che ci ha mandato su nostra domanda, è in suo punto di vista e non lo cambierà mai neanche cascasse il mondo"), col quale, d'altra parte, non aveva particolare confidenza [...], non ricordando neppure di averlo conosciuto durante il periodo in cui aveva svolto le funzioni di giudice istruttore a Torino [...];
- che il Dott. Patronaggio era pronto ad intervenire per procedere alla perquisizione della abitazione di Riina, ma poi era stato convinto a desistere da De Capri o per conto del ROS ("... ricordo che il dottor Patronaggio, d'accordo con me, stava per intervenire. Ricordo che, l'ho già detto prima, siamo stati convinti, fortemente convinti... ... Ultimo non parlava a titolo personale … ... Si è messo in prima fila, per così dire, sicuramente").
Anche Giovanni Brusca, nelle udienze dell'Il e del 12 dicembre 2013, ha reso dichiarazioni riguardo alla vicenda in esame, dichiarando, in particolare:
- che egli non conosceva il luogo in cui Riina trascorreva la latitanza in quel periodo, ma sapeva soltanto che della stessa si occupavano i Sansone ("Questa volta, al contrario delle altre volte, non sapevo l'ubicazione, però sapevo chi stava in mano ai Sansoni sapevo bene o male la zona dell'Uditore, però non ero stato mai a casa sua, in quest'abitazione ........ .... Sì, sino a quella ... un'altra casa dell'Uditore, un attico, a Mazara del Vallo, a San Giuseppe Jato, a Borgo Molara, conoscevo tutti'') e che, comunque, Riina disponeva sempre di cassa forti o nascondigli per i suoi documenti, come egli stesso aveva potuto constatare allorché gli aveva fatto visita in precedenti abitazioni; […]
- che egli il giorno dell'arresto di Riina si trovava ad attenderlo, per un incontro, nei pressi di un bar a San Lorenzo […];
- che successivamente si era occupato anche di far sgomberare l'appartamento di Riina ("Sempre io, mi sono interessato, parlando con Bagarella di potere prelevare quelle che erano le vettovaglie, vestiti, argenteria, quello che si poteva recuperare. M'incontro con Angelo La Barbera, che a sua volta era il capo famiglia dei Buscemi, dei Sansoni, e gli dico: "Angelo, vediamo di potere
risolvere questo problema" e lui si interessa a fare sgombrare tutto e mi fa avere solo l'argenteria, tutto il resto, c'erano pellicce, c'era biancheria, il corredo di madre, cioè, tutto quello che c'era mi hanno detto che l'avevano bruciato. Quando ho detto questa cosa a Bagarella si è un po' adirato, arrabbiato, dice: "Che avevano la rogna? Si spaventavano a uscire ... " In particolar modo per il corredo di famiglia fatto a mano, lenzuola e tutta 'sta roba qua ... ... .... Quello dei familiari in giornata, allo stesso di ... l'arresto, lo stesso giorno di Riina, cioè quando poi tutte le televisioni hanno parlato che la sera stessa si recò a Riina e noi l'abbiamo fatto intorno alle sei e mezzo, le sette di pomeriggio, già all'imbrunire ........... .Invece per quanto riguarda il fatto di togliere le cose io mi sono incontrato con Angelo La Barbera dopo tre, quattro giorni, quando poi realmente l'hanno fatto non glielo so dire, a distanza di tempo mi ha detto che l'unica cosa che avevano conservato era l'argenteria, tutto il resto l'avevano bruciato");
- che era stata, invece, sempre ritenuta infondata la voce che attribuiva l'arresto di Riina a Provenzano […];
[…] Antonino Giuffré, esaminato nelle udienze del 21, 22 e 28 novembre 2013, riguardo alla vicenda qui in esame, in sintesi, ha dichiarato:
- che nell'ambito di "cosa nostra" si riteneva che Riina fosse stato "venduto" e che, pertanto, la perquisizione della sua casa fosse stata appositamente evitata per evitare di sequestrare documenti […];
- che, dunque, la cattura di Riina, in sostanza, era stata "comprata" dallo Stato ("Diciamo quella parte di Stato che, per alcuni versi diciamo che avevano avuto una vicinanza con Cosa Nostra, diciamo quello spezzone di Stato. Alcuni indubbiamente operando in buona fede, altri convincendo, ricattando altri, e altri in assoluta mala fede. Quindi per eliminare questo attacco, cioè, che si è permesso il Riina di sferrare contro il potere, quel potere politico. Non parlo di tutto il potere politico, ma per una parte del potere politico che aveva avuto un ruolo nell'appoggiare Cosa Nostra. Poi, successivamente le stragi perché sono state fatte? Sono state fatte appositamente per indurre anche in buona fede quella parte di Stato onesto, chiamiamola ragione di Stato, chiamiamola come vogliamo, per indurlo appositamente a porre fine a questa cosa. Quindi la consegna, il prezzo da pagare con la messa a parte di tutta quella frangia violenta di Cosa Nostra che aveva attaccato direttamente lo Stato e tante persone che con lo Stato e con le stragi non c'entravano, e quindi per indurre quella parte di Stato che non era completamente diciamo... Per ricattare,
diciamo, con la forza, con la violenza lo Stato sano italiano") quando Provenzano aveva deciso che fosse più utile la strategia della "sommersione"[...];
- di non sapere chi sia impossessato dei documenti che si trovavano nella abitazione di Riina al momento del suo arresto e di avere soltanto ipotizzato che potessero essere pervenuti a Mat1eo Messina Denaro […];
Non v'è dubbio che la condotta posta in essere dai Carabinieri allora guidati dall'odierno imputato Mori in occasione dell'arresto di Salvatore Riina desti nell'osservatore esterno profonde perplessità mai chiarite.
Da ultimo possono richiamarsi, in proposito, le considerazioni della Corte di Appello di Palermo che ebbe a valutare anche tale aspetto delle complessive condotte dell'imputato Mori nel processo conclusosi con l'assoluzione di quest'ultimo per il reato di favoreggiamento della latitanza di Provenzano.
Nella sentenza del 19 maggio 2016 della Corte di Appello di Palermo, divenuta irrevocabile 1'8 giugno 2017 ed acquisita agli atti di questo processo, infatti, al riguardo si legge: "Orbene, col senno di un osservatore esterno che a distanza di tempo si posiziona in un punto di osservazione svincolato dalla giustificabile concitazione del momento, la scelta di privilegiare qualsiasi altra esigenza investigativa rispetto al pericolo che il covo fosse ripulito appare davvero non adeguata per volere usare un eufemismo. Preme, comunque, sottolineare al riguardo che la scelta condivisa di non perquisire immediatamente il covo blindandola con un servizio di osservazione esterno all'ingresso del complesso edilizio appare davvero singolare ove si consideri che il detto servizio anche ove fosse stato mantenuto per qualche giorno ancora non avrebbe evitato che qualcuno dall'interno provvedesse a "ripulire" la villetta, cosa che, con tutto il comodo possibile, fu effettivamente fatta.
Altra circostanza che il collegio ritiene di sottolineare concerne l'affermazione contenuta in sentenza secondo la quale la decisione di abbandonare il servizio di osservazione fu presa dal De Caprio, senza che il Mori ne fosse informato, come precisato in udienza dal predetto teste.
Orbene, appare davvero difficile credere che una decisione di tale importanza non fosse stata comunicata al Mori che era il "dominus" dell'operazione. tenuto conto che ancor più difficile appare che egli non se ne sia mai interessato, se non quando a distanza di più di un mese fu chiamato dal Procuratore Caselli a renderne conto.
Ancor più difficile da spiegare, e a ben guardare nemmeno l'ha spiegato lo stesso Mori, appare il fatto che la cessazione del servizio non fu comunicato tempestivamente all'A.G.
Invero, la giustificazione fornita: l'essersi mosso "in uno spazio di autonomia decisionale consentito" appare davvero inadeguata, in specie ove si consideri che il servizio venne tolto poche ore dopo la decisione di effettuarlo come contraltare alla mancata immediata perquisizione dell'abitazione. Cosa possa essere in quel limitato frangente di tempo essere accaduto di tanto importante da smettere di dar corso ad una decisione presa di comune accordo con l'A.G. è cosa che la Corte non riesce a spiegarsi e. a ben vedere in maniera specifica non l'hanno spiegato nemmeno gli imputati".
In ogni caso, però, alla stregua della sentenza definitiva pronunziata dal Tribunale di Palermo prima ricordata, deve, innanzitutto, prendersi atto che è stato escluso, sotto il profilo della carenza dell'elemento soggettivo del reato allora contestato, che Mori e De Caprio, omettendo di perquisire l'abitazione nella quale Riina trascorreva la sua latitanza, abbiano voluto favorire altri esponenti dell'associazione mafiosa "cosa nostra".
E, tuttavia, anche la conferma della condotta materiale ravvisata in quella stessa sentenza evidenzia la grave anomalia che in quella occasione ebbe a verificarsi per l'improvvida condotta degli imputati, essendo quello l'unico caso nella storia della cattura di latitanti appartenenti ad una associazione mafiosa (ma anche di latitanti responsabili di altri gravi reati) in cui non si sia proceduto all' immediata perquisizione del luogo in cui i latitanti medesimi vivevano al fine di reperire e sequestrare eventuali documenti utili per lo sviluppo di ulteriori indagini quanto meno finalizzate alla individuazione di favoreggiatori (si veda, in proposito, anche la meraviglia manifestata da Salvatore Riina nelle intercettazioni dei suoi colloqui in carcere di cui si darà ampio resoconto più avanti nella Parte Quinta della presente sentenza per il fatto non soltanto che la sua abitazione, appunto, non venne perquisita, ma anche che così fu consentito ai suoi nipoti di svuotarla e ripulirla interamente).
E tale anomalia appare ancora più grave se rapportata alla figura di quel latitante, cioè di Salvatore Riina, che in quel momento era indiscutibilmente il ricercato numero uno al mondo per essere a capo dell'organizzazione criminale allora più potente e pericolosa e responsabile di delitti tra i più efferati mal commessi (da ultimo le stragi di Capaci e via D' Amelio).
Né vale rilevare, in proposito, che, come si vedrà nella Parte Quinta della sentenza, Riina, conversando con Lo Russo, abbia escluso che nella cassaforte della propria abitazione (di cui conferma l'esistenza) vi fosse documentazione di qualsiasi tipo (v. intercettazione del 10 agosto 2013: Ma io non ... ..... ... unn 'aveva niente... ... ... e io non ho mai detto a nessuno che haiu documento... ... ...documenti importanti non l'avevo e non li tenevo ... " e intercettazione del 29 agosto 2013: ... io onestamente ... devo dire la verità, un scriveva nenti e un tineva nenti dintra a casa ... .... ... perché non scriveva io ... … ... e picchì c'è ... c'era a mente ... ... ...... io ... io cose importanti non ... non ... non ne aveva e si l'aveva l'aveva 'nta mente ...... ... e mi tineva 'ntesta ... "), poiché, tale affermazione, oltre che in sé inverosimile, è smentita incontestabilmente dal fatto che al momento dell'arresto indosso al Riina vennero rinvenuti anche alcuni "pizzini" (v. sentenza del 20 febbraio 2006, dalla quale si ricava anche la gravità degli effetti di quella mancata perquisizione a prescindere dalla riconosciuta assenza di prova sul dolo degli imputati), così che la stessa affermazione va ricondotta ad una sorta di autocelebrazione ed autoesaltazione del personaggio.
Certo, in astratto, la decisione di non procedere immediatamente alla perquisizione della abitazione di Riina avrebbe potuto pur trovare giustificazione in una strategia attendista finalizzata alla individuazione ed all'arresto di correi quale quella prospettata da Mori (e dal suo subordinato De Caprio), ma ciò solo nel contesto di una effettiva sorveglianza dell'abitazione del Riina che avrebbe potuto, comunque, preservare ciò che in tale abitazione era custodito.
Ma, come si è visto, in realtà, quello stesso giorno, a distanza di poche ore dall'arresto del Riina, senza che fossero in alcun modo informati i magistrati della Procura di Palermo, quel servizio di osservazione fu rimosso senza alcuna comprensibile motivazione, perché, quali che fossero le ragioni addotte a sostegno di tale decisione[...], a questa avrebbe dovuto, comunque, conseguire l'immediata perquisizione dell'abitazione di Riina (che non era certo difficile individuare all'interno del complesso di via Bernini a costo di perquisire tutte le certo non molte ville, appena nove, site al suo interno).
Ma ciò non fu fatto, tanto che, non soltanto nell'immediatezza fu possibile prelevare i familiari del Riina per farli rientrare a Corleone, ma, addirittura, dopo alcuni giorni dall'arresto del Riina, fu possibile per esponenti mafiosi accedere all'abitazione di quest'ultimo per svuotarla completamente (v. anche intercettazione Riina del 10 agosto 20 I 3 di cui si dirà meglio nella Parte Quinta della sentenza).
Nessuna spiegazione minimamente convincente di tale defaillance investigativa è stata mai data da Mori (v. quanto osservato in proposito anche dalla Corte di Appello di Palermo con la sentenza sopra richiamata), tanto da non riuscire mai a superare le perplessità sia degli altri corpi investigativi (v., ad esempio, quanto alla Polizia, le perplessità del Questore La Barbera riferite dal giornalista Guglielmo Sasinini all'udienza del 2 luglio 2015: " ... con La Barbera c'era un rapporto decisamente più amicale.... .... . ... mi disse non mi convincerà mai questa storia perché non perquisirono il covo di Riina insomma, questa era la..."), sia dei magistrati della Procura di Palermo, per i quali, come ben rappresentato in dibattimento da uno dei più illustri ed esperti di essi, la mancata perquisizione della abitazione di Riina, nonostante il trascorrere degli anni, è rimasta sempre una "ferita ancora sanguinante" (v. deposizione del Dott. Giuseppe Pignatone all'udienza del 14 gennaio 2016: "Certamente quello che io le posso dire è che il Ros ha continuato a svolgere indagini con la Procura di Palermo, questo è fiuori discussione, anche importanti. Quali fossero i rapporti personali non lo so ovviamente, tra il dottore Caselli, il Colonnello Mori, o Generale che fosse all'epoca, Mori e gli altri. Che la vicenda mancata perquisizione del covo di Riina sia rimasta una ferita aperta per la Procura di Palermo, certe volte sanguinante, certe volte meno, è altrettanto vero e credo notorio. Dopo di che il fatto istituzionale è un'altra cosa e quindi le indagini, anche indagini molto importanti dei Carabinieri, ci sono state anche in quegli anni.. ... ...sui rapporti personali, ovviamente insisto, non so cosa dire. Sui rapporti istituzionali, che erano quelli di cui ho parlato sette anni fa e quello che ho detto oggi, cioè le indagini venivano svolte, non è che, come a volte è successo anche in altre Procure, una Procura decide di non avere più indagini con un determinato ufficio di Polizia, questo non è avvenuto. Anche nel 93 stesso, il Ros ha continuato a lavorare e a fare indagini di alto livello e di grande importanza con la Procura di Palermo, e questo è quello che ho definito allora istituzionale. Dopo di che, oggi forse sono stato con un aggettivo un po' più, diciamo, fantasioso. Quello che intendo dire è che dal 93 in poi nessuno, credo, di noi della Procura di Palermo ha mai chiuso completamente la vicenda covo di Riina. Poi ci sono momenti in cui... Non è che nessuno di noi se l'è mai dimenticata. mandata in un archivio mentale e mai... È una cosa che abbiamo vissuto, dopo di che ognuno di noi ha le sue idee in materia, il processo sappiamo tutti come è finito e ci sono stati poi momenti di polemica giornalistica che non riguardano credo il 95, credo siano successive, ed è quello che ... In quella dichiarazione ho detto alti e bassi e oggi ho detto una ferita certe volte sanguinante. Mi pare che il concetto sia identico...").
Ed allora, se così è, escluso, in dovuto ossequio al giudicato, l'intento favoreggiatore nei confronti di esponenti mafiosi (e, tra questi, quindi, anche del Provenzano secondo quanto, invece, ipotizzato in questa sede dalla Pubblica Accusa), e dovendosi, nel contempo escludere che una simile defaillance investigativa possa essere dovuta ad incapacità professionale del Mori per la sua storia personale, non può, però, farsi a meno di saldare l'anomala omissione della perquisizione alle condotte, anche omissive, già esaminate sopra nel Capitolo 6 e, quindi, inquadrare anche tale omissione nel contesto delle condotte del Mori dirette a preservare da possibili interferenze la propria interlocuzione con i vertici dell'associazione mafiosa già intrapresa nei mesi precedenti.
E' logico ritenere, in sostanza, in mancanza di altre plausibili spiegazioni, che, pur in assenza di qualsiasi preventivo accordo con Provenzano o con altri a questo vicini e di una volontà riconducibile al reato di favoreggiamento, si volesse lanciare un segnale di disponibilità al mantenimento (o alla riapertura) del dialogo nel senso del superamento della contrapposizione frontale di "cosa nostra" con lo Stato precedentemente culminata nelle stragi di Capaci e di via D'Amelio.
Ed, infatti, tale singolare "anomalia" investigativa, proprio perché costituente un unicum, è stata immediatamente colta e percepita non soltanto direttamente da Salvatore Riina [...], ma, più in generale anche nell'ambito di "cosa nostra", così come risulta dalle dichiarazioni dei collaboratori prima ricordate, tanto che si cominciarono a formulare le più disparate ipotesi su di essa tutte connesse ad un possibile accordo o tradimento interni e, soprattutto, emersero in forma esplicita le perplessità di tal uni sulla strategia portata avanti da Riina e si iniziarono a formare due distinti schieramenti, il primo dei quali ebbe il sopravvento nella immediatezza, mentre il secondo, anche per il sopravvenuto arresto dei principali esponenti dell'ala contrapposta, prevalse negli anni successivi. Di ciò si parlerà nel Capitolo che segue.

References: Sentenza 
 sentenza 
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 art. 530
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