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Timestamp: 2017-05-27 11:52:44+00:00

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Cassazione stabilisce che l'informazione ha una scadenza, archivi a rischio. Proposta per un giornalismo offshore
Una vicenda che si trascina da qualche anno si è conclusa nei giorni scorsi con una sentenza destinata a mutare per il peggio il già non confortevole panorama della libertà di espressione in Italia.
Come altri hanno già scritto nelle ultime ore (qui, ad esempio, Guido Scorza dal quale ho appreso la notizia), la Corte di Cassazione ha stabilito che aveva ragione il giudice di Ortona che negli anni scorsi aveva condannato un piccolo sito di informazioni abruzzese per non aver cancellato, a richiesta, articoli perfettamente corretti che avevano il difetto di ledere l'immagine di alcune persone che erano state coinvolte in casi giudiziari. La Suprema corte ha sostanzialmente stabilito che in effetti dopo un po' di tempo (nel caso specifico due anni e mezzo) il diritto pubblico a conoscere e della stampa a informare debba cedere il passo al diritto dell'individuo alla riservatezza. Le notizie, cioè, hanno una data di scadenza - esattamente come un bene di consumo alimentare, che però ha il vantaggio di avere la scadenza ben stampata sulla confezione mentre nel caso non si capisce nemmeno come essa dovrebbe essere conteggiata.
Detto in breve (*), un piccolo sito di informazione abbruzzese, Primadanoi.it, nel 2008 aveva pubblicato una notizia (assolutamente corretta) su un fatto violento avvenuto in un ristorante; due anni dopo i proprietari del ristorante chiedevano che la notizia fosse cancellata perché ledeva l'immagine personale e quella dell'impresa, comparendo per prima in ogni ricerca su Google con il nome del ristorante, ed essendo ormai passato abbastanza tempo dalle necessità della cronaca; il sito si rifiutava (tanto più che il processo per la vicenda era ancora in corso); i ricorrenti insistevano e dopo qualche mese il sito decideva di cancellare per quieto vivere; il tribunale non ne è soddisfatto, perché il sito ha cancellato la notizia in ritardo rispetto alla richiesta e condanna il sito a pagare i danni e le spese legali; il sito fa appello alla Corte di Cassazione che con la sua sentenza di qualche giorno fa (24 giugno) conferma la decisione del tribunale: non c'è più ragione di mantenere online quel pezzo. Il giudice in questione è la sezione distaccata di Ortona del Tribunale di Chieti, che aveva già condannato lo stesso sito per una analoga questione con analoghe motivazioni.
Dei precedenti su questo blog si era già parlato qui:
12 maggio 2011 Giornalismo web, forse è ora di reinventare il concetto di passato
6 aprile 2012 Diritto all'oblio, archivi, correzioni e giornalismo: Cassazione chiede aggiornamento continuo
17 gennaio 2013 Il Tribunale di Ortona insiste: le notizie hanno una scadenza e dopo un po' vanno cancellate
Al di là della vicenda specifica occorre fare alcune riflessioni di carattere generale.
Nel caso è coinvolto un piccolissimo sito di informazione, ma il principio vale per tutti gli editori o meglio, per tutti i "publishers" - ché nel web non solo l'editore di professione può "pubblicare" qualcosa. Una volta di più, perciò, la libertà di stampa è un principio che riguarda tutti i cittadini - e infatti come tale (come principio erga omnes, si chiama "libertà di espressione") è tutelato dalle costituzioni democratiche, per la Costituzione della Repubblica italiana nel suo articolo 21.
La sentenza è paradossalmente folle. Una sua applicazione reale ed erga omnes vorrebbe dire correggere la Storia - o meglio, correggere la Storia in formato digitale, che è semplicemente il formato della nostra vita.
Attenzione a non sottovalutare la cosa perché nei ragionamenti giuridici - pur approssimativi, secondo molti esperti - si nasconde una verità che non può essere negata: non è vero che il database di un sito di notizia sia "la stessa cosa" dell'archivio di un giornale. Tutto ciò che è nel DB non è "in archivio", ma è sempre sostanzialmente attuale.
Questo comporta delle straordinarie opportunità per chi fa giornalismo, sia pur poco o nulla sfruttate, quelle di fare giornalismo non solo "nell'istante", ma anche diacronicamente "per il futuro". Specularmente per le persone oggetto di cronaca negativa questo comporta che in effetti la memoria del malfatto non si attenuerà mai.
Occorre perciò riflettere su come ovviare alle conseguenze negative, senza ammazzare le opportunità e in definitiva la nostra stessa vita digitale.
Iniziativa culturale. Occorre far comprendere ai giudici, ai politici e ai cittadini stessi che, no, il giornalismo non è più solo l'informazione del momento, che dunque può avere una "scadenza" se non messo in qualche strano armadio difficilmente raggiungibile chiamato propriamente "archivio". Nel mondo digitale non c'è giornalismo che non sia giornalismo digitale e il giornalismo digitale costruisce le sue informazioni e i suoi significati attraverso il tempo. Occorre, in qualche modo, prenderne atto, modificando i concetti e se serve anche le norme. Costringere il giornalismo, come sembrano fare le sentenze di Ortona e della Corte di Cassazione, a creare informazioni valide solo per un preciso momento nel tempo, vuol dire sostanzialmente negare il suo ruolo nella società digitale. Andare cioè contro i principi dell'art. 10 della Convenzione europea dei Diritti umani.
Iniziativa pratica. I siti giornalistici (almeno loro) dovrebbero stabilire delle regole, prima che siano loro imposte dal legislatore con tutti i problemi che questo comporterebbe, per correggere le storie imprecise o fattualmente scorrette e per il loro eventuale aggiornamento - magari a richiesta. Questo, fra l'altro, andrebbe nella direzione di un'altra sentenza della Cassazione (che quella del 24 giugno sembra ignorare) secondo la quale appunto l'editore in alcuni casi potrebbe essere tenuto ad aggiornare gli articoli.
In questo ambito potrebbe essere opportuno riflettere intorno al principio, già sostenuto in passato dal Garante della privacy italiano, secondo il quale in alcuni casi basterebbe che un sito sottragga un pezzo dalla indicizzazione dei motori di ricerca con un robot txt, una piccola riga di codice che spiega ai motori di ricerca che quella pagina non può essere indicizzata. Si potrebbe andare oltre questa possibilità se i motori di ricerca, a cominciare da Google, offrissero un nuovo comando che non escluda tutta la pagina dall'indicizzazione, ma solo l'associazione di quella pagina a nomi o ricerche specifiche. Nel caso in questione - ad esempio - l'articolo potrebbe essere ancora visibile se si ricercasse per località e reato, ma non più con il nome del ristorante o con il nome di una delle persone coinvolte. Una soluzione del genere renderebbe i robot txt assai più duttili, risolvendo alla radice anche il problema sollevato con la nota sentenza della Corte di giustizia europea che ha fatto obbligo ai motori di ricerca di "delinkare" alcune pagine da alcune ricerche, in certe condizioni. Una eventuale limitazione della libertà di espressione - quale il de-linking certamente è - sarebbe perciò sul publisher che ha maggiori conoscenze, capacità e interesse per eventualmente resistere alla richiesta.
Iniziativa politica. Nel frattempo intorno a questa incredibile vicenda occorre una mobilitazione internazionale di giornalisti, editori, cittadini, organizzazioni sindacali, organizzazioni imprenditoriali e ONG interessate alla libertà di espressione.
Da parte loro gli editori delle maggiori testate giornalistiche italiane dovrebbero molto concretamente pensare alla delocalizzazione. Finché in Italia c'è il rischio che qualche giudice "riscriva la Storia", è opportuno che copia del DB giornalistico sia conservata in giurisdizioni più liberali, ad esempio affidandola a società di diritto statunitense protette dal Primo emendamento della Costituzione americana. E' ovvio che questo comporterebbe dei problemi politici e giuridici seri, ma almeno se ne parlerebbe e mentre se ne parla i materiali sarebbero salvaguardati. Giornalismo offshore? Perché no...
(*) Per resoconti più dettagliati, oltre al post di Scorza, si veda tra gli altri quello che racconta sul suo stesso sito il direttore condannato (Diritto all’oblio. La Cassazione conferma: «cancellare sempre articoli anche se attuali»), quello di AgendaDigitale.eu (Diritto all'oblio e libertà, la Cassazione tutela meno del Regolamento Privacy) e quello di Ossigeno per l'Informazione (Diritto all’oblio. Adesso la Cassazione ci ripensa e lo rende precoce)
Pubblicato in Media e tecnologia Nessun commento » mercoledì, 17 giugno 2015
Pubblicato in Media e tecnologia Nessun commento » martedì, 13 maggio 2014
Google e i dati personali: anche il governo italiano favorevole alla sentenza della Corte europea
Due considerazioni al margine della sentenza con la quale la Corte di Giustizia europea ha stabilito che un motore di ricerca è responsabile del trattamento dei dati relativi alle persone nominate in un contenuto pubblicato da terzi e indicizzato dal motore [testo integrale]:
Al di là delle cruciali questioni relative alla riservatezza e al trattamento dei dati personali, il cosiddetto “diritto all’oblio” ecc., mi sembra che la sentenza si incammini su una strada (peraltro già intrapresa dal regolamento dell’AgCom italiana sulla tutela del diritto d’autore) che equipara il link, il collegamento verso un contenuto al contenuto stesso – cioè al dato. Con conseguenze possibili abbastanza dirompenti.
Alla causa ha preso parte anche il governo italiano che ha presentato “osservazioni” che, sostanzialmente: “sposano” le ragioni della responsabilità dei motori di ricerca nel trattamento dei dati; dichiarano “Google Spain” (e quindi Google Italia, ecc. ecc.) “stabilimento locale” di “Google Inc.” e perciò soggetto della giurisdizione locale; affermano la legittimità della richiesta diretta di rimozione del dato-link.
Ecco i punti nei quali la Corte ricorda la posizione (con gli altri) del governo italiano:
Aggiornamento 17:40 - Vedo che la posizione del governo italiano nel procedimento è stata presa "sulla scorta dei contributi" del'autorità garante dei dati personali italiana. La dichiarazione di Luigi Montuori, Capo Dipartimento comunicazioni elettroniche del Garante:
“Aspetto di leggere più nel dettaglio la sentenza, soprattutto per ciò che attiene le competenze territoriali delle varie autorità nazionali. Tuttavia, non si può non constatare la consonanza con la direzione intrapresa dal Garante italiano negli ultimi anni, con un procedimento aperto nei confronti direttamente di Google Inc. e all’interno di un fronte coordinato con altri Paesi europei. Mi preme sottolineare l’importante ruolo svolto nel procedimento dal Governo italiano, che si è costituito nel giudizio, anche sulla scorta dei contributi inviati a tal fine dal Garante”.
Pubblicato in Media e tecnologia Un commento » giovedì, 17 gennaio 2013
Il Tribunale di Ortona insiste: le notizie hanno una scadenza e dopo un po' vanno cancellate
Ci risiamo. Il Tribunale di Ortona torna a stabilire che le notizie hanno una scadenza e che gli articoli di cronaca (pur corretti e veritieri) vanno cancellati dalla memoria dei siti web se lesivi della reputazione di qualcuno. Non solo il soggetto è lo stesso, ma anche l'oggetto: vittima del nuovo attacco alla libertà di espressione è il giornale online abruzzese PrimaDaNoi.it, che già due anni fa un giudice dello stesso tribunale condannò per non aver cancellato una notizia (vera) di cronaca giudiziaria, per di più regolarmente aggiornata, perché la sua permanenza in rete recava danno alle due persone menzionate.
Per protesta, il giornale ha deciso alcuni giorni fa di sospendere l'aggiornamento e sta meditando se interrompere per sempre il servizio. In apertura, con il titolo "Ammazzati dalla giustizia, condannati ancora per aver tenuto on line un articolo corretto" la redazione spiega che questa volta si è trattato della sentenza del giudice unico del Tribunale, Rita Di Donato, che ha condannato la testata a pagare 17.000 euro di danni e spese legali per essersi rifiutato di cancellare un articolo. La richiesta di cancellazione e la successiva denuncia della testata sono state avanzate dai titolari di "un locale pescarese" nel quale si era svolto un fatto di cronaca "con risvolto penale". Il tribunale gli ha dato ragione sostenendo che (fonte: PrimaDaNoi.it):
«Il persistere del trattamento dei trattamenti personali dei titolari del ristorante e il nome dell’esercizio ha determinato una lesione al diritto alla riservatezza e della reputazione in relazione alla peculiarità dell’operazione di trattamento, caratterizzata da sistematicità e capillarità della divulgazione dei dati e alla natura degli stessi dati trattati, particolarmente sensibili attenendo a vicenda [qui nella citazione sembra mancare qualcosa].
«Il trattamento dei dati personali si è protratto per un periodo di tempo superiore a quello necessario agli scopi».
Praticamente le stesse motivazioni erano state addotte nel 2011 dal giudice Rita Carosella, sentenza della quale ci occupamo su questo blog a suo tempo.
Esistono diversi profili di pericolosità per sentenze di questo genere. Il primo è terribilmente pratico: una piccolissima testata che debba pagare 5.000 o 17.000 euro di multa chiuderebbe; con un rischio di questo genere, quanto libera si sentirà una piccola testata giornalistica di raccontare quello che succede senza essere costretta poi a nascondere quanto a scritto? Il secondo è più teorico e ha a che vedere con il fatto che queste notizie non stanno in un "archivio", in un luogo preciso e accessibile per studio e ricerca dove si trovano - per definizione - informazioni "vecchie". Nel mondo digitale ogni presunto archivio è in realtà un data base dove gli elementi informativi hanno la stessa "attualità" nella fruizione dell'utente finale, che siano scritti oggi o dieci anni fa. Di qui la necessità di valutarne le implicazione e - come scrivemmo - di "re-inventare il passato".
Su questi temi nei mesi scorsi si è pronunciata anche la Corte di Cassazione, sostanzialmente proponendo che il giornalismo sia continuamente aggiornato. In questi termini ci sembrò una impostazione impraticabile, ma apre la strada per una discussione all'interno delle redazioni sulla necessità di immaginare processi di correzione e aggiornamento - magari su suggerimento dei lettori o degli interessati - che associno in maniera trasparente al materiale originale i nuovi elementi emersi, contestualizzando e relativizzando la cronaca anche per gli "utenti del futuro" [V. sotto su questo argomento aggiornamento].
Tanto perché sia chiaro: ciò è esattamente quello che avevano fatto i colleghi di PrimaDaNoi.it nel primo caso, ma che fu considerato ininfluente dal giudice. Il che, una volta di più, impone una riconsiderazione di fondo sul concetto di "diffamazione".
Ringrazio Laura Venuti e Matteo Finco per la segnalazione
Aggiornamento 18.1.13, ore 16:25 - Nel suo blog sull'Espresso Guido Scorza offre alcuni particolari aggiuntivi:
L'articolo riguarda un procedimento penale nel quale sono coinvolti i titolari di un ristorante di Pescara.
Il procedimento penale non è ancora concluso
Pertanto "Non si sta discutendo di riproporre nel presente un fatto del passato né di continuare a proporre una notizia superata da fatti successivi, in assenza di adeguato aggiornamento", anche se l'articolo è stato pubblicato due anni e mezzo fa.
Pubblicato in Media e tecnologia Nessun commento » lunedì, 17 dicembre 2012
Leggi e universo digitale: un regalo a tutti dalla "giungla di internet"
Ancora dibattiti e seminari e conferenze e discussioni sul diritto e l'universo digitale. Ancora lettura di rapporti, petizioni, interventi parlamentari dove si ripetono luoghi comuni non meno falsi quanto più appaiono di senso comune. Ancora l'assioma che "su internet c'è la legge della giungla" e che perciò occorra por mano a nuove e più specifiche leggi "dell'uomo".
Allora ecco un piccolo regalo di Natale, offerto a tutti coloro che pensano che internet sia "una giungla", nel senso di un luogo dove non esistono leggi:
come raccolta da Rudyard Kipling dalla voce stessa del vecchio Baloo
Ora questa è la Legge della Giungla - vecchia e vera come il cielo:
il Lupo che la osserva vivrà in pace, ma il Lupo che la viola morirà.
Come la liana che avvolge il tronco, la legge corre avanti e ritorna --
Perché la forza del Branco è nel Lupo e la forza del Lupo è nel Branco.
E questo è solo il preambolo della "Costituzione della Giungla". Il resto può essere goduto nell'inglese originale del link di cui sopra o nella vecchia traduzione di Gian Dauli in questo volume che raccoglie la produzione integrale di Kipling pubblicato dalla Newton Compton.
Auguri a tutti dalla "giungla di Internet"
Pubblicato in Media e tecnologia Nessun commento » venerdì, 6 aprile 2012
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