Source: https://www.laleggepertutti.it/160605_quando-il-rumore-diventa-insopportabile
Timestamp: 2018-07-16 08:56:51+00:00

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Lo sai che? Quando il rumore diventa insopportabile
Quando scatta il penale nel caso di chiasso prodotto dal vicino di casa o dal locale sottostante.
Quando un rumore può dirsi davvero insopportabile? La legge non lo dice, ma ne rimette la determinazione al giudice. In particolare il codice civile [1] stabilisce solo che il rumore non deve superare la «normale tollerabilità» ed è questo, appunto, il confine tra lecito e illecito: se il rumore diventa insopportabile (o meglio «intollerabile») la legge ti tutela, altrimenti non puoi fare altro che sopportare e, tutt’al più, parlarne con il vicino, rimettendoti alla sua educazione e disponibilità.
Inoltre, al contrario di quanto si potrebbe pensare, si passa dalla semplice responsabilità civile a quella penale non in base all’entità del rumore, ma al numero dei soggetti molestati. Infatti, sia per far scattare l’illecito civile, sia per configurare il reato di «disturbo della quiete pubblica» (o meglio «del riposo e delle attività delle persone») è necessario – e sufficiente – che il rumore sia superiore alla normale tollerabilità. Ma se il rumore è avvertito da una o poche persone – quelle che vivono nelle abitazioni limitrofe (come, ad esempio, il vicino del piano di sotto o quello dello stesso pianerottolo), restiamo nell’ambito dell’illecito civile e tutto ciò che si può chiedere è il risarcimento del danno. Invece, quando i rumori vengono avvertiti da un numero potenzialmente indeterminabile di persone scatta il reato e la possibilità (oltre che a chiedere i danni) di chiamare i carabinieri o la polizia. Quanto sopra è il frutto del chiarimento della giurisprudenza, da ultimo intervenuta sul tema con una sentenza della Cassazione [1]. Ma procediamo con ordine.
In occasione della primavera e dell’estate, balconi e terrazze diventano sempre luogo di ritrovo per serate tra amici, con barbecue e musica. E questo provoca non poche volte la ribellione di chi, anche con la bella stagione, deve andare a letto presto per lavorare. Per coloro che poi vivono nel centro delle città è facile che il rumore di una festa possa propagarsi facilmente, un po’ per l’età dei palazzi, costruiti con materiale non isolante, un po’ per lo spazio ravvicinato tra gli stessi, infine anche per le dimensioni delle strade che, molto strette, consentono al suono di rimbalzare facilmente da un muro a un altro, con conseguente disturbo della quiete pubblica.
1 Il rumore che proviene dai locali notturni
2 La responsabilità del vicino di casa
3 Quando scatta il penale
Il rumore che proviene dai locali notturni
Se il rumore proviene da un locale notturno è facile che il disturbo venga avvertito da una moltitudine di persone e non solo da chi abita sopra il luogo di ritrovo.
A riguardo la legge quadro sull’inquinamento acustico [2] stabilisce che «sono di competenza dei Comuni il controllo del rispetto della normativa per la tutela dall’inquinamento acustico all’atto del rilascio delle concessioni edilizie relative a nuovi impianti e infrastrutture adibiti a postazioni di servizi commerciali». Si configura, quindi, una responsabilità oggettiva del Comune, il quale tramite le Asl, ovvero le Arpa (Agenzie regionali per la protezione ambientale) è tenuto a verificare il rispetto dei limiti alle emissioni sonore. Si ricorda che l’esercente di un locale pubblico deve presentare al Comune una documentazione di impatto acustico per discoteche, circoli privati e pubblici, impianti sportivi e ricreativi; in questo documento si dimostra la compatibilità acustica del proprio esercizio con l’ambiente circostante.
Il Comune, inoltre, ha l’obbligo di «esercitare le funzioni amministrative relative al controllo sull’osservanza delle prescrizioni attinenti all’inquinamento acustico prodotto… dalle sorgenti fisse … dalle attività svolte all’aperto».
Alla responsabilità dell’amministrazione per aver concesso una licenza a chi esercita attività rumorose “fuori norma”, si aggiunge anche quella del gestore del locale. Questi è chiamato a rispondere per gli schiamazzi provocati dai suoi clienti non solo all’interno del locale medesimo, ma anche all’esterno se non dimostra di aver fatto di tutto per impedirlo (avvisandoli, per esempio, tramite un cartello posto all’esterno del locale e l’espresso avviso da parte del personale). Non si può quindi giustificare il proprietario del disco-pub che sostenga di non aver potere sugli avventori che sostano fuori dal bar o dalla discoteca (leggi Schiamazzi notturni fuori dal locale).
A riguardo, una sentenza di questa mattina della Cassazione [3] ha stabilito che la responsabilità penale per il reato di disturbo della quiete pubblica spetta al titolare del discopub anche per schiamazzi dei clienti e delle sgommate di auto e moto davanti al locale fino a tarda notte. Il gestore dell’esercizio, infatti, è titolare di una posizione di garanzia rispetto alle emissioni sonore prodotte, mentre il vociare degli avventori all’esterno rappresenta una situazione che va oltre le normali modalità di esercizio dell’attività che è di per sé rumorosa. Per evitare la condanna non basta aver predisposto un parcheggio per i clienti perché è anche tenuto a farlo utilizzare. Il parcheggio “dedicato” e il cartello per invitare i clienti della discoteca a non fare chiasso, non salvano il titolare del locale dalla condanna per il reato di disturbo al riposo delle persone, se non si attiva per rendere effettivi divieti e prescrizioni.
All’ultimo gradino si pone anche la responsabilità di chi materialmente produce il rumore. Si pensi al caso del ragazzo che parcheggia l’auto davanti al bar con il volume molto alto disturbando tutto il quartiere. Anche questi è personalmente responsabile sia in via civile che penale.
La responsabilità del vicino di casa
Le liti condominiali sul rumore intollerabile non si risolvono con l’amministratore il quale non ha potere di intervento, a meno che nel regolamento non siano specificati specifici orari entro i quali è vietato fare chiasso. Le questioni legate al baccano, infatti, attengono ai rapporti tra vicini di casa, dove il condominio non entra. Inutile anche chiamare i carabinieri o la polizia se non ricorrono gli estremi del reato. Tutto ciò che si può fare è un ricorso in via d’urgenza al tribunale, incaricando un avvocato e anticipando i costi del giudizio.
Ritorna dunque essenziale stabilire il confine tra il civile e il penale: solo in questo secondo caso, infatti, l’esposto alla procura, la segnalazione alla questura o la querela ai carabinieri potrà sfociare in un procedimento penale. E di questo si è occupata una recente sentenza della Cassazione [4].
Come abbiamo anticipato in apertura, per stabilire quando scatta il penale non bisogna verificare l’entità dei rumori – la cui soglia è la stessa che fa sorgere il diritto al risarcimento del danno in via civile – ma il numero di persone molestate.
A tal fine, è pacifico che, per poter configurare il reato, è necessario che i rumori prodotti, oltre a essere superiori alla normale tollerabilità, abbiano l’attitudine a propagarsi, a diffondersi, in modo da essere idonei a disturbare una pluralità indeterminata di persone; e ciò perché lo scopo della norma penale è quello di tutelare la quiete pubblica e non la tranquillità dei singoli soggetti che denuncino la rumorosità altrui. E ciò vale anche se poi la querela viene sporta da una sola di queste.
Ad esempio, se i rumori in condominio vengono avvertiti solo dagli abitanti dell’appartamento inferiore o superiore non c’è reato; se invece il rumore disturba la totalità o un gran numero di occupanti del medesimo edificio, oppure a quelli degli stabili prossimi scatta il penale.
[2] L. n. 447/95 art. 6, co. 1, lettera d.
[3] Cass. sent. n. 22142/17 dell’8.05.2017.
[4] Cass. sent. n. 18416/17 del 12.04.2017.
Sentenza 12 aprile 2017, n. 18416
sentito il difensore del resistente, avv. (OMISSIS) (d’ufficio), che si associa alla richiesta del pubblico ministero, depositando (tardivamente) memoria difensiva.
Con la sentenza impugnata il Tribunale di Firenze ha mandato assolto (OMISSIS) dalle accuse di resistenza a pubblico ufficiale (articolo 337 c.p., capo A) e di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone (articolo 659 c.p., capo B) con la formula perche’ il fatto non sussiste.
2.Avverso la sentenza ha proposto ricorso diretto per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Firenze, che deduce assenza e illogicita’ della motivazione per avere il giudice ritenuto la condotta di cui al capo A “deprecabile” ma non finalizzata ad una resistenza diretta ad impedire il compimento dell’atto d’ufficio, argomentazione che reputa apodittica.
1.Il primo motivo del ricorso riguarda la motivazione del provvedimento impugnato ed e’ pertanto improponibile per violazione del disposto dell’articolo 569 c.p.p., comma 3; ne’ si verte in ipotesi di conversione del ricorso in appello, dal momento che la motivazione censurata appare congrua rispetto a fattispecie del tutto peculiare, correttamente apprezzata dal giudice come “condotta isolata, d’istinto e non finalizzata ad una resistenza diretta ad impedire il dell’atto di ufficio”.
2.Il secondo motivo d’impugnazione e’, invece, infondato, poiche’ il giudice ha correttamente evocato l’assenza di diffusivita’ del rumore in ipotesi cagionato dall’imputato per escludere la ricorrenza della contravvenzione di cui all’articolo 659 c.p., comma 2 e in tal senso va letto il riferimento all’omessa specificazione da parte del pubblico ufficiale denunziante se la segnalazione di rumori molesti fosse venuta da uno solo o da piu’ abitanti della zona.
“La rilevanza penale della condotta produttiva di rumori, censurati come fonte di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone, richiede” infatti “l’incidenza sulla tranquillita’ pubblica, in quanto l’interesse tutelato dal legislatore e’ la pubblica quiete, sicche’ i rumori devono avere una tale diffusivita’ che l’evento di disturbo sia potenzialmente idoneo ad essere risentito da un numero indeterminato di persone, pur se poi concretamente solo taluna se ne possa lamentare” (Sez. 1, sent. n. 47298 del 29/11/2011, Iori, Rv. 251406 e conf. con precisazioni Sez. 1, sent. n. 45616 del 14/10/2013, Virgillito e altro, Rv. 257345).
G.I. era stato citato a giudizio dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Udine per avere “in diverse circostanze di tempo, e nella sua qualità di gestore del pubblico esercizio (omissis) composto di due aree, l’una all’insegna Mammamia e l’altra all’insegna (omissis) , sito in (omissis) , non impedendo gli schiamazzi degli avventori che stazionavano all’esterno del predetto esercizio e che si protraevano sino a tarda notte”, creato disturbo al riposo dei residenti nelle vie limitrofe, in particolare ai residenti di (omissis) “; fatti commessi in (omissis) a partire dal (omissis) ed in permanenza.
2.2. Con il secondo motivo, il ricorrente deduce, ex art. 606, comma 1, lett. e) cod. proc. pen., la manifesta illogicità della motivazione in quanto la decisione sarebbe fondata, non su ragionevoli massime di esperienza, quanto su “mere congetture”, consistenti nell’affermazione, non verificata, che ove G. avesse predisposto un’adeguata segnaletica ovvero un servizio di vigilanza, egli avrebbe impedito il parcheggio delle vetture nelle vie del centro, eliminando i rumori molesti prodotti dai motori delle automobili.
2.3. Con il terzo motivo, il ricorrente deduce, ex art. 606, comma 1, lett. b) e c) cod. proc. pen., l’erronea applicazione della legge penale e l’inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità in relazione al principio di corrispondenza fra l’imputazione e la sentenza, avendo il provvedimento impugnato affermato la responsabilità dell’imputato anche in relazione all’alto volume della musica suonata nell’esercizio pubblico di cui era titolare, ovvero sulla base di un elemento fattuale differente da quanto contestatogli nel capo di imputazione, idoneo ad integrare una differente fattispecie incriminatrice, essendo l’art. 659 cod. pen. una “disposizione a più norme”. Pertanto, ricorrendo una violazione dell’art. 518 cod. proc. pen., la sentenza sarebbe nulla per violazione dell’art. 522 del codice di rito, sia pure soltanto nella parte relativa al fatto nuovo.
Giova, preliminarmente, porre in luce come l’art. 659, inserito nel codice penale tra le contravvenzioni concernenti l’ordine e la tranquillità pubblica, preveda due distinte ipotesi di reato: quella di cui al primo comma, che punisce il comportamento di colui il quale “mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici”; nonché quella di cui al secondo comma, che invece punisce il fatto di “chi esercita una professione o un mestiere rumoroso contro le disposizioni della legge o le prescrizioni dell’Autorità”. Dunque, mentre la prima fattispecie, contemplata dal comma 1, punisce il disturbo della pubblica quiete da chiunque cagionato, peraltro con modalità espressamente e tassativamente determinate, la seconda, disciplinata dal comma 2, punisce le attività rumorose, industriali o professionali, esercitate in difformità dalle prescrizioni di legge o dalle disposizioni dell’autorità (Sez. 3, n. 23529 del 13/05/2014, Ioniez, Rv. 259194).
2.1. Secondo un primo indirizzo, “il mancato rispetto dei limiti di emissione del rumore stabiliti dal D.P.C.M. 1 marzo 1991 può integrare la fattispecie di reato prevista dall’art. 659, comma secondo, cod. pen., allorquando l’inquinamento acustico è concretamente idoneo a recare disturbo al riposo e alle occupazioni di una pluralità indeterminata di persone, non essendo in tal caso applicabile il principio di specialità di cui all’art. 9 della legge n. 689 del 1981 in relazione all’illecito amministrativo previsto dall’art. 10, comma secondo, della legge n. 447 del 1995” (Sez. 3, n. 15919 in data 8/04/2015, CO.NA.VAR. S.r.l., Rv. 266627; Sez. 3 n. 37184 del 3/07/2014, Torricella, non massimata; Sez. 1, n. 4466 del 5/12/2013, Giovanelli e altro, Rv. 259156; Sez. 1, n. 33413 del 7/06/2012, Girolimetti, Rv. 253483; Sez. 1, n. 1561 del 5/12/2006, Rey ed altro, Rv. 235883; Sez. 1, n. 25103 del 16/04/2004, Amato, Rv. 228244, relativa ad un caso di superamento dei valori-limite di rumorosità prodotta nell’attività di esercizio di una discoteca). Ciò in quanto le due disposizioni sarebbero poste a protezione di beni giuridici diversi: mentre le fattispecie previste dall’art. 659 cod. pen. tutelerebbero la tranquillità pubblica, evitando che le occupazioni e il riposo delle persone possano venire disturbate con schiamazzi o rumori o con altre attività idonee ad interferire nel normale svolgimento della vita privata di un numero indeterminato di persone, con conseguente messa in pericolo del bene della pubblica tranquillità, viceversa, la fattispecie contemplata dall’art. 10, comma 2, della legge n. 447 del 1995, tutelerebbe genericamente la salubrità ambientale e la salute umana, limitandosi a stabilire i limiti di rumorosità delle sorgenti sonore, oltre i quali debba ritenersi sussistente l’inquinamento acustico, sanzionato in via amministrativa in considerazione dei danni che il rumore può produrre sia sul fisico che sulla psiche delle persone.
A favore di questo indirizzo si è rilevato, infatti, come l’affermazione secondo cui l’illecito amministrativo tuteli genericamente la salubrità ambientale sia smentito dal tenore letterale delle disposizioni contenute nella legge n. 447/1995, le quali, secondo l’art. 1, sono dettate per la “tutela dell’ambiente esterno e dell’ambiente abitativo dall’inquinamento acustico”. Tali disposizioni, all’art. 2, comma 1, lett. a), identificano l’inquinamento acustico nella “introduzione di rumore nell’ambiente abitativo o nell’ambiente esterno tale da provocare fastidio o disturbo al riposo ed alle attività umane, pericolo per la salute umana, deterioramento degli ecosistemi, dei beni materiali, dei monumenti, dell’ambiente abitativo o dell’ambiente esterno o tale da interferire con le legittime fruizioni degli ambienti stessi”; e ancora, alla lettera b) del medesimo comma, identificano l’ambiente abitativo con “ogni ambiente interno ad un edificio destinato alla permanenza di persone o di comunità ed utilizzato per le diverse attività umane, fatta eccezione per gli ambienti destinati ad attività produttive per i quali resta ferma la disciplina di cui al D.Lgs. 15 agosto 1991, n. 277, salvo per quanto concerne l’immissione di rumore da sorgenti sonore esterne ai locali in cui si svolgono le attività produttive”.
In questa prospettiva, il bene giuridico tutelato dalla “legge-quadro (deve considerarsi) ben più ampio, in quanto il legislatore non si è limitato a prendere in esame esclusivamente la tutela dei singoli individui, perché la sua attenzione risulta focalizzata verso un ben più ampio contesto, valutando ogni possibile effetto negativo del rumore, inteso, appunto, come fenomeno inquinante, tale cioè, da avere effetti negativi sull’ambiente, alterandone l’equilibrio ed incidendo non soltanto su/le persone, sulla loro salute e sulle loro condizioni di vita, facendo la norma riferimento, come si è detto, anche agli ecosistemi, ai beni materiali ed ai monumenti”.
Anche in questo caso, pur avendo il titolare dell’esercizio adibito una apposita area per il parcheggio dei veicoli da parte dei propri clienti, la Corte d’appello ha rilevato, con ragionamento tutt’altro che illogico, come dalla mancata adozione di misure atte ad indurre i clienti a servirsi di tale parcheggio, sito a poche centinaia di metri, per poi raggiungere a piedi il locale, sia derivata una moltiplicazione delle occasioni in cui le vetture degli avventori producevano dei fastidiosissimi rumori. Misure che, invero, sarebbero state di non difficile adozione e che il titolare dell’esercizio avrebbe, quindi, potuto agevolmente assumere una volta raggiunto dalle proteste dei residenti. Né può ritenersi illogica l’affermazione, censurata con il secondo motivo di ricorso, secondo cui sarebbe fondata su “mere congetture” l’affermazione secondo cui l’adozione di misure per regolamentare il parcheggio avrebbe impedito i rumori molesti prodotti dai motori delle automobili condotte dagli avventori del locale.

References: sentenza 
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 art. 6
 Cass. 
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Sentenza 
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 art. 606
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