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Timestamp: 2018-04-22 08:44:52+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 03 maggio 2017, n. 10696 - Infortunio in itinere di un lavoratore non regolarizzato - Licenziamento verbale - Cessazione d’azienda - Prosecuzione del rapporto con la cessionaria - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 03 maggio 2017, n. 10696 – Infortunio in itinere di un lavoratore non regolarizzato – Licenziamento verbale – Cessazione d’azienda – Prosecuzione del rapporto con la cessionaria
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 03 maggio 2017, n. 10696
Lavoro – Infortunio in itinere – Lavoratore non regolarizzato – Licenziamento verbale – Cessazione d’azienda – Prosecuzione del rapporto con la cessionaria
La Corte d’Appello di Milano, con sentenza in data 15/9/2011, confermando la decisione del Tribunale di Milano n. 5323/2009, ha respinto l’appello di A.E.M., dipendente irregolare presso l’A.P. S.r.l. in liquidazione. La domanda del lavoratore riguardava la condanna del datore al risarcimento del danno per infortunio in itinere, la dichiarazione d’illegittimità del licenziamento intimatogli verbalmente in concomitanza con la cessione d’azienda e comunque la condanna in solido dell’A.P. s.r.l. (cedente) e dell’A.L.P. s.r.l. (cessionaria) per i crediti retributivi derivanti dal rapporto di lavoro oltre agli interessi e alla rivalutazione al saldo. In via subordinata, riguardava altresì la condanna di A.L.P. s.r.l. a riassumere il lavoratore entro tre giorni o in mancanza a risarcirgli il danno.
Il primo giudice in parziale accoglimento delle domande del lavoratore aveva accolto alcune doglianze avanzate nei confronti di A.P. s.r.l. in liquidazione e rigettato quelle formulate nei confronti di A.L.P. s.r.l. non essendo emerso un nuovo rapporto di lavoro con la medesima, tale da confermare che questa fosse tenuta a consentire la prosecuzione del rapporto. Quanto all’A.P., essa era condannata a pagare al lavoratore la retribuzione per il periodo 1/3/2006 – 1/02/2007 ex art. 2126 cod. civ., trattandosi di lavoratore non regolarizzato e neppure regolarizzabile per mancanza del permesso di soggiorno.
La Corte d’Appello di Milano ha respinto la domanda sulla ricorrenza dell’infortunio in itinere, ritenendo non provato che l’infortunio fosse avvenuto in un orario compatibile con il lavoro; ha respinto, altresì, la domanda circa l’illegittimità del licenziamento, considerandola inammissibile perché nuova; quanto alla prosecuzione del rapporto con la cessionaria, ne ha escluso la compatibilità con la condizione d’irregolare ed ha negato altresì la responsabilità solidale della A.L. s.r.l. per i crediti vantati dal ricorrente nei confronti della cedente a causa della difficoltà di verificare la sussistenza di un rapporto di lavoro con la medesima, confermando la statuizione del giudice di prime cure circa il riconoscimento della retribuzione per le prestazioni rese dal ricorrente in via di fatto.
Resistono con controricorso sia A.L.P. S.r.l. sia A.P. s.r.l. in liquidazione.
1) Nella prima censura parte ricorrente contesta la ricostruzione del giudice d’Appello sull’infondatezza del proprio diritto al risarcimento per infortunio in itinere nei confronti del datore di lavoro, sia per la circostanza in cui si è svolto l’infortunio, sia perché il datore di lavoro sarebbe stato responsabile, non essendo la prestazione protetta dall’assicurazione Inail, stante l’irregolarità del lavoratore.
2) Nella seconda censura, ancora appellandosi a violazione di principi di diritto e vizio di motivazione, parte ricorrente contesta il mancato riconoscimento della continuazione del rapporto di fatto, per assenza di un regolare permesso di soggiorno, assumendo che la piena applicazione dell’art. 2126 cod. civ. sarebbe impedita solo dall’eventuale illiceità della causa del contratto, circostanza che esula dalla fattispecie in esame.
Il ricorso è privo di fondamento. Il motivo – sia pur declinato in quattro censure – deve essere considerato unico.
Non può che riscontrarsi quindi in proposito il difetto censurato in premessa, per cui il ricorso, oltre a non specificare qual è il motivo violato dalla Corte d’Appello, ai sensi dell’art. 360 cod. proc. civ., tende ad ottenere un giudizio sul fatto in sede di legittimità.
In merito alla seconda censura, concernente il mancato riconoscimento della prosecuzione del rapporto, anch’essa generica e non autosufficiente, va osservato che le evidenze probatorie hanno condotto la Corte d’Appello a escludere che lo stesso potesse considerarsi instaurato con la cessionaria, e che si potesse considerare intimato da parte del cedente un licenziamento in concomitanza con la cessione d’azienda. Tale ultima domanda la Corte territoriale non ha peraltro neanche preso in esame perché domanda nuova prospettata per la prima volta in secondo grado.
Opportunamente la Corte d’Appello, confermando la sentenza del giudice di prime cure, riconosce al ricorrente il solo diritto al compenso per la prestazione svolta ai sensi dell’art. 2126 cod. civ., ma non quello alla continuazione del rapporto, trattandosi di lavoro irregolare.
Il terzo addebito alla sentenza gravata è ugualmente generico e non autosufficiente, poiché non indica quali norme avrebbe violato la Corte d’Appello, nel negare al ricorrente il diritto alla continuazione del rapporto.
Rigetta il ricorso, condanna il ricorrente al pagamento in favore delle controricorrenti delle spese del giudizio di legittimità, che liquida per ciascuna in Euro 900 per compensi, 100 per esborsi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15% e agli accessori di legge.
CASSAZIONE – Sentenza 02 maggio 2017, n. 10638 – Decadenza dagli sgravi contributivi per violazione della disciplina sulla realizzazione dei ponteggi e sicurezza – Cartella esattoriale – Verbale ispettivo

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 art. 2126
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