Source: http://www.rivistadirittomaceratese.it/category/diritto/page/2/
Timestamp: 2019-11-22 21:41:55+00:00

Document:
Diritto | Rivista di Diritto Maceratese | Pagina 2
6 Novembre 2017 Diritto, diritto amministrativo, Senza categoriaPaolo Storani
CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONE 1 CIVILE, 14 FEBBRAIO 2017 N. 3842
Art. 49 Cod. Nav. e sua interpretazione “autentica” – La devoluzione può non essere gratuita
La pronuncia è di estremo interesse.
Apre a riflessioni molteplici, per questo merita puntuale segnalazione, anche, e non ultimo, in considerazione del suo innestarsi nel solco – che più volte ho sottolineato – dell’intrinseca commistione di profili civilistici e pubblicistici nel titolo concessorio.
Il fatto. L’Agenzia del Demanio (AD) ricorre avverso la sentenza di secondo grado emessa a conferma della pronuncia di primo (grado) con cui, brevemente, lo Stato è condannato a corrispondere alla società concessionaria l’indennizzo per arricchimento senza causa (art. 20141 c.c.) per l’opera eretta sul demanio marittimo.
Risulta che, ad un certo punto, lo Stato abbia provveduto a sdemanializzare l’area interessata, provvedendo a norma dell’art. 35 Cod. Nav. ad escludere dal demanio marittimo alcune zone evidentemente ritenute non più utilizzabili per i pubblici usi del mare. L’iter pare sollecitato dalla stessa società concessionaria, la quale, una volta intervenuto il Decreto Ministeriale di cui all’art. 35 predetto, ritiene essere dallo stesso atto confermata – e “provata” – la “sclassifica” del bene demaniale (da demaniale a patrimoniale) e, pertanto, avanza la richiesta di indennizzo per arricchimento ingiustificato, accolta in entrambi i primi due gradi di giudizio. La misura dell’indennizzo è data, da un lato, dal depauperamento della società che fino a prima della sdemanializzazione risultava proprietaria di un manufatto dalla stessa realizzato avente un determinato valore di costruzione, dall’altro dal vantaggio derivato allo Stato in virtù dell’accessione del bene al suolo, cui dovevano aggiungersi anche i costi della “sanatoria” per essere stato il cespite in gran parte (ad esclusione di una terrazza) sanato con condono. Il bene era dunque “appetibile” sotto il profilo commerciale.
La Corte ribalta l’esito processuale.
Seppur eretto in costanza di concessione demaniale (quando la stessa era vigente e produttiva di effetti), con conseguente titolarità in capo al concessionario, dinanzi alla sdemanializzazione ed alla cessazione del titolo il bene è trasferito e acquisito ipso iure allo Stato.
Il predetto punto è diffusamente analizzato dalla Corte, che instilla l’interpretazione dell’art. 49 nei termini seguenti:
La devoluzione delle opere inamovibili di cui all’art. 49 Cod. Nav. è principio di ordine generale che non soffre deroga alcuna nemmeno nel caso in cui vi sia la sdemanializzazione dell’area ed il bene transiti nel patrimonio dello Stato;
Il manufatto, pur non insistendo più sul demanio marittimo, resta comunque acquisito allo Stato, senza che a tale conseguenza il concessionario possa validamente opporsi; l’art. 49, avendo portata generale ed applicazione diretta anche nelle ipotesi di sdemanializzazione, produce l’effetto automatico dell’acquisizione allo Stato, e l’atto di “incameramento” nulla aggiunge alla devoluzione perché è atto meramente ricognitivo non incidente sul trasferimento della proprietà già perfezionatasi;
Il punto, e lo snodo, dell’acquisizione è dato dalla cessazione della concessione, che è evento collegato a molteplici circostanze, quali la scadenza del rapporto, la sdemanializzazione (come nel caso specifico) etc, ritenendola fonte del ridetto effetto, il quale, de plano, è prodotto proprio in quanto e nella misura in cui la concessione del bene demaniale viene a spirare;
Ne consegue che erroneo è l’assunto secondo il quale solo con la scadenza della concessione nel senso di cessazione del relativo periodo l’effetto devolutivo si verifichi, dovendosi invero ritenere che tale effetto scaturisce anche nell’ipotesi di sdemanializzazione ed in quella di rinnovo della concessione (che implica un nuovo titolo, diversamente che nel caso della proroga);
Reca l’art. 49 “Salvo che sia diversamente stabilito nell’atto di concessione, quando venga a cessare la concessione, le opere non amovibili, costruite sulla zona demaniale, restano acquisite allo Stato, senza alcun compenso o rimborso, salva la facoltà dell’autorità concedente di ordinarne la demolizione con la restituzione del bene demaniale nel pristino stato” di talché è cristallina la previsione di legge in termini di rapporto tra “devoluzione delle opere” e “scadenza della concessione”
La devoluzione è gratuita, non applicandosi l’art. 934 e 936 c.c. ed essendo l’accessione, appunto, gratuita;
Riguardo tale ultimo aspetto, l’inciso “salvo che non sia diversamente stabilito nell’atto di concessione” va interpretato nel senso che è in facoltà delle parti derogare convenzionalmente la gratuità, con l’eventuale inserimento nel titolo di un corrispondente economico.
In disparte la questione inerente “rinnovo” e “proroga” della concessione, che nel tempo la giurisprudenza del Consiglio di Stato ha, nella sostanza, assimilato l’uno all’altra ritenendo di fatto in entrambe le ipotesi esistere una reale prosecuzione del rapporto senza soluzione di continuità, appare di certo rilievo l’aver coniugato la devoluzione a qualsiasi forma di cessazione del rapporto concessorio ed averne sottolineato la gratuità, in difetto di diversa previsione nell’atto di concessione.
Il trasferimento del “diritto” può dunque, convenzionalmente, essere sottoposto a condizioni economiche che devono trovare sede nella concessione. L’apporto “privato” può cambiare, in certa misura, la fine del rapporto.
CONSIGLIO DI STATO SEZ. VI 3 AGOSTO 2017 N. 3892
Concessione nautica da diporto
La procedura competitiva vale anche per pontile galleggiante e approdo turistico
Il Consiglio di Stato, sezione VI, nella pronuncia in argomento sottolinea l’obbligo della P.A. di indagare ufficialmente il mercato, prima di assegnare la struttura, al fine di individuare il soggetto che possa subentrare nella gestione della stessa a condizioni migliori di quelle offerte dal precedente concessionario.
Una società propone domanda al Comune al fine dell’ottenimento della concessione demaniale per la realizzazione di un approdo turistico. La concessione è intestata ad altra società che da tempo gestisce una struttura (qualificabile, parrebbe, quale punto di ormeggio, ma divenuta nel tempo approdo turistico) ma il titolo risulta prossimo alla scadenza.
E’ impugnato l’atto (rectius, gli atti, molteplici) con cui il Comune rinnova la concessione al concessionario uscente. Il TAR accoglie il ricorso, ma la sentenza è appellata.
Il Comune conduce i due procedimenti che risultano, in concreto, concomitanti; da un lato quello volto al perfezionarsi del rinnovo, dall’altro quello teso ad esaminare la domanda del “contendente”. Prima di concludere tale predetto secondo procedimento, il primo si conclude con il formale atto di rinnovo, assentito, ratione temporis, sino al 2015.
Il TAR Puglia, Lecce, sezione I, nella sentenza 546/2011 motiva l’accoglimento del ricorso avanzato dalla “contendente” tenuto conto, in primis, della circostanza che la struttura gestita dal concessionario doveva qualificarsi come approdo turistico, e non semplicemente come punto di ormeggio, con conseguente sussunzione alla disciplina del DPR 509/1997 ed applicazione del regime concorrenziale in sede di affidamento. La distinzione comporta l’impossibilità, secondo il giudice prime cure, di applicare il predetto art. 1 comma 18, che varrebbe soltanto per le strutture con finalità turistico ricreative, tra cui sono annoverabili i punti di ormeggio, ma non gli approdi (ed in generale la nautica da diporto).
In appello il concessionario (cui il titolo è stato rinnovato) deduce la cessata materia del contendere fondamentalmente per due ragioni:
La prima, la società concorrente intende realizzare un approdo mentre la struttura esistente è di tipo “inferiore”, trattandosi di un punto di ormeggio, dunque più “snella”, senza opere di difficile rimozione, e dunque l’operatore non sarebbe un reale “competitor”, interessandosi di ben altro segmento di mercato; non sarebbe pertanto sussistita alcuna valida ragione per esperire una selezione, considerate le diverse “aspettative” dei soggetti contendenti;
La seconda, la concessione di che trattasi risulterebbe soggetta al regime di proroga correttamente inteso dal Comune (che nelle more ha ulteriormente dilatato la durata del rapporto sino al 31.12.2020) di talché non vi sarebbe spazio per alcuna selezione; la proroga è concessa ex art. 1 comma 18 D.L. 194/2009, convertito con modifiche dalla L. 25/2010, e, successivamente, sulla base di quanto depositato agli atti in data 10.5.2017, con l’ulteriore novella ex art. 34 duodecies D.L. 179/2012 (introdotto in sede di conversione dalla L. 221/2012) sino al 2020;
Il Supremo Consesso respinge le censure mosse dalla ricorrente (concessionario) e conferma la sentenza gravata con motivazione, però, diversa.
Motivazione incentrata sull’impianto comunitario e la sentenza del 14 luglio 2016 (v. Avv. Morena Luchetti, Dossier plusplus24ore, agosto 2017, Diritto UE e Diritto interno. Vincoli e spazi di autonomia nelle concessioni demaniali, pag. 4 e ss.).
L’art. 1 comma 18, e le successive novelle, subirebbero, infatti, un brusco arresto, tenuto conto proprio della ridetta sentenza CGUE.
Il Consiglio di Stato sposta, così, l’attenzione sul procedimento condotto dalla P.A., e sulle conclusioni cui la stessa è pervenuta. Avrebbe, infatti, errato il Comune nel NON effettuare alcuna indagine di mercato – contrariamente a quanto “predicato” dalla sentenza europea e dai principi, granitici, dalla stessa tratti – per verificare la possibile gestione della struttura da parte di altro operatore a condizioni differenti. L’errore sarebbe scaturito non soltanto dalla circostanza per cui non è stata adeguatamente valutata la domanda del soggetto concorrente (il cui procedimento si è concluso con un atto finale contenente il “laconico” è oramai intervenuto il rinnovo della concessione scaduta) ma, soprattutto, dal fatto che in prossimità della scadenza della concessione l’Ente non si è attivato – come invero avrebbe dovuto fare – per approfondire ufficialmente l’esistenza sul mercato di eventuali soggetti capaci di condurre la gestione della struttura. E ciò a prescindere dalla domanda avanzata dal “competitor”.
L’avvio dell’indagine, in altri termini, è attività da esperirsi d’ufficio dall’Ente, e non imposta per sollecitazione “di parte”.
Aggiunge il Collegio che fuorviante è, poi, l’accostamento operato dal giudice prime cure riguardo la classificazione dell’approdo turistico e la sua eventuale assoggettabilità al regime di proroga.
Partendo dal dato fattuale secondo cui non è chiaro se, in concreto, la struttura si sia nel tempo “evoluta” divenendo un vero e proprio approdo – sebbene il dato sembrerebbe risultare chiaro dal sito della società, e dalla presenza di servizi accessori non “compatibili” con il mero punto di ormeggio – il Consiglio di Stato sancisce che anche per la tipologia dell’approdo turistico vale la proroga dapprima introdotta con l’art. 1 comma 18 e poi estesa con le ridette novelle successive. Non è condivisibile, quindi, l’assunto secondo il quale si riserverebbe solo al “punto di ormeggio” il beneficio dell’estensione, perché, come già lo stesso Giudice ha osservato (CdS, sezione VI, n. 2151 del 18 aprile 2013, “…il dato letterale del citato art. 1, comma 18, interpretabile alla luce dell’art. 2, d.P.R. 2 dicembre 1997 n. 509, include anche le più ampie strutture nell’ambito di quelle dedicate alla nautica da diporto […]”), anche gli approdi sono da includersi nelle concessioni prolungate al 2020.
E’ sottolineata, infine, la possibilità che sia il concessionario subentrante a indennizzare quello uscente per la parte di investimenti non ancora ammortizzati, da provarsi in via documentale in maniera compiuta (“… sarà agevole per l’ente locale – qualora si debba procedere alla selezione di un nuovo concessionario – disporre affinchè il subentrante si accolli, oltre agli oneri correnti di concessione, anche lo stock di quelli occorrenti a ristorare il concessionario uscente per la quota parte di suo capitale investito e non ancora remunerato”).
Di nuovo un “richiamo” forte alle procedure competitive, questa volta per la nautica da diporto, con la P.A. che è tenuta a rivolgersi al mercato, secondo quanto già espresso dalla sezione V nella sentenza 16 febbraio 2017 n. 688 (v. cit. Dossier, pag. 25).
16 Ottobre 2017 Diritto, diritto amministrativoPaolo Storani
12 Ottobre 2017 Diritto, diritto civilePaolo Storani
L’art. 1815 2° comma c.c. opera anche se solo il tasso di mora convenuto supera il tasso soglia
L’ordinanza della Cassazione dello 04/10/17 chiarisce che il superamento del tasso soglia anche solo per la pattuizione relativa al tasso di mora implica l’applicazione l’art. 1815, co. 2, c.c. che stabilisce che “se sono dovuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi” e ai sensi dell’art. 1 d.l. 29 dicembre 2000, n. 394, convertito in I. 28 febbraio 2001, n. 24, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento; il legislatore, infatti, ha voluto sanzionare l’usura perché realizza una sproporzione oggettiva tra la prestazione del creditore e la controprestazione del debitore.
La fissazione di un tasso soglia al di la del quale gli interessi pattuiti debbono essere considerati usurari, riguarda sia gli interessi corrispettivi che quelli moratori (Cass. 04/04/03 n 5324).
Pertanto, è possibile ritenere che in applicazione di tale filone giurisprudenziale il mutuatario debba restituire solo il capitale, anche se la clausola pattizzia relativa al tasso di mora, sin dall’origine usurario, non ha mai comportato addebito di interessi moratori al mutuatario.
Tale ordinanza apre quindi la possibilità di compensare gli interessi corrispettivi e moratori pagati con le rate future per rideterminare l’importo capitale ancora dovuto per i mutui in essere, mentre per le posizioni già a sofferenza è legittimo interrogarsi sull’opportunità di richiedere la revoca della decadenza dal beneficio del termine all’istituto di credito in via stragiudiziale o promuovere un giudizio in prevenzione che accerti l’operatività nel caso specifico dell’art. 1815 comma 2 c.c..
Accertata l’usurarietà originaria del tasso convenuto, potranno essere compensate le somme dovute a titolo di capitale e quelle pagate a titolo di interessi , con un conseguente rideterminazione del debito residuo a carico del mutuatario o con l’accertamento di un credito a favore del mutuatario per indebito ex art 2033c.c.
In questa ottica, ci si sofferma a riflettere sulla portata dell’ordinanza rispetto al valore dei crediti in sofferenza messi a bilancio e al valore dei crediti cartolarizzati o ceduti alle bad bank che presentino un tasso pattizio usurario, per auspicare che sarebbe oramai condotta diligente e responsabile dell’Istituto di credito revisionare in tale ottica tutti i crediti incagliati o a sofferenza prima di effettuare le segnalazioni alla Banca d’Italia, di porli a bilancio o cederli a terzi.
Addebito della separazione al marito, anche per un solo episodio di percosse e lesioni alla moglie, da ritenersi di per sé fatto gravemente lesivo della dignità della persona umana (Sent. Trib. Macerata, n. 947/2017 pubbl. il 18/09/2017) – Letizia MURRI
12 Ottobre 2017 Diritto, diritto di famiglia, Senza categoriaPaolo Storani
Addebito della separazione al marito, anche per un solo episodio di percosse e lesioni alla moglie, da ritenersi di per sé fatto gravemente lesivo della dignità della persona umana (Sentenza del Tribunale di Macerata, n. 947/2017 pubbl. il 18/09/2017).
Interessante pronuncia del Tribunale di Macerata, in materia di separazione dei coniugi, in una situazione in cui le parti avevano formulato reciprocamente una richiesta di addebito della separazione.
Nella specie, in costanza di matrimonio, la signora S. era costretta a lasciare la casa coniugale, per un’aggressione violenta da parte del marito, Signor M., per il quale era dovuta ricorrere alle cure del Pronto Soccorso.
Fatto rientro a casa, trovava il portone chiuso dall’interno e il marito, replicandosi in un atteggiamento di sopraffazione nei confronti della moglie, le impediva di farvi rientro, nemmeno per recuperare gli effetti personali.
Da qui prendeva le mosse il procedimento di separazione giudiziale, con richiesta della donna di addebito della separazione al coniuge ex art. 151 comma 2 c.c.
Si costituiva in giudizio il Signor M., il quale chiedeva a sua volta l’addebito della separazione alla coniuge, per aver inspiegabilmente e improvvisamente abbandonato la dimora coniugale, lasciandolo in condizioni precarie. Chiedeva infatti anche l’attribuzione di un assegno mensile di mantenimento da porsi a carico della moglie.
Terminata l’istruttoria, nel corso della quale venivano escussi quali testimoni i figli maggiorenni della coppia, all’esito del giudizio il Tribunale di Macerata si è pronunciato per l’accoglimento della richiesta ex art. 151 comma 2 c.c. formulata dalla moglie ed il rigetto invece della stessa domanda di addebito avanzata dal marito. Conseguentemente veniva rigettata anche la richiesta di quest’ultimo al riconoscimento di un assegno mensile di mantenimento, con condanna a suo carico alla rifusione delle spese di lite ex art. 91 c.p.c..
Queste le principali argomentazioni (testualmente) a sostegno della decisione:
“la gravità della violenza posta in essere nei confronti della moglie, unitamente alla estrema rilevanza della successiva condotta di contrasto al rientro della donna in casa, rende piena contezza della sicura riconducibilità della fine dell’unione matrimoniale al comportamento del resistente, violento e prevaricatore nei confronti della moglie, tale da aver reso impossibile la prosecuzione della vita coniugale”.
“A tal riguardo, infatti, poco rilevante può ritenersi una eventuale (e non provata) preesistente condizione di disagio o di vera e propria crisi che può aver contraddistinto l’ultima fase dell’unione matrimoniale (potendo essersi trattato di condizione magari tollerata da entrambe le parti, come spesso accade), laddove come nel presente caso l’unione abbia in realtà trovato bruscamente termine nel comportamento violento dell’uno nei confronti dell’altra, a nulla rilevando l’episodicità del fatto violento, stante la sua inaudita gravità.”
“Anche un solo episodio di percosse e lesioni deve ritenersi di per sé fatto gravemente lesivo della dignità della persona umana, rappresentando comportamento che costituisce affermazione della supremazia di una persona sull’altra e disconoscimento della parità della dignità di ogni soggetto, principio quest’ultimo che sta invece alla base di tutti i diritti fondamentali considerati dalla Costituzione (così: Cass. Civ. 817/11).”
Conforta apprendere che il Tribunale di Macerata, coerentemente ad una prassi giurisprudenziale di legittimità e di merito, abbia attribuito alle violenze domestiche, pur se uniche o episodiche, la valenza di comportamenti di per sé idonei a sconvolgere definitivamente l’equilibrio relazionale della coppia e a costituire giusto motivo di addebito della separazione. Ciò superando analisi troppo rigorose in ordine alla preesistenza di una condizione di disagio o di crisi dell’unione matrimoniale. In queste ipotesi, appare quindi stemperata l’interpretazione giurisprudenziale che in materia di addebitabilità della separazione esige, anche a livello probatorio, la dimostrazione che il comportamento contrario ai doveri coniugali sia stato causa determinante la crisi familiare.
Si cita una recentissima pronuncia della Cassazione Civile, Sez. I, la n. 22689/17, pubblicata appena qualche giorno fa (28 settembre u.s.) che, nel riaffermare il principio in base al quale basta un solo episodio di percosse per far scattare l’addebito della separazione, enuncia altresì l’esonero del giudice da una analisi comparativa degli atti di violenza con gli eventuali comportamenti contrari ai doveri coniugali di chi li ha subiti, a meno che non si tratti di comportamenti omogenei per gravità.
Avv. Letizia Murri
Tributi locali: quale responsabilità per i coeredi dell’obbligato (Comm. Trib. Prov. Macerata, n. 419/2017 Sez. III, 13.6.2017) – Marisa ABBATANTUONI
10 Ottobre 2017 Diritto, diritto tributarioPaolo Storani
Tralasciate le altre questioni, la fattispecie atteneva alla pretesa avanzata dal Comune di Macerata nei confronti di una contribuente per mancato pagamento TARES intercorrente nel periodo 28/10/2013 al 31/12/2013. La contribuente era stata l’unica destinataria dell’avviso di accertamento in quanto erede del proprietario dell’immobile oggetto di obbligazione tributaria. Seppur in presenza di ulteriori eredi l’Ente locale sosteneva la solidarietà passiva dell’imposta, di contrario avviso era la ricorrente che affermava la responsabilità pro quota dei coeredi per il debito d’imposta e quindi concludeva il proprio ricorso con la richiesta di rideterminazione dell’importo dovuto pro quota appunto.
Si precisa che ai fini del pagamento dei tributi locali nessuna norma primaria stabilisce la solidarietà dei coeredi del debitore[1], che rispondono pro quota, in base al principio generale di cui all’art. 1295 c.c.
In materia tributaria la solidarietà fra gli eredi opera soltanto nei casi espressamente previsti dalla legge (come, ad esempio, per le imposte dirette, ex art. 65 del D.P.R. n.600/1973, per l’imposta di successione, ex art. 36 del D.Lgs. n. 346/1990, e per l’imposta di registro, ex art. 57 del D.P.R. n. 131/1986)[2].
Inoltre la violazione delle regole sulla solidarietà passiva, e quindi l’iscrizione a ruolo in capo ad un solo coerede dell’intero debito tributario costituirebbe, comunque, in fase di riscossione un vizio proprio della cartella in violazione dell’art. 19 del D.Lgs. n. 46 del 1999[3], norma che limita l’applicabilità della responsabilità solidale nella fase della riscossione, appunto alle sole imposte sui redditi [4].
In applicazione delle disposizioni sopra individuate la CTP di Macerata statuiva che alla contribuente poteva essere richiesto solamente un terzo del tributo e non l’intero ammontare dell’imposta come illegittimamente effettuato dal Comune di Macerata. Alla soccombenza seguiva la liquidazione proporzionale delle spese.
[1] 19. Disposizioni applicabili alle sole imposte sui redditi
“1. Le disposizioni previste dagli articoli 14, 15, 32, 33, 34, 35, 37, 38, 41, 42-bis, 43-bis, 43-ter, 44 e 44-bis del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, si applicano alle sole imposte sui redditi”;
[1] Cass. civ. Sez. V, 14-01-2011, n. 780 (rv. 616373)
“In tema di INVIM, gli eredi non rispondono solidarmente dell’imposta dovuta dal dante causa, ma “pro quota”, in base alla regola generale di cui all’art. 1295 cod. civ.,operando in materia tributaria la solidarietà fra gli eredi solo nei casi espressamente previsti e prevedendo l’art. 26 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 643 la solidarietà per il pagamento del tributo indicato limitata agli “alienanti” e ai “beneficiari del trasferimento di ciascun immobile” (categoria quest’ultima riferita all’ipotesi di trasferimento a titolo gratuito). (Cassa e decide nel merito, Comm. Trib. Reg. Roma, 22/11/2004)”
[2] Commiss. Trib. Reg. Lazio Roma Latina Sez. XXXIX, Sent., 05-02-2015, n. 700
“Ai fini del pagamento della TARSU nessuna norma primaria stabilisce la solidarietà dai coeredi del debitore, che rispondono pro quota, in base al principio generale di cui all’art. 1295 c.c. In materia tributaria la solidarietà fra gli eredi opera soltanto nei casi espressamente previsti dalla legge (come, ad esempio, per le imposte dirette, ex art. 65 del D.P.R. n.600/1973, per l’imposta di successione, ex art. 36 del D.Lgs. n. 346/1990, e per l’imposta di registro, ex art. 57 del D.P.R. n. 131/1986)”.
[3] 19. Disposizioni applicabili alle sole imposte sui redditi
[4] Cass. civ. Sez. V, 22-10-2014, n. 22426
“Per il debito ereditario conseguente al recupero nei confronti del de cuius della maggiore imposta di registro non trova applicazione l’art. 65 del D.P.R. n. 600/73, previsto per le imposte sui redditi, e neppure l’art. 36 del D.Lgs. n. 346/90. Pertanto, gli eredi, in mancanza di norme speciali che vi deroghino, sono tenuti al pagamento del tributo solo pro quota ai sensi degli artt. 752 e 1295 c.c.”
21 Luglio 2017 Diritto, diritto civilePaolo Storani
di Paolo M. Storani – Talora il ricorrente in cassazione denuncia un insanabile deficit motivazionale della pronuncia di appello e sollecita alla Corte di legittimità di Piazza Cavour lo scrutinio di una nuova valutazione di risultanze di fatto, ormai definitivamente cristallizzate sul piano processuale.
Esaminiamo, ad esempio, uno dei principali filamenti della recentissima sentenza (sotto allegata), della Cass. civ., Sez. III, 14 luglio 2017, n. 17446, Pres. Sergio Di Amato e Rel. Giacomo Travaglino: è sul passo dedicato all’art. 360, 1° co., n. 5, c.p.c. che si è appuntata la nostra attenzione.
“I motivi di censura sono, pertanto, irrimediabilmente destinati ad infrangersi sul corretto impianto motivazionale adottato dal giudice d’appello, dacché essi, nel loro complesso, pur formalmente abbigliati in veste di denuncia di una (peraltro del tutto generica) violazione di legge e di un (asseritamente) decisivo difetto di motivazione, si risolvono, nella sostanza, in una (ormai del tutto inammissibile) richiesta di rivisitazione di fatti e circostanze come definitivamente accertati in sede di merito”.
Prosegue l’Estensore Cons. Travaglino: “Il ricorrente, difatti, lungi dal prospettare a questa Corte un vizio della sentenza rilevante sotto il profilo di cui all’art. 360 n. 3 c.p.c. mediante una specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che si assumono in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie astratta applicabile alla vicenda processuale, si volge piuttosto ad invocare una diversa lettura delle risultanze procedimentali così come accertate e ricostruite dalla Corte territoriale, muovendo all’impugnata sentenza censure del tutto irricevibili,… la valutazione delle risultanze probatorie, al pari della scelta di quelle – fra esse – ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, postula un apprezzamento di fatto riservato in via esclusiva al giudice di merito, il quale, nel porre a fondamento del proprio convincimento e della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, nel privilegiare una ricostruzione circostanziale a scapito di altre (pur astrattamente possibili e logicamente non impredicabili), non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere in alcun modo tenuto ad affrontare e discutere ogni singola risultanza processuale, ovvero vincolato a confutare qualsiasi deduzioni difensiva”.
Veniamo ora al punctum pruriens ch’è il movente della presente news che avvia un tema di discussione che impegnerà questa Rivista nelle prossime settimane: “è, per altro verso, principio di diritto ormai consolidato quello per cui l’art. 360 n. 5 del codice di rito non conferisce in alcun modo e sotto nessun aspetto alla corte di Cassazione il potere di riesaminare il merito della causa, consentendo ad essa, di converso, il solo controllo – sotto il profilo logico-formale e della conformità a diritto – delle valutazioni compiute dal giudice d’appello, al quale soltanto, va ripetuto, spetta l’individuazione delle fonti del proprio convincimento valutando le prove (e la relativa significazione), controllandone la logica attendibilità e la giuridica concludenza, scegliendo, fra esse, quelle funzionali alla dimostrazione dei fatti in discussione (salvo i casi di prove c.d. legali, tassativamente previste dal sottosistema ordinamentale civile)”.
Prosegue il Relatore ricordando “come, all’esito delle modificazioni apportate all’art. 360, 1° co., n. 5 del codice di rito dalla legge 134/2012, il vizio motivazionale denunciabile non sia più quello (nella sostanza lamentato dal ricorrente, al di là della sua formale intestazione) afferente al contenuto motivazione (salvo il principio del c.d. minimo costituzionale, più volte affermato, anche a Sezioni Unite, da questa stessa Corte) bensì quello di omesso esame circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti – vizio del tutto impredicabile, nella specie, onde l’inammissibilità, in parte qua, della censura mossa alla sentenza impugnata”.
Insomma, la Corte di Cassazione ricorda ad ogni pie’ sospinto che non si può anelare ad una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un terzo giudizio di merito, in cui ridiscutere tanto il contenuto di fatti storici e vicende processuali, quanto l’attendibilità maggiore o minore di questa o di quella ricostruzione probatoria.
“Quasi che nuove istanze di fungibilità nella ricostruzione dei fatti di causa fossero ancora legittimamente proponibili dinanzi al giudice di legittimità” chiosa la formidabile penna di Giacomo Travaglino.
Ricordiamo che la norma esaminata nella pronuncia è valevole per i ricorsi contro sentenze depositate dall’11 settembre 2012 in poi; è stato introdotto nell’ordinamento il vizio di omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione fra le parti e abbia carattere decisivo, vale a dire che, ove esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della vertenza.
di Paolo M. Storani – Bisogna badare sempre al momento del conferimento del mandato all’avvocato cui la parte non può rilasciare la procura… a futura sconfitta!
Lo afferma con lapidaria chiarezza una delle sentenze più sintetiche (il succo sta in una paginetta, in totale, intestazione inclusa, sono due fogli e qualche riga!) e più richiamate della storia di Piazza Cavour, Cass. civ. 13558/2012, depositata il 30 luglio 2012, Pres. Francesco M. Fioretti, Est. Antonio Didone.
A nulla rileva che la procura sia stata conferita per tutti i gradi del processo.
La specialità della procura consiste nel fatto che debba essere attribuita per quello specifico giudizio di legittimità ed investa il difensore del potere di proporre ricorso per cassazione proprio contro una sentenza determinata, emessa in epoca antecedente al rilascio della procura speciale.
A titolo esemplificativo possiamo rifarci ad un caso concreto.
La Corte d’Appello di Roma aveva confermato la statuizione del giudice del lavoro di primo grado: era stata accertata l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra la lavoratrice e la datrice di lavoro, talché quest’ultima era stata condannata al pagamento del differenziale retributivo.
Doppio grado di giudizio negativo ma si va in Cassazione, organo supremo della giustizia nel suo travertino bianco lucente.
E l’avvocato si prende una condanna in proprio!
Infatti, il legale della ricorrente – datrice di lavoro aveva dichiarato di rappresentare e difendere la ditta sulla base di una delega apposta in calce al ricorso in appello (ricorso perché ricordiamo che l’esempio attiene alla materia lavoristica).
Questo risalente mandato era l’unica fonte dello jus postulandi del difensore, pur regolarmente iscritto nell’apposito albo dei cassazionisti.
E così Cass. civ., Sez. VI, Sottosezione L, ordinanza depositata in data 26 giugno 2017, n. 15895, Presidente Pietro Curzio e Relatrice Lucia Esposito, nello scrutinare la vicenda decisa dalla Corte distrettuale laziale, punisce severamente il patrono di parte ricorrente dal momento che ai sensi dell’art. 365 c.p.c., la procura rilasciata all’avvocato iscritto nell’apposito albo e necessaria per la proposizione del ricorso deve essere conferita dopo la pubblicazione della sentenza impugnata.
Ciò con specifico riferimento al grado di legittimità.
Pertanto, è inidonea allo scopo e, come tale, determina l’inammissibilità del ricorso per cassazione, la procura apposta in margine o in calce all’atto introduttivo del giudizio di merito, ancorché conferita per tutti i gradi e le fasi del giudizio.
All’inammissibilità del ricorso consegue la condanna in proprio dell’avvocato alle spese, in forza del consolidato principio in base al quale “in materia di spese processuali, qualora il ricorso per cassazione sia stato proposto dal difensore in assenza di procura speciale da parte del soggetto nel cui nome egli dichiari di agire in giudizio, l’attività svolta non riverbera alcun effetto sulla parte e resta nell’esclusiva responsabilità del legale, di cui è ammissibile la condanna al pagamento delle spese del giudizio” (Cass. 11551/2015, conforme Cass. 58/2016).
10 Luglio 2017 Diritto, diritto civilePaolo Storani
di Paolo M. Storani – Con la sentenza n. 7199 pubblicata in data 27 giugno 2017 il Tribunale di Milano, Sez. XII Civile, affronta la problematica dell’assicurazione infortuni presso diverse compagnie e del mancato avviso di cui all’art. 1910 c.c. da parte del soggetto assicurato.
Si tratta di un caso più frequente di quel che a prima vista potrebbe apparire: in che cosa consiste?
La stessa persona stipula assicurazioni infortuni in serie senza dichiarare di avere in corso di vigenza altre polizze volontarie contro gli infortuni. Poi, al verificarsi dell’evento (il medesimo sinistro) contemplato in polizza, il pluriassicurato richiede gli indennizzi a tutti gli enti assicurativi, tenendo le pratiche accortamente separate; stando alla ricorrente casistica, spesso capita che tali eventi vengano dichiarati come accaduti in casa, al riparo da occhi indiscreti, o di primo mattino, in zone isolate.
La Corte di Cassazione ha risolto la questione della possibile cumulabilità nel senso che l’assicurato può richiedere l’indennità contrattualmente prevista purché le somme complessivamente riscosse (circostanza che, all’evidenza, per il principio di vicinanza della prova, rimane, anche sotto il versante della scansione temporale, nella sfera del soggetto in garanzia) non superino l’ammontare del danno.
Venendo all’attualità, il Tribunale ambrosiano, con l’inedita e scarna pronuncia dianzi segnalata, pur nell’apparente e perfino dichiarata acquiescenza al chiaro orientamento assunto dalla S.C., se ne discosta, verosimilmente per un errore nella lettura o nell’interpretazione della suddetta sentenza; infatti, il passo che il Giudice del Tribunale di Milano mette in bocca alla Cassazione in realtà veniva stigmatizzato aspramente con tanto di virgolettato dalla medesima Suprema Corte, che afferma a chiare note che, così agendo, la Corte d’Appello di Cagliari aveva disatteso il principio confliggente recepito a Piazza Cavour.
Talché, il Monocratico lombardo ha accolto la domanda dell’assicurato con un percorso argomentativo che lascia perplesso l’operatore di settore; il legale attivista – avviso ai naviganti! -, una volta che la sentenza n. 7199/2017 sarà stata massimata per le banche dati usualmente più adoperate, dovrà fare molta attenzione nel giovarsi di un sì congegnato provvedimento quale precedente a sé favorevole.
In effetti, la sentenza segue, in concreto, quello stesso principio che l’autorevole avallo della Cassazione aveva ribaltato.
“In primo luogo” – e così cediamo la parola al Tribunale di Milano – “occorre evidenziare che la polizza inter partes nel riquadro relativo alle ‘dichiarazioni del contraente’ non reca alcuna dichiarazione. Ciò equivale a dire che l’attore ha indubbiamente omesso di effettuare la prescritta comunicazione così violando lo specifico obbligo posto a suo carico dall’art. 1910 c.c.”.
“Tuttavia,” – prosegue l’Estensore – “la sanzione prevista al comma 2 della norma indicata sanziona esclusivamente la reticenza dolosa: elemento, questo, che non è dato ravvisare considerata l’assenza di riscontri. La convenuta al fine di confutare la domanda ha allegato l’esistenza di altra polizza di analogo tenore asseritamente stipulata con la compagnia Ras invitando l’attore a ‘prendere posizione’ su tale circostanza.
Quest’ultimo, dal canto suo, non ha assunto una posizione chiara a riguardo limitandosi a contestare la ricorrenza dell’elemento psicologico.
Ha, di contro, negato ‘recisamente’ di aver conseguito alcun indennizzo per l’infortunio.
In tale contesto, rileva il Tribunale che l’esito della lite non può che discendere dall’applicazione della regola dell’onere della prova: onere che – secondo la decisione della Suprema Corte nr. 7349/15 citata da entrambe le parti – è posto a carico dell’assicurazione ove sia a conoscenza dell’esistenza di altre polizze assicurative a carico del danneggiato”.
(Tribunale di Milano, Sez. XII civ., 27 giugno 2017, n. 7199)
Ecco il prisma dell’onere della prova!
A questo punto s’impone un obbligato step di coordinamento che permetta anche di fare il punto sulla complessa problematica già inquadrata da Cass., Sez. U., 10 aprile 2002, n. 5119, che ha risolto i preesistenti contrasti.
Infatti, va ricordato ai visitatori della Rivista di Diritto Maceratese quel leading case formato dalla S.C., vale a dire l’appena richiamata, nella narrativa del Tribunale di Milano, sentenza della Corte di Cassazione, Sez. III, 13 aprile 2015, n. 7349, Pres. Giuseppe Salmè, Est. Luigi Alessandro Scarano.
Curiosamente Scarano è l’artefice della monumentale pronuncia della Sez. III n. 1361 del 23 gennaio 2014 sul danno da perdita della vita e che, dunque, sarebbe arduo catalogare nel novero dei… filo-assicurativi, mentre Salmè è addirittura colui che stilò la relazione nell’ambito della pronuncia delle Sezioni Unite n. 15350 del 22 luglio 2015 che sovvertì quella svolta aperturista, soffocandola in modo più che perentorio.
Orbene, la Cassazione recepiva il secondo motivo di ricorso con cui l’assicuratore di turno denunciava la violazione o la falsa applicazione degli artt. 1910 e 2697 c.c., in riferimento all’art. 360, 1° comma, n. 3, c.p.c..
Infatti, ricorda la Cassazione: “si duole che la corte di merito (n.d.r. = si trattava, come vedremo alla fine, in sede di cassazione con rinvio, della Corte d’Appello di Cagliari) abbia erroneamente affermato che la prova di aver stipulato più contratti di assicurazione per il medesimo rischio sarebbe diverso a seconda che egli abbia chiesto o meno l’indennità a piú assicuratori e che l’abbia già ottenuto da alcun, costituendo ‘fatto costitutivo’ della domanda nel primo caso e non anche nel secondo”.
La Cassazione ha, dunque, accolto in quanto fondato tale motivo nei termini che seguono: “come questa Corte ha già avuto modo di affermare, nell’ipotesi di assicurazione presso diversi assicuratori, qualora l’assicurato agisca contro l’assicuratore per ottenere il pagamento dell’indennità dovuta secondo il contratto con il medesimo stipulato, è tenuto a provare che il cumulo fra la chiesta indennità e le somme eventualmente da lui già riscosse per il medesimo sinistro da altri assicuratori non superi l’ammontare del danno sofferto in conseguenza di esso, poiché tale circostanza rappresenta un fatto costitutivo del diritto da lui fatto valere, in quanto, ai sensi del secondo inciso dell’art. 1910 c.c., comma 3°, un danno indennizzabile sussiste solo se esso ricorre (v. Cass., 23/8/1999, n. 8826).
Orbene, nell’affermare che (n.d.r. = a questo punto la Cassazione – siamo a pag. 5 della copia anastatica in nostro possesso – apre un evidente virgolettato, riportando la statuizione cagliaritana) ‘l’assicurazione, richiesta del risarcimento, la quale deve conoscere l’esistenza di altre polizze assicurative stipulate dal danneggiato in virtù dell’obbligo dell’assicurato di comunicare detta circostanza, può assumere informazioni per verificare che questi non abbia già chiesto il risarcimento alle altre assicurazioni. In caso positivo di questa verifica, ma solo allora, spetterà all’infortunato dimostrare che quanto riscosso dalle altre assicurazioni non eccede il risarcimento dovuto in relazione al danno effettivo’, la corte di merito ha nell’impugnata sentenza invero disatteso il suindicato principio”.
(Cass. civ., Sez. III, 13 aprile 2015, n. 7349)
Tornando alla decisione del Tribunale di Milano n. 7199/2017, pare essersi realizzata un’applicazione erronea dell’onere della prova, ritenendo che la Cassazione avesse affermato quello stesso principio che il Supremo Collegio stava, per converso, sottoponendo a vaglio critico (la Cassazione accolse il relativo motivo di impugnazione con rinvio alla Corte distrettuale cagliaritana, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di cassazione).
Per contro, il Tribunale di Milano, invertendo l’ermeneutica della pronuncia ed ignorando anche gli effetti che si erano sprigionati dal principio di non contestazione di cui all’art. 115 c.p.c., stante che l’assicurato non aveva affatto negato che coesisteva un’altra polizza per il medesimo rischio, ha concluso che “tale onere non è stato adempiuto… pertanto, in assenza di riscontro circa l’intervenuto risarcimento la pretesa dell’attore risulta fondata”.
“Sul piano processuale” – ricorda Marco Rossetti nel secondo volume, pag. 57, del suo organico trattato pubblicato per Cedam tra il 2011 ed il 15 luglio 2013 – “va ricordato che secondo la S.C. l’onere di provare che il cumulo fra l’indennizzo domandato e le somme già riscosse per il medesimo sinistro da altri assicuratori non superi l’ammontare del danno sofferto grava sull’assicurato, poiché tale circostanza rappresenta un fatto costitutivo del diritto da lui fatto valere, giusta la previsione del secondo inciso del terzo comma dell’art. 1910 c.c., secondo cui nel caso di assicurazione plurima un danno indennizzabile è concepibile solo in presenza di uno scarto fra il danno subìto dall’assicurato e gli indennizzi da questi riscossi dagli altri assicuratori”.
Quanto precede avviene in nome del principio indennitario, dal momento che l’adempimento di uno degli assicuratori plurimi non estingue l’obbligazione degli altri, ma semplicemente riduce il valore finale, vale a dire il parametro su cui l’obbligazione degli altri deve essere commisurata.
In effetti, il principio indennitario è elemento comune di tutte le assicurazioni contro i danni: per effetto di esse l’assicurato non può mai conseguire un lucro, ma soltanto porre rimedio ad un danno.
Un esempio varrà a fare chiarezza.
Se assicuro contro i danni un bene che vale cento euro presso tre differenti compagnie, pattuendo rispettivamente un valore assicurato di 50, 40 e 30, dopo aver riscosso l’indennizzo dal primo istituto assicurativo (quando ciò avvenga sono l’unico a saperlo dal momento che sono il dominus nell’avvio della procedura e nella trattativa), per l’appunto di 50, e dal secondo, per l’appunto di 40, dal terzo ed ultimo assicuratore potrò esigere soltanto 10 euro, non certo il totale assicurato, ch’è 120, né il residuo non ancora riscosso di 20 euro.

References: Art. 49
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 art. 1
 art. 34
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 sentenza 
 art. 151
 art. 151
 art. 91
 Cass. 
 art. 65
 art. 36
 art. 57
 Cass. 
 art. 65
 art. 36
 art. 57
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza