Source: http://www.napoli.com/viewarticolo.php?articolo=2387
Timestamp: 2020-08-12 17:53:30+00:00

Document:
La sua storia a puntate – 84
Giunsero notizie amare dall’Argentina. Una di queste fu la dichiarazione di Juan Marcos Franchi: “Maradona non tornerà mai più a giocare nel Napoli né in Italia”. Seguivamo avidamente, da Napoli, le cronache di Buenos Aires, Diego. Sembravi tranquillo. Venivi segnalato su una Fiat Uno amaranto sulla quale facevi la spola fra casa tua, in Calle Correa, e la casa dei tuoi genitori in Calle Cantilo. Giocavi con le bambine, ricevevi qualche amico calciatore.
Un giorno i giornalisti ti strapparono questa frase: “Ho fatto venticinque controlli antidoping, possibile che proprio l’ultimo fosse positivo?”. Ecco il problema, pibe. Il sospetto che fosse stata una trappola ce l’avemmo in molti. Dovevi pagare qualcosa e, così come ti stavi riducendo con la coca, al Napoli non servivi più.
Sabato 6 aprile 1991 venne fuori la sentenza della Commissione disciplinare della Federcalcio. Quindici mesi di squalifica per le tracce di cocaina nell’antidoping dopo la partita col Bari. Affermò la Disciplinare che la cocaina era uno stimolante proibito dalla nuova normativa come la fentermina che aveva portato alla squalifica di un anno dei calciatori della Roma Peruzzi e Carnevale. La squalifica di 15 mesi sarebbe stata estesa in campo internazionale. Non avresti potuto giocare con la nazionale argentina.
La tua difesa, Diego, protagonista l’avvocato Vincenzo Maria Siniscalchi, avanzò il dubbio che le provette con le tue urine potessero essere state manipolate e chiese una superperizia e un supplemento di indagini. Disse inoltre l’avvocato Siniscalchi: “Le tracce di cocaina trovate hanno un valore tanto modesto che basta per dimostrare che Maradona non intendeva certo assumere la sostanza per migliorare le prestazioni sportive, bensì per una scelta di benessere personale”. Chiese perciò che venissi giudicato in base all’articolo 1 del codice sportivo (eri venuto meno a doveri morali) e non per l’articolo 32 che riguardava il doping.
Dopo quattro ore in Camera di consiglio i giudici emisero la sentenza di condanna. Si disse che fu una sentenza equa perché, Diego, rischiavi due anni di squalifica. I giudici sportivi chiarirono: “La cocaina fa parte del primo gruppo di sostanze dopanti e non interessa il motivo per il quale è stata assunta, un calciatore sa che basta l’assunzione per infrangere la regola”.
Il Napoli fu scagionato da ogni responsabilità. Rischiava un’ammenda di 400 milioni. I giudici sportivi dissero che non potevi essere “governato” dalla società azzurra e perciò il Napoli non aveva responsabilità per quello che facevi. Governato? Responsabilità? Il fatto era un altro. Ti abbandonarono, ecco tutto. Per il presidente Ferlaino non eri più Maradona, ma un “caso” da risolvere a tutto vantaggio del Napoli. Perciò si disse intenzionato a usare la sentenza sportiva per rescindere i contratti federali ed economici che ti legavano al Napoli. In ballo 13 miliardi per gli impegni sottoscritti fino al 1993.
Risparmiare quel danaro era l’obiettivo. Della tua salute, della tua sorte, dei sacrifici che avevi fatto per il Napoli, delle vittorie conquistate solo grazie al tuo talento nessuno si curò più. Eri stato l’idolo osannato, corteggiato, inseguito dai dirigenti azzurri felici di farsi fotografare con te. Ti cancellarono dal loro cuore, ammesso che ne avessero uno. Disse il giocatore Incocciati. “E’ una crocefissione”. Dall’Argentina, Claudia dichiarò: “Non ci aspettavamo certo comprensione”.
Tirava aria di sentenza esemplare e così fu. Si fece vivo Guillermo Coppola che disse: “Da quando Diego decise di lasciare Napoli, cominciarono i guai”. L’amarezza più grande fu che avemmo la conferma della droga. L’avevamo sospettata, forse saputa, e taciuta. Stavamo andando incontro a una crudele verità.
La Commissione di appello federale confermò, il 20 aprile, la sentenza della Disciplinare: quindici mesi di squalifica. Avevi altri guai a Napoli: l’inchiesta per il mancato riconoscimento del figlio avuto da Cristiana Sinagra che lo attribuiva a te (era tuo); l’inadempienza contrattuale della Diarma, la società che curava la tua immagine, rivendicata dal Napoli; le indagini giudiziarie sul traffico di cocaina, sospettato di avere assunto, detenuto e ceduto sostanze stupefacenti.
Stringemmo i denti noi che ti volevamo bene e non potevamo che stare dalla tua parte. Quell’antidoping dopo la gara col Bari ci puzzava di imbroglio.
Andavi a pesca dei dorados a Esquina, andasti allo stadio del Boca applauditissimo, dichiarasti a un network televisivo che ti stavi organizzando per poter continuare a giocare con chiunque ti avesse chiamato. Giocavi a calcetto. Lo facesti una volta indossando la maglia della Sampdoria, una delle tantissime maglie che conservavi. Dichiarasti: “Ho commesso molti errori nella mia vita. Ma il più grave è stato quello di dire, tre mesi fa, che me ne volevo andare dal Napoli. Questo ha scatenato tutto quello che sta accadendo. Ora voglio cominciare a vivere. Basta ritiri. Voglio vivere in Argentina”.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza