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Timestamp: 2017-09-24 19:21:49+00:00

Document:
Dal momento che la Signatura Apostolica ha autorizzato una vasta diffusione della sua decisione preliminare, ci sembra necessario pubblicare qui due documenti che hanno contribuito alla riapertura di questa decisione. Questi documenti possono aiutare a capire come stanno esattamente le cose, ora che si avvicina sempre di più il momento della resa dei conti tra certi burocrati del Vaticano che, a quanto sembra, non devono rendere conto a nessuno delle proprie azioni, e l'intero messaggio reso noto dalla Madonna a Fatima.
AL SUPREMO TRIBUNALE DELLA
Appello contro la sentenza emessa dal Congresso il 15 maggio 1995,
con la quale si rifiuta di sottoporre questa causa all'esame dei giudici della Plenaria
Protocollo No. 25250/94 C.A.
- proposto da -
[IN RIFERIMENTO AL RICORSO GIA’ PRESENTATO,
registrato con il numero di protocollo 96002069]
Padre Nicholas Gruner, S.T.L.; S.T.D. [Cand.]
Il ricorrente con questo atto si appella contro la sentenza emessa dal Congresso in data 15 maggio 1995, e venuta a conoscenza del ricorrente il 28 ottobre 1996, con la quale si rifiuta di sottoporre questo ricorso all'esame dei giudici della Plenaria.
Il ricorrente afferma di aver presentato il ricorso entro 90 giorni dalla data in cui è venuto a conoscenza della sentenza, vale a dire dal 28 ottobre 1996; fino ad allora, infatti, il suo precedente avvocato, Carlo Tricerri, non lo aveva informato dell'esistenza di questa sentenza, né aveva provveduto a inviargliene una copia. Il 15 novembre 1996, il ricorrente ha inviato a questo Tribunale una comunicazione in cui affermava di voler presentare un ricorso entro i 90 giorni successivi al 28 ottobre, comunicazione a cui il Tribunale non ha opposto alcuna obiezione.
Il ricorrente afferma che, ignorando la prassi da seguire per appellarsi alla Plenaria, si era affidato completamente al suo avvocato che non lo ha mai informato sui limiti di tempo da rispettare e sulle procedure da seguire, e non ha mai presentato un ricorso contro la sentenza. [Solo dopo aver ricevuto una copia della sentenza, il ricorrente ha saputo da un canonista che il limite di tempo per ricorrere in appello era di 90 giorni] Basandosi sui consigli di un altro avvocato di questo Tribunale, il ricorrente è giunto alla conclusione che, a causa delle sue condizioni di salute, l'avvocato Carlo Tricerri non è in grado di fornirgli una valida assistenza legale. Il ricorrente solleva quindi l'avvocato Tricerri dal suo incarico e si riserva la facoltà di scegliere un altro avvocato.
La sentenza sub judice lascia inalterato l'ordine impartito il 31 gennaio 1994 dal vescovo di Avellino, Sua Eccellenza Antonio Forte. Con il suddetto ordine si intimava al ricorrente di lasciare il Canada per ritornare alla diocesi di Avellino dopo una assenza autorizzata di più di sedici anni, senza motivi di giusta causa, e si ammoniva formalmente il ricorrente, accusandolo di non meglio specificati “scandali” e “oltraggi”.
Attendibilità del ricorso in oggetto
Ai fini di questo appello, il ricorrente incorpora qui per riferimento, riconfermandoli integralmente, i fatti e gli argomenti legali esposti nel ricorso in oggetto già pendente dinanzi a questo Tribunale e registrato al protocollo No. 96002069, allegando una copia del ricorso in oggetto a questo atto.
II. Motivazioni dell'appello
Il ricorrente si appella contro la suddetta sentenza per i seguenti motivi:
A. In generale, per quanto riguarda la sentenza stessa:
(1) La sentenza è servita da premessa procedurale a un successivo ordine, impartito il 16 maggio 1996 dal vescovo di Avellino, in cui, richiamandosi a questa sentenza, si intimava al ricorrente di ritornare ad Avellino entro 29 giorni, se voleva evitare di incorrere in una sospensione. Di conseguenza il ricorso in oggetto deve essere sospeso fino alla definizione del presente ricorso.
(2) La sentenza è chiaramente un prodotto delle evidenti prevenzioni e dell'aperta ostilità del Prefetto di questo Tribunale, che ha operato dietro le quinte almeno sin dal 1989 per predisporre l'esilio del ricorrente ad Avellino, benché tre successivi vescovi di Avellino non abbiano espresso alcun motivo di lagnanza nei confronti del ricorrente e non abbiano indicato, per quanto li riguardava, una valida ragione per richiamarlo.
In Canada, nel corso di una causa civile, è stata rinvenuta una lettera del Prefetto datata 27 ottobre 1989 e destinata al vescovo di Avellino, nella quale il Prefetto consiglia in via confidenziale al vescovo di revocare al ricorrente il permesso di risiedere al di fuori della Diocesi di Avellino, minacciando di sospenderlo e, in ultima istanza, di ridurlo allo stato laico. Nella suddetta lettera si suggerisce inoltre al vescovo di rivendicare la paternità dell'idea di richiamare e di punire secondo i canoni della Chiesa il ricorrente, che, invece, gli era stata suggerita dal Prefetto. (Nonostante questa lettera, il permesso accordato al ricorrente di risiedere al di fuori della diocesi di Avellino sarà revocato solo con il summenzionato ordine del vescovo Forte, datato 31 gennaio 1994).
(3) Nella sentenza si riscontrano almeno dodici errori in fatto e diritto. Nella sentenza questi errori sono utilizzati per avvalorare false conclusioni (sia esplicite che implicite). Secondo queste conclusioni, il permesso di risiedere al di fuori della diocesi di Avellino sarebbe stato revocato al ricorrente nel 1989, il ricorrente non avrebbe obbedito agli ordini dei suoi superiori, sarebbe stato privato delle sue “facoltà”, avrebbe rinunciato al diritto di essere incardinato in una diocesi indiana e avrebbe vissuto e guidato il suo apostolato in Canada in violazione delle leggi della Chiesa.
(4) Nonostante la presunta riservatezza delle deliberazioni della Signatura, questo Tribunale ha autorizzato la pubblicazione della sentenza, e quindi di tutti i suoi errori, in tutta l'America del nord. Questa sentenza deve essere emendata affinché possa fedelmente riflettere la verità in fatto e diritto, per ristabilire il buon nome e la reputazione sacerdotale del ricorrente.
B. In particolare, per quanto riguarda la sentenza stessa:
(1) La sentenza accusa falsamente il ricorrente di “indipendenza de facto” dalle autorità ecclesiastiche. In realtà, non vi è alcuna disputa [vedi ricorso relativo] sul fatto che il ricorrente avesse il permesso, sia espresso che tacito, di tre successivi vescovi di Avellino e di diversi ordinari canadesi di risiedere in Canada e svolgere la sua opera in questo paese per oltre 16 anni. Inoltre, l'indipendenza “de facto” da un vescovo non è una trasgressione. Come la Congregazione per il Clero ammette implicitamente nel ricorso in oggetto, è perfettamente legittimo conservare l'incardinazione come conditio iuris, seguitando a risiedere stabilmente al di fuori della diocesi di ordinazione con il permesso del proprio vescovo. [Bisogna notare che la stessa espressione, “indipendenza de facto”, appare nella lettera già menzionata, redatta dal Prefetto nel 1989, in cui quest'ultimo consiglia al vescovo di Avellino di revocare al ricorrente il permesso, concessogli da lunga data, di risiedere in Canada, facendo passare questo provvedimento per una sua iniziativa].
(2) La sentenza presuppone erroneamente che l'apostolato guidato dal ricorrente sia privo del necessario “riconoscimento canonico” e che quindi debba essere considerato un' “iniziativa privata” illegale. In realtà, l'apostolato del ricorrente non necessita in alcun modo di un riconoscimento canonico, e non vi è nulla di illegale nel fatto che un sacerdote si dedichi a un'“iniziativa privata” in campo apostolico [can. 278]. Inoltre, il ricorrente ha diretto il suo apostolato con i consensi espressi e taciti a cui abbiamo accennato sopra.
(3) La sentenza accusa falsamente il ricorrente di aver disobbedito a un ordine del Nunzio papale; in realtà, come lo stesso nunzio ha riconosciuto in una lettera e in una conversazione registrata, questo ordine non è stato mai impartito.
(4) La sentenza accusa falsamente il ricorrente di aver disobbedito a un “ordine” in cui la Congregazione per il Clero gli intimava di farsi incardinare in un altro luogo o di ritornare ad Avellino, e di aver ignorato l'ammonizione canonica della Congregazione riguardo a questa questione. In realtà, questo “ordine” e questa “ammonizione” sono stati impartiti dall'allora Prefetto della Congregazione (il Cardinale Innocenti) con una misura ultra vires, usurpando cioè l'autorità dell'ordinario locale, che, da parte sua, non aveva impartito né ordini né ammonizioni. [Vedi can. 1339 sezione 1]. In seguito, il ricorrente decise di esprimere per iscritto le sue obiezioni, appellandosi al Papa e Innocenti annullò sia l'“ordine” che l'“ammonizione”. Nessuno di questi fatti è menzionato nella sentenza.
(5) Nella sentenza si afferma erroneamente che il permesso di risiedere in Canada concesso all'attore era stato revocato dal vescovo di Avellino il 15 novembre 1989. In realtà tale permesso è stato revocato solo il 31 gennaio 1994 con il summenzionato ordine del vescovo Forte. Nella lettera del 15 novembre 1989, il vescovo non chiede al ricorrente di tornare dal Canada, e nelle loro successive lettere, i prelati che hanno successivamente occupato la carica di vescovo di Avellino prorogano implicitamente il permesso accordato nel 1978 al ricorrente di vivere al fuori della loro diocesi. La sentenza usa questa falsa conclusione per dare l'impressione che, tra il 1989 e il 1994, il ricorrente fosse un sacerdote vagus, e che avesse disobbedito con ostinata insubordinazione al legittimo ordine di ritornare. In realtà, fino al 31 gennaio 1994, al ricorrente non fu impartito nessun ordine di ritornare né fu revocato il permesso di risiedere al di fuori della diocesi di Avellino.
(6) Nella sentenza si asserisce falsamente che, con la sua lettera del 18 luglio 1989, l'allora vescovo di Avellino, Sua Eccellenza Gerardo Pierro, revocò “tutte le facoltà” precedentemente concesse al ricorrente. La sentenza, tuttavia, non tiene conto di un particolare: il ricorrente non aveva nessuna facoltà nella diocesi di Avellino. Questa lettera quindi non ha alcun significato. Tuttavia, nella suddetta lettera, il vescovo proroga al ricorrente il permesso di risiedere in Canada, invitandolo, allo stesso tempo, a cercare un vescovo disposto a incardinarlo in un altro luogo.
(7) La sentenza asserisce falsamente che il ricorrente “non ha contestato” la cosiddetta “revoca di tutte le facoltà” menzionata nel precedente paragrafo, trascurando il fatto che non vi era nessuna facoltà da revocare e quindi niente da contestare, come confermò al ricorrente un professore di diritto canonico da lui consultato in merito alla lettera del 18 luglio 1989.
(8) Nella sentenza si afferma falsamente che il ricorrente “non ha contestato” il presunto rifiuto del vescovo Rego di incardinarlo nella sua diocesi, dimenticando che nel Codice di Diritto Canonico non vi è alcuna disposizione che consenta a un sacerdote di opporsi a un vescovo che gli nega l'incardinazione. Inoltre, il vescovo Rego ritirò la sua offerta di incardinare il ricorrente solo a causa degli interventi ultra vires del Prefetto e del Segretario della Congregazione per il Clero del tempo, che sistematicamente impedirono a una lunga serie di vescovi benevoli, noti al Tribunale, ma non menzionati nella sentenza, di incardinare il ricorrente.
(9) La sentenza asserisce falsamente che il ricorrente non ricorse contro l'ammonizione canonica e la minaccia di processo penale, contenute nell'ordine di ritornare impartito dal vescovo Forte il 31 gennaio 1994, senza tener conto della relazione presentata a questo Tribunale dall'avvocato del ricorrente, Carlo Tricerri, in cui si dimostra chiaramente che il miramur e la minaccia di processo penale erano, in base ai canoni 1339 e 1341, privi di ogni fondamento, che non vi era stata nessuna indagine episcopale, e quindi, a maggior ragione, nessuna prova di “scandalo”, di “imminente pericolo di scandalo” o altri motivi di ammonizione, in base ai suddetti canoni.
(10) La sentenza afferma falsamente che il ritorno forzato del ricorrente ad Avellino non comportava una punizione canonica contro la quale poter presentare un ricorso, senza tener conto del fatto che la perdita della residenza e l'esilio in una diocesi straniera (che aveva negato al ricorrente ogni missione canonica e gli aveva permesso di stabilirsi in Canada) si configurano chiaramente come punizioni, ad esempio, in base ai cann. 1336, §1, 1.
(11) La sentenza afferma falsamente che vi era una “giusta causa” per richiamare il ricorrente ad Avellino, dal momento che “dopo tanti anni quest'ultimo non era ancora stato incardinato in un'altra diocesi.” Questo Tribunale, tuttavia, sa bene che l'allora Prefetto e l'attuale Segretario della Congregazione per il Clero, con interventi privati ed extra-canonici, non menzionati nella documentazione di questo processo, hanno sistematicamente impedito al ricorrente di essere incardinato da una lunga serie di benevoli vescovi che desideravano incoraggiare il suo apostolato. I suddetti prelati non hanno contestato questi fatti che sono stati esposti nel ricorso in oggetto di cui hanno avuto modo di prendere visione. Questo Tribunale inoltre … a conoscenza del fatto che i suddetti prelati hanno persino tentato di indurre l'Arcivescovo di Hyderabad a ritirare il suo formale decreto di incardinazione del ricorrente nella sua arcidiocesi, decreto in cui si fa riferimento a una cospirazione dei suddetti prelati, volta a negare al ricorrente il suo diritto di essere incardinato da un vescovo benevolo.
(12) La sentenza asserisce falsamente che vi era una “giusta causa” per richiamare il ricorrente ad Avellino, dal momento che quest'ultimo si dedicava a una “sua attivitá privata”, “de facto indipendentemente dalle legittime autorità ecclesiastiche.” Ma, come abbiamo già osservato, tre successivi vescovi di Avellino avevano consentito al ricorrente di dedicarsi liberamente al suo apostolato senza sollevare nessuna obiezione; inoltre, l'apostolato in questione godeva del permesso, espresso e tacito, di diversi ordinari canadesi. In ogni caso, l'espressione “indipendente de facto”, è priva di significato e irrilevante dal punto di vista canonico. Inoltre, il can. 278 consente ai sacerdoti di fondare e guidare associazioni private finalizzate a opere religiose, anche senza aver ottenuto un riconoscimento o un'approvazione canonici.
C. In particolare, per quanto riguarda il
summenzionato ordine del vescovo Forte:
Se, riguardo ai ricorsi nei contenziosi amministrativi, la competenza di questo Tribunale è limitata all'accertamento della violazione della legge da parte degli atti amministrativi dei vescovi, le norme che regolano i ricorsi nei contenziosi amministrativi consentono di ricorrere contro il contenuto di una decisione amministrativa di un vescovo, come violazione della legge in decernendo, nei casi in cui
“...Si può dimostrare che le ragioni indicate dal vescovo sono sostanzialmente infondate … [o], quando le norme canoniche richiedono delle ragioni specifiche per adottare un particolare tipo di provvedimento ... e si può dimostrare che queste condizioni non sono state rispettate” [Norma 1 (c)].
In questo caso si può ravvisare una tangibile violazione della legge sia in decernendo che in procedendo da parte del vescovo di Avellino per le seguente ragioni:
(1) Diversi successivi vescovi di Avellino hanno dichiarato al ricorrente di non aver motivi di lagnanza nei suoi confronti e di non avere nessuna ragione di richiamarlo ad Avellino, ma di aver agito esclusivamente per ordine dei summenzionati prelati [cfr. l'esposizione dei fatti nel ricorso in oggetto che non è stata contestata]. Di conseguenza, l'ordine di ritornare del 31 gennaio 1994 era, per ammissione stessa di chi lo aveva impartito, privo di fondamento e quindi una violazione per se della legge in decernendo.
Tra il ricorrente e tre successivi vescovi di Avellino si era chiaramente stabilito un modus vivendi durato molti anni, una pratica piuttosto comune oggi nella vita sacerdotale, in base al quale l'incardinazione del ricorrente ad Avellino era conservata solo come conditio iuris e a quest'ultimo era consentito di seguitare a dedicarsi al suo legittimo lavoro apostolico. In realtà, la Diocesi di Avellino non ha mai avuto alcun bisogno della presenza fisica del ricorrente, dal momento che a quest'ultimo non era stata assegnata nessuna missione canonica nell'ambito della diocesi. Inoltre, come si osserva nell'esposizione dei fatti contenuta nel ricorso in oggetto, il ricorrente non poteva impegnarsi in una missione canonica nella Diocesi di Avellino perché non parlava il dialetto di quella regione e quindi non poteva confessare, né tenere una predica, senza averla prima messa per iscritto in italiano (il ricorrente non ha mai parlato speditamente l'italiano, si limita a saper scrivere in questa lingua testi ecclesiastici).
La summenzionata lettera inviata dal Prefetto di questo Tribunale al vescovo di Avellino nel 1989 dimostra in modo inequivocabile che il permesso concesso al ricorrente di vivere al di fuori della diocesi non sarebbe mai stato revocato se il Prefetto non avesse suggerito e orchestrato questo provvedimento come parte di un piano preordinato volto a ridurre al silenzio il ricorrente e ad annientare il suo apostolato che promuove legittime opinioni relative al messaggio di Fatima a cui certi membri della burocrazia vaticana, e tra questi il Prefetto, si oppongono accanitamente [cfr. il ricorso in oggetto].
In breve, per indiscussa ammissione dello stesso vescovo, riportata nel ricorso in oggetto, in base al can. 271§3, non vi era una giusta causa per richiamare il ricorrente ad Avellino.
(2) Dal momento che la “mancata” incardinazione del ricorrente da parte di un altro vescovo … da imputare esclusivamente agli interventi ultra vires e agli abusi d'autorità dei summenzionati membri della Congregazione per il Clero e all'evidente collaborazione del Prefetto di questa Congregazione, questa “mancata” incardinazione non era una “giusta causa” per richiamare il ricorrente ad Avellino dopo un'assenza autorizzata di oltre sedici anni.
È estremamente importante osservare che, nel ricorso in oggetto, non vi è alcuna disputa sul fatto che l'incardinazione del ricorrente da parte di una lunga serie di vescovi benevoli sia stata sistematicamente osteggiata dai suddetti membri della Congregazione per il Clero attraverso metodi extra-canonici e riservati privi di precedenti (e con l'evidente collaborazione del Prefetto di questo Tribunale, che ha dato inizio ai tentativi di richiamare ingiustamente il ricorrente ad Avellino con la sua lettera al vescovo di Avellino del 27 ottobre 1989). In realtà, anche quando il ricorrente riuscì a ottenere il formale decreto di incardinazione dell'Arcivescovo di Hyderabad, i suddetti prelati rifiutarono di riconoscerlo, e ancora una volta intervennero riservatamente per impedire l'incardinazione del ricorrente da parte di un vescovo benevolo.
È quindi evidente che la cosiddetta “mancata” incardinazione del ricorrente in un'altra diocesi non poteva essere una giusta causa per richiamarlo, dal momento che il ricorrente non aveva alcuna colpa per la sua “mancata” incardinazione.
(3) Contrariamente a quanto si asserisce nell'ordine del 31 gennaio 1994, è chiaro che il ricorrente non era un sacerdote vagus.
Nel suo ordine del 31 gennaio 1994, il vescovo commette un evidente errore, affermando che il ricorrente doveva tornare ad Avellino perché era un sacerdote vagus. Non è contestabile il fatto che il ricorrente aveva un permesso scritto che lo autorizzava a vivere al di fuori della diocesi a quella data, un permesso che smentisce giuridicamente la tesi secondo cui egli era un sacerdote vagus.
(4) È chiaro che l'ammonizione canonica e la minaccia di un processo penale contenuti nell'ordine del 31 gennaio 1994, erano privi di fondamento.
In effetti, nell'ordine del 31 gennaio del 1994, non si riscontra neppure uno dei requisiti richiesti per l'emanazione di un'ammonizione canonica o di una minaccia di processo penale dai cann. 1339 e 1341. Questi canoni, infatti, nel loro insieme, impongono, come premessa necessaria all'ammonizione, l'accertamento dei seguenti elementi:
— l'esistenza di uno “scandalo”, provocato dal sacerdote, di un “grave turbamento dell'ordine pubblico”, di alcune altre trasgressioni, di imminenti occasioni di trasgressione o di un fondato sospetto delle stesse, accertato attraverso un'indagine,
— precedenti tentativi di correggere o rimproverare in modo fraterno il sacerdote.
Nell'ordine in questione non si precisa quale sia lo “scandalo” o il “grave turbamento dell'ordine pubblico”, la trasgressione o l'imminente occasione di una qualsiasi trasgressione. [L'unico tentativo di indicare un valido motivo di ammonizione è il riferimento del vescovo Forte a una nota di rimostranza del 1978 (!) di un partito anonimo riguardo a una non specificata controversia con l'apostolato del ricorrente, lettera in precedenza mai menzionata]. In effetti, non viene contestato il fatto, riportato nel ricorso in oggetto, che due settimane circa prima di impartire quest'ordine, il vescovo Forte dichiarò al ricorrente di non aver nulla da rimproverargli. L'ammonizione del 31 gennaio 1994, quindi, è priva di precedenti, sembra quasi provenire dal nulla.
Naturalmente, nella documentazione di questa causa e in quella del ricorso in oggetto, non si fa riferimento al tentativo di correggere o rimproverare fraternamente il ricorrente, così come richiesto dai summenzionati canoni, dal momento che i non meglio specificati “scandali” e “oltraggi” a cui si fa riferimento nell'ordine del 31 gennaio 1994, non erano stati mai menzionati nel corso dei precedenti sedici anni. In realtà non vi era nessuno scandalo e nessun oltraggio da menzionare.
Per le stesse ragioni, anche la minaccia di processo penale era priva di fondamento. Il can. 1318 esclude la minaccia di punizioni di latae sententiae (can. 1341), a eccezione dei casi di “gravi e premeditate trasgressioni”. Ma nell'ordine del 31 gennaio 1994 e nelle altre dichiarazioni del vescovo di Avellino non è specificata nessuna trasgressione e quindi, a maggior ragione, nessuna trasgressione premeditata. In effetti, nel corso dei venti anni del suo sacerdozio, il ricorrente non è mai stato accusato di nessuna violazione canonica.
È quindi indiscutibile che l'ammonizione canonica e la minaccia di processo penale del vescovo Forte erano del tutto prive di fondamento.
D. Richiesta di ricusazione
Per le ragioni menzionate nei precedenti paragrafi, così come nel ricorso in oggetto, il ricorrente chiede rispettosamente che il Prefetto di questo Tribunale ricusi se stesso da questo giudizio sia per ragioni di naturale equità, sia in base ai cann. 1447 e 1448, o sia sollevato da questa causa su richiesta del ricorrente, in base al can. 1449.
E. Richiesta di documentazione
Il ricorrente chiede inoltre rispettosamente che questo Tribunale consenta al suo avvocato di esaminare e fotocopiare tutta la corrispondenza e ogni altra comunicazione tra il Prefetto, i successivi vescovi di Avellino e quei vescovi che, in diversi momenti, si sono offerti di incardinare il ricorrente, tutta la corrispondenza dell'ex Prefetto e dell'attuale segretario della Congregazione per il Clero, come pure tutte le “dichiarazioni” o altri documenti concernenti il ricorrente provenienti da questo tribunale, dalla Congregazione per il Clero o dal vescovo di Avellino.
III. Richiesta Di Riparazione
PERTANTO, il ricorrente chiede rispettosamente le seguenti riparazioni:
(A) La sospensione del ricorso in oggetto fino alla definizione del presente ricorso;
(B) La ricusazione del Prefetto da ogni ulteriore intervento in questo ricorso;
(C) L'ammissione di questo ricorso dinanzi ai giudici della Plenaria;
(D) La revoca della sentenza sub judice e del successivo ordine del vescovo Forte;
(E) Un ordine di questo Tribunale che ingiunga al Prefetto di questo Tribunale, all'ex Prefetto della Congregazione per il Clero, al suo attuale Segretario, e a tutti i loro collaboratori, chiunque essi siano, di non interferire più con le offerte di incardinazione del ricorrente da parte di tutti i vescovi benevoli che vorranno accettarlo;
(F) Un ordine di questo Tribunale che ingiunga al vescovo di Avellino di concedere la scardinazione al ricorrente a favore dell'Arcivescovo di Hyderabad o di qualsiasi altro vescovo che si offrirà di incardinarlo;
(G) Il risarcimento dei danni a favore del ricorrente e contro il prefetto di questo Tribunale, Sua Eminenza G. Agustoni, l'ex Prefetto della Congregazione per il Clero, Sua Eminenza Josè Sanchez, l'attuale Segretario di questa Congregazione, Sua Eccellenza C. Sepe, l'attuale vescovo di Avellino, Sua Eccellenza Antonio Forte e i loro collaboratori, per abuso dell'autorità ecclesiastica e violazione della legge, sia in procedendo che in decernendo, e, dal momento che nella richiesta di danni sono coinvolti dei cardinali, il trasferimento di questa causa alla Prima Sede.
Rispettosamente presentato oggi 27 gennaio 1997
Da Padre Nicholas Gruner, S.T.L.; S.T.D. [Cand.], ricorrente.
31 gennaio 1997,
Oggetto: I ricorsi alla Signatura Apostolica
registrati al protocollo
con i numeri 25250/94 C.A.
e 96002069
nei summenzionati ricorsi pendenti dinanzi alla Suprema Signatura Apostolica, ho chiesto la ricusazione del Prefetto della Signatura, Sua Eminenza il Cardinale Gilberto Agustoni, da questo caso.
Il motivo per cui mi trovo costretto a richiamare l'attenzione di Vostra Santità su questa richiesta è che, in base a una fedele interpretazione del canone 1449, che regola le richieste di ricusazione dei cardinali che svolgono la funzione di giudici presso la Signatura, incluso il Prefetto, la richiesta di ricusazione deve essere indirizzata al Supremo Pontefice (deliberazioni del PCIV/ 67-84, 01-07-1976, AAS 68 (1976) 635, CLD 8 [1973-1977] 1091-1902). La mia richiesta si basa, in conformità ai cann. 1447 §1 e 1449, sia sul pregudizio e sul aperta ostilità del Cardinale Prefetto, che sulla incapacità di giudicare questa materia, giacché egli infattii ha già svolto la funzione di giudice in questo caso, prendendo una decisione a me avversa.
Vostra Santitá conosce le vicissitudini del mio caso, dal momento che il 20 novembre 1996, alla fine dell'Udienza generale, ho potuto consegnare personalmente a Vostra Santitá, grazie all'intercessione di due benevoli vescovi, il ricorso in cui sono esposti tutti i fatti. Non vi é quindi alcun bisogno di narrare di nuovo l'intera vicenda.
Sará sufficiente dire che sono costretto a chiedere la ricusazione del Cardinale Prefetto dal giudizio sui miei ricorsi. Alcune circostanze, infatti, dimostrano che, sin dal 1989, quest'ultimo ha operato dietro le quinte, al di fuori delle vie prescritte dal Diritto Canonico, per ridurmi al silenzio e per sopprimere il legittimo apostolato a cui mi dedico dal 1978.
Accludo a questa lettera, come principale prova della controversia in cui sono coinvolto, la copia di una missiva privata inviata il 27 ottobre 1989 dal Cardinale Prefetto (a quel tempo Segretario della Congregazione per il Clero) all'allora vescovo di Avellino, Sua Eccellenza Gerardo Pierro. Ovviamente nessuno poteva immaginare che un giorno io avrei letto questa lettera, ma la Provvidenza ha voluto che essa venisse alla luce nel corso di una causa civile in Canada. In questa lettera l'allora arcivescovo Agustoni, che dovrebbe giudicare con imparzialitá la mia causa, indica scrupolosamente i “passi” (cito qui le sue parole) da intraprendere per richiamarmi ad Avellino senza giusta causa, consigliando al vescovo di ricorrere, in ultima istanza, alla minaccia della “riduzione allo stato laico”, dopo un'assenza autorizzata di piá di sedici anni, durante i quali ho dedicato tutta la mia vita sacerdotale a un apostolato che nessun vescovo di Avellino mi ha mai proibito di guidare.
Il Cardinale conclude la sua lettera invitando il vescovo di Avellino a rivendicare la paternitá di quei “passi” e di quelle decisioni che, invece, facevano parte di un suo preciso piano. In tal modo, si sperava che l'arcivescovo Agustoni avrebbe potuto giudicare i ricorsi che io avrei presentato contro i provvedimenti che egli stesso aveva consigliato, conservando una falsa apparenza di imparzialitá ed equitá nelle sue “deliberazioni”.
Vostra Santitá noterá che nella sua lettera, il Cardinale si esprime in termini di apparente sollecitudine per il mio benessere sacerdotale e per il bene della Chiesa, combinandola all'accusa di non aver trovato un vescovo benevolo disposto a incardinarmi, come se io fossi il solo responsabile di tutti i miei problemi. Tuttavia, temo che i fatti verificatisi in seguito alla lettera del Cardinale dimostreranno l'insinceritá di queste motivazioni.
Il 4 novembre 1995, Vostra Santitá, ho ricevuto una formale offerta di incardinazione da parte dell'arcivescovo Saminini Arulappa, un benevolo e santo prelato che apprezza la mia opera sacerdotale e il mio lavoro apostolico e guida l'arcidiocesi di Hyderabad [vedi secondo allegato], dove il mio apostolato sostiene un orfanotrofio. A sua volta, l'arcivescovo aveva ricevuto il decreto di scardinazione del vescovo Pierro della Diocesi di Avellino, pochi mesi prima che il cardinale Agustoni interferisse con il mio caso con la sua lettera del 1989.
Questa incardinazione in una diocesi del “terzo mondo”, che ha un grande bisogno di sacerdoti e di sostegno finanziario, é perfettamente in linea con gli orientamenti che, secondo il Pastor Bonus*, la Congregazione per il Clero dovrebbe incoraggiare. Tuttavia, l'ex Prefetto della Congregazione, il Cardinale Sanchez, e il suo attuale Segretario, l'arcivescovo Sepe, si limitarono a dichiarare che questa incardinazione da parte di un vescovo benevolo era tanquam non existens. Così, Vostra Santità, quando finalmente stavo per conseguire l'obiettivo che per anni mi avevano impedito di raggiungere — l'incardinazione da parte di un vescovo benevolo — quest'ultima fu dichiarata non esistente! È questa decisione della Congregazione che il Cardinale Agustoni, in qualità di Prefetto della Signatura, è chiamato ora a giudicare.
* Il Pastor Bonus è un documento legale pubblicato dal Papa Giovanni Paolo II in cui sono indicati i diversi doveri delle Congregazioni e delle corti vaticane.
Se il Cardinale Agustoni fosse veramente interessato al mio benessere sacerdotale e al bene della Chiesa, dovrebbe annullare la decisione della Congregazione e dichiarare valida la mia incardinazione a Hyderabad, allineandosi così alle direttive del Pastor Bonus, secondo cui bisogna inviare i sacerdoti là dove c'è bisogno di loro e dove vi sono missioni canoniche adatte alle loro particolari doti. Ma, naturalmente, niente di tutto questo accadrà. Nel 1995, il Cardinale Agustoni ha ritenuto di poter giudicare mio primo ricorso contro l'ordine di ritornare ad Avellino, anche se quell'ordine era stato ispirato da lui. Quindi, ha emesso una sentenza piena di errori, in cui si sostiene che, impartendo l'ordine di ritornare ad Avellino, il vescovo esercitava legittimamente il suo potere discrezionale, mentre era stato lui a consigliare al vescovo, in una lettera riservata, di ordinarmi di ritornare e di far passare questo provvedimento per una sua iniziativa!
Vostra Santità, come posso credere ora che un tale giudice giudicherà equamente il mio caso? Non è forse evidente che il Cardinale tenterà di portare avanti i suoi piani segreti, gia espressi nel 1989 volti a ricondurmi in una diocesi dove non posso svolgere nessuna missione canonica e dove il vescovo non ha mai richiesto i miei servigi, né mi ha mai fornito nessun sostegno negli ultimi venti anni?
Consentitemi, Santo Padre, di citare un brano del decreto di incardinazione del benevolo arcivescovo di Hyderabad:
“Le forze del male hanno cospirato per porre fine alla tua opera di amore. Ma tu va avanti, seguitando ad avere fede nel Signore. Il suo amore è costante ed Egli non ti verrà mai a mancare, nonostante tutte le prove e le persecuzioni a cui potrai andare incontro. Dio vuole confortarti e consolarti anche attraverso innumerevoli amici e sostenitori. La burocrazia non può soffocare l'opera di Dio. Prego perché tu possa proseguire la missione che ti è stata assegnata da Dio, nonostante la grande opposizione che dovrai affrontare.”
Come vedete, Santo Padre, quando parlo di azioni illecite concertate contro di me che mi hanno spinto a presentare questi ricorsi, come pure la richiesta di ricusazione del Cardinale Prefetto, mi riferisco a una realtà oggettiva. Questo illustre prelato, che occupa da venticinque anni la carica di vescovo, vede chiaramente la realtà della mia persecuzione, e la condanna con equità e coraggio.
Concluderò, Santo Padre, osservando che nella sua lettera riservata del 1989 in cui delinea il suo piano volto a farmi “decadere” dal mio status, il Cardinale mi definisce con condiscendenza un “soggetto difficile”. No, Vostra Santità, non sono un “soggetto difficile.” Sono solo un sacerdote leale che sa quali sono i diritti che Dio gli ha concesso e non ha timore di esercitarli — perché crede sinceramente che il bene della Chiesa, la salvezza delle anime e la pace nel mondo possano essere favoriti dal lavoro di tutti i fedeli, tra i quali includo anche me stesso, che promuovono coraggiosamente e pubblicamente l'intero messaggio di Fatima. Come Vostra Santità ha detto a Fulda, la conoscenza del messaggio di Fatima comporta delle responsabilità. Dal momento che la grazia di Dio e la Sua Provvidenza, mi hanno permesso di acquisire questa conoscenza, ritengo che sia mio dovere promuovere contro qualsiasi illecita opposizione il messaggio di Fatima, nonostante il mio personale desiderio di ritirarmi in un tranquillo rifugio per sottrarmi ai conflitti che i miei avversari seguitano a coinvolgermi.
Vostra Santità, l'evidenza parla da sola. Lasciare il compito di giudicare il mio ricorso al Cardinale Agustoni, che opera contro di me come un partito nemico, significherebbe prendersi gioco della giustizia e nuocere alla credibilità della Signatura, un tribunale che deve giudicare equamente le legittime lagnanze dei sacerdoti contro gli abusi di potere dei prelati. Secondo i cann. 1447-48, il Cardinale avrebbe dovuto ricusarsi da sé nel 1995, ma non lo ha fatto. Ora che questo caso è stato di nuovo sottoposto al suo giudizio, anche ora dovrebbe ricusare se stesso. Ma si guarda bene dal farlo. Era quindi mio dovere presentare questa richiesta.
Vostra Santità, mi rivolgo a Voi in qualità di mio Padre nella Fede, chiedendovi del pane. Vi chiedo il pane di una giusta causa dinanzi a un giudice imparziale. Vi prego non lasciate che, invece del pane, mi si presenti un gatto a nove code.
In conclusione, Vi prego, Vostra Santità, di voler ordinare la ricusazione del Cardinale Agustoni da questo caso — un provvedimento che, secondo le leggi della Chiesa, solo Voi potete adottare.
P.S. Accludo come terzo allegato il mio ricorso alla Plenaria della Signatura contro la sentenza emessa dal Cardinale Agustoni il 15 maggio 1995 (da me ricevuta solo il 28 ottobre 1996), questa sentenza è una chiara testimonianza dell'ostilità e delle prevenzioni del Cardinale. Spero che leggerete per intero questo ricorso che spiega nei dettagli come, nello sforzo di ridurmi al silenzio senza il dovuto processo canonico, si sia giunti al capovolgimento della verità.
P.P.S. Questa lettera include tre allegati:
1. Lettera del Cardinale Agustoni al vescovo Pierro, datata 27 ottobre 1989 (2 pp.).
2. Decreto di incardinazione dell'arcivescovo Arulappa, datata 4 novembre 1995 (1 p.).
3. Il mio ultimo ricorso alla Signatura, datato 27 gennaio 1997 (9 pp.) a cui è accluso il precedente ricorso alla Signatura (39 pp.) e 23 allegati in due fascicoli.
Naturalmente invierò a Vostra Santità ogni ulteriore documentazione o spiegazione che Vostra Santità vorrà richiedermi.

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