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Timestamp: 2018-11-15 17:51:39+00:00

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Elenco telefonico con errore su nome o numero: c'è risarcimento?
Elenco telefonico con errore su nome o numero: c’è risarcimento?
Abbonato risarcito per perdita di chance se il nome inserito nell’elenco del telefono on line è inesatto: il danno sta nell’impossibilità di conseguire guadagni e va liquidato in via equitativa se non ci sono prove documentali.
Fare inserire il proprio nome all’interno dell’elenco telefonico è certamente un vantaggio per chi svolge un’attività commerciale o professionale e pertanto, dalla facile reperibilità del proprio contatto, trae un beneficio commerciale. Certo, è impossibile dire quanti clienti derivino dal passaparola o dalla semplice consultazione delle pagine bianche o delle pagine gialle. Tuttavia una cosa è certa: essere presenti in un pubblico elenco è certamente una chances in più di guadagno. Cosa succederebbe dunque se il nome dell’abbonato o i suoi estremi telefonici dovessero essere trascritti in modo errato? Per il nome sbagliato sull’elenco telefonico c’è un risarcimento? La questione è stata decisa in questi giorni da un’ordinanza molto interessante della Cassazione [1]. Vediamo cos’è stato chiarito in questa occasione.
1 Elenchi telefonici: non tutti gli errori vengono risarciti
2 I termini per far valere la richiesta di risarcimento del danno
3 A quanto ammonta il risarcimento?
4 Il risarcimento dell’ulteriore danno commerciale per l’errore nell’elenco telefonico
Elenchi telefonici: non tutti gli errori vengono risarciti
Come noto, Telecom Italia – ormai denominata Tim – mantiene, rispetto agli altri concorrenti sul mercato, il servizio di pagine bianche e di pagine gialle. Ormai tutti conoscono la differenza tra i due elenchi telefonici: il primo riguarda le numerazioni dei privati, dei professionisti e degli studi; il secondo invece coinvolge le ditte ed ha carattere più marcatamente commerciale.
Di recente poi questi elenchi sono stati trasportati anche sul Web; sicché è possibile reperire il nome di una persona o di una azienda anche su internet.
Il servizio è a pagamento quando viene richiesto uno spazio più ampio rispetto quello di tutti gli altri abbonati o è necessario inserire loghi e disegni. Di fatto però ogni volta che si chiede l’inserimento del proprio nominativo in un elenco telefonico si conclude un contratto, sia esso a pagamento o gratuito. Del resto, è questo anche il modo di Telecom per affermarsi rispetto agli altri operatori.
Potrebbe succedere che i dati riportati nell’elenco non siano corretti perché un nome sia trascritto in modo sbagliato o che il numero di telefono non sia quello effettivo. Fino a quando si tratta di un abbonato privato, il danno è minimo e non spetta alcun risarcimento. Come infatti stabilito nel 2008 dalla Cassazione, i semplici fastidi della vita quotidiana che non comportano danni economici non possono essere risarciti come danni non patrimoniali.
Le cose vanno in modo diverso se la numerazione corrisponde a un’azienda o a un professionista ossia se si tratta di una utenza business. In questo caso, per il nome (o il numero) sbagliato sull’elenco telefonico c’è un risarcimento? La risposta della suprema corte è stata affermativa. E la ragione è semplice: poiché in questi casi l’unico danno risarcibile è quello patrimoniale e non quello morale (spiegheremo a breve il perché), il privato non viene danneggiato al portafoglio se non viene contattato dagli amici.
I termini per far valere la richiesta di risarcimento del danno
Il termine per ottenere il risarcimento inizia a decorrere da quando l’abbonato si accorge dell’errore e si prolunga per i 10 anni successivi: a tanto infatti ammonta la prescrizione per l’inadempimento contrattuale. Se però il contratto si chiude, il termine decennale inizia a decorrere da tale momento.
Quindi se anche tu hai una utenza business e ti sei accorto che la Telecom ha errato i tuoi dati nell’elenco telefonico puoi chiedere il risarcimento al tribunale nella misura in cui a breve ti diremo.
Telecom, nelle proprie condizioni di contratto, prevede dei risarcimenti standard. In particolare, per un errore di scrittura del nominativo oppure del numero telefonico, viene pagato un indennizzo pari a due mensilità del canone di abbonamento corrisposto dall’abbonato. Qualora l’errore riguardi sia il nome che il numero l’indennizzo è pari a quattro mensilità del canone di abbonamento.
A questo punto ci si chiede: se il danno dovesse essere superiore è possibile farsi risarcire di più? È proprio questo il tema della sentenza della Cassazione citata in apertura. Ecco qui di seguito la soluzione.
Il risarcimento dell’ulteriore danno commerciale per l’errore nell’elenco telefonico
È vero: anche nella società dell’informazione e della comunicazione telematica il passaparola costituisce ancora uno dei metodi più affidabili per scegliere un buon servizio o rivenditore. Pertanto difficile dire, in caso di errore sull’elenco telefonico, quanti clienti siano stati persi. È impensabile, del resto, che la scelta di un medico, di un avvocato, di un commercialista o di una ditta che ripara computer avvenga solo tramite la mera consultazione degli elenchi telefonici, trattandosi di incarichi nei quali la scelta della persona del professionista poggia fondamentalmente sulla fiducia nelle sue qualità professionali. Dette qualità certo non si ricavano da un elenco alfabetico, richiedendo una conoscenza ben più approfondita e una serie di informazioni assai più complesse. Peraltro, poi, per i professionisti ci sono anche gli albi consultabili sia su internet che presso i rispettivi ordini, il che ne garantisce la facile reperibilità.
Ciò nonostante, secondo la Cassazione, è possibile parlare di un danno da perdita di chances commerciali. Opportunità che si sarebbero ottenute e che, di certo, si è perse. Non potendo però quantificare con esattezza gli affari sfumati a causa dell’errore sull’elenco telefonico, il risarcimento non potrà che essere determinato in via “equitativa”, ossia sulla base di quanto al giudice appare opportuno.
Non importa quindi che l’abbonato non depositi in tribunale le dichiarazioni dei redditi dalle quali si evince la propria solidità e il reddito “leso”. La quantificazione avverrà in via presuntiva.
Presupposto ed essenza stessa del danno da perdita di chance è dunque, ha proseguito la Cassazione, l’incertezza, ossia l’impossibilità di affermare con certezza che, se lo stesso non si fosse prodotto, il vantaggio economico avuto di mira si sarebbe oppure no conseguito, essendo il danno per l’appunto rappresentato dalla definitiva perdita della possibilità di conseguirlo. Ebbene quello che rileva in caso di mancato o inesatto inserimento nell’elenco telefonico non è tanto la possibilità di continuare a essere contattati da clienti già acquisiti, quanto il fatto di non poter essere contattati da nuova clientela, rispetto alla quale non si può chiedere all’abbonato di fornire la prova della “perdita”. Prova che sarebbe impossibile. Ecco perché tutto viene determinato in via equitativo dal giudice, caso per caso.
[1] Cass. ord. n. 14916 dell’8.06.2018.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza 4 maggio – 8 giugno 2018, n. 14916
Presidente De Stefano – Relatore Iannello
1. L’Avv. F.V. conveniva in giudizio, avanti il Tribunale di Milano, Fastweb S.p.A. e Seat Pagine Gialle S.p.A. chiedendone la condanna in solido al risarcimento dei danni, patrimoniali e all’immagine, discendenti dal mancato o inesatto inserimento dei propri dati identificativi nelle guide cartacee Pagine Bianche e Pagine Gialle e negli elenchi on-line per gli anni 2005 e 2006.
Instaurato il contraddittorio il tribunale, con sentenza del 30/11/2011, rigettava le domande nei confronti di entrambe le convenute ritenendo:
a) sussistente la responsabilità contrattuale di Fastweb limitatamente all’anno 2005;
b) insussistente alcuna responsabilità, né contrattuale né extracontrattuale, in capo a Seat;
c) mancante, comunque, la prova del danno.
2. Tale decisione è stata confermata dalla Corte d’appello di Milano che, con la sentenza in epigrafe, ha rigettato l’appello dell’attore osservando che:
a) la domanda di risarcimento proposta nei confronti di Fastweb per l’anno 2006 era fondata sul mancato (e non sull’inesatto) inserimento dei dati identificativi negli elenchi telefonici; il mutamento in tali termini della ragione creditoria comporta inammissibile mutatio libelli, posto che altro è la pubblicazione di dati inesatti,altro l’omesso integrale inserimento del nominativo;
b) quanto a Seat, non vi era prova che avesse errato a inserire nell’elenco Pagine Gialle informazioni ad essa invece correttamente trasmesse; né poteva ritenersi che avesse espressamente assunto l’obbligo di pubblicare correttamente i dati per l’anno 2006 attraverso le dichiarazioni contenute nella missiva datata 2/5/2005, con cui la società aveva risposto a richiesta di chiarimenti, costituendo – detta lettera – “una risposta automatica, un riscontro della segnalazione” e contenendo tutt’al più “un generico riconoscimento dell’obbligo di conformarsi alle richieste di modifiche”:
c) correttamente è stata ritenuta la mancanza di prova del danno, anche da perdita di chance, atteso che:
– “è impensabile che la scelta del legale avvenga tramite la mera consultazione dei suddetti elenchi, trattandosi di incarichi nei quali la scelta della persona del professionista poggia fondamentalmente sulla fiducia nelle sue qualità professionali, qualità che non si ricavano da un mero elenco alfabetico, richiedendo una conoscenza ben più approfondita e una serie di informazioni assai più complessa”;
– “una volta che si sia in possesso del nominativo del legale, è possibile conoscere i dati che permettono di contattarlo attraverso una richiesta all’ordine degli avvocati, ovvero una consultazione dell’elenco tenuto dall’ordine stesso”;
“l’attore si è limitato a produrre alcuni articoli di stampa relativi ad azioni intraprese con successo da associazioni di consumatori, la maggior parte dei quali neppure contiene menzione dello studio dell’attore”;
– non è nemmeno predicabile uno sviamento di clientela in difetto di prova dei relativi presupposti, “non automaticamente ricollegabili allo sviluppo del contenzioso relativo alla causa intentata dai consumatori, non essendovi concreti e specifici elementi per far ritenere che i consumatori si sarebbero rivolti all’odierno appellante per la tutela dei propri diritti”;
– l’appellante inoltre non ha prodotto “documentazione fiscale inerente ai propri redditi, e neppure una parcella, ovvero qualsiasi altro documento idoneo ad indicare la remunerazione della sua attività”;
d) “difettano quindi gli elementi per la liquidazione equitativa”, presupponendo questa la sussistenza del pregiudizio e l’impossibilità di dimostrare il danno.
3. Avverso tale decisione l’Avv. F.V. propone ricorso per cassazione con quattro mezzi, cui resistono entrambe le società intimate, depositando controricorso.
Il ricorrente ha depositato memoria ex art. 380-bis.1 cod. proc. civ..
1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta, sotto vari profili censori, ricondotti alle previsioni di cui ai nn. 3 e 5 dell’art. 360 cod. proc. civ., che erroneamente la Corte d’appello ha ritenuto costituire mutatio libelli ovvero domanda nuova il riferimento alla inesattezza dei dati pubblicati nell’elenco Pagine Bianche dell’anno 2006.
– il petitum originario è identico a quello oggetto delle domande precisate nel corso del giudizio di primo grado e con l’atto d’appello: si è sempre trattato della richiesta di risarcimento del danno conseguente all’inadempimento di Fastweb e di Seat all’obbligo di pubblicare correttamente il nominativo del ricorrente sugli elenchi telefonici;
– la causa petendi non è basata su di un fatto costitutivo radicalmente differente, trattandosi sempre dell’inadempimento della resistente alla corretta pubblicazione dei dati identificativi;
– non è stato quindi introdotto alcun nuovo tema di indagine che possa aver disorientato la controparte e alterato il regolare svolgimento della controversia.
Soggiunge che, peraltro, quella dedotta per l’anno 2006 integra una responsabilità analoga a quella accertata, con decisione passata in giudicato, per l’anno 2005, nel quale l’abbonato risultava inserito nell’elenco come “Florio Lp”.
2. Con il secondo motivo il ricorrente – oltre a ribadire le medesime censure anche in quanto rilevanti rispetto alla posizione di Seat Pagine Gialle S.p.A. – deduce, ai sensi dell’art. 360, comma primo, nn. 3 e 5, cod. proc. civ.:
a) omesso esame “di una serie di fatti decisivi” con i quali, assume, è stata fornita la prova – che la Corte d’appello ha invece ritenuto mancante – della corretta comunicazione dei dati alla predetta società;
b) violazione ed erronea applicazione degli artt. 1988, 2697 e 2702 cod. civ., per avere la Corte di merito operato una illegittima inversione dell’onere probatorio che sarebbe spettato alla Seat per effetto della promessa di adempimento contenuta nella missiva del 2/5/2005/inviata in risposta alla richiesta di chiarimenti;
c) erronea interpretazione di tale lettera, in violazione degli artt. 1362, 1363 e 1366 cod. civ..
3. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia:
a) violazione o “scorretta” applicazione degli artt. 1218, 1223, 1226, 2043 e 2697 cod. civ., con riferimento alla fattispecie del danno da perdita di chance, nonché falsa applicazione dell’art. 112 cod. proc. civ. per non aver deciso sulla domanda proposta dall’appellante;
b) omesso esame di fatti decisivi oggetto di trattazione nel giudizio di merito, dai quali desumere, in termini di ragionevole probabilità, che in assenza della condotta illecita il ricorrente avrebbe conseguito il risultato sperato;
c) violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 1223, 1226, 2043 e 2697 cod. civ., e omesso esame di elementi di fatto decisivi per la decisione della controversia (elementi presuntivi allegati nel corso del giudizio dai quali desumere il nesso causale tra l’illecito e il danno).
Lamenta che la sentenza impugnata, avendo affermato che il danno richiesto non è stato provato stante la mancata dimostrazione della contrazione del fatturato, incorre in violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., per non aver deciso in merito alle domande dirette alla liquidazione del danno da perdita di chance, che è fattispecie separata e distinta dal danno da contrazione del fatturato.
In subordine, nel caso di diversa lettura della sentenza come riferita anche a tale domanda, lamenta violazione delle norme del codice civile indicate in rubrica, rilevando che il danno conseguente alla mancata acquisizione di nuova clientela è certamente risarcibile e deve essere inquadrato nella fattispecie di matrice giurisprudenziale del danno da perdita di chance.
Lamenta al riguardo omesso esame di elementi offerti allo scopo di dimostrare l’esistenza di tale pregiudizio, quali in particolare:
– la circostanza che, negli anni 2005 e 2006, chiunque avesse cercato di contattarlo, si sarebbe trovato nell’impossibilità di reperire il suo recapito telefonico negli elenchi cartacei o on-line suindicati;
– dichiarazioni dei testi Avv. I.P. e C.G. , i quali hanno concordemente riferito che, a seguito di lamentele di clienti dello studio, hanno avuto modo di verificare più volte che il nominativo dell’Avv. F. non era presente sul sito;
– il fatto documentato e comunque non contestato che, a partire dal 2004, egli seguiva un vasto contenzioso relativo gli scandali finanziari (omissis) , di cui negli anni in questione numerosi mezzi di informazione hanno riferito, anche evidenziando la positiva conclusione delle cause seguite da esso ricorrente nella provincia di Torino e in tutto il Piemonte, essendo egli uno tra i primi avvocati specializzati ad occuparsi della materia.
A tal ultimo riguardo il ricorrente lamenta in particolare che:
– la menzione a tale aspetto dedicata in sentenza “è del tutto generica e inconsistente ed equivale alla mancata considerazione dei fatti allegati”;
– la Corte non ha tenuto conto che si trattava di controversie seriali; i danneggiati erano tutti consumatori, ovvero soggetti che raramente hanno un proprio legale di fiducia e che quindi sono disposti molto facilmente ad affidare gli incarichi al professionista che risulta abbia già riportato successi in casi analoghi; sulla vicenda (…) solo il suo studio aveva seguito la controversia a livello collettivo.
Rileva che l’affermazione contenuta in sentenza secondo cui “è impensabile che la scelta del legale avvenga tramite la mera consultazione dei suddetti elenchi” non calibra l’accertamento del nesso causale al lamentato danno da perdita di chance, il quale impone al creditore solo di provare la presenza di elementi oggettivi dai quali desumere, in termini di ragionevole probabilità, che in assenza della condotta illecita avrebbe conseguito il risultato sperato da essa invece impedito.
4. Con il quarto motivo il ricorrente denuncia infine violazione e falsa applicazione dell’art. 1226 cod. civ., per la mancata liquidazione equitativa del danno conseguente alla mancata acquisizione di nuova clientela e del danno all’immagine.
5. È fondato il primo motivo di ricorso.
Non può dubitarsi infatti che l’allegazione della omessa pubblicazione dei dati identificativi negli elenchi telefonici, cartacei o on line, comprenda anche quella della inesatta loro indicazione, come il più comprende il meno, trattandosi di specificazione che incide al più sulle concrete modalità di verificazione del fatto posto a base della pretesa risarcitoria, ma che non ne muta la sostanza e l’identità ai fini della pretesa risarcitoria, essendo del tutto evidente che, ai fini del dedotto pregiudizio, nessuna differenza intercorre tra la mancanza totale del dato e la sua difformità al reale, il risultato essendone in entrambi i casi che il dato esatto non è reperibile nell’elenco.
Affermando il contrario la Corte d’appello incorre pertanto nel denunciato error in procedendo, avendo per tale ragione erroneamente considerato mutatio libelli quella che costituiva mera emendatio, come tale consentita nella memorie ex art. 183, comma sesto, cod. proc. civ..
6. È anche fondato il secondo motivo, nella parte in cui lamenta violazione delle norme di ermeneutica contrattuale in relazione all’interpretazione della missiva del 2/5/2015 (integrante ratio decidendi subordinata in sentenza ma che assume ora rilevanza argomentativa prioritaria in conseguenza dell’accoglimento del primo motivo di ricorso).
A fronte del chiaro tenore di tale lettera, testualmente trascritta in sentenza (“Facciamo seguito alla Sua richiesta, per comunicarLe che abbiamo provveduto all’esecuzione della stessa. Relativamente all’accoglimento della modifica sui nostri prodotti, La informiamo che la stessa sarà recepita sui supporti on-line nel giro di qualche giorno, mentre per i volumi cartacei sarà necessario attendere la stampa della prossima edizione…”), l’affermazione contenuta in sentenza -secondo cui “la comunicazione sembra una risposta automatica, un riscontro della segnalazione, e non è dato legger di una promessa di adempimento, bensì, al più, un generico riconoscimento dell’obbligo di conformarsi alle richieste di modifiche, che si assume già assolto” – si appalesa, oltre che intrinsecamente contraddittoria, priva di costrutto argomentativo, elusivo dei criteri legali di interpretazione degli atti negoziali e, segnatamente, di quello prioritario di cui all’art. 1362 cod. civ., della interpretazione letterale.
Appare infatti del tutto trascurato l’inciso, centrale nella detta comunicazione, e di inequivoco significato letterale, ove si afferma che (la richiesta modifica) “sarà recepita sui supporti on-line nel giro di qualche giorno, mentre per i volumi cartacei sarà necessario attendere la stampa della prossima edizione”.
Il motivo invece non può essere accolto nella parte in cui con esso si lamenta omesso esame di fatti decisivi (dai quali dovrebbe desumersi che, diversamente da quanto ritenuto in sentenza, Seat aveva ricevuto dallo stesso ricorrente o da Fasweb dati corretti che avrebbero consentito l’esatto inserimento dei dati personali identificativi nei propri elenchi on-line o cartacei) difettando la censura di autosufficienza, per mancata idonea indicazione in ricorso di atti e passaggi relativi.
7. È fondato anche il terzo motivo, nella parte in cui con esso si lamenta, in sostanza, l’adozione di erronee premesse definitorie circa la consistenza del danno da perdita di chance e i relativi oneri probatori, derivandone anche la fondatezza del quarto motivo, suscettibile di esame congiunto in quanto strettamente consequenziale.
Secondo costante insegnamento di questa Corte, il danno patrimoniale da perdita di chance consiste non nella perdita di un vantaggio economico, ma nella perdita definitiva della possibilità di conseguirlo, secondo una valutazione ex ante da ricondursi, diacronicamente, al momento in cui il comportamento illecito ha inciso su tale possibilità in termini di conseguenza dannosa potenziale (Cass. 17/04/2008, n. 10111).
Incoerenti rispetto a tale premessa definitoria – e dunque erronee in iure – si appalesano le motivazioni che nella sentenza impugnata sono poste a fondamento della decisione di rigetto anche di tal voce di danno (pur espressamente presa in considerazione), laddove in particolare esse argomentano sulla mancanza di “concreti e specifici elementi per far ritenere che i consumatori si sarebbero rivolti all’odierno appellante per la tutela dei propri diritti”, posto che proprio l’incertezza sul punto, in un senso o nell’altro, definisce la chance di cui si lamenta la perdita.
Mette conto peraltro in tema ricordare che, in fattispecie analoghe, questa Corte ha già più volte affermato che “quello che rileva in caso di mancato o inesatto inserimento nell’elenco telefonico non è tanto la possibilità di continuare ad essere contattati da clienti già acquisiti, quanto il fatto di non poter essere contattati da nuova clientela, rispetto alla quale nessuna prova della “perdita” può essere pretesa, se non in termini di “possibilità” e perdita di chance, suscettibile anch’essa di valutazione equitativa” (Cass. 04/08/2017, n. 19497), non mancandosi di osservare che tale diritto ha, “in tutta evidenza, maggiore pregnanza allorquando l’utenza telefonica afferisca ad un’attività professionale o commerciale” (Cass. 03/08/2017, n. 19342).
Né l’esistenza del danno può essere negata per il solo fatto -rilevato dalla Corte territoriale – che non siano stati depositati documenti fiscali a dimostrazione del decremento reddituale tale omissione può certamente incidere sulla liquidazione del risarcimento, ma non consente di escludere che un danno vi sia comunque stato e che possa essere liquidato in via equitativa (Cass. n. 19497 del 2017, cit.).
8. Nei termini e nei limiti sopra esposti il ricorso merita pertanto accoglimento; la sentenza impugnata va pertanto cassata, con rinvio al giudice a quo, al quale va anche demandato il regolamento delle spese del presente giudizio di legittimità.
accoglie il ricorso; cassa la sentenza; rinvia alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

References: sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 380
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 sentenza 
 sentenza 
 art. 183
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