Source: http://studiolegalezecca.it/649%20e%20414%20C.p.p.%20nuovo%20procedimento%20stesso%20fatto.htm
Timestamp: 2018-11-16 01:18:34+00:00

Document:
Cass. Pen. Sezioni Unite Sent. n. 34655 28 giugno 2005 - 28 settembre 2005
Con sentenza del 30.1.2004, il Tribunale di Brescia, in composizione monocratica, nel corso delle formalità di apertura del dibattimento, sentite le parti, a norma degli artt. 129 e 649 c.p.p. dichiarava di non doversi procedere nei confronti di D. G. e di B. G., in quanto i reati loro contestati erano stati già oggetto di sentenza di condanna emessa il 15.5.2001 dallo stesso tribunale, contro la quale era stato proposto appello dagli imputati. Il tribunale giustificava la pronuncia di improcedibilità rilevando che si era verificata una duplicazione del processo per il medesimo fatto contro le stesse persone e che, pur se la precedente sentenza non era ancora passata in giudicato, sussisteva una situazione di bis in idem sostanziale che rendeva applicabile la disposizione dell’art. 649 c.p.p., la cui portata deve considerarsi più ampia di quella risultante dal tenore letterale ed implica l’operatività del divieto di un secondo giudizio anche rispetto ad un procedimento definito con sentenza di primo grado non ancora irrevocabile.
1. - Occorre preliminarmente verificare la sussistenza delle due premesse logico-giuridiche del problema interpretativo sottoposto alle Sezioni Unite, dovendo accertarsi se nella situazione processuale dedotta sia riconoscibile la duplicazione del processo, stante l’identità delle persone degli imputati e della regiudicanda, per poi stabilire se nel processo anteriormente instaurato sia intervenuta una decisione passata in giudicato.
Premesso che nel vaglio della censura di violazione di norme processuali, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. c) c.p.p., la Corte di cassazione è giudice anche del fatto e che, ai fini dell'accertamento dell'error in procedendo, può accedere all’esame diretto dei relativi atti processuali (Cass., Sez. Un., 30 ottobre 2002, Arrivoli, rv. 222553, e Sez. Un., 31 ottobre 2001, Policastro, rv. 220092), deve porsi in risalto che, nel primo processo, la Corte di Appello di Brescia ha confermato la condanna del Donati e del Balduzzi pronunciata dal tribunale il 15.5.2001 per il concorso nel delitto di ricettazione, avendo gli imputati “ricevuto da altre persone allo stato non identificate n. 2137 camicie, 1913 delle quali rinvenute nella ditta del Balduzzi e le restanti 224 nell’autovettura utilizzata dal Donati, compendio di furto perpetrato in data 20.9.1996 in Sommacampagna ai danni della ditta Heris Group s.r.l.” (capo L). Nel secondo processo, conclusosi con la dichiarazione di improcedibilità, è stato contestato il reato di ricettazione sia al Donati, per avere ricevuto 224 camicie, che al Balduzzi, per avere ricevuto 1913 camicie: nei capi di imputazione risulta anche specificato che i beni ricettati erano stati sottratti in data 20.9.1996 alla Heris Group s.r.l.-
Infatti, considerato che l’espressione “medesimo fatto” figura non solo nel testo dell’art. 649, ma anche nella disposizioni di cui agli art. 28, comma 1, e 669, comma 1, del codice di rito, deve sottolinearsi che nella giurisprudenza di legittimità detta locuzione è stata costantemente intesa come coincidenza di tutte le componenti della fattispecie concreta oggetto dei due processi, onde il “medesimo fatto” esprime l’identità storico-naturalistica del reato, in tutti i suoi elementi costitutivi identificati nella condotta, nell'evento e nel rapporto di causalità, in riferimento alle stesse condizioni di tempo, di luogo e di persona (Cass., Sez. VI, 17 gennaio 2003, Agate ed altri, rv. 227711; Sez. I, 10 gennaio 2003, Grieco, rv. 223832; Sez. VI, 16 novembre 1999, P.G. in proc. Balzano; Sez. I, 16 aprile 1997, Vanoni ed altri, rv. 207653).
Da tali rilievi si evince che i due processi promossi contro il Balduzzi e il Donati riguardano il medesimo fatto, nell’accezione testè indicata. Invero, le imputazioni risultano connotate dalla totale coincidenza dei soggetti, delle condotte, dell’oggetto materiale della ricettazione, costituito complessivamente da 2137 camicie, del reato presupposto, individuato nel furto ai danni della Heris Group s.r.l., nonché delle condizioni di tempo e di luogo dell’accadimento. Né può affermarsi l’esistenza di una apprezzabile diversificazione per la sola circostanza che nel primo processo la contestazione concerne una fattispecie concorsuale ex art. 110 c.p., mentre nel secondo sono stati attribuiti agli imputati distinti reati di ricettazione. La scomposizione in due reati monosoggettivi dell’originaria ipotesi concorsuale, avvenuta nel secondo processo, corrisponde difatti -stante la completa identità degli elementi materiali che li integrano- al risultato di una differente qualificazione giuridica del titolo di imputazione della responsabilità penale, piuttosto che all’individuazione di distinte fattispecie munite di ontologica autonomia derivante dalla diversità delle componenti strutturali del fatto.
2. - In presenza di tali specifici dati processuali le Sezioni Unite sono chiamate a risolvere il contrasto di giurisprudenza sulla questione “se la regola del ne bis in idem stabilita dall’art. 649 c.p.p. si estenda anche alle sentenze non ancora irrevocabili”.
Nello stabilire che “l'imputato prosciolto o condannato con sentenza o decreto penale divenuti irrevocabili non può essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto, neppure se questo viene diversamente considerato per il titolo, per il grado o per le circostanze, salvo quanto disposto dagli artt. 69, comma 2, e 345”, l’art. 649, comma 1, riproduce l’art. 90 del codice del 1930, con l’unica particolarità che quest’ultima norma era collocata nella sezione del libro primo riguardante la posizione dell’imputato, mentre la disposizione vigente è inserita nel titolo I del libro X destinato alla disciplina del giudicato. La diversa collocazione non ha fatto perdere, tuttavia, al ne bis in idem l’intrinseca connotazione di regola costitutiva -oltre che di presidio al principio di ordine pubblico processuale funzionale alla certezza delle situazioni giuridiche accertate da una decisione irrevocabile- di un diritto civile e politico dell’individuo, sicchè il divieto deve ritenersi sancito anche a tutela dell’interesse della persona, già prosciolta o condannata, a non essere nuovamente perseguita. Ne segue che la proliferazione dell’unico processo corrisponde non solo ad un’evidente distorsione dell’attività giurisdizionale, ma, di per sé, anche alla lesione della sfera giuridica dell’interessato, costretto a difendersi da un’accusa rispetto alla quale è stato già giudicato con decisione definitiva. Quest’ultimo profilo, non privo di rilevanza sul piano dell’interpretazione della disposizione e della ricostruzione del sistema, è avvalorato dalla circostanza che nei lavori dell’Assemblea costituente si discusse dell’opportunità di costituzionalizzare il divieto e che il principio del ne bis in idem è espressamente elevato al rango di diritto civile e politico in non pochi trattati internazionali, ad iniziare dal paragrafo 7 dell’art. 14 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sino alla Costituzione europea siglata a Roma il 29.10.2004.
3. - La giurisprudenza di legittimità, formatasi sull’art. 90 del codice abrogato, è rimasta costantemente ferma su una posizione di rigida osservanza del limite testuale insito in detta disposizione, escludendo che l’esistenza di una sentenza non irrevocabile, emessa in un primo processo, potesse legittimare nel processo successivo, promosso contro la stessa persona per il medesimo fatto, la pronuncia di non doversi procedere per impromovibilità dell’azione penale (Cass., Sez. I, 7 marzo 1985, Monitoro, rv. 168614; Sez. I, 8 giugno 1982, Bolognini, rv. 154900; Sez. I, 8 giugno 1982, Chiavolon, rv. 154895).
In tale ottica, la Corte costituzionale dichiarò non fondata la questione di legittimità costituzionale del citato art. 90, rilevando che non può dirsi violato il principio di eguaglianza ex art. 3 Cost. per il motivo che, nella sua funzione preclusiva della reiterazione di un procedimento penale, la norma denunciata non equipara le due situazioni giuridiche, quella della sentenza divenuta irrevocabile rispetto a quella che tale ancora non sia. Il Giudice delle leggi osservò che dette situazioni sono profondamente differenziate sul piano giuridico e che il diverso trattamento è di per sè giustificato, tanto più che l'ordinamento processuale penale appresta, a tutela dell'unità del processo, altri istituti, dalla cui applicazione risulta oltremodo difficile che ad un procedimento terminato con sentenza, benchè non ancora irrevocabile, altro ne possa seguire per lo stesso fatto (Corte cost., 14 gennaio 1976, n. 6).
Lungo la stessa linea si è mossa la giurisprudenza di legittimità nei primi anni di applicazione del codice vigente. Si è stabilito, infatti, che l'art. 649 c.p.p. tende ad evitare la duplicazione di giudicati nel solo caso in cui sia già intervenuta sentenza irrevocabile, con la conseguenza che l’applicazione del divieto del bis in idem è rigorosamente subordinata all’esistenza di decisioni giurisdizionali connotate dal requisito dell'irrevocabilità. Anche recentemente è stato ribadito che l’esistenza di una sentenza irrevocabile costituisce condizione tassativa ed inderogabile per l’applicazione dell’art. 649 (Cass., Sez. III, 23 febbraio 2005, P.M. in proc. Massa, rv. 230872). In simile contesto interpretativo è stata dichiarata manifestamente infondata, in riferimento agli artt. 3, 24 e 97 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale di detta disposizione, nella parte in cui prevede il divieto di un secondo giudizio solo in caso di sentenza passata in giudicato (Cass., Sez. III, 23 gennaio 1996, Castellano, rv. 207105).
3.1. - La compattezza di tale indirizzo ha subito una prima incrinatura quando è stato ritenuto che, se è vero che il testo dell’art. 649 c.p.p. collega il divieto di un secondo giudizio alla pronuncia di una sentenza o di un decreto penale divenuti irrevocabili, ciò non significa, tuttavia, che fino a quando non sia stata pronunciata una sentenza irrevocabile possano legittimamente svolgersi nei confronti della stessa persona e per lo stesso fatto più procedimenti penali, giacchè l’art. 649, al pari delle norme sui conflitti positivi di competenza e dell’art. 669, esprime “un costante orientamento di sistema dettato ad evitare duplicità di decisioni” e un “generale principio di ne bis in idem che tende innanzi tutto ad evitare che per lo stesso fatto reato si svolgano più procedimenti e si emettano più provvedimenti, l’uno indipendente dall’altro” (Cass., Sez. V, 10 luglio 1995, Pandolfo, rv. 202653).
Con riferimento ad una fattispecie analoga a quella oggetto del presente processo è stato rilevato che “non compete a questa Corte indicare la norma processuale da applicare al caso di specie, né stabilire se, nell'ipotesi di precedente sentenza di condanna per il medesimo fatto non ancora passata in giudicato, debba aversi riguardo a quanto disposto dall'art. 649 c.p.p. o se, in ossequio ad una accezione più piena del principio ne bis in idem, tale che in esso sia compreso il divieto di sottoporre a procedimento penale una stessa persona più di una volta per il medesimo fatto, debba trovare applicazione l'art. 529 c.p.p., la cui operatività non è limitata, secondo quanto questa Corte ha già chiarito nella sentenza n. 27 del 1995, ai casi di difetto delle condizioni di procedibilità espressamente enumerate nel Titolo III del Libro V del codice di procedura penale, ma può essere ragionevolmente estesa fino a comprendere tutte le ipotesi in cui per quel medesimo fatto l'azione penale non avrebbe potuto essere coltivata in un separato procedimento perchè già iniziata in un altro” (Corte cost., 12 luglio 2001, n. 318).
Infine, chiamata a risolvere la questione di legittimità costituzionale dell’art. 34 c.p.p. nella parte in cui non prevede l’incompatibilità del giudice dell’udienza preliminare che, per il medesimo fatto, abbia già disposto il rinvio a giudizio della stessa persona, seguito da condanna impugnata in appello, la Corte costituzionale ne ha dichiarato la manifesta infondatezza, osservando che “è da escludersi che il giudice possa essere chiamato a pronunciarsi una seconda volta sull'ipotesi accusatoria in vista dell'apertura di un nuovo giudizio, e ciò sia che debba aversi riguardo a quanto disposto dall'art. 649 c.p.p., sia che trovi applicazione il principio del ne bis in idem in un'accezione più ampia di quella risultante dal predetto art. 649 e tale da impedire l'eventualità di procedimenti simultanei, rendendo applicabile, anche in tal caso, l'art. 529 c.p.p., la cui previsione possa ragionevolmente estendersi a comprendere le ipotesi in cui l'azione penale non abbia da avere corso in un procedimento perché già promossa in un altro” (Corte cost., 6 marzo 2002, n. 39).
3.2. - Talune decisioni di questa Corte si sono collocate al di fuori dell’alternativa vertente sull’applicabilità o non dell’art. 649 c.p.p. nella convinzione che nella disciplina apprestata per i conflitti di competenza potesse individuarsi il rimedio atto a risolvere le ipotesi di litispendenza risultanti dalla simultanea instaurazione dinanzi a giudici diversi di due processi contro la stessa persona per il medesimo fatto. A sostegno della praticabilità di un simile percorso è stata addotta la circostanza che l’art. 28, primo comma, lett. b) c.p.p. descrive una tipica situazione di litispendenza allorchè identifica un conflitto positivo nei casi nei quali “due o più giudici ordinari contemporaneamente prendono ….. cognizione del medesimo fatto attribuito alla stessa persona”. Si è sostenuto, così, che nel caso di procedimenti pendenti in fasi diverse contro lo stesso imputato per lo stesso fatto-reato la competenza spetta al giudice del procedimento che si trova nella fase più avanzata e che l’unificazione deve essere realizzata con l’applicazione del criterio della progressione attraverso l’assorbimento dell’un procedimento nell’altro (Cass., Sez. I, 8 maggio 1989, Rotolo, rv. 181325; Sez. I, 21 ottobre 1988, Chirico, rv. 179854; Sez. I, 10 marzo 1986, Salerno, rv. 172390; nel vigore del nuovo codice di rito: cfr. Sez. III, 23 aprile 1996, P.M. in proc. Poloni, rv. 204728; Sez. I, 23 novembre 2004, Murati). Peraltro, la sfera di operatività della disciplina dei conflitti di competenza è stata estesa a tal punto da includervi anche la concorrenza di procedimenti non riconducibili nella categoria della litispendenza, ma in quella della continenza, qualificata dalla circostanza che le regiudicande sono identiche soltanto parzialmente, in quanto l’una è più ampia e comprende interamente l’altra, dovendo, in tale situazione, i procedimenti concentrarsi dinanzi al giudice investito della cognizione del fatto più esteso (Cass., Sez. I, 20 giugno 1997, Ripa, rv. 208240; Sez. I, 10 novembre 1989, Bono, rv. 182551).
Per contro, deve ritenersi non corretta l’estensione della normativa sui conflitti alle duplicazioni del processo verificatesi all’interno della stessa sede giudiziaria, senza alcuna implicazione riguardante questioni di competenza per territorio e per materia. In questi casi è da escludere la configurabilità di un conflitto positivo di competenza non solo se i procedimenti duplicati pendano dinanzi a giudici dello stesso ufficio, nella stessa fase o in fasi differenti, ma anche quando essi si trovino in gradi diversi. Di talchè, va riconosciuta l’esattezza dell’orientamento secondo cui è estranea allo schema del conflitto di competenza l’ipotesi in cui il tribunale e la corte d'appello della stessa sede procedano per il medesimo fatto, stante l'autonomia delle reciproche sfere di competenza funzionale in relazione alla diversità dei gradi e non sussistendo nessun profilo di incompetenza di uno dei due giudici (Cass. Sez. I, 23 ottobre 2002, Auriemma, rv. 222484; Sez. I, 26 maggio 1999, Busi, rv., 213946).
Nella situazione da ultimo considerata non sono applicabili neanche le norme sui conflitti “impropri”, “atipici” o “in casi analoghi” contenute nel secondo comma dell’art. 28 c.p.p.- Nella giurisprudenza di legittimità è stato chiarito che tale genere di conflitti manca della rigida conformazione tipica del conflitto di competenza “proprio” e che l’intervento della Corte di cassazione è diretto a regolare l'ordine delle competenze al fine di eliminare distorsioni che danno origine, in casi concreti non predeterminati, ad una stasi del processo rimuovibile attraverso la determinazione dell'ambito delle attribuzioni in riferimento al compimento di singoli atti (Cass., Sez. I, 6 luglio 2004, confl. comp. in proc. Bevilacqua ed altri, rv. 229386). Sul punto è consolidato l’indirizzo che considera la sfera applicativa del secondo comma dell’art. 28 c.p.p. limitata ai casi di contrasto tra giudici da cui derivi una condizione di stasi o di paralisi dell'attività processuale direttamente ricollegabile al dissenso insorto tra due organi giurisdizionali rispetto all’adozione di provvedimenti necessari allo sviluppo del rapporto processuale (Cass., Sez. V, 16 giugno 1999, P.M. in proc. Sami, rv. 213804; Sez. I, 16 aprile 1997, P.M. in proc. Vanoni; Sez. I, 15 novembre 1996, Straticò, rv. 206516).
3.3. - La varietà e la disomogeneità delle posizioni assunte dalla giurisprudenza di legittimità nascono principalmente dal fatto che il codice di procedura penale regola, nell’art. 28, comma 1, lett. b), soltanto la categoria dei conflitti “propri” di competenza, senza indicare alcuna esplicita soluzione normativa per la litispendenza dei processi, in fasi o in gradi diversi, dinanzi a giudici della medesima sede giudiziaria. La lacuna spiega l’esigenza unanimemente avvertita di trovare un rimedio atto ad eliminare situazioni indubbiamente annoverabili tra le patologie processuali perché sono fonte di gravi pregiudizi per l’ordine e la funzionalità dei procedimenti e determinano, nello stesso tempo, la violazione del diritto dell’imputato a non essere più volte perseguito per il medesimo fatto.
La condizione di vuoto normativo non può essere ovviamente superata facendo riferimento alla disciplina della litispendenza nel processo civile dettata dall’art. 39, primo comma, c.p.c., secondo cui “se una stessa causa è proposta davanti a giudici diversi, quello successivamente adito, in qualunque stato e grado del processo, anche d'ufficio, dichiara con sentenza la litispendenza e dispone con ordinanza la cancellazione della causa dal ruolo”. In proposito basta osservare che il primo comma del citato art. 39 eleva il criterio della prevenzione a regola generale di unificazione del processo civile duplicato e che, ai fini della dichiarazione di litispendenza, è irrilevante ogni indagine sull’effettiva competenza del giudice preventivamente adìto, pur se il giudice successivamente adìto sia funzionalmente ed inderogabilmente competente a conoscere della causa (Cass. civ., Sez. I, 26 novembre 2002, n. 16724; Sez. III, 2 giugno 2000, n. 7360). Ne segue che la norma del codice di rito civile che, per risolvere la litispendenza, attribuisce prevalenza al criterio della prevenzione rispetto a quello della competenza non è certamente trasferibile nel processo penale, rispetto al quale la legge processuale assegna carattere assolutamente pregiudiziale all’accertamento della competenza del giudice, in piena sintonia con il principio costituzionale del giudice naturale sancito dall’art. 25, comma 1, della Carta costituzionale.
4. - Valutata la consistenza giuridica delle diverse posizioni, le Sezioni Unite ritengono di condividere l’indirizzo favorevole all’ammissibilità della pronuncia di non doversi procedere per impromovibilità dell’azione penale nelle ipotesi di litispendenza, che non implichino un conflitto di competenza e non siano accompagnate dall’esistenza di una sentenza irrevocabile, pur se le ragioni addotte a sostegno della soluzione prescelta necessitano di integrazioni e di approfondimento argomentativo, soprattutto per quanto concerne il ruolo dell’art. 649 c.p.p. nell’ambito dell’analisi ricostruttiva della normativa.
Sono state precedentemente illustrate le ragioni che autorizzano ad affermare che il codice di procedura penale regola espressamente soltanto le situazioni di litispendenza che danno origine a conflitti di competenza e non anche quelle nelle quali tale condizione è assente. Mette conto, però, osservare che, al di fuori dell’area del diritto penale sostanziale per il quale vigono il principio costituzionale di stretta legalità e la riserva assoluta di legge (art. 25, comma 2, Cost.), la mancanza di una esplicita disposizione non può fare considerare esaurito il compito dell’interprete, il quale, prima di optare per una conclusione di “non liquet” o di negare l’esistenza di una norma, ha il dovere di sperimentare tutti gli altri strumenti ermeneutici dei quali dispone, verificando, in particolare, la praticabilità della via additata dall’art. 12, comma 2, delle Disposizioni sulla legge in generale, a norma del quale “se una controversia non può essere decisa con una precisa disposizione, si ha riguardo alle disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe; se il caso rimane ancora dubbio, si decide secondo i princìpi generali dell'ordinamento giuridico dello Stato”. E sul metodo dell’indagine interpretativa in mancanza di un’esplicita disposizione di legge le Sezioni Unite di questa Corte hanno precisato che il silenzio del legislatore, di per sè solo, non ha valore concludente, nel senso che non equivale a certa regola di esclusione, per la semplice, ma evidente, ragione che nella ricostruzione della reale portata di una legge il fatto pretermesso non è affermato nè escluso e che, stante il valore non univoco di quel silenzio, compito indeclinabile dell'interprete è quello di attribuire, caso per caso, alla omessa menzione del fatto il significato più coerente con la ratio legis, con il contesto normativo delineato dal sistema e con gli interessi tutelati ed i fini effettivamente perseguiti (Cass., Sez. Un., 25 febbraio 1998, Gerina ed altro, rv. 210199).
5. - La matrice del divieto del bis in idem deve essere identificata nella categoria della preclusione processuale, ben nota alla teoria generale del processo, sia civile che penale. L’esattezza della qualificazione è confermata dalla considerazione che il divieto di cui all’art. 649 è esso stesso nient’altro che una preclusione: quella finale che si consolida a chiusura del processo. Non a caso uno dei più illustri studiosi del processo civile, al quale si deve la prima trattazione organica della tematica delle preclusioni processuali, ha definito il giudicato come la “somma preclusione” cui è affidata la funzione di garantire l’intangibilità del risultato del processo.
Tale linea di pensiero, comunemente accolta anche dalla dottrina processualpenalistica, rende evidente che la preclusione corrisponde ad un istituto coessenziale alla stessa nozione di processo, non concepibile se non come serie ordinata di atti normativamente coordinati tra loro, ciascuno dei quali - all’interno dell’unitaria fattispecie complessa a formazione successiva- è condizionato da quelli che lo hanno preceduto e condiziona, a sua volta, quelli successivi secondo precise interrelazioni funzionali.
5.1. - La figura della preclusione-consumazione offre la chiave per risolvere la questione relativa all’applicabilità della regola del ne bis in idem alle situazioni di litispendenza, in fasi o in gradi diversi, di procedimenti dinanzi ad uffici della stessa sede giudiziaria.
5.2. - Merita di essere sottolineato un ulteriore profilo di essenziale importanza per la completezza argomentativa della soluzione indicata rilevando che, nell’ipotesi della pronuncia di una sentenza non irrevocabile nel primo processo, nel perimetro della preclusione-consumazione ricade, oltre che l’esercizio dell’azione penale, anche il potere di “ius dicere” ad opera del giudice dello stesso ufficio investito della cognizione dell’identica regiudicanda nel secondo procedimento.
Il carattere di stabilità e di intangibilità della decisione rispetto al giudice dal quale essa proviene rappresenta una regola che ha trovato frequenti applicazioni nella giurisprudenza. Rappresentano espressione di tale principio quelle pronunzie che, in materia di revoca dei provvedimenti di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, hanno chiarito che gli atti di giurisdizione sono “revocabili dal giudice nei limiti e sui presupposti espressamente previsti, e rimuovibili, negli altri casi, solo attraverso gli strumenti di impugnazione” (Corte cost., 14 aprile 1999, n. 144) e che “l'ordinamento preclude in via generale al giudice, ad eccezione delle ipotesi tassativamente previste, di riesaminare autonomamente i propri provvedimenti definitivi per i quali sia prevista espressamente una procedura di revoca” (Cass., Sez. Un., 14 luglio 2004, Sangallo, rv. 228666). Ancor più esplicitamente, nella specifica ottica del fenomeno della preclusione-consumazione, è stato stabilito che “il provvedimento adottato in forma di ordinanza, che statuisce su diritti o su determinate situazioni giuridiche con quel carattere di definitività che è considerato distintivo, immanente ed essenziale, della sentenza, deve ritenersi irrevocabile se soggetto ad impugnazione, con la conseguenza che, dopo la sua emanazione, essendosi esaurito l'esercizio della potestà decisoria, è sottratta, immediatamente o successivamente, all'organo della giurisdizione (anche in sede esecutiva) la possibilità di tornare sulla presa decisione, cui va pertanto, riconosciuta l’idoneità a decidere in modo risolutivo l’episodio che ad essa ha dato vita (Cass., Sez. I, 22 settembre 1999, Papurello, rv. 214695; Sez. I, 21 dicembre 1993, Fidanzati, rv. 196542).
Del resto, un esplicito e diretto riscontro normativo del fenomeno della preclusione-consumazione, che impedisce al giudice di pronunciare una seconda volta sul medesimo oggetto, è dato dalla rigida disciplina delle condizioni prescritte per la correzione degli errori materiali e dei limiti di applicabilità dell'art. 130 c.p.p.- L’ammissibilità del rimedio correttivo nei soli casi di “errori od omissioni che non determinano nullità, e la cui eliminazione non comporta una modificazione essenziale dell’atto” lascia inequivocamente intendere che la legge autorizza soltanto gli interventi riparatori imposti dalla necessità di armonizzare l'estrinsecazione formale della decisione con il suo reale contenuto, mentre devono considerarsi senz’altro interdetti gli interventi dello stesso giudice con funzione sostitutiva della decisione, che, nella sua organica unità e nelle sue essenziali componenti, esce definitivamente dalla sfera giuridica del giudice che l’ha assunta, di talchè è inderogabilmente riservato al giudice dell’impugnazione il compito di modificare il contenuto decisorio del provvedimento (cfr. Cass., Sez. Un., 18 maggio 1994, Armati, rv. 198543).
6. - A conferma dei risultati dell’indagine sin qui condotta non può sottacersi che l’utilizzazione dello schema concettuale della preclusione ha trovato ampia diffusione nella giurisprudenza costituzionale e in quella di legittimità per la soluzione di situazioni processuali nelle quali la mancanza di una specifica disposizione di legge ha reso necessario il ricorso all’interpretazione logico-sistematica.
Infine, deve segnalarsi che una delle più lucide ed esaurienti applicazioni dei principi di preclusione e di consumazione del potere è stata recentemente fornita dalle Sezioni Unite allorché è stato stabilito che, qualora il P.M., nelle more della decisione sull’appello proposto contro l'ordinanza reiettiva della richiesta di misura cautelare personale, rinnovi la domanda nei confronti dello stesso indagato e per lo stesso fatto, allegando elementi probatori “nuovi”, preesistenti o sopravvenuti, é precluso al giudice, in pendenza del procedimento di appello, decidere in merito alla medesima domanda cautelare (Cass., Sez. Un., 31 marzo 2004, Donelli, rv. 227358).
Nella decisione sono state spiegate le possibili interferenze tra competenze funzionali diversificate rilevando come “alla luce di una complessiva lettura delle linee logico-sistematiche sia del fenomeno cautelare che della categoria delle preclusioni endoprocedimentali, il rapporto fra le due soluzioni non si configuri in termini di concorrenza, bensì di alternatività. S’intende cioè sostenere il principio per cui, qualora il pubblico ministero si determini a coltivare contemporaneamente entrambe le vie (…), al G.i.p. sia preclusa, in pendenza dell’appello avverso la sua prima decisione, la potestà di statuire ancora in ordine alla medesima domanda devoluta in sede di gravame al vaglio del tribunale della libertà. Non può invero consentirsi all’organo dell’accusa, nell’investire della decisione sulla stessa azione cautelare diversi giudici, di perseguire l’abnorme risultato di un duplice, identico, titolo, l’uno a sorpresa e immediatamente esecutivo, l’altro disposto all’esito di contraddittorio camerale e del quale resta sospesa l’esecutività fino alla decisione definitiva”.
7. - A compendio di tutte le precedenti considerazioni, le Sezioni Unite ritengono di dovere formulare sulla questione controversa il seguente principio di diritto: “Le situazioni di litispendenza, non riconducibili nell’ambito dei conflitti di competenza di cui all’art. 28 c.p.p., devono essere risolte dichiarando nel secondo processo, pur in mancanza di una sentenza irrevocabile, l’impromovibilità dell’azione penale in applicazione della preclusione fondata sul principio generale del ne bis in idem, semprechè i due processi abbiano ad oggetto il medesimo fatto attribuito alla stessa persona, siano stati instaurati ad iniziativa dello stesso ufficio del pubblico ministero e siano devoluti, anche se in fasi o in gradi diversi, alla cognizione di giudici della stessa sede giudiziaria”.
Pertanto, integrata nei termini sopra illustrati la motivazione della sentenza impugnata, poichè il Tribunale di Brescia ha legittimamente dichiarato di non doversi procedere contro D. G. e B. G. per essere stati già giudicati per lo stesso fatto in presenza delle condizioni appena enunciate, il ricorso del Procuratore Generale di Brescia risulta infondato e deve essere, quindi, rigettato.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 28
 art. 110
 sentenza 
 sentenza 
 art. 90
 art. 3
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 649
 sentenza 
 art. 39
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza