Source: https://www.laleggepertutti.it/200757_ammissione-di-debito-come-funziona
Timestamp: 2018-04-26 11:42:05+00:00

Document:
Ammissione di debito: come funziona
Lo sai che? Ammissione di debito: come funziona
Promessa di pagamento e riconoscimento di debito: l’ammissione del debitore comporta l’obbligo di pagare.
Non ci vuole una laurea in legge per comprendere che, se una persona ammette di avere un debito nei confronti di un’altra, non può poi tirarsi indietro e dire che non è vero. Come dicono i presentatori dei giochi a quiz: è la prima risposta quella che conta. Ci potrebbe volere però l’avvocato per spiegare come questa ammissione debba essere manifestata: se cioè c’è necessità di un documento scritto (anche un foglio di carta comune) o basta una semplice dichiarazione orale o se addirittura è sufficiente un comportamento che, implicitamente, riconosca il debito. Tutti questi aspetti non sono disciplinati dal codice civile ma sono spiegati da una serie di sentenze della Cassazione. I giudici, infatti, nel silenzio delle norme, hanno stabilito come funziona l’ammissione di debito e in cosa consiste. In questo articolo prenderemo spunto da una recente ordinanza della Cassazione [1] proprio di questi giorni che ha fornito alcuni utili chiarimenti. Partiremo da questa per spiegare cos’è l’ammissione di debito e come opera.
1 Cos’è la ricognizione di debito
2 Come funziona l’ammissione di debito
3 Come deve essere l’ammissione di debito?
4 L’ammissione del debito e la prescrizione
Cos’è la ricognizione di debito
L’ammissione di debito – anche detta più tecnicamente «ricognizione di debito» o anche «riconoscimento di debito» – è una dichiarazione che un soggetto fa a un altro con cui il primo si riconosce debitore nei confronti del secondo di una determinata prestazione (potrebbe trattarsi di una somma di denaro, della consegna di un oggetto o dell’esecuzione di una attività). Non è quindi un contratto che deve essere firmato o accettato.
Il codice civile mette sullo stesso piano della ricognizione di debito anche la promessa di pagamento, atteso che nel concetto di pagamento rientra chiaramente anche l’esistenza di una posizione debitoria. Infatti le due dichiarazioni sono disciplinate nello stesso articolo e comportano i medesimi effetti di cui a breve diremo.
Come funziona l’ammissione di debito
Il codice civile disciplina l’ammissione di debito (o «ricognizione di debito») in un solo articolo [2] dal contenuto estremamente sintetico. In esso si afferma che se una persona ammette di avere un debito con un’altra persona, quest’ultima, qualora voglia agire in causa per ottenere ciò che le è dovuto, non è tenuta a dimostrare il proprio credito ma può limitarsi a provare l’avvenuta dichiarazione con cui è stato ammesso il debito. Ad esempio, se una persona scrive su un foglio «Devo ancora pagare 500 euro per la tinteggiatura delle pareti del salotto» e lo consegna alla ditta che ha fatto i lavori in casa, quest’ultima, se non ottiene i propri soldi, può rivolgersi al giudice allegando solo questo documento cartaceo e senza bisogno di depositare anche il contratto o dimostrare di aver eseguito i lavori. In pratica l’ammissione del debitore è essa stessa prova del debito, senza bisogno di ulteriori elementi. Tuttavia, aggiunge il codice civile, è ammessa la prova contraria. In altri termini il debitore può dimostrare che, per una ragione o per un’altra, il debito è venuto meno dopo la suddetta dichiarazione (ad esempio depositando una quietanza o la prova del pagamento successivo).
Da ciò si evince che la dichiarazione unilaterale di ammissione di debito ha una valenza soprattutto probatoria, all’interno del processo. Comporta cioè una inversione dell’onere della prova. In effetti, se di norma è il creditore a dover dimostrare il proprio diritto, quando c’è un’ammissione di debito il credito è già provato da tale riconoscimento; spetta al debitore dimostrare l’estinzione del debito.
Quindi, chi vanta un credito nei confronti di un altro soggetto, facendosi rilasciare una ammissione di debito scritta potrà facilitare l’eventuale recupero forzoso.
Se ci sono più debitori della stessa prestazione, il riconoscimento del debito fatto da uno solo di questi non pregiudica la possibilità per gli altri di contestare il proprio obbligo. È quanto stabilisce il codice civile in una norma [3] ove si dice che: «Il riconoscimento del debito fatto da uno dei debitori in solido non ha effetto riguardo agli altri; se è fatto dal debitore nei confronti di uno dei creditori in solido, giova agli altri».
L’ammissione di debito si definisce titolata allorché nella dichiarazione viene indicata la ragione del debito, la sua fonte (ad esempio un contratto o un danno arrecato).
Come deve essere l’ammissione di debito?
L’ammissione di debito può essere espressa in qualsiasi forma, anche orale, non necessariamente scritta; l’importante è che sia rivolta al creditore (viene infatti tecnicamente chiamata «un negozio unilaterale recettizio» ossia che esplica effetti non appena conosciuto dal destinatario). Pertanto, non può configurarsi riconoscimento di debito la dichiarazione rivolta ad un terzo: essa però avrà comunque un valore di prova che il giudice potrà valutare liberamente (sarà il terzo ovviamente a testimoniare in processo affermando di aver sentito ammettere il debitore di dover eseguire la prestazione).
Chiaramente, per dimostrare più facilmente l’esistenza di una ammissione di debito è meglio che la stessa avvenga per iscritto. Anzi, se riportata in un documento cartaceo l’ammissione di debito comporta la possibilità per il creditore di evitare la causa contro il debitore, ma di chiedere direttamente nei suoi confronti un decreto ingiuntivo. Come noto, questa procedura si esaurisce in una richiesta, presentata dal creditore al tribunale, di un ordine di pagamento nei confronti del debitore (il quale, in questa fase, non interviene). Il decreto viene poi notificato al debitore che, eventualmente, ha 40 giorni di tempo per opporsi promuovendo un autonomo processo di accertamento.
Secondo la Cassazione [1], l’ammissione del debito può consistere anche in un comportamento concludente ossia in un’azione che, anche se in modo tacito, riconosce l’esistenza del debito. La Corte ha precisato che il riconoscimento di un debito non esige formule particolari, non ha natura contrattuale e non deve necessariamente essere compiuto con una specifica intenzione riconoscitiva. Ad esempio, il pagamento di un acconto su una fattura può essere considerato un’ammissione di debito; il fatto di aver scaricato dalle tasse un particolare costo proveniente da una fattura può essere ritenuto un’ammissione di debito; ecc. Quello che conta, in sostanza, è che emerga chiaramente un dato di fatto: e cioè che una parte si sia riconosciuta prima del giudizio, in qualsiasi forma purché in modo inconfutabile, in debito rispetto all’altra.
L’ammissione del debito e la prescrizione
Un’improntate questione collegata all’ammissione del debito è in tema di prescrizione. Difatti, l’ammissione di debito non cambia i termini di prescrizione del diritto del creditore: per cui se il diritto si prescrive in cinque anni (ad esempio il risarcimento di un danno) anche a seguito dev’ammissione, la prescrizione resta identica; se il diritto si prescrive in dieci anni (ad esempio il credito da un contratto) il riconoscimento del debito non cambia questo termine.
Tuttavia, la ricognizione del debito determina un importante effetto: interrompe il termine di prescrizione e lo fa decorrere nuovamente da capo. Ad esempio, se una persona vanta 100 euro nei confronti di un’altra e quest’ultima, un giorno prima del compiersi della prescrizione, ammette il proprio debito, la prescrizione si interrompe e riparte dall’inizio evitando che il diritto di credito si estingua.
[1] Cass. ord. n. 9097/18 del 12.04.2018.
[3] Art. 1309 cod. civ.
La ricognizione di debito ha effetto confermativo di un preesistente rapporto fondamentale, determinando l’astrazione processuale della “causa debendi”, con la conseguenza che il destinatario è dispensato dall’onere di provare l’esistenza e la validità del predetto rapporto, che si presume fino a prova contraria; essa, però, non costituisce autonoma fonte di obbligazione, presupponendo pur sempre l’esistenza e la validità del rapporto fondamentale, con la conseguenza che la sua efficacia vincolante viene meno qualora sia giudizialmente provato che tale rapporto non è mai sorto, o è invalido, o si è estinto, ovvero che esista una condizione o un altro elemento relativo al rapporto fondamentale, che possa comunque incidere sull’obbligazione oggetto del riconoscimento. Pertanto, nel giudizio di opposizione all’esecuzione promossa in virtù di un titolo esecutivo che comporta una ricognizione di debito (nella specie, un assegno bancario), incombe all’opponente l’onere di provare i fatti che tolgono valore al riconoscimento, ivi compreso l’inadempimento del creditore procedente, qualora mediante l’opposizione sia stata proposta domanda di risoluzione per inadempimento del rapporto fondamentale.
Corte di Cassazione Sezione 3 Civile, Sentenza del 15 maggio 2009, n. 11332
La ricognizione di debito non costituisce autonoma fonte dell’obbligazione, ma ha solo il più limitato effetto di sollevare il creditore dall’onere di provare il proprio diritto. Essa, tuttavia, diviene inefficace, siccome priva di causa, ove il debitore deduca e dimostri in giudizio la nullità o l’inesistenza del rapporto obbligatorio.
Corte di Cassazione Sezione 3 Civile, Sentenza del 18 novembre 2008, n. 27406
Pur essendo rinunciabile anche implicitamente il vantaggio dell’inversione dell’onere della prova di un rapporto fondamentale derivante dalla titolarità di una promessa di pagamento (art. 1988 cod. civ.), non è ravvisabile tale rinuncia se il promissario si limita ad indicare il rapporto fondamentale (cosiddetta promessa titolata), ovvero, in subordine al non accoglimento della domanda principale fondata sulla promessa, offra di provare il rapporto ad essa sottostante.
Corte di Cassazione Sezione 3 civile, Sentenza 19.05.2006, n. 11775
In tema di promesse unilaterali, la ricognizione di debito non costituisce autonoma fonte di obbligazione, ma ha soltanto effetto confermativo di un preesistente rapporto fondamentale, venendo ad operarsi, in forza dell’art. 1988 cod. civ., un’astrazione meramente processuale della “causa debendi”, comportante una semplice “relevatio ab onere probandi” per la quale il destinatario della promessa è dispensato dall’onere di provare l’esistenza del rapporto fondamentale, che si presume fino a prova contraria, a meno che egli non rinunci, anche implicitamente, al vantaggio dell’inversione dell’onere della prova (come nella specie, chiedendo l’ammissione di prova testimoniale sull’esistenza del rapporto fondamentale).
Corte di Cassazione Sezione 3 civile, Sentenza 31.03.2010, n. 7787
La ricognizione di debito, al pari della promessa di pagamento, non costituisce autonoma fonte di obbligazione, ma ha soltanto effetto conservativo di un preesistente rapporto fondamentale, realizzandosi ai sensi dell’art. 1988 cod. civ. – nella cui previsione rientrano anche dichiarazioni titolate – un’astrazione meramente processuale della causa, comportante l’inversione dell’onere della prova, ossia l’esonero del destinatario della promessa dall’onere di provare la causa o il rapporto fondamentale, mentre resta a carico del promittente l’onere di provare l’inesistenza o la invalidità o l’estinzione di detto rapporto, sia esso menzionato oppure no nella ricognizione di debito.
Corte di Cassazione Sezione 3 civile, Sentenza 01.12.2003, n. 18311
La ricognizione di debito, al pari della promessa di pagamento, non costituisce autonoma fonte di obbligazione, ma ha soltanto effetto confermativo di un preesistente rapporto fondamentale, venendo ad operarsi, in forza dell’art. 1988 cod. civ. un’astrazione meramente processuale della causa debendi, comportante una semplice inversione dell’onere probatorio, per la quale il destinatario della promessa è dispensato dall’onere di provare l’esistenza del rapporto fondamentale, che si presume fino a prova contraria.
Corte di Cassazione Sezione 3 civile, Sentenza 25.11.2003, n. 17915
La promessa di pagamento, al pari della ricognizione di debito, non costituisce autonoma fonte di obbligazione, ma ha soltanto effetto confermativo di un preesistente rapporto fondamentale, venendo ad operarsi, in forza dell’art. 1988 cod. civ. – nella cui previsione rientrano anche le dichiarazioni titolate – un’astrazione meramente processuale della “causa debendi”, comportante una semplice “relevatio ab onere probandi” per la quale il destinatario della promessa è dispensato dall’onere di provare l’esistenza del rapporto fondamentale, che si presume fino a prova contraria e che, oltre ad essere preesistente, può anche nascere contemporaneamente alla dichiarazione di promessa (o trovarsi “in itinere” al momento di questa), ma della cui esistenza o validità non può prescindersi sotto il profilo sostanziale, con il conseguente venir meno di ogni effetto vincolante della promessa stessa ove rimanga giudizialmente provato che il rapporto fondamentale non è mai sorto, o è invalido, o si è estinto, ovvero (come nel caso di specie) che esista una condizione ovvero un altro elemento attinente al rapporto fondamentale che possa comunque incidere sull’obbligazione derivante dal riconoscimento.
Corte di Cassazione Sezione 3 civile: Sentenza 11.12.2000, n. 15575
La ricognizione di debito, avendo natura di negozio unilaterale recettizio, in tanto può avere effetto in quanto esca volontariamente dalla sfera del suo autore e si renda accessibile al terzo, sicché il suo effetto – che si traduce nell’astrazione processuale della “causa debendi” – si verifica solo se la dichiarazione negoziale sia indirizzata alla persona del creditore. Consegue che non può attribuirsi efficacia di ricognizione di debito ad una delibera che, in quanto rivolta non al destinatario dell’atto, ma all’organo che deve manifestare all’esterno la volontà dell’ente, costituisce un atto interno della P.A, restando irrilevante, in mancanza di prova circa la volontaria comunicazione al destinatario, il possesso del documento da parte di quest’ultimo (nella specie trattavasi di una delibera di un commissario straordinario di una USL).
Corte di Cassazione Sezione 3 civile, Sentenza 22.07.2004, n. 13642
La ricognizione del debito costituisce una dichiarazione unilaterale recettizia che, in virtù di astrazione meramente processuale, produce l’effetto dell’inversione dell’onere della prova in ordine all’esistenza del sottostante rapporto obbligatorio. La presunzione di esistenza della causa debendi non sottrae il rapporto sostanziale alle norme ed ai patti che lo regolano, e la legge non pone alcuna limitazione alla prova di cui è onerato l’autore della ricognizione: tale prova può riguardare, pertanto, sia l’esistenza o meno del rapporto sostanziale, sia lo specifico contenuto e la causa di questo, sia infine le modalità e le ragioni della eventuale cessazione della vigenza del rapporto o dell’esigibilità del credito.
Corte di Cassazione Sezione 1 civile, Sentenza 09.02.2001, n. 1831
La natura di negozio unilaterale recettizio del riconoscimento di debito di cui all’art. 1988 cod. civ. comporta che l’ effetto negoziale della dichiarazione (che determina astrazione processuale della “causa debendi”) si verifichi soltanto se detta dichiarazione è indirizzata alla persona del creditore.
Poiché la ricognizione di debito ha natura di negozio unilaterale recettizio – di modo che il suo effetto si verifica solo se la dichiarazione negoziale sia portata a conoscenza del creditore – non può attribuirsi efficacia di ricognizione di debito alla delibera di un organo interno della P.A. (nella specie Consiglio Comunale) cui non segua l’esternazione ad opera dell’apposito organo (nella specie il sindaco); pertanto, l’arbitro che ritenga sufficiente, ai fini della ricognizione, la sola delibera, incorre in un errore di diritto e la corte d’appello, che accerta il relativo vizio e dichiara la nullità del lodo, non esorbita dai poteri di controllo riconosciuti dall’articolo 829, comma secondo, c.p.c.
Corte di Cassazione Sezione 1 civile, Sentenza 20.07.2000, n. 9530
Corte di Cassazione Sezione 3, Sentenza 04.02.2000, n. 1231
La disciplina dettata per la ricognizione di debito dall’art. 1988 cod. civ. è applicabile anche all’inverso caso di dichiarazione di inesistenza del credito, stante l’ identità della situazione fra le parti del rapporto obbligatorio.
Corte di Cassazione Sezione 3 civile, Sentenza 25.03.1999, n. 2819
La ricognizione di debito ha natura di negozio unilaterale recettizio, sicché il suo effetto – che si traduce nell’astrazione processuale della “causa debendi” – si verifica solo se la dichiarazione negoziale sia indirizzata alla persona del creditore. Consegue che non può attribuirsi efficacia di ricognizione di debito ad un atto interno della P.A., consistente in una delibera che, peraltro, non integra un atto negoziale perfetto ed efficace, come tale produttivo di obbligazioni per l’ente, in difetto di una manifestazione di volontà dell’organo abilitato a rappresentare l’ente (nella specie trattavasi di una delibera del comitato di gestione di una USL).
Corte di Cassazione Sezione 3 civile, Sentenza 09.01.1998, n. 130
Poiché per la configurabilità del negozio di riconoscimento di debito ai sensi dell’art. 1988 cod. civ., è necessario che la dichiarazione di volontà in esso contenuta sia destinata alla persona del creditore, essendo tale negozio compreso tra gli atti unilaterali recettizi (art. 1334 cod. civ.), non può ravvisarsi riconoscimento di debito in una dichiarazione rivolta ad un terzo (nella specie in un esposto diretto al procuratore della repubblica), tuttavia detta dichiarazione può assumere valore probatorio dell’asserito rapporto debitorio ed essere valutata dal giudice del merito con apprezzamento insindacabile in sede di legittimità.
Corte di Cassazione Sezione 2 civile, Sentenza 06.12.1988, n. 6625
La ricognizione del debito, prevista dall’art. 1988 c. c. costituisce una dichiarazione unilaterale recettizia che, in virtù di astrazione meramente processuale, produce l’effetto della inversione dell’onere della prova in ordine all’esistenza del sottostante rapporto debitorio. La presunzione iuris tantum – che riguarda la sola causa debendi e non anche i presupposti costitutivi del negozio ricognitivo (i quali vanno viceversa compiutamente dimostrati da chi lo deduce in giudizio) – non può essere pertanto invocata da colui che, pur in possesso del documento, non risulti esserne il destinatario.
Corte di Cassazione Sezione Lavoro civile, Sentenza 11.06.1987, n. 5106
Il riconoscimento del debito, pur essendo atto unilaterale, richiede che chi lo effettua abbia la disponibilità del negozio giuridico cui si riferisce. (Nella specie, sancendo tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza con la quale i giudici del merito avevano negato efficacia al riconoscimento del debito di una società per azioni, compiuto da soggetto che, anteriormente al riconoscimento stesso, era cessata dalla carica di amministratore delegato di tale società, conservando esclusivamente poteri di amministrazione ordinaria).
Corte di Cassazione Sezione 3 civile, Sentenza 28.02.1984, n. 1438
La ricognizione di debito titolata, che comporta la presunzione fino a prova contraria del rapporto fondamentale, si differenzia dalla confessione, che ha per oggetto l’ammissione di fatti sfavorevoli al dichiarante e favorevoli all’altra parte. Ne consegue che la promessa di pagamento, ancorché titolata, non ha natura confessoria, sicché il promittente può dimostrare l’inesistenza della causa e la nullità della promessa e che le particolari limitazioni di prova poste per la confessione dall’art. 2732 cod. civ. possono trovare applicazione soltanto ove nello stesso documento coesistano una promessa di pagamento (o la ricognizione di un debito) e la confessione.
Corte di Cassazione Sezione 3 civile, Sentenza 05.07.2004, n. 12285
La promessa di pagamento cosiddetta titolata, cioè facente riferimento al rapporto fondamentale, quale è quella che abbia per oggetto il versamento di una provvigione per attività di mediazione in relazione alla conclusione di un determinato affare, spiega gli effetti di cui all’art. 1988 cod. civ., in tema di ripartizione dell’onere della prova, solo se non vi sia contrasto sull’interpretazione del rapporto (o, se insorto, venga risolto secondo le comuni regole di ermeneutica negoziale), ed, inoltre, ove il rapporto stesso sia ancora in fieri al momento della formulazione, se il promissario fornisca la dimostrazione del suo perfezionamento; pertanto, se il promittente neghi che il rapporto sia stato eseguito, spetta al promissario dare la prova dell’esecuzione, fornita la quale spetta al promittente provare gli eventuali fatti modificativi o estintivi del rapporto medesimo, ai sensi dell’art. 2697 cod. civ.
Corte di Cassazione Sezione 3 civile, Sentenza 17.03.1993, n. 3173
La presunzione stabilita dall’art. 1988 cod. civ. nel caso di ricognizione di debito (come in quello di promessa di pagamento) la quale riguarda l’esistenza di una causa debendi che obbliga il dichiarante a corrispondere al destinatario della dichiarazione ciò che forma oggetto del riconoscimento, non viene meno per il fatto che nella dichiarazione ricognitiva si faccia riferimento quale fonte dell’obbligazione ad un negozio intercorso fra l’autore della dichiarazione stessa ed un soggetto diverso da quello che in questa viene riconosciuto come creditore, atteso che tale riferimento, senza incidere sulla presunzione anzidetta e sul conseguente onere del dichiarante di provare l’inesistenza del rapporto fondamentale, dimostra nel dichiarante medesimo la piena consapevolezza che l’obbligazione da lui riconosciuta come propria era originariamente sorta nei confronti di altri soggetti. Pertanto, in siffatta ipotesi, al fine di vincere la presunzione derivante dal riconoscimento, il dichiarante ha l’onere di provare l’inesistenza di vicende giuridiche intermedie in forza delle quali il debito originariamente sorto nei confronti di un terzo si è trasferito in capo al destinatario della dichiarazione ricognitiva.
Corte di Cassazione Sezione 2 civile, Sentenza 06.04.1995, n. 4011
Nel caso in cui il riconoscimento del debito e la promessa di pagamento sono contestuali alla confessione di fatti o di situazioni sfavorevoli al dichiarante, la revoca della confessione ai sensi dell’art. 2732 c.c., determina automaticamente l’annullamento della ricognizione del debito o della promessa di pagamento per difetto di causa di tali negozi; con la conseguenza che non è necessario applicare, al fine dell’annullamento dei medesimi, la disciplina relativa all’errore in tema di contratti.
Corte di Cassazione Sezione 3 civile, Sentenza 18.01.1985, n. 136
Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 19 gennaio – 12 aprile 2018, n. 9097
M.L. , con atto di citazione del 19.3.2011, conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Torino, il Condominio (omissis) , esponendo di esserne stato amministratore sino al 3.8.2006; di avere l’assemblea approvato il consuntivo della gestione ordinaria 2006 ed il relativo riparto, pari ad Euro 42.782,96; di avere egli sostenuto spese nell’interesse del Condominio per Euro 11.916,57, nel corso della gestione 2005 e per Euro 16.486,56 nel corso della gestione 2006 e di avere, invece, i condomini, versato la sola somma di Euro4.129,35; di avere, quindi, egli anticipato la complessiva somma di Euro 28.534,53, vedendosi rimborsare solo il suddetto importo, con un credito residuo pari, quindi, ad Euro 24.405,18. Esponeva, inoltre, di avere il nuovo amministratore, Francesco Bove, sottoscritto apposito documento da cui si evinceva la situazione contabile del Condominio al 3.8.2006 ed il debito verso l’amministratore uscente; di avergli il Condominio corrisposto tre acconti (il 10.11.2006 di Euro 4.500,00, il 18.12.2006 di Euro 5.000,00 ed il 30.6.2007 di Euro 6.000,00), rimanendo debitore di Euro 8.905,18. Chiedeva, quindi, che il Tribunale condannasse il Condominio convenuto al pagamento di tale somma.
Si costituiva M. chiedendo il rigetto dell’appello.
La Corte di Appello di Torino, con sentenza n. 208 del 2014, non notificata, rigettava l’appello e confermava la sentenza del Tribunale, condannava il Condominio a rimborsare alla parte appellata le spese del giudizio. Secondo la Corte distrettuale, l’appello era infondato relativamente all’eccepito difetto di legittimazione passiva dell’amministratore del Condominio (omissis), posto che, come ha avuto modo di specificare la Corte di Cassazione, l’amministratore, cessato dalla carica, può agire per recuperare le somme anticipate nei confronti del condominio in persona del nuovo amministratore. L’appello era infondato, anche nel merito, perché in forza del riconoscimento del debito da parte del Condominio (sia per il tramite del documento contabile dal quale emergeva il credito dell’Amministratore cessato dall’incarico, sia dal fatto che il documento contabile era stato sottoscritto dal nuovo Amministratore, e sia, ancora, per il fatto che il condominio successivamente al documento contabile aveva provveduto a corrispondere parte della somma dovuta), incombeva al Condominio dimostrare l’inesistenza del debito.
1.- Con l’unico motivo di ricorso, il Condominio (omissis) lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1136, 1720, 2697 cod. civ. e degli artt. 112, 113, 115 e 116 cod. proc. civ., omessa insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia in relazione all’art. 360 nn. 3 e 5 cod. proc. civ.. Secondo il ricorrente, il Tribunale prima e la Corte distrettuale dopo, non avrebbero tenuto conto che l’amministratore, cessato dalla sua funzione, non aveva fornito alcuna documentazione delle spese che assumeva aver corrisposto e, soprattutto, né la prova di aver eseguito le assunte anticipazioni con denaro proprio. Mancava agli atti di causa un qualsiasi documento giustificativo ed un elenco analitico, non solo delle entrate delle spese condominiali ed il saldo finale, ma, soprattutto, degli esborsi personali che si assumevano eseguiti da parte dell’ex amministratore per conto del condominio. Né sarebbe convincente, sempre secondo il ricorrente, la tesi secondo la quale il documento contabile sottoscritto anche dal nuovo amministratore integrerebbe gli estremi di una ricognizione di debito da parte del Condominio perché, comunque, non sarebbe provato il credito vantato oggetto del giudizio.
b) sarebbe privo di pregio e di fondamento, secondo il ricorrente, anche l’assunto della Corte di Appello di una ratifica dell’operato dell’amministratore ed un riconoscimento di debito, il fatto che il Condomino avesse corrisposto all’ex amministratore, una parte delle somme pretese proprio perché il riconoscimento di un debito da parte del condominio impone un atto di volizione dell’assemblea condominiale, che, nel caso, non sussisterebbe. In altri termini, andrebbe negata efficace vincolante nei confronti del condominio della sottoscrizione, da parte del nuovo amministratore, del documento contabile in difetto di preventiva delibera dell’assemblea, e ai versamenti dallo stesso effettuati senza autorizzazione da parte dell’assemblea.
1.1.- Il motivo è infondato. La Corte distrettuale (ma ancor prima il Tribunale) ha ampiamente chiarito le ragioni per le quali ha ritenuto dimostrata la sussistenza del credito di M.L. . Il ragionamento della Corte distrettuale che conduce ad affermare il riconoscimento del debito del Condominio nei confronti di M. , si snoda su due coordinate essenziali la cui sussistenza è stata dimostrata, e cioè: da un verso, la Corte distrettuale ha preso atto che il M. aveva prodotto un documento intitolato “Situazione contabile al 3 agosto 2006”, il quale recava l’indicazione del passivo complessivo a tale data (composto dal passivo di bilancio relativo al 2005 e 2006 nonché da un residuo c/c evidentemente passivo e ripianato dal M. secondo la prospettazione dello stesso), dei versamenti effettuati dai condomini per l’anno 2006, di un’ulteriore somma a credito del Condominio, nonché il debito nei confronti dell’ex amministratore pari ad Euro 24.405,18. E, tale documento veniva sottoscritto dal nuovo amministratore. Successivamente, si dava atto di ulteriori pagamenti per complessivi Euro 15.500,00. Per altro, (la Corte distrettuale ha preso atto) che il versamento delle somme di cui si è già detto, successive alla sottoscrizione del documento del 3 agosto 2006 non era controverso ed, anzi, la circostanza era stata posta a base delle difese svolte in via subordinata dal Condominio stesso, che non ha contestato, neppure, la legittimità di tali pagamenti, tanto che, relativamente ad essi, nessuna domanda di tipo restitutorio, o eccezione, è stata proposta.
1.2.- Ora, si deve considerare che il riconoscimento di un debito non esige formule speciali e può essere contenuto in una dichiarazione di volontà diretta consapevolmente all’intento pratico di riconoscere l’esistenza di un diritto, ma, può risultare, implicitamente, anche da un atto compiuto dal debitore per una finalità diversa e senza la consapevolezza dell’effetto ricognitivo. L’atto di riconoscimento, infatti, non ha natura negoziale, né carattere recettizio e non deve necessariamente essere compiuto con una specifica intenzione riconoscitiva. Ciò che occorre è che esso rechi, anche implicitamente, la manifestazione della consapevolezza dell’esistenza del debito e riveli i caratteri della volontarietà (Cass. n. 15353 del 30/10/2002). Non vi è dubbio che i dati accertati dalla Corte distrettuale integrano gli estremi di un riconoscimento di debito. La Corte distrettuale, ha ulteriormente aggiunto: a) che il versamento delle somma di cui si dice era imputabile a tutti i condomini poiché in difetto di una diversa allegazione i suddetti pagamenti andavano imputati ad essi secondo le rispettive quote millesimali; b) che il comportamento dei condomini andava, altresì, qualificato quale ratifica dell’operato del nuovo amministratore, non potendo ad esso essere attribuito altro significato, se non quello di dar corso al riconoscimento del debito da questi sottoscritto e, quindi, di adesione ad esso. E, significativamente, la Corte ha concluso, come è giusto che fosse, che in forza del riconoscimento incombeva sul Condominio dimostrare l’inesistenza del debito e tale prova, non solo non è stata fornita, ma, sarebbe stata del tutto in contrasto con il suo adempimento, seppure parziale.
1.3.- Il ricorrente, per altro, non tiene conto che il riconoscimento del quale si discute costituisce un atto giuridico in senso stretto, la cui identificazione, non implica l’applicazione di specifiche norme di diritto, ma, più semplicemente, la ricostruzione di un accadimento, di un fatto umano, la quale deve essere solamente motivata in modo congruo e corretto e, se priva, come nel caso in esame, da vizi logici non è suscettibile di sindacato nel giudizio di cassazione.
In definitiva, il ricorso va rigettato e il ricorrente, in ragione del principio di soccombenza, ex art. 91 cod. proc. civ., condannato a rimborsare a parte controricorrente le spese del presente giudizio che vengono liquidate con il dispositivo. Il Collegio dà atto che, ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del DPR 115 del 2002, sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare a parte controricorrente le spese del presente giudizio di cassazione che liquida in Euro 2.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali, pari al 15% del compenso ed accessori come per legge; dà atto che, ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del DPR 115 del 2002 sussistono i presupposti per il versamento da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

References: Cass. 
 Art. 1309
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 91
 art. 13
 art. 13