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Timestamp: 2020-07-06 10:16:28+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 8108 del 22/03/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8108 del 22/03/2019
Cassazione civile sez. trib., 22/03/2019, (ud. 03/10/2018, dep. 22/03/2019), n.8108
sul ricorso iscritto al n. 6959/2017 R.G. proposto da:
D.C., rappresentata e difesa dagli avv. Italo Castaldi e
Massimo Zurli, con domicilio eletto presso il loro studio sito in
Roma, via Attilio regolo, 12/d;
n. 5387/37/16, depositata il 21 settembre 2016.
udito l’avv. Massimo Zurli, per la ricorrente.
1. D.C. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio, depositata il 21 settembre 2016, di accoglimento dell’appello proposto dall’Agenzia delle entrate avverso la sentenza di primo grado che aveva accolto il ricorso del contribuente per l’annullamento dell’avviso di accertamento con cui, relativamente all’anno 2007, era stata rettificata la dichiarazione e recuperate le imposte non versate.
2. Dall’esame della sentenza impugnata si evince che l’atto impositivo si fondava sull’accertamento di maggiore ricavi conseguiti dal contribuente nello svolgimento dell’attività di agente di commercio e che la Commissione provinciale aveva accolto il ricorso in considerazione del fatto che “la rideterminazione dei ricavi della rettifica del reddito, così come operata dall’ufficio, sono basate su elementi dati che non appaiono al collegio assistiti dalla necessaria fondatezza”.
2.1. Il giudice di appello ha, invece, ritenuto legittimo l’atto impositivo, evidenziando, in particolare, sia l’assoggettabilità delle provvigioni all’i.v.a., anche sotto il profilo della territorialità delle prestazioni, sia la sussistenza dei presupposti per il ricorso all’accertamento induttivo del reddito del contribuente.
1. Occorre preliminarmente disattendere l’eccezione di giudicato esterno avanzata in udienza dal ricorrente, in quanto indipendentemente da ogni considerazione in merito all’idoneità dell’accertamento ivi compiuto ad estendere i suoi effetti anche sul presente giudizio, la sentenza posta a fondamento di tale eccezione risulta essere priva di attestazione in ordine all’acquisizione dell’autorità di cosa giudicata della pronuncia.
2. Nel merito, con il motivo di ricorso proposto il contribuente denuncia la violazione e falsa applicazione del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 9, comma 1 e art. 71, comma 2, per aver la sentenza impugnata ritenuto imponibili le prestazioni di intermediazione dal medesimo svolta, benchè le stesse erano state seguite, per tramite di sub agenti, in favore di un soggetto (la Karnak s.a.) avente sede in un paese extracomunitario (Repubblica di San Marino).
Infatti, il ricorrente muove dal presupposto che nel caso in esame si sia in presenza di scambi internazionali aventi ad oggetto servizi di intermediazione relativi a beni di importazione e invoca la non imponibilità, ai fini i.v.a., delle prestazioni di tali servizi per difetto del requisito della territorialità.
Il giudice di appello ha, sul punto, espressamente affermato che i beni oggetto di tale prestazioni di intermediazione fossero già presenti sul territorio nazionale e, dunque, ha escluso che gli stessi fossero oggetto di importazione.
Un siffatto accertamento si pone in insanabile contrasto con la ricostruzione dei fatti esposta dal ricorrente e dallo stesso posta a fondamento della violazione di legge prospettata.
Infatti, il vizio di violazione o falsa applicazione di legge non può che essere formulato se non assumendo l’accertamento di fatto, così come operato dal giudice del merito, in guisa di termine obbligato, indefettibile e non modificabile del sillogismo tipico del paradigma dell’operazione giuridica di sussunzione, là dove, diversamente (ossia ponendo in discussione detto accertamento), si verrebbe a trasmodare nella revisione della quaestio fatti e, dunque, ad esercitarsi poteri di cognizione esclusivamente riservati al giudice del merito (cfr. Cass., ord., 13 marzo 2018, n. 6035; Cass., 23 settembre 2016, n. 18715).
3. Con il secondo motivo di ricorso il contribuente deduce la violazione e falsa applicazione, del D.P.R. 28 settembre 1973, n. 600, art. 39, comma 1, art. 42, comma 1 e 2, e dell’art. 1748 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, l’error in procedendo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, nonchè la violazione dei diritti (art. 24 Cost.).
La sentenza di appello motiva la sua decisione sul punto con “la mancanza oggettiva, nelle scritture contabili della società, di qualsiasi obbligo di restituzione delle somme ricevute” e l’assenza, a distanza di cinque anni, di qualsiasi prova in ordine alla restituzione, anche rateale, delle somme medesime.
Individua un’ulteriore elemento di riscontro della insussistenza di un finanziamento dei soci nel fatto che, pur trattandosi di una ingente somma proveniente da un paese a fiscalità privilegiata, le parti non hanno concluso “accordi di molto più precisi e con molto maggiore rigore, al fine di sgombrare il campo da dubbi”.
In considerazione di tali risultanze probatorie giudica non decisivi gli elementi, di segno contrario, addotti dalla contribuente in ordine alla possibilità di stipulare un mutuo oralmente e alla modalità di contabilizzazione dell’operazione utilizzata dalla società, potendo quest’ultima essere considerata preordinata ad ottenere una qualificazione dell’operazione, sotto il profilo fiscale, di irrilevanza.
La decisione assunta dalla Commissione regionale è, dunque, assistita da una motivazione che consente di individuare il percorso argomentativo seguito, evidenziando gli elementi posti a suo fondamento e le ragioni per cui gli stessi conducono alla conclusione raggiunta.
Per tale motivo non assume rilevanza, ai fini che qui rilevano, la mancata valorizzazione degli elementi indiziari addotti dalla contribuente, in quanto giudicati recessivi rispetto alla concludenza degli altri elementi probatori posti a fondamento dell’argomentazione.
4. Il ricorso va in conseguenza respinto.
La Corte rigetta il ricorso; condanna parte ricorrente alle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 7.000,00, oltre alle spese prenotate a debito.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 9
 art. 71
 sentenza 
 art. 39
 art. 42
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