Source: http://www.gentedisardegna.it/topic.asp?TOPIC_ID=14913&whichpage=2
Timestamp: 2020-06-02 18:23:43+00:00

Document:
Inserito il - 23/04/2010 : 23:29:35
Gràtzias Turrità! Amus a bider si apo a tenner su tempus merculis chi benit, ma dae inoghe a Trìulas penso de bi passare, a su nessi unu sero.
Si cheres bider unu giassu (bene fatu deabberu) iscritu in LSC, apòmpia inoghe:
http://sardies.org/index.php?Itemid=6
E nono Donovan, su Merculis chi benit est su 28 de su mese de Abrile (Sa die de sa Sardinia), duncas s'iscola est tancada. Ammentadi chi sas letziones finint in su mese de Maiu, pro torrarer a iscumintzare in su mese de Cabidanni
Inserito il - 25/04/2010 : 11:16:58
.. ciau turritano ... sai dirmi se il glossario giuridico-amministrativo pubblicato nel sito della regione Sardegna .. è lo stesso o ha qualcosa in comune con quello sopra riportato di Corongiu?
http://www.sardegnacultura.it/docum...05122945.pdf
.. ah una piccola osservazione .. perché viene usato .. 2500 tèrmines ... mutuando dall'italiano la parola termine .. quando si sarebbe potuto utilizzare una parola sarda più appropriata che pure esiste? ..
.... “non dobbiamo cristallizzarci sul passato, andando a pescare termini in disuso, non più conosciuti dai giovani,...
A mio modesto avviso " 2500 paraulas " poteva andare bene ugualmente... e non mi sembra neppure in disuso
.. scusate l'assenza .. anche secondo me poteva utilizzarsi .. paraulas ... o anche .. fueddus ... piuttosto che tèrmines.
La giustificazione data dall'insegnante ... sottolineata poi da turritano .. mi pare un palliativo senza base. Infatti andare a sostituire parole che cmq hanno una precisa connotazione in sardo .. col solo pretesto che ormai non si usano sembra anche a me una pericolosa forzatura .. soprattutto in una fase cpme questa in cui sempre più spesso la gente introduce italianismi .. di ogni sorta senza criterio. Si pensi ad es. .. a secchiu (secchio) piuttosto che cracida o siccia .. sugheru (sughero) anziché ottigu o ortigu .. e via dicendo con altri simili esempi.
Nel caso in questione di .. tèrmines .. poi come già detto poteva utilizzarsi a mio parere anche il corrispondente campidanese .. fueddus .. piuttosto che introdurre l'ennesimo italianismo, visto e consieraqto che cmq si parla di LCS. In questo caso .. come in tanti altri non abbiamo ... integrazioni ... (che pure sono giuste e necessarie) .. ma vere e proprie sostituizioni di parole esistenti .. che certamente non fanno bene all'integrità della nostra lingua. Concordo peraltro sulla necessità di introdurre il sardo nelle scuole .. già dalle elementari .. al fine di garantirle parità e dignità didattica e non solo .. al pari dell'italiano e delle altre lingue straniere studiate a scuola .. così come stanno facendo in altre parti d'Europa .. Euskadi docet .. I
Modificato da - musthayoni in data 25/04/2010 11:20:14
Inserito il - 25/04/2010 : 18:52:03
sos termines
comporta che ci dovremmo tenere anche il singolare
su terminu
che bisognerebbe insediare una commissione apposita per stabilire cosa vuol dire
e che fa la sua bella figura con
sa butteglia
su bambinu
su nasu
Regione Veneto ~ Prov.: Vicenza ~ Città: schio ~ Messaggi: 84 ~ Membro dal: 29/12/2008 ~ Ultima visita: 19/05/2014
Inserito il - 25/04/2010 : 19:35:41
Seguo questo vostro discorso con un sorriso un po' ebete, ma certamente interessato.
Ho assistito di persona a conversazioni in cui si critica l'uso di "su finestrinu" (dell'auto) proponendone la sostituzione con "sa ventanedda".
Già alcuni anni fa avevo letto alcune proposte e critiche del prof. Pittau, in merito, che mi erano sembrate sensate. Ma in seguito, confrontandole con altri sardi, mi sono accorto che non erano affatto condivise.
Aggiungo di essere decisamente un outsider, perché non riesco a leggere bene il sardo: sono di una lentezza esasperante e non ho l'orecchio per distinguere tra le varie provenienze..
Con alcune proposte - devo dire - sono sicuramente d'accordo.
So che non mi compete altro e taccio il resto, perché so bene che mancherei di rispetto.
Ma è argomento interessante, lo seguo, anche inciampando sul dialetto.
Vorrei porre una domanda, senza malizia e senza volere creare litigi: lo specifico, perché ho notato che i sardi tendono talvolta a litigare sulla LSC, quanto sui dialetti stessi. Cosa che - per me non sardo - è assolutamente incomprensibile, molto più che il sardo stesso.
La domanda è: credete che si giungerà mai davvero ad un uso quotidiano della LSC, almeno scritta, oppure no?
Modificato da - maurizio feo in data 25/04/2010 19:36:35
Inserito il - 25/04/2010 : 21:22:53
All' uso quotidiano ci si è già arrivati, tra sportelli linguistici, corsi di insegnamento, pubblicazioni cartacee, siti internet, bloggers, social networks etc etc
Per quanto riguarda l' uso diffuso a livello di massa è necessario l' insegnamento scolastico, da questo non si può prescindere. Ma si tratta di una decisione politica sulla quale non si può fare alcuna previsione.
Inserito il - 25/04/2010 : 21:33:48
Questo è un problema molto più ampio col quale la norma ortografica c'entra davvero poco. Non si possono costringere le persone a non utilizzare italianismi, anglicismi, internazionalismi etc
Per avere un raffronto basta pensare all' italiano, lingua di cultura la cui fissazione ortografica è riconosciuta e diffusa: vive una continua sostituzione di termini propri con termini inglesi e nessuno ci può far nulla. Vale esattamente lo stesso discorso: non si possono costringere le persone a dire/scrivere "far compere" se preferiscono "fare shopping".
Inserito il - 25/04/2010 : 22:25:25
Caro Maurizio, riconosco pubblicamente la tua onestà intellettuale e il rispetto che hai sempre dimostrato per la Sardegna e i Sardi, nonché il tuo sincero interesse per tutto ciò che riguarda la Sardegna, quindi se esprimi il tuo parere obiettivamente e limitato alle tue conoscenze (come hai sempre fatto), penso che nessuno abbia niente da ridire. Insomma non entri nel merito di un discorso che non conosci, cercando spudoratamente di dettar legge, come qualcuno purtroppo ha già fatto. Sei il benvenuto.
Quello che non capisco è “un sorriso un po’ ebete” (a quell’”ebete” non ci credo neanche se ti vedo: in sassarese si direbbe "buffami l'occi" )
Perciò rispondo volentieri alle tue domande e ai tuoi dubbi
“Sa ventantanedda”: personalmente non avrei niente in contrario, del resto si tratta del diminutivo di una parola sarda ancora in uso (“ventana”). Quindi, se qualcuno usa questo termine, non ci sarebbe niente di strano: sempre meglio che usare, sardizzandola malamente (con una semplice u finale), una parola presa di brutto da un’altra lingua.
Questo discorso si potrebbe fare per tanti altri termini già esistenti in Limba, che tendono ad essere sostituiti con parole italiane, impoverendo sempre di più il nostro “vocabolario”
Se qualcuno vuole qualche esempio sono pronto a farne.
Per altre parole il discorso è diverso: se non c’è un corrispondente in Sardo allora e normale prendere “prestiti” da altre lingue (francese, italiano, spagnolo non fa molta differenza). Se prese dall’italiano, allo stato attuale c’è il vantaggio che sono comprensibili ai più, quindi ci sarebbe obiettivamente anche una utilità pratica.
Un discorso a parte meritano le parole tecniche moderne, per le quali esistono già dei termini internazionali, usati più o meno in tutte le lingue, come telefono (per il quale qualcuno tempo fa aveva proposto il neologismo sardo “faedha allarghu), aereoporto ( inglese “airport”, usato anche nelle lingue arabe), computer ecc. per queste parole io giudico un estremismo linguistico non giustificato tradurle in Sardo.
Sull’ accordo disaccordo dei Sardi sull’uso della LSC, per il momento, non voglio pronunciarmi per carità di Patria
Litigare sui vari dialetti e varianti della Lingua Sarda io ritengo che sia un campanilismo cieco, deleterio e senza sbocco, non foss’altro perché molti termini (verbi, avverbi, sostantivi ecc) possono essere usati tranquillamente e proficuamente in una lingua comune come sinonimi. La Limba ne trarrebbe un gran vantaggio, arricchendosi e caratterizzandosi sempre di più (senza ricorrere a prestiti inopportuni) anziché impoverirsi e perdere le proprie peculiarità.
Infine veniamo alla domanda da un milione di Euro: “credete che si giungerà mai davvero ad un uso quotidiano della LSC, almeno scritta, oppure no?”
Io credo che qui entri in gioco, più dei vari pareri della gente (i contrari ci son sempre, su ogni cosa e non solo sulla Lingua, in Sardegna come in qualsiasi altra parte del mondo), la volontà politica di risolvere il problema una volta per tutte.
PS vedo con piacere che, nel frattempo, ti ha già risposto Donovan con concetti abbastanza simili ai miei
Modificato da - Turritano in data 25/04/2010 22:31:33
Inserito il - 26/04/2010 : 08:07:47
sia a Donovan, sia all'amico Turritano, completo e disponibile come sempre.
Ora la questione è pertanto - se ho compreso bene - se si vorrà dare seguito pratico e reale ad un insegnamento capillare istituzionalizzato ed efficace, oppure no.
Credo che le numerose istanze urgenti isolane, sia quelle più "tradizionali" ed annose, sia quelle varie ed eventuali (che non mancano mai, purtroppo, come ho avuto modo di sperimentare di persona), potranno costituire alibi giustificativi sufficienti per molte opinioni contrarie. Chi è a favore dovrà lottare anche contro questo e non solo contro le resistenze passive.
Comunque sia, vedremo insieme che cosa succede.
Modificato da - maurizio feo in data 26/04/2010 08:08:25
Inserito il - 26/04/2010 : 10:05:43
.. non vorrei sembrare ostinato .. però ..
… sul fatto che nella lingua italiana sia sempre più diffuso l’utilizzo di parole ed espressioni anglofone .. non vi è dubbio .. e per quanto mi riguarda la cosa non mi lusinga affatto .. (penso alle espressioni sempre più massicce immesse in campo economico, scientifico, medico ecc. che talora ne rendono incomprensibile il significato ad vaste fasce sociali della popolazione) ma questa è una mia considerazione personale .. condivisibile o meno .. ma per me è così ..
Per il resto .. la questione non vuole ergersi in termini … costrittivi … per nessuno ma piuttosto in funzione di una corretta metodologia divulgativa della lingua sarda .. sia che questa si esplichi attraverso manuali, sia con l’insegnamento .. da parte chi si propone a questo esercizio. E allora se io mi propongo di insegnare o cmq divulgare qualcosa a terzi, dovrei perlomeno correlarmi .. a un campo più vasto di opzioni che cmq esistono nell’ambito della stessa lingua sarda .. in tutte le sue varianti .. piuttosto che ricorrere a termini alieni .. foresus. L’esempio di tèrmines .. non vuole essere speculare e fine a se stesso .. ma è emblematico .. visto che siamo nell’ambito di una funzione divulgativa della cosiddetta LSC .. per cui a mio parere sarebbe stato più opportuno .. utilizzare un sinonimo .. campidanese .. o nuorese o gallurese che sia .. se questo esiste ed è in uso alla gente.
E ancora .. suddividerei .. l’ambito scritto da quello parlato .. perché cmq vi sono delle differenze e se certe espressioni possono avere una valenza accettabile nella lingua parlata .. ne hanno invece meno in quella scritta .. o no? .. andu a buttega .. o andu a comporai arrobbas ..
ha altra rilevanza rispetto a .. andu a fai shopping .. o almeno così io credo!
.. per il resto .. e lo ribadisco .. concordo con te, con voi sulla necessità di introdurre il sardo a scuola .. dandogli pari opportunità giuridiche così come avviene con altre lingue minori in Italia e in altri centri d'Europa .. così come condivido le considerazioni fatte da turritano nel suo ultimo post ... ciau a totus!
Modificato da - musthayoni in data 26/04/2010 10:13:30
Inserito il - 26/04/2010 : 21:12:07
Credo che le numerose istanze urgenti isolane, ........ potranno costituire alibi giustificativi sufficienti per molte opinioni contrarie. .........
La LSC ha, attualmente, lo scopo di unificare la scrittura della Lingua Sarda in modo che si possa usare ufficialmente per atti pubblici. Forse è opportuno sottolineare che il suo uso sarebbe facoltativo e non obbligatorio, in altre parole, nessuno è obbligato ad usarla negli atti ufficiali né, tantomeno, nell’uso comune e quotidiano. Ovviamente, chi fa una domanda in Sardo (in qualsiasi sua variante o in LSC) presso un ufficio regionale (o altri uffici pubblici), verrà data risposta in LSC, cioè una risposta in Lingua Sarda utilizzando tutte le regole predisposte, nonché i termini (siano sostantivi, verbi, avverbi, preposizioni e articoli) del glossario ufficiale. Il tempo di risposta, sia in sardo che in italiano, dovrebbe essere lo stesso, quindi nessun alibi per giustificare eventuali ritardi.
Quindi sembra ovvio che, chi è contrario a questo uso facoltativo della LSC, è contrario ad un impiego pratico e moderno della nostra Lingua, e preferisce che essa (in tutte le sue varianti) vada tranquillamente alla deriva fino ad una sua sicura e rapida estinzione.
Infatti, ll’uso ufficiale della LSC è l’unico modo per nobilitare la lingua Sarda (in tutte le sue varianti) e renderla facilmente comprensibile nell’uso pratico a tutti i sardi, del Nord e del Sud, che così sarebbero incentivati ad usarla (ognuno nella sua variante), sia in famiglia che altrove, senza vergogna e senza paura di sembrare rozzi, ignoranti e anacronistici.
L’insegnamento del Sardo (LSC o altro), non rientra attualmente nel progetto, ma sarebbe il passo successivo e conseguente.
Inserito il - 26/04/2010 : 21:37:45
Anche io concordo sui concetti espressi da musthayoni, tranne che per l’uso di parole anglofone. Infatti l’inglese al giorno d’oggi e una lingua internazionale come un tempo lo era il latino. Siccome la maggior parte delle scoperte ed applicazioni scientifiche ormai viene dagli USA, mi sembra ovvio che molte parole vengano assunte per praticità anche in altre lingue.
Però anche a me, come a musthayoni, mi sembra un pochino esagerato utilizzarle solo perché di moda. Per esempio, usare in sardo “andu a fai shopping”, anziché dire “andu a buttega” o “ando a comperare ….” Mi suona un tantino ridicolo. Tuttavia i tempi sono questi e bisogna adattarsi
Inserito il - 03/05/2010 : 23:34:28
Riportato dalla discussione “Lingue e Dialetti”, dove era stato pubblicato da Giuseppe
Rapp. Bolognesi
Salvo errore, questo è il "rapporto Bolognesi".
Rapporto finale a cura di Roberto Bolognesi
Con la delibera del 18 aprile 2006, n. 16/14 la Regione Autonoma della Sardegna ha deciso di adottare la Limba Sarda Comuna (LSC) “accanto all’italiano, [...] come lingua della propria Amministrazione e intraprendere questo cammino avviandone l’uso con l’aiuto di alcune norme di riferimento sperimentali per la lingua sarda scritta in uscita. Fermo restando che
intende valorizzare, valorizza e sostiene tutte le varietà linguistiche parlate e scritte in uso nel territorio regionale, la Regione ha ravvisato la necessità, dopo discussioni e confronti sulla lingua sarda durati molti anni, di sperimentare l’uso del sardo per la pubblicazione di atti e documenti dell’Amministrazione regionale. [...]
La finalità che la Regione intende perseguire con la predisposizione delle norme
linguistiche di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta
dell’Amministrazione regionale è quella di avviare un processo graduale mirante all’elaborazione di una Limba Sarda Comuna, con le caratteristiche di una varietà linguistica naturale che costituisca un punto di mediazione tra le parlate più comuni e diffuse e aperta ad alcune integrazioni volte a valorizzare la distintività del sardo e ad assicurare un carattere di sovramunicipalità e la semplicità del codice linguistico. La Limba Sarda Comuna intende
rappresentare una “lingua bandiera”, uno strumento per potenziare la nostra identità collettiva, nel rispetto della multiforme ricchezza delle varietà locali.”
Nel corso dei mesi che sono seguiti alla pubblicazione della delibera sono apparsi sulla stampa e sugli altri mezzi di comunicazione diversi interventi a favore della proposta, come anche diversi interventi contrari. Come succede sempre in questioni che riguardano la lingua (non solo quella sarda), un po’ tutti si sono sentiti coinvolti e hanno sentito l’urgenza di esprimere il proprio parere. Questo è non solo comprensibile, ma anche bello: la lingua è una
di quelle cose che riguardano effettivamente tutti ed è giusto esprimere il proprio parere su una questione di interesse collettivo. Ma naturalmente questo non significa che tutti siano in grado di giudicare in maniera obiettiva se la LSC abbia effettivamente centrato l’obiettivo dichiarato di costituire una mediazione naturale tra le diverse varietà del sardo. Per farlo occorre avere a disposizione strumenti culturali, metodologici e tecnologici adeguati.
Altrimenti le opinioni espresse non vanno oltre il livello dell’impressione personale e del giudizio emotivo.
Lo scopo di questo studio è appunto quello di verificare fino a che punto la
mediazione linguistica proposta mediante la LSC sia riuscita. Per affrontare questo problema di per se carico di valenze anche emotive, si è fatto ricorso agli strumenti metodologici e tecnologici sviluppati nell’ambito della Dialettologia Computazionale. Per poter stabilire la misura in cui le diverse varietà del sardo sono rappresentate dalla LSC, è stata eseguita
un’analisi comparativa tra le varietà linguistiche interessate, sulla base di un metodo statistico obiettivo. È stata operata una selezione randomizzata di parole dal lessico del sardo, provenienti da un corpus molto esteso, e in seguito sono state raccolte e trascritte foneticamente le traduzioni di queste parole in una serie rappresentativa di dialetti sardi (77 dialetti). Le trascrizioni fonetiche sono state comparate per mezzo di un programma informatico specificamente sviluppato.
I risultati dei confronti e delle analisi effettuati permettono di verificare il grado di rappresentatività e di naturalezza della LSC.
Questa relazione è organizzata nel modo seguente:
il Capitolo 1 contiene la presentazione della metodologia impiegata;
il Capitolo 2 contiene un’analisi computazionale della variazione dialettale nell’area linguistica sarda;
il Capitolo 3 presenta l’analisi mirata ad individuare le varietà più rappresentative del sardo;
il Capitolo 4 contiene l’analisi del rapporto tra LSC e le varietà “storiche” del sardo;
il Capitolo 5 mostra l’analisi dei fattori che determinano la rappresentatività della LSC;
il Capitolo 6 offre un’analisi della “naturalezza” della LSC
infine, il Capitolo 7 contiene un’analisi della possibilità di apportare dei miglioramenti alla LSC.
1 La metodologia impiegata
In questo capitolo si illustrerà la metodologia impiegata per stabilire le distanze strutturali reciproche tra i dialetti del sardo e individuare quindi le varietà della lingua. Per questa ricerca abbiamo scelto di determinare la distanza strutturale tra 77 dialetti sardi. La nostra ricerca si limita ad investigare le conseguenze fonologiche, morfologiche e lessicali delle differenze tra queste lingue, visto che queste sono le uniche differenze che si possono misurare sulla base
della distanza fonetica. La determinazione quantitativa delle distanze tra strutture sintattiche è ancora al di fuori della portata delle attuali tecniche di ricerca linguistica.
I processi diacronici che hanno portato alla differenziazione dei dialetti sardi
costringono a porsi delle domande come le seguenti: “Quante parole di una lingua sono coinvolte dei processi di mutamento linguistico? Quanto è cambiata la struttura di queste parole? Quanto è grande la distanza strutturale tra le varietà di questa lingua che risultano da questi processi?” Per poter rispondere a queste domande si dovrebbero, in linea di principio, analizzare tutte le parole in tutte le varietà in questione, e per di più con tutte le loro possibili derivazioni morfologiche. Necessariamente, deve aver luogo una selezione preventiva dei dati. Una simile selezione, però, costringe a determinare a priori e in modo soggettivo ciò che è rilevante per la ricerca, a meno di non impiegare un metodo statisticamente giustificato (Kessler 2001).
Un’altra fonte di soggettività da evitare è costituita dal fatto che il calcolo della
distanza strutturale tra due lingue (o due varietà della stessa lingua) è praticamente impossibile da effettuare senza ricorrere a tecniche computazionali (Nerbonne & Heeringa 1998).
Ogni parola selezionata in ogni lingua (o fase della lingua) deve essere confrontata con ogni parola corrispondente nell’altra lingua (o fase) per poter stabilire le rispettive distanze
fonologiche. Senza un approccio computazionale, l’esecuzione di questi calcoli costituisce un’impresa irrealizzabile. Attraverso la tecnica statistica della campionatura randomizzata dei dati (random sampling) si può però effettuare una selezione oggettiva dei dati. Ricorrendo alle tecniche sviluppate all’interno della Dialettologia Computazionale (Kessler 1995; Nerbonne & Heeringa 1998), si può fra l’altro determinare quantitativamente il mutamento di una lingua, come conseguenza di evoluzioni fonologiche e/o morfologiche, o del contatto con altre lingue.
1.1 La selezione delle parole e delle varietà linguistiche
La distanza strutturale fra le varietà che si sono comparate è stata determinata sulla base della Distanza Levenshtein (si veda § 1.4) di 200 parole selezionate at random e tradotte nelle diverse varietà linguistiche. Le parole in questione provengono da un corpus di 257.000 parole che compongono una serie di testi scritti in diverse varietà del sardo contemporaneo. I testi consistono di romanzi, traduzioni, articoli di giornali, presentazioni su Internet, i quali
erano disponibili in formato elettronico. Questi testi si possono considerare rappresentativi del sardo scritto moderno. Le 200 parole selezionate sono anche indirettamente rappresentative della frequenza delle parole nel sardo scritto, dato che le parole che più spesso sono presenti in un testo hanno anche maggiori probabilità di essere selezionate.
Mediante l’uso di uno specifico programma informatico, è stata effettuata la selezione randomizzata di 400 parole. Questa prima selezione è stata successivamente ridotta alle prime 200 parole che rispondevano ai seguenti requisiti:
(i) la presenza nel dizionario più comprensivo della lingua sarda (Puddu 2000);
(ii) non costituire una variante grafica o dialettale di una parola già selezionata in precedenza.
Le 200 parole selezionate che costituiscono il campione da comparare sono presentate nell’Appendice 1. Tutte le parole sono state tradotte nelle diverse varietà linguistiche contemporanee, cosa questa che in taluni casi ha comportato l’uso di costruzioni perifrastiche.
In alcuni casi, le parole selezionate sono probabilmente soltanto delle parole grafiche che consistono di un verbo e dei pronomi enclitici che li seguono (per es. apporrindeli ‘porgendogli/ porgendole’; apprettandelos ‘assillandoli’). Il loro status di parole fonologiche e morfologiche cambia da lingua a lingua, ciononostante abbiamo scelto di considerare queste
strutture come delle unità, in quanto in ciascuna delle lingue in questione si usano le stesse convenzioni grafiche per la rappresentazione di queste costruzioni. Abbiamo anche scelto di mantenere nel nostro campione forme diverse degli stessi verbi (per es. tenner/tenes/tentu ‘avere-INF/3 SG/PP’), in modo da far contare nelle misurazioni delle distanze strutturali anche la morfologia verbale.
1 1.2 I dialetti sardi
Le 200 parole selezionate sono state proposte a parlanti di 77 dialetti sardi. Agli informatori è stato chiesto di tradurre e pronunciare le suddette parole nel loro dialetto. Le pronunce attestate sono state trascritte nell’alfabeto fonetico X-Sampa (un sistema in cui i simboli API vengono sostituiti da caratteri ASCII). Eventuali differenze nelle convenzioni grafiche tra le diverse varietà non hanno quindi giocato alcun ruolo.
La scelta dei dialetti è stata in parte dettata dalla necessità di rappresentare le principali varietà del sardo. In parte, invece, è stata la disponibilità di parlanti a determinare la scelta di un dato dialetto locale, anziché un altro. Le diverse varietà sono state individuate sulla base dell’Atlante Dialettologico della Sardegna (Contini 1987), sulla base della descrizione dei dialetti meridionali contenuta in Bolognesi (1998) e sull’analisi quantitativa della variazione
dialettale in Sardegna contenuta in Bolognesi & Heeringa (2005). I dialetti della Sardegna centrale sono abbondantemente rappresentati per poter esaminare nel miglior modo possibile la transizione dai dialetti meridionali a quelli centrosettentrionali. La lista dei dialetti esaminati non è certo esaustiva, nemmeno per quanto riguarda le sub-varietà, ma è sufficientemente estesa per il tipo di ricerca condotto in questa sede. Le caratteristiche delle diverse varietà sono ben rappresentate, come anche i contrasti fra esse, e la loro distribuzione geografica. I 77 dialetti vengono presentati nella seguente cartina (Cartina 1), in cui è indicata anche la loro distribuzione geografica
.1 Questa scelta ha comportato ovviamente una certa ridondanza del nostro campione. I seguenti verbi sono rappresentati diverse volte in forme diverse: andai ‘andare (3 volte), ponni ‘mettere’ (3 volte); tenni ‘avere (3
volte), domandai ‘chiedere, domandare’ (2 volte), ai ‘avere-AUX’ (2 volte), fai ‘fare’ (2 volte), perdi ‘perdere’ (2 volte), essi ‘essere’ (2 volte), biri ‘vedere’ (2 volte). 7 dei 9 verbi sono però irregolari e mostrano una grande variabilità che porta a risultati molto diversi nelle varie lingue.
Agli informatori è stato chiesto di fornire per ciascuna parola tutte le forme della cui presenza e uso nella loro comunità dialettale essi fossero a conoscenza. Se in un dialetto era presente più di una forma di una parola della lista (per es. la parola sarda originaria e il corrispondente prestito dall’italiano), oppure se una data parola corrisponde a più parole o a più significati,
sono state indicate tutte le forme presenti.
Il confronto fra più forme della stessa parola ha luogo nel modo seguente. Supponiamo che si voglia determinare per una certa parola la distanza fra due dialetti, e che in uno o in entrambi di questi dialetti siano state fornite due o più forme. In questo caso vengono appaiate le forme dell’uno e dell’altro dialetto in modo tale che la media delle distanze fra le coppie di parole sia minima. Perciò se in un dialetto si trovano le forme A e B di una parola, e in un
altro dialetto la forma C, la distanza tra i due dialetti sarà data dalla media delle distanze tra A e C e B e C.
1.3 La misurazione delle distanze fonologiche tra lingue
Esistono diversi algoritmi per misurare le distanze tra dialetti sulla base di trascrizioni. In Hoppenbrowers & Hoppenbrowers (2001) viene presentato il Metodo della Frequenza dei Tratti (MFT), e la sua applicazione ai dialetti olandesi. Per ogni dialetto si determinano le frequenze dei tratti fonologici distintivi presenti in un una determinata trascrizione. La distanza tra due dialetti viene determinata tramite il confronto tra le frequenza dei tratti.
Un approccio diverso è stato applicato ai dialetti irlandesi da Kessler (1995). I dialetti vengono paragonati tra di loro misurando la distanza tra parole corrispondenti tramite l’algoritmo di Levenshtein. Una descrizione delle applicazioni di questo algoritmo sui dialetti olandesi si trova in Nerbonne & Heeringa (1998), mentre l’applicazione a vari dialetti sardi è presentata in Bolognesi & Heeringa (2005).
Per questa ricerca si è fatto ricorso all’approccio di Levenshtein. Questo approccio presenta due vantaggi sul primo, per la precisione, il fatto che una parola viene trattata come un’unità linguistica, e l’altro fatto che l’algoritmo tiene conto dell’ordine lineare dei segmenti che compongono una parola. Qui sotto viene descritto l’uso della Distanza-Levenshtein (§1.4), e i miglioramenti apportati all’algoritmo tramite l’introduzione delle distanza graduali tra
segmenti (§ 1.5).
1.4 La Distanza-Levenshtein
Attraverso la Distanza-Levenshtein, le lingue vengono comparate mediante la comparazione di una parola di una lingua con la parola corrispondente in un’altra lingua. La comparazione si effettua trovando il modo più semplice per trasformare una data parola in un’altra attraverso l’inserzione di suoni, la loro cancellazione o la loro sostituzione. Nella forma più semplice dell’algoritmo tutte le operazione menzionate hanno lo stesso costo, per esempio 1.
Supponiamo che la parola usare/impiegare in un dialetto sardo sia pronunciata impr#56256;#56321;ar#56256;#56321;,
mentre in un altro dialetto sia pronunciata imp#56256;#56321;rai. Il passaggio da una variante alle altre si
effettua nel modo seguente:
[impr#56256;#56321;ar#56256;#56321;] cancella [r] 1
[impr#56256;#56321;a#56256;#56321;] sostituisci [#56256;#56321;] con [#56256;#56322;] 1
[impr#56256;#56321;ai] cancella [r] 1
[imp#56256;#56321;ai] inserisci [r] 1
[imp#56256;#56321;rai]
#56256;#56324;#56256;#56324;#56256;#56324;#56256;#56324;#56256;#56324;#56256;
#56324;#56256;#56324;#56256;#56324;#56256;#56324;#56256;#56324;#56256;#56324;#56256;#56324;
#56256;#56324;#56256;#56324;#56256;#56324;#56256;#56324;#56256;#56324;#56256;#56324;#56256;#56324;#56256;#56324;
#56256;#56324;#56256;
#56324;#56256;#56324;#56256;#56324;#56256;#56324;#56256;#56324;
Per determinare questa distanza attraverso l’algoritmo di Levenshtein, le parole vengono allineate una sotto l’altra, in modo da poter stabilire quali segmenti di una parola corrispondono ai segmenti di un’altra. Il risultato viene chiamato Allineamento. La forza dell’algoritmo di Levenshtein consiste nel fatto che questo trova sempre quella specifica distanza che è calcolata sulla base di un allineamento in cui la corrispondenza tra segmenti è scelta in modo tale che il costo dell’operazione risulta minimo. Nel nostro esempio l’allineamento si presenta nel modo seguente:
i m p #56256;#56323; r #56256;#56321; a r #56256;#56321;
i m p #56256;#56321; r #56256;#56323; a #56256;#56323; i
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0 + 0 + 0 + 1 + 0 + 1 0 + 1 + 1 = 4
Confrontando in questo modo due parole, la distanza tra parole più lunghe sarà mediamente maggiore di quella tra parole più brevi. Più lunga è la parola, maggiore è la probabilità che esistano differenze rispetto alla parola corrispondente in un altro dialetto. Poiché questo contrasta con l’idea che le parole costituiscano delle unità linguistiche, indipendentemente dal
numero di elementi che le compongono, la Distanza Levenshtein viene divisa per la lunghezzadell’allineamento (la lunghezza elaborata delle parole). Come si vede la lunghezza dell’allineamento è uguale a 9 unità. La distanza strutturale fra le parole è adesso perciò uguale a 4/9 = 0.44. Spesso sono possibili più allineamenti che, oltre a comportare le stesse lunghezze, comportano anche un costo uguale per le operazioni impiegate. In tal caso si
divide la distanza per l’allineamento più lungo, dato che questo comporta sempre il maggior numero di abbinamenti. Si parte anche dal presupposto che l’allineamento più lungo costituisca la miglior approssimazione del modo in cui gli umani percepiscono la differenza tra due parole.
Una volta stabilita la lunghezza dell’allineamento più lungo, diventa anche possibile esprimere la distanza tra due parole in termini percentuali. In tal caso la somma dei costi delle operazioni eseguite va divisa per il prodotto della lunghezza dell’allineamento più lungo moltiplicato per il costo più alto possibile, moltiplicando poi il quoziente che ne risulta per 100. In questo esempio, tutti i costi hanno un valore uguale a 1. Espressa in percentuale, la distanza è adesso uguale a [4/ (9*1)]*100 = 44%.
Poiché il confronto fra varietà linguistiche diverse avviene sulla base di 200 parole, dai confronti fra due lingue si ottengono 200 Distanze Levenshtein espresse in percentuali. La distanza espressa in percentuale tra due varietà è quindi uguale alla media delle 200 Distanze-Levenshtein espresse in percentuale, e si calcola dividendo la somma delle 200 Distanze-Levenshtein espresse in percentuale per 200. Si può vedere che applicando la Distanza-
Levenshtein non solo si tiene conto dei confini di parola, ma si prende in considerazione anche l’ordine lineare dei suoni di una parola. Questo approccio è stato utilizzato in tutto il resto del lavoro
Visto che si confrontano 200 coppie di parole corrispondenti tra di loro in tutte le coppie che si possono formare dalle 60 varietà linguistiche, in totale si calcolano [((60*60)-60)/2] * 200 =354.000 distanze tra parole. È chiaro che effettuare a mano tutti questi calcoli richiederebbe dei tempi enormi. Un approccio quantitativo alla linguistica implica perciò necessariamente l’uso del computer, e per questo viene anche definito approccio computazionale. Dato che uno degli scopi di quest’articolo è quello di presentare i vantaggi dell’introduzione della Distanza Levenshtein nello studio del contatto linguistico, è necessario anche essere espliciti rispetto ai suoi limiti.
Innanzitutto, il sistema misura le distanze tra parole sulla base delle rappresentazioni segmentali della loro pronuncia. Caratteristiche suprasegmentali come l’intonazione e l’accento vengono sistematicamente tralasciate. Il nostro ‘appello’ a favore della Distanza Levenshtein non va però assolutamente preso come un invito a trascurare quelle differenze
linguistiche che non possono essere analizzate in modo soddisfacente sulla base di questo metodo. Per questo tipo di analisi occorre utilizzare altri metodi.
Un secondo limite è costituito dal fatto che occorrono le trascrizioni fonetiche delle pronunce delle stesse parole in molte località diverse. Il fatto che il sistema possa elaborare una gran mole di dati costituisce naturalmente un grosso vantaggio, ma una gran mole di dati è anche necessaria per poter raggiungere dei buoni risultati.
1.5 Distanze graduali tra suoni
Quando si confrontano le lingue sulla base di trascrizioni effettuate mediante simboli fonetici non si tiene conto del fatto che certi suoni sono molto simili e altri molto diversi tra di loro.
Per esempio i suoni che compongono la coppia [b,p] sono molto più simili di quelli che compongono la coppia [a,p]. Inoltre, nei confronti basati sui simboli fonetici non si tiene conto dei segni diacritici. Confrontando per esempio una [a] con una [a#56256;#56321;], diventa molto difficile stabilire quanto i due suoni differiscano. In questi casi occorre operare una scelta drastica: considerare i due suoni come completamente uguali, oppure considerarli come
completamente diversi. Dato che le similitudini tra suoni che sono distinti solo da segni diacritici sono sempre maggiori delle dissimilitudini, in precedenti lavori si era scelto di ignorare queste ultime. Una [a] e una [a#56256;#56321;] venivano quindi considerate identiche. Per di più, con questo sistema è impossibile esprimere il fatto che, per esempio, se un’epentesi consiste dell’inserzione di una vocale bassa, questa debba pesare molto di più che non l’inserzione di un quasi inaudibile colpo di glottide.
Tali problemi si possono risolvere rappresentando ciascun suono come una serie di caratteristiche distintive e sostituendo il simbolo fonetico con una matrice (feature matrix) che contiene le varie caratteristiche distintive. Ciascun tratto distintivo si può considerare come una caratteristica fonetica (generalmente articolatoria) che può fungere da elemento distintivo e/o classificatorio per tutto il fonema. Una matrice contiene per ciascuna caratteristica distintiva un valore che indica la misura in cui questa proprietà la caratterizza. Rappresentando i suoni per mezzo di tali matrici si può tenere conto anche dei segni diacritici, rappresentando anche a questi per mezzo di caratteristiche distintive e attribuendo ad esse corrispettivi valori. Per esempio, la caratteristica lunghezza ha come default il valore 0. Se però un suono viene specificato come semilungo, allora gli viene attribuito il valore 1, mentre
se il suono è indicato come lungo il valore della lunghezza e 2. La distanza può essere calcolata come la radice quadrata della somma dei quadrati delle differenze fra matrici corrispondenti (Distanza Euclidea).
Per poter stabilire anche il costo graduale delle inserzioni e delle cancellazioni di un suono, è necessario definire anche il ‘silenzio’ in termini di caratteristiche distintive. Dato però che il ‘silenzio’ consiste appunto dell’assenza di qualunque caratteristica distintiva, la sua introduzione all’interno di questo quadro teorico ne impone una definizione artificiosa.
Inoltre, anche se l’approccio basato delle caratteristiche distintive può condurre a dei risultati soddisfacenti nella misurazione delle distanze strutturali tra lingue, i sistemi di caratteristiche distintive non sono basati su delle misurazioni reali. Le differenze qualitative tra caratteristiche distintive rimangono in fondo intrinsecamente impossibili da misurare.
Questa problemi, ma in particolare quello della definizione del ‘silenzio’ si possono risolvere ricorrendo al confronto tra gli spettrogrammi dei suoni. Il ‘silenzio’ si può perciò definire come assenza dell’intensità per tutte le frequenze di tutti gli spettri di un suono.
Durante il processo di acquisizione del linguaggio, i bambini non hanno bisogno di apprendere esplicitamente le caratteristiche articolatorie dei suoni che
gradualmente imparano a produrre. Il segnale acustico del parlato contiene tutte le informazioni necessarie ai bambini per imparare a padroneggiare il sistema fonologico della
lingua alla quale sono esposti. Il segnale acustico contiene perciò anche informazioni sufficienti sulle caratteristiche articolatorie usate normalmente per descrivere i suoni del parlato nella letteratura fonetica e fonologica.
Uno spettrogramma costituisce la rappresentazione visiva del segnale acustico di un suono. Così come il segnale acustico è sufficiente a distinguere un dato suono da qualunque altro suono prodotto in circostanze simili, lo spettrogramma di un suono costituisce una rappresentazione unica e non confondibile con quelle di altri suoni. Le differenze visive tra spettrogrammi rispecchiano le distanze acustiche tra suoni.
In questa ricerca si è fatto uso dei suoni registrati da John Wells e Jill House nella cassetta The Sounds of the International Phonetic Alphabet, pubblicata nel 1995.
In questa registrazione le consonanti sono talvolta precedute e sempre seguite da una [a].
Queste vocali sono sempre state eliminate dagli spettrogrammi. Successivamente, per entrambi i parlanti, è stata stabilita l’altezza media del tono per mezzo del programma Praat.2
L’altezza media del tono è stata stabilita sulla base di un campione contenente 28 vocali concatenate. L’altezza media del tono della voce di John Wells è apparsa uguale a 127.9929 Hertz, mentre quella della voce di Jill House è apparsa uguale a 191.5735 Hertz. Sono stati quindi monotonizzati tutti i campioni di John Wells e Jill House sulle loro rispettive altezze medie di tono.
Successivamente, utilizzando il programma Praat, è stato prodotto lo spettrogramma di ciascuno dei suoni pronunciati da entrambi i parlanti. Abbinato a Praat, si è scelto anche di filtrare gli spettrogrammi con il Bark-filter, il quale costituisce un modello plausibile della percezione umana per via delle seguenti proprietà:
(i) Si fa uso di una scala di frequenza più o meno logaritmica. Di conseguenza si tiene conto del fatto che la distanza fra toni bassi viene percepita come maggiore di quella fra toni alti. Per stabilire la scala di frequenza, in Traunmüller (1990) viene presentata la seguente formula: Bark = [ (26,81 * Hertz)/ (1960 + Hertz)] – 0.53.
2 Questo programma può essere scaricato gratis all’indirizzo: http://www.fon.hum.uva.nl/praat/.
(ii) Nel caso delle ampiezze (le intensità delle frequenze) si utilizzano i loro valori logaritmici. Di conseguenza si tiene conto del fatto che i toni bassi non vengono percepiti come più intensi, malgrado in realtà essi lo siano.
Le altre caratteristiche distintive, che è stato possibile introdurre nelle misurazioni grazie all’adozione degli spettrogrammi, sono quelle rappresentate dai segni diacritici della nasalità vocalica (per es. [ã]) e dell’apicalità delle fricative [s#56256;#56322;] e [z#56256;#56322;]. Non essendo disponibili i
campioni relativi, né nella cassetta di John Wells e Jill House, né altrimenti, per poter introdurre queste caratteristiche si è proceduto nel modo seguente:
(i)	la distanza prodotta dalla nasalità tra una vocale non nasale 1 e un’altra vocale nasale 2 è stata calcolata come media della distanza fra la vocale non nasale 1 e la versione non nasale della vocale 2, e la distanza tra la vocale 1 e la consonante nasale [n];
(ii)	(ii) la distanza prodotta dall’apicalità nei confronti delle altre consonanti è stata calcolata come media della distanza tra una data consonante e le fricative non apicali (a) sorda ([s]) e (b) sonora ([z]), e tra la stessa consonante e le fricative alveo-palatali (a) sorda ([#56256;#56321;]) e (b) sonora ([#56256;#56323;]).
Per poter esprimere la distanza tra parole in termini percentuali occorre stabilire il valore del costo massimo che risulta dal passaggio da una forma all’altra di una parola (si veda il § 7.3.1). La distanza massima è quella attestata tra lo spettrogramma della vocale [a] e quello del ‘silenzio’. Nei calcoli, perciò, si considera la differenza tra [a] e il ‘silenzio’ come uguale al 100%, per cui le distanza tra tutti gli altri suoni saranno inferiori. Dai risultati raggiunti si è visto che le liquide e le nasali sono molto simili alle vocali. Per poter tenere conto delle
combinazioni tra suoni che si verificano all’interno della struttura sillabica è stato necessaria una piccola revisione dell’algoritmo di Levenshtein. L’algoritmo è stato modificato in modo da allineare, in due forme diverse di una parola, le vocali esclusivamente con le vocali e le
consonanti esclusivamente con le consonanti. Date le loro caratteristiche intermedie, l’algoritmo tratta però le vocali [i], [u] e schwa sia come vocali che come consonanti, mentre le semivocali [j] en de [w] vengono trattate sia come consonanti che come vocali.
Sono stati integrati nella Distanza-Levenshtein anche i seguenti tratti suprasegmentali:
extrabreve, semilungo e lungo. Questi valori della lunghezza sono stati integrati adattando le trascrizioni prima delle misurazioni. Nelle trascrizioni i segmenti privi di indicazioni sulla lunghezza vengono raddoppiati, i segmenti semilunghi vengono triplicati e quelli lunghi
quadruplicati.
Il confronto tra i risultati ottenuti usando i tratti distintivi e quelli ottenuti con gli spettrogrammi ha mostrato che questi ultimi concordano maggiormente con ciò che è lecito attendersi in base alla distribuzione geografica dei dialetti, da un lato, e dai risultati della dialettologia tradizionali, dall’altro. La scelta di basare le misurazioni sugli spettrogrammi è quindi non solo basata sulla necessità di una metodologia più accurata, ma anche su risultati empiricamente più soddisfacenti.
1.6 Classificazione delle varietà linguistiche
Quando si comparano fra di loro 77 varietà linguistiche, le Distanze-Levenshtein possono essere ordinate gerarchicamente in una matrice che consiste di 77 righe e 77 colonne. La tabella è paragonabile a una tabella delle distanze in chilometri tra città. In questo modo si
possono mettere in evidenza strutture che altrimenti rimarrebbero nascoste. Si è fatto uso di due diversi metodi di classificazione che si integrano a vicenda: l’analisi mediante clustering (§ 1.7; § 2.9) e la scalatura multidimensionale (§ 1.8; § 2.8). Il risultato dell’analisi mediante clustering comporta una suddivisione netta delle varietà linguistiche in gruppi, mentre il risultato della scalatura multidimensionale mette bene in evidenza il rapporto tra le diverse
varietà, anche quando queste appartengono a gruppi diversi.
1.7 Analisi gerarchica tramite Clustering
Il clustering è una tecnica di uso corrente nelle discipline storiche, ma viene applicata anche alla psicolinguistica. Lo scopo del clustering è quello di identificare raggruppamenti rilevanti all’interno di strutture complesse. Quando un cluster (o ‘agglomerato’) fa parte di un
supercluster (e questo a sua volta di un supersupercluster) si può osservare che esiste un rapporto gerarchico fra cluster, e si parla di analisi gerarchica tramite Clustering. L’algoritmo si può spiegare più agevolmente usando un esempio. Supponiamo che si abbia la matrice
Lodé Luras Gesturi Iglesias Portoscuso
Lodé 0 17,997 32,958 33,624 34,311
Luras 0 30,095 31,101 32,963
Gesturi 0 11,843 12,692
Iglesias 0 4,876
In questa matrice le cifre indicano le distanze reciproche tra cinque varietà diverse. Il valore di ciascuna cella (i,j) è naturalmente uguale a 0 (la distanza di una lingua da se stessa). Poiché la matrice è simmetrica non occorre rappresentare nuovamente i dati della metà in basso a
sinistra della matrice.
Il clustering costituisce un processo iterativo. In ogni passaggio del processo si individua la distanza più piccola nella matrice e le lingue tra cui esiste questa distanza vengono riunite in un cluster. Successivamente si determina la distanza tra il cluster formato e
le altre lingue. Ai fini di questa ricerca, l’algoritmo che ha fornito i risultati più soddisfacenti (cioè, più logici) si è rivelato quello che prende in considerazione la media delle distanze. La distanza di k da un nuovo cluster [ij] è costituita dalla media delle distanze tra i e k e tra j e k.
Per ogni k si effettua quindi il seguente calcolo:
Nella matrice delle distanza presentata qui sopra, la distanza tra Iglesias e Siniscola si rivela la più piccola. Dopo aver raggruppato le due località in un cluster, si calcolano le distanze tra il nuovo cluster e gli elementi rimasti. Per esempio, la distanza tra il dialetto di Lodé e quelli di Iglesias e Portuscuso si calcola nel modo seguente:
dk (ij) = dki + dkj
Lodé (Iglesias,Portoscuso) = dLodé,Iglesias + dLodé,Portoscuso
= 33,6+ 34,3
Dopo aver calcolato la distanza tra il dialetto di Lodé e la media di quelli di Iglesias-Portoscuso, Luras e Iglesias-Portoscuso e Iglesias-Portoscuso e Gesturi si ottiene la matrice seguente (i nuovi valori sono rappresentati in grassetto, mentre quelli introdotti in precedenza sono rappresentati con caratteri normali):
Lodé Luras Gesturi Iglesias & Portoscuso
Lodé 0 17,9971 32,9584 33,95
Luras 0 30,095 32,03
Gesturi 0 12,26
Iglesias & Portoscuso 0
Il processo in cui ad ogni iterazione si effettua la riduzione di due lingue a un cluster si ripete fino a quando non è più possibile formare un nuovo cluster. Il risultato finale costituisce un raggruppamento gerarchico completo delle varietà linguistiche, che può essere visualizzato
sotto forma di un dendrogramma: un albero in cui le foglie corrispondono alle singole varietà e la lunghezza dei rami rappresenta le distanze fonetiche. Il dendrogramma che risulta dal clustering di tutte le 77 varietà prese in esame è presentato in § 2.9.
1.8 Scalatura multidimensionale
Le distanze reciproche tra una serie di località si possono determinare sulla base delle loro coordinate. È anche possibile effettuare il procedimento contrario: a partire dalle distanze reciproche è possibile stabilire un sistema ottimale di coordinate che contiene quelle delle
località in questione. Questo procedimento è reso possibile da una tecnica matematica conosciuta come scalatura multidimensionale. La scalatura multidimensionale è una tecnica matematica paragonabile all’analisi fattoriale (Kruskal & Wish 1984). Sulla trama di una scalatura multidimensionale, le lingue fortemente correlate vengono collocate le une vicine alle altre, mentre le lingue dissimili vengono distanziate.
Nei nostri esperimenti si è fatto uso delle Multidimensional Scaling-routines nel modulo statistico R, versione 1.3.0 (per informazioni e download: http://www. r-project. org/), il quale è stato applicato alla tabella che contiene le distanze tra i 77 dialetti sardi. Il modulo offre tre
forme di scalatura multidimensionale, per la precisione: Classical Multidimensional Scaling, Sammon’s Non-Linear Mapping, e Kruskal’s Non-metric Multidimensional Scaling. La correlazione maggiore fra le Distanze-Levenshtein originarie nella tabella e le distanze euclidee misurate tra i punti della scalatura multidimensionale (0.99) è stata trovata facendo uso del Kruskal’s Non-metric Multidimensional Scaling. Il risultato della scalatura multidimensionale ottenuto sulla base dei 77 dialetti sardi si può trovare al § 2.8.
Per poter valutare meglio il significato di entrambe le dimensioni della scalatura, si sono determinate separatamente le distanze euclidiche di entrambe le dimensioni tra le varietà, come riportato nella scalatura. Queste distanze sono correlate separatamente alle distanze-Levenshtein di ciascuna delle duecento parole. Da ciò risulta che la prima
dimensione (la coordinata y nella scalatura) è quella maggiormente correlata con le distanze-Levenstein della parola bandai ‘andare’: r=0.93. Le varianti più importanti sono [a#56256;#56324;#56256;#56323;a#56256;#56325;#56256;#56321;] (dialetti settentrionali),
(v)	[anda#56256;#56325;#56256;#56321;] (dialetti centrali) e
(vi)	[andai] (dialetti meridionali.
(vii)	La seconda dimensione (la coordinata x della scalatura) è maggiormente correlata con le distanze-Levenstein della parola cosa ‘idem’. Le varianti più importanti sono [k#56256;#56326;za] (dialetti settentrionali, occidentali e meridionali) e [k#56256;#56326;z#56256;#56322;a] (dialetti centro-orientali).
2 La variazione dialettale in Sardegna
Negli oltre 2000 anni seguiti alla sua introduzione in Sardegna, il Latino Volgare è evoluto in una serie di gruppi dialettali che fonologicamente si differenziano fortemente fra di loro. Le differenze mofologiche e, soprattutto, quelle sintattiche sono molto più limitate (si veda, per
tutti, Jones 1993)
In questo capitolo verrà stabilito il modo in cui la misura delle distanze strutturali fra i dialetti sardi permette di arrivare a definire obiettivamente le diverse varietà in cui è suddiviso il sardo. Per poter stabilire la distanza reciproca tra dialetti e quindi arrivare a una
definizione delle varietà del sardo, è di cruciale importanza assumere un punto di vista che vada oltre l’attenzione (selettiva) per i fenomeni puramente qualitativi. Occorre operare un’analisi quantitativa.
Nei paragrafi seguenti si mostrerà come un approccio computazionale renda possibile effettuare dei confronti quantitativi, i quali permettono di determinare le distanze strutturali fra le varietà prese in esame e quindi di determinare nel modo più obiettivo possibile quali sono le varietà della lingua sarda.
2.1 Variazione dialettale e fattori storico-culturali
In Sardegna esiste una grande variazione dialettale. Questo comunque non significa che, come vorrebbe un diffuso luogo comune, la variazione dialettale in Sardegna sia più grande che altrove. La “frammentazione dialettale” del sardo è un fenomeno comune a tutte le lingue naturali e la situazione che esiste nell’isola è comune a quella di qualunque altra terra in cui una data lingua introdotta in un certo momento della storia abbia avuto tempo sufficiente per evolvere e differenziarsi in centinaia di dialetti locali.
La cartina sequente illustra la situazione della variazione dialettale in Olanda e nelle Fiandre: un territorio con un estensione complessiva di circa un terzo più grande della Sardegna, ma con una popolazione di circa 20 milioni di abitanti.
Cartina 2: Cartina dialettologica dell’area linguistica neerlandese, da Heeringa (2004)
Si tenga presente che la situazione in Olanda, dove si trovano 16 dei 19 gruppi dialettali identificati come rilevanti, è stata attestata tra la fine del 1800 e i primi decenni del 1900: cioè dopo oltre tre secoli di coesistenza delle varie regioni olandesi nella stessa entità statale.
Questo fatto illustra, fra l’altro, la non esistenza di una relazione diretta tra unità politica e unità linguistica.
Questo non deve sorprendere, dato che il concetto di “lingua nazionale”,
necessariamente unitaria, è stato coniato da pensatori giacobino-romantici in seguito alla rivoluzione francese e non corrisponde, né è mai corrisposto, alla realtà linguistica di alcun paese.
2.2 Due capi linguistici?
Non esiste neppure alcuna relazione precisa, puramente linguistica, tra variazione dialettale e diversità culturale. Questo significa che, come vedremo, la variazione dialettale non corrisponde alla tradizionale suddivisione della Sardegna nei due “capi” culturali: cabu ‘e susu e cabu ‘e jossu.
La cartina seguente, generata dal computer sulla base delle distanze tra i vari dialetti, illustra in modo chiaro l’apparente suddivisione linguistica della Sardegna in cabu ‘e susu e in
cabu ‘e jossu.
In questa cartina generata dal computer si può vedere come ciascuno dei 77 dialetti presi in considerazione sia collegato a ciascun altro mediante delle linee più o meno scure. Quanto più una linea è scura, tanto più piccola è la distanza fra i due dialetti. Quando la distanza fonetica supera un certo limite, la linea diventa bianca e perciò invisibile. Dalla cartina possiamo vedere che i dialetti sardi si possono suddividere in tre gruppi principali:
(a) un gruppo nordoccidentale che comprende i dialetti logudoresi;
(b) un gruppo centro-orientale collegato al gruppo nord-occidentale da linee di intensità intermedia;
(c) un gruppo meridionale collegato agli altri due gruppi da linee meno scure.
A prima vista, quindi, il luogo comune che vuole la Sardegna divisa anche
linguisticamente in due capi viene in parte confermato: le linee più scure (e più una linea è scura, più simili sono i dialetti uniti da questa linea) non attraversano il confine ideale tra “cabu ‘e susu e cabu ‘e jossu”. È anche vero però che le linee più scure in assoluto non uniscono neppure i dialetti “ logudoresi” e quelli “nuoresi”.
La cartina seguente, proveniente dall’Atlante Dialettologico della Sardegna (Contini, 1987) mostra comunque che la zona di linee meno scure tra i due capi non coincide con la distribuzione delle isoglosse che delimitano la diversa distribuzione dei fenomeni fonetici nelle diverse varietà del sardo. Le isoglosse sono delle linee ideali che dividono un dialetto
dall’altro sulla base della presenza di un dato fenomeno in uno dei dialetti e la sua assenza
Come si può vedere dalla Cartina 4, se nella Sardegna occidentale è possibile individuare un qualche “confine” tra varietà meridionali e settentrionali (ma i confini proponibili sono almeno 4!), la cosa diventa impossibile quando ci si sposta verso la costa orientale. A partire dal centro dell’Isola la distribuzione delle isoglesse è totalmente caotica.
Molto più regolari sono invece i fasci di isoglosse che separano i dialetti nuoresi da quelli logudoresi, sia logudoresi comuni che settentrionali.
Cartina 4: Cartina dialettologica con isoglosse, da Contini (1987)
Questo significa che a determinare la distanza quantitativa tra dialetti meridionali e settentrionali è un gruppo ristretto di fenomeni che ricorrono frequentemente e in associazione reciproca.
L’apparente confine linguistico appare dovuto al fatto che alcuni fenomeni fonetici sono sovrarappresentati: per esempio, 14 delle venti parole che contribuiscono maggiormente alla distanza fonologica totale fra i dialetti sardi presentano una [#56256;#56321;] finale nei dialetti settentrionali e una [i] in quelli meridionali. Dato che la maggior parte di queste parole è costituita dagli infiniti dei verbi(es.: girare vs. girai), vediamo che la riduzione della [#56256;#56321;] a [i] è accompagnata dalla caduta della [r]. Cosa questa che aumenta automaticamente la distanza tra dialetti che contrastano rispetto a questi due fenomeni. La stessa cosa accade, per esempio, con i participi passati dei verbi (es.: domandados vs. domandaus). Anche in questo caso, la
riduzione della vocale media è accompagnata dalla caduta di una consonante. Nell’Atlante Dialettologico di Contini si può vedere come questi fenomeni producono isoglosse all’incirca parallele.
La divisione più rilevante fra “Logudorese” e “Campidanese” è quindi marcata, anche se non interamente determinata, da un unico fenomeno fonologico: la Riduzione delle vocali medie a vocali alte (#56256;#56321; #56256;#56322; i; #56256;#56322; #56256;#56322; u) in fine di parola. Ovviamente ci sono anche altre isoglosse che passano all’incirca all’altezza di quelle della Riduzione Vocalica, ma la loro incidenza quantitativa è molto meno rilevante.
La presenza di numerose vocali medie in posizione finale di parola e il fatto che le vocali finali vengono reduplicate dalla paragogia postconsonantica3, quando le parole che le contengono si trovano in posizione finale di frase (es. domos[o] vs. domus[u]; panes[e] vs. panis[i]). La paragogia raddoppia, nel caso delle persone dei verbi che terminano con una consonante e dei plurali di sostantivi e aggettivi, il numero di vocali medie presenti alla fine di una parola. Ovviamente, nei dialetti meridionali questo porta alla presenza di un numero
ugualmente alto di vocali alte nelle stesse posizioni.
Data questa situazione di “sovrabbondanza” di vocali diverse in parole per il resto (fondamentalmente) identiche, si ha che la pronuncia meridionale delle vocali medie comporta un aumento rilevante della distanza rispetto ai dialetti centrosettentrionali che, oltre a essere chiaramente identificata da un’analisi quantitativa, permette anche di localizzare
3 La paragogia consiste nell’inserzione di una vocale, identical all’ultima vocale precedente, dopo una consonante finale (es.: canis #56256;#56322; canis[i]).
subito la provenienza di un dato parlante come proveniente da una zona a sud (o a nord) dell’isoglossa che caratterizza quella determinata pronuncia.
La Cartina 4, che riassume l’analisi dialettologica effettuata in Contini (1987) per mezzo di isoglosse, mostra che gli altri fenomeni che distinguono il grosso dei dialetti centrosettentrionali da quelli meridionali sono distribuiti in modo molto più irregolare e hanno un’incidenza molto minore sul totale della distanza che separa le macrovarietà del sardo. In termini più semplici: è molto più difficile, sulla base della sua pronuncia, stabilire con precisione la provenienza di un parlante. Per far questo occorre conoscere molto bene l’intera dialettologia della Sardegna.
Inoltre, come già fatto notare, è evidente che i fasci di isoglosse che separano i dialetti nuoresi da quelli logudoresi comuni e quelli logudoresi settentrionali da quelli logudoresi medidionali sono molto più consistenti e regolari di quelli che separano il cosiddetto “Logudorese” dai dialetti meridionali. Insomma, la Cartina 4 mostra quanto sia articolata la situazione della variazione dialettale in Sardegna: qualitativamente i dialetti meridionali sono molto meno dissimili da quelli centro-settentrionali di quanto questi ultimi non lo siano tra loro.
Questo fatto è confermato anche dall’analisi quantitativa su cui si basa la cartina 3:
anche tra i dialetti nuoresi-baroniesi e quelli propriamente logudoresi sono assenti le linee più scure, quelle che indicano una grande vicinanza tra dialetti. Malgrado la convergenza prodotta dal mantenimento delle vocali medie finali in entrambi i gruppi di dialetti, è chiaramente possibile distinguere almeno due varietà centro-settentrionali. Le diverse rappresentazioni delle distanze tra dialetti che incontreremo nei paragrafi successivi, renderanno ancora più
chiara la situazione.
Ribaltando quindi la concezione tradizionale del rapporto tra fenomeni linguistici e identità antropologica definita in termini dei due “capi” della Sardegna, si può tranquillamente dire perciò che le differenti pronunce domo vs. domu e pane vs. pani vengono usate per determinare l’identità di chi parla in termini di cabu ‘e susu o di cabu ‘e jossu e, eventualmente, collocare il parlante nello spazio antropologico/geografico del proprio gruppo di appartenenza o del gruppo “alieno”. Questa collocazione si effettua tramite una
generalizzazione grossolana e ignorando tutte le altre eventuali convergenze o divergenze linguistiche tra il proprio dialetto e quello altrui.
A rendere rilevante l’isoglossa che separa la pronuncia di domo da quella di domu non è quindi il fenomeno linguistico in sé, ma il fatto che questo viene utilizzato per effettuare una generalizzazione sulla provenienza geografica/culturale dell’altro.
Faccio un esempio concreto e, credo, illuminante: una volta mia madre, che è di Villanova Monteleone (Logudoro settentrionale), si è rivolta in sardo a dei giovani di Fluminimaggiore, i quali allora le hanno chiesto se lei fosse di Desulo (Barbagia meridionale)!
A Fluminimaggiore esiste una comunità di Desulesi, costituita in origine da pastori transumanti. Il fatto che mia madre sia cabesusesa ha portato quei giovani a indentificarla con i cabesusesus locali, indipendentemente dal fatto che il sardo di Villanova e quello di Desulo siano molto distanti (si vedano le varie cartine).
Nei paragrafi seguenti vedremo in che modo l’analisi quantitativa delle distanze tra i vari dialetti sardi può portare a diverse suddivisioni della lingua sarda in varietà diverse. Si vedrà anche che se il numero delle varietà risulta sempre arbitrario, un’analisi quantitativa permette sempre di stabilire i confini di queste varietà in modo obiettivo.
2.3 Quante varietà del sardo?
Come già accennato nel paragrafo precedente, il numero di varietà in cui si suddivide la lingua sarda è sempre arbitrario.
Volendo, si può suddividere il territorio sardo in due grandi varietà linguistiche: la varietà sarda propriamente detta e le altre. Se si guarda nuovamente la Cartina 4, si vede che dei fasci nettissimi e composti da un grande numero di isoglosse parallele separano le zone in cui si parlano il gallurese e il sassarese dal resto della Sardegna. Questa suddivisione che risulta dall’analisi qualitativa di Michel Contini è stata ampiamente confermata dall’analisi quantitativa effettuata in Bolognesi & Heeringa (2005).
La Cartina 5, proveniente da Bolognesi & Heeriga (2005), mostra in modo chiaro come i dialetti di Sassari, Sedini e Tempio si distacchino nettamente dai dialetti propriamente sardi. In questa rappresentazione delle distanze tra dialetti per mezzo di colori diversi, distanze maggiori sono espresse da contrasti cromatici più forti. Dialetti simili, invece, mostrano colori simili.
Cartina 5: Carta dialettologica senza suddivisioni arbitrarie, da Bolognesi & Heeringa 2005.
In questa cartina generata dal computer ciascun dialetto è rappresentato indipendentemente dagli altri, ma con un colore determinato dalla sua distanza nei confronti degli altri dialetti.
Quanto più è simile il colore, tanto minore è la distanza tra i vari dialetti. Come si può vedere, in questo caso gli unici confini nettamente identificabili sono quelli tra le varietà Gallurese e Sassarese e i dialetti propriamente sardi. Nelle Sardegna centrale sono riconoscibili tutta una serie di dialetti con caratteristiche intermedie tra le varietà più nettamente separabili. In altre
parole esiste un continuum dialettale che solo artificiosamente può essere interrotto da confinilinguistici.
Malgrado sia possibile individuare anche in questa cartina i due capi della Sardegna linguistica propriamente detta, identificati dal rosso del “Campidanese” e dal grigio e il verde chiaro (con quest’ultimo che rappresenta, chiaramente, i dialetti nuoresi-baroniesi) del “Logudorese”, troviamo anche tutta una serie di colori intermedi che corrispondono a dialetti
geograficamente e linguisticamente intermedi. Niente di simile si trova invece tra dialetti sardi propriamente detti e i dialetti di Sassari, Sedini e Tempio. In questo caso il confine tra varietà è costituito da un taglio netto e fortemente contrastante.
Possiamo perciò concludere che sia l’analisi qualitativa effettuata tramite le isoglosse, sia l’analisi quantitativa computazionale permettono di dividere la Sardegna linguistica in due macrovarietà: il sardo propriamente detto e il gruppo gallurese-sassarese. Questa conclusione coincide con il fatto che l’unità fondamentale dell’area linguistica sarda viene riconosciuta da
tutti gli studiosi che si sono occupati della lingua.
Se la Sardegna non avesse conosciuto due diverse tradizioni ortografiche, quella del “Logudorese” e quella del “Campidanese”, probabilmente la seguente domanda sarebbe posta nei termini seguenti: in quante varietà si può comunque suddividere il sardo?
Invece porrò la domanda nei termini in cui, per motivi storici, se la pone la maggior parte dei sardi: il sardo è davvero diviso in due varietà?
La risposta è che, se proprio si vuole forzare arbitrariamente la situazione,
semplificando grossolanamente la realtà linguistica, il sardo si può in effetti anche dividere in due. Questa suddivisione viene anche apparentemente giustificata dalla Cartina 3, in cui si vede che in nessun caso delle linee molto scure (che rappresentano la vicinanza tra dialetti:
quanto più scura è la linea, tanto più vicini sono i dialetti) uniscono i dialetti al di sotto delle isoglosse colorate della Cartina 4 con quelli posti al di sopra. Va detto comunque che tra i dialetti centro-settentrionali e quelli meridionali esiste un intreccio fittissimo di linee più chiare: né potrebbe essere diversamente, data la nota mutua intelleggibilità tra dialetti sardi.
Inoltre, in Bolognesi & Heeringa (2005), abbiamo mostrato che tra i dialetti sassaresi/galluresi e quelli sardi non si trovano neppure le linee chiare: le distanze tra le varietà non sarde e quelle propriamente sarde sono troppo grandi.
Basta però dare un’occhiata sia alla Cartina 5 che alla Cartina 4 per rendersi conto chela situazione è in effetti molto più articolata. Sia l’analisi qualitativa che prende in considerazione ciascun singolo fenomeno tramite le isoglosse, sia quella quantitativa che esprime le distanze tra dialetti per mezzo di colori differenti, mostrano l’esistenza di diversevarietà, soprattutto nell’area di quello che molto approssimativamente si suole definire come “Logudorese”.
Del resto, lo stesso Max Leopold Wagner, che pure era un sostenitore del “bipolarismo linguistico Campidanese vs. Logudorese” ha dovuto ammettere che “di fronte al logudorese, il quale è spezzettato in tante varietà dialettali, il campidanese ha il vantaggio di una maggiore unità e uniformità” (Wagner, 1951:56). Cioè, qui Wagner si contraddice palesemente: da un
lato parla di “Logudorese”, come se questo fosse una varietà ben definita, dall’altro poi ammette si tratta in effetti di “tante varietà dialettali”.
Questo significa anche che il Logudorese e il Campidanese letterari, usati da molti scrittori, non corrispondono a nessuna varietà effettivamente parlata. Essi costituiscono delle idealizzazioni che non tengono conto di un gran numero di caratteristiche dialettali esistenti nelle aree linguistiche che questi sistemi ortografici vogliono rappresentare (rimando a Bolognesi 1998, 1999 per un’analisi più approfondita).
Nei paragrafi che seguono vedremo che è possibile superare il problema
dell’arbitrarietà del numero di varietà in cui suddividere il sardo. Basta confrontare tra loro i risultati della richiesta fatta al computer di suddividere l’area linguistica sarda in un numero diverso di varietà dialettali. Cioè, vedremo che è possibile arrivare a suddividere in modo obiettivo l’area del sardo in varietà diverse.
Fermo restando che il numero di varietà non può che essere definito in modo
arbitrario, il raggruppamento di un dato dialetto in una certa varietà, anziché ad un’altra, viene effettuato dal computer sulla base delle distanze reciproche tra dialetti, e cioè in modo interamente obiettivo.
2.4 Suddivisione in 5 varietà
La prima richiesta fatta al computer è stata quella di suddividere i dialetti propriamente sardi—escludendo quindi quelli di Sassari, Sedini e Tempio — in 5 varietà. Il risultato è quello rappresentato dalla Cartina 6:
Cartina 6: Cartina dialettologica con suddivisioni in 5 aree
Questa cartina contiene una conferma e due sorprese (almeno per i non addetti a lavori).
Da un lato vediamo che vengono individuate le tre grandi aree dialettali denominate tradizionalmente come Campidanese, Nuorese e Logudorese, confermando i risultati di tutti gli studi precedenti, tranne quelli che si ostinano a non voler distinguere il gruppo dei dialetti nuoresi-baroniesi da quelli logudoresi. Dall’altro vediamo che, malgrado le grossolane semplificazioni che il computer è costretto a compiere per via del numero troppo basso di varietà in cui suddividere i dialetti, due dialetti locali sono esclusi dai tre grandi raggruppamenti: quelli di Seneghe e Laconi.
Il motivo dell’esclusione di questi due dialetti è costituito dal fatto che essi
contengono elementi che appartengono a due delle macro-varietà individuate. Nel sardo di Seneghe sono presenti sia il sistema vocalico centro-settentrionale (cioè le vocali medie finali non vengono ridotte a [i] e [u]), sia un gran numero di fenomeni consonantici tipici delle varietà meridionali, compresa la cancellazione della [n] e la conseguente nasalizzazione delle vocali accentate che in altri dialetti precedono la [n]. Così troviamo nel seneghese forme “ibride” come pã#56256;#56322;, che si collocano a metà strada tra il campidanese propriamente detto e i
dialetti centro-settentrionali. Con queste caratteristiche miste ed equidistanti, il seneghese può solo costituire un gruppo a sé stante.
A Laconi, dove si parla un dialetto dal lessico fondamentalmente di tipo meridionale, si trova invece un sistema vocalico ibrido, in cui solo una parte delle vocali medie finali viene ridotto a [i] e [u]. Dato il peso quantitativo delle vocali finali, il computer non può assegnare il laconese a nessuna delle tre macro-varietà e anche questo caso assegna il dialetto in questione a un gruppo separato dagli altri.
In altri termini, il computer, che si basa soltanto sulle distanze reciproche tra varietà anche nel caso di una suddivisione sommaria del sardo in 5 varietà, individua subito varietà intermedie che non si lasciano ricondurre a nessuna delle 3 varietà principali.
Le tre macro-varietà invece sono caratterizzate dalle diverse combinazioni possibili dei fenomeni fonologici della Riduzione Vocalica e della Lenizione Consonantica:4 entrambi
questi fenomeni comportano la modifica di un gran numero di fonemi e hanno quindi delle
importanti conseguenze quantitative. Nel campidanese sono presenti entrambi i fenomeni, nel
nuorese sono entrambi assenti e nel logudorese è presente solo la Lenizione.
Si veda la Tabella 1 che schematizza la situazione:
varietà riduzione lenizione
campidanese+ +
nuorese - -
logudorese - +
Per esemplificare la situazione, si possono fare gli esempi seguenti: in campidanese è presente la coppia di forme lat#56256;#56321;i/pa#56256;#56323;u;
in nuorese la coppia lat#56256;#56321;#56256;#56322;/paku e in logudorese quella lat#56256;#56321;e/pa#56256;#56323;u.
Semplificando parecchio, si può dire che le tre macro-varietà sono riconducibili a tre
diversi gradi di innovatività: è altamente innovativo il campidanese (e certamente il campidanese vero e proprio, quello centrale); è moderatamente innovativo il logudorese
4 La Lenizione è un fenomeno che comporta la parziale assimilazione di una consonante alla vocale che precede.
In quasi tutti i dialetti del sardo in cui è presente, questo comporta che una plosiva sorda ([p], [t], [k] e, nel sardo meridionale, [t#56256;#56324;]) si trasforma nella fricativa sonora corrispondente ([#56256;#56322;], [#56256;#56321;], [#56256;#56323;], [#56256;#56325;]).
(anche se quello settentrionale presenta tutta una serie di innovazioni esclusive di quella varietà); è scarsamente innovatico il nuorese-baroniese, anche se, come mostrato in Bolognesi & Heeringa (2005), non lo si può certo definire “arcaico”.
Data questa situazione, le differenze lessicali (il fatto che in varietà diverse si trovino parole diverse) e quelle morfologiche giocano un ruolo limitato. In effetti il lessico e la morfologia di tutti i dialetti sono fondamentalmente omogenei (circa l’80% dei lessemi sono gli stessi) e le differenze che si incontrano sono limitate piuttosto ad aree più ristrette di quelle rappresentate nella Cartina 6. Inoltre è chiaro che le aree di diffusione dei vari lessemi e
morfemi non coincidono necessariamente con le aree definite dalle isoglosse relative ai fenomeni fonologici. Per esempio, il morfema dell’imperfetto dei verbi che deriva direttamente dalla desinenza latina -ba- è diffuso, se si segue però il percorso che passa per i monti del Nuorese, ininterrottamente dalla Sardegna meridionale fino ad Orune (es.: kirka#56256;#56322;at[a]).5 A Ghilarza, molto più meridionale e occidentale, si trova già il morfema
dell’imperfetto tipico delle varietà settentrionali (es.: krik:aia#56256;#56321;[a]), e questo malgrado l’insieme del ghilarzese sia molto più vicino ai dialetti meridionali di quanto non lo sia il
dialetto eccentrico di Orune. A livello lessicale, troviamo che il verbo giai ‘dare’, compare già nei dialetti “campidanesi” più settentrionali e sostituisce la forma donai presente nel resto della Sardegna meridionale. La forma d#56256;#56322;ai costituisce una variante del centro-settentrionale
dar#56256;#56321;/dzar#56256;#56321; presente nel resto dei dialetti sardi. La forma d#56256;#56322;ai convive, nei dialetti campidanesi in cui è presente, con tutte le altre forme tipiche del campidanese centrale, sia a livello lessicale, che fonologico e morfologico.
Quest’ultimo fatto implica che, essendo, meno sistematiche, le differenze lessicali e morfologiche hanno statisticamente un peso inferiore rispetto a quelle fonologiche. Dato che la loro distribuzione è più irregolare di quella dei tre fenomeni fonologici che abbiamo appena visto, queste differenze determinano piuttosto l’estensione di sub-aree più ristrette, all’interno
delle macro-varietà. Si confrontino per esempio la distanza tra i dialetti di Abbasanta e Atzara dovuta all’insieme dei fenomeni (lessico e fonetica) e quella dovuta esclusivamente alla fonetica:
Abbasanta-Atzara (fonetica): 7,02%
Abbasanta-Atzara (totale): 10,57%
Come si può vedere la distanza tra i due dialetti è quasi interamente dovuta a fenomeni fonetici. A sua volta, questo significa che, come sostenuto in diverse occasioni (Bolognesi 1998, 1999, 2001), le differenze più rilevanti tra le macro-varietà del sardo sono da attribuire alla fonetica e quindi alla pronuncia diversa di forme fondamentalmente identiche.
2.4 Suddivisione in 8 varietà
Il passo successivo dell’analisi è consistito nel richiedere al computer di suddividere i dialetti sardi in 8 varietà. Questo, come si può vedere dalla Cartina 7, ha comportato un rifinimento sostanziale della suddivisione precedente, giungendo a una ripartizione dei dialetti molto più simile a quella rappresentata dalla Cartina 5, in cui i dialetti sono rappresentati individualmente:
5 Si tenga presente, però, che nei dialetti meridionali la B della desinenza latina –ba è sparita e il morfema appare adesso solo come A accentata negli imperfetti della prima coniugazione (es.: andàt #56256;#56321; andaat #56256;#56321; andabat), come risultato della fusione delle due A adiacenti. Negli imperfetti delle altre due coniugazioni troviamo la stessa A
priva di accento (es. dromíat; bolíat).
Cartina 7: Cartina dialettologica con suddivisioni in 8 aree
Oltre a distinguere, nel sardo meridionale, tra dialetti centrali (quelli propriamente campidanesi), ricchi di innovazioni, e il resto dei dialetti meridionali più conservatori (iglesiente-sulcitano, ogliastrino, cagliaritano, sardo del Sarrabus e dialetti limitrofi), il computer ha separato i dialetti nuoresi-baroniesi da quelli della Barbagia di Ollolai, contraddistinti in termini qualitativi, questi ultimi, dal fenomeno del colpo di glottide, che sostituisce la [k]. Inoltre, cosa decisamente rilevante ai fini di questa ricerca, ha distinto tra
dialetti e sub-varietà logudoresi, da un lato, e, dall’ altro, una fascia estesa di dialetti intermedi compresi geograficamente e linguisticamente tra Logudoro linguistico, Barbagia di Ollolai, Campidano centrale e Ogliastra.
In termini di regioni storiche, questa fascia linguistica di Mesania comprende il
Guilcer, il Barigadu, il Mandrolisai e la Barbagia di Belví. Virdis (1995), per esempio, ha indicato questa varietà come “Arborense”, separandola nettamente dal logudorese. Come
si vede, è bastato dare al computer l’ indicazione di distinguere tra 8 varietà del sardo per arrivare, se si escludono i casi speciali di Seneghe e di Laconi, ad individuare 6 varietà naturali e internamente omogenee del sardo. Una di queste varietà, ben distinta sia dal logudorese centrale che da quello settentrionale, come anche dalle altre varietà, si pone come varietà intermedia tra tutte le altre, soprattutto se si tiene conto dello squilibrio quantitativo
provocato dalla sovrabbondanza di vocali medie (e di fenomeni ad essa strettamente collegati in fine di parola), rispetto alle corrispondenti vocali alte (e all’assenza delle consonanti) dei dialetti meridionali. In altri termini, se si esclude la distanza provocata questi fenomeni medie nei dialetti di Mesania, questi risultano molto vicini ai dialetti meridionali.
Per verificare quest’affermazione, basta tornare alla Cartina 4 e vedere che il numero di isoglosse che definisce qualitativamente i dialetti di Mesania è grosso modo uguale in tutte
2.5 Suddivisione in 12 varietà
La successiva suddivisione dell’area sarda in 12 varietà comporta tutta una serie di risultati interessanti. Innanzitutto l’individuazione di un altro dialetto/varietà-a-se-stante: quello di Nureci. Questo porta a 3 il numero di dialetti non automaticamente inquadrabili in una delle 3
macro-varietà riconosciute e riduce quindi a 9 il numero di varietà propriamente dette. Un numero analogo di varietà è già stato proposto, per esempio, in Contini (1993). Si veda la Cartina 8:
Cartina 8: Cartina dialettologica con suddivisioni in 12 aree
Le ulteriori separazioni riguardano il nuorese-bitte LSC “
Rapporto abbastanza complesso e articolato, fondato su dati scientifici e computerizzati, seguendo una metodologia già sperimentata in altre nazioni o aree linguistiche, che però lasciano a spazio a interpretazioni diverse e contrastanti. Piano piano, dando ognuno il suo contributo, io credo lo si possa interpretare correttamente e che n
Inserito il - 04/05/2010 : 09:58:29
Allora comincio io per quanto posso, confidando naturalmente nella collaborazione di tutti. L’analisi del Rapporto Bolognesi che, nel complesso, non è così difficile come sembra.
Nella prefazione si evince chiaramente che lo scopo non è quello di imporre niente a nessuno, ma di usare la LSC come lingua propria, “in uscita” accanto all’italiano. Una Lingua Sarda dotata di norme di riferimento prese dalle varietà di Sardo con metodi con metodologia scientifica, statistica ed obiettiva, evitando giudizi emotivi, parzialità, simpatie personali e qualunque forma di campanilismo.
Al momento il processo è allo stadio sperimentale, in altre parole le norme, glossario compreso, non sono ancora definitive ma suscettibili di modifiche e aggiunte. I Corsi di LSC, che si svolgono un po’ in tutta la Sardegna, hanno il duplice scopo: far conoscere agli interessati questa LSC (cioè la lingua ufficiale) e in modo che i partecipanti possano fare, a ragion veduta, proposte e suggerimenti. Nel corso si studiano appunto tutte le “norme linguistiche di riferimento”, proposte dagli esperti della Regione, e tutti insieme se ne discute, si fanno osservazioni e proposte.
Per completezza e per chiarezza allego la prefazione al Rapporto Bolognesi:
Modificato da - Turritano in data 04/05/2010 10:03:17
Inserito il - 04/05/2010 : 16:52:45
.. perdonai picciocus .. ma a leggere questi ultimi post .. viene il mal di testa ..
.. sarà necessario l'intervento di Domenico o di qualche moderatore .. per riportare il contenuto ad una dimensione normale.
Nel frattempo mi copio .. il tutto e me lo leggo con calma .. aicci mi paru Speed Gonzales .. currendi dde una patti a s'atera cun su mouse .. (topi informaticu? )
Modificato da - musthayoni in data 04/05/2010 16:56:26
Inserito il - 05/05/2010 : 00:07:45
Nono Musthayoni, as a bider ki como, a bellu a bellu, l'aconzamus e, kena dolor'e conca nde ogamus atzola

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 § 7
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