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Timestamp: 2019-07-23 16:26:07+00:00

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DIRITTO DI ACCESSO AGLI ATTI - INERZIA DELLA P.A. - OMISSIONE DI ATTI D'UFFICIO
Spesso ci si continua a chiedere se l’inerzia della pubblica amministrazione innanzi ad una richiesta formale , di accesso agli atti e/o quant’altro, possa integrare il reato penale di cui all’art. 328 del c.p.
La legge n. 241/90, per altro modificata dalla L. n.69/2009, ha rafforzato l’obbligo posto a capo delle pubbliche amministrazioni, di concludere i procedimenti amministrativi (accesso agli atti) entro il termine di 30 giorni, o, comunque mai oltre i 180 giorni, fissato dai regolamenti dei singoli enti. Viene determinata altresì una sanzione risarcitoria degli eventuali danni procurati in caso di mancata conclusione entro i termini previsti. La violazione di questo precetto determina tanto la condanna a provvedere, che l’obbligo di risarcimento del danno, inoltre, può integrare la fattispecie del reato della violazione dei doveri d’ufficio di cui all’art. 328 del c.p.
L’art. 328 c.p. prevede il reato di omissione di atti d’ufficio per il pubblico ufficiale che entro 30 giorni dalla richiesta, o in un tempo più lungo come sopra citato, non compie l’atto e non risponde spiegando le ragioni del ritardo.
Il reato si configura anche a fronte di una richiesta di accesso da parte del privato cittadino, infatti, il pubblico ufficiale ha il dovere di rispondere entro 30 giorni o rilasciando l’atto richiesto ovvero negandolo motivatamente; nella ipotesi di mancata risposta espressa nel termine previsto, ai sensi del Co. 4 dell’art. 25 della L. 241/90, la richiesta “si intende respinta”, stimolando così il meccanismo del silenzio rigetto. In siffatta ipotesi si ipotizza invece, che a carico del funzionario inadempiente si possa ravvisare il reato di cui all’art. 328 c.p.
Parte della giurisprudenza ha ritenuto inapplicabile il reato di cui all’art.328 del c.p. in materia di accesso, poiché maturerebbe comunque il meccanismo del silenzio rigetto, un provvedimento negativo, comunque emesso dalla p.a., onde scatterebbe la causa di giustificazione codificata dall’art.51 c.p. costituendo un diritto per la p.a., il potere di sostituire un provvedimento tacito a quello espresso.
E’ stato tuttavia giustamente replicato che il richiamo alla scriminante di cui all’art.51 c.p. appare fuori luogo, giacché il meccanismo del silenzio rigetto costituisce soltanto una fictio iuris e non una manifestazione di un diritto attribuito dalla p.a. (che anzi ha pur sempre il dovere di concludere il procedimento mediante provvedimento espresso ex art. 2, comma 2, legge 241/90).
La giurisprudenza prevalente, inoltre, non ha ritenuto di condividere nemmeno l’impostazione dottrinale secondo cui la consumazione del reato presupporrebbe che, a seguito della formazione del silenzio rigetto per effetto del decorso dei 30 giorni dall’istanza, l’interessato invii un ulteriore atto di diffida. La tesi, che sarebbe plausibile ove il termine per la conclusione del procedimento sia superiore a quello penale di 30 giorni, non appare esatta nel caso in cui il termine procedimentale e quello penale coincidano: in tal caso un atto sollecitatorio, volto a stigmatizzare un silenzio già intrinsecamente illecito, sarebbe sicuramente inutile. Per quanto esposto, il rapporto tra l’art. 328 c.p. e la legge 241/90 è facilmente rinvenibile. Si può affermare che la legge n. 241 fissa in modo circostanziato il precetto al quale la p.a. e i suoi dipendenti devono attenersi in materia di accesso agli atti, mentre l’art. 328 c.p. co. 2, prevede le punibilità per la violazione di tale precetto.
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permalink | inviato da geronimo il 1/6/2010 alle 13:34 | commenti (0) |
ACCESSO AI CURRICULUM VITAE DEI CONCORRENTI
Tribunale Amministrativo Regionale Toscana sez.I 1/4/2010 n. 897
Diritto di accesso ai curricula dei candidati
1. Il ricorrente ha partecipato ad una selezione pubblica indetta dall'Azienda Ospedaliera Universitaria Senese per il conferimento di un incarico quinquennale di dirigente avvocato. All'esito della procedura ha avuto comunicazione dell'avvenuto conferimento dell’incarico ad altro concorrente non specificato, senza che gli venisse fornita motivazione in proposito. Con nota 16 novembre 2009 inviata tramite fax nella medesima data ha quindi richiesto l'accesso alla documentazione epigrafata, e non avendo avuto riscontro si è determinato a proporre il presente ricorso, notificato il 15 gennaio 2010 e depositato il 29 gennaio 2010.
Alla Camera di Consiglio del 10 marzo 2010 la causa è stata trattenuta in decisione.
2. Il ricorso deve essere accolto parzialmente.
Non vi è dubbio che il ricorrente abbia una posizione tutelata ad accedere alla documentazione amministrativa inutilmente richiesta all'Azienda intimata. Tale posizione legittimante nasce dalla sua partecipazione alla citata selezione pubblica, ciò che ha creato un suo interesse diretto, concreto ed attuale a conseguire la relativa documentazione poiché da questa potrà valutare se l'operato dell'Azienda sia stato legittimo o se invece sia stato caratterizzato da vizi suscettibili di determinarne l’annullamento. Deve quindi essere ordinata l'esibizione della documentazione inutilmente chiesta dal ricorrente, con esclusione però dei curricula dei partecipanti alla selezione. Questi ultimi documenti infatti possono rappresentare dati personali dei partecipanti medesimi, l'accesso ai quali, ai sensi dell'art. 24, comma 7, legge 7 agosto 1990, n. 241, è consentito solo in presenza di esigenze difensive che devono essere rappresentate dall'istante. È ben vero che, a causa del comportamento omissivo dell'Azienda, il ricorrente non è stato messo in grado di valutare la necessità di acquisire anche detti elementi; tale necessità egli potrà evincere e rappresentare in una nuova istanza di accesso dall'esame della restante documentazione che ha vanamente richiesto, la quale dovrà essergli prodotta dell'intimata Azienda Ospedaliera entro trenta giorni dalla comunicazione o, se anteriore, notificazione della presente sentenza. L'Azienda dovrà anche fornire i domicili dei partecipanti alla pubblica selezione in questione al fine di mettere in grado il ricorrente di notificare loro eventuali ulteriori atti giudiziari a propria difesa.
Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate in € 1.500,00 (millecinquecento/00), cui devono essere aggiunte le sole somme per IVA e CPA.
il Tribunale Amministrativo Regionale della Toscana, Sez. I, accoglie il ricorso e per l’effetto ordina all'Azienda Ospedaliera Universitaria Senese di produrre la documentazione di cui in motivazione nei termini e con le modalità ivi indicate.
Condanna l'Azienda Ospedaliera Universitaria Senese al pagamento delle spese processuali nella misura di € 1.500,00 (millecinquecento/00), oltre IVA e CPA.
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permalink | inviato da geronimo il 20/4/2010 alle 17:31 | commenti (0) |
DIRITTO DI ACCESSO AGLI ATTI E DIRITTO ALLA RISERVATEZZA
Spesso ci si è domandati se il diritto soggettivo dell’individuo, a garanzia della tutela giuridica, possa superare quello che riguarda la riservatezza degli altri e, se in uno specifico contesto, si possano acquisire dati c.d. supersensibili e/o conoscere il depositario di un’esposto presentato contro la propria persona. Orbene, due sentenze dei Tribunali amministrati dell’Emilia – Romagna e della Campania, hanno dato una risposta nel merito.
La seconda sentenza tratta di un ricorso avverso il trasferimento ad una sede scolastica (sede di lavoro) della stessa città, piuttosto che a un’altra, assegnata alla controinteressata per motivi di salute. E’ ovvio che, nella fattispecie, gli interessi della ricorrente, così come proposti, non possono che recedere ad un rango inferiore rispetto a quelli della controparte, che riguarderebbero la tuela della riservatezza dei dati inerenti il suo stato di salute.
. Emilia –Romagna, Bologna, sez. II, 2 febbraio 2010, n. 633.
Diritto di accesso agli atti di un procedimento disciplinare avviato nei confronti di un professionista – diniego – illegittimità.
E’ illegittimo il diniego di accesso, opposto dal consiglio dell’ordine, in merito ad un’istanza ostensiva avanzata da un professionista iscritto all’albo, avente ad oggetto gli atti del procedimento disciplinare adottato dal consiglio medesimo nei suoi confronti, a seguito di un esposto presentato da terzo. Infatti, gli atti di un procedimento disciplinare ed in particolare l’esposto che ha dato origine allo stesso, non rientrano tra quelli esclusi dall’accesso, di cui al tassativo elenco del nuovo testo dell’art. 24, della legge 7 agosto 1990, n.241, come sostituito dall’art.16 della legge 11 febbraio 2005, n.15; d’altra parte, il diritto di accesso deve essere comunque consentito, nei limiti in cui sia strettamente indispensabile, anche nei confronti di atti contenenti dati idonei a rivelare dati personali riservati ovvero c.d. “supersensibili”, nel caso in cui il richiedente abbia motivato l’istnza ostensiva con la necessità di tutelare e difendere i suoi interessi giuridici, nel rispetto della riservatezza dei terzi, secondo le modalità e termini previsti dall’art. 60 del d. lgs. N.196/2003
T.A.R. Campania, Salerno, sez. I, 2 febbraio 2010, n. 1029
Diritto di accesso – rapporti con il diritto alla riservatezza – istanza ostensiva riguardante dati c.d. “ultra sensibili” – diniego – legittimità – riferimento all’art.60 del d.lgs. n. 196/2003.
E’ legittimo il diniego opposto dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca in merito alla richiesta di accesso avanzata da un docente, per ottenere copia dei documenti – ivi compresi certificati sanitari – e dei titoli che hanno consentito ad un altro docente di prendere il proprio posto, per verificare se l’amministrazione scolastica ha fatto corretta applicazione dell’art.4, della l. n. 104 del 1992, laddove subordina i previsti benefici all’accertamento, da parte di una Comissione medica della Asl, dell’esistenza di una patologia invalidante. E’ infatti vietato alla p.a. ex art.60 del d.lgs. n. 196/2003, di esibire i dati personali c.d. “ultra sensibili” e/o “supersensibili”, allorché il rango della situazione giuridicamente rilevante fatta valere dall’accedente (nella specie, si trattava dell’assegnazione presso una sede scolastica di lavoro, piuttosto che ad un’altra, nell’ambito della stessa città) è chiaramente inferiore e, quindi recessivo, rispetto a quello primario dell’interessato alla salute, e, correlativamente, a mantenere riservati documenti che possono renderne conoscibile lo stato.
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permalink | inviato da geronimo il 10/4/2010 alle 10:44 | commenti (0) |
IDENTIFICAZIONE DEL DIPENDENTE PUBBLICO
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permalink | inviato da geronimo il 24/2/2010 alle 14:52 | commenti (2) |
RESIDENZA NEGATA - IL COMUNE CREA OSTACOLI
Newsletter dell'Unione Nazionale Consumatori 22 (SdC – feb. 10) –
Talvolta l’anagrafe comunale fa resistenza alla domanda del cittadino di cambiare residenza, facendo riferimento ad una “normativa” di cui non si ha notizia. Non esiste una normativa del genere, anzi nel negarle la residenza l’ufficiale dell’anagrafe compie un abuso e un rifiuto di atti d’ufficio che potrebbe essere denunciato alla Procura della Repubblica. Lo ha chiarito anche il ministero dell’Interno con la circolare n. 81/995, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 19 giugno 1995, nella quale ha ricordato che la richiesta di residenza “costituisce un diritto soggettivo del cittadino, non appare vincolata da alcuna condizione né potrebbe essere il contrario, in quanto in tal modo si verrebbe a limitare la libertà di spostamento e di stabilimento dei cittadini sul territorio nazionale in palese violazione dell’articolo 16 della Costituzione”. Il ministero dell’Interno ha ulteriormente precisato che “appaiono contrari alla legge e lesivi dei diritti dei cittadini quei comportamenti adottati da alcune amministrazioni comunali che, nell’esaminare le richieste di iscrizione anagrafica, chiedono… nel caso di persone coniugate, la contemporanea iscrizione di tutti i componenti il nucleo familiare”. La circolare ministeriale conclude che, semmai, l’amministrazione comunale può accertare in un tempo successivo l’effettiva presenza del cittadino nel luogo di residenza.
permalink | inviato da geronimo il 19/2/2010 alle 12:16 | commenti (0) |
SI PUO' SPIARE LA PROPRIA EX IN AUTOMOBILE
(Cassazione 28251/2009)
La Corte di Cassazione osserva
Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Potenza aveva chiesto la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di […] e […] per violazione degliarticoli 615 bis o 617 bis c.p. [1]nonché per la violazione degli articoli 314 e 323 c.p. per il solo […].
I due si sarebbero procurati indebitamente notizie attinenti la vita privata di […] con la quale il […] aveva avuto una relazione sentimentale, poi interrottasi per volontà di lei , installando nell’auto della donna nel vano della luce di cortesia un telefono cellulare con suoneria disattivata su cui era impostata la funzione di risposta automatica in modo da consentire la ripresa sonora di quanto avveniva nell’ auto .
Il P. M. presso il Tribunale di Potenza escludeva che fosse ravvisabile il delitto di
cui all’art. 615 bis o 617 bis c. p. riteneva insufficienti gli indizi in relazione all’articolo 314 cp. mentre in relazione all’abuso in atti di ufficio disponeva la sospensione dall’ufficio del […].
Gli appelli delle parti venivano rigettati dal Tribunale della libertà di Potenza con ordinanza del 19 dicembre 2008.
Con il ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica di Potenza deduceva con riferimento agli articoli 615 e 617 bis cp. la inosservanza ed erronea applicazione della legge penale di cui alla lettera b) dell’articolo 606 cpp e la contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione ex articolo 606 lettera e) c.p.p.
Le questioni sottoposte aI vaglio della Suprema Corte possono così sintetizzarsi :
a) se l’automobile con riferimento ai reato di cui all’articolo 615 bis cp. possa o meno considerarsi un luogo di privata dimora ai sensi dell’ articolo 614 cp. norma espressamente richiamata dall’articolo 615 bis cp.
h) se il divieto di cui all’articolo 617 bis cp. concerna o meno gli strumenti di comunicazione
e) se la espressione altra forma di trasmissione a distanza dei suoni di cui all’articolo 623 bis cp. sia riferita all’oggetto della intercettazione o allo strumento di captazione.
I motivi di ricorso non sono fondati
Le norme in discussione 615 bis c.p. e 617 bis c.p. - tutelano la riservatezza o meglio la libertà morale delle persone individuabile in rapporto all’ambiente e agli strumenti di comunicazione
La disposizione dell’articolo 615 bis cp. tutela la riservatezza di notizie ed immagini e fa riferimento ai soli luoghi indicati nell’art. 614 c. p. e cioè l’abitazione e la privata dimora.
Orbene l’autovettura che si trovi sulla pubblica via non è ritenuta dalla giurisprudenza della Suprema Corte formatasi essenzialmente in materia di intercettazioni tra presenti, luogo di privata dimora ( vedi da ultimo n. 4105/07 - 2356/01 n. 13/05 - 230533 e Cass. Sez. V penale 30 gennaio 18 marzo 2008 n. 12042 )
Tale indirizzo trova conferma nella pronuncia delle Sezioni Unite Penali n. 2795 del 2006 , che con affermazione che, sebbene resa nel contesto della interpretazione della normativa processuale in tema di video riprese appare di carattere generale, ha osservato che non c’è dubbio che il concetto di domicilio individui un rapporto tra la persona ed un luogo, generalmente chiuso, in cui si svolge la vita privata in modo anche da sottrarre chi lo occupa alle ingerenze esterne e da garantirgli, quindi, la riservatezza. Ma il rapporto tra la persona ed il luogo deve essere tale da giustificare la tutela di questo anche quando la persona è assente. In altre parole, la vita personale che vi si svolge, anche se per un periodo di tempo limitato, fa si che il domicilio diventi un luogo che esclude violazioni intrusive, indipendentemente dalla persona che ne ha la titolarità, perché il luogo rimane connotato dalla personalità del titolare, sia o meno questi presente.
Nemmeno gli articoli 617 bis e 623 bis cp risultano violati.
Tali disposizioni concernono infatti gli strumenti di comunicazione nel senso che l’art. 617 bis ha ad oggetto le attività volte a intercettare o impedire comunicazioni e conversazioni che avvengono con il mezzo del telefono o de telegrafo o a seguito dell’ampliamento della fattispecie derivante dall’applicazione della norma di chiusura contenuta nell’articolo 623 bis c.p con altre forme di trasmissione a distanza di suoni immagini o altri dati e non possono con certezza riguardare, anche le intercettazioni o gli impedimenti di conversazioni tra presenti ( vedi oltre la citata Cass. 30 gennaio 2001 n. 12042 anche la n. 4264 del 2006 ).
Insomma, i reati in questione sono ravvisabili quando un terzo si inserisca con l’uso di apposite apparecchiature in un canale di trasmissione di dati , cosa che non è avvenuta nel caso di specie.
Le pur interessanti osservazioni del Pubblico Ministero ricorrente non consentano di superare gli indirizzi giurisprudenziali indicati
Non ricorrono i presupposti indicati dall’articolo 618 c.p.p. per devolvere le questioni di diritto prospettato alle Sezioni Unite Penali come richiesto dai Pubblico Ministero di udienza.
Per le ragioni indicate il ricorso deve essere rigettato.
DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 9 LUGLIO 2009
permalink | inviato da geronimo il 24/7/2009 alle 3:47 | commenti (1) |
Il silenzio rifiuto della pubblica amministrazione è illegittimo
(Tar Lazio 9948/2007)
L’istanza presentata da un privato cittadino alla pubblica amministrazione per ottenere un provvedimento discrezionale a proprio favore, determina l’obbligo della stessa pubblica amministrazione di fornire una risposta, senza rimanere inerte. Ciò, in base alle disposizioni di cui agli articoli 2 e 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni, le quali, in materia di procedimento amministrativo, hanno definitivamente sancito l’intrinseca illegittimità del silenzio-rifiuto della pubblica amministrazione. In tal senso si è pronunciato il TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) del Lazio nella Sentenza n. 9948/2007, con la quale è stato accolto il ricorso presentato da alcuni cittadini del Comune di Marino affinché la propria amministrazione comunale fosse indotta ad adottare un provvedimento in merito alla richiesta da essi più volte avanzata senza ricevere alcuna risposta e finalizzata ad ottenere l’allaccio delle loro utenze al servizio idrico comunale. Relativamente all’obbligo dell’amministrazione comunale di emettere un provvedimento esplicito senza potersi avvalere del silenzio-rifiuto, il TAR del Lazio ha svolto varie considerazioni tra cui le seguenti. Il legislatore, con la legge n. 241 del 1990 è intervenuto a stabilire gli obblighi di comportamento della pubblica amministrazione con riguardo alle richieste del cittadino al cui servizio essa è istituzionalmente preposta. La richiesta rivolta dai ricorrenti alla propria amministrazione comunale non corrisponde ad un procedimento amministrativo tipizzato a conclusione del quale è prevista l’emanazione di un provvedimento amministrativo finale. Sennonché, secondo una giurisprudenza consolidata in materia, il dovere di provvedere può scaturire non solo da puntuali previsioni di legge o di regolamento, ma anche dalla peculiarità della fattispecie nella quale ragioni di giustizia o equità impongono l’adozione di provvedimenti o lo svolgimento di un’attività amministrativa, alla stregua dei principi posti in via generale dall’articolo 97 della Costituzione. La legge n. 241 del 1990, ancorché legge di principi, esplica un effetto precettivo direttivo in tutti i casi in cui le esigenze partecipative, di trasparenza e di buona amministrazione non abbiano uno specifico riscontro nella disciplina di un singolo procedimento tipizzato. Pertanto, nella fattispecie, in base alle richiamate norme degli articoli 2 e 3 della legge n. 241/1990, l’istanza presentata al Comune di Marino dai ricorrenti, ha dato inizio ad un procedimento amministrativo che avrebbe dovuto legittimamente avere termine con l’adozione di un provvedimento contenente disposizioni conclusive del procedimento avviato da tale istanza. Il silenzio serbato dal Comune di Marino sull’istanza presentata dal ricorrenti è, quindi, illegittima. Da qui la Sentenza con la quale il TAR del Lazio, in accoglimento del ricorso, ha ordinato al Comune di Marino di adottare, entro trenta giorni dalla relativa notifica o comunicazione, un espresso provvedimento a definizione della richiesta che i ricorrenti avevano ad esso rivolta, prevedendo inoltre che, in caso di mancata adozione del provvedimento, questo, su domanda dei ricorrenti, dovrà essere emanato, in sostituzione del Comune, da un Commissario ad acta, cioé nominato appositamente.(17 marzo 2008)
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permalink | inviato da geronimo il 27/6/2009 alle 21:37 | commenti (0) |
NOTIFICA DI ATTI - LA CASSAZIONE DICE LA SUA
Inammissibile il ricorso per cassazione se consegnato a dipendente dell’Agenzia delle Entrate, anziché notificato.
E’ profondamente giusto che tutti conoscano i curiosi arzigogoli della nostra Corte Suprema. Questa volta tocca alla sezione tributaria con la sentenza 11620 depositata lo scorso 19 maggio 2009. Una doverosa premessa per i non addetti: la notifica è “atto dell’ufficiale giudiziario” (ma anche dell’aiutante, del trimestrale, del messo comunale, del postino e di recente, dell’avvocato autorizzato) mediante la quale si attesta la consegna “legale” di copia di un atto (o documento) al destinatario; oppure anche senza la consegna materiale, comunque si mette a conoscenza “legale” il o i destinatari, del contenuto di un atto (ad es. la notifica per pubblici proclami). E’ intuitivo che la notifica “per eccellenza” è quella effettuata nelle mani del destinatario. Se il destinatario è una persona giuridica, un ente, è altrettanto ovvio che andrà individuato il “soggetto idoneo” a riceverla. Altro principio generale è che la costituzione in giudizio, successiva alla notifica, sana eventuali vizi di cui fosse affetta la stessa notifica “in quanto l’atto ha raggiunto il suo scopo”. Fermi questi principi generali, per il processo tributario l’art.16 del d.lgs. n. 546 del 1992 testualmente dispone: le notificazioni possono essere fatte anche direttamente a mezzo del servizio postale mediante spedizione dell'atto in plico senza busta raccomandato con avviso di ricevimento ovvero all'ufficio del ministero delle finanze ed all'ente locale mediante consegna dell'atto all'impiegato addetto che ne rilascia ricevuta sulla copia.Quindi non prevede la necessità di un soggetto qualificato a fare le notifiche, ben potendole fare la parte personalmente (o il suo difensore), e prevede che “l’impiegato addetto” (o meglio che si qualifica tale…) ne rilascia una ricevuta sulla copia. La sentenza in commento dichiara inammissibile il ricorso proposto da un contribuente contro l’Agenzia delle entrate consegnato al dipendente dell’Agenzia delle entrate ma non notificato con l’ufficiale giudiziario. E questo, anche se vi è stata la successiva costituzione in giudizio dell’Agenzia delle entrate (quindi aveva avuto ben conoscenza del ricorso). A tali conclusioni, la Cassazione è giunta in quanto "il ricorso risulta consegnato dal contribuente (e non notificato) al “Front Office” dell’ufficio delle entrate di Aversa. Tale modalità di introduzione del giudizio non è sicuramente equipollente ad una notificazione (che è atto dell’ufficiale giudiziario), costituente l’unica modalità di introduzione del giudizio di Cassazione, cui – anche a prescindere dal fatto che la consegna ad un dipendente non equivale a consegna a mani proprie – comunque non si applica l’art.17 del d.lgs. n. 546 del 1992 (Cass. 3419/05), dettato esclusivamente per il giudizio dinanzi alle commissioni tributarie. Deve dunque ritenersi che la notificazione sia del tutto inesistente, con la conseguenza declaratoria di inammissibilità del ricorso, a nulla rilevando l’intervenuta costituzione in giudizio dell’agenzia". Al di là del fatto che “la consegna a mani proprie di un ente” può essere solo frutto di fantasia, il decreto legislativo di cui in discorso titola: DISPOSIZIONI SUL PROCESSO TRIBUTARIO. Senza eccezioni.
Commento tratto da Remedia Juris
http://remediaandpartners.blogspot.com/2009/05/inammissibile-il-ricorso-per-cassazione.html
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permalink | inviato da geronimo il 2/6/2009 alle 11:57 | commenti (1) |
LA MANCANZA DELL'AVVISO DI RICEVIMENTO INFICIA LA NOTIFICA
Corte di Cassazione Civile sez.II 26/2/2009 n. 4697
La mancata produzione dell'avviso di ricevimento comporta l'inesistenza della notifica
Con sentenza in data 9/28.11.2002, il Giudice di pace di Civitavecchia aveva accolto l'opposizione spiegata da (), avverso cartella esattoriale notificatagli a seguito di infrazione al Codice della strada; avverso tale decisione aveva proposto ricorso per cassazione il Comune di (), sulla base di un solo motivo.
All'udienza del 24.1.2007, questa Corte, rilevato che l'intimato non aveva svolta attività difensiva e che non era stato prodotto l'avviso di ricevimento relativo alla notifica del ricorso a mezzo posta, aveva rinviato a nuovo ruolo in attesa delle decisioni che le SS.UU., già investite della questione, avrebbero assunto circa la qualificazione della natura del vizio che da tanto consegue.
Aderendo all'avviso giurisprudenziale (v. Cass. 18.7.2002, n 11257; 10.3.2004, n. 4900 ed altre) secondo cui, nel caso di notifica a mezzo del servizio postale, la mancata produzione dell'avviso di ricevimento comporta l'inesistenza della notifica e non la mera nullità della stessa, con conseguente impossibilità di rinnovare la notifica stessa, recentissimamente riaffermato dalle Sezioni unite di questa Corte, che hanno così composto il contrasto verificatosi sul punto, deve argomentarsi nel senso che la mancata produzione dell'avviso di ricevimento, verificatasi nel caso di specie, come già rilevato in narrativa, comporta l'inammissibilità del ricorso, stante l'inesistenza della notifica del ricorso stesso conseguita alla mancata produzione dell'avviso medesimo, non potendosi accertare l'effettiva e valida costituzione del contraddittorio, segnatamente nel caso in cui l'intimato, come nella fattispecie processuale che ne occupa, non abbia spiegato attività difensiva.
La convinta adesione a tale avviso giurisprudenziale, chiaramente derivante da una corretta applicazione del sistema, segnatamente in assenza di qualsivoglia richiesta sul punto da parte del comune ricorrente, che non ha chiesto termine nè per ottenere una certificazione sostitutiva, relativa all'effettiva consegna del plico da parte dell'Amministrazione postale al notificando, nè per produrre il duplicato dell'avviso di ricevimento, comporta la declaratoria di inammissibilità del ricorso.
Non v'ha luogo a provvedere sulle spese.
permalink | inviato da geronimo il 14/4/2009 alle 13:24 | commenti (0) |

References: art. 2
 sentenza 
 art.60
 articolo 606
 articolo 614
 Cass. Sez. 
 Cass. 
 Sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass.