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Timestamp: 2020-02-17 07:24:10+00:00

Document:
Documentazione | AIGE
Incontro di studio 10 aprile 2019 su “EUROPA COMUNITA’ DI VALORI”
Pubblichiamo alcune fotografie dell’incontro di studio svoltosi a Roma, presso l’Università Roma TRE
Documentazione per il "Pomeriggio AIGE" del 17 febbraio 2020
sul ricorso numero di registro generale 2936 del 2019, proposto da
Ministero dell’Istruzione dell’Universita’ e della Ricerca, Ufficio Scolastico
Regionale per la Calabria, in persona del legale rappresentante pro
domiciliataria ex lege in Roma, via dei Portoghesi, 12;
Pasqualina Caiazza, Giovanna Cioffi, Anna Esposito, Concetta Esposito,
Rosanna Mastroianni, Maria Mormone, Daniela Principe, Teresa
Trinchillo, Valeria Fummo, Roberta Epistolato, Franca Mastrantuono,
Lorella Piccolo, Nilla Potenza, Tiziana Carandente, rappresentati e difesi
dagli avvocati Michele Speranza, Michele Ursini, con domicilio digitale
come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso lo studio
Salvatore Russo in Roma, via Ottaviano, 9;
Castaldo Carmela, Fummo Valeria, Cira Ariosto, Fiorenza Paola, Lumia
Alessia, Maria Grazia Del Giudice non costituiti in giudizio;
Teresa Botta, rappresentato e difeso dagli avvocati Michele Speranza,
Michele Ursini, con domicilio eletto presso lo studio Salvatore Russo in
Roma, via Ottaviano, 9;
(Sezione Terza) n. 09230/2018, resa tra le parti,
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Pasqualina Caiazza e di
Giovanna Cioffi e di Anna Esposito e di Concetta Esposito e di Rosanna
Mastroianni e di Maria Mormone e di Daniela Principe e di Teresa
Trinchillo e di Valeria Fummo e di Teresa Botta e di Roberta Epistolato e
di Franca Mastrantuono e di Lorella Piccolo e di Nilla Potenza e di Tiziana
Carandente;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 5 dicembre 2019 il Cons. Davide
Ponte e uditi per le parti gli avvocati Michele Speranza, Michele Ursini e
l’avvocato dello Stato Davide Di Giorgio;
Con l’appello in esame il Ministero, odierna parte appellante, impugnava
la sentenza n. 9230 del 2018 con cui il Tar Lazio aveva accolto l’originario
gravame. Quest’ultimo era stato proposto dalle odierne parti appellate,
nella dedotta qualità di docenti immessi in ruolo nella c.d. fase C del piano
straordinario assunzionale di cui alla L. n. 107/2015 (a seguito delle
procedure indette ex art. 1, co. 98, lett. c) l. cit.) su posti di potenziamento,
di sostegno o su posto comune nella scuola secondaria di primo grado, al
fine di impugnare la procedura nazionale di mobilità attuata con ordinanza
ministeriale n. 241/2016 in attuazione dell’art. 1, co. 108 della citata legge.
All’esito del giudizio di primo grado il Tar accoglieva il ricorso sotto due
dei profili dedotti: per un verso per il fatto che, in uno al predetto piano
straordinario, non è stato previsto un meccanismo di deroga al vincolo
quinquennale di permanenza nel posto già occupato per i docenti di
sostegno, conseguendone che i medesimi non hanno potuto prender parte a
questo piano straordinario per un posto comune, violandosi per loro il
principio di uguaglianza; per un altro verso per il fatto che il delineato
piano straordinario non è stato corredato da alcuna attività amministrativa
ma è stato demandato ad un algoritmo, tuttora sconosciuto, per effetto del
quale sono stati operati i trasferimenti e le assegnazioni in evidente
contrasto con il fondamentale principio della strumentalità del ricorso
all’informatica nelle procedure amministrative.
Nel ricostruire in fatto e nei documenti la vicenda, parte appellante
formulava i seguenti motivi di appello:
– infondatezza manifesta sul difetto procedimentale, nonché sanatoria
processuale dell’eventuale vizio di mancata comunicazione di avvio;
– infondatezza manifesta sul merito provvedimentale sull’asserita disparità
di trattamento tra docenti appartenenti alle varie fasi della mobilità,
segnatamente dei docenti appartenenti alla Fase C..
Alcuni degli appellati si costituivano in giudizio chiedendo la declaratoria
di inammissibilità ed il rigetto dell’appello. Gli appellati Epistolato
Roberta, Mastroianni Rosanna, Botta Teresa e Piccolo Lorella
dichiaravano che nei loro confronti è cessata la materia del contendere
siccome sono state trasferite secondo il loro interesse e non in base alla
sentenza appellata, chiedendo l’estromissione dal giudizio.
Con ordinanza n. 2279 del 10 maggio 2019 veniva respinta la domanda
cautelare di sospensione dell’esecutività della sentenza appellata.
1. La controversia decisa dalla sentenza impugnata ha ad oggetto l’azione
proposta dagli odierni appellati, nella qualità di docenti immessi in ruolo
nella c.d. fase C del piano straordinario assunzionale di cui alla L. n.
107/2015 (a seguito delle procedure indette ex art. 1, co. 98, lett. c) l. cit.)
su posti di potenziamento, di sostegno o su posto comune nella scuola
secondaria di primo grado, avverso gli esiti della procedura nazionale di
mobilità attuata con ordinanza ministeriale n. 241/2016 in attuazione
dell’art. 1, co. 108 della citata legge. In particolare, la contestazione
riguarda l’esito della procedura la quale, svolta sulla base di un algoritmo
non conosciuto e che non ha correttamente funzionato, ha disposto i
trasferimenti senza tener conto delle preferenze espresse, pur in presenza di
posti disponibili nelle province indicate. In sostanza, il meccanismo
straordinario di mobilità si è rivelato pregiudizievole per quei docenti,
quali le odierne ricorrenti, immessi in ruolo nella fase C, i quali sono stati
trasferiti in province più lontane da quella di propria residenza o quella
comunque scelta con priorità in sede di partecipazione alla procedura,
benché in tali province di elezione fossero disponibili svariati di posti.
2. A fronte dell’accoglimento disposto dal Tar, nei termini riassunti nella
narrativa in fatto, l’appello proposto dal Ministero è articolato nei seguenti
due motivi: a) il primo teso a confutare che vi sia stato un difetto
procedimentale sotto un duplice profilo, sia perché “l’algoritmo è
semplicemente il risultato della trasposizione matematica e della sua
applicazione informatica delle direttive”, sia perché non doveva essere
comunicato l’avvio del procedimento ex art. 7 legge n. 241 del 1990; b) il
secondo diretto ad affermare la correttezza del merito provvedimentale non
sussistendo disparità di trattamento tra docenti appartenenti alle varie fasi
della mobilità e particolarmente con riferimento ai docenti della fase C.
3. Preliminarmente, parte appellata chiede l’estromissione di alcuni degli
originari ricorrenti per i quali sarebbe cessata la materia del contendere, in
quanto avrebbero ottenuto il trasferimento secondo il loro interesse e non
in base alla sentenza appellata.
L’eccezione è infondata. L’estromissione riguarda non già la
legittimazione, ma la diversa questione di chi debba ritenersi parte del
processo, dunque la naturale destinataria degli effetti che scaturiscono
dalla decisione in senso stretto, implicando l’accertamento negativo della
legittimazione dell’estromesso in ordine alla pretesa sostanziale oggetto
del contendere. Nel caso di specie oggetto della pretesa sostanziale del
presente giudizio è la legittimità della procedura cui gli stessi interessati
La declaratoria di estromissione dal giudizio per difetto di legittimazione
passiva ha valore non solo processuale ma anche sostanziale, in quanto
implica un accertamento negativo della legittimazione dell’estromesso in
ordine alla pretesa sostanziale oggetto del contendere. Nel caso di specie
invece i soggetti hanno partecipato ed ottenuto il trasferimento in base alla
procedura oggetto del contendere.
4. Sempre in via preliminare, non appare fondata l’eccezione di
inammissibilità dell’appello per genericità dei motivi.
In linea di diritto, pur dinanzi al generale onere di specificità dei motivi di
gravame, costituisce jus receptum il principio per cui l’appello è da
ritenersi ammissibile se dallo stesso sia possibile desumere quali siano le
argomentazioni fatte valere da chi ha proposto l’impugnazione in
contrapposizione a quelle evincibili dalla sentenza impugnata (cfr. ad es.
Consiglio di Stato sez. V 14 maggio 2012 n. 2745). Inoltre, va ribadito che
il grado di specificità dei motivi di appello va parametrato e vagliato alla
luce del grado di specificità della sentenza contestata.
Applicando tali coordinate al caso di specie, se per un verso i vizi risultano
scanditi in due ordini di censure, quantomeno in parte sulla scorta delle
argomentazioni svolte dalla sentenza impugnata sui due ordini di motivi
accolti, per un altro verso gli stessi risultano piuttosto infondati nel merito.
5. Passando all’esame del merito, per ciò che concerne il primo ordine di
motivi di appello, sempre in via preliminare va rilevata la manifesta
infondatezza delle contestazioni svolte in merito alla presunta violazione
dell’art. 7 legge 241 cit..
Infatti, tale vizio risulta del tutto privo di riferimento nella sentenza
impugnata la quale, lungi dall’accogliere il gravame sul profilo della
violazione delle garanzie partecipative, ha accolto il ricorso sulla scorta dei
due seguenti ordini di censure: non è stato previsto un meccanismo di
deroga al vincolo quinquennale di permanenza nel posto già occupato per i
docenti di sostegno, conseguendone che i medesimi non hanno potuto
prender parte a questo piano straordinario per un posto comune, violandosi
per loro il principio di uguaglianza; per un verso per il fatto che il delineato
quale sono stai operati i trasferimenti e le assegnazioni in evidente
6. La restante parte delle censure, concernente la legittimità del ricorso
all’algoritmo e la correttezza del relativo meccanismo così come applicato,
è parimenti infondata, seppur sulla scorta di un più apprfondito percorso
7. In termini generali, come correttamente evidenziato dalle parti, questa
sezione ha già avuto modo di approfondire il tema in oggetto con la nota
sentenza n. 2270 del 2019.
A fronte della diversità della fattispecie e del dibattito sollevato, occorre
svolgere alcune brevi considerazioni integrative, in specie in relazione a
quanto dedotto avverso la sentenza appellata.
7.1 In linea generale va ribadito come anche la pubblica amministrazione
debba poter sfruttare le rilevanti potenzialità della c.d. rivoluzione digitale.
In tale contesto, il ricorso ad algoritmi informatici per l’assunzione di
decisioni che riguardano la sfera pubblica e privata si fonda sui paventati
guadagni in termini di efficienza e neutralità.
In molti campi gli algoritmi promettono di diventare lo strumento
attraverso il quale correggere le storture e le imperfezioni che
caratterizzano tipicamente i processi cognitivi e le scelte compiute dagli
esseri umani, messi in luce soprattutto negli ultimi anni da un’imponente
letteratura di economia comportamentale e psicologia cognitiva. In tale
contesto, le decisioni prese dall’algoritmo assumono così un’aura di
neutralità, frutto di asettici calcoli razionali basati su dati.
7.2 Peraltro, già in tale ottica è emersa altresì una lettura critica del
fenomeno, in quanto l’impiego di tali strumenti comporta in realtà una
serie di scelte e di assunzioni tutt’altro che neutre: l’adozione di modelli
predittivi e di criteri in base ai quali i dati sono raccolti, selezionati,
sistematizzati, ordinati e messi insieme, la loro interpretazione e la
conseguente formulazione di giudizi sono tutte operazioni frutto di precise
scelte e di valori, consapevoli o inconsapevoli; da ciò ne consegue che tali
strumenti sono chiamati ad operano una serie di scelte, le quali dipendono
in gran parte dai criteri utilizzati e dai dati di riferimento utilizzati, in
merito ai quali è apparso spesso difficile ottenere la necessaria trasparenza.
8.1 Sempre in linea generale va richiamato quanto già evidenziato dalla
sezione in ordine all’elemento positivo derivante dal nuovo contesto di
digitalizzazione; in proposito, non può essere messo in discussione che un
più elevato livello di digitalizzazione dell’amministrazione pubblica sia
fondamentale per migliorare la qualità dei servizi resi ai cittadini e agli
In tale ottica lo stesso Codice dell’amministrazione digitale rappresenta un
approdo decisivo in tale direzione. I diversi interventi di riforma
dell’amministrazione susseguitisi nel corso degli ultimi decenni, fino alla
legge n. 124 del 2015, sono indirizzati a tal fine; nella medesima direzione
sono diretti gli impulsi che provengono dall’ordinamento comunitario.
8.2 Tuttavia, nel caso di specie lo scenario necessita di un
approfondimento ulteriore. Non si tratta, infatti, di sperimentare forme
diverse di esternazione della volontà dell’amministrazione, come nel caso
dell’atto amministrativo informatico, ovvero di individuare nuovi metodi
di comunicazione tra amministrazione e privati, come nel caso della
partecipazione dei cittadini alle decisioni amministrative attraverso social
network o piattaforme digitali, ovvero di ragionare sulle modalità di
scambio dei dati tra le pubbliche amministrazioni.
Nel caso dell’utilizzo di tali strumenti digitali, come avvenuto nella
fattispecie oggetto della presente controversia, ci si trova dinanzi ad una
situazione che, in sede dottrinaria, è stata efficacemente qualificata con
l’espressione di rivoluzione 4.0 la quale, riferita all’amministrazione
pubblica e alla sua attività, descrive la possibilità che il procedimento di
formazione della decisione amministrativa sia affidato a un software, nel
quale vengono immessi una serie di dati così da giungere, attraverso
l’automazione della procedura, alla decisione finale.
9.1 Come già evidenziato nel precedente della sezione richiamato, l’utilità
di tale modalità operativa di gestione dell’interesse pubblico è
particolarmente evidente con riferimento a procedure, come quella oggetto
del presente contenzioso, seriali o standardizzate, implicanti l’elaborazione
di ingenti quantità di istanze e caratterizzate dall’acquisizione di dati certi
ed oggettivamente comprovabili e dall’assenza di ogni apprezzamento
La piena ammissibilità di tali strumenti risponde ai canoni di efficienza ed
economicità dell’azione amministrativa (art. 1 l. 241/90), i quali, secondo
il principio costituzionale di buon andamento dell’azione amministrativa
(art. 97 Cost.), impongono all’amministrazione il conseguimento dei propri
fini con il minor dispendio di mezzi e risorse e attraverso lo snellimento e
l’accelerazione dell’iter procedimentale.
9.2 Anche il caso in esame, relativo ad una procedura di assegnazione di
sedi in base a criteri oggettivi, l’utilizzo di una procedura informatica che
conduca direttamente alla decisione finale non deve essere stigmatizzata,
ma anzi, in linea di massima, incoraggiata: essa comporta infatti numerosi
vantaggi quali, ad esempio, la notevole riduzione della tempistica
procedimentale per operazioni meramente ripetitive e prive di
discrezionalità, l’esclusione di interferenze dovute a negligenza (o peggio
dolo) del funzionario (essere umano) e la conseguente maggior garanzia di
imparzialità della decisione automatizzata.
10. Peraltro, l’utilizzo di procedure informatizzate non può essere motivo
di elusione dei princìpi che conformano il nostro ordinamento e che
regolano lo svolgersi dell’attività amministrativa.
In tale contesto, infatti, il ricorso all’algoritmo va correttamente inquadrato
in termini di modulo organizzativo, di strumento procedimentale ed
istruttorio, soggetto alle verifiche tipiche di ogni procedimento
amministrativo, il quale resta il modus operandi della scelta autoritativa, da
svolgersi sulla scorta delle legislazione attributiva del potere e delle finalità
dalla stessa attribuite all’organo pubblico, titolare del potere.
11. Né vi sono ragioni di principio, ovvero concrete, per limitare l’utilizzo
all’attività amministrativa vincolata piuttosto che discrezionale, entrambe
espressione di attività autoritativa svolta nel perseguimento del pubblico
In disparte la stessa sostenibilità a monte dell’attualità di una tale
distinzione, atteso che ogni attività autoritativa comporta una fase
quantomeno di accertamento e di verifica della scelta ai fini attribuiti dalla
legge, se il ricorso agli strumenti informatici può apparire di più semplice
utilizzo in relazione alla c.d. attività vincolata, nulla vieta che i medesimi
fini predetti, perseguiti con il ricorso all’algoritmo informatico, possano
perseguirsi anche in relazione ad attività connotata da ambiti di
Piuttosto, se nel caso dell’attività vincolata ben più rilevante, sia in termini
quantitativi che qualitativi, potrà essere il ricorso a strumenti di
automazione della raccolta e valutazione dei dati, anche l’esercizio di
attività discrezionale, in specie tecnica, può in astratto beneficiare delle
efficienze e, più in generale, dei vantaggi offerti dagli strumenti stessi.
12. In tale contesto, premessa la generale ammissibilità di tali strumenti,
qualificati nei termini di cui sopra al punto 10, assumono rilievo
fondamentale, anche alla luce della disciplina di origine sovranazionale,
due aspetti preminenti, quali elementi di minima garanzia per ogni ipotesi
di utilizzo di algoritmi in sede decisoria pubblica: a) la piena conoscibilità
a monte del modulo utilizzato e dei criteri applicati; b) l’imputabilità della
decisione all’organo titolare del potere, il quale deve poter svolgere la
necessaria verifica di logicità e legittimità della scelta e degli esiti affidati
all’algoritmo.
13.1 Sul versante della piena conoscibilità, rilievo preminente ha il
principio della trasparenza, da intendersi sia per la stessa p.a. titolare del
potere per il cui esercizio viene previsto il ricorso allo strumento
dell’algoritmo, sia per i soggetti incisi e coinvolti dal potere stesso.
In relazione alla stessa p.a., nel precedente richiamato la sezione ha già
chiarito come il meccanismo attraverso il quale si concretizza la decisione
robotizzata (ovvero l’algoritmo) debba essere “conoscibile”, secondo una
declinazione rafforzata del principio di trasparenza, che implica anche
quello della piena conoscibilità di una regola espressa in un linguaggio
differente da quello giuridico.
Tale conoscibilità dell’algoritmo deve essere garantita in tutti gli aspetti:
dai suoi autori al procedimento usato per la sua elaborazione, al
meccanismo di decisione, comprensivo delle priorità assegnate nella
procedura valutativa e decisionale e dei dati selezionati come rilevanti. Ciò
al fine di poter verificare che i criteri, i presupposti e gli esiti del
procedimento robotizzato siano conformi alle prescrizioni e alle finalità
stabilite dalla legge o dalla stessa amministrazione a monte di tale
procedimento e affinché siano chiare – e conseguentemente sindacabili – le
modalità e le regole in base alle quali esso è stato impostato.
In proposito, va ribadito che, la “caratterizzazione multidisciplinare”
dell’algoritmo (costruzione che certo non richiede solo competenze
giuridiche, ma tecniche, informatiche, statistiche, amministrative) non
esime dalla necessità che la “formula tecnica”, che di fatto rappresenta
l’algoritmo, sia corredata da spiegazioni che la traducano nella “regola
giuridica” ad essa sottesa e che la rendano leggibile e comprensibile. Con
le già individuate conseguenze in termini di conoscenza e di sindacabilità
(cfr. punto 8.3 della motivazione della sentenza 2270 cit.).
In senso contrario non può assumere rilievo l’invocata riservatezza delle
imprese produttrici dei meccanismi informatici utilizzati i quali, ponendo
al servizio del potere autoritativo tali strumenti, all’evidenza ne accettano
le relative conseguenze in termini di necessaria trasparenza.
13.2 In relazione ai soggetti coinvolti si pone anche un problema di
gestione dei relativi dati. Ad oggi nelle attività di trattamento dei dati
personali possono essere individuate due differenti tipologie di processi
decisionali automatizzati: quelli che contemplano un coinvolgimento
umano e quelli che, al contrario, affidano al solo algoritmo l’intero
Il più recente Regolamento europeo in materia (2016/679), concentrandosi
su tali modalità di elaborazione dei dati, integra la disciplina già contenuta
nella Direttiva 95/46/CE con l’intento di arginare il rischio di trattamenti
discriminatori per l’individuo che trovino la propria origine in una cieca
fiducia nell’utilizzo degli algoritmi.
In particolare, in maniera innovativa rispetto al passato, gli articoli 13 e 14
del Regolamento stabiliscono che nell’informativa rivolta all’interessato
venga data notizia dell’eventuale esecuzione di un processo decisionale
automatizzato, sia che la raccolta dei dati venga effettuata direttamente
presso l’interessato sia che venga compiuta in via indiretta.
Una garanzia di particolare rilievo viene riconosciuta allorché il processo
sia interamente automatizzato essendo richiesto, almeno in simili ipotesi,
che il titolare debba fornire “informazioni significative sulla logica
utilizzata, nonché l’importanza e le conseguenze previste di tale
trattamento per l’interessato” . In questo senso, in dottrina è stato fatto
notare come il legislatore europeo abbia inteso rafforzare il principio di
trasparenza che trova centrale importanza all’interno del Regolamento.
13.3 L’interesse conoscitivo della persona è ulteriormente tutelato dal
diritto di accesso riconosciuto dall’articolo 15 del Regolamento che
contempla, a sua volta, la possibilità di ricevere informazioni relative
all’esistenza di eventuali processi decisionali automatizzati.
Incidentalmente, è stato evidenziato come l’articolo 15, diversamente dagli
articoli 13 e 14, abbia il pregio di prevedere un diritto azionabile
dall’interessato e non un obbligo rivolto al titolare del trattamento, e
permette inoltre di superare i limiti temporali posti dagli articoli 13 e 14,
consentendo al soggetto di acquisire informazioni anche qualora il
trattamento abbia avuto inizio, stia trovando esecuzione o abbia addirittura
già prodotto una decisione. Ciò, ai fini in esame, conferma ulteriormente la
rilevanza della trasparenza per i soggetti coinvolti dall’attività
amministrativa informatizzata in termini istruttori e decisori.
14.1 Sul versante della verifica degli esiti e della relativa imputabilità,
deve essere garantita la verifica a valle, in termini di logicità e di
correttezza degli esiti. Ciò a garanzia dell’imputabilità della scelta al
titolare del potere autoritativo, individuato in base al principio di legalità,
nonché della verifica circa la conseguente individuazione del soggetto
responsabile, sia nell’interesse della stessa p.a. che dei soggetti coinvolti
ed incisi dall’azione amministrativa affidata all’algoritmo.
14.2 In tale contesto, lo stesso Regolamento predetto affianca alle garanzie
conoscitive assicurate attraverso l’informativa e il diritto di accesso, un
espresso limite allo svolgimento di processi decisionali interamente
automatizzati. L’articolo 22, paragrafo 1, riconosce alla persona il diritto di
non essere sottoposta a decisioni automatizzate prive di un coinvolgimento
umano e che, allo stesso tempo, producano effetti giuridici o incidano in
modo analogo sull’individuo. Quindi occorre sempre l’individuazione di un
centro di imputazione e di responsabilità, che sia in grado di verificare la
legittimità e logicità della decisione dettata dall’algoritmo.
14.3 In tema di imputabilità occorre richiamare, quale elemento rilevante
di inquadramento del tema, la Carta della Robotica, approvata nel febbraio
del 2017 dal Parlamento Europeo. Tale atto esprime in maniera efficace
questi passaggi, laddove afferma che “l’autonomia di un robot può essere
definita come la capacità di prendere decisioni e metterle in atto nel mondo
esterno, indipendentemente da un controllo o un’influenza esterna; (…) tale
autonomia è di natura puramente tecnologica e il suo livello dipende dal
grado di complessità con cui è stata progettata l’interazione di un robot con
l’ambiente; (…) nell’ipotesi in cui un robot possa prendere decisioni
autonome, le norme tradizionali non sono sufficienti per attivare la
responsabilità per i danni causati da un robot, in quanto non
consentirebbero di determinare qual è il soggetto cui incombe la
responsabilità del risarcimento né di esigere da tale soggetto la riparazione
dei danni causati».
14.4 Quindi, anche al fine di applicare le norme generali e tradizionali in
tema di imputabilità e responsabilità, occorre garantire la riferibilità della
decisione finale all’autorità ed all’organo competente in base alla legge
attributiva del potere.
15. A conferma di quanto sin qui rilevato, in termini generali dal diritto
sovranazionale emergono tre principi, da tenere in debita considerazione
nell’esame e nell’utilizzo degli strumenti informatici.
15.1 In primo luogo, il principio di conoscibilità, per cui ognuno ha diritto
a conoscere l’esistenza di processi decisionali automatizzati che lo
riguardino ed in questo caso a ricevere informazioni significative sulla
logica utilizzata.
Il principio, in esame è formulato in maniera generale e, perciò, applicabile
sia a decisioni prese da soggetti privati che da soggetti pubblici, anche se,
nel caso in cui la decisione sia presa da una p.a., la norma del Regolamento
costituisce diretta applicazione specifica dell’art. 42 della Carta Europea
dei Diritti Fondamentali (“Right to a good administration”), laddove
afferma che quando la Pubblica Amministrazione intende adottare una
decisione che può avere effetti avversi su di una persona, essa ha l’obbligo
di sentirla prima di agire, di consentirle l’accesso ai suoi archivi e
documenti, ed, infine, ha l’obbligo di “dare le ragioni della propria
Tale diritto alla conoscenza dell’esistenza di decisioni che ci riguardino
prese da algoritmi e, correlativamente, come dovere da parte di chi tratta i
dati in maniera automatizzata, di porre l’interessato a conoscenza, va
accompagnato da meccanismi in grado di decifrarne la logica. In tale
ottica, il principio di conoscibilità si completa con il principio di
comprensibilità, ovverosia la possibilità, per riprendere l’espressione del
Regolamento, di ricevere “informazioni significative sulla logica
utilizzata”.
15.2 In secondo luogo, l’altro principio del diritto europeo rilevante in
materia (ma di rilievo anche globale in quanto ad esempio utilizzato nella
nota decisione Loomis vs. Wisconsin), è definibile come il principio di non
esclusività della decisione algoritmica.
Nel caso in cui una decisione automatizzata “produca effetti giuridici che
riguardano o che incidano
significativamente su una persona”, questa ha diritto a che tale decisione
non sia basata unicamente
su tale processo automatizzato (art. 22 Reg.). In proposito, deve comunque
esistere nel processo decisionale un contributo umano capace di
controllare, validare ovvero smentire la decisione automatica. In ambito
matematico ed informativo il modello viene definito come HITL (human
in the loop), in cui, per produrre il suo risultato è necessario che la
macchina interagisca con l’essere umano.
15.3 In terzo luogo, dal considerando n. 71 del Regolamento 679/2016 il
diritto europeo trae un ulteriore principio fondamentale, di non
discriminazione algoritmica, secondo cui è opportuno che il titolare del
trattamento utilizzi procedure matematiche o statistiche appropriate per la
profilazione, mettendo in atto misure tecniche e organizzative adeguate al
fine di garantire, in particolare, che siano rettificati i fattori che
comportano inesattezze dei dati e sia minimizzato il rischio di errori e al
fine di garantire la sicurezza dei dati personali, secondo una modalità che
tenga conto dei potenziali rischi esistenti per gli interessi e i diritti
dell’interessato e che impedisca tra l’altro effetti discriminatori nei
confronti di persone fisiche sulla base della razza o dell’origine etnica,
delle opinioni politiche, della religione o delle convinzioni personali,
dell’appartenenza sindacale, dello status genetico, dello stato di salute o
dell’orientamento sessuale, ovvero che comportano misure aventi tali
In tale contesto, pur dinanzi ad un algoritmo conoscibile e comprensibile,
non costituente l’unica motivazione della decisione, occorre che lo stesso
non assuma carattere discriminatorio.
In questi casi, come afferma il considerando, occorrerebbe rettificare i dati
in “ingresso” per evitare effetti discriminatori nell’output decisionale;
operazione questa che richiede evidentemente la necessaria cooperazione
di chi istruisce le macchine che producono tali decisioni.
16. Sulla scorta delle argomentazioni sin qui svolte, nel caso di specie
l’algoritmo non risulta essere stato utilizzato in termini conformi ai
principi predetti, anche in considerazione del fatto che non è dato
comprendere per quale ragione le legittime aspettative di soggetti collocati
in una determinata posizione in graduatoria siano andate deluse.
Non può quindi ritenersi applicabile in modo indiscriminato, come si
ritiene nella motivazione della sentenza di primo grado, all’attività
amministrativa algoritmica, tutta la legge sul procedimento
amministrativo, concepita in un’epoca nella quale l’amministrazione non
era investita dalla rivoluzione tecnologica, né sono condivisibili richiami
letterari, pur noti ed apprezzabili, a scenari orwelliani ( da considerarsi con
cautela perché la materia merita un approccio non emotivo ma capace di
delineare un nuovo equilibrio, nel lavoro, fra uomo e macchina
differenziato per ogni campo di attività ).
Il tema dei pericoli connessi allo strumento non è ovviato dalla rigida e
meccanica applicazione di tutte le minute regole procedimentali della legge
n. 241 del 1990 ( quali ad es. la comunicazione di avvio del procedimento
sulla quale si appunta buona parte dell’atto di appello o il responsabile del
procedimento che , con tutta evidenza, non può essere una macchina in
assenza di disposizioni espresse ), dovendosi invece ritenere che la
fondamentale esigenza di tutela posta dall’utilizzazione dello strumento
informatico c.d. algoritmico sia la trasparenza nei termini prima evidenziati
riconducibili al principio di motivazione e/o giustificazione della
L’amministrazione, nel presente contenzioso, si è limitata a postulare una
coincidenza fra la legalità e le operazioni algoritmiche che deve invece
essere sempre provata ed illustrata sul piano tecnico, quantomeno
chiarendo le circostanze prima citate, ossia le istruzioni impartite e le
modalità di funzionamento delle operazioni informatiche se ed in quanto
ricostruibili sul piano effettuale perché dipendenti dalla preventiva,
eventualmente contemporanea o successiva azione umana di impostazione
e/o controllo dello strumento.
Infatti, l’impossibilità di comprendere le modalità con le quali, attraverso il
citato algoritmo, siano stati assegnati i posti disponibili, costituisce di per
sé un vizio tale da inficiare la procedura, in termini analoghi e coerenti
rispetto al precedente della sezione più volte citato che, tuttavia, in parte se
ne differenziava essendo state provate singole violazioni di legge mentre
qui la censura finisce per involgere il metodo in quanto tale per il difetto di
trasparenza dello stesso. Ciò ha trovato indiretta conferma dall’avvenuta
esecuzione della sentenza appellata, in termini satisfattivi delle posizioni
17. Infine, destituito di fondamento è il vizio dedotto avverso la
riconosciuta disparità di trattamento tra docenti appartenenti alla fascia C.
Al riguardo, infatti, l’opzione ermeneutica fatta propria dal Tar Lazione
nella sentenza impugnata appare coerente ai principi invocati ed applicati.
In proposito, va pertanto ribadito che la mancata previsione della deroga al
vincolo di permanenza quinquennale dei docenti di sostegno sulla
medesima tipologia di posto, con conseguente loro esclusione dalle
procedure di mobilità, si pone in contrasto con la facoltà riconosciuta alla
generalità degli altri docenti. Ciò sia in termini di principio, in termini
qualificabili di irragionevolezza e disparità di trattamento, sia normativi, a
fronte della parallela previsione della prevista deroga al vincolo triennale
di permanenza nella sede, di cui all’art. 399 co. 3, d.lgs. n. 297/2004,
contemplata per i docenti assunti a tempo indeterminato entro l’anno
scolastico 2014/2014 del primo periodo dell’art. 1, co. 108, L. n. 107/2015
proprio ai fini della loro partecipazione al contestato piano straordinario di
18.Alla luce delle considerazioni che precedono, l’appello va respinto,
confermandosi l’esito del giudizio di prime cure.
Sussistono giusti motivi, in relazione alla complessità ed alla novità delle
questioni affrontate, per compensare le spese di giudizio.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 5 dicembre 2019
Ciclo di eventi “Concorrenza ed effettività della tutela giurisdizionale nell’Unione europea e nell’ordinamento italiano”
da Paolo Gonnelli | Feb 10, 2015 | Iniziative comunitarie
Progetto rientrante nell’ambito del Lifelong Learning Programme – Jean Monnet- linea Research and information – Milano, Genova, Roma, marzo – settembre 2012
Consultazione pubblica della Commissione Europea – DG Concorrenza sul Libro Bianco “Azioni di risarcimento del danno causato dalla violazione degli articoli 101 o 102 TFUE “
Redazione di osservazioni sul Draft Guidance Paper on calculation of antitrust damages (settembre 2011) e successivo follow up
“Seminars in EC Competition Law for Maltese Judges”
Con il contributo finanziario della Commissione Europea (in collaborazione con il Comune di Nadur, Isola di Gozo) – Malta, 9 febbraio – 2 marzo 2007
Relazioni presentate ai Congressi FIDE
da Paolo Gonnelli | Feb 10, 2015 | Relazioni presentate ai congressi FIDE
L’Associazione ha curato la presentazione delle relazioni nazionali italiane nei convegni organizzati dalla Fédération Internationale de Droit Européen a Copenhagen (1978), Londra (1980), Dublino (1982), Amsterdam (1984), Parigi (1986), Salonicco (1988), Madrid (1990), Lisbona (1992), Roma (1994), Berlino (1996), Stoccolma (1998), Helsinki (2000), Londra (2002), Dublino (2004), Cipro (2006) e Madrid (2010), Tallin (2012), Copenhagen (2014) Budapest (2016), Estoril (2018).Tali relazioni risultano pubblicate negli Atti dei rispettivi convegni
“Atti del XVI° Congresso della F.I.D.E. – Fédération Internationale de Droit Européen”
da Paolo Gonnelli | Feb 10, 2015 | Pubblicazioni
Roma, 1994, 3 voll. (in collaborazione con La Presidenza del Consiglio dei Ministri); in distribuzione gratuita su richiesta.
“I controlli sull’attività contrattuale pubblica”
Campobasso, Ed. Cultura & Sport, 1994, 219 pagg. (in collaborazione con l’Associazione Magistrati della Corte dei Conti).
“Libera circolazione degli autoveicoli e dei loro componenti”
Milano, Giuffré, 1994, 279 pagg. (in collaborazione con l’Istituto di Diritto pubblico e internazionale dell’Università di Siena).
“Libera circolazione dei capitali e disciplina comunitaria delle banche”
Milano, Giuffré, 1987, 281 pagg. (in collaborazione con l’Istituto di Diritto pubblico e internazionale dell’Università di Siena).
“Il giudice nazionale e il diritto comunitario”
Roma, 1983, 43 pagg. (esaurito)
“Brevetto nazionale e brevetto europeo”
Siena, 1981, 39 pagg. (esaurito).

References: sentenza 
 art. 1

sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 art. 7
 sentenza 
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