Source: https://alezeia.wordpress.com/2010/05/19/2286/
Timestamp: 2018-01-16 23:10:48+00:00

Document:
90,062 visite fino ad oggi
È bene rammentare subito – a scanso di equivoci sovente alimentati ad arte – che la Corte di Giustizia dei Diritti dell’Uomo è emanazione istituzionale del Consiglio d’Europa e non già dell’Unione europea. È emanazione cioè di un’organizzazione internazionale che riunisce parecchi Stati non facenti parte della Ue, e i cui orientamenti sono sovente in disaccordo con i principii fondamentali che ispirano la normativa comunitaria in tema di libertà religiosa: è questo il caso dell’intollerante Turchia, che dietro il velo della laicità di Stato sostiene de facto l’islam come religione nazionale discriminando violentemente ogni altra manifestazione di fede in pubblico.
In buona sostanza si è osservato che questa sentenza è il frutto del lavoro di una Corte che, sotto l’egida del Consiglio d’Europa, rischia di seppellire il senso stesso del progetto di unificazione culturale dell’Europa – prima ancora che economico e politico – come pensato dai Padri fondatori De Gasperi, Adenauer, Schuman. La decisione della Corte di Strasburgo costituisce un classico esempio di impostazione laicista volta a rinchiudere la manifestazione della libertà di religione, in particolare quella cristiana, in un vero ghetto. In questa prospettiva si inquadrano le motivazioni della sentenza, secondo la quale l’esposizione di ogni simbolo religioso lede il diritto di scelta dei genitori su come educare i figli, quello dei minori di credere o meno, e lede anche il “pluralismo educativo”. Il giudizio della Corte risulta illogico e quanto meno incerto nel suo più profondo contenuto.
La sentenza disconosce il ruolo della religione, in particolare quella cristiana, nella costruzione della società civile e del diritto pubblico e promuove un indifferentismo religioso che è in profonda contraddizione con la storia, la cultura e il diritto del popolo italiano e dei popoli europei: una manifestazione di aggressività laicista ostile alla libertà religiosa è oggettivamente rivelata nella Sentenza Lautsi come in genere anche nei provvedimenti di quei giudici italiani poi cassati e annullati da autorità giurisdizionali di grado superiore, come la pronuncia del Tar avverso la sentenza sul Crocifisso di Ofena. Il Crocifisso rappresenta un simbolo religioso, culturale e identitario e proprio per questo non ha mai assunto una valenza coercitiva, come invece sostiene la Corte nella sua sentenza.
Come hanno testimoniato le precedenti decisioni prese dal Consiglio di Stato in Italia, il Crocifisso rappresenta un elemento di coesione identitaria fondato sui valori e presupposti etici che animano la Carta fondamentale del nostro Paese, in una società che non può prescindere dalla sua tradizione cristiana riconosciuta e promossa addirittura nella Costituzione. Ne deriva che se togliessimo il crocifisso dalle scuole, in quanto luoghi pubblici, dovremmo togliere tutte le croci e le magnifiche opere sacre che sono presenti nelle nostre strade e nelle nostre piazze, il che sarebbe senza dubbio assurdo. Togliere il simbolo della Croce dagli spazi educativi per “laicità” è ancora e purtroppo l’esibizione arrogante di una troppo esclusiva e autoritaria “volontà dello Stato”, e peggio, di un automatismo astratto e incontrollabile delle sue leggi, prive del necessario collegamento con i valori ed i principii etici, morali, religiosi a cui ogni Costituzione scritta si deve ispirare.
Escludere ogni sfera pubblica dalle tradizioni religiose consegue all’intenzione di inibirle e ricacciarle nell’infinita frammentazione del privato e quindi negare allo Stato il suo ruolo di promotore, custode e difensore delle libertà dell’uomo. Nel corso della sessione dei lavori al Consiglio d’Europa, i relatori hanno concentrato il fuoco di fila contro le valutazioni della Corte di Giustizia su tre temi fondamentali di natura giuridica filosofica costituzionale che sono alla base della illogica sentenza: i principii di neutralità dello Stato, di laicità attiva e negativa e di sussidiarietà.
Il celebre giurista e filosofo Joseph Weiler, Direttore del Centro Jean Monnet, ha rimarcato l’estrema pericolosità del concetto di neutralità dello Stato in campo giuridico affermato dai giudici della Corte di Giustizia: lo Stato, proprio perché il suo compito primario è quello di tutelare, promuovere e garantire le plurime manifestazioni della libertà di pensiero dei cittadini, in forma individuale come associata, non può esimersi dal considerare il fattore religioso in sé – nella sua valenza di pilastro costitutivo della vita associata delle persone – all’interno della sfera pubblica della società civile. Disinteressarsi della dimensione sociale – pubblica – della fede religiosa di una comunità civile significa discriminare una delle manifestazioni di identità culturale che sottendono alla definizione dei valori prepolitici della Carta costituzionale.
Il tentativo di ricondurre ad una “privatizzazione ” della fede del Cristianesimo, escludendo l’apporto fecondo che il comune sentire religioso della società italiana apporta nella dimensione pubblica equivale a discriminare la religione rispetto alle plurime svariate manifestazioni associative di pensiero in pubblico.Va da sé, rileva Weiler, che sia compito dello Stato, di ogni Stato, assicurare i modi e le forme del pluralismo religioso e della tolleranza nel rispetto reciproco, ma sempre e comunque impegnandosi a considerare, promuovere, garantire i valori religiosi, etici, prepolitici che animano la piattaforma comune della società.
In ciò si inserisce il valore precipuo del principio di sussidiarietà, principio costituzionale dei Trattati Ue di cui troppo spesso se ne dimentica l’origine in quanto partorito dalla Dottrina Sociale della Chiesa con l’Encicilica Quadragesimo Anno del Pontefice Pio XI. Il principio di sussidiarietà della Ue impone infatti che le istituzioni europee lascino i Paesi membri liberi di legiferare in materia di libertà religiosa dei propri cittadini, senza imporre decisioni autoritative, ma limitandosi ad armonizzare le leggi nazionali con quelle europee.
La Corte di Giustizia ha invece assunto una posizione oramai obsoleta e retrograda a livello costituzionale ispirandosi alla cosidetta “laicità negativa”, tipico concetto di ispirazione della legislazione francese ottocentensca, di impronta illuministica: con il pretesto di imporre l’indifferenza dello Stato sulle questioni religiose per rispetto al pluralismo delle fedi, si finisce per impedire, discriminare, non tutelare l’espressione della libertà religiosa della maggioranza dei cittadini in ambito pubblico.
Ha osservato opportumanente il Presidente emerito della Corte Costituzionale Mirabelli, partecipe al workshop, che nella nostra Costituzione in verità non si cita minimamente il concetto di laicità. Ad oggi invece si coglie, nel programma politico-istituzionale di attuazione dell’unificazione europea, la tentazione, come è tipico del caso Lautsi, a cedere ad un’applicazione del concetto di laicità “negativa”, o “escludente” o “discriminatoria”. Sebbene lo sforzo dei philosophes fosse orientato al conferimento di contenuti positivi – quali “libertà”,”autonomia”,”tolleranza”, “fraternità” ed altro ancora – alla nozione di “laicità”, non si può ancora dire che esso sia stato coronato da effettivo successo.
Ancor oggi il termine “laico”mantiene una valenza semantica negativa ed un significato dedotto in maniera indiretta. In breve: dice, di una persona, di una istituzione o di un pensiero ciò che non è, piuttosto che ciò che è. Esso esprime, insomma, una alterità, una opposizione (più o meno radicale) ad un dato o ad una tradizione di matrice religiosa, sovente cattolica. Come già affermava lo statista Jaques Delors, il principio di sussidiarietà di matrice cristiana è invece lo strumento che impedisce l’invasione di un pensiero unico omologatore nella sovranità politica delle società civili e nei valori a cui si ispirano, primo tra tutti il fattore religioso.
Il giudice della Corte di Giustizia di Strasburgo in rappresentanza della Spagna, Borrego Borrego, ha efficacemente evidenziato come la sentenza Lautsi appartenga ad un mondo giuridico “virtuale”, che non è in grado di confrontarsi con la realtà culturale, storica, sociale e locale che caratterizza il patrimonio valoriale dell’esperienza politica europea. Ben altro valore propositivo presenta il principio di “laicità positiva”, che prevede il necessario riconoscimento di un margine d’apprezzamento alla religione, alla fede come fattore sociale che a pieno diritto deve essere tutelato e promosso in ambito pubblico, in quanto espressione dell’identità culturale di una determinata società civile. In caso contrario i valori enunciati nelle Carte costituzionali occidentali si riducono a sterile esercizio di stile: è bene rammentare il limpido cristallino pensiero del giurista e filosofo Passerin d’Entreves, secondo cui la legge non è solamente una misura dell’azione, ma è pure un giudizio di valore dell’azione.
La legge, infatti – per quanto con ipocrisia talune Corti di Giustizia tentino di ignorare il punto – indica ciò che è bene e ciò che è male: ed a loro volta il bene ed il male sono le condizioni che giustificano un obbligo giuridico. È dunque l’intima relazione tra morale e diritto il tratto distintivo di una matura equlibrata normativa generale in materia di libertà religiosa, come in ogni altro ambito dei valori non negoziabili della libertà umana.
Occorre concludere che il fenomeno religioso e in particolare l’eredità cristiana dell’Occidente costituiscono un dato primario ed essenziale anche a livello politico-normativo che resta tale nonostante l’opposizione e la negazione. La laicità è il ribaltamento – o, comunque, il prolungamento – di un quadro culturale determinato dall’evento cristiano.
Viene alla mente il celebre asserto di Donoso Cortés e prima ancora di Giambattista Vico nella Scienza nuova: ogni grande questione politica dipende da una fondamentale questione teologica che, se fraintesa, non mancherà di produrre esiti nefasti. Ad esso si collega, oggi, una delle tesi più note di Norberto Bobbio che sono paradossalmente una critica costante al pensiero laicista antireligioso relativista che attenta all’identità valoriale dell’Europa: l’impossibilità di fondare razionalmente i diritti umani e tuttavia di rinunciarvi.
Posta innanzi a queste prove, l’Europa, dev’essere costretta a ripensare quella stessa nozione di laicità che è scaturita dal suo seno, come uno dei caratteri peculiari della propria civiltà. Il suo limite consiste nel carattere astratto – puramente razionalista – che la laicità ha ricevuto all’atto della nascita e che la Sentenza Lautsi tradisce in misura palese. La pretesa illuministica di rinvenire una lex uguale sotto ogni latitudine – e perciò universale – non poteva formulare, di necessità, altro concetto di laicità discriminatoria e anticristiana.
Tutti i cittadini sono senz’altro uguali di fronte alla legge e nessuno può essere, di conseguenza, discriminato per le proprie convinzioni, religiose o d’altra natura. Questo principio, solennemente proclamato dalla nostra Costituzione repubblicana e senz’altro intangibile, non impedisce di riconoscere il ruolo decisivo del Cristianesimo nella costruzione del nostro continente, del nostro paese fino a modellarne il paesaggio, la lingua, i comportamenti sociali, il pensiero politico e giuridico. Il principio di realtà impone di prenderne atto, con serena constatazione razionale.
This entry was posted on 19 maggio 2010 a 10:00	and is filed under cultura, ONU+UE, religione. Contrassegnato da tag: cristianesimo, crocifisso, cultura, differenza, etica, Islam, laicismo, libertà religiosa, multiculturalismo, Occidente, relativismo, religione, Turchia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, oppure trackback from your own site.

References: sentenza 
 sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Sentenza