Source: https://www.dimt.it/index.php/it/component/tags/tag/bill
Timestamp: 2019-12-05 21:07:20+00:00

Document:
DIMT.IT - bill
Dichiarazione dei diritti in Internet: il testo definitivo. Boldrini: "Prossimo obiettivo è la mozione unitaria"
L'Italia ha il suo Internet Bill of Rights. È stata presentata nella mattina di martedì a Montecitorio, alla presenza della Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, e del professor Stefano Rodotà, la versione definitiva della "Dichiarazione dei diritti in Internet", documento che in 14 articoli punta a fornire un quadro "costituzionale" che faccia da riferimento alle iniziative legislative rivolte all'ambiente mediato dalle tecnologie digitali, individuando una serie di principi generali che abbracciano le diverse tematiche connesse all’uso della rete senza costituire una forma di regolamentazione secondo il classico modello normativo. "Internet non è solo un mezzo, ma una dimensione della nostra vita", ha affermato Boldrini: "Può sollecitare e sta sollecitando la partecipazione democratica, ed è giusto che una Commissione parlamentare si occupasse di queste materie. Abbiamo affermato i diritti della persona. L'articolo 2 sul Diritto di accesso e l'articolo 3 sul Diritto alla conoscenza e all’educazione in rete esprimono secondo me al meglio lo spirito di questa iniziativa. Il prossimo obiettivo è fare in modo che questi principi diventino una mozione unitaria che impegni il governo a promuoverli sia in sede nazionale che internazionale. Lavoreremo con altri ministeri, soprattutto con il Miur perché è una Carta rivolta in particolar modo ai giovani. La Commissione non chiude, ma riprenderà i lavori dopo la pausa estiva, per poi presentare la Carta all'Internet Governance forum previsto in Brasile a novembre". "Ci sono un'ambizione e un rischio in questa iniziativa - ha chiosato Rodotà - la prima è nel nome del documento, fornire una dichiarazione di diritti; il secondo risponde ad una domanda: una materia sottoposta a cambiamento continuo sopporta la regola giuridica? A nostro avviso ha bisogno di principi in prospettiva. La forte innovazione di questa Carta è che individua dei problemi propri di Internet ai quali si cerca di dare una risposta, anche a livello di linguaggio, caratterizzandosi per un'adesione alla realtà. Questo è uno strumento per contribuire a costruire la cittadinanza nell'era di Internet, perché senza diritti non c'è cittadinanza e quindi non c'è democrazia. Dal punto di vista internazionale, esiste in Francia una commissione che è entrata in rapporto con noi proponendo una dichiarazione congiunta che io spero si possa presentare a settembre". Il percorso della Carta è iniziato esattamente un anno fa, quando la presidenza della Camera ha promosso la costituzione di una Commissione di studio per l'elaborazione di principi in tema di diritti e doveri relativi ad Internet. A far parte della Commissione, presieduta dallo stesso Rodotà, sono stati chiamati deputati attivi sui temi dell'innovazione tecnologica e dei diritti fondamentali, studiosi ed esperti, operatori del settore e rappresentanti di associazioni, prima volta in Italia per un'esperienza istituzionale di questo tipo, che nasceva anche in coincidenza con episodi e altre iniziative analoghe assunte in questo ambito negli ultimi anni a livello internazionale. Tra queste, l'approvazione in Brasile della legge cosiddetta "Marco civil" nell'aprile 2014, diverse sentenze della Corte di giustizia dell'Unione europea in materia di tutela dei dati personali (tra cui quella sul "diritto all'oblio"), la raccomandazione del Consiglio d'Europa del 16 aprile 2014 sulla protezione dei diritti umani su Internet e la sentenza della Corte Suprema Usa del 25 giugno 2014 sulla privacy relativa ai telefoni cellulari. Pietre miliari che si aggiungono alle molte iniziative provenienti dalla società civile che in questi ultimi anni si sono mosse nella direzione della elaborazione di specifici principi per il governo della rete. L'8 ottobre 2014 la Commissione ha così varato una prima bozza di dichiarazione dei diritti in Internet, i cui contenuti sono stati sottoposti all'attenzione dei partecipanti alla riunione dei Parlamenti dei Paesi membri dell'Unione europea e del Parlamento europeo sui diritti fondamentali che si è tenuta presso la Camera il 13 e il 14 ottobre 2014 nel corso del Semestre di presidenza dell'Unione europea. Il testo è stato poi sottoposto a una consultazione pubblica (dal 27 ottobre 2014 al 31 marzo 2015) per assicurare la partecipazione più larga possibile all’individuazione dei principi in esso contenuti. All’esito della consultazione pubblica e di un ciclo di audizioni di associazioni, esperti e soggetti istituzionali, i principi sono stati rielaborati e trasfusi nel testo definitivo.
Internet Bill of Rights, il Prof. Gambino: "Bene i principi, ma attenzione allo sviluppo del digitale"
"Non si può che accogliere con interesse l'iniziativa della Commissione per i diritti e i doveri in Internet costituita presso la Camera dei deputati. Auspico, ad ogni modo, che la Commissione valuti, anche grazie alla prossima consultazione pubblica, l’impatto che alcune delle disposizioni contenute nel testo potrebbero avere sullo sviluppo dell’ecosistema digitale e per il godimento da parte dei cittadini italiani ed europei, dei medesimi diritti a disposizione dei cittadini extra-europei”. Lo dichiara in una nota il Prof. Alberto Gambino, presidente dell'Accademia Italiana del Codice di Internet e direttore scientifico di Dimt, in riferimento alla bozza di "Dichiarazione dei diritti in Internet" diffusa oggi sul sito Camera.it. "Alcuni dei diritti enunciati sono già stati acquisiti, mentre su altri occorre scongiurare che si rivelino affermazioni generiche o tautologiche, se non insidiose dal punto di vista della lesione di diritti fondamentali o degli effetti pratici: mi riferisco, ad esempio, a quelle in tema di consenso e di trattamenti automatizzati di dati personali". "Tra gli altri, un punto sul quale occorrerà lavorare - conclude Gambino - è quello sul diritto all'oblio. A leggere il testo si sente l'eco di quanto stabilito nel maggio scorso dalla ormai celebre sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, con una serie di principi che non hanno tuttavia riscontrato in questi mesi di dibattito un accoglimento pacifico da parte dei commentatori. Sono tutte riflessioni che non intaccano i meriti dell’iniziativa, la quale, tuttavia, non potrà che giovarsi della consultazione pubblica prevista a breve". 14 ottobre 2014
Internet Bill of Rights, Pitruzzella (Agcm): "Proposta nuova norma sullo svolgimento delle attività economiche in Internet". Soro: "Trovare sempre un punto di equilibrio tra sicurezza e privacy"
“Lo svolgimento delle attività economiche in Internet deve essere improntato al pieno rispetto del principio di libera concorrenza”. È così che il presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella, al termine di un’audizione a cui ha partecipato alla Camera dei Deputati davanti alla Commissione per i diritti e i doveri relativi ad Internet, ha annunciato la proposta di inserire una nuova norma nella versione definitiva della “Dichiarazione dei diritti in Internet“ varata lo scorso 8 ottobre 2014 e attualmente in consultazione pubblica. “Ogni persona che accede alla rete Internet – recita l’emendamento dell’Agmc – ha diritto di orientare il proprio comportamento economico al riparo da influenze indebite. Gli operatori economici che utilizzano la rete Internet per lo svolgimento della propria attività d’impresa devono osservare i principi di correttezza, buona fede e diligenza professionale. Le comunicazioni commerciali diffuse attraverso la rete Internet devono essere trasparenti, complete e veritiere. I contratti con i consumatori conclusi attraverso la rete Internet devono essere redatti in modo chiaro e comprensibile”. Nel corso del suo intervento, il presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha sottolineato la necessità di sviluppare la rete a banda larga e ultra-larga, per "promuoverne l’uso da parte dei cittadini in modo da alimentare la ripresa economica del Paese". In funzione di un tale obiettivo, a suo parere, è necessario accrescere la fiducia dei consumatori nelle transazioni on line e nei mezzi di pagamento elettronici: in questa direzione, come ha ricordato il presidente dell’Antitrust, "si sono orientati i più recenti interventi dell’Autorità per favorire una maggiore trasparenza dell’informazione su prodotti e servizi, garantire la chiarezza delle condizioni e aumentare il contrasto alla contraffazione". Pitruzzella ha inoltre sostenuto “l’elaborazione di un nuovo catalogo dei diritti, legato direttamente alla rete e alla realtà digitale”, per integrare un sistema di garanzie che riprende tecniche collaudate di costituzionalismo. E ha aggiunto: “Il grande interrogativo posto dai fatti drammatici di questi giorni – che evidenziano la minaccia alle società europee da parte di un terrorismo fondamentalista che sfrutta Internet come canale di proselitismo, di incitamento all’odio e di facilitazione di atti di violenza – è se una simile disciplina sia sufficiente e adeguata di fronte alla gravità delle minacce”. Sul tema, in relazione alle misure che vengono annunciate in queste ore da diversi governi europei, a partire da quello francese, è intervenuto in audizione anche il Garante Privacy Antonello Soro, invitando a "trovare sempre un punto di equilibrio tra sicurezza e privacy, osservando sempre un atteggiamento coerente, nel rispetto del grande equilibrio che ispira la nostra Costituzione. E andrebbero evitate oscillazioni tra la recente planetaria indignazione per la scandalosa sorveglianza del Datagate e le pulsioni da più parti registrate in queste ore per una frettolosa compressione delle garanzie che il nostro ordinamento riserva per la protezione dei dati personali". "L'esperienza ci ha insegnato - ha sottolineato il Garante - che una intrusione sistematica e indiscriminata nelle comunicazioni dei cittadini non risolve le difficoltà del contrasto al terrorismo. E non mi riferisco al PNR proposto dai governi dell'Unione". LEGGI Internet Bill of Rights, il Prof. Gambino: “Bene i principi, ma attenzione allo sviluppo del digitale” Internet Bill of Rights, al via consultazione pubblica di quattro mesi. Masera: “Primi in Europa”. Quintarelli: “Testo migliorabile, spero arrivino molti pareri”. Pierani: “Buona base di partenza”. Zanardo: “Educazione al digitale punto centrale” Internet Bill of Rights, il Prof. Salvatore Sica (Accademia Italiana del Codice di Internet) a Uno Mattina su Rai 1 12 gennaio 2014
Internet Bill of Rights: una cornice per la “transazione digitale”?
di Antonio Nicita La Notte della net neutrality, promossa nell’ambito del New Digital Government Summit a Roma ha alimentato, ancora una volta, un articolato e utile dibattito. Un dibattito che deve continuare se si vuole evitare il rischio di restare imbrigliati in una contrapposizione definitoria e ‘politica’ del tipo “dimmi che neutralità vuoi e ti dirò chi sei.” Per compiere qualche passo in avanti, conviene forse cambiare, per un attimo, prospettiva, e capire su cosa concordino o si dividano tutti coloro che oggi litigano sul tema. La richiesta di una Rete neutrale, promossa tra l’altro dalla nostra Carta dei Diritti Internet presentata all’IGF2015, va a mio avviso identificata con una istanza generale (e generalizzata) e ‘costituzionale’ di ‘immunità’ dall’esercizio di un potere ingiustificato nelle relazioni che avvengono in Rete. L’esercizio di un potere, nell’ecosistema digitale, può avvenire in forme poliedriche e multiversante, rispetto a quelle note del potere di mercato o del potere contrattuale. J. R. Commons e O. Williamson rappresentano la tradizione di law and economics che ha definito le relazioni contrattuali e di mercato che avvengono nel sistema capitalistico all’interno di una nuova unità paradigmatica, quella di transazione. A differenza del ‘contratto’, la nozione di transazione è più ampia perché ricomprende non solo la relazione tra chi scambia ma anche le istituzioni che governano quello scambio, siano esse il mercato o il sistema giuridico. In funzione di come si caratterizzino relazioni socio-economiche e istituzioni, J. Commons ha poi definito relazioni di diritto-dovere, di libertà, di potere, di immunità. Il capitalismo digitale ci chiama oggi a ridefinire nella rete una nuova nozione di “transazione nell’ecosistema digitale” che permetta di identificare oggetto dello ‘scambio’ e istituzioni che lo governano. Questo significa comprendere che ciascuna relazione bilaterale che si possa immaginare nell’ecosistema digitale è collegata in realtà, in una forte relazione di interdipendenza, ad altre relazioni. Solo se comprendiamo questa interdipendenza della transazione digitale possiamo comprendere quali relazioni di potere possano emergere e quali misure regolatorie attivare. Le ‘transazioni digitali’ nell’ecosistema coinvolgono quattro rapporti stilizzati:
utente-utente (p2p)
utente-provider
provider-OTT
utente-Ott.
Se invece ci focalizziamo su singole strategie (paid prioritization, zero rating e così via) rischiamo di focalizzare la nostra attenzione solo su alcune “relazioni di potere” trascurandone altre, ‘sbilanciando’ così inevitabilmente la transazione digitale in uno dei rapporti che la compongono. Così, ad esempio, impedire differenziazioni di prezzo (no paid prioritization) nelle relazioni tra provider e utente è una misura che certamente tutela ‘il consumatore’ ma finisce per creare disparità nelle relazioni tra provider e Ott circa l’appropriabilità della redditività derivante dalla connettività dell’utente. Accordi tra provider e OTT (zero rating) permettono al provider di condividere parte dei guadagni dell’OTT e di avvantaggiare l’utente, ma possono generare effetti escludenti per altri OTT. E si potrebbe continuare con la cascata dei trade-off. Una tutela pensata in un versante può generare potere (contrattuale o di mercato) in un altro. Focalizzarsi allora sul tema più generale dell’immunità dall’esercizio di un potere nella transazione digitale significa interpretare la neutralità della rete come ricerca di un equilibrio di potere anche nella relazione tra diritti e mercati. La ‘neutralità della Rete’, nel suo senso ‘costituzionale’ e sistemico, consiste – a mio avviso - nella richiesta di prevenire o contrastare l’emersione di relazioni di potere (ingiustificato o, nella forma più debole, non negoziato) in ciascuno dei rapporti che compongono la transazione digitale. Se accettiamo questo framework generale, allora tutto il resto diventa consequenziale e meno drammatico di come appare. È evidente che dopo la Carta dei diritti vanno ora indagate le regole che permettano di prevenire l’emersione di relazioni di potere ovvero diano gli strumenti per sottrarsi ad esso. Le modalità regolatorie si potranno poi distinguere, nei diversi versanti, tra il divieto tout court di un dato comportamento ex-ante e ciò che può essere ammesso entro certi limiti o, se si vuole, la relazione tra libertà e potere, che potrà poi essere oggetto di analisi caso per caso in un quadro di indagine ex-post. Siamo agli inizi del dibattito regolatorio ma l’approvazione della Carta dei diritti in Internet, intesa proprio nel senso di fornire il framework all’interno del quale discutere in concreto dei rapporti tra libertà e potere sulle transazioni digitali, permette oggi di compiere importanti passi in avanti. Il contributo è inserito nell'eBook #questianni: domande digitali in cerca di regole, disponibile gratuitamente a questo link
Internet, Carta dei diritti e l'utopia necessaria Net neutrality, Prof. Gambino: “Distinguere accesso all’infrastruttura da quello ai contenuti, specie se appartengono al patrimonio culturale italiano”
Internet Governance Forum, Boldrini: "Mancanza di principi non equivale a libertà". Madia: "In rete la rivoluzione della Pa". Giacomelli: "Net neutrality necessita di ruolo attivo delle istituzioni"
"Internet non è un medium come un altro, ma qualcosa di straordinario, che non può essere ridotto. Ma può anche essere luogo di ingiustizie". Così la Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini ha dato avvio ai lavori dell'Internet Governance Forum 2014, evento in corso a Roma e che si è aperto con la sessione introdotta da Anna Masera, responsabile della comunicazione a Montecitorio. Richiamando la bozza di “Dichiarazione dei diritti in Internet“ varata lo scorso 8 ottobre dalla Commissione per i diritti e i doveri relativi ad Internet, Boldrini ha affermato che "la dichiarazioni di principi parte dal presupposto che la libertà, l'uguaglianza, la dignità e la diversità sono punti che devono essere garantini anche in rete. Internet è una dimensione essenziale non solo per il presente, ma soprattutto per il futuro della nostra società, perché rappresenta un immenso spazio di libertà, crescita, conoscenza e partecipazione alla vita democratica. Io mi ritengo una sostenitrice della libertà della rete, anche per le mie esperienze precedenti nei luoghi più difficili e remoti del pianeta, e sottolineo remoti. Nei campi profughi lontani centinaia di chilometri dalla strada asfaltata, infatti, quello che richiedevano i giovani rifugiati, oltre a cibo e beni di prima necessità, era Internet, per uscire da quell'immenso recinto nel quale erano costretti. Internet per conoscere a distanza il loro Paese di origine, per imparare". "Ma la rete - ha chiosato Boldrini - può essere anche un luogo di ingiustizie, dove i diritti dei cittadini si scontra con lo strapotere di grandi soggetti economici. La mancanza di principi non equivale a libertà, al contrario; la mancanza di principi favorisce gli interessi dei più forti, se non gli abusi. Ogni persona ha invece diritto a vedere garantita la propria libertà online e quindi servono principi applicabili in senso sovranazionale. Auspico dunque una mozione che impegni il governo a portare questi principi in Europa e possibilmente nella sede delle Nazioni Unite". Il Ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione Marianna Madia ha posto l'accento sulla "rivoluzione che Internet abilita nel rapporto tra cittadini e Pa; è però un processo che non possiamo calare dall'alto ed è per questo che con il digital champion Riccardo Luna è stata lanciata l'iniziativa dei 'medici senza frontiere' della digitalizzazione" . E sulla trasaprenza: "È la più importante politica a costo zero per il nostro governo, permette di ridurre illegalità e sprechi". "Parliamo abitualmente della necessità di considerare una dimensione globale in tema di Internet - ha esordito il Prof. Stefano Rodotà, Presidente Commissione per i diritti e i doveri relativi ad Internet presso la Camera dei Deputati - e recentemente ci è arrivato un esempio dagli Stati Uniti: la mancata riforma della Nsa riguarda tutti noi, perché quella sorveglianza eccede il territorio americano. L'Europa in questo senso è la regione del mondo dove questi temi sono stati affrontati per primi nella dimensione delle regole e con un'influenza notevole, il modello europeo è quello che sta guadagnando campo, e questo rappresenta una grande responsabilità per le istituzioni europee. Ed è arrivato il momento di costituzionalizzare i diritti di tre miliardi di persone sul Web". Di avviso molto simile Antonello Giacomelli, Sottosegretario Ministero dello Sviluppo Economico: "Bisogna costituzionalizzare una realtà globale ed essere consapevoli che non sono solo i governi, gli Stati e i parlamenti a dover essere protagonisti di questo processo. L'Italia ha deciso di dedicare il suo semestre di presidenza europea alla governance di Internet, con l'idea che l'Europa possa e debba giocare un ruolo di primo piano a patto che lo giochi come soggetto unico e non come somma di 28 posizioni né come mero mercato unico. La governance di Internet ha bisogno di una nuova fase di dialogo tra le due sponde dell'Atlantico; a Washington abbiamo potuto presentarci come Italia agli incontri con il Dipartimento del Commercio e con il board di Icann con un mandato di tutti i membri per affermare questa visione, mentre a Bruxelles tra 48 ore ribadiremo questo approccio, oltre che la necessità di favorire l'integrazione di modelli di business diversi e promuovere un governo multistakeholder della rete, che non deve essere una rete dei governi". Giacomelli è poi entrato nel merito della posizione del governo italiano sulla Net neutrality, con riferimento a quanto emerso, tra le polemiche, nelle scorse ore: "Ci sono gruppi di lavoro che indagano le varie posizioni sulle quali si può trovare una linea comune, posizioni che diventano proposte ufficiali solo quando arrivano in Consiglio. Ma al momento non esiste una sintesi, e dunque non porteremo quella posizione, perché il nostro interesse è favorire la condivisione di un punto di vista comune. Sono diverse le ragioni per le quali non è possibile una sintesi, e mentre negli Usa la FCC prende tempo da noi resistono molte differenze di vedute tra i vari Paesi, e la ricerca di una sintesi presuppone l'introduzione di elementi di novità. Ma non ho problemi a ribadire la posizione del governo italiano, e questo perché crediamo nella neutralità della rete come valore ma al tempo stesso nel fatto che per renderla effettiva serva un impegno attivo da parte delle istituzioni. Non intervenire significa lasciare una fotografia degli oligopoli, permettere che gli accordi tra privati plasmino una realtà che deve invece rimanere aperta agli outsider e alla evoluzione. A me piace molto il concetto espresso da Obama, ed è da lì che bisogna partire per fare un buon lavoro anche in Europa. Chiederemo al Consiglio un mandato per un confronto politico con Commissione e Parlamento per cercare nuovi punti di sintesi". 25 novembre 2014
"Internet, Carta dei diritti e l'utopia necessaria", il contributo del Prof. Giorgio Resta, Socio fondatore dell'Accademia Italiana del Codice di Internet, nell'edizione del 20 novembre 2015 del Corriere delle Comunicazioni.
L'Nsa rischia di cessare le attività? La legge in discussione al Congresso e la battaglia in tribunale alle porte
La raccolta massiva dei metadati telefonici è "l'unica strada a nostra disposizione per collegare tra loro i puntini" in chiave antiterrorismo. Così solo poche ore fa il generale Keith Alexander, numero uno della National Security Agency statunitense, ha difeso il programma di sorveglianza che dopo le rivelazioni di Edward Snowden è finito al centro di uno scandalo internazionale di inedite proporzioni. Ad ascoltarlo i senatori del Congresso che hanno in realtà tutta l'intenzione di tagliare le unghie della Nsa e mettere una parola fine ai rastrellamenti di dati. Viaggia infatti verso il voto in aula una legge soprannominata USA Freedom Act, che ha come sponsor princpale Patrick Lehay, presidente della Commissione Giustizia del Senato: "Cediamo un sacco di privacy in questo Paese - ha affermato Lehay - e francamente mi preoccupo di darne troppa". La legge si pone come obiettivo la riforma delle autorità del Governo con l'obiettivo di restringere i loro poteri in materia di tracciamento e sorveglianza, con un argine all'utilizzo della Section 215 del Patrioct Act. Come riferisce ArsTechinca, se il teso dovesse essere approvato nella sua forma attuale si aprirebbe una guerra in tribunale. In un passaggio, infatti, si afferma che la raccolta di dati potrà essere autorizzata solo se "pertinente" al lavoro dell'intelligence all'estero. Una formulazione vaga e foriera di sicure interpretazioni di senso opposto. E alla fine potrebbe essere un giudice a riabilitare le più controverse pratiche dell'Nsa, come affermato dal Vice Procuratore generale del Dipartimento di Giustizia James Cole. Intanto il Datagate espande la sua zona d'ombra; le ultime rivelazioni di Snowden parlano dell'utilizzo operato dalla Nsa dei cookie finiti nei dispositivi degli utenti di Google, mentre un colosso delle telecomunicazioni a stelle strisce, l'AT&T, rischia grosso per aver venduto alla CIA registrazione telefoniche dei propri abbonati. L'intelligence avrebbe pagato più di 10 milioni di euro l'anno per avere accesso alle comunicazioni internazionali transitate sulle reti della telco. Ora un gruppo di associazioni dei consumatori, capitanate da Public Knowledge, ha presentato una petizione alla Federal Communications Commission nella quale si chiede che AT&T venga sanzionata per aver fatto ceduto dati relativi agli utenti senza il loro esplicito consenso. Una mossa che contribuisce a dare l'idea di un accerchiamento operato a tutti i livelli del sistema statunitense nei confronti di organismi che le rivelazioni di Snowden hanno dipinto come poteri fuori controllo. Immagine in home page: Mashable.com 12 dicembre 2013
La Digital Tax italiana: alcune brevi riflessioni
di Alessio Persiani
Il Governo ha recentemente annunciato di voler introdurre nel nostro ordinamento una digital tax, vale a dire un tributo specificamente indirizzato a colpire la ricchezza prodotta di quelle imprese operanti nel settore dell’economia digitale non residenti in Italia e che, tuttavia, esercitano un’attività economica nel mercato italiano mediante strumenti telematici.
Si tratta di una proposta che si inserisce in un più ampio dibattito attualmente in corso a livello internazionale. Il riferimento è, in particolare, alle analisi ed agli studi che l’OCSE sta conducendo, laddove il tema della tassazione delle imprese dell’economia digitale costituisce uno dei punti qualificanti del più generale progetto di contrasto ai fenomeni di erosione della base imponibile a livello internazionale e di spostamento del reddito in giurisdizioni con regimi fiscali più favorevoli [1]. A quanto si apprende dalla stampa specializzata, il Governo, dopo aver inizialmente espresso l’intenzione di attendere i risultati delle analisi promosse a livello internazionale dall’OCSE, sembra ora voler procedere in via autonoma, introducendo nel nostro ordinamento misure tributarie ad hoc per le imprese dell’economia digitale.
A quanto risulta, la disciplina della digital tax italiana – da inserirsi nel disegno di legge di stabilità 2016 in corso di predisposizione, con decorrenza applicativa a partire dall’anno 2017 – dovrebbe ispirarsi largamente ai contenuti della proposta di legge recentemente presentata presso la Camera dei Deputati dagli On.li Quintarelli e Sottanelli e recante “Norme in materia di contrasto all’elusione fiscale online”.
Tale proposta si fonda sulla modifica della nozione di stabile organizzazione prevista dall’art. 162 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR) [2]; stabile organizzazione costituente – ricordiamo – la forma minima di collegamento con il territorio dello Stato tale da giustificare l’assoggettamento ad imposizione dei redditi prodotti in Italia da soggetti non residenti. Ebbene, in base alla proposta Quintarelli-Sottanelli, una stabile organizzazione in Italia dovrebbe considerarsi in ogni caso sussistente (a prescindere, quindi, dall’integrazione dei requisiti propri della stabile organizzazione intesa in senso “tradizionale”) “qualora si realizzi una presenza continuativa di attività online riconducibili all’impresa non residente, per un periodo non inferiore a sei mesi, tale da generare nel medesimo periodo flussi di pagamenti a suo favore […] in misura complessivamente non inferiore a cinque milioni di Euro”.
Inoltre, ed al fine di indurre il soggetto non residente a dichiarare sua sponte l’esistenza di una stabile organizzazione italiana, la proposta di legge in questione prevede l’applicazione di una ritenuta alla fonte del 25 per cento sui pagamenti a favore dell’impresa estera per beni e servizi acquisiti online, incaricando gli intermediari finanziari italiani di effettuare tale adempimento. Tale ritenuta – e qui traspare chiaramente l’intenzione di indurre i soggetti esteri a dichiarare l’esistenza della stabile organizzazione – non troverebbe applicazione in tutti i casi in questi abbiano in Italia una stabile organizzazione ai sensi dell’art. 162 TUIR.
Non è questa la sede per analizzare a fondo i contenuti di tale proposta di legge, tenuto conto che essi potrebbero subire modifiche, anche rilevanti, in sede di recepimento nell’ambito della disciplina della digital tax. In ogni caso, non si possono non evidenziare taluni dubbi che la proposta Quintarelli-Sottanelli solleva; dubbi derivanti, in particolare, dal rapporto tra norme interne e norme di fonte internazionale contenute nelle convenzioni per la prevenzione delle doppie imposizioni stipulate dall’Italia con i diversi Paesi della comunità internazionale. Vale ricordare, infatti, che sulla scorta di un orientamento dottrinario e giurisprudenziale ormai consolidato, le norme recate dai trattati internazionali prevalgono su quelle interne con esse contrastanti in forza del principio di specialità. Ora, tenuto conto che la nozione di stabile organizzazione è contenuta – oltre che nel menzionato art. 162 TUIR – in tutte le convenzioni internazionali concluse dall’Italia con gli Stati esteri, una modifica unilaterale di tale nozione riferita unicamente alla norma interna, rischia di rivelarsi poco efficace, atteso che la più favorevole (per i contribuenti) nozione stabilita a livello internazionale prevarrebbe sul novellato art. 162 TUIR in forza del menzionato principio di specialità. In altri termini, la “nuova” e più ampia nozione di stabile organizzazione di cui all’art. 162 TUIR rischia di trovare applicazione in casi estremamente limitati, costituiti dai soli rapporti con imprese estere residenti in Stati che non hanno stipulato alcun trattato internazionale con l’Italia [3].
Del pari, dubbi di coerenza con le previsioni di fonte internazionale solleva anche la disciplina di ritenuta alla fonte a titolo d’imposta (e, dunque, di imposizione definitiva in Italia) del 25% sui pagamenti effettuati a favore delle imprese estere per beni e servizi acquistati online. Qualora – come pare preferibile sulla scorta di diversi argomenti di carattere sistematico – il reddito del soggetto estero relativo a tali attività si qualifichi come reddito d’impresa, esso sarà tassabile in Italia solo in presenza di una stabile organizzazione, assente nel caso di specie [4]. Peraltro, anche ove si propenda per ricomprendere tale reddito tra quelli diversi sembra dubbia la conformità della disciplina di ritenuta alle previsioni convenzionali, tenuto conto che l’art. 21 del Modello OCSE – cui le convenzioni internazionali stipulate dall’Italia si conformano – attribuisce in tal caso la potestà impositiva al solo stato di residenza del percettore.
Alla luce di ciò, qualora l’Italia intenda effettivamente assoggettare a tassazione la ricchezza prodotta dalle imprese dell’economia digitale mediante un ampliamento del presupposto territoriale dell’imposizione sui redditi (vale a dire, mediante un’estensione della nozione di stabile organizzazione) sarebbe opportuno procedervi nel contesto del progetto BEPS che l’OCSE sta portando avanti. Solo in tal modo, infatti, si potrebbe giungere alla contemporanea modifica di tutte le previsioni in tema di stabile organizzazione recate dai trattati conclusi dall’Italia [5] e, dunque, all’adozione di una misura realmente in grado di incidere sulla tassazione della ricchezza prodotta dalle imprese dell’economia digitale.
[1] Il riferimento è al progetto “Base Erosion and Profit Shifting” (BEPS), come formalizzato nel documento OCSE “Addressing Base Erosion and Profit Shifting”, Parigi, 2013. Il primo punto di tale ampio progetto (“Addressing the Tax Challenges of the Digital Economy”) è costituito proprio dall’analisi dei caratteri peculiari delle imprese operanti nel settore dell’economia digitale e dall’individuazione degli strumenti tributari più idonei per assoggettare ad imposizione la ricchezza prodotta da tali imprese nei diversi Stati in cui esse operano.
[2] Approvato con d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917.
[3] () Come accennato nel testo si tratta di ipotesi residuali, circoscritte ai Paesi considerati dall’Italia come “paradisi fiscali” e con i quali l’Italia non intrattiene rapporti di tipo convenzionale. Nessuna delle imprese di maggiori dimensioni (cd. big players) dell’economia digitale (Google, Facebook, Apple, Amazon) rientrerebbe in tali ipotesi, atteso che esse sono tutte fiscalmente residenti in Stati che hanno stipulato con l’Italia una convenzione per la prevenzione delle doppie imposizioni (ad es. Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi).
[4] () Come detto, la ritenuta è rivolta ad indurre i contribuenti a dichiarare l’esistenza di una stabile organizzazione in Italia e non trova applicazione qualora tale stabile. organizzazione italiana vi sia. Pertanto, e per definizione, l’applicazione della ritenuta postula l’assenza di una stabile organizzazione.
[5] () La soluzione tecnica per giungere ad un tale risultato potrebbe essere costituita dalla conclusione di un trattato multilaterale tra tutti i Paesi dell’OCSE diretto a modificare le disposizioni in tema di stabile organizzazione contenute nei trattati bilaterali stipulati dai suddetti Paesi tra di loro.
Notazioni sulla bozza di Dichiarazione dei diritti in Internet
Di seguito un contributo del Prof. Alessandro Morelli, associato di Diritto costituzionale presso l'Università di Catanzaro, pubblicato sulla Rivista Federalismi.it. Dichiarazione dei diritti in Internet, il contributo di MediaLaws nell’ambito della consultazione pubblica Internet Bill of Rights, il Prof. Gambino: “Bene i principi, ma attenzione allo sviluppo del digitale” 2 marzo 2015
by Alessio Persiani
The Italian government has recently announced plans to introduce in our legal system a digital tax, namely a tax on non-resident companies operating in the digital economy sector and carrying on an economic activity in the Italian market through communication technologies.
The proposal should be put in the wider scenario of the ongoing international debate on this topic. Reference is made, in particular, to the analysis currently underway with the OECD, where the tax challenges posed by the digital economy constitute one of the crucial points of the larger project aimed at preventing the erosion of the taxable base at an international level and the shifting of profits in jurisdictions with more favorable tax regimes [1].
According to information available as of today, the Italian government, after having initially expressed the intention to wait for the results of the OECD analysis, seems now willing to proceed autonomously, introducing ad hoctax measures for the enterprises of the digital economy in the Italian legal system.
Based on the information currently available, the provisions of the Italian digital tax - to be included in the 2016 Budget Law the government is currently drafting and to be applied as from year 2017 - should be largely shaped after the contents of the bill recently proposed in the House of Deputies by MPs Quintarelli and Sottanelli and named "Rules on the prevention of online tax avoidance".
The main content of this bill is represented by an amendment to the definition of permanent establishment provided for by Article 162 of the Income Tax Act (Testo Unico delle Imposte sui Redditi, hereinafter TUIR) [2]. In this respect, it is useful to remember that the existence of a permanent establishment constitutes the minimum requirement to levy Italian corporate income tax on the Italian-sourced income of a non-resident company. According to the Quintarelli-Sottanelli bill, an Italian permanent establishment should be considered existent in any case (regardless, therefore, of the circumstance that the requirements of the “traditional” notion of permanent establishment are not met) “if a non-resident company has a continuous presence of online activities, for a period not shorter than six months, so as to generate in the same period payment flows directed to it [...] for an amount not lower than five million Euro".
In addition, and in order to induce the non-resident company to spontaneously declare the existence of an Italian permanent establishment, the bill provides for a 25 per cent withholding tax on payments directed to non-resident companies for goods and services purchased online, requesting Italian financial intermediaries to act as withholding agents. Such withholding tax – and this clearly sheds light on the intention of inducing the non-resident companies to declare the existence of an Italian permanent establishment – does not apply if and insofar as such non-resident companies have an Italian permanent establishment pursuant to Art. 162 TUIR.
This is not the place for an in-depth analysis of the bill, given that the final version of the provisions of the Italian digital tax may well be different, even significantly. Anyhow, it seems appropriate to highlight certain doubts that the Quintarelli-Sottanelli proposal raises; doubts related, in particular, to the relationship between domestic tax provisions and provisions included in the double tax conventions Italy concluded with the other countries of the international community. In this respect, it is worth remembering that, on the basis of the well-established case law and major scholars’ approach, the provisions included in double tax conventions take precedence over domestic rules conflicting with them on the basis of the lex specialis principle. As the notion of permanent establishment is provided - not only under the aforementioned Article 162 TUIR – but also under all double tax conventions concluded by Italy, an amendment of that notion limited to the domestic provision will likely prove to be ineffective, since the more favorable (for the taxpayers) notion provided for by double tax conventions will prevail over the new Art. 162 TUIR by virtue of the aforementioned lex specialis principle. In other words, the "new" and wider concept of permanent establishment of Art. 162 TUIR will be relevant in a very limited number of cases, id est for the taxation of the Italian-sourced income of foreign companies resident in countries which have not concluded a double tax convention with Italy [3].
By the same token, also the provisions of the final withholding tax of 25 per cent on payments directed to foreign companies for goods and services purchased online raise doubts on their compliance with the provisions of double tax conventions. If - as it seems preferable on the basis of a number of arguments related to the Italian income tax system considered as a whole - the income the non-resident entity derives from its Italian economic activities qualifies as business income, it is taxable in Italy only if and to the extent that an Italian permanent establishment exists. However, and by definition, an Italian permanent establishment is absent in this case [4]. Moreover, even accepting the qualification of such income as “other income”, it seems that the referred withholding tax does not comply with the distributive rules provided under double tax conventions, as Article 21 of the OECD Model Convention - which the double tax conventions concluded by Italy are shaped after – attributes taxing rights on “other income” exclusively to the state of residence of the recipient.
In light of this, if Italy actually intends to levy tax on the Italian-sourced income of the enterprises of the digital economy through an enlargement of the territorial scope of its income tax (id est, through a widened notion of permanent establishment) it would be appropriate to pursue this approach in the context of the BEPS project currently underway at OECD level. Only this way can result in the simultaneous change of the provisions dealing with the notion of permanent establishment included in all the double tax conventions concluded by Italy [5] and, therefore, in the adoption of a tax measure really affecting the non-resident companies operating in the digital economy.
[1] Reference is to the "Base Erosion and Profit Shifting" (BEPS) project, as formalized in the OECD document "Addressing Base Erosion and Profit Shifting", Paris, 2013. The first step of such a large project ("Addressing the Tax Challenges of the Digital Economy ") is constituted by the analysis of the distinctive features of the companies operating in the digital economy and the identification of the most suitable instruments for levying taxes on those enterprises in the various states in which they operate.
[2] Approved by Presidential Decree December 22, 1986, n. 917.
[3] As mentioned in the text we are dealing with a very limited number of cases, id est those countries Italy qualifies as "tax havens" and which has not concluded a double tax convention with. None of the larger companies (so called big players) of the digital economy (Google, Facebook, Apple, Amazon) would fall in such cases, since they are tax resident in states that have entered into a double tax convention with Italy (e.g., Ireland, Luxembourg, Netherlands).
[4] As mentioned, the withholding tax is provided in order to induce non-resident companies to spontaneously declare the existence of a permanent establishment in Italy and it does not apply in case such an Italian permanent establishment exists. Therefore, and by definition, the withholding tax apply if and insofar as a permanent establishment is absent.
[5] The technical solution to achieve such a result could be constituted by the conclusion of a multilateral treaty among all OECD countries intended to amend the provisions on permanent establishment contained in all the bilateral double tax treaties these countries have signed among them.
Una Costituzione per internet? – Milano, 16 marzo 2015
Settimana 31431

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 162
 art. 162
 Art. 162
 Art. 162
 Art. 162