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Timestamp: 2018-08-15 00:02:58+00:00

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Le finestrelle troppo basse sul muro sono luci, non vedute
Luci, vedute e prospetti sul muro: sono luci irregolari e non vedute le finestrelle sul muro poste a un’altezza troppo bassa per affacciarsi comodamente.
L’apertura di finestre e finestrelle sul muro di un edificio, posto al confine con un altro palazzo, può costituire una lesione della privacy dei vicini. Non sono poche le persone che utilizzano tali “buchi” della parete per per spiare e controllare le mosse del confinante . Proprio per questo la legge detta una serie di norme per limitare l’apertura, nei muri, di luci, vedute e prospetti. Ad occuparsene, in particolare, è il codice civile – nei termini che chiariremo qui di seguito – ed una recentissima sentenza della Cassazione [1]. Dalla lettura di tali spiegazioni comprenderemo quindi come comportarsi se il vicino apre finestre e finestrelle sul muro.
Che differenza c’è tra luci e vedute
Comunemente le chiamiamo tutte finestre e finestrelle le aperture sul muro, basandoci più sulla loro dimensione che non sulle caratteristiche strutturali. Invece il codice civile [2] opera la seguente distinzione:
sono «vedute» o «prospetti» tutte le aperture sul muro che consentono di affacciarsi e di guardare di fronte, obliquamente e lateralmente;
sono invece «luci» tutte le aperture che servono solo a far passare luce e aria, ma senza consentire di affacciarsi sul fondo del vicino e di sporgersi oltre. Da una luce, quindi, si può vedere solo frontalmente e non ai lati, sopra o sotto.
La differenza tra vedute e luci non è solo terminologica, ma ha ripercussioni anche in merito all’ubicazione di tali “finestre” e alla distanza dal confine. Le regole sono numerose e a volte complesse, per cui rinviamo all’articolo Luci e vedute: cosa sono e quali le differenze.
Le finestrelle troppo basse sono luci, non vedute
Il chiarimento fornito dalla Cassazione è il seguente: le aperture sul muro troppo basse per consentire di vedervi attraverso in modo comodo devono essere considerate luci e non vedute. In pratica, la veduta – per essere tale – deve dare all’uomo di media statura la possibilità non solo di affacciarsi (ossia di guardare frontalmente [3]) ma anche di vedere sul fondo del vicino in ogni direzione (vale a dire guardare non solo di fronte, ma anche obliquamente, lateralmente, sopra e sotto, in ogni direzione [4]). Tale possibilità di movimento deve essere agevole e non deve obbligare la persona ad assumere posizioni innaturali, scomode o inusuali. Il tutto valutato secondo il parametro dell’altezza dell’uomo medio.
Proprio perché le vedute consentono una maggiore invasione della privacy del vicino sono soggette a regole molto più stringenti rispetto a quelle delle luci [5].
Pertanto delle aperture poste ad una altezza di circa un metro da terra – come nel caso deciso dalla Cassazione – non consentono all’uomo di media statura di affacciarsi agevolmente sul fondo del vicino e guardare in tutte le direzioni.
Si può concludere, quindi, che una apertura può essere considerata come una veduta solamente se, data la sua dimensione e posizione, consente a chi ne usufruisce di guardare fuori con comodità e orientare lo sguardo in ogni direzione, senza assumere posture innaturali, difficoltose o addirittura rischiose.
In mancanza dei predetti requisiti, l’apertura deve considerarsi una mera luce.
Orbene, una finestra posta a pochi centimetri dal suolo non consente a un uomo, anche se di bassa statura, di affacciarsi agevolmente. Egli, al contrario, è costretto a prendere una posizione platealmente curva, che se può consentirgli una qualche visione diretta, tuttavia, rende la rotazione del capo e l’affaccio palesemente inusuali o scomodi», con conseguente fatica nel tenere quella posizione che non sarebbe comunque possibile protrarre per lungo tempo.
[1] Cass. sent. n. 9994/17 del 20.04.2017.
[2] Art. 900 cod. civ.
[3] Cosiddetta «inspectio».
[4] Cosiddetta «prospetto».
[5] Vedi artt. 901 e ss. cod. civ. oppure leggi l’articolo Luci e vedute: cosa sono e quali le differenze.
Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 8 febbraio – 20 aprile 2017, n. 9994
Presidente Migliucci – Relatore Grasso
La Corte d’appello di Venezia, con sentenza depositata 11 luglio 2011, in riforma della sentenza emessa il 31 maggio 2004 dal Tribunale di Belluno, rigettò la domanda avanzata da T.Z. nei confronti di Tr.Pi. , con la quale, prospettando l’esercizio di due vedute, arbitrariamente chiuse dalla controparte, la quale aveva innalzato il livello della corte, aveva agito ai sensi dell’articolo 904, cod. civ..
La Corte d’appello rigettò la domanda, andando di contrario avviso rispetto al Tribunale, stante che a seguito della riaperta istruttoria, in seno alla quale era stata svolta CTU, era emerso che le due aperture non avevano le caratteristiche della veduta, bensì della luce irregolare.
Avverso la statuizione d’appello ricorre la T. , prospettando due motivi di censura. Resiste con controricorso la Tr. . All’approssimarsi dell’udienza entrambe le parti hanno depositato memorie illustrative.
Con il primo motivo la ricorrente deduce omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo.
Si assume che la motivazione con la quale era stata esclusa la natura di veduta delle due aperture era in parte controvertibile, in quanto opinabile, per altra parte, non teneva conto delle plurime testimonianze acquisite.
Quanto al primo profilo, la Corte locale aveva negato che le due aperture consentissero inspectioe prospectio assumendo a fondamento le conclusioni del CTU e considerata la allocazione delle predette a circa 110 e 85 cm dal pavimento e della loro dimensione (una, larga 24 cm ed altra 35 cm e l’altra, larga 52 cm ed altra 60 cm). Senza tenere conto che simili finestre, le quali consentivano comunque di affacciarsi agevolmente, senza l’aiuto di supporti artificiali, erano abbastanza diffuse nei fabbricati di montagna, peraltro, presentavano misure abbastanza prossime a quelle adottate per gli edifici moderni.
Quanto all’altro profilo, la sentenza non aveva considerato le dichiarazioni rilasciate dai testi S.A. , R.D. , B.G. e P.L.A. , le quali avevano concordemente affermato che dalle aperture in parola era possibile vedere sia frontalmente, che lateralmente, ed altresì affacciarsi.
Con il secondo motivo la T. denunzia la violazione di non meglio specificate norme di diritto, in relazione all’articolo 360, numero 3, cod. proc. civ..
La ricorrente dopo aver ricordato, che a mente dell’articolo 900, cod. civ. è necessario che la finestra consenta inspectio e prospectio, senza che entrambe le possibilità siano esercitabili in maniera disagevole, ha espresso l’opinione che prospicere in alienum “non significa sporgersi con tutto il busto fuori dall’apertura”, bensì “esclusivamente di affacciarsi a guardare anche lateralmente, attività per la quale è sufficiente affacciarsi con il viso”. Di conseguenza, la Corte territoriale aveva errato nel ritenere che l’affaccio implicasse di necessità lo sporgersi con il corpo. Senza contare che dalla finestra più grande era ben possibile anche sporgersi con il busto.
Entrambe le censure, da scrutinare unitariamente a cagione della loro connessione, sono radicalmente destituite di fondamento.
La inadeguatezza delle due finestre a consentire un comodo esercizio di veduta appare indiscutibilmente conclamato dall’accertamento del CTU, nonché, peraltro dal dimensionamento e dalla collocazione delle predette, che ha permesso alla Corte di merito di svolgere un ineccepibile ragionamento logico, sulla base del quale, tenendo conto dell’altezza e della corporatura media di un uomo sarebbe risultato quanto meno incomodo l’atto dell’inspicere e del prospicere.
In particolare non risponde alla conforme pluridecennale interpretazione dell’articolo 900, cod. civ., elaborate in sede di legittimità la tesi dedotta in ricorso. Laddove deve ritenersi considerazione acquisita che la non comodità deriva non soltanto dalla necessità di avvalersi di supporti strumentali, al fine di consentire l’affaccio e la possibilità di guardare liberamente in avanti, in alto, in basso e lateralmente, ma anche dalla difficoltà intrinseca di far luogo a tale attività, senza assumere posture innaturali, difficoltose o, addirittura, rischiose. Nella specie, e di tutta evidenza, per esperienza comune, che un uomo, anche di bassa statura, per affacciarsi da una apertura posta a 110 cm dal suolo (ancor più, ovviamente a 85 cm) deve prendere una posizione platealmente e scomodamente curva, che se può consentirgli una qualche visione diretta, tuttavia, rende la rotazione del capo e l’affaccio palesemente inusuali e scomodi. Di talché, a tutto concedere, non potrebbe che trattarsi di assunzione posturale protraibile a fatica e solo per un tempo assai breve, con sforzo e senza alcuna comodità. A ciò, deve aggiungersi l’angustia dell’apertura, che, addirittura, in un caso, consentirebbe appena di introdurre la testa (fra le tante, si segnalano per l’assimilabilità della fattispecie, almeno quanto ad altezza dal suolo – in un caso, 90 cm e nell’altro, 120 – Sez. 2, n. 18910, 5/11/2012, Rv. 624113; Sez. 2, n. 4015, 977/1984, Rv. 435985).
Infine, a tutto concedere, stante l’oggettivo apprezzamento dei luoghi, le dichiarazioni dei testimoni, debbono qualificarsi delle mere soggettive opinioni (come si è accennato non basta che sia possibile vedere il fondo altrui), non idonee a sconfessare la non rispondenza delle predette aperture alla veduta, per mancanza dei requisiti giuridici previsti dalla legge.
In definitiva la decisione censurata risulta esente dai lamentati vizi logici ed ha fatto corretta applicazione dell’articolo 900, cod. civ., siccome interpretato da questa Corte.
Le spese legali seguono la soccombenza e, tenuto conto del valore della causa, della sua natura e delle attività svolte, le stesse vanno liquidate siccome in dispositivo in favore della resistente.
rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, in favore della resistente, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

References: sentenza 
 Cass. 
 Art. 900
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