Source: https://avvemilianomancino.blogspot.com/2016/11/
Timestamp: 2018-08-21 19:38:33+00:00

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Studio Legale Mancino: novembre 2016
Fonte: www.lastampa.it/La Cassazione: “Dare del gay a qualcuno non è un’offesa” - La Stampa
Fisco, cade l’obbligo dell’F24 telematico sopra i mille euro
Sopra i mille euro, niente più obbligo dell’invio del modello F24 telematico. È una delle novità contenute nel Disegno di legge di conversione del Decreto Fiscale, approvato dalla Camera e dal Senato. All’interno del mastodontico articolo 7-quater del D.L. 193/2016, che contiene quarantotto diverse norme di semplificazione fiscale, compare – al comma 31 – la disposizione che sancisce il ritorno all’F24 cartaceo.
Insomma, buone notizie per chi è privo di Partita IVA e non ha molta praticità con le innovazioni tecnologiche: le tasse torneranno ad essere pagate in banca anche sopra i mille euro, per la gioia specialmente dei pensionati.
In pratica, il comma 31 abroga la lettera c) del comma 2 dell’art. 11 del D.L. n. 66/2014 in materia di versamento unificato, sopprimendo l’obbligo, per i soggetti non titolari di Partita IVA, dell’invio telematico del modello unico di versamento (F24) per i pagamenti superiori a 1.000 euro (che però non derivino da compensazioni con importi a credito), con il ripristino quindi delle modalità di pagamento in forma cartacea.
Pertanto, fin dai prossimi pagamenti in scadenza, i contribuenti non titolari di Partita IVA dovranno presentare il modello F24 presso una banca, un ufficio postale o uno sportello degli agenti di riscossione.
Nulla cambia, invece, per i titolari di Partita IVA: per essi nulla cambia rispetto al passato. Essi continuano ad essere obbligati a presentare il modello F24 in via telematica per il pagamento dei tributi e dei contributi.
Fonte: www.fiscopiu.it/Fisco, cade l’obbligo dell’F24 telematico sopra i mille euro - La Stampa
Giudici di pace: avviate procedure per nuovo sciopero entro dicembre
L'Unione nazionale giudici di pace ha riavviato oggi la procedura per la proclamazione di un nuovo sciopero entro dicembre. L'Unione, si legge in una nota, “manifesta la propria incredulità dinanzi al silenzio del ministro Orlando dopo che lo sciopero dell'intera magistratura onoraria ha sospeso la trattazione di mezzo milione di processi”. “La cosa più grave – dichiara la presidente dell'Unagipa Maria Flora Di Giovanni – è che il ministro Orlando sta per presentare un decreto legislativo che dovrà regolamentare il trattamento economico e previdenziale dei giudici di pace e delle altre componenti della magistratura onoraria senza aver prima consultato le organizzazioni di categoria, come dal suo impegno assunto nell'ultimo incontro avuto al Dicastero”.
“Il Comitato europeo dei diritti sociali – afferma il segretario Unagipa Alberto Rossi – ci ha dato pienamente ragione, riconoscendo l'equiparazione dei giudici di pace ai magistrati professionali e imponendo al Governo italiano di assumere provvedimenti che riconoscano ai giudici di pace equipollenti diritti previdenziali ed assistenziali. Abbiamo già messo in mora il Governo e, se entro 15 giorni non si atterrà alla decisione del Comitato europeo dei diritti sociali, avvieremo centinaia di azioni giudiziarie per il riconoscimento dei nostri sacrosanti ed inviolabili diritti”.
Fonte: www.ilsole24ore.com/Giudici di pace: avviate procedure per nuovo sciopero entro dicembre
Fonte: www.lastampa.it/Il testo unico del vino è legge. Meno burocrazia, più salvaguardia dei vigneti eroici - La Stampa
Disavventura sessuale raccontata al bar: condannato per diffamazione
Punito per un racconto hot fatto agli amici al bar. Un uomo è stato condannato come diffamatore per avere riportato la disavventura sessuale capitata a una coppia.
Voce. Clima goliardico mentre si prende un caffè. Uno dei componenti il gruppo di amici riporta la voce relativa a un problema piccante vissuto da una coppia. In sostanza, l’uomo e la donna sarebbero «rimasti attaccati» durante «il rapporto sessuale».
Quelle parole giungono, attraverso vari passaggi, alle orecchie della protagonista della strana vicenda di letto. Immaginabile la sua reazione, che si concretizza nella citazione in giudizio della persona che si è divertita a sparlarne al bar.
Immaginabili anche le conseguenze per l’amante dei racconti piccanti. Per lui scatta la condanna definitiva, sanciscono i magistrati della Cassazione, per «diffamazione», avendo consapevolmente «offeso l’onore e il decoro della donna, comunicando con diverse persone» (Cassazione, sentenza n. 50058 depositata il 24 novembre 2016).
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Disavventura sessuale raccontata al bar: condannato per diffamazione - La Stampa
Divorzio breve: strada aperta per l'assegno di mantenimento
Sulla procedura semplificata disciplinata dall'articolo 12 del Dl n. 132/2014, convertito dalla legge 162/2014, attraverso la quale i coniugi possono addivenire in via amministrativa alla separazione, allo scioglimento del vincolo matrimoniale e alla modifica delle condizioni di separazione e divorzio, si sono recentemente espressi sia il Consiglio di Stato sia il ministero dell'Interno con una circolare interpretativa.
La decisione del Consiglio di Stato - Con la sentenza 4478/2016, pubblicata il 26 ottobre 2016, il Consiglio di Stato ha stabilito che i coniugi che accedono a simile procedura possono inserire nel loro accordo la clausola relativa alla corresponsione di un assegno periodico a carico di uno e a favore dell'altro. Non rientra infatti questa clausola tra i «patti di trasferimento patrimoniale» espressamente esclusi dal comma 3 dell'articolo 12 predetto.
Fonte: www.ilsole24ore.com/Divorzio breve: strada aperta per l'assegno di mantenimento
By Avv. Emiliano Mancino a novembre 28, 2016
Minorenne ricorre all’aborto illegale per paura della reazione della madre. Condannata la coppia che le ha fornito la “pillola”
Un ragazza minorenne, superati i 90 giorni-limite per l’interruzione di gravidanza, si rivolgeva a una coppia rumena che, illegalmente, le forniva la pillola abortiva. Inutile il ricorso in Cassazione dei due imputati, ritenuti colpevoli e condannati per il fatto.
Atti osceni in luogo frequentato anche da minori? Esclusa la particolare tenuità
La Corte ha sul punto richiamato i presupposti per il riconoscimento della causa di non punibilità, rifacendosi alla relazione allegata allo schema del decreto legislativo n. 28 del 2015, che ha inserito ex novo nel codice penale l’art. 131 bis c.p. Di qui il riferimento ai due «indici-criteri» che connotano la nuova causa di non punibilità - la particolare tenuità dell’offesa e la non abitualità del comportamento – ed agli ulteriori due «indici-requisiti» in cui si articola il primo di essi, individuati nella modalità della condotta e nell’esiguità del danno o del pericolo, da valutarsi sulla base dei criteri di cui all’art. 133 co. 1 c.p. (e dunque, natura, specie, mezzi, oggetto, tempo, luogo ed ogni altra modalità dell’azione, gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato, intensità del dolo o grado della colpa).
Fonte: www.altalex.com/Atti osceni in luogo frequentato anche da minori? Esclusa la particolare tenuità | Altalex
L'assegno Inail non è reddito
La rendita Inail è una prestazione economica di natura risarcitoria del danno subito dall’assicurato, per effetto dell’infortunio sul lavoro o della malattia professionale. E per questo non concorre alla formazione del reddito complessivo ai fini tributari. Lo mette nero su bianco il decreto legge fiscale (193/2016) collegato alla legge di Bilancio 2017, approvato ieri definitivamente dal Senato. “È con un emendamento al decreto fiscale collegato alla manovra di bilancio per il 2017 che finalmente ci arriva il riconoscimento legislativo della natura giuridica della rendita Inail”, annuncia il presidente dell’Anmil (Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro, Franco Bettoni, sottolineando che la misura è stata elaborata dall’Anmil e sostenuta durante il passaggio alla Camera dal relatore, Giovanni Sanga.
Fonte: www.italiaoggi.it/L'assegno Inail non è reddito - News - Italiaoggi
Il caso. Una donna ha presentato ricorso al Tribunale di Roma chiedendo la modifica delle condizioni di affidamento condiviso della figlia e, a seguito di comportamenti irrispettosi del padre volti a screditarla agli occhi della minore, l’adozione di opportuni provvedimenti idonei a far cessare tali condotte. Confermando la sussistenza di elevati contrasti con la ricorrente, il resistente ha chiesto l’affidamento esclusivo della figlia o, in caso di conferma dell’affidamento condiviso, la collocazione prevalente della stessa presso di sè o, in subordine, la rideterminazione delle modalità di frequentazione con la bambina.
La conflittualità tra le parti impedisce una corretta gestione del ruolo genitoriale. Il Tribunale, considerato che gli interventi posti in essere dal servizio sociale non hanno migliorato la difficile situazione familiare e che i tentativi di mediazione proposti non hanno avuto seguito a causa del forte contrasto esistente tra le parti, ritiene pienamente accertata l’elevatissima conflittualità genitoriale e condivide, quindi, le conclusioni dei responsabili del servizio secondo cui sarebbe utile l’intervento di un tutore che possa prendere le decisioni migliori per la tutela della minore. La totale incomunicabilità tra le parti, emersa in tutti gli accertamenti compiuti ed evidente nel corso delle udienze, infatti, impedisce il corretto svolgimento del ruolo genitoriale e, pertanto, rende necessario un intervento più incisivo.
Di conseguenza, al fine di evitare la permanenza della minore in un contesto conflittuale con elevato rischio di accrescimento, il Tribunale, con pronuncia non definitiva, dispone la sospensione della responsabilità genitoriale di entrambe le parti e nomina quale tutore della minore il Sindaco pro tempore o un suo delegato affinché assuma ogni decisione relativa a questioni straordinarie e di particolare rilevanza escludendo dalle stesse i genitori, ai quali viene demandata la sola amministrazione ordinaria nei periodi di permanenza della bambina presso ciascuno. Mantiene, inoltre, la collocazione prevalente della minore presso l’abitazione materna, regolando diversamente gli incontri tra la figlia e il padre, in modo da evitare contatti tra le parti.
Fonte: www.ilfamiliarista.it/Sospesa la responsabilità genitoriale per l’elevata conflittualità tra i genitori - La Stampa
By Avv. Emiliano Mancino a novembre 23, 2016
Danno per la perdita del nonno va riconosciuto anche se non convivente
E' risarcibile il nipote per la perdita del nonno non convivente: è quanto stabilito dalla Cassazione Civile, Sezione III, con la sentenza 20 ottobre 2016, n. 21230.
La convivenza è misura del risarcimento, non un limite.
Viene superato il principio emesso da risalente Cass. 4253/2012, che riteneva la convivenza un presupposto essenziale per il riconoscimento del danno. Infatti, quel rapporto veniva dettato dall'esigenza di evitare il pericolo di una dilatazione ingiustificata dei soggetti danneggiati secondari; tuttavia, è possibile provare in concreto l'esistenza di rapporti costanti e caratterizzati da reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto.
Le Sezioni Unite (8827/2003, 8828/2003, 26972/2008) avevano già sottolineato che la morte di un congiunto ledeva i diritti inviolabili della persona, e come tali, non ascrivibili alla cd. "famiglia nucleare", incentrata su coniuge, genitori e figli. Le disposizioni civilistiche (art. 75, 76 e 317 bis c.c.) riconoscono tra nonni e nipoti uno stretto vincolo di parentela, di diritti, doveri e facoltà, rapporti significativi tra nonni e nipoti minorenni, con la possibilità per i predetti di ricorrere al giudice nel caso in cui l'esercizio di tale diritto sia impedito.
Peraltro, la stessa Corte aveva riconosciuto il risarcimento del danno non patrimoniale, slegato dalla convivenza, in favore del coniuge ancorché separato legalmente, purché si accerti che l'altrui fatto illecito abbia provocato quel dolore e quelle sofferenze morali che solitamente si accompagnano alla morte di una persona cara, pur essendo necessario a tal fine dimostrare che, nonostante la separazione, sussistesse ancora un vincolo affettivo particolarmente intenso (Cass. 17/01/2013, n. 1025), e ha pure precisato che lo status di separato non è in astratto incompatibile con la posizione di danneggiato secondario (Cass. 12/11/2013, n. 25415).
La convivenza, dunque, è la misura, è un parametro, per dimostrare l'ampiezza e la profondità del vincolo affettivo che lega tra loro i parenti e a determinare anche il quantum debeatur, ma non certamente un limite.
Fonte: www.ilsole24ore.com/Danno per la perdita del nonno va riconosciuto anche se non convivente | Altalex
Passeggiata brevissima e conclusa in ospedale. Appena messo piede fuori di casa, difatti, la donna scivola e finisce a terra, a causa dell’acqua presente sulle scale del palazzo durante le solite pulizie condominiali. A pagare per le lesioni provocate dal capitombolo dovranno essere il condominio e l’amministratore in carica.
Condotta. Svolta decisiva in appello, dove, contrariamente a quanto stabilito in Tribunale, viene sancita la «responsabilità» sia dell’«amministratore» che del «condominio» per l’incidente verificatosi all’interno del palazzo. Ciò comporta che proprio loro dovranno provvedere al «risarcimento» preteso dalla vittima. Salva, invece, per un vizio processuale l’«impresa» a cui erano state affidate le «pulizie» nell’immobile.
E questa visione viene ritenuta corretta dalla Cassazione (sentenza n. 23727, depositata il 22 novembre 2016). Fondamentale il «ruolo causale» riconosciuto all’«acqua» presente sulle «scale condominiali». Questo elemento non è affatto «qualificabile come imprevedibile o inevitabile, cioè avulso dal normale utilizzo» dell’immobile, spiegano i magistrati del ‘Palazzaccio’. Di conseguenza, è logico ritenere la disavventura vissuta dalla donna come frutto della condotta tenuta dall’amministratore e dal condominio.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Fonte: www.lastampa.it/Scale bagnate, scivola e finisce a terra. Risarcimento dal condominio - La Stampa
Ricorso in Cassazione prolisso? Rischio inammissibilità
By Avv. Emiliano Mancino a novembre 22, 2016
Fonte: www.ilsole24ore.com/Responsabile il commercialista che non suggerisce di impugnare in Cassazione
Nessun equo indennizzo al familiare del dipendente deceduto se fumatore 'incallito'
Il Collegio ha ritenuto che, in tema di lavoro subordinato pubblico e decesso, il diritto del familiare stretto ad ottenere l'indennizzo ex lege è condizionato all'accertamento, in un apposito procedimento e con relative valutazioni di Commissioni ad hoc, del quadro "storiografico" del soggetto deceduto, delle cause e delle relative contestualizzazioni: così, l'abitudine al fumo assume portata determinante e tale da escludere l'eziopatogenesi.
Il principio si argomenta dalla sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV n. 4163/2016, decisa il 22 settembre e depositata il 10 ottobre 2016.
Il coniuge di un soggetto, deceduto per carcinoma polmonare, dipendente del Ministero della Difesa formulava istanza per ottenere la concessione di relativo equo indennizzo: quattro anni dopo il decesso, il Ministero, a seguito di parere favorevole della Commissione medica ospedaliera militare e di parere contrario della Commissione per le pensioni privilegiate ordinarie (emesso tredici mesi dopo) nella cui relazione si evidenziava che (il soggetto deceduto) fosse fumatore di quaranta sigarette al giorno e da molti anni, respingeva, con decreto direttoriale e senza averne comunicato l'avvio del relativo procedimento ed il preavviso, l'istanza.
E' legittima, e va pertanto confermata, la sentenza di merito relativamente ad un provvedimento del Ministero con cui, accertata la qualità di fumatore del soggetto deceduto e previo parere sfavorevole della (sola) Commissione per le pensioni privilegiate ordinarie, venga denegata la concessione di equo indennizzo ex labore.
I PRECEDENTI ED I POSSIBILI IMPATTI PRATICO-NORMATIVI
In primis, vanno richiamati gli artt. 2, 3, 4, 24, 29, 35, 38, 97 e 117 Cost., 2697 c.c., 40 e 41 c.p., 8, 9 e 10 l. 07-08-1990 n. 241 nonché la l. 20-11-1987 n. 472.
Bisogna, quindi, focalizzare, sul piano logico-giuridico, sui concetti di procedimento, provvedimento, illecito, danno e responsabilità.
Prima facie, si potrebbe pensare ad una sorta di lesività, ex se, del decesso di un lavoratore e di risarcibilità, sine conditione, dell'evento.
Apparentemente, quindi, bisognerebbe stabilire se: a) il coniuge vedovo possa chiedere all'ente pubblico, datore di lavoro del soggetto deceduto, istanza di riconoscimento della causa di servizio; b) sia riconoscibile una determinata prevalenza alla cronologia dei pareri emessi dalle Commissioni chiamate a pronunciarsi; c) la P.A. possa denegare con decreto.
In realtà, sotto il profilo formale-procedurale, tre le osservazioni da effettuare.
La prima sulla non necessità, e non obbligatorietà per la P.A., di comunicare l'avvio del procedimento se questo sia ad istanza di parte. Segnatamente, la P.A. non è tenuta a comunicare i successivi atti istruttori ed endo-procedimentali in quanto il privato è già conoscenza dell'iter conseguente e grava, quindi, su quest'ultimo l'onere di attivarsi per esercitare le proprie situazioni giuridiche soggettive partecipative.
La seconda sulla natura giuridica del procedimento de quo e, cioè, amministrativo e non a carattere contenzioso, sanzionatorio o giurisdizionale (Corte Cost. 21-04-1994 n. 155).
La terza sulla relazione configurabile tra commissione medica ospedaliera militare e Commissione per le pensioni privilegiate ordinarie: sul punto, è da notare che quest'ultima commissione è titolare di una specifica competenza in subiecta materia (Corte Cost. 21-06-1996 n. 209 ed ord. 26-07-1996 n. 323).
Sul piano sostanziale, la principale osservazione inerisce la valutazione della (eventuale) lesività ai fini della risarcibilità del relativo nocumento.
A riguardo, va sottolineato che il decesso del lavoratore pubblico, rectius del Ministero, non costituisce, a priori, evento illecito, fonte di responsabilità e di risarcibilità in re ipsa "iure hereditatis", e che i disagi generici legati all'ambiente non rilevano quali cause determinanti ed efficienti nell'insorgenza di (tale) infermità.
De iure condito, le cause preesistenti, se ritenute da sole sufficienti a determinare l'evento dannoso, escludono l'eziologia specifica tra patologia neoplastica e decesso.
Rebus sic stantibus, è irrilevante la gravità della patologia e non invocabile, in senso differente, l'eventuale concorso di cause. Altresì, è indifferente la natura militare della commissione medica ospedaliera.
Così, i principi penali generali finiscono per "recidere" l'applicabilità delle norme speciali e di quelle di matrice civilistica ed il principio di solidarietà, connesso a quello dell'equilibrio delle finanze pubbliche (Corte Cost. 11-11-2010 n. 316 ed ord. 23-05-2003 n. 173), (finisce per) prevale(re) su quello della tutela delle esigenze di vita del familiare superstite che, pertanto, non assume portata assoluta e/o prevalente in materia de qua.
In tal senso, non si configura alcuna violazione del diritto alla salute del lavoratore nonché del diritto di difesa.
Appare, quindi, attualmente condivisibile l'orientamento del Consiglio di Stato secondo cui, in ambito di rapporti lavorativo-gerarchici tra Pubblica Amministrazione e privato, il Ministero può escludere la concessione dell'equo indennizzo da causa di servizio (anche) esclusivamente sulla base del parere, adeguatamente motivato in termini tecnico-scientifici (Cons. Stato Sez. IV 21-10-2014 n. 5179, Sez. VI 01-12-2009 n. 7516 e Sez. IV 10-12-2007 n. 6333) della Commissione per le pensioni privilegiate ordinarie, anche quando sia successivo e contrario al parere della commissione medica ospedaliera militare (T.A.R. Lazio Sez. I-bis 07-04-2014 n. 3768).
Fonte: www.ilsole24ore.com/Nessun equo indennizzo al familiare del dipendente deceduto se fumatore 'incallito'
Peggiorata la qualità della vita, grazie al Comune. Comprensibili le proteste di una donna, costretta a sopportare i costanti, fastidiosi rumori provocati dai motori di pompaggio dell’acqua collocati nei locali dell’ente pubblico. Legittima la richiesta di un adeguato risarcimento. Che però dovrà essere calcolato anche tenendo conto delle ripercussioni psico-fisiche.
Rumori. Scontro tra un piccolo Municipio campano e una donna. Quest’ultima si lamenta per i problemi provocati dalla «prolungata esposizione a fonti rumorose (motori di pompaggio dell’acqua) collocati in locali dell’amministrazione comunale». Più precisamente, nella richiesta di «risarcimento» vengono richiamati i «danni» subiti, cioè «disturbo di disadattamento cronico con depressione ed ansia misti».
Una volta ricostruita la vicenda, i giudici del Tribunale riconoscono alla donna ben 61mila euro. Meno duri nei confronti dell’ente pubblico, invece, i giudici d’appello: essi condannano il Comune a versare solo 10mila euro «a titolo di danno per il peggioramento della qualità della vita» subito dalla donna. Esclusa, invece, l’ipotesi di un ristoro economico per i danni provocati alla vittima a livello di «integrità psico-fisica».
Problemi. Ora, però, il «danno biologico» torna di nuovo in ballo. Per i magistrati della Cassazione, difatti, non è condivisibile la visione con cui è stato escluso «il nesso tra esposizione alle intollerabili emissioni rumorose» e «le patologie» lamentate dalla donna, ossia «disturbo di disadattamento cronico, con depressione ed ansia misti; ipoacusia percettiva; ipoacusia mista a destra».
Ciò comporta che la richiesta della donna dovrà essere nuovamente esaminata in appello. Da ridefinire, di conseguenza, la cifra che il Comune dovrà versare a mo’ di risarcimento. E su questo fronte, dando per accertato lo stress subito dalla donna, bisognerà fare chiarezza sull’origine dei problemi psico-fisici da lei lamentati (Corte di Cassazione, ordinanza n. 23445, depositata il 17 novembre).
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Rumori molesti nei locali del Comune, risarcimento possibile - La Stampa
Giustizia, giudici di pace in sciopero fino al 25 novembre
Da oggi al 25 novembre scioperano i giudici di pace e l'intera magistratura onoraria. "Senza di noi la giustizia si ferma: non meno di mezzo milione di processi resteranno al palo", dice l'Unione Nazionale dei Giudici di Pace: "Il problema della giustizia non è certo posticipare il pensionamento di alcuni magistrati professionali, ma garantire l'indipendenza di oltre 5.000 giudici di pace e magistrati onorari di tribunale e procure che trattano il 60% del contenzioso civile e penale". Per il segretario generale dell'Unione, Alberto Rossi, "la riforma della giustizia Orlando cancella il giudice di pace, ossia l'unica figura di magistrato che ha garantito celerità ed efficienza alla Giustizia in Italia e, cosa ancor più grave, trasforma tutti i giudici di pace ed i magistrati onorari in meri ausiliari del magistrato di carriera, gerarchizzando l'esercizio della giurisdizione in violazione dell'articolo 101 della Costituzione". "Il Governo ci deve riconoscere la continuità del servizio, piene tutele previdenziali ed assistenziali, uno stipendio congruo e commisurato all'alta funzione da noi svolta", sostiene invece il presidente dell'Unione, Mariaflora Di Giovanni: "Non è solo la Costituzione a imporlo, ma anche e soprattutto l'Europa, che sta avviando una procedura di infrazione contro il Governo Italiano, già condannato dal Consiglio d'Europa, con decisione del CEDS pubblicata il 17 novembre, a riconoscere ai giudici di pace i diritti pensionistici e le retribuzioni non erogate nei periodi di impedimento per malattia, maternità, ferie, a partire dal 1995 e sino ad oggi". In tal senso i giudici di pace, che già si sono rivolti al TAR Lazio per chiedere la stabilizzazione, hanno preannunciato l'avvio di centinaia di azioni giudiziarie. Oggi sciopera anche tutto il personale amministrativo degli uffici giudiziari.
Fonte: www.italiaoggi.it/Giustizia, i giudici pace in sciopero - News - Italiaoggi
By Avv. Emiliano Mancino a novembre 21, 2016
Dimissioni on line: le regole tecniche per la presentazione
Le dimissioni del lavoratore e della lavoratrice, quale atto unilaterale recettizio di esercizio di un diritto potestativo, il cui effetto tipico è la risoluzione del rapporto di lavoro e delle posizioni giuridiche soggettive ad esso afferenti, sino al 12 marzo 2016 potevano essere rassegnate in forma scritta nonché mediante fatti concludenti ossia condotte chiaramente incompatibili con la prosecuzione del rapporto di lavoro stesso (vale a dire l'abbandono del posto di lavoro seguito da un periodo di assenza ingiustificata e, in alcuni casi, dalla accettazione della liquidazione del trattamento di fine rapporto senza offerta della prestazione lavorativa).
Dopo un primo tentativo di regolamentazione nel 2007 e, quindi, con la legge 92/2012 (art. 4, commi 16-23bis) l'art. 26 del D.Lgs. 151/2015 introduce un vincolo di forma condizionante l'efficacia risolutiva delle dimissioni.
Le dimissioni infatti, a far data dal 12 marzo 2016, devono essere rassegnate, pena di inefficacia, esclusivamente con modalità telematiche e su appositi moduli resi disponibili dal Ministero del Lavoro.
Con la pubblicazione, in Gazzetta Ufficiale, del Decreto 15 dicembre 2015, il Ministero del Lavoro ha definito gli standard e le regole tecniche per la compilazione del modulo per la presentazione delle dimissioni e risoluzioni consensuali del rapporto di lavoro e dell'eventuale revoca.
Si è passati, quindi, da una convalida prevista su una qualsiasi procedura comunicativa delle dimissioni di cui all'impianto normativo precedente, ad una procedura telematica univoca che il lavoratore non può derogare e sulla quale il datore di lavoro non può intervenire e rispetto alla quale riceve automaticamente una comunicazione di posta elettronica ovvero all'indirizzo PEC, ove provvistone.
Sussiste, altresì, un "diritto di ripensamento" da parte del lavoratore: le dimissioni, infatti, possono essere revocate entro 7 giorni dalla trasmissione del modulo relativo alle dimissioni. Ciò comporta, inevitabilmente, che per poter sostituire il lavoratore dimissionario, il datore di lavoro dovrà attendere lo spirare di detto periodo di tempo all'interno del quale il lavoratore può revocare le proprie dimissioni (sempre mediante procedura telematica).
La disciplina in esame si rivela non soltanto complessa poiché non è agevole la compilazione del modulo telematico da parte del lavoratore o della lavoratrice che, ove non rassegni le dimissioni per giusta causa, deve premurarsi anche di indicare la durata del periodo di preavviso e, onde poter procedere alla compilazione del modulo per la comunicazione delle dimissioni telematiche, deve avere ricevuto codice personale INPS (PIN INPS dispositivo) per accedere tramite il portale lavoro.gov.it al form on line, compilandolo.
In alternativa, il lavoratore può rivolgersi a soggetti abilitati alla trasmissione del modulo telematico quali patronati, sindacati, enti bilaterali, commissione di certificazione.
Non solo. Tale disciplina si applica anche alla risoluzione dei rapporti di lavoro con i dirigenti, nonché alle risoluzioni consensuali del rapporto salvo che le medesime siano effettuate in una sede protetta ai sensi dell'art. 2113 cod. civ. (Direzione del Lavoro, Commissione Sindacale di Conciliazione) ovvero avanti alle Commissioni di Certificazione (ex art. 76 D.Lgs. 276/2003).
Sono però escluse dal campo di applicazione della disciplina delle dimissioni con modalità telematica una serie di fattispecie variegate: le dimissioni del rapporto durante il periodo di prova, le dimissioni rese nel rapporto di lavoro domestico, nel rapporto di lavoro marittimo.
Per i genitori lavoratori permane l'obbligo di convalida davanti al servizio ispettivo del Ministero del lavoro, competente per territorio. Si tratta delle dimissioni rese dalla lavoratrice in stato di gravidanza, dal lavoratore o dalla lavoratrice durante i primi tre anni di vita del bambino o dall'accoglienza del minore adottato o in affidamento; in ipotesi di adozioni internazionali detto termine decorre dalla comunicazione della proposta di incontro con l'adottando o della comunicazione dell'invito a recarsi all'estero per ricevere la proposta di abbinamento.
Per le dimissioni della lavoratrice nel periodo intercorrente tra la richiesta delle pubblicazioni del matrimonio ed un anno dopo la celebrazione delle nozze devono essere effettuate mediante la procedura telematica e confermate avanti alla Direzione Territoriale del Lavoro. Dall'entrata in vigore della legge 76/2016 che regolamenta le unioni civili fra persone dello stesso sesso, le disposizioni che si riferiscono al matrimonio, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti, negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, ai sensi dell'art. 1, coma 20, si applicano anche alle unioni civili e, pertanto, la conferma delle dimissioni trova applicazione anche a questo caso, entro un anno dall'unione civile (non applicandosi a dette unioni le disposizioni del codice civile che prescrivono le pubblicazioni sub artt. 93-101).
Vale a dire che permane tutt'ora un panorama non unitario che impone, in ogni ipotesi di dimissioni, al datore di lavoro di verificare che, laddove tutt'ora permanga tale obbligo, le dimissioni siano confermate o convalidate. Ma non basta. Una recente interruzione del servizio telematico ha comportato dal 3 ottobre e sino alle ore 18 dell'11 ottobre 2016 l'impossibilità di porre in essere la procedura ordinaria (prevedendosi, invece una procedura temporanea utile a fornire il servizio durante i giorni di sospensione dovuta ad un guasto tecnico occorso agli hardware ministeriali, attraverso gli operatori abilitati sopra elencati, disposta con nota del Ministero del Lavoro).
Conclusivamente, non solo non sembra potersi parlar di una effettiva "semplificazione", ma sono altresì aggravati gli oneri del datore di lavoro laddove ad esempio, il lavoratore non effettui le dimissioni secondo modalità telematiche o non si rechi più al lavoro, senza addurre giustificazione alcuna.
In dette situazioni, infatti, il datore di lavoro non potrà che considerare inefficaci le dimissioni rassegnate semplicemente per iscritto, nonché, in ipotesi di successiva assenza ingiustificata e non correlata a malattia o causali che rendano legittima la medesima, esercitare il potere disciplinare ed -in mancanza di ripresa del servizio - intimare il licenziamento (sostenendo i relativi oneri economici rappresentati dal c.d. ticket di licenziamento che può arrivare sino all'importo di Euro 1.500,00).
Il che, in una situazione di crescita economica quale quella attuale, certamente non rappresenta un incentivo alle assunzioni a tempo indeterminato, nonostante la disciplina del rapporto di lavoro a tutele crescenti di cui al D.Lgs. 23/2015 e rappresenta un corto circuito rispetto alle intenzioni dichiarate dal Legislatore di favorire la crescita e di semplificare le procedure burocratiche per cittadini ed imprese.
Fonte: www.ilsole24ore.com/Dimissioni on line: le regole tecniche per la presentazione
By Avv. Emiliano Mancino a novembre 20, 2016
Assegno in bianco o postdatato, a garanzia di un debito, è contrario a norme imperative
Questi i principi affermati dalla Corte di Cassazione, sez. prima, Pres. Forte – Rel. Bisogni, con sentenza del 24 maggio 2016 n. 10710.
La lite giudiziaria culminata con la proposizione del ricorso in cassazione trae origine da un decreto ingiuntivo fondato su un atto di transazione stipulato tra il creditore ed il debitore principale e su un assegno di conto corrente postdatato rilasciato – in favore del medesimo creditore – da un soggetto diverso dal debitore principale, a garanzia dell’obbligazione contratta da quest’ultimo.
Il traente-garante ha proposto opposizione avverso il suindicato decreto ingiuntivo eccependo la nullità del patto di garanzia correlato al predetto assegno postdatato, attesa la contrarietà dello stesso alle norme imperative di cui agli articoli 1 e 2 del R.D. n.1763/1933.
Rigettata sia l’opposizione che l’appello avverso la sentenza di primo grado, la questione è stata sottoposta al vaglio della Corte di Cassazione.
Con il primo motivo di ricorso, il ricorrente ha lamentato la violazione della cosiddetta legge assegni ed ha posto il seguente quesito di diritto: se l’emissione di un assegno bancario postdatato a garanzia di un altrui futuro adempimento comporta, stante la violazione degli artt. 1 e 2 della legge assegni e dell’art. 1343 c.c., la nullità del sottostante patto di garanzia, stante la natura imperativa delle norme citate.
Il Giudice di Legittimità, richiamando precedenti pronunce (Cass. Civ, Sez. n. 3, n.26232 del 22 novembre 2013 e Cass. Civ., Sez. n. 2, n.4368 del 19 aprile 1995), ha formulato il principio di diritto riportato in massima e, ritenendo meritevole di accoglimento il motivo proposto, ha accolto il ricorso rinviando a diversa composizione della Corte di Appello affinché, applicato detto principio di diritto, valutasse nuovamente il merito della controversia.
Fonte: www.expartecreditoris.it/ASSEGNO: l’emissione in bianco o postdatato, consegnato a garanzia di un debito, è contraria a norme imperative - Expartecreditoris
By Avv. Emiliano Mancino a novembre 19, 2016
Niente stipendio, non punibili i messaggi rancorosi all’ex datore di lavoro
Retribuzione mai percepita. Scontata la reazione del dipendente nei confronti del suo ex datore di lavoro, bombardato con messaggi pieni di rancore. Per quanto la condotta tenuta dal lavoratore sia poco elegante, essa non è punibile.
Reazione. Il contenuto degli scritti ricevuti sul proprio cellulare è stato valutato dal datore di lavoro come «minaccioso». Ecco spiegata la citazione in giudizio nei confronti del suo ex dipendente, finito sotto accusa per «i delitti di ingiuria minaccia».
A sorpresa, però, sia il Giudice di pace che il Tribunale ritengono non punibile il lavoratore. In sostanza, i magistrati ritengono impossibile parlare di reali «minacce» ai danni dell’imprenditore, da un lato, e, dall’altro, spiegano che la condotta tenuta dall’ex dipendente è stata «frutto di uno sfogo incontrollato, derivante da una situazione esacerbata» e quindi va valutata come «reazione a una provocazione».
E questa visione è condivisa ora dai giudici della Cassazione, che confermano l’assoluzione del lavoratore con la sentenza n. 48245/2016 depositata il 15 novembre scorso.
Decisiva la ricostruzione della vicenda. In sintesi, «dopo un accordo definito informale», l’imprenditore ha «corrisposto un assegno per l’importo di 5mila euro» all’ex dipendente, che però non ha potuto incassarlo, essendo esso risultato «irregolare». Tale situazione, secondo i magistrati, rende comprensibile la «reazione» del lavoratore, reazione concretizzatasi, come detto, nei «messaggi astiosi» inviati al vecchio datore di lavoro.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Niente stipendio, non punibili i messaggi rancorosi all’ex datore di lavoro - La Stampa
Sospetta evasione per chi preleva o versa più di 1.000 euro al giorno. Salvi i professionisti
Giro di vite sui prelievi delle imprese. Una nuova disposizione, inserita nel Decreto Fiscale durante il passaggio alla Camera, prevede per le imprese un parametro quantitativo oltre il quale scatta la presunzione di evasione per i prelievi o i versamenti di importo superiore a 1000 euro giornalieri e a 5.000 euro mensili. Si tratta del 1° comma del corposo art. 7-quater che, rubricato “Disposizioni in materia di semplificazione fiscale”, inserisce una raffica di norme che vanno dalla riorganizzazione del calendario fiscale, alla deducibilità delle spese di viaggio dei lavoratori autonomi, agli adempimenti in tema di cedolare secca, all’obbligatorietà dell’utilizzo dell’F24 telematico, alla chiusura delle Partite IVA. Insomma, un pout pourri di norme eterogenee tra cui, appunto, la modifica dell’art. 32, comma 1, n. 2, del D.P.R. n. 600/1973, in tema di presunzioni e utilizzo dei dati emersi durante le indagini bancarie.
Nello specifico la modifica contenuta nel Decreto Fiscale, la cui legge di conversione ha incassato ieri l’atteso sì della Camera, prevede che i dati e gli elementi attinenti ai rapporti ed alle operazioni risultanti dalle indagini bancarie vengano posti come ricavi (e non più anche come compensi, dunque la presunzione non opera per i professionisti) a base delle rettifiche e degli accertamenti fiscali, se il contribuente non indica il soggetto beneficiario e semprechè non risultino dalle scritture contabili, i prelevamenti o gli importi riscossi nell’ambito dei predetti rapporti od operazioni «per importi superiori a euro 1.000 giornalieri e, comunque, a euro 5.000 mensili».
Fonte: www.fiscopiu.it/Sospetta evasione per chi preleva o versa più di 1.000 euro al giorno. Salvi i professionisti - La Stampa
Fonte: www.fiscopiu.it/L'attività di meretricio sconta l’IRPEF - La Stampa
By Avv. Emiliano Mancino a novembre 13, 2016
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Gabbie piccole e sovraffollate, animali ansiosi: condannato il proprietario del circo - La Stampa
Beccati mentre provano a rubare cosmetici: no all’arresto
Colpo maldestro. Due ladri vengono fermati mentre provano a portare via alcune confezioni di cosmetici da un supermercato. Pur se colti sul fatto, però, viene ritenuto non legittimo l’arresto operato dagli uomini delle forze dell’ordine. Decisiva la non gravità del danno patrimoniale per la società proprietaria della struttura commerciale.
Valore. A sorprendere è la decisione con cui i giudici del Tribunale non convalidano «l’arresto» di due uomini, entrambi originari dello Sri Lanka, fermati per «tentato furto» in un supermercato.
Ricostruito l’episodio, è certo che gli stranieri sono stati sorpresi mentre stavano provando a portar via dalla struttura commerciale «cinque confezioni di cosmetici». Per i giudici, però, è decisivo lo scarso peso del «danno patrimoniale» arrecato ai proprietari del supermercato.
E questa valutazione viene condivisa ora dai magistrati della Cassazione (sentenza n. 46703 depositata l’8 novembre 2016). Inutile l’obiezione mossa dal Procuratore della Repubblica, e centrata non solo sul «valore di 107,25 euro» delle «confezioni di cosmetici» prese di mira dai due uomini, ma anche sul fatto che esse non sono certo catalogabili come «beni di prima necessità».
Corretta, quindi, la decisione con cui in Tribunale si è deciso di non convalidare l’arresto dei due stranieri.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Beccati mentre provano a rubare cosmetici: no all’arresto - La Stampa
By Avv. Emiliano Mancino a novembre 07, 2016
“Pensa prima di condividere”: Orlando e Facebook per un utilizzo consapevole dei social
Nel pomeriggio di giovedì 3 novembre 2016, il Ministro della Giustizia Andrea Orlando e i rappresentanti di Facebook Italia hanno presentato la guida «Pensa prima di condividere», per l’utilizzo consapevole dei social media e la sicurezza online.
«Tutti dicono che condividere è positivo. Grazie alla tecnologia possiamo condividere le nostre idee e opinioni, le foto e i video con gli amici e le altre persone. Nella maggior parte dei casi, condividere è positivo. Tuttavia, se non lo facciamo in modo adeguato, corriamo il rischio di ferire noi stessi e o le altre persone».
«Pensa prima di condividere». Questo l’incipit della guida «Pensa prima di condividere», presentata nel pomeriggio di giovedì 3 novembre, presso il Museo Criminologico a Roma, dal Ministro della Giustizia Andrea Orlando, con la partecipazione del Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità Cascini, del direttore dell’IFOS Pisano, del responsabile Relazioni Istituzionali Facebook Italia Bononcini e della dirigente dell’Ufficio IV della DGMC Mastropasqua.
Una guida interattiva, ricca di “clicca qui” per poter invogliare i giovani a leggere le storie di altri ragazzi. Questo perché sono proprio loro i destinatari di questa guida: i giovani.
I tuoi contenuti. Al centro del documento vi è infatti la sicurezza informatica, alla quale si richiama l’attenzione, «chiediti: voglio che le persone mi vedano in questo modo? Questo contenuto potrebbe essere usato per ferirmi? Mi darebbe fastidio se fosse condiviso con altre persone? Qual è la cosa peggiore che potrebbe succedere se lo condividessi?», un invito a pensare prima di condividere. L’attenzione viene rivolta anche ai contenuti sessualmente espliciti che i ragazzi sono spesso incitati a condividere con il proprio partner.
Come rimediare ad una scelta sbagliata. Si invitano i giovani a non disperare in caso di scelte sbagliate. Le soluzioni consigliate variano dall’eliminazione del proprio nome e cognome da post o foto in cui si è stati “taggati”, all’invito a parlare direttamente con la persona che ha condiviso il contenuto, e, infine, alla denuncia alla Polizia di Stato, nelle situazioni più gravi.
Per scaricare la guida clicca qui: Versione finale Think before you share.pdf

References: articolo 7
 sentenza 
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 Cass. 
 sentenza 
e contrario
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 art. 76
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 art. 7