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Timestamp: 2018-08-17 02:06:25+00:00

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Attualità E Società | KYK.it - Part 4
Posted on : 14-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed
Cos’è il reato di bancarotta, chi lo commette e con quali pene è punito dall’ordinamento italiano.
Il nostro ordinamento, sin dagli anni ’40, ha previsto e disciplinato gli illeciti fallimentari, ovvero quelle fattispecie di reato che possono essere commesse da imprenditori ed amministratori di società, in particolare nei momenti di crisi aziendale. In questo periodo di difficoltà economica che sta attraversando l’Italia ci sembra utile soffermarci, più nello specifico, sul reato di bancarotta per capire in cosa consiste. Dunque: la bancarotta cos’è? Analizziamo insieme le sue caratteristiche e le diverse fattispecie previste.
Bancarotta: cos’è?
La bancarotta, il cui termine deriva dall’uso genovese di epoca medievale di rompere il tavolo (la banca, appunto) del commerciante o dell’artigiano divenuto insolvente, è un delitto (punito piuttosto severamente) previsto sin dal 1942 [1]. Il delitto di bancarotta può essere commesso da un imprenditore individuale o una società che siano stati dichiarati falliti dal tribunale. La dichiarazione di fallimento, infatti, è presupposto indispensabile affinché possa essere contestato il reato di bancarotta.
Ma cos’è il fallimento? Il fallimento è un istituto giuridico che tratta la situazione di un’impresa dissestata dal punto di vista economico; un’impresa che non è più in grado di far fronte, con le proprie risorse, al pagamento delle obbligazioni contratte (con i fornitori, con le banche o con altri creditori). Si tratta, nello specifico, di una procedura concorsuale attraverso la quale il tribunale spossessa l’imprenditore insolvente dei propri beni al fine di risarcire i creditori liquidando in loro favore i beni rimasti ancora nel patrimonio dell’impresa.
La bancarotta può essere genericamente definita come quel delitto commesso dall’imprenditore fallito che pone in essere comportamenti che, se non sono intenzionalmente finalizzati ad arricchirsi a discapito dei propri creditori, indicano una gestione imprudente (o addirittura temeraria) dell’attività. Il delitto di bancarotta si suddivide in due fattispecie:
bancarotta semplice;
Commette il reato di bancarotta semplice [2] l’imprenditore fallito che:
ha fatto spese personali (o per la famiglia) sproporzionate ed eccessive rispetto alla sua condizione economica;
ha compromesso il suo patrimonio con operazioni manifestamente imprudenti o di pura sorte;
ha aggravato il proprio dissesto astenendosi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento o con altra grave colpa;
non ha assolto alle obbligazioni assunte con un precedente concordato preventivo o fallimentare;
ha omesso di tenere (o li ha tenuti in maniera irregolare o incompleta) i libri e le altre scritture contabili prescritti dalla legge nei tre anni precedenti al fallimento (o dall’inizio dell’impresa, se questa ha avuto una minore durata).
Tutte queste azioni hanno in comune una gestione temeraria dell’impresa che danneggia i creditori: in sostanza, ci troviamo di fronte ad un imprenditore che sperpera il denaro dell’azienda con imprudenza ed imperizia (ma senza dolo).
Immaginiamo il figlio di un importante imprenditore che, ritrovandosi all’improvviso a gestire l’impresa, inizi a fare grandi spese (compri macchine e case di lusso, faccia viaggi lunghi ed onerosi) e ne comprometta (non intenzionalmente) il patrimonio. Discorso diverso, invece, va fatto per la bancarotta fraudolenta.
La prima, significativa, differenza che esiste tra la bancarotta semplice e quella fraudolenta [3] è che, per la realizzazione di quest’ultima, l’imprenditore deve agire con volontà e intento fraudolento, con frode (appunto). Con l’etichetta di bancarotta fraudolenta sono, in realtà, punite tre diverse categorie di comportamenti.
La bancarotta fraudolenta per distrazione si realizza quando l’imprenditore (o l’amministratore della società) fallito (o prossimo al fallimento) sottrae, distrae, nasconde (occulta) e/o distrugge beni e risorse dal patrimonio proprio o da quello sociale al fine di arricchirsi ai danni dei propri creditori oppure quando espone o riconosce passività inesistenti.
Come dicevamo, in questo caso il comportamento dell’imprenditore o amministratore non è meramente avventato o temerario ma è, appunto, fraudolento, voluto e deliberatamente mirato a danneggiare (a proprio vantaggio) i creditori sociali che restano privi di ogni garanzia patrimoniale del loro credito.
La bancarotta fraudolenta preferenziale si realizza quando il fallito, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire (a danno dei creditori) taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione. In queste ipotesi l’imprenditore non agisce per arricchire sé stesso bensì, nonostante l’impresa non sia più in grado di far fronte alle obbligazioni contratte, esegue dei pagamenti in favore di alcuni dei creditori, con conseguente e maggiore danno per gli altri. Anche questo costituisce reato in quanto uno dei principi cardine che regola la gestione del fallimento è la par condicio creditorum, in forza della quale tutti i creditori hanno diritto di vedere soddisfatte le proprie pretese creditorie sul patrimonio aziendale residuo a parità di condizioni. Questo significa che non possono esservi preferenze, tutti i creditori devono essere soddisfatti in egual misura.
Infine, la bancarotta fraudolenta documentale si realizza ogni qualvolta l’imprenditore o l’amministratore (tenuti all’obbligo di registrare l’intera attività su appositi libri contabili previsti dalla legge) distrugge, falsifica o sottrae, in tutto o in parte, i libri contabili allo scopo di procurarsi un ingiusto profitto o di danneggiare i suoi creditori o li tiene in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari. Senza le scritture contabili, infatti, diventa estremamente difficile ricostruire il patrimonio dell’imprenditore o della società e, di conseguenza, verificare su quali beni i creditori potranno rivalersi.
In quali strisce si parcheggia a pagamento
Di che colore sono le strisce del parcheggio? Cosa sono le strisce blu? Quando si può parcheggiare liberamente? Quando la sosta è riservata?
Il parcheggio è un miraggio per chi abita nelle grandi città: urbanisticamente parlando, sono pochi i centri attrezzati ad accogliere nel proprio ventre la grande mole di autovetture che ogni giorno scorre per le strade come sangue nelle vene. Lo stress che assale l’automobilista medio alla disperata ricerca di un posto libero per il proprio veicolo è pari solamente a quello causatogli dal lavoro. Non solo è difficilissimo trovare posteggio ma, quando pure si riesce nell’impresa, raramente si tratta di un’area libera, cioè delimitata dalle strisce bianche: la maggior parte dei parcheggi, infatti, è a pagamento. Ma come si fa a sapere se l’area adibita alla sosta dei veicoli è gratuita oppure no? Con questo articolo vedremo in quali strisce si parcheggia a pagamento.
Gli automobilisti non possono posteggiare ovunque, ma soltanto nelle aree a ciò adibite. Il parcheggio è proprio quell’area dedicata alla sosta delle autovetture o, comunque, dei veicoli che circolano su strada. Contrariamente a quanto si possa pensare, il codice della strada prevede una disciplinata piuttosto dettagliata per i parcheggi: non ogni area, infatti, può essere adibita allo stallo delle macchine. I parcheggi devono essere ubicati fuori della carreggiata e comunque in modo che i veicoli in sosta non ostacolino lo scorrimento del traffico.
Strisce del parcheggio: come sono fatte?
Le aree adibite al parcheggio delle autovetture sono contraddistinte da una segnaletica verticale e da una orizzontale: la prima consiste nel cartello rettangolare a sfondo blu che indica, con una grande “P” bianca, la presenza del parcheggio; la seconda, invece, nelle strisce disegnate sull’asfalto ad indicare i posti auto.
Secondo la legge, tutti i segnali orizzontali devono essere realizzati con materiali tali da renderli visibili sia di giorno che di notte anche in presenza di condizioni atmosferiche avverse. I segnali orizzontali, inoltre, devono essere realizzati con materiali antisdrucciolevoli [1].
Ancor più nel dettaglio, la delimitazione delle aree di sosta è effettuata mediante il tracciamento sulla pavimentazione di strisce della larghezza di dodici centimetri formanti un rettangolo, indicanti l’inizio, la fine o la suddivisione delle zone entro le quali dovrà essere parcheggiato il veicolo.
Strisce del parcheggio: quali sono?
I colori delle strisce di delimitazione delle aree di sosta sono:
giallo per gli stalli di sosta riservati [2].
Le strisce bianche del parcheggio indicano un’area adibita alla sosta libera dei veicoli: ciò significa che, salvo specifiche limitazioni, chiunque può posteggiare in quella zona. Le strisce blu, invece, delimitano un’area di sosta a pagamento: chiunque voglia fermare la propria vettura deve pagare l’importo stabilito.
Le strisce gialle indicano la presenza di un parcheggio riservato a determinati veicoli o persone: residenti, invalidi, addetti ai lavori stradali, auto di servizio, possessori di speciali permessi. In particolare, la legge dice che esse devono riportare l’indicazione, mediante iscrizione o simbolo, della categoria di veicolo cui lo stallo è riservato. Così, ad esempio, se queste strisce individuano una zona di sosta riservata ai residenti oppure agli addetti ai lavori, tale esclusività dovrà essere indicata mediante apposita segnalazione.
Strisce blu: si può parcheggiare?
Come anticipato, le aree di sosta delimitate dalle strisce blu sono quelle ove è possibile parcheggiare la propria auto pagando, però, un determinato corrispettivo. È direttamente il sindaco del Comune a stabilire, con proprio provvedimento, le aree di sosta a pagamento, nonché la tariffa e la modalità di pagamento stessa. In particolare, spetta al sindaco stabilire le aree nelle quali è autorizzato il parcheggio dei veicoli e le aree destinate al parcheggio sulle quali la sosta dei veicoli è subordinata al pagamento di una somma da riscuotere mediante dispositivi di controllo di durata della sosta, anche senza custodia del veicolo, fissando le relative condizioni e tariffe [3].
Secondo il codice della strada, qualora il Comune provveda alla creazione di parcheggi a pagamento delimitati da strisce blu, su parte della stessa area o nelle immediate vicinanze deve riservare un’adeguata area destinata al parcheggio libero. Tale obbligo non sussiste in alcune zone, quali le aree pedonali e le zone a traffico limitato [4]. La Cassazione ha addirittura stabilito che la violazione di questo obbligo (cioè, di prevedere, nelle immediate vicinanze delle aree di sosta a pagamento, altre in cui il parcheggio sia libero), è causa di invalidità del verbale e, pertanto, motivo di ricorso.
In sintesi, nelle strisce blu si parcheggia a pagamento: chiunque, con qualsiasi mezzo, può accedere in queste aree, purché versi l’importo richiesto dalla segnaletica presente all’ingresso del parcheggio. Il versamento avviene, di norma, attraverso appositi impianti collocati nelle prossimità di queste zone di sosta, eventualmente mettendo ben in mostra sul parabrezza il tagliando che attesta l’avvenuto pagamento e la durata della sosta.
Strisce blu: come parcheggiare?
Abbiamo detto che le strisce blu indicano un parcheggio a pagamento, custodito o meno che sia. Questo non significa, però, che chi ha avuto accesso pagando il relativo importo possa poi parcheggiare come meglio crede: l’auto deve sempre essere posizionata correttamente all’interno dell’area delimitata dalle strisce blu, senza che la vettura possa creare intralcio ai pedoni o agli altri mezzi.
È fatto obbligo, inoltre, di rispettare il senso di marcia (in una strada a doppio senso non si può parcheggiare sul margine sinistro con la parte anteriore del veicolo rivolta in senso contrario alla circolazione) e di non superare i limiti delle strisce stesse. In altre parole, il veicolo va posizionato entro le strisce, non fuori di esse.
Strisce blu: quanto tempo si può sostare?
Nelle strisce blu non è possibile sostare a tempo indeterminato, ma soltanto per il periodo coperto dal pagamento. È la tariffa, quindi, ad individuare per quanto tempo la vettura potrà sostare lì. Superato il limite, c’è il rischio di incorrere in una multa, ma non nella rimozione forzata, normalmente riservata ad infrazioni più gravi, come il parcheggio in divieto di sosta, dinanzi ai passi carrabili, in doppia fila, nei posti riservati ai disabili.
Si può parcheggiare senza strisce?
Infine, va detto che in teoria è possibile parcheggiare anche in assenza di qualsiasi striscia (bianca o blu che sia). In particolare, si può parcheggiare senza le strisce in qualsiasi posto che non invada la carreggiata e che non sia vicino ad un ufficio pubblico, ad una banca, ad una scuola, ad un cinema o un teatro o ad un altro qualsiasi edificio pubblico.
Delitti contro la famiglia: quali sono?
Guida ai reati contro la famiglia: quali sono i più importanti? Qual è il bene giuridico tutelato? Quali sono le sanzioni?
Il codice penale italiano è suddiviso in tante parti: c’è il titolo dedicato ai reati contro il patrimonio (furto, rapina, estorsione, usura, ecc.), quello dedicato ai delitti contro la persona (lesioni, percosse, omicidio, ecc.) e, tra tanti altri, anche quello che disciplina i delitti contro la famiglia. La legge italiana, infatti, tutela la famiglia non soltanto dal punto di vista civilistico, occupandosi dei diritti e dei doveri reciproci dei coniugi, ma anche sotto il profilo penale, punendo con il carcere una serie di condotte che offende l’istituzione della famiglia e il vincolo che si crea tra familiari. Vediamo allora quali sono i delitti contro la famiglia.
Delitti contro la famiglia: cosa sono?
Prima di spiegare quali sono i delitti contro la famiglia, vediamo cosa sono, cioè cosa essi rappresentano. Come anticipato, si tratta di una serie di reati che attentano non soltanto all’incolumità fisica dei membri del nucleo familiare, ma anche al decoro e alla “sacralità” di un istituto giuridico vecchio quanto il diritto. In questo modo si spiega l’esistenza di alcune ipotesi delittuose quali la bigamia e l’incesto, di per sé reati privi di violenza o di condotta fraudolenta, ma ugualmente pericolosi per la famiglia tanto da essere puniti con la reclusione.
A seguito delle riforme succedutesi nel tempo, molti delitti contro la famiglia sono stati abrogati, in quanto retaggio di un’impostazione non più rispettosa del principio di uguaglianza tra coniugi; esempi emblematici ne erano i reati di adulterio e di concubinato: con il primo veniva punito il tradimento (anche occasionale) della moglie, mentre con il secondo veniva fatto lo stesso per il marito, ma solamente se questi avesse instaurato una vera e propria convivenza, con evidente disparità di trattamento tra l’uomo e la donna.
Delitti contro la famiglia: valgono per le unioni civili?
Com’è noto, da poco in Italia è stata resa possibile anche l’unione tra persone dello stesso sesso. Per tutelare le unioni civili alla stessa stregua del matrimonio, il legislatore ha introdotto una disposizione con cui si dice che, agli effetti della legge penale, il termine matrimonio si intende riferito anche alla costituzione di un’unione civile tra persone dello stesso sesso. Quindi, quando la legge penale considera la qualità di coniuge come elemento costitutivo di un reato o anche solo come circostanza aggravante. essa si intende riferita anche alla parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso [1].
Delitti contro il matrimonio: quali sono?
Passiamo ora ad analizzare i principali delitti contro la famiglia: molti di essi hanno una scarsa applicazione giurisprudenziale, mentre altri (come il reato di maltrattamenti) sono purtroppo tuttora diffusi. Cominciamo con i delitti contro il matrimonio.
Bigamia: cos’è?
Il primo dei delitti contro la famiglia è la bigamia. La bigamia è la condizione di chi ha più di un coniuge. In Italia si tratta di condotta illegale sotto due punti di vista: civile, in quanto la libertà di stato è requisito fondamentale per contrarre matrimonio; penale, poiché il codice punisce con la reclusione da uno a cinque anni chiunque, essendo già legato da regolare matrimonio, ne contrae un altro. Stessa pena si applica a chi, non essendo coniugato, si sposa con persona già unita in matrimonio.
La pena è aumentata se il colpevole ha indotto in errore la persona, con la quale ha contratto matrimonio, sulla libertà dello stato proprio o di lei. Questo significa che è prevista una punizione più severa per chi ha ingannato il coniuge facendogli credere di essere libero, oppure inducendola a credere lo stesso di lei: si pensi a chi, millantando profonde conoscenze giuridiche, faccia credere al suo partner, sposato, che il suo matrimonio è in realtà invalido.
Se il matrimonio, contratto precedentemente dal bigamo, è dichiarato nullo, ovvero è annullato il secondo matrimonio per causa diversa dalla bigamia, il reato è estinto, anche rispetto a coloro che sono concorsi nel reato, e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali [2]. La prescrizione del reato di bigamia decorre dal giorno in cui è sciolto uno dei due matrimoni o è dichiarato nullo il secondo per bigamia [3].
Induzione al matrimonio mediante inganno: cos’è?
Il secondo delitto contro la famiglia previsto dal codice penale è quello di induzione al matrimonio mediante inganno [4]. La legge punisce con la reclusione fino a un anno o con una multa chi, sposandosi, con mezzi fraudolenti nasconda all’altro coniuge l’esistenza di un impedimento che non sia quello derivante da un precedente matrimonio. In questa evenienza, la sanzione è subordinata all’effettivo annullamento del matrimonio dovuto all’impedimento occultato.
Facciamo un esempio: Tizio sposa Caia, nascondendole, però, di essere parenti stretti. Poiché il codice civile prevede l’invalidità per il matrimonio contratto tra persone legate da vincolo di sangue, Tizio rischia di incorrere nel delitto di induzione al matrimonio mediante inganno se, per nascondere a Caia lo stato di parentela, ha dovuto operare raggiri e artifizi vari (ad esempio, nascondendo documenti, mentendo al pubblico ufficiale che li ha sposati, ecc.).
Incesto: cos’è?
Tra i delitti contro la famiglia rientra anche l’incesto. Trattasi di una condotta considerata riprovevole fin dall’antichità, resa un vero e proprio tabù dalla morale sociale. Freud giunse a identificare la censura del desiderio incestuoso come la causa prima di ogni forma di nevrosi.
Secondo la legge, chiunque, commette incesto con un discendente (figlio, ma anche nipote) o un ascendente (genitore o nonno), o con un affine in linea retta (suocero, ad esempio), ovvero con una sorella o un fratello, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, se dalla condotta deriva pubblico scandalo [5].
Come visto, la legge subordina la punibilità dell’unione tra parenti stretti solamente se da essa derivi uno scandalo, cioè se l’incesto sia scoperto pubblicamente. Quasi sembra che il legislatore si preoccupi di salvaguardare la forma più che la sostanza: non importa tanto l’incesto in sé per sé, quanto le conseguenze scabrose che da esso possano derivare.
Ma cosa deve intendersi per pubblico scandalo? Secondo la giurisprudenza, è tale quello che causi un profondo senso di turbamento e di disgusto in un numero indeterminato di persone estranee alla cerchia familiare degli incestuosi [6]. Giuridicamente parlando, il pubblico scandalo costituisce un elemento obiettivo di punibilità, nel senso che deve ritenersi indipendente dalla volontà delle persone coinvolte nell’incesto.
La pena è aumentata (reclusione da due a otto anni) nel caso di relazione incestuosa. Qual è la differenza tra incesto e relazione incestuosa? Semplice: la relazione presuppone un rapporto duraturo, una stabilità che l’incesto semplice, inteso come atto unico e isolato, non ha.
Se l’incesto è commesso da persona maggiore di età con persona minore degli anni diciotto, la pena è aumentata per il maggiorenne. La condanna pronunciata contro il genitore importa la decadenza dalla responsabilità genitoriale.
Delitti contro lo stato di famiglia: cosa sono?
La legge tutela la famiglia a trecentosessanta gradi: non soltanto, quindi, la sua dignità e la sua morale, ma anche il suo aspetto più amministrativo. Tra i delitti contro la famiglia rientrano anche quelli di supposizione, soppressione e alterazione di stato. In cosa consistono? Il primo sanziona chi fa figurare nei registri dello stato civile una nascita inesistente oppure, al contrario, la nasconde allo stato civile, non facendola figurare [7]; l’alterazione, invece, punisce chiunque, mediante la sostituzione di un neonato, ne altera lo stato civile [8]. Spieghiamo meglio.
La soppressione di stato consiste nell’impedire al neonato l’acquisto dello stato civile spettantegli, facendo sì che egli, anagraficamente parlando, risulti mai nato. Si tratta, in altre parole, della trasgressione all’obbligo, imposto dalla legge in capo ad entrambi i genitori naturali, di dichiarare la nascita del bambino al Comune. La supposizione, invece, è la condotta contraria, consistente nella dichiarazione di una nascita mai avvenuta. L’alterazione di stato è fattispecie ancora diversa e può avvenire in due modi: modificando lo status di un neonato già iscritto; falsando ab origine l’atto di nascita sulla base di dichiarazioni o attestazioni non veritiere.
Infine, tra questa tipologia dii delitti contro la famiglia rientra l’occultamento di stato di un figlio, reato che punisce con la reclusione fino a cinque anni chi depone o presenta un bambino, già iscritto nei registri dello stato civile, in un orfanotrofio o ricovero di questo tipo, occultandone lo stato [9].
Delitti contro l’assistenza familiare: quali sono?
Finora abbiamo parlato dei delitti contro la famiglia che offendono l’onore e il decoro della stessa, ovvero che ledono quei principi di certezza affidati allo stato civile. Passiamo ora ad analizzare i delitti contro la famiglia più diffusi, cioè quelli che mettono a repentaglio l’assistenza reciproca che dovrebbe esservi all’interno di ogni famiglia.
Violazione degli obblighi di assistenza familiare: cos’è?
La legge punisce con la reclusione fino a un anno chiunque viola gli obblighi di assistenza nei riguardi del coniuge e dei figli. La pena si applica anche a chi dilapida i beni del figlio minore o del coniuge, destinandoli ad acquisti inutili o comunque non inerenti alla famiglia, e a chi fa mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge non legalmente separato [10].
Tra i delitti contro la famiglia finora esaminati questo è senz’altro il più “concreto”, poiché punisce la condotta di chi si sottrae ai suoi obblighi nei confronti della famiglia. Ma di quali obblighi parliamo? Di quelli derivanti dalle nozze: secondo il codice civile, dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione. Inoltre, entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia [11]. Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni [12].
In buona sostanza, dall’unione di marito e moglie derivano non soltanto obblighi reciproci, ma anche specifici doveri nei confronti della prole. Ad esempio, i genitori sono tenuti a mantenere i figli fintantoché non diventino economicamente indipendenti: il che significa anche per molti anni dopo il compimento della maggiore età. Oltre al mantenimento, i genitori sono comunque tenuti ad assicurare gli alimenti, cioè quel sostegno minimo derivante dal vincolo di solidarietà familiare che si insatura tra coniugi e figli.
Di recentissimo conio, inoltre, è l’estensione del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare anche all’ipotesi in cui i coniugi siano separati o divorziati: secondo la legge, le pene si applicano anche al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero vìola gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli [13].
La legge protegge le persone che si trovano in un particolare stato di inferiorità o di soggezione nei confronti delle altre: essendo soggetti deboli, esse devono necessariamente essere tutelate in maniera speciale; con un occhio di riguardo, se vogliamo.
In particolare, il codice penale punisce con la reclusione fino a sei mesi chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l’esercizio di una professione o di un’arte, se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente [14]. Le pene sono aumentate se dalla condotta illecita deriva una lesione personale o, addirittura, la morte.
La fattispecie appena enunciata punisce tutti i comportamenti che provengono da persone che, per ovvie ragioni familiari (i genitori o i nonni, ad esempio), di lavoro (insegnati, maestri, ecc.) o semplicemente di fatto (baby sitter occasionali, ecc.), sono tenute a provvedere ad un’altra persona. Si pensi alla maestra d’asilo e, più in generale, ai docenti; ma anche agli insegnanti di particolari discipline, quali quelle sportive o musicali. In tutte queste ipotesi, insomma, se la persona utilizza in maniera distorta o eccessiva qualsiasi mezzo di cui è dotato per far rispettare la sua autorità, rischia di incorrere nel reato di abuso dei mezzi di correzione.
Mezzi di correzione: quando è reato?
Secondo la giurisprudenza, si integra il reato di abuso dei mezzi di correzione ogni volta che viene utilizzato un mezzo astrattamente lecito, ma in modo eccessivo. Questo significa che l’uso del mezzo è consentito, l’abuso no. Da ciò deriva che l’adoperare uno strumento già di per sé illecito (ad esempio, una cinghia) non configura il delitto di abuso di mezzi di correzione, bensì direttamente quello più grave di lesioni personali [15].
La Corte di Cassazione ritiene che per mezzo di correzione o di disciplina debba intendersi non soltanto uno strumento materiale, ma anche l’impiego di tecniche diverse che derivano dal potere che detiene colui al quale la persona è affidata. Così, ad esempio, la Suprema Corte ha ritenuto responsabile del reato di abuso dei mezzi di correzione l’insegnante che aveva costretto un alunno a scrivere per cento volte sul quaderno la frase «sono un deficiente» [16].
Maltrattamenti contro familiari e conviventi: quando è reato?
Secondo la legge, infatti, commette reato chiunque maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia. Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni [17].
Questa fattispecie di reato è applicabile anche a chi causi un dolore psichico o una manipolazione psicologica, purché la vittima sia convivente. Secondo la giurisprudenza, infatti, nei maltrattamenti non rientrano soltanto le percosse, le lesioni, le ingiurie, le minacce, ma anche gli atti di disprezzo e di offesa alla dignità, idonei a causare sofferenze morali [18]. Se la sofferenza si tramuta in una soggezione psicologica totale, potrebbero allora integrarsi gli estremi del reato di maltrattamenti in famiglia.
Sottrazione di minorenni e di persone incapaci: cos’è?
Infine, tra i delitti contro la famiglia ci sono quelli che puniscono la sottrazione di persone che, a causa della loro età o del loro stato di mente, non possono tutelarsi da soli. In particolare, la legge [19] dice che chiunque sottrae un minore che abbia compiuto gli anni quattordici col suo consenso, al genitore esercente la responsabilità genitoriale o al tutore, ovvero contro la volontà del medesimo genitore o tutore, è punito con la reclusione fino a due anni (fino a quattro anni, se il minore è sottratto e condotto all’estero) [20].
Chiunque sottrae un minore degli anni quattordici, o un infermo di mente, al genitore esercente la responsabilità genitoriale, al tutore, o al curatore, o a chi ne abbia la vigilanza o la custodia, ovvero lo ritiene contro la volontà dei medesimi, è punito, a querela del genitore esercente la responsabilità genitoriale, del tutore o del curatore, con la reclusione da uno a tre anni [21].
Comunione legale dei beni: quando può finire?
Per la Cassazione non basta la separazione dei beni affinché i coniugi dispongano delle proprie quote. Ma una contraddizione potrebbe lasciare tutto come prima.
Chi si sposa e sceglie il regime di comunione dei beni può cambiare idea? Ciò che fino ad un certo punto era di proprietà di entrambi può essere diviso tra i coniugi? La legge concede questa seconda opportunità? Sì, ma non in automatico. Lo ha stabilito la Cassazione [1], spiegando in una sentenza un paio di princìpi per chiarire quando può finire la comunione legale dei beni e quando no: il primo, che i beni in comune restano tali anche quando si sceglie successivamente il regime di separazione. E questa è già una notizia. Ed il secondo, che dividere la proprietà di quei beni in un secondo momento è possibile ma solo attraverso un’operazione particolare, cioè: bisogna che i coniugi decidano di comune accordo di sottrarre i beni oggetto di comunione legale al regime stesso di comunione. Che cosa comporta questa scelta? Cominciamo a vedere come funziona la comunione dei beni e come arrivare alla separazione dopo quanto stabilito dalla Cassazione.
La comunione legale dei beni viene applicata su tutti i rapporti matrimoniali per i quali i coniugi non hanno scelto diversamente, cioè quando non si sono decisi per la separazione dei beni. In questo modo si cerca di tutelare la famiglia.
Ci sono, però, due forme di comunione dei beni: quella legale, appena citata, e la comunione ordinaria. Quest’ultima non comprende tutti i beni dei coniugi ma solo alcuni. Gli altri rientrano nella separazione dei beni.
In altre parole, la comunione legale non comporta né partecipazione di estranei né quote: marito e moglie sono titolari dei beni e dei diritti in comunione. Significa che ciascuno dei coniugi dispone – anche senza il consenso dell’altro – dei beni senza poter cedere una parte di essi a terzi. Ma facciamo qualche esempio per capire meglio la differenza tra la comunione legale e quella ordinaria.
Comunione ordinaria dei beni
Acquisto da parte di un solo coniuge Rientra Non rientra
Quote Uguali per entrambi Si presumono uguali se non è stato disposto diversamente
Disponibilità del singolo Indisponibile Liberamente disponibile
Ordinaria amministrazione dei bene comune Compiuta anche dal singolo Compiuta con la maggioranza dei partecipanti
Straordinaria amministrazione del bene comune Compiuta da entrambi i coniugi Compiuta con il consenso della maggioranza dei 2/3
Interesse perseguito Della famiglia Del singolo comproprietario
Scioglimento e divisione Solo quando previsto dalla legge In qualsiasi momento
Espropriazione Possibile sull’intero bene Possibile per la quota del debitore
Poniamo il caso di due coniugi che vivono in comunione legale dei beni ma che, ad un certo punto e per qualsiasi motivo, vogliono optare per la comunione ordinaria attraverso la separazione dei beni. Possono farlo? Come dicevamo all’inizio, questo è possibile ma non accade in automatico, cioè ci vuole un passaggio particolare dopo il pronunciamento in merito della Cassazione. In pratica, i beni che rientrano nella comunione legale dei beni restano in tale disciplina anche quando i coniugi decidono di comune accordo di passare al regime di separazione dei beni.
Che cosa succedeva fino a questa sentenza della Suprema Corte? Succedeva che se i coniugi si trovavano in regime di comunione legale e adottavano quello di separazione dei beni, ciò che era stato acquisito durante il matrimonio venivano sottoposti alla disciplina della comunione ordinaria. È il caso, ad esempio, delle quote di comproprietà che spettano ai coniugi in comunione legale sui beni che rientrano in tale regime. Come abbiamo detto, nella comunione legale non ci sono delle quote e, quindi, non è possibile l’alienazione di una parte del bene: o lo si fa su tutto o tale alienazione diventa nulla su domanda dell’altro coniuge. Tuttavia, attraverso la separazione dei beni, la comunione legale sarebbe diventata comunione ordinaria e, pertanto, ciascun coniuge poteva disporre della propria quota di appartenenza di tali beni anche se l’altro coniuge non era d’accordo.
Che succede, invece, dopo la sentenza della Cassazione? Succede che la separazione dei beni non trasforma automaticamente il regime di comunione legale in quello di comunione ordinaria. Questo, sostiene la Suprema Corte, perché il nostro ordinamento prevede questo principio: i beni che si acquistano durante un regime patrimoniale restano sottoposte a quel regolamento anche se il regime dovesse cambiare.
Cosa fare per finire la comunione legale dei beni?
Non essendo più possibile fare in automatico il passaggio dal regime di comunione legale a quello di comunione ordinaria attraverso la separazione dei beni, che cosa devono fare i coniugi che vogliono cambiare? Dovrebbero mettersi d’accordo per togliere i beni sottoposti a comunione legale da tale regime. C’è, però, un passaggio della sentenza della Cassazione che può destare qualche perplessità. La Suprema Corte sostiene che le regole della comunione legale senza quote rimangono fino al momento in cui la comunione stessa viene sciolta per le cause di cui all’articolo 191 del Codice civile.
Che cosa dice questo articolo? È proprio quello che disciplina lo scioglimento della comunione dei beni. Ciò avviene – recita il Codice – per:
la dichiarazione di assenza o di morte presunta di uno dei coniugi;
l’annullamento, lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio;
la separazione giudiziale dei beni;
il mutamento convenzionale del regime patrimoniale;
il fallimento di uno dei coniugi.
Uno di questi motivi, dunque, è sufficiente a ritenere sciolta la comunione dei beni. Ma la sentenza continua e dice che quelle regole rimangono fino allo scioglimento nel momento in cui i beni cadono in comunione ordinaria ed ogni coniuge che mantenga il potere di disporre della propria quota può liberamente ed autonomamente alienarla.
La perplessità nasce dal fatto che, come abbiamo visto, tra i motivi di scioglimento della comunione dei beni c’è il mutamento convenzionale del regime patrimoniale, come, appunto, la separazione dei beni. Che significa tutto ciò? Che, da una parte, la Cassazione stabilisce con la sua sentenza che i beni oggetto di comunione legale restano in tale regime anche se si adotta la separazione dei beni, a meno che si adotti quell’opzione rafforzata che abbiamo citato prima. Dall’altra, però, la stessa sentenza dice che i beni restano in comunione fino allo scioglimento di tale regime per uno dei motivi elencati dall’articolo 191 del Codice civile, tra i quali, come abbiamo visto, c’è anche la modifica del regime patrimoniale. Una contraddizione abbastanza evidente.
Multe stradali: modalità e tempi di notifica
Entro quanto tempo deve essere notificata una multa? Cosa sono la contestazione immediata e la contestazione differita?
Quando il portalettere bussa alla nostra porta e non attendiamo alcuna posta, un brivido corre lungo la schiena e la mente va subito a quella volta in cui, andando di fretta perché in ritardo, abbiamo probabilmente ecceduto con la velocità; oppure ripensiamo al parcheggio poco ortodosso di qualche mese prima. Insomma, il timore è sempre lo stesso: che si tratti di una multa. Anche all’automobilista più in gamba è capitato, almeno una volta nella vita, di essere multato. Con questo articolo cercheremo di capire qualcosa in più a riguardo e, soprattutto, di spiegare modalità e tempi di notifica delle multe stradali.
Multa: cos’è?
Prima di passare a vedere modalità e tempi di notifica delle multe stradali, chiariamo che cosa si intende per multa. La multa altro non è che una sanzione amministrativa pecuniaria comminata per la violazione di uno o più articoli del codice della strada. A questa sanzione può seguirne anche una di tipo accessorio, come ad esempio la sospensione della patente, oltre alla decurtazione dei punti dalla stessa.
In termini ancora più pratici, la multa è il verbale che l’autorità che ha accertato l’infrazione eleva (cioè, redige) al cittadino che abbia violato una delle norme del codice della strada.
Fare chiarezza terminologica è importante, perché il concetto di multa ne richiama in realtà un altro, di natura totalmente diversa: la multa, infatti, è anche la classica pena pecuniaria prevista per i reati. Nel caso della violazione stradale, invece, quando parliamo di multa facciamo sempre riferimento alla sanzione amministrativa pecuniaria.
Multa: chi può farla?
Prima di entrare nel merito del tema di questo articolo, e cioè di capire modalità e tempi di notifica delle multe stradali, vediamo chi può fare una multa. Non tutti, infatti, possono contestare un’infrazione stradale. Questo aspetto è molto importante e servirà, appunto, quando bisognerà come fare ricorso, poiché una multa stradale elevata da una persona che non abbia tale potere ne comporta la radicale nullità.
Possono fare una multa:
la polizia stradale (con competenza esclusiva sulla rete autostradale);
la polizia provinciale e quella comunale, nei limiti della loro competenza territoriale (cioè, la provincia e il comune);
la polizia penitenziaria, nei limiti delle sue competenze;
gli ausiliari del traffico, nei limiti dei poteri conferiti dal Comune.
Al di fuori di questi soggetti e salva specifica autorizzazione, nessun altro può fare una multa per violazione del codice della strada. Se ciò dovesse accadere, la multa stradale non sarebbe valida.
Multa: come si contesta la violazione?
Una volta commessa l’infrazione, è necessario che il trasgressore sia messo al corrente della violazione da lui commessa. Questa procedura serve per due motivi: innanzitutto, per permettere al cittadino di pagare la sanzione; in secondo luogo, per consentirgli di difendersi, facendo ricorso contro la multa.
Il problema è che non sempre l’organo accertatore (cioè, colui che rileva l’infrazione, e quindi il vigile urbano, il carabiniere, il poliziotto, ecc.) riesce a fermare il trasgressore per contestargli la violazione. Si pensi al classico esempio di eccesso di velocità: l’automobilista che sfreccia a tutto gas non potrà essere fermato, né inseguito. Ugualmente, la contestazione non potrà mai essere immediata quando l’accertamento avviene mediante dispositivi di rilevamento (tutor, autovelox, photored, ecc.), oppure quando il trasgressore non sia presente: si immagini l’automobile abbandonata in tripla fila oppure in una curva pericolosa.
In tutte queste ipotesi, la contestazione avverrà in un secondo momento, cioè mediante invio a casa del verbale. Si parla in questo caso di contestazione differita, cioè effettuata successivamente alla trasgressione, tramite notifica del verbale. In caso contrario, cioè quando è possibile “beccare” sul fatto il conducente, si avrà contestazione immediata. Approfondiamo l’argomento e cerchiamo di capire modalità e tempi di notifica delle multe stradali.
Contestazione differita: cos’è?
Qualora la violazione non possa essere immediatamente contestata (ad esempio, perché il trasgressore non è presente oppure perché l’auto non si è fermata), il verbale, con gli estremi precisi e dettagliati della violazione e con l’indicazione dei motivi che hanno reso impossibile la contestazione immediata, entro novanta giorni dall’accertamento deve essere notificato all’effettivo trasgressore o, quando questi non sia stato identificato e si tratti di violazione commessa dal conducente di un veicolo a motore, munito di targa, ad uno dei soggetti obbligati in solido, quale risulta dai pubblici registri alla data dell’accertamento [1].
Ricapitolando: la notifica della multa stradale deve avvenire entro novanta giorni dall’accertamento. La notifica va fatta a chi si trovava alla guida del veicolo al momento dell’infrazione, cioè all’effettivo trasgressore. Se questo non è stato identificato (si pensi alla multa derivante da eccesso di velocità rilevato con tutor autostradale), la notifica della multa stradale va fatta al soggetto obbligato in solido cioè, di norma, al proprietario della vettura. A questi si può risalire mediante il numero di targa del veicolo. Se nessuno dei due è stato identificato (cioè, né il trasgressore né l’obbligato in solido), i novanta giorni decorreranno solamente dal momento effettivo in cui l’identità di uno di loro è stata individuata.
Facciamo un esempio. Tizio si fa prestare l’auto da Caio. Imboccata l’autostrada, supera il limite di velocità e l’autovelox lo “cattura”. Poiché alle immagini non sarà possibile identificare l’effettivo trasgressore, cioè il conducente Tizio, la multa verrà notificata, sempre entro novanta giorni, a Caio, il quale risulta titolare del veicolo dal numero della targa.
Contestazione immediata: cos’è?
Al contrario, se è possibile fermare l’automobilista, l’agente accertatore gli dirà immediatamente che ha commesso una violazione e, lì su due piedi, compilerà il verbale inserendo tutti i dati utili, senza dimenticare, ovviamente, la sanzione pecuniaria (ed, eventualmente, quella accessoria). In tutti questi casi si parla di contestazione immediata.
Oltre alla consegna a mano, la multa deve essere notificata entro cento giorni dall’accertamento della violazione ad uno degli obbligati in solido. Per i residenti all’estero la notifica deve essere effettuata entro trecentosessanta giorni. Copia del verbale è consegnata immediatamente all’ufficio o comando da cui dipende l’agente accertatore.
In buona sostanza, la violazione, quando è possibile, deve essere immediatamente contestata tanto al trasgressore quanto alla persona che è obbligata in solido (ad esempio, al proprietario). Dell’avvenuta contestazione deve essere redatto verbale contenente anche le dichiarazioni eventualmente rese dagli interessati. Il verbale contiene la sommaria descrizione del fatto accertato, gli elementi essenziali per l’identificazione del trasgressore e la targa del veicolo con cui è stata commessa la violazione. Copia del verbale deve essere consegnata al trasgressore e, se presente, alla persona obbligata in solido [2].
Quando la violazione sia stata contestata immediatamente al trasgressore, il verbale deve essere notificato ad uno dei soggetti obbligati in solido entro cento giorni dall’accertamento della violazione. Per i residenti all’estero la notifica deve essere effettuata entro trecentosessanta giorni dall’accertamento.
Notifica multe stradali: cosa avviene in pratica?
contestazione differita (o non immediata): notifica entro novanta giorni al trasgressore o a uno degli obbligati in solido; il termine decorre dalla data di accertamento oppure dal momento in cui l’autorità abbia individuato il responsabile o gli obbligati in solido. Il termine è di trecentosessanta giorni per i residenti all’estero;
contestazione immediata: notifica entro cento giorni ad uno degli obbligati in solido (ovviamente se non presente al momento dell’infrazione); per i residenti all’estero il termine è di trecentosessanta giorni.
Va precisato che i verbali fanno parte di atti processuali, per cui non si applica ad essi il termine di sospensione feriale che, per gli atti giuridici, decorre dal 1 agosto al 31 agosto di ogni anno.
Il termine di notifica si calcola a partire dal giorno successivo a quello dell’accertamento, fino all’ultimo giorno incluso. Il termine per la notifica decorre non dalla data dell’infrazione, ma dalla data del suo accertamento. Molte sono le amministrazioni che fanno leva su questo elemento letterale, così da guadagnare tempo, dichiarando di aver accertato l’infrazione qualche giorno dopo dalla sua commissione.
Foggiano di nascita (classe 1978), Anconetano di adozione; dopo aver vissuto tra Piemonte, Toscana ed Emilia ho deciso di tornare ad Ancona (città dove avevo frequentato il Liceo Scientifico Luigi di Savoia) per avviare la carriera professionale.
Mi sono laureato a Modena con una tesi sulla “tutela delle banche dati aziendali” ed ho frequentato un Master per giurista di impresa; le prime settimane di pratica infatti, mi avevano fatto vedere una realtà professionale assolutamente diversa da quella che avevo immaginato durante l’università. Alla fine del master, però, ho ricevuto un’offerta di lavoro presso l’ufficio legale di una grossa azienda del settore automobilistico ed è stato allora che ho capito che il lavoro subordinato non era nelle mie corde e che la strada che avrei dovuto percorrere era quella della libera professione.
Certo, una cosa è sentire, da chi ha intrapreso la professione prima di te, quali sono le difficoltà e le soddisfazioni di questo mestiere, altro è viverle sulla propria pelle e confrontarsi ogni giorno con queste difficoltà.
Ci vuole passione e determinazione, ambizione e coraggio perché tra le mani di un avvocato passano i problemi concreti e reali delle persone e delle aziende.
Dopo 13 anni di attività ho capito che essere Avvocato è una vocazione: non si tratta solo di difendere gli interessi del cliente in Tribunale (forse una volta era così…), la società di oggi richiede una figura che sappia affiancare il cliente e ne condivida le scelte in base alle esigenze del momento.
Occorre prevenire cause, contenziosi e vertenze. La causa, insomma, deve essere sentita una eventualità remota.
Le riforme degli ultimi anni stanno vanno in questo senso ed il percorso personale seguito all’interno dell’Aiga (Associazione Italiana Giovani Avvocati) è stato fondamentale per comprendere appieno questi elementi di una professione che si sta rinnovando velocemente ed in profondità.
Negli ultimi anni l’attività dello studio che gestisco e che si avvale della collaborazione di due colleghi, si è indirizzata verso la responsabilità sanitaria in ambito civile. In questo campo la prima prova da sostenere è l’approccio con il cliente (medico o paziente) perché in questi casi, più che in altri, si è consapevoli che chi si rivolge ad un professionista si affida completamente.
La sfida del futuro è dunque quella di sostenere i clienti offrendo un servizio sempre più specializzato, chiaro nei tempi e nelle strategie di risoluzione delle problematiche e possibilmente lontano dalle aule di giustizia.
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Cos’è il reato di abuso d’ufficio? Chi sono il pubblico ufficiale e l’incaricato del pubblico servizio? La vittima di abuso d’ufficio può costituirsi parte civile?
I reati sono tutti condotte riprovevoli: a volte sono diretti a fare del male a qualcuno, altre volte a raggirare o ingannare, altre ancora a derubare. Molte condotte illecite, poi, non soltanto mettono in pericolo i beni o l’incolumità degli altri individui, ma la stessa correttezza dell’agire dello Stato. Cosa significa? Che esistono delitti che ledono il prestigio e il buon andamento della Repubblica e, in particolare, della pubblica amministrazione. Tra questi c’è l’abuso di ufficio, reato che coinvolge, per definizione, interessi pubblici (oltre che privati, come diremo nei prossimi paragrafi). Ecco allora una breve guida sul reato di abuso di ufficio.
Abuso di ufficio: cosa dice la legge?
Secondo il codice penale, è punito con la reclusione da uno a quattro anni il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico sevizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno sia stato particolarmente ingente [1].
Abuso di ufficio: cos’è?
In parole povere, cos’è l’abuso di ufficio? È il reato commesso da colui che, rivestendo una particolare posizione all’interno della pubblica amministrazione (pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio), approfitta proprio di tale condizione per ottenerne un vantaggio oppure per causare un danno ad altri. Classico esempio è quello del poliziotto che, abusando della sua uniforme, contesti un’infrazione stradale inesistente solamente per il gusto di danneggiare il povero autista.
Abuso di ufficio: qual è la condotta?
Da quanto detto si capisce che l’abuso di ufficio è uno di quei reati a forma libera, nel senso che può essere integrato in diversi modi. In altre parole, non esiste un’unica condotta che possa realizzare l’abuso di ufficio, ma molteplici. Ad esempio, il pubblico ufficiale che riveli il titolo delle tracce delle prove scritte di un concorso pubblico, violando così il dovere del segreto di ufficio per i dipendenti della pubblica amministrazione, commette abuso d’ufficio. Altro esempio di reato di abuso d’ufficio si riscontra nel rilascio, da parte del dirigente, di un permesso di costruire in violazione delle norme che disciplinano le costruzioni edilizie.
Abuso di ufficio: chi può commetterlo?
Altra caratteristica fondamentale del reato di abuso di ufficio è che può essere commesso solamente da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, cioè da persona che sia legata alla pubblica amministrazione. Per distinguerlo dai reati comuni, ossia da quelli che chiunque può commettere (come il furto, la rapina, l’omicidio, ecc.), in “legalese” si dice che il reato di abuso di ufficio è un reato proprio.
Ma chi sono il pubblico ufficiale e l’incaricato del pubblico servizio? Secondo la legge, per pubblico ufficiale deve intendersi colui che esercita una funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa. Mentre non ci sono dubbi sulle prime due funzioni, riferibili a parlamentari, consiglieri regionali e giudici, la terza presenta sicuramente un raggio d’azione più esteso. Svolgono una funzione amministrativa tutti coloro che dipendono da una pubblica amministrazione ed esercitano funzioni fondamentali per essa: si pensi ai cancellieri nei tribunali, agli insegnanti nelle scuole, ai medici negli ospedali, ai carabinieri, ecc.
L’incaricato di un pubblico servizio svolge, al contrario, funzioni residuali, ma non mansioni meramente manuali: ad esempio, l’infermiere è, di norma, un incaricato di un pubblico servizio. Sono incaricati di pubblico servizio anche coloro che sono investiti di una concessione pubblica: si pensi al settore della concessione radiotelevisiva.
Abuso d’ufficio: qual è l’elemento soggettivo?
Ogni reato che si rispetti è composto da un elemento oggettivo e da uno soggettivo: il primo è riferibile alla condotta concreta che il reo deve porre in essere per integrare il comportamento delittuoso previsto dalla norma penale; il secondo, invece, riguarda la condizione psicologica dell’agente. Perché si concreti il reato di abuso di ufficio è necessario che il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio agisca con dolo generico. Cosa significa? Vuol dire che il reo deve sapere che la sua condotta viola la legge con lo scopo di avvantaggiare (non per forza economicamente) sé o altre persone o di danneggiare altri.
Abuso d’ufficio: qual è il bene giuridico tutelato?
Come anticipato, il reato di abuso d’ufficio offende direttamente la pubblica amministrazione e il suo dovere di buon andamento e imparzialità. Tanto è affermato anche dalla giurisprudenza prevalente, secondo cui la persona offesa è solo la pubblica amministrazione, in quanto titolare dell’interesse protetto dalla norma incriminatrice, interesse rappresentato dal buon andamento, dall’imparzialità e dalla trasparenza dei pubblici ufficiali [2].
Abuso d’ufficio: chi è la persona offesa?
La scelta di mettere al centro del reato di abuso di ufficio la tutela della pubblica amministrazione potrebbe avere riflessi negativi sulla persona che, concretamente, ha subito il pregiudizio arrecatogli dal pubblico ufficiale. Si pensi alla persona a cui, ingiustamente, il dirigente neghi un’autorizzazione che gli spetterebbe per legge: in questo caso, se è vero che è l’immagine dell’intera pubblica amministrazione ad essere lesa dal suo dipendente, è anche vero che, nell’immediato, il danno è stato subito dal privato.
La corretta individuazione della persona offesa è questione molto importante ai fini del diritto di opporsi all’eventuale richiesta di archiviazione della notizia di reato avanzata dal magistrato del pubblico ministero e, soprattutto, ai fini della costituzione di parte civile per chiedere e ottenere il risarcimento del danno.
Sul punto, parte della giurisprudenza si è espressa in questo senso: il privato che abbia subito un pregiudizio economico dalla condotta illegittima del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio è legittimato, in quanto soggetto danneggiato, a costituirsi parte civile nel processo penale, ma, poiché egli non assume anche la qualità di persona offesa, condizione riservata alla sola pubblica amministrazione, non potrà intervenire durante la fase delle indagini preliminari e, soprattutto, non potrà opporsi alla richiesta di archiviazione avanzata dal p.m. [3].
In maniera parzialmente diversa, alcune pronunce della Corte di Cassazione hanno invece sottolineato l’importanza della distinzione tra abuso di ufficio finalizzato a ottenere un indebito vantaggio (al reo o a terzi da questi favorito) e abuso d’ufficio che arreca danno ad altri. Nel primo caso, vale quanto finora detto: l’eventuale privato danneggiato dalla condotta illecita non è persona offesa ma, se ha conseguito un danno patrimoniale, può costituirsi parte civile; nella seconda ipotesi, e cioè quando l’abuso ha colpito direttamente un privato, questi non solo è danneggiato, ma anche persona offesa, con conseguente diritto ad intervenire anche durante la fase delle indagini preliminari e, perciò, a presentare opposizione alla richiesta di archiviazione [4].
Mandato d’arresto europeo: quando non è possibile
Il mandato di arresto europeo, il suo ambito di applicazione e le ipotesi di rifiuto di consegna.
Il mandato di arresto europeo (MAE) ha lo scopo di assicurare la consegna di una persona ricercata allo stato che deve procedere nei suoi confronti esercitando l’azione penale (e, dunque, iniziando un procedimento penale) o dando esecuzione ad una pena o ad una misura di sicurezza (e, dunque, in un momento in cui la condanna è definitiva): la consegna deve avvenire tra due stati diversi (uno che richiede la consegna ed un altro che deve decidere se concederla) ed in tempi brevi. Non sempre lo stato membro deve consegnare il soggetto richiesto: ci sono, infatti, casi specifici in cui la legge gli consente di non operare la consegna e casi in cui addirittura gli vieta di farlo. Vediamo insieme, dopo aver analizzato l’istituto, quando non è possibile attuare il mandato di arresto europeo.
Il mandato di arresto europeo è stato introdotto in Italia nell’anno 2005 [1]. Si tratta di un provvedimento giudiziario con il quale uno stato membro dell’Unione europea chiede l’arresto (e la successiva consegna) di un soggetto ricercato da parte di un altro stato membro nel quale questo si trovi.
Facciamo un esempio. Un cittadino Italiano ha commesso un grave crimine in Italia e poi è fuggito all’estero, precisamente in Spagna. In Italia si celebra il processo nei suoi confronti che si conclude con una sentenza definitiva di condanna. Al fine di eseguirla, l’Italia emette un mandato di arresto europeo con il quale chiede alla Spagna di consegnarle il cittadino italiano che è stato condannato e deve scontare la sua pena in Italia. Non sempre, però, lo stato richiedente ha diritto ad ottenere la consegna: per la sua applicazione è, infatti, necessaria la presenza di determinati requisiti:
i fatti puniti dalla legge dello stato membro che emette il mandato devono essere sanzionati (in astratto) con una pena o con una misura di sicurezza non inferiore nel massimo a 12 mesi (ci si riferisce al caso in cui non sia stata ancora comminata una pena né disposta una misura di sicurezza);
deve essere stata emessa una condanna o disposta l’applicazione di una misura di sicurezza di durata non inferiore a quattro mesi;
deve essere rispettato il principio della doppia incriminazione, nel senso che i fatti per cui è emesso il mandato devono costituire reato ai sensi della legge dello tato membro che esegue l’ordine oltre che dello Stato membro che lo emette [2]. Questo principio non si applica per i fatti di particolare gravità ed, in particolare, non si applica in materia di tasse e imposte, di dogana e di cambio (quando la legge italiana non impone lo stesso tipo di tasse o di imposte ovvero non contiene lo stesso tipo di disciplina in materia di tasse, di imposte, di dogana e di cambio della legge dello Stato membro di emissione). Tuttavia, deve trattarsi di tasse e imposte che siano assimilabili, per analogia, a tasse o imposte per le quali la legge italiana prevede, in caso di violazione, la sanzione della reclusione della durata massima, escluse le eventuali aggravanti, pari o superiori a tre anni.
Quando l’Italia deve rifiutare la consegna del ricercato?
L’esecuzione del mandato di arresto europeo non è sempre possibile, in quanto esso deve essere rifiutato in alcune ipotesi tassative. Se vi è richiesta di un mandato di arresto da parte di uno Stato membro, la corte di appello (in Italia) rifiuta la consegna nei seguenti casi [3]:
se vi sono motivi oggettivi per ritenere che il mandato d’arresto europeo sia stato emesso al fine di perseguire penalmente o di punire una persona a causa del suo sesso, della sua razza, della sua religione, della sua origine etnica, della sua
nazionalità, della sua lingua, delle sue opinioni politiche o delle sue tendenze sessuali oppure che la posizione della persona interessata possa risultare pregiudicata per uno dei motivi appena citati;
se il diritto è stato leso con il consenso di chi, secondo la legge italiana, può validamente disporne;
se per la legge italiana il fatto costituisce esercizio di un diritto, adempimento di un dovere ovvero è stato determinato da caso fortuito o forza maggiore;
se il fatto è manifestazione della libertà di associazione, della libertà di stampa o di altri mezzi di comunicazione;
se la legislazione dello Stato membro di emissione non prevede i limiti massimi della carcerazione preventiva;
se il mandato d’arresto europeo ha per oggetto un reato politico;
se dagli atti risulta che la sentenza irrevocabile, oggetto del mandato d’arresto europeo, non sia la conseguenza di un processo equo condotto nel rispetto dei diritti minimi dell’accusato;
se sussiste un serio pericolo che la persona ricercata venga sottoposta alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti;
se la persona destinataria del mandato d’arresto europeo, al momento della commissione del reato, fosse minore di anni 14, o minore di anni 18 quando il reato per cui si procede è punito con una pena inferiore nel massimo a nove anni, o quando la restrizione della libertà personale risulta incompatibile con i processi educativi in atto, o quando l’ordinamento dello Stato membro di emissione non prevede differenze di trattamento carcerario tra il minore di anni 18 e il soggetto maggiorenne o quando, effettuati i necessari accertamenti, il soggetto risulti comunque non imputabile o, infine, quando nell’ordinamento dello Stato membro di emissione non è previsto l’accertamento della effettiva capacità di intendere e di volere;
se il reato contestato nel mandato d’arresto europeo è estinto per amnistia ai sensi della legge italiana, sempre che al fatto si applichi la giurisdizione dello stato italiano
se risulta che la persona ricercata è stata giudicata con sentenza irrevocabile per gli stessi fatti da uno degli Stati membri dell’Unione europea purché, in caso di condanna, la pena sia stata già eseguita o sia in corso di esecuzione o non possa più essere eseguita in forza delle leggi dello stato membro che ha emesso la condanna;
se i fatti per i quali il mandato d’arresto europeo è stato emesso potevano essere giudicati in Italia e si sia già verificata la prescrizione del reato o della pena;
se, per lo stesso fatto che è alla base del mandato d’arresto europeo, nei confronti della persona ricercata, sia in corso un procedimento penale in Italia (esclusa l’ipotesi in cui il mandato d’arresto europeo concerne l’esecuzione di una sentenza definitiva di condanna emessa in uno Stato membro dell’Unione europea);
se il mandato d’arresto europeo riguarda reati che dalla legge italiana sono considerati reati commessi in tutto o in parte nel suo territorio, o in luogo assimilato al suo territorio; ovvero reati che sono stati commessi al di fuori del territorio dello Stato membro di emissione, se la legge italiana non consente l’azione penale per gli stessi reati commessi al di fuori del suo territorio;
se è stata pronunciata, in Italia, sentenza di non luogo a procedere;
se il mandato d’arresto europeo è stato emesso ai fini della esecuzione di una pena o di una misura di sicurezza privative della libertà personale, qualora la persona ricercata sia cittadino italiano, sempre che la corte di appello disponga che tale pena o misura di sicurezza sia eseguita in Italia conformemente al suo diritto interno;
se la persona richiesta in consegna è una donna incinta o madre di prole di età inferiore a tre anni con lei convivente, salvo che, trattandosi di mandato d’arresto europeo emesso nel corso di un procedimento, le esigenze cautelari poste a base del provvedimento restrittivo dell’autorità giudiziaria emittente risultino di eccezionale gravità;
se il provvedimento cautelare in base al quale il mandato d’arresto europeo è stato emesso risulta mancante di motivazione;
se la persona richiesta in consegna beneficia per la legge italiana di immunità che limitano l’esercizio o il proseguimento dell’azione penale;
se la sentenza per la cui esecuzione è stata domandata la consegna contiene disposizioni contrarie ai princípi fondamentali dell’ordinamento giuridico italiano.
Quali garanzie deve richiedere l’Italia per eseguire il mandato?
Non sempre è possibile emettere (e soprattutto eseguire) il mandato di arresto europeo, sia quando l’Italia richieda la consegna sia che gli venga richiesto di eseguirla. L’esecuzione del mandato d’arresto europeo da parte dell’autorità giudiziaria italiana è, infatti, possibile solo se [4]:
il mandato d’arresto europeo è stato emesso ai fini dell’esecuzione di una pena o di una misura di sicurezza comminate con un provvedimento pronunciato in assenza dell’imputato (tecnicamente si dice in absentia) e se l’interessato non è stato citato personalmente né informato in altro modo della data e del luogo dell’udienza che ha portato a quella sentenza di condanna. In questo caso specifico, la consegna è possibile solo se l’autorità giudiziaria che emette il mandato di arresto (e che, dunque, chiede la consegna del condannato) fornisca serie rassicurazioni circa il fatto che i destinatari del mandato potranno chiedere la celebrazione di un nuovo processo (nello stato membro richiedente) e che sarà loro consentito di presenziare;
il reato oggetto del mandato d’arresto europeo è punibile con una pena o una misura di sicurezza privative della libertà personale a vita. In questo caso l’esecuzione del mandato (e, quindi, la consegna allo stato richiedente) è possibile solo se lo stato membro richiedente prevede (nel suo ordinamento giuridico) la possibilità di modificare la pena comminata su richiesta della parte e la possibile applicazione di misure di clemenza (alle quali la persona destinataria del mandato ha diritto in virtù della legge o della prassi dello Stato membro di emissione) affinché la pena o la misura in questione non siano eseguite;
la persona destinataria del mandato d’arresto europeo (e nei confronti della quale deve essere iniziato un procedimento penale) è cittadino italiano o residente in Italia. In questo caso la consegna è subordinata alla condizione che la persona, dopo essere stata ascoltata dallo stato richiedente, sia rinviata nello stato membro di esecuzione (Italia) per scontarvi la pena o la misura di sicurezza (che, eventualmente, siano state pronunciate nei suoi confronti).
Incidente auto all’estero: cosa fare?
A chi rivolgersi in caso di sinistro durante una vacanza o un viaggio di lavoro? Posso fare la richiesta di risarcimento in italiano e da casa?
È vero che oggi le compagnie aeree low cost invogliano a volare per fare turismo risparmiando tempo e soldi nel viaggio. Ma è altrettanto vero che una vacanza in macchina, d’estate o d’inverno poco importa, ha un fascino in più. Se non altro, perché c’è la possibilità di fermarsi davanti ad un bel panorama, di muoversi in assoluta libertà dove i mezzi pubblici non arrivano ed a qualsiasi orario. Evviva la vacanza in auto, allora. Purché la si faccia con prudenza per non guastarla con un incidente. Anche perché non sempre viene in automatico, quando si è all’estero, sapere a chi rivolgersi quando si provoca o si subisce un danno alla macchina. C’è anche il problema della lingua se si va in un Paese in cui, ben che vada, si parla a gesti. Quindi, in caso di incidente auto all’estero, cosa fare? C’è un numero da chiamare da qualsiasi parte ci si trovi per chiedere aiuto? Devo chiedere il risarcimento subito oppure posso, comunque, godermi la vacanza (anche se con l’auto ammaccata, pazienza) ed avviare la pratica online al mio ritorno a casa? Vediamo.
Incidente all’estero: cosa fare subito
Ammesso e non concesso che l’incidente auto all’estero non sia talmente grave da mandarci in ospedale, la prima cosa da fare, passato lo spavento e recuperata la giusta lucidità, è raccogliere ogni elemento utile dell’altra macchina e del suo conducente per poter chiedere e – possibilmente – ottenere un risarcimento. Quindi, prendere nota di:
data, ora e luogo dell’incidente;
modello e numero di targa dell’altra auto (da cui si dedurrà la nazionalità);
generalità del conducente dell’altra auto;
impresa di assicurazioni dell’altra auto;
forza dell’ordine intervenuta sul luogo del sinistro (vigili urbani, Polizia di Stato o altro).
Visti i progressi della tecnologia, scattare con il telefonino qualche foto non guasta: le immagini dei danni subiti e del contesto in cui è avvenuto l’incidente possono essere utili in un’eventuale controversia per mostrare come sono andate le cose e avere il risarcimento.
Incidente all’estero: a chi rivolgersi
C’è una procedura approvata dall’Unione europea e recepita in Italia nel 2003 da seguire in caso di incidente auto all’estero. Una procedura, però, che cambia a seconda del Paese in cui è avvenuto il sinistro, cioè se si trova in uno Stato membro dello Spazio economico europeo o se si trova al di fuori di queste frontiere. A dire il vero, la normativa interessa non solo lo Spazio economico (quindi gli Stati membri dell’Unione europea più Liechtenstein, Islanda e Norvegia) ma anche i Paesi che aderiscono al sistema della Carta Verde, quindi l’Europa dei Balcani e l’Europa orientale che non fa parte dell’Ue (rientra anche la Russia), la Turchia e la zona mediterranea del Nod Africa come Tunisia o Marocco, giusto per citare alcune delle mete turistiche più frequentate.
Se l’incidente auto all’estero è avvenuto in uno Stato membro del sistema Carta Verde, ci possono essere due possibilità.
La prima, che l’incidente sia stato causato da una macchina immatricolata o assicurata nello Spazio economico europeo o in Svizzera: in questo caso bisogna rivolgersi per la richiesta di risarcimento a Consap SpA, Centro di Informazione Italiano. Si tratta della Concessionaria per i servizi assicurativi pubblici. Il numero del centralino è 06.857961. L’indirizzo di posta elettronica è consap@consap.it, mente l’indirizzo di Pec è consap@pec.consap.it. L’orario di apertura al pubblico è:
da lunedì a giovedì dalle 9.30 alle 13 e dalle 15 alle 16.30;
venerdì dalle 9.30 alle 13.
Nel caso in cui non sia stato nominato un mandatario oppure non si riceve una risposta entro 3 mesi o, ancora, l’auto non è identificata o assicurata, bisogna rivolgersi sempre a Consap ma all’ufficio Gestione F.G.V.S. – Organismo di Indennizzo Italiano. Se il veicolo che ha causato l’incidente è immatricolato in Svizzera, bisogna rivolgersi alla compagnia della controparte per la richiesta di risarcimento.
La seconda possibilità è che il veicolo che ha causato l’incidente non sia immatricolato in un Paese dello Spazio economico europeo o in Svizzera. Anche in questo caso bisogna rivolgersi a Consap SpA, Centro di Informazione Italiano. Se il veicolo che ha causato l’incidente è immatricolato nello stesso Paese in cui è avvenuto il sinistro (mettiamo che mi viene addosso in Germania una macchina immatricolata a Berlino), la richiesta di risarcimento va inviata all’assicuratore e/o al proprietario del veicolo. Se, invece, il veicolo è immatricolato in un altro Paese diverso da quello in cui è avvenuto il sinistro, la richiesta va inviata al Bureau del Paese dell’incidente indicato sul retro della Carta Verde.
Incidente all’estero: posso chiedere il risarcimento da casa?
La normativa Ue che stabilisce la procedura in caso di incidente auto all’estero si applica, come detto nei Paesi dello Spazio economico europeo. Prevede che ogni compagnia assicurativa nomini un mandatario in ciascuno di questi Paesi. Sarà lui l’interlocutore dell’automobilista che ha subìto il danno. L’ulteriore vantaggio è che il conducente potrà avere di fronte questa persona che opera per conto della compagnia estera ma che parla la sua lingua per istruire la pratica e chiedere il risarcimento del danno. La prassi, dunque, si svolge in italiano, il che non è poco pensando, ad esempio, ad un incidente in Norvegia o in Finlandia.
Da casa, è possibile chiedere il risarcimento tramite il sito di Consap (www.portale.consap.it) previa registrazione oppure inviando un’e-mail all’indirizzo sopra indicato.
Incidente auto all’estero: che succede se avviene in Svizzera?
Si sa che, per tradizione, la Svizzera è sempre stata e resta ancora un Paese a sé stante. Tramite un referendum disse di no all’ingresso nello Spazio economico europeo, quindi resta al di fuori di questo «club». La Confederazione Elvetica, però, resta un Paese molto frequentato dagli italiani, sia per turismo sia per lavoro, nel caso dei frontalieri. Quindi, in caso di incidente auto, che cosa fare?
C’è da dire che esiste un accordo tra le autorità assicurative italiane, cioè l’Ivass (Istituto di Vigilanza sulle Assicurazioni) e l’Ania (l’Associazione nazionale imprese assicuratrici) e quella svizzera. In virtù di questa intesa, la normativa degli Stati del sistema Carta Verde è stata allargata al Paese elvetico. Quindi se un’auto svizzera provoca un incidente auto all’estero in uno di quei Paesi, verrà applicata la procedura sopra descritta. Come detto in precedenza, è importante chiedere al momento del sinistro qual è la compagnia con cui è assicurato il veicolo che lo ha causato. Questo perché, in caso di mancata risposta o se la richiesta di risarcimento viene respinta, bisogna rivolgersi direttamente alla compagnia svizzera.
Ispezione: cos’è e come avviene
Ispezione penale: come funziona? Cosa sono l’ispezione personale e l’ispezione locale? Qual è la differenza con la perquisizione?
Il procedimento penale è un lungo percorso scandito da diverse tappe: innanzitutto le indagini preliminari, poi il dibattimento e infine la decisione. La fase delle indagini, in particolare, si contraddistingue per le diverse attività poste in essere dagli organi della polizia giudiziaria, guidati dal magistrato del pubblico ministero a cui le operazioni sono affidate. Di fondamentale importanza è quell’attività finalizzata a rinvenire le tracce di un reato commesso al fine di risalire, così, al suo autore. Con questo articolo vedremo cos’è e come avviene l’ispezione all’interno di un procedimento penale.
Ispezione: cos’è?
La legge penale italiana distingue tra i mezzi di prova e i mezzi di ricerca della prova: i primi sono le prove in senso stretto (testimonianza, esame delle parti, confronto, ricognizioni, esperimenti giudiziali, perizia, documenti), cioè gli strumenti idonei a dimostrare un fatto o una circostanza; i secondi servono, invece, a “catturare” le prove, cioè a cercarle e a farle entrare nel processo penale.
Tra i mezzi di ricerca della prova rientra appunto l’ispezione. Secondo il codice di procedura penale, l’ispezione è l’attività di ricerca delle tracce del reato o degli altri effetti materiali dello stesso. Le tracce del reato possono consistere sia in segni e indizi materiali, che in segni sulla persona offesa o su altri individui; gli effetti materiali del reato sono tutte quelle conseguenze (tracce di polvere da sparo, vetri rotti, ecc.) dai quali si può desumere che un illecito sia stato commesso.
Se il reato non ha lasciato tracce o effetti materiali, o se questi sono scomparsi o sono stati cancellati o dispersi, alterati o rimossi, l’autorità giudiziaria deve limitarsi a descrivere lo stato attuale e, in quanto possibile, verificare quello preesistente, curando anche di individuare modo, tempo e cause delle eventuali modificazioni. L’autorità giudiziaria può disporre rilievi segnaletici, descrittivi e fotografici e ogni altra operazione tecnica, anche in relazione a sistemi informatici o telematici, adottando misure tecniche dirette ad assicurare la conservazione dei dati originali e ad impedirne l’alterazione [1].
Ispezione: quanti tipi?
La legge prevede tre tipi di ispezione diversi in base all’oggetto dell’indagine: l’ispezione personale, l’ispezione locale e quella reale. La denominazione dice già tutto: l’ispezione personale è la ricerca delle tracce o degli effetti del reato fatta su una determinata persona (si pensi agli ematomi riportati da chi ha partecipato ad una colluttazione); l’ispezione locale avviene accedendo a determinati luoghi ove si presume sia accaduto il delitto; l’ispezione reale è quella che si concentra su determinati beni o oggetti (si pensi ad una porta scassinata, a una pistola, ecc.).
Ispezione personale: come funziona?
La legge impone alcune particolari precauzioni allorquando si debba procedere all’ispezione personale. Il perché è molto semplice: l’attività di ricerca delle tracce del reato sul corpo di una persona implica un’invasione della sua sfera privata, talvolta anche della sua intimità. Una cosa, infatti, è ispezionare un oggetto o un’abitazione, altra cosa è indagare direttamente sul corpo di un individuo.
Per questa ragione la legge dice che, prima di procedere all’ispezione personale, l’interessato (cioè, la persona sulla quale verrà eseguita l’ispezione) è avvertito della facoltà di farsi assistere da persona di fiducia, purché questa sia prontamente reperibile, non sia minore di quattordici anni e abbia la capacità di intendere e di volere. L’ispezione è eseguita nel rispetto della dignità e, nei limiti del possibile, del pudore di chi vi è sottoposto; essa può essere eseguita anche per mezzo di un medico. In questo caso l’autorità giudiziaria può astenersi dall’assistere alle operazioni [2].
Nel caso di ispezione personale, quindi, l’ispezionato ha il diritto di farsi assistere da chi voglia, purché il suo arrivo sia celere e non faccia perdere tempo alle autorità. Questa disposizione si spiega perché, molte volte, l’ispezione è attività che deve essere compiuta velocemente, senza inutili dilazioni: si pensi alle tracce che rischiano di cancellarsi, ad esempio, a causa delle avverse condizioni climatiche o per il passaggio di altre persone. In tutte queste ipotesi e in quelle simili, l’autorità procedente (polizia, carabinieri, ecc.) non può attendere che la persona chiamata ad assistere l’ispezionato giunga con ritardo.
La legge, poi, specifica che l’ispezione personale avviene sempre nel rispetto della dignità e del pudore di chi vi è sottoposto: l’indagine, quindi, dovrà eseguirsi con discrezione (ad esempio, se ci si trova in luogo pubblico, si potrà invitare l’interessato a seguire le autorità in posto più appartato ove eseguire l’ispezione) e senza offendere il senso di moralità della persona sottoposta. A tal fine, l’ispezione, se riguarda zone del corpo particolarmente delicate, può essere eseguita da un medico.
Ispezione di luoghi e di cose: come funziona?
Pur essendo meno “delicata” di quella personale, l’ispezione eseguita su luoghi o cose è anch’essa accompagnata da precise garanzie. La legge dice che all’imputato e, in ogni caso, a chi abbia l’attuale disponibilità del luogo in cui è eseguita l’ispezione è consegnata, nell’atto di iniziare le operazioni e sempre che essi siano presenti, copia del decreto (il famoso “mandato”) che dispone tale accertamento. Nel procedere all’ispezione dei luoghi, l’autorità giudiziaria può ordinare, enunciando nel verbale i motivi del provvedimento, che taluno non si allontani prima che le operazioni siano concluse e può far ricondurre coattivamente sul posto il trasgressore [3].
Essendo l’ispezione reale un atto a sorpresa, cioè un’attività che la polizia giudiziaria esegue senza preavviso, il difensore ha diritto di assistere all’atto ma non ha diritto di essere preventivamente avvisato: l’intervento della polizia giudiziaria, infatti, implica l’urgenza dell’atto.
Ispezione e garanzie Costituzionali
Secondo la Costituzione, la libertà personale e il domicilio sono inviolabili [4]: non si possono eseguire ispezioni, perquisizioni o sequestri se non nei casi e nei modi stabili dalla legge e per atto motivato dell’autorità giudiziaria. La Costituzione, quindi, tutela la persona e il suo domicilio con tutte le garanzie necessarie a proteggere il cittadino dall’abuso di autorità dello Stato. Per questo motivo tanto per le ispezioni personali quanto per quelle locali la legge predispone una procedura che possa essere meno invasiva possibile e che, comunque, possa essere eseguita solamente in presenza di determinati requisiti: in particolare, viene previsto che all’ispezione si proceda solamente dietro decreto emesso dall’autorità giudiziaria. Ma non è sempre così.
Ispezione: quando si procede senza decreto?
Ci sono casi in cui la polizia giudiziaria procede all’ispezione senza l’autorizzazione preventiva dell’autorità giudiziaria: ciò avviene quando non è possibile attendere l’emissione del decreto e deve, pertanto, procedersi d’urgenza. Si pensi a un’ispezione che deve essere effettuata nell’immediatezza di un fatto che costituisce reato, o comunque, a tutti i casi di particolare urgenza, quando il tempo gioca a sfavore delle autorità: nelle ipotesi dette, si può procedere a ispezione anche senza il preventivo decreto di cui abbiamo parlato.
Ispezione: qual è la differenza con la perquisizione?
Come l’ispezione, anche la perquisizione può essere personale o locale e può essere disposta soltanto con decreto dell’autorità giudiziaria, la quale può procedere personalmente ovvero disporre che l’atto sia compiuto da ufficiali di polizia giudiziaria delegati con lo stesso decreto [5].
La perquisizione domiciliare può essere disposta solamente quando vi è fondato motivo di ritenere che il corpo del reato (cioè il mezzo con cui è stato commesso il reato) o cose pertinenti al reato si trovino in quel determinato luogo, ovvero che in esso possa eseguirsi l’arresto dell’imputato o dell’evaso. Come si sarà già intuito, quindi, la differenza tra ispezione e perquisizione è evidente: con la prima si effettua un’operazione di ricerca di quanto possa essere utile per le indagini (tracce, effetti materiali del reato, ecc.); con la seconda, invece, si agisce quando c’è fondato motivo di trovare direttamente il corpo del reato o cose pertinenti al reato. Quando la perquisizione dà esito positivo, si procede al sequestro del corpo del reato o delle cose pertinenti al reato, cioè all’apprensione fisica del bene, che viene quindi sottratto a chi ne aveva la disponibilità.
Prima di poter perquisire una persona o la sua dimora, i carabinieri devono avvisarlo della possibilità di nominare un avvocato o altra persona di fiducia che siano, però, facilmente reperibili; i carabinieri non sono quindi tenuti ad attendere nel caso in cui il proprio avvocato venga da luogo distante.
Radiografia: è ispezione personale?
La giurisprudenza ha stabilito che l’ispezione, in quanto mezzo di ricerca della prova che consiste nell’osservare («inspicere», dal latino) o controllare una persona al fine di accertare le tracce e gli altri effetti materiali del reato, non può limitarsi a un’attività di osservazione concernente solamente l’aspetto esteriore del corpo umano, bensì può estendersi anche all’ispezione endocorporea, cioè interna, con l’utilizzo di strumenti tecnici, quali la radiografia [6].
Pertanto, secondo la Suprema Corte, l’esame radiografico di una persona può essere ricondotto all’interno delle facoltà inerenti all’ispezione personale dell’indagato, costituendo nient’altro che una mera estensione del controllo attuabile che, attraverso l’uso della tecnica radiologica (o anche di altra tecnica), non è limitato al solo aspetto esterno dell’indagato, ma è esteso anche all’ispezione all’interno del corpo umano (nel caso di specie, la radiografia era stata disposta per verificare se il soggetto fermato celasse all’interno del proprio corpo ovuli di droga).

References: sentenza 
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