Source: http://www.fucinemute.it/2013/10/la-traduzione-giuridica-dallitaliano-al-francese/
Timestamp: 2019-12-08 10:42:15+00:00

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La traduzione giuridica dall’italiano al francese | Fucine Mute webmagazine
Il saggio di Alain Volclair Traduire en français le jugement d’un tribunal civil de premier degré italien. Ignorance de la langue contractuelle et annulabilité du contrat[1] espone uno dei possibili percorsi per tradurre in francese una sentenza emessa da un tribunale italiano di primo grado.
In esso, l’autore spiega quali sono le conoscenze, sia di tipo giuridico che linguistico, che il traduttore deve possedere al fine di svolgere al meglio il proprio lavoro e affrontare nel modo giusto i problemi sollevati da questa tipologia testuale.
Innanzitutto, è importante sottolineare le tre caratteristiche che distinguono la sentenza da ogni altro testo giuridico, e cioè l’unilateralità, in quanto il destinatario non partecipa direttamente alla produzione del testo ma questo gli viene imposto dall’emittente; il formalismo, per il peso giuridico del linguaggio e per il carattere solenne del contesto e l’imperatività, poiché attraverso tale atto si creano norme di comportamento che vengono imposte ai soggetti giuridici. Di conseguenza, il traduttore, nel momento di scegliere lo stile e il linguaggio da utilizzare nella traduzione, deve tener conto di questi tre fattori per far sì che il testo non perda la sua efficacia.
Per quanto riguarda le funzioni linguistiche, l’autore ne identifica quattro, presenti sia nel testo italiano che nel testo francese: la funzione narrativa, relativa alla prima parte della sentenza dove viene effettuata la narrazione cronologica dei fatti che sono all’origine della causa tra le parti; la funzione descrittiva, riferita alla seconda parte della sentenza in cui vengono descritte le norme applicabili al caso e sono presenti tutti gli elementi necessari alla discussione; la funzione argomentativa, che invece riguarda l’esposizione del processo logico-giuridico che ha indotto il giudice a prendere una determinata decisione e infine la funzione normativa, presente nella parte finale contenente il dispositivo della sentenza. Ognuna di queste funzioni comporta l’utilizzo di un diverso linguaggio con un differente grado di tecnicità; il traduttore, pertanto, deve avere ben chiaro il modo in cui è strutturato il testo per evitare di ricorrere a una semplificazione terminologica dove questa non è richiesta.
Al fine di individuare quali sono le maggiori differenze tra una sentenza italiana e una sentenza francese, è molto utile per il traduttore conoscere il modo in cui si è evoluta la giustizia nei due paesi di riferimento. Sapere quindi che la sentenza italiana è il frutto dell’unione di due stili (lo stile rotale, nato dietro impulso dei Tribunali della Rota di Roma, che conferiva al testo un carattere argomentativo, dissertatorio e casistico, e lo stile francese con la sua struttura quadripartita e l’utilizzo della phrase unique e degli attendus que, resi in italiano con le formule atteso che, considerato che e poi sostituiti dal discorso diretto) aiuta a comprendere in che cosa si distingue da una sentenza francese, risultato di un processo storico e sociale in cui si parte da una completa assenza di indicazione dei motivi della decisione del giudice per arrivare a una présentation mixte in cui i succitati attendus que vengono mantenuti solo nelle motivazioni, per dare loro un certo rigore, ma vengono eliminati dalla parte denominata svolgimento del processo.
Una volta effettuata questa analisi, il traduttore può realizzare una griglia di lettura semplificata allo scopo di determinare con chiarezza quali sono gli elementi maggiormente contrastanti tra i due sistemi e avere una comprensione globale del documento. Tale griglia viene realizzata innestando sul contenuto di una sentenza di un tribunale di primo grado italiano il contenuto di quella di un tribunale francese. In questo modo è più facile individuare quali sono le difficoltà di tipo terminologico, e anche morfosintattico, che deve affrontare il traduttore nello svolgimento del suo lavoro e nell’effettuazione di determinate scelte per conciliare i due stili. Da questo risulta evidente che mentre il testo italiano privilegia la microstruttura, con riferimenti alla dottrina e alla giurisprudenza e con l’utilizzo di strategie linguistiche complesse, il testo francese si focalizza sulla macrostruttura, avvalendosi della phrase unique e degli attendus que già visti in precedenza e applicando uno stile rigoroso, una forma efficace ed elegante, e un linguaggio puro che esprime l’imparzialità del giudizio emesso.
A questo punto, si pone il problema della compatibilità tra i due sistemi. Una prima soluzione potrebbe essere di non seguire la rigida costruzione francese e di proporre una traduzione libera da essa con il rischio, però, di perdere una delle caratteristiche fondamentali della giurisprudenza francese e di rendere, quindi, il testo poco conforme a quest’ultima. Allo stesso modo francesizzare il testo italiano comporterebbe la perdita di quel processo storico e culturale che è alla base della sua creazione.
La seconda soluzione sarebbe quella di sopprimere nel testo francese tutte le parti che in italiano sono riferite alla dottrina e alla giurisprudenza; questo perché per un giudice francese si tratterebbe di pure digressioni. In realtà, però, tali non sono per il giudice italiano che cerca di stabilire un dialogo con chi ascolta o legge la sentenza e di convincerlo della validità della sua decisione. Se dunque dal punto di vista tecnico queste parti potrebbero anche essere soppresse, dal punto di vista deontologico tale scelta si rivelerebbe errata poiché simili digressioni sono il riflesso di una storia nazionale.
L’unica soluzione applicabile consiste, quindi, nel sovrapporre nella sua interezza il contenuto della sentenza italiana alla struttura rigida francese, introducendo ogni informazione importante con la locuzione attendu que e le informazioni di minore rilevanza con il relativo que. Questa tecnica viene definita dall’autore come technique du plaçage, e implica che il traduttore abbia una certa conoscenza giuridica per poter classificare le informazioni per ordine di importanza. L’applicazione di questa tecnica comporta, sul piano morfosintattico, alcuni cambiamenti spesso originati da esigenze puramente stilistiche, ma è l’unica che permette di conciliare i due sistemi giuridici senza che l’uno sovrasti l’altro.
Dopo aver effettuato questa sovrapposizione il traduttore deve occuparsi delle scelte terminologiche, fondamentali per mantenere nel testo di arrivo la stessa efficacia giuridica del testo di partenza. Le scelte vanno effettuate servendosi di strumenti quali dizionari specializzati e i Codici Civili dei due paesi di riferimento. In alcuni casi è possibile rilevare un’equivalenza terminologica quasi perfetta tra i due sistemi, in altri è necessario trovare una soluzione che eviti fraintendimenti, come ad esempio per il termine ignoranza che in francese riguarda semplicemente una mancanza di conoscenza mentre in italiano ha valore giuridico in quanto causa di annullabilità di un contratto. Lo stesso discorso vale per decreto ingiuntivo, che il dizionario bilingue traduce con arrêt d’injonction. I due termini sembrano equivalenti ma in realtà si riferiscono a concetti diversi: il decreto è emanato da un tribunale di primo grado, l’arrêt, invece, da una Corte. La soluzione corretta è dunque injonction de payer che si riferisce al verdetto pronunciato dal giudice e quindi alla medesima realtà giuridica. Il traduttore deve, pertanto, prestare molta attenzione quando confronta il significato dei diversi termini, pena il rischio che il destinatario interpreti scorrettamente il contenuto della sentenza.
Un altro fattore da prendere in considerazione nella traduzione di una sentenza è quello degli aspetti morfosintattici, nello specifico le costruzioni deontiche. Se l’italiano preferisce utilizzare verbi perentori come dovere + infinito o andare + participio passato per esprimere un obbligo imposto dalla legge, il francese opta per l’eliminazione della struttura enfatica e ricorre all’uso di affermazioni performative; un buon esempio è la costruzione italiana va rigettata che in francese diventa est rejetée. Allo stesso modo, il verbo potere, che in italiano esprime possibilità o impossibilità, viene reso in francese con la costruzione il y a lieu de o il n’y a pas lieu de, meno enfatica ma di pari efficacia per il destinatario.
È chiaro che il traduttore deve considerare anche queste differenze al fine di ottenere il migliore dei risultati.
Ultimo, ma non meno importante, è il problema degli equivalenti funzionali, in particolar modo del termine Pretura. Poiché questo termine rappresenta una determinata realtà giuridica italiana, trovare un valido corrispondente in francese comporta diverse difficoltà. Innanzitutto va tenuto conto del fatto che in Francia non esiste una giurisdizione che si occupa sia di questioni civili che penali, poi bisogna considerare che le competenze delle giurisdizioni italiane sono ripartite per valore, materia e territorio. La sola soluzione possibile è trovare una giurisdizione francese che presenti delle similitudini con la Pretura. In questo caso Le Tribunal d’Instance, che come la Pretura è una giurisdizione monocratica di primo grado ed è competente per le cause civili, può rivelarsi una scelta efficace.
Come si è visto, per tradurre un testo di questo tipo è necessario prendere in considerazione numerosi fattori e, soprattutto, l’esistenza di due diverse realtà e di due diverse culture che si avvalgono di sistemi giuridici distinti.
[1] Il saggio è contenuto in AA.VV., Traduttori e giuristi a confronto. Interpretazione traducente e comparazione del discorso giuridico, a cura di Leandro Schena e Rita D. Snel Trampus, Bologna, CLUEB, vol. I, 2000, pp. 93-121.

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