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Timestamp: 2019-05-25 07:15:51+00:00

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La rilevanza della comparazione tra aggravanti e attenuanti.-
Cassazione Penale Sent. Sez. 5 Num. 16354 Anno 2019Presidente: SCARLINI ENRICO VITTORIO STANISLAORelatore: BRANCACCIO MATILDEData Udienza: 17/12/2018
SENTENZA sul ricorso proposto da: D.C.M. nato a P. il .......... avverso la sentenza del 12/04/2018 della CORTE APPELLO di PALERMO visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso; udita la relazione svolta dal Consigliere MATILDE BRANCACCIO; udito il Sostituto Procuratore Generale PERLA LORI che ha concluso per l'inammissibilita' udito il difensore dell'imputato presente, avv. Gabriele Vancheri, che si riporta ai motivi.
RITENUTO IN FATTO 1. Con il provvedimento impugnato, emesso il 12.4.2018, la Corte d'Appello di Palermo, ha confermato la sentenza del Tribunale di Sciacca datata 2.10.2017, emessa con rito abbreviato, con la quale D.C.M. è stato condannato alla pena di anni uno e mesi quattro di reclusione ed euro 106 di multa per il reato di furto pluriaggravato di un automezzo parcheggiato su una strada pubblica; le aggravanti contestate erano quelle di cui agli artt. 61, n. 5 e 625, comma 1, n. 7, nonché la recidiva reiterata specifica infraquinquennale. 2. Avverso la decisione della Corte d'Appello di Palermo ha proposto ricorso l'imputato tramite il proprio difensore avv. Vancheri, deducendo un unico motivo di ricorso, con cui si argomenta violazione di legge in relazione al calcolo della pena per il mancato bilanciamento delle circostanze attenuanti generiche con le ritenute aggravanti e la conseguente riduzione erroneamente operata sulla pena calcolata ex art. 625, comma 2, cod. pen. piuttosto che su quella stabilita per il furto semplice. La Corte d'Appello erroneamente ha confermato la sentenza di primo grado che aveva generato tale errore di calcolo, sulla base del principio, non corrispondente agli orientamenti della giurisprudenza di legittimità, di prevalenza del dispositivo sulla motivazione, poiché nel dispositivo della sentenza del Tribunale di Sciaccia non si faceva parola delle attenuanti, diversamente che in motivazione, ritenendo in ogni caso l'errore irrilevante in considerazione del fatto che il trattamento sanzionatorio finale fosse comunque legale e congruo rispetto alla gravità dei fatti ed alla personalità dell'imputato.
CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Il ricorso è fondato e la doglianza è ammissibile poiché non configura un motivo dedotto per la prima volta dinanzi alla Corte di cassazione - circostanza che ne avrebbe determinato l'inammissibilità - bensì una eccezione già proposta in sede di appello (cfr. Sez. 2, n. 14307 del 14/3/2017, Musumeci, Rv. 269748 che, in relazione ad errore di diritto contenuto nella sentenza di primo grado e riguardante le modalità di calcolo della pena, comunque fissata entro i limiti edittali ed in assenza di modifiche normative incidenti sulla determinazione della stessa, ha dichiarato l'inammissibilità della relativa eccezione se prospettata per la prima volta con ricorso per cassazione, non trattandosi di pena "illegale" rilevabile d'ufficio, ai sensi dell'art. 609, comma secondo, cod. proc. pen.). 2. Anzitutto deve premettersi che la giurisprudenza di legittimità cui il Collegio intende aderire ha, più volte e di recente, affermato che è possibile far prevalere la motivazione della sentenza sul dispositivo in caso di loro discrasia, qualora quest'ultima dipenda da un errore nella materiale indicazione della pena nel dispositivo e dall'esame della motivazione emerga in modo chiaro ed evidente la volontà del giudice (ex multis Sez. 2, n. 13904 del 9/3/2016, Palumbo, Rv. 266660; Sez. 4, n. 26172 del 19/5/2016, Ferlito, Rv. 267153; Sez. 6, n. 24157 del 1/3/2018, Cipriano, Rv. 273269). Nel caso di specie, risulta evidente, esaminando la motivazione della sentenza del Tribunale di Sciacca, che il giudice di primo grado ha inteso concedere le attenuanti generiche, e ciò a dispetto della palese dimenticanza formale del relativo richiamo nel dispositivo dello stesso provvedimento. Sulla loro concessione, infatti, il Tribunale ha lungamente argomentato, sottolineando positivamente la ammissione del furto da parte del ricorrente - decisiva per la contestazione nel processo - e valutando in senso analogamente favorevole le sue spontanee dichiarazioni, nel corso delle quali egli ha dimostrato consapevolezza dell'errore commesso, chiedendo anche scusa ai carabinieri che avevano, loro malgrado, dovuto subire, non senza qualche rischio, la sua condotta di rocambolesca fuga dopo il reato. Inoltre, la parte motivazionale dedicata alla espressione del calcolo per la determinazione della pena finale non lascia adito a dubbi: il giudice ha specificamente citato, nel computo dei singoli elementi che compongono la pena che ha in concreto inflitto, la diminuzione per il riconoscimento delle attenuanti generiche, semplicemente "dimenticando" del tutto la necessità di attuare il giudizio di bilanciamento tra dette attenuanti e le riconosciute aggravanti e rapportando la diminuzione stessa alla pena prevista per la fattispecie pluriaggravata di furto di cui all'art. 625, comma 2, cod. pen. (la recidiva è stata, invece, direttamente esclusa con adeguata motivazione ed in coerenza con quanto deciso nel dispositivo). In tal modo, il giudizio di bilanciamento, compiuto di fatto in senso prevalente, attraverso l'espressa diminuzione per le circostanze attenuanti generiche, è stato erroneamente rapportato all'erronea fattispecie pluriaggravata. Ebbene, se il giudizio di comparazione previsto dall'art. 69 cod. pen. presuppone una valutazione complessiva degli elementi circostanziali, siano essi aggravanti o attenuanti, che trova fondamento nella necessità di giungere alla determinazione del disvalore complessivo dell'azione delittuosa ed è funzionale alla finalità di quantificare la pena nel modo più aderente al caso concreto (Sez. 6, n. 6 del 26/11/2013, dep. 2014, Acquafredda, Rv. 258457), è evidente che tale giudizio comparativo non può essere eluso dal giudice d'appello, in sede di impugnazione, attraverso una verifica della determinazione della pena, svolta facendo ricorso a criteri sostanzialistici di raffronto, basati sulla corrispondenza tra la misura della sanzione in concreto inflitta ed i parametri edittali prefissati dal legislatore, nei quali essa comunque rientri. Non è, infatti, in discussione che l'art. 69 cod. pen. imponga il giudizio di comparazione fra circostanze aggravanti e circostanze attenuanti (cfr. Sez. 5, n. 5728 del 18/02/1976, Rv. 133463 che ha affermato il principio anche nel caso in cui si tratti di circostanze per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa o determina la misura della pena in modo autonomo da quella ordinaria del reato; cfr. anche in senso conforme Sez. 5, n. 42267 del 9/5/2014, Naviglio, Rv. 262103). Nessun dubbio può sussistere anche sulla illegittimità della pena che derivi da tale mancato giudizio di bilanciamento e che, in ragione di detta violazione di legge, sia stata calcolata operando la riduzione per l'effetto delle attenuanti generiche non già sulla misura edittale relativa all'ipotesi base del reato di furto - e cioè quella stabilita dall'art. 624 cod. pen. - bensì, come accaduto nel caso di specie, su quella dell'ipotesi pluriaggravata prevista dall'art. 625, comma 2, cod. pen. I giudici d'appello, come detto, hanno errato nel ritenere che tale violazione delle disposizioni sul calcolo della pena da irrogarsi in concreto - e la stessa discrasia tra dispositivo e motivazione - potesse essere superata dal fatto che la sanzione poi effettivamente inflitta rientrasse nel delta edittale "legale" previsto dall'art. 624 cod. pen., laddove, invece, si sarebbe dovuto dar corso ai poteri spettanti al giudice dell'impugnazione di merito (ai sensi degli artt. 597 e 604 cod. proc. pen.) di rivalutare il calcolo errato secondo i corretti parametri legislativi, dando luogo al giudizio di bilanciamento (cfr. Sez. 5, n. 31997 del 6/3/2018, Vannini, Rv. 273636, quanto alla necessità che in sede d'appello si sciolgano i difetti delle statuizioni di primo grado in punto di determinazione del trattamento sanzionatorio). Deve affermarsi, dunque, il principio secondo cui l'art. 69 cod. pen. impone il giudizio di comparazione fra circostanze aggravanti e circostanze attenuanti, sicchè, qualora la pena sia stata erroneamente determinata omettendo tale giudizio di bilanciamento ed operando la riduzione, per effetto delle attenuanti generiche, non già sulla misura edittale relativa all'ipotesi base del reato (nel caso di specie quello di furto), bensì su quella dell'ipotesi aggravata, il giudice d'appello chiamato a pronunciarsi sulla relativa impugnazione deve dar luogo alla rivalutazione del procedimento commisurativo della sanzione, correggendo direttamente il calcolo. Si impone, pertanto, l'annullamento con rinvio della sentenza della Corte d'Appello di Palermo, limitatamente al trattamento sanzionatorio, che andrà ricalcolato tenendo conto dei principi di diritto sinora esposti, nonché del divieto di reformatio in peius vertendosi in ipotesi di appello proposto dal solo imputato. P. Q. M. Annulla la sentenza impugnata limitatamente al trattamento sanzionatorio con rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello di Palermo per nuovo esame. Così deciso il 17 dicembre 2018

References: SENTENZA 
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 art. 625
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