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Timestamp: 2019-12-11 15:03:13+00:00

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Articolo del 06/11/2006 Autore Avv. Carlo Alberto Zaina Altri articoli dell'autore
(commento a ordinanza Trib. Bologna Sez. Riesame 19.10.06 e richiamo alla sentenza Corte Suprema Cassazione SS.UU. 30.10.2006 n. 36267)
I l tema della gravità degli indizi di colpevolezza da porre a base dell'adozione di una misura coercitiva, privativa della libertà personale, è indubbiamente materia affascinante e stimolante.
Essa ha, da sempre, suscitato un fervido dibattito in dottrina e giurisprudenza, in quanto, infatti, involge uno degli aspetti indubbiamente più controversi tra quelli che il diritto procesuale penale possa proporre nei confronti dell'indagato/imputato
Va, inoltre, rilevato come esso si caratterizzi come profilo di specifica incisività sul tessuto del diritto soggettivo del singolo, posto che attiene al bene supremo della libertà personale dell'inquisito.
L'applicazione della carcerazione in una fase processualmente preventiva al vero e proprio processo, presuppone, infatti, la verifica preliminare, da parte del giudice, della sussistenza di una condizione essenziale ed ineludibile e cioè che la persona sottoposta ad indagine sia raggiunta da elementi probatori che, al contempo, dimostrino sia la commissione del fatto-reato ritenuto, che l'attribuibilità nei di lui confronti della illecita condotta.
E', infatti, pacifica in giurisprudenza, l'osservazione per cui la sussistenza di siffatta duplice condizione sia l'elemento indefettibile ai fini dell'emissione della misura preventiva di maggiore invasività che il nostro ordinamento possa concepire e cioè la privazione del diritto alla libertà di movimento.
Il che vale a testimoniare la fondatezza del principio trasfuso nel comma 1° dell'art. 273 c.p.p., il quale afferma che, in assenza di gravi indizi di colpevolezza, qualsiasi misura coercitiva od interdittiva è inapplicabile (1).
Principio quest'ultimo di portata assolutamente generale, che ha trovato puntuale conferma in significative scelte legislative.
In proposito, infatti, va ricordata, sul piano puramente esemplificativo la previsione normativa cautelare riguardante l'art. 416 bis c.p. .
Si deve, infatti, rilevare che, nella fattispecie associativa in parola, secondo il dettato normativo del codice di rito, la sola presenza di gravi indizi di colpevolezza annichilisce le esigenze cautelari di cui all'articolo 274 c.p.p. al punto di ridurle a mere presunzioni iuris tantum.
Vale a dire, quindi, che, mentre non appare affatto necessaria alcuna alligazione da parte dell'accusa sullo specifico punto - tematica che altrimenti non sfugge dell'esercizio dell'onus probandi – siccome provato in re ipsa, incombe, invece, all'imputato od alla sua difesa la esplicita dimostrazione dell'insussistenza della citate esigenze, di modo che la presunzione sia effettivamente superata (Cfr. Trib. Napoli 17 Giugno 2003, Guida al Diritto, 2004, 18, 92).
Consegue, pertanto, che la incontrovertibile natura di assoluta eccezionalità, (in un sistema penalistico che risente evidentemente della previsione data dall'art. 13 Cost.) che assume la limitazione della libertà personale del soggetto solo indagato e non destinatario, quindi, di un provvedimento di frutto di un giudizio di merito definitivo che ne accerti la responsabilità, quale la sentenza, impone elevato rigore nell'esame dei presupposti e requisiti voluti dalla legge, soprattutto in riferimento al preliminare giudizio che deve essere svolto in relazione ai gravi indizi di colpevolezza.
In buona sostanza, il Collegio di merito ribadisce, sul piano interpretativo, alcuni punti fermi per l'ipotesi specifica in cui l'unica fonte su cui si basi l'accusa consista in una chiamata in reità.
1. In primo luogo , si riafferma quale debba essere la strutturazione della chiamata in reità, intesa quale indizio d'accusa, e quali debbano essere gli elementi esterni che lo corroborino, sì da legittimare quel giudizio “di qualificata probabilità sulla responsabilità dell'indagato in ordine ai reati addebitatigli” (Cfr. Cass. Sez. IV, 21 Giugno 2005, n. 30328, Tavella, Guida al Diritto, 2005, 38, 81).
La regola generale cui la chiamata in reità non può sfuggire assolutamente è quella della necessità che la esposizione dichiarativa del soggetto, che integra l'istituto in parola, sia suffragata da elementi di riscontro ab externo.
Tale supporto probatorio, che risulta già di per sé necessario, dunque, quale principio di ordine generale, nella logica di una verifica processuale della fondatezza di “ una prova allo stato degli atti ", valutata dal giudice allorchè la formazione del materiale probatorio è ancora in itinere e non è stato sottoposto al vaglio del contraddittorio dibattimentale [Cfr. Cass. Sez. I, 4 Maggio 2005, n. 19867 (rv. 232601), Lo Cricchio, CED Cassazione, 2005], appare addirittura indefettibile, laddove, come nel caso che interessato il Tribunale di Bologna, si verta in ambito di dichiarazioni accusatorie generiche e sintetiche nella loro esposizione.
In concreto – anche alla luce della novella intervenuta con il comma 1 bis dell'art. 273 c.p.p. (aggiunto dall'art. 11, L . 1 marzo 2001, n. 63) – è evidente la necessità di una profonda rilettura dei criteri valutativi ed applicativi dell'istituto della chiamata in reità (o correità), atteso che la stessa ha finito per perdere il proprio valore intrinseco laddove non sia supportata da altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilità [Cfr. Cass. Sez. V, ord. n. 33903 del 6 Agosto 2004, Zini (rv 229552)].
2. In secondo luogo , deriva, quindi, la necessità che la forma di conferma della chiamata in reità appaia di natura specifica, cioè sia corredata dai cd. " riscontri individualizzanti ", cioè elementi tutt'altro che generici, in quanto “ pertinenti agli aspetti obiettivi del reato e non anche alla sua attribuzione soggettiva all'indagato, ai fini dell'adozione della misura cautelare ”. (Cfr. Cass. pen. Sez. V, 11 Aprile 2002, n. 21342, Bruno, Massima redazionale, 2005).
E', quello testè espresso, approdo costante della prevalente giurisprudenza della Suprema Corte, la quale ha avuto modo di sancire, anche in epoca successiva alla pronunzia ricordata, il principio per cui “ Ai fini della sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza necessari per l'emissione di una misura cautelare personale, in tanto risultano necessari i riscontri individualizzanti alla chiamata in correità in quanto essi siano funzionali al giudizio di credibilità del chiamante, per consentire al giudice di superare gli eventuali errori, incongruenze, contraddizioni contenuti nelle sue dichiarazioni eteroaccusatorie ” [Cfr. Cass. pen. Sez. II, 18-11-2003, n. 49212 (rv. 227506) P.M. in proc. Palumbo e altri, Arch. Nuova Proc. Pen., 2005, 104 CED Cassazione, 2003 Riv. Pen., 2005, 92].
Or bene, in relazione a tale dedotta tematica, va ribadito che l'orientamento assolutamente prevalente appare indirizzato nel senso di ritenere che ” quando unica fonte di accusa a carico risultino le dichiarazioni di un unico collaboratore, queste devono essere riscontrate ab externo, cioè in base ad altri elementi non provenienti dallo stesso dichiarante, onde evitare la cosiddetta circolarità della prova, vale a dire che la verifica dell'attendibilità del dichiarante sia tautologica e autoreferente e che, in definitiva, la ricerca finisca per usare come sostegno dell'ipotesi accusatoria che si trae dalla chiamata in correità la chiamata stessa, cioè lo stesso dato da riscontrare ” (Cfr. Cass. pen. Sez. II, 16-12-2002, n. 12838 Bellofiore, Guida al Diritto, 2003, 23, 80).
Una parte della giurisprudenza, infatti, contrastando l'opinione prevalente ha pervicacemente escluso la necessità di riscontri individualizzanti, asserendo la sufficienza, ai descritti fini di riscontri esterni che confermino l' attendibilità del chiamante.
L'uno, l'indizio infatti, sarebbe apparso puramente strumentale al sostegno dell'addebito provvisorio - allo stato degli atti-, mentre la prova, che trova suo momento costitutivo nella fase dibattimentale costituisce fulcro del giudizio di merito in ordine alla colpevolezza o meno del singolo.
In medio tra gli opposti schieramenti si poneva una visione di compromesso, la quale affermava che i riscontri dovevano apparire quantomeno parzialmente individualizzanti, perchè essi dovevano, quindi, permettere di dimostrare la effettiva attinenza fra condotta dell'indagato (chiamato in reità) ed il fatto oggetto dell'imputazione provvisoriamente ascritta al medesimo.
In pratica, questa giurisprudenza individuava e propugnava un concetto di individualizzazione del riscontro di natura teorica e potenziale, posto che l'elemento di conferma della chiamata doveva solamente dimostrare una propria astratta tendenza alla specificità, ben potendosi, poi, in relazione ai casi concreti e dettagliati esprimere un carattere di elasticità rispetto alla narrazione principale.
Si trattava, all'evidenza di una soluzione giuridicamente insidiosa, in quanto non pienamente delineata, ed anzi foriera di maggiori dubbi interpretativi.
L'approdo interpretativo, che si alimenta sia di importanti spunti relativi a pregressi interventi anche della Consulta, sia dell'accettazione (e questo pare profilo decisivo) del dettato della L. 63/2001 – art. 11 – che ha riscritto l'impianto dell'art. 273 c.p.p., ha risolto l'arcano nel senso che la corroboration, relativa ad una chiamata di correo (assunta quale grave indizio di colpevolezza), che paia intrinsecamente attendibile, deve essere costituita da riscontri esterni individualizzanti in grado di dimostrarne la compatibilità col thema decidendum proprio della pronuncia de libertate e di giustificare, quindi, la razionalità della medesima.
Nel caso oggetto di valutazione da parte del Tribunale di Bologna è assolutamente evidente l'autoreferenzialità dei presunti riscontri invocati, i quali, come osserva il Collegio, promanano dalla stessa persona chiamante in reità e appaiono privi di quel carattere di estrinsecità, che la giurisprudenza, come appena visto, impone.
3.In terzo luogo , significativa importanza viene attribuita dall'ordinanza in commento alla struttura della chiamata in reità, soprattutto in relazione alla circostanza che essa proviene da propalante ritenuto credibile, per avere in altre occasioni fornito dati che sarebbero risultati veridici.
Il Collegio fa, quindi, derivare da tale affermazione una prognosi di conformità della chiamata in questione, (intesa come elemento costitutivo la più ampia categoria dell'indizio), rispetto al parametro di una intrinseca creedbilità.
Tale considerazione, però, non si pone affatto in contraddizione con le valutazioni sin qui svolte, proprio perché, come già si è avuta occasione di sottolineare, la chiamata in reità va considerata solo come uno degli elementi costitutivi l'indizio (inteso quale presupposto) e non come dato pienamente coincidente con il concetto di indizio.
Essa non può sostenere, ancorché intrinsecamente fondata, di per sé sola, in toto ed in perfetta autonomia processuale rispetto ad altri dati cognitivi, l'onere concernente la dimostrazione della sussistenza dell'accusa, in quanto necessita di una vera e propria consecutio probatoria data dallla sussistenza del riscontro, il quale costituisce – nel giudizio cautelare che è allo stato degli atti - momento di verifica e perfezionamento del profilo accusatorio presupposto.
Consegue, anzi, evidente, il convincimento che il provvedimento de quo, pur attribuendo – come detto - alla chiamata in reità valenza di dato indiziario di indubbio spessore, ancora ogni valutazione cautelare proprio e solo al raggiungimento di un profilo di piena completezza probatoria ex art. 273 c.p.p., il quale non può che postulare un nucleo indiziario centrale (la chiamata), che, però, di per sé “ non è tuttavia sufficiente a giustificare una prognosi di qualificata probabilità di condanna, il che è causa ostativa all'applicazione di qualsivoglia misura”.
(1) 273. Condizioni generali di applicabilità delle misure.
(1) Comma aggiunto dall'art. 11, L . 1 marzo 2001, n. 63. L 'art. 26 della stessa legge ha così disposto: «Art. 26. 1. Nei processi penali in corso alla data di entrata in vigore della presente legge si applicano le disposizioni degli articoli precedenti salvo quanto stabilito nei commi da 2 a 5.

References: sentenza 
 Cass. Sez. 
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 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 11
 art. 273