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Timestamp: 2017-12-12 02:28:58+00:00

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ESTORSIONE REATO AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II PENALE – SENTENZA 23 giugno 2016, n.26278 – Fumu; Rel. Iasillo
Infatti, nel momento del controllo di legittimità, la Corte di cassazione non deve stabilire se la decisione di merito proponga effettivamente la migliore possibile ricostruzione dei fatti nè deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se questa giustificazione sia compatibile con il senso comune e con ‘i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento’, secondo una formula giurisprudenziale ricorrente (Cass. Sez. 4^ sent. n. 47891 del 28.09.2004 dep. 10.12.2004 rv 230568; Cass. Sez. 5^ sent. n. 1004 del 30.11.1999 dep. 31.1.2000 rv 215745; Cass., Sez. 2^ sent. n. 2436 del 21.12.1993 dep. 25.2.1994, rv 196955).
Infatti, la Corte territoriale ha, in primo luogo, richiamato e fatta propria la condivisa motivazione del Giudice di primo grado per quanto riguarda il giudizio di colpevolezza dell’imputato per i reati di cui sopra (sentenze di primo e secondo grado, senz’altro valutabili congiuntamente in presenza di una cd. ‘doppia conforme’). In proposito si deve osservare che in tema di motivazione della sentenza di appello, è consentita quella ‘per relationem’, con riferimento alla pronuncia di primo grado, nel caso in cui le censure formulate a carico della sentenza del primo giudice non contengano, come nel caso di specie, elementi di novità rispetto a quelli già esaminati e disattesi dallo stesso: il giudice del gravame non è infatti tenuto a riesaminare una questione formulata genericamente nei motivi di appello che sia stata già risolta dal giudice di primo grado con argomentazioni corrette ed immuni da vizi logici (Sez. 6, Sentenza n. 31080 del 14/06/2004 Cc. – dep. 15/07/2004 – Rv. 229299; Sez. 2, Sentenza n. 16716 del 11/02/2005 Ud. – dep. 16/05/2006 – Rv. 234409).
Inoltre il ricorso è inammissibile anche per violazione dell’art. 591 c.p.p., lett. c) in relazione all’art. 581 c.p.p., lett. c), perchè le doglianze (sono le stesse affrontate dalla Corte di appello) sono prive del necessario contenuto di critica specifica al provvedimento impugnato, le cui valutazioni, ancorate a precisi dati fattuali trascurati nell’atto di impugnazione, si palesano peraltro immuni da vizi logici o giuridici. Infatti, la Corte territoriale ha, in primo luogo, richiamato e fatta propria la condivisa motivazione del Giudice di primo grado per quanto riguarda il giudizio di colpevolezza dell’imputato per i reati di cui sopra (sentenze di primo e secondo grado, senz’altro valutabili congiuntamente in presenza di una cd. ‘doppia conforme’). In proposito si deve osservare che in tema di motivazione della sentenza di appello, è consentita quella ‘per relationem’, con riferimento alla pronuncia di primo grado, nel caso in cui le censure formulate a carico della sentenza del primo giudice non contengano, come nel caso di specie, elementi di novità rispetto a quelli già esaminati e disattesi dallo stesso: il giudice del gravame non è infatti tenuto a riesaminare una questione formulata genericamente nei motivi di appello che sia stata già risolta dal giudice di primo grado con argomentazioni corrette ed immuni da vizi logici (Sez. 6, Sentenza n. 31080 del 14/06/2004 Cc. – dep. 15/07/2004 – Rv. 229299; Sez. 2, Sentenza n. 16716 del 11/02/2005 Ud. – dep. 16/05/2006 – Rv. 234409).
La Corte di merito conclude l’esame della prima parte dell’impugnazione osservando che il Tribunale, correttamente, ha valutato unitariamente il ‘coerente quadro probatorio di insieme…
secondo l’insegnamento costante impartito sul punto dalla giurisprudenza’ (si vedano le pagine da 11 a 13 dell’impugnata sentenza nelle quali si cita, anche, condivisa giurisprudenza di questa Corte). A tal proposito si deve rilevare che, invece, la difesa del ricorrente si è discostata da tale insegnamento. Infatti, a parte la già evidenziata genericità dei motivi di ricorso si deve sottolineare che nello stesso ricorso: vengono esaminate solo alcune emergenze processuali; non si tiene conto di quanto affermato da alcuni testi su argomenti, poi, proposti a confutazione delle conclusioni alle quali pervengono i Giudici di merito; si propone una lettura frammentaria del materiale probatorio raccolto. Emblematico, in tal senso, è, ad esempio, quanto evidenziato a pagina 3 del ricorso per cercare di dimostrare che la ricostruzione dei fatti operata dalla R. sia ‘confusa e piena di incongruenze’.
Afferma il difensore dell’imputato: ‘In primo luogo, la R. e il Ca.Em. riferiscono che i danneggiamenti alle vetture di loro proprietà sono iniziati molto prima che conoscessero il S.’. Null’altro si aggiunge sul punto. Ma a pagina 15 della sentenza di primo grado si era già affrontata la questione e si era spiegato perchè non vi era alcuna incongruenza nel racconto della persona offesa. Infatti si legge nella sentenza di primo grado: ‘il vago accenno della difesa ad episodi di danneggiamento che la famiglia della parte civile avrebbe subito in epoca molto risalente nel tempo non fonda alcun ragionevole dubbio nel caso di specie, posto che oltre ad essere privi di riscontro, sono stati dalla R. attribuiti a vicende molto lontane dai fatti in esame e legate al suo ex coniuge. Ca.Em., da parte sua, nè ha addirittura negato l’esistenza’.
Si deve, comunque, rilevare che sul punto questa Suprema Corte ha più volte affermato il principio – condiviso dal Collegio – che in tema di tentata estorsione, l’idoneità degli atti deve essere valutata con giudizio operato ‘ex ante’: ne consegue che, ai fini della valutazione dell’idoneità di una minaccia estorsiva, è priva di rilievo la capacità di resistenza dimostrata, dopo la formulazione della minaccia, dalla vittima (Sez. 2, Sentenza n. 12568 del 05/02/2013 Ud. – dep. 18/03/2013 – Rv. 255538). Inoltre, in tema di estorsione va considerata integrata l’ipotesi tentata ed esclusa la desistenza quando la consegna della somma di denaro, costituente oggetto di una richiesta effettuata con violenza o minaccia, non abbia avuto luogo non per autonoma volontà dell’imputato, bensì per la ferma resistenza opposta dalla vittima (Sez. 2, Sentenza n. 41167 del 02/07/2013 Cc. – dep. 07/10/2013 – Rv. 256728).
Le medesime critiche, di cui sopra, valgono anche per la valutazione delle dichiarazioni di P.M. (nuora della P.O.). Infatti la sentenza di appello rileva la corretta valutazione delle dichiarazioni della P. operata dal Tribunale (e richiama a tal proposito la trascrizione dell’udienza dibattimentale del 18.07.2013 ai fogli da 3 a 15). In proposito, la Corte di merito, con motivazione esaustiva e incensurabile, sottolinea come la P., a seguito delle contestazioni del P.M., conferma di aver saputo dalla R. delle minacce gravi e reiterate effettuate dall’imputato e ammette di aver subito minacce anche lei ‘anche con fisico strattonamento’ (si veda pagina 14 impugnata sentenza). Sul punto la difesa – a pagina 3 del ricorso – parla di una lettura ‘parziale e illogica della trascrizione’ richiamata dalla Corte di appello e aggiunge che ‘una lettura attenta dei fogli 3-15 di tale trascrizione sgombra il campo da qualunque dubbio su quanto dichiarato dalla P. e suffraga la tesi di questa difesa’. E’ evidente l’apoditticità di tali affermazioni, dato che non si evidenzia in cosa consista la parziale e illogica lettura della trascrizione e soprattutto cosa non sia vero di quanto riferito sul punto dalla Corte di merito.
Si deve, infine, osservare che il principio dell’oltre ragionevole dubbio’, introdotto nell’art. 533 c.p.p. dalla L. n. 46 del 2006, non ha mutato la natura del sindacato della Corte di cassazione sulla motivazione della sentenza e non può, quindi, essere utilizzato per valorizzare e rendere decisiva la duplicità di ricostruzioni alternative del medesimo fatto, eventualmente emerse in sede di merito e segnalate dalla difesa, una volta che tale duplicità sia stata oggetto – come nel caso di specie – di attenta disamina da parte del giudice dell’appello (Sez. 5, Sentenza n. 10411 del 28/01/2013 Ud. – dep. 06/03/2013 – Rv. 254579).
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← Art. 624-bis. Furto in abitazione e furto con strappo Chiunque si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, mediante introduzione in un edificio o in altro luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora o nelle pertinenze di essa, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 309 a euro 1.032. Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, strappandola di mano o di dosso alla persona. La pena è della reclusione da tre a dieci anni e della multa da euro 206 a euro 1.549 se il reato è aggravato da una o più delle circostanze previste nel primo comma dell’articolo 625 ovvero se ricorre una o più delle circostanze indicate all’articolo 61. bancarotta fraudolenta per distrazione bancarotta fraudolenta per distrazione elemento soggettivo →

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