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Timestamp: 2017-11-24 21:56:22+00:00

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Art. 1061 codice civile - Servitù non apparenti - Brocardi.it
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Articolo 1061 Codice civile
Dispositivo dell'art. 1061 Codice civile
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Le servitù non apparenti non possono acquistarsi per usucapione [158 disp. att.] o per destinazione del padre di famiglia [1062].
Non apparenti sono le servitù quando non si hanno opere (1) visibili (2) e permanenti destinate al loro esercizio.
(1) Con il termine "opere" il legislatore ha inteso riferirsi latamente ad ogni ipotesi, sia che la situazione di fatto sia naturale o derivi dall'attività dell'uomo.
(2) Il requisito della visibilità deve intendersi in senso oggettivo. Le opere, in altre parole, devono essere visibili non necessariamente dalla prospettiva del fondo servente, essendo del tutto privo di rilievo la circostanza soggettiva della mera conoscenza delle opere.
“ Destinatio patris familiae ”
504 Questi due modi di acquisto concernono soltanto le servitù apparenti (art. 1061 del c.c., primo comma). Migliorando la formula dell'art. 618 del codice del 1865, il secondo comma dell'art. 1061 specifica che servitù apparenti sono quelle che hanno opere visibili e permanenti destinate al loro esercizio: con che si pone in chiaro che la servitù deve rivelarsi attraverso le opere che costituiscono il mezzo necessario alla sua attuazione, e non bastano segni estranei al suo esercizio. E' evidente il divario tra il nuovo sistema e quello del codice del 1865, il quale, così per l'acquisto per usucapione come per l'acquisto per destinazione del padre di famiglia, esigeva, oltre il requisito dell'apparenza, quello della continuità (articoli 629 e 630), che il nuovo codice più non richiede. Ho infatti soppresso, in tema di acquisto delle servitù, in conformità dei voti della prevalente dottrina, la distinzione del codice anteriore tra servitù continue e servitù discontinue. Mi è sembrato che in questo campo non vi fosse ragione di riprodurre tale distinzione, da cui invece, come in seguito avrò occasione di accennare, non è dato prescindere in tema di prescrizione. L'esclusione dell'usucapibilità delle servitù discontinue fu giustificata dai compilatori del codice del 1865 con la considerazione che il possesso di tali servitù è da ritenersi incerto, equivoco e precario, potendo gli atti con cui esse si esercitano interpretarsi come atti di mera tolleranza. E' ovvio però che, quando si esiga l'apparenza quale condizione per l'usucapibilità, l'animus utendi iure servitutis non potrebbe estrinsecarsi in forma più tangibile: l'esistenza di opere visibili e permanenti desinate all'esercizio della servitù rende a tutti manifesto il processo acquisitivo. Il requisito dell'apparenza è per sé solo idoneo a eliminare il pericolo che le servitù si stabiliscano clandestinamente.
505 Configurandosi le servitù negative come servitù non apparenti e non essendo pertanto usucapibili, la riproduzione del secondo comma dell'art. 631 del codice del 1865 — il quale, riguardo alle servitù negative, faceva decorrere il possesso utile per l'usucapione dalla proibizione fatta con atto formale dal proprietario del fondo dominante a quello del fondo servente per contrastargli il libero uso del medesimo — sarebbe apparsa inconciliabile con la disposizione dell'art. 1061 del c.c., primo comma, del nuovo codice, e avrebbe lasciato in vita le gravi difficoltà d'interpretazione a cui dava luogo la norma del codice precedente. Dato pertanto che le servitù apparenti, alle quali è circoscritta l'usucapibilità, sono tutte affermative, il possesso utile per l'usucapione non può decorrere che dal giorno in cui il proprietario del fondo dominante, eseguite le opere visibili e permanenti destinate alla loro attuazione, abbia cominciato a esercitarla sul fondo servente.
Massime relative all'art. 1061 Codice civile
Cass. n. 24856/2014
Il requisito dell'apparenza della servitù, di cui all'art. 1061 cod. civ., necessario ai fini del relativo acquisto per usucapione o per destinazione del padre di famiglia, si configura come presenza di segni visibili di opere permanenti obiettivamente destinate al relativo esercizio ed attestanti in modo non equivoco l'esistenza del peso gravante sul fondo servente, anche quando tali opere insistano sul fondo dominante o su quello appartenente a terzi. Ne consegue che, ove le opere visibili e permanenti consistano in un portone ed in un androne, siti nel preteso fondo servente e utilizzabili per l'accesso sia a quest'ultimo che al preteso fondo dominante, l'apparenza della servitù postula comunque il riscontro dell'univocità della loro funzione oggettiva rispetto all'uso della servitù stessa.
Cass. n. 24401/2014
In tema di acquisto per usucapione della servitù (nella specie, servitù di veduta), la visibilità delle opere, ai sensi dell'art. 1061 cod. civ., deve essere tale da escludere la clandestinità del possesso e da far presumere che il proprietario del fondo servente abbia contezza dell'obiettivo asservimento della proprietà a vantaggio del fondo dominante. Ne consegue che la visibilità può riferirsi ad un punto di osservazione non coincidente col fondo servente, purché il proprietario di questo possa accedervi liberamente, come nel caso in cui le opere siano visibili dalla vicina strada pubblica.
Cass. n. 13238/2010
Il requisito dell'apparenza della servitù, necessario ai fini del relativo acquisto per usucapione o per destinazione del padre di famiglia (art. 1061 c.c.), si configura come presenza di se­gni visibili di opere permanenti obiettivamente destinate al suo esercizio e rivelanti in modo non equivoco l'esistenza del peso gravante sul fondo servente, in modo da rendere manifesto che non si tratta di attività compiuta in via precaria, bensì di preciso onere a carattere stabile. Ne consegue che non è al riguardo pertanto sufficiente l'esistenza di una strada o di un percorso idonei allo scopo, essenziale viceversa essendo che essi mostrino di essere stati posti in essere al preciso fine di dare accesso attraverso il fondo preteso servente a quello preteso dominante, e, pertanto, un "quid pluris" che dimostri la loro specifica destinazione all'esercizio della servitù. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva esclu­so l'esistenza di opere visibili idonee all'usucapio­ne identificabili, segnatamente, nella presenza di qualche tubo, con copertura di terra, posto nel­l'alveo di un fosso divisorio di due fondi contigui, tale da consentire il passaggio tra di essi).
Cass. n. 6678/2005
In tema di servitú costituita per destinazione del padre di famiglia non si richiede, ai fini della opponibilità del diritto ai successivi acquirenti del fondo servente, la permanenza della visibilità delle opere destinate all'esercizio della servitú, necessario per il sorgere del diritto.
Cass. n. 2994/2004
Il requisito dell'apparenza (senza il quale, ai sensi dell'art. 1061 c.c., la servitù non può es­sere usucapita nè acquistata per destinazione del padre di famiglia) deve essere legato ad una situa­zione oggettiva di fatto di per sè rivelatrice dell'as­soggettamento di un fondo ad un altro in ragione della presenza di opere inequivocamente destina­te all'esercizio della servitù, dovendo conseguen­temente dipendere dalle oggettive caratteristiche dell'opera, e non già dal modo in cui questa viene utilizzata.
La visibilità delle opere destinate all'esercizio della servitù è un carattere che non sempre si presta ad esemplificazioni puramente teoriche, ma che deve essere verificato caso per caso, nella realtà sociale specifica, nei costumi, negli usi e nelle consuetudini propri d'un determinato luogo in un'epoca precisa. Un segno esteriore, invero, può assumere rilevanza espressiva diversa in condizioni differenti di luogo, di ambiente sociale, di tempo. La visibilità, poi, deve riferirsi alle opere nel loro insieme, come inequivoca espressione di una precisa funzione (ancorchè l'apparenza non debba estendersi in ogni caso all'opera nel suo complesso, e pertanto anche a quelle parti che per essere a volte defilate ed interne — non avendo una intrinseca rilevanza espressiva — sono necessariamente non apparenti), e deve far capo ad un punto d'osservazione non necessariamente coincidente col fondo servente. Essenziale è, allo scopo, che, nel peculiare contesto suddetto, siano obiettivamente manifeste, per chi possegga il fondo servente, le opere che di fatto asservano il fondo medesimo a quello altrui.
Cass. n. 8736/2001
Il requisito dell'apparenza della servitù di­scontinua, richiesto al fine della sua costituzio­ne per usucapione si configura quale presenza di segni visibili d'opere di natura permanente obiettivamente destinate al suo esercizio tali da rivelare in maniera non equivoca l'esistenza del peso gravante sul fondo servente per l'utilità del fondo dominante, dovendo dette opere, naturali o artificiali che siano, rendere manifesto trattarsi non di un'attività posta in essere in via precaria, o per tolleranza del proprietario del fondo servente, comunque senza animus utendi iure servitutis, bensì d'un onere preciso, a carattere stabile, corrispondente in via di fatto al contenuto di una determinata servitù che, peraltro, non implica necessariamente un'utilizzazione continuativa delle opere stesse, la cui apparenza e destinazio­ne all'esercizio della servitù permangono, a com­prova della possibilità di tale esercizio e pertanto, della permanenza del relativo possesso, anche in caso di utilizzazione saltuaria.
Cass. n. 4816/2000
Le servitù negative — quale la servitus non aedificandi — sono sempre non apparenti e non possono pertanto formare oggetto di acquisto per usucapione.
Cass. n. 12197/1997
Il principio secondo cui ai fini dell'apparenza della servitù non occorre che le opere di natura permanente insistano su entrambi i fondi, ma è sufficiente che si trovino in uno solo di essi, perché ne sia visibile la strumentalità rispetto al bisogno del fondo da considerare come dominante, in modo che possa presumersene la conoscenza da parte del proprietario dell'altro fondo, attiene solo alla ubicazione ed alla visibilità delle opere, ma non esclude la necessità della loro esistenza e del loro carattere permanente ed univocamente strumenta­le all'asservimento.
Cass. n. 4088/1996
Il requisito dell'apparenza necessario per l'acquisto della servitù per usucapione o per de­stinazione del padre di famiglia non richiede che le opere visibili e permanenti destinate all'eserci­zio della servitù siano state realizzate dal terzo possessore per il proprio utile, essendo essenziale solo che esse siano strumentali anche all'esercizio della servitù del terzo e così idonee a rivelarne l'esistenza. (Nella specie, si trattava di un viottolo che percorreva il fondo servente e che poteva es­sersi formato anche per effetto del più frequente passaggio dei proprietari di questo fondo ma che tuttavia era oggettivamente utilizzabile, e di fatto utilizzato, anche dal proprietario del fondo domi­nante attraverso un viottolo di collegamento che, per quanto giacente, come il viottolo principale, nel fondo servente, ed a questo utile, appariva, per le sue caratteristiche strutturali, prevalente­mente destinato per l'accesso al fondo dominan­te, sul cui confine si arrestava).
Cass. n. 3556/1995
L'apparenza della servitù, senza della quale non è possibile la costituzione della servitù per de­stinazione del padre di famiglia, si identifica nella presenza di opere visibili e permanenti che, per la loro struttura e consistenza, inequivocamente denuncino il peso imposto su un fondo a favore dell'altro e non nella conoscenza meramente soggettiva dell'esistenza dell'onere (nella specie, il giudice di merito aveva accertato il requisito dell'apparenza solo sulla base delle dichiarazioni delle parti circa la conoscenza dell'onere).
Cass. n. 1456/1995
Il requisito dell'apparenza, necessario, ai sensi dell'art. 1061 c.c., per l'acquisto della servitù per usucapione e per destinazione del padre di fa­miglia non si esaurisce nella presenza di segni od opere che ne consentono l'esercizio ma richiede anche la manifesta destinazione delle stesse per l'esercizio della servitù, in modo che i segni o le opere, nel contesto in cui si collocano, costitui­scano un inequivoco indice del peso imposto al fondo vicino. Tale esigenza, nel caso in cui si tratti di opere che ricadono interamente nel fondo ser­vente, al quale servono o possono servire, implica quella della presenza di un segno di raccordo (non necessariamente fisico ma) almeno funzio­nale dell'opera con il fondo dominante in modo che risulti con chiarezza che è anche in funzione della utilità di questo.
Cass. n. 6522/1993
Il requisito dell'apparenza della situazione di asservimento necessaria per la costituzione della servitù per destinazione del padre di famiglia è legato, ai sensi dell'art. 1061, secondo comma, c.c., alla oggettiva visibilità delle opere destinate all'esercizio della servitù e prescinde, quindi, dal­la conoscenza, in concreto, della loro esistenza da parte del proprietario del fondo che si assume asservito, dipendendo, piuttosto, da univoci segni obiettivamente visibili, anche se solo saltuaria­mente ed occasionalmente, dall'esterno o da un luogo in cui il proprietario del predetto fondo abbia potere di accedere liberamente.
Cass. n. 2650/1993
Il requisito dell'apparenza necessario ai sensi dell'art. 1061 c.c. per l'acquisto della servitù per usucapione o per destinazione del padre di famiglia non può consistere nell'esercizio visibile dello ius in re aliena senza contestazioni da parte altrui, ma richiede l'esistenza di opere visibili e permanenti tali da rivelare ex se l'esistenza del peso gravante sul fondo servente a favore di quel­lo dominante.
Cass. n. 3441/1990
L'apparenza della servitù, necessaria perché possa indursi una presunzione di conoscenza del suo esercizio da parte del proprietario del fondo servente, deve essere verificata caso per caso, tenendo conto comunque della necessità che esi­sta una situazione di fatto la quale inequivocabil­mente riveli per struttura e consistenza l'onere gravante su un fondo a vantaggio di un altro, ancorché la apparenza non debba estendersi in ogni caso all'opera nel suo complesso e pertanto anche a quelle parti che per essere a volte defilate ed interne — non avendo una intrinseca rilevanza espressiva — sono necessariamente non apparen­ti. (Nell'affermare il suddetto principio la S.C. ha confermato la sentenza del merito che, avendo riguardo alla peculiarità di un condotto fognario, necessariamente interrato, aveva considerato che la presenza dell'opera, anche se non visibile nel suo complesso, doveva ritenersi percettibile in occasione delle operazioni di espurgo del canale di scarico che i proprietari del fondo servente — alla cui fogna era stata allacciata quella del fondo confinante — dovevano necessariamente effet­tuare con cadenze periodiche e continuative).
Cass. n. 3695/1989
Il requisito dell'apparenza, che, insieme con quello della permanenza, condiziona l'usucapibi­lità della servitù (art. 1061 c.c.), postula una situa­zione oggettiva di fatto, rivelatrice di per se stessa dell'assoggettamento di un fondo ad un altro per l'esistenza di opere inequivocabilmente destinate all'esercizio della servitù. Tali opere debbono, pertanto, essere visibili — in modo da rendere palese a chiunque la presenza di una modifica­zione esteriore, rivolta a determinare il vincolo di asservimento di uno dei due fondi all'altro — ma non necessariamente situate sul fondo servente, potendosi il requisito dell'apparenza della servitù desumere da qualsiasi elemento di fatto, ancorché emergente dal fondo dominante, il quale dia la visione certa, all'esterno, dell'asservimento del fondo vicino. (Nella specie, in applicazione di tali principi, la C.S. ha cassato la decisione dei giu­dici di merito, che avevano ritenuto intervenuta l'usucapione, poiché dalla sentenza impugnata risultava l'esistenza di tubazioni sotterranee per lo scarico delle acque, ma non quella di manufatti esterni che indicassero il rapporto di subordina­zione tra fondi.
relativi all'articolo 1061 Codice civile
Argomento: Articolo 1061 Codice civile - Servitù non apparenti | Quesito Q201719084
lunedì 12/06/2017 - Puglia
“Spett.le Redazione, di seguito Vi sottopongo il seguente quesito.
Nel 1967 ho acquistato un piccolo fondo rustico in una località balneare. Il predetto confina a nord con una strada extraurbana principale successivamente declassata a secondaria in quanto "ex ss. 16", a sud con un altro fondo rustico appartenente ad altro soggetto, a ovest con un canale alluvionale che sfocia a mare e a est con altra proprietà privata.
L'acquisto del fondo è avvenuto libero da ogni peso e/o diritto a favore di terzi, tant'è che sull'atto di compravendita immobiliare non si evince alcun riferimento a servitù o altri oneri gravanti sul medesimo. Ora, il terreno è rimasto incolto per circa 50 anni e, trovandosi in corrispondenza del demanio marittimo, è stato attraversato illegittimamente da alcuni residenti per raggiungere la spiaggia. E' da premettere che la zona è sempre stata servita da accessi pubblici al mare, siti a distanza di 200 mt. c.a in entrambe le direzioni rispetto alla proprietà. Ciò nonostante, questi soggetti (circa 20 individui), approfittando dello stato dei luoghi e per ragioni di mera comodità personale, hanno sempre preferito attraversare i fondi rustici piuttosto che utilizzare gli accessi pubblici più scomodi e "lontani". A tal uopo, attraversavano impropriamente la sede stradale in assenza di regolamentazione e di segnaletica orizzontale che lo consentisse. L'unica infrastruttura preposta a tale scopo è sempre stata un sottovia che insiste su una porzione del medesimo canale alluvionale al di sotto della sede stradale, ma che gli stessi non hanno mai adoperato perchè ritenuto poco praticabile. Ora, circa un mese fa (Maggio 2017) ho iniziato dei lavori di recinzione del fondo rustico attraverso il ripristino dei muretti a secco di confine e l'apposizione di un cancello. I lavori sono stati debitamente autorizzati da Comune, Soprintendenza e Regione trattandosi di area sottoposta a vincoli paesaggistici. Nessuno di questi enti in sede di autorizzazione ha lamentato la necessità di riconoscere un accesso pubblico al mare, anche perchè non si evince nulla in tal senso dalle mappe catastali visionate. Tuttavia, questi lavori hanno sollevato una diatriba con i predetti condomini, i quali, pur non avendo alcun legame con la proprietà in questione, ritengono di aver usucapito in 50 anni una servitù di passaggio sul mio fondo e su quello del confinante a sud e per l'effetto mi intimano di non intercludere lo stesso e interdire loro il passaggio, pena il ricorso in giudizio.Allo stato attuale non è mai stato instaurato alcun contenzioso legale volto all'accertamento dell'intervenuta usucapione.
Pertanto, tutto ciò premesso, quello che cortesemente Vi chiedo in questa sede è capire se la mia inerzia e quella del mio confinante, protrattasi per circa 50 anni, possa aver costituito "ad usucapionem" una servitù di passaggio a favore di questi soggetti. Inoltre, considerato lo stato di fatto, quali e quante sarebbero le concrete possibilità di spuntare un esito positivo della controversia, a fronte dei costi necessari per sostenerla?
Quale potrebbe essere una soluzione stragiudiziale che possa contemperare, ammesso che vi siano, i loro diritti con la mia proprietà?
RingraziandoVi anticipatamente per la consulenza e restando in attesa di un Vostro riscontro, l'occasione è gradita per porgere cordiali saluti.
Consulenza legale i 19/06/2017
Per rispondere compiutamente al suo quesito sarebbe necessario sapere se i 20 soggetti da lei citati, che asseriscono di essere titolari di un diritto di servitù, siano o meno proprietari di un fondo confinante al suo.
Va osservato, infatti, che il diritto di servitù è un diritto reale, definto dall'art. 1027 c.c. come il "peso imposto sopra un fondo per l'utilità di un altro fondo appartenente a diverso proprietario".
Già la lettera della norma fa comprendere che il diritto di servitù fa sorgere un "rapporto tra fondi" e non un rapporto obbligatorio in favore e a carico di determinati soggetti.
Di conseguenza, laddove i soggetti in questione non fossero proprietari di un fondo confinante, gli stessi non potrebbero in alcun modo pretendere che venisse loro riconosciuta la titolarità di un diritto di servitù, in quanto non potrebbe parlarsi di alcun "rapporto tra fondi".
La risposta al quesito da lei posto sarebbe diversa, invece, se i residenti da lei citati fossero proprietari di un fondo confinante al suo.
In questo caso potrebbe, infatti, porsi il problema circa la sussistenza di un diritto di servitù di passaggio (in favore del fondo dei residenti stessi e a carico del suo fondo) e circa l'eventuale acquisto del diritto stesso per usucapione ventennale.
Ai sensi dell'art. 1158 c.c., infatti, la proprietà e i diritti reali di godimento (tra cui il diritto di servitù) possono acquistarsi per usucapione, in virtù del possesso continuo, pacifico e non interrotto protrattosi per venti anni.
Occorre, tuttavia, una ulteriore precisazione: per quanto concerne l'usucapione del diritto di servitù, l'art. 1061 c.c. prevede espressamente che possono essere acquistate per usucapione solo ed esclusivamente le "servitù apparenti", vale a dire quelle servitù che vengono esercitate usufruendo di "opere visibili e permanenti" a ciò destinate (così, ad esempio, la servitù di acquedotto è sicuramente una servitù apparente, in quanto la stessa viene esercitata mediante le tubazioni).
Occorre, dunque, chiedersi, in primo luogo, se la servitù di passaggio esercitata, in via di fatto, sul suo fondo, possa essere considerata una servitù apparente.
Va osservato, infatti, che una servitù di passaggio potrà considerarsi "apparente" solo laddove si sia in presenza di una strada o, quantomeno, di un tracciato, che siano destinati in modo inequivocabile a consentire il transito dei passanti.
Solo in questo caso, infatti, si potrà affermare la sussistenza di un'opera "visibile e permanente" destinata all'esercizio della servitù.
Per rispondere ai suoi quesiti, dunque, va osservato che la sua inerzia potrebbe, in effetti, aver costituito "ad usucapionem" il diritto di servitù, con la precisazione, tuttavia, che i condomini che eventualmente si rivolgessero al giudice per ottenere una sentenza che accerti la sussistenza di tale diritto sono onerati, comunque, di dimostrare, non solo, di aver esercitato il passaggio per oltre vent'anni ma, altresì, la sussistenza di opere "visibili e permanenti" che rendono evidente la sussistenza della servitù e che sono inequivocabilmente destinate all'esercizio della servitù stessa.
Non conoscendo lo stato dei luoghi, appare difficile proporre eventuali soluzioni stragiudiziali della controversia.
Se la servitù non fosse palesemente "apparente" o se la stessa non potesse dirsi esistente (in quanto i residenti in questione non sono proprietari di un fondo confinante), potrebbe, ad esempio, proporre ai soggetti in di continuare ad esercitare il passaggio, dietro versamento di un'indennità periodica o annule, onde evitare l'instaurazione di un contenzioso giudiziale il quale, oltre che di esito incerto, risulterebbe certamente costoso (soprattutto in considerazione dei costi della consulenza tecnica che molto probabilmente verrebbe disposta dal giudice).
Argomento: Articolo 1061 Codice civile - Servitù non apparenti | Quesito Q201718244
Maria Rosa A. chiede
mercoledì 18/01/2017 - Piemonte
“?Circa 24 anni orsono ho acquistato una frazione di un vecchio cascinale collinare da ristrutturare per realizzarne la prima abitazione della mia famiglia. L'immobile presentava l' ingresso principale sul lato cortile, per accedere alla mia abitazione ero costretta a passare attraverso un'area cortiliva non di mia proprietà. Su tale area è stata costituita regolare servitù di passaggio regolarmente riportata sull' atto notarile. Durante la fase di ristrutturazione dell'edificio la proprietaria del cascinale al fine di ridurre significativamente i passaggi lungo il cortile e quindi inanzi la porta della sua abitazione, proponeva la realizzazione di un nuovo accesso principale lato strada pubblica . Tale autorizzazione veniva formalizzata attraverso scrittura privata (proverò ad inserire copia) in cui si evince l'autorizzazione a realizzare sulla sua proprietà le opere necessarie per modificare l'accesso ( recinzione e relativo cancello di accesso, pavimentazione ecc). Contestualmente viene rilasciata autorizzazione al passaggio sull'area interessata. La scrittura privata (sottoscritta tra le parti, ma mai trascritta) veniva allegata alla richiesta di variazione concessione edilizia ed inoltrata al comune di pertinenza per la formale concessione . Da allora nulla è mai stato modificato. Nel 2008 il cascinale veniva venduto ad una società che intendeva realizzare sui terreni vicini una coltura di olivi. Sugli atti di acquisto non è stato riportato in modo chiaro l'esistenza della servitù relativa alla scrittura privata. Da quella data il cascinale è rimasto disabitato e l'abbandono non è aumentato in quanto abbiamo sempre provveduto a mantenerne pulite tutte le aree perimetrali (anche quelle non facenti parte della servitù attiva) per una pura questione di decoro. In data 2015 ho ricevuto una lettera da uno studio legale che rappresentava gli interessi della nuova proprietà, in cui venivo invitata a demolire le opere realizzate fuori la mia proprietà ed a ripristinare lo stato di fatto antecedente tali opere. Ritengo importante segnalare che, muretto di recinzione, cancello e pavimentazioni sono in posizione visibile e non hanno subito modifiche nel tempo. In questi anni ( oltre 20) non vi è stata mai interruzione sull'uso dell'accesso lato strada dalla mia famiglia e da tutte le persone che hanno avuti contatti con noi. L'accesso lato strada è stato utilizzato come ingresso principale dell'abitazione da sempre e gli stessi locali interni sono stati strutturati tenendone conto. Demolire le opere realizzate sul terreno (oggi di loro proprietà) vorrebbe dire dover realizzare l'accesso principale lato cortile e quindi operare modifiche anche alle strutture interne. Ho sempre avuto sentore che la nuova proprietà cercasse di forzare la mano per poi proporre lo scambio con la servitù di passaggio che ho lato cortile, regolarmente riportata su atto notarile e che chiaramente crea problemi per una loro eventuale vendita dell'immobile o di parte di esso. Ne ho avuto certezza quando a fronte di una mia richiesta specifica di acquisire parte del cascinale per poter realizzare un collegamento tra il mio cortile e la strada pubblica mi sono sentito chiedere una somma (Per tutto il cascinale) completamente fuori da qualsiasi valutazione commerciale, sottolineo il fatto che non ho alcun interesse ad acquisire l'intero immobile. Voglio anche precisare che la superfice del cascinale permette la realizzazzione di più unità immobiliari. Venivo inoltre informata che se non accettavo tale proposta lo studio legale avrebbe intrapreso azione legale nei miei confronti. A fronte di quanto riportato la mia domanda è la seguente: possono realmente ottenere sentenza per l'abbattimento delle opere realizzate secondo quanto riportato sulla scrittura privata ? Vero è che la scrittura privata non è stata trascritta e quindi non opponibile, vero è che sull'atto di acquisto la servitù ed il diritto di superfice non sono epressamnte menzionati, ma viste le condizioni, non è possibile da parte mia fare richiesta di acquisto per usucapione della proprietà su cui insistono le opere realizzate e della servitù di passaggio? Nella speranza di essere stata abbastanza chiara ed in attesa di un vostro cortese riscontro, porgo i miei saluti.”
I temi che il quesito in esame ci porta ad affrontare sono quelli del trasferimento del luogo di esercizio della servitù di passaggio e quello della possibilità e delle modalità di acquisto di una servitù per usucapione.
Per quanto concerne il trasferimento del luogo di esercizio della servitù di passaggio, norma di riferimento è quella contenuta nell'art. 1068 C.c., la quale consente al proprietario del fondo servente di trasferire l'esercizio della servitù in luogo diverso da quello in cui è stata stabilita originariamente se l'originario esercizio è divenuto più gravoso per il fondo servente stesso ovvero se gli impedisce di fare lavori, riparazioni o miglioramenti.
Prosegue la stessa norma dicendo che per tale ipotesi il proprietario del fondo servente può offrire al proprietario del fondo dominante un luogo egualmente comodo per l'esercizio del suo diritto di servitù e questi non può ricusarlo.
Non si tratta, dunque, di una delle facoltà che caratterizzano il contenuto del diritto di proprietà, ma vi si può piuttosto riconoscere un diritto potestativo che, una volta esercitato secondo le direttrici prestabilite dalla norma su cui esso si fonda, attua la modifica di una situazione giuridica facente capo anche ad altro soggetto, senza che questi debba collaborare all'attuazione del diritto medesimo o che possa opporvisi.
Tale norma risponde concretamente al principio secondo cui la servitù da luogo ad un rapporto tipicamente di durata (e tendenzialmente perpetuo) nel corso del quale possono verificarsi delle circostanze sopravvenute per cui il peso della servitù può divenire gravoso, cosí come possono verificarsi dei mutamenti nella necessità del titolare del diritto in relazione ai quali un cambiamento del luogo di esercizio rappresenterebbe un notevole vantaggio.
In entrambi i casi la legge applica sostanzialmente quei principi equitativi che, in altre circostanze, ad altri fini e con diversi presupposti, stanno alla base della risoluzione per eccessiva onerosità.
La legge dunque deroga alla regola stabilità nel primo comma, rimettendo la determinazione del nuovo locus servitùtis alla volontà del proprietario del fondo servente, purché naturalmente sussistano i presupposti richiesti dalla legge; l'offerta non può essere ricusata, ma non vale da sola a modificare il titolo costitutivo.
Perché il trasferimento offerto si attui è necessario un accordo delle parti, in mancanza del quale le condizioni richieste dalla legge (in particolare l'eguale comodità per il titolare della servitù) devono essere valutate dal giudice, il quale provvederà con sentenza costitutiva.
Nel caso di specie risulta chiaro che l'accordo è stato raggiunto e trasfuso nella scrittura privata di cui si parla nel quesito, ma il problema che si pone è quello di stabilire se tale scrittura privata, peraltro mai trascritta, possa essere valido titolo per rendere opponibile a qualunque terzo ciò che in essa è stato formalizzato, ossia il trasferimento del luogo di esercizio della servitù.
A ciò purtroppo deve darsi risposta negativa in quanto, seppure ciò che si realizza non è un trasferimento della servitù (fattispecie questa prevista dall'ultimo comma dell'art. 1068 C.c. ed in cui il trasferimento avviene su altro fondo del proprietario del fondo servente o di un terzo che vi acconsenta), bensì il trasferimento del solo luogo di esercizio di una servitù regolarmente costituita ed esistente, poichè nella realtà giuridica si pone in essere una modificazione del titolo costitutivo, questo, se attuato dalle parti, richiederà la forma scritta e la trascrizione, mentre se disposto giudizialmente andrà trascritta la sentenza ex artt. 2643 n. 14 e 2645 C.c. (trattandosi di un effetto di natura reale previsto dalla legge).
Nel caso in cui il trasferimento risulti da una accordo tra le parti, invece, il fondamento normativo della necessità della forma scritta e relativa trascrizione va rinvenuto nell'art. 1350 n. 4 C.c. (Il quale dispone che devono farsi per atto pubblico o per scrittura privata, sotto pena di nullità, i contratti che modificano le servitù prediali) e 2643 n. 4 C.c. (il quale dispone che si devono rendere pubblici con il mezzo della trascrizione i contratti che modificano servitù prediali).
Poichè nel caso che ci occupa tali forme non sono state osservate e considerato che lo stesso legislatore richiede il rispetto di tale forma a pena di nullità, l'avvenuto trasferimento fondato sul semplice accordo delle parti deve ritenersi tamquam non esset, con la conseguenza che il titolo costitutivo di tale modificazione dovrà ricercarsi altrove.
A questo punto, infatti, e passando a trattare della possibilità e delle modalità di acquisto per usucapionedi una servitù di passaggio, soccorre il disposto dell'art. 1061del codice civile, dal quale è dato desumere che possono acquistarsi per usucapione le servitù apparenti, tali potendosi definire quelle servitù al cui esercizio sono destinate opere visibili o permanenti.
Certamente la realizzazione di recinzione, cancelletto di accesso, pavimentazione e quant'altro sono da qualificare come opere permanenti e visibili per l'esatta individuazione del nuovo luogo di esercizio della servitù.
Tuttavia, affinché venga accertata l'usucapione di una servitù di passaggio non è sufficiente dimostrare il decorso del tempo e l'esistenza di un'opera, ma occorre provare che tale opera sin dall'inizio avesse una tale specifica destinazione.
Infatti, costituisce orientamento giurisprudenziale consolidato quello secondo cui il requisito della apparenza della servitù si configura come presenza di segni visibili di opere permanenti obiettivamente destinate al suo esercizio e rivelanti in modo non equivoco l'esistenza del peso gravante sul fondo servente, in modo da rendere manifesto che non si tratta di attività compiuta in via precaria, bensì di preciso onere a carattere stabile.
Pertanto, non è al riguardo sufficiente l'esistenza di una strada o di un percorso idonei allo scopo, essendo viceversa essenziale dimostrare che essi siano stati posti in essere al preciso fine di dare accesso attraverso il fondo preteso servente a quello preteso dominante e, quindi, un quid pluris che dimostri la loro specifica destinazione all'esercizio della servitù (in tal senso si possono citare Cass. N. 3389/2009; Cass. N. 15447/2007; Cass. N. 21087/2006; Cass. N. 2994/2004).
Nel caso di specie i requisiti sopra richiesti possono dirsi tutti sussistenti, in quanto la destinazione specifica delle opere all'esercizio della servitù è resa manifesta sia dal contenuto della scrittura privata che dalla struttura dell'abitazione alla quale si aveva accesso, mentre l'esercizio ininterrotto per il termine utile ad usucapire può essere provato dalla circostanza che tale accesso è stato continuato ad essere usato oltre che dalla famiglia titolare della servitù di passaggio, anche da terze persone che con tale famiglia hanno avuto contatti.
Ciò sarà sufficiente per poter eccepire l'intervento usucapione della servitù nell'ipotesi in cui si venga citati in giudizio per la demolizione delle opere che consentono l'esercizio della stessa.
Argomento: Articolo 1061 Codice civile - Servitù non apparenti | Quesito Q201617061
sabato 08/10/2016 - Sicilia
Soddisfatto della risposta al quesito n° 16996 del 30/09 , desidero porre un ulteriore quesito.
Il terreno dove attualmente esiste l'immobile in comproprietà con mia figlia é stato da me acquistato nel 1974 ; la costruzione del piano terra,1° piano e relatica copertura-terrazza é stata realizzata nel 1980.
Prima di eseguire i lavori di sopraelevazione a 2° piano e relativa copertura , eseguita da mia figlia per effetto dell'atto di compravendita dell'area sovrastante il 1°piano , nella copertura era istallata la canna fumaria del mio camino e una vasca di riserva idrica ; la canna fumaria fu prolungata ,da mia figlia , con una sporgenza di tre metri al di sopra del lastrico solare ; la vasca di riserva idrica venne , dalla stessa , posizionata nel pianerottoso intermedio della scala di accesso alla copertura , che come detto nel mio precedente quesito , era stata ostruita evendo esteso il piano di calpestio della copertura sul vano scala.
La mia domanda é : esiste un diritto di servitù coattiva che domina sulla copertura e/o sul lastrico solare per destinazione del padre di famiglia.
Il caso che si prospetta trova una sua immediata soluzione negli articoli 1061 e 1062 del codice civile, norme dalle quali si ricava che possono costituirsi per destinazione del padre di famiglia le servitù apparenti, ossia quelle servitù al cui esercizio sono destinate opere visibili e permanenti (cfr. Cass. 11.8.1989, n. 3695).
Principio generale in materia di servitù, ricavabile dall’art. 1027 c.c. che parla di diverso proprietario, è quello secondo cui il proprietario di due fondi non può costituire una servitù a vantaggio di uno e a carico dell’altro (nemini res sua servit), anche se può porre l’uno ad obiettivo servizio dell’altro, ciò che ha particolare rilevanza allorchè in un secondo momento uno dei due fondi venga alienato.
E' proprio in questo momento che si verifica l'effetto costitutivo della servitú per destinazione del padre di famiglia, quando appunto consta che due fondi, attualmente divisi, sono stati posseduti dallo stesso proprietario, il quale ha posto o lasciato le cose nello stato dal quale risulta la servitù nel momento in cui si è verificato l’evento divisorio (sia la canna fumaria che il serbatoio idrico erano stati lasciati nello stato in cui si trovavano).
Precisa poi il secondo comma dell’art. 1062 c.c. che pur se i due fondi cessano di appartenere allo stesso proprietario senza alcuna disposizione relativa alla servitù, questa si intende stabilita attivamente e passivamente a favore e sopra ciascuno dei fondi separati.
L’atto di destinazione è valutato alla stregua di un fatto giuridico, non essendo rilevante la volontà del proprietario, quanto l’effettiva realizzazione dello stato di cose, il che significa che non occorre alcuna manifestazione espressa di volontà per il permanere della servitù.
Nel caso di specie la servitù che si è venuta a costituire è la servitù di scarico di fumo, esercitata mediante l'utilizzazione di una canna fumaria che consentiva all'unico proprietario comune prima ed al proprietario del fondo servente poi di accorgersi della rilevata disomogeneità della muratura, tipica di una canna fumaria, e di identificarne la natura e la funzionalità all'esercizio della servitù in parola (in ciò il carattere della visibilità delle opere).
Come rilevato nella precedente risposta, poi, va osservato che nel caso che ci occupa ci troviamo di fronte alla costituzione di un vero e proprio condominio, seppur minimo, perché costituito da due soli condomini, per cui potrebbe porsi un problema di individuare l’esatto confine tra uso legittimo delle parti comuni e diritto di servitù.
Con la prima espressione si intende il legittimo sfruttamento dei beni comuni dell’edificio da parte dei condomini, come immediata conseguenza della costituzione del condominio stesso; il riferimento in questo caso è all’art. 1102 c.c., norma la quale dispone che “ciascun partecipante può servirsi della cosa comune purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso” (Cass. 23 febbraio 2012 n. 2741).
A favore della facoltà riconosciuta ad uno dei condomini di installare e mantenere una canna fumaria nella parete dell’edificio condominiale, si ritiene opportuno richiamare Trib. Busto Arsizio 8 aprile 2011, in cui è detto che “ l’appoggio di una canna fumaria al muro comune perimetrale di un edificio condominiale individua una modifica della cosa comune conforme alla destinazione della stessa che ciascun condomino può apportare a sua cura e spese, ma a condizione che, tra l’altro, non alteri il decoro architettonico, fenomeno – quest’ultimo – che si verifica non già quando si mutano le originarie linee architettoniche, ma quando la nuova opera si rifletta negativamente sull’insieme dell’armonico aspetto dello stabile”.
Può accadere invece che il posizionamento della canna fumaria sulle parti comuni dell’edificio vada a costituire un peso per la comunità condominiale e un corrispondente vantaggio per il singolo condomino. Si pensi, ad esempio, ad una canna che limiti le funzioni di protezione e calpestio del lastrico solare, o impedisca agli altri condomini di collocarne altre, o rovini il decoro architettonico della facciata; in questi casi l’installazione della canna fumaria configura un vero e proprio diritto di servitù, che presuppone appunto la tolleranza dell’intero condominio a beneficio del singolo condomino.
É ormai pacifico che anche sulle parti comuni può essere costituita una servitù a favore del piano o porzione di piano appartenente ad un singolo condomino. Difatti anche in questo caso sussiste la diversità di proprietari tra fondo servente e fondo dominante, requisito necessario per l’esistenza del diritto in esame. La titolarità delle parti comuni spetta infatti ad un’entità (l’insieme di tutti in condomini) diversa dal proprietario della singola unità anche se questo, nello stesso tempo, partecipa alla comunione.
Quanto detto per la servitù di scarico di fumo, esercitata attraverso la canna fumaria, vale anche per la servitù di mantenere il serbatoio di acqua; come osservato prima, infatti, la servitù prediale è costituita da un peso imposto sopra una proprietà, in questo caso i serbatoi di acqua, per l'utilità di altra proprietà.
Solo se la servitù è stata regolarmente costituita (in questo caso il titolo costitutivo sarà la destinazione del padre di famiglia, sussistendo il requisito della visibilità delle opere, quale appunto il serbatoio di riserva idrica), il proprietario servente è obbligato a rispettarla.
Riconosciuta dunque la legittima esistenza delle servitú di cui si discute, sorte per destinazione del padre di famiglia, sussistendone tutti i presupposti legge, non va comunque trascurato che l'atto di compravendita da cui ha avuto origine la comunione ha comportato il trasferimento della proprietà con “tutti i diritti,azioni,ragioni,accessori ed accessioni,dipendenze e pertinenze ,servitu' attive e passive , tutto incluso e nulla eccettuato”.
Argomento: Articolo 1061 Codice civile - Servitù non apparenti | Quesito Q201616360
lunedì 20/06/2016 - Toscana
“In un Comprensorio di circa 130 Ha di terreno, ove esistono ville,Residence e.o condomini di ogni specie e circa 400 condomini, la società che ha la maggior parte del territorio(rimastogli dopo gli interventi fatti), circa 90 Ha e che il sottoscritto suo rappresentante ha sempre difeso detta proprietà ( vie di accesso a determinate zone)con sbarre e cartelli su non poche strade pedonali e carraie esistenti -affinche non maturassero diritti d'uso, ha recentemente venduto ad un confinante proprietario di una villa molto bella, un appezzamento di terreno di oltre 1 ettaro, sul quale esistono tuttora delle postazioni militari erette nella seconda guerra mondiale, zona molto bella sul mare, circondata da una strada che è sempre stata interdetta o almeno sono sempre state posate sbarre e.o segnaletica di ogni genere proprio per non far maturare alcun diritto agli altri partecipanti al Comprensorio, che potrebbe anche paragonarsi ad un Supercondominio, affinchè con loro passeggiate mai autorizzate dalla proprietà su quel lotto di terreno come detto venduto, non maturassero diritti di alcun genere.
Premetto che le prime ville sono nate nel 65, poi nel 73 e 81 dei complessi più importanti e poi altro, come detto, fino a portare nel Comprensorio circa 400 condomini.
Nel 93 viene addirittura costituito un Consorzio fra proprietari che acquista determinati servizi dalla promotrice tutto il complesso-Comprensorio, che fa funzionare( bar,ristorante,piscine,strade,tennis ecc...)che nulla hanno a che fare col lotto venduto recentemente. Però non tutti i condomini sono soci del Consorzio( anche se sono pochissimi quelli rimasti fuori).
Anche la società che inizialmente ha acquistato l'intera proprietà dei 130 ettari è socia del Consorzio,con i suoi 90 Ha.(circa)
Quanto sopra è ...........solamente per illustrare al meglio la zona e entro adesso nel problema che vorrei aver chiarito.
Premessa : trattasi totalmente di seconde case che al massimo, dai proprietari, vengono sfruttate "al massimo" 1,2 mesi all'anno, un anno dopo l'altro.
Venduto quel lotto di terreno ai proprietari della villa confinante, il Consorzio, attraverso i suoi rappresentanti " pianta" una causa a quella che èra la prima proprietaria di quel lotto( che ha i 90 Ha) ed anche agli attuali proprietari acquirenti detto lotto, che hanno unito la proprietà acquistata con quella che già avevano attorno alla villa, vantando( il Consorzio e.o suoi rappresentanti) il diritto di aver acquisito"il diritto" di passo sulla stradina che circonda tuttora detto lotto compravenduto, schermato come detto da sbarre di legno e di ferro, con tanto di cartelli indicanti la proprietà privata ecc... e quindi di poter frequentare quella zona molto bella prospicente il mare,senza interdizione alcuna.
A prescindere dal fatto che chi ha venduto quel lotto( il sottoscritto per conto della proprietaria - che opera per essa da oltre 50 anni in tale zona) non ha mai notato personaggi girovagare su di esso, nel tempo , anche se da parte loro viene affermato il contrario.
Pertanto, sperando ancora sia sufficiente la storia finora fatta, e premesso che se dei condomini delle passeggiate le hanno fatte - le hanno fatte all'insaputa della proprietà, semmai per diversi giorni all'anno ed in estate, per poi magari tornarci qualche volta l'anno successivo e poi ancora proprio a volergli bene ancora l'anno successivo e magari per i più vecchi per .............30 anni( proprio per dirla alla grande), arrivo alla domanda: ma per acquisire il diritto di passo su una determinata strada e.o per poter accedere ad una determinata proprietà,ripeto senza alcuna autorizzazione e senza mai farsi notare, non necessità un uso continuativo nel tempo di quella strada e.o zona che sia , e ripeto continuativo per 20 anni "consecutivamente " ???E che per nulla vale esserci andati una volta all'anno per qualche passeggiata, anche se anno dopo anno e per 25,30 anni ???E solamente una minima,minima,minima parte dei condomini presenti sempre e solamente in estate nel Comprensorio ??!!Un pò uno ed un pò gli altri ???”
Consulenza legale i 27/06/2016
Si ritiene che la risposta al quesito debba essere negativa.
Nella fattispecie si tratta di stabilire se il titolare o i titolari (nel caso del Consorzio) di un determinato fondo possano vantare diritti su quello dei vicini (proprietari della villa) in forza di usucapione ventennale.
Ebbene, i diritti che possono venire in considerazione sono due: uno, come si accenna nel quesito, è quello di passaggio e l’altro – che tuttavia non sembra venire in rilievo nella fattispecie perché la causa è stata promossa, a quel che è scritto, per ottenere il riconoscimento del mero diritto di passaggio – è il diritto di proprietà sulla strada in oggetto.
Per quanto riguarda il passaggio, va detto che l’oggetto di un’eventuale acquisto per usucapione sarebbe una “servitù”, ovvero, in sostanza, un peso imposto su di un fondo (fondo “servente”) per l’utilità di un altro fondo appartenente a diverso proprietario (fondo “dominante”).
A prescindere dal fatto che non è assolutamente pacifico che il diritto semplicemente di passeggiare su una strada, ad esempio per godersi la vista del mare, possa integrare il concetto di “utilità” o anche di “maggiore amenità” ai sensi delle norme sulle servitù, in ogni caso, basta rilevare che per legge esiste un solo caso di servitù coattiva, ovvero obbligatoria: è il caso in cui un fondo sia totalmente o parzialmente intercluso, ovvero sia integralmente o parzialmente circondato da altri fondi e non abbia quindi la possibilità di accesso alla via pubblica o l’accesso in questione sia notevolmente difficoltoso.
Al di fuori di questa ipotesi, la servitù di passaggio non può che essere costituita volontariamente, ovvero per contratto, per testamento (e non è il nostro caso) oppure ancora per usucapione (vi è poi un’altra ipotesi particolare, quella per “destinazione del padre di famiglia”, che però esula dal caso di specie), quest'ultima ai sensi dell'art. 1061 del cod. civ..
Si noti bene, tuttavia, che sono usucapibili solamente le servitù cosiddette “apparenti”, ovvero quelle in cui esistono delle opere materiali inequivocabilmente strumentali all’esercizio della servitù e che pertanto sono l’evidente e materiale segno della “utilità” di un fondo a favore dell’altro. Devono, poi, essere opere visibili e permanenti.
Per quanto riguarda, in particolare, la servitù di passo, non è sufficiente la mera esistenza di una strada idonea allo scopo, ma è necessario che vi siano dei segni che dimostrano che tale strada è stata realizzata allo scopo precipuo di dare accesso al fondo dominante attraverso il fondo servente; inoltre è necessaria anche l’abitualità del transito ed il conseguimento di una obiettiva utilità per il fondo dominante, senza che possano giovare atti o comportamenti tollerati o permessi a titolo di mera cortesia.
Afferma in proposito la giurisprudenza: “Il requisito dell'apparenza della servitù, necessario ai fini del relativo acquisto per usucapione o per destinazione del padre di famiglia (art. 1061 c.c.), si configura come presenza di segni visibili di opere permanenti obiettivamente destinate al suo esercizio e rivelanti in modo non equivoco l'esistenza del peso gravante sul fondo servente, in modo da rendere manifesto che non si tratta di attività compiuta in via precaria, bensì di preciso onere a carattere stabile. Ne consegue che non è al riguardo pertanto sufficiente l'esistenza di una strada o di un percorso idonei allo scopo, essenziale viceversa essendo che essi mostrino di essere stati posti in essere al preciso fine di dare accesso attraverso il fondo preteso servente a quello preteso dominante, e, pertanto, un "quid pluris" che dimostri la loro specifica destinazione all'esercizio della servitù. (…)” (Cassazione civile, sez. II, 31 maggio 2010, n. 13238).
Nel caso di specie, è evidentemente escluso che la strada oggetto di contesa sia stata creata al preciso scopo di – o abbia natura tale da - servire al passaggio del fondo del Consorzio.
Peraltro, benché le servitù siano usucapibili anche se discontinue, nel caso di specie la non continuatività dei passaggi, unita alla finalità dei passaggi stessi (una semplice passeggiata a scopo di godimento) depone, ad avviso di chi scrive, per l’esclusione dell’usucapione, come dimostra anche il caso seguente che può essere ritenuto assai simile: “In tema di servitù di passaggio, il requisito dell'apparenza richiesto dall'art. 1061 c.c. ai fini dell'usucapione deve consistere nella presenza di opere permanenti, artificiali o naturali, obiettivamente destinate al suo esercizio, visibili in modo tale da escludere la clandestinità del possesso e da farne presumere la conoscenza da parte del proprietario del fondo servente. Le opere visibili permanenti devono avere avuto tale destinazione per tutto il tempo necessario ad usucapire. Non è quindi sufficiente, di per sé, l'esistenza di una strada o di un percorso idoneo allo scopo, poiché è necessario un " quid pluris " che dimostri la specifica destinazione. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva negato l'avvenuta usucapione di una servitù di passaggio poiché risultavano dimostrati soltanto alcuni sporadici passaggio risalenti a 30-40 anni prima, compiuti in periodi ben determinati dell'anno al solo scopo di raccogliere frutta)” (Cassazione civile, sez. II, 10 luglio 2007, n. 15447).
In definitiva, trattandosi nel caso in esame, dell’eventuale diritto di godere all’interno del complesso immobiliare della piacevolezza di un percorso aggiuntivo ed ulteriore rispetto a quello invece effettivamente necessario per entrare ed uscire dal medesimo, si può escludere con sufficiente certezza l’esistenza dei presupposti di usucapibilità del diritto di servitù di passo.
Ugualmente si può escludere, ad avviso di chi scrive, l’usucapione del diritto di proprietà, e ciò – tra le altre cose – anche solo in considerazione dell’animus, ovvero dell’intenzione, di chi agisce per far accertare l’usucapione, il quale è interessato al passaggio e non alla proprietà (nell’istituto dell’usucapione anche le intenzioni sono rilevanti, perché si può possedere una cosa a diversi titoli: proprietà, usufrutto, ecc. ed a seconda del modo con cui chi possiede lo fa e del diritto che ritiene di esercitare sulla cosa, si acquisirà concretamente l’uno piuttosto che l’altro diritto).
Argomento: Articolo 1061 Codice civile - Servitù non apparenti | Quesito Q201410393
giovedì 22/05/2014 - Veneto
“Buongiorno, Mio nonno, ante 1967, ha costruito 3 fabbricati : una casa, una stalla con sopra un fienile e un "ripostiglio per attrezzi e legna". Sono stati costruiti in zona esterna al centro abitato ( in zona montagnosa, comune di Mel, Belluno). Mio nonno è morto nel 1981 e nel 1987, in seguito a divisione, la casa è stata conferita a mia zia, la stalla a mia madre (che successivamente me l'ha donata), e l'ultima costruzione a mia zia. La casa e la stalla, nel 1987 risultavano nella planimetria allegata all'atto notarile; il ripostiglio - 5 mt. di lunghezza per 4 di larghezza e 4 di altezza, con basamento di pietre, colonne di blocchi pieni, facciate di legno, 2 porte di entrata, non risultava. In seguito alla divisione, quest'ultima costruzione è situata giusto sul confine con la mia proprietà e a 3,5 mt dalla "stalla", che adesso è diventata un'abitazione popolare censita A4. Nel 2011, in seguito a sanatoria catastale, "il ripostiglio" è stato iscritto al catasto da mia zia e adesso appare nelle planimetrie come appartenente a quest'ultima. Volevo chiedervi : per la determinazione del "dies a quo" per l'usucapione del diritto di servitù per il mantenimento di una determinata opera a distanza illegale, si deve farsi riferimento al momento al quale la costruzione sia venuta ad esistenza - rivelata a me- fondo servente - nel 1987 ( esisteva ante 1967), oppure alla data alla quale è apparsa nella planimetria (2011), data di iscrizione al catasto ? Vi ringrazio tantissimo anticipatamente.”
Nella vicenda esposta esiste sin dal 1967 una costruzione (ripostiglio per attrezzi) situata a 3,5 metri da un altro edificio (stalla mutata in abitazione).
L'art. 873 del c.c. stabilisce che le costruzioni su fondi confinanti, se non sono unite o aderenti, devono essere tenute a distanza non minore di tre metri. Quindi, a meno che nei regolamenti locali sia stabilita una distanza maggiore da tenere, le distanze legali sembrano essere rispettate.
Supponiamo, tuttavia, che la distanza sia inferiore a quella legale.
Nulla osta alla costituzione, anche per usucapione, di una servitù avente come contenuto il diritto di tenere l’edificio a distanza minore da quella legale. Lo ha stabilito la Cassazione con una pronuncia che ha preso posizione in materia, dando atto delle divergenze esistenti sia in dottrina che in giurisprudenza (Cass. civ., sez. II, 22.2.2010, n. 4240).
Deve ritenersi, quindi, ammissibile l’acquisto per usucapione di una servitù avente ad oggetto il mantenimento di una costruzione a distanza inferiore a quella fissata dalle norme del codice civile o da quelle dei regolamenti e degli strumenti urbanistici locali.
La usucapibilità del diritto di servitù, precisa la sentenza citata, "non equivale alla stipula pattizia di una deroga in tal senso, perchè risponde all’esigenza ulteriore della stabilità dei rapporti giuridici in relazione al decorso del tempo". Dalla norma codicistica o da quella contenuta in regolamenti locali discende il diritto soggettivo del vicino di pretendere che il confinante edifichi a distanza non inferiore a quella prevista: tuttavia, l’avvenuta edificazione mediante opere permanenti e visibili, mantenuta con i requisiti di legge per oltre venti anni, dà luogo al verificarsi dell’usucapione, da parte del confinante, del diritto a mantenere l’immobile a distanza inferiore a quella legale (Cass. 4240/10 cit.).
L'approdo giurisprudenziale è stato successivamente confermato dalle sentenze n. 22824/2012 e 3979/2013.
Il dies a quo del termine ventennale previsto per l'usucapione del diritto decorre, in genere, dal momento dell'instaurazione del possesso. Ciò, in applicazione analogica della norma prevista in materia di prescrizione, l'art. 2935 del c.c., la quale sancisce che essa comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere.
Il possesso della zia sulla costruzione-ripostiglio, in questo caso, è iniziato con l'attribuzione in sede di divisione del fondo su cui questa già sorgeva e quindi quantomeno dal 1987: quindi, sono già trascorsi più di venti anni.
Il momento dell'accatastamento è ininfluente ai fini dell'usucapione, in quanto è sufficiente avere il possesso di un bene e usarlo pubblicamente come proprio per almeno vent'anni (o godere di una determinata situazione per tutto il tempo previsto dalla legge).
L'iscrizione al catasto ha meri fini fiscali e non serve a dimostrare che si è proprietari di un bene.
Nel caso di specie, peraltro, il fatto che entrambi i fondi - su cui insistevano le costruzioni "stalla" e "ripostiglio" - appartenessero in origine ad un unico proprietario, sembra rendere applicabile anche la costituzione della servitù per destinazione del padre di famiglia ai sensi dell'art. 1062 del c.c. La norma prevede che se due fondi, attualmente divisi, sono stati posseduti dallo stesso proprietario, e questi ha posto o lasciato le cose nello stato dal quale risulta la servitù, nel momento in cui i due fondi cessarono di appartenere allo stesso proprietario senza alcuna disposizione relativa alla servitù, questa si intende stabilita attivamente e passivamente a favore e sopra ciascuno dei fondi separati.
Quindi, non sarebbe neppure necessario accertare la presenza dei presupposti per l'usucapione, essendosi la servitù, per quanto consta dal quesito, costituita già automaticamente al momento della divisione dei fondi caduti in successione.

References: Articolo 1061

Articolo 1061

Cass. 

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 sentenza 

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