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Timestamp: 2018-10-23 03:37:18+00:00

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Usucapione: atti interruttivi del possesso
Interessi protetti - Beni, diritti reali - Riccardo Mazzon - 13/10/2017
Premesso che, in tema di usucapione, il rinvio dell'art. 1165 c.c. alle norme sulla prescrizione in generale, ed in particolare a quelle relative alle cause di sospensione ed interruzione, incontra il limite della compatibilità di queste con la natura stessa dell'usucapione, con la conseguenza che non è consentito attribuire efficacia interruttiva del possesso ad atti diversi da quelli che comportino, per il possessore, la perdita materiale del potere di fatto sulla cosa (ipotesi espressamente prevista dall'art. 1167: cfr, anche il capitolo primo, del volume "USUCAPIONE DI BENI MOBILI ED IMMOBLI", Riccardo Mazzon, seconda edizione, Rimini 2017) ovvero ad atti giudiziali, siccome diretti ad ottenere ope iudicis la privazione del possesso nei confronti del possessore usucapiente; nonché ricordato ulteriormente che, agli effetti dell'interruzione del termine utile per la usucapione sono inefficaci le semplici diffide e contestazioni rivolte contro gli atti di possesso, richiedendosi che il titolare del diritto notifichi al possessore l'atto giudiziale diretto alla riaffermazione del suo diritto sul bene, v'è, in generale, da precisare come, quanto alla domanda giudiziale, non solo che la domanda giudiziale, per essere idonea ad interrompere il possesso ad usucapionem, deve essere, oltre che diretta al recupero del possesso, validamente proposta sotto il profilo della tempestività, della legittimazione, della rappresentanza e di ogni altro elemento necessario per una efficace "imploratio iudicis officii", ma anche, riguardo ad atti interruttivi riguardanti beni di proprietà comune “pro indiviso”, che gli atti interruttivi del possesso "ad usucapionem" posti in essere da uno dei comproprietari pro indiviso estendono i loro effetti anche agli altri, non essendo ammissibile un possesso ad usucapionem esercitato in modo diverso su quote ideali indivise dello stesso bene.
Naturalmente, l'atto giuridico che in principalità risulta idoneo ad interrompere il possesso ad usucapionem è l'azione di rivendica, esperita, nei confronti di chi possegga o detenga, da chi si assuma proprietario: addirittura, in fattispecie concreta nella quale l'azione petitoria sia stata esperita, irritualmente, nel corso di un giudizio possessorio, può comunque affermarsi che essa, nonostante il divieto posto dall'art. 705, comma 1, c.p.c., sul piano sostanziale è idonea ad interrompere l'usucapione a norma degli art. 1165 e 2943 c.c., costituendo esercizio del diritto di proprietà e manifestazione della volontà del suo titolare di evitarne la perenzione; peraltro, quanto all'azione possessoria, anch'essa è considerata atto idoneo ad interrompere il possesso ad usucapionem, in uno con le altre azioni di tipo cautelare e anche se siano state rigettate, quando siano proposte nella qualità di titolare di un diritto contrapposto ed incompatibile con la situazione possessoria dell'usucapiente.
Ulteriormente, risulta importante precisare come l'azione possessoria, ritualmente esperita, possa impedire (ex articolo 1167, secondo comma, del codice civile) che lo spoglio, eventualmente perpetrato ai danni del possessore “ad usucapionem”, abbia efficacia interruttiva del possesso “ad usucapionem” predetto: infatti, il requisito della non interruzione del possesso non viene meno nel caso di spoglio seguito dal vittorioso esperimento dell'azione di reintegra, poiché il reagire allo spoglio altrui con una tale azione è di per sè atto di esercizio di possesso, senza che la necessitata temporanea privazione dell'elemento materiale di questo incida sul requisito suindicato.
Con riguardo, inoltre, alla sentenza d'appello che accerti la costituzione di un diritto di servitù, per effetto di usucapione, il ricorso per cassazione, ove rivolto a contestare per vizi di motivazione il suddetto accertamento, ha valore interruttivo della usucapione medesima, essendo qualificabile come domanda proposta nel corso di giudizio”, ai sensi dell'articolo 2943 comma 2 del codice civile (reso applicabile, in tema di usucapione, dal richiamo contenuto nell'articolo 1165, stesso codice); va dunque ritenuto, ad esempio, aver efficacia interruttiva dell’usucapione di un diritto di servitù di passaggio, traducendosi in un'"actio negatoria servitutis", il ricorso promosso in sede di legittimità avverso una pronuncia emessa in grado d'appello che, andando "extra petita" partium", aveva accertato l'esistenza di quella stessa servitù: il mezzo rescindente, infatti, riveste in tale ipotesi carattere di prima necessaria contestazione di una pronuncia contenuta "ex novo" nella sentenza impugnata.
Infine, anche l'azione di riduzione, comunque proposta, essendo intesa a far conseguire ai legittimari la reintegrazione della quota riservata dalla legge e, quindi, a rendere inoperanti gli atti di disposizione compiuti dal "de cuius" oltre ai limiti consentiti, spiega i propri effetti interruttivi, in relazione al corso dell'usucapione, nei confronti del convenuto possessore dei beni ereditari in controversia.
Opportuno, a questo punto, sin d'ora rammentare che è l'azione giurisdizionale che interrompe il possesso ad usucapionem, non la trascrizione della domanda: ai fini dell'interruzione del termine per usucapire, infatti, la trascrizione della domanda giudiziale, in quanto priva d'efficacia sua propria sotto tale profilo, non determina effetti diversi da quelli della stessa domanda trascritta e, pertanto, in ipotesi d'estinzione del processo, con conseguente efficacia interruttiva istantanea della domanda, non possono attribuirsi effetti interruttivi permanenti alla trascrizione della stessa, senza che possa rilevare l'omessa pronuncia dell'ordine di cancellazione della trascrizione ex art. 2668 c.c..
Ancora, importante rammentare, in argomento, come, in caso di estinzione del processo, resti fermo l'effetto interruttivo prodotto dagli atti introduttivi del processo medesimo - per il disposto dell'art. 2945 c.c., applicabile anche in tema di usucapione, giusta il richiamo fatto dall'art. 1165 c.c. - e, quindi, dalla notificazione dell'atto di citazione o di una domanda proposta nel corso di un giudizio; così, ad esempio, qualora in tema di rivendica di proprietà, dopo l'estinzione del giudizio, venga instaurato un nuovo ed autonomo procedimento, il giudice di questo potrà rilevare la natura istantanea dell'interruzione del termine per usucapire operata dal primo atto di citazione (art. 1165 e 2945 comma 3 c.c.), anche se la parte interessata non abbia eccepito l'estinzione del precedente processo, ma si sia limitata ad invocare l'intervenuta usucapione, essendo in ciò implicita l'istanza d'accertamento incidentale, da parte del giudice del nuovo processo, dell'estinzione o meno del precedente giudizio; ad esempio, in una particolare fattispecie concreta, riguardante il valore da attribuirsi alle risultanze di un procedimento, instaurato con denuncia di nuova opera, ma al quale restava estraneo il possessore usucapiente, può senz’altro affermarsi che, ai fini dell'interruzione dell'usucapione di beni immobili, ove sia stata proposta denuncia di nuova opera ed al giudizio non abbia preso parte il soggetto che vanta di aver usucapito il bene, rileva, a prescindere dall'epoca di proposizione della domanda, la situazione di fatto scaturita dalla pronuncia che abbia definito il giudizio sotto il profilo possessorio a favore del convenuto in usucapione, cosicché nel giudizio relativo all'usucapione si deve tener conto dell'acclarato concorrente possesso di parte convenuta.
Quanto alla giurisprudenza più recente, in applicazione dei principi sin qui esposto è stato anche esplicitato come la proposizione del ricorso al giudice amministrativo contro la concessione edilizia rilasciata al possessore per l'opera da cui deriva l'occupazione dell'immobile non ne interrompe il possesso "ad usucapionem", in quanto l'eventuale annullamento dell'atto amministrativo non implica che il ricorrente recuperi il possesso
“del bene oggetto dell'intervento edilizio”
(Cass. civ. Sez. II, 15/10/2015, n. 20815; CED Cassazione, 2015, Iep, 2016, 1, 52; conforme: Cass. civ., sez. II, 29 novembre 1993, n. 11842, GCM, 1993, 11 – conforme - Cass. civ., sez. II, 30 luglio 1984, n. 4525, GCM, 1984, 7; conforme, Cass. civ., sez. II, 23 febbraio 1999, n. 1514, GCM, 1999, 382; conforme: Cass. civ., sez. II, 4 agosto 1988, n. 4837, GCM, 1988, 8/9; conforme, Cass. civ., sez. II, 28 aprile 1986, n. 2929, GCM, 1986, 4; conforme Cass. civ., sez. II, 19 aprile 1983, n. 2707, GCM, 1983, 4; conforme, Cass. civ., sez. II, 15 maggio 1992, n. 5801, GCM, 1992, 5; GI, 1993, I, 1, 830; conforme: Cass. civ., sez. II, 13 gennaio 1995, n. 379, GCM, 1995, 70 – conforme: Cass. civ., sez. II, 19 giugno 2003, n. 9845, SI, 2003, 1519; conforme, Cass. civ., sez. II, 12 luglio 2000, n. 9244, FI, 2001, I,2617; conforme, Cass. civ., sez. II, 15 marzo 1982, n. 1682, GCM, 1982, 3; conforme: Cass. civ., sez. II, 15 maggio 1998, n. 4906, GCM, 1998, 1046).

References: art. 1165
 articolo 1167
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2668
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