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Timestamp: 2020-02-23 20:19:53+00:00

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Correlazione tra accusa e sentenza: Bancarotta fraudolenta ed inerzia di fronte a comportamenti illeciti dell'amministratore di fatto - Corte di cassazione penale Roma - sentenza n. 5081/20 del 06/02/2020
Correlazione tra accusa e sentenza: Bancarotta fraudolenta ed inerzia di fronte a comportamenti illeciti dell'amministratore di fatto
sentenza 5081/20 del 06/02/2020
Non viola il principio di correlazione tra accusa e sentenza, previsto dall'art. 521 c.p.p., la decisione con la quale l'imputato sia condannato per il reato di bancarotta fraudolenta per essere rimasto colpevolmente inerte di fronte alla condotta illecita dell'amministratore di fatto, in applicazione dell'art. 40 c.p., comma 2, anzichè per la condotta assunta direttamente nella veste di amministratore formale, purchè rimanga immutata la condotta oggetto di contestazione, nei suoi profili soggettivi ed oggettivi, considerato che non si determina un'apprezzabile modifica del titolo di responsabilità.
Cassazione penale, sezione quinta, sentenza del 6.2.2020, n. 5081
Va infatti rammentato che le disposizioni contenute negli artt. da 516 a 522 c.p.p., avendo lo scopo di assicurare il contraddittorio sul contenuto dell'accusa e, quindi, il pieno esercizio del diritto di difesa dell'imputato, vanno interpretate con riferimento alle finalità alle quali sono dirette, cosicchè non possono ritenersi violate da qualsiasi modificazione rispetto all'accusa originaria, ma soltanto nel caso in cui la modificazione dell'imputazione pregiudichi la possibilità di difesa dell'imputato. In tale prospettiva per aversi mutamento del fatto occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l'ipotesi astratta prevista dalla legge, in modo che si configuri un'incertezza sull'oggetto dell'imputazione da cui scaturisca un reale pregiudizio dei diritti della difesa; ne consegue che l'indagine volta ad accertare la violazione del principio suddetto non va esaurita nel pedissequo e mero confronto puramente letterale fra contestazione e sentenza perchè, vertendosi in materia di garanzie e di difesa, la violazione è del tutto insussistente quando l'imputato, attraverso l'iter del processo, sia venuto a trovarsi nella condizione concreta di difendersi in ordine all'oggetto dell'imputazione (Sez. Un. 36551 del 15 luglio 2010, Carelli, rv 248051; Sez. Un. 16 del 19 giugno 1996, Di Francesco, rv 205620). Nel caso di specie la contestazione mossa agli imputati si riferiva già in origine al recepimento in contabilità dei falsi dati contenuti in alcune fatture e nell'omessa annotazione di quelli relativi ad altre fatture. Semmai l'imputato avrebbe potuto lamentare la genericità dell'imputazione, eccezione che però non solo non ha formulato in questa sede, ma nemmeno ha precisato aver dedotto tempestivamente e cioè nell'udienza preliminare.
2.3 Quanto al secondo profilo dedotto con il primo motivo, fermo restando che, come detto, la Corte ha correttamente ritenuto gli imputati responsabili di un reato per la cui sussistenza è sufficiente il dolo generico, infondate sono le censure relative al difetto di motivazione sul punto. L'apparato giustificativo relativo all'elemento soggettivo del reato non si esaurisce infatti nel brano della sentenza riportato dai ricorrenti, ma si sviluppa al pari di quello relativo all'elemento oggettivo. In particolare, con riguardo alla posizione di M.S., la Corte, incontestata sul punto, riprendendo quanto accertato dalla sentenza di primo grado e dal curatore, ha evidenziato come l'imputato non ha abbandonato la fallita nel 2001, come eccepito, ma ne è stato amministratore delegato dal 2005 al fallimento, mentre il figlio Ma., una volta rassegnate le proprie dimissioni da amministratore unico, comunque rimase nel consiglio di amministrazione della società, assumendone anzi la presidenza.
2.4 Non di meno va precisato che la condotta di falsificazione delle scritture contabili integrante la fattispecie di bancarotta documentale prevista dalla prima parte della norma da ultima citata può avere natura tanto materiale che ideologica, ma consiste comunque in un intervento manipolativo su una realtà contabile già definitivamente formata. La condotta integrante la fattispecie di bancarotta documentale "generica" si realizza sempre, invece, con un falso ideologico, che si caratterizza per la contestualità alla tenuta della contabilità. In altri termini, l'annotazione originaria di dati oggettivamente falsi nella contabilità (ovvero l'omessa annotazione di dati veri), sempre che la condotta presenti le ulteriori connotazioni modali descritte dalla norma incriminatrice, integra sempre e comunque la seconda ipotesi di bancarotta fraudolenta documentale descritta dall'art. 216, comma 1, n. 2) L. Fall...... Corretta, dunque, appare la qualificazione giuridica ritenuta dalla Corte territoriale nel caso di specie, emergendo dalla sentenza di primo grado come l'intervento sulla contabilità che il giudice d'appello ha in senso lato indicato come "falsificazione", è consistito nell'annotazione nella medesima di importi inferiori rispetto a quelli fatturati e incassati, con la conseguente occultazione in larga misura del volume di affari, in conseguenza anche della significativa difformità di una parte consistente delle fatture della società archiviate presso lo studio del commercialista rispetto a quelle effettivamente emesse dall'ente e consegnate ai clienti.
3. Manifestamente infondato è invece il terzo motivo. Anzitutto va infatti ricordato il consolidato insegnamento di questa Corte per cui non viola il principio di correlazione tra accusa e sentenza, previsto dall'art. 521 c.p.p., la decisione con la quale l'imputato sia condannato per il reato di bancarotta fraudolenta per essere rimasto colpevolmente inerte di fronte alla condotta illecita dell'amministratore di fatto, in applicazione dell'art. 40 c.p., comma 2, anzichè per la condotta assunta direttamente nella veste di amministratore formale, purchè rimanga immutata la condotta oggetto di contestazione, nei suoi profili soggettivi ed oggettivi, considerato che non si determina un'apprezzabile modifica del titolo di responsabilità (ex multis Sez. 5, n. 25432 del 11/04/2012, De Mitri e altri, Rv. 252991). Conseguentemente l'eventuale difetto di motivazione del giudice dell'appello sulla doglianza proposta con il gravame di merito sarebbe comunque irrilevante, trattandosi di quaestio iuris correttamente risolta.
In realtà la Corte territoriale ha implicitamente risposto alla sollecitazione difensiva laddove ha ritenuto, ancora una volta incontestata sul punto, che i due imputati siano stati gli effettivi autori della manipolazione contabile, conclusione che per l'appunto esclude necessariamente l'ipotesi del concorso omissivo. Peraltro la sentenza di primo grado non era approdata realmente a conclusioni diverse, ma aveva semplicemente evidenziato come, anche qualora volesse mettersi in dubbio che gli imputati fossero stati i diretti responsabili della fraudolenta tenuta delle scritture contabili, comunque ne avrebbero risposto per non aver dolosamente vigilato sulle medesime come invece loro dovere.
4. Coglie invece nel segno il quarto motivo. Sono in realtà stati gli stessi giudici territoriali ad aver rilevato al momento della redazione della motivazione - nelle cui more è intervenuta la sentenza n. 222/2018 della Corte Costituzionale che ha dichiarato l'illegittimità della L. Fall., art. 216, u.c. nella parte in cui determinava in misura fissa la durata delle pene accessorie della bancarotta - la sopravvenuta illegittimità della propria pregressa decisione di confermare la commisurazione in dieci anni di tali pene.
Conseguentemente sul punto la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d'appello di Cagliari per nuovo esame, con l'indicazione che il giudice del rinvio non è tenuto necessariamente a commisurare le pene accessorie a quelle principali, come di recente stabilito da questa Corte, per cui la durata delle pene accessorie per le quali la legge stabilisce, in misura non fissa, un limite di durata minimo ed uno massimo, ovvero uno soltanto di essi, deve essere determinata in concreto dal giudice in base ai criteri di cui all'art. 133 c.p. e non rapportata, invece, alla durata della pena principale inflitta ex art. 37 c.p. (Sez. U, n. 28910 del 28/02/2019, Suraci, Rv. 276286). Nel resto i ricorsi devono essere rigettati.
Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla durata delle pene accessorie di cui alla L. Fall., art. 216, u.c., con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della Corte di appello di Cagliari. Rigetta i ricorsi nel resto.
Così deciso in Roma, il 13 gennaio 2020.

References: sentenza 

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 art. 216
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