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Timestamp: 2019-12-11 21:16:52+00:00

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Piccoli cantieri edili: condannato per omicidio colposo il committente privato che affida lavori in economia senza garantire l’incolumità del prestatore d’opera. – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Piccoli cantieri edili: condannato per omicidio colposo il committente privato che affida lavori in economia senza garantire l’incolumità del prestatore d’opera.
Con la recente sentenza n.32228/2018, depositata il 13.07.2018, la IV Sezione Penale della Corte di Cassazione si è nuovamente occupata di sicurezza sul lavoro e responsabilità del committente di lavori in economia all’interno di una privata abitazione.
L’infortunio ed il capo di imputazione.
L’imputato tratto a giudizio nel procedimento de quo affidava ad un lavoratore autonomo l’incarico di eseguire lavori di manutenzione dell’immobile di sua proprietà aventi ad oggetto, fra le altre cose, anche la sostituzione della ringhiera esterna del balcone di pertinenza, senza verificare la sussistenza dei requisiti di professionalità e competenza in capo all’operaio richiesti per lo svolgimento dell’opera e senza premunirsi di adottate precauzioni idonee a salvaguardare l’incolumità del medesimo, tenuto conto dello stato della ringhiera, parzialmente logorata dalla ruggine nei suoi lati estremi, dell’altezza del balcone dal suolo e di tutti gli altri obblighi gravanti dalla sua posizione di committente di lavori in economia.
La mancata verifica dei requisiti soggettivi di competenza tecnica e le condizioni dell’immobile determinavano che al momento dell’intervento dell’operatore sulla ringhiera, consistito nell’asportazione del corrimano, sia venuto definitivamente meno l’aggancio indicato nel punto posto in corrispondenza del corrente inferiore della ringhiera, proiettandosi questa verso l’esterno e determinando la caduta del lavoratore, che perdeva la vita a seguito dell’impatto con il suolo e delle gravi ferite riportate.
Il Giudice Monocratico del Tribunale di Messina accertato nel corso del processo quanto contestato all’imputato lo condannava omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme di cui all’art.2087 c.c., dell’art. 1 comma primo L. 833/1978 e dell’art. 7 D.Lvo 19.09.94 n. 626 e dell’art. 26 D.Lvo. 09.04.2008, n.81.
In grado d’appello, la Corte territoriale messinese, confermava la sentenza in punto di penale responsabilità, riducendo la pena inflitta per effetto della concessione delle circostanze attenuanti generiche ritenute equivalenti alla contestata aggravante di cui all’art. 589 co. 2 c.p. (violazione delle norme poste a presidio della sicurezza sul lavoro).
Avverso la predetta decisione ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, lamentando, sostanzialmente, l’errata applicazione al caso di specie della normativa di settore della quale hanno fatto applicazione i giudici del merito, non potendosi estendere le tutele di formazione/informazione apprestate dall’ordinamento per il lavoratore dipendente a quello autonomo.
Ulteriore vizio di legittimità denunciato con il ricorso per cassazione riguardava il travisamento della prova dell’oggetto reale del contratto di appello relativa alla consistenza del lavoro commissionato che, secondo l’ipotesi difensiva, non avrebbe contemplato la lavorazione dalla quale sarebbe derivato l’incidente con esito mortale.
Il ricorso è stato qualificato dalla Suprema Corte come manifestamento infondato e, pertanto, dichiarato inammissibile.
Relativamente alla questione di diritto relativa al perimetro della responsabilità del committente rispetto al lavoratore autonomo la S.C. ha statuito quanto segue:
“Questa Corte di legittimità ha, in più occasioni, ribadito che è titolare di una posizione di garanzia nei confronti del lavoratore il committente che affida lavori edili in economia ad un lavoratore autonomo di non verificata professionalità (Sez. 4, n. 35534 del 14/5/2015, Gallone, Rv. 264405 nella cui motivazione la Corte ha precisato che l’unitaria tutela del diritto alla salute, indivisibilmente operata dagli artt. 32 Cost., 2087 cod. civ. e 1, comma primo, legge n. 833 del 1978, impone l’utilizzazione dei parametri di sicurezza espressamente stabiliti per i lavoratori subordinati nell’impresa, anche per ogni altro tipo di lavoro; conf. Sez. 4, n. 42465 del 9/07/2010, Angiulli, Rv. 248918). E, ancora di recente, in un caso con molte similitudini con quello che ci occupa, è stato ribadito che il committente ha l’obbligo di verificare l’idoneità tecnico-professionale dell’impresa e dei lavoratori autonomi prescelti in relazione anche alla pericolosità dei lavori affidati (così Sez. 3, n. 35185 del 26/4/2016, Marangio, Rv. 267744 in relazione alla morte di un lavoratore edile precipitato al suolo dall’alto della copertura di un fabbricato, nella quale è stata ritenuta la responsabilità per il reato di omicidio colposo dei committenti, che, pur in presenza di una situazione oggettivamente pericolosa, si erano rivolti ad un artigiano, ben sapendo che questi non era dotato di una struttura organizzativa di impresa, che gli consentisse di lavorare in sicurezza)”.
Quanto alla sollevata questione inerente l’oggetto del rapporto contrattuale concluso tra committente e lavoratore e quindi la consistenza dei lavori commissionati, la Corte di legittimità ha così provveduto :
“Il (omissis), dunque, si è reso responsabile sia di non avere accertato, prima di commissionare al (omissis) un lavoro di tal genere, che costui avesse le necessarie competenze tecniche per eseguirlo, sia, di non aver provveduto a predispone le dovute misure atte a tutelare il lavoratore dal possibile verificarsi di situazioni di pericolo. Come ricorda la Corte messinese il contratto concluso tra le parti è, senz’altro, un contratto avente ad oggetto la esecuzione di lavori edili in economia, assimilabile, sul piano della disciplina, al contratto di appalto, e per il quale trova applicazione il Dlgs 81/2008; la posizione che il (omissis) ha assunto nei confronti del (omissis) è, quindi, quella di committente ai sensi dell’art. 26 del DLgs 81/2008. Peraltro, è pacifico che, in materia di infortuni sul lavoro, ai fini della configurabilità di una responsabilità del committente per “culpa in eligendo” nella verifica dell’idoneità tecnico – professionale dell’impresa affidataria di lavori, non è necessario il perfezionamento di un contratto di appalto, essendo sufficiente che nella fase di progettazione dell’opera, intervengano accordi per una mera prestazione d’opera, atteso il carattere negoziale degli stessi (Sez. 3, n. 10014 del 06/12/2016 dep.il 2017, Lentini, Rv. 269342)”.
La responsabilità penale del committente e i consigli del legale.
In caso di eventi nefasti, dovuti alla scarsa competenza della manodopera o all’inadeguatezza dei sistemi antinfortunistici, il committente dei lavori potrebbe essere attinto dall’indagine penale in ordine al reato di lesioni colpose (art. 590 c.p.), ovvero nell’ipotesi in cui dall’incidente in cantiere derivi la morte dell’operaio, come nel caso oggetto della sentenza in commento, per il delitto di omicidio colposo (art. 589 c.p.), entrambi i reati di evento aggravati dalla violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro specificamente prevista dalle predette norme incriminatrici.
Dunque l’inattività del committente dell’opera, relativamente all’adempimento degli obblighi prevenzionali fissati dalle norme del T.U. (Dlgs 81/2008 e succ. mod.) sulla sicurezza del lavoro e dalle altre normative di settore, può costituire fonte di responsabilità penale colposa di natura omissiva (art. 40, comma 2, c.p.) se posta in rapporto causale con l’evento di danno.
Come precisato dai giudici della Suprema Corte, il committente è titolare di una posizione di garanzia idonea a fondare la sua responsabilità per infortunio sia per la scelta dell’impresa, sia in caso di omesso controllo all’adozione, da parte dell’appaltatore, della misure generali di tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro (Sez. IV, n. 231717/2016; Sez. IV, n. 55180/2016).
In tal senso, la Suprema Corte, con la sentenza n.26490/2016, ha statuito quanto segue: “…È stato più volte affermato che il committente in tali casi è titolare di una autonoma posizione di garanzia e può essere chiamato a rispondere dell’infortunio subito dal lavoratore qualora l’evento si colleghi causalmente ad una sua colpevole omissione, specie nel caso in cui la mancata adozione o l’inadeguatezza delle misure precauzionali sia immediatamente percepibile senza particolari indagini (cfr. Cass. pen., Sez. 4, n. 10608 del 7/03/2013, B., in Ced Cass., n. 255282) (…) il committente è esonerato dagli obblighi in materia antinfortunistica, con esclusivo riguardo alle precauzioni che richiedono una specifica competenza tecnica nelle procedure da adottare in determinate lavorazioni, nell’utilizzazione di speciali tecniche o nell’uso di determinate macchine (cfr. Cass. pen., Sez. 3, n. 12228 del 24/03/2015, C., in Ced Cass., n. 262757)”.
La Cassazione, tuttavia, ha cercato di stemperare il rigore nell’interpretazione di tali principi, riportando l’accertamento sulla responsabilità penale del committente alla verifica della concreta incidenza della omissione colposa rispetto al concreto verificarsi dell’evento danno (lesione o morte dell’infortunato)
Pur nel rigore del quadro giurisprudenziale del quale sono stati tratteggiati gli aspetti salienti in punto di responsabilità del committente i lavori, lo scrivente, osserva tuttavia, che nel corso della propria attività professionale nell’occuparsi di infortuni sul lavoro avvenuti anche in piccoli cantieri, non infrequentemente le ipotesi accusatorie elevate dal PM attingono soggetti – non committenti – solo formalmente titolari di una posizione di garanzia del rischio all’interno dei luoghi di lavoro, senza operare un vaglio critico avente ad oggetto la “sostanziale” assunzione del rischio e la relativa posizione di governo da parte dell’imputato.
È il caso di segnalare, ad esempio, il classico caso del comproprietario di un appartamento interessato da lavori edili ma formalmente non coinvolto nel contratto di appalto, dunque mai coinvolto nelle lavorazioni né nei rapporti con la ditta appaltatrice, che si ritrovi oggetto dell’indagine penale a seguito di infortunio nel cantiere non a norma.
Orbene, in tali casi, il difensore ha margine di manovra tecnica per sostenere che il proprio assistito – mero comproprietario di un appartamento in cui ha avuto luogo un incidente, non può essere destinatario di un addebito di responsabilità colposa di natura omissiva per la morte del lavoratore, posto che dalla titolarità di un diritto reale non discende alcuna posizione di garanzia e di governo del rischio all’interno del cantiere in cui hanno luogo i lavori.
Diversamente opinando, si esulerebbe dai principi che governano la materia penale e verrebbe affermata una sorta di responsabilità di carattere puramente oggettivo; principio questo recepito dalla giurisprudenza di legittimità che in caso di infortunio in cantiere ha escluso la responsabilità del soggetto committente-comproprietario non coinvolto nella stipulazione del contratto, né nelle lavorazioni in concreto, è oltretutto principio recepito dalla più recente giurisprudenza di legittimità (Cass. Sez. IV, n. 23171 del 09/02/2016).
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