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Timestamp: 2020-01-28 06:16:03+00:00

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Art. 1 codice penale - Reati e pene: disposizione espressa di legge - Brocardi.it
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Reati e pene: disposizione espressa di legge
Dispositivo dell'art. 1 Codice penale
(1) La norma recepisce nel sistema normativo penale il c.d. principio di legalità formale (nullum poena nullum crimen sine lege) secondo cui reato è solo ciò che è previsto come tale dalla legge. Su tratta di un principio di carattere generale, già espresso nell'art.art. 25 Cost., comma 2, in virtù del quale: «Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso», e parimenti confermato dagli artt. 7 Cedu e 49 della Carta di Nizza, nonché l'art. 14 delle disp. prel. al codice penale. Costituisce un suo corollario il c.d. principio della riserva di legge, che riconosce la legge come l'unica fonte normativa in materia penale, affidando così in via esclusiva al legislatore (Parlamento) il compito di criminalizzare le condotte umane, nel pieno rispetto del principio di separazione dei poteri. Parte della dottrina ritiene che tale assunto debba essere interpretato in senso restrittivo ovvero solo la legge, qui da intendersi in senso formale, è fonte legittima del diritto penale. Infatti, essendo essa diretta emanazione dell'organo legislativo, si pone come il risultato di scelte di criminalizzazione adeguatamente discusse, con la partecipazione anche delle minoranze e delle forze di opposizione. Prevale però in dottrina la considerazione, ai fini dell'integrazione del principio della riserva di legge, della legge in senso materiale ovvero in tale contenitore rientrerebbero accanto alla legge frutto dell'attività parlamentare, anche il decreto legislativo (art. 76 Cost.) e il decreto-legge (artt. 77 Cost.). Per quanto riguarda le leggi regionali, stante la competenza esclusiva dello Stato in tale materia, queste non si considerano parte delle fonti di produzione del diritto penale. È controverso, infine, se possa o meno costituire fonte diretta di diritto penale il diritto internazionale pubblico. Il punto più discusso riguarda però gli atti del potere esecutivo. La dottrina si chiede se quindi la riserva di legge abbia carattere assoluto , imponendo così al legislatore di disciplinare esaustivamente la materia, oppure relativo, rimettendo al legislatore ordinario solo l'individuazione dei principi cardine, con la possibilità di rinvio a fonti subordinate per il completamento della disciplina. La dottrina dominante e la stessa Corte Costituzionale sostengono che tale riserva abbia carattere “tendenzialmente assoluto”, in quanto il legislatore è l'unico organo deputato alla creazione di norme incriminatrici e il rinvio all'atto normativo secondario è legittimo solo qualora riguardi la determinazione in chiave tecnica di un elemento della fattispecie. Ad esempio, l'art. 73 del T.U. 9-10-1990, n. 309, prevede come reato e punisce gravemente il traffico di stupefacenti. Orbene nel citato articolo non sono indicate le «sostanze» il cui traffico è vietato, ma si rinvia genericamente ad elenchi previsti in «tabelle» compilate dal Ministero della Sanità. Come si vede, quindi, in tale caso il precetto penale trova un'integrazione necessaria in un atto amministrativo governativo. Negli stessi limiti la Suprema Corte ha ritenuto legittime le cd “norme penali in bianco”, in cui la sola sanzione è prevista ex lege, mentre il precetto penale ovvero il comportamento vietato , in quanto non specificatamente determinato,deve essere integrato da atti normativi di grado inferiore. Classici esempi si riscontrano negli artt. 329 e 650 del codice penale.
(2) Si ribadisce il principio della riserva di legge anche in relazione alle pene, nonostante la Costituzione non vi faccia riferimento. Aspetto che non può non essere considerato, anche a fronte di quanto dispone l'art. art. 25 Cost. comma 3, il quale estende il principio di riserva di legge alle misure di sicurezza.
La norma accoglie nel sistema codicistico il principio di legalità nella sua accezione formale, in virtù del quale la norma penale è legittima solo ove il suo oggetto sia stabilito da una legge precisa e determinata.
Non trova quindi spazio la concezione sostanziale, propria degli ordinamenti di tipo assolutistico, che invece individua come reato ogni fatto socialmente pericoloso, a prescindere dalla sussistenza di una previsione di legge che lo configuri espressamente come fatto penalmente rilevante.
Il principio, costituzionalizzato attraverso l'art. 25 Cost., è affermato con riferimento al precetto e alla pena tanto quanto alle misure di sicurezza, come confermato dall'art. 199 c.p., ed è giustificato da esigenze di certezza e di salvaguardia del cittadino dagli arbitri del potere esecutivo e giudiziario. La dottrina ritiene che tale principio assuma quattro diverse caratterizzazioni:
l'irretroattività
la determinatezza o tassatività e
il divieto di analogia.
Secondo il principio della riserva di legge, l'organo legislativo è l'unico depositario del potere di legiferare in materia penalistica, al fine di possibili abusi del potere esecutivo.
A sua sua volta l'irretroattività, invece, ha la funzione di tutelare il cittadino nei confronti del potere legislativo.
Infine, al fine di proteggere soprusi eventualmente realizzabili dal potere giudiziario, il legislatore ha posto la necessità che la norma sia sufficientemente precisa, determinata (principio di tassatività) e che questa venga applicata sono in relazione ai casi da questa regolati (divieto di analogia), eccetto i casi in cui l'applicazione analogica possa risultare favorevole all'agente (analogia in bonam partem).
“ Nullum crimen sine poena, nulla poena sine lege ”
Nessun reato senza una pena, nessuna pena senza una legge
Spiegazione dell'art. 1 Codice penale
L'articolo in oggetto descrive il principio di riserva di legge, secondo il quale spetta solo alla legge dello Stato disciplinare fattispecie penalmente rilevanti.
Strettamente connesso ad esso è il principio di legalità sancito dall'art. 25, co.2 Cost., a tenore del quale “nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”.
I principi in oggetto si pongono sia come baluardi tesi a difendere il principio di separazione dei poteri, riservando solamente al legislatore il potere di decidere circa la punibilità di determinate condotte (e quindi escludere la soggezione del cittadino dal mero arbitrio del potere esecutivo, nonché di quello giudiziario), sia a tutela della autodeterminazione dei singoli, garantendogli dunque che non verranno puniti se non in conseguenza di un fatto preventivamente ricondotto nel penalmente rilevante.
La norma penale in oggetto specifica che anche le pene devono essere soggette al principio di legalità e riserva di legge, sia nel tipo di pena (detenzione, sanzione pecuniaria, misura di sicurezza ecc.), sia nella misura, sebbene sia dato al Giudice il potere di determinare la pena all'interno di una cornice edittale.
Tale principi, unitamente ai loro corollari, ossia il principio di irretroattività, di tassatività ed il divieto di analogia, sono tutti strumenti che la nostra Carta Fondamentale ha inteso fornire al cittadino a fronte di eventuali soprusi del potere giudiziario ed esecutivo, garantendo la prevedibilità della pena, nel senso che il consociato non possa in seguito lamentare alcuna mancata conoscenza delle conseguenze che possono derivare dalla sua condotta.
Vi sono infatti delle condotte, quali l'omicidio, che possono considerarsi reati per antonomasia (c.d. naturalia delicta), di cui ognuno può comprendere il disvalore sociale, mentre altre fattispecie, come ad esempio i reati in materia edilizia, abbisognano di una predeterminazione da parte del legislatore, di modo che il singolo cittadino sappia, o perlomeno possa sapere, che ad un suo comportamento seguirà la configurazione di un reato e la relativa assoggettabilità ad una pena.
Massime relative all'art. 1 Codice penale
Cass. pen. n. 40076/2017
L'inosservanza delle prescrizioni generiche di «vivere onestamente» e «rispettare le leggi», da parte del soggetto sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo o divieto di soggiorno, non integra la norma incriminatrice di cui all'art. 75, comma 2, D.L.vo n. 159 del 2011. Essa può, tuttavia, rilevare ai fini dell'eventuale aggravamento della misura di prevenzione personale.
(Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 40076 del 5 settembre 2017)
L'applicazione di una pena accessoria extra o contra legem dal parte del giudice della cognizione può essere rilevata, anche dopo il passaggio in giudicato della sentenza, dal giudice dell'esecuzione purché essa sia determinata per legge ovvero determinabile, senza alcuna discrezionalità, nella specie e nella durata, e non derivi da errore valutativo del giudice della cognizione.
Cass. pen. n. 7505/1994
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7505 del 2 luglio 1994)
Cass. pen. n. 435/1994
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 435 del 19 gennaio 1994)
Cass. pen. n. 6176/1984
La norma o la prescrizione di rinvio, espressamente richiamata a completamento del precetto, viene a svolgere una funzione integratrice della norma penale in bianco e ad essere, quindi, in essa incorporata. Ne discende che la norma in bianco non è in contrasto con la riserva di legge di cui all'art. 25 Cost. poiché, attraverso il suddetto procedimento di integrazione, la fonte immediata della norma penale resta pur sempre la legge (in senso formale o sostanziale), mentre la norma regolamentare o l'atto della pubblica amministrazione riveste il ruolo di completamento ed integrazione del precetto nei limiti e con il contenuto indicati con sufficiente specificazione dalla norma primaria. (Nella specie tale rapporto di integrazione è stato individuato nell'art. 58 del regolamento di esecuzione del t.u. delle leggi di P.S. e l'art. 221 del t.u. medesimo, definita norma penale in bianco).
(Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 6176 del 30 giugno 1984)
Cass. pen. n. 5655/1984
La norma intesa come imperativo o come giudizio ipotetico è sempre un unicum che proviene dal legislatore, il quale, anche quando collega il precetto alla sanzione, pur se attraverso un rinvio ad altre norme, è investito al riguardo di una competenza esclusiva, non esercitabile in funzione surrogatoria dall'interprete della legge. (Fattispecie in tema di reati militari).
La sanzione da applicare ad una fattispecie che ne sia priva non può essere rinvenuta attraverso l'interpretazione analogica. In caso contrario l'interprete della legge si trasformerebbe in legislatore con mancata incidenza negativa sia sul principio di sia sulla stessa efficacia deterrente delle disposizioni penali coinvolte in siffatta operazione interpretativa, diretta a correlare, con l'intervento del giudice il comportamento del soggetto attivo del reato ad una pena non costituente oggetto di specifica commentoria legislativa. (Applicazione in tema di reati militari puniti dagli artt. 186 e 189 cod. pen. mil. pace dichiarati costituzionalmente illegittimi nella parte sanzionatoria con la prospettazione delle punibilità da applicare a tutte le fattispecie di insubordinazione militare le sanzioni punite dalla legge penale comune).
(Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 5655 del 15 giugno 1984)
Cass. pen. n. 5690/1981
Il principio di legalità della pena (art. 1 c.p.) è violato qualora venga applicata una pena non prevista o diversa da quella prevista dalla legge per un determinato reato. Rientra, tuttavia, nel concetto di legalità anche la pena comminata dalle singole fattispecie penali, nonché quella risultante dalle varie disposizioni incidenti sul trattamento sanzionatorio, nelle quali disposizioni, oltre le norme sulle circostanze (aggravanti o attenuanti) va ricompresa la normativa concernente il trattamento sanzionatorio previsto dall'art. 81 c.p.
(Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 5690 del 8 giugno 1981)

References: Articolo 1
 art. 25

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