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Timestamp: 2020-04-02 23:01:00+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 5232 del 04/03/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5232 del 04/03/2011
Cassazione civile sez. lav., 04/03/2011, (ud. 20/01/2011, dep. 04/03/2011), n.5232
S.P., elettivamente domiciliato in Roma via del Mattonato n.
2, presso lo studio dell’Avv. Donato Piccinini, rappresentato e
difeso dall’Avv. DE BONIS Gaetano Michele Maria, per procura a
margine del ricorso ora domiciliato presso cancelleria della Corte di
avverso la sentenza n. 172/2009 della Corte d’appello di Potenza,
depositata il 24.2.2009;
20.1.2011 dal Consigliere doti. Giovanni Mammone;
uditi gli Avvocati De Bonis e Mario Miceli per delega Pessi;
Con ricorso al giudice del lavoro di Potenza, S.P., premesso di essere stata assunto con contratto di lavoro a tempo determinato per il periodo (OMISSIS) da Poste Italiane s.p.a., chiedeva che venisse dichiarata la nullità del termine apposto e fosse riconosciuta l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.
Rigettata la domanda e proposto appello dal lavoratore, costituitasi Poste Italiane s.p.a., la Corte d’appello di Potenza con sentenza depositata il 24.2.09 rigettava l’impugnazione con motivazione diversa da quella del primo giudice, accogliendo l’eccezione preliminare della convenuta, non affrontata in primo grado, che il contratto de quo si era risolto per mutuo consenso in ragione del comportamento tenuto dalle parti, atteso che l’attore, ricevuti senza obiezioni t.f.r. ed indennità connesse al contratto a termine, si era attivata solo dopo sei anni dalla scadenza del termine, dimostrando disinteresse per l’instaurazione del rapporto a tempo in de terminato.
Avverso questa sentenza S. propone ricorso per cassazione, cui risponde la società intimata con controricorso illustrato da memoria.
I motivi dedotti dal ricorrente possono essere così sintetizzati:
1.- violazione dell’art. 2697 c.c, in relazione all’art. 1372 c.c., e carenza di motivazione, in quanto il rapporto di lavoro non avrebbe potuto essere ritenuto risolto per mutuo consenso dato che il mero silenzio assume rilevanza sul piano giuridico nel senso di dichiarazione allorchè la condotta della parte contrattuale possa essere apprezzata come oggettiva manifestazione di volontà;
2. carenza di motivazione in quanto il giudice di merito non ha indicato da quali ulteriori elementi (a parte l’accettazione del t.f.r., di per sè non significativa) abbia dedotto la volontà delle parti di ritenere definitivamente cessato il rapporto di lavoro.
TI primo motivo è infondato. La giurisprudenza della Corte di cassazione (v. per tutte Cass. 17.12.04 n. 23554) ha ritenuto che nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato (sul presupposto dell’illegittima apposizione al relativo contratto di un termine finale ormai scaduto) per la configurabilità di una risoluzione del rapporto per mutuo consenso è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonchè, alla stregua delle modalità di tale conclusione, del comportamento tenuto dalla parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo; la valutazione del significato e della portata del complesso di tali elementi di fatto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità se non sussistono vizi logici o errori di diritto.
Nel caso di specie il giudice di merito si è attenuto a questo principio valutando ai fini dell’individuazione del mutuo consenso quelle che, a suo avviso, erano le circostanze significative emergenti dagli atti.
E’ infondato anche il secondo motivo., non riscontrandosi la dedotta carenza di motivazione. Infatti, il giudice di merito ha ritenuto sufficienti a giustificare la sua convinzione non solo una circostanza di per sè neutra, quale la percezione delle spettanze di fine contratto da parte della lavoratrice, ma anche la considerevole durata del lasso temporale intercorso tra la cessazione del contratto a termine e la proposizione della domanda in sede giudiziaria (oltre sei anni: scadenza del contratto 30.6.00, deposito del ricorso 16.2.07), ritenendola del tutto sovradimensionata rispetto alle esigenze di ponderazione e riflessione che l’azione giudiziaria impone, anche per la mancanza di prova di iniziative prodromiche all’azione giudiziaria (quali comunicazioni al datore di lavoro o contratti con organizzazioni sindacali). Il giudice ha, inoltre, tratto elementi di convinzione dal comportamento processuale dell’attrice, ponendo in evidenza che essa.
di fronte all’evidenziazione della circostanza in sede giudiziale, non ha preso posizione alcuna.
Tale valutazione può ritenersi congruamente articolata, essendo i comportamenti presi in considerazione non solo manifestazione di ordinari atteggiamenti di condotta sociale ma anche evidenziazione di un comportamento negozialmente apprezzabile sul piano del comportamento giuridico (per la valutazione “della mancanza di operatività di un rapporto caratterizzato dal complesso intreccio di molteplici obbligazioni reciproche”, quale il rapporto di lavoro, nel senso di vera e propria dichiarazione risolutoria, v. di recente Cass. n. 23114 del 2008).
Anche i secondo motivo deve essere, dunque, ritenuto infondato.
Il ricorso deve essere conseguentemente rigettato.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese che liquida in Euro 37,00 per esborsi ed in Euro 2.000 per onorari, oltre spese generali, Iva e Cpa.

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