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Timestamp: 2017-03-28 19:39:23+00:00

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Diritto all'oblio. Lo stato dell'arte un anno dopo la sentenza Google Spain Osservatorio legale di Claudia Moretti
E' passato ormai un anno e più dalla tanto discussa sentenza della Corte di Giustizia UE sul caso Google Spain (causa C-131/12). In breve la vicenda
La vicenda che ha occasionato la pronuncia in via pregiudiziale della Corte è quella del sig. Gonzalez, cittadino spagnolo che ha chiesto di poter deindicizzare la notizia apparsa 16 anni prima sul quotidiano La Vanguardia, relativa ad un annuncio volto alla vendita all'asta della sua casa per debiti previdenziali. A suo dire, infatti, tale episodio del passato, del tutto scollegato dal contesto attuale, minava la sua web reputation, alterando la propria identità ed immagine. In tale contesto la Corte ha accolto la domanda del ricorrente ed ha così declinato un “nuovo” aspetto del diritto alla riservatezza di cui alla Direttiva 95/46/C (art. 12 e 14) in materia di tutela di Privacy. In parole semplici: se una pubblicazione è lecita, avvenuta cioè nel rispetto delle norme sul trattamento dei dati (con il consenso dell'interessato, ovvero con le prerogative giornalistiche del diritto di cronaca, ecc…), anche se è aggiornata, può comunque esser cancellata se, essendo trascorso un notevole lasso di tempo, risulti obsoleta.
Differenze fra l'archivio web di un quotidiano e i risultati dei motori di ricerca
In primo luogo occorre tener ben distinta la tematica della permanenza della notizia sul sito del giornale e nel relativo archivio, da quella – del tutto indipendente ed autonoma – relativa alla permanenza del link alla notizia medesima, nell'elenco dei risultati del motore di ricerca. Orbene, la Corte di Giustizia, si è occupata di quest'ultima tematica. Nella nota sentenza, infatti, si chiarisce come le finalità, i limiti ed i presupposti del diverso trattamento dei dati siano totalmente diversi (così come, del resto, anche la capacità di incidere o ledere la riservatezza dei soggetti interessati). Il contemperamento degli interessi contrapposti dunque, risentirà inevitabilmente delle distinte finalità economiche del motore di ricerca, che non è quotidiano on line.
Contrariamente, infatti, alle finalità che rendono ex lege lecite le pubblicazioni dei quotidiani on line – così come il loro passaggio e permanenza in archivio - di notizie di cronaca giudiziaria, Google opera con altre logiche. La propria missione economica si realizza attraverso la messa in relazione di zone del web, formulando risultati alle ricerche dei natanti, selezionandoli con il meccanismo dell'indicizzazione. Con la conseguenza che, dall'elenco siffatto, così come anche dalla posizione in cui i vari risultati appaiono, si trarrà un'idea piuttosto che un'altra del soggetto/oggetto della ricerca. Dall'elenco dei risultati si creerà in automatico un profilo dello stesso, con connotazioni positive, negative, neutre, ma comunque connotazioni “scelte” dal motore di ricerca e posizionate dal medesimo secondo un ordine ben preciso. Il profilo – l'insieme dei risultati selezionati -, allora, costituirà, esso stesso, un unicum suscettibile di autonoma valutazione rispetto ai singoli risultati che lo compongono. Il profilo potrà o meno rappresentare il soggetto, e, se conterrà link lontani nel tempo, o li conterrà in posizione troppo dominante, potrà distorcere l'identità reale o violare il suo diritto ad una corretta rappresentazione del sé ecc... Tutto ciò a prescindere dalle singole pagine web (e dalla loro legittima permanenza in Internet) cui Google rinvia.
Il profilo distorto, se del caso, potrà essere “corretto” mediante la cancellazione dall'elenco dei risultati di quei link a pagine non più rappresentative dell'attuale identità e ciò a prescindere dalla legittimità delle pagine richiamate, che va valutata in piena autonomia rispetto alle logiche dell'indicizzazione e in base al bilanciamento degli interessi propri di quel preciso trattamento.
Nella sentenza la Corte di Giustizia, pur non fissando un rigido criterio temporale valido a priori per poter ritenere una pubblicazione “obsoleta” e “da dimenticare” (rectius, il rinvio ad una pubblicazione), ne traccia, di fatto ed in concreto, gli estremi. La vicenda che ha occasionato la pronuncia in via pregiudiziale riguardava fatti di 16 anni prima. La vicenda, oltre che assai risalente nel tempo risultava poi del tutto scollegata dal presente, non solo per il 16 anni trascorsi (che in sé per sé sono tanti), ma rappresentava un “brandello morto” del passato con nessun riverbero nel presente. In altre parole, nel caso preso in considerazione dalla Corte, vi era una cesura drastica e netta passato-presente.
D'altro canto ha garantito e fatto salvo il diritto alla verità e ad ottenere l'aggiornamento delle notizie a tutela degli interessati. A tal proposito si riportano gli estremi delle pronuncie più significative: Tribunale di Bari sentenza del 27 settembre 2008; sentenza della Corte di Cassazione n. 5525/2012; Provvedimento del nostro Garante per la Protezione dei dati personali n. 542 del 20 novembre 2014.

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