Source: http://www.zeneize.net/ziardua/magister/punti.html
Timestamp: 2018-12-11 22:19:22+00:00

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Metemmu i punti...
Metemm-î punti... duvve l'é inundòu (cumme dîva u grande Marzâri ), e l'é proppiu u câxu de dîlu, perché a sesiun d'i verbi d'a "Grammatica del genovese" d'u pruf. F. Toso a fa ægua da tytte e parte: âtru che precizasyin e puntualizasyin... chí gh'é d'e gren falle da astagnâ!
Anche se con modalità non completamente strutturate, sono già state divulgate molteplici osservazioni relative alla significativa carenza di affidabilità anche della parte della "Grammatica del genovese" del prof. Toso (ed. Le Mani, Recco, 1997) dedicata ai verbi della lingua genovese.
Risulta superfluo evidenziare il ruolo fondamentale che le forme verbali rivestono, in generale, nell'ambito delle lingue indoeuropee e, nel caso specifico, in quelle di derivazione latina, cui il genovese appartiene, in merito alla descrizione delle azioni compiute dagli umani.
Nel sito ZENEIZE di Conrad Montpetit si sta tentando, ormai da tempo e con significativo impegno, di ovviare, per quanto possa risultare possibile, al danno inferto alla divulgazione della lingua genovese letteraria/urbana causato da una proposta di standard soggettivo, in cui si possono, sostanzialmente, ravvisare tre categorie fondamentali di infedeltà/scorrettezze :
1) l'evidente appiattimento della prospettiva storica che non può non essere denunciato.
Ciò significa che verbi che, pur essendo anticamente appartenuti alla lingua genovese, risultano, ormai, estinti vengono proposti parallelamente a quelli ancora in uso, talvolta senza alcuna indicazione particolare, come se si trattasse di forme verbali tuttora vitali.
In sintesi, si tratta di mancato rispetto degli aspetti di sincronicità, cioè contemporaneità oggettivamente temporale/storica dei fenomeni linguistici della lingua genovese;
2) dei verbi suddetti - cioè estinti - vengono proposte, inoltre, forme verbali scorrette;
crei resolve
3) forme verbali errate vengono fornite anche per verbi tuttora esistenti e vitali nella lingua genovese letteraria/urbana.
piâ trâ duî pai vai beive mœiâ lêze curêze
Il nostro compito, evidentemente, non può e non intende consistere nell'impegno di indicare correzioni esaustive ad opere di altri e di cui altri debbono assumersi la totale responsabilità di fronte ai lettori, alla verità oggettiva ed alla storia.
Si è solo, assai semplicemente, ritenuto moralmente doveroso porre in guardia i giovani che intendessero approcciare la lingua genovese e gli stessi cultori - categorie che, oggettivamente, possono risultare particolarmente vulnerabili - rispetto ad una proposta soggettiva, scorretta e non rispettosa della lingua genovese letteraria/urbana.
D'altronde, risulterebbe difficilmente praticabile elencare tutte le correzioni che si renderebbero necessarie.
Nel seguito, si metteranno in evidenza, in sintesi, esclusivamente alcuni casi di errori, a titolo esemplificativo, in relazione alle tre categorie sopra enunciate.
Per altro, in merito ad una fedele descrizione delle forme verbali della lingua genovese letteraria/urbana, non si può far altro che rimandare alla lista delle tavole e ad eventuali approfondimenti per chi mostrasse interesse per questi argomenti.
Relativamente alle tre categorie prese in considerazione, si espongono, di seguito, le seguenti rispettive osservazioni:
FORME VERBALI ESTINTE
Forme verbali quali defende /de'feNde/ = "difendere" , defeiso /de'fejzu/ = "difeso", depenze /de'peNze/ = "dipingere" , depento /de'peNtu/ ="dipinto" , destiNgue /de'stingwe/ = "distinguere" , destinto /de'stiNtu/ = "distinto" , descutte /de'skytte/ = "discutere" , descusso /de'skyssu/ = "discusso" , responde /re'spuNde/ = "rispondere, respòsto /re'spOstu/ = "risposto" sono riportate alla pag.208 §108, della "grammatica" del prof. Toso senza alcuna indicazione della loro arcaicità.
Ma esse, come ci conferma il prof. Ernesto Giacomo Parodi nei suoi "Studj liguri" alla pag.138 §88, non hanno superato il secolo XVIII - il Settecento (!!!) - .
" ... ma ora hanno preso i per influenza letteraria depenze, deventâ, defende, defferenza, reposâse, reparâ, responde, renegâ e molti altri che erano in uso con e fino alla fine del sec. XVIII".
Ancora il prof. Parodi - sempre nei suoi "Studj liguri" sopra menzionati (pag.115 §19) - cita in quanto riferita a Paolo Foglietta - defunto prima dell'inizio del Seicento (!!!) - la forma verbale "depento" /de'peNtu/ e scrive:
" cosí fino a tutto il secolo XVIII [il Settecento] , [...] ora, dipinze, dipinto ecc. [...] ".
Quale ovvia conclusione si può tranquillamente affermare che nessuno, oggigiorno, a Genova, riconoscerebbe verbi quali defende, depenze etc. come appartenenti ad un livello plausibile di genovese ... E, ovviamente, nessuno, assolutamente, li pronuncia in tale modo.
La città e la sua lingua letteraria/urbana li hanno obliati da lungo tempo !
Tra l'altro, a livello di precisione storica, occorre osservare che forme verbali quali destingue /de'stiNgwe/, destinto /de'stiNtu/, descutte /de'skytte/, descusso /de'skyssu/, responde /re'spuNde/, respòsto /re'spOstu/ non sono, in realtá, estinte, ma non sono proprio mai esistite in quanto tali. Infatti fino alla fine del '700 la loro pronuncia era rispettivamente /de'StiNgwe de'StiNtu de'Skytte de'Skyssu re'SpuNde re'SpOStu/, in quanto a quell'epoca la lettera "s" seguita da una consonante indicava la consonante /S/, fricativa postalveolare sorda, come nella parola italiana "sci".
FORME VERBALI DESUETE
RIPORTATE SCORRETTAMENTE
A titolo esemplificativo, si cita il verbo "credo".
Nessuno può neppure porre in dubbio che l'unico verbo rimasto vitale a Genova sia "credde" /'kredde/ = "credere", da cui si ottiene la prima persona del presente dell'indicativo "creddu" /'kreddu/.
Italianismo finché si vuole, ma è pur vero che da assai tempo il verbo crei /'krej/ = "credere" si è completamente estinto - in città ed anche altrove ...
Ma fin qui, piú che altro, si rileva solamente assenza di prospettiva storica e assenza di sincronicità - contemporaneità - tra le varie forme verbali proposte.
Anche se, ad onor del vero, nel caso di "crei" /'krej/ = "credere", - infinito arcaico di "credde" /'kredde/ = "credere" - è, almeno, correttamente riferito che si tratta di "variante arcaica" - pag.198 §91 della "grammatica" del prof. Toso.
In realtà, invece, la pronuncia della prima persona del presente indicativo -, per altro, come già scritto relativamente a tutte le forme del verbo "crei" /krej/, da tempo non piú vitale -, riportata dalla "grammatica" del prof. Toso come creo /'krew/ è proprio sbagliata.
Quando ancora gli ultimi erano in grado di coniugare il verbo "crei" /'krej/ e, prima ancora, quando si adottavano le relative forme verbali nella lingua scritta, la prima persona del tempo presente del modo indicativo - in italiano standard credo - ovviamente, derivato dall'omonimo latino "credo" -, non era per nulla /'krew/, come, invece riportato alla pag.della grammatica del prof. Toso.
Creo /'krew/, inoltre, risulta, per di piú, contrario alle leggi della struttura fonetica della lingua genovese.
Si diceva, al contrario, "cròu" /'krOw/, come le antiche grafie che verranno citate e le corrette interpretazioni relative effettuate dagli studiosi stanno a dimostrare!
Infatti, il prof. E. G. Parodi in "Studj liguri", alla pag.126, §, cita quali corrispondenti dell'italiano standard "credo" le forme verbali antiche - "crao, craou, creaou" - grafate dal Foglietta - si ribadisce, defunto prima del Seicento (!) - nel volume
"Rime diverse in lingua genovese molto dilettevoli per la novità e varietà di soggetti, con nuova giunta di alcune hora date in luce, dedicate al Signor Oratio Ceva.
Stampate in Torino, ad instanza di Bartolomeo Calzetta e Ascanio de' Barberi 1612" (!)
Lo stesso Parodi cita anche la grafia "craou" contenuta in
"Ra Gerusalemme deliverâ dro Signor Torquato Tasso tradúta da diversi in lengua zeneize.
In Zena in ra stamparia de Tarigo MDCCLV" (1755 !)
Ed inoltre, sempre il Parodi riferisce "crao"tratto dalle
"Commedie trasportae da ro françeize in lengua zeneize
da Micrilbo Termopilatide P.A. *
dedichae a ri veri e boin Zeneixi.
Genova 1772" (!) [* nome di Stefano De Franchi quale socio dell'Accademia dell'Arcadia].
Per tutte le diverse, ma simili grafie delle forme verbali esposte - in cui la contiguità tra la vocale a e l'o è assolutamente simile alla transizione grafica che accompagnò la transizione fonetica che si ebbe, ad esempio, nei participi passati della I coniugazione - cantao --> cantaou --> cantou - , il prof. Parodi indica esclusivamente la pronuncia /'krOw/ e non certamente l'inesistente /'krew/ ! E questa pronuncia - ottenuta mediante il dittongo discendente /'Ow/ - viene assimilata a quella degli esempi di crasi (fusioni) "mou", "tou" /'mOw/, /'tOw/ = "me lo", "te lo" , provenienti da "me u", "te u" per chi preferisce la scrittura staccata, che neanche l'italiano adotta in "glielo", "gliela" - scritto tutto attaccato. Mentre non si scrivono attaccati - nell'italiano standard - "me lo" e "te lo", perché potrebbero ingenerare equivoci di significato.
Ma sull'argomento della crasi - o fusione tra la vocale finale di una parola e quella iniziale della successiva - si tratta in un altro articolo (clicca qui per leggerlo).
D'altronde, anche chi scrive le note presenti ricorda perfettamente che i veri locutori non parlavano staccato, come si ascolta parlare ora da chi tenta di simulare la pronuncia del genovese.
Infatti, l'aspetto linguistico appena accennato - la crasi - costituiva un evidentissimo fenomeno linguistico e rappresentava una fortissima caratteristica identitaria, irrimediabilmente perduta nell'attuale pronuncia dei cultori che cercano di apprendere la lingua, non piú da un parlato genuino, praticamente quasi inesistente, bensí, evidentemente, dalle grafie tradizionali, che implicano una segmentazione tra parole, che si traduce nella pronuncia appresa a partire dalla lingua scritta.
Tornando al tema fondamentale dell'articolo, si può, altresí, testimoniare che la pronuncia degli ultimi, già non piú riscontrabile in ambienti urbani, ma solo in zone di forte isolamento e, perciò, rurali, fu "cròu" /'krOw/ e non altrimenti.
Come ampiamente dimostrato dalle evidenze addotte riferendo le grafie degli autori citati e dall'interpretazione che ne fornisce lo studioso Parodi, la pronuncia corrispondente all'italiano standard "credo" altro non era se non "cròu" /'krOw/.
E negli ambienti rurali si distingueva tra "cròu" /'krOw/ - dittongo discendente, cioè, sillaba unica - = "credo" e "crôu" /'krO:u/ - /O:/ aperta e lunga seguita dal fonema vocalico /u/, parola bisillaba - = "corvo".
Parola rustica - a causa della perdita del fonema /v/ intervocalico - per "corvo", nella quale aveva operato anche il fenomeno della metatesi - spostamento di fonemi, in questo caso, /'krO .../ per /'kOr .../. Anzi, in realtà, non si diceva veramente "cròu" /'krOw/ nel significato di "credere/pensare/immaginare", ma il verbo veniva spesso usato con modalità riflessive e si diceva: "Mi me cròu che ..." /'mi me 'krOw ke .../, letteralmente "mi credo che ... / penso che ...".
Questa fu l'ultimo stadio della lingua arrivata fino a noi, non certo creo /'krew/ !
Oltre quanto già chiaramente esposto e motivato, si può osservare che Anton Giulio I Brignole Sale - di nobiltà relativamente recente e di famiglia ricchissima, defunto nel 1662 (!!!) - nella sua commedia edita postuma intitolata "Li comici schiavi" scrive - a pag.48 "me crou" ed a pag.51 "mè croú", che non lasciano adito a dubbi d'interpretazione in merito alla loro effettiva pronuncia.
Inoltre, lo stesso prof. Toso, autore della "grammatica" citata, nel suo secondo volume dedicato alla "Letteratura genovese e ligure", edito nel 1989, riporta alcuni dialoghi tratti da opere di Anton Giulio I Brignole Sale.
Alla pag.209, si riscontra "me crao", alla pag.210, ancora, "me crao" e, alla pag.211 "me ro crao" = "lo credo".
Ovviamente, data la grafia riportata dallo stesso prof. Toso nel suo volume, la relativa pronuncia non può che essere stata /me 'krOw/.
Alla pag.203 §108 della grammatica suddetta, viene proposto il verbo "resciorve" = "risolvere".
Domande, in merito, ai piú vecchi parlanti urbani.
Tutte le risposte coincidono: "Mai sentito!" .
Stesse domande a vecchi parlanti nei dintorni della città.
Le stesse risposte: "Mai sentito!" .
Consultazione dei vocabolari della lingua:
- nell'Ottocento -
l'edizione del 1851 del "Vocabolario genovese-italiano" di Giovanni Casaccia riporta sia "resolve" /re'sOlve/ = "risolvere", sia "risolve" /ri'sOlve/ = "risolvere" ;
l'edizione del Casaccia del 1876, ormai, solamente la forma piú italianizzata e, cioè, "risolve" /ri'sOlve/ = "risolvere";
il "Vocabolario tascabile genovese-italiano per il popolo" compilato dal padre Francesco Bacigalupo - edito nel 1873 - riporta ancora "resolve" /re'sOlve/ = "risolvere" e "risolve" /ri'sOlve/ = "risolvere" ;
nel "Dizionario moderno genovese-italiano e italiano-genovese" del prof. Gaetano Frisoni - 1910 - si riscontra esclusivamente "risolve" /ri'sOlve/ = "risolvere" ;
analogamente, solo "risolve" /ri'sOlve/ = "risolvere" si trova riportato nel "Nuovo vocabolario genovese-italiano" di Alfredo Gismondi edito nel 1955.
Tentiamo di spingere lo sguardo fino al Settecento, grazie all'edizione del 1988 di "Ro ritorno non previsto", opera del patrizio Stefano De Franchi (defunto prima dello scoppio della Rivoluzione francese !), curata dallo stesso prof. Toso: alla pag.30 si incontra - per ben due volte - il verbo "resolve" /re'sOlve/.
Sí, proprio "resolve" e pubblicato dal prof. Toso !!!
Le frasi precise riportate sono:
1)	"Mae patron à dri amixi, e tocca à voî à resòlve" ... ;
2) "Via, resolveive sciù dôi pê" ... .
Rispettivamente, tradotte, nell'edizione citata, come:
1) Il mio padrone ha degli amici, siete voi che non vi decidete... ;
2)	Forza, decidete qui su due piedi... ,
"Resciorve", anticaglia ... e di gran valore, dato che ancora prima della Rivoluzione Francese (1789) si trova scritto, come riportato, "resolve" !!
Anche i vocabolari citati in precedenza riportano, mediante le traduzioni in italiano standard = "decidere/deliberare" la gamma dei significati del verbo che spaziano da risolvere a decidere et sim. e coincidono con l'ampiezza di accezioni posseduta anche dalla lingua genovese.
Si ritiene che, quanto finora esposto non possa porre, per il lettore, la necessità di ulteriori commenti/osservazioni in merito all'assenza di attendibilità/credibilità della "grammatica".
Se l'intento fosse stato quello di dotare la "grammatica" anche di parziali osservazioni e riferimenti relativi all'evoluzione storica della lingua, almeno fossero stati riferiti correttamente !
FORME VERBALI ERRATE ANCHE PER VERBI TUTTORA ESISTENTI E VITALI
Per quanto concerne il punto 3) - forme verbali errate anche relativamente a verbi tuttora esistenti nella lingua genovese letteraria/urbana - la segnalazione esaustiva dei singoli errori sarebbe compito inadatto ed impari rispetto alle nostre forze e, assai probabilmente, anche di molti altri ...
Ci si limiterà, pertanto, a identificare ed indicare casi particolarmente significativi, quali indicatori dell'accuratezza e dell'affidabilità globale dell'opera ed a tutela del lettore poco esperto della lingua e, quindi, piú vulnerabile.
È stata identificata solamente una piccola quantità di casi in cui risulti anche evidente il contrasto con le strutture linguistiche fondamentali proprie della lingua genovese.
Alla pag.197 §80, della "grammatica" del prof. Toso è riportato il verbo "peâ" secondo una grafia, quanto meno, arcaica, che prende in considerazione solo la caduta dell'erre palatale intervocalica, rispetto alla grafia "perâ" ed alla pronuncia /pe'Ra:/ di ancien régime, tuttora viva in aree dotate di pronuncia arcaica.
Ma la caduta dell'erre palatale intervocalica ha prodotto - in città e non solo - , a seguito dell'incontro tra le vocali /e/ ed /a/ il dittongo ascendente /'ja:/ e risulta quindi errata la trascrizione fonetica riportata /pe'a:/.
In città si pronuncia esclusivamente /'pja:/ e non diversamente (leggi articolo).
Non ci si soffermerà nemmeno sulle forme verbali di pura fiction attribuite al verbo "trâ" /'tra:/, ormai, in città, obsoleto e dove non significa affatto "trarre", sostituito da "tiâ" /'tja:/. Esso è ancora adottato da qualche vecchio contadino, nel significato, però, - relativo alla cultura materiale - di "spillare" (il vino dalla botte). E la coniugazione di "trâ" /'tra:/ per quei pochissimi contadini/mezzadri ancora in grado di effettuarla, risulta del tutto simile a quella del verbo "dâ" /'da:/ = "dare", tranne alla prima persona del presente dell'indicativo, dove, in effetti, accanto al piú comune "traggu" /'traggu/ esiste, anche se meno frequente, la forma alternativa "trâu" /'tra:u/.
Duî
Lo stesso errore concettuale compiuto nella grammatica menzionata relativamente a "peâ" e, cioè, il rifiuto di accettare forme verbali che sono state adottate in città da piú di un secolo, viene ripetuto alla pag.198 §92, in cui si riporta la grafia arcaica "doei(se)" = "dolersi".
L'errore appare manifesto nella trascrizione fonetica /'dwejse/, perché il verbo, sebbene versi, ormai, a Genova, in situazione di quasi totale estinzione, in città si è pronunciato per tutto il Novecento ed anche buona parte dell'Ottocento - attenendosi ai vocabolari della lingua - /'dwi:se/ e non altrimenti.
Risulta scontato riferire - ma l'amore della verità l'impone - che tutti i vocabolari della lingua genovese SCONFESSANO la lampionata costituita da "doei" /'dwej/ ( ?!?!?! ) :
1)	l'edizione del 1851 del Casaccia riporta esclusivamente "doî", cioè, /'dwi:/ ;
2)	ed in quella del Casaccia del 1876, concordemente, compare solo "doî" /'dwi:/ ;
3)	anche il "Vocabolario tascabile genovese-italiano per il popolo" compilato dal padre Bacigalupo e pubblicato nel 1873 riporta - solamente - "doî" /'dwi:/ ;
e veniamo al Novecento ...
4)	nel "Dizionario moderno genovese-italiano e italiano-genovese" del prof. Gaetano Frisoni, edito nel 1910, compare esclusivamente "doî" /'dwi:/ ;
5)	il Gismondi, 1955 contiene solo "doî" /'dwi:/ .
Il che concorda perfettamente con la pronuncia dei (vecchi) cittadini .
Si è già confermato che il verbo è in situazione di obsolescenza, ma chi lo conosce ancora, ne conosce anche il participio passato che "duî(se)" /'dwi:(se)/ possiede come tutti gli altri verbi. E non vi sono valide motivazioni, in genovese, in base alle quali questo verbo non dovrebbe averlo.
Il participio passato è "duîiu" /'dwi:ju/.
(bell'esempio di dittongo ascendente lungo perché tonico /wi:/
seguito da dittongo ascendente breve perché atono /ju/)
Anche nel libro di V. E. Petrucci "Grammatica sgrammaticata", alla pag.75, si possono riscontrare "doî" e "doîo" che, appunto, nella grafia adottata dall'autore, valgono, rispettivamente, /'dwi:/ e /'dwi:ju/.
(Il libro del Petrucci, con tutto il rispetto dovuto ai defunti, viene solo citato e solo in questo caso, come pura testimonianza, perché, per molteplici motivazioni che non è qui il caso di esaminare, non ci si sente di poter attribuire un'effettiva validità linguistica alla sua opera, validità che, se ci è concessa un'interpretazione, assai probabilmente, non rientrava neppure negli obiettivi dell'autore).
L'affermazione, quindi, riportata nella grammatica del prof. Toso, secondo la quale al verbo "duîse" /'dwi:se/ "manca il participio passato" - pag.198 §92 - risulta essere palesemente errata ed infondata.
Alla pagina successiva - pag.198 - si trova riportato il verbo "paei" /pa'ej/ che non è esistito, a Genova, almeno per tutto il Novecento e parte dell'Ottocento, in cui la lingua urbana ha conosciuto ed utilizzato esclusivamente la forma "pai" /'paj/.
Perfino il III volume del "Vocabolario delle parlate liguri", nonostante le evidenti pecche contenute in questa raccolta di vocaboli e cui si è già accennato (clicca qui), riporta, alla pag.28, "pai" /'paj/ = "parere, sembrare" per Genova Centro, Vobbia, Camogli, Favale di Malvaro, Chiavari, Lavagna, Sestri Levante e Levanto.
D'altronde, i Vocabolari genovesi del Novecento riportano, ormai, correttamente la forma "pai" /'paj/, anche se, a dire il vero, citano anche le forme antiche per inerzia o per tradizione.
Insomma - siamo sinceri ! - anche a causa di una facilmente percepibile assenza di originalità che contraddistingue i Vocabolari della lingua genovese, in cui, in sostanza, i successivi si sono ben poco allontanati dai primi ...
Amore sviscerato della tradizione, scarso spirito innovativo, ricerca di conforto da parte degli antichi in merito ad una lingua sulla quale - col passar del tempo - ci si sentiva meno confidenti, banali copiature per uscire con una nuova edizione in minor tempo e con minore sforzo ... ??? ...
Comunque sia, per il Novecento:
1)	il prof. Gaetano Frisoni, nel suo "Dizionario moderno genovese-italiano e italiano-genovese", edito nel 1910, riporta unicamente "pai" /'paj/ = "sembrare" e "vai" /'vaj/ = "valere", oltre a riferire l'infinito sostantivato "pai" /'paj/ = "parere".
L'accento, nella grafia adottata dal Frisoni, viene posto sulla seconda vocale del dittongo discendente /'aj/, come era regola nel greco classico. Si tratta di un vezzo mutuato da grafie ottocentesche del genovese, su cui, con tutta onestà, si esprime il nostro dissenso. Ci sono - ora piú che mai - e c'erano, già al tempo del Frisoni, difficoltà relative alla corretta rappresentazione della lingua, sicché non ci pare proprio il caso di indulgere a raffinatezze e preziosismi, quando i problemi erano e - ancor piú - sono di ben altra natura e consistenza.
2)	Alfredo Gismondi, nel suo "Nuovo vocabolario genovese-italiano", edito nel 1955, riporta "pai" /'paj/ e "vai" /'vaj/. "Pai" /'paj/ anche nel significato di sostantivo.
Restano da riferirsi almeno tre ulteriori dati:
1)	Il "Dizionario genovese-italiano" del canonico Giuseppe Olivieri, edito nel 1851 - quindi, alla metà dell'Ottocento !!! - e contemporaneo, quindi, alla I edizione del Casaccia riporta solamente "pai" /'paj/ nel significato sostantivato di "parere", il che non è affatto da sottovalutarsi.
Nemmeno l'Olivieri si sottrae alla moda di porre l'accento sulla seconda vocale del dittongo - cioè, sull'i: quante finezze sprecate, quando la lingua genovese, già fin d'allora, avrebbe avuto necessità di ben altro!
Meno pregiudizi e rappresentazioni grafiche piú aderenti, piú fedeli.
2)	Suscita, perfino, un legittimo dubbio su come vada effettivamente intesa la grafia "paeì" del Casaccia - sempre, immotivatamente, grafata alla greca, dal momento che, nell'edizione del vocabolario del Casaccia del 1851, si trova riferito, addirittura, "guaeì" per il moderno "guarî".
Risulta chiaro che, in quanto a "guaeì", non può che trattarsi di /'gwaj/, la forma antica del verbo "guarire", dopo che, a partire dalla forma "guarî" /'gwa'Ri:/ di ancien régime si ebbe, a seguito della caduta dell'erre palatale intervocalica, /gwa'i:/ e, poi, /'gwaj/ - come si è già trattato - per giungere, infine, all'italianismo "guarî" /gwa'ri/, unica forma, oggi, vitale in città, anche se la struttura del genovese non prevederebbe piú la presenza del fonema /r/ dell'italiano standard tra vocali, mentre, chiaramente, /gwa'ej/, per banali motivi di etimologia e di evoluzione linguistica propria della lingua genovese, non è mai esistito!
3)	Proprio il prof. Toso, per altro, alla pag.8 del IV volume della sua opera "Letteratura genovese e ligure", edito nel 1990, riporta alcuni versi dovuti al prete Luigi Michele Pedevilla, nato nel 1815 e morto nel 1877, cioè, solo un anno dopo la seconda edizione del dizionario del Casaccia:
"Tanto ciù ch'ò trovôu di sciugachêu
che per paî colti, o pe no paî plebei ..."
Traduzione del prof. Toso:
"Tanto piú che ho trovato certi sofisticati
che per sembrare colti, o per non sembrare plebei ...".
Anche in questo caso, il vincolo della metrica conduce alla conclusione che, a parte la grafia alla greca, il verbo non poteva che essere pronunciato /'paj/ !
E da parte di un letterato la cui vita, sostanzialmente, si è interamente svolta prima della redazione della seconda edizione del vocabolario del Casaccia !!!
Sembra proprio che il Casaccia si sia limitato ad aggiornare la grafia di ancien régime - che prevedeva "parei" / "varei", = "sembrare, valere", pronunciati /pa'Rej/ /va'Rej/ - eliminando solamente dalla grafia l'r intervocalica, ormai non piú pronunciata da gran parte della popolazione. Ma non sembra che sia riuscito, nella grafia, a cogliere e seguire le evoluzioni ulteriori - reazioni a catena, per cosí dire - originate dagli incontri vocalici successivi alla caduta dell'r.
Da /pa'ej/ e /va'ej/ s'ebbe /'paj/ e /'vaj/, proprio come da /pa'ejze/ s'ebbe /'pajze/ e dal borghese /a'vejva/, caduta la /v/ intervocalica, nella parlata meno raffinata o meno italianizzante - se cosí si preferisce definirla - , si ottenne /a'ejva/, stabilizzatosi in /'ajva/ o, anche, /'ajja/ in registri linguistici ancora piú popolareschi.
In conclusione, risulta indubbio che il genovese di ancien régime, cioè prima dello scoppio della Rivoluzione francese, pronunciasse /pa'Rej/, /va'Rej/ e /gwa'Ri:/, come è certo che esistono ancora - anno 2002 - zone e parlanti fermi a questo stadio di pronuncia.
Ma, per tutto il Novecento ed anche prima, la città di Genova e la sua lingua urbana, come ampiamente dimostrato, ha conosciuto ed utilizzato solo le forme verbali /'paj/ e /'vaj/ nelle accezioni, rispettivamente, di "sembrare" e "valere".
Non ci regge il cuore di confutare le singole forme verbali di fiction proposte per il verbo.
Ci si limiterà a tre soli esempi:
1) anche se lascerà i piú indifferenti, a fronte della forma verbale "ti pæ" /ti 'pE:/ - pag.199 §94 - per "sembri", se esiste ancora almeno qualcuno dotato di un esiguo e residuo goccio di identità genovese, non rimarrebbe altro se non darsi alla piú sfrenata ilarità o ad un pianto di rabbia; si propende per la seconda ipotesi ...
2) "paimmo" /pa'immu/ pag.199 §94 non appartiene alla coniugazione di "pai" /'paj/ = "sembrare", ma significa, sostanzialmente, "digeriamo" e deriva dal verbo "paî" /pa'i:/, bisillabo a differenza del monosillabo /'paj/ costituito da una consonante seguita da un dittongo discendente - vocale /a/ + semivocale /j/ - .
Il significato non è esattamente lo stesso !
3) è manifestamente falso che il participio passato del verbo "pai" /'paj/ sia "pasciuo" /pa'Sy:u/ - pag.199 §94.
Esso è "parsciŷu" /par'Sy:u/, proprio come il participio passato di "vai" /'vaj/ = "valere" è "varsciŷu" /var'Sy:u/ .
Come ricordano, tuttora, i vecchissimi cittadini e come si può verificare nell'edizione del 1851 del Casaccia.
Entrambi derivano da forme del tipo "parsuto"/"valsuto", in cui, in accordo con la struttura linguistica specifica della lingua genovese, è stata eliminata anticamente la dentale /t/ intervocalica ed il fonema /s/ si è trasformato, davanti ad /y/ nel fonema /S/ = "sc" di "scena", come accade anche davanti alla vocale /i/, tranne i casi in cui l'imitazione dell'italiano standard abbia bloccato il fenomeno linguistico identitario o ripristinato la /s/.
Tra l'altro, va scritto che chi possedesse o avesse l'occasione di poter consultare il simpatico ed ormai rarissimo Bacigalupo tascabile del 1873, potrebbe senza sforzo verificare che "pasciŷu" /pa'Sy:u/ non significa altro che, come noi tutti sappiamo, "pasciuto" e non "sembrato".
A ulteriore riprova della cantonata presa e, poi, messa in bella nella "grammatica"!!!
Per quanto concerne il verbo "vai" /'vaj/ = "valere", grafato "vaei" nella "grammatica" del prof. Toso, risulta affatto infondata l'affermazione contenuta nella grammatica stessa, alla pag.200 §97, secondo la quale il verbo "vai" /'vaj/ non comprenderebbe una coniugazione completa, cioè dotata di forme verbali proprie e mutuerebbe dal verbo "anâ" /a'na:/ = "andare" le forme dell'infinito presente e dell'imperativo.
"Vai" possiede in genovese - chiaramente, per chi la conosce - la coniugazione completa, come nell'italiano standard.
Il fenomeno, se mai, è altro e concerne una certa sinonimia - significato parzialmente condiviso - con il verbo "andare", proprio come si verifica anche nell'italiano standard e proprio come già trattato in un articolo ad hoc. (Clicca qui).
Comunque, se si usa "anâ" /a'na:/ quale sinonimo di "vai" /'vaj/, le pronunce non coincidono e dimostrano la differente origine.
Ad esempio, se s'intende adottare una forma di "anâ" /a'na:/, si pronuncia:
"Quant'a va?" /'KwaNt'a 'va/ con la a breve, mentre la III persona del presente dell'indicativo di "vai" /'vaj/ = "valere" si pronuncia:
"A vâ" /a 'va:/ (= "vale") con la a lunga e permane, anche foneticamente, distinta da "a va" /a 'va/ = "va", derivato da "anâ" /a'na:/.
Continuiamo a farci del male - con la terza coniugazione ...
Nella "grammatica" citata, a pag.201 §101, si tratta del verbo "beive" /'bejve/ = "bere".
Parrebbe un verbo su cui non dovrebbero/potrebbero presentarsi svarioni.
Eppure, è tutt'altro che cosí ...
Il verbo deriva dal latino "bibo" e l'ĭ (i) breve del latino, se tonica - come nel caso attuale -, si muta in genovese nel dittongo discendente /ej/.
Risultano, quindi, destituite di ogni fondamento le affermazioni contenute nella grammatica del prof. Toso: "futuro mi beiviò" trascritto foneticamente come /'mi bej'vjO/ - /O/ breve in un dittongo ascendente tonico nella lingua genovese ?! - 'io berrò' ... (raro mi beviò)..." trascritto foneticamente quale /mi be'vjO/ - /O/ breve in un dittongo ascendente tonico della lingua genovese ?!
A parte la sciocchezza di proporre breve un dittongo ascendente tonico in sillaba libera - cioè terminante in vocale -, falsità totalmente incongruente con le strutture linguistiche specifiche della lingua genovese cittadina/letteraria, non si può non esimersi dal chiarire che, ben lungi dall'essere raro, "beviô" /be'vjO:/ - /O:/ aperta e lunga ! - è l'unica forma usata a Genova.
È "beiviò" /bej'vjO/ - orrore, comunque, per l'/O/ breve scorrettamente proposta dalla "grammatica" ! - che per Genova è forma di pura fiction.
Si possono trovare a Genova - e altrove - innumerevoli ed immediate conferme e quanti testimoni si vogliano ...
Mœiâ
Si esamina, inoltre, come ulteriore esempio, il caso del verbo "mœiâ" /mø'ja:/ = "maturare", erroneamente riportato alla pag.197 §78 della "grammatica".
Il verbo, che, ormai, va perdendosi in città di fronte all'italianismo "matyrâ" /maty'ra:/ e resiste, anche se con scarsi successi, in ambiti non urbani, presenta significative analogie col verbo "maiâ" /ma'ja:/ = "sposare".
Si ebbe, in entrambi, la caduta - storicamente antica - del fonema dentale /t/ intervocalico e, in seguito, quella - storicamente piú recente - del fonema /R/, erre palatale intervocalica.
La loro storia e la loro rispettiva evoluzione ce li hanno consegnati quali "mœiâ" /mø'ja:/ = "maturare" e "maiâse" /ma'ja:se/ = "sposarsi" - valido, come nella lingua francese, tanto per la donna quanto per l'uomo.
"Mœiâ" /mø'ja:/ = "maturare" e "maiâse" /ma'ja:se/ = "sposarsi" presentano la /j/ semiconsonante scempia , in quanto protonica, mentre, ad esempio, "mœjju" /'møjju/ = "maturo" e "majju" /'majju/ = "marito" presentano /j/ intensa, perché postonica.
Ma /mø:'ja:/ con il fonema /ø:/ lungo, come presupporrebbe la trascrizione fonetica riportata nella "grammatica" che, alla pag.197 §78, propone /mø:'ja:/ quale trascrizione fonetica della grafia "meuiâ" adottata dall'autore della grammatica, prof. Toso, ed il participio passato dello stesso verbo, grafato "meuiòu" nella "grammatica" ed ivi trascritto foneticamente quale /mø:'jOw/, non esistono né sono mai esistiti nella lingua genovese.
Si intende anche trattare il caso di "leggere" proposto dalla grammatica del prof. Toso quale "lezze" /'lezze/ !
Tutti i vocabolari della lingua genovese riportano correttamente - quale verbo - unicamente "lêze" /'le:ze/ = "leggere", mentre l'italianismo "lezze" è esclusivamente registrato e tuttora adottato per "legge" - sostantivo.
Si noti, tra l'altro, che l'etimo latino, da cui "lêze" proviene, non prevede la doppia g ...
In latino si diceva "legere" ed il raddoppiamento della g in "leggere" ed in "legge" - dal latino "lege(m)" - non ha nulla a che fare col genovese ...
Forse, si azzarda, la fortuna dell'italianismo "lezze" - quale sostantivo - fu dovuta anche al fatto che consentiva di effettuare una chiara ed univoca distinzione tra il verbo ed il sostantivo.
Per altro, esclusivamente in base all'etimologia ed alle regole di derivazione linguistica, non esisterebbero motivi in base ai quali le due forme debbano differire.
Ma, torniamo al verbo, che deriva, senza alcun dubbio dalla forma latina "legere", in cui la prima vocale - un'ĕ (e) - risulta tonica e breve.
La derivazione antica dell'ĕ (e) tonica breve del latino forní il dittongo ascendente /je:/ e tuttora - anno 2002 - si può ascoltare in zone geograficamente e logisticamente relegate la pronuncia "liêze" = /'lje:dze/ = "leggere", proprio con la zeta toscana di "zanzara". In questo caso, l'antico dittongo ascendente /je:/ non scempiò alcuna consonante, perché il latino "legere" non presentava consonanti doppie.
Esiste, inoltre, tutta una serie di parole, la cui evoluzione risultò assai simile a quella di /'lje:dze/ - ĕ (e) tonica breve del latino dittongata mediante il dittongo ascendente /je:/.
In città, da /je:/ s'ebbe /e:/ - lunga e chiusa - e da /dz/ - il fonema toscano di "zanzara" - si giunse a /z/ e, in definitiva, a "lêze" /'le:ze/ a partire da "liêze" pronunciato molto anticamente /'lje:dze/ anche in città.
Si elencano, di seguito, a titolo puramente esemplificativo, l'etimo latino, la pronuncia antica tuttora praticata in zone di isolamento linguistico e l'attuale forma urbana di Genova:
1)	"febre(m)" --> /'frje:ve/ --> "frêve" /'fre:ve/ = "febbre" ;
[ in questo caso si è prodotta metatesi, cioè spostamento del fonema /r/ dalla propria sede originale ]
2)	"mediu(m)" --> /'mje:dzu/ --> "mêzu" /'me:zu/ = "mezzo" ;
3)	"melius" --> /'mje:Lu/ --> "mêgiu" /'me:dZu/ = "meglio" ;
4)	"pejus" --> /'pje:dzu/ --> "pêzu" /'pe:zu/ = "peggio" ;
5)	"pretiu(m)" --> /'prje:Zu/ --> "prêxu" /'pre:Zu/ = "prezzo" ;
6)	"spec(u)lu(m)" --> /'Spje:dZu/ --> "spêgiu" /'spe:dZu/ = "specchio" ;
7) "vet(u)lu(m)" --> /'vje:dZu/ --> "vêgiu" /'ve:dZu/ = "vecchio" .
Se si potesse ritenere non esauriente quanto diffusamente finora esposto, si può far notare come, nell'opera dello studioso Gian Carlo Ageno, "Studi sul dialetto genovese" inclusi negli "Studi genuensi" del 1957, vengano esclusivamente citate forme verbali del verbo "lêze" /'le:ze/, che compare come lêśe (con un puntino sopra l's per indicare che essa è dolce) nella grafia propria dell'autore.
Le forme verbali citate in precedenza si riscontrano alle pagg. 18, 20, 31, 32, 39, 72, 79, 82, 89, 97, 126 e 130 dell'opera dell'Ageno
Anche il prof. E. G. Parodi, nei suoi "Studj liguri", alla pag.109 §6, propone esclusivamente "lêze" /'le:ze/, rappresentato quale lēśe nella sua grafia, ed in tutto il testo del Parodi compaiono ESCLUSIVAMENTE forme verbali di "lêze". Ci si risparmi di elencarne tutte le singole occorrenze.
Curêze
Quanto finora esposto non vale solo per "lêze" - da legere del latino -, ma anche per "rêze", derivato dal verbo latino regere, anch'esso dotato - in latino - di ĕ (e) tonica e breve.
Infatti, tutti i Vocabolari del genovese, riportano "rêze" /'re:ze/ = "reggere" ed anche la forma verbale piú popolare "arêze" /a're:ze/.
Comunque, /e:/ lunga e /z/ - cioè "esse dolce", secondo la definizione delle antiche grammatiche.
La derivazione è identica a quella di "lêze": regere --> /'rje:dze/ --> "rêze" /'re:ze/ = "reggere".
Ma, se non andiamo errati, non ci pare che la "grammatica" riporti - alla pag.203 - il verbo "rêze/arêze".
Essa riporta, però, un derivato di "reggere" e, cioè, "correggere" e, sulla stessa riga, "proteggere".
"Proteggere" deriva dal latino "tego" = "copro", anch'esso dotato di ĕ (e) tonica di quantità breve.
Il verbo "tego" non è continuato direttamente nell'italiano, ma ha lasciato indizi evidenti:
"tegola", "tegumento", "toga" et c. ...
Quindi, in genovese, "correggere" e "proteggere" devono comportarsi allo stesso modo e le doppie dell'italiano standard nulla hanno a che vedere con l'etimologia dei verbi trattati né con la struttura del genovese che, come risulta corretto, tratta "correggere" e "proteggere" allo stesso modo:
ē tonica lunga, in genovese, seguita da consonante scempia.
Se qualcuno nutre dubbi, può utilmente consultare i Vocabolari della lingua: non troverà se non "curêze" e "prutêze", variamente grafati, ma non riscontrerà mai la "z" - successiva ad una vocale lunga - doppia !
Nella grammatica del prof. Toso - pag.203 §108 -, sulla stessa riga vengono proposte - con tripla incongruenza - le forme verbali "correzze" e "proteze".
Tripla, perché:
pur essendo sostanzialmente corretta la forma "proteze", - secondo le grafie tradizionali in cui si scrive "o" per /u/ - cioè "prutêze" /pru'te:ze/, la "grammatica" non ne denota con l'opportuno simbolo grafico la lunghezza della "e" né distingue, secondo le grafie adottate e differenziate dalla stessa grammatica, la trascrizione fonetica di "correzze" e "proteze" ;
vengono poste, una accanto all'altra, una forma verbale - sostanzialmente - corretta "proteze", - cioè "prutêze" /pru'te:ze/ = "proteggere" - ed una palesemente errata "correzze" - che è, invece, "curêze" /ku're:ze/ = "correggere" ;
non si tiene affatto conto che, sia pure con ortografia tradizionale, "correzze", cioè "curezze" /ku'rezze/, non è un verbo, bensí un sostantivo e, precisamente, il plurale del femminile "curezza" /ku'rezza/ .
Esaminiamo che ne scrive il Casaccia del 1851:
Correzza s.f. correggia; cintura di cuoio ... cinghia ... [ma anche] ... dicesi anche il suono di quel vento, che si manda per le parti di sotto.
Ed il piú recente Gismondi - 1955 - :
Corezza: [oltre alle usuali definizioni] ... rumoroso fiato basso.
Chi scrive sa benissimo che, oggigiorno, si preferisce la forma, un tempo, reputata piú volgare, e, cioè, "scurezza" /scu'rezza/ od altre ...
Talora, sembra che di tutta l'eredità del passato, che, certamente, in conformità ad una certa ruvidezza e franchezza di espressione, comprendeva anche quelle che le nostre nonne definivano "parolacce", ma in esse non si esauriva, solo queste siano rimaste ...
Ma, questo è un altro tema ...
Ma, che, ora, occorrano professori per insegnarci che
l'impartire correzioni e le scorregge siano la stessa cosa ...
ci pare, francamente, eccessivo ...
Alla comprensione di questa differenza pervengono anche i bambini di quattr'anni ...
Per quanto concerne il lessico, manca anche il cuore per approcciare l'argomento.
Fòscia
Basti un esempio per tutti:
è, purtroppo, vero che, a nostra modestissima conoscenza, Genova non ha dato i natali a quei famosi logico-matematici le cui biografie si trovano frequentemente come inserti di pubblicazioni di divulgazione scientifica, ma grida vendetta il fatto di considerare i genovesi incapaci di una, sia pur minimale, elaborazione logica;
è vero che i ben parlanti che usano il corretto termine "fòscia" /'fOSSa/ per "forse" siano in diminuzione;
e che altri tentino imitazioni/simulazioni dell'italiano standard "forse" è - purtroppo - non solo secondo noi - altrettanto vero;
ma che si scriva, alla pag.146 §5 della "grammatica" del prof. Toso, che "foscia" /'fOSSa/ "implica adesione" è un insulto all'intelligenza ed alle capacità logico-deduttive dei Genovesi. Nessuno, men che meno i ben parlanti di estrazione tradizionale, adotta, a Genova, "fòscia" /'fOSSa/ per significare adesione.
Anche a Genova, "sí" è "sí", "no" è "no" e "forse" è "forse".
"Fòscia" /'fOSSa/ è il termine del dubbio, non dell'adesione ...
Non siamo mica piú scemi degli altri !!!
Non siamo mica un popolo di mentecatti !!!
Si conclude, cosí, con profonda amarezza causata dallo scempio perpetrato alla lingua genovese letteraria/urbana - sotto l'egida di un'associazione che dovrebbe, se non correttamente promuoverla, almeno tutelarla, e, sotto l'emblema dei grifoni e della croce di San Giorgio, un articolo che si era iniziato con la speranza - ingenua, si ammette - di poter - anche mediante le segnalazioni esposte - ancora operare a sostegno della lingua, ormai stravolta dalle proposte prese in considerazione, ed a tutela degli eventuali lettori della "grammatica" di cui sopra.
MAGISTER 26/11/2002

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 §91
 §108
 §80
 §92
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 §94
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 §97
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 §78
 §78
 §6
 §108
 §5