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Timestamp: 2019-10-20 03:41:55+00:00

Document:
Tribunale di Forlì 26.10.2015, Pres. O. Pescatore, est. E. Ramacciotti
Società di capitali in liquidazione Responsabilità liquidatore – Diligenza ex art. 1176.2 c.c. –
Obbligazioni di mezzi Nesso di causalità – Responsabilità del debitore ex art. 1218 c.c. – Onere
della prova in capo alla società
L'azione sociale di responsabilità nei confronti dell’amministratore e del liquidatore si configura come
un'azione risarcitoria di natura contrattuale, per i quali è richiesta la specifica diligenza del
professionista ex art. 1176.2 c.c. Da un lato, sulla società grava l'onere di dimostrare: la sussistenza
delle violazioni degli obblighi contrattuali ed il nesso di causalità tra queste ed il danno verificatosi; il
nesso tra il comportamento illecito del liquidatore ed il danno cagionato alla società quale
conseguenza immediata e diretta del comportamento stesso, non potendo imputare al liquidatore
qualsiasi effetto patrimoniale dannoso. Dall’altro lato, incombe sul liquidatore l'onere di dimostrare la
non imputabilità a sé del fatto dannoso, fornendo la prova positiva dell'osservanza dei doveri e
dell'adempimento degli obblighi a lui imposti, evidenziando di avere adempiuto il proprio compito
con diligenza ed in assenza di conflitto di interessi con la società, ovvero che l'inadempimento è stato
determinato da causa a lui non imputabile ex art. 1218 c.c..
Compenso del liquidatore – art. 1709 c.c. – Determinazione ex art. 2389 c.c. – art. 2225 c.c. e criteri
di natura, quantità, qualità dell’attività svolta e del risultato ottenuto – Onere in capo alla società
Il diritto al compenso degli amministratori e liquidatori delle società di capitali è implicitamente
riconosciuto negli artt. 2365 e 2389 c.c., nei quali si prevede la sua determinazione dall'atto costitutivo
o dall'assemblea, nonché dall'art. 2392 c.c. che richiama le norme del mandato (art. 1709 c.c.), sicché,
ove manchi una disposizione nell'atto costitutivo e l'assemblea si rifiuti od ometta di stabilire il
compenso all'amministratore o lo determini in misura inadeguata, l'amministratore è abilitato a
richiedere al giudice la determinazione del suo congruo compenso. Ai fini della liquidazione (anche
in via equitativa) del compenso dovuto ad un professionista ex artt. 1709 e 2225 c.c., il giudice di
merito deve far riferimento ai criteri della natura, quantità, qualità dell'attività svolta, nonché al
risultato utile conseguito dal committente; ne consegue che, se non può far uso dei sopraindicati
criteri perché la società non ha fornito sufficienti elementi in proposito, dovrà necessariamente
rigettare la domanda, in quanto la richiesta di liquidazione non esonera l'interessato dall'obbligo di
fornire al giudice gli elementi probatori indispensabili affinché possa procedervi
La società X s.r.l. in liquidazione, in persona del legale rappresentante pro tempore, conveniva in giudizio il dott. Tizio per vedere accertate alcune inadempienze in cui era incorso nella qualità di liquidatore della medesima società, accertate nella sentenza 1 della Corte d’Appello di Bologna (e successivamente confermate dalla sentenza 2 della Suprema Corte di Cassazione), in particolare rappresentate, come meglio si specificherà in seguito, dall’avere gestito con negligenza le operazioni di cessione ai soci della X, delle quote derivanti da un aumento di capitale deliberato in seno ad altra società, Y s.r.l., interamente controllata dalla X.
Conseguentemente, l’attrice chiedeva di accertare i danni cagionati da dette inadempienze.
Si costituiva Tizio, il quale, dopo avere proposto una serie di eccezioni preliminari, evidenziava che ai fini del presente giudizio, le proprie azioni dovevano essere esaminate nel più ampio contesto in cui egli si era trovato ad operare, caratterizzato da una insanabile litigiosità tra i soci, da plurimi tentativi da parte degli stessi di accaparrarsi la maggioranza nella controllata Y, nonché da continue e pretestuose contestazioni da parte di ciascun socio sulle operazioni decise dal liquidatore e, più in generale, dalla necessità di risolvere con sollecitudine numerosi problemi.
Tizio chiedeva autorizzazione alla chiamata in causa della propria compagnia assicuratrice Z, e dei signori Caio e Sempronio per essere sollevato dalla prima e per condividere con i secondi l’eventuale responsabilità, nella denegata ipotesi di accertamento di responsabilità.
Autorizzato il convenuto alla chiamata di terzi ed esteso il contraddittorio, si costituiva Z, che condivideva le argomentazioni e le difese del proprio assicurato, limitando il proprio intervento in garanzia entro il massimale.
Contestualmente si costituivano i chiamati sig.ri Caio e Sempronio, i quali chiedevano il rigetto delle pretese avanzate nei loro confronti, sostenendo, in diritto, l’inapplicabilità dell’art. 2476, 7° comma c.c., relativo alla responsabilità solidale dei soci per gli atti dannosi commessi dagli amministratori (nella specie dal liquidatore), in quanto norma entrata in vigore in epoca successiva ai fatti di causa e, nel merito, di avere subito notevoli perdite a causa dell’operazione di cessione delle quote di Y nella quale erano stati coinvolti e costituente il principale addebito mosso all’operato del Tizio.
Va preliminarmente dato atto che all’udienza del 22.01.2015 le difese di Tizio e di Z depositavano atto di reciproca rinuncia agli atti del giudizio, a spese compensate.
Di qui l’estinzione parziale del giudizio ex art. 306 c.p.c, in relazione alla domanda accessoria di garanzia assicurativa.
Muovendo, poi, dalle diverse questioni sollevate in via preliminare, va in primo luogo disattesa l’eccezione sollevata dalla difesa di Tizio secondo la quale la società attrice difetterebbe di legittimazione ad esercitare l’azione di responsabilità contro gli amministratori (nella specie liquidatori), essendo stata riservata la titolarità di tale azione, nelle società a responsabilità limitata, a ciascuno dei soci in virtù dell'art. 2476 c.c., come riformato a seguito della entrata in vigore del D.Lgs. 6/2003.
A parte il fatto che l'operato addebitato a Tizio quale liquidatore della X si colloca temporalmente nel corso dell’anno 1997 (nell'ambito di un periodo, dunque, nel quale era ancora vigente l'art. 2487 comma II c.c., che rendeva operativa, anche per le s.r.l., l’azione sociale di responsabilità contro gli amministratori come disciplinata dall'art. 2393 c.c.), non può condividersi l’interpretazione dell'art. 2476 c.c., nella sua attuale formulazione, prospettata da parte convenuta.
Si ritiene infatti che, sebbene la legittimazione alla azione di responsabilità sia oggi estesa a ciascuno dei soci, l'esercizio di detta azione competa tuttora anche alla società, giacché ogni soggetto può agire per la tutela dei diritti che gli spettano (diritti rispetto ai quali il singolo socio attiva nell'introdurre il giudizio di responsabilità una tutela in via surrogatoria, come desumibile dal comma IV del citato art. 2476 c.c.); una conferma al principio sopra enunciato che trova fonte nell'art. 24 comma I della Costituzione va individuata, del resto, anche nel comma V dell'art. 2476 c.c., secondo cui l’azione di responsabilità contro gli amministratori può essere comunque "oggetto di rinuncia o transazione da parte della società", seppure in presenza delle condizioni enunciate dallo stesso comma.
Deve pertanto ritenersi che, anche dopo l'entrata in vigore del D.Lgs. 17.1.2003, n. 5, la società a responsabilità limitata continui ad essere legittimata (al pari del curatore Fallimentare nell'ipotesi di fallimento) a promuovere direttamente l'azione sociale di responsabilità nei confronti degli
amministratori (T. Pescara 15.11.2006; T. Treviso, ord., 16.1.2006, in GI, 2006, 10, 1678); la relativa decisione deve essere presa dall'assemblea dei soci, salvo diversa disposizione dell'atto costitutivo, con il voto favorevole dei soci che rappresentano almeno la metà del capitale sociale (T. Marsala 1.4.2005).
In definitiva, dunque, il nuovo testo dell'art. 2476, non potendo essere ragionevolmente interpretato nel senso della soppressione della titolarità, in capo alla s.r.l., del diritto al risarcimento del danno corrispondente alla responsabilità degli amministratori disciplinata dal 1° comma della stessa norma, si limita ad accordare a ciascun socio la facoltà di esercitare, quale sostituto processuale della società, il diritto al risarcimento del danno di cui la società è titolare, senza precludere l'esercizio diretto dell'azione sociale di responsabilità da parte della s.r.l., pur deliberato dalla compagine sociale, in applicazione dell'art. 2393, 1° co., stante l'analogia con cui l'istituto si configura nelle società di capitali (T. Milano, Sez. III, 17.12.2005).
Ancora, deduce la difesa di parte convenuta che, anche a voler ritenere che la società sia titolare della legittimazione ad agire, la delibera del 29.06.2009 con cui l’Assemblea di X in liquidazione ha autorizzato il liquidatore, rag. Meno, ad esperire l’azione di responsabilità nei confronti del precedente liquidatore, sarebbe inesistente o nulla, atteso che l’assemblea era in tale occasione partecipata solo dall’89,45 % del capitale sociale e, inoltre, l’esperimento dell’azione di responsabilità non era all’ordine del giorno e non era dunque stato comunicato tra le materie da trattare.
Quanto al primo profilo di invalidità della delibera si osserva che, ai sensi dell’art. 2479 u.c., salvo diversa disposizione dell’atto costitutivo, le decisioni dei soci sono prese con il voto favorevole di una maggioranza che rappresenti almeno la metà del capitale sociale.
Sotto il secondo profilo, questo Collegio ritiene di condividere le considerazioni della difesa di X, secondo cui troverebbe applicazione in materia, in assenza di disposizione specifica, la norma dettata per le società per azioni, ossia l’art. 2393, 2° comma, ove si prevede espressamente che “la deliberazione concernente la responsabilità degli amministratori può essere presa in occasione della discussione del bilancio, anche se non è indicata nell’elenco delle materie da trattare”.
Nel caso in esame, infatti, la delibera fu assunta proprio in occasione della discussione del bilancio.
Peraltro l’estensibilità della norma richiamata alla società a responsabilità limitata pare evincibile da un esame della giurisprudenza di legittimità relativa alla responsabilità degli amministratori delle s.r.l. (arg. da Cass. civ. Sez. I, 21/07/2010, n. 17121; Cass. civ. Sez. I, 28/04/2010, n. 10215 (rv. 612713); Cass. civ. Sez. I, 26/08/2004, n. 16999).
Né varrebbe obiettare che i fatti posti alla base dell’azione di responsabilità non fossero di competenza dell’esercizio cui il bilancio si riferiva.
Invero, anche a prescindere dalla considerazione che tale allegazione è tardiva, in quanto rinvenibile per la prima volta nella comparsa conclusionale, l’art. 2479 ter prevede un termine di 3 anni dalla trascrizione per impugnare la delibera invalida da parte di chiunque vi abbia interesse, onde, non constando alcun tipo di impugnazione della delibera in questione, questa deve ritenersi implicitamente convalidata.
Ne deriva che anche tale eccezione preliminare va disattesa.
La stessa sorte spetta all’eccezione di carenza di interesse ad agire di X, fondata sul rilievo che, nonostante la successiva revoca del liquidatore (avvenuta con sentenza della corte d’Appello di Bologna del 2004, poi confermata dalla Suprema Corte nel 2008), i soci avrebbero avallato, nel tempo, i comportamenti di quest’ultimo, non attivandosi peraltro singolarmente per l’esercizio dell’azione ex art. 2476 c.c..
Si tratta infatti di considerazione che, oltre che del tutto generica, attiene al piano delle motivazioni che spingono all’esercizio dell’azione giudiziale, non essendo idonea a porre in discussione l’interesse ad agire, inteso quale condizione dell’azione in senso tecnico.
Il convenuto ha, infine, sollevato eccezione di prescrizione dell’azione; deduce infatti che l’art. 2476 c.c., dettato in materia di responsabilità degli amministratori nelle s.r.l., nulla sancisce in ordine alla prescrizione, onde devono trovare applicazione l’art. 2949 c.c. secondo cui “si prescrivono in 5 anni i diritti che derivano dai rapporti sociali” nonché l’art. 2935 c.c. il quale fa decorrere la prescrizione dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere. Poiché la società ebbe contezza delle operazioni
compiute dal liquidatore già nel 1997, ed essendo la presente azione stata esercitata con citazione del 28.12.2011, essa sarebbe ampiamente prescritta.
Sul punto ritiene il Collegio di condividere l’opinione secondo cui, facendo difetto in materia di s.r.l. una disposizione specifica circa la prescrizione dell'azione di responsabilità, questa sia soggetta alla prescrizione quinquennale di cui all'art. 2949 c.c., con la specifica sospensione per tutta la durata della carica ai sensi dell'art. 2941, n. 7 (RESCIGNO, Eterogestione e responsabilità nella riforma societaria fra aperture e incertezze. Una prima riflessione, in Soc, 2003, 333).
L’art. 2393, 4° comma, c.c., dettato in materia di società per azioni ed applicabile anche alle s.r.l., sancisce poi che il termine prescrizionale inizia a decorrere dalla cessazione della carica, cessazione che, nella fattispecie, è avvenuta con la revoca del Tizio disposta dalla Corte d’appello di Bologna con sentenza provvisoriamente esecutiva depositata in data 20.10.2004 (e successivamente confermata con sentenza della Suprema Corte n. 28216/2008).
Ora, risulta dagli atti che vi fu un atto interruttivo della prescrizione in data 28.09.2008, costituito dalla raccomandata, ricevuta in data 1.10.2008, indirizzata al convenuto, con cui quest’ultimo veniva costituito in mora dal liquidatore rag. Mevio, in relazione ai danni derivanti dal preteso inadempimento ai propri obblighi di legge (cfr. doc. 5 fascicolo dell’arbitrato); la presente azione è stata esperita con citazione notificata il 28.12.2011. Deve dunque concludersi per la sua tempestività, atteso che a tale data il termine prescrizionale non era ancora decorso.
Tanto premesso e venendo al merito, la presente controversia rappresenta l’ennesima azione giudiziaria che coinvolge X nell’ambito di un lunghissimo contenzioso che ha visto partecipi i due principali gruppi familiari proprietari delle quote sociali di X: i Bianchi e i Caio Sempronio.
Giova al riguardo ripercorrere, sinteticamente, le vicende salienti che hanno interessato la società attrice e che hanno condotto a radicare (anche) la presente causa.
Il 18 luglio 1996 la X, a garanzia di un finanziamento di £.100.000.000, costituì in pegno a favore della W, l’84,21 % del capitale sociale della Y, società di cui X era socia unica.
Il 27 settembre1996 venne deliberato lo scioglimento della X e Tizio fu nominato liquidatore.
Il 27 maggio 1997, nel corso dell’Assemblea ordinaria e straordinaria di Y – preso atto della necessità di dotare l’ente di nuovi mezzi finanziari e del capitale circolante necessario per il proseguimento della sua attività si deliberò l’aumento del capitale sociale a £.350000,00, stabilendo che il socio unico X avrebbe potuto esercitare il diritto di opzione per la sottoscrizione dell’aumento entro 30 giorni dalla delibera; trascorso tale termine il Consiglio di Amministrazione, nei successivi 30 giorni, avrebbe provveduto a collocare presso terzi le quote non sottoscritte. Nel corso della medesima assemblea Tizio affermò essere estremamente improbabile che la società da lui rappresentata potesse procedere alla sottoscrizione delle nuove quote di capitale e comunicò la sua decisione di “offrire il diritto di opzione sulle quote di nuova emissione ai soci di X in liquidazione, in proporzione alla loro attuale partecipazione al capitale di quest’ultima società”.
La decisione del liquidatore fu approvata senza riserve sia dal rappresentante del creditore pignoratizio W, sia dai membri del C.d.a. di Y.
Il 28 maggio 1997, Tizio scrisse ai soci della X invitandoli a metterlo in condizione di sottoscrivere l’intero aumento di capitale sociale della Y; in alternativa, proponeva ai soci medesimi la cessione pro quota del diritto di opzione.
Il 4 giugno 1997, Filanio e Filanio s.a.s. comunicarono al liquidatore della X e alla Y di avere accettato la proposta alternativa e di essere intenzionati ad esercitare il diritto di opzione delle nuove quote di capitale della controllata in proporzione alla loro partecipazione al capitale della controllante.
Il 9.06.1997, pertanto, il Cda di Y deliberò di dare il gradimento, limitatamente alla sottoscrizione delle nuove quote da parte dei soci della X, in proporzione alla loro partecipazione al capitale di quest’ultima.
In data 11.06.1997 Tizio comunicava ai soci di X che non gli era ancora pervenuta alcuna somma per sottoscrivere in nome dell’ente l’intero aumento di capitale della Y ma che gli era invece “pervenuta comunicazione da parte dei soci Filanio e Filanio s.a.s. della loro disponibilità a sottoscrivere la quota del suddetto aumento”, in proporzione alla percentuale di partecipazione al capitale della X.
Il 12 giugno 1997, Filanio e la Filanio s.a.s. comunicarono alla Y di aver provveduto a versare le somme di rispettiva spettanza (complessive £. 180077.700) ed il 18 giugno l’operazione fu annotata sul libro soci, come sottoscrizione del 38,41 % delle quote da parte della Filanio s.a.s. e del 20,69% da parte di Filanio (pari complessivamente al 59,1% dell’intero capitale sociale).
Lo stesso giorno Tizio scriveva alla Y che il gradimento all’ingresso dei soci della X nella compagine sociale, deliberato dal Consiglio d’Amministrazione il 9 giugno precedente, doveva intendersi “ad personam”, a nulla rilevando l’entità del capitale della X dagli stessi sottoscritta.
Il 20 giugno 1997 pervenne al liquidatore una proposta da parte di altri due soci, Caio e Sempronio, con la quale i due si impegnavano: a) a dotare X della somma necessaria per sottoscrivere l’intero aumento del capitale sociale della Y (£.304700000); b) a liberare le quote di Y dal pegno W, pagando quanto necessario per l’estinzione della garanzia; c) ad onorare tutte le obbligazioni della X in modo da pervenire alla chiusura della liquidazione.
In cambio, la X, in persona del liquidatore, si sarebbe dovuta impegnare a trasferire le quote rappresentanti l’intero capitale sociale della Y, ai Caio Sempronio.
Con telegramma del 23 giugno 1997, Tizio convocò per il 25 giugno, una riunione dei soci della X, nel corso della quale si sarebbe dovuto procedere alla cessione dei diritti di opzione.
Il giorno 24 giugno successivo il Tizio inviò un nuovo telegramma, ad integrazione e modifica del precedente: in occasione della riunione non si sarebbe più provveduto alla cessione dei diritti d’opzione ma egli stesso, per conto della X, avrebbe sottoscritto “l’intero aumento del capitale”.
Poco dopo egli spedì un terzo telegramma: nel corso della riunione avrebbe proceduto “alla sottoscrizione dell’intero aumento del capitale assemblea straordinaria del 27 maggio 1997 società Y, ottenendo i mezzi finanziari necessari per chiudere la liquidazione della società X”.
Il 26 giugno 1997 Tizio stipulò il contratto preliminare con i Caio Sempronio e questi ultimi, sull’impegno del liquidatore di cedere loro le quote rappresentanti l’intero capitale sociale della Y, versavano interamente le somme necessarie per la sottoscrizione dell’intero aumento di capitale di Y
e per l’estinzione del pegno concesso alla W; a garanzia dell’adempimento delle altre obbligazioni rilasciavano al liquidatore un assegno di £.100000000,00.
Lo stesso giorno Tizio per conto di X sottoscrisse l’intero aumento del capitale sociale della Y, versando £. 304000000 su un apposito conto; inoltre, in risposta alle sollecitazioni della W s.p.a., che chiedeva l’immediato versamento delle rate del finanziamento scadute e non corrisposte, replicava di essere in grado di provvedere al saldo immediato dell’intero debito, chiedendo che gli fosse comunicato l’esatto importo residuo.
Con lettera pervenuta al Tizio il 27 giugno, la W s.p.a. notificava la propria intenzione di avvalersi del disposto dell’art. 3, 2° comma del contratto di finanziamento che, in caso di mancato versamento di due rate consecutive, autorizzava l’assegnazione in pagamento al mutuante della quota ceduta in pegno, previa nomina di un perito scelto di comune accordo per la stima del valore.
Il 7 luglio 1997 Tizio pagò alla W £.108000000; la finanziaria rifiutò la somma e Tizio formalizzò offerta reale ex art. 1208 c.c.
Con delibera 16 luglio 1997 il C.d.a. di Y rifiutò la sottoscrizione dell’intero aumento di capitale sociale effettuata dalla X ed il Presidente, Filanio, propose di destinare la somma corrisposta dal Tizio pari a 304000000 vecchie lire, a copertura di un diverso debito; tale proposta non fu accettata.
Nella successiva riunione tenutasi il 25 luglio 1997, Filanio si dimise e fu contestualmente nominato amministratore delegato Calpurnio il quale propose di iscrivere la X nel libro soci “ma solo nel limite della parte residua del capitale non sottoscritto”.
La proposta fu accettata a maggioranza e la X fu iscritta al libro soci per £.169923.000 pari alla quota di minoranza disponibile (40,9 %).
Da questi fatti sono scaturite numerose azioni giudiziarie innanzi al Tribunale di Milano e al Tribunale di Forlì (per la cui precisa disamina si rinvia all’esposizione di cui alla motivazione della sentenza della Corte di Cassazione n. 28216/2008, pp. 14 e ss.).
Per quanto qui interessa, due sentenze rese dal Tribunale di Forlì, la n. 3 (nelle cause riunite rispettivamente promosse da X s.r.l. contro Y s.r.l., Filanio, Filanio s.a.s. e W s.p.a. e da Caio
Sempronio contro X in liquidazione, Filanio s.a.s, W s.p.a., Y s.r.l., Calpurnio e Tiberio) e la n. 4 (nell’azione ex art. 2497 e 2450 c.c. promossa da Filanio e Filanio s.a.s. contro Tizio), venivano impugnate da Filanio e Filanio s.a.s. e da Y; i due processi di appello venivano riuniti dalla Corte d’appello di Bologna che, con sentenza depositata in data 1, in riforma della sentenza n. 3, dichiarava, tra le altre cose:
che Filanio e la Filanio s.a.s. avevano legittimamente sottoscritto l’aumento del capitale della Y s.r.l. in proporzione alle loro quote di partecipazione al capitale della X s.r.l.;
che quest’ultimo aveva illegittimamente esercitato il diritto di opzione sull’intero aumento di capitale della Y s.r.l.
In riforma, poi, della sentenza n. 4, la Corte d’Appello revocava Tizio dall’ufficio di liquidatore della X s.r.l.
Avverso tale sentenza proponevano ricorso per cassazione i Caio Sempronio e, in via incidentale, il X s.r.l. in liquidazione e Tizio.
Con sentenza 2, la Suprema Corte rigettava i ricorsi, confermando così integralmente la sentenza della Corte d’Appello di Bologna.
Ebbene, senza entrare nei particolari di tale vicenda giudiziaria, ciò che qui interessa è quanto statuito, con carattere di giudicato, dalla Corte di Appello in ordine alla condotta di Tizio; su tale statuizione si fonda, in buona sostanza, la domanda risarcitoria proposta dal X, che si pone nei termini seguenti.
Parte attrice addebita alla responsabilità del liquidatore convenuto – sulla scorta della ricostruzione operata dalla Corte di appello di Bologna di avere: 1) prima ceduto, in data 4.06.1997, il diritto di opzione sull’aumento di capitale della Y, a Filanio e Filanio s.a.s., in proporzione alle rispettive quote all’interno della X; 2) poi in data 20.06.1997 intavolato segretamente trattative con gli altri soci Caio Sempronio sfociate in un contratto preliminare dall’oggetto impossibile, giacchè il diritto di opzione sulle quote di nuova emissione era già stato in parte ceduto a Filanio e Filanio s.a.s..
In pratica, il dott. Tizio avrebbe concorso con i soci Caio e Sempronio a porre in essere una condotta pregiudizievole agli interessi del X, causando rilevanti danni rappresentati dal mancato introito del
prezzo di cessione dell’intera partecipazione sociale in Y s.r.l. ed il conseguente mancato pagamento dei debiti gravanti sul X s.r.l. in liquidazione; il mancato introito sarebbe dovuto, in base alla prospettazione attorea, al fatto che il dott. Tizio aveva intavolato trattative segrete con i sig.ri Caio e Sempronio a partire dal 20.06.1997, poi traslate in un preliminare, datato 26.06.1997, che prevedeva la sottoscrizione dell’intero aumento di capitale sociale di Y da parte dei Caio e Sempronio, in contrasto con le delibere assembleari del 19.12.1996 (con cui si era deciso di dare incarico ai tre membri del Collegio sindacale, avvalendosi della consulenza dei soci Caio, Sempronio e Filanio e altri nonché di periti esterni, per la valutazione delle quote della Y) e, soprattutto, con la comunicazione da parte di Filanio e Filanio s.a.s., relativa alla loro disponibilità a sottoscrivere la quota dell’aumento di capitale in proporzione alla percentuale di partecipazione al capitale della X.
Se, pertanto – assume parte attrice il Tizio non avesse intavolato trattative con i Caio e Sempronio e non avesse stipulato il preliminare, alcun procedimento legale si sarebbe instaurato ed il X “avrebbe conseguito anche il prezzo d’opzione spettantigli sulle quote acquistate da Filanio e dalla Filanio s.a.s., in tal modo sanando la propria posizione debitoria” (p. 1 della citazione).
Il danno viene dunque così quantificato:
prezzo del diritto di opzione, di €. 489.567,63 per la totalità delle quote (cfr. perizia dott. Gracco in atti);
mancato pagamento dei debiti del X (anch’ essi quantificati con perizia sempre a firma del dott. Gracco);
deprezzamento fino ad azzeramento del valore di X;
spese legali derivanti dal contenzioso scaturito a seguito dell’operato del liquidatore.
Ebbene tale domanda, così come proposta, non è fondata e va rigettata per le ragioni che si vanno qio di seguito ad esporre.
Al riguardo giova ricordare che l'azione sociale di responsabilità si configura, secondo il costante insegnamento della dottrina e della giurisprudenza di legittimità, come un'azione risarcitoria di natura contrattuale, derivante dal rapporto che lega gli amministratori (nella specie il liquidatore) alla società
e volta a reintegrare il patrimonio sociale in conseguenza del suo depauperamento cagionato dagli effetti dannosi provocati dalle condotte (dolose o colpose) degli amministratori, poste in essere in violazione degli obblighi su di loro gravanti in forza della legge e delle previsioni dell'atto costitutivo ovvero dell'obbligo generale di vigilanza o dell'altrettanto generale obbligo di intervento preventivo e successivo.
In tale contesto, per gli amministratori di società di capitali è richiesta non la generica diligenza del mandatario, cioè quella tipizzata nella figura dell'uomo medio, ma quella desumibile in relazione alla natura dell'incarico ed alle specifiche competenze, cioè quella speciale diligenza prevista dall'art. 1176, secondo comma, c.c. per il professionista.
Dalla qualificazione in termini di responsabilità contrattuale dell'azione de qua consegue che, mentre sulla società attrice grava l'onere di dimostrare la sussistenza delle violazioni agli obblighi (trattandosi di obbligazioni di mezzi e non di risultato) ed il nesso di causalità tra queste ed il danno verificatosi, incombe, per converso, sugli amministratori l'onere di dimostrare la non imputabilità a sé del fatto dannoso, fornendo la prova positiva, con riferimento agli addebiti contestati, dell'osservanza dei doveri e dell'adempimento degli obblighi loro imposti. In altre parole, l'inadempimento si presumerà colposo e, quindi, non spetterà all'attore fornire la prova della colpa degli amministratori, mentre spetterà al convenuto amministratore evidenziare di avere adempiuto il proprio compito con diligenza ed in assenza di conflitto di interessi con la società, ovvero che l'inadempimento è stato determinato da causa a lui non imputabile ex art. 1218 c.c., ovvero, ancora, che il danno è dipeso dal caso fortuito o dal fatto di un terzo (cfr., in questo senso, Cassazione civile, sez. I, 24 marzo 1999, n. 2772; Trib. Roma, 8 maggio 2003; Cassazione civile, sez. I, 22 ottobre 1998, n. 10488).
Peraltro, in applicazione dei principi generali in materia di lamentato inadempimento e di conseguente risarcimento, la società, ai fini della risarcibilità del preteso danno, deve non solo allegare l'inadempimento dell'amministratore nei termini su indicati, ma deve anche allegare e provare, sia pure ricorrendo a presunzioni, l'esistenza di un danno concreto, cioè del depauperamento del patrimonio sociale, di cui chiede il ristoro, e la riconducibilità della lesione al fatto dell'amministratore
inadempiente, quand'anche cessato dall'incarico: in ciò appunto consiste il danno risarcibile, che è un quid pluris rispetto alla condotta asseritamente inadempiente; in difetto di tale allegazione e prova la domanda risarcitoria mancherebbe di oggetto (cfr. Cassazione civile, sez. III, 18/03/2005, n. 5960 secondo la quale "sia nell'ipotesi di responsabilità extracontrattuale, sia in quella di responsabilità contrattuale, spetta al danneggiato fornire la prova dell'esistenza del danno lamentato e della sua riconducibilità al fatto del debitore....").
Infatti, la responsabilità civile degli amministratori è circoscritta ai soli danni che siano ricollegabili con un nesso di causalità immediata alla attività dell'amministratore (App. Milano, 23 giugno 2004) ed è onere di chi agisce fornire la prova rigorosa del danno patito e del nesso di causalità tra comportamento e danno (Trib. Milano, 8 luglio 2004).
Negli ultimi anni anche la Suprema Corte sembra dunque richiedere una prova molto rigorosa perchè possa affermarsi la responsabilità degli amministratori per danni causati alla società da una loro mala gestio.
Si è così affermato che i principi civilistici impongono di accertare la esistenza del nesso causale tra la condotta illecita ed il danno e che, qualora non sia possibile ricostruire i dati con l'analiticità necessaria per individuare le conseguenze dannose riconducibili a comportamenti di sindaci e amministratori, il giudice di merito deve indicare le ragioni che non hanno permesso un siffatto accertamento (cfr. Cass. n. 2538/2005).
Si è poi sostenuto che all'amministratore non può essere imputato ogni effetto patrimoniale dannoso derivante dalla violazione di obblighi su di esso gravanti, ma solo quelli che si pongano come conseguenza immediata e diretta di siffatta violazione, e non già come mero riflesso dei danni eventualmente arrecati al patrimonio sociale (cfr. Cass. n. 3774/2005;Cass. n. 16416/2007).
Si è ancora affermato, questa volta su un piano più garantista e processuale, che non è sufficiente invocare genericamente il compimento di atti di mala gestio, atteso che, per consentire alla controparte l'approntamento di adeguata difesa, la causa petendi deve essere sin da subito indicata in comportamenti asseritamente contrari ai doveri imposti agli amministratori; ciò anche perchè la
mancata conservazione del patrimonio sociale può anche essere conseguenza dell'alea insita nella attività di impresa, e non necessariamente quale conseguenza della violazione di doveri legali e statutari degli amministratori (cfr. Cass. n. 23180/2006).
Come si vede, dunque, trattasi di una giurisprudenza molto garantista e rigorosa, soprattutto nel senso di ritenere indispensabile la prova, gravante sull'attore, del nesso tra il comportamento illecito dell'amministratore ed il danno cagionato alla società.
Alla luce di tale giurisprudenza ritiene il Collegio che la domanda proposta dal X s.r.l. in liquidazione vada rigettata.
Invero, la Corte d’Appello di Bologna, con sentenza confermata dalla Suprema Corte e dunque passata in giudicato, ha riconosciuto nel contegno del dott. Tizio una violazione del dovere di diligenza imposto dalle norme sul mandato (artt. 1710 ss.c.c.).
Giova riportare, sul punto, alcuni passi del ragionamento seguito dal giudice di secondo grado di Bologna (pp. 49 ss.), in riferimento a quanto accaduto dopo l’assemblea del 27 maggio 1997, nel corso della quale il dott. Tizio, preso atto della difficoltà per X di sottoscrivere l’aumento di capitale di Y, comunicò la propria decisione di offrire il diritto di opzione sulle quote di nuova emissione ai soci di X s.r.l. in liquidazione, in proporzione alla loro attuale partecipazione al capitale di quest’ultima società: “la volontà del liquidatore, espressa con fermezza nel corso dell’assemblea del 27 maggio 1997, ha iniziato così a concretizzarsi: la maggioranza della X si è trasferita nella Y, conservando la medesima quota di partecipazione” (si fa riferimento all’acquisto delle quote di nuova emissione della Y da parte di Filanio e Filanio s.a.s.); “a questo punto [..] il liquidatore aveva già ceduto una parte del diritto e, pertanto, ben sapeva che la X non avrebbe più potuto sottoscrivere l’intero aumento di capitale dellaY. Non gli restava che portare a termine l’operazione da lui stesso voluta, favorendo l’ingresso dei soci di minoranza della X nella compagine della Y. Così non è stato [..], anzi quantomeno dal 20 giugno Tizio ha intavolato trattative segrete con Caio e Sempronio secondo lo schema negoziale da questi ultimi proposto. La conclusione del preliminare era impossibile: il diritto d’opzione sulle quote di nuova emissione della controllata era già stato in parte
ceduto alla Filanio s.a.s. e a Filanio: questi erano stati iscritti al libro dei soci della controllata. Il contratto aveva tra le parti forza di legge, sicchè non potevano essere intavolate trattative che in qualunque modo presupponessero la cessione del diritto di opzione sull’intero aumento di capitale di Y.
Pertanto, il liquidatore, tenendo fede ai suoi impegni, avrebbe dovuto invitare i Caio Sempronio a sottoscrivere le quote in proporzione alla loro partecipazione al capitale della X, riservandosi di esigere il prezzo quando avesse portato a termine l’incarico conferitogli (con il voto unanime di tutti i soci, Casadei compresi) dall’Assemblea della stessa X il 19 dicembre 1996.
In alternativa, avrebbe innanzi tutto dovuto ottenere lo scioglimento per mutuo consenso del contratto già concluso, con la conseguente cancellazione della iscrizione di Filanio e della Filanio s.a.s dal libro dei soci della Y. Avrebbe poi dovuto convocare tutti i soci della X e informarli della proposta dei Caio Sempronio, al fine di raccogliere il loro unanime consenso alla cessione del diritto d’opzione dell’intero aumento del capitale sociale, senza aver prima dato attuazione alla delibera – per lui vincolante – dell’assemblea del 19 dicembre 1996, che gli imponeva di stimare, secondo criteri condivisi da maggioranza e minoranza, il reale valore delle quote della Y prima di procedere, in qualunque forma, alla loro dismissione. Infine, all’esito di tali operazioni, avrebbe dovuto indire una gara tra i soci e cedere al miglior offerente il diritto d’opzione sull’intero aumento di capitale di Y. Nulla di tutto questo è stato fatto.
Le trattative con i Caio Sempronio sono proseguite segretamente.
Il 23 giugno, Tizio ha convocato per il 25 successivo una riunione dei soci della X, annunciando che avrebbe proceduto alla “cessione dei diritti d’opzione”. Ma a distanza di sole 24 ore, ha radicalmente mutato l’oggetto della convocazione: avrebbe sottoscritto l’intero aumento di capitale della Y ed avrebbe ottenuto “i mezzi finanziari per chiudere la liquidazione della società X” (secondo telegramma del 24 giugno 1997).
Dunque la riunione era convocata esclusivamente per comunicare il raggiungimento dell’accordo e per avvertire che il contratto preliminare sarebbe stato formalmente sottoscritto il giorno successivo”.
La Corte d’Appello di Bologna prosegue poi evidenziando un ulteriore profilo di negligenza nella condotta del Tizio, rappresentata dal fatto di non avere tenuto conto della limitazione impostagli dall’assemblea del 19 dicembre 1996 nella quale era stato deliberato che i tre membri del Collegio sindacale e il liquidatore stabilissero il valore delle quote della Y avvalendosi sia della consulenza dei soci di maggioranza , sia di quelli di minoranza.
Questi, riassumendo, gli addebiti mossi al Tizio: “il liquidatore non ha tenuto fede alla proposta da lui stesso avanzata nel corso dell’Assemblea Y del 27 maggio 1997, che avrebbe garantito la possibilità di tutti i soci della X di accedere all’assegnazione delle quote della controllata a parità di condizioni”; “in poco più di venti giorni ha ceduto per due volte lo stesso bene a due diversi soci; ha intavolato trattative segrete con i Caio Sempronio violando il diritto dei soci di essere messi in grado di concorrere all’assegnazione delle nuove quote Y; ha effettuato una stima unilaterale del valore della controllata, determinandone il prezzo di vendita in aperto contrasto con le direttive impartite dall’assemblea della X, privando così i soci di questa di ogni garanzia in ordine alla misura del prezzo. Ha cercato di sottoscrivere l’intero aumento di capitale della Y quando non ne aveva più il potere, al solo scopo di cedere le quote così ottenute a due dei soci della controllante, tentando in tal modo di escludere tutti gli altri dalla partecipazione alla controllata”.
Aggiunge la Corte che “Tizio avrebbe certamente conseguito risultati migliori se avesse adeguatamente indirizzato il reciproco interesse dei gruppi di maggioranza e di minoranza della X ad acquisire il pieno controllo della Y. Bastava adempiere al mandato conferito e sollecitato dall’Assemblea della partecipante: il valore ottenuto poteva essere posto a base di un asta tra i due gruppi. Ancora, la stessa offerta dei Caio Sempronio, frettolosamente accettata senza effettuare preventive ricerche di mercato, avrebbe, invece, dovuto indurre il liquidatore ad agire con trasparenza al fine di ottenere lo scioglimento del vincolo contrattuale assunto con il Filanio e di avviare, nell’interesse di tutti i soci, la ricerca di un miglior offerente”.
Ebbene, se al comportamento di Tizio possono attribuirsi, nei limiti indicati, i connotati della negligenza (peraltro accertati con carattere di giudicato) non è però risultato provato il nesso di causalità tra le azioni da lui compiute e il preteso danno subito dal X s.r.l. in liquidazione.
Più in particolare, con specifico riguardo al danno derivante dal mancato conseguimento dell’intero prezzo del diritto di opzione, ritiene questo Collegio, che faccia difetto a monte una allegazione sufficientemente chiara e specifica da parte dell’attrice in ordine al “comportamento alternativo lecito” che il liquidatore avrebbe dovuto tenere per evitare il danno asseritamente subito dalla società nonché in ordine alle conseguenze del contegno poi effettivamente tenuto dal dott. Tizio; in secondo luogo, poi non è stata fornita la prova che i comportamenti alternativi ipotizzati dalla difesa del X (sulla falsariga delle considerazioni della Corte d’appello di Bologna) avrebbero consentito di evitare i pregiudizi patrimoniali lamentati.
Parte attrice, infatti, sotto il primo profilo, si limita, in citazione, a riportare i passi della sentenza della Corte d’Appello, per poi affermare che, laddove il dott. Tizio non avesse intavolato le trattative con i Caio Sempronio, poi sfociate in un preliminare inattuabile, “X avrebbe conseguito anche il prezzo d’opzione spettantigli sulle quote acquistate da Filanio e Filanio s.a.s., ed avrebbe sanato la propria posizione debitoria”, senza indicare con la dovuta precisione quale avrebbe dovuto essere il comportamento diligente del liquidatore ma anche, si aggiunga, senza chiarire quali avrebbero potuto essere le conseguenze di una diversa azione.
Come correttamente sottolineato dalla difesa del dott. Tizio, infatti, e come riportato nella cronologia svolta dalla sentenza 2 della Suprema Corte, nella riunione del Cda di Y del 25.07.1997, si dibatté circa le £ 304.000.000 versate al Liquidatore di X a titolo di sottoscrizione dell’intero aumento di capitale sociale. In tale occasione “l’amministratore delegato Calpurnio … propose di iscrivere anche X nel libro soci &lt;&lt;ma solo nel limite della parte residua del capitale non sottoscritto&gt;&gt;”. La proposta fu accettata a maggioranza” (doc. 3).
L’aumento di capitale sociale è quindi stato integralmente sottoscritto e dunque non si comprende perché parte attrice imputi al dott. Tizio che il prezzo di opzione spettante al X sulle quote acquistate da Filanio e Filanio s.a.s. non sia stato conseguito.
Nella propria contraddittoria prospettazione, poi, parte attrice non ha tenuto in alcun conto quale avrebbe potuto essere il contegno dei restanti soci e come lo stesso avrebbe potuto influenzare il conseguimento di risultati più favorevoli.
Anche, cioè, a prescindere dalla rilevata genericità delle allegazioni della società attrice in ordine al nesso di causalità, i comportamenti alternativi ipotetici elencati dalla Corte d’appello implicano – a parere di questo Collegio una “collaborazione” dei soci che non può essere data per certa.
Quanto all’invito ai soci a sottoscrivere le quote in proporzione alla loro partecipazione al capitale della X (pp. 50 e 51 sentenza Corte d’Appello) – invito che in realtà è stato fatto con la lettera inviata il giorno successivo all’assemblea del 27 maggio si osserva come non sia stato né allegato né provato che gli altri soci (e segnatamente i Caio e Sempronio), avrebbero acconsentito ad una sottoscrizione dell’aumento di capitale in proporzione alle quote detenute nel X, ed anzi, parrebbe desumersi esattamente il contrario dalle pattuizioni poi intercorse con il Tizio, che avevano quale fine ultimo proprio la sottoscrizione del capitale per l’intero da parte dei Caio Sempronio.
Quanto all’alternativa dello scioglimento del contratto già concluso per “mutuo consenso” (con cancellazione dell’iscrizione di Filanio e della Filanio s.a.s. dal libro dei soci e convocazione dei soci per informarli della proposta dei Caio e Sempronio, al fine di raccogliere il loro unanime consenso alla cessione del diritto di opzione dell’intero aumento di capitale), si osserva che lo stesso presupponeva un accordo ed una collaborazione tra i soci che nella fattispecie apparivano del tutto inverosimili, facendo difetto qualsiasi allegazione (e conseguentemente qualsiasi prova) che i soci “Filanio” avrebbero aderito a tale iniziativa, rinunziando alle quote del capitale di Y che avevano già (peraltro validamente) sottoscritto.
In definitiva dunque, ritiene questo Collegio che vi sia un insanabile difetto di allegazione, prima ancora che di prova, in ordine al fatto che, ove il liquidatore avesse tenuto uno dei comportamenti
indicati come leciti dalla Corte d’Appello di Bologna, il risultato sarebbe stato diverso e più vantaggioso per il X, non essendo stato tenuto in alcun conto il “fattore di rischio” rappresentato dalla volontà e dalle conseguenti azioni dei rimanenti soci.
Potrà semmai essere imputata al liquidatore una situazione di “stallo” della società, ovvero problemi di continuità nella sua gestione, non già il mancato conseguimento del prezzo di opzione per l’intero aumento di capitale, non potendosi dare per presupposto e dimostrato che tutti i soci avrebbero acconsentito a sottoscriverlo.
Deve poi rilevarsi come il mancato incasso del corrispettivo della cessione dei diritti di opzione in favore di Filanio e Filanio s.a.s non sia riconducibile al dott. Tizio, revocato dalla carica di liquidatore con la sentenza della Corte d’Appello di Bologna nel 1 (sentenza che, contestualmente, ha stabilito la validità dell’acquisto del diritto d’opzione in capo a Filanio e Filanio s.a.s).
Successivamente al deposito della sentenza, infatti, la società avrebbe ben potuto esigere dal signor Filanio e Filanio s.a.s il corrispettivo della cessione del diritto di opzione, da determinarsi con riferimento al valore della società Y al momento in cui la cessione si era perfezionata (con l’accettazione dell’offerta in data 04.06.1997), oltre a interessi legali e oltre a risarcimento del danno ex art. 1224 cod. civ. in caso di inadempimento dei debitori.
In caso di mancata intesa sull’ammontare del corrispettivo, ben si sarebbe potuto, senza indugio, adire l’Autorità Giudiziaria per tale determinazione, ottenendo un titolo esecutivo per il recupero del credito nei confronti dei debitori, certamente solvibili, quali il signori Filanio e Filanio s.a.s.
Ancora, dall’esposizione dei fatti costitutivi della pretesa, pare di capire che dalla condotta tenuta dal Tizio, e in particolare dal mancato introito del prezzo di cessione dell’intera partecipazione sociale in Y, sarebbe conseguito il mancato pagamento dei debiti gravanti su X.
Anche tale assunto appare del tutto destituito di fondamento.
Il CTU della causa n. 5 del Tribunale di Forlì, dott. Gracco, nella relazione peritale datata 4.07.2001 (doc. 1 parte attrice) ha quantificato detto prezzo, riferito alla totalità delle quote, in €.489.567,63.
In sintesi, se si è ben compreso quanto dedotto da parte attrice, in termini alquanto apodittici, la condotta del dott. Tizio non avrebbe consentito alla società di incassare da Filanio e Filanio s.a.s il corrispettivo della cessione dei predetti diritti d’opzione, aventi un valore all’epoca stimato di €.289.334,27 (pari al 59,1% di €. 489.567,63) e – sempre nella prospettiva di parte attrice – tale importo avrebbe potuto ripianare la situazione debitoria della società che, nell’anno 1997 ammontava a ben lire 1.045.518.482 (secondo la ricostruzione del predetto CTU dott. Gracco), mentre a bilancio 2009 sarebbero persistiti debiti iscritti “a fondo rischi” per €. 123.597,2 nei confronti di professionisti e soci.
Non è dunque chiaro come il mancato introito del prezzo di cessione del diritto di opzione (pari al 59,1%) da parte dei soci Filanio e Filanio s.a.s. avrebbe potuto portare a ripianare la situazione debitoria della società posto che neppure l’intero valore delle quote di Y, così come quantificato dalla CTU del dott. Gracco nel giudizio avanti il Tribunale di Forlì, in €. 489.567,63 (assunto dall’attrice, quale parametro di riferimento) sarebbe stato sufficiente a coprire i debiti di X.
La condotta del dott. Tizio avrebbe cagionato poi – nella rappresentazione di parte attrice – il dissesto di Y, fino all’azzeramento del suo valore. Inoltre, la società avrebbe sopportato, per spese legali, di CTU e CTP e di custodia, oneri per €.254.075,62.
Anche con riferimento alla perdita di valore delle quote di Y, non è stato allegato né provato alcun nesso eziologico con l’operato del precedente liquidatore.
L’attrice si è limitata, infatti, ad allegare genericamente in citazione che “a seguito delle complesse ed illegittime operazioni poste in essere dal Tizio in accordo coi Caio e Sempronio iniziò il declino anche di questa ultima società e con esso anche il conseguente deprezzamento delle sue quote, tanto che oggi detta società si trova anch’essa nello stato di liquidazione” (p. 19), senza poi fornire, nei successivi scritti, più esaustive spiegazioni circa i motivi per i quali la condotta di Tizio avrebbe cagionato anche tale ulteriore dissesto.
Per quanto concerne le spese legali, basti rilevare che non pare ravvisabile, ancora una volta, alcun nesso causale diretto con il comportamento del convenuto, essendo le innumerevoli azioni giudiziarie
intraprese evidentemente frutto della volontà dei soci, o comunque degli altri soggetti coinvolti nelle vicende delle due società, nonché della situazione di evidente litigiosità che ha caratterizzato per lungo tempo la vita di X. Onde anche tale profilo di danno va considerato del tutto destituito di fondamento.
Alla luce delle precedenti considerazioni la domanda di responsabilità proposta da X s.r.l. nei confronti di Tizio deve essere rigettata.
Ne consegue, altresì, il rigetto della domanda proposta da quest’ultimo nei confronti di Caio e Sempronio.
Venendo alla domanda riconvenzionale proposta da Tizio, volta a conseguire il compenso per l’attività svolta nel periodo in cui ha rivestito la carica di amministratore, l’eccezione di prescrizione va rigettata. Invero, i compensi spettanti al Tizio risalgono agli anni 2003 2004.
La richiesta dell’ex liquidatore, infatti, si fonda su una prima nota, datata 30.12.2003, con richiesta di acconto (all. 21 parte convenuta) nonché su altre due note del 30.11.2004 (docc. 22 e 23).
Risulta, poi, dagli atti di causa (all. 24 e 25) che fu inviata una prima raccomandata a X, con richiesta di corresponsione del compenso, in data 24.05.2005 (ricevuta il 26.05.2005), e più raccomandate successive in data 8.11.2005, 22.01.2007, 12.05.2008, 6.10.2010 (le ultime due ricevute il 27.05.2008 ed il 7.08.2010, cfr. docc. 26 ss.).
La citazione relativa alla presente causa è del 6.
Onde, dovendo trovare applicazione l’art. 2949 c.c. (secondo cui si prescrivono in 5 anni i diritti che derivano dai rapporti sociali), l’azione non può dirsi prescritta.
Nondimeno, questo Collegio ritiene che alcun compenso debba essere corrisposto, per le ragioni che si vanno ora ad enunciare.
Per la giurisprudenza di legittimità il diritto al compenso degli amministratori delle società di capitali è implicitamente riconosciuto negli artt. 2365 e 2389 c.c., nei quali si prevede la sua determinazione dall'atto costitutivo o dall'assemblea, nonché dall'art. 2392 c.c. che, in ordine all'adempimento dei loro doveri, richiama le norme del mandato, negozio che si presume oneroso (art. 1709), sicchè, ove
manchi una disposizione nell'atto costitutivo e l'assemblea si rifiuti od ometta di stabilire il compenso all'amministratore o lo determini in misura inadeguata, l'amministratore è abilitato a richiedere al giudice la determinazione del suo congruo compenso (Cass. n. 2895 del 1991; conforme: Cass. n. 1647 del 1997).
La richiesta dell'amministratore di società tendente alla determinazione e corresponsione del compenso postula, però, che egli alleghi e provi l'attività concretamente svolta.
In particolare, ai fini della liquidazione (anche in via equitativa) del compenso dovuto ad un professionista ex artt. 1709 e 2225, il giudice di merito deve far riferimento ai criteri della natura, quantità, qualità dell'attività svolta, nonchè al risultato utile conseguito dal committente; ne consegue che, se non può far uso dei sopraindicati criteri perché l'attore non ha fornito sufficienti elementi in proposito, dovrà necessariamente rigettare la domanda, in quanto la richiesta di liquidazione non esonera l'interessato dall'obbligo di fornire al giudice gli elementi probatori indispensabili affinchè possa procedervi (Cass. n. 12681 del 2003).
Nella determinazione del compenso dovuto all'amministratore di società di capitali come al mandatario il giudice non può prescindere, quale elemento direttivo, da un criterio di proporzione con l'entità delle prestazioni eseguite per poi procedere ad una determinazione improntata alle tariffe professionali vigenti e/o ad equità; non si può prescindere pertanto dalla allegazione e dalla prova della qualità e quantità delle prestazioni concretamente svolte, risultando di per sè sola insufficiente l'indicazione del compenso pattuito in sede di assemblea (cfr. Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 29 10 2014, n. 23004).
Di qui l'onere, gravante sull'amministratore, di allegare, prima, e provare, poi, l'attività svolta.
Nel caso di specie Tizio si è limitato a rivendicare il compenso sulla base dei criteri deliberati dall'assemblea dei soci nell’assemblea del 7.11.1996 (all. 17 parte convenuta Tizio), senza allegare in maniera specifica le attività svolte.
Per contro, l’amministratore, avrebbe dovuto allegare e provare l'attività di organizzazione e di gestione dell'azienda esercitata per la società, non essendo sufficiente il generico richiamo alla documentazione in atti, che peraltro non attesta alcunchè.
In carenza delle necessarie allegazioni, anche le richieste di esibizione ex art. 210 c.p.c. e di c.t.u. appaiono a questo Collegio del tutto esplorative.
Ne deriva che anche la domanda riconvenzionale proposta dal convenuto va rigettata.
Venendo alle spese del giudizio, esse, in ragione della reciproca soccombenza, devono essere integralmente compensate nei rapporti tra X in liquidazione e Tizio.
Quest’ultimo deve però essere condannato a rifondere ai terzi chiamati Caio e Sempronio, le spese sostenute, in base al principio della soccombenza.
Infatti, l’art. 2476, comma 7, c.c., norma invocata dal convenuto per fondare la responsabilità solidale e giustificare la chiamata in causa dei terzi Caio Sempronio, è stata introdotta in data successiva ai fatti di causa.
Di qui l’infondatezza della chiamata in causa.
Quanto alle spese nei rapporti tra Tizio e la chiamata Z, non vi è luogo a provvedere attesa l’estinzione del giudizio in parte qua.
Devono essere compensate altresì le spese nei rapporti tra Z s.p.a. e X, non potendosi condividere le osservazioni della parte attrice di cui alla comparsa conclusionale. Non essendovi, infatti, rapporto processuale diretto tra la parte attrice e la terza chiamata in garanzia in virtù di un rapporto contrattuale (contratto assicurativo) estraneo al dedotto rapporto organico da cui discenderebbe l’obbligazione risarcitoria pretesa dall’attore nei confronti del convenuto, ed essendo ogni contestazione di Z relativa al fondamento della domanda risarcitoria necessariamente connessa all’accertamento del fondamento o meno del presupposto fattuale della garanzia assicurativa, non v’è ragione, per l’attore, di pretendere le spese di lite dal terzo chiamato (nei cui confronti, peraltro, non v’è domanda), avendo quest’ultimo definito il rapporto processuale con il proprio chiamante in causa.
Peraltro non consta alcuna rinunzia agli atti di Z nei confronti di parte attrice, che legittimi – in analogia a quanto previsto dall’art. 306 c.p.c. – una condanna alle spese.
Il Tribunale di Forlì, definitivamente pronunziando nella causa, ogni contraria istanza reietta, così provvede:
1) rigetta la domanda proposta nei confronti di Tizio da X in liquidazione;
2) rigetta la domanda riconvenzionale proposta da Tizio nei confronti di X in liquidazione;
3) rigetta la domanda proposta da Tizio nei confronti di Caio e Sempronio;
4) condanna Tizio a rifondere le spese di lite sostenute da Caio e Sempronio che liquida, in assenza di nota, in €. 17000,00 per compenso professionale oltre accessori di legge.
5) compensa interamente tra tutte le altre parti le spese di lite.
Così deciso nella camera di Consiglio in data 26.10.2015
Eleonora Ramacciotti Il Presidente
art. 2476 cc
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References: art. 1176
 art. 1218
 art. 1176
 art. 1218
 art. 1709
 art. 2389
 art. 2225
 sentenza 
 sentenza 
 art. 306
 art. 2476
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 2476
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1208
 sentenza 
 art. 2497
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 art. 1218
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1224
 Cass. 
 Cass. 
 art. 210

art. 2476