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Cei: “Sconcerto e distanza dalla sentenza della Corte Costituzionale”
"La Corte costituzionale italiana - commenta Alberto Gambino, presidente di Scienza&vita - cede ad una visione utilitaristica della vita umana, ribaltando la lettura dell’articolo della nostra Carta che mette al centro la persona umana e non la sua mera volontà, richiedendo a tutti i consociati doveri inderogabili di solidarietà. Da oggi non sarà più un dovere sociale impedire sempre e ovunque l’uccisione di un essere umano"
Posted on 26 Settembre 2019 by Davide De Amicis in Cronaca // 1 Comment
Rilancia le dure reazioni del mondo cattolico alla sentenza della Corte Costituzionale sul suicidio assistito
«Si può e si deve respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia». I vescovi italiani hanno citato unanimemente queste parole di Papa Francesco, per prendere nettamente le distanze dalla sentenza con la quale, ieri sera, la Corte Costituzionale ha dichiarato non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale (che punisce l’aiuto e l’istigazione al suicidio con la reclusione fino a 12 anni.), a determinate condizioni, «chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».
Da qui la forte presa di posizione dell’episcopato italiano, attraverso la diffusione di una nota: «In questa luce – aggiunge la Presidenza della Cei –, i vescovi esprimono il loro sconcerto e la loro distanza da quanto comunicato dalla Corte Costituzionale. La preoccupazione maggiore è relativa soprattutto alla spinta culturale implicita che può derivarne per i soggetti sofferenti, a ritenere che chiedere di porre fine alla propria esistenza sia una scelta di dignità. I vescovi confermano e rilanciano l’impegno di prossimità e di accompagnamento della Chiesa nei confronti di tutti i malati».
Ma ora sarà il Parlamento a dover legiferare in merito: «I vescovi si attendono – auspica la Presidenza della Cei – che il passaggio parlamentare riconosca nel massimo grado possibile tali valori, anche tutelando gli operatori sanitari con la libertà di scelta».
Anche il mondo scientifico cattolico si è dissociato dalla sentenza della Consulta: «Con la decisione di non punire alcune situazioni di assistenza al suicidio – commenta Alberto Gambino, presidente di Scienza & Vita -, la Corte costituzionale italiana cede ad una visione utilitaristica della vita umana, ribaltando la lettura dell’articolo della nostra Carta che mette al centro la persona umana e non la sua mera volontà, richiedendo a tutti i consociati doveri inderogabili di solidarietà. Da oggi non sarà più un dovere sociale impedire sempre e ovunque l’uccisione di un essere umano».
L’esperto ha poi ricordato da dove nasce questa sentenza: «Partendo da un caso di grave disabilità – ricorda Gambino -, il dj Fabiano Antoniani e non da una situazione di malattia terminale, dove invece già era intervenuta la legge sul fine vita del 2017, la Corte ha ceduto a una lettura ideologica dei radicali italiani che hanno dato origine al caso, sradicando la solidarietà che da sempre mira a impedire gesti estremi a chi versa in situazioni di fragilità, per aprire ad ipotesi di loro uccisione».
C’è dunque rammarico tra gli scienziati cattolici: «Dispiace – continua il presidente di Scienza & Vita – che la riconosciuta saggezza del nostro supremo organo di garanzia sulle leggi, non abbia colto l’impatto culturale che l’apertura al suicidio assistito potrà comportare sulle prassi sanitario-assistenziali anche, purtroppo, per motivi di costi e risparmi di spesa».
Quindi l’appello ai contrari alla sentenza: «Ora il compito di quanti hanno a cuore la cura delle persone che versano in condizioni vulnerabili – esorta Alberto Gambino –, dovrà indirizzarsi verso la riduzione al massimo dell’impatto sociale di questa cruciale sentenza della Consulta».
Ma ora la discussione si sposterà dalla Corte Costituzionale alle aule parlamentari: «C’è però anche un altro aspetto da considerare – sottolinea il giurista –, la Corte infatti lascia aperto uno spiraglio che permette al Parlamento di intervenire. È un invito forte al mondo della politica a riportare in aula la discussione di un tema così importante e delicato e a valutare bene la situazione».
Per questo, secondo Gambino, richiama il parlamento a valutare bene le ricadute della legge: «Le cui ricadute – ammonisce – potrebbero di fatto penalizzare e non poco i più fragili. Solo dopo che avremo letto la sentenza, potremo effettivamente capire se vi siano altri requisiti oltre quelli già presenti nell’ordinanza».

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