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Timestamp: 2020-01-25 15:23:53+00:00

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Art. 515 cod. proc. penale: Allegazione di atti al fascicolo per il dibattimento | La Legge per tutti
Art. 515 cod. proc. penale: Allegazione di atti al fascicolo per il dibattimento
Gli adempimenti relativi alla lettura o alla indicazione degli atti previsti dall'art. 511 c.p.p. sono prescritti solo per gli atti originariamente contenuti nel fascicolo formato a norma dell'art. 431 c.p.p., come si ricava anche dal disposto degli art. 495 e 515 c.p.p. In ordine a tali atti si vuole infatti assicurare la possibilità di un espresso contraddittorio orale; mentre tale esigenza non è richiesta per gli atti acquisiti nel corso della istruzione dibattimentale nel diretto contraddittorio delle parti.
Cassazione penale sez. VI 26 febbraio 1997 n. 4947
La previsione, a norma dell'art. 1 comma 2 d.l. 10 maggio 1996 n. 250, di una conservazione di efficacia di tutti gli atti compiuti dal giudice astenutosi o ricusato non dà luogo ad una omogeneizzazione del loro regime nè implica generalizzazione degli effetti; ne consegue che ogni atto conserva l'efficacia che gli è originariamente propria ed è soggetto al proprio regime di efficacia, validità e utilizzabilità (nella specie, il tribunale ha negato che alle testimonianze e agli esami delle parti assunti avanti al giudice astenutosi o ricusato sia applicabile l'art. 511 comma 2 c.p.p., e ciò in quanto i verbali del dibattimento nei quali viene documentata l'assunzione della prova costituenda che avviene dinanzi al giudice non soggiacciono al regime delle letture e sono direttamente utilizzabili ai fini della decisione, facendo parte del fascicolo d'ufficio a norma dell'art. 515 c.p.p.).
Tribunale Pistoia 27 maggio 1996
Gli art. 503 (che prevede la facoltà delle parti di operare la contestazione del contenuto della disposizione soltanto se sui fatti e le circostanze l'imputato abbia già deposto), 513 (che prevede la lettura dei verbali delle dichiarazioni rese durante le indagini preliminari o nell'udienza preliminare quando l'imputato non consente all'esame) e 515 c.p.p. (che prevede l'allegazione al fascicolo per il dibattimento degli atti di cui è stata data lettura) non trovano applicazione nel caso dell'imputato che, dopo aver accettato l'esame, rifiuti di sottoporsi al controesame poiché, così facendo, esercita il diritto al silenzio, e perché difettano sia il presupposto per procedere alle contestazioni (consistente nella disponibilità dell'imputato a rispondere), sia il presupposto per effettuare la lettura delle dichiarazioni rese precedentemente al dibattimento (consistente nel rifiuto del mezzo di prova e non di una sola fase di esso come il controesame).
Cassazione penale sez. II 24 aprile 1996
Le dichiarazioni rese da coimputati o da imputati di reato connesso o collegato nel corso delle indagini preliminari sono utilizzabili a fini della decisione e non soltanto per le contestazioni a norma degli art. 503 comma 4, e 500 comma 3 c.p.p. E ciò per il regime di utilizzazione delle dichiarazioni risultanti dalla sentenza costituzionale n. 255/1992, con la quale è stata dichiarata l'illegittimità dell'art. 500 commi 3 e 4 c.p.p., nella parte in cui non prevede l'acquisizione al fascicolo per il dibattimento, se sono state utilizzate per le contestazioni, delle dichiarazioni precedentemente rese e contenute nel fascicolo del p.m., nonché, ex art. 27 l. 11 marzo 1953 n. 87, l'illegittimità dell'art. 2, n. 76, della l. delega, nella parte in cui prevede il potere di allegare nel fascicolo processuale, tra gli atti utilizzati per le contestazioni, solo le sommarie informazioni assunte dalla polizia giudiziaria o dal p.m. nel corso delle perquisizioni ovvero sul luogo e nell'immediatezza del fatto e non anche le dichiarazioni precedentemente rese da testimoni e contenuto nel fascicolo del p.m.; senza contare la "novellazione" apportata al testo dell'art. 500 dall'art. 7 d.l. n. 306/1992, e soprattutto, ai commi 4, 5 e 6 di tale articolo, ove è previsto un complesso regime di utilizzazione a fini di prova delle dichiarazioni di cui le parti si sono servite per le contestazioni. Inoltre, a norma dell'art. 513 c.p.p., quale risultante a seguito della già ricordata sentenza costituzionale n. 254/1992, l'ipotesi del coimputato che rifiuti di rendere dichiarazioni è stata inserita nel sistema speciale disciplinato dall'art. 513 comma 1 c.p.p., che concerne il potere del giudice di disporre la lettura (a cui consegue l'allegazione al fascicolo per il dibattimento, ex art. 515 c.p.p.) delle dichiarazioni rese fuori del dibattimento dai soggetti indicati dall'art. 210 c.p.p. Poiché, poi, come ha osservato la Corte costituzionale nella sentenza adesso ricordata, la disciplina risultante dalla parziale dichiarazione d'illegittimità implica che gli imputati in procedimento connesso "hanno la possibilità di sottrarsi, in tutto o in parte, all'esame, così determinando, nel caso in cui avessero reso precedenti dichiarazioni, quel tipo di situazione che lo stesso legislatore delegato ha inteso qualificare come un'ipotesi di impossibilità sopravvenuta dell'atto", il regime di utilizzazione degli atti è quello predisposto dagli art. 238 e 511 bis e non quello enucleato dagli art. 500 e 503, con conseguente utilizzabilità di tali atti a fini di prova, a norma dell'art. 526 comma 1 c.p.p.
Cassazione penale sez. VI 12 maggio 1995 n. 9320
Dal contesto storicizzato del regime di utilizzazione delle dichiarazioni, quale emerge dalla sentenza costituzionale n. 255 del 1992, con la quale è stata dichiarata l'illegittimità dell'art. 500, comma 3, c.p.p. e del comma 4 dello stesso articolo, nella parte in cui non prevede l'acquisizione nel fascicolo per il dibattimento, se sono state utilizzate per le contestazioni, delle dichiarazioni precedentemente rese e contenute nel fascicolo del p.m., nonché, ex art. 27 della l. 11 marzo 1953 n. 87, l'illegittimità dell'art. 2, n. 76, della legge-delega, nella parte in cui prevede il potere di allegare nel fascicolo processuale, tra gli atti utilizzati per le contestazioni, solo le sommarie informazioni assunte dalla polizia giudiziaria o dal p.m. nel corso delle perquisizioni ovvero sul luogo e nell'immediatezza del fatto, e non anche le dichiarazioni precedentemente rese da testimoni e contenute nel fascicolo del p.m. e dalla "novellazione" apportata al testo dell'art. 500 dall'art. 7 del. d.l. 8 giugno 1992 n. 306, conv. dalla l. 7 agosto 1992 n. 356, e soprattutto, al comma 4, 5 e 6 di tale articolo, ove è previsto un complesso regime di utilizzazione a fini di prova delle dichiarazioni di cui le parti si sono servite per le contestazioni ed, ancora dal precetto dell'art. 513 c.p.p., quale risultante a seguito della sentenza costituzionale n. 254 del 1992, che ha dichiarato illegittimo il comma 2 di tale articolo, laddove non prevede che il giudice, sentite le parti, dispone la lettura dei verbali delle dichiarazioni di cui al comma 1 del medesimo articolo rese dalle persone indicate dall'art. 210, qualora queste si avvalgano della facoltà di non rispondere, discende che l'ipotesi del coimputato che rifiuti di rendere le dichiarazioni è stata inserita nel sistema "speciale" disciplinata dall'art. 513, comma 1, che concerne il potere del giudice di disporre la lettura (a cui consegue l'allegazione al fascicolo per dibattimento, ex art. 515 c.p.p.) delle dichiarazioni rese fuori dal dibattimento dai coimputati.

References: Art. 515
 art. 495
 art. 503
 art. 503
 sentenza 
 art. 27
 sentenza 
 art. 515
 sentenza 
 art. 238
 art. 500
 sentenza 
 art. 27
 sentenza 
 art. 515