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Timestamp: 2019-05-24 02:47:33+00:00

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L’integrazione salariale attraverso i fondi di solidarietà [E. Massi] - Generazione Vincente SpA | Agenzia per il lavoro
L’integrazione salariale attraverso i fondi di solidarietà [E. Massi]
27/08/2015 Eufranio Massi 11363
La legge n. 183/2014 all’art. 1, comma 2, lettera a, punto 7, ha fornito all’ Esecutivo la delega per una revisione dei fondi di solidarietà introdotti dall’ art. 3 della legge n. 92/2012 che, fino ad oggi, per una serie di problemi, hanno avuto “vita grama”. Essi sono nati, essenzialmente, con lo scopo di definire forme di integrazione del reddito in costanza di rapporto di lavoro laddove, in presenza di crisi, non trova applicazione la normativa sulla integrazione salariale ordinaria e straordinaria: tutto questo anche in un’ottica di superamento di forme integrative che per certi versi (v. la cassa in deroga) sono state a carico della fiscalità generale e per altri (v. i contratti di solidarietà ex art. 5 della legge n. 236/1993, destinati a scomparire dal prossimo 1° luglio) a carico del fondo per l’occupazione, con una serie di risorse tratte annualmente dallo stesso.
La legge “Fornero” aveva previsto date certe per l’entrata in vigore, date poi, per effetto di provvedimenti successivi, “spostate in avanti”, ma il quadro attuale mostra pochi accordi collettivi finalizzati alla loro istituzione.
Ma cosa prevede il sistema della legge n. 92 ? Esso ipotizza:
la costituzione di fondi di solidarietà di natura bilaterale presso l’INPS, a seguito di accordi tra le organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative, recepiti in D.M. interministeriali tra Lavoro ed Economia;
in alternativa, adeguamento dei fondi esistenti in quei settori ove, da tempo, opera il sistema della bilateralità (come, ad esempio, nell’artigianato). In questo caso il Decreto interministeriale, stabilisce i requisiti di professionalità e di onorabilità dei soggetti preposti alla gestione, i criteri ed i requisiti per la contabilità, dopo che, nell’iter procedimentale, sia stato acquisito il parere delle organizzazioni stipulanti (art. 3, comma 14, della legge n. 92/2012);
adeguamento alla nuova normativa dei fondi che già operano sulla base di altre disposizioni come ad esempio, il credito, le assicurazioni, le ferrovie, le poste, il trasporto aereo ed i servizi esattoriali;
un fondo di solidarietà residuale (art. 3, comma 19, della legge n. 92/2012) per datori di lavoro con un organico superiore alle 15 unità, non coperti da alcuna normativa sulla integrazione salariale nei cui settori non siano stati siglati accordi volti alla attivazione di un fondo: esso è istituito con Decreto “concertato” tra Lavoro ed Economia.
Su questo quadro di riferimento, sinteticamente riassunto, interviene il Decreto Legislativo di riforma degli ammortizzatori sociali con una serie di disposizioni contenute nel Titolo II: la riflessione che segue, viene effettuata sul testo inviato alle Camere per il parere: la versione definitiva che dovrebbe uscire in Gazzetta Ufficiale nel prossimo mese di settembre, potrebbe prevedere alcuni cambiamenti.
L’esame delle nuove disposizioni non può che partire dall’art. 26 il quale conferma la previsione dell’art. 3, comma 4, della legge n. 92/2012, affermando che, nell’ottica di assicurare forme di sostegno del reddito nei settori “non coperti” dalla integrazione salariale, le associazioni sindacali dei datori e dei lavoratori comparativamente più rappresentative a livello nazionale, sono tenute a stipulare accordi anche, intersettoriali: le forme integrative, legate a riduzione o sospensione dell’attività lavorativa, interverranno per le causali previste dal Decreto Legislativo in materia di integrazione ordinaria e straordinaria (causali transitorie come per la CIGO, riorganizzazione, crisi aziendale, con continuazione dell’attività, contratti di solidarietà).
Il comma 2 ripete che ciascun Fondo è costituito presso l’INPS, con D.M. “concertato” tra Lavoro ed Economia che dovrebbe “vedere la luce” nei 90 giorni successivi al raggiungimento dell’accordo.
Ma cosa prevederà il provvedimento ministeriale?
E’ chiaro che esso avrà, come riferimento, l’accordo collettivo raggiunto il quale potrà prevedere anche la confluenza dell’eventuale Fondo interprofessionale ex art. 118 della legge n. 388/2000 (comma 11), e, sulla base di questo determinerà:
l’ambito di applicazione del Fondo con riferimento al settore;
natura giuridica dei datori di lavoro;
classe di ampiezza dei datori di lavoro, con verifica del superamento della soglia dimensionale fissata per la partecipazione al fondo, con cadenza mensile avendo quale parametro di riferimento la media del semestre precedente.
Le parti sociali (comma 3) possono apportare, con un accordo successivo, modifiche agli atti costitutivi che, tuttavia, debbono essere, in un certo senso, “validate” attraverso un provvedimento “concertato” con decreto direttoriale tra Lavoro ed Economia, sulla base di una proposta del comitato amministratore che gestisce il Fondo, qualora i “cambiamenti” riguardino le prestazioni o la misura delle aliquote.
Il comma 5 sancisce che i Fondi non hanno personalità giuridica e costituiscono gestioni dell’INPS che provvede anche a determinare gli oneri di amministrazione attraverso un regolamento di contabilità.
Un comma fondamentale è il 7, atteso che il Legislatore delegato afferma che l’istituzione è obbligatoria per tutti i settori che non rientrano nel normale campo di applicazione della integrazione salariale ordinaria e straordinaria, per tutte le aziende che, mediamente, occupano più di 5 dipendenti, compresi gli apprendisti (la legge n. 92/2012 aveva la soglia fissata a “più di 15 dipendenti”). Tutti i dipendenti sono destinatari degli interventi con la sola eccezione dei dirigenti, se non espressamente indicato.
Con i commi successivi si dettano alcune disposizioni operative che possono così sintetizzarsi:
i Fondi già costituiti che, secondo la legge n. 92/2012 avevano la soglia dimensionale a 15 unità, debbono adeguarsi entro il 31 dicembre 2015;
il mancato adeguamento comporterà, “di diritto”, il trasferimento dei datori di lavoro che occupano mediamente più di 5 dipendenti al Fondo di integrazione salariale (art. 29) ed i contributi già versati o dovuti ai Fondi di solidarietà già costituiti confluiscono al predetto Fondo.
Ma le finalità perseguibili dai Fondi di solidarietà si debbono fermare ad assicurare una tutela in costanza di rapporto di lavoro, oppure possono perseguire anche altri scopi?
La risposta la fornisce il comma 9 il quale afferma che:
possono assicurare ai lavoratori una tutela integrativa rispetto sia alla NASpI o ad altra indennità dovuta per la perdita del posto di lavoro, che ai trattamenti di integrazione salariali previsti per legge;
possono prevedere emolumenti straordinari per il sostegno del reddito all’interno dei processi di incentivo all’esodo in favore dei lavoratori che raggiungono i requisiti per il pensionamento di vecchiaia nei 5 anni successivi: si potrebbe pensare a forme integrative all’interno della procedura individuata dall’art. 4, commi da 1 a 7 – ter, della legge n. 92/2012;
possono contribuire al finanziamento di programmi di riconversione o riqualificazione professionale, anche con il supporto di fondi nazionali e comunitari.
I temi appena citati sono abbastanza vasti e meritevoli di particolare approfondimento se il Legislatore delegato ha pensato che anche i settori già coperti “per legge” dalle disposizioni sulla integrazione salariale, possono istituire Fondi per tali specifici obiettivi.
Fondi di solidarietà bilaterali alternativi
La materia trattata dall’art. 27 era già stata oggetto di attenzione nel 2012, attraverso l’art. 3, comma 14, della legge n. 92: ora viene prevista una nuova disciplina alternativa al modello ipotizzato con l’art. 26.
I destinatari sono quei settori ove sono consolidati, da tempo, sistemi di bilateralità e vi sono specifiche esigenze: ebbene, se, alla data di entrata in vigore del Decreto Legislativo le parti sociali firmatarie hanno adeguato le fonti normative ed istitutive dei Fondi bilaterali o di quelli interprofessionali alle finalità perseguite dall’art. 26, con la previsione di tutele reddituali in caso di riduzione o sospensione dell’attività lavorativa, correlate alle caratteristiche dei settori interessati, trovano applicazione alcune disposizioni speciali che vengono esplicitate nei commi successivi.
Essi debbono assicurare, adeguandosi entro il 31 dicembre 2015, almeno una di queste prestazioni:
un assegno di durata e misura pari all’assegno ordinario ex art. 30 che è almeno uguale all’integrazione salariale e la cui durata, in un biennio mobile, non può essere inferiore alle 13 settimane e non superiore, secondo la causale, alle durate massime previste di 52 settimane per l’integrazione ordinaria (art. 12) e 12 o 24, secondo la causale straordinaria invocata (art. 22), entro il limite della durata massima di 24 mesi nel quinquennio mobile (art. 4, comma 1);
l’assegno di solidarietà previsto dall’art. 31 con eventuale limitazione del periodo massimo non inferiore a 26 settimane in un biennio mobile.
Se l’adeguamento non avverrà entro la fine dell’anno, i datori di lavoro che, mediamente, occupano più di 5 dipendenti e che aderiscono a detti Fondi, confluiscono nel Fondo di integrazione salariale (art. 29) a partire dal 1° gennaio 2016 e potranno richiedere le prestazioni a far data dal 1° luglio successivo (data in cui cesseranno i contratti di solidarietà difensivi ex art. 5, commi 5, 7 e 8, della legge n. 236/1993).
E’ compito degli accordi collettivi definire una serie di misure: il Legislatore delegato afferma soltanto l’esistenza di taluni limiti:
aliquota complessiva di contribuzione ordinaria: non può essere inferiore allo 0,45% della retribuzione imponibile ai fini previdenziali a partire dal 1° gennaio 2016 e la ripartizione tra datore e lavoratore deve essere definita entro il prossimo 31 dicembre. In difetto di accordo, i datori con un organico medio superiore alle 5 unità, confluiscono nel Fondo di integrazione salariale e dal 1° luglio 2016 possono chiedere le prestazioni per eventi di sospensione o riduzione di orario;
tipologie delle prestazioni: esse vanno definite secondo le disponibilità di ogni Fondo di solidarietà bilaterale;
adeguamento dell’aliquota: esso può verificarsi in relazione sia all’andamento della gestione che alla rideterminazione delle prestazioni, in un’ottica che tiene conto degli sviluppi del settore e degli equilibri finanziari del Fondo;
fondo interprofessionale: se esistente, si può far confluire nel Fondo di solidarietà parte del contributo previsto;
criteri e requisiti gestionali: vanno attentamente individuati e focalizzati.
Attraverso il comma 7 il Legislatore delegato, in un’ottica di tutela universalistica, stabilisce che con un D.M. del Ministro del Lavoro, sentite le parti contraenti, possa dettare disposizioni volte a disciplinare:
criteri di garanzia per la sostenibilità dei Fondi;
requisiti di professionalità ed onorabilità dei gestori dei Fondi;
criteri e requisiti per la contabilità;
modalità volte a rafforzare il controllo sulla corretta gestione ed il monitoraggio sull’andamento delle prestazioni, attraverso standard e parametri omogenei.
Già oggetto di specifica normativa attraverso l’art. 3, comma 19, della legge n. 92/2012, il Fondo di solidarietà residuale viene nuovamente disciplinato dall’art. 28 il quale afferma che il Fondo residuale, istituito con decreto n. 79141 del 7 febbraio 2014, “concertato” tra Lavoro ed Economia, operi nei confronti dei settori, tipologie e classi dimensionali superiori ai 15 dipendenti che non rientrano nell’ambito normativo di applicazione della integrazione salariale, nei casi in cui non siano stati costituiti i fondi di solidarietà bilaterali ex art. 26.
L’art. 28 va strettamente correlato al successivo art. 29 in quanto dal 1° gennaio 2016 il Fondo residuale, assume la denominazione di Fondo di integrazione salariale.
Ma, andiamo con ordine, tornando all’art. 28 il quale stabilisce al comma 2 una sorta di norma “relazionale”: qualora gli accordi collettivi per la costituzione dei Fondi di solidarietà alternativi intervengano per datori di lavoro e settori già coperti dal Fondo residuale, dalla data di decorrenza dei nuovi Fondi i datori interessati non sono più sottoposti alla disciplina del Fondo residuale, fatte salve le delibere già intervenute. Tali Fondi debbono prevedere un’aliquota pari ad almeno lo 0,45% calcolato sulla retribuzione imponibile ai fini previdenziali e debbono garantire almeno una delle prestazioni previste (assegno ordinario, assegno di solidarietà). I contributi già versati o dovuti al Fondo residuale, restano di competenza di quest’ultimo.
L’ultimo comma si occupa della gestione del Fondo di solidarietà residuale: essa spetta al comitato amministratore che già era stato previsto dall’art. 3 della legge n. 92/2012: i componenti, in possesso dei requisiti di professionalità ed onorabilità (artt. 37 e 38) sono designati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative a livello nazionale ed, inoltre, ne fanno parte due dirigenti dei Dicasteri del Lavoro e dell’Economia: il tutto, a costo zero (senza compensi, gettoni o rimborsi spese) … continua …
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References: art. 3
 art. 5
 art. 118
 art. 30
 art. 5
 art. 26
 art. 29
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