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Timestamp: 2019-04-20 16:36:53+00:00

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Pio IX - Multis gravissimis
I.	Tutte le cause dei non esenti, le quali appartengono in qualsivoglia modo al foro ecclesiastico, di qualunque genere siano, nel primo giudizio, ossia istanza, debbano essere trattate soltanto dinanzi agli Ordinarii del luogo, né si possano avocare dal loro tribunale, fuorché a titolo di appello o della sentenza interlocutoria, il cui gravame non possa essere riparato con la sentenza definitiva; ovvero siano rimaste dinanzi al tribunale dell’Ordinario, senza essere giudicate o decise, per due anni interi da computarsi dal giorno in cui cominciò la causa, come fu prudentemente stabilito con decreto del Concilio di Trento . Se non si osserverà questa regola, qualunque appello, inibizione o decisione siano nulli di per se stessi e senza nessun valore o forza.
II.	Si appelli dalla sentenza dell’Ordinario al Metropolitano, osservando in tutto la forma prescritta dallo stesso Concilio. Quando il Metropolitano avrà deciso la causa in prima istanza, come giudice del luogo, l’appello si porti dinanzi al Vescovo suffraganeo più anziano nella provincia, come Delegato apostolico. Le sentenze in prima istanza pronunciate dall’Arcivescovo di Catania, che non ha Vescovi suffraganei, si portino in appello all’Arcivescovo di Messina, come Delegato della Sede Apostolica.
III.	Dall’Archimandrita di Messina, che in alcune terre, ossia luoghi di nessuna diocesi della provincia di Messina, esercita la giurisdizione quasi episcopale, si appelli all’Arcivescovo di Messina, come Delegato apostolico.
IV.	Infine, dall’Abate di Santa Lucia, che parimenti esercita la giurisdizione quasi episcopale in una o più terre, o luoghi di nessuna diocesi nella provincia di Messina, si appelli all’Arcivescovo di Messina, come Delegato apostolico.
V.	Con le sopraddette prescrizioni non intendiamo conferire nessun nuovo diritto agli stessi Archimandrita di Messina ed Abate di Santa Lucia.
VI.	La parte che si crederà gravata dalla seconda sentenza del Metropolitano o del Vescovo anziano, o del Delegato, potrà appellarsi a Noi od al Pontefice Romano esistente pro tempore, affinché la causa si decida definitivamente nella Curia romana, secondo il diritto; ovvero, se meglio piacerà alla stessa parte, potrà chiedere che la sentenza definitiva sia affidata ad un giudice ecclesiastico in Sicilia, con lettera apostolica munita delle opportune e necessarie clausole, secondo il diritto.
VII.	Gli Ordinari del luogo si astengano dal trattare in alcun modo, né in prima né in seconda istanza, le cause chiamate maggiori, le quali, secondo le disposizioni del Concilio Tridentino, dei sacri canoni e delle Costituzioni apostoliche, devono essere trattate solo nella Curia romana, o dai giudici che il Romano Pontefice pro tempore delegherà allo scopo; si astengano anche dal privare del diritto di ricorrere alla Sede apostolica in prima o seconda istanza, omesso il tribunale di mezzo anche per le cause minori, le parti che vogliono ricorrervi.
VIII.	Nessuno dei predetti giudici di prima, di seconda ed anche di terza istanza, né alcun altro giudice ecclesiastico di qualsivoglia grado e condizione, ancorché insignito della dignità di Legato a latere, possa mai assolvere, neppure con la coincidenza ed all’effetto solo di operare validamente, chi è incorso nelle censure ecclesiastiche stabilite dalle Costituzioni apostoliche, l’assoluzione delle quali è riservata al Romano Pontefice. Parimenti si astengano tutti i sopraddetti, quando le stesse censure da loro furono dichiarate e promulgate, dall’ingerirsi in alcun modo e dall’esaminare se quelle censure siano valide o nulle, giuste od ingiuste; questo esame appartiene solo al Romano Pontefice, come è provato e manifesto.
IX.	Del resto gli Arcivescovi, i Vescovi e gli altri giudici Ordinari, o delegati a giudicare le cause o da delegarsi, anche negli appelli devono interamente uniformarsi ai sacri canoni, al Concilio Tridentino, alle Costituzioni apostoliche e principalmente al Decreto della felice memoria di Clemente VIII Nostro Predecessore, in data 16 ottobre 1600, il quale comincia Ad tollendas, ed alla Costituzione di Benedetto XIV Nostro Predecessore di felice memoria, la quale comincia Ad militantis Ecclesiae del 29 marzo 1742.
X.	Le sospensioni che, ex informata conscientia, sogliono infliggere gli Ordinarii non si possono considerare come causa da trattarsi in giudizio; perciò coloro che furono sottoposti a queste sospensioni potranno solo presentare preghiere al Sommo Pontefice, senza che i suddetti giudici possano in nessun modo immischiarsi in tali cose.
XI.	Nelle cause di nullità del matrimonio comandiamo che si osservi la Costituzione di Benedetto XIV Nostro Predecessore, del 3 novembre 1741, la quale comincia Dei miseratione. Le prescrizioni poi che si devono osservare diligentemente sono compendiate nei seguenti articoli:
XII.	Riguardo ai Regolari ed alle loro cause, con la presente lettera non si concede nessuna facoltà agli Arcivescovi e ai Vescovi, che potranno esercitare, a riguardo di quelli e delle loro cause, soltanto quella autorità che dai sacri canoni, dal Concilio di Trento e dalle Costituzioni apostoliche compete realmente agli Ordinari. Per la qual cosa gli stessi Ordinari non potranno in nessun modo oltrepassare i limiti prescritti dal diritto; né impedire ai Superiori degli Ordini regolari di procedere ed esercitare liberamente l’autorità e la propria giurisdizione a norma e secondo le prescrizioni delle speciali Costituzioni di ciascun Ordine religioso: in caso contrario le sentenze pronunciate dagli Arcivescovi e dai Vescovi e tutti gli altri atti da loro compiuti siano del tutto nulli e vani.
XIII.	Per provvedere ai Regolari che vogliono promuovere la causa della nullità della loro professione religiosa, nonostante la Costituzione di Benedetto XIV del 4 marzo 1747 che comincia Si datum, comandiamo che si osservi quanto segue: Se qualcuno, dopo il quinquennio, da contarsi secondo il prescritto del Concilio di Trento, vuole incominciare la causa per la restituzione in integro, dovrà porgerne supplica alla Sede Apostolica. Se poscia, dalle informazioni che sopra tale cosa avrà creduto di prendere, il Sommo Pontefice conoscerà che la supplica contiene giusti argomenti, designerà per i singoli casi in Sicilia uno o più Vescovi, cui rinvierà la domanda, affinché trattino la causa a termini di diritto, la decidano e dettino la sentenza, la quale sarà definitiva, inappellabile. Se deciderà che vi è materia per la restituzione in integro, ovvero se qualcuno nel quinquennio vuole fare causa per la nullità della professione religiosa, se ne comincerà il processo dinanzi all’Ordinario del luogo ed al Superiore regolare, che sarà giudice assessore con lo stesso Ordinario. L’Ordinario avrà sempre diritto di rimandare questa causa al suo Tribunale, composto del Vicario generale e di altre persone ecclesiastiche, tra le quali siederà giudice anche il Superiore regolare; questo Tribunale sarà composto di un numero dispari di giudici, tutti con voto deliberativo. La decisione presa dall’Ordinario in questo modo, sia favorevole sia contraria alla validità della professione religiosa, dovrà essere sottoposta ad una revisione per avere due decisioni conformi. L’Ordinario quindi comunicherà la sua sentenza alla Sede Apostolica, affinché il Sommo Pontefice scelga uno o più Vescovi, come sopra, per rivedere la causa, e vi aggiunga un giudice regolare, se gli pare opportuno. Se la seconda sentenza è contraria alla prima, vogliamo una nuova revisione e perciò la seconda sentenza dovrà essere comunicata alla Santa Sede, affinché si finisca la causa nella Curia romana a termini di diritto, o, se la parte lo chiede, il Sommo Pontefice scelga un altro od altri Vescovi per la terza revisione, e la terza sentenza, come sopra, si comunichi alla Sede Apostolica. Dopo due sentenze per la nullità, se il difensore delle professioni religiose, come fu detto sopra nelle cause matrimoniali, non crederà di dovere appellarsene, allora la persona religiosa, come non legata da alcun voto, potrà uscire dal monastero; ma se dopo una sola sentenza di nullità, pendente od omessa la seconda revisione, oserà uscire di monastero, abbandonare l’Ordine religioso e l’abito proprio, incorrerà in tutte le pene stabilite dai canoni contro gli apostati, e verrà giudicata sempre legata dai voti religiosi.
1. Il decreto del Concilio di Trento comprende anche le monache.
XIV.	Desiderando ardentemente di provvedere all’utilità ed al comodo dei Siciliani, concediamo a tutti gli Arcivescovi, ai Vescovi ed agli altri Ordinari sprovvisti di diocesi che si trovano in Sicilia, ed anche ai Vicari capitolari canonicamente eletti, la speciale facoltà di dare dispense matrimoniali nel terzo e quarto grado di consanguineità ed affinità, sia semplice, doppio o misto, purché non tocchi il primo grado e purché esista una causa canonica e la dispensa venga concessa del tutto gratuitamente, senza ricevere il più piccolo emolumento, e sia solo in favore di coloro che sono veramente poveri; vogliamo però e comandiamo che nelle singole dispense sia fatta sempre espressa menzione di questa speciale facoltà apostolica. Parimenti vogliamo che s’intenda concessa questa facoltà di dare dispense matrimoniali, in modo tale che nessuno possa mai interpretarla come un impedimento ai fedeli siciliani di ricorrere direttamente, se così loro piace, a questa Apostolica Sede per ottenere le suddette dispense.
XV.	Infine dichiariamo che tanto le facoltà di dare le dispense matrimoniali, quanto le altre concessioni apostoliche sopra riferite, devono durare solo per un decennio, dal giorno in cui la presente, data sotto l’anello del Pescatore, sarà pubblicata. Ciò, nonostante, per quanto sia necessario, l’unica dieta della felice memoria di Bonifacio VIII Nostro Predecessore, e le due diete del Concilio generale, sicché, in forza della presente, chiunque possa essere tratto in giudizio, anche dopo due o più diete o giorni; e nonostante le altre Costituzioni ed ordinazioni apostoliche, come pure tutte e singole le cose che nella Nostra Costituzione in data odierna abbiamo voluto non mostrare, ancorché degne di speciale ed individuale menzione, nonostante tutte le altre cose contrarie.

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