Source: https://www.laleggepertutti.it/89327_quando-il-genitore-non-e-responsabile-per-i-danni-del-figlio
Timestamp: 2018-08-21 13:44:18+00:00

Document:
Quando il genitore non è responsabile per i danni del figlio
Responsabilità e risarcimento del danno per fatto dei minori: la prova dell’educazione equivale alla dimostrazione di non aver potuto impedire il fatto.
Se i figli rompono, sono i genitori a pagare per conto loro. Un antico adagio che trova conferma nel nostro codice civile [1]; e questo perché padre e madre hanno l’obbligo di vigilare sui propri minori, con la conseguenza di dover risarcire i danni da essi prodotti. Responsabilità che viene meno non appena questi diventano maggiorenni.
L’obbligo di risarcimento decade, però, anche in un’altra ipotesi: se i genitori dimostrano di “non aver potuto impedire il fatto”: dizione, quest’ultima, per come usata dalla legge, che non chiarisce cosa ci si debba inventare per evitare di sborsare i soldi. Un chiarimento viene fornito da una recente sentenza [2] del Tribunale di L’Aquila: la responsabilità dei genitori per i danni prodotti dai figli minorenni – si legge nel provvedimento in questione – può essere superata dalla dimostrazione di aver fornito loro una “educazione adeguata”.
L’esempio tipico, quasi fumettistico, è quello della pallonata che rompe il vetro di un edificio. Ma ben potrebbe parlarsi di un danno provocato durante l’ora di educazione fisica o della scottatura per l’uso imprudente di un petardo, ecc.
La responsabilità del minore
Anche se il minore, benché l’età giovane, sia pienamente capace di intendere e volere, sussiste sempre la responsabilità anche in capo ai genitori ovvero agli insegnanti.
Tuttavia, se si riesce a fornire la prova che i genitori abbiano impartito un’educazione consona alle proprie condizioni sociali e familiari, ed esercitato una vigilanza adeguata all’età e finalizzata a correggere comportamenti non corretti, allora si può escludere la responsabilità del padre e della madre. Ovviamente parliamo solo di responsabilità civile ossia per i danni prodotti. Quella penale resta sempre personale e, nel caso di minore, c’è una causa di non imputabilità.
A tal fine – prosegue la sentenza rifacendosi alla Cassazione [3] – non occorre che i genitori provino la propria costante ed ininterrotta presenza fisica accanto al figlio quando risultino correttamente impostati i rapporti del minore con l’ambiente extrafamiliare.
A maggior ragione, quando il fatto in sé non denota una cattiva educazione, ma piuttosto una immaturità ovvero una imprudenza, dovuta probabilmente anche al contesto (per es.: una pausa ricreativa nell’ambito di un’assemblea di classe), è più facile per i genitori andare esenti da colpa e dal risarcimento.
Come dare la dimostrazione che il ragazzo è “seguitissimo” dai genitori? Di certo con la prova per testimoni. Questi potranno dichiarare al giudice che il giovane riceve, in continuazione, consigli e direttive da padre e madre sul comportamento sociale e collettivo. Una prova che, per la sentenza in commento, viene ritenuta sufficiente.
[2] Trib. L’Aquila, sent. n. 86 del 27.01.2015.
[3] Cass. sent. n. 4481/2001.
Autore immagine: Myo Han Htun tribute to Ugly Kid Joe Band in www. myohantun .com
Il Giudice, Dr.ssa Maria Carmela Magarò, ha emesso la seguente
Nella causa civile iscritta al n. 338 del ruolo generale affari contenziosi dell’anno 2006 e rimessa in decisione all’udienza del 3.11.14, vertente
FI.FE., elettivamente domiciliato in L’Aquila, loc. Monticchio, via (…), presso lo studio dell’Avv.to So.Gi., rappresentato e difeso dall’Avv.to An.Di. che lo rappresenta e difende in virtù di delega a margine della citazione.
DE.DA., DE.DO., DI.AN., elettivamente domiciliati in L’Aquila, via (…), presso lo studio dell’Avv.to Lo.Di., che li rappresenta e difende in virtù di delega in calce alla citazione notificata.
PARTE CONVENUTA E
Istituto Tecnico Industriale Statale “Am.” elettivamente domiciliato in L’Aquila, Portici (…), presso gli uffici dell’Avvocatura Distrettuale dello Stato che lo rappresenta e difende per legge.
MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE, elettivamente domiciliati in L’Aquila, Portici di S. Bernardino n. 3, presso gli uffici dell’Avvocatura Distrettuale dello Stato che lo rappresenta e difende per legge.
TERZO CHIAMATO E
SOCIETÀ RE., elettivamente domiciliata in L’Aquila, via (…), presso lo studio dell’Avv.to Fr.Ba., che la rappresenta e difende unitamente all’avv.to Pa.Ba. in virtù di delega in calce alla copia notificata della citazione.
OGGETTO: risarcimento danni da infortunio scolastico. RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE
Con atto di citazione ritualmente notificato Fi.Fe. esponeva che il giorno 25.2.05 nel corso di un’assemblea di classe all’interno del laboratorio di chimica dell’IT. “Am.”, l’alunno De.Da.e spruzzava verso di lui una pipetta contenente sostanza ustionante provocandogli lesioni sul viso e sul collo. Deduceva inoltre che vi era stata sentenza penale di condanna emessa dal Tribunale di L’Aquila il 9.6.05 a carico di Lu.Sa. ed El.Ma., il primo perché, quale insegnante della classe dell’attore, aveva lasciato gli alunni privi di vigilanza, il secondo, in qualità di facente funzioni del dirigente scolastico, per avere dato l’autorizzazione allo svolgimento dell’assemblea in un luogo inidoneo come il laboratorio di chimica. Conveniva, inoltre, in giudizio Da.De. e i genitori Do.De. e An.Di. ritenendo la responsabilità del primo ex art. 2043 c.c. e dei genitori ex art. 2048 c.c., nonché l’IT. “Am.” ex art. 2048 c.c., chiedendone la condanna in solido al risarcimento dei danni sofferti quantificati in Euro 100.233,41, con vittoria di spese da distrarsi a favore del difensore.
Si costituivano in giudizio Da.De., Do.De. e An.Di. chiedendo il rigetto della domanda attrice in quanto Da.De. all’epoca dei fatti era minorenne con la conseguenza che dovrebbe ritenersi sussistere solo la responsabilità dell’istituto scolastico ex art. 2048 e non quella personale del minore ex art. 2043 c.c.. Rilevavano inoltre la sussistenza di un concorso di colpa con l’attore avendo questi partecipato al gioco con le pipette, chiedendo quindi in caso di condanna la riduzione della misura di responsabilità riconosciuta al medesimo. Escludevano poi qualsiasi responsabilità per culpa in educando dei genitori. Infine, chiamavano in giudizio il Ministero dell’Istruzione sul presupposto che la legittimazione passiva spettasse al medesimo e non all’istituto scolastico.
Si costituivano in giudizio il Ministero dell’Istruzione e l’IT. rilevando la legittimazione passiva esclusiva del Ministero e chiedendo il rigetto della domanda anche in considerazione della circostanza che l’obbligo di vigilanza subisce quantomeno un’attenuazione in presenza di alunni di 17 – 18 anni. Chiamava comunque in giudizio in manleva la Soc. Re.
Si costituiva in giudizio la Soc. Re. rilevando l’inoperatività della garanzia in quanto l’illecito non era riconducibile all’attività scolastica ma ad una “bravata” di un alunno e rilevando comunque l’esorbitanza della quantificazione del danno effettuata dall’attore.
Instaurato il contraddittorio, esperito l’interrogatorio formale dell’attore, escussi i testi indotti, espletata C.T.U., venivano precisate le conclusioni quindi la causa veniva rimessa in decisione.
Preliminarmente deve essere accolta l’eccezione di difetto di legittimazione passiva dell’Istituto scolastico Am.. Occorre precisare, infatti, che l’art. 61 l. 11.7.1980 n. 312 stabilisce espressamente che l’amministrazione si surroga al personale “nelle responsabilità civili derivanti da azioni giudiziarie promosse da terzi”. La stessa norma, inoltre, limita la responsabilità patrimoniale degli insegnanti, nel caso di danni dovuti a comportamenti degli alunni sottoposti a vigilanza, ai soli casi di dolo e colpa grave (Cass. sent. n. 2839 dell’11.2.2005; sent. n. 17195 del 4.12.02). Giova precisare, al riguardo che anche ai sensi dell’art. 28 Cost. il personale docente si trova in rapporto organico con la stessa amministrazione statale e non con il singolo istituto scolastico che costituisce
mera articolazione periferica della prima, come tale prima di personalità giuridica in quanto dotata solo di autonomia gestionale ed amministrativa, ciò anche a seguito del D.P.R. 8 marzo 1999 n. 275 (ex multis Cass. Sez. 3, sent. n. 19158 del 06/11/2012).
Per quanto riguarda la domanda rivolta nei confronti di Da.De. occorre precisare che questi all’epoca dei fatti era minorenne. Con riferimento all’illecito commesso dal minore il codice civile, a differenza di quello penale, non prevede un’automatica esclusione di responsabilità demandando al giudice l’accertamento dell’effettiva sussistenza della capacità di intendere e volere. Solo ove si accerti l’assenza di tale capacità troverà applicazione l’art. 2047 c.c. che pone l’obbligo di risarcimento a carico del soggetto tenuto alla sorveglianza sul minore. Al riguardo la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che “ai fini di cui all’art. 2047 cod. civ., per affermare o escludere la capacità di intendere e di volere di un minore d’età, autore di un fatto illecito, il giudice di merito non è tenuto a compiere una indagine tecnica di tipo psicologico quando le modalità del fatto e l’età del minore siano tali da autorizzare una conclusione in un senso o nell’altro” (Cass. sez. 3, sent. n. 23464 del 19/11/2010).
Orbene nella fattispecie in oggetto si tratta di alunni della seconda classe di un istituto secondario superiore di età quindi compresa fra i 15 e i 17 anni in capo ai quali, tenuto conto dell’età, del percorso di studi svolto, può, in base a criteri presuntivi, ritenersi sussistere una capacità di intendere e volere ed una certa maturità. Peraltro, l’incidente per cui è causa si è verificato a causa di un “gioco” posto in essere da alcuni alunni con alcune “pipette” presenti nel laboratorio di chimica. Ebbene si può ragionevolmente ritenere che un ragazzo di 15 – 16 anni abbia la capacità di rendersi conto che all’interno di un laboratorio di chimica possono rinvenirsi sostanze altamente pericolose che richiedono una particolare cautela nell’utilizzo.
La responsabilità di De.Da. dovrà quindi essere inquadrata nell’ambito dello schema generale di cui all’art. 2043 c.c. Quanto alla sussistenza dei presupposti della responsabilità aquilana dall’istruttoria svolta e dalla documentazione prodotta dalle parti è emerso che il giorno 25.2.03 mentre si svolgeva un’assemblea della classe 2 D all’interno del laboratorio di chimica, alcuni alunni giocavano con alcune pipette presenti all’interno del laboratorio. Orbene alcuni testi hanno dichiarato che le pipette erano rinvenute sul bancone centrale, erano vuote e venivano riempite con l’acqua attraverso un rubinetto e che il Fi. aveva per primo spruzzato il contenuto di una di queste pipette al De., il quale quindi ne aveva presa un’altra, l’aveva riempita con acqua e l’aveva spruzzata verso il Fi. (cfr. teste Pa.Fr.), altri (teste Po.An. e Mi.Se.) che la pipetta utilizzata dal De. era custodita all’interno di un raccoglitore contenente recipienti con sostanze nocive (ammoniaca, acido nitrico, cloridrico solforico). Peraltro lo stesso Fr. ha riferito di non aver assistito direttamente al fatto e di non aver “seguito tutti i movimenti del De.” non potendo dunque escludere che la pipetta utilizzata fosse stata prelevata all’interno della “cappa”. Tale ricostruzione, inoltre, trova conferma anche nelle relazioni sull’infortunio redatte nell’immediatezza del fatto da alcuni compagni di classe delle parti (cfr. all. 6 fasc. Re. ass.ni). In particolare nella relazione redatta dagli alunni Pa.Da. ed altri, si afferma che la pipetta veniva prelevata dal De. all’interno della cappa aspirante, dove secondo le dichiarazioni dei testi escussi venivano usualmente custodite le sostanze nocive. Riguardo a tale documento deve essere respinta l’eccezione dei convenuti di inutilizzabilità in quanto non vi è prova della costrizione psicologica sui minori da parte degli insegnanti asseritamente presenti alla redazione del documento, in ordine alla determinazione del contenuto dello stesso e dell'”autoaccusa” del De. Peraltro i testi escussi in giudizio (Po. e Se.) hanno confermato tale dinamica dei fatti. Dopo essere stato spruzzato con il liquido, il Fi. iniziava ad avvertire bruciore sul viso e sul collo, sicché avvertito l’insegnante e praticate le prime cure, veniva trasportato al pronto soccorso dove gli veniva diagnosticata una “ustione chimica del collo versante destro. Si nota lesione di terzo grado sul collo della grandezza di circa 3 cm per 1 cm ad arco e sulla zona molare un tratto di cute disepitelizzato come per ustione di 2 grado. Le due lesioni sono unite da eritema di 1 grado” (cfr. referto di
consulenza del Pronto Soccorso della ASL n. 4 di L’Aquila del 25.2.03 all. 1 fasc. attore). Deve quindi ritenersi che la pipetta utilizzata dal De. non fosse vuota ma vi fosse all’interno una sostanza ustionante, che seppure mescolata con l’acqua in seguito inserita dallo stesso De., ha mantenuto la sua potenzialità nociva provocando all’attore il danno lamentato. Peraltro, dagli elementi raccolti, oltre alla evidente prova del danno e del nesso di causalità con il comportamento del convenuto, deve ritenersi pure sussistere la colpa del medesimo, il quale prelevava, nel contesto di un gioco pericoloso, per il luogo ove si svolgeva e gli oggetti utilizzati, cui lo stesso aveva preso parte volontariamente, un contagocce all’interno di un recipiente nel quale venivano custodite sostanze pericolose.
Alla luce di tali elementi, quindi, può ritenersi raggiunta anche la prova della colpa del De. E’ infatti evidente l’imprudenza di quest’ultimo il quale utilizzava, in maniera sconsiderata, oggetti potenzialmente pericolosi tra l’altro senza assicurarsi dell’assenza di sostanze nocive all’interno ovvero senza neutralizzarne le potenzialità nocive (es. lavandolo).
Il riconoscimento della capacità di intendere e volere del minore e, quindi, della responsabilità del medesimo non preclude in astratto il riconoscimento di una responsabilità anche in capo ai genitori ovvero agli insegnanti ex art. 2048 c.c. ovvero un concorso di responsabilità di costoro (Cass. Sez. 3, sent. n. 8263 del 13/09/1996). Tuttavia, nel caso di specie deve essere esclusa la responsabilità dei genitori ex art. 2048 c.c. per culpa in educando. Tale norma pone una presunzione di responsabilità dei genitori per gli illeciti compiuti dal minore, che può essere vinta attraverso la prova liberatoria “di aver impartito al minore un’educazione consona alle proprie condizioni sociali e familiari, anche di aver esercitato sullo stesso una vigilanza adeguata all’età e finalizzata a correggere comportamenti non corretti e, quindi, meritevoli di un’ulteriore o diversa opera educativa. A tal fine non occorre che i genitori provino la propria costante ed ininterrotta presenza fisica accanto al figlio – ricadendosi, altrimenti, nell’obbligo di sorveglianza che l’art. 2047 cod. civ. impone ai genitori di minore incapace – quando per l’educazione impartita, per l’età del figlio e per l’ambiente in cui egli viene lasciato libero di muoversi, risultino correttamente impostati i rapporti del minore con l’ambiente extrafamiliare, facendo ragionevolmente presumere che tali rapporti non possano costituire fonte di pericoli per sé e per i terzi” (Cass. sez. 3, sent. n. 4481 del 28/03/2001).
In tale direzione si pone innanzitutto un elemento presuntivo dedotto dalle modalità del fatto che denota non una cattiva educazione del De., ma piuttosto una immaturità ovvero una imprudenza del medesimo, dovuta probabilmente anche al contesto nel quale si sono svolti i fatti (una pausa ricreativo nell’ambito di un’assemblea di classe in assenza degli insegnanti). D’altra parte giova precisare che dalle testimonianze raccolte è emerso che in quel frangente mentre alcuni alunni giocavano con le “pipette” altri giocavano a carte, in un contesto evidentemente ludico e senza profili di aggressività o di spregiudicatezza, semmai solo di leggerezza. Per altro verso dalla prova orale svolta è emerso che Da.De. era un “ragazzo seguitissimo” dai genitori, i quali impartivano al medesimo consigli e “direttive di comportamento sociale e collettivo” (testi Cr.Pe. e Gi.Ti.). Dal complesso di tali elementi può ritenersi raggiunta la prova liberatoria richiesta dall’art. 2048 c.c. e quindi esclusa la responsabilità di De.Do. e Di.An., con conseguente rigetto della domanda svolta nei loro confronti.
Per quanto riguarda, invece, la responsabilità del Ministero della Pubblica Istruzione, occorre distinguere vari profili ed in particolare la responsabilità di El.Ma. e di Lu.Sa. entrambi condannati in sede penale per la contravvenzione di cui agli art. 4 e 89 lett. c) D.P.R. 547/55 dal Tribunale di L’Aquila con sentenza n. 351/05 del 9.6.05.
Vi è da precisare, tuttavia, che non è stato dedotto o provato che tale sentenza sia divenuta irrevocabile, con la conseguenza che essa non acquista l’efficacia di giudicato di cui all’art. 651
c.p.p. Peraltro, occorre sottolineare che tale norma attribuisce alla sentenza penale di condanna una forza vincolante nel giudizio civile promosso dal danneggiato limitata “all’accertamento della sussistenza del fatto, alla sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso”. Orbene, mancando l’attestazione di irrevocabilità, non sussiste il vincolo del giudicato e tuttavia questo giudice terrà conto dell’anzidetta sentenza come elemento di prova, seppure qualificato.
Ciò premesso, il dlgs. 297/94 disciplina espressamente le assemblee degli studenti riconoscendo alle medesime la funzione di consentire la “partecipazione democratica per l’approfondimento dei problemi della scuola e della società in funzione della formazione culturale e civile degli studenti” (art. 13). La stessa norma prevede all’ultimo comma che “all’assemblea di classe o di istituto possono assistere, oltre al preside od un suo delegato, i docenti che lo desiderino”. Inoltre, con nota prot. n. 5208/N12/Div. X – Sez. III del 1993 (richiamando altra nota n. 2851/12 del 10.7.90) ha precisato che “in occasione delle assemblee studentesche tenute durante lo svolgimento delle lezioni, gli insegnanti, privi di impegni deliberati dal collegio dei docenti nell’ambito delle attività di non insegnamento, possono non recarsi a scuola in quanto ogni attività didattica è sospesa”. Tale affermazione è stata in seguito ribadita con nota del MIUR prot. n. 4733/A3 del 26.11.03 nella quale si è inoltre precisato il dovere del dirigente di verificare esclusivamente la presenza degli alunni in assemblea e dei docenti in servizio. Dal complesso di tali normative emerge che durante lo svolgimento delle assemblee non vi è un dovere di presenza e di vigilanza costante dell’insegnante o del dirigente, i quali partecipano se lo desiderano, e ciò anche in considerazione della finalità dell’assemblea stessa che in quanto volta a consentire la partecipazione democratica ai problemi della scuola implica che gli alunni possano liberamente (mentre la presenza dell’insegnante potrebbe comportare una certa inibizione) manifestare la propria opinione almeno nella fase di formazione di una volontà collegiale.
Peraltro, giova precisare che “in tema di responsabilità civile degli insegnanti per i danni cagionati da fatti illeciti di loro allievi, il dovere di vigilanza imposto ai docenti dall’art. 2048, secondo comma, cod. civ. non ha carattere assoluto, bensì relativo, occorrendo correlarne il contenuto e l’esercizio in modo inversamente proporzionale all’età ed al normale grado di maturazione degli alunni, di modo che, con l’avvicinamento di costoro all’età del pieno discernimento, l’espletamento di tale dovere non richiede la continua presenza degli insegnanti, purché non manchino le più elementari misure organizzative dirette a mantenere la disciplina tra gli allievi” (Cass. Sez. 3, sent. n. 6937 del 23/06/1993). Inoltre dall’istruttoria orale svolta è emerso che l’insegnante Lu.Sa. si trovava nel corridoio antistante l’aula in modo da poter intervenire nel caso in cui avvertisse dei problemi e che in genere durante le assemblee i professori “non erano costantemente presenti in aula ma si affacciavano di tanto in tanto per controllare la situazione (teste Se. e in senso analogo lo stesso Fi. nel corso dell’interrogatorio formale). Alla luce della normativa e della giurisprudenza indicate tale comportamento deve ritenersi sufficiente a connotare in termini di prudenza la condotta tenuta, per cui non è configuratale una responsabilità del Sa. essendosi questi peraltro allontanato dall’aula su specifica richiesta degli alunni (cfr. relazioni sull’accaduto in atti).
Diverso è il discorso per quanto riguarda la posizione di El.Ma. il quale in qualità di facente funzioni del Dirigente Scolastico consentiva lo svolgimento dell’assemblea all’interno del laboratorio di chimica. Infatti, come sottolineato anche nella sentenza penale di condanna in precedenza menzionata “vi era uno specchietto degli orari che avrebbe potuto consultare, e verificare che in quelle ore le lezioni si tenevano nel laboratorio. Il Ma. avrebbe avuto l’obbligo di tale verifica, e conseguentemente di disporre che l’assemblea si svolgesse in altri luoghi idonei che fossero disponibili”. Inoltre, il teste Ca. della Asl escusso nell’ambito dello stesso giudizio penale ha riconosciuto una colpa specifica in capo al Ma., in relazione alla normativa specifica per gli istituti tecnici che consente l’utilizzo dei laboratori tecnici solo per lo svolgimento di attività didattiche, “proprio per la potenziale pericolosità di tali luoghi”. Con riferimento a tale ultimo elemento di
prova, giova precisare che secondo la giurisprudenza di legittimità, il giudice civile, in mancanza di alcun divieto, può liberamente utilizzare le prove raccolte in un diverso giudizio tra le stesse o altre parti e può anche avvalersi delle risultanze derivanti dagli atti delle indagini preliminari svolte in sede penale, le quali possono anche essere sufficienti a formare il convincimento del Giudice (cfr. ex plurimis Cass. Civ. 20335/04 e Cass. Civ. 13619/07).
Alla luce di tali considerazioni deve ritenersi sussistente pure la responsabilità del Ma. e quindi in virtù del rapporto di immedesimazione organica esistente ex art. 28 Cost. dell’amministrazione convenuta, nella causazione del sinistro per cui è causa avendo questi autorizzato lo svolgimento di un’assemblea, e dunque di un’attività non didattica per di più priva della vigilanza dell’insegnante, all’interno di un locale da ritenersi assolutamente non idoneo in quanto potenzialmente pericoloso. Sulla base delle osservazioni che precedono e del rapporto organico esistente con l’amministrazione statale convenuta quest’ultima dovrà essere condannata al risarcimento dei danni sofferti dall’attore. D’altra parte, secondo l’insegnamento della Suprema Corte “In tema di responsabilità civile dei maestri e dei precettori, per superare la presunzione di responsabilità che ex art. 2048 cod. civ. grava sull’insegnante per il fatto illecito dell’allievo, non è sufficiente per detto insegnante la sola dimostrazione di non essere stato in grado di spiegare un intervento correttivo o repressivo dopo l’inizio della serie causale sfociante nella produzione del danno, ma è necessario anche dimostrare di aver adottato, in via preventiva, tutte le misure disciplinari o organizzative idonee ad evitare il sorgere di una situazione di pericolo favorevole al determinarsi di detta serie causale (Cass. Sez. 3, sent. n. 9542 del 22/04/2009).
In tal caso il titolo di responsabilità riconosciuto in capo al Ministero convenuto è duplice contrattuale ed extracontrattuale. Infatti al riguardo la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che “Il titolo della responsabilità del Ministero della pubblica istruzione o dell’ente gestore di una scuola privata nel caso di alunni che subiscano danni durante il tempo in cui dovrebbero esser sorvegliati dal personale della scuola può essere duplice e può esser fatto valere contemporaneamente: contrattuale se la domanda è fondata sull’inadempimento all’obbligo specificatamente assunto dall’autore del danno di vigilare ovvero di tenere una determinata condotta o di non tenerla; extracontrattuale se la domanda è fondata sulla violazione del generale dovere di non recare danno ad altri” (Cass. Sez. 3,sent. n. 16947 del 11/11/2003). In particolare, la responsabilità contrattuale si fonda sull’inadempimento all’obbligo di predisporre tutte le cautele e gli accorgimenti necessari, anche relativamente ai locali d’istituto, ad assicurare l’incolumità e la sicurezza degli alunni nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni (Sez. Un. 27 giugno del 2002, n. 9346, ex plurimis, Cass. 15 febbraio 2011, n. 368; Sez. 3, sent. n. 13457 del 29 maggio 2013; Cass. 15/2/2011, n. 3680; Cass. 6/11/2012, n. 19160). L’istituto è dunque tenuto ad osservare obblighi di vigilanza e controllo con lo sforzo diligente adeguato alla natura della cosa e alle circostanze del caso concreto, dovendo adottare tutte le misure idonee a prevenire ed impedire la produzione di danni a terzi. Si è in presenza, infatti, di un “contratto di protezione”, in base al quale, tra i diritti da tutelare da parte dell’istituto scolastico rientra quello alla integrità fisica dell’allievo, con conseguente, risarcibilità dei danni dal medesimo sofferti, durante la permanenza scolastica, secondo criteri di normalità, da apprezzarsi in relazione (anche) alla sua capacità tecnico – organizzativa (Cass. sez. III, 4/10/2013 n. 22752).
Tuttavia si rivela fondata l’eccezione di concorso di colpa del danneggiato sollevata dai convenuti. Ed invero si rileva che dalla prova orale svolta e dalla documentazione in atti è emerso che il Fi. partecipava volontariamente e consapevolmente al gioco delle “pipette”, laddove avrebbe ben potuto sottrarsi al medesimo e allontanarsi da quel gruppo di alunni. Inoltre, deve riconoscersi in capo al medesimo, come per il De., sulla base di indici presuntivi, la capacità e la maturità di rendersi conto della pericolosità e della inopportunità del gioco per il
momento (durante un’assemblea di classe) e per il contesto nel quale si svolgeva.
Ne consegue che ai sensi dell’art. 1227 c.c. la misura della responsabilità riconosciuta ai convenuti dovrà essere proporzionalmente ridotta in relazione alla gravità delle rispettive colpe. Al riguardo appare equo riconoscere il capo al Fi. una percentuale di responsabilità pari al 25%, stigmatizzando in termini di maggiore gravità, nella misura complessiva del 70%, la condotta del De. per aver utilizzato una “pipetta” posta in un luogo custodito, senza essersi accertato dell’assenza all’interno di sostanze presumibilmente pericolose (per il 30%) e dell’amministrazione convenuta dovendosi esigere in capo al Dirigente Scolastico una maggiore attenzione e responsabilità nell’individuazione dei locali ove consentire lo svolgimento di un’assemblea di classe (45%).
Per quanto attiene alla quantificazione del danno alla persona, va osservato che alle luce delle note e molteplici sentenze della Corte di Cassazione si è avuto espresso riconoscimento di un sistema di risarcimento del danno alla persona bipolare, ossia di danno patrimoniale e non patrimoniale, ove quest’ultimo comprende il danno biologico in senso stretto (inteso come lesione del diritto della persona alla salute consistente in una menomazione della integrità dell’organismo umano nella sua struttura psicofisica), il danno morale come tradizionalmente inteso (inteso come sofferenza morale, non necessariamente transeunte, turbamento dello stato d’animo del danneggiato), nonché tutti quei pregiudizi diversi e ulteriori, purché costituenti conseguenza della lesione di un interesse costituzionalmente protetto ovvero di interessi di rango costituzionale inerenti alla persona.
In sostanza secondo tale orientamento, ribadito dalla recente sentenza della Suprema Corte a Sezioni unite n. 26972 del 2008, condiviso da questo Tribunale, nel bipolarismo risarcitorio (danni patrimoniali e danni non patrimoniali) previsto dalla legge, al di là della questione puramente nominalistica, non è possibile creare nuove categorie di danni, ma solo adottare, per chiarezza del percorso liquidatorio, voci o profili di danno, con contenuto descrittivo – ed in questo senso ed a questo fine può essere utilizzata anche la locuzione danno esistenziale, accanto a quella di danno morale e danno biologico – tenendo conto che, da una parte, deve essere liquidato tutto il danno, non lasciando privi di risarcimento profili di detto danno, ma che, dall’altra, deve essere evitata la duplicazione dello stesso che urta contro la natura e la funzione puramente risarcitoria della responsabilità aquiliana (cfr. Cass. Sez. III n. 22884 del 30.10.2007).
Quindi, troveranno ristoro non solo il danno biologico strettamente inteso, ma tutte le voci che tradizionalmente rientrano nel danno morale (danno esistenziale, danno alla vita di relazione, danno estetico) in quanto oggetto di allegazione della parte e in quanto accertabili anche mediante presunzioni.
Al fine di accertare i postumi invalidanti residuati in capo all’attore e in generale il danno sofferto, il Giudice ricorreva a C.T.U. medico – legale.
La relazione di consulenza d’ufficio, si rivelava chiara ed esaustiva e concludeva sulla base della documentazione in atti, delle visite eseguite, nel senso che Fi.Fe. ebbe a riportare una “ustione chimica sulla superficie laterale destra del collo (lesione di terzo grado in regione sottoauricolare) e del volto (lesione di secondo grado in sede malare)”. In considerazione di tale diagnosi il consulente ha ritenuto che in conseguenza del sinistro verificatosi Fi.Fe. abbia subito un’invalidità biologica permanente pari al 2%, ed ha quantificato il danno alla persona da inabilità temporanea nella misura di giorni 20 per l’invalidità temporanea totale; giorni 30 di inabilità temporanea relativa al 50%, giorni 30 di inabilità temporanea relativa al 25%.
Non venivano indicate conseguenze sulla capacità lavorativa generica e/o specifica.
Le conclusioni cui è pervenuto il C.T.U. sono congruamente motivate e pienamente condivisibili. Pertanto, tenuto conto della gravità delle lesioni e dell’età dei soggetto leso, posto in relazione il concreto evento biologico con il quadro completo delle funzioni vitali in cui poteva e potrà estrinsecarsi l’efficienza psicofisica dei danneggiati, secondo l’insegnamento del giudice di legittimità (Cass. 2008/93; Cass. 4255/95), si ritiene equo ex art. 1226 c.c. liquidare il danno personale da questi patiti come segue, secondo le tabelle in vigore presso il Tribunale di Milano che questo giudice ritiene di applicare in quanto tengono conto sia della lesione in termini standardizzabili del danno non patrimoniale conseguente a lesione permanente dell’integrità psico – fisica della persona, suscettibile di accertamento medico – legale, sia nei suoi risvolti anatomo – funzionali che in quelli relazionali – medi sia del danno non patrimoniale conseguente alle medesime lesioni in termini di dolore, sofferenza soggettiva, in via presuntiva in riferimento ad un tipo di lesione:
1) a titolo di risarcimento del danno derivante dalla lesione permanente dell’integrità psicofisica, nella misura di Euro 2.886,00 attuali. Si perviene a tale valore opportunamente adattando il valore monetario base del punto di invalidità (tenendo conto dell’età dell’attore al momento della trasfusione) in funzione aritmeticamente decrescente rispetto all’età della danneggiata, ed in funzione geometricamente crescente rispetto all’entità dei postumi;
2) a titolo di risarcimento del danno derivante da inabilità temporanea assoluta, appare equo liquidare la somma di Euro 1920,00 (pari ad Euro 96,00 per ogni giorno di inabilità);
3) a titolo di risarcimento del danno derivante dalla inabilità temporanea al 50%, appare equo liquidare la somma di Euro 1.440,00 (pari a Euro 48 per ogni giorno di inabilità);
4) a titolo di risarcimento del danno derivante dalla inabilità temporanea al 25%, appare equo liquidare la somma di Euro 720,00 (pari a Euro 24 per ogni giorno di inabilità).
Si ritiene che tali importi tengano adeguatamente conto del danno morale subito dall’attore, inteso quale residuo danno non patrimoniale, alla luce della ormai nota giurisprudenza in materia, e in particolare della sentenza delle Sez. Unite della Corte di Cassazione n. 26972/2008, tenuto conto della effettiva entità del pregiudizio e dei suoi risvolti sulla sfera ed emotiva, delle cure ricevute.
Quanto al danno patrimoniale in atti sono documentate spese mediche per Euro 27,41 all’attualità Euro 31,71.
Le spese sostenute per la consulenza tecnica di parte, la quale ha natura di allegazione difensiva tecnica, rientrano tra quelle che la parte vittoriosa ha diritto di vedersi rimborsate (Cass. Civ., sentenza n. 4357/2003, Cass. Civ., sentenza n. 6056/1990 e Cass. Civ., sentenza n. 12759/1993) pertanto seguono il regime delle spese di lite. Dalle somme complessivamente quantificate in Euro 4.080,00 per il danno non patrimoniale ed Euro 31,71 per quello patrimoniale deve essere detratta la quota da imputare allo stesso attore per la colpa riconosciuta a suo carico, con un totale residuo di Euro 3.060,00 per il danno non patrimoniale ed Euro 23,78 per quello patrimoniale. Sul totale delle somme in tal modo liquidate decorreranno gli interessi legali dalla data della pubblicazione della sentenza al saldo. Deve infine essere accolta la domanda di manleva proposta dall’amministrazione convenuta nei confronti della Compagnia Assicurativa. Infatti, è stata accertata la responsabilità dell’amministrazione chiamante per la mancata adozione di cautele nello svolgimento dell’attività scolastica dovendo farsi rientrare nella stessa, alla luce delle circolari e delle disposizioni in precedenza richiamate, anche lo svolgimento delle assemblee di classe.
Per quanto riguarda le spese processuali, tenuto conto degli esiti del giudizio, del riconoscimento di un concorso di colpa dell’attore, del rigetto della domanda nei confronti dell’Istituto Scolastico e di De.Do. ed An.Di., del notevole ridimensionamento della misura del risarcimento del danno richiesto, si ritiene opportuno procedere all’integrale compensazione fra le parti.
Il Tribunale di L’Aquila, definitivamente pronunciando sulla causa civile iscritta a R.G. n. 338/06, e vertente tra le parti di cui in epigrafe, ogni altra istanza o eccezione disattesa, così provvede:
– Rigetta la domanda nei confronti dell’IT. Am. e di De.Do. e Di.An.;
– Dichiara la responsabilità concorrente di Fi.Fe. per il 25% e di De.Da. e del Ministero dell’Istruzione, per questi ultimi in solido e nelle misure di cui in motivazione e complessivamente per il 75% nella produzione dell’infortunio per cui è causa;
– condanna De.Da. e il Ministero dell’Istruzione in solido e per quest’ultimo in manleva la Società Re. a pagare a Fi.Fe. la somma di Euro 3.060,00 a titolo di danno non patrimoniale ed Euro 23,78 per quello patrimoniale, oltre interessi dalla data di pubblicazione della sentenza al saldo;
– compensa le spese fra le parti.
Così deciso in L’Aquila il 23 gennaio 2015. Depositata in Cancelleria il 27 gennaio 2015.

References: sentenza 
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 Cass. 
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 art. 2043
 art. 2048
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 art. 1226
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