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Timestamp: 2020-04-07 18:44:43+00:00

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29 Agosto 2019 | Autore: Maria Teresa Biscarini
Le donne come soggetti di diritto in Italia, nell’Unione europea e nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
“Chi dice donna dice danno” recitava un adagio piuttosto sessista diffuso anni addietro e con buona approssimazione mai stato condiviso dalle dirette interessate, in quanto frutto di una visione maschilista e misogina. Una rivisitazione in chiave moderna e legale potrebbe essere invece “Chi dice donna dice diritto”, infatti mai come negli ultimi anni si sta assistendo ad una rimonta delle leggi a tutela dei diritti delle donne. Il retaggio storico da cui provengono le donne di tutto il mondo, le ha relegate in una condizione di subalternità rispetto all’uomo, fortunatamente però gli apparati normativi, intendendosi per tali la costituzione della repubblica italiana, la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la carta dei diritti fondamentali dell’unione europea e svariate leggi ad hoc, stanno invertendo la rotta, quantomeno in Italia.
E’ pur vero però che nonostante i passi compiuti, la donna in gran parte del mondo è ancora lontana dal godere di una effettiva piena parità dei diritti rispetto all’uomo, basti solo pensare al divario tutt’oggi esistente in campo economico, sociale, culturale e politico. Se dunque anche tu, donna o uomo che ci leggi, vuoi saperne di più in fatto di tutela dei diritti delle donne, non mollare proprio ora. Al di là infatti delle tutele notoriamente conosciute, potresti fare delle interessanti scoperte, oltre a conoscere l’origine normativa di certi diritti del gentil sesso, oggi magari dati per scontati ma che in realtà non lo sono affatto. Segui quindi la nostra carrellata normativa che si snoderà sia in ambito nazionale che sovranazionale fino ad arrivare a leggi di recentissima uscita.
1 La donna nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo
2 La donna nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea
3 La donna nella Costituzione della repubblica italiana
3.1 L’eguaglianza davanti alla legge
3.2 L’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi
3.3 Protezione della maternità
3.4 Parità della donna nell’ambiente di lavoro
4 Parità nella vita politica
4.1 Elettorato attivo
4.2 Elettorato passivo
4.3 Parità di accesso alle cariche pubbliche
5 La donna nel diritto di famiglia
6 Il codice rosso delle donne
La donna nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo
Uno tra i concetti fondamentali inclusi nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è quello che ruota attorno alla libertà di fondare una propria famiglia. E’, infatti, un apposito articolo di legge [1] a dichiarare che “uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all’atto del suo scioglimento”. Diritti che la stessa legge circoscrive però all’interno di “un’età adatta”, mettendo quindi subito al bando la pratica diffusa in alcuni paesi del mondo della tristissima vicenda delle “spose bambine”.
Tralasciando queste realtà che per gran parte del mondo costituiscono delle vere e proprie aberrazioni, il focus va posto sulla parità di prerogative sia per l’uomo che per la donna sia in costanza di matrimonio che all’atto del suo scioglimento. Se poi dal piano normativo ci si sposta alla realtà della vita, la strada è ancora lunga e in salita; molte donne dell’universo mondo infatti non possono ancora lavorare, né gestire soldi in autonomia o rivendicare diritti di proprietà.
Il matrimonio, si legge poi in un successivo passaggio del citato articolo [2], potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi. Questa è senza dubbio un’altra disposizione fondamentale per la donna, con la quale si mira a contrastare la pratica diffusa anni addietro, specie tra le famiglie benestanti, di dare in sposa la propria figlia al “partito maritale” reputato migliore, senza tenere in alcuna considerazione le opinioni della futura sposa. Si pensi al caso emblematico dell’amore negato a Giulietta e Romeo.
La donna nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea
Spostando ora l’attenzione in ambito di Unione europea, di sicuro interesse è un articolo [3] contenuto nella carta dei diritti fondamentali dell’Ue dove si legge, in modo molto lapidario, che la parità tra uomini e donne deve essere assicurata in tutti i campi. Di nuovo, quindi, si è inteso rimarcare il punto della parità uomo-donna senza alcuna distinzione di ambiti e non come mera opzione, ma come un dovere per gli stati da adempiere. Inutile anche qui dire che la realtà della vita di tutti i giorni mette spesso di fronte a disparità, ma comunque è bene conoscere quali sono le leggi esistenti a tutela dei diritti delle donne, perché i grandi cambiamenti della storia, come si sa, partono sempre da una conoscenza e da una consapevolezza; quindi ben vengano questi articoli a cui è possibile appellarsi in caso di necessità.
L’eguaglianza davanti alla legge
In un apposito articolo [4], è scritto che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Come ben si può rilevare l’appartenenza al genere femminile non deve, secondo i nostri padri costituenti, essere fonte di discriminazione né davanti alla legge, né in termini di dignità sociale.
L’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi
E’ sempre all’interno della Costituzione che in tema di famiglia, intesa come società naturale fondata sul matrimonio, viene espressamente sancito che “il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare” [5]. Per cui, se tempi addietro era consentito che i cosiddetti padri e padroni, disponessero non solo della vita dei figli, ma anche delle mogli, oggi questo principio di eguaglianza non solo morale ma anche giuridica, taglia la testa al toro.
Con riguardo al delicato tema della donna-madre la costituzione italiana in altro apposito articolo [6] investe la Repubblica del compito di agevolare con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Con riguardo poi alla specifica figura della donna, afferma che è sempre dovere della nostra repubblica quello di proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù favorendo gli istituti necessari a tale scopo.
Quindi, dopo aver formalmente asserito un riallineamento dei diritti uomo-donna in un’ottica paritaria, il dettato costituzionale fa un passo in più fino a parlare di vera e propria protezione della donna che è anche madre.
Parità della donna nell’ambiente di lavoro
Una volta tutelata la maternità, i padri costituenti non potevano non affrontare l’altrettanto nevralgico polo costituito dai diritti delle donne lavoratrici.
E, infatti, in un ulteriore articolo di legge [7] vengono affrontati due passaggi molto importanti e cioè che:
la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore;
le condizioni del lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale e adeguata protezione.
Con il diritto di voto riconosciuto anche alle donne, il gentil sesso è entrato a tutti gli effetti nel cosiddetto corpo elettorale sia in veste di elettorato attivo che passivo.
Con un apposito articolo sempre della costituzione [8] si dichiara, infatti, che “sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età”. Per cui al taglio del nastro del diciottesimo anno la donna ha il diritto/ dovere civico di esprimere la propria preferenza elettorale, senza più se e senza ma.
Dopo aver espressamente sancito che le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica, la nostra costituzione afferma di promuovere “la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive”.
Parità di accesso alle cariche pubbliche
Con un ulteriore articolo la costituzione sancisce che tutti i cittadini, dell’uno o dell’altro sesso, possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizione di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge [10].
Come si può ben vedere le leggi a tutela dei diritti delle donne ci sono e parlano chiaro, ora quello che urge è rendere sempre più effettivi questi diritti. A tal fine è auspicabile che facciano seguito sviluppi normativi e giurisprudenziali a gogò e che siano capaci di trasferire i diritti esistenti sulla carta nella vita pratica di tutti i giorni.
La donna nel diritto di famiglia
Altro tassello fondamentale per inquadrare il corpus di diritti riconosciuti alla donna dal nostro diritto di famiglia è indagare su cosa accade all’interno delle realtà familiari. Se prima della riforma del diritto di famiglia nessuno avrebbe trovato da ridire in presenza di un padre che esagerava con i mezzi di correzione verso i figli minori, oggi la “musica” cambia notevolmente. Infatti, dal cosiddetto pater familias, risalente al diritto romano, si è passati prima al concetto di “potestà genitoriale” e ora a quello di “responsabilità genitoriale“. Un cambiamento terminologico non di poco conto. Infatti, non solo non esiste più la supremazia della figura paterna che un tempo poteva anche coincidere con quella di “padre e padrone”, ma si parla di “responsabilità genitoriale”, che, in un sol colpo, spazza via riferimenti a forme di potere, ridando il giusto peso alla parola “genitore”, senza distinzione di genere maschile o femminile, quantomeno sulla carta. Quindi la donna, moglie e madre, è portatrice di diritti quantomeno paralleli a quelli del coniuge.
Ciò detto, laddove poi la realtà familiare dovesse toccare livelli di conflittualità tra coniugi non sanabili e la coppia dovesse optare per la separazione, merita un cenno un orientamento discusso, ma che va prendendo piede nelle aule di giustizia. Il nome da tenere sott’occhio è quello di “maternal preference“, che in italiano si potrebbe tradurre come preferenza della figura materna in caso di affidamento dei figli minori. Con una recente pronuncia al riguardo [11] gli ermellini hanno sentenziato che “nel caso di affidamento dei figli minori, deve trovare applicazione il criterio della maternal preference”.
Con tale criterio, quindi, viene individuata la madre come genitore affidatario presso il quale i figli devono prevalentemente vivere. Questo criterio è talmente forte che, a parere della suprema Corte, la maternal preference dovrà trovare applicazione anche nel caso in cui il padre abbia dimostrato di sapersela cavare egregiamente nei confronti dei figli.
Il codice rosso delle donne
Gettando poi uno sguardo tra le ultime novità in materia di legislazione italiana a tutela dei diritti delle donne una menzione merita il codice rosso. Oltre al codice rosso ospedaliero, con cui si contraddistinguono i pazienti con almeno una delle funzioni vitali compromesse e quindi in immediato pericolo di vita, da qualche tempo esiste anche un altro codice rosso riservato alle donne e di matrice giuridica anziché ospedaliera.
A partire dall’8 agosto del corrente anno, è in vigore un nuovo corpus di ben ventuno norme [12] che vanno appunto sotto il nome di “Codice Rosso”. Di cosa si tratta? Di una serie di disposizioni di diritto penale e procedurale che, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbero intervenire a salvaguardare la vita delle donne esposte a violenza di genere.
Tra le principali novità introdotte, vi è:
la previsione di una corsia preferenziale per lo svolgimento delle indagini, che saranno più rapide;
l’inasprimento delle pene per reati commessi in contesti familiari o nell’ambito di rapporti di convivenza;
la previsione dei reati di revenge porn, sfregi al viso e matrimoni forzati, con aumenti di pena per i reati di violenza sessuale e stalking.
Quanto al revenge porn forse non tutti ancora conoscono che cosa s’intenda con questa espressione inglese che in italiano potrebbe tradursi come “vendetta porno” o “pornovendetta”. Ebbene, laddove si dovesse verificare la condivisione pubblica di immagini o video intimi tramite la rete Internet, senza il previo consenso dei diretti interessati, tutto ciò integra gli estremi di un reato.
[1] Art.16 co.1 Dichiarazione universale diritti dell’uomo.
[2] Art.16 co.2 Dichiarazione universale diritti dell’uomo.
[3] Art.23 Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
[4] Art.3 co.1 Cost.
[5] Art.29 Cost.
[6] Art.31 Cost.
[7] Art.37 Cost.
[8] Art.48 Cost.
[9] Art.117 co.7 Cost.
[10] Art.51 Cost.
[11] Cass. n. 18087 del 14.09.2016.
[12] Ddl 1200/2019.

References: Art.16
 Art.16
 Art.23
 Art.3
 Art.29
 Art.31
 Art.37
 Art.48
 Art.117
 Art.51
 Cass.