Source: http://astratto.info/capitolo-i-lo-svolgimento-del-processo.html?page=24
Timestamp: 2019-11-15 16:02:40+00:00

Document:
Le censure riguardanti le propalazioni di Gioacchino Pennino
Gioacchino Pennino, la cui collaborazione con la giustizia è iniziata il 30 Agosto 1994, aveva riferito di avere esercitato la professione di medico a Palermo sia presso laboratori di analisi di sua proprietà, sia con incarichi di rilievo all’interno di strutture pubbliche, mettendo al servizio di “Cosa Nostra” e dei suoi uomini, dopo la sua formale, ma riservata affiliazione all’interno della famiglia mafiosa di “Brancaccio”, avvenuta alla fine del 1977, la sua attività professionale di medico.
Le sue dichiarazioni, come precisato dal Tribunale, non concernevano direttamente l’imputato, bensì soggetti a lui collegati a vario titolo secondo quanto emerso da altre risultanze dibattimentali e precisamente il funzionario di Polizia dott. Pietro Purpi, Stefano Bontate, Pietro Conti ed il magistrato dott. Domenico Signorino.
Esse, inoltre, avevano offerto significativi elementi di giudizio circa l’esistenza di logge massoniche “coperte”, a Palermo.
Il Pennino aveva riferito di avere conosciuto Contrada soltanto in occasione di un colloquio investigativo, effettuato nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana, partito nel quale egli stesso aveva militato.
Nel valutare la intrinseca attendibilità del Pennino, il Tribunale osservava che la genuinità delle notizie fornite si ricollegava al loro essere - spesso - frutto di conoscenze dirette o di confidenze casuali da parte di alcuni “uomini d’onore” a lui particolarmente vicini: in sostanza, la riservatezza della affiliazione del Pennino rivelava i limiti, ma, al contempo, l’alto indice di affidabilità delle informazioni, riscontrate dalle convergenti dichiarazioni rese sul conto di Purpi, di Signorino, di Pietro Conti, ed anche sulla Massoneria, dai collaboratori di giustizia Mutolo, Marino Mannoia, Spatola e Pirrone, e quindi idonee a rafforzare il complesso delle risultanze a carico dell’imputato.
Le censure riguardanti le propalazioni di Gioacchino Pennino, sviluppate nel volume III, capitolo V, paragrafo V.1 dell’Atto di Impugnazione (pagine 2-12) si compendiano nelle seguenti, essenziali, proposizioni:
il Pennino non ha reso alcuna dichiarazione accusatoria nei confronti dell’imputato non perché la sua era stata una affiliazione riservata, e, quindi, le sue conoscenze in ordine alle vicende interne della organizzazione mafiosa era limitate, bensì perché non aveva nulla da dire;
è impensabile, infatti, che egli, affiliato ad una delle più potenti “famiglie di mafia” quale quella di Brancaccio (compresa nel mandamento del “papa” Michele Greco), della quale l’omonimo nonno e poi l’omonimo zio, imputato nel processo dei “114”, erano stati rappresentanti, che sin dalla giovane età aveva vissuto in ambienti di mafia ed a contatto di mafiosi di rilievo, quali Michele Greco e Stefano Bontate, non fosse a conoscenza, né per cognizione diretta, né “de relato”, del fatto - ove fosse stato vero - che il Contrada era “nelle mani” di Cosa Nostra;
tale notizia avrebbe dovuto necessariamente pervenirgli, se, come riferito dal collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi all’udienza del 28 aprile 1994, <<in Cosa Nostra era come quando si dice “pane e pasta” che il dr. Contrada era nelle mani di Rosario Riccobono e di Stefano Bontate e di Gaetano Badalamenti...>>(pag. 742 della sentenza appellata);
lo stesso Pennino non ha voluto ripetere o avallare le accuse di altri pentiti, di cui il 19 giugno 1995 (data dell’udienza in cui ha testimoniato) non poteva non essere a conoscenza, verosimilmente per non esporsi a censure di pedissequo adeguamento ad esse ovvero ad un addebito di calunnia per vendetta (il padre era stato arrestato nell’ambito delle indagini sull’ippodromo di Palermo personalmente condotte da Contrada);
in tal modo, egli aveva anche inteso raggiungere lo scopo di fare apparire più credibili le sue accuse nei riguardi del funzionario di Polizia Purpi e del magistrato Signorino, di Pietro Conti, così come le sue indicazioni sulla esistenza di logge massoniche coperte a Palermo;
egli, quindi, aveva perseguito in modo subdolo la finalità di porgere al Tribunale elementi per considerare avvalorate o non smentite altre propalazioni, come quelle di Rosario Spatola sui rapporti di Contrada con la massoneria;
le propalazioni di Pennino sul magistrato Signorino e sul funzionario di polizia Purpi (entrambi deceduti) non potevano in alcun modo essere ritenute idonee a rafforzare “il complesso delle risultanze a carico dell’imputato”, così come asserito a pag. 1133 della sentenza;
segnatamente, per quanto riguarda Purpi - che il Pennino aveva dichiarato di avere visto scambiarsi calorosamente il saluto con Stefano Bontate ed al contempo dire <<“ non lo conosce ? - guardi è Stefano Bontate, un mio grande amico, un grande “uomo d’onore”>> (pagg. 20-21-22-23 trascrizione udienza 19 giugno 1995) - la colleganza o l’amicizia con Contrada non potevano costituire o rafforzare la prova di contatti collusivi tra l’imputato e Stefano Bontate, a meno di volere attribuire proprietà traslative a rapporti personali;
quanto, poi, alla posizione del dr. Domenico Signorino, era totalmente infondata l’affermazione del Pennino - de relato del mafioso Enzo Sutera appartenente alla cosca di Rosario Riccobono, (pagg. 27-28, ud. 19.6.1995) - secondo cui il predetto magistrato si sarebbe talora prestato, accompagnando nella propria autovettura Rosario Riccobono, a proteggerne la condizione di latitante o di ricercato;
il dr. Signorino, infatti, all’epoca Sostituto Procuratore della Repubblica di Palermo, aveva sostenuto la pubblica accusa nel processo definito con sentenza del Tribunale di Palermo n°1092/78 - 160/78 dell’11 aprile 1978, di condanna di Gaspare Mutolo alla pena di anni nove di reclusione per una lunga serie di tentativi di estorsioni e attentati dinamitardi (pena confermata in Appello e in Cassazione), oltre che nel 1° maxi-processo contro Cosa Nostra, nel quale erano stati imputati e condannati individui della “cosca” mafiosa di Rosario Riccobono, tra cui lo stesso Mutolo.
Orbene - premesso che il Tribunale ha dato ampia contezza degli elementi a sostegno della attendibilità intrinseca ed estrinseca del collaborante - non sono fondate le osservazioni sub a), b) e c), con le quali si vorrebbe fare discendere la infondatezza della contestazione di concorso esterno a carico dell’imputato dalla mancanza di indicazioni accusatorie, nei riguardi di Contrada, da parte dello stesso Gioacchino Pennino.
A questo riguardo, in primo luogo il Tribunale ha persuasivamente argomentato che l’affiliazione riservata del Pennino aveva necessariamente ridotto lo spettro dei contatti e dunque delle informazioni in suo possesso.
In secondo luogo, non sussiste la presunta inconciliabilità tra l’essere la disponibilità dell’imputato un fatto notorio in “Cosa Nostra” e la circostanza che alcuni dei collaboratori di giustizia escussi in questo processo ne fossero rimasti, per un certo tempo, all’oscuro.
Il Tribunale, a proposito delle propalazioni di Tommaso Buscetta (pag. 794 della sentenza appellata) - ma l’osservazione vale anche per il Pennino - ha rilevato:<.D’altra parte l’unico soggetto, per quel che è emerso nell’ambito dell’odierno procedimento, che avrebbe potuto riferire al Buscetta qualche notizia di segno contrario sul conto dell’odierno imputato sarebbe potuto essere il Cancemi, che ha dichiarato di avere appreso prima del proprio arresto quelle generiche notizie sulla “disponibilità” del dott. Contrada, mentre Mutolo, come Buscetta, aveva appreso con analogo stupore solo molto piu’ tardi, quando si era presentata la possibilità e l’occasione nel 1981 di trattare l’argomento in oggetto con Rosario Riccobono, che il dr. Contrada era diventato “uomo a disposizione” di “Cosa Nostra”>>.
Per quanto riguarda le ulteriori osservazioni svolte sub d), e) ,f), h) , i) e j) circa gli scopi, l’attendibilità e la rilevanza nei riguardi dell’imputato delle indicazioni riguardanti Pietro Conti ed il dr. Purpi, vanno richiamate le considerazioni già svolte trattando delle propalazioni di Maurizio Pirrone (quanto a Pietro Conti) e di Gaspare Mutolo e Francesco Marino Mannoia (quanto al dr. Purpi).
Con riguardo, invece, al dr. Signorino, il Pennino ha indicato la sua fonte in Enzo Sutera, conosciuto verso la fine degli anni ‘70 e divenuto suo cliente nei primi anni ‘80 del novecento, ritualmente presentatogli come “uomo d’onore” forse dallo stesso Michele Greco, suo capomandamento (cfr. pag. 25 trascrizione udienza 19/6/1995). Il Sutera, in particolare, intorno al 1980-1981 avrebbe detto, mentre si trova a pranzare in un ristorante di Palermo con lui e con un certo Palazzotto, che in più occasioni il predetto magistrato aveva accompagnato, con la propria autovettura, Rosario Riccobono, così, di fatto, impedendone l’identificazione.
Orbene, l’oggetto di questo giudizio non è la posizione del dr. Signorino, ma la valutazione dei riscontri alle dichiarazioni del Pennino e del contributo da lui offerto rispetto alla posizione dell’odierno imputato.
Entro tali limiti non ci si può esimere dal rilevare che le considerazioni svolte a proposito della contemporanea frequentazione di via Jung da parte dell’imputato e del Riccobono non possono non sfiorare anche il dr. Signorino, che aveva abitato in quella strada.
Non è arbitraria, dunque, la citazione che il Tribunale ha fatto delle dichiarazioni del Pennino, come riscontro alle dichiarazioni di Rosario Spatola, sull’episodio dell’incontro al ristorante “Al Delfino”, per avvalorare l’affermazione di più collaboranti (e tra questi lo stesso Mutolo) che il Riccobono conduceva una latitanza piuttosto tranquilla e non era alieno dal farsi vedere anche in luoghi pubblici.
Infine Gioacchino Pennino ha narrato di avere ricevuto la proposta di affiliarsi alla loggia segreta “dei trecento” da un uomo d’onore di Bagheria, il dott. Francesco Mineo, componente del Comitato Provinciale della Democrazia Cristiana ed esponente della corrente andreottiana di Salvo Lima,47 così come di avere ricevuto analoga proposta da Stefano Bontate.
Il suo racconto ha trovato riscontro nella sentenza di condanna resa dal Tribunale di Palermo il 9 luglio 1997 nei confronti di Mandalari Giuseppe, imputato del delitto di concorso esterno in associazione mafiosa, prodotta nel primo dibattimento di appello all’udienza del 24 marzo 2000, confermata in grado di appello con sentenza del 15 luglio 1998 e divenuta irrevocabile per il Mandalari a seguito del rigetto del ricorso per Cassazione in data 7 aprile 1999.
In detta sentenza, non solo vengono riconosciute la credibilità del Pennino e la rilevanza delle sue dichiarazioni << soprattutto in ordine ai rapporti tra le associazioni mafiose e quelle massoniche>> (pag. 54), ma si afferma <<effettivamente sussistente un generale interesse dell'associazione mafiosa denominata “Cosa Nostra” all'infiltrazione in organismi associativi comprendenti personaggi delle istituzioni ….>>, funzionalmente diretta <…..)
In tale contesto appare, pertanto, del tutto evidente che le caratteristiche operative dell'organizzazione mafiosa, la sua segretezza e la sua illiceità abbiano imposto l'utilizzazione di strutture associative dotate dei connotati della riservatezza dei singoli componenti o della totale segretezza degli stessi, poichè solo in tal modo gli esponenti mafiosi possono avere la certezza di entrare in contatto con soggetti professionalmente sfruttabili senza correre il rischio di vedere palesata all'esterno della struttura associativa particolare, e, quindi, anche agli organi investigativi e di polizia in particolare, l'esistenza di tali rapporti.
Inoltre, se la struttura associativa, comprendente esponenti delle istituzioni e imprenditori, appare al contempo caratterizzata dal vincolo solidaristico, che unisce tutti membri e li obbliga a prestarsi reciproca assistenza, la realizzazione degli scopi dell'associazione mafiosa, attraverso la partecipazione alla stessa di uno o più esponenti di rilievo dell'organizzazione criminosa, appare ancor più facilmente raggiung-ibile attraverso lo sfruttamento di regole originariamente costituite con finalità totalmente differenti.
Orbene, in un determinato periodo storico, che appare possibile collocare tra la fine degli anni '70 ed i primi anni '90, uno degli strumenti utilizzati per facilitare tale attività di infiltrazione all'interno delle istituzioni civili dello Stato e del mondo imprenditoriale ha operato attraverso l'affiliazione di esponenti mafiosi nell'ambito delle c.d. 'Logge coperte" costituite all'interno, o parallelamente, alle singole obbedienze della massoneria ufficiale.
Invero, prima di procedere all'analisi delle caratteristiche peculiari di tali organismi, va subito evidenziato che la particolare riservatezza che caratterizza le attività di tali gruppi associativi, unitamente alla rilevanza dei singoli partecipi o, quantomeno, di alcuni di essi, ben si sposa con le sopra indicate esigenze dell'organizzazione mafiosa, la quale necessita di entrare in contatto con terzi, che, tramite la loro opera, possano garantire, spesso anche inconsapevolmente, la migliore realizzazione degli scopi di arricchimento ed impunità senza correre il rischio di essere facilmente individuati.
L'istruzione probatoria svolta in sede dibattimentale ha consentito di acquisire una mole di elementi dichiarativi dai quali può ritenersi accertato con sufficiente grado di certezza il dato dell'esistenza all'interno della massoneria ufficiale delle predette logge coperte, spesso però identificate con l'utilizzazione di appellativi differenti (segrete, riservate etc.) ma, sempre, comunque sostanzialmente contrapposte alle logge ufficiali caratterizzate dalla pubblicità dei lavori e dalla conoscibilità degli appartenenti>> (pagine 348-350 della sentenza menzionata).
In conclusione, lungi dall’essere il frutto della mirata ed indiretta modulazione di false accuse nei riguardi dell’imputato, il contributo di Gioacchino Pennino è consistito nella utile indicazione di circostanze di contorno, in più parti valorizzate dal Tribunale nel quadro delle complessive emergenze a carico dell’imputato.

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