Source: http://aspiranteavvocato.it/page/2/
Timestamp: 2019-01-18 22:51:18+00:00

Document:
Aspirante Avvocato Il Blog del Praticante Avvocato - Part 2
Schemi ragionati con ipotesi di risoluzione. Atto di diritto penale
da effjey | Gen 10, 2017 | ESAME 2016
Il metodo “puramente normativo” della Scuola Edizioni Giuridiche – Formazione, si basa su un approccio logico-analitico alle tracce d’esame, che privilegia il ragionamento giuridico attraverso l’utilizzo del dato normativo e del sillogismo aristotelico.
Questo particolare “metodo normativo” consente di sviluppare qualsiasi tipologia di traccia e di risolvere agevolmente ogni problematica giuridica ad essa sottesa.
In tale prospettiva, i più recenti orientamenti giurisprudenziali verranno analizzati e utilizzati unicamente come validi sostegni della personale argomentazione dell’allievo.
Riteniamo, infatti, che l’originalità e la correttezza del ragionamento giuridico possano conferire agli elaborati quegli elementi di differenziazione e qualificazione necessari per superare le prove scritte dell’esame scritto d’avvocato che, ricordiamo, dall’anno 2017, non si svolgerà più con ausilio dei codici annotati.
Schemi ragionati con ipotesi di risoluzione a cura delle docenti:
Avv. Elisabetta Patrito e Maria Francesca Mascia
Terza giornata – L’atto.
Traccia n. 2 – Atto giudiziario in materia di diritto penale
Sottoposti a processo vengono entrambi condannati alla pena di anni 7 e mesi 6 di reclusione ed euro 2000,00 di multa per il reato di rapina aggravata in quanto commesso da più persone riunite e con il volto travisato, ritenuta la sussistenza della recidiva reiterata specifica ed infraquinquennale contestata dal pubblico ministero in considerazione dei precedenti a carico di entrambi risultanti dal certificato penale.
Nel determinare il trattamento sanzionatorio il Tribunale ha fissato la pena base in anni 4 e mesi 6 di reclusione ed euro 1200 di multa di cui all’art. 628, comma 3, n. 1, c.p. e su questo ha applicato l’aumento per la recidiva.
Dati fattuali rilevanti: Tizio e Caio si accordano ed effettivamente commettono, a volto coperto, una rapina ai danni del gioielliere Sempronio: Tizio fa da palo, mentre Caio si impossessa con violenza della valigetta della vittima. Entrambi si danno alla fuga con la predetta valigetta. Tratti a giudizio, vengono entrambi condannati per il reato di rapina aggravata ex art. 628, III comma, n. 1 c.p., con applicazione dell’aumento previsto per la recidiva reiterata specifica ed infraquinquennale, alla pena complessiva di anni 7 e mesi 6 di reclusione ed euro 2.000 di multa.
Questioni giuridiche sottese: Natura giuridica della recidiva reiterata. Facoltatività o obbligatorietà della recidiva de qua, anche alla luce della recentissima sentenza della Corte Costituzionale n. 185 del 2015, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del comma V dell’art. 99 c.p. (cd. recidiva obbligatoria). Infatti la rapina aggravata ex art. 628, III comma n. 1 ricade nell’ambito dei reati elencati dall’art. 407, comma II, lettera a) del c.p.p. Natura giuridica dell’aggravante di cui all’art. 628, III comma n. 1 à circostanza ad efficacia speciale, sub specie di circostanza cd. indipendente (mutamento della cornice edittale). Concorso della recidiva con altre circostanze ad effetto speciale (vedi S.U. Cass. N. 20798 del 2011), alla luce dell’art. 63, IV comma.
Limiti in sede di bilanciamento ex art. 69, u.c. c.p. con circostanze attenuanti. Applicabilità dell’art. 114 c.p. in materia di contributo di scarsa importanza.
Norme giuridiche applicabili: Artt. 63, IV comma, 99, IV e V comma, 110, 114, 628, III comma n. 1, c.p. 407 comma II, lettera a) c.p.p.
Soluzione/Sussunzione: Rideterminazione del trattamento sanzionatorio, considerando la recidiva reiterata una circostanza ad effetto speciale (atteso che importa un aumento di pena superiore al terzo), con applicazione del limite dell’art. 63, IV comma c.p. là dove concorra con altra aggravante speciale à con applicazione della circostanza più grave, con possibilità per il giudice di aumentare la pena sino ad 1/3.
Possibilità di far valere il contributo di scarsa importanza di Tizio, che si è limitato a fare da palo, in sede di bilanciamento ex art. 69 c.p.
Atto giudiziario prescelto: Atto di appello dell’imputato ex artt. 571, 593 c.p.p., da strutturare con argomentazione esclusivamente in “punto di pena”, attraverso la formulazione di uno o più motivi inerenti il trattamento sanzionatorio. Non c’era infatti alcun margine per demolire la sentenza di condanna in punto di “fattispecie di reato”. Le conclusioni saranno pertanto calibrate sulla rideterminazione della pena da irrogare nei confronti di Tizio.
Argomentazione: La formulazione dei motivi dell’appello era incentrata sulla rideterminazione della pena inflitta a Tizio e Caio, condannati entrambi alla pena di anni 7 e mesi 6 di reclusione, oltre al pagamento della multa di euro 2.000: occorreva verificare se il giudicante avesse calcolato correttamente la pena o, viceversa, avesse ecceduto il limiti di legge (cd. pena illegale).
Anzitutto, dalla traccia emerge come il giudice abbia applicato la pena base tenendo in considerazione la fattispecie prevista dall’art. 628, III comma n. 1 e abbia successivamente applicato l’aumento di 2/3 per la recidiva reiterata di cui all’art. 99, IV comma c.p. – obbligatoriamente/senza alcuna motivazione – per effetto della lettera del V comma c.p.
Due le censure da muovere.
Il giudice, nell’applicare la recidiva, doveva tener conto della recente sentenza della Corte Costituzionale n. 185 del 2015 che ha restituito natura “facoltativa” alla recidiva cd. obbligatoria di cui al V comma dell’art. 99 c.p. Pertanto, anche nel caso di cui al comma V, costui conserva la propria discrezionalità nel valutare se il nuovo episodio delittuoso sia espressione di una maggiore capacità a delinquere o pervicacia nel reato, al fine dell’applicazione dell’aumento. Di tale scelta il giudicante dovrà render conto nella motivazione della sentenza.
Inoltre, poiché nel computo della pena risultano confluire due circostanze ad effetto speciale (che importano un aumento superiore ad 1/3), quali l’art. 628, III comma, n. 1 c.p. e la recidiva reiterata ex art. 99, IV comma c.p., era fondamentale domandarsi se la pena complessiva violasse il limite posto dall’art. 63, IV comma c.p. (in tema di concorso omogeneo di aggravanti ad effetto speciale).
Per rispondere a tale interrogativo occorreva individuare la natura giuridica della recidiva reiterata, al fine di considerarla “circostanza aggravante ad effetto speciale” inerente il reato e, come tale, soggetta al predetto limite, o circostanza inerente la persona del reo, dunque applicabile anche in concorso con altre aggravanti ad effetto speciale (più aumenti).
Sul punto sono intervenute nel 2011 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione (Cass. S.U. sent. 20798/2011) che hanno aderito alla prima tesi ricostruttiva: il giudice dovrà procedere ad un unico aumento di pena, ex art. 63, IV comma c.p.
Ne consegue che nel caso de quo il concorso omogeneo tra circostanze aggravanti ad effetto speciale doveva risolversi applicandone una soltanto e, in particolare, la più grave (con possibilità di un ulteriore aumento, ex art. 63, IV comma c.p., ma NON entrambe.
Ma qual è la circostanza più grave nel caso concreto?
Occorre guardare al massimo edittale e, a parità di massimi, al minimo.
Nel caso di specie la circostanza più grave è quella prevista all’art. 628, III comma n. 1 (art. 628, III comma, n. 1 = 20 anni; art. 99, IV comma su 628, I comma c.p.= 16 anni e 8 mesi à 10+ 2/3).
NB: c’è un orientamento giurisprudenziale che ritiene in casi consimili la recidiva reiterata la circostanza più grave poiché importa un minimo più alto (5 anni) a fronte dei 4 anni e 6 mesi del minimo ex art. 628, III comma n. 1 c.p.
Ne consegue che il giudice avrebbe dovuto applicare la sola aggravante di cui all’art. 628, III comma, n.1, contenendo la pena nel minimo edittale di 4 anni e 6 mesi reclusione/1.200 euro di multa.
Tuttavia per neutralizzare l’eventuale aumento sino ad un terzo dell’art. 63, IV comma si doveva escludere totalmente la recidiva, anche per difetto di motivazione di cui sopra.
Potevano essere richieste le circostanze attenuanti generiche, nonché l’applicazione dell’art. 114 c.p. (tenendo conto del limite di cui all’ultimo comma dell’art. 69 c.p.).
Note: l’argomento della recidiva, con particolare riferimento alla triade contestazione-applicazione-bilanciamento ex art. 69 c.p. è stata oggetto di lezione ordinaria e di recupero della Scuola Edizioni Giuridiche – Formazione. Inoltre la redazione del motivo in punto di pena, concepito come “banco di prova” della strategia difensiva, ha costituito un vero e proprio caposaldo nella tecnica di redazione dell’atto d’appello penale.
Schemi ragionati con ipotesi di risoluzione. Atto di diritto civile
da effjey | Gen 5, 2017 | ESAME 2016
Traccia n. 1 – Atto Giudiziario in materia di diritto civile.
Dati fattuali rilevanti: Preesistenza di rapporto di credito fra Tizio e Caio, risalente all’anno 2015; atto di trasferimento in data 2016 dell’unico immobile di proprietà di Caio, a favore di Caietto, che già viveva assieme alla madre in altra abitazione, precedentemente adibita a casa coniugale; diminuzione della garanzia patrimoniale generica costituita dal patrimonio di Caio, oramai svuotato.
Questioni giuridiche sottese: Tutela del credito che Tizio vanta nei confronti di Caio. Revocabilità dell’atto di alienazione posto in essere da Caio a favore del figlio Caietto. Natura giuridica del predetto atto: è adempimento di un debito/obbligazione o atto gratuito tout court pregiudizievole delle ragioni creditorie? Presupposti dell’azione revocatoria ordinaria.
Norme giuridiche applicabili: Artt. 2740 c.c. “Responsabilità patrimoniale”, 2901 e ss. c.c.
“Dell’azione revocatoria”, quale mezzo di conservazione della garanzia patrimoniale.
Soluzione/sussunzione:Possibilità di ottenere la dichiarazione di inefficacia dell’atto a titolo gratuito de quo nei confronti di Tizio, al fine dell’esperimento dell’azione esecutiva.
Atto giudiziario prescelto: Atto di citazione ex art. 163 c.p.c., da strutturare secondo lo schema tradizionale, con conclusioni calibrate sull’art. 2902 c.c.
Argomentazione: Non v’è dubbio che l’atto con cui Caio ha disposto dell’unico bene immobile esistente nel suo patrimonio a favore del figlio Caietto, senza alcun corrispettivo, in data 2016, debba considerarsi un “atto a titolo gratuito” pregiudizievole delle ragioni creditorie di Tizio e non “adempimento di un debito scaduto” ex art. 2901, II comma c.c.
Invero l’atto de quo non risulta causalmente ricollegabile all’adempimento degli accordi siglati in sede di separazione a tutela della famiglia e, soprattutto, dell’interesse del figlio minore, poiché:
Caio si è impegnato a corrispondere a Sempronia un assegno mensile di euro 1.600,00 per il mantenimento del figlio della coppia Caietto;
Caietto vive con la madre in un altro appartamento, di proprietà di quest’ultima, già adibito a casa coniugale.
Nel caso di specie, sussistono invece tutti i presupposti per l’esercizio dell’azione revocatoria, precisati dall’art. 2901 c.c. (preesistenza del debito, eventus damni, scientia damni)il cui onere probatorio graverà sull’attore Tizio, ex art. 2697 c.c.
Note: l’argomento della revocatoria ordinaria ex art. 2901 c.c., unitamente al nuovo istituto ex art. 2929-bis c.c., è stato oggetto di apposita lezione della Scuola Edizioni Giuridiche – Formazione, nonché di specifica traccia assegnata per casa, successivamente corretta in classe.
Schemi ragionati con ipotesi di risoluzione. Parere di diritto penale – Seconda Traccia
da effjey | Gen 3, 2017 | ESAME 2016
Seconda giornata – Il parere di diritto penale.
Traccia n. 2
Tizio rappresentante della società Alfa avendo saputo che sarebbe stata da lì a poco bandita una gara d’appalto del servizio di somministrazione dei pasti nell’ ospedale pubblico Beta, contatta con il suo amico di vecchia data Mevio, preposto alla predisposizione del bando di gara, che acconsente a consegnargli interamente i documenti pre-gara.
Grazie alle informazioni avute la società Alfa si aggiudica l’appalto.
Successivamente però la Guardia di finanza sequestra presso l’abitazione di meglio alcuni appunti manoscritti concernenti la fase preparatoria della gara con i quali Tizio aveva dato indicazioni per modificare le condizioni del bando in senso favorevole alla propria società Alfa (indicazioni poi rivelatesi recepite nella versione definitiva del detto bando di gara).
Il candidato assunte le vesti di Tizio individui le fattispecie di reato configurabili a carico di entrambi i soggetti e gli istituti giuridici applicabili.
Dati fattuali rilevanti: Tizio, legale rappresentante della società Alfa, chiede ed ottiene dall’amico Mevio, preposto alla redazione del bando di gara, la documentazione inerente i documenti pre-gara; successivamente collude con Mevio al fine di manipolare il bando; il bando viene manipolato nella sua versione definitiva e Tizio si aggiudica l’appalto.
Questioni giuridiche sottese: Sussunzione delle condotte poste in essere da Tizio e Mevio nelle fattispecie incriminatrici di cui agli artt. 326, 353 e 353-bis c.p.: concorso di reati o concorso apparente di norme? E’ configurabile un concorso di persone nelle predette fattispecie incriminatrici? Regime di comunicabilità ai concorrenti ex art. 118 c.p. delle eventuali circostanze aggravanti.
Norme giuridiche applicabili: 81, II comma, 110, 326, 353 II comma, 353-bis c.p.
Soluzione/Sussunzione: Il parere va suddiviso in due parti, relative alla diversità materiale e cronologica delle condotte poste in essere da Tizio e Mevio e descritte dalla traccia, al fine di una esatta qualificazione delle stesse.
– Primo segmento. Nel caso di specie, risulta configurabile il delitto di cui all’art. 326 c.p., che punisce la rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio.
La norma è senz’altro applicabile a Mevio, pubblico ufficiale incaricato di redigere il bando di gara, nonché, in concorso morale ex art. 110 c.p., all’amico Tizio, legale rappresentante della Società Alfa, il quale lo determina a commettere il delitto in parola.
Del resto, la norma di cui all’art. 326 c.p. deve coordinarsi con la Legge n. 241 del 1990 ed, in particolare, con la disciplina del diritto d’accesso, il quale trova un limite in relazione agli atti della P.A. coperti da segreto d’ufficio (si veda l’art. 24, L. 241/90) e, soprattutto, in materia di bandi di gara, con il nuovo art. 217 del D.Lgs. 50/2016.
– Secondo segmento. Grazie alle informazioni ricevute, Tizio dà indicazioni all’amico Mevio per modificare le condizioni del bando in senso favorevole alla propria società (è il fenomeno dei cd. bandi fotografia) , così turbando il procedimento amministrativo diretto a stabilire il contenuto del bando, al fine di condizionare le modalità di scelta del contraente, in danno agli altri concorrenti e del supremo principio concorrenziale di derivazione comunitaria.
La condotta risulta chiaramente sussumibile all’interno dell’art. 353-bis c.p. rubricata “turbata libertà del procedimento di scelta del contraente”, introdotta dal L. 136 del 2010, per arretrare la soglia di punibilità alle fasi prodromiche alla pubblicazione del bando. Tuttavia si pone un problema di “interferenza per fattispecie” – generando così un ipotesi di concorso apparente di norme – con la precedente disposizione di cui all’art. 353 c.p., “Turbata libertà degli incanti”, la quale prevede una condotta collusiva diretta però ad impedire o a turbare la gara nei pubblici incanti in una fase successiva alla pubblicazione del bando.
Orbene, nel caso di specie, sebbene il disvalore della fattispecie concreta sia inquadrabile all’interno dell’art. 353-bis c.p., v’è da dire che quest’ultima disposizione non prevede l’aggravante di cui all’art. 353, comma II, riferibile ai soggetti preposti dalla legge alla redazione del bando di gara (con un incremento del minimo edittale, da sei mesi ad un anno di reclusione).
Pertanto, atteso che la gara è stata espletata e la norma di cui all’art. 353-bis c.p., si apre con un clausola di sussidiarietà, potrà essere configurabile in capo a Mevio la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 353 c.p. in forma aggravata.
Tra le norme in parola pertanto non v’è concorso di reati, ma applicazione del solo art. 353 c.p.
Si pone a questo punto il problema di un eventuale configurabilità del concorso ex art. 110 di Tizio nel reato appena esaminato e contestabile a Mevio – da risolversi positivamente stante l’evidente contributo causale materiale di Tizio – con conseguente problema della comunicabilità della predetta circostanza aggravante.
Per quanto concerne il regime della comunicabilità delle circostanze aggravanti nel concorso di persone, l’art. 118 c.p. prevede che “le circostanze inerenti alla persona del colpevole sono valutate soltanto riguardo alla persona cui si riferiscono”, per tali dovendosi intendere, ex art. 70, III comma, la recidiva e l’imputabilità.
Nel nostro caso, l’aggravante configurabile si riferisce ad una qualifica soggettiva del colpevole (l’essere incarico della redazione del bando), dunque il regime da applicare sarà quello previsto dall’art. 59, comma II c.p. il quale prevede che “le circostanze che aggravano la pena sono valutate a carico dell’agente soltanto se da lui conosciute ovvero ignorate per colpa o ritenute inesistenti per errore determinato da colpa”.
Poiché non v’è dubbio, nel caso di specie, che il Tizio conoscesse la qualifica dell’amico Mevio, al primo potrà essere applicata la circostanza di cui al II comma dell’art. 353 c.p.
Concludendo, Tizio, legale rappresentante della Società Alfa, risponderà dei reati di cui agli artt. 110, 326, 353, II comma c.p. in concorso di persone con Mevio, e in concorso materiale di reati, se, del caso, avvinti dal vincolo della continuazione ex art. 81, II comma, là dove venisse riconosciuto il medesimo disegno criminoso.
Non era infatti configurabile, sulla base dell’integrale valutazione del disvalore penale del fatto, un eventuale assorbimento della rivelazione di segreto d’ufficio ex art. 326 c.p. nel reato di cui all’art. 535, II comma, poiché non si tratta di antefatto non punibile.
Da ultimo non è configurabile nemmeno la fattispecie di cui all’art. 323 c.p., abuso d’ufficio, in quanto tale disposizione si apre con una clausola di sussidiarietà “salvo che il fatto non costituisca più grave reato” e nel caso di specie il più grave reato è senz’altro costituito dall’art. 353, II comma c.p.
Schemi ragionati con ipotesi di risoluzione. Parere di diritto penale – Prima Traccia
da effjey | Dic 24, 2016 | ESAME 2016
Tizio, avendo intenzione di intraprendere l’esercizio di una attività di somministrazione di alimenti e bevande, chiede l’iscrizione nell’apposito registro pubblico utilizzando il modulo di domanda predisposto dalla locale Camera di Commercio.
In epoca successiva all’ottenimento dell’iscrizione ed all’inizio dell’attività, Tizio viene però rinviato a giudizio per il reato di cui agli artt. 48 e 479 c.p., per aver dichiarato falsamente, nella parte della domanda relativa al possesso dei requisiti morali e professionali, di non aver mai riportato condanne per reati in materia di stupefacenti.
Tizio si reca dunque da un legale per un consulto e dopo aver rappresentato quanto sopra, precisa di non aver compreso al momento della redazione della dichiarazione sostitutiva di certificazione in questione che i requisiti morali e professionali richiesti consistessero nel non aver riportato condanne per reati in materia di stupefacenti, in quanto il modulo conteneva esclusivamente il richiamo ad alcuni articoli di legge speciali, senza riportarne il testo né fornire alcuna spiegazione al riguardo.
Dati fattuali rilevanti: Tizio, al fine di intraprendere una attività di somministrazione di alimenti e bevande, compila apposita domanda rivolta alla Camera di Commercio, attraverso moduli da essa predisposti, redatti in modo poco chiaro con riferimento alla indicazione di articoli di leggi speciali che prescrivono i requisiti soggettivi per l’esercizio di tale attività.
Tizio dichiara, contrariamente al vero, di non aver mai riportato condanne penali in materia di stupefacenti, a causa di una mancata conoscenza delle predette norme.
Questioni giuridiche sottese: Disamina dei reati di cui all’imputazione: artt. 48 e 479 c.p.; problematica dell’errore determinato dall’altrui inganno; configurabilità del diverso reato di cui all’art. 483 c.p. con conseguente riqualificazione del fatto; accertamento dell’elemento soggettivo nei reati di falso; rilevanza dell’errore scusabile ex art. 5 c.p.
Norme giuridiche applicabili: Artt. 5, 43, 47, 48, 479 e 483 c.p.
Soluzione/Sussunzione: Occorre preliminarmente rilevare che la fattispecie di cui all’art. 479 c.p., rubricata, “falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici” configura una ipotesi di reato proprio, che può essere commesso solo dal pubblico ufficiale.
Tanto basta per escludere l’applicabilità della norma nel caso di specie poiché Tizio non riveste detta qualifica.
Inoltre, non è neanche ravvisabile l’elemento oggettivo del reato de quo, atteso che non è il pubblico ufficiale ad attestare falsamente, nell’esercizio delle sue funzioni, bensì è il privato che attesta falsamente al pubblico ufficiale il possesso dei requisiti morali e professionali per non aver mai riportato condanne per reati in materia di stupefacenti, con ciò inducendo in errore la pubblica amministrazione.
La fattispecie concreta è al più sussumibile nella diversa norma incriminatrice di cui all’art. 483 c.p., rubricata “falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico”, di cui risulta peraltro integrato l’elemento oggettivo, consistente nella falsa attestazione al pubblico ufficiale, in atto pubblico, di fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità.
Seri dubbi permangono, invece, per quanto attiene all’elemento soggettivo.
E’ configurabile nel caso di specie il dolo tipico dei delitti di falso?
Il delitto di cui all’art. 483 c.p. è punito a titolo di dolo generico, consistente nella coscienza e volontà di compiere il fatto e di agire contro il proprio dovere giuridico.
Ne consegue che il dolo va escluso in tutti i casi in cui la falsità risulti essere dovuta a semplice leggerezza o negligenza, posto che il diritto penale non conosce la figura del falso documentale colposo (art. 42 c.p.)
Inoltre, a maggior ragione, va esclusa la sussistenza del dolo nel caso di dichiarazioni contenute in moduli prestampati, redatti in modo oscuro, di non immediata comprensione, non esistendo un dovere di accertamento del privato determinato dall’assenza di chiarezza e trasparenza del modulo.
In altre parole, si tratterebbe di un errore di diritto ex art. 5 c.p. – e non un errore di fatto ex art. 47 – scusabile.
Tanto basta ad escludere la responsabilità penale di Tizio anche in relazione alla fattispecie di cui all’art. 483 c.p. perché il fatto non costituisce reato.
Ne discende l’insussistenza anche della contestazione di cui all’art. 48 c.p. che prevede un errore (della P.A., beninteso) determinato dall’altrui inganno (di Tizio). Non vi può essere volontà decettiva in chi versi in errore scusabile o, al più, colposo.
Tuttavia, nel caso di specie, è appena il caso di rilevare che ad una diversa soluzione potrebbe giungersi in considerazione del fatto che Tizio, in qualità di “futuro imprenditore”, è destinatario di specifiche norme che disciplinano la sua attività ed in particolare, di precisi obblighi di informazione, quali doveri strumentali all’esercizio dell’attività medesima. Così opinando, nel caso de quo, ci troveremmo dinanzi ad un errore di diritto non scusabile, atteso che Tizio ancor prima di compilare il modulo, ben avrebbe dovuto informarsi sul contenuto delle norme richiamate nel modulo.
Schemi ragionati con ipotesi di risoluzione. Parere di diritto civile – Seconda Traccia
da effjey | Dic 22, 2016 | ESAME 2016
Parere di diritto civile – Traccia n. 2: Esame Scritto Avvocato 2016
A sostegno della prima pretesa Tizio sostiene che Caio non possa vantare alcun titolo sul terreno, non potendo considerarsi tale la donazione di cui il predetto aveva beneficiato nel dicembre 2005, dal momento che il disponente Sempronio non era titolare di alcun diritto sul bene donato. Quanto alla seconda pretesa, lo stesso rappresenta che l’acquisto del predetto appartamento con denaro di Mevio avesse realizzato una donazione di denaro di non modico valore che doveva considerarsi nulla per non aver rivestito la forma prescritta dalla legge.
Caio, che vive dalla data della prima donazione (peraltro immediatamente trascritta), aveva goduto direttamente del terreno adibendolo a orto. Preoccupato per quanto rappresentatogli da Tizio, si rivolge ad un legale, al quale dopo aver riferito i fatti per come sopra descritti, ribadisce di non aver mai saputo che il terreno donatogli da Sempronio fosse, in realtà, di proprietà di Mevio.
Dati fattuali rilevanti: Donazione, a favore di Caio, di un piccolo fondo da parte dell’amico Sempronio nel 2005; acquisto da parte di Caio di un appartamento con denaro dell’amico Mevio nel maggio del 2008. Mevio decede del 2010. Tizio, figlio di Mevio, rivendica la proprietà del fondo donato da Sempronio a Caio, sostenendo che Sempronio non ne era proprietario. Tizio afferma invece di averlo acquistato per successione ereditaria.
Tizio chiede altresì la somma di euro 50.000 erogata a Caio da Mevio ed utilizzata per acquistare l’appartamento, poiché donazione di non modico valore, nulla perché priva del requisito formale dell’atto pubblico. Buona fede di Caio .
Questioni giuridiche sottese: Validità/efficacia della donazione di cosa altrui, anche alla luce della recentissima sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite (Cass. S.U. sent. 5068/2016); la donazione di cosa altrui, ancorché nulla/inefficace, può costituite “titolo idoneo” ai fini dell’usucapione abbreviata ex art. 1159 c.c.?
Presupposti per l’usucapione, ordinaria e abbreviata; differenza fra donazione di modico valore e donazione indiretta, al fine dell’applicazione del requisito formale ex art. 782 c.c.
Norme giuridiche applicabili: Artt. 769 e ss. c.c. con particolare riferimento all’art. 771 (donazione di beni futuri), all’art. 782 (forma della donazione), 783 (donazioni di modico valore), 809 (norme sulle donazioni applicabili ad altri atti di liberalità; art. 1159 c.c. (usucapione decennale).
Soluzione/Sussunzione: Occorre suddividere l’argomentazione del parere in due parti, corrispondenti alle due pretese vantate da Tizio nei confronti di Caio.
Pretesa n. 1 – Sempronio, donante, non era titolare del bene/terreno donato a Caio, donatario: si configura una “donazione di cosa altrui”. Quest’ultima è ammissibile nel nostro ordinamento?
Sul punto sussisteva un contrasto dottrinale e giurisprudenziale particolarmente vivace, recentemente risolto dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sentenza n. 5068/2016). Due le tesi prospettate.
Secondo un primo orientamento, la donazione di cosa altrui sarebbe nulla per applicazione analogica dell’art. 771 c.c. che commina testualmente la nullità della “donazione di beni futuri”, operando una sostanziale equiparazione fra beni oggettivamente futuri (vale a dire non esistenti in rerum natura) e soggettivamente futuri (ossia non esistenti nel patrimonio del donante, ma nel patrimonio altrui).
Secondo altro orientamento, argomentando dalla natura eccezionale della disposizione di cui all’art. 771 c.c., pertanto insuscettibile di applicazione analogica ex art. 14 Prel., la donazione di cosa altrui non sarebbe nulla, ma meramente inefficace, e dunque tale atto può costituire titolo astrattamente idoneo ex art. 1159 c.c., ove, beninteso, siano presenti tutti gli altri requisiti richiesti dalla disposizione in parola (possesso di buona fede, trascrizione etc.).
Come detto, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sono intervenute per dirimere il contrasto, precisando che la donazione di cosa altrui è nulla e non inefficace.
Tuttavia, la nullità non si fonda sull’art. 771 c.c., norma eccezionale rispetto all’art. 1348 c.c. il quale prevede che la prestazione di cose future può essere dedotta nel contratto – e quindi anche nella donazione – salvi i particolari divieti imposti dalla legge e, fra questi, proprio l’art. 771 c.c. in materia di donazione di beni futuri in senso oggettivo.
La nullità si evince, invero, dal tenore letterale dell’art. 769 c.c.
In particolare, posto che sussistono due tipologie di donazione, la donazione traslativa e la donazione obbligatoria, il problema della donazione di cosa altrui riguarda la sola donazione traslativa, atteso che la titolarità del bene in capo al donante costituisce elemento essenziale del contratto di donazione.
Ne consegue che, se il bene non appartiene al donante, il contratto non potrà produrre gli effetti sui propri, per mancanza di causa in concreto, quale requisito strutturale del contratto ex artt. 1325 e 1418, II comma c.c.
Se la donazione di cosa altrui è nulla, occorre comunque domandarsi se la stessa possa costituire titolo astrattamente idoneo ex art. 1159 c.c., tanto più che, nel caso di specie, risulta un possesso in buona fede prolungato per oltre un decennio.
A ben vedere, l’unico vizio sussistente nel nostro caso, è costituito dal difetto di legittimazione a disporre di Sempronio.
Tuttavia, ancorché le Sezioni Unite discorrano di nullità per difetto di causa in concreto ex art. 1418, II comma c.c., la donazione de qua costituisce titolo astrattamente idoneo per perfezionare la fattispecie di cui all’art. 1159 c.c.
In ogni caso, se tale soluzione non dovesse trovare accoglimento, sarebbe comunque prospettabile l’usucapione ventennale ex art. 1158 c.c.
Caio potrà resistere alla domanda di rivendicazione ex art. 948 c.c.–e non di petizione ereditaria ex art. 533 c.c. – formulata da Tizio, erede di Mevio, sollevando un’eccezione petitoria per aver il primo usucapito il terreno, ex art. 1159 c.c.
Pretesa n. 2 – Occorre domandarsi a quale titolo Mevio consegni la somma di 50.000 euro a Caio: vi è un contratto di mutuo, in relazione al quale è prospettabile un’azione di restituzione, tra l’altro ancora in termini, o vi è una donazione, salvo stabilire se di modico valore o indiretta?
La traccia non fornisce sufficienti elementi per propendere per la sussunzione in termini di contratto di mutuo ma, semmai, in termini di un atto di liberalità, salvo poi individuarne la natura giuridica corretta.
Se si opta per la donazione di modico valore ex art. 783 c.c., non sarebbe necessaria la forma solenne dell’atto pubblico, e dunque tale donazione sarebbe valida ed efficace, sussistendo la mera tradizione del bene mobile (il denaro).
Viceversa, se riteniamo la donazione de qua non di modico valore, tenuto conto anche delle condizioni economiche del donante, la donazione sarà invalida in difetto del requisito formale.
Tuttavia, l’invalidità può essere bypassata attraverso la più corretta qualificazione in termini di “donazione indiretta” o liberalità non donativa, di cui all’art. 809 c.c.
Ne consegue che Caio potrà resistere alla domanda restitutoria di Tizio, eccependo che si tratti di una donazione indiretta, non soggetta a vincoli di forma e dunque valida.
Da ultimo, occorre rilevare che quantunque la donazione de qua sia valida, ovvero ci si trovi dinanzi ad una liberalità indiretta, Caio sarà esposto ad un’eventuale azione di riduzione da parte di Tizio, nell’eventualità che sia stata lesa la sua quota di legittima (art. 553 e ss c.c.), stante il richiamo di cui all’art. 809 c.c.
Note: la donazione di cosa altrui è stata oggetto di uno specifico articolo del Blog del Praticante: AspiranteAvvocato.it curato dal talento dell’avv. Tiziana Caboni e di uno specifico focus di approfondimento, nonché oggetto di schemi argomentativi sintetici forniti agli allievi della Scuola Edizioni Giuridiche – Formazione
Schemi ragionati con ipotesi di risoluzione. Parere di diritto civile – Prima Traccia
da effjey | Dic 20, 2016 | ESAME 2016
Parere di diritto civile – Traccia n. 1: Esame Scritto Avvocato 2016
Nel corso della seconda lezione di equitazione all’interno del maneggio della società Alfa, il piccolo Tizio, figlio dei signori Beta, viene disarcionato dal cavallo e cade rovinosamente a terra. Condotto al Pronto soccorso e sottoposto a controllo radiografico, al piccolo viene diagnosticata una forte contusione al polso destro e applicato un tutore mobile per la durata di 20 giorni. Poiché, tuttavia, anche decorso tale periodo, il bambino continua a lamentare una evidente sintomatologia dolorosa e non riesce a muovere la mano, i signori Beta lo fanno visitare da uno specialista che, dopo aver effettuato una radiografia in una diversa proiezione, si avvede dell’esistenza di una frattura (non evidenziata al momento della visita al Pronto soccorso) che, a causa del tempo ormai trascorso, non può più consolidarsi se non attraverso un intervento chirurgico, da effettuarsi quanto prima.
Dati fattuali rilevanti: Il piccolo Tizio viene disarcionato da cavallo durante una lezione di equitazione in un maneggio, cade rovinosamente a terra e riporta delle lesioni al polso, non correttamente diagnosticate e curate dal medico del Pronto Soccorso, che si limita a rilevare una semplice contusione. Necessità di un intervento chirurgico in seguito alla corretta diagnosi di frattura del polso destro. Sfortunatamente, nonostante l’intervento sia eseguito a regola d’arte, residuano postumi permanenti (invalidità del 6%). Sussistenza di spese per cure mediche sostenute dai genitori Beta e pari ad euro 10.000.
Questioni giuridiche sottese: Configurabilità della responsabilità della Società Alfa e natura giuridica della stessa: artt. 1218, 2050 c.c. o 2052 c.c.? Rilevanza della condotta dell’istruttore/colpa grave. Validità delle clausole di esonero della responsabilità ex art. 1229 c.c. Responsabilità della struttura sanitaria e del medico: extracontrattuale o da contatto sociale qualificato? Accertamento del nesso di causalità con particolare riferimento alla rilevanza delle concause. Responsabilità solidale ex art. 2055 c.c. della Società Alfa e della Struttura ospedaliera per la lesione riportata dal piccolo Tizio. Danni risarcibili: danno patrimoniale o non patrimoniale.
Norme giuridiche applicabili: Artt. 40-41 c.p., 1173, 1218, 1229, 2043, 2050, 2052, 2059, 2697 c.c.
Soluzione/Sussunzione: Occorre suddividere l’argomentazione del parere in tre parti, corrispondenti alle tre macro-questioni giuridiche ad esso sottese.
– Responsabilità della società Alfa, titolare del maneggio.
E’ preferibile l’inquadramento nell’alveo dell’art. 2050 – e non 2052 c.c. –in materia di esercizio di attività pericolose; tuttavia la responsabilità del titolare del maneggio, a ben vedere, stante la sussistenza a monte di un contratto stipulato dai signori Beta, nella loro qualità di genitori del piccolo Tizio, potrebbe essere ricondotta anche nell’alveo della responsabilità contrattuale ex art. 1218 c.c.
In particolare la causa di tale contratto è ravvisarsi non soltanto nello scambio tra prestazione principale, avente ad oggetto le lezioni di equitazione, e corrispettivo, ma in una serie prestazioni accessorie ex art. 1175 c.c. identificabili negli obblighi di protezione.
La differenza si può cogliere, tra le altre cose, in relazione all’onere probatorio richiesto dalle due fattispecie: nel 2050 c.c., fattispecie di responsabilità aggravata, si assiste ad una inversione dell’onere della prova, di talché il danneggiato dovrà dimostrare il nesso di causa e il danno subito, ma non la colpa; viceversa, nella responsabilità ex art. 1218 c.c. il creditore avrà l’onere di allegare l’inadempimento e provare titolo costitutivo e danno subito. Nemmeno in tale caso dovrà dimostrare la colpa del debitore.
– Validità di clausole di esonero sottoscritte dai signori Beta.
La sussunzione nell’alveo del 1218 c.c. giustificherebbe anche la sottoscrizione di clausole di esonero, come risulta dalla traccia; dette clausole infatti non sono ipotizzabili nell’ambito della responsabilità extracontrattuale pura.
Ed in ogni caso, v’è da dire che a mente dell’art. 1229 c.c., le clausole in parola debbono considerarsi nulle, poiché è ravvisabile, oltre la colpa grave dell’istruttore – il quale, dinnanzi al contegno irrequieto dell’equino, non ha interrotto immediatamente la lezione – un danno non patrimoniale afferente ad interessi della persona indisponibili, tutelati a livello costituzionale.
– Responsabilità della Struttura sanitaria/Pronto Soccorso e del medico.
Va esclusa indubitabilmente la responsabilità del medico specialista e dell’equipe di chirurghi che hanno operato il piccolo Tizio, per difetto di nesso causale e di colpa. Quanto invece alla responsabilità per il danno-evento riportato dallo stesso (lesione del suo diritto alla salute, tutelato dall’ art. 32 Cost.), occorre distinguere la posizione del Pronto Soccorso, attesa la natura contrattuale della responsabilità nei confronti del piccolo Tizio, da quella “da contatto sociale qualificato” del medico ex artt. 1173-1218 c.c., nonostante l’infelice formulazione dell’art. 3, della L. 158/2012, cd. Riforma Balduzzi, che discorre di responsabilità extracontrattuale.
E’ pacifico, inoltre, che i danni riportati da Tizio siano di natura patrimoniale, avendo sostenuto spese mediche per un importo pari a 10.000 euro, e non patrimoniali, sub specie di danno biologico, avendo riportato un’invalidità permanente del 6%.
Ma chi risponde di tali danni?
Dal punto di vista causale (artt. 40-41 c.p.), il danno è stato cagionato dalla condotta:
del titolare del maneggio;
del Pronto Soccorso/medico, per omessa diagnosi, che costituiscono antecedenti necessari nella verificazione dell’evento lesivo (cd. concause).
Ci troviamo pertanto di fronte ad un concorso tra responsabilità contrattuale ed extracontrattuale e di tipo solidale ex art. 2055 c.c.
Si ricordi che la regola probatoria applicabile nel processo civile nell’accertamento del nesso di causalità è diversa e meno rigorosa rispetto al processo penale (cd. regola BARD), essendo sufficiente, ai fini della responsabilità civile, “il più probabile che non”.
Note: la responsabilità extracontrattuale, con particolare riferimento alla responsabilità sanitaria, è stata trattata a più riprese durante il corso di Edizioni Giuridiche – Formazione. Idem dicasi del nesso di causalità e del suo accertamento in sede civile e penale.

References: art. 628
 sentenza 
 art. 628
 Cass. 
 art. 69
 art. 69
 sentenza 
 sentenza 
 art. 99
 art. 63
 art. 63
 art. 99
 art. 628
 art. 69
 art. 163
 art. 2901
 art. 2697
 art. 2901
 art. 2929
 art. 118
 art. 110
 art. 217
 art. 353
 art. 110
 art. 70
 art. 81
 art. 326
 art. 5
 art. 5
 art. 47
 sentenza 
 art. 1159
 art. 782
 art. 1159
 art. 14
 art. 1159
 art. 1159
 art. 1418
 art. 1158
 art. 948
 art. 533
 art. 1159
 art. 783
 art. 1229
 art. 2055
 art. 1218
 art. 1175
 art. 1218
 art. 32
 art. 2055