Source: http://patrimoniosos.it/rsol.php?op=getartcod&id=31
Timestamp: 2020-04-01 16:52:35+00:00

Document:
PROPOSTA ALTERNATIVA DI PARERE DEI DEPUTATI GRIGNAFFINI ED ALTRI
premesso che lo schema di decreto legislativo recante «Codice dei beni culturali e paesaggistici», al termine di un iter lungo e tortuoso, segnato da fughe di notizie relative ai contenuti, regolarmente smentiti da fonte ministeriali, è stato sottoposto alle commissioni parlamentari prima ancora che le regioni abbiano espresso il loro parere, e che quindi la discussione è iniziata mettendo a disposizione delle commissioni parlamentari competenti, un testo non definitivo;
ricordato che malgrado la sua strategica importanza, ed il fatto che il Governo abbia avuto a disposizione 18 mesi di tempo per esprimere uno schema di decreto legislativo, la bozza di Codice è stata sottoposta ai pareri parlamentari in coincidenza con la sessione di bilancio e a pochi giorni dalla scadenza della delega, negando al Parlamento i tempi adeguati per un attento esame del testo - auspicato peraltro dallo stesso Ministro sugli organi di stampa - e per sviluppare la corretta dialettica politica;
considerato che il ricorso alla legislazione delegata era apparso, già in sede di approvazione della legge 6 luglio 2002, n. 137, superfluo, ritenendosi non necessaria una riforma tanto «radicale» del settore. Il decreto legislativo n. 490 del 1999 discende da una delega del 1997 (legge n. 352 del 1997) che prevedeva, tra l'altro, all'articolo 1, comma 3, la possibilità che il Testo Unico, potesse essere aggiornato entro tre anni dalla data della sua entrata in vigore (pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 27 dicembre 1999). Il Governo ha invece lasciato decadere il termine stabilito portando alla approvazione del Parlamento la legge n. 137 del 2002, che prevede all'articolo 10 una delega - ai limiti della costituzionalità secondo molti - per una sostanziale e radicale riforma del settore dei beni culturali e ambientali;
osservato che lo schema di decreto legislativo non è stato sottoposto all'esame del Consiglio dei beni culturali, massimo organo di consulenza del Ministero per i beni e le attività culturali, che peraltro non è stato convocato dal Ministro da più di un anno;
rilevato, più specificatamente che:
la questione delle funzioni è quella che con più urgenza si pone dopo la riforma del Titolo V della Costituzione. Un Codice, che, allo stato attuale, non codifichi questo mutamento sostanziale e formale, fallisce il suo obiettivo;
il Governo ha stabilito di imporre la forma codicistica al decreto legislativo in oggetto, malgrado nulla fosse stabilito in questo senso dalla delega, se non la «codificazione delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali». In questo senso va sottolineato che il Codice in parola norma i beni paesaggistici e non quelli ambientali, i codici sono leggi che hanno forma di un'organica raccolta di norme, organizzata in modo sistematico e tendenzialmente completo e stabilizzato, relative ad un ampio settore dell'ordinamento giuridico. Il codice dei beni culturali ha l'ambizione di sostituirsi ad un precedente Testo Unico vale a dire ad una raccolta ordinata di norme relative a una stessa materia ma provenienti da fonti diverse ed accumulatesi nel tempo. Lo schema presentato dal Governo raccoglie in massima parte - con alcune modifiche - una normativa preesistente che discende dal Testo Unico e per mezzo di esso dalle leggi previdenti; tuttavia, in ragione della pressoché contemporanea approvazione di altre norme di settore - per altro, come vedremo in seguito, in netta e tagliente contraddizione con il codice stesso - e in ragione dell'esclusione di altri pezzi di ordinamento-vigente, o in via di approvazione - di carattere organizzativo e amministrativo, oltre che per la mancata introduzione delle norme attuative del Titolo V della Costituzione non riesce a determinarsi come codice e pecca per una carenza di completezza e organicità, mancando all'obbiettivo che gli era stato assegnato dal Parlamento in fase di approvazione della delega. Quanto sopra sottolineato è tanto più grave, se consideriamo che i decreti legislativi, secondo quanto stabilito dalla legge delega avrebbero dovuto, tra l'altro, senza ulteriori oneri per il bilancio dello Stato, attenersi ai principi e criteri direttivi di adeguamento agli articoli 117 e 118 della Costituzione;
manca, peraltro, ogni riferimento ad una architettura istituzionale che sia alla base delle novità introdotte nel Titolo V della Costituzione. Infatti, malgrado, come si è detto, la delega prevedesse un adeguamento al titolo V della Costituzione, il Codice evita con accuratezza ogni diretto e schietto riferimento alla distribuzione delle funzioni tra Stato, Regioni ed enti territoriali, tra centro e periferia. Di conseguenza manca anche ogni esplicito richiamo alla questione della cooperazione tra i diversi livelli di governo della Repubblica, che viene previsto all'articolo 5, senza tuttavia definirne i modi, le regole e le finalità;
la delega di cui all'articolo 10 della legge n. 137 del 2002, al comma 2, lettera d) stabilisce che tra i criteri direttivi che dovranno caratterizzare il nuovo codice vi è l'interdizione per gli estensori ad abrogare gli attuali strumenti. Al contrario, l'articolo 184 prevede proprio nella rubrica le norme abrogate. Tra le altre spicca il decreto del Presidente della Repubblica 7 settembre 2000, n. 283;
le materie sono trattate, in molti casi, disorganicamente e incoerentemente, creando problemi di leggibilità del testo che presenta continui e troppo complessi rimandi ad articoli precedenti o successivi perdendo quindi di coesione e chiarezza;
incoerenti e spesso poco aggiornate sono anche alcune definizioni essenziali per la comprensione e l'attuazione delle norme, mentre non appare congruente la definizione solo parziale di alcune materie;
il Codice in esame presenta una evidente perdita di compattezza e di organicità rispetto alle fonti precedenti (prima fra tutte la legge n. 1089 del 1939, seguita dal testo unico del decreto legislativo n. 490 del 1998);
l'incompletezza, da disorganicità, le incoerenze, la difficile leggibilità del testo, rappresentano un passo indietro rispetto alla perspicuità della normativa previgente;
il precedente coordinamento della normativa vigente riordinata nel Testo Unico nel 1999, rendeva inutile rimettere mano ad una materia tanto complessa e delicata. Sarebbe stato piuttosto utile apportare alla normativa consolidata, una serie di correzioni e di aggiornamenti alla luce delle riforme costituzionali e dell'assetto amministrativo;
è lampante poi, che i continui rimaneggiamenti della legislazione di settore non facilitano il già arduo compito di applicazione (e interpretazione) della norma da parte degli amministratori e degli addetti in materia, il che è tanto più grave in un contesto di forte destabilizzazione ed indebolimento dei principi canonici e consolidati della tutela, dei rapporti tra pubblico e privato e del ruolo pubblico in questo settore;
rispetto ai principi che governano il Codice e sui contenuti della delega si osserva che:
questione di principio fondamentale e irrinunciabile riguarda la formulazione degli articoli 2, 10 e 11 del Codice. All'articolo 2, infatti, si afferma che sono beni culturali le cose immobili e mobili che, ai sensi degli articoli 10 e 11, presentano interesse culturale. Ai successivi articoli 10, comma 3 e 11, comma 1 si stabilisce rispettivamente che: «Sono altresì beni culturali, quando sia intervenuta la dichiarazione prevista dall'articolo 13...» e «Fatta salva l'applicazione dell'articolo 10, qualora ne ricorrano presupposti e condizioni, sono beni culturali, in quanto oggetto di specifiche disposizioni del presente Titolo...». Dal combinato disposto di questi tre articoli si evince che, secondo gli estensori del Codice, esistono beni culturali che assumono tale natura solo in conseguenza della dichiarazione di interesse culturale. Al contrario, è sempre opportuno ricordare, che la giurisprudenza prevalente, afferma l'esclusivo valore dichiarativo, e quindi non costitutivo, della dichiarazione di interesse, ovvero l'atto di pubblicità della qualità culturale del bene in oggetto. Valore costitutivo, al contrario, si deve attribuire unicamente alla notificazione del decreto di dichiarazione al privato proprietario che solo con la notificazione è sottoposto agli obblighi e alle restrizioni previste dal regime di tutela;
è bene citare per completezza quanto scritto in proposito dalla Commissione Papaldo nel 1970: «la qualità di bene culturale inerisce alla cosa per le caratteristiche che le sono proprie. Gli atti con i quali è accertata o dichiarata tale qualità producono solo l'effetto di renderne pubblica la conoscenza»;
il nuovo codice, frantuma il principio di unità del patrimonio, differenziandone lo statuto a seconda del regime di proprietà. Quello espresso dalla legge n. 1089 del 1939 e poi dal Testo Unico era un concetto unitario e coerente, che dava vita ad uno statuto dei beni culturali che ha avuto efficacia fino ad ora ed ha segnato e disegnato la storia della tutela e della salvezza del patrimonio culturale del nostro paese fino ad oggi. Tale statuto dei beni culturali si basava su un concetto centrale per lo Stato moderno: la pubblica utilità. Il patrimonio culturale, a prescindere dal regime di proprietà, deve essere necessariamente svincolato dalle regole che disciplinano i beni merci, perché la sua finalità non è di carattere commerciale, ma culturale e dunque attiene alla crescita civile, sociale e culturale dei cittadini. È quindi dovere di tutti i cittadini e di tutti i livelli di governo della nazione la trasmissione di questo patrimonio alle future generazioni;
di fatto si viene anche a sbriciolare l'unità degli interventi di tutela. Superando il fondamentale principio secondo il quale ogni singolo bene è componente indispensabile e imprescindibile della coerenza interna e la leggibilità del patrimonio culturale, si compie un'implicita gerarchizzazione dei beni. Da ciò discende la frantumazione degli interventi di tutela sul patrimonio culturale in cui lo Stato conserva i beni «maggiori» e concede alle regioni quei beni la cui importanze considera residuale. La distribuzione di competenze al contrario deve avvenire o per porzioni omogenee o per livelli di intervento, sempre facendo in modo che non si rompa la continuità contestuale del patrimonio culturale. La rottura della coesione del patrimonio culturale è tanto più grave in quanto, è appunto questo carattere, ai fini della pubblica utilità e fruizione, a giustificare la limitazione del diritto di proprietà dei singoli e quindi l'intervento anche massiccio dello Stato finalizzato alla conservazione del bene, anche contro la volontà del proprietario;
inoltre, se il testo unico, legato com'era ad una delega che consentiva unicamente il coordinamento formale delle leggi precedenti, si è limitato mutuare i principi base dagli Atti della Commissione Franceschini - non una legge, ma certo una fonte imprescindibile per ogni successiva riflessione culturale sul patrimonio culturale - e ad introdurre il concetto di «testimonianza avente valore di civiltà», il legislatore che ha redatto il Codice in oggetto, pur in presenza di una delega amplissima, non si è spinto oltre la traslazione dell'elencazione dei beni, dall'articolo 2 del Testo Unico all'articolo 2 (e articolo 11 per quanto riguarda l'elencazione) del «nuovo» codice: è dunque mancato il coraggio - o la volontà - di affrancarsi dal concetto di coseità e di offrire quindi una definizione veramente unitaria del patrimonio culturale;
rilevato inoltre, in riferimento ai singoli articoli, che:
all'articolo 10, è consigliabile aggiungere all'elenco di oggetti appartenenti alla categoria di beni culturali i «siti minerari di interesse storico e demoetnoantropologico, le navi e i galleggianti aventi interesse artistico, storico o demoetnoantropologico, le tipologie di architettura rurale aventi interesse storico o demoetnoantropologico in qualità di testimonianze dell'economia rurale tradizionale» al fine di adeguare il presente decreto alla normativa prevista nella legge n. 172 del 2003 sulle navi d'epoca. E a quanto stabilito nel recente disegno di legge sull'architettura rurale;
inoltre, sempre all'articolo 10 sostituire l'aggettivo «etnoantropologico» con quello «demoetnoantropologico». Infatti, nella relazione dello schema di decreto vengono addotte delle spiegazioni all'origine della reintroduzione del termine «etnoantropologico» che risultano poco convincenti soprattutto in considerazione del fatto che l'aggettivo demoetnoantropologico è ormai di uso corrente nella legislazione attuale ed è stato introdotto dal decreto legislativo n. 112 del 1998 superando la terminologia del decreto del Presidente della Repubblica n. 616 del 1977 nel quale è, appunto, presente l'attributo «etnoantropologico»;
all'articolo 11: al comma 1 lettera a) si includono nel novero dei beni considerati culturali, qualora ne ricorrano presupposti e condizioni, gli affreschi, gli stemmi, i graffiti, le lapidi, le iscrizioni, i tabernacoli e gli altri ornamenti di edifici esposti o non alla pubblica vista. I beni in questione sono tradizionalmente considerati a se stanti in virtù della loro particolare qualità e considerati beni culturali ex lege, a prescindere dal procedimento di dichiarazione di interesse culturale e da ogni valutazione sul loro valore. Tali beni, infatti, sono portatori di per se stessi di un valore di memoria collettiva: targhe, lapidi o iscrizioni sono la concretizzazione di un ricordo, di un avvenimento, mentre decorazioni, graffiti o tabernacoli sono evidentemente parte integrante - pertinenze in termine tecnico - di un edificio e dunque non scindibili da esso. Dunque non è condivisibile che si pongano - contrariamente a quanto avveniva in passato - delle condizioni (presupposti e condizioni peraltro non meglio specificate alla inclusione di questi beni tra quelli culturali. Si deve specificare che, come abbiamo già accennato in precedenza, un bene culturale è tale in virtù della sua natura e non in ragione di una elezione fatta dalla autorità amministrativa o politica. Non a caso, si parla di dichiarazione di interesse culturale e non di costituzione di tale interesse. La previsione dell'articolo 11, comma 1, lettera a) è peraltro in netto e palese contrasto con la previsione di cui all'articolo 50 (Distacco di beni culturali), nel quale si sancisce il divieto - senza preventiva autorizzazione - di distaccare affreschi, stemmi, graffiti, lapidi, iscrizioni, tabernacoli ed altri ornamenti, esposti e non alla pubblica vista. In questo contesto non si fa alcun riferimento all'articolo 11 e neanche si prevedono quei presupposti e condizioni di cui sopra. Se dunque l'articolo 50 si deve interpretare come divieto generalizzato di distacco di ciascuno dei beni elencati (li si sottopone dunque al regime proprio dei beni culturali), in ragione della loro tipologia e finalità, l'articolo 11 invece stabilisce una discrezionalità - che si basa su presupposti e condizioni
- affinché essi possano essere sottoposti alle disposizioni della legge. In un caso essi sono beni culturali ex lege, nell'altro sono beni culturali solo in ragione di una discrezionalità;
agli articoli 12 e seguenti gli articoli del Codice che riguardano la verifica dell'interesse culturale, divergono da quanto stabilito dall'articolo 27 della legge n. 326 del 2003. Nel codice infatti, pur nella identità di procedimento, non si parla in nessun caso di silenzio assenso o di perentorietà dei termini di conclusione di procedimenti. Il codice nasce quindi gravato dall'ipoteca di una normativa parallela ed esterna ad esso e con esso in netto contrasto, sia dal punto di vista dei procedimenti amministrativi che della filosofia e dei principi. Rimane fermo poi il principio secondo il quale la verifica in questione dovrebbe accertare l'eventuale insussistenza del valore culturale piuttosto che la sua sussistenza. Si ritiene, per altro, che la verifica di interesse negativo debba essere resa pubblica attraverso gli adeguati sistemi di divulgazione. Si ritiene inoltre che, per non cadere in incresciose sovrapposizioni normative, l'articolo 27 della legge n. 326 del 2003 - che peraltro trova tutti i sui riferimenti nel Testo Unico - debba essere inserito tra le norme abrogate all'entrata in vigore del Codice;
all'articolo 16, è necessario prevedere anche la possibilità di ricorso amministrativo avverso alla verifica con esito negativo di sussistenza di interesse culturale. Difatti, se si ammette la possibilità inadeguata valutazione da parte della pubblica amministrazione relativamente alla dichiarazione di interesse culturale, deve ritenersi altresì possibile un errore di valutazione anche in caso di verifica negativa della sussistenza di interesse culturale su di un bene;
all'articolo 20: si deve rilevare che tra gli interventi su beni culturali soggetti a divieto o ad eventuale autorizzazione sarebbe necessario conservare - conformemente a quanto stabilito nel Testo Unico e ancor prima dalla legge n. 1089 del 1939) - anche la semplice modifica dei beni stessi;
all'articolo 29. In un contesto di esternalizzazione e devoluzione delle funzioni di tutela, valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale appare gravissimo e dannosissimo che il Codice non proceda alla definizione dei livelli di qualificazione di tutti i professionisti del settore, limitandosi a definire e formalizzare unicamente l'attività dei restauratori, abbandonando alla delegificazione tutte le altre figure che intervengono sui beni: storici dell'arte, archeologi, archivisti, bibliotecari. A codice definitivamente approvato, solo gli architetti - protetti e definiti da un ordine professionale - e restauratori saranno in grado di definire la loro formazione e dunque le loro competenze specifiche. Nulla osterebbe a ché il codice definisse anche le altre professionalità appena citate. Si apre, invece, una questione gravissima di giustizia, di libera concorrenza e di equità e di trattamento tra i lavoratori tecnici del ministero e di tutti gli altri professionisti che direttamente o indirettamente intervengono sul patrimonio culturale, oltre che un problema relativo al dilagare delle competenze di alcune professionalità in campi che non gli sono propri. Per altro, se è comprensibile e condivisibile che il Codice stabilisca i livelli di qualificazione necessaria, non altrettanto congrua è la previsione, in questo contesto, la definizione dei percorsi formativi;
all'articolo 54, il comma 2, alla lettera d) recita che sono altresì inalienabili «le cose immobili dichiarate di interesse particolarmente importante, quali testimonianze dell'identità e della storia delle istituzioni pubbliche, collettive, religiose ai sensi dell'articolo 10, comma 3), lettera d)». Forse è sfuggito al legislatore che l'articolo 10, nel definire le diverse categorie di beni culturali individua alla richiamata lettera d) del comma 3, le cose immobili a chiunque appartenenti che rivestono un interesse particolarmente importante...». Appare dunque chiaro, ad un esame appena meno che superficiale, che si sta definendo, per la prima volta nella storia della tutela di questo paese, la inalienabilità di beni culturali appartenenti a soggetti privati. Poiché siamo convinti si tratti di un mero errore «materiale», nel richiamare il Governo ad una maggiore attenzione nella stesura dei testi normativi che propone all'attenzione del Parlamento, si rileva che il moltiplicarsi delle possibili gradazioni di interesse dei beni, oltre a contravvenire ai principi acquisiti della tutela, crea una confusione che, sembrerebbe, neanche lo stesso Governo, riesce a gestire;
agli articoli 88 e seguenti: l'aggiornamento del Testo Unico e a maggior ragione il nuovo Codice rappresentano l'occasione ideale - fino ad ora mancata - di ridare ordine ed aggiornare il settore dei ritrovamenti e scoperte (Capo VI, Sezione I, articoli 88 e seguenti), nel senso di un maggior rigore per le concessioni di scavo, che devono poter essere assegnate - come è prassi da diversi decenni - solo a Università o a Istituzioni di ricerca con adeguata qualificazione nel settore nonché nel senso di abolire la possibilità di assegnazione di una quota parte dei beni ritrovati come premio per gli scopritori;
all'articolo 101: assolutamente inattuali e lacunose sono le definizioni di cui all'articolo 101. Autorità internazionali di settore come l'ICOM - International Council of Museums, hanno da tempo dato la più corretta definizione di museo; la divergenza e l'incompletezza della formulazione scelta dal legislatore delegato pone il nostro paese al di fuori delle regole internazionali. Si ritiene di dover suggerire quindi la sostituzione dell'attuale definizione con la seguente: Istituzione permanente e senza fini di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperto al pubblico, e che ha lo scopo di acquisire, conservare, compiere attività di ricerca, comunicare ed esibire a fini di studio, educazione e svago, le testimonianze materiali dell'uomo e del suo ambiente. Da tale autorevolissima definizione discendono anche quelle di area archeologica e di parco archeologico, ma anche quella di biblioteca. Rispetto alla definizione di archivio è necessario prevedere anche funzioni di studio;
all'articolo 120 (ora 114): si ritiene necessario un chiarimento in riferimento a quanto previsto in questo articolo dove si stabilisce che i livelli uniformi di qualità della valorizzazione siano definiti in concorso tra Ministero, regioni, altri enti pubblici e università. Infatti, la definizione dei livelli uniformi, concernente i principi generali della valorizzazione che secondo quanto stabilito dall'articolo 117 della Costituzione, ricadono tra le esclusive competenze dello Stato infatti, «sono materie di legislazione concorrente quelle relative a: [..] valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; [..]. Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato» Più in generale poi lo stesso articolo 117, della Costituzione alla lettera m) riserva alla legislazione esclusiva dello Stato la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Essendo la fruizione strettamente legata alla pubblica utilità e dunque ad un diritto diffuso dei cittadini, si può ragionevolmente concludere che i livelli essenziali della valorizzazione ricadano tra i diritti civili e sociali e siano dunque regolati dalla lettera m) dell'articolo 117 della Costituzione e siano di conseguenza riservati alla legiferazione statale;
all'articolo 121 (ora 115), comma 6 (ora comma 8): non è chiaro e perspicuo a chi si alluda quando si fa riferimento al «titolare dell'attività o del servizio». Se, come sembra logico, ci si riferisce ai soggetti pubblici proprietari, possessori o detentori dei beni oggetto di valorizzazione, sarebbe opportuno esplicitarlo. È poi da sottolineare che i poteri di indirizzo e di controllo dei titolari pubblici dei beni, non possono in nessun modo essere demandati ai singoli contratti di servizio.
Fermo restando che tali poteri devono necessariamente rimanere in capo alla amministrazione pubblica competente, poiché concernono i livelli essenziali di tutela e valorizzazione dei beni in oggetto, non possono quindi essere affidati all'arbitrio delle scelte discrezionali, pena la disgregazione, ancora una volta, dell'unità dei livelli di tutela e valorizzazione;
ritenuto necessario approvare comunque le seguenti modificazioni:
a) all'articolo 2, comma 2, siano soppresse le parole: «ai sensi degli articoli 10 e 11»;
all'articolo 5 il comma 2 sia sostituito con il seguente: «2. Le regioni esercitano le funzioni amministrative di tutela su manoscritti, autografi, carteggi, incunaboli, raccolte librarie, libri, stampe, incisioni, carte geografiche, pellicole o altro materiale audiovisivo con relativi negativi e matrici, non appartenenti allo Stato», e il comma 3 sia soppresso;
all'articolo 10, comma 3, dopo le parole: «sono altresì beni culturali» siano aggiunte le seguenti: «soggetti alle disposizioni del presente Codice»;
al comma 3, lettera b), le parole: «interesse storico particolarmente importante» siano sostituite con le parole: «interesse storico»;
al comma 4, lettera e), dopo le parole: «e i supporti audiovisivi in genere» siano inserite le seguenti: «, ovvero dischi, nastri, audiocassette, videocassette e altre tipologie di supporto magnetico e digitale,»;
all'articolo 12, comma 2, dopo la parola: «archeologico» sia aggiunta la parola: «, culturale»;
al comma 3, sia aggiunto, in fine, il seguente periodo: «L'esito negativo della verifica dell'interesse culturale è resa pubblica alla collettività attraverso adeguati mezzi di informazione»;
al comma 4, sia aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Il procedimento di cui al presente comma può essere avviato solo alla avvenuta decorrenza dei sessanta giorni utili per la proposizione del ricorso amministrativo avverso il provvedimento di verifica dell'interesse»;
all'articolo 16, dopo il comma 4, siano aggiunti i seguenti:
«5. Nel caso di verifica con esito negativo, di cui al comma 4 dell'articolo 12, è ammesso ricorso al Ministero per i beni e le attività culturali, per motivi di legittimità e di merito, entro i sessanta giorni successivi alla avvenuta pubblicità del provvedimento. Il ricorso può essere intentato dalle Regioni, dalle Province, dai Comuni, nonché dai cittadini, in forma individuale o associata.
6. La proposizione del ricorso comporta la sospensione degli effetti del provvedimento impugnato. Il Ministero per i beni e le attività culturali, sentito il competente organo consultivo, decide sul ricorso e ne dichiara l'esito entro il termine di novanta giorni dalla presentazione dello stesso.
7. In caso di accoglimento del ricorso da parte del Ministero la verifica dell'interesse culturale del bene deve considerarsi conclusa con esito positivo e, conseguentemente, deve essere interrotto definitivamente il procedimento di sdemanializzazione del bene»;
all'articolo 17, comma 2, dopo le parole: «individua e definisce» siano aggiunte le parole: «standard di catalogazione e»;
all'articolo 20, comma 2, dopo le parole: «Gli archivi» siano aggiunte le seguenti: «Le biblioteche e le raccolte di beni audiovisivi e digitali»;
al comma 4, dopo le parole: «previe intese» siano aggiunte le parole: «con il Ministero e», e in fine siano aggiunte le parole: «articolato in cataloghi nazionali settoriali coordinati dai competenti organi tecnici del Ministero»; all'articolo 41, comma 5, dopo le parole: «rappresentanti del Ministero» siano aggiunte le parole: «con funzioni ispettive»;
all'articolo 44, siano sostituite ovunque la parola: «comodato» con la parola: «deposito» e la parola «comodante» con la parola: «depositante»;
al comma 4 sia sostituito dal seguente: «4. La copertura assicurativa dei beni è sostituita dalla assunzione di impegno dei relativi rischi da parte dello Stato»;
all'articolo 54, comma 1 lettera c), siano sostituite in fine le seguenti parole: «, discoteche, mediateche e nastroteche»;
all'articolo 65, comma 3, lettera b), le parole: «interesse culturale» siano sostituite con le parole: «interesse storico»;
all'articolo 101, il comma 1 sia sostituito con il seguente:
1. «Ai fini del presente codice sono istituzioni di cultura i musei, le biblioteche, gli archivi, le discoteche, mediateche e nastroteche e gli istituti culturali. Sono luoghi della cultura le aree, i parchi archeologici e i complessi monumentali.»;
al comma 2, lettera a), dopo la parola: «museo» sia sostituito l'intero periodo con il seguente: «Istituzione permanente e senza fini di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperto al pubblico, e che ha lo scopo di acquisire, conservare, compiere attività di ricerca, comunicare ed esibire a fini di studio, educazione e svago, te testimonianze materiali dell'uomo e del suo ambiente»;
al comma 2 lettera b), dopo la parola: «biblioteca» sia sostituito l'intero periodo con il seguente: «Organismo, o parte di esso, il cui scopo principale è quello di creare e conservare una raccolta e di facilitarne l'uso delle risorse e strutture informative richieste per soddisfare esigenze d'informazione, ricerca, educazione e svago degli utenti»;
al comma 2, lettera c), le parole: «inventaria e conserva documenti originali di interesse storico per finalità di studio» siano sostituite con le parole: «studia, inventaria e conserva archivi e documenti per finalità di ricerca, consultazione e conoscenza delle fonti storiche»;
all'articolo 115, comma 1, dopo le parole: «immagini fotografiche», siano aggiunte le parole: «o digitali»;
all'articolo 118, comma 4, dopo le parole: «enti pubblici territoriali» siano aggiunte le parole: «che presentino caratteristiche organizzative e di impiego di personale competente, previamente stabilite dal Ministero»;
all'articolo 128, siano soppressi i commi 3 e 4;
all'articolo 169, comma 1, lettera b), dopo le parole: «sono altresì beni culturali» siano aggiunte le parole: «ovvero smembra archivi»;
all'articolo 184, sia soppresso il seguente periodo: «Decreto del Presidente della Repubblica 7 settembre 2000, n. 283».
sia aggiunto al termine il seguente periodo: «Legge 24 novembre 2003, n. 326, limitatamente all'articolo 27;

References: articolo 11
 articolo 117
in fine
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