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Timestamp: 2019-11-15 03:34:05+00:00

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Posted on 19 ottobre 2012 by Avv. Giuseppe Tripodi
Cassazione Sentenza n. 17438/2012
Stare troppo al telefono cellulare fa male ma imperterriti continuiamo a usarlo come se nulla fosse e senza le opportune cautele (auricolare – viva voce).
Un detto dice “chi è causa del proprio male pianga se stesso” ma chi è costretto? Purtroppo c’è che non vorrebbe starci al telefono per tutto questo tempo ma lavoro e altre necessità lo costringono a passare ore e ore col cellulare in mano.
Nessuno ha mai ottenuto un risarcimento per esersi ammalato usando il cellulare almeno fino ad oggi. Si, da oggi le cose cambiano, parola di Cassazione.
Una sentenza importante quella che ha emesso la Suprema Corte di Cassazione riguardo all’uso sfrenetico del cellulare che potrebbe essere definita “storica” se non altro per la presa di posizione decisa dei Giudici di Piazza Cavour riguardo alla possibile generazione di tumori per l’uso di cellulari e telefoni senza filo, infatti, con la sentenza n. 17438/2012 Piazza Cavour ha riconosciuto il nesso causale tra l’uso del telefonino e l’insorgenza del “neurinoma del Ganglio di Gasser” che sarebbe una grave patologia tumorale in grado di colpire i nervi cranici, in particolare il nervo acustico e, più raramente, come nel caso di specie, il nervo cranico.
Dopo svariati anni dalla nascita del primo “gigantesco” telefonino i progettisti dei vari brand non sono ancora riusciti a realizzare un modello che, a seguito di un uso continuo e costante, non sia nocivo per il nostro organismo. La scienza sul punto non è chiara e ancora oggi c’è chi sostiene che le onde inviate dal telefono cellulare non siano nocive per l’uomo e chi invece sostiene l’esatto il contrario.
Nell’attesa di avere nuovi modelli ovviamente super tecnoligici ma anche sicuri al 100% la Cassazione si fa sentire e, mettendo “sotto accusa” i telefoni mobili (cellulari ma anche i cordless), ritenendoli responsabili di aver generato con le loro onde un cancro ad un ex dirigente di una multinazionale che per ragioni di lavoro ha utilizzato i suddetti apparecchi 5-6 ore al giorno per un periodo di dodici anni, ha condannato l’Inail a risarcire il manager.
Il manager, a cui nel 2002 venne diagnosticato un tumore benigno al nervo trigemino sinistro, che lo ha reso invalido all’80%, ha subito associato la malattia all’uso prolungato del telefono cellulare e questa tesi è stata confermata scientificamente da due professori specializzati in neurochirurgia e oncologia.
La Corte d’Appello di Brescia nel 2009 ha condannato l’Inail a corrispondere al manager la rendita per malattia professionale prevista per l’invalidità all’80%.
Questa decisione è stata adesso confermata anche dai giudici di legittimità che hanno rigettato il ricorso proposto dall’Inail affermando che “nel caso di malattia professionale non tabellata, come anche in quello di malattia ad eziologia multifattoriale, la prova della causa di lavoro, che grava sul lavoratore, deve essere valutata in termini di ragionevole certezza, nel senso che, esclusa la rilevanza della mera possibilità dell’origine professionale, questa può essere invece ravvisata in presenza di un rilevante grado di probabilità; a tale riguardo, il giudice deve non solo consentire all’assicurato di esperire i mezzi di prova ammissibili e ritualmente dedotti, ma deve altresì valutare le conclusioni probabilistiche del consulente tecnico in tema di nesso causale, facendo ricorso ad ogni iniziativa ex officio diretta ad acquisire ulteriori elementi in relazione all’entità ed all’esposizione del lavoratore ai fattori di rischio ed anche considerando che la natura professionale della malattia può essere desunta con elevato grado di probabilità dalla tipologia delle lavorazioni svolte, dalla natura dei macchinari presenti nell’ambiente di lavoro, dalla durata della prestazione lavorativa e dall’assenza di altri fattori extralavorativi, alternativi o concorrenti, che possano costituire causa della malattia”.
Le considerazioni che si traggono da questa sentenza riguardano soprattutto il fatto che la Corte giudicando questo caso ha stabilito che l’Ente è tenuto al risarcimento anche nel caso in cui una determinata malattia non rientri tra quelle riconosciute e “tabellate” dall’Inail se appunto viene provato che la stessa ha avuto origine per causa di lavoro.
L’uomo non ha più utilizzato il telefono cellulare senza auricolari o viva voce e, intervistato dal Corriere della Sera, ha dichiarato che “Volevo che questo problema diventasse di dominio pubblico perché molte persone non sanno ancora il rischio che corrono parlando a lungo al cellulare senza utilizzare l’auricolare, oppure tenendolo infilato nella tasca dei pantaloni”.
E’ strano che si riesca a creare apparecchi ultrasottili e ultra tecnologici ma non si è ancora riusciti a stabilire con certezza il nesso di causalità tra la malattia e la possibile causa della stessa.
Sull’argomento si è espresso anche il Consiglio d’Europa che ha invitato i Governi degli Stati a prendere “tutte le misure necessarie” per limitare l’esposizione ai campi elettromagnetici, specialmente alle frequenze radio dei cellulari, in particolare per i bambini e i giovani che sembrano i soggetti più a rischio di tumori cerebrali”.
annalato
Sentenza n. 17438/2012
2 Comments on Troppe ore al cellulare : INAIL deve risarcire il manager annalato di cancro
Sentenze - Cassazione Community // 19 ottobre 2012 a 10:48 //
Ripropongo una parte dell'articolo :
E’ strano che si riesca a creare apparecchi ultrasottili e super tecnologici ma non si è ancora riusciti a stabilire con certezza il nesso di causalità tra la malattia e la possibile causa della stessa.
Molto strano… vero?
Salviamo il Porto di Gioia Tauro // 19 ottobre 2012 a 11:01 //
Non è un caso se oggi posto questo articolo. Inserisco un piccolo estratto perchè vorrei fosse chiaro a tutti la portata del principio di diritto della sentenza di oggi. Credo sia importante ricordare a tutti i lavoratori, che rischiano ogni giorno LA SALUTE, che "… la Corte … ha stabilito che l’Ente è tenuto al risarcimento anche nel caso in cui una determinata malattia non rientri tra quelle riconosciute e “tabellate” dall’INAIL se viene provato che la stessa ha avuto origine per causa di lavoro" … (g.t.)

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