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Timestamp: 2019-02-18 08:22:18+00:00

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L’azione tipica della concussione, fattispecie appartenente alla categoria dei reati propri esclusivi o di mano propria del pubblico agente, può essere posta in essere anche dal concorrente privo della qualifica soggettiva – Michele De Luca
L’azione tipica della concussione, fattispecie appartenente alla categoria dei reati propri esclusivi o di mano propria del pubblico agente, può essere posta in essere anche dal concorrente privo della qualifica soggettiva
Corte di Cassazione, sezione sesta penale, sentenza 4 maggio 2018, n.19489.
SENTENZA 4 maggio 2018, n.19489
Pres. Rotundo – est. Calvanese
All’imputato era stato contestato il reato di cui agli artt. 81, 110, 56, 317 e 317 cod. pen., per aver, quale autore materiale, in concorso con S.P., abusando della qualità e dei poteri di quest’ultimo, nominato perito di ufficio (e del quale D. era ausiliario) in un giudizio penale al fine di stabilire le modalità di un incidente stradale che aveva coinvolto D.B.N., con la reiterata minaccia della predisposizione di una perizia sfavorevole tanto da ‘fargli perdere tutto’, da un lato posto in essere atti idonei e diretti in modo non equivoco a costringere il D.B. a versare loro la somma indebita di 20.000 Euro, non riuscendovi per fatti indipendenti alla loro volontà, e dall’altro costretto il medesimo a consegnare a titolo di acconto la somma di 5.000 Euro (in Bari da febbraio 2013 al 18 marzo 2013).
– violazione di legge in relazione all’art. 443 cod. proc. pen., in quanto la sentenza di primo grado non era appellabile dal P.M., non avendo il primo giudice modificato il titolo del reato (la forma continuata era già contestata nell’imputazione), ma avendo semplicemente qualificato il reato come unico;
– violazione dell’art. 357 cod. pen. e vizio di motivazione, non potendo essere attribuita all’imputato, che rivestiva il ruolo di ‘ausiliario’ del perito, la qualifica di pubblico ufficiale, risultando illogiche le motivazioni della sentenza sia in ordine all’accordo sussistente tra il ricorrente e lo S., avendo il giudice di merito fatto leva sulle dichiarazioni rese dal ricorrente in sede di incidente probatorio (dalle quali non emergeva affatto tale accordo, trattandosi di iniziativa personale assunta da quest’ultimo per intervenire ad ottenere una perizia favorevole al D.B. ) sia in ordine allo svolgimento da parte del ricorrente di pubbliche funzioni, avendo nella specie solo aiutato in attività di tipo materiale il perito e non, come ritenuto in sentenza, sostituito quest’ultimo;
– violazione degli artt. 317 e 319-quater cod. pen., avendo la Corte di appello omesso di rispondere sulle censure di gravame e comunque travisato le prove, in ordine alla sussistenza sia dell’abuso (il ricorrente quando ebbe a formulare la possibilità di influenzare il perito era un semplice privato) sia della minaccia di un male ingiusto (trattandosi piuttosto di persuasione o suggestione per tentare di convincere il D.B., consapevole della sua responsabilità nell’aver causato il sinistro – come ebbe a dimostrare altra perizia e la dinamica dell’incidente -, a corrispondergli la somma richiesta per un intervento ad adiuvandum, nella prospettiva quindi di ottenere la persona offesa un indebito vantaggio).
– violazione di legge in ordine alla qualificazione giuridica del delitto nella forma consumata, risultando contraddittoria la motivazione della sentenza impugnata, dal raffronto delle due motivazioni delle sentenze di merito, in ordine al momento in cui si sarebbe perfezionata la accettazione della promessa;
– violazione dell’art. 346-bis cod. pen. e vizio di motivazione sul punto, non avendo la Corte di appello ravvisato il diverso reato previsto dalla citata norma, con motivazione apparente e carente.
A tal fine, la Corte territoriale ha illustrato efficacemente la sequenza delle conversazioni captate: ai contatti intrapresi dal ricorrente con il D.B., erano seguite subito le informazioni riportate dal primo allo S. ampiamente indicative della raccolta del denaro che stava effettuando il D.B. ; altrettanto significativa è la conversazione in cui il ricorrente si era dato appuntamento con il D.B. per il pomeriggio stesso, assicurando di aver parlato della ‘cosa’ con la persona, da identificarsi con lo S., seguita dopo pochi minuti da quella intercorsa tra i due coimputati nella quale con linguaggio criptico ed allusivo avevano fatto riferimento all’appuntamento fissato in giornata con ‘quell’aamico’ per ‘quella cosa’.
Va rammentato che il delitto di concussione, di cui all’art. 317 cod. pen. nel testo modificato dalla I. n. 190 del 2012, è caratterizzato, dal punto di vista oggettivo, da un abuso costrittivo del pubblico agente che si attua mediante violenza o minaccia, esplicita o implicita, di un danno ‘contra ius’ da cui deriva una grave limitazione della libertà di determinazione del destinatario che, senza alcun vantaggio indebito per sé, viene posto di fronte all’alternativa di subire un danno o di evitarlo con la dazione o la promessa di una utilità indebita e si distingue dal delitto di induzione indebita, previsto dall’art. 319-quater cod. pen. introdotto dalla medesima l. n. 190, la cui condotta si configura come persuasione, suggestione, inganno (sempre che quest’ultimo non si risolva in un’induzione in errore), di pressione morale con più tenue valore condizionante della libertà di autodeterminazione del destinatario il quale, disponendo di più ampi margini decisionali, finisce col prestare acquiescenza alla richiesta della prestazione non dovuta, perché motivata dalla prospettiva di conseguire un tornaconto personale, che giustifica la previsione di una sanzione a suo carico (Sez. U, n. 12228 del 24/10/2013, dep. 2014, Maldera, Rv. 258470).
Orbene, efficacemente la Corte di appello ha messo in evidenza che al momento della condotta realizzata dal ricorrente nessun elemento di conoscenza poteva far ritenere che la persona offesa fosse al corrente dell’esito degli accertamenti peritali, avendo dalla sua parte piuttosto una sentenza civile di primo grado che gli dava ragione, e che il ricorrente aveva fatto intendere alla persona offesa che l’alea (se vincere o perdere) dipendesse dalla perizia che gli imputati dovevano redigere, con la possibilità per la persona offesa di ‘perdere tutto’ e non solo parte della somma (in secondo grado effettivamente ridotta a 50.000 Euro).
I denunciati ‘travisamenti della prova’ in ordine ai termini della minaccia prospettata dal ricorrente, lungi dal proporre il vizio di motivazione previsto dall’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen., lett. e) cod. proc. pen., finiscono per delineare soltanto una diversa, quanto preclusa lettura delle evidenze processuali (tra tante, Sez. 1, n. 47252 del 17/11/2011, Esposito, Rv. 251404).
Va rammentato che tale vizio consiste nel concorso, dialetticamente irrisolto, di proposizioni – testuali ovvero extra-testuali e contenute in atti del procedimento specificamente indicati dal ricorrente – concernenti punti decisivi e assolutamente inconciliabili tra loro, tali che l’affermazione dell’una implichi necessariamente e univocamente la negazione dell’altra e viceversa (Sez. 1, n. 53600 del 24/11/2016, dep. 2017, Sanfilippo, Rv. 271635).
Inoltre, nulla esclude allo stato che in sede di appello il fatto sia diversamente qualificato: non sussiste invero la violazione del divieto di ‘reformatio in peius’ qualora, ancorché sia proposta impugnazione da parte del solo imputato, il giudice di appello, senza aggravare la pena inflitta, attribuisca al fatto una diversa e più grave qualificazione giuridica (Sez. 2, n. 27460 del 13/06/2014, Manzo, Rv. 259567).
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