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Timestamp: 2018-08-15 05:54:35+00:00

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Busta paga firmata: dimostra il pagamento?
Busta paga firmata: dimostra il pagamento ricevuto?
> Business Pubblicato il 14 gennaio 2018
Se il lavoratore firma la busta è come se dichiarasse di aver ricevuto il pagamento oppure la firma del lavoratore non dimostra nulla? Scopriamolo insieme
Cosa succede se il dipendente si rifiuta di firmare la busta paga? E se, invece, la firma pur non avendo ricevuto lo stipendio o avendo ricevuto solo parte di esso? La firma del lavoratore corrisponde ad una dichiarazione di aver ricevuto il pagamento da parte dell’azienda; oppure non si tratta di una prova sufficiente. Scopriamolo insieme. Vediamo, dunque, come leggere la busta paga, cosa verificare, cosa ha previsto – da ultimo – la legge sul punto e se la firma del dipendente equivale alla dichiarazione di aver ricevuto il pagamento o, al contrario, non dimostra nulla.
1 Firma della busta paga: dichiarazione di ricezione del pagamento?
2 Cosa deve dimostrare il lavoratore?
3 Busta paga firmata: dimostra il pagamento ricevuto?
4 Posso rifiutarmi di firmare la busta paga?
5 Stop allo stipendio in contanti: la tracciabilità delle buste paga
6 Stop allo stipendio in contanti: perché?
Firma della busta paga: dichiarazione di ricezione del pagamento?
Cominciamo innanzitutto con il dire che il datore di lavoro non può obbligare il dipendente a firmare il cedolino con la busta paga, mentre è suo preciso obbligo, a prescindere dalla suddetta firma, corrispondere ai dipendenti lo stipendio. Ad ogni modo, la firma del lavoratore sulla busta paga non è una prova sufficiente, per l’azienda, per dimostrare – in modo inconfutabile e incontrovertibile – l’avvenuto pagamento delle retribuzioni se c’è contestazione del dipendente.
Ed infatti, la firma della busta paga non equivale ad una dichiarazione, da parte del lavoratore, di aver ricevuto il pagamento. Tuttavia, questo atto potrebbe far presumere il pagamento, a meno che il lavoratore non fornisca prova contraria [1]. Per cui, in caso di mancato versamento dello stipendio, nonostante la sottoscrizione del cedolino (che potrebbe essere avvenuta per imposizione), il lavoratore potrà fare causa al datore e recuperare gli arretrati. Ma cosa significa nella pratica? Che, in assenza di contestazioni, la firma del cedolino fa presumere l’avvenuto versamento dello stipendio; ma se il dipendente asserisce di non aver mai ricevuto i soldi, il datore di lavoro non potrà basarsi solo sulla busta paga con la sottoscrizione del lavoratore per dimostrare il contrario.
Cosa deve dimostrare il lavoratore?
Affinché la firma della busta paga non faccia automaticamente presumere che il pagamento sia stato effettuato, il lavoratore deve fornire prova dell’insussistenza del carattere di quietanza della dichiarazione sottoscritta. La busta paga difatti è un atto unilaterale, non un atto negoziale, si tratta cioè di un documento – obbligatorio – emesso direttamente dal debitore ovvero il datore di lavoro. La firma sulla busta dunque dimostra la ricezione della busta paga stessa, non necessariamente il pagamento degli importi su di essa riportati.
La firma del dipendente sul cedolino non sempre costituisce quietanza, ossia non sempre è una ammissione di pagamento. La prima cosa da fare, dunque, è vedere cosa c’è scritto sulla busta paga in corrispondenza dello spazio riservato alla sottoscrizione del lavoratore. Due sono le ipotesi:
firma per «presa visione e accettazione»; a volte è scritto solo «firma per ricevuta»: in questo caso il dipendente ammette solo di aver ricevuto la busta paga (intesa come documento cartaceo) e nient’altro; non implica quindi quietanza di pagamento, ossia ammissione di aver ricevuto la somma spettante a titolo di retribuzione. Pertanto, firmare la busta paga, in questo caso, non implica alcun tipo di rischio, anche se lo stipendio non è stato ancora versato o non è stato versato per intero;
firma per «accettazione e quietanza» o più semplicemente «per quietanza». La dicitura, di norma, è la seguente: «Dichiaro che i dati riportati nel presente prospetto paga sono rispondenti a verità e che appongo la mia firma per ricevuta dello stesso e dell’importo netto sopra evidenziato come netto da pagare». In tal caso si presume che lo stipendio sia stato regolarmente versato dall’azienda; ma tale presunzione può essere sempre contestata dal lavoratore anche con una semplice dichiarazione confermata da qualche testimone. Basterebbe cioè che questi si rivolga al giudice per ottenere la condanna del datore al pagamento delle somme dovutegli per onerare quest’ultimo della prova contraria. L’azienda dovrà allora fornire prove diverse dal semplice cedolino firmato, per dimostrare l’adempimento dell’obbligo retributivo: prove come un pagamento tracciabile perché eseguito con bonifico o con assegno.
In sintesi, essendo la busta paga un documento che l’azienda è obbligata a rilasciare al dipendente a prescindere dalla sua sottoscrizione, la firma di quest’ultimo sul documento non può considerarsi una quietanza liberatoria ed ha valore di ricevuta del prospetto paga, ma non delle somme riportate sullo stesso cedolino. Il dipendente potrà ugualmente fare causa all’azienda per ottenere il pagamento degli eventuali stipendi non pagati.
Anche la Cassazione [2] ha ragionato negli stessi termini, stabilendo che, in caso di una busta paga firmata, si deve ritenere sussistente una «presunzione di corrispondenza tra la retribuzione percepita e quanto indicato in busta paga anche se tale presunzione può essere sempre contrastata dal dipendente».
Posso rifiutarmi di firmare la busta paga?
Infine, come abbiamo anticipato, il dipendente può rifiutarsi di firmare la busta paga. Questo comportamento non può essere usato dall’azienda come scusa per non pagare lo stipendio. Solo se il rifiuto è ingiustificato e comporta dei danni, il datore di lavoro potrà valutare l’applicazione di una sanzione disciplinare.
Stop allo stipendio in contanti: la tracciabilità delle buste paga
Tutte le problematiche sin’ora esposte, fra non molto, potrebbero non avere più ragione di esistere. La nuova legge di bilancio [3], infatti, ha stabilito che dal 1° luglio 2018 il datore di lavoro potrà versare lo stipendio solo attraverso strumenti di pagamento tracciabili. Niente più contanti, dunque: le buste paga dovranno essere trasparenti. In particolare, la nuova normativa vieta al datore di lavoro o all’azienda di pagare lo stipendio dei propri dipendenti in contanti. A breve, dunque, saranno messi al bando i “soldi cash” per pagare la retribuzione, anche se di piccoli importi. Il datore di lavoro potrà versare lo stipendio solo attraverso strumenti di pagamento tracciabili. A partire dal 1° luglio 2018, infatti, tutti i datori di lavoro o committenti non potranno più corrispondere ai dipendenti lo stipendio a mezzo di denaro contante, qualunque sia la tipologia di lavoro instaurato. La retribuzione e ogni anticipo di essa potrà, quindi, essere versata solo attraverso modalità tracciabili: ecco perché sul punto si parla di tracciabilità delle buste paga.
Stop allo stipendio in contanti: perché?
Obiettivo della nuova normativa sulla tracciabilità delle buste paga è quello di porre fine alla spiacevole prassi di pagare i lavoratori meno di quanto risulta in busta paga e di quanto previsto nei contratti collettivi nazionali (Ccnl). È infatti noto che alcuni datori di lavoro, sotto il ricatto del licenziamento o della non assunzione, corrispondono ai lavoratori una retribuzione inferiore ai minimi fissati dalla contrattazione collettiva, pur facendo firmare al lavoratore una busta paga dalla quale risulta una retribuzione regolare. Ed invero, quella di far firmare una busta paga “falsa” più che una prassi costituisce un vero e proprio abuso, che non conosce latitudini. Si tratta, infatti, di una deprecabile pratica molto diffusa in ogni parte di Italia (non solo al Sud, per intenderci) ed in tutti i settori produttivi. Non sono stati pochi, inoltre, i casi di vera e propria estorsione perpetrata ai danni di dipendenti costretti, dietro minaccia di perdere il lavoro, ad accettare un salario inferiore rispetto a quello risultante nelle buste paga, formate regolarmente solo sulla carta. Così facendo, i datori di lavoro ottengono un illecito vantaggio a discapito del lavoro altrui, mentre i dipendenti non solo vengono privati di parte della propria retribuzione, ma vengono soprattutto lesi nella loro dignità. Come porre fine a tutto ciò? Rendendo lo stipendio tracciabile e “trasparente” ed eliminando i contanti. Per maggiori approfondimenti leggi: Pagamento stipendio: niente più contanti
[1] Trib. Bari, sent. 4754 del 12.10.2016.
[2] Cass. sent. 157/1986.
[3] L. n. 205 del 27.12.2017.
Tribunale Bari, Sezione L civile
Sentenza 12 ottobre 2016, n. 4754
Data udienza 12 ottobre 2016
IN NOME DEI POPOLO ITALIANO
in composizione monocratica, in funzione di Giudice del Lavoro, in persona della dott.ssa Antonia Salamida, all’udienza del 12.10.16 ha pronunciato la seguente
sentenza dando lettura della motivazione e del dispositivo ai sensi dell’art. 429 c.p.c. nella causa civile in primo grado iscritta al n. 3192/11 vertente
tra Ed. S.r.l., in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall’avv. N.So. – opponente – e Pe.Mi. – opposto contumace –
Oggetto: opposizione a decreto ingiuntivo.
Con ricorso depositato in data 28.02.11 la Ed. S.r.l. proponeva opposizione avverso il decreto ingiuntivo n. 15/11 del 10/11.01.11, con il quale il Giudice del Lavoro di Bari le aveva ingiunto il pagamento in favore di Fe.Mi. della somma di Euro 2.561,84 a titolo di omesso pagamento delle quote di tfr per il periodo 01.07.2004 – 28.02.2006 e per l’anno 2009, e chiedeva di revocare il decreto ingiuntivo opposto. Con vittoria delle spese di lite.
Assumeva l’infondatezza della pretesa monitoria per l’insussistenza del credito ingiunto.
Fe.Mi., regolarmente citato, non si costituiva e veniva dichiarato contumace.
Sulle conclusioni indicate in epigrafe la causa veniva discussa all’odierna udienza e decisa ai sensi dell’art. 429, primo comma, c.p.c. come modificato dall’art. 53, secondo comma, del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112 convertito in legge 6 agosto 2008 n. 133, dando lettura del dispositivo e della esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione.
L’opposizione va accolta per i motivi di seguito indicati.
Preliminarmente, per nota e consolidata regola giurisprudenziale, con l’opposizione si ristabilisce nel processo la posizione sostanziale delle parti, nel senso che il creditore opposto assume la qualità di attore ed ha l’onere di provare il suo credito, mentre il debitore assume la qualità di convenuto, tenuto perciò a provare i fatti estintivi, modificativi o impeditivi.
Corollari di tale principio sono che la pronuncia del decreto ingiuntivo non vale a far presumere il credito dell’ingiungente e che l’opposizione è sufficiente, per se stessa, a ripristinare le posizioni probatorie delle parti secondo il loro interesse ad agire o a resistere all’azione (così, sin da Cass. 16.5.1951 n. 1205; cfr. pure, fra le successive, Cass. 15.5.1974 n. 1385 e 12.5.1980 n. 3102).
Tanto premesso circa la distribuzione degli oneri probatori, si rileva che in atti manca il fascicolo della fase monitoria.
La Suprema Corte di Cassazione cori una recente pronuncia della prima sezione ha ribadito l’orientamento già consolidato in pregresse pronunce secondo il quale in difetto di produzione dei documenti offerti in comunicazione gli stessi non entrano a fare parte del fascicolo d’ufficio e il giudice non può tenerne conto. Tanto testualmente prevede, nel corpo della relativa motivazione, la richiamata sentenza “Ed infatti, come affermato nella pronuncia 8955/2006 (e conforme, la precedente 19992/2004), la parte avrebbe dovuto depositare nel giudizio di opposizione i documenti del ricorso per decreto ingiuntivo, atteso che la documentazione di corredo al ricorso per decreto ingiuntivo è destinata, per effetto dell’opposizione ai decreto, ad entrare nel fascicolo del ricorrente, restando a carico della parte l’onere di costituirsi in giudizio depositando il fascicolo contenente i documenti offerti in comunicazione; ne consegue che in difetto di tale produzione, essa non entra a fare parte del fascicolo d’ufficio e il giudice non può tenerne conto”.
Similmente Cass. III Sez., sentenza n. 8955/2006, sanciva “La documentazione posta a fondamento del ricorso per decreto ingiuntivo è destinata, per effetto dell’opposizione ed il decreto e della trasformazione in giudizio di cognizione ordinaria, ad entrare nel fascicolo del ricorrente, restando a carico della parte l’onere di costituirsi in giudizio depositando il fascicolo contenente i documenti offerti in comunicazione. Ne consegue che in difetto di tale produzione, essa non entra a fare parte del fascicolo d’ufficio e il giudice non può tenerne conto. L’omessa produzione in primo grado non preclude alla parte opposta rimasta contumace in primo grado in un giudizio regolato dall’art. 345 cod. proc. civ. nel testo previgente alla sostituzione operata dalla legge n. 353 del 1990, di produrre i documenti in appello, senza che sia necessario proporre appello incidentale ove il giudizio di primo grado sia stato definito con la conferma della pretesa posta a base dell’ingiunzione”.
Ne consegue che la mancata produzione dei documenti sui quali si fonda la richiesta monitoria di condanna ha precluso ogni delibazione circa la fondatezza di quest’ultima con la conseguenza che, nel caso di specie, l’opposto – attore in senso sostanziale in quanto ingiungente nella fase monitoria – rimasto contumace in giudizio non ha dato prova del suo credito.
Parimenti, la mancata risposta del convenuto all’interrogatorio formale può essere valutata, unitamente al complesso degli altri elementi emersi in giudizio, quale argomento di prova a conferma delle circostanze dedotte dalla parte ricorrente. Infatti, in tema di interrogatorio formale, l’inciso contenuto nell’art. 232 c.p.c. – secondo il quale il giudice può ritenere ammessi i fatti dedotti nell’interrogatorio se la parte non si presenta o si rifiuta di rispondere senza giustificato motivo, “valutato ogni altro elemento di prova” – va interpretato nel senso che la mancata risposta non equivale ad una confessione, ma può assurgere a prova dei fatti dedotti secondo il prudente apprezzamento del giudice (art. 116 c.p.c.), il quale può trarre elementi di convincimento in tal senso non solo dalla concomitante presenza di elementi di prova indiziaria dei fatti medesimi, ma anche dalla mancata proposizione di prove in contrario; il giudice, pertanto, può negare ad esso qualsiasi valore, qualora ritenga che i fatti dedotti non siano suffragati da alcun elemento di riscontro (cfr. Cass. 19 ottobre 2006, n. 22407; 20 aprile 2006, n. 9254; 10 marzo 2006, n. 5240).
Nella fattispecie il quadro probatorio acquisito è idoneo a costituire quel riscontro necessario al fine di dare rilevanza alla condona inerte del convenuto opposto il quale non si è presentato per rispondere all’interrogatorio formale richiesto dalla parte opponente in relazione all’integrale pagamento delle somme pretese a titolo di tfr.
Sostiene, infarti, parte opponente che Pe.Mi. sia stato regolarmente e totalmente soddisfatto dalla società Ed. S.r.l. anche con riferimento al credito oggetto dei presente giudizio (afferente il presunto omesso pagamento del TFR maturato per i due distinti periodi lavorativi). A tal fine ha depositato gli originali dei prospetti di paga relativi ai periodi lavorativi dedotti nel ricorso monitorio (cfr. ricorso in opposizione, all.ti da 1 a 21 per il primo periodo, all.ti da 22 a 32 per il secondo periodo), regolarmente consegnali al lavoratore, sottoscritti per quietanza e – evidentemente – non oggetto di contestazione nell’odierno giudizio.
Trattasi, in particolare, delle buste paga di febbraio 2006 e di novembre 2009, concernenti il pagamento dei due importi di TFR (cfr. ricorso in opposizione all.ti 21 e 32).
Dette buste paga, come tutte le altre relative alle retribuzioni mensili, riportano la seguente attestazione “Dichiaro che i dati riportati nel presente prospetto paga sono rispondenti a verità e che appongo la mia firma per ricevuta dello stesso e dell’importo netto sopra evidenziato come netto da pagare” seguita dalla sottoscrizione del lavoratore, come detto, non oggetto di contestazione nell’odierno giudizio, attesa la contumacia di parte opposta (ingiungente in sede monitoria).
Orbene, deve all’uopo evidenziarsi quanto segue.
In materia di portata probatoria dei prospetti paga, la Corte di Cassazione ha sostenuto che: “non esiste una presunzione assoluta di corrispondenza della retribuzione percepita dal lavoratore rispetto a quella risultante dai prospetti di paga ed è sempre possibile l’accertamento della insussistenza del carattere di quietanza anche delle sottoscrizioni eventualmente apposte dal lavoratore sulle busta paga,” (Sez. L, Sentenza n. 9588 del 14/07/2001 – Rv, 548204). Tanto in applicazione dei principi stabiliti dall’art. 1199 Cod. Civ.: il rilascio della busta paga (rectius; prospetto paga), siccome imposto dalla legge (art. 1 L. 5 gennaio 1953, n. 4), non può produrre di per sé le stesse conseguenze connesse al rilascio della quietane ed avere, quindi, lo stesso valore negoziale, tanto più che trattasi di documento proveniente dal debitore, non dal creditore. Anche la sottoscrizione della busta paga, di per sé, non ha valore di quietanza quando da tale espressa indicazione essa non sia accompagnata, per potendo essa avere solo valore di ricevuta del prospetto paga (e ciò in funzione di prova non del pagamento, bensì dell’assolvimento dell’obbligo, amministrativamente sanzionato, del suo rilascio). Con la conseguenza che la mera sottoscrizione del prospetto, non assumendo valore di quietanza, non può assurgere a prova dell’estinzione del debito del datore di lavoro. Peraltro, a norma dell’art. 2 L. 4/53, “le singole annotazioni sul prospetto di paga debbono corrispondere esattamente alle registrazioni eseguite sui libri paga, o registri equipollenti, per lo stesso periodo di tempo”. Gli importi riportati sui prospetti paga, dunque, devono necessariamente trovare corrispondenza nelle scritture contabili. Sicché, attribuire a queste ultime la portata probatoria invece negata ai prospetti paga equivale a privare di senso quanto sin qui sostenuto dalla Suprema Corte in subiecm materia.
Va, altresì, aggiunto che nemmeno l’apposizione della firma per quietanza espressa soddisfa, in modo automatico, l’onus probandi di chi adduce il fatto estintivo dell’obbligazione, posto che trattasi pur sempre di dichiarazione di scienza priva di effetto negoziale la cui portata va valutata caso per caso (Sez. L, Sentenza n. 157 del 14/01/1986).
Orbene, tutto ciò premesso, nel caso in esame, deve in primo luogo rilevarsi che sono in atti le buste paga emesse dal datore di lavoro e firmate dallo stesso non solo per ricevuta – firme mai disconosciute – ma altresì per quietanza dell’importo netto da pagare, A fronte di tale dato, parte opposta non ha dato prova dei propri assunti.
Pertanto, se è pur vero che ricade sul datore l’onere di provare il pagamento e che l’apposizione della firma per ricevuta, nel senso innanzi precisato, non appare sufficiente, è pur sempre vero che le buste paga firmate (e non disconosciute) costituiscono indizio valido e inizio di prova del pagamento di quelle somme: in mancanza di altri elementi probatori, anche in termini di verosimiglianza, possono essere considerati idoneo supporto dell’onere di prova incombente sul datore di lavoro.
A tanto si aggiunge che parte opponente ha depositato le copie conformi degli estratti del “giornale generale”, anni 2006 e 2009 (cfr. ricorso in opposizione all.ti 33 e 34), dove risultano registrate le somme corrisposte al Pe. a titolo di TFR, In particolare, a pag. 42 dell’estratto relativo al 2009 (all. 34) è, specificamente, indicato il cognome dell’ingiungente e l’importo “netto” corrisposto (pari ad Euro 903,68 come da busta paga di novembre 2009). A pag. 8 dell’estratto relativo al 2005 (all. 33) è, altresì, indicato, il cognome del Fe., unitamente ad altri quattro dipendenti, nonché l’importo globale delle somme corrisposte dalla deducente ai quattro lavoratori (tra cui il Pe.) a titolo di TFR, complessivamente ammontanti ad Euro 12.143,00.
Pertanto, considerato il complesso dei dati probatori raccolti nel presente giudizio e in adesione al pensiero giurisprudenziale secondo cui “In presenza di una busta paga sottoscritta, deve ritenersi sussistente una presunzione di corrispondenza della retribuzione percepita dal lavoratore rispetto a quella risultante dai prospetti di paga, presunzione che, se pure non assoluta, necessita, per essere superata, della prova, questa volta gravante a carico del creditore, della insussistenza del carattere di quietanza della sottoscrizione stessa (cfr. in proposito Cass. Sez. L, n. 9588 del 14/07/2001), deve concludersi per raccoglimento dell’opposizione. Le spese processuali – liquidate come da infrascritto dispositivo tenuto conto dei parametri di cui al d m. 55/2014 ed, in particolare, della limitata attività processuale svolta – seguono la soccombenza dell’opposto, con attribuzione al procuratore antistatario.
definitivamente pronunciando sul ricorso depositato in data 28.02.2011 da Ed. S.r.l., in persona del legale rappresentante p.t., nei confronti di Pe.Mi., così provvede: accoglie l’opposizione e, per l’effetto, revoca il decreto ingiuntivo n. 15/11 del 10/11.01.11;
condanna Pe.Mi. al pagamento delle spese di lite che liquida in complessivi Euro 981,00, oltre rimborso spese forfetari e in misura del IVA e CPA come per legge, da distrarsi.
Così deciso in Bari il 12 ottobre 2016.
Depositata in Cancelleria il 12 ottobre 2016.

References: Cass. 

Sentenza 

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 Cass. Sez.