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Timestamp: 2020-07-11 07:53:06+00:00

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Paolini contro Semenza: le due storie del Vajont – Federico Ferrero
Paolini contro Semenza: le due storie del Vajont
di Federico Ferrero | 7 Ottobre 2013
«Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui».
(Dino Buzzati, Il Corriere della sera, 11 ottobre 1963)
«Quel sasso, c’è qualcuno che lo ha lanciato». (Mauro Corona, scrittore, maggio 2013)
Scrivere del Vajont, per me, è uno slalom con paletti elettrificati. Tina Merlin, l’eroina dell’Unità che denunciò la frana del monte Toc in tempi non sospetti, scriveva sul mio stesso giornale. E sono uno di quegli otto milioni di italiani che, il 9 ottobre del 1997, si era fatto stregare dal racconto di Marco Paolini, mandato in onda in prima serata su Rai Due grazie a Carlo Freccero: una scelta azzardata, che riscosse un un successo clamoroso e tale da far sperare, per qualche giorno almeno, nell’alba di un cambiamento storico – ovviamente mai avvenuto – nei contenuti della tivù pubblica. Ma questa è un’altra storia.
Il racconto del Vajont di Paolini, del quale è inutile sottolineare l’eccellenza (tre ore di monologo in compagnia di un gesso e una lavagna, sufficienti per un viaggio che ti prende per mano, ti strattona via dal divano e ti ributta giù, attonito e stordito) sarà, con ogni probabilità, la versione (non) ufficiale dei fatti in questi giorni di anniversario della tragedia nella valle del Piave. Una versione che poggia su questi capisaldi:
1) La frana delle 22:39 di mercoledì 9 ottobre 1963, che sterminò quasi duemila innocenti e cancellò (salvo la torre campanaria e poco altro) la città di Longarone dalla faccia della Terra, fu un crimine. A dire poco, un reato di disastro colposo, perché era prevedibile. Progettisti e dirigenti occultarono le prove della frana in atto, guidati da bieco interesse economico, in totale spregio della vita umana e della consapevolezza dei rischi che si correvano.
2) Il movente del delitto sarebbe da ricercarsi nella necessità, da parte della proprietà (privata) della diga, la Sade (Società Adriatic di Elettricità) di completare in fretta e furia la terza prova di invaso, nonostante le sempre più insistenti scosse del monte Toc, per vendere la diga al neonato ente nazionale per l’energia elettrica, l’Enel, al miglior prezzo di realizzo possibile, spacciandola surrettiziamente per impianto funzionante.
Carlo Semenza (1893-1961)
3) I maggiori responsabili della tragedia sarebbero Carlo Semenza, l’ingegnere progettista della diga; Giorgio Dal Piaz, l’anziano luminare della geologia che, un po’ per rincoglionimento senile, un po’ per amicizia con l’ingegnere, un po’ per bisogno di soldi aveva firmato delle perizie sulla valle dal contenuto accomodato, tale da nascondere il pericolo di frane catastrofiche; Alderico Biadene, detto Nino, successore di Semenza in capo al Vajont quando l’ingegnere morì improvvisamente, il 30 ottobre del 1961, per una emorragia cerebrale.
4) Figura eroica della catastrofe è Tina Merlin, ex staffetta partigiana e poi cronista dell’Unità, che venne messa alla berlina (e pure querelata per diffamazione aggravata) per aver osato battagliare contro i potenti imprenditori della Sade: la Merlin andava dicendo, da anni, che la valle era in pericolo ma nessun altro giornalista le diede retta nel sostenere la battaglia in difesa dei montanari. In quei giorni di lutto nazionale dopo la tragedia, Indro Montanelli si distinse per aver dato dello “sciacallo” a tutti i giornalisti dell’Unità, il giornale che denunciò, solitario, la prevedibilità della frana del Vajont (Montanelli, peraltro, non cambiò mai idea in proposito; tanti grandi cronisti dell’epoca, da Dino Buzzati a Giorgio Bocca, sostennero con forza la tesi della catastrofe naturale). (vedi nota 1)
5) Figure in chiaroscuro dell’affare Vajont, sempre nella tesi di Paolini, sono Leopold Müller, il geologo austriaco che scoprì la grande frana a forma di M e che però intervenne troppo tardi per salvare la vita ai civili, ed Edoardo Semenza, il figlio del costruttore della diga, il quale aveva osato contraddire l’ottimismo del padre, denunciando una frana molto maggiore di quella che sia il vecchio Dal Piaz, sia il geofisico di Stato Pietro Caloi ammettevano fosse presente. Alla fine della fiera, il giovane e ribelle Semenza era stato (secondo Paolini) convinto a smussare i risultati delle sue ricerche, per non ostacolare il colossale affare della diga del Vajont.
Il modello della diga realizzato a Nove (Vittorio Veneto) per conto del professor Ghetti
Onestamente, fino al giorno in cui non mi ritrovai in mano il controcanto di Paolini, non avevo alcun motivo di dubitare dell’inattaccabilità di un racconto così documentato, ragionevole e consequenziale: tutto torna, nelle parole della sua orazione civile. I tempi della vicenda, le inspiegabili reticenze, le indagini affidate in sordina ad Augusto Ghetti, professore di idraulica a Venezia, che aveva realizzato un piccolo Vajont in scala 1:200 nel centro modelli idraulici dell’Università per verificare gli effetti della paventata frana del monte Toc. Insomma: tutti sapevano della frana, nella stanza dei bottoni alla Sade, la Società che volle testardamente erigere quello splendido mostro di diga proprio nella gola tra il Toc e il monte Salta. I responsabili si tapparono le orecchie per fingere di non sentire i pareri dissonanti, la politica se ne lavò le mani (quando non si mostrò connivente), i grandi giornali recitarono il ruolo di servi del padrone e, quando il disastro avvenne sul serio, tutti quanti si appigliarono alla crudeltà del caso, alla imponderabile violenza della natura per tentare di nascondere responsabilità esclusivamente umane.
Un giovanissimo Edoardo Semenza osserva la frana del monte Toc
Questa è l’orazione civile di Marco Paolini, un documento di straordinaria passione, interpretato con raro talento. Cui ha provato a rispondere, essendo stato chiamato in causa, proprio Edoardo Semenza, il figlio del costruttore della diga. Purtroppo, Semenza junior è morto nel 2002. Racconta, però, di essere riuscito a incontrare più volte Paolini a partire dal 1997, e di avergli esposto le sue rimostranze sulla ricostruzione degli eventi che portarono alla tragedia. Quei commenti e quelle considerazioni sono racchiuse in un libro difficile da trovare, pubblicato da una casa editrice di Ferrara (la k-flash) a cura di alcuni dei figli di Edoardo. Si intitola “La storia del Vajont raccontata dal geologo che scoprì la frana“.
Tina Merlin (1926-1991)
Semenza conviveva con un evidente problema di tolleranza nei confronti della sinistra. In tutte le sue pagine dedicate alla Merlin, a Paolini, all’Unità emerge chiaramente l’incapacità di celare la sua viva antipatia per quelli che lui considerava ancora (nel 1999, non nel 1963) dei comunisti (quindi contro l’impresa e il profitto, quindi contro il progresso, quindi contro suo padre). Tutto sommato, da parte di un uomo del 1927 che assistette al linciaggio post mortem del padre da parte del Pci (sia sul quotidiano di partito, sia nella relazione parlamentare di minoranza istituita dopo la frana del 9 ottobre), un atteggiamento del genere si può capire.
Per cui, la parte della sua opera dedicata alla mera correzione bozze dello spettacolo di Paolini – che inevitabilmente è talora scivolato in errori e refusi – somiglia alla rivincita piccata dello sconfitto. La diga crollata a Fréjus, in Francia, non si chiamava Massenet ma Malpasset, d’accordo; Arcangelo Tiziani, l’operaio travolto dalla frana di Pontesei, non era zoppo e non faceva il guardiano, va bene; l’etimologia riveduta da Paolini, con Vajont che significherebbe “va giù” e Toc “pezzo marcio” è seriamente opinabile, e così via. Tutti questi passaggi, peraltro non rari, sono stucchevoli, quando non pericolosamente imparentati con il grottesco: Semenza fa quasi tenerezza, quando rinfaccia a Paolini di averlo dipinto come «capellone e contestatore» nel libretto allegato al suo spettacolo, e ci tiene a rettificare: lui, anche da ragazzo, si faceva regolarmente la barba e non ci teneva proprio, a essere accomunato ai figli dei fiori.
In altri passi del volume, che evidentemente non è passato sotto gli occhi di un editor, prima chiama il papà “C.Semenza”, manco fosse una targa su un rifugio alpino; due righe sotto, lo cita come “mio padre”: sono i paragrafi in cui protesta per i fantasiosi racconti di Semenza e Dal Piaz durante le prime ispezioni in valle, allegoria che Paolini utilizza per esigenze sceniche ma che l’autore legge come «[…] aver provveduto sapientemente a metterli in ridicolo con la fiaba del sidecar». Sembra proprio che Semenza junior abbia scritto la sua raccolta di appunti provvisto di notevole coda di paglia, esageratamente preoccupato dall’idea che qualcuno potesse rinfacciargli di aver proceduto a una cieca difesa d’ufficio del genitore, o che lo si potesse accusare di aver beneficiato di nepotismo per essersi visto affidare, a suo tempo, le consulenze sulla diga da parte del padre, che ne dirigeva i lavori (bravo o non bravo, questo accadde: Semenza padre diede del lavoro a Semenza figlio). I risultati dell’operazione, comunque, sono secondo me disastrosi. (vedi nota 2)
Tuttavia, lo avrete capito, le considerazioni da pesare, nel libro di Edoardo Semenza, sono altre. E non mancano. Ecco le principali:
«Al fine di ristabilire la verità nei confronti soprattutto di mio padre, ma anche di ognuna delle persone coinvolte nella vicenda, credo sia mio dovere far sapere tutto quello che penso, anche se questo mio sforzo dovesse ottenere uno scarso effetto». (Edoardo Semenza, op. cit.)
1) Paolini, in sostanza, mente. Lo fa, ovviamente, «perché la sua visione politica lo ha indotto a prestare fede solo a ciò che hanno scritto le persone della sua parte», ma non è vero, dice, che della frana del Toc si sapesse già dal 1959, perché nelle relazioni si parlava della zona della Pineda, non del monte poi franato. Né è vero che la gente del luogo fosse allarmata per la situazione del Toc, anzi, le uniche preoccupazioni venivano dagli abitanti di Erto, paese che sorge sull’altra sponda, sul monte Salta. A proposito di Erto, poi, aggiunge alcune considerazioni sul lavoro della Merlin (in particolare sul suo libro, “Sulla pelle viva”, che ispirò Paolini).
I tre articoli della Merlin sul caso Vajont pubblicati dall’Unità
2) Tina Merlin, sostiene Semenza, ci ha un po’ marciato. Si fece immeritatamente passare, dice, per la Cassandra del disastro del Vajont, dichiarando di aver scritto del pericolo rappresentato dalla frana per anni, e di essere rimasta inascoltata. Semenza riporta una circostanza molto riduttiva ma non falsa: li articoli della Merlin sull’Unità, in tutti gli anni della questione Vajont prima del disastro, furono appena tre. Uno nel 1959, un secondo nel 1960, il terzo e ultimo nel 1961. Fine lì. Ed è vero, in nessuno di quei testi si paventa il rischio per Longarone, il paese sotto la diga che fu poi cancellato dall’onda, se non per contemplare (in un paio di righe, e solo nel pezzo del 1961) il caso in cui la diga avesse ceduto alla frana del Toc che, nel frattempo, era stata scoperta. In effetti, le preoccupazioni della gente del posto, prima della comparsa della fessura a forma di “M” sul monte Toc, erano limitate al franamento dell’altra sponda della valle, quella sul monte Salta, dove sorge l’abitato di Erto. E la Merlin solamente di quelle possibili sventure aveva parlato, non potendo ovviamente conoscere la verità della paleofrana sul Toc. La giornalista – lo dico esaminando la vicenda oggi, con distacco – fu senz’altro meritevole nella sua lotta in difesa dei montanari ertani, soprattutto perché fu l’unica a dare l’allarme, nel silenzio generale. E la Sade la trascinò in tribunale pur sapendo di avere, tutto sommato, torto (cfr. nota 1). Però, perdonate la parola pressoché oscena da usare in questo contesto, risultò un pochetto “fortunata”: nel senso che, raccogliendo timori dei montanari e antichi presagi di sventura, si poté poi (benché mai risulti aver sfruttato la fama indotta dal disastro) accreditare come unica scopritrice dell’inganno da parte della Sade, mentre nessuno – se non i vertici Enel-Sade, probabilmente – aveva la più pallida idea del fatto che l’intera montagna potesse piombare nel lago, e comunque mai a quella velocità. In effetti, anche in questo stralcio di intervista alla Merlin, scovato nel 1996 negli archivi Rai dai redattori del programma di Giovanni Minoli Mixer, la giornalista conferma che quanto sapeva della frana era legato ai timori dei contadini di Erto e Casso per i loro averi. Semenza non manca di sottolineare – anche troppo, per il vero – che quello della Merlin fu, per certi versi, appunto un… colpo fortunato.
3) La frana, quella frana che spazzò via una città a valle, non era prevedibile. Questo è un punto cardine della posizione di Edoardo Semenza. Che fu davvero lo scopritore della paleofrana che poi causò la strage, già nel 1959. Incaricato da padre di indagare su possibili gravi pericoli di frana, Semenza junior depositò una relazione in cui annunciava la presenza di una estesa e antichissima frana in cima al monte Toc (che, se scoperta e acclarata in anticipo, avrebbe bloccato il progetto: non si fa un lago artificiale su una valle già franata. Ma Dal Piaz non volle mai credere a quella ipotesi). Il padre, letta la relazione, gli chiese – la lettera è agli atti del processo – di «attenuare alcune delle affermazioni più estremiste, tanto non cascherà il mondo». Semenza junior spiega che quella frase non costituiva un ordine, da padre a figlio, di insabbiare una scoperta che avrebbe potuto bloccare per sempre tutto il progetto Grande Vajont, ma una richiesta che rispondeva all’esigenza di non allarmare proprio la Sade, padrona dell’impianto, che Semenza padre temeva potesse sospendere o ritardare i lavori in ragione di uno studio non corroborato da sufficienti evidenze (tant’è che l’ipotesi di Edoardo Semenza rimase grottescamente in dubbio, fino all’epilogo più tragico che si potesse immaginare). E che comunque, proprio in ragione di quella presunta scoperta, Semenza padre incaricò l’ingegner Leopold Müller di effettuare indagini (che poi, in qualche modo, confermarono l’esistenza di una frana enorme sul monte Toc). Semenza figlio ci tiene a sottolineare che, a differenza di quanto sostiene Paolini, il professore austriaco non scrisse né disse mai che “l’unica soluzione è abbandonare il progetto”: l’equivoco nasce dal fatto che, nella relazione parlamentare sul disastro del Vajont, prima si citò una frase del 15esimo rapporto Müller del febbraio 1961 (“Una volta mossa, la frana non tornerebbe tanto presto all’arresto assoluto”) e poi si aggiunse una frase dei relatori (“Ciò conferma che la sola misura di sicurezza era rappresentata dall’abbandono dell’impresa”). Paolini – ma non solo lui – mette in bocca al professore, probabilmente senza esserne consapevole (ma la frase dei parlamentari è al passato, quindi si capisce che non è parte della relazione) una sentenza mai pronunciata e cioè che, secondo lui, l’unica soluzione fosse quella di abbandonare il Vajont.
Leopold Mueller (1908-1988)
Ma nessuno poteva pensare che la montagna potesse cascare con quella velocità di scivolamento, tanto è vero che i tecnici della diga rimasero tutti nelle loro cabine, e morirono così come gli operai nella sala mensa del cantiere, e le famiglie di tutti i lavoranti che si erano trasferite a Longarone. In effetti l’indizio è pesante: Semenza non nega la frana, anche perché si vanta di averla “vista” per primo. Nega “quella” frana. Nega, cioè, che fosse stata messa in conto un’onda di quelle proporzioni, così come nega che l’esperimento di Ghetti sul modellino sia stato alterato per non allarmare lo Stato e la popolazione: perché è vero che, nelle prove di catastrofe, fecero cadere una frana a forma di “M”, in due tempi; ma lo fecero in maniera che gli effetti sull’onda fossero addirittura superiori a quelli di una caduta in un solo tempo, non certo per insabbiare la previsione di una tragedia. E l’uso di ghiaia per l’esperimento, aspramente criticato da Paolini nel suo spettacolo, non fu un errore: semplicemente, non si era sperimentato un tempo di caduta poi corrispondente a quello reale, perché ritenuto erroneamente inconcepibile, e fu quella scelta a rendere i risultati dell’esperimento non affidabili (peraltro ha ragione Semenza: non è vero che nei test francesi, realizzati dopo il disastro, si siano usate “lastre di calcestruzzo avvitate insieme”, come affermato dall’attore nel suo spettacolo).
4) La corsa al collaudo. Qui veniamo al movente. Paolini e la Merlin sostengono che la frana cadde perché stimolata dalla veloci manovre di invaso e svaso del lago del 1963, fatte con sprezzo del pericolo per
Marco Paolini in diretta su Rai Due, il 9 ottobre del 1997, per il suo racconto del Vajont
completare il collaudo e vendere la diga all’Enel al miglior prezzo. Come movente, sembra reggere. Semenza figlio, però, spiega e circostanzia che una tesi del genere non ha senso: prima di tutto, perché la legge sulla nazionalizzazione delle industrie dell’energia aveva obbligato la Sade (e tutti gli attori privati fino ad allora esistenti) a vendere il suo impianto all’Enel. E poi perché la legge sulla nazionalizzazione non prevedeva il pagamento dei singoli impianti ma un indennizzo, più generico, calcolato sul valore delle azioni delle società nei tre anni precedenti. Quindi, il discorso di Paolini sulla vendita (con frode) di un’automobile usata con la complicità del meccanico (cioè dei responsabili Sade, che cambiarono casacca ma non fini affaristici pur diventando dipendenti dell’Enel) non regge, perché non esisteva una quotazione autonoma dell’impianto del Vajont; la Sade, peraltro, era proprietaria di molteplici dighe idroelettriche nel Nord Italia. La documentazione agli atti del processo sul disastro del Vajont indica che Carlo Semenza non mostrava di avere alcuna fretta nel programmare le prove di invaso, ancora nel 1962. Ma, come detto, morì prima del tragico finale della storia. Sicché il bastone del comando passò a Nino Biadene. E qui c’è il possibile snodo del dramma: difatti…
5) Chi sbagliò davvero? Secondo Semenza junior, in poche parole, se colpa ci fu, il colpevole va individuato in Biadene. Che non poteva, si premura di precisare, immaginare un’onda di duecento metri. Tuttavia, (cito dal testo)
Alderico Biadene, detto Nino (1900-1985)
«…nonostante i motivi di tranquillità (si riferisce alle ultime relazioni dei periti, che scongiuravano disastri, nda) appare difficilmente comprensibile il motivo per cui a questo punto, anche con l’esperienza dei primi invasi durante i quali i movimenti erano rallentati soltanto dopo un notevole abbassamento del livello, e nonostante l’indicazione della relazione Ghetti sulle prove col modello idraulico, non si sia riabbassato subito il livello del lago, ma anzi da metà agosto si sia ripreso a innalzarlo ulteriormente fino a quota 710». Semenza fatica moltissimo a riconoscere colpe a Biadene, grande amico del padre ma, tra le righe, fa capire che il suo atteggiamento, spesso sfrontato, può aver contribuito a sottostimare le conseguenze di quegli ultimi invasi e svasi. Biadene, pochi giorni prima del disastro, aveva risposto con spocchia al sindaco di Erto, che si era lamentato dei tremori del monte Toc, con parole che poco dopo suonarono come un terribile autogol: «Non entro nelle affermazioni, piuttosto azzardate, del Comune di Erto. In ogni caso, la situazione è tenuta sotto controllo dal nostro ufficio locale». Un ipse dixit davvero imbarazzante, che Marco Paolini giustamente riporta nella sua efficacissima orazione civile.
L’ultima rincorsa ad abbassare il lago sotto quota 700 (quella che Ghetti aveva ritenuto “di assoluta sicurezza”) fu certamente condotta con inspiegabile incoscienza, perché – almeno stando a ciò che si era accertato – la possibilità di far staccare la frana era ben nota all’ingegnere, al capocantiere Pancini e ai collaboratori. Ma si decise di procedere ugualmente, forse nella consapevolezza che sarebbe bastato mettere in sicurezza gli abitanti di Erto e quelli più vicini al lago per evitare guai. La corsa ad abbassare il lago, quando ormai la montagna si muoveva a vista d’occhio, riuscì, tanto che quando la frana cadde «al cantiere presso la diga e nella cabina degli strumenti sulla spalla sinistra perirono numerosi dipendenti Enel e delle imprese addette ai lavori; tra queste vi erano persone di grande valore professionale e morale, addette alle misure degli spostamenti della frana, al controllo continuo degli strumenti e alla preparazione dei rapporti, quindi più di chiunque altro al corrente della situazione». Difficile si siano suicidate per coprire la verità, in effetti. I professori statunitensi Hendron e Patton, due luminari del ramo, studiarono il disastro del Vajont e conclusero che quella velocità di scivolamento eccezionale, 25-30 metri al secondo, fu causata anche dalle precipitazioni abbondanti dell’ultimo mese, che “spinsero” l’acquifero inferiore del monte Toc a esercitare pressione sulla massa sovrastante, pressione che la forza opposta, quella del lago sulle pareti della montagna, non riusciva più a compensare.
Edoardo Semenza (1927-2002)
Non posso rendere giustizia alle luci e alle ombre del lavoro di Semenza junior, magari troppo ruvido e non facilissimo da maneggiare ma utile per approfondire la querelle, se non invitandovi a leggerlo, anche perché fu (ed è) costretto a misurarsi con uno spettacolo dalla potenza incomparabile, come quello di Marco Paolini.
Credo che la partita si possa chiudere considerando preferibile, nel complesso, l’impianto accusatorio di Merlin-Paolini, ma con il movente come punto debole della ricostruzione: effettivamente, non sussisteva una ragione economica specifica per sfidare la montagna tremante, né “quella” frana, dagli esiti apocalittici, era stata messa in conto (l’altra, individuata dal figlio di Semenza, lo era eccome, eppure non fu tenuta in considerazione fino in fondo, soprattutto dalla nuova direzione post Semenza, quella di Biadene). E sì, in effetti gli isolati reportage di Tina Merlin dal Vajont ebbero il gran merito di costituire l’unica voce dissonante contro la costruzione di una diga a doppio arco che, ai tempi, era la più alta del mondo; ma (non per colpa sua, va da sé) non avevano inquadrato il vero problema, perché parlavano di una frana ai danni di Erto riguardo alla quale la Sade prima, e l’Enel poi, avevano stabilito che non sussistessero seri pericoli. Vien quasi da pensare che, sebbene si sarebbe potuta (anzi, dovuta) comunque riconoscere una sua responsabilità per aver deciso di costruire la diga su una valle poi franata, se Carlo Semenza non fosse morto non ci sarebbe stata quella stupida e incosciente gestione degli ultimi mesi al Vajont, con una terza prova di invaso scellerata e azzardata. Forse si sarebbe svuotato il lago, forse il Toc sarebbe franato senza incontrare l’acqua, forse…
Ma se l’ipotesi di una strage premeditata forse non sussiste, o comunque non è dimostrabile con prove univoche, c’era invece materia per considerare molti dei capi di imputazione del processo di primo grado, nel quale si era chiesto di condannare Alberico Biadene (responsabile in capo della diga), Mario Pancini (capocantiere), Pietro Frosini (presidente consiglio superiore lavori pubblici), Francesco Sensidoni (ingegnere capo del servizio dighe), Curzio Batini (ispettore generale del genio civile), Francesco Penta (geologo del servizio dighe), Luigi Greco (presidente consiglio superiore lavori pubblici), Almo Violin (capo genio civile di Belluno), Dino Tonini (dirigente ufficio studi Sade), Roberto Marin (direttore generale Enel-Sade) e pure il professor Augusto Ghetti per vari reati, dall’omicidio colposo plurimo aggravato al disastro colposo di frana, al disastro colposo di inondazione. Aggravati, per l’accusa, dalla previsione dell’evento. Finì, in Cassazione, con Biadene e Sensidoni riconosciuti colpevoli di inondazione, aggravata dalla previsione dell’evento, frana e omicidi. Biadene venne condannato a cinque anni, Sensidoni a tre anni e otto mesi, entrambi con tre anni di condono. Tonini venne assolto per non aver commesso il fatto; gli altri imputati, già assolti in primo grado e in appello, uscirono senza conseguenze dal processo. Tranne Curzio Batini, che si ammalò di depressione, e l’ingegner Mario Pancini, che si suicidò nel 1968, a pochi giorni dall’inizio del processo.
Tempo fa mi imbattei, salendo verso Erto, nella lapide di Felice Corona, una giovane vittima del disastro. Struggente e poetica, racchiude una verità nuda e ragionevole su quanto accadde il 9 ottobre del 1963, e sul perché non venne evitata una tragedia che rimane incancellabile nella memoria storica del secondo dopoguerra.
«Diga funesta / per negligenza e sete d’oro altrui / persi la vita che insepolta resta»
(nota 1) Tina Merlin fu denunciata dalla Sade e processata per aver “diffuso notizie false e tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico” con i suoi articoli sull’Unità. Il tribunale di Milano la assolse il 30 novembre del 1960. Decisiva fu la frana superficiale del 4 novembre 1960, che lesionò costruzioni e terreni, e in sostanza diede ragione alle denunce della Merlin. Tuttavia, le fotografie mostrate da tre testi in aula non ritraevano né la frana in atto sul monte Toc, né quella che poi si staccò il 4 novembre, ma la frana della Pineda, sull’altro versante della valle. La posizione di Carlo Semenza sulla Merlin, che ritrovate anche più avanti nel testo, al punto 2), è quindi questa: la giornalista bellunese non sapeva, nel 1960, dell’esistenza di una frana ben maggiore, sulle pendici del Toc. Né sapeva – o poteva presagire – che quella frana avrebbe distrutto i paesi in basso, nella valle del Piave.
(nota 2) A un certo punto del libro, Semenza racconta che sua madre conservò sul comodino, dopo il disastro, una fotografia del defunto marito, con una dedica che la accompagnava: “Ecco la prima, la grande vittima del Vajont”. Con tutta la comprensione che si può avere per la posizione e i sentimenti di Edoardo Semenza verso i genitori, citare quelle poche righe comporta, nel lettore medio, effetti simili a quelli di una chitarra suonata con un sasso. Perché, al di là di ogni considerazione, che Semenza sia stato il progettista e costruttore della diga non lo renderebbe vittima più grande delle altre duemila, anzi; semmai, vien da pensare che qualcuno di quei morti lo vorrebbe tartassare un bel po’, potesse. Ma soprattutto, Semenza morì per cause naturali, due anni prima del disastro. E con il rispetto delle opinioni di una vedova addolorata, non si capisce quali debbano essere state le ragioni del Vajont che condussero il marito alla morte: Edoardo, il figlio, sostiene che fossero state le pressioni e, forse, anche le accuse di essere un affarista senza scrupoli, a contribuire al peggioramento delle condizioni di salute del padre. Fatto sta che quel dettaglio avrebbe fatto meglio a custodirlo come confidenza di famiglia. Carlo Semenza, peraltro, aveva commissionato alla Unieuropa Film un cortometraggio sulla costruzione della diga del Vajont, intitolato pomposamente “H Max 261,6”, che poi è l’altezza della diga dopo il permesso di alzarla rispetto al progetto originario. Nel filmato, Semenza senior fa da voce narrante e compare anche nelle riprese: la involontariamente tragicomica chiusura del girato parla dell’incancellabile ricordo che tecnici e maestranze conserveranno riguardo all’impresa della costruzione della diga dei record. Eccolo.
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70 pensieri su “Paolini contro Semenza: le due storie del Vajont”
Daniele 8 Ottobre 2013
Un articolo formidabile. Complimenti.
Sergio 17 Settembre 2016
sono stato allievo del Prof. Ghetti, ho studiato presso l’Istituto di Idraulica di Padova negli anni ’70, a quei tempi di questa vicenda, in ambito universitario, non se ne parlava.
Espongo sinteticamente alcune considerazioni:
1)	La frana è individuabile nelle foto aeree del ’54 (3 anno prima dell’inizio dei lavori), è sufficiente uno stereoscopio da tavolo, un po’ di esperienza e pazienza – in sintesi il problema doveva essere noto fin dal principio, solo si sperava che la frana cadesse in modo frazionato e lento, come in altre situazioni;
2)	i due libri non sono direttamente confrontabili tra loro, il primo è una riduzione teatrale dei fatti, nel complesso abbastanza fedele ed aderente alla realtà, il secondo è un testo di geologia tecnica indirizzato ad un pubblico professionale e specialistico – questo per lo meno per le prime 138 pagine; non sono condivisibili e fuori contesto le appendici A-B-C-D volte a giustificare l’operato progettuale e a polemizzare con quanti, a vari titolo, hanno scritto sul Vajont (Merlin, Paolini-Vacis, Palmieri, Martinelli);
3)	per quanto concerne il modello idraulico, sicuramente è stato fuorviante utilizzare la ghiaia sciolta come materiale, considerando che la velocità da assegnare alla massa nel modello è 1/14 di quella reale (il modello era in scala 1:200) quando la massa si immerge nell’acqua l’effetto di impatto sarà ben diverso nei due casi, un conto è farlo a 50 Km/h (equivalente ad un tuffo da 10 m) un conto farlo a 3,57 Km/h (tuffo pari a 0,05 m – 5 centimetri);
4)	esisteva comunque già un “modello” in scala praticamente naturale del fenomeno: Lituya Bay è un fiordo statunitense situato nello stato dell’Alaska, lungo circa 14.5 km e largo 3.2 km nel suo punto più ampio (simile per certi versi al bacino del Vajont); il 9 Luglio del 1958 un intero costone roccioso precipitò nel fiordo scatenando l’immane ondata che raggiunse i 500 metri (e non i 30 metri del modello);
5)	in sintesi il progetto Vajont era e resta sbagliato, con le conoscenze dell’epoca non andava realizzata un’opera di tal genere, nessuno impone a noi ingegneri di progettare l’irrealizzabile, maggiori sono le difficoltà maggiori devono essere gli studi e gli approfondimenti;
6)	sempre con le conoscenza dell’epoca non si dovevano continuare con i cicli di invaso, andava sospeso il tutto, dismettendo, almeno, temporaneamente l’esercizio dell’impianto;
7)	sempre con le conoscenza dell’epoca, più che giustificata la posizione del Giudice Istruttore di Belluno Fabbri che postulò che “… tra i diversi fattori la causa primaria e determinante dell’enorme movimento e del crollo” fosse “da individuarsi esclusivamente nell’oscillazione del livello del lago …” (Semenza pag. 134);
8)	lo studio di Hendron e Patton (1985) appurò l’esistenza di due acquiferi, separati da un livello calcareo intessuto da sottili strati argillosi, il primo entro la massa di frana era alimentato direttamente dalle acque del lago, l’altro nel sottostrato calcareo era alimentato solamente dalle precipitazioni che si infiltravano sul versante settentrionale del Toc;
9)	le falde dei due acquiferi avevano quindi un regime diverso, in particolare in quello inferiore la pressione dipendeva dalle precipitazione del mese precedente, quando era saturo l’acqua esercitava una sottopressione con destabilizzazione dell’ammasso franoso;
10)	la realizzazione di una galleria drenante, scavata nel calcare, avrebbe scaricato la seconda falda contribuendo all’arresto o alla mitigazione del moto franoso; presumibilmente l’opera, relativamente poco onerosa, avrebbe consentito effettivamente di mettere in esercizio l’intero impianto, ovviamente nel rispetto della massima sicurezza per gli abitati, questo però solo a studi ed approfondimenti completati, quindi circa vent’anni dopo.
Federico Ferrero Autore articolo 18 Settembre 2016
grazie per avermi scritto e per le informazioni preziose.
mi resta un dubbio: quali sono, secondo lei – se ci sono – le responsabilità del professor Ghetti?
Sergio 21 Settembre 2016
Domanda che richiederebbe ulteriori approfondimenti, diciamo che anche il Prof. Ghetti faceva parte del sistema SADE (un fratello era stato presidente o qualcosa del genere appena finita la guerra), gli avevano posto un quesito e lui si è “limitato” a rispondere in qualche modo, era la Sade che gestiva i giochi, la sua libertà di manovra era sicuramente limitata e condizionata a rispondere esclusivamente a quanto richiesto. Non mi risulta che Ghetti abbia effettuato sopralluoghi, che abbia preso atto o studiato le relazioni geologiche, che fosse pienamente consapevole della geografia dei luoghi. Gli hanno passato dei dati, su quei dati ha lavorato, sua la scelta del tipo di materiale da utilizzare, ovvio che se scarico con un camioncino ribaltabile un metro cubo di ghiaia entro un piscina avrò un certo effetto ondulatorio, se invece scarico un metro cubo di roccia avrò un bel plaft … ci troveremo tutti bagnati d’acqua. Questo nella fase transitoria, temo che anche i consulenti del Tribunale non abbiano sufficientemente focalizzato la loro attenzione su questo aspetto, bisognerebbe ripetere le prove sul modello di Nove, valutando attentamente gli effetti transitori dinamici antecedenti al crearsi dell’onda vera e propria.
Il grosso del problema però verte sui tempi di caduta, il Prof. Indri (SADE) indicava un tempo di 8 minuti, Ghetti di sua iniziativa sperimentò con tempi di 1 minuto (nel reale quindi 4,17 s nel modello – tempi e velocità vanno divisi per la radice quadrata di 200). Sempre la SADE aveva indicato quantitativi modesti delle masse che avrebbero invaso il bacino sull’ordine dei 20 milioni di metri cubi. L’altezza dell’onda dipende dall’energia cinetica della massa, questa a sua volta dipende dalla massa e dalla velocità al quadrato ecco che moltiplicando 27×2,5(massa)x4(quadrato rapporto velocità) ottengo appunto 270 metri. Se ci pensiamo che nel lago di Pontesei l’onda era stata di 20 metri con soli 3 milioni di metri cubi franati, facendo un rapporto diretto con le masse presunte in gioco: 20,00×20/3 = 133 metri, se assumo la massa reale: 20,00/3×50 = 333 metri. Solo che Ghetti sicuramente era stato tenuto all’oscuro della frana di Pontesei. Il problema è che tra i consulenti SADE in pratica non c’era nessuno che fosse un vero esperto e conoscitore di frane, lo stesso Muller mi lascia veramente perplesso quando espone alcune possibili contromisure atte a bloccare la frana (tipo la cementificazione dei versanti 🙁 ), inoltre tra i consulenti SADE non c’era nessun geofisico o esperto di scienze naturali. Negli anni trenta Heim aveva stimato per la frana di Elm (Svizzera fine ‘800) una velocità di 100 Km/h, praticamente pari a quella del Vajont, solo che nessuno, tra i consulenti SADE era a conoscenza dello studio, pertanto nessuno passò questi dati a Ghetti. Come nessuno era a conoscenza di quanto fosse accaduto a Lituya Bay, in questo caso il tutto era in scala 1,5 circa, dividendo i 500 metri per 1,5 otteniamo 333 metri. I numeri come vede c’erano fin dal principio, solo che nessuno volle o seppe vederli, se lei effettua un bilancio energetico tra le masse in gioco perviene sempre a valori sull’orine di qualche centinaio di metri. Secondo me non si è capito che non era una frana che cadeva entro un lago, bensì una montagna che inglobava tutto quello che stava sotto. Complice di questa totale mancanza di intelligenza di sistema la succube quiescenza nei confronti della SADE che tutto bloccava e piegava, i molteplici ed incrociati conflitti di interesse tra SADE-Università-Politica, l’eccessiva sete di bramosia e di arrivismo dei singoli, la fiducia nella tecnica e nel progresso dei più ed infine la lottizzazione politica dei ruoli che voleva democristiani e comunisti sempre contrapposti su fronti diversi.
Col senno di poi andava allegata alla relazione un diagramma nel quale si illustrava l’andamento dell’altezza d’onda in funzione dei tempi di caduta, chiaramente questo avrebbe messo in difficoltà i dirigenti SADE costretti a decidere sui tempi, probabilmente avrebbero finalmente consultato degli esperti in frane. Con l’Ing. Semenza vivo probabilmente si sarebbe fatto questo passaggio, dopo la sua morte si rischiava solo di finire nel limbo dei consulenti in quanto non solo non si aveva risolto il problema ma addirittura erano stati messi nuovi pali in mezzo alle ruote.
A dire il vero il Ghetti aveva consigliato alla SADE di proseguire ed approfondire gli studi, però non c’è peggior sordo di chi non voglia sentire, quelli della SADE chiusero la relazione in un cassetto e ripresero il ciclo degli invasi, tenendo come punto di riferimento la mitica quota 700.
Dato sicuramente aleatorio, però è una mia sensazione che se fosse stato rispettato la frana sarebbe caduta con tempistiche meno repentine, analizzando i diagrammi noto che l’andamento degli spostamenti assume caratteristiche iperboliche praticamente al superamento di quota 700.
Federico Ferrero Autore articolo 24 Settembre 2016
grazie ancora, caro Sergio, per il suo contributo.
non sapevo che un fratello di Ghetti avesse avuto una carica in seno alla SADE.
sul non aver effettuato sopralluoghi rimango perplesso per una questione di deontologia.
sul ruolo di Semenza padre: certo, essendo morto a lavori in corso non si può avere la certezza, però ho qualche dubbio che sarebbe arrivato al punto di accettare di rinunciare al progetto. mi pare che, anche prima della sua morte, ci fossero elementi sufficienti per considerare plausibile (magari probabile no, ma plausibile) un evento franoso catastrofico. invece mi risulta che lui cercò di, diciamo così, “farsi dare ragione” da Dal Piaz (che forse non era più neanche così lucido, e mi pare che tutto il suo apporto di consulenza sul Vajont sia stato errato, o scopiazzato da relazioni non sue, o fatto con metodi e approfondimenti insufficienti) e di smorzare i pareri contrari alla posizione ottimistica della SADE, compreso quello del figlio Edoardo.
Sergio 24 Settembre 2016
Sulla questione dei sopralluoghi può essere che mi sbagli, ma in tutto quello che ho letto non c’è traccia di una visita del Prof. Ghetti sul posto, a parziale giustificazione diciamo che il problema era stato posto squisitamente in termini astratto-matematici con tutti i dati già forniti a tavolino dalle Sade. Può essere che qualche collaboratore abbia visitato il Vajont, però del fatto nelle cronache non ne ho trovato traccia. Guardi sul ruolo di Semenza padre io ci metterei una mano sul fuoco, se ci fosse stato lui non avrebbero continuato con tutta quella pazzia di invasare a tutti i costi il bacino. Si sarebbe fermato, avrebbe approfondito gli studi geologici, cambiato geologi e consulenti e forse sarebbe arrivato alle conclusioni di Heddron Patton qualche decennio prima. Se ci penso che con una galleria di drenaggio (scavata a 200 metri di profondità) si avrebbero risolto quasi tutte le problematiche ….. mi viene da piangere a fronte di tanta impotenza. La facenda della scopiazzature di relazioni spazzatura era antecedente alla scoperta della frana, sicuramente avrebbe tralasciato il rapporto con Dal Piazz per rivolgersi a consulenti di sicura esprienza e non a elementi servili semplicemente presenti nel libro paga Sade. Perchè abbiano invasato a tutti i costi resta un mistero, la storia della cessione all’Enel dell’impianto si è visto che non regge, mi viene in mente quello che hanno combinato a Cernobyl nel 1986, della serie che “… dai che proviamo a spingere al massimo il reattore ..”. L’ing. Biadene era sicuramente un arrogante e un presuntuso, chissà quanto aveva sofferto alle dipendenze di Semenza (uomo geniale e nel contempo umile), quando è stato il suo momento aspirava a dimostrare al mondo che “l’allievo aveva superato il maestro”. Pensi che Edoardo Semenza (dopo la morte del padre non aveva più seguito il problema Vajont) è transitato alle 19:30 di quel giorno per Longarone, circa 3 ore prima della catastrofe, se avesse avuto un minimo dubbio che la facenda veniva gestita in questo modo scriteriato pensa che ci sarebbe passato? No, era convinto che nella cattiva e buona sorte gli allievi avrebbero seguito gli insegnamenti del maestro, evitando nello specifico di mettere a repentaglio la vita di tante e tante persone. Purtroppo non fu così! 🙁
Ario Dorigo 18 Ottobre 2017
Egregio Ing Sergio, potrebbe togliermi una curiosita’ personale?
Anche mio padre fu Ing Livio Dorigo ha lavorato all’Istituto di Idraulica di Padova ma credo che sia piu’ vecchio di lei dato che il giorno del disastro era andato in elicottero a Longarone. Mi diceva che conosceva bene gli Ingenieri Ghetti e Tonini. Mi disse anche che il giudice lo chiamo al processo per rispondere ad una domanda di carattere tecnico.
La ringrazio. Io sono stato alliievo del Prof Edoardo Semenza; non homai esercitato la professione.
Carlo Bressan 26 Agosto 2019
Mi sono laureato in Geologia a Trieste nel 1972 con il prof. Venzo che faceva parte del collegio di difesa della SADE. Il materiale per la tesina sul Vajont mi era stato fornito da due suoi assistenti e consisteva nei documenti del processo. Ho così avuto modo di conoscere le relazioni di Ghetti e Muller, ma soprattutto la lettera del prof. Dal Piaz indirizzata all’ingegner Semenza: ” Caro ingegnere, ho tentato di stendere la dichiarazione per l’alto Vajont, ma Le confesso sinceramente che non m’è riuscita bene, e non mi soddisfa. Abbia la cortesia di mandarmi il testo di quella ch’Ella mi ha esposto a voce, che mi pareva molto felice. (…) Appena avrò la sua edizione la farò dattiloscrivere e Le farò l’immediato invio. (…). La firma di Dal Piaz costituì l’avvallo più autorevole per la realizzazione dell’impianto. Affermazioni fuori da ogni legalità sia per Dal Piaz che per Semenza. Il prof. Venzo non fu molto felice per la mia tesina basata sui suoi materiali (non sapeva che li avessi consultati), ma in ogni caso mi laureai (tesina negli archivi dell’Università TS). Le ricordo che il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici formalizzò una prima autorizzazione per la realizzazione delle dighe e degli impianti elettrici del bacino del Piave alcuni decenni prima. Il Conte Volpi di Misurata, fondatore e grande azionista della SADE, fece convocare il Consiglio il 10 settembre del 1943!!! Tutti fuggivano da Roma, ma lui, impavido, difendeva la Sua patria. Quanto all’ipotesi di una mancanza di interessi economici finalizzati al collaudo della diga del Vajont faccio il blocco dei lavori avrebbe comportato un crollo del valore del titolo della SADE con una conseguente perdita per gli azionisti nella vendita allo Stato. In sintesi per capire le cause geologiche, in questo caso come in altri disastri in Italia, come ogni giallista sa, è utile seguire l’odore dei soldi.
Sergio 11 Maggio 2020
Premesso che con i se e con i ma non si fa la storia, personalmente ritengo (al 99%) che se non fosse mancato Carlo Semenza questa catastrofe sarebbe stata evitata, Semenza aveva la capacità, la rettitudine morale ed il carisma per fermare tutto. Paolini, è un attore, nel suo racconto si concede troppe licenze poetiche; pure il filmato di Martinelli è falsato in più di qualche passaggio. Per esempio Semenza assistette solamente ad una prova di taratura iniziale, le prove vere e proprie vennero condotte dopo la sua morte, ne consegue che la scena di Ghetti-Semenza-Biadene è totalmente fasulla. Neppure la Merlin è affidabile, faceva il suo mestiere di giornalista scomodo al sistema dominante di allora. La Merlin non aveva previsto la frana del Toc, invece temeva che Erto potesse scivolare dentro il lago artificiale. Dal Piaz interpellato su questo argomento benché avesse praticamente escluso questa ipotesi, non era completamente sicuro che l’abitato poggiasse sul basamento roccioso aveva riscontrato consistenti spessori di detrito. La cosa andava accertata con perforazioni, però qui si parla della sponda destra, la frana paleologica è in sponda sinistra. Secondo me anche il ruolo di Muller è stato sopravalutato, sua la proposta di far salire e scendere il livello del lago in modo che la frana si assestasse o … venisse giù. Il modello idraulico doveva dare delle risposte a quest’ultimo tipo di evento, la grossa incognita era la velocità di caduta della frana, qualcuno propose un tempo di 8 minuti, Ghetti nei suoi esperimenti adottò un tempo di 60 secondi, la frana invece scivolò in 20 secondi. L’altezza dell’onda è praticamente proporzionale al quadrato della velocità, quindi con una velocità tripla l’altezza diventa pari a 30 metri x 9 = 270 metri!
Diciamo che volendo esistevano già dei modelli in scala naturale, nel 1958 a Lituya Bay una frana formò una colossale onda di 525 metri, la baia per dimensioni poteva essere assimilata al bacino del Vajont. Ma anche la frana di Pontesei del 1959 poteva essere assai significativa, se una massa di 3 milioni di metri cubi aveva sollevato un’onda di 20 metri, una massa di 50 milioni di metri potrebbe benissimo causare un’onda di 20×50/3 = 333 metri. Purtroppo non fu capita la relazione tra l’alta velocità della frana e le onde generate, la morte del custode della diga di Pontesei avrebbe potuto salvare duemila persone.
Invece ci si intestardì sui famosi 30 metri, è noto che le risultanze di prove ed esperimenti valgono nel ristretto ambito sperimentale, se cambiano le condizioni al contorno cambiano pure i risultati. E qui il parametro fondamentale, più che le masse in gioco, era la velocità di caduta.
L’analisi effettuata da Albert Heim nel 1935 riguardo allo scoscendimento di Elm (1881), causato dallo sfruttamento di una cava di ardesia (le attività umane hanno spesso avuto un ruolo in queste Catastrofi naturali), aveva dimostrato come un’importante massa rocciosa, dotata di grande energia cinetica possa letteralmente galleggiare nell’aria, percorrendo quindi una grande distanze a velocità elevata.
Si credette ad una frana lenta a causa anche di un’opinione preliminare del prof. Dal Piaz che, incaricato di esaminare sommariamente la geologia della zona, non riscontrò nulla di preoccupante, però Dal Piaz non era specialista di frane.
Oggi sappiamo tragicamente che le velocità usate negli esperimenti erano troppo basse, la frana impiegò una ventina di secondi per collassare nel bacino, se le prove fossero state eseguite con velocità più realistiche, avrebbero fornito risposte conformi all’altezza reale dell’onda. Ghetti consigliò comunque di continuare gli esperimenti, in quanto voleva investigare anche a valle dell’impianto, purtroppo la morte di Semenza, convinto sostenitore della loro importanza, segnò la fine dell’attività sperimentale.
La fiducia nella “quota 700” fu tale che, quando la caduta era considerata inevitabile, si assaporò un certo sollievo solo quando il livello dell’invaso scese praticamente a quella quota, alcuni tecnici Enel vollero addirittura osservare il collasso dalla sommità della diga. Vi è anche una questione di fisica dell’impatto, quando la massa del monte Toc investì l’acqua questa non rimase inerte (come negli esperimenti) bensì acquisì un impulso significativo, muovendosi la massa a circa 90 Km/h questa spinse l’acqua a una velocità praticamente doppia, a questo comporta una risalita di circa V*V/2g = 50×50/2/9,81 = 127 metri.
Si potrebbe obiettare che l’accoppiata disastrosa tra la frana e un grosso bacino non era mai stata riscontrata prima, in realtà eventi simili erano accaduti, qualche anno prima, nei fiordi in Norvegia ed in Alaska.
Sergio 10 Maggio 2020
Buonasera, ho letto solo ora il suo messaggio. Ho frequentato l’Istituto di Idraulica negli anni ’75-’76, però non mi ricordo di aver conosciuto personalmente suo padre, che funzioni svolgeva all’interno dell’Istituto?
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adriano 8 Ottobre 2013
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zil 11 Ottobre 2013
A cinquant’anni dal disastro del Vajont, Focus ha realizzato un bellissimo servizio multimediale esclusivo: http://dentroilvajont.focus.it/
Paolo 14 Ottobre 2013
Ho molti dubbi sulla plausibilità delle argomentazioni di Semenza quando dice che non c’era nessuna fretta di collaudare la diga, visto che la nazionalizzazione era dovuta e visto che il prezzo era basato su una media di mercato degli ultimi anni.
Senza poter entrare nella testa di nessuno, osservo due cose:
a- il movente economico è lo stesso riportato nel film “Vajont”; se il film è ispirato al lavoro teatrale di Paolini, o viceversa, o hanno un qualche antenato comune, questo non dice molto, ma se si tratta di due lavori originali forse c’è da pensare che se due analisi distinte arrivano agli stessi risultati un possibilità di aver trovato un pezzo di verità esiste;
b- la diga del Vajont non fu certo costruita in un giorno; il prezzo medio delle azioni della SADE degli ultimi anni era legato anche sia agli investimenti fatti per costruire la diga, sia alle aspettative di ritorno economico dallo sfruttamento della stessa. Ammettiamo che non ci fosse l’obbligo di nazionalizzare, e che il progetto venisse dichiarato fallito e la diga rimanesse una cattedrale nel deserto: il prezzo delle azioni della SADE non sarebbe calato? L’ipotesi che non c’è nazionalizzazione credo sia utile proprio per togliere un elemento non essenziale a capire le dinamiche economiche che c’erano dietro il progetto.
Bellissimo articolo ma non è la DC contro il PC
Qui ci sono degli “assassini statali” contro gente inerme.
Lasciamo stare la politica. I comunisti lo erano nel 1963 e lo sono ancora adesso
Paolini stesso ha detto …Sig.ra Merlin, ci sono i morti.
Sai che fine abbia fatto l’ing. Biadene? ( 1900-1985)
Federico Ferrero Autore articolo 15 Ottobre 2013
Biadene fece qualche mese di prigione.
Giuseppe 16 Ottobre 2013
Ma dopo la prigione? Nessuno sa più nulla, nemmeno Micaela Coletti.
Sono riusciti a farlo sparire come la verità sul Vajont
Cos’ha fatto la prigionia, di cosa è morto, dove è sepolto…
gianna testa 23 Gennaio 2017
sull’argomento vorrei segnalarle un film/documentario del 2015 dal titolo “Vajont, una tragedia italiana” di Nicola Pittarello recentemente premiato per il montaggio ad un festival di Lecce. Davvero un valido contributo alla nota vicenda, analizzata dal un inedito punto di vista: quello del processo.
Federico Ferrero Autore articolo 30 Gennaio 2017
salve Gianna, grazie per la segnalazione. l’ho già acquistato e visto, è un buon lavoro. ne approfitto per offrire il link agli interessati: Vajont, una tragedia italiana
Piero 22 Ottobre 2013
Interessante articolo, certo che come Lei dice :”Sembra proprio che Semenza junior abbia scritto la sua raccolta di appunti provvisto di notevole coda di paglia, esageratamente preoccupato dall’idea che qualcuno potesse rinfacciargli di aver proceduto a una mera difesa d’ufficio del genitore” anche il Suo punto di vista può essere visto nello stesso modo verso Merlin e Paolini dicendo che ha lavorato all’Unità e con la stessa.
Io il libro di Edoardo Semenza l’ho comprato, senza idee al riguardo, solamente per curiosità e per approfondimento, soprattutto dal punto di vista geologico. Ebbene secondo me il libro è scritto molto bene, è molto tecnico, con anche storie vissute della vicenda che ne Paolini ne Merlin potevano conoscere. Gli stralci che Lei è stato bravo a estrapolare dal libro comqunque non sono i soli che meritano di essere riportati, anzi molti altri ben più importanti, dai quali non avrebbe potuto usare malizia nei confronti del geologo, sarebbero stati ben più meritevoli di nota. Ovviamente non c’era da aspettarsi che un geologo fosse anche uno scrittore di talento, ha raccontato solo a modo suo la vicenda, come in un libro di geologia dove non ci si aspetta granchè tranne spiegazioni tecniche, quindi non vedo perchè deriderlo poi dicendo che poteva essere controllato prima di metterlo in vendita o dicendo che ha avuto poco apprezzamento dall’opinione pubblica e che è stato stampato grazie ad una casa editrice quasi sconosciuta, specificando subito che è di proprietà dei figli dello stesso Edoardo Semenza. Io non ho vissuto la vicenda dal punto di vista politico, proprio per questo cerco di approfondire per farmi la mia idea.
Non che mi faccia piacere che una tale tragedia venga ricordata dallo scontro tra Comunismo e Capitalismo, tra Bocca, Buzzatti e L’Unità, anzi sarebbe anche ora di smetterla.
Federico Ferrero Autore articolo 22 Ottobre 2013
non credo che un parallelismo come quello da lei suggerito sia proponibile, proprio perché ho “osato” mostrare che il ruolo della Merlin non è stato, probabilmente, esattamente quello che le viene assegnato dalla storiografia ufficiale. avessi santificato la profeta Merlin allora sì, che mi avrebbe potuto accusare di partigianerie.
– su Paolini: non capisco cosa c’entri con l’Unità, né perché dovrei averlo difeso d’ufficio (difatti non l’ho fatto).
– non ho mai scritto che il libro ha avuto scarso apprezzamento dall’opinione pubblica. né mai penserei di legare il valore di un testo alle copie vendute.
– non ho mai deriso Semenza. ho solo notato che il libro avrebbe avuto bisogno di un lavoro di correzione bozze per renderlo più digeribile al pubblico meno avveduto e, nell’esclusivo interesse delle argomentazioni di Semenza, meno smaccatamente astioso in certi capitoli.
Si non mi sono espresso bene riguardo Paolini. Intendevo dire che Lei avendo lavorato all’Unità, potrebbe avere una certa affinità “ideologica” con l’attore che non ha certo nascosto la sua simpatia verso il pensiero politico di quel giornale… ma non per questo ho reputato il suo articolo filo-comunista (perdoni la parola) o scadente, anzi devo ammettere che ha cercato di estrapolare anche lei, come ho fatto io, nuovi punti di vista che se non altro vanno a completare una vicenda che ormai tutti conoscono, ma che dall’interno, cioè da parte dei vertici della SADE e delle persone direttamente coinvolte, ancora molto poco si sa; purtroppo però in alcuni punti ha scelto di usare dell’ironia, rovinando in parte il suo onesto tentativo di dare credito alle parole di chi ha avuto modo di vivere come addetto ai lavori la vicenda, dunque a conoscenza di fatti ignorati o non conosciuti.
Non che si debba prendere per oro colato le parole di Semenza che certamente da buon figlio non può che vedere in suo padre un eroe o un genio, titolo che comunque bisogna riconoscere per l’opera fine a se stessa che rimane un CAPOLAVORO come disse Buzzati, ma bisogna certamente dargli merito anche di alcune colpe, già dette e ridette.
Stessa cosa però c’è da dire al riguardo di altri protagonisti della vicenda, come la stessa Tina Merlin che ha avuto un gran merito di allertare la popolazione, ma scrivendo articoli partendo da supposizioni e non da prove. In questo caso a Lei il merito di riconoscerlo quando dice che la stesa Merlin parlava di frane non attinenti a quella poi avvenuta.
Diciamo che ci troviamo di fronte a dei libri che a modo loro riportano delle testimonianze importanti dell’una dell’altra parte, raccontando i fatti da vari punti di vista e quindi importanti tutti per capire davvero come sono andate le cose. Non si può definire un libro meno credibile dell’altro per parentele particolari o per affinità politiche, sono tutti libri importanti che devono condurre ad un unico scopo, evitare il ripetersi di una calamità simile.
Scusi l’insistenza, ma dalla fretta prima non ho avuto modo di completare il commento.
Giuseppe 23 Ottobre 2013
Sono tutti libri importanti.
Certo Semenza figlio tira l’acqua al suo mulino ma …ormai si sa bene come sono successe le cose e anche se un figlio deve difendere un padre, non ci sono scuse. Per nessuno.
Basta la parola ( testimonianza scritta) di Semenza padre: “Prudenza.”
No, caro Semenza nessuna prudenza se questa parola tende a sminuire un problema che può minacciare la vita di qualcuno
Scusate se insisto ma nessuno sa che fine abbia fatto Biadene?
francesco 6 Ottobre 2018
l’ing. Biadene, nato ad Asolo (TV) il 29/11/1900 e morto nel 1985 è colà sepolto.
Federico Ferrero Autore articolo 6 Ottobre 2018
Giuseppe 19 Dicembre 2019
Da Wikipedia ci sono notizie diverse: Alberico Biadene, detto Nino (Asolo, 29 novembre 1900 – Venezia, 1985),
sempre da Wikipedia. Morì a Venezia nel 1985[37], convinto di aver fatto soltanto il suo dovere di tecnico alle dipendenze della SADE[38], ed è ivi sepolto.
Carlo Bressan 27 Agosto 2019
Perfetto Seguire la pista dei soldi, della caduta del titolo. Edoardo Semenza in qualità di figlio lo capisco ma:
– la relazione geologica di Dal Piaz è stata copiata da quella fornitagli dall’ing Semenza; un delitto professionale
– la fermata del cantiere avrebbe comportato una perdita di credibilità e un crollo del titolo azionario cin una perdita secca per gli azionisti
Giovanni Mascia 15 Novembre 2013
Lessi il libro di E. Semenza vari anni fa, l’ho ripreso in mano da poco, stimolato dai giudizi sulla vicenda in corrispondenza del cinquantenario della tragedia. Mi aspettavo anche di rivedere lo spettacolo di Paolini, però mi pare che nessun canale televisivo lo abbia riproposto.
Trovo giusta la sentenza della magistratura (disastro colposo aggravato dalla prevedibilità).
Non condivido la Sua conclusione sulla preferibilità dell’impianto accusatorio Merlin-Paolini; è viziata da evidente smania di vedere la causa nella ricerca del profitto ad ogni costo, condita da eccessiva voglia di ergersi a paladini dell’inerme cittadino.
In questa ottica, i dettagli da “coda di paglia” di E. Semenza ben s’inquadrano nel raffigurare una generale approssimazione della ricostruzione di Paolini, sia nei piccoli che nei grandi aspetti.
Se fossi stato C. Semenza, con il geologo notissimo luminare che lo tranquilizza, e il giovane neolaureato inesperto figlio che fa il contrario, cosa avrei fatto? Penso che avrei ordinato un supplemento di indagini, come in effetti C. Semenza fece. Poi morì, quindi non è dato sapere come avrebbe poi gestito il tutto. Questo basta perchè lo si possa pienamente assolvere.
E. Semenza individua i colpevoli in Dal Piaz (per non aver fatto lo studio di dettaglio che avrebbe dovuto porre i paletti impedendo la progettazione della diga da parte di C. Semenza), e in Biadene (soprattutto per la disastrosa sequenza degli invasi e svasi). Ha la colpa di non dirlo mai esplicitamente, ma solo tra le righe.
Faccio comunque i complimenti per un articolo finalmente un pò disallineato dalla versione di Paolini (e un pò anche da quella di Martinelli, il regista di “Vajont”).
Seppure con la tristezza per le vittime innocenti, e per il dolore dei congiunti, senz’altro non ancora acquietato, resta la constatazione del mutato approccio, a partire dal catastrofico evento del Vajont, da parte di ingegneri e geologi, alla gestione degli interventi dell’uomo in simili contesti.
Giovanni Mascia 17 Novembre 2013
P.S. E’ interessante verificare l’affermazione di E. Semenza (pag. 219, ediz. Tecomproject, 2002), secondo cui la Merlin “nel 1983, pochi mesi dopo la pubblicazione del suo libro, fu candidata alle elezioni comunali di Erto e Casso, ma ebbe pochissimi voti”.
Se vero, gli abitanti di quei paesi non la hanno comunque preferita, come loro amministratrice, malgrado i suoi articoli di circa vent’anni prima, certamente non dimenticati.
rosa gecchele 28 Luglio 2014
scrivo dopo molto tempo dall’ultimo post ma va bene lo stesso. un fatto come questo merita memoria ma quella sana dell’utilità all’analisi postuma (sono d’accordo con corona che per le persone basta una carezza, un ricordo una messa non perché non meritino suffraggio ma non le spettacolari commemorazioni )
Anche paolini con la sua consumata arte di attore/narratore ha a suo modo stregato le memorie sia storiche che emotive, ha avuto l’onere e l’onore di riportare dopo tanti anni a galla la storia di questa tragedia che gli avitanti stessi di questa terra avevanosepolto in sé per pudore e dolore.
È un bene? certo per tutti i motivi già detti.
È un male? altrettanto perché da la stura a impossessamenti falsi di ogni genere.
per la gente come me memoria significa andare lì e riflettere pregare per chi se la sente.
per gli uomini di scienza ricordare che progresso e tecnologia significano anche tenere in conto la saggezza antica millenaria che sotto parole facili cela molto più profondità scientifica di quanto non appaia. anche l’orgoglio e la sicumera tecnologica sono da tenere a bada.
in fin dei conti mi sembra che uno dei pochi parallellismi che si possano fare è ricordare che l’arca di Noè fu costruita da un contadino il Titanic da ingegneri.
grazie all’articolista per l’approfondimento.
paolo zorutti 19 Settembre 2014
Dare torto a Paolini mi pare proprio fuori luogo, ci possono essere refusi e confusioni nell’approntare uno spettacolo e poi c’è sempre spazio all’interpretazione dei fatti in una qualunque ricostruzione. Mi pare invece che da quel che leggo qui il libro di Semenza sia ricco in animosità ed anche tante interpretazioni che sono tutte da verificare. Prendiamo per esempio il fatto che la Merlin si sia dichiarata inascoltata che il libro confuta dicendo che aveva pubblicato solo tre articoli. Ebbene cosa dimostra? Pubblicare un articolo è già di per sé una dimostrazione che qualcuno mi abbia ascoltato, ma sappiamo noi se le siano stati rifiutati altri articoli od interviste televisive? Fare tutte queste dissertazioni per cercare di salvare la memoria dei protagonisti mi pare davvero una impresa indecorosa rispetto ai tanti morti nella sciagura. Che ognuno si tenga il danno morale ricevuto, giusto o ingiusto è sempre da confrontare con quello dei morti e dei sopravvissuti che ci hanno perso dei congiunti. Forse sono dei capri espiatori, può essere, ma quando Semenza conclude il documentario dicendo “con vanto noi c’eravamo” automaticamente assume anche la responsabilità per quanto accaduto. Lo sappiamo bene che i soldi ci sono di mezzo perché parliamo di tanti soldi investiti e se la diga costruita fosse stata resa inutile dagli studi della frana sarebbero saltate tante teste e forse sarebbe fallita qualche azienda… questo problema esiste da sempre quando agli interessi della vita umana si antepongono quelli del mercato e dell’economia, ovvero ci si fa dominare dalla paura del fallimento prendendo troppo sul serio la nostra esperienza sulla terra e dall’immagine di noi.
pennacchioni marco 10 Ottobre 2014
mai dimenticare, giusto ricordare a cosa porta l’ingordigia e la falsità umana, ..fossero stati anche 2 morti invece di 2.000
Marco 20 Ottobre 2014
ho avuto modo di leggere sia il monologo di Paolini che il testo del Semenza, quello che mi ha lasciato sempre sconcertato è il fatto che si sia continuato a giustificare l’ultimo invaso del bacino con la “corsa al collaudo” anche dopo la nazionalizzazione della Sade, quando l’impianto era già stato venduto e non aveva più alcun senso affermare ciò, e che vengono omessi dal monologo i ritardi nella risposta alle domande di rapido svaso da parte della neonata ENEL nel settembre del 1963, così come l’ordine da essa proveniente di spingere al massimo le riserve dei bacini idroelettrici nella primavera del 1963. Qualche “malpensante” potrebbe attribuire una certa responsabilità dell’Enel nell’accaduto, e di conseguenza un grosso, risaputo limite delle grandi aziende statali, soprattutto da neonate: discutibili metodi di scelta del personale dirigente, burocrazia, lentezza, inefficienza, risalendo quindi ai sostenitori di tali nazionalizzazioni…
Jasmine 9 Novembre 2014
Il principale responsabile del disastro del Vajont è Dal Piaz
al quale è stato nonostante tutto dedicato un liceo a Feltre.
Lui ha condotto studi geologici sin dal 1929, lui era geologo
e doveva conoscere e rimarcare i rischi geologici e del territorio
piu’ di qualsiasi ingegnere.
Dal Piaz era il principale responsabile e su questo concordo
con Edoardo Semenza, tuttavia Carlo Semenza con la sua insistenza
con il suo cercare pareri atti ad avvalorare le sue tesi
ha avuto anche lui le sue responsabità.
Rresponsabilità parziali perchè non si puo’ sapere cosa sarebbe successo
se al posto di Biadene, che ricordiamo è stato lasciato
da ingegnere a gestire un enorme problema di carattere prevalentemente
geologico che doveva essere gestito con il supporto di validi geologi
dicevo, non si puo’ sapere cosa sarebbe
successo se al posto di Biadene fosse rimasto Carlo Semenza.
Luciano 19 Dicembre 2014
Da tecnico ho visto il film decine di volte anche per più giorni consecutivi immergendomi nell’ebrezza di quegli anni in cui l’Italia si stava costruendo (come dice C.Semenza nel film “stiamo costruendo un pezzo di Italia di domani”). Avrei tanto voluto esercitare negli anni 60-70. Avrei voluto poter dire “io c’ero” come dice giustamente l’ingegnere.
Nel film le figure di E.Semenza, così come quelle di Pancini e Violin (lì chiamato Bertolisi) mi sembrano comunque riabilitate, mentre non avrei voluto essere nei panni di C.Semenza e Biadene nel gestire al comando quella situazione, soprattutto perchè in trent’anni di cantiere sono stato sempre abituato ad ascoltare consigli ed esperienze anche dell’ultimo dei manovali, per cui non mi riconosco in certi comportamenti. Troppo comodo cercare aiuti a frittata quasi fatta…
Ho visto più volte anche lo spettacolo di Paolini, dove ho provato nel cuore lo stato d’animo degli abitanti di quei luoghi. Gente che avrebbe meritato protezione e rispetto dallo stato e che invece da questo è stata calpestata prima, durante e dopo la tragedia, con la beffa finale di Leone che assume il comando della difesa della ENEL-SADE dopo aver promesso “giustizia” da presidente della repubblica.
Con tutto questo rispetto il punto di vista di E.Semenza che il suo dovere lo aveva fatto bene, senza avere potere di impedire la tragedia. Rispetto anche la sua difesa del padre, non fosse altro che per le sue formidabili doti professionali.
In quest’ultimo non vedo l’uomo che per meri interessi economici avrebbe consentito tutto questo.
Semmai poteva essere mosso dalla bramosia di portare a termine la grande opera della sua vita per cui aveva lavorato trent’anni. E’ comprensibile.
E in definitiva non se ne è fregato del parere di un geologo, ma ne ha interpellati diversi. E’ anche nella normalità delle cose che si fidasse di più dell’esperienza di Dal Piaz rispetto al figlio.
Biadene invece appare più un imprenditore che un ingegnere…
Federico Ferrero Autore articolo 20 Dicembre 2014
buonasera Luciano, innanzitutto grazie per il suo intervento. sono pressoché d’accordo con tutto ciò che scrive. il film di Martinelli non mi ha entusiasmato, forse perché ero reduce da anni di visioni del monologo di Marco Paolini.
Giorgio N. 13 Gennaio 2015
Ho letto con interesse il post nel quale mi sono imbattuto a seguito di alcuni approfondimenti sulla vicenda del Vajont.
Mi preme, se mi è concessa, una precisazione. Nell’articolo del 1961 la Merlin è davvero la Cassandra della tragedia. Scrive infatti: “…Una enorme massa di 50 milioni di metri cubi di materiale, tutta una montagna sul versante sinistro del lago artificiale, sta franando. Non si può sapere se il cedimento sarà lento o se avverrà con un terribile schianto. In quest’ultimo caso non si possono prevedere le conseguenze. Può darsi che la famosa diga tecnicamente tanto decantata e a ragione, resista (se si verificasse il contrario e quando il lago fosse pieno sarebbe un’immane disastro per lo stesso paese di Longarone adagiato in fondovalle”.
Scrive di “tutta una montagna” che sta franando sul versante sinistro (quindi quello opposto al paese di Erto, cioè il Toc) e pone il dubbio sulla rapidità dell’evento “Non si può sapere se il cedimento sarò lento o se avverrà con un terribile schianto”.
Inoltre prevede conseguenze per Longarone sia che crolli la diga, come pure nel caso che il lago fosse pieno. Infatti quella congiunzione “e” della frase “se si verificasse il contrario e quando il lago fosse pieno” va intesa, a mio avviso, in modo disgiuntivo rivelandosi in realtà un “regionalismo” tipico del nord (ad es.:che te piase e che no te piase, te ‘o magni istesso – che ti piaccia o no, lo mangi lo stesso). Similmente al “piuttosto che” spesso utilizzato erroneamente con significato disgiuntivo, sempre al nord.
E’ certamente un po’ tirata per i capelli come interpretazione, ma è altresì vero che la precisazione del fatto che le conseguenze per Longarone vi sarebbero state in caso di crollo della diga se e solo se l’invaso fosse stato pieno è assurda. Infatti, qualora la diga fosse crollata, Longarone avrebbe subito comunque delle conseguenze. Inoltre l’ipotesi di un invaso completamente vuoto nel momento della frana è fantasiosa rendendo la precisazione “… e quando il lago fosse pieno” pleonastica.
A mio avviso quindi la Merlin intendeva dire che le conseguenze per Longarone vi sarebbero state sia in caso di crollo della diga che in caso di frana con la diga in piedi e un livello d’acqua “operativo” (cioè pieno) nel bacino. Né più e né meno di quando noi diciamo che la “vasca è piena” intendendo non fino all’orlo, ma con acqua sufficiente per farvi il bagno.
Federico Ferrero Autore articolo 13 Gennaio 2015
grazie a lei per l’intervento. la precisazione è utile e la ringrazio molto per aver offerto questa chiave di lettura dell’articolo.
molto probabilmente la Merlin non aveva idea della reale stima delle dimensioni della frana (200 milioni di metri cubi) ma ebbe il merito indiscutibile di porre il problema nel silenzio generale.
Francesco Lalli 25 Ottobre 2015
Gentile Dott. Ferrero,
la ringrazio per il suo contributo, su questo evento così cruciale della nostra storia recente. Tanto importante da ricordare quanto impossibile da elaborare con serenità e distacco.
Il particolare, è davvero interessante e signiuficativo il cortometraggio interpretato dal progettista Carlo Semenza: un esempio di autentica retorica fascista, con una colonna sonora adatta ai filmati del repertorio militare. Mi permetto di aggiungere una nota personale:
“…lo sferragliare della stampante ad aghi, colonna sonora dell’imperioso sviluppo del nostro glorioso paese, accompagna la fulminea scrittura sul rotolo scorrevole della carta, fatta con i pioppi italiani, dei risultati del Calcolatore Elettronico del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che in pochi minuti svolge i calcoli per il progetto della diga più alta e ardita del globo terraqueo…”
Ma è importante, come dice Francesco De Sanctis, inquadrare gli eventi nel periodo storico nel quale si sono svolti, con particolare riferimento alle “pratiche democratiche” a quel tempo in uso nella gestione del territorio. Da questo punto di vista, è importante richiamare la figura di Enrico Mattei, consegnato alla mitologia dalle circostanze legate alla morte violenta: il complotto internazionale, le sette sorelle, la mafia. Inevitabilmente, altri aspetti relativi al suo operato sono oggi meno ricordati (wiki):
“Restò leggendario il ‘metodo Mattei’ per la realizzazione dei gasdotti, che consisteva nel porre i politici dinanzi al fatto compiuto. Poiché per gli attraversamenti dei terreni si doveva necessariamente pattuire servitù di passaggio con i titolari, piccoli proprietari o comuni, i tecnici dell’Agip ricorrevano a tutti gli espedienti possibili per accelerare al massimo le ‘trattative’.
Decine di chilometri di tubazioni furono stese nottetempo, ufficialmente con la scusa di scavare una piccola traccia, ‘solo per verificare l’idoneità del terreno’, in realtà stendendo direttamente i tubi. Centinaia di sindaci furono svegliati di soprassalto dalla notizia di questi abusivi passaggi, quando questi erano già stati completati e risotterrati. Molti altri non seppero del passaggio dei gasdotti se non molto tempo dopo, magari incidentalmente. Lo smagliante sorriso di Mattei amabilmente placava molti dei protestatari, e dove non fosse bastata la coinvolgente prospettiva di assunzioni, pattuiva infine pratici indennizzi monetari, finanziamenti ‘riparatore’ di opere pubbliche che di fatto pubblicizzavano positivamente il nome dell’Agip, costituendo una sponsorizzazione i cui ritorni di immagine erano senza paragone. La rete fu stesa a tempo di record, con risparmi enormi. Mattei si vantò di aver trasgredito circa ottomila ordinanze.”
Ecco il prezzo del “miracolo economico”: i martiri della valle del Piave, un territorio devastato oltre a un numero imprecisato di morti sul lavoro e/o avvelenati dall’inquinamento.
Sono ricercatore presso l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, e credo che gli articoli di Tina Merlin siano un documento storico importantissimo: l’alba della Valutazione di Impatto Ambientale (che oggi prevede la consultazione pubblica). Ho cercato in rete i testi originali degli articoli, ma non riesco a trovarli…forse potrebbe aiutarmi?
Federico Ferrero Autore articolo 26 Ottobre 2015
la ringrazio molto per le sue parole gentili e per la sostanza del suo intervento, che condivido.
per quanto riguarda gli articoli di Tina Merlin: digiti Tina Merlin nel campo di ricerca dell’archivio dell’Unità (http://archivio.unita.it/) e troverà tutto.
Andrea Cambi 22 Novembre 2015
Articolo equilibrato, molto ben scritto che invita e insegna a riflettere sulla complessità della vicenda. Complimenti all’autore
Federico Ferrero Autore articolo 22 Novembre 2015
Anna Sulli 10 Gennaio 2016
diciamo la verità, forse Tina Merlin non l’aveva azzeccata tutta, ma ne aveva azzeccata abbastanza, e quando la natura si prende la briga di smentirci con un bang terribile come questo del Vajont, cercare scuse ed arrampicarsi sugli specchi per difendere la memoria di un padre indifendibile, che non aveva voluto vedere e che si era ostinatamente rifiutato di ammettere anche il benché minimo dubbio non è il massimo della credibilità….
si dovrebbe avere il pudore di tacere, non scrivere un libro per difendere l’indifendibile…
Aristide Croce 6 Febbraio 2016
Mi chiedo come mai non viene citato l’ing. Pellegrineschi ing. Capo del Genio Civile
Federico Ferrero Autore articolo 8 Febbraio 2016
salve Aristide,
mi illumini lei sul ruolo di Pellegrineschi!
Anton Limena 28 Febbraio 2016
Una precisazione, un ricordo personale ed una considerazione finale.
La precisazione: Tina Merlin nell’articolo del 21 febbraio 1961 sull’Unità aveva comunque ben individuato anche il grave pericolo per Longarone; è un po’ riduttivo affermare nel testo introduttivo di questo sito (salvo una lieve rettifica poco dopo): “E in nessuno di quei testi si paventa il rischio per Longarone”. Il testo dell’articolo si trova facilmente (non so perché, ma non nell’archivio dell’Unità) e diceva tra l’altro: “…e quando il lago fosse pieno sarebbe un’immane disastro per lo stesso paese di Longarone adagiato in fondovalle”, che per una giornalista quasi digiuna di idraulica e geologia non è poco; “immane disastro” non è altro che la prefigurazione della strage che è poi avvenuta.
Il ricordo personale: nel 1989 ero studente di Geologia a Padova, dove poi mi sono laureato. Nel corso di una lezione, un professore di cui non ricordo il nome (ma non era certo il prof. Giorgio Vittorio Dal Piaz, nipote di Giorgio dal Piaz) riassunse la vicenda, evidenziando che il bacino era stato impostato in un alveo epigenetico in presenza di una imponente paleofrana. Ci raccontò anche della contesa che aveva opposto Semenza figlio al padre; a quasi 30 anni di distanza ricordo comunque un certo imbarazzo del professore e non posso non rimproverare, col senno del poi, anche una certa reticenza e parzialità: nessun accenno agli errori di cui i docenti di Padova (G. Dal Piaz, Ghetti…) si resero responsabili.
La considerazione finale: Mauro Corona tempo fa appoggiò la proposta di togliere il nome di Giorgio dal Piaz al rifugio omonimo nelle Vette Feltrine, ma non se ne fece nulla. Sarebbe opportuno? A suo tempo il nome era stato dato sulla base della volontà del finanziatore della costruzione del rifugio; tuttavia posso ben immaginare il dolore di chi vede così celebrato uno dei principali responsabili della strage. Sì, sarebbe opportuno già solo per questo motivo e per una sorta di tardiva giustizia.
Federico Ferrero Autore articolo 29 Febbraio 2016
Anton, grazie per il suo commento.
a Tina Merlin va il grandissimo merito di aver scritto sulla diga in anni in cui nessuno si prese la briga di fare inchieste. erano altri tempi, ma il materiale c’era eccome: eppure nessuno si mosse. tuttavia, credo le mancassero parecchi elementi, come era normale fosse: ritengo che lei temesse più un crollo della diga, che una inondazione come poi avvenne.
Su dal Piaz: non saprei dirle. a pelle, forse lascerei le cose come sono. a chi gioverebbe una… vendetta postuma? peraltro mi sono fatto l’opinione che il responsabile sia Semenza padre, più dell’anziano geologo. che, come si dice dalle mie parti, era stato “preso in braccio” dall’ingegnere: non nel senso che Semenza sapesse del pericolo per duemila anime e se ne fosse fregato, ma perché credo che il progettista della diga avesse pervicacemente sottostimato i rischi e utilizzasse le consulenze “morbide” del vecchio professore per continuare i lavori dandosi ragione.
Andrew 9 Ottobre 2016
Saluti da Londra in questo giorno, da un inglese che si e’interessato molto di questa terribile storia, nei sui aspetti tecnici, politici e storici.
Premesso che sono ancora in atteso della consegna dei libri di Paolini e di Semenza, e che non ho ancora trovato modo di leggere on-line gli atti del processo dell’Aquila, e che nonostante la lettura di molti articoli sulla geologia della frana (per esempio quelli della Prof.ssa Ghirotti e il Prof. Petley) e della dinamica organizzativa (Delle Rose), la mia visione rimane molto incompleta, eppure mi pare molto sensato e importante il Suo articolo.
Da quello che leggo, pare che Paolini, grande artista che e’, abbia contribuito alla nascita della stagione dei “fiction”, in cui la verita’ si trova subbordinata alle necessita’ del racconto. Zingaretti nei vesti di Adriano Olivetti, apparentemente ammazzato dagli Americani in un treno sulla linea (inesistente) tra Ivrea e Ginevra e’ un esempio illustrativo. Nel caso Vajont, lasciando da parte la sagezza del progetto, la gestione dei successivi studii scientifici e i rapporti con la gente del posto, e’ evidente che, per quanto riguarda la dinamica del disastro stesso, la SADE non c’entra proprio. Basta guardare il famoso grafico del livello delle acque nel bacino per vedere piuttosto i riflessi della situazione politica italiana del 1963. L’invaso finale avviene tutto sotto la padronanza ENEL La decisione di incrementare il livello delle acque a 715m, in modo di smuovere il terreno secondo la teoria di Mueller, viene preso proprio intorno al passaggio della gestione all’ENEL. La catastrofica mancanza di prudenza in Settembre 1963, quando era gia’ chiaro che la montagna si spostava, e’ accaduta sotto l’egido ENEL. Longarone e’ stata distrutta dalla ENEL, non dalla SADE. E perche’? In quei medesimi mesi, a partire di Agosto, sono stati avviati gli attachi feroci contro Felice Ippolito, brillante fondatore dell’industria pubblica del nucleare, che portarebbe qualche mese dopo al suo arresto per accuse infondate. Erano i mesi in cui i successi del primo governo del centro-sinistra, prima fra i quali la nazionalizzazione dell’industria elettrica, venivono messi in questione. Tre mesi piu’ tardi De Lorenzo avrebbe avviato la preparazione del Piano Solo. Erano i mesi del contra-attacco pesante della destra contro le aperture alla sinistra. Si capisce bene la pressione sul neonato ente pubblico, principale successo del governo Fanfani, di dimostrare la sua competenza, efficacia e dinamicita’. Dopo anni di apparente cincisciamento da parte della privata SADE, cosa poteva dimostrare questa competenza superiore meglio della rapida messa in funzione del progetto di spicco dell’industria italiana, la diga piu’ alta del mondo (se acceso prima del progetto svizzero della Dixence, simile ma a 285m 24m piu’ alto, finito in 1961 ma allora non ancora messo in funzione)? Mentre si attendeva che Nenni e Lombardi sterzassero il PSI per entrare nella stanza dei bottoni (decisione presa appena due settimane dopo la frana), e le tensioni sociali ed economiche salissero alle stelle, si puo’ immaginare come la carriere di Biadene veniva messa in gioco, secondo la sua disponibilita’ di consegnare un successo al centro-sinistra in un momento cosi’ caldo.
‘E ovvio che lui non immaginava le conseguenze – dopo 50 anni si discute ancora come era possibile che la frizione sotto la frana si diminuisse cosi’ catastroficamente da portare giu’ la montagna in 45 secondi. Si immaginava di potere gestire e pianificare l’evoluzione di un fenomeno immenso – un concetto che era del tutto consono con lo spirito dell’epoca, in cui la pianificazione della societa’ era un articolo di fede del centro-sinistra. Questa narrazione, magari incompleta e errata, e’ ben piu’ complessa della storia del bene e del male attribuita a Paolini.
Lei ha fatto benissimo di mettere la questione in gioco paragonando questi due libri, in modo cosi’ serio e equilibrato.
Pierluigi Silvestrin 23 Ottobre 2016
ho scoperto per caso e tardivamente)questa interessante discussione, cui vorrei dare un piccolo contributo, per chiarire un punto quasi sempre travisato: la presunta imprevedibilita’ della velocita’ della grande frana. Viene spesso scritto che i soli casi possibilmente noti a quel tempo ai protagonisti circa le grandi frane “veloci” fossero la frana di Elm (Svizzera) e di Lituya Bay (Alaska, 1958). Ammesso, ma non concesso, che ingegneri e geologi in questione non conoscessero questi due specifici eventi, e’ fuorviante considerare questo tipo di eventi franosi come allora sconosciuti. Al contrario, erano solida parte del bagaglio di conoscenze tecniche. A riprova, trascrivo quanto si trova in un testo diffusissimo nel dopoguerra, quello del geologo (ordinario a Bologna) Michele Gortani, dal significativo titolo “Compendio di Geologia per Naturalisti e Ingegneri”, uscito nel 1948 per i tipi della Del Bianco Edizioni di Udine (e in edizioni successive negli anni Cinquanta). Nel secondo volume a pag. 57, si legge:
“SCOSCENDIMENTI CON SCIVOLAMENTO INIZIALE
…La rapidità di queste frane le rende particolarmente funeste: il fenomeno può svolgersi anche per grandi frane in meno di un minuto, e la velocità della massa cadente può superare i 100 m al secondo. Agli effetti distruttori della caduta si aggiungono così quelli della massa d’aria spostata. Se uno scoscendimento cospicuo ha luogo in una valle stretta, la forza viva del materiale che precipita può spingerlo ad appoggiarsi sull’opposto versante, risalendo
talvolta per!no di 200 o 300 metri (in media riguadagnando da 1/10 a 1/5 del dislivello di caduta)…Negli scoscendimenti con scivolamento iniziale, il distacco e la caduta sono predisposti dalla stratificazione a chinapoggio”
Credo non siano necessarie altre spiegazioni, tranne forse ricordare che per ‘forza viva’ si intende l’energia cinetica, alla quale – per il caso del Vajont – altri commentatori hanno gia’ fatto riferimento.
Si riconoscera’ forse il nome dell’autore, al quale sono ora dedicati rifugi e/o luoghi alpini (come del resto a Dal Piaz, Semenza, Desio e altri!) : e’ uno dei componenti della prima commissione di periti, quella che nel ’65 dichiaro’ che il disastro era di origine naturale senza responsabilita’ umana alcuna (a sua discolpa forse il fatto di essere molto anziano, all’epoca – mori’ nel ’66 a 84 anni).
Altro non mi sembra il caso di aggiungere. Grazie per l’attenzione,
PS confermo quanto si ricordava qui sopra circa il fratello del prof Ghetti: era anche lui ingegnere (elettrotecnico) e alto dirigente della SADE, ed aveva presenziato alle prove col modello di Nove il 31 gennaio 1961. Confesso che la credibilita’ dell’asserzione che i due non avessero mai parlato della frana di Pontesei del 1960 mi sembra assolutamente nulla.
Federico Ferrero Autore articolo 23 Ottobre 2016
buonasera Pierluigi, molte grazie per il contributo.
sulla prevedibilità della frana, effettivamente, pare non sussistano seri dubbi.
resta, parlo a titolo personale, una riserva sul “movente”, posto che la corsa al collaudo per la vendita all’Enel mi pare debole. né credo che il dottor Biadene abbia mandato a morire dei suoi dipendenti pur di cadere dal pero a cose fatte e sostenere che proprio non si aspettava un evento così catastrofico.
Pierluigi Silvestrin 24 Ottobre 2016
sulla evidente prevedibilita’ della frana, credo che Floriano Calvino – unico accademico italiano ad uscire a testa alta in questa immane tragedia, se posso permettermi un giudizio – abbia scritto (su Sapere, nel 1974) in maniera tanto sintetica quanto chiara. Ne trova un sunto qui:
http://temi.repubblica.it/corrierealpi-diga-del-vajont-1963-2013-il-cinquantenario/una-strage-prevedibile/
Quanto allo corsa al collaudo, anche su questo temo circoli disinformazione, nel senso che in realta’ esisteva ancora un grosso interesse materiale a completare il collaudo dell’impianto, ed in tempi ridotti. Esistono documenti processuali al riguardo, per ora la rimando a quanto scritto da Toni Sirena (figlio di Tina Merlin):
http://www.askanews.it/cronaca/vajont-sirena-il-9-ottobre-1963-la-sade-inganno–anche-i-suoi-uomini_711198436.htm
Quanto a Biadene, posso concordare che non abbia mandato a morire dei suoi dipendenti consapevolmente. Ma che significa ‘consapevolmente’ per uno a quel livello di responsabilita’? Non doveva forse usare il minimo di precauzioni che un rischio cosi’ grande richiedeva? Biadene ebbe atteggiamenti inquietanti prima e addirittura anche dopo la catastrofe e le sue azioni indicano grave sprezzo per i pericoli a cui venivano esposte le persone affidate alla sua responsabilita’. A me non sembra impensabile che – col concorso di altri – egli abbia attuato una sorte di roulette russa con decisioni che hanno infine reso inevitabile il disastro, ad esempio, quella di invasare ben oltre il livello massimo di 700 m s.l.m. indicato da Ghetti.
PS circa Ghetti, ho dimenticato di ricordare che – oltre al fratello Luigi – anche il padre Ottaviano era stato altissimo dirigente della SADE. A lui e’ intitolata la centrale idroelettrica del Fadalto (TV).
Alessandro 21 Novembre 2016
Salve a tutti. Sto conducendo una tesi di laurea sul Vajont, in particolare le situazioni mediatiche che si sono create, soprattutto negli anni della catastrofe. Credo che il problema, e un punto che Lei ha omesso nel suo pezzo di tutto rispetto, sia il fatto inquietante del caso Gervasoni, ex giornalista del Gazzettino. Se la storia della Merlin ha avuto un eco spaventoso all’interno della questione Vajont per il suo coraggio di fronteggiare il “monopolio elettrico” (come da lei sempre definita la Sade), quella di Gervasoni è per certi versi ancor più emblematica. Paolini disse che “Il giornalista del Gazzettino mangia e beve, ma non scrive niente.” Anche qui, troppa leggerezza. Armando Gervasoni (morto nel 1968 per un incidente d’auto), redattore in stanza a Belluno, tentò invano di pubblicare i suoi articoli di denuncia sulla possibile frana del Vajont, ma venne ostacolato. Ancor più terribile è poter pensare che nel suo “I corvi di Erto Casso”, libro postumo e pubblicato dopo anni dalla catastrofe solo per volontà del fratello, aveva predetto l’epilogo tragico almeno SEI MESI prima. Non solo, poco prima dell’ottobre del 1963 venne trasferito alla redazione di Vicenza e poi, oltre il danno la beffa, inviato sul luogo nel giorno della catastrofe per raccontare la storia dei sopravvissuti tramite le pagine del Gazzettino. E non fu un’unico caso di censura o autocensura. La politica, in questa storia, vi era invischiata fino al collo, tanto quanto l’ambiente accademico e quello industriale. Clientelismo di favori tra più apparati e in forma molto estesa.
Federico Ferrero Autore articolo 21 Novembre 2016
grazie mille per aver segnalato questo che è tutt’altro che un particolare. Non avevo approfondito la vicenda dell’inviato del Gazzettino, del quale peraltro misconoscevo la fine.
Ho trovato un ricordo di Armando Gervasoni, mi spiace molto per la sua triste vicenda. Mi procurerò senz’altro il libro, se è ancora reperibile da qualche parte.
[AGGIORNAMENTO: ECCO, PER CHI FOSSE INTERESSATO, IL LIBRO DI GERVASONI]
Massimiliano Aita 21 Agosto 2017
Quello che mi pare corretto precisare rispetto allo spettacolo di Paolini è che lui stesso, ad un certo punto, dichiara apertamente di essere schierato e di non essere obiettivo. D’altro canto è teatro non filologia storica.
Per quanto riguarda il libro di Semenza che confesso di non aver letto, vorrei rilevare come uno scienziato che accetta di modificare le proprie conclusioni perde di credibilità e quindi ogni sua ulteriore affermazione – a mio avviso – è viziata da quel peccato originale.
Federico Ferrero Autore articolo 22 Agosto 2017
grazie per il suo commento. Su Paolini dice bene: è lo stesso attore a dichiararsi non tanto non obiettivo, ma non imparziale. Conoscere la storia e non farsi un proprio giudizio è pressoché impossibile: lui, dopo aver studiato il caso, è giunto alle sue conclusioni. Peraltro, quasi mai pecca di obiettività nel racconto dei fatti; semmai, la sua opinione è particolarmente “pesante” nell’individuare il movente della strage, cioè la vendita allo Stato della diga. Movente che è presunto e, a dirla tutta, piuttosto debole se si approfondisce la storia della nazionalizzazione delle imprese idroelettriche.
Semenza figlio, Edoardo, viveva all’ombra di un gigante dell’ingegneria civile quale era il padre Carlo. Fresco di laurea, senza sapere le cose per certo (nessuno aveva “visto” la frana” ma avendole dedotte dai suoi studi, è probabile che si sia fatto condizionare. Del resto, la responsabilità della strage è da attribuirsi al padre (in parte) e non al figlio, a Dal Piaz e, soprattutto, al successore di Semenza, l’ingegner Biadene.
Massimiliano Aita 23 Agosto 2017
Lei mi insegna che, nel nostro ordinamento, i moventi sono irrilevanti. Quel che conta, a mio avviso nella vicenda del Vajont, è l’impressionante sequenza di omissioni, depistaggi, scaricabarile che hanno portato a due condanne a cinque anni per duemila (dico duemila morti). Devo dire che il recente terremoto di Ischia evidenzia come l’Italia è sempre l’Italia e purtroppo non cambierà mai. Per quanto concerne il figlio di Semenza, non intendevo certo attribuirgli alcuna responsabilità. Volevo solo sottolineare che, nel momento in cui il tuo parere scientifico cede di fronte alle pressioni politico-familiari, successivi tentativi di riabilitare il tuo o l’altrui nome, paiono poco credibili
Robi Francia 15 Febbraio 2018
La trattazione è interessante … tuttavia nella prima parte ad un lettore non addentro le vicende risulta molto difficile capire chi dice cosa e quando un’affermazione proviene dal curatore del sito a da una della parti in causa.
Buongiorno. Una domanda per l’Ing. Sergio: Se nel modello di Ghetti si fosse impressa una velocità vicina a quella reale, quanto sarebbe stata alta l’onda reale rapportata a quella della simulazione? Grazie.
Roberto 6 Novembre 2018
Buongiorno, provo a dare una risposta.
Ho letto in più occasioni che è stato provato che il modello di Ghetti, se interrogato correttamente, avrebbe risposto con un dato molto vicino a quello che si è avuto nella realtà.
Tutto questo per dissipare ogni dubbio riguardo all’impiego della ghiaia invece di altro materiale,Oltre ad una certa velocità l’impatto della ghiaia è assimilabile a quello di un corpo unico.
Tutti da almeno tre anni sapevano che la frana sarebbe caduta e avrebbe diviso il lago in due, forse l’unica cosa che non si poteva prevedere è stata solo la fortissima velocità di impatto
Silvia 1 Luglio 2018
Buongiorno e grazie per questo post.
Mi stupisco comunque che non abbia mai nominato il libro della Merlin, Sulla pelle viva, apparso nel 1983. Credo che la fonte principale di Paolini per la sua orazione civile sia Proprio quello, un libro densissimo e avvincente. una inchiesta giornalistica piena di umanità che ripercorre la genesi del progetto e le reazioni sul territorio. Riportando decine di fonti, documenti rapporti ecc. E dove emergono anche le complicità e i conflitti di interessi di chi tra politici, industriali e stampa (il Gazzettino) ha chiuso gli occhi. Un libro che avrebbe meritato più attenzione, cosa ne pensa lei?
Federico Ferrero Autore articolo 1 Luglio 2018
buonasera Silvia, la ringrazio per il suo commento.
forse lei ha ragione, ma ho preferito utilizzare lo spettacolo di Paolini perché, pur ispirato in massima parte al libro di Tina Merlin, ha avuto un tale successo da “travolgere” anche quello della giornalista cui l’attore deve molto. tuttavia, mi pare di averla citata più volte: forse dovevo sottolineare meglio l’importanza del suo lavoro.
Tristano 27 Novembre 2019
Buonasera e complimenti per l’analisi dettagliata. Una domanda mi risuona da anni: e’ dunque tecnicamente giusto,come sostengono anche alcuni professionisti, riabilitare la memoria di Dal Piaz? Grazie
Federico Ferrero Autore articolo 28 Novembre 2019
Buonasera. Questa credo sia materia per gli storici e per i geologi: essendo Dal Piaz premorto all’evento, non è stato parte del processo. Probabilmente lo sarebbe stato, perché le sue ricerche mi risulta insistessero nel negare la pericolosità di una eventuale frana.
Ma credo esistano persone più qualificate di me per esprimere giudizi sulla sua riabilitazione professionale…
Tristano Dal Canton 28 Novembre 2019
Mi scusi, ho messo dentro errori di digitalizzazione troppo importanti, riscrivo:
Buonasera e grazie mille per la risposta (che non avevo visto pardon). Io ho studiato presso il Liceo Scientifico “Dal Piaz”, e ciclicamente qualcuno propone (secondo me, a ragione) di cambiare la titolazione della scuola, visto che l’ultimo lavoro di Dal Piaz non fu proprio all’altezza dei suoi precedenti studi sulle Dolomiti. E’ pur vero che mori’ prima dell’evento, ma è altresi’ vero che sottostimo’ la questione e nel 1957 fece firmare una sua perizia spacciandola per attuale mentre ricalcava i suoi dati del 1940 (se non erro). Non è certo un metodo scientifico e tecnico di fare le cose, anche perchè in ballo c’era una delle dighe piu’ alte al mondo…Che ne dice? Grazie ancora per l’attenzione.
Giovanni Testori 10 Ottobre 2018
Buona sera Sig. Ferrero,
ho letto tutto Un fiato questo bellissimo sito dedicato alla tragedia del Vajont. IN quel 1963 avevo 12 anni uno in meno del Sig. Mauro Corona. che Proprio ieri sera in tv nella trasmissione di bianca berlinguer ha attaccato i vertici politici nazionali citando espressamente il presidente Matterella perchè non si è recato a Longarone nel 55esimo anniversario della tragedia. oggi leggendo tutti gli interventi qui sopra riportati ne ho trovato uno che mi ha fatto ragionare sul fatto del mancato intervento del capo dello stato a longarone e cioè che l’allora suo predecessore Leone avvocato difensore nel processo contro i vertici della sade, difese questi ultimi. non ho trovato altro a difesa di questa affermazione, lei ne sà qualcosa? comunque bravo Lei dott. ferrero per questo lavoro e grazie a mauro corona per il suo civile coraggio di denuncia.
pierluigi favero 11 Marzo 2019
la diga del Vajont è un opera inutile dal punto di vista idroelettrico. che ci fosse o non ci fosse sempre per Soverzene si passa. quindi nessun kw/h in più, solo una distribuzione diversa nel tempo. ma siccome a Marghera il contributo idroelettrico copriva nella migliore ipotesi il 35% della richiesta non si capisce perché’ si parlasse della necessita’ di incamerare in deposito stagionale l’acqua.
forse l’acqua serviva solo ai consorzi di bonifica e quindi ai latifondisti della pianura veneto-friulana per irrigare i campi in periodi di scarse precipitazione piovana con i raccolti in vista. in molti del consiglio di amministrazione di SADE erano contrari alla costruzione della diga del Vajont, che era solo un costo senza introito. lo Stato dava il 45% ma il resto erano risorse da investire e poi il tunnel di sorpasso altri costi. solo inutile vanagloria di un vecchio ingegnere che voleva fare una diga a memoria d’uomo. la Sade aveva avuto la fortuna della nazionalizzazione, e aveva lasciato il lago a 675 mt. l’ENEL e Biadene, non SADE, ha proseguito e quindi è responsabile storico e Paolini poteva fare un lavoro migliore.
ho letto con interesse il tuo articolo. Una domanda a cui non riesco a dare una risposta è: e la figura di Dal Piaz, possiamo riabilitarla o no? Il suo ruolo in questa vicenda?
Fabry 29 Maggio 2020
Secondo la mia opinione tutta la squadra di dirigenti e consulenti è responsabile, naturalmente le colpe vanno attribuite tenendo conto delle gerarchie, perché 1917 morti di cui 487 bambini sotto i 13 anni, non si possono scordare…… quindi è impensabile riabilitare Dal Piaz e C. Semenza, non si può presentare una variate in corso d’opera che inalaza il bacino di ben 60 mt e allegare una relazione geologica farlocca eseguita decenni prima, è eticamente inaudibile un fatto simile; ho avuto modo di leggere la corrispondenza tra Semenza e Dal Piaz presente tra gli atti del processo, che riguarda la stesura di tale relazione geologica e sono rimasto sbalordito di tanta superficialità, vero è che sono morti prima del disastro entrambi, ma uno scenziato e un tecnico di quel livello, l’uno per denaro e l’altro per ambizione, non avrei mai potuto immaginare fossero tanto scaltri………
Comunque io non riesco a comprendere come sia possibile che abbiano calcolato tutto nei minimi dattagli, con ampi margini di sicurezza, ( non dimentichiamo che la diga e le spalle della valle dove appoggia, hanno retto oltre 10 volte il carico per cui erano state progettate) fanno perfino una galleria di bypass per recuperare il bacino in caso di caduta della frana, e non tengono conto della velocità ed il volume di caduta della massa rocciosa che è di per se un evento imprevedibile, senza ipotizzare la più catastrofica!!!!!! Be direi che c’è qualcosa che non torna, l’aveva previsto una giornalista, che la frana avrebbe potuto generare un onda abbastanza grande da scavalcare la diga, credo che per i dotti accademici che hanno girato intorno alla vicenda con perizie modelli e quant’altro, sia passato per l’anticamera del cervello tale ipotesi, perche altrimenti, presumo fossero un ammasso di ” cerebrolesi…..”
Federico Ferrero ha scritto e scrive, in ordine sparso, per il Corsera, l'Unità, l'Espresso, pagina99, Rivista Undici, Tennis Italiano.
Racconta il tennis per Eurosport.
Per ADD ha scritto Alla fine della fiera - Tangentopoli vent'anni dopo (2012).
Per Rizzoli ha scritto "Il Palpa, il più forte di tutti".
Coautore di Langhe Doc, nomination al David di Donatello 2012.
Nel 2012 ha vinto il premio Dardanello. Ha pure scoperto chi ha ucciso John Fitzgerald Kennedy, con amici vari fa strame di osti e chef su Frittinpagella.
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federico ferrero è nato e, per ora, è vivo.

References: sentenza 
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