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Timestamp: 2020-08-10 15:27:19+00:00

Document:
Il diritto “alla cultura”, l’accesso ad Internet e la pubblica fruizione del patrimonio culturale ai tempi del Covid-19: Se non ora, quando? | Filodiritto
The dance of life, Edward Munch, 1899-1900
1. Il diritto di accesso ad Internet come rivoluzione profonda per uno sviluppo culturale, sociale, giuridico ed economico
2. L’accesso ad Internet e il diritto “alla cultura”: una strategia di crescita culturale, sociale ed economica
3. Conservazione, valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale: la strada della digitalizzazione
4. La digitalizzazione del patrimonio culturale e la pubblica fruizione garantita dall’accessibilità ad Internet
5. Appunti conclusivi: Se non ora, quando?
Questo collegamento logico tra fruizione e valorizzazione è stato recepito successivamente dal legislatore nel Codice dei beni culturali e del paesaggio, decreto legislativo n. 42 del 2004 e successive modifiche, ove all’articolo 6 si legge che la valorizzazione è l’insieme delle attività promozionali della conoscenza del patrimonio culturale attraverso l’utilizzazione e la fruizione pubblica dello stesso. Per attuare questo scopo il legislatore ha dedicato il Titolo II del Codice alla “Fruizione e valorizzazione”, ed in particolare, l’articolo 107, con il quale si ammettono gli usi strumentali e di riproduzione delle opere d’arte, salvo eccezioni espressamente previste e purché si garantisca la sicurezza e la conservazione dei beni culturali. A ciò si ricollega l’articolo 108, comma 3 bis, che definisce in ogni caso libere le attività svolte senza scopo di lucro che mirano alla divulgazione con qualsiasi mezzo delle immagini di beni culturali, legittimamente acquisite, anche qualora si volesse successivamente riprodurle a scopo di lucro.
L’importanza che ha assunto la tematica della digitalizzazione e dell’accessibilità in rete ai materiali culturali ha attirato le istituzioni comunitarie che già con l’Agenda digitale e l’ambiziosa previsione dell’attuazione del progetto Europeana ovvero la biblioteca-archivio e museo digitale d’Europa, inaugurata il 20 novembre 2008, e proseguita con i lavori di Horizon 2020, ha definito tra gli obiettivi della ottimizzazione delle tecnologie dell’informazione, la crescita economica di cui la digitalizzazione e la conservazione del patrimonio culturale europeo rappresentano uno dei principali ambiti d’azione. Nella raccomandazione della Commissione europea del 27 ottobre 2011, in “Sulla digitalizzazione e l’accessibilità in rete dei materiali culturali e sulla conservazione digitale”, si legge che il settore creativo ha raggiunto il 3% del PIL dell’UE, corrispondente al 3% dell’occupazione. Di conseguenza la digitalizzazione garantisce un accesso più ampio alle risorse culturali che «aprono notevoli opportunità economiche e costituiscono una condizione essenziale per sviluppare ulteriormente le capacità culturali e creative dell’Europa, nonché la sua presenza industriale in questo settore».
Per la Commissione europea, dunque, l’ampio accesso e una migliore fruibilità del patrimonio culturale che Internet offre alla popolazione, stimola la creatività dei cittadini a creare arte e cultura. Tale obiettivo dell’Agenda digitale è perseguito tramite la diffusione dei c.d. Creative Commons, ovvero tutte quelle istituzioni culturali che mettono in rete le immagini digitali delle proprie collezioni, emettendo licenze gratuite, con autorizzazioni a tempo indeterminato e a vocazione internazionale, di modo che l’user possa accedervi, riprodurre e condividere immagini del materiale culturale ivi raccolto[1].
Del resto, quanto ivi sostenuto è alla base del nostro ordinamento costituzionale. L’articolo 9 Costituzione, è infatti posto tra i “Principi Fondamentali” dell’ordinamento costituzionale italiano[2], ed esso dispone che è compito della Repubblica tutelare il paesaggio e il patrimonio storico e artistico nazionale e promuovere lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica. La Corte costituzionale in alcune celeberrime sentenze, quali la n. 359 del 1985, ha definito, non a caso, il valore estetico-culturale come un valore primario, nonché nella sentenza n. 151 del 1986 come un «valore costituzionale primario dell’ordinamento» (Corte costituzionale, nn. 152 e 153 del 1986).
Quanto ivi rilevato è stato trasfuso dal legislatore nell’articolo 1 del Codice dei beni cultuali e del paesaggio[3], definito dalla Corte nella sentenza n. 194 del 2013 quale “parametro interposto”, a cui l’organizzazione dei poteri pubblici deve ispirarsi per la realizzazione della tutela e valorizzazione del patrimonio paesaggistico e culturale al fine di stimolare lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica.
La Repubblica è così chiamata a valorizzazione e tutelare il patrimonio culturale e paesaggistico, a tutti i livelli di governo in base alla divisione delle competenze dell’articolo 117 Costituzione. In particolare, all’articolo 114 Costituzione si prevede che, in regime di equiordinazione, comuni, province, città metropolitane, regioni e Stato assicurino e sostengano la conservazione del patrimonio culturale, e ne favoriscano la fruizione e valorizzazione.
L’azione pubblica di tutti gli enti territoriali di governo deve dunque perseguire la diretta tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, al fine di preservare una memoria della comunità nazionale e del territorio e favorire lo sviluppo della cultura (Articolo 1, comma II, del Codice), anche grazie all’ausilio del mondo del digitale.
La ratio sottesa all’attenzione che i nostri Padri costituenti hanno riservato al patrimonio culturale, la cui tutela è, per l’appunto, tra i Principi fondamentali della Carta costituzionale, risiede nella consapevolezza che esso è il prodotto dell’esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali, ovvero è ciò che è stato definito il “diritto alla cultura”[4]. Il “diritto alla cultura” si irradia dal concetto della dignità umana che, ai sensi dell’articolo 2 Cost., esprime l’esercizio delle proprie libertà fondamentali. L’esercizio di tali azioni di libertà costituiscono, dunque, il patrimonio culturale della persona all’interno della comunità in cui vive, che vede riconoscersi sia la libertà di accedere alla cultura, sia di fare cultura, che di condividere la propria arte e conoscenza.
Perché la tutela del diritto “alla cultura” sia effettivamente realizzata, è necessario che le pubbliche autorità, a tutti i livelli di governo, riconoscano l’importanza della digitalizzazione del patrimonio culturale e ne favoriscano l’accesso tramite Internet. Se infatti la tutela, ai sensi dell’articolo 3 del Codice dei beni culturali, non è un’attività meramente passiva, bensì l’insieme delle attività di «esercizio delle funzioni […] e delle attività dirette […] ad individuare i beni e a garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica funzione», è evidente che le due colonne portanti della tutela sono l’individuazione dei beni costituenti il patrimonio culturale per garantirne conservazione e protezione, e la finalità della fruizione pubblica, tramite l’ausilio delle nuove tecnologie e il potenziamento delle infrastrutture digitali, e come condicio sine qua la garanzia effettiva del diritto di accesso ad Internet. L’accessibilità ad internet potenzia l’esercizio effetto del diritto “alla cultura”. Ergo l’accesso ad Internet è indefettibilmente strumentale all’esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali che permettono all’individuo di esprimere la propria personalità e dignità sociale.
Partendo per gradi, vien da sé che l’attività prodromica alla tutela è dunque l’individuazione dei beni culturali, che passa oramai e necessariamente da forme di catalogazione digitale. Del resto già la Corte costituzionale sempre nella sentenza n. 9 del 2004 aveva evidenziato che «è significativo che la prima attività in cui si sostanzia la tutela è quella del riconoscere il bene culturale come tale. La valorizzazione è diretta soprattutto alla fruizione del bene culturale, sicché anche il miglioramento dello stato di conservazione attiene a quest’ultima nei luoghi in cui avviene la fruizione ai modi di questo». L’attività di individuazione dei beni culturali è di competenza esclusiva dello Stato ex articolo 117, comma II, lett. s, Costituzione, perché è il primo atto della strategia di tutela del patrimonio culturale che la Repubblica deve perseguire ai sensi dell’articolo 9 Costituzione.
Le azioni di tutela partono dunque dalle attività di individuazione e di conservazione dei beni culturali. Ecco che è stato considerata strategica la predisposizione di un programma di individuazione e di conservazione, anche tramite l’ausilio delle nuove tecnologie, come si evince dalla legge di bilancio 2019 (l. n. 145/2018, articolo 1, comma 611) con la quale il legislatore ha stanziato circa 4 milioni di euro per il 2019 per il perseguimento dell’attività di digitalizzazione del patrimonio culturale. Successivamente con il d.m. 324 del 18 luglio 2019, il MibACT ha adottato l’Atto di indirizzo per lo svolgimento delle attività di digitalizzazione del patrimonio culturale, cui ha dato seguito la legge di bilancio per il 2020 (l. 160/2019, articolo 1 , comma 395 e 396) che ha stanziato ulteriori risorse per la digitalizzazione dei fondi archivistici e il d.l. c.d. Rilancio, n. 34 del 19 maggio 2020, che, a seguito dell’emergenza sanitaria globale causata dalla pandemia del Covid-19, ha previsto la destinazione di risorse per la tutela, individuazione e conservazione dei beni culturali per potenziare la valorizzazione e la fruizione degli stessi, incrementando l’accesso digitale ai beni culturali “digitalizzati” da parte della popolazione.
Per quanto concerne il caso italiano non abbiamo nella nostra Costituzione del 1947 un articolo che si riferisca all’Internet e al suo accesso[9], tuttavia la dottrina costituzionalistica[1] è concorde nel ritenere che la tutela dell’accesso ad Internet sia ricavabile dal combinato disposto degli articoli 2, 3, 15, e 21 Costituzione, perché Internet è uno dei mezzi attraverso il quale è possibile esprimere la personalità dell’individuo, sia come singolo, sia all’interno di formazioni sociali, nonché uno strumento che permette di esercitare le altre libertà sancite costituzionalmente, come la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà di comunicazione e di informazione, che realizzano le basi di una società democratica che trova la chiave di volta nel principio democratico sancito nell’articolo 1 Cost[1]. Dunque, la capacità di Internet e della libertà informatica assumono «una nozione squisitamente costituzionalistica di libertà»[1].
Sono state presentate una serie di proposte per inserire nella carta costituzionale italiana un articolo 21 bis[1].Tuttavia, il nostro ordinamento sembra seguire la strada già tracciata dal giudice francese e quello statunitense, nel senso di ritenere Internet e il suo accesso tutelato sotto l’egida dei diritti e libertà dell’uomo, in base all’utilizzo contingente che dell’accesso alla rete si pone in essere. Ad esempio, anche la Dichiarazione dei diritti in Internet del 14 luglio 2015, quale strumento di soft law, all’articolo 1, riconosce che «Sono garantiti in Internet i diritti fondamentali di ogni persona riconosciuti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, dalle costituzioni nazionali e dalle dichiarazioni internazionali in materia»[1], evidenziando la natura strumentale dell’accesso in Internet come mezzo di esercizio di altre libertà e diritti già garantiti, per poi successivamente riconoscere all’articolo 2, l’accesso ad Internet quale «diritto fondamentale della persona e condizione per il suo pieno sviluppo individuale e sociale»[1].

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 117
 articolo 1
 articolo 1
 articolo 21