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Timestamp: 2018-10-15 09:26:52+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 05 maggio 2017, n. 11027 - Licenziamento disciplinare per espressione ingiuriosa nei confronti del superiore ed insubordinazione - CCNL - Esclusione - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 05 maggio 2017, n. 11027 – Licenziamento disciplinare per espressione ingiuriosa nei confronti del superiore ed insubordinazione – CCNL – Esclusione
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 05 maggio 2017, n. 11027
Licenziamento disciplinare – Diverbio – Espressione ingiuriosa nei confronti del superiore – Insubordinazione – CCNL – Esclusione
1. Con sentenza pubblicata il 23.9.15 la Corte d’appello di Roma, in totale riforma della sentenza di rigetto della domanda del lavoratore emessa dal Tribunale di Velletri, dichiarava illegittimo il licenziamento disciplinare intimato il 3.7.12 da S.K.I. S.p.A. a S.A., ordinando la reintegra di quest’ultimo nel posto di lavoro ex art. 18 legge n. 300 del 1970, con le relative conseguenze economiche.
2. Per la cassazione della sentenza ricorre S.K.I. S.p.A. affidandosi ad undici motivi, poi ulteriormente illustrati con memoria ex art. 378 cod. proc. civ.
3. S.A. resiste con controricorso.
1. Il primo motivo denuncia violazione e/o falsa applicazione dell’art. 38 parte prima, norme generali, sezione seconda, c.c.n.l. industria della carta e del cartone, nonché degli artt. 2106, 2119, 2697 cod. civ., 7 legge n. 300 del 1970, 30 legge n. 183 del 2010 e 112, 115 e 116 cod. proc. civ., per avere la Corte territoriale degradato a mero alterco non seguito da vie di fatto la condotta addebitata all’odierno controricorrente, che all’esito d’un diverbio aveva rivolto al suo superiore M.C. un’espressione ingiuriosa; obietta la ricorrente che si trattava non già d’un semplice diverbio, bensì di un’insubordinazione tale da ledere irrimediabilmente il rapporto di fiducia e caratterizzata da una precedente recidiva nella stessa mancanza (di insubordinazione) maturata entro il semestre precedente in un correlato episodio del 14.2.12 (il che autorizzava la sanzione espulsiva, come previsto dalla citata clausola contrattuale); sulla ritenuta esistenza della recidiva specifica la sentenza di primo grado non era stata impugnata e, pertanto, era passata in giudicato, come eccepito dalla società senza che la Corte territoriale rispondesse alcunché.
2. Censure sostanzialmente analoghe vengono fatte valere con il secondo motivo (sotto forma di denuncia di plurime violazioni di legge), il terzo (sotto forma di denuncia di omesso esame di un fatto decisivo), il quarto, il quinto, il sesto e il settimo (sulla violazione del giudicato interno e la nullità della sentenza per omessa pronuncia sull’eccezione di giudicato riguardo alla recidiva concernente la sanzione della sospensione irrogata a S.A. per insubordinazione avvenuta il 14.2.12) e il decimo (sotto forma di denuncia di violazione e/o falsa applicazione dell’art. 38 cit. c.c.n.I., atteso che la recidiva nella medesima mancanza entro il semestre consente il licenziamento).
Il giudice non può – invece – fare l’inverso, cioè estendere il catalogo delle giuste cause o dei giustificati motivi soggettivi di licenziamento oltre quanto stabilito dall’autonomia delle parti (cfr., ex aliis, Cass. n. 9223/15; Cass. 17.6.11 n. 13353; Cass. 29.9.95 n. 19053; Cass. 15.2.96 n. 1173), nel senso che condotte pur astrattamente ed eventualmente suscettibili di integrare giusta causa o giustificato motivo soggettivo ai sensi di legge non possono rientrare nel relativo novero se l’autonomia collettiva le ha espressamente escluse, prevedendo per esse sanzioni meramente conservative.
È questo il caso in esame.
L’art. 38 cit. c.c.n.I. esplicitamente assoggetta l’alterco nello stabilimento, non seguito da vie di fatto (ossia non seguito da violenze fisiche), alla mera sanzione conservativa della multa o della sospensione.
Obietta la società ricorrente che non di mero alterco o diverbio si sarebbe trattato, bensì di vera e propria insubordinazione, essendo il destinatario della proferita espressione ingiuriosa un superiore (il capo turno M.C.) di S.A..
È dunque inconferente il rinvio invocato da parte ricorrente a Cass. n. 9635/16 che, in motivazione, ammette che l’insubordinazione possa altresì ravvisarsi nella critica rivolta ai superiori con modalità esorbitanti dall’obbligo di correttezza formale dei toni e dei contenuti: deve infatti escludersi che i vincoli gerarchici tra le persone si estendano anche al di fuori dell’orario di lavoro e che ad essi debbano essere improntati tutti i rapporti fra loro.
Cosa diversa – ovviamente – è che un dato c.c.n.I. elenchi in modo meramente esemplificativo le infrazioni passibili di licenziamento: ciò può consentire, se del caso, di estenderne il novero ad ipotesi non previste da alcuna clausola contrattuale (sempre nel rispetto degli artt. 2119 e 2016 cod. civ.), non già di trasformare in giusta causa di recesso una condotta che le parti collettive hanno espressamente considerato come suscettibile di mera sanzione conservativa.
Accertato, dunque, che il fatto addebitato non ha integrato insubordinazione, ma mero alterco senza vie di fatto, viene meno anche la possibilità di ricondurlo all’ipotesi, sanzionata dal cit. c.c.n.I. mediante licenziamento con preavviso, della <<recidiva nella medesima mancanza che abbia già dato luogo a sospensione nei sei mesi precedenti>>: infatti, l’alterco senza vie di fatto nello stabilimento (che è l’illecito disciplinare per cui è stato intimato il licenziamento de quo) è ontologicamente diverso dall’insubordinazione per la quale al controricorrente fu applicata la sanzione della sospensione per l’episodio del 14.2.12, come correttamente affermato dalla gravata pronuncia, di guisa che non può ravvisarsi alcuna recidiva nella medesima mancanza.
In siffatta evenienza la Corte di cassazione, in ragione della funzione nomofilattica ad essa affidata dall’ordinamento, nonché dei principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111 co. 2° Cost., ha il potere, alla luce di una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 384 cod. proc. civ., di correggere la motivazione, anche a fronte di un error in procedendo (tale essendo la motivazione omessa), mediante l’enunciazione delle ragioni che giustificano in diritto la decisione assunta, sempre che si tratti di questione che non richieda ulteriori accertamenti in fatto (altri precedenti propendono invece, sempre che non siano necessari nuovi accertamenti in punto di fatto, per la cassazione senza rinvio con decisione nel merito ex art. 384 co. 2° cod. proc. civ.: cfr. Cass. n. 21968/15; Cass. n. 5729/12; Cass. n. 15112/13; Cass. n. 2313/10).
A tal fine la giurisprudenza della S.C. (non diversamente dalla più avvertita dottrina), al fine di selezionare le questioni suscettibili di devoluzione e, per converso, di essere coperte da giudicato interno se non censurate in appello, utilizza la locuzione di minima unità suscettibile di acquisire la stabilità del giudicato interno, contraddistinta dalla sequenza logica fatto -> norma -> effetto giuridico che individua la statuizione che affermi l’esistenza d’un fatto sussumibile sotto una norma che ad esso ricolleghi un dato effetto giuridico (cfr. Cass. n. 14670/15; Cass. n. 4572/13; Cass. n. 16583/12; Cass. 29.7.2011 n. 16808; Cass. n. 27196/06; Cass. 29.10.98 n. 10832; Cass. 10.7.98 n. 6769).
Diversamente, si verificherebbe una surrettizia esenzione dall’onere probatorio gravante sul datore di lavoro (cfr., ex aliis Cass. n. 17759/2010).

References: Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 18
 sentenza 
 art. 378
 sentenza 
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 Cass. 
 Cass. 
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 Cass. 
 Cass. 
 art. 384
 Cass. 
 Cass. 
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 Cass. 
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