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Timestamp: 2020-08-09 09:33:44+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 7512 del 31/03/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7512 del 31/03/2011
Cassazione civile sez. I, 31/03/2011, (ud. 14/02/2011, dep. 31/03/2011), n.7512
sul ricorso 13661/2005 proposto da:
UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI TORINO (c.f. (OMISSIS)), in persona
del Rettore pro tempore, domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,
SERVIZI TECNICI S.P.A. IN LIQUIDAZIONE (c.f. (OMISSIS)), in
ROMA, VIA FLAMINIA 141, presso l’avvocato DI GIANNANTONIO Luca, che
la rappresenta e difende, giusta procura a margine del controricorso;
avverso la sentenza n. 901/2005 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
14/02/2011 dal Consigliere Dott. ALDO CECCHERINI;
udito, per la ricorrente, l’Avvocato E. FIGLIOLIA che ha chiesto
udito, per la controricorrente, l’Avvocato L. DI GIANNANTONIO che ha
Con sentenza 28 febbraio 2005, la Corte d’appello di Torino respinse l’impugnazione proposta dall’Università degli studi di Torino avverso il lodo arbitrale pronunciato tra la stessa università e la Servizi Tecnici s.p.a.. Oggetto della controversia, nata dall’esecuzione di una convenzione, era la richiesta della società concessionaria che l’università concedente la tenesse indenne dalle conseguenze economiche negative derivanti da altro lodo arbitrale, reso tra la stessa società e la Fer s.p.a., subappaltatrice. La domanda si fondava sia sulle previsioni contenute nella convenzione stipulata tra le parti, e sia sulle responsabilità dell’università in relazione alle circostanze che avevano portato alla condanna della Servizi Tecnici. La corte, esaminando i singoli motivi d’impugnazione, osservò quanto segue.
Il primo motivo, con il quale si sosteneva che le somme riconosciute nel lodo arbitrale reso tra la Fer e la Servizi Tecnici non erano relative a riserve dell’impresa ma a risarcimento del danno, e perciò non soggette alla previsione contrattuale che il concedente avrebbe dovuto rispondere degli oneri provenienti da eventuali riserve dell’impresa appaltatrice riconosciute in via contenziosa, era inammissibile perchè concernente un accertamento di fatto, dagli arbitri sufficientemente motivato con l’argomento che la somma in questione aveva formato oggetto di una riserva iscritta dall’appaltatrice nel registro di contabilità.
Il secondo motivo, basato sulla circostanza che il precedente lodo aveva risolto il contratto per colpa della società committente, era inammissibile, perchè il collegio arbitrale, dopo aver escluso l’efficacia diretta del precedente lodo sul rapporto controverso, aveva giudicato in fatto, basandosi su un’autonoma valutazione degli elementi acquisiti, e chiarendo l’oggetto e i limiti dell’onere della prova gravante su ciascuna delle parti, per giungere alla conclusione che la Servizi Tecnici aveva assolto il suo onere probatorio, mentre l’università non lo aveva adempiuto.
Il terzo motivo, con il quale si deduceva che sulla Servizi Tecnici gravava l’onere di provare la sua assenza di colpa per la risoluzione dell’appalto, e la colpa dell’Università stessa, era del pari inammissibile, avendo il collegio arbitrale, con adeguata motivazione, ritenuto provata la responsabilità dell’università nella risoluzione del contratto.
Per la cassazione di questa sentenza, notificata il 24 marzo 2005, ricorre l’Università, con atto per tre motivi,.
La Servizi Tecnici s.p.a. resiste con controricorso notificato il 27 giugno 2005.
Con il primo motivo si censura, per violazione di norme processuali (artt. 829, 112 e 115 c.p.c.) e sostanziali (artt. 1218 e 2697 c.c.), nonchè per vizi di omessa, insufficiente motivazione il rigetto del primo motivo d’impugnazione, che verteva sulla violazione del principio di diritto che colui che sostiene l’inadempienza dell’altro contraente deve fornire prove dell’assunto.
Il modo in cui la ricorrente Università sintetizza il suo primo motivo d’impugnazione nel giudizio davanti alla corte d’appello è sostanzialmente diverso da quello in cui la stessa corte territoriale lo interpreta. La ricorrente vorrebbe manifestamente riferire al motivo che assume di aver proposto, piuttosto che a quello interpretato dal giudice di merito, le supposte violazioni di norme di legge che, nell’impugnata sentenza, a questo proposito nè sono richiamate nè avrebbero potuto svolgere alcun ruolo. In tal modo la denuncia della violazione dell’art. 112 c.p.c., per non avere la corte territoriale pronunciato sul motivo effettivamente proposto, assumerebbe un valore logicamente pregiudiziale, rendendo superflue ed inammissibili tutte le altre censure, eterogenee, pure proposte con lo stesso mezzo.
Ora, la ricorrente ha ritenuto di poter soddisfare il requisito dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, riproducendo nel ricorso la copia della sentenza impugnata, e, astenendosi dal fare qualsiasi riserva circa la ricostruzione in essa contenuta del fatto processuale, la ha fatta sua. Nell’esposizione del motivo poi, pur riportando uno stralcio del suo atto d’impugnazione, nel quale richiama la giurisprudenza di questa corte in tema di onere della prova in materia di risoluzione del contratto, seguita da affermazioni critiche sulla decisione degli arbitri, non riproduce per esteso il testo dell’intero motivo d’impugnazione.
Il rilievo che precede, tuttavia, è superato dalla circostanza che, secondo la giurisprudenza di questa corte, in sede di giudizio di legittimità va tenuta distinta l’ipotesi in cui si lamenta l’omesso esame di una domanda, da quella in cui si censura l’interpretazione data alla domanda stessa, ritenendosi in essa compresi o esclusi alcuni aspetti della controversia in base ad una valutazione non condivisa dalla parte. Nel primo caso si verte propriamente in tema di violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., e si pone un problema di natura tipicamente processuale, per risolvere il quale la Corte di Cassazione ha il potere dovere di procedere al diretto esame degli atti e di acquisire gli elementi di giudizio necessari alla richiesta pronunzia. Nel secondo caso, poichè l’interpretazione della domanda e l’apprezzamento della sua ampiezza e del suo contenuto costituiscono un tipico accertamento di fatto, come tale attribuito dalla legge al giudice del merito, alla Corte di legittimità è solo riservato il controllo della motivazione che sorregge sul punto la pronunzia impugnata (giurisprudenza consolidata da Cass. 24 marzo 2000 n. 3538; tra le più recenti, Cass. 26 giugno 2007 14784).
Nel caso in esame, avendo dato la corte territoriale una sua interpretazione del motivo d’impugnazione, la ricorrente, che in tale interpretazione non si riconosce, aveva l’onere di censurarla per vizio di motivazione. Ciò non è tuttavia avvenuto, perchè il vizio di motivazione, pur denunciato, è riferito non già al giudizio interpretativo della corte territoriale in ordine al contenuto del motivo esaminato, bensì al motivo come interpretato dalla ricorrente (come, cioè, denuncia di violazione delle norme sugli oneri probatori delle parti). Il motivo è pertanto inammissibile.
Il secondo motivo di ricorso censura a sua volta congiuntamente, come il primo, per vizi processuali (violazione dell’art. 829 c.p.c., comma 2), sostanziali (violazione dell’art. 1362 c.p.c., e segg.,) e di motivazione il medesimo punto della sentenza. Si sostiene che il giudizio arbitrale censurato con il primo motivo d’impugnazione, vertente sull’identificazione del titolo in forza del quale nel precedente lodo arbitrale era stato accertato il diritto di Fer alla somma controversa, non era un giudizio di fatto ma di diritto, trattandosi di verificare, con riferimento alla disciplina legale (“alla stregua delle norme di legge”) delle riserve e a quella del fatto illecito risarcibile, se la fattispecie fosse inquadrabile nell’una o nell’altra.
Dalla lettura del ricorso non si comprende la rilevanza della questione ai fini della decisione. Nel R.D. 25 maggio 1895, n. 350 e nel D.P.R. 16 luglio 1962, n. 1063 – testi normativi che, in effetti, nè la sentenza nè il ricorso richiamano o affermano applicabili alla fattispecie, facendo esclusivamente riferimento ad una disposizione contrattuale non riprodotta, e non conosciuta da questa corte – l’annotazione nel registro di contabilità delle pretese dell’appaltatore, insorte in corso d’opera, costituisce esclusivamente un presupposto perchè l’appaltatore possa far valere le sue ragioni nei confronti del committente pubblico; e la rilevanza del punto si manifesta laddove la riserva non vi sia stata, essendo in ogni caso escluso che – anche laddove vi sia stata – la riserva sia il titolo del credito vantato dall’appaltatore, giacchè quel titolo non muta la sua natura giuridica per il fatto di essere iscritto in una riserva. La circostanza che, nella fattispecie, il credito fosse stato iscritto – sebbene superfluamente, secondo la ricorrente, trattandosi di risarcimento di danno per il quale la previsione contrattuale non trovava applicazione – in una riserva del registro di contabilità non poteva di per sè ledere alcun interesse rilevante della committente, che non aveva apparentemente alcuna ragione di fondarvi un motivo di censura del lodo arbitrale. Il motivo è inammissibile per la sua genericità, non consentendo alla corte di apprezzarne la portata decisoria.
Con il terzo motivo, denunciando ancora una volta in modo cumulativo vizi di natura processuale (violazione degli artt. 112, 115, 116 e 829 c.p.c.), e sostanziale (artt. 1281, 2697 e 2909 c.c.), e vizi di motivazione, si censura il rigetto degli altri due motivi d’impugnazione, assumendo la violazione dei principi in ordine all’onere della prova, per essersi la corte territoriale limitata ad osservare che, secondo il lodo arbitrale, mentre Servizi Tecnici aveva assolto il suo onere probatorio, non altrettanto aveva fatto l’università, e per aver poi giudicato insindacabile la valutazione di fatto degli arbitri, circa la prova raggiunta della responsabilità dell’università nella risoluzione del contratto. Da ultimo sì deduce che la corte territoriale avrebbe ratificato l’operato del collegio arbitrale, il quale avrebbe violato l’art. 2909 c.c., sugli “effetti del giudicato”, perchè, sulla base di una previsione contrattuale erroneamente letta avrebbe trasposto sull’ateneo le responsabilità indirettamente accertate a carico di altro soggetto in un procedimento al quale l’ateneo era rimasto estraneo.
Anche in questo caso la ricorrente omette di indicare i passi della sentenza impugnata ai quali dovrebbe imputarsi il sovvertimento dell’onere della prova, tali non essendo certamente quelli riportati nel ricorso e sopra ricordati. Dalla lettura della sentenza non risulta che la corte abbia ritenuto Servizi Tecnici dispensata dall’onere di provare la colpa della concedente, ma solo che, secondo gli arbitri, tale prova era stata data. Nè la ricorrente in questa sede riporta le questioni di diritto, sull’onere della prova, che avrebbe preventivamente sottoposto alla corte d’appello, e che essa avrebbe rifiutato di esaminare (nel qual caso, peraltro, varrebbero qui le considerazioni già fatte a proposito del primo motivo).
Ugualmente contrastante con il testo della sentenza impugnata, e perciò ugualmente inammissibile, è la supposta estensione all’Università, operata dal giudice dell’impugnazione, degli effetti di un lodo pronunciato in precedenza tra altre parti: la corte d’appello, invece, ha cura di precisare che gli arbitri avevano escluso la possibilità di utilizzare quel precedente lodo direttamente contro l’Università.
Al di là della moltiplicazione delle norme di diritto richiamate e dei mezzi d’impugnazione mescolati, il motivo sarebbe apprezzabile esclusivamente sotto il profilo di un’insufficienza della motivazione della sentenza impugnata, in relazione ad un’insufficiente motivazione del lodo, che sarebbe stata denunciata dall’Università nel giudizio d’impugnazione. Ma nel giudizio d’impugnazione del lodo arbitrale, il controllo della motivazione è ammesso non già in forza della norma ripetutamente richiamata dalla ricorrente (art. 829 c.p.c., comma 2, vecchio testo), ma esclusivamente e nei limiti assai stretti dell’art. 829, comma 1, n. 5, in relazione all’art. 823, comma 2, n. 3 (vecchio testo). Il controllo non si estende dunque alla logicità e alla correttezza giuridica del ragionamento, ma verte solo sull’esistenza dell’esposizione sommaria dei motivi, vale a dire, secondo la consolidata giurisprudenza di questa corte, sulla possibilità di ricostruire la ratio deciderteli (giurisprudenza costante, per la quale si veda Cass. 5 giugno 2001 n. 7600, e, da ultimo, Sez. un. 8 ottobre 2008 n. 24785). A questo principio s’è dichiaratamente attenuta la corte d’appello nella sentenza impugnata, che è conseguentemente immune da censure.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 5.200,00 di cui Euro 5.000,00 per onorari, oltre alle spese generali e agli accessori come per legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima della Corte Suprema di Cassazione, il 14 febbraio 2011.

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