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Timestamp: 2020-01-26 04:49:21+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 22325 del 25/09/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22325 del 25/09/2017
Cassazione civile, sez. VI, 25/09/2017, (ud. 20/04/2017, dep.25/09/2017), n. 22325
sul ricorso 6676-2016 proposto da:
F.F., elettivamente domiciliata in ROMA presso la
Cancelleria della Corte di Cassazione, e rappresentata e difesa
dall’avv. GIOVANNI DANIELE TOFFANIN giusta procura a margine del
F.E., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA L. MANCINELLI
65, presso lo studio dell’avvocato ENRICO MOSCATI, che la
rappresenta e difende unitamente all’avvocato GABRIELE CIPOLLONE
avverso la sentenza n. 1934/2015 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,
depositata il 30/07/2015;
20/04/2017 dal Consigliere Dott. CRISCUOLO MAURO;
Letta la memoria depositate dalla controricorrente.
La Corte d’Appello di Venezia con la sentenza n. 1934 del 30/7/2015 ha rigettato l’appello proposto da F.F. avverso la sentenza del Tribunale di Padova del 22 giugno 2012 n. 107, con la quale era stata rigettata la domanda di riduzione avanzata dall’appellante nei confronti delle sorelle F.E. e M., in relazione alla successione del defunto genitore F.A..
Rilevava la Corte distrettuale che era condivisibile la valutazione del giudice di prime cure circa l’impossibilità di poter ritenere offerta la prova della lesione della quota di riserva limitatamente al solo patrimonio immobiliare del de cuius, in quanto i diritti del legittimario vanno computati in relazione all’intero asse ereditario, comprensivo quindi di tutte le sue componenti mobiliari ed immobiliari.
Peraltro, emergeva che tra le parti pendeva autonomo giudizio avente ad oggetto lo scioglimento della comunione immobiliare, e nel quale non era stata in alcun modo dedotta la intervenuta lesione della quota di legittima.
Ne conseguiva che anche i mezzi istruttori richiesti apparivano inconferenti, in quanto limitati al solo accertamento della consistenza del patrimonio mobiliare, sicchè anche il loro espletamento non avrebbe permesso di addivenire alla verifica della lesione.
F.F., anche quale erede della madre Fe.De., deceduta nelle more del giudizio, ha proposto ricorso avverso tale sentenza sulla base di quattro motivi.
F.E. ha resistito con controricorso.
F.M. non ha svolto difese in questa fase.
Preliminarmente deve darsi atto del tardivo deposito delle memorie della ricorrente con le quali tuttavia si sollecita l’esercizio del potere ufficioso di cui all’art. 89 c.p.c., comma 2, in relazione ad alcune espressioni reputate sconvenienti contenute nel controricorso.
Reputa tuttavia il Collegio che le medesime, nella parte in cui con espressioni non del tutto improntate al requisito della continenza, lamentano la pretestuosità dell’impugnazione della controparte, si collochino comunque nell’ambito del legittimo esercizio del diritto di difesa senza peraltro debordare nella diversa previsione invocata dalla ricorrente.
Preliminarmente, e per ragioni di ordine logico, deve essere esaminato il terzo motivo di ricorso con il quale si deduce la nullità della sentenza di appello per violazione dell’art. 132 c.p.c. e artt. 118 e 119 disp. att. c.p.c., in quanto l’indecifrabilità della grafia con la quale è stata redatta ne impedisce di comprendere il senso, determinandone di conseguenza l’invalidità.
A tal fine ritiene il Collegio che il motivo debba essere disatteso facendosi riferimento a quanto già affermato da questa Corte (cfr. Cass. n. 4947/2016) secondo cui in mancanza di un’espressa comminatoria, non è configurabile nullità della sentenza nell’ipotesi di mera difficoltà di comprensione e lettura del testo stilato in forma autografa dall’estensore, atteso che la sentenza non può ritenersi priva di uno dei requisiti di validità indispensabili per il raggiungimento dello scopo della stessa.
Nella fattispecie, la sentenza, sebbene redatta con grafia che non brilla per nitidezza, risulta nel complesso comprensibile, come peraltro confermato anche dalle difese della ricorrente, le quali presuppongono che evidentemente la parte abbia inteso il contenuto del ragionamento del giudice di appello, consentendo quindi di poter affermare che le pur sussistenti difficoltà di comprensione, non siano tali da precludere in assoluto l’intellegibilità del testo.
Il primo motivo denunzia la violazione dell’art. 553 c.c., nella parte in cui la Corte distrettuale ha rigettato la domanda di riduzione proposta dall’attrice in quanto limitata al solo patrimonio mobiliare.
La censura non sembra avere colto appieno la reale motivazione del rigetto della domanda, il quale invece risulta pienamente giustificato alla luce delle previsioni in materia di tutela dei legittimari.
La ricorrente, infatti, ribadisce la fondatezza della domanda così come avanzata in primo grado, assumendo che, sempre in relazione al solo patrimonio mobiliare, avrebbe offerto tutti gli elementi onde poter verificare che per effetto di una serie di movimentazioni bancarie, che assume essere riferibili alla controricorrente, alla stessa sarebbe pervenuta una quota di beni mobili (in particolare giacenze ed investimenti in titoli) di gran lunga inferiore rispetto alla quota di riserva, pari ai 2/9, da calcolare sul valore iniziale del patrimonio mobiliare, determinato in Euro 600.000.000.
Il giudice di primo grado, con valutazione condivisa dalla Corte d’Appello, ha invece correttamente evidenziato che la determinazione della quota di legittima, laddove se ne deduca la lesione, non può essere determinata facendo riferimento alla sola componente mobiliare ovvero a quella immobiliare del patrimonio del de cuius, posto che, come si ricava in maniera inequivoca dalla previsione di cui all’art. 556 c.c., la riunione fittizia, all’esito della quale è possibile pervenire all’individuazione della quota di riserva, deve abbracciare tutti i beni che appartenevano al defunto, indipendentemente dalla loro natura, provvedendosi poi alla detrazione dei debiti, ed aggiungendo infine il valore delle donazioni effettuate in vita. Nella fattispecie, risulta che peraltro tra le parti penda altro autonomo giudizio che concerne la sola divisione dei beni immobili (e qui si ribadisce che la domanda di divisione ha natura ed oggetto diversi da quella di riduzione avanzata in questa sede, cfr. Cass. n. 20143/2013), beni immobili di cui non si fa menzione alcuna nel presente giudizio, sebbene la legge imponga di dover prendere in considerazione l’intera consistenza del relictum.
Come appunto evidenziato dal giudice di merito non è dato poter discutere di lesione della quota di legittima in assenza di una indagine estesa all’intero patrimonio, in quanto anche ove sussistente una lesione della legittima, alla stessa ben potrebbe porsi rimedio con una diversa distribuzione del patrimonio relitto, sia di natura immobiliare che mobiliare, come appunto previsto dall’art. 553 c.c. (cfr. Cass. n. 1521/1980 per l’applicabilità della norma anche all’ipotesi di concorso alla successione ab intestato di soli legittimari).
Il vizio di fondo che connota la domanda di riduzione dell’attrice dà altresì contezza dell’infondatezza del secondo motivo di ricorso con il quale ci si duole della mancata ammissione dei mezzi istruttori, posto che le richieste avanzate a tal fine dalla ricorrente erano comunque limitate alla sola ricostruzione della consistenza del patrimonio mobiliare, palesandosi quindi inidonee a dimostrare il dato essenziale ai fini dell’eventuale accoglimento di un’azione di riduzione, della sussistenza di una lesione alla luce dell’intera composizione dell’asse ereditario.
Analoghe considerazioni valgono per il rigetto del quarto motivo, che si palesa in parte inammissibile, laddove fa richiamo in rubrica alla formulazione dell’abrogato art. 360 c.p.c., n. 5, denunziando l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, ed in parte teso a contestare la valutazione di inammissibilità della produzione documentale avvenuta in grado di appello, a fronte di documenti comunque anche questi volti alla sola ricostruzione della consistenza del patrimonio mobiliare.
Tuttavia reputa la Corte che non possa accedersi alla richiesta di risarcimento del danno ex art. 96 c.p.c., non configurandosi gli estremi della fattispecie di responsabilità processuale aggravata invocata da parte controricorrente.
Nulla per le spese per l’intimata che non ha svolto attività difensiva.
Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il testo unico art. 13, comma 1 – quater, di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso delle spese in favore della controricorrente che liquida in complessivi Euro 5.200.00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15% sui compensi, ed accessori come per legge;

References: Sentenza 
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 Cass. 
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 Cass. 
 Cass. 
 art. 360
 art. 96
 art. 1
 art. 13