Source: http://www.antoniocasella.eu/archila/cass_17305_2011_astinenza.htm
Timestamp: 2019-06-20 19:48:07+00:00

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PER RICONOSCERE L
PER RICONOSCERE L’INFERMITÀ MENTALE NON BASTA LA “CRISI DI ASTINENZA”
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 5 maggio 2011, n.17305
Per accertare l’infermità mentale a carico di chi assume sostanze stupefacenti, occorre la dimostrazione che la tossicodipendenza abbia creato danni permanenti che influiscano sulla capacità di intendere e volere, non essendo sufficiente l’accertamento del semplice stato di crisi di astinenza.
Con sentenza del 9 gennaio 2007, il Tribunale di Livorno, condannava l’imputato alla reclusione, per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni aggravate. La sentenza, pur essendo riformata in punto di applicazione della pena, confermava quanto accertato in fatto in primo grado.
Contro la sentenza ricorre in Cassazione l’imputato, lamentando erronea applicazione della legge, nonché vizio di motivazione sotto il profilo della mancata applicazione nella specie del disposto dell’art. 89 c.p..
Con la sentenza in epigrafe, la Suprema Corte sintetizza l’evoluzione, nel nostro ordinamento, del concetto d’infermità mentale. I giudici, riprendendo gli insegnamenti della stessa giurisprudenza, ritengono ormai dato acquisito, la soluzione per cui, nell’ordinamento penale italiano, la nozione di capacità d’intendere e volere, non ha natura strettamente scientifica, ma deve essere ricostruita dall’interprete secondo regole giuridiche e convenzionali. Per tale motivo, quindi, oltre alle vere e proprie infermità, anche i semplici disturbi della personalità possono assumere rilevanza per escludere o limitare la punibilità, per vizio della capacità d’intendere e volere, ma solo nelle ipotesi in cui tali disturbi abbiano una consistenza e un’intensità tale da incidere realmente sulle capacità cognitive e volitive del soggetto. Fuori da quest’ultima ipotesi, quindi, si è nell’ambito degli stati emotivi e passionali che alcuna rilevanza possono assumere per escludere la punibilità del soggetto agente. In ogni caso, anche accertando un disturbo della mente, quest’ultima non potrà rilevare allorchè la stessa non sia legata al fatto costituente reato da un nesso eziologico tale da poter affermare che l’infermità sia la causa determinante del fatto. Nel caso di specie è stato accertato a carico del soggetto agente, abituale assuntore di sostanze stupefacenti, nel momento di commissione del fatto costituente reato, uno stato di “crisi di astinenza”, da intendersi come stato di sofferenza psicofisica che colpisce la persona la quale sospende oppure riduce bruscamente il consumo abituale di sostanze idonee a creare stati di dipendenza. Ciò posto, la Corte, si limita ad affermare, sempre in linea con i propri precedenti, che la tossicodipendenza, per essere causa d’infermità mentale, deve necessariamente tradursi in un’intossicazione grave, tale da determinare un vero e proprio stato patologico psicofisico dell’imputato, incidendo profondamente sui processi intellettivi o volitivi di quest’ultimo. Tale stato patologico psicofisico può esser riconosciuto solo allorché si accerti che l’intossicazione sia tale da escludere qualsiasi guarigione e provochi una patologia cerebrale che permane a carico del tossicodipendente, a prescindere da nuove assunzioni di sostanze. Correttamente, quindi, la Corte d’Appello ha condannato l’imputato, posto che, pur avendo accertato lo stato di crisi di astinenza, non avendo l’imputato provato che tale stato sia stato determinante sulle proprie capacità cognitive e volitive, se ne deve riconoscere la natura di semplice stato emotivo e passionale.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 5 maggio 2011, n.17305 - Pres. De Roberto – est. Lanza
N..A. ricorre, a mezzo del suo difensore, contro la sentenza 8 aprile 2009 della Corte di appello di Firenze che, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Livorno, ha ridotto la pena a mesi 10 di reclusione per i reati ex art. 337 e 582 c.p., deducendo vizi e violazioni nella motivazione nella decisione impugnata, nei termini critici che verranno ora riassunti e valutati.
Con sentenza del 9 gennaio 2007, all’esito di giudizio abbreviato, il Tribunale di Livorno ha affermato la responsabilità di A.N. in ordine ai delitti di lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale, a lui ascritti al capo A) della rubrica, nonché di danneggiamento aggravato, di cui al capo B) e, concesse le attenuanti generiche, ritenute equivalenti alle contestate aggravanti, ed applicata la diminuente dei rito, lo ha condannato alla pena di anni 1, mesi 4 di reclusione, interamente condonata a sensi della legge 241/2006.
La Corte di appello di Firenze con sentenza 8 aprile 2009 accertati i fatti, ha escluso la circostanza che l’imputato fosse affetto da una permanente alterazione dei processi intellettivi, assimilabile alla malattia mentale ex art. 89 c.p., essendo solo desumibile dagli atti, con evidenza, che il suo comportamento violento fu determinato da un contingente stato di agitazione da crisi di astinenza, in assenza di "psicopatie che permangono indipendentemente dal rinnovarsi di un’azione strettamente collegata all’assunzione di sostanze stupefacenti".
Con un primo motivo di impugnazione viene dedotta inosservanza ed erronea applicazione della legge, nonché vizio di motivazione sotto il profilo della mancata applicazione nella specie del disposto dell’art. 89 c.p. ed avuto riguardo alla pronuncia delle S.U. in tema di disturbi gravi di personalità.
Come già detto, la corte distrettuale - in punto di invocata seminfermità di mente dell’imputato - ha ritenuto che nella specie, non vi sia prova che l’imputato fosse affetto da una permanente alterazione dei processi intellettivi, assimilabile alla malattia mentale e rilevante ex art. 89 c.p., essendo solo desumibile dagli atti, con evidenza, che il suo comportamento violento fu determinato da un contingente stato di agitazione da crisi di astinenza, in assenza di "psicopatie che permangono indipendentemente dal rinnovarsi di un’azione strettamente collegata all’assunzione di sostanze stupefacenti".
Premesso che per "crisi di astinenza", si intende usualmente quello stato di sofferenza psicofisica (idoneo a causare anche reazioni organiche) che colpisce la persona la quale sospende oppure riduce bruscamente il consumo abituale di sostanze (quali alcool, farmaci o droga), idoneo a creare stati di dipendenza, il tenore del gravame impone una breve rassegna delle regole rilevanti sul tema ed avuto riguardo alle pronunce della Corte di legittimità la quale ha più volte ribadito:
a) che non tutti gli stati di tossicomania, la quale è una dipendenza meramente psichica alla droga, o di tossicodipendenza, che è una assuefazione cronica alla stessa, producono di per sé alterazione mentale o disagio psichico rilevante agli effetti di cui agli artt. 88 e 89 c.p., ma solo quegli stati di grave intossicazione da sostanze stupefacenti che sono in grado di determinare un vero e proprio stato patologico psicofisico dell’imputato, incidendo profondamente sui processi intellettivi o volitivi di quest’ultimo (Cass. pen. sez. 6, 6357/1996 Rv. 205097);
c) che per escludere (o diminuire) l’imputabilità, l’intossicazione da sostanze stupefacenti non solo deve essere cronica (cioè stabile), ma deve produrre un’alterazione psichica permanente, cioè una patologia a livello cerebrale implicante psicopatie e disagi che permangono indipendentemente dal rinnovarsi di un’azione strettamente collegata all’assunzione di sostanze stupefacenti; lo stato di tossicodipendenza non costituisce, pertanto, di per sé, indizio di malattia mentale o di alterazione psichica (Cass. pen. sez. 6,7885/1999 Rv. 214757);
d) che, in ogni caso, in tema di intossicazione acuta dovuta all’uso di sostanze stupefacenti, per la sussistenza del vizio di mente (totale o parziale) non è sufficiente che il giudice di merito riconduca l’azione dell’imputato ad un modello di infermità apoditticamente affermata, ma, proprio ai fini della corretta qualificazione del vizio, è necessario che indichi e valuti motivatamente i dati anamnestici, clinici, comportamentali, evincibili dalle stesse modalità del fatto, ragionevolmente rivelatori dell’asserito quadro morboso, agli effetti della sua "graduabilità" rispetto all’imputabilità. Cass. pen. sez. 6, 31483/2004 Rv. 229793 );
Orbene, nella specie, la Corte di appello con un giudizio di merito - rispettoso delle regole sub a), b) e c) - in questa sede insindacabile, ha ritenuto che la crisi di astinenza, nei termini rilevati nella condotta dell’accusato, sia stata inidonea a realizzare quella grave compromissione dei processi di intelligenza e volontà richiesta dal legislatore, il quale ha dato all’interprete un grado di misura espresso con l’inequivoca espressione "scemare grandemente".
In termini va subito premesso che, secondo la più accreditata e sensibile dottrina psichiatrico - forense e medico legale, nonché per le scienze del comportamento in genere, è ormai pacifico che le nozioni di "capacità di intendere e di volere" e quella di "vizio di mente" non corrispondono a categorie scientifico-naturalistiche. Esse altro non sono che convenzioni giuridiche, nate in un periodo storico dominato dall’ideologia positivista ed ancorato a una psichiatria biologica che non è conforme alle moderne correnti psicodinamiche e fenomenologiche: esse peraltro hanno un contenuto sostanziale che la dottrina e la prassi giurisprudenziale necessariamente si sforzano di adeguare ai tempi, come avvenuto in tema di disturbi gravi di personalità.
Su tale tema infatti un punto nodale di riferimento è notoriamente dato dalla sentenza n. 9163 del 25 gennaio 2005 delle Sezioni Unite, la quale ha stabilito che anche i "disturbi della personalità", come quelli da nevrosi e da psicopatie, possono costituire causa idonea ad escludere o grandemente scemare, in via autonoma e specifica, la capacità di intendere e di volere del soggetto agente, ai fini degli articoli 88 e 89 c.p., sempre che siano di consistenza, intensità, rilevanza e gravità tali da concretamente incidere sulla stessa.
Peraltro la portata dell’affermazione è stata dalla stessa Corte tarata e ridimensionata con le ulteriori precisazioni che sono state date dalle regole-corollario secondo cui non assumono rilievo ai fini della imputabilità le altre “anomalie caratteriali" o gli "stati emotivi e passionali", i quali non rivestano i suddetti connotati di incisività sulla capacità di autodeterminazione del soggetto agente. È inoltre necessario che tra il disturbo mentale ed il fatto di reato sussista un nesso eziologico, che consenta di ritenere il secondo casualmente determinato dal primo.
consistenza e intensità, intese come valore concreto e forte; rilevanza e gravità pesate come dimensione importante del disagio stabilizzato; c) rapporto motivante con il fatto commesso, apprezzato come correlazione psico - emotiva rispetto al fatto illecito (cfr. in termini: Cass. pen. sez. 6, 43285/2009 Rv. 245253).

References: SENTENZA 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 SENTENZA 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 337
 sentenza 
 sentenza 
 art. 89
 art. 89
 Cass. 
 sentenza 
 Cass.