Source: https://www.associazionenazionaleforense.it/i-12-punti-della-riforma-della-giustizia-e-le-proposte-pubblicate-dal-ministero/
Timestamp: 2019-06-17 08:51:21+00:00

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Associazione Nazionale Forense – I 12 punti della Riforma della giustizia e le proposte pubblicate dal Ministero
– GIUSTIZIA CIVILE: la riduzione dei tempi punta a portare ad un anno il primo grado del procedimento civile. La riforma vuole poi portare a dimezzare l’arretrato con una corsia preferenziale per imprese e famiglia
– CSM: «chi giudica non nomina, chi nomina non giudica» ha detto Renzi spiegando che la carriera sarà legata al merito
– RESPONSABILITÀ CIVILE DEI MAGISTRATI sul modello europeo.
– RIFORMA DEL DISCIPLINARE DELLE MAGISTRATURE SPECIALI
– NORME CONTRO LA CRIMINALITÀ ECONOMICA (falso bilancio, autoriciclaggio)
– ACCELERAZIONE DEL PROCESSO PENALE E RIFORMA DELLA PRESCRIZIONE.
– INTERCETTAZIONI (diritto all’informazione e tutela privacy)
– INFORMATIZZAZIONE integrale del sistema giudiziario
– RIQUALIFICAZIONE del personale amministrativo.
Le misure proposte dal Ministero della Giustizia
Il processo civile italiano è un insieme di tecnicalità progressive, l’una creata dall’altra, che rendono il suo risultato naturale, ovvero la sentenza, faticoso.
La decisione deve pervenire ad un esito pratico corrispondente alla realtà che ha fatto nascere la lite. Deve perciò risolvere una lite in atto, con una decisione attuale enon con l’epitaffio di una lite che non c’è più. La prevedibilità deve riguardare, oltre che l’esito, anche la durata del processo: è necessario che le parti sappiano che, chiusa l’istruttoria, la decisione sarà presa in tempi prevedibili.
L’impugnativa, chiunque vinca, è a questo punto un esito obbligato e costante. Fino in Cassazione.
o Appello
o Ricorso per cassazione
– Analoga previsione per una Sezione specializzata in materia di impresa (tribunale delle imprese) per le controversie di mercato (concorrenza) e quelle societarie.
Pare opportuno ripetere che l’efficienza e la comprensibilità del processo sono obiettivi raggiungibili anche nella misura nella quale si riuscirà ad individuare un modello di processo il più possibile strutturalmente unitario rispetto a tutte le controversie “civili”, ovvero non penali.
o L’udienza di prima comparizione e trattazione.
o L’udienza di precisazione delle conclusioni.
o Valorizzazione dell’istituto della proposta di conciliazione del giudice (art.185-bis c.p.c.) anche in funzione della definizione dell’arretrato e del contenimento delle richieste di indennizzo per irragionevole durata del processo.
Un perfezionamento – ma solo per le cause nuove – potrebbe essere nel senso di affidare al giudice che formuli la proposta una valutazione prognostica dell’esito della lite allo stato degli atti, cioè prima della valutazione di ammissibilità e rilevanza delle prove: prognosi presuntiva ovviamente aperta “alla prova contraria” ossia alla impregiudicata ed illimitata possibilità per il giudice di cambiare idea e decisione ad istruttoria conclusa: il che, del resto, se si ha la pazienza di guardare in un’ottica unitaria il fenomeno del processo cautelare e della causa di merito, non dovrebbe sorprendere o sconvolgere più di tanto, proprio perché da sempre esiste questa decisione, oggi addirittura provvisoriamente stabile nei casi di tutele cautelari anticipatorie ex art.669-octies sesto comma c.p.c.
o L’appello
– in tutte le Corti d’Appello il carico di ciascun Collegio è superiore alle 500 unità (fonte: Banca d’Italia, 2008). Oltre questa soglia si ritiene comunemente che il flusso di lavoro non sia gestibile;
– i magistrati sono distribuiti in modo non omogeneo: in alcune Corti d’Appello il carico di lavoro è notevolmente inferiore a quello che si registra in altre Corti d’Appello. Si pone pertanto un problema di geografia giudiziaria;
– alcune Corti d’Appello, le quali hanno un carico di lavoro superiore, presentano tuttavia un tasso maggiore di produttività. Si pone pertanto un problema di organizzazione degli uffici e del lavoro dei singoli magistrati.
– Un giudizio di appello che non faccia ripartire il processo daccapo, ma che sia finalizzato a correggere gli eventuali errori commessi dal giudice di primo grado e a concludere il processo (evitando il più possibile la sua rimessione al giudice di primo grado).
– Un giudizio di appello che serva da cerniera tra l’accertamento dei fatti (demandato al giudice di primo grado) e il controllo di legittimità (demandato in ultima istanza alla Corte di cassazione), consentendo di acquisire le prove illegittimamente non ammesse dal giudice di primo grado, di superare il suo illegittimo diniego di competenza ovvero la nullità dell’atto introduttivo, di rinnovare gli atti processuali nulli.
– rafforzamento del carattere di impugnazione a critica vincolata fondata sui seguenti motivi: a) violazione di una norma di diritto sostanziale o processuale; b) errore manifesto di valutazione dai fatti.
– definitiva conferma, anche attraverso opportune precisazioni testuali ai precetti già contenuti nella nuova formulazione dell’art.342 c.p.c., del principio per cui, a pena di inammissibilità del gravame, l’appellante deve indicare nell’atto introduttivo i capi della sentenza che impugna e illustrare le modificazioni che richiede di apportarvi in conseguenza della violazione della legge ovvero dell’errore manifesto che egli imputa al giudice di primo grado.
– rafforzamento dei divieto di nova, mediante la previsione secondo la quale non solo non è consentito all’appellante di proporre nuove domande, nuove eccezioni e nuovi mezzi di prova (in conformità a quanto già disposto dall’attuale formulazione dell’art.345 c.p.c.) ma gli è precluso anche solo di introdurre nuove ragioni o deduzioni in diritto per dimostrare la fondatezza giuridica delle domande e delle eccezioni precedentemente proposte, che non siano già state sottoposte al giudice di primo grado;
– introduzione di criteri di maggior rigore – anche avvalendosi dei risultati dell’elaborazione giurisprudenziale in tema di rilevanza del giudicato interno, anche di carattere implicito – nella disciplina dell’eccepibilità o rilevabilità, in sede di giudizio di appello, delle questioni pregiudiziali di rito;
– ulteriore restrizione del novero delle ipotesi di rimessione della causa al primo giudice, salvi i diritti di difesa e al contraddittorio;
– ampliamento dell’utilizzo del provvedimento dell’ordinanza (soggetta a ricorso per cassazione) in funzione decisoria (ad es. per la declaratoria dell’inammissibilità ovvero dell’improcedibilità, nonché per il rigetto dell’appello all’esito dell’udienza di discussione).
o Il giudizio di cassazione
Il giudizio di cassazione è stato oggetto di troppi interventi in pochi anni. Tutti diretti ad introdurre un qualche meccanismo che eliminasse l’arretrato.
Il risultato della farragine legislativa di cui siamo vittime, è stato, dopo l’eliminazione del cosiddetto filtro a quesiti che tante resistenze ha incontrato nel mondo dell’avvocatura, e con l’ultimo intervento di cui al d.l. n. 69 del 2013 convertito nella legge n.98 del 9 agosto 2013, l’introduzione di una normativa relativa al rito camerale, assolutamente paradossale.
Come è noto, oggi il relatore a cui è stata assegnata all’interno delle sezioni una causa, se gli appare possibile definire il giudizio ai sensi dell’articolo 375 c.p.c., ovvero secondo il percorso camerale che dovrebbe essere di maggiore celerità e semplicità, deposita una relazione con la concisa esposizione delle ragioni che possono giustificare la pronuncia alla quale egli tende. Dopo di che, come sappiamo, avvenuta la notificazione del giorno dell’adunanza e della relazione, gli avvocati delle parti hanno facoltà di presentare memorie e di chiedere di essere sentiti.
A questo punto abbiamo la situazione di un avvocato che conosce già l’intenzione del relatore e con essa quella, sicuramente probabile, del collegio. Egli in realtà ha di fronte un vero e proprio progetto di definizione della causa con tutte le possibili rationes.
Ulteriore risultato è la doppia fatica del relatore, relazione, adunanza, discussione con i colleghi, stesura di una sentenza nella quale tiene conto delle critiche alla relazione, ovvero di un’ordinanza di rimessione alla pubblica udienza, che rende questo rito del tutto irragionevole. Esso contraddice la sua funzione cosicché accade, probabilmente solo in relazione alla quantità di fatica dei relatori delle singole sezioni, che ancora troppe siano le cause che, benché di agevole definizione e nelle quali sostanzialmente il ricorrente si duole solo di aver perduto la causa e ripete argomentazioni già esaminate dal giudice di merito, vadano alla udienza pubblica.
Sembra dunque utile lavorare sull’attuale struttura dell’art.380-bis codice di procedura civile ritornando allo schema classico dell’udienza in camera di consiglio, e tenendo conto della felice esperienza in questa direzione della corte di cassazione penale.
Sappiamo infatti tutti bene che la miglior situazione della cassazione penale non è soltanto dovuta all’ottima organizzazione che la contraddistingue ma anche alla struttura delle norme di cui agli articoli 610 e 611 del codice di procedura penale. In sostanza il primo presidente della cassazione, attraverso gli uffici spoglio esistenti presso le sezioni, destina, se ritiene, le cause alla camera di consiglio. Le parti avvertite della data di trattazione e fino a 15 giorni prima possono interloquire per iscritto.
Sembra dunque che quella felice esperienza possa essere riprodotta, con gli adattamenti del caso, nel giudizio civile. I ricorsi, assegnati ai relatori, vengono, su decisione del presidente titolare della sezione, quando ne appare agevole la soluzione, rimessi alla camera di Consiglio. I difensori ed il procuratore generale, avvertiti, nell’udienza possono depositare memorie atti e quant’altro ritengano utile. In più i difensori possono, fino ad un termine breve di cinque giorni liberi prima dell’udienza, depositare ulteriori atti anche per replicare al procuratore generale.
La camera di consiglio decide con ordinanza il ricorso, ovvero la rimessione dell’esame del medesimo alla pubblica udienza.
In questo modo sembra che facendo salva l’occasione professionale del difensore attraverso la replica al procuratore generale ed eliminando l’inutile richiesta di discutere oralmente, si possa pervenire ad un risultato processuale assolutamente compatibile con i principi costituzionali.
– dal numero (oggi intollerabilmente elefantiaco) dei consiglieri addetti alla Corte di cassazione;
– dai relativi criteri di selezione (che dovrebbero risultare radicalmente diversi da quelli, para-automatici, dell’anzianità salvo demerito), che consenta la formazione di una “Corte” (e non di una disordinata moltitudine di giudici) di legittimità, che consenta la formazione di un vero “diritto vivente” a direzione relativamente costante ed accettabilmente prevedibile;
– dalla necessità di una nuova più pregnante responsabilizzazione dei “quadri dirigenziali intermedi” (Presidenti titolari e Presidenti di collegi), cui affidare, con riunioni periodiche, la funzione di controllo nomofilattico intrasezionale, individuando ex ante, attraverso l’indicazione di “blocchi di materie”, quelle destinate ad un periodico approfondimento in riunioni periodiche, tenendo conto della giurisprudenza (consolidata o prevalente) “di sezione”;
– dalla concorrente e conseguente necessità di una radicale revisione dei criteri di nomina dei relativi incarichi da parte dell’organo di autogoverno, che conduca (finalmente) ad una autentica e non spartitoria selezione di uomini compiuta sulla base di accertate ed indiscusse professionalità;
– dalla creazione dell’ufficio del giudice di Cassazione, che si avvalga della collaborazione di neo-laureati, selezionati sulla base del voto di laurea e del tipo di tesi discussa in quella sede, previa indicazione dai presidi dei dipartimenti di giurisprudenza, cui affidare compiti di studio e di ricerca.
– il problema del vizio di motivazione – Se si accoglie la prospettiva per cui il giudizio di cassazione non può essere soltanto un presidio dello ius costitutionis, ma occorre garantire anche lo ius litigatoris, occorre rivedere il tema del sindacato sulla motivazione, consentendolo – anche alla luce della recente pronuncia delle sezioni unite dell’aprile scorso – quanto meno al caso di “grave ed insanabile contraddittorietà” o di “grave ed insanabile insufficienza”;
– I motivi di ricorso – Potrebbe essere opportuno indicare espressamente, nell’art. 360 c.p.c., che – nelle ipotesi non frequentissime e tuttavia talora ricorrenti in cui un vizio della sentenza rilevi davvero sotto prospettive diverse – quel vizio può eccezionalmente essere illustrato richiamando contemporaneamente più motivi di ricorso, senza che ciò comporti il rischio della declaratoria di inammissibilità, da riservarsi invece alla sola “mescolanza e la sovrapposizione di motivi d’impugnazione eterogenei”. Previsioni come questa servono ad impedire che impostazioni troppo rigorose o formalistiche, che talora la Cassazione ha adottato, inducano i difensori a complicare e moltiplicare oltre misura, a scapito della chiarezza, la redazione degli atti introduttivi;
– autosufficienza del ricorso e lunghezza degli atti – Al fine di eliminare ogni base normativa ad orientamenti giurisprudenziali particolarmente restrittivi, è opportuno precisare, nell’art. 366, n. 6, che, ai fini del rispetto del requisito dell’autosufficienza, la “specifica indicazione degli atti processuali, dei documenti e dei contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda” significa soltanto che nel ricorso dovrà essere indicato il luogo della produzione del documento, e non già che il contenuto del documento debba essere trascritto nell’atto (è quanto la Corte di Cassazione ha chiarito nel gennaio scorso, ma si tratta di indicazioni che è preferibile vengano normate). Del resto, c’è anche l’ulteriore prescrizione per cui, ex art. 369, n. 4, i documenti su cui il ricorso si fonda debbono essere prodotti di nuovo, in allegato al ricorso;
– giudicato e art. 372 c.p.c. – Potrebbe essere opportuno prevedere, all’art. 372, la possibilità di documentare – perché non sia vanificata la rilevabilità ex officio – il sopravvenuto giudicato (ipotesi particolarmente ricorrente nei giudizi tributari, dove l’esigenza di impugnare più atti tra loro connessi non di rado consente il formarsi del giudicato su questioni pregiudiziali che, tuttavia, non può esser fatto valere nei giudizi, già pendenti in cassazione, aventi ad oggetto atti dipendenti);
– riformulazione dell’art. 360-bis. – Viste le difficoltà, illustrate da tutti i commentatori, di comprendere il significato del n. 2 (“quando è manifestamente infondata la censura relativa alla violazione dei princìpi regolatori del giusto processo”), sarebbe opportuno che la norma fosse riscritta, tenuto conto delle interpretazioni che sono state suggerite, e in modo da far emergere un precetto univoco, che esprima con maggior chiarezza l’interpretazione prevalente;
– modifica dell’art. 392 c.p.c. – Vista la difficoltà, dopo anni dall’inizio del processo, di individuare dove stia la parte alla quale notificare “personalmente”, nel termine di decadenza di tre mesi dalla pubblicazione della sentenza, la citazione in riassunzione davanti al giudice di rinvio, è opportuno modificare l’art. 392 c.p.c. nel senso di consentire che l’atto sia notificato all’avvocato costituito davanti alla Corte.
2 punticivileGIUSTIZIAministeroprocessoriforma

References: art.669
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 369
 art. 372