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Timestamp: 2016-09-29 20:23:22+00:00

Document:
Sulla condotta abnorme del lavoratore in caso di infortunio
16 febbraio 2016 - Cat: Lavoratori
Il comportamento imprudente del lavoratore può avere effetti liberatori con riferimento alla responsabilità penale del datore di lavoro?
Nei casi di infortunio sul lavoro, di reato colposo per la violazione
di una norma cautelare (normalmente una norma positiva quale il D. Lgs. 81/08 e s.m.i.) gli
Ufficiali di Polizia Giudiziaria dei servizi PISLL delle Aziende Sanitarie,
eseguono gli accertamenti per individuare il nesso di causalità, vale a dire la
relazione tra la violazione e l’evento, nonché verificando la sussistenza del
(andando a studiare) l’elemento soggettivo del reato colposo. Occorre infatti accertare
(Il brocardo impone infatti di capire) se il datore di lavoro avrebbe potuto
prevedere ed evitare (poteva evitare) le circostanze dell’evento o se vi sia
stato (è stato) un comportamento abnorme del lavoratore. Si tenta di affrontare
la questione della posizione del lavoratore, sotto lo specifico profilo della
rilevanza del comportamento di questi nel verificarsi dell’infortunio ai fini
dell’addebito del fatto al datore di lavoro e agli altri contitolari della
posizione di garanzia. L’articolo trova spunto e riferimento ai contenuti
esposti, in occasione di un recente corso di formazione, dal dott. Luigi Boccia
sost. Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Pistoia.
La colpa negli infortuni sul lavoro: una riflessione sulla condotta
abnorme del lavoratore
Lisanna Billeri, Tecnico della Prevenzione, Dipartimento della
Prevenzione di Pistoia, AUSL Toscana centro
Si premettono due considerazioni
La prima è quella in forza del
quale anche il lavoratore, pur essendo il soggetto primariamente tutelato dalla
normativa di prevenzione, è anch’egli titolare di una posizione di garanzia
nella materia del lavoro. Si potrebbe dire che la posizione del lavoratore è
una situazione bifronte: il lavoratore
come soggetto destinatario di responsabilità e come soggetto destinatario
di protezione. Importante, in proposito, è la disposizione che dettaglia in
maniera ancora più puntuale rispetto alla previgente disciplina (in particolare
l’ articolo 6 del D.P.R. 547 del 1955) gli obblighi comportamentali del
lavoratore (articolo 20 del decreto legislativo 81/08 e s.m.i.). Di rilievo, in
particolare, è l’obbligo imposto dal comma 1), del citato articolo, al
lavoratore di prendersi cura non solo della propria salute e sicurezza, ma
anche di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, su cui possono
ricadere gli effetti delle sue azioni od omissioni. Si tratta di un obbligo
cautelare “specifico”, la cui violazione può integrare un addebito a titolo di
“colpa specifica”, con gli effetti, in caso di danno alle persone, di cui agli
articoli 589 comma 2 e 590 comma 3 del codice penale.
La seconda, secondo la quale, di
norma, la responsabilità del datore di lavoro non è esclusa dai comportamenti
negligenti, trascurati, imperiti del lavoratore, che abbiano contribuito al
verificarsi dell'infortunio. Ciò in quanto al datore di lavoro è imposto, tra
l’altro, di esigere il rispetto delle regole di cautela da parte del
lavoratore: cosicché il datore di lavoro è "garante" anche della
correttezza dell'agire del lavoratore (l’articolo 18 comma 1) lett. f), del
decreto legislativo 81/08 e s.m.i., che impone al datore di lavoro di
richiedere l’osservanza da parte dei singoli lavoratori delle norme vigenti,
nonché delle disposizioni aziendali in tema di sicurezza del lavoro e di uso
dei mezzi di protezione collettivi e dei dispositivi di protezione individuali
messi a loro disposizione). Appare anche opportuno segnalare che la norma
cristallizza l’obbligo di vigilanza del datore di lavoro e del dirigente sull’adempimento
degli obblighi previsti a carico di lavoratori, preposti, progettisti, fabbricanti,
fornitori, installatori, medici competenti ecc. come peraltro già ritenuto
dalla giurisprudenza consolidata, tant’è che la violazione di tale obbligo di
vigilanza è sanzionata ai sensi dell’art. 55 del D.lgs. 81/08 e s.m.i..
E’ evidente che la norma non
fornisce indicazioni puntuali sulla misura del dovere di vigilanza imposto ai
soggetti individuati, compito che inevitabilmente è rimandato ai giudici. Va sottolineato che, in realtà,
in molti casi, la violazione che viene imputata al datore di lavoro non è
l’astratta violazione dell’obbligo di vigilare tout court, ma è la
contestazione di aver consentito l’instaurarsi di una prassi di lavoro
all’insegna della noncuranza o comunque della scarsa vigilanza sull’osservanza
delle norme antinfortunistiche da parte dei lavoratori; in sostanza, un livello
di disattenzione diffuso e protratto nel tempo, che viene di regola tollerato
(se non a volte stimolato) per esigenze di contenimento dei tempi di lavoro.
In buona sostanza, la colpa del
datore di lavoro non è esclusa da quella del lavoratore e l'evento dannoso è
imputato al datore di lavoro, in forza della posizione di garanzia di cui ex
lege è gravato, sulla base del principio dell'equivalenza delle cause, vigente
nel sistema penale (articolo 41 comma 1 del codice penale). É comunque escluso
che il datore di lavoro sia esente da colpa in presenza di una mera distrazione
del lavoratore, atteso che la distrazione non connota di abnormità il
comportamento assunto, essendo essa facilmente prevedibile dal datore di lavoro
tenuto a fare il possibile per proteggere il lavoratore, anche dalla sua stessa
imprudenza.
del datore di lavoro non è esclusa, tendenzialmente, neppure dalla “colpa”
del lavoratore, salvo che la condotta di questi non abbia assunto i caratteri dell’”abnormità”,
risultando eccezionale ed imprevedibile.
Occorre fare attenzione a non
trasformare il concetto di condotta abnorme del lavoratore in una formula
retorica, destinata a non trovare mai applicazione, con il risultato di una tutela
prevenzionistica iperprotettiva, in cui il datore di lavoro risponde sempre e comunque
in virtù della sua posizione di garanzia.
Ma quindi, il comportamento
imprudente del lavoratore può avere effetti liberatori con riferimento alla
responsabilità penale del datore di lavoro?
L’entrata in vigore del Testo
Unico in materia di sicurezza sul lavoro (D.Lgs. 81/08 e s.m.i.) ha comportato
un mutamento notevole nella percezione della rilevanza del comportamento del
lavoratore negli infortuni avvenuti sul luogo di lavoro: dalla sua ininfluenza
sul destino processuale del datore di lavoro si è passati ad una visione
fondata non solo sulla concreta moltiplicazione delle posizioni di garanzia
all’interno del contesto lavorativo, bensì anche su una rivalutata importanza
attribuita alla condotta colposa del lavoratore che si è auto danneggiato (il
cosiddetto principio di auto responsabilità del lavoratore).
La questione da dirimere diventa
allora la seguente: quand’è che l’infortunio sul lavoro occorso al lavoratore
può essere addebitato esclusivamente alla sua condotta imprudente, liberando il
datore di lavoro da ogni profilo di responsabilità penale? Si legge tra le sentenze
pronunciate dalla Corte di Cassazione, che il datore di lavoro tradizionalmente
sfugge ad ogni pretesa punitiva dell’ordinamento penale, per i danni che il
lavoratore si sia in pratica auto cagionato con comportamenti imprudenti,
quando la condotta dalla quale sia scaturito il danno si qualifica come abnorme,
eccezionale, esorbitante rispetto alle mansioni del lavoratore e alle direttive
impartitegli (Cass. pen. 23292/2011; Cass. pen. 7267/2010). La Corte enuncia,
anche, la distinzione tra condotta “abnorme” e condotta “esorbitante”, la prima
consistendo nel comportamento avulso dall’attività lavorativa tout court, la
seconda corrispondendo alla condotta pur sempre lavorativa ma non rientrante nelle
specifiche mansioni del lavoratore danneggiato.
Le sentenze in merito riportano
un’importante precisazione: l’imprudenza
del lavoratore può escludere la responsabilità del datore di lavoro a patto
che questi si sia reso a monte inattaccabile sul piano della avvenuta
predisposizione delle misure antinfortunistiche (recente Cass. pen. 6741/2015).
In altri termini, il soggetto apicale nel contesto lavorativo conserva la
propria responsabilità penale laddove abbia omesso quelle attività organizzative,
formative o di messa in sicurezza del luogo di lavoro, le quali avrebbero con grado
statistico apprezzabile fatto fronte adeguatamente a quegli stessi rischi
derivanti dalla condotta imprudente del lavoratore (Cass. pen. 23729/2005;
Cass. pen. 31303/2004; Cass. pen. 3580/1999).
In questo caso, dunque, l’evento
infortunistico si è verificato sia per la condotta omissiva del datore di
lavoro che da quella commissiva del lavoratore, non potendo quest’ultima assorbire
totalmente le cause; tuttavia è possibile, tener conto della colpa del
lavoratore ai fini della commisurazione della pena irrogabile al datore di
Tutto ciò, determina allora la
necessità di differenziare l’imprudenza normale e prevedibile del lavoratore
dall’imprudenza eccezionale, vale a dire un comportamento imprevedibile in quanto
abnorme o esorbitante nei termini suesposti.
L’imprudenza normale e
prevedibile del lavoratore non esclude la responsabilità del datore di lavoro
qualora egli abbia operato in maniera carente nella predisposizione di quei presidi
antinfortunistici che sarebbero valsi a scongiurare l’evento secondo un grado apprezzabile
di probabilità: rileva infatti la giurisprudenza che incombe sul datore di
lavoro il precipuo obbligo d’impedire prevedibili imprudenti condotte dei
lavoratori, mediante utilizzo di strumenti e macchinari non agevolmente
alterabili, l’uso obbligatorio di dispositivi individuali di protezione e, non
ultimo, l’approntamento di personale di vigilanza capace di negare l’accesso a
procedure pericolose (Cass. pen. sez. IV- 22247/2014).
L’imprudenza eccezionale, il
comportamento imprevedibile, al contrario, presuppone proprio l’attenzione del
datore di lavoro relativamente ad ogni attività formativa, direttiva, organizzativa
e di impiego delle misure di sicurezza in grado di far fronte ai rischi
presenti nel contesto lavorativo; cosicché, assolti tali compiti, il datore di
lavoro sarà esente da ogni responsabilità in merito a quanto accaduto come
conseguenza dell’imprudenza del lavoratore, poiché tale imprudenza sarà in
concreto qualificabile come condotta abnorme o esorbitante, come tale
escludente il nesso di causalità.
Corte di Cassazione - Penale, Sez. 4, Sentenza del 09 giugno
2011, n. 23292 - Sub appalto e morte di un lavoratore
Cassazione Sezione IV Penale - Sentenza n. 7267 del 23
febbraio 2010 (U. P. 10 novembre 2009) - Pres. Morgigni – Est. Izzo –
P.M. Salzano - Ric. I. M. e I. I. Corte di Cassazione - Penale Sezione
IV - Sentenza n. 6741 del 16 febbraio 2015 (u. p. 3 febbraio 2015) - Pres.
Zecca – Est. Serrao – P.M. Romano - Ric. Z.I. - Si può considerare abnorme e
interruttiva del nesso causale la condotta del lavoratore non solo quando si collochi
al di fuori dell’area di rischio della lavorazione ma anche quando sia
consapevolmente esorbitante dalle precise direttive ricevute.
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cordialmente, ferrari
Corsi in aula sulla sicurezza:ANTINCENDIO (87)ASPP (75)ATTREZZATURE (29)DATORE DI LAVORO RSPP (52)DIRIGENTI (21)LAVORATORI (98)PREPOSTI (16)PRIMO SOCCORSO (91)RLS (37)RSPP (93)Alcuni corsi online in e-Learning:
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