Source: http://fruimex.blogspot.com/2015/06/guido-ferro-canale-un-lavoro-certosino.html
Timestamp: 2018-02-18 08:37:29+00:00

Document:
FRUIMEX: GUIDO FERRO CANALE: UN LAVORO CERTOSINO SULLA TESI DI ANTONIO SOCCI CIRCA PAPA FRANCESCO
Invece, ad avviso di Socci, la nullità non sussisteva, perché il caso in cui due schede (o più) siano riconducibili ad uno stesso Cardinale è disciplinato dal n. 69 e non dal 68,[2]e comunque il nuovo voto, essendo il quinto della giornata, avrebbe violato UDG 63, che prevede soltanto quattro votazioni in un giorno.
Ora, la stessa Costituzione Apostolica, al n. 76, recita: “Se l’elezione fosse avvenuta altrimenti da come è prescritto nella presente Costituzione o non fossero state osservate le condizioni qui stabilite, l’elezione è per ciò stesso nulla e invalida, senza che intervenga alcuna dichiarazione in proposito e, quindi, essa non conferisce alcun diritto alla persona eletta.”.[3]
La premessa di fatto sul rinvenimento delle schede non forma oggetto di particolari contestazioni: i critici, pur esprimendo legittime riserve sull’attendibilità dell’articolo della Piqué (che, del resto, non menziona la propria fonte), lo accettano almeno come ipotesi e ragionano sulle conseguenze giuridiche.
Tuttavia, mi sembra opportuno rilevare che esiste almeno un elemento di conferma a questa versione dei fatti: avendo, come milioni di fedeli, seguito in diretta la serata dell’elezione, ricordo molto bene che la fumata finale si è fatta attendere a lungo e che i commentatori si chiedevano il perché di questo ritardo nell’esito della quarta votazione della giornata. Che io sappia, esso non è mai stato spiegato; ma si spiega benissimo se effettivamente si è dovuto rivotare.
Infine e per completezza, vorrei esprimermi su una delle obiezioni più comuni: “Se così fosse, come mai nessun Cardinale ha sollevato pubblicamente il problema?”.
Domanda lecita, essendo almeno probabile che, in un caso del genere, si sia tenuti, non al segreto del Conclave, ma piuttosto a palesare il possibile vizio. Ma mi pare che la risposta stia nella legge: siccome la UDG non dice a chi spetti dichiarare che una votazione è nulla, si applica la disciplina generale del Codice di Diritto Canonico (cfr. can. 173 §2); quindi, supponendo vera l’ipotesi di Socci, ogni decisione è stata presa dai tre scrutatori, insieme con il Card. Decano (al massimo, anche con i Revisori), e il resto degli elettori, secondo ogni logica, si è semplicemente sentito dire “Dobbiamo rivotare, c’era una scheda in più”.
Quindi, non possono né confermare né smentire la sussistenza del vizio, perché non sono a conoscenza del dettaglio decisivo: le schede erano piegate insieme, oppure no? C’è da augurarsi che esso sia almeno descritto nella relazione sull’esito delle votazioni (cfr. UDG 71 §2) e che, prima o poi, ci si decida ad aprirla.[4]
Nel suo nuovo articolo in argomento, il giornalista toscano segnala che i Cardinali si sono avvalsi della facoltà di entrare in Conclave prima dei quindici giorni dalla Sede vacante – facoltà accordata da Benedetto XVI con il m.p. Normas nonnullas – senza però rispettare il requisito indicato dalla legge stessa (UDG 37 come modificato):[5] “si constat omnes Cardinales electores adesse”.
Di fatto, gli elettori non erano tutti presenti, ma ne mancavano due, O’ Brien e l’indonesiano Darmaatmadja, che avevano comunicato che non avrebbero preso parte al Conclave.
Poiché, però, un Cardinale elettore dev’essere ammesso al voto anche se arrivasse a Conclave già iniziato, ragiona sempre Socci, non è possibile anticipare l’apertura. Ne segue che il giorno in cui Bergoglio è stato eletto… non si sarebbe neanche potuto votare.
Anzitutto, la preoccupazione dominante di UDG 37 è acceleratoria: rispetto ai tre mesi accordati dal can. 165, qui il tempo massimo di attesa è ridotto a venti giorni, pur in presenza di gravi cause.
Se ne desume che, al ventunesimo giorno, il Conclave si dovrebbe aprire anche se mancasse, magari per buone ragioni, un gran numero di elettori. Questi, semmai, potrebbero entrare a Conclave iniziato.
Esiste, poi, anche la preoccupazione di dar loro il tempo di arrivare: i giorni di attesa, dieci sotto la disciplina di S. Pio X, sono stati portati a quindici con il m.p. Cum proximedi Pio XI, perché gli americani si erano giustamente lamentati di non aver avuto modo di arrivare prima della sua elezione.
Si comprende, quindi, perché UDG 37 ammetta che non si faccia luogo a dilazione se gli elettori son già tutti presenti.
Ma allora non si potrebbe, in linea di principio, rimandare l’ingresso in Conclave per attendere uno o due malati che, nel frattempo, fossero guariti e stessero annunciando l’arrivo.
Altrimenti detto: una volta che l’impedimento sia stato riconosciuto, si può procedere oltre.[7]
A mio avviso, anche anticipando l’apertura del Conclave: inutile attendere chi ha già detto che non verrà, con ragioni valide e riconosciute tali. Casomai arrivasse, potrebbe entrare comunque. Ergo, deve prevalere la preoccupazione dominante: provvedere in fretta all’elezione.
Né si può ritener leso il diritto dell’elettore: non stiamo parlando di un anticipo arbitrario; i soli soggetti potenzialmente lesi si sono essi stessi dichiarati impediti.
Se fossero stati affetti da infermità acute ma passeggere, o altra causa transitoria, che renda rilevante il periodo di attesa, non avrebbero forse pregato i loro colleghi di attendere?
Oppure avrebbero potuto non comunicare nulla e arrivare a Roma entro i quindici giorni. L’impedimento si comunica – e viene approvato – proprio a salvaguardia del diritto degli altri elettori di entrare in Conclave, senza essere trattenuti dall’incertezza sul possibile arrivo di Tizio o di Caio.[8]
In ogni caso, come Socci stesso ricorda, il Sacro Collegio ha dato atto delle due assenze.
Quindi, decidendo comunque di entrare in Conclave, ha esercitato il potere interpretativo accordatogli da UDG 5 – sul quale torneremo – e interpretato il nuovo testo di UDG 37 in termini (suppongo) analoghi ai miei. A che serve UDG 5, se non proprio per questi casi dubbi?
Giova premettere che, a norma di UDG 66, lo scrutinio si articola in tre fasi: il voto vero e proprio, ossia la deposizione delle schede nell’urna; estrazione e conteggio delle schede stesse; solo successivamente, loro apertura. Il n. 68, occupandosi del conteggio, stabilisce che “Se il numero delle schede non corrisponde a quello degli elettori [perché esse sono di più o di meno], bisogna bruciarle tutte” e ripetere la votazione; invece, il 69, che riguarda il momento dello spoglio, prevede il caso delle due schede “ita complicatas, ut ab uno tantum datas esse appareat” e salva la validità della votazione.
Dal resoconto della Piqué, non è chiarissimo quando sia stata scoperta la doppia scheda: da un lato, si riferisce il numero totale (116 anziché 115), il che fa pensare che il conteggio fosse ultimato; dall’altro, l’indicazione “Dopo la votazione e prima della lettura dei foglietti, il cardinale scrutatore, che per prima cosa mescola i foglietti deposti nell’urna, si accorge…” fa pensare al mescolamento, che precede lo stesso conteggio (cfr UDG 68: “Dopo che tutti i Cardinali elettori avranno deposto la loro scheda nell’urna, il primo Scrutatore l’agita più volte per mescolare le schede e, subito dopo, l’ultimo Scrutatore procede al conteggio di esse, prendendole in maniera visibile una ad una dall’urna e riponendole in un altro recipiente vuoto, già preparato a tale scopo”).
Di conseguenza, a rigore, il numero totale – 116 e non 115 – sarebbe frutto di una deduzione dalla presenza di una scheda in più, non dell’avvenuto conteggio.
Tuttavia, non si è fatto ricorso a questo potere; l’annullamento è stato disposto dagli Scrutatori e dal Decano, non dal Collegio… del resto, stando alla lettera di UDG 5, si sarebbe dovuto interpellare l’intero Collegio, compresi i Cardinali non elettori, cosa impossibile senza un’interruzione del Conclave.[9]
Quindi, la decisione di applicare il n. 68 anziché il 69, giusta o sbagliata che sia, non èespressione di questa potestà interpretativa…[10] e potrebbe, almeno in astratto, essere sindacata da chi ne è titolare, ossia proprio il Sacro Collegio.
Per la verità, la Prof.ssa Boni, su questo punto, propugna una lettura ben diversa: UDG 5 “esclude esplicitamente la possibilità di interpretazione dell’atto dell’elezione, dovendo le norme essere applicate così come suonano”.
Ne seguirebbe che il n. 68 dovrebbe comprendere tutte le ipotesi di rinvenimento di schede in più nella fase del conteggio,[11] anche se, come ella stessa rileva, ha ragione Socci a sostenere che, così, ogni Cardinale può tenere il Conclave in sospesoad infinitum, semplicemente piegando due schede insieme e facendo annullare la votazione. Stesso discorso per la possibile violazione del n. 63: si verrebbe a sindacare l’atto stesso dell’elezione.
Non ho avuto modo di consultare il commento del Card. Pompedda, cui la Boni rimanda in proposito;[12] ma l’ipotesi che l’inciso “eccetto l’atto dell’elezione” escluda la potestà interpretativa e di dirimere i dubbi proprio sull’atto più importante di tutti (!) mi sembra sostenibile solo rispetto alla trad. italiana, ma non al testo ufficiale latino.[13]
Anche per Miñambres, se lo intendo rettamente, esso eccettua, non dalla potestà, ma dalla maggioranza semplice e dai quorum: “La risoluzione delle questioni […] spetta ai cardinali, che, tranne per quello che riguarda l’elezione del Pontefice, silente la norma, seguiranno i quorum generalmente richiesti per la presa di ogni tipo di decisione collegiale [dai due Codici, latino e orientale]”.[14]
In altri termini: se si deve risolvere un dubbio che coinvolge l’atto stesso dell’elezione e la sua validità, bisogna osservare le stesse regole previste per l’elezione stessa, quindi la maggioranza dei due terzi.
E’ il principio dell’actus contrarius: un atto si modifica o invalida con la stessa procedura usata per adottarlo. Per la stessa ragione, l’inciso “excepto ipso electionis actu”probabilmente deroga anche alla competenza dell’intero Collegio, riservandola, in tale ipotesi, ai soli Cardinali elettori; ma, siccome può restare un dubbio sul punto, al riguardo occorrerebbe una decisione preliminare di tutti gli Eminentissimi sulla portata dell’inciso stesso.
Debbo confessare di non aver proprio compreso perché, secondo i critici, sarebbe cosìimportante il riparto in fasi. Dato che la legge si interpreta tenendo conto anche del fine e delle circostanze, quale interesse fondamentale verrebbe salvaguardato da una scansione tanto rigida da impedire di applicare il n. 69 a due schede ripiegate emerse in fase di conteggio?[18]
Inoltre, soprattutto riguardo a testi come la UDG, sostanzialmente riproduttivi di leggi anteriori, ha un gran peso l’argomento storico, che, in caso di dubbio, riporta il testo al senso (più chiaro) del precedente (cfr. cann. 6 e 20).
La Boni non affronta quest’aspetto, perché ha escluso in radice la stessa possibilità di interpretazione, quando si tratti dell’atto stesso dell’elezione; più singolare che lo trascurino anche Cerrelli e Introvigne, la cui linea argomentativa è diversa.
Eppure, Socci è risalito alla versione originaria dell’attuale n. 69 e afferma che il suo scopo consiste proprio nell’impedire che un Cardinale possa tenere in stallo il Conclave. Anche se avesse torto sul piano storico, mi sembra che l’argomento sia comunque sufficiente a far preferire la sua interpretazione.
Siano o non siano validi gli argomenti di Socci sui nn. 68 e 69, è indubbio che, secondo la ricostruzione dei fatti da tutti presupposta, si sarebbero materialmente avute cinquevotazioni in una giornata. Resta da capire perché questo non costituirebbe una violazione di UDG 63, che ne prevede soltanto quattro, due mattutine e due pomeridiane.
Cerrelli e Introvigne, fidandosi della traduzione italiana, ritengono che il n. 68 imponga di procedere “subito” ad una nuova votazione; Socci giustamente replica che tale avverbio è assente nel testo latino (e il punto ha una sua importanza, di cui infra). Inoltre, secondo loro, “ – applicando elementari principi generali del diritto, anche canonico – l’articolo 63 si riferisce a quattro votazioni valide e complete, cioè arrivate fino allo spoglio”, e intendono lo spoglio completato.
Anche in questo caso, però, incorrono in un infortunio con il testo latino: la “votazione completa”, a termini di UDG 66, è detta scrutinium e va, effettivamente, dall’immissione nelle schede fino allo spoglio completato;[20] ma il limite numerico del n. 63 §2 si riferisce al suffragium (“duo suffragia erunt ferenda, tum mane tum vespere”).
Questo è il voto del singolo Cardinale;[21] nel contesto del n. 63, può solo indicare due momenti in cui si vota – due espressioni di suffragium – quindi due deposizioni di schede nell’urna.[22]
Più lineare l’argomento della Prof.ssa Boni: “tale quarta votazione dal punto di vista giuridico è incontestabilmente ‘tamquam non esset’, non andava quindi inclusa e computata fra quelle effettive”.
Per la verità, qui ella sta derogando al suo stesso principio di letteralità pura e semplice: siccome il tamquam non esset non si legge in nessun punto di UDG, la sua lettura costituisce un’interpretazione che, in questo caso, riguarda l’atto stesso dell’elezione… appunto ciò che, a suo dire, sarebbe precluso. Ma non voglio insistere su quella che mi pare una contraddizione (o poco meno), perché riconosco che l’argomento in sé ha un suo pregio.
Supponiamo, infatti, che venga annullato il primo scrutinio del giorno: se fosse davverotamquam non esset al punto di non venire neppure conteggiato, non si potrebbe votare una seconda volta… sarebbe di nuovo una “prima”.
4) L’assenza dell’avverbio “subito” e l’espressione “altera vice” si spiegano molto bene se si considera che, probabilmente, sarebbe impossibile ripetere immediatamente la votazione. Infatti, a norma di UDG 64, i Cerimonieri, distribuendo le schede, debbono darne ad ogni elettore “almeno due o tre”, “saltem duas vel tres”.[24]
Quindi, possono abbondare, ma basta che ne distribuiscano due. Ecco perché UDG 68 dice “altera vice”: una terza votazione, un terzo suffragium ferre, non sarebbe possibile, occorrerebbe tornare al pre-scrutinio e distribuire nuovamente le schede.
Viceversa, se il legislatore avesse inteso consentire questo terzo voto, non avrebbe spiegato “iterum” con “altera vice” (il cui senso può solo essere restrittivo: due e non di più), o avrebbe formulato diversamente il n. 64, oppure disposto che si ripetesse l’intera procedura.
Probabilmente, Scrutatori e Decano hanno ragionato come la Boni: se si consideratamquam non esset la votazione nulla, si deve applicare UDG 70, perché quella nuova è comunque la seconda della serata. Quindi, si rivota e poi le schede si bruciano tutte assieme.
Superfluo osservare che il Sacro Collegio non ha il potere di abrogare neppure una virgola di UDG; molto meno, dunque, Decano e Scrutatori, per tacere della dottrina.
L’interpretatio abrogans, almeno in questo caso, va respinta per definizione. E, lo dico per inciso, questo conferma una volta di più che la votazione nulla si deve conteggiare (almeno ai fini di UDG 68, dunque, secondo me, anche di UDG 63).
Riguardo alla paura – tra i giuristi solitamente chiamata “timore” – veramente avrei qualche dubbio: il Concilio di Costanza, nel decreto Frequens (la cui approvazione da parte di Martino V è certa, avendovi egli dato esecuzione), ha esplicitamente disposto che il timore grave rende nulla l’elezione del Papa, senza che sia possibile la ratifica successiva per tacito consenso dei Cardinali, una volta cessato l’errore.
E anche supponendo che la disposizione si debba ritenere abrogata, anche se non saprei da quale, il can. 170 del Codice dichiara nulla qualsiasi elezione la cui libertà sia stata effettivamente impedita. Del resto, in ipotesi di errore essenziale o di timore grave, come si potrebbe parlare di “consenso naturalmente sufficiente”? Già solo per questo, la lettura mi sembra troppo restrittiva.[28]
L’argomento storico, inoltre, porta in un’altra direzione: nei testi normativi anteriori, l’avverbio “altrimenti” e le “condizioni” si riferivano alle tre diverse forme di elezione previste, per scrutinio, per compromesso o per acclamazione.
Abolite le ultime due da Giovanni Paolo II, debbono per forza indicare la procedura di scrutinio e non semplicemente i requisiti del consenso o del segreto.
Tanto più che l’insistenza del Pontefice sull’importanza della procedura e del suo rispetto scrupoloso[29] impedisce di ritenere che egli abbia voluto restringere i casi di nullità e suggerisce, semmai, la lettura opposta, di una clausola volutamente ampia.
Molto opportunamente, Socci ha rilevato che, tra la sera e la mattina, molte candidature si fanno e si disfano: se i Cardinali, annullata la votazione, si fossero ritirati a riflettere a pregare, avrebbero potuto circolare informazioni più accurate sul candidato in testa; invece, la ripetizione, con buona probabilità, ha convogliato anche gli indecisi su chi appariva vincente.
E comunque, se la votazione non poteva essere ripetuta, l’actum electionis è invalido.[30] Lo sarebbe perfino se Bergoglio fosse già stato eletto alla quarta votazione, perché il suo spoglio non è mai stato completato.
Invece, occorre fare un distinguo quanto alla bruciatura delle schede annullate.
Lo scopo della norma è chiaro: impedire che si confondano le schede dell’uno o dell’altro scrutinio. Data l’entità del pericolo, la violazione ha sicuramente portata invalidante… a meno che il pericolo stesso, in concreto, non sussistesse, perché, p.es., le schede erano già state infilate nella stufa o comunque allontanate in modo tale da escludere ogni possibilità di confusione.
Ma nel dubbio di fatto su come siano andate le cose, anche sotto questo profilol’elezione non è legittima.
Quanto all’ultimo punto, proprio Wernz-Vidal, nel luogo richiamato dalla Boni, attestano la vivacità delle discussioni su quando si dia un Papa dubius: il senso dell’argomento è proprio escludere in radice la possibilità del dubbio.[33]
E ciò su un fondamento teologico: il Card. Billot spiega molto chiaramente che, siccome il Papa è “la regola vivente della Fede”, Dio non può permettere che tutta la Chiesa segua per tale colui che non è veramente Papa; sarebbe come se la Chiesa intera sbagliasse nella Fede.[34] Quindi, se di fatto tutti sono convinti che Tizio sia il Papa, allora siamo infallibilmente certi che l’elezione è valida.
Non è un caso che il Billot tratti l’argomento riguardo all’ipotesi del Pontefice eretico.
In effetti, secondo me, il suo argomento ha pregio solo se vi è un rischio concreto di induzione dei fedeli nell’eresia (un Papa non canonicamente eletto potrebbe, però, essere del tutto ortodosso); ma non vale comunque a neutralizzare di fatto questo rischio. Ci assicura, semmai, che è impossibile che la Chiesa intera segua nell’errore un Papa eretico; e anche per Billot, che pure tratta il caso come meramente ipotetico, questi decadrebbe ipso facto dalla carica.
Ma allora, per un verso l’adesione universale precedente non varrebbe come garanzia contro cadute successive; per altro, l’eretico si manifesterebbe comunque per tale da occupante della Suprema Cattedra e per questa via travierebbe un gran numero di fedeli; infine, ma non da ultimo… se le cose stanno così, a che pro’ ritenere l’adesione universale segno infallibile di elezione legittima? Dov’è, non dico il vantaggio, ma la necessità teologica cogente che impone di far appello all’indefettibilità?
Ancor più precisa, poi, la Bolla di Paolo IV Cum ex Apostolatus, che espressamente dispone che, se mai venisse eletto al Pontificato un eretico, l’elezione sarebbe nulla e non potrebbero supplire né il possesso della carica, né il riconoscimento universale.[35] Mi permetto di pensare che al Billot sia sfuggita: egli reputava impossibile che, nelle leggi universali (come quelle per il Conclave), i Papi potessero statuire in termini non conformi al diritto divino, avrebbe rivisto il proprio argomento.
Se il riconoscimento universale chiama in causa l’indefettibilità, è in gioco il diritto divino, la fedeltà di Cristo alle Sue promesse alla Chiesa; Paolo IV avrebbe commesso un errore dottrinale a non riconoscerlo.
Lo stesso dicasi per i testi normativi sul Conclave anteriori alla riforma di S. Pio X, che contenevano formule di minaccia gravissime per lo pseudo-Pontefice – fuori del caso di eresia, cioè eletto in difformità dalle norme irritanti – e chiunque gli prestasse adesione, senza minimamente accennare a questa sicurezza infallibile derivante dall’adesione stessa, se universale.[36]
Inoltre, il canonista deve, in linea di principio, considerare il diritto vigente prima, e il consenso della dottrina solo come criterio suppletivo (cfr. can. 19); e, a mio parere, la Bolla di Paolo IV è tuttora in vigore.
Certamente lo era al tempo in cui scriveva il Billot, poiché figura tra le fonti del Codice del 1917.[37] Ma siccome sia questo sia il nuovo (cfr., rispettivamente, can. 153 e can. 149) lasciano alle leggi particolari il compito di dettare i requisiti di idoneità necessari per il tale ufficio e anche i casi in cui la loro mancanza rende invalido il conferimento, direi che non si pone neanche il problema di una sua abrogazione.
Ne segue che l’argomento della universalis adhaesio contrasta con la normativa in vigore, almeno quanto all’ipotesi del Papa eretico (l’unica, a mio avviso, per cui esso abbia un senso).
Osservo, peraltro, che esso si intreccia comunque con l’argomento dell’adesione universale, la cui ragion d’essere cade anche se il Papa illegittimo non è Papa, ma i suoi atti sono comunque validi, inclusi quelli magisteriali: allora, infatti, non si può dire che la Chiesa stia seguendo un falso Pastore.
E la legislazione della Chiesa prevede appunto che, a certe condizioni, chi non sia titolare di un ufficio disponga comunque della giurisdizione, o potere di governo, che gli viene supplito dalla Chiesa.[39]
Si badi bene: la supplenza non è una sanatoria; non “sana” l’elezione invalida e non impedisce, anzi esige che vi si ponga rimedio.
Ma, per evitare danni maggiori alle anime, attribuisce un potere che non si possiede, ad alcune condizioni. In effetti, e salvo miglior giudizio, credo che l’adesione universale sia stata escogitata per sfuggire alle intricate controversie del diritto precodiciale su casi e limiti della supplenza, nonché sulla possibilità che eretici o scismatici avessero comunque giurisdizione.[40]
Tuttavia, il Codice del 1917, risolvendo queste controversie nel senso più favorevole alla supplenza, ha reso quest’argomento, lato sensu tuziorista, del tutto inattuale. Ci si può chiedere, semmai, se sia tornato di attualità con il Codice del 1983. Ma andiamo con ordine ed esaminiamo, sinteticamente, lo sviluppo dei casi in cui la Chiesa supplisce la giurisdizione. Questo permetterà anche di rispondere alla domanda:
Secondo l’opinione di gran lunga prevalente prima del Codice del ’17, la supplenza richiedeva l’errore comune e il titolo colorato: ossia, che una parte cospicua della comunità interessata reputasse, erroneamente, Tizio detentore della tal carica o munito dei tali poteri, e che il suo possesso della/gli stessa/i fosse coonestato da un titolo apparente (p.es., Tizio è un eretico, ma il Vescovo non lo sa e lo ha nominato Parroco).
S. Alfonso ha affermato espressamente che, in caso di elezione nulla per simonia occulta, la supplenza di giurisdizione si sarebbe applicata anche al Papa, attribuendo perfino l’infallibilità agli atti che la richiedevano.[41]
Tuttavia, il diffondersi del dubbio sulla legittimità dell’elezione avrebbe fatto venire meno il titulus coloratus, e con esso la supplenza, anche se la maggior parte dei fedeli fosse stata ancora in errore: è possibile che questo abbia fatto preferire ad alcuni l’adesione universale come mezzo per escludere tali dubbi.
Considerato, però, che, secondo tutti gli autori, il can. 209 del Codice del 1917 ha abolito il titolo colorato e si accontentava dell’errore comune, la difficoltà oggi non si porrebbe. Dopotutto, “Non è il Papa, ma tutti credono che lo sia” sarebbe esattamente la nostra ipotesi.[42]
Per inciso: la potestà supplita si estenderebbe anche a coloro che sono sicuri che non sia il Papa, poiché la supplenza è funzionale al bene comune, non a quello personale del singolo errante: attribuisce un vero potere di governo, efficace anche verso chi è consapevole dell’illegittimità.
Diversamente dal vecchio Codice, il nuovo distingue la potestà di governo in legislativa, esecutiva e giudiziaria… e prevede la supplenza soltanto per quella esecutiva(cfr. can. 144 §1).[43]
Dunque, le nomine – espressamente qualificate dal Codie come atti della potestà esecutiva – sono salve, incluse le creazioni cardinalizie; quindi disponiamo tuttora di un Sacro Collegio validamente costituito e i Cardinali creati da Bergoglio, se venissero chiamati ad esprimersi sulla validità della sua elezione, non giudicherebbero in causa propria, perché resterebbero comunque Cardinali.
Anche i provvedimenti della Curia Romana emanati previa approvazione pontificia sono pienamente validi (di sicuro se l’approvazione è in forma comune; ma penso anche quella in forma specifica, perché restano atti della potestà esecutiva, sia pure piena e suprema (cfr. can. 1732).
Fortunatamente, la Rota Romana e la Segnatura Apostolica giudicano con potestà propria e le loro sentenze non verrebbero inficiate in alcun modo; ma la Congregazione per la Dottrina della Fede sottopone molte decisioni in materia penale al giudizio diretto del Papa.
Nessun problema se si tratta di provvedimenti assunti in via amministrativa, rientrano nella potestà esecutiva; non così se hanno forma di sentenza o decreto giudiziale.
Anche le canonizzazioni, trattandosi di definire processi veri e propri sebbene sui generis, dovrebbero rientrare nelle sentenze. Fortunatamente, l’attività legislativa è rimasta circoscritta al riassetto della Curia; eventuali atti amministrativi da essa derivati beneficerebbero della supplenza per errore comune, quindi gli inconvenienti sembrano, tutto sommato, circoscritti… ad un notevole danno per l’immagine della Sede Apostolica.
Facile osservare che i danni si evitano con un maggior rigore nell’osservanza della legge, non celando la polvere sotto il tappeto a pasticcio avvenuto.
Secondo logica, prima di tutto bisognerebbe dirimere il dubbio sulla validità dell’elezione di Bergoglio. E questo anche se la Sede vacasse per sua morte o rinunzia, perché UDG 33 prevede che godano di elettorato attivo i Cardinali che non avevano compiuto ottant’anni il giorno in cui la Sede si è resa vacante… e, nella nostra ipotesi, quel giorno sarebbe ancora, sempre, il 28 febbraio 2013.
Anzi, prima ancora, occorre che il Collegio intero chiarisca se il potere previsto da UDG 5 spetti a tutti i Cardinali, o solo agli elettori, quando è in gioco la validità dell’elezione: non è possibile rivolgersi ad altri organi, come il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, perché Papa dubius Papa nullus, quindi la Sede dovrebbe considerarsi vacante fino a soluzione del dubbio (la cui sussistenza sarebbe indiscutibile, se davvero venisse convocato il Sacro Collegio per discuterne).
Naturalmente, se la decisione fosse in favore di Bergoglio, nessun problema; in caso contrario, ben si potrebbe applicare UDG 37 e, se fossero presenti (o assenti giustificati), tutti gli elettori, aprire subito il Conclave. Sarebbe opportuno che il Card. Decano, nelle lettere di convocazione, informasse subito i Porporati di tale possibilità.
[21] A conferma, cfr. il testo latino del n. 69, che distingue appunto scrutinium esuffragium: “Quodsi in suffragiorum diribitione Scrutatores inveniant duas schedulas ita complicatas, ut ab uno tantum datas esse appareat, siquidem unus et idem in utraque electus fuerit, schedulae praedictae pro uno suffragio habeantur; si vero diversa ibi inscripta sint nomina, neutrum suffragium est validum; scrutinium tamen ipsum neutro in casu vitiatur.”.
[29] La occasio legis non è molto significativa, trattandosi solo de “la consapevolezza della mutata situazione nella quale sta vivendo oggi la Chiesa” (UDG, preambolo); ma subito il testo aggiunge: “Se, invero, è dottrina di fede che la potestà del Sommo Pontefice deriva direttamente da Cristo, di Cui egli è Vicario in terra, è pure fuori dubbio che tale supremo potere nella Chiesa gli viene attribuito « con l’elezione legittima, da lui accettata, insieme con la consacrazione episcopale ». Gravissimo è, pertanto, l’ufficio che incombe sull’organismo a tale elezione deputato. Ben precise e chiare dovranno essere, di conseguenza, le norme che ne regolano l’azione, affinché l’elezione stessa avvenga nel modo più degno e consono all’ufficio di estrema responsabilità che l’eletto per divina investitura dovrà col suo assenso assumere.” (“Si quidem doctrina est fidei Summi Pontificis potestatem ab ipso Christo oriri, cuius ipse in terris est Vicarius, illud etiam pro certo est habendum talem supremam in Ecclesia potestatem eidem tribui legitima electione ab ipso acceptata una cum episcopali consecratione seu ordinatione. Gravissimum ideo est officium coetus huic electioni deputati. Quapropter admodum certae perspicuaeque esse debent normae quae processum temperant, ut electio ipsa quam dignissime explicetur et ea consentanea sit officio summae auctoritatis, quam electus per divinam immissionem suo assensu suscipere debet.”). Questo richiamo alla necessità che l’elezione sia legittima, nel senso latino dell’aggettivo (conforme alla legge, regolata dalla legge), e insieme al fatto che la disciplina non è fine a sé stessa, ma congrua all’importanza dell’ufficio e alla cautela necessaria, a mio parere conforta, anzi impone – prevalendo, per le ragioni anzidette, anche sull’argomento storico – la lettura del n. 76 che prospetto nel testo. Tanto più che, poco oltre, si precisa altresì: “Particolare attenzione ho voluto prestare alla antichissima istituzione del Conclave […] Dopo matura riflessione sono giunto, quindi, nella determinazione di stabilire che l’unica forma in cui gli elettori possono manifestare il loro voto per l’elezione del Romano Pontefice sia quella dello scrutinio segreto, attuato secondo le norme più sotto indicate[quod secundum normas infra descriptas explicatur]. Tale forma, infatti, offre le maggiori garanzie di chiarezza, linearità, semplicità, trasparenza e, soprattutto, di effettiva e costruttiva partecipazione di tutti e singoli i Padri Cardinali, chiamati a costituire l’assemblea elettiva del Successore di Pietro.”.
[36] Cfr., ad es., il testo della Aeterni Patris di Gregorio XV, che desumo dal sitowww.conclave.it: “quinimmo is non Apostolicus, sed Apostaticus sit, et habeatur [!], et tam ipse, quam eligentes, ejusque fautores, et complices sententiam excomunicationis, et anathema, aliasque censuras, et poenas invasoribus Sedis Apostolicae a Sacris Canonibus, et Constitutionibus Apostolicis impositas, pariter ipso facto incurrat, a qua sicut ab alia quacumque in hac Constitutione imposita, et irrogata, seu infra imponenda, et irroganda poena excomunicationis, tam ipsi, quam quilibet alius, sive S.R.E. Cardinalis, sive alia persona cujuscumque gradus, conditionis, dignitatis, et praeminentiae, a nullo neque etiam a Majori Poenitentiario, cujuscumque facultatis vigore, praeterquam a Romano Pontifice, nisi in mortis articolo, absolvi possit, et tam ipse, ejusque complices, et fautores, quam alii quicumque etiam S.R.E. Cardinales hujus Constitutionis in aliquo transgressores, aliis gravissimis poenis, teneantur, futuri Pontificis canonice intrantis arbitrio, irrogandis.”. E’ richiamato come fonte dalla nota 52 della Vacante Sede Apostolica di S. Pio X, che a sua volta costituisce il precedente – mediato – di UDG 76.
[40] Con riflessi sul Papa eretico o scismatico, che poteva essere deposto o deponendo: “Nous pensons que, bien qu’ils ne soient plus membres de l’Église, les hérétiques occultes continuent d’exercer validement les pouvoirs juridictionnels que l’Église leur avait confiés et qu’elle ne leur a pas encore retirés. La juridiction, qui de soisuppose la foi, peut résider par accident en ceux qui ne l’ont plus. Pour en venir au cas extrême d’un pape hérétique ou schismatique, envisagé expressément par les anciens théologiens, nous dirions qu’il garde ses pouvoirs, – lesquels survivent à sa catastrophe intérieure, – en vertu de l’axiome assurant, non pas qu’il est ipso facto déposé, mais qu’ildoit être déposé.”. Ch. Journet, L’Église du Verbe Incarné, vol. II, Parigi 2000, pag. 1352, nt. 553)
[41] Infatti, nella Theologia moralis, egli confuta la tesi di coloro che negavano che la simonia invalidasse l’elezione del Papa – come espressamente previsto allora e fino alla riforma di S. Pio X – e argomentavano che la Chiesa sarebbe rimasta senza un Capo. Non è così: “Nec obstat textus in cap. Licet supra allatus [obbligo di riconoscere per Papa l’eletto dai due terzi dei Cardinali], nec ratio adducta quod Ecclesia remaneret sine Capite; nam ut recte dicunt [Lessius] et Viva […] cum sententia communi: ex vi l.Barbarius, posito communi errore cum titulo colorato, si occulta esset simonia, eo casu Ecclesia suppleret jurisdictionem; unde omnes actus hujusmodi Pontificis bene erunt validi, et ejus definitiones adhuc infallibilem habebunt auctoritatem […]. Secus si simonia esset publica.”. (Theologia moralis, Lib. III, Tract. I, Cap. II, Dub. III, Art. III, ed. Parigi 1837, pag. 313).
articolo pubblicato sul sito Lo Straniero

References: §2
 §2
 §2
 §1
 sentenza 
sui generis
in casu