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Timestamp: 2018-07-22 00:48:00+00:00

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Fronte Verso, conoscere il diritto è un diritto. Aprile 2018 | Protagoniste in Rete
Avv. Antonio Pascucci, Avv. Marina Pagnussat, Avv. Romina Guglielmetti, Avv. Giovanni Motta, Avv. Elisabetta Silva, Avv. Paola Cerullo, Avv. Anna Losurdo, Avv. Giuseppe Poli, Dott.ssa Kilda Peretta
Anno VI, n. 4, indice newsletter aprile 2018
1) Incapacità genitoriale. Bimba di un mese tolta ai genitori di 69 e 59 anni. Decisivo lo stato di abbandono che legittima l’ingerenza dello Stato tra i genitori e i figli e la loro adottabilità nel superiore interesse del minore.
2) Ogni promessa è debito. Non è reato dare del bugiardo al Sindaco che ha tradito le promesse elettorali.
3) Non sempre “una telefonata allunga la vita”.
4) Prima comunione, prima delusione. Cerimonia rovinata da un fotografo negligente condannato a risarcire i danni morali e materiali.
5) Pensava fosse amore, ma era circonvenzione di incapace. Anziano sposa la badante, i suoi eredi fanno annullare il testamento perché ottenuto con mezzi fraudolenti.
Cassazione, Sezione I civile, sentenza 14.2.2018, n. 3594
Nel 2016 due genitori biologici di una bimba, loro tolta per inadeguatezza genitoriale e poi inserita in una nuova famiglia, chiedono alla Corte di Cassazione la revoca della sentenza della stessa Cassazione che anni prima aveva confermato la sentenza di dichiarazione di adottabilità della bimba, a suo tempo pronunciata dalla Corte di Appello di Torino.
La richiesta alla Cassazione viene fondata sul fatto che la bimba era stata loro tolta ad un mese dalla nascita solo, a loro avviso, sulla base della età loro avanzata, lui 69 e lei 59 anni e su un presunto episodio, rivelatosi falso, di abbandono della piccola.
La Cassazione accoglie la richiesta di riesame e rinvia alla Corte di Appello di Torino affinchè proceda in tal senso con altri magistrati, perizie e accertamenti, evidenziando che la dichiarazione di abbandono, e la conseguente adottabilità, costituisce una ingerenza particolarmente incisiva del diritto alla via familiare. Essa infatti si giustifica solo se fondata su una esigenza primaria, quale il superiore interesse del minore, utilizzando mezzi proporzionali a tale fine in conformità ai principi richiamati dalla Corte europea dei diritti umani.
La questione torna alla Corte di appello di Torino che a conclusione della nuova valutazione rileva che:
-prima di divenire genitori biologici della piccola gli stessi avevano fatto domanda di adozione internazionale ma erano stati ritenuti non idonei;
-fin dalla nascita la relazione genitoriale presentava difficoltà, ma la madre anche dopo il parto aveva rifiutato ogni aiuto, come già aveva rifiutato i necessari sostegni alla genitorialità prima della nascita della piccola. I servizi territoriali segnalavano che la madre non concepiva “un immaginario materno che comprendesse un impegno di accudimento oltre che pratico, anche emotivo-affettivo”;
-a tutela della minore, su iniziativa del pubblico ministero, si apriva quindi una procedura che ne determinava l’allontanamento dalla casa dei genitori i quali la potevano incontrare con regolarità soltanto con modalità protette; nel frattempo la piccola veniva affidata ad un’altra famiglia.
-i genitori si rivolgevano quindi al Tribunale e poi alla Corte d’Appello che dava loro torto poichè le diverse consulenze tecniche fatte erano giunte alla medesima conclusione sulla loro incapacità genitoriale non dovuta né a patologie psichiatriche né a disagio socio economico. In particolare, le consulenze tecniche evidenziavano che:
-il padre dimostrava di non rendersi conto delle esigenze, anche pratiche di una bambina in tenera età e dimostrava invece di essere del tutto dipendente dalla moglie;
-la madre mostrava un controllo rigido delle proprie emozioni nonchè un sistema difensivo fortissimo che negava ogni problema e comportava mancanza di consapevolezza riguardo alle difficoltà costantemente dimostrate nel prendersi concretamente cura della figlia. Persino i consulenti nominati dai genitori biologici riconoscevano in lei disturbi della personalità di tipo narcisistico ed istrionico;
- la bimba manifestava crisi di angoscia prima e dopo gli incontri con i genitori.
La Corte di Appello rilevava inoltre che l’episodio di abbandono, rivelatosi falso in sede penale, era stato valutato solo come segnale di una complessiva mancata consapevolezza delle esigenze della minore e che l'età dei genitori non costituiva alcun pregiudizio ma era un elemento oggettivo da tenere in considerazione insieme ad altri.
A conclusione del nuovo esame la Corte di Appello riscontrava che:
1) gli esperti avevano osservato che recidere il legame con i genitori adottivi sarebbe stato un trauma dalle conseguenze inimmaginabili per la minore;
2) i genitori biologici per ribaltare le previsioni degli esperti, avrebbero dovuto dimostrare di avere risorse emotive ed affettive straordinarie, tali da garantire il sereno sviluppo psicofisico della bimba;
3) il miglior interesse per il minore, nonché la salvaguardia della vita familiare in coerenza con la giurisprudenza dell’unione europea, coincideva nella conservazione della situazione stabile e positiva di cui la bimba godeva nella famiglia adottiva;
4) L'ingerenza dello Stato ai fini dell'attuazione del diritto alla vita familiare, era largamente giustificata anche sotto il profilo della proporzionalità del mezzo usato rispetto allo scopo perseguito. La valutazione d'inidoneità genitoriale e la previsione di non recuperabilità in relazione
ai tempi e alle esigenze della minore già formulate risultavano fondate su numerosi ed univoci accertamenti;
5) l’esito del riesame non aveva alla base l'interesse della minore ad avere una famiglia migliore, ma quello a vedersi assicurata una crescita sana ed un'assistenza adeguata, oltre che una stabilità affettiva;
6) lo stato di abbandono era fondato su gravi carenze genitoriali neppure rimediabili, a parere degli esperti, in tempi compatibili con la crescita della minore.
Contro la pronuncia della Corte di Appello di Torino i genitori si sono nuovamente rivolti alla Cassazione che però ha respinto il ricorso confermando il rigore metodologico e l’esito degli accertamenti compiuti dalla Corte di Torino.
1. La sentenza della Corte d'Appello di Torino, con la quale è stata dichiarata l'adottabilità della figlia minore degli attuali ricorrenti, passata in giudicato con il rigetto del ricorso da parte della Corte di Cassazione con sentenza n. 25213 del 2013, - è stata impugnata per revocazione dai ricorrenti e con la sentenza n. 13435 del 2016, la Corte di legittimità ha accolto il ricorso ritenendo, sotto il profilo rescindente, che la dichiarazione di adottabilità si era fondata, nella sostanza, su una circostanza di fatto, ritenuta decisiva, ma rivelatasi non corrispondente alla verità e, sotto il profilo rescissorio che non risultava conseguentemente sussistente lo stato di abbandono morale e materiale della minore che costituisce l'ineludibile presupposto della dichiarazione di adottabilità. La pronuncia rescissoria si è conclusa con la cassazione con rinvio della sentenza della Corte d'Appello che aveva dichiarato l'adottabilità della minore perchè fosse svolto un nuovo esame della situazione di abbandono morale e materiale della minore alla luce dell'esito del giudizio relativo alla revocazione.
2. La Corte d'Appello di Torino, con la sentenza impugnata, ha confermato la dichiarazione di adottabilità della minore sulla base dei seguenti principi:
- in ordine al rilievo del curatore speciale relativo all'efficacia della sentenza di revocazione e cassazione della pronuncia della Corte d'Appello che aveva dichiarato l'adottabilità della minore, in quanto intervenuta successivamente alla sentenza di adozione passata in giudicato, la Corte territoriale ha rilevato di essere tenuta, in virtù della cassazione con rinvio, ad una decisione sulla adottabilità della minore, non avendo la sentenza della Corte di Cassazione relativa al giudizio sulla revocazione statuito alcunchè in ordine alle sorti della sentenza di adozione successivamente intervenuta;
- viene ritenuto che, pur essendo in linea di principio incompatibile la coesistenza di un giudizio pendente sullo stato di abbandono con una sentenza di adozione passata in giudicato, all'interno del giudizio relativo all'adottabilità il rinvio della Cassazione impone una decisione di merito ancorchè inidonea ad incidere sulla sostanza di una sentenza costitutiva di status, passata in giudicato e, conseguentemente, non revocabile. Infine non vi è luogo a provvedere sulla sospensione degli effetti della sentenza di adozione;
- in ordine all'accertamento della situazione di abbandono morale e materiale della minore, la Corte territoriale ha rilevato che il giudizio ha ad oggetto la condizione attuale della minore, la quale da molti anni non ha frequentazione, nè esperienza di vita in comune nè rapporti significativi con i ricorrenti. Al riguardo i consulenti tecnici d'ufficio hanno osservato che la rescissione dell'attuale legame con i genitori adottivi costituirebbe un effetto traumatico inimmaginabile a fronte della ricostruzione di un rapporto non più esistente, ma vissuto, per un tempo molto breve, con grandi difficoltà. Un rientro presso i genitori biologici sarebbe molto rischioso in quanto la modificazione degli attuali punti di riferimento affettivo, determinerebbe un disagio evolutivo grave nella minore.
- i ricorrenti avrebbero dovuto allegare e provare di possedere risorse "riparative" straordinarie per garantire il sereno sviluppo psico fisico della minore e ribaltare il giudizio prognostico dei consulenti d'ufficio, ma nella consulenza di parte di tali capacità riparative non si argomenta;
- il miglior interesse per il minore anche alla luce dei principi Cedu non coincide nella specie e sulla base di un giudizio all'attualità, nel privarlo del legame di fatto e di diritto nel quale si esprime lo status di figlio. Il diritto alla vita familiare da salvaguardare nel suo interesse consiste nella conservazione della situazione stabile e positiva di cui gode.
- in ordine alla tesi, richiamata anche nella sentenza della Corte di cassazione che ha deciso sulla revocazione, secondo la quale la mancata costituzione di un autentico rapporto filiale è da imputare all'allontanamento della minore ad un mese di vita dai genitori biologici, la Corte d'Appello ritiene di condividere il giudizio di abbandono morale dovuto ad inemendabile inadeguatezza genitoriale, già formulato nella sentenza impugnata, coerentemente con le risultanze delle indagini tecniche disposte. L'ingerenza dello Stato ai fini dell'attuazione del diritto alla vita familiare ex art. 8 Cedu, è stata largamente giustificata anche sotto il profilo
della proporzionalità del mezzo allo scopo. La valutazione d'inidoneità genitoriale e la prognosi di non recuperabilità in relazione ai tempi e alle esigenze della minore già formulate sono fondate su accertamenti plurimi ed univoci. I genitori biologici della minore vennero ritenuti inidonei per l'adozione internazionale. Fin dalla nascita, la relazione genitoriale aveva presentato criticità ma la madre aveva negato qualsiasi aiuto. In una relazione dei servizi territoriali di poco successiva alla nascita si evidenziava che non si coglieva un immaginario materno che comprendesse un impegno di accudimento oltre che pratico, anche emotivo-affettivo.
Corte di Cassazione, sentenza Sezione V Penale il 09.01.2018, n. 317
In un Comune della provincia di Messina alcuni consiglieri comunali dell’opposizione affiggono dei manifesti pubblici nei quali il Sindaco è chiamato “falso, bugiardo, ipocrita, malvagio”.
I consiglieri affermano che la loro iniziativa è da considerarsi una critica politica per contestare il Sindaco e la Giunta per essersi dati un’indennità di funzione, tradendo così le promesse elettorali.
Si instaura quindi un procedimento penale avanti il Tribunale di Messina che condanna i consiglieri di opposizione per diffamazione, non riconoscendo nelle espressioni adottate una critica politica ma esclusivamente ingiurie di carattere personale.
Invece la Corte di Appello di Messina riforma la sentenza e assolve i consiglieri poiché le frasi da loro utilizzate, seppure offensive, sono riconducibili all’esercizio del diritto di critica politica.
A questo punto, sentendosi comunque diffamati, gli interessati si rivolgono alla Corte di Cassazione sostenendo che le espressioni impiegate dai consiglieri di opposizione hanno travalicato il limite del diritto di critica che consiste nel rispetto della dignità altrui.
La Suprema Corte conferma che i fatti in contestazione rientrano nell’ambito di una legittima critica di carattere politico ed enuncia i seguenti principi:
1) il diritto di critica determina la esclusione della punibilità, della lesione della reputazione altrui, quando le espressioni utilizzate siano proporzionate e funzionali all’opinione espressa;
2) i toni delle espressioni di critica, sebbene aspri e forti, non devono essere gratuiti e infamanti ma pertinenti al tema di discussione;
3) devono invece essere punite le espressioni denigratorie quando siano generiche e non collegabili a specifici episodi;
4) nel caso oggetto di decisione gli epiteti rivolti al sindaco sono da considerarsi oggettivamente
offensivi ma la condotta degli imputati non deve essere punita in quanto rientra nel diritto di critica giacchè viene imputato al sindaco la violazione di una promessa elettorale.
1. Con la sentenza impugnata, la Corte d'Appello di Messina, in riforma della sentenza del Tribunale di Messina dell'11.3.14, che aveva riconosciuto la penale responsabilita' di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) in ordine al reato di diffamazione in danno di (OMISSIS), ha assolto tutti gli imputati perche' il fatto non costituisce reato, ritenendo la loro condotta scriminata dall'esercizio del diritto di critica politica.
1.1. Agli imputati era fatto carico di avere affisso lungo le vie del Comune di Furci Siculo dei manifesti pubblici in cui al Sindaco, (OMISSIS), venivano rivolte espressioni quali "Falso Bugliardo Ipocrita Malvagio".
Il fatto era avvenuto in esito ad una serie di dissapori di natura politica fra il Sindaco e alcuni componenti dell'opposizione, capeggiati dal (OMISSIS), i quali avevano riconosciuto la paternita' del manifesto ma avevano escluso ogni intento denigratorio, sostenendo che era frutto di una decisione politica diretta ad attaccare il Sindaco e la Giunta da lui presieduta, che aveva deliberato l'erogazione dell'indennita' di funzione, cosi' tradendo le promesse elettorali.
Il Tribunale aveva escluso la configurabilita' dell'esimente del diritto di critica politica, viste le connotazioni personali delle ingiurie contenute nel testo dei manifesti.
Di segno contrario la decisione della Corte d'Appello, che ha ravvisato la scriminante ritenendo che le frasi siano offensive ma che la lettura integrale del manifesto consenta di ricondurle alle critiche di carattere politico, rispetto alle quali paiono pertinenti, sebbene espressione di un costume politico deteriore ma ampiamente diffuso.
2. Propone ricorso il difensore della parte civile deducendo, con il primo motivo, la violazione degli articoli 51 e 595 c.p. tenuto conto che le espressioni impiegate superano i limiti di continenza del diritto di critica, presentandosi come inutilmente umilianti del soggetto criticato.
3) Non sempre “una telefonata allunga la vita”
Corte di Cassazione, Sezione Lavoro. sentenza n. 3315 del 12 febbraio 2018, n. 3315
Il signor Z, dipendente di una nota società di telefonia, fa una lunghissima serie di telefonate estranee alle esigenze di servizio tramite un’utenza aziendale e, pertanto, non autorizzate. La società, dopo aver accertato quanto accaduto e il danno causato dall’uso improprio di uno strumento di lavoro, ben 8.000 euro, licenzia il dipendente per giusta causa.
Il lavoratore impugna avanti al Tribunale di Roma il licenziamento sostenendo di aver fatto tutte le telefonate contestate:
- fuori dall’orario di servizio
- solo per trovare conforto e sostegno da voci amiche in merito a un disagio psicologico vissuto sul posto di lavoro a causa delle condotte vessatorie e mobbizzanti del datore.
Sia il Tribunale che la Corte d’Appello di Roma confermano la legittimità del licenziamento. In particolare, la Corte di Appello evidenzia i seguenti motivi:
- non vi è prova di condotte mobbizzanti da parte del datore né di uno stato depressivo del lavoratore tale da poter giustificare le sue condotte illegittime;
- il lavoratore, se realmente affetto da un disagio psicologico, avrebbe dovuto sottoporsi a cure mediche appropriate, non sostituibili dai lunghi colloqui telefonici con “voci amiche”, peraltro effettuati con l’uso, indebito, dei beni del datore di lavoro;
- la gravità dei fatti addebitati è tale da legittimare il licenziamento.
La decisione della Corte d’Appello di Roma è confermata anche dalla Corte di Cassazione che ribadisce i seguenti principi:
- anche volendo ammettere che il lavoratore fosse affetto da depressione, nulla gli avrebbe impedito di ricorrere alle cure del caso;
- l’uso indebito di mezzi aziendali come il telefono per fini propri e con grave danno economico del datore di lavoro è da ritenersi sempre illegittima, perché contrario alla correttezza e alla buona fede nello svolgimento del rapporto lavorativo; pertanto, il lavoratore non è legittimato ad adottare simili comportamenti neppure in presenza di una situazione particolare fragilità psichica provocata dal datore di lavoro.
1. La Corte d'appello di Roma con sentenza del 2.2.2015 rigettava l'appello principale proposto da Z.V. nonchè l'appello incidentale della Telecom Italia avverso la sentenza del 23.1.2013 del Tribunale di Roma che aveva solo in parte accolto la domanda di Z.V. diretta all'annullamento del licenziamento intimato per giusta causa dalla società Telecom spa il 9.9.2001 disponendo la conversione dello stesso in licenziamento per giustificato motivo soggettivo, con condanna al pagamento del preavviso liquidato come da sentenza.
2. La Corte territoriale ricordava che allo Z. era stato contestato di aver compiuto una lunghissima serie di telefonate verso numerazioni non geografiche a valore aggiunto, traffico telefonico non attinente alle esigenze di servizio, non consentito e non autorizzato, utilizzando la linea dedicata al fax del reparto cui era addetto con un costo di oltre 8.000,00 Euro per la società, trattenendosi nei locali prima delle ore 8 e dopo l'orario contrattuale. La Corte territoriale osservava ancora che le istanze istruttorie non accolte dal Tribunale dirette ad accertare una condotta mobbizzante del datore di lavoro erano o molto risalenti e quindi inidonee ad essere poste in correlazione con i fatti contestati o attenevano a condotte irrilevanti per l'accertamento del preteso mobbing o ancora in contraddizione con quanto ammesso dallo stesso ricorrente, le cui condizioni mediche comunque risultavano dalla documentazione medica in atti. Circa la valutazione della condotta tenuta dal lavoratore la Corte territoriale rilevava che lo stato psico-fisico del lavoratore all'epoca non era di depressione e quindi non poteva accogliersi la tesi per cui le telefonate erano dovute alla necessità di sentire voci amiche in momenti difficili della giornata e che, comunque, il lavoratore avrebbe potuto sottoporsi a cure appropriate. La gravità dei fatti addebitati era quindi tale da legittimare l'irrogazione del recesso; mente era infondato l'appello incidentale posto che l'utilizzazione di mezzi aziendali per finalità personali con danno dell'azienda (sanzionabile con il licenziamento per giustificato motivo soggettivo) ricomprendeva ogni tipo di danno ivi compresa la sottrazione di tempo all'attività lavorativa.
Giudice di Pace di Torre Annunziata, sentenza 18.10.2017, n. 9524
I genitori di una bambina citano davanti al Giudice di pace di Torre annunziata un videoperatore e chiedono il risarcimento dei danni perché non ha rispettato il contratto stipulato per le riprese della prima Comunione della minore poiché non ha ripreso la bambina al momento del ricevimento dell’eucarestia.
In giudizio viene anche chiamata la Parrocchia che aveva scelto e imposto quel professionista come fotografo ufficiale.
Il Giudice esamina il filmato, dichiara risolto il contratto e condanna il fotografo alla restituzione di quanto pagato dai genitori motivando ciò con il fatto che l’eucarestia, non ripresa nel video girato dal professionista, rappresenta la prestazione essenziale e il momento più bello della funzione.
Inoltre il Giudice stabilisce che l’operatore risarcisca anche i danni morali e della personalità subiti sia dalla bambina sia dai genitori a causa della privazione della gioia del ricordo di un episodio significativo per una famiglia cattolica.
Il comportamento del professionista è giudicato particolarmente grave poiché dal filmato si percepisce che pur essendosi reso conto di aver saltato la ripresa non sembra preoccuparsene né cercare di rimediare alla cosa. Inoltre il video operatore vende il filmato ai genitori senza fare menzione dell’accaduto così che la bambina e i genitori apprendono dell’omissione mentre lo vedono, senza che alcuna preliminare comunicazione che potesse attutire il dispiacere.
Secondo il Giudice, viste le testimonianze rese, le azioni dell’operatore hanno creato nella minore stati di stress e depressivi, nonché la violazione del diritto alla serenità ed al ricordo. Il Giudice procede in via equitativa a determinare l’importo del risarcimento economico e dichiara che il convenuto debba risarcire €1500 al padre ed alla madre e € 1500 alla minore, rappresentata in giudizio dai genitori.
Alla Parrocchia, a cui il fotografo ha tentato di scaricare le sue responsabilità, non viene addebitato nulla perché non risulta che tali negligenze siano state causate da direttive del parroco.
Va dichiarata provata la legittimazione delle parti in causa non contestata, precisandosi che gli attori sono in giudizio in proprio e nell’interesse del minore de quo.
In materia di responsabilità contrattuale si reputa sufficiente per l’attore dar conto del proprio diritto (il credito, il diritto ad ottenere la consegna della merce ad una scadenza), dell’esigibilità della prestazione e
della mancanza di essa. E’ il debitore che è gravato dall’onere di dimostrare di non aver potuto adempiere per una causa a lui non imputabile (art. 1218 c.c.), come anche per l’eventuale paventata responsabilità della Parrocchia chiamata in causa deve essere sempre esso il debitore a provare che la sua inadempienza è stata causata da ordini ricevuti tassativamente da detto soggetto.
Va detto, in primis, che la faccenda è alquanto complessa, in quanto esso attore non ha scelto da sé il C. ma la scelta è stata imposta da rigide regole vigenti in parrocchia. In ogni caso la visione del filmato prodotto in atti e sulla cui autenticità nessuno assume dubbi conferma che al momento del ricevimento dell’eucarestia il C. non ha ripreso la figlia degli attori. È certo questo il momento più bello della funzione e
sicuramente detta prestazione è essenziale ed è certo che il filmato così come consegnato non risponde alle qualità medie, per cui di fronte ad ogni inerzia probatoria imposta dall’art. 1218 c.c. al debitore va detto che il contratto è da dichiararsi risolto con condanna del C. alla restituzione delle somma di euro 70 incassata per la prestazione, detta somma va liquidata in favore degli attori in proprio avendo gli stessi stipulato il contratto.
Ma certo non è questo il solo danno subito dagli attori i quali si son visti venir meno la grande gioia del ricordo di un episodio significativo per una famiglia cattolica. Indi vanno liquidati i danni anche morali, questo giudice più volte in controversie tra consumatori ha spostato la tesi di cui innanzi.
Piace ricordare, che da anni, la tradizionale classificazione e suddivisione del danno in lucro cessante e danno emergente è stata notevolmente ampliata da dottrina e giurisprudenza con altre voci che vanno ad arricchire la risarcibilità di posizioni soggettive attive violate.
Corte di Cassazione, Sezione II civile, sentenza 28.02.2018, n. 4653
Gli eredi di un anziano signore impugnano il testamento da lui redatto in favore della sua badante, in seguito divenuta sua moglie, e su loro richiesta il Tribunale Milano annulla le disposizioni testamentarie.
In tal senso si pronuncia anche la Corte di Appello di Milano. Entrambe le Corti ricavano elementi importanti per le proprie decisioni da una precedente sentenza penale.
Per il Tribunale il disegno criminoso della donna è risultato nell’aver indotto l’anziano, affetto da numerose gravi patologie, tra cui l’arteriosclerosi, a fare testamento in suo favore, a sposarla e a darle una procura generale per la gestione dei suoi beni.
Sulla scorta di ciò il Tribunale di Milano ha emesso la sentenza, confermata in appello, di annullamento della disposizione testamentaria perché è risultato provato il comportamento illecito della donna ai danni dell’anziano coniuge.
La Corte di Cassazione, cui la donna si è rivolta, respinge il ricorso ed espone al riguardo i seguenti principi:
- per l’annullamento di un testamento non è sufficiente dimostrare una qualsiasi influenza di ordine psicologico esercitata sul testatore ma occorre provare la presenza di veri e propri mezzi fraudolenti che, avuto riguardo dell’età e dello stato di salute siano idonei a trarlo in inganno suscitando in lui false rappresentazioni;
-nel reato di circonvenzione di incapace anche gli eredi possono considerarsi soggetti danneggiati dalla frode e l’effetto dannoso non deve essere necessariamente conseguenza diretta dell’atto indotto poiché ciò che rileva è la potenzialità dell’atto a provocare un danno;
-dall’esame degli atti processuali emerge che la moglie ha manipolato l’anziano marito per assicurarsi benefici patrimoniali, prima con la disposizione testamentaria e poi con l’induzione al matrimonio.
1. La Corte d'appello di Milano, con sentenza depositata il 30 maggio 2013, notificata il 17 luglio 2013, ha rigettato l'appello proposto da (OMISSIS) avverso la sentenza del Tribunale di Milano n. 7052 del 2010, e nei
confronti di (OMISSIS) ed (OMISSIS).
1.1. Il giudizio di primo grado, preceduto da ricorso per sequestro giudiziario, fu introdotto in data 13 gennaio 2005 da (OMISSIS), in proprio e nella qualita' di genitore esercente la potesta' sulla minore (OMISSIS) (in seguito costituitasi in proprio al raggiungimento della maggiore eta'), nei confronti di (OMISSIS), erede di (OMISSIS), deceduto il (OMISSIS), in forza di testamento pubblico sottoscritto il 5 aprile 2002.
1.2. (OMISSIS) agiva nella duplice qualita' di erede testamentaria di (OMISSIS) - unico figlio di (OMISSIS), premorto al padre, per il recupero dei beni confluiti nell'eredita' di (OMISSIS) alla morte della moglie (OMISSIS) e di genitore esercente la potesta' sulla minore (OMISSIS), per ottenere la declaratoria di nullita' ovvero l'annullamento del testamento di (OMISSIS), con conseguente apertura della successione legittima, accertamento della spettanza alla minore della quota di 1/2 del patrimonio del de cuius, e condanna della convenuta (OMISSIS) al rilascio dei beni.
1.3. Il giudizio fu sospeso, in attesa della definizione del procedimento penale a carico di (OMISSIS) per il reato di circonvenzione d'incapace ai danni di (OMISSIS). Formatosi il giudicato sulla sentenza di condanna della
predetta (OMISSIS), il processo era stato riassunto dalle attrici e in data 25 febbraio 2009 la convenuta si costitui' e contesto' le pretese sotto plurimi profili, chiedendone il rigetto.
2. Il Tribunale di Milano accolse le domande nei termini di seguito precisati.

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 art. 8
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