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Timestamp: 2020-08-04 03:12:27+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 26007 del 16/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26007 del 16/12/2016
Cassazione civile, sez. VI, 16/12/2016, (ud. 22/09/2016, dep.16/12/2016), n. 26007
sul ricorso 14730-2015 proposto da:
SAISEB TOR DI VALLE SPA, in persona del suo legale rappresentante pro
tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA G. MERCALLI 15,
presso lo studio dell’avvocato PIERLUIGI PISELLI, che la rappresenta
avverso il decreto n. 51222/2014 R.G.V. della CORTE D’APPELLO di ROMA
del 27/10/2014 depositato l’11/02/2015;
udito l’Avvocato Paolo Bonaiuti (delega avvocato Pierluigi Piselli)
difensore della ricorrente che insiste per l’accoglimento del
Ritenuto che la Corte d’appello di Roma, con decreto depositato in data 11 febbraio 2015, giudicando in sede di rinvio da Cassazione n. 8425 del 2014, ha parzialmente accolto l’opposizione proposta ex L. n. 89 del 2001, art. 5-ter da Saibeb Tor di Valle s.p.a. e per l’effetto ha riconosciuto a favore della società e a carico del Ministero della giustizia l’importo di Euro 16.000,00, a titolo di indennizzo del danno non patrimoniale per la durata non ragionevole del giudizio introdotto davanti al Tribunale di Benevento in data 24 dicembre 1992, definito con sentenza della Corte di cassazione del 11 aprile 2012;
che la Corte d’appello ha determinato la durata eccedente il termine ragionevole in anni 13, liquidato Euro 1.000,00 per i primi tre anni di ritardo ed Euro 1.300,00 per gli anni successivi, ed ha rigettato la domanda di indennizzo per il danno patrimoniale, per mancanza del nesso causale;
che Saibeb Tor di Valle spa ricorre per la cassazione del decreto sulla base di due motivi;
che il Ministero della giustizia è rimasto intimato.
che con il primo motivo si denuncia violazione dell’art. 6 CEDU e si contesta la difformità dei criteri di liquidazione dell’indennizzo per il danno non patrimoniale applicati dalla corte d’appello, come previsti dal legislatore nella nuova formulazione delle norme in materia di equa riparazione, che, in contrasto con la giurisprudenza della Corte EDU individuano l’importo risarcibile tra un minimo di Euro 500,00 ed un massimo di Euro 1.500,00 per ogni anno di durata eccedente, realizzando nel contempo una compressione dei parametri costituzionali che tutelano il diritto di azione e del giusto processo (artt. 24 e 111 Cost.);
che la doglianza, che si risolve nella formulazione di eccezione di legittimità costituzionale della L. n. 89 del 2001, artt. 2-bis e 3 per violazione degli artt. 24 e 111 Cost. e art. 117 Cost., comma 1, in riferimento all’art. 6, par. 1 CEDU, è manifestamente infondata;
che questa Corte ha già affermato che la L. n. 89 del 2001, art. 2-bis, nella parte in cui limita la misura dell’indennizzo in una somma di denaro, non inferiore a 500 Euro e non superiore a 1.500 Euro, non viola il parametro sovranazionale in quanto recepisce le indicazioni provenienti dalla giurisprudenza della Corte EDU e della Corte di cassazione (Cass., sez. 2, sent. n. 22772 del 2014;
che risulta manifestamente infondata anche l’eccezione di illegittimità costituzionale avente ad oggetto la L. n. 89 del 2001, art. 3, nella formulazione successiva alle modifiche introdotte dal D.L. n. 83 del 2012, convertito dalla L. n. 134 del 2012, applicabile ratione temporis;
che a tal fine è sufficiente osservare che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, ai fini del rispetto del termine di decadenza per la proposizione della domanda di equa riparazione, rileva il solo deposito del ricorso e non anche quello degli atti e documenti di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 3, comma 3, i quali possono essere prodotti in ogni momento prima della decisione ovvero nel termine concesso ai sensi dell’art. 640 c.p.c., comma 1, sicchè non si ravvisa l’ostacolo al diritto di azione paventato dalla ricorrente;
che con il secondo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 6, par. 1, CEDU e L. n. 89 del 2011, art. 2-bis, e si contesta sia il mancato riconoscimento dell’indennizzo per il danno patrimoniale, sia la liquidazione del danno non patrimoniale, in quanto la Corte d’appello non aveva riconosciuto l’importo massimo di Euro 1.500,00 per ciascuno degli anni di ritardo;
che la doglianza è infondata sotto tutti i profili prospettati;
che l’importo riconosciuto dalla Corte d’appello nella misura di Euro 1.000,00 per i primi tre anni di ritardo e di Euro 1.300,00 per gli anni successivi, è in linea con la previsione di legge, a sua volta coerente con la giurisprudenza della Corte EDU e di questa Corte Suprema, come si è già detto, e tiene conto, nella scelta del parametro di liquidazione, della durata eccedente e della consistenza della pretesa oggetto del giudizio presupposto;
che altrettanto correttamente la Corte d’appello ha ritenuto che il danno patrimoniale richiesto dalla società – corrispondente al pregiudizio derivante dal ritardato pagamento dell’importo che le era stato infine riconosciuto, all’esito del giudizio presupposto – non fosse conseguenza diretta ed immediata della violazione del termine di ragionevole durata;
che in effetti, costituisce principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte che il danno patrimoniale risarcibile è solo quello che derivi da ritardo irragionevole del processo secondo il principio della normale sequenza causale, e che non possono, pertanto, essere ricondotte nell’ambito di detto danno le poste economiche che avrebbero dovuto e potuto essere dedotte nel giudizio della cui eccessiva durata ci si duole (ex plurimis, Cass., sez. 6-2, sent. n. 18966 del 2014; Cass., sez. 6-1, sent. n. 18239 del 2013);
che il ricorso è rigettato senza pronuncia sulle spese, atteso che la parte intimata non ha svolto difese;
che non sussiste l’obbligo di pagamento del raddoppio del contributo unificato, trattandosi di giudizio esente.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 6^ – 2^ Sezione civile della Corte suprema di Cassazione, il 22 settembre 2016.

References: Sentenza 
 art. 5
 sentenza 
 art. 117
 art. 2
 art. 3
 art. 3
 art. 2