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Timestamp: 2019-08-25 00:31:43+00:00

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Licenziamento individuale - Impugnazione - Termini - Rassegna di diritto del lavoro
Licenziamento individuale – Impugnazione – Termini
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Cass. n. 21420/2019
In tema di licenziamento privo di giusta causa o di giustificato motivo, una volta osservato, con l’impugnazione stragiudiziale, il termine di cui all’art. 6 della I. n. 604 del 1966, la successiva azione giudiziale di annullamento del licenziamento illegittimo può essere proposta nel termine quinquennale di prescrizione di cui all’art. 1442 c.c., decorrente dalla comunicazione del recesso, senza che tale termine possa restare interrotto dal compimento di una diversa attività, quale l’istanza per il tentativo di conciliazione stragiudiziale.» ( Cass. n. 24675/2016 che richiama Cass. n. 24366\2010; Cass. n. 28514/08; Cass. n. 11116/06; Cass. n. 28428/05; Cass. n. 9502/93; al principio hanno prestato adesione anche Cass. n. 23692/2017, Cass. n. 10016/2017 e, fra le più recenti, Cass. n. 606/2019 e Cass. n. 3705/2019).
Si è osservato, infatti, che l’azione di annullamento del licenziamento, come tutte le azioni costitutive, è espressione di un diritto potestativo, in quanto tale caratterizzato dalla situazione di soggezione, anziché d’obbligo, in cui versa il soggetto passivo (il che importa l’irrilevanza di ogni suo comportamento ai fini della realizzazione del diritto, rimessa alla sola attività del titolare), nonché dal sostanziarsi la realizzazione del diritto in un mutamento soltanto giuridico e non materiale.
Questa duplice caratteristica esclude la possibilità di atti interruttivi, sia perché l’attività di realizzazione da parte del titolare produce l’estinzione satisfattiva dello stesso, sia per la predetta irrilevanza di ogni condotta del soggetto passivo, che rende giuridicamente non configurabile un atto di intimazione nei suoi confronti, atto di intimazione che, ai sensi dell’art. 2943 c.c., comma 4, interrompe la prescrizione dei soli diritti di credito (in tal senso è unanime la dottrina, nonché – in generale – pure la più remota giurisprudenza di questa Corte Suprema: v. Cass. n. 2414/76; Cass. n. 3713/71; Cass. n. 2546/69; Cass. n. 500/64).
In altre parole, mentre la domanda giudiziale costituisce idoneo atto interruttivo riguardo a qualsiasi diritto suscettibile di prescrizione (e perciò è causa generale d’interruzione), la costituzione in mora del debitore (art 2943 c.c., u.c.) può avere tale efficacia limitatamente ai diritti di obbligazione e non riguardo al diritto potestativo di annullamento di un negozio giuridico (quale è il licenziamento) (n.d.r.: il principio, ovviamente, riguarda fattispecie antecedente alla riforma di cui alla L. n. 183/2010, che ha introdotto il termine di decadenza entro cui proporre il ricorso giudiziale per l’impugnazione del licenziamento).
Cass. n. 16416/2019
Superato l’iniziale contrasto risolto da Cass. S.U. n. 2179/1987, si è consolidato nella giurisprudenza di questa Corte l’orientamento secondo cui l’impugnativa ex art. 6 della legge n. 604/1966, che deve essere proposta dal lavoratore a pena di decadenza entro il termine di sessanta giorni dalla comunicazione dell’atto di recesso, costituisce una manifestazione di volontà negoziale, riconducibile allo schema proprio del negozio giuridico, in quanto «manifestazione di volontà diretta ad uno scopo pratico tutelato dal diritto, od anche come manifestazione di volontà le cui conseguenze giuridiche sono dirette ad attuare il fine pratico voluto e tutelato dalla legge (S.U. n. 2179/1987).
Se ne è tratto, quale conseguenza della qualificazione giuridica dell’atto, il principio secondo cui allo stesso si applica, in forza del rinvio contenuto nell’art. 1324 cod. civ., la disciplina dettata dagli artt. 1387 e seguenti cod. civ. in tema di rappresentanza, e, pertanto, si è affermato che l’impugnativa può provenire dal lavoratore personalmente, dall’associazione sindacale, alla quale il potere di rappresentanza è conferito per legge, oppure da un terzo munito di procura, che deve essere rilasciata in forma scritta, ai sensi del combinato disposto degli artt. 6 della legge n. 604/1966 e 1392 cod. civ., in data antecedente al compimento dell’atto (cfr. fra le più recenti Cass. nn. 25118/2017, 23603/2018, 1444/2019 e la giurisprudenza ivi richiamata).
E’ stato precisato che l’atto compiuto dal soggetto privo del necessario potere può essere ratificato dall’interessato ex art. 1399 cod. civ., ma la norma deve essere applicata nelle sole parti compatibili con la funzione che l’ordinamento assegna agli atti unilaterali da compiersi entro un termine perentorio, sicché si è esclusa la retroattività della ratifica prevista dal comma 2 del richiamato art. 1399 cod. civ. e si è affermato che la ratifica stessa può spiegare effetti solo qualora intervenga entro sessanta giorni dalla comunicazione del recesso, posto che «le esigenze di certezza sottese alla fissazione dei termini di prescrizione e decadenza non sono conciliabili con l’instaurazione di una situazione di pendenza suscettibile di protrarsi in maniera indeterminata, ben oltre la loro scadenza, e la cui durata rimarrebbe nell’esclusiva disponibilità del dominus (Cass. n. 8262/1997 e negli stessi termini, fra le tante, Cass. n. 2374/1998, Cass. n. 15888/2012, Cass. n. 9182/2014).
Detti principi sono stati estesi anche all’attività compiuta nell’interesse del lavoratore dal difensore, il quale, al pari di ogni altro terzo, deve essere munito di procura al momento del compimento dell’atto. Le Sezioni Unite hanno, pertanto, affermato che «qualora venga proposto (come impugnativa) direttamente il ricorso introduttivo del giudizio la procura relativa al difensore contiene quella a proporre l’impugnativa sostanziale, ma esso …. va direttamente notificato o comunicato al destinatario, per i suoi effetti sostanziali e negoziali. Così pure, ove la precedente impugnativa sia stata effettuata da un legale senza procura scritta, la proposizione del ricorso giudiziario può contenere, con la relativa procura al difensore stesso che già abbia posto in essere detto atto, la ratifica scritta del suo operato, ma anche tale atto va notificato o comunicato al datore di lavoro» (Cass. S.U. n. 2179/1987).
Dal principio si desume che la procura ex art. 83 cod. proc. civ., conferita dal lavoratore al difensore ai fini dell’impugnazione del licenziamento, attribuisce il potere di compiere tutte le attività, anche stragiudiziali, alle quali è condizionato il valido esercizio dell’azione, sicché ove la procura stessa venga rilasciata in data antecedente alla formazione dell’atto di impugnazione ex art. 6 della legge n. 604/1966 e quest’ultimo, sottoscritto dal solo difensore, sia comunicato al datore entro il termine di legge, non viene in discussione l’applicazione dell’art. 1399 cod. civ., perché l’impugnativa proviene non da un falsus procurator, bensì da soggetto al quale il potere è già stato attribuito dal titolare del diritto.
Non opera, pertanto, il principio secondo cui il ricorso deve essere notificato nel rispetto del termine di decadenza, perché quest’ultima è già stata impedita dalla comunicazione dell’impugnativa, sottoscritta da rappresentante munito del relativo potere.
Cass. n. 9457/2018
Al lavoratore che non abbia impugnato nel termine di decadenza il licenziamento è precluso il diritto di far accertare in sede giudiziale la illegittimità del recesso e di conseguire il risarcimento del danno, nella misura prevista dalle leggi speciali (L. n. 604 del 1966, art. 8 e L. n. 300 del 1970, art. 18). Peraltro, se tale onere non viene assolto, il giudice non può conoscere della illegittimità del licenziamento neppure per ricollegare, di per sè, al recesso conseguenze risarcitorie di diritto comune.
La decadenza, infatti, impedisce al lavoratore di richiedere il risarcimento del danno secondo le norme codicistiche ordinarie, nella misura in cui non consente di far accertare in sede giudiziale la illegittimità del licenziamento” (Cass.n. 10343/2016)
Come si evince dai principi sopra riportati , può essere fatta valere nel termine di prescrizione decennale solo l’azione ordinaria relativa a fatti che solo accidentalmente si collegano al licenziamento, ma non ne costituiscono la ragione, essendo fonte autonoma di causale risarcitoria (n.d.r. il principio riguarda fattispecie antecedente all’introduzione dei termini decadenziali introdotti dalla L. n. 183/2010. In ogni caso, i medesimi devono considerarsi valevoli anche per l’attuale disciplina).
Cass. n. 9268/2019
Il licenziamento, come negozio unilaterale recettizio, si perfeziona nel momento in cui la manifestazione di volontà del datore di lavoro recedente giunge a conoscenza del lavoratore, anche se l’efficacia – vale a dire la produzione dell’effetto tipico, consistente nella risoluzione del rapporto di lavoro – viene differita ad un momento successivo;
Da tali premesse discende che la verifica delle condizioni legittimanti l’esercizio del potere di recesso deve essere compiuta con riferimento al momento in cui detto negozio unilaterale si è perfezionato e non già con riguardo, ove il licenziamento sia stato intimato con preavviso, al successivo momento della scadenza del preavviso stesso (Cass. n. 15495 del 2008 in motivazione n. 874 del 1999).
Tale principio ha trovato applicazione, ad esempio, per il termine di decadenza di sessanta giorni, di cui all’art. 6 della legge n. 604 del 1966, che, si è ritenuto, decorre dalla comunicazione del licenziamento e non già dalla data di effettiva cessazione del rapporto (Cass. n. 6845 del 2014; n. 7049 del 2007); nello stesso modo si è affermata l’irrilevanza di norme disciplinanti la materia in modo innovativo, ove esse siano entrate in vigore dopo il suddetto momento di perfezionamento del recesso e durante il periodo di preavviso (Cass. n. 874 del 1999).
Nella fattispecie in esame, la Corte di merito si è attenuta ai principi appena enunciati ed ha escluso la nullità del licenziamento, ai sensi dell’art. 54, D.Lgs. n. 151 del 2001, sul rilievo che al momento in cui lo stesso è stato intimato e si è perfezionato la lavoratrice non si trovasse oggettivamente in stato di gravidanza;
Correttamente la Corte d’appello ha fatto leva anche sulla formulazione letterale dell’art. 54 cit., comma 5, che sancisce la nullità del licenziamento per violazione del relativo divieto avendo riguardo al momento in cui lo stesso è “intimato” (dall’inizio del periodo di gravidanza fino al termine del periodo di interdizione dal lavoro nonché fino al compimento di un anno di età del bambino) e non al momento di produzione degli effetti.
Cass. n. 8026/2019
“In tema di impugnativa del licenziamento individuale ex art. 6 della I. n. 604 del 1966, come modificato dall’art. 32, comma 1, della I. n. 183 del 2010, ove alla richiesta, effettuata dal lavoratore, di tentativo di conciliazione o arbitrato nel termine di 180 giorni dall’impugnazione stragiudiziale consegua il mancato accordo necessario al relativo espletamento, in quanto la controparte non depositi presso la commissione di conciliazione, entro 20 giorni dal ricevimento della copia della richiesta, la memoria prevista dall’art. 410, comma 7, c.p.c., dallo scadere di detto termine di 20 giorni decorre l’ulteriore termine di 60 giorni entro il quale il lavoratore medesimo è tenuto a presentare, ai sensi dell’ultima parte del comma 2 del citato art. 6, il ricorso al giudice a pena di decadenza” (conf. Cass. 14057/2019).
Cass. n. 7659/2019
Il termine di decadenza, previsto dall’art. 6, secondo comma, della legge n. 604/1966, decorre dalla trasmissione dell’atto scritto di impugnazione del licenziamento imposto dal primo comma dell’articolo citato e non dal perfezionamento dell’impugnazione stessa per effetto della sua ricezione da parte del datore di lavoro né dallo spirare del termine di sessanta giorni (cfr. Cass. n. 23890/2018; Cass. n. 20666/2018; Cass. n. 12352/2017; Cass. n. 17165/2016; Cass. n. 21410/2015; Cass. n. 20068/2015; Cass. n. 17373/2015; Cass. n. 5717/2015).
Orienta in tal senso il tenore letterale della disposizione perché la locuzione “L’impugnazione è inefficace se…” sta ad indicare che, indipendentemente dal suo perfezionarsi (e quindi dai tempi in cui lo stesso si realizzi con la ricezione dell’atto da parte del destinatario), il lavoratore deve attivarsi, nel termine indicato, per promuovere il giudizio.
Il legislatore ha voluto subordinare l’efficacia dell’impugnazione al rispetto di un doppio termine di decadenza, interamente rimesso al controllo dello stesso impugnante, il quale, dopo avere assolto alla prima delle incombenze di cui è onerato, è assoggettato a quella ulteriore di attivare la fase giudiziaria entro il termine prefissato.
Tale soluzione è coerente con la lettera del testo normativo nonché con la finalità acceleratoria che ha improntato la novella legislativa e non lede in alcun modo il diritto di difesa del lavoratore, perché, al contrario, quest’ultimo viene posto immediatamente in grado di conoscere quale sia il dies a quo per l’instaurazione della fase giudiziaria, non essendo tenuto ad attendere la prova della ricezione dell’atto da parte del datore di lavoro.
Risulta idoneo, ai fini della conservazione dell’efficacia della impugnazione stragiudiziale del licenziamento, ai sensi del novellato art. 6 della legge n. 604/1966, il mero deposito nella cancelleria del giudice del ricorso ex art. 1 comma 48 e ss della legge n. 92 del 2012 e non anche la notifica al datore del lavoro o la messa a conoscenza di quest’ultimo del ricorso medesimo (cfr. in termini, Cass. 15.11.2018 n. 29429; Cass. 14.7.2016 n. 14390).
Cass. n. 3139/2019
L’impugnativa stragiudiziale ex art. 6 legge n. 604 del 1966 può efficacemente essere eseguita in nome e per conto del lavoratore licenziato dal suo difensore previamente munito di apposita procura, senza che il suddetto rappresentante abbia l’onere di comunicarla o documentarla, nel termine di cui al citato art. 6, al datore di lavoro, salvo che questi non gliene faccia richiesta ai sensi dell’art. 1393 cod.civ., applicabile ex art. 1324 cod.civ. anche agli atti unilaterali.
A sua volta, l’anteriorità della procura rispetto all’impugnativa manifestata dal rappresentante può dimostrarsi in giudizio con ogni mezzo» (Cass. nr. 7866 cit.; seguita da Cass. nr. 3634 del 2017).
La giurisprudenza della Suprema Corte (sin da Cass., sez un, nr. 2179 del 1987) ha sempre ritenuto possibile che l’impugnativa del licenziamento potesse essere fatta da un rappresentante del lavoratore investito del relativo potere mediante procura rilasciata in forma scritta, avente data certa anteriore alla scadenza del termine di decadenza.
L’impugnazione del recesso proposta in sede stragiudiziale, pur non avendo carattere negoziale, è, infatti, atto unilaterale tra vivi a contenuto patrimoniale e ad essa, pertanto, a norma dell’art. 1324 cod. civ., si applicano le disposizioni che regolano i contratti, ivi compresa la norma di cui all’art. 1392 cod. civ. secondo la quale si estende alla procura la forma prescritta per il contratto che il rappresentante deve concludere; tale norma infatti – che non presuppone la natura bilaterale o plurilaterale dell’atto – è perfettamente compatibile con gli atti unilaterali.
E’ invece incompatibile con gli atti unilaterali che devono essere compiuti entro un termine perentorio (e con gli atti interruttivi della prescrizione) la retroattività della ratifica sancita dall’art. 1392 cod. civ., posto che le esigenze di certezza sottese alla fissazione dei termini di prescrizione e decadenza non sono conciliabili con l’instaurazione dì una situazione di pendenza suscettibile di protrarsi in maniera indeterminata, ben oltre la loro scadenza, e la cui durata rimarrebbe nell’esclusiva disponibilità del «dominus» (cfr. Cass. nr. 8262 del 1997).
Va anche rammentato che questa Corte ha, poi, interpretato la disposizione dì legge (id est: art. 6 cit.) nel senso di riconoscere anche alle associazioni sindacali (qualunque associazione e dunque non solo quella cui il lavoratore abbia in precedenza aderito) un potere di rappresentanza ex lege del lavoratore, così da equiparare l’impugnazione effettuata da queste ultime, indipendentemente da un mandato o una ratifica successiva, a quella compiuta direttamente dall’interessato (cfr. Cass. nr. 26514 del 2013) ed, in ultimo, ha ritenuto che «l’impugnativa di cui all’art. 6, comma 1, fosse soddisfatta con l’esercizio, nel termine di giorni 60, dell’azione ex art. 28 della legge nr., 300 del 1970 avverso il licenziamento del dipendente» (Cass. nr. 14212 del 2018).
Cass. n. 606/2019
In tema di licenziamento privo di giusta causa o di giustificato motivo, una volta osservato, con l’impugnazione stragiudiziale, il termine di cui all’art. 6 della I. n. 604 del 1966, la successiva azione giudiziale di annullamento del licenziamento illegittimo può essere proposta nel termine quinquennale di prescrizione di cui all’art. 1442 c.c., decorrente dalla comunicazione del recesso, senza che tale termine possa restare interrotto dal compimento di una diversa attività, quale l’istanza per il tentativo di conciliazione stragiudiziale (Cass. n. 24675/2016 che richiama Cass. n. 24366\2010; Cass. n. 28514/08; Cass. n. 11116/06; Cass. n. 28428/05; Cass. n. 9502/93; al principio hanno prestato adesione anche Cass. n. 23692/2017 e Cass. n. 10016/2017) (n.d.r.: il principio, ovviamente, riguarda fattispecie antecedente alla riforma di cui alla L. n. 183/2010, che ha introdotto il termine di decadenza entro cui proporre il ricorso giudiziale per l’impugnazione del licenziamento) .
Cass. n. 523/2019
Il termine di sessanta giorni previsto a pena di decadenza dall’art. 6 della legge n. 604 del 1966 si applica all’impugnazione di ogni licenziamento per ragioni riconducibili nell’ambito della disciplina dettata dalla stessa legge n. 604 del 1966 e dalla legge n. 300 del 1970, fatta eccezione per le ipotesi di licenziamento non comunicato per iscritto o di cui non siano stati comunicati, parimenti per iscritto, i motivi, sebbene richiesti, come stabilito dall’art. 2 della citata legge del 1966; in tali ultimi casi, infatti, essendo il licenziamento inefficace (“tamquam non esset”), siccome nullo per difetto di un requisito “ad substantiam”, l’unico termine che il lavoratore che intenda agire per far valere tale inefficacia è tenuto a rispettare è quello prescrizionale, (Cass., 1757 del 1999) (n.d.r. in relazione alla comunicazione dei motivi del licenziamento, la pronuncia sembra far riferimento alla fattispecie dell’art. 2 nella versione antecedente alla riforma di cui alla L. n. 92/2012, seppure, nel caso di specie, il licenziamento sembra essere stato intimato successivamente).
L’azione per far valere l’inefficacia del licenziamento verbale non è subordinata, anche a seguito delle modifiche all’art. 6 della L. n. 604 del 1966 apportate dall’art. 32 della I. n. 183 del 2010, all’impugnazione stragiudiziale, mancando l’atto scritto da cui la norma fa decorrere il termine di decadenza (Cass. n. 22825 del 2015).
Costituisce orientamento consolidato quello secondo cui, a norma dell’art. 2969 cod. civ., la decadenza prevista dall’art. 6 della legge 15 luglio 1966 n. 604 – che impone al lavoratore l’onere dell’impugnativa del licenziamento entro il termine di sessanta giorni – non può essere rilevata d’ufficio, attenendo ad un diritto disponibile, ma necessita di un’eccezione (in senso stretto), che, nel rito del lavoro, deve essere proposta, dalla parte convenuta nella memoria di costituzione (Cass. 19405 del 2011).
L’eccezione di decadenza, in quanto eccezione in senso stretto, deve fondarsi sui fatti allegati e provati dalla parte, quand’anche suscettibili di diversa qualificazione ad opera del giudice (cfr. Cass. n. 281 del 2017; in materia di eccezione di prescrizione, Cass. n. 15991 del 2018; Cass. n. 16326 del 2009).
Cass. n. 29620/2018
Il lavoratore, per impedire l’inefficacia dell’impugnazione stragiudiziale, può far seguire detta impugnazione, sempre entro lo stesso termine di 180 giorni, “dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato”.
In tal caso, tuttavia, il lavoratore soggiace ad un incombente ulteriore, ove si abbia un esito negativo del componimento stragiudiziale: deve, infatti, depositare il ricorso al giudice “a pena di decadenza entro sessanta giorni” dal rifiuto o dal mancato raggiungimento dell’accordo necessario all’espletamento della conciliazione o dell’arbitrato (Cass. n. 17253/2016; conforme Cass. n. 22824/2015).
Nel caso di specie non è in discussione che alla richiesta del tentativo di conciliazione non avesse fatto seguito il deposito del ricorso giudiziale nel termine di sessanta giorni dallo spirare del termine di venti giorni dal ricevimento della copia della richiesta da parte della società senza che quest’ultima avesse depositato presso la commissione la memoria di cui al comma 7 dell’art. 410 cod. proc. civ., lasciando così ciascuna delle parti “libera di adire autorità giudiziaria” .
Cass. n. 27948/2018
L’art. 32, L. n. 183/2010, nel modificare l’art. 6 della L n. 604 del 1966, ha sostanzialmente creato una nuova fattispecie decadenziale, costruita su una serie successiva di oneri di impugnazione strutturalmente concatenati tra loro e da adempiere entro tempi ristretti.
L’ipotesi ordinaria — stante la facoltatività del tentativo di conciliazione – è quella del lavoratore che, dopo aver comunicato al datore di lavoro l’atto di impugnativa del licenziamento, proponga direttamente il ricorso al giudice: in tal caso, deve rispettare il suddetto termine di 180 giorni.
Può far seguire detta impugnazione, sempre entro il termine di 180 giorni, “dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato” (v. Cass. n. 17253 del 2016, secondo cui la comunicazione della richiesta alla controparte può realizzare il suo effetto anche se inviata a mezzo fax).
In tal caso, però, il lavoratore soggiace ad un ulteriore incombente in caso di esito negativo del componimento stragiudiziale: deve depositare il ricorso al giudice “a pena di decadenza entra sessanta giorni” dal rifiuto o dal mancato raggiungimento dell’accordo necessario all’espletamento della conciliazione o dell’arbitrato (Cass. n. 22824 del 2015).
E’ l’ipotesi affrontata da Cass. n. 14108 del 2018 secondo cui, in tal caso, non opera il termine di sessanta giorni previsto testualmente dall’ultima parte del comma 2 dell’art. 6 I. n. 604/66 applicabile solo “qualora la conciliazione o l’arbitrato richiesti siano rifiutati o non sia raggiunto l’accordo necessario al relativo espletamento”; per la richiamata sentenza resta invece “efficace l’originario termine di 180 giorni dall’impugnativa stragiudiziale del licenziamento”, precisandosi tuttavia che esso, ai sensi dell’art. 410, co. 2, c.p.c., è sospeso “per la durata del tentativo di conciliazione e per i venti giorni successivi”.
Nella diversa ipotesi all’attenzione di questo Collegio ricorre invece specificamente la fattispecie regolata dall’ultima parte del comma 2 dell’art. 6 I. n. 604/66 perché l’esito negativo del componimento stragiudiziale è determinato dall’immediato esplicito rifiuto della controparte di intraprendere la procedura conciliativa richiesta, equiparato, per espressa previsione legale, al caso del mancato accordo necessario al relativo espletamento.
Da tali eventi significativi della non accettazione della procedura – che pertanto abortisce in partenza e non viene svolta – decorre un nuovo ed autonomo termine dì decadenza, non più sottoposto al regime pregresso, che l’ultima parte del comma 2 dell’art. 6 più volte citato fissa, inequivocabilmente, in un lasso temporale di sessanta giorni.
Tale ulteriore termine assume, per la specifica regola che lo contiene, un evidente connotato di specialità che lo rende insensibile alla disciplina generale della sospensione dei termini di decadenza prevista dal comma 2 dell’art. 410 c.p.c., anche per l’incompatibilità strutturale con tale ultima disposizione .
Cass. n. 25561/2018
L’azione per far valere l’inefficacia del licenziamento orale è sottratta all’onere dell’impugnazione stragiudiziale in ragione dell’assenza di un atto scritto da cui l’art. 6 della I. n. 604 del 1966, anche a seguito delle modifiche apportate dall’art. 32 della I. 183 del 2010, possa far decorrere il termine di decadenza per proporre impugnazione (cfr. Cass. 9/11/2015 n.22825).
Orientamento questo a cui risulta essersi correttamente attenuta la Corte di merito, che ha fondato la propria decisione sul dato incontestato dell’oralità del licenziamento e sulla conseguente inapplicabilità del termine di cui all’art. 6 della I. n. 604 del 1966 per proporre impugnazione, con la conseguenza che il licenziamento risulta assoggettato al solo termine prescrizionale .
Cass. n. 29429/2018
La proposizione di un ricorso cautelare, ai sensi e per gli effetti dell’art. 700 c.p.c., non è in grado di interrompere i termini di decadenza previsti per la proposizione del ricorso introduttivo del giudizio, come disciplinati dall’art. 6, L. n. 604/1966.
Lo scopo della disciplina introdotta dalla L. n. 183 del 2010, di provocare in tempi ristretti una pronuncia di merito sulla legittimità del licenziamento, attraverso la previsione di termini di decadenza per l’azione in giudizio, sarebbe completamente vanificato da una interpretazione volta a ritenere impedita la decadenza anche da un ricorso ai sensi dell’art. 700 c.p.c., proposto nel termine di 270 giorni dall’impugnativa stragiudiziale, senza che sia possibile individuare a quel punto un qualsiasi altro termine, se non quello ordinario di prescrizione, entro cui instaurare la causa di merito.
Difatti, col nuovo testo dell’art. 669 octies, comma 6, aggiunto dall’art. 2, comma 3, lett. e-bis), D.L. n. 35 del 2005, convertito con modificazioni in L. n. 80 del 2005, si è stabilito che le disposizioni di cui al medesimo art. 669 octies e al primo comma dell’art. 669 nonies (che prevedono il vincolo di strumentalità necessaria tra la fase cautelare e quella di merito, pena l’inefficacia del provvedimento di accoglimento) non si applicano ai provvedimenti di urgenza emessi ai sensi dell’art. 700 c.p.c. e agli altri provvedimenti cautelari ad effetto anticipatorio della decisione di merito, risultando così introdotto un vincolo di strumentalità attenuta tra la fase cautelare e quella di merito, essendo quest’ultima prevista come solo eventuale (cfr. Cass. Ord. n. 18264 del 2017; Ord. n. 11949 del 2015).
Cass. n. 23890/2018
L’art. 32, comma 1, della legge 4 novembre 2010, n. 183, modificato dall’art. 1, comma 38, della legge 28 giugno 2012, n. 92, nel prevedere l’inefficacia “dell’impugnazione” extragiudiziale non seguita da tempestiva azione giudiziale, comporta che il termine per proporre l’azione giudiziale decorre dal compimento della prima – da identificarsi, per esigenze di celerità e certezza, con il momento di spedizione e non ricezione dell’atto – e non dalla scadenza dei sessanta giorni concessi per l’impugnazione stragiudiziale (Cass.9/5/2018 n. 11169; Cass. 20/03/2015 n.5717; Cass. 07/10/2015 n. 20068).
Cass. 23893/2018
Il termine decadenziale introdotto dalla L. n. 183/2010 è applicabile anche ai licenziamenti intimati prima dell’entrata in vigore della legge medesima e così a quelli intimati, come nella specie, prima del 31/12/2011, che già erano assoggettati al termine, parimenti decadenziale, di 60 giorni per l’impugnativa stragiudiziale prevista dall’art. 6 legge n. 604 del 1966 .
Cass. n. 23603/2018
Ai sensi dell’art. 1392 cod. civ. la procura non ha effetto se non è conferita con le forme prescritte per il contratto che il rappresentante deve concludere; tale regola, per effetto del rinvio contenuto nell’art. 1324 cod. civ., è applicabile anche agli atti unilaterali tra vivi aventi contenuto patrimoniale.
Resta, dunque, attuale il principio affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte nella sentenza n. 2179 del 2 marzo 1987, che ha chiarito che, in tema di licenziamento individuale, l’impugnativa che – secondo il disposto della I. n. 604 del 1966, art. 6 – deve essere proposta dal lavoratore a pena di decadenza entro il termine di sessanta giorni dalla ricezione della comunicazione dell’atto di recesso del datore di lavoro, costituisce un atto negoziale (unilaterale) dispositivo e formale (essendo richiesta la forma scritta adsubstantiam) che può essere posto in essere unicamente dal lavoratore medesimo (oltre che dall’associazione sindacale, cui quest’ultimo aderisca, in forza del potere di rappresentanza ex legeprevisto dall’art. 6 cit.), da un rappresentante del primo munito di specifica procura scritta e quindi anche da un terzo, ancorché avvocato o procuratore legale sprovvisto di procura, il cui operato venga successivamente ratificato dal lavoratore, sempre che tale ratifica rivesta la forma scritta.
Anche la giurisprudenza successiva ha ribadito la necessità di una procura scritta perché il terzo possa contestare in via stragiudiziale il licenziamento, ciò in dipendenza dalla configurazione del rimedio di cui all’art. 6 della I. n. 604/1966 come un atto cui trovano applicazione ex art. 1324 cod. civ., le norme sulla rappresentanza negoziale (art. 1387 cod. civ. e ss.) in quanto compatibili con la ratiodell’impugnativa stessa, ammettendosi anche la successiva ratifica dell’operato del rappresentante senza potere, purché essa sia sempre in forma scritta e sia portata a conoscenza del datore di lavoro prima della scadenza del termine di sessanta giorni per impugnare (cfr. ex plurimis: Cass. 24 ottobre 2017, n. 25118; Cass. 8 aprile 2014, n. 8197, Cass. 20 settembre 2012, n. 15888; Cass. 23 aprile 2014, n. 9182; Cass. 20 giugno 2000, n. 8412; Cass. 7 ottobre 1999, n. 11178; Cass. 4 marzo 1998, n. 2374; Cass. 10settembre 1997, n. 8262). L’atto d’impugnazione impeditivo della decadenza può anche identificarsi con il ricorso giudiziale, purché esso venga notificato entro il suddetto termine di sessanta giorni (non essendo a tal fine sufficiente il semplice deposito in cancelleria (v. Cass. 12 dicembre 1990, n. 11812).
Non è ammessa la prova testimoniale diretta a provare l’esistenza della procura rilasciata per l’impugnazione del licenziamento (ndr: la sentenza richiama anche l’orientamento espresso da Cass.n. 9182/2014, secondo cui non è compatibile con l’impugnativa del licenziamento l’estensione della retroattività della ratifica ex art. 1399 cod. civ. oltre il termine decadenziale previsto per il compimento di tale atto, tale cioè da fare ritenere tempestiva detta ratifica anche allorquando essa sia stata notificata o comunicata al datore di lavoro oltre il termine di decadenza di sessanta giorni, per evidenti esigenze relative alla definizione della sorte dei rapporti lavorativi, né sussistono ragioni per rimeditare tale conclusione alla luce della riforma dell’art. 6 operata dall’art. 2 della I. n. 183/2010, che tali esigenze di sollecita definizione ha recepito e fatto proprie) .
Cass. n. 22072/2018
Ai fini della decorrenza del termine di prescrizione (art. 2935 c.c.) previsto in misura quinquennale dall’art. 1442 c.c., una volta che sia stato osservato il termine stabilito dall’art. 6 I. 604/1966 per l’impugnazione stragiudiziale del licenziamento (Cass. 13 dicembre 2005, n. 27428; Cass. 1 dicembre 2008, n. 28514; Cass. 2 dicembre 2016, n. 24675), è irrilevante il mero impedimento di fatto, in cui consiste l’allegazione del lavoratore di non avere avuto in concreto la possibilità di acquisire la documentazione necessaria allo scopo, se non “all’esito del procedimento penale che lo vedeva imputato”.
A norma dell’art. 2941 c.c. rilevano, infatti, soltanto gli impedimenti derivanti da cause giuridiche che ostacolino l’esercizio del diritto e non anche quelli sdggettivi o di mero fatto, per i quali sono previste solo specifiche e tassative ipotesi di sospensione, tra le quali, salva l’ipotesi di dolo prevista dal n. 8 del citato articolo, non rientra l’ignoranza, da parte del titolare, del fatto generatore del suo diritto, né il dubbio soggettivo sull’esistenza di tale diritto o il ritardo indotto dalla necessità del suo accertamento (Cass. 7 marzo 2012, n. 3584; Cass. 6 ottobre 2014, n. 21026; Cass. 26 maggio 2015, n. 10828).
D’altro canto, è noto che nell’azione di impugnativa del licenziamento sia a carico del lavoratore l’allegazione della sua illegittimità e che invece sul datore di lavoro gravi l’onere della prova delle ragioni giustificative, a norma dell’art. 5 I. 604/1966 (Cass. 14 gennaio 2003, n. 444; Cass. 16 maggio 2006, n. 11430) (ndr: pronuncia relativa a fattispecie antecedente all’innovazione introdotta dalla L. n. 183/2010 sul termine di decadenza per la proposizione del ricorso giudiziale relativo all’impugnazione del recesso) .
Si deve ritenere la vigenza di un principio generale per il quale, in ogni caso di divaricazione tra il soggetto formalmente titolare di un rapporto contrattuale con un prestatore di attività lavorativa ed il soggetto effettivamente utilizzatore di una tale attività, il prestatore dell’attività, che richieda l’accertamento della costituzione del rapporto di lavoro direttamente in capo al secondo, debba impugnare, nel rispetto dei termini di decadenza stabiliti dalla novellata disciplina dell’art. 6 I. 604/1966, il licenziamento, intimato dal soggetto formalmente titolare del rapporto, nei confronti dell’effettivo utilizzatore. E ciò perché al medesimo devono essere ricondotti gli effetti negoziali di tutti gli atti compiuti da quello, incluso l’atto di recesso (Cass. 13 settembre 2016, n. 17969) .
Cass. n. 20666/2018
Il termine di decadenza previsto dall’art. 6 secondo comma legge n. 604/1966 , decorre dalla trasmissione dell’atto scritto di impugnazione del licenziamento stabilito dal primo comma dell’articolo citato e non dal perfezionamento dell’impugnazione stessa per effetto della sua ricezione da parte del datore di lavoro (cfr. Cass. n. 20068/2015).
Ed infatti, come correttamente ritenuto, l’impugnazione del licenziamento, così come legislativamente strutturata a seguito dell’ultimo intervento di riforma, costituisce una fattispecie a formazione progressiva, soggetta a due distinti e successivi termini decadenziali, rispetto alla quale risulta indifferente il momento perfezionativo dell’atto di impugnativa vero e proprio. La norma non prevede, infatti, la perdita di efficacia di una impugnazione già perfezionatasi (dunque già pervenuta al destinatario) per effetto della successiva intempestiva attivazione dell’impugnante in sede contenziosa, ma impone un doppio termine di decadenza affinché l’impugnazione stessa sia in sé efficace).
Cass. n. 18823/2018
Vertendosi in tema di decadenza (prevista dalla disposizione contrattuale collettiva in esame), secondo i principi enunciati in sede di legittimità (cfr. in termini Cass. Sez. Un. 14.4.2010 n. 8830; Cass. 24.3.2011 n. 6757) l’effetto impeditivo di essa va collegato al compimento, da parte del soggetto onerato, unicamente dell’attività necessaria ad avviare il procedimento di comunicazione demandato ad un servizio idoneo a garantire un adeguato affidamento- sottratto alla sua ingerenza, in ragione di un equo e ragionevole bilanciamento degli interessi coinvolti.
Ai fini del rispetto del termine di impugnazione non deve essere considerata la data in cui si perfeziona la eventuale compiuta giacenza della comunicazione. Questa Corte, in altre fattispecie che tuttavia presentano la medesima problematica di quella oggetto del presente ricorso, ha precisato che qualora la comunicazione di un atto avvenga con lettera raccomandata, questa si presume conosciuta al momento in cui giunge al domicilio del destinatario ovvero, nel caso in cui la lettera non sia stata consegnata per assenza di questi o di altra persona abilitata a riceverla, dal momento del rilascio del relativo avviso di giacenza presso l’ufficio postale (cfr. Cass. 24.3.2003 n. 6527; Cass. 31.3.2016 n. 6256; Cass. 10.12.2013 n. 27526) restando, pertanto, irrilevante ai fini della tempestività il periodo legale del compimento della giacenza e quello intercorso tra l’avviso della giacenza e l’eventuale ritiro dell’atto.
In ipotesi di comunicazione del recesso dal rapporto di lavoro mediante impiego del servizio postale, la prova dell’avviso di destinazione del relativo documento deve essere particolarmente rigorosa e, se non viene data mediante l’avviso di ricevimento della raccomandata o con l’attestazione del periodo di giacenza di questo presso l’ufficio postale, deve essere fornito con mezzi idonei, anche mediante presunzioni, purché caratterizzate dai requisiti legali della gravità, della precisazione e della concordanza (cfr. Cass. 5.5.1999 n. 4525). Non è quindi esatto affermare che il solo modo per provare la consegna della lettera sia quello previsto dall’art. 149 cpc che riguarda, peraltro, specificamente la materia delle notifiche a mezzo servizio postale (cfr. Cass 4.3.2003 n. 3195) .
Cass. n. 16591/2018
All’impugnazione stragiudiziale del licenziamento (ex art. 6 legge n. 604 del 1966), che costituisce un atto giuridico (non negoziale), unilaterale, tra vivi, a carattere patrimoniale e ricettizio, si applicano le norme sui contratti in quanto compatibili (cfr. Cass. 20.9.2012 n. 15888; Cass. 23.4.2014 n. 9182).
Il dato letterale della norma prevede che la impugnazione deve avvenire, con qualsiasi atto scritto anche extragiudiziale, idoneo a rendere nota la volontà del lavoratore anche attraverso l’intervento dell’organizzazione sindacale diretto ad impugnare il licenziamento stesso.
In relazione alla precedente versione normativa (antecedente alla riforma di cui alla L. n. 183/2010), si è affermato che l’atto deve essere idoneo a manifestare al datore di lavoro, indipendentemente dalla terminologia usata e senza necessità di formule sacramentali, la volontà del lavoratore di contestare la validità e l’efficacia del licenziamento (cfr. Cass. 27.2.1998 n. 2200; Cass. 16.12.1997 n. 12709) e che la disposizione di legge ha inteso più che imporre una forma vincolata per l’atto in questione, semplicemente assicurare, attraverso la forma richiesta, il controllo sull’osservanza del termine stabilito, come è reso palese anche dalla prevista equivalenza dell’intervento dell’organizzazione sindacale (Corte Cost. ord. N. 161 del 1987).
A tale ultimo riguardo, in sede di legittimità è stato specificato che, in materia di licenziamenti individuali, il termine decadenziale per l’impugnazione del licenziamento di cui all’art. 6, 10 comma, legge n. 604 del 1966 può essere interrotto, con atto scritto, oltre che del lavoratore, anche di una Organizzazione Sindacale, senza che sia necessario il conferimento di una procura ex ante -o la ratifica successiva- da parte del lavoratore, dovendosi ritenere il sindacato idoneo a valutare gli interessi del lavoratore (cfr. Cass. 27.11.2013 n. 26514).
E’ stato sopra specificato che la nuova formulazione dell’art. 6 citato contempla una nuova fattispecie decadenziale, costituita da una serie di oneri concatenati tra loro e da adempiere in tempi ristretti.
Il nuovo sistema, pertanto, per la rigidità che lo caratterizza, privilegia la sussistenza dei requisiti di volontà e consapevolezza da parte del lavoratore dell’atto -sebbene non diretto nell’intenzione a produrre un effetto giuridico che consegue, invece, automaticamenteex lege dal compimento dell’atto stesso- perché da questo si innescano le ulteriori attività procedurali finalizzate alla difesa della vantata situazione giuridica soggettiva.
Infatti, la volontà e la consapevolezza della esistenza dell’atto incidono sull’esercizio del diritto di difesa in quanto solo una visione completa e informata da parte dell’interessato delle varie scansioni temporali, cui è successivamente obbligato, non determina una compromissione della sua tutela giudiziaria, in violazione dell’art. 24 Cost. dell’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE e degli artt. 6 e 13 della CEDU.
L’Organizzazione Sindacale, pertanto, resta idonea a valutare gli interessi del lavoratore iscritto e a proporre, nel suo interesse e a prescindere dalla conoscenza di questi, l’impugnativa del licenziamento entro il termine di sessanta giorni, ma qualora entro lo stesso termine di legge, il lavoratore abbia avanzato autonoma impugnazione, personalmente o a mezzo di difensore munito di mandato speciale, il successivo termine di decadenza per proporre il ricorso giudiziale non potrà che decorrere da tale ultima impugnazione, in relazione alla quale vi è la certezza della cognizione da parte dell’interessato, in una prospettiva di un pieno ed effettivo esercizio del suo diritto alla tutela giudiziaria che è un bene, a livello ordinamentale, costituzionalmente ed euro-unitariamente riconosciuto e garantito .
Cass. n. 16433/2018
Il termine di 180 giorni previsto dall’art. 6, comma 2, L. n. 604 del 1966, se pure non espressamente imposto a pena di decadenza, partecipa della natura di termine di decadenza dei 60 giorni previsti dal primo comma per l’impugnativa stragiudiziale.
In tal senso depone l’espressione “successivo termine di 180 giorni”, che vale a collocare il secondo segmento, deposito del ricorso o comunicazione della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato, nell’unica fattispecie impugnatoria a formazione progressiva e quale condizione di efficacia del primo segmento.
Il termine di 180 giorni è necessariamente un termine di decadenza perché, se così non fosse, avrebbe natura ordinatoria, cosa che vanificherebbe le finalità acceleratoria, in funzione dell’interesse datoriale alla certezza dei rapporti, propria della L. n. 183 del 2010; sarebbe peraltro del tutto illogico che il sistema prevedesse un adempimento entro un termine di decadenza e ne subordinasse l’efficacia ad un successivo adempimento con termine ordinatorio.
Dalla natura decadenziale del termine di 180 giorni discende l’applicabilità della giurisprudenza secondo cui “L’impugnazione del licenziamento ai sensi dell’art. 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, formulata mediante dichiarazione spedita al datore di lavoro con missiva raccomandata a mezzo del servizio postale, deve intendersi tempestivamente effettuata allorché la spedizione avvenga entro sessanta giorni dalla comunicazione del licenziamento o dei relativi motivi, anche se la dichiarazione medesima sia ricevuta dal datore di lavoro oltre detto termine, atteso che – in base ai principi generali in tema di decadenza, enunciati dalla giurisprudenza di legittimità e affermati, con riferimento alla notificazione degli atti processuali, dalla Corte costituzionale – l’effetto di impedimento della decadenza si collega, di regola, al compimento, da parte del soggetto onerato, dell’attività necessaria ad avviare il procedimento di comunicazione demandato ad un servizio – idoneo a garantire un adeguato affidamento – sottratto alla sua ingerenza, non rilevando, in contrario, che, alla stregua del predetto art. 6, al lavoratore sia rimessa la scelta fra più forme di comunicazione, la quale, valendo a bilanciare la previsione di un termine breve di decadenza in relazione al diritto del prestatore a conservare il posto di lavoro e a mantenere un’esistenza libera e dignitosa (artt. 4 e 36 Cost.), concorre a mantenere un equo e ragionevole bilanciamento degli interessi coinvolti”, (Cass., S.U., n. 8830 del 2010).
Cass. n. 14212/2018
L’espressa previsione che il diritto di impugnativa, anche extragiudiziale, possa essere esercitato «anche attraverso l’intervento dell’organizzazione sindacale» non ha altro significato che quello di conferire alle associazioni sindacali (qualunque, e non solo quella cui il lavoratore abbia in precedenza aderito) il potere di rappresentare ex lege il lavoratore, quanto al regime di impugnativa dei licenziamenti, equiparando l’impugnazione effettuata dall’organizzazione sindacale, indipendentemente da un mandato o una ratifica successiva, a quella compiuta direttamente dall’interessato (cfr. Cass. nr. 26514 del 2013).
In particolare, è stato osservato che diversamente interpretando, la norma quando aggiunge “anche attraverso l’intervento dell’organizzazione sindacale” non avrebbe alcun significato pratico in quanto l’impugnazione del sindacalista sarebbe disciplinata come una normale impugnazione da parte di un rappresentante del lavoratore necessitando entrambe di una procura specifica. La ratio della disposizione è, invece, chiaramente quella di attribuire al sindacato direttamente (senza procura ex ante e senza necessità di ratifica del lavoratore) il potere di impugnazione del recesso sulla base della presunzione che l’associazione sindacale, in quanto a conoscenza della situazione aziendale, sia in grado di valutare al meglio gli interessi del lavoratore, almeno impedendo che si verifichi il termine decadenziale e si possa, poi, valutare con l’interessato l’opportunità di una prosecuzione dell’impugnazione in sede giudiziaria» ( Cass. nr. 26514 cit).
L’azione di repressione della condotta antisindacale, attivata tempestivamente, ovvero nel termine di cui all’art. 6 cit., in relazione ad un recesso individuale, provoca, sul piano degli effetti, sicuramente quello di contrastare il compimento dell’atto datoriale di risoluzione del rapporto individuale; realizza, di conseguenza, oggettivamente la finalità propria della disposizione.
L’equiparazione del sindacato al lavoratore, ai fini dell’impugnazione del recesso, è stabilita, ai sensi dell’art. 6 della legge nr. 604 del 1966, con formula di tale ampiezza («anche attraverso l’iniziativa del sindacato») da dover ricomprendere l’ipotesi tipica di iniziativa sindacale quale è quella esercitata attraverso lo strumento giudiziale dell’art. 28 cit..
Resta, in tal modo, aperta la possibilità, per il lavoratore, di valutare la prosecuzione o meno dell’azione giudiziale, senza, peraltro, un pregiudizio eccessivo della parte datoriale, in ragione del sistema delineato dall’art. 6, comma 2, della legge 604 del 1966 (come modificato dalla legge nr. 183 del 2010, art. 32, e poi dalla legge nr. 92 del 2012, art. 1 commi 38 e 39), che prevede l’inefficacia dell’impugnazione (di cui al comma 1) se non seguita dal deposito del ricorso giudiziale (o dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato) nel termine ( parimenti di decadenza, cfr. Cass. nr. 13598 del 2016) di giorni 180.
Tale conclusione è, infine, imposta, in linea con quanto già evidenziato nella pronuncia nr. 26514 del 2013, dalla necessità di privilegiare, tra le possibili interpretazioni della norma in esame, quella che maggiormente agevoli la tutela giurisdizionale nei confronti del licenziamento, in senso ampio, ingiustificato.
L’art. 6 della legge nr. 604 del 1966 deve essere interpretato nel senso che l’impugnativa di cui al comma 1 è soddisfatta con l’esercizio, nel termine di giorni 60, dell’azione ex art. 28 della legge nr., 300 del 1970 avverso il licenziamento del dipendente.
Cass. n. 14108/2018
L’art. 6, co. 2 novellato, L. n. 604\66 è chiaro nel prevedere, per la nota esigenza acceleratoria dei tempi per l’impugnativa dei licenziamenti, che l’impugnazione è inefficace se non è seguita, entro il successivo termine di centottanta giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di giudice del lavoro o dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione, mentre solo qualora la conciliazione o l’arbitrato richiesti siano rifiutati o non sia raggiunto l’accordo necessario al relativo espletamento, il ricorso al giudice deve essere depositato a pena di decadenza entro sessanta giorni dal rifiuto o dal mancato accordo.
Deve tuttavia chiarirsi che la decorrenza del termine breve di 60 giorni si ha solo nel caso di pregiudiziale rifiuto del (procedimento inerente il) tentativo di conciliazione (o arbitrato), essendo a ciò equivalente il mancato accordo necessario al relativo espletamento, e dunque nel caso in cui la conciliazione o arbitrato, non abbiano luogo tout court per una pregiudiziale volontà contraria di una delle parti e non invece nel caso in cui uno dei due procedimenti deflattivi si siano regolarmente svolti, sia pur con esito negativo (conf. Cass. n. 6547/2019).
Ritenere che in tal caso l’originario termine decadenziale di centottanta giorni si riduca comunque all’eventuale (ed invero frequente) minor termine compreso dall’impugnativa stragiudiziale del licenziamento allo scadere di sessanta giorni dal fallimento dell’esperito tentativo di conciliazione (ovvero comunque allo scadere di sessanta giorni dall’esito negativo del tentativo) non risulta corretto, venendo in considerazione il fondamentale diritto di azione costituzionalmente tutelato ed il principio di stretta interpretazione delle norme aventi ad oggetto decadenze sostanziali (cfr. ex aliis, Cass. S.U. n. 18574\16, Cass. n. 26085\16, Cass. n. 4531\16).
La questione resta tuttavia quella di stabilire quali siano, in tale ipotesi, i termini per la richiesta giudiziale della definizione della lite, che il legislatore vuole definita in tempi brevi.
Al riguardo non può che soccorrere il secondo comma dell’art. 410 c.p.c., secondo cui “la comunicazione della richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione interrompe la prescrizione e sospende, per la durata del tentativo di conciliazione e per i venti giorni successivi alla sua conclusione, il decorso di ogni termine di decadenza”, con la conseguenza che, in caso di mancato raggiungimento dell’accordo, il lavoratore vedrà il termine (di centottanta giorni), per l’ormai necessario deposito del ricorso giudiziale, sospeso per la durata del tentativo e per i venti giorni successivi alla sua conclusione, tempo complessivo che andrà sottratto da quello di centottanta giorni decorrenti dall’impugnativa stragiudiziale del licenziamento.
Cass. n. 12558/2018
Questa Corte (Cass. 4.7.2016 n. 13598, Cass. n. 24258/2016) ha affermato che il termine decadenziale di duecentosettanta giorni, di cui all’art. 6, comma 1, legge n 604 del 1966, come modificato dall’art. della legge n. 183 del 2010, si applica anche ai licenziamenti intimati prima dell’entrata in vigore della legge n. 183/2010, che non ha posto delimitazioni temporali -ad eccezione di quanto disposto al comma 1 bis dell’art. 32- per l’applicazione del nuovo regime di impugnativa del licenziamento, e non ha, inoltre, portata retroattiva, in quanto disciplina “status”, situazioni e rapporti che, pur derivando da un pregresso fatto generatore, ne sono ontologicamente distinti e, quindi, suscettibili di nuova regolamentazione mediante esercizio di poteri e facoltà non consumati nella precedente disciplina; né l’introduzione del nuovo termine di decadenza con efficacia “ex nunc” determina violazione dell’art. 24 Cost., dell’art. 47 della carta dei diritti fondamentali della UE e degli artt. 6 e 13 CEDU, perché quantitativamente congruo per la conoscibilità della nuova disciplina, attesa anche la proroga disposta “in sede di prima applicazione” dal citato comma 1 bis.
Ne consegue che ai licenziamenti individuali, intimati ed impugnati prima del 24 novembre 2010 (data di entrata in vigore della legge n. 183/2010) è applicabile il termine di decadenza sostanziale connesso al deposito del ricorso giudiziario, ma solo con decorrenza dal 10gennaio 2012, risultando tale disciplina, come integrata dal DL. n. 225 del 2010, conv. con modific. dalla legge n. 10 del 2011, conforme al principio di eguaglianza e di ragionevolezza.
Cass. n. 11169/2018
Con riguardo poi alla impugnativa stragiudiziale del licenziamento formulata mediante dichiarazione spedita al datore di lavoro con missiva raccomandata a mezzo del servizio postale, questa deve intendersi tempestivamente effettuata allorché la spedizione avvenga entro sessanta giorni dalla comunicazione del licenziamento o dei relativi motivi, anche se la dichiarazione medesima sia ricevuta dal datore di lavoro oltre detto termine, atteso che – in base ai principi generali in tema di decadenza, enunciati dalla giurisprudenza di questa Corte e affermati, con riferimento alla notificazione degli atti processuali, dalla Corte costituzionale – l’effetto di impedimento della decadenza si collega, di regola, al compimento, da parte del soggetto onerato, dell’attività necessaria ad avviare il procedimento di comunicazione demandato ad un servizio – idoneo a garantire un adeguato affidamento – sottratto alla sua ingerenza, non rilevando, in contrario, che, alla stregua del predetto art. 6, al lavoratore sia rimessa la scelta fra più forme di comunicazione, la quale, valendo a bilanciare la previsione di un termine breve di decadenza in relazione al diritto del prestatore a conservare il posto di lavoro e a mantenere un’esistenza libera e dignitosa (artt. 4 e 36 Cost.), concorre a mantenere un equo e ragionevole bilanciamento degli interessi coinvolti (Cass SU 8830/2010 ; Cass.n. 6757/2011) .

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 art. 6
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 art. 1399
 art. 1399
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 art. 83
 art. 6

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 art. 8
 art. 18

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 art. 1
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 art. 1324
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 art. 6
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 art. 28

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 art. 32
 art. 1
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