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Timestamp: 2019-04-24 05:19:09+00:00

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Le impugnazioni, termini e tipi
24 Marzo 2017 | Autore: Edizioni Simone
> L’esperto Pubblicato il 24 Marzo 2017
Le impugnazioni in generale, concetto e presupposti, i termini per impugnare una sentenza, i mezzi di impugnazione.
L’impugnazione è un rimedio concesso dalla legge alla parte per chiedere la riforma di un provvedimento del giudice che essa ritiene ingiusto.
I mezzi di impugnazione (art. 323) sono:
il regolamento di competenza, rimedio proponibile contro le pronunce sulla competenza, allo scopo di ottenere dalla Corte di cassazione una decisione vincolante sul punto;
l’appello: ha natura di gravame e dà luogo ad un riesame della controversia a seguito di proposizione ad opera della parte soccombente che si duole della decisione;
il ricorso per cassazione: dà luogo ad un riesame della sentenza impugnata per soli motivi di diritto (giudizio di legittimità);
la revocazione: è un rimedio concesso, nei soli casi previsti dalla legge, per far valere un vizio della volontà del giudice, che si afferma formata su presupposti errati;
l’opposizione di terzo: è un rimedio concesso al terzo, rimasto estraneo al processo, che abbia subito un pregiudizio dalla sentenza.
3 Tipi d’impugnazione e pluralità di impugnanti
il diritto di impugnazione, cioè il potere di impugnare le sentenze e ogni provvedimento a carattere decisorio, è processuale, in quanto nasce nel processo ed è assolutamente indipendente dall’azione. Esso presuppone:
la legittimazione all’impugnazione, che è di chi sia stato parte nel processo, salvo il caso dell’opposizione di terzo;
l’interesse alla impugnazione, che deriva dalla soccombenza, totale o parziale, nella causa.
La soccombenza consiste nel fatto che la pronuncia del giudice non corrisponde, in tutto o in parte, a quanto richiesto dalla parte.
La legge stabilisce termini perentori, cioè improrogabili, entro i quali le impugnazioni vanno proposte, a pena di decadenza; conseguentemente la tardività della proposizione è rilevabile di ufficio e non sanabile per accordo delle parti. Ai sensi dell’art. 325 tale termine è:
di giorni 30, per proporre appello, revocazione, e opposizione di terzo revocatoria (ex 404, co. 2) contro le sentenze dei tribunali e dei giudici di pace;
di giorni 30, per proporre revocazione e opposizione di terzo revocatoria (ex 404, co. 2) contro le sentenze delle corti d’appello;
di giorni 60, per proporre ricorso per Cassazione.
Tali termini (cd. brevi) decorrono dalla data di notificazione della sentenza ad istanza di parte o del difensore (non già a cura della cancelleria), anche per la parte ad iniziativa della quale è stata effettuata la notifica.
i casi di revocazione straordinaria previsti dai numeri 1, 2, 3 e 6 dell’art. 395, in cui il termine decorre dal giorno in cui è stato scoperto il dolo o la falsità o la collusione o è stato recuperato il documento o è passata in giudicato la sentenza che accerta il dolo del giudice;
la revocazione proponibile dal P.M. (art. 397), in cui il termine decorre da quando il pubblico ministero ha avuto conoscenza della sentenza;
l’opposizione di terzo revocatoria (art. 404, co. 2), in cui il termine decorre dal giorno in cui il terzo ha scoperto il dolo o la collusione delle parti a suo danno;
il regolamento di competenza (art. 47), in cui il termine di trenta giorni decorre dalla comunicazione dell’ordinanza.
La comunicazione via Pec da parte della cancelleria del testo integrale della sentenza, e non più del solo dispositivo, ai sensi dell’art. 133 c.p.c. (come novellato dal D.L. 90/2014, conv. in L. 114/2014), non è idonea a far decorrere i termini per le impugnazioni di cui all’art. 325 c.p.c. La decorrenza del termine breve per impugnare la sentenza continua a decorrere dall’atto di impulso (notificazione) della controparte (Cass. 23526/2014, che però fa salve le norme derogatorie di tale criterio.
Se, invece, la sentenza non sia stata notificata o non sia stata validamente notificata, l’art. 327 prevede un termine (cd. lungo) di decadenza di un anno (ridotto, al fine di accelerare la definizione dei processi, a sei mesi dall’art. 46 della legge 186-2009, n. 69, solo per giudizi instaurati, in 1° grado, dopo il 4-7-2009), decorrente dalla pubblicazione della sentenza, oltre il quale l’appello, il ricorso per Cassazione e la revocazione per i motivi indicati nei numeri 4 e 5 dell’art. 395 non possono più essere proposti.
Tale termine trova applicazione per tutti i provvedimenti giurisdizionali aventi contenuto decisorio, siano essi sentenze ovvero ordinanze.
L’acquiescenza si configura quando colui che è nelle condizioni di poter impugnare la sentenza, non può, tuttavia, farlo se ha tenuto un comportamento univoco incompatibile con la volontà di impugnarla.
L’acquiescenza può consistere (art. 329):
sia nell’accettazione espressa, ossia nella espressa dichiarazione di non voler impugnare la sentenza;
sia in un contegno incompatibile con la volontà di impugnare (es. dare esecuzione spontanea ad un contratto la cui risoluzione costituiva l’oggetto della domanda).
Tipi d’impugnazione e pluralità di impugnanti
Le impugnazioni si distinguono innanzitutto in ordinarie e straordinarie:
sono ordinarie quelle che, finché sono proponibili o pendenti, impediscono che la sentenza passi in giudicato, e che pertanto, quando sono proposte, aprono una nuova fase dello stesso processo: sono impugnazioni ordinarie il regolamento di competenza, l’appello, il ricorso per Cassazione e la revocazione ordinaria;
sono straordinarie quelle impugnazioni la cui proponibilità non impedisce il passaggio in giudicato della sentenza, e che perciò sono proponibili anche contro sentenze non più soggette a controllo o riesame; sono impugnazioni straordinarie la revocazione straordinaria e l’opposizione di terzo.
L’impugnazione può essere inoltre principale od incidentale:
l’impugnazione principale è quella proposta inizialmente ed in via autonoma: essa si propone con atto di citazione o con ricorso (per Cassazione);
l’impugnazione incidentale è, invece, quella di coloro che essendo già parti nell’impugnazione principale, anzichè limitarsi a chiedere la conferma della sentenza, ne vogliano la riforma per soddisfare un proprio interesse.
Pertanto, possono proporre impugnazione incidentale:
la parte convenuta con l’impugnazione principale;
altre parti chiamate ad integrare il giudizio che abbiano un qualsiasi interesse ad impugnare la sentenza.
Nell’ipotesi in cui nel giudizio di primo grado vi sia stata una pluralità di parti (litisconsorzio), il codice ha espressamente sancito il principio dell’unità del procedimento d’impugnazione, disponendo che tutte le impugnazioni proposte separatamente contro la stessa sentenza debbono essere riunite, anche d’ufficio, in un solo processo.
ispirandosi a tale principio, nel caso di pluralità di legittimati attivi o passivi, il codice distingue se la causa, nel grado nel quale fu pronunziata la sentenza, era scindibile o inscindibile:
nei confronti di sentenze emesse in cause inscindibili o fra loro dipendenti (art. 331), l’impugnazione va proposta nei confronti di tutte le parti: se ciò non è stato fatto il giudice ordina l’integrazione del contraddittorio in un termine perentorio, pena la decadenza dall’impugnazione;
nel caso di sentenze emesse in cause scindibili, se l’impugnazione è proposta soltanto da alcuna delle parti (o soltanto nei confronti di alcuna di esse), il giudice deve ordinare la notificazione dell’impugnazione solo a quelle parti nei confronti delle quali l’impugnazione non è preclusa per decorso del termine o esclusa per acquiescenza. Se la parte non ottempera all’ordine, il processo rimane sospeso finché non siano decorsi nei confronti di tutte le parti i termini per proporre impugnazione (art. 332).

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