Source: https://www.osservatorioafghanistan.org/archivio-articoli/articoli-2016.html?start=200
Timestamp: 2019-07-19 05:58:01+00:00

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Afghanistan: ricordata distruzione nel 2001 di statue Buddha
Redazione ANSA - KABUL 10 marzo 2016
Un uomo passa davanti a quello che resta delle statue (alte 53 metri) di Buddha nella provincia Bamiyan, Afghanistan, 7 dicembre 1997. Le statue sono state distrutte dai talebani nel maggio 2001. ANSA / JEAN-CLAUDE CHAPON
Esponenti della cultura e della società civile afghana hanno partecipato ad una iniziativa organizzata per ricordare il 15/o anniversario della distruzione da parte dei talebani di due monumentali statue di Buddha nella provincia centrale di Bamyan.
Risalenti al VI secolo, le due statue scolpite su un fianco di una rupe nello stile dell'arte Gandhara (una di 55 metri e l'altra di 33), ricorda l'agenzia di stampa Pajhwok, furono pressoché interamente distrutte con la dinamite dagli insorti nella fase finale del loro governo a Kabul, nel marzo 2001.
La spiegazione data dai talebani all'epoca fu che la distruzione delle statue fu decisa per il fatto che la comunità internazionale stava mettendo a disposizione fondi per il loro restauro mentre la popolazione afghana moriva di fame.
Nel corso della manifestazione il portavoce del Dipartimento provinciale per l'Informazione e la Cultura, Ahmad Hussain Ahmadpoor, ha ricordato che ogni anno si svolge una iniziativa per stigmatizzare la distruzione delle due raffigurazioni di Buddha, senza però che questo abbia permesso di fare passi avanti per una loro eventuale ricostruzione.
Al riguardo Mohammad Hussain Anwari, attivista culturale basato in Bamyan ha rivolto un appello alla comunità internazionale, all'Unesco ed al governo afghano affinché il restauro delle statue diventi una priorità.
Storia, cultura e società	Talebani
L'orfanotrofio Mehan di Kabul cambia casa
Aggiornamento sull'orfanotrofio "Mehan" da parte di Andeisha, presidente di AFCECO
il trasloco dell'orfanotrofio per ragazze "Mehan" è iniziato. Abbiamo trovato una nuova struttura in affitto e stiamo allestendola per farne la casa delle nostre ospiti. È una casa abbastanza grande, con un cortile chiuso che permetterà alle ragazze di stare all'aperto al sicuro. Stiamo anche provvedendo affiché siano garantite misure di sicurezza adeguate.
Grazie al generoso aiuto finanziario dei nostri sostenitori internazionali, ora l'orfanotrofio "Mehan" sarà un luogo più sicuro per le bambine, in questa città continuamente devastata dagli attentati e dalle bombe degli estremisti. Sarà come un porto tranquillo al riparo dalla violenza e dal terrore che quotidianamente consumano le nostre vite. Per questo, vi siamo estremamente grati.
Il nostro grazie sincero va ai sostenitori che hanno risposto al nostro appello del dicembre scorso e a tutti coloro che ci sono sempre stati accanto, ogni volta che abbiamo attraversato momenti difficili e spesso drammatici, tra cui la onlus CISDA in Italia, che da circa 15 anni ci sostiene e ci incoraggia.
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CISDA	Afceco
L'odissea dei migranti afghani, le vittime numero uno del cinismo europeo. Carlotta Sami (UNHCR) ad HuffPost
L'Huffington Post - Giulia Belardelli - 8 marzo 2016
Il futuro sembra sempre più buio per i migranti afghani, che rischiano di finire inghiottiti in una delle falle più clamorose della politica (anti)migratoria dell’Unione europea. Mentre l’Ue, nei suoi negoziati con la Turchia, sostiene di concentrarsi soprattutto sul contrasto dei pericolosi viaggi in mare dei siriani verso la Grecia, un’altra comunità di migranti denuncia di essere finita nel dimenticatoio dei leader occidentali.
Si tratta degli afghani, un popolo sempre più in fuga ma poco tutelato dal punto di vista del diritto d’asilo. Eppure, secondo un servizio della Reuters, gli afghani rappresentano oltre un quarto dei migranti che ogni giorno rischiano la vita nelle piccole imbarcazioni che partono dalle spiagge turche per sfuggire dalle crescenti violenze perpetrate, a seconda dei casi, dai talebani o dagli affiliati di Abu Bakr al-Baghdadi. Di questi solo una minoranza riesce ad avviare le procedure per richiedere l’asilo, e solo una piccola parte ottiene alla fine la protezione internazionale e un ricollocamento in Europa.
“Fare uno screening dei richiedenti asilo in base alla nazionalità è una pratica contraria alla Convenzione di Ginevra, al diritto europeo e al diritto internazionale”, spiega ad HuffPost Carlotta Sami, portavoce UNHCR per il Sud Europa. “Lo status di rifugiato non può essere assegnato sulla base della nazionalità: è necessario valutare la situazione di ogni singolo individuo. Oggi sappiamo che molti afghani sono rifugiati in Pakistan, ma altrettanti vivono come sfollati in altri Paesi limitrofi o nello stesso Afghanistan. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di persone costrette a fuggire da aree controllate o minacciate da milizie di varia natura”, continua Sami. Parlare di “riammissioni di massa in Turchia" – come è emerso dagli ultimi negoziati tra i leader Ue e Ankara – “va contro le più basilari regole del diritto”. “Fortunatamente ieri non c’è stato nessun accordo – precisa Sami – ma il nostro primo appunto è di grande preoccupazione per una serie di decisioni che potrebbero essere contrarie al diritto umanitario internazionale”.
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Unione Europea	Turchia	Rifugiati	Migranti	Immigrazione
Scambio di messaggi di solidarietà tra il CISDA e RAWA in occasione del' 8 marzo
CISDA - Milano 8 Marzo 2016
Care amiche di RAWA,
Vi vogliamo molto bene e pensiamo a voi in questo Giorno Internazionale delle Donne, solidarizzando con voi che siete un esempio luminoso per noi e ci mostrate come si lotta per la libertà, per i diritti delle donne e per i diritti umani.
La vostra lotta ed il vostro esempio sono per noi fonte d'ispirazione.
Viviamo in contesti diversi e in diverse condizioni, ma condividiamo con voi la nostra visione e la nostra speranza. La nostra visione è quella di un mondo nel quale le donne e gli uomini possano vivere insieme senza paura ed abusi, un mondo in cui le relazioni umane non sono schiacciate da giochi di potere, ma modellate sul reciproco rispetto ed equità.
In questo Giorni Internazionale delle Donne vi vogliamo mandare il nostro affetto e un caldo abbraccio. Vi promettiamo di andare avanti con voi e di lottare insieme per i diritti delle donne.
Le donne italiane del CISDA
RAWA - Kabul 8 marzo 2016
Care amiche del CISDA,
Vogliamo esprimere la nostra immensa gratitudine per il messaggio di solidarietà nell'occasione dell'8 marzo. In questo momento storico, ancora una volta sentiamo profondamente il supporto e l'affetto delle nostre grandi sorelle italiane. Il vostro continuo supporto e solidarietà ci danno ancor più coraggio ed energia per continuare con la nostra lotta e battaglia per l'emancipazione delle donne afghane.
Sono quasi 17 anni che siamo in contatto con voi. Durante questo periodo avete avuto un ruolo importante nella nostra lotta, specialmente a livello internazionale. Il vostro supporto è speciale per noi perché ci siete state vicine quando tutti avevano dimenticato la condizione delle donne afghane e continuate ancora a darci sostegno oggi mentre il mondo continua ad ignorare la situazione delle nostre donne.
Nonostante la situazione continui ad essere disastrosa ed abbiamo ancora un lungo cammino da fare, abbiamo trasformato e portato la lotta nell'arena politica, perché tutte le volte che qualcuno parla contro il fondamentalismo dicono che sia un lui o una lei membro di RAWA o filo RAWA.
Noi, da ogni angolo dell'Afghanistan, vi mandiamo i nostri più caldi e affettuosi saluti.
Le Donne di RAWA
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RAWA	CISDA
La Corte Suprema Afghana ha confermato la sentenza per l'uccisione di Farkhunda Malikzada da parte di un gruppo di uomini.
RFE/RL's Radio Free Afghanistan - 7 marzo 2016
La Corte Suprema Afghana ha confermato la sentenza di condanna a 20 anni di prigione a un uomo che aveva accusato falsamente una donna di aver bruciato un Corano e che aveva provocato una folla rabbiosa a picchiare a morte, la donna si trovava vicino ad un santuario mussulmano a Kabul.
La Corte ha anche confermato la condanna dai 10 ai 20 anni di prigione per gli altri 12 uomini coinvolti nel brutale assassinio di Farkhunda Malikzada, una ventisettenne studentessa di legge islamica, avvenuto nel marzo 2015.
La sentenza della Corte Suprema - l'ultimo grado di giudizio - è stata confermata il 7 marzo dal portavoce del procuratore generale Bazir Azizi.
Un sessantenne venditore di amuleti nei pressi del santuario, Zainuddin, si inventò la storia del Corano bruciato dopo che Malikzada aveva criticato la vendita di quegli oggetti come non-islamica.
Zanuiddin e altri tre erano stati inizialmente condannati a morte nel processo dopo che era stata vista la registrazione di un video dell'uccisione di Malikzada.
Ma la sentenza contro Zanuiddin e due altri era stata ridotta a 20 anni in appello e la pena di morte per il terzo era stata ridotta a 10 anni perché era minorenne.
La sentenza a 16 anni per altri nove uomini è stata confermata dalla Corte Suprema il 7 marzo, mentre ha accolto la sentenza a 10 anni per il minorenne.
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Carcere	Omicidio	Farkhunda
I magistrati pro Erdoğan soffocano gli islamisti.
Dal Blog di Enrico Campofreda - 6 marzo 2016
Se lo son portati via due poliziotti con le buone, Abdulhamit Bilici direttore di Zaman, diventato nell’ultimo anno il maggior giornale d’opposizione turco in virtù delle sue 650.000 copie di tiratura. Un’opposizione tutta interna all’Islam politico che da tempo si scontra con quello erdoğaniano ed è animato dall’ex amico Gülen, l’imam migrato negli States e finanziatore del movimento Hizmet.
Il piano repressivo continua, invece, a essere cattivissimo e s’è scagliato stavolta contro il quotidiano Zaman.
Come aveva fatto con un altro giornalista gülenista, Hekrem Dumanli (arrestato due anni fa), e contro Dündar e Gül, i responsabili di Cumhuriyet, incarcerati nell’ottobre scorso e recentemente rilasciati per un intervento della Corte Costituzionale. La censura dell’informazione turca è un progetto in atto da un triennio, seppure le mosse degli ultimi tempi più che cancellare testate mirano, attraverso sentenze di sezioni giudiziarie amiche (una è 6^ Corte Criminale di Istanbul), a svilirle accusandole di trame antistatali. Poi interviene la politica a trasformarle.
Un “uno-due” che mette alla porta direttori e reporter scomodi e li sostituisce con plotoncini di servizievoli propagandisti e pennivendoli. Era accaduto nel gruppo Koza-İpek con le emittenti Bugün-tv e Kanaltürk. Accade con l’editoriale Feza che, dopo il blitz poliziesco e repulisti del fine settimana, apre il nuovo corso con sperticate lode al presidente innovatore della grande Turchia che a Istanbul visita i cantieri del terzo ponte sul Bosforo.
Definirla informazione di regime è un eufemismo. Non una parola sulla manifestazione di protesta che, in un altro punto della città, ha riunito sotto la sede del giornale un centinaio di persone indignate per il colpo di mano giudiziario-governativo. Tutte gasate, manganellate, ferite e disperse dagli agenti antisommossa. Il team di Bilici licenziato è accusato di “complotto contro le istituzioni e il presidente” e dovrà comparire davanti ai pubblici ministeri. Frattanto il sito web bilingue (turco-inglese) di Zaman è oscurato, nella stessa redazione l’accesso a Internet è bloccato e gli articoli vengono confezionati da fedelissimi dell’entourage governativo che impaginano veline giunte dai Palazzi di Ankara. Il nuovo schiaffo alla libertà d’espressione è stato criticato all’interno e all’estero.
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Turchia	Erdoğan	Partito Islamista
YJA-STAR:La nostra resistenza in prima linea continuerà.
UIKI, Ufficio d'informazione del Kurdistan in Italia - 4 marzo 2016
Le YJA-STAR, formazione di donne che combattono contro Daesh a Kirkuk, hanno scritto un intervento per l’8 marzo, Giornata internazionale della donna,salutando le YPS-JIN: “Stiamo resistendo contro isis in prima linea e continueremo a resistere fino alla fine. Facciamo appello a tutte le donne: di aumentare la resistenza e non tacere contro i massacri “.
Le combattenti YJA-STAR che stanno resistendo a Kirkuk, nella regione federale del Kurdistan, hanno fatto alcune valutazioni sull’ l’8 marzo giornata internazionale della donna. Ferasin Berfin, una delle donne combattenti, ha sottolineato la storia della lotta delle donne dicendo: ” L’8 marzo è un giorno molto importante per tutte le donne. L’8 marzo è stato creato dalla resistenza di tutte le donne in tutto il mondo. Dobbiamo celebrare l’ 8 marzo uscendo per le strade. “
Ferasin ha dichiarato che che noi donne curde resistiamo tutti i giorni, non solo l’8 marzo. Abbiamo raggiunto questa coscienza nella lotta contro la mentalità maschilista seguendo il leader del PKK Abdullah Öcalan.
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Kurdistan	ÖCALAN	PKK	Kirkuk	Donne kurde	YJA-STAR
FRONTIERE CHIUSE E DIRITTI VIOLATI PER GLI AFGANI.
Ghigliottina.it - di Angela Caporale - 2 marzo 2016.
La tensioni al confine greco-macedone colpiscono per primi gli afgani, cui viene sbarrata la porta dell’Europa. Tuttavia, la situazione in Afghanistan non è sicura e il flusso di migranti è in costante crescita.
Marianna Karakoulaki è una giornalista freelance greca che, da più di un anno, si occupa di immigrazione a Idomeni, il piccolissimo villaggio di confine tra Grecia e Macedonia salito agli onori delle cronache poiché è l’unico passaggio che collega i due paesi sulla rotta balcanica percorsa incessantemente dai migranti. Karakoulaki da giorni racconta su Twitter ciò che sta accadendo dopo che l’Austria ha deciso di ridurre il numero di richiedenti asilo che è disposta ad accogliere.
Se già prima si stava configurando una distinzione di fatto tra richiedenti asilo di varie nazionalità – giuridicamente infondata – oggi la situazione è precipitata. La polizia macedone ha chiuso la porta, migliaia di persone sono bloccate in campi fatiscenti, gli scontri con le forze dell’ordine sono ormai giornalieri e vedono l’utilizzo anche di lacrimogeni per respingere i migranti.
All’origine di questa crisi nella crisi, la decisione congiunta delle polizie di Austria, Croazia, Macedonia, Slovenia e Serbia: esse lavoreranno insieme per identificare i migranti nel campo di Gevgelija per poi organizzare insieme il trasporto direttamente verso il confine austriaco, che sarà valicabile soltanto per 3.200 persone al giorno provenienti da “paesi in guerra”. La prima conseguenza è stata la chiusura delle frontiere per gli afgani.
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Afghanistan	Unione Europea	Migranti
Austria, campagna anti migranti in Afghanistan. "Niente asilo, state a casa".
affaritaliani.it - 2 marzo 2016
L'Austria vuole scoraggiare l'ondata di migranti. E per questo lancia una campagna social e tv in Afghanistan: "Non vi daremo asilo, restate a casa".
L'Austria vuole scoraggiare l'ondata di migranti. E per questo lancia una campagna social e tv in Afghanistan: "Non vi daremo asilo, restate a casa", recita il cartellone che verrà affisso anche sugli autobus di Kabul oltre che trasmesso sul piccolo schermo e postato su Facebook.
Il senso è molto chiaro: "Se avete intenzione di venire qui, non sognatevi neppure che vi accoglieremo a braccia aperte. Anzi..." L'Austria è una delle mete più ambite dai migranti a causa della sua posizione strategica al confine con la Germania. Un'altra mossa di chiusura dopo l'istituzione dei controlli e la politica di quote sugli ingressi giornalieri adottata dal governo di Vienna. Una politica difesa proprio negli scorsi giorni e nelle scorse ore dal governo austriaco di fronte alle istituzioni Ue.
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Afghanistan	Unione Europea	Profughi	Migranti
Afghanistan: l'oppio è il miglior amico e il peggior nemico degli Stati Uniti.
International Bussines Time - Ed. Italiana, di Andrea Spinelli Barrile - 2 marzo 2016.
Dalle ore 20:45 - afghane - di domenica 7 ottobre 2001 gli Stati Uniti d'America combattono una guerra in Afghanistan: si tratta del conflitto più lungo nel quale l'America si è impegnata dal 1776 nel quale sono stati impiegati 100.000 dei migliori soldati, investiti 1.000 miliardi di dollari e perdute 2.200 vite di militari americani.
Ma quella contro l'Afghanistan non è solo il conflitto più lungo nel quale gli Stati Uniti hanno combattuto ma anche quello dal quale potrebbero uscirne sonoramente sconfitti: la Casa Bianca aveva preventivato, due anni fa, di ritirare le proprie truppe dall'Afghanistan e l'operazione sembrava essersi conclusa, salvo un repentino ripensamento da parte dell'amministrazione americana, che ha annullato il ritiro e lascerà 10.000 soldati nel paese “a tempo indeterminato”.
La missione americana in Afghanistan in realtà deve buona parte del proprio insuccesso a un fiore, il papavero da oppio. È l'oppio ad aver veramente segnato la storia dell'Afghanistan degli ultimi 40 anni: oggi il Paese asiatico è il primo narco-stato del mondo, un paradosso incredibile per la politica estera americana.
Gli Stati Uniti sono presenti in Afghanistan dal 1979, quando la CIA partecipava in segreto alla guerra surrogata contro i russi: le operazioni militari di Washington divennero efficaci quando si adattarono al traffico illecito di oppio dall'Asia centrale e la vittoria contro la Russia fu possibile solo quando gli alleati afghani degli Stati Uniti hanno usato senza impedimenti il traffico di droga per finanziare la loro lotta. In Afghanistan ha funzionato così per 30 anni, fino al 2001, e negli ultimi 15 gli americani non sono riusciti a limitare l'insurrezione armata perché non sono riusciti a controllare il maggiore traffico di eroina dal Paese: nei primi cinque anni di guerra la produzione di oppio è salita da 180 tonnellate l'anno a 8.200 tonnellate.
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Afghanistan	U.S.A.	Oppio
Afghanistan/Italia un viaggio di sola andata
Roma - 5 Marzo ore 17 - Il Cisda parteciperà alla giornata organizzata dall’associazione La Sosta
Incontro, riflessioni e testimonianze della realtà dei profughi afghani a Roma
Programma [ ] 595 kB
Serviranno le prove di "esecuzioni" avvenute nell’ospedale afghano a fare giustizia sulla vicenda?
di Jared Ferrie, dal sito di RawaRawa - 25 febbraio 2016
3 Ottobre, 2015: Un ospedale di Medici Senza Frontiere a Kunduz è stato colpito da un missile lanciato dalle forze americane. Decine i morti e feriti. Il personale medico ha dichiarato che le operazioni chirurgiche vengono ora effettuate nella parte meno danneggiata dell’edificio. (Foto: MSF)
Senza successo le indagini condotte finora
Il governo afghano e le forze Nato stanno conducendo delle indagini in merito al raid aereo delle forze speciali afghane che ha ucciso tre civili, tra questi anche un ragazzino. Ma il governo afghano e le forze Nato sono noti per la loro impunibilità, e sono dunque molte le perplessità riguardo l’affidabilità delle indagini in corso e sulla possibilità di fare chiarezza sull’accaduto.
Poco prima della mezzanotte del 17 febbraio scorso, le forze afghane, appoggiate da militari stranieri, hanno colpito una clinica ospedaliera gestita dal Comitato Svedese per l’Afghanistan nella provincia di Wardak. Bjorn Lindh, portavoce del Comitato, ha riferito all’agenzia di stampa IRIN che i soldati hanno accusato il personale medico della clinica di aver curato esponenti talebani.
“Dopo aver imbavagliato il manager della clinica e averlo rinchiuso in una stanza assieme ad altri membri del personale sanitario, due pazienti e un ragazzo di 15 anni che si trovava nella clinica per far visita ad un parente ricoverato, sono stati portati in un negozio nelle vicinanze e barbaramente uccisi’’ si legge in un comunicato di martedì scorso firmato della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan.
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NATO	Guerra	Crimini di guerra	ISIS	Medici Senza Frontiere
Il sistema sanitario necessita cure urgenti
Di lalaqa-shirin dal sito di Rawa - 17 febbraio 2016
Medicinali scadenti e la grave mancanza di personale sanitario e cliniche sono la piaga del sistema sanitario in Afghanistan
Sono più di 60.000 le persone che ogni anno si recano all’estero per ricevere cure mediche, un fenomeno la cui spesa ammonta a 3 milioni di dollari.
All’inaugurazione del nuovo pronto soccorso dell’ospedale Jamhoriat di Kabul, il Ministro della Salute, Ferozuddin Feroz, ha dichiarato che la gente è diffidente circa la qualità delle cure mediche disponibili nel paese. Secondo Feroz, il 70 per cento delle TAC e risonanze magnetiche effettuate nelle strutture mediche governative e non, sono inaffidabili.
Un'analisi approssimativa delle spese sanitarie mostra come lo stato paghi ai propri cittadini appena il 6 per cento del costo totale delle cure mediche e nonostante il 21 per cento dei finanziamenti provenga da fondi internazionali, i pazienti continuano a pagare il 73 per cento della spesa totale.
Sono diverse le ragioni per le quali i pazienti si recano all’estero per ricevere cure mediche. Un esempio, Shrullah, originario della provincia di Nangarhar, ha portato il padre in Pakistan per ricevere assistenza medica. Shrullah ha dichiarato che i medici di Nangarhar hanno fatto una diagnosi corretta della condizione di salute del padre, ma i medicinali disponibili in Afghanistan non hanno avuto alcun effetto: ‘‘I medici mi hanno detto che i medicinali importati in Afghanistan erano di qualità scadente e lo stesso farmaco acquistato in Pakistan avrebbe fatto guarire mio padre’’.
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Politica interna afghana	Centro medico
UCPI: IL DIRITTO DI DIFESA E GLI ALTRI DIRITTI FONDAMENTALI VIOLATI	IN TURCHIA, 22-24 GENNAIO 2016
dal sito di UIKI - 22 Febbraio 2016
L’Unione delle Camere Penali Italiane ha partecipato alla delegazione in Turchia (Diyarbakir) organizzata da IADL (Associazione Internazionale avvocati democratici), AED-EDL (European Democratic Lawyers) e ELDH (European Association of Lawyers for Democracy and World Human Rights) al fine di verificare il rispetto dei diritti fondamentali degli individui sottoposti a coprifuoco.
RAPPORTO DEGLI OSSERVATORI UCPI SULLA SITUAZIONE A DIYARBAKIR [ ] 1077 kB
Diritti umani	Difensori diritti umani
Dichiarazione della Conferenza dei Partiti Europei di Sinistra ad Amed il 21 febbraio 2016
L’Unione Europea sta chiudendo gli occhi su violazioni dei diritti umani, crimini di Guerra e attacchi contro le zone curde della Siria commessi dal governo turco, per evitare che i profughi arrivano in Europa dalla Turchia.
Questo non significa solo ignorare le forze democratiche e i valori europei, questo potrebbe portare a una brutale guerra civile in Turchia con migliaia di vittime civili e numeri enormi di rifugiati. Inoltre questa politica aggressiva da parte del governo turco potrebbe aumentare ulteriormente la violenza nella regione.
Chiediamo all’Unione Europea e ai paesi europei di fare pressione sul governo turco perché rispetti i suoi obblighi di onorare la Convenzione Europea sui Diritti Umani e riavvii i negoziati con il PKK sotto la supervisione di una parte terza internazionale. L’isolamento del leader curdo Abdullah Öcalan e la classificazione del PKK come organizzazione terroristica devono avere fine per garantire un processo di pace sostenibile.
La richiesta curda di autogoverno e riconoscimento è legittima e in linea con gli standard del Consiglio Europeo e non deve essere criminalizzata. La Turchia è una società di culture e religioni multiple e accettare questo è un primo passo verso la pace.
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Unione Europea	Turchia	Erdoğan	Diritti civili
"Fermare la guerra della Turchia ai Curdi! Rompere il silenzio"
Glyn Harries e Mark Campbell - 4 febbraio 2016 Londra
Appello di Peace in Kurdistan Campain
Dopo la Prima Guerra Mondiale le potenze imperialiste, inclusa la Gran Bretagna, scelsero di negare una patria ai curdi nel Medio Oriente, un popolo ora composto da 40 milioni di persone, che hanno sofferto persecuzioni, razzismo e massacri in Turchia, Iraq, Iran e Siria. Negli anni '80 e '90 una lotta disperata per l'autonomia, condotta dal PKK (Partito Democratico dei Lavoratori) ha visto morire 30.000 curdi uccisi dallo stato turco, centinaia di villaggi bombardati e rasi al suolo, e causato 3 milioni di rifugiati, di cui oltre 100.000 nel Regno Unito.
Negli anni recenti il movimento curdo ha deciso che il nazionalismo non è una soluzione per il problema curdo né per il problemi dei popoli del Medio Oriente e ha scelto di lottare pacificamente, dove possibile, per l'autonomia negli stati dove vivono.
In Siria il PYD (Partito Democratico Unitario) si muoveva per la realizzazione di una nuova società democratica quando sono stati attaccati dall'ISIS, ma mentre le milizie curde del YPG/YPJ hanno respinto lentamente indietro l'ISIS, è emerso che la Turchia aiutava l'ISIS fornendo armi e rifornimenti ai loro combattenti attraverso il confine, mentre allo stesso tempo iniziava massicci bombardamenti contro i combattenti curdi in Iraq.
In Turchia il movimento curdo ha preso una decisione storica di formare un partito con la Sinistra turca, l'HDP (Partito Democratico del Popolo), che ha politiche genuinamente democratiche per tutta la società turca, e di partecipare alle elezioni come partito. Due volte nel 2015 hanno superato la soglia del 10% per ottenere seggi nel parlamento turco e impedito al partito fascista AKP del presidente Erdogan la maggioranza che lui disperatamente voleva per poter diventare presidente a vita.
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Kurdistan	Turchia	Siria	Erdoğan	PKK	Causa kurda	YPG	YPJ	PYD
Tempi bui per le donne afghane
di Ezatullah Niazi - Institute for War and Peace Reporting - ripreso da Rawa News - 21 febbraio 2916
Punizioni contro le donne inflitte da tribunali tribali
Nella provincia orientale di Nangarhar le donne sono sempre più spesso vittime di procedure di giustizia sommaria: è questa la denuncia portata da alcuni intervenuti al dibattito organizzato da IWPR (Institute for War and Peace Reporting) nella capitale della provincia, Jalalabad.
Testimoni raccontano che nella provincia operano tribunali tribali, attivi specialmente nelle aree più remote, che spesso imfliggono alle donne punizioni brutali, come lapidazioni, mutilazioni, pestaggi e matrimoni forzati. Sebbene dalla caduta del regime talebano nel 2001 sia stato fatto qualche progresso nel campo dei diritti delle donne, c’è ora il pericolo di tornare indietro.
Hashima Sharif, direttrice della sezione per i diritti delle donne nell’ufficio regionale dell’Afghanistan Independent Human Rights Commission (AIHRC), afferma che il sistema giudiziario della provincia è corrotto e simili abusi [perpetrati da tribunali tribali] sistematicamente non vengono puniti.
Ricorda il caso di una donna di un villaggio remoto della provincia di Nangarhar che è stata costretta a sposarsi per sette volte con uomini differenti, partorendo un bambinio con ciascuno, finché era stata data indietro al primo marito.
Un’altra storia raccontata da Hashima Sharif è quella di una donna condannata ai lavori forzati per avere partorito cinque femmine: è accaduto in un villaggio del distretto di Bati Kot, provincia di Nangarhar.
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Donne e diritti umani	Violenza sulle donne	Lapidazione	Matrimoni forzati	AIHRC
Il programma ONU "Eliminazione della violenza contro le donne" in Afghanistan
La conferenza sul programma ONU - Eliminare la violenza contro le donne
Alcune attiviste di OPAWC (Organization of Promoting Afghan Women's Capabilities) hanno partecipato lo scorso 31 dicembre 2015 alla Conferenza sulle iniziative per il programma internazionale ONU intitolato Eliminare la violenza contro le donne (EVAW, Elimination of Violence Against Women) e sul loro impatto sulla società.
La conferenza era organizzata da HAWCA (Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan) insieme alla Commissione Europea e all'associazione internazionale Womankind. Sono intervenuti vari avvocati e giustisti, il forum Head of Family e vari membri di istituzioni e associazioni legali di Kabul e delle province.
Ciascun partecipante ha relazionato sul tipo di violenza di cui si occupa. La discussione si è animata su diverse questioni aperte, tra cui:
il rapporto problematico tra le istituzioni non governative e il governo afgano circa i programmi per rendere più autonome e capaci le donne;
le azioni concrete intraprese per eliminare la violenza contro le donne;
il ruolo negativo della società nell'incoraggiare episodi di violenza contro le donne;
la difficoltà a fare applicare il programma sulla Eliminazione delle violenze contro le donne;
l'impatto sulla comunità del programma per l'Eliminazione della violenza contro le donne.
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Violenza sulle donne	ONU	HAWCA	Opawc
Le forze USA in Afghanistan
The Guardian - Reuters - 13 febbraio 2016
I militari USA continueranno ad assistere e formare l'esercito afgano, ma le forze speciali USA sono state impegnate in operazioni sul terreno nella provincia di Helmand
"I militari USA non torneranno in Afghanistan con un ruolo attivo nella guerra contro i talebani, nonostante sia molto probabile che ci aspetti un altro anno di aspra guerra", ha affermato sabato scorso il comandante uscente delle forze internazionali, generale John Campbell.
Ma le unità speciali delle forze USA hanno recentemente combattuto sul terreno nella provincia meridionale di Helmand, particolarmente instabile, dove il mese scorso è rimasto ucciso un Berretto Verde e i talebani stringono la loro presa sul governo locale.
Nella provincia sono stati inviati altri 500 soldati americani, per appoggiare i militari afgani che hanno stentato nell'ultimo periodo a mantenere il controllo di centri distrettuali come Sangin e Marjah. Anche se formalmente il loro ruolo resta formalmente quello di assistere e istruire.
"La missione non è cambiata" ha sottolineato Campbell davanti ai giornalisti a Kabul in quella che può essere la sua ultima conferenza stampa prima di passare l'incarico al generale John Nicholson a marzo. Ma ha aggiunto che comunque i militari americani devono essere sempre legittimati a difendersi e possono essere chiamati a supporto di operazioni di guerra con l'aviazione, se necessario.
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Afghanistan	U.S.A.	Talebani	Esercito afghano
L'8 marzo delle donne curde
Pubblichiamo l'appello per l'8 marzo del KJA, Kongreya Jinen Azad - Congresso delle libere donne curde
Care donne di tutto il mondo,
eredi del movimento mondiale della donne, la donne curde lottano per la libertà, a prezzo di grandi sacrifici, e la loro lotta continuato a fare progressi contro la mentalità dominante maschile da 40 anni.
Facciamo appello a tutte le donne del mondo perché ci offrano la loro solidarietà e si uniscano a noi nella lotta per questo 8 marzo, il giorno della lotta e della resistenza delle donne.
Oggi lo Stato turco sta commettendo massacri brutali e adottando misure specifiche per distruggere le donne, la loro volontà e i loro corpi, e annientare la prospettiva di nazioni democratiche e regioni di autogoverno che sta emergendo, fondata sulla volontà di uguaglianza e libertà.
Il prossimo 8 marzo 2016 noi vogliamo denunciare questi attacchi della Turchia in uno sforzo congiunto e comune dei movimenti delle donne di tutto il mondo. Noi donne del KJA commemoreremo la tradizionale giornata internazionale della lotta delle donne con una serie di iniziative che si terranno tra il 1° marzo e l’8 marzo.
L’anno scorso avevamo organizzato eventi e attività in 240 distretti e città diverse. Quest’anno, segnato dalla crescente resistenza e sempre più dura lotta, celebreremo l’8 marzo con ancora maggiore entusiasmo. Come donne del KJA, dedichiamo questo 8 marzo alla gloriosa resistenza delle donne in tutto il mondo e in particolare le tre compagne curde Seve, Pakize e Fatma, massacrate a Silopi lo scorso 5 gennaio, e tutte le donne che hanno perso la vita per difendere la libertà. L’8 marzo di quest’anno sarà celebrato sotto lo slogan “Costruiamo la nostra autonomia e lavoriamo per la rivoluzione con lo spirito di resistenza che avevano le nostre compagne Sakine, Ekin, Seve!”. Il nostro programma, disteso su una settimana, comincerà il 1° marzo a Silopi e finirà l’8 marzo a Diyarbakır.
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