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Timestamp: 2018-11-17 04:41:22+00:00

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Licenziamento orale, ramo d’azienda, cessione, inidoneità, ripristino, esclusione | Sindacato FSI
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Licenziamento orale, ramo d’azienda, cessione, inidoneità, ripristino, esclusione
Sentenza 16 marzo 2015, n. 5180
sul ricorso 19273-2008 proposto da:
M.R. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLA STAZIONE DI MONTE MARIO 9, presso lo studio dell’avvocato GULLO ALESSANDRA, rappresentata e difesa dall’avvocato MAGARAGGIA GIUSEPPE, giusta delega in atti;
I.V.R.I. – ISTITUTI DI VIGILANZA RIUNITI D’ITALIA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ANASTASIO II 80, presso lo studio dell’avvocato BARBATO ADRIANO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato MORO CLAUDIO, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 1632/2007 della CORTE D’APPELLO di LECCE, depositata il 10/07/2007 r.g.n. 3010/2005;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 08/01/2015 dal Consigliere Dott. ADRIANO PIERGIOVANNI PATTI;
Con sentenza 10 luglio 2007, la Corte d’appello di Lecce rigettava l’appello di M.R., dipendente per nove anni fino al (OMISSIS), quando venne licenziata oralmente “in tronco”, dell’Istituto di Vigilanza “Città di Brindisi” con mansioni di addetta alla segreteria e contabilità (il cui licenziamento, tempestivamente impugnato, era stato dichiarato inefficace con sentenza della stessa Corte d’appello 4 aprile 2002 nei confronti della curatela del fallimento della datrice, nelle more dichiarato ed al cui stato passivo insinuate le pretese retributive originariamente avanzate nei confronti della società in bonis), avverso la sentenza di primo grado, che ne aveva respinto le domande di “ricostituzione” del rapporto di lavoro e di condanna al pagamento della somma di Euro 167.454,00 per retribuzioni arretrate nei confronti di I.V.R.I. (già Metronotte) s.p.a., cessionaria di ramo di azienda dal commissario liquidatore dell’Istituto di Vigilanza “Città di Brindisi” in concordato preventivo, seguito da fallimento. A motivo della decisione, la Corte territoriale riteneva corretta l’inapplicabilità degli accordi sindacali sottoscritti, nell’ambito della cessione del ramo d’azienda dal liquidatore del concordato preventivo, relativi al “numero chiuso” dei dipendenti iscritti nel libro matricola, tra i quali non figurante M.R., in quanto licenziata, nè avendo la propria citata sentenza 4 aprile 2002 pronunciato, con l’accertamento di inefficacia del licenziamento del 13 marzo 1996, condanna di reintegrazione nel posto di lavoro (per mancanza di elementi di sussistenza della tutela reale), con sua conseguente inidoneità a fondare la prosecuzione del rapporto di lavoro e pure inopponibile la sua efficacia di giudicato a I.V.R.I. s.p.a., non avente causa dal fallimento, successivo alla suddetta dichiarazione di inefficacia.
Con atto notificato il 9 luglio 2008, M.R. ricorre per cassazione con tre motivi, cui resiste I.V.R.I. s.p.a. con controricorso; entrambe le parti hanno comunicato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.
Con il primo motivo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 2 e L. n. 108 del 1990, art. 2 e vizio di motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e n. 5, per erroneità dell’assunto di inidoneità della sentenza di accertamento di inefficacia del licenziamento orale al ripristino del rapporto di lavoro, in mancanza di una pronuncia reintegratoria nel posto di lavoro: essa comportando la ricostituzione di diritto del rapporto, senza necessità di altra, indipendentemente dal requisito dimensionale del datore di lavoro e dalla natura del recesso.
Con il secondo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2909 c.c. e art. 112 c.p.c., in riferimento alla L. n. 108 del 1990, art. 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per inesistenza di un giudicato, neppure implicito, della sentenza della Corte d’appello di Lecce 4 aprile 2002 sulla non stabilità del proprio rapporto di lavoro, nel ravvisato difetto del requisito dimensionale datoriale, con esclusione, a seguito dell’accertamento di inefficacia del licenziamento orale intimato, di una pronuncia reintegratoria nel posto di lavoro, in quanto estraneo all’ambito della domanda proposta, delimitante il potere decisorio del giudice.
Con il terzo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2909 e 2112 c.c., art. 111 c.p.c., L. n. 604 del 1966 e L. n. 108 del 1990, art. 2 e vizio di motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e n. 5, per opponibilità della sentenza della Corte d’appello di Lecce 4 aprile 2002 (di accertamento dell’inefficacia del licenziamento orale intimato dall’Istituto di Vigilanza “Città di Brindisi” poi fallito a M. R. e di conseguente ricostituzione ex lune del suo rapporto di lavoro) a I.V.R.I. (già Metronotte) s.p.a., cessionaria di ramo di azienda dal commissario liquidatore dell’Istituto predetto (prima del fallimento) in concordato preventivo, in quanto successore a titolo particolare a norma dell’art. 111 c.p.c.: pertanto tenuto all’adempimento degli obblighi in essa statuiti.
Il primo motivo, relativo a violazione e falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 2 e L. n. 108 del 1990, art. 2 e vizio di motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e n. 5, per idoneità ex se della sentenza di accertamento di inefficacia del licenziamento orale alla ricostituzione del rapporto di lavoro di diritto, senza necessità di una pronuncia reintegratoria, è fondato.
Ed infatti, il licenziamento intimato oralmente è radicalmente inefficace per inosservanza dell’onere della forma scritta imposto dalla L. n. 604 del 1966, art. 2, novellato dalla L. n. 108 del 1990, art. 2 e come tale inidoneo a risolvere il rapporto di lavoro, non rilevando, ai fini di escludere la continuità del rapporto stesso, nè la qualità di imprenditore del datore di lavoro, nè il tipo di regime causale applicabile (reale od obbligatorio), giacchè la sanzione prevista dal citato art. 2 non opera soltanto nei confronti dei lavoratori domestici e di quelli ultrasessantenni (salvo che non abbiano optato per la prosecuzione del rapporto), conseguendone, quindi, che la radicale inefficacia del licenziamento orale prescinde dalla natura stessa del recesso (Cass. 10 settembre 2012, n. 15106; Cass. 1 agosto 2007, n. 16955).
Il secondo motivo, relativo a violazione e falsa applicazione dell’art. 2909 c.c. e art. 112 c.p.c., in riferimento alla L. n. 108 del 1990, art. 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per inesistenza di un giudicato, neppure implicito, nella sentenza della Corte d’appello di Lecce 4 aprile 2002 sulla non stabilità del rapporto di lavoro di M.R., è parimenti fondato.
Il valore di giudicato compete, infatti, alla sola pronuncia di inefficacia con i conseguenti effetti ripristinatori ex tunc per la natura di accertamento della sentenza e non ad altri profili non trattati, quale quello oggetto del mezzo.
Ma l’accoglimento dei primi due mezzi è tuttavia irrilevante, siccome limitato ad una correzione delle statuizioni in diritto censurate, rispetto all’assorbente infondatezza del terzo, relativo a violazione e falsa applicazione degli artt. 2909 e 2112 c.c., art. 111 c.p.c., L. n. 604 del 1966 e L. n. 108 del 1990, art. 2 e vizio di motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e n. 5, per opponibilità della sentenza della Corte d’appello di Lecce 4 aprile 2002, di accertamento dell’inefficacia del licenziamento orale intimato dall’Istituto di Vigilanza “Città di Brindisi” a M. R. e di conseguente ricostituzione ex tunc del suo rapporto di lavoro, a I.V.R.I. (già Metronotte) s.p.a.
E ciò perchè I.V.R.I. s.p.a. si è resa cessionaria di ramo di azienda dal commissario liquidatore dell’Istituto predetto in concordato preventivo omologato e ha sottoscritto un accordo sindacale nell’ambito della cessione, a norma della L. n. 428 del 1990, art. 47, comma 5: pertanto in deroga al regime di continuità di tutti i rapporti di lavoro stabilito dall’art. 2112 c.c.
La questione appartiene al dibattito processuale ed attiene al suo merito, non investendo certamente questione pregiudiziale tale da esigere dalla parte vittoriosa la proposizione di ricorso incidentale (Cass. 25 marzo 2013, n. 7381; Cass. 21 gennaio 2008, n. 1161), come infondatamente assunto da M.R. in memoria si sensi dell’art. 378 c.p.c.
Come noto, la deroga all’applicazione dell’art. 2112 c.c. è giustificata, quando venga trasferita l’azienda di un’impresa insolvente, dallo scopo di conservazione dei livelli occupazionali ed è legittimata dalla garanzia della conclusione di un accordo collettivo idoneo a costituire norma derogatoria della fattispecie (Cass. 4 novembre 2014, n. 23473; Cass. 22 settembre 2011, n. 19282;Cass. 5 marzo 2008, n. 5929): sicchè l’accordo sindacale del 24 luglio 1997 limita, nel rispetto delle condizioni e delle garanzie prescritte dalla legge, il passaggio alla società cessionaria dei dipendenti della cedente in concordato preventivo risultanti a tale data, con i quali vennero sottoscritti singoli accordi con l’assistenza delle oo.ss. Tra questi non figura(va) M.R., in quanto licenziata ed impugnante il licenziamento, poi annullato dalla Corte d’appello di Lecce con la sentenza in questione, con ricorso proposto in data 8 luglio 1998. La verificata deroga al regime di continuità dei rapporti di lavoro stabilito dall’art. 2112 c.c. (in base al quale l’effetto estintivo del licenziamento illegittimo intimato in epoca anteriore al trasferimento medesimo, in quanto meramente precario e destinato ad essere travolto dalla sentenza di annullamento, avrebbe comportato il trasferimento al cessionario del rapporto di lavoro ripristinato tra le parti originarie: Cass. 26 dicembre 2014, n. 26401; Cass. 12 aprile 2010, n. 8641) esclude pertanto la configurabilità di un obbligo legale della cessionaria al ripristino del rapporto nei confronti di M.R. e alle conseguenti obbligazioni retributive maturate.
Dalle superiori argomentazioni discende allora coerente la reiezione del ricorso e la regolazione delle spese di giudizio, secondo il regime di soccombenza.
La Corte rigetta il ricorso e condanna M.R. alla rifusione, in favore di I.V.R.I. s.p.a., delle spese del giudizio, liquidate in Euro 100,00 per esborsi e Euro 2.500,00 per compenso professionale, oltre rimborso per spese generali in misura del 15% e accessori di legge.
Così deciso in Roma, il 8 gennaio 2015.

References: Sentenza 
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 art. 2
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 art. 112
 art. 2
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 art. 111
 art. 2
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 art. 47
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