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Timestamp: 2017-10-17 01:48:04+00:00

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Le motivazioni della sentenza | Paesaggi vulcanici
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16 thoughts on “Le motivazioni della sentenza”
“Il Sole 24 Ore”, 18 gennaio 2013, QUI
Terremoto L’Aquila, «la Commissione Grandi Rischi fornì valutazioni inefficaci, si potevano salvare vite»
Affermazioni «assolutamente approssimative, generiche e inefficaci in relazione ai doveri di previsione e prevenzione»: lo afferma il giudice del tribunale dell’Aquila Marco Billi nelle motivazioni della sentenza che nell’ottobre scorso ha condannato i componenti della Commissione Grandi Rischi in relazione al sisma del 2009.
Il documento di 940 pagine è stato depositato due giorni prima del termine previsto. Ai 7 componenti della Grandi Rischi che si riunì all’Aquila pochi giorni prima del 6 aprile 2009 è stata inflitta una condanna a 6 anni per omicidio colposo e lesioni colpose.
Dalla riunione della Commissione Grandi Rischi, secondo il giudice, emerse una mancata analisi del rischio e risultanze rassicuratorie che indussero gli aquilani a restare in casa mentre, con una condotta più prudente, si sarebbero potute salvare alcune vite. La riunione fu una “operazione mediatica” tesa a “tranquillizzare” la popolazione, come disse l’allora capo della protezione civile nazionale, Guido Bertolaso.
La «migliore indicazione» sulle rassicurazioni della commissione Grandi Rischi, si legge nelle motivazioni della sentenza, «si ricava dalla lettura della frase finale della bozza del verbale della riunione, laddove l’assessore alla Protezione civile regionale Daniela Stati, in modo emblematico, dice: “Grazie per queste vostre affermazioni che mi permettono di andare a rassicurare la popolazione attraverso i media che incontreremo in conferenza stampa”».
Billi sottolinea, nel documento, che «la rassicurazione non costituisce un segmento della condotta che il pm contesta agli imputati, ma costituisce in realtà l’effetto prodotto dalla condotta contestata».
Le affermazioni emerse nel corso della riunione della Commissione sui temi «della prevedibilità dei terremoti, dei precursori sismici, dell’evoluzione dello sciame in corso, della normalità del fenomeno, dello scarico di energia indotto dallo sciame sismico quale situazione favorevole, che costituiscono il corpo principale del capo di imputazione» hanno una «indubbia valenza rassicurante».
CarloP67, 18 gennaio 2013 17.45.04
Wow 940 pagine ! Non le ho lette per cui dovrei aver più cautela nell’esprimere un giudizio, ma non riesco ancora a credere che il verbale di quella riunione (almeno quello, discusso, che si puo’ reperire in rete) possa far condannare un insieme di persone, per quanto luminari, a sei anni di reclusione. Sembra realmente voler trovare in ogni comportamento (che solo ex-post si scoperto essere erroneo) un capro espiatorio.
Giuseppe Caporale (“HuffPost Italia”, 18 gennaio 2013, QUI) sottolinea un dettaglio che, però, non commenta. In ogni caso, si tratta di un particolare su cui riflettere:
Questa mattina sono state depositate le motivazioni della sentenza di condanna per i sette componenti della commissione “Grandi Rischi” che si riunì all’Aquila cinque giorni prima della scossa devastante.
Sette scienziati sono stati condannati in primo grado a sei anni per omicidio colposo per aver “rassicurato” la popolazione e “disinnescato” la paura del sisma. Tra le 946 pagine di motivazioni firmate dal giudice Marco Billi c’è un passaggio che mi ha particolarmente colpito.
Il giudice dedica alcune pagine anche a un’intervista a una televisione locale (Tv1) rilasciata dal vice capo della Protezione Civile, Chicco De Bernardinis qualche minuto prima della riunione della commissione Grandi Rischi all’Aquila.
“Il riferimento durante l’intervista alle origini aquilane e l’invito a bere un bicchiere di vino rosso rimarrà impresso in maniera indelebile nella memoria della popolazione, come uno slogan particolarmente efficace, di indubbia forza icastica, di immediata percezione e di grande forza simbolica“.
“A mero titolo esemplificativo circa l’estrema facile lettura della metafora del bicchiere di vino, si richiama la reazione del piccolo Davide Cinque, tragicamente deceduto insieme all’altro fratellino Matteo e alla madre Daniela Visione nel crollo di via Campo di Fossa, come riferito in udienza dalla nonna Bastida Maria Luisa. Vedendo in televisione l’intervista in esame, infatti, il bambino venne colpito dal riferimento al bicchiere di vino rosso e chiese spiegazioni alla nonna (“nonna perché ci dobbiamo bere un bicchiere di vino rosso, dobbiamo brindare?”) cogliendo evidentemente il contrasto tra la trasmissione di notizie sul terremoto che in famiglia venivano seguite con ansia e l’invito rassicurante e distensivo. In tale occasione la nonna spiegò a Davide che l’intervistato voleva intendere che “il terremoto va scemando, per cui dobbiamo stare tranquilli”, articolando sul piano logico un messaggio che anche il piccolo Davide da solo aveva compreso a livello emotivo“.
[Al link qui sopra è presente il video della famigerata intervista del bicchiere di vino].
[Che ci sia stata superficialità nel comunicare mi sembra indubbio, ciò che ancora non riesce a convincermi è il legame (certo, provato, indiscutibile) tra quel “rassicurazionismo” (quante interviste del genere sono state effettuate e trasmesse?) e la decisione delle vittime di non trascorrere fuori casa la notte della scossa fatale; inoltre, mi domando, tutti e 7 gli scienziati hanno la medesima responsabilità? in fondo, chi, di fatto, ha rassicurato attraverso un’intervista televisiva (invitando, per di più, a bere un bicchiere di vino) è uno solo, non tutti].
“OggiScienza”, 19 gennaio 2013, QUI
Ricordiamo che il processo a sette dei partecipanti alla riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009 si è concluso in primo grado con la sentenza a 6 anni di reclusione per omicidio colposo per tutti e sette gli imputati. Per la storia del processo si veda l’articolo Processo L’Aquila: ecco la sentenza di primo grado, pubblicato su OggiScienza e i riferimenti in esso contenuti.
Affermare che sia inutile l’opera di prevenzione dei rischi sismici, attraverso la costruzione e l’adeguamento di edifici che rispettino le norme antisismiche, è semplicemente assurdo. La sentenza e le sue motivazioni spostano l’attenzione e il focus dal punto fondamentale che è proprio quello della prevenzione: si pretende risposte immediate e certe per risolvere in poche ore o pochi giorni una carenza che potrebbe essere risolta solo con anni di impegno. Serve una maggiore conoscenza della pericolosità del territorio, la consapevolezza della vulnerabilità e dell’esposizione al rischio e l’azione congiunta di scienziati, istituzioni, autorità nazionali e locali, operatori dei media e società civile. E naturalmente i necessari investimenti. Si tratta insomma di una scelta politica e sociale di medio e lungo termine, che in Italia non viene però affrontata e che questa sentenza ritiene non rilevante, mettendo così in pericolo milioni di persone. Sappiamo infatti che l’Italia è un paese molto sismico e la maggior parte della popolazione italiana vive in una zona a rischio sismico.
Questo argomento viene ripreso anche altrove (per esempio a pagina 185). Tuttavia a pagina 198 leggo: “Dire che in una zona sismica non si possono escludere terremoti, significa operare una vuota tautologia, in quanto se una zona non fosse interessata da terremoti non sarebbe definita sismica”, indicando così che gli imputati avrebbero dovuto fare una valutazione della probabilità di un evento più forte: ma quanto più forte? quando? dove esattamente?
Più esplicittamente a pagina 246 il giudice scrive che “le conoscenze e i dati (gli indicatori di rischio che verranno di seguito esaminati) a disposizione degli imputati a L’Aquila il 31.3.09 permettevano certamente di poter formulare una fondata valutazione di prevedibilità del rischio”, mentre a pagina 248 “la previsione del rischio è invece la formulazione di un giudizio, di una valutazione prognostica, circa la realizzazione in concreto di una situazione potenziale e circa quelle che potranno essere le possibili conseguenze dannose derivanti da un accadimento non prevedibile quale il terremoto.” Di fatto quindi si addebita agli imputati la colpa di non aver previsto un evento imprevedibile, perché la previsione del rischio del terremoto è inscindibile con quella del terremoto stesso, che come è noto, e dato per scontato anche dal Pubblico Ministero, è imprevedibile… (pagina 256).
Dalla bozza di verbale della riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009, e riportato a pagina 87 del documento del giudice, Boschi (allora presidente dell’INGV) dichiara che “Gli eventi ricadono nella zona sismica appenninica, indicata da queste due strisce rosse, che è una delle più sismiche d’Italia…” e ancora “In realtà ci preoccupa perché ci sono stati terremoti fortissimi…” Giulio Selvaggi (allora direttore del Centro Nazionale Terremoti dell’INGV) dice anche che: “Quindi non è lo sciame o la sequenza che ci deve allarmare, ma dobbiamo preoccuparci se viviamo in zone sicure o no, sia per le abitazioni, che per gli edifci, come le scuole”, mentre ”Sotto il monte Urano la faglia non dorme. La frattura della crosta terrestre che si credeva silente è attiva: una situazione che può creare terremoti … Faglia che, per la sua lunghezza – precisa telefonicamente Fabrizio Galadini (sismologo dell’INGV)– potrebbe essere potenzialmente responsabile di terremoti di magnitudo tra 6,5 e 7 della Scala Richter.” Tutto ciò non viene considerato rilevante, ma lo sono invece solo le dichiarazioni che sono state interpretate come rassicuranti (spesso in modo forzoso dai media), prima fra tutte la famosa intervista a De Bernardinis (pagina 225 e seguenti), che però è avvenuta prima della riunione.
Il processo dell’Aquila ha certamente squarciato il velo che da tempo copriva i legami, o meglio, la sottomissione della scienza alla politica e mi auguro che la sentenza permetta di rivedere e di rinnovare tale rapporto. Intanto, però, quella decisione sta già producendo altri effetti, come quelli riscontrabili in Garfagnana, dove un sindaco ha allertato la popolazione via-facebook e via-twitter per un possibile terremoto. In un’intervista, il primo cittadino di Castelnuovo Garfagnana, Gaddo Gaddi, ha dichiarato: «Allarmismo? Ricordiamoci gli arresti dell’Aquila», QUI.
2 febbraio 2013 alle 08:18
La vicenda della Garfagnana è letta positivamente da Francesco Merlo:
“La Repubblica”, 2 febbraio 2012, QUI
IL TWIT DELLA GARFAGNANA: MEGLIO UN ALLARME INUTILE CHE UNA RASSICURAZIONE MORTALE
Meglio passare una notte fuori casa inutilmente, come è accaduto in Garfagnana, che restare in casa e crepare, come successe all’Aquila. Meglio essere allarmati che rassicurati, specie se chi ti rassicura è in malafede. E’ molto probabile che l’inedita e benvenuta cautela sperimentata in Garfagnana sia davvero il frutto della sentenza che all’Aquila ha condannato sette autorevoli scienziati per avere ceduto alle pressioni politiche e alla voglia irresponsabile di Guido Bertolaso di tranquillizzare gli aquilani imbrogliandoli. Ma non c’è nulla di avvelenato in quelle scene di pazienza e di responsabilità dentro i centri di accoglienza, nelle prove collettive di civismo e nelle auto ordinate in fila e con il motore acceso, nei bimbi avvolti nelle coperte e rassicurati da una corale solidarietà, e neppure nel twitter sottratto alla futilità del narcisismo e felicemente usato come il più veloce ed efficace degli ‘s.o.s’. Non è insomma vero che questa inedita consapevolezza di dovere convivere con l’emergenza “è un frutto avvelenato” di quella sentenza dell’Aquila come ha detto, invece di mordersi la lingua, il capo della Protezione civile, il prefetto Franco Gabrielli.
E bisogna infatti ricordare che l’Italia non è divisa ma al contrario è unita dal terremoto che azzera la differenza tra la lava siciliana, la terra rossa dell’Umbria, la terra grassa della Toscana e dell’Emilia, la terra carsica, le coste…. Insomma il terremoto lega la Sicilia alla Calabria, la Puglia all’Abbruzzo, passando per la Garfagnana e la Romagna sino al Friuli. E certo è vero che bisognerebbe abitare case sicure, ma è inutile sognare e fare aria fritta sulla friabile edilizia italiana con lo stesso sussiego con cui nei bar si discute di Balotelli e Totti. Chiunque ha vissuto un terremoto sa che la prima precauzione è uscire di casa. Il sisma infatti terremota anche le nostre certezze. E dunque la casa diventa un agguato, una trappola, può trasformarsi in una tomba fatta di macerie. In piazza invece sopra la nostra testa c’è il cielo che ci protegge.
Dispiace dunque che ancora oggi scienziati ed esperti, protezione civile e sismologi parlino di frutto avvelenato e facciano spallucce svelando i postumi di una ingiustificata sbornia da persecuzione. Probabilmente in questo primo allarme sismico dopo la sentenza dell’Aquila c’è stata anche l’ansia e la confusione che sempre accompagnano i nuovi inizi, le nuove abitudini, ma questa è una storia finita bene non solo perché non c’è stata la tragedia, ma perché ci siamo messi alla prova ritrovandoci più maturi. E la saggezza antica che si addice alla notte fuori casa dei nostri concittadini toscani non è “al lupo al lupo” della favola di Esopo, ma quella del Vangelo secondo Matteo: “estote parati”, siate sempre pronti, siate sempre preparati. Come si vede, tutto si può dire in pochissime battute, tutto si può dire con un twit.
Di altro avviso è invece Federica Sgorbissa su “OggiScienza” (1 febbraio 2013), QUI:
COSA E’ SUCCESSO IN GARFAGNANA (E COSA NON E’ SUCCESSO)
Ieri sera su allerta della Protezione Civile i sindaci della zona della Garfagnana, in provincia di Lucca, hanno “consigliato” i cittadini di dormire fuori da casa, per la possibilità che si verificasse una scossa sismica. I consigli sono arrivati un po’ in ogni modo: su internet, via Tweet, persino fisicamente, con persone che giravano di notte nei paesi suonando ai campanelli dei cittadini invitandoli a uscire, il tutto a partire dalle dieci di ieri sera. Migliaia di persone sono state raggiunte dall’allarme, diverse centinaia hanno dormito all’aperto o in strutture indicate dalle autorità e le scuole per oggi rimarranno chiuse. Al momento non vi è stata nessuna scossa rilevante.
Se resta confermata l’ipotesi che la sequenza sia generata da una struttura orientata NE-SW – dunque trasversale alla catena – nelle prossime ore potrebbero avvenire altre scosse a SW della scossa principale, in prossimità dell’abitato di Castelnuovo in Garfagnana e dell’epicentro del terremoto del 23 gennaio 1985 (M 4.2).
Forse un po’ poco per mettere in moto qualche migliaio di persone, già allarmate dalla scossa di giovedì, nel cuore della notte e in montagna in pieno inverno? O vale il principio di precauzione?
Certo ogni vita salvata è una vita salvata, non dovremmo pentirci, in via di principio, di esserci allarmati troppo. Ma quando si passa dal principio di precauzione all’eccesso della stessa? Siamo un paese in cui la sismicità è tutt’altro che un’eccezione, la stragrande maggioranza del nostro territorio è a forte rischio sismico, e più di una zona è in questo momento sottoposta a fenomeni di sciame sismico. Per quanto faremo dormire fuori casa gli abitanti della Garfagnana? Per quanto ancora terremo le scuole chiuse? E faremo lo stesso nel Pollino e in chi sa quanti altri posti?
Oppure come le donne incinte possiamo vivere con la valigia (e le tenda) pronte nell’armadio (con poche eccezioni: i sardi, e forse anche noi qui a Trieste…).
“ComUnità”, 7 febbraio 2013, QUI
IL TERREMOTO CHE NON C’E’ STATO (PER ADESSO)
È passata ormai una settimana da quel giovedì sera in cui centinaia di residenti in Garfagnana evacuarono le loro case anche se in realtà non era stata ordinata nessuna evacuazione, a causa di una scossa che – ora possiamo dirlo – non c’è stata. È possibile, perlomeno statisticamente, che qualcuno di loro oltre a un bel po’ di paura si sia preso un accidente, visto che è stata una delle settimane più fredde dell’anno. La cosa non fa notizia: ammalarsi è normale, e il fatto che in Italia le epidemie di influenza facciano più vittime dei terremoti è una semplice curiosità. Mesi fa, quando tremò un po’ più forte la terra nella bassa emiliana, Beppe Grillo scrisse sul suo blog scandalizzandosi che in Italia non si facessero ancora le previsioni dei terremoti, come le previsioni del tempo. “Se il meteo ci dice che domani pioverà, terremo a portata di mano l’ombrello. Ma se viene annunciato il rischio di un forte terremoto, perché il Comune non ci dice come comportarci?” L’esempio della Garfagnana potrebbe spiegarci perché – finché non diventerà la prassi, e allora probabilmente Grillo si metterà a gridare sdegnato contro i Comuni che spingono migliaia di persone a dormire al freddo a causa di vaghe probabilità statistiche. Sarà senz’altro un complotto delle multinazionali che vogliono vendere più paracetamolo. Più probabilmente, al terzo o quarto o dodicesimo allarme di questo tipo la gente smetterà di prendere sul serio chi li dirama, e magari sarà proprio quella l’occasione in cui la terra tremerà davvero.
A scanso di equivoci, vorrei esprimere la mia solidarietà ai sindaci che nel pomeriggio del 31 gennaio ricevettero un fax dalla Protezione Civile, firmato dal Capo Franco Gabrielli, che confermava “l’ipotesi che la sequenza sia generata da una struttura orientata NE-SW – dunque trasversale alla catena” e che quindi “nelle prossime ore potrebbero avvenire altre scosse a SW della scossa principale, in prossimità dell’abitato di Castelnuovo in Garfagnana e dell’epicentro del terremoto del 23 gennaio 1985″. Come si vede il fax, una comunicazione di emergenza rivolta a sindaci non necessariamente esperti di sismologia, né di abbreviazioni in lingua inglese (SW sta per South-West, in italiano sarebbe SO) risultava piuttosto criptico: non per la difficoltà della materia, ma per la sciatteria di chi anche in una comunicazione di emergenza non rinuncia a usare termini tecnici e abbreviazioni non universalmente intellegibili. Se si voleva dare un forte segnale di allerta, forse Gabrielli avrebbe fatto meglio a scrivere: SCOSSE POSSIBILI IN PROSSIMITA’ DI CASTELNUOVO NELLE PROSSIME 24H. La semplicità, la chiarezza, in queste situazioni dovrebbe essere considerata necessaria.
Una volta c’era il telegrafo a torcere il collo all’eloquenza dei burocrati; adesso si potrebbe prendere lezioni da twitter, ma forse il problema è un altro: Gabrielli voleva realmente dare un forte segnale di allerta? O voleva semplicemente cautelarsi con un fax in tecnichese? I sindaci che si sono trovati quel foglio in mano hanno dovuto scegliere in pochi minuti tra il rischio di essere condannati per aver minimizzato la situazione (come i membri della Commissione Grandi Rischi dell’Aquila) e quello di essere indagati per procurato allarme. Un’eventualità tutt’altro che remota nel loro caso: è quello che successe al ministro Zamberletti, che proprio in Garfagnana nel 1985 ordinò l’evacuazione di dieci comuni, in attesa di una scossa forte che non si verificò. Il dilemma è stato risolto in modo abbastanza salomonico dai sindaci che hanno scelto di non evacuare, ma di… esortare la popolazione a uscire di casa, quasi la stessa cosa: però ora Gabrielli può difendersi dalle critiche sostenendo di non aver sollecitato nessuna evacuazione. In effetti no. Si è limitato a informare i sindaci via fax dell’eventualità di scosse di entità imprecisata in un intervallo di ore imprecisate. Non ci sarebbe da stupirsi se mentre lo dettava, oltre ai sismologi, il Capo della Protezione Civile avesse consultato qualche avvocato.
La massima solidarietà anche agli abitanti, che nel frattempo saranno tornati quasi tutti alle loro case, pur sapendo che il rischio non è affatto cessato. Io, se mi fossi trovato nella loro situazione, avrei cercato di allontanare i bambini per qualche giorno; nel frattempo avrei chiesto a un ingegnere, o al limite a un geometra, di controllare la mia abitazione, e l’avrei lasciata soltanto se fossero stati riscontrati dei difetti strutturali, rimandando alla fine dello sciame sismico i lavori di ristrutturazione. Mi è abbastanza facile immaginare la situazione perché ne ho vissuta una simile pochi mesi fa. Ma è assurdo che io dia consigli del genere ai garfagnini, che di queste cose dovrebbero essere esperti più di me. Non c’è una sola regione in Italia in cui ci si possa permettere di trattare i terremoti come degli ospiti improvvisi e sconosciuti. Dovremo cominciare a considerarli per quello che sono: turisti abituali, dai ritmi imprevedibili, ma che prima o poi ritornano. Sempre.
“La Repubblica”, 30 marzo 2013, QUI
SISMA L’AQUILA, QUEGLI SCIENZIATI CONDANNATI: ANCHE L’ANTROPOLOGIA CULTURALE DIETRO LA SENTENZA
Antonello Ciccozzi è stato consulente della corte che ha giudicato i componenti della Commissione Grandi rischi. Ora ricostruisce la vicenda in un libro. E spiega perché è sbagliato parlare di “processo alla scienza”
Il mantra del “processo alla scienza” ha fatto il giro del mondo. Tuttavia pochi sanno che la condanna in primo grado a sette esimi scienziati (video) ruota attorno a una consulenza antropologica. Per individuare il nesso causale tra la “diagnosi rassicurante” degli esperti della Commissione Grandi Rischi (Cgr) e le “condotte imprudenti” di molti aquilani, il giudice Marco Billi ha utilizzato, come si dice in gergo, la “legge scientifica di copertura”. E consulente-chiave è stato Antonello Ciccozzi, un giovane ricercatore di antropologia culturale del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi dell’Aquila, che ora la riporta per intero, insieme ad approfondimenti su aspetti inediti della vicenda, nel volume Parola di Scienza – Il terremoto e la Commissione Grandi Rischi. Un’analisi antropologica (DeriveApprodi).
Dottor Ciccozzi, cosa c’entra l’antropologia culturale con una consulenza tecnica in ambito giuridico?
“In effetti poco, se non nulla. L’antropologia culturale finora non era stata contemplata in questo ruolo, sia per i suoi oggetti d’indagine “abituali”, sia perché si presenta come una disciplina dallo statuto di verità “debole”, specialmente a confronto con discipline “forti”, come le scienze naturali o giuridiche”.
E allora, perché questa scelta?
“I pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio hanno deciso che per comprendere questa vicenda era necessario definire come la diagnosi fornita dagli esperti avesse interagito con la cultura antropologica del luogo. E alla fine anche il giudice ha accolto quest’interpretazione. Nessuno si aspettava la condanna, che poi c’è stata”.
Si è scritto spesso che gli scienziati siano stati condannati per mancato allarme, ossia, in buona sostanza, non aver previsto il terremoto. E’ così?
“È falso e fuorviante. Il mio lavoro di consulenza si è basato proprio sulla differenza cruciale tra “mancato allarme” e “rassicurazione disastrosa”. Significa che la diagnosi fatta dagli esperti ha avuto effetti disastrosi perché, grazie al potere persuasivo dell’autorità della scienza, ha prodotto una rappresentazione sociale rassicurante che ha pervaso il senso comune, riducendo la percezione del rischio e causando, insieme alla vulnerabilità degli edifici, la perdita di vite umane”.
Eppure migliaia di scienziati da tutto il mondo hanno firmato un appello a difesa dei membri della Commissione Grandi Rischi, come lo spiega?
“Altro imbroglio. I cinquemila scienziati hanno firmato un appello contro l’idea che si processassero degli scienziati per non aver previsto un terremoto. Un appello così lo avrei firmato anch’io, ma nella realtà quell’appello è una mistificazione. E’ bene ripeterlo: il processo non era per non aver previsto il terremoto, ma per aver previsto che non ci sarebbe stato nessun terremoto, non per “non aver allarmato” ma per aver rassicurato”.
E’ Nature, la rivista di settore più prestigiosa del mondo, che rappresentava un’Italia medievale, ma ora sembra fare un passo indietro, che cosa segnala?
“Ci sono due ragioni. La prima è culturale, riguarda la tendenza auto-conservativa di qualsiasi comunità. E così anche quella scientifica svela la sua natura tribale e si arrocca in difesa, fino al punto di prescindere dalla verità dei fatti. La seconda ragione è intrinsecamente politica e rivolta all’interno di questi confini istituzionali. E cioè, la possibilità che questi potenti scienziati vengano assolti (nei successivi gradi di giudizio, ndr), fomenta una sorta di corporativismo omertoso: nessuno si espone nel timore di subire poi una rappresaglia da parte della propria autorità di riferimento“.
C’è chi ha sostenuto che con questa sentenza si vogliano scaricare sugli scienziati colpe che vanno invece individuate altrove, a partire dagli errori nella costruzione delle case.
“Ne parlo alla fine del libro. Le rassicurazioni della Commissione Grandi Rischi non sono state l’unica causa di morte, ma dire che un terremoto non avverrà, per quello che ci riguarda, è proprio come costruire male un pilastro: entrambe le azioni aumentano l’esposizione al rischio. E così i due elementi, rassicurazionismo e malaedilizia, si rafforzano a vicenda. Sulle case fatte male e sulla fatalità la difesa ha puntato tutto, cercando un capro espiatorio che scagionasse dalle proprie responsabilità chi ha persuaso la gente a restarvi dentro, a quelle case”.
Quindi la tragedia aquilana che lezione/possibilità offre?
“Ci conferma che il pensiero scientifico è l’unico che nella società occidentale gode di uno statuto di sacralità totale, di immunità assoluta. Caratteristiche che “normalmente” pertengono al pensiero magico-religioso ma che nella nostra società, in un percorso durato tre secoli, sono state incorporate dalla scienza. E cioè la scienza, a livello di senso comune, di cultura antropologica delle masse, più che dissolvere i sistemi di credenze magico-religiose si è andata a sostituire ad essi, acquisendo, nei suoi usi sociali, un’autorità mistico-sacrale”.
Sembra una conclusione amara …
“Ci sono dei tratti dell’uomo che non cambiano sotto la superficie dell’evoluzione tecno-culturale: mettere in discussione la divinità, il fondamento trascendente di un ordine mondano, provoca vertigine, smarrimento, che poi questa divinità venga dalla scienza non cambia la sostanza del discorso. Non voglio certo dire che non bisogna avere fiducia nella scienza: bisogna fare attenzione alla sua sacralizzazione. Da qui si capisce che il pensiero scientifico si dispone a funzionare come strumento di legittimazione autoritaria della decisione politica”.
Alcuni miei appunti per riflessioni successive:
Questa storia è stata fortemente strumentalizzata e mistificata. All’inizio non era chiara l’accusa, poi solo a sentenza pronunciata si è capito (e comunque con lentezza) che la condanna era “per aver rassicurato”. Sono scettico su questo processo per almeno due ragioni: 1. non so cosa avrebbero dovuto dire esattamente i sismologi; 2. non riesco a capire concretamente quale sia (stato) l’apporto dell’antropologia culturale nel dibattimento del processo.
1. I terremoti, per quanto insistenti possano essere le scosse nel corso dei mesi, non si possono prevedere: il 31 marzo 2009 nessuno sapeva che dopo una settimana (sarebbero potuti essere 3 giorni o 300 o nessuno) ci sarebbe stato un sisma disastroso. Cosa avrebbero dovuto dire gli esperti? “Vivete a tempo indeterminato in auto”?. Non so. La famosa riunione della Commissione Grandi Rischi fu una buffonata e gli scienziati che vi presero parte meritano di essere dimissionati dalle loro cariche pubbliche per essersi prestati ad un siparietto politico voluto dall’allora capo della Protezione Civile. Qualcuno di essi si è ulteriormente ridicolizzato invitando a brindare con un buon vino locale. Ma questo è un conto diverso dall’aver rassicurato. E poi, per quanto tempo avrebbero rassicurato? Una sola intervista ad un solo membro della CGR vale una condanna a 6 anni di reclusione per tutti gli scienziati? E perché tra questi non c’è, ad esempio, il sindaco de L’Aquila che pure era presente a quella riunione?
2. L’antropologia culturale può e deve intervenire nel dibattito pubblico sui disastri e sul senso del rischio, figuriamoci, ma faccio fatica a considerarla una disciplina che possa dare un contributo in fase d’urgenza (a meno che non ci siano riflessioni antropologiche di lunga data su quel determinato oggetto: nel caso dell’Aquila, c’erano precedenti studi sull’elaborazione del rischio sismico che potessero permettere una comparazione con quanto avvertito – presuntamente – dalla vittime del 6 aprile?). Inoltre, si può fare antropologia supponendo ciò che avranno pensato le persone morte sotto le macerie? In ogni caso, in questa sentenza quale verità ha apportato la mia disciplina? Che gli aquilani sono secoli che quando sentono una scossa tellurica scappano, mentre questa volta non l’hanno fatto perché c’è stato un tizio che in tv ha detto di stare tranquilli? E che verità è? Io lo specifico culturale locale aquilano/abruzzese non l’ho colto. Fino ad ora ho letto stralci della perizia di Ciccozzi sul suo blog, ma quanto prima mi dedicherò al libro che ha appena pubblicato.
A mio avviso l’antropologia culturale deve stare attenta a non passare per una disciplina che giustifica l’irrazionalità a prescindere. Sappiamo bene che non esiste una razionalità e sappiamo altrettanto bene che non esiste alcun modo per dimostrare l’irrazionalità, ma l’antropologia non deve temere di affermare che certi comportamenti sono – di fatto e, almeno, alla lunga – sbagliati. I popoli possono avere un atteggiamento errato verso il rischio (di sottovalutazione, di ottundimento…), anche se nell’immediato hanno una loro razionalità. Evitare il pensiero dell’apocalisse serve nell’immediato, ma se si vive su un vulcano o su una faglia, prima o poi ce lo si deve porre. L’antropologia culturale (e sociale), dunque, serve a far luce sui meccanismi nascosti dagli stereotipi e dai luoghi comuni e, per questa ragione, trovo ottima l’osservazione di Ciccozzi sul comportamento dei gruppi (la comunità scientifica che si autoprotegge e si arrocca sulle sue verità e sulla sua autorità), così come è preziosa la luce che pone sulla commistione di potere tra scienza e politica (che è il vero nodo della questione). Allo stesso tempo, però, non riesco a capire come si possa fare antropologia in un mese o senza intervistare le persone (nel caso specifico, defunte) e, infine, non considerando questo processo come una particolare forma di “blaming”.
1 luglio 2013 alle 05:57
24 agosto 2013 alle 07:17
«La Repubblica», 9 agosto 2013, QUI
SISMA L’AQUILA, RICERCA UNIVERSITA’: “NESSUN SEGNO PREMONITORE DA RADON”
Lo studio mostra che non ci fu aumento della concentrazione di gas rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Boschi: “È la fine delle polemiche sulla prevedibilità del terremoto”
Nessun segno premonitore arrivò dal radon prima del sisma che, il 6 aprile 2009, distrusse L’Aquila. Ad affermarlo è una ricerca dell’Università degli Studi de L’Aquila, che pone fine, dati alla mano, alla lunga polemica esplosa sulla presunta previsione del terremoto sulla base di un aumento delle emissioni di gas. Era questa la tesi sostenuta dal tecnico abruzzese, Giampaolo Giuliani, che fu anche denunciato per procurato allarme.
Lo studio coordinato da Giuseppe Pitari e pubblicato sulla rivista Environmental Earth Sciences mostra che nessun aumento significativo della concentrazione di radon ebbe luogo nel marzo 2009 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Inoltre il confronto diretto fra i dati del marzo 2009 con quelli del marzo 2004 mostra in realtà una diminuzione media del 30% delle emissioni di gas durante il 2009.
Analizzando le emissioni di radon della zona di L’Aquila per un lungo periodo, i ricercatori abruzzesi hanno messo a punto un modello per prevedere la variabilità del gas rilasciato a livello giornaliero. Lo studio dimostra inoltre che le misurazioni dei livelli di radon registrato nei mesi di marzo e aprile del 2009, che avrebbe dovuto subire grandi trasformazioni rispetto ai mesi precedenti, avrebbe anzi avuto un calo rispetto alla media degli altri anni di circa il 30%.
“Questi 4 giovani ricercatori aquilani hanno fatto una cosa importante perché hanno dimostrato ancora una volta che il metodo scientifico da Galileo in poi, benché lento e faticoso, consente sempre progressi (anche minimi, ma positivi) nella conoscenza del mondo che ci circonda e nella chiarezza dei nostri convincimenti”, ha concluso Boschi.
“Made in Italy”, blog di Marco Cattaneo in “Le Scienze”, 25 luglio 2013, QUI
LE RIFLESSIONI DI BOSCHI SUL PROCESSO DELL’AQUILA
Da “Il Processo” di Kafka.
La “prova” usata dal Pubblico Ministero (PM) è il verbale della riunione della CGR. Scritto, senza che noi ne venissimo informati, da una funzionaria della PC e corretto dal Capo dell’Ufficio Rischio Sismico della PC . Vidi il verbale dopo il terremoto e lo firmai come atto dovuto. Gli Aquilani hanno potuto leggerlo solo successivamente, sul quotidiano “la Repubblica”.
Il contenuto è sostanzialmente corretto. Si divide in due parti. Nella prima, succinta, dopo aver ricordato le caratteristiche della sequenza in atto, si ribadisce che l’Abruzzo e in particolare L’Aquila è fra le zone a maggior pericolosità sismica in Italia. Nella seconda si risponde a un quesito sulla prevedibilità dei terremoti. A questa parte viene dedicata molta più attenzione. Si afferma che i terremoti non sono prevedibili spiegandone il perché su basi scientifiche. Spiego la difficoltà di capire fino in fondo la meccanica della sorgente sismica, quindi l’impossibilità di arrivare alla previsione, visto che terremoti forti su una stessa faglia sono rarissimi: possono passare anche migliaia di anni affinché si ricreino le condizioni per avere un altro terremoto forte sulla stessa faglia. Sulla stessa faglia, non nella stessa regione come ha voluto intendere il PM ironizzando sulla mia affermazione. È evidente che se si amplia la regione che si considera si troverà un maggior numero di faglie e quindi un maggior numero d scosse e quindi periodi di ritorno molto più brevi. Se consideriamo tutto il territorio nazionale abbiamo un evento importante ogni 4 o 5 anni. Il ripetersi del temuto terremoto del 1703 appariva quindi poco probabile non solo perché riguarda una struttura diversa da quelle dove si stava sviluppando lo sciame ma anche perché è da considerarsi troppo recente; la stessa affermazione vale per la terribile scossa del 1915.
Per dimostrare la mia colpevolezza il PM si è servito di un mio lavoro, pubblicato nel 1995 su una prestigiosa rivista di Sismologia, stravolgendone completamente il significato. Ha di fatto processato i metodi della Ricerca. Rivendico la validità del metodo scientific e sono pronto a sostenere le mie affermazioni fino a subirne anche pesanti conseguenze, come di fatto già mi sta accadendo. Intendo difendere un principio per me e per qualunque Scienziato non negoziabile: quello della assoluta indipendenza della Ricerca, sopratutto dalla Magistratura Il lavoro del 1995 evidenzia l’importanza nelle trattazioni statistiche del cosiddetto “clustering” temporale: cioè un certo numero di forti terremoti in un breve, in senso geologico, intervallo di tempo Il lavoro si conclude avvertendo che l’elevata probabilità calcolata per l’Aquilano è da considerare non significativa, come è chiaramente scritto nelle conclusioni, perché basata solo su tre eventi verificatisi tra il ‘600 e il ‘700 che non possono costituire una base sufficiente per descrivere quello che succederà nei secoli successivi. Comunque si tratta di considerazioni specialistiche che non riguardano direttamente la difesa dei cittadini dai terremoti. Nel 2003, sei anni prima del terremoto, è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la Mappa Sismica che contiene tutte le necessarie indicazioni per conseguire un adeguato livello di sicurezza, se presa nella dovuta considerazione.
Il Sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, ha testimoniato con decisione che era rimasto talmente impressionato dalle mie dichiarazioni sul rischio sismico della sua città, fatte durante la riunione della CGR, che decise di chiudere alcune scuole e di chiedere lo stato di emergenza. Questa testimonianza è stata ignorata dal PM e dal Giudice. Allora o Cialente ha commesso falsa testimonianza o io non posso essere accusato di aver tranquillizzato. Non vi è una terza possibilità. Non ho tranquillizzato durante la riunione, non ho tranquillizzato prima della riunione non ho tranquillizzato dopo. Normalmente non tranquillizzo mai se non altro perché in Italia gli edifici crollano anche senza scosse sismiche. Figurarsi con un terremoto! Potrei inoltre dimostrare che ho ricordato pubblicamente e frequentemente il rischio sismico abruzzese e aquilano per almeno 30 anni, senza venir mai considerato.
Come già accennato, nel 2003 fu pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri in cui venne ufficializzata la Mappa Sismica prodotta principalmente dall’INGV di cui ero allora Presidente. Si vede chiaramente che l’Abruzzo è la zona a massima pericolosità. Uno degli scopi della pubblicazione era informare gli Amministratori delle azioni da intraprendere per ridurre il rischio sismico nelle regioni, province o comuni di loro competenza. Agli Amministratori era stata precedentemente fornita dalla PC anche una poderosa pubblicazione in tre volumi con la lista degli edifici pubblici a rischio, Comune per Comune, di tutte le regioni più sismiche, Abruzzo compreso. Questo perché l’unico modo per difendersi dai terremoti è vivere in edifici sicuri: non vi e’ altra strada.
Con la pubblicazione ufficiale della Mappa si giunge, allo stato attuale delle conoscenze, al massimo contributo possibile che la Sismologia possa fornire alla Società per la difesa dai terremoti. Essa e altre mappe molto dettagliate, ove appare con grande evidenza la pericolosità dell’Aquila, vennero mostrate e fornite durante la riunione della CGR ma, come scoprii successivamente, non furono annesse al verbale della riunione. Furono mostrate al PM che, però, le ha ignorate come ha ignorato la testimonianza di Cialente. Queste dimenticanze insieme al tentativo di utilizzare un mio lavoro scientifico per arrivare a un verdetto di colpevolezza dimostrano l’insostenibilità della formulazione dell’accusa: una totale mancanza di argomenti!
Infine ricordo che quella che il PM considera tranquillizzazione è riconducibile esclusivamente a una dichiarazione del ViceCapo della PC fatta prima della riunione della CGR ed estratta da un’intervista da lui rilasciata a una TV e poi riportata da tutti gli organi di informazione locali. Vi si affermerebbe che tanti piccoli terremoti impediscono il verificarsi di scosse più forti. Cosa che ovviamente nessuno può prendere seriamente in considerazione visto che in Italia abbiamo ogni anno migliaia e migliaia di piccole scosse e quindi non avremmo mai dovuto avere scosse forti nel passato. Ebbene il PM ha stabilito che questa affermazione fatta PRIMA della riunione della CGR fu una conseguenza di quanto dichiarato DOPO, durante la riunione stessa!
Il PM e il Giudice hanno insistito nel dire che NON sono stato condannato per una “mancata previsione”. E allora, per quale ragione sono stato condannato? Non mi si può imputare la pessima qualità delle costruzioni: non le ho certo progettate e costruite io! Non mi si può imputare il mancato controllo del rispetto delle leggi antisismiche: compito che spetta a ben altra Autorità. Non mi si può imputare la mancanza di un’efficace organizzazione per la gestione di situazioni di emergenza: compito delle strutture di PC locali. Non mi si può imputare un’ errata comunicazione del rischio: compito della PC, come già ricordato. Non mi si può imputare di aver diffuso informazioni sbagliate o imprudenti perché ne sarebbe rimasta traccia… Mi domando: che cosa avrei dovuto fare per non incorrere nella severità della Giustizia? A questa domanda ho trovato soltanto una risposta ragionevole: avrei dovuto prevedere il terremoto.
Dedicato al mio amico e fratello (minore) di sventura che un giorno accettò serenamente un mio invito… a Giulio Selvaggi.
“Il giornale della protezione civile”, 9 dicembre 2013, QUI
“IL TERREMOTO TRA SCIENZA E DIRITTO”: LA SENTENZA CGR FRA RESPONSABILITA’ DEGLI SCIENZIATI E MEDIA
Domani a L’Aquila la presentazione del libro “Il terremoto tra scienza e diritto” che affronta il tema della responsabilità dello scienziato, fra funzioni delle previsioni scientifiche, modalità di comunicazione delle stesse e responsabilità penale
Si terrà domani, martedì 10 dicembre 2013, alle ore 15.00, presso l’Auditorium dell’Università degli Studi dell’Aquila la presentazione del volume “Il terremoto tra scienza e diritto“, a cura di Fabrizio Marinelli. Il libro contiene, fra le altre cose, la requisitoria del Pubblico Ministero e la sentenza del Tribunale dell’Aquila di condanna della Commissione “Grandi Rischi”, tema che sarà il focus della giornata e costituirà momento di approfondimento sul rapporto fra ruolo e responsabilità dello scienziato, funzioni delle previsioni scientifiche, modalità di comunicazione delle stesse e responsabilità penale.
“Il volume – ha dichiarato Fabrizio Marinelli – intende essere una testimonianza documentale di un evento giuridico (la sentenza di condanna) che si innesta su evento storico quale il sisma del 2009. Le problematiche giuridiche affrontate in occasione di tale processo pongono interrogativi importanti sulla responsabilità dello scienziato e degli organismi tecnici”.
Il Convegno inoltre, come sottolineato dal prof. Fabrizio Politi, Presidente della Edizioni L’Una: “intende approfondire il complesso tema dei confini della responsabilità dello scienziato, sempre più stretto fra funzioni delle previsioni scientifiche, modalità di comunicazione delle stesse e responsabilità penale. Per questa ragione le relazioni sono tenute da tre altissimi esperti nel campo scientifico, penalistico e della comunicazione di massa. Partendo dagli esiti della sentenza del Tribunale dell’Aquila, la presentazione del volume intende costituire un momento di approfondimento di queste attualissime problematiche”.
L’incontro è organizzato dalla University Press dell’Ateneo aquilano (Edizioni L’Una) in collaborazione con l’Università dell’Aquila e l’Ordine degli Avvocati dell’Aquila.
Presentazione del volume “IL TERREMOTO TRA SCIENZA E DIRITTO” a cura di Fabrizio Marinelli
Edizioni L’Una, 2013 L’Aquila University Press-
Martedì 10 Dicembre 2013 , h. 15.00 – Università degli studi dell’Aquila- Via G. Falcone n. 25, L’Aquila – Auditorium Reiss Romol
Prof.ssa Paola Inverardi (Rettrice Università dell’Aquila)
(Presidente Ordine degli Avvocati dell’Aquila)
(Presid. Edizioni L’Una, ord. Dir.cost. Univ. L’Aquila)
Dott. Giustino Parisse (Resp. Redazione “Il Centro”, L’Aquila)
“INGV Terremoti”, 20 marzo 2014, QUI
UN’ANALISI DELLA SENTENZA DEL PROCESSO A L’AQUILA
di Giacomo Cavallo
“Il terremoto a L’Aquila”, 20 marzo 2014, QUI
COMMENTO ALLA SENTENZA “GRANDI RISCHI”, LETTA ALLA LUCE DELLA MOTIVAZIONE
“L’Angolo di Boschi”, blog su “Uni Ricerca – Il Foglietto”, 18 marzo 2014, QUI
Il prestigioso giornale abruzzese Il Centro ha pubblicato il 14 marzo un articolo dal titolo “Lo sciame sismico fu sottovalutato”, affermazione di uno dei testimoni del processo che si è svolto a L’Aquila per il terremoto del 6 aprile 2009, che si concluse con una sentenza di quasi mille pagine e una condanna a sei anni di reclusione e ad altro per i sette imputati.
L’articolo citato non rivela niente di nuovo. Il titolo, correttamente virgolettato dal giornale, rappresenta un’ulteriore evidenza che un gruppo eterogeneo di persone sta cercando, con finalità e interessi anche diversissimi, di far sedimentare l’idea della nostra colpevolezza in vista dell’Appello, che probabilmente si celebrerà in ottobre.
E’ comunque ben noto e facilmente verificabile che non abbiamo mai sottovalutato neanche la scossa più piccola, non solo in Abruzzo ma in tutto il territorio nazionale.
Abbiamo costruito un’estesa rete sismica al massimo della tecnologie disponibili, in grado di registrare eventi talmente lievi che neanche le persone più sensibili riescono ad avvertire, pur trovandosi in prossimità dell’epicentro.
Tutto può essere utile per capire la dinamica delle zone sismiche peraltro monitorate 24 ore su 24 per tutti i giorni dell’anno ormai da una trentina d’anni. E tutto viene registrato, analizzato e archiviato, in maniera adeguata e rigorosa. Quest’attività ha portato a un grande sviluppo nella conoscenza della sismicità italiana e a quantificare in modo rigoroso la pericolosità sismica del nostro Paese.
Una decina di anni fa si è arrivati alla redazione di una mappa sismica di tutto il territorio nazionale. La mappa e’ stata ufficializzata dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. In essa l’elevata pericolosità sismica dell’Aquilano appare in tutta evidenza.
La nostra attenzione alla sequenza aquilana, che cominciò nel gennaio 2009 (non nel giugno 2008, come più volte è riportato nella sentenza e dai media) e che culminò nel terremoto del 6 aprile, è verificabile per esempio dai due comunicati (non rituali e non richiesti) inviati dall’Ingv alla Protezione Civile il 17 febbraio e il 12 marzo 2009. Non solo: alla riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009 fu presentata una relazione dettagliata sulle sequenze sismiche di L’Aquila e di Sulmona che all’epoca erano in atto e una serie di mappe sulla pericolosità sismica e sulle faglie attive nelle zone interessate dalle scosse.
Per essere sicuro di rispondere completamente ad ogni eventuale domanda, mi feci accompagnare da Giulio Selvaggi, che allora dirigeva il Centro Nazionale Terremoti dell’Ingv e che considero uno dei migliori sismologi sperimentali al mondo.
Se avessi voluto “sottovalutare lo sciame sismico” non sarei andato a L’Aquila il 31 marzo 2009, visto che assolutamente nessuno poteva obbligarmi** e che le riunioni della Grandi Rischi tradizionalmente si tengono a Roma per ragioni di ovvia opportunità. Oppure me ne sarei andato subito dopo aver scoperto che inspiegabilmente non era presente chi aveva indetto la riunione. Addirittura mancava il numero legale previsto dal regolamento della Commissione.
Sono rimasto per spirito di servizio e per rispetto ai numerosi personaggi presenti, molti dei quali incontrati per la prima volta in quell’occasione.
La lettura dell’articolo del 14 marzo scorso apparso su Il Centro ha ancora una volta evidenziato che dopo il terremoto del 2009, come sempre succede dopo un terremoto importante, molti sono diventati sismologi bravissimi: avrebbero saputo cosa fare e cosa dire se si fossero trovati al nostro posto! Addirittura c’è chi è arrivato a sostenere che la mancata utilizzazione di strumenti da lui stesso prodotti è stata causa della tragedia!
I dati misurati e registrati dalla rete, per impedire vergognose speculazioni di questo tipo e per consentire la partecipazione più ampia possibile agli studi sulla sismicità italiana, erano e sono accessibili a tutti i ricercatori ed esperti in tempo reale. Tutti sono pertanto in grado di seguire l’attività sismica (esattamente come la seguono gli operatori Ingv) dell’intero territorio nazionale: chi è pagato dallo Stato per occuparsi di terremoti lo dovrebbe fare sistematicamente.
Perché allora questi esperti non hanno mostrato le loro “eccezionali” capacità post-sisma PRIMA del terremoto, avvertendoci e consigliandoci opportunamente? Ci chiamavano continuamente per i motivi più disparati … che poco avevano a che fare con la scienza.
Ribaltare in prospettiva rassicurante verità scientifiche, come l’imprevedibilità dei terremoti e la scarsa probabilità del verificarsi di eventi di un certa entità, presuppone scarsissima competenza di chi lo propone e mostra propositi inconfessabili, visto che spesso la narrazione dei fatti varia secondo le circostanze.
Ricordo, non incidentalmente, che si può verificare se chi si propone come esperto lo sia veramente o se banalmente ci si trovi di fronte a un millantatore in cerca di visibilità e magari di combinare qualche affare lucroso, anche se di basso livello. Esistono numerosi episodi che dimostrano l’asserto.
Inoltre, nella circostanza della riunione del 31 marzo 2009, come peraltro in nessun’altra circostanza, nessuno fu autorizzato a riportare o a interpretare il nostro pensiero. Si tenga a mente, al riguardo, che nessuna deliberazione venne presa alla fine della riunione.
L’unica difesa possibile è mettersi nelle condizioni di vivere in edifici in grado di sostenere le scosse, come si è fatto in tutti i Paesi sismici sviluppati. Ma costruire case sicure, imporre il rispetto delle leggi e fare adeguati e continui controlli non è certo compito dei sismologi.
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