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Timestamp: 2020-04-07 09:57:22+00:00

Document:
Fucile uso caccia, reato, art. 43 tulps
Domenica, 01 Dicembre 2019 09:16
Scritto da Francesco Pandolfi
Sull’art. 43 T.u.l.p.s. esiste un profondo contrasto interpretativo, al momento ancora non definitivamente risolto.
Partiamo comunque dal caso concreto che è stato sottoposto prima ai giudici amministrativi del T.R.G.A. Trento e poi al Consiglio di Stato: il caso si è risolto bene strada facendo in quanto, prima di arrivare alla sentenza di merito di secondo grado l’Amministrazione è tornata sui propri passi ed ha rivisto in meglio la posizione della persona interessata.
All’inizio, la Questura respinge l’istanza di rinnovo della licenza di porto di fucile uso caccia presentata dall’interessato nel 2015.
Il diniego si basa sul fatto che il richiedente risulta condannato, con sentenza del 1999 pronunciata ex artt. 444 e 445 c.p.p., alla reclusione di mesi xx ed alla multa di xxxx per il reato di furto aggravato ex artt. 624 e 625 n. 7 c.p., nonché per violazione delle disposizioni urgenti per la tutela delle zone di particolare interesse ambientale ex art. 1 L. n. 431/1985, essendosi impossessato al fine di trarne profitto, di xxxx metri cubi di materiale inerte del fiume di proprietà del demanio provinciale, con l’aggravante di aver commesso il fatto su cosa esposta per necessità a pubblica fede, producendo altresì una modificazione ambientale in zona sottoposta a vincolo.
Questo l’antefatto.
Secondo la valutazione iniziale della Questura, la condanna riportata dal richiedente è ostativa assoluta alla titolarità della licenza di porto di fucile, ai sensi dell’art. 43, c. 1 T.u.l.ps. (“Non può essere concessa la licenza di portare armi [..]: a) a chi ha riportato condanna alla reclusione per delitti non colposi contro le persone commessi con violenza ovvero per furto”), come interpretato dal Consiglio di Stato nel parere del 16 luglio 2014, ove si legge: “Il testo della disposizione, infatti, non lascia alcuna alternativa al diniego – o alla revoca – della licenza di porto d’armi in ipotesi di condanna per i reati ivi indicati, benché nel vigente quadro ordinamentale, l’automatismo possa apparire irragionevole con riguardo a reati come il furto o la resistenza all’autorità. Né vi sono altre disposizioni – in particolare quelle sugli effetti della riabilitazione – che consentano deroghe”.
Il ricorso di primo grado
Il ricorso di secondo grado
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Con il ricorso di primo grado la persona interessata chiede l’annullamento del provvedimento amministrativo, anche riferendosi alla tenuta costituzionale dello stesso art. 43, descrivendone l’illegittimità per contrasto con gli artt. 2, 3, 27 e 92 della Costituzione.
Il Giudice respinge il ricorso, ritenendo che il provvedimento ha fatto corretto uso dei principi enunciati dalla giurisprudenza più recente, richiamando le pronunce della III Sezione del Consiglio di Stato, nn. 1696, 1698, 2019 e 2321 del 2016, nelle quali sono ribadite, da un lato, la natura assolutamente ostativa al rilascio di porto d’armi dei reati elencati nell’art. 43, c. 1, lett. a), T.u.l.p.s. e, dall’altro, l’irrilevanza di fatti quali l’intervenuta estinzione del reato o riabilitazione (che, peraltro, l’interessato aveva chiesto dichiararsi in epoca successiva al diniego).
Il Collegio sottolinea, inoltre, che il Giudice penale non ha ritenuto di applicare la sanzione sostitutiva prevista dagli artt. 53 e 57 della L. 689/81, né si sarebbe potuta applicare alla fattispecie l’esimente di cui all’art. 131 bis c.p., essendo la gravità del fatto provata dalla rilevante quantità di materiale asportato, per un valore pari a xxxx.
Quindi, ribadita l’equiparazione della sentenza emessa ex art. 444 c.p.p. alla sentenza penale di condanna, il Collegio dichiara in pratica irrilevanti i dubbi di costituzionalità sollevati dal ricorrente.
Questo è l’orientamento della magistratura di primo grado.
Come sempre, per noi la questione pratica racchiude alcuni principi utili da tenere a mente, così come offre spunti utili per valutare i ricorsi contro dinieghi analoghi.
Andiamo dunque a vedere cosa è successo durante il percorso giudiziale di secondo grado.
Con l’appello, la persona interessata praticamente ricalca le motivazioni del ricorso in prima istanza.
Il Collegio pronuncia un’ordinanza con cui dispone la sospensione c.d. impropria del procedimento (ex art. 79, c. 1, c.p.a., come interpretato da Ad. Plen. n. 28/2014) dal momento che rileva la pendenza, dinanzi alla Corte Costituzionale, di due giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 43 T.u.l.p.s. sollevati dal Tar Toscana e dal Tar Friuli Venezia Giulia.
A questo punto il ricorrente ribadisce l’avvenuta emanazione, nel frattempo, del decreto di rinnovo del porto d’armi.
Pertanto, chiede la chiusura in rito del procedimento per cessata materia del contendere o, in subordine, per sopravvenuta carenza di interesse alla decisione, a spese compensate.
Il Collegio ritiene dunque che sia cessata la materia del contendere (C.d.S. Sezione Terza, sentenza n. 7911/19 pubblicata il 19.11.2019).
Risulta infatti soddisfatta la pretesa azionata in giudizio dall’appellante, poiché il titolo richiesto alla fine è stato rilasciato dalla Questura, la quale ha dichiarato di aver proceduto a rivalutare la posizione della persona in questione ed ha accertato “che, allo stato attuale, non permangono i motivi che hanno determinato l’adozione del provvedimento inibitorio citato”.
Tanto ha fatto a seguito, anche, dell’intervenuta novella legislativa di cui al D. Lgs. 104/2018 la quale, se certo è priva di effetti retroattivi (in ossequio al principio tempus regit actum), ben può, tuttavia, essere richiamata dall’Amministrazione che intenda tornare sulle proprie posizioni per giustificare il mutamento della propria decisione.
Il fatto che ci interessa è questo: esiste un profondo contrasto giurisprudenziale, irrisolto, in ordine all’interpretazione da dare all’art. 43 T.u.l.p.s. nel suo testo originario, su cui si è espressa anche la Corte costituzionale con la pronuncia di rigetto -OMISSIS- del 20 marzo 2019, la quale da una parte ha confermato la piena legittimità dell’atteggiamento ermeneutico più rigoroso e fedele alla lettera della legge, ma non ha preso posizione in ordine all’ammissibilità di altre interpretazioni, più libere e costituzionalmente orientate (da ultimo, accolte dalla Sezione nella sentenza 6995/2019), che devono pertanto ritenersi tuttora percorribili dal Giudice nell’esercizio del potere dovere di interpretare la legge.
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Francesco Pandolfi AVVOCATO: Nel 1995 inizia la sua attività di avvocato; il 24.06.2010 acquisisce il patrocinio in Corte di Cassazione e Magistrature Superiori. Attualmente si occupa prevalentemente di diritto amministrativo, diritto militare, diritto delle armi, responsabilità medica, diritto delle assicurazioni. E' autore di numerose pubblicazioni su importanti quotidiani giuridici on line, tra cui Studio Cataldi e Mia Consulenza; nel 2018 ha pubblicato il libro "Diritto delle armi, 20 sentenze utili". La sua Missione è "aiutare a risolvere problemi giuridici". Ritiene che il più grande capitale sia la risorsa umana e che il più grande investimento sia la conoscenza. Ha l'opportunità di servire persone in tutta Italia. I tratti caratteristici della sua azione sono: tattica, esperienza, perseveranza. coraggio, orientamento verso l'obiettivo.
Francesco Pandolfi COACH: la formazione parte dal 1998; tanti i corsi frequentati con docenti a livello internazionale; tra questi si annoverano training specifici sulla comunicazione efficace, p.n.l., psicologia, ipnosi, motivazione ecc. Attualmente si occupa di coaching one to one, seguendo i propri Assistiti (personalmente con incontri diretti o a distanza, tramite Skype) con percorsi studiati su misura in base agli obiettivi che il Cliente desidera raggiungere in qualsiasi settore (esempio: percorsi scolastici a tutti i livelli, programmi alimentari, attività lavorativa ecc...). L'attività intellettuale del coach è disciplinata dalla Legge n. 4 del 14.01.2013 entrata in vigore il 10.02.2013, che detta disposizioni in materia di professioni non organizzate in ordini o collegi.
Francesco Pandolfi MAESTRO: la formazione come praticante, poi come allenatore, istruttore e maestro di Karate Tradizionale ha inizio nel 1982; gli insegnamenti in questa disciplina provengono essenzialmente da Hiroshi Shirai e Taiji Kase, Maestri giapponesi riconosciuti come depositari nel mondo della versione autentica ed originale dell'arte marziale. Il Karate tradizionale è un'attività che mira a formare il carattere della persona, il corpo e lo spirito, attraverso l'allenamento fisico; si tratta di tecniche di autodifesa senza armi che possono supportare una persona attaccata a distanza, la quale viene posta nelle condizioni di difendersi anche utilizzando un solo colpo risolutivo. Le sedute di allenamento sono incentrate sulla preparazione atletica, il kihon, il kata, il kumite, la meditazione e le pratiche di rilassamento.
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References: art. 43
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1
 art. 43
 sentenza 
 art. 444
 sentenza 
 art. 79
 sentenza 
 sentenza