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Timestamp: 2020-06-03 10:01:54+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 8883 del 06/04/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8883 del 06/04/2017
Cassazione civile, sez. VI, 06/04/2017, (ud. 07/03/2017, dep.06/04/2017), n. 8883
sul ricorso 27878-2015 proposto da:
V.R., elettivamente domiciliata in ROMA, MAZZA CAVOUR, presso la
TRISCHITTA;
R.V., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso
GIOVANNI CAROE’;
avverso la sentenza n. 1622/2014 della CORTE D’APPEI LO di MI SSINA,
1. che la Corte di appello di Messina, in riforma della decisione di primo grado, ha condannato V.R. al pagamento in favore di R.V. della somma di Euro 34.314, 64 a titolo di differenze retributive e di tfr;
1.2 che la decisione, per quel che ancora rileva, è stata fondata sulla natura subordinata del rapporto in controversia, esclusa, invece, del giudice di prime cure. In particolare, il giudice di appello ha ritenuto ininfluente, al fine della qualificazione come autonomo del rapporto) in oggetto, la circostanza che, per come pacifico, la R. espletava la propria prestazione di badante del genitore della V., alternandosi con la sorella, sulla base di turni di ventiquattro o quarantotto ore stabiliti secondo le esigenze proprie; tale potere organizzativo era, infatti, da reputarsi come demandatole dalla V. la quale aveva consentito alla R. di articolare l’orario lavorativo con la sorella, secondo le esigenze delle medesime, ferma restando la necessità di garantire la continuità dell’assistenza; in tale contesto l’ assoggettamento al potere direttivo e disciplinare della datrice era desumibile dall’obbligatorietà della prestazione, dalla necessità dell’espletamento 24 ore su 24 dell’attività di badante, dall’obbligo di prevedere le necessarie sostituzioni, dalla previsione di un corrispettivo fisso parametrato al numero di ore; la ripetitività e semplicità delle mansioni richiedevano la necessità solo di istruzioni iniziali;
2. che per la cassazione della decisione ha proposto ricorso V.R. sulla base di un unico motivo articolato in più profili;
3. che la parte intimata ha resistito con tempestivo) controricorso;
4. che con l’unico motivo) di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2094 e 2697 c.c. e insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione alla natura subordinata del rapporto di lavoro. Si censura la decisione per non avere fatto corretta applicazione dei principi affermati dal giudice di legittimità in tema di criteri di accertamento della natura autonoma o subordinata del rapporto ai sensi dell’art. 2094 c.c.; si sostiene, inoltre, la violazione della regola di ripartizione dell’onere probatorio per non avere la sentenza impugnata ritenuto il rapporto dedotto di natura autonoma, secondo quanto evincibile dalle dichiarazioni della resistente in sede di interrogatorio formale e, più in generale, per non avere la R. provato l’assoggettamento al potere direttivo e disciplinare della parte datoriale. Si adducono una serie di circostanze di fatto – assenza di direttive, di vincolo di orario, obbligo di comunicazione delle assenze, disponibilità delle chiavi e dell’abitazione, utilizzata anche per esigenze personali, facoltà di farsi sostituire da altre due sorelle – che avrebbero giustificato la qualificazione come autonomo del rapporto in controversia;
5. che il ricorso è manifestamente infondato;
5.1 che secondo quanto ripetutamente affermato dal giudice di legittimità “requisito fondamentale del rapporto di lavoro subordinato – ai fini della sua distinzione dal rapporto di lavoro autonomo – è il vincolo di soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, il quale discende dall’emanazione di ordini specifici, oltre che dall’esercizio di una assidua attività di vigilanza e controllo dell’esecuzione delle prestazioni lavorative. L’esistenza di tale vincolo va concretamente apprezzata con riguardo alla specificità dell’incarico conferito al lavoratore e al modo della sua attuazione, fermo restando che ogni attività umana economicamente rilevante può essere oggetto sia di rapporto di lavoro subordinato sia di rapporto di lavoro autonomo. In sede di legittimità è censurabile solo la determinazione dei criteri generali e astratti da applicare al caso concreto, mentre costituisce accertamento di fatto – incensurabile in tale sede, se sorretto da motivazione adeguata e immune da vizi logici e giuridici – la valutazione delle risultanze processuali che hanno indotto il giudice ad includere il rapporto controverso nell’uno o nell’altro schema contrattuale” (v. fra le altre Cass. 21 novembre 2001, n. 14664; Cass. 12 settembre 2003, n. 13448; Cass. 6 giugno 2002, n. 8254; Cass. 4 aprile 2001, n. 5036; Cass. 3 aprile 2000, n. 4036; Cass. 16 gennaio 1996, n. 326, nonchè da ultimo Cass. 4 maggio 2011, n. 9808). “Elemento indefettibile – quindi – del rapporto di lavoro subordinato – e criterio discretivo, nel contempo, rispetto a quello di lavoro autonomo) – è la subordinazione, intesa come vincolo di soggezione personale del prestatore al potere direttivo del datore di lavoro, che inerisce alle intrinseche modalità di svolgimento delle prestazioni lavorative e non già soltanto al loro risultato, mentre hanno carattere sussidiario e funzione meramente indiziaria altri elementi del rapporto di lavoro (quali, ad esempio, la collaborazione, l’osservanza di un determinato orario, la continuità della prestazione lavorativa, l’inserimento della prestazione medesima nell’organizzazione aziendale e il coordinamento con l’attività imprenditoriale, l’assenza di rischio per il lavoratore e la forma della retribuzione), i quali – lungi dal surrogare la subordinazione o, comunque, dall’assumere valore decisivo ai fini della prospettata qualificazione del rapporto – possono, tuttavia, essere valutati globalmente, appunto, come indizi della subordinazione stessa, tutte le volte che non ne sia agevole l’apprezzamento diretto a causa di peculiarità delle mansioni, che incidano sull’atteggiarsi del rapporto.
5.2 che l’accertamento operato dal giudice di appello risulta conforme ai criteri sopra indicati, espressamente richiamati nella parte motiva, in quanto gli elementi acquisiti sulla base della prova orale sono stati vagliati dal giudice di seconde cure nell’ottica della verifica della sussistenza dell’assoggettamento della R. al potere direttivo, organizzativo e disciplinare della V.;
5.2 che i rilievi formulati dal ricorrente, pur formalmente ricondotti ad una pretesa violazione di legge, così come la dedotta violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, si sostanziano in censure sulla congruità e logicità della motivazione, nonostante il controllo sulla stessa non rientri più nel catalogo dei casi di impugnazione per cassazione a seguito della modifica dell’art. 360 c.p.c., n. 5, da parte del D.L. n. 83 del 2012, convertito in L. n. 134 del 2012 (cfr. Cass. S.U. n. 8053/14, secondo cui la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 delle preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Com’è noto, a seguito della indicata modifica legislativa che ha reso deducibile solo il vizio di omesso esame di un fatto decisivo che sia stato oggetto di discussione tra le parti, il controllo della motivazione è stato confinato sub specie millitatis, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, il quale, a sua volta, ricorre solo nel caso di una sostanziale carenza del requisito di cui all’art. 132 c.p., n. 4, configurabile solo nel caso di “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, di “motivazione apparente”, di “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e di “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibilè, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (cfr. Cass., Sez. Un., n. 8053/14);
5.3. che nel caso in esame i fatti controversi da indagare (da non confondersi con la valutazione delle relative prove) sono stati manifestamente presi in esame dalla Corte territoriale; sicchè neppure potrebbe trattarsi di omesso esame, ma di accoglimento di una tesi diversa da quella sostenuta dall’odierna ricorrente;
5.4 che non vi è stata alcuna violazione della regola dell’onere probatorio posto che la decisione è stata assunta sulla base di elementi acquisiti dalla prova orale;
6.che a tanto consegue il rigetto del ricorso;
La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio che liquida in Euro 2.650,00 per compenti professionali, Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15%, oltre accessori di legge. Con distrazione in favore dell’Avv. Giovanni Caroè, antistatario.

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