Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-21036-del-18-10-2016
Timestamp: 2020-07-12 20:38:29+00:00

Document:
Sentenza Cassazione Civile n. 21036 del 18/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21036 del 18/10/2016
Cassazione civile sez. lav., 18/10/2016, (ud. 08/06/2016, dep. 18/10/2016), n.21036
sul ricorso 20614-2011 proposto da:
CESARE BECCARIA 29, presso lo studio dell’avvocato MASSAFRA Paola,
B.A., D.C., M.R.,
avverso la sentenza n. 109/2010 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,
depositata il 16/08/2010 R.G.N. 196/2007;
08/06/2016 dal Consigliere Dott. ANNALISA DI PAOLANTONIO;
1 – La Corte di Appello di Trieste ha respinto l’appello dell’INPDAP avverso la sentenza del Tribunale di Udine che aveva riconosciuto il diritto di B.A. ad essere inquadrata nella 6^ qualifica funzionale e, quindi, nell’area professionale B, posizione economica B2, nonchè il diritto di D.C., M.R. e P.M.G. all’inquadramento nella 7^ qualifica, corrispondente all’area C, livello retributivo C1, del CCNL per il comparto degli enti pubblici non economici. Il Tribunale aveva, inoltre, condannato l’INPDAP al pagamento delle differenze retributive con decorrenza dalla stipula dei contratti individuali.
2 – La Corte territoriale, premesso che le appellate dipendenti dell’Ente Poste erano state immesse nei ruoli dell’istituto in forza delle previsioni contenute nella L. n. 127 del 1997, art. 17, comma 18, nel D.L. n. 163 del 1995, art. 4, nella L. n. 449 del 1997, art. 17, comma 18, nella L. n. 448 del 1998, art. 45 ha evidenziato che:
a) si era nella specie verificato un passaggio diretto di personale, con conseguente diritto dei dipendenti al mantenimento dell’inquadramento, dell’anzianità e del livello retributivo raggiunto;
b) la sottoscrizione dei contratti di lavoro non aveva dato origine a nuovi rapporti, avendo solo finalità ricognitive, e le appellate non avevano rinunciato al diritto già acquisito di mantenere i livelli professionali alle stesse riconosciuto dall’ente di provenienza;
c) i D.P.C.M. in forza dei quali i trasferimenti erano avvenuti avevano come unica funzione quella di consentire il passaggio da una società per azioni ad un ente pubblico e, quindi, non potevano disporre di diritti già entrati nel patrimonio dei lavoratori;
d) i richiamati decreti, se ritenuti atti amministrativi, ben potevano essere disapplicati dal giudice ordinario, poichè le ricorrenti, sia pure senza fare espresso riferimento ai vizi tipici dell’atto, avevano indicato i profili di illegittimità degli stessi, insistendo in particolare sulla violazione del loro diritto soggettivo a conservare la posizione acquisita dell’ente di provenienza;
d) la comparazione era stata correttamente effettuata dal Tribunale considerando da un lato le declaratorie della L. n. 797 del 1981 ed il C.C.N.L. 26/11/1994 per i dipendenti dell’Ente Poste e dall’altro il C.C.N.L. per il Comparto degli Enti pubblici non economici stipulato il 16/2/1999;
e) comunque, anche a voler considerare il D.M. n. 4584 del 1982 ed il CCNL integrativo per il personale dell’INPDAP del 26 luglio 1999, si perveniva al medesimo risultato poichè la professionalità dell’operatore specializzato di esercizio e del dirigente di esercizio andava ben oltre quella dell’operatore di processo B1 e B2;
f) dalla comparazione emergeva, quindi, che il sistema di classificazione applicato dall’istituto risultava “sfasato” per difetto di un livello rispetto a quello utilizzato dall’Ente Poste.
3 – Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso I’INPDAP sulla base di tre motivi, illustrati da memoria ex art. 378 c.p.c.. Gli intimati non hanno svolto attività difensiva.
1.1 – Il primo motivo di ricorso denuncia “violazione/falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro ovvero, in particolare, del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 63, L. n. 2248 del 1865, all. E, art. 5, L. n. 1034 del 1971, art. 3, art. 112 c.p.c.” anche in relazione all’art. 111 Cost., comma 7, “in una lettura integrata con l’art. 6 CEDU”. La doglianza è incentrata, sostanzialmente, sulla tesi secondo cui il giudice di appello sarebbe incorso nel vizio di ultrapetizione per avere proceduto d’ufficio a rilevare vizi di illegittimità dell’atto amministrativo presupposto, ossia del decreto in forza del quale il trasferimento era avvenuto, sebbene nel ricorso introduttivo del giudizio non fossero stati individuati in modo specifico vizi riconducibili a figure sintomatiche di eccesso di potere o a violazione di legge.
1.2 – Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione di plurime disposizioni normative (artt. 1362 e 2103 c.c., D.Lgs. n. 165 del 2001, artt. 1, 6, 8, 52, D.L. n. 487 del 1993, art. 6, comma 4, D.L. n. 163 del 1995, art. 4, comma 2, L. n. 127 del 1997, art. 17, comma 18, L. n. 449 del 1997, art. 53, comma 10, L. n. 448 del 1998, art. 45, comma 10), dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro (art. 13 del C.C.N.L. Enti Pubblici non Economici 1998-2001), della declaratoria delle mansioni di cui al D.P.R. n. 285 del 1988, e dei D.P.C.M. 18 ottobre 1999 e D.P.C.M. 7 novembre 2000, sempre “in relazione alla violazione dei principi di cui all’art. 111 Cost. in una lettura integrata con l’art. 6 CEDU”.
L’istituto sostiene che l’inquadramento era stato determinato dal Dipartimento della Funzione Pubblica e che il provvedimento amministrativo, idoneo ad incidere sulla disciplina dei singoli rapporti, era vincolante per l’ente, tanto più che quest’ultimo aveva programmato le assunzioni “adottando tutte le misure affinchè la spesa per il personale fosse evidente, certa e prevedibile nell’evoluzione”.
Nessuna rilevanza poteva essere attribuita al fatto che al momento del passaggio si fosse già verificata la trasformazione in senso privatistico della Amministrazione Postale, perchè il legislatore aveva configurato una transitoria ultrattività del precedente regime pubblicistico, con la conseguenza che andava applicata nella fattispecie la disciplina dettata dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52.
In ogni caso la Corte territoriale aveva errato nella valutazione della corrispondenza, perchè non aveva considerato che le mansioni di cui alla 5 e 6^ categoria della L. n. 797 del 1981 si concretizzavano in attività esecutive, del tutto corrispondenti a quelle del sistema di classificazione in uso presso l’ente di destinazione. Infine il giudice di appello avrebbe dovuto valorizzare la sottoscrizione dei contratti individuali, con i quali era stato accettato il disposto inquadramento.
1.3 – Con il terzo motivo l’INPDAP censura la sentenza impugnata per “omessa/insufficiente/contraddittoria motivazione circa un fatto controverse decisivo per il giudizio in relazione alla violazione dei principi di cui all’art. 111 Cost. in una lettura integrata con l’art. 6 CEDU”. Sostiene l’istituto che la Corte territoriale avrebbe contraddittoriamente dapprima affermato e poi negato la natura amministrativa del D.P.C.M., rendendo in tal modo difficoltoso l’esercizio del diritto di difesa a fronte di una “motivazione nella quale resta oscura la ratio decidendi”. L’insufficienza della motivazione viene, inoltre, denunciata anche con riferimento ai contratti individuali di lavoro dei ricorrenti, non esaminati nel loro contenuto.
2 – Il ricorso è infondato, nella parte in cui addebita alla sentenza impugnata di avere escluso, errando nella interpretazione del quadro normativo di riferimento, il carattere vincolante dei decreti adottati dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ed è inammissibile per il resto.
Le Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza 12 gennaio 2011 n. 503, cui hanno fatto seguito altre pronunce della Sezione Lavoro (v. tra le più recenti, Cass. nn. 12077 e 12348 del 2015) hanno affermato:
– che, in tema di mobilità del personale, con riferimento al trasferimento del lavoratore dipendente dell’Ente Poste Italiane all’INPDAP, presso il quale già si trovava in posizione di comando, effettuato ai sensi del D.L. 12 maggio 1994, n. 163, art. 4, comma 2, convertito nella L. 11 luglio 1995, n. 273, verificandosi solo un fenomeno di modificazione soggettiva del rapporto medesimo, assimilabile alla cessione del contratto, compete all’ente di destinazione l’esatto inquadramento e la concreta disciplina del rapporto di lavoro dei dipendenti trasferiti, senza che su tali profili possa operare autoritativamente la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il cui D.P.C.M. 7 novembre 2000 – atto avente natura amministrativa, in quanto proveniente da una autorità esterna al rapporto di lavoro – non assolve alla funzione di determinare la concreta disciplina del rapporto di lavoro, mancando un fondamento normativo all’esercizio di un siffatto potere, ma solamente a quella di dare attuazione alla mobilità (volontaria) tra pubbliche amministrazioni;
– che non rileva valutare se nel D.P.C.M. 7 novembre 2000 si fosse inteso attribuire valore meramente descrittivo o vincolante alle specificazioni relative all’inquadramento dei dipendenti presso l’Inpdap, dato che in ogni caso le specificazioni al riguardo non potevano avere efficacia vincolante, per la (radicale) mancanza di potere al riguardo;
– che, conseguentemente, al fine di contestare la correttezza dell’inquadramento attribuito dall’INPDAP, non è necessario che il lavoratore deduca specifici vizi dell’atto amministrativo riconducibili alle ipotesi di incompetenza, violazione di legge ed eccesso di potere, per ottenerne la disapplicazione in senso tecnico, essendo sufficiente la deduzione della erroneità dell’inquadramento in relazione alla posizione ricoperta nella precedente fase del rapporto di lavoro ed alla corretta individuazione della posizione corrispondente secondo la disciplina applicabile nell’ambito dell’amministrazione di destinazione.
La sentenza impugnata, che ha ritenuto il carattere non vincolante dei decreti adottati dal Presidente del Consiglio, è, quindi, conforme ai principi di diritto sopra sintetizzati.
2.1 – Nella richiamata sentenza delle Sezioni Unite è stata sottolineata anche “la particolarità della vicenda relativa al trasferimento di lavoratori ormai formalmente alle dipendenze di un ente pubblico economico ad una pubblica amministrazione (cioè di un soggetto alle cui dipendenze si accede normalmente per concorso e che fruisce di una disciplina dei rapporti di lavoro influenzata da elementi pubblicistici, nonostante la loro tendenziale assimilazione ai rapporti di lavoro privati), vicenda che può trovare spiegazione solo nell’implicita attribuzione ai fini in esame di un’ultrattività dello status di pubblici dipendenti posseduto dai lavoratori prima della trasformazione dell’amministrazione delle poste in ente pubblico economico”.
Si è, quindi, evidenziato che l’inquadramento spettante dovesse essere individuato con specifico riferimento alla qualifica rivestita nell’ambito dell’ordinamento pubblicistico dai dipendenti postali. Ciò perchè tale criterio “trova ulteriore giustificazione anche nella maggiore omogeneità tra i criteri di inquadramento in vigore nell’ambito delle due amministrazioni pubbliche e nella circostanza della minore idoneità specificativa delle dilatate e meno numerose categorie di inquadramento introdotte dalla contrattazione collettiva dopo la privatizzazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti postali.”.
E’, quindi, condivisibile la sentenza impugnata che, oltre a ritenere corretta la valutazione espressa dal giudice di prime cure (che aveva valutato la corrispondenza fra le declaratorie della L. n. 797 del 1981 ed il CCNL per il Comparto degli Enti Pubblici non Economici), replicando al motivo di gravame proposto dall’Istituto, ha anche comparato il sistema di classificazione dell’ente di provenienza, come specificato dal D.M. n. 4584 del 1982, con il CCNL Integrativo INPDAP del 26.7.1999, giungendo alle medesime conclusioni.
2.2 – Il motivo di ricorso formulato avverso detto capo della decisione è inammissibile, innanzitutto perchè nella sentenza impugnata si evidenzia che l’appello aveva riguardato solo la omessa considerazione del D.M. n. 4584 del 1982 e del CCNL Integrativo INPDAP.
Il ricorrente nulla deduce al riguardo e censura la pronuncia con argomentazioni che non attengono al decisum della Corte territoriale, che non ha valutato nè il CCNL Poste 1994/1997, nè la declaratoria dei profili di cui alla L. n. 797 del 1981 ed al D.P.R. n. 285 del 1988.
Si aggiunga, inoltre, che per pervenire alla conclusione della fondatezza della domanda, il giudice di appello ha evidenziato le peculiarità proprie dell’operatore di esercizio e del dirigente di esercizio, rilevando che il primo, oltre ad eseguire tutti gli adempimenti per l’espletamento dei servizi postali, può anche coordinare l’attività di personale di livello inferiore, e l’altro dirige, gestisce e controlla l’attività del settore o dell’ufficio al quale è preposto. Al contrario l’operatore di processo dell’INPDAP, posizione B1, si limita a raccogliere informazione ed a gestire “varianze elementari”, operando all’interno di un gruppo di lavoro, e da detto profilo non si differenza di molto quello dell’operatore B2 che, pur affrontando questioni di maggiore complessità, comunque non è preposto alla direzione di uffici o settori e del relativo personale.
L’istituto ricorrente si limita a trascrivere nel ricorso le declaratorie a confronto, diverse da quelle esaminate dalla Corte territoriale, senza indicare le ragioni per le quali quest’ultima avrebbe errato nella individuazione delle peculiarità proprie delle figure professionali ritenute rilevanti ai fini della decisione.
3 – Infine, quanto al terzo motivo, va detto che la contraddittorietà della decisione, rilevante ex art. 360 c.p.c., n. 5, attiene alla valutazione del fatto e non agli argomenti giuridici sui quali la sentenza si fonda.
La stessa, inoltre, può essere ravvisata solo qualora si sia in presenza di argomentazioni contrastanti, tali da non permettere di comprendere la ratio decidendi che sorregge il decisum adottato (Cass. S.U. 22.12.2010 n. 25984).
Diversa è l’ipotesi che si verifica allorquando il giudice di merito, dopo avere aderito ad una prima ragione di decisione, esamini ed accolga una seconda ragione, al fine di sostenere la decisione anche nel caso in cui la prima possa risultare erronea. Così operando il giudice non incorre nel vizio di contraddittorietà della motivazione, che sussiste solo qualora il contrasto si riferisca ad argomenti confluenti nella stessa ratio decidendi, giacche la sentenza configura, invece, una pronuncia basata su due distinte rationes decidendi, ciascuna sufficiente a sorreggere la soluzione adottata (Cass. 12.3.2010 n. 6045).
3.1 – Il motivo è poi inammissibile nella parte in cui lamenta l’omessa valutazione del contenuto dei contratti individuali, sia perchè il documento risulta richiamato solo in relazione alla posizione della B., in violazione degli oneri di specificazione ed allegazione di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6 e art. 369 c.p.c., n. 4, sia perchè la Corte territoriale ha ritenuto non rilevante ai fini di causa la sottoscrizione del contratto per una pluralità di ragioni, ciascuna idonea a sorreggere il decisum, evidenziando che: il regolamento contrattuale non conteneva una espressa rinuncia; nulla induceva a ritenere che le appellate al momento della sottoscrizione del contratto avessero la consapevolezza della erroneità dell’inquadramento; in ogni caso la pattuizione, se ritenuta di valore negoziale, sarebbe stata nulla per violazione di norma imperativa, non essendo consentito al contratto individuale di derogare alla disciplina dettata dalla contrattazione collettiva.
La giurisprudenza di questa Corte è consolidata nell’affermare che” il ricorso per cassazione non introduce un terzo grado di giudizio tramite il quale far valere la mera ingiustizia della sentenza impugnata, caratterizzandosi, invece, come un rimedio impugnatorio, a critica vincolata ed a cognizione determinata dall’ambito della denuncia attraverso il vizio o i vizi dedotti. Ne consegue che, qualora la decisione impugnata si fondi su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte ed autonome, ciascuna delle quali logicamente e giuridicamente sufficiente a sorreggerla, è inammissibile il ricorso che non formuli specifiche doglianze avverso una di tali rationes decidendi, neppure sotto il profilo del vizio di motivazione.” (Cass. S U 29.3.2013 n. 7931).
Il ricorso va, pertanto, rigettato. La mancata costituzione delle intimate esime dal provvedere sulle spese del giudizio di legittimità.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 17
 art. 4
 art. 17
 art. 45
 sentenza 
 art. 378
 art. 63
 art. 5
 art. 3
 art. 112
 art. 6
 art. 4
 art. 17
 art. 53
 art. 45
 art. 52
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 4
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 sentenza 
 sentenza 
 art. 369
 sentenza