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Timestamp: 2020-08-03 12:42:53+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 17751 del 19/07/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17751 del 19/07/2017
Cassazione civile, sez. II, 19/07/2017, (ud. 07/04/2017, dep.19/07/2017), n. 17751
sul ricorso 24162/2013 R.G. proposto da:
D.G. – c.f. (OMISSIS) – M.L. – c.f. (OMISSIS) –
ricorso dall’avvocato Francesco Pirari ed elettivamente domiciliati
in Roma, alla via A. Caroncini, n. 58, presso lo studio
dell’avvocato Barbara Morabito;
C.P. – c.f. (OMISSIS) – rappresentato e difeso in virtù
Giuseppe Luigi Cucca ed elettivamente domiciliato in Roma, alla via
Piemonte, n. 39, presso lo studio dell’avvocato Alessandra Calabrò;
avverso la sentenza n. 237 dei 26.7/7.8.2012 della corte d’appello di
Cagliari, sezione distaccata di Sassari;
udita la relazione in Camera di consiglio del 7 aprile 2017 del
Con atto del 5.6.2002 D.G. e M.L., quali eredi di D.S., citavano a comparire dinanzi al Tribunale di Nuoro C.P..
Esponevano che in data (OMISSIS) era deceduto P.M.S.; che costui, con testamento olografo del 10.10.1991, pubblicato in data 11.3.1999 per notar Ma., aveva disposto dei suoi beni e segnatamente di un terreno pascolativo con entrostante fabbricato rurale in agro di (OMISSIS), alla contrada “(OMISSIS)”, in favore della loro dante causa, D.S.; che tale cespite era illegittimamente detenuto dal convenuto.
Chiedevano che costui fosse a condannato a rilasciarglielo ed a corrisponder loro i relativi frutti.
Si costituiva C.P..
Deduceva che con il testamento olografo del 10.10.1991 P.M.S. aveva istituito D.S. mera usufruttuaria.
Instava, tra l’altro, per il rigetto dell’avversa domanda.
Con sentenza n. 212/2007 il giudice adito rigettava la domanda degli attori e li condannava alle spese di lite.
Avverso tale sentenza proponevano appello D.G. e M.L.. Resisteva C.P..
Con sentenza n. 237 dei 26.7/7.8.2012 la corte d’appello di Cagliari, sezione distaccata di Sassari, rigettava il gravame e condannava gli appellanti alle spese del grado.
Evidenziava la corte che P.M.S. aveva attribuito a D.S. l’usufrutto di tutti i suoi beni e la disponibilità del danaro contante presente nel suo patrimonio; che in tal guisa il testatore aveva inteso attribuire la nuda proprietà ad altri soggetti ovvero a C.P. la nuda proprietà dell’azienda di “(OMISSIS)” ed ai componenti della famiglia di C.S. la nuda proprietà di tutti gli altri beni.
Evidenziava altresì che nella fattispecie non si versava in un’ipotesi di sostituzione fedecommissaria e che in particolare C.P. era stato istituito erede del testatore in veste di nudo proprietario “sin dal momento dell’apertura della successione, con rinvio temporale del solo conseguimento del possesso dell’azienda alla morte della (…) usufruttuaria” (così sentenza d’appello, pag. 4).
Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso D.G. e M.L.; ne hanno chiesto sulla scorta di un unico motivo la cassazione con ogni susseguente statuizione anche in ordine alle spese di lite.
C.P. ha depositato controricorso; ha chiesto rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese.
Con l’unico motivo i ricorrenti denunciano ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione degli artt. 692 e 1362 c.c. e segg..
Deducono che l’interpretazione letterale e logica della scheda testamentaria induce a ritenere che P.M.S. ha “inteso conferire tutti i suoi beni alla D.S. per la durata della sua vita ed i medesimi beni al C.P. dopo la morte della prima, con la duplice conseguenza che quest’ultimo dovesse succedere non già al testatore, bensì alla prima beneficiaria D.S., e che la consolidazione del preteso semplice usufrutto si sarebbe dovuta verificare quale effetto della successione diretta del C. alla D. e non già in virtù della vis espansiva di una già conferita nuda proprietà” (così ricorso, pagg. 8 – 9).
Deducono dunque che nella fattispecie, contrariamente all’assunto della corte distrettuale, sono “ravvisabili i requisiti della duplice delazione, l’una diretta e l’altra indiretta” (così ricorso, pag. 9) e quindi che “la D. era l’istituita diretta e la chiamata del C. fungeva da semplice sostituzione ordinaria” (così ricorso, pagg. 9 – 10); che segnatamente depongono in tal senso la qualificazione di D.S. come usufruttuaria, che “denota la transitorietà del diritto attribuitole e riflette sostanzialmente la posizione del sostituto fedecommissario de eo quod superest” (così ricorso, pag. 10), e la struttura della disposizione testamentaria, che “si riallaccia immediatamente all’elemento della sostituzione fedecommissaria costituito dal c.d. ordo successivus” (così ricorso, pag. 10).
Deducono pertanto che la sostituzione fedecommissaria de qua, giusta il disposto dell’art. 692 c.c., comma 5, è nulla, “mentre rimane perfetta l’istituzione di erede della D., che è dunque subentrata a pieno titolo nella proprietà dell’asse ereditario del P.M.S., con l’ulteriore conseguenza che, alla sua morte, nella sua posizione giuridica sono subentrati i suoi eredi legittimi” (così ricorso, pagg. 11 – 12) ovvero essi ricorrenti.
Deducono da ultimo che le ragioni addotte sono ammissibili ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1 e che l’interpretazione della corte d’appello contrasta con il principio per cui in sede di interpretazione del testamento va accertata l’effettiva volontà del testatore e con il principio per cui l’istituzione fedecommissaria è ravvisabile anche quando il testatore abbia attribuito all’usufruttuario diritti ed obblighi incompatibili con tale qualità e spettanti invece all’erede.
E’ ben evidente che la res litigiosa si risolve propriamente in una “questione” ermeneutica, specificamente afferente alla determinazione dell’esatta voluntas mortis causa di P.M.S., quale risultante dalla scheda olografa del 10.10.1991, pubblicata in data 11.3.1999.
Nei termini anzidetti non possono che esplicar valenza gli insegnamenti di questo Giudice del diritto.
In primo luogo, l’insegnamento secondo cui, in tema di interpretazione di un testamento – la quale è caratterizzata, rispetto a quella contrattuale, da una più penetrante ricerca, al di là della mera dichiarazione, della volontà del testatore – si applicano, con gli opportuni adattamenti, le regole ermeneutiche dettate in materia di contratti, con esclusione di quelle incompatibili con la natura di negozio mortis causa propria del testamento (artt. 1366,1368 e 1370 c.c.); in detta ricerca la volontà del testatore, alla stregua del principio generale di ermeneutica di cui all’art. 1362 c.c., va individuata sulla base dell’esame globale della scheda testamentaria e non di ciascuna singola disposizione, ed il giudice di merito può attribuire alle parole usate dal testatore un significato diverso da quello tecnico e letterale, quando si manifesti evidente, nella valutazione complessiva dell’atto, che esse siano state adoperate in senso diverso, purchè non contrastante e antitetico, e si prestino ad esprimere, in modo più adeguato e coerente, la reale intenzione del de cuius (cfr. Cass. 26.5.1989, n. 2556).
In terzo luogo, l’insegnamento secondo cui nè la censura ex n. 3 nè la censura ex n. 5 dell’art. 360 c.p.c., comma 1, possono risolversi in una critica del risultato interpretativo raggiunto dal giudice, che si sostanzi nella mera contrapposizione di una differente interpretazione; d’altronde, per sottrarsi al sindacato di legittimità, sotto entrambi i cennati profili, quella data dal giudice al contratto non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili, e plausibili, interpretazioni; sicchè, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni (plausibili), non è consentito – alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito – dolersi in sede di legittimità del fatto che sia stata privilegiata l’altra (cfr. Cass. 22.2.2007, n. 4178; cfr. Cass. 2.5.2006, n. 10131).
Nel segno delle enunciate indicazioni nomofilattiche l’interpretazione patrocinata dalla corte di merito è in toto inappuntabile, giacchè, da un canto, non si prospetta in spregio ad alcun criterio ermeneutico legale, giacchè, dall’altro, risulta sorretta da motivazione esaustiva, congrua e logica.
In particolare la corte distrettuale ha avuto cura di puntualizzare ulteriormente che C.P. era destinato a subentrare non già quale successivo usufruttuario ma quale pieno proprietario ed che la diversa opzione esegetica patrocinata dagli appellanti non solo si poneva in contrasto con la volontà del testatore, ma pur con il disposto dell’art. 1367 c.c., giacchè avrebbe reso inefficace la clausola testamentaria.
L’impugnata statuizione è perciò in linea con i postulati dell’elaborazione giurisprudenziale di questa Corte di legittimità.
Ovvero con l’insegnamento secondo cui la disposizione con la quale il de cuius lascia a persone diverse rispettivamente l’usufrutto e la nuda proprietà di uno stesso bene (o dell’intero complesso dei beni ereditari) non integra gli estremi della sostituzione fedecommissaria (ma quelli di una formale istituzione di erede) quando – siccome nel caso di specie – le disposizioni siano dirette e simultanee e non in ordine successivo, i chiamati non succedano l’uno all’altro, ma direttamente al testatore, e la consolidazione tra usufrutto e nuda proprietà costituisca un effetto non della successione, ma della “vis espansiva” della proprietà (cfr. Cass. 24.2.2009, n. 4435).
Ovvero con l’insegnamento secondo cui sono valide le clausole di ultima volontà che prevedono l’attribuzione dell’usufrutto vitalizio ad un soggetto diverso da quello a cui è attribuita la nuda proprietà, a meno che non si tratti di sostituzione fedecommissaria vietata, la quale ricorre allorchè il designato usufruttuario – il che non è nella fattispecie – risulti l’effettivo erede, a causa dei poteri di disposizione attribuitigli in contrasto con la struttura propria del diritto di usufrutto, ed il nudo proprietario risulti, così, solo chiamato a subentrargli nell’eredità al momento della di lui morte (Cass. 21.6.1995, n. 7035).
Il rigetto del ricorso giustifica la condanna in solido dei ricorrenti al rimborso delle spese del presente giudizio di legittimità.
Il ricorso è datato 30.10.2013.
Si dà atto della sussistenza dei presupposti perchè, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater (comma 1 quater introdotto della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), i ricorrenti siano tenuti a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione a norma dell’art. 13, comma 1 bis del medesimo D.P.R..
La Corte rigetta il ricorso; condanna in solido i ricorrenti, D.G. e M.L., a rimborsare al controricorrente, C.P., le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nel complesso in Euro 3.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario delle spese generali nella misura del 15%, I.V.A. e cassa come per legge; ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

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