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Timestamp: 2017-05-25 16:10:47+00:00

Document:
Capitolo III della monografia di FEDERICO PROCCHI, Plinio
il Giovane e la difesa di C. Iulius Bassus. Tra norma e persuasione,
Pisa, Pisa University Press, 2012, 140 pp. ISBN 978-88-6741-055-2
Federico Procchi Università
di Pisa print in
La difesa in giudizio di C. Iulius Bassus imputato di rependae
innanzi al Senato tra norma e persuasione
Sommario: Abstract. – 1. Premessa. – 2. L’introduzione
della causa in forma di exordium. – 3. Plinio e gli altri avvocati del
collegio difensivo: Lucceio Albinio, Cazio Frontone e Giunio Omullo. – 4. L’impostazione
generale della strategia difensiva. – 5. L’imputazione più pesante: le repetundae. – 6. La problematica scelta delle
argomentazioni difensive. – 7. In particolare: l’identificazione della strategia difensiva
del medium quiddam tenere. – 8. L’interruzione
notturna e la ripresa dell’arringa il giorno successivo. – 9. La prosecuzione del secondo giorno di
dibattimento. – 10. Le attività
processuali della terza udienza. – 11. Il quarto giorno di udienza: l’attività istruttoria,
la rogatio sententiarum e la
votazione mediante discessio. – 12. La
Abstract This chapter reconstructs
the complex procedural events of C. Iulius Bassus, proconsul of Bithynia
province, accused of “repetundae” before the Roman Senate in 103 A.D., as well
as dashed by Pliny the Younger (a member of the defense team) in Epist. IV.9.
rhetorical doctrine of “status causae” the study shows an original point of
view in the reconstruction of the defensive strategy developed by Pliny which
allowed the accused to save their senatorial “dignitas”.
1. – Premessa I particolari
della difesa in giudizio di Giulio Basso[1] ci
sono noti grazie ad una missiva inviata a Cornelius
Ursus[2],
contenuta nel quarto libro dell’epistolario. Dal fatto che il nome di Cornelio
Urso ricorra più volte come destinatario della corrispondenza pliniana e quasi
sempre con missive aventi ad oggetto il racconto di cognitiones senatorie de
repetundis[3], Sherwin-White ha ipotizzato
trattarsi di un membro equestre del circolo letterario di Plinio il Giovane[4],
al pari degli altri destinatari di lettere di questo tipo[5].
Nato sul
finire della prima metà del I secolo d.C., C.
Iulius Bassus fu proconsole della provincia di Bithynia et Pontus verosimilmente nell’anno 100/101 (o 101/102) e
dovette essere incriminato sul finire dell’estate del suo anno di carica[6].
menzione di Baebius Macer[7] come consul designatus[8],
la datazione del processo (e dell’epistola con esso) è saldamente ancorata ai
primi mesi del 103 d.C.[9]
2. – L’introduzione della causa in
forma di ‘exordium’
meno di qualsiasi discorso di circostanza ed omettendo qualsiasi riferimento ad
eventuale corrispondenza precedentemente intercorsa con il destinatario,
l’epistolografo entra subito in medias
res[10]
introducendo il soggetto della lettera[11]
con una rapida presentazione dello sventurato protagonista e della vicenda
processuale che da ultimo lo ha visto coinvolto.
Plin. Ep. IV.9.1-2: C- Plinius Cornelio Urso suo s. [1] Causam per hos dies dixit Iulius Bassus,
homo laboriosus et adversis suis clarus. Accusatus est sub Vespasiano
a privatis duobus; ad senatum remissus diu pependit, tandem absolutus
vindicatusque. [2] Titum timuit ut Domitiani amicus, a
Domitiano relegatus est; revocatus a Nerva sortitusque Bithyniam rediit reus,
accusatus non minus acriter quam fideliter defensus. Varias sententias habuit, plures tamen quasi
mitiores.
Plinio ci
informa che nei giorni precedenti aveva difeso la sua causa[12]
Giulio Basso, uomo che aveva subito ogni tipo di tribolazione[13] e
che era diventato famoso per le sue disavventure.
era già stato accusato da due privati durante il regno di Vespasiano, con ogni
verosimiglianza de repetundis, come
sembrerebbe testimoniare una certa somiglianza con la formulazione adottata in Ep. III.9.4 per descrivere l’imputazione
di cui era stato fatto oggetto Mario Prisco[14].
Rinviato davanti al senato[15],
era stato tenuto a lungo in sospeso[16]
ed infine prosciolto e reintegrato nel suo onore[17].
Aveva avuto timore di Tito, in quanto ‘strettamente legato[18]’
a Domiziano, e quest’ultimo, una volta divenuto imperatore, lo aveva confinato[19].
Richiamato, poi, a Roma da Nerva[20],
aveva riacquistato la dignità senatoria ed ottenuta in sorte la provincia di
Bitinia[21]:
da essa era, però, tornato incriminato ed era stato accusato con un accanimento
non inferiore all’impegno con cui era stato difeso[22].
Vi erano stati pareri discordanti sulla vicenda, ma, alla fine, la maggioranza
dei senatori aveva condiviso l’orientamento più indulgente.
primi paragrafi in cui si fornisce al lettore una rapida sintesi complessiva
delle vicende personali e processuali dell’imputato appaiono essere, in qualche
modo, rappresentativi anche di quello che dovette essere l’exordium[23] dell’arringa di Plinio.
insegnava, infatti, che lo scopo precipuo dell’esordio doveva essere quello di
predisporre al meglio l’ascoltatore in vista della successiva articolazione del
Quint. Instit. Orat. IV.1.5:
Causa principii nulla alia est, quam ut
auditorem quo sit nobis in ceteris partibus accommodatior, praeparemus. Id fieri
tribus maxime rebus inter auctores plurimos constat, si benivolum, attentum,
docilem fecerimus, non quia ista non per totam actionem sint custodienda, sed
quia initiis praecipue necessaria, per quae in animum iudicis, ut procedere
Il maestro di
oratoria riferisce il parere di moltissimi autori, secondo cui questa opera di
buona predisposizione dell’interlocutore si otterrebbe in tre modi, rendendolo
cioè benevolo, attento e docile[24].
Non perché a simili effetti non si debba badare per tutto lo svolgimento del
processo, ma perché essi sono necessari soprattutto all’inizio, in quanto
attraverso di loro si viene ammessi all’animo del giudice ed è quindi possibile
procedere oltre in situazione di vantaggio.
‘caratterizzazione’ del proprio assistito, Quintiliano insegnava ai propri
allievi che essa poteva essere alternativamente fondata tanto sulla dignità,
quanto sulla debolezza: tale aspetto doveva, peraltro, essere solo sfiorato nel
proemio e non esaurito in tale sede.
Quint. Instit. Orat. IV.1.13-14: [13] Ipsius
autem litigatoris persona tractanda varie est: nam tum dignitas eius adlegatur,
tum commendatur infirmitas. … [14] nam sola rectum quoque iudicem inclinat miseratio. Degustanda tamen
haec prohoemio, non consumenda.
senso si spiega la rapida commiseratio iniziale
dell’epistola pliniana, tesa a suscitare sin dall’inizio nei confronti
dell’imputato compassione per le sventure passate e benevolenza per il
prosieguo dell’actio[25].
riferimento, infine, alla particolare veemenza degli accusatori vale per un
verso a porre in luce il valore della difesa posta in essere (che seppe
meritare clemenza per il proprio assitito) e, per altro verso, ad introdurre un
primo tratto della personalità degli avversari, la cui sommaria descrizione
(ovviamente in negativo) secondo Quintiliano doveva parimenti figurare sin
dall’inizio del discorso, perché non ci si può limitare a suscitare emozioni a
favore di chi viene difeso, ma bisogna anche negarle alla controparte.
Quint. Instit. Orat.
IV.1.29: Sed haec, quae supra dixi, non
movere tantum, verum ex diverso amoliri quoque prohoemio opus est. Ut autem
nostrum miserabilem, si vincamur, exitum, ita adversariorum superbum, si
vicerint, utile est credi.
sottolinea, inoltre, l’utilità che si creda che, perdendo, l’assistito andrebbe
incontro ad una sorte miserabile, mentre gli avversari, vincendo,
insuperbirebbero.
caratterizzazione negativa della controparte doveva, poi, passare attraverso argomenti
uguali e contrari rispetto a quelli utilizzati per presentare al meglio il
soggetto patrocinato.
IV.1.14: … Adversarii vero persona prope
isdem omnibus, sed e contrario ductis inpugnari solet. Nam et potentes sequitur
invidia et humiles abiectosque contemptus et turpes ac nocentes odium, quae
tria sunt ad alienandos iudicum animos potentissima.
formulazione del successivo paragrafo dell’epistola pare, peraltro,
sostanzialmente finalizzata a rendere l’animo dei giudici ostile alla
Plin. Ep. IV.9.1.3: Egit contra eum
Pomponius Rufus, vir paratus et vehemens; Rufo successit Theophanes, unus ex
legatis, fax accusationis et origo.
presentarci il primo patrono dell’accusa, Pomponio Rufo[26],
Plinio lo definisce come uomo dotato di presenza di spirito e pieno d’ardore.
Molto probabilmente doveva essere avvocato avvezzo a sostenere l’accusa, visto
che viene menzionato anche nel processo a Classico ed ai suoi complici come uno
dei due consolari che rimproverarono ad uno dei testimoni (un certo Norbano,
per cui era già stata formulata l’incriminazione per praevaricatio[27])
di aver già favorito in tribunale, durante il regno di Domiziano, gli
accusatori di Salvio Liberale[28].
La definizione di vir paratus et vehemens,
lungi dal voler essere sinceramente lusinghiera[29],
mi pare in questo contesto verosimilmente preordinata a fare in modo che
l’eloquenza delle argomentazioni dell’avversario risulti in qualche modo velata
da un’aura di sospetto[30].
L’accusa era
altresì rappresentata da un secondo avvocato, Erennio Pollione[31],
menzionato nel prosieguo della lettera (§14) per il ruolo avuto da quest’ultimo
nella fase delle repliche, e da Teofane[32],
un legatus (probabilmente di rango
equestre) inviato a Roma dall’assemblea della provincia[33].
Basandosi sull’epistolario di Plinio, parrebbe ricorrente la composizione del
collegio di accusa con due avvocati ed un numero variabile di rappresentanti della provincia «who also varied in the
degree to wich they actively partecipated in presenting the case within the
senate[34]».
A dire il vero, d’altra parte, in Epist. V.20.1
si dice che i Bitinii avevano chiesto ed ottenuto come avvocato contro Basso
quello stesso Vareno Rufo che qualche tempo dopo avevano trascinato in
tribunale[35].
La notizia pare attendibile, giacché poteva accadere (ed accadde, come abbiamo
visto, anche allo stesso Plinio[36])
che fossero i provinciali a scegliere il loro patrono, ferma restando la
necessità che tale scelta venisse comunque fatta propria e formalizzata dal
senato[37].
Resta il fatto che nel dettagliato resoconto processuale di Epist. IV.9 non vi è traccia di Vareno
Rufo nella veste di terzo patronus dell’accusa.
A tal proposito si può, forse, ipotizzare che l’assenza di Vareno Rufo fosse
dovuta proprio alla designazione di quest’ultimo quale imminente proconsole di
Bitinia[38].
In ogni caso è verosimile che si sia verificata la necessità di dar corso ad
una sostituzione prima dell’inizio del processo vero e proprio[39] e che, quindi, a Vareno Rufo sia
subentrato Erennio Pollione[40].
Come è stato,
infatti, recentemente dimostrato da Jean-Louis Ferrary, nella procedura de repetundis la presenza di patroni dell’accusatore è
inscindibilmente connessa al riconoscimento della legittimazione attiva dei
peregrini all’accusa[41].
patrono Pomponio Rufo, Plinio introduce una prima rapida caratterizzazione
anche del legatus Teofane, che viene
significativamente presentato come ‘origine’ ed ‘anima’ dell’accusa.
3. – Plinio e gli altri avvocati del
collegio difensivo: Lucceio Albinio, Cazio Frontone e Giunio Omullo Secondo le
regole processuali, una volta terminata la relazione introduttiva del
magistrato presidente (di cui non vi è traccia nell’epistola), la parola
passava all’accusa ed il dibattimento entrava nel vivo[42].
Sappiamo da
Plinio che Pomponio Rufo fu il primo a prendere la parola e che il suo
intervento fu seguito da quello di Teofane. Non vengono descritti i contenuti
delle orationes dell’accusatore e del
suo patronus, ad eccezione di un
rapido accenno in chiusura del successivo § 6 su cui tra breve avremo modo di
tornare[43].
La replica è
dello stesso Plinio, cui Basso aveva affidato il compito di impostare la linea
difensiva[44].
Dal prosieguo
della lettera sappiamo che l’imputato si avvaleva di un collegio difensivo di
ben quattro avvocati. Insieme a Plinio, infatti, patrocinarono la difesa Lucceius Albinus[45], Iunius Homullus[46] e
Catius Fronto[47].
assenza di specifiche notizie sulle modalità di costituzione del collegio della
difesa, si è recentemente ipotizzato che il senato o l’imputato si limitassero
a scegliere un solo avvocato che avrebbe assunto un ruolo-guida e che avrebbe
avuto il compito di scegliere i co-difensori. Una tale modalità di selezione e
formazione del ‘team’ avrebbe avuto sicuramente il pregio di mettere il cliente
al riparo da possibili discordie e rivalità intestine tra i suoi difensori[48].
caso Plinio si trova a collaborare con due avvocati (Albino e Frontone) la cui
abilità nei processi repetundarum
aveva già avuto modo di sperimentare negli anni immediatamente precedenti.
Nel 100/101
d.C. il giovane Lucceio Albino era stato, infatti, scelto per affiancare Plinio
nell’accusa di Cecilio Classico[49] e
l’autore lo descrive significativamente come vir in dicendo copiosus ornatus[50].
Cazio Frontone, il suo valore militare ed oratorio ci è testimoniato dalle
parole di un suo illustre cliente, il poeta Marziale, che di lui dice: clarum militiae, Fronto, togaeque decus[51].
Plinio aveva avuto modo di saggiarne il valore di difensore quanto meno in
occasione del processo in cui egli sosteneva l’accusa contro Mario Prisco, in
un anno imprecisato tra il 98 ed il 100 d.C.[52].
In tale occasione, infatti, la replica di Frontone ebbe la meglio sulle
argomentazioni di Plinio e Tacito, difensori dei provinciali, tese a dimostrare
che la brutale ferocia di cui si era macchiato Prisco escludeva che esso
potesse iudices petere con successo[53].
Plin. Epist. II.11.2-3: [2] Marius Priscus accusantibus Afris, quibus pro
consule praefuit, omissa defensione iudices petiit. Ego et Cornelius Tacitus,
adesse provincialibus iussi, existimavimus fidei nostrae convenire notum
senatui facere excessisse Priscum immanitate et saevitia crimina, quibus dari
iudices possent, cum ob innocentes condemnandos, interficiendos etiam, pecunias
accepisset. [3] Respondit Fronto
Catius deprecatusque est, ne quid ultra repetundarum legem quaereretur,
omniaque actionis suae vela vir movendarum lacrimarum peritissimus quodam velut
vento miserationis implevit.
specie Cazio Frontone pare aver optato per quella che può essere considerata
una sorta di ‘ultima spiaggia della difesa’, almeno quanto alle argomentazioni
di merito: la deprecatio. Con
l’adozione di questo status rationalis,
infatti, si formulava una vera e propria ammissione di colpevolezza a tutto
tondo, anche in punto di dolo, e la si accompagnava con una richiesta di
clemenza e perdono in considerazione di precedenti meriti o, comunque, di
ulteriori circostanze positive che non avevano alcuna connessione diretta con
il processo che si stava celebrando[54].
di uomo abilissimo a strappare le lacrime ai suoi ascoltatori, egli riuscì a
gonfiare le vele della sua orazione con un vento di compassione e, così
facendo, ottenne un risultato ottimo per la difesa, il cui valore Plinio non
poteva certo ignorare[55].
Plin. Epist. II.11.5: Novissime consul designatus Iulius Ferox,
vir rectus et sanctus, Mario quidem iudices interim censuit dandos, evocandos
autem, quibus diceretur innocentium poenas vendidisse.
infatti, accadde che il console designato Giulio Feroce proponesse – con una di
quelle forzature procedurali che la cognitio
poteva ammettere[56] – di deferire nel
frattempo Mario Prisco alla commissione competente a giudicare delle
restituzioni e di spiccare un ordine di comparizione nei confronti di coloro
per i quali si diceva che l’imputato avesse venduto la punizione di innocenti.
prosieguo del processo l’intervento di Cazio Frontone viene presentato da Plinio
come molto ben calibrato[57].
Plin. Epist. II.11.18: Dixit pro Mario rursus Fronto Catius insigniter, utque iam locus ille
poscebat, plus in precibus temporis quam in defensione consumpsit.
alle esigenze del momento, infatti, anche in questa occasione Fronto ritenne opportuno indugiare più
nelle preghiere che nella difesa.
difensivo faceva parte, inoltre, Giunio Omullo[58], consul suffectus nell’anno 102 d.C. Di
questo personaggio non abbiamo notizie nell’epistolario pliniano prima del
processo in questione ma sappiamo che, poco tempo dopo, affiancò il nostro
autore, insieme a Cazio Frontone, nella difesa di Vareno Rufo, processo in cui
parimenti ebbe modo di mettere in luce la sua abilità oratoria[59].
evidenziato, la circostanza per cui ritroviamo entrambi questi patroni a
condividere con Plinio (advocatus a
senatu datus[60]) anche la difesa di
Vareno Rufo «suggests that Pliny may have played a substantial role in
assembling his teams[61]».
poi, che Giulio Basso abbia chiesto a Plinio di gettare le basi della strategia
difensiva (§ 3), che gli abbia affidato il compito di controbattere
l’imputazione più gravosa (§ 5) e che gli abbia riservato cinque delle nove ore
concesse all’imputato per l’arringa (§ 9) mi pare estremamente significativo e
mi induce a ritenere che tra i due vi fosse un rapporto fiduciario più stretto
e diretto di quello che legava il prevenuto agli altri tre suoi patroni.
Siffatto legame doveva verosimilmente conferire al nostro autore il ruolo di primus inter pares all’interno del
collegio difensivo.
su talune di queste circostanze, Leanne Bablitz ha ritenuto di poter inoltre
affermare che, pur nel silenzio dell’epistula
sul punto, Basso dovette avere un ruolo attivo nella scelta e nel reclutamento
di Plinio quale proprio advocatus[62].
4. – L’impostazione generale della
accennato poc’anzi, spettò a Plinio replicare per primo alle accuse formulate
da Pomponio Rufo e Teofane, essendo stato investito dall’imputato del delicato
compito di gettare le fondamenta di tutta la difesa[63],
tracciando una linea difensiva nel cui solco si sarebbero dovuti muovere anche
gli altri difensori negli interventi successivi[64]. Plin. Epist. IV.9.4: Respondi ego; nam mihi Bassus iniunxerat,
totius defensionis fundamenta iacerem, …
imputazioni erano molteplici e, come aveva insegnato già Cicerone, alla difesa
toccava, anzitutto, l’infirmatio causarum
e l’indebolimento degli eventus affermati
dall’accusa[65].
fornisce una sintetica enumerazione delle argomentazioni difensive (per così
dire) ‘generali’, sfruttate nella prima fase della propria arringa, per
impostare il processo nel suo insieme.
Plin. Epist. IV.9.4-5: [4] … dicerem de ornamentis suis quae illi et
ex generis claritate et ex periculis ipsis magna erant, [5] dicerem de conspiratione delatorum quam in
quaestu habebant, dicerem causas quibus factiosissimum quemque ut illum ipsum
Theophanen offendisset.
del discorso (stilisticamente caratterizzato dalla triplice anafora del dicerem[66])
appare che questa prima linea difensiva ‘generale’ sia stata in qualche modo
direttamente ‘suggerita’ dall’imputato[67],
ancorchè correttamente ricondotta da Plinio a taluni loci[68] tipici dello stato congetturale[69].
La coniectura, come noto, si verifica
quando l’imputato non ammette la propria colpevolezza per le accuse che gli
vengono mosse e sussiste l’incertezza che i fatti siano stati compiuti oppure
no. Lo stato congetturale doveva essere trattato secondo una ‘topica’ specifica
che non è uniforme nei vari autori. Per la nostra trattazione continueremo a
fare per lo più esclusivo ricorso alle Institutiones
Oratoriae di Quintiliano per un duplice ordine di ragioni: prima di tutto
perché esse costituiscono una summa delle
dottrine precedenti[70],
in secondo luogo perché gli insegnamenti dell’antico maestro dovettero – in un
certo qual modo – rappresentare un costante ed imprescindibile punto di
riferimento per Plinio[71].
distingueva tre loci della coniectura (derivata prima di tutto dal
passato) e tre momenti che si
succedono nella trattazione degli argumenta[72].
Quint. Institut. Orat. VII.2.27:
… Dicitur coniectura primum a
praeteritis: in his sunt personae, causae, consilia. Nam is ordo est, ut facere
voluerit, potuerit, fecerit.
maestro, l’oratore che si fosse trovato nel dubbio se parlare prima dei moventi
(causae) o delle persone (personae) avrebbe dovuto iniziare, in
conformità con l’ordine naturale, dalla persona[73],
e soprattutto la difesa era solita iniziare la propria arringa con argomenti
connessi alla persona dell’accusato, talvolta con rilievi generali, talaltra
con considerazioni specifiche che possono essere di vario genere.
Quint. Institut. Orat. VII.2.31-32:
[31] … Saepe a persona prior ducit
argumenta defensor, et interim generaliter; … [32] Interim proprie, quod est varium …
con questi insegnamenti, la strategia difensiva di Plinio pare soffermarsi sui loci a persona[74], illustrando
i titoli d’onore dell’imputato che gli provenivano in alto grado sia dalla
nobiltà dei suoi natali[75]
che dalle sue stesse peripezie[76],
già introdotte (ma non esaurite) nella fase iniziale del discorso[77].
si articolano argomenti tesi ad illuminare il reale movente economico della
cospirazione dei delatori ed i motivi per cui l’imputato si era inimicato tutti
i soggetti più turbolenti, ivi compreso il legato provinciale Teofane[78],
la cui caratterizzazione negativa era già iniziata in fase di exordium[79].
opera argomentativa tesa ad alienandos
iudicum animos doveva, infatti, essere essenziale in un processo così
difficile e delicato.
strutturazione di questo passaggio pare conforme agli insegnamenti di
Quintiliano[80]: in particolar modo, il
riferimento al ‘complotto’ (conspiratio)
dei delatori doveva valere ad inserire nel processo uno dei temi su cui la
difesa aveva la possibilità di insistere in maniera più libera e piena in fase
di peroratio[81].
sussistenza di un fine di lucro (quaestus),
che aveva dato vita ad una cospirazione dei delatori, introduce il tema dei praemia delatorum in età imperiale, da
sempre uno dei più discussi dalla romanistica. Se, infatti, per l’età
repubblicana abbiamo informazioni precise, sin dalla legge epigrafica
istitutiva della quaestio de repetundis[82],
circa le speciali ricompense spettanti all’accusatore vittorioso nell’ordo iudiciorum publicorum quale
contropartita per il suo determinante impegno processuale[83],
lo stesso non può dirsi per le cognitiones
del Principato, le cui notizie provengono pressoché esclusivamente da fonti
letterarie dalle quali non è facile ricavare un quadro preciso ed univoco[84].
consegue che le opinioni sul tema, succedutesi nel tempo, dimostrano di essere
in qualche modo debitrici della preliminare presa di posizione sull’altra, ben
più generale, vexata quaestio,
concernente l’identificazione della natura dei processi penali che si
svolgevano innanzi al consesso dei patres[85].
già avuto modo di illustrare, Mommsen riteneva che i premi regolarmente
accordati agli accusatori in questi processi contribuissero a delineare la
natura accusatoria della cognitio senatus[86],
ma non mancava di rimarcare la differenza tra le ricompense previste dalle
leggi istitutive delle quaestiones
repubblicane (il cui valore era – a suo modo di vedere – essenzialmente
circoscritto all’ambito politico ed onorifico) ed i premi (di considerevole
valore economico) riconosciuti dai tribunali nella prima età imperiale[87].
Franca De Marini Avonzo, poi, la procedura senatoria di attribuzione dei praemia all’accusatore vittorioso
avrebbe ricalcato pedissequamente quella stabilita per le quaestiones in età repubblicana e, in particolare, vi sarebbe stato
un automatismo nel riconoscimento di tali premi – fissati per legge – e la
discrezionalità del tribunale avrebbe riguardato solo l’entità dei medesimi, da
decidersi di volta in volta, a seconda della gravità del reato giudicato nei
singoli processi[88].
Ad un recente studio di Yann Rivière va,
infine, il merito di aver riesaminato funditus
la questione rilevando, quanto all’epoca che a noi interessa, come «Pline
le Jeune lorsqu’il montre que le rôle d’accusateur ne l’éloigne pas de l’étique
judiciaire aurait fait valoir aussi ce refus d’une récompense, si son
attribution au sénat, comme autrefois dans la procédure devant les quaestiones, avait été automatique. (…)
Soulignons seulment que l’analyse du lien entre le crime invoqué et
l’attribution d’une récompense ne permet pas d’établir de règle dans le domaine
de repetundis, contrairement à la
periode républicaine, et oriente la recherche uniquement vers le crime d’Etat
et de lèse-majesté où l’argent semble tenir le rôle principal[89]». Muovendo dal presupposto che le
ricompense pecuniarie accordate al termine di un processo de maiestate fossero le uniche[90] a
trovare la loro origine ed il loro fondamento in una lex, l’autore ritiene che tutti gli altri eterogenei emolumenti,
onori e privilegi (formalmente accordati dal senato) di cui abbiamo notizia in
realtà dipendessero esclusivamente dall’arbitrio del principe[91].
Giulio Basso il riferimento alla conspiratio
delatorum parrebbe far riferimento alla presenza, tra le varie imputazioni,
di un’accusa di maiestas[92] che, secondo le previsioni della legge
Giulia, avrebbe fruttato ai promotori del giudizio l’attribuzione di un quarto
dei beni dei condannati[93],
senza contare che il senato aveva la possibilità di incrementare tale
ricompensa[94].
all’avidità dei delatori, gli altri loci
a causa, prospettati come i reali
‘moventi’ dell’accusa intentata a Basso, fanno riferimento all’odio ed al
desiderio di vendetta dei cittadini più turbolenti (come lo stesso Teofane) che
l’imputato aveva avuto modo di inimicarsi[95].
Dietro questo rapido cenno si cela verosimilmente la problematica, assai
complessa, delle lotte politiche tra fazioni avverse di notabili Bitinii[96].
Tra i governatori ed i notabili locali si era, infatti, venuto ad instaurare un
legame sottile e talvolta equivoco, per cui era frequente che i Bitinii più in
vista cercassero di assicurarsi con tutti i mezzi l’appoggio del rappresentante
di Roma per favorire la propria carriera municipale e per denigrare la
reputazione degli avversari. Tale ‘gioco’, tuttavia, poteva rivelarsi assai
pericoloso e «souvent le gouverneur, dont tous sollicitaient l’appui, pouvait
devenir l’objet d’un rejet. L’exercise
des prérogatives gouvernementales, lorsqu’elles profitaient trop clairement à
un seul homme aux dépens d’un groupe adverse ou lorsqu’elles avantageaient une
cité aux dépens de sa voisine, s’exposait à l’accusation de favoritisme et de
partialité[97]».
situazioni dovevano essere ben note al senato e la scelta di Plinio di
presentare l’imputato come soggetto che non si era prestato a siffatti
favoritismi ben poteva valere a gettare su Teofane e sui delatores quanto meno il sospetto che in questo processo, dietro il
‘paravento’ della giustizia, si muovessero coalizioni d’interessi finanche meno
commendevoli delle pesanti accuse rivolte a Basso[98].
5. – L’imputazione più pesante: le
‘repetundae’
già avuto modo di accennare, l’imputato aveva poi voluto che fosse Plinio a
controbattere l’imputazione che più di tutto appesantiva la sua posizione. Plin. Epist. IV.9.5: … Eundem me voluerat occurrere crimini, quo
maxime premebatur. In aliis enim quamvis auditu gravioribus non absolutionem
modo, verum etiam laudem merebatur;
dell’epistolografo, infatti, le altre accuse, sebbene in apparenza più gravi,
non destavano particolare preoccupazione perché per esse Basso meritava non
solo l’assoluzione, ma addirittura la lode.
delle ulteriori imputazioni si riferisce verosimilmente ad abusi, violenza e
crudeltà che dovevano essere stati prospettati dagli accusatori a fondamento
dell’imputazione concorrente di maiestas[99]
ed a sostegno di un’ipotesi di saevitia[100].
espressione non identificava un’autonoma fattispecie di reato, ma dovette
affermarsi nel linguaggio processuale del Principato per indicare
sinteticamente tutti gli abusi caratterizzati da violenza e crudeltà che
potevano di volta in volta accompagnarsi ad una condotta estorsiva e che
dovevano essere specificamente contemplati nella lex Iulia repetundarum[101].
Giulio Cesare doveva, infatti, aver previsto una graduazione delle pene ed i
casi più gravi (quelli, come abbiamo appena visto, che in età imperiale
sarebbero stati genericamente identificati con l’epiteto di saevitia) dovevano essere sanzionati con
pene più severe, che potevano spingersi fino alla poena capitis e, quindi, alla confisca totale o parziale del
patrimonio[102].
già avuto modo di accennare a proposito del processo di Mario Prisco[103],
l’accusa di saevitia era molto temuta
dalle difese di imputati colpevoli, perché
escludeva la possibilità per il reo di iudices
petere e lo lasciava esposto alle più gravi conseguenze sanzionatorie della
procedura ordinaria[104].
specie, tuttavia, con ogni probabilità le accuse implicanti un asserito abuso
di potere, violento e crudele, da parte di Giulio Basso dovevano esser state
formulate in modo talmente generico, come parrebbe dimostrare il fatto che non
si faccia accenno a nessuna richiesta di inquisitio[105]
né alla presenza di testimoni, da esser state pressoché immediatamente
accantonate dal senato[106].
adesso, quale fosse l’imputazione che destava le preoccupazioni maggiori.
luogo è appena il caso di ricordare che non deve destare meraviglia che Plinio
affronti in seconda battuta il punto più delicato del processo. Come insegnava
Quintiliano, infatti, la regola aurea del difensore di togliere di mezzo per
prime tutte le accuse più gravi poteva, infatti, incontrare una fondata
Quint. Instit. Orat. VII.1.11:
At pro reo plerumque gravissimum quidque
primum movendum est, ne illud spectans iudex reliquorum defensioni sit
aversior. Interim tamen et hoc mutabitur, si leviora illa palam falsa erunt,
gravissimi defensio difficilior, ut detracta prius accusatoribus fide
adgrediamur ultimum, iam iudicibus omnia esse vana credentibus. …
accuse minori fossero palesemente false e la confutazione del capo d’accusa più
grave apparisse – come nel nostro caso – più difficile, il maestro insegnava,
infatti, che la trattazione di quest’ultimo doveva essere postposta, in modo da
affrontare la questione spinosa dopo aver convinto i giudici dell’infondatezza
di tutte le accuse. Tale suggerimento mi pare, inoltre, strettamente connesso
alla direttiva per cui, in linea generale, gli argomenti debbono essere
confutati singulatim, ma qualora ci
si trovi in difficoltà su certe parti è consigliabile battersi utilizzando la
causa nella sua totalità[107].
Ecco, quindi
che, dopo aver svolto la parte generale dell’actio tesa a minare la credibilità delle accuse nel loro complesso,
Plinio dovette dedicare tutte le sue energie alla chiave di volta di tutto il
Plin. Epist. IV.9.6-7: [6] hoc illum onerabat, quod homo simplex et incautus
quaedam a provincialibus ut amicus acceperat; nam fuerat in eadem provincia
quaestor. Haec accusatores furta ac rapinas, ipse munera vocabat. [7] Sed lex munera quoque accipi vetat. …
più pesante nel caso di Basso era che egli, uomo ‘ingenuo[108]’
e ‘irriflessivo’, aveva accettato in via amichevole dei donativi da alcuni
provinciali, considerato che nella stessa provincia era già stato come questore[109].
Tali doni gli accusatori li definivano ‘furti’ e ‘rapine’, mentre egli li
chiamava ‘regali’ (munera[110]).
A Plinio preme, in ogni caso, sottolineare l’irrilevanza di tale diatriba
definitoria, visto che la legge proibiva al governatore provinciale di
accettare alcunché, anche semplici ‘omaggi’ spontanei[111].
Il riferimento normativo è ovviamente alla lex
Iulia repetundarum[112],
che, sia pure tra riforme ed innovazioni, rimase il testo legislativo di
riferimento in materia per tutta l’età imperiale[113].
infatti, le modalità della condotta rimproverabile a titolo di repetundae avevano subito, quanto meno a
partire dalla lex Iulia del 59 a.C.,
un processo di ‘dilatazione’ della previgente fattispecie, assistito da una
semplificazione interpretativa (dettata, soprattutto, dalle esigenze probatorie
in giudizio) e teso a riscontrare agevolmente l’illecita condotta del soggetto
attivo in qualsiasi forma di capere da
quest’ultimo posto in essere[114].
Venturini: «… dalla determinazione del crimen
repetundarum contenuta nella legge graccana e nella legge di Cesare
traspare una notevole disomogeneità di ispirazione dei due provvedimenti o, per
lo meno, una loro difforme portata. Il più antico si presenta, infatti,
schiettamente orientato alla tutela delle vittime di concussioni, mentre nel
più tardo questo obiettivo, pur formalmente mantenuto in tutta la sua
integrità, appare, in un certo senso, sopraffatto da una totalizzante esigenza
di moralizzazione, tale da determinare un sostanziale mutamento del bene
giuridico protetto. Oggetto prioritario di repressione diviene infatti il capere, subentrando, in tal modo, un
prevalente fine di tutela dell’ordinamento al precedente intento garantistico».[115]
pecuniam accipere sancito dalla lex Iulia repetundarum, originariamente
collegato a talune attività dei soli magistrati e senatori e previsto come
motivo determinante del loro esercizio doloso[116],
dovette, poi, subire importanti ampliamenti, fra i quali preme evidenziare
soprattutto in questa sede, la
generalizzazione delle modalità della condotta e la conseguente sua
configurazione in termini di semplice divieto di capere, non necessariamente collegato ad una violazione dei doveri
d’ufficio[117].
carenza di informazioni non ci consente di ricostruire con precisione le
riforme cui dovette essere assoggettata la legge Giulia del 59 a.C., ma ne
conosciamo il risultato finale, così come testimoniato nella sintesi tradita da
Marciano nel Digesto[118].
Marcian. 14 inst. D.
48.11.1: Lex Iulia repetundarum pertinet
ad eas pecunias, quas quis in magistratu potestate curatione legatione vel quo
alio officio ministeriove publico cepit, vel cum ex cohorte cuius eorum est.
1. Excipit lex, a quibus licet accipere: a sobrinis propioreve gradu cognatis
suis, uxore.
introdotta una sostanziale discriminazione tra magistrati urbani, che potevano
accettare donativi entro il prefissato valore di diecimila sesterzi nel corso
di un anno, ed i promagistrati provinciali, cui non era lecito capere alcunché[119].
Ven. Sat. 3 publ. iudic. D.
48.11.6.2: Lege Iulia repetundarum
cavetur (…): utque urbani magistratus ab omni sorde se abstineant neve plus
doni muneris in anno accipiant, quam quod sit aureorum centum.
cittadino, infatti, la legislazione, pur ribadendo in via generale il dovere
per i magistrati di ab omni sorde se
abstinere, non poteva non tener conto di quel fitto reticolo di relazioni
sociali e familiari[120]
tipico di una società che faceva della reciprocità di dona et munera uno dei propri irrinunciabili pilastri[121].
l’istituzione del divieto assoluto di capere
per i governatori provinciali[122]
doveva servire, con ogni probabilità, a superare le difficoltà probatorie in
giudizio (emerse già chiaramente nella pregressa esperienza processuale
repubblicana de repetundis) delle
attività estorsive[123].
«Si può
dunque ritenere che nella legge di Cesare le disposizioni concernenti i
promagistrati provinciali fossero strutturate sulla base di un generale divieto
di ogni arricchimento, comunque conseguito, e che perciò si preoccupassero non
tanto di elencare i singoli comportamenti illeciti quanto di specificare in
quali casi era consentito al governatore e ai membri della cohors ricevere beni o servizi dalle popolazioni locali[124]».
dato emerge chiaramente dalla lettura dell’epistolario ciceroniano in cui
l’autore evidenzia a più riprese che durante il suo proconsolato in Cilicia si
astenne di proposito dal richiedere alla popolazione locale anche quei sumptus consentiti dalla legge[125].
credibile che anche la legge Giulia contenesse, sulla scia della tradizione in
materia, determinate eccezioni al divieto, con cui si salvaguardava il
tradizionale diritto dei governatori provinciali di esigere determinate
contribuzioni in natura o in denaro per facilitare il loro soggiorno ed i loro
spostamenti; doveva rimanere, invece, proibita ogni attività che potesse
comunque comportare un lucro personale del magistrato o promagistrato
attraverso il governo provinciale[126].
ad escludere che la questione giuridica connessa all’imputazione per repetundae potesse essere affrontata –
come Giulio Basso avrebbe forse voluto[127]
– sotto un profilo squisitamente definitorio[128],
contrapponendo l’asserzione da parte dell’imputato della spontaneità degli
omaggi ricevuti alle accuse dei provinciali che qualificavano i quaedam accettati dal governatore come
veri e propri furti e rapine[129].
illustrazione dell’inconcludenza di qualsiasi questione attinente lo status finitivus offre, tuttavia,
l’occasione a Plinio per procedere oltre nella caratterizzazione del suo
assistito, aggiungendo al personaggio quei tratti di ‘ingenuità’ e ‘imprudenza’
– in qualche modo ‘giustificati’ da una certa familiarità di lunga data, dovuta
al fatto che in quella stessa provincia egli aveva anche in passato rivestito
magistrature – che costituiranno, come avremo subito modo di illustrare, il
fulcro delle argomentazioni difensive.
6. – La problematica scelta delle argomentazioni difensive
Plinio denuncia
chiaramente le serie difficoltà incontrate nella scelta della strategia
difensiva contro l’imputazione di repetundae[130].
Plin. Epist. IV.9.7: … Hic
ego quid agerem, quod iter defensionis ingrederer?
un siffatto imbarazzo nella scelta del più appropriato iter defensionis[131] da imboccare non parrebbe giustificato,
se solo si considera che per i processi di repetundae
la ‘via maestra’ era già stata tracciata chiaramente da Cicerone.
Cic. De orat. II.25.105: ac nostrae fere causae quae quidem sunt
criminum, plerumque infitiatione defenduntur. nam et de pecuniis repetundis,
quae maximae sunt, neganda fere sunt omnia, et de ambitu raro illud datur, ut
possis liberalitatem ac benignitatem ab ambitu atque largitione seiungere. …
dell’Arpinate, in quasi tutte le cause, almeno in quelle penali, la difesa non
poteva che consistere, almeno nella maggior parte dei casi, nella negazione
stessa del fatto (infitiatio). Anche
nei casi di repetundae, che vengono
significativamente ritenuti i più gravi, Cicerone consigliava di respingere
quasi tutte le accuse, così come nei processi di broglio elettorale è quasi
nulla la possibilità di operare una distinzione tra liberalità e generosità da
una parte e broglio e corruzione dall’altro.
La strada astrattamente
consigliabile in via generale per i processi di repetundae doveva essere, pertanto, quella di una difesa tesa a far
nascere la coniectura[132].
specie, tuttavia, la negazione del fatto[133]
parve del tutto inopportuna a Plinio.
Plin. Epist. IV.9.7: … Negarem? Verebar ne plane furtum
videretur, quod confiteri timerem. Praeterea rem manifestam infitiari augentis
erat crimen, non diluentis, praesertim cum reus ipse nihil integrum advocatis
reliquisset. Multis enim atque etiam principi dixerat sola se
munuscula dumtaxat natali suo aut Saturnalibus accepisse et plerisque misisse.
ritenne, dunque, che non si potesse negare il fatto, giacché il contestare una
cosa evidente avrebbe finito per aggravare, anziché diminuire la colpa di Basso.
Plinio tende,
inoltre, a sottolineare, come lo stesso imputato non avesse lasciato ai propri
avvocati alcuna possibilità di manovra sul punto, perché aveva detto a molte
persone, tra cui il principe, di aver ricevuto munuscula soltanto in occasione del proprio genetliaco o per i
Saturnali e di averne ricambiati parecchi[134].
Un siffatto
comportamento dell’imputato, quale reazione per così dire ‘istintiva’ e
‘spontanea’ nell’immediatezza delle contestazioni rivoltegli, rappresentava,
come abbiamo avuto modo di vedere, un maldestro tentativo di porre la questione
su un piano sostanzialmente ‘definitorio’ che non poteva essere accolto e
condiviso dalla difesa tecnica dei suoi legali[135].
già avuto modo di illustrare, infatti, la lex
Iulia repetundarum contemplava un generale divieto di capere rispetto al quale ogni apprezzamento discrezionale di tipo
quantitativo e qualitativo (munuscula[136])
doveva essere – ancora all’epoca del processo – precluso al tribunale[137].
Parimenti irrilevante doveva essere il riferimento dell’imputato tanto
all’occasione dei Saturnali, festa tipicamente italica la cui ricorrenza nel
contesto provinciale doveva prestarsi a strumentalizzazioni clientelari ancor
più di quel che già accadeva a Roma[138],
quanto a quella del compleanno o alla circostanza della reciprocità degli
omaggi, in gran parte ricambiati.
dichiarazioni extraprocessuali dell’imputato, di per sè inservibili – come
abbiamo visto – sotto il profilo della definitio[139],
in quanto ammissive del fatto finivano per precludere alla difesa di Basso
anche la via della infitiatio e la
conseguente nascita del contraddittorio tra le parti in punto di coniectura[140].
rese dall’assistito nei suoi colloqui privati non erano, tuttavia, così
compromettenti da giustificare una resa incondizionata da parte della difesa
che limitasse gli sforzi oratori alla ricerca di un poco probabile perdono dei
Plin. Epist. IV.9.8: Veniam ergo peterem? Iugulassem reum, quem
ita deliquisse concederem, ut servari nisi venia non posset.
alla richiesta di misericordia pare riconducibile alla deprecatio[141],
stato, come abbiamo visto, difficilmente utilizzabile in giudizio[142].
L’imputato avrebbe dovuto, infatti, confessare sia di aver trasgredito alla legge,
sia di averlo fatto intenzionalmente, chiedendo, tuttavia, pietà ai colleghi
senatori. Plinio esclude recisamente questa possibilità e dice apertamente che
tale strada sarebbe equivalsa a dare il colpo di grazia all’imputato medesimo,
ammettendo che egli era colpevole a tal punto da non poter esser salvato se non
con un atto di clemenza[143].
Infatti, come notava già Cicerone, una volta che l’imputato si sia riconosciuto
colpevole, per il difensore è estremamente difficile riuscire ad ottenere il
perdono da chi ha come proprio dovere quello di punire le colpe[144].
la posizione processuale di Basso non era neanche tale da poter essere
patrocinata facendo uso di quella che Quintiliano definiva la difesa più forte
del reo: la qualitas iuridicialis absoluta[145].
Quint. Institut. Orat.
VII.4.4: Defensio longe potentissima est
qua ipsum factum quod obicitur dicimus honestum esse. Abdicatur aliquis quod
invito patre militarit, honores petierit, uxorem duxerit: tuemur quod fecimus.
Hanc partem vocant Hermagorei κατ’ἀντίληψιν ad intellectum id nomen referentes: Latine
ad verbum tralatam non invenio: absoluta appellatur. Est enim de re sola
quaestio, iusta sit ea necne.
strategia difensiva era finalizzata a sostenere che il comportamento che veniva
rimproverato al reo (e che il reo ammetteva di aver compiuto) era in realtà
‘onesto’. A tal fine si riportano gli esempi di scuola del figlio diseredato
perché contro il volere del padre aveva prestato servizio militare, aveva
ambito alle magistrature o si era sposato. In casi del genere l’unica difesa
efficace consisterebbe nel difendere le proprie azioni. Quintiliano dà poi
conto del fatto che la denominazione latina non è una traduzione fedele del
corrispondente termine impiegato da Ermagora e dalla sua scuola (κατ’ἀντίληψιν):
essa viene detta ‘incondizionata’ (absoluta)
perché la questione riguarda unicamente il fatto, se cioè esso sia giusto o
A tal proposito Plinio si eprime nei seguenti termini.
Plin. Epist. IV.9.8-9: [8] … Tamquam recte factum tuerer? [9] Non illi profuissem, sed ipse impudens
exstitissem.
dell’opzione consistente nel sostenere la liceità del comportamento tenuto
dall’imputato viene rappresentato dal nostro autore in termini di recte factum, utilizzando per la descrizione
dello status in questione una
terminologia riconducibile al De
inventione di Cicerone ed alla Rhetorica ad Herennium di Cornificio[146].
strada viene scartata recisamente, evidenziando come la stessa, oltre a non
giovare all’imputato, avrebbe fatto fare una pessima figura a Plinio, minandone
la credibilità[147].
sopra esposti non vi era, infatti, margine per sostenere che il comportamento
tenuto da Giulio Basso era perfettamente conforme al diritto e quindi questa
linea difensiva non avrebbe mai potuto portare alcun beneficio al prevenuto.
percorrere la via della qualitas
iuridicialis absoluta comportava per il difensore una scelta definitiva e
‘tranchante’, che gli avrebbe precluso argomentazioni ulteriori o concomitanti[148].
Plinio ritiene giustamente che per una scelta del genere si sarebbe procurato
la taccia di impudens, ed abbiamo già avuto modo di vedere
come l’impudentia sia uno dei difetti
peggiori che il nostro rinfaccia al suo acerrimo rivale nel foro: M. Aquilio Regolo[149],
senza contare che impudentissime è
l’avverbio che caratterizza (§ 14) il prosieguo della condotta dibattimentale
dell’accusatore Teofane[150].
7. – In particolare: l’identificazione della strategia
difensiva del ‘medium quiddam tenere’
ventaglio di ipotesi, tutte da scartare, Plinio avrebbe optato per una ‘via di
mezzo’ e questa scelta si sarebbe rivelata vincente.
Plin. Epist. IV.9.9: … In
hac difficultate placuit medium quiddam tenere: videor tenuisse.
l’unico passaggio dell’epistolario in cui l’ideale della
μετριότης, di derivazione
aristotelica[151], viene recepito: il
concetto torna a più riprese, in contesti diversi, e viene per lo più espresso
con il termine temperamentum[152].
caso, tuttavia, la formulazione della frase pare in qualche modo ‘riecheggiare’
un famoso passo del De oratore in cui
Cicerone affronta la questione dello ‘stile’.
Cic. De orat. III.45.177: non enim sunt alia sermonis, alia contentionis
verba; neque ex alio genere ad usum cotidianum, alio ad scaenam pompamque
sumuntur; sed ea nos cum iacentia sustulimus e medio, sicut mollissimam ceram
ad nostrum arbitrium formamus et fingimus. itaque tum graves sumus, tum
subtiles, tum medium quiddam tenemus …
contesto il medium quiddam tenere esprime
il ‘giusto mezzo’ tra lo stile solenne e quello semplice: un ventaglio di
possibilità che l’oratore ha per plasmare a proprio piacimento le parole, come
morbidissima cera.
contesto di Epist. IV.9, il richiamo
pliniano alla ‘medietà’ non mi pare riferito, però, allo stile da adottare,
quando – piuttosto – alla strategia difensiva da tenere innanzi all’alta corte
scartate tanto la coniectura (perché
impedita dalle ammissioni extraprocessuali dell’imputato), quanto la definitio (stante l’assolutezza del
divieto per il promagistrato provinciale di capere
alcunché in base alla lex Iulia
repetundarum), non sussistendo margini per formulare eccezioni capaci di
invalidare l’accusa mediante una translatio[153],
se le nostre considerazioni hanno colto nel segno, la ‘via di mezzo’ battuta
con successo da Plinio nella propria abile difesa di Giulio Basso dovrebbe essere
individuata nell’alveo dello stato qualitativo, tra gli opposti estremi della qualitas absoluta (factum, sed recte factum) e dell’ultimo status della qualitas
adsumptiva, cioè la deprecatio,
entrambi impraticabili per i motivi sopra esposti[154].
Il medium quiddam tenere dovrebbe essere
pertanto, a mio avviso, identificato in quella che sia Cicerone che la Rhetorica ad Herennium chiamano purgatio[155],
status sostanzialmente coincidente
con la excusatio di Quintiliano il
quale, nella trattazione della qualitas,
segue evidentemente un modello che doveva aver apportato delle modifiche al
primigenio sistema ermagoreo[156].
con la ‘giustificazione’ si ammette di aver compiuto il fatto (concessio), ma non intenzionalmente, e
si invocano quindi delle ‘scusanti’.
Quintiliano richiama l’efficacia esimente di ignorantia, necessitas e fortuna, fornendone una rapida
definizione e ritenendo ultronea l’illustrazione mediante esemplificazione[157],
sia il De inventione che la Rhetorica ad Herennium preferivano indicare
la prima ‘scusante’ in termini di inprudentia
ed offrono della stessa una
trattazione più completa ed articolata, che ci pare opportuno richiamare.
specie, infatti, per difendere non factum
ipsum, sed voluntas a Plinio non era dato invocare né lo stato di
necessità, né il caso fortuito, e l’impegno oratorio dell’advocatus dovette verosimilmente concentrarsi sull’inprudentia del reo.
Cic. inv. II.95: Inprudentia est, cum scisse aliquid is, qui
arguitur, negatur; … iudicatio est: cum id fecerit, quod non oportuerit, et id
non oportere nescierit, sitne supplicio dignus?
Cicerone si limita ad affermare che il punto da giudicare consiste, in questo
caso, nel sapere se chi ha commesso qualcosa di illecito ed ignorava che ciò
non dovesse farsi, meriti o meno una pena, la Rhetorica ad Herennium fornisce indicazioni più precise.
Corn. Rhet. ad Herenn.
II.24: Si autem inprudentia reus se
peccasse dicet, primum quaeretur, utrum potuerit nescire an non potuerit;
deinde utrum data sit opera, ut sciretur, an non; deinde, utrum casu nescierit
an culpa. …
Se l’imputato
affermerà di aver sbagliato per imprudenza, ci dovremo chiedere in primo luogo
se poteva o non poteva sapere; poi, se ci si adoperò per sapere o no; infine,
se ignorò per caso o per colpa.
L’Erenniana
è, inoltre, molto puntuale anche nell’illustrazione dei
τόποι comuni alle tre ‘scusanti’.
II.24: … Loci communis in his causis:
accusatoris contra eum, qui cum peccasse confiteatur, tamen oratione iudices
demoretur; defensoris, de humanitate, misericordia: voluntatem in omnibus rebus
spectari convenire; quae consulto facta non sint, an ea fraudei esse non
all’accusatore spetta il compito di evidenziare ai giudici che l’unica cosa che
rimane ferma delle dichiarazioni del reo è solo la confessione, essendo il
resto costituito da divagazioni che fanno solo perder tempo, il difensore deve
focalizzare i propri argomenti sull’umanità e sulla pietà, evidenziando
l’esigenza di guardare in tutti gli atti alla volontà e sostenendo che sarebbe
ingiusto ed intollerabile attribuire a titolo di colpa degli atti che non siano
stati commessi intenzionalmente.
possa essere l’argomento retorico rivelatosi vincente, il medium quiddam tenere non meglio esplicitato, mi pare confermato
dal fatto che Plinio, già in sede di caratterizzazione del personaggio (§ 6),
dipinge Giulio Basso come homo simplex et
incautus: entrambi gli aggettivi, infatti, paiono strettamente collegati al
concetto di inprudentia.
del capere contra legem mi sembra,
inoltre, sottolineata anche dalla precisazione che l’imputato quaedam a provincialibus acceperat non
nella sua veste istituzionale di governatore, bensì ut amicus, in ragione di relazioni di cortesia risalenti al periodo
in cui egli era stato questore nella medesima provincia[158].
dovette essere, a mio avviso, la strategia argomentativa usata da Plinio per
difendere l’imputato dall’imputazione di repetundae, ed essa si rivelò vincente (videor tenuisse).
8. – L’interruzione notturna e la
ripresa dell’arringa il giorno successivo
giornata del processo doveva essere stata particolarmente impegnativa e la
notte sopraggiunse quando Plinio non aveva ancora esaurito il tempo a sua disposizione
per l’arringa.
Plin. Epist. IV.9.9-12: [9] … Actionem
meam, ut proelia solet, nox diremit. Egeram horis tribus et dimidia, supererat
sesquihora. Nam cum e lege accusator sex horas, novem reus
accepisset, ita diviserat tempora reus inter me et eum, qui dicturus post erat,
ut ego quinque horis, ille reliquis uteretur. [10] Mihi
successus actionis silentium finemque suadebat. Temerarium est enim secundis non esse contentum. Ad hoc verebar, ne me
corporis vires iterato labore desererent, quem difficilius est repetere quam
iungere. [11] Erat etiam periculum,
ne reliqua actio mea et frigus ut deposita et taedium ut resumpta pateretur. Ut
enim faces ignem adsidua concussione custodiunt, dimissum aegerrime reparant,
sic et dicentis calor et audientis intentio continuatione servatur,
intercapedine et quasi remissione languescit. [12] Sed Bassus multis precibus, paene etiam lacrimis, obsecrabat implerem
meum tempus. Parui utilitatemque eius praetuli meae. Bene cessit: inveni ita erectos animos
senatus, ita recentes, ut priore actione incitati magis quam satiati
viderentur.
un parallelismo tra lo scontro processuale e quello militare, Plinio ci dice
che fu la notte a sospendere la sua arringa, come di solito accade per le
battaglie[159].
Aveva parlato per tre ore e mezza e gliene rimaneva ancora una e mezza.
Infatti, poichè a termini di legge l’accusatore aveva diritto a sei ore e
l’imputato a nove[160],
Giulio Basso aveva diviso il tempo tra Plinio e Lucceio Albino in modo che il
primo potesse contare su cinque ore ed il secondo sulle quattro rimanenti.
L’esito positivo del primo intervento consigliava al nostro autore di
concludere e tacere, essendo temerario non sentirsi paghi dell’indirizzo
favorevole già guadagnato[161].
Inoltre egli temeva che la nuova fatica lo avrebbe privato delle energie
fisiche[162],
in quanto è più difficile riprendere un discorso che proseguirlo senza
soluzione di continuità. C’era, d’altronde, anche il pericolo che la seconda
parte della sua arringa risultasse fredda, a causa della sospensione, e noiosa,
a causa della ripresa.
ricorre, poi, ad una similitudine: come le fiaccole conservano viva la fiamma
se questa è agitata ininterrottamente, così il fervore di chi parla e
l’attenzione di chi ascolta sono tenuti vivi dalla continuità, mentre
languiscono per l’interruzione e per l’allentamento.
Ma Basso, con
molte preghiere e quasi finanche con le lacrime, lo aveva scongiurato perchè
facesse uso di tutto il tempo a sua disposizione e Plinio cedette a questa
richiesta, anteponendo l’interesse dell’assistito al proprio. Gli andò bene, in
quanto trovò gli spiriti dei senatori così vivi e così rinnovati, che gli
sembrarono più stimolati che saziati dall’intervento del giorno precedente.
avuto modo di vedere come Plinio fosse incline ad accantonare la brevitas a favore dell’ubertas nei processi più importanti[163]:
in questo caso, però, la scelta era complicata dall’interruzione notturna del
processo e dalla buona riuscita del primo intervento.
massima, infatti, si doveva evitare di iniziare un’arringa che potesse essere
interrotta dalla notte[164],
proprio per evitare gli inconvenienti descritti nella similitudine pliniana (§
11)[165].
Ciononondimeno
il nostro autore si trovò in una situazione imbarazzante, perchè la notte lo
dovette sorprendere quando aveva già toccato in modo soddisfacente tutti i
punti del caso in questione che egli riteneva salienti ed irrinunciabili e
tutto sembrava sconsigliare una ripresa[166].
Senza contare che lo stesso Plinio consigliava ai suoi allievi di riprendere
propri precedenti discorsi post
oblivionem e solo come faticoso (e noioso) esercizio retorico privato di retractatio[167].
contesto, infatti, prendere nuovamente la parola non dava garanzia (anche in
ragione della stanchezza fisica) né di recalescere
ex intergo et resumere impetum fractum omissumque, né, tanto meno, di nova velut membra peracto corpori intexere
nec tamen priora turbare, ma vi era anzi il rischio concreto di
compromettere un risultato già buono ed assodato, abusando della pazienza di un
uditorio non più abituato ad ascoltare lunghe arringhe[168].
Le insistenze
di Giulio Basso che lo supplicava di utilizzare tutto il tempo a sua
disposizione[169]
ebbero, tuttavia, la meglio su ogni ulteriore considerazione. La deontologia
professionale pliniana imponeva, infatti, all’advocatus di preporre l’interesse dell’assistito a quello dello
stesso difensore[170].
risultò appropriata, perché Plinio trovò un uditorio rinfrancato dal riposo
notturno e ben disposto ad una ampliatio
che verosimilmente sarà stata condotta dall’oratore facendo ricorso alla varietas delle argomentazioni difensive
e, soprattutto, diversificando i toni dell’arringa[171],
considerando che da un punto di vista contenutistico ben poco doveva essere
aggiunto ad un discorso ritenuto esauriente già al termine del primo
9. – La prosecuzione del secondo giorno di dibattimento
giorno di dibattimento proseguì con l’intervento in difesa di Basso di Lucceio
Albino[172].
Plin. Epist. IV.9.13-14:
[13] Successit mihi Lucceius Albinus tam
apte, ut orationes nostrae varietatem duarum, contextum unius habuisse
credantur. [14] Respondit Herennius Pollio instanter et
graviter, deinde Theophanes rursus. Fecit enim hoc quoque, ut cetera,
impudentissime, quod post duos et consulares et disertos tempus sibi et quidem
laxius vindicavit. Dixit in
noctem atque etiam nocte[173] inlatis lucernis.
Albino si
inserì talmente bene nel solco tracciato da Plinio[174] che, a giudizio di quest’ultimo, le orazioni potevano essere
considerate due per la loro varietas
ed una sola per la loro stretta connessione.
di amicizia che, oltre alla stima ed alla colleganza, era subentrato dopo aver condiviso
il patrocinio dei Betici nel processo contro Classico ed i suoi complici
dovette sicuramente facilitare l’affiatamento dei due oratori[175].
dell’accusa fu affidata ad Erennio Pollione[176],
che parlò con tono stringente e vigoroso[177],
e ad un nuovo intervento di Teofane, che si comportò anche in questa occasione,
come in tutte le altre, impudentissime,
pretendendo dopo due consolari, eloquenti oratori, di parlare per tutto il
tempo a lui assegnato, e anzi più a lungo, protraendo il discorso fino a notte
ed anche dopo che per il buio furono accese le lanterne.
Plinio dedica poche parole
all’intervento del collega, ma come ha acutamente osservato Anne Orentzel,
«although it is difficult to determine Albinus’ style, it may be surmised that
he was a careful speaker, overlooking no points, concentrating on the cogency
of his plea, not trying to dazzle the jurors with rhetorical turns[178]».
Colpisce, in
particolar modo, l’espresso riferimento di Plinio alla ‘varietà’ delle
argomentazioni prescelte dal collega. Come abbiamo già avuto modo di dire,
infatti, la variestas è uno dei mezzi
prescelti per ovviare ai rischi della ubertas,
soprattutto in tempi in cui si predilige la brevitas.
In particolare la ‘varietà’ dell’arringa di Albino dovette caratterizzarsi e
distinguersi dall’intervento di Plinio non solo sotto l’aspetto stilistico
dell’elocutio, ma anche sotto il
profilo contenutistico dell’inventio,
andando a trattare in modo specifico tutte quelle questioni che l’oratore che
lo aveva preceduto non aveva approfondito per dedicare maggior spazio alla
difesa dell’accusa ritenuta più grave.
tecnico della replica di Pollione (respondit
instanter et graviter) pare dettato non tanto da una sincera ammirazione
professionale, quanto, piuttosto, dall’esigenza retorica di evidenziare quanto
più possibile la concreta inutilità, l’inopportunità e l’inadeguatezza del
secondo intervento di Teofane, segnando così l’apice della climax di caratterizzazione negativa di questo personaggio, la cui
portata viene estesa mediante il richiamo ut
cetera che vale ad escludere l’episodicità del comportamento descritto[179].
10. – Le attività processuali della terza udienza
sbrigativa la trattazione delle attività processuali del terzo giorno, limitata
dall’autore ad un rapido accenno.
Plin. Epist. IV.9.15: (15) Postero die egerunt pro Basso Homullus et
Fronto mirifice;
passaggio apprendiamo solamente che il giorno successivo furono Omullo e
Frontone a perorare in favore di Basso e che entrambi lo fecero in maniera
eccellente[180].
quello che emerge dal racconto di Plinio si può – forse – ipotizzare che a
Cazio Frontone sia stata affidata la commiseratio
finale dell’imputato, in ragione della sua consolidata abilità oratoria nel
provocare il coinvolgimento emotivo dei giudici, captandone la pietà[181].
insegnava Quintiliano, infatti, l’epilogo era la sede più adatta per un’ampia
trattazione dei sentimenti risvegliati sin dal proemio e coltivati in tutte le
parti dell’orazione[182].
Aver affidato l’ultimo intervento a Fronto
potrebbe, a mio avviso, aver avuto proprio la finalità di sfruttare al massimo
l’amplificatio adfectuum nel momento
in cui l’animo dei giudici doveva aver raggiunto la migliore predisposizione
11. – Il quarto giorno di udienza: l’attività istruttoria,
la ‘rogatio sententiarum’ e la votazione mediante ‘discessio’ Al termine
del terzo giorno di udienza la causa fu nuovamente aggiornata all’indomani per
la quarta ed ultima seduta. Plin. Epist. IV.9.15-17: [15] … quartum
diem probationes occuparunt. [16] Censuit
Baebius Macer, consul designatus, lege repetundarum Bassum teneri, Caepio
Hispo, salva dignitate iudices dandos; uterque recte[183]. «Qui
fieri potest», inquis, «cum tam diversa censuerint[184]?» [17] Quia scilicet et Macro legem intuenti consentaneum fuit damnare eum
qui contra legem munera acceperat, et Caepio, cum putaret licere senatui, sicut
licet, et mitigare leges et intendere, non sine ratione veniam dedit facto
vetito quidem, non tamen inusitato.
giorno di udienza fu dedicato all’esposizione ed alla valutazione delle prove,
che potevano essere ‘tecniche’ (artificiales)
oppure ‘atecniche’ (inartificiales)[185].
Mentre l’accusa doveva verosimilmente disporre di prove in larga misura
documentali[186],
la difesa dovette giocare essenzialmente sulle prove artificiales che, come noto, constavano di signa (prove di fatto), exempla
(prove per induzione), argumenta (prove
per deduzione)[187].
il caso di ricordare, inoltre, che i testimoni indotti dall’accusa venivano
sentiti concedendo ad entrambe le parti un ruolo attivo che contemplava l’interrogare, il sublevare ed il refutare,
mentre nei processi senatoriali di repetundae
era – di massima[188]
– interdetta alla difesa la possibilità di presentare propri testimoni a
discarico[189].
dibattimento, i senatori venivano invitati ad esprimere pubblicamente il loro
parere e le loro proposte anche in merito alla pena da applicare (rogatio sententiarum[190]).
Bebio Macro[191]
aveva il diritto, in quanto console designato, di prendere per primo la parola;
egli riteneva che a Basso si dovesse applicare la lex repetundarum. Cepione Ispone[192]
era invece dell’avviso che l’imputato, conservando la dignità senatoria,
dovesse essere rinviato davanti alla apposita commissione[193].
Entrambe le proposte, pur in aperto contrasto tra di loro, paiono giuste a
Plinio, in quanto frutto di due punti di vista differenti; da questa presa di
posizione è lecito inferire che qualsiasi accusa di saevitia fosse stata esclusa[194].
Per Macro,
che si atteneva alla legge, era giusto condannare ‘tout court’ colui che contra legem aveva accettato dei doni.
Cepione, dal
canto suo, credeva che il senato avesse il diritto – come effettivamente lo
aveva – sia di mitigare che di inasprire le leggi e a buon diritto era incline
a scusare un fatto che era, sì, proibito, ma che non poteva certo dirsi raro.
di vista pratico le due proposte differiscono solamente nel fatto che la
seconda tende a negare, in via preventiva, alla commissione il potere di comminare
al reo l’infamia nel sancire
l’importo delle restituzioni dovute[195].
Una siffatta
forzatura del rito viene ricondotta da Plinio al potere del senato di mitigare et intendere leges[196],
potere la cui concreta operatività doveva, tuttavia, essere tutt’altro che
scontata e doveva dar vita a vivaci controversie tra le opposte fazioni
senatorie[197].
Plin. Epist. IV.9.18-19:
[18] Praevaluit sententia Caepionis, quin
immo consurgenti[198] ad
censendum acclamatum est, quod solet residentibus. Ex quo potes aestimare,
quanto consensu sit exceptum, cum diceret, quod tam favorabile fuit, cum
dicturus uideretur. [19] Sunt tamen
ut in senatu ita in civitate in duas partes hominum iudicia divisa. Nam, quibus
sententia Caepionis placuit, sententiam Macri ut rigidam duramque reprehendunt;
quibus Macri, illam alteram dissolutam atque etiam incongruentem vocant; negant
enim congruens esse retinere in senatu, cui iudices dederis.
alla fase della rogatio sententiarum il
presidente metteva ai voti le proposte che sembravano degne di approvazione e
si dava, quindi, corso alla votazione mediante discessio[199].
Prevalse il
parere di Cepione, ed anzi lo stesso fu acclamato quando si alzò per
formularla, mentre di solito ciò avveniva solo quando il senatore proponente
tornava a sedersi. Da questo sarebbe possibile arguire da quanti consensi fu
accolta la mozione quando egli ebbe parlato, se tanto fu il favore dei colleghi
senatori già nell’atto di presentarla.
soluzione pare pienamente condivisa dal nostro autore[200].
Tuttavia Plinio
dice che, come in senato, anche tra il popolo le opinioni erano divise in due
partiti. Quelli che avevano approvato il parere di Cepione biasimavano,
infatti, quello di Macro come inflessibile e severo; quelli, invece, che
avevano aderito a quello di Macro consideravano l’altro troppo fiacco ed anche
incongruente, sostenendo che fosse illogico mantenere in senato un soggetto
deferito davanti alla commissione.
formulazione adottata emerge chiaramente come il dare iudices sia rappresentato come una diretta conseguenza della
riconosciuta colpevolezza del reo da parte dell’alta corte[201]
e tale accertata reità doveva innegabilmente mal conciliarsi con la
conservazione della dignitas senatoriale[202].
invece, condivisibile l’opinione di Kemper, che ha scorto in questo passaggio
dell’epistula un’applicazione della
dottrina degli status legali e, più
precisamente, l’ambito di operatività della contrapposizione tra scriptum et sententia[203].
Nel caso di specie, infatti, non pare porsi alcun contrasto tra il testo di una
legge e l’intenzione del legislatore, né pare affacciarsi alcuna ambiguità
dovuta alla formulazione della norma. La colpevolezza di Basso in relazione
alla lex Iulia repetundarum era
chiara ed evidente a tutti, anche allo stesso Cepione.
come è stato giustamente evidenziato, la ratio
decidendi della sententia di Caepio Hispo, approvata dal consesso
senatorio, «si fondava (…) su criteri che tenevano conto del concreto
atteggiarsi della realtà di fatto[204]».
infatti, Plinio, presentando Basso come uomo anziano, dalla vita travagliata,
che nella sua semplicità e nel suo candore non si era reso conto di trasgredire
la legge[205],
ebbe l’indiscusso merito di offrire un commodus
discessus ai sostenitori dell’imputato, che riuscirono così a mitigare, su
un piano squisitamente politico, le conseguenze di una scontata condanna
dell’operato dell’ex governatore[206].
infatti, dal carteggio tra Plinio e Traiano che il processo in questione non
ebbe come unica conseguenza il rinvio alla commissione per l’aestimatio del dovuto: gli acta Bassi furono rescissa ed il senato concesse a tutti coloro che erano stati in
qualche modo lesi dalle sue disposizioni il diritto di sottoporsi ad un nuovo
giudizio entro il termine di due anni[207].
Questo induce
autorevoli studiosi a ritenere che Basso fosse solo un ‘volgare delinquente’
che, grazie anche al patrocinio di un ottimo collegio difensivo, potè giovarsi
dell’attitudine di larga parte del senato a serrare le file e difendere la
propria parte[208].
Un indizio in
tal senso viene comunemente tratto anche dalla presenza, nel caso di specie, di
una terza sententia.
Plin. Epist. IV.9.20-21:
[20] Fuit et tertia sententia: Valerius
Paulinus assensus Caepioni hoc amplius censuit, referendum de Theophane cum
legationem renuntiasset. Arguebatur enim multa in accusatione fecisse, quae
illa ipsa lege qua Bassum accusauerat tenerentur. [21] Sed
hanc sententiam consules, quamquam maximae parti senatus mire probabatur, non
sunt persecuti. Paulinus tamen et
iustitiae famam et constantiae tulit.
infatti, anche un terzo parere: Valerio Paolino[209],
che aveva aderito a quello di Cepione, fece una proposta più ampia, suggerendo di
aprire un’inchiesta a carico di Teofane, dopo che egli fosse scaduto dalla sua
qualità di delegato[210].
Lo incolpava, infatti, d’aver compiuto durante il processo molti atti che
cadevano sotto quella stessa legge in nome della quale aveva accusato Basso.
infatti, tra le previsioni della lex
Iulia repetundarum rientrava anche l’accettazione di denaro ob accusandum vel non accusandum[211].
Ma i consoli
non diedero seguito a tale proposta, sebbene ad essa fosse favorevole la
maggior parte del senato. Ad ogni modo, tramite essa Paolino si guadagnò la
fama di uomo giusto e coraggioso[212].
proposito Colin Wells significativamente si domanda se questa proposta di Valerius Paulinus non sia stata
«qualcosa di più di un ammonimento ad un arrogante provinciale ad imparare la
lezione[213]».
Pare, in ogni
caso, degna di nota la circostanza che – almeno stando al racconto di Plinio –
la maggior parte dei senatori sarebbe stata favorevole ad una soluzione di
questo tipo[214].
12. – La conclusione del processo
del senato venne accolta in un clima di diffusa soddisfazione.
Plin. Epist. IV.9.22: Misso senatu Bassus magna hominum
frequentia, magno clamore, magno gaudio exceptus est. Fecerat eum favorabilem
renovata discriminum vetus fama notumque periculis nomen et in procero corpore
maesta et squalida senectus.
la seduta fu sciolta, infatti, Basso fu accolto da una gran folla, tra forti
clamori e grande esultanza[215].
Plinio riconduce tale benevolenza all’antico ricordo, rinnovato dal processo, delle
sue precedenti peripezie, al suo nome, diventato tristemente noto per i rischi
ai quali era stato esposto ed anche al triste spettacolo della sua avvilita
vecchiaia, tanto più compassionevole in un uomo un tempo caratterizzato da una
considerevole prestanza fisica.
tratti della caratterizzazione valgono a rinnovare quel sentimento di
compassione che, unitamente all’aspetto fisico quasi spettrale, era valso a
conservare all’imputato la dignitas
senatoria, elidendo ogni tratto tipico del criminale[216].
[1] PIR (2a ed.)‘Iulius’ 205. V. sopra, cap. I, nt. 95.
[2] Cfr. A.
Stein, voce ‘Cornelius Ursus’, in
«RE», IV.1, Stuttgart, 1900, c. 1591.
[3] Oltre ad Epist. IV.9, infatti, Cornelio Urso ricevette
sicuramente le prime tre lettere inerenti il processo di Vareno Rufo (Epist. V.20; VI.5 e 13). Con ogni
probabilità egli è anche il destinatario di Epist.
VIII.9 in cui Plinio comunica all’amico che la necessità di rimanere fedele
ai copiosi obblighi dell’amicizia gli impediva sia di ritirarsi in campagna sia
di attendere ai lavori letterari. Cfr. Stein, voce ‘Cornelius Ursus’,
cit., 1591; A.N. Sherwin-White, The
Letters, cit., 274.
[4] Sulla
compoisizione del circolo letterario di Plinio il Giovane cfr., per tutti,
A.-M. Guillemin, Pline, cit., 22 ss.
[5] Cfr. A.N. Sherwin-White, The Letters, cit., 274. Si
esprime in questo senso, in termini di certezza, anche H. Pflips, Ciceronachahmung, cit., 273.
[6] Cfr. A.N. Sherwin-White, The Letters, cit., 274 s.: «… it is
clear that the year 100-1 or 101-2 would suit for the proconsulship, followed
by indictment in late summer 101 or 102. If there was a time-consuming inquisitio, indictment in late 101 is
more probable». Le monete recanti sul verso la dicitura Γ. Ἷου(λίου)
Βάσσου ἀνθυπάτου
e sul retto la testa ed il nome dell’imperatore Traiano, senza la menzione del
titolo onorifico di Dacicus che
altrove compare a partire dalla fine dell’anno 102 d.C. non possono fare piena
prova ai fini della datazione: in questo senso v. già A. von Premerstein, ‘C. Iulius Quadratus Bassus’, cit., 75.
Cfr. anche A.N. Sherwin-White, The
Letters, cit., 274. Deve essere, poi, senz’altro respinta l’identificazione
– a suo tempo proposta da A. von Premerstein, ‘C. Iulius Quadratus Bassus’, cit., 5 ss. – dell’assistito di
Plinio con C. Iulius Quadratus Bassus,
consul suffectus nel 105 d.C., la cui
carriera è nota attraverso una lunga (e danneggiata) iscrizione di Pergamo. A
tal proposito pare decisivo rilevare, con la maggior parte degli autori, che la
circostanza che tale documento non menzioni il proconsolato di Bitinia e Ponto,
unita al fatto che il cliente di Plinio era già avanti negli anni (Epist. IV.9.22: squallida senectus) al momento della celebrazione del processo e
che i suoi acta di governatore erano stati rescissa (Plin. Epist.
X.56.4; X.57.2) paiono elementi incompatibili con il conferimento di nuovi,
prestigiosi incarichi da parte dell’imperatore: cfr., ad esempio, E. Groag,
voce ‘C. Iulius Quadratus Bassus’,
cit., cc. 311 s.; R. Syme, Recensione a
A. Stein, Die Reichsbeamten, cit.,
162 s.; A.N. Sherwin-White, The Letters,
cit., 275; B.F. Harris, ‘Bithynia’,
cit., 884.
[7] PIR2 B 20. Bebio Macro, curatore della via
Appia, proconsole della Betica, console nel 103 e prefetto di Roma nel 117,
appare nella corrispondenza di Plinio anche come destinatario di Epist. III.5. Cfr. Klebs, voce ‘Baebius Macer’, in «RE», II.2,
Stuttgart, 1896, c. 2731; R. Syme, Tacito,
II, cit., 876; A.N. Sherwin-White, The
Letters, cit., 215 s., 278; A. Orentzel, Pliny and the Orators, cit., 199 ss.
[8] Plin. Epist. IV.9.16.
[9] Già Th.
Mommsen, Zur Lebensgeschichte, cit.,
380, datava il processo o nel 103 o nel 104 d.C., peraltro muovendo
dall’erroneo presupposto (v. sopra, in questo capitolo, nt. 6) che l’imputato
fosse verosimilmente «derjenige C. Iulius Bassus, der, wie wir eben sahen, im
Mai 105 Consul war, wesshalb diese Anklage nicht in das J. 105 selbst fallen
kann». Di avviso totalmente diverso A. von Premerstein, ‘C. Iulius Quadratus Bassus’, cit., 74, che anticipava la data del
proconsolato di Basso al 97/98 o al 98/99 e, conseguentemente, collocava il
processo nell’anno 100. La pubblicazione di un frammento dei Fasti Ostienses, che fissa senza ombra
di dubbio il consolato di Bebio Macro nel secondo quarto del 103 d.C., ha definitivamente posto fine ad un
lungo dibattito e ci ha consegnato la datazione precisa del processo e della
lettera: cfr. A.N. Sherwin-White, The
Letters, cit., 60 e 274.
[10] Cfr. H.
Pflips, Ciceronachahmung, cit., 273.
[11] Cfr. F.
Gamberini, Stylistic Theory, cit.,
141 ss. e 300, il quale inquadra questa epistola nella terza categoria della
classificazione da lui proposta, «letters corresponding to the types of
oratorical excurses», e, più precisamente, sub
specie di expositio quarundam rerum
gestarum.
[12] Cfr. H.
Pflips, Ciceronachahmung, cit., 279,
ove si evidenzia come l’espressione ‘causam
dicere’ venga già usata da Cicerone con riferimento all’imputato
(assumendo, in questo caso, il significato di ‘difendersi in giudizio’), quanto
al patronus (con riferimento, questa
volta, allo svolgimento dell’attività processuale).
[13] Traduco
così l’aggettivo laboriosus, che
ricorre nella corrispondenza anche per caratterizzare un altro imputato de repetundis difeso da Plinio innanzi
al senato: Vareno Rufo. V. Plin. Epist. VI.13.1:
Umquamne vidisti quemquam tam laboriosum
et exercitum quam Varenum meum? Cfr. A.N. Sherwin-White, The Letters, cit., 275. Cfr. anche H.
Pflips, Ciceronachahmung, cit., 334,
il quale nota come l’aggettivo in questione venga più volte utilizzato da
Cicerone in questa accezione.
[14] Plin. Ep. III.9.4: Sed Marium una civitas publice multique privati reum peregerunt, in
Classicum tota provincia incumbuit. Cfr. A.N. Sherwin-White, The Letters, cit., 275; H. Pflips, Ciceronachahmung, cit., 274; O.F.
Robinson, Penal Practice, cit., 92;
F. Procchi, ‘Medium quiddam tenere’,
cit., 245.
L’espressione tecnica ad senatum
remittere è usata dallo stesso autore anche nella descrizione della causa
che i Bitinii intentarono nei confronti del proconsole Vareno: gli accusatori
si erano rivolti direttamente a Traiano, ma furono ab illo ad senatum remissi (Plin. Epist. V.20; VI.13.2). Cfr. L. Fanizza, L’amministrazione, cit., 56. V. anche il racconto dell’episodio in
cui Tiberio trasmette al senato la causa nata dalla denuncia a carico di Pisone
presentatagli da Trione, narratoci da Tac. Ann.
III.10: … haud fallebat Tiberium moles
congnitionis quaque ipse fama distraheretur. igitur paucis familiarium
adhibitis minas accusantium et hinc preces audit integramque causam ad senatum
[16] Dopo la
presentazione della postulatio/delatio ai
consoli, se la domanda veniva ritenuta ammissibile (receptio), all’accusato veniva in genere assegnato un termine a
comparire. In assenza di termini legali, la fissazione del giorno per la
discussione del processo era rimessa alle libere valutazioni dei consoli e del
senato, «tuttavia le esigenze della procedura improntata al principio
accusatorio dovevano logicamente portare a tener conto del parere
dell’accusatore nel fissare una data più o meno vicina a quella della postulatio» (così F. De Marini Avonzo, La funzione, cit., 93. Poteva quindi
accadere che prima dell’inizio del
vero e proprio dibattimento ci fosse un certo intervallo temporale, spesso
occupato dalle more dell’istruzione, ad esempio quando era necessario dar corso
ad una inquisitio (v. Tac. Ann. XIII.43 per la richiesta degli
accusatori di P. Suillio, reo di repetundae
e di peculato, di un termine di un anno per potersi documentare sui reati
commessi in provincia) o per la chiamata a Roma dei testimoni. Sul punto cfr.
C. Solimèna, Plinio, cit., 272 s. e
nt. 1; F. De Marini Avonzo, La funzione,
cit., 93 s.; A.H.M. Jones, The Criminal
Courts, cit., 112; R.J.A. Talbert, The
Senate, cit., 481; Cfr. B. Santalucia, Diritto
e processo penale2,
cit., 238 s.
[17] Cfr. L.
Fanizza, L’amministrazione, cit., 56.
[18] Rendo
così il termine amicus tenendo conto
dello spostamento semantico che il termine inizia a subire, già a partire dalla
tarda età repubblicana, verso la forma dell’ambiente cortigiano, in base «al
carattere pragmatico dell’amicizia romana, all’esigenza stessa di efficacia che
la necessita e la fa vivere. … Nello stesso tempo essa ha un valore ‘politico’
in quanto prefigura (distaccandosi dai termini del costume usuale per
spostamenti che sono soltanto spostamenti di misura) i futuri caratteri
dell’‘amicizia’ di età imperiale»: così S. Citroni Marchetti, Volontà degli amici ed esercizio del potere
in Cicerone, in «MD», XLII, 1999, 84. In età imperiale, infatti,
l’imperatore si troverà al centro di tutte le relazioni, anche nella veste di
principale erogatore di benefici: sul punto cfr. F. Millar, The Emperor in the Roman World (31 BC-AD
337), London, 1977, passim; R.P.
Saller, Personal Patronage under Early
Empire, Cambridge, 1982, passim.
Con il regno di Traiano, poi, il legame di amicitia
nei confronti dell’imperatore viene
a cedere il passo a quello di indulgentia-pietas
in cui è palesemente esclusa qualsiasi idea di ‘parità’ tra i soggetti
vincolati: cfr. H. Cotton, The Concept of
‘indulgentia’ under Trajan, in «Chiron», XIV, 1984, praecipue 265.
[19] L’autore
non perde occasione, come in questo breve passaggio, per stigmatizzare il pessimus Domiziano, guardato con
sospetto anche dal suo precedessore e capace di colpire finanche le persone a
lui più vicine. Cfr. A.N.
Sherwin-White, The Letters, cit.,
275. V. anche sopra, cap. I,
[20] Cfr. Th. Mommsen, Römisches Strafrecht, cit., 484 s. (= Id., Le droit pénal, II, cit., 172 s): «die regelmässige Stelle für die
Begnadigung ist, wie für die gleichartige Abolition, der Senat; sehr häufig
aber, namentlich wo sie als persönliche Vergünstigung auftritt, ist sie von dem
Herrscher verfügt worden. Neben der Begnadigung für einzelne Personen erscheint
vielfach auch die Begnadigung von Gruppen, namentlich regelmässig nach dem
Sturz tyrannischer Herrscher, um die Folgen der gemissbrauchten Justiz so weit
möglich zu beseitigen, auch wohl wie bei der Abolition bei besonderen
festlichen Anlässen».
Bitinia era, all’epoca, provincia proconsolare pretoria, per cui Basso doveva
esser stato pretore prima della sua relegatio
ad opera di Domiziano: cfr. A.N. Sherwin-White, The Letters, cit., 275. V. anche sopra, cap. I, nt. 5.
riferimento iniziale al fideliter
defendere pare espressione della deontologia professionale pliniana (v.
sopra, cap. I, § 6) ed introduce sin dalle prime battute la scelta di preferire
l’utilitas dell’assistito alla
propria, illustrata nel successivo § 12.
Sull’esordio, v., per tutti, B. Mortara Garavelli, Manuale4,
cit., 62 ss.; G. Calboli, Introduzione
alla ‘inventio’, in La repressione
criminale nella Roma repubblicana fra norma e persuasione, a cura di B.
Santalucia, Pavia, 2009, 194 s., con citazione di ulteriore bibliografia.
[24] Cfr. B.
Mortara Garavelli, Manuale4, cit., 62; G.
Calboli, Introduzione alla ‘inventio’,
cit., 194.
[25] Cfr. P. Garnsey, Social Status, cit., 55; H. Pflips, Ciceronachahmung, cit., 275 s.
[26] V. CIL VI, 468 (=ILS 3355);
VIII.1777. Cfr. R. Hanslik, voce ‘C.
Pomponius Rufus Acilius [?Pris]cus Coelius Sparsus’, in «RE», XXI.2,
Stuttgart, 1952, c. 2348; R. Syme, Tacito,
II, cit., 875 e nt. 2; A. Orentzel, Pliny
and the Orators, cit., 209; Y. Rivière, Les
délateurs, cit., 538.
[27] Più
passi del Digesto forniscono una definizione giuridica del praevaricator: Marcian. sing.
ad sc. Turpillianum D. 48.16.1.6: Praevaricatorem
eum esse ostendimus, qui colludit cum reo et translaticie munere accusandi
defungitur, eo quod proprias quidem probationes dissimularet, falsas vero rei
excusationes admitteret; Ulp. 6 ad
ed. praet. D. 47.15.1 pr.: Praevaricator
est quasi varicator, qui diversam partem adiuvat prodita causa sua. …; Ulp.
1 de adult. D. 50.16.212: ‘Praevaricatores’ eos appellamus, qui causam
adversariis suis donant et ex parte actoris in partem rei concedunt: a
varicando enim praevaricatores dicti sunt. Più in generale, sulla praevaricatio, v. Th. Mommsen, Römisches Strafrecht, cit., 501 ss. (=
Id., Le droit pénal, II, cit., 192
ss.); E. Levy, Von den römischen
Anklägervergehen, in «ZSS», LIII, 1933, 177 ss.; G. Wesenberg, voce ‘Praevaricatio’, in «RE», XXII.2,
Stuttgart, 1954, cc. 1680 ss.; B. Santalucia, Diritto e processo penale2, cit., 265 e nt. 306, con indicazione
di ulteriore bibliografia.
[28] Plin. Epist. III.9.33: Obiecta sunt multa, quae magis quam praevaricatio nocuerunt; quin etiam
duo consulares, Pomponius Rufus et Libo Frugi, laeserunt eum testimonio, tamquam
apud iudicem sub Domitiano Salvi Liberalis accusatoribus adfuisset. Sul
punto cfr. O.F. Robinson, Penal Practice,
cit., 90 s.
Sull’apprezzamento di Plinio per la vehementia
negli accesi scontri tra avvocati, cfr. G. Picone, L’eloquenza, cit., 41 s.
Quintiliano insegnava ai propri allievi che anche l’avvocato della controparte
può fornire argomenti spendibili nell’exordium
e precisava come, nella maggior parte dei casi, valeva la pena rendergli
pubblico onore dichiarando di temerne l’eloquenza e l’influenza, al solo scopo
di ingenerare il sospetto del giudice nei confronti delle di lui future
argomentazioni. V. Quint. Instit. Orat.
IV.1.11: … Etiam partis adversae patronus
dabit exordio materiam, interim cum honore, si eloquentiam eius et gratiam non timere
fingendo, ut ea suspecta sint iudici, fecerimus, interim per contumeliam, sed
hoc perquam raro, …
[31] PIR (2a
ed.) H 119. Cfr. E. Groag, voce ‘M.
Herennius Pollio’, in «RE», VIII.1, Stuttgart, 1912, c. 676; R. Syme, Tacito, II, cit., 875; A.N.
277; A. Orentzel, Pliny and the Orators,
cit., 193.
[32] Cfr. A.N. Sherwin-White, The Letters, cit., 276; G. Kennedy, The Art, cit., 539; B.F. Harris, ‘Bithynia’, cit., 884; Y. Rivière, Les délateurs, cit., 547; O.F. Robinson, Penal Practice, cit., 92 s.
[33] Cfr. H.-L. Fernoux, Notables et élites des cités de Bithynie aux époques hellénistique et
romaine (IIIe siècle av. J.-C. – IIIe
siècle ap. J.-C.). Essai d’histoire sociale, Lyon, 2004, 358; V. Marotta, Conflitti
politici e governo provinciale, in Politica
e partecipazione nelle città dell’impero romano, a cura di F. Amarelli,
Roma, 2005, 195 e nt. 227; F. Procchi, ‘Medium quiddam tenere’, cit., 246.
[34] Così L. Bablitz, The Selection, cit., 198. Cfr. anche
A.H.M. Jones, The Criminal Courts,
cit., 112.
[35] Plin. Epist. V.20.1: Iterum
Bithyni: breve tempus a Iulio Basso, et Rufum Varenum proconsulem detulerunt,
Varenum, quem nuper adversus Bassum advocatum et postularant et acceperant.
[36] V. sopra, cap. I, § 6. Cfr. L.
Bablitz, The Selection, cit., 200.
[37] Cfr. L. Bablitz, The Selection, cit., 199. V.
anche sopra, cap. I, nt. 110.
[38] Cfr. R.
Hanslik, Die neuen Fastenfragmente von
Ostia in ihrer Beziehung zu gleichzeitigem epigraphischem und literarischem
Material, in «Wiener Studien», LXIII, 1948, 133 s. L’autore rivedeva così,
in ragione della nuova datazione, la sua precedente proposta di individuare le
ragioni della cessazione del patrocinio di Vareno in una crescente critica al
suo governatorato: cfr. R. Hanslik, Der
Prozeß des ‘Varenus Rufus’, in «Wiener Studien», L, 1932, 198. Tale
primigenia presa di posizione era in qualche modo debitrice dello studio di H.
von Arnim, Leben und Werke des Dio von
Prusa, Berlin, 1898, 379.
[39] Dalla
fine del I secolo d.C. le cognitiones
senatus si svolgevano regolarmente a seguito di una denuncia presentata
anche da privati cittadini: cfr. B. Santalucia, Diritto e processo penale2, cit., 238. Abbiamo, inoltre, già
avuto modo di evidenziare (v. sopra, in questo capitolo, nt. 16) le ragioni che
potevano comportare la sussistenza di un certo intervallo di tempo tra la fase
introduttiva del giudizio senatoriale e la celebrazione del dibattimento. Mi
pare, quindi, possibile ipotizzare che Vareno Rufo sia stato realmente nominato
patronus dei Bitinii e che abbia
effettivamente accettato tale incarico, ma che poi si sia resa necessaria una
sostituzione, avvenuta nelle more del termine a comparire per l’inizio del
processo vero e proprio.
[40] Cfr. L. Bablitz, The Selection, cit., 198, nt. 7. Di
diverso avviso A.N. Sherwin-White, The
Letters, cit., 276, il quale ipotizza che Vareno Rufo sia stato sostituito
con Teofane. Tale affermazione non mi pare, tuttavia, condivisibile visto il
diverso ruolo del legatus in
questione, oltretutto verosimilmente di rango pretorio, rispetto a quello dell’advocatus nominato dal senato.
J.-L. Ferrary, ‘Patroni’ et accusateurs
dans la procédure ‘de repetundis’, in «RHDFE», LXXVI, 1998, 17-46, praecipue 25 s., ove si critica una
risalente e condivisa impostazione (cfr. V. Arangio-Ruiz, L’editto di Augusto ai Cirenei, in «RFIC», LVI, 1928, 353, ora in
Id., Studi epigrafici e papirologici,
Napoli, 1974, 35, da cui cito; F. Serrao, Appunti
sui ‘patroni’ e sulla legittimazione attiva all’accusa nei processi
‘repetundarum’, in Studi in onore di
Pietro de Francisci, II, Milano, 1954, 471-511, ora in Id., Classi, partiti e legge nella repubblica
romana, Pisa, 1974, 233-275) secondo cui l’istituto del patronus, sia pure in forme estremamente
diverse, sarebbe tipico del processo repetundarum in tutti i tempi e
riguarderebbe, pertanto, anche i casi in cui ai peregrini non era riconosciuta
la legittimazione attiva alla proposizione diretta dell’accusa, dovendosi – in questi
casi – intendere l’accusatore alla stregua di un patrono.
[42] Cfr. B.
Santalucia, Diritto e processo penale2, cit., 239.
oltre, in questo capitolo, § 5.
[44] Plin. Epist. IV.9.4: Respondi ego; nam mihi Bassus iniunxerat, totius
defensionis fundamenta iacerem, … V. anche oltre, in questo capitolo, § 3 e
nt. 64.
sopra, cap. I, § 5 e nt. 91.
[46] V.
sopra, cap. I, § 5 e nt. 93.
sopra, cap. I, § 5 e nt. 94.
[48] Cfr. L. Bablitz, The Selection, cit., 205.
sopra, cap. I, § 5 e nt. 92.
[50] Plin. Epist. III.9.7. Cfr. A. Orentzel, Pliny and the Orators, cit., 131; L. Bablitz, The Selection, cit., 205. V. anche G. Picone, L’eloquenza, cit., 83 s. ove si
evidenzia come Plinio manifesti il proprio apprezzamento in modo estremamente
[51] Mart. Epigr. I.55.2. Cfr. A. Orentzel, Pliny and the Orators, cit., 178.
sopra, cap. I, § 5 e nt. 89.
[53] Con ogni
probabilità a partire dall’età tiberiana, infatti, nei soli casi di repetundae che non comportavano
l’adozione da parte del senato di condanne all’esilio o alla relegatio (e, quindi, quando era esclusa
l’aggravante della saevitia), la
determinazione delle somme dovute dal reo era affidata ad un ristretto collegio
di iudices o reciperatores tratto a sorte dall’assemblea mediante sorteggio
effettuato tra le varie categorie di senatori. Tale procedura sostituì quella
introdotta nel 4 a.C. dal SC. Calvisianum,
rispetto alla quale si caratterizzava per talune significative innovazioni. In
particolare, con questa riforma – verosimilmente operata mediante consuetudine
interpretativa – era possibile iudices
petere solo dopo che il senato avesse riscontrato la colpevolezza
dell’imputato, rimettendolo davanti alla commissione al solo fine di addivenire
con una procedura più snella alla aestimatio
del quantum delle restituzioni
pecuniarie dovute. L’adozione del procedimento semplificato che si svolgeva
innanzi al collegio ristretto comportava per il reo l’infamia e le incapacità ad essa conseguenti. Cfr. Th. Mommsen, Römisches Strafrecht, cit., 726 e nt. 2
(= Id., Le droit pénal, III, cit., 26
e nt. 1); V. Arangio-Ruiz, L’editto,
cit., 34 ss.; A.N. Sherwin-White, ‘Poena’,
cit., 15, 23 ss.; Id., The Letters,
cit., 161 s., 166 s.; B. Santalucia, Diritto
e processo penale², cit., 240; O.F. Robinson, Penal Practice, cit., 78 s. Di diverso avviso A.H.M. Jones, The Criminal Courts, cit., 111 ss.
[54] In epoca
ciceroniana si riteneva che ben difficilmente essa potesse essere usata in iudicio come unica forma di difesa,
perché, una volta ammessa la colpa, è estremamente difficile riuscire ad
ottenere il perdono da chi ha il dovere di valutare le colpe, ed il suo uso
veniva, pertanto abbinato ad altre forme di difesa. V. Cic. inv. II.34.104: … Deprecatio est, in qua non defensio factim sed ignoscendi postulatio
continetur. hoc genus vix in iudicio probari potest, ideo quod concesso peccato
difficile est ab eo, qui peccatorum vindex esse debet, ut ignoscat, impetrare.
quare parte eius generis, cum causam non in eo constitueris, uti licebit; … anche
l’autore dell’Erenniana si muove nello stesso solco di Cicerone, ma introduce
alcune preziose precisazioni: l’uso in tribunale della deprecatio deve essere limitato ai soli casi in cui, in ragione
delle buone azioni passate, essa può essere inserita nella difesa del reo
durante il luogo comune dell’amplificatio
in cui l’oratore sottolinea che, anche se l’assistito avesse commesso il
fatto, tuttavia converrebbe perdonarlo per i suoi precedenti buoni servizi, ma
comunque non chiede che gli si perdoni. Si sottolinea, inoltre, che una tale
causa può presentarsi in senato o davanti al comandante o nel consiglio del
magistrato. V. Corn. Rhet. ad Herenn.
I.24: … Deprecatio est, cum et peccasse
se et consulto fecisse confitetur, et tamen postulat, ut sui misereantur. Hoc
in iudicio fere <non> potest usu venire, nisi quando pro eo dicimus,
cuius multa recte facta extant, hoc modo: in loco communi per amplificationem
iniciemus: ‘quodsi hoc fecisset, tamen ei pro pristinis beneficiis ignosci
conveniret, verum nihil postulat ignosci’. Ergo in iudicium non venit: at <in> senatum, ad imperatorem et in
consilium talis causa potest venire. Al tempo di Quintiliano, invece, -
ferma restando l’opinione maggioritaria di coloro che ecludono che tale genere
di causa possa mai verificarsi in iudicio
- l’uso pare comunque esteso ad ogni situazione in cui la clemenza dipende
solo da coloro ai quali ci si rivolge. V. Quint. Instit. Orat. VII.4.17-18: [17] Ultima
est deprecatio, quod genus causae plerique negarunt in iudicium umquam venire.
… [18] In senatu vero et apud populum et apud principem et ubicumque sui iuris
clementia est, habet locum. deprecatio. … Sulla deprecatio cfr. L. Calboli Montefusco, La dottrina degli ‘status’ nella retorica greca e romana,
Hildesheim-Zürich-New York, 1986, 136-139; R. Martini, Antica retorica, cit., 72; I.G. Mastrorosa, La pratica, cit., 145 s.
[55] Cfr. A. Orentzel, Pliny and the Orators, cit., 180; L.
Bablitz, The Selection, cit., 205.
[56] Cfr. A.N. Sherwin-White, The Letters, cit., 163 s.; A.H.M. Jones,
The Criminal Courts, cit., 112; O.F.
Robinson, Penal Practice, cit., 83,
che giustamente evidenzia come «the two procedures had been designed to be
mutually exclusive, but the exercise of cognitio
permitted such a compromise».
[57] Cfr. A. Orentzel, Pliny and the Orators, cit., 180.
[59] Plin. Epist. V.20.6: Postero die dixit pro Vareno Homullus callide, acriter, culte … Cfr. A. Orentzel, Pliny and the Orators, cit., 194.
[60] V. Plin. Epist. VII.6.3. Sul punto cfr. A.H.M. Jones, The Criminal Courts, cit., 112, secondo cui «this must have been a
special case».
[61] Così L. Bablitz, The Selection, cit., 205.
[62] Cfr. L. Bablitz, The Selection, cit., 205.
L’impiego dell’allegoria fundamenta
iacere in ambito difensivo è ampiamente attestato in Cicerone e ricorre
anche in Quintiliano: H. Pflips, Ciceronachahmung,
cit., 283.
[64] Anche in
altri processi de repetundis è Plinio
il primo difensore a prendere la parola e ad impostare, quindi, la difesa: v.
Plin. Epist. II.11.14 e 17;
III.9.13-16. Cfr. F. Procchi, ‘Medium
quiddam tenere’, cit., 246.
[65] Cic. part.
or. 119: Defensionis autem primum
infirmatio causarum: aut non fuisse, aut non tantas, aut non sibi soli, aut
commodius potuisse idem consequi, aut non eis se esse moribus, non ea vita, aut
nullos animi motus aut non tam impotentes fuisse.
[66] Cfr. H. Pflips, Ciceronachahmung, cit., 283. Più in generale, sull’uso da
parte di Plinio della triplice anafora, v. A.-M. Guillemin, Pline, cit., 151 s.
[67] Cfr.
O.F. Robinson, Penal Practice, cit.,
[68] Sulla
tecnica dei τόποι o loci come ‘sedi’ in cui l’oratore può rinvenire le idee generali
che formeranno le premesse generali degli ‘entimemi’, di cui constano gli argumenta fondamentali per la probatio, cfr. L. Calboli Montefusco, La dottrina, cit., 63 s., 70 ss.; B.
Mortara Garavelli, Manuale4, cit., 78 ss.;
G. Sposìto, Il luogo, cit., praecipue 73 ss.; R. Martini, Antica retorica, cit., 53 ss.
Sulla coniectura, cfr. L. Calboli
Montefusco, La dottrina, cit., 60
ss.; B. Mortara Garavelli, Manuale4, cit., 31; G.
Sposìto, Il luogo, cit., 38 ss.; R.
Martini, Antica retorica, cit., 50
[70] Cfr. B.
Mortara Garavelli, Manuale4, cit., 38 s.
sopra, cap. I, § 2.
[72] Cfr. L.
Calboli Montefusco, La dottrina,
cit., 75 e nt. 37, la quale evidenzia come la ‘topica’ quintilianea sia «ancora
sostanzialmente basata sulle
περιστάσεις, che, per
quanto asistematica, risente delle trattazioni ciceroniane. I tre momenti, an voluerit, an potuerit, an fecerit,
rappresentano invece tre tappe successive dell’indagine: il primo interessava
l’auctor, il secondo l’auctor e le sue capacità di compiere il
fatto, il terzo gli avvenimenti legati al fatto». Cfr. anche R. Volkmann, Die Rhetorik der Griechen und Römer in systematischer Übersicht2, Leipzig, 1885,
371 ss.; H. Lausberg, Handbuch der
literarischen Rhetorik, I, München, 1960, 91 ss.; J. Martin, Antike Rhetorik, cit., 31 s.
[73] V. Quint. Institut. Orat. VII. 2.39: De
causa prius an de persona dicendum sit quaeritur, varieque est ab oratoribus
factum, a Cicerone etiam praelatae frequenter causae. Mihi si neutro litis condicio praeponderet,
secundum naturam videtur incipere a persona. Nam hoc magis generale est
rectiorque divisio an ullum crimen credibile, an hoc.
[74] Per una
completa, ancorchè schematica, illustrazione degli argumenta a persona nella ‘topica’ quintilianea, v. G. Sposìto, Il luogo, cit., 73 ss.
[75] A questo
proposito possono essere richiamati sia la dignitas
[la prima delle considerazioni difensive specifiche a persona prese in considerazione dalle istituzioni oratorie nello
stato congetturale, con l’avvertenza che la stessa può essere strumentalizzata
dall’accusa come prova della colpevolezza, sulla base della considerazione che
dal rango taluno può derivare una speranza di impunità: v. Quint. Institut.
Orat. VII.2.32: … nam dignitas et tuetur reum et nonnumquam
ipsa in argumentum facti convertitur, tamquam inde fuerit spes inpunitatis …)],
che il genus [v. Quint. Instit. Orat. V.10.24: … genus (nam similes parentibus ac maioribus
suis plerumque filii creduntur, et nonnumquam ad honeste turpiterque vivendum
inde causae fluunt)], che la condicionis
distantia [v. Quint. V.10.26: …
condicionis etiam distantia (nam clarus an obscurus, magistratus an privatus,
pater an filius, civis an peregrinus, liber an servus, maritus an caelebs,
parens liberorum an orbus sit, plurimum distat)], elementi, questi ultimi
due, analizzati da Quintiliano insieme ad altri in argomentorum locis, alla cui trattazione generale l’autore
rinvia espressamente durante la trattazione della coniectura (v. Quint. Institut. Orat. VII.2.35: Cetera,
quae a personis duci solent, in argumentorum locis exposuimus).
[76] A tal
proposito può essere richiamato il locus
a persona della fortuna [v. Quint.
V.10.26: … fortuna (neque enim idem
credibile est in divite ac paupere, propinquis, amicis, clientibus abundante et
his omnibus destituto)].
[77] V.
sopra, in questo capitolo, § 2.
[78] Cfr. P.A. Brunt, Charges, cit., 202.
[79] V. sopra,
in questo capitolo, § 2.
[80] Mi
paiono, infatti, sovvenire qui quelle indicazioni generali che il maestro
fornisce per inficiare l’attendibilità dei testimoni dell’accusa, suggerendo di
soffermarsi sulle ragioni delle inimicizie e sui vari motivi, tutti poco
onorevoli, per cui essi danneggiano l’imputato, che dipendono dalla condizione
di ciascun processo e di ciascun contendente. V. Quint. Institut. Orat. V.7.23-24: [23] Itaque,
quod in eo incertum est, cura et inquisitione opus est, quis reum premat, quas
et quibus ex causis inimicitias habeat, eaque in oratione praedicenda atque
amolienda sunt, sive odio conflatos testes sive invidia sive gratia sive
pecunia videri volumus. Et si deficietur numero pars diversa, paucitatem, si
abundabit, conspirationem, si humiles producet, viltatem, si potentes, gratiam
oportebit incessere. [24] Plus tamen
proderit causas, propter quas reum laedant, exponere: quae sunt variae et pro
condicione cuiusque litis aut litigatoris. …
[81] Quint. Institut. Orat. VI.1.9: … et
reus de indegnitate calumniae, conspirationis vehementius interim queritur.
Dividere igitur haec officia commodissimum, quae plerumque sunt, ut dixi,
prohoemio similia, sed liberiora plenioraque.
[82] Mi
riferisco alla legge di riforma della quaestio
de repetundis del 123 a.C., pervenutaci per via epigrafica attraverso le tabulae Bembinae, che parte della
dottrina identifica – con argomenti che ritengo condivisibili – con la lex Sempronia cui le fonti attribuiscono
espressamente solo il passaggio della funzione giudicante dai senatori ai
cavalieri. Cfr. J.L. Strachan
Davidson, Problems of the Roman Criminal
Law, II, Oxford, 1912, 82 ss.; P.
Fraccaro, Sulle ‘leges iudiciariae’
romane, in «Rend. Ist. Lomb.», LII, 1919, 335 ss., ora in Id., Opuscula, II, Pavia, 1957, 255 ss.; G.
Tibiletti, Le leggi ‘de iudiciis
repetundarum’ fino alla guerra sociale, in «Athenaeum», XXXI, 1953, 33 s.; F. Serrao, Classi, cit., 278 ss.; C. Venturini, Studi sul ‘crimen repetundarum’ nell’età
repubblicana, Milano 1979, 7 ss. A quest’ultimo va, inoltre, il merito di
aver evidenziato (cfr. C. Venturini, ‘Quaestiones’
non permanenti: problemi di definizione e di tipologia, in Idee vecchie e nuove sul
diritto criminale romano, a cura di A. Burdese, Padova, 1988, 90 ss., ora
in Id., Processo penale e società
politica nella Roma repubblicana, Pisa 1996, 207 ss., praecipue 226 ss., da cui cito) a favore della tesi qui condivisa,
come la pregressa inesistenza di collegi giudicanti estranei al campo delle repetundae renda difficilmente
ascrivibile a Caio Gracco una generale lex
iudiciaria in materia. Per l’opinione ancor oggi dominante, che riconosce
nella lex tabulae Bembinae la lex Acilia repetundarum, v., per tutti, B. Santalucia, Diritto e processo penale², cit., 114 ss., secondo cui: «… è difficile
credere che la lex Acilia abbia
potuto essere approvata, intorno al 111 a.C., pacificamente e senza contrasti
(…). Il fatto poi che la legge epigrafica contenga una serie di minute
disposizioni sulla formazione della giuria non esclude, di per sé, l’esistenza
di una legge giudiziaria generale volta ad abrogare la normativa precedente e a
stabilire che i iudices (sia quelli
chiamati a comporre la lista annuale della quaestio,
sia quelli a cui era affidata la decisione di controversie di diritto privato)
dovessero essere scelti, anziché fra i senatori, entro la cerchia dei
cavalieri».
[83] Sin
dalla lex Sempronia repetundarum,
infatti, la ricompensa era riconosciuta (l. 85) a colui quoius eorum (qui detulerunt) opera maxime unius eum condemnatum
constiterit. Per quel che riguarda la natura (economica o onorifica) di
tali ricompense, preme ricordare come già Theodor Mommsen – pur riconducendo il
problema per l’età repubblicana alla sua generale idea della derivazione della
procedura delle quaestiones dal modello
dell’azione privata intentata innanzi al pretore nell’interesse della comunità
– non potesse, tuttavia, fare a meno di notare che «indess ist auch die
quasi-magistratische Stellung des Klägers im Quästionsprozess hier insofern
massgebend, dass diese Function nicht füglich so, wie die untergeordneten in
den Bussprozessen der Gemeinde geleisteten Dienste, mit einer Geldsumme
remunerirt werden konnten. In der
That halten die derartigen Anklägerbelohnungen in republikanischer Zeit sich
auf dem politischen Gebiet; dem siegreichen Kläger wird eine höhere bürgerliche
Stellung und insbesondere, wenn der Verurtheilte durch den Spruch einer solchen
verlustig ward, eben die des Besiegten eingeräumt»: così Th. Mommsen, Römisches Strafrecht, cit., 509 (= Id., Le droit pénal, II, cit., 200
s.). Tale contrapposizione tra i vantaggi economici riconosciuti dalle
leggi civili ed i vantaggi meramente politici ed onorifici della procedura
penale dell’ordo repubblicano è stata
a più riprese ribadita da vari autori: cfr., ad esempio, L. Ross Taylor, La politique et les partis à Rome au temps
de César, Paris, 1977, 277; G. Luraschi, Il ‘praemium’ nell’esperienza giuridica romana, in Studi in onore di Arnaldo Biscardi, IV,
Milano, 1983, 271 e nt. 121, 273, il quale ritiene che quanto meno la
maggioranza delle leggi istitutrici di quaestiones
contenessero disposizioni ‘premiali’ e riprende l’argomentazione
mommseniana secondo cui l’accusatore, in quanto sostanzialmente assimilato ad un
magistrato, non avrebbe potuto
ricevere compensi in denaro. Di diverso avviso M.C. Alexander, ‘Praemia’ in the ‘quaestiones’ of the late
Republic, in «Classical Philology», LXXX, 1985, 20 ss., che propone «a
pragmatic view of praemia» dovuta al
fatto che ogni legge istitutiva di quaestio
conterrebbe disposizioni affatto particolari, strettamente connesse alla natura
del crimine di volta in volta perseguito e sarebbe, pertanto, preclusa
all’interprete ogni ricostruzione d’insieme dei meccanismi di attribuzione
delle ricompense che egli identifica, talvolta, anche con remunerazioni
economiche. Anche J.-M. David, Le
patronat judiciare au dernier siècle de la république romaine, Rome, 1992,
514 ss., che, pur ritenendo probabile che le previsioni della legislazione de repetundis e de ambitu non fossero casi isolati e postulando l’esistenza di una
‘logica’ tipica di un vero e proprio ‘sistema’ dei praemia in età repubblicana, giunge ad affermare che alle
ricompense onorifiche dovettero senz’altro aggiungersi premi in denaro, di cui
non conosciamo né la regolamentazione, né la misura, ricavati dalla vendita dei
beni dell’accusato. Per una critica di queste ultime opinioni, v. Y. Rivière, Les délateurs, cit., 434 ss. Più in
generale, sull’evoluzione storica della normazione penale, v. V. Mannino, Alcune considerazioni sulla competenza in
tema di normazione premiale nell’antica Roma, in Il problema della pena criminale tra filosofia greca e diritto romano.
Atti del convegno (Cagliari, 20-22 aprile 1989), Napoli, 1993, 173 ss.; T.
Spagnuolo Vigorita, ‘Utilitas publica’.
Denunce e pentiti nel mondo romano, in «Panorami», VI, 1994, 272 ss.
[84] Cfr. Y. Rivière, Les délateurs, cit., 54, ove si chiarisce come «outre quelques
intrigants du palais et des dénonciateurs qui agissent secrètement auprès de
l’empereur, outre quelques accusateurs professionels engagés dans la poursuite
des délits de droit commun, le mot delator
désigne dans les sources littéraires des ‘accusateurs odieux’ qui
ternissent leur réputation dans des procès au sénat ou devant le tribunal
impérial. Ils peuvent avoir préparé l’accusation en tendant eux-mêmes un piège
à l’accusé ou s’emparer d’un procès en cours». Plin. Epist. IV.9.5 fa ovviamente riferimento
agli ‘odiosi accusatori’ della terza categoria.
[85] Sulle
ambiguità della procedura senatoriale, v. sopra, cap. I, § 5, praecipue
nt. 82.
[86] Cfr. Th. Mommsen, Römisches
Strafrecht, cit., 253 (= Id., Le
droit pénal, II, cit., 295 s.). V. sopra, cap. I, nt. 82.
[87] Cfr. Th. Mommsen, Römisches Strafrecht, cit., 509 ss. (= Id., Le droit pénal, II, cit., 200
ss.). V. anche sopra, in questo capitolo, nt. 83. Nè deve trarre in inganno il
fatto che il medesimo autore, nel suo trattato di diritto pubblico romano,
affermi che «wogegen allerdings die dem alten Criminalvervahren fremden, in
diesen senatorischen Prozessen aber recht eigentlich wuchernden
Delatorenprämien aus dem Quästionenprozess übernommen wurden» (così Th. Mommsen,
Römisches Staatsrecht, II.1², cit.,
115 [= Id., Le droit public, III,
cit., 140]). Siffatta affermazione pare, infatti, tesa ad evidenziare che il
meccanismo di attribuzione dei praemia da parte del senato era mutuato dalla
procedura accusatoria dei iudicia publica
e non certo che questi ultimi prevedessero ricompense in denaro: sul punto, cfr.
Y. Rivière, Les délateurs, cit., 432,
nt. 15. Mommsen escludeva, invece, dall’ambito del diritto penale le liberalità
accordate dall’imperatore agli accusatori compiacenti nell’ambito del suo
tribunale: «im Kaiserprozess scheinen die formalen praemia accusatorum niemals zur Anwendung gekommen zu sein; dass
die loyale Gewissenlosigkeit dienstwilliger Ankläger durch Beförderung und
Spenden remunerirt wird (…) hat mit dem Strafrecht nichts zu thun» (così Th. Mommsen, Römisches Strafrecht, cit., 511, nt. 3 (= Id., Le droit pénal, II, cit., 203,
nt. 4). Per quel che attiene il crimen
repetundarum, studi più recenti hanno avuto modo di evidenziare come già in
età repubblicana i premi previsti a favore di non cittadini potessero risultare
di più ampia portata rispetto a quelli (circoscritti all’ambito onorifico)
contemplati per i cittadini romani: v., in particolare, ll. 76 (82) - 79 (86)
delle Tavole Bembine (FIRA I2, Firenze,
1968, 101 s.; M.H. Crawford, Roman
Statuts, I, London, 1996, 74, 94, 111 s.) e, con riferimento ai Latini (ma,
probabilmente, non solo ad essi), Cic. Balb.
53-54, su cui cfr. C. Venturini, Studi,
cit., 33 s., 103; J.-L. Ferrary, Recherches
sur la législation de ‘Saturninus’ et de ‘Glaucia’, II, La loi ‘de iudiciis repetundarum’ de ‘C.
Servilius Glaucia’, in «MEFRA», XCI, 1979, 119 s.; D. Mantovani, Il problema d’origine dell’accusa popolare.
Dalla ‘quaestio’ unilaterale alla ‘quaestio’ bilaterale, Padova 1989, 77,
nt. 72 e 111, nt. 164; J.A. González Romanillos, Aspectos procesales del ‘crimen repetundarum’ de los origenes a Sila,
Madrid, 2003, 124 s.
[88] Cfr. F.
De Marini Avonzo, La funzione, cit.,
74, 144, nt. 94.
[89] Così Y. Rivière, Les délateurs, cit., 462 s.
[90] In
realtà un premio di entità non inferiore a quello previsto dalla legge de maiestate era previsto anche dalla lex Papia Poppaea per chi avesse
denunciato situazioni incompatibili con le norme stabilite da questa: cfr. L.
Fanizza, Delatori, cit., 17. Da
ultimo, in contrasto con la tesi tradizionale diretta a circoscrivere al crimen maiestatis la previsione
legislativa di premi a favore dei correi dissociati, v. C. Russo Ruggeri, ‘Indices’ e ‘indicia’. Contributo allo
studio della collaborazione giudiziaria dei correi dissociati nell’esperienza
criminale romana, Torino, 2011, 3 ss., 147 ss.
[91] Cfr. Y. Rivière, Les délateurs, cit., 473, secondo cui «il n’est pas possible
d’analyser les mécanismes qui permettent de définir cette procédure en mettant
entre parenthèse les interventions du prince. Les récompenses versées aux
délateurs, attribuées formellement par le sénat, relèvent en fait du pouvoir
discrétionnaire de l’empereur».
[92] Cfr. L.
Fanizza, Delatori, cit., 15 e nt. 8,
che, dopo aver illustrato l’uso del termine delator
come sinonimo di accusator nel
lessico di Tacito e Plinio, evidenzia come nel vocabolario dei due autori delator possa indicare chi denuncia
situazioni contrastanti con le disposizioni delle leggi caducarie augustee
oppure chi presenta l’accusa di maiestas,
riconducendo a quest’ultima fattispecie di reato Plin. Epist. IV.9.5. Si notino, altresì, le similitudini con l’autodifesa
di Claudio Aristione in Plin. Epist. VI.31.3: Dixit
causam Claudius Aristion, princeps Ephesiorum, homo munificus et innoxie
popularis: inde invidia et a dissimillimis delator immissus; itaque absolutus
vindicatusque. Cfr. A.N. Sherwin-White, The Letters, cit., 392 s., il quale – tuttavia – ipotizza in
quest’ultimo caso un’imputazione de vi
publica. V. anche Tac. Ann.
III.38.1: Non enim Tiberius, non
accusatores fatiscebant. et Ancharius Priscus Caesium Cordum pro consule Cretae
postulaverat repetundis, addito maiestatis crimine, quod tum omnium
accusationum complementum erat. … Il fatto che l’accusa di maiestas fosse allora divenuto il
necessario ‘complemento’ di ogni atto di accusa non significa che la lex Iulia repetundarum punisse le stesse
condotte già colpite de maiestate,
giacchè le accuse rimangono comunque distinte (v., ad esempio, Tac. Ann. I.74; III.66-67). Gli eventuali
atti di saevitia non erano, infatti,
necessariamente coincidenti con quelli contemplati a titolo di maiestas e, comunque, nell’imputazione
di repetundae venivano presi in esame
sotto un diverso profilo. La generalizzazione di tale possibile
sovrapposizione, così come ipotizzata da taluno (cfr. W. Kunkel, Über die Entstehung, cit., 25 ss.), non
Sul punto cfr. G. Pugliese, Linee,
cit., 755 e nt. 71. V. anche A.N. Sherwin-White, ‘Poena’, cit., 13 s., il quale, muovendo dalla premessa secondo cui
la lex Iulia avrebbe esteso la competenza
della quaestio de repetundis a talune
ipotesi criminose in parte già rientranti in quella della quaestio de maiestate, ritiene che potessero esplicarsi due
procedure in rapporto ad illeciti identici. Sul punto, cfr., tuttavia, le
osservazioni critiche di C. Venturini, Studi,
cit., 474 ss., il quale (facendo propri i rilievi di R.A. Bauman, The ‘Crimen Maiestatis’ in the Roman
Republic and Augustan Principate, Johannesburg, 1967, 86, 101) spiega la
duplice rilevanza penale dei medesimi comportamenti con la diversità
dell’oggetto proprio del processo de
repetundis e del processo de
maiestate ed evidenzia l’inopportunità di presumere che le disposizioni
presenti nella lex Iulia de repetundis debbano
farsi derivare dalla previsione della lex
Cornelia de maiestate.
[93] V. Tac. Ann. IV.20.2: contra M’. Lepidus quartam accusatoribus secundum necessitudinem legis,
cetera liberis concessit. … Cfr. Th. Mommsen, Römisches Strafrecht, cit., 510 e nt. 2 (= Id., Le droit pénal, II, cit., 202 e nt. 4);
W. Kunkel, voce ‘Quaestio’, in «RE»,
XXIV.1, Stuttgart, 1963, 773, ora in Id., Kleine
Schriften, cit., 95; H. Pflips, Ciceronachahmung,
cit., 276; L. Fanizza, Il senato e la
prevenzione del ‘crimen repetundarum’ in età tiberiana, in «Labeo», XXIII,
1977, 204 ss.; G. Pugliese, Linee,
cit., 771 e nt. 121; L. Fanizza, Delatori,
cit.,17; C. Venturini, ‘Damnatio’,
cit., 84 ss.
[94] Anche
nel processo a Silio e Sosia Galla appena ricordato (sul quale v. la
bibliografia richiamata nella nota precedente) la decisione di M. Lepido di
assegnare solo la quarta parte agli accusatori viene riferita da Tacito come
provvedimento preso da un uomo saggio ed autorevole: nam pleraque ab saevis adulationibus aliorum in melius flexit. I
beni del suicida Libone furono, invece, divisi per intero tra gli accusatori.
V. Tac. Ann. II.32.1: Bona inter accusatores dividuntur, …
[95] Cfr.
[96] V. anche
Plin. Epist. VI.31.3; VII.6.1-6;
X.34; X.58; X.81. Dio Chrys. Or. L.3. Cfr. A.N. Sherwin-White, The
Letters, cit., 276, 392.
[97] Così H.-L. Fernoux, Notables, cit., 318 s. [98] In
questa direzione pare significativa la proposta di Valerio Paolino (§ 20), su
cui v. oltre, in questo capitolo, § 11.
[99] V.
sopra, in questo capitolo, § 4 e nt. 92.
[100] Cfr. A.N. Sherwin-White, The Letters, cit., 276. Nel
linguaggio di Tacito le imputazioni di repetundae
possono assumere due configurazioni diverse a secondo che si tratti di
concussione semplice (pecuniae captae)
o aggravata dalla violenza e dall’efferatezza della condotta (saevitia). Cfr. A.N. Sherwin-White, ‘Poena’, cit., 12 ss., 20.
[101] Cfr. W. Kunkel, Über die Entstehung, cit., 25 s., ove si evidenzia che «auch der
Vorwurf der saevitia, der in den
Repetundenprozessen der Kaiserzeit (und nur in ihnen) immer wieder begegnet,
auf solche Sondertatbestände des julischen Repetundengesetzes zu beziehen ist.
Denn einen selbständigen Delikstatbestand der saevitia hat es nach allem, was wir wissen, nie gegeben; es können
mit diesem Wort nur besonders schwere Fälle des Repetundenvergehens gemeint
sein: gewaltsame Erpressung, Bereicherung durch Rechtsbeugung, Mord, Plünderung
und dergleichen». Cfr. anche G. Pugliese, Linee,
cit., 755 e nt. 72.
[102] Cfr. A.N. Sherwin-White, ‘Poena’, cit., 19 ss.; Id., The Extortion Procedure Again, in «JRS»,
XLII, 1952, 43; W. Kunkel, voce ‘Quaestio’,
cit., cc. 748 ss. (= Id., Kleine
Schriften, cit., 66 ss.); Id., Über
die Entstehung, cit., 24 ss.; E.S. Gruen, The Last Generation of the Roman Republic, Berkeley-Los Angeles,
1974, 240; A.H.M. Jones, The Criminal
Courts, cit., 75; C. Venturini, Studi,
cit., 452 e nt. 107. Dubbiosi F. Pontenay De Fontette, ‘Leges’, cit., 117, 132 ss.; P.A. Brunt, Charges, cit., 197 e nt. 25. Di diverso avviso M. David - H.L.W.
Nelson, Das neue Leidener
‘Paulus’-Fragment (Cod. Leid.
B. P. L. 2589), in «TR», XXIII, 1955, 75 ss.; G.G. Archi, I nuovi frammenti e il diritto criminale
romano, in G.G. Archi - M. David - E. Levy - R. Marichal - H.L.W. Nelson, ‘Pauli Sententiarum fragmentum Leidense’
(Cod. Leid. B. P. L. 2589), Leiden,
1956, 99 ss., (= Id., Scritti di diritto
romano, III, Studi di diritto penale,
studi di diritto postclassico e giustinianeo, Milano, 1981, 1472 ss.) che
ritengono che il contenuto della lex
Iulia del 59 a.C. si limitasse a quanto indicato da Marcian. 14 instit. D. 48.11.1 pr. e sostengono,
pertanto, che i fatti lesivi ricompresi nella nozione di repetundae si siano notevolmente accresciuti ed allargati solo in
età imperiale; F. Serrao, Il frammento
leidense, cit., 118 ss.; B. Santalucia, Diritto
cit., 160, i quali evidenziano come siffatta ipotesi non sembri trovare
sufficiente conferma nei dati delle fonti a nostra disposizione. La questione,
estremamente complessa, meriterebbe un approfondimento ben superiore a quello
che in questa sede è possibile svolgere. Mi limito, pertanto, a giustificare la
mia adesione alla teoria dapprima prospettata sottolineando come quest’ultima
abbia l’innegabile pregio di semplificare l’interpretazione del SC. Calvisianum e di spiegare
legislativamente l’alternativa tra pene personali e pene che comportano la mera
restituzione del maltolto, o anche il cumulo delle stesse (cfr. G. Pugliese, Linee, cit., 754). Né dovrebbe a mio
avviso sorprendere che la legge di Giulio Cesare avesse previsto anche fatti
idonei a giustificare la condanna all’aqua
et igni interdictio. Secondo l’interpretazione che pare più verosimile,
infatti, già la lex Servilia Glauciae avrebbe
riconosciuto, nell’ambito del generale inasprimento sul piano sanzionatorio
realizzato dalla stessa, ai giudici della quaestio
il potere di modulare l’entità della pena in base alla concreta condotta
del reo, ammettendo la possibilità di condanne capitali che sono, inoltre,
attestate anche nella vigenza della lex
Cornelia de repetundis (cfr. C. Venturini, Studi, cit., 449 ss, praecipue
457 s.). Nello stesso senso R.A. Bauman, Crime and Punishment, cit., 23 s., il quale – tuttavia – identifica
un diverso fondamento della condanna capitale nella lex Servilia e nella lex
Iulia: «the lex Servilia had
expanded the penalty on the basis of state security. Cesar’s repetundae
law of 59 expanded it on the basis of humanitas.
Where exactions had been carried out in circumstances of extreme cruelty (saevitia), a capital penalty was
prescribed».
sopra, in questo capitolo, § 3.
[104] V.
sopra, in questo capitolo, nt. 53.
Necessaria per accertare la sussistenza di condotte che potessero a buon
diritto rientrare nella saevitia: v.
Plin. Epist. III.9.29;
V.20.2. Cfr. A.N.
352. V. anche sopra, in questo capitolo, nt. 16.
[106] Cfr. A.N. Sherwin-White, The Letters, cit., 276; O.F. Robinson, Penal Practice, cit., 92.
[107] Quint. Institut. Orat. VII.2.22: …
Quare optimum est, si fieri poterit, ut singula vincantur a singulis, se si
quando in partibus laborabimus, universitate pugnandum est.
[108] Nel
vocabolario pliniano la simplicitas assume
connotati positivi: cfr. H Pflips, Ciceronachahmung,
cit., 286 s. In Plin. Epist. VI.29.10
la caratterizzazione di Basso è invece affidata all’aggettivo incustoditus a fianco del ricorrente incautus. V. anche oltre, § 12 e nt.
[109] Cfr. H
Pflips, Ciceronachahmung, cit., 285
s., il quale evidenzia che con questa osservazione incidentale «will Plinius
zum Ausdruck bringen, daß der Angeklagte schon früher her infolge seiner
Tätigkeit als Quästor mit den provinzialen befreundet war. Auch hier geht das Bestreben des Plinius darauf
hinauf, die Vergehen seines Mandanten zu bagatellisieren und sie seiner Arglosigkeit
zuzuschreiben».
[110] Come
noto, il sostantivo munus si
caratterizza per un complesso intreccio tra tre campi semantici. Il contesto
del discorso ed il successivo impiego da parte di Plinio dell’ipocorismo munuscula (§ 7) spingono ad intendere il
termine munera nell’accezione di
doni. Tra i giuristi romani, adotta una divisione tripartita Paul. 9 ad ed. D. 50.16.18: ‘Munus’ tribus modis dicitur: uno donum, et inde munera dici dari
mittive. altero onus, quod cum remittatur, vacationem militiate munerisque
praestat inde immunitatem appellari. tertio officium, unde munera militaria et
quondam milites munificos vocari: igitur municipes dici, quod munera civilia
capiant. Sul polivalente
significato del termine, v. M. Nicolau, ‘Causa
liberalis’, Étude historique et comparative du procès de liberté dans les
législations anciennes, Paris, 1933, 133, nt. 225; F. Grelle, ‘Munus publicum’. Terminologia e sistematiche, in «Labeo»,
VII, 1961, 324 s.; J. Michel, Gratuité en
droit romain. Études d’histoire et d’ethnologie juridique, Bruxelles, 1962,
482 ss.; A. Metro, L’obbligazione di
custodire nel diritto romano, Milano, 1966, 89 e nt. 215; R. Düll, ‘Munera tomitana’, in Studi in onore di G. Grosso, II, Torino,
1968, 143; M. Talamanca, Gli ordinamenti
provinciali nella prospettiva dei giuristi tardo-classici, in Istituzioni giuridiche e realtà politiche
nel tardo impero (III-V sec. d.C.). Atti di un incontro tra storici e giuristi,
Firenze 2-4 maggio 1974, Milano, 1976, 175, nt. 5; J.F.R. Neila, A propósito de la noción de municipio en el
mundo romano, in «HAnt», VI, 1976, 148; B. Albanese, Le persone nel diritto privato romano, Palermo, 1979, 183, nt. 34;
W. Waldstein, ‘Operae libertorum’.
Untersuchungen zur Dienstpflicht freigelassener Sklaven, Stuttgart, 1986,
54, nt. 67. L’assenza di spontaneità del munus
e la differenza rispetto al donum
sono sottolineate da Marc. 1 publ. iudic.
D. 50.16.214: ‘Munus’ proprie est,
quod necessarie obimus lege more imperiove eius, qui iubendi habet potestatem. ‘dona’ autem proprie sunt, quae nulla
necessitate iuris officiis et sponte praestantur: quae si non praestentur,
nulla repraehensio est et, si praestentur, plerumque laus inest. sed in summa
in hoc ventum est, ut non quodcumque munus, id et donum accipiatur, at quod
donum fuerit, id munus recte dicatur. Sul punto v. A. Carcaterra, Le definizioni, cit., 193; G.G. Archi, ‘Donare’ e ‘negotium gerere’, in Studi in onore di E. Volterra, I,
Milano, 1971, 684; S. Broise, ‘Animus
donandi’. Concetto romano e suoi riflessi sulla dogmatica moderna, I, Pisa,
1975, 109 s.; G. Coppola, Cultura e
potere. Il lavoro intellettuale nel mondo romano, Milano, 1994, 230, nt.
164, con citazione di ulteriore bibliografia. V. anche ‘Thesaurus Linguae Latinae’, VIII, Lipsiae, 1936-1966, voce ‘munus’, cc. 1662 ss.; E. Forcellini, ‘Totius latinitatis lexicon’, IV, Prati,
1868, 201 s., voce ‘munus’, ove si
rinvia all’idea di dono, di uffizio, nonché di giochi e spettacoli che spesso
erano ‘donati’ al popolo in
remunerationem accepti ab eo honoris. V. anche oltre, in questo capitolo,
nt. 136.
[111] Cfr. C.
Venturini, ‘Damnatio’, cit., 69 s. e
nt. 82, 90 e nt. 44.
[112] Cfr. C.
Venturini, Studi, cit., 488.
[113] Cfr.
[114] V.,
tuttavia, anche A.W. Lintott, The ‘Leges
de Repetundis’, cit., 194 s., il quale – sulla base dei dati a nostra
disposizione circa il famoso processo di P.
Rutilius Rufus, tenutosi in un anno imprecisato tra il 95 e il 92 a.C. –
ipotizza che già la lex Servilia Glauciae
contenesse una clausola generale del tipo: si
quis magistratus populi Romani prove magistratu iudexve pecuniam a socio
ceperit quo fraus alteri fiat. Una tale configurazione del divieto
parrebbe, sì, essenzialmente incentrata sul danno ingiusto arrecato ai terzi,
ma non varrebbe a far venire meno il collegamento tra l’accettazione di una
dazione di denaro e la violazione di doveri d’ufficio. Il fatto, poi, che Dione
Cassio raffiguri genericamente l’incolpazione di Rutilio Rufo ὡς
δωροδοκή[σας] (v. Cass.
Dio fr. 97.1) non mi pare di per sé sufficiente per suffragare in termini di
certezza l’ipotesi avanzata dall’autore.
[115] Così C.
Venturini, La corruzione, cit., 30.
[116] Cfr. C.
Venturini, Studi, cit., 483 s.
[117] Cfr. C.
Venturini, Studi, cit., 482 ss.; Id.,
‘Ob sententiam’, cit., 907 ss.
[118] Dubbi
sulla genuinità del frammento sono stati sollevati da Th. Mommsen, Römisches Strafrecht, cit., 712, nt. 1 e
713, nt. 4 (= Id., Le droit pénal romain,
trad. fr. par J. Duquesne, III, Paris, 1907,
9, nt. 2 e 10, nt. 6); A. Berger, voce ‘Lex
Iulia de pecuniis repetundis’, in «RE», XII.2, Stuttgart, 1925, c. 2390. Di
diverso avviso F. Serrao, Il frammento
leidense di Paolo. Problemi di diritto criminale romano, Milano, 1956, 14,
nt. 34; C. Venturini, Studi, cit.,
470; Id. ‘Ob sententiam’, cit., 906,
entrambi propensi ad attribuirlo allo stesso Marciano, in quanto l’indicazione
contenuta nella seconda parte del pr.
(vel quo alio officio rell.),
giustamente ritenuta estranea al testo originario della lex Iulia, ben poteva già esser stata modificata all’epoca del
giurista, portato a richiamare la normativa in modo sintetico in un’opera di
[119] Cfr. C.
Venturini, ‘Damnatio’ cit., 69 s. e
[120] Cfr. C.
Venturini, La corruzione, cit., 29 s.
[121] Cfr. M. Mauss, Essai sur le don. Forme et raison de l’échange dans les sociétés
arcaïques, in «L’année sociologique», I, 1923-24 30 ss.; G. Augello, Pratica e necessità del donare nella Roma di
Marziale, in «ALGP», II, 1965, 339 ss. Del resto l’imputabilità per
ogni acquisto superiore ai diecimila sesterzi (il tenore del testo tradito è
evidentemente adattato alla valuta imperiale) era destinata ad essere estesa,
in base ad una riforma introdotta da un senatus
consultum dell’età di Claudio, ai compensi percepiti dagli avvocati ob causam orandam, creando così una
generalizzata soglia legale capace di fungere da discrimen tra donativi leciti, perché fondati sul ‘sano’
presupposto della reciprocità dei rapporti sociali di amicitia intercorrenti tra le parti, e dazioni assistite da una
presunzione assoluta di illiceità, che esulavano per definizione da tale
ambito. Cfr. V. Angelini, ‘Metuendus
ingratus’ (Avvocato e cliente in una pagina di Quintiliano), in AA.VV., Studi per Luigi De Sarlo, Milano, 1989, 1 ss.; F. Cancelli, voce Ufficio (diritto romano), in «ED», XLV,
1992, 621 ss.; V. Angelini, Augusto e l’onorario forense. (Nota a Cass. Dio
54,18,2), in AA.VV., ‘Societas-ius’. ‘Munuscula’ di allievi a Feliciano
Serrao, Napoli, 1999, 3 ss.
[122] La
nuova configurazione del semplice divieto di capere esclude che tale attività sia necessariamente collegata ad
una violazione dei doveri d’ufficio: cfr. C. Venturini, ‘Ob sententiam’, cit., 907.
[123] Cfr. C.
Venturini, Concussione e corruzione,
cit., 313, ove si evidenzia come ogni donum
o munus ottenuto durante
l’amministrazione provinciale fosse ritenuto comunque illegittimo in quanto
rientrante nella sfera della ‘concussione’. V. anche Id., La corruzione, cit., 30; Id., ‘Ob
sententiam’, cit., 907.
[124] Così C.
Venturini, Studi, cit., 489.
[125] Cic. Att. V.10.2; V.16.3; V.21.5; Fam. II.17.4; Quint. I.1.8. Cfr. C. Venturini, Studi, cit., 489 s.; F. Elia, CTH.
11, 11, 1, cit., 482.
[126] Cfr. C.
Venturini, Studi, cit., 490.
[127] Cfr.
J.A.R. Kemper, ‘Ego iugulum statim video’.
‘Plinius’ als advocaat en de Romeinse rechtsprocedure, in «Lampas», XXIV,
1991, 50; F. Procchi, ‘Medium quiddam
tenere’, cit., 249.
[128] Nella
dottrina degli status causae, così
come articolata nelle trattazioni
retoriche antiche, lo status finitivus o definitio era per lo più considerato uno stato razionale, ma non
mancano visioni diverse. In Rhet. ad
Herenn. I.19 la definitio (così
come la translatio) viene ricompresa
nella constitutio legitima. Degna di nota,
inoltre, la posizione assunta da Cicerone nel De inventione, opera in cui l’Arpinate tratta distintamente la definitio, intesa come questione del
genere razionale (v. Cic. inv. I.11;
II.52 e ss.), e la definitio legalis,
considerata come controversia appartenente
al genere legale. Cfr. L. Calboli Montefusco, La dottrina, cit., 80; R. Martini, Antica retorica, cit., 61 s. Con Quintiliano, poi, viene
delineandosi una ripartizione della definitio
in tre specie. Quint. Institut. Orat.
VII.3.8-10: [8] … tamen equidem tris
habeo velut species. [9] Nam interim
convenit solum quaerere an hoc sit, ut an adulterium in lupanari … Interim
quaeritur hoc an hoc: ‘furtum’ an ‘sacrilegium’ … quo in loco utrumque
finiendum est. [10] Interim quaeritur
in rebus specie diversis, an et hoc et hoc eodem modo sit appellandum, cum res
utraque habet suum nomen, ut ‘amatorium’, ‘venenum’. Nello stato finitivo
ci si chiede, in buona sostanza, di che cosa si sta discutendo («Quod sit? An hoc sit?»); ogni parte è
chiamata a fornire la propria descrizione del termine da definire (ad causam accomodata), rapportare il
caso alla propria definizione e confutare la consistenza della definizione
avversaria (uterque finitionem alterius
impugnat). V. Quint. Institut. Orat. VII.3.19
e ss. Sul punto mi permetto di rinviare a F. Procchi, ‘Medium quiddam tenere’, cit., 240 s. Nel nostro caso i generici quaedam vengono rispettivamente definiti
come furta ac rapinae da un lato e
come innocenti munera dall’altro.
[129] Cfr. F.
Procchi, ‘Medium quiddam tenere’,
cit., 249.
[130] Cfr.
J.A.R. Kemper, ‘O tempus miserum atque
acerbum provinciae’! ‘Plinius’ en ‘repetundae’-processen, in «Lampas», XXV,
1992, 27; F. Procchi, ‘Medium quiddam
tenere’, cit., 247 s.
[131] La
metafora iter ingredi è abbastanza
comune: cfr. H. Pflips, Ciceronachahmung,
cit., 288 s.
[132] La
dizione coniectura è sinonimica
rispetto al termine infitiatio usato
da Cicerone. V. Quint. Institut. Orat. III.6.32:
… infitialis est, quem dicimus
coniecturalem, cui ab infitiando nomen alii in totum dederunt, alii in partem,
qui accusatorem coniectura, reum infitiatione uti putaverunt. Cfr. L.
cit., 61 s. V. anche sopra, in questo capitolo, § 4 e nt. 69.
[133] V.
Quint. Institut. Orat. III.6.16: Sed quia videtur illis quoque necessitatem
hos status exequendi facere qui negat (is enim si dicat: «Non feci», coget
adversarium coniectura uti, et si dicat: «Non habes legem», syllogismo),
concedamus ex depulsione nasci statum. …
[134] Cfr. M. Allain, Pline Le Jeune Avocat, cit., 46.
[135] Cfr. F.
cit., 249. V. anche sopra, in questo capitolo, § 5.
[136] Come
noto, infatti, il diminutivo munusculum ha
rarefatto i segni della sua dipendenza dal sostantivo munus, perdendo ogni contatto con l’idea di una condotta in qualche
modo dettata da coercitio e
risolvendosi nell’indicazione di un ‘piccolo dono’ offerto spontaneamente ad
amici o a persone care. V. Thesaurus
Linguae Latinae, VIII, Lipsiae, 1936-1966, voce ‘munusculum’, c. 1667 s. Si noti, inoltre, che la nozione stessa di
munusculum parrebbe esprimere, in
qualche modo, il punto di vista soggettivo del donante piuttosto che quello del
donatario: in altre parole, munusculum è,
almeno tendenzialmente, il piccolo dono che si fa e non quello che si riceve. V. A. Ernout - A. Meillet, Dictionnaire étymologique de la langue
latine, Paris 1959, 422, voce ‘munus’:
«le sens de ‘présent que l’on fait’ (et non que l’on reçoit) est secondaire,
mais très frequent; de là (…) munusculum».
Cfr. F. Elia, CTH. 11, 11, 1,
cit., 477; F. Procchi, ‘Medium quiddam
tenere’, cit., 249 e nt. 36. V. anche sopra, in questo capitolo, nt. 110.
[137] L’assolutezza del divieto di capere per i promagistrati provinciali fu sempre tenuta ferma, ma
venne in qualche modo mitigata da un provvedimento di Settimio Severo e
Caracalla, tradito da Ulpiano, si riconosce un ruolo essenziale alle capacità
di vaglio dei governatori nell’accettare (o nel respingere) i doni di modesta
entità denominati xenia. Ulp. 1 de off. proc. D. 1.16.6.3: Non vero in totum xeniis abstinere debebit
proconsul, sed modum adicere, ut neque morose in totum abstineat neque avare
modum xeniorum excedat. quam rem divus Severus et imperator Antoninus
elegantissime epistula sunt moderati, cuius epistulae verba haec sunt: ‘Quantum
ad xenia pertinet, audi quid sentimus: vetus proverbium est: οὔτε
πάντα οὔτε
πάντοτε οὔτε
παρὰ πάντων. nam valde inhumanum est a nemine accipere,
sed passim vilissimum est et omnia avarissimum.’ et quod mandatis continetur,
ne donum vel munus ipse proconsul vel qui in alio officio erit accipiat ematve
quid nisi victus cottidiani causa, ad xeniola non pertinet, sed ad ea quae
edulium excedant usum. sed nec xenia producenda sunt ad munerum qualitatem.
Si noti, inoltre, che il tentativo di restringere l’area dell’irrilevanza
penale ‘a priori’ ai soli xeniola, i
piccoli doni ospitali. Cfr. C. Venturini, Studi,
cit., 490; F. Elia, CTH. 11, 11, 1,
cit., 482 ss.; O.F. Robinson, Penal
Practice, cit., 92; C. Venturini, ‘Damnatio’,
cit., 70, nt. 82. In seguito, l’imperatore Valentiniano I, con una costituzione
(C.Th. 11.11.1) indirizzata a Probo, praefectus
praetorio Illyrici, diffiderà qualsiasi officialis
dall’obbligare, sub quocumque praetextu
muneris publici, i possessores a
prestazioni non dovute e dall’accettare munuscula
et xenia anche se divenuti ormai canonica.
Sul punto v. F. Elia, CTH. 11, 11, 1,
cit., 473 ss.
[138] Sulla
possibile strumentalizzazione della ricorrenza a Roma, v. F. Elia, CTH. 11, 11, 1, cit., 480. Per un
diverso punto di vista, v. A.N. Sherwin-White, The Letters, cit., 277; H Pflips, Ciceronachahmung, cit., 289 s., i quali ritengono che il
riferimento al festaggiamento dei Saturnali sia prova della estesa
romanizzazione della provincia amministrata da Basso.
sopra, in questo capitolo, § 5.
[140] Sul
punto mi permetto di rinviare a F. Procchi, ‘Medium
quiddam tenere’, cit., 249. V. anche G. Kennedy, The Art, cit., 539.
[141] Cfr.
J.A.R. Kemper, ‘O tempus’, cit., 28;
F. Procchi, ‘Medium quiddam tenere’, cit.,
[142] Sulla deprecatio, v. sopra, in questo
capitolo, § 3 e nt. 54.
[143] Cfr. F.
cit., 250 s. V. anche G. Picone, L’eloquenza,
cit., 46, il quale richiama questo passaggio dell’epistula per porre in luce la concezione pliniana dei doveri della
difesa: «il difensore non deve, sino a quando l’andamento della causa gli
lascia una sia pur piccola possibilità di manovra, affidarsi alla clemenza dei
giudici, pena il tradimento della sua stessa funzione: in questa posizione si
evidenzia un alto concetto del ruolo dell’avvocato».
[144] Cic. inv. II.34.104.
[145] Cfr. L.
cit., 106 ss.; R. Martini, Antica
retorica, cit., 66 s.
[146] Per la
definizione ciceroniana della parte absoluta
del genus iuridiciale, v. Cic. inv. II.23.69: … Absoluta est, quae ipsa
in se, non ut negotialis implicite et abscondite, sed patentius et expeditius
recti et non recti quaestionem continet. … Il manuale redatto da
Cornificio nel medesimo ambiente culturale del De inventione definisce la iuridicialis
constitutio absoluta facendo uso di quella stessa terminologia che Plinio
pare richiamare. V. Corn. Rhet. ad
Herenn. I.24: ... Absoluta est, cum
id ipsum quod factum est, ut aliud nihil foris adsumatur, recte factum esse
[eam] dicemus … Cfr. W.C. McDermott - A. Orentzel, Quintilian and Domitian, cit., 24 a giudizio dei quali Plinio
sarebbe stato maggiormente influenzato dalle dottrine lette nelle opere
precedenti (e, in particolare, in quelle di Cicerone) che da quelle del proprio
maestro perché, al momento della pubblicazione del trattato di Quintiliano, di
cui pure dovette possedere una copia, aveva completato il proprio percorso
formativo ed era già un oratore affermato. V. anche sopra, cap. II, nt. 13.
[147] Cfr.
cit., 250.
[148] Corn. Rhet. ad Herenn. II.19: Absoluta iuridiciali constitutione utemur,
cum ipsam rem, quam nos fecisse confitemur, iure factam dicemus, sine ulla
adsumptione extrariae defensionis. Cfr. R. Martini, Antica retorica, cit., 66.
[149] Plin. Epist. IV.7.4: Exemplo est Regulus. Imbecillum latus, os confusum, haesitans lingua,
tardissima inventio, memoria nulla, nihil denique praeter ingenium insanum; et
tamen eo impudentia ipsoque illo furore pervenit, ut orator habeatur. Cfr. A.N. Sherwin-White, Pliny, the Man, cit., 79 s.; A.
Orentzel, Pliny and the Orators,
cit., 102 ss. V. anche sopra, cap. II, nt. 34. Parimenti Fonteio Magno
deve la sua verbosità all’impudentia:
v. Plin. Epist. V.20.4-5. Cfr. G.
Picone, L’eloquenza, cit., 155, ove
si evidenzia come i giudizi negativi su taluni oratori contemporanei investano,
per lo più, l’aspetto morale e solo come conseguenza l’ambito più strettamente
professionale in conseguenza del fatto che l’orator deve essere vir bonus
dicendi peritus.
[150] Cfr. G.
Picone, L’eloquenza, cit., 155. V.
oltre, in questo capitolo, § 9.
[151] Come
noto, la ‘virtù etica’ viene intesa da Aristotele come ‘medietà’ tra due vizi,
come equidistanza dagli estremi, tanto nelle passioni (ἔν τε τοῖς
πάθεσι) che nelle azioni (ἐν ταῖς
πράξεσι). L’importante concetto è
sviluppato da Aristotele in Eth. Nic.
II, 6, 1106 a ss., praecipue, 1106 b,
36, nonché 1107 a, 1-8: ἔστιν
ἄρα ἡ ἀρετὴ ἕξις
προαιρετική, ἐν
μεσότητι οὖσα
τῇ πρὸς ἡμᾶς, [1107a] (1)
καὶ ᾧ ἂν ὁ φρόνιμος
ὁρίσειεν. μεσότης
δὲ δύο κακιῶν, τῆς
μὲν καθ᾽ ὑπερβολὴν
τῆς δὲ κατ᾽ ἔλλειψιν·
καὶ ἔτι τῷ τὰς
μὲν ἐλλείπειν
τὰς δ᾽ ὑπερβάλλειν
τοῦ δέοντος ἔν
τε τοῖς πάθεσι
καὶ ἐν (5) ταῖς πράξεσι,
τὴν δ᾽ ἀρετὴν τὸ
μέσον καὶ εὑρίσκειν
καὶ αἱρεῖσθαι.
διὸ κατὰ μὲν τὴν
οὐσίαν καὶ τὸν
λόγον τὸν τὸ τί
ἦν εἶναι λέγοντα
μεσότης ἐστὶν ἡ
ἀρετή, κατὰ δὲ
τὸ ἄριστον καὶ
τὸ εὖ ἀκρότης.
[152] Il
segno temperamentum viene impiegato
dall’autore per indicare tanto la ‘via di mezzo’ considerata come misura giusta
ed equilibrata (v. Plin. Epist. I.7.3;
VI.29.7; X.115; Pan. 55.5; 79.5),
quanto la discrezione che modera gli impulsi eccessivi (v. Epist. III.1.6; Pan.
3.1), la temperatura appropriata (v. Epist.
II.17.9), nonché il saggio freno che il potere imperiale si autoimpone (v. Epist. III.20.12; Pan. 10.3). Cfr. G. Galimberti Biffino, Il ‘temperamentum’ e l’uomo ideale dell’età traianea, in ‘Plinius’ der Jüngere und seine Zeit,
hrsg. von L. Castagna und E. Lefèvre, München-Leipzig, 2003, 173 ss. Sulla
‘medietà’ di esperienze e valori nella misura umana di Plinio, v. anche P.
Cova, Lo stoico imperfetto. Un’immagine
minore dell’uomo nella letteratura latina del principato, Napoli, 1978, 86
[153] Come
noto, sussistono molte perplessità sulla configurazione della translatio come quarto status rationalis: cfr. L. Calboli
Montefusco, La dottrina, cit., 139
ss.; R. Martini, Antica retorica,
cit., 73 ss.
Cfr. J.A.R. Kemper, ‘O tempus’, cit., 28; F. Procchi, ‘Medium quiddam tenere’, cit., 248 ss., praecipue 251.
[155] Cfr. F.
cit., 251. Di diverso avviso: J.A.R.
Kemper, ‘O tempus’, cit., 28, il
quale ritiene che « wanner men dan afziet van de translatio (hierin wordt de competentie van de rechtbank bestreden)
blijft alleen de kategorie van de qualitas
assumptiva over. Hierin moet hard gemaakt dat het ten laste gelegde
weliswaar niet geheel en al rechtmatig is, maar dat er personen, omstandigheden
etc. aan te wijzen zijn die de handeling hebben veroorzaakt (zie boven bij ἀντέγκλημα).
Het is dan ook zeer waarschijnlijk dat Plinius deze laatste status op het oog heeft als hij
verklaart: in hac difficultate placuit
medium quiddam tenere …»; O.F. Robinson, Penal Practice, cit., 92, secondo cui «in the event he seems simply
to have made a plea in mitigation».
[156] Cfr. L.
cit., 132, ove si evidenzia che Quintiliano non seguì né Cicerone né Cornificio
nella trattazione della qualitas «e
questo è provato dal fatto che l’excusatio,
in sostanza coincidente con la purgatio,
non è considerata sottoparte di un genere superiore, ma indipendente di fianco
alla imminutio e alla deprecatio. Probabilmente egli si servì
per la trattazione della qualitas
come si è già detto, del retore Verginius,
il quale a sua volta doveva avere apportato qualche modifica al sistema
ermagoreo. Questo ci è documentato non solo dal fatto che manca una parte
corrispondente alla concessio
ciceroniana, poi suddivisa in purgatio e
deprecatio, ma anche dal fatto che
tra l’excusatio e la deprecatio è inserito uno status quantitatis di origine ignota».
[157] Quint. Institut. Orat. VII.4.14-15: …
Hinc quoque exclusis excusatio superest. Ea est aut ignorantiae (ut si quis
fugitivo stigmata scripserit eoque ingenuo iudicato neget se liberum esse eum
scisse), aut necessitatis, (ut cum miles ad commeatus diem non adfuit et dicit
se fluminibus interclusum aut valetudine). [15] Fortuna quoque saepe substituitur culpae. Nonnumquam male fecisse nos,
sed bono animo dicimus. Utriusque rei multa et manifesta exempla sunt: idcirco
non est eorum necessaria expositio.
[158] V.
sopra, in questo capitolo, § 5 e nt. 109. Cfr. G. Kennedy, The Art,
cit., 539 s.
[159] Nel
linguaggio militare la nox che giunge
a dirimere proelium o bellum è espressione ricorrente. Cfr. H
Pflips, Ciceronachahmung, cit.,134.
L’espressione viene impiegata da Plinio per instaurare il parallelismo tra la
battaglia e l’agone processuale anche in Epist.
II.11.18.
[160] Sulla
fissazione – introdotta nelle quaestiones
in epoca sillana – di un numero massimo di clepsydrae per gli interventi dell’accusa e della difesa e sui
successivi sviluppi, cfr. Th. Mommsen, Römisches
Strafrecht, cit., 428 e nt. 5 (=Id., Le
droit pénal, II, cit., 107, nt. 5). Le notizie sul tema sono abbastanza
frammentarie, ma sappiamo da Ascon. In
Milon. 36 Stangl che la lex Pompeia
de vi promulgata nel 52 a.C. insieme a quella de ambitu accordava due ore di tempo all’accusatore e tre
all’imputato. Secondo Tacito sarebbe stato questo il primo intervento
legislativo teso a porre dei freni all’eloquenza. V. Tac. Dialog. XXXVIII.1-2: [1] Transeo
ad formam et consuetudinem veterum iudiciorum. Quae etsi nunc aptior est
veritati, eloquentiam tamen illud forum magis exercebat, in quo nemo intra
paucissimas horas perorare cogebatur et liberae comperendinationes erant et
modum in dicendo sibi quisque sumebat et numerus neque dierum neque patronorum
finiebatur. [2] Primus haec tertio
consulatu Cn. Pompeius adstrinxit imposuitque veluti frenos eloquentiae, ita
tamen ut omnia in foro, omnia legibus, omnia apud praetores gererentur … Il
riferimento di Plinio ai termini di legge deve presumibilmente riferirsi alla lex iudiciaria di Augusto: cfr. A.N.
167;. H Pflips, Ciceronachahmung,
cit., 277. Nel nostro caso Plinio
parla di sei ore per l’accusa e di nove ore per la difesa. Pare, quindi, quanto
meno verosimile ipotizzare che anche nel Principato – pur sussistendo una certa
discrezionalità dei tribunali nello stabilire a seconda delle circostanze del
caso concreto il numero di clepsydrae
da accordare ad accusa e difesa – dovesse comunque esser fatto salvo il
rapporto proporzionale che garantiva all’imputato 1/3 di tempo in più rispetto
a quello concesso all’accusa. V. anche Tac. Ann.
III.13.1. Cfr. B. Santalucia, Diritto e
processo penale2,
cit., 239; Y. Rivière, Les délateurs,
cit., 185. Sul punto v. anche sopra, cap. II, nt. 18.
[161] Cfr. G.
Galimberti Biffino, Il ‘temperamentum’,
cit., 175, che riconduce la necessità di sapersi autolimitare richiamata da
Plinio a quell’ideale di sobrietà morale ispirato ai canoni della ‘medietà’ che
abbiamo già avuto modo di illustrare. V. sopra, in questo capitolo, § 7 e nt.
[162] V.
Plin. Epist. II.11.15; III.9.9.
[163] V.
sopra, cap. II, § 2.
[164] V.
Plin. Epist. II.11.16: … Missus deinde senatus et revocatus in
posterum; neque enim iam incohari poterat actio, nisi ut noctis interventu
scinderetur.
[165] Cfr. G.
Picone, L’eloquenza, cit., 29.
[166] Cfr. G.
Picone, L’eloquenza, cit., 91 s.
[167] V.
Plin. Epist. VII.9.5-6: [5] Poteris et, quae dixeris, post oblivionem
retractare, multa retinere, plura transire, alia interscribere, alia rescribere.
[6] Laboriosum istud et taedio plenum,
sed difficultate ipsa fructuosum, recalescere ex integro et resumere impetum
fractum omissumque, postremo nova velut membra peracto corpori intexere nec
tamen priora turbare. Cfr. G. Picone, L’eloquenza,
cit., 28 s.
[168] V.
L’espressione tempus implere viene
impiegata con lo stesso significato anche in Plin. Epist. VII.6.11.
[170] Cfr. H.P. Bütler, Die geistige Welt, cit., 61. V. anche I.G. Mastrorosa, La pratica, cit., 144 ove si evidenziano
le peculiarità del foedus del
patrocinio e della fides del rapporto
intercorrente tra avvocato e cliente. Sulla nozione di diligentia dell’oratore, cfr. J.-M. David, Déontologie, cit., 91 ss. V. anche sopra, cap. I, § 6.
[171] V.
sopra, cap. II, § 2 e nt. 36. Cfr. anche G. Picone, L’eloquenza, cit., 28 s.
[172] V.
L’ablativo nocte che precede inlatis lucernis, attestato nella
maggior parte dei manoscritti, non deve essere espunto dal testo: sul punto,
cfr. F. Trisoglio, Nota critica, in Opere, I, cit., 116.
[174] V.
sopra, in questo capitolo, § 4.
[175] V.
Plin. Epist. III.9.7: Aderam Baeticis mecumque Lucceius Albinus, vir
in dicendo copiosus, ornatus; quem ego cum olim mutuo diligendo copiosus,
ornatus; quem ego cum olim mutuo diligerem, ex hac officii societate amare
ardentius coepi.
[176] V.
[177] Cfr. G.
Picone, L’eloquenza, cit., 84.
[178] Così A. Orentzel, Pliny and the Orators, cit., 132.
[179] V. C.M.
Wells, L’impero2, cit., 167, il
quale si domanda se l’indignazione di Plinio sia realmente giustificata, visto
che Teofane doveva in qualche modo rispondere ai discorsi della difesa, durati
ben nove ore.
[180] Cfr. G.
Picone, L’eloquenza, cit., 83 s., ove
si evidenzia come Plinio sia solito manifestare l’apprezzamento per altri
oratori «per lo più con rapidi tocchi».
[181] V.
[182] Quint. Institut. Orat. VI.1.51-52: Omnis autem hos adfectus, etiam si quibusdam
videntur in prohoemio atque in epilogo sedem habere, in quibus sane sint
frequentissimi, tamen aliae quoque partes recipiunt, sed breviores, ut cum ex
iis plurima sint reservanda. At hic, si usquam, totos eloquentiae aperire
fontes licet. [52] Nam et, si bene
diximus reliqua, possidebisum iam iudicum animos, et e confragosis atque
asperis evecti tota pandere possumus vela; et, cum sit maxima pars epilogi
amplificatio, verbis atque sententiis uti licet magnificis et ornatis. … Per
il ruolo fondamentale giocato dai sentimenti nei processi penali, v. anche
Quint. Institut. Orat. VI.1.36:
De accusatoribus et reis sum locutus,
quia in periculis maxime versatur adfectus. …
[183] Cfr. F.
Trisoglio, Nota critica, in Opere, I, cit., 116: «l’ut uterque recte che segue inquis dato da α ed accettato dal
Müller e dalla Guillemin, ma taciuto da β γ δ h k g a σ, va
rifiutato, sebbene non sia estraneo al gusto stilistico pliniano».
[184] Cfr. M.
Schuster, Kritische Nachlese zur Briefsammlung
des jüngeren ‘Plinius’, in «Wiener Studien», LIII, 1935, 110-132, praecipue 121, spiega la caduta in
taluni manoscritti del cum tam diversa
censuerint con il salto di una riga, genere di lacune ivi più volte
ricorrenti. Cfr. anche F. Trisoglio, Nota
critica, in Opere, I, cit., 116:
«queste parole si raccomandano inoltre perché sono la base indispensabile di qui fieri potest e perché forniscono una
buona clausola».
[185] Come
noto, Quintiliano si muove sulla scia di Aristotele nel tracciare la
distinzione tra ‘prove tecniche’ o artificiales
(che l’oratore estrapola e, in un certo qual senso, fa come ‘nascere’ dalla
causa) e ‘prove atecniche’ o inartificiales (sentenze precedenti,
dicerie, confessioni ottenute attraverso tortura, patti, giuramenti e testimoni);
anche queste ultime, comunque, proprio perché di per sé prive dell’arte,
dovrebbero essere per lo più sostenute o smentite facendo ricorso alle migliori
risorse dell’eloquenza. V. Quint. Inst.
Orat. V.1.1. Sul punto cfr. B. Mortara Garavelli, Manuale4,
cit., 73 ss.; G. Sposìto, Il luogo,
cit., 71 ss.; R. Martini, Antica retorica,
cit., 41 s. Per un esame critico dell’impostazione tradizionale che configura
la prova retorica come volta al convincimento degli organi giudicanti più che
al veritiero accertamento dei fatti, v. M. Miceli, La prova retorica tra esperienza romanistica e moderno processo penale,
in «Index», XXVI, 1998, 241-302, praecipue
250 ss.
[186] Cfr. A.N. Sherwin-White, The Letters, cit., 278. V. anche
[187] V.
Quint. Inst. Orat. V.9.1.
[188] Per
un’eccezionale concessione di testimoni alla difesa, v. Plin. Epist. V.20.2-8.
[189] Cfr. C.
Solimèna, Plinio, cit., 275; J.
García Camiñas, ‘Deferre’, cit., 252,
nt. 38.
[190] A
differenza delle quaestiones, in cui
il voto dei giurati era segreto (a meno che l’accusato non avesse optato per la
pubblicità del medesimo) e limitato all’alternativa secca tra la colpevolezza e
l’innocenza dell’imputato, i senatori esprimono la loro opinione in modo palese
e possono formulare proposte circa la pena da applicare nel caso di specie.
Cfr. B. Santalucia, Diritto e processo
penale2,
cit., 192. Cfr. anche Th. Mommsen, Römisches Strafrecht, cit., 254 (=Id., Le droit pénal, I, cit., 296): «formell beherrscht
diesen Prozess die für den Senatsbeschluss hergebrachte Ordnung. Die
Oeffentlichkeit ist ausgeschlossen, obwohl die grosse Zahl der Betheiligten
diesen Ausschluss einigermassen aufhebt».
[191] V.
sopra, in questo capitolo, § 1 e nt. 7.
[192] PIR2 C 151. Cfr. R. Syme, Tacito, II, cit., 876; A.N.
278; A. Orentzel, Pliny and the Orators,
cit., 197 s.
[193] V.
sopra, in questo capitolo, § 3 e, praecipue,
nt. 53.
[194] A.N. Sherwin-White, The Letters, cit., 278.
[195] Cfr. A.N. Sherwin-White, ‘Poena’, cit., 24; Id., The Letters, cit., 278.
[196] Cfr. G.
Pugliese, Linee, cit., 759 sg., il
quale evidenzia come tale potere – per lo più interpretato come possibilità di
giudicare ipotesi non previste dalle fattispecie legali o di escludere dalla
sfera del delitto fatti lesivi che la legge invece prevedeva – trovi il suo
preciso significato nella «possibilità di attenuare (al limite di escludere) le
conseguenze penali stabilite dalle leggi o, viceversa, di aggravarle in relazione
sia all’elemento soggettivo sia alle circostanze attenuanti o aggravanti o alle
eventuali cause di giustificazione».
[197] V.
anche Plin. Epist. II.11.4: Magna contentio, magni utrimque clamores
aliis cognitionem senatus lege conclusam, aliis liberam solutamque dicentibus,
quantumque admisisset reus, tantum vindicandum. Cfr. A.N. Sherwin-White, The Letters, cit., 278; B.M. Levick, ‘Poena legis maiestatis’, in «Historia»,
XXVIII, 1979, 374 s.; H. Galsterer, The
Administration, cit., 409 e nt. 44; B. Santalucia, Diritto e processo penale2, cit., 238 e nt. 179. Già Cfr. Th. Mommsen, Römisches Strafrecht, cit., 1039 (= Id., Le droit pénal, III, cit., 399) evidenziava come «für die beiden
höchsten Gerichte, das consularisch-senatorische und das kaiserliche stellt die
Rechtstheorie selbst die Regel auf, dass sie befugt sind die gesetzlichen
Strafen nach Ermessen zu mildern oder zu steigern, und die Praxis insbesondere
das letzteren hat davon nur zu reichlichen Gebrauch gemacht». Sulla
‘elasticità’ del rito e sulle ‘ambiguità’ della procedura seguita dal consesso
dei patres, v. anche sopra, cap. I, §
5 e nt. 82.
[198] Cfr. F.
Trisoglio, Nota critica, in Opere, I, cit., 116, il quale evidenzia
come il richiamo a luoghi paralleli induca a respingere la lezione consurgenti ei, pur maggioritaria nella
tradizione manoscritta.
[199] Cfr. B.
Santalucia, Diritto e processo penale2, cit., 239; Y.
Rivière, Les délateurs, cit., 185.
[200] Cfr. P. Garnsey, Social Status, cit., 55. Al di là
della posizione processuale imposta all’advocatus
dall’officio difensivo, il reale pensiero di Plinio doveva, tuttavia, essere
non poco differente. Per l’opinione precedentemente espressa dall’autore circa
la permanenza in senato di Ostilio Firmino, legato di Mario Prisco, v. Plin. Epist. II.12.4: Praeterea quid publice minus aut congruens aut decorum, notatum a
senatu in senatu sedere ipsisque illis, a quibus sit notatus, aequari et
summotum a proconsulatu, quia se in legatione turpiter gesserat, de
proconsulibus iudicare damnatumque sordium vel damnare alios vel absolvere?
Cfr. A.N. Sherwin-White, The Letters, cit., 278; O.F. Robinson, Penal Practice, cit., 93.
[201] Cfr. V.
Arangio-Ruiz, L’editto, cit., 33.
[202] Cfr. H
Pflips, Ciceronachahmung, cit., 278.
V. anche sopra, in questo capitolo, nt. 200.
[203] Cfr. J.A.R.
Kemper, ‘O tempus’, cit., 29. In
verità, nei testi latini a partire da Quintiliano la definizione corrente è scriptum et voluntas (v. Quint. Institut. Orat. III.6.43, 61 e 88;
VII.6.1), mentre in Cicerone e nella Rhetorica
ad Herennium questo status veniva
per lo più indicato come un contrasto tra scriptum
e sententia. Su questo status, v. L. Calboli Montefusco, La dottrina, cit., 153 ss.; R. Martini, Antica retorica, cit., 77 ss. V. anche
gli scritti fondamentali di U. Wesel, Rhetorische
Statuslehre, cit., 30 ss., a giudizio del quale in base alla dottrina degli
status allo scriptum et voluntas dovrebbe corrispondere solamente l’aspetto
restrittivo dell’interpretazione, che conduce alla disapplicazione dei verba a favore della voluntas; B. Vonglis, La lettre, cit., 118 ss., 132 ss. e 140
s., che giunge ad ipotizzare, tra l’altro, un assorbimento della ratiocinatio nello scriptum et voluntas. [204] Così L.
Fanizza, Giuristi, cit., 86, nt. 205.
[205] V.
sopra, in questo capitolo, §§ 2, 4 e 5. V. anche G. Kennedy, The Art,
cit., 540.
[206] Cfr. B.F. Harris, ‘Bithynia’, cit., 884, a giudizio del
quale «presumably the Senate believed exemplary punishment was called for to
satisfy Bithynian feeling, but tempered it with humanitas and left Bassus in its ranks».
[207] V. Plin. Epist. X.56.4: Nam haec
quoque species incidit in cognitionem meam. Est enim adductus ad me in
perpetuum relegatus a Iulio Basso proconsule. Ego, quia sciebam acta Bassi
rescissa datumque a senatu ius omnibus, de quibus ille aliquid constituisset,
ex integro agendi, dumtaxat per biennium, interrogavi hunc, quem relegaverat,
an adisset docuissetque proconsulem. Negavit. Interessante anche la risposta di Traiano a Plinio (Epist. X.57.2): Qui a Iulio Basso in perpetuum relegatus est, cum per biennium agendi
facultatem habuerit, si existimat se iniuria relegatum, neque id fecerit atque
in provincia morari perseverarit, vinctus mitti ad praefectos praetorii mei
debet. Neque enim sufficit eum poenae suae restitui, quam contumacia elusit.
Cfr. A.N. Sherwin-White, The Letters, cit., 279; O.F. Robinson, Penal Practice, cit., 93.
[208] Cfr. R. Syme, Tacito, I, cit., 112 e 141; P.A. Brunt, Charges, cit., 202; B.F. Harris, ‘Bithynia’, cit., 884; C.M. Wells, L’impero2, cit., 167 ss. L’incertezza della
cronologia delle orazioni di Dione Crisostomo non consente, tuttavia, di
individuare con sicurezza in Basso (piuttosto che in Vareno Rufo) l’ἡγεμὼν
πονηρός i cui misfatti sono narrati in Dio
Chrys. Or.
XLIII.11: cfr. A.N. Sherwin-White, The
Letters, cit., 275 s., 352.
[209] PIR1 V 107. Cfr. Weynand, voce ‘M. Lollius Paullinus Valerius Asiaticus
Saturninus’, in «RE», VIII A.2, Stuttgart, 1948, c. 2346; A.N.
279; A. Orentzel, Pliny and the Orators,
cit., 212 ss.
[210] Il diritto
senatoriale consentiva che la sententia fosse
formulata anche per addizione ad un parere già reso: v. Plin. Epist. VIII.14.6: Suus cuique parens pro magistro aut, cui parens non erat, maximus
quisque et vetustissimus pro parente. Quae potestas referentibus, quod
censentibus ius, quae vis magistratibus, quae ceteris libertas, ubi cedendum,
ubi resistendum, quod silendi tempus, quis dicendi modus, quae distinctio
pugnantium sententiarum, quae exsecutio prioribus aliquid addentium, omnem
denique senatorium morem, quod fidissimum praecipiendi genus, exemplis
docebantur.
[211] Venul.
Sat. 3 publ. iud. D. 48.11.6.2: Lege Iulia repetundarum cavetur, ne quis ob
militem legendum mittendumve aes accipiat, neve quis ob sententiam in senatu
consiliove publico dicendam pecuniam accipiat, vel ob accusandum vel non
accusandum; utque urbani magistratus ab omni sorde se abstineant neve plus doni
muneris in anno accipiant, quam quod sit aureorum centum. La disposizione
che qui più ci interessa deve essere con ogni probabilità intesa nel senso
delineato da D. Mantovani, Il problema,
cit., 195, nt. 238, secondo cui «la legge mirava (…) a colpire anche colui che,
pur senza aver effettuato la delatio,
avesse accettato del denaro per partecipare al processo dalla parte dell’accusa,
mettendo a disposizione la propria eloquenza». Sul punto v. anche A.N.
279; C. Venturini, Studi, cit., 484,
nt. 66; Id., Concussione e corruzione:
origine romanistica di una problematica attuale, in Studi in onore di Arnaldo Biscardi, VI, Milano, 1987, 144; L.
Fanizza, Delatori, cit., 55 e nt.
128; O.F. Robinson, Penal Practice,
cit., 94; C. Venturini, ‘Ob sententiam’,
cit., 894 s.
[212] Cfr.
[213] Così
C.M. Wells, L’impero2, cit., 168.
Per un primo inquadramento dei rapporti tra gli organi centrali di governo ed i
provinciali, v. L. Polverini, Le città
dell’impero nell’epistolario di Plinio, in Contributi dell’Istituto di Filologia classica. Sezione di storia
antica, I, Milano, 1963, 193.
[214] Cfr. P.
Garnsey, Social Status, cit., 55.
[215] Cfr. G.
Picone, L’eloquenza, cit., 69, il
quale evidenzia il costante interesse di Plinio per gli intervenuti ad un
processo o ad una pubblica lettura.
[216] V.
anche Plin. Epist. VI.29.10: Tuitus sum Iulium Bassum ut incustoditum
nimis et incautum ita minime malum; iudicibus
acceptis in senatu remasit.

References: e contrario
 § 6
 § 6
 § 12
 § 6
 § 5
 § 3
 § 5
 § 5
 § 5
 § 5
 § 5
 § 2
 § 2
 § 2
 § 5
 § 11
 § 4
 § 3
 § 12
 Cass.

 Cass. 
 § 4
 § 5
 § 5
 § 3
 § 9
 § 5
 § 7
 § 2
 § 6
 § 2
 § 4
 § 1
 § 3
 §
5