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Timestamp: 2018-03-24 08:19:52+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 30 novembre 2017, n.53992
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | SABATO 24 MARZO AGGIORNATO ALLE 9:19
CP Art. 591
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 30 novembre 2017, n.53992MASSIMA
Il reato di abbandono di persone minori o incapaci è integrato da qualsiasi condotta, attiva od omissiva, contrastante con il dovere giuridico di cura (o di custodia), gravante sul soggetto agente, da cui derivi uno stato di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o l’incolumità del soggetto passivo sempre che l’agente abbia la consapevolezza che l’incapace sia esposto a tale stato di pericolo.
Con sentenza del 5 luglio 2016, la Corte di assise di appello di Catania, in riforma della sentenza della Corte di assise di Catania, assolveva l’amministratore e due infermieri di una struttura psichiatrica dal delitto di cui all’art. 591 cod. pen., perché non ritenuti responsabili della morte di un paziente, avvenuta a seguito delle percosse di altra paziente. Pertanto, le parti civili ricorrevano in Cassazione, denunciando violazione di legge in relazione al mancato riconoscimento della posizione di garanzia in capo all’amministratore per l’incolumità di tutti i degenti.
In una struttura psichiatrica, ospitante pazienti stabilizzati, un degente muore a seguito di percosse di un’altra paziente: di tale evento sono responsabili l’amministratore della struttura e gli infermieri di guardia? A tale interrogativo la Suprema Corte dà risposta negativa, sulla base delle motivazioni di seguito esposte. Infatti, secondo i giudici di legittimità deve rilevarsi che non può in tal caso configurarsi il reato di abbandono di persone incapaci, atteso che se l’elemento oggettivo del reato di abbandono di persone minori o incapaci è integrato da qualsiasi condotta, attiva od omissiva, contrastante con il dovere giuridico di cura (o di custodia), gravante sul soggetto agente, da cui derivi uno stato di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o l’incolumità del soggetto passivo, l’elemento soggettivo si configura solo quando l’agente abbia la consapevolezza che l’incapace sia esposto a tale stato di pericolo. Ciò posto, è stato rilevato che tale consapevolezza mancava sia per l’amministratore che per gli infermieri. Infatti, la struttura non poteva ricoverare pazienti psichiatrici non compensati, non avendo la specifica e necessaria autorizzazione a farlo e non avendo personale specializzato. Così che, quando i pazienti ricoverati mostravano segni di squilibrio, l’unica soluzione possibile era quella di trasferirli in un’altra struttura, idonea a prestare quelle particolari cure. Quindi, in tale contesto il legale rappresentante della struttura era competente sulla amministrazione della stessa ma non certo sulla diagnosi degli stati morbosi dei pazienti ed i due infermieri del turno di notte non potevano essere consapevoli dello stato di pericolo reale o potenziale che il paziente correva, perché il permanente ricovero nella dell’altra paziente, che aveva causato la morte ne attestava la non pericolosità. Pertanto, corretta è stata la decisione della Corte di Assise di Appello di assolvere tutti gli imputati.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 30 novembre 2017, n.53992 - Pres. Palla – est. Stanislao
L.S. era accusato del delitto previsto dall’art. 591 cod. pen., perché, quale amministratore unico della (...) srl, aveva abbandonato gli anziani ivi ospitati, incapaci di provvedere a loro stessi, non assumendo il personale medico e specialistico necessario, consentendo che gli addetti all’assistenza svolgessero attività di operatori socio sanitari per la quale non erano abilitati, garantendo la presenza in orario notturno di soli due infermieri professionali.
P.V. e Sa.Ig. erano accusati del delitto previsto dall’art. 591 cod. pen. (così modificata l’originaria imputazione di omicidio colposo), perchP, quali infermieri professionali in servizio presso la medesima (...) la notte dei fatti, abbandonavano il ricoverato Pi.Se. , incapace di provvedere a se stesso, determinando così una situazione di pericolo tale per cui il medesimo veniva colpito in varie parti del corpo da un’altra ricoverata, M.G. , anch’essa incapace, riportando lesioni che ne causavano la morte.
- Pi. , F. e M. erano tutti pazienti ricoverati nella (...) non per l’avanzata età ma per i loro problemi psichiatrici;
Occorreva poi considerare, aggiungeva la Corte, che la (...) poteva ricoverare pazienti psichici solo se stabilizzati, non essendo autorizzata ad ospitare pazienti problematici anche perché non disponeva del personale medico specializzato. Qualora un paziente non si fosse dimostrato stabile si sarebbe imposto il suo trasferimento in una struttura idonea. Una valutazione che non competeva ad alcuno dei tre imputati.
Era contraddittorio affermare, come aveva fatto la Corte, che la (...) soffriva di precise carenze, non disponendo di personale sufficiente a garantire l’adeguata cura e sorveglianza dei pazienti, in particolare di coloro che soffrivano di patologie psichiatriche, e non ritenerne poi responsabile l’imputato che ne era l’amministratore.
La Corte di assise di appello, invece, ha, innanzitutto, contestato il fatto che gli alterchi trascorsi fra i due fossero diversi e più gravi di quelli intercorsi fra altri pazienti psichiatrici ricoverati nella (...) (un dato che nel ricorso non si affronta).
La Corte ha rilevato, poi, come agli imputati - il legale rappresentante della (...) (competente sulla amministrazione della stessa ma non certo sulla diagnosi degli stati morbosi dei pazienti) ed i due infermieri del turno di notte (chiamati ad eseguire le eventuali disposizioni dei medici ma non certo ad effettuare diagnosi o a programmare cure o a disporre trasferimenti) - potevano, al più, essere venuti a conoscenza degli alterchi fra M. e Pi. come voci correnti nella struttura (una voce fra le tante) e non come una situazione che necessitava del loro intervento o della loro sorveglianza. Non potevano così essere consapevoli dello stato di pericolo reale o potenziale che il Pi. correva, perché il permanente ricovero nella (...) della M. , che non dipendeva da una loro valutazione ma atteneva alla responsabilità del medico curante, ne attestava, appunto, la non pericolosità.

References: SENTENZA 
 Art. 591
 SENTENZA 
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 SENTENZA