Source: http://nazionali.org/sud/stampa/corso_forzoso_Carabelli_Englen_Cognetti_Risposte_ai_Quesiti_privati_proposti_dalla_Commissione_2011.html
Timestamp: 2017-09-22 15:16:56+00:00

Document:
Pubblichiamo le risposte di Carabelli, Englen, Cognetti, ai 26 quesiti posti dalla Commissione d'inchiesta sul Corso Forzoso.
Non conosciamo molti dettagli della vita di tali personaggi ma il terzo, SALVATORE COGNETTI GIAMPAOLO, apparteneva alla famiglia Cognetti (era fratello di quel Biagio Cognetti di cui abbiamo pubblicato Pio IX ed il suo secolo: dalla rivoluzione francese del 1789 alla proclamazione del Regno d'Italia.., Volume 1) e fece molte battaglie sul Comciliatore a favore della città di Napoli.
Sinceramente siamo rimasti abbastanza sorpresi dalle sue risposte, a volte appare ben più incivsivo Englen, nel sottolineare i guasti del Corso Forzoso e il danno che se ne ebbe.
Se qualche amico ha notizie su questi tre personaggi e vuole metterle a disposizione della rete ce le invii, le pubblicheremo volentieri.
Zenone di Elea – 12 marzo 2011
Relazione della commissione deliberata
nella tornata del 10 marzo 1868
Commissione parlamentare d'Inchiesta sul corso forzoso
dei biglietti di Banca
Risposte: ai Quesiti proposti dalla Commissione d'Inchiesta per l'abolizione del Corso forzoso
Napoli, Stamperia dell'Iride, 1868
Nei primi giorni di marzo di questo anno, dietro le molte istanze dell'onorevole SeismitDoda, e dopo le gravissime parole del deputato A. Rossi, fu quasi a forza tratta in Parlamento la quistione capitale del Corso Forzoso dei biglietti di Banca.
Ai tanti problemi finanziarii, la cui soluzione urge fatalmente in Italia, questo ora si aggiunge, fra tutti il più grave, di andar in traccia del modo di toglierei dall'incubo della cartamoneta.
Furono splendide, severe, dotte le orazioni che si udirono di valentissimi uomini, tanto competenti a trattare il delicato subbietto. Non mancò ad essi né forza di argomenti, né potenza d'ingegno a sostenere i propri concetti, e le proposte che ne conseguivano.
Sventuratamente, anche in questo riscontro, le ire partigiane, che sono vivissime non men nell'una che nell'altra parte della Camera, scoppiarono violenti a turbare una discussione, che per sua natura e per necessaria patria Carità avrebbe dovuto rimanere in terreno perfettamente neutrale, ed in atmosfera calma e serena. Le menti ne furono travolte, i giudizi conturbati, e in fin dei conti parve che la quistione finanziaria andasse a risolversi in una crisi ministeriale.
È fama universale che questa sia Tunica obbiettiva in tutte le più gravi quistioni parlamentari: ad ogni costo sostenere il Ministero amico, o ad ogni costo atterrarlo nemico; ed è sventura grandissima, poiché le istituzioni ne scapitano, e la nazione travolta anch'essa nel turbine tempestoso delle ire di parte, sperde quella chiara e luminosa coscienza, che tanto l'è necessaria in momenti Così gravi e solenni.
Per isfuggire adunque ad una crisi, il Ministero si appigliò ad un espediente, onde aver tempo di svolgere e fare approvare il suo piano finanziario, prima di definire con mezzi concreti la grave quistione del Corso Forzoso. La Camera votò in conseguenza l'ordine del giorno che trascriviamo.
«La Camera confida che il Ministero preoccupandosi della necessità di togliere dal paese il «Corso Forzoso dei biglietti di Banca, presenterà cogli altri provvedimenti finanziari diretti a restaurare le condizioni del bilancio, e come loro complemento indispensabile, un progetto di legge per procurare all'erario i mezzi necessari ad estinguere il debito verso la Banca, e togliere il Corso Coattivo.
«Intanto nomina una Commissione di sette membri perché prenda cognizione dello stato generale della circolazione cartacea, dei rapporti a degli istituti di emissione col Governo e con le pubbliche amministrazioni, e degli altri fatti che stimerà opportuni allo scopo della cessazione del Corso Forzoso, e riferisca alla Camera entro il 16 aprile prossimo.»
La Commissione Parlamentare di inchiesta, che fu nominata in esecuzione di un tal ordine del giorno, formulò una serie di quesiti, a cui le Banche, le Camere di Commercio ed i cittadini furono invitati a rispondere, per trarne quei lumi che si reputano necessari allo scioglimento della grave questione.
Richiesto anche io, fra tanti, del mìo avviso, ho creduto dovere di cittadino esporlo, come meglio le mie forze il concedevano.
La materia vastissima avrebbe richiesto opera di maggior lena; ma la brevità del tempo, e la forma stessa dello scritto per domande e risposte hanno ristretto necessariamente in angusti limiti il mio ragionamento. Confido nell'intelligenza del lettore per supplire al mio difetto, e dare egli stesso quel maggior sviluppo, che io non potetti, al mio dire.
Sovrattutto mi sono studiato in questo lavoro di rimettere la quistione nel suo vero punto di vista, l'interesse pubblico, sceverandola da ogni spirito di parte. Ho cercato altresì di renderla piana e facile, affinché tutti potessero intenderla e formarsi quel criterio, che valga in complesso a portare alla soluzione di sì gravo problema il peso irresistibile della pubblica opinione.
a) A quanto credete ascendesse la circolazione metallica normale prima del 1866? b) Quale fu dalla fondazione del Regno il movimento dei metalli fra l'Italia e l'estero? c) Vi fu perturbazione, e quale, nei mesi anteriori al maggio 1866? d) Quale esportazione di metallo avvenne dopo il Corso Forzoso, ed in quale maniera, e per quali titoli?
Risposta. — a) La circolazione metallica in Italia, prima del 1866, si fa generalmente ascendere ad un miliardo e 200 milioni. Non saprei se i dati sui quali sì fatta opinione si poggia sieno fondati sulla maggiore esattezza. — Gli studi statistici fanno grave difetto in Italia e massime in queste nostre province meridionali.
Né d'altronde si potrebbe mai raggiungere, su questo speciale subbietto, un risultamento approssimativamente esatto, ora che la moneta d'oro e di argento di varie Nazioni e d'Italia ha diritto di reciproca circolazione.
Allorché la moneta di uno Stato non circola che in esso, è forse possibile conoscerne con qualche probabilità l'ammontare, tenendo conto delle varie coniazioni di cui si serba memoria nelle pubbliche scritture. Questo riscontro però diventa illusorio quando vi è promiscuità di circolazione. Ritenendo per buona la cifra ipotetica sovra enunciata, potrebbe darsi che non si andasse di troppo errati, ma è sempre una ipotesi.
Alla circolazione metallica poi fa d'uopo aggiungere la circolazione fiduciaria, che in quell'epoca veniva in aumento della prima, senza alcuna differenza tra metallo e carta.
Le varie Banche italiane avevano in giro poco meno che 300 milioni di loro cedole, alle quali facevano fronte poco più di cento milioni di moneta metallica di riserva nelle loro casse. Si può adunque ritenere coll'opinione generale, che la circolazione totale"fra carta e moneta non fosse minore di un miliardo e 400 milioni.
b) Dalla fondazione del Regno fino a tutto il 1865 vi fu costantemente fra l'Italia e l'estero una doppia corrente metallica di somma importanza.
L'Italia ne traeva forse tre miliardi coi suoi ripetuti prestiti, colla vendita delle ferrovie, colla cessione dei Beni demaniali a società che operavano principalmente con capitali non italiani, e finalmente coll'emissione di molte centinaia di milioni di azioni ed obbligazioni delle varie società ferroviarie.
Quelle nazioni a loro volta importavano in Italia i loro prodotti in proporzioni straordinarie, favorite come erano dai trattati di commercio, che proclamando fra noi, forse intempestivamente e certo senza alcuna ragionevole transizione, il libero scambio, aprivano un cambio vasto allo smercio degli altrui prodotti industriali a scapito grave dei nostri.
In altri termini: Francia, Inghilterra, Germania spedivano i loro prodotti industriali in Italia; questa a loro mandava in cambio i suoi prodotti agricoli, le sue azioni ed obbligazioni di ferrovie e di beni demaniali, e le sue cedole di rendita. La parte debitrice doveva necessariamente saldare i suoi conti in specie metalliche.
Che questo cambio fosse a scapito della nostra prosperità nazionale, non v'ha chi noi veda, ma che da esso ne provenisse uno squilibrio monetario a nostro danno, non ho buone ragioni per crederlo.
Quando anche non fosse esagerata e poco esatta la cifra di 500 milioni in meno, rappresentata in un solo anno dalle nostre esportazioni, ed ove essa si fosse ripetuta ugualmente per tutti i cinque anni, pure la esportazione dei nostri titoh di credito e valori industriali di ogni natura era tale da compensarla non solo, ma da lasciarci in fin dei conti creditori.
Non occorre qui dimostrare come le valutazioni delle merci importate ed esportate sieno imperfettissime; basta dare uno sguardo alle tavole che si pubblicano dai vari Stati, per vedere, come la stessa quantità di merci italiane importate in Inghilterra, per esempio, sia nello stesso anno valutata in Italia all'esportazione in un modo, in Inghilterra all'importazione in un altro. Dovrebbe quindi attenuarsi grandemente il conto del nostro sbilancio di esportazione.
D'altra parte si dovrebbe tener presente che nei primi cinque aoni di cui si discorre, se non molto, certo una parte dei valori nostri cartolari rimase in Italia. Queste considerazioni però non muterebbero nello assieme il risultato di questo vasto movimento di merci, valori, e moneta.
Io tengo per fermo essersi, a conti finiti, aumentate, e non di poco, le specie metalliche in Italia fino a tutto il 1803.
Per chi si occupa di affari commerciali e bancarii, la dimostrazione di questa verità si trova bella è fatta nei corsi dei cambi. Il listino della borsa di Napoli segna al 3 gennaio 1806 il cambio su Londra a 24, 75 o quello su Parigi a 98, 50, e l'uno e l'altro con significante ribasso al disotto del pari. Questo vuol dire che la nostra piazza era creditrice di quelle di Francia e d'Inghilterra; né le altre città d'Italia dovevano trovarsi in condizioni diverse, giacché i cambi si equilibrano fra piazza e piazza di uno stato medesimo. Se l'Italia era in quel tempo creditrice delle nazioni colle quali esercita la massima parte de'suoi commerci, è chiaro ch'esse dovevano, o con altre merci, o con moneta metallica saldare il loro conto, e quindi non solo non doveva diminuirsi, ma doveva anzi trovarsi aumentata a quell'epoca la massa della moneta sonante in circolazione nel Regno d'Italia.
c) Nei mesi anteriori al maggio 1866 i timori di guerra fecero scapitare tutti i nostri valori alle borse di Parigi e di Londra, di talché il 5 per. cento italiano che al primo gennaio segnava il prezzo di 62 90, trovavasi ridotto al primo maggio a 44 75.
Molti speculatori esteri si affrettavano a disfarsi dei nostri titoli, e questi venivano a trovare collocamento nelle Borse italiane. Questo solo fatto avrebbe potuto recare una perturbazione alla nostra circolazione metallica. Ciò però non ebbe a verificarsi per due ragioni, e perché trovandoci noi creditori dell'estero, i valori che ritornavano servivano a pagarci, e perché le importazioni di merci in Italia subirono una sensibile diminuzione.
Che ciò sia esaltamento vero non è a dubitare: i cambi che erano ai primi di gennaio a 24 75 e 98 50, lentissimamente salirono, in guisa che al 1° maggio la Borsa di Napoli segnava 24 90 per Londra e 99 40 per Parigi.
Questa è la dimostrazione più chiara e meno discutibile, a mio modo di vedere, che perturbazione non vi fu, nemmeno su piccolissima scala, nella massa metallica circolante in Italia fino al 1 maggio 1866.
d) Dopo l'introduzione del Corso Forzoso apparvero, in queste provincie meridionali specialmente, i seguenti fatti:
In primo luogo, la moneta sonante scomparve dal mercato quasi per virtù magica. Ognuno voleva disfarsi della carta che, nel terror panico generale, si credeva destinata alle più gravi perdite; l'aggio sorpassò il 20 per cento.
Secondariamente, il commercio coll'estero ebbe una specie di sosta; la fiducia degli immittenti stranieri venne meno, sino a rifiutare la consegna delle merci commissionate, se prima non fossero state integralmente saldate.
Finalmente, il credito pubblico essendo caduto alla più bassa stregua, ognuno si affrettò, nel resto di Europa, a disfarsi ad ogni costo dei nostri valori cartolari, e gran quantità ne rivenne tra noi.
Oso credere che gli stessi fenomeni in tutta Italia si ripetessero. Le loro conseguenze sono facili a calcolarsi.
La moneta metallica più era ricercata più ne diveniva caro l'acquisto, ed in proporzione aumentava il valore degli oggetti che si acquistavano fuori regno, i quali, cessato ogni credito, dovevano pagarsi a pronto contante ed in moneta effettiva.
Il contrario si verificava per lo nostre produzioni che vendevansi all'estero in oro od argento, e quindi veniva incoraggiata l'esportazione dal beneficio dell'aggio. Le importazioni diminuendo e le esportazioni aumentando, la massa delle monete metalliche di poco veniva a diminuirsi.
Il terzo fenomeno avrebbe potuto recare una grave perturbazione se avesse durato a lungo. I titoli che ne venivano dalle diverse Borse europee si dovevano pagare anch'essi in moneta sonante, e certamente questa avrebbe su vasta scala emigrato dall'Italia se molte controoperazioni non fossero sopraggiunte nel mese di agosto, le quali, rinata per entusiasmo la fiducia nell'italica fortuna, fecero sì che molti di quelli stessi titoli ritornassero all'estero.
Tutto adunque ben ponderato, dovrebbe ritenersi che anche dopo il maggio 1866 un vero squilibrio monetano non avvenisse.
I prezzi altissimi ai quali vennero facilmente vendute allo straniero le nostre derrate nel 1866 e 1867 contribuirono largamente a questo risultato, che la ragione stessa delle cose per effetto del Corso Fvreoso necessariamente imponeva.
L'oro e l'argento lasciano i paesi in cui vanno a buon mercato per cercare più utile collocamento in quelli ove il loro prezzo è più caro. E ciò non poteva non verificarsi in Italia dove i metalli erano carissimi. Se noi fu in vaste proporzioni, deve attribuirsi unicamente ai nostro discredito finanziario, il quale non deve in alcuna guisa confondersi con uno squilibrio monetario, e dalla necessità di pagare ingenti somme in metallo pei cuponi della nostra rendita a Parigi ed a Londra.
Oggi stesso il corso dei cambi è ancora a nostro vantaggio se si tiene la debita ragione fra carta ed oro. Con 109 lire e centesimi 25 si comprano 100 lire su Parigi; chi volesse comprarle in ero od argento dovrebbe pagarne 111 e più. Lo stesso avviene pel cambio sull'Inghilterra, che è a 27 20.
Se la cambiale vale meno dell'oro e dell'argento è chiaro ehe'i nostri conti si saldano senza che sia necessario di esportare i preziosi metalli.
Colai che dà la sua carta a 109 25 non deve certo rimettere a Parigi i fondi necessari a pagarla, altrimenti incasserebbe 109 25 per sborsare al di là di 112.
In quali limiti credete voi che, in tempi normali, debba restare la circolazione fiduciaria? A quanto ammonterà la circolazione metallica?
Risposta. — La massa totale della carta e del metallo in circolazione in uno Stato deve essere tale che basti a far comodamente circolare e distribuire fra i consumatori la totalità dei prodotti annuali della terra e dell'industria da essi richiesta.
Secondoché uno Stato è più o meno florido, i cittadini sono più o meno agiati, e gli oggetti che essi consumano rappresentando un maggiore 0 minore valere, si richiede una più o meno grande massa di moneta circolaste.
Come conseguenza di tali verità io credo che, in tempi normali, e per tali s'intendono quelli che succedono ad un regolare sviluppo del credito pubblico e privato, la circolazione fiduciaria dovrebbe essere di molto maggiore di quante era prima del maggio 1866.
Se un valore circolante minore di un miliardo e mezzo, fra metallo e carta, è sufficiente in tempo di economiche strettezze, quando la fortuna pubblica e privata volge al basso, è evidente c%e non può più bastare quando si ritorna ad uno stato normale; e siccome la massa circolante di 300 milioni di biglietti di Banca sarebbe troppo poca cosa in Italia se il credito vi avesse il suo giusto sviluppo, così è certo che i valori fiduciari sono suscettibili di un grande incremento.
Tolto di mezzo il Corso Forzoso, che è ima tonte anomalia, non vi sono altri limiti a tracciare alla circolazione fiduciaria all'infuori di quelli che ha definito la legge per le riserve metalliche, e che le necessità dell'aumentata fortuna pubblica e privata impongono per l'aumento della massa di circolazione. Unica cura del Governo sarà quella di vegliare a ciò che la legge sia scrupolosamente eseguita dai diversi Banchi, per mantenere incolume il loro credito e la fiducia del pubblico.
Le proporzioni fra la moneta effettiva e la fiduciaria sono dunque variabilissime e tali che sarebbe impresa dannosa anziché utile il volerle determinare a priori.
Lo sviluppo economico si promuove, ma non si determina con leggi; il credito non si comanda con decreti, si ottiene inspirando confidenza. Un buon Governo segue con occhio vigile l'esplicamento di questi fattori principali della vita dei popoli, ma evita d'immischiarsene e sovratutto di incepparli, sobbarcandoli al letto di Procuste della burocrazia.
Era necessario il Como Forzoso?
Risposta. — La guerra contro l'Austria fin dall'aprile 1866 era divenuta un fatto inevitabile.
L'alleanza stretta a tal uopo colla Prussia dimostrava la immensa gravità degli eventi che si preparavano. L'Italia tutta da un capo all'altro spirava desiderio di lotta, speranza indiscutibile di vittoria.
Le Camere, cedendo al comune entusiasmo, accordavano unanimi al Governo pieni poteri per far fronte alla prossima bufera, di cui si credeva non breve la durata e fiera la intensità.
Reggeva in quel tempo il Ministero delle Finanze il commendatore Scialoja. L'erario era vuoto, il credito nullo, i bisogni gravi e incalzanti, le previsioni sterminate, l'avvenire oltremodo baio ed incerto. A qual partito appigliarsi? Il dotto economista non esitò, e contro le convinzioni da esso medesimo espresse pochi giorni innanzi,
senza por tempo in mezzo, contrasse colla Banca Nazionale un prestito di 250 milioni, accordando ai suoi biglietti non solo la inconvertibilità, ma anche il Corso Coatto in tutto il Regno. Questa era una conseguenza necessaria del prestito, poiché la Banca aumentando di tal somma la circolazione della sua carta, senza che la riserva metallica ingrossasse iu ampie proporzioni, si sarebbe esposta alle più disastrose conseguenze.
Venne stabilito anche a favore della stessa un interesse che, mitissimo in apparenza, era però gravido in realtà della più aspra e smisurata imposta che sulla Nazione doveva ben presto cadere e farsi palese col suo duro flagello.
Uomini competentissimi, nel Parlamento e fuori, hanno gravemente discusso, dopo averne misurate le conseguenze, sulla necessità di quella misura, e andarono in varie sentenze. E non si dee tacere che l'egregio deputato Ferrara pronunziò nella Camera la più eloquente difesa dell'operato del ministro Scialoja, non solo perché era ricorso allo spediente della cartamoneta, ma anche perché a tal uopo aveva accettato il concorso della Banca Nazionale.
Egli è adunque avverato, che le due più splendide intelligenze economiche che vanti l'Italia si concordano in ciò, che una ragione di Stato oltremodo impellente, in momenti in cui ogni futuro era imprevedibile, non ammettesse altra via di salute fuorché quella prescelta dal Commendatore Scialoja.
Riverente innanzi ad uomini che rispetto ed ammiro, oso pur non di meno enunciare sul gravissima subbietto i seri dubbi che sorgono nell'animo mio.
Ammesso lo stato delle cose e degli animi siccome ora li ho descritti, due partiti si presentavano alla mente del finanziere:
Un Prestito Forzoso. — Il Corso Forzoso,
,Chi può oggi disconvenire di ciò, che un Prestito Forzoso di 400 milioni avrebbe aggravato la Nazione infinitamente meno del Corso forzoso da cui si ritrassero solo 250 milioni? E perché allora non si ricorse primamente al Prestito Nazionale, riserbandosi come ultimo rifugio la cartamoneta?
Cogli introiti del Prestito Forzoso, se si fosse decretato in maggio, si sarebbe raggiunta con un supero l'epoca della pace conchiusa, venuta la quale tutte le necessità pressanti erano svanite, e il credito si trovava risorto in gran parte.
Chi avrebbe più pensato al Corso Forzoso nel settembre 1966?
E non era egli il momento propizio per chiederà alla Nazione intera uno sforzo straordinario, quando essa tutta ribolliva di entusiasmo per la guerra che doveva darle la Venezia?
Né si potrebbe sostenere, che il Prestito Forzoso avesse reso in seguito impossibile l'introduzione della carta moneta, ove gli avvenimenti ne avessero imposto la necessità.
Deve piuttosto dirsi che il Corso Forzoso rese oltremodo grave e quasi insopportabile il Prestito Coatto, il quale si richiese a guerra finita.
Non vi era dunque ragione alcuna perché si preponesse il più triste tra gli espedienti al meno triste.
Né vale il dire, che il Prestito Forzoso era lento a realizzarsi, e i 250 milioni della Banca si avevano sotto la mano. È noto infatti, che i 250 milioni furono incassati dal Governo a poco a poco a lunghi tratti, e che il ministro Sella ottenne in 15 giorni il pagamento di una doppia annata di fondiaria, col semplice annunzio che era ciò necessario a mantenere intatto il nostro onore di debitori solvibili.
Qual sacrificio sarebbe sembrato duro a fronte del gran concetto di rivendicare la nostra indipendenza, di vincere l'Austria?
Ma taluno potrà osservare, che ad ogni modo l'una cosa e l'altra ci volesse, Corso e Prestito Forzoso, poiché l'uno e l'altro furono richiesti, e l'abbondanza del denaro è lungi dal trovarsi nell'erario italiano.
Nego recisamente questa presunta necessità. È certo che coi 400 milioni del prestito si sarebbe sopperito a tutti i bisogni della guerra, a tutto il deficit del 1866, ed in parte a quello del 1967; coi 250 milioni della Banca si è coverto il resto del deficit del 1867 e gran parte di quello del 1§6§,
Ora chi potrà mai sostenere che. sia proprio un mezzo da adottarsi per saldare uno sbilancio lontano, quello del Corso Forzoso?
Che in un momento di supremo pericolo, in cui si tratta di essere o non essere per un popolo, si abbracci il mezzo più disperato, si comprende, e può essere anche scusabile chi vi si appiglia, per non sapere resistere a quel turbamento dell'amino che è inevitabile nelle ore decisive della nostra vita, Ma che possa andai si ai medesimi estremi per colmare un deficit, ohe poteva verificarsi due anni dopo, ed al quale poteva, rimediarsi coi mezzi più consentanei ad uno stato normale, ciò non può cadere in mente di chiunque sappia di cose di finanza, e molto meno di uomini egregi come lo Scialoja ed il Ferrara.
Pertanto ritengo, che ci affatichiamo oggi a trovar mezzo per fare cessare il Corso Forzoso, per ciò solo che sì decretò prima del Prestito Coatto, e che se l'inverso avesse avuto luogo, la carta moneta non avrebbe avuto ragione di essere.
L'onorevole Ferrara nel difendere l'operato del Commendatore Scialoja emette un avviso, il quale merita alcune osservazioni.
Egli ritiene, e giustamente, che il Governo abbia a tenersi fuori di ogni ingerenza nelle crisi banca rie, in guisachè, per salvare banche pericolanti, non debba correre il rischio d'infliggere alla Nazione piaghe come quella della moneta fittizia. Soggiunge però che «all'epoca di cui si parla, la fatale coincidenza di una crisi bancaria, e di una estrema penuria del Tesoro modificava profondamente il problema, fino al punto di spezzare la stessa infallibilità di un principio.» Da ciò deduce la conseguenza della impossibilità di evitare il Corso Forzoso, e si appoggia agli esempi del 1797 in Inghilterra, del 1848 in Francia, degli scorsi anni in America.
I due estremi che debbono verificarsi allo stesso tempo, perché si spezzi l'infallibilità del principio, sono adunque, secondo il Ferrara:
Massima penuria del Tesoro;
Crisi bancaria.
Che il Tesoro fosse in cattive condizioni, non vi ha chi lo nieghi, ma perché non si rinsanguava col Prestito Forzoso?
Egli è poco esatto il dire che, fra il disavanzo e la guerra, la fine del 1866 dovesse saldarsi con un miliardo. È certo che col Prestito Forzoso, non tutto realizzato perché decrÉtato fuori tempo, ma che pure dette 350 milioni, coi 250 milioni del prestito della Banca, e coi 100 milioni delle cartelle fondiarie dei beni ecclesiastici, in tutto 700 milioni, si salda quasi il disavanzo fino al 31 dicembre 1868.
Questo è formalmente ed ufficialmente dichiarato dall'esposizione finanziaria dello stesso onorevole Ferrara nei primi mesi del 1867, e da quella ultima del Cambray-Digny.
Dunque i 400 milioni del Prestito Forzoso erano più che sufficienti a salvarci dal Corso Coatto.
Ma si dirà: chi poteva prevedere la pace dopo tre mesi? Questo non era punto necessario, purché si fosse data la preferenza al Prestito Nazionale. Il primo degli estremi poteva dunque evitarsi.
Che dire del secondo? Nella risposta al primo quesito mi sembra di avere quasi a sazietà dimostrato, che non vi era crisi monetaria al 1° maggio 1866; perché vi sarebbe stata una crisi bancaria? Ciò non poteva avvenire che in un solo caso, cioè quando le Banche in generale, e la Nazionale in ispecie, uscendo dai limiti che la legge e la prudenza loro tracciano, si fossero trovate impegnate in tali operazioni a lungo termine, da assorbire la maggior parte delle loro risorse.
Se ciò fosse stato, avrebbero dovuto subire la pena del loro male operato, ed i principii anziché spezzarsi, avrebbero dovuto mantenersi severamente fermi.
Ma ciò non era. La Banca Nazionale, poiché ad essa parmi si accenni di preferenza, non ha mai peccato d'imprudenza. Uomini espertissimi, e di abilità incontestabile, ne tengono le redini, ed era allora, come lo è oggi, parata ad ogni eventualità. La esiguità di questo lavoro mi vieta dimostrare con cifre quello che affermo. Chiunque il voglia, però, non ha che a leggere i rendiconti mensili della Banca Nazionale degli ultimi tre anni, per trarne il pieno convincimento.
Nulla vi era a temere, nulla vi è a temere per le Banche di emissione in Italia. Le scosse che ebbe a risentire il commercio nel 1866, e quelle che risentirà necessariamente allorché si toglierà il Corso Forzoso, non esercitano altro effetto sulle Banche, tranne quello di restringere momentaneamente le loro operazioni di sconti ed anticipi.
Gli esempi della Repubblica francese del 1848, quando le dottrine socialiste sbucciavano da ogni lato, non possono seriamente porsi innanzi. Quelli della Repubblica americana sono anche meno applicabili a noi di quelli del 1848 in Francia; l'organizzazione bancaria, finanziaria, politica e sociale di quella Nazione è talmente agli antipodi della nostra, che non saprei da qual parte rivolgermi per trovarvi un possibile raffronto.
Resta l'Inghilterra del 1797. Rammenterò, che sir William Pitt, allora ministro delle Finanze, non contraeva in quel momento un prestito colla Banca d'Inghilterra, ma invece non si trovava in grado di pagare undici milioni di lire sterline, che da lungo tempo il Governo le doveva. Avveniva una crisi monetaria, tutti correvano alla Banca; come far fronte ai pagamenti se il Governo non adempiva ai suoi? Ecco la necessità di spezzare un principio. Eppure che fece il Ministro? Ottenne pei biglietti della Banca l'inconvertibilità, ma non il Corso Forzoso.
I principali banchieri di Londra e d'Inghilterra si riunirono e dichiararono, che avrebbero ricevuti in pagamento i biglietti della Banca al loro valore nominale. Non fu che qualche hanno dopo che, quasi di straforo, divenne obbligatorio per tutti il corso di quei biglietti, ma si trattava niente meno che di sostenere la più gran guerra e la più lunga, sussidiando tutta l'Europa contro il primo Napoleone.
Se gli estremi mancavano, se gli esempi non erano applicabili, resta per me ferma la convinzione, che il Corso Forzoso poteva riuscire utile alla Banca Nazionale, ma non era punto necessario né per essa, né pel Tesoro, e molto meno pel pubblico.
Era necessario autorizzare la Banca all'emissione dì biglietti di piccolo taglio e fino a qual limite!
Risposta. — Certo che sì. La necessità dei biglietti di piccolo taglio è indiscutibile.
Le leggi vietano in molti paesi l'emissione di carta fiduciaria al di sotto di un certo valore. Lo scopo a cui tendono queste misure legislative è appunto quello d'impedire che la carta prenda uno sviluppo esagerato, sostituendosi alla moneta metallica, nelle transazioni più ovvie della vita.
Ma quando il Governo, col decretare il Corso Forzoso, rende necessaria questa sostituzione, deve provvedere a ciò, che se ne risenta il minor danno possibile.
Era dunque mestieri di permettere non solo, ma di obbligare le Banche ad emettere in larghe proporzioni i biglietti di piccolo taglio, mantenendo però sempre i limiti voluti dalla legge per le riserve metalliche.
In queste Provincie meridionali oggi ancora si fa molto sentire il bisogno di piccoli biglietti.
La Banca, la quale emettesse cedole di una lira, divisibili in quattro, per formarne spezzati da 25 centesimi, renderebbe un vero servigio al pubblico in generale e più specialmente alle classi popolari.
Quesito 5.
Quali effetti produssero i biglietti di piccolo taglio sulla circolazione degli spezzati di argento e del bronzo?
Risposta. — Non potevano e non dovevano produrre alcun effetto. In queste Province il metallo è completamente scomparso dalla circolazione, coma moneta.
L'oro, l'argento, il bronzo si negoziano alla borsa come l'olio ed il grano.
I biglietti di piccolo taglio venivano in circolazione, in seguito alla mancanza degli spezzati di argento e di bronzo; non erano dunque causa, ma effetto della mancata circolazione degli stessi.
Quesito 6.
Era divenuta necessaria da parte delle Banche popolari, e di altri istituti o privati l'emissione di piccoli biglietti? Che effetto Me questa emissione sulla circolazione metallica?
Risposta. — Nelle Province del mezzodì non vi è stata alcuna di queste emissioni.
La Banca del Popolo pose in circolazione qualche biglietto di 50 centesimi, ma in tali minime proporzioni, che non era possibile producessero alcun effetto sensibile.
È chiaro però, a mio avviso, che si doveva, in un modo o nell'altro, sopperire agli spezzati di argento e bronzo che facevano difetto, e quando le Banche principali non ci provvedevano, dovea sapersi grado alle Banche popolari che lo facessero, tutelando il pubblico nei migliori modi in potere loro.
C! e ciò sia un'anomalia non v'ha dubbio, ma la necessità rompe ogni regola, e si doveva ad ogni costo trovar modo a ciò, che la circolazione indispensabile pel piccolo consumatore non venisse all'intutto arrestata.
In Napoli, al caro prezzo del bronzo, contribuisce in parte la mancanza degli spezzati di una lira.
In Toscana, dacché il bronzo è ricomparso, molti di questi biglietti, e massime quelli dei privati, hanno cessato di circolare.
Ciò dimostra ad evidenza quello che ho detto in risposta al quesito precedente, essere i biglietti di piccolo taglio effetto e non causa della scomparsa del bronzo e degli spezzati di argento.
Come avvenne l'esportazione della moneta divisionaria? Qual parte vi libero le strade ferrate? Vi fu esportazione della moneta di bronzo e per quali vie?
Risposta. — Non conosco e non credo che sia avvenuta esportazione di moneta divisionaria.
Mi sembra impossibile che in Francia, o altrove, si comperassero i nostri spezzati di argento; questo fatto non avrebbe alcuna spiegazione. La differenza poi fra l'oro e l'argento, essendo sempre stata minima, almeno in Napoli, non vi era convenienza da parte nostra nello spedire l'argento all'estero per convertirlo in oro.
In quanto al bronzo, non so immaginare come potesse esserne utile l'esportazione. Che siasi tentata una speculazione di questo genere, si è tanto ripetuto, che si può anche credere, ma che abbia prodotto effetti sensibili sul mercato, oso negarlo assolutamente.
La causa principale dell'anniento straordinario dell'aggio sul bronzo nelle provincie meridionali credo sia quella che ora brevemente passerò ad esporre.
Nell'interno delle provincie l'operaio, l'agricoltore, e chiunque lavora per mercede giornaliera, rifiuta senza eccezioni ogni specie di carta. IL primo patto che costoro fanno con chiunque si valga dell'opera loro è di essere pagati in bronzo, e se per poco ne dubitano, chiedono la mercede anticipata.
Conseguenza necessaria di questo fatto, che a me consta personalmente, è che la quantità di bronzo richiesta per questi usi è oggi quadrupla di quella ohe occorreva in tempi normali.
Chi pagava, per esempio, una settimana di lavoro ad un operaio in 9 lire e 60 centesimi, dava 9 lire in argento e 60 centesimi in bronzo; si stentava e molto ad aumentare la parte del bronzo; tutti pretendevano a termini di legge il pagamento in argento, coi soli spezzati in bronzo.
Ora che l'argento non circola, si contenta ognuno del bronzo, ma si vuol tutto in questa moneta, e niente in carta.
Si tenga presente una tale verità, che non è controvertibile, e si spiegheranno tutti i fenomeni osservati tra noi sulla moneta di bronzo, e la sua scomparizione, e la difficoltà di trovarne, e l'aggio altissimo.
È evidente, che se per lo innanzi eran sufficienti ai bisogni di questa parte d'Italia 15 milioni di moneta erosa, ora ce ne vogliono 60 e più. Ve n'è forse tanta quantità in circolazione? Credo che ve ne sia molto meno della metà. Che ne avviene? Che tutti cercano bronzo pei pagamenti delle mercedi giornaliere, e l'offerta essendo minima a fronte della dimanda, che è grandissima, il bronzo cresce di prezzo, e l'aggio diviene insopportabile.
Le misure coercitive per obbligare i cambiavalute a vendere il bronzo ad un prezzo determinato, inferiore a quello che l'offerta tende ad equilibrare colla dimanda, furono grave errore economico e governativo. Le autorità furono obbligate, dopo molto inutile rumore, a tollerare che il bronzo si vendesse, come ogni altra merce, al suo valore ver naie. L'oro, l'argento, il bronzo non sono oggi che merci: essi han perduto la loro, veste di moneta; questa spetta unicamente ai biglietti della Banca.
Quanta rendita pubblica già collocata all'estero, presumete che, dal 1866 in qua, sia ritornata in Italia?
Risposta. — Mi è ignota la quantità di rendita rientrata dopo il 1866 in Italia, e benché io creda che fosse moltissima, pur debbo soggiungere, che i calcoli che si fanno al proposito sono più immaginari che reali. Titoli così facilmente trasferibili, come quelli della rendita, oggi sono in Italia, domani a Parigi o a Londra, un mese dopo ritornano, e tuttociò senza possibilità di controllo.
Nell'ex regno di Napoli, nel 1848, in circostanza analoghe, benché meno gravi, quasi tutta la rendita ch'era in mani estere divenne nazionale, ma si trattava allora di pochi milioni di lire.
Da persone, che avvicinarono i nostri Ministri di finanza dopo la fine del 1866, ho inteso ripetere, che più della metà della rendita italiana, che trovavasi all'estero prima della guerra, fosse tornata fra noi. Questo è possibile, ma obi può dire quanta ne sia emigrata di nuovo?
Il pagamento dei cuponi darebbe un criterio sicuro per conoscere con esattezza la quantità dei nostri titoli di rendita fuori d'Italia; ma anche questo calcolo vien meno, in grazia del Corso Forzoso.
Chi può sapere quanti Italiani spediscono le loro cartelle a Parigi, per esigere i semestri in oro o argento anziché incassarli in d'Italia in carta?
Un beneficio del 10 o più per cento mette in su la cupidigia di molti, e certo non è tutta rendita di francesi quella che si paga dal nostro Governo in Francia. In tale stato di cose, è d'uopo ripeterlo, ogni calcolo 6 più immaginario che probabile.
Quesito 9.
La costituzione e le operazioni delle società anonime quale influenza ebbero da un canto sulla circolazione metallica, e dall'altro sulla fiduciaria anteriormente al maggio 1866?
Risposta — Le società anonime costituite per costruzione di ferrovie, ed altre di molta importanza, conti quella dei canali Cavour, trassero i loro capitali in massima parte dall'estero. Le loro operazioni Contribuirono quindi a fare affluire in Italia quei metalli preziosi, che se che andavano d'altra parte pel disavanzo fra le importazioni e te esportazioni del nostro commercio.
Non saprei come queste società avessero potuto influire sulla circolazione fiduciaria.
Le Banche di emissione, le quali fecero affari con esse, agirono certamente colla massima circospezione, in guisa da non alterare i regolamenti relativi alle proporzioni legali fra la moneta metallica ih cassa e la fiduciaria in circolazione.
Se poi dovessi giudicare da quello che avvenne in questa città, direi, che le Banche non fecero che operazioni di pochissima entità colle società anonime, e certo non tali da produrre il benché menomo effetto sulla circolazione metallica o fiduciaria.
In qual modo e dentro quali limiti esse influirono sulla circolazione durante il Corso Forzoso?
Risposta. — Come non esercitarono alcuna influenza prima del maggio 1866, cosi credo che lo stesso avvenisse anche dopo l'introduzione del Corso Forzoso.
Quesito 11.
Se, dove, ed in quale proporzione, su quali articoli e servigi si è conservata la contrattazione in danaro sonante?
Risposta. — Per le nostre Provincie, si è conservato il pagamento in danaro sonante esclusivamente per le contrattazioni coll'estero. Pochi contratti si sono fatti all'interno, coll'obbligo del pagamento in contanti, non avendone i tribunali riconosciuta la validità. In ogni caso, in queste convenzioni eccezionali si è tenuto sempre conto della differenza per l'aggio fra carta e metallo.
La dogana governativa ha preteso il pagamento dei dazi in moneta sonante, e benché i tribunali rigettassero tal pretensione, so che ancora, da alcuni almeno, si paga in tal guisa.
Questo illegale sistema di riscossione ha reso la tariffa daziaria più grave talvolta fino del 20 per cento.
In questa parte d'Italia poi, come ho detto nella risposta al quesito settimo, la mercede dell'operaio si è dovuta e si deve tuttavia pagare in bronzo. Nella città di Napoli si paga parte in bronzo e parte in carta.
Quesito 12.
'Per quali articoli e servigi, dopo la inconvertibilità dei biglietti, i prezzi si sono risentiti più prontamente e più fortemente; — per quali meno? E per alcuni restarono inalterati?
Risposta. — Per tutte le merci che s'importano e per quelle che si esportano si è risentito immediatamente, ed in tutta l'intensità, l'effetto del Corso Forzoso.
Il negoziante, che paga oro per gli oggetti che riceve e pel dazio corrispondente, e spende il 15 per cento per acquistare quell'oro, deve necessariamente aumentare di altrettanto il valore della sua merce alla vendita.
Lo stesso fenomeno si verifica per le merci che ai esportano.
Il valore che se ne ricava all'estero in oro od argento deve equilibrarsi con quello che se ne trae dalla vendita all'interno in carta. Questo dunque viene ad aumentarsi di tutta la differenza dell'aggio.
Il grano a Marsiglia va quasi a miglior mercato che a Napoli, ma a Marsiglia si paga in oro, a Napoli in carta, e quindi si esporta il grano da Napoli a Marsiglia, in vista del guadagno che si può ottenere sulla differenza del cambio. Ma poiché i prezzi tendono sempre ad equilibrarsi fra piazza e piazza, così il valore del grano in Napoli deve corrispondere a quello di Marsiglia, tenuta ragiono delle spese e del cambio.
Si può dunque asserire che il grano costa oggi fra noi da 4 a 5 lire dippiù per ogni ettolitro di quello che costerebbe se non vi fosse il Corso Forzoso.
Lo stesso deve ripetersi per tutti quegli oggetti che si esportano abitualmente.
Su quelli poi di esclusiva vendita all'interno, il Corso Forzoso esercita la sua influenza in più modeste proporzioni. Per essi il prezzo vai iato della mano di opera e delle materie prime ha solo potuto produrre effetti da potersi più o meno valutare.
Il commercio in tal caso ha spesso dovuto subirne le tristi conseguenze, dappoiché non essendovi la concorrenza dell'esportazione, la legge sola dell'offerta e della domanda ne ha regolato il valore, senza tenere conto delle avvenute alterazioni nel primitivo costo.
Sta sempre in fatto, che tutti gli oggetti, dal più al meno, hanno subito variazione nei prezzi per effetto del Corso Forzoso, massima se appartenevano al commercio internazionale, minima se erano di esclusivo uso interno.
La mercede dell'operaio, come ho più volte ripetuto, sovratutto nelle campagne, fu ed è di tanto più cara, per quanto si paga d'aggio sul bronzo.
Quesito 13.
Quali effetti dall'alterazione dei pressi risentirono l'agricoltura, l'industria e il commercio?
Risposta. — Allorché l'alterazione nei prezzi è il prodotto di cause costanti, che non vanno soggette, a subitanei sbalzi, l'agricoltura, l'industria ed il commercio ne soffrono invero per qualche tempo, ma fluiscono per adagiarvi, e lentamente vanno a riprendere il loro equilibrio, purché le alterazioni non sien tali da attaccarne la vitalità.
Ma se per avventura le oscillazioni nei prezzi divengono straordinarie o continue, per effetto di mosse convulse nel valore dell'aggio, causate o da terrori panici, o da rosee illusioni, o, peggio, da immorali speculazioni, allora le conseguenze ne sono oltremodo disastrose.
Il commercio è costretto dalla libera concorrenza a lavorare d'ordinario colla speranza del più modesto beneficio. L'uno, ed anche il mezzo per cento, costituisce tutto il lucro di molte e molte operazioni.
Qual negoziante di senno vorrà avventurarsi con sì piccola alea di beneficio, quando gli penile sul capo l'alea enorme della differenza del cambio?
Non abbiamo visto forse l'aggio raggiungere il 22 per discendere al 6, quindi risalire al 15, ed ora aggirarsi intorno all'11 per cento?
Né ciò basta: l'aggio, in fin dei conti, si traduce in un forte dazio ad valorem su tutte le merci d'importazione ed esportazione, dazio che, senza produrre alcun beneficio all'erario dello Stato, va direttamente a ferire il consumatore, che paga ogni cosa di tanto più cara. I benefici effetti, che promette col tempo la pratica del libero scambio, scompaiono così di botto, con danno di tutti, senza lucro di alcuno, il che costituisce il peggiore dei mali. Intanto i prezzi rincariscono, il consumo si assottiglia, ed il commercio, timido, perplessa, inceppato, è colto quasi da mortale paralisi.
Questo fenomeno doloroso si sviluppa gigante sotto i nostri occhi, e procede, colla inesorabilità del destino, verso un ignoto che ci spaventa.
Quello che si è detto del commercio può ripetersi in gran parte per l'industria.
Dell'uno e dell'altra è cardine principale la sicurezza, e questa manca, allorché il miglior calcolo può venir meno da un momento all'altro, per uno sbalzo nell'aggio.
Alcuni hanno preteso che le industrie nazionali, anziché soffi ire pel Corso Forzoso, ne abbiali fatto loro pro. E di fatti essi dicono: se l'aggio corrisponde a un dazio ad valorem sugli oggetti che s'immettono dall'estero, questo risostituirebbe a quei dazi protettori, la cui abolizione si grida essere riuscita a rovina delle industrie italiane, le quali non avrebbero perciò che a lodarsene.
Questo ragionamento è più specioso che vero.
Ogni industria è il risultato di tre elementi: materia prima, lavoro, capitali.
Un sistema daziario che gravasse il prodotto estero, similare al nazionale, di una tassa qualunque, proteggerebbe questo evidentemente. Ma se in pari tempo tal sistema imponesse una egual tassa sulla materia prima e sulle mercedi degli operai, e, per giunta, rendesse inaccessibile il credito e per esso i capitali, potrebbe egualmente chiamarsi protettore dell'industria nazionale? La risposta non mi pare dubbia.
Ora che avviene col Corso Forzoso?
Le materie prime, che quasi tutte vengono dall'estero, sono tassate ad valorem come i prodotti manifatturati; la mercede è aumentata dell'ammontare dell'aggio; il credito è completamente scomparso per gli stabilimenti industriali, i quali abbisognano di lunghe dilazioni e ili continue rinnovazioni, a cui le Banche si rifiutano.
Credo per fermo che una simile protezione si respingerebbe da tutta la industria in massa, ove fosse richiesta del suo avviso. Non nego che possa esservi qualche eccezione; il fabbricante, per esempio, che, sendo ricchissimo, lavora co' suoi capitali, e in pari tempo impiega materie prime in massima parte nostrali. Ma quanti vi sono di questi felici mortali?..
Il Corso Forzoso è una imposta enorme che tutti indistintamente pagano; esso oggi può dirsi la causa principale del dissesto economico di ogni singolo cittadino in Italia.
L'onorevole Rossi non esagerava punto quando asseriva questo aggravio raggiungere i 240 milioni l'anno. Se ne valutino seriamente gli effetti sulla privata e pubblica economia, e si vedrà se sia possibile che il commercio e l'industria prosperino in così fatto ambiente. Quando il cittadino non ha che spendere, il negoziante non vende e l'industriale non produce.
L'agricoltura, per un concorso di circostanze eccezionali, non ha avuto finora a dolersi del Corso Forzoso come le sue consorèlle.
Se l'aggio sul bronzo ha premuto la borsa del proprietario, gli alti prezzi delle derrate alimentari ne lo hanno ampiamente compensato negli anni 1866 e 1867.
Certo il consumatore ne ha sofferto, e molto, principalmente in talune classi, ma il produttore con egual certezza ne ha profittato.
Se. l'agricoltura nell'antico regno di Napoli si trova al disotto del suo compito, ciò deve attribuirsi a ben altre cause. La poca sicurezza pubblica, la mancanza quasi assoluta di strade, il credito nullo e pertanto i capitali irreperibili, l'ignoranza delle masse, sono quasi tutte piaghe di vecchia data per noi. È doloroso il confessarlo, ma è pur troppo vero, che il novello ordine di cose ben poco ha fatto per curarle.
Tutti sperano, coi buoni raccolti, la possibilità della vita a miglior mercato; ma se i prezzi dei prodotti del suolo venissero a scendere di troppo, la piccola e media proprietà sarebbero tratte al più miserevole stato.
Colpiti da una grandine fitta di tasse, che tutte insomma su di essi vanno a cadere, la massima parte dei proprietari, ad eccezione dei più ricchi, dovranno vendere la casa ed il podere per soddisfare al fisco.
Mi propongo in un prossimo lavoro dimostrare come i contributi siano per la quasi totalità, con ingiustissima bilancia, pagati dalla proprietà fondiaria, che sull'istesso oggetto viene in cento modi tassata e martirizzata.
Ci si mediti, e seriamente, da chi tiene in mano la somma delle cose. La istoria non crederà possibile, in un popolo intelligente e svegliato come l'Italiano, tanta leggerezza, per non dir peggio, nello studio e nell'assetto del sistema generale dei tributi.
Confortiamoci intanto di ciò, che i bisogni universali d'Europa abbian ritardato di qualche anno il marasma completo della nostra agricoltura, e le abbiano permesso di attraversare senza troppo soffrirne questa prima fase del Corso Forzoso.
Quesito 14.
Quali effetti produsse il Corso Forzoso sulle operazioni di credito?
Risposta. — La variabilità dell'aggio, come pregiudica all'industria ed al commercio,, così è pure di grave nocumento alle operazioni di credito. Queste non sono più possibili che per le Banche, i cui titoli hanno Corso Forzoso.
Per colui che fa valere i suoi capitali l'alea dell'aggio è troppo grave. Egli è costretto a rivolgerli ad altro uso fuorché ad operazioni di credito, specialmente se a lunghe scadenze.
Il banchiere che dà un biglietto di mille lire per averlo restituito fra sei mesi, sa quanto oggi può acquistare con quella cedola, ma non sa se il dì della restituzione potrà trovarsi nelle condizioni medesime. Tutto l'interesse che si ha per lo sconto potrebbe scomparire, come anche parte del capitale, pel solo aumento dell'aggio.
Ridotte queste operazioni alle sole Banche di emissione, se n'è ristretto grandemente il numero e l'entità, ed il commercio e l'industria hanno dovuto operare a pronto pagamento nella quasi totalità degli affari. Questo fenomeno inevitabile avrebbe avuto per solo rimedio una quantità di moneta circolante, assai più grande oggi di quella che vi era prima del maggio 1866. Sventuratamente si verifica il fatto contrario, e le sofferenze divengono sempre più vive per tutti coloro che si occupano di affari commerciali.
Quale influenza esercita il Corso Forzoso sul commercio d' importazione e di esportazione?
Risposta. — Da quanto finora si è discorso emerge chiaro il concetto che durante il Corso Forzoso il commercio è condotto a diminuire le importazioni ed aumentare le esportazioni; e l'una cosa e l'altra però con manifesto danno del consumatore italiano, il quale paga una tassa enorme, tanto pei generi che entrano, quanto per quelli che escono.
Non occorre ripetere quanto credo aver già dimostrato, pei danni che soffre il commercio a cagione dell'aggio. Solo aggiungo qualche idea per chi volesse osservare questi fenomeni in riguardo al benessere generale della Nazione.
Egli è un fatto innegabile che l'esportazione aumentata per effetto di aumento nella produzione implica ricchezza; ma quando ciò avvenga perché il valore del metallo-moneta ha subito un'alterazione, lo stesso fatto implica povertà.
Uno Stato allora è florido, quando esporta ed importa moltissimo; ciò è segno che esso produce e consuma molto. Quello Stato invece, il quale poco importa e poco consuma, ed aumenta la esportazione solo perché trovasi sotto la pressione di una crisi fittizia di moneta metallica, dà segno della più infelice condizione economica, quella cioè di ridurre la propria esistenza alla stregua più ristretta, nello scopo di far danari. Ogni nazione bene e solidamente organizzata deve tendere a contraria meta, migliorare cioè col benessere l'esistenza di tutti.
Quesito 16.
Quale influenza esercita il Corso Forzoso sul commercio e sull'industria nazionale?
Risposta. — Nelle precedenti osservazioni si trova già fatta la risposta al presente quesito.
Quesito 17.
Quale credete sia stata la causa dell'entità e delle variazioni del deprezzamento della carta?
Risposta. — Allorché si decreta il Corso. Forzoso scompare la moneta metallica, la quale diviene merce come tutte le altre.
La moneta vera è la carta inconvertibile. Un biglietto di mille lire è sempre un biglietto di mille lire, né più né meno. Se con questa moneta volete comperare quella merce che si chiama pezzo di lire 20 o da 10 centesimi, dovete pagarla secondo corre in piazza, come qualsivoglia altra merce. Il valore adunque dell'oro, dell'argento e del bronzo dovrà in tale stato di cose seguire la legge dell'offerta e della domanda.
Quando comparve la legge di maggio 1866, tutti corsero a furia a comprare oro ed argento, la carta pareva bruciasse nelle mani di ognuno; l'aggio salì al 20 ed al 22 per cento. A poco a poco il terrore panico si andò attenuando, e queglino stessi che avevano comperato oro all'impazzata, dovendo fare urgenti pagamenti, trovarono più opportuno renderlo per profittare dell'aggio; l'offerta aumentò, l'aggio diminuì: in settembre 1867 non oltrepassava il 5 o il 6 per cento. La Banca allora, spinta dalle domande incessanti di credito e dalla necessità di aumentare la moneta circolante, che trovavasi ridotta a troppo esigue proporzioni, dove comprare oro per impinguare la sua riserva. In meno di un anno ne ha acquistato circa 100 milioni; Toro tornò ad essere richiesto, l'aggio aumentò. Insomma non vi è stata e non vi è altra causa efficiente della differenza dell'aggio se non che la maggiore o minore richiesta dell'oro, dell'argento e del bronzo.
La carta non è punto depreziata, né può esserlo, trovandosene in circolazione una quantità certo al disotto dei bisogni generali del consumo. Ma i metalli formano oggetto di speculazione come ogni altra mercanzia, ed il loro valore diviene fluttuante a seconda dei bisogni veri o fittizi della speculazione stessa.
Non credo che la moneta di metallo abbia emigrato, e parmi averlo a suo luogo dimostrato. Se ciò fosse, l'aggio sarebbe molto al di là del 10 e del 15 per cento. Le monete metalliche esistono, ma buona parte ne è assorbita dalla speculazione, e il resto è tenuto stoltamente in serbo dai timidi, che per sventura sono il maggiore numero.
Se sorgesse la certezza che il Corso Forzoso avesse a cessare tra sei mesi, affluirebbe tanta moneta metallica sul mercato da far discendere l'aggio a zero, prima che i sei mesi giungessero al loro termine. Non abbiamo forse veduto, pochi giorni or sono, l'aggio ribassato dal 15 al 10 per cento, solo perché un raggio di luce si mostrò sull'orizzonte che pareva accennasse a fiducia e risorgimento di credito?
Quesito 18.
Quale influenza esercita, durante l'inconvertibilità, un aggio di sconto più elevato in Italia che quello delle piazze estere?
Risposta. — la tempi normali rammento lo sconto in queste provincie sempre più alto che in Francia, in Inghilterra, ed in Olanda. Il saggio attuale del 5 per cento credo soddisfi a tutti gli interessi, e penso che non possa influire sinistramente sull'economia dei nostri commerci e delle nostre industrie.
Quale influenza esercita il Corso Forzoso sui risparmi, sull'impiego e movimento dei capitali, sulla loro applicazione all'agricoltura, all'industria ed al commercio, e sul loro interesse?
Risposta. — L'influenza che esercita il lupo tra le pecore. Divora la miglior parte dei risparmi e quindi rende nulli gli impieghi, ed il movimento dei capitali, che non hanno la possibilità di formarsi.
II sistema tributario, che viene enormemente ai aggravarsi coll'aggio, essicca dalle sorgenti ogni rivolo, che avesse la velleità di formarsi e di mostrarsi.
Quesito 20.
Quale è la vostra opinione sull'opportunità e possibilità di far cessare il Corso Forzoso, e quali mezzi suggerireste?
Risposta. — Reputo un bisogno supremo per la Nazione, che si tolga il Corso Forzoso. Valgono a sostenere questa opinione le cose fin qui dette. Non pongo in dubbio l'opportunità di raggiungere questo scopo. Solo credo che bisognerebbe accordare nove mesi di tempo alle Banche prima di ritornare alla convertibilità dei loro biglietti in moneta sonante.
L'ultima parte di questo quesito, che riguarda la possibilità ed i mezzi per far cessare il Corso Forzoso si connette intimamente ai quesiti 23 e 24; ne parlerò adunque allorché ad essi cercherò di rispondere.
Quesito 21.
Quali fatti nell'ordine economico emergerebbero dall'abolizione del Corso Forzoso?
Risposta. — Appena decretata la cessazione a un tempo determinato del corso della cartamoneta, dovranno le Banche di emissione provvedere a ciò,
che il cambio dei loro biglietti in metallo non soffra indugi, perché la fiducia nei medesimi risorga pronta e vigorosa.
Dovranno adunque necessariamente, o aumentare di molto le riserve metalliche (difficile e costoso espediente), o restringere in vaste proporzioni (e questo faranno) le loro operazioni di credito.
E siccome queste sono devolute quasi esclusivamente, per la forza stessa delle cose, alle Banche le quali fruiscono della inconvertibilità dei loro biglietti, così venendo esse a restringerle, quegli industriali e commercianti che ne approfittavano, si troveranno a dovere traversare, a un dato momento, una crisi di credito più o meno intensa, benché non lunga, per l'impossibilità in cui si troveranno di scontare i loro effetti.
Egli è bensì vero, che ritornando la moneta metallica sul mercato, molti potranno riprendere le loro operazioni di sconti e di anticipi, anche prima che suoni l'ora estrema del Corso Forzoso; come pure è a credersi non necessario che le Banche restringano oltremodo lo loro operazioni di credito, il che sarebbe in fondo assai contrario ai loro interessi: ma ciò non di meno non può disconvenirsi che una sensibile restrizione di credito dovrà avvenire, ed una crisi commerciale dovrà emergerne.
È questa una triste verità che porterà seco dolorose conseguenze, ma come evitarla?
Qualunque sistema si adotti, a meno che non riuscisse al Governo di soddisfare in moneta sonante il suo debito alla Banca, si dovrà sempre attraversare il periglioso passo. È ben difficile cosa salvarsi allorché si cade in profondo precipizio, ma, quando vi si riesce, necessità vuole che se ne ritraggano i panni laceri e le mani insanguinate.
Quesito 22.
Sopprimendo il Corso Forzoso, quali tagli di biglietti opinate che dovrebbero rimanere in circolazione?
Risposta. — A poco a poco dovrebbero ritirarsi tutti i biglietti al di sotto di venti lire, lasciando gli altri come prima del maggio 1866.
Quesito 23.
Come credete che lo Stato possa estinguere, o restituire alla Banca il quantitativo dei biglietti da essa avuti?
Quesito 24.
Quali vantaggi od inconvenienti ravvisereste nei principali sistemi che si sono proposti a tal uopo, e quali mezzi suggerireste?
Risposta. — Il Corso Forzoso fu decretato come conseguenza del debito contratto dal Governo colla Banca Nazionale di 250 milioni, che poscia si aumentò a 278.
Tra gli articoli di quel decreto sono notevoli i seguenti:
«Art. 1° La Banca Nazionale (nel Regno d'Italia) ce darà a mutuo al Tesoro dello Stato la somma di 250 milioni di lire, aprendo a tal fine un conto corrente col Tesoro medesimo. Per questo mutuo a il Tesoro corrisponderà alla Banca l'interesse alla ragione dell'uno e mezzo per cento, pagabile a semestri maturati.
«Art. 2° Dal giorno 2 maggio, e sino a nuova di«sposizione, la Banca Nazionale suddetta è sciolta dall'obbligo del pagamento in danaro contante ed a vista dei suoi biglietti.
«Art. 8° La somma del valore dei biglietti in circolazione della Banca Nazionale (nel regno d'Italia) non potrà eccedere quella fissata dai suoi Statuti. Non entrerà nel calcolo della somma suddetta il valore dei biglietti del mutuo al Tesoro a di cui all'articolo del presente decreto, né quella dei biglietti che darà agli altri istituti di credito secondo l'articolo 6 precedente.»
Adunque, a stretto rigor di termini, rimborsando i soli 250 milioni, effettivamente pagati dalla Banca, dovrebbe il Corso Forzoso scomparire. L'articolo 8 del decreto ora citato è esplicito a questo riguardo, e non ammette alcun dubbio d'interpretazione.
Il Ministro delle finanze però dichiarava alle Camere nello scorso mese di marzo, che si dovevano dal Governo alla Banca Nazionale oltre i 500 milioni, e elio tutti si avessero a pagare, se volevasi togliere l'inconvertibilità dei suoi biglietti.
L'opinione dell'onorevole ministro mi sembra contestabile sotto molti rapporti.
Egli pretende che ai 250 milioni, dei quali tassativamente parla il decreto 1° maggio, debbono necessariamente aggiungersi: i 100 milioni delle cartelle dei beni ecclesiastici; tutti i Buoni del Tesoro con la Banca stessa negoziati; le somme sborsate per provincie e municipi pel prestito forzato, e infine i vaglia del Tesoro, che sono pagabili a vista in moneta metallica.
Come sostenere che queste varie operazioni fatte dal Governo, dalle provincie e dal ministro direttamente colla Banca non siano completamente estranee al Corso Forzoso? La legge non ha essa dichiarato che la somma del valore dei biglietti in circolazione non potrà eccedere quella fissata dai suoi Statuti, escluso unicamente da quel calcolo, il valore dei biglietti del mutuo dei 250 milioni?
I Buoni del Tesoro costituiscono un debito sui generis da pagarsi a brevissima scadenza; non se ne scontarono forse mai alla Banca Nazionale prima del Corso Forzoso?
La parte del prestito coatto, accollatasi dalla Banca per provincie e municipi, non si è forse negoziata in pochi giorni, e collocata in varie piazze d'Italia, senza che il Governo se ne immischiasse, mediante pubbliche sottoscrizioni?
Che dire dei vaglia del Tesoro il cui ammontare non consta che di pochi milioni?
Essi «rappresentavano, secondo la dichiarazione del commendatore Rattazzi, una egual somma di specie metalliche già esistenti nelle Casse dello Stato, che si estrassero dalle riserve della Banca, solo per maggior facilità di operazione bancaria ma che dovevano rimborsarsi immediatamente dalle singole direzioni compartimentali del Tesoro.
Come chiamar debito quello che in realtà non è che un passaggio di fondi?
Resterebbero i 100 milioni da anticiparsi sulle cartelle dei beni ecclesiastici, e dei quali, 57 milioni furono effettivamente versati fin oggi all'erario.
Si fa valere per questi una ragione di fatto, che può meritare considerazione, per equità non per diritto.
Senza la inconvertibilità dei biglietti, si dice, la Banca non avrebbe assunto al certo l'obbligo di questa anticipazione.
E sia pure. Lo Stato non dovrà dunque pagare alla Banca Nazionale che 307 milioni, cioè 250 del primitivo imprestito, e 57 delle cartelle fondiarie, e con ciò dovrà questa ritrovarsi nelle condizioni normali, prevedute dal decreto del 1° maggio, per riprendere il cambio eie' suoi biglietti in oro ed argento.
Era necessario precisare con solidi argomenti questa cifra, poiché da essa dipende la minore o maggiore probabilità al ritorno della circolazione della moneta effettiva.
Come procurarsi questi 307 milioni?
Gli onorevoli Deputati, che rappresentano più specialmente V elemento finanziario nel Parlamento, si sono divisi su questo argomento in due campi diversi.
Taluni hanno propugnato l'idea di emettersi carta monetata direttamente dallo Stato. Con essa si sarebbe pagato il debito alla Banca Nazionale, i cui biglietti avrebbero così perduto ogni diritto alla inconvertibilità. Chi, a tal uopo, proponeva che soli 300 milioni venissero posti in giro dal Governo, chi molto di dippiù, chi ritenne bastasse apporre il timbro dello Stato ad una quantità di biglietti di Banca a cui solo si lasciasse diritto al Corso Forzoso.
Coloro che andarono in opposta sentenza credettero invece doversi ricorrere ad un prestito effettivo, che rendesse possibile al Governo di esonerarsi dei suoi obblighi verso la Banca.
Varie modalità presentava ciascuno di questi due sistemi, secondoché ognuno de' proponenti ne concepiva il congegno. Ma la varietà si osserva piuttosto nella forma che nel fondo, il quale rimane sempre lo stesso, o rimborso con emissione di novella carta dello Stato, o rimborso mediante un prestito.
Non esito un istante a pormi dal lato di coloro che vogliono il prestito, e ripudiano ogni novella emissione di carta in sostituzione dell'antica.
La mala pianta vuole essere estirpata con tutte le sue radici, se alcuna ne resta, certamente rigermoglierà e forse più rigogliosa di prima.
Il cambiar nome alla carta circolante non ne muterebbe punto l'essenza, e sovratutto le conseguenze.
Né mi seduce l'opinione di coloro, i quali pensano, che venendo così circoscritta in minor quantità la carta a Corso Forzato, da ciò ne trarrebbe molto vantaggio la cosa pubblica.
Nel governo degli uomini bisogna tener conto di tutto, e principalmente delle debolezze loro.
Provatevi a persuadere in Italia e fuori, che stampati 300 milioni di carta moneta dello Stato, i tipi ne saranno distrutti e non ne circolerà mai una sola lira di più!
Chi cercasse d'inspirare negli altri questa persuasione sarebbe forse il primo a dubitarne internamento, e predicherebbe al deserto, poiché tutti sarebbero increduli ostinati.
Questa sola sfiducia basterebbe a distruggere quel buon effetto, che sì spera dalla diminuita quantità della carta in circolazione.
I finanzieri italiani han dato finora prove negative del loro saper fare; la confidenza ch'essi inspirano, misurata alla stregua del passato, non è tale da poter distruggere questa fatale incredulità.
È un fatto certo, che i direttori della Banca Nazionale hanno saputo mantenere molto bene, colla loro prudenza ed abilità, il credito dei loro valori fiduciari. Dubito grandemente che il Governo sapesse farne altrettanto. In conseguenza, io credo che volendosi restare al regime della cartamoneta, vai meglio quella che tutti conoscono e son usi a ricevere, che ogni altra, che non avesse per sè nò buone tradizioni, nà abitudini contratte nelle transazioni ordinarie della vita.
Or mi sembra che voler restringere, come alcuni pensano, tra Governo e privati soltanto, o tra Governo ed Istituti la circolazione coattiva della carta dello Stato, sia tal cosa, da non potersi in alcun modo attuare.
Emessi questi valori, necessariamente dovranno aver corso obbligatorio anche fra privati e privati, e qui sorgerebbe tale febbre in ognuno di disfarsene, ché l'aggio raggiungerebbe le proporzioni più esagerate.
Aggiungasi a queste un' altra non men grave riflessione. Oggi la sola moneta circolante è la carta; o bene o male con 900 milioni si va innanzi.
Se il Governo emettesse 300 ed anche 400 milioni, sarebbe assolutamente impossibile che la circolazione si restringesse a queste minime proporzioni. Per assoluta necessità ne conseguirebbe il ritorno della moneta metallica nel mercato, non più come mercanzia ma come moneta. Avremo allora due tipi di moneta, circolanti nello stesso tempo, uno di metallo, e l'altro di carta; chi può dire a qual grado di deprezzamento giungerebbe il secondo? Chi oserebbe fissare un limite alla perturbazione economica, quando si potesse obbligare il creditore a ricevere al valore nominale una carta che varrà forse il 30 per cento di meno? Si badi che oggi circola soltanto carta, e la condizione è eguale per tutti, ma quando carta e metallo debbono forzatamente circolare insieme, le cose mutano essenzialmente.
Non è più il metallo che si compera da pochi che ne hanno assoluto bisogno per le loro operazioni all'estero, e si paga secondo costa; ma è la carta che si discredita a fronte dell'altra moneta egualmente in corso, e può ad un dato momento andar tanto giù da valer poco o nulla.
Per ovviare a così fatti inconvenienti occorrerebbe emettere otto o novecento milioni di carta governativa: ma qual pro ne avremmo? Un cambiamento di cedole, una promessa di ammortizzarle un giorno, ed il Corso Forzoso frattanto in permanenza.
L'esempio di tutte le Nazioni che hanno emesso cartamoneta governativa è lì per dirci che, una volta introdotta, Dio sa quando si toglie.
Non si ponga in oblio, che lo Stato ammortizzerebbe le sue cedole col danaro che ritrae dalla vendita dei beni ecclesiastici, ultima risorsa che gli resti; che questa vendita deve eseguirsi lentamente, ed i pagamenti incassarsene a lunghe scadenze; che il Corso Forzoso di tanto dovrebbe prolungarsi per quanto questi incassi si protrarranno; che lo Stato in fine avrà cento ed una tentazioni, che si dichiareranno impellenti necessità, per rivolgere ad altro uso quei fondi, restando il Corso Forzato in triste eredità ai nostri posteri.
Non fa duopo illudersi; questo è il destino che ci è serbato, se fra un anno non è ritornata la circolazione fiduciaria al suo stato normale di convertibilità.
Egli è perciò che con tutta la forza del più fermo ed intimo convincimento propugno l'idea della pronta esonerazione del Governo verso la Banca Nazionale mediante un imprestito.
Tre specie di prestiti si affacciano alla mente di ognuno, che decisamente voglia entrare in questo ordine d'idee.
Un prestito forzoso;
Un prestito all'estero;
Un prestito volontario Nazionale.
Fino dall'anno scorso l'onorevole Ingegnere Frascara proponeva in Parlamento, che si avesse ricorso ad un Prestito Coatto, per togliere di mezzo la cartamoneta. Il deputato Rossi, la cui opinione è assai prevalente nella Camera in cose di finanza, nell'ultima discussione sul Corso Forzato, ha fatto sua la proposta del Frascara.
Il conte Digny, Ministro delle Finanze, mettendo innanzi la necessità di raggiungere il pareggio dei bilanci, per poter poscia efficacemente
occuparsi della abolizione del Corso Forzoso, lascia chiaramente intravedere come egli preferirebbe ad ogni altro una operazione finanziaria sui beni ecclesiastici, in altri termini, un prestito all'estero, con ipoteca su quei beni.
Dirò brevemente le ragioni per le quali preferirei un prestito volontario Nazionale.
I modi arbitrari, ingiusti, vessatorii coi quali furono i cittadini colpiti nel primo prestito forzato ne hanno resa odiosa la memoria. Ognuno sa che si tradusse in una tassa straordinaria di cento milioni.
Pertanto, finché vi è speranza di raggiungere lo scopo desiderato con altri mezzi, credo che debbano risolutamente tentarsi a preferenza. Il pensiero dell'onorevole Ministro delle finanze, poggia su base troppo malsicura; il pareggio vero dei bilanci, col susseguente risorgimento del nostro credito all'estero.
Se non ai mutano radicalmente tutte le idee direttrici irr fatto di amministrazione, finanza, e contabilità nel regno d'Italia, sarà sempre lecito domandare: quando avremo davvero questo pareggio? Per la fine del 1869 saremo tanto fortunati da non avere che 100 milioni di disavanzo? Chi lo crede in Italia, chi in Francia, in Germania, o in Inghilterra?
E se non vi ha chi ci presti fede, come sperare che il credito risorga potente, e rigoglioso?
Tutti in Europa concordano in ciò, che il popolo italiano ed i suoi rappresentanti sieno dotati di pronta intelligenza, e molta abilità politica, ma in pari tempo ci tengono per mediocrissimi nei calcoli positivi. Ognuno dirà che le cifre dei nostri bilanci si pareggiano è vero, ma solo sulla carta, e quindi proseguirà a negoziarsi la nostra rendita al 10 percento.
L'ultima emissione di 4,800,000 lire del nostro 5 per cento, negoziata a Parigi per pagare l'Austria, al 40 o poco più, mentre il corso della rendita in quella Borsa si manteneva fra il 45 ed il 48, non è fatta per rassicurarci. Quali condizioni ci offrirebbero quei banchieri se ci facessimo a chieder loro 300 o 400 milioni?
Perché risorga il Credito italiano, così gravemente infermo, non basta il solo pareggio in ipotesi dei nostri bilanci, fa duopo che fatti luminosi vengano a dimostrare chiusa, e per lunga pezza, l'era dei disavanzi.
L'Europa diffida più del nostro disordine finanziario, che della nostra potenza a pagare.
Per distruggere il severo giudizio che la pubblica opinione sentenziò sui nostri sciupi inconsulti, e sulla inestricabilità dell'arruffata matassa della nostra amministrazione, ci vuole tempo e molto; questo tempo sarebbe appunto quello che produrrebbe la completa rovina della pubblica e privata fortuna, se dovesse in esso perdurare il Corso Coatto.
Pertanto il piano del Ministro, per quanto lusinghiero in apparenza, lascia tutto a desiderare nella sua applicazione, e pel tempo indeterminato in cui potrebbe attuarsi e per quella verità indiscutibile, che debba sempre darsi la preferenza ad un prestito nazionale, quand'anche le condizioni dovessero esserne più onerose.
Ma sarebbe egli possibile nelle attuali condizioni economiche d'Italia un prestito nazionale di 378 milioni?
È forse troppo ardito pensiero il mio; eppure, fiducioso come sono nel buon senso degl'Italiani, credo fermamente che sì.
La quistione e molto semplice.
È vero, oppur no, che tutti in massa paghiamo a fondo perduto almeno 240 milioni all'anno per l'aggio sui metalli?
E vero, oppur no, che, continuando solo altri diciotto mesi di questo passo, pagheremo 360 milioni senza speranza di mai più averli?
Se tutto ciò è matematicamente vero, se ad ogni costo dovremo sborsare questi 360 milioni, non salta agli occhi di ognuno che vale cento volte meglio prestarli per ricavarne ora un buon interesse, ed averli un giorno integralmente restituiti, anziché regalarli, fra gli urli e le maledizioni di chiunque vada a spendere una lira per comprarne pane? E se possiamo pagare queste somme per l'aggio, perché noi potremo per un prestito, purché l'aggio svanisca?
Di ciò solo si tratta, di persuadere cioè ognuno di queste comuni verità. Or bene, io credo che non solo non bisogna durar molta fatica per persuadere, ma che anzi tutti ne siano più che convinti.
Che se alcuno per avventura ne dubitasse, vi sarebbero tutti i mezzi opportuni per raggiungere in poco tempo quel generale convincimento di cui è nel mio animo radicata fin d'ora la certezza.
La stampa di ogni colore non si rifiuterebbe certo a dimostrare in mille modi ai più restii che l'interesse di tutti in massa e di ognuno in particolare imperiosamente vuole che si sostituisca ad un sacrifizio inutile una buona operazione economica.
Il Governo d'altra parte, per mezzo de' suoi s genti, che tanto generosamente ha profuso da pertutto, influirebbe in questo senso sulla gran maggioranza di coloro che ne dipendono.
E i deputati nei loro collegi elettorali, e i consiglieri comunali nei rispettivi Municipi, ei ogni buon cittadino infine, ovunque si trovi, non farebbero essi a tutt'uomo una propaganda, i cui risultamene salverebbero la nazione, la rialzerebbero nell'opinione generale, e renderebbero un eminente servizio ad ogni singolo cittadino?
Se un tantino di entusiasmo si mischiasse in tutto questo, ne sarei lietissimo; ma pur troppo nono oso affidarmici. La coppa del malcontento trabocca un poco dappertutto; fa d'uopo dunque parlare alla tasca del contribuente, e persuaderlo che ha tutto a guadagnare e nulla a perdere.
E se l'operazione, ad onta di tutto ciò, non riuscisse?
Agli uomini di poca fede tutte le porte sono chiuse.
Nel 1796 sir William Pitt doveva contrarre un prestito di circa 500 milioni delle nostre lire. Il consolidato inglese si negoziava a 53, l'opinione pubblica temeva una crisi monetaria, per effetto delle sovvenzioni che l'Inghilterra pagava alla coalizione europea; la sfiducia era tale e tanta che la Banca reale si rifiutò, contro tutti i suoi antecedenti, di torre a sé il carico di quella operazione, e tutti i banchieri di Londra dichiararono esserne impossibile la riuscita, senza sottomettersi alle condizioni più dure.
Il grande Ministro Inglese ebbe quella fede che vorremmo fosse negli Italiani. Proclamò un prestito nazionale, ed il giorno prefisso alla sottoscrizione lo vide in poche ore sorpassato dalle domande, a condizioni molto meno onerose di quelle che la Banca ed i banchieri avevano rifiutato.
Il freddo coraggio è la prima dote dell'uomo di Stato; in momenti supremi ed eccezionali, chi dubita è perduto.
Se il coraggio non facesse difetto, proporrei che il Capo dello Stato facesse appello con suo proclama alla Nazione perché si liberasse colle sue forze dal precipizio in cui si trova, promettendo la cessazione del Corso Forzoso tra nove mesi, mediante un prestito Nazionale volontario.
La modalità e le condizioni di esso, a mio modo di vedere, dovrebbero essere le seguenti:
1 ° La somma totale sarebbe di non più che 378 milioni, cioè 278 pel prestito fatto colla Banca Nazionale il 1° maggio 1866, e 100 milioni per redimere le cartelle dei beni ecclesiastici pignorate alla stessa. E siccome soli 307 milioni ha fin oggi incassato il Tesoro, così altrettanti ne restituirebbe alla Banca ed i rimanenti 71 milioni, sui quali il Governo aveva fatto assegnamento per l'esercizio del 1868, sarebbero direttamente introitati.
2° Il prestito si emetterebbe al 100 coll'interesse annuo dell'otto.
3° La sottoscrizione si aprirebbe lo stesso giorno in tutti i comuni del regno d'Italia, presso quelle autorità, case di Banca o istituti di credito, che il Governo indicherebbe.
4° Le sottoscrizioni si accetterebbero fino alla somma minima di lire cinquanta.
5° I pagamenti si farebbero per un quinto all'atto della sottoscrizione, e gli altri quattro quinti di due mesi in due mesi, ovvero un decimo per ciascun mese.
6° L'ammortizzazione dovrebbe compiersi in 20 anni, col prodotto dei beni ecclesiastici e demaniali, che sarebbe con ispecialità applicato a questo uso.
Sono intimamente convinto, che la Nazione risponderebbe al di là di ogni credere a questo franco e supremo appello.
Siccome però il coraggio e la prudenza non debbono andar disgiunti, proporrei che si trattasse contemporaneamente l'appalto a regìa dei tabacchi e delle dogane con due società diverse.
Si dovrebbe ottenere da ognuna di esse un'anticipazione di 200 milioni, da rimborsarsi annualmente sull'estaglio convenuto, in porzioni eguali per la durata dello appalto, coll'interesse a scalare del 6 per cento.
La plusvalenza dell'introito che darebbero certamente questi due rami di pubblico reddito, covrirebbe l'interesse annuale delle somme anticipate, e forse anche contribuirebbe in buona parte al loro rimborso.
Facendo camminare di fronte l'imprestito volontario, e i due appalti a regìa, mi sembra impossibile che non si raggiunga tal cifra da pagare non solo il debito alla Banca Nazionale, ma da appianare altresì qualche disavanzo che non mancherà di verificarsi, al di là del preveduto, pel 1868.
Quesito 25.
Credete che sin da ora si possa limitare e diminuire la circolazione della carta inconvertibile? Ed in caso affermativo quali tagli di biglietti dovrebbero sopprimersi, quali mantenersi ed in quali proporzioni?
Risposta. — La moneta circolante è oggi rappresentata esclusivamente dalla carta, e la sua quantità è certo insufficiente ad una circolazione normale. Se può ora strettamente sopperire a quanto si richiede pei bisogni della vita e degli affari, ciò avviene perché la ruota si va allentando, ed il marasmo s'impossessa di tutta la macchina economica. Ma questo è un male che non bisogna far più grave, se non si vuole assolutamente annientare ogni forza vitale nella Nazione.
È un errore il credere che l'aggio dipenda in questo momento dall'abbondanza della carta. Ho riputato bene ripetere più volte questo avviso, perché, ammettendosi la sentenza contraria, si andrebbe incontro a danni di gran lunga più gravi.
Quando un'ultima prova se ne volesse, basterebbe esaminare le diverse fasi dell'aggio.
Forseché in settembre 1867 vi era meno carta in giro che in giugno 1866? Certo ve n'era molto di più, eppure l'aggio scese dal 22 al 6 per cento. Ed oggi stesso, che si paga il 10 per cento, vi sono forse meno biglietti di Banca in circolazione che due mesi fa, quando l'oro costava il 15 per cento?
Tutta la moneta metallo è scomparsa; invece di un miliardo e 400 milioni, che si reputa circolassero prima del maggio 1866, abbiamo appena 900 milioni di carta, e si vorrebbe anche questa limitare e ridurre? Ma come si farebbe per le transazioni più ovvie della vita? Questo rimedio sarebbe dunque senza alcun dubbio, peggiore del male.
Ristretto il quantitativo dei biglietti di Banca, una parte della moneta metallica tornerebbe sul mercato, è vero, ma a quali condizioni? Credo avere a lungo dimostrato gl'inconvenienti di questo sistema allorché parlai della sostituzione della carta governativa alla fiduciaria.
Si crede generalmente che gl'istituti di credito sieno spinti dal loro interasse ad aumentare l'emissione della carta, ma non è così nel fatto. Sono i bisogni assoluti, pressanti della circolazione, che a loro volta spingono le Banche a questo necessario aumento.
Esse comprano il metallo a prezzi tali, che poco o nessun utile ne possono trarre, anche col triplicare i valori cartacei. Ma qual via tenere quando quelli che esistono non sono sufficienti? Non vi è da stare in bilico, o languire ed ammiserirsi aumentando anziché diminuendo la moneta fittizia, o togliere il Corso Forzoso con uno sforzo supremo e rimetterci nella buona strada.
Quesito 26.
Qual è l'effetto della emissione e dell'interesse dei Buoni del Tesoro sul corso dei valori pubblici, sullo sconto, ecc.?
Risposta. — Usciamo coll'ultimo quesito dalle discettazioni sul Corso Forzoso, ed entriamo in un novello ordine d'idee.
i Buoni del Tesoro ben maneggiati non producono alcun effetto sul corso dei valori pubblici e sullo sconto.
I Buoni del Tesoro in Francia, i Buoni dello Scacchiere in Inghilterra sono là per provarlo.
Si amministrino bene, si ponga cura nel collocarli, in guisa da non dar campo a negoziazioni usurarie, e si eviterà certo ogni influenza funesta sul corso dei pubblici valori.
È fama che così non avvenga, e che spesso sieno ceduti a banchieri esteri a ragioni tutt'altro che buone, ma questo non è certo un male insito nella natura di questi valori. Se ce ne coglie alcun danno, esso deve unicamente attribuirsi a queste poco provvide contrattazioni.
In quanto allo sconto dei valori di piazza, credo che i Buoni del Tesoro non v'influiscano punto. Diffatti lo sconto del 5 per cento prova dolorosamente, che le cambiali a tre firme hanno più credito che i Buoni dello Stato.
Il tutto adunque si riduce ad una quistione di buona amministrazione, di accortezza, di saper fare in chi dirige il timone degli affari di finanza dello Stato.
Duecento cinquanta milioni di debito galleggiante peserebbero ben poco nella bilancia del credito di un regno grande e bene ordinato, fanno paura però, quando il gran regno non accenni a questo buon ordinamento.
Non so se questo mio lavoro possa meritare un attento esame dagli Onorevoli Componenti la Commissione d'inchiesta. Sarei invero lietissimo se qualche buona idea vi si potesse spigolare, avrei speranza così che, fecondata da ingegni più fertili, potrebbe produrre qualche utile frutto.
Ad oogni modo posso accertare il lettore cho ho posto ogni studio per dire sinceramente il mio pensiero qualunque valore esso abbia, avendo cercato di abbracciar sempre quella sentenza che più di ogni altra si avvicinasse al vero, all'utile, al giusto.
Napoli, aprile 1868.
Risposte ai Quesiti proposti dalla Commissione d'Inchiesta per l'abolizione del 'Corso forzoso.
Estratto dal Giornale l'Avvenire
Quidquid praecipies, etto brevis.
A trattare largamente i quesiti proposti dalla Commissione si richiederebbero de' volumi, perché vi si trovano interessate tutte le bi anche della scienza economica e finanziaria. Ma, se tutti coloro che vennero interrogati dettassero de' libri, chi mai finirebbe di leggere sì vasta biblioteca? E l'Italia intanto avrebbe un bell'attendere l'esito di sì lunghi studi 1 D'altronde essendo le risposte dirette ad uomini solenni in siffatte materie, io mi limiterò cennare le mie proposizioni senza punto svilupparle:
A quanto credete ascendesse la circolazione metallica normale prima del 1866. — Quale fu dalla fondazione del Regno il movimento dei metalli fra l’Italia e l'estero? — Vi fu perturbazione, e quale, nei mesi anteriori al maggio 1866? — Quale esportazione di metallo avvenne dopo il Corso Forzoso, ed in qual maniera e per quali titoli?
Non può pretendersi di conoscere con esattezza e precisione la quantità di moneta che esiste 0 circola in un paese. Il Governo, meglio che ì privati, può raccogliere i dati necessari a dare un giudizio alquanto adeguato. Può riscontrare ì registri delle coniazioni e riconiazioni latte nelle diverse zecche; riscontrare le statistiche doganali Sulle importazioni ed esportazioni de' generi e dei valori, dalle quali argomentare in certo modo il movimento del numerario, è dedurre la seguente circolazione metallica d'Italia nel 1866.
Non pertanto il Governo stesso non potrebbe sperare altro che una cifra approssimativa, poiché ad onta dello sviluppo della statistica, non è possibile ottenere esattamente la conoscenza di tutte le circostanze che alterano più 0 meno sensibilmente la massa metallica di uno Stato.
Secondo i dati presuntivi della scienza, può ritenersi che in Italia vi era nel 1866 un capitale circolante molto superiore ad un miliardo, poiché in generale presso tutti gli Stati di Europa il capitale varia da 40 a 80 lire per individuo, meno per la Francia ed Inghilterra che per ricchezza di numerario hanno una grande superiorità sulle altre nazioni. Quindi, tenuto conto delle condizioni civili d'Italia, potrebbe discretamente fissarsi a circa 50 lire per individuo.
E volendosi anche appoggiare questa cifra con argomentazioni di fatto, si ha da alcuni quadri statistici del passato secolo, cioè del 1780, pubblicati da Galiani e da Anderson, che l'Italia aveva in quel tempo un capitale di 500 milioni di lire.
(Questi quadri ci mostrano per altro che il Regno di Napoli era il più ricco di moneta in tutta l'Italia, superando gli altri Stati italiani di circa il triplo.)
Ora, tenendo conto del grande aumento di numerario avvenuto presso tutte le nazioni dal 1780 in poi; tenuto conto della produzione dell'oro che negli ultimi 20 anni dopo la scoverta delle miniere della California e dell'Australia, ha raggiunto il valore di circa 11 miliardi; tenuto conto infine delle circostanze speciali d'Italia, ove nelle industrie, nei commerci, nelle manifatture, nelle Banche sì è veduta la iniziativa dell'opera e del capitale estero in proporzioni soverchiami, non può esitarsi a ritenere più che raddoppiata in ottanta anni quella massa di numerario che nel 1780 con timidi giudizi si fissava a 500 milioni.
Questo calcolo non è pregiudicato da falsi quadri statistici testé pubblicati in Italia, con cui erroneamente si Stabilisce che la importazione superi la esportazione annua di 400 milioni, e che quindi avvenga in Italia una diminuzione di numerario di 400 milioni annui, per cui in soli quattro anni avrebbe dovuto esaurirsi completamente tutto il numerario d'Italia!
Non mi arresto a combattere siffatto giudizio, perché uscirei dal proposto tema.
Osservo solo che alla statistica non bastano soltanto le cifre materiali e le conoscenze matematiche; vi è d'uopo della facoltà di profonda meditazione, e di completi studi e d'esperienza per poter ravvicinare i rapporti e valutare i prodotti numerici, che, considerati isolatamente, spesso conducono ad assurde illazioni.
Invero dalla fondazione del Regno d'Italia il numerario provò una diminuzione per effetto dei trattati di commercio, i quali, se non produssero quella enorme differenza fra la esportazione ed importazione che gli statistici vorrebbero darci ad intendere, cagionarono però una esportazione di numerario, la quale dopo sette anni divenne sensibile, e cominciò ad alterare quell'equilibrio che è necessario tra paese e paese.
L'esportazione del denaro, quando si esercita per elezione e per calcoli di utilità e di convenienza del paese, non può produrre gravi pericoli, perché allora esso si esporta al pari d'ogni altra merce la cui esportazione riesca vantaggiosa.
Ma, quando la sua esportazione si fa per necessità e per effetto de' trattati internazionali, essa non dipende, come dovrebbe, da una circolazione metallica esuberante, ma dalla forza e dalla violenza che si fa subire al commercio per quelle stesse vie con cui si pretende di assicurarne la libertà.
È vero d'altronde che la forza stessa delle cose ristabilisce l'equilibrio, perché la moneta, divenendo rara nel paese, induce il commercio alla sua importazione.
È la natura stessa che reclama i suoi diritti; il commercio infermo, ma immortale, ritorna necessariamente al suo ristabilimento normale, ma è appunto questo passaggio dalla infermità alla sanità che costituisce la crisi.
Oltre a questa causa di perturbazione, che dirò commerciale ed internazionale, vi era nel 1866 il turbamento dell'equilibrio economico e sociale, derivato da un'infelice amministrazione finanziaria tenuta dal 1860 in poi, la quale, improvvisando erronei sistemi e spendendo esageratamente ed inconsideratamente, aveva ammiserito il paese. Poiché un paese può essere misero quantunque possedesse la stessa quantità di valori di un altro florido e ricco. La miseria di un paese non è la deficienza di valori, ma è lo spostamento irrazionale e violento delle singole ricchezze.
Il Corso Forzoso, lungi dal rimediare agli inconvenienti e dal favorire il pronto sviluppo della crisi, aumentò i danni, poiché la creazione della cartamoneta opera sulla moneta metallica come un aumento di quantità, agisce come un aumento di numerario, il quale, divenendo fittiziamente esuberante, riceve una spinta maggiore alla sua esportazione.
A ciò si aggiunge il depreziamento della rendita pubblica italiana sul mercato francese, lo che fece con profitto de' capitalisti italiani rientrare in Italia molta rendita, e però provocò il pagamento in contanti per la massima parte degli acquisti fatti.
Quindi dopo il Corso Forzoso seguì incessantemente una maggiore esportazione di metallo, che derivò, come abbi«mo veduto, da tre principali cagioni: da' rapporti, e dalle convenienze commerciali, dal Corso Forzoso che accrebbe abusivamente il capitale circolante, dalle condizioni della rendita pubblica italiana.
In quali limiti credete voi che, in tempi normali, debba restare la circolazione fiduciaria? — A quanto ammontava la circolazione metallica?
È inutile, anzi è imprudente il voler circoscrivere i limiti in cui in tempi normali debba rimanere la circolazione fiduciaria.
La guida di una maggiore o minore estensione della circolazione fiduciaria sarà indubbiamente indicata dalla maggiore o minore premura di convertire la carta in moneta. Fintanto che la carta fiduciaria emessa non ritorna indiscretamente al rimborso, si può essere sicuri che nello stato normale essa è al di denaro de'suoi limiti; è questa una regola ed un segno infallibile, il quale poi manca assolutamente nel caso del Corso Forzoso.
Né, una volta assicurato che la emissione della carta fiduciaria sia ne' suoi limiti, potrebbe farsi a fidanza su quella quantità anche per l'avvenire poiché essa è mutabile come è instabile la fiducia, e come è variabile il commercio stesso, i cui bisogni possono in un'epoca reclamare maggior capitale circolante, ed in un'epoca restringersi ben al di sotto dell'ordinario. La prudenza degli amministratori delle Banche ed i preposti del Governo debbono, secondo le opportunità, regolarne la portata.
La stessa circolazione metallica si aggirerà nei termini posti dalla condizione del commercio, avendo per norma approssimativa quella additata dalla scienza, che il numerario circolante di ogni Stato si mantiene intorno al quinto de' suoi prodotti annuali ordinari.
Era necessario il Corso Forzoso?
Questa domanda non può avere che un interesse scientifico astratto. Sia stata necessaria o no la sua decretazione, l'interessante è di conoscere piuttosto se debba o come possa ora disporsene la cessazione.
Non pertanto, per non mancare di ossequio agli onorevoli che han posto il suddetto quesito; dirò brevemente che né il paese, né il commercio, né le Banche si trovavano in uno stato tanto disperato da ricorrere all'estremo e disastroso mezzo del Corso Forzoso.
Soltanto la Banca Nazionale si trovava imbarazzata per la straordinaria affluenza de' rimborsi. Ma questa non era una ragione per imporre il Corso Forzoso all'Italia.
La Banca Nazionale poteva ricorrere ad altri mezzi: poteva richiedere il versamento del complemento delle azioni; potea restringere i suoi affari, ritirare i capitali dati in isconto, potea financo essere intanto autorizzata a sospendere per brevissimo e determinato tempo il rimborso dei biglietti di somma al di sopra di 50 lire; ciò avrebbe prodotto al certo un discredito passeggero alla Banca, ed una perdita momentanea nelle suo azioni, ma ciò era preferibile di gran lunga, anzi non era per nulla paragonabile alla rovina che, per salvare gli interessi di alquanti giorni a pochi azionisti, si volle infliggere all'Italia intera, con conseguenze permanenti e fatali, al commercio, all'industria, alla proprietà ed a tutt'i rami della pubblica e privata azienda.
Il Governo stesso non trovavasi nella necessità di ricorrere ad un mezzo che doveva costare tanto caro ad esso ed alla nazione.
E se pur trovavasi in questa strettezza aveva ben altri espedienti.
Ma qui non mi dilungo.
Si è già detto e imprecato abbastanza contro il Corso Forzoso: ed io ho pur trattato questo argomento nel mio libro Ultime cure d'Italia, e dimostrato come il Governo avesse avuto mezzi più acconci, e come l'ingiustificabile ed odioso espediente del Corso Forzato possa essere perdonato solo nei momenti di crisi generale e pubblica, e nella mancanza di ogni altra risorsa, ma non mai per soccorrere ai bisogni e alle avidità di una Banca, e neppure agli errori ed alle esigenze di un Governo.
Quesito 4 e 5.
Era necessario autorizzare la Banca all'emissione di biglietti di piccolo taglio, e sino a qual limite?
Quali effetti produssero i biglietti di piccolo taglio sulla circolazione degli spezzati d'argento, e del bronzo?
L'effetto ha dimostrato quanto sia stato utile la emissione de' piccoli biglietti. Essi sono sempre premurosamente ricercati, servono alle quotidiane piccole transazioni, suppliscono e rendono meno necessari gli spezzati di argento ed il bronzo, e la loro emissione può estendersi senza pericolo, poiché essi rimangono in circolazione; e la loro ricerca non si arresta che quando cessano di essere utili a' bisogni del commercio.
Il rimprovero che loro s'indirizza di fare scomparire le monete è giusto quando il loro corso è fiduciario, ma non è applicabile durante il Corso Forzoso.
Era divenuta necessaria da parte delle Banche popolari e di altri Istituti privati l'emissione di piccoli biglietti? — Che effetto ebbe questa emissione sulla circolazione metallica?
Per quanto fu utile l'emissione de' piccoli biglietti da parte delle Banche la cui carta ebbe Coi so Forzoso o solo legale, altrettanto è stata imprudente la emissione de' biglietti fiduciari di altre Banche popolari.
Accanto ai biglietti di Corso Forzoso, quei biglietti fiduciari che spesso non hanno data alcuna solida garanzia al Governo, producono lo svilimento delle altre carte; e nel caso di falsificazioni, di frodi o di discredito qualunque di tai biglietti fiduciari, essi trascinerebbero seco anche quelli del Corso Forzoso.
Del resto, volendosi applaudite alle filantropiche vedute degli amministratori delle Banche popolati dovrebbe il Governo circondare l'emissione della sua carta di tutte quelle garanzie ché tutelano i biglietti delle Banche autorizzate al Corso Forzoso e legale.
Nello stato normale e nelle condizioni ordinarie delle finanze dello Stato deve sempre il Governo nel pubblico interesse sindacare e sorvegliare la facoltà che, secondo il diritto Comune potrebbe competere ad ogni cittadino di emettere carta fiduciaria.
Ma, durante il Corso Forzoso, questa suprema vigilanza del Governo deve essere severissima niente esercitata non solo per tutelare e garantite gl'interessi di tutti coloro che accettano quella carta fiduciaria, ma ancora e molto più per impedire gli sconcerti ed 'il discredito generale che potrebbe dall'abuso derivante alla vera cartamoneta.
Come avvenne l'esportazione della moneta divisionaria? Qual parte vi ebbero le strade ferrate? — Vi fu esportazione della moneta di bronzo e per quali vie?
La moneta divisionaria si esporta in proporzioni minori della moneta di titolo legale. Questa proporzione può essere fissata dal rapporto fra la differenza del titolo e quella del cambio; cosicché, riducendosi l'utile del cambio ad un valore uguale alla differenza prodotta dalla inferiorità del titolo, l'esportazione di questa moneta non avrebbe più ragione di essere.
D'altronde il fenomeno della importazione ed esportazione dei metalli si compio naturalmente ad onta di tutte le leggi più restrittive e severe. Il contrabbando vi si può esercitate Con tanta facilità e con tanto utile che tutte le leggi emanate dalla Spagna e dal Portogallo non poterono ritenere il loro oro. Siccome l'importazione dalle Americhe era abbondante il metallo eccedeva il bisogno, il loro prezzò ribassava la proporzione, è quindi i possessori di esso trovavano il loro conto ad esportarlo. Smith cita il gran contrabbando del the dell'Olanda in Inghilterra, unicamente perché era un poco a miglior mercato di quello della compagnia delle Indie, e ciò non pertanto il thè ha, a valore uguale, un volume duemila volte maggiore dell'oro.
Le ferrovie influiscono alla estrazione soltanto come un veicolo più facile; ma, oltre a questo, esse non hanno altro effetto sulla circolazione e sul capitale; ed io sono lontano dall'errore di Wilson, il quale dice che il denaro capitale speso nelle ferrovie è come se fosse gettato nel mare.
Similmente credo, ed ho Sostenuto nei giornali, che non sia possibile in guisa alcuna l'esportazione del bronzo.
Una moneta che ha in Italia un valore nominale e convenzionale superiore di due terzi al valore reale non può essere accettata dallo straniero, il quale, ponendola in circolazione fuori d'Italia, vi perderebbe tutta la differenza fra i due valori.
Ciò potrebbe soltanto avvenire quando nel paese ove s'importa il bronzo vi fosse penuria e deficienza di metalli maggiore o pari che in Italia.
Ma il supporre la moneta di bronzo trasmigrata in Francia, ove vi è grande esuberanza di specie metallica, è un vero assurdo.
Quesito 8.
Quanta Rendita pubblica, già collocata all'estero, presumete che, dal 1806 in qua, sia ritornata in Italia?
Ho motivi di credere che un terzo della rendita già collocata all'estero sia rientrata in Italia. Ciò dipese massimamente dal ribasso dei nostri fondi nella Borsa di Parigi, e dallo stesso Corso Forzoso, il quale, aumentando il prezzo della rendita nella Borsa italiana, fece sì che molti comprarono e ricomprarono la rendita nella Borsa di Parigi, ove per molto tempo si è tenuta ad un livello più basso.
Quesiti 9 e io.
La costituzione e le Operazioni delle società Anonimi quale influenza ebbero da un canto sulla circolazione metallica e dall'altro sulla fiduciaria anteriormente al maggio 1866?
Le società anonime ebbero ben poca influenza sulla circolazione metallica del Regno: esse non avevano né autorizzatoli; né uso di mettere in circolazione alcuna carta fiduciaria.
Le cambiali, le tratte e simili transazioni che esse esercitavano all'interno ed all'estero, non facevano altro ohe accelerare la circolazione, aumentare i contratti ed i cambi, ma non alteravano il capitale circolante metallico, a meno che non voglia parlarsi di quell'influenza che pur risente il capitale circolante da una più attiva vita commerciale.
Del pari, durante il Corso Forzoso, esse non fanno né più né meno di un particolare, cioè si servono della cartamoneta, come prima del denaro. Benvero, i loro affari sono alquanto aumentati, ma da ciò non deve dedursi un argomento di prosperità commerciale; al contrario, è piuttosto una specie di ristagno e di discredito, quel discredito che segue sempre il Corso Forzoso, pede claudo, come la pena segue il delitto. I capitali che, per mancanza di fiducia si ritirano dal commercio, vanno a depositarsi nelle Banche in aspettativa di tempi migliori, e le Banche che vi corrispondono esigui interessi sono così in grado di spingere i loro affari di sconto ed accrescere i loro benefizi.
Le somme stesse poste col mezzo dello sconto nella circolazione e nel commercio non servono ad animare un commercio attivo e dare vita a nuove operazioni, ma piuttosto sono impiegate in operazioni di aggiotaggio, ed a fare fronte a quel passivo che, per mancanza di vero commercio, non ha il corrispondente attivo.
Se, dove, e in quale proporzione, su quali articoli e servigi si e conservata, la contrattazione in denaro sonante.
La contrattazione in denaro sonante non ha luogo nel Regno sopra alcun articolo importante: tutti vorrebbero nei contratti porre la condizione del pagamento in moneta; ma, temendo d'incorrere nella contravvenzione della legge, aumentano il prezzo in una proporzione anche maggiore della differenza del cambio.
Le tratte dall'estero sono pagate quasi tutte in moneta, ma non può dirsi che quel denaro non rimanga per la massima parte nel regno.
Per quali articoli e servigi, dopo l'inconvertibilità dei biglietti, i prezzi si sono risentiti più prontamente e più fortemente; — per quali meno? E per alcuni restarono inalterati?
Dopo il Corso Forzoso il prezzo non è rimasto inalterato per alcuna merce: ciò è una conseguenza inevitabile della carta moneta. Risentirono più 0 meno l'aumento del prezzo quelle merci che più 0 meno contenevano materia venuta dall'estero.
È da notarsi che la cartamoneta aumenta più i prezzi delle cose valutate in carta, che quelle valutate e contrattate in metallo; anzi il metallo aumenta esso stesso di prezzo, come aumentano i prezzi di tutte le merci per effetto della maggiore circolazione di carta, cosicché pagandosi in moneta il prezzo di una merce, pare che il prezzo di essa non sia molto aumentato, ma in realtà esso è aumentato, non solo per l'effetto generale prodotto dalla carta, ma anche per tutta la quantità del cambio.
Quali effetti dall'alterazione dei prezzi risentirono l'agricoltura, l'industria e il commercio?
Applicando le anzidette regole l'agricoltura risentì meno l'alterazione dei prezzi, di quanto la risentirono l'industria ed il commercio.
L'industria ne risentì generalmente per tutte le conseguenze fatali del Corso Forzoso, e specialmente per le materie prime immesse dall'estero.
Il commercio similmente ne risentì per l'estinzione del credito, per la mancata circolazione e pel disordine ed alterazione arrecata alla valuta.
Al principio del Corso Forzoso il commercio pare che acquisti un'insolita attività; ma non è che la febbre foriera della malattia.
Le merci aumentano di prezzo: ciascuno cerca di convertire la sua cartamoneta se non in oro, almeno in mercanzie. Ciò produce un aumento delle contrattazioni, ma non dipende che dal desiderio di sbarazzarsi della carta e dalla poca fiducia su di essa.
Ma questa apparente attività cessa ben tosto. Subentra la diffidenza.
I contratti a termine diminuiscono perciò essi sono soggetti ad un'alea la cui estensione non può prevedersi.
Il depreziamento maggiore o minore della carta, il cambio più alto o più basso nel momento del termine stabilito al contratto, producono tali incertezze sul valore futuro della carta, che il venditore
0 il compratore di una merce non può più fissare il rapporto fra la carta stessa e la merce. Quindi il credito si paralizza, la fiducia sparisce, il lavoro manca, le manifatture sono in ristagno, gli operai in ozio ed il commercio finisce per estinguersi.
Quale influenza esercita il Corso Forzoso sul commercio d'importazione e a"esportazione?
Durante il Corso Forzoso la importazione è più in equilibrio con la esportazione, perché, aumentando i prezzi dei generi importati per effetto del cambio, la importazione si diminuisce, e perché il metallo divenendo più caro nel Regno, meno si dà in cambio di merce estera, e quindi il commercio si riluce a merce contro merce. Ma d'altra parte non è questo un incoraggiamento alla esportazione, poiché, aumentandosi i prezzi di tutte le cose per effetto del minor valore della carta, ciò forma un ostacolo alla richiesta estera.
Tutto al più avviene una compensazione con la differenza del cambio, e quindi rimane la esportazione nei limiti in cui si trovava.
Ma è da osservarsi che durante il Corso Forzoso i contratti a termine sono evitati anche dallo straniero, e quindi tutti i contratti di commercio internazionale, per cui si sogliono fissare pagamenti a scadenze, sono ristretti grandemente, e la importazione, come la esportazione, si riduce a minimi termini, al solo necessario.
Il Corso Forzoso, aumentando il prezzo dei generi esteri per quanto è il valore del cambio, sembra produrre un vantaggio alle industrie nazionali, le quali non sono soggette a questo esito. Ma è questa un'illusione.
Per l'opposto si chiude lo sbocco ai prodotti nazionali, per quanto si minora l'importazione; si circoscrive il loro smercio interno, per quanto sono diminuite tutte le transazioni commerciali, e si aumentano le spese di produzione in rispondenza del minor valore della carta.
Quale credete sia stata la causa dell'entità e delle variazioni del depreziamento della carta?
La cartamoneta per se stessa non può competere con la specie metallica. Essa nel cambio soffre sempre una perdita più o meno grande a seconda delle circostanze.
In Italia le cause del suo depreziamento furono e sono tuttavia moltissime.
Le enuncierò soltanto:
1° Il discredito finanziario del Governo;
2° La ricerca della moneta effettiva occorrente ai pagamenti da farsi all'estero per acquisti di generi e per compra dei titoli della rendita pubblica ribassata a Parigi;
3° La emissione esagerata fatta dalla Banca Nazionale, ed in una misura eccedente ai bisogni attuali del commercio. La Banca ebbe la indelicatezza di consultar meno gli interessi del pubblico che quelli degli azionisti; ed il Governo ebbe il torto e la debolezza di consentirle siffatti benefizi.
Ciò fu pel Governo una conseguenza necessaria della imprudenza con cui solido le sue sorti a quelle di una Banca, la cui fallita importerebbe il suo discredito ed il suo imbarazzo.
La Banca ed i suoi fautori hanno un bel dire che dessa sia in regola, poiché la sua riserva metallica è il terzo della sua emissione. È provato che dessa non ha questo terzo, ma, l'avesse pure, ciò non sarebbe meno un torto ed un errore.
La misura del terzo (stabilita per altro arbitrariamente soltanto su dati prudenziali) importa che la emissione dei biglietti non debba mai sorpassare il triplo della riserva, nel senso che anche quando i bisogni del commercio richiedessero una maggiore emissione di biglietti, oltre il triplo di quella riserva metallica che una Banca possiede, la proporzione non potrebbe essere alterata, né l'emissione aumentata pria di aumentare proporzionatamente la riserva. Ma la misura della emissione non è già la riserva; è il bisogno del commercio.
In altri termini la emissione detta la norma della riserva, non la riserva della emissione.
La regola del terzo diverrebbe un assurdo pericoloso quando si volesse intendere che la misura della emissione dovesse essere la sola riserva. Secondo questa teoria, se la Banca Nazionale giungesse ad accumulare una riserva di due miliardi, ne seguirebbe che essa potrebbe mettere in circolazione sei miliardi di carta. Ma la circolazione la rifiuterebbe per quanto ne sarebbe superiore ai suoi bisogni.
Ciò non produrrebbe grave inconveniente senza il Corso Forzoso, poiché la parte esuberante della emissione, rifiutata dal commercio, si presenta al rimborso ed esce dalla circolazione; ma nel caso di Corso Forzoso come può mai l'esuberanza essere rifiutata, come può ritornare alla Banca che l'ha emessa? Essa resta forzatamente in circolazione e deprezza se stessa e tutto il rimanente della carta.
Quindi a nulla giova che la Banca abbia di riserva il terzo dei biglietti emessi quando l'emissione fosse al di là dei bisogni.
La vera, unica e sola norma e misura dell'emissione sta nel bisogno della circolazione, e la sua garanzia sta nella riserva almeno del terzo.
È dunque la riserva che deve regolarsi sull'emissione, e non già l'emissione che, accrescendo o diminuendo a volontà la riserva, può capricciosamente modificare da se stessa la sua quantità;
4° La convertibilità più o meno facile del biglietto dà allo stesso maggiore o minore fiducia. Nel Corso Forzoso non vi è la convertibilità presente, ma non si perde di vista la convertibilità futura. Ora tale speranza con l'attuale condotta della Banca e nelle attuali condizioni del Governo diviene assai problematica e quindi diminuisce la fiducia della carta moneta;»
5° I grandi prestiti fatti dalla Banca al Governo e gl'impegni presi fra loro, in un momento in cui i popoli sono poco disposti a fidare nella saggezza dell'uno e nella probità dell'altra.
Queste sono le principali cagioni del deprezzamento della carta.
Quale influenza esercita, durante l'inconvertibilità, un saggio di sconto più elevato in Italia che quello delle piazze estere?
L'inconvertibilità non produce gran fatto l'aumento dello sconto. Se da una parte la mancanza di credito tende a far rialzare lo sconto, dall'altra l'abbondanza della carta, l'aumento dei depositi nelle Banche, la grande offerta che da esse si fa per raccogliere i benefizi maggiori lo ribassano e lo pongono al suo livello naturale.
E quando questo livello fosse in Italia superiore a quello delle piazze estere dovrebbe seguirne che i capitali esteri venissero in Italia in cerca di un impiego migliore. Ma questo non avviene, poiché il capitale, oltre all'utile, chiede la sicurezza, e poiché essendo il commercio paralizzato, quei capitali rimarrebbero inapplicati.
Il capitale estero verrebbe nel regno in cerca del maggiore sconto quando questo sconto fosse l'effetto di un prospero e felice commercio, non già quando è l'effetto della diffidenza.
Al contrario i capitali nazionali trasmigrano in traccia di quella sicurezza e di quell'attività commerciale che il Corso Forzoso ha fatto sparire dal suolo italiano.
Quale influenza esercita il Corso Forzoso sui risparmi, sull'impiego e movimento dei capitali, colla loro applicazione all'agricoltura, all'industria e al commercio, e sul loro interesse?
Si è già veduta la malefica influenza del Corso Forzoso su tutta la vita economica e commerciale.
L'insicurezza dell'avvenire e l'ignoto sovente invece di consigliare l'economia ed il risparmio conducono all'oblio ed alla dissipazione.
Qual è la vostra opinione sull'opportunità e possibilità di far cessare il Corso Forzoso, e quali mezzi suggerireste?
Io già manifestai nel mio libro Ultime cure d'Italia le mie idee sulla cessazione del Corso Forzoso. Ma dubitando che esso non abbia avuto l'onore di essere letto da tutti gli onorevoli componenti la Commissione, ne esporrò brevemente le proposte.
La cessazione del Corso Forzoso è ormai un assoluto bisogno sentito e reclamato da tutti.
Sul proposito si è molto declamato, e si è detto tutto ciò che poteva dirsi contro questo infelice provvedimento e contro gli abusi con cui si è reso anche più funesto.
Ma nel disporne la cessazione vi è d'uopo di grande prudenza e di molti riguardi: è risaputo che è meno dannosa la introduzione del Corso Forzoso di quanto sia pericolosa la sua cessazione imprudentemente decretata.
Veniamo dunque al concreto, al modo positivo di togliere il Corso Forzoso e stabiliamo i criteri che debbono servire di base alla legge.
1. Modo di supplire la carta della Banca.
Il migliore, secondo me, è la sostituzione di una carta governativa a quella della Banca. Su di essa continuerebbe ancora l'inconveniente della differenza del cambio, ma io credo che esso scenderebbe ad una ragione minore.
I fautori della Banca Nazionale presentano l'esempio degli assegnati, come uno spettro per dissuaderci da questo espediente. Ma la Francia, in completa rivoluzione ed in guerra con l'Europa intera che si coalizzava per invaderla, non è paragonabile all'Italia, che ha il suo posto riconosciuto fra le nazioni, e che possiede ancora tali risorse finanziarie da poter bene, ove volesse e sapesse, assicurare la sua prosperità e la sua forza. Di più risulterebbero allo Stato altri vantaggi fra cui quelli degl'interessi che si pagano alla Banca, e il profitto non lieve della dispersione e distruzione dei biglietti. Del resto se la Banca rinunciasse agl'interessi potrebbe continuarlesi il privilegio dell'emissione.
Si sono proposti anche altri mezzi.
Quello di contrarre un debito all'estero, fosse pure al 50 per cento e stanziare sul bilancio pei relativi interessi tutto ciò che inutilmente ora lo Stato spende per supplire al cambio dei pagamenti in moneta da farsi all'estero.
Questo progetto che tenderebbe alla immediata cessazione del Corso Formoso, mediante la messa in circolazione di più di 300 milioni di moneta metallica, aggraverebbe sempre il bilancio dello Stato di un forte esito, e la somma di moneta che procaccierebbe non potrebbe in un sol giorno fare fronte a tutta la ingente massa della carta in circolazione.
Il progetto dell'onorevole signor A. Rossi di un prestito forzoso non potrebbe dare alcun risultato: esso rimarrebbe nella nostra storia finanziaria quale una mancala spogliazione. La proprietà ed il commercio sono esausti in modo da non poter corrispondere a tale apporto.
E poi 300 milioni di carta di più al Governo, e 300 milioni di meno ai particolari non potrebbero ristabilire quella circolazione metallica che deve supplire la carta.
Infine il metodo proposto dall'onorevole SeismitDoda sarebbe per me preferibile a tutti gli altri, ove non voglia adottarsi quello della carta governativa: esso ritrae di quella dottrina e di quella esperienza che infirmano tutte le proposte ed i discorsi di questo illuminato finanziere.
Ma siccome il suo sistema prolungherebbe ancora il Corso Forzoso di altri dieci e più anni, perché pagare intanto forti interessi annui alla Banca Nazionale? Non potrebbe meglio innestarsi il suo progetto alla carta governativa, e servirsi dell'asse ecclesiastico come mezzo di estinzione graduale della carta stessa?
2. Il secondo criterio è la limitazione della carta; limitazione da tutti riconosciuta necessaria.
Appena fissato e circoscritto, il limite della circolazione fiduciaria rinascei ebbe, ed il cambio sulla carta proverebbe una sensibile diminuzione.
Io dapprincipio fisserei la cifra a 600 milioni, posto mente che gli altri 132 milioni sono necessari non solo per le esigenze dello Stato, ma anche per sorreggere tutti gli Istituti di credito, i quali con tal mezzo saranno posti in grado di non dover ritirare in breve tempo e con danno del commercio tutte le somme che si trovano aver poste o bene o male in circolazione. È in altri termini un prestito che il Governo fa ad essi della carta governativa; per lo che è giusto che gli utili risultanti dagl'impieghi sieno in buona parte attribuiti al Governo.
3. Il terzo criterio è quello della fissazione del periodo di cessazione del Corso Forzoso.
Checché siasi detto da uomini giustamente reputati competenti, la cessazione del Corso Forzoso non può essere immediata. Non solo ne seguirebbe il fallimento delle Banche, ma un orribile scompiglio commerciale finanziario.
L'oro e l'argento che debbono essere invitati dalla fiducia, dal credito e dalla sicurezza non ricomparirebbero così presto bui mercati, e quanto più urgente ne sarebbe la richiesta, maggiore ne diverrebbe la differenza fra la moneta e la carta qualunque.
Occorre dunque fissare dei termini durante i quali la soppressione del Corso Forzoso debba gradatamente aver luoghi. Credo che questa parte importante non sia stata ben valutata nella discussione della Camera.
È possibile fissare un primo periodo per un parziale ritiro della carta, ma non è ne prudente né possibile stabilire preventivamente il termine della sua totale cessazione, più di quanto fosse dato ad un medico di prevedere esattamente il giorno e l'ora in cui una grave infermità debba risanare. né due, né tre anni, né quattro possono essere giustamente determinati. Forse tal termine è troppo breve, forse è anche lungo. Se prima si sperimentasse la opportunità della cessazione a che protrarla?
E se al contrario nell'epoca fissata alla soppressione della carta la circolazione metallica non fosse per anco ristabilita, qual rimedio vi sarebbe?
Prorogare forse il termine fissato? Ciò significherebbe confessare le strettezze pubbliche, ed accrescere immensamente i danni risultanti dal Corso Forzoso.
Occorre quindi" lasciare allo esame di una Commissione finanziaria lo indagare le epoche più idonee ed opportune in cui la cessazione del Corso Forzoso dovesse essere eseguita in parte, o nella sua totalità.
Intanto la stessa Commissione esaminerebbe i mezzi opportuni come accelerar questo giorno, e richiamar sul mercato la moneta che se ne è allontanata, sia migliorando l'amministrazione finanziaria, sia attuando le invocate economie, sia provvedendo ad una razionale rettifica d'imposte, sia infine, lo che è pur necessario, rivedendo i trattati di commercio internazionali.
Finalmente non sarebbe da rigettare con disprezzo l'idea di conservare ancor per qualche tempo dopo la completa cessazione del Corso Forzoso, il Corso legale alla carta del Governo, o ad altra pei tagli inferiori.
Questo sistema accrediterebbe la carta fiduciaria, ne sosterrebbe la circolazione, e mentre assicurerebbe il rimborso, lo renderebbe meno celere e meno oneroso. La legge potrebbe esser redatta come segue:
Art. 1. È vietato alla Banca Nazionale e agli altri Istituti di credito di emettere altra cari a oltre quella che oggi si trovano di aver messa in circolazione.
Art. 2. Nel termine di sei mesi da oggi cesserà il Corso Forzoso dei biglietti che attualmente lo godono.
Art. 3. Il Governo emetterà intanto 600 milioni di carta che avrà Corso Forzoso dal giorno in cui cesserà il Corso Forzoso dei biglietti delle Banche.
Art. 4. Il Governo restituirà alla Banca Nazionale i 278 milioni di biglietti che ne ha ricevuto.
Art. 5. È istituita una Commissione composta di sei individui, di cui almeno quattro deputati, presieduta dal ministro di finanze: essa sarà nominata dalla Camera dei deputati.
Art. 6. La detta Commissione distribuirà in tutto o in parte gli altri 322 milioni di carta al Governo, alla Banca Nazionale ed agli altri Istituti di credito in proporzione dei loro bisogni per continuare le operazioni in corso, e per quel tempo che la Commissione stimerà conveniente.
Art. 7. Sulle somme accreditate la Banca o gli Istituti di credito corrisponderanno al Governo l'interesse del 3 per cento.
Art. 8. Dopo un anno a contare dal giorno della emissione della carta governativa sarà questa ritirata per una quinta parte.
Art. 9. La Commissione medesima stabilirà in seguito l'epoca in cui dovrà esserne ritirata un'altra porzione, e così successivamente fino alla totale sua estinzione.
Art. 10. Completa la cessazione del Corso Forzoso sarà in facoltà della Commissione conservare tuttavia per qualche tempo il Corso legale alla stessa carta del taglio di 50 lire.
È questo il progetto sul quale si chiama l'esame e l'attenzione della Commissione, ed a cui potrà recare quelle modifiche che la dottrina e l'esperienza dei suoi componenti mostreranno convenienti.
Abbiamo veduto i danni derivati dal Corso Forzoso; dalla sua abolizione ne deriverebbe la cessazione di quei danni, e la ragione di altrettanti benefici effetti su tutto l'ordine economico.
Sopprimendo il Corso Forzoso, quali tagli di biglietti opinate che dovrebbero rimanere in circolazione libera?
Da principio e durante la progressiva diminuzione della carta di corso forzoso, e sino alla sua totale abolizione debbono rimanere indistintamente in circolazione i biglietti tutti che ora vi si trovano.
Sopprmendone alcuni, per esempio quelli di una lira a cinque, potrebbe in qualche momento ed in qualche luogo sperimentarsi un difetto di numerario, e quindi un inciampo nelle transazioni, lo che produrrebbe un contraccolpo su tutto il mercato, e frastornerebbe quel calmo e pacato cammino che deve condurre alla completa abolizione.
È però prudente che la diminuzione abbia luogo proporzionatamente su tutti i tagli dei biglietti.
Dopo l'abolizione poi sarà la piazza, sarà la richiesta quelle che daranno la norma per quali tagli di biglietti convenga conservare la circolazione fiduciaria.
È sempre però prudente di non emettere molti biglietti di piccolo taglio, poiché quando non vi esiste Corso Forzoso essi possono in dati casi o essere inutili, o far diminuire la somma delle specie metalliche.
Come credete che lo Stato possa estinguere o restituire alla Banca il quantitativo di biglietti da essa avuti?
Il restituire alla Banca i 278 milioni in oro, o argento sarebbe un danno pel Governo, ed un nuovo utile per la Banca.
Dovrebbe per l'oggetto il Governo comprare, o procurarsi altrettanta moneta, ed esporsi all'avidità della speculazione con danno all'erario di parecchi milioni per farne un gratuito donativo alla Banca.
Deve dunque restituirle identicamente ciò che ne ha ricevuto. Questo metodo non produrrebbe alcun imbarazzo alla Banca. Dopo la restituzione dei 278 milioni la Banca distruggerà questi, e rimarranno fuori soltanto gli altri biglietti da lei emessi oltre questa cifra, e per essi la Banca godrà della facilitazione dei periodi che saranno concessi al loro ritiro.
Quali vantaggi o inconvenienti ravvisereste nei principali sistemi che si sono proposti a tal uopo?
Vi si è risposto nel quesito n° 20.
Credete che sin d'ora si possa limitare e diminuire la circolazione della carta inconvertibile? Ed in caso affermativo, quali tagli di biglietti dovrebbero sopprimersi, quali mantenersi, ed in quali proporzioni?
Non solo si può fino da ora limitare la circolazione della carta, ma devesi farlo. Ho già detto nella risposta al quesito 20 che bisogna fissare diversi periodi, meno gli ultimi che rimaner debbono alla dipendenza delle circostanze.
Ho detto altresì nel quesito 22 che la soppressione deve aver luogo proporzionatamente su tutti i tagli di biglietti.
Qual è l ' effetto della emissione e dell'interesse dei Buoni del Tesoro sul corso dei valori pubblici, sullo sconto, ecc.?
L'emissione dei buoni del Tesoro è fatale allo Stato ed al suo credito. Esso è un debito galleggiante e crescente annualmente, tanto più pericoloso in quanto che in un evento disfavorevole al Governo possono presentarsi al pagamento, ed il Governo non essendo in grado di estinguerli, né trovando a rinnovarli come d'ordinario sarebbe costretto a ricorrere ad operazioni disastrose
Essi sono delle cambiali che scadono a giorno fisso, e quel debitore che ha emesso fuori molte cambiali con la certezza di non avere in cassa alla scadenza i fondi occorrenti, ma fondandosi sulla speranza di rinnovarle, è riprovevole al segno che la sua bancarotta sarebbe dichiarata dolosa.
SALVATORE COGNETTI GIAMPAOLO
Direttore del Giornale politico napolitano IL CONCILIATORE
L’abolizione del Corso Forzoso della cartamoneta; Risposte ai Quesiti privati proposti dalla Commissione dei Deputati al Parlamento Italiano.
Stabilimento Tipografico di P. Androsio, 1868
(Estratto dal giornale Il Conciliatore.)
Nella tornata del 10 marzo or caduto fu deliberata l'abolizione del Corso Forzoso, ed all'uopo fu costituita una Commissione d'inchiesta composta dei deputati Seismit Doda, Cordova, Rossi, Sella, Messedaglia, Lampertico e Lualdi.
Questa Commissione, a rappresentare l'opinione vera del paese intorno a così grave argomento, ha messo a stampa 26 quesiti, su cui ha privatamente dimandato l'avviso di moltissimi intelligenti nelle scienze economiche e finanziarie.
Sappiamo da buona fonte, che simile avviso si è chiesto ai banchieri, ed ai più ricchi negozianti, così italiani che esteri, domiciliati in Italia, i quali possono dare una luce viva di fatto sulle quistioni, che la detta Commissione andrà a svolgere per procedere ad una proposta pratica per estinguere il Corso Forzoso della cartamoneta.
Questo sistema adottato dalla Commissione dei deputati intorno ad un fatto, che tocca in tutte le sue parti la Nazione, è degno di essere commendato; avvegnaché quei deliberanti potranno, in certo modo, diventare l'eco delle opinioni e dei rimedi dichiarati da una maggioranza indipendente di uomini versati in siffatte materie, ed interessati ad una soluzione equa e pratica.
Noi ci siamo, non è molto, positivamente occupati dell'abolizione del Corso Forzoso, sostenendo la tesi che si debba abolire; e, per quanto è permesso ad un giornale, indicammo le nostre idee, prima che ci fossero pervenuti i quesiti privati proposti dalla Commissione.
Ora che i detti quesiti slargano maggiormente il campo ad una indagine più accurata e più speciale,ci allieta il vedere che prenda maggior consistenza il voto comune della Nazione ad essere liberata da questa letale crittogama del Corso Forzoso.
Già da varie parti d'Italia giungono alla Commissione moltissime risposte, le quali sarebbero piene di utili ammaestramenti e di pratici consigli; sicché pare che la maggioranza di quella Commissione inclini all'abolizione del Corso Forzoso della cartamoneta: lo che assicura il trionfo della pluralità delle Banche contro quel vampiro della Banca unica rappresentato dalla così detta Banca Nazionale.
Sarebbero per la maggioranza i Deputati SeismitDoda, Lualdi, Rossi e Cordova, che è il presidente: alla minoranza appartengono Sella, Messedaglia e Lampertico.
L'importanza di questa discussione, quasi per plebiscito scientifico ed indipendente, meritando la più vasta propagazione, noi mettiamo sotto gli occhi dei nostri concittadini i 26 quesiti in esame.
Egli è vero che molti articoli, disposti in separate inchieste, avrebbero potuto essere compendiati in un solo, perché rispondenti alla stessa categoria; ma nella discussione il rimando sarà facile, e la sintesi aiuterà l'analisi.
Nel diritto, che ci accorda la libertà delle opinioni ed il dovere di un pubblicista, allorquando si possa portare l'omaggio delle proprie opinioni allo immegliamento dei pubblici interessi, noi sottoponiamo all'onorevole Commissione dei Deputati le nostre seguenti osservazioni su ciascun quesito.
702 RISPOSTE AI QUESITI DELLA COMM. D'INCHIESTA, DI SALVATORE COGNETTI GIAMPAOLO
A quanto credete ascendesse la circolazione metallica normale prima del 1866? — Quale fu dalla fondazione del regno il movimento dei metalli fra l'Italia e l'estero? — Vi fu perturbazione, e quale, nei mesi anteriori al maggio 1866? — Quale esportazione di metallo avvenne dopo il Corso Forzoso, ed in quale maniera, e per quali titoli?
Risposta. — Le notizie che si dimandano, quando non si trovano le statistiche officiali, non è possibile ai privati di procurarsele. Vi sono quesiti, cui è del pari impossibile rispondere, eziandio possedendo le statistiche governative, come quella del movimento metallico all'estero.
La sola cosa che può dirsi è, che prima del 1866 la circolazione metallica dell'Italia può calcolarsi dai 420 ai 500 milioni di ducati; perché nel solo regno di Napoli le unità monetarie si valutavano 140 milioni di ducati.
Il Corso Forzoso ha dovuto necessariamente determinare l'esportazione di moneta metallica; perché aumentando il numero delle unità monetarie, ha dovuto necessariamente nei primi momenti far svalutare tutta la moneta, cioè carta e metallo, a ragione che l'offerta della moneta si è trovata momentaneamente maggiore della dimanda.
Ora, siccome all'estero la carta non aveva valore, e la moneta metallica sì, segue da ciò, che una parte della moneta metallica ha dovuto essere esportata per questa sola ragione.
Inoltre, il commercio estero, nei bilanci annuali tra le case, non potendo essere saldato con la carta, ha dovuto essere saldato in moneta. Lo che verificavasi eziandio nei tempi in cui non vi era il Corso Forzoso; ma quando il Corso Forzoso esiste, per la estrema variabilità dell'aggio, i saldi si esigono con maggior rigore. E quella tolleranza, che si ottiene in tempi normali, viene ricusata dalle case estere, lo che accelera l'esportazione della specie metallica.
Di più, i cattivi ricolti ed i consumi di sussistenze per causa della guerra del 1866, e dell'aumento dell'esercito, han dovuto necessariamente diminuire l'esportazione dei prodotti indigeni; mentre le riduzioni sulle tariffe doganali, istantanee e violenti, avendo distrutto le manifatture indigene, come per esempio, quelle dei panni e pannini nelle provincie napoletane — tutti quei generi han dovuto essere domandati all'estero, e ne hanno accresciuta l'importazione.
Quindi maggior quantità di moneta ha dovuto essere spedita all'estero per pagare merci straniere.
Possiamo di ciò citare un esempio — L'esportazione degli stracci che, negli anni anteriori al 1866, è stata di circa sette milioni di chilogrammi, nel 1866 si è elevata ad undici milioni. Ciò vuoi dire che le nostre cartiere hanno lavorato per quattro milioni di stracci di meno degli anni precedenti.
E come non è a supporre che si sia consumata nel 1866 meno carta che negli anni passati, bisogna conchiudere, che l'importazione della carta nel 1866 sia stata maggiore degli anni precedenti.
Aggiungete a tutto ciò la perdita quasi totale del ricolto dei cotoni, lo scarso prodotto della rubbia, le mancate richieste della liquirizia, ed avrete una prova del testé asserito.
Alle quali cause, straordinarie in parte, si può aggiungere il pagamento dui semestre a Parigi, per effetto del quale una quantità determinata di oro e di argento ha dovuto essere comprata ed esportata.
Ma determinare la quantità dell'esportazione metallica è un problema che nessuno può risolvere, a nostro modo di vedere.
In quali limiti credete voi che, in tempi normali, debba restare la circolazione fiduciaria? — A quanto ammonterà la circolazione metallica?
Rispondiamo brevemente. — La circolazione può valutarsi ai due quinti della specie metallica d'ero e d'argento.
Diamo di ciò una prova nel fatto dei Banchi di Napoli, ove sopra una somma di 110 milioni di ducati di specie metallica, ne rimanevano quaranta milioni costantemente nei Banchi.
Per la moneta di bronzo, sopra oltre sessanta milioni, non ne rimanevano al Banco, in media, che circa cinque milioni.
Le condizioni delle altre città d'Italia non potevano essere diverse.
Rispondiamo francamente, che se il Corso Forzoso non doveva avere altro scopo che quello di procurare al Governo 250 milioni di lire, non sarebbe stato punto necessario.
703 RISPOSTE AI QUESITI DELLA COMM. D'INCHIESTA, DI SALVATORE COGNETTI GIAMPAOLO
Per quanto si vogliano ritenere critiche le condizioni finanziarie d'Italia, una somma simile avrebbe potuto sempre procurarsi, ricorrendo in parte alle anticipazioni delle imposte, ed in parte ad operazioni di credito.
Diffatti, quando il Governo ha creduto poter, dimandare ai contribuenti tre semestri del doppio decimo di guerra, cioè quaranta milioni circa di lire per la sola importa fondiaria, non che il trenta per cento sulla tassa di ricchezza mobile, — ed ha creduto, che i contribuenti potessero pagare unica soluzione siffatte somme; e lo ha creduto, quando il Corso Forzoso aveva già disordinate le fortune private: — se ha creduto, che i contribuenti potessero contemporaneamente pagare la tassa sulle vetture del 1867 in tre rate nei primi mesi del 1868... — ha mostrato di credere che i contribuenti potessero nel corso d'un anno stesso pagare le imposte di Due ANNATE.
Laonde era molto più facile dimandare ai contribuenti l'anticipazione di una parte delle tasse, e procurarsi così il tempo per provvedere ad ^operazione di credito, mercé cui ristabilire l'equilibrio nel bilancio dell'annata.
Osserviamo, che tale ragionamento diventa inopportuno ed inesatto ora, che il Governo per mezzo del Corso Forzoso ha procurato a sé stesso delle somme maggiori di quelle menzionate nella relativa legge: — ed anche più inesatto, se ha avuto l'esiziale scopo di sostenere il credito della Banca!
Quesito. 4
Rispondiamo — In Francia, nella fondazione della Banca, era vietata l'emissione dei biglietti al di Botto dei 500 franchi. Successivamente fu autorizzata Bino a 100 franchi.
Al di gotto di questa somma non si ha esempio che sieno state autorizzate emissioni di biglietti, tranne in Germania.
La ragiono di questo limite è duplice. La prima, perché la carta può senza danno, anzi con utile, sostituirsi alla moneta nelle contrattazioni di somme vistose, il cui trasporto sarebbe incomodo, Ma non può servire d'intermedia nei piccoli cambi, perché nel fatto le parti contraenti vi si rifiutano, per il motivo,
ohe sino a quando si tratti d'una grossa massa di metallo, è più facile il trasporto della carta, ma nissuno trova questa necessità per poche lire.
La seconda ragione è, che la dispersione dei piccoli biglietti essendo un fatto, che l'esperienza ha dimostrato costante ed inevitabili, il permettere l'emissione di piccoli biglietti genera una perdita per le fortune private; perdita, che si può calcolare dal 10 al 15 per cento.
Quesito. 5
Quali effetti produssero i biglietti di piccolo taglio sulla circolazione degli spezzati d'argento e di bronzo?
Breve risposta. — L'emissione dei biglietti di piccolo taglio ha potuto dare occasione anche all'esportazione degli spezzati di argento e del bronzo stesso. Lo che non sarebbe avvenuto sS i biglietti fossero stati contenuti a somme maggiori.
Quesito. 6
Era divenuta necessaria da parte delle Banche popolari e di altri Istituti pubblici o privati l'emissione dei piccoli biglietti? Che effetto ebbe questa emissione sulla circolazione metallica?
Risposta. — Quando ogni mezzo di circolazione mancava, le Banche popolari e gli altri istituti di credito han prestato servigio emettendo i piccoli biglietti,
Ma questo servigio momentaneo ha avuto la conseguenza di aumentare l'imbarazzo dell'abolizione del Corso Forzoso; e crediamo che abbia dato occasiono a guadagni illeciti, i quali potrebbero tornare in seguito a danno di quelle stesse Banche popolari qualora il Corso Forzoso fosse abolito.
L'effetto di questi piccoli biglietti sulla circolazione metallica è stato di provocarne semprepiù l'esportazione,
Come avvenne l'esportazione della moneta divisionaria; qual parte vi ebbero le strade ferrate? Vi fu esportazione detta moneta di bronzo e per quali vie?
Rispondiamo, — L'esportazione della moneta divisionaria, oltre le cause generali testé esposte, ha potuto essere cagionata dall'utile, che la speculazione poteva trarre dalla differenza tra l'aggio ed il valore intrinseco della moneta.
704 RISPOSTE AI QUESITI DELLA COMM. D'INCHIESTA, DI SALVATORE COGNETTI GIAMPAOLO
La moneta frazionaria da noi è al titolo di 835/1000 mentre la moneta di cinque lire è ai titolo di 901/1000.
Lo che dimostra, che negli spezzati d'argento vi sono 135/1000 di qualità minore, ossia il tredici e 50 per cento.
Se l'aggio tra la carta e gli spezzati non rimane in questa proporzione, è naturale che la moneta frazionaria si sia esportata, non come moneta, ma come argento: perché tornerà più conto di pagarsi in argento che in moneta.
Le strade ferrate divennero un sifone della moneta contante: sino al 1866, o in quel torno, non si esigeva che in effettivo, e quando la moneta cominciò positivamente a mancare, allora si cominciò a ricevere la carta... del Corso Forzoso.
La storia delle strade ferrate d'Italia ha pagine nefaste, su cui il verdetto del Parlamento è stato pronunziato così altamente, per quanto che non sarà mai possibile mistificare la pubblica opinione.
Gli uomini delle strade ferrate fan parte degli uomini della Banca Naeionale!!!
Il danaro contante raccolto dalle officine delle strade ferrate è servito ad aumentare le speculazioni gigantesche ed i lucri misteriosi della Banca Nazionale.
Si vuoi sapere se vi fu esportazione della moneta di bronzo e per quali vie.
I signori della Commissione hanno dimenticata forse la inchiesta parlamentare dei deputati La Porta e barone Marsico nel 1865? Han dimenticato quella storia bruttissima nella quale fu involta giustamente la fama di un ministro d'Italia, ora defunto, il commendatore Manna? Ebbene, è d'uopo che la ricordassimo nel 1868.
Nel dì 5 giugno 1865, e precisamente col n" 154, noi pubblicammo nel Conciliatore un articolo «Le trentamila cantaia di moneta di rame.»
Noi dichiarammo il seguente fatto officiale, ma che volevasi tenere occulto; cioè che nel 1861 il ministro d'agricoltura e commercio, signor Manna, mise in vendita 30 mila cantaia di nostra antica moneta di rame, non bronzo, allora ritirata.
Il Manna cede, senza lo esperimento delle subaste, tutta quella moneta alla Casa Estivant alla ragione di lire 220 il quintale! la quale Casa diede una cauzione di lire 360 mila.
La detta Casa, che doveva consegnare nuova moneta di bronzo, fabbricandola con un lucro quasi del triplo sul valore della moneta di rame, non adempì ai suoi obblighi.
Il ministro Manna, anzi che rivalersi della perdita delle finanze sulla cauzione, restituì economicamente alla Casa Estivant le lire 360 mila!!!
Vi fa di più ancora: egli stipulò un novello contratto con la Casa Oescher, cui vendé quella quantità di rame per lire 185 il quintale, mentre l'aveva venduta per lire 220.
Le finanze ebbero una perdita di due milioni e 400 mila lire.
Lo scandalo era grave: si fecero ripetute istanze al Parlamento: il senatore Menabrea ne mosse interpellanza nel Senato: da tutte le parti si dimandava la luce su questo fatto.
Ebbene, la discussione fu affogata in Parlamento ed in Senato: i chiesti documenti, presentati alla vigilia della chiusura dell'uno e dell'altro, ebbero un misterioso lavacro di beneplacito governativo!
— Non se ne parlò più!
La moneta di bronzo, parte coniata all'estero e mandata in Italia, è tornata in sì gran quantità all'estero, per quanto che si è dovuto da Parigi frenarne l'importazione — La guerra del 1866 raccolse d'ogni banda la moneta di bronzo per le paghe alla truppa e per i bisogni di quei tempi sui luoghi del conflitto.
La crisi monetaria si è aumentata per la quasi completa disparizione del bronzo dalle Provincie meridionali; e su questa moneta, pare follia, l'aggio è alzato al 25 per cento sul cambio della carta
— Il Governo ha dovuto essere già informato delle scene dispiacevoli tra noi cagionate da questa crisi!
Quanta Rendita Pubblica, già collocata all'estero, presumete che dal 1866 in qua sia ritornata in Italia?
Rispondiamo. Nei primi mesi che seguirono la legge sul Corso Forzoso surse la speculazione di comprare la rendita a Parigi per rivenderla a Napoli. Questa speculazione poggiava sul fatto, cioè che l'aggio sulla carta non era proporzionato al ribasso che la rendita aveva sofferto a Parigi.
Seguiva da ciò che, comprata la rendita a Parigi e venduta a Napoli, o in altre città d'Italia, dedotto Faggio, rimaneva un profitto che era circa del 10 per cento.
705 RISPOSTE AI QUESITI DELLA COMM. D'INCHIESTA, DI SALVATORE COGNETTI GIAMPAOLO
È probabile che, essendo stata questa speculazione troncata violentemente per il ribasso che ebbe la rendita a Parigi, molta parte di Rendita italiana, già comprata a Parigi, sia rimasta nelle mani degli speculatori italiani, i quali non avrebbero potuto venderla che a perdita.
Ma, tranne questo caso, non sembra probabile che dopo il 1866 gl'Italiani abbiano comprato rendita a Parigi. Non abbiamo dati che provino il contrario.
La costituzione e le operazioni dette Società anonime quale influenza ebbero da un canto sulla circolazione metallica e dall'altro sulla fiduciaria, anteriormente al maggio 1866?
Breve ed unica risposta a questi due quesiti.
Le Società anonime, non avendo diritto di emettere carta che avesse potuto fare le veci di moneta, non hanno potuto esercitare alcuna influenza sulla circolazione metallica o fiduciaria.
Se, dove, e in quale proporzione, su quali articoli e servigi si è conservata la contrattazione in denaro sonante?
Risposta. La contrattazione in denaro sonante si è conservata per le dogane, perché la legge ha obbligato di pagare il dazio in moneta effettiva.
Nelle Provincie del regno i contadini sinora si sono rifiutati a vendere le loro derrate contro carta. Il commercio dei carboni ha ugualmente rifiutata la carta. In generale tutti i salari dei lavoratori della terra nelle campagne hanno dovuto essere pagati in bronzo.
Questo spiega in parte l'altissimo aggio sul bronzo, verificatosi nelle città.
Ma questa condizione comincia mutare. I coloni s'inducono ad accettare una parte del prezzo delle derrate in carta e parte in metallo effettivo; servendosi della prima per pagare gli affitti, gli estagli ed i pesi fiscali, e del secondo per pagare gli operai e le sementi.
Per quali articoli e servigi, dopo l'inconvertibilità dei biglietti, i prezzi si sono risentiti più prontamente e più fortemente;— per quali meno? E per alcuni restarono inalterati?
Risposta. — I generi che vengono dall'estero si sono risentiti i primi e più fortemente. — Le stoffe, che a Parigi si vendono, a modo di esempio, tre lire il metro, sul mercato di Napoli sono giunte a sette lire.
La ragione di questo rialzo sta nell'agio e nel pagamento del dazio, che per legge deve farsi in contanti.
I generi commestibili hanno seguito subito questo esempio. I venditori al minuto hanno seguito subito questo esempio. I venditori al minuto hanno calcolato il prezzo in carta, e poi hanno esatto l'aggio.
Non vi è altro modo di spiegare l'incarimento dei generi commestibili, il quale supera i due quinti dei prezzi normali. È un sopruso dei venditori ai quali la carta serve di pretesto e di occasi: ne.
Nessun prodotto è restato nei limiti degli antichi prezzi.
I soli salari non hanno seguito l'incarimento generale, e noi potevano, perché il Corso Forzoso e la miseria generale non hanno ancora avuto il tempo di ridurre la popolazione e quindi il numero delle braccia; mentre d'altra banda ha diminuita la rendita di coloro die dovevano salariare il lavoro.
Laonde l'offerta al lavoro è restata la stessa, se pure non è cresciuta: la dimanda del lavoro è diminuita.
Naturalmente il salario è diminuito anch'esso, e le sofferenze delle basse classi sono giunte al colmo.
Si risponde. — La, paralisi generale fu l'effetto che risentirono l'agricoltura, l'industria ed il commercio dall'alterazione dei prezzi, come nel precedente quesito abbiamo dimostrato.
II più infausto — Esso annullò tutte le operazioni di credito.
Il Governo ne ha avuto la prova e la convinzione quando ha dichiarato che nessuna operazione di credito gli riusciva possibile.
706 RISPOSTE AI QUESITI DELLA COMM. D'INCHIESTA, DI SALVATORE COGNETTI GIAMPAOLO
Che se questa dichiarazione bastasse, non basterebbe interrogare i notai, i quali risponderebbero che i mutui sono scarsissimi, e che la ragione ordinaria del danaro sopra ipoteca è tra il nove ed il dieci per cento: ponendo a carico del debitore la tassa sulla ricchezza mobile, lo che alza l'interesse al 12 per cento!!
Ciò nelle grandi Città: nelle Provincie poi l'interesse nei mutui sulle ipoteche è del 18 per cento.
I prestiti usurari sopra cambiali, che prima non eccedevano il 18 per cento l'anno, oggi oscillano tra il quarantotto ed il sessanta per cento!
Sappia l'onorevole Commissione che a Napoli vi sono scellerati che ci danno esempi del centoventi per cento!.'!
Ecco i tremendi effetti che ha prodotto il Corso Forzoso sulle operazioni di credito; rovina pubblica e privata, e ricchezza degli strozzini e degli usurai.
Quale influenza esercita il Corso Forzoso sul commercio e sulla industria nazionale?
Quale influenza esercita il Corso Forzoso sul commercio d'importazione e d'esportazione?
Rispondiamo a questi due quesiti che il Corso Forzoso deve necessariamente paralizzare tutte quelle operazioni commerciali nel modo stesso che paralizza l'industria.
Nondimeno l'aggio dovrebbe determinare il commercio straniero a farsi pagare piuttosto in generi che in moneta.
Adunque l'esportazione dovrebbe crescere, ma senza utile dei venditori indigeni i quali, essendo pagati in carta, vengono sempre a perdere tutta la differenza tra l'oro e la carta.
Risposta. — Il deprezzamento della carta nasce dalla moltiplicità delle unità monetarie, ossia dalla sproporzione delle unità monetane a fronte dei bisogni della circolazione.
Le fluttuazioni dell'aggio dipendono dai fatti particolari del commercio, cioè dalla convenienza che il commercio esterno trova di mandare nel regno una maggiore o minore quantità di specie metallica.
Nell'opinione comune si attribuisce il deprezzamento della carta alla sfiducia.
Questa specie di timori panici è di breve durata per sua natura.
Quando le unità monetarie sono proporzionate a bisogni della circolazione, la moneta, sia di carta, sia d'argento, conserva il suo valore; quando questo proporzioni eccedono, la moneta può svalutare od incarire.
La differenza tra la moneta di carta e quella di argento consiste in ciò: allorché la moneta d'argento è superflua, il crogiuolo la riconduce nei limiti normali, perché essa acquista più valore come argento, di quello che ne ha come moneta; ma quando la moneta è di carta, la proporzione non può essere ristabilita che... bruciandola.
La quale operazione può fare il solo Governo, e non il commercio privato.
Quale influenza esercita, durante l’inconvertibilità, un saggio di sconfo più elevato in Italia che quetto delle piazee estere?
Quale influenza esercita il Corso Forzoso sui risparmi, sull'impiego e movimento dei capitali, sulla loro applicazione all'agricoltura, all’industria e al commercio, e sul loro interesse?
Questi due quesiti sono perfettamente risoluti nelle nostre precedenti risposte ai quesiti analoghi.
Qual è la vostra opinione sulla opportunità e possibilità di far cessare il Corso Forzoso; — e quali mezzi suggerireste?
La risposta a così grave quesito non è delle più lievi.
Noi diciamo: è sempre utile ed è sempre possibile di far cessare il Corso Forzoso; anzi è meglio farlo cessare oggi che domani.
Il mezzo per far cessare il Corso Forzoso è la liquidazione.
Lo Stato paga con una moneta che perde il 10 per cento; e questo si chiama fallimento.
707 RISPOSTE AI QUESITI DELLA COMM. D'INCHIESTA, DI SALVATORE COGNETTI GIAMPAOLO
Infatti che altro è il fallimento se non l'impossibilità di restituire per intiero il valore di cui un individuo è debitore? La liquidazione è il rimedio tanto per il negoziante quanto per lo Stato; essa divide il passato dall'avvenire, circoscrive il danno e pone un termine alla crisi.
Nell'anno 1800 il Governo napolitano abolì il Corso Forzoso delle polizze di Banco, e che cosa fece?
Decretò che i possessori delle polizze di Banco potevano fino al 31 dicembre darle alla pari in pagamento dei beni nazionali sulla rendita corrente sensa subasta, alla ragione del tre e mezzo per cento; ovvero potevano iscriverle sul Debito pubblico ad una ragione che indicò, e che ora non ricordiamo precisamente.
Dopo il 31 dicembre, disse quel Governo, le polizze non avranno più valore.
La liquidazione fu istantanea, la perdita fu di chi la volle, non di chi convertì in fondi demaniali ed in rendita li carta moneta, il cui Corso Forzoso si aboliva, e quindi la si distruggeva.
Osserviamo qui che siffatta misura era applicata ad una carta governativa; il Governo doveva ritirarla tutta, perché egli l'aveva emessa tutta.
Il caso nostro è più complicato perché il biglietto cui si è dato il corso forzoso di moneta è della Banca Nazionale.
Adunque in circolazione si trovano tanto i biglietti originarii della Banca, guarentiti dalla riserva metallica, quinto quelli di nuova emissione, che non hanno questa garanzia!
Il Governo ha l'obbligo di ritirare i soli biglietti emessi per uso suo; ed intanto si trova d'aver dato corso forzoso di moneta a tutti i biglietti della Banca!
Errore, anzi colpa imperdonabile, di cui la nazione risente le torture, ed il Governo una tremenda responsabilità tra il dovere e la necessità da cui è stretto.
Se il Governo depreziasse i biglietti della Banca costringerebbe la stessa a divenire proprietaria dei terreni demaniali e delle iscrizioni; ossia sopprimerebbe la Banca, e commetterebbe un atto che sarebbe un'ingiustizia.
A nostro modo di vedere, la liquidazione non deve essere generale, ma particolare, cioè sino alla concorrenza di 250 milioni di lire.
Per QUESTA SOMMA il Governo dovrebbe apporre un segno particolare sui biglietti della Banca per distinguerli da quelli che ^istituiscono il capitale proprio della Banca medesima, e così lasciarli in circolazione per poi ritirarli annualmente a misura dei fondi di cui potrebbe disporre.
Questo ritiro potrebbe essere affrettato, prendendo quei biglietti come prezzo di beni nazionali, con premi e con condizioni che li facessero più ricercati sulla piazza.
Ci è stato obbiettato: e dei biglietti emessi dalla Banca Nazionale, di supero dei detti 250 milioni, che cosa si farebbe? non sarebbe un discredito con che il Governo colpirebbe quei biglietti non marcati da lui? e la Banca non correrebbe il rischio del fallimento?
Rispondiamo: Se gli uomini che governano l'Italia vogliono davvero essere serii, onesti ed indipendenti; — se vogliono il bene della nazione, e cessare una volta dal gran misfatto di essere i protettori ed i complici di coloro che hanno inabissato le finanze italiane, essi debbono chiudere gli orecchi ed il cuore ad ogni specie di affetti e di favoritismo.
Salus populi, suprema lex esto!
Quando il Governo ha estinto il suo Debito con la Banca Nazionale, il SUO DOVERE CESSA immediatamente: egli Non PUÒ' saper altro.
La Banca Nazionale, se ha la colpa di avere emessi alla sordina una quantità di biglietti, che hanno avuto corso forzoso all'ombra di una légge che assolutamente li escludeva, se così ha frodato la buona fede del pubblico e del Governo, a quale titolo pretenderebbe che il Governo giungesse all'apice delle grassazioni governative facendo pagare alla nazione una carta che sarebbe un titolo di frode della Banca Nazionale?
Se questa avesse così cercato di lucrare a danno della nazione, provveda come può ai suoi interessi; il suo fallimento sarebbe forse una giusta punizione, e nessun onesto cittadino oserebbe pensare che, per mantenere il credito effimero della Banca Nazionale, cioè per vieppiù impinguare gli scrigni dei suoi componenti, si debba volere la bancarotta dello Stato e la tortura continua spaventevole degli Italiani divenuti tributari della Banca Nazionale!
Si abbia il coraggio di abolirlo: il ritiro del Corso Forzoso produrrebbe, nel primo momento, una specie di disagio, ma, dopo poco, tutto tornerebbe nello stato normale.
708 RISPOSTE AI QUESITI DELLA COMM. D'INCHIESTA, DI SALVATORE COGNETTI GIAMPAOLO
Rispondiamo. — Soppresso il Corso Forzoso, i biglietti dorrebbero limitarsi alla somma di 50 lire.
Per le somme minori potrebbero supplire i riscontri alla madrefede che ogni privato può crearsi sul Banco.
Qui la nostra risposta è breve, ma perentoria; e sfidiamo la Commissione a trovare in fallo le nostre parole, se ella stessa nel proporre questo quesito non ha avuto altro termine per indicare il Valore Dato allo Stato con quei biglietti che quello di QUANTITATIVO!
Smettiamo, da uomini veramente onesti e leali, le reticenze se vogliamo salvare la Nazione.
Lo Stato Nulla Deve Restituire alla Banca.
La Banca Nazionale non ha dato allo Stato che una certa QUANTITÀ di CARTA STAMPATA I
IL valore di questa carta è venuto dalla dichiarazione governativa Che Ne Ha Fatto Moneta.
Adunque lo Stato Deve Distruggere 250 milioni di valori rappresentati dai biglietti.
A questo modo HA PAGATO OGNI SUO DEBITO: debito che NON HA VERSO LA BANCA, MA LO HA VERSO I CITTADINI.
Attribuire un soldo di credito alla Banca a riscontro di questi biglietti, sarebbe quanto farle dono del danaro dei cittadini; dopo che noi abbiamo pagato alla Banca — pel solo servizio di averci prestata quella carta stampata — interessi rilevanti che, in questi anni sono sommati a più milioni!
II modo come distruggere questi biglietti è relativo alle condizioni economiche dello Stato; e può essere fatta tale operazione sia istantaneamente, sia a rate nel giro di più anni.
La Commissione vorrà e potrà allontanarsi da questo criterio che crediamo fondato sulla Verità e sulla Giustizia?
Quali vantaggi od inconvenienti ravvisereste nei principali sistemi che si sono proposti a tal uopo?
L'esame di questo quesito, se pure fosse possibile, anzi che ai privati, potrebbe spettare a coloro che compongono la Commissione, a cui i sistemi diversi hanno dovuto essere esibiti.
Credete che sin d'ora si possa limitare o diminuire la circolazione della carta inconvertibile, ed in caso affermativo quali tagli di biglietti dovrebbero sopprimersi, quali mantenersi ed in quali proporzioni?
Rispondiamo. — La circolazione della cartamoneta non può essere limitata o diminuita sino a che non saranno ritirati interamente tutti i biglietti emessi per uso del Governo dalla Banca.
L'effetto certo di una legge che annunziasse il ritiro graduale e successivo dei biglietti sarebbe la riduzione dell'aggio — il quale sparirebbe probabilmente appena il Governo avesse ritirato la prima rata promessa.
I piccoli biglietti non potrebbero uscire dalla circolazione che nel caso in cui il Governo si determinasse a coniare una certa quantità di bronzo che depositerebbe alla Banca e nei Banchi con Ordine DI Cambiare A Vista i biglietti e le polizze col bronzo.
A questo modo il bronzo sostituirebbe i piccoli biglietti nelle contrattazioni giornaliere e minute, e potrebbe annullarsi la circolazione sempre nociva dei piccoli biglietti.
Quesito 26,
Qual è l’effetto della emissione e dell'interesse dei Buoni del Tesoro sul corso dei valori pubblici, sullo sconto, ecc.?
E l'effetto che produce l'aumento di offerta sul prezzo delle Borse.
Queste nostre brevi e sintetiche risposte ai Quesiti privati proposti dalla Commissione per l'abolizione del Corso Forzoso della cartamoneta sono il risultato di discussioni e di pareri da noi raccolti a nostra volta da distinti e specchiati statisti della nostra Napoli; e perciò abbiamo la coscienza di essere l'eco fedelissima delle opinioni più rispettabili intorno a siffatto argomento, la cui soluzione è universalmente aspettata nell'interesse dell'erario, delle fortune private, delle industrie e del commercio.
La Commissione — vogliamo sperarlo — ne terrà conto.
Sulla proposizione del Ministro dell' Interno ,
Art. 1. Il sig. Mariano Englen, già Intendente della Provincia di Bari, è nominato Governatore della Provincia di Principato Citeriore in luogo del sig. Giovanni Matina, che rimane esonerato.
Art. 2. I Ministri dell' Interno e delle Finanze sono incaricati della esecuzione del presente Decreto.
Napoli 6 ottobre 1860.
Il Ministro dell' Interno II Prodittatore
Raffaele Conforti Giorgio Pallavicino

References: sui generis
 sentenza 
in fine
 sentenza 
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Art. 3

Art. 4

Art. 5

Art. 6

Art. 7

Art. 8

Art. 9

Art. 10

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