Source: http://www.laleggepertutti.it/108434_per-il-passeggero-senza-cintura-di-sicurezza-concorso-di-colpa
Timestamp: 2016-05-28 07:56:01+00:00

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Per il passeggero senza cintura di sicurezza, concorso di colpa
RICHIEDI CONSULENZA SU QUESTO ARGOMENTO	Incidenti stradali: risarcimento ridotto al terzo trasportato che non dimostra di aver indossato le cinture di sicurezza.
Scatta il concorso di colpa nei confronti del passeggero che, trasportato in una macchina, non indossa le cinture di sicurezza al momento dell’incidente: è quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].
Se, alla luce dei danni riportati e dalla dinamica del sinistro, l’assicurazione (o, in caso di contenzioso, il giudice) può desumere che la vittima non indossava le cinture di sicurezza all’atto dello scontro tra veicoli, il risarcimento del danno viene ridotto in misura percentuale (nel caso di specie è stato riconosciuto, al terzo trasportato, privo delle protezioni, il 30% di colpa).
In casi simili, la dinamica del sinistro viene ricostruita a posteriori tramite esperti periti, in grado di definire, sulla base delle lesioni riportate dal passeggero, se questi avesse allacciato o meno le cinture di sicurezza. Si tratta di ricostruzioni, ovviamente, che potrebbero essere disattese da eventuali prove contrarie fornite dall’infortunato. Se, tuttavia, la controprova è di tipo testimoniale essa sarebbe soggette al vaglio del giudice, il quale, secondo il suo “prudente apprezzamento” potrebbe ritenerla poco attendibile. Risultato: difficile scappare alla propria fetta di responsabilità.
La sentenzaCorte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 9 ottobre 2015 – 8 gennaio 2016, n. 126
Il Tribunale di Palermo accolse [a domanda con sentenza 11.1.2008, attribuendo però alla vittima un concorso di colpa per non avere usato la cintura di sicurezza.
1.1. II ricorso è stato notificato a F.S., litisconsorte necessario, a mezzo dei servizio postale. La ricorrente, tuttavia, non risultaavere depositato in atti l’avviso di ricevimento attestante la regolarità e tempestività della notificazione.
2.1. Col primo motivo di ricorso la ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’art. 360, n. 3, c.p.c. (si lamenta, in particolare, la violazione dell’art. 2043 c.c.); sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c. (nel testo anteriore alle modifiche introdotte dall’art. 54 d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito nella legge 7 agosto 2012, n. 134). Si deduce, al riguardo, che la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere provato che lavittima non avesse le cinture, ed in ogni caso nel determinare la percentuale di colpa ad essa ascrivibile in misura pari al 30%.
Questo vizio tuttavia non può dirsi sussistente solo perché il giudice non abbia preso in esame, nella motivazionedella sentenza, alcune fonti di prova: infatti il giudice di merito, al fine di adempiere all’obbligo della motivazione, non è tenuto a valutare singolarmente tutte le risultanze processuali e a confutare tutte le argomentazioni prospettate dalle parti, ma è invece sufficiente che, dopo avere vagliato le une e le altre nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali intende fondare il proprio convincimento, dovendosi ritenere disattesi, per implicito, tutti gli altri rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata. Ove il giudice di merito faccia ciò, la Corte di Cassazione non ha il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione del giudice del merito.
Nel caso di specie, il giudice di merito ha motivatola propria decisione indicando le fonti di prova utilizzate; spiegando le ragioni per le quali non ha creduto al testimone secondo cui la vittima aveva le cinture allacciate (così la sentenza impugnata, pp. 3-4); ed illustrando le contrarie ragioni di logica e di fisica che dovevano invece condurre alla conclusione opposta, sulla base dei tipo di danni patiti dalla vittima e della dinamica del sinistro. Si tratta, dunque, d’una motivazione non inesistente, non illogica e non contraddittoria.
La Corted’appello ha affermato che i postumi permanenti patiti dalla vittima potranno rendere solo più difficoltosa la prestazione lavorativa, senza impedirla in tutto od in parte; che questo costituisce un danno biologico; che la vittima venne comunque assunta dopo il sinistro, e non era dato sapere se sia stata lei a rinunciare volontariamente all’impiego, per cause diverse dai postumi residuati al sinistro.
4.1. Anche col terzo motivo di ricorso la ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’art. 360, n. 3, c.p.c. (si lamenta, in particolare, la violazione degli artt. 1226, 1227, 2056 c.c.); sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c. (nel testo anteriore alle modificheintrodotte dall’art. 54 d.I. 22 giugno 2012, n. 83, convertito nella legge 7 agosto 2012, n. 134).
Tuttavia ha anche soggiunto che “l’avere assunto (. ..) la tabella milanese a parametro in linea generale attestante la conformità della valutazione equitativa del danno in parola alle disposizioni di cui all’art. 1226 c. c. e art. 2056 c.c., comma 1, non comporterà la ricorribilità in cassazione, per violazione di legge, delle sentenze d’appello che abbiano liquidato il danno in base a diverse tabelle per il solo fatto che non sia stata applicata la tabella di Milano e che la liquidazione sarebbe stata di maggioreentità se fosse stata effettuata sulla base dei valori da quella indicati.
Le spese del presentegrado di giudizio vanno a poste a carico della ricorrente, ai sensi dell’art. 385, comma 1, c.p.c., e sono liquidate nel dispositivo.
-) condanna P.A. alla rifusione in favore di Genertel s.p.a. delle spese del presente grado di giudizio, che si liquidano nella somma di euro 1.800, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forlettarie ex art. 2, comma 2, d.m. 10.3.2014 n. 55.
[1] Cass. sent. n. 126/16 dell’8.01.2015.
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 art. 2056
 art. 2
 Cass.