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Timestamp: 2016-08-29 00:06:45+00:00

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La responsabilità per il mancato controllo di un macchinario
18 gennaio 2016 - Cat: Sentenze commentate
Le disposizioni della direttiva macchine, pur indicando le prescrizioni di sicurezza necessarie per ottenere certificato di conformità e marcatura CE, non escludono il dovere di garanzia di coloro che consentono l’utilizzo di un macchinario. Di G.Porreca.
Si è espressa la Corte di
Cassazione in questa sentenza sull’obbligo da parte del datore di lavoro di assicurarsi
della regolarità di un macchina messa a
disposizione dei propri lavoratori dipendenti anche se la stessa è in possesso
della documentazione attestante la sua conformità alle direttive europee e della
marcatura di conformità CE con le quali il costruttore ha assicurato la sua rispondenza
ai RES e cioè
ai requisiti essenziali di sicurezza previsti sia dalle normative tecniche che
dalle disposizioni di legge antinfortunistiche.
Preposti - Aggiornamento Preposti - 6 oreCorso online di aggiornamento quinquennale per Preposti di tutti i settori o comparti aziendali. Il fatto e l’iter giudiziario
La Corte di Appello ha parzialmente riformata la sentenza
emessa dal Giudice dell'Udienza Preliminare presso il Tribunale rideterminando
la pena inflitta al rappresentante legale di un’impresa in mesi cinque e giorni
dieci di reclusione a seguito della rilevata prescrizione dei reati ascritti ai
due capi di imputazione, confermando invece nel resto la sentenza di primo
grado. Il GUP, all'esito di giudizio abbreviato, aveva dichiarato il rappresentante
legale, quale datore di lavoro, colpevole del reato di cui all'art. 589 cod.
pen. per avere cagionato la morte di un lavoratore per negligenza, imprudenza ed
inosservanza di legge perché aveva impiegato il predetto lavoratore, operaio
agricolo qualificato super, ad operazioni che hanno comportato l'utilizzo di
una macchina “pellettizzatrice” adibita all'accatastamento su bancali di legno
di sacchi di pellets per riscaldamento. La macchina era stata modificata con l'apertura di una via
d'accesso agli organi in movimento, in origine protetti da una barriera, e tale
apertura non era stata munita di un dispositivo che impedisse l'avvio della
macchina in caso di accesso del lavoratore, il quale era stato così schiacciato
dalla parte mobile superiore di una pressa mentre stava riposizionando un
bancale mal collocato dal dispositivo automatico della macchina bloccatasi per
tale evento e rimessasi in movimento a seguito dell'operazione effettuata dal
lavoratore. Il giudice di primo grado aveva dichiarato l'imputata colpevole,
altresì, della contravvenzione di cui agli artt. 72 e 389 lett. c) del D.P.R.
27/4/1955 n. 547 per avere omesso di dotare la portiera che consentiva di
superare la schermatura di protezione degli organi in movimento della macchina
di un dispositivo che all'apertura ne bloccasse il movimento e della
contravvenzione di cui agli artt.35, comma 1, e 89 lett. a) del D. Lgs. 19/9/1994
n. 626 per avere messo a disposizione dei lavoratori dipendenti un impianto
costituito dalla “linea di produzione dei bancali di pellets” non idoneo ai
fini della sicurezza, ed ha assolta invece l'imputata dalla contravvenzione di
cui agli artt. 41 e 389 lett. c) del D.P.R. n.547/1955 per avere omesso di
munire la macchina di idonea protezione degli organi pericolosi.
Il Tribunale, accertato sulla base della consulenza tecnica
del pubblico ministero, che l'infortunio si era verificato a causa della
vanificazione delle misure di sicurezza delle quali era dotata la macchina,
affermava che, ancorché non potesse ritenersi dimostrato che l'imputata ne
avesse disposto direttamente la modifica, lo stesso dovesse esserne al corrente
e che comunque fosse venuta meno all'obbligo di vigilanza.
La Corte di Appello, su impugnazione dell'imputata, ha
confermato in punto di responsabilità la sentenza di primo grado, richiamandone
sinteticamente la motivazione. La Corte territoriale ha evidenziato che la condotta
della vittima non potesse considerarsi anomala ed imprevedibile, essendo il
lavoratore intervenuto per consentire la ripresa del funzionamento della
macchina ed avendo utilizzato un accesso realizzato sulla struttura di
protezione. Con riguardo all'elemento soggettivo, la Corte di Appello ha
considerato che nella grata metallica alta circa due metri che isolava la
macchina dal resto del capannone era stata realizzata una porta con due
maniglie e profili in acciaio e, ritenendo trattarsi di un lavoro di una certa
complessità che ha richiesto, oltre che capacità tecniche, anche qualche ora di
lavoro, ha quindi desunto da tale considerazione che l'ignoranza di tale
modifica da parte dell'imputata fosse colpevole, essendo tra l’altro la stessa
avvenuta con modalità pubbliche ed almeno quarantotto ore prima dell'infortunio
così come riferito da un collega del lavoratore deceduto.
Cassazione, le motivazioni e le decisioni della Corte suprema
Avverso la sentenza della Corte di Appello l’imputato ha
ricorso in Cassazione censurando la sentenza impugnata e chiedendone
l’annullamento. L’imputata ha preliminarmente contestata la individuazione del
momento in cui è stata fatta la modifica alla macchina avvenuta, a suo parere, nella
mattina stessa dell’infortunio e non 48 ore prima, evidenziando così il
brevissimo lasso di tempo intercorso tra la modifica stessa e l'infortunio,
elemento questo rilevante per escludere la sua colpevolezza per esserne all’oscuro
a fronte della contestazione di aver messo a disposizione del lavoratore un
macchinario inidoneo.
Con riferimento a quest’ultima motivazione del ricorso la
Corte di Cassazione ha posto in rilievo che i giudici di merito hanno ritenuto
accertato, anche sulla base della prova logica, che la modifica della macchina
alla quale era adibito il lavoratore infortunato fosse conosciuta o conoscibile
dall'imputata e che, contrariamente a quanto indicato nel ricorso, le sentenze
di merito sono risultate conformi nel ritenere che la modifica apportata al
macchinario abbisognasse di “una certa lavorazione” e che richiedesse “oltre
che capacità tecniche, anche qualche ora di lavoro” per cui è risultato che correttamente
gli stessi avessero ritenuto, così come descritto nel capo d'imputazione, che il
datore di lavoro avesse messo a disposizione dei lavoratori una macchina che,
sebbene inizialmente munita di idonea protezione, era stata modificata con
l'apertura di una via d'accesso agli organi in movimento, omettendo tuttavia di
dotarla di un dispositivo che all'apertura ne bloccasse il funzionamento e che
quindi avesse messo a disposizione dei lavoratori un impianto non idoneo ai
Per un corretto inquadramento del caso concreto esaminato
dai giudici di merito, la Sez. IV ha evidenziato che occorre prendere le mosse
dalla normativa introdotta con D.P.R. 24/7/1996 n. 459, la cosiddetta “ Direttiva macchine”,
la quale ha disciplinato i presidi antinfortunistici concernenti le macchine e
i componenti di sicurezza immessi sul mercato ed ha recepito la Direttiva
macchine europea 89/392 nata con l'obiettivo di armonizzare le disposizioni
normative degli Stati membri. La Direttiva macchine europea nella originaria
versione è stata, successivamente, modificata ed integrata con altre direttive che
sono state recepite nell'ordinamento italiano mediante il D. Lgs. 27/1/2010 n.
Dal raccordo delle direttive europee con il sistema
prevenzionistico già in vigore in Italia, ha sottolineato la suprema Corte, si
è desunta un'anticipazione della tutela antinfortunistica al momento della
costruzione, vendita, noleggio e concessione in uso delle macchine coinvolgendo
nella responsabilità per la mancata rispondenza delle stesse alle normative di
sicurezza tutti gli operatori ai quali siano imputabili dette attività. “Si è, in sostanza, introdotto”, ha proseguito
la Sez. IV, “un ‘minimum tecnologico
obbligato comune’ che da un lato, ha esteso ad altri operatori l'obbligo di
controllo della regolarità della macchina o del pezzo prima che gli stessi
vengano messi a disposizione del lavoratore; d'altro canto, si è attribuito
tale obbligo a soggetti individuati come ‘costruttori in senso giuridico’ del
macchinario quando, ad esempio, pur risultando il macchinario composto di pezzi
prodotti da altre ditte, l'obbligo di controllare la regolarità del macchinario
nel suo complesso al fine di ottenere la certificazione necessaria per
immetterlo sul mercato spettasse ad una impresa in particolare, in ipotesi
incaricata di assemblare tutte le componenti".
La Corte suprema ha avuto quindi modo di precisare che “le disposizioni che hanno dato attuazione
alle ‘Direttive macchine’ dell'Unione Europea, pur indicando le prescrizioni di
sicurezza necessarie per ottenere il certificato di conformità e il marchio CE
richiesti per immettere il prodotto nel mercato, non escludono ulteriori
profili in cui si possa sostanziare il complessivo dovere di garanzia di coloro
che pongono in uso il macchinario nei confronti dei lavoratori, che sono i
diretti utilizzatori delle macchine stesse, non potendo costituire motivo di
esonero della responsabilità del costruttore quello di aver ottenuto la
certificazione e di aver rispettato le prescrizioni a tal fine necessarie”.
La suprema Corte ha tenuto, infatti, a ricordare che, a norma dell'art.3 comma
1 del D. Lgs. n.626/94, le misure generali che il datore di lavoro deve
adottare per la protezione della salute e per la sicurezza dei lavoratori sono,
tra le altre, la valutazione dei rischi, l'eliminazione dei rischi in relazione
alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico, la riduzione dei rischi
alla fonte, la sostituzione di ciò che è pericoloso con ciò che non lo è o è
meno pericoloso, l'uso di segnali di avvertimento o di sicurezza, la regolare
manutenzione di ambienti, attrezzature, macchine ed impianti, con particolare
riguardo ai dispositivi di sicurezza in conformità alla indicazione dei
fabbricanti. Nel caso in esame, ha quindi proseguito la Sez. IV, era
stata apportata alla macchina, in epoca antecedente l'infortunio, una modifica
che aveva vanificato le misure di sicurezza delle quali la macchina stessa era
inizialmente dotata per cui correttamente i giudici di merito hanno ritenuto
esigibile dal datore di lavoro il rispetto dell'obbligo di controllare che la
macchina messa a disposizione dei lavoratori fosse sicura. Il datore di lavoro,
che aveva demandato al padre il potere di fatto di impartire direttive ai
lavoratori, è stato ritenuto essere in grado di conoscere la non conformità
alla regola dettata dall'art.72 del D.P.R. n. 547/1955 a motivo delle
circostanze riscontrate nel caso concreto (complessità della modifica, previo
accordo circa la modifica tra il lavoratore ed il padre dell'imputata,
posizione in luogo ben visibile della nuova porta di accesso alla macchina e tempo
trascorso tra la modifica e l'infortunio). La Corte di Cassazione ha quindi in conclusione rigettato
il ricorso avendo ritenuto che correttamente i giudici di merito avevano fatto
rientrare il caso in esame nella norma incriminatrice per non avere il datore
di lavoro proceduto all'eliminazione di un rischio, prevedibile ed evitabile in
quanto connesso ad una modifica eseguita sul macchinario.
di Cassazione Penale Sezione IV - Sentenza n. 43425 del 28 ottobre 2015 - Pres. Brusco – Est. Serrao – Ric. R.C.. - Le
disposizioni della “direttiva macchine”, pur indicando le prescrizioni di
sicurezza necessarie per ottenere il certificato di conformità e la marcatura
ce, non escludono il dovere di garanzia di coloro che consentono l’utilizzo di
un macchinario.

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