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Timestamp: 2017-09-25 04:26:36+00:00

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BOLOGNA AVVOCATO SUCCESSIONI EREDITA’ IMPUGNAZIONE TESTAMENTO | Avvocato a Bologna - Studio Legale Bologna Avvocato Sergio Armaroli
BOLOGNA AVVOCATO SUCCESSIONI EREDITA’ IMPUGNAZIONE TESTAMENTO
BOLOGNA AVVOCATO SUCCESSIONI EREDITA’ TESTAMENTO IMPUGNAZIONE TESTAMENTO OLOGRAFO E PUBBLICO annullamento testamento pubblico
testamento nullo effetti
conseguenze della nullità del testamento
si può annullare un testamento pubblico
testamento pubblico non valido
Anzitutto è opportuno osservare che la menzionata pronuncia di questa stessa Corte del 30-7-1999 n. 8255, richiamata a sostegno del proprio assunto dal giudice di appello, non ha affatto affermato che la ritenuta radicate distinzione tra azioni di nullità e di annullamento nei termini sopra enunciati sia l’effetto di un principio specifico inerente alla materia testamentaria, avendo al contrario rilevato espressamente in motivazione che tale principio è valido “anche” in tale materia, oltre che evidentemente in tema di domanda di invalidità del contratto.
Orbene tale indirizzo è pienamente convincente e meritevole di adesione, considerato che la nullità e l’annullabilità sono entrambe riconducibili alla invalidità dell’atto negoziale e che esiste tra di loro un rapporto di gradualità, costituendo manifestazione di diversi livelli di non conformità dell’atto al modello normativo; pertanto, dovendosi il “petitum” identificare con riferimento al contenuto sostanziale della pretesa fatta valere in giudizio dalla parte, ne consegue che la pronuncia di annullamento di un contratto, ove fondata sui medesimi fatti dedotti nella domanda, non eccede i limiti della domanda stessa con cui la parte abbia chiesto la declaratoria di nullità del medesimo contratto; a tal riguardo è opportuno chiarire che, ogni qualvolta i fatti dedotti dall’attore stano coerenti con gli effetti giuridici ai quali, esplicitamente o implicitamente, egli abbia collegato la sua pretesa, correttamente il giudice, ove accerti l’esistenza materiale di quei fatti, ed anche indipendentemente dall’esattezza della qualificazione giuridica loro attribuita, accoglie la pretesa.
A tal punto deve rilevarsi che non sussistono ragioni di alcun genere per escludere l’applicazione di tali principi di natura processuale alla materia testamentaria, in presenza di una previsione normativa che disciplina sia le ipotesi di nullità, sia quelle di annullamento del testamento (art. 606 c.c., commi 1 e 2); in particolare il richiamo della sentenza impugnata al generale principio di conservazione delle ultime volontà del defunto è irrilevante, posto che tale principio esplica i suoi effetti sostanzialmente in tema di interpretazione della scheda testamentaria (Cass. 21-2-2007 n. 4022); ed è evidente che nella specie non ricorre una questione di interpretazione dei testamento, bensì di qualificazione della domanda di nullità del testamento stesso.
Pertanto nella fattispecie, in presenza di una domanda proposta da M.T. di nullità del testamento pubblico del 13-3-2001 per mancata indicazione dell’ora della sottoscrizione (prevista come requisito di detto testamento dall’art. 603 c.c., comma 3), correttamente il primo giudice, avendo ritenuto che tale carenza non comportava la nullità, ma l’annullabilità di esso, aveva qualificato la domanda stessa come tendente all’annullamento del testamento menzionato; invero, premesso che la identificazione degli effetti giuridici derivanti dai fatti dedotti in causa spetta al giudice, la deduzione della parte in ordine alla mancata indicazione dell’ora della sottoscrizione consentiva certamente al giudicante di individuare i corretti effetti giuridici che l’ordinamento ricollega all’assenza di tale requisito.
Con il secondo motivo la ricorrente, denunciando violazione e/o falsa applicazione dell’art. 606 c.c. e vizio di motivazione, assume che erroneamente la Corte territoriale ha affermato che in ogni caso, anche qualora si fosse ritenuto ammissibile il mutamento della domanda di nullità del menzionato testamento pubblico in quella di annullamento dello stesso, quest’ultima era comunque infondata, considerato che in tale scheda testamentaria era indicata la data, e che la mancata indicazione dell’ora della sottoscrizione configurava un vizio di forma che non incideva sulla capacità del testatore nè faceva dubitare sulla sussistenza della sua reale volontà e sulle sue ultime disposizioni patrimoniali.
M.T. rileva che l’art. 606 c.c., comma 2, prevede la possibilità per qualsiasi interessato di richiedere l’annullamento di un testamento per ogni altro vizio di forma diverso da quelli contemplati nel comma 1 della citata disposizione; pertanto l’applicazione in via analogica al testamento pubblico della disciplina dettata per il testamento olografo era erronea, è posto che la presenza di un vizio afferente la scheda testamentaria, indipendentemente dalla sua incidenza in concreto, comporta la possibilità da parte di chiunque vi abbia interesse di chiedere ed ottenerne la caducazione.
BOLOGNA AVVOCATO SUCCESSIONI EREDITA’ TESTAMENTO IMPUGNAZIONE TESTAMENTO OLOGRAFO E PUBBLICO annullamento testamento pubblico testamento nullo effetti conseguenze della nullità del testamento testamento olografo nullo atto di citazione impugnazione testamento si può annullare un testamento pubblico testamento pubblico non valido impugnare testamento redatto da notaio
Sentenza 25 maggio 2012, n. 8366
Con atto di citazione notificato il 25-1-2006 M.T. conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Torino la madre T. A., la sorella M.A. ed il coniuge G.E. chiedendo dichiararsi la nullità per vizio di forma del testamento del padre M.F. onde conseguire, a seguito della divisione dell’asse ereditario, la propria porzione di beni corrispondente alla quota a lei spettante per successione legittima, oltre alla condanna delle convenute al rendiconto per la gestione dei beni ereditari paterni ed alla restituzione delle somme a credito in proporzione alla quota di eredità.
A sostegno della domanda fattrice esponeva che M.F. in data (OMISSIS) era deceduto in (OMISSIS) dopo aver disposto dei propri beni con testamento pubblico a rogito notaio Chianale di Torino del 13-3-2001 mediante il quale aveva devoluto alla moglie ed alla figlia A., oltre a tutto il patrimonio mobiliare, anche gran parte di quello immobiliare, lasciando alla figlia T., oltre ad un magazzino e ad un pezzo di terreno coltivato ad orto in comunione con il marito, un alloggio e cinque box; l’esponente deduceva la nullità del predetto testamento pubblico anzitutto perchè redatto senza l’assistenza di quattro testimoni, necessari per il caso di testatore incapace di leggere e scrivere, ed inoltre perchè carente dell’indicazione dell’ora della sottoscrizione, richiesta a pena di nullità dalla Legge Notarile 16 febbraio 1913, n. 89, art. 51, n. 11 e art. 58.
Nella contumacia del G. si costituivano in giudizio la T. ed M.A. contestando il fondamento della domanda attrice e chiedendo, in via riconvenzionale, la condanna dell’attrice al pagamento del debito assunto da M.M. (sorella del defunto a lui premorta e zia dell’attrice) nei confronti del fratello e trasmesso “jure successionis” alla nipote M.T. con testamento del 30-3-1996.
Con sentenza non definitiva dell’8-2-2008 il Tribunale adito annullava il menzionato testamento pubblico per la mancanza della indicazione dell’ora di sottoscrizione del testamento, dichiarava in capo all’attrice la qualità di erede legittima di M. F., in accoglimento della domanda riconvenzionale delle convenute accertava l’esistenza di un credito dell’eredità di M.F. di Euro 8.521,54 nei confronti di M. T., e con separata ordinanza disponeva per il prosieguo del giudizio.
Proposta impugnazione da parte di M.A. cui resisteva M.T. mentre la T. ed il G. restavano contumaci la Corte di Appello di Torino con sentenza del 21-6-2010 ha rigettato tutte le domande proposte da M.T. dinanzi al Tribunale di Torino ed ha condannato quest’ultima al rimborso delle spese del secondo grado di giudizio.
Per la cassazione di tale sentenza M.T. ha proposto un ricorso basato su due motivi cui M.A. ha resistito con controricorso; il G. e la T. non hanno svolto attività difensiva in questa sede; la ricorrente ha successivamente depositato una memoria.
Con il primo motivo la ricorrente, denunciando violazione e/o falsa applicazione degli artt. 606 c.c. e 112 c.p.c. nonchè vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver ritenuto che, avendo l’esponente proposto nel giudizio di primo grado una domanda di nullità e non di annullamento del menzionato testamento pubblico, il giudice non poteva trasformare una tale domanda in una diversa se non violando il principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, nè poteva estendere alla materia testamentaria principi formulati in tema di contratti.
M.T. rileva sotto un primo profilo che tale ultima statuizione è smentita dal richiamo contenuto nell’art. 606 c.c., comma 2, per ogni altro difetto di forma diverso da quelli enunciati nel primo comma dello stesso articolo, alla disciplina dettata in materia di contratti.
La ricorrente inoltre fa presente che il giudice investito della decisione di una controversia ha piena facoltà di attribuire alla domanda avanzata dalla parte una qualificazione giuridica diversa da quella originariamente proposta dalla parte stessa, sempre che sia stato rispettato il principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato di cui all’art. 112 c.p.c., che vieta la possibilità di attribuire alla parte un bene giuridico diverso da quello richiesto;
ora nella specie M.T. aveva richiesto fin dal giudizio di primo grado la caducazione del testamento redatto dal padre per la mancata indicazione dell’ora della sottoscrizione ai sensi del combinato disposto della Legge Notarile 16 febbraio 1913, n. 89, art. 51, n. 11 e art. 58, cosicchè il bene della vita oggetto della domanda, qualunque fosse la qualificazione giuridica, di nullità o di annullabilità, accolta dal giudicante, non era mutato dal punto di vista sostanziale.
La Corte territoriale ha rilevato che l’attrice nel primo grado di giudizio aveva proposto una specifica domanda di nullità e non di annullamento del testamento pubblico per cui è causa, e che pertanto il giudice non poteva trasformare una tale domanda in una diversa, se non violando il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato ex art 112 c.p.c.; al riguardo ha richiamato la pronuncia di questa Corte del 30-7-1999 n. 8285 come frutto di un principio generale di massima conservazione delle ultime volontà del defunto, specifico della materia testamentaria, nella quale quindi le azioni di nullità e di annullamento sono nettamente distinte quanto a presupposti, disciplina e conseguenze, cosicchè deve escludersi che l’una azione sia compresa nell’altra o siano in rapporto di fungibilità anche quando sono fondate sui medesimi fatti.
Il giudice di appello ha rilevato che, anche qualora si fosse ritenuto ammissibile una trasformazione della domanda di nullità del testamento per cui è causa in quella di annullamento di esso, nondimeno la mancata indicazione dell’ora della sottoscrizione non poteva comportare di per sè la sua invalidità, considerato che tale vizio di forma non incideva sulla capacità del testatore, nè faceva in alcun modo dubitare sulla sussistenza della reale volontà espressa da quest’ultimo e sulle sue ultime disposizioni patrimoniali.
Orbene, premesso che l’art. 603 c.c., comma 3, prescrive che il testamento pubblico deve indicare il luogo, la data del ricevimento e, per quel che interessa in questa sede, l’ora della sottoscrizione, e che l’art. 606 c.c., comma 1, non prevede quale conseguenza della mancanza di questo requisito la nullità del testamento in oggetto, ne consegue che tale difetto di forma può dar luogo all’annullamento di esso ai sensi dell’art. 606 c.c., comma 2.
La sentenza impugnata, come sopra esposto, ha ritenuto irrilevante la mancata indicazione dell’ora del suddetto testamento menzionando in proposito la pronuncia di questa stessa Corte del l’11-7-1975 n. 2742, che ha affermato che la questione della non verità della data del testamento olografo non è di per sè stessa causa di invalidità del testamento stesso – essendo influente soltanto se connessa con l’ulteriore questione concernente un fatto o un modo di essere della realtà anche negoziale, costituente esso la causa dell’invalidità – e che tale principio, per identità di “ratio”, deve ritenersi operante anche per il testamento pubblico; orbene tale richiamo è erroneo, in quanto la controversia oggetto della suddetta decisione riguardava appunto la questione della non verità della data (e non quindi la sua mancanza o la sua incompletezza) del testamento olografo, per la quale la relativa prova ai sensi dell’art. 602 c.c., comma 3, è ammessa soltanto quando si tratta di giudicare della capacità del testatore, della priorità di data tra più testamenti o di altra questione da decidersi in base al tempo del testamento;
invece sempre in tema di testamento olografo non si dubita che l’incompleta o omessa indicazione della data è causa di annullabilità dell’atto, poichè trattasi di requisito richiesto dall’art. 602 c.c., comma 2, ai fini della sua validità, che non può essere desunto “aliunde”, e che l’impugnativa di detto testamento volta ad accertare la mancanza o incompletezza di tale elemento, inoltre, è svincolata dalla necessità dell’indicazione di una determinata ragione che renda rilevante siffatto accertamento, a differenza dell’ipotesi in cui si agisca in giudizio al fine di provarne la non verità (Cass. 8-6-2001 n. 7783; Cass. 14-5-2008 n. 12124); pertanto è erronea l’applicazione in via “analogica” di un principio affermato in tema di testamento olografo riguardante la non veridicità della data e non invece la sua mancanza o incompletezza (ovvero l’assenza di tale requisito) alla fattispecie, dove il testamento pubblico è appunto privo di un requisito formale, cioè l’ora della sottoscrizione, espressamente richiesto dall’artt. 603 c.c., comma 3, per la sua sussistenza.
Pertanto non sussistono apprezzabili ragioni per escludere che tale difetto di forma consenta a chiunque vi abbia interesse di chiedere l’annullamento del testamento pubblico ai sensi dell’art. 606 c.c., comma 2; al riguardo è opportuno sottolineare che l’ordinamento configura il testamento come un negozio solenne, in cui il rigore formale è finalizzato a garantire la genuinità, la serietà e la ponderatezza dell’atto, data la sua importanza sul piano sociale, cosicchè non è consentito valutare come irrilevante, ai fini della validità del testamento, la mancanza di uno o più degli elementi costitutivi dei diversi tipi di testamento previsti dall’ordinamento in quanto ritenuta non incidente sulla effettiva volontà del testatore, sovrapponendo così al dato legislativo un criterio sostanzialistico inevitabilmente arbitrario.
In definitiva il ricorso deve quindi essere accolto, la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto, e la causa deve essere rinviata per un nuovo esame della controversia nonchè per la pronuncia sulle spese del presente giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Torino.
Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa anche per la pronuncia sulle spese del presente giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Torino.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II CIVILE – SENTENZA 25 maggio 2012, n.8352 – Pres. Triola – est. Petitti
Deve essere preliminarmente disposta la riunione dei ricorsi, avendo gli stessi ad oggetto la medesima decisione (art. 335 cod. proc. civ.).
Con il primo motivo del ricorso, i ricorrenti principali deducono violazione e falsa applicazione degli artt. 647 e 1362 cod. civ. e, in generale, delle norme che disciplinano la interpretazione del testamento; insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.
La motivazione della sentenza impugnata sarebbe poi contraddittoria, o quanto meno insufficiente, in quanto la Corte d’appello, da un lato, ha ritenuto ammissibile la diseredazione negativa ove dal contesto dell’atto emerga una positiva volontà attributiva del de cuius e, dall’altro, ha invece ritenuto la richiamata disposizione modale irrilevante al fine di interpretare la clausola di diseredazione.
La censura si riferisce alla affermazione contenuta nella sentenza impugnata, secondo cui la clausola di diseredazione contenuta nel testamento della signora I..S. sarebbe invalida, perché la scheda testamentaria non conteneva anche disposizioni positive. I ricorrenti rilevano che mediante la clausola di diseredazione il testatore provvede a regolare i rapporti patrimoniali per il tempo successivo alla propria morte, favorendo, fra i successibili legittimi, quelli non esclusi con la diseredazione. Quest’ultima, pertanto, mirando, mediante l’esclusione di uno o più successibili legittimi, ad ampliare il beneficio degli altri, sarebbe di per sé una disposizione – implicitamente – positiva. In ogni caso, osservano i ricorrenti, l’art. 587 cod. civ., nel definire il testamento come l’atto con il quale taluno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o di parte di esse, non escluderebbe affatto che la libertà di disporre delle proprie sostanze riconosciuta al testatore, possa manifestarsi anche in un ‘non volere disporre’ di esse in favore di uno o più soggetti determinati. La decisione relativa alla mancata attribuzione equivarrebbe, quindi, non già all’assenza di una idonea manifestazione di volontà, bensì alla manifestazione di una ben precisa volontà. Il giudizio di invalidità della clausola di mera diseredazione postulerebbe quindi che alla espressione ‘dispone’, contenuta nell’art. 587 cod. civ., si assegni il significato di ‘attribuisce’; ma, rilevano i ricorrenti, le due espressioni hanno invece significati diversi, collocandosi in un rapporto di genere a specie, nel senso che “è atto di disposizione dei propri beni, infatti, tanto l’attribuzione di essi, quanto la dichiarazione di non volerli attribuire a determinati soggetti”.
Con l’unico motivo del proprio ricorso, il ricorrente incidentale denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 457, 467 e 468 cod. civ., censurando la sentenza impugnata nella parte in cui ha rigettato la domanda volta a sentir dichiarare il suo diritto a succedere ad E.G. per rappresentazione.
Il Collegio ritiene che il secondo motivo del ricorso principale, ancorché prospettato dai ricorrenti come subordinato al rigetto del primo, debba essere esaminato in via prioritaria, non solo per ragioni di ordine logico, ma perché dal suo accoglimento, a differenza di quanto potrebbe verificarsi con l’accoglimento del primo motivo, discende la possibilità di definizione del giudizio nel merito. L’accoglimento del primo motivo, infatti, postulando in entrambe le sue articolazioni l’accertamento di un vizio nella interpretazione del testamento, comporterebbe il rinvio della causa al giudice di appello, non potendo questa Corte sostituire la propria interpretazione a quella del giudice di merito.
In sostanza, la clausola di diseredazione integra un atto dispositivo delle sostanze del testatore, costituendo espressione di un regolamento di rapporti patrimoniali, che può includersi nel contenuto tipico del testamento: il testatore, sottraendo dal quadro dei successibili ex lege il diseredato e restringendo la successione legittima ai non diseredati, indirizza la concreta destinazione post mortem del proprio patrimonio. Il ‘disporre’ di cui all’art. 587, primo comma, cod. civ., può dunque includere, non solo una volontà attributiva e una volontà istitutiva, ma anche una volontà ablativa e, più esattamente, destitutiva. Altre volte, d’altronde, il nostro legislatore ha concepito disposizioni di contenuto certamente patrimoniale, che non implicano attribuzioni in senso tecnico e che possono genericamente farsi rientrare nella nozione di ‘atto dispositivo’ del proprio patrimonio ex art. 587, primo comma, cod. civ., avendo utilizzato il termine ‘disposizione’ nel senso riferito in questa sede (in materia di dispensa da collazione, di assegno divisionale semplice, di onere testamentario, di ripartizione dei debiti ereditari, di disposizione contraria alla costituzione di servitù per destinazione del padre di famiglia, di disposizione a favore dell’anima e di divieti testamentari di divisione).
Le varie ipotesi in cui l’attività dispositiva possa manifestarsi sono tutelate dall’ordinamento purché non contrastino con il limite dell’ordine pubblico: ogni disposizione patrimoniale di ultima volontà, anche se non ‘attributiva’ e anche se non prevista nominatim dalla legge, può dunque costituire un valido contenuto del negozio testamentario, solo se rispondente al requisito di liceità e meritevolezza di tutela, e se rispettosa dei diritti dei legittimari.
L’unico motivo del ricorso incidentale è inammissibile.
In conclusione, accolto il secondo motivo del ricorso principale, assorbito il primo, e dichiarato inammissibile il ricorso incidentale, la sentenza impugnata deve essere cassata. Poiché, peraltro, non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ., con il rigetto dell’appello proposto avverso la sentenza del Tribunale di Savona, che aveva deciso la controversia ritenendo valida la clausola di diseredazione e disposto farsi luogo alla successione in favore dei successibili non esclusi.
Con sentenza del 6 novembre 2009 la CTR – Calabria rigetta l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate nei confronti P. A., confermando l’annullamento della cartella di pagamento notificata da Equitalia a seguito di controllo formale della dichiarazione fiscale nel 2002 per l’anno d’imposta 2001 (IRPEF, IRAP, IVA).
Motiva la decisione ritenendo che, essendo mancato il previo invito bonario previsto dal L. n. 212 del 2000, art. 6, la cartella era viziata da nullità per espresso disposto dell’ultima parte del comma 5.
Il 3 dicembre 2010, l’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi.
Con il primo mezzo, la ricorrente fondatamente denuncia:
Va data, infatti, continuità a Sez. 5, Sentenza n. 17396 del 23/07/2010, secondo cui:
Inoltre, Sez. 5, Sentenza n. 26361 del 29/12/2010, chiarisce:
Infine, Sez.5, Sentenza n. 26671 del 18/12/2009, precisa:
Accolto il primo mezzo, va accolto anche il correlato secondo mezzo.
Ne deriva l’accoglimento del ricorso e la cassazione della sentenza impugnata senza rinvio, attesa la manifesta infondatezza del ricorso introduttivo della parte contribuente.
Questa Corte ritiene di poter decidere immediatamente nel merito, ai sensi del novellato art. 384 c.p.c. “La Corte, quando accoglie il ricorso… decide la causa nel merito qualora non siano necessari ulteriore accertamenti di fatto”, dovendosi raccogliere la sollecitazione – di dottrina e giurisprudenza (v. 781/1997 e 6951/2010) – proveniente dal precetto costituzionale della “ragionevole durata” del processo.
Il recente consolidarsi dalla giurisprudenza sul motivo di diritto fa stimar equa la compensazione delle spese dei gradi di merito, mentre quella di legittimità seguono la soccombenza del contribuente, nulla va disposto su Equitalia non costituitasi.
ordinanza 6 marzo 2017, n. 5505
sul ricorso 22870/2015 proposto da:
(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliate in Roma presso la Cancelleria della Corte di Cassazione, e rappresentate e difese dall’avv. (OMISSIS) giusta procura in calce al controricorso;
avverso la sentenza n. 40/2015 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 13/01/2015;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 13/01/2017 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;
Lette le memorie depositate dalla ricorrente.
Il Tribunale di Vercelli e la Corte d’Appello di Torino, poi, per quanto ancora rileva in questa sede, hanno concordemente ravvisato la nullita’ del testamento olografo recante la data del 29/9/1997, con il quale il defunto (OMISSIS) disponeva in favore della moglie (OMISSIS) del castello di sua proprieta’, con tutti i suoi arredi e della tenuta in localita’ (OMISSIS).
In particolare la Corte d’Appello, nel confermare la valutazione gia’ espressa dal giudice di prime cure, ha ritenuto che il testamento di cui sopra era stato redatto con “mano guidata”, e che per l’effetto fosse nullo in quanto privo del requisito dell’olografia, atteso che, come emergeva dalla deposizione del teste (OMISSIS), amico di vecchia data del defunto, questi lo aveva aiutato a scrivere il testamento, avendo preso la mano destra del de cuius, guidandola mentre l’altro dettava, atteso che il (OMISSIS) aveva un tremolio e non riusciva a scrivere da solo.
In motivazione la sentenza di appello ha altresi’ aggiunto che dalla deposizione del (OMISSIS) emergeva che non appariva del tutto chiaro se si fosse limitato solo a guidare la mano del testatore ovvero se avesse scritto il testo dell’atto mortis causa sotto dettatura, ma che tale dubbio non era idoneo ad immutare la conclusione circa l’assenza di autografia dell’atto.
In punto di diritto ha infatti osservato che in ragione del particolare rigore formale richiesto dal legislatore per il testamento, e tenuto conto della particolare semplicita’ di redazione del testamento olografo che deve indurre a prevenire la possibilita’ di interventi perturbatori della volonta’ del testatore, deve privilegiarsi la tesi maggioritaria nella giurisprudenza secondo cui il testamento a mano guidata dal terzo deve ritenersi affetto da nullita’.
Dopo avere riepilogato i precedenti di legittimita’ che hanno sposato la tesi piu’ rigorosa, la Corte d’Appello si e’ fatta anche carico di evidenziare il precedente contrario costituito da Cass. n. 32/1992, che pero’ non riteneva di condividere, proprio in ragione delle esposte esigenze di natura formalistica immanenti al sistema legislativo in materia testamentaria.
Il rigetto del primo motivo, e la conseguente affermazione della correttezza della conclusione in punto di nullita’ in caso di testamento redatto da mano guidata, rende poi del tutto evidente anche l’assorbimento del secondo motivo di ricorso che investe l’omessa disamina da parte della Corte distrettuale di un fatto decisivo, costituito dalla permanenza in capo al de cuius alla data di redazione del testamento, della capacita’ di scrivere, in quanto, anche laddove fosse accertato che la stessa permaneva, ai fini della risoluzione della vicenda rileva unicamente la circostanza che poi il testamento sia stato redatto con modalita’ che ne determinano la nullita’.
In definitiva deva ravvisarsi la manifesta infondatezza del ricorso (con riferimento a tutti i motivi), essendo state decise nella sentenza impugnata questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e non offrendo l’esame dei motivi elementi per mutare l’orientamento di detta giurisprudenza, ravvisandosi, altresi’, l’adeguatezza e la logicita’ della disamina delle circostanze di fatto.
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo. Poiche’ il ricorso e’ stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed e’ rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, articolo 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilita’ 2013), che ha aggiunto l’articolo 13, comma 1 quater, del testo unico di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.
Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente del contributo unificato dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso articolo 13, articolo 1 bis.

References: sentenza 

Sentenza 
 art. 51
 art. 58
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 art. 51
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 Cass. 
 sentenza 
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 SENTENZA 
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 sentenza 
 sentenza 
 art. 587
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 sentenza 
 art. 6
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 384
 sentenza 
 sentenza 
e contrario
 Cass. 
 sentenza 
 articolo 1
 articolo 13
 articolo 1
 articolo 13
 articolo 1