Source: https://www.brocardi.it/codice-civile/libro-sesto/titolo-iv/capo-i/art2909.html
Timestamp: 2020-04-05 19:03:09+00:00

Document:
Art. 2909 codice civile - Cosa giudicata - Brocardi.it
Tu sei qui: Fonti > Codice civile > LIBRO SESTO - Della tutela dei diritti > Titolo IV - Della tutela giurisdizionale dei diritti > Capo I - Disposizioni generali > Articolo 2909
Articolo 2909 Codice civile
Dispositivo dell'art. 2909 Codice civile
L'accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato [324 c.p.c.] fa stato a ogni effetto tra le parti, i loro eredi o aventi causa [1306] (1).
(1) Per meglio assicurare la conformità della sentenza a giustizia, è concesso alle parti di promuovere un riesame della lite, mediante l'impugnazione della decisione. Tuttavia, il suddetto riesame non può proseguire all'infinito e subisce quindi delle limitazioni: verificatesi certe condizioni (come il decorso dei termini o l'esaurimento dei mezzi di impugnazione previsti dalla legge), il comando contenuto nella sentenza non potrà essere più modificato da parte di nessun giudice, divenendo res iudicata ai sensi del presente articolo. Tale definitivo accertamento dovrà pertanto essere riconosciuto e rispettato dalle parti contraenti in giudizio, dai loro eredi e futuri aventi causa, non dispiegando tuttavia i suoi effetti nei confronti dei terzi (res inter alios iudicatae alii non praeiudicant). La cosa giudicata in senso sostanziale dunque fa stato tra i suddetti soggetti, anche al di fuori del giudizio in seno al quale è stata pronunziata, rispetto a qualunque altro futuro processo ed anche a prescindere dallo stesso, alla stregua di una norma di legge.
La norma stabilisce il cosiddetto giudicato sostanziale, che presuppone l'inimpugnabilità della sentenza cioè il giudicato formale ex art. 324 c.p.c., è posta al fine di imporre il provvedimento contenuto nella sentenza del giudice come regola incontestabile dei rapporti tra le parti, conferendo così a questi certezza giuridica.
Massime relative all'art. 2909 Codice civile
Cass. civ. n. 13804/2018
Ove sulla medesima questione si siano formati due giudicati contrastanti, al fine di stabilire quale dei due debba prevalere occorre fare riferimento al criterio temporale, nel senso che il secondo giudicato prevale in ogni caso sul primo, purché la seconda sentenza contraria ad altra precedente non sia stata sottoposta a revocazione, impugnazione peraltro ammessa esclusivamente ove la decisione oggetto della stessa non abbia pronunciato sulla relativa eccezione di giudicato.
(Cassazione civile, Sez. VI-5, ordinanza n. 13804 del 31 maggio 2018)
Cass. civ. n. 10174/2018
(Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 10174 del 27 aprile 2018)
Cass. civ. n. 6970/2018
(Cassazione civile, Sez. I, ordinanza n. 6970 del 20 marzo 2018)
Cass. civ. n. 28415/2017
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 28415 del 28 novembre 2017)
Cass. civ. n. 24162/2017
Il giudicato esterno è assimilabile agli "elementi normativi", sicché la sua interpretazione deve effettuarsi alla stregua dell'esegesi delle norme, non già degli atti e dei negozi giuridici, e la sua portata va definita dal giudice sulla base di quanto stabilito nel dispositivo della sentenza e nella motivazione che la sorregge, potendosi far riferimento, in funzione interpretativa, alla domanda della parte solo in via residuale qualora, all'esito dell'esame degli elementi dispositivi ed argomentativi di diretta emanazione giudiziale, persista un'obiettiva incertezza sul contenuto della statuizione.
(Cassazione civile, Sez. I, ordinanza n. 24162 del 13 ottobre 2017)
Cass. civ. n. 12202/2017
Il giudicato non si determina sul fatto ma su una statuizione minima della sentenza, costituita dalla sequenza fatto, norma ed effetto, suscettibile di acquisire autonoma efficacia decisoria nell’ambito della controversia, sicchè l’appello motivato con riguardo ad uno soltanto degli elementi di quella statuizione riapre la cognizione sull'intera questione che essa identifica, così espandendo nuovamente il potere del giudice di riconsiderarla e riqualificarla anche relativamente agli aspetti che, sebbene ad essa coessenziali, non siano stati singolarmente coinvolti, neppure in via implicita, dal motivo di gravame. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha escluso che si fosse formato un giudicato implicito sul fatto storico dell’esistenza di un nesso causale tra l’incidente occorso alla ricorrente, caduta uscendo da un esercizio commerciale, e la vetrina espositiva ivi collocata, a fronte di una sentenza di merito che aveva rigettato la domanda di risarcimento danni sul diverso presupposto che le lesioni subite non erano riconducibili alla caduta determinata dall’urto con la vetrina).
(Cassazione civile, Sez. VI-3, ordinanza n. 12202 del 16 maggio 2017)
Cass. civ. n. 8607/2017
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 8607 del 3 aprile 2017)
Cass. civ. n. 2735/2017
In tema di giudizio di cassazione, il principio secondo cui l'esistenza del giudicato esterno è, al pari di quello interno, rilevabile d'ufficio, non solo quando emerga da atti prodotti nel giudizio di merito, ma anche nell'ipotesi in cui si sia formato successivamente alla pronuncia della sentenza impugnata, con correlativa inopponibilità del divieto ex art. 372 c.p.c., non può trovare applicazione laddove la sentenza passata in giudicato venga invocata al fine di dimostrare l'effettiva sussistenza, o meno, dei fatti, poiché, in tal caso, il giudicato ha valenza non già di regola di diritto cui conformarsi bensì solo in relazione a valutazioni di stretto merito. (Nella specie, riguardante la domanda di un concessionario di beni demaniali, a titolo di manutenzione nel possesso, spiegata contro committente ed appaltatrice dell'esecuzione di lavori con effetti sull'area di demanio, la S.C. ha escluso l'ammissibilità della produzione della sentenza definitiva con cui il giudice amministrativo aveva dichiarato l'illegittimità dell'annullamento in autotutela dei titoli abilitativi edilizi, osservando che l'elemento soggettivo sotteso alla domanda non era escluso dai suddetti titoli).
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 2735 del 2 febbraio 2017)
Cass. civ. n. 25269/2016
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 25269 del 9 dicembre 2016)
Cass. civ. n. 21170/2016
Nel giudizio di cassazione, l'esistenza del giudicato esterno intervenuto nelle more del giudizio di merito, senza tempestiva deduzione in quella sede, non è rilevabile d'ufficio.
(Cassazione civile, Sez. V, sentenza n. 21170 del 19 ottobre 2016)
Cass. civ. n. 15627/2016
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 15627 del 27 luglio 2016)
Cass. civ. n. 15208/2015
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 15208 del 21 luglio 2015)
Cass. civ. n. 6830/2014
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6830 del 24 marzo 2014)
Cass. civ. n. 5245/2014
I limiti oggettivi del giudicato possono estendersi oltre la "causa petendi" ed il "petitum" della domanda originaria sia quando la domanda riconvenzionale o l'eccezione del convenuto amplii l'oggetto del giudizio, sia quando una situazione giuridica sia comune a più cause tra le medesime parti, sicché la soluzione delle questioni di fatto o di diritto ad essa relative in una delle cause faccia stato nelle altre in cui quella rilevi. (Nella specie, la S.C., in applicazione dell'enunciato principio, ha ritenuto che l'accertamento giudiziale dell'esistenza di un accordo transattivo in ordine alla remissione di un credito cambiario, intervenuto tra i debitori e un istituto bancario a definizione di una controversia, non potesse comprendere altre posizioni in sofferenza dei primi, oggetto di un distinto giudizio).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 5245 del 6 marzo 2014)
Cass. civ. n. 6788/2013
Il giudicato, oltre ad avere una sua efficacia diretta nei confronti delle parti, loro eredi e aventi causa, è dotato anche di un'efficacia riflessa, nel senso che la sentenza, come affermazione oggettiva di verità, produce conseguenze giuridiche nei confronti di soggetti rimasti estranei al processo in cui è stata emessa, allorquando questi siano titolari di un diritto dipendente dalla situazione definita in quel processo o comunque di un diritto subordinato a tale situazione, con la conseguenza reciproca che l'efficacia del giudicato non si estende a quanti siano titolari di un diritto autonomo rispetto al rapporto giuridico definito con la prima sentenza. (Nella specie la S.C., in un giudizio di opposizione all'esecuzione proposto dal datore di lavoro avverso il precetto notificatogli dal lavoratore, ha escluso l'efficacia riflessa della sentenza passata, in giudicato, con la quale era stata accolta analoga opposizione all'esecuzione, proposta dal datore di lavoro e per identici motivi avverso un precetto notificatogli in forza del medesimo titolo esecutivo, ma da altro lavoratore).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 6788 del 19 marzo 2013)
Cass. civ. n. 5478/2013
(Cassazione civile, Sez. VI-5, ordinanza n. 5478 del 5 marzo 2013)
Cass. civ. n. 4241/2013
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4241 del 20 febbraio 2013)
Cass. civ. n. 7405/2012
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 7405 del 11 maggio 2012)
Cass. civ. n. 5148/2012
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5148 del 30 marzo 2012)
Cass. civ. n. 4732/2012
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 4732 del 23 marzo 2012)
Cass. civ. n. 1815/2012
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1815 del 8 febbraio 2012)
Cass. civ. n. 3434/2011
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3434 del 11 febbraio 2011)
Cass. civ. n. 24241/2010
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 24241 del 30 novembre 2010)
Posto che, in via generale, un giudicato può spiegare efficacia riflessa anche nei confronti di soggetti rimasti estranei al rapporto processuale solo quando contenga l'affermazione di una verità che non ammetta la possibilità di un diverso accertamento ed il terzo non vanti un proprio diritto autonomo rispetto al rapporto in ordine al quale il giudicato è intervenuto, non essendo ammissibile che in relazione ad esso egli possa ricevere dal giudicato un immediato e diretto pregiudizio, deve escludersi che il giudicato intervenuto nel procedimento possessorio svoltosi tra alcuni condomini di un edificio ed il conduttore di un'altra unità abitativa possa spiegare tale efficacia nel giudizio petitorio instaurato su presupposti diversi dal proprietario dell'appartamento concesso in locazione nei confronti degli stessi condomini. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva escluso l'operatività di un giudicato riguardante il possesso di una corte e di un marciapiede condominiali, intervenuto tra il conduttore e due tra i condomini evocati nel successivo giudizio petitorio, ex art. 949 c.c., intentato dal proprietario nei confronti di tutti i condomini e volto a far dichiarare l'inesistenza di diritti personali o di servitù di passaggio sulla sua proprietà).
Cass. civ. n. 24784/2009
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 24784 del 25 novembre 2009)
Cass. civ. n. 18041/2009
(Cassazione civile, Sez. V, sentenza n. 18041 del 6 agosto 2009)
Cass. civ. n. 15343/2009
In relazione al principio per cui l'autorità del giudicato copre il dedotto e il deducibile, e cioè non solo le ragioni giuridiche fatte valere in giudizio (giudicato esplicito) ma anche tutte le altre - proponibili sia in via di azione che di eccezione - le quali, sebbene non dedotte specificamente si caratterizzano per la loro comune inerenza ai fatti costitutivi delle pretese anteriormente svolte (giudicato implicito), qualora si sia formato il giudicato sull'insussistenza di un diritto di credito (nella specie relativo ai compensi dovuti dall'A.U.S.L. ad un medico a titolo di rimborso spese e di indennità forfettaria a copertura del rischio per avviamento professionale), deve ritenersi preclusa una seconda pronuncia relativa a tale diritto, sia pure in relazione a diversa voce di credito (nella specie spese a titolo di produzione del reddito), determinata in base a circostanze e criteri diversi da quelli posti a base dell'anteriore statuizione; né detta voce può essere riconosciuta a titolo di arricchimento senza causa, posto che anche la relativa azione deve ritenersi coperta dal giudicato formatosi sull'azione sostanziale relativa al medesimo oggetto, anche richiesto ad un diverso titolo.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 15343 del 30 giugno 2009)
Cass. civ. n. 10027/2009
(Cassazione civile, Sez. V, sentenza n. 10027 del 29 aprile 2009)
Cass. civ. n. 8723/2009
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 8723 del 9 aprile 2009)
Cass. civ. n. 29531/2008
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 29531 del 18 dicembre 2008)
Cass. civ. n. 16816/2008
(Cassazione civile, Sez. V, sentenza n. 16816 del 20 giugno 2008)
Cass. civ. n. 14057/2008
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 14057 del 28 maggio 2008)
Cass. civ. n. 16150/2007
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 16150 del 20 luglio 2007)
Cass. civ. n. 14087/2007
(Cassazione civile, Sez. V, sentenza n. 14087 del 18 giugno 2007)
Cass. civ. n. 11213/2007
(Cassazione civile, Sez. V, sentenza n. 11213 del 16 maggio 2007)
Cass. civ. n. 13916/2006
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 13916 del 16 giugno 2006)
Cass. civ. n. 13552/2006
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 13552 del 12 giugno 2006)
Cass. civ. n. 21352/2005
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 21352 del 4 novembre 2005)
Cass. civ. n. 20143/2005
La formazione della cosa giudicata, per mancata impugnazione su un determinato capo della sentenza investita dall'impugnazione, può verificarsi soltanto con riferimento ai capi della stessa sentenza completamente autonomi, in quanto concernenti questioni affatto indipendenti da quelle investite dai motivi di gravame, perché fondate su autonomi presupposti di fatto e di diritto, tali da consentire che ciascun capo conservi efficacia precettiva anche se gli altri vengono meno, mentre, invece, non può verificarsi sulle affermazioni contenute nella mera premessa logica della statuizione adottata, ove quest'ultima sia oggetto del gravame. (Principio enunciato dalla S.C. con riguardo ad un caso in cui si sosteneva essersi formato giudicato sulla questione affrontata nella sentenza di primo grado relativa alla identificazione dell'originario prenditore di titoli cambiari oggetto della controversia e alla ulteriore circostanza se tali titoli fossero stati, o meno, rilasciati in bianco, questioni che, invero, non avevano costituito capi autonomi della sentenza medesima suscettibili di passare in cosa giudicata).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 20143 del 18 ottobre 2005)
Cass. civ. n. 5796/2005
Tenuto conto che, ai sensi dell'art. 2909 c.c., l'accertamento contenuto in una sentenza passata in giudicato fa stato ad ogni effetto tra le parti, i loro eredi o aventi causa, le relative statuizioni non estendono i loro effetti, e non sono vincolanti, per i soggetti estranei al giudizio, e ciò anche quando il terzo sia un litisconsorte necessario pretermesso; pertanto, seppure l'ordinamento predispone mezzi e strumenti per evitare il contrasto di giudicati nel caso in cui al giudizio non partecipino tutti i soggetti del rapporto che ne costituisce l'oggetto (chiamata in causa, integrazione del contraddittorio), può essere pronunciata una sentenza efficace solo per alcuni e non per tutti i soggetti titolari del detto rapporto, tant'è vero che l'art. 404 c.p.c. ha previsto anche un rimedio specifico, l'opposizione di terzo, per consentire a quest'ultimo, rimasto estraneo al giudizio, di non subire il pregiudizio che eventualmente si sia verificato in conseguenza della sentenza pronunziata senza la sua partecipazione (oltre al rimedio, generico, costituito dall'azione di nullità che il litisconsorte necessario può esperire contro la sentenza emessa a conclusione di un giudizio necessario al quale egli non ha partecipato).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5796 del 17 marzo 2005)
Cass. civ. n. 11493/2004
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 11493 del 21 giugno 2004)
Cass. civ. n. 8515/2004
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 8515 del 5 maggio 2004)
Cass. civ. n. 7577/2003
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 7577 del 15 maggio 2003)
Cass. civ. n. 3737/2003
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 3737 del 13 marzo 2003)
Cass. civ. n. 12564/2002
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 12564 del 27 agosto 2002)
Cass. civ. n. 3230/2001
In caso di situazioni giuridiche di durata, oggetto del giudicato è l'unico rapporto giuridico continuato e non gli effetti verificatisi nei singoli periodi del suo svolgimento. (Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la decisione di merito che, in una causa avente ad oggetto il riconoscimento a seguito di trasferimento di azienda degli scatti di anzianità maturati presso il cedente, aveva escluso l'efficacia del giudicato formatosi tra le stesse parti sulla domanda di analogo contenuto proposta per un differente periodo lavorativo).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 3230 del 6 marzo 2001)
Cass. civ. n. 14999/2000
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 14999 del 21 novembre 2000)
Cass. civ. n. 14596/2000
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 14596 del 9 novembre 2000)
Cass. civ. n. 13815/2000
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 13815 del 18 ottobre 2000)
Cass. civ. n. 8583/2000
L'efficacia preclusiva del giudicato, operando nei limiti dell'accertamento che ha formato oggetto di un determinato giudizio, non si estende ad altri accertamenti della stessa natura riguardanti diversi periodi di tempo. (Nella specie in relazione alla domanda di un lavoratore che, a seguito del trasferimento dell'azienda datrice di lavoro, aveva chiesto all'impresa cessionaria il riconoscimento degli scatti di anzianità maturati presso la cedente la sentenza di merito, confermata dalla S.C., non aveva ritenuto preclusivo il giudicato formatosi sulla domanda di analogo contenuto precedentemente proposta dallo stesso lavoratore per un differente e successivo periodo di prestazione lavorativa).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 8583 del 23 giugno 2000)
Cass. civ. n. 375/2000
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 375 del 14 gennaio 2000)
Cass. civ. n. 12554/1998
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 12554 del 14 dicembre 1998)
Cass. civ. n. 10550/1998
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 10550 del 23 ottobre 1998)
Cass. civ. n. 12905/1997
In caso di omessa espressa pronuncia su di una domanda si forma, ove la sentenza passi in cosa giudicata per mancata impugnazione, un giudicato implicito sul punto del mancato accoglimento della domanda non espressamente decisa, tale da precludere che la domanda medesima possa essere riproposta in separata sede, allorché questa sia legata a quella decisa da un rapporto di dipendenza indissolubile, sì da costituirne il presupposto di fatto e l'antecedente logico-giuridico. Pertanto, ove un lavoratore autonomo, contestando la legittimità della revoca dell'incarico, domandi sia la reintegra nell'incarico professionale, sia il risarcimento del danno, l'omessa pronuncia sulla prima delle due domande deve essere equiparata ad una vera e propria decisione di rigetto, costituendo la domanda pretermessa il presupposto di quella (invece accolta) avente ad oggetto il risarcimento del danno.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 12905 del 19 dicembre 1997)
Cass. civ. n. 9775/1997
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 9775 del 8 ottobre 1997)
Cass. civ. n. 6720/1996
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6720 del 25 luglio 1996)
Cass. civ. n. 5222/1996
L'efficacia del giudicato — che preclude il riesame delle questioni già decise, anche nell'ipotesi in cui il successivo giudizio abbia finalità diverse da quelle costituenti lo scopo ed il petitum del precedente — non è limitata alla statuizione finale della sentenza, ma concerne anche le affermazioni che di quella costituiscono un precedente logico essenziale e necessario.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 5222 del 5 giugno 1996)
Cass. civ. n. 3271/1996
Nel caso in cui una sentenza contenga una pluralità di statuizioni, costituiscono capi autonomi di essa — sui quali può separatamente formarsi la cosa giudicata — quelli che provvedono su domanda di contenuto distinto, fondate su presupposti di fatto e di diritto diversi e indipendenti l'uno dall'altro, cioè quelli che sono idonei ad avere una propria individualità a sé stante indipendentemente dalle altre parti della sentenza; conseguentemente il giudicato parziale si forma allorquando l'impugnazione proposta non si estende a quei capi della sentenza che, fondati su diversi presupposti, indipendenti da quelli relativi alle statuizioni impugnate, abbiano, rispetto a queste ultime, carattere autonomo ed individualità a sé stante.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 3271 del 9 aprile 1996)
Cass. civ. n. 6689/1995
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 6689 del 14 giugno 1995)
Cass. civ. n. 5968/1995
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 5968 del 27 maggio 1995)
Cass. civ. n. 990/1994
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 990 del 1 febbraio 1994)
relative all'articolo 2909 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 2909 Codice civile - Cosa giudicata | Quesito Q201923023
Maria T. P. chiede
venerdì 22/03/2019 - Calabria
“Nel luglio del 2008 Tizio alla guida del motociclo Ducati Monster (in comproprietà con il padre) rimane coinvolto in un incidente stradale con Caio alla guida di un ciclomotore. I veicoli coinvolti subiscono danni ingenti così come i conducenti.
A seguito di tale incidente intervengono i Carabinieri i quali redigono rilevamento tecnico descrittivo nel quale i due conducenti vengono sanzionati per violazioni al codice della strada ma nella descrizione della dinamica gli stessi Carabinieri scrivono che l'unico responsabile dell'incidente è Tizio conducente del ciclomotore Ducati Monster.
Tizio ed il padre decidono di frazionare la domanda (poiché Tizio non ancora guarito) ed agire per il ristoro dei danni materiali al motociclo Ducati Monster. I due così nel 2011 decidono di adire il Giudice di Pace. Nel procedimento innanzi al GdP si costituisce Caio (conducente del ciclomotore) il quale contesta la domanda.
Dopo un anno (quindi nel 2012) Tizio guarisce con postumi ed inizia una nuova causa innanzi al Tribunale per il ristoro dei danni fisici. Anche qui si costituisce Caio contestando la domanda di Tizio. In questo procedimento i testimoni di Tizio confermano la dinamica per come descritta dall’attore in citazione mentre un testimene di Caio dice di non aver assistito all’incidente e l’altro riferisce poco riguardo la dinamica.
Nelle more Il GdP da torto (senza disporre una CTU tecnica modale tesa alla ricostruzione della dinamica dell'incidente benchè richiesta dagli attori) agli attori con sentenza nel 2012. Subito dopo la predetta sentenza del GdP Tizio ed il padre propongono appello, con costituzione di Caio che insiste nel rigetto dell’appello, ma anche in questo giudizio si da torto agli appellanti (anche qui senza disporre una CTU tecnico modale tesa alla ricostruzione della dinamica dell'incidente benchè richiesta dagli appellanti). Nel frattempo la sentenza di appello passa in giudicato.
Nelle more del giudizio innanzi al Tribunale intentato da Tizio, per le lesioni fisiche, viene finalmente disposta una CTU tecnico-modale che accerta un concorso di colpa nell'incidente de quo.
In corso di causa innanzi al Tribunale Caio esibisce la sentenza di appello e attestazione del passaggio in giudicato della stessa chiedendo un rinvio per la precisazione delle conclusioni sollevando un’eccezione di giudicato al fine di evitare un contrasto di giudicati (tra la sentenza del GdP e la sentenza del Tribunale quando finirà la causa) sulla base della sentenza della Cassazione sez. un. 26927 del 2008. Il Tribunale adito (all’esito della CTU tecnico modale) anziché rinviare la causa per la precisazione delle conclusioni (come chiesto da Caio) dispone una CTU medico-legale richiesta da Tizio tesa alla quantificazione dei danni fisici subiti da Tizio.
Alla luce di quanto detto, l’eccezione sollevata da Caio (ovvero che la sentenza del GdP relativamente alla dinamica dell’incidente formi giudicato nella sentenza del Tribunale) che possibilità ha di essere accolta dal Tribunale?
Che possibilità ha Tizio di vedersi accolta la domanda in Tribunale?
Alla luce della recente sentenza della Cass. Civ. sez. un. N. 4090 del 2017 Tizio ha agito correttamente a frazionare la domanda (considerato che al momento della proposizione della causa innanzi al GdP non era ancora guarito quindi aveva un interesse a frazionare la domanda)?”
La nozione di giudicato è contenuta nell’art. 324 del c.p.c., che definisce la cosiddetta cosa giudicata formale. Ai sensi di tale norma, “si intende passata in giudicato la sentenza che non è più soggetta né a regolamento di competenza, né ad appello, né a ricorso per cassazione, né a revocazione per i motivi di cui ai numeri 4 e 5 dell'articolo 395”.
L’art. 2909 del codice civile disciplina, invece, gli aspetti sostanziali del giudicato, e prevede che “l'accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato fa stato a ogni effetto tra le parti, i loro eredi o aventi causa”.
Nel nostro caso si pone certamente un problema di giudicato esterno, che è quello formatosi tra le stesse parti in un giudizio diverso da quello in cui se ne invoca l’efficacia, e che qui è costituito dalla sentenza emessa dal Tribunale in grado di appello, nell'impugnazione proposta avverso la sentenza del Giudice di Pace.
L’accertamento della sussistenza del giudicato esterno è rimesso al giudice di merito, che può rilevarlo anche d'ufficio.
Ora, per poter esprimere una valutazione circa la fondatezza e le probabilità di accoglimento dell’eccezione di giudicato esterno nel giudizio relativo alle lesioni sarebbe necessario conoscere gli atti di causa di entrambi i processi.
Chi pone il quesito chiede, però, un parere sulla fondatezza di una simile eccezione proposta dalla controparte alla luce del “frazionamento” della domanda da parte degli attori che hanno chiesto con azioni separate rispettivamente il risarcimento dei danni “materiali” subiti dal veicolo e il risarcimento di quelli “fisici” patiti dal conducente. In particolare, si chiede se sia stata corretta, in questo caso, la proposizione di domande separate.
Sul punto viene menzionata la sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione n. 4090/2017. Il principio di diritto affermato da quest’ultima pronuncia è il seguente: “le domande aventi ad oggetto diversi e distinti diritti di credito, benché relativi ad un medesimo rapporto di durata tra le parti, possono essere proposte in separati processi, ma, ove le suddette pretese creditorie, oltre a far capo ad un medesimo rapporto tra le stesse parti, siano anche, in proiezione, inscrivibili nel medesimo ambito oggettivo di un possibile giudicato o, comunque, fondate sullo stesso fatto costitutivo, - sì da non poter essere accertate separatamente se non a costo di una duplicazione di attività istruttoria e di una conseguente dispersione della conoscenza dell'identica vicenda sostanziale - le relative domande possono essere formulate in autonomi giudizi solo se risulti in capo al creditore un interesse oggettivamente valutabile alla tutela processuale frazionata”.
Affinché il frazionamento della domanda sia ammissibile, è necessario dunque che sussista, in capo a chi agisce, un interesse oggettivamente valutabile alla proposizione di domande separate.
Nel nostro caso, tale interesse può essere ravvisato nella necessità di richiedere il risarcimento dei danni al motociclo, senza dover attendere la guarigione del conducente, non ancora avvenuta.
Inoltre vi è anche da considerare il fatto che in questo caso le parti dei due processi non coincidono del tutto, perché per i danni materiali risultano creditori in solido sia il conducente che il padre di lui, in quanto comproprietari del mezzo.
Naturalmente, la valutazione circa la sussistenza di un interesse al frazionamento meritevole di considerazione è rimessa al Giudice, a maggior ragione quando vi sia, come in questo caso, un giudizio in corso.
Norma di riferimento: Articolo 2909 Codice civile - Cosa giudicata | Quesito Q201513962
mercoledì 12/08/2015 - Campania
“Cassazione Sent. Civ. Sez. 2^ N° ..../2015 pubblicata il ../../2015
Io sono il ricorrente in Cassazione e mia madre l'usufruttaria.
La sentenza di cui sopra è immediatamente eseguibile nei confronti del richiedente M. P. oppure lo sarà quando si estinguerà l’usufrutto con la morte di mia madre?
In data 04/08/2008 il sottoscritto ha venduto l’immobile di che trattasi (senza alcuna opposizione) che a sua volta è stato rivenduto in data 30 Nov. 2011 ed ancora rivenduto in data 05 Febb. 2014. Che rischio corriamo io e l’attuale proprietario dell’immobile il quale, tra l’altro, non è stato mai informato, che sull’immobile pendeva una causa “per violazione delle distanza legali”?”
Consulenza legale i 13/08/2015
Il quesito pone due domande.
Quanto alla prima - a seguito di attenta lettura del provvedimento - si può rispondere che la sentenza è eseguibile nei confronti del proprietario solo una volta che che si sia estinto l'usufrutto (di regola, se non sopravvengono motivi diversi, l'estinzione avviene con la morte dell'usufruttuario) e la nuda proprietà diventi così piena.
La Suprema Corte ha richiamato un orientamento risalente ed abbandonato dalla giurisprudenza di legittimità, secondo il quale era ritenuto necessario il litisconsorzio tra il nudo proprietario e l’usufruttuario in caso di azione negatoria promossa solo nei confronti del nudo proprietario.
Con la sentenza del 2015 la Corte ha aderito invece al nuovo orientamento, che non reputa sussistente il litisconsorzio necessario, ma che invece configura la sentenza emessa nei confronti del solo nudo proprietario come sentenza di condanna ineseguibile ad tempus, cioè per un certo periodo di tempo, fino all'estinzione dell'usufrutto. Si tratta di sentenza inopponibile all'usufruttuario, cioè che non può essere eseguita nei suoi confronti se egli non è stato parte del giudizio in cui è stata emessa.
Gli ermellini hanno peraltro sottolineato che non c'è rischio di prescrizione dell'actio indicati (azione con cui si fa eseguire la sentenza), in attesa dell’estinzione dell’usufrutto: difatti, l'inopponibilità e ineseguibilità della sentenza nei confronti dell’usufruttuario equivalgono a impedimenti di diritto ai sensi dell’articolo 2935 c.c.
In riferimento alla seconda questione, va ricordato che l'accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato fa stato a ogni effetto nei confronti delle parti del giudizio ma anche dei loro eredi o "aventi causa": con tale espressione, ci si riferisce a coloro che acquistano un diritto a titolo derivativo, cioè in forza di un trasferimento del diritto stesso da parte del precedente titolare, detto specularmente "dante causa", tra i quali sono ricompresi i successivi proprietari di un immobile.
Ne discende che la sentenza che impone la rimozione della sopraelevazione potrà essere eseguita - una volta estinto l'usufrutto - nei confronti non solo del nudo proprietario dell'epoca ma anche di coloro che saranno divenuti proprietari dopo di lui (i suoi "aventi causa").
Il fatto che gli acquirenti successivi non siano stati avvisati dell'esistenza di una potenziale situazione negativa connessa all'immobile ha riflessi di responsabilità sul venditore.
Il venditore, infatti, ha l'obbligo di garantire all'acquirente che il bene venduto è esattamente quello oggetto del contratto (garanzia per i vizi, artt. 1490 ss. c.c.) e, in ogni caso, egli deve comportarsi secondo correttezza e buona fede sia prima della conclusione del contratto (in fase di trattative, non nascondendo circostanze che potrebbero far desistere l'acquirente dal comprare, art. 1337 del c.c.), sia durante il contratto.
Il proprietario attuale, quindi, se non avvisato prima dell'acquisto dal venditore che sussisteva una causa potenzialmente per lui sfavorevole (la sentenza prevede la demolizione di una parte del fabbricato), ha diritto a chiedere al venditore, a sua scelta:
- la garanzia per i vizi, in quanto il bene dopo l'esecuzione della sentenza non risulterà più identico a quello compravenduto (attenzione però ai termini di decadenza e prescrizione previsti dall'art. 1495 del c.c.);
- la risoluzione del contratto per inadempimento grave, oltre al risarcimento del danno, in virtù del fatto che l'inadempimento al dovere di correttezza e buona fede da parte del venditore ha comportato la sensibile diminuzione del valore del bene, nonché della dimensione del bene che può essere goduto dall'acquirente; le parti possono anche concordare che il contratto resti in vita e la proprietà rimanga all'attuale proprietario, ma che il prezzo sia ridotto, proporzionalmente alla perdita di parte del bene.
- il solo risarcimento del danno, che può consistere nella perdita di valore del bene e quindi nella restituzione di una parte del prezzo, oltre al ristoro di eventuali altri danni materiali o immateriali (es. sorti in occasione dei lavori di demolizione, per il disagio comportato al proprietario dalle opere edilizie in corso).
Nel caso di specie, vi sono stati tre passaggi di titolarità: da A a B, da B a C, e da C a D. Se A (ricorrente in Cassazione) ha avvisato B della pendenza della causa, B non ha diritto a chiedergli un risarcimento o a esperire altri rimedi, poiché era al corrente del potenziale danno; se, invece, C, pur sapendo, non ha avvisato D del processo in corso, egli risponderà nei confronti di D, attuale proprietario, per tutto quanto sopra meglio esposto. Se A non ha avvisato B, anch'egli è potenzialmente convenibile in giudizio dal successivo acquirente che si sia visto condannare per responsabilità dai suoi aventi causa, tenuti all'oscuro del processo.
La soluzione precisa può però essere data solo conoscendo con esattezza tutti i fatti attinenti al caso di specie.
Norma di riferimento: Articolo 2909 Codice civile - Cosa giudicata | Quesito Q201512404
Filiberto S. chiede
lunedì 16/02/2015 - Sicilia
“La C/te di Appello su rinvio della Cassazione nella parte motiva della sentenza assume non dovuti gli interessi legali sull'indennità di espropriazione per p.u., nel dispositivo non dispone però la compensazione degli interessi già pagati con la maggiore indennità riconosciuta. Non ci si deve attenere al dispositivo? Quid iuris?”
Quando dispositivo e motivazione della sentenza sono resi in un unico documento, in caso di contrasto tra i rispettivi contenuti, non si può, a priori, dirsi prevalente quanto detto in parte dispositiva rispetto a quanto affermato nelle motivazioni.
Sebbene, in via del tutto generale, possa dirsi che esiste una regola secondo cui il dispositivo dovrebbe prevalere sulla motivazione della sentenza, tale regola è pacificamente derogabile quando l'esame della motivazione consenta di ricostruire chiaramente ed inequivocabilmente il procedimento seguito dal giudice, così che si possa concludere che la divergenza dipenda da un errore materiale, obiettivamente riconoscibile, contenuto nel dispositivo. Se l'errore materiale è di immediata rilevabilità, è consentito il ricorso alla procedura di correzione ai sensi dell'art. 287 del c.p.c..
La giurisprudenza di legittimità ha più volte sostenuto che l'esatto contenuto di una sentenza va individuato integrando il dispositivo con la motivazione, nella parte in cui la stessa riveli l'effettiva volontà del giudice (cfr., tra le altre, Cass. civ., sez. II, 11.7.2007, n. 15585: "La portata precettiva di una sentenza va infatti individuata tenendo conto non soltanto del dispositivo, ma anche della motivazione così che, in assenza di un vero e proprio contrasto tra dispositivo e motivazione, è da ritenersi prevalente la statuizione contenuta in una di tali parti del provvedimento che va, per l'effetto, interpretato in base all'unica statuizione che, in realtà, esso contiene").
Ad esempio, in tema di spese processuali, la Corte di Cassazione ha recentemente statuito: "Se c’è contrasto fra dispositivo e motivazione sul punto delle spese processuali prevale senz’altro la seconda, in quanto il primo esprime in forma riassuntiva la decisione. Ciò perché il dispositivo ha la funzione di esprimere in forma riassuntiva la decisione, il contrasto tra motivazione e dispositivo, nel quale le spese processuali di secondo grado sono integralmente compensate tra le parti, non può che essere sciolto nel senso della prevalenza della motivazione sul dispositivo” (Cass. civ., sez. VI, ordinanza 15.6.2012 n. 9840).
Sta all'interprete della sentenza individuare la reale volontà del giudice, accertando che non si sia in presenza di un mero errore materiale: ciò, però, solo se vi si possa individuare una coerenza nell'intero documento.
Se, al contrario, si accerti un insanabile contrasto fra motivazione e dispositivo, tale che non sia possibile individuare la reale portata del provvedimento, sussiste una causa di nullità della sentenza, che si trasforma in motivo di impugnazione (in tal senso si possono citare diverse pronunce, tra le quali Cass. civ., 23.5.2011, n. 11299, che sancisce: "La contraddittorietà tra motivazione e dispositivo della sentenza ne determina la nullità ai sensi dell’art. 156 c.p.c., comma 2 (Cass 3528/1997; 11895/1995; 5808/1995; 7671/1995; 2281/1992). Nel caso di insanabile contrasto tra motivazione e dispositivo non è infatti consentito individuare la statuizione del giudice attraverso una valutazione di prevalenza di una delle contrastanti affermazioni contenute nella decisione, né può farsi ricorso alla interpretazione complessiva di essa, che presuppone una sostanziale coerenza tra le diverse parti e proposizioni della medesima").
Nel caso di specie, non risulta ictu oculi un contrasto insanabile tra dispositivo e motivazione, perché il dispositivo semplicemente omette di giungere alla conseguenza di disporre la compensazione degli interessi già pagati, dopo aver detto che essi non erano dovuti.
Quindi, si potrà cercare di interpretare il provvedimento nel senso di conferirgli un significato univoco e coerente in ogni sua parte.
Nel quesito si dice che la motivazione "assume non dovuti gli interessi": ciò significa che lo si è dedotto da altre statuizioni o il giudice si è espresso chiaramente sul punto? In mancanza di una espressa ed obiettiva statuizione del giudice in motivazione, dovrebbe prevalere il dispositivo.
Oppure: se risulta assolutamente evidente dalla motivazione che gli interessi legali non fossero dovuti, il giudice potrebbe aver semplicemente scordato di operare la compensazione, commettendo così un mero errore materiale.
In altre parole: non è possibile in questa sede, in difetto dell'esame del provvedimento nonché degli atti di parte depositati nel processo, determinare se nel caso concreto prevalga l'una o l'altra parte della sentenza. Ciò, in quanto - sulla base delle pronunce giurisprudenziali di cui si è più sopra detto - non esiste una norma che imponga semplicemente la prevalenza del dispositivo sulla motivazione, dovendosi pertanto operare una lettura complessiva dell'atto, alla ricerca di contrasti assolutamente insanabili.

References: Articolo 2909

Articolo 2909
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 324
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 

Cass. 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 art. 372
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 sentenza 

Cass. 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 949

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 

Cass. 
 sentenza 
 Articolo 2909
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Articolo 2909
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 1337
 sentenza 
 sentenza 
 Articolo 2909
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza