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Timestamp: 2020-07-09 13:53:52+00:00

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Nel decennale della sentenza delle S.U. n. 24418/2010: riflessioni sul c.d. saldo ricalcolato come unico parametro.
Nel decennale della sentenza delle S.U. n. 24418/2010:
riflessioni sul c.d. saldo ricalcolato come unico parametro per l’individuazione della solutorietà delle operazioni bancarie.
(dell’avv. Antonio TANZA adusbef@studiotanza.it )
Ricorre quest’anno il decennale della storica sentenza delle S.U. n. 24418 del 2 dicembre 2010 (Doc. 1, che si allega nella sua interezza), storica in quanto la difesa del correntista, cui ebbi l’onore di partecipare, è riuscita a sventare il subdolo tentativo della filobancaria di “porre una lapide” sul diritto dei correntisti a ripetere le somme indebitamente trattenute dalle banche utilizzando lo scudo posto dalla lobby bancaria con il D.Lgs. 04 agosto 1999 n. 342 (c.d. Salvabanche 1). Infatti, se da un lato la difesa dei correntisti riuscì a far saltare dinanzi al Giudice delle leggi (sentenza 17 ottobre 2000 n. 425, dopo la discussione nel “Salone del Belvedere” della Consulta, essendo in ristrutturazione la storica Sala delle udienze) lo sconsiderato tentativo del Governo D’Alema di legittimare la retroattività della norma anatocistica (cfr. art. 253 del D.Lgs. 04 agosto 1999 n. 342), dall’altro la filobancaria riuscì a far passare il ridicolo[1] principio del pari binario, così come poi disegnato dalla deliberazione del CICR del 9 febbraio 2000.
Le S.U., con la citata pronuncia n. 24418/2010, hanno definitivamente affermato, da un lato che: “Se, dopo la conclusione di un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, il correntista agisce per far dichiarare la nullità della clausola che prevede la corresponsione di interessi anatocistici e per la ripetizione di quanto pagato indebitamente a questo titolo, il termine di prescrizione decennale cui tale azione di ripetizione e` soggetta decorre, qualora i versamenti eseguiti dal correntista in pendenza del rapporto abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, dalla data in cui e` stato estinto il saldo di chiusura del conto in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati”, mentre qualora il versamento sia stato effettuato su un conto corrente extrafido o sine fido avrà funzione solutoria e la prescrizione decorrerà da ogni singolo versamento[2]; dall’altro che, una volta accertata la nullità della clausola della capitalizzazione trimestrale, gli interessi passivi addebitati dalla banca debbano essere computati senza alcuna capitalizzazione.
Il Governo Berlusconi con la legge 26 febbraio 2011, n. 10, art. 261 di conversione del d.l. 29 dicembre 2010, n. 225 (c.d. salvabanche 3), dopo la vittoria dei clienti delle banche dinanzi alle S.U. nel 2010, aveva ritenuto di salvare nuovamente il ceto bancario introducendo una norma interpretativa che faceva decorrere il termine di prescrizione dell’azione di ripetizione degli indebiti interessi anatocistici, dichiarati nulli dal momento dell’annotazione del conto corrente, senza considerare la natura solutoria o ripristinatoria delle singole rimesse del cliente, azzerando così i principi della sentenza delle S.U. n. 24418/2010 ed escludendo, di fatto, il riconoscimento degli effetti della dichiarata nullità della clausola anatocistica. Le difese dei clienti delle banche, all’alba dell’infausto provvedimento governativo, crearono un documento (datato e diffuso il 28 febbraio 2011), pubblicato su vari siti internet (ed ancora visibile su https://issuu.com/iusondemand/docs/incostituzionalit__norma_salvabanche_a5, ma che si allega in cartaceo - Doc. 2), in cui invitavano tutti gli avvocati dei consumatori a presentare nelle udienze in corso l’eccezione di incostituzionalità del c.d. salvabanche 3 (il documento fu presentato anche in un seminario tenutosi presso il Senato, il 15 marzo 2011, dal titolo “Anatocismo, usura, risparmio tradito: quale tutela?”).
Uno degli aspetti più pacifici, ma nello stesso tempo più gettonati dai potenti mezzi dalla filobancaria, è quello dell’assurda asserzione della validità del c.d. “saldo banca”, al posto della validità del c.d. “saldo ricalcolato”, nell’individuazione delle c.d. operazioni solutorie nei contratti di apercredito: per la banca, nonostante la nullità di numerose competenze bancarie, il parametro di riferimento per l’applicazione delle varie valutazioni dovrebbe restare l’invalido “saldo banca”. L’illusione del ceto bancario di far passare l’invalido per valido, si manifestò quasi subito sul terreno delle consulenze tecniche e, come al solito, le banche non mancarono certo, con il loro metodo federiciano e con i potenti mezzi di cui certamente dispongono, di avere la meglio in numerosi tribunali e corti che, contro ogni logica e diritto, hanno affermato la validità del c.d. saldo banca, seppur inficiato da numerosissime poste invalide (si considerino, solo per esempio, gli oneri derivanti dall’anatocismo, ecc.). Per brevità mi riporto ad uno scritto del 17 aprile 2013 (Contratti bancari, ripetizione indebito e prescrizione: corti di merito a confronto[3] ancora presente nel web) in cui si evidenziavano alcune tematiche, tra cui quella sul c.d. saldo ricalcolato, come unico parametro per l’individuazione della solutorietà delle operazioni bancarie.
La filobancaria, al contrario, nella patologica cecità di convenienza ritiene di individuare le c.d. rimesse solutorie in relazione alle (debite o indebite) annotazioni della banca, cioè basandosi sul c.d. "saldo banca" per come è piaciuto determinarlo e quantificarlo alla stessa banca durante lo svolgimento del rapporto, comprendendo, così, anche quelle competenze illegittime scaturite dalla nullità delle numerose clausole, come ad esempio quella anatocistica.
E’ evidente, al contrario, come la CTU debba, a seguito dell’espunzione delle competenze indebite (anche in ossequio a quanto disposto dalla sentenza delle S.U. n. 24418/2010 eliminando, ad esempio, ogni forma di capitalizzazione degli interessi debitori), individuare le rimesse solutorie sulla base del "legittimo saldo" rideterminato dal CTU che, correttamente, dopo aver eliminato gli addebiti indebiti, ha ricalcolato separatamente sia gli interessi intrafido che quelli extrafido o sine fido, ricongiungendoli al saldo capitale alla chiusura del conto o alla prima rimessa dopo la scadenza dell'affidamento.
“… Peraltro va anche considerato che la natura solutoria o ripristinatoria di una rimessa non può essere valutata ex ante, ma solo dopo aver ricalcolato i saldi epurandoli dalle poste non dovute e che ripristinando le posizioni di credito/debito potrebbero portare a ritenere ripristinatoria una rimessa che era stata trattata dalla Banca come solutoria, come nel caso in cui il correntista risultava extra fido, solo perché gli erano state addebitate competenze ed interessi non dovuti. Alla luce del considerevole credito emerso a favore del cliente appare più probabile che non tutte le rimesse fossero ripristinatorie come considerate dal CTU.” Corte d'Appello di Bologna sentenza n. 2994 del 18 settembre 2017
“… il primo giudice ha correttamente disposto le indagini peritali che hanno condotto ad acclarare il credito del correntista, escludendo gli interessi ultralegali che risultavano pattuiti facendo ricorso all'uso su piazza. Peraltro, va anche considerato che la natura solutoria o ripristinatoria di una rimessa non può essere valutata ex ante, ma solo dopo aver ricalcolato i saldi, epurandoli dalle poste non dovute e che ripristinando le posizioni di credito/debito potrebbero portare a ritenere ripristinatoria una rimessa che era stata trattata dalla Banca come solutoria, come nel caso in cui il correntista risultava extra fido, solo perché gli erano state addebitate competenze ed interessi non dovuti. Da ciò consegue che solo ex post, ovvero dopo la ricostruzione dell'intero rapporto di dare/avere ad opera del CTU, sarà possibile valutare se alcune rimesse, indicate come solutorie dalla Banca, Io siano state in concreto, e per esse, considerare il periodo di prescrizione decorrente dall'annotazione, invece che dalla chiusura del conto.” Corte d'Appello di Bologna, sentenza n. 2920 del 26 novembre 2018
“La Banca ritiene erroneamente che, per ottenere l'effetto della irripetibilità del pagamento indebito rispetto al quale è maturata la prescrizione, nel procedere alla rideterminazione del saldo del conto corrente ed alla individuazione delle rimesse solutorie, si debbano mantenere le indebite annotazioni effettuate dallo stesso istituto di credito. E', invece, evidente che per verificare se un versamento effettuato dal correntista nell'ambito di un rapporto di apertura di credito in conto corrente abbia avuto natura solutoria o solo ripristinatoria, occorre, all'esito della declaratoria di nullità da parte dei giudici di merito delle clausole anatocistiche, previamente eliminare tutti gli addebiti indebitamente effettuati dall'istituto di credito e conseguentemente determinare il reale passivo del correntista e ciò anche al fine di verificare se quest'ultimo ecceda o meno i limiti del concesso affidamento. L'eventuale prescrizione del diritto alla ripetizione di quanto indebitamente pagato non influisce sulla individuazione delle rimesse solutorie, ma solo sulla possibilità di ottenere la restituzione di quei pagamenti coperti da prescrizione.” Cass. civ., Sez. I, Ord., 19 maggio 2020, n. 9141
Inoltre, del tutto infondata e formulata in termini puramente astratti e fantasiosi è l'affermazione degli istituti di credito secondo cui gli interessi intrafido sarebbero esigibili alle scadenze pattuite (solitamente trimestrali) e che l'inesigibilità del capitale finanziato non influirebbe sugli interessi pattuiti come corrispettivo dell'utilizzazione del finanziamento: non vi è dubbio, al contrario, che il debito per interessi, quale accessorio, debba seguire il regime del debito principale, salvo una diversa pattuizione tra le parti che dovrebbe, tuttavia, specificare una modalità di calcolo degli interessi (intrafido) idonea a scongiurare in radice il meccanismo dell'anatocismo (cfr. Cass. civ., Sez. I, Ord., 19 maggio 2020, n. 9141).
In difetto di allegazione da parte della banca dell'esistenza di una tale pattuizione (in verità inesistente), si dovranno individuare le rimesse solutorie eliminando dal conto corrente gli addebiti per la porzione di interessi maturati sul capitale intrafido.
L’art. 8213 c.c. regola la modalità di acquisto dei frutti civili, cioè quella del “giorno per giorno” che, per gli interessi dei capitali, letteralmente significa utilizzo del regime semplice: dunque, l’utilizzo del regime composto deve essere chiaramente esplicitato in contratto in ottemperanza del “dovere di correttezza e buona fede (che) in ambito bancario implica l'obbligo di fornire informazioni esatte e di non addebitare poste indebite” (cfr. Civile Ord. Sez. 1 Num. 34535 del 27/12/2019)[4].
In dottrina, autorevole è la distinzione tracciata da Paolo FERRO-LUZZI (Dell’anatocismo, del conto corrente bancario e di tante altre cose poco commendevoli, RiDP, 2000, III, 402 e ss.) tra interessi scaduti (di cui all'art. 1283 c.c.) ed interessi semplicemente maturati che, secondo la regola di cui all'art. 8213 c.c. “si acquistano giorno per giorno, in ragione della durata del diritto”.
Solo nei casi tassativamente previsti dalla legge (art. 1283 c.c. e art. 120 TUb [5]), gli interessi possono produrre nuovi interessi e questo fenomeno è detto capitalizzazione composta: ciò accade quando gli interessi entrano far parte del capitale affinché producano a loro volta nuovi interessi insieme al capitale originario.
Un marchiano errore (ovvero consapevolezza di voler diminuire il quantum della domanda del maltolto) compiuto da taluni tecnici filobancari è di considerare solutorie (ovvero extrafido) tutte le rimesse e per l’intero importo: la sentenza n. 1994 10869 Cass.[6] ha stabilito che "nel contratto di apertura di credito regolata in conto corrente, le singole rimesse effettuate sul conto dell'imprenditore poi fallito, nel periodo sospetto di cui all'art.67, comma 2, L.F., quando il conto sia scoperto, sono revocabili per la parte relativa alla differenza fra lo scoperto ed il limite del fido, atteso che lo scoperto costituisce per la banca un credito esigibile e che la rimessa, non creando nuova disponibilità per il cliente, ha carattere solutorio".
[1] Il principio del c.d. pari binario appare ridicolo in quanto non vi è parità quando il parametro di riferimento non è il cliente, ma il singolo contratto, sicché se uno stesso correntista apre un rapporto, ad esempio, di apercredito, che presuppone fisiologicamente una posizione debitoria, gli verrà applicato un regime di interessi con capitalizzazione trimestrale, mentre se lo stesso cliente ha un conto corrente di corrispondenza ordinario gli verrà applicato l’interesse annuale.
[2] Per ogni singolo versamento nell’ipotesi di conto corrente di corrispondenza sine fido, per la sola quota del versamento che sarà extrafido per l’ipotesi di superamento del fido concesso.
[3] https://www.altalex.com/documents/news/2014/03/17/contratti-bancari-ripetizione-indebito-e-prescrizione-corti-di-merito-a-confronto
[4] La materia della trasparenza bancaria, segnatamente sotto il profilo della rappresentazione al cliente del complessivo ed effettivo costo del credito e` stata oggetto tra il 1992 e il 2016 di ripetuti interventi normativi, in parte endogeni e in parte di origine euro-unitaria. Alcuni di questi interventi, segnatamente la delibera CICR 4 marzo 2003 e la successiva determina 25 luglio 2003 della Banca d’Italia, interessano operazioni bancarie tipiche, concluse con clientela professionale e consumatori. Altri interventi, in particolare il d. lgs. 13.8.2010 n. 141, che ha recepito la direttiva 2008/48/UE (in tema di credito al consumo), e il d. lgs. 21.4.2016 n. 72, che ha recepito la direttiva 2014/17/UE (in tema di contratti di credito ai consumatori relativi ai beni immobili), riguardano esclusivamente contratti bancari conclusi con consumatori.
[5] L’art. 120 c. 2 TUB è norma imperativa, imperatività che viene trasmessa alla delibera CICR 9.02.2000; è altresì norma speciale rispetto all’art. 1283 c.c. che ha natura generale, da qui il noto brocardo: lex specialis derogat generali.
L’art. 1202 TUb (comma sostituito prima dall’art. 1, comma 629, L. 27 dicembre 2013, n. 147 e, successivamente, cosi` modificato dall’art. 17-bis, comma 1, D.L. 14 febbraio 2016, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla L. 8 aprile 2016, n. 49) così recita: “Il CICR stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi nelle operazioni poste in essere nell'esercizio dell'attività bancaria, prevedendo in ogni caso che:
2) il cliente può autorizzare, anche preventivamente, l'addebito degli interessi sul conto al momento in cui questi divengono esigibili; in questo caso la somma addebitata è considerata sorte capitale; l'autorizzazione è revocabile in ogni momento, purché prima che l'addebito abbia avuto luogo.
[6] Cassazione civile, sezione 1, sentenza 17 dicembre 1994, n. 10869: “Nel contratto di apertura di credito regolata in conto corrente, le singole rimesse effettuate sul conto dell'imprenditore poi fallito, nel periodo di cui all'art. 67 comma 2 l. fall., quando il conto sia "scoperto" (per il superamento del fido), sono revocabili per la parte relativa alla differenza tra lo scoperto ed il limite del fido - senza che la revocabilità debba essere contenuta nel limite del divario tra il massimo scoperto extrafido ed il saldo a chiusura conto - atteso che lo scoperto di conto costituisce per la banca un credito esigibile e che la rimessa, non creando nuova disponibilità per il cliente, ha carattere solutorio.
DOC 1 SU 24418 (801,2 KB)
DOC 2 Profili di incostituzionalità (5,9 MB)
decennale della SU 24418 del 2010 (600,8 KB)
Documento n.14900

References: sentenza 
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 art. 253
 art. 261
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 Cass. 
 Cass. 
 art. 120
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