Source: http://avvocatopenalista.roma.it/diritto-penale/reati-pubblica-amministrazione/29-no-corruzione-dieci-euro-agente-polizia
Timestamp: 2020-04-10 10:03:10+00:00

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Dieci euro all’agente di Polizia: Non è Corruzione
La consistenza dell'offerta di corruzione va correlata alla controprestazione richiesta, al soggetto pubblico, nonché alle circostanze di tempo e di luogo in cui l'episodio si colloca.
Corte di Cassazione, Sezione Sesta Penale, 15 febbraio 2013, n. 7505
Da 4 a 8 anni di reclusione sono previsti per l’istigazione alla corruzione al fine dell’omissione di un atto d’ufficio (ridotta di un terzo come sancito per la corruzione con lo scopo di un ottenere un atto contrario ai doveri d’ufficio).
Lassate stare e pigliatevi nu cafè
Il sig. D.D. aveva commesso un’infrazione al codice della strada.
Due agenti della polizia stradale gli stavano effettuando la contestazione e gli avevano chiesto la carta di circolazione. Ma, nel consegnarla, D.D. aveva posto una banconota da dieci euro in vista, dicendogli la seguente frase: “lassate stare e pigliatevi nu cafè”.
Di fronte al silenzio degli agenti, che rifiutavano la banconota, aveva ripetuto insistentemente varie volte la frase con fare ammiccante, finché gli agenti avevano deciso di denunciarlo.
Assoluzione per Istigazione alla Corruzione
Mentre il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi aveva pronunciato l’assoluzione di D.D., la Corte di Appello di Napoli l’aveva condannato per induzione alla corruzione, ritenendo che l’offerta di denaro, benché modesta, fosse potenzialmente idonea a realizzare la fattispecie, avuto riguardo alle circostanze concrete della condotta, in particolare per la sua insistenza.
L’istigazione alla corruzione si configura per chiunque offre o promette denaro od altra utilità non dovuti ad un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio per l'esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, soggiace, qualora l'offerta o la promessa non sia accettata
Gli avvocati penalisti difensori erano ricorsi in cassazione sostenendo l’errata applicazione della legge penale, ossia che non potesse configurarsi il reato di induzione alla corruzione.
Ciò per la risibilità della somma, tale da non poter costituire un’offerta idonea a provocare il pericolo che gli agenti potessero accettarla.
Inoltre, quanto alle circostanze della condotta, l’insistenza era stata dovuta al fatto che D.D., per qualità soggettive e culturali di ignoranza, non aveva percepito il disvalore del gesto.
Sempre secondo la difesa, il comportamento dell’imputato si sarebbe semmai potuto ascrivere ad un atteggiamento di disprezzo nei confronti della funzione svolta dagli agenti, e perciò ricondurre al reato di oltraggio a pubblico ufficiale, non più previsto tuttavia dal codice penale al tempo dei fatti.
Annullamento Condanna perché il fatto non sussite
La Suprema Corte ha accolto il ricorso della difesa, disponendo l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, con la formula “perché il fatto non sussiste”.
Essa si è richiamata al precedente della stessa Sezione, n. 3176 del 2012, riguardante un fatto del tutto analogo, in cui l’imputato aveva offerto la somma di cinque euro a due agenti che stavano per procedere al sequestro amministrativo del suo ciclomotore, in quanto trovato sprovvisto dei documenti assicurativi.
In tale arresto la Corte aveva rilevato che la irrisorietà della somma di denaro era tale che l’offerta non era idonea ad ottenere alcun risultato, in quanto incapace di causare un turbamento psichico del pubblico ufficiale, turbamento funzionale all’omissione dell’atto dovuto.
Nell’una e nell’altra sentenza il giudice di legittimità afferma che, ai fini della configurazione del reato di istigazione alla corruzione, occorre verificare la serietà dell’offerta, nel senso che l’offerta deve avere una potenzialità conduttiva, nella specie, all’omissione di un dovere d’ufficio.
Tale valutazione va correlata ad una serie di elementi: la controprestazione richiesta, le condizioni sia dell’offerente che del soggetto pubblico, le circostanze di tempo e di luogo della condotta. Proprio questi elementi, nei casi concreti all’esame, secondo il Supremo Consesso portavano a ritenere l’offerta inidonea a conseguire la corruzione.
Nella condotta si era invece concretata un’implicita offesa all’onore ed al prestigio degli agenti, sicché si sarebbe potuto procedere per reato di oltraggio a pubblico ufficiale, se i fatti non si fossero svolti proprio nel periodo in cui la relativa norma del codice penale era stata abrogata e non era ancora stata emanata la nuova norma che ha reintrodotto, con disciplina parzialmente diversa, questo reato.
Apprezzabile danno o concreta lesione
La sentenza verte sul principio di offensività della norma penale, al cui proposito è opportuno richiamare quanto affermato dall’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione (rassegna del 2013), che rileva come, in una fase storica in cui il diritto penale della “società del rischio” si caratterizza sempre più per la presenza di reati di pericolo astratto, con estensione delle forme di tutela anticipata, la bussola che orienta la Corte nella interpretazione delle norme incriminatrici è la necessità di attribuire rilevanza penale ai soli fatti realmente offensivi, cioè ai fatti produttivi di un apprezzabile danno ovvero di una concreta lesione, verificando se la condotta, di volta in volta contestata all'agente ed accertata, sia assolutamente inidonea a porre a repentaglio il bene giuridico protetto, risultando in concreto inoffensiva.
Sotto questa angolazione, la sentenza è condivisibile, anche perché è per far fronte a fenomeni corruttivi di grande rilevanza nella nostra cronaca politico – giudiziaria, e non certo ad episodi minimali come quello considerato nella sentenza in esame, che il legislatore è intervenuto con norme sempre più severe, in particolare con la legge 6 dicembre 2012, n. 190, recante “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”, che ha riguardato tutta la materia dei reati contro la pubblica amministrazione.
Convince meno, invece, nella sentenza, il riferimento, per la condotta tenuta dall’imputato, al reato di oltraggio a pubblico ufficiale, benché solo in via di ricostruzione degli istituti in quanto nessuna norma in merito vigeva all’epoca dei fatti. Infatti questo delitto, sia nella vecchia che nella nuova formulazione, prescinde completamente dalla ricerca di qualsiasi utilità da parte dell’agente ed anzi appare proprio in contrasto con la possibilità di ottenere un vantaggio, finalità che pure nel caso concreto era perseguita dall’imputato, seppur in modo inidoneo.
Sembrerebbe che il giudice di legittimità, non volendo per le ragioni sopra esposte sanzionare la condotta con una pena che risultava smisurata rispetto al caso concreto (anche se, ricordiamo, per l’istigazione alla corruzione è prevista la circostanza attenuante se i fatti sono di particolare tenuità), abbia voluto però rimarcarne la deplorabilità, riconducendola ad altro delitto sanzionato con pena minore (che nella nuova formulazione non è neanche fissata nel minimo). E ciò anche tenuto conto che il reato di oltraggio a pubblico ufficiale viene in genere ricondotto, oltre che alla primaria esigenza di tutelare l’onore della funzione pubblica, anche all’esigenza di evitare che un turbamento psichico del pubblico ufficiale influenzi il suo comportamento e, quindi, il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione. Il ragionamento non convince ed introduce incertezza interpretativa sulla configurazione di ambedue i delitti in esame.
Fra l’altro, la nuova formulazione del reato di oltraggio a pubblico ufficiale prevede la presenza di più persone, oltre alla persona offesa, e quindi non si sarebbe potuto comunque configurare nel caso concreto all’esame. Inoltre, nel periodo in cui questo reato non era previsto dal nostro ordinamento, in realtà gli episodi dello stesso tipo venivano perseguiti come ingiuria, ossia offesa al decoro e all’onore, con l’aggravante della commissione del fatto contro un pubblico ufficiale nell'atto o a causa dell'adempimento delle funzioni, mentre la Corte non ha ritenuto di far riferimento a tale possibilità.
Collegate alla sentenza in commento risultano, oltre alla sentenza già citata della stessa Sezione, n. 3176 del 2012, riguardante un fatto del tutto simile, altre recenti dello stesso tenore in materia ad esempio di furto (Sez. Un. n. 40354 del 2013), stupefacenti (Sez. VI n. 41090 del 2013), sottrazione di minore da parte di un genitore (Sez. VI n. 22911 del 2013).
La linea di ragionamento è ben spiegata nella decisione delle Sezioni Unite n.28605 del 2008 (in materia di coltivazione di sostanze stupefacenti), in cui si afferma, richiamandosi anche alla giurisprudenza costituzionale (in particolare Corte Cost. n. 265 del 2005), che il principio di offensività – in forza del quale non è concepibile un reato senza offesa ("nullum crimen sine iniuria") – opera su due piani: il primo è quello della previsione normativa, sotto forma di precetto rivolto al legislatore di prevedere fattispecie che esprimano in astratto un contenuto lesivo, o comunque la messa in pericolo, di un bene o interesse oggetto della tutela penale (offensività in astratto), il secondo è quello dell'applicazione giurisprudenziale (offensività in concreto), quale criterio interpretativo-applicativo affidato al giudice, tenuto ad accertare che il fatto di reato abbia effettivamente leso o messo in pericolo il bene o l'interesse tutelato.
Ciò nella prospettiva della gerarchia di valori che promana non più solo dalla Carta Costituzionale – che impone una lettura sistematica delle norme in materia penale e dell’insieme dei valori connessi alla dignità umana - ma anche dalle convenzioni internazionali, da considerarsi, in virtù dell’art. 117 cost., norme sovraordinate alle leggi ordinarie e, come tali, criteri determinanti per orientare l’attività ermeneutica.
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