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Timestamp: 2019-04-19 07:19:53+00:00

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In tema di esecuzione di una sentenza emessa da un giudice ordinario e di una sentenza emessa da un giudice per i minori nei confronti di un soggetto che aveva compiuto il diciottesimo ma non il venticinquesimo anno di età, si è ritenuto che la pena cumulata dovesse essere eseguita in un istituto penale per minorenni “essendo divenuta definitiva per ultima la sentenza del tribunale per i minorenni”, e quindi sulla base del principio previsto dall’art. 665 comma 4, c.p.p., secondo cui se l’esecuzione concerne più provvedimenti emessi da giudici diversi il giudice dell’esecuzione competente è quello che ha emesso il provvedimento divenuto irrevocabile per ultimo. La pena doveva essere eseguita in un istituto per minorenni “se è vero il rapporto fra competenza del giudice dell’esecuzione e strutture per maggiorenni e/o per minorenni”.
Ad avviso di questo Ufficio studi, come si dirà più oltre, la questione va risolta sulla base non dell’art. 665 comma 4, ma di una diversa norma e con diversi argomenti.
L’art. 665 comma 4, nel disciplinare l’ipotesi di pluralità di provvedimenti emessi da giudici diversi, radica la competenza a decidere presso il giudice che ha emesso il provvedimento divenuto irrevocabile per ultimo. La competenza a determinare la posizione esecutiva di un soggetto nei cui confronti siano state pronunciate più sentenze di condanna deve essere necessariamente unitaria e fare capo ad un unico giudice che è competente a provvedere su ogni questione attinente l’esecuzione di una qualsiasi fra le varie sentenze di condanna (Cass. 9.4.1992, ric. Moretto).
Ciò significa che nel caso di pluralità di sentenze viene individuato, con un criterio cronologico, il giudice dell’esecuzione al quale viene attribuita la competenza funzionale in ordine a tutte le sentenze che devono essere poste in esecuzione nei confronti di minorenni o ultradiciottenni fino agli anni venticinque quando uno dei reati a cui si riferiscono le diverse sentenze sia stato commesso prima del compimento della maggiore età.
Di conseguenza, nel caso di cumulo misto la competenza a conoscere dell’esecuzione di diverse sentenze spetta al giudice ordinario o a quello minorile che ha emesso la sentenza divenuta irrevocabile per ultima, cessando comunque la competenza del giudice minorile al compimento del venticinquesimo anno di età del condannato (è ovvio che se l’esecuzione dovesse riguardare soltanto sentenze minorili varrebbe esclusivamente la competenza funzionale del Tribunale dei minorenni.
L’erroneità della tesi espressa è resa evidente dal rilievo che in base alla regola di cui all’art. 665 comma 4, se si fosse verificata l’ipotesi che l’ultima sentenza irrevocabile fosse stata emessa dal giudice ordinario e non da quello minorile, ne sarebbe derivata, sulla base di quanto detto nella nota, la conseguenza che la pena cumulata avrebbe dovuto essere eseguita in un carcere ordinario e con le modalità del trattamento penitenziario previste nell’art. 13 dell’Ordinamento penitenziario di cui alla legge 26 luglio 1975 n. 354 e nell’art. 1 del Regolamento penitenziario di cui al d.p.r. 30 giugno 2000 n. 230, e non in un istituto penale per minorenni e con le modalità di trattamento previste per i minorenni e per gli infraventicinquenni.
Questa conseguenza sarebbe stata inaccettabile perché in base a un dato meramente formale e accidentale qual è l’anteriorità del passaggio in giudicato di una sentenza rispetto a un’altra, il condannato sarebbe stato privato della garanzia data dal moderno modello trattamentale che risponde ai particolari bisogni della personalità dei minorenni autori di reato a cui, tramite i servizi indicati nell’art.8 del d.lgs. 28.7.1989 n. 272 e in particolare gli istituti penali per i minorenni, sono garantiti i diritti insopprimibili a un’armonica crescita psicofisica, allo studio, alla salute, in un contesto relazionale finalizzato a valorizzare le loro attitudini e le opportunità per esprimersi e per comunicare. Questi servizi per la giustizia minorile sono attuati negli istituti penali per i minorenni istituiti a seguito del d.p.r. n. 448 del 1988 per attuare l’espiazione della pena o la custodia cautelare dei minorenni e degli ultradiciottenni fino agli anni venticinque.
Né tanto meno può condividersi la perentoria e immotivata affermazione del Direttore dell’istituto penitenziario di Bari secondo cui l’imputato doveva essere assegnato presso un istituto per maggiorenni perché “la competenza per l’esecuzione della pena è ormai di questa Amministrazione avendo riportato condanna da maggiorenne”.
L’esigenza che anche per gli ultradiciottenni al di sotto dei venticinque anni (chiamati giovani adulti) fosse sempre assicurato il trattamento penitenziario differenziato analogo a quello dei minori di età era stata posta già dal 1975 con la riforma dell’Ordinamento penitenziario il cui art. 14, nel prevedere l’assegnazione dei giovani adulti nei normali istituti carcerari, ne aveva disposto la separazione dagli adulti riconoscendo (come fu scritto in una nota ministeriale dell’epoca) che anche essi richiedono un progetto educativo particolare che abbia finalità preventive ed eviti a essi scelte recidivanti favorite dal contatto con gli adulti.
La particolare detenzione dei giovani adulti negli istituti per i minorenni ha determinato un ampio sistema penale minorile, le cui strutture decentralizzate hanno un’organizzazione funzionale a un’azione educativa sempre più integrata con gli altri servizi della giustizia minorile. La particolare detenzione e il differenziato trattamento dei giovani adulti sono stati ancor più sentiti con l’art. 24 comma 1 del d.lgs. 28.7.1989 n. 272, modificato dall’art.5 comma 1 del d.l. 26.6.2014 n. 92, convertito con modificazioni nella legge 11.8.2014 n. 117, che ha completato il processo di assimilazione dei giovani adulti ai minorenni ritenendo che essi non sono pienamente maturi e hanno bisogno di un particolare trattamento penitenziario educativo.
La norma dispone infatti che nei confronti di coloro che nel corso dell’esecuzione hanno compiuto il diciottesimo ma non il venticinquesimo anno di età le pene detentive e le altre misure limitative della libertà personale si devono eseguire secondo le norme e con le modalità previste per i minorenni, rimanendo affidata l’esecuzione di tali misure al personale dei servizi minorili. Estendendo ai giovani adulti le peculiarità dell’esecuzione penale minorile si è evitato che nell’espiare la pena il minore, quando ha compiuto i diciotto anni, non abbia più le garanzie del trattamento differenziato cui era prima sottoposto e soprattutto non possa più espiare la pena in un istituto per minori ma debba essere trasferito per la residua pena in una casa di reclusione per adulti.
Quanto fin qui si è chiarito sull’esecuzione delle pene detentive nei confronti di un condannato maggiorenne che commise il reato quando era minorenne spiega ampiamente perché l’art. 24 ha introdotto la continuità del percorso educativo negli istituti penali per minorenni fino al raggiungimento del venticinquesimo anno di età.
Per l’esigenza di non compromettere il recupero, l’esecuzione della pena deve permanere infatti negli istituti penali per minorenni anche se sopravviene un nuovo titolo di privazione della libertà per fatti commessi da maggiorenne.È questo il caso della pluralità di sentenze emesse da giudici diversi per il quale, come si è prima detto, la disposizione dell’art. 665 comma 4 individua la competenza del giudice dell’esecuzione (che è quello che ha deliberato la sentenza e nel caso di sentenze emesse da giudici diversi quello che ha emesso la sentenza divenuta irrevocabile per ultima), ma non ha nulla a che vedere con la necessità di individuare le modalità esecutive delle pene detentive adottate nei confronti del condannato minorenne.
Questa è un’altra questione ben diversa da quella relativa alla competenza territoriale del giudice dell’esecuzione, perché è volta a individuare le modalità esecutive dei provvedimenti limitativi della libertà personale adottati nei confronti dell’imputato minorenne. Questione che è disciplinata, come si è detto, esclusivamente dall’art. 24 che senza operare con criteri di tipo cronologico, cioè con il riferimento all’ultima sentenza irrevocabile, non richiama le sentenze di condanna ma soltanto dispone che le modalità esecutive previste per i minorenni e l’esecuzione della pena in istituti per i minorenni devono protrarsi oltre il compimento dei diciotto anni e cessare quando il soggetto ha compiuto il venticinquesimo anno di età.
A questo punto bisogna chiarire che l’art. 24 nella sua originaria formulazione prevedeva che le modalità esecutive previste per i minorenni, fra cui sono compresi i servizi degli istituti penali minorili, dovessero protrarsi oltre il diciottesimo anno ma cessare quando il soggetto avesse compiuto il ventunesimo anno di età. Ciò comportava che il condannato per fatti commessi prima dei diciotto anni, una volta compiuti i ventun anni sarebbe stato drasticamente privato del differenziato trattamento penitenziario, e ciò con inevitabili e gravi ripercussioni sulla sua persona.
Per tali considerazioni l’art. 5 della legge di conversione n. 92 del 2014 si è allineato al medesimo limite dei venticinque anni stabilito dall’art. 3 comma 2 delle Disposizioni sul processo penale a carico degli imputasti minorenni (d.p.r. 22.9.1988 n. 448) il quale ha stabilito che la competenza del giudice di sorveglianza minorile cessa al compimento del venticinquesimo anno di età del soggetto, diventando competente il magistrato di sorveglianza ordinario.
Di conseguenza l’art. 5 ha protratto di quattro anni il predetto limite di ventun anni, sicché il periodo nel quale al maggiorenne condannato per fatti commessi da minorenne si applicano le modalità esecutive previste per i minorenni è stato esteso fino al raggiungimento del venticinquesimo anno di età.
È questa una saggia scelta normativa dettata dalle moderne esigenze del trattamento penitenziario, scelta che non deve essere vanificata da erronei richiami a normative che regolano la ben diversa questione della competenza territoriale del giudice dell’esecuzione.
Va però detto che l’applicazione di queste più favorevoli condizioni non avviene automaticamente quando il condannato compie i ventun anni: infatti nella legge di conversione dell’art. 5 il mantenimento di questo trattamento è rimesso alla valutazione del giudice il quale di volta in volta deve accertare se ricorrono particolari ragioni di sicurezza per non applicarlo più, pur se deve nel contempo tenere conto delle finalità educative in favore dei giovani adulti.
Va rammentato da ultimo, quanto alle funzioni di sorveglianza nei confronti dei minorenni e degli ultradiciottenni, che il comma 2 dell’art. 79 dell’Ordinamento penitenziario ha esteso la competenza del giudice di sorveglianza minorile anche ai maggiorenni che commisero il reato quando erano minori degli anni diciotto, e ciò in quanto la competenza del giudice di sorveglianza viene stabilita in relazione all’età del condannato al momento del fatto, non avendo rilevanza che al momento dell’esecuzione della pena egli abbia raggiunto la maggiore età

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 art. 14
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