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Timestamp: 2019-11-17 03:36:23+00:00

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Elena Depetris. Assegnista di ricerca in Diritto Privato presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca
La Corte d’Appello di Milano, in applicazione dei principi enunciati da Cass. n. 9983/2017, condanna le banche che hanno erogato abusivamente credito all’imprenditore in stato di dissesto a risarcire, in solido con gli amministratori responsabili di atti di mala gestio, il danno cagionato al patrimonio della società per l’aggravamento del passivo conseguente al protrarsi della sua attività. La pronuncia merita di essere segnalata in quanto conferma il consolidarsi a livello giurisprudenziale di quell’interpretazione, da tempo propugnata in dottrina, che individua nell’ingiustificata erogazione di credito all’imprenditore privo dei necessari requisiti di meritevolezza la fonte di un danno diretto al patrimonio della società, rispetto al quale viene riconosciuta la legittimazione del curatore a domandare il risarcimento, da liquidarsi attraverso il criterio della differenza dei netti patrimoniali.
The Milan Court of Appeal, pursuant to the principles expressed in the Supreme Court’s ruling n. 9983/2017, condemns the banks that have illegally granted credit to the insolvent firm to pay compensation, jointly and severally with the company’s directors responsible for bad management practices, for the damage caused to the company’s assets due to the aggravation of the insolvency. The ruling confirms the thesis according to which the insolvency administrator can take legal action against banks demanding compensation for damage caused to the company by the illegal credit granting and indicates how to quantify this damage.
CORTE D’APPELLO DI MILANO, SEZ. I CIV., 21 GIUGNO 2018, N. 3081
Pres. e Rel. BONARETTI
Fallimento – Fallimento delle società – Azione sociale di responsabilità – Responsabilità degli amministratori per violazione del divieto di nuove operazioni – Responsabilità delle banche per concessione abusiva di credito – Responsabilità solidale – Sussistenza
(Artt. 2392, 2393, 2449 vecchio testo, 2043, 2055 c.c.)
Gli amministratori e gli istituti di credito che, ciascuno nel proprio ruolo professionale, chiedono ed erogano finanziamenti in violazione dei rispettivi doveri di corretta e diligente gestione sono responsabili in solido del danno cagionato alla società per averne aggravato la situazione patrimoniale e finanziaria, ritardandone il momento del dissesto.
Fallimento – Fallimento delle società – Azione sociale di responsabilità – Responsabilità delle banche per concessione abusiva di credito – Responsabilità solidale – Curatore fallimentare – Legittimazione – Sussistenza
(Artt. 2043, 2055, 2393 c.c.; art. 146 L. Fall.)
Il curatore fallimentare è legittimato ad agire, ai sensi degli artt. 146 L. Fall. e 2393 c.c., nei confronti delle banche quali soggetti terzi responsabili, in solido con gli amministratori, del danno cagionato alla società fallita.
Fallimento – Fallimento delle società – Aggravamento del dissesto – Danno al patrimonio sociale – Quantificazione – Criterio della differenza dei netti patrimoniali
(Artt. 1226, 2393, 2449 vecchio testo c.c.)
Per liquidare il danno al patrimonio sociale derivante dal ritardo nell’emersione del dissesto è possibile ricorrere al criterio equitativo della differenza dei netti patrimoniali, a condizione che sia stato allegato un inadempimento dell’amministratore idoneo in astratto a provocare il danno e che siano state indicate le ragioni impeditive dell’accertamento rigoroso degli effetti dannosi concretamente riconducibili alla di lui condotta.
Con atto notificato in data 27.1.2003, il Fallimento V. srl citava in giudizio El. e Er. O., rispettivamente ex-amministratori – di diritto e di fatto – della società fallita, nonché la Banca di Credito Cooperativo di Carate Brianza soc. coop. a r.l. (d’ora in avanti BCCCB), la Banca Popolare di Rho spa (oggi Credito Valtellinese spa) e la Cariplo spa (oggi Intesa Sanpaolo) e chiedeva l’accertamento della responsabilità degli ex-amministratori per mala gestio ai sensi degli artt. 2392, 2394, 2449 e 2043, cc, allegando l’omessa adozione dei provvedimenti previsti dalla legge in caso di perdita di capitale ex art. 2447 cc, l’esecuzione di operazioni vietate (tra cui operazioni distrattive) dall’art. 2449 cc (vecchio testo) e il ricorso abusivo a linee di credito e finanziamenti; chiedeva altresì l’accertamento della responsabilità in via solidale di tutti i convenuti ai sensi dell’art. 2043 cc per aver ingenerato, attraverso la concessione e il ricorso abusivo al credito, un falso affidamento sulla solidità patrimoniale e finanziaria della società, in danno alla società e ai creditori.
Insisteva, di conseguenza, per la condanna di tutti i convenuti in solido al risarcimento dei danni, quantificati in euro 4.268.315,45 o nella minore o maggiore somma accertata, oltre interessi e rivalutazione monetaria ex art. 1224, c. 2, cc.
Con atti separati, si costituivano le banche convenute [1], tutte chiedendo (per ciò che rileva in questa sede) il rigetto delle domande avversarie per carenza di legittimazione attiva in capo al Curatore e, in ogni caso, in quanto infondate in fatto e in diritto. La BCCCB e la Cariplo chiedevano altresì, in subordine, la graduazione della responsabilità delle convenute.
Si costituivano anche El. e Er. O., eccependo preliminarmente l’intervenuta prescrizione delle azioni svolte nei loro confronti; nel merito, chiedendo il rigetto delle domande avversarie in quanto infondate in fatto e in diritto, nonché, in subordine, l’accertamento dell’obbligo di manleva in capo alle banche convenute.
Con sentenza n. 2625 depositata in data 12.9.2007, il tribunale di Monza definiva la causa nei seguenti termini:
– riteneva il Curatore carente di legittimazione attiva in relazione alla domanda di risarcimento svolta nei confronti delle banche con riferimento ai danni subiti dai creditori, osservando che si trattava di azione esercitabile individualmente dai singoli creditori;
– respingeva, con riferimento ai danni subiti dalla società, la domanda risarcitoria svolta nei confronti delle banche, ritenendo, sostanzialmente, che la concessione di credito, essendo atto “neutro”, non potesse di per sé costituire fonte di danno e che non sussistesse un obbligo delle banche di interrompere i finanziamenti in caso di difficoltà di adempimento delle obbligazioni;
– ritenuta infondata l’eccezione di prescrizione sollevata dai convenuti ex-ammi­nistratori, escludeva la loro responsabilità in relazione alla dedotta esecuzione di operazioni vietate in caso di perdita di capitale ex art. 2449 cc (vecchio testo), per mancanza di individuazione e di prova di dette operazioni;
– accertava invece le condotte distrattive degli O. per la somma complessiva di euro 1.766.050,64 e, ritenuta infondata la domanda di manleva, li condannava in solido al pagamento di detto importo in favore del Fallimento, oltre interessi legali dalla decisione al saldo;
– compensava integralmente tra l’attore e le banche convenute le spese processuali e condannava El. e Er. O., in solido, ha rifondere al Fallimento le spese di lite, liquidate in euro 56.922,50.
Con atto notificato in data 14.5.2008, il Fallimento impugnava detta pronuncia, chiedendone la riforma e riproponendo le medesime domande già svolte in primo grado.
Si costituivano gli istituti bancari già convenuti [2], chiedendo il rigetto dell’impu­gnazione avversaria.
Anche El. e Er. O. si costituivano, chiedendo il rigetto dell’appello; svolgevano altresì appello incidentale, eccependo la prescrizione dell’azione attorea e, nel merito, insistendo per il rigetto di tutte le domande svolte in primo grado nei loro confronti; riproponevano, infine, la domanda di manleva già formulata.
Con sentenza n. 2695 depositata il 7.10.2011, la corte d’appello di Milano rigettava gli appelli principali e incidentali, sulla base delle medesime motivazioni già esposte dal tribunale; compensava le spese di lite tra l’appellante e gli O., mentre condannava il Fallimento al pagamento delle spese in favore delle banche convenute, liquidate in euro 25.900 per la BCCCB, euro 25.476 per il Credito Artigiano, euro 12.476 per il Credito Piemontese (cfr. sopra, nota 2) ed euro 26.303 per Intesa Sanpaolo.
Con ricorso notificato in data 2.4.2012, il Fallimento V. impugnava detta sentenza, svolgendo due motivi di ricorso; le Banche si costituivano, chiedendone il rigetto.
Con sentenza n. 9983 depositata in data 20.4.2017, la suprema Corte accoglieva il ricorso, ritenendo che – premessa la legittimazione del Fallimento ad agire nei confronti delle banche per un danno subito dalla società – la condotta concorrente degli amministratori e delle banche (per ricorso al credito e per la sua erogazione) era suscettibile di costituire illecito e di produrre un danno, identificabile nel ri­tardo nell’emersione del dissesto e nel conseguente suo aggravamento. Rinviava quindi a diversa sezione della Corte d’appello di Milano, anche per provvedere sulle spese del giudizio di legittimità.
Con atto di citazione in riassunzione notificato in data 10.7.2017, il Fallimento conveniva in giudizio le banche e gli O., chiedendo l’accoglimento dell’appello già proposto (salvo che per il profilo attinente al danno dei creditori).
Si costituivano le banche [3], chiedendo il rigetto delle domande avversarie, mentre rimanevano contumaci gli ex amministratori.
Quindi, precisate le conclusioni come in epigrafe, la corte assegnava i termini per il deposito degli scritti conclusivi finali e tratteneva la causa in decisione.
In via preliminare, è necessario esaminare le due eccezioni sollevate dalle banche appellate in merito alla carenza di interesse ad agire in capo al Fallimento e al mutamento di domande e allegazioni.
Quanto alla prima questione, gli istituti di credito hanno rilevato che il Fallimento si è chiuso con un riparto finale dell’attivo sufficiente a soddisfare i crediti ammessi allo stato passivo, di talché sarebbe venuto meno qualsiasi interesse concreto e attuale in capo alla Curatela a proseguire il presente procedimento.
In realtà, tale interesse è da ritenersi ancora sussistente, in quanto i crediti chirografari risultano soddisfatti soltanto nella misura del 14,38% e quindi, nell’eventua­lità di condanna delle banche appellate al risarcimento dei danni, sarebbe possibile un ulteriore riparto tra i creditori appartenenti a tale categoria, nonché il recupero ai medesimi fini della somma (euro 175.000) accantonata dalla procedura per far fronte al rischio di soccombenza nella presente causa.
In relazione poi al dedotto mutamento di domanda, la corte osserva che il Fallimento, sin dall’atto di citazione di primo grado, ha sempre proposto nei confrontidelle banche due differenti domande risarcitorie, una riguardante il danno subito – in tesi – dai creditori e la seconda relativa al danno subito dalla società. Lo stesso tribunale le ha esaminate distintamente, rigettando l’una per carenza di legittimazione e l’altra per motivi di merito. A seguito del giudizio di Cassazione, il Fallimento ha riproposto unicamente la domanda di risarcimento del danno relativo alla società, in quanto la suprema Corte ha definitivamente sancito la carenza di legittimazione della Curatela in ordine alla domanda risarcitoria del danno spettante ai creditori.
Tale mutamento non sembra incorrere nelle preclusioni proprie del giudizio di rinvio, limitandosi a concentrare l’odierno esame sulla questione già oggetto principale della sentenza della Cassazione e per la quale è stato disposto il rinvio a questa corte.
Nemmeno risultano fondati gli altri rilievi delle banche appellate, secondo cui il Fallimento avrebbe, nella fase di riassunzione, alterato la ricostruzione fattuale e le ragioni di diritto poste a fondamento della domanda. Invero, il Fallimento ha sempre basato le proprie pretese sui fatti ancor oggi dedotti, ossia le aperture di credito e i finanziamenti, le operazioni di investimento, l’omessa adozione dei provvedimenti necessari in caso di perdita di capitale di cui all’art. 2447 cc.
Sin dall’inizio, tali allegazioni sono state sostanzialmente ricondotte alle domande risarcitorie, aventi ad oggetto la responsabilità solidale degli ex amministratori e delle banche; gli addebiti di responsabilità sono stati declinati con riguardo alla specifica categoria dei convenuti, imputando agli amministratori una gestione erronea e negligente della società (in particolare, sulla base del ricorso abusivo al credito e del­l’omissione dei provvedimenti previsti ex lege in caso di perdita di capitale) e alle ban­che un abusiva erogazione del credito.
Alla luce di tali considerazioni, anche questa eccezione non può quindi trovare accoglimento.
Venendo al merito della causa, con la sentenza n. 9983/2017 la Corte di cassazione ha delineato i principi di diritto a cui questa Corte deve attenersi nella decisione affidatale.
La suprema Corte ha innanzitutto affermato che il Fallimento è legittimato ad agire, ai sensi degli artt. 146 l.f. e 2393 cc, nei confronti delle banche quali soggetti terzi responsabili, in solido con gli amministratori, del danno cagionato alla società fallita. Infatti, gli amministratori e le banche, se – rispettivamente – chiedono ed erogano finanziamenti violando i relativi doveri di corretta e diligente gestione (per quanto a ciascuno di competenza), sono responsabili in via tra loro solidale del danno così cagionato alla società. In tal senso, la Corte ha affermato che: “se il ricorso abusivo al credito va oltre i confini dell’accorta gestione imprenditoriale quanto all’ammini­stratore della società finanziata, la stessa erogazione del credito, ove (come dedotto nella specie) sia stata accertata la perdita del capitale di quella società, integra un concorrente illecito della banca; la quale deve seguire i principi di sana e prudente gestione valutando (art. 5 del T.u.b.) il merito di credito in base a informazioni adeguate” (p. 8).
Il danno così prodotto è stato individuato “nel ritardo nell’emersione del dissesto e nel conseguente suo aggravamento prima dell’apertura della procedura concorsuale” (p. 8).
Per liquidare il danno – ha ricordato la Corte – è possibile ricorrere al criterio equitativo del differenziale dei netti patrimoniali, a condizione che sia stato allegato un inadempimento dell’amministratore idoneo in astratto a provocare il danno e se siano state indicate le ragioni impeditive dell’accertamento rigoroso degli effetti dannosi concretamente riconducibili alla di lui condotta.
In questa sede, quindi, la corte è chiamata ad accertare la sussistenza di un illecito posto in essere in via concorrente dagli amministratori e dalle banche e produttivo di un danno per la società, nonché a valutare la possibilità di ricorrere al detto criterio equitativo.
La V. è stata costituita nel 1995 con un capitale di lire 20 milioni e ha operato per soli cinque anni, fino alla fine del 1999. Sin dal primo anno, la società ha chiuso l’esercizio in perdita per lire 8.707.398, perdita che negli anni successivi è significativamente aumentata (lire 10.558.693 nel 1996 e lire 20.942.715 nel 1997) fi­no ad arrivare, nel 1998, alla perdita esponenziale di lire 2.640.880.212.
Da questi dati, oltre che delle altre informazioni rinvenibili nel bilancio (che ha sì presentato per i primi tre anni un attivo non irrilevante, ma anche un ammontare ingente di debiti, tra l’altro in continua crescita), emerge chiaramente la grave situazione economica e finanziaria in cui versava la società dal 1995 al 1999.
In particolare, l’ammontare della perdita registrata nel primo anno risulta superiore a un terzo del capitale sociale e pertanto, in forza dell’art. 2447 cc (testo in vigore all’epoca dei fatti), gli amministratori avevano l’obbligo di convocare l’assem­blea per assumere gli opportuni provvedimenti. Gli O. non hanno tuttavia ottemperato alla previsione di legge e tale condotta risulta di per sé idonea a integrare una loro responsabilità.
Negli anni successivi, gli amministratori hanno operato scelte gestorie non conformi a principi di prudenza e diligenza: hanno infatti ripetutamente fatto ricorso al credito e hanno operato investimenti e operazioni finanziarie, mentre nel contempo numerosi effetti cambiari risultavano protestati e la situazione della società veniva se­gnalata al CRIF (Centrale Rischi Finanziari spa).
In ordine alle erogazioni di finanziamenti e alle aperture di credito da parte degli istituti appellati, il Fallimento allega e documenta che la BCCCB ha concesso alla società, nel febbraio 1997, un fido di lire 2.500.000.000 e un finanziamento di lire 1.500.000.000 tramite apertura di conto corrente, nonché, nel settembre dello stesso anno, un ulteriore fido di lire 10.000.000.000. Nel settembre 1998 la BCCCB ha protestato un assegno per lire 1.600.000.000 e successivamente sono stati protestati numerosi altri effetti, ma nonostante ciò la BCCCB ha revocato le proprie linee di credito soltanto nel febbraio 1999 (quando già, per esempio, la Banca Popolare di Sondrio aveva revocato i propri fidi nel novembre 1998).
Nel novembre 1998, la Banca Popolare di Rho (oggi Credito Valtellinese) ha aumentato il fido concesso da lire 800.000.000 a lire 5.000.000.000 e ne ha erogato uno ulteriore di lire 607.000.000 nel dicembre dello stesso anno. Nel gennaio 1999, è stato poi stipulato un contratto di mutuo ipotecario per l’importo di lire 1.200.000.000.
Da ultimo, la Cariplo (oggi Intesa Sanpaolo) ha concesso un apertura di conto corrente nell’aprile 1998.
Le erogazioni di credito descritte hanno ad oggetto somme ingenti e si collocano nei momenti più critici della società, tra il 1997 e il 1999, costituendo così la concretizzazione di decisioni imprudenti assunte dagli amministratori.
Oltre a ciò, sono state dedotte e documentate anche alcune operazioni finanziarie poste in essere dagli amministratori per il tramite delle banche appellate per tutto il corso del 1998 [4]. Tale condotta non può che definirsi imprudente, se non speculativa, considerando che all’epoca la perdita era già ingente e che la società era in difficoltà nel pagamento di effetti cambiari.
Tale ricostruzione induce la corte a ritenere sussistente una responsabilità per mala gestio degli amministratori, che hanno omesso di assumere i provvedimenti richiesti dall’art. 2447 cc e hanno invece fatto ricorso al credito nel tentativo di posticipare il dissesto e risollevare la sorti della società tramite l’erogazione di finanziamenti, al­l’interno di un contesto di continua e crescente perdita e indebitamento.
Deve altresì riconoscersi, sulla base delle indicazioni fornite dalla sentenza della Cassazione, una responsabilità delle banche oggi appellate in via solidale con gli amministratori. Gli istituti di credito hanno il dovere di conformarsi a principi di prudente gestione e di effettuare gli opportuni controlli sui soggetti che fanno richiesta di finanziamenti non soltanto in termini di solidità patrimoniale e di garanzie, ma an­che e soprattutto in ordine alle scelte in concreto pianificate per recuperare le perdite subite e alle prognosi future di miglioramento. Nel caso di specie, le banche hanno invece concesso numerosi e ingenti finanziamenti o aperture di linee di credito negli anni dal 1997 al 1998 (come meglio illustrato in precedenza), ossia quando già la società presentava consistenti perdite da due anni e già ingente era la sua esposizione debitoria, limitandosi a fare affidamento su quelle che, a una sommaria valutazione, parevano loro costituire sufficienti garanzie patrimoniali [5].
Pertanto, la corte ritiene sussistente la responsabilità solidale degli amministratori e delle banche, le cui condotte hanno violato i rispettivi doveri di diligenza e prudenza e hanno cagionato un cospicuo danno alla società, avendone ritardato il momento del dissesto e aggravato così la situazione patrimoniale e finanziaria.
Nel caso di specie, infatti, il danno si identifica con la consistenza dell’aggrava­mento e, considerata l’impossibilità di fornire una prova specifica dell’ammontare dei danni direttamente conseguenti alle condotte sopra accertate, soccorre il criterio equitativo indicato dalla Corte di Cassazione e, peraltro, già utilizzato da parte appellante per quantificare il danno richiesto. Pertanto, questa corte ritiene congruo li­quidare un risarcimento per la somma di euro 4.268.315,45 – come da richiesta – “pari alla differenza tra l’esposizione debitoria in essere nel momento della perdita del capitale sociale e quella riscontrata alla data del fallimento” (p. 53, comparsa conclusionale del Fallimento).
In accoglimento dell’appello proposto dal Fallimento, quindi, la corte condanna tutti i convenuti in solido al pagamento della somma di euro 4.268.315,45, oltre rivalutazione monetaria e interessi dal fatto al saldo.
1. Abusiva concessione di credito e procedure concorsuali: il curatore è legittimato a chiedere il risarcimento alle banche responsabili in solido per l’aggravamento del dissesto - 2. La vicenda processuale - 3. Il giudizio di rinvio davanti alla Corte d’Appello di Milano: la responsabilità concorrente di amministratori e istituti di credito nell’aggravamen­to del dissesto - 4. La determinazione del danno: il criterio della differenza dei netti patrimoniali - NOTE
1. Abusiva concessione di credito e procedure concorsuali: il curatore è legittimato a chiedere il risarcimento alle banche responsabili in solido per l’aggravamento del dissesto La pronuncia in epigrafe rappresenta l’ultimo capitolo di una complessa vicenda giudiziaria avente a oggetto la responsabilità concorrente di amministratori e istituti di credito nell’aggravamento del dissesto di una s.r.l., poi dichiarata fallita. Il caso si segnala per l’attenzione dedicata al tema della responsabilità del finanziatore per concessione abusiva di credito, indagato sotto il profilo del concorso nel danno arrecato al patrimonio dell’impresa indebitamente finanziata (da cui il riconoscimento, come si dirà meglio infra, della legittimazione attiva dell’organo della procedura concorsuale), e alla sua liquidazione, effettuata facendo ricorso al criterio della differenza dei netti patrimoniali. Tali profili, solo recentemente esaminati dalle corti nella loro esatta configurazione, appaiono di sicuro interesse, in quanto si inscrivono nell’ottica di una maggiore responsabilizzazione dei finanziatori nell’attività professionale di erogazione del credito, opportuna anche a fronte del depotenziamento della revocatoria fallimentare [6] a opera della riforma della legge fallimentare attuata nel 2005 (cfr. D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito, con modificazioni, in L. 14 maggio 2005, n. 80) [7]. Il tema della responsabilità del finanziatore per concessione abusiva di credito, seppur da tempo oggetto di studio da parte di copiosa e autorevole letteratura [8], ha incontrato non poche difficoltà a trovare spazio nello svolgimento delle procedure concorsuali, precipuamente per questioni legate al riconoscimento della legittimazione del curatore fallimentare (o dell’altro organo della procedura) a domandare il risarcimento del danno derivante dalla concessione irregolare del credito [9]. Secondo l’impostazione tradizionale, infatti, la concessione di credito a un soggetto privo dei necessari requisiti di meritevolezza provoca una distorsione della percezione di solvibilità del sovvenuto, capace di generare nel mercato un falso affidamento in ordine alla sua solidità patrimoniale e finanziaria; l’apparenza di solvibilità arreca pregiudizio ai terzi, in quanto li induce a entrare in rapporti con il finanziato (creditori posteriori all’erogazione del credito) o a mantenere con lui rapporti già in essere (creditori anteriori all’erogazione del credito) [10]. Seguendo [continua ..]
2. La vicenda processuale Nel 2003 il Fallimento di una s.r.l. conviene in giudizio avanti il Tribunale di Monza tre istituti di credito e i due ex amministratori, di diritto e di fatto, della società fallita per sentirli condannare, in solido tra loro, al risarcimento del danno arrecato al patrimonio della società e ai creditori sociali dalle loro condotte antigiuridiche e concorrenti. La curatela avanza due diverse domande: i) da un lato, la richiesta di risarcimento del danno patito dai creditori sociali in conseguenza del falso affidamento ingenerato circa la solvibilità della s.r.l. e determinato dalla sistematica abusiva concessione di credito da parte delle banche; ii) dall’altro, la richiesta di risarcimento del danno arrecato al patrimonio della società, ex artt. 2392, 2393, 2394, 2449 (vecchio testo), 2043 c.c. e 146 L. Fall., dalle banche in concorso con gli amministratori per effetto dell’abusiva concessione di credito (delle prime) e dell’a­busivo ricorso al credito (dei secondi) pur in presenza di una causa di scioglimento della società, poi fallita. Il Tribunale di Monza, con sentenza n. 2625/2007 [16], respinge le domande svolte dal Fallimento nei confronti delle banche. Con riferimento alla domanda risarcitoria azionata per i danni subiti dai creditori sociali il giudice, uniformandosi alla sentenza, Sez. Un., n. 7029/2006, dichiara la carenza di legittimazione attiva del curatore fallimentare, trattandosi di azione esercitabile solo dai singoli creditori in via individuale; con riferimento, invece, al danno diretto al patrimonio della società il giudice rigetta la domanda ritenendo che manchi il diritto vantato dal curatore di cui sia titolare la società fallita [17]. Con riguardo agli amministratori il Tribunale esclude la loro responsabilità in relazione all’esecuzione di operazioni vietate in caso di perdita del capitale ex art. 2449 c.c., ritenendo mancante l’individuazione e la prova delle dette operazioni; accerta, invece, le loro condotte distrattive e li condanna in solido al pagamento del relativo importo in favore del Fallimento, oltre interessi legali dalla decisione al saldo. Proposta impugnazione, la Corte d’Appello di Milano conferma le statuizioni del giudice di prime cure, rigettando sia l’appello principale svolto dal Fallimento sia quelli incidentali delle banche e [continua ..]
3. Il giudizio di rinvio davanti alla Corte d’Appello di Milano: la responsabilità concorrente di amministratori e istituti di credito nell’aggravamen­to del dissesto Nella sentenza in commento la Corte d’Appello di Milano dà piena attuazione ai principi espressi dalla Cassazione nel 2017. Esaminate e respinte le eccezioni preliminari sollevate dalle difese dei convenuti, il giudice del rinvio analizza gli elementi costitutivi della responsabilità loro addebitata, cui è collegata la domanda risarcitoria avanzata dal Fallimento. Il primo elemento del giudizio di responsabilità concerne l’individuazione della condotta antigiuridica imputabile ai convenuti, da declinare diversamente avendo riguardo a ciascuna categoria: da un lato gli amministratori, che devono adempiere i doveri loro imposti dalla legge e dallo statuto con la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico e dalle loro specifiche competenze (art. 2392 c.c.); dall’altro gli istituti di credito, che debbono esercitare l’attività di finanziamento nel rispetto delle regole della loro professione. Con riguardo ai primi la Corte osserva che, nonostante la società versasse in una situazione di grave crisi economica e finanziaria [22], questi omettevano di adottare i provvedimenti necessari (art. 2447 c.c.) e operavano scelte gestorie non conformi ai principi di prudenza e diligenza, facendo ripetutamente ricorso al credito ed effettuando investimenti; i nuovi finanziamenti, essendo assolutamente incompatibili con lo scopo di liquidazione della società, integravano nuove operazioni vietate ai sensi dell’art. 2449 c.c. (v. oggi art. 2486 c.c.), facendo così sorgere un’obbligazione risarcitoria in capo agli amministratori per le conseguenze pregiudizievoli derivatene all’impresa [23]. Al ricorso abusivo al credito da parte del­l’organo gestorio corrispondeva l’avventata e ingiustificata erogazione di credito da parte delle banche, che anche nei momenti più critici della vita della società continuavano a erogarle ingenti finanziamenti senza effettuare i dovuti controlli (non solo in termini di solidità patrimoniale e di garanzie, ma anche e soprattutto in ordine alle scelte in concreto pianificate per recuperare le perdite subite e alla prognosi di futuro miglioramento), in violazione dei doveri di prudente gestione. Accertata l’esistenza delle violazioni addebitate ai convenuti, la valutazione si sposta sul piano delle conseguenze pregiudizievoli che ne sono derivate. Si deve, in [continua ..]
4. La determinazione del danno: il criterio della differenza dei netti patrimoniali Affermata la responsabilità solidale di tutti i soggetti convenuti dal Fallimento, la Corte è chiamata a valutare il danno cagionato all’impresa: danno che deve essere individuato nel ritardo dell’emersione del dissesto della società indebitamente sovvenuta, con conseguente aggravamento del passivo. Le statuizioni del giudice sul punto meritano di essere approfondite, potendo costituire un utile riferimento per le future controversie. In via generale la prova dell’esistenza e della quantificazione del danno (per tale intendendosi quello che è conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento o del fatto illecito: artt. 1223 e 2056 c.c.) spetta al curatore che agisce in giudizio (art. 2697 c.c.) [28]; nel caso in cui il danno non possa essere provato nel suo preciso ammontare, esso è liquidato dal giudice in via equitativa (artt. 1226 e 2056 c.c.). Nel liquidare il danno in via equitativa il giudice deve indicare il processo logico e valutativo seguito nel determinare l’entità del risarcimento, affinché la sua decisione non presenti i connotati dell’arbitrarietà; ove la decisione di merito dia adeguatamente conto dei criteri seguiti, essa non è suscettibile di sindacato in sede di legittimità [29]. Nella materia che ci occupa la valutazione equitativa del danno trova un referente nel criterio della differenza dei netti patrimoniali, sul quale occorre soffermarsi. Il criterio della differenza dei netti patrimoniali trova il suo campo d’elezione nel­l’ambito della quantificazione del danno connesso alla violazione dell’obbligo di gestione conservativa del patrimonio sociale al manifestarsi di una delle cause di scioglimento. Ai sensi dell’art. 2449, 1° comma, c.c. (vecchio testo) [30], gli amministratori, quando si è verificato un fatto che determina lo scioglimento della società [31], non possono intraprendere nuove operazioni [32]; contravvenendo a questo divieto essi assumono responsabilità illimitata e solidale per gli affari intrapresi [33]. Nella vicenda in esame il ricorso abusivo al credito da parte degli amministratori (cui corrisponde specularmente la concessione abusiva di credito da parte delle banche) integra il presupposto delle nuove operazioni compiute in violazione del dovere di gestione conservativa del patrimonio [continua ..]

References: Cass. 
 art. 146
 art. 2447
 art. 1224
 sentenza 
 art. 2449
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2449
 sentenza 
 art. 2486