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Non può considerarsi infortunio sul lavoro la morte per infarto
Pubblicata il 24/01/2010
Nell'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, la causa violenta consiste in un evento che con forza concentrata e straordinaria agisca, in occasione di lavoro, dall'esterno verso l'interno dell'organismo del lavoratore, determinando una rottura dell'equilibrio organico. Con riguardo a un infarto cardiaco, che di per sé non integra la causa violenta, va accertato se la rottura dell'equilibrio nell'organismo del lavoratore sia da collegare causalmente a specifiche condizioni ambientali e di lavoro improvvisamente eccedenti la normale adattabilità e tollerabilità.
Corte di Cassazione Sezione Lavoro Civile, Sentenza del 15 dicembre 2009, n. 26231
Dott. DI NUBILA Vincenzo - rel. Consigliere
Dott. PICONE Pasquale - Consigliere
sul ricorso 34963-2006 proposto da:
CH. EM. , ME. AN. , ME. RO. , gia' elettivamente domiciliate in ROMA, VIA PISANELLI 2, presso lo studio dell'avvocato ORLANDO ANGELA, rappresentate e difese dall'avvocato CENTOLA GIUSEPPE VITTORIO, giusta delega a margine del ricorso e da ultimo domiciliate d'ufficio presso la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE;
I.N.A.I.L., ISTITUTO NAZIONALE PER L'ASSICURAZIONE CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA IV NOVEMBRE N. 144, presso lo studio degli avvocati LA PECCERELLA LUIGI e ROMEO LUCIANA che lo rappresentano e difendono, giusta procura speciale atto Notar Carlo Federico Tuccari di ROMA del 11/01/07 rep. n. 72597;
avverso la sentenza n. 3565/2 005 della CORTE D'APPELLO di BARI, depositata il 21/12/2005 R.G.N. 410/04;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 11/11/2009 dal Consigliere Dott. VINCENZO DI NUBILA;
udito l'Avvocato RASPANTI RITA per delega ROMEO LUCIANA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MATERA Marcello che ha concluso per accoglimento del ricorso.
1. Con ricorso depositato in data 17.5.2000, Ch. Em. , in proprio e quale genitrice esercente la potesta' sulle figlie minori Me. An. e Ro. , conveniva in giudizio l'INAIL ed esponeva che il (OMESSO) il proprio coniuge Me. An. era deceduto improvvisamente per arresto cardiaco, mentre prestava servizio di vigilanza presso gli uffici del Giudice di Pace di (OMESSO); il defunto era socio della cooperativa Vi. La. Ce. ed era stato esposto, nell'adempimento del servizio, a continuo stress psicologico, aveva subito ripetuti atti di intimidazione e nel periodo in cui il decesso si era verificato gravava su (OMESSO) un'afa eccessiva; inoltre il luogo di lavoro non era dotato di sistemi di aereazione. Deduceva in sostanza che il decesso era da qualificarsi come infortunio sul lavoro, o in ipotesi come conseguenza di malattia contratta a causa di servizio, onde chiedeva la corresponsione delle indennita' di legge.
2. Si costituiva l'INAIL ed eccepiva che non vi era prova del nesso causale tra attivita' lavorativa ed evento letale, anche perche' il lavoratore era affetto da cardiopatia ipertensiva e broncopneumopatia cronica. Espletata l'istruttoria, segnatamente mediante duplice consulenza tecnica di ufficio, il Tribunale accoglieva la domanda. Proponeva appello l'INAIL e la Corte di Appello di Bari, in riforma della sentenza impugnata, respingeva la domanda attrice. Questa in sintesi la motivazione della sentenza di appello:
- la morte di Me. An. si e' effettivamente verificata per arresto cardiaco;
- il predetto Me. era affetto da cardiopatia ipertensiva e broncopneumopatia;
- non vi sono prove delle circostanze in cui avvenne la morte, anche se i testi hanno confermato pregresse minacce ed intimidazioni ricevute dal Me. , nonche' lo stato ansioso in cui egli si trovava;
- peraltro, non e' sufficiente che la morte sia intervenuta durante il lavoro, perche' trovi ingresso l'indennizzabilita' della stessa come infortunio sul lavoro, occorrendo la prova di un nesso causale e non un semplice collegamento marginale o un rapporto di coincidenza cronologica o topografica;
- deve cioe' verificarsi un evento che agisca con forza concentrata e straordinaria, in occasione di lavoro, dall'esterno verso l'interno dell'organismo del lavoratore;
- in tale definizione non puo' rientrare uno stress emotivo ricollegabile al lavoro dell'assicurato, se lo stesso non assume la consistenza di un evento eccezionale ed abnorme che determini una rottura dell'equilibrio organico;
- mancando la prova di cio', conformemente alle conclusioni del consulente tecnico officiato in appello, devesi ritenere che il decesso sia avvenuto per una patologia comune e non possa essere posto in rapporto causale o concausale con l'attivita' svolta.
3. Hanno proposto ricorso per Cassazione le tre aventi causa del lavoratore deceduto, deducendo due motivi. Resiste con controricorso l'INAIL. Le parti hanno presentato memorie integrative.
4. Con il primo motivo del ricorso, le ricorrenti deducono violazione e falsa applicazione, a sensi dell'articolo 360 c.p.c., n. 3, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 1124 del 1965, articolo 2, articolo 41 c.p., articolo 12 preleggi: in materia di infortuni sul lavoro, la causa violenta richiesta dalla legge puo' consistere anche in uno sforzo che, pur non straordinario od eccezionale, sia diretto a vincere una resistenza propria della prestazione o dell'ambiente di lavoro (vedi Cass. 9.9.2003 n. 13184). La Corte di Appello afferma di non avere raggiunto la prova della causa violenta, qualificata come evento straordinario ed imprevedibile, laddove e' sufficiente qualsiasi sforzo posto in atto dal lavoratore rispetto alle condizioni ed all'ambiente di lavoro. Del pari, la Corte di Appello non ha osservato il principio del concorso delle cause, vale a dire le cause preesistenti non escludono il rapporto di causalita' tra azione ed evento (Cass. 16.10.2000 n. 13741). Anzi, una predisposizione morbosa puo' far si' che uno sforzo determini la rottura di un equilibrio organico precario (Cass. n. 13741.2000 cit. "ex multis"). La Corte di Appello ha disatteso le prove le quali consigliavano l'accoglimento della domanda per le considerazioni di cui sopra.
5. Con il secondo motivo del ricorso, le ricorrenti deducono omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in fatto circa un punto decisivo della controversia, a sensi dell'articolo 360 c.p.c., n. 5: l'affezione miocardica o infarto puo' essere determinato o accelerato da altri fattori esterni, a causa di condizioni improvvisamente eccedenti la normale adattabilita' e tollerabilita' (Cass. 29.8.2003 n. 12685). Nella specie non e' stato valutato lo stress psicofisico intenso dovuto al porto di arma da fuoco, le intimidazioni e le minacce subite, la circostanza che il lavoro venisse svolto in solitudine e senza ausilio di un collega.
6. I motivi sopra riportati possono essere esaminati congiuntamente, in quanto tra loro strettamente connessi. Essi risultano infondati. Non e' revocabile in dubbio che un infarto, anche in soggetto gia' sofferente di cuore ed iperteso, possa costituire infortunio sul lavoro, ma occorre la prova che tale evento, normalmente ascrivibile a causa naturale, sia stato causato o concausato da uno sforzo, ovvero dalla necessita' di vincere una resistenza inconsueta o un accadimento verificatosi nell'ambito del lavoro il quale abbia richiesto un impegno eccedente la normale adattabilita' e tollerabilita' (Cass. 29.8.2003 n. 12685). La Corte di Appello accerta in fatto che non vi e' alcuna prova di quanto precede, onde entrambe le censure, di cui la prima formulata sotto forma di violazione di legge, si risolvono nella censura di erronea ricostruzione ed apprezzamento del fatto, vizio questo non sindacabile in Cassazione se non sotto il profilo della carenza di motivazione; carenza che nella specie non sussiste perche' la ricostruzione del fatto da parte dei giudici di appello e' supportata da motivazione adeguata, immune da vizi logici o da contraddizioni, talche' essa si sottrae ad ogni possibilita' di riesame e di censura in sede di legittimita'. I giudici di appello mettono in evidenza che "non vi sono prove sulle circostanze in cui avvenne la morte", mentre le circostanze anteriori, riferite dai testi, non risultano "assurgere a cause scatenanti un vero e proprio scompenso morbigeno". Il riferimento alle condizioni climatiche e' rimasto generico e l'asserita insalubrita' del posto di lavoro e' sfornita di prova. Sulla base degli accertamenti in fatto, correttamente il giudice di appello si e' uniformato alla giurisprudenza della Corte di Cassazione, che ha citato, finendo per concludere che manca la prova dell'evento anormale, il quale era l'unica possibilita' di ricondurre l'infarto a infortunio sul lavoro.
7. Le conclusioni della Corte di Appello - sono conformi alla prima consulenza tecnica di ufficio espletata in primo grado ed a quella espletata in appello; mentre la seconda consulenza risposta dal Tribunale e' stata ritenuta "meramente assertiva";
8. Il ricorso deve, per i suesposti motivi, essere rigettato. Stante la natura della controversia in relazione alla data di inizio del processo (ricorso depositato in primo grado il 17.5.2000), le spese non sono ripetibili.
rigetta il ricorso; nulla per le spese del processo di legittimita'.
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 articolo 2
 articolo 41
 articolo 12
 Cass.