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Timestamp: 2019-06-19 12:17:15+00:00

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Art. 1 codice penale: Reati e pene: disposizione espressa di legge | La Legge per tutti
Art. 1 codice penale: Reati e pene: disposizione espressa di legge
Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge (1), nè con pene che non siano da essa stabilite (2).
Reato: [v. Libro I, Titolo III]; Pene: [Libro I, Titolo I].
(1) Tale disposizione codifica il cd. principio di legalità, il quale trova un presidio di natura costituzionale nell’art. 25, c. 2: «Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso». Tale principio è connaturale agli ordinamenti democratici, in quanto tutela l’individuo contro gli abusi dello Stato. Il potere di quest’ultimo, infatti, deve sempre trovare fondamento nella legge. La preventiva minaccia della sanzione penale, peraltro, si raccorda con la funzione di prevenzione generale della pena: intanto questa può distogliere gli individui dal porre in essere condotte penalmente rilevanti, operando in tal senso come deterrente psicologico, in quanto gli stessi sappiano prima quali sono i comportamenti o i fatti alla cui realizzazione l’ordinamento fa conseguire l’irrogazione di una sanzione penale (nullum crimen, nulla poena sine lege). Corollario del principio di legalità è il cd. principio della riserva di legge. In base ad esso è la legge l’unica fonte normativa in materia penale, con esclusione, quindi, della normativa «secondaria» (ad esempio, un reato non potrà mai essere previsto in un «regolamento»). Il problema è se la riserva di legge debba essere assoluta o relativa, se si possa cioè consentire che atti normativi secondari (regolamenti) concorrano alla creazione della fattispecie penale. Per i sostenitori della riserva assoluta, il ricorso a fonti normative di grado inferiore alla legge comporterebbe un inaccettabile strappo alle esigenze di garanzia (vedi infra); per quelli della riserva relativa (e per la Corte Costituzionale), invece, è possibile salvaguardare il principio di legalità purché «sia una legge dello Stato a indicare, con sufficiente specificazione, i caratteri, il contenuto e i limiti dei provvedimenti dell’autorità non legislativa» (C. cost., sent. n. 26/1966). Si ammette comunemente, quindi, un apporto regolamentare limitato ad accertamenti tecnici, puntualizzatore ed esecutore delle scelte politiche incriminatrici essenziali, che vengono pertanto riservate alla legge mentre il precetto (comportamento vietato) è formulato dalla legge. Negli stessi limiti la Corte costituzionale (sent. 168/1971) ha ritenuto legittime le cd. «norme penali in bianco», norme nelle quali la sanzione è prevista dalla legge, mentre il precetto (comportamento vietato) è formulato in modo generico sì da dover essere integrato da atti normativi di grado inferiore (es. regolamento). Ad esempio, l’art. 73 del T.U. 9-10-1990, n. 309, prevede come reato e punisce gravemente il traffico di stupefacenti. Orbene nel citato articolo non sono indicate le «sostanze» il cui traffico è vietato, ma si rinvia genericamente ad elenchi previsti in «tabelle» compilate dal Ministero della Salute. Come si vede, quindi, in tale caso il precetto penale trova un’integrazione necessaria in un atto amministrativo governativo.
Secondo la dottrina più intransigente, soltanto la legge in senso formale potrebbe legittimamente assurgere a fonte di produzione del diritto penale: questa, infatti, in quanto emanata dal Parlamento (artt. 70-74 Cost.) è la sola che permette alle minoranze e alle forze politiche di opposizione di partecipare alle scelte legislative di criminalizzazione.
Tuttavia, l’orientamento prevalente ammette tra le fonti del diritto penale anche le leggi in senso materiale, cioè il decreto legislativo (art. 76 Cost.) e il decreto-legge (art. 77 Cost.).
La tutela delle minoranze sarebbe assicurata dalla legge di delega, nel caso di decreto legislativo, e da quella di conversione, nel caso di decretolegge, entrambe di spettanza del Parlamento.
Si tende ad escludere dal novero delle fonti di produzione del diritto penale la legge regionale, sul rilievo, tra l’altro, che un eventuale pluralismo di fonti regionali contrasterebbe con l’unità politica dello Stato (art. 5 Cost.) e che, ai sensi dell’art. 120, Cost. è fatto divieto alla Regione di adottare provvedimenti limitativi dei diritti fondamentali dei cittadini.
È controverso, infine, se possa o meno costituire fonte diretta di diritto penale il diritto internazionale pubblico. Al riguardo, va ricordato che il Patto internazionale sui diritti civili e politici adottato dall’ONU nel 1966 (ratificato in Italia con l. 881/77 ed entrato in vigore il 15- 12-1978) annoverano tra le fonti del diritto penale il «diritto internazionale» e i «principi generali di diritto riconosciuto dalle nazioni civili». In dottrina, pur non escludendosi che l’art. 10, c. 1, possa operare anche in materia penale, si tende ad escludere una diretta operatività della norma di diritto internazionale.
Nessuna funzione incriminatrice può, naturalmente, assumere la consuetudine, mentre si discute se questa possa avere, invece, funzione scriminante [v. nota introduttiva artt. 50-55]; a ciò si dà perlopiù risposta positiva, purché, secondo quanto disposto dall’art. 8 disp. gen. [v. →], la consuetudine sia richiamata da una legge.
(2) Si ribadisce il principio della riserva di legge anche in relazione alle pene, nonostante la Costituzione (art. 25, c. 2) non vi faccia riferimento.
Nondimeno, non si può disconoscere la rilevanza di tale aspetto, anche perché l’art. 25, c. 3, Cost. estende il principio di riserva di legge alle misure di sicurezza [v. Libro I, Titolo VI ].
Il legislatore costituzionale ha inteso, altresì, riservare esclusivamente allo Stato la potestà normativa penale oltre che con riguardo alla possibilità di configurare nuove ipotesi di reato, anche relativamente all’eventualità di depenalizzazione (Cass. 5155/76).
In tema di determinazione di pena, ove il giudice abbia inflitto una pena in contrasto con la previsione di legge ma in senso favorevole all'imputato, si realizza un errore al quale la Corte di cassazione, in difetto di specifico motivo di gravame da parte del p.m., non può porre riparo né con le formalità di cui agli art. 130 e 619 c.p.p., perché si versa in ipotesi di errore di giudizio e non di errore materiale del computo aritmetico della pena, né in osservanza all'art. 1 c.p. ed in forza del compito istituzionale proprio della Corte di cassazione di correggere le deviazioni da tale disposizione, ciò in quanto la possibilità di correggere in sede di legittimità la illegalità della pena, nella specie o nella quantità, è limitata all'ipotesi in cui l'errore sia avvenuto a danno e non in vantaggio dell'imputato, essendo anche in detta sede non superabile il limite del divieto della "reformatio in peius". Dichiara inammissibile, App. Lecce, 04/04/2012
Cassazione penale sez. VI 20 novembre 2013 n. 49858
L'inammissibilità del ricorso non impedisce alla Corte di cassazione di procedere al necessario annullamento della sentenza impugnata ove la stessa abbia provveduto ad irrogare una pena illegale atteso che il principio di legalità ex art. 1 c.p. e la funzione della pena, come concepita dall'art. 27 cost., non appaiono conciliabili con la applicazione di una sanzione non prevista dall'ordinamento.
Cassazione penale sez. I 21 marzo 2013 n. 15944
L'obbligo del giudice di interpretare il diritto nazionale conformemente al contenuto delle decisioni quadro adottate nell'ambito del titolo VI del trattato sull'Unione europea non può legittimare l'integrazione della norma penale interna quando una simile operazione si traduca in una interpretazione "in malam partem". (In applicazione di tale principio, la Corte ha escluso che la disciplina in tema di confisca contenuta nella decisione-quadro del Consiglio dell'Unione Europea 2005/212/GAI del 24 febbraio 2005 possa essere utilizzata per estendere la confisca per equivalente di cui all'art. 322 ter, comma 1, c.p. anche al profitto del reato).
Cassazione penale sez. un. 25 giugno 2009 n. 38691
Nella determinazione del fatto tipico e nella verifica se lo stesso è ricadente nella previsione incriminatrice dell’art. 644 c.p. non è ammissibile ogni operazione ermeneutica “additiva” di elementi estranei a quelli presi in considerazione dal c.d. legislatore amministrativo, pena altrimenti la creazione di una diversa fattispecie incriminatrice, in aperta violazione del dettato di cui agli art. 25 comma 2 cost. e 1 c.p.
Tribunale Lecce 12 aprile 2008 n. 158
In forza del principio espresso dall'art. 1 c.p. e 14 disp. prel., solo compiendo un'operazione interpretativa di estensione analogica "in malam partem" delle disposizioni della legge sulla stampa n. 47 del 1948, non consentita dal divieto di analogia in materia di norme incriminatici, potrebbe ritenersi la punibilità del titolare del sito internet nel quale non sia indicato il nome dell'editore e dello stampatore in relazione ai documenti pubblicati e reperibili nel sito. Ed invero, il concetto di riproduzione, che costituisce il fulcro della definizione di stampato ex art. 1 l. n. 47 del 1948, presuppone una distinzione fisicamente percepibile tra l'oggetto da riprodurre e le sue riproduzioni; al contrario, i files pubblicati su sito internet sono documenti informatici originali, liberamente accessibili, stampabili e riproducibili da parte dell'utente che accede al sito internet, onde non può ritenersi che il titolare del sito sia responsabile di successive eventuali riproduzioni ascrivibili agli utenti, dovendosi quindi riconoscere l'esistenza di lacuna legislativa non colmabile dal giudice, in relazione alla mancata sussunzione della fattispecie in specifica norma incriminatrice.
Ufficio Indagini preliminari Aosta 15 febbraio 2002
In tema di applicazione della pena su richiesta delle parti, ove il giudice abbia inflitto una pena in contrasto con la previsione di legge, ma in senso favorevole all'imputato, si ha un errore al quale la Corte di cassazione, in difetto di specifico motivo di gravame da parte del p.m., non può porre riparo, nè con le formalità di cui agli art. 130, 619 c.p.p., perché si versa in ipotesi di errore di giudizio e non di errore materiale del computo aritmetico della pena; nè in osservanza all'art. 1 c.p. ed in forza del compito istituzionale proprio della Corte di cassazione di correggere le deviazioni da tale disposizione: ciò in quanto la possibilità di correggere in sede di legittimità la illegalità della pena, nella specie o nella quantità, è limitata all'ipotesi in cui l'errore sia avvenuto a danno e non in vantaggio dell'imputato, essendo anche in detta sede non superabile il limite del divieto della "reformatio in peius" (enunciato per il giudizio di appello, ma espressione di un principio generale, valevole anche per il giudizio di cassazione).
Cassazione penale sez. V 15 febbraio 2000 n. 771
Per "sostanza alimentare" si intende qualsiasi materia, solida, liquida o gassosa, destinata all'alimentazione, cioè al nutrimento corporale. Perciò, senza violare il principio di cui all'art. 1 c.p. e senza ricorrere ad alcuna interpretazione estensiva o analogica, deve affermarsi che il reato previsto e punito dall'art. 516 c.p. ha per oggetto materiale non solo le sostanze alimentari solide, ma anche quelle liquide, come le bevande (fattispecie in cui il reato "de quo" è stato ritenuto in relazione alla commercializzazione di vino spumante non genuino, per avere gradazione alcolica, contenuto di zuccheri, residui, sovrapressione dell'anidride carbonica inferiore ai valori minimi stabiliti).
Cassazione penale sez. III 05 giugno 1998 n. 8662

References: Art. 1
 art. 130
 sentenza 
 art. 1
 art. 25
 art. 1
 art. 130