Source: http://noiradiomobile.org/istruttore-di-nuoto-nasconde-una-videocamera-nella-piscina-comunale-di-atri-e-registra-donne-ragazze-e-minorenni-catalogandole-con-nome-e-cognome-e-violenza-privata/
Timestamp: 2018-10-18 03:42:54+00:00

Document:
Istruttore di nuoto nasconde una videocamera nella piscina comunale di Atri e registra donne, ragazze e minorenni, catalogandole con nome e cognome.- E’ violenza privata. – Noi Radiomobile™
Home »Sentenze»Istruttore di nuoto nasconde una videocamera nella piscina comunale di Atri e registra donne, ragazze e minorenni, catalogandole con nome e cognome.- E’ violenza privata.
Istruttore di nuoto nasconde una videocamera nella piscina comunale di Atri e registra donne, ragazze e minorenni, catalogandole con nome e cognome.- E’ violenza privata.
(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 14 maggio – 2 luglio 2015, n. 28174)
Il luogo pubblico, quando frequentato da un numero indeterminato di persone, non è stabilmente frequentato dalla persone offese, non è domicilio.
1.1 L’imputato C.P.A. , istruttore di nuoto nella piscina comunale di Atri, denominata “ASD Acquazzurra”, con l’uso di un sistema di videoripresa posizionato in un cestino della spazzatura, si è indebitamente procurato immagini (raccolte in circa 1005 fil­mati) di soggetti adulti di sesso femminile e bambini di entrambi i sessi, mentre erano intenti a spogliarsi, rivestirsi o a fare la doccia nello spogliatoio posto a servizio della suddetta piscina.
I fatti sono stati accertati quando l’imputato era stato coinvolto in una inchiesta avviata dalla Procura della Repubblica di Catania in materia di reati di pedopornografia; era stata delegata la sezione di Teramo del Compartimento della Polizia Postale e della Comunicazione della Polizia di Stato ad eseguire, in data 18 giugno 2009, una perquisizione nell’abitazione del C.P. , durante la quale venivano sottoposti a sequestro, tra l’altro, supporti di memorizzazio­ne di tipo ottico (noti come DVD e CD).
1.2. Gli accertamenti compiuti dalla Polizia Postale e, in particolare, la visione dei sud­detti filmati, ha consentito di apprendere che l’imputato aveva posizionato il sistema audiovisi­vo quasi sempre dinanzi alla doccia numerata con il “2”, perché tale postazione consentiva di inquadrare più docce contemporaneamente.
Si è accertato, inoltre, che l’imputato aveva scari­cato le immagini filmate sul computer e le aveva trasferite, dopo interventi con tagli di riprese prive di interesse, su dvd nei quali ogni “scena” riportava il nome e il cognome della persona ripresa; per i bambini veniva indicata anche l’età e per le donne in stato di gravidanza era sta­to indicato pure il mese di gestazione.
2.1. Quanto alla nozione di “abitazione” o “privata dimora”, la giurisprudenza tende a proporne una interpretazione certamente estensiva, ma non si può comunque prescindere dal­le indicazioni delle Sezioni unite penali di questa corte, che esigono “un particolare rapporto con il luogo in cui si svolge la vita privata, in modo da sottrarre la persona da ingerenze ester­ne, indipendentemente dalla sua presenza” (Sez. un., 28 marzo 2006, Prisco, m. 234269).
Giova riportare alcuni passaggi della sentenza delle Sezioni Unite, nella quale, con affermazio­ne di carattere generale, sebbene resa nel contesto dell’interpretazione della normativa pro­cessuale in tema di videoriprese, si è osservato che “non c’è dubbio che il concetto di domi­cilio individui un rapporto tra la persona e un luogo, generalmente chiuso, in cui si svolge la vi­ta privata, in modo anche da sottrarre chi lo occupa alle ingerenze esterne e da garantirgli quindi la riservatezza.
Ma il rapporto tra la persona e il luogo deve essere tale da giustificare la tutela di questo anche quando la persona è assente. In altre parole la vita personale che vi si svolge, anche se per un periodo di tempo limitato, fa sì che il domicilio diventi un luogo che esclude violazioni intrusive, indipendentemente dalla presenza della persona che ne ha la titolarità, perché il luogo rimane connotato dalla personalità del titolare, sia o meno questi presen­te.
Diversamente nel caso della “toilette” e nei casi analoghi il luogo in quanto tale non riceve alcuna tutela. Chiunque può entrare in una toilette pubblica, quando è libera, e la polizia giudi­ziaria ben potrebbe prenderne visione indipendentemente dall’esistenza delle condizioni pro­cessuali che legittimano attività ispettive.
Perciò con ragione la giurisprudenza ha introdotto il requisito della “stabilità”, perché è solo questa, anche se intesa in senso relativo, che può tra­sformare un luogo in un domicilio, nel senso che può fargli acquistare un’autonomia rispetto al­la persona che ne ha la titolarità. Deve quindi concludersi che una toilette pubblica non può es­sere considerata un domicilio neppure nel tempo in cui è occupata da una persona”.
Quindi, anche quando si ammette la tutela per luoghi destinati – ad esempio – al lavoro, piutto­sto che all’abitazione, l’estensione può essere considerata ragionevole per chi vi presti stabil­mente la propria opera, non per coloro che di questi luoghi siano utenti o comunque avventori più o meno occasionali.
In effetti, si è ritenuto che l’estensione in esame possa essere considerata ragionevole proprio con riferimento alla tutela di chi in relazione ad un determinato luogo abbia un potere disposi­tivo, come certamente accade nei luoghi in cui un soggetto presti la propria attività lavorativa.
È comunque prevalso nella giurisprudenza di questa corte un orientamento fondato sul rilievo che per “luogo di privata dimora” possa intendersi anche “ogni luogo non pubblico che serva all’esplicazione di attività culturali, professionali e politiche ovvero nel quale le persone si trat­tengano per compiere, anche in modo transitorio e contingente, atti della vita privata”.
È stato così ritenuto ravvisabile il delitto ex art. 624 bis cod.pen. nella condotta di chi, per commettere un furto, si introduca all’interno di una farmacia durante l’orario di apertura (Sez. 4, n. 37908 del 25/06/2009, Apprezzo), nel ripostiglio di un esercizio commerciale (Sez. 5, n. 22725 del 05/05/2010, Dunca), all’interno di un bar (Sez. 5, n. 30957 del 02/07/2010, Cirlincione) od in uno studio odontoiatrico (Sez. 5, n. 10187 del 15/02/2011, Gelasio).
Con riferimento al caso in esame, si ritiene di dover escludere che i locali dove sono posiziona­te le docce di una piscina comunale possano essere considerati luoghi tutelati a norma dell’art. 615 bis cod. pen., non potendo trascurarsi che essi sono frequentati da un pubblico di avven­tori in numero non determinabile e che si avvicendano quali utenti del servizio.
È pur vero che questa corte ha ritenuto configurabile il reato di interferenze illecite nella vita privata di cui all’art. 615-bis cod. pen. in un caso in cui il dipendente di una struttura ospedaliera si era indebitamente procurato con il suo cellulare immagini attinenti alla vita privata dei pazienti, fotografandone gli organi sessuali mentre facevano la doccia. (Sez. 6, n. 7550 del 26/01/2011, M. e altro, Rv. 249322).
Non senza rilievo, però, è il fatto che nella pronunzia in esame si sia fatto riferimento alle docce di un ospedale, evidentemente frequentate da soggetti ricoverati nella stessa struttura e che quindi hanno una esclusiva disponibilità dei relativi spazi ovvero li utilizzano come contesto “domiciliare”.
In questi casi, benché sia certamente istantanea la condotta del soggetto attivo, ne sono inevi­tabilmente permanenti gli effetti di coartazione della volontà della persona offesa, che si vede esposta quantomeno al rischio di dover subire un’imbarazzante ed irresistibile reiterata coazio­ne.
Sicché, quand’anche la percezione della coazione psichica della persona offesa sopravven­ga all’esaurimento della condotta intrusiva, deve ritenersi che una tale condotta sia da qualifi­care come violenta e integri di conseguenza gli estremi della violenza privata. Né può trascurarsi che, in casi come quello in esame, possa configurarsi il dissenso ragione­volmente prevedibile delle vittime delle indebite captazioni di immagini.
Così come sottolineato anche nella già citata pronunzia di questa corte (Sez. 5, 3 marzo 2009, Rv. 244199), occorre “muovere dal rilievo che l’interesse tutelato dall’art. 610 cod. pen. è la libertà morale, da intendersi come libertà di determinarsi spontaneamente secondo motivi propri: alla libertà morale va quindi ricondotta sia la facoltà di formare liberamente la propria vo­lontà, sia quella di orientare i propri comportamenti in conformità delle determinazioni libera­mente prese.
In altri termini, come osservato anche dalla dottrina, è troppo restrittiva, ai fini che ci occupano, la definizione di libertà morale come libertà di autodeterminazione perché es­sa identifica solo un aspetto della libertà morale e non consente di includervi gli altri aspetti tu­telati sotto tale oggettività giuridica, dalla libertà di autodeterminazione secondo motivi propri, fino alla tranquillità psichica (nel senso della necessaria inclusione della libertà psichica nella oggettività della norma in esame, v. rv 200681).
La condotta illecita che si manifesti nella forma della violenza, d’altro canto, è, per la costante giurisprudenza, anche quella impropria, esplicabile in forme molteplici dirette ad esercitare pressioni sulla volontà altrui al fine di impedire una libera manifestazione.
La giurisprudenza di questa Corte, inoltre, ammette che integri il reato di violenza privata la condotta che consista nel compimento deliberato di manovre insidiose al fine di interferire con la libertà di determinazione della persona offesa (vedi in senso analogo rv 222349).
Infatti non è richiesta, per larga parte della giurisprudenza, una condotta esplicitamente con­notata da violenza o minaccia, posto che il requisito della violenza si identifica in qualsiasi messo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione (rv 234458; rv 232459).
Si evince dalle sentenze dei giudici di merito che l’imputazione di cui alla sentenza del G.U.P. richiamata era articolata nel seguente modo: “”del reato p. e p. dall’art. 600 ter comma 1 cod. pen. perché, quale istruttore di nuoto presso la piscina comunale di Atri installava all’interno dei locali doccia della predetta struttura una telecamera nascosta attraverso la quale produce­va materiale pornografico filmando a loro insaputa soggetti minori degli anni diciotto nudi e nell’atto di fare la doccia””.
Dovendo procedersi alla rideterminazione del trattamento sanzionatorio, s i impone anche l’annullamento della sentenza in relazione ai fatti commessi fino al 2009, con rinvio alla Corte di Appello di Perugia (non avendo altra sezione la Corte di Appello di L’Aquila).
In ragione di ciò non viene trattato l’ultimo motivo proposto in ricorso proprio in ordine al di­niego delle attenuanti generiche e del beneficio della sospensione condizionale della pena.
È del tutto ovvio che, in ragione di quanto disposto dall’art. 624 cod. proc. pen., l’annullamento con rinvio finalizzato solo alla rideterminazione del trattamento sanzionatorio comporta il passaggio in giudicato della sentenza in relazione alla responsabilità dell’imputato, sicché nel giudizio di rinvio non può ulteriormente decorrere il termine di prescrizione.
Invero, qualora – come nel caso in esame- venga rimessa al giudice del rinvio esclusivamente la questione relativa alla determinazione della pena, il giudicato (progressivo) formatosi sul­l’accertamento del reato e della responsabilità dell’imputato, con la definitività della decisione su tali parti, impedisce l’applicazione di cause estintive sopravvenute all’annullamento parziale (Sez. U, Sentenza n. 4904 del 26/03/1997, Rv. 207640; Sez. 3, Sentenza n. 15101 del 11/03/2010 Rv. 246616; Sez. 2, Sentenza n. 8039 del 09/02/2010 Rv. 246806).
Come è noto la ratio di tali conclusioni si rinviene nella specialità della forza precettiva dell’art. 624, comma 1, cod.proc.pen., che sancisce: “se l’annullamento non è pronunciato per tutte le disposizioni della sentenza, questa ha autorità di cosa giudicata nelle parti che non hanno con­nessione essenziale con la parte annullata”. Quindi è tale disposizione che espressamente ri­conosce l’autorità del giudicato sia ai capi che ai punti della sentenza non oggetto di annulla­mento (Sez. un., 19.1.2000, Tuzzolino; si vedano pure Sez. 2, n. 44949 del 17/10/2013, Rv. 257314; Sez. 6, n. 45900 del 16/10/2013, Rv. 257464; Sez. 2, n. 8039 del 09/02/2010, Rv. 246806).
La Corte, qualificato il fatto come violenza privata (art. 610 cod. pen.), annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente ai fatti consumati sino al 14 novembre 2007, perché il reato è estinto per prescrizione.
Annulla quanto ai fatti commessi fino al 2009 con rinvio alla Corte di Appello di Perugia per la determinazione del trattamento sanzionatorio.
CategoriesSentenzeTagsSpogliatoio Piscina Minori Telecamera
← Previous Previous post: Si introduce in una abitazione fingendosi carabiniere e, con la scusa di dover eseguire delle perquisizioni, si fa consegnare denari che la vittima teneva in cassaforte. La minaccia come elemento dell’estorsione.
Next → Next post: Resistenza a pubblico ufficiale: integra il reato anche la guida pericolosa volta ad evitare il posto di blocco autostradale.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 624
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza