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Timestamp: 2019-11-15 02:34:01+00:00

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ANATOCISMO BANCARIO: TUTTO QUELLO CHE DEVI SAPERE gtag('js', new Date()); gtag('config', '42278419', );
By Debito Bancario | 2 aprile 2015
ANATOCISMO: COS’E’
Quando si parla di anatocismo si intende la produzione di interessi da altri interessi resi produttivi anche se scaduti o non pagati, su un determinato capitale.
Quando questa forma di capitalizzazione degli interessi si applica nei contratti bancari (in particolare nei contratti di conto corrente) si parla di anatocismo bancario.
In questo caso specifico l’anatocismo si concretizza con il calcolo di interessi sugli interessi passivi: cioè quelle somme dovute dal correntista per essere andato “in rosso” sul proprio conto corrente.
Andare in rosso: lo scoperto sul conto corrente
Lo scoperto sul conto corrente è quella somma che la banca mette a disposizione del cliente )dietro il pagamento di interessi) nel caso in cui questo abbia una momentanea carenza di liquidità.
Produce interessi solo quando utilizzato e normalmente è dotato di un tetto massimo.
L’applicazione delle clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi finisce per generare una situazione di usura a carico del correntista.
Va infatti considerato che il tasso di interesse in usura si calcola utilizzando come base il TEGM (Tasso Effettivo Globale Medio) rilevato dalla Banca d’Italia, aumentato di un quarto (25%) con un’ulteriore possibilità di aumento di 4 punti percentuale.
E considerato che il TEGM è comprensivo di tutte le remunerazioni e spese (escluse imposte e tasse) in riferimento ai tassi annuali praticati dagli istituti di credito.
Con la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi questi si sommano al capitale e generano ulteriori interessi.
E quando la somma delle passività di un conto (compreso di interessi, commissioni e spese) supera il tasso di soglia come calcolato precedentemente si una situazione di usura.
Ovviamente l’applicazione dell’anatocismo fa sì che questa soglia venga facilmente superata e che perciò il correntista si trovi nella situazione di pagare interessi usurari sul proprio conto corrente.
Da qui il problema derivato nel nostro paese dalla diffusione dell’anatocismo bancario, che ha creato danni di grande portata a un numero elevatissimo di cittadini.
L’anatocismo è regolato da una precisa disposizione del Codice Civile, l’articolo 1283 che ne prevede che gli interessi scaduti possano produrre interessi solo in tre casi:
– dal momento di una domanda giudiziale;
– in caso di una convenzione posteriore alla loro scadenza (ma sempre che si tratti di interessi dovuti da almeno sei mesi);
– in caso di usi che lo prevedano.
In tutti gli altri casi, l’anatocismo va considerato illegittimo.
L’INTERPRETAZIONE DELL’ABI
L’ABI (Associazione Bancaria Italiana) a partire dal 1952 ha previsto la capitalizzazione degli interessi passivi sui conti correnti: la scadenza di questa capitalizzazione era indicata come trimestrale, mentre, per quel che riguarda il conteggio degli interessi attivi, la scadenza era annuale.
L’ABI ha fatto questo basandosi su una particolare interpretazione dell’articolo 1283 del Codice Civile, per cui la capitalizzazione degli interessi passivi a scadenza trimestrale andava considerato un uso e perciò rientrava nelle eccezioni previste dallo stesso articolo.
LA GIURISPRUDENZA PRIMA DEL 1999
Nonostante le azioni giudiziarie volte a richiedere la dichiarazione di illegittimità delle clausole di anatocismo bancario si siano susseguite per molti anni la giurisprudenza (sia per quel che riguarda le sentenze dei Tribunali ordinari che quelle della Corte di Cassazione) ha lungamente mantenuto un atteggiamento favorevole agli istituti di credito, ammettendo come legittima l’applicazione dell’anatocismo nei rapporti di conto corrente intrattenuti con i clienti.
Alla base di queste decisioni vi era l’affermazione di legittima interpretazione dell’anatocismo a capitalizzazione trimestrale fra gli usi ex articolo 1283 Codice Civile
Da questa situazione derivava ovviamente un vantaggio per le banche (che nel caso in cui il cliente usufruiva dello scoperto in conto potevano conteggiare gli interessi per 4 volte durante l’anno) e di svantaggio per il correntista (che vedeva conteggiati gli interessi attivi a suo favore solo una volta all’anno e che, con l’applicazione dell’anatocismo, rischiava di vedere lievitare in modo esponenziale il suo debito verso la banca).
In questa situazione di difficoltà oggettiva per i cittadini, anche il legislatore è stato sordo ai lamenti che provenivano da più parti, in una colpevole connivenza con gli interessi del sistema bancario.
In assenza di un intervento legislativo, è stata però un’inversione di tendenza delle giurisprudenza a modificare radicalmente il quadro in materia di anatocismo bancario.
ANATOCISMO: LE SENTENZE DELLA CASSAZIONE DEL 1999
L’orientamento giurisprudenziale favorevole agli istituti di credito conosce un forte battuta di arresto nel 1999, con la sentenza numero 2374 della Corte di Cassazione a Sezioni Unite.
Con questa pronuncia la Suprema Corte declassa gli usi bancari alla base dell’anatocismo da normativi (come erano stati considerati fino a quel momento) a negoziali.
La Suprema Corte ha infatti considerato che gli usi indicati dall’articolo 1283 Codice Civile dovevano avere alcune particolari caratteristiche:
– un elemento oggettivo, dato dal ripetuto comportamento tra le parti per un lungo periodo;
– un elemento soggettivo, dato dalla convinzione della vincolante giuridicità di questo comportamento.
Nel caso delle clausole che prevedevano l’anatocismo bancario dalla Corte Suprema veniva ritenuto mancante il secondo elemento, perché i correntisti no avevano né la volontà né la consapevolezza di obbedire a una regola che determinava la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, ma si limitavano a una passiva accettazione della imposizione dell’altro contraente (la banca).
Con questa sentenza di fatto le clausole che prevedevano il calcolo trimestrale in anatocismo degli interessi passivi venivano dichiarate nulle.
LA SENTENZA 20195/2004 DELLA CORTE DI CASSAZIONE A SEZIONI UNITE E IL PROBLEMA DELLA RETROATTIVITA’
Fra le sentenze emanate in seguito dalla Suprema Corte una grande importanza rivesta la pronuncia numero 20195 del 2004.
Con questa sentenza la Corte si spinge a dichiarare che le clausole che prevedevano la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi erano da ritenersi nulle anche se stipulate prima del cambiamento dell’orientamento della giurisprudenza del 1999.
Le pronunce dei Tribunali di merito e della Corte di Cassazione costrinsero il legislatore a intervenire in materia: con il Decreto Legislativo numero 342 del 1999 venne attribuito al CICR (Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio) il compito di stabilire le modalità di regolazione della produzione di interessi sugli interessi passivi.
Tale normativa stabiliva inoltre che, nel rapporto bancario, andava in ogni caso garantita una condizione di reciprocità: per cui doveva essere prevista la stessa periodicità di conteggio per gli interessi attivi e passivi.
La stessa normativa prevedeva poi che le clausole contrattuali che riguardavano la produzione di interessi su interessi stipulate prima dell’entrata in vigore della delibera che il CICR avrebbe dovuto emanare dovevano ritenersi valide mentre solo quelle stipulate posteriormente alla delibera stessa.
Nella pratica questa normativa dettava delle linee guida che puntavano a mantenere vivo l’anatocismo bancario sia per i contratti precedenti alla deliberazione che per quelli che sarebbero seguiti, basta che venisse osservata la condizione di reciprocità temporale.
DELIBERA DEL CICR DEL 2000
Con la delibera del 9/8/2000 il CICR adempie alla delega data dal legislatore e riconosce l’ammissibilità della capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, a patto che vi sia reciprocità temporale nel calcolo degli interessi attivi.
Queste condizioni vanno applicate anche ai contratti stipulati precedentemente alla delibera: questi perciò vengono considerati validi come stipulati in origine fino al momento dell’entrata in vigore della delibera.
In seguito anche per questi contratti valeva la necessità di adattarsi alla condizione di reciprocità nella capitalizzazione degli interessi attivi e passivi: questo salvo il caso in cui questa condizione risulti peggiorativa rispetto alle condizioni precedenti, nel qual caso diventa necessaria l’approvazione del cliente.
La Corte Costituzionale interviene nell’anno successivo per cancellare il decreto “salva-banche” (come era stato definito l’intervento del legislatore).
In particolare l’articolo 25 3° comma di questo decreto (con cui veniva prevista la legittimità dell’anatocismo bancario) con la sentenza 425/2000 viene dichiarato illegittimo e l’anatocismo bancario dichiarato incostituzionale.
Si tratta di una pronuncia della massima importanza, perché la più alta autorità giudiziaria ha finito per riconoscere come la pratica dell’anatocismo bancario sia in aperto contrasto con le norme costituzionali.
ANATOCISMO BANCARIO: RICHIESTE DI RISARCIMENTO E PRESCRIZIONE
Le sentenze della Corte di Cassazione prima e della Corte Costituzionale poi hanno aperto la strada a un gran numero di richieste di risarcimento, inoltrate dai correntisti che erano stati evidentemente (e pesantemente) danneggiati dalla pratica dell’anatocismo bancario.
Questa situazione ha fatto sì che si aprisse il delicato un altro delicato problema: quello di determinare il termine di prescrizione entro cui è possibile per i correntisti richiedere il risarcimento dei danni subiti e la restituzione delle somme indebitamente pagate alle banche.
LA SENTENZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE 24418/2010
Con la pronuncia numero 24418 del 2010 la Corte di Cassazione stabilisce il diritto per i correntisti a ottenere il rimborso delle somme addebitate sui conti correnti come capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi.
Inoltre, e questo risulta il passaggio più importante, stabilisce che il termine della prescrizione di tale diritto di rimborso a norma di legge è decennale: ma da quando questo termine decorre?
La pronuncia risolve anche questo problema: secondo la Suprema Corte la prescrizione non decorre da ogni singola annotazione in conto corrente bensì dalla data di estinzione del conto corrente stesso e riguarda tutte le operazioni effettuate sul conto corrente, dal momento dell’apertura alla sua chiusura.
IL DECRETO MILLEPROROGHE E LA NORMA “SALVA-BANCHE”
Il successivo intervento del legislatore, con la legge numero 10/2011 di conversione del decreto legge numero 225/2010 (cosiddetto “Milleproroghe”) interviene nuovamente con un tentativo di salvaguardare gli interessi degli istituti di credito.
Infatti con questa normativa viene determinato come la prescrizione relativa alle operazioni di conto corrente bancario decorra dalla data di annotazione della singola operazione in conto e non dalla chiusura del conto stesso.
In questo modo il correntista che voglia chiedere il risarcimento del danno si trova ad affrontare dei calcoli molto più complessi e corre il reale rischio di ottenere un risarcimento molto inferiore rispetto a quanto realmente dovuto.
Sarà necessario un nuovo intervento della Corte Costituzionale per rimettere in equilibrio i rapporto fra banche e correntisti: infatti la Suprema Corte, con la pronuncia del 7/8/2012, dichiara illegittima la norma contenuta nel decreto Milleproroghe in materia di prescrizione delle azioni relative alle operazioni di conto corrente bancario.
In questo modo torna a essere considerata valida la prescrizione decennale dalla chiusura del conto corrente stesso e torna a essere tutelato il diritto del cittadino a ottenere il risarcimento di tutte le somme versate indebitamente alle banche a causa dell’applicazione dell’anatocismo bancario.
L’anatocismo bancario ha rappresentato (e in alcuni casi rappresenta ancora) uno dei maggiori problemi nel rapporto fra istituti di credito e correntisti: questi ultimi si sono a lungo trovati in una posizione di sottomissione alle imposizioni del contraente forte (la banca) senza poter ricevere una tutela dalla legge.
Solo l’intervento giurisprudenziale (a volte osteggiato apertamente dal legislatore) sembra aver messo un freno a questo fenomeno, riconoscendo e tutelando il diritto del cittadino a ottenere un giusto risarcimento per i danni subiti.
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References: articolo 1283
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