Source: https://www.laleggepertutti.it/95739_se-affitti-un-appartamento-a-una-prostituta-che-esercita-in-casa
Timestamp: 2018-08-21 06:27:31+00:00

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Una donna che so esercitare la prostituzione è interessata a un appartamento che ho messo in affitto: se questa dovesse svolgere il proprio mestiere in casa, rischierei qualcosa?
Così come non è reato, nel nostro ordinamento, la prostituzione, non è neanche reato o illecito amministrativo o civile l’affitto di un appartamento a una donna che eserciti il meretricio. Tutto ciò che potrebbe essere contestato, al massimo, è il reato di sfruttamento della prostituzione solo nel caso in cui il locatore dovesse trarre una qualsiasi utilità (non dalla locazione pura e semplice, bensì) dall’attività sessuale della prostituta. È necessaria quindi la cosciente volontà del padrone di casa di trarre vantaggio economico mediante la partecipazione ai guadagni ottenuti tramite tale attività.
In passato, la Cassazione [1] ha condannato il proprietario di un appartamento per aver affittato, a una prostituta, il proprio immobile e aver chiesto un canone di affitto particolarmente alto per il tipo di bene locato (840 euro a settimana): la somma ha insospettito i magistrati secondo i quali il “surplus” di prezzo, praticato rispetto al valore di mercato, dovesse essere imputabile a un accordo con la donna, al fine di partecipare ai suoi “utili” derivanti dalla prostituzione.
Secondo la Cassazione era evidente la consapevolezza da parte del condannato dello svolgimento del meretricio all’interno dell’immobile locato (presupposto che ha fatto ritenere sussistente il dolo specifico richiesto dalla norma, ossia la volontà di trarne profitto), ma soprattutto perché il canone di locazione richiesto per un immobile ritenuto senza ombra di dubbio fatiscente (privo di finestre e cucina) era davvero troppo elevato.
In sintesi, l’affitto di un appartamento a una prostituta, pur nella piena consapevolezza che questa vi eserciterà il proprio mestiere, non costituisce illecito, salvo che vi sia dolo specifico nel reato di sfruttamento alla prostituzione ossia la cosciente volontà di trarre un’utilità economica dall’attività sessuale della donna.
Con un’altra sentenza, infatti, la Cassazione [2] ha detto che non può essere accusato di favoreggiamento alla prostituzione chi concede, dietro pagamento della metà del canone e delle spese, un immobile in sublocazione ad una prostituta, con cui convive. Ciò vale anche nel caso in cui la donna lavori poi nel medesimo immobile, perché la mera stipulazione del contratto non basta a concretizzare, di per sé, un oggettivo aiuto all’esercizio della prostituzione in quanto tale.
Se lo scopo specifico della locazione non è quello di esercitare la prostituzione nell’immobile, la condotta del locatore non si concreta in un aiuto all’attività svolta dalla locataria, in quanto il contratto riguarda la persona ed il suo diritto all’abitazione.
Sebbene, quindi, ciò comporterà probabilmente un’agevolazione indiretta della prostituzione, questo non implica un nesso causale penalmente rilevante tra la condotta dell’agente e l’evento di favoreggiamento. Si tratta infatti di una condotta, in assenza della quale la prostituzione sarebbe stata comunque esercitata in condizioni sostanzialmente equivalenti.
Neanche il condominio potrebbe lamentarsi di quanto avviene nell’immobile oggetto di affitto, posto che il diritto di proprietà consente al titolare dell’appartamento l’esercizio pieno e illimitato del bene. Eventuali limiti all’uso dell’abitazione potrebbero risultare unicamente da un regolamento di condominio di tipo contrattuale, ossia approvato all’unanimità.
[1] Cass. sent. n. 6373/14.
[2] Cass. sent. n. 7338/14.
Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 20 novembre 2013 – 11 febbraio 2014, n. 6373
Con sentenza 11.6.2012 la Corte d’Appello di Catania ha confermato la pronuncia di colpevolezza di M.I. per il reato di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione di due donne extracomunitarie alle quali aveva concesso in locazione un immobile.
La Corte territoriale ha argomentato la decisione ravvisando gli estremi della condotta ascritta all’imputato in considerazione delle condizioni particolarmente elevate del contratto di locazione in rapporto allo stato dell’immobile e agli accorgimenti adottati dall’imputato per eludere eventuali controlli; ha poi ritenuto attendibile la deposizione della teste C.M.D.S. .
L’imputato a mezzo del proprio difensore, propone ricorso per cassazione deducendo due censure.
1. Col primo motivo lamenta il vizio di motivazione sulla agevolazione del meretricio. Dopo avere proceduto ad una ricostruzione dei fatti, sottolinea l’inattendibilità della teste C. , sia perché aveva reso più versioni contrastanti, sia perché animata da forte risentimento verso l’imputato in relazione alla mancata restituzione della somma da lei anticipata.
Secondo la giurisprudenza di legittimità il reato di favoreggiamento della prostituzione si concretizza, sotto il profilo oggettivo, in qualunque attività idonea a procurare favorevoli condizioni per l’esercizio della prostituzione, mentre sotto il profilo soggettivo è sufficiente la consapevolezza di agevolare il commercio altrui del proprio corpo senza che abbia rilevanza il movente dell’azione (Sez. 3, Sentenza n. 37578 del 25/06/2009 Ud. dep. 24/09/2009 Rv. 244964; v. per tutte Cass. pen. sez. 3^ sent. 29 ottobre 2007, n. 39928).
Nel caso in esame la sentenza impugnata è adeguatamente motivata alla luce dell’indicato principio di diritto laddove ha ricavato gli elementi del reato dalle obiettive ditata, condizioni fatiscenti del locale, privo di finestre e cucina, e quindi dalla assoluta inidoneità dello stesso ad un uso abitativo (circostanze riferite anche dai Carabinieri che avevano eseguito la perquisizione), nonché dalle singolari condizioni contrattuali riferite dalla teste C.M.d.S. (sostituzione precauzionale della ricevuta giornaliera di Euro 120,00 con contestuale aggiornamento della data).
L’attendibilità della teste sulle particolari precauzioni adottate proprio per neutralizzare eventuali controlli di polizia è stata desunta dal rinvenimento di un verbale di sequestro del 2008 relativo ad altro immobile dell’imputato sempre per esercizio del meretricio ed inoltre dalla inusualità delle condizioni che non avrebbero avuto alcuna ragione di essere in caso di contratto lecito. Ulteriore elemento di consapevolezza di mettere l’immobile a disposizione per l’esercizio della prostituzione è stato tratto dalla circostanza – riferita dalla teste predetta ma confermata anche dal maresciallo B. – che il M. stazionava nei pressi del vicino bar Cavour di proprietà della moglie, tant’è che durante i controlli dei militari egli arrivava sempre dopo pochi minuti.
La Corte ha poi ritenuto che pur volendo ritenere compresa una cauzione di Euro. 420 nella maggior somma di Euro 840, si trattava pur sempre di un canone settimanale esoso per un vano di appena 12 mq, fatiscente, privo di finestre e cucina.
Ha escluso che i rilievi dell’imputato sulla attendibilità della teste (con riferimento alle modalità di reperimento del numero telefonico e alle modalità di pagamento) incidessero sulla volontà di agevolazione del meretricio.
Il percorso argomentativo si presenta logicamente coerente e quindi si sottrae alla critica del ricorrente che appare invece finalizzata ad una rivisitazione in senso a lui favorevole degli elementi di fatto, attività non consentita nel giudizio di cassazione perché, come è noto, il controllo del giudice di legittimità sui vizi della motivazione attiene solo alla coerenza strutturale della decisione di cui si saggia l’oggettiva tenuta sotto il profilo logico argomentativo. Al giudice di legittimità è infatti preclusa – in sede di controllo sulla motivazione – la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (preferiti a quelli adottati dal giudice del merito perché ritenuti maggiormente e plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa). Queste operazioni trasformerebbero infatti la Corte nell’ennesimo giudice del fatto e le impedirebbero di svolgere la peculiare funzione assegnatale dal legislatore di organo deputato a controllare che la motivazione dei provvedimenti adottati dai giudici di merito (a cui le parti non prestino autonomamente acquiescenza) rispetti sempre uno standard minimo di intrinseca razionalità e di capacità di rappresentare e spiegare l’iter logico seguito dal giudice per giungere alla decisione (cass. Sez. 6, Sentenza n. 9923 del 05/12/2011 Ud. dep. 14/03/2012 Rv. 252349).
Ancora, l’illogicità della motivazione per essere apprezzabile come vizio denunciabile, deve essere evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile ictu oculi, dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze e considerandosi disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata, purché siano spiegate in modo logico e adeguato le ragioni del convincimento (cass. Sez. 3, Sentenza n. 35397 del 20/06/2007 Ud. dep. 24/09/2007; Cassazione Sezioni Unite n. 24/1999, 24.11.1999, Spina, RV. 214794).
2. Col secondo motivo denunzia l’inosservanza dell’art. 3 n. 2 della legge n. 75/1958 e la mancanza e contraddittorietà della motivazione, riproponendo la tesi – già sostenuta in appello – della mancanza di dolo specifico nel reato di esercizio di casa di prostituzione, a suo avviso astrattamente ipotizzatale nella fattispecie, non essendo stato dimostrato che l’imputato, sin dal momento del primo incontro con le sorelle Dos Santos, era a conoscenza della loro attività. Critica in ogni caso la ritenuta sussistenza del dolo nel reato di sfruttamento della prostituzione a lui contestato.
Anche tale censura è manifestamente infondata sotto entrambi i profili.
Questa Corte ha affermato più volte (tra le varie, cfr. Cass. Sez. 3, Sentenza n. 7076 del 19/01/2012 Cc. dep. 23/02/2012 Rv. 252099) per integrare il concetto di casa di prostituzione previsto nella L. 20 febbraio 1958, n. 75, art. 3, nn. 1 e 2 è necessario un minimo, anche rudimentale, di organizzazione della prostituzione, che implica una pluralità di persone esercenti il meretricio” (Sez. 3, 19.5.1999, n. 8600, Campanella, m. 214228); e “per integrare il concetto di casa di prostituzione, è necessario il contestuale esercizio del meretricio da parte di più persone negli stessi locali ed, all’interno dello stesso locale, l’esistenza di una sia pur minima forma di organizzazione” (Sez. 3, 16.4.2004, n. 23657, Rincari, m. 228971).
Nel caso di specie, la Corte d’Appello ha escluso l’ipotesi dell’esercizio di casa di prostituzione di cui all’art. 3 n. 2 della legge n. 75/1958 non ravvisando quel minimo, anche rudimentale, di organizzazione della prostituzione, esercitata invece autonomamente e per proprio conto dalle due ragazze con la consapevolezza dell’imputato.
Corretta in diritto e logicamente coerente appare dunque la motivazione.
In ordine all’altro profilo di censura (riguardante l’elemento psicologico del reato di sfruttamento), secondo la giurisprudenza, il reato di sfruttamento della prostituzione si realizza col trarre una qualsiasi utilità dall’attività sessuale della prostituta e richiede il dolo specifico ossia la cosciente volontà del colpevole di trarre vantaggio economico dalla prostituzione mediante partecipazione di guadagni ottenuti mediante tale attività (Sez. 3, Sentenza n. 98 del 24/11/1999 Ud. dep. 11/01/2000 Rv. 215061; Cass. Sez. III n. 9065, 9.10.1996, Marrone) con la puntualizzazione che il reato non si configura quando la corresponsione dei proventi avvenga per giusta causa e nei limiti dell’adeguatezza, cioè per servizi leciti resi, sempre che si via proporzione tra servizio e compenso (Cass. Sez. III n. 2796, 22.03.1997, Le Rose).
Nel caso di specie, la Corte di merito ha rilevato non solo la consapevolezza, da parte del M. , dello svolgimento del meretricio all’interno del locale, ma anche (pag. 5), come già detto, la sproporzione del canone locativo (Euro. 840,00 per una settimana), evidenziando in tal modo la condotta con cui l’imputato sfruttava la prostituzione delle donne (attraverso l’esorbitante prelievo anticipato sui proventi del meretricio, che solo in parte poteva considerarsi come corrispettivo della locazione del monolocale, tenuto conto delle caratteristiche dell’immobile che il giudice di merito ha ben posto in luce).
Anche sotto tale profilo la motivazione appare inattaccabile dalla censura che ripropone ancora una volta una diversa lettura del fatto.
Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 4 febbraio – 17 febbraio 2014, n. 7338

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