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Ultime condanne della Russia: le assurde violenze del potere sui suoi cittadiniDiritti Europa
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Posted by: Teresa Vozza in Categorie Violazioni CEDU, Editoriale, In evidenza, Tortura e violenze 7 giugno 2012
Divieto di torture e violenze nella Convenzione Europea dei Diritti dell’uomo: art 3 CEDU
Un caso emblematico quello di Salikhov del 3 Maggio 2012 per riflettere sui maltrattamenti e l’applicazione dell’art 3 CEDU- divieto alla tortura e a trattamenti disumani – in Russia: i buoni si trasformano in cattivi e si abbattono sui più deboli, con l’arroganza del potere e della violenza. Proprio coloro che dovrebbero rappresentare e preservare la legalità, le autorità pubbliche, si fanno sopraffare dalla propria posizione e applicano solo la propria legge. La legge più antica del mondo, la più barbara: il più forte vince sul debole.
L’ art 3 CEDU è molto semplice nella sua formulazione:
nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti. Al fine di rientrare nel campo di applicazione dell’articolo , il maltrattamento deve raggiungere un livello minimo di gravità, la cui valutazione dipende da tutte le circostanze del caso, come la durata del trattamento, i suoi effetti fisici o mentali e , in alcuni casi, il sesso, l’età e lo stato di salute della vittima.
La maggior parte delle violazioni vengono subite durante i periodi di detenzione in due modalità, indiretta o diretta.
VIOLAZIONE DIRETTA – In questa prima ipotesi il maltrattamento è causato dal cattivo stato, alle volte decisamente degrado, delle strutture carcerarie: celle microscopiche accolgono troppe persone, come nel caso di Aleksey Vladimirovich Glotov (esaminata in altro articolo)che in una stanza di 11 metri quadrati, resi ancora più intollerabili dalla presenza di una specie di toillet delimitata da un muretto di poco più di un metro. ALeksey la condivideva con altre tre persone. In più l’assenza di assistenza medica o carenza di cibo: sono molte le sentenze che dimostrano che i detenuti hanno solo ad un pasto, ovvero una fetta di pane e minestra. Il tutto in un contesto di sporcizia tale da aver causato anche malattie infettive. Come se la condizione di restrizione dei muri e dei cancelli chiusi a chiave delle carceri non siano sufficienti a causare condizioni di malessere acuto. Luoghi dai quali dovrebbero uscire persone ri-nate dall’errore del reato, pronte a riconoscere criticamente il disvalore delle proprie condotte, si manifestano come luoghi di terrore, vere e proprie scuole di malessere.
Qui le giustificazioni addotte dagli stati sono sempre le stesse: le condizioni di crisi economica-finanziaria non permettono di stanziare sufficiente denaro, in logiche politiche che considerano la spesa pubblica come l’ultima ruota del carro e non mezzo di sostentamento sociale necessario, per cui tutti dovremmo impegnarci, al fine di raggiungere condizioni migliori di vita.
VIOLAZIONE INDIRETTA – Il secondo modo di infliggere la tortura è invece ancora più grave, soprattutto laddove i due modi – diretto e indiretto – confluiscano (il che è di frequente ipotesi) in quanto la violazione viene effettuata direttamente da coloro che dovrebbero rappresentare e preservare la legalità: le autorità pubbliche. In questo caso il soggetto che si trova già in condizione di soggezione sia fisica che psicologica a causa dell’arresto e delle vicende giudiziarie, viene oltraggiato ulteriormente da atti afflittivi e arbitrari, posti in essere da soggetti contro i quali poco si può. (Chi può se non i loro superiori gerarchici?) Il caso Salikhov è, a mio avviso, il più esemplare di tutti.
Di seguito 2 diversi casi di violazione diretta dell’art 3, con ricorrenti sottoposti a inaudite violenze da parte dell’autorità:
Tortura e violenze dirette – Sentenza Salikhov v. Russia, 3 Maggio 2012
IL CASO: Salikhov a seguito di una notte brava, nel 22 giugno 2004, dove l’alcol aveva dato la sua buona parte era stato accusato di stupro. Portato al distretto dalla polizia non sapeva a cosa sarebbe andato incontro. Come prima cosa gli venne chiesto di togliersi la bianchieria intima e di tagliarsi le unghie, per il consueto esame medico: lui si dichiarò subito disposto a farlo, a patto che gli fosse consegnato un cambio dopo. Come tutta risposta i poliziotti lo portarono in sala per interrogarlo e iniziarono a picchiarlo. Con manganelli di gomma venne buttato con la faccia a terra e nella caduta colpì con la testa il computer; solo dopo il capo distrettuale gli lanciò dei vestiti, non quelli nuovi, dicendogli di verstirsi. Peccato che ammanettato non riusciva a mettere i pantaloni, tutti strappati dalle botte dei poliziotti. No problem (per gli agenti): lo lasceranno girare per i corridoi del carcere una notte intera con solo una maglietta e dei calzini. In seguito gli vennero fatte altre richieste, come quella di dare dei campioni dei peli dell’ inguine, o del sangue, ma a tutte queste richieste Salikhov non rispose più con il consenso. Dopo l’esperienza della prima volta non poteva più fidarsi delle autorità. Ma questo non fermò i poliziotti che continuarono a ottenere quello che volevano alla loro maniera, con botte e minacce. Riuscirono persino ad obbligare l’infermiera a prelevare il campione di sangue senza il consenso del ricorrente. Uno schiaffo alla tutela dei diritti.
Una notte in particolare segnò ancora di più la vita di Salikhov: 21 Ottobre 2004, i poliziotti alle 4 di mattina entrano nella cella e gli ordinano di uscire. Lui si rifiuta in assenza del suo legale e di medici; viene avvolto in una coperta e portato fuori di forza. Addosso aveva ancora solo maglietta e calzini. In ospedale prega i medici di chiamare i propri rappresentanti, ma nessuna risposta gli viene data. Dopo viene portato dal giudice in tribunale, che prorogherà la sua durata di detenzione. Ancora addosso aveva solo maglietta e calzini. Nessun giudice interno diede mai rilevanza alle sue dichiarazioni. Non solo: il ricorrente aveva sempre chiesto al medico delle indagini di prendere nota delle botte e dei traumi ricevuti, ma la sua risposta era stata: “mi dispiace ma non sono preposto a farlo”. Le sole voci ascoltate erano quelle delle autorità, che dichiaravano: ”Salikhov si è rifiutato di compiere atti processuali volontariamente, ha lottato per liberarsi e accidentalmente ha colpito la sua testa contro il computer. Non è stato colpito da nessuno intenzionalmente.” La sua detenzione preliminare, ovvero prima dell’arrivo al processo, durerà 75 giorni. 75 giorni di ulteriore agonia: le celle erano provviste di brandine di lamiera, senza materassi, il cibo a disposizione era solo il pranzo con una fetta di pane e una ciotola di minestra: nessuna cena, nessuna colazione. L’accesso all’aria e alla luce quasi inesistente, le condizioni di movimento impossibili. Alla denuncia presentata nell’agosto2004 al capo distrettuale, gli venne risposto di aver preso in considerazione le sue lamentele e che purtroppo in assenza di fondi le modifiche necessarie sarebbero avvenute solo nel 2006!
DATI STATISTICI DI QUESTE VIOLENZE IN RUSSIA: Ma Salikhov non è l’unico.. casi simili ce ne sono molti. Ciò lo dicono in primis i numeri: solo dal gennaio 2012 ad oggi ci sono state 15 sentenze di dichiarazione di violazione dell’art. 3 per la Russia, su un totale di 30 casi. Volendo fare un rapido paragone, il rapporto tra casi e violazione è simile a quello della Turchia (casi 9- violazioni 4) della Bulgaria (casi 6- violazioni 3) e purtroppo dell’Italia (casi 3- violazioni 2). A differenza, invece, di paesi dove lo sviluppo economico sembra riuscire a garantire il non verificarsi di ipotesi di tortura e maltrattamento come la Francia, dove in 3 giudizi totali non è mai stata dichiarata violazione, l’Austria che di esperienza ne ha solo una, da cui esce indenne come la Francia e, dulcis in fundo, la Germania che non presenta nessun caso di giudizi in vista dell’art. 3 CEDU.
Torture e violenze dirette – Sentenza A.A. v. Russia, 17 Gennaio 2012
Un altro caso del 17 Gennaio 2012 (49097/08) di violazione art.3 CEDU racconta di vicende davvero raccapriccianti che coinvolgono due russi. Entrambi vengono arrestati mentre tentavano un furto in un negozio. Portanti in commissariato iniziano a subire dei veri e propri supplizi. Nella notte del 9 Maggio 2011 il signor A. è rimasto ammanettato tutto il tempo, poi attaccato ad un termosifone dalle manette. Ha subito delle fratture al braccio destro e una alle gambe con dei colpi di pala. Non gli è stato dato nessun cibo o bevanda e non gli è stato permesso di dormire. E’ stato costretto a sedersi su una bottiglia in almeno tre occasioni, che gli hanno causato emorragie acute. Diverse botte sui reni con una bottiglia piena di acqua. Non riusciva più a camminare o usare il gabinetto.
Ma ecco l’evento più denigrante: A. è stato costretto ad avere rapporti sessuali con il suo complice, durante i quali è stato fotografato. Ecco le sue dichiarazioni: << . Fui portato nella stanza dove c’era il signor Ib. (il complice). Lì, mi è stato detto di inginocchiarmi, A. mi ha colpito sulla schiena e ha detto a Ib. di avere rapporti sessuali con me. A Ib. è stato detto di togliere i miei e i suoi pantaloni, di avvicinarsi da dietro e di piegarsi su di me. Ho resistito e ho ricevuto un colpo alla testa da una bottiglia. K. faceva le fotografie … “. La descrizione delle diverse immagini scattate fa rabbrividire: venivano denigrati facendo mettere i genitali in faccia e altre forme di sevizie. In tutto questo i referti delle autorità dichiaravano che le foto fossero state modificate . (!)
PROBLEMI PROBATORI: Un problema fondamentale ai fini dell’indagine giudiziaria è che le forme di prova recuperabili sono davvero poche e molto spesso poco attendibili. Se le autorità hanno potere assoluto nello scrivere i propri verbali di interrogatorio o di indagine, le uniche forme probatorie in capo alle vittime sono le loro dichiarazioni e i referti medici. Referti che i medici molto spesso non sono liberi di scrivere ma condizionati dalle autorità stesse, o almeno così si difendono. In molti casi non vengono posti agli atti i maltrattamenti fisici che inflitti ai detenuti (nemmeno in espressa richiesta delle vittime) e l’assenza di tali documentazioni rende maggiormente difficile l’azione di accertamento giudiziario, il quale avviene il più delle volte a distanza di molto tempo.
CORTE EDU: Di fatti la i giudici di Strasburgo rilevano da subito questo problema ovvero che gli eventi in questione si trovino completamente, o in gran parte, nelle conoscenze esclusiva delle autorità, pone in capo a queste l’onere di trovare delle giustificazioni soddisfacenti e convincenti, valide ”oltre ogni ragionevole dubbio” tali per cui escludere la loro responsabilità, mentre al fine di accertare le lesioni e le violenze della vittima sono sufficienti anche delle supposizioni in via di fatto. In questo caso il resoconto dettagliato del ricorrente A.A. non ha lasciato spazio per non attribuire agli agenti in servizio la notte del 9 Maggio la colpevolezza dei maltrattamenti. In più la violazione si estende a non aver garantito nè le necessarie cure mediche nè i giudici nazionali hanno mai prestato attenzione alle sue richieste e dichiarazioni di violenze. La Corte ha dichiarato violazione dell’art3-CEDU e condanna alla corresponsione di 25.000€ a titolo di risarcimento.
REAZIONE DELLO STATO RUSSO: Lo Stato Russo, dopo aver preso coscienza del comportamento dei medici ai fini di assicurare maggiore tutela, ha emesso un decreto molto chiaro attraverso il ministro della giustizia (n.189 del 14 Ottobre2005) il quale prevede che se durante un ricovero in ospedale vi è ragione di credere che le lesioni individuate sul corpo del detenuto potrebbero essere state causate da azioni illecite, il personale medico avrebbe il dovere di indicarlo nella cartella clinica e compilare una nota separata con motivazione che sarà successivamente posta al vaglio di un’unità speciale, competente nel decidere se trasferirla al pubblico ministero.
Bisognerebbe valutare quanto una disposizione legislativa astratta abbia davvero presa su abitudini consolidate dei consociati in assenza di una forma di controllo. Particolarmente strano il gioco che si viene a creare: chi dovrebbe controllare il rispetto della regola -autorità pubbliche- è anche colui che obbliga a violarla.
CRITERIO DI APPLICAZIONE ART 3 CEDU: Nel valutare le prove dei casi riguardanti l’articolo 3 della Convenzione sulla Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo, la Corte ha generalmente applicato il criterio di prova “oltre ogni ragionevole dubbio”. Tuttavia, tale prova può risultare dalla coesistenza di sufficientemente forti, chiari e concordanti deduzioni o presunzioni simili a evidenze di fatto. Poichè gli eventi in questione si ritrovino completamente, o in gran parte, nelle conoscenze esclusiva delle autorità, l’onere della prova viene posto a carico di queste che dovranno dimostrare spiegazioni soddisfacenti e convincenti.
La Corte EDU sul caso Salikhov
CORTE EDU- Caso Salikhov: Per il caso di Salikhov i giudici di Strasburgo dichiarano da subito la violazione dell’ art 3 CEDU – Divieto alla tortura e a trattamenti degradanti, sia nel momento del primo interrogatorio, che durante la detenzione e nella notte del 21 Ottobre 2004. Inoltre accertano la violazione dell’ art 6 CEDU – Diritto ad un equo processo. La Corte ricorre ad argomenti differenti per ciascuna violazione:
Violazione Art 3 CEDU – Tortura nel momento dell’acquisizione delle prove
IL GOVERNO – Per l’acquisizione delle prove con il taglio dell’unghia e i peli pubici lo stato russo si era difeso con la norma del proprio codice di procedura penale che prevedeva in casi eccezionali di poter agire anche in assenza del consenso del sottoposto. La legge sulla Custodia (Legge Federale n. 103-FZ del 15 luglio 1995), prevede che:
la forza fisica può essere utilizzata nei confronti di un indagato o un imputato in un centro di detenzione al fine di porre fine ad un reato o alla sua resistenza agli ordini legittimi emessi da funzionari pubblici, se altri mezzi risultino inefficiente. Manganelli di gomma possono essere usati per fermare un detenuto che aggredisce un pubblico ufficiale, per porre fine al disordine di massa o di violazioni delle regole della prigione commessi in un gruppo, per porre fine alle azioni illecite da parte del detenuto, se resiste ad un ordine legittimo , o per impedirgli di causare danni agli altri. Manette possono essere utilizzate per porre fine alle azioni illecite da parte del detenuto, se resiste un ordine legittimo, o per impedirgli di causare danni a sé o ad altri (ibid).
La ratio per tanto è ben intuibile: sono giustificate forme di violenza a patto che vengano esperiti prima rimedi alternativi e vi sia condizione di pericolo pubblico, al fine di garantire il corretto svolgimento delle indagini e della vita carceraria.
CORTE EDU – essa ammette la possibilità di ricorrere ad interventi coercitivi ma pone ad questi un limite chiaro: nessun atto delle autorità può rivelarsi in violenza, per tale motivo lo Stato deve sempre garantire assistenza medica e verificare che operazioni come il taglio delle unghie e tutte quelle necessarie al caso siano le uniche esperibili e che non danneggino gravemente il sottoposto. Non solo: il fine deve rimanere quello di ottenimento delle prove, unica giustificazione legittimante l’azione delle autorità ma come dice la stessa sentenza:
Lo scopo di tale trattamento è stato quello di svilire il richiedente e lo spingono alla sottomissione. Inoltre, il trattamento a cui è stato sottoposto il ricorrente nel caso di specie ha avuto un ulteriore elemento di umiliazione, perché era spogliato della sua biancheria intima e sfilato nudo dalla cintola in giù per i corridoi della stazione di polizia, con le mani ammanettate dietro la schiena.” [traduzione dell’autore]
Non è la prima volta che la Corte EDU si trova di fronte a simili situazioni con la Russia. Sebbene il carcere Uysk non soffra di sovraffollamento, le condizioni di vita sono spaventose: non esiste biancheria, nè servizi igenici, molte volte i detenuti erano costretti ad usare secchi davanti agli altri. La stessa Russia ha già dichiarato la consapevolezza della grave situazione, ma per motivi economici o meglio di deficit, spiragli di luce si potranno vedere solo dopo il 2006.
Violazione art 3 CEDU- Tortura nella notte del 21 Ottobre 2004
Per i giudici di Strasburgo oltre le condizioni di trasporto, che già di per sè configurano violazione, sono rilevanti le modalità attraverso cui Salikhov è stato obbligato a spostarsi dalla cella: non è stato minimamente avvisato del motivo, non gli è stata fornita alcuna informazione ed è stata un’ ennesima occasione per umiliare il detenuto. L’abuso di potere delle forze dell’ordine era assolutamente palese.
Violazione art 6 CEDU – Diritto ad un equo processo [lett.D]
‘esaminare o far esaminare i testimoni a carico ed ottenere la convocazione e l’esame dei testimoni a discarico alle stesse condizioni dei testimoni a carico … ”
Durante il processo non era stato permesso a Salikhov di presentare un testimone chiave alla sua scarcerazione: la vittima, ossia la signora K. Di fatti Salikhov non aveva mai negato di aver avuto un rapporto con lei, ma non lo considerava violento e non consensuale. Le dichiarazioni rilasciate dalla singora K non erano mai state registrate e i giudici non hanno mai avuto cognizione. Inoltre nel giudicare le corti interne non hanno mai dato spazio alle dichiarazioni del ricorrente, anche di fronte all’evidenza delle percosse, contaminando l’imparzialità e l’oggettività che ogni giudizio deve avere.
La vicenda di Salikhov è a mio avviso la più emblematica poiché in questo caso le violenze delle autorità appaiono doppiamente arbitrarie: oltre all’abuso sostanziale di potere che questi detengono per via della loro posizione professionale, vi era stato una sorte di abuso di fiducia: i poliziotti avevano siglato un patto con il detenuto e questi era stato l’unico a rispettarlo. Il rapporto tra loro era stato interrotto tragicamente dalla totale mancanza di rispetto fisica e morale che gli agenti avevano dimostrato a Salikhov e lui non poteva può fidarsi. Se un requisito fondamentale della legge è la credibilità e attendibilità, nel momento in cui un soggetto viene torturato proprio da coloro che dovrebbero rappresentarla non viene più riconosciuto valore al sistema e le conseguenze sono disastrose. Salikhov rimarrà un portatore di ‘’sindrome antistato’’: ogni volta che vedrà la divisa ricorderà quegli episodi e niente potrà farglieli dimenticare.
Il disagio delle vittime di questi soprusi aumenta e si radicalizza nella dimostrazione di totale indifferenza dei propri giudici nazionali. Pochi sono i casi dove gli autori delle violenze vengono poi sottoposti a giudizio e indagine. Molte volte le vicende vengono risolte con dei richiami disciplinari interni che non vengono percepiti dalle vittime, che dopo essere state maltrattate si sentono completamente abbandonate. Le condotte delle autorità pubbliche, appunto perchè dedite al mantenimento dell’ordine sociale e della garanzia dei diritti umani non possono sfuggire al controllo giudiziario. Al fine di mantenere la legittimità delle loro azioni e assicurare che queste vengano socialmente accettate e riconosciute come necessarie per la tutela di tutti è fondamentale che siano considerati e trattati al pari degli altri: nel bene e nel male. E’ obbligo dello Stato educare i propri cittadini in prima linea a viver secondo legge e non per la legge: ogni poliziotto è il suo braccio destro su cui deve confidare, non ciecamente in vista di un giuramento solenne e formale, ma per presa costatazione della sua coerente dedizione ai principi fondamentali dell’intero ordinamento.
Le sentenze esaminate, in originale, sono reperibili ai seguenti link:
Sentenza Salikhov v. Russia del 3 Maggio 2012;
Sentenza A.A. v. Russia del 17 Gennaio 2012;
Sentenza Glotov v. Russia del 10 Maggio 2012.
La sentenza Glotov v. Russia è stata esaminata anche in altro articolo della nostra redazione: Russia. Cella piccola e affollata: la detenzione diventa un incubo!
Art 3 CEDU Art 6 CEDU Nina Vajić Prima Sezione Russia	2012-06-07
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