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Corte di cassazione – Sezione III civile – Sentenza 17 ottobre 2019 n. 26268
Nei rapporti bancari, gli interessi corrispettivi e quelli moratori contrattualmente previsti vengono percepiti, ricorrendo presupposti diversi. Secondo la Cassazione, mentre i primi costituiscono la controprestazione del mutuante, i secondi hanno natura di clausola penale, in quanto costituiscono una determinazione convenzionale preventiva da inadempimento.
Il cumulo giuridico. Secondo i Supremi giudici le due forme di interesse, però, non necessariamente integrano il cumulo giuridico perché comunque hanno alla base entrambi un solo rapporto giuridico. Superato il cumulo sul quale i giudici di merito avevano dato torto al correntista, nella sentenza viene puntualizzato che nei rapporti bancari anche gli interessi convenzionali di mora, al pari di quelli corrispettivi, sono soggetti all’applicazione della normativa antiusura, con la conseguenza che, laddove la loro misura oltrepassi il cosiddetto “taglio soglia” previsto dall’articolo 2 della legge 7 marzo 1996 n. 108 si configura la cosiddetta usura cosiddetta “oggettiva” che determina la nullità della clausola ex articolo 1815, comma 2 del Cc (determinazione degli interessi). La Corte, inoltre, ha voluto fornire ulteriori indicazioni sull’inserimento della “clausola di salvaguarda” che è un impegno per la banca, che consiste nella mancata applicazione di interessi usurari con la conseguenza che in caso di contestazione spetta alla banca l’onere probatorio di non aver adempiuto all’impegno.
Conclusioni. Questo – spiega la Corte – per evitare che l’istituto di credito possa trovare l’escamotage per non adeguarsi al tasso soglia, con la copertura appunto di una clausola di salvaguardia. In definitiva viene accolto l’appello del correntista con una nuova determinazione del tasso di interessi che dovrà essere effettuato seguendo i principi di diritto contenuti nella decisione.
Il Tribunale Ue conferma l’annullamento del marchio dell’Unione europea costituito dalla forma del «cubo di Rubik», in quanto le caratteristiche essenziali di tale forma sono necessarie a ottenere il risultato tecnico consistente nella capacità di rotazione di tale prodotto, tale forma non avrebbe potuto essere registrata quale marchio dell’Unione europea. Si consuma così con la decisione del 24 ottobre 2019 causa T-601/17 (Rubik’s Brand/Euipo – Simba Toys, Forma di un cubo) del Tribunale dell’Unione l’ennesima puntata di lungo contenzioso.
Nel 2006, la Simba Toys, un produttore di giocattoli tedesco, aveva chiesto all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo) l’annullamento del marchio tridimensionale, a motivo, segnatamente, del fatto che esso comportava una soluzione tecnica consistente nella sua capacità di rotazione, soluzione che poteva essere tutelata solo a titolo di brevetto e non in quanto marchio. Poiché l’Euipo aveva respinto la domanda della Simba Toys, quest’ultima aveva proposto dinanzi al Tribunale dell’Unione europea un ricorso volto all’annullamento della decisione dell’Euipo.
Con sentenza del 25 novembre 2014, il Tribunale aveva respinto il ricorso della Simba Toys con la motivazione che la forma di cubo controversa non svolgeva alcuna funzione tecnica che le impedisse di essere tutelata in quanto marchio. In particolare, il Tribunale ha affermato che la soluzione tecnica che caratterizzava il cubo di Rubik non risultava dalle caratteristiche di tale forma, bensì, tutt’al più, da un meccanismo interno e invisibile del cubo.
La Simba Toys aveva impugnato la sentenza del Tribunale dinanzi alla Corte di giustizia, che con sentenza del 10 novembre 2016 aveva annullato sia la sentenza del Tribunale sia la decisione dell’Euipo. Nella sua sentenza, la Corte aveva constatato, in particolare, che, nell’esaminare se la registrazione dovesse essere respinta per il motivo che la forma di cubo controversa comportava una soluzione tecnica, l’Euipo e il Tribunale avrebbero dovuto prendere in considerazione anche elementi funzionali invisibili del prodotto rappresentato da tale forma, come la sua capacità di rotazione.
A seguito della sentenza della Corte, l’Euipo era tenuto ad adottare una nuova decisione tenendo conto delle constatazioni formulate dalla Corte. Con decisione del 19 giugno 2017, l’Euipo aveva constatato che la rappresentazione della forma di cubo controversa rivelava tre caratteristiche essenziali, vale a dire la forma globale del cubo, le linee nere e i piccoli quadrati su ogni faccia del cubo e la diversa colorazione delle sei facce del cubo. In tale contesto, l’Euipo aveva ritenuto che ciascuna di tali caratteristiche essenziali fosse necessaria per ottenere un risultato tecnico derivante da un’operazione consistente nel far ruotare attorno a un asse, verticalmente e orizzontalmente, file di cubi più piccoli di diversi colori, componenti di un cubo più grande, fino a quando i nove quadrati di ogni singola faccia di tale cubo siano dello stesso colore. Orbene, poiché il regolamento sul marchio dell’Unione europea non consentiva la registrazione di una forma le cui caratteristiche essenziali sono necessarie a ottenere un risultato tecnico, l’Euipo aveva concluso che il marchio controverso era stato registrato in violazione di tale regolamento, e ne ha pertanto annullato la registrazione.
La Rubik’s Brand Ldt, attuale titolare del marchio controverso, ha impugnato quest’ultima decisione dell’Euipo dinanzi al Tribunale dell’Unione.
La nuova decisione del Tribunale dell’Unione
Con la nuova decisione sentenza, il Tribunale constata, anzitutto, che la decisione dell’Euipo è viziata da un errore di valutazione, in quanto l’Euipo ha considerato la diversa colorazione delle sei facce del cubo caratteristica essenziale del marchio controverso. In proposito, il Tribunale precisa, da un lato, che la Rubik’s Brand non ha mai affermato di considerare importante, nel contesto della registrazione del marchio controverso, l’eventuale presenza di colori su ciascuna delle facce del cubo e, dall’altro, che un semplice esame visivo della rappresentazione grafica di tale marchio non permette di individuare con sufficiente precisione una diversa colorazione delle sei facce del cubo.
Inoltre, il Tribunale ha confermato la validità della definizione del risultato tecnico che figura nella decisione impugnata. In tale contesto, da un lato, il Tribunale constata che la forma di cubo controversa rappresenta l’aspetto del prodotto concreto per il quale la registrazione è stata chiesta, nella specie il puzzle tridimensionale conosciuto con il nome «cubo di Rubik». Dall’altro, il Tribunale rileva che tale prodotto è un gioco la cui finalità è quella di ricostruire un puzzle a colori tridimensionale e a forma di cubo assemblando sei facce di colori diversi, e che tale finalità è raggiunta facendo ruotare attorno a un asse, verticalmente e orizzontalmente, file di piccoli cubi di diversi colori, componenti di un cubo più grande, finché i nove quadrati di ciascuna faccia di tale cubo siano dello stesso colore.
Con riferimento all’esame delle funzionalità della caratteristiche essenziali del marchio controverso, il Tribunale ritiene, come l’Euipo, che la caratteristica essenziale costituita dalle linee nere che si incrociano, orizzontalmente e verticalmente, su ognuna delle facce del cubo, dividendo ciascuna di esse in nove piccoli cubi di uguali dimensioni suddivisi in file di tre per tre, sia necessaria per il conseguimento del risultato tecnico voluto.
Infatti, tali linee nere rappresentano una separazione fisica tra i diversi cubi piccoli, permettendo al giocatore di ruotare ciascuna fila di cubi piccoli indipendentemente dalle altre al fine di rappruppare tali piccoli cubi nella combinazione di colori voluta, sulle sei facce del cubo. Una siffatta separazione fisica è necessaria per far ruotare, verticalmente e orizzontalmente, grazie a un meccanismo posto al centro del cubo, le diverse file di piccoli cubi. In mancanza di tale separazione fisica, il cubo sarebbe soltanto un blocco solido, non integrante elementi singoli movibili in modo indipendente.
Per quanto riguarda la caratteristica essenziale costituita dalla forma globale del cubo, il Tribunale ritiene, come l’Euipo, che la forma di cubo sia indissociabile, da un lato, dalla struttura a griglia, costituita dalle linee nere che si incrociano su ciascuna delle facce del cubo e dividono ciascuna di queste in nove piccoli cubi di uguali dimensioni ripartiti in file di tre per tre e, dall’altro, dalla funzione del prodotto concreto di cui trattasi, che è quella di far ruotare orizzontalmente e verticalmente le file di piccoli cubi. Tenuto conto di tali elementi, la forma del prodotto, infatti, può essere soltanto quella di un cubo, vale a dire, un esaedro regolare.
Pertanto, il Tribunale conclude che, benché la diversa colorazione delle sei facce del cubo non costituisca una caratteristica essenziale del marchio controverso, le due caratteristiche di tale marchio che sono state correttamente qualificate come essenziali dall’EUIPO sono necessarie per il conseguimento del risultato voluto per il prodotto, rappresentato dalla forma di cubo controversa, cosicché quest’ultima non avrebbe potuto essere registrata come marchio dell’Unione europea. Di conseguenza, il Tribunale conferma la decisione impugnata e respinge il ricorso della Rubik’s Brand.
Facebook, come gli altri prestatori di servizi di hosting, a seguito di una ingiunzione, sono tenuti a rimuovere commenti identici e, a certe condizioni, equivalenti a un commento precedentemente dichiarato illecito. Lo ha stabilito la Corte Ue, con la sentenza nella causa C-18/18, aggiungendo che la Direttiva sul commercio elettronico non osta neppure a che tale ingiunzione produca effetti a livello mondiale, nell’ambito del diritto internazionale pertinente di cui spetta agli Stati membri tener conto.
Il caso era quello di una deputata austriaca che aveva citato Facebook Ireland nel proprio paese chiedendo che cancellare un commento pubblicato, da un utente su tale social network, lesivo del suo onore nonché affermazioni identiche e/o dal contenuto equivalente. E la Corte suprema ha chiesto lumi alla Corte di giustizia di giustizia.
Secondo la direttiva citata, spiega la decisione, un prestatore di servizi di hosting, quale Facebook, non è responsabile delle informazioni memorizzate qualora non sia a conoscenza della loro illiceità o qualora agisca immediatamente per rimuoverle. Tale esonero da responsabilità non pregiudica tuttavia la possibilità di ingiungere al prestatore di servizi di hosting di porre fine ad una violazione o di impedire una violazione, in particolare cancellando le informazioni illecite o disabilitando l’accesso alle medesime. Per contro, la direttiva vieta di imporre a un prestatore di servizi di hosting di sorvegliare, in via generale, le informazioni da esso memorizzate o di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite.
La direttiva sul commercio elettronico, prosegue la Cgue, non osta a che un giudice di uno Stato membro possa ingiungere a un prestatore di servizi di hosting di rimuovere le informazioni da esso memorizzate e il cui contenuto sia identico a quello di un’informazione precedentemente dichiarata illecita o di bloccare l’accesso alle medesime. Purché però la sorveglianza e la ricerca delle informazioni siano limitate a informazioni che veicolano un messaggio il cui contenuto rimane sostanzialmente invariato rispetto a quello che ha dato luogo alla dichiarazione d’illeceità e purché le differenze nella formulazione non siano tali da costringere il prestatore di servizi di hosting ad effettuare una valutazione autonoma di tale contenuto. Il prestatore di servizi di hosting può quindi ricorrere a tecniche e mezzi di ricerca automatizzati. Infine è legittima anche la richiesta di rimuovere le informazioni oggetto dell’ingiunzione o di bloccare l’accesso alle medesime a livello mondiale, nell’ambito del diritto internazionale pertinente, di cui spetta agli Stati membri tener conto.
Corte di cassazione – Sentenza 4 giugno 2019 n. 15159
Se il lavoro ingenera una malessere psichico questo medesimo malessere non può essere poi usato dal datore di lavoro, accusato di mobbing, per sostenere che non gli era possibile intervenire. Lo ha affermato la Cassazione, sentenza n. 15159 del 04 giugno 2019, così di evitando di cadere in un circolo vizioso che avrebbe penalizzato il lavoratore. Il caso era quello di un dipendente del Ministero dell’Economie e delle Finanze, impiegato per oltre dieci anni come funzionario tributario, prima presso l’ufficio imposte di Camerino, poi di Tolentino e infine alla Agenzie delle Entrate, che aveva chiesto il risarcimento del danno «per comportamenti datoriali persecutori e mobbing». In primo grado aveva avuto ragione ma la Corte di appello di Ancona aveva rovesciato il verdetto. Secondo il giudice territoriale infatti sebbene fosse «evidente, quanto meno nel periodo finale della vicenda, la causa lavorativa dell’affezione», ciò «non ingenerava un obbligo giuridico, in capo al datore di lavoro, di adottare le misure necessarie per interrompere e disinnescare il rapporto causale tra malessere lavorativo e malattia conseguente, non essendo agevole, e forse neppure possibile organizzare un intervento efficace». Si doveva infatti dare per acquisito (come «nozione di fatto» non necessitante dunque di prova, ex art. 115 c.p.c) che «la malattia psichica si manifesta proprio con la incapacità di percepire l’effettiva realtà dei rapporti interpersonali, addebitando ad essi effetti che non sono veramente collegati casualmente». Il dipendente dunque avrebbe offerto una «versione prettamente narcisistica della sua attività lavorativa attribuendo al contesto lavorativo, ed agli “altri” tutta la responsabilità delle sue delusioni».
Per la Cassazione, però, un simile ragionamento non è accettabile. Con riguardo ai comportamenti di un soggetto affetto da una generica patologia psichica, infatti, non esiste alcun «fatto notorio» che può essere dato per acquisito e da cui possono desumersi determinate conseguenze. Si versa infatti in un ambito, quello medico scientifico, che per la sua «specificità» esula da una «acquisita tangibilità diffusa» e necessita sempre di un apprezzamento «tecnico».
Quanto dunque sostenuto dalla Corte territoriale, ovvero che «vi sia un nesso addirittura notorio, tra una generica “malattia psichica” e la capacità di affrontare le relazioni interpersonali, al punto di ingenerare un’impossibilità datoriale di porre rimedio allo scaturire dal lavoro di un danno per il lavoratore interessato, è affermazione apodittica e non riportabile ad una regola o ad un fatto di comune esperienza e che si colloca come tale al di fuori dell’ambito di cui all’art. 115, co. 2, c.p.c.». «Infatti – prosegue la Cassazione – le conseguenze interpersonali o socio relazionali delle malattie psichiche appartengono, allo stato, al patrimonio tipico dello conoscenze e degli apprezzamenti scientifici dell’ambito specialistico medico-legale e psichiatrico, palesemente non surrogabile da valutazioni, consequenzialmente sommarie e grossolane, del c.d. quisque de populo». Ne consegue, conclude la Corte, che risulta viziato il ragionamento attraverso cui la sentenza impugnata ha escluso la responsabilità datoriale «per impossibilità di impedire l’evento (ovverosia il danno consequenziale alle condizioni lavorative)».
Corte di cassazione – Sezione lavoro – Sentenza 30 maggio 14797
Nel licenziamento illegittimo – ai fini del conteggio della retribuzione – il contratto di lavoro part time, in mancanza di forma scritta, si conteggia come quello a tempo pieno
Contratto part time – La Cassazione, così, con la sentenza n. 14797/19 precisa che in caso di nullità del contratto part time il lavoratore ha diritto alla retribuzione commisurata a tempo pieno se dimostra di aver messo a disposizione del datore di lavoro le proprie ulteriori energie lavorative e se, nonostante il part time, ha svolto un orario di lavoro superiore a quello indicato nel contratto. I Supremi giudici hanno richiamato il Dl 726/1984 e hanno rilevato come la norma contenga una serie di previsioni, quali l’obbligo di forma ab sustantiam, il diritto di prelazione in favore dei dipendenti part time, la possibilità di trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto di lavoro a tempo parziale solo previo “accordo delle parti “risultante da atto scritto, convalidato dall’ufficio provinciale del lavoro dell’epoca per il contratto ordinario di lavoro. Il carattere eccezionale delle forme flessibili previste, come quelle per il contratto part time, risultando dunque incompatibile in tale contesto determina la sua nullità.
Con riferimento al contratto part time la Corte ha affermato che la “nullità della clausola sul tempo parziale”, per difetto di forma scritta, anche sulla scorta delle indicazione offerte dalla Consulta (sentenza n. 283/05), non implica l’invalidità dell’intero contratto e comporta, per il principio generale di conservazione del negozio giuridico colpito da nullità parziale, che il rapporto di lavoro di consideri a tempo pieno.
Dopo il via libera unanime della Commissione Giustizia, la proposta di legge sull’assegno divorzile da lunedì prossimo inizierà l’esame alla Camera. A rendere urgente la modifica è stata la la sentenza della Cassazione n.18287/2018 che a Sezioni Unite ha stabilito che l’assegno di divorzio ha «natura assistenziale, compensativa e perequativa». Superato dunque il criterio del “tenore di vita” che ha tenuto banco per quasi trenta anni, i nuovi criteri, unitamente alla durata, saranno quelli che determineranno l’entità dell’assegno. Secondo la Cassazione, infatti, “si deve adottare un criterio composito” che tenga conto “delle rispettive condizioni economico-patrimoniali” e “dia particolare rilievo al contributo fornito dall’ex coniuge” alla vita familiare, al “patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future ed all’età”. Come a dire, che il tenore di vita non più il criterio principe dei divorzi.
Nella nuova legge dunque sono contenuti dei diversi parametri che si fondano sulla durata del matrimonio, l’età del destinatario dell’assegno, le sue condizioni di salute e la ridotta capacità di reddito. Ma decisivo per stabilire la misura dell’assegno sarà il contributo personale ed economico fornito dai coniugi durante il matrimonio: in particolare in che modo ognuno ha partecipato per creare il proprio patrimonio e quello comune.
L’articolo 1, comma 1, della nuova legge che modifica la legge n. 898 del 1970, come attualmente formulato, prevede infatti che «con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale può disporre l’attribuzione di un assegno a favore di un coniuge», secondo le regole previste dal comma seguente. Ed al comma 2 si prevede che il tribunale valuti: «la durata del matrimonio; le condizioni personali ed economiche in cui i coniugi vengono a trovarsi a seguito dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio; l’età e lo stato di salute del soggetto richiedente; il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune; il patrimonio e il reddito netto di entrambi; la ridotta capacità reddituale dovuta a ragioni oggettive, anche in considerazione della mancanza di un’adeguata formazione professionale o di esperienza lavorativa, quale conseguenza dell’adempimento dei doveri coniugali nel corso della vita matrimoniale; l’impegno di cura di figli comuni minori, disabili o comunque non economicamente indipendenti».
E, tenuto conto di tutte le circostanze indicate, «il tribunale può predeterminare la durata dell’assegno nei casi in cui la ridotta capacità reddituale del richiedente sia dovuta a ragioni contingenti o comunque superabili». L’assegno, invece, non è dovuto nel caso di nuove nozze, di unione civile con altra persona o di una stabile convivenza del richiedente l’assegno. L’obbligo di corresponsione dell’assegno, infine, non sorge nuovamente a seguito di separazione o di scioglimento dell’unione civile o di cessazione dei rapporti di convivenza. Con una norma di chiusura poi la legge stabilisce che le disposizioni si applicano anche ai procedimenti per lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio in corso alla data di entrata in vigore della presente legge.
A segnare un revirement dell’indirizzo sul ‘tenore di vita’, e il mantenimento a vita dell’ex coniuge, era stata la sentenza n. 11504 del maggio 2017, sempre della Cassazione, sul divorzio, avvenuto nel 2013 dopo 20 anni di matrimonio, tra l’ex ministro Vittorio Grilli e la moglie imprenditrice. Il politico le versò due milioni di euro ritenendo di aver assolto il suo compito. Ma la donna esigeva anche un vitalizio ed è ricorsa in Cassazione: per gli ‘ermellini’ però i tempi ormai erano cambiati e occorreva “superare la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come ‘sistemazione definitiva’”.
1. Il sesto comma dell’articolo 5 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, è sostituito dal seguente:
«Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale può disporre l’attribuzione di un assegno a favore di un coniuge, tenuto conto delle circostanze previste dal settimo comma.
2. Dopo il sesto comma dell’articolo 5 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, come da ultimo sostituito dal comma 1 del presente articolo, sono inseriti i seguenti: «il tribunale valuta: la durata del matrimonio; le condizioni personali ed economiche in cui i coniugi vengono a trovarsi a seguito dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio; l’età e lo stato di salute del soggetto richiedente; il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune; il patrimonio e il reddito netto di entrambi; la ridotta capacità reddituale dovuta a ragioni oggettive, anche in considerazione della mancanza di un’adeguata formazione professionale o di esperienza lavorativa, quale conseguenza dell’adempimento dei doveri coniugali nel corso della vita matrimoniale; l’impegno di cura di figli comuni minori, disabili o comunque non economicamente indipendenti».
L’assegno non è dovuto nel caso di nuove nozze, di unione civile con altra persona o di una stabile convivenza ai sensi dell’articolo 1, comma 36, della legge 20 maggio 2016, n. 76, anche non registrata del richiedente l’assegno. L’obbligo di corresponsione dell’assegno non sorge nuovamente a seguito di separazione o di scioglimento dell’unione civile o di cessazione dei rapporti di convivenza».
2-bis. Il decimo comma dell’articolo 5 della legge 1o dicembre 1970, n. 898, è abrogato.
3. Al comma 25 dell’articolo 1 della legge 20 maggio 2016, n. 76, le parole: «dal quinto all’undicesimo comma» sono sostituite dalle seguenti: «dal quinto al tredicesimo comma».
1. Le disposizioni di cui all’articolo 1 si applicano anche ai procedimenti per lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio in corso alla data di entrata in vigore della presente legge.

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