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17 Luglio 2015 Sergio Armaroli 0 Comments
AVVOCATO PER AZIONE
DISCONOSCIMENTO PATERNITA’,
DISCONOSCIMENTO PATERNITA’ OLTRE L’ANNO
L’art. 235 del c.c., rubricato disconoscimento della paternità, contempla un’azione con la quale si tende a superare la presunzione di concepimento di cui all’art. 231 c.c., per cui il marito è padre del figlio concepito in costanza di matrimonio.
La riforma del diritto di famiglia ha esteso la legittimazione attiva di detta azione, un tempo riservata soltanto al padre, anche alla madre ed al figlio che abbia raggiunto la maggiore età. Successivamente, il legislatore del 1983 ha previsto che l’azione possa essere promossa anche da un curatore speciale nominato dal giudice su istanza del figlio minore che abbia compiuto i sedici anni di età.
I casi contemplati dall’art. 235 c.c. presentano quale comune denominatore il dubbio che il figlio concepito in costanza di matrimonio non sia figlio biologico della coppia. Mater certa est, pater numquam, si legge negli antichi testi latini; perciò, il legislatore nei casi di cui all’art. 235 c.c., ammette l’esame genetico ed ematologico del figlio al fine di verificarne la paternità biologica. Detto esame, con la riforma del diritto di famiglia, può formare oggetto di richiesta di prova, come gli altri mezzi istruttori, e non soltanto di istanza diretta a sollecitare l’esercizio di un potere proprio del giudice.
In un lontano precedente, la Cassazione aveva affermato che, ai sensi del citato art. 235 c.c., il giudice di merito potesse ammettere ed espletare le prove tecniche contemporaneamente a quelle inerenti all’adulterio, convalidando ed integrando il proprio convincimento sull’esistenza di questo con l’eventuale rifiuto ingiustificato opposto dai cointrointeressati all’espletamento della prova ematologica utilizzando tale rifuto come argomento di prova della non paternità (così, Cass., 5687/1984).
Un simile approccio ermeneutico in seguito è stato abbandonato, ed è invalsa l’interpretazione di diritto vivente per cui l’indagine sulla sussistenza dell’adulterio ha carattere preliminare rispetto a quella riguardante il rapporto procreativo, con la conseguenza che la prova genetica o ematologia può essere esaminata solo subordinatamente alla dimostrazione dell’adulterio; alla stregua di tale orientamento, in assenza di tale prova, pur essendo certo che il figlio presenti caratteristiche genetiche incompatibili con quelle del presunto padre, la domanda di disconoscimento della paternità deve essere respinta.
Al riguardo, la Cassazione, nell’ordinanza di rimessione (10742/2004), non ha mancato di osservare come i tempi siano profondamente cambiati rispetto all’epoca in cui è stato emanato il codice civile. In vero, i profondi mutamenti intervenuti nella compagine sociale investono anche i rapporti coniugali: l’emancipazione e la mobilità femminile portano spesso i coniugi a vivere separatamente periodi di tempo più o meno lunghi. In tali evenienze, la prova dell’adulterio, che può consistere anche in un unico atto di infedeltà, può risultare oltre modo difficile.
In particolare, la paternità legittima non può essere messa in discussione e neppure difesa da colui che è indicato come padre naturale, il quale, allorchè deduca che l’esito positivo dell’azione di disconoscimento di paternità si riverbera sull’azione di riconoscimento della paternità intentata nei suoi confronti, si limita in realtà a far valere un pregiudizio di mero fatto, tanto da non poter agire contro la sentenza di disconoscimento neppure con l’opposizione di terzo, atteso che il rimedio contemplato dall’art. 404 c.p.c., presuppone in capo all’opponente un diritto autonomo la cui tutela sia però incompatibile con la situazione giuridica risultante dalla sentenza impugnata (Cass. 2005/12167)”. La questione, rilevabile peraltro anche in via officiosa non essendosi su di essa formato il giudicato in assenza di statuizione del giudice d’appello, pur investito sul punto,va risolta pertanto nei sensi prospettati
reato ex art. 570.2 n. 2 c.p. in danno del coniuge e della figlia minore, disconoscimento
F.C. era imputato del reato ex art. 570.2 n. 2 c.p. in danno del coniuge e della figlia minore. Si era allontanato da casa nel (omissis), quando aveva “scoperto” di non essere il padre naturale della figlia, concepita in costanza di matrimonio all’esito di relazione extraconiugale della moglie, omettendo da quel momento ogni contribuzione per il mantenimento. Il Tribunale di Taranto/Martina Franca il 22.9.2010 assolveva il C. da entrambe le fattispecie di reato, giudicando, quanto alla minore, insussistente lo stato di bisogno (in ragione della permanente e sufficiente contribuzione della moglie e madre) e comunque giustificata l’omissione dall’aver scoperto che la minore era nata da una relazione extraconiugale della moglie (circostanza in atti pacificaSUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
Sentenza 16 aprile – 8 maggio 2013, n. 19761 (Presidente Agrò – Relatore Citterio)
1. F.C. era imputato del reato ex art. 570.2 n. 2 c.p. in danno del coniuge e della figlia minore. Si era allontanato da casa nel (omissis), quando aveva “scoperto” di non essere il padre naturale della figlia, concepita in costanza di matrimonio all’esito di relazione extraconiugale della moglie, omettendo da quel momento ogni contribuzione per il mantenimento. Il Tribunale di Taranto/Martina Franca il 22.9.2010 assolveva il C. da entrambe le fattispecie di reato, giudicando, quanto alla minore, insussistente lo stato di bisogno (in ragione della permanente e sufficiente contribuzione della moglie e madre) e comunque giustificata l’omissione dall’aver scoperto che la minore era nata da una relazione extraconiugale della moglie (circostanza in atti pacifica). Con sentenza del 27.6-30.9.2011 la Corte d’appello di Lecce/Taranto confermava l’assoluzione dal reato in danno della moglie, ma condannava l’imputato alla pena di giustizia, sospesa, in relazione all’omesso mantenimento della minore. Premessa la fisiologica e strutturale posizione di bisogno di questa, in assenza di fonti di reddito proprie, il Giudice distrettuale giudicava il C. tenuto all’adempimento degli obblighi di assistenza familiare fino al passaggio in giudicato di eventuale sentenza civile di disconoscimento della paternità, senza “pretendere un difetto di consapevolezza in punto di elemento soggettivo”. 2. Il ricorrente enuncia unico motivo che qualifica di manifesta illogicità della motivazione, svolgendo poi invece anche deduzioni sull’inconfigurabilità degli elementi costitutivi del reato contestato. Ricordato che l’accertamento ematologico aveva già escluso la sua paternità dal febbraio del 2004 (sicché la separazione personale era stata poi pronunciata con addebito in danno della moglie il 7.3.2008), il motivo argomenta che l’istruttoria aveva accertato la piena sufficienza del reddito della donna anche per il mantenimento della figlia e che in ogni caso non sussisteva l’elemento soggettivo del reato, atteso che C. aveva ripreso le contribuzioni alla minore dopo le corrispondenti statuizioni giudiziarie, il che comprovava la buona fede nell’iniziale omissione, dovuta all’erroneo convincimento di non essere tenuto ad alcuna contribuzione in ragione della conosciuta non paternità.
3. A giudizio del Collegio il ricorso è fondato, nei termini che seguono.
Quanto alla sussistenza dello stato di bisogno, il Giudice d’appello ha correttamente applicato il costante insegnamento di legittimità che considera irrilevante l’apporto economico dell’altro genitore, ancorché in ipotesi effettivamente sufficiente, in ragione dell’obbligo proprio che ciascun genitore ha di provvedere ai mezzi di sostentamento della prole minorenne quando questa non disponga di autonome fonti di reddito (per tutte, Sez. 6, sentenze 8912/2011, 38125/2008, 26725/2003). Quanto invece alla dedotta buona fede dell’imputato, affermata dal primo Giudice ed esclusa dalla Corte d’appello, la motivazione della Corte distrettuale si risolve in una locuzione puramente assertiva, senza confrontarsi con la peculiarità della vicenda, spiegando così perché la stessa fosse da considerarsi irrilevante. Risulta dalle sentenze di merito e dagli atti di impugnazione che il C. ebbe ad allontanarsi da casa, cessando ogni contribuzione a moglie e figlia, dopo aver avuto la certezza, non soggettiva ma oggettiva a seguito di accertamento tecnico sanitario eseguito in accordo con la moglie, che la minore non era figlia sua ma di altri (essendo stata concepita nel contesto di una relazione extraconiugale). Egli tuttavia riprese tali contribuzioni appena il Tribunale civile, adito per l’immediata causa di separazione personale, aveva disposto sul punto, senza necessità di azioni coattive per l’ottemperanza. Tutti questi elementi in fatto sono stati valorizzati dal primo Giudice mentre, come ricordato, il Giudice d’appello ha ignorato il confronto, apparentemente giudicando assorbente l’obbligo giuridico di contribuzione fino all’esecutività della sentenza di disconoscimento della paternità. Ma con tale criptica e assertiva motivazione la Corte distrettuale non ha affrontato il punto (invece essenziale alla luce delle evidenziate peculiarità) della possibile applicazione di esimenti anche solo putative, tenuto pure conto che l’obbligo affermato dalla Corte distrettuale è esito di interpretazione giurisprudenziale (a fronte del testo di legge che ancora l’obbligo di sostentamento alla qualità oggettiva di “figlio”), non palesemente inidonea a suscitare dubbi (da parte del cittadino) quando la non – paternità sia assolutamente indiscussa già da prima di quel giudicato. Con ciò, ovviamente, non si intende sostenere che il cittadino in ipotesi consapevole possa disattendere un’interpretazione giurisprudenziale consolidata che egli non condivida, rivendicando in tal caso la propria buona fede: qui rileva infatti solo la buona fede da ignoranza scusabile e, nel caso di specie, la ripresa volontaria della contribuzione (come dedotto dalla difesa) costituisce senz’altro un elemento concreto che sul piano logico è idoneo a corroborare l’originario errore sulla situazione di fatto, presupposto dell’obbligo di contribuzione, quale unico motivo della temporanea omissione. Ed allora. Vi è una sentenza di assoluzione che argomenta specificamente sul punto della buona fede (da apprezzare alla luce delle considerazioni appena svolte). Vi è una sentenza d’appello che afferma la responsabilità senza in realtà affrontare quel punto e, pertanto, non osservando quell’obbligo assolutamente peculiare di attenta ed esaustiva motivazione che la giurisprudenza di questa Corte di legittimità afferma esistente nel caso di prima condanna in appello da sempre (per tutte, SU senti. 33748/2005 e 45276/2003; Sez.6, sent. 22120/2009) e, in tempi recenti (ma con decisioni ripetute), anche con riferimento al principio che la colpevolezza deve risultare al di là di ogni ragionevole dubbio (per tutte, Sez.6, senti. 8705/2013, 1266/2012, 46847/12, 34487/12). Si impone pertanto l’annullamento della statuizione relativamente alla minore, come da dispositivo, la mera apparenza della motivazione d’appello rendendo non sussistenti le condizioni del rinvio per nuovo giudizio.

References: art. 235
 sentenza 
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 art. 570
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