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Timestamp: 2018-05-25 06:51:54+00:00

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SOCIETA’: responsabilità degli amministratori privi di deleghe operative
Cassazione civile, Sezione prima, sentenza n.17441 del 31/08/2016 [Leggi provvedimento]
La responsabilità degli amministratori privi di deleghe operative non può oggi discendere da una generica condotta di omessa vigilanza, tale da trasmodare nei fatti in responsabilità oggettiva, ma deve riconnettersi alla violazione del dovere di agire informati, sia sulla base delle informazioni che ai detti amministratori devono essere somministrate, sia sulla base di quelle che essi stessi possono acquisire di propria iniziativa.
Il curatore fallimentare preposto alla gestione del fallimento di una Holding s.p.a. conviene in giudizio gli amministratori della suddetta società per l’esercizio dell’azione di responsabilità prevista dall’art. 146 della legge fallimentare, R. d., 16 marzo 1942, n. 267.
A fondamento della domanda, il curatore riferisce che la Holding s.p.a. aveva utilizzato quasi l’intero capitale della società per acquistare un pacchetto azionario da una società – di cui era socio uno degli amministratori della prima – ad un prezzo esorbitante e sproporzionato rispetto al valore economico delle azioni, causandone il fallimento, dichiarato con sentenza nel 2006.
Il Tribunale di Roma, con sentenza del 2 settembre 2011, accerta la responsabilità degli amministratori convenuti, condannandoli al pagamento di una somma di quasi tre milioni di euro in favore della curatela, con interessi e spese.
La sentenza viene appellata dinanzi alla Corte di Appello di Roma. Gli appellanti, cioè tutti gli amministratori che si erano costituiti, basano la loro difesa attribuendo tutta la responsabilità dell’operazione dispersiva del patrimonio sociale ad un solo amministratore, quello rimasto contumace nel processo di primo grado. Ma, in questo modo, secondo la Corte d’Appello, implicitamente ammettono di aver omesso colposamente qualunque tipo di controllo o vigilanza, così da integrare un comportamento complice, in violazione dell’art. 2392 c.c. Il secondo comma di tale articolo, prima della riforma societaria di cui ora si dirà, disponeva che in ogni caso gli amministratori sono solidalmente responsabili se non hanno vigilato sul generale andamento della gestione o se, essendo a conoscenza di atti pregiudizievoli non hanno fatto quanto potevano per impedirne il compimento o eliminarne o attenuarne le conseguenze dannose.
La Corte d’Appello di Roma, basando la sua decisione sul testo ante riforma, conferma l’attribuzione di responsabilità, per omessa vigilanza, a tutti gli amministratori che avevano proposto ricorso, modificando la sentenza solo nella parte relativa alla liquidazione del quantum da devolvere alla curatela.
Gli amministratori propongono ricorso in Cassazione, denunciando una erronea interpretazione e applicazione dell’art. 2392 c.c., in quanto tale norma è stata modificata dal d. lgs. 17 gennaio 2006, n. 3, applicabile, quindi, anche alla controversia in questione. Secondo le parti, infatti, i giudici di merito sono pervenuti alla decisione muovendo dal presupposto, non conforme al dato normativo così modificato, che la norma ponesse a carico degli amministratori un mero obbligo di vigilanza, integrante una responsabilità oggettiva, basando la sua decisione su un testo ormai non più attuale.
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso, sottolineando che l’intervento di riforma ha modificato il regime di responsabilità degli amministratori e ha, per questo, indubbiamente inciso sulla soluzione del caso di specie. Gli amministratoti della società, infatti, non risultano più sottoposti ad un generale obbligo di vigilanza.
La ratio è stata quella di evitare che, nelle procedure concorsuali, si ascriva a chi ricopre tali cariche una responsabilità sostanzialmente oggettiva, in modo da scoraggiare le persone più consapevoli dall’accettare o mantenere incarichi in società o in situazioni in cui il rischio di una procedura concorsuale le esponeva a responsabilità praticamente inevitabili.
L’art. 2392 c.c., comma II, dispone oggi che in ogni caso gli amministratori, fermo quanto disposto dal comma terzo dell’art. 2381, sono solidalmente responsabili se, essendo a conoscenza di fatti pregiudizievoli, non hanno fatto quanto potevano per impedirne il compimento o attenuarne le conseguenze dannose.
La norma richiamata pone a carico degli amministratori l’obbligo di valutare l’adeguatezza dell’assetto amministrativo, organizzativo e contabile della società sulla base delle informazioni ricevute, e l’andamento della gestione sulla base della relazione degli organi delegati. E, secondo la Cassazione, il rinvio è da intendersi necessariamente esteso anche all’art. 2381 c.c., comma 6, secondo il quale “gli amministratori sono tenuti ad agire in modo informato; ciascun amministratore può chiedere agli organi delegati che in consiglio siano fornite informazioni relative alla gestione della società“.
Ne consegue che, nell’attuale quadro normativo, la responsabilità degli amministratori si collega alla violazione del dovere di agire informati, sia sulla base delle informazioni che a detti amministratori devono essere somministrate (art. 2381, comma III, c.c.), sia sulla base di quelle che essi stessi possono acquisire di propria iniziativa (2381, comma VI, c.c.)
Dunque, i giudici della Cassazione cassano la sentenza in relazione ai motivi accolti e ordinano alla Corte d’Appello, in diversa composizione, di compiere quegli accertamenti che non sono stati fatti precedentemente.
In particolare, la Corte dovrà verificare quali siano state le informazioni che gli amministratori hanno avuto a disposizione per verificare se siano ravvisabili gli estremi di una condotta omissiva e inerte e, in caso di risposta positiva, dovrà accertare la sussistenza del nesso eziologico tra la predetta condotta omissiva ed il pregiudizio arrecato alla società, chiarendo in quali termini e con quali strumenti giuridici gli amministratori avrebbero potuto ottenere che il contratto di acquisto del pacchetto azionario fosse annullato o ridiscusso.
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