Source: http://dirittiefrontiere.blogspot.com/2015/10/rimpatri-forzati-in-nigeria-la.html
Timestamp: 2017-08-22 11:12:29+00:00

Document:
Diritti e Frontiere: Rimpatri forzati in Nigeria. La Cassazione afferma il diritto alla protezione. Questori e polizia con il supporto di Frontex impediscono l'esercizio effettivo dei diritti di ricorso e rigettano i migranti in paesi nei quali possono subire trattamenti inumani o degradanti. I trafficanti ringraziano.
Rimpatri forzati in Nigeria. La Cassazione afferma il diritto alla protezione. Questori e polizia con il supporto di Frontex impediscono l'esercizio effettivo dei diritti di ricorso e rigettano i migranti in paesi nei quali possono subire trattamenti inumani o degradanti. I trafficanti ringraziano.
22:27 | Pubblicato da Fulvio Vassallo | Modifica post
L'ultimo caso si è verificato oggi, con un secondo rimpatrio forzato di cittadini nigeriani, tra cui diverse donne, provenienti dalla Sicilia dove erano sbarcati e trattenuti nel Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria a Roma. Nessuno denucia intanto la crescita esponenziale del numero delle persone trafficate che arrivano dalla Nigeria. E molti non si fermano neppure in Italia.
http://www.itv.com/news/2015-10-15/rise-in-the-dark-trade-of-trafficking-people-from-nigeria-to-the-uk/
Questo invece è quello che succede ai nigeriani, donne e bambini compresi, e non solo, in Libia.
http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/maisano-migranti-prigionieri-a-un-passo-dall%E2%80%99italia_567611.html
Questa mattina alcuni autobus hanno trasportato alcune decine di migranti, "ospiti" della struttura, all'aeroporto di Fiumicino, con tempi ancora più rapidi rispetto al precedente caso di deportazione, verificatosi il 17 settembre scorso. E' stata così realizzata l'ennesima operazione "esemplare", prevista sulla base degli accordi bilaterali con la Nigeria, riportando in quel paese, a Lagos, persone che avevano anche proposto una istanza di asilo e che erano ancora in attesa di conoscere l'esito del ricorso presentato contro il provvedimento di diniego adottato dalla Commissione territoriale di Roma. Per le Commissioni territoriali la Nigeria è già un "paese terzo sicuro".
http://www.itv.com/news/2015-10-16/revealed-family-betrayals-and-juju-rituals-behind-nigerias-murky-human-trafficking-trade/
http://www.express.co.uk/news/world/612536/Boko-Haram-kidnapped-Christian-marriage-Islam-terror-group-Nigeria
http://dailyindependentnig.com/2015/10/800-nigerian-children-die-of-poor-sanitation-daily-unicef/
http://www.nation.co.ke/news/africa/30-killed-in-Nigerian-mosque-bomb-blasts/-/1066/2917440/-/qw9ud5z/-/index.html
Tra queste persone rimpatriate nella mattinata di oggi a Lagos, anche alcune donne, che in Nigeria rischiano di subire, anche per ragioni religiose una serie di trattamenti inumani o degradanti. Molte di loro hanno ricevuto a Roma e in altre regioni italiane, provvedimenti di diniego della richiesta di asilo, ed a qualcuna è stato anche impedito l'accesso alla procedura di protezione internazionale perchè sarebbe stata soltanto una "migrante economica", proveniente da un "paese terzo sicuro". Si, proprio un "paese terzo sicuro" come la Nigeria. Tanti stati certo, ma le notizie sono tutte nella stessa direzione.
http://www.premiumtimesng.com/news/top-news/191566-ogun-records-15-rape-cases-weekly-official.html
http://www.vanguardngr.com/2015/10/50-nigerians-unsure-of-hiv-status-group/
http://www.itv.com/news/2015-10-15/in-numbers-people-trafficking-in-nigeria/
In molte commissioni territoriali si registra un trattamento assai pesante nei confronti delle giovani donne nigeriane che presentano una richiesta di protezione internazionale, in quanto i componenti della Commissione avvertono che la persona è certamente vittima, o potrebbe essere vittima in futuro della tratta a scopo di sfruttamento sessuale, in ragione della sua provenienza, dell'età, delle modalità del viaggio e della zona di provenienza, ma se la donna non accetta di essere considerata come vittima di tratta ed insiste solo sulla richiesta di asilo, adducendo altri concreti motivi che potrebbero ostare al suo rimpatrio forzato, non viene generalmente creduta e non riceve neppure il riconoscimento della protezione internazionale. Di conseguenza può essere respinta od espulsa, e rigettata nelle mani di coloro che nel paese di origine la considerano soltanto come un mu cchietto di soldi da incassare al più presto, in Europa o in qualche altra parte del mondo. Basta che nella decisione della Commissione territoriale si affermi che proviene da una "zona sicura" del paese di origine.
Secondo la Corte di Cassazione, sezione IV Civile, sentenza del 10 luglio 2014, n. 15781,
il riconoscimento del diritto ad ottenere lo status di rifugiato, o la protezione sussidiaria, non può essere escluso, nel nostro ordinamento, in virtù della ragionevole possibilità del richiedente di trasferirsi in altra zona del territorio del paese d’origine.
Si trattava del caso di un cittadino senegalese che aveva fatto ricorso al Tribunale di Napoli avverso il diniego di riconoscimento della protezione internazionale da parte della competente Commissione territoriale. Il Tribunale aveva respinto il ricorso e la Corte della stessa città aveva poi, a sua volta, respinto l’appello del soccombente. La Corte di Appello di Napoli, premesso che l’appellante richiedeva protezione in quanto temeva la vendetta dei secessionisti della regione senegalese di Casamance, in cui viveva, i quali avevano già sterminato la sua famiglia perché suo padre aveva collaborato con le autorità governative, ha osservato che, anche ammettendo che l’appellante avesse raccontato la verità, lo status di rifugiato non poteva essergli riconosciuto sia perché (a) i fatti di persecuzione allegati erano risalenti nel tempo, essendo stata la sua famiglia sterminata nel 1997, allorché egli, appena undicenne, era riuscito a fuggire dal proprio paese riparando prima in Gambia, poi in Libia e infine, nel 2011, in Italia; sia perché (b) l’appellante ben avrebbe potuto sottrarsi alla persecuzione trasferendosi in altra zona del Senegal. Per questa seconda ragione non poteva essergli riconosciuta neppure la protezione sussidiaria.
Secondo la Corte di Cassazione invece,” il riconoscimento del diritto ad ottenere lo status di rifugiato politico, o la misura più gradata della protezione sussidiaria, non può essere escluso, nel nostro ordinamento, in virtù della ragionevole possibilità del richiedente di trasferirsi in altra zona del territorio del paese d’origine, ove egli non abbia fondati motivi di temere di essere perseguitato o non corra rischi effettivi di subire danni gravi, atteso che tale condizione, contenuta nell’art. 8 direttiva 2004/83/CE, non è stata trasposta nel d.lgs. 19 novembre 2007, n. 251, essendo una facoltà rimessa agli stati membri inserirla nell’atto normativo di attuazione della direttiva (Cass. 2294/2012)”.
Questo si dice per salvaguardare l'istituto del diritto di asilo e per "non fare un favore ai trafficanti" stabiliti in Italia che consigliano alle loro vittime di presentare una richiesta di asilo. Sembra però che in questo modo, negando un qualunque riconoscimento di status, la Commissione accede ad un uso strumentale del diritto di asilo, che non è più un diritto fondamentale della persona, teso a garntirne la emancipazione e la autonomia di un soggetto debole, bensì diventa una ricompensa per coloro che rendono dichiarazioni utili alla individuazione di trafficanti e di agevolatori.
In sostanza la stessa logica "premiale" che ha portato alla limitata applicazione delle misure di protezione sociale previste dall'art. 18 del Testo Unico sull'immigrazione, ed al sostanziale fallimento degli interventi di sostegno alle vittime, anche potenziali, della tratta, adesso si apprlica al diritto alla protezione internazionale e ne limita l'applicazione proprio nel caso di persone particolarmente vulnerabili, anche per le violenze alle quali sono state sottoposte in Libia, talvolta per mesi, prima di potersi imbarcare,meglio di essere fatte imbarcare su un gommone diretto verso l'Italia. Ogni persona può avere una sua ragione individuale per fare valere una richiesta di protezione internazionale, non deve essere necessariamente qualificata come vittima di tratta, come unica condizione di permanenza legale sul territorio.
http://www.altalex.com/documents/news/2014/09/17/matrimonio-forzato-straniera-in-fuga-merita-la-protezione-internazionale
CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 18 novembre 2013, n. 25873
Stranieri – Espulsione – Soggiorno – Applicazione dello status di rifugiato politico – Protezione sussidiaria.
La sig.ra B.A., di nazionalità nigeriana, nel febbraio 2011 adì il Tribunale di Trieste avverso il diniego di protezione internazionale deliberato dalla competente commissione territoriale, chiedendo il riconoscimento dello status di rifugiato o, in subordine, della protezione sussidiaria o, in ulteriore subordine, della protezione umanitaria.
Il Tribunale respinse il ricorso e la Corte d’appello triestina ha respinto il reclamo della soccombente osservando:
– che la reclamante deduceva di essere fuggita dal paese di origine a causa del grave pericolo in cui versava per le violenze subite ad opera del padre e della matrigna, i quali avevano cercato di imporle un matrimonio forzato con un uomo di 72 anni e, al suo rifiuto, le avevano impedito di frequentare la scuola, giungendo poi a farla rapire e a farla portare, insieme al fidanzato, in casa del suo pretendente, il quale aveva cercato di violentarla, mentre il fidanzato — già in precedenza arrestato arbitrariamente dalla polizia — era stato malmenato;
– che la medesima censurava quindi la valutazione di inattendibilità del suo racconto fatta dal Tribunale senza svolgere alcuna istruttoria e senza assumere le dovute informazioni sulla drammatica condizione di insicurezza e instabilità socio-politica in cui versa la Nigeria;
– che ai fini del rigetto del reclamo era assorbente la considerazione che lo stesso racconto della reclamante, quand’anche vero, portava ad escludere che ella fosse stata oggetto di atti di violenza per motivi giustificanti il riconoscimento dello status di rifugiato politico ad opera di gruppi di potere legittimari dallo Stato di appartenenza o comunque in grado di influenzarne la condotta sul piano dell’ordine pubblico e della sicurezza, tali non essendo i familiari della reclamante, né i presunti rapitori o i presunti poliziotti che avrebbero agito su incarico del suo pretendente: i quali, se denunciati dall’interessata, sarebbero stati con ogni probabilità perseguiti dalle autorità, e comunque non vi era né poteva essere acquisita alcuna prova del contrario;
– che altrettanto irrilevante era l’asserito clima d’instabilità socio- politica della Nigeria, comunque privo di alcuna correlazione con le vicende strettamente familiari della reclamante;
– che neppure sussistevano, in base al racconto dell’interessata, i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria o della protezione umanitaria, mentre del diritto di asilo, pure invocato dalla reclamante, non ricorrevano i presupposti non sussistendo quelli dello status di rifugiato.
La sig.ra A. ha quindi proposto ricorso per cassazione articolando sei motivi di censura.
1. — Con il primo motivo di ricorso, denunciando violazione di norme di diritto, si censura il diniego di riconoscimento dello status di rifugiato, osservando che, ai sensi dell’art. 5 d.lgs. 19 novembre 2007, n. 251, non è necessario che la violenza – e tale è senza dubbio la violenza sessuale o la violenza di genere — sia esercitata dallo Stato, ma è sufficiente che le autorità pubbliche non possano o non vogliano fornire adeguata protezione alla vittima; onde i giudici di merito avrebbero dovuto attivare i propri poteri di cooperazione istruttoria al fine di accertare i fatti denunciati.
2. – La censura è infondato, anche se va corretta la motivazione in diritto della sentenza impugnata in punto dì diniego di riconoscimento dello status di rifugiato.
E’ esatto, invero, che in base allo stesso racconto dell’interessata non spetterebbe alla medesima tale riconoscimento, ma la ragione consiste nel rilievo che i fatti da lei riferiti non configurano alcuno dei motivi di persecuzione in base ai quali tale forma di protezione viene assicurata ai sensi dell’art. 8 d.lgs. n. 251 del 2007, il quale contempla esclusivamente i motivi di “razza”, “religione”, “nazionalità”, appartenenza a un “particolare gruppo sociale”, “opinione politica”.
3. – Con il secondo motivo, denunciando violazione di norme di diritto e vizio di motivazione, si censura il diniego di riconoscimento del diritto di asilo previsto dall’art. 10, comma terzo, Cost. evidenziando il superamento del precedente orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo cui l’asilo si risolve nella possibilità d’ingresso in Italia ai fini dello svolgimento della procedura per il riconoscimento della protezione internazionale, e l’affermarsi di un nuovo orientamento secondo cui il diritto di asilo previsto dalla Costituzione è interamente attuato mediante i tre istituti di protezione internazionale regolati dalla legge (status di rifugiato, protezione sussidiaria, permesso di soggiorno per motivi umanitari).
4. — Il motivo è inammissibile, dato che è la stessa ricorrente a riconoscere, invocando la giurisprudenza indicata, il difetto di autonomia dell’istituto di cui all’art. 10, comma terzo, Cost. rispetto a quelli regolati dalla legge ordinaria, con riferimento ai quali, dunque, dev’essere valutata la richiesta di protezione.
5. — Con il terzo motivo, denunciando violazione di norme di diritto e vizio di motivazione, si censura il diniego di riconoscimento della protezione sussidiaria, denunciandone l’omissione o comunque insufficienza della motivazione in relazione alle notorie condizioni di instabilità socio-politiche della Nigeria, in cui è in corso un grave conflitto armato interno.
Tale motivo va esaminato, per ragioni di connessione, unitamente al quinto, con il quale, denunciando violazione dell’art. 8 d.lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, si lamenta la mancanza di qualsiasi accertamento officioso sulla situazione del paese di origine della ricorrente, pur obbligatorio in base ai doveri di “cooperazione istruttoria” in proposito gravanti sui giudici di merito.
6. — I due motivi predetti vanno accolti nei sensi che seguono.
La Corte d’appello, pur dando per ammessa la veridicità del racconto della reclamante, ha tuttavia escluso il diritto della stessa alla protezione sussidiaria non ricorrendone i presupposti (non è ben chiaro se in diritto o in fatto).
E’ certo tuttavia, in diritto, che la costrizione di una donna a un matrimonio forzato costituisce grave violazione della sua dignità, e dunque trattamento degradante ai sensi dell’art. 14, lett. b), d.lgs. n. 251 del 2007, che configura a sua volta danno grave ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria.
La minaccia di grave danno giustificante tale protezione, inoltre, non è necessario che provenga dallo Stato, ben potendo provenire anche — tra gli altri — da “soggetti non statuali” se le autorità statali o le organizzazioni che controllano lo Stato o una parte consistente del suo territorio “non possono o non vogliono fornire protezione” adeguata ai sensi dell’art. 6, comma 2, d.lgs. cit. (art 5, lett. c), del medesimo d.lgs.). Poste queste premesse in diritto, non è dunque affatto irrilevante la verifica della effettività dei poteri statuali e della capacità degli stessi di fornire adeguata protezione alla vittima del grave danno denunciato, ancorché le minacce provengano da soggetti privati o addirittura da familiari.
Nella specie, la Corte d’appello ha ritenuto illegittimamente di poter omettere tale verifica, ovvero ha ritenuto di poter senz’altro escludere l’eventualità del difetto di protezione da parte delle autorità nigeriane sulla scorta dell’apodittica affermazione che la polizia, se richiesta, avrebbe certamente perseguito i responsabili. Sarebbe stato invece suo dovere assumere anzitutto, anche d’ufficio, informazioni sulla situazione generale della Nigeria, con riferimento al tipo di problema posto dalla reclamante, attraverso i canali indicati all’art. 8, comma 3, d.lgs. n. 25 del 2008 o mediante altre fonti che fossero in concreto disponibili, e solo all’esito di ciò formulare una pertinente valutazione (cfr. Cass. 16202/2012, 10202/2011, 17576/2010, 27310/2008, quest’ultima resa a sezioni unite).
Il terzo motivo di ricorso va dunque accolto, mentre il quinto va accolto solo in quanto riferito alla domanda di protezione sussidiaria: infatti la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato è definitivamente respinta per accertato difetto dei presupposti, come si è visto esaminando il primo motivo, e l’esame della domanda di protezione umanitaria resta assorbito per effetto della cassazione della decisione negativa sulla domanda di protezione sussidiaria, cui essa è subordinata.
7. — Con il quarto motivo, denunciando violazione di norme di diritto e vizio di motivazione, si censura il diniego di riconoscimento della protezione umanitaria, dato che il rimpatrio esporrebbe la ricorrente a concreto pericolo di vita attese le documentate continue violazioni dei diritti umani, specie a danno delle donne, nel suo paese di origine.
8. – Il motivo deve ritenersi assorbito per la ragione indicata a conclusione del par. 6, che precede.
9. – Con il sesto motivo, denunciando omissione di pronuncia o comunque di motivazione, si lamenta che la Corte d’appello abbia omesso di procedere alla richiesta audizione dell’interessata e di prendere in considerazione le vicende personali della ricorrente e gli ulteriori fatti sopraggiunti nel suo paese di origine.
10 – Il motivo è inammissibile, rientrando la decisione di procedere o meno all’audizione dell’interessato nei poteri discrezionali della corte d’appello e proponendo la ricorrente, per il resto, pure e semplici censure di merito.
11. – La sentenza impugnata va in conclusione cassata con rinvio al giudice indicato in dispositivo, il quale si atterrà ai principi di diritto enunciati al par. 6 e provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità.
Accoglie il ricorso nei sensi di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’appello di Trieste in diversa composizione.
Corte di Cassazione Sezioni Unite Civile
Sentenza del 17 novembre 2008, n. 27310
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/SpecialiDossier/2008/documenti-lunedi/15dicembre2008/Cass_SU_27310_2008.pdf?cmd%3Dart
Anche gli indirizzi adottati a livello europeo dagli esperti del Consiglio d'Europa suggeriscono un approccio alla potenziale vittima di tratta che non privilegi esclusivamente il profilo premiale, legato alla ricompensa per una collaborazione alle indagini di polizia. Come è noto a tutti che il percorso di emesione dallo sfruttamento sessuale e dalla tratta di esseri umani è un percorso lungo e diffixile che non si può restringere allo svolgimento di un paio di audizione davanti ad una commissione competente soltanto per il riconoscimento di uno status di protezione internazionale o umanitaria.
La giurisprudenza della Corte di Cassazione e molte decisioni dei giudici di Tribunale riconoscono uno status di protezione ai cittadini nigeriani, ma ci vogliono mesi, se non anni, per il riconoscimento di questo diritto soggettivo, che nel frattempo viene degradato ad una elargizione discrezionale delle autorità amministrative. Un diritto soggettivo troppo spesso subordinato all'esigenza di dare effettività alle misure di rimpatrio, come si ripete ovunque in questi giorni, perchè "lo richiede l'Unione Europea". I respingimenti eseguiti oggi dall'aeroporto di Fumicino verso Lagos riguardavano anche persone che attendevano ancora una sentenza definitiva da parte dei giudici italiani.
Sentenza Corte di Cassazione – Ordinanza 17 maggio 2013 n.12135
.........Questa Corte, infatti, ha avuto modo di precisare (Cass. 16221/2012) che sia la Commissione territoriale, alla quale compete la prima valutazione della domanda di protezione internazionale, sia gli organi di giurisdizione ordinaria sono tenuti a valutare l’esistenza delle condizioni poste a base anche della misura residuale del permesso umanitario, utilizzando il potere-dovere d’indagine previsto dall’art. 8, c.3 d.lgs. n. 25 del 2008 e quello relativo alla valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente, precisato dall’art. 3 del d.lgs. n. 251 del 2007, essendo il quadro normativo improntato ad un precetto di forte attenuazione del regime ordinario dell’onere della prova.
Ebbene la Corte di merito ha analizzato un quadro informativo della situazione della area di Benin City e delle azioni squadristico-terroristiche del gruppo di B.H. ricavandone i gravi segni di una condizione di pericolo e ad essi ha raccordato la situazione soggettiva della richiedente (donna-cristiana- esposizione familiare alla ritorsione) desumendone la valutazione di sussistenza di un grave, se pur transitorio, pericolo per la propria persona in caso di rimpatrio.
https://favisonlus.wordpress.com/2013/05/31/sentenza-corte-di-cassazione-ordinanza-17-maggio-2013-n-12135-cittadina-nigeriana-cattolica-chiede-il-riconoscimento-della-protezione-internazionale-per-i-pericoli-costituiti-da-una-setta-animista/
Le forze di polizia e le questure, se non il Ministero dell'interno, avvertono con isnsofferenza il riconoscimento degli status di protezione, quando arrivano, da parte della giurisprudenza di legittimità, e fanno il possibile per evitare che i processi possano andare avanti fino al punto di sconfessare i provvedimenti amministrativi e le decisioni delle commissioni che decidono sulle richeste di protezione internazionale. Se non avessero tutta questa paura, non si vede perchè dovrebbero dare esecuzione ad allontanamenti forzati di persone che sono ancora in attesa di ricevere un verdetto dall'autorità giurisdizionale italiana. Certo, dopo tre mesi di trattenimento in un CIE, queste persone avrebbero comunque diritto ad essere rimesse in libertà, ma un decreto recentemente entrato in vigore ne permette la limitazione della libertà personale fino ad un massimo di dodici mesi, qualora si ravvisi da parte della questura "il pericolo di fuga".
Per quanto si tratti di una normativa palesemente incostituzionale, non si può pensare che la limitazione della libertà personale, o peggio il rimpatrio forzato in Nigeria, possa costituire un mezzo idoneo per sottrarre la vittima alle organizzazioni dei trafficanti, o per ottenere da questa stessa vittima informazioni utili per una loro sconfitta. Ed i giudici italiani, quando riescono ad essere indipendenti dagli indirizzi applicativi delle forze di polizia, riconoscono alle potenziali vittime di tratta il diritto ad uno status di protezione. La situazione in Nigeria è peraltro assai critica non solo per le giovani donne esposte al rischio di subire trattamenti disumani o degradanti, ma anche per tanti uomini che provengono da quel paese. Di certo nei loro confronti non si possono adottare provvedimenti di respingimento collettivo ma ciascun caso deve essere esaminato individualmente.
http://www.marinacastellaneta.it/blog/la-cassazione-frena-sugli-indirizzi-restrittivi-in-materia-di-asilo.html
http://www.diritto.it/docs/603197-protezione-internazionale-dovere-di-cooperazione-cass-n-563-2013?tipo=content
https://francescocolaci.wordpress.com/2014/10/21/sentenza-corte-cassazione-relativa-riconoscimento-stato-rifugiato/
Corte di Cassazione - Sez. VI - Sentenza 17 ottobre 2014, n. 22111
All’esito del rigetto della domanda di protezione internazionale da pane della Commissione territoriale di Torino, sez. distaccata di Bologna, il cittadino nigeriano A.D. proponeva ricorso davanti al Tribunale chiedendo il riconoscimento dello status di rifugiato, in subordine della protezione sussidiaria ed in via ancora più gradata dell’asilo e della protezione umanitaria. Il giudice di primo grado accoglieva la domanda di protezione sussidiaria. Su impugnazione del Ministero dell’interno la Corte d’appello, in accoglimento della medesima, rigettava la domanda di protezione internazionale sulla base delle seguenti argomentazioni:
a) L’art. 3 del d.lgs n. 251 del 2007 richiede che le dichiarazioni del cittadino straniero siano credibili. Nella specie invece le predette dichiarazioni erano generiche, ripetitive, non suffragate da prove ed inverosimili. Il cittadino straniero aveva dichiarato che il padre faceva parte di una società segreta ed alla sua morte era stato perseguitato da membri di questa società per metterlo al suo posto.
b) Il cittadino straniero aveva risieduto a B.C. per due anni senza problemi e persecuzioni;
c) Il cittadino straniero non aveva collegato i fatti di persecuzione descritti con la situazione di violenza generalizzata della Nigeria.
d) Non potevano ritenersi sussistenti i requisiti per il riconoscimento della protezione sussidiaria dal momento che il richiedente aveva riferito soltanto fatti relativi ad asserite violenze e minacce strettamente personali.
e) Le domande subordinate erano del pari infondate. L’asilo perché riconducibile esclusivamente al diritto di accedere nel nostro territorio per richiedere protezione internazionale; la protezione umanitaria per la carenza totale delle ragioni di riconoscimento della protezione internazionale, essendo, peraltro, mancata, la allegazione di ragioni diverse.
Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione il cittadino straniero affidandosi ai seguenti due motivi:
Con il primo motivo è stata dedotta la violazione degli artt. 2, 3, 5, 6 e 14 del d.lgs n. 251 del 2007 ed 8 del d.lgs n. 25 del 2008 oltre al vizio di motivazione, per avere la Corte d’Appello fondato la propria valutazione negativa in ordine alla credibilità della narrazione del ricorrente su parametri diversi da quelli normativi ed in particolare dalla ripetitività del racconto, senza tener conto ed approfondire officiosamente, come sarebbe stata tenuta a fare, la situazione relativa all’esistenza e diffusione di sette o società segrete in Nigeria ed al loro potere di controllo sociale del territorio. In particolare, precisa la parte ricorrente Corte d’Appello non ha valutato la credibilità del ricorrente sulla base dei riscontri oggettivi relativi alla situazione generale in Nigeria, provenienti dalle allegazioni e produzioni della parte oltre che acquisite officiosamente da parte del giudice di primo grado.
Non è stata tenuta in considerazione la natura politica delle persecuzioni denunciate, sfociate nell’uccisione del padre e del fratello del ricorrente e maturate proprio nel contesto di violenza diffusa ed incontrollabile che caratterizza l’area territoriale di origine del medesimo, peraltro alimentata anche dalle forze di polizia e dalle forze di sicurezza che operano, secondo il rapporto di A.I. numerose esecuzioni illegali. La Corte d’Appello, in conclusione non ha calato la vicenda personale del ricorrente, nella situazione generale, ritenendola non credibile e comunque non coerente con i fatti produttivi di misure di protezione internazionale, non considerando che il pericolo per la propria incolumità e la fuga, prima all’interno del suo paese e poi all’estero è stata dettata proprio dal rifiuto dì affiliarsi ad una setta segreta di natura politica.
Infine non è stato considerato il fermo orientamento della Corte di Giustizia secondo il quale maggiore è il grado di violenza diffuso ed indiscriminato minore è la necessità di provare la personalizzazione specifica del rischio, con conseguente obbligatorietà di conoscere ed accertare le condizioni generali del paese dal quale il cittadino straniero è fuggito. Il paese di provenienza del cittadino straniero, P.S., fa parte del delta del Niger, ovvero di un’area che nel rapporto Amnesty del 2013 viene ritenuto ad alto potenziale di criminalità politica e comune, con inadeguato controllo delle istituzioni le cui forze speciali al contrario sono autrici di violenze e lesioni dei diritti umani.
Nel secondo motivo viene dedotta la violazione dell’art. 5 comma sesto del d.lgs n. 286 del 1998, per non avere la Corte d’Appello esaminato la ricorrenza dei requisiti per la protezione umanitaria, ritenendo erroneamente che l’assenza delle ragioni per il riconoscimento delle misure maggiori escludesse l’accesso a quella residuale. In particolare la Corte d’Appello ha omesso di verificare la sussistenza di un obbligo costituzionale od internazionale a fornire protezione in capo a persone che fuggono da paese nei quali vi siano sconvolgimenti sociali tali da impedire una vita senza pericoli per la propria vita od incolumità. In particolare la parte ricorrente evidenzia che il cittadino straniero è stato costretto a fuggire dalla Libia dove si era rifugiato a causa della guerra civile della primavera del 2011, dopo avervi vissuto e lavorato per cinque anni. Nella primavera del 2011 è stata riconosciuta l’esistenza di un’emergenza umanitaria ed il diritto al rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari per le persone in fuga dalla Libia con i D.P.C.M. 5/4/2011 e 6/10/2011 proprio per la gravità della situazione in quel paese. Il ricorrente solo perché non arrivato al 5/4/2011 in Italia non ha potuto usufruire di tale permesso, ovvero per ragioni meramente cronologiche pur sussistendo la medesima condizione oggettiva di partenza.
Preliminarmente deve essere dichiarata l’inammissibilità delle censure proposte ex art. 360 n. 5 cod. proc. civ. in quanto non prospettate secondo la nuova, più restrittiva formulazione del cd. vizio di motivazione, applicabile a tutti i ricorsi per cassazione avverso sentenze od altri provvedimenti pubblicati dal trentesimo giorno successivo all’entrata in vigore della legge di conversione (n. 134 del 2012) del d.l. 83 del 2012. Poiché tale legge è stata pubblicata nella G.U. del giorno 11 agosto 2012 ed è entrata in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione, il novellato art. 360 n. 5 cod. proc. civ., è applicabile alle sentenze o altri provvedimenti pubblicati dal giorno 11 settembre 2012. La sentenza impugnata è stata pubblicata nel 2013.
Le sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 8053 del 2014 hanno stabilito che “La riformulazione dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., disposta dall’art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 delle preleggi, come ridurne al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivatone. Pertanto, è denunciarle in cassatone solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione”.
Hanno inoltre chiarito che il vizio si riferisce “all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti, e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni degli artt. 366, primo comma, n. 6, e 369, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ., il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie”.
Le censure contenute nei due motivi di ricorso ex art. 360 n. 5 cod. proc. civ. non si attengono ai criteri sopra delineati, rimanendo ancorate ai parametri della insufficienza e contraddittorietà della motivazione.
Devono, in conclusione, essere affrontate esclusivamente le censure relative alle denunciate violazioni di legge ex art. 360 n. 3 cod. proc. civ.
a) Il primo motivo di ricorso è fondato sotto entrambi i profili prospettati. In primo luogo, la valutazione di credibilità delle dichiarazioni del cittadino straniero deve avvenire sulla base dei criteri indicati dall’art. 3 del d.lgs n. 251 del 2007. Tali criteri sono: la verifica dell’effettuazione di ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda; la deduzione di un’idonea motivazione sull’assenza di riscontri oggettivi; la non contraddittorietà delle dichiarazioni rispetto alla situazione del paese; la presentazione tempestiva della domanda; l’attendibilità intrinseca (Cass. 16202 del 2012). Nella specie la sentenza impugnata ha fondato la sua valutazione negativa sull’affidabilità delle dichiarazioni del ricorrente sostanzialmente sul criterio della “ripetitività” non previsto dalla norma in quanto non ricollegabile né all’onere probatorio, né alla valutazione della intrinseca logicità e non contraddittorietà né ai requisiti esterni della tempestività della domanda e della mancanza di riscontri sulle condizioni generali del paese. A tale ultimo riguardo, contrariamente a quanto affermato nella sentenza impugnata, il ricorrente fin dal primo grado ha fornito documentazione sulla condizione di violenza indiscriminata e non controllata dalle autorità di pubblica sicurezza del luogo di origine del cittadino straniero. Deve, pertanto, ritenersi integrato anche il tentativo di offrire nei limiti del possibile un supporto probatorio alla gravità della situazione descritta, ancorché non direttamente centrato sulla peculiare tipologia di pericolo (minaccia di morte derivante da rifiuto di affiliazione a società politica segreta) descritto dal ricorrente. Deve, inoltre, osservarsi, che la ripetitività delle ragioni di fuga dei richiedenti protezione internazionale od umanitaria frequentemente sono simili per gruppi provenienti da aree o contesti socio-politici o religiosi demarcate da elevata conflittualità come il delta del Niger. Ne consegue che la “ripetitività”, lungi dall’integrare un criterio normativo di credibilità impone ancor più rigorosamente l’esame delle condizioni oggettive del paese, soprattutto se, come nella specie, la parte ne abbia fornito un riscontro documentale ancorché parziale.
Sotto quest’ultimo profilo la sentenza impugnata giustifica la mancanza di approfondimento istruttorio officioso sulla base della carenza di riferimenti al contesto generale del paese nelle dichiarazioni del ricorrente. Al riguardo deve osservarsi che quest’ultimo ha provveduto a documentare la condizione di violenza indiscriminata nel proprio paese ed a fornire la prospettazione di una situazione di pericolo per la propria incolumità maturata dopo l’omicidio del padre e del fratello, aggiungendo di essere dovuto fuggire prima a B.C. e, successivamente, fuori della Nigeria. A questa narrazione ha aggiunto l’allegazione e produzione, fin dal primo grado del giudizio, di una situazione generale descritta come di violenza indiscriminata e di assenza di controllo ed intervento dei poteri statuali e delle autorità di pubblica sicurezza. Attraverso la documentazione prodotta, integrata ex art. 8 dal giudice di primo grado con quella proveniente dai siti del Ministero degli Esteri, anche il parametro della non contraddittorietà della narrazione con la situazione generale richiesto dall’art. 3 sopra citato, risulta verificabile. La Corte d’Appello, di conseguenza, ha violato sia l’art. 3 che l’art. 8 del d.lgs n. 251 del 2007, nel ritenere che la situazione di pericolo personale rappresentata dal ricorrente fosse disancorata dal contesto generale del paese e per questo estranea all’ambito della protezione internazionale, dal momento che il ricorrente ha rappresentato la propria condizione soggettiva di pericolo sostenendola con l’allegazione e produzione di documentazione relativa alla situazione generale. Non è, in conclusione, comprensibile quale sia il deficit allegativo in concreto che ha indotto la Corte d’Appello a non provvedere al doveroso accertamento officioso della veridicità della situazione di rischio rappresentata, ove non ritenuto sufficiente quello già fornito dalla parte e integrato dal giudice di primo grado, perché incompleto sotto il profilo dell’esistenza, operatività e pericolosità delle sette politiche segrete quale quella descritta dal ricorrente.
A tale riguardo, deve, infine, osservarsi che, come indicato dalla Corte di Giustizia (sentenza n. 172 del 2009, Caso Elgafaji contro Paesi Bassi, principio ribadito con riferimento alla definizione di conflitto armato interno nella successiva sentenza del 30/1/2014 Caso Diakitè n. 285- 12) rifugio politico e protezione sussidiaria si distinguono proprio per il differente grado di personalizzazione del rischio che deve essere accertato, sia con riferimento alle ipotesi descritte alle lettere a) e b) dell’art. 14 del d.lgs n. 251 del 2007 (pericolo di morte o trattamenti inumani e degradanti), sia nell’ipotesi di cui alla lettera C). In particolare, nel caso Elgafaji, la Corte ha affermato che: “l’esistenza di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protesone sussidiaria non è subordinata alla condizione che quest’ultimo fornisca la prova che egli è interessato in modo specifico a motivo di elementi peculiari della sua situatone personale;
– l’esistenza di una siffatta minaccia può essere considerata, in via eccezionale, provata qualora il grado di violenza indiscriminata che caratterizza il conflitto armato in corso, valutato dalle autorità nazionali competenti impegnate con una domanda di protezione sussidiaria o dai giudici di uno Stato membro, raggiunga un livello così elevato che sussistono fondati motivi di ritenere che un civile rientrato nel paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire la detta minaccia.
Alla luce dei principi esposti dalla Corte di Giustizia, all’osservanza dei quali si è tenuti in virtù del vincolo dell’interpretazione conforme, deve ritenersi che, come già affermato da questa Corte (Cass. 8281 del 2013; 6504 del 2014; 15466 del 2014), il collegamento tra la prospettazione individuale del rischio e la situazione di violenza indiscriminata o di conflitto armato nel paese di ritorno può non essere diretto e specifico, soprattutto quando, come nella specie, la parte richiedente abbia comunque rappresentato e parzialmente documentato la condizione generale del proprio paese. Pertanto, i margini d’incertezza e di dubbio, sulla veridicità della narrazione e sulla gravità della situazione oggettiva, allegata e parzialmente documentata dalla parte, dovevano essere fugati (o confermati) dovevano essere colmati mediante l’esercizio del potere dovere istruttorio officioso ex art. 8 d.lgs n. 25 del 2008 e non utilizzati per rigettare la domanda per difetto di prova, attesa la forte attenuazione dell’onere di personalizzazione del rischio desumibile dai principi esposti.
Anche il secondo motivo di ricorso è fondato. Secondo il consolidato orientamento di questa Corte (Cass.4139 del 2011; 6879 del 2011; 24544 del 2011), la protezione umanitaria è una misura residuale che presenta caratteristiche necessariamente non coincidenti con quelle riguardanti le misure maggiori. Condizione per il rilascio di un permesso di natura umanitaria ex art. 5, comma 6 del d.lgs n. 286 del 1998, è il riconoscimento di una situazione di vulnerabilità da proteggere alla luce degli obblighi costituzionali ed internazionali gravanti sullo Stato italiano. Del resto, la lettura anche solo testuale dell’art. 32, terzo comma del d.lgs n. 25 del 2008 evidenzia tale diversità. Stabilisce la norma che “Nei casi in cui non accolga la domanda di protezione internazionale e ritenga che possano sussistere gravi motivi di carattere umanitario, la Commissione territoriale trasmette gli atti al questore per l’eventuale rilascio del permesso di soggiorno ai sensi dell’articolo 5, comma 6, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286”. Al riguardo questa Corte ha affermato che l’attuale sistema pluralistico delle misure di protezione internazionale, include la tutela residuale costituita dal rilascio di permessi sostenuti da ragioni umanitarie o diverse da quelle proprie della protezione sussidiaria o correlate a condizioni temporali limitate e circoscritte, come previsto dall’art. 32, terzo comma, del d.lgs. n. 25 del 2008, ai sensi del quale le Commissioni territoriali, quando ritengano sussistenti gravi motivi umanitari (evidentemente inidonei ad integrare le condizioni necessarie per la protezione sussidiaria) devono trasmettere gli atti al Questore per l’eventuale rilascio del permesso di soggiorno. (Cass. 4139 del 2011; 6879 del 2011; 24544 del 2011).
La Corte d’Appello di Bologna, pertanto, non poteva omettere l’esame della domanda di protezione umanitaria, solo perché non aveva ravvisato la sussistenza delle condizioni di riconoscimento delle misure maggiori, in particolare sotto il profilo (rivelatosi erroneo) della mancanza di collegamento tra situazione soggettiva e condizione generale del paese, essendo invece tenuta a verificare se la prospettazione del quadro generale di violenza diffusa ed indiscriminata, accertato dal giudice di primo grado, fosse quanto meno idoneo, pur in mancanza del riconoscimento di credibilità delle dichiarazioni del ricorrente, ad integrare una situazione di vulnerabilità idonea a disporre la trasmissione degli atti al Questore per il rilascio di un permesso di natura umanitaria, non dovendo dal ricorrente essere dedotte ragioni diverse od alternative rispetto a quelle prospettate. Deve essere, infine, osservato rispetto al rigetto di domanda di asilo che alla luce dell’ orientamento di questa Corte, consolidatosi dopo l’entrata in vigore del d.lgs n. 251 del 2007 e 25 del 2008, risulta superata la tesi della natura meramente “procedimentale” del diritto d’asilo ex art. 10, terzo comma, Cost., ritenuto alla luce degli arresti citati nella sentenza impugnata limitato all’accesso nel nostro territorio al fine di richiedere protezione internazionale. Con la pronuncia n. 10686 del 2012 al diritto costituzionale di asilo è stata riconosciuta natura sostanziale e se ne è ritenuta compiuta l’attuazione proprio attraverso l’attuale sistema pluralistico della protezione internazionale, comprensivo anche della misura residuale del permesso umanitario. Ha affermato questa Corte che “Il diritto di asilo è interamente attuato e regolato attraverso la previsione delle situazioni finali previste nei tre istituti costituiti dallo “status” di rifugiato, dalla protesone sussidiaria e dal diritto al rilascio di un permesso umanitario, ad opera della esaustiva normativa di cui al d.lgs. 19 novembre 2007, n. 251, adottato in attuazione della Direttiva 2004/83/ CE del Consiglio del 29 aprile 2004, e di cui all’art. 5, comma sesto, del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286″.
Ne consegue che la domanda avente ad oggetto il riconoscimento delle condizioni di rilascio del permesso umanitario costituisce parte integrante di quella relativa al diritto d’asilo. Anche sotto questo profilo l’omesso esame non risulta legittimo.
All’accoglimento di entrambi Ì motivi di ricorso, consegue la cassazione con rinvio della sentenza impugnata alla Corte d’Appello di Bologna in diversa composizione perché disponga anche sulle spese.
Accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di Bologna in diversa composizione.
Soprattutto nel caso di persone arrivate da poco dalla Libia, come quelle che vengono espulse o respinte, ormai a cadenza periodica, dal Cie di Ponte Galeria, con volo congunti organizzati anche dall'agenzia Frontex verso la Nigeria, e spesso si tratta di minori che millantano di avere una maggiore età, i fattori di condizionamento sono talmente violenti, anche sulle famiglie in Nigeria, che i tempi di fuoriuscita dal crcuito dello sfruttamento sono certo più lunghi dei due o tre mesi di trattenimento in un Cie, in un contesto in cui cresce l'omrtà con i trafficanti che in quelle situazioni garantiscono ancora, se si rimane in Italia, l'unica prospettiva di fuga e di sopravvivenza.
Se si volesse davvero combattere la tratta e lo sfruttamento si potrebbero utilizzare altri metodi di indagini che non passano necesariamente attraverso la sovraesposizione delle vittime o degli operatori che sono più direttamente a contatto con loro. Persone sempre più esposte che sono già nel mirino delle organizzazioni dei trafficanti.
Si dovrebbe partire da un maggiore controllo dei territori nei quali le vittime della tratta vengono sfruttate, impedendo per esempio a chi sorveglia l'andamento del traffico di sorvegliare pure gli interventi degli operatori volontari, che per queste ragazze costituiscono oggi l'unica possibilità di fuga. Occorrerebbe tracciare i movimenti patrimoniali di quei citadini nigeriani che nel nostro paese sono evidentemente collegati con le organizzazioni di trafficanti, che si riescono ad infiltrare ovunque, proprio contando su un elevato livello di anonimato e sugli scarsi cotnrolli sulle loro attività economiche che sono frutto dei proventi del traffico.
Ma soprattutto occorrerebbe anticipare il momento della protezione, e riconoscere la protezione umanitaria, se non il diritto di asilo o, seconda dei casi individuali, la protezione sussidiaria, a tutte quelle donne, generalmente giovani, che le organizzazioni criminali imbarcano sui gommoni in partenza dalla Libia per continuare a sfruttarle e ad abusarne nel nostro paese. Si dovrebbe fare in sostanza esattamente l'opposto di quello che fanno attualmente le forze di polizia, con il supporto delle organizzazioni convenzionate. Se la situazione peggiora giorno dopo giorno, e sembra innegabile, visto il numero sempre più elevato di donne, anche molto giovani, provenienti dalla Nigeria e da altri paesi subsahariani, costrette a vendersi per le strade, qualcuno dovrebbe almeno provare a chiedersi se non dipenda anche dai suoi comportamenti e dai suoi indirizzi operativi.

References: sentenza 
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 Cass. 
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 art. 360
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 art. 360
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 art. 8
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 art. 5
 art. 10
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