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Timestamp: 2020-06-01 17:41:46+00:00

Document:
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 7 giugno 2006, n. 206, recante disposizioni urgenti in materia di IRAP e di canoni demaniali marittimi.
(Discussione sulle linee generali - A.C. 1005)
La relatrice, onorevole Fincato, ha facoltà di svolgere la relazione.
LAURA FINCATO, Relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, sono tre gli articoli del decreto-legge che ci apprestiamo ad esaminare. Il primo riguarda i versamenti IRAP, il secondo i canoni demaniali marittimi e il terzo stabilisce l'entrata in vigore del provvedimento.
L'articolo 1 contiene disposizioni finalizzate ad assicurare la regolarità dei versamenti riguardanti l'imposta regionale sulle attività produttive. L'urgenza di provvedere risiede nell'esigenza di disincentivare fenomeni di ritardato ovvero di omesso versamento dell'imposta, con conseguenti possibili perdite di gettito, a ridosso della ravvicinata scadenza dei termini di versamento. Si ricorda che una disposizione analoga fu emanata in prossimità della scadenza del termine per il versamento del saldo IRAP relativo all'anno 2004 e dell'acconto relativo all'anno 2005. In particolare, si prevede che, per il Pag. 2versamento degli acconti per il 2006, nonché del saldo dovuto per il medesimo anno, non trovi applicazione l'istituto del cosiddetto ravvedimento operoso. Si esclude altresì l'applicazione della riduzione della sanzione per omesso versamento, nel caso di effettuazione del medesimo entro 30 giorni dal ricevimento dell'avviso dell'amministrazione finanziaria, ai sensi dell'articolo 2, comma 2, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 462. Resta ferma l'applicazione della medesima disciplina, con riferimento al saldo relativo al periodo d'imposta 2005, ai sensi dell'articolo 1, comma 3, del decreto-legge 17 giugno 2005, n. 106, convertito con modificazioni dalla legge 31 luglio 2005, n. 156.
L'articolo 2 è una disposizione volta a garantire il razionale completamento delle procedure di verifica degli accertamenti tecnici necessari per pervenire alla rideterminazione dei canoni demaniali marittimi. La disposizione qui illustrata è volta a garantire il completamento delle procedure di verifica degli accertamenti tecnici, necessari per pervenire alla rideterminazione dei canoni. Il differimento, sempre in base alla relazione illustrativa, tenderebbe altresì ad evitare agli operatori delle strutture turistico-ricettive, nell'imminenza della stagione estiva, incertezze circa la misura dei canoni da corrispondere, anche pregressi. A tal fine, viene previsto un ulteriore termine per l'adozione del decreto ministeriale di cui all'articolo 32, comma 22, del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, e successive modificazioni, convertito con modificazioni dalla legge 24 novembre 2003, n. 326. L'entrata in vigore viene prevista il giorno stesso della pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale.
Forse vale la pena di fare qualche breve osservazione sulle due disposizioni: con la prima si vuole raggiungere l'obiettivo di scoraggiare un ritardato versamento dell'acconto IRAP da parte di quei contribuenti che, nel dubbio di vedere cancellato il tributo dal giudice comunitario per incompatibilità con l'IVA, preferiscono non anticipare somme, riservandosi di versarle solo dopo l'emanazione dell'eventuale sentenza sfavorevole, pagando sanzioni ridotte. L'obiettivo viene perseguito mediante la semplice disposizione della inapplicabilità del ravvedimento operoso, in caso di versamento tardivo.
Quanto al secondo punto, i canoni demaniali, è giusto fare una piccola ricostruzione dei fatti. Al fine di assicurare maggiori entrate, pari ad almeno 140 milioni di euro a decorrere dal 1o gennaio 2004, la legge finanziaria per lo stesso anno aveva previsto, con apposito decreto interministeriale, da emanare entro il 30 giugno 2004, la rivalutazione dei canoni demaniali marittimi e che i predetti canoni dovessero essere comunque rivalutati nella misura del 300 per cento.
Considerato che il primo termine indicato dalla norma per l'emanazione del decreto interministeriale in oggetto è decorso inutilmente, al fine di consentire il completamento degli accertamenti tecnici in corso, avviati con un tavolo tecnico presso la Presidenza del Consiglio per la rideterminazione dei canoni demaniali marittimi, sono stati adottati diversi provvedimenti urgenti di proroga, l'ultimo dei quali è scaduto il 15 dicembre 2005.
Se non vi fosse la nuova previsione di proroga, si applicherebbero le disposizioni concernenti la rivalutazione del 300 per cento dei canoni in questione. Tale innesco automatico dell'aumento forfettario dei canoni rischierebbe di compromettere la sopravvivenza non solo delle imprese che operano nel settore, ma dell'intero turismo balneare, con conseguenti ripercussioni negative sull'economia italiana.
Oltretutto, da una lettura molto tecnica dei diversi provvedimenti, si potrebbe affermare che la decorrenza del termine sopra indicato comporterebbe l'obbligo del versamento dei canoni rivalutati a decorrere dal 1o gennaio 2004, con conseguenze traumatiche sulle imprese che operano nel settore, soprattutto di micro e piccola dimensione.
Ritengo, quindi, in tal senso giustificato il presupposto di urgenza e necessità per il rinvio del termine concernente l'aumento Pag. 3dei canoni, almeno fino al momento in cui non saprò che sarà pronto il già citato decreto interministeriale.
Il relatore, a proposito dell'articolo 2 del provvedimento in esame (quindi, del termine fissato al 30 settembre 2006), preannunzia la presentazione di un proprio emendamento, al fine di differire alla data del 31 ottobre detto termine; si preannunzia, altresì, la presentazione di ulteriori proposte emendative riferite all'articolo 1 del decreto-legge, riguardanti i versamenti IRAP.
Ciò avverrà in sede di Comitato dei nove, già convocato per la tarda mattinata di oggi, in modo che le varie Commissioni interessate abbiano a disposizione i tempi tecnici necessari per esprimere i rispettivi pareri e consentire, dunque, il raggiungimento del fine che ci proponiamo, vale a dire la conversione in legge del decreto-legge in esame.
FRANCESCO TOLOTTI. Signor Presidente, credo che abbiamo già discusso ampiamente, in sede di Commissione, il testo del decreto-legge in esame. Esso non rappresenta una novità assoluta, dal momento che, in realtà, è analogo ad un provvedimento d'urgenza già presentato l'anno scorso, con riferimento al pagamento dei saldi IRAP 2004 e degli acconti relativi all'anno 2005.
Ci troviamo di fronte, in altri termini, ad un problema che, in questa materia, l'attuale Governo ha ereditato. Si tratta, in buona misura, di un atto dovuto: infatti, in attesa che si pronunci la Corte di giustizia delle Comunità europee, il provvedimento si pone, fondamentalmente, l'obiettivo di salvaguardare il gettito derivante dall'IRAP; tale gettito, come sappiamo, svolge un ruolo importante a sostegno della spesa sanitaria delle regioni.
Ricordo, altresì, come la discussione in sede di Commissione abbia rappresentato l'occasione per svolgere qualche riflessione di carattere più generale in ordine a tale imposta. Si tratta, infatti, di una questione così rilevante che non può sicuramente essere esaurita nell'ambito della discussione sulla conversione di un provvedimento d'urgenza comunque circoscritto.
Vorrei segnalare come, sempre nella stessa sede, abbia comunque già avuto modo di ritenere positivo il fatto che, esaurito il clima «elettorale», l'atteggiamento delle diverse parti politiche in merito all'IRAP si sia «spogliato» di qualche eccesso di connotazione ideologica. Occorre, infatti, che tutti riconoscano la necessità di misurarsi con gli effetti distorsivi prodotti dalla composizione di tale imposta, soprattutto in relazione al fatto di gravare sul fattore lavoro. Al contempo (almeno in sede di Commissione finanze), considero positivo che tutte le parti siano consapevoli del fatto che si tratta non di abolire un'imposta, ma di rimodulare un tributo che ricordo essere alla base del sistema di finanziamento delle regioni in materia di politica sanitaria.
Mi pare che non ci sia molto più da dire e mi auguro che, al di là di qualche «giravolta» che si è avuta nel corso della discussione in Commissione, su un decreto di questo genere ci sia un'ampia convergenza; lo dico anche in relazione all'articolo relativo ai canoni demaniali marittimi, sui quali interverranno altri colleghi, dell'Ulivo in particolare. Anche in questo caso credo che l'intervento della relatrice, che ha preannunciato la presentazione di emendamenti che verranno valutati nel Comitato dei nove, abbia aperto lo spazio perché si concretizzino le condizioni di un'ampia convergenza sul testo.
Per quanto riguarda il problema dei canoni demaniali marittimi, va tenuto presente che si tratta di una vicenda ormai annosa, che attiene certamente alla necessità di meglio definirli. Peraltro, occorre Pag. 4tener presente che si tratta di una situazione estremamente eterogenea - quindi, richiede uno sforzo non insignificante -, che è aperta una possibile questione circa la competenza tra Stato e regioni e che, comunque, occorre davvero operare nei termini dell'esercizio finanziario di quest'anno. Quindi, anche le possibili richieste di spostamento dei termini, che credo saranno parzialmente accolte nell'emendamento che la relatrice ha annunciato, non possono andare certamente oltre il 2006, anzi debbono stare nei termini prescritti per la presentazione della legge finanziaria.
In Commissione si è discusso fondatamente dei problemi che si sono determinati per i contribuenti delle regioni che non hanno potuto rispettare i tetti della spesa sanitaria. Si è argomentato diversamente sulla necessità di evitare che questi contribuenti venissero penalizzati da una situazione di incertezza, in relazione al fatto che la legge finanziaria per il 2004, reiterata, prevede che per i contribuenti delle regioni che sforino i tetti di spesa sanitaria scatti automaticamente un aggravio dell'aliquota dell'1 per cento: ripeto, automaticamente perché c'è stata qualche polemica di troppo su questo punto. In realtà, non è facoltà né del Governo in questo momento, né delle regioni disporre una discrezionalità nella scelta per attuare il recupero dello sforamento della spesa sanitaria. L'aumento è automatico, a meno che le regioni non si impegnino a rientrare in tempi utili: mi pare che sia accaduto per la regione Liguria ed altre regioni hanno manifestato un impegno a che questo accada. Credo che occorra trovare una soluzione che eviti ai contribuenti gli oneri aggiuntivi di un'incertezza relativa ai versamenti, che si traduce poi in possibili spese supplementari, magari non dovute.
Ritengo che, da questo punto vista, l'emendamento che andremo ad esaminare nel Comitato dei nove possa dare una risposta a questi problemi e, quindi, mi auguro che su questa base il decreto possa essere apprezzato nella sua efficacia e nell'obiettivo che persegue e possa essere rapidamente approvato.
GIOACCHINO ALFANO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, come ha detto la relatrice, ci troviamo di fronte ad un provvedimento che si articola su due punti: uno riguarda l'IRAP e l'altro i canoni demaniali marittimi. Il collega Tolotti ricordava che in Commissione abbiamo anche affrontato le questioni di merito, ma bisogna puntualizzare che questo provvedimento si riferisce solo a termini. Quindi, per quanto riguarda l'articolo 1, abbiamo la conferma di un termine per l'IRAP e, per quanto riguarda l'articolo 2, abbiamo la proroga di un termine per i canoni demaniali marittimi. La relatrice e il collega Tolotti ci chiedevano anche di essere coerenti con quanto abbiamo fatto nella precedente legislatura, in quanto questo provvedimento è stato adottato anche da noi.
In effetti, la sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee, nel far prevedere un orientamento sfavorevole per il mantenimento dell'IRAP, avrebbe spinto i contribuenti ad evitare il pagamento, potendo utilizzare istituti di agevolazione che il diritto tributario prevede, quale ad esempio il ravvedimento operoso. Dunque noi siamo coerenti con quanto abbiamo fatto l'anno scorso. Tuttavia vi è una novità, cui si è accennato e che va tenuta presente, visto che parliamo di termini e che non possiamo invece intervenire sulla norma. Mi riferisco alla condizione in cui si trovano alcune regioni che, avendo sforato il tetto della spesa sanitaria, devono ricorrere al meccanismo automatico della maggiorazione IRAP.
Ebbene, i contribuenti di queste regioni non sapevano cosa dovevano pagare. Pertanto in Commissione avevamo chiesto che potesse essere applicato il ravvedimento operoso - avevamo addirittura chiesto un rinvio del termine di pagamento - o quanto meno che si potesse tenere conto dell'agevolazione consentita qualora si paghi entro il mese dalla scadenza (la maggiorazione dello 0,40 per cento). Si parlava Pag. 5della Liguria, ma anche altre regioni stanno cercando di dimostrare di poter uscire fuori da questa penalizzazione. D'altronde, il termine per il piano di risanamento da parte delle regioni è stato prorogato dal 31 maggio al 30 giugno.
Questa novità non vuole essere utilizzata per esprimere contrarietà al provvedimento. Essa piuttosto ci ha spinto a chiedere al Governo di dare un segnale ai contribuenti, affinché essi potessero pagare nella seconda rata di acconto o a saldo l'imposta dovuta. Il Governo ha risposto che il pagamento fatto in eccesso avrebbe potuto essere recuperato, ma questa era una puntualizzazione superflua.
Vi erano poi altre questioni che si aggiungevano a questa preoccupazione. Le regioni che dovevano maggiorare dell'1 per cento l'aliquota ordinaria potevano avere anche un aliquota ridotta. Quindi non si capiva se bisognava raggiungere sempre l'aliquota del 5,25 per cento o se invece solo l'aliquota dell'1 per cento. Sembra peraltro che su questo ci siano dei chiarimenti in corso.
Poiché il provvedimento in esame si riferisce a termini, noi intendiamo sottolineare che in Commissione avevamo parlato proprio di questi. Peraltro è indispensabile adesso fare riferimento alle date. Il provvedimento non è stato da noi predisposto e adesso arriva come vostro. È invece un provvedimento che si ripete. Il Governo lo ha emanato il 7 giugno; esso è stato assegnato alla Commissione finanze l'8 giugno ed abbiamo iniziato l'esame il 14 giugno. Il Governo ha sostenuto che bisognava pagare. Dunque il 20 giugno - che è lo spartiacque, dal momento che tutto si è fatto per garantire l'entrata del 20 giugno - i contribuenti dovevano pagare, così come la norma dettava. Adesso sento da parte della relatrice la volontà di presentare un emendamento che rinvii alla data del 20 luglio il pagamento, cioè con l'esenzione dal pagamento della maggiorazione dello 0,40 per cento. Noi a questo siamo favorevoli, come d'altronde eravamo favorevoli addirittura al rinvio a fine anno; tuttavia dobbiamo rilevare, così come è stato fatto tante volte nei nostri confronti, che si interviene con una proroga dopo la scadenza e non prima.
Noi il 14 giugno avevamo chiesto alla maggioranza e al Governo di poter fare ciò che adesso il Governo ha detto di voler fare. Questo ci sembra un atteggiamento non giusto, non tanto per quello che è stato detto in campagna elettorale o per quello che è stato detto nei nostri confronti nella precedente legislatura, ma perché gli italiani devono capire se alla scadenza bisogna pagare le imposte o meno. In questo caso noi diciamo agli italiani, dopo la scadenza, che ci sarà un beneficio se si pagheranno le imposte entro il 20 luglio.
A tale questione se ne aggiungono poi delle altre. Per esempio abbiamo chiesto al Governo, e lo richiediamo adesso, se ci sono differenze fra il calcolo dell'acconto con il metodo previsionale e quello con il metodo storico. Chiediamo anche se le regioni che hanno sforato la spesa sanitaria devono applicare la maggiorazione solo sulla parte aggiuntiva o su tutto l'importo. Leggeremo poi in sede di riunione del Comitato dei nove l'emendamento che la relatrice intende presentare.
Ribadiamo dunque le nostre richieste e in particolare continuiamo a sostenere che in questa incertezza è indispensabile rivedere l'impossibilità di applicazione dell'istituto del ravvedimento operoso.
Per quanto riguarda invece l'articolo 2, relativo ai canoni demaniali marittimi, puntualizzo intanto che, poiché parliamo di termini, non mi soffermo sulle questioni di merito. Ci è stato detto infatti in Commissione della difficoltà degli operatori ad intervenire nel pagamento di questi aumenti. Al riguardo, bisogna ricordare che l'aumento del 300 per cento è un aumento automatico, quasi una penalizzazione. Si sperava infatti di poter emanare un decreto interministeriale, che avrebbe dovuto tenere conto delle esigenze e delle potenzialità dei singoli operatori. Dunque il 300 per cento è una somma matematica, che ha imbarazzato anche noi.Pag. 6
Da quanto ho sentito, sembra che vi sia una proroga, ma che si tratti quasi di un rinvio con l'intento di arrivare all'eliminazione. Tranquillizzo il Governo: noi che abbiamo inserito questo adempimento non lo abbiamo mai considerato un'entrata, in quanto eravamo consci della difficoltà di poterlo incassare e quindi non sarebbe difficile eliminarlo, dato che quelle somme non sono neanche state impegnate. La difficoltà che abbiamo avuto riguarda i rapporti tra gli organi competenti e gli operatori interessati.
Premesso che, essendo una proroga, rimane un obbligo e gli importi dovuti si sommano, se il Governo intende prorogare al 30 ottobre il termine per l'adempimento, noi abbiamo già chiesto - e lo facciamo nuovamente - di rinviare al 15 dicembre. Potevamo anche strumentalmente chiedere di rinviare al prossimo anno, consapevoli dell'impossibilità, invece, prudentemente e con spirito di collaborazione, proponiamo una data entro l'esercizio, quindi il 15 dicembre, dichiarandoci disponibili per quella data, l'ultima utile, a rivedere e correggere la norma secondo l'orientamento e la disponibilità di tutti, anche degli operatori. Infatti, da quanto sappiamo, non è che non si vogliano adeguare i canoni demaniali marittimi, ma lo si vuole fare in modo giusto.
ANTONIO BORGHESI. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, è un po' strano parlare oggi di IRAP, dato che si tratta forse dell'unica significativa forma di federalismo fiscale nel nostro paese, e farlo per di più all'indomani di un referendum che ha cancellato un «pasticcio» che poteva essere evitato, qualora coloro che erano realmente interessati ad una riforma in senso federalista avessero, invece, cercato di attuare e migliorare le forme di federalismo fiscale che possono introdursi nel nostro paese.
Il fatto che in questa discussione entri un caso di federalismo fiscale, diciamo così, alla rovescia, che riguarda le sei regioni che si troveranno inevitabilmente un aggravio, ci fa capire come il federalismo fiscale sia una risposta che non dobbiamo tralasciare (lo dico ai colleghi della maggioranza, di cui faccio parte). Anche la precedente riforma costituzionale del 2001 prevedeva un termine di tre anni affinché si rivedesse l'ordinamento fiscale in senso federale e, al di là di ciò che riguarderà la presentazione di una riforma costituzionale da condividere anche con l'opposizione, la legge che introduce forme di federalismo fiscale dovrà andare avanti. Qualche contribuente delle sei regioni che non hanno saputo abbattere il costo della sanità, forse, dirà che non ha avuto buoni amministratori e considero il concetto di responsabilità degli amministratori fondamentale per il futuro del nostro paese.
Non manca in questa vicenda una responsabilità, a mio parere assai grave, del precedente Governo. Ricordo che l'IRAP - ripeto che si tratta dell'unica, vera imposta in qualche modo di federalismo fiscale - era stata autorizzata dalla Commissione europea al tempo della sua introduzione. È un'imposta di cui tutti gli studiosi riconoscono il carattere di neutralità e, lo dico rapidamente, ha sostituito nove tasse e balzelli di vario genere.
Quindi, ha contribuito fortemente a semplificare il sistema fiscale del nostro paese e ha determinato una situazione di neutralità, che deriva dal fatto di disporre di un imponibile molto ampio - consistente essenzialmente nella somma delle remunerazioni dei fattori della produzione - e dal fatto che il 70 per cento di questa imposta deriva da società di capitali e più della metà dalle imprese di grandi dimensioni, mentre le piccole imprese contribuiscono solo per il 15 per cento.
Si sostiene che, se osserviamo come incide l'imposta sul reddito, si scopre che le capacità di elusione delle società di capitali e delle grandi società è molto più forte e che quindi si tratta di una tassa che colpisce meno le piccole imprese e che dunque non era poi così malvagia come qualcuno l'ha descritta. Soprattutto, di Pag. 7fronte a ciò, molti autorevoli studiosi hanno dimostrato che non si tratta affatto di una duplicazione dell'IVA.
La verità è che il Governo precedente non ha fatto nulla per difendere questa imposta di fronte alla Corte di giustizia; tant'è che, addirittura, ha chiesto un termine ulteriore per produrre la documentazione. Ciò dimostra che vi è stata la volontà di lasciar procedere la Corte di giustizia verso una condanna del nostro paese su questo punto.
In ogni caso, ritengo che, anche in caso di azzeramento dell'imposta, ciò non potrà avvenire se non con la riproposizione di un'imposta - qualcuno suggerisce che sarebbe sufficiente dividerla in due parti al fine di superare le obiezioni presentate in sede europea - che, inevitabilmente, colpirà gli stessi contribuenti che oggi sono soggetti all'IRAP.
Se questo decreto-legge consentirà di salvaguardare l'incasso da parte dello Stato dell'imposta, lo vedremo; in ogni caso è certo che ad ogni intervento di questo tipo corrisponderanno sempre più persone che o non pagano perché attendono la decisione a livello europeo o che, appena pagato, presentano immediatamente istanza di rimborso.
Per quanto riguarda i canoni demaniali marittimi, visto che l'aggiornamento dei criteri di calcolo dei canoni è pari al 2,85 per cento per l'anno 2005, ero curioso di sapere dal rappresentante del Governo - non so se potrà farlo oggi - se questi canoni incidono in misura rilevante nell'economia delle aziende che utilizzano questi beni e se, in questi anni, i prezzi medi praticati all'utente siano aumentati in misura pari all'inflazione oppure in misura maggiore.
Infatti, si dice che, senza un intervento come quello che stiamo immaginando, l'aumento sarebbe del 300 per cento. Se, tuttavia, dovessi scoprire che, in questi anni, i prezzi all'utente dei prodotti di quel tipo di imprese sono aumentati in misura molto ampia, forse mi verrebbe qualche dubbio sul fatto di continuare a procrastinare la definizione di questa vicenda, pensando quantomeno che i canoni possano essere aumentati in misura corrispondente all'aumento dei prezzi.
Non so se il rappresentante del Governo potrà fornire qualche indicazione in merito. Comunque, anche io avevo proposto un emendamento - successivamente ritirato - volto a differire il termine indicato: anziché quello proposto nel provvedimento, avevo immaginato un termine maggiore di un anno, anche se capisco bene che ciò avrebbe generato qualche problema in più in relazione all'annualità del bilancio dello Stato. Ho ritirato questo emendamento di fronte alla dichiarazione molto convinta del rappresentante del Governo secondo cui, prima della prossima scadenza, si porrà rimedio a questa situazione. Pertanto, prendo atto di ciò. Quanto al resto, mi riservo di intervenire in sede di dichiarazione di voto.
LUCIO BARANI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il nostro gruppo non condivide il disegno di legge iscritto all'ordine del giorno. Non lo condivide soprattutto per ragioni di carattere generale, di merito e di metodo.
Quello che oggi è in discussione è, forse, il primo provvedimento del Governo in termini di politica fiscale. Esso fa seguito ad una serie di dichiarazioni dei principali responsabili della politica economica, che hanno dipinto la «Caporetto» dell'economia italiana. Il ministro dell'economia, al pari del generale Cadorna, ha tratteggiato una situazione drammatica, come lo fu lo sfondamento delle linee italiane da parte degli austriaci. Ci è stato descritto un cumulo di macerie, ma nessuna indicazione sui tempi e le modalità di una loro rimozione.
Dopo tanti allarmi, che hanno prodotto l'effetto di aggravare la situazione finanziaria del paese, come dimostrato dall'atteggiamento sempre meno benevolo delle società di rating e dalla crescita dei differenziali di interesse nei confronti del bond tedesco, ci si aspettava che il primo Pag. 8provvedimento del Governo contenesse indicazioni precise sul «che fare, come fare e quando fare».
Ci saremmo accontentati di una indicazione di carattere generale del percorso da seguire per far fronte ad una crisi che, nelle sue caratteristiche essenziali, dura ormai dal lontano 1996. Da allora, sono trascorsi dieci anni, ma né la maggioranza del centrosinistra (Ulivo e Unione) né quella del centrodestra (Casa delle libertà), seppure per motivi diversi, sono riuscite ad individuare una giusta terapia.
Ci illudevamo che, dopo un decennio di analisi, osservazioni e discussioni, un ministro tecnico dalla lunga esperienza interna ed internazionale potesse far luce sul malessere oscuro che attanaglia l'economia italiana ed indicare la strada del relativo superamento. Invece, il viceministro Visco (su questo tornerò in seguito) partorisce il più classico dei topolini: due semplici articoli, che si limitano ad affrontare problemi minuti di manutenzione legislativa, prescindendo completamente da un quadro di carattere più generale, le cui tinte più fosche sono state tratteggiate proprio in queste ultime settimane.
La cosa che più mi ha sorpreso nel dibattito finora svoltosi è stata la posizione assunta dai colleghi della V Commissione. Da molte parti si è eccepito circa la mancanza di relazione tecnica al provvedimento che, come noto, è resa tassativa dalla legge n. 468 del 1978, a sua volta diretta attuazione dell'articolo 81 della Costituzione. Non si è trattato di una dimenticanza da parte del Governo, ma del tentativo di occultare, omettendola, la portata minuta del provvedimento. Se l'avessimo potuta leggere, avremmo tutti constatato che si trattava di qualche migliaio di euro, di fronte ad uno squilibrio nei conti pubblici dell'ordine di circa 40 miliardi di euro.
Perché, quindi, impegnare quest'aula a discutere di cose minimali, quando la casa brucia? È come se volessimo spegnere un incendio gigantesco con qualche bicchiere di acqua fresca. Non sarebbe stato meglio individuare, fin dall'inizio, un intervento risanatore e, quindi, all'interno di questa strategia più complessiva individuare le misure, anche di carattere legislativo, più opportune? Il Governo, invece, ha scelto una strada obliqua, nascondendo la testa nella sabbia e costringendo il Parlamento a parlare di quisquilie, mentre la situazione precipita, e ha scelto questa strategia solo a causa dei suoi grandi conflitti interni. Un conto, infatti, è parlare genericamente di lacrime e sangue, un altro è individuare le modalità attraverso le quali giungere ad un effettivo risanamento dei conti pubblici lungo una linea di crescita e di sviluppo dell'economia.
E non si venga a fare un arrischiato confronto con il 2001 per dimostrare che, come allora, il Governo non è ancora in grado di valutare l'esatta portata dei problemi! Sono ormai anni che i dati fondamentali della finanza pubblica sono noti agli esperti e alle forze politiche italiane: si leggono quotidianamente sui giornali. Il precedente Governo non ha mai negato la complessità della situazione e la necessità di un intervento rivolto a ridurre gli squilibri finanziari e a migliorare la performance complessiva dell'economia italiana. La stessa due diligence, voluta con tanta enfasi dal ministro dell'economia, non ha dato alcun elemento ulteriore di conoscenza. I fondamentali della finanza pubblica italiana e del quadro macro-economico erano noti da tempo e potevano costituire oggetto di una più attenta valutazione.
La situazione del 2001, che segnò il passaggio del testimone a favore della Casa delle libertà, era fondamentalmente diversa. L'ultimo DPEF del precedente Governo, firmato dal ministro del tesoro pro tempore Vincenzo Visco ed avallato dal Presidente del Consiglio Giuliano Amato, ipotizzava un deficit pari allo 0,8 per cento del PIL e prospettava per gli anni successivi un tasso di crescita del PIL in termini reali del 3 per cento. Tali dati avevano costituito il presupposto del programma di governo della Casa delle libertà, non solo un programma elettorale, ma un programma di governo capace di esprimersi nei primi 100 giorni della sua vita in concreti provvedimenti legislativi. La due Pag. 9diligence, allora richiesta dal ministro del tesoro Tremonti, si rese necessaria per valutare se quelle premesse erano fondate, tanto più che era stato lo stesso Presidente del Consiglio Amato a richiedere, prima delle elezioni, un supplemento di analisi alla Ragioneria generale dello Stato.
Il Governo Berlusconi si vide così costretto a fare i conti con una realtà che era profondamente diversa da quella teorizzata dai precedenti documenti governativi ed avallata dal Parlamento, realtà che si è dimostrò immediatamente ben peggiore delle più nere previsioni. Il neo ministro dell'economia ipotizzò, infatti, un deficit di bilancio di qualche punto superiore alle cifre indicate dal ministro Visco, ma nessuno poteva immaginare che l'ISTAT certificasse, qualche anno dopo, un deficit di bilancio pari al 3,1 per cento del PIL, del tutto fuori linea rispetto ai parametri di Maastricht.
Aggiungo che altrettanto irrealistico doveva dimostrarsi quel tasso di crescita del 3 per cento in termini reali. Anche senza i successivi attentati dell'11 settembre, quelle cifre erano solo il frutto di una campagna propagandistica volta a glorificare le sorti progressive del centrosinistra.
Oggi la situazione è diversa. Il deficit accertato dalla stessa due diligence, voluta dal ministro Tommaso Padoa Schioppa, non si discosta, se non di poco, dai documenti ufficiali del precedente Governo. La stessa Commissione europea ha certificato i bilanci del Governo italiano, indicando cifre che non spostano significativamente i termini della questione.
Il centrosinistra, quindi, già nel corso della campagna elettorale era in grado di avere contezza della reale situazione del paese. Poteva predisporre un programma di Governo adeguato, dirimendo tempestivamente le proprie controversie interne, per poi presentarsi all'elettorato con un programma di Governo effettivo, in grado di tradursi in successivi provvedimenti di legge. Ma ciò non è avvenuto.
Il poderoso programma elettorale è stato scritto non per far fronte ai problemi del paese, ma solo in funzione di una astratta mediazione tra le diverse componenti della maggioranza governativa, senza alcuna attinenza con i reali problemi del paese. Ora, giunti al momento della verità, si può scoprire facilmente che il re è nudo e che non ha alcuna proposta concreta per aggredire le cause della crisi.
La pochezza di questo primo atto del Governo è la conseguenza di queste contraddizioni di carattere più generale.
È comprensibile l'atteggiamento temporeggiatore di una maggioranza che ha poche idee diverse e, per giunta, confuse, che non riesce a trovare quel minimo di sintesi necessaria per governare un paese le cui difficoltà sono da tempo evidenti. Si prende tempo, quindi, in attesa di un miracolo che possa mettere d'accordo posizioni antitetiche, ma è un tempo che ha un costo perché la crisi non si arresta: ogni giorno che passa cresce il rischio di default, ogni giorno che passa il costo del risanamento diventa più oneroso.
La luna di miele del Governo è quasi finita e l'unico provvedimento a nostra disposizione sono due articoli che mirano a vessare ulteriormente i contribuenti senza offrire loro alcuna speranza di futuro. La responsabilità più grave è senza dubbio quella del ministro-viceministro delle finanze, figura ibrida: non sappiamo, infatti, se ci troviamo di fronte ad un semplice, per quanto autorevole, collaboratore del ministro dell'economia, oppure al vero ed unico responsabile della politica fiscale di questo Governo. Le deleghe che gli sono stato conferite e la loro esclusività nel campo della politica fiscale, di fatto, configurano uno sdoppiamento del Ministero dell'economia e delle finanze ed un ritorno all'indietro. Sarà, quindi, interessante vedere come il ministro Padoa Schioppa si comporterà nelle sedi internazionali: di fronte ad eventuali richieste in campo fiscale si vedrà costretto a prendere tempo per verificare preventivamente se il suo ministro-viceministro è in grado di accoglierle o respingerle.
Per il momento, sembra essere la «linea Visco» a prevalere: possibile che il ministro Tommaso Padoa Schioppa non si renda conto dell'atteggiamento schizofrenico che abbiamo denunciato, del contrasto Pag. 10stridente tra l'essere e il dover essere? Da un lato, le esigenze più generali dell'economia, dall'altro, la voglia di continuità del ministro-viceministro Visco con la sua passata esperienza di Governo. Non abbiamo dimenticato che è stato proprio Vincenzo Visco ad inventare l'IRAP, imposta che non trova riscontro nei sistemi fiscali più evoluti: era sbagliata quando fu istituita, lo è maggiormente oggi, nel momento in cui la Corte di giustizia della Comunità europea è pronta a pronunciarsi sulla sua incompatibilità con la disciplina dell'IVA.
Ebbene, nel momento in cui un organo giurisdizionale si accinge ad emettere una sentenza di condanna, cosa fa il ministro-viceministro Visco? Obbliga il contribuente, minacciandolo di sanzioni abnormi, a pagare un balzello che, con ogni probabilità, non dovrebbe essere pagato. Se mi è consentito un paragone azzardato, stiamo trasferendo nel campo della disciplina fiscale un istituto equivalente a quello che esiste in campo penale con la carcerazione preventiva: non importa se sei innocente o colpevole, tanto sarai ospite, per un certo periodo di tempo, nelle patrie galere, poi si vedrà. È la logica sottesa a questo provvedimento: tu contribuente quasi sicuramente l'imposta non la dovrai pagare, ma poiché io sono il sovrano ti obbligo a pagarla ugualmente e, se non ottemperi, ti erogo una pena pari al 30 per cento dell'imposta evasa, più gli interessi di legge. Con questa logica, si poteva ricorrere a pene molto più severe: si poteva pensare, ad esempio, a pene corporali, addirittura alla gogna, perché l'obiettivo non è quello della giustizia fiscale, ma quello di una vera e propria estorsione nei confronti del povero suddito. Forse non ci si rende conto della gravità di un simile atto.
È vero, il provvedimento reitera disposizioni di legge già varate dal precedente Governo, ma, se errare è umano, perseverare diventa diabolico. Senza contare, poi, che da allora è trascorso un anno, che la causa in sede comunitaria è andata avanti e quasi sicuramente si concluderà con una dichiarazione di incompatibilità e che, quindi, l'accanimento governativo si dimostra essere solo un atto di arbitrio.
Del resto, le attuali disposizioni già prevedono forti penalità in caso di mancato o ritardato pagamento. Un ritardo di 30 giorni comporta un onere pari al 3,75 per cento dell'imposta evasa, più gli interessi di mora: una cifra di gran lunga superiore all'onere mensile che lo Stato dovrebbe pagare sul maggior debito emesso a copertura del mancato introito. Tale cifra diventa, poi, pari al 6 per cento se il termine si allunga, per raggiungere fino al 10 per cento nell'eventualità di un controllo automatico da parte degli uffici.
L'eliminazione di questa disposizione altera profondamente i parametri di convenienza della singola azienda. Con le nuove disposizioni si incide direttamente sulle valutazioni del rischio da parte dell'imprenditore, aumentando notevolmente i costi di gestione, specie per le imprese più piccole e ad alto contenuto di manodopera.
Ma queste valutazioni non sono considerate dal potere fiscale, sempre più estraneo alla logica di mercato e dell'economia. È il vecchio peccato di origine dell'IRAP, voluta, a suo tempo, insieme a tante altre imposte stravaganti, dall'allora ministro e ora viceministro dell'economia.
È comprensibile che egli tenga in modo particolare ad una sua «creatura», anche se questa ha il volto e le fattezze di un moderno Frankenstein; ma tale «attaccamento» rischia di produrre danni ulteriori. Sappiamo benissimo che l'IRAP sostituì una serie di imposte, nove, che già gravavano sulla produzione e che erano state decise per finanziare la spesa sanitaria. Si trattò di una razionalizzazione? Abbiamo dei dubbi. La sanità, in Italia, ha una portata universalistica; è, cioè, a favore di tutti cittadini. Non si capisce, pertanto, perché debba essere finanziata solo a valere sui settori produttivi: forse, il singolo professionista senza dipendenti o il redditiero non godono degli stessi benefici senza essere chiamati al pagamento di un corrispettivo? Nello stesso tempo, nella sua attuale configurazione, l'imposta danneggia in proporzione maggiore le imprese Pag. 11che hanno un numero più alto di occupati e comporta, infine, un aggravio amministrativo che pesa sulle strutture delle aziende.
Già allora, dunque, era preferibile individuare una diversa fonte di finanziamento; tale, ad esempio, poteva essere l'IVA, come suggerisce la stessa Corte di giustizia della Comunità europea: avrebbe avuto il vantaggio di colpire i consumi e non la produzione e sarebbe stata, al tempo stesso, più coerente con le attività da finanziare. Non si dimentichi, infatti, che la sanità non significa soltanto erogazione di servizi; significa anche vero e proprio consumo, di farmaci e di medicine, spesso utilizzati non solo per motivi gravi ma anche per un più generico stato di benessere. Ecco, allora, che un finanziamento attraverso l'IVA sarebbe stato più coerente perché più generalizzato e, al tempo stesso, più congruo rispetto all'oggetto dell'attività da finanziare; senza considerare che tale soluzione avrebbe comportato minori complicazioni contabili per le aziende e un calcolo più facile, riducendo le possibilità di errori e di costi indiretti di gestione.
Troppo semplice per la complessa architettura teorica della «pseudosinistra»: la preminenza dello Stato sul libero mercato si manifesta soprattutto nei bizantinismi, nelle complesse alchimie della iper-regolamentazione, nella primazia del potere sovrano che non ammette contraddittorio. Anziché, approfittando proprio della congiuntura comunitaria, smantellare questo castello, il Governo lo rafforza, ricorrendo a nuovi balzelli e all'inasprimento delle pene, così penalizzando ancor di più il povero contribuente, salvo che si tratti di alleviare, come traspare da un emendamento proposto dalla maggioranza, quelle regioni che non hanno saputo contenere i costi della propria sanità. Due pesi e due misure: la carota per chi sfora i conti pubblici; il bastone per i singoli imprenditori.
Quest'ultima vessazione non può comunque trasformare il bronzo in oro; da un punto di vista macroeconomico, quella imposta era sbagliata ieri e lo è oggi: penalizza, infatti, le esportazioni e favorisce le importazioni.
Negli anni passati, il frequente ricorso alla svalutazione monetaria consentiva, nei momenti di crisi, di ripristinare l'equilibrio violato; lo faceva con grandi costi sociali, ma almeno riusciva ad interrompere il decorso della crisi. La nascita dell'euro ha occluso questa valvola di sicurezza e la situazione della bilancia dei pagamenti ha quindi assunto una valenza di grande rilievo. La permanenza di un'imposta come l'IRAP ne aggrava la dimensione, contribuendo, per parte sua, ad indebolire la posizione competitiva dell'Italia; proprio per questa ragione, avremmo dovuto cogliere l'occasione che viene dalla sentenza della Corte di giustizia della Comunità europea per modificare rapidamente tali disposizioni, che si traducono in un danno rilevante per l'economia italiana.
Che fa invece il Governo? Mentre nei salotti buoni lancia proclami a favore delle aziende e dello sviluppo, nel chiuso delle aule parlamentari vara provvedimenti che ne negano in radice i presupposti. Non possiamo accettare questa doppiezza! La nostra denuncia contro un provvedimento che non solo non risolve, ma aggrava le condizioni del contribuente e dell'economia nazionale non potrà che risuonare ferma e chiara.
Il gruppo che rappresento è una piccola forza politica: non avendo scheletri nell'armadio e non avendo interessi precostituiti da difendere, è libero di dare a Cesare quello che è di Cesare e di sfidare il Governo ogni qual volta quest'ultimo si presenterà in Parlamento con provvedimenti incoerenti, calibrati più sull'esigenza di mantenere in vita un'alleanza di potere che su quella di rispondere alle esigenze del paese.
Il mio gruppo è consapevole della gravità della crisi economica; sa anche che le relative responsabilità sono diffuse e che nessuno è in grado di scagliare la prima pietra; ma proprio per questo manterrà Pag. 12una posizione intransigente, nella piena consapevolezza di adempiere un dovere di carattere nazionale.
DANTE D'ELPIDIO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il decreto-legge, presentato ai fini della conversione in legge, è stato emanato in virtù della straordinaria necessità ed urgenza di assicurare la regolarità dei versamenti in materia di imposta regionale sulle attività produttive (IRAP) nelle more della pronuncia della Corte di giustizia delle Comunità europee in merito alla compatibilità comunitaria del tributo stesso, nonché per garantire il completamento degli adempimenti istruttori tecnici necessari alla corretta rideterminazione dei canoni demaniali marittimi.
L'urgenza di provvedere in materia risiede nell'esigenza di evitare tutti quei fenomeni di ritardato od omesso versamento dell'imposta e le consequenziali perdite di gettito a ridosso della scadenza dei termini di versamento. In concreto, nelle more della decisione che la Corte di giustizia pronuncerà (entro l'estate) in esito al noto contenzioso relativo alla legittimità dell'imposta, alla sua compatibilità con il regime comunitario ed alla presunta duplicazione dell'IVA, si vuole evitare la perdita di gettito scoraggiando il ritardato versamento dell'acconto IRAP da parte di quei contribuenti che preferiscono non anticipare tali somme, riservandosi di versarle soltanto dopo la pronuncia di una eventuale sentenza sfavorevole, pagando sanzioni ridotte. Se, infatti, si impedisce al contribuente, in caso di tardivo versamento di acconto IRAP, di avvalersi dell'istituto del ravvedimento operoso, applicando le sanzioni ordinarie (pari al 30 per cento del tributo), lo si invita implicitamente ad effettuare il versamento entro il termine ordinario.
Si ritiene, comunque, e la notazione è di non poco conto, che i contribuenti destinatari della norma non sopporteranno costi di conformità per adeguare la propria attività di gestione interna alle nuove disposizioni, mentre il beneficio da queste atteso consisterà nella loro idoneità ad assicurare la costanza del gettito tributario derivante dall'IRAP tramite la riduzione del fenomeno del ritardato od omesso versamento di tale imposta. Ciò deve essere certamente considerato condivisibile, in quanto il ricorso all'istituto del ravvedimento operoso da parte dei contribuenti, anche se concepito per svolgere una funzione di tutela dei contribuenti distratti o in difficoltà, ha avuto spesso l'unico fine di rinviare il pagamento delle imposte dovute.
Ai sensi del citato decreto-legge, dunque, non trovano applicazione le disposizioni in tema di riduzione delle sanzioni nel caso in cui il contribuente provveda a pagare le imposte dovute entro trenta giorni dal ricevimento della comunicazione dell'irregolarità riscontrata dall'Agenzia delle entrate (a seguito dei controlli automatici delle dichiarazioni presentate, ex articolo 36-bis del decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973).
Il decreto-legge in esame prevede, inoltre, il differimento al 30 settembre 2006 del termine per la rideterminazione dei canoni relativi alle concessioni demaniali marittime, al fine di garantire il razionale completamento delle procedure di verifica degli accertamenti tecnici necessari per pervenire alla predetta rideterminazione. A tal fine viene previsto un nuovo termine per l'adozione del decreto ministeriale di cui all'articolo 32, comma 22, del decreto-legge n. 269 del 2003.
Si ricorda che per assicurare maggiori entrate, pari almeno a 140 milioni di euro, a decorrere dal 1o gennaio 2004 la legge finanziaria per il 2004 aveva previsto che, con apposito decreto interministeriale da emanare entro il 30 giugno 2004, dovessero essere rivalutati i canoni demaniali marittimi e che, in mancanza di tale decreto, i predetti canoni dovessero essere rivalutati nella misura del 300 per cento. Poiché il termine del 1o gennaio 2004 è decorso inutilmente, al fine di consentire il completamento degli accertamenti tecnici in corso per la rideterminazione dei canoni, Pag. 13sono stati adottati diversi provvedimenti urgenti di proroga, l'ultimo dei quali è scaduto il 15 dicembre 2005. Pertanto, se non intervenisse una ulteriore proroga al 30 settembre 2006, si applicherebbe la rivalutazione del 300 per cento dei canoni in questione, con il rischio di compromettere la sopravvivenza dell'intero settore del turismo balneare e di determinare ripercussioni negative sull'economia italiana. Inoltre, la decorrenza del termine del 15 dicembre 2005 comporterebbe l'obbligo di versamento dei canoni rivalutati a decorrere dal 1o gennaio 2004, con conseguenze traumatiche sulle imprese che operano nel settore, soprattutto di micro e piccola dimensione, che stabiliscono i prezzi dei servizi relativi alla stagione in corso alla fine dell'anno precedente.
MAURIZIO FUGATTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, discutiamo oggi, in quest'aula, del primo provvedimento in materia fiscale adottato dal Governo in carica. Si tratta di un provvedimento che, sostanzialmente, punta a «fare cassa». Francamente, avremmo voluto parlare della politica fiscale ed economica di questo Governo, ad alcune settimane dal suo insediamento, discutendo di aspetti più chiari e concreti e, appunto, delle politiche economiche e fiscali che realmente questo Governo intende perseguire. È ben vero che tra pochi giorni esamineremo il Documento di programmazione economico-finanziaria e comprenderemo in tale occasione quali sono le reali volontà di questo Governo ma, come ha già affermato in precedenza un altro collega, oggi parliamo per la prima volta di politica fiscale e di un provvedimento minimale, di un'inezia. Facciamo ciò dopo alcune settimane dall'insediamento del Governo. Solitamente, le prime settimane dell'insediamento di un Governo - i famosi «primi cento giorni» - dovrebbero essere quelle in cui il Governo dà la «prova di forza», fa capire al proprio elettorato ed al paese chi è e cosa intende fare, cosa propone, quali sono le politiche che intende perseguire e come intende risolvere le problematiche del paese. Invece, oggi ci troviamo, ripeto a diverse settimane dall'insediamento di questo Governo, a non avere alcun elemento chiaro sulle politiche economiche e fiscali che lo stesso Governo intende perseguire.
Leggiamo sui giornali dichiarazioni fatte «in libertà» di ministri, sottosegretari, politici con alte responsabilità, dalle quali si comprende che in materia economica un solo obiettivo questo Governo intende perseguire, e lo fa in maniera diversa rispetto a ciò che era stato fatto dal precedente Governo Berlusconi: quest'ultimo, appoggiato dalla Lega Nord, nei cinque anni in cui, sia a livello italiano, sia a livello europeo e mondiale si è riscontrata una crisi economica a tutti evidente, non ha messo una sola volta le mani nelle tasche degli italiani. In cinque anni, non una sola volta ha chiesto qualcosa di più di ciò che era già stato richiesto agli italiani in tema di tassazione, di imposte e contributi, riuscendo - nonostante tutte le menzionate difficoltà economiche - a raggiungere, anche se avrebbe voluto fare di più, una graduale diminuzione delle imposte e del gettito fiscale complessivo entrato nelle casse dello Stato. Ecco perché parlare oggi di un provvedimento che - sì, è ben vero - è stato proposto in precedenza anche dal Governo di centrodestra, che punta a «fare cassa», fa un po' specie, proprio perché discutiamo di un provvedimento che punta a «fare cassa», e da diverse settimane, tramite le dichiarazioni che sono apparse sui giornali, il Governo ci ha fatto capire che punterà ancora a «fare cassa», mirerà soprattutto a mettere le mani nelle tasche degli italiani. Lo farà rivedendo, a quel che sembra, le imposte sui BOT, la tassa di successione ed altre imposte che mai il Governo precedente si era sognato di modificare, pur in una situazione economica difficile, sia a livello europeo sia a livello mondiale.
Lo si fa oggi in una prospettiva, dicono gli economisti, di potenziale crescita economica. Nella giornata odierna stiamo discutendo del cosiddetto decreto salva-IRAP, Pag. 14e del suo primo articolo, il quale prevede di non applicare l'istituto del ravvedimento operoso; ciò al fine di non permettere ai contribuenti - i quali credono che nei prossimi mesi la Corte di giustizia europea dichiarerà illegittima l'IRAP ai fini comunitari - che oggi non pagano di far ricorso all'istituto suddetto per trovarsi di nuovo in regola e, quindi, in posizione legittima.
È questa, per sommi capi, la ratio del provvedimento, alla quale poi si è aggiunta la maggiorazione dell'1 per cento per i contribuenti di quelle regioni che non hanno rispettato la stabilità dei loro conti sanitari. Di questo si è discusso in Commissione nei giorni immediatamente precedenti la data del 20 giugno, scadenza del primo versamento. Da più parti si è fatta notare una certa confusione e incertezza nei contribuenti, poiché questi ultimi non sapevamo se pagare il 4,25 oppure il 5,25 per cento. Alcuni gruppi hanno richiesto di prevedere l'applicazione dell'aliquota del 5,25 per cento sulla seconda rata di novembre, ma questa ipotesi non è stata accettata; comunque, vi è stata poca chiarezza nei confronti dei contribuenti che, incerti, hanno pagato chi il 4,25 per cento, chi il 5,25 per cento, poiché, tra l'altro, nelle prossime settimane la loro regione di appartenenza metterà in bonus i propri conti sanitari. Quindi, lo ripeto, si è creata una certa incertezza, riscontrabile anche tramite la lettura dei giornali economici.
Come dicevo in precedenza, stiamo discutendo di un provvedimento che riguarda l'IRAP; al riguardo, il nostro partito ha sempre tenuto una posizione molto chiara. Si tratta di un'imposta iniqua che colpisce le piccole-medie imprese; essa, infatti, non prevedendo la possibilità di dedurre il costo del lavoro, danneggia quelle aziende che più fanno affidamento sul fattore produttivo lavoro.
Tra l'altro, stiamo vivendo un periodo durante il quale le nostre imprese - soprattutto quelle del settore manifatturiero, dove alta è l'incidenza del fattore produttivo lavoro - stanno entrando in crisi a causa della concorrenza internazionale. Ecco perché la Lega nord, quando era parte integrante del Governo Berlusconi, aveva proposto l'abolizione, seppur graduale, dell'IRAP ed una franchigia di 200 mila euro per il costo del lavoro sul calcolo della base imponibile. Ciò, per venire incontro a quelle piccole-medie imprese vessate da un'imposta iniqua, che colpisce lo stesso costo del lavoro, e dalla concorrenza sleale messa soprattutto in atto dai nuovi paesi emergenti.
Vi è stato anche chi ha sollevato l'ipotesi di emendamenti che contemplerebbero la possibilità, per le regioni che hanno sforato i propri costi sanitari, di non pagare lo 0,4 per cento sull'IRAP entro il 20 luglio; in altre parole, si tratta della possibilità di pagare il 5,25 cento entro il 20 luglio. Se da una parte questo può servire a fare un po' di chiarezza per quanto concerne i contribuenti, dall'altra la possibilità di non applicare lo 0,4 per cento non deve essere applicata su tutta l'imposta, ma eventualmente sull'1 per cento in più. Altrimenti, si verrebbe a creare una certa disparità tra le regioni che hanno - giustamente - rispettato il pareggio dei propri conti sanitari e le altre regioni che non lo hanno rispettato. Crediamo che, per fare chiarezza, si debba dare questa possibilità, ma non su tutta l'aliquota dell'imposta, bensì solo sulla parte addizionale, quella che va a colpire le regioni non in regola con i conti sanitari. Questo per non creare discriminazioni tra una regione e l'altra e, soprattutto, per non creare discriminazioni tra regioni con i conti in regola e regioni con i conti non in regola, che si tende invece, tra virgolette, a premiare consentendo loro di non pagare la maggiorazione.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Cogodi. Ne ha facoltà.
LUIGI COGODI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, come ben delineato nella gran parte degli interventi fin qui svolti, il disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge 7 giugno 2006, n. 206, rappresenta, allo stato delle cose, una sostanziale misura di buonsenso. Ciò sia in ragione del carattere confermativo e Pag. 15cautelativo del provvedimento riguardante l'imposta regionale sulle attività produttive (IRAP), sia in ragione della fissazione di un nuovo termine per la ridefinizione dei canoni di concessione sul demanio marittimo.
Quanto al primo punto, la prevista regolarità dei versamenti IRAP, appare di tutta evidenza l'utilità complessiva ed oggettiva di evitare situazioni di incertezza, di confusione e di contraddittorietà circa il versamento e l'esigibilità dello specifico tributo.
In questa sede, poc'anzi, abbiamo sentito pronunciare parole pesanti. In particolare, si è parlato di vessazione, e addirittura di estorsione che il potere assoluto dello Stato eserciterebbe, in odio al povero contribuente indifeso. Si omette, però, di precisare che i destinatari di questo tributo non sono, come si suole dire, i poveri cristi, come spesso accade per tante forme di tassazione diretta e soprattutto indiretta, ma prevalentemente, come è stato ricordato ed esposto anche con cognizione precisa di dati, le società di capitali e le grandi imprese. Ma, se non vengono chiamati a pagare i tributi quelli che più hanno in questo paese, chi li dovrebbe pagare?
Anche per il fatto che pende sull'IRAP una controversa valutazione in sede comunitaria, appare per intanto più corretto definire una disciplina conforme e certa di fronte a tutti i contribuenti, piuttosto che alimentare uno stato di incertezza che inevitabilmente comporterebbe successive disparità di posizioni giuridiche fra contribuenti adempienti e contribuenti che si collocassero in una discutibile posizione di riserva in ordine al pagamento del medesimo tributo. Perciò, risulta chiaramente opportuna la prevista misura di esclusione, nella specifica condizione data, dei possibili benefici relativi al ritardato pagamento sia in ordine alla riscossione delle somme dovute a seguito di controlli automatici, sia in ordine al successivo ricorso al cosiddetto ravvedimento operoso. Peraltro, è nella natura stessa dell'istituto del ravvedimento operoso che esso possa agire nella normalità delle condizioni giuridiche e nella normalità dei canoni comportamentali; difficilmente questo istituto si attaglia ad una condizione specifica e particolare quale quella che si rappresenta oggi rispetto al previsto pagamento dell'IRAP. In buona sostanza, il ravvedimento operoso dovrebbe configurarsi come vero ravvedimento, e cioè come un riconoscimento di un proprio errore e di una determinazione successiva di volerlo correggere, e non invece come una preordinata azione esplicitamente rivolta al possibile mancato adempimento di un obbligo giuridico rispetto al quale si ha piena contezza della sua esistenza, nonché del dovere e della possibilità di adempiere.
Quanto al secondo punto, il differimento del pagamento con un aumento del 300 per cento dei canoni per la concessione d'uso del demanio marittimo, appare quanto mai opportuno che si provveda a fissare un nuovo termine. Appare, però, altrettanto opportuno procedere con urgenza, signor ministro e signori del Governo, ad una riconsiderazione seria della disciplina d'uso del demanio marittimo nel nostro paese, una disciplina che non potrà essere più improntata ad un prevalente interesse erariale a «fare cassa», ma dovrà principalmente puntare, invece, ai più complessivi vantaggi sociali, culturali ed anche correttamente economici che il buon uso del demanio marittimo può consentire, a beneficio, essenzialmente, dello sviluppo locale e della buona occupazione.
Il fatto stesso che si debba ricorrere alla quinta proroga nel volgere di tre anni - tra il 2003 e il 2006 - di una norma concepita inizialmente a mero scopo finanziario dimostra chiaramente la forte difficoltà applicativa e, forse, anche la sostanziale infondatezza di una previsione di entrata che si rappresenta più di carattere descrittivo, neppure tanto creativo, che di portata reale. Il fatto è che le aree e le pertinenze del demanio marittimo difficilmente sono assimilabili ad una qualsiasi merce da vendere. Esse costituiscono, invece, nel nostro paese, un patrimonio pubblico sicuramente grande, non solo per estensione e per valore venale Pag. 16quanto, piuttosto, per utilità sociale, per valore culturale ed ambientale e per innumerevoli forme di sana attività produttiva relativa al turismo, alla pesca, al tempo libero e liberato, e non solo.
Con disarmante motivazione, il legislatore è costretto ad ammettere, all'incirca ogni sei mesi, da tre anni a questa parte, che le proroghe sono necessarie - testualmente - per consentire il completamento degli accertamenti tecnici in corso, d'intesa con le regioni interessate (molte regioni non ne sanno ancora niente...), in relazione al numero, alla estensione, alle tipologie, alle caratteristiche economiche delle concessioni, alle attività ivi esercitate e all'abusivismo. È come dire - ed è anche esplicitamente affermato nelle proposte legislative - che sul demanio marittimo, cioè lungo le coste italiane, accade pressoché di tutto: forme economiche lecite ed illecite, uso, abuso e «maluso». Accade pressoché di tutto, lungo le coste italiane, in presenza di un potere pubblico che è costretto a dichiarare, nei suoi atti ufficiali, di non conoscere ancora, allo stato degli atti, né numero, né quantità, né qualità, né finalità, né legittimità di tutto quanto ivi si svolge, cioè in casa propria.
Per tutto ciò, forse, la materia meriterebbe, anzi, merita di sicuro, più che un mero rilevamento statistico, la più efficace esplicazione di una seria inchiesta conoscitiva circa il merito, le cause, le responsabilità e i rimedi necessari, a fronte di tanto evidente disordine, affarismo, spreco colpevole di beni pubblici così rilevanti, peraltro, per la vita delle comunità locali. Questo stato di cose riguarda, ovviamente, tutte le regioni italiane che hanno un confine con il mare. Tuttavia, vi sono regioni, in Italia, che sono chiamate a sopportare una permanente amputazione dei loro diritti fondamentali in materia di sano sviluppo per una gestione a dir poco dissennata nell'uso del demanio marittimo.
Considerate il caso di una regione italiana che, essendo un'isola, confina interamente con il mare e, quindi, è integralmente delimitata dal demanio marittimo. Ben si intende che un sistema concessorio cosiddetto aperto, teoricamente illimitato sino alla possibile devoluzione ad usi privati di tutta la fascia costiera, di fatto costituirebbe - e già, spesso, costituisce - una forma di imprigionamento di tutto il territorio interno e di tutte le comunità ivi insediate.
Si dirà che ciò, di fatto, non accade in una regione isola qual è anche la Sardegna (infatti vi sono anche altre isole in Italia) perché una specifica norma di attuazione dello statuto speciale di autonomia, l'articolo 46 del decreto del Presidente della Repubblica n. 348 del 1979, ha delegato alla regione - delegato, non trasferito - le funzioni amministrative sul demanio marittimo di interesse turistico-ricreativo. Invece accade anche di peggio, perché la delega implica l'esercizio delle funzioni, e quindi obbliga alla dotazione di uffici e di personale ed al sostegno di procedure costose a totale carico della comunità regionale, mentre i corrispettivi monetari dei canoni di concessione vengono interamente introitati dallo Stato. Insomma, un bell'esempio anticipatore, si potrebbe dire oggi, di federalismo fiscale: tu, regione, operi e spendi ed io, Stato, definitivamente decido e incasso.
Mi limito a tale accenno in questa sede, signor Presidente e colleghi deputati, perché la questione - è ovvio - dovrà essere interamente ripresa in occasione dell'esame di merito e della necessaria organizzazione di una normativa seria, di carattere sostanziale, in ordine a tutta la materia trattata. Una questione almeno deve essere però esplicitata, sin d'ora, di fronte al Parlamento nazionale: quando accade che una regione della Repubblica italiana muove passi così innovativi e decisi in materia di tutela ambientale, di salvaguardia delle coste, dove esiste il demanio marittimo (soggetto all'esercizio del potere statale), quando una regione opera appunto in questo modo, anche in contrasto frontale rispetto all'abusivismo edilizio e ad ogni forma di abusivismo economico, questa regione deve essere agevolata e concretamente sostenuta dai poteri centrali dello Stato, e non invece ostacolata oppure lasciata sola.Pag. 17
Oggi, dopo il referendum popolare, siamo tutti corroborati (chi più chi meno, ovviamente) da rinnovato spirito costituzionale. Tra le norme di rango costituzionale ve n'è una, l'articolo 14 dello statuto di autonomia, che sancisce sin dal 1948 che la regione sarda - cito testualmente - nell'ambito del suo territorio succede (cioè è costituita erede legittima) nei beni e nei diritti patrimoniali dello Stato di natura immobiliare ed in quelli demaniali. Vero è che da quella generale prescrizione statutaria, di valore costituzionale appunto, rimaneva allora escluso il demanio marittimo; ma ciò accadeva nel 1948, com'è certificato negli atti parlamentari, in ragione della funzione strategica, ai fini della difesa nazionale, che allora si attribuiva all'intero asse costiero dello Stato italiano. Ciò accadeva per ragioni di ritenuta utilità di difesa esterna, e non per altre ragioni di ordine economico e neppure di assetto istituzionale. Ben si sa che le strategie della difesa nazionale, oggi, sono totalmente mutate, per cui sostanzialmente non può che venir meno quella norma limitativa allora apposta solamente in via di eccezione.
Signor Presidente, signori componenti del Governo oggi presenti, signori deputati, non considerate l'accenno fatto alle specifiche implicazioni territoriali che la materia trattata comporta come un rischio di dispersione locale.
Sappiamo bene tutti che l'obiettivo della sufficiente provvista finanziaria nazionale rappresenta una questione di primaria rilevanza, al fine di realizzare un processo di vera riforma della politica e dell'economia nel nostro paese.
L'Italia, si dice (ed è vero), ha bisogno di una nuova unità e di una nuova solidarietà. Affinché ciò accada, servono sicuramente i grandi progetti di riordino istituzionale, ma occorre altresì scorgere, in ognuno dei provvedimenti specifici che il Parlamento adotta, il segno distintivo e risolutivo del riequilibrio territoriale e sociale necessario, nonché del riconoscimento dei buoni diritti di tutte le istituzioni di autonomia e di tutte le comunità di popolo. La questione, perciò, investe tutti, vale a dire tutte le regioni e tutte le comunità, ma le riguarda, però, alla pari.
Quando si riparlerà, nel merito, del riordino necessario del demanio marittimo, spero che avremo più chiaro che il tema dominante oggi non è più la quadruplicazione dei canoni delle concessioni d'uso (si tratta di concessioni comunque acquisite e date), bensì lo sviluppo locale, la buona occupazione, la tutela ambientale e la crescita culturale che il buon uso delle risorse territoriali di natura pubblica può consentire, in grande misura, a beneficio delle comunità locali, nonché dell'intera collettività nazionale.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Vichi. Ne ha facoltà.
ERMANNO VICHI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, preannunzio che desidero intervenire limitatamente all'articolo 2 del provvedimento in esame, concernente il differimento al 30 settembre prossimo dei termini per l'adeguamento dei canoni relativi alle concessioni demaniali marittime, e vorrei notare che si tratta solo di quelle con finalità turistico-ricreative.
Mi riferisco ad un adeguamento, previsto dal decreto-legge n. 269 del 2003, che è stato successivamente prorogato nel tempo per cinque volte. Tale termine è stato differito innanzitutto per la forte contrarietà manifestata dalle categorie interessate: penso che ciò fosse quasi scontato e prevedibile. In secondo luogo, tale proroga è stata disposta a causa della misura dell'incremento previsto: credo, infatti, che una rivalutazione pari al 300 per cento sia un caso più unico che raro, e ritengo che tale rivalutazione abbia motivato e, in parte, anche giustificato la protesta sollevata dagli operatori.
Vorrei tuttavia rilevare che l'entrata in vigore di tali misure è stata rinviata soprattutto per l'indifferenza della rideterminazione dei canoni rispetto alla estensione, alla tipologia, alle caratteristiche economiche della concessione ed al tipo di attività esercitate; nell'ambito del citato decreto-legge, inoltre, non è stato minimamente affrontato il tema dell'abusivismo.Pag. 18
Si tratta, peraltro, di una complessità che è stata considerata nell'ambito del penultimo provvedimento di proroga (mi riferisco al decreto-legge n. 115 del 2005), la cui adozione è stata motivata proprio dall'esigenza di consentire i relativi accertamenti (accertamenti che, ovviamente, non hanno avuto luogo, oppure non sono stati completati). Vorrei osservare come tale ulteriore rinvio, infatti, si ricolleghi non all'ultimo della serie, ma al penultimo, richiamando, quindi, la necessità di procedere agli accertamenti.
Vorrei tuttavia notare, esprimendomi comunque a favore della conversione in legge del provvedimento d'urgenza in esame, come l'intera materia della gestione dei litorali e delle aree demaniali marittime dovrebbe essere rivisitata, tenuto conto di un nuova realtà rispetto alle leggi che la governano. Il decreto-legge n. 269 del 2003, nonché le successive proroghe, sono infatti solamente provvedimenti straordinari, finalizzati a «fare cassa». È chiaro che si tratta di un'esigenza importante, tuttavia sono altresì convinto che, attraverso un approccio diverso alla materia, si giungerebbe ad un considerevole aumento degli introiti, forse anche maggiore rispetto a quanto previsto.
Questa ulteriore proroga è inevitabile, e seppure risulta difficile pensare che, da oggi al 30 settembre (o ad un altro termine utile che potrà essere stabilito dall'approvazione di una proposta emendativa), sia possibile riordinare una materia così complessa - anzi, personalmente non ci credo affatto -, ritengo tuttavia possibile, in questi termini, cercare ed individuare, assieme alle regioni ed agli operatori del settore, le intese politiche sulle quali fondare i successivi provvedimenti che ci vedranno ulteriormente impegnati.
Le aree demaniali marittime sono oggi parte di una straordinaria e complessa industria turistica, ma questa industria non è percepita. Infatti, per un verso, la materia delle concessioni marittime è disciplinata dal codice di navigazione e dal relativo regolamento in un'ottica soprattutto di frontiera e di difesa (le spiagge sono considerate sostanzialmente il confine da difendere). Il decreto-legge n. 400 del 1993, che articola la misura dei canoni, rimane all'interno di questa logica: come dire, oggi abbiamo una grande risorsa produttiva per l'economia nazionale ma non riusciamo a darci un piano industriale per lo sfruttamento di questa struttura. Per un altro verso, però, con il decreto n. 616 del 1977 le competenze amministrative sui litorali e sulle aree demaniali sono demandate alle regioni e il decreto n. 112 del 1998 conferisce alle regioni stesse le funzioni relative alle concessioni: quindi, sulla stessa materia e sulla stessa realtà interagiscono più competenze e non sempre in maniera concordata. Nello specifico, noi determiniamo l'ammontare del canone, mentre i piani-spiaggia, che incidono sulla redditività dell'impresa e sugli investimenti, sono decisi dai comuni: vedete quali incongruenze. Allora, è essenziale, a mio parere, ricomporre la gestione della materia in capo alle regioni, regioni responsabilizzate a produrre gli effetti fissati di rendite di questo patrimonio pubblico e a recuperare le aree di evasione, che a volte è totale e, in maniera molto diffusa, parziale.
La seconda considerazione. Noi operiamo su una realtà che si è stratificata nel tempo in maniera spesso incoerente e che si sostanzia oggi in comparti turistici cosiddetti «maturi», cioè quei comparti che vogliono grandi trasformazioni e che coinvolgono anche le aree pubbliche (non per niente i piani-spiaggia sono il motore del rilancio dell'economia turistica balneare). Anche la politica delle concessioni dovrebbe tener conto di questa necessità e dell'abusivismo, il cui contrasto potrebbe consentirci intanto di far agire gli operatori in condizioni di maggiore equità e di recuperare larga parte di quelle maggiori entrate previste, ragione per cui è nata questa rivalutazione del canone.
La terza considerazione. Non c'è dubbio che gli aumenti dei canoni si trasferiranno sugli utenti, ed io non mi sentirei neanche di negare che il fatto di averli anche solo annunciati abbia concorso in alcuni casi a determinare questi aumenti. Inoltre, è stato un errore annunciarli Pag. 19senza avere poi la forza di applicarli in tutto o in parte. Infatti, quella componente dei costi ormai è già stata metabolizzata e adesso si riparte daccapo e noi dobbiamo cercare di limitare i danni. Come fare? Passando da una logica di intervento meramente finanziario in un sistema ingessato ad una logica di politica industriale dello Stato, che sa valutare la capacità economica complessiva delle aree concesse e che mette in relazione concessione e canone, perché la dimensione è solo uno dei fattori rispetto al complesso delle relazioni con il territorio e con le altre attività economiche.
Ho cercato brevemente di sottolineare i limiti del decreto n. 269 del 2003 e di collocare la questione in un orizzonte più vasto. Non immaginiamo di riordinare la materia entro il 30 settembre, ottobre o dicembre, perché non riusciremmo comunque a farlo entro l'anno in corso. Questo termine però deve servire a trovare con le regioni e con gli operatori almeno un'intesa ponte per la rideterminazione delle tariffe del 2007, che le aziende debbono presentare alle prossime fiere del turismo in autunno, ed un termine utile per convocare da subito un tavolo Stato-regioni-associazioni sindacali, naturalmente senza predeterminare qui i risultati. In sostanza, io vedo da subito una soluzione ponte, che chiude il problema del pregresso al 31 dicembre 2006 e che avvia però un progetto di settore per il futuro.
PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Jannone, iscritto a parlare: si intende che vi abbia rinunziato.
È iscritta a parlare l'onorevole Mungo. Ne ha facoltà.
DONATELLA MUNGO. Intervengo brevemente sul provvedimento in discussione perché molto è già stato detto dai colleghi. Stiamo esaminando un decreto-legge che è stato presentato per ragioni di urgenza, di indifferibilità e di necessità, soprattutto per quanto riguarda l'articolo 1, che dispone per i contribuenti IRAP l'esclusione dai benefici del cosiddetto ravvedimento operoso. Trattasi di un provvedimento di buon senso, necessario per evitare possibili perdite di gettito che, visto il momento non florido per le casse dello Stato, sarebbero particolarmente gravi.
In questo senso, non crediamo che si operi una discriminazione o una vessazione nei confronti di questi contribuenti, per il fatto stesso che la misura del ravvedimento operoso è, come dicevano prima altri colleghi, indirizzata al ravvedimento vero e proprio; quindi è una misura di favore prevista per i contribuenti. In questo caso, il rischio sarebbe quello di far sì che si ritardi o si ometta il pagamento, in attesa della definitiva sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee in tema di IRAP.
Proprio di IRAP molti colleghi hanno parlato, utilizzando la discussione sul decreto-legge in esame per riaprire più in generale la questione IRAP. Siamo appunto in attesa della sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee, e quindi discuteremo successivamente del merito della questione; tuttavia sono certa che, qualunque sia la decisione della Corte di giustizia, il tema del reperimento di quelle risorse vada comunque affrontato. Infatti, in cinque anni di Governo di centrodestra, tale tema, pur spesso agitato, non è stato mai preso in considerazione, proprio perché il reperimento di quelle risorse attraverso l'IRAP è necessario, per il finanziamento ad esempio del Servizio sanitario nazionale. Dunque, il tema del reperimento delle risorse va affrontato, al di là del fatto che lo strumento utilizzato sia l'IRAP o altra imposta che dovrà essere elaborata al suo posto. Ricordo anche che l'IRAP ha preso il posto di altri tributi, e ciò per alcune categorie ha rappresentato un vero e proprio vantaggio. Questo si omette di dirlo, ma spesso parlando con i commercialisti, che si occupano di questi temi, si possono valutare le differenze esistenti per alcune categorie, in particolare per le piccole imprese.
Per quanto riguarda l'articolo 2, relativo alla proroga del termine per evitare l'automatica rivalutazione dei canoni demaniali marittimi del 300 per cento, anche in questo caso trattasi di misura di buonsenso, Pag. 20sulla quale ho poco da aggiungere rispetto a quanto già detto dagli altri colleghi. Ciò che mi sento di dire, soprattutto al termine dell'intervento del collega Vichi, il quale ha posto un tema importante sul futuro di questa materia - sono certa che ci ritroveremo a parlare di questo tema sia in Commissione sia in Assemblea -, è che appunto si tratta di una materia che è necessario rivedere, improntandola a criteri di equità fiscale, di garanzia di adeguato gettito per le casse dello Stato, di tutela ambientale e territoriale e di corretti rapporti tra lo Stato, le regioni, le autonomie locali e gli imprenditori. In questo senso, credo che una soluzione che ci veda impegnati in un'audizione dei soggetti interessati e nella messa a punto di un sistema che valuti diversi criteri e che consenta di stabilire effettivamente quali sono i parametri con cui approntare questa rivalutazione dei canoni demaniali marittimi possa essere argomento che la Commissione affronterà insieme con il Governo.
La discussione in Commissione sul decreto-legge, che oggi proseguiamo in Assemblea, è stata molto interessante ed ha offerto spunti che, sono certa, il Governo apprezzerà e rielaborerà in una proposta che, nei mesi prossimi, affronteremo insieme.
REMIGIO CERONI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la Camera dei deputati deve convertire in legge il decreto-legge 7 giugno 2006, n. 206, recante disposizioni urgenti in materia di IRAP e di canoni demaniali marittimi. Guardando l'elenco dei provvedimenti che il Consiglio dei ministri ha adottato dalla nomina del Presidente del Consiglio ad oggi, i cittadini italiani hanno poco da stare allegri. Se è vero che «il buon giorno si vede dal mattino», non sono belle giornate, nonostante l'estate, quelle che attendono gli italiani.
Dopo la nomina del Presidente del Consiglio, il Governo ha preso forma con la nomina di ventisei ministri, dieci viceministri e sessantasei sottosegretari, per un totale di centrotré poltrone. Ciò rappresenta un record, quello di essere il Governo più numeroso della storia d'Italia. Secondo il giornale Italia Oggi, il Governo Prodi costa il 230 per cento in più di quello precedente (1.233.600 euro al mese a fronte di 535.400 euro), in quanto oltre alle persone in più vi sono persone non elette al Parlamento che siedono al Governo e devono essere pagate.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE PIERLUIGI CASTAGNETTI (ore 11,40)
REMIGIO CERONI. Ciò ha impressionato molto negativamente l'opinione pubblica, nonostante i giornali abbiano fatto passare in sordina la questione. Di certo, l'operazione non ha fatto guadagnare consensi alla politica né recuperare credibilità. Non è un buon esempio di razionalizzazione e di contenimento della spesa pubblica.
Placati gli appetiti all'interno della maggioranza, avevamo pensato che il Governo si sarebbe messo a lavorare per trovare e proporre soluzioni ai tanti problemi che vive il nostro paese, ad incominciare dalle priorità: economia, lavoro, occupazione e sicurezza. Invece, il 1o giugno 2006, al primo Consiglio dei ministri utile, il Governo ha adottato il provvedimento in esame. Certo, ci vuole un bel coraggio, con i tanti problemi che ha il nostro paese, ad adottare un provvedimento così inutile, dal sapore vessatorio, atto ad incassare qualche centesimo in più. Da un lato, quindi, si spreca denaro pubblico a piene mani, dall'altro, si impone ai cittadini di pagare, senza incertezze e senza sconti di sorta.
Il provvedimento in esame, un provvedimento urgente è stato detto, contiene in sostanza due norme. La prima, all'articolo 1, prevede disposizioni dirette ad assicurare la regolarità dei versamenti concernenti l'IRAP. Con questa norma, il Governo intende scoraggiare il ritardato versamento od omesso pagamento dell'acconto Pag. 21IRAP da parte di quei contribuenti che, nel dubbio e nella speranza di veder cancellato il tributo dal giudice comunitario per incompatibilità con l'IVA, preferiscono non pagare, riservandosi di fare il versamento, se necessario, dopo la sentenza della Corte di giustizia europea, pagando eventualmente le sanzioni previste dalla legge.
In particolare, viene introdotta la norma che limita l'applicazione del cosiddetto ravvedimento operoso per i versamenti di acconto e di saldo relativi all'anno 2006. Sembrerebbe che la norma non riguardi l'anno 2005.
Presso la Corte di giustizia europea è in corso la causa sulle compatibilità dell'imposta regionale sulle attività produttive, a seguito del divieto imposto agli Stati membri dalla direttiva 77/388 della Commissione europea di fissare imposte sulle cifre di affari diverse dall'IVA.
Al riguardo si ricorda che l'avvocato generale presso la Corte di giustizia europea, Stix-Hackl, ha depositato il 14 marzo 2006 nuove conclusioni, nelle quali - allo stesso modo del suo predecessore - ribadisce che l'IRAP sarebbe incompatibile con la disciplina dell'IVA, in quanto incorrerebbe nel divieto previsto dall'articolo 33 della predetta direttiva 77/388, che vieta altri tributi nazionali che abbiano caratteristiche di imposta sulla cifra di affari. La sentenza della Corte sarà emessa a breve e, fin da ora, è facilmente prevedibile che sarà favorevole ai contribuenti.
Allo stato attuale, dunque, il decreto-legge appare inopportuno e palesemente in contrasto con lo statuto del contribuente e i suoi diritti. È vero che, nella passata legislatura, il Governo ha fatto ricorso ad una norma del genere, tuttavia occorre rilevare che il precedente esecutivo aveva varato alcune norme per ridurre la base imponibile dell'IRAP, specialmente sul costo della manodopera.
Pertanto, il presente decreto-legge poteva costituire l'occasione per esentare o prevedere ulteriori riduzioni per i professionisti privi di struttura organizzativa, che hanno presentato numerosi ricorsi alle commissioni tributarie con esiti spesso favorevoli dopo le due sentenze pronunciate in merito dalla Corte costituzionale.
Si sarebbero potute prevedere ulteriori deduzioni per il costo della manodopera e per le attività minori, al fine di mitigare il versamento dell'acconto. Inoltre, si sarebbero potute prevedere norme generali per tranquillizzare il contribuente, per fornirgli rassicurazioni, nel caso in cui l'IRAP dovesse essere dichiarata illegittima, in ordine ad un recupero rapido delle somme versate.
La norma è stata aggravata anche dal fatto che alcune regioni, avendo superato il limite di spesa in campo sanitario, potrebbero essere costrette ad applicare una maggiorazione IRAP dell'1 per cento per il 2006. Al riguardo il Governo aveva annunciato di voler monitorare la situazione prima di confermare tale aumento. Ma, improvvisamente, nella giornata del 14 giugno, ha comunicato che in sei regioni (Liguria, Sicilia, Abruzzo, Molise, Campania e Lazio - a queste aggiungo la regione Marche, nella quale l'aliquota del 5,25 è in atto già da diversi anni) l'aliquota di riferimento per il versamento del 20 giugno è salita dal 4,25 al 5,25. Tuttavia, alcune regioni hanno dichiarato di non voler applicare alcuna maggiorazione, creando una situazione di dubbi ed incertezze. Si tratta di una spesa media per azienda che va da 1.261 euro medi per il Molise a 2.266 euro per la regione Lazio.
In sostanza, il Governo pretende che i contribuenti versino gli acconti IRAP per il 2006, tenendo già conto delle maggiorazioni, anche se non vi è la certezza dell'aumento per tutte le regioni in deficit.
All'ingiustizia di una norma che sospende per ragioni di gettito altre due normative (in materia di ravvedimento operoso e di statuto del contribuente) si aggiunge quindi un versamento maggiorato al buio di un acconto che il Governo promette verbalmente ai contribuenti di poter recuperare nel secondo acconto di novembre, nel caso in cui le regioni non procedano all'aumento dell'IRAP, essendo in grado di rientrare dal deficit attraverso altre manovre di bilancio.Pag. 22
A nostro avviso, siamo di fronte alla più assoluta improvvisazione. Infatti, almeno per le maggiorazioni IRAP per coprire il deficit della spesa sanitaria delle regioni che hanno sforato, si poteva attendere il saldo.
Esistono infine ragioni tecnico-pratiche evidenziate da numerosi professionisti. Oggi i calcoli sono effettuati con sistemi informatici e, a versamenti già scaduti, non è possibile modificare in tempi così brevi i programmi predisposti per i calcoli.
La seconda norma contenuta nel decreto-legge differisce al 30 settembre 2006 il termine per l'adeguamento dei canoni relativi alle concessioni demaniali marittime, originariamente previsto dal decreto-legge n. 269 del 2003 con decorrenza dal 1o gennaio 2004 e più volte prorogato.
Le tariffe dei canoni di affitto sono ricavate dal decreto ministeriale n. 342 del 1998, con il quale si individuano tre aree della costa italiana per l'applicazione delle stesse: fascia A (alta valenza turistica), fascia B (normale valenza turistica), fascia C (bassa valenza turistica). In tutta Italia i canoni applicati sono quelli della fascia C, ovvero bassa valenza turistica.
La Corte costituzionale ha chiarito che lo Stato è proprietario del demanio marittimo e, quindi, può stabilire i relativi canoni; ma le regioni possono partecipare al meccanismo di determinazione con la classificazione delle aree secondo la loro valenza turistica.
È stato, peraltro, costituito un tavolo di confronto tra Governo, operatori del settore e regioni, al fine di superare l'ipotesi di un aumento collettivo e generalizzato uguale per tutti. Infatti, si dovrebbe consentire la graduazione dei canoni in base alle superfici e alla valenza turistica delle aree. Ciò presuppone un'attività di rilevazione che, comunque, non sembra possibile completare entro il 30 settembre 2006.
Nel complesso, siamo di fronte ad un provvedimento tampone, che denota il modo approssimativo e superficiale del Governo di affrontare i vari problemi sul tappeto. Noi riteniamo che siano necessari più di sei mesi per effettuare degli accertamenti tecnici di tale portata: un rinvio più lungo sarebbe stato auspicabile, per non ritrovarci qui, fra tre o quattro mesi, nella stessa condizione di oggi, a chiedere un'ulteriore proroga. A meno che il Governo non intenda incassare il 300 per cento di aumento: ma ciò significherebbe dare una «mazzata» a tutte le attività balneari che si svolgono sul demanio marittimo.
Si sarebbe potuto agire anche diversamente, avendo un po' più di coraggio, ovvero trasferire alle regioni la delega per determinare il canone della concessione e lasciare alle regioni stesse la relativa entrata per finanziare alcune funzioni trasferite: a ciò ha accennato anche il collega Vichi con il quale vi è una certa assonanza di idee.
Ci dispiace, infine, dover rilevare che, su entrambe le questioni, il Governo ha assunto un atteggiamento di chiusura, rifiutando qualsiasi tipo di contributo dell'opposizione. Per queste ragioni, il nostro giudizio sul provvedimento in discussione non può che essere negativo, così come già annunciato dai miei colleghi in Commissione.
SIMONE BALDELLI. Signor Presidente, ci troviamo oggi a discutere sul disegno di legge del Governo in materia di IRAP. Chiaramente, si tratta di un provvedimento che si propone uno scopo tutt'altro che nobile, ossia quello di far cassa. In realtà, questa discussione ci riporta ad un nodo politico, ossia quello relativo ad una imposta che fu contestata dall'attuale schieramento dell'opposizione, che si trovava all'opposizione anche nel momento in cui il Governo del centrosinistra istituì questa tassa, che fu ribattezzata «imposta rapina». I frequentatori più anziani di quest'aula e coloro che hanno seguito i lavori di questa Assemblea in quegli anni ricorderanno come, allora, i voti furono espressi in maniera tale da far lampeggiare sui tabelloni delle votazioni la scritta «no tax».
In qualche modo, oggi ci si trova di fronte ad una contraddizione sostanziale, Pag. 23che si evidenzia in due elementi politici di fondo: il primo è quello secondo cui un'imposta del genere (che la direttiva europea n. 77/388 considera un'imposta sulla cifra d'affari sostanzialmente incompatibile con l'IVA) viene riproposta dal Governo e recuperata in una fase in cui sta per essere cancellata dall'Unione europea. In questo senso, vi è una disciplina molto contraddittoria: si chiede alle imprese di pagare questa tassa, pur sapendo che la stessa scomparirà.
Quindi, è legittimo e politicamente doveroso domandarsi se una tassa ingiusta debba effettivamente essere pagata ed essere richiesta.
In secondo luogo, vi è una contraddizione politica che l'attuale maggioranza racchiude al suo interno. Al netto della tecnicalità di questo provvedimento, ci ritroviamo ancora una volta a discutere di una odiosa imposta e non solo perché la maggioranza ancora non ha chiarito, dal punto di vista politico, il proprio orientamento in termini fiscali. Non si è discusso in questo Parlamento in maniera ampia e approfondita delle politiche fiscali e di dove il Governo prenderà i soldi per fare tutto ciò che ha promesso. Paradossalmente, invece, in una situazione in cui si promette la riduzione del cuneo fiscale, quest'Assemblea, ancora una volta, si ritrova a dover discutere su un provvedimento che riguarda una tassa, come l'IRAP, che oggettivamente costituisce un'imposta indiretta sul lavoro. Quindi, c'è una contraddizione fondamentale e sostanziale che emerge da questo quadro legislativo.
Si emana un decreto per fare cassa e, inoltre, per approvare una proroga sui canoni demaniali marittimi. Anche in questo caso, bisognerebbe capire quando finalmente si risolverà tale questione, dando certezza a chi deve pagare tali canoni sulla cifra fissa e sul quantum da pagare.
Continuiamo ancora con le proroghe. Si tratta di una proroga che prevede un termine entro il quale, credibilmente, le valutazioni opportune non saranno ancora svolte. Quindi, non sarà l'ultima proroga, ma una penultima o una terzultima. Continuiamo così. Continuiamo a discutere di questo, con una maggioranza che non ha una politica fiscale, con le «imposte rapina» e continuiamo a tassare indirettamente il lavoro. E poi parliamo di riduzione del cuneo fiscale...
Questo è il provvedimento che abbiamo avuto di fronte in Commissione. È stato respinto anche un emendamento presentato dall'opposizione sul ravvedimento operoso. Credo che la maggioranza debba riflettere, nel corso dell'esame degli emendamenti in Assemblea, sull'opportunità di mantenere questo atteggiamento contraddittorio sul provvedimento in esame e su tutta la politica fiscale.

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 articolo 36
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