Source: http://www.ateneoweb.com/approfondimenti-legali/societa-in-accomandita-semplice-fallimento-del-socio-accomandante.html
Timestamp: 2016-10-20 21:28:16+00:00

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Il socio accomandante di una S.a.s. può fallire personalmente? L'argomento merita un approfondimento.	L'articolo 147 L.F. estende il fallimento di una società in nome collettivo, in accomandita semplice o in accomandita per azioni anche ai soci illimitatamente responsabili.
"Art. 147 (Società con soci a responsabilità illimitata)
Il fallimento dei soci di cui al comma primo non può essere dichiarato decorso un anno dallo scioglimento del rapporto sociale o dalla cessazione della responsabilità illimitata anche in caso di trasformazione, fusione o scissione, se sono state osservate le formalità per rendere noti ai terzi i fatti indicati. La dichiarazione di fallimento è possibile solo se l'insolvenza della società attenga, in tutto o in parte, a debiti esistenti alla data della cessazione della responsabilità illimitata. [omissis]".
La categoria del socio illimitatamente responsabile si riviene dalle norme del codice civile e, nel caso di società in accomandita semplice, i soci accomandatari sono - come è noto - illimitatamente responsabili ex art. 2313 c.c.
"Art. 2320 c.c.
I soci accomandanti possono tuttavia prestare la loro opera sotto la direzione degli amministratori e, se l'atto costitutivo lo consente, dare autorizzazioni e pareri per determinate operazioni e compiere atti di ispezione e di sorveglianza. [omissis]" (n.d.r. enfasi aggiunta).
Pertanto, ove il socio accomandante sia decaduto dalla limitazione di responsabilità di cui al citato articolo 2320 c.c., risulta applicabile la disciplina di cui all'articolo 147 L.F. e il fallimento della società in accomandita semplice va esteso anche all'accomandante che - appunto - si sia ingerito nell'amministrazione della società.
Tale divieto di ingerenza che incombe sul socio accomandante di società in accomandita semplice è stato spesso oggetto di numerose pronunce giurisprudenziali sia di merito sia di legittimità posto che il concetto di "atto di amministrazione" in senso lato si presta a diverse interpretazioni e trova applicazione in molteplici fattispecie (cfr. Cass. Civ., 1 giugno 2012, n. 8863; Cass. Civ., 3 giugno 2010, n.13468; Cass. Civ., 28 aprile 2004, n. 8093; Cass. Civ., 7 novembre 1998, n. 11227; in dottrina, ex multis, di Ronco, l'appropriazione di fondi sociali costituisce atto gestorio ?, in Dir. fall., 2011, I, 10; Fasolino, Quali margini per la partecipazione degli accomandanti alla gestione della società, in Soc., 2000, 1442).
In estrema sintesi si potrebbe mutuare un concetto espresso da una attenta pronuncia della Suprema Corte (con la sentenza n. 13468 del 2010) che statuisce che "... per aversi ingerenza dell'accomandante nell'amministrazione della società in accomandita semplice [...] non è sufficiente il compimento, da parte dell'accomandante, di atti riguardanti il momento esecutivo dei rapporti obbligatori della società, ma è necessario che l'accomandante svolga un'attività gestoria che si concreti nella direzione degli affari sociali, implicante una scelta che è propria del titolare della impresa ...".
Sul tema, recentemente, la Suprema Corte (con sentenza n. 15600 del 9 luglio 2014) ha nuovamente confermato detto principio "... secondo il quale al fine di qualificare il carattere gestorio di un atto, occorre che lo stesso abbia carattere non meramente esecutivo ma decisionale ed autonomamente orientato.".
Secondo la Suprema Corte (con sentenza del 7 dicembre 2012, n.22246) "... la responsabilità illimitata del socio accomandante ingeritosi nell'amministrazione della società non è collegata a vicende personali o societarie suscettibili di pubblicizzazione nelle forme prescritte dalla legge, ma deriva dal dato meramente fattuale di tale ingerenza e non è destinata a venir meno per effetto della sola cessazione di quest'ultima, prescindendo la suddetta equiparazione da qualsiasi distinzione tra debiti sorti in epoca anteriore o successiva alla descritta ingerenza, ovvero dipendenti o meno da essa.
Pertanto, l'estensione è soggetta al termine di decadenza previsto dalla norma e cioè entro l'anno dalla iscrizione nel registro delle imprese di una vicenda personale (ad esempio il recesso) o societaria (ad esempio la trasformazione della società), che abbia comportato il venir meno della sua responsabilità illimitata, escludendosi - invece - la possibilità di ancorare la decorrenza di detto termine alla mera cessazione dell'ingerenza nell'amministrazione non solo perché la stessa non da luogo ad atti suscettibili d'iscrizione nel registro delle imprese, ma anche perché, come si è detto, essa non esclude la responsabilità illimitata per i debiti successivamente contratti dalla società.".	AUTORE:	Avv. Luca Campana
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References: art. 2313
 articolo 2320
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