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Timestamp: 2018-07-16 06:30:04+00:00

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Decesso del lavoratore per infarto e responsabilità civile dell'imprenditore ⋆ EBL
Decesso del lavoratore per infarto e responsabilità civile dell’imprenditore
Si segnala questa importante sentenza in tema di decesso del lavoratore per infarto del miocardio e responsabilità civile, in base all’art. 2087 c.c., dell’imprenditore a causa dell’eccessivo carico di lavoro imposto al dipendente stesso.
Cassazione civile, sez. lav., 08/06/2017, (ud. 02/03/20 17, dep. 08/06/2017), n. 14313
2. La ricorrente, nella qualità di erede di R.G., tecnico di radiologia dipendente dalla Azienda sanitaria provinciale di Enna presso il P.O. (OMISSIS), aveva adito il Giudice del lavoro prospettando che il decesso del coniuge, avvenuto il (OMISSIS), era imputabile all’enorme carico di lavoro cui il predetto era stato sottoposto nel corso dell’intero rapporto lavorativo ed aveva chiesto il pagamento dell’equo indennizzo, ai sensi del D.P.R. n. 461 del 2001, nella misura corrispondente alla I categoria della tabella A di cui al D.P.R. n. 834 del 1981, nonchè il risarcimento del danno non patrimoniale, quantificato in Euro 100.000 per ciascuna erede o nella diversa misura equitativamente determinata.
3. Espletata attività istruttoria e disposta c.t.u. medico-legale, il Giudice del lavoro del Tribunale di Nicosia aveva accolto entrambe le domande. La sentenza era stata impugnata dall’Azienda sanitaria provinciale di Enna che aveva contestato, con il primo motivo, le risultanze della c.t.u. medico-legale in ordine alla riconosciuta dipendenza del decesso da causa di servizio; con il secondo motivo, la sussistenza della responsabilità ex art. 2087 c.c.; con il terzo motivo, il riconoscimento degli interessi legali sulle somme liquidate a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale con decorrenza dalla data del fatto anzichè dalla data della domanda giudiziale.
– a differenza del riconoscimento della dipendenza dell’infermità da causa di servizio, che prescinde da qualsiasi accertamento in ordine alla violazione di specifici obblighi previsti dalla legge o dal contratto collettivo, la responsabilità ex art. 2087 c.c., esige la dimostrazione che il datore di lavoro abbia omesso di adottare quelle misure che dovevano apparire necessarie ed utili secondo l’esperienza e le cognizioni tecniche di cui era in possesso in quel determinato momento; nel caso di specie, era stato addebitato all’Azienda sanitaria provinciale di Enna di avere violato le norme di diligenza poste a tutela della salute del lavoratore per avere chiamato il R. a svolgere la prestazione lavorativa in condizioni disagiate, in situazioni di carenza di organico e in violazione delle disposizioni di legge e contrattuali che garantiscono al lavoratore un adeguato riposo giornaliero e settimanale e che prevedono un limite massimo di turni di pronta disponibilità;
– tuttavia, pur senza disconoscere tali elementi di fatto, non poteva ravvisarsi nel comportamento datoriale un inadempimento colpevole ai sensi dell’art. 2087 c.c., tale da integrare gli estremi della responsabilità risarcitoria per il danno esistenziale (rectius, per danno non patrimoniale da perdita parentale), considerato che l’adibizione a turni di disponibilità in numero superiore a quelli previsti da C.C.N.L. non può concretare “violazione di misure necessarie per tutelare l’integrità psicofisica del prestatore di lavoro”, prevista dalla suddetta norma: l’art. 44 C.C.N.L. del 1995 e il D.P.R. n. 270 del 1987, art. 18, nel disciplinare i turni di pronta disponibilità prevede un limite che “di regola” non può essere superato, così lasciando aperta la possibilità del superamento in casi eccezionali, quali quelli dovuti alla necessità di fornire un’adeguata risposta agli utenti del servizio sanitario nazionale anche in presenza di carenza di organico; inoltre, le attività lavorative comportanti per il lavoratore disagi fisici o psichici, perchè espletate in giorni festivi o oltre il limite contrattualmente previsto, non sono risarcibili a titolo di danno alla salute o biologico, ma possono essere compensate con remunerazioni supplementari, contrattualmente previste;
– ai fini della responsabilità ex art. 2087 c.c., è dunque necessario rinvenire il carattere colposo della condotta tenuta dal datore di lavoro che, in fattispecie simili a quelle di esame, sarebbe in ipotesi individuabile, a mero titolo esemplificativo, nella deliberata mancata integrazione dell’organico o nell’indifferenza del datore di lavoro ad una diversa assegnazione del dipendente a mansioni più compatibili con suo stato di salute; tutto ciò non era comprovato nel caso di specie, non risultando in alcun modo che l’Azienda appellante fosse a conoscenza o ignorasse colpevolmente la situazione di salute del R., dato che – come evidenziato dal CTU – la cardiopatia ischemica sofferta dal lavoratore era rimasta silente fino alla prima manifestazione clinica della malattia stessa, coincisa con il decesso; inoltre, non risultava in atti che il R. si fosse mai lamentato e/o rifiutato di svolgere i turni di disponibilità assegnatigli o che avesse protestato per il carico di lavoro impostogli, nè che avesse richiesto all’Azienda sanitaria di svolgere con modalità diverse le proprie mansioni;
– in conclusione, non vi erano elementi da cui poter desumere il carattere colposo alla condotta datoriale e dunque non era possibile ritenere sussistente la responsabilità ex art. 2087 c.c..
1. Con il primo e il secondo motivo del ricorso principale si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2087, 1218 e 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonchè vizio di motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. La Corte di appello non aveva debitamente considerato che, confermando la condanna dell’Azienda convenuta al pagamento dell’equo indennizzo, aveva con ciò riconosciuto anche il nesso di derivazione causale tra condizioni di lavoro del R. ed evento-morte e ciò non poteva non rilevare ai fini della prova dei presupposti della responsabilità datoriale all’art. 2087 c.c.. Se il decesso del Ruperto era dipeso eziologicamente dalle condizioni di lavoro, spettava al datore di lavoro dimostrare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi dell’evento.
3. Con il terzo e il quarto motivo si denuncia violazione e falsa applicazione del C.C.N.L. 1.9.95, art. 44, del D.P.R. n. 270 del 1987, art. 18 e dell’art. 36 Cost. e vizio di motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5), per mancata considerazione dell’impressionante numero di esami effettuati dal servizio in tutti i reparti, a carico dei soli quattro tecnici di radiologia, pari ad una mole di 148.513 esami, corrispondente ad una media di 18.564 esami annui, cui andavano aggiunti gli esami del servizio di tomografia computerizzata, pari ad una media di circa 662 esami annui. Inoltre, la Corte territoriale non aveva tenuto in debita considerazione gli altri elementi emersi in giudizio, quali il carattere ordinario (e non eccezionale) del superamento dei limiti fissati contrattualmente per i turni di pronta disponibilità, anche in violazione dell’art. 36 Cost.: il sistematico ricorso alle prestazioni in eccesso per far fronte alle carenze di organico, com’è avvenuto nel caso di specie, si poneva al di fuori della previsione del C.C.N.L. e della normativa di settore ed anzi ne costituiva una violazione. La giustificazione del comportamento datoriale espresso dalla Corte territoriale costituiva un’applicazione distorta della disciplina giuridica ell’eccezione ai limiti dei turni di pronta disponibilità.
5. Il quinto e il sesto motivo denunciano vizio di motivazione circa un fatto decisivo e controverso del giudizio in ordine alla conoscenza dello stato di salute del R. e in ordine alla valutazione degli esiti della c.t.u. medico-legale, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Deduce parte ricorrente l’erroneità della considerazione espressa nella sentenza impugnata circa la valenza attribuita, ai fini dell’esonero (anche per altro verso) di ogni responsabilità dell’Azienda appellante, al fatto di ignorare la situazione di salute del R.. Rileva come – alla stregua di quanto riferito dal CTU – un’eventuale predisposizione costituzionale del soggetto non possa elidere l’incidenza concausale, anche soltanto ingravescente, dei nocivi fattori esterni individuabili in un surmenage fisico e psichico, quale quello documentato in atti: le circostanze riguardanti l’aspetto qualitativo, quantitativo e modale del servizio avevano ragionevolmente provocato nel soggetto l’instaurarsi di una cardiopatia ischemica rimasta silente sino alla prima manifestazione clinica della malattia, coincisa con il decesso del lavoratore.
6. La sentenza impugnata, pur dichiarando di non avere motivo per discostarsi dall’approfondita ed esauriente relazione tecnica del CTU di primo grado, contraddittoriamente aveva escluso che il datore di lavoro fosse colpevole di non avere adottato tutte le misure necessarie la tutela dell’integrità psico-fisica del dipendente, poichè il R. non si era lamentato e/o rifiutato di svolgere i turni di disponibilità, nè aveva protestato per il carico di lavoro impostogli o chiesto al datore di lavoro di essere assegnato a mansioni diverse. Così facendo, la sentenza aveva introdotto il principio, inaccettabile nel nostro ordinamento, per cui solo chi si lamenta delle condizioni di lavoro o sollecita l’adozione di misure a tutela della propria incolumità può poi reclamare i danni alla propria persona che sono derivati dalla mancata predisposizioni di tali cautele. Nè parte datoriale aveva allegato alcun concorso di colpa del lavoratore ai sensi dell’art. 1227 c.c., norma che (in ipotesi) potrebbe limitare i confini applicativi dell’art. 2087 c.c., ma che in ogni caso non potrebbe identificarsi in un onere del lavoratore di dolersi o sollecitare iniziative della parte datoriale, sulla quale esclusivamente grava l’obbligo di tutela presidiato dalla suddetta norma.
7. Con il settimo motivo ci si duole del contrasto con i principi elaborati dalla giurisprudenza di legittimità in tema di nesso di causalità adeguata, secondo cui, ai fini dell’individuazione del rapporto causale tra condotta del datore di lavoro e infortunio lavorativo, necessario a configurare la responsabilità del primo ai sensi dell’art. 2087 c.c., assumono rilevanza non soltanto gli eventi che costituiscono una conseguenza necessitata dalla condotta datoriale, secondo un giudizio prognostico ex ante, ma anche tutti gli eventi possibili, rispetto ai quali la condotta medesima si ponga con un nesso di causalità adeguata; pertanto, anche una condizione lavorativa stressante può costituire fonte di responsabilità per il datore di lavoro, sempre che sia provata la sussistenza di un rapporto di causalità fra tale condizione e l’infortunio subito dal lavoratore.
8. Il ricorso incidentale lamenta violazione del D.P.R. n. 461 del 2001, in ordine alle conclusioni svolte dal C.t.u. circa la derivazione dell’evento dalla causa di servizio. La c.t.u. aveva trascurato di considerare gli altri fattori di origine extralavorativa, idonei ad escludere il nesso causale con la prestazione lavorativa, in quanto preponderanti (o meglio esclusivi) nella determinazione dell’evento.
13. Tanto premesso, giova ribadire il principio, più volte affermato questa Corte (ex plurimis, v Cass. 3.8.2012 n. 13956, nonchè Cass. 8.10.2012 n. 17092 e n. 18626 del 2013), secondo cui la responsabilità dell’imprenditore per la mancata adozione delle misure idonee a tutelare l’integrità fisica del lavoratore discende o da norme specifiche o, quando queste non siano rinvenibili, dalla norma di ordine generale di cui all’art. 2087 c.c., la quale impone all’imprenditore l’obbligo di adottare nell’esercizio dell’impresa tutte quelle misure che, secondo la particolarità del lavoro in concreto svolto dai dipendenti, si rendano necessarie a tutelare l’integrità fisica dei lavoratori (v. fra le altre Cass. n. 6377 e n. 16645 del 2003). Se è vero che l’art. 2087 c.c., non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva e che incombe al lavoratore lamenti di avere subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale danno, come pure la nocività dell’ambiente o delle condizioni di lavoro, nonchè il nesso tra l’uno e l’altro, è altresì vero che, ove il lavoratore abbia fornito la prova di tali circostanze, sussiste per il datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e che la malattia del dipendente non è ricollegabile alla inosservanza di tali obblighi (cfr., tra le più recenti, Cass. n. 2038 del 2013).
14. Questa Corte ha già avuto modo di esaminare fattispecie in cui il dipendente, deceduto per infarto del miocardio, era stato costretto, ancorchè non per sollecitazione diretta, a conformare i propri ritmi di lavoro all’esigenza di realizzare lo smaltimento delle proprie incombenze, nei tempi richiesti dalla natura e dalla molteplicità degli incarichi affidatigli. In proposito, è stato affermato che, ai fini della sussistenza della responsabilità ex art. 2087 c.c., è irrilevante l’assenza di doglianze mosse dal lavoratore, così come l’ignoranza delle particolari condizioni in cui sono prestate le mansioni affidate ai dipendenti, che, salvo prova contraria, si presumono conosciute dal datore di lavoro in quanto espressione ed attuazione concreta dell’assetto organizzativo dallo stesso adottato (Cass. n. 9945 del 2014). Inoltre, in materia di responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 c.c., gli effetti della conformazione della condotta del prestatore ai canoni di cui all’art. 2104 c.c., coerentemente con il livello di responsabilità proprio delle funzioni e in ragione del soddisfacimento delle ragioni dell’impresa, non integrano mai una colpa del lavoratore (sent. cit.).
17. Inoltre, l’organizzazione dei reparti, la consistenza degli organici, l’entità dei servizi da rendere all’utenza, le condizioni ambientali in cui il personale si trova ad operare e la predisposizione di turni di lavoro sono circostanze ben note alla Pubblica Amministrazione – e ai suoi dirigenti, cui sono riconducibili i comportamenti (omissivi o commissivi) attraverso cui le scelte organizzative si esprimono. Ove da tale assetto derivi una nocività dell’ambiente lavorativo o delle condizioni di lavoro non è sufficiente, ai fini della prova liberatoria, la generica allegazione della carenza di organico, occorrendo invece la deduzione di fatti specifici, restando altrimenti imputabile alla Pubblica Amministrazione l’evento lesivo ascrivibile, in via anche solo concausale, a comportamenti dolosamente o colposamente commissivi o anche omissivi in violazione dell’obbligo di protezione dei lavoratori di cui all’art. 2087 c.c..
18. Infine, come già detto, ai fini della sussistenza della responsabilità ex art. 2087 c.c., è irrilevante l’assenza di doglianze o sollecitazioni mosse dal lavoratore, come pure è da escludersi radicalmente la configurabilità del concorso di colpa, ove il lavoratore abbia conformato la sua condotta ai canoni di cui all’art. 2104 c.c., coerentemente con il livello di responsabilità proprio delle funzioni e in ragione del soddisfacimento delle esigenze del servizio.
19. In conclusione, per effetto dell’inammissibilità del ricorso incidentale, è passato in giudicato il capo della sentenza di appello avente ad oggetto la condanna dell’Azienda convenuta al pagamento dell’equo indennizzo, mentre, per effetto dell’accoglimento del ricorso principale, a sentenza impugnata va cassata (in parte qua) per violazione e falsa applicazione dell’art. 2087 c.c.. Giova rilevare che nel giudizio di appello era rimasto assorbito l’esame del terzo motivo dell’impugnazione proposta dall’Azienda sanitaria provinciale di Enna.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 2087
 art. 2087
 art. 18
 art. 2087
 art. 2087
 art. 44
 art. 18
 sentenza 
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 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 2087
 art. 2087
 art. 2087
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