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Timestamp: 2020-06-01 08:19:19+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 12029 del 16/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12029 del 16/05/2017
Cassazione civile, sez. VI, 16/05/2017, (ud. 09/03/2017, dep.16/05/2017), n. 12029
sul ricorso iscritto al numero 503 del ruolo generale dell’anno 2016
S.R. (C.F.: (OMISSIS)) rappresentato e difeso, giusta
procura a margine del ricorso, dall’avvocato Luigi Lombardi (C.F.:
LMBLGU61H10D086U);
BANCA MONTE DEI PASCHI DI SIENA S.p.A. (C.F.: (OMISSIS)), in persona
del funzionario, rappresentante della società per procura speciale,
Filippo Lo Giudice rappresentato e difeso, giusta procura in calce
al controricorso, dall’avvocato Gaetano Nicotera (C.F.:
NCTGTN57T24F8883);
per la cassazione della sentenza della Corte di appello di Catanzaro
n. 1674/2014, pubblicata in data 25 novembre 2014;
data 9 marzo 2017 dal Consigliere Dott. Augusto Tatangelo.
S.R. ha agito in giudizio nei confronti della Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. per ottenere il risarcimento dei danni a suo dire subiti a causa della scorretta condotta processuale della banca in un giudizio di opposizione agli atti esecutivi da essa stessa promosso, ai sensi dell’art. 617 c.p.c., avverso un provvedimento di riduzione del pignoramento emesso nell’ambito di un procedimento di espropriazione immobiliare pendente nei suoi confronti, ottenendone la definitiva revoca, e ritardando la suddetta riduzione, nuovamente disposta solo dopo circa tre anni.
La domanda, qualificata come azione risarcitoria ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 1, è stata dichiarata inammissibile dal Tribunale di Lamezia Terme.
Ricorre lo S., sulla base di un unico motivo.
Resiste con controricorso la Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A..
Il ricorso è stato trattato in Camera di consiglio, in applicazione degli artt. 375, 376 e 380-bis c.p.c., in quanto ritenuto destinato ad essere rigettato.
1. Con l’unico motivo del ricorso si denunzia “violazione e falsa applicazione dell’art. 96 c.p.c., comma 1, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 (in tema di responsabilità civile ex art. 2043 c.c.)”.
Il ricorrente deduce, in fatto, che la banca resistente, nel giudizio di opposizione promosso ai sensi dell’art. 617 c.p.c., aveva ottenuto la revoca del provvedimento di riduzione del pignoramento disposto dal giudice dell’esecuzione in base alla produzione di prove documentali “artefatte” (segnatamente: la contestuale produzione di visure ipotecarie riferibili a due diversi periodi) ed alla illegittima allegazione di un credito contestato. Sostiene poi, in diritto, che la propria domanda risarcitoria non poteva essere proposta ai sensi dell’art. 96 c.p.c., nel corso dello stesso giudizio di opposizione agli atti esecutivi, essendosi questo concluso con l’accoglimento della domanda della banca, e che pertanto residuava in suo favore l’azione generale di cui all’art. 2043 c.c., proponibile anche in separato giudizio, azione nella specie in concreto proposta ed erroneamente qualificata dai giudici di merito.
I giudici di merito, nel qualificare la domanda proposta dallo S. come azione di risarcimento per responsabilità processuale aggravata ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 1, si sono conformati ai principi di diritto desumibili dalla consolidata giurisprudenza di questa Corte in tema di azione risarcitoria per responsabilità processuale aggravata.
In base a tali principi, le ipotesi di responsabilità configurate dall’art. 96 c.p.c. (quanto meno nei primi due commi, e prescindendo dal terzo comma di più recente introduzione) costituiscono fattispecie speciali di responsabilità civile in rapporto a quella generale prevista dall’art. 2043 c.c. e la loro specificità (che ne giustifica la particolare disciplina, anche sul piano della tutela giudiziale) è costituita proprio dal peculiare fatto illecito dannoso, rappresentato da una condotta processuale (consistente, per quanto riguarda la fattispecie di cui dell’art. 96 c.p.c., comma 1, nell’avere agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave).
Ne consegue che, non essendo possibile concorso tra la fattispecie generale di cui all’art. 2043 c.c. e quella speciale di cui all’art. 96 c.p.c., il danno riconducibile alla scorretta condotta processuale è soggetto esclusivamente alla speciale disciplina di cui all’art. 96 c.p.c. (cfr., in proposito, Cass., Sez. 3, Sentenza n. 5069 del 03/03/2010, Rv. 611867: “l’art. 96 c.p.c., che disciplina tutti i casi di responsabilità risarcitoria per atti o comportamenti processuali, si pone in rapporto di specialità rispetto all’art. 2043 c.c., di modo che la responsabilità processuale aggravata, pur rientrando concettualmente nel genere della responsabilità per fatti illeciti, ricade interamente, in tutte le sue ipotesi, sotto la disciplina del citato art. 96, senza che sia configurabile un concorso, anche alternativo, tra i due tipi di responsabilità”; conf.: Sez. 3, Sentenza n. 16308 del 24/07/2007, Rv. 599442; Sez. 3, Sentenza n. 13455 del 20/07/2004, Rv. 574705; Sez. 2, Sentenza n. 3573 del 12/03/2002, Rv. 553021; nel medesimo senso: Cass., Sez. 3, Sentenza n. 5972 del 23/04/2001, Rv. 546257; Sez. 1, Sentenza n. 4841 del 19/05/1999, Rv. 526392; Sez. U, Sentenza n. 874 del 06/02/1984, Rv. 433073; Sez. 1, Sentenza n. 2129 del 27/05/1975, Rv. 375884).
Nella specie, i fatti che avrebbero determinato l’ingiusto danno lamentato dal ricorrente sono chiaramente da questo individuati nella condotta processuale tenuta dalla banca (attività di allegazione e produzione documentale a suo dire non pertinenti) nell’ambito del giudizio di opposizione agli atti esecutivi proposto per contestare il provvedimento di riduzione del pignoramento emesso dal giudice dell’esecuzione; dunque, la causa petendi dell’azione in concreto esercitata è effettivamente da inquadrarsi nella previsione di cui all’art. 96 c.p.c., in quanto il fatto illecito dedotto come causa del danno è costituito da una condotta di carattere processuale.
Sono poi del tutto inconferenti le considerazioni svolte dal ricorrente con riguardo alla circostanza che nella specie l’azione non sarebbe stata proponibile nel corso del giudizio in cui aveva avuto luogo l’illegittima condotta processuale, in quanto egli era rimasto soccombente in tale giudizio: si tratta infatti di considerazioni relative alla fondatezza della domanda stessa, non alla sua qualificazione giuridica ed alla sua ammissibilità.
– condanna il ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità in favore della società controricorrente, liquidandole in complessivi Euro 7.000,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, spese generali ed accessori di legge.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 2043
 Sentenza 
 art. 96
 Sentenza 
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