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Timestamp: 2020-06-06 22:56:21+00:00

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Boschi e viali alberati hanno bisogno di noi. | Gruppo d'Intervento Giuridico onlus
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Boschi e viali alberati hanno bisogno di noi.
aprile 4, 2020 gruppodinterventogiuridicoweb	Lascia un commento Go to comments
albero in autunno
Di questi tempi nel nostro Bel Paese è sempre più comune imbattersi nel taglio di boschi.
Capita sempre più spesso e per i motivi più vari: per esempio, può trattarsi di un taglio per ragioni di pericolo o sanitarie, perché si tratta di un bosco governato a ceduo ed è giunto il momento del taglio periodico…oppure siamo davanti a un taglio illecito.
Vediamo di porre a frutto decenni di esperienza concreta in materia di diritto ambientale[1].
In primo luogo, ha ben poco senso pubblicare sui social network decine di foto di alberi tagliati, ritenendo che – chissà per quale congiunzione astrale – Magistratura, Carabinieri Forestale, Polizia locale intervengano immediatamente.
Questo non accade: esposti e denunce non si fanno su Facebook, mettetevi l’anima in pace.
La prima cosa da fare è certamente fare qualche fotografia e individuare esattamente l’area interessata.
Sovicille, Fattoria La Cerbaia – Molli, taglio boschivo (genn. 2020)
E’ fondamentale, inoltre, verificare l’esistenza o meno di vincoli ambientali.
Trattandosi di bosco, sussiste quantomeno il vincolo paesaggistico, per legge (art. 142, comma 1°, lettera g, del decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche e integrazioni) ovvero anche grazie a specifico atto di individuazione dell’area interessata (artt. 136–141 bis del decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche e integrazioni).
In tal caso, se sussiste solo il vincolo paesaggistico ex lege, il taglio boschivo potrebbe rientrare nell’ordinaria pratica selvicolturale (es. governo a ceduo del bosco) ed essere esente da autorizzazione (art. 149 del decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche e integrazioni), come specificato dall’art. 2, comma 1°,e l’allegato A, punto A.20 del D.P.R. n. 31/2017, che esclude dalla necessità dell’autorizzazione paesaggistica “nell’ambito degli interventi di cui all’art. 149, comma 1, lettera c) del Codice: pratiche selvicolturali autorizzate in base alla normativa di settore; interventi di contenimento della vegetazione spontanea indispensabili per la manutenzione delle infrastrutture pubbliche esistenti pertinenti al bosco, quali elettrodotti, viabilità pubblica, opere idrauliche; interventi di realizzazione o adeguamento della viabilità forestale al servizio delle attività agro-silvo-pastorali e funzionali alla gestione e tutela del territorio, vietate al transito ordinario, con fondo non asfaltato e a carreggiata unica, previsti da piani o strumenti di gestione forestale approvati dalla Regione previo parere favorevole del Soprintendente per la parte inerente la realizzazione o adeguamento della viabilità forestale”.
bosco composto da c.d. ceduo semplice
Se non si tratta di ordinaria pratica selvicolturale (es. governo a ceduo del bosco, ripulitura del sottobosco e/o da infestanti), l’autorizzazione paesaggistica (art. 146 del decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche e integrazioni) è necessaria e preventiva per gli interventi in aree boscate determinati da finalità non strettamente di gestione naturalistica[2].
L’autorizzazione paesaggistica è sempre necessaria quando l’area boscata sia tutelata con vincolo paesaggistico discendente da specifico atto di individuazione dell’area (art. 149, comma 1°, lettera c, del decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche e integrazioni; parere dell’Ufficio legislativo del Ministero per i Beni e Attività Culturali e Turismo dell’8 settembre 2016).
In caso di assenza di autorizzazione paesaggistica, il taglio di alberi obbliga la Regione e l’eventuale Ente locale delegato in materia di tutela paesaggistica, nonché la competente Soprintendenza per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio all’emanazione di ordinanza di ripristino ambientale (art. 167 del decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche e integrazioni) e costituisce ipotesi di reato ai sensi degli artt. 734 cod. pen. e 181 del decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche e integrazioni.
Seui, Foresta demaniale di Montarbu, falesie
Molto probabilmente il bosco sarà anche tutelato con vincolo idrogeologico (regio decreto legge n. 3267/1923 e successive modifiche e integrazioni): in tal caso, è necessaria anche la specifica autorizzazione.
La zona interessata dal taglio boschivo potrebbe anche rientrare in una delle aree di cui alla Rete Natura 2000, cioè la rete ecologica diffusa su tutto il territorio dell’Unione Europea, istituita ai sensi della direttiva 92/43/CEE “Habitat” per garantire il mantenimento a lungo termine degli habitat naturali e semi-naturali, nonchè delle specie di flora e fauna minacciati o rari a livello comunitario.
La rete Natura 2000 è costituita dai Siti di Interesse Comunitario (SIC), identificati dagli Stati Membri secondo quanto stabilito dalla Direttiva Habitat, che vengono successivamente designati quali Zone Speciali di Conservazione (ZSC), e comprende anche le Zone di Protezione Speciale (ZPS) istituite ai sensi della direttiva 2009/147/CE “Uccelli” concernente la conservazione degli uccelli selvatici.
Qualsiasi intervento significativo, compresi quindi i tagli boschivi, devono essere assoggettati a preventiva procedura di valutazione di incidenza ambientale (V.Inc.A.), ai sensi dell’art. 5 del D.P.R. n. 357/1997 e successive modifiche e integrazioni.
Bonorva, Campeda, taglio boschivo
Nel periodo della riproduzione dell’avifauna selvatica (marzo-luglio), inoltre, non dovrebbero effettuarsi tagli senza aver prima verificato puntualmente l’assenza di nidi. Infatti, l’art. 5 della direttiva n. 2009/147/CE sulla tutela dell’avifauna selvatica, esecutiva in Italia con la legge n. 157/1992 e s.m.i., comporta in favore di “tutte le specie di uccelli viventi naturalmente allo stato selvatico nel territorio europeo degli Stati membri” (art. 1 della direttiva) “il divieto:
a) di ucciderli o di catturarli deliberatamente con qualsiasi metodo;
b) di distruggere o di danneggiare deliberatamente i nidi e le uova e di asportare i nidi;
c) di raccogliere le uova nell’ambiente naturale e di detenerle anche vuote;
d) di disturbarli deliberatamente in particolare durante il periodo di riproduzione e di dipendenza quando ciò abbia conseguenze significative in considerazione degli obiettivi della presente direttiva;
e) di detenere le specie di cui sono vietate la caccia e la cattura”.
nido Verdoni (Carduelis chloris chloris)
Il disturbo/danneggiamento/uccisione delle specie avifaunistiche in periodo della nidificazione può integrare eventuali estremi di reato, in particolare ai sensi dell’art. 544 ter cod. pen.
Come possono essere richieste le verifiche del caso?
Per appurare se il taglio boschivo sia autorizzato o meno e, soprattutto, se rispetti criteri, limiti, vincoli delle eventuali autorizzazioni emanate, è necessario inviare (possibilmente via p.e.c.) un’istanza di accesso civico, informazioni ambientali e adozione degli opportuni provvedimenti alle amministrazioni pubbliche competenti (generalmente Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare; Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo; Regione interessata; Città metropolitana, Unione dei Comun, Comunità montana interessate; Comune territorialmente interessato), coinvolgendo contemporaneamente, per opportuna conoscenza, la Procura della Repubblica presso il Tribunale interessato, il comando territoriale dei Carabinieri Forestale (nelle Regioni e nelle Province autonome il Corpo Forestale ivi presente) e la Polizia locale.
E’ necessario esporre i fatti senza particolari valutazioni personali, men che meno di taglio isterico, con l’indicazione precisa di tempi e luoghi del taglio boschivo e allegando le fotografie effettuate.
Appennino, un pessimo esempio di taglio esteso di una Lecceta, su suoli sottili
E’ opportuno, se possibile, indicare anche i vincoli ambientali presenti nell’area e chiedere copia degli atti di autorizzazione (se esistenti) e le informazioni ambientali disponibili.
In proposito, si riporta una delle formule più efficaci:
…il/la sottoscritto/a
alle SS.VV., per quanto di competenza,l’invio all’indirizzo di posta elettronica certificata ____________________ , giusta artt. 4, 6 del decreto-legge n. 179/2012, convertito con modificazioni nella legge n. 221/2012, di copia delle necessarie autorizzazioni amministrative eventualmente emanate in proposito, ai sensi dell’art. 5 del decreto legislativo n. 33/2013, come modificato dall’art. 6 del decreto legislativo n. 97/2016 (accesso civico), nonché delle informazioni a carattere ambientale relative alla accertamenti, valutazioni, considerazioni, atti in relazione a quanto sopra descritto, ai sensi e per gli effetti di cui agli artt. 14, comma 3°, della legge n. 349/1986, 3 sexies del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i., 2, 22-25 della legge n. 241/1990 e s.m.i., 2-3 del decreto legislativo n. 195/2005.
E che cosa posso fare se tagliano gli alberi di un viale cittadino?
Poggibonsi, Piazza Mazzini con gli alberi “storici” sotto la la neve
I consiglio sono analoghi a quanto già detto per i tagli boschivi[3].
Anche in città e paesi possono sussistere aree tutelate con il vincolo paesaggistico (soprattutto nei centri storici)[4], per una puntuale verifica si può consultare la relativa banca dati (http://www.sitap.beniculturali.it/) e, soprattutto, si può contare sulla presenza del vincolo storico culturale (artt. 10 e ss. del decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche e integrazioni).
Ville, parchi e giardini d’interesse storico, nonché pubbliche piazze, vie, strade e altri spazi aperti urbani che abbiano più di 70 anni sono considerati ex lege beni culturali (artt. 10, comma 4°, lettere f, g, e 12 del decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche e integrazioni) fin quando, eventualmente, intervenga la procedura di verifica d’interesse culturale per dichiararne la non rilevanza.
Sesto S. Giovanni, Villaggio Falck, taglio dei Platani in corso. In uno degli alberi si vede chiaramente un nido (marzo 2020)
La banca dati dei vincoli storico-culturali (http://vincoliinrete.beniculturali.it/VincoliInRete/vir/utente/login) permette, poi, di individuare specifici atti di individuazione di immobili tutelati con il relativo vincolo.
Qualsiasi intervento necessita di specifica autorizzazione da parte della Soprintendenza per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio competente per territorio (art. 21 del decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche e integrazioni): nel caso di tagli non autorizzati in aree vincolate, dev’essere emanata la relativa ordinanza di reintegrazione da parte della competente Soprintendenza per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio (art. 160 del decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche e integrazioni), mentre il fatto costituisce reato (art. 170 del decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche e integrazioni).
Se il caso concreto appare troppo complesso o di difficile individuazione, naturalmente può essere segnalato (con la documentazione del caso) al Gruppo d’Intervento Giuridico onlus all’indirizzo di posta elettronica grigsardegna5@gmail.com.
Occhi aperti, allora, i nostri boschi e i nostri alberi cittadini hanno bisogno del nostro aiuto!
[1] Il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ha svolto numerose azioni legali in difesa del patrimonio boschivo. Solo negli ultimi anni nel Lazio (es. Faggeta del Lago di Vico, bosco di Procoio, nella riserva naturale statale del Litorale Romano, riserva naturale regionale Decima-Malafede) , nel Veneto (es. sponde del Brenta), in Toscana (es. Pineta litoranea del Tombolo, sponde del Merse, bosco di Belagaio, nella riserva naturale regionale del Farma, bosco della Cerbaia, sulla Montagnola Senese), in Sardegna (es. Foresta demaniale del Marganai, Altopiano di Campeda, Foresta demaniale di Is Cannoneris, Foresta demaniale di Montarbu)
[2] Giurisprudenza costante, vds. Cass. pen., Sez. III, 13 gennaio 2015, n. 962 ; Cass. pen., Sez. III, 29 settembre 2011, n. 35308; Cass. pen., Sez. III, 13 maggio 2009, n. 20138; Cass. pen., Sez. III, 25 gennaio 2007 n. 2864; Cass. pen., Sez. III, 11 giugno 2004, n. 35689, nonché parere dell’Ufficio legislativo del Ministero per i Beni e Attività Culturali e Turismo dell’8 settembre 2016.
[3] Anche in casi analoghi il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ha svolto numerose azioni legali in difesa del patrimonio arboreo urbano. Solo negli ultimi anni nel Veneto (es. Villa Bassi Ratheb ad Abano Terme), in Lombardia (es. Villaggio Falck a Sesto San Giovanni, Piazza Dante a Bergamo), in Emilia-Romagna (es. Piazze Cittadella e Casali a Piacenza), in Toscana (es. Piazza Mazzini a Poggibonsi, varie Vie e Piazze di Firenze), in Sardegna (es. Viale Trieste a Cagliari).
[4] Di fatto i centri storici sono da considerarsi integralmente “beni culturali” (sentenza T.A.R. Veneto, Sez. III, 8 ottobre 2018, n. 927).
Sardegna, foresta mediterranea di S’Acqua Callenti (Castiadas)
(foto da http://www.fattoriamaremmana.com, E.R., J.I., A.L.C., S.D., archivio GrIG)
Categorie:acqua, alberi, aree urbane, beni culturali, biodiversità, difesa del territorio, difesa del verde, dissesto idrogeologico, Italia, paesaggio, società, sostenibilità ambientale Tag:alberi, ambiente, avifauna selvatica, beni culturali, biodiversità, bosco, difesa del territorio, difesa del verde, foresta, Gruppo d'Intervento Giuridico, macchia mediterranea, paesaggio, sostenibilità ambientale, tagli boschivi, taglio alberi, viale alberato
Commenti (52)	Trackbacks (1)	Lascia un commento Trackback
aprile 4, 2020 alle 10:41 am
Grazie di questo invito a tutti ad aiutare in modo concreto i Boschi e gli Alberi così presi di assalto dall’uomo. E’ vero che tutti noi ormai abbiamo il “FB compulsivo”, uno sfogo che non arriva alla destinazione. Ci vuole più tempo e più impegno che “postare e condividere” su FB. Su FB ci si può forse “consolare”
Grazie GriG , ci insegni sempre tanto. Spero di imparare. Grazie di offrirci sempre il tuo insostituibile aiuto. Grazie delle tue immani fatiche per difendere l’ambiente e la collettività. Grazie per le tue incessanti lotte, i tuoi inevitabili insuccessi e i tuoi successi che ci riempiono il cuore di gratitudine e ci danno la speranza nel futuro.
aprile 4, 2020 alle 6:29 pm
Pare opportuno segnalare anche che il “Testo unico in materia di foreste e filiere forestali”
(Decreto legislativo 3 aprile 2018, n. 34 in Gazzetta Ufficiale del 20 aprile 2018, n. 92) all’Art. 7 (Disciplina delle attivita’ di gestione forestale) recita testualmente:
1. Sono definite attivita’ di gestione forestale tutte le pratiche
selvicolturali a carico della vegetazione arborea e arbustiva di cui
all’articolo 3, comma 2, lettera c) e previste dalle norme regionali,
gli interventi colturali di difesa fitosanitaria, gli interventi di
prevenzione degli incendi boschivi, i rimboschimenti e gli
imboschimenti, gli interventi di realizzazione, adeguamento e
manutenzione della viabilita’ forestale al servizio delle attivita’
agro-silvo-pastorali e le opere di sistemazione idraulico-forestale
realizzate anche con tecniche di ingegneria naturalistica, nonche’ la
prima commercializzazione dei prodotti legnosi quali tronchi,
ramaglie e cimali, se svolta congiuntamente ad almeno una delle
pratiche o degli interventi predetti. Tutte le pratiche finalizzate
alla salvaguardia, al mantenimento, all’incremento e alla
valorizzazione delle produzioni non legnose, rientrano nelle
attivita’ di gestione forestale.
2. Lo Stato e le regioni, ciascuno nell’ambito delle proprie
competenze, sostengono e promuovono le attivita’ di gestione
forestale di cui al comma 1.
3. Le regioni definiscono e attuano le pratiche selvicolturali piu’
idonee al trattamento del bosco, alle necessita’ di tutela
dell’ambiente, del paesaggio e del suolo, alle esigenze
socio-economiche locali, alle produzioni legnose e non legnose, alle
esigenze di fruizione e uso pubblico del patrimonio forestale anche
in continuita’ con le pratiche silvo-pastorali tradizionali o
ordinarie.
4. Le regioni disciplinano, anche in deroga alle disposizioni del
presente articolo, le attivita’ di gestione forestale coerentemente
con le specifiche misure in materia di conservazione di habitat e
specie di interesse europeo e nazionale. La disposizione di cui al
precedente periodo si applica, ove non gia’ autonomamente
disciplinate, anche alle superfici forestali ricadenti all’interno
delle aree naturali protette di cui all’articolo 2 della legge 6
dicembre 1991, n. 394, o all’interno dei siti della Rete ecologica
istituita ai sensi della direttiva 92/43/CEE del Consiglio del 21
maggio 1992 e di altre aree di particolare pregio e interesse da
5. Nell’ambito delle attivita’ di gestione forestale di cui al
comma 1, si applicano le seguenti disposizioni selvicolturali secondo
i criteri di attuazione e garanzia stabiliti dalle regioni:
a) e’ sempre vietata la pratica selvicolturale del taglio a raso
dei boschi, fatti salvi gli interventi urgenti disposti dalle regioni
ai fini della difesa fitosanitaria, del ripristino post-incendio o
per altri motivi di rilevante e riconosciuto interesse pubblico, a
condizione che sia assicurata la rinnovazione naturale o artificiale
del bosco;
b) e’ sempre vietata la pratica selvicolturale del taglio a raso
nei boschi di alto fusto e nei boschi cedui non matricinati, fatti
salvi gli interventi autorizzati dalle regioni o previsti dai piani
di gestione forestale o dagli strumenti equivalenti, nel rispetto
delle disposizioni di cui agli articoli 146 e 149 del decreto
legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, purche’ siano trascorsi almeno
cinque anni dall’ultimo intervento, sia garantita un’adeguata
distribuzione nello spazio delle tagliate al fine di evitare
contiguita’ tra le stesse, e a condizione che sia assicurata la
rinnovazione naturale o artificiale del bosco;
c) e’ sempre vietata la conversione dei boschi governati o
avviati a fustaia in boschi governati a ceduo, fatti salvi gli
interventi autorizzati dalle regioni e volti al mantenimento del
governo a ceduo in presenza di adeguata capacita’ di rigenerazione
vegetativa, anche a fini ambientali, paesaggistici e di difesa
fitosanitaria, nonche’ per garantire una migliore stabilita’
idrogeologica dei versanti.
6. Le regioni individuano, nel rispetto delle norme nazionali e
regionali vigenti, gli interventi di ripristino obbligatori da
attuare in caso di violazioni delle norme che disciplinano le
attivita’ di gestione forestale, comprese le modalita’ di
sostituzione diretta o di affidamento, mediante procedura ad evidenza
pubblica ovvero mediante affidamento ad enti delegati dalle stesse
per la gestione forestale, dei lavori di ripristino dei terreni
interessati dalle violazioni, anche previa occupazione temporanea e
comunque senza obbligo di corrispondere alcuna indennita’. Nel caso
in cui dalle violazioni di cui al precedente periodo derivi un danno
o un danno ambientale ai sensi della direttiva 2004/35/CE del
Parlamento e del Consiglio del 21 aprile 2004, dovra’ procedersi alla
riparazione dello stesso ai sensi della medesima direttiva e della
relativa normativa interna di recepimento.
7. In attuazione del regolamento (UE) n. 1143/2014 del Parlamento
europeo e del Consiglio del 22 ottobre 2014, e’ vietata la
sostituzione dei soprassuoli di specie forestali autoctone con specie
esotiche. Le regioni favoriscono la rinaturalizzazione degli
imboschimenti artificiali e la tutela delle specie autoctone rare e
sporadiche, nonche’ il rilascio di piante ad invecchiamento
indefinito e di necromassa in piedi o al suolo, senza compromettere
la stabilita’ delle formazioni forestali e in particolare la loro
resistenza agli incendi boschivi.
8. Le regioni, coerentemente con quanto previsto dalla Strategia
forestale dell’Unione europea COM (2013) n. 659 del 20 settembre
2013, promuovono sistemi di pagamento dei servizi ecosistemici ed
ambientali (PSE) generati dalle attivita’ di gestione forestale
sostenibile e dall’assunzione di specifici impegni silvo-ambientali
informando e sostenendo i proprietari, i gestori e i beneficiari dei
servizi nella definizione, nel monitoraggio e nel controllo degli
accordi contrattuali. I criteri di definizione dei sistemi di
remunerazione dei servizi ecosistemici ed ambientali (PSE) risultano
essere quelli di cui all’articolo 70 della legge 28 dicembre 2015, n.
221, con particolare riguardo ai beneficiari finali del sistema di
pagamento indicati alla lettera h) del comma 2 del predetto articolo
9. La promozione di sistemi PSE di cui al comma 8, deve avvenire
anche nel rispetto dei seguenti principi e criteri generali:
a) la volontarieta’ dell’accordo, che dovra’ definire le
modalita’ di fornitura e di pagamento del servizio;
b) l’addizionalita’ degli interventi oggetto di PSE rispetto alle
condizioni ordinarie di offerta dei servizi;
c) la permanenza delle diverse funzioni di tutela ambientale
presenti prima dell’accordo.
10. Le pratiche selvicolturali previste dagli strumenti di
pianificazione forestale vigenti, condotte senza compromettere la
stabilita’ delle formazioni forestali e comunque senza il ricorso al
taglio raso nei governi ad alto fusto, inclusa l’ordinaria gestione
del bosco governato a ceduo, finalizzate ad ottenere la rinnovazione
naturale del bosco, la conversione del governo da ceduo ad alto fusto
e il mantenimento al governo ad alto fusto, sono ascrivibili a buona
pratica forestale e assoggettabili agli impegni silvo-ambientali di
cui al comma 8.
11. Con decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e
forestali, di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela
del territorio e del mare e il Ministro dei beni e delle attivita’
culturali e del turismo e d’intesa con la Conferenza permanente per i
di Bolzano, sono adottate disposizioni per la definizione di criteri
minimi nazionali per il riconoscimento dello stato di abbandono delle
attivita’ agropastorali preesistenti per le superfici di cui
all’articolo 5, comma 2, lettera a). Le regioni si adeguano alle
disposizioni di cui al precedente periodo entro 180 giorni dalla data
di entrata in vigore del decreto di cui al presente comma.
12. Con i piani paesaggistici regionali, ovvero con specifici
accordi di collaborazione stipulati tra le regioni e i competenti
organi territoriali del Ministero dei beni e delle attivita’
culturali e del turismo ai sensi dell’articolo 15 della legge 7
agosto 1990, n. 241, vengono concordati gli interventi previsti ed
autorizzati dalla normativa in materia, riguardanti le pratiche
selvicolturali, la forestazione, la riforestazione, le opere di
bonifica, antincendio e di conservazione, da eseguirsi nei boschi
tutelati ai sensi dell’articolo 136 del decreto legislativo 22
gennaio 2004, n. 42, e ritenuti paesaggisticamente compatibili con i
valori espressi nel provvedimento di vincolo. Gli interventi di cui
al periodo precedente, vengono definiti nel rispetto delle linee
guida nazionali di individuazione e di gestione forestale delle aree
ritenute meritevoli di tutela, da adottarsi con decreto del Ministro
delle politiche agricole alimentari e forestali, di concerto con il
Ministro dei beni delle attivita’ culturali e del turismo, il
Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e
d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le
regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano.
13. Le pratiche selvicolturali, i trattamenti e i tagli
selvicolturali di cui all’articolo 3, comma 2, lettera c), eseguiti
in conformita’ alle disposizioni del presente decreto ed alle norme
regionali, sono equiparati ai tagli colturali di cui all’articolo
149, comma 1, lettera c), del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n.
aprile 4, 2020 alle 6:33 pm
e all’Art. 3
a) patrimonio forestale nazionale: l’insieme dei boschi, di cui
ai commi 3 e 4, e delle aree assimilate a bosco, di cui all’articolo
4, radicati sul territorio dello Stato, di proprieta’ pubblica e
privata;
b) gestione forestale sostenibile o gestione attiva: insieme
delle azioni selvicolturali volte a valorizzare la molteplicita’
delle funzioni del bosco, a garantire la produzione sostenibile di
beni e servizi ecosistemici, nonche’ una gestione e uso delle foreste
e dei terreni forestali nelle forme e ad un tasso di utilizzo che
consenta di mantenere la loro biodiversita’, produttivita’,
rinnovazione, vitalita’ e potenzialita’ di adempiere, ora e in
futuro, a rilevanti funzioni ecologiche, economiche e sociali a
livello locale, nazionale e globale, senza comportare danni ad altri
ecosistemi;
c) pratiche selvicolturali: i tagli, le cure e gli interventi
volti all’impianto, alla coltivazione, alla prevenzione di incendi,
al trattamento e all’utilizzazione dei boschi e alla produzione di
quanto previsto alla lettera d);
d) prodotti forestali spontanei non legnosi: tutti i prodotti di
origine biologica ad uso alimentare e ad uso non alimentare, derivati
dalla foresta o da altri terreni boscati e da singoli alberi, escluso
il legno in ogni sua forma;
e) sistemazioni idraulico-forestali: gli interventie le opere di
carattere intensivo ed estensivo attuati, anche congiuntamente, sul
territorio, al fine di stabilizzare, consolidare e difendere i
terreni dal dissesto idrogeologico e di migliorare l’efficienza
funzionale dei bacini idrografici e dei sistemi forestali;
f) viabilita’ forestale e silvo-pastorale: la rete di strade,
piste, vie di esbosco, piazzole e opere forestali aventi carattere
permanente o transitorio, comunque vietate al transito ordinario, con
fondo prevalentemente non asfaltato e a carreggiata unica, che
interessano o attraversano le aree boscate e pascolive, funzionali a
garantire il governo del territorio, la tutela, la gestione e la
valorizzazione ambientale, economica e paesaggistica del patrimonio
forestale, nonche’ le attivita’ di prevenzione ed estinzione degli
incendi boschivi;
g) terreni abbandonati: fatto salvo quanto previsto dalle
normative regionali vigenti, i terreni forestali nei quali i boschi
cedui hanno superato, senza interventi selvicolturali, almeno della
meta’ il turno minimo fissato dalle norme forestali regionali, ed i
boschi d’alto fusto in cui non siano stati attuati interventi di
sfollo o diradamento negli ultimi venti anni, nonche’ i terreni
agricoli sui quali non sia stata esercitata attivita’ agricola da
almeno tre anni, in base ai principi e alle definizioni di cui al
regolamento (UE) n. 1307/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio
del 17 dicembre 2013 e relative disposizioni nazionali di attuazione,
ad esclusione dei terreni sottoposti ai vincoli di destinazione
d’uso;
h) terreni silenti: i terreni agricoli e forestali di cui alla
lettera g) per i quali i proprietari non siano individuabili o
reperibili a seguito di apposita istruttoria;
i) prato o pascolo permanente: le superfici non comprese
nell’avvicendamento delle colture dell’azienda da almeno cinque anni,
in attualita’ di coltura per la coltivazione di erba e altre piante
erbacee da foraggio, spontanee o coltivate, destinate ad essere
sfalciate, affienate o insilate una o piu’ volte nell’anno, o sulle
quali e’ svolta attivita’ agricola di mantenimento, o usate per il
pascolo del bestiame, che possono comprendere altre specie,
segnatamente arbustive o arboree, utilizzabili per il pascolo o che
producano mangime animale, purche’ l’erba e le altre piante erbacee
da foraggio restino predominanti;
l) prato o pascolo arborato: le superfici in attualita’ di
coltura con copertura arborea forestale inferiore al 20 per cento,
impiegate principalmente per il pascolo del bestiame;
m) bosco da pascolo: le superfici a bosco destinate
tradizionalmente anche a pascolo con superficie erbacea non
predominante;
n) arboricoltura da legno: la coltivazione di impianti arborei in
terreni non boscati o soggetti ad ordinaria lavorazione agricola,
finalizzata prevalentemente alla produzione di legno a uso
industriale o energetico e che e’ liberamente reversibile al termine
del ciclo colturale;
o) programmazione forestale: l’insieme delle strategie e degli
interventi volti, nel lungo periodo, ad assicurare la tutela, la
valorizzazione, la gestione attiva del patrimonio forestale o la
creazione di nuove foreste;
p) attivita’ di gestione forestale: le attivita’ descritte
nell’articolo 7, comma 1;
q) impresa forestale: impresa iscritta nel registro di cui
all’articolo 8 della legge 29 dicembre 1993, n. 580, che esercita
prevalentemente attivita’ di gestione forestale, fornendo anche
servizi in ambito forestale e ambientale e che risulti iscritta negli
elenchi o negli albi delle imprese forestali regionali di cui
all’articolo 10, comma 2;
r) bosco di protezione diretta: superficie boscata che per la
propria speciale ubicazione svolge una funzione di protezione diretta
di persone, beni e infrastrutture da pericoli naturali quali
valanghe, caduta massi, scivolamenti superficiali, lave torrentizie e
altro, impedendo l’evento o mitigandone l’effetto;
s) materiale di moltiplicazione: il materiale di cui all’articolo
2, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 10 novembre 2003, n.
3. Per le materie di competenza esclusiva dello Stato, sono
definite bosco le superfici coperte da vegetazione forestale arborea,
associata o meno a quella arbustiva, di origine naturale o
artificiale in qualsiasi stadio di sviluppo ed evoluzione, con
estensione non inferiore ai 2.000 metri quadri, larghezza media non
inferiore a 20 metri e con copertura arborea forestale maggiore del
20 per cento.
4. Le regioni, per quanto di loro competenza e in relazione alle
proprie esigenze e caratteristiche territoriali, ecologiche e
socio-economiche, possono adottare una definizione integrativa di
bosco rispetto a quella dettata al comma 3, nonche’ definizioni
integrative di aree assimilate a bosco e di aree escluse dalla
definizione di bosco di cui, rispettivamente, agli articoli 4 e 5,
purche’ non venga diminuito il livello di tutela e conservazione
cosi’ assicurato alle foreste come presidio fondamentale della
qualita’ della vita.
all’Art. 4
(Aree assimilate a bosco)
1. Per le materie di competenza esclusiva dello Stato, fatto salvo
quanto gia’ previsto dai piani paesaggistici di cui agli articoli 143
e 156 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, sono assimilati
a bosco:
a) le formazioni vegetali di specie arboree o arbustive in
qualsiasi stadio di sviluppo, di consociazione e di evoluzione,
comprese le sugherete e quelle caratteristiche della macchia
mediterranea, riconosciute dalla normativa regionale vigente o
individuate dal piano paesaggistico regionale ovvero nell’ambito
degli specifici accordi di collaborazione stipulati, ai sensi
dell’articolo 15 della legge 7 agosto 1990, n. 241, dalle regioni e
dai competenti organi territoriali del Ministero dei beni e delle
attivita’ culturali e del turismo per il particolare interesse
forestale o per loro specifiche funzioni e caratteristiche e che non
risultano gia’ classificate a bosco;
b) i fondi gravati dall’obbligo di rimboschimento per le
finalita’ di difesa idrogeologica del territorio, di miglioramento
della qualita’ dell’aria, di salvaguardia del patrimonio idrico, di
conservazione della biodiversita’, di protezione del paesaggio e
dell’ambiente in generale;
c) i nuovi boschi creati, direttamente o tramite monetizzazione,
in ottemperanza agli obblighi di intervento compensativo di cui
all’articolo 8, commi 3 e 4;
d) le aree forestali temporaneamente prive di copertura arborea e
arbustiva a causa di interventi antropici, di danni da avversita’
biotiche o abiotiche, di eventi accidentali, di incendi o a causa di
trasformazioni attuate in assenza o in difformita’ dalle
autorizzazioni previste dalla normativa vigente;
e) le radure e tutte le altre superfici di estensione inferiore a
2.000 metri quadrati che interrompono la continuita’ del bosco, non
riconosciute come prati o pascoli permanenti o come prati o pascoli
arborati;
f) le infrastrutture lineari di pubblica utilita’ e le rispettive
aree di pertinenza, anche se di larghezza superiore a 20 metri che
interrompono la continuita’ del bosco, comprese la viabilita’
forestale, gli elettrodotti, i gasdotti e gli acquedotti, posti sopra
e sotto terra, soggetti a periodici interventi di contenimento della
vegetazione e di manutenzione ordinaria e straordinaria finalizzati a
garantire l’efficienza delle opere stesse e che non necessitano di
ulteriori atti autorizzativi.
2. Ai boschi di sughera di cui alla legge 18 luglio 1956, n. 759,
non si applicano le definizioni di cui al comma 1 e di cui
all’articolo 3, comma 3, e sono consentiti gli interventi colturali
disciplinati dalla medesima legge e da specifiche disposizioni
e all’Art. 5
(Aree escluse dalla definizione di bosco)
quanto previsto dai piani paesaggistici di cui agli articoli 143 e
156 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, non rientrano
nella definizione di bosco:
a) le formazioni di origine artificiale realizzate su terreni
agricoli anche a seguito dell’adesione a misure agro-ambientali o
nell’ambito degli interventi previsti dalla politica agricola comune
dell’Unione europea;
b) l’arboricoltura da legno, di cui all’articolo 3, comma 2,
lettera n), le tartufaie coltivate di origine artificiale, i
noccioleti e i castagneti da frutto in attualita’ di coltura o
oggetto di ripristino colturale, nonche’ il bosco ceduo a rotazione
rapida di cui all’articolo 4, paragrafo 1, lettera k), del
regolamento (UE) n. 1307/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio,
del 17 dicembre 2013;
c) gli spazi verdi urbani quali i giardini pubblici e privati, le
alberature stradali, i vivai, compresi quelli siti in aree non
forestali, gli arboreti da seme non costituiti ai sensi del decreto
legislativo 10 novembre 2003, n. 386, e siti in aree non forestali,
le coltivazioni per la produzione di alberi di Natale, gli impianti
di frutticoltura e le altre produzioni arboree agricole, le siepi, i
filari e i gruppi di piante arboree;
d) le aree soggette a misure e piani di eradicazione in
attuazione del regolamento (UE) n. 1143/2014 del Parlamento europeo e
del Consiglio, del 22 ottobre 2014.
2. Per le materie di competenza esclusiva dello Stato, fatto salvo
156 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, non sono
considerati bosco, esclusivamente ai fini del ripristino delle
attivita’ agricole e pastorali o del restauro delle preesistenti
edificazioni, senza aumenti di volumetrie e superfici e senza
l’edificazione di nuove costruzioni:
a) le formazioni di specie arboree, associate o meno a quelle
arbustive, originate da processi naturali o artificiali e insediate
su superfici di qualsiasi natura e destinazione anche a seguito di
abbandono colturale o di preesistenti attivita’ agro-silvo-pastorali,
riconosciute meritevoli di tutela e ripristino dal piano
paesaggistico regionale ovvero nell’ambito degli specifici accordi di
collaborazione stipulati ai sensi dell’articolo 15 della legge 7
agosto 1990, n. 241, dalle strutture regionali compenti in materia
agro-silvo-pastorale, ambientale e paesaggistica e dai competenti
culturali e del turismo, conformemente ai criteri minimi nazionali
definiti ai sensi dell’articolo 7, comma 11, e fatti salvi i
territori gia’ tutelati per subentrati interessi naturalistici;
b) le superfici di cui alla lettera a) individuate come paesaggi
rurali di interesse storico e inserite nel «Registro nazionale dei
paesaggi rurali di interesse storico, delle pratiche agricole e delle
conoscenze tradizionali», istituito presso il Ministero delle
politiche agricole alimentari e forestali;
c) i manufatti e i nuclei rurali gia’ edificati che siano stati
abbandonati e colonizzati da vegetazione arborea o arbustiva a
qualunque stadio d’eta’.
3. Le fattispecie di cui alle lettere a) e b) del comma 2
continuano ad essere considerate bosco sino all’avvio dell’esecuzione
degli interventi di ripristino e recupero delle attivita’ agricole e
pastorali autorizzati dalle strutture competenti.
aprile 4, 2020 alle 6:49 pm
Per cui quando (ma non di questi tempi perchè si deve restare casa), andando nei boschi del nostro Bel Paese e della nostra Bella Isola, capita di imbattersi in interventi di taglio, molta attenzione si deve fare alle definizioni..
Ed è li che sembra appendersi il futuro di molti boschi anche perché il comma 13 dell’art.7 già segnalato (“Le pratiche selvicolturali, i trattamenti e i tagli
42”) di fatto considera praticamente tutti i tagli boschivi “tagli colturali”….!
aprile 4, 2020 alle 7:08 pm
Ed è anche alla luce di quelle definizioni e disposizioni di legge, da interpretarsi coerentemente in tutte le aree sottoposte a vincolo idrogeologico ai sensi del R.D.L.3267/1923 e in tutti i boschi pubblici dell’attuale realtà regionale, che dovrebbe essere analizzata con grande attenzione la proposta di modifica delle Prescrizioni di Massima e di Polizia Forestale di recente pubblicata dall’Assessorato alla Difesa dell’Ambiente.
aprile 6, 2020 alle 12:45 pm
Il testo unico ha trovato un bellissimo escamotage per eliminare i tagli di utilizzazione, quelli cioè che dovrebbero avere delle prescrizioni, in questo modo è tutta manutenzione… radere al suolo un bosco eliminando la maggior parte delle matricine lasciando qualche vecchio pollone rinsecchito oramai è un taglio “COLTURALE” AAAHHH!!!!! SIAMO PRESI BENE….. Poi sulle affermazioni che i boschi “hanno solo bisogno di tecnici forestali” poveri noi se i tecnici forestali sono di così elevata estrazione come alcuni di mia conoscenza oserei dire: “che iddio preservi il bosco dal tecnico forestale”. ho visto fare più danni al bosco in tre anni dai dottori forestali che in 150 anni di scriteriata gestione d’impronta Savoia…….
Nostra signora mia de grazias, con ciò non voglio dire che tutti i forestali siano uguali ne conosciamo anche di elevato spessore…….
aprile 7, 2020 alle 1:12 pm
Allora quali sarebbero i più titolati? La divisione fra “buoni” e “Cattivi” chi la deve fare?ed in base a quale criterio?
aprile 7, 2020 alle 2:12 pm
Gentile EDI, il criterio dovrebbe essere quello dell’eccellenza, della COMPETENZA ed anche del buon senso che è merce rara.
La divisione tra “buoni e cattivi ” e tra coloro che sono “amici degli amici” appartiene all ‘ “Archeano”, da NON riesumare.
COMPETENZA, PROFESSIONALITA’, sissignori, e laddove è necessario e richiesto, TITOLI, sì titoli per farlo.
Perché se tutti questi aspetti non saranno tenuti in debito conto, la nostra madre TERRA sarà irrimediabilmente rovinata, perduta, kaput… e chi si è visto si è visto e Noi senza alberi, saremo … non glielo dico; ci pensi Lei.
aprile 7, 2020 alle 8:23 pm
Se vuole rispondere al posto del Sig. Pino Faccia Pure, ma almeno mi dia una risposta che non sia una generica romanzina che non spiega niente. Mi scuso, ma forse ho posto male la domanda: premesso che i dottori forestali seguono un corso di studi ed ottengono una laurea specifica, fanno l’esame di stato per potere esercitare la libera professione, ed alcuni conseguono anche una o più specializzazioni (come succede in medicina, ingegneria ecc.), quali sono, se non loro, le figure professionali più specializzate e competenti in materia forestale? Ma se non sbaglio, si è posta in discussione la validità del titolo stesso, introducendo una distinzione fra professionisti di “elevata estrazione” oppure no (buoni o cattivi professionisti). Dal momento che, per logica, quando si fanno affermazioni discriminatorie ci sono due possibilità: sono fondate su un criterio oggettivo o sono fondate su motivazioni di tipo personale. Le seconde fanno parte della divisione fra amici e nemici ed a scanso di equivoci chiedevo quale è il criterio di tipo oggettivo.
Massimo Dott. For. Amb. DI DUCA
aprile 5, 2020 alle 1:32 am
Oohh, giusto. Il bosco ha SOLO bisogno di noi. Cioè, DI TECNICI FORESTALI magistrali. E tutte le professionalità, che gestiscono un taglio boschivo, sono abusive e FUORILEGGE
aprile 5, 2020 alle 9:50 am
Gent.mo “nur”,
Le confesso che ho letto, ma di corsa, una buona parte del “ “Testo unico in materia di foreste e filiere forestali (Decreto legislativo 3 aprile 2018, n. 34 in Gazzetta Ufficiale del 20 aprile 2018, n. 92) all’Art. 7 (Disciplina delle attivita’ di gestione forestale”), da Lei messo a disposizione e di cui La ringrazio.
Uno: perché troppo tecnico e dettagliato, soprattutto lungo.
Due: perché mi sono detta che tale TESTO UNICO, dovrebbe essere noto a chi di dovere. (il condizionale è d’obbligo, perché sembrerebbe che, in molti, (NON solo io che non leggo quotidianamente TESTI UNICI …ahahahah), anche addetti ai lavori, lo conoscano parzialmente o quantomeno, non lo applichino correttamente).
VEDASI ad esempio: (…) “Ed è li che sembra appendersi il futuro di molti boschi anche perché il comma 13 dell’art.7 già segnalato (“Le pratiche selvicolturali, i trattamenti e i tagli
42”) di fatto considera praticamente tutti i tagli boschivi “tagli colturali”….! Bella roba…
Un altro aspetto che mi ha colpito e che mi interessa in modo particolare, ossia laddove si fa riferimento a:
“alla luce di quelle definizioni e disposizioni di legge, da interpretarsi coerentemente in tutte le aree sottoposte a vincolo idrogeologico ai sensi del R.D.L.3267/1923 e in tutti i boschi pubblici dell’attuale realtà regionale, che dovrebbe essere analizzata con grande attenzione la proposta di modifica delle Prescrizioni di Massima e di Polizia Forestale di recente pubblicata dall’Assessorato alla Difesa dell’Ambiente.”.
Non mi rincuora però l’affermazione del Dott. Massimo Dott. For. Amb. DI DUCA che parla chiaramente di “professionalità abusive”, fuorilegge?…nei tagli boschivi…
Gesù Cristu de sa ruxi!
aprile 5, 2020 alle 11:12 am
Davvero molto molto interessante, un sentitissimo grazie! Sapreste consigliare un buon manuale che si occupa della materia?
aprile 5, 2020 alle 11:48 am
Cara G.Maiuscolo, le Tue preoccupazioni sono anche le mie visto che le definizioni e le disposizioni del “Testo Unico” le Regioni, compresa la nostra, dovrebbero aver cura di restituirle al territorio facendo attenzione assolutamente alla attuale realtà ambientale con tutte le problematiche relative legate soprattutto ai cambiamenti climatici, alla desertificazione, agli incendi, al dissesto idrogeologico, all’antropizzazione ed al generale sfruttamento della natura.
Colgo l’occasione per permettermi di segnalare a Luca anch’egli interessato alcuni testi di riferimento che mi paiono sempre attuali:
1) Ciancio O. (2018) – I diritti del bosco – Rubbettino editore;
2) Paci M. (2011) – Ecologia Forestale – Edagricole, Gruppo 24 ore;
3) Piussi P. (1994) – Selvicoltura generale – UTET.
Aldo Loris Cucchiarini
aprile 8, 2020 alle 2:45 am
mi inserisco brevemente con una considerazione: in un paese dove la maggior parte della superficie boscata è gestita a ceduo (e quindi tagliata a raso ogni 15 anni) si fa persino difficoltà a parlarne di selvicoltura, perchè che la conduzione a ceduo possa essere definita “selvicoltura” è davvero un ossimoro. LA cosa piu’ incomprensibile è che vi siano dei forestali che perorano tale tipo di gestione, definendola “idonea” e “compatibiile”. Le foto che si possono vedere sopra sono eloquenti, in proposito. Per brevità non affronto l’argomento nel dettaglio (ma sono disponibile a farlo), ma devo evidenziare una vera e propria stranezza: la gestione del ceduo non richiede, mi pare, grandi professionalità: bastano motosega, cottimisti, inosservanza delle leggi che regolano i rapporti di lavoro e della sicurezza e, magari, anche quelle sulla fiscalità generale. Mi viene quindi in mente che tali forestali siano i peggiori nemici di se stessi, dato che solo un cambiamento di paradigma, che ci proietti in una selvicoltura vera, proiettata sulla progettazione del futuro, richiede professionalità elevate, ovvero e appunto la presenza di forestali. Se poi la magnificazione delle biomasse viene dal mondo accademico, la cosa è ancora piu’ incomprensibile, dato che gli istituti universitari, oltre a non poter ignorare le problematiche espresse e altre su cui ho sorvolato, dovrebbero cercare di creare occupazione per i futuri laureandi, non di magnificare una gestione che tra questi puo’ creare solo disoccupazione.
aprile 8, 2020 alle 8:42 am
Per EDI
Intanto io ho risposto perché ho ritenuto mio diritto farlo, uno;
due perché , fino a che esiste ancora “IL DIBATTITO”, ( che sia aperto, dialettico ed educato, possibilmente), chiunque legga e gradisca, possa parteciparvi;
tre, perché fino a che i responsabili di questo sito lo consentiranno, si potrà dialogare. PUNTO.
Sappia che io NON sono l’avvocato difensore di alcuno.
Il signor… come si chiama…Pino, risponderà se e quando lo riterrà opportuno sui dubbi che Lei esprime.
Noto comunque che Lei non va troppo per il sottile con le sue “valutazioni” personali che lasciano il tempo che trovano. Almeno per me.
In realtà nell’elencare dettagli e specificità della professione di “ DOTTORE FORESTALE” ( …) ( “premesso che i dottori forestali seguono un corso di studi ed ottengono una laurea specifica, fanno l’esame di stato per potere esercitare la libera professione, ed alcuni conseguono anche una o più specializzazioni (come succede in medicina, ingegneria ecc.), quali sono, se non loro, le figure professionali più specializzate e
competenti in materia forestale?”), Lei altro non ha fatto che ribadire concetti che io ho espresso nel mio commento, perché ho parlato di:
(…) “ECCELLENZA, di “COMPETENZA, di “PROFESSIONALITA’ “, e di (…)
TITOLI, sì, sì di titoli per farlo”.).
Dunque, di una laurea specifica (TITOLI), di esame di stato per poter esercitare la libera professione (PROFESSIONALITA’ ) e di una o più specializzazioni( COMPETENZA).
Se tutti questi aspetti e requisiti sono posseduti dalle persone interessate ad esercitare la professione di Dottore forestale, allora siamo in presenza di una figura professionalmente corretta e … adeguatamente, pronta a svolgere la professione per la quale si è preparata.
SE… grande come una casa.
Le sembra che i concetti da me espressi siano difformi dai Suoi? Trova forse qualche discordanza?
Quanto al fatto che (…) “si è posta in discussione la validità del titolo stesso, introducendo una distinzione fra professionisti di “elevata estrazione” oppure no (buoni o cattivi professionisti)”, NON è affar mio perché non è una mia affermazione quella sopra citata; NON ne faccio e NON posso farne alcuna, di affermazione, se, per logica, come Lei sostiene (…) “quando si fanno affermazioni discriminatorie ci sono due possibilità: sono fondate su un criterio oggettivo o sono fondate su motivazioni di tipo personale.”
A lei la scelta… tra l’una o l’altra possibilità.
Io un’idea me la sono fatta, ma non ci penso neanche ad esprimerla.
A quel Suo “prego” beffardo ed irriverente rispondo dicendo che il mio GRAZiE non era rivolto a Lei ma, per educazione, a tutti coloro che avrebbero letto e che leggono.
aprile 8, 2020 alle 3:12 pm
Sta facendo tutto lei: non ho mai detto che non doveva intervenire e tanto altro e poi la colpa delle sue deduzioni è anche la mia.
aprile 8, 2020 alle 9:00 am
Penso che quanto esprime Aldo sia fondato.
aprile 8, 2020 alle 5:12 pm
In punta di piedi, vorrei segnalarli un testo di selvicoltura Generale più recente: “Selvicoltura Generale” di P. Piussi e G. Alberti (2015). Ma prima di trarre facili e semplicistiche conclusioni sul Governo a Ceduo, visto che è stato tirato in causa, consiglio a chiunque, di leggere “Il Bosco Ceduo- Selvicoltura, Assestamento e Gestione” di Orazio Ciancio e Susanna Nocentini” (2004). A dimostrazione di quanto tale forma di governo sia tutt’altro che semplice e banale, per trattare l’argomento, in modo tecnico-scientifico, sono state scritte oltre 700 pagine.
In tempi di coronavirus, notando il consistente traffico di legname proveniente dal continente, evidentemente volto a soddisfare la richiesta locale, si accresce la mia preoccupazione sul fatto che stiamo continuando ad esporre i nostri boschi e più in generale il nostro patrimonio vegetale, alla comparsa di nuove fitopatie. Tutto come sé non ci bastassero le calamità che fino ad oggi abbiamo introdotto nel campo agricolo, forestale e del verde urbano, attraverso l’importazioni di prodotti vegetali. Quante palme si sono viste morire? Una vera ecatombe, e c’è da sperare che non si selezioni una variante del punteruolo che prediliga la palma nana.
Siamo un isola con pochi abitanti in relazione alla superficie, eppure in analogia a quanto si sente in questi giorni, è come se non avessimo le mascherine perché abbiamo delegato la produzione ad altri. Di fatto, importiamo sia legna che prodotti agricoli, probabilmente creando più consumo di risorse ed inquinamento attraverso il loro trasporto.
Il punto della situazione fitosanitaria al 2013 è ben esposto nell’articolo “Emergenze fitosanitarie e strategie di difesa nelle formazioni forestali della Sardegna” Di Luciano Franceschini (2013). (https://www.researchgate.net/publication/273812243_Emergenze_fitosanitarie_e_strategie_di_difesa_nelle_formazioni_forestali_della_Sardegna
aprile 8, 2020 alle 9:14 pm
Guarda Edi che il principale pericolo per i nostri boschi è il fuoco con gli incendi, segue la motosega. Gli insetti vengono dopo molto dopo tra i pericoli anche perché ci son sempre stati… Li abbiamo letti e continuiamo a leggerli in tutte le edizioni i trattati che magnificano il governo a ceduo ma occorre farlo davvero bene perché scoprirai che confermano sempre che è la via più semplice per ottenere legna a brevi intervalli (almeno 20 anni in ambiente mediterraneo) non certo la ricetta migliore per assicurare stabilità ai versanti nei quali vegetano gran parte dei nostri boschi (spesso rientranti in aree vincolate dal punto di vista idrogeologico o paesaggistico), prevenzione dall’erosione e dagli incendi. Vogliamo ripassare ben noti concetti di protezione ambientale anche in aree protette che nel 2020 magari sono un po più preminenti rispetto a tuttaltre considerazioni che oggi varrebbe la pena spostare in altri luoghi economici quali ad esempio le produzioni fuori foresta? E vabbe continuiamo così all’infinito allora…! Niente di nuovo sotto il sole…
aprile 9, 2020 alle 6:33 am
Il fuoco, al pari del clima del suolo ecc. è un importante fattore ecologico e la nostra vegetazione è ricca di specie con adattamenti pirofitici attivi e passivi, che sicuramente non si sono evoluti nel breve arco di esistenza del genere umano rispetto ai tempi in cui la vita organica ha iniziato la sua evoluzione. La sua pericolosità non è assoluta e i nostri boschi hanno i loro sistemi di difesa, rispetto ad un agente nuovo e sconosciuto che richiederebbe tempi lunghi per sviluppare adattamenti. Turni di 20 e anche 12 anni, con raccolta intermedia della frasca, pascolo e qualche volta anche coltivazione nel periodo intermedio al taglio, sono retaggi del passato, ora si propende per turni di 40 anni e non si attuano più le altre pratiche. La cosa fondamentale è come le cose vengono gestite in ambito territoriale. Il “pericolo” più grosso è l’estremismo: tutto ceduo, tutta fustaia, tutta evoluzione naturale, senza che vi sia una valutazione circostanziata ed opportunamente articolata, in altre parole Sistemica. Con gli opportuni accorgimenti c’è posto per tutto e le soluzioni non sono lineari: in certe circostanze, la fustaia più pesante, può aumentare la franosità dei versanti; se sottraiamo terreni all’agricoltura per produrre biomasse, magari dobbiamo importare più cibo, probabilmente rivolgendoci a chi disbosca la foresta amazzonica per farne colture superintensive. Non ci sono ricette universali.
aprile 9, 2020 alle 2:15 pm
Edi capisco che voglia far passare il Tuo ragionamento come si suol dire ma di nessun estremismo stiamo parlando (di solito se tanti non la pensano necessariamente come altri non per questo vengono considerati estremisti), semmai solo dell’esigenza di valutazioni molto approfondite, comprese proprio quelle “sistemiche” che in aree naturali protette, in aree vincolate dal punto di vista idrogeologico, in aree a vincolo paesaggistico, in aree sottoposte a fortissimi stress legati al cambiamento climatico, fanno propendere per scelte gestionali necessariamente diverse che prendono in seria considerazione la possibilità che non si possa continuare a ceduare i boschi di fatto come nel XIX e XX secolo. I terreni sottratti all’agricoltura oggi in Italia ed in Sardegna, lo sanno tutti, non sono certo quelli destinati a produrre biomasse, che sono pur esse prodotti propri dell’agricoltura, bensi sono altri ovvero quelli “trasformati” per edificare o per esempio per realizzare centrali di produzione energetica. Almeno ci fosse un vero ritorno all’agricoltura e quindi anche all’arboricoltura da legno, l’Amazzonia ringrazierebbe.
aprile 9, 2020 alle 5:01 pm
Una cosa sono le scelte estreme, nette, che prendono in considerazione un unica possibilità, una cosa diversa è l’essere estremisti. Lo stesso uomo può essere estremista per certe cose e più possibilista per altre. Più o meno siamo tutti in questa situazione. Comunque fino ad oggi non ho mai incontrato un tecnico del settore che pensi lontanamente di “continuare a ceduare i boschi di fatto come nel XIX e XX secolo”. E come se un chirurgo pensasse che sia meglio operare come si faceva nell’ottocento. Comunque, lasciando da parte il tema ceduazione ed a ognuno le sue convinzioni (altrimenti si potrebbe pensare che sono qui per fare proselitismi, mentre in realtà mi sto annoiando tremendamente), non esistono solo danni da insetti nel mondo vegetale, ma ci sono altre patologie molto insidiose ed invisibili, talvolta, ma non sempre, veicolate dagli insetti (vedi. xylella ) . Purtroppo un danno non è sempre alternativo ad un altro ma può operare in sinergia: una grande moria di alberi aumenta il rischio dello sviluppo di incendi (le temperature raggiunte dal fronte del fuoco sono evidentemente correlate alla quantità ed alle caratteristiche del combustibile), che divengono più difficili da estinguere e aumentano gli effetti dannosi a carico del suolo e della capacità rigenerativa delle ceppaie. Quindi, un attacco da fitopatogeni equivarrebbe a mettere benzina nel bosco. Esattamente come il coronavirus che, oltre a fare morti, aggrava lo stato di indigenza di larghe fasce di popolazione.
aprile 9, 2020 alle 5:43 pm
(…) “Almeno ci fosse…un vero ritorno all’agricoltura…”
Le sue parole, gentile Nur si concretizzano in chi, pur con una formazione giuridica in tasca, continua a coltivare, brillantemente, la terra, custodendola e valorizzandola, scegliendo di non dedicarsi solo a quella che poteva essere la sua professione.
Esprimendo saggezza e buon senso, caro Nur, e fermandosi a spiegare e a dialogare, ancorché “osteggiato”, Lei surclassa, alla grande, Giobbe!
aprile 9, 2020 alle 5:45 pm
Gentile Nur, ho scritto il mio commento, senza un riferimento a Lei e comunque, quando non appariva, almeno nel mio dispositivo, il commento successivo. Mi scuso per questo.
aprile 9, 2020 alle 6:37 pm
Non sono in grado di dire se sia auspicabile un ritorno all’agricoltura, ma penso che non lo sarebbe se per agricoltura si intende quella praticata ora e forse neanche quella del passato: basta guardare fotografie della prima metà del ‘900 per vedere il deserto fin quasi in cima alle montagne. La gente viveva sparsa nel territorio, fatto in sé non negativo, ma la necessità, l’assetto fondiario e la demografia avevano spinto le persone anche in luoghi dove l’uomo non avrebbe mai dovuto insediarsi. Si aravano anche i prati di montagna per ricavarne da vivere (da sopravvivere, a volte malamente). Tutto l’ecosistema era stato alterato, in modo capillare, tutto il suolo eroso e dilavato. E adesso siamo sette miliardi….
Ma tornando sull’argomento del ceduo, effettivamente bisogna rifuggire dall’estremismo: Come non considerare estremisti gli agronomi (e persino alcuni forestali) che affermano esserci ormai “troppi alberi” e considerano normale che in certe aree del paese la superficie a ceduo superi il 90 per cento del totale ? E, personalmente, mi chiedo come considerare normale una situazione per la quale ben oltre la metà dei boschi di una nazione siano coltivati in così grande divergenza da quello che dovrebbe essere il loro assetto naturale ? Il ceduo in natura non esiste…
Relativamente ai criteri di tale gestione tra i boschi della Sardegna e quelli continentali, dalle immagini che vedo, direi che non vi è alcuna differenza. Forse possono essere diversi gli effetti sui suoli, che in Sardegna potrebbero risultare piu’ erodibili, per via di piu’ forti differenze stagionali nel contenuto di acqua. A parte questo, parliamo proprio della stessa cosa.
aprile 10, 2020 alle 8:58 am
Grazie G Maiuscolo fa piacere verificare che parlare serenamente di problemi ambientali che data la loro gravità sono diventati globali non sia incasellato tra gli estremismi.
aprile 10, 2020 alle 9:29 am
Per Aldo sperando di non annoiare. Certo il ritorno all’agricoltura non può essere quello che ci riporta all’agricoltura praticata con modalità obsolete del passato. Per esempio una moderna arboricoltura da legno praticata fuori foresta, come usa dire, potrebbe alleggerire di molto la pressione sui boschi soprattutto in Italia ed in Sardegna ove le condizioni “stazionali” (ambientali) sono assai difficili proprio per gran parte di questi soprattutto se pensiamo alle forti pendenze, ai terreni superficiali e a rischio idrogeologico su cui si sviluppano. In Sardegna alcuni difficoltà climatiche, penso innanzitutto all’intensa e prolungata assenza di piogge durante l’estate, ultimamente sempre più spesso fin quasi all’inverno, si concentrano sulla maggior parte dei boschi utilizzabili, teoricamente ceduabili perchè costituiti in prevalenza da latifoglie che possono rinnovarsi agamicamente dopo il taglio, che quindi in quel preciso momento sono sottoposti ad ulteriori stress.
Ecco allora che occorre valutare con grande attenzione tutti gli interventi di taglio in bosco oggi maggiormente di un tempo proprio perchè si hanno a disposizione molte più informazioni ambientali che devono essere inquadrate anche in relazione alla presenza di un gran numero di vincoli (idrogeologico, paesaggistico, di protezione naturale, ecc..) che non sono stati imposti a caso ma fortunatamente con molta avvedutezza.
aprile 10, 2020 alle 9:30 am
In natura esiste già tutto, l’uomo è solo un grande imitatore, di fatto la sua conoscenza è generalmente limitata e stereotipata, malgrado i progressi delle sue scoperte che mettono in luce spiragli di una realtà complessa: anche il taglio raso su grandi superfici delle fustaie può essere frutto delle forze delle natura. I boscaioli esistono prima di noi e sono nati già dotati ed attrezzati per fare quel mestiere: si chiamano castori. Se si studiasse quanti alberi abbatte uno solo di essi in un anno, per altro, per costruire dighe abusive, sarebbe da condannare. Ovviamente, questo giudizio sarebbe il risultato del concentrarsi solo sul taglio degli alberi (sulle opere abusive c’è sempre qualcuno che proporrebbe il condono) e del soffermarsi su una fotografia dell’effetto del risultato visivo immediato. Eppure quegli alberi tagliati (con diametri anche superiori ai 30 cm) e le sue opere ingegneristiche, mettono in moto una serie di eventi naturali straordinari. Il problema non è quello di tagliare gli alberi, ma di saperli tagliare in modo appropriato.
aprile 10, 2020 alle 1:00 pm
Buongiorno. Caro Nur, non ci annoiamo affatto; se siamo qui a parlarne è segno che l’argomento ci appassiona. Per il resto d’accordo su tutto. Riguardo alle argomentazioni di Edi sui castori: è vero, i castori, dopo gli esseri umani sono la specie che piu’ di ogni altra è in grado di modificare l’ambiente. Però il taglio raso di vaste superfici è un’invenzione nostra e in natura una cosa simile si verifica (su grande scala) solo dopo delle catastrofi che, per l’appunto, sono tali. La natura (per fortuna) è resiliente, ma penso che questo non sia un buon motivo per “catastrofizzarla”. E’ come se, visto che uno incassa bene i pugni, continuassimo a pestarlo a tempo indeterminato. Sono d’accordo con te che si tratta di “sapienza”, ovvero di saper tagliare; ma il problema è proprio quello. In Italia abbiamo esempi eccellenti e foreste ben gestite, veri esempi di caratura assoluta, da cui potrebbero prendere esempio anche molti altri stati. Ma, al nostro solito, si tratta di “perle disperse nel letame”, nel senso che la situazione generale è ben altro e dei nostri gioielli in genere non ci curiamo granchè. Nelle Foreste Casentinesi, per fare un esempio, vi è un’area che è esemplare: una strada in fondo ad un angusta valle (pochi metri dunque) divide la foresta primaria (vetusta addirittura) dal paesaggio del versante opposto, costituito da calanchi argillosi, dove qua e là sono presenti ginestre e ginepri. E’, questa seconda, un’area in lenta resilienza, che un tempo era in continuità con la foresta primaria, nel senso che ne faceva parte. Ora non c’è piu’ neppure il suolo e il contrasto, a pochi metri di distanza, è stridente e istruttivo. Certo, all’ epoca la sopravvivenza veniva prima di altre considerazioni e chi l’ha tagliata non si è posto questi problemi, perchè ne aveva altri. Ma oggi, che conosciamo le dinamiche, sappiamo quanti ql di terra asporta un temporale in un’area denudata, sappiamo come imitare la natura, imitandola e assecondandola e limitando l’impatto del nostro intervento ad un livello che la natura puo’ tollerare e riassorbire in tempi brevi, che scusa abbiamo ?
aprile 10, 2020 alle 2:11 pm
Grazie Aldo d’accordo su tutto. Anche noi sardi possiamo verificare l’ecotono che separa nella Foresta Demaniale di Montes la foresta vetusta di Sas Baddes scampata agli incendi che, neglia nni ’30 del secolo scorso, nell’ambito di un’area forestale primordiale di migliaia di ettari, arsero per oltre un mese nel Supramonte di Orgosolo. Da quel dì la foresta primaria, cancellata dai disastrosi incendi, non si è più ripresa restando diffuse in gran parte delle sue porzioni una gariga ed una macchia bassa poco evolute. Nella dinamica della ricostituzione naturale della foresta sarà necessario un tempo altrettanto lungo solo per riavvicinarsi ad una vera e propria formazione boschiva sempre che in quelle difficilissime condizioni ecologiche (ambientali), tipiche dei tavolati e versanti calcarei mediterranei, venga assicurato il rispetto assoluto. E non scomodiamo i castori per favore!
aprile 10, 2020 alle 6:07 pm
E’ una giusta osservazione: che una foresta “primaria” venga completamente distrutta dopo un incendio viene affermato anche da Del Favero (i boschi delle regioni meridionali e insulari). Non usa il termine primaria, ma la chiama lecceta tipica montana (giusta cautela scientifica per non dar luogo a facili suggestioni). La grande presenza di sostanza morta (se questa è in fase di decadenza), con fusti vetusti e parti secche , fa si che il fuoco raggiunga elevate temperature, bruci a lungo ed in profondità mortificando la capacità pollonifera (una grande scoperta della natura per superare eventi catastrofici, sottolineo di nuovo: prima che l’uomo facesse comparsa sulla terra) cristallizzando i silicati, con tutto quello che ne consegue. Poi si sa che i vecchi o i soggetti malandati, come il sottoscritto, sono più fragili. Mi farei riempire di botte se servisse a darmi qualche decina d’anni in meno, ma purtroppo non ho la capacità di una ceppaia (l’offesa in Sardo: sesi una cozzina in fondo è un complimento alla forza ed alla tenacia). Questo non avviene nelle formazioni boschive mediterranee, dove c’è una presenza elevata di specie arboree che reagiscono bene al fuoco, sia per le loro caratteristiche che per effetto di tagli che hanno mantenuto viva la capacità pollonifera. In formazioni a leccio secondarie (con vigorosa capacità pollonifera dovuta a tagli o eventi di disturbo di altra natura), percorse dal fuoco più volte a distanza di pochi anni, si è notato un progressivo aumento del corbezzolo, dell’erica arborea, della fillirea e della sughera, se già presente prima dell’evento, ma mai un drastico passaggio alla gariga.
Vorrei sapere da Aldo in quale situazione ha sentito dire “ci sono troppi alberi”, perché estrapolata dal contesto non fa cogliere il senso: per esempio se devo convertire un ceduo in fustaia, può essere un’affermazione più che corretta, poiché una fustaia matura ha un numero nettamente inferiore di alberi a parità di superficie (350-400 ed anche meno) e se contiamo il numero di fusti non ci sono storie (anche mille ceppaie e più di 3000 fusti).. Idem, se parla di una pineta da pinoli che viene allevata come se fosse una pineta di protezione (120, alberi ad ettaro contro 400-600). Nel caso estremo: se viene affermato mentre si guarda il deserto è certamente un brutto segno.
A proposito di estremismi:, non ci trovo niente di male sul fatto che si possa essere anche estremisti: la vita funziona proprio perché ci sono due poli. Senza due poli estremi tutto sarebbe piatto: senza le vette e le vallate non scorrerebbero i fiumi, non ci sarebbe nessuna erosione (ma non sarebbe un bene) e niente alberi, che dopo migliaia di anni sono comparsi ed hanno iniziato a disturbare questo grandioso fenomeno naturale rallentandone il suo decorso (cosi immagino pensasse il dio dei fiumi). Niente vento, nessuna discussione, tutti pienamente d’accordo, privi di stimoli, niente momenti di allegria che ti risollevano dal dolore, niente di niente. Nemmeno Nur che non vuole si scomodino i castori, non capisco il perché, ma sono felice di non potere comprendere tutto perché vuol dire che sono vivo ed ancora con la possibilità e la voglia di scoprire.
Questo era un pensiero Pasquale che mi è venuto così.
Ps: se qualcuno è interessato agli effetti psicologici dovuti all’isolamento da Sig. Coronavirus rimango a disposizione
aprile 10, 2020 alle 7:40 pm
Caro Edi, mi sa che trattare della Tua età e dei Tuoi acciacchi sinceramente in questa pacata discussione non è che “centri” molto. Comunque voglio venirTi incontro. Fondamentalmente sembra Ti sfugga il concetto di “climax” e di dinamica evolutiva della vegetazione forestale che tende a raggiungere la maturità e quindi tendenzialmente la massima evoluzione allorquando l’ecosistema bosco costituito da una o più specie dominanti raggiunge lo stock numerico massimo per quella specie (cfr.Odum oppure Susmel che potrebbe esserTi più familiare) in funzione della “stazione” (non delle fs) ovvero delle caratteristiche ambientali in grado di supportare tutta la biomassa fissata e che proprio nel caso da Te citato delle formazioni boschive mediterranee è rappresentato dal bosco di leccio puro o in consociazione con pochissime altre specie arboree (dette secondarie) o arbustive o che restano a portamento arbustivo. Se Tu possa fare a meno davvero del bosco e degli alberi non saprei; il titolo del messaggio del GRIG invitava giustamente ad aver cura dei boschi e degli alberi e su questo splendido concetto mi concentrerei. Pacifico è ritenere che gli sviluppi di tutti gli studi biologici e ambientali (non per questo estremisti) maturati finora abbiano già da tempo portato e portino sempre più a riconoscere, senza se e senza ma, che dal punto di vista ecologico e funzionale laddove al termine della dinamica evolutiva il bosco mediterraneo o no che sia tende ad affermarsi, nonostante fuoco, tagli e pascolo (tutte specialità di origine antropica in particolare mediterranea e non “castorina”), la sua presenza sia assolutamente preferibile a quella della macchia, della gariga o di altre formazioni vegetali che naturalmente dovrebbero lasciare il posto al bosco. Però meno che meno il mio sentire assume il dovere di convincere qualcuno su questi aspetti neppure il più estremista. Certo continuare a dubitare di acclarate conquiste ecologiche nel 2020 alla luce delle tante conoscenze oggi a disposizione anche nel settore forestale penso si questo sia davvero in qualche modo incomprensibile. Non vorrei sia stata la noia.
aprile 11, 2020 alle 2:00 pm
Infatt,i il discorso non mi pare fosse incentrato su di me e so che non interesserebbe a nessuno. Questa è un tua deduzione: capisci cosa è l’autoironia!
Il concetto di climax è stato da tempo superato o meglio integrato, poiché, malgrado l’introduzione del concetto di climax edafico e di piroclimax (nel mondo esistono numerose formazioni vegetali riconducibili al piroclimax), non dava spiegazione sulla biodiversità e sulla distribuzione della vegetazione in certe aree, dove, secondo il principio del climax doveva esserci una diversa vegetazione. Pertanto, su base sperimentale si è pervenuti alla teoria del ”disturbo intermedio” (o occasionale) e al “principio del raccolto” che, integrando la teoria del climax, spiegano meglio l’incredibile variabilità della vegetazione e della biodiversità sul pianeta.
Forse c’è qualche libreria scientifica da aggiornare.
Se sia meglio la macchia o la fustaia (aggiungo) o la prateria o la gariga, non è un modo corretto di affrontare la tematica, non si tratta di un argomento da tifoseria. Sono tutte importanti in un determinato ambientale ed ognuna presenta caratteristiche e funzionalità diverse (se guardassimo solo il numero di endemismi vegetali – nel nostro ambiente- dovremmo propendere per un territorio tutto costituito da gariga). Su scala territoriale, le diverse tipologie non operano in modo concorrenziale, ma si integrano dando possibilità di sopravvivenza a più organismi (in altri termini aumentano le nicchie ecologiche. I cervi hanno bisogno di spazzi aperti e di vegetazione bassa e tenera per alimentarsi e del bosco e della macchia per rifugiarsi. La ricerca del cibo prevale e quando sono in sovrannumero, rispetto alle capacità produttive del sistema, agiscono pesantemente sulla vegetazione arborea (al pari degli erbivori domestici), impedendone la rinnovazione. Anche i rapaci hanno bisogno di spazzi aperti per cacciare e spazzi diversi per nidificare. Nelle formazioni a macchia o similari crescono e fruttificano specie vegetali che sono fondamentali per l’avifauna, ma un altro tipo di avifauna (legata alla nidificazioni nelle cavità degli alberi) ha bisogno del bosco d’alto fusto. Nei boschi d’alto fusto le fruttificazioni sono più irregolari e relegate alle annate di pasciona (il discorso poi si complica se consideriamo le fasi del ciclo: rinnovazione, competizione, stabilizzazione e decadenza, per ritornare alla rinnovazione) ed una lecceta (specialmente in fase di competizione o stabilizzazione non è in grado di fornire polline (quindi anche miele, per esempio quello di corbezzolo molto più diffuso nella macchia e nei cedui giovani). In linea generale i boschi d’alto fusto creano le migliori condizioni di suolo, sono molto belli da vedere e ospitano le specie tipiche della formazione boschiva (in altri tempi venivano apprezzati principalmente per gli assortimenti legnosi. Tuttavia, anche in questi, durante il lungo ciclo biologico, possono verificarsi intensi fenomeni erosivi (Il trattamento disetaneo per piede d’albero è quello che garantisce la maggiore protezione del suolo: questo è veramente l’unico modello che non esiste in natura e quindi può essere attuato solo dall’intervento umano, la sua pecca applicativa è il costo di gestione) e se per varie cause sono cambiate le condizioni della stazione, come per esempio la piovosità, sono costretti a cambiare fisionomia e composizione specifica, dal momento che per trasportare la linfa i grossi tronchi consumano ed hanno necessità di molta più acqua di una formazione bassa. Quindi, forzare il ritorno alla fustaia, può essere uno spreco di tempo e può anche produrre danni. Anche io un tempo “tifavo” per l’assoluta superiorità della fustaia e pensavo con il parametro di una scala territoriale di dimensioni ridotte, ma evidentemente ero troppo impreparato per ragionare su scala territoriale ampia e comprendere che un mosaico di differenti combinazioni della vegetazione e dei trattamenti è quella che può coniugare meglio le esigenze, ambientali, paesaggistiche e produttive.
Concludo (accidenti sto scrivendo troppo, rischio di essere troppo noioso, anche a me stesso) rispondendo alla mia domanda iniziale: la casistica è molto complessa e richiede una forte multidisciplinarità, ma la figura più adatta alla sintesi tecnica ed attuativa è senz’altro quella del forestale, che non è comunque infallibile, come non lo sono tutti gli uomini. Però, la cosa peggiore che si possa fare è quella di non mantenere un approccio scientifico, selezionando solo il materiale (se pur scientifico, qualche volta datato) necessario ad affermare la propria posizione (questo è ammissibile solo fra non addetti ai lavori) escludendo scientemente gli studi che mettono in dubbio le proprie convinzioni, ed anche escludendo con supponenza ed a priori, preziose informazioni che possono pervenire da un semplice lavoratore della terra che conosce a menadito il suo territorio. Altra fonte spesso ignorata è la documentazione storica. Anche la consultazione delle fotografie storiche è importante e sono contento che nella sede di questa discussione sia stata fatta presente: l’immagine descritta inquadra bene un aspetto dell’uso del territorio fatto in passato, che non lascia spazio ad una visione idilliaca e al desiderio di un ritorno al passato (che tradotto dal sardo: non si augura neanche ad un cane, con tutto rispetto per i canidi)..
Ho osservato che un approccio parziale con esclusione delle informazioni scientifiche che non rispondono ad una propria visione, spesso sulla scia del comprensibile entusiasmo, è più frequente nei neolaureandi (non solo fra essi, ma per ragioni diverse) che non hanno avuto ancora modo di operare su casi concreti, anche perché, in Italia, c’è una forte carenza formativa nel campo delle scienze applicate, che è fondamentale per evitare di mandare neoprofessionisti allo sbaraglio che, prima di raggiungere la maturità professionale rischiano di perpetuare errori già fatti ed ai quali si era già posto rimedio con semplici accorgimenti.
Rinnovo i miei auguri di Pasqua a tutti, indistintamente, e ringrazio per l’ospitalità.
aprile 11, 2020 alle 1:25 am
Le affermazioni relative ai “troppi alberi” e al fatto che “i montanari ne farebbero volentieri a meno di questi boschi invadenti” e che gli alberi è meglio piantarli in città perche’ “noi non ne abbiamo bisogno” si trovano sul sito dell’UNCEM, home page e sono formate dal presidente dell’ente. Ma dovrei dire c’erano, perché ora non le trovo piu’. Pero’ ci sono altre “primizie”, come ad esempio la richiesta di prolungare la stagione del taglio, affermando che sia necessario dare piu’ tempo alle imprese boschive per tagliare, perchè a causa del coronavirus i lavori si sono fermati. Eppure bisognerebbe fare il contrario, visto che la stagione è assai anticipata e le piante sono entrate “in succhio” praticamente a tutte le quote.
Relativamente “all’estremismo”, mentre ora lei afferma che “non ci trovo niente di male sul fatto che si possa essere anche estremisti, qualche intervento addietro lei scriveva che “Il “pericolo” più grosso è l’estremismo”.
A parte questo, nel suo ultimo post vi è, a mio avviso, un disallineamento tra quelle che sono le dinamiche naturali e quelle che sono le dinamiche imposte dalla nostra presenza (umana). Certo che l’erosione è un fatto naturale e certo che le foreste compaiono e scompaiono. Ma con calma. In natura tutto avviene con ritmi talmente lenti e armonici che raramente ci è dato accorgercene. Salvo che nelle catastrofi (per dire, cade un asteroide…). Ma il fatto che si verifichino catastrofi che distruggono interi ecosistemi ed estinguono delle specie non significa che a nostra volta dobbiamo cercare di imitarle. Dovremmo invece imitare le dinamiche normali della natura, cercando almeno di fare danni molto contenuti, cosicché gli ambienti potessero avere una veloce resilienza. Nei boschi si puo’ fare; non c’è bisogno di tagli rasi ed estesi.
Riguardo alla considerazione di fondo, per la quale in natura ci sono sempre due poli, la trovo fuorviante. Di poli ce ne sono anche di piu’ e infiniti punti di vista, ma alla fine la realtà, per quanto sfaccettata è una. Se, per fare un esempio, lei affermasse che in Italia si taglia troppo poco e io affermassi che si taglia troppo, ci sarebbero da una parte il torto e da una parte la ragione. Senza scomodare quelli che “la verità sta sempre nel mezzo” perché, oltre ad essere vero solo qualche volta, altri non è che il giudizio di Salomone; il quale diceva così per dare sempre nel mezzo. Era pigro e cosi’ faceva prima.
aprile 11, 2020 alle 10:01 am
Lo so che non è facile capirsi alla perfezione, eppure mi è parso abbia colto qualcosa di quello che intendevo dire o che ci sia andato molto vicino. Non c’è contraddizione con quanto precedentemente affermato, gli estremismi (meglio, posizioni estreme circostanziate ad una tematica) sono necessari e, nel contempo, sono la cosa più pericolosa se rimangono a lungo tali e creano un ristagno, quindi non c’è movimento ed anche davanti ad evidenze precludono la rielaborazione del pensiero. Spiego meglio quando vi è utilità degli estremi e mi scuso se parlo in modo metaforico (mi rende più facile l’esposizione del pensiero): quando l’energia scorre, questa può passare da un polo a quello opposto senza intermediazione (es. persone che sono passate dal criticare od attuare certe idee e comportamenti ad esserne i più grandi sostenitori ed attuatori ) oppure, fra i due poli si può interporre qualcosa, chiamiamola resistenza attiva. Questa da luogo ad un intervallo che crea l’occasione per studiare, per verificare, per poi pervenire ad una visione più articolata ed elastica che si adatti meglio a specifiche realtà o situazioni. E’ per certi versi un parallelo alla funzionalità della vita organica: fra il flusso dell’energia solare, che altrimenti giungerebbe sulla terra per poi dissiparsi, si interpone la vita organica che la utilizza, interagisce con l’ambiente e da luogo alle catene trofiche.
aprile 11, 2020 alle 9:20 am
Ho seguito il dibattito su: ”Boschi e viali alberati hanno bisogno di noi”, (post estremamente eloquente e molto educativo per sensibilizzare le comunità civili e gli uomini, in generale, TUTTI, al rispetto degli alberi e della loro importante funzione salvifica e “salvatrice” per la sopravvivenza dell’umanità su questa terra) e devo dire che ho imparato, proprio nel senso di apprendere, tante nuove cose. UTILI.
Intanto ringrazio i gent.mi Nur e Aldo Loris Cucchiarini che, io immagino, siano Dottori forestali o Botanici e Biologi, non so…ma non è importante conoscere questo dettaglio.
Di fatto, nel e con il vostro dialogo-dibattito, improntato alla massima correttezza e al rispetto delle altrui opinioni, con grande compostezza, senza spocchia e senza la pretesa della serie “ho ragione io e di ciò che dicono gli altri…chissenefrega”, ci avete insegnato e trasmesso, almeno a me, tante cose importanti ed utili perché, non necessariamente, tutti devono conoscere tutto. A ciascuno il suo…
Oggi so qualcosa di più sugli alberi e sui boschi e su certe regole che disciplinano la vita degli alberi e del bosco. Mi sono documentata man mano che Vi leggevo, prendendo nota dei dettagli del vostro dialogo. Ora so che cosa significa per un albero essere “in succhio”, mi sono adeguatamente informata sul “ceduo” e sul concetto di “climax” (“ e di dinamica evolutiva della vegetazione forestale che tende a raggiungere la maturità e quindi tendenzialmente la massima evoluzione allorquando l’ecosistema bosco costituito da una o più specie dominanti raggiunge lo stock numerico massimo per quella specie”) e conosco il significato di ”rinnovazione agamica”.
Voglio aggiungere ancora una piccola cosa sulle Vostre considerazioni, gentili NUR ed ALDO: l’esposizione delle vostre affermazioni e dei concetti “tecnici”, fino a questo momento espressi, è stata molto didattica e chiara e lineare. Anche per i NON addetti ai lavori con me.
Per chiudere, ciò che più conta e che risulta doveroso, è aver voglia di apprendere per MIGLIORARE e per rendere il nostro modo di operare funzionale … a stabilire condizioni ottimali e se non proprio ottimali accettabili, di vita e di esistenza su questo Pianeta. Perché la Natura e il Pianeta hanno già inviato “segnali” importanti di attenzione e di monito agli abitanti dello stesso e ancora e generosamente ci stanno mettendo in guardia quanto ai pericoli che tutti noi stiamo correndo.
Chi vuol intendere, intenda, perché se dovessimo continuare con questo attuale andazzo, non ce ne sarà più per nessuno.
La mia più grande premura, non è certo per la sottoscritta: è per tutti quelli che stanno incominciando la loro vita ORA e per tutti quelli che verranno.
A Nur e ad Aldo i miei ringraziamenti sentiti e i miei più sinceri auguri a Voi ed ai vostri cari per serene festività.
Ora della Sardegna 09.20
aprile 11, 2020 alle 9:22 am
A TUTTI I GENTILI AMICI che frequentano il sito ed ai DOTTORI ( e a SU DOTTORI)
l’augurio di sereni giorni pasquali.
aprile 11, 2020 alle 10:39 am
Grazie G.Maiuscolo, molto graditi i complimenti. I mei Auguri per una serena Pasqua a Te, i Tuoi cari e a tutti coloro che hanno partecipato a questo dibattito. Grazie sempre al GRIG che genera e consente questi dibattiti ed a cui estendo gli Auguri di Pasqua.
aprile 11, 2020 alle 12:38 pm
aprile 11, 2020 alle 8:01 pm
Il concetto di climax non è per niente superato infatti studiato a fondo consentirebbe di “scoprire” che la teoria del ”disturbo intermedio” (o occasionale) e il “principio del raccolto” erano già ampiamente comprese in tale concetto. In qualche libreria scientifica si potrebbe scorgere e dunque studiare meglio anche il concetto di successione (primaria e secondaria) così per completamento…
Può esser importante inoltre ricordare che la foresta è l’ecosistema terrestre più complesso. La sua complessità è paragonabile solo all’ecosistema marino (sempre libreria scientifica e non tifoseria!). Per opportuna conoscenza forse val la pena anche ricordare che la lecceta d’alto fusto è tuttora, a meno che non scompaia definitivamente, l’ecosistema forestale più evoluto e complesso tra gli ecosistemi forestali mediterranei.
La sua maggiore complessità coincide anche con la sua maggiore funzionalità dal punto di vista ecologico e ambientale rispetto a tutti gli altri ecosistemi forestali mediterranei. Sempre la libreria scientifica suggerisce, senza spendere un euro in più, che la lecceta disetanea è presente ormai nel bacino del Mediterraneo in pochissime aree a causa del generalizzato intervento distruttivo antropico e che la sua rinnovazione avviene in natura proprio per piede d’albero allorquando un grande albero termina naturalmente il suo ciclo vitale o per raggiunti limiti di età (in Supramonte anche 800 anni) o per altri agenti naturali (neve, vento, fulmine..) cade o dissecca in piedi dando inizio, nello spazio così improvvisamente aperto, all’ecesi (insediamento delle plantule) e successiva affermazione della rinnovazione vera e propria, sempre che non intervengano disturbi distruttivi. Nel trattamento a taglio saltuario (che dovrebbe assicurare la disetaneità) l’intervento umano tende a riprodurre il modello naturale che d’altra parte nel caso della lecceta è fortemente antieconomico perchè il leccio fornisce in larghissima prevalenza tra gli assortimenti legnosi solo quelli da ardere non essendo paragonabili in valore economico a quelli da opera ritraibili sempre dal taglio saltuario nel castagneto, nella faggeta, o nel querceto di rovere o farnia. Ed ecco perchè in ambiente mediterraneo in passato si è spinto molto sulla ceduazione della lecceta per ovvie ragioni economiche legate agli impellenti bisogni della popolazione che potevano esser soddisfatti più velocemente procedendo viceversa mediante il taglio a raso su estese superfici. Oggi fortunatamente grazie alle conoscenze ed agli studi ecologici a disposizione nei territori ormai in desertificazione, ripetutamente percorsi da incendi, soggetti a fortissimi problemi idrogeologici dovuti proprio all’intenso sfruttamento, non sono certo quelle da ultimo ricordate le ricette idilliache. Ritornare all’agricoltura non significa tornare al passato significa che l’uomo deve tornare in campagna ed in montagna con modalità compatibili con l’ambiente ovvero rispettandolo e non sfruttandolo. Che dire poi riguardo i neolaureandi: la Sardegna tutta ne avrebbe un gran bisogno soprattutto sarebbe grata se potesse contare su un maggior numero di neolaureati in tutte le discipline..
aprile 11, 2020 alle 8:39 pm
Chiedo scusa ma nel PS il riferimento al taglio saltuario comprendente il castagneto deve intendersi escluso (considerare solo faggeta e querceto..grazie).
aprile 12, 2020 alle 11:39 am
Confondi, la disetaneita per piede d’albero con quella a grandi e grandissimi gruppi . Quanto dici sulla complessità della lecceta e vero, purtroppo, solo per quelle formazioni che non sono state interessate dalle massicce ceduazioni del passato e si trovano nella fase di decadenza. La lecceta del Supramonte è in questa situazione (probabilmente ti rifai al suo studio pubblicato, mi pare su Monti e Boschi tanti anni fa e/o allo studio pubblicato sul M. Capelli “Selvicoltura Generale”). Purtroppo, con dispiacere, qualche decina di anni fai fa, ho constatato che il suo stato generale è alquanto precario: in diverse aree il suolo risulta fortemente eroso ed alla caduta di grandi alberi non ha fatto seguito la rinnovazione del leccio, ma neanche di altre specie arboree ed arbustive. Può darsi che adesso, con l’eliminazione del pascolo brado suino (ma non di quello caprino) le cose possano migliorare e riesca, almeno in parte, a rigenerarsi. Ma non vorrei fosse solo una vana speranza, perché, dal momento in cui si è affermata ad oggi, sono passati centinaia di anni e le condizioni sono sicuramente mutate e stanno mutando troppo velocemente. Comunque in questo caso penso che tutti concordino che la scelta gestionale migliore è l’evoluzione naturale, monitorando e pensando anche alla gestione naturale assistita se avesse bisogno di soccorso (vale la pena fare di tutto per salvare un monumento naturale, almeno fino a quando è possibile, visto che anche gli alberi non sono esseri immortali). Sul fatto che servirebbero più laureati (aggiungo, anche maestranze più preparate) sono perfettamente d’accordo: riferivo semplicemente, senza volerne fare un demerito, quanto ho potuto osservare riguardo l’evoluzione professionale di molti addetti ai lavori. Si tratta di una dinamica mentale abbastanza comune e direi naturale capitata a molti neofiti della materia ambientale (su cui con conoscenze di vecchia data ci abbiamo riso sopra),che, sull’onda dell’entusiasmo giovanile e l’inesperienza pratica, porta ad interpretare certe realtà ambientali senza il giusto distacco scientifico e di giungere in modo troppo affrettato alle conclusioni. Un aneddoto è uno studio (per esercizio didattico) che avevo fatto in una lecceta vetusta: lo spartiacque separava un versante con un ceduo da un lembo di fustaia situato nel versante opposto: sul ceduo non si poteva sbagliare sull’origine, mentre sulla fustaia, dopo avere fatto tutte le misurazioni del caso (diametri ecc) giunsi alla conclusione che si trattava di un residuo di foresta primaria scampata ai tagli. Qualche decina d’anni dopo, con più serenità ed vere fatto molta pratica, ho dovuto ammettere a me stesso che avevo cannato alla grande. Infatti, non si trattava di un residuo di foresta primaria (malgrado il grosso diametro del tronco degli alberi e la loro visibile veneranda età (con il lungo periodo siccità della fine degli anni novanta e inizi del duemila, molti esemplari sono morti e la rinnovazione stenta ad affermarsi malgrado sia fortemente diminuito il carico di bestiame), ma mi trovavo in un area di transumanza del bestiame al pascolo che veniva spostato da una vallata all’altra. E quegli alberi “residui di una foresta primigenia” altro non erano che grosse matricine risparmiate ai tagli, opportunamente ben distanziate, per ampliare le chiome aumentare la produzione di ghianda e offrire riparo. Lo strato inferiore, quasi del tutto assente (salvo qualche sporadico gruppetto di rinnovazione), era il risultato del pascolo che aveva mortificato la ricrescita dei polloni. Un po più di esperienza, più ponderazione e magari l’ascolto degli anziani che vivevano in montagna, mi avrebbe evitato un clamoroso errore di valutazione (fortunatamente neutrale). Guardando la conformazione degli alberi, con grosse ramificazioni, poco al di sopra dell’altezza del morso degli animali, e anche l’aspetto a candelabro di qualche esemplare (dovuto a capizzature fatte per foraggiare il bestiame), avrei dovuto capire che si trattava di matricine e non di alberi cresciuti in un bosco d’alto fusto.
Ergo, verificare sempre le deduzioni, moderare l’entusiasmo, dubitare anche di se stessi e qualche volta anche dei testi, che non sono mai sacri. Non è una polemica, ma un consiglio. a chi si appresta ad esercitare le professioni che riguardano la gestione ambientale. Ed anche per qualcuno un po avanti negli anni che si sente “arrivato”. C’è sempre un universo da scoprire. Ammettere anche i propri errori, anziché vedere solo quelli degli altri non è debolezza ma senso di responsabilità
aprile 12, 2020 alle 12:48 pm
Non ho confuso e non confondo proprio nulla. Ringrazio comunque per i complimenti: valgono doppio giacchè nessuno è perfetto ed oggi è Pasqua.
aprile 12, 2020 alle 1:05 pm
Non ho confuso e non confondo proprio nulla. Anzi a maggior ragione Ti suggerisco (lo troverai in libreria scientifica non ad uso neofiti) la lettura e se possibile lo studio attento ed appassionato del lavoro di Susmel et al. (1976) “Ecologia delle lecceta del Supramonte di Orgosolo”, CEDAM, Padova. Ringrazio comunque per i Tuoi complimenti: valgono doppio giacchè seppur il ringiovanimento non sia proprio visibile gli anni passano per tutti ed anche per me che non rimpiango ma conservo ancora l’entusiasmo per continuare ad imparare e ad arricchire, anche da questo dibattito, la mia esperienza di studio e di lavoro. D’altra parte nessuno è perfetto ed oggi è Pasqua.
aprile 13, 2020 alle 8:25 am
Grazie per il consiglio, tutti hanno sempre qualche libreria da aggiornare. E grazie anche per il dibattito che non è mai vano. Visto che sicuramente sai che quando si parla di Taglio di curazione e di taglio per piede d’albero o a piccoli gruppi di alberi, si sta parlando della stessa cosa, ti riporto una Breve frase (cap. 18.5.1) dal libro Selvicoltura generale di Piussi e Alberti (anno 2015): “per molto tempo il taglio di curazione è stato considerato il taglio che meglio simulava i processi in atto nelle foreste vergini, mentre, in realtà, la struttura dei boschi trattati con questo tipo di taglio si avvicina solo ad una fase della silvogenesi delle foreste vergini”. Quindi bisogna ammettere che, ragionando sulla disetaneità con riferimento ad un diverso arco temporale, non c’è contraddizione fra affermazioni apparentemente discordi. Dai post è arduo comprendere l’età dell’interlocutore: chissà perché pensavo ad un trentenne, ma ad occhio (più che altro ragionando sui riferimenti bibliografici) ho la sensazione che ne abbia diverse decine in più. Non ha importanza e non fa nessuna differenza, era solo un pensiero ad alta voce, quella che conta e la passione.
Prepariamoci ad una Pasquetta fra le mura domestiche che per certi versi non mi dispiace affatto, almeno i boschi (e non solo) saranno risparmiati dall’assalto.
aprile 12, 2020 alle 6:20 pm
La strada per l’inferno… è lastricata di “sarcasmo a buon mercato” e di presunzione.😁
aprile 13, 2020 alle 1:49 am
Ringrazio anch’o Maiuscolo per gli apprezzamenti; un feedback, per giunta cosi’ ben articolato, dà a chiunque scriva qualcosa ed esprima un qualche concetto, la certezza di aver comunicato in maniera comprensibile il proprio pensiero, senza risultare eccessivamente assertivo. Mica poco.
E restituisco di cuore gli Auguri, che allargo a tutti (un po’ in ritardo, ma in fondo oggi è ancora Pasquetta).
L’argomento è appassionante e quanto mai attuale; è un momento epocale anche per le foreste. E’ bene parlarne. Ora è tardi e mi fermo qui. Ma mi piacerebbe affrontare anche il tema delle modalità con cui si lavora nei boschi, di CHI ci lavora e della reale resa dei cedui. Domani magari. Possiamo comunque ben ringraziare il GRIG, di cui mi onoro essere parte, per questo bellissimo (e seguitissimo) spazio di discussione.
aprile 13, 2020 alle 9:03 am
E vabbe’.., siccome qualcuno continua con il sarcasmo a buon mercato (ringrazio G.Maiuscolo per la giusta sottolineatura) e nient’altro (visto che la libreria “scientifica” sembra parecchio carente di lavori fondamentali e non è aggiornata per esempio proprio sul taglio saltuario a gruppi che non sostituisce certo il taglio saltuario per piede d’albero cfr.Ciancio) si conferma in toto la sensazione avuta dal principio sul dibattito. Qualcuno sembra focalizzare in maniera quasi compulsiva la centralità dell’età (avanzata? non avanzata?) dell’interlocutore come di suoi eventuali “acciacchi” magari legati proprio all’età. Per piacere, che il Lunedi dell’Angelo, tra l’altro in tempi di Covid-19, contribuisca a distogliere lo sguardo egocentrico nei dibattiti e contribuisca anche, quando vi si partecipa serenamente, a fornire pareri o opinioni centrati sul tema del dibattito e non sulla ricerca spasmodica dell’età dell’interlocutore o di attribuire presunti estremismi a chi non supporta determinate tesi palesemente non gradite anche per fasce d’età. Suvvia ora stop!
aprile 13, 2020 alle 4:19 pm
Si sta cadendo nella permalosità e confondendo il sarcasmo con l’autoironia: se Nur pensa che la frase sulla libreria fosse rivolta a lui stai sbagliando, questa volta mi rivolgevo all’aggiornamento della mia libreria (anche se suona strano che un testo vecchio può essere adatto ad un aggiornamento). Forse non e diverso dallo studio allegato al libro di selvicoltura generale di M. Cappelli, ma di fatto non ho il libro consigliato. Ma forse si è offeso perché è stato urtato per avergli dato del trentenne? Ho solo detto quanto pensavo in base ai post letti, soprattutto per l’entusiasmo mostrato nell’esporre le sue argomentazioni. Poi, riflettendo sugli i testi che indicava ho pensato di sbagliarmi e che avesse una preparazione di lunga data: tutt’altro che un demerito e la volontà di attuare una presa in giro. Le argomentazioni possono essere state prese semplicemente in prestito in modo accademico o fatte proprie con l’esperienza (è innegabile che l’età incida -non sempre- sull’esperienza): capire in generale il tipo di interlocutore (non mi interessava nome cognome ed indirizzo ne l’età precisa) e per quale “autorità parlasse” mi pareva una curiosità legittima, poi era affare suo se se voleva svelarlo (mi pare di avere anche evidenziato che non fosse importante). L’attribuire centralità a certe frasi o buttate, non è un problema che riguarda solo lo scrivente (che forse sbaglia nel permettersi certe libertà), ma di chi le interpreta attribuendogli un peso eccessivo. Scrivevo e mi andava di scrivere come se stessi facendo una conversazione aperta fra amici, esternando anche pensieri che divagavano molto brevemente dal tema centrale “dell’ambiente e del rapporto con le attività umane” (dove è scritto che non si può fare in un Blog): li ho brevemente esternati, erroneamente pensano che non avrebbero urtato nessuno e che sarebbero stati lasciati cadere o al limite controbattuti con qualche frase scherzosa. Quando mi sono state fatte battute sarcastiche o pungenti (evidentemente sono” pesanti” solo le mie) mi pare di non essermi alterato e di non averne fatto nel prosieguo oggetto di discussione primaria (A dire il vero mi hanno anche divertito). Evidentemente ho sbagliato la compagnia: mi sono intrattenuto perché è stato introdotto il tema “forestale” e mi è parso che con qualcuno ci fosse una serena possibilità di dialogo pur con reciproci punti di vista, a volte divergenti ed a volte condivisibili. Questa è la più lunga disquisizione fuori tema che ho fatto nel corso dell’intera discussione, ma dovevo farla per chiarire e fare presente che non sono intervenuto per togliere “la scena” a nessuno. Sorvoliamo sulle esternazioni sopra le righe, anche se è un peccato che mi abbiano tolto il piacere di distrarmi un pochino dalle statistiche dei decessi, dei contagi o delle multe elargite, discutendo di qualcosa che solitamente trovo appassionante.
Una frase su cui meditare, che esprime, in un modo più diretto, quanto sottilmente viene detto nella parabola della trave e la pagliuzza nell’occhio: “quello che si attribuisce ad altri rivela sempre qualcosa di se stessi”.
Con questo tolgo il disturbo e saluto
aprile 13, 2020 alle 9:14 am
Grazie a Lei, Gentilissimo. 🙂
aprile 13, 2020 alle 4:20 pm
Il mio grazie era doverosamente rivolto ad Aldo, ma corre l’obbligo, e aggiungerei il piacere, di ringraziare anche Nur, perché entrambi si sono, parimenti, dimostrati dialoganti nel loro dibattito, come si conviene a persone civili che, con le loro competenze, risultano educativi e didattici anche per chi, competente della materia trattata NON è; e NON necessariamente DEVE esserlo.
In un sito così serio ed “elegante” nel comportamento di tutti coloro che vi partecipano e che vi scrivono, è quanto meno auspicabile ( almeno per me) che gli stessi comportamenti dei due gentili amici protagonisti del dibattito, siano osservati da ciascuno di noi ( sempre per me).
Senza tralasciare il fondamentale senso di RECIPROCITA’, da non disattendere, tra esseri umani, ( “Tolleranza” è sostantivo che non mi è gradito, perché sottintende una vaga sfumatura concettuale di sopportabilità…e di sopportazione) di cui i Dottori, ogni giorno ci offrono, graziosamente, dimostrazione. 😊
Un sentito grazie, dunque, a Nur, ad Aldo e naturalmente ai DOTTORI.
Buon Lunedì dell’Angelo a tutti.
Ore 16.16 di Sardegna nostra
aprile 22, 2020 alle 11:19 am
incredibile, al centomillesimo esposto s’è svegliato.
A.N.S.A., 17 aprile 2020
Costa, indagini sul taglio degli alberi nelle città.
“Ho ricevuto numerose segnalazioni da tutta Italia”: https://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/natura/2020/04/17/costa-indagini-sul-taglio-degli-alberi-nelle-citta_b513d80c-a3c4-4c20-9e86-fea23f2a81dd.html
aprile 6, 2020 alle 11:11 pm
Boschi e viali alberati hanno bisogno di noi | www.salviamoilpaesaggio.it
Come infastidire i propri concittadini alle prese con una difficile situazione… La Regione Lombardia pensa alla caccia alla Volpe in piena emergenza coronavirus COVID 19.
Il GrIG contro il coronavirus COVID 19. gruppodinterventogiuridicoweb.com/2020/06/05/il-… via @wordpressdotcom 1 day ago
Chiesta la decadenza della concessione demaniale marittima della spiaggia del Gabbiano, a Stintino.… twitter.com/i/web/status/1… 5 days ago
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