Source: https://mafie.blogautore.repubblica.it/2020/07/01/4537/
Timestamp: 2020-08-09 06:05:43+00:00

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La condanna di Totò Riina - Mafie - Blog - Repubblica.it
Diversamente dalla tesi sostenuta nei motivi di gravame, secondo la quale l’affermazione di penale responsabilità di Salvatore RIINA affonderebbe le proprie radici esclusivamente nell’asserito ruolo di capo di Cosa Nostra a lui attribuito, è avviso della Corte che correttamente i primi Giudici, abbiano individuato in elementi incontrovertibilmente emersi gli indici in equivoci del ruolo di decisiva rilevanza svolto dall’appellante nella fase di ideazione e di impulso dell’attentato all’Addaura.
Oltre al movente, tali elementi, sono essenzialmente riconducibili alle affermazioni del FERRANTE, al decisivo impiego organizzativo del “fedelissimo” BIONDINO (acquiescente all’affermazione di responsabilità in primo grado) ed al sintomatico commento di quest’ultimo, dopo la strage di Capaci, sul precedente impegno da parte del MADONIA dei ‘picciutteddi’ (come riferito dal BRUSCA). Le doglianze dell’appellante avverso la sentenza impugnata, vertono essenzialmente sulla mancata individuazione di uno specifico mandato ad eseguire la strage in capo al RIINA stesso, e della conseguente carenza di prova in ordine al di lui diretto coinvolgimento nella vicenda.
Si offre per contro, nei motivi di appello, un coacervo di elementi che avrebbero dovuto condurre la Corte, a giudizio dei difensori del RIINA, a ritenere che il crimine fosse frutto di determinazioni esterne a Cosa Nostra.
Le dedotte circostanze relative alla eventuale partecipazione di soggetti estranei alla consorteria mafiosa alla deliberazione ed esecuzione dell’attentato, sono state oggetto di attenta ricostruzione sia nella sentenza di primo grado che nei precedenti paragrafo della presente motivazione: in tal senso più volte si è detto di come, taluni aspetti di tutta la vicenda, debbano effettivamente considerarsi di incerta definizione, e non idonei a dissipare l’alone inquietante di sospetto che aveva accompagnato l’avvio delle indagini.
E’ altrettanto certo però, che nessun elemento di prova credibile e solido sia stato acquisito, sì da far ritenere che la responsabilità dell’attentato potesse attribuirsi, in via esclusiva o concorsuale, a soggetti esterni a Cosa Nostra.
Se dunque l’interesse di taluni, non individuati soggetti, poteva essere opportunisticamente coincidente con la deliberazione di uccidere il dott. FALCONE, le determinazioni di Cosa Nostra in tal senso erano chiarissime e storicamente consolidatesi anche attraverso i precedenti attentati di cui si è ampiamente detto.
Proprio i numerosi episodi richiamati in precedenza, e narrati in via principale da Giovanni BRUSCA che ne era stato protagonista diretto, spingono a ritenere che, se da un lato manca la prova certa di un incontro ove il mandato specifico a perpetrare la strage sia stato conferito, non è affatto carente ed anzi ampiamente riscontrata, la volontà del RIINA di colpire il magistrato palermitano.
Tutte le dichiarazioni dei principali collaboranti escussi, ed in particolare di quelli che già facevano parte della commissione provinciale di Cosa Nostra, hanno fatto espresso riferimento all’accanita propensione del RIINA verso quella ‘strategia stragista’ che avrebbe poi condotto agli efferati crimini di Capaci e via d’Amelio e che già dalla fine degli anni Ottanta aveva inserito in cima alla lista degli obiettivi proprio il dott. FALCONE.
Ancora una volta sintomatiche sono le affermazioni di Giovambattista FERRANTE: il quale pur sottolineando la propria, solo parziale conoscenza, degli sviluppi relativi alla consegna dell’esplosivo al BIONDINO, aveva precisato che:
con tutta sincerità non mi disse lo vado a dire a Totò RIINA; mi disse soltanto che lo doveva andare a dire. Per me era scontato che si trattava di Salvatore RIINA (…) l’unico punto di riferimento per andare a chiedere, diciamo un’autorizzazione (17/5/99 f. 55)
La evidenza e la spontaneità di tale affermazione, promanante da soggetto la cui credibilità soggettiva è stata più volte accertata e dimostrata, non fanno che supportare ulteriormente il quadro probatorio nei confronti del RIINA, contribuendo a tratteggiarne ancora una volta il ruolo di capo assoluto della consorteria e di unico detentore dei poteri d’impulso nella deliberazione ed esecuzione di determinati crimini.
A ciò deve aggiungersi poi il più volte richiamato episodio verificatosi dopo la strage di Capaci e narrato da BRUSCA (f. 116 del 27/6/99), con una sostanziale conferma fornita da Cancemi (f.107), nel quale le lamentele di BIONDINO per l’operato di Nino MADONIA - affidatosi in occasione dell’Addaura ad un manipolo di picciutteddi – erano state ‘spente’ dallo stesso RIINA il quale invitava tutti a considerare ormai chiuso il problema dopo il ‘buon esito’ dell’attentato di Capaci.
Sintomatico appare poi che sia stato proprio il BIONDINO luogotenente ed uomo di fiducia del RIINA, ad occuparsi in prima persona dell’attentato, come riferito concordemente dal FERRANTE e dall’ONORATO, di concerto con il MADONIA.
Non rileva infatti, ad avviso della Corte, che non sia stato possibile individuare con assoluta certezza i tempi e i modi con cui la delibera omicidiaria sia stata assunta e con essa conferito il mandato alla consumazione dell’attentato.
Infatti, deve ritenersi accertato, come desumibile dalle convergenti chiamate in correità dei collaboranti, in conformità alle modalità di azione tipiche di “cosa nostra” ed al linguaggio criptico spesso utilizzato che il RIINA titolare della carica di vertice in seno alla commissione provinciale, avesse da tempo progettato l’eliminazione del dott. FALCONE, delegandone poi l’esecuzione ai suoi uomini più vicini e affidati oltre che territorialmente ‘competenti’ nei luoghi frequentati dalla vittima.
Lo stesso BRUSCA peraltro (f.94 del 29/6/99), ha ricordato un episodio in cui, affrontando il tema dell’attentato dell’Addaura al fine di chiarire talune sue perplessità, era stato rassicurato dal RIINA stesso – il quale mostratosi rammaricato per l’esito negativo dell’attentato, riconducibile a “cosa nostra”, la cui organizzazione era stata afifdata al MADONIA:
P.M. : - Si'. Lei ha parlato di, qualche tempo dopo, un fatto. Ecco, vuole essere piu' preciso e indicare un margine di giorni o di mesi, quanto tempo era passato?
P.M. : - Si'. Vuole spiegare meglio quale rilievo aveva avuto il fatto dei Servizi Segreti che ha menzionato? Ecco, ci faccia…
BRUSCA GIOVANNI: - Ma io, guardi...
P.M. : - ... capire bene.
BRUSCA GIOVANNI: - ... dopo questo attentato, o forse anche prima, sui giornali cominciava... si cominciava a dire che questo attentato poteva essere opera dei Servizi Segreti; si commenta pure... si commento', non mi ricordo se venne scritto sui giornali o tra di noi, cioe' tra uomini d'onore si diceva che se la fa... se l'era fatto lui stesso. Ma queste erano tutte illazioni, giustificazioni che venivano disseminati cosi', in maniera gratis. E pero' mi ricordo che sui giornali si parlava di Servizi Segreti o una mente raffinata, una mente raffinata, quindi erano questi i commenti. Pero', ripeto, questo per me era in secondario fatto, a me mi interessava sapere se eravamo stati noi o meno.
P.M. : - Si'. Senta, dove eravate quando parlo' con Riina di questo particolare?
BRUSCA GIOVANNI: - Ma se non ricordo male eravamo a casa di Guddo Girolamo, dietro Villa Serena.
P.M. : - E quale uomo... quale Girolamo Guddo?
BRUSCA GIOVANNI: - Non uomo d'onore, quello dietro Villa... giusto, Villa Serena.
BRUSCA GIOVANNI: - Dove c'e' il portone verde, dove abbiamo fatto la riunione...
P.M. : - Ho capito.
BRUSCA GIOVANNI: - ... nel '92.
Anche Antonino GIUFFRE’, ultimo in ordine di tempo tra i collaboratori di giustizia, non soltanto ha fornito con le proprie dichiarazioni già ampiamente richiamate, un quadro di sintesi della ‘gestione’ oligarchica di Cosa Nostra in quel periodo e della forte predominanza degli uomini di RIINA, ma ha altresì indicato la genesi stessa dell’attentato sia sotto il profilo motivazionale che logico ed organizzativo, fornendo una ricostruzione del tutto coincidente con quanto sin qui affermato.
Irrilevante, appare poi, ai fini della valutazione probatoria, l’errore del tutto marginale in cui è in corso il DI MAGGIO (4-10-1999) che ha indicato tra i partecipanti ad una riunione preparatoria dell’attentato svoltasi nel 1987, anche GANCI Raffaele, pro tempore detenuto, come documentato dalla certificazione carceraria acquisita ad istanza della difesa ai sensi dell’art. 603 c.p.c..
Per tali ragioni, oltre che per tutte quelle già indicate in precedenza nel corso della motivazioni, deve confermarsi integralmente l’impugnata sentenza nei confronti di Salvatore RIINA.
Non può altresì trovare accoglimento l’appello del PG relativo all’inasprimento della pena,fino al massimo di anni trenta, ex art. 78 c.p.p. in relazione all’art. 81 cpv. c.p., laddove il difensore non ha proposto in tema sanzionatorio, istanze subordinate. Valutate le circostanze ex art. 133 c.p. e la singolare pericolosità del soggetto emergente dalla numerose pronunce giudiziarie, desumibili dal certificato penale in atti, è avviso della Corte che i primi Giudici, abbiano fatto corretto uso del potere discrezionale loro concesso in tema sanzionatorio dall’art. 132 cp, irrogando la pena base per il più grave reato di strage nel massimo edittale, ai sensi dell’art. 23 c.p. a fronte di un minimo di anni 15, con un aumento del tutto congruo di un anno di reclusione per ciascuno dei due reati satelliti concernente la detenzione ed il porto illegale degli esplosivi utilizzati unificati in continuazione, ex art.81 cpv. c.p., fino alla concorrenza unica finale di anni 26 di reclusione.
Infatti la qualità delle persone offese, la potenziale lesività dell’ordigno collocato sulla scogliera e la gravità delle conseguenze che avrebbe determinato in caso di esplosione, nonché l’intensità dell’allarme sociale derivatone, sono tali da giustificare ampiamente la scelta seguita dai primi Giudici anche alla luce del grave ed immanente pericolo insito per la società civile, nella organizzazione criminosa di Cosa Nostra, che intendeva con tale azione, riaffermare e potenziare il proprio ruolo.
Il fatto si appalesava, stante la natura di pericolo del reato di strage di eccezionale gravità, benché l’evento non si sia poi verificato per circostanze non previste né previdibili dagli organizzatori.
Ciò, a giudizio della Corte, induce a ritenere che la pena irrogata in primo grado, sia equa, tenuto conto della componente base nel massimo edittale, per il reato di strage, e degli aumenti singolarmente e globalmente eseguiti per la ritenuta continuazione in rapporto al fatto, oggettivamente e soggettivamente considerato (di per sé ostativo all’applicazione delle attenuanti generiche ex art. 597, 5° comma, c.p.p.), sicchè non può essere accolta sul punto la richiesta di inasprimento fino al massimo di anni 30 invocata dal PG.
Consegue, ope legis, la condanna del RIINA ex art. 592 c.p.p. alle spese del presente grado del giudizio.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 78
 art. 133
 art.81
 art. 597
 art. 592