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Timestamp: 2019-01-17 02:54:46+00:00

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PENSIERO N. 15
E MAGISTERO FALLIBILE
1. Premessa. 2. Il mio pensiero sul magistero della Chiesa. 3. Il pensiero del mio Confutatore come esposto da 'Radio Spada'. 4. Magistero infallibile (o 'Depositum fidei'). L’esempio della mosca. 5. Magistero fallibile (o 'autentico', o 'pastorale'). Il caso delle ‘verità connesse’ al Depositum fidei. 6. Il dogma, essendo la forma delle ‘verità connesse’, è anche la forma delle leggi liturgiche, della Liturgia. 7. Come una ‘conclusione teologica di fatti dogmatici’ possa passare da ‘verità connessa’ a infallibile dogma. 8. Esempio di quel magistero fallibile (o 'autentico', o 'pastorale') che alcuni pensatori e teologi cattolici ritengono effettivamente fallato. 9. Sui concetti di 'magistero autentico' e di 'magistero pastorale'. 10. La strategia di chi vuole dare la comunione a conviventi e divorziati e il magistero 'pastorale'. 11. Obbedienza o disobbedienza. Religioso ossequio o invece religiosa resistenza. 12. C’è un dogma che stabilisce che Gesù Cristo, oltre che Redentore degli uomini, è anche loro Legislatore. Eccolo. 13. CONCLUSIONE: LE DUE VIE INDICATE DALLA CHIESA PER STARE ALLA REALTÀ VANNO SEGUITE ENTRAMBE. CIASCUNA NEL SUO PRECISO AMBITO, SENZA CONFONDERLE. 14. Una proposta per por fine alla “Grande Guerra delle Forme” che imperversa da cinquant’anni nella Chiesa. 15. (Fuori testo) Riflessioni in margine a una polemica (di G L G.).
18 gennaio 2015. Mi è segnalato uno scritto sul web, titolo: Non solo fallibilisti. Una risposta a Enrico Maria Radaelli: « Nell’ambito degli attuali dibattiti sull’infallibilità pontificia – questo l’incipit –, pubblichiamo una confutazione del recente articolo di Enrico Maria Radaelli [v., qui a destra, l’articolo Non solo sedevacantisti] pubblicato su chiesaepostconcilio.blogspot.com. Questo breve saggio è pubblicato a cura del nostro redattore Pietro Ferrari ».
Ora, se mi accingo a scrivere questa precisazione al mio pensiero sulle norme che regolano il magistero della Chiesa, in risposta a ciò che vorrebbe essere una confutazione alla mia opinione sul tema, riportata da Radio Spada (e con ciò spero di rispondere anche alle perplessità sollevate da alcuni lettori di Chiesaepostconcilio e di altri), non è tanto per portare le dovute correzioni a quanto sostenuto nella confutazione che mi si fa, ma per acclarare nella più larga misura oggi resasi necessaria la via che la stessa Chiesa offre, nelle sue sagge disposizioni normative, se rettamente interpretate, per disincagliarsi dalle paludi dottrinali de-dogmatizzanti in cui alcuni Pastori, a mio modesto avviso, l’hanno spinta da ormai dieci lustri, via che poi non è altro che la stessa percorsa cinquant’anni fa, ma che ora essa, e al più presto, dovrebbe ripercorrere tutta a ritroso, cioè “ridogmatizzandosi”.
Ho detto “se rettamente interpretate”. Rettamente come? Semplice: secondo la regola suggerita da san Vincenzo di Lérins, recepita dal concilio dogmatico Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius: « Nos credimus solum quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est » (“Noi crediamo solo a ciò che sempre, in ogni luogo e da tutti è stato creduto”). Il proposito di ogni cristiano (e, come si vedrà, dello stesso magistero della Chiesa) è di tenere ogni articolazione della fede sempre aderente in tutto al dogma: proprio come una fotocopia è in tutto fedele – identica – all’originale.
La mia risposta, di studioso di filosofia dell’estetica, che a partire dai Corsi di Filosofia della conoscenza del professor mons. Antonio Livi alla Lateranense ha avuto modo di studiare da vicino il secondo Nome (o qualità sostanziale) dell’Unigenito di Dio in san Tommaso: Imago, o Immagine, o Species, o Volto (il primo, come si sa, è Logos, e i rimanenti due sono Lux, Luce, o Splendor, Splendore, e Filius, Figlio), e che da tale altissima scaturigine estetica ha potuto applicare le risultanze germinatene per ricostruire il fondativo legame tra dogma e vita, ecco: la mia risposta, dicevo, vuole essere, per gli studi visti sui rapporti tra forma e contenuto, imago e logos, proprio in tale spirito di totalizzante fedeltà.
È questo che intendo con “sorti della Chiesa”. È questo che grava sulla chiarezza da farsi sulle tenebre di una troppo a lungo insistita equivocità di magistero sul tema della fallibilità della sua forma pastorale, a cui forse è tempo di dire: basta. L’equivocità è il contrario dell’identità. L’equivocità non permette alla copia nemmeno di confrontarsi, con l’originale! Figuriamoci poi aderirvi. Il percorso che si farà sarà tessuto tutto sulla trama “estetica” che nasce dal Nome Imago come quella logica dal Nome Logos, ricavandone esiti altrettanto logici, ma forse, si crede, ancor più evidenti.
Per ricapitolare brevemente le cose, io sostengo che, essendo il magistero della Chiesa distinto in due grandi livelli (o gradi, o condizioni) di certezza veritativa: l’infallibile e il fallibile, esso è costituito da due egualmente grandi livelli (gradi, condizioni) di obbedienza al magistero egualmente ben distinti tra loro, discontinui, non comunicabili, non riversabili uno nell’altro, cui corrispondono due gradi di pena egualmente ben distinti: al grado infallibile corrisponde un’obbedienza de fide – quella che si diceva un’“obbedienza cieca e assoluta” –, come la comanda la Cost. dogm. Dei Filius, Cap. 3, can. 1 (Denz 3008; CIC, can. 212): « plenum rivelanti Deo, intellectus et voluntatis obsequium fide præstare tenemur » (“quando Dio si rivela, noi siamo tenuti a prestargli con la fede la piena sommissione della nostra intelligenza e volontà”); al grado fallibile, invece, corrisponde « non proprio un assenso di fede, ma un religioso ossequio dell’intelletto e della volontà (“non quidem fidei assensus, religiosum tamen intellectus et voluntatis obsequium”) » (CIC, can. 752; v. pure Cost. dogm. Lumen Gentium, Denz 4149).
In quanto alla pena, sappiamo che chi non obbedisce a un insegnamento infallibile, cioè a un dogma di fede, cade in un delitto di eresia, che è a dire in peccato mortale, ed è punito con la scomunica; non c’è invece un articolo del Catechismo della Chiesa Cattolica che commini una pena precisa a chi non porge il dovuto religioso ossequio di intelletto e volontà a un qualche insegnamento mere autentico, cioè non dogmatico, né infallibile: al n. 2036 è segnalato un generico « dovere di osservare le costituzioni e i decreti emanati dalla legittima autorità della Chiesa. Anche se sono disciplinari, tali deliberazioni richiedono la docilità nella carità », perché la cosa va analizzata nel largo spettro della casuistica, cioè dei casi di coscienza, a meno che il soggetto abbia in cuore, col rifiuto di quel religioso ossequio che si diceva su un sicuro giudizio del magistero, di volersi separare con ciò dalla comunione col Pontefice romano e con coloro che sono in comunione con lui, giacché in tal caso la sua ritrosia al dovuto ossequio nascerebbe piuttosto da una volontà scismatica, che – essa sì – è un peccato mortale. Ma questo non è il nostro caso, v. il mio La Chiesa ribaltata, Gondolin, Verona 2014, pp. 293-300, con Prefazione di Antonio Livi, dove professo la mia più intima e invincibile adesione a Papa Bergoglio come Vicario di Cristo e regola prossima della mia fede, intima e invincibile adesione che riposa sulla garantita e certissima continuità di forma e contenuto di tale santissima ‘regola prossima’ con la remota (Sacra Scrittura e Tradizione). E se si dovesse dubitare di tale sua continuità? Risponderò anche a questo, pur se la risposta più esauriente la si troverà solo in Il domani del dogma e appunto ancora in La Chiesa ribaltata.
Ritengo che questa posizione non sia in tutto quella della Chiesa, ma che se ne differenzi in più di una sfumatura. Penso che la posizione ortodossa della Chiesa sia esposta meglio, qui, al § 2, con le argomentazioni che ora poi darò ai paragrafi seguenti, pur se dopo il Vaticano II molti chierici e anche alti prelati senz’altro condividono la forma enunciata qui dal Padre Bellon. Più avanti se ne capirà di certo il motivo. Che costituisce, nella sua gravità, la vera causa di tutto il dissenso. Infatti nella Chiesa, pure su questo punto, si stanno fronteggiando molto silenziosamente ma non meno acerbamente due opposte e assolutamente immiscibili correnti dottrinali.
Con i miei libri – e con le mie Postfazioni ai tre libri di Romano Amerio pubblicati da Lindau – da più di dieci anni mi prefiggo di contrastare ragionevolmente e cattolicamente questa non corretta interpretazione teologica, perché ritengo che essa sia in qualche misura portatrice di massimalismo e persino di un certo totalitarismo dottrinale, indebito e piuttosto pericoloso (per la Chiesa tutta, oltre che per i singoli fedeli), e rimando a Il domani del dogma e a La Chiesa ribaltata chi desideri avere il quadro teoretico della sua confutazione e il quadro strategico più completo del suo possibile e auspicabile riassorbimento nella Chiesa, che qui riassumo.
Vediamo ora, per prima cosa, che significato hanno le principali parole coinvolte nelle nostre argomentazioni.
Alla luce della Verità rivelata, abbiamo tre soggetti capaci di ‘infallibilità’: l’infallibilità della Chiesa, in primis, che si ha « quando l’universalità dei credenti esprime il suo universale consenso [sincronico e diacronico] in materia di fede e di morale » (v. Denz 2922 etc.). L’infallibilità dei vescovi, in secondo, che si ha quando essi esercitano il magistero supremo in unione al Papa (v. Denz 4150). L’infallibilità infine del Papa, che si ha allorché vuole esercitare tutta la sua autorità come maestro di tutti i credenti, ossia ex cathedra, in fide et moribus (cf. Cost. dogm. Pastor Æternus, Denz 3074, già vista nel mio articolo Non solo sedevacantisti): « Romani Pontificis definitiones ex sese, non autem ex consensu Ecclesiæ, irreformabiles sunt » (“Le definizioni del Romano Pontefice sono irreformabili per se stesse, e non per consenso della Chiesa”).
Si dice che un Papa parla usando il carisma dell’infallibilità quando consegue esplicitamente quattro condizioni: 1), parla come Dottore e Pastore universale; 2), manifesta chiaramente la volontà di definire e obbligare a credere; 3), nella pienezza della propria autorità pontificia, o carisma petrino; 4), trattando di fede o di morale.
Ma per capire bene cosa significhi ‘infallibilità’ c’è bisogno però di un esempio. Eccolo: una mosca forse non andrà mai a posarsi all’interno di una boccia di vetro munita di un collo lungo e stretto posta in una grande e ariosa stanza, ma forse invece, se pur difficilmente, ci andrà, e forse, se pur ancor più difficilmente, ve ne andrà anche una seconda, e una terza, e una quarta. Però di certo nessuna mosca andrà mai e poi mai in una boccia di vetro dove anche quel piccolo pertugio di un collo lungo e stretto è sigillato ermeticamente con un bel tappo di sughero: se pur con difficoltà, l’aria della prima boccia di vetro, avendo essa un’imboccatura stretta ma aperta, può essere contaminata, l’aria della seconda invece, dall’imboccatura ermeticamente chiusa, non lo può: essa resta pura, incontaminata, e non può entrarvi neppure un microbo. Questa è la vera differenza tra magistero fallibile e magistero infallibile della Chiesa. E questa è l’infallibilità: un semplice, ma decisivo, tappo di sughero.
Quali sono questi casi? L’Enciclopedia Cattolica, voce Infallibilità, col. 1923, fa notare che oltre a quello che i teologi chiamano ‘oggetto primario dell’infallibilità’, affermata “definitorio modo”, ossia ex cathedra, ve ne è un secondo, cui è riconosciuta eguale infallibilità del primo pur non oltrepassando il limite del “definitive tenendum”. Esso è costituito da quelle che vengono dette ‘verità connesse’, cioè da quelle verità collegate al dogma di origine divina, o logicamente dedottene: 1) gli effetti teologici dei fatti dogmatici; 2) le canonizzazioni stabilite in ottemperanza alle normative canoniche; 3) la legislazione liturgica e disciplinare obbligante la Chiesa universale; 4) l’approvazione di Ordini e Congregazioni religiose.
Sulle canonizzazioni, [1] oltre il Bartmann, diversi teologi, p. es. mons. Brunero Gherardini, ultimo rappresentante della gloriosa Scuola Romana (che annoverò personalità del calibro di Composta, Fabro, Franzelin, Garofalo, Landucci, Ottaviani, Palazzini, Parente, Piolanti, Spadafora, Spiazzi), eccepiscono che esse in realtà non avrebbero nella Sacra Scrittura solide basi per riscontrare la loro infallibilità, v., dell’esimio monsignore, Canonizzazione ed infallibilità, in Chiesa viva, nn. 354-5-6, anno 2003, ripreso da chiesaepostconcilio. « Nella storia della Chiesa, anche recente – scrive il teologo per rilevare la “discutibilità” di un per lui troppo perentorio infallibilismo delle canonizzazioni dei santi –, ci furon Santi discutibili, che prestarono cioè e prestano il fianco a rilievi non proprio positivi. Altri, come già rilevato [nell’articolo], non sono neanche esistiti. […] La domanda è […]: anche la canonizzazione di Santi discutibili o addirittura inesistenti, o anche la sola tolleranza del loro culto ufficiale, avvenne all’insegna dell’infallibilità? ». Come unanimemente rilevato dai teologi, sia per alcune canonizzazioni dei secoli passati, per le quali le norme adottate non paiono essere state delle più rigorose, che per alcune delle più recenti, si hanno buoni motivi di credere di no, si veda l’intervista che lo storico Roberto de Mattei diede in proposito a suo tempo al mensile Catholic Family News.
Sulla legislazione liturgica ‘obbligante la Chiesa universale’, potenti perplessità circa l’infallibilità di tali ‘verità connesse’ per alcuni provengono dall’analisi compiuta a suo tempo dai cardinali Bacci e Ottaviani sul Novus Ordo Missæ, a conclusione della quale la Messa risultante dal NOM non potrebbe essere definita altro che « un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa », v. il mio Sacro al calor bianco. La Messa di Pio V e la Messa di Paolo VI alla luce della Filosofia dell’Æsthetica trinitaria. Pars Prima, la teorica, pro manuscripto, Milano 2007, p. 103. I fatti che per alcuni striderebbero con la pretesa di infallibilità a priori di detto comparto sono: 1) i drammatici risultati riscontrabili in questa “riforma”, a partire da quella che essi vedrebbero come una riduzione su tutta la linea dell’adorazione elargita a Dio Padre dal soppiantato Rito Romano, riduzione che in La Chiesa ribaltata (p. 149) mi porta a configurare nel nuovo Rito, a mio avviso così duramente preteso in sua vece da Papa Paolo VI, una adoratio minor a Dio Padre in opposizione simmetrica e ideologicamente opposta alla adoratio maior erompente alla Somma Maestà dal sempiterno Rito Gregoriano – e mi si dimostri il contrario –, esso sì rispettoso in tutto del dogma, sua forma; 2) il recente divieto di celebrazione di tale Rito ai Frati Francescani dell’Immacolata, per l’illustrazione del cui impossibile divieto rimando ancora a La Chiesa ribaltata, pp. 150-9.
Sulla base di una bella intuizione del liturgista benedettino Mario Righetti, per il quale « il dogma è per la liturgia ciò che è l’anima per il corpo » (p. 146 di Ribaltata), essendo l’anima la forma del corpo possiamo arrivare all’importante conclusione che quindi il dogma è precisamente la forma della liturgia, o equipollentemente che la liturgia ha per forma il dogma.
Cosa insegna tutto ciò? Che anche la legislazione liturgica non è di per sé infallibile, ma è infallibile l’ambito formale, il campo dogmatico in cui essa si muove. Tale moto può essere causato da una spinta a una maggiore conformazione della liturgia al principio che la informa – il dogma –, così come, viceversa, da spinte opposte, atte a conformare la liturgia il meno possibile a tale suo principio vitale, studiandosi di non travalicarne i limiti e cercando piuttosto, in quel minimo dogmatico quasi sconfinante ma non sconfinante nel territorio dell’eresia, di avvicinarsi a principi ad esso non solo estranei, ma nemici (nel caso dell’ecumenismo montiniano il protestantesimo, immesso a forza nel suo Novus Ordo, ma sempre in modo equivoco, capace cioè di soddisfare le esigenze di validità e legittimità del Rito cattolico, se pur nei termini minimi indispensabili e come tali riconosciuti anche dai cardinali Bacci e Ottaviani, pervenendo a quella adoratio minor, anzi minima, di sapore protestante, ma pur cattolica, che si diceva, v. Iota unum, loc. cit.).
Ad alcuni fedeli, come il sottoscritto, basterebbe l’istituzione del Novus Ordo per rendere problematica ogni pretesa di automatismo dogmatico per le ‘verità connesse’. Il fatto è che l’infallibilità delle ‘verità connesse’ si può riconoscere solo a precise condizioni, che esistono sulla carta, ma che possono essere realizzate ma anche non realizzate, e se ne accennerà più avanti, salvo dedicarvi in altra sede una specifica attenzione. Qui basti richiamare la metafora del vaso di vetro che si diceva: per sigillarlo, gli si può apporre il tappo di sughero, ma per farlo è necessario seguire un preciso protocollo, che p. es. permetta alle colle di solidificarsi come si deve, eccetera, ma è un protocollo che, fuor di metafora, a partire dal Vaticano II, a parere di quei tali fedeli, tra cui lo scrivente, non viene seguito oggi dalla Chiesa col rigore necessario a tenere sotto la protezione del dogma il proprio magistero ‘pastorale’, facendo anzi di tutto, come si vedrà, per liberarsi di quella che alcuni Pastori chiamano « la lista dei precetti e degli ammonimenti », che non parrebbe essere però altro che la Legge del Signore: il dogma della cristica salvezza.
Sulle conclusioni teologiche dei fatti dogmatici, tutto dipende dalla chiarezza e specialmente dalla qualità dei percorsi logici che legano i dogmi (con tutto l’apparato che ne segue di Sacre Scritture e Tradizione) ai loro derivati, p. es. la qualità dei sillogismi su cui si fondano le connessioni, ma non solo: se p. es. il sillogismo è deduttivo, la sua sicura, tetragona, inscalfibile solidità garantisce il passaggio logico e oggettivo dal dogma alla ‘verità connessa’ (sillogismi del tipo: “Tutti gli uomini sono animali, tutti gli animali sono mortali, dunque tutti gli uomini sono mortali”, dove il termine medio ‘animale’ trovasi sia nella maggiore che nella minore, garantiscono un passaggio forte e sicuro sotto ogni punto di vista), ma non è più così nel sillogismo esplicativo, o analitico, o induttivo, il cui termine medio non connette nulla, ma costituisce solo un fatto, e il fatto, in logica, è nulla (“L’uomo e il cavallo sono longevi, l’uomo e il cavallo sono animali senza ali, dunque gli animali senza ali sono longevi”: il termine medio qui è ‘essere senza ali’, ed è associato alla longevità solo nella conclusione, cioè a posteriori); ora, è difficile distinguere le due specie di sillogismi, per cui non sempre può essere garantita la solidità di impianto delle connessioni che vogliono legare i dogmi alle ‘verità connesse’: questo è il motivo p. es. per cui, prima della Bolla Ineffabilis Deus di Papa Pio IX, il dogma dell’Immacolata Concezione era una verità discutibile ed effettivamente discussa, pur essendo di suo già riscontrabile come ‘verità connessa’ (ciò che oggi sarebbe definibile ‘magistero autentico’), proprio in quanto alcuni teologi non riconoscevano la solidità catafratta e indistruttibile dei percorsi di connessione delle conclusioni, che poi saranno quelle papali, con i dogmi rivelati già conosciuti cui dovevano essere agganciate; se la Bolla sulla Beata Vergine poté essere costruita sulle solide basi che oggi conosciamo lo si deve anche a quelle perplessità che si diceva, che sollecitarono un approfondimento tale da garantire come si deve il percorso logico necessario (v. ANTONIO LIVI, Tommaso d’Aquino. Il futuro del pensiero cristiano, Leonardo Mondadori, Milano 1997, p. 84).
Se a qualcuno destano perplessità alcune delle cosiddette ‘verità connesse’, il che non significa escludere questo ambito di verità dal regno delle infallibili visto che si è anche portato or ora un esempio di come se ne possa creare una, però ciò non significa assumere tale ambito come aprioristicamente infallibile, ma, una ad una, ammettere queste verità nel Depositum fidei solo dopo averle passate al necessario vaglio con adeguata sentenza dogmatica straordinaria, a maggior ragione sarà d’obbligo usare ancor più forte cautela con tutte quelle dottrine che appartengono al magistero mere ‘autentico’ della Chiesa, dottrine non solo non protette dal carisma dell’infallibilità, ma neppure riconosciute come ‘verità connesse’.
Mi riferisco, per fare alcuni esempi, a tutte quelle dottrine proposte dal Vaticano II che, non potendo dirsi infallibili, non si devono obbedire con obbedienza de fide, giacché quel concilio fu convocato in una forma di magistero che fu detta ‘pastorale’ per distinguerla dalla forma dogmatica con cui erano stati aperti i venti concili ecumenici (universali) precedenti. Il magistero ‘pastorale’ del Vaticano II è magistero ‘autentico’, cioè fallibile, con la sola esclusione, come ovvio, di tutte e solo quelle parti dei suoi documenti che segnalano verità dogmatiche già sedimentate, come quando al § 6 di Dei Verbum la nota 6 della citazione spiega i motivi delle verità rivelate rinviando alla Cost. dogm. Dei Filius, Cap. 2 (Denz 3005).
Qui vale la pena sottolineare che, quando i Papi richiedono assenso obbedienziale anche verso le Encicliche (Leone XIII nella Satis cognitum, Pio XII nella Humani generis), va loro obbedito; però, come proprio essi dicono e comandano, « seguendo l’intenzione e la volontà degli stessi Pontefici » (Humani generis), ossia non genericamente obbedendo anche a quegli scritti che non sono stati concepiti per essere obbediti, come Spe salvi o Lumen Fidei di Benedetto XVI, ma solo a quei documenti redatti con tali precise intenzioni, come i due sunnominati di Papa Pacelli e di Papa Pecci, o come quando certi documenti, v. la Humanæ vitæ di Paolo VI, richiedono obbedienza a verità in fides et moribus sempre e universalmente insegnate e professate dalla Chiesa, come sono lì quelle sulla contraccezione. Una diversa posizione condurrebbe al massimalismo ideologico, atteggiamento greve e illogico di cui la Chiesa, come si vedrà in un prossimo articolo a breve (v. Art.16, § 4), oggi è da più parti – tra loro anche ideologicamente ostili – troppo appesantita.
8. ESEMPIO DI QUEL MAGISTERO FALLIBILE
(O ‘AUTENTICO’, O ‘PASTORALE’) CHE ALCUNI PENSATORI
E TEOLOGI CATTOLICI RITENGONO EFFETTIVAMENTE FALLATO.
Prendiamo per esempio, fra tutte, l’affermazione che vien fatta al n. 24/d della Costituzione pastorale Gaudium et spes, che nell’originale latino afferma: « homo in terris sola creatura est quam Deus propter seipsam voluerit » (marcatura mia). Il genere femminile del soggetto della dipendente (‘quam’) e del complemento di causa posto dal pronome ‘seipsam’ è non equivocabile legame al genere femminile di ‘sola creatura’, per cui la traduzione italiana non può che essere: “L’uomo è in terra la sola creatura che Dio volle per se stessa”, e non, come sarebbe meglio fosse (e come anche i Pastori che hanno concepito quel passo cercano di dimostrare che sia), “per se stesso”, cosa che permetterebbe, con i due pronomi al maschile, di riferirsi più facilmente, ma, come si vedrà, non ancora del tutto nettamente, non all’uomo, ma a Dio.
Inoltre, anche il contesto in cui essa è inserita confermerebbe il senso della frase, travisante il sentire ortodosso. Pochi passi sopra, infatti, si può leggere: « Secundum credentium et non credentium fere concordem sententiam omnia quæ in terra sunt ad hominem tamquam ad centrum suum et culmen ordinanda sunt » (Gaudium et spes 14): “Per consenso generale di credenti e non credenti tutte le cose del mondo si devono ordinare all’uomo come alla loro cima e al loro centro”. Dunque la gloria dell’universo, qui, sarebbe proprio rivolta tutta all’uomo.
L’affermazione, in sé, è stata letta da molti come portatrice di una antropologia e di una teologia devastanti, e in tal senso fu confutata da Amerio prima appunto in Iota unum, poi e ancor più in Stat Veritas (Chiosa 15), [2] infine, definitivamente, da mons. Gherardini, che la stronca: « È un testo assurdo e blasfemo, sia che le parole finali si leggano al femminile (“per se stessa”), sia che le si leggano al maschile (“per se stesso”) » (Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Torino: Lindau 2011, p. 36-7, dove l’illustre teologo stende tutti i più inappellabili argomenti logici per distruggere l’intimorata affermazione, v. anche La Chiesa ribaltata, pp. 107-8). [3]
Insomma, quel che qui si vuol trasmettere è che, appena fuori dalle sacre mura della cittadella dottrinale costituita dall’infallibile Depositum fidei, lungi dal mettere tutto in uno stato gelatinoso e tremolante, con altrettanta prudenza di quella con cui il magistero si perita di garantire ai fedeli la sicurezza sigillata e corazzata del dogma quando una verità è dogmatica (quando la bocca del vaso di vetro è sigillata da un tappo), lo stesso magistero non può però più garantire quel medesimo sicuro e marmoreo giudizio su ciò che, di suo, “infallibile dogma” non è (quando la bocca del vaso di vetro non è sigillata da un tappo), perché non vincolato, non coperto dalla stessa assistenza piena, totale e assoluta che lo Spirito Santo assicura unicamente al magistero dogmatico. E se non può più assicurare tale soprannaturale e ineffabile solidità, tale ermetico sigillo, neanche però ci deve provare, perché ciò sarebbe un inqualificabile delitto di falso ideologico, un’offesa a Dio stesso, che si farebbe passare come mallevadore di verità assolute che però non sono altro che verità relative. Relative a cosa? Relative p. es. al tempo in cui sono state formulate, alle conoscenze che si avevano di una certa materia, al concetto di legge, e altre cose così: una storicizzazione del magistero, fino a che non tocca le verità eterne, assolute appunto, è anche scientificamente necessaria. Difatti nei secoli sempre la Chiesa è rifuggita da tale infamia, se non che…
E DI ‘MAGISTERO PASTORALE’.
Vediamo allora più precisamente cosa significa la perifrasi ‘magistero autentico’. ‘Auténtico’, gr. autentikòs, da authentéo, ‘agire da sé medesimo’, composto da autòs, ‘egli stesso’, ed entòs, ‘che risponde’: dicesi di ‘ciò che ha autore sicuro’ e che per ciò fa autorità; ‘autentici’ sono gli atti solennemente redatti per mano di notaio o di altro pubblico ufficiale.
I Papi dei primi secoli parlano di una ‘regola autentica’ da cui non si può recedere, né che si può ricusare. I testi inautentici non si possono usare come autorità, mentre un autore autentico “non era trattato”, non era discusso: il maestro determina, propone e dà l’ultima sentenza alla questione. ‘Autentico’ è ciò che fa autorità, proprio perché ha l’autorità.
Ma con la nascita e l’espandersi della Nouvelle Théologie e, per alcuni, con la preparazione del Vaticano II come primo concilio ecumenico ‘pastorale’ della storia della Chiesa, avviene che, come bene illustra mons. Gherardini, la parola ‘pastorale’ sta ancora a « indicare l’inalienabile vocazione apostolico-missionaria della Chiesa » (loc. cit.), ma per altri viene a prestarsi, molto equivocamente, « ad assicurar a tale vocazione una libertà di movimento di cui non avrebbe goduto se legata ancor alla concezione tridentina del sacro ministero » (ibidem), ossia alla concezione dogmatica, quella che oggi Papa Bergoglio chiamerebbe « da intellettualisti ».
Sicché: « Quando ci troviamo davanti alle persone che convivono senza essere sposate in Chiesa non alziamo barricate, neppure nel caso dei sacramenti e della comunione. Ci opponiamo a quelli che hanno solo precetti ». E conclude: « Bisogna guardare al caso concreto, non sciorinare la lista dei precetti e degli ammonimenti ». Siamo al “magistero fai da te”. Che si oppone al magistero-magistero, quello « dei precetti e degli ammonimenti », quello, specialmente, del « Beato l’uomo che cammina nella legge del Signore » di Sal 118,1 e del « Se mi amate, osservate i miei comandamenti » di Gv 14,15. E i comandamenti di Gesù, i comandamenti dell’amore che fanno l’uomo beato, se non sono barricate, precetti e ammonimenti, se pur d’amore, e d’amore beatificante, cosa mai sono?
Forse non si rendono conto – dei vescovi? dei teologi? dei cardinali? Impossibile – che « l’imponente staccionata » superata dal ‘pastorale’ concilio Vaticano II è il Logos, è la seconda Persona della ss. Trinità, e in altre parole è il dogma, il Katéchon divino, l’unica forza che può liberare l’amore, v. dimostrazione in La Bellezza che ci salva, Primo capitolo. E il “superamento” del Logos è, né più né meno – con tutto il carico di peccato di sacrilegio che tale cognizione comporta –, che la morte del peccato e con ciò della stessa sua Redenzione: è la distruzione del cattolicesimo e l’avvento dell’anarchia, cioè del diavolo e di satana, come già sta succedendo.
Per tormare a noi: dai testi sopra segnalati si deduce che anche il ‘magistero autentico’, o ‘pastorale’, è divino, ma solo in parte, in quanto Dio è l’agente principale del magistero della Chiesa, e il magistero ne è l’agente secondario, sì da interpretare autenticamente le verità normative – quelle cui obbedire nei modi sopra indicati – da Lui rivelate. E Dio, ancora, è il sommo e “principale” Pastore delle proprie pecorelle, ma vi sono poi i “Pastori secondari” (il Papa, i vescovi, le Congregazioni vaticane) che ne devono far capire, rendere intelligibili e chiari, i concetti e le indicazioni che lo Spirito Santo loro suggerisce di insegnare per la salvezza delle anime.
In realtà, come ha indicato con chiarezza mons. Gherardini, è qui, in questo territorio virtualmente immenso di ‘magistero autentico’, o ‘pastorale’, che si annida la possibilità per l’uomo di trovare quella magisteriale « libertà di movimento » che gli permetterebbe, caricato da intenzioni religiose forse anche sante, come, ieri, la speranza di Clemente VII di un breviario più vicino alle traduzioni originali, o, ancora, il ricongiungimento con i “fratelli separati” di Papa Paolo VI e oggi la rincorsa dei “feriti sociali” di Papa Bergoglio, ma purtroppo anche pur sempre intenzioni seconde rispetto alle primarie necessità veritative del dogma, di spingersi a voler affermare dottrine non sufficientemente suffragate dalla Tradizione e dalle Sacre Scritture, non dall’impianto logico, non dal Deposito della fede, malgrado ogni sforzo di perfezione didattica e ogni tensione morale al conseguimento costante di tale traguardo, deviato da quelle “intenzioni seconde” che si diceva: magari anche sante, ripeto, ma non sempre pertinenti direttamente alle verità di volta in volta da raggiungere.
In altre parole: ovviamente, un magistero non infallibile doveva pur esserci, ad affiancare l’infallibile, per tutte le ragioni che si sono viste, anche se tale magistero avrebbe costituito per sua natura – essendo fallibile – l’unico possibile spiraglio all’errore, come in effetti è avvenuto nei secoli, se pur davvero molto raramente, per l’attenzione veramente sovrumana con cui la Gerarchia ecclesiastica seppe sempre controllare la produzione dei propri documenti magisteriali: non si ha oggi l’idea dello straordinario linguaggio con cui la Chiesa parlava anche solo “pastoralmente” fino a solo qualche decennio fa, quando la locuzione ‘magistero pastorale’ non si sapeva quasi cosa fosse, inserita com’era all’interno di una prospettiva magisteriale basicamente dogmatica: non è il nostro tema, ma la questione del linguaggio non è un discrimine secondario, ma decisivo, per distinguere, da una parte, un magistero dogmatico e infallibile e anche mere ‘autentico’ e ‘pastorale’, ma impregnato dell’ambienza veritativa del primo, e dall’altra un magistero invece che, attraverso l’utilizzazione forzosa del livello ‘autentico’ e ‘pastorale’ – e parlo proprio di quell’utilizzazione che, almeno per studiosi o teologi quali l’Amerio, il Gherardini, il sottoscritto eccetera, risulterebbe del tutto forzosa, avvenuta dal Vaticano II in qua –, si farebbe magistero non solo fallibile, ma poi di fatto effettivamente fallato, ossia oggetto di effettivi errori dottrinali, dunque in qualche misura, almeno per costoro, temerario, pericoloso, a volte erroneo, a volte persino intimamente corrotto, v. Gaudium et spes 24/d, e non solo.
Quella infatti che fino a oggi, per l’estrema rarità con cui si era realizzata di fatto, pareva quasi, come si dice, un’ipotesi di scuola, negli ultimi cinquant’anni, da quella del tutto necessaria e però dunque anche controllatissima fenditura nella roccia che era – per lasciar passare dalla forte pietra quell’emulsione d’acqua capace di dissetare gli assetati nel cuore delle loro più individuate coscienze –, è divenuta una vera e propria magna voragine, un abisso in cui qualcuno vorrebbe poter intravvedere stia sprofondando persino la stessa sacra Roccia da cui necessariamente essa originava, e con essa sprofondi il peccato, e col peccato scompaia dunque anche l’offesa a Dio Padre (e con essa la Redenzione, il Cristo, la Trinità, Dio stesso). Ma, a parte dunque la grande offesa, cosa ora gravemente in atto, tutto il resto: sprofondamento della sacra Roccia cioè annientamento della Legge e scomparsa del peccato, non avverrà mai, né mai potrà avvenire, grazie ai due giuramenti di Cristo che qui ricordiamo: « Portæ Inferi non prævalebunt adversus eam » (Mt 16,18) ed « Ego vobiscum sum omnibus diebus » (Mt 28,20).
Se la Chiesa ha creduto nei secoli necessario non avvalersi sempre e comunque di questo ombrello protettivo, di questa corazza soprannaturale, accostando al proprio magistero infallibile il fallibile, al dogmatico il ‘pastorale’, è perché essa per prima sa che le verità a priori non hanno la medesima giustificazione delle verità a posteriori: le verità soprannaturali si giustificano da sé per la loro divina e direi olistica cioè tutt’intera autenticità, data dall’Autorità somma da cui provengono, divina e indiscutibile (san Roberto Bellarmino la definisce “Auctoritas in se”, cioè in se stessa, distinguendola dalla “Auctoritas quoad nos”, in quanto a noi); le verità solo storiche e logiche invece, quali le ‘verità connesse’, che è a dire le verità de fide ecclesiastica, no, perché, pur se si suppone che i Pastori che le formulano tendano sempre e indefessamente a mantenerle all’interno della forma dogmatica che le produce come causa remota (loro causa remota; la prossima è la loro necessità specifica), e anzi si adoperino con tutte le forze a rendere sempre più manifesti e realizzabili poi, nella vita di ciascun fedele, proprio i dogmi ultimi che le sottendono, in una certa misura sono accidentali, hanno sempre necessità di un qualche aggiustamento, pur santamente tendendo, nella religiosa e sempre dogmatizzante intentio del sacro legislatore, a dare diuturnamente a ogni propria parola la necessaria perfezione veritativa eterna, e le verità logiche sono giustificate solo tanto quanto si legano con ragione alle prime, alle soprannaturali, cioè al dogma, come d’altronde visto al § 5.
Nel primo caso è richiesta la donazione dell’intelligenza in toto e toto corde, la consegna senza discutere e anzi di tutto cuore dell’intelletto, della ragione; nel secondo è richiesta invece una consegna della ragione, come visto, solo “parziale” e a posteriori, che è a dire un’obbedienza ragionata, critica, che in altre parole deve sapersi avvalere, per definizione, da parte del soggetto, della propria personale valutazione giudiziale della verità fallibile, e non dogmatica, proposta dal santo magistero.
Da qui si aprono due strade: se il soggetto vuole (il ‘religioso ossequio’ di cui si parla è ‘di intelletto e di volontà’), egli può scegliere di legarsi mani e piedi al magistero anche in questo caso, per umiltà, per fiducia, per spirito obbedienziale, per intima convinzione, o forse anche solo per pigrizia intellettuale; ma, se ritiene, egli può soppesare le verità proposte alla luce del magistero pregresso di livello dogmatico, della Tradizione e delle Sacre Scritture, come hanno scelto di fare, tra gli altri, Romano Amerio e Brunero Gherardini – e io con loro nel citare positivamente nelle mie pagine le loro posizioni – a proposito p. es. di Gaudium et spes 24/d, come di altre non poche proposte egualmente problematizzanti del magistero degli ultimi cinquant’anni.
Tutto questo per dire che la Chiesa sa che le verità a priori non hanno la stessa provenienza di quelle a posteriori, e che alle une e alle altre si deve corrispondere dunque con due approcci assolutamente differenti sia nel loro approntamento che nella loro esecuzione, sia nelle loro formulazioni che nella loro ricezione, per non parlare della comminazione delle pene previste nel caso venissero rifiutate: sarebbero forse in peccato mortale d’eresia i critici di Gaudium et spes 24/d, utilizzatori accorti e giudiziosi, e in ogni caso di certo in buona fede e scrupolosi fino al più cattolico midollo, del ‘religioso ossequio dell’intelletto e della volontà’ nei confronti di quello che a loro (e a me che scrivo) pare in tutto un errante magistero che, per far passare una novità che a loro pare antropologicamente intrigante, avrebbe usato la forma mere ‘pastorale’ scansando la dogmatica, o non lo sarebbero piuttosto i suoi estensori, che sarebbero stati spinti, in quell’occasione come in altre, a diffondere urbi et orbi quelle che purtroppo, almeno per i sopraddetti, parrebbero in tutto, oggettivamente, dottrine pericolose, e pure con magistero straordinario, solenne e universale, ma formalizzato in carattere simpliciter ‘pastorale’, e non, come invece avrebbero pur dovuto, con magistero straordinario, solenne, universale e specialmente dogmatico, così aprendosi il varco, almeno per ipotesi di scuola, ma evidentemente non solo, a volte anche a quello che Padre Bellon chiamerebbe « un insegnamento erroneo, temerario e pericoloso e che sicuramente non può essere insegnato (tuto doceri non potest) », come Gaudium et spes 24/d?
Ho utilizzato qui la traduzione di Padre Bellon, ma va detto, come avevo anticipato, che in realtà essa non dà il senso in cui dovrebbero essere tradotte quelle quattro parole latine, “tuto doceri non potest”: infatti, al di là che, com’è ovvio, di certo non va insegnata mai nessuna dottrina erronea, temeraria o pericolosa, l’affermazione in realtà spiega che una certa dottrina “non può essere insegnata con sicurezza”, ovvero non si hanno elementi indiscutibili, indubitabili, per poterla insegnare con assoluta certezza e tranquillità – come invece sarebbe per una qualsiasi dottrina formalmente dogmatica –. Questo il vero significato della frase.
In realtà, rispetto a Gaudium et spes 24/d, e con esso – sempre e unicamente secondo l’avviso di alcuni stimati studiosi e di anche esimi teologi cattolici – rispetto a quelle che a costoro e a me non paiono che molto discutibili e anche gravi novità dottrinali diffusesi nella Chiesa negli ultimi dieci lustri a partire dal Vaticano II, non è peccato mortale di eresia quello dei suoi religiosi critici, come sostengono il mio Confutatore e le autorità che porta a sostegno (mentre, parere mio e di quei tali di cui sopra, è ben possibile che lo sia quello dei suoi forse non altrettanto religiosi estensori), giacché il ‘religioso ossequio dell’intelletto e della volontà’, essendo azione che richiede una costruzione non a priori, ma a posteriori, ossia utilizzando le due qualità più determinanti dell’uomo – appunto l’intelletto e la volontà –, e utilizzandole ‘religiosamente’, che è a dire nello spirito di umile e disinteressato servizio alla verità divina e sommamente ordinatrice, è azione massimamente morale, è cioè azione estremamente rispettosa della realtà, in ossequio a quel grande principio – esso sì perfettamente obbedienziale – che i filosofi sanamente individuano con la nota formula della « adæquatio rei et intellectus », “eguagliamento tra intelletto e realtà”, tanto cara anche a san Tommaso, formula che sottende, nel suo lungimirante arco di categorico e splendido regno imperativo e solo marcato dal sacro Nome Imago (l’eguagliamento è una similitudine, e la similitudine si fa tra immagini), sia la cattolica e totalitaria obbedienza de fide al magistero strettamente dogmatico, che l’altrettanto cattolica ma obbedenzialmente non così totalizzante reazione intellettuale e volitiva al magistero ‘autentico’, o ‘pastorale’, che è il religioso ossequio, con annesso possibile discernimento critico, e a volte anche deciso, estremo e ben motivato rigetto, come nel caso considerato, sempre e comunque sotteso dall’amore vivo e amicale e dalla totale dedizione al Papa regnante e alla Chiesa presente, come credo spiegare bene anche in La Chiesa ribaltata, pp. 150-64.
Dunque il discernimento critico di Amerio, di mons. Gherardini e di altri (sottoscritto compreso) che come costoro corrispondono perfettamente alla richiesta del magistero della Chiesa, di onorare con ‘religioso ossequio dell’intelletto e della volontà’ il magistero ‘autentico’ e ‘pastorale’ (che però neppure davvero ‘pastorale’ è) che gli si para dinanzi con Gaudium et spes 24/d e altri passi che a quelli come a chi scrive paiono in tutto erronei e temerari come quello, e che si adoperano religiosamente a disinfestare il magistero da dottrine che ad essi paiono in tutto erronee e temerarie e che dunque a loro avviso di recente lo avrebbero intorbidato, non solo non sarebbe delitto mortale di eresia, ma sarebbe azione doverosa e santa, sommamente cattolica e meritoria, che dunque dovrebbe anzi al più presto essere raccolta dal sommo Pastore per riportare l’insegnamento della Chiesa allo splendore dogmatico che solo le donerebbe un’adeguata cioè perfetta ambienza veritativa, e così anche, e ancor più, infine, caritativa.
Il concilio di Trento è al proposito molto chiaro: « Si quis dixerit, Christum Iesum a Deo hominibus datum fuisse ut Redemptorem cui fidant, non etiam ut Legislatorem cui obediant, anathema sit » (“Se qualcuno afferma che Dio ha dato agli uomini Gesù Cristo come Redentore in cui confidare, e non anche come Legislatore cui obbedire, sia anàtema” » (Can. 21, Denz 1571).
Sopra si è visto che « qualcuno », sapendo che per venir anatemizzato dovrebbe professare apertis verbis la dottrina condannata, per non esser colpito come dovrebbe pensa di compiere il « superamento dell’imponente staccionata giuridico-dogmatica », ossia l’aggiramento del divino Legislatore e del suo anàtema, neanche più esponendo la dottrina, ma buttandosi tutto nella pura e semplice azione: « Se le persone cercano di comunicarsi – sostiene –, diamo loro la Comunione ». Ma, nel vuoto giuridico così creatosi, un briciolo di dottrina permane, ed è provvidenzialmente il nocciolo: « Ci opponiamo a quelli che hanno solo precetti ». Lo sterminatore della Legge, da un lato tanto “misericordioso” e “inclusivo”, si oppone direttamente al « Cristo legislatore, cui obbedire » del Can. 21 del Decretum de iustificatione, Cap. 16, sopra citato, del concilio di Trento. Su queste basi dovrebbe essere facile per il legislatore ravvisare nella pratica qui attuata, nella sua persistenza, nella sua conclamata e continua divulgazione, e specialmente nella sua chiara teorica, palesata sia dalle azioni pratiche che dalle poche parole sopra dette, gli estremi per applicare il Canone. Ma il cosiddetto “superamento delle steccionate” vale provvidenzialmente (o purtroppo, secondo i punti di vista) per tutti, specialmente per chi non le avrebbe dovute far superare, sicché si può prevedere che sarà difficile che oggi qualcuno voglia applicare una legge che egli stesso ritiene “superata”. Vogliamo vedere?
PER STARE ALLA REALTÀ VANNO SEGUITE ENTRAMBE.
CIASCUNA NEL SUO AMBITO, SENZA CONFONDERLE.
Affermare una qualche verità in forma fallibile non dà e non può dare le medesime garanzie che affermarla in forma infallibile. E perché mai? Perché la verifica di continuità di quell’asserzione con Sacre Scritture e Tradizione, per il fatto che essa è enunciata – come dice Padre Betti – dal Vicario di Cristo nelle precise modalità normative richieste per averne tutta la pienezza dovuta (v. § 4, da: « Si dice che un Papa... »), è come se la portasse sopra al braciere infuocato del dogma, e se mancano tali modalità manca tutto.
Si è visto che non tutto il magistero della Chiesa riceve le garanzie di verità che lo Spirito Santo offre a quelle asserzioni compiute con precise disposizioni, quali sono le dogmatiche, sicché l’affermazione vista al § 3: « e pertanto detto magistero non è fallibile », riferita al magistero in generale (« in quanto tale », dice il domenicano Padre Angelo Bellon, dunque che sia fallibile o non fallibile, dogmatico o non dogmatico, che è a dire anche meramente ‘autentico’ o ‘pastorale’, per lui è uguale), sarebbe bene concludere che, palesemente contraddittoria, non sia in nulla rispondente alle norme della Chiesa, cioè sia affermazione errata, falsa, e anche sviante e fuorviante, almeno per come tali norme si possono raccogliere dalle attuali loro non adeguatamente precisate, cioè non dogmatizzate definizioni.
Così pure, l’affermazione con cui, ancora riferendosi al magistero non dogmatico, dunque al magistero sempre e solo ‘autentico’ o ‘pastorale’, ancora al § 3 il mio Confutatore dichiara: « Non si tratta di magistero fallibile, ma vero e sicuro », se per « vero e sicuro » si intende equiparare tale livello di magistero fallibile al magistero dogmatico e infallibile, è anch’essa, a mio avviso, per tutte le ragioni esposte, non rispondente a verità, dunque anch’essa fortemente sviante e fuorviante.
Conclusione: questa dunque, che qui sopra si è data, e non quella del mio Confutatore di Radio Spada, mi pare in tutto la più corretta interpretazione da tenere intorno alla dottrina fondamentale delle due forme di magistero – l’infallibile e la fallibile – se si vuole perfettamente aderire all’insegnamento perenne della Chiesa come indicato in Premessa: « Nos credimus solum quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est »: la prima è forma certa, sicura, garantita in tutto e per tutto dallo Spirito Santo. La seconda è forma di per sé insicura, bisognosa sempre di tutta l’attenzione, la rettitudine e lo zelo religioso dei Pastori: che si adoperino sempre, e in ogni suo percorso e necessità, di porla all’ombra della prima, la forma dogmatica che ne è il principio costitutivo e vitale, riprendendone al massimo la necessarissima forma, e, per ciò che è possibile, anche il linguaggio, soprattutto il linguaggio, sì da tornare ad avere un magistero della Chiesa de facto almeno, se non de iure, in tutto e per tutto infallibile. Pena l’anarchia, come oggi si va profilando.
La proposta che ora si leggerà potrebbe forse essere ritenuta da qualcuno di qualche ingenuità, perché presupporrebbe che l’alto Soggetto cui si rivolge – per chi non l’avesse capito, stiamo parlando del Papa felicemente regnante – non abbia il pericoloso orientamento teologico-dottrinale che invece ha; d’altra parte è proprio tale orientamento che sollecita una tale proposta.
In realtà, si capirà subito che non è affatto necessario che la proposta venga accettata: perché l’importante non è che il Trono più alto concretizzi quanto richiesto (non direi che il presente sia Papa che anche lontanamente sia incline a farlo, anche se, naturalmente, non ci si può che auspicare che, per grazia, avvenga il contrario). La cosa davvero necessaria – dove infatti si radica tutta la forza della proposta – è che essa riceva un largo, potente e visibile consenso nella Chiesa, tale che sia a tutti manifesta la sua universale condivisione.
Per contrastare questa prospettiva mortale che si diceva, anzi: per metter fine alla snervante e sviante discussione su quanto sia certa o incerta una verità espressa dal magistero fallibile della Chiesa – il suo magistero ‘pastorale’, o ‘autentico’, dunque anche il magistero del Vaticano II –, nata, non a caso, per l’appunto solo dopo detto concilio, e discussione che, per la sua estenuante virulenza, ben più a ragione dovrebbe dirsi “Grande Guerra delle Forme”, o “Guerra delle due Forme”, dunque per por fine alla tremenda lotta che sordidamente sta imperversando da cinquant’anni tra magistero fallibile e infallibile della Chiesa, c’è un solo modo, uno solo, come già scrissi estesamente in La Chiesa ribaltata (pp. 300-3): costringere le due nobili forme di magistero, le due inseparabili compagne, di più: le due amorevoli amiche, anzi: le due tenerissime sorelle, a combattere tra loro direttamente, quasi “a singolar tenzone”, fallibilità e infallibilità “una contro l’altra armate”, armate cioè delle loro stesse splendide, taglientissime e santissime armi. Ecco come.
Se una norma, una disposizione, una legge stabilita al grado, nella forma e con linguaggio di semplice magistero ‘pastorale’ resisterà al proprio annientamento anche portandola sul braciere dottrinale dove al Cielo si alza solo il fuoco vivo e al calor bianco del magistero dogmatico, ossia là dove bruciano nei Cieli eterni solo le parole di fuoco infallibili e perenni tenute vive dallo Spirito Santo di Dio, allora quella norma, o disposizione, o legge, vivrà, sarà graziata, e anzi, unita come la si vedrà alle altre fiammeggianti parole di vita del Logos, agli altri santissimi, ineludibili e provvidentissimi dogmi, certo si darà disposizione che sia obbedita in tutto e riverita massimamente, come merita, in tutta la Chiesa.
In altre parole, il Papa dovrebbe ancora una volta assumere su di sé il carisma consegnato al Vicario di Cristo e formalizzare le decisioni ultime da prendere su un determinato argomento in fides et moribus – p. es. dare o non dare l’Eucaristia a conviventi o divorziati risposati, o altre decisioni che saranno prese al termine del Sinodo sulla famiglia previsto per il 2015 –, rispettando le quattro disposizioni viste al § 4, da « Si dice che un Papa… »: 1), parlare come Dottore e Pastore universale; 2), manifestando chiaramente la volontà di definire e obbligare a credere; 3), nella pienezza della propria autorità pontificia, o carisma petrino; 4), trattando appunto di fede o di morale.
Ma se tale norma, o disposizione, o legge stabilita al grado, nella forma e con linguaggio di magistero meramente ‘pastorale’ non dovesse resistere alla bocca ardente dello Spirito Santo, al pronunciamento papale compiuto con le disposizioni ora viste, che sono le uniche disposizioni capaci di porre in atto l’infallibilità di un’asserzione papale, immettendole il carisma del dogma o pronunciamento divino (cf. Cost. dogm. Pastor Æternus, Denz 3074), se essa non riuscisse a essere profferita utilizzando anche lo scettro irresistibile dell’infallibilità, in forza dei due giuramenti di Cristo sopra visti possiamo essere soprannaturalmente più che certi che le sue ceneri morenti e malsane, che si volevano far credere essere invece, come pur dovrebbero, della stessa natura del Fuoco celeste, non essendolo invece affatto, saranno calpestate come meritano: con il più deciso vigore, e spente per sempre, e possiamo essere soprannaturalmente sicuri altresì che anzi sarà fulminato su di esse e su chi le volesse ancora pronunciare, come sempre è stato fatto nei secoli nella Chiesa, l’anàtema che le proscrive in eterno come dottrine sommamente nocive e mortali. Ritrovando così la perduta pace e la più viva unità, i due valori divini che alla Chiesa dà solo il dogma: che alla Chiesa cioè dà solo quella che è la soprannaturale e inalienabile forma della Chiesa.
Sarà sufficiente la formalizzazione del tipo di quella compiuta a suo tempo da Paolo VI con la Humanæ vitæ? Molti teologi la trovarono inadeguata, equivoca, e intere conferenze episcopali di fatto disobbedirono alle sue disposizioni. Ciò che oggi la Chiesa deve superare per sopravvivere è proprio il vortice di ambiguità in cui è stata trascinata dagli anni ’60. Ci vuole un colpo di reni, un evento che la strattoni via dalla “terra di mezzo” in cui si trova, bisogna che torni all’originaria chiarezza, e per giungervi non ci si deve affidare alle mezze misure.
L’alternativa è restare, appunto, nella “terra di mezzo” adogmatica dove il neomodernista, costringendo la Chiesa a vivere respirando l’aria del mondo e non quella soprannaturale del dogma, crede (o vuole credere) di far il bravo Pastore, nascondendosi il fatto che fuori della propria forma la Chiesa a lungo non può stare. E Dio, per quei due famosi giuramenti, come sempre avvenuto, non la lascerà a lungo respirare l’aria del mondo: « Abbiate fiducia – dice infatti –: Io ho vinto il mondo » (Gv 16,33). E se l’ha vinto, possiamo giurarci che, a dispetto dell’anche più ostinato “pastoralista” del momento, ancora lo vincerà.
Un’ordalia dunque, un giudizio divino, che ponga fine a una lotta fratricida che troppo si è lasciata durare, e che riporti finalmente la Chiesa alla sua divina pace, che è a dire alla verità. Se ciò non avviene, si avrà solo un incrudelimento della situazione attuale, disastrosa per la Chiesa e per il mondo: guerre, violenze, crudeltà, corruzione degli animi e dei popoli, immoralità di ogni tipo e grado, povertà e miseria massime e ricchezza sfrenata di pochi, come illustrato abbondantemente in Il domani del dogma e più ancora in La Chiesa ribaltata: fino a che la Chiesa non tornerà ad adorare Dio Padre con la adoratio maior del Rito Romano, abbandonando per sempre la troppo de-dogmatizzante adoratio minor imposta da Papa Paolo VI a tutta la Chiesa con il suo Novus Ordo Missæ, cosa possibile solo con il ritorno del riconoscimento pieno e assoluto del primato del magistero dogmatico e con il conseguente ridimensionamento del pastorale, Dio Padre mostrerà, nella sua grande misericordia, tutto il suo più santo corruccio, il suo più giusto sdegno, la sua più severa riprovazione per la perdita di adorazione datagli da chi, invece, ha il sacro dovere di dargliela, in ogni momento, piena e massima, cioè da coloro che sono stati chiamati dal suo Figlio santissimo a costituire la Chiesa in primo luogo proprio per questo.
Con i precedenti di Papa Bergoglio, vincere la Guerra delle Forme, come dicevo, sarà durissima, ma i disegni del Signore, intessuti anche dai sacrifici e dalle preghiere dei suoi fedeli, sono – come a Costanza – fatti apposta per sorprenderci. Chissà dunque che presto noi non si debba ringraziare il Cielo per il pericolo ancora una volta scampato. E allora, come lo si ringrazierà? Ma è ovvio: con la più solenne celebrazione che si possa pensare di una gloriosa e santa Messa pontificale in Rito Romano nella Basilica di San Pietro, che sarà la prima celebrata da un Papa dopo cinquant’anni di carestia. E la prima di migliaia e migliaia di Messe in Rito Romano – il Rito per definizione di adoratio maxima che si possa offrire a Dio Padre – celebrate con gratitudine in tutta la ristabilita sana e dogmatica Chiesa di sempre. Che il Signore ci conduca e protegga, per mano della Santa Vergine Maria.
RIFLESSIONI A MARGINE DI UNA POLEMICA.
Nonostante la mancanza di competenza specialistica, si permetta a un “quidam de populo” di manifestare una certa sua considerazione, a lume di buon senso, circa la polemica fra “Magistero infallibile e Magistero fallibile della Chiesa”, del Prof. E. M. Radaelli [qui sopra riportato] e “Il fallibilismo: la protervia teologica...”, di Fra Leone da Bagnoregio (probabile pseudonimo).
È cosa pacifica che, quando è contraddetta da un fatto reale, allora ogni argomentazione teorica, per quanto dotta, perde valore. “Contra factum non valet argumentum”.
Il Prof. Radaelli ne tiene conto nel suo studio in quanto prende lo spunto e si basa su fatti che fanno parte oggettiva della storia della Chiesa (fatti specifici, reali, recenti, ben noti, da lui stesso esemplificati), e poi, argomentando, trae certe conclusioni, conclusioni di cui si assume piena responsabilità non ricorrendo a pseudonimi.
Fra Leone parte a priori da premesse opposte alle conclusioni del Prof. Radaelli per imporre un criterio generale di valutazione di ogni fatto che prescinde dal loro contenuto specifico ma si basa, invece, sulla persona che li ha compiuti. Insomma : “Contra argumentum non valet factum”.
Post Scriptum. Qui sono state trafitte le considerazioni critiche provenienti dal sedevacantismo, ma il forte argomento usato riferendosi alle prove prodotte ai §§ 5, 6 e 7 a proposito delle cosiddette ‘verità connesse’ – “Contra factum non valet argumentum” – è perfettamente utile anche per bloccare le analoghe ma opposte considerazioni critiche (che non mancheranno) da parte dei cosiddetti “vaticansecondisti”, quei Pastori ipergarantisti della strenua ma indimostrabile ed errata convinzione di immacolatezza di insegnamento del Vaticano II e del successivo magistero degli ultimi cinquant’anni, dai novatori tenuto rigorosamente, ingiustamente e intenzionalmente a livello mere ‘pastorale’.
[1] A proposito di canonizzazioni, mi è segnalato un articolo, sempre su Radio Spada, Il fallibilismo ovvero dell’inventiva teologica: una risposta ad Enrico Maria Radaelli, firmato Fra Leone da Bagnoregio, pseudonimo dietro il quale parrebbe nascondersi un religioso o un prete dalle forti inclinazioni sedevacantiste, al quale comunque, al presente, non si può rispondere, perché quelli trattati sono temi in cui ci si mette la faccia, in cui cioè si assume la responsabilità di ciò che si afferma, e i dibattiti si fanno a viso aperto, specie tra cattolici, amici fraterni nella stessa fede, si crede, o almeno: fino a prova contraria. Le obiezioni saranno volentieri raccolte solo quando sarà fatta pulizia di ogni velo. (Tornare su)
[2] Ecco quanto scrive il filosofo luganese su Stat Veritas: « […] I Padri dell’ultimo Concilio sconvolsero i sensi delle Sacre Scritture addossando all’uomo ciò che era da riferire a Dio: nella Costituzione Gaudium et spes, 24, affermano che l’uomo “in terris sola creatura est quam Deus propter seipsam voluerit”: L’uomo è nel mondo la sola creatura che Dio abbia voluta per sé stessa. Quest’affermazione si riferisce al solenne passo di Proverbi 16,4: “Universa propter semetipsum operatus est Dominus”: Il Signore ha fatto tutte le cose per sé stesso. Ma la citazione riferisce al complemento oggetto ciò che nelle Scritture appartiene al soggetto rovesciandone il senso: è infatti impossibile che la volontà divina abbia per oggetto altro che la sua propria bontà, giacché tutte le bontà finite sussistono solo grazie alla bontà infinita né l’infinito può uscire da sé stesso alienandosi e appetendo il finito ». (Tornare su)
[3] Qui il pensiero completo di mons. Gherardini. Esso si articola nel corpo del testo e poi in nota. Nel corpo del testo: « Se “per se stesso” [l’espressione] dovesse riferirsi a Dio, verrebbe subito da domandarsi: c’è una sola creatura che Dio non abbia voluto per sé? e perché, allora, l’uomo soltanto? Se invece dovesse riferirsi all’uomo, la conseguenza farebbe di Dio il tributario dell’uomo, un suo sottoposto, e dell’uomo il valore primario, condizionando la libertà assoluta di Dio all’assolutezza di codesto valore, imponendo a Dio un’assurda e contraddittoria “determinatio ad unum” ». Nella nota poi: « È un pensiero assurdo e blasfemo, sia che le parole finali si leggano al femminile (“per se stessa”), sia che le si leggano al maschile (“per se stesso”). Il “per se stessa” sovverte i valori, sottoponendo il Creatore alla creatura. Altrettanto va detto del “per se stesso” in riferimento all’uomo; in riferimento a Dio, escluderebbe tutto il creato, con eccezione del “solo” uomo, dalla sua finalizzazione alla glorificazione esterna del Creatore ». (Tornare su)

References: § 2
 sentenza 
 § 6
 Art.16
 § 4
 sentenza 
 § 5
 § 4
 § 3
 § 3
 § 4