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Stranieri. Cittadinanza italiana e permesso di soggiorno - GrNet.it
Stranieri. Cittadinanza italiana e permesso di soggiorno
Messaggio da panorama » ven dic 21, 2012 11:58 am
silenzio mantenuto dall’amministrazione relativamente all'istanza per la concessione della cittadinanza italiana;
1) - l’art. 9 comma 1-f della legge 5 febbraio 1992 n. 91 (straniero che risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica).
2) - Per la conclusione del procedimento l’art. 3 del DPR 18 aprile 1994 n. 362 fissa un termine pari a 730 giorni a decorrere dalla presentazione della domanda
Il Tar sezione di Brescia precisa anche:
3) - Un recente orientamento giurisprudenziale sul silenzio in materia di cittadinanza (v. CS Sez. III 26 giugno 2012 n. 3727) ritiene territorialmente competente il TAR Lazio – Roma, equiparando tra loro il provvedimento espresso e il comportamento omissivo, sia in relazione agli effetti (non territorialmente limitati) sia in relazione all’autorità responsabile (individuata nell’amministrazione centrale). Tenendo conto di tale orientamento, in base al quale il ricorso non avrebbe comunque potuto essere deciso nel merito dal TAR Brescia (mentre è sempre ammissibile una pronuncia in rito in applicazione del principio di ragionevole durata ex art. 111 Cost.), le spese di giudizio devono essere compensate tra le parti.
17/12/2012	201201975 Sentenza	2
N. 01975/2012 REG.PROV.COLL.
N. 00723/2012 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 723 del 2012, proposto da:
M. B., rappresentato e difeso dall'avv. Stefano Orlandi, con domicilio eletto presso la segreteria del TAR in Brescia, via Zima 3;
MINISTERO DELL'INTERNO, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato, con domicilio in Brescia, via S. Caterina 6;
- dell’illegittimità del silenzio mantenuto dall’amministrazione relativamente all'istanza presentata dal ricorrente per la concessione della cittadinanza italiana;
Visti gli art. 35 comma 1-c e 85 comma 9 cpa;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 5 dicembre 2012 il dott. Mauro Pedron;
1. Il ricorrente ha presentato istanza volta a ottenere la concessione della cittadinanza italiana. La domanda è stata formulata ai sensi dell’art. 9 comma 1-f della legge 5 febbraio 1992 n. 91 (straniero che risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica).
2. Per la conclusione del procedimento l’art. 3 del DPR 18 aprile 1994 n. 362 fissa un termine pari a 730 giorni a decorrere dalla presentazione della domanda. Affermando l’inutile scadenza del suddetto termine il ricorrente ha esercitato l’azione ex art. 117 cpa per far accertare il carattere ingiustificato del silenzio e ottenere una condanna a provvedere entro un termine certo.
3. Il Ministero dell’Interno con nota depositata il 27 settembre 2012 ha comunicato che in data 30 agosto 2012 è stato emesso il decreto di conferimento della cittadinanza italiana a favore del ricorrente.
4. Essendosi concluso il procedimento, il ricorso deve essere dichiarato improcedibile.
5. Un recente orientamento giurisprudenziale sul silenzio in materia di cittadinanza (v. CS Sez. III 26 giugno 2012 n. 3727) ritiene territorialmente competente il TAR Lazio – Roma, equiparando tra loro il provvedimento espresso e il comportamento omissivo, sia in relazione agli effetti (non territorialmente limitati) sia in relazione all’autorità responsabile (individuata nell’amministrazione centrale). Tenendo conto di tale orientamento, in base al quale il ricorso non avrebbe comunque potuto essere deciso nel merito dal TAR Brescia (mentre è sempre ammissibile una pronuncia in rito in applicazione del principio di ragionevole durata ex art. 111 Cost.), le spese di giudizio devono essere compensate tra le parti. Per la stessa ragione il contributo unificato deve rimanere a carico del ricorrente.
definitivamente pronunciando, dichiara improcedibile il ricorso. Spese compensate. Contributo unificato a carico del ricorrente.
Così deciso in Brescia nella camera di consiglio del giorno 5 dicembre 2012 con l'intervento dei magistrati:
Mauro Pedron, Presidente FF, Estensore
Re: Stranieri. Cittadinanza italiana e permesso di soggiorno
Messaggio da panorama » ven dic 21, 2012 12:04 pm
SILENZIO-RIFIUTO SULL’ISTANZA DI CONCESSIONE DELLA CITTADINANZA ITALIANA
20/12/2012	201201986 Sentenza	2
N. 01986/2012 REG.PROV.COLL.
N. 00815/2012 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 815 del 2012, proposto da:
OMISSIS, rappresentato e difeso dall'avv. Massimo Gilardoni, con domicilio eletto presso il suo studio in Brescia, Via Vittorio Emanuele II, 109;
Ministero dell'Interno, rappresentato e difeso dall'Avvocatura distrettuale dello Stato, domiciliata ex lege in Brescia, Via S. Caterina, 6;
DELL’ILLEGITTIMITA’ DEL SILENZIO-RIFIUTO SULL’ISTANZA DI CONCESSIONE DELLA CITTADINANZA ITALIANA DA PARTE DEL RICORRENTE.
Relatore nella camera di consiglio del giorno 19 dicembre 2012 il dott. Stefano Tenca e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
- che con nota depositata il 4/12/2012 il Ministero dell’Interno ha riferito di aver provveduto, medio tempore (e precisamente in data 21/11/2012), a predisporre il decreto di conferimento della cittadinanza italiana;
- che il procedimento, avviato su istanza di parte, risulta inequivocabilmente orientato ad una conclusione in senso favorevole all'interessato;
- che, ciò stante, l’iter procedurale può dirsi “definito” ai sensi dell’art. 3 del D.P.R. 3/4/1994 n. 362 (cfr. sentenza Sezione 17/7/2012 n. 1362);
- che allo stato attuale, pertanto, il ricorrente non ha più interesse alla decisione del presente ricorso, in quanto il denunciato stato di inerzia dell'amministrazione intimata (Ministero dell’Interno) è venuto a cessare (cfr. T.A.R. Lazio Roma, sez. II-quater – 2/2/2012 n. 1162; T.A.R. Lazio sez. II-quater – 31/1/2012 n. 1076);
- che le spese di lite possono essere compensate, dovendosi tener conto, ai fini dell’applicazione del criterio della soccombenza virtuale, che la controversia de qua (azione avverso il silenzio, serbato dall’amministrazione sulla domanda di concessione della cittadinanza italiana) rientrerebbe – se la sua definizione non avvenisse, come nella specie, mediante pronuncia di rito ex art. 35 c.p.a., da ritenersi ammissibile in applicazione dei superiori principi sanciti dall’art. 111 cost. – nella competenza del T.A.R. Lazio (cfr. precedente Sezione 5/7/2012 n. 1278);
- che deve essere richiamato quanto recentemente ed espressamente deciso, sul punto, dalla sentenza del Consiglio di Stato, Sez. III, 26 giugno 2012, n. 3727, resa in sede di appello, proposto dal Ministero dell’Interno, per la riforma della sentenza n. 121/2012, in cui, viceversa, questa Sezione aveva affermato la propria competenza per territorio;
- che, in ragione di quanto sopra, anche il contributo unificato deve restare a carico del ricorrente che l’ha anticipato;
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia sezione staccata di Brescia (Sezione Seconda) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo dichiara improcedibile per sopravvenuto difetto di interesse.
Spese compensate e contributo unificato a carico del ricorrente che l’ha anticipato.
Così deciso in Brescia nella camera di consiglio del giorno 19 dicembre 2012 con l'intervento dei magistrati:
Messaggio da panorama » ven dic 21, 2012 12:18 pm
Tar per l'Umbria sede di Perugia.
rigetto della istanza di rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro autonomo
1) - Il ricorrente impugnava il negato rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro autonomo a causa dell’esistenza di una sì condanna per reato ritenuto ostativo ai fini della concessione del permesso.
2) - non è stato tenuto conto degli elementi sopravvenuti che devono essere valutati ai sensi dell’art. 5, comma 5, D.lgs. 286/98 e cioè dell’attuale stabile lavoro fin dal gennaio 2011 ed il matrimonio con cittadina comunitaria da cui è nato anche un figlio .
3) - Il ricorso può essere accolto per il fatto che esso è fondato su un giudizio di pericolosità sociale presunta che, considerando l’unica condanna finora riportata dal ricorrente, non si giustifica alla luce della recente sentenza della Corte Costituzionale 172/2012.
Viene infatti affermato in detta pronuncia che: "OMISSIS, leggete direttamente in sentenza":
4) - Dal momento che l’unico reato per il quale il ricorrente ha subito una condanna non definitiva è un reato che prevedeva la possibilità di arresto facoltativo in flagranza di reato, siamo in una di quelle ipotesi che comporta una nuova lettura costituzionalmente orientata della categoria di reati ostativi alla concessione o al rinnovo del permesso di soggiorno.
5) - Nell’ambito dei reati indicati dall’art. 4, comma 3, D.lgs. 286/98 non possono più essere considerati automaticamente ostativi, quei reati per i quali sia previsto l’arresto facoltativo in flagranza di reato e quindi anche nel caso di reati in tema di stupefacenti, bisognerà distinguere le ipotesi più gravi che consentono l’arresto obbligatorio, da quelle, come nel caso della condanna inflitta al ricorrente, rilevanti ex art. 381 c.p.p.
Per comprendere meglio i fatti vi rimando alla lettura integrale della seguente sentenza.
19/12/2012	201200529 Sentenza Breve	1
N. 00529/2012 REG.PROV.COLL.
N. 00189/2012 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 189 del 2012, integrato da motivi aggiunti, proposto da:
L. S., rappresentato e difeso dall'avv. Franco Libori, con domicilio eletto presso il suo studio in Perugia, via XIV Settembre, 69;
Ministero dell'Interno, Questura di Perugia, rappresentati e difesi per legge dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato, domiciliata in Perugia, via degli Offici, 14;
del decreto del Questore della Provincia di Perugia emesso in data 27.7.2010, con il quale veniva comunicato allo stesso il rigetto della istanza di rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro autonomo;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 14 novembre 2012 il dott. Ugo De Carlo e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Il ricorrente impugnava il provvedimento con cui gli era stato negato il rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro autonomo a causa dell’esistenza di una sì condanna per reato ritenuto ostativo ai fini della concessione del permesso.
Il primo motivo di ricorso lamenta la mancata comunicazione del preavviso di rigetto ex art. 10 bis L. 241\90.
Il secondo motivo contesta l’esistenza dei presupposti per un giudizio di pericolosità presunta in quanto l’unica sentenza di condanna risale al 2006 ed è attualmente pendente il giudizio di appello; in quella circostanza furono riconosciute al ricorrente le attenuanti generiche e la sospensione condizionale della pena.
Inoltre non è stato tenuto conto degli elementi sopravvenuti che devono essere valutati ai sensi dell’art. 5, comma 5, D.lgs. 286/98 e cioè dell’attuale stabile lavoro fin dal gennaio 2011 ed il matrimonio con cittadina comunitaria da cui è nato anche un figlio .
Il terzo motivo denuncia la mancata valutazione dei presupposti per la concessione di un permesso per motivi di famiglia in relazione alla necessità di convivenza con il figlio minore e della sua inespellibità ex art. 19 D.lgs. 286/98.
Il quarto motivo riguarda l’illegittimità di una valutazione di pericolosità sulla base di notizie di reato non vagliate ancora da alcun giudice in contrasto con il giudizio di pericolosità da effettuare ai sensi dell’art. 9, comma 4, D.lgs. 286/98 essendo il ricorrente uno straniero che vanta una lunga permanenza in Italia.
Il ricorrente nel contestare le argomentazioni della difesa erariale presentava un atto di motivi aggiunti che però più propriamente va qualificata come una memoria difensiva dal momento che non son impugnati atti ulteriori e che i quattro motivi formalmente indicati non fanno che ripercorrere le argomentazioni già esposte nel ricorso principale nei singoli motivi di ricorso.
Il ricorso può essere accolto per il fatto che esso è fondato su un giudizio di pericolosità sociale presunta che, considerando l’unica condanna finora riportata dal ricorrente, non si giustifica alla luce della recente sentenza della Corte Costituzionale 172/2012.
Viene infatti affermato in detta pronuncia che: “L’inesistenza di un’incompatibilità, in linea di principio, del citato automatismo con l’art. 3 Cost. non implica, quindi, che le fattispecie nelle quali esso è previsto siano sottratte al controllo di non manifesta arbitrarietà. Il legislatore può, pertanto, subordinare la regolarizzazione del rapporto di lavoro al fatto che la permanenza nel territorio dello Stato non sia di pregiudizio ad alcuno degli interessi coinvolti dalla disciplina dell’immigrazione, ma la relativa scelta deve costituire il risultato di un ragionevole e proporzionato bilanciamento degli stessi, soprattutto quando sia suscettibile di incidere sul godimento dei diritti fondamentali dei quali è titolare anche lo straniero extracomunitario (sentenze n. 245 del 2011, n. 299 e n. 249 del 2010), perché la condizione giuridica dello straniero non deve essere «considerata – per quanto riguarda la tutela di tali diritti – come causa ammissibile di trattamenti diversificati o peggiorativi»… Nel quadro di tali principi, a conforto della manifesta irragionevolezza della norma censurata assume anzitutto rilievo la considerazione che il diniego della regolarizzazione consegue automaticamente alla pronuncia di una sentenza di condanna anche per uno dei reati di cui all’art. 381 cod. proc. pen., nonostante che gli stessi non siano necessariamente sintomatici della pericolosità di colui che li ha commessi. In tal senso è, infatti, significativo che, essendo possibile procedere per detti reati «all’arresto in flagranza soltanto se la misura è giustificata dalla gravità del fatto ovvero dalla pericolosità del soggetto desunta dalla sua personalità o dalle circostanze del fatto» (art. 381, comma 4, cod. proc. pen.), è già l’applicabilità di detta misura ad essere subordinata ad una specifica valutazione di elementi ulteriori rispetto a quelli consistenti nella mera prova della commissione del fatto.”.
Dal momento che l’unico reato per il quale il ricorrente ha subito una condanna non definitiva è un reato che prevedeva la possibilità di arresto facoltativo in flagranza di reato, siamo in una di quelle ipotesi che comporta una nuova lettura costituzionalmente orientata della categoria di reati ostativi alla concessione o al rinnovo del permesso di soggiorno.
Nell’ambito dei reati indicati dall’art. 4, comma 3, D.lgs. 286/98 non possono più essere considerati automaticamente ostativi, quei reati per i quali sia previsto l’arresto facoltativo in flagranza di reato e quindi anche nel caso di reati in tema di stupefacenti, bisognerà distinguere le ipotesi più gravi che consentono l’arresto obbligatorio, da quelle, come nel caso della condanna inflitta al ricorrente, rilevanti ex art. 381 c.p.p.
Peraltro va tenuto conto che anche alcune delle denunce inserite nel provvedimento impugnato sembrerebbero aver avuto uno sviluppo favorevole al ricorrente che dovrà essere opportunamente considerato.
Inoltre l’esistenza di una situazione familiare come quella descritta nel ricorso deve indurre l’amministrazione a valutare la possibilità di concedere comunque un permesso per motivi di famiglia anche in considerazione del fatto che allo stato, il ricorrente appare non espellibile ai sensi dell’art. 19 D.lgs. 286/98.
Il provvedimento va pertanto annullato per consentire all’amministrazione di procedere a nuove valutazioni nei sensi indicati in motivazione.
In considerazione del fatto che il provvedimento fu assunto quando il quadro normativo era diverso, appare equo compensare le spese di giudizio.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per l'Umbria, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla il provvedimento impugnato.
Così deciso in Perugia nella camera di consiglio del giorno 14 novembre 2012 con l'intervento dei magistrati:
Messaggio da panorama » sab feb 23, 2013 2:19 pm
uso del copricapo islamico
21/02/2013	201208998 Sospensivo	1	Adunanza di Sezione 06/02/2013
Numero 00839/2013 e data 21/02/2013 Spedizione
Adunanza di Sezione del 6 febbraio 2013
NUMERO AFFARE 08998/2012
Ricorso straordinario con domanda cautelare al Presidente della Repubblica proposto dalla signora A. M. per l’annullamento del verbale n. 64 del 30.04.2010, notificato il 3.5.2010, con cui la Polizia municipale di Novara accertava la violazione dell’ordinanza del Sindaco del Comune di Novara n. 36 del 29.01.2010 e le irrogava la sanzione di 500 euro, nonché della predetta ordinanza;
Vista la relazione 13727 del 05/10/2012 con la quale il Ministero dell'interno - Dipartimento per gli affari interni e territoriali ha chiesto il parere del Consiglio di Stato sull' affare consultivo in oggetto;
Premesso che la ricorrente, destinataria di una sanzione amministrativa perché trovata nei pressi di un ufficio postale nel comune di Novara mentre indossava un copricapo islamico, deduce, nella sostanza eccesso di potere e violazione dell’art. 54 d.lgs. n. 267 del 2000, essendo l’ordinanza adottata estranea ai poteri sindacali e piuttosto un duplicato dell’art. 5 l. n. 152 del 1975, nonché illegittimità derivata della conseguente sanzione.
Considerato che il ricorso appare fondato in relazione all’assorbente vizio dell’assenza di un potere del Sindaco nella materia oggetto dell’ordinanza e che l’interessata ritrae un pregiudizio grave ed irreparabile dall’esecuzione degli atti impugnati, i quali compromettono la possibilità di rispettare i dettami della propria fede.
Esprime il parere che la domanda cautelare debba essere accolta e, per l’effetto, gli atti impugnati debbano essere sospesi.
Francesco Bellomo	Giuseppe Barbagallo
Messaggio da panorama » ven mar 15, 2013 9:07 pm
tracce di dna di maiale in cibi halal
Sulla scia dell’apprensione suscitata dalla presenza di carne di cavallo in prodotti a base di manzo, sono stati effettuati dei controlli e in una scuola elementare di Londra sono state trovate tracce di dna di carne di maiale in salsicce halal, la carne macellata secondo i dettami islamici, che quindi escludono categoricamente la presenza di questo alimento. Subito ritirati i prodotti interessati – salsicce di pollo e macinato di manzo – dal menu. Sostiene Coldiretti: “Siamo di fronte ad una frode che travalica i confini commerciali e minaccia le più profonde convinzioni religiose di milioni di cittadini europei che per rispettare i dettami islamici anche a tavola hanno speso più di 50 miliardi di Euro per l’acquisto di cibi halal”.
“In una Europa che deve tutelare le tradizioni dei propri cittadini, di fronte ad uno scandalo che sembra non avere limiti si ripropone con più forza – sottolinea la Coldiretti – l’esigenza di stringere le maglie della legislazione comunitaria contro le truffe anche attraverso l’obbligo di indicare la provenienza in etichetta di tutte le carni. Il mercato dei cibi halal in Italia – conclude la Coldiretti – ha un valore di 5 miliardi di euro ed è in crescita con l’aumento della presenza di cittadini di religione islamica”.
Messaggio da panorama » mar mar 19, 2013 4:04 pm
Prima con il Parere di cui sopra gli atti erano stati sospesi, adesso con questo Parere sono annullati.
Copricapo islamico.
15/03/2013	201208998 Definitivo	1	Adunanza di Sezione 06/02/2013
Numero 01333/2013 e data 15/03/2013
Ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto dalla signora. A. M. per l’annullamento del verbale n. 64 del 30.04.2010, notificato il 3.5.2010, con cui la Polizia municipale di Novara accertava la violazione dell’ordinanza del Sindaco del comune di Novara n. 36 del 29.01.2010 e le comminava la sanzione di 500 euro, nonché della predetta ordinanza;
Con il ricorso in epigrafe la signora A. M. domanda l’annullamento del verbale n. 64 del 30.04.2010, notificato il 3.5.2010, con cui la Polizia municipale di Novara accertava la violazione dell’ordinanza del sindaco del Comune di Novara n. 36 del 29.01.2010 e le irrogava la sanzione di 500 euro, nonché della predetta ordinanza.
Il Ministero riferente ha concluso perché il ricorso sia accolto.
La ricorrente, destinataria di una sanzione amministrativa perché trovata nei pressi di un ufficio postale nel comune di Novara mentre indossava un copricapo islamico, deduce, nella sostanza eccesso di potere e violazione dell’art. 54 d.lgs. n. 267 del 2000, essendo l’ordinanza adottata estranea ai poteri sindacali e piuttosto un duplicato dell’art. 5 l. n. 152 del 1975, nonché illegittimità derivata della conseguente sanzione.
Non può trovare accoglimento l’eccezione del Comune, secondo cui non vi è legittimazione – o, meglio, interesse – ad agire essendo impugnato un atto generale, poiché tale impugnazione è propedeutica all’eliminazione dell’atto lesivo che è specificamente rivolto alla ricorrente.
Nel merito il ricorso è da accogliere con riguardo all’assorbente vizio dell’assenza di un potere del Sindaco in materia.
L’ordinanza censurata, infatti, vieta sul territorio comunale, nelle aree pubbliche ed aperte al pubblico adiacenti a scuole, asili, giardini, università, uffici pubblici ed all’interno dei relativi stabili, di indossare abbigliamento che renda difficoltosa l’immediata riconoscibilità della persona, in asserita applicazione dell’art. 54 d.lgs. n. 267 del 2000.
Ai sensi dei comma 4 e 4-bis di tale disposizione: “4. Il sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta con atto motivato provvedimenti contingibili e urgenti nel rispetto dei princìpi generali dell’ordinamento, al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. I provvedimenti di cui al presente comma sono preventivamente comunicati al prefetto anche ai fini della predisposizione degli strumenti ritenuti necessari alla loro attuazione. 4-bis. Con decreto del Ministro dell’interno è disciplinato l’ambito di applicazione delle disposizioni di cui ai commi 1 e 4 anche con riferimento alle definizioni relative alla incolumità pubblica e alla sicurezza urbana.”.
Il decreto previsto dal comma 4-bis è stato adottato il 5 agosto 2008 e precisa che la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica è riservata alla competenza esclusiva dello Stato.
Il concetto di “sicurezza urbana”, intesa come “rispetto delle norme che regolano la vita civile, per migliorare le condizioni di vivibilità dei centri urbani, la convivenza civile e la coesione sociale”, è, per contro, riferibile alle situazioni di cui all’art. 2 del decreto, tra cui non è ascrivibile quella posta ad oggetto dell’ordinanza, che in realtà inerisce direttamente alla necessità di identificazione delle persone nei luoghi pubblici o aperti al pubblico, la cui disciplina compete allo Stato.
Occorre aggiungere che il potere sindacale è più ristretto di quello esercitato nel presente caso, poiché, successivamente all’adozione dell’atto impugnato, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità parziale dell’art. 54, comma 4 d.lgs. n. 267 del 2000, limitando i poteri di ordinanza a quelli di carattere contingibile ed urgente, caratteri nella specie assenti. Alla luce delle esposte considerazioni il ricorso in epigrafe deve essere accolto e per l’effetto gli atti impugnati devono essere annullati. Ai sensi dell’art. 14, comma terzo, d.P.R. n. 1199/1971 del decreto che decide il presente ricorso straordinario deve essere data, a cura del Comune di Novara, nel termine di trenta giorni dall’emanazione del decreto stesso, pubblicità nelle medesime forme di pubblicazione dell’ordinanza annullata.
esprime il parere che il ricorso debba essere accolto, con annullamento degli atti impugnati. Del decreto decisorio deve essere data pubblicità nelle forme di cui in motivazione:
Giovanni Masrtocola
Messaggio da panorama » mer lug 17, 2013 2:48 pm
alla sentenza n. 1263/2012 del T.A.R. Lombardia, Milano, Sez. IV indicata, che ha annullato il diniego di rinnovo di permesso di soggiorno
1) - Il Collegio può prescindere dallo scrutinio del ricorso per l’ottemperanza, poiché, nel corso dell’udienza, il legale del ricorrente ha espressamente affermato che, successivamente alla notifica del gravame, l’Amministrazione ha rilasciato il permesso di soggiorno, ciò che costituiva il bene giuridico perseguito con l’instaurazione del presente giudizio.
2) - Rimane tuttavia necessario esaminare la domanda risarcitoria, ritualmente formulata, volta ad ottenere il ristoro dei danni subiti in conseguenza del ritardo con cui l’Amministrazione ha dato corso agli adempimenti imposti dalla predetta sentenza.
3) - La domanda va accolta.
4) - Malgrado le numerose diffide ad adempiere inviate dal ricorrente, l’Amministrazione è infatti ingiustificatamente rimasta inerte, non rilasciando il richiesto permesso di soggiorno, ciò che ha impedito al medesimo di poter essere assunto dal Condominio OMISSIS, in qualità di portiere.
5) - Entrambi i fatti sopra esposti sono debitamente provati dal ricorrente che produce, senza che siano contestate, le viste diffide e la lettera del Condominio, indirizzata direttamente alla Questura di Milano in data 20.6.2012, nella quale si chiedeva il rilascio del permesso di soggiorno, ai fini dell’assunzione.
6) - Ritiene pertanto il Collegio sussistenti gli elementi di cui all’art. 2043 c.c. onde riconoscere al ricorrente il detto risarcimento, attesa l’illiceità dell’inerzia serbata dall’Amministrazione, la colpa della stessa, ed il nesso causale tra il ritardo nel provvedere ed il danno causato, vista l’impossibilità di svolgere regolare attività lavorativa in mancanza del permesso di soggiorno e la conseguente perdita di una concreta chance lavorativa.
7) - Il predetto danno è pari allo stipendio che il ricorrente avrebbe percepito dal giorno 20.6.2012, a quello dell’effettivo rilascio del permesso di soggiorno.
8) - L’Amministrazione proporrà pertanto al ricorrente il pagamento delle relative somme, entro il termine di 90 giorni dalla notifica della presente sentenza, basandosi a tal fine sulle previsioni del C.C.N.L. portieri applicabile rationae temporis. Sulla somma dovuta complessivamente a titolo di risarcimento del danno, che costituisce un debito di valore, spetta inoltre la rivalutazione monetaria fino alla data del soddisfo, e gli interessi calcolati nella misura legale separatamente sul capitale via via rivalutato dalle singole scadenze mensili sino al soddisfo (T.A.R. Lazio, Roma Sez. III, 15.5.2012 n. 4382).
Il tutto potete completamente leggerlo qui sotto. (con maggior riguardo ai nr. dal 2 al n. 8 di cui sopra).
16/07/2013	201301873 Sentenza	4
N. 01873/2013 REG.PROV.COLL.
N. 00958/2013 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 958 del 2013, proposto da:
OMISSIS, rappresentato e difeso dall'avv. M. Beatrice Sciannamblo, con domicilio eletto presso il suo studio in Milano, Via E. Cernuschi, 4;
Ministero dell'Interno, in persona del Ministro pro tempore, Questura di Milano, rappresentati e difesi per legge dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato, domiciliata in Milano, Via Freguglia, 1;
alla sentenza n. 1263/2012 del T.A.R. Lombardia, Milano, Sez. IV
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero Dell'Interno - Questura di Milano;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 20 giugno 2013 il dott. Mauro Gatti e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Con il presente ricorso si chiede l’ottemperanza alla sentenza in epigrafe indicata, che ha annullato il diniego di rinnovo di permesso di soggiorno a suo tempo opposto al ricorrente.
L’Amministrazione resistente si è costituita, solo formalmente, in giudizio, non articolando alcuna difesa, né producendo documentazione.
All’udienza del 20.6.2013 la causa è stata trattenuta in decisione.
Il Collegio può prescindere dallo scrutinio del ricorso per l’ottemperanza, poiché, nel corso dell’udienza, il legale del ricorrente ha espressamente affermato che, successivamente alla notifica del gravame, l’Amministrazione ha rilasciato il permesso di soggiorno, ciò che costituiva il bene giuridico perseguito con l’instaurazione del presente giudizio.
Rimane tuttavia necessario esaminare la domanda risarcitoria, ritualmente formulata, volta ad ottenere il ristoro dei danni subiti in conseguenza del ritardo con cui l’Amministrazione ha dato corso agli adempimenti imposti dalla predetta sentenza.
Malgrado le numerose diffide ad adempiere inviate dal ricorrente, l’Amministrazione è infatti ingiustificatamente rimasta inerte, non rilasciando il richiesto permesso di soggiorno, ciò che ha impedito al medesimo di poter essere assunto dal Condominio OMISSIS, in qualità di portiere.
Entrambi i fatti sopra esposti sono debitamente provati dal ricorrente che produce, senza che siano contestate, le viste diffide e la lettera del Condominio, indirizzata direttamente alla Questura di Milano in data 20.6.2012, nella quale si chiedeva il rilascio del permesso di soggiorno, ai fini dell’assunzione.
Ritiene pertanto il Collegio sussistenti gli elementi di cui all’art. 2043 c.c. onde riconoscere al ricorrente il detto risarcimento, attesa l’illiceità dell’inerzia serbata dall’Amministrazione, la colpa della stessa, ed il nesso causale tra il ritardo nel provvedere ed il danno causato, vista l’impossibilità di svolgere regolare attività lavorativa in mancanza del permesso di soggiorno e la conseguente perdita di una concreta chance lavorativa.
Il predetto danno è pari allo stipendio che il ricorrente avrebbe percepito dal giorno 20.6.2012, a quello dell’effettivo rilascio del permesso di soggiorno.
L’Amministrazione proporrà pertanto al ricorrente il pagamento delle relative somme, entro il termine di 90 giorni dalla notifica della presente sentenza, basandosi a tal fine sulle previsioni del C.C.N.L. portieri applicabile rationae temporis. Sulla somma dovuta complessivamente a titolo di risarcimento del danno, che costituisce un debito di valore, spetta inoltre la rivalutazione monetaria fino alla data del soddisfo, e gli interessi calcolati nella misura legale separatamente sul capitale via via rivalutato dalle singole scadenze mensili sino al soddisfo (T.A.R. Lazio, Roma Sez. III, 15.5.2012 n. 4382).
Il ricorso per l’ottemperanza va pertanto dichiarato improcedibile, per cessazione della materia del contendere, e la domanda risarcitoria va accolta.
L’Amministrazione resistente è condannata la pagamento delle spese processuali, liquidate come in dispositivo.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Quarta), dichiara la cessazione della materia del contendere sul ricorso per l’ottemperanza alla sentenza in epigrafe indicata, ed accoglie la domanda risarcitoria, nei termini di cui in motivazione.
Condanna l’Amministrazione resistente al pagamento delle spese processuali, equitativamente liquidate in Euro 1.500,00, oltre al rimborso del contributo unificato, I.V.A. e C.P.A.
Così deciso in Milano nella camera di consiglio del giorno 20 giugno 2013 con l'intervento dei magistrati:
Messaggio da panorama » sab set 21, 2013 4:24 pm
diniego istanza rinnovo del permesso di soggiorno.
1) - Ritenuto che il ricorso sia fondato in quanto:
a) la Corte Costituzionale con sentenza n. 302 del 2013 ha dichiarato, tra l’altro, l’illegittimità dell’articolo 5, comma 5, d.lg. 25 luglio 1998, n. 286 nella parte in cui prevede che la valutazione discrezionale in esso stabilita si applichi solo allo straniero che “ha esercitato il diritto al ricongiungimento familiare” o al “familiare ricongiunto”, e non anche allo straniero “che abbia legami familiari nel territorio dello Stato”;
b) nella fattispecie – benché l’esistenza di precedenti per reati implicanti l’uso della violenza su persone faccia ritenere non irragionevole la valutazione dell’amministrazione in ordine alla tendenza a delinquere del ricorrente e al suo scarso livello di integrazione nel tessuto sociale italiano - difetta una puntuale e complessiva valutazione in ordine alla pericolosità sociale che consideri anche i profili relativi alla esistenza di legami familiari e sociali sia in Italia che con il paese d’origine, tenuto anche conto della durata della permanenza in Italia del ricorrente;
2) - Ritenuto, in ordine alle spese di giudizio, di disporne l’irripetibilità, anche in considerazione della sopravvenienza della citata sentenza rispetto all’atto impugnato;
17/09/2013	201300716 Sentenza Breve	1
N. 00716/2013 REG.PROV.COLL.
N. 00555/2013 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 555 del 2013, proposto da: OMISSIS, rappresentato e difeso dagli avv.ti Manlio Formica e Emiliano Venturi, con domicilio eletto presso l’avv. Alessio Ullucci in Latina, viale Statuto n.37;
Questura di Frosinone, in persona del Questore p.t.,
Ministero dell'Interno, in persona del Ministro p.t.,
del provvedimento datato 25 febbraio 2013 emesso dalla Questura di Frosinone di diniego istanza rinnovo del permesso di soggiorno.
Relatore nella camera di consiglio del giorno 12 settembre 2013 il dott. Davide Soricelli e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto che il ricorso sia fondato in quanto: a) la Corte Costituzionale con sentenza n. 302 del 2013 ha dichiarato, tra l’altro, l’illegittimità dell’articolo 5, comma 5, d.lg. 25 luglio 1998, n. 286 nella parte in cui prevede che la valutazione discrezionale in esso stabilita si applichi solo allo straniero che “ha esercitato il diritto al ricongiungimento familiare” o al “familiare ricongiunto”, e non anche allo straniero “che abbia legami familiari nel territorio dello Stato”; b) nella fattispecie – benché l’esistenza di precedenti per reati implicanti l’uso della violenza su persone faccia ritenere non irragionevole la valutazione dell’amministrazione in ordine alla tendenza a delinquere del ricorrente e al suo scarso livello di integrazione nel tessuto sociale italiano - difetta una puntuale e complessiva valutazione in ordine alla pericolosità sociale che consideri anche i profili relativi alla esistenza di legami familiari e sociali sia in Italia che con il paese d’origine, tenuto anche conto della durata della permanenza in Italia del ricorrente;
Ritenuto per quanto precede che l’atto impugnato vada annullato con salvezza delle ulteriori determinazioni dell’autorità amministrativa;
Ritenuto, in ordine alle spese di giudizio, di disporne l’irripetibilità, anche in considerazione della sopravvenienza della citata sentenza rispetto all’atto impugnato;
il Tribunale amministrativo regionale del Lazio, sezione staccata di Latina, definitivamente pronunciandosi sul ricorso, lo accoglie e, per l’effetto, annulla l’atto impugnato.
Così deciso in Latina nella camera di consiglio del giorno 12 settembre 2013 con l'intervento dei magistrati:
Messaggio da panorama » gio dic 12, 2013 5:45 pm
Attestazione di soggiorno permanente per i cittadini dell’Unione Europea.
10/12/2013	201303410 Definitivo	1	Adunanza di Sezione 06/11/2013
Numero 04797/2013 e data 10/12/2013
Adunanza di Sezione del 6 novembre 2013
NUMERO AFFARE 03410/2013
Quesito relativo all’applicazione dell’articolo 16 del decreto legislativo 6 febbraio 2007 n. 30, concernente l’attestazione di soggiorno permanente per i cittadini dell’Unione Europea.
Vista la relazione 26 settembre 2013 prot. n. 2472 con la quale il ministero dell’interno - dipartimento per gli affari interni e territoriali - ha posto il quesito;
Con il quesito in oggetto il ministero dell’interno chiede indicazioni sull’applicazione dell’articolo 16 del decreto legislativo 6 febbraio 2007 n. 30, concernente l’attestazione di soggiorno permanente per i cittadini dell’Unione Europea.
Detto articolo prevede, al comma 1, che il comune di residenza rilasci al cittadino di uno Stato membro dell’Unione Europea, entro trenta giorni dalla presentazione della richiesta corredata dalla documentazione atta a provare le condizioni previste negli articoli 14 e 15, un attestato che certifichi la sua condizione di titolare del diritto di soggiorno permanente.
L’articolo 14 prevede, al comma 1, che il cittadino dell’Unione che ha soggiornato legalmente ed in via continuativa per cinque anni nel territorio nazionale ha diritto al soggiorno permanente non subordinato alle condizioni previste dagli articoli 7, 11, 12 e 13, relative rispettivamente al diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi, alla conservazione del diritto di soggiorno dei familiari in caso di decesso o di partenza del cittadino dell’Unione, al mantenimento del diritto di soggiorno dei familiari in caso di divorzio e di annullamento del matrimonio e alle ulteriori condizioni per il mantenimento del diritto in favore dei cittadini e dei loro familiari.
Il successivo articolo 15 prevede le ipotesi di deroga a favore dei lavoratori che hanno cessato la propria attività nello Stato membro ospitante, estese ai familiari.
Sino ad oggi l’amministrazione civile dello Stato ha applicato tale normativa seguendo le indicazioni contenute nella circolare 6 aprile 2007 n. 19, secondo cui: “si ritiene che la condizione relativa alla continuità di soggiorno possa essere accertata attraverso l’iscrizione anagrafica dell’interessato. La condizione che questi abbia soggiornato legalmente deve intendersi — anche alla luce di quanto indicato nel preambolo della direttiva — nel senso che nel corso dei cinque anni di soggiorno l'interessato abbia risieduto nel territorio alle condizioni previste nel decreto legislativo e senza essere stato oggetto di misure di allontanamento” (punto 5, pag. 10).
Sennonché con sentenza 21 dicembre 2011, Ziolkowski (C-424/10), Szeja (C-425/10) / Land Berlin (cause riunite C-424/10 e C-425/10), la corte di giustizia dell’Unione Europea (Grande Sezione) ha affermato che la direttiva 2004/38/CE – relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, di cui il decreto legislativo n. 30 del 2007 è attuazione – dev’essere interpretata nel senso di escludere che il cittadino dell’Unione che abbia compiuto un soggiorno di durata superiore a cinque anni nel territorio dello Stato membro ospitante, sulla sola base del diritto nazionale di tale Stato, abbia acquisito il diritto al soggiorno permanente in conformità a tale disposizione se, durante tale soggiorno, non soddisfaceva le condizioni di cui all’art. 7, n. 1, della stessa direttiva.
L’articolo 7 n. 1 prevede che ciascun cittadino dell’Unione ha diritto di soggiornare per un periodo superiore a tre mesi nel territorio di un altro Stato membro, alle seguenti alternative condizioni:
a) di essere lavoratore subordinato o autonomo nello Stato membro ospitante;
b) di disporre, per se stesso e per i propri familiari, di risorse economiche sufficienti per non diventare un onere a carico dell’assistenza sociale dello Stato membro ospitante durante il periodo di soggiorno, e di un’assicurazione sanitaria che copra tutti i rischi nello Stato membro ospitante;
c) di essere iscritto presso un istituto pubblico o privato, riconosciuto o finanziato dallo Stato membro ospitante in base alla sua legislazione o prassi amministrativa, per seguirvi a titolo principale tiri corso di studi inclusa una formazione professionale, di disporre di un’assicurazione sanitaria che copra tutti i rischi nello Stato membro ospitante e di assicurare all’autorità nazionale competente, con una dichiarazione o con altro mezzo di sua scelta equivalente, di disporre, per se stesso e per i propri familiari, di risorse economiche sufficienti, affinché non divenga un onere a carico dell’assistenza sociale dello Stato membro ospitante durante il suo periodo di soggiorno;
d) di essere un familiare che accompagna o raggiunge un cittadino dell’Unione rispondente alle condizioni di cui alle lettere a), b) o c) che precedono.
In virtù di tale pronuncia, il ministero riferente pone il dubbio che la prassi sinora seguita debba essere modificata e che l’ufficio dell’anagrafe sia chiamato a svolgere accertamenti ulteriori, diversi e più penetranti, in ordine al contenuto e alla veridicità della documentazione corredante la richiesta di attestazione.
Di tanto investe il Consiglio di Stato.
La pronuncia della corte di giustizia UE citata non fa altro che interpretare la direttiva comunitaria secondo la lettera, oltre che la ratio, come è chiamata a fare qualsiasi autorità degli Stati membri tenuta a darvi applicazione, in forza del principio della prevalenzacomunitaria e del dovere di leale collaborazione.
Dunque l’articolo 16 del decreto legislativo 6 febbraio 2007 n. 30 dev’essere interpretato in senso conforme alla direttiva ed alla giurisprudenza della corte UE.
Ciò, tuttavia, non comporta rilevanti modifiche nelle procedure amministrative seguite, ma solo un adeguamento, atteso che – di regola – la verifica delle condizioni di cui all’articolo 7, n. 1, della direttiva avviene già al momento del rilascio dei titoli di soggiorno.
Ciò posto, e considerato che la prova del possesso dei requisiti incombe sull’interessato, possono ipotizzarsi tre situazioni.
Qualora la documentazione prodotta a sostegno della domanda di rilascio dell’attestazione o comunque in possesso del Comune risulti completa, immune da vizi, attendibile, l’ufficiale di anagrafe non è tenuto a spingersi oltre detta valutazione. Questa è anche una regola generale dei procedimenti ad istanza di parte, che contempera l’esigenza di certezza dell’azione amministrativa, con il principio del buon andamento.
Qualora, invece, la documentazione si presenti lacunosa, irregolare, non pienamente credibile, o siano acquisiti elementi di segno divergente, l’ufficiale di anagrafe può – anzi deve – attivare i poteri istruttòri di richiesta, invitando l’istante a chiarirla o integrarla.
Solo se, all’esito del contraddittorio con l’interessato, permangano dubbi sul possesso dei requisiti, l’Amministrazione deve procedere d’ufficio a più penetranti indagini, con i mezzi di cui dispone nell’ambito dell’istruttoria procedimentale.
Resta fermo che, se il possesso dei requisiti non risulti positivamente accertato, la semplice prova del legale soggiorno di durata oltre i cinque anni non è sufficiente al rilascio dell’attestazione; salvo il caso – esaminato dalla sentenza sopra citata – in cui lo Stato d’appartenenza del richiedente sia entrato nell’Unione nel quinquennio antecedente la richiesta.
Francesco Bellomo	Raffaele Carboni
Messaggio da panorama » dom gen 05, 2014 10:54 am
diniego rinnovo permesso di soggiorno al cittadino albanese appellante per lavoro dipendente, avendo rilevato a suo carico una condanna a 2 anni di reclusione per violenza sessuale.
1) - ad avviso del TAR- il provvedimento sfavorevole rappresenta un atto dovuto, mentre, per il profilo dell’inserimento sociale del ricorrente, in giudizio non erano emersi “ elementi idonei a controbilanciare il giudizio di pericolosità connesso alla tipologia del reato; in ogni caso, la situazione familiare prospettata (convivenza con la sorella S. B.) risulta smentita dalla documentazione in atti”.
2) - Va infatti chiarito che la presente sentenza si basa solo sul difetto di motivazione dell’atto impugnato in primo grado; pertanto il suo effetto è solo quello del ripristino del potere-dovere dell’amministrazione di valutare la fattispecie con riguardo a tutti i profili sopra ricordati.
3) - Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) accoglie in parte l’appello in epigrafe e, per l’effetto, in riforma parziale della sentenza appellata, annulla il decreto della Questura di Parma 5 luglio 2012, notificato il 24 gennaio 2013, nei sensi e nei limiti di cui in motivazione.
Il resto dei fatti/motivi leggeteli qui sotto.
03/01/2014	201400001 Sentenza	3
N. 00001/2014REG.PROV.COLL.
N. 04347/2013 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 4347 del 2013, proposto da:
OMISSIS, rappresentato e difeso dagli avv. A. S., F. L. B., con domicilio eletto presso F. L. B. in Roma, viale Parioli, 180;
Questura di Parma, Ministero dell'Interno, rappresentati e difesi per legge dall'Avvocatura Generale dello Stato, domiciliata in Roma, via dei Portoghesi, 12;
della sentenza breve del T.A.R. EMILIA-ROMAGNA –PARMA, SEZIONE I n. 00149/2013, resa tra le parti, concernente diniego rinnovo permesso di soggiorno emesso dal Questore di Parma con decreto 5 luglio 2012.
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Questura di Parma e di Ministero dell'Interno;
Vista l’ordinanza 21 giugno 2013 n. 2345 con cui è stata disposta l’acquisizione di documentazione;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 12 settembre 2013 il Cons. Lydia Ada Orsola Spiezia e uditi per le parti l’Avv. S… su delega di B… e l’Avvocato dello Stato Caselli;
Avvisate le parti che la causa può essere decisa nel merito con sentenza semplificata ai sensi dell’art. 60 c p a;
1.Con decreto 5 luglio 2012 ( notificato il 24 gennaio 2013 all’interessato convocato a tal fine nei propri uffici) la Questura di Parma negava al cittadino albanese appellante il rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro dipendente, avendo rilevato a suo carico una condanna a 2 anni di reclusione per violenza sessuale, emessa dal Tribunale penale di ..... il 26 gennaio 2011; a motivazione del diniego la Questura aggiungeva che tale reato rientrava tra quelli indicati dall’art.380 c.p.p. e che l’interessato non aveva dimostrato di aver ottenuto la riabilitazione.
Avverso il provvedimento il ricorrente proponeva ricorso al TAR Emilia Romagna ( notificato il 8 marzo 2013) , chiedendone l’annullamento , previa sospensione, per carenza di motivazione circa la pericolosità sociale dell’immigrato e violazione di legge ed eccesso di potere per mancata valutazione della situazione familiare e dell’inserimento sociale del medesimo, unitamente all’accertamento del diritto al rinnovo del permesso di soggiorno.
1.1.Con sentenza semplificata, pronunciata in occasione della trattazione della domanda cautelare, il TAR adito, esaminata la domanda di annullamento, ha respinto il ricorso (spese di lite a carico del ricorrente per euro 2.000,00), affermando che la condanna per un reato in materia di libertà sessuale, ai sensi dell’art.4 , comma 3, e dell’art. 5, comma 5, del D. LGS n. 286/1998 impedisce il rilascio del permesso di soggiorno e che la pericolosità sociale del condannato per tale reato è stata definita dallo stesso legislatore; pertanto – ad avviso del TAR- il provvedimento sfavorevole rappresenta un atto dovuto, mentre, per il profilo dell’inserimento sociale del ricorrente, in giudizio non erano emersi “ elementi idonei a controbilanciare il giudizio di pericolosità connesso alla tipologia del reato; in ogni caso, la situazione familiare prospettata (convivenza con la sorella ) risulta smentita dalla documentazione in atti”.
1.2.Avverso la sentenza TAR l’immigrato ha proposto l’appello in epigrafe, chiedendone la riforma, previa sospensione, con il conseguente annullamento del diniego di rinnovo del permesso per violazione degli artt . 4, 5 e 9 D. LGS n. 286/1998 e difetto di motivazione ed omessa valutazione della documentazione agli atti di causa (dedotti in unico articolato motivo), nonché l’accertamento del diritto dell’appellante al rinnovo del permesso di soggiorno.
La Questura di Parma ed il Ministero dell’Interno si sono costituiti con mero atto formale, chiedendo il rigetto dell’appello.
In adempimento di ordinanza istruttoria di questa Sezione 21 giugno 2013 n. 2345 l’appellante ha depositato la documentazione relativa allo svolgimento del giudizio penale conclusosi con la sua condanna.
Alla camera di consiglio del 12 settembre 2013, uditi i difensori presenti, i quali sono stati avvisati della possibilità che definire la controversia nel merito con sentenza semplificata ai sensi dell’art. 60 c p a, la causa è passata in decisione.
2. Premesso quanto sopra in fatto, in diritto la controversia concerne la contestata legittimità del provvedimento, che ha negato all’appellante il rinnovo del permesso di soggiorno in quanto l’immigrato , cittadino albanese, classe 19…, titolare di permesso di soggiorno dal luglio 2009, con sentenza 26 gennaio 2011 era stato condannato dal Tribunale penale di ...... alla pena di anni 2 di reclusione (con patteggiamento) ed, inoltre, non aveva dimostrato di aver ottenuto la riabilitazione.
L’appello va accolto quanto alla domanda di annullamento e, pertanto, la sentenza TAR va riformata per difetto di motivazione e violazione degli artt. 4 e 5 D. LGS n. 286/1999, in quanto la Questura di Parma non si è espressa sulla concreta pericolosità sociale dell’appellante e non ha fatto il bilanciamento tra la tutela dei legami familiari dell’interessato e quella della sicurezza pubblica .
3. A sostegno di tale conclusione occorre richiamare la sentenza 18 luglio 2013 n. 202 con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 5, comma 5, come modificato per effetto del d.lgs. n. 5/2007, per contrasto con gli artt . 2,3,29,30 e 31 Cost. nella parte in cui non estende a tutti i casi in cui lo straniero abbia nello Stato legami familiari la tutela rafforzata prevista dalla norma in questioni per i casi in cui vi stato un ricongiungimento familiare. Il Giudice delle leggi ha precisato, inoltre, che anche la Corte di Strasburgo ha sempre affermato che, quando nel Paese dove lo straniero intende soggiornare, vivono i membri stretti della sua famiglia, occorre bilanciare in modo proporzionato il diritto alla vita familiare del ricorrente e dei suoi congiunti con il bene giuridico della sicurezza pubblica e, quindi, l’Amministrazione deve valutare tutta una serie di elementi desumibili dalla attenta osservazione in concreto di ciascun caso.
4. E’ necessario ora chiarire che cosa si intenda in questo contesto per “legami familiari”.
In proposito, conviene ricordare che il testo originario della disposizione, introdotta dal d.lgs. n. 5/2007, attribuiva il beneficio allo straniero che avesse effettuato il ricongiungimento familiare ovvero fosse esso stesso familiare ricongiunto. La norma si riferiva all’istituto del ricongiungimento familiare, disciplinato dall’art. 29 del t.u. n. 286/1998 come modificato dallo stesso d.lgs. n. 5/2007, in attuazione della direttiva comunitaria n. 86/2003. Com’è noto, tale procedimento ha luogo ad iniziativa di uno straniero già legalmente residente in Italia, il quale chiede di estendere il titolo di soggiorno anche ad uno o più congiunti ancora residenti all’estero. L’art. 29 del t.u., in pedissequa applicazione della direttiva comunitaria, indica in modo preciso e tassativo i familiari che possono usufruire del ricongiungimento: il coniuge, i figli minorenni, nonché, a determinate condizioni, i genitori; più qualche altra ipotesi particolare.
5. In sede applicativa, si è posto il problema se la disposizione in esame fosse razionalmente accettabile, nella parte in cui limitava (nella sua formulazione letterale) il beneficio alle fattispecie nelle quali vi fosse stato un formale procedimento di ricongiungimento familiare.
Questa Sezione si è ripetutamente pronunciata nel senso che la norma si debba interpretare in senso estensivo (lex minus dixit quam voluit) ossia includendo nel beneficio anche i nuclei familiari la cui composizione corrisponda a quella che, ove necessario, darebbe titolo al ricongiungimento, ma che si trovino già riuniti senza aver dovuto ricorrere a tale procedura.
La questione è stata posta da altro Giudice alla Corte costituzionale, e quest’ultima, con la sentenza n. 202/2013, senza prendere in considerazione l’ipotesi di una soluzione interpretativa, ha dichiarato parzialmente incostituzionale la disposizione, nella parte in cui limita il beneficio alle fattispecie in cui vi sia stata una formale procedura di ricongiungimento, senza estenderla a tutti i casi in cui lo straniero abbia “legami familiari” nel territorio dello stato.
Peraltro, nel testo della stessa sentenza n. 202 si legge più di un riferimento esplicito da cui si desume che il vizio di costituzionalità riguarda solo quel punto della disposizione che attribuisce rilevanza determinante alla presenza, rispettivamente all’assenza, di un pregresso provvedimento di ricongiungimento, senza attribuire analogo beneficio a chi, pure “a parità di ogni altra condizione” ossia “pur avendone i presupposti” non abbia avuto necessità di utilizzare tale procedura.
Interpretando dunque la sentenza n. 202 alla luce della sua motivazione e del contesto sistematico in cui si è collocata, si comprende che i “legami familiari” rilevanti ai fini di cui si discute sono quelli indicati dall’art. 29 del t.u. n. 286/1998 (e, a monte, dalla direttiva comunitaria n. 86/2003). Con la precisazione che non è necessaria la convivenza, dal momento che il dispositivo della sentenza della Corte parla di “legami familiari nel territorio dello Stato”, e non di familiari conviventi. E con l’ulteriore precisazione che nel rapporto tra genitori e figli non necessita che i figli siano attualmente minorenni; perché se è vero che sono ricongiungibili solo i figli minorenni, è anche vero che la sentenza della Corte non fa riferimento alle persone che presentino “attualmente” i requisiti del ricongiungimento, ma (anche) a quelle che a tempo opportuno avrebbero avuto titolo al ricongiungimento, ma non abbiano avuto necessità di avvalersene.
6. Passando dunque alla situazione dell’attuale appellante, si osserva che questi (che è maggiorenne) ha regolarmente soggiornanti in Italia tanto i genitori, quanto due fratelli (ugualmente maggiorenni); alla luce delle considerazioni sopra esposte, la presenza dei genitori è sufficiente a rendere applicabile in suo favore il miglior trattamento di cui al d.lgs. n. 5/2007.
7. Nel caso all’esame la Questura non ha compiuto tale accurata ponderazione della specifica situazione familiare dell’immigrato e del suo inserimento nel contesto socio economico locale, mentre non risulta corrispondente ai fatti la circostanza –affermata nella sentenza appellata- che “ dal ricorso non emergono elementi idonei a controbilanciare il giudizio di pericolosità sociale commesso alla tipologia del reato”.
Della situazione familiare si è detto; quanto alla gravità dell’episodio penale, va precisato che il Tribunale di ....., tenuto conto del fatto che l’imputato all’epoca del reato aveva anni 19 e del suo ravvedimento operoso ( risarcimento monetario alla parte lesa che nel gennaio 2011 ha rilasciato dichiarazione di non avere alcuna altra pretesa a qualsiasi titolo), nonché delle particolari circostanze in cui si era consumato il delitto (come riportate nel rapporto di Polizia), ha concesso la riduzione di pena prevista dal comma 3 dell’art 609 bis c. p. per i casi di minore gravità, nonché la sospensione condizionale della pena inflitta.
Quanto- poi- all’inserimento nel contesto socio lavorativo locale, come risulta dagli atti, il ricorrente ha sempre lavorato in Italia come muratore e, da ultimo, come operaio montatore, fino al dicembre 2012, presso una ditta di ……., il cui titolare ha rilasciato una dichiarazione di piena soddisfazione del lavoro svolto dall’appellante.
8. Nella omessa considerazione degli elementi e dei legami familiari dell’appellante, come sopra descritti ( risultanti dai documenti già esibiti in primo grado) e dell’intrinseco valore da attribuirsi ai medesimi alla luce delle argomentazioni della sentenza della Corte Costituzionale n. 202/2013, consiste il vizio di difetto di motivazione che inficia il provvedimento sfavorevole della Questura di Parma, comportandone l’annullamento.
9. Per questi motivi, in parziale accoglimento dell’appello, la sentenza in epigrafe va riformata e, per l’effetto, va annullato il decreto della Questura di Parma 5 luglio 2012 impugnato, mentre va respinta la domanda di accertamento del diritto dell’appellante al rinnovo del permesso di soggiorno, in quanto in capo all’immigrato sussiste una posizione di interesse legittimo al rilascio del permesso di soggiorno, e non di diritto soggettivo perfetto.
Va infatti chiarito che la presente sentenza si basa solo sul difetto di motivazione dell’atto impugnato in primo grado; pertanto il suo effetto è solo quello del ripristino del potere-dovere dell’amministrazione di valutare la fattispecie con riguardo a tutti i profili sopra ricordati.
Le spese di lite possono essere, comunque, compensate tra le parti per entrambi i gradi di giudizio per la peculiarità del caso e per la reciproca soccombenza .
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) accoglie in parte l’appello in epigrafe e, per l’effetto, in riforma parziale della sentenza appellata, annulla il decreto della Questura di Parma 5 luglio 2012, notificato il 24 gennaio 2013, nei sensi e nei limiti di cui in motivazione.
Spese compensate tra le parti per entrambi i gradi di giudizio .
Così deciso in Roma nelle camere di consiglio del 12 settembre 2013 e del 30 ottobre 2013 con l'intervento dei magistrati:
Messaggio da panorama » gio gen 16, 2014 9:33 pm
Messaggio da panorama » mar mar 04, 2014 8:33 pm
Gli immigrati non possono aspettare anni prima di avere una risposta alla richiesta di cittadinanza.
Il Ministero dell’Interno deve dunque rispettare i termini di legge per le richieste di cittadinanza.
Il Tar del Lazio ha accolto l’azione di classe promossa da Cgil, Inca, Federconsumatori e 109 richiedenti la cittadinanza italiana, proposta per chiedere l’eliminazione dei lunghi tempi di attesa per il perfezionamento dei procedimenti di concessione della cittadinanza.
L’azione collettiva è stata presentata a febbraio 2012 e ora il Tar del Lazio ha intimato al Ministero dell’Interno di rispettare i tempi: la legge italiana prevede infatti 730 giorni entro i quali lo Stato deve concludere la procedura di riconoscimento della cittadinanza, ma i tempi di attesa sono di gran lunga superiori fino ad arrivare anche a qualche anno.
La sentenza è stata emessa dal Tribunale amministrativo in risposta all’azione collettiva contro i ritardi con i quali la pubblica amministrazione provvede a lavorare le domande di cittadinanza italiana di tanti stranieri.
Invece dei 730 giorni entro i quali si dovrebbe concludere la procedura di riconoscimento della cittadinanza, in media ne passano molti di più e gli immigrati sono costretti ad aspettare fino a tre, quattro, cinque anni prima di ottenere l’esito della richiesta.
“Una situazione inaccettabile – spiegano all’Inca – che di fatto limita le opportunità di quanti potrebbero accedere a concorsi pubblici, votare alle elezioni politiche, amministrative, viaggiare senza dover chiedere visti, in poche parole concorrere appieno alla società civile in qualità di nuovo italiano”.
“Questa sistematica violazione dei termini di legge e la richiesta di misure per eliminarle – si legge in un comunicato stampa congiunto – sono state l’oggetto del ricorso al Tar del Lazio, tramite azione collettiva presentata a Febbraio 2012 da Inca, Cgil, Federconsumatori e 109 richiedenti la cittadinanza.
Si tratta di uno dei primi ricorsi allo strumento della azione collettiva (class action) introdotto di recente nel nostro ordinamento.
La sentenza del Tar riconosce la “violazione generalizzata dei termini di conclusione del procedimento sull’istanza di rilascio della concessione della cittadinanza italiana e intima al Ministero dell’Interno di “porre rimedio a tale situazione mediante l’adozione degli opportuni provvedimenti entro il termine di un anno dalla sentenza”.
“Questa sentenza è un passaggio importante nel nostro lavoro di riconoscimento e rivendicazione dei diritti dei cittadini stranieri, dei migranti e delle famiglie – spiega Claudio Piccinini, coordinatore degli uffici immigrazione dell’Inca – Mette in luce e condanna quei comportamenti differenziati che la Pubblica Amministrazione adotta nelle procedure amministrative per gli stranieri anche su atti qualificanti per la nostra società come l’accoglienza di nuovi cittadini.
Comportamenti che consideriamo figli di una cultura dei diritti di seconda categoria e che troviamo riprodotti purtroppo in molte occasioni come, ad esempio, nella recente vicenda della Social Card o nella negazione dei diritti alle prestazioni assistenziali”.
Messaggio da panorama » mar apr 08, 2014 7:54 pm
Mandato di arresto europeo. Ordinanza n. 84/2014 dell'8/04/2014
il Tribunale ordinario di Rovigo, in composizione monocratica, con ordinanza dell’11 dicembre 2012, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 10, secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 21 del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30 (Attuazione della direttiva 2004/38/CE relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri), nella parte «in cui consente al Prefetto di decretare l’allontanamento dal territorio dello Stato» del cittadino dell’Unione europea verso altro Stato membro, che nei confronti del medesimo cittadino ha emesso mandato di arresto europeo (M.A.E.), ai sensi della legge n. 69 del 2005, «qualora si verta nelle ipotesi di cui all’art. 18 di detta legge stabilite con sentenza della corte di appello»;
-	Gaetano SILVESTRI Presidente
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 21 del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30 (Attuazione della direttiva 2004/38/CE relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri), promosso dal Tribunale ordinario di Rovigo, sul ricorso proposto da B.R.C., con ordinanza dell’11 dicembre 2012, iscritta al n. 228 del registro ordinanze 2013 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 44, prima serie speciale, dell’anno 2013.
udito nella camera di consiglio del 12 marzo 2014 il Giudice relatore Giuseppe Tesauro.
Ritenuto che il Tribunale ordinario di Rovigo, in composizione monocratica, con ordinanza dell’11 dicembre 2012, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 10, secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 21 del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30 (Attuazione della direttiva 2004/38/CE relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri), nella parte «in cui consente al Prefetto di decretare l’allontanamento dal territorio dello Stato» del cittadino dell’Unione europea verso altro Stato membro, che nei confronti del medesimo cittadino ha emesso mandato di arresto europeo (M.A.E.), ai sensi della legge n. 69 del 2005, «qualora si verta nelle ipotesi di cui all’art. 18 di detta legge stabilite con sentenza della corte di appello»;
che il rimettente espone che B.R.C. ha gravato – ex art. 17 del decreto legislativo 1° settembre 2011 n. 150 (Disposizioni complementari al codice di procedura civile in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione, ai sensi dell’articolo 54 della legge 18 giugno 2009, n. 69) e art. 22 del d.lgs. n. 30 del 2007 – il decreto di allontanamento emesso dal Prefetto di Rovigo l’8 maggio 2012 sulla base dell’art. 21 del medesimo d.lgs n. 30 del 2007 – per la ritenuta insussistenza delle condizioni di legge che permettevano la permanenza dell’interessato nel territorio dello Stato e, in particolare, quelle di cui agli artt. 5-bis, 6, 7 e 13 del d.lgs. n. 30 del 2007;
che, sebbene non abbia dimostrato le condizioni che legittimano il suo soggiorno in Italia, il ricorrente avrebbe comunque documentato di essere stato destinatario di un mandato di arresto europeo per un reato commesso all’epoca in cui era minorenne, mandato reso esecutivo da una sentenza del Tribunale di Hunedoara (Romania), in esecuzione del quale è stato arrestato in data 22 marzo 2012 in Adria;
che, in relazione a tale evento, il rimettente assume che la Corte d’appello di Venezia, chiamata a decidere sulla consegna del B.R.C. all’autorità romena, ha ritenuto di doverla negare sulla base dell’art. 18, lettera r), della legge 22 aprile 2005, n. 69 (Disposizioni per conformare il diritto interno alla decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri), così come integrata dalla sentenza della Corte costituzionale n. 227 del 2010;
che il giudice a quo, sulla premessa che i concetti di “consegna” e di “allontanamento” sono in grado di sovrapporsi, in quanto l’esecuzione dell’allontanamento mediante la presentazione al Consolato italiano in patria potrebbe risolversi nella traduzione coatta del cittadino comunitario in ambito territoriale compreso nella sfera di dominio dello stesso Stato membro che ha emesso il mandato di arresto;
che, a suo giudizio, il disposto dell’art. 18 della legge n. 69 del 2005 imporrebbe allo Stato di non consegnare la persona allo Stato membro rogante, ponendosi in conflitto con le previsioni del d.lgs. n. 30 del 2007;
che tali norme determinerebbero una sovrapposizione di normative contrastanti incidenti su identica condizione e dunque irragionevoli e contrarie all’art. 3 Cost.;
che, inoltre, l’esecuzione di un ordine di allontanamento con destinazione nel territorio dello Stato membro coincidente con quello che ha emesso il mandato europeo potrebbe frustrare, in concreto, sia l’autorità della decisione giurisdizionale che ha negato la consegna, sia il diritto del cittadino dello Stato membro a non essere consegnato, e ciò «potrebbe tradursi nella violazione dell’art. 10 secondo comma della Costituzione laddove si consideri che la legge n. 69 del 2005 attua, nell’ordinamento interno, le disposizioni della decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002», relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri dell’Unione europea nei limiti in cui tali disposizioni non sono incompatibili con i principi supremi dell’ordinamento costituzionale in materia di diritti fondamentali, nonché in materia di diritti di libertà e del giusto processo;
che si imporrebbe, dunque, una «lettura costituzionalmente orientata […] con sacrificio delle ragioni sottese alla ratio dell’art. 21 del d.lgs n. 30 del 2007 da ritenersi concretamente soccombenti rispetto ai valori che informano invece le previsioni di cui all’art. 18 della legge 69 del 2005»: sicché la prima norma sarebbe costituzionalmente illegittima «nella parte in cui consente al Prefetto di decretare l’allontanamento dal territorio dello Stato ex art. 21 d.lgs. n. 30 del 2007, con destinazione del cittadino comunitario a quello di altro Stato membro che nei confronti dello stesso cittadino ha emesso Mandato di Arresto Internazionale [rectius europeo] (M.A.E.) ai sensi della legge n. 69 del 2005 qualora si verta nelle ipotesi di cui all’art. 18 di detta legge stabilite con sentenza della Corte d’Appello»;
che nel giudizio si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata manifestamente inammissibile e, comunque, infondata.
che nel giudizio si è costituito il B.R.C.
Considerato che il Tribunale ordinario di Rovigo dubita della legittimità costituzionale dell’art. 21 del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30 (Attuazione della direttiva 2004/38/CE relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri), nella parte «in cui consente al Prefetto di decretare l’allontanamento dal territorio dello Stato» del cittadino dell’Unione europea verso altro Stato membro, che nei confronti del medesimo cittadino ha emesso mandato di arresto europeo (M.A.E.), ai sensi della legge 22 aprile 2005 n. 69 (Disposizioni per conformare il diritto interno alla decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri), «qualora si verta nelle ipotesi di cui all’art. 18 di detta legge stabilite con sentenza della corte di appello»;
che la questione è manifestamente inammissibile perché l’ordinanza di rimessione presenta carenze in punto di descrizione della fattispecie concreta e di motivazione sulla rilevanza tali da precludere lo scrutinio nel merito delle censure;
che, infatti, il rimettente non specifica a quale delle ipotesi di cui agli artt. 5-bis, 6, 7 e 13 del d.lgs n. 30 del 2007 il provvedimento prefettizio abbia fatto riferimento, né se, fra le condizioni in base alle quali sono state valutate, ai sensi del comma 2 della norma impugnata, l’integrazione sociale e culturale ed i legami con il Paese di origine, sia stata considerata anche l’esistenza del provvedimento di rifiuto di esecuzione del mandato di arresto;
che, infatti, l’ordinanza nulla dice in merito alla data del provvedimento della Corte lagunare, sicché non è dato conoscere se quel provvedimento avesse preceduto o seguito il decreto prefettizio, con diverse conseguenze in ordine alla rilevanza di tale fatto nell’ambito di un procedimento in cui si realizza un effetto devolutivo pieno;
che, nonostante faccia riferimento ad un mandato in executivis, per l’esecuzione di una sentenza in relazione ad un reato commesso allorché il condannato era minorenne, il rimettente non specifica se il rifiuto della consegna sia stato emesso quando il ricorrente era minorenne o maggiorenne, omettendo di indicare, ancora, se il provvedimento di rifiuto sia divenuto definitivo e se la Corte d’appello, con riferimento alla lettera r) dell’art. 18 della legge n. 69 del 2005, abbia disposto l’esecuzione della pena in Italia, secondo il diritto interno né se questa pena sia stata espiata;
che, in mancanza di tali riferimenti specifici alla fattispecie concreta che ha dato origine al giudizio a quo, è inibita a questa Corte la necessaria verifica circa l’influenza della questione di legittimità sulla decisione richiesta al rimettente (ex plurimis, ordinanze n. 193, n. 177, n. 171 e n. 162 del 2011);
che, infine, il parametro dell’art. 10, secondo comma, Cost., non è utilizzabile per le norme internazionali convenzionali rilevanti nella specie, atteso che «l’esigenza di coerenza con l’ordinamento comunitario trova collocazione adeguata nell’art. 11 della Costituzione» (sentenza n. 284 del 2007);
dichiara manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 21 del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30 (Attuazione della direttiva 2004/38/CE relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri), per violazione degli artt. 3 e 10, secondo comma, della Costituzione, sollevata dal Tribunale ordinario di Rovigo, con l’ordinanza in epigrafe.
Messaggio da panorama » mar mag 20, 2014 6:48 pm
Messaggio da panorama » mer mag 21, 2014 4:11 pm
1) - L'impugnato rigetto del ricorso gerarchico è motivato con esclusivo riferimento all’insufficienza del reddito del ricorrente.
2) - Il ricorso è dunque fondato laddove denuncia la mancata considerazione, da parte dell’impugnata pronuncia, della decisiva circostanza che il ricorrente convive con familiari i cui redditi possono essere cumulati con quello del richiedente, al fine di ravvisare la disponibilità di mezzi di sussistenza sufficienti per la durata del soggiorno.
16/05/2014	201303561 Definitivo	1	Adunanza di Sezione 26/02/2014
Numero 01588/2014 e data 16/05/2014
NUMERO AFFARE 03561/2013
Ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto dal signor -OMISSIS-, nato in Marocco il 2 settembre 1977 e residente a Imola, contro provvedimento del prefetto di Bologna , avverso rinnovo permesso di soggiorno per motivi di lavoro.
Vista la relazione 5 settembre 2013 n. 400.A/A16/14550/2012 con il quale il ministero dell’interno, dipartimento della pubblica sicurezza, ha chiesto il parere del Consiglio di Stato sul ricorso;
visto il ricorso, datato 31 ottobre 2012;
visto il proprio parere reso dell’adunanza del 4 dicembre 2013, di sospensione cautelare dell’efficacia del provvedimento impugnato e contenente altresì disposizioni istruttorie;
Il cittadino marocchino -OMISSIS- ha impugnato il decreto del prefetto di Bologna datato 22 giugno 2012 e notificatogli il 10 luglio 2012, di rigetto del ricorso gerarchico da lui proposto contro il provvedimento del questore di Bologna del 22 febbraio 2012 che a sua volta aveva respinto l'istanza del ricorrente di rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro/attesa occupazione in quanto non erano stati documentati i mezzi di sostentamento, ed altresì perché il ricorrente aveva soggiornato ininterrottamente fuori del territorio dello Stato italiano dal 7 agosto 2011 al 11 novembre 2011, con ciò denotando un sostanziale disinteresse al soggiorno sul territorio nazionale.
L'impugnato rigetto del ricorso gerarchico è motivato con esclusivo riferimento all’insufficienza del reddito del ricorrente.
Il ricorso straordinario rileva, quanto allo specifico profilo, che il prefetto non ha tenuto conto, nella valutazione della documentazione prodotta dal ricorrente, che egli vive con il fratello ed il cugino e che dunque i loro redditi possono essere cumulati, così superando i 20.000 euro.
Il ministero riferente conclude per l’infondatezza del ricorso straordinario.
In esito al parere interlocutorio del 4 dicembre 2013 il ministero riferente ha fatto pervenire la documentazione richiesta.
Da essa risulta, tra l’altro:
- che il ricorrente ha sottoscritto un contratto di locazione della durata di tre anni (30 maggio 2011 – 29 maggio 2014), in convivenza con -OMISSIS-, per un’abitazione a Imola (allegato 2 del ricorso gerarchico);
- l’iscrizione nella popolazione residente della città di Imola, alla data dell’8 marzo 2012, della famiglia del ricorrente -OMISSIS- (allegato 3 del ricorso gerarchico);
- un reddito annuo complessivo, tenuto conto anche del reddito dei familiari conviventi con il richiedente [come indicato nell’art. 29, comma 3, lettera b) del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, disposizione posta a parametro di riferimento dallo stesso provvedimento prefettizio qui impugnato nonché dalla relazione dell’Amministrazione riferente], che supera di molto (giungendo a superare € 20.000) il reddito per il 2011 pure indicato a riferimento nella relazione dell’Amministrazione riferente e pari a € 5429,90 (v. gli allegati 6, 7 e 8 del ricorso gerarchico, relativi rispettivamente ai CUD 2012 del ricorrente -OMISSIS-).
Il ricorso è dunque fondato laddove denuncia la mancata considerazione, da parte dell’impugnata pronuncia, della decisiva circostanza che il ricorrente convive con familiari i cui redditi possono essere cumulati con quello del richiedente, al fine di ravvisare la disponibilità di mezzi di sussistenza sufficienti per la durata del soggiorno.

References: art. 111
 Sentenza	
 art. 35
 art. 117
 art. 111
 Sentenza	
 sentenza 
 art. 35
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 381
 Sentenza 
 art. 10
 sentenza 
 art. 19
 sentenza 
 sentenza 
 art. 381
 sentenza 
 Sentenza	
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 15
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Sentenza	
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 17
 art. 22
 sentenza 
 sentenza 
 art. 21
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza