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Timestamp: 2019-05-20 09:13:29+00:00

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Corte di giustizia diffamazione in rete competenza giurisdizionale e diritto applicabile corte di giustizia 25 ottobre 2011 c 509 09 e c 161 10 7745 »
-L'art. 5, punto 3, del regolamento (CE) del Consiglio 22 dicembre 2000, n. 44/2001, deve essere interpretato nel senso che, in caso di asserita violazione dei diritti della personalità per mezzo di contenuti messi in rete su un sito internet, la persona che si ritiene lesa ha la facoltà di esperire un'azione di risarcimento, per la totalità del danno cagionato, o dinanzi ai giudici dello Stato membro del luogo di stabilimento del soggetto che ha emesso tali contenuti, o dinanzi ai giudici dello Stato membro in cui si trova il proprio centro d'interessi. -In luogo di un'azione di risarcimento per la totalità del danno cagionato, tale persona puà² altresà¬ esperire un'azione dinanzi ai giudici di ogni Stato membro sul cui territorio un'informazione messa in rete sia accessibile oppure lo sia stata. Questi ultimi sono competenti a conoscere del solo danno cagionato sul territorio dello Stato membro del giudice adito. -L'art. 3 della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 8 giugno 2000, 2000/31/CE, deve essere interpretato nel senso che esso non impone un recepimento in forma di norma specifica di conflitto. Nondimeno, per quanto attiene all'ambito regolamentato, gli Stati membri devono assicurare che, fatte salve le deroghe autorizzate alle condizioni previste dall'art. 3, n. 4, della direttiva 2000/31, il prestatore di un servizio del commercio elettronico non sia assoggettato a prescrizioni più rigorose di quelle previste dal diritto sostanziale applicabile nello Stato membro di stabilimento di tale prestatore.
Nota della Dott.ssa Lucia Antonazzi
L’art. 5, punto 3, del regolamento (CE) del Consiglio 22 dicembre 2000, n. 44/2001, deve essere interpretato nel senso che, in caso di asserita violazione dei diritti della personalità per mezzo di contenuti messi in rete su un sito internet, la persona che si ritiene lesa ha la facoltà di esperire un’azione di risarcimento, per la totalità del danno cagionato, o dinanzi ai giudici dello Stato membro del luogo di stabilimento del soggetto che ha emesso tali contenuti, o dinanzi ai giudici dello Stato membro in cui si trova il proprio centro d’interessi.
In luogo di un’azione di risarcimento per la totalità del danno cagionato, tale persona può altresì esperire un’azione dinanzi ai giudici di ogni Stato membro sul cui territorio un’informazione messa in rete sia accessibile oppure lo sia stata. Questi ultimi sono competenti a conoscere del solo danno cagionato sul territorio dello Stato membro del giudice adito.
L’art. 3 della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 8 giugno 2000, 2000/31/CE, deve essere interpretato nel senso che esso non impone un recepimento in forma di norma specifica di conflitto. Nondimeno, per quanto attiene all’ambito regolamentato, gli Stati membri devono assicurare che, fatte salve le deroghe autorizzate alle condizioni previste dall’art. 3, n. 4, della direttiva 2000/31, il prestatore di un servizio del commercio elettronico non sia assoggettato a prescrizioni più rigorose di quelle previste dal diritto sostanziale applicabile nello Stato membro di stabilimento di tale prestatore.
Con la sentenza in esame la Corte di Giustizia interviene in via pregiudiziale a chiarire la portata del regolamento che disciplina la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l'esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale negli Stati membri dell'Unione europea (regolamento (CE) del Consiglio 22 dicembre 2000, n. 44/2001), così come i principi e l’ambito applicativo del diritto nel commercio elettronico disciplinato, al fine di migliorare la fiducia degli utenti Internet, dalla direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 8 giugno 2000, 2000/31/CE.
Le domande di pronuncia pregiudiziale vertono sull’interpretazione dell’art. 5 del reg. 44/2001, che in deroga al principio base della competenza (art. 2 n. 1), secondo cui la competenza spetta al giudice dello Stato membro in cui è domiciliato il convenuto indipendentemente dalla cittadinanza di quest'ultimo, disciplina competenze speciali in virtù delle quali il convenuto può essere citato davanti ai giudici di altro Stato membro che, in materia di illeciti civili dolosi o colposi, è quello del luogo in cui l'evento dannoso è avvenuto o può avvenire.
Nonché sull’interpretazione dell’art. 3, n n. 1 e 2, che in materia di servizi della società della informazione, forniti da un “prestatore stabilito”, impone il rispetto delle disposizioni nazionali vigenti nello Stato membro in cui i prestatori sono stabiliti, secondo la regola del paese d'origine o "clausola del mercato interno", e impedisce agli Stati membri ogni limitazione alla libera circolazione dei servizi provenienti da un altro Stato membro.
Le questioni pregiudiziali sono state sollevate nell’ambito di due differenti cause, in seguito riunite, in cui venivano lamentati danni subiti per violazione dei diritti della personalità attraverso contenuti di un sito Internet, presuntivamente cagionati rispettivamente da una società editrice di un sito e dal gestore di un portale internet, che hanno contestato la competenza delle autorità adite dalle parti attrici.
Da un lato si ritiene che la soluzione della questione della competenza del giudice di uno Stato membro a conoscere di una violazione dei diritti della personalità commessa sulla rete internet, a partire da un sito edito da una persona domiciliata in un altro Stato membro ed essenzialmente destinato al pubblico di altro Stato membro, non emerge chiaramente dal tenore letterale degli artt. 2 e 5, punto 3, del reg. n. 44/2001.
Dall’altro ci si domanda se per l’esercizio dell’azione inibitoria il giudice competente va individuato rispetto allo Stato membro di stabilimento del gestore o rispetto allo Stato membro in cui il sito internet può essere consultato e, in questo ultimo caso, se la competenza dei giudici di uno Stato membro, in cui il gestore del sito internet non è stabilito, presuppone che, oltre alla mera accessibilità tecnica a tale sito, sussista uno specifico collegamento dei contenuti controversi o del sito internet con lo Stato del foro e quali siano i criteri secondo i quali esso vada riscontrato.
Alla Corte si richiede quindi di interpretare la locuzione «luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto o può avvenire», di cui all’art. 5, punto 3 del regolamento, in caso di asserita lesione di diritti della personalità attraverso contenuti messi in rete su un sito internet.
Se, tuttavia, non è necessario alcuno specifico collegamento con lo Stato del foro, oppure tale collegamento sia presunto, si chiede allora di esplicitare il carattere e le conseguenze dell’applicazione dell’art. 3 n1e 2 della direttiva 2000/31/CE.
Si chiede, cioè, di indicare se tali disposizioni quali norme di conflitto, prescrivono anche in materia civile l’applicazione esclusiva, del diritto in vigore nel paese d’origine con esclusione della norme nazionali sul conflitto di leggi, oppure se costituiscano un correttivo al diritto dichiarato applicabile secondo le norme nazionali sul conflitto di leggi, per modificarne il contenuto conformemente alle prescrizioni del paese d’origine.
La Corte a tal fine afferma preliminarmente che le disposizioni del regolamento, che ha sostituito, nei rapporti tra Stati membri, la Convenzione 27 settembre 1968, vanno interpretate in modo autonomo, alla luce del loro sistema generale e delle loro finalità, secondo l’interpretazione fornita dalla Corte con riferimento alle disposizioni della Convenzione citata, quando le disposizioni del regolamento possono essere qualificate come a quelle equivalenti.
Seguendo la giurisprudenza costante, la Corte afferma che la competenza speciale di cui all’art. 5 comma 3 si fonda sull’esistenza di un collegamento particolarmente stretto tra una data controversia e i giudici del luogo in cui l’evento dannoso si è verificato, laddove per «luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto», si fa riferimento sia al luogo del fatto generatore del danno sia a quello in cui il danno si è concretato. Questi due luoghi possono costituire un significativo collegamento dal punto di vista della competenza giurisdizionale, dato che ciascuno di essi può, a seconda della circostanze, fornire un’indicazione particolarmente utile dal punto di vista della prova e dello svolgimento del processo.
In virtù di questi criteri nel caso similare di danno immateriale asseritamente causato dalla diffamazione avvenuta mediante un articolo di stampa diffuso in più Stati contraenti, la Corte riconosce alla vittima la possibilità di esperire l’azione di risarcimento danni nei confronti dell’editore, per i danni derivanti dalla diffamazione nella loro integralità, dinanzi ai giudici dello Stato contraente del luogo ove è stabilito l’editore della pubblicazione diffamatoria. Limitatamente ai danni cagionati nello Stato del giudice adito, invece, la vittima potrà esercitare l’azione risarcitoria dinanzi ai giudici di ciascuno Stato contraente in cui la pubblicazione è stata diffusa e in cui la vittima assume aver subìto una lesione della sua reputazione, fatta salva la possibilità dell’attore di esperire l’azione nel suo complesso dinanzi al giudice sia del domicilio del convenuto, sia del luogo dove è stabilito l’editore della pubblicazione diffamatoria.
Considerando che la diffusione di contenuti messi in rete sfugge all’applicazione rigorosa del criterio di concretizzazione del danno, quelli indicati andranno adeguati tenuto conto che l’impatto, sui diritti della personalità di un soggetto, di un’informazione messa in rete può essere valutata meglio dal giudice del luogo in cui la presunta vittima possiede il proprio centro di interessi, in via generale, nel luogo della sua residenza abituale ma può anche corrispondere al luogo di uno Stato membro in cui la vittima non risiede abitualmente.
Pertanto, in caso di asserita violazione dei diritti della personalità per mezzo di contenuti messi in rete su un sito internet, la persona che si ritiene lesa ha la facoltà di esperire un’azione di risarcimento, per la totalità del danno cagionato, o dinanzi ai giudici dello Stato membro del luogo di stabilimento del soggetto che ha emesso tali contenuti, o dinanzi ai giudici dello Stato membro in cui si trova il proprio centro d’interessi.
In luogo di un’azione di risarcimento per la totalità del danno cagionato, sarà possibile, altresì, esperire un’azione dinanzi ai giudici di ogni Stato membro sul cui territorio un’informazione messa in rete sia accessibile, oppure lo sia stata. In quest’ultimo caso i giudici saranno competenti a conoscere del solo danno cagionato sul territorio dello Stato membro in cui si trova il giudice adito.
Quanto all’interpretazione delle disposizioni di cui all’art. 3 nn. 1 e 2 della direttiva, alla luce del contenuto e degli obiettivi della medesima, viene in rilievo un meccanismo che anche in diritto civile prescrive l’osservanza delle norme di diritto sostanziale vigente nel paese di stabilimento del prestatore.
Il riconoscimento del carattere vincolante della normativa nazionale, al quale il legislatore ha deciso di sottoporre i prestatori e i lori servizi, può garantire la piena efficacia della libera prestazione dei medesimi servizi, avendo la direttiva stessa disciplinato in materia esaustiva le ipotesi che consentono una deroga al divieto di libera circolazione dei servizi del commercio elettronico (art. 3 n. 4).
Posto che la Corte ribadisce che le disposizioni imperative di una direttiva, necessarie per la realizzazione degli obiettivi del mercato interno, devono potersi applicare anche nonostante una scelta legislativa diversa, l’art. 3 della direttiva deve essere interpretato nel senso che esso non impone un recepimento in forma di norma specifica di conflitto.
Nondimeno, per quanto attiene all’ambito regolamentato, gli Stati membri devono assicurare che, fatte salve le deroghe autorizzate alle condizioni previste dall’art. 3 n. 4 della direttiva, il prestatore di un servizio del commercio elettronico non sia assoggettato a prescrizioni più rigorose di quelle previste dal diritto sostanziale applicabile nello Stato membro di stabilimento di tale prestatore.
In conclusione, quindi, secondo la Corte la vittima di lesioni dei diritti della personalità via internet può adire i giudici dello Stato membro in cui risiede per la totalità del danno subito .
Tuttavia, il gestore di un sito internet, cui si applica la direttiva sul commercio elettronico, non può essere assoggettato, nello Stato di residenza della vittima, a prescrizioni più rigorose di quelle previste dal diritto dello Stato membro in cui è stabilito.
Corte di Giustizia (Grande Sezione) 25 ottobre 2011 (*) C 509/09 e C 161/10.
«La presente direttiva non è volta a introdurre norme supplementari di diritto internazionale privato sui conflitti di leggi, né tratta della competenza degli organi giurisdizionali. Le disposizioni della legge applicabile in base alle norme del diritto internazionale privato non limitano la libertà di fornire servizi della società dell’informazione come stabilito
dallapresente direttiva».
Causa C 509/09
Causa C 161/10
25 Dinanzi al Tribunal de grande instance di Parigi, l’attore francese O. M. suo padre, R. M. lamentano violazioni della loro vita privata e del diritto all’immagine di O. M., che sarebbero avvenute tramite la messa in rete, sul sito Internet accessibile all’indirizzo «www.sundaymirror.co.uk», di un testo redatto in lingua inglese, datato 3 febbraio 2008 ed intitolato, secondo la traduzione francese non contestata, depositata in udienza, «Kylie Minogue è di nuovo con O. M.», unitamente a dettagli relativi al loro incontro.
– alla mera condizione che tale sito Internet possa essere consultato a partire dal primo Stato,
31 Il governo italiano considera che le questioni poste nel procedimento C 509/09 devono essere dichiarate irricevibili per difetto di rilevanza nella causa principale. L’azione inibitoria costituirebbe uno strumento giurisdizionale d’urgenza e presupporrebbe quindi l’attualità del comportamento dannoso. Dall’esposizione dei fatti di causa risulterebbe, nondimeno, che la condotta assunta come lesiva non era più attuale al momento della proposizione della domanda inibitoria, in quanto il gestore del sito aveva già eliminato la notizia controversa prima dell’inizio del giudizio.
32 A tal riguardo occorre rammentare che, secondo costante giurisprudenza, nell’ambito di un procedimento ex art. 267 TFUE, spetta soltanto al giudice nazionale, cui è stata sottoposta la controversia e che deve assumersi la responsabilità dell’emananda decisione giurisdizionale, valutare, alla luce delle particolari circostanze della causa, sia la necessità di una pronuncia pregiudiziale per essere in grado di emettere la propria sentenza, sia la rilevanza delle questioni che sottopone alla Corte. Di conseguenza, se le questioni sollevate riguardano l’interpretazione del diritto dell’Unione, la Corte, in via di principio, è tenuta a pronunciarsi (v. sentenza 17 febbraio 2011, causa C 52/09, TeliaSonera Sverige, non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 15 e giurisprudenza ivi citata).
35 Ad ogni modo, la Corte ha già statuito che, alla luce del suo tenore letterale, l’art. 5, punto 3, del regolamento non presuppone la sussistenza attuale di un danno (v., in tal senso, sentenza 1° ottobre 2002, causa C 167/00, Henkel, Racc. pag. I 8111, punti 48 e 49). Ne consegue che rientra nell’ambito di applicazione di tale disposizione un’azione diretta ad impedire che si riproduca un comportamento considerato illecito.
37 Con le sue prime due questioni nel procedimento C 509/09 e con la sua questione unica nel procedimento C 161/10, che occorre esaminare congiuntamente, i giudici del rinvio chiedono sostanzialmente alla Corte come debba essere interpretata la locuzione «luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto o può avvenire», di cui all’art. 5, punto 3, del regolamento, in caso di asserita lesione di diritti della personalità attraverso contenuti messi in rete su un sito Internet.
38 Per risolvere dette questioni occorre ricordare che, da un lato, secondo una costante giurisprudenza, le disposizioni del regolamento vanno interpretate in modo autonomo, alla luce del loro sistema generale e delle loro finalità (v., in particolare, sentenza 16 luglio 2009, causa C 189/08, Zuid-Chemie, Racc. pag. I 6917, punto 17 e giurisprudenza ivi citata).
41 Va altresì ricordato che la locuzione «luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto» si riferisce sia al luogo del fatto generatore del danno sia a quello in cui il danno si è concretato. Questi due luoghi possono costituire un significativo collegamento dal punto di vista della competenza giurisdizionale, dato che ciascuno di essi può, a seconda della circostanze, fornire un’indicazione particolarmente utile dal punto di vista della prova e dello svolgimento del processo (sentenza 7 marzo 1995, causa C 68/93, Shevill e a., Racc. pag. I 415, punti 20 e 21).
50 La competenza del giudice del luogo in cui la presunta vittima ha il proprio centro di interessi è conforme all’obiettivo della prevedibilità delle norme sulla competenza (v. sentenza 12 maggio 2011, causa C 144/10, BVG, non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 33) anche nei confronti del convenuto, poiché chi emette l’informazione lesiva, al momento della messa in rete della stessa, è in condizione di conoscere i centri d’interessi delle persone che ne formano oggetto. Occorre dunque considerare che il criterio del centro d’interessi consente, al contempo, all’attore di individuare agevolmente il giudice al quale può rivolgersi e al convenuto di prevedere ragionevolmente dinanzi a quale giudice può essere citato (v. sentenza 23 aprile 2009, causa C 533/07, Falco Privatstiftung e Rabitsch, Racc. pag. I 3327, punto 22 e giurisprudenza ivi citata).
52 Di conseguenza, le prime due questioni nel procedimento C 509/09 e la questione unica nel procedimento C 161/10 vanno risolte dichiarando che l’art. 5, punto 3, del regolamento deve essere interpretato nel senso che, in caso di asserita violazione dei diritti della personalità per mezzo di contenuti messi in rete su un sito Internet, la persona che si ritiene lesa ha la facoltà di esperire un’azione di risarcimento, per la totalità del danno cagionato, o dinanzi ai giudici dello Stato membro del luogo di stabilimento del soggetto che ha emesso tali contenuti, o dinanzi ai giudici dello Stato membro in cui si trova il proprio centro d’interessi. In luogo di un’azione di risarcimento per la totalità del danno cagionato, tale persona può altresì esperire un’azione dinanzi ai giudici di ogni Stato membro sul cui territorio un’informazione messa in rete sia accessibile oppure lo sia stata. Questi ultimi sono competenti a conoscere del solo danno cagionato sul territorio dello Stato membro del giudice adito.
53 Con la sua terza questione nel procedimento C 509/09, il Bundesgerichtshof intende sapere se le disposizioni di cui all’art. 3, nn. 1 e 2, della direttiva abbiano carattere di norme di conflitto, nel senso che esse prescrivono anche in materia civile l’applicazione esclusiva, per i servizi della società dell’informazione, del diritto in vigore nel paese d’origine con esclusione della norme nazionali sul conflitto di leggi, oppure se esse costituiscano un correttivo al diritto dichiarato applicabile secondo le norme nazionali sul conflitto di leggi, per modificarne il contenuto conformemente alle prescrizioni del paese d’origine.
54 Si devono analizzare tali disposizioni tenendo conto non soltanto della lettera delle stesse, ma anche del loro contesto e degli scopi perseguiti dalla normativa di cui esse fanno parte (v. sentenze 19 settembre 2000, causa C 156/98, Germania/Commissione, Racc. pag. I 6857, punto 50; 7 dicembre 2006, causa C 306/05, SGAE, Racc. pag. I 11519, punto 34, nonché 7 ottobre 2010, causa C 162/09, Lassal, non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 49).
55 In tal senso, il dispositivo di un atto dell’Unione è indissociabile dalla sua motivazione e deve essere pertanto interpretato, se necessario, tenendo conto dei motivi che hanno portato alla sua adozione (sentenze 29 aprile 2004, causa C 298/00 P, Italia/Commissione, Racc. pag. I 4087, punto 97 e giurisprudenza ivi citata, nonché Lassal, cit., punto 50).
65 A tale proposito va ricordato che la Corte ha già statuito che le disposizioni imperative di una direttiva, necessarie per la realizzazione degli obiettivi del mercato interno, devono potersi applicare anche nonostante una scelta legislativa diversa (v., in tal senso, sentenze 9 novembre 2000, causa C 381/98, Ingmar, Racc. pag. I 9305, punto 25, nonché 23 marzo 2006, causa C 465/04, Honyvem Informazioni Commerciali, Racc. pag. I 2879, punto 23).
68 Alla luce di quanto precede, la terza questione nel procedimento C 509/09 deve essere risolta dichiarando che l’art. 3 della direttiva deve essere interpretato nel senso che esso non impone un recepimento in forma di norma specifica di conflitto. Nondimeno, per quanto attiene all’ambito regolamentato, gli Stati membri devono assicurare che, fatte salve le deroghe autorizzate alle condizioni previste dall’art. 3, n. 4, della direttiva, il prestatore di un servizio del commercio elettronico non sia assoggettato a prescrizioni più rigorose di quelle previste dal diritto sostanziale applicabile nello Stato membro di stabilimento di tale prestatore.

References: sentenza 
 art. 267
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