Source: https://www.laleggepertutti.it/210348_mobbing-familiare-cose-e-come-difendersi
Timestamp: 2019-01-17 01:40:17+00:00

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Mobbing familiare: cos'è e come difendersi
Mobbing familiare: cos’è e come difendersi
Le condotte che possono configurare un mobbing coniugale o familiare: quando il comportamento integra un reato è possibile sporgere querela, altrimenti c’è solo l’addebito.
Quando si parla di mobbing si pensa sempre, in prima battuta, alle angherie del datore di lavoro nei confronti dei dipendenti. Invece il concetto di mobbing, che identifica una serie di condotte oppressive, volte a mortificare la vittima e a perseguitarla, si presta ad essere calato anche in altri ambienti. Così come esiste, ad esempio, il mobbing condominiale (quello realizzato dal vicino di casa che “prende di mira” un altro condomino), c’è anche il mobbing familiare o il mobbing coniugale. Di cosa si tratta? La parola lo lascia già chiaramente intuire: sono le oppressioni che avvengono all’interno del nucleo familiare, da un coniuge nei confronti dell’altro, o dai genitori nei confronti dei figli. Quando si ha a che fare con il mobbing familiare però la tutela penale è particolarmente forte: la vicinanza quotidiana tra vittima e carnefice fa sì che le condotte sconfinino facilmente nei reati di maltrattamento familiare, atti persecutori, violenza e aggressioni.
In questo articolo cercheremo di comprendere cos’è il mobbing familiare e come difendersi.
1 Cos’è il mobbing familiare?
2 Quando scatta il mobbing familiare?
3 Mobbing familiare: come riconoscerlo?
4 Mobbing familiare: esiste davvero?
5 Mobbing familiare: come difendersi?
Cos’è il mobbing familiare?
Se un coniuge pone in essere degli atti violenti nei confronti dell’altro, commette delle violazioni talmente gravi dei doveri nascenti dal matrimonio da fondare, di per sé soli, non solo la pronuncia di separazione (trattandosi di una causa che certamente determina l’intollerabilità della convivenza), ma anche la dichiarazione di addebito. La violenza non deve necessariamente essere fisica, ma può anche essere psicologica; può consistere nell’emarginazione, nell’umiliazione reiterata, nel far mancare al proprio coniuge i mezzi di assistenza.
Il mobbing familiare o, più nello specifico, il mobbing coniugale, ha proprio origine da uno di questi comportamenti. La caratteristica principale del mobbing è che si tratta di una sommatoria di comportamenti, reiterati nel tempo, che singolarmente presi potrebbero anche non avere alcun rilievo di reato (ad esempio il marito che un giorno grida la moglie non commette un illecito penale, ma se lo fa in continuazione sì). L’importante è che lo scopo unitario che sorregge tutti questi comportamenti sia rivolto all’umiliazione della vittima.
In generale, la Cassazione ha più volte detto che, per potersi parlare di mobbing (in qualsiasi ambiente, sia esso familiare, lavorativo, condominiale, ecc.) sono necessari i seguenti elementi [1]:
a) una serie di comportamenti di carattere persecutorio – illeciti o anche non leciti se considerati singolarmente – che, con intento vessatorio, siano posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo;
b) il danno alla salute, alla personalità o alla dignità della vittima che, nel nostro caso, è un componente del nucleo familiare. Se non c’è un danno, non si può neanche parlare di mobbing. Resta comunque la possibilità di agire per i reati eventualmente commessi e accertati (ad esempio, il maltrattamento o la minaccia scattano a prescindere dall’aver procurato un danno);
d) l’intento persecutorio che deve muovere il colpevole e portarlo a realizzare tutti i comportamenti lesivi. Si parla, a riguardo, di un dolo specifico ossia della volontà che deve sorreggere ogni singola condotta mobbizzante, volontà rivolta a realizzare il danno nella vittima.
Quando scatta il mobbing familiare?
Abbiamo visto quelle che sono le caratteristiche, in generale, del mobbing e che valgono anche nel caso di mobbing familiare o coniugale. Ma quali sono, nel concreto, i comportamenti che possono dar luogo a questa particolare forma di illecito? La giurisprudenza ne ha individuati alcuni.
Sicuramente siamo nell’ambito del mobbing familiare tutte le volte in cui vengono posti dei comportamenti violenti a carico di uno dei due coniugi o dei figli.
Ad esempio è il caso di reiterate violenze fisiche e morali, inflitte da un coniuge all’altro [2]; le continue aggressioni e violazioni del diritto all’incolumità, all’integrità fisica e alla dignità del coniuge [3]; le ingiurie, le aggressioni, le offese sul piano estetico e svalutazioni in pubblico della coniuge come moglie e come madre, accompagnati da insistenti pressioni affinché lasci la casa familiare [4]; le condotte vessatorie e violente nei confronti dell’altro coniuge anche se scaturite da uno stato di disagio profondo e cagionate dalla peculiare cultura e storia personale del coniuge [5]; i comportamenti dispotici del marito non giustificabili né dall’ambiente rurale legato al ruolo autoritario e gerarchico dell’uomo né dalla tolleranza della moglie, in stato di dipendenza psicologica [6].
Abbiamo anticipato che il mobbing familiare si può verificare anche quando il singolo comportamento non è considerato illecito, ma lo diventa nel momento in cui viene ripetuto nel tempo. Rientrano ad esempio in questa casistica la mancanza di lealtà, il mancato riserbo sulle vicende coniugali e personali, i fatti che impediscono all’altro coniuge di avere rapporti con la famiglia di origine, l’atteggiamento autoritario e impositivo, il rifiuto ingiustificato di assistere il coniuge malato o in stato di bisogno. Un tipico esempio di mobbing familiare si ha in caso di atteggiamento autoritario, dispotico, ingiurioso e violento. Secondo la Cassazione rientra nelle violenze familiari – e quindi anche nel mobbing – il persistente atteggiamento di un coniuge, nei riguardi del coniuge e/o dei figli, eccessivamente rigido e a tratti connotato da atti di violenza, indifferente alle valutazioni e alle richieste della vittima (e perciò fonte di angoscia e di dolore) [7].
Le violenze psicologiche e le prevaricazioni, il mancato rispetto della dignità del coniuge, fanno altresì scattare l’illecito in commento.
Mobbing familiare: come riconoscerlo?
Il problema del mobbing familiare è spesso legato al fatto che scaturisce da condotte di per sé isolate e non continuative. Sicché proprio nell’individuare quella sistematicità necessaria all’illecito spesso si trovano le maggiori difficoltà. Di sicuro, non possiamo parlare di mobbing in presenza di uno o due episodi soltanto. La legge non individua un numero minimo e proprio qui sta il problema. Una interessante sentenza della Corte di Appello di Catania [8] ha detto che il concetto di mobbing familiare è preso in prestito dai rapporti di lavoro ed è proprio da questi che dobbiamo partire per capire cos’è il mobbing familiare: si tratta di un comportamento prevaricatore normalmente favorito dall’asimmetria dei ruoli. Invece, il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi. Pertanto per potersi parlare di mobbing familiare, deve darsi la prova che è stato significativamente alterato il principio di parità e lesa la dignità della persona.
Mobbing familiare: esiste davvero?
La Cassazione ha fatto una importantissima precisazione sul mobbing familiare [9]: si tratta di un illecito che non esiste in via autonoma per il diritto, poiché le condotte che abbiamo descritto rientrano – quasi tutte – in autonomi reati, già puniti con le sanzioni del codice penale. In caso di crisi, anche grave e cronica, tra coniugi, non è pertinente e, quindi, non applicabile la normativa sul mobbing, presupponendo quest’ultimo che tra gli autori dell’illecito e la vittima sussista comunque uno stato di subordinazione, insussistente tra coniugi, i cui rapporti sono qualificati da un carattere di assoluta parità: in materia familiare la nozione ontologica ed effettuale di mobbing ha contenuto soltanto sociologico e descrittivo, e come tale, privo di rilevanza giuridica.
Mobbing familiare: come difendersi?
Seguendo il ragionamento della Cassazione da ultimo citato [10], non si può agire contro il mobbing familiare come autonomo illecito ma bisogna individuare le tutele che l’ordinamento prevede per le singole ipotesi. Detto in altre parole non c’è uno specifico rimedio contro il mobbing visto che le condotte sono già punite da altre norme di legge.
Sicuramente, poiché il mobbing coniugale, per come descritto, finisce per costituire una violazione dei doveri del matrimonio, la vittima può chiedere sempre la separazione con addebito a carico del coniuge colpevole. Spesso la vittima è la moglie ed è anche questa il soggetto con il reddito inferiore; questo significa che anche in assenza di addebito a carico del marito non viene meno il suo diritto a percepire il mantenimento (diritto che consegue per il semplice fatto di avere uno stipendio più basso).
Resta infine la possibilità di denunciare il soggetto mobbizzante qualora il suo comportamento integri uno specifico reato.
quando le condotte mobizzanti costituiscono un illecito penale, c’è la possibilità di sporgere una querela o una denuncia contro lo specifico reato;
in tutti gli altri casi si può chiedere la separazione con addebito.
[1] Cass. sent. n. 10285/2018
[2] Cass. sent. n. 7321/2005.
[3] Cass. sent. n. 8928/2012, n. 26571/2007, n. 5379/2006
[4] C. App. Torino sent. del 21.02.2000.
[5] Cass. sent. n. 19450/2007.
[6] Cass. sent. n. 8094/2015.
[7] Cass. sent. n. 17710/2005.
[8] C. App. Catania, sent. del 26.11.2015.
[9] Cass. sent. n. 13983/2014. Trib. Palermo 4 giugno 2001, in questa Rivista, 2001, 1102; Cass. sez. lavoro 6 marzo 2006 n. 4774, in questa Rivista, 2006, 1567; Cass. sez. Lavoro 24 marzo 2006 n. 6572, in questa Rivista, 2006, 1572, con nota di P.Virgadamo; App. Torino 28 gennaio 2003, in questa Rivista, 2006, 1712; Cass. sez. un. 27 novembre 2007 n. 24625, in questa Rivista, 2008, 639; Cass. sez. Lavoro 20 marzo 2009 n. 6907, in questa Rivista, 2009, 1152; Trib. Milano 2 aprile 2014, in questa Rivista, 2014, 1460; Galuppi-Grasso, Violenze psicologiche e reato di maltrattamenti in famiglia: problematiche e rischi del processo penale, nelle riflessioni dello psicologo e del giudice, in questa Rivista, 2002, 1023; Silvestroni, Dignità del lavoro della famiglia e mobbing, in questa Rivista, 2005, 1074; Di Marzio, Il mobbing e gli scenari prossimi venturi in tema di diritti della persona, in questa Rivista, 2003, 997 ss.; Bona-Oliva, Il fenomeno del mobbing, in Monateri, Bona, Oliva, Mobbing, Vessazioni sul lavoro, Milano, 2000, 15 ss.; Morozzo della Rocca, Responsabilità civile e mobbing, in questa Rivista, 2001, 1107 ss.; Carbone, Habeas Corpus e sofferenza psichica: riflessioni di un giudice tutelare, in questa Rivista, 2005, 611 ss.; Quadri, La crisi del rapporto coniugale, in questa Rivista, 2005, 139 ss.; Galuppi, Mobbing e maltrattamenti: il punto di vista dello psicologo, in questa Rivista, 2008, 2091 ss.; Grasso, Mobbing e maltrattamenti: il punto di vista del giudice, in questa Rivista, 2008, 2083, ss.; Petta, Alcune considerazioni sulla natura giuridica dell’illecito endofamiliare e sulla sua estendibilità all’interno della famiglia di fatto, in questa Rivista, 2015, 257.
[10] La nozione di “mobbing”, mutuata dal campo lavoristico, – in cui fotografa situazioni patologiche che possono sorgere in presenza di un dislivello tra gli antagonisti, dove la vittima si trova in costante posizione di inferiorità rispetto ad un’altra o ad altre persone – riportata in un ambito, quale quello familiare, caratterizzato dall’uguaglianza morale e giuridica tra i coniugi, assume un rilievo meramente descrittivo, inidoneo a scalfire la regola secondo cui l’addebito della separazione postula la prova rigorosa sia del compimento, da parte di uno di essi, di specifici atti consapevolmente contrari ai doveri del matrimonio, sia del nesso causale tra tali atti ed il determinarsi dell’intollerabilità della convivenza o del grave pregiudizio dei figli, e, nell’escludere ogni facilitazione probatoria per il coniuge che richiede l’addebito, è coerente con l’elevazione del rispetto della dignità e della personalità dei coniugi a diritto inviolabile, la cui lesione può generare responsabilità aquiliana anche in assenza del predetto addebito. (Così statuendo, la S.C., confermando la sentenza impugnata, che aveva ritenuto improprio il riferimento al “mobbing” in ambito familiare, ha disatteso il motivo di ricorso teso a configurare il comportamento del coniuge “mobber” come integrante, di per sé, una violazione degli obblighi sanciti dall’art. 143 c.c.).
Cassazione penale, sez. III, 04/03/2014, (ud. 04/03/2014, dep.25/03/2014), n. 13983
1. La Corte di appello di Catanzaro, con sentenza del 5.11.2012 ha riformato parzialmente la decisione emessa in data 9.3.2010 dal Tribunale di Cosenza nei confronti di R.U., dichiarando non doversi procedere nei suoi confronti per il delitto di cui agli artt. 56 e 610 c.p., in danno di I.S. per intervenuta prescrizione e rideterminando la pena originariamente inflitta per il reato di cui all’art. 81 cpv. c.p., art. 609 bis c.p., commi 1 e 2, n. 1, commesso in danno della medesima e concretatosi nel costringerla, approfittando delle sue condizioni di inferiorità psichica, trattandosi di persona affetta da “insufficienza mentale di grado medio grave in soggetto con epilessia e turbe del comportamento”, a subire toccamenti e palpeggiamenti su tutto il corpo e, in particolare, sulle cosce.
2. Con un primo motivo di ricorso deduce il vizio di motivazione, rilevando che la Corte territoriale avrebbe errato nel valutare le considerazioni sviluppate dalla difesa sulla base delle argomentazioni tecnico – scientifiche contenute nella consulenza disposta dal Pubblico Ministero e nella memoria tecnica di parte in ordine alla effettiva capacità della persona offesa di rievocare un fatto storico a lungo termine.
Aggiunge che la capacità della donna era stata messa in discussione anche con riferimento ai medicinali dalla stessa assunti, circostanza altrettanto erroneamente valutata dai giudici del gravame.
3. Con un secondo motivo di ricorso rileva che la deposizione resa dalla persona offesa risulterebbe invalida in considerazione delle domande suggestive ad essa rivolte in violazione del divieto di legge e che la censura dedotta sul punto in sede di appello sarebbe stata disattesa dalla Corte territoriale sul presupposto erroneo della mancanza di formale eccezione nel corso dell’espletamento della prova, eccezione che risulterebbe, al contrario, effettivamente formulata e sulla quale il giudice di prime cure si sarebbe anche pronunciato.
Osserva, inoltre, che le condizioni in cui versava la donna avrebbero imposto l’assunzione della sua testimonianza nelle forme dell’audizione protetta di cui all’art. 498 c.p.p., comma 4, ovvero, ai sensi del comma 4 bis del medesimo articolo, nelle forme di cui all’art. 398 c.p.p., comma 5 bis.
4. Con un terzo motivo di ricorso evidenzia che la sentenza impugnata avrebbe erroneamente attribuito valore probatorio anche alla ricognizione di persona effettuata senza il rispetto delle regole stabilite e, segnatamente, per il fatto che l’imputato era l’unico soggetto ad indossare una tuta da lavoro (dato significativo per il suo riconoscimento, in ragione di quanto riferito in precedenza dalla persona offesa) e che di evenienza non era stato dato atto a verbale.
5. Con un quarto motivo di ricorso censura il diniego di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale finalizzata ad una nuova escussione di un teste che, alla luce delle indagini difensive effettuate dopo la pronuncia della decisione di primo grado, avrebbe assunto rilevanza decisiva circa la credibilità dell’alibi non considerato dal giudice di prime cure.
6. Con un quinto motivo di ricorso deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione in relazione alla mancata concessione dell’attenuante di cui all’art. 609 bis c.p., comma 3, che si porrebbe anche in contraddizione con il riconoscimento delle attenuanti generiche in ragione della natura degli atti sessuali imposti alla vittima.
7. In data 19.10.2013 depositava in cancelleria motivi nuovi deducendo la mancata assunzione di una prova decisiva con riferimento alla prova a riscontro dell’alibi fornito dal ricorrente e costituita dalla testimonianza di S.R..
8. Il ricorso è infondato.
Occorre preliminarmente osservare come la Corte territoriale abbia più volte evidenziato che nell’atto di appello non veniva posta in dubbio lo svolgimento dei fatti e la loro sussistenza, essendo oggetto di contestazione la sola riconducibilità degli stessi alla persona dell’imputato.
9. Ciò posto, deve rilevarsi, con riferimento al primo motivo di ricorso, che lo stesso si risolve nella prospettazione di una lettura alternativa delle risultanze processuali e, segnatamente, delle consulenze tecniche sulla persona offesa, rispetto a quella effettuata dai giudici del merito.
Tale attività, tuttavia, non può essere espletata dal giudice di legittimità che, essendo giudice della motivazione e dell’osservanza della legge, non può divenire giudice del contenuto della prova, non competendogli il controllo sul significato concreto di ciascun elemento di riscontro probatorio.
Nella fattispecie, i giudici del gravame hanno compiutamente esaminato la doglianza mossa sul punto con l’atto di appello, motivatamente confutandola rilevando che la stessa si fondava sulla mera estrapolazione di un passaggio della consulenza tecnica del Pubblico Ministero che, se considerata nel suo insieme, non conduceva affatto ad un giudizio di incapacità della teste di ricordare eventi risalenti nel tempo e, conseguentemente, di riconoscere l’imputato.
Del resto, la valutazione degli esiti di una perizia o di un accertamento tecnico costituisce giudizio di fatto, come tale incensurabile in sede di legittimità quando il giudice abbia dato compiutamente conto in motivazione, come è avvenuto nel caso in esame, delle ragioni per le quali abbia optato per la scelta ritenuta maggiormente condivisibile, del contenuto dell’opinione disattesa e delle eventuali deduzioni delle parti (Sez. 4^ n. 45126, 4 dicembre 2008; Sez. 4^ n. 11235, 9 dicembre 1997).
Tale valutazione è stata effettuata in modo congruo dai giudici dell’appello ed è pertanto immune da censure in questa sede.
10. A conclusioni analoghe deve pervenirsi con riferimento all’ulteriore aspetto, esaminato dalla Corte territoriale, concernente l’incidenza sulle capacità mnemoniche della persona offesa conseguenti all’assunzione di farmaci.
I giudici del gravame hanno infatti rilevato come gli effetti indesiderati prodotti dal farmaco (allucinazioni visive ed acustiche) non conseguano automaticamente alla sua assunzione e tale affermazione, contrariamente a quanto sostenuto in ricorso, risulta pienamente adeguata ad illustrare il percorso logico seguito dai giudici del merito, in assenza di significativi dati fattuali indicativi del contrario.
Invero, il ricorrente si limita a sostenere che l’assunzione del farmaco, evidentemente prescritta dai medici, in quantità ritenuta superiore a quella “ottimale”, avrebbe obbligato i giudici del merito a considerare i possibili effetti indesiderati cosa che, in realtà, hanno fatto escludendo, del tutto congruamente, in mancanza di ulteriori allegazioni da parte della difesa, che detti effetti non derivano necessariamente da ogni assunzione del farmaco.
11. Anche con riferimento alle doglianze mosse con il secondo motivo di ricorso la decisione appare giuridicamente corretta ed adeguatamente motivata.
I giudici del gravame si sono infatti correttamente allineati ai principi fissati dalla giurisprudenza di questa Corte che hanno opportunamente richiamato.
Si è infatti affermato che, in tema di prova testimoniale, l’eccezione in merito alla proposizione di domande suggestive deve essere proposta al giudice innanzi al quale si forma la prova, in quanto nei successivi gradi di giudizio può essere oggetto di valutazione solo la motivazione con cui il giudice abbia accolto o rigettato l’eccezione (v. Sez. 6^ n. 13791, 7 aprile 2011; Sez. 3^ n. 47084, 19 dicembre 2008; Sez. 1^ n. 22204, 10 giugno 2005).
Ciò considerato, la Corte territoriale ha correttamente rilevato che nessuna eccezione in tal senso risultava formulata nel corso dell’assunzione della prova, perchè nessun rilievo può certo assumere lo scambio di battute testualmente riprodotto in ricorso tra il giudice e le parti (pagg. 24 e 25 delle trascrizioni relative all’udienza del 31.1.2008) dalle quali, secondo la difesa, dovrebbe desumersi la proposizione dell’eccezione e la successiva decisione del giudice.
Si tratta, in realtà, di un dialogo dal contenuto in parte incomprensibile per come è stato trascritto, nel corso del quale sull’accordo delle parti, il Presidente del collegio stabilisce di procedere direttamente alla formulazione delle domande alla teste previa indicazione delle parti medesime, allo scopo di evitarne ogni possibile condizionamento. Tutto fuorchè una formale eccezione debitamente verbalizzata seguita da una altrettanto formale decisione del giudice.
Non assume infine rilievo la mancata assunzione della testimonianza nelle forme di cui all’art. 498 c.p.p., comma 4 e 4 bis, atteso che la stessa è meramente facoltativa e l’inosservanza della richiamata disposizione non implica alcuna sanzione di nullità.
12. Altrettanto irrilevante risulta l’inosservanza delle prescrizioni di cui agli artt. 213 e 214 c.p.p., di cui tratta il terzo motivo di ricorso , poichè la stessa non è sanzionata a pena di nullità nè di inutilizzabilità dell’atto, come già rilevato più volte dalla giurisprudenza di questa Corte (Sez. 6^ n. 44595, 29 novembre 2008;
Sez. 2^ n. 38619, 18 ottobre 2007; Sez. 3^ n. 5150, 4 febbraio 2003).
Parimenti non censurabile, perchè coerente e logica, risulta inoltre la valutazione operata dai giudici sulla discrasia tra le dichiarazioni rese dalla persona offesa e quelle di altro teste che aveva assistito alle molestie sessuali, il quale aveva escluso che lo o stesso vestisse, al momento del fatto, una tuta da lavoro.
La Corte territoriale ha infatti evidenziato tale circostanza come secondaria e, conseguentemente, irrilevante rispetto al complesso degli elementi fattuali raccolti e precedentemente elencati nel dettaglio e che, secondo il suo giudizio, riconducevano inequivocabilmente alla persona dell’imputato.
13. Riguardo al quarto motivo di ricorso ed al motivo aggiunto va preliminarmente ricordato che secondo quanto disposto dall’art. 603 c.p.p., comma 1, la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale è subordinata alla condizione che il giudice ritenga, nell’ambito della propria discrezionalità, che i dati probatori già acquisiti siano incerti e che l’incombente processuale richiesto rivesta carattere di decisività. Il secondo comma dello stesso articolo stabilisce, invece, che il giudice di appello è tenuto a disporre la rinnovazione delle nuove prove sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado, salvo il limite costituito da richieste di prove vietate dalla legge o manifestamente superflue o irrilevanti (cfr. Sez. 2^ n. 31065, 31 luglio 2012).
Ciò posto, deve rilevarsi che, nella fattispecie, non si tratta di prova nuova bensì della riassunzione delle dichiarazioni già rese da un teste nel corso del giudizio di primo grado, versandosi dunque nell’ipotesi di cui dell’art. 603 c.p.p., comma 1.
Il carattere eccezionale dell’istituto della rinnovazione dibattimentale previsto in tale ultimo caso richiede una motivazione specifica solo qualora il giudice disponga la rinnovazione, poichè in tal caso deve rendere conto del corretto uso del potere discrezionale derivante dalla acquisita consapevolezza di non poter decidere allo stato degli atti, mentre in caso di rigetto è ammessa anche una motivazione implicita, ricavabile dalla stessa struttura argomentativa posta a sostegno della pronuncia di merito nella quale sia evidenziata la sussistenza di elementi sufficienti per una valutazione in senso positivo o negativo sulla responsabilità, con la conseguente mancanza di necessità di rinnovare il dibattimento (Sez. 3^ n. 24294, 25 luglio 2010; Sez. 5^, n. 15320, 21 aprile 2010;
Sez. 6^ n. 47095, 11 dicembre 2009).
I giudici del gravame non si sono peraltro limitati ad una motivazione implicita, ma hanno compiutamente motivato sulle ragioni che deponevano per il rigetto della richiesta osservando anche come i “chiarimenti” che si richiedevano al teste risultavano del tutto ininfluenti alla luce delle ulteriori emergenze processuali, puntualmente indicate.
Non ricorre, pertanto, alcun difetto di motivazione.
14. Infondate risultano anche le censure mosse con riferimento all’art. 606 c.p.p., lett. d), in quanto, nel giudizio di appello, il diritto alla prova attribuito alle parti dagli artt. 190 e 495 c.p.p., opera soltanto con riferimento alle prove sopravvenute o scoperte dopo la pronunzia di primo grado – (circostanza, come si è detto, esclusa nel caso in esame), con la conseguenza che, se non ricorre tale ipotesi, la mancata assunzione della prova è censurabile in cassazione solo per mancanza o manifesta illogicità della motivazione come risultante dal testo del provvedimento impugnato, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. e), del provvedimento che rigetta la relativa richiesta e non anche ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. d), e sempre che la prova negata, confrontata con le ragioni addotte a sostegno della decisione, sia di natura tale da poter determinare una diversa conclusione del processo. (Sez. 5^ n. 34643, 4 settembre 2008; Sez. 4^ n. 4675, 6 febbraio 2007; Sez. 2^ n. 44313, 5 dicembre 2005; Sez. 6^ n. 26713, 19 giugno 2003; Sez. 5^ n. 6924, 20 febbraio 2001; Sez. 5^ n. 10858, 19 dicembre 1996; Sez. 3^ n. 11034, 2 dicembre 1993).
15. Per ciò che concerne, infine, il quinto motivo di ricorso va ricordato che l’attenuante di cui dell’art. 609 bis c.p., u.c., può essere applicata allorquando vi sia una minima compressione della libertà sessuale della vittima, accertata prendendo in considerazione le modalità esecutive e le circostanze dell’azione attraverso una valutazione globale che comprenda il grado di coartazione esercitato sulla persona offesa, le condizioni fisiche e psichiche della stessa, le caratteristiche psicologiche valutate in relazione all’età, l’entità della lesione alla libertà sessuale ed il danno arrecato, anche sotto il profilo psichico (Sez. 3^ n. 45604, 6 dicembre 2007; Sez. 3^ n. 1057, 17 gennaio 2007; Sez. 3^ n. 40174, 6 dicembre 2006).
Si è ulteriormente precisato che, per l’applicazione dell’attenuante in questione, non è sufficiente la mancanza di congiunzione carnale tra l’autore del reato e la vittima (Sez. 3^ n. 10085, 6 marzo 2009;
Sez. 3^ n. 14230, 4 aprile 2008).
Nella fattispecie, la Corte territoriale ha giustificato il diniego dell’attenuante valorizzando le condizioni psichiche della persona offesa e la reiterazione dell’abuso da parte dell’imputato.
Quanto alle attenuanti generiche, il primo giudice ne ha giustificato la concessione al dichiarato scopo di moderare la sanzione da infliggere e valorizzando l’incensuratezza dell’imputato, aggiungendo, tuttavia, una valutazione sullo scarso rilievo assunto dagli atti sessuali in ragione del fatto che erano limitati a meri palpeggiamenti.
Così deciso in Roma, il 4 marzo 2014.
Depositato in Cancelleria il 25 marzo 2014
Corte appello Catania, 26/11/2015, (ud. 20/11/2015, dep.26/11/2015)
Con ricorso del 15.10.2014 D. M. ha proposto appello avverso la sentenza resa dal Tribunale di Siracusa in data (omissis), nel giudizio di separazione personale dei coniugi, con la quale è stata dichiarata la separazione addebitandola alla moglie, rigettando le ulteriori domande e condannando la D. al pagamento delle spese di giudizio.
Lamenta la D. che il primo giudice non ha adeguatamente valutato l’istruttoria ingiustamente addebitando ad essa appellante la separazione, mentre avrebbe dovuto essere addebitata al marito; che ingiustamente ha rigettato la domanda di assegno di mantenimento da lei proposta o in subordine di assegno alimentare, secondo la richiesta dello stesso B.; lamenta l’erroneo rigetto della domanda di risarcimento del danno e lamenta infine l’ingiusta condanna alle spese del giudizio.
Si è costituito resistendo il B. chiedendo la dichiarazione di inammissibilità dell’appello ex art. 348 ter c.p.c., e comunque il rigetto e la conferma della sentenza impugnata.
Con ordinanza del 17.12.2014 la Corte ha rigettato l’istanza di inibitoria. All’udienza del 22 ottobre 2015 sentiti i procuratori delle parti la Corte ha assunto la causa in decisione.
Preliminarmente si osserva che lo strumento di cui all’art. 348 ter c.p.c. (c.d. filtro), invocato dall’appellato, non si applica alle cause in cui, come la presente, è prevista la partecipazione del P.M. ex art. 70 c.p.c.
Con il primo motivo di appello la D. censura la dichiarazione di addebito della separazione lamentando che il primo giudice avrebbe erroneamente valutato l’istruttoria.
Il Tribunale ha dato particolare rilievo alla testimonianza del figlio A. di cui si lamenta la (presunta) incapacità a testimoniare. Si tratta di un’eccezione infondata, oltre che tardivamente sollevata, atteso che il figlio maggiorenne non ha alcun interesse personale nella questione concernente l’addebito della separazione tra i genitori. Il diritto al mantenimento, unica questione cui il figlio ha un interesse proprio, discende direttamente dagli art. 147 e 148 c.c. (in relazione con l’art. 316 bis c.c.) e non dipende in alcun modo dallo status dei genitori, siano essi coniugati o meno, separati con addebito o meno.
La stessa D., nel 2007, nello scrivere al marito ed alla amica, parla di un “madornale errore” di cui si era pentita e provava vergogna; (omissis) così ammettendo la durata della relazione extraconiugale, dal 2005 al 2007.
L’ipotesi della difesa dell’appellante, e cioè che si tratti di lettere dovute ad una patologica condizione di sottomissione della D. dovuta al (presunto) mobbing operato del marito, non è sostenuta da alcun dato concreto, perché tale non si può considerare un saggio scientifico –prodotto dalla appellante- che affermi, in astratto, che tali situazioni esistono; la D. avrebbe dovuto provare che ella versava in tale condizione patologica, cosa che non emerge dalla istruttoria condotta in primo grado. Il c.d. mobbing familiare peraltro, è una figura assai discussa, alla quale può attribuirsi solo un rilievo descrittivo (Cass.13983/2014). La nozione è, infatti, mutuata dal settore lavoristico e nell’ambito dei rapporti di lavoro esso consiste in un comportamento prevaricatore normalmente favorito dall’asimmetria dei ruoli. Invece, il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, pertanto per potersi parlare di mobbing familiare, dovrebbe darsi la prova che è stato significativamente alterato il principio di parità e lesa la dignità della persona. Non risulta che la D. fosse limitata nei suoi movimenti e spostamenti, che le fossero impedite amicizie o relazioni sociali, ovvero la frequentazione con i familiari, anzi dal racconto della vita coniugale si evince piuttosto il contrario; sotto il profilo della parità economica poi, si deve rilevare che i beni acquisiti durante il matrimonio sono in comproprietà tra i coniugi, ed la stessa D. dichiara che fino al 2006 disponeva di bancomat e carta di credito.
Sussiste quindi la violazione del dovere di fedeltà, e che è qualcosa di più del dovere di astenersi dall’avere rapporti sessuali con terzi, ma consiste piuttosto nella esclusività e preminenza della relazione materiale morale tra coniugi, che crea la reciproca fiducia ed unisce i coniugi.
Di conseguenza rilevano i comportamenti idonei a incrinare o spezzare questo rapporto fiduciario e quindi ad incidere negativamente sulla unità familiare; in questi termini, la violazione del dovere di fedeltà è ritenuto, dalla consolidata giurisprudenza di legittimità, una violazione particolarmente grave che è di regola causa di addebito (Cass. 16859/2015; Cass. 17741/2013)
Pertanto mentre vi sono le prove che la D. ha tenuto con continuità un comportamento contrario ai doveri del matrimonio – segnatamente al dovere di fedeltà- ed anche del nesso casuale tra questo comportamento e la disgregazione familiare, non è stata data prova né di comportamenti del B. tali da integrare una specifica violazione di doveri coniugali, attualizzati al momento della crisi, né del nesso casuale tra la condotta del B. e la crisi coniugale (Cass. 16172/2014; Cass. 929/2014)
Il motivo è quindi infondato ed è da confermarne l’addebito della separazione alla D. OMISSIS
Con il secondo motivo di appello la D. chiede assegno per il suo mantenimento che però deve escludersi per difetto di uno dei presupposti atteso che l’art. 156 c.c. esclude che possa riconoscersi in favore del coniuge cui è addebitata la separazione.
Con il terzo motivo di appello la parte richiede assegno alimentare, assumendo che il primo giudice non si sarebbe pronunciato sulla richiesta avanza dallo stesso B., il quale ha chiesto che l’obbligo alimentare verso la moglie venisse limitato ad euro 100,00.
In verità, quella formulata dal B. in primo grado non è una richiesta, poiché nessuno può fare valere in giudizio un diritto altrui, ma una difesa. La D. in primo grado non ha proposto la domanda di alimenti ma la richiesta di assegno di mantenimento, a fronte della quale il B. chiede (in subordine e condizionatamente al mancato accoglimento delle altre domande) che la prestazione venga limitata alla sola quota alimentare.
L’assegno alimentare è esplicitamente chiesto dalla appellante solo in secondo grado: ciò è ammissibile atteso che gli alimenti costituiscono un “minus” ricompreso nella più ampia domanda di riconoscimento di un assegno di mantenimento per il coniuge e la relativa istanza – ancorché formulata per la prima volta in appello in conseguenza della dichiarazione di addebito – è ammissibile, non essendo qualificabile come nuova ai sensi dell’art. 345 c.p.c., (Cass. 10718/2013).
Per quanto riguarda il presupposto e cioè lo stato di bisogno esso, secondo la giurisprudenza di legittimità, esprime l’impossibilità per il soggetto di provvedere al soddisfacimento dei suoi bisogni primari, quali il vitto, l’abitazione, il vestiario, le cure mediche, e deve essere valutato in relazione alle effettive condizioni dell’alimentando, tenendo conto di tutte le risorse economiche di cui il medesimo disponga, compresi i redditi ricavabili dal godimento di beni immobili in proprietà o in usufrutto, e della loro idoneità a soddisfare le sue necessità primarie (25248/2013). OMISSIS Tenendo conto che comunque nel patrimonio dell’appellata esistono poste attive, pur se non tutte liquide, e che il B. non può impedire alla moglie di usare i beni comuni anche per le sue esigenze abitative (e viceversa) sussistono i presupposti per riconoscere alla stessa un assegno alimentare nella misura di euro 300,00 mensili, oltre adeguamenti annuali secondo indici ISTAT del costo della vita a far data dalla domanda, più ampia, proposta in primo grado, di assegno di mantenimento.
Con ulteriore motivo di appello la D. censura la omessa condanna del coniuge al risarcimento del danno dichiarandosi vittima di mobbing familiare per le continue denigrazioni del marito e l’estromissione dalla azienda familiare.
Il primo giudice ha rigettato la domanda per difetto di prova ed invero non emerge dalla prova testimoniale che il B. abbia tenuto verso la moglie comportamenti offensivi che superino quel grado di normale tollerabilità che tra coniugi è necessariamente più alto che tra estranei, per la particolare solidarietà che connota il rapporto ed in ragione del quale i comportamenti di minima efficacia lesiva possono trovare composizione (Cass. 9801/2005). Anzi, per come ha raccontato i fatti il figlio, la pretesa denigrazione consisteva in battute di spirito di cui la madre stessa rideva. Quanto all’estromissione dalla collaborazione nell’azienda, si tratta di fatti successivi alla crisi familiare e legati alla prospettiva – ormai delineatasi- della contesa sul mantenimento della moglie. La sindrome depressiva certificata dalla D. non è quindi collegabile a comportamenti contra jus del B.
In parziale accoglimento dell’appello presentato da D. M. avverso la sentenza del Tribunale di Siracusa del (omissis), condanna B. A. a corrispondere a D. M. gli alimenti nella misura di euro 300,00 mensili, a far data dalla domanda, oltre adeguamenti annuali secondo indici ISTAT del costo della vita, da pagarsi entro i primi cinque giorni di ogni mese.
Compensa le spese in ragione della metà e pone la restante frazione a carico di D. M. che condanna a corrispondere a B. A. la somma di euro 944,25 e rimborso forfettario ex art. 2 DM 55/2014 nella misura del 15% del compenso come sopra liquidato, IVA e CPA, come per legge.
Catania, camera di consiglio del 20 novembre 2015

References: sentenza 
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 art. 609
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 art. 348
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 art. 70
 art. 147
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 art. 2