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Timestamp: 2019-11-12 10:40:58+00:00

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Lo Statuto dei lavoratori, nel limitare la sfera di intervento di persone preposte dal datore di lavoro a tutela del patrimonio aziendale, non precludono a quest’ultimo di ricorrere ad agenzie investigative, purché queste non sconfinino nella vigilanza dell’attività lavorativa vera e propria riservata direttamente al datore di lavoro e ai suoi collaboratori e giustificano l’intervento in questione non solo per l’avvenuta prospettazione di illeciti e per l’esigenza di verificarne il contenuto, ma anche in ragione del solo sospetto o della mera ipotesi che illeciti siano in corso di esecuzione; inoltre, il suddetto intervento deve limitarsi agli atti illeciti del lavoratore non riconducibili al mero adempimento dell’obbligazione.
Il potere dell’imprenditore di controllare direttamente o indirettamente l’adempimento delle prestazioni lavorative, nei limiti sopra evidenziati, non è escluso dalle modalità di controllo che può legittimamente avvenire anche occultamente, senza che vi ostino né il principio di correttezza e buona fede nell’esecuzione dei rapporti, né il divieto di cui all’art. 4 della legge n. 300/1970 riferito esclusivamente all’uso di apparecchiature per il controllo a distanza.
Le garanzie previste dalla legge operano esclusivamente con riferimento all’esecuzione della attività lavorativa in senso stretto, non estendendosi, invece, agli eventuali comportamenti illeciti commessi dal lavoratore in occasione dello svolgimento della prestazione che possono essere liberamente accertati dal personale di vigilanza o da terzi.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 17 gennaio – 4 aprile 2018, n. 8373
1. Con la sentenza n. 5779/2015 la Corte di appello di Roma ha confermato la pronuncia del 14.1.2014 emessa dal Tribunale della stessa città con la quale era stata respinta la domanda proposta da T.P. , ex dipendente Unipol con qualifica di funzionario di terzo grado, volta ad ottenere l’accertamento della illegittimità del licenziamento intimato al lavoratore in data 26.9.2011 ed il suo annullamento, con conseguente reintegrazione nel posto di lavoro e condanna della società al risarcimento del danno, in misura pari alle mensilità di retribuzione maturate dalla data del ricorso fino alla data di riammissione in servizio.
2. A fondamento del decisum la Corte territoriale ha rilevato che: a) la contestazione disciplinare, intervenuta dopo 45 giorni, era tempestiva avendo riguardo alla data della effettiva e certa conoscenza dei fatti, al periodo feriale intercorso e alla complessità della organizzazione aziendale; b) la sanzione irrogata era proporzionata rispetto ai fatti contestati; c) la problematica sulla illegittimità dei controlli volti dalla agenzia investigativa, in violazione degli artt. 2, 3, e 4 legge n. 300/1970, era una questione nuova perché prospettata per la prima volta in appello e, comunque, infondata perché l’attività investigativa era finalizzata non all’accertamento delle modalità di adempimento dell’obbligazione lavorativa, bensì alla verifica se il dipendente si fosse assentato, senza giustificato motivo o permesso dal luogo di lavoro.
1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta la nullità della sentenza, ex art. 360 n. 4 cpc, per violazione dell’art. 77 cpc, per non avere i giudici di merito rilevato cha sia la procura alle liti contenuta nella memoria difensiva di primo grado che la procura alle liti contenuta nella memoria difensiva di secondo grado della società erano nulle in quanto furono rilasciate da soggetti privi di validi poteri rappresentativi, senza spendita dei relativi poteri rappresentativi e senza produzione in giudizio di documenti attestanti la sussistenza di tali poteri.
2. Con il secondo motivo il T. sostiene la nullità della sentenza, ex art. 360 n. 4 cpc, per violazione dell’art. 437 cpc per la ritenuta novità, da parte della Corte territoriale, della questione processuale riguardante la inutilizzabilità della relazione investigativa a mente degli artt. 2 e 3 St. Lav., nonché la nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 437 cpc, essendo stata ritenuta, sempre dalla Corte distrettuale, non rilevabile di ufficio la questione di una prova vietata dalla legge.
3. Con il terzo motivo si censura l’ingiustizia della sentenza per violazione e falsa applicazione degli artt. 2, 3 e 4 dello St. lav. in ordine al controllo a distanza del lavoratore nonché degli artt. 2104 e 2106 cpc e consequenziale ulteriore violazione della regola di giudizio del’onere della prova ex art. 2697Cc circa l’impiego di indagini svolte da agenzie investigative.
4. Con il quarto motivo il ricorrente si duole della nullità della sentenza (art. 360 n. 4 cpc) per violazione delle norme sul principio dispositivo (art. 99 e 115 cpc), del libero convincimento (art. 116 cpc), della regola generale della tassatività del catalogo dei mezzi di prova nonché degli artt. 244 e 257 bis cpc in uno alla illegittimità della stessa per violazione e falsa applicazione (art. 360 n. 3 cpc); nonché degli artt. 2, 3 e 4 dello Statuto dei Lavoratori e degli artt. 2699 e ss cc in tema i prova documentale; nonché del principio per cui le prove atipiche - ad effetto meramente indiziario - devono essere corroborate da prove piene e comunque non sono mai utilizzabili se acquisite in violazione dei divieti posti da norme sostanziali o processuali, con la conseguente ingiustizia della sentenza, ex art. 360 n. 3 cpc, per ulteriore violazione della regola dell’onere della prova ex art. 2697 cc: nella fattispecie in esame la relazione della agenzia investigativa avrebbe dovuto essere avvalorata in giudizio con prove piene.
5. Con il quinto motivo il T. deduce l’ingiustizia della sentenza impugnata per violazione e/o falsa applicazione (art. 360 n. 3 cpc) dell’art. 2697 cc sull’onere della prova sia degli artt. 2, 3 e 4 della legge n. 300/1970, per essere stata erroneamente rilevata dalla Corte territoriale, la giusta causa del licenziamento, la proporzionalità della misura nonché per non essere stato considerato che: a) egli era stato impegnato in attività non lavorative al di fuori dell’ufficio; b) non aveva violato il complessivo "monte ore"; c) non era stato verificato se si fosse trattenuto in ufficio oltre il normale orario di lavoro e quali erano stati i risultati raggiunti.
6. Con il sesto motivo si rileva l’ingiustizia della sentenza, in relazione alla proporzionalità tra i fatti contestati e il provvedimento espulsivo, anche sotto il profilo dell’insufficienza della motivazione ex art. 360 n. 5 cpc e/o nullità della sentenza ex art. 360 n. 4 cpc, in relazione all’art. 132 comma 2 cpc, per motivazione totalmente omessa o solo apparente.
7. Con il settimo motivo il ricorrente lamenta l’ingiustizia della sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione ex art. 360 n. 3 cpc, degli artt. 2119 cc, dell’art. 1 della legge n. 604/1966, degli artt. 1455, 2106, 2119 e 2697 cc, per totale assenza -sia in punto assertivo che dimostrativo - del pregiudizio agli scopi aziendali che la resistente avrebbe subito in conseguenza dell’inadempimento del dipendente.
9. Nel processo civile l’invalidità della costituzione di una delle parti non integra una nullità rilevabile di ufficio, senza alcun limite, in ogni stato e grado del giudizio, sicché è da ritenersi preclusa, in sede di cassazione, la questione della irregolarità della costituzione di una delle parti in primo grado ovvero in secondo grado qualora la questione non sia stata sollevata tempestivamente nei gradi di merito (in termini Cass. 4.4.2008 n. 8806; Cass. 18.5.2017 n. 12461; Cass. 12.1.2006 n. 403).
11. Per ragioni di pregiudizialità logico-giuridica deve essere esaminato dapprima il terzo motivo riguardante, in sostanza, la asserita illiceità dell’impiego delle investigazioni private commesse a terzi, nel caso concreto, perché finalizzato all’accertamento dell’inadempimento del dipendente alla prestazione lavorativa.
14. Orbene, la disposizione dell’art. 2 dello Statuto dei lavoratori, nel limitare la sfera di intervento di persone preposte dal datore di lavoro a tutela del patrimonio aziendale, non precludono a quest’ultimo di ricorrere ad agenzie investigative, purché queste non sconfinino nella vigilanza dell’attività lavorativa vera e propria riservata dall’art. 3 dello Statuto direttamente al datore di lavoro e ai suoi collaboratori e giustificano l’intervento in questione non solo per l’avvenuta prospettazione di illeciti e per l’esigenza di verificarne il contenuto, ma anche in ragione del solo sospetto o della mera ipotesi che illeciti siano in corso di esecuzione (cfr. Cass. 14.2.2011 n. 3590); inoltre, il suddetto intervento deve limitarsi agli atti illeciti del lavoratore non riconducibili al mero adempimento dell’obbligazione (Cass. 7.6.2003 n. 9167).
15. Le garanzie degli artt. 2 e 3 citati operano, infatti, esclusivamente con riferimento all’esecuzione della attività lavorativa in senso stretto, non estendendosi, invece, agli eventuali comportamenti illeciti commessi dal lavoratore in occasione dello svolgimento della prestazione che possono essere liberamente accertati dal personale di vigilanza o da terzi.
18. La ritenuta liceità del controllo rende, altresì, prive di fondamento le doglianze sulla violazione degli artt. 2104 e 2106 cc perché il potere dell’imprenditore di controllare direttamente o indirettamente l’adempimento delle prestazioni lavorative, nei limiti sopra evidenziati, non è escluso dalle modalità di controllo che può legittimamente avvenire anche occultamente, senza che vi ostino né il principio di correttezza e buona fede nell’esecuzione dei rapporti, né il divieto di cui all’art. 4 della legge n. 300/1970 riferito esclusivamente all’uso di apparecchiature per il controllo a distanza (in termini cfr. Cass. 10.7.2009 n. 16196).
20. La pronuncia impugnata è, infatti, sorretta sul punto da due ragioni distinte ed autonome (tardività ex art. 437 cpc della eccezione e liceità del controllo), ciascuna delle quali giuridicamente e logicamente sufficiente a giustificare la decisione adottata, di talché essendo divenuta definitiva, come sopra visto, per la infondatezza della relativa doglianza, una delle argomentazioni che la sorreggono, diventa superfluo l’esame dell’altra.
21. A ciò si aggiunga che il ricorrente neanche ha censurato espressamente il richiamo della Corte di merito all’onere che incombeva su parte attrice in prime cure (T.P. ) di attivarsi ex art. 420 c. 1 cpc per essere autorizzato alla modifica della domanda, qualora avesse dimostrato di essere venuto a conoscenza delle modalità di accertamento della illecita condotta, posta a fondamento del licenziamento, solo con la costituzione in giudizio della società: e ciò costituisce un ulteriore profilo di inammissibilità della censura.
23. È inammissibile perché si fonda sul presupposto della illiceità dell’esito dell’attività investigativa che è stata esclusa in relazione all’esame del terzo motivo.
24. È infondato perché comunque l’attività istruttoria espletata dai giudici di merito non si è limitata alla sola indagine sulla relazione investigativa, ma anche all’escussione dei testi, le cui deposizioni sono state anche riportate in parte nella pronuncia.
30. Nella fattispecie in esame il ricorrente lamenta proprio, richiamando peraltro la violazione dell’art. 2697 cc, l’errata valutazione sulla concreta ricorrenza di elementi idonei a costituire la giusta causa di licenziamento e la proporzionalità della sanzione che costituisce accertamento di fatto devoluta al giudice del merito il quale, nel caso de quo, con motivazione corretta sul versante logico e giuridico, e quindi incensurabile in cassazione, ha ritenuto comprovati, sulla base delle risultanze istruttorie offerte (esiti dell’attività investigativa e prove testimoniali raccolte), l’entità notevolissima dei ritardi, la loro sistematicità, il ruolo rivestito in azienda dal ricorrente, l’assenza di qualsiasi giustificazione, l’ostinazione dimostrata nel sottrarsi al rispetto degli obblighi professionali, quali fattori che inducessero a ritenere la condotta del lavoratore di gravità tale da ledere irreparabilmente il vincolo di fiducia, nonostante l’assenza di precedenti disciplinari e la durata ultradecennale del rapporto.
31. Il sesto motivo, infine, è inammissibile, in relazione al denunciato vizio di insufficiente motivazione ex art. 360 n. 5 cpc; infatti, tale ultima disposizione, come riformulata dall’art. 54 del d.l. 22.6.2012 n. 83 conv. in legge 7.8.2012 n. 134, consente solo la censura relativa all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo, ma non anche la critica sul controllo della motivazione della sentenza. È infondato, invece, con riguardo al dedotto vizio ex artt. 360 n. 4 cpc e 132 comma 2 n. 4 cpc, per motivazione totalmente assente, perché, secondo il consolidato insegnamento di legittimità, la giuridica inesistenza ricorre solo allorché il provvedimento manchi di quel minimo di elementi o di presupposti necessari per la produzione dell’effetto di certezza giuridica, proprio del giudicato (tra le altre cfr. Cass. 26.2.1994 n. 1965).
32. Nel caso concreto, la Corte territoriale ha, invece, esaminando il secondo motivo di appello, valutato la proporzionalità tra i fatti contestati ed il provvedimento espulsivo perché ha ritenuto, con argomentazioni logiche e congrue, richiamando anche l’assunto del primo giudice, che le condotte poste in essere erano inequivocabilmente idonee a far venire meno la fiducia sulla correttezza dei futuri adempimenti e per tale via integravano un fatto che non consentiva la prosecuzione nemmeno provvisoria del rapporto.
34. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che si liquidano come da dispositivo. Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del DPR n. 115/02, nel testo risultante dalla legge 24.12.2012 n. 228, deve provvedersi, ricorrendone i presupposti, come da dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 4.500,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge. Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del DPR n. 115/02, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 art. 360
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2697
 sentenza 
 art. 360
 art. 2697
 sentenza 
 art. 360
 sentenza 
 art. 360
 sentenza 
 art. 360
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 437
 art. 420
 art. 360
 sentenza 
 Cass. 
 art. 13