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Timestamp: 2016-10-28 04:26:22+00:00

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I PRECEDENTI REATI TRIBUTARI NON IMPEDISCONO PIU' L'AMMISSIONE AL PATROCINIO
GRATUITO PATROCINIO: LE CONDANNE PRECEDENTI PER REATI TRIBUTARI NON LO IMPEDISCONO
La conoscenza è potere: condividi e fai girare.I PRECEDENTI REATI TRIBUTARI NON IMPEDISCONO PIU’ L’AMMISSIONE AL PATROCINIOCorte CostituzionaleIl limite di cui all’art. 91 del Testo Unico Spese di Giustizia (DPR 115/2202), in ragione del quale l’imputato e il condannato che abbiamo giÃ subito procedimenti o condanne per i reati tributari, non impedisce l’ammissione al Patrocinio a Spese dello Stato per procedimenti diversi da quello per cui era violazione della norma tributaria penale.Questa Ã¨ la pronuncia della Corte Costituzionale che precisato come la norma ponga un limite all’ammissione al patrocinio solo nel caso di procedimentiÂ aventi oggetto i reati per cui essa Ã¨ richiesta, ma non quando l’accusato o il condannato abbiano in precedenza subito procedimenti o condanne per le medesime tipologie di reati.La problematica Ã¨ stata affrontata nellâ€™ambito di un procedimento di esecuzione della pena, e con riferimento all’applicazione delle norme in materia di reato continuato o concorso formale riguardo a piÃ¹ delitti di ricettazione di assegni.La Corte, nel riprendere una pregressa statuizione (vedasi ord. n. 94 del 2004), poi ripresa anche dalla Cassazione (sedasi Sent. Cass., n. 304 del 2003), ha confermato appunto che lâ€™art. 91, comma 1, lett. a) d.P.R. n. 115 del 2002 Â«pone un divieto di ammissione al patrocinio nel caso di procedimenti (anche esecutivi) che abbiano ad oggetto i reati in essa elencati, e non quando lâ€™accusato o il condannato abbiano in precedenza subito procedimenti o condanne per i reati medesimiÂ». Nel caso di specie, non emergeva che, tra le condanne in relazione alla quali si chiedeva lâ€™applicazione del reato continuato, ve ne fosse almeno una relativa, appunto, ai reati tributari indicati nellâ€™art 91, comma 1, lett. a) d.P.R. n. 115 del 2002; di qui la declaratoria di inammissibilitÃ .
(Ordinanza Corte Costituzionale 18/04/2012, n. 95)Avv. Victor Rampazzo Ordinanza Â 95/2012GiudizioGIUDIZIO DI LEGITTIMITÃ€ COSTITUZIONALE IN VIA INCIDENTALEPresidente QUARANTA – Redattore SILVESTRICamera di ConsiglioÂ del 21/03/2012 Decisione Â del 04/04/2012DepositoÂ del 18/04/2012 Pubblicazione in G. U. 26/04/2012Norme impugnate:Art. 91, c. 1Â°, lett. a), del decreto del Presidente della Repubblica 30/05/2002, n. 115.Massime:Atti decisi:ord. 203 e 204/2011Ecco il testo integrale del provvedimento.ORDINANZA N. 95ANNO 2012REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANOLA CORTE COSTITUZIONALEcomposta dai signori: Presidente: Alfonso QUARANTA; Giudici : Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Sergio MATTARELLA, Mario Rosario MORELLI,ha pronunciato la seguenteORDINANZAnei giudizi di legittimitÃ costituzionale dellâ€™articolo 91, comma 1, lettera a), del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), promossi dal Tribunale di Lecce, sezione distaccata di Campi Salentina, con ordinanze del 5 e del 26 maggio 2011, iscritte ai nn. 203 e 204 del registro ordinanze del 2011, pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 42, prima serie speciale, dellâ€™anno 2011.Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;udito nella camera di consiglio del 21 marzo 2012 il Giudice relatore Gaetano Silvestri.Ritenuto che il Tribunale di Lecce, sezione distaccata di Campi Salentina, con ordinanza del 5 maggio 2011, ha sollevato â€“ in riferimento agli articoli 3, 24, secondo e terzo comma, e 27, secondo comma, della Costituzione â€“ questioni di legittimitÃ costituzionale dellâ€™art. 91, comma 1, lettera a), del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), nella parte in cui esclude lâ€™ammissione al patrocinio a spese dello Stato di coloro che siano stati condannati per reati commessi in violazione delle norme per la repressione dellâ€™evasione in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, precludendo al giudice di verificare se detti reati abbiano effettivamente prodotto un reddito tale da superare, per lâ€™anno antecedente alla richiesta, la soglia massima stabilita per lâ€™accesso al beneficio;che il rimettente Ã¨ chiamato a deliberare, nellâ€™ambito di un procedimento di esecuzione penale, sulla domanda di patrocinio a spese dellâ€™erario proposta da persona che, in epoca molto risalente, ha riportato condanne in ordine al delitto di associazione di tipo mafioso e, piÃ¹ volte, riguardo a violazioni di norme penali tributarie;che lo stesso rimettente, salva lâ€™eventualitÃ di verifiche puntuali (specie riguardo ad eventuali proventi ricavati da alcuni terreni Â«di famigliaÂ», citati in un rapporto dei servizi sociali), stima attendibile la dichiarazione del richiedente dâ€™aver conseguito redditi inferiori alla soglia fissata dalle legge per lâ€™accesso al patrocinio, anche alla luce delle condizioni personali e familiari dellâ€™interessato (totalmente invalido, con figlia invalida e con connessi redditi da pensione);che il Tribunale ritiene dunque superabile, nel caso concreto, la presunzione relativa di Â«abbienzaÂ» posta dal comma 4-bis dellâ€™art. 76 del d.P.R. n. 115 del 2002, nella portata assunta per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 139 del 2010, dichiarativa della illegittimitÃ della norma nella parte in cui, stabilendo che per i soggetti giÃ condannati con sentenza definitiva in ordine a determinati reati (tra i quali il delitto di associazione mafiosa) il reddito si dovesse ritenere superiore ai limiti previsti per lâ€™ammissione al patrocino, non ammetteva la prova contraria;che non sarebbe invece superabile â€“ prosegue il Tribunale â€“ la preclusione assoluta posta, con riguardo ai reati tributari, dal primo comma dellâ€™art. 91 dello stesso d.P.R. n. 115 del 2002, tale da inibire (in quanto inutile) ogni eventuale approfondimento a proposito dei mezzi finanziari e dei redditi effettivamente conseguiti dallâ€™instante;che la norma censurata, tuttavia, sarebbe esposta agli stessi rilievi che hanno indotto la Corte costituzionale ad intervenire, con la citata sentenza n. 139 del 2010, sulla preclusione concernente i reati associativi ed ulteriori fattispecie delittuose;che la Corte avrebbe ribadito, in particolare, come la legittimitÃ delle presunzioni assolute sia subordinata, nella prospettiva del principio di uguaglianza, alla ragionevolezza della generalizzazione che le sorregge, e come dunque difetti ogni volta che sia agevole immaginare fattispecie concrete difformi dalla tipologia dei fatti soggetti al meccanismo presuntivo;che il principio, applicato alle regole di valutazione del reddito, avrebbe rivelato lâ€™illegittimitÃ di presunzioni assolute fondate sulla pregressa commissione di reati, senza limiti connessi al decorso del tempo e con riguardo indiscriminato a numerose ed eterogenee tipologie di illecito;che lo stesso rimettente rileva come la Corte costituzionale, con la pronuncia citata, non avesse giudicato illegittima in sÃ© la connotazione presuntiva della regola di accertamento, ma piuttosto il carattere insuperabile della presunzione di Â«abbienzaÂ» posta dalla norma dichiarata incostituzionale;che un intervento dello stesso genere sarebbe necessario, secondo il Tribunale, riguardo alla preclusione sancita dalla disposizione censurata;che, in primo luogo, la previsione non potrebbe essere giustificata quale regola presuntiva di accertamento della disponibilitÃ di redditi non dichiarati;che, infatti, detta regola sarebbe irragionevole, se riferita a persone giÃ condannate per reati tributari, in forza delle ragioni indicate nella sentenza della Corte costituzionale n. 139 del 2010, e risulterebbe ingiustificata, a maggior ragione, riguardo a persone solo accusate dei reati in questione (giungendo in questa prospettiva, pure irrilevante nel caso di specie, a violare la presunzione di non colpevolezza di cui al secondo comma dellâ€™art. 27 Cost.);che la vicenda sottoposta al giudizio del Tribunale costituirebbe una dimostrazione paradigmatica circa lâ€™inattendibilitÃ della presunzione di Â«abbienzaÂ», visto che il richiedente risulta condannato per reati tributari commessi circa venticinque anni prima della sua istanza di ammissione al patrocinio a spese dellâ€™erario;che la norma censurata non potrebbe essere giustificata neppure secondo un criterio di (non) meritevolezza del beneficio, in rapporto alla violazione di regole espressive dei vincoli essenziali di solidarietÃ sociale;che il terzo comma dellâ€™art. 24 Cost., infatti, assicura il diritto allâ€™assistenza difensiva sulla base del solo criterio di Â«non abbienzaÂ», non consentendo di limitare lâ€™accesso al patrocinio in base a considerazioni di opportunitÃ , le quali del resto non potrebbero valere nei casi in cui manchi lâ€™accertamento definitivo della responsabilitÃ per reati tributari (art. 27, secondo comma, Cost.);che la denunciata illegittimitÃ sussisterebbe, infine, quandâ€™anche si ritenesse che la norma censurata disciplini una sanzione accessoria, collegata al compimento dei reati tributari;che non si giustificherebbe, in questa chiave, lâ€™applicazione del divieto nei confronti dei soggetti indagati o imputati (art. 27, secondo comma, Cost.), e comunque si darebbe rilevanza, ancora una volta, ad un criterio diverso dallâ€™unico costituzionalmente ammissibile, cioÃ¨ quello della capacitÃ economica di retribuire il difensore (art. 3 ed art. 24, comma terzo, Cost.);che il rimettente osserva, in punto di rilevanza, come lâ€™accoglimento delle questioni sollevate possa nella specie condurre allâ€™accoglimento della domanda di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, al momento insuperabilmente precluso dalla norma censurata;che lâ€™apprezzamento delle questioni non sarebbe pregiudicato, secondo il Tribunale, dalle precedenti decisioni della Corte costituzionale sulla norma censurata, ed in particolare dallâ€™ordinanza n. 94 del 2004, nel cui ambito non sarebbe stata espressa alcuna considerazione circa il merito delle odierne censure;che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dallâ€™Avvocatura generale dello Stato, Ã¨ intervenuto nel giudizio con atto depositato il 25 ottobre 2011;che le questioni proposte, secondo la difesa dello Stato, sarebbero inammissibili, anzitutto in quanto giudice a quo, pur dando atto della disponibilitÃ di Â«terreni di famigliaÂ» in capo al richiedente, non avrebbe espresso alcuna valutazione sui redditi pertinenti, e comunque non avrebbe compiuto alcun approfondimento circa i profitti conseguiti dal medesimo richiedente mediante i reati tributari per i quali Ã¨ intervenuta condanna;che dovrebbe essere riscontrato, di conseguenza, un difetto di motivazione circa le condizioni di rilevanza della questione sollevata (sono citate le ordinanze della Corte costituzionale n. 251 del 2005 e n. 136 del 2007);che le questioni, in ogni caso, sarebbero manifestamente infondate, posto che la norma censurata, senza esprimere una logica sanzionatoria o discriminatoria, si fonderebbe sulla difficoltÃ , considerata non superabile, di accertare attendibilmente i redditi a disposizione di persone che abbiano riportato condanne per reati tributari;che la valutazione legislativa di inattendibilitÃ delle dichiarazioni rese dal richiedente, nei casi in esame, si fonderebbe sullâ€™id quod plerumque accidit, e che proprio la regola presuntiva censurata varrebbe a prevenire ingiustificate analogie di trattamento tra persone con redditi effettivamente ridotti e persone munite, in realtÃ , di mezzi finanziari piÃ¹ consistenti;che il Tribunale di Lecce, sezione distaccata di Campi Salentina, con ordinanza del 26 maggio 2011, ha sollevato â€“ in riferimento agli artt. 3, 24, secondo e terzo comma, e 27, secondo comma, Cost. â€“ questione di legittimitÃ costituzionale dellâ€™art. 91, comma 1, lettera a), del d.P.R. n. 115 del 2002, nella parte in cui esclude lâ€™ammissione al patrocinio a spese dello Stato di coloro che siano stati condannati per reati commessi in violazione delle norme per la repressione dellâ€™evasione in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, precludendo al giudice di verificare se detti reati abbiano effettivamente prodotto un reddito tale da superare, per lâ€™anno antecedente alla richiesta, la soglia massima stabilita per lâ€™accesso al beneficio;che il Tribunale Ã¨ chiamato a valutare una istanza di ammissione al patrocinio in relazione ad una procedura esecutiva penale, che riguarda lo stesso soggetto interessato al giudizio principale cui si riferisce lâ€™ordinanza del 5 maggio precedente (r.o. n. 203 del 2011);che la procedura concerne, nel caso di specie, lâ€™eventuale applicazione delle norme in materia di reato continuato o concorso formale riguardo a piÃ¹ delitti di ricettazione di assegni, posti ad oggetto di diverse sentenze passate in giudicato;che il rimettente, a proposito dei redditi dichiarati e conseguiti dallâ€™interessato, espone nuovamente i fatti giÃ riassunti in relazione al primo giudizio, svolgendo considerazioni analoghe alle precedenti in punto di rilevanza e non manifesta infondatezza delle questioni sollevate;che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dallâ€™Avvocatura generale dello Stato, Ã¨ intervenuto nel giudizio con atto depositato il 25 ottobre 2011;che le questioni sollevate sarebbero inammissibili o infondate, secondo la difesa dello Stato, per le ragioni giÃ indicate in sede di intervento nel giudizio promosso con lâ€™ordinanza del 5 maggio 2011.Considerato che il Tribunale di Lecce, sezione distaccata di Campi Salentina, con ordinanze del 5 e del 26 maggio 2011, ha sollevato â€“ in riferimento agli articoli 3, 24, secondo e terzo comma, e 27, secondo comma, della Costituzione â€“ questioni di legittimitÃ costituzionale dellâ€™art. 91, comma 1, lettera a), del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), nella parte in cui esclude lâ€™ammissione al patrocinio a spese dello Stato di coloro che siano stati condannati per reati commessi in violazione delle norme per la repressione dellâ€™evasione in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, precludendo al giudice di verificare se detti reati abbiano effettivamente prodotto un reddito tale da superare, per lâ€™anno antecedente alla richiesta, la soglia massima stabilita per lâ€™accesso al beneficio;che i giudizi, data lâ€™analogia di oggetto, possono essere riuniti al fine di una trattazione unitaria delle relative questioni;che le eccezioni di inammissibilitÃ proposte dallâ€™Avvocatura generale dello Stato non sono fondate, posto che il rimettente ha espressamente formulato una valutazione di attendibilitÃ delle dichiarazioni dellâ€™instante circa lâ€™indisponibilitÃ di redditi superiori alla soglia di legge, tale addirittura da superare la presunzione contraria posta dal comma 4-bis dellâ€™art. 76 del d.P.R. n. 115 del 2002, ed ha constatato, per altro verso, come la preclusione assoluta che discende dalla norma censurata renda priva di rilevanza, allo stato, ogni eventuale ed ulteriore verifica;che, tuttavia, le questioni sollevate sono manifestamente inammissibili per motivi diversi ed in parte concomitanti;che non puÃ² essere trattata nel merito, anzitutto, la censura riferita al secondo comma dellâ€™art. 27 Cost., dato il carattere perplesso e contraddittorio della relativa motivazione in punto di rilevanza;che piÃ¹ volte, infatti, lo stesso rimettente ha rilevato come, nei casi di specie, non venga in considerazione il preteso contrasto tra la preclusione sfavorevole alle persone indagate o imputate per reati tributari e la presunzione di non colpevolezza, posto che il divieto di ammissione del richiedente al patrocinio si fonda, nei giudizi a quibus, su decisioni irrevocabili di condanna maturate in altri procedimenti;che, riguardo agli ulteriori parametri costituzionali evocati, le questioni sono inammissibili per le gravi carenze motivazionali in punto di rilevanza, avuto particolare riguardo alla qualitÃ dei reati cui si riferiscono i procedimenti di esecuzione condotti dal giudice a quo;che va premesso in proposito come questa Corte abbia chiarito, con lâ€™ordinanza n. 94 del 2004, che la norma censurata pone un divieto di ammissione al patrocinio nel caso di procedimenti (anche esecutivi) che abbiano ad oggetto i reati in essa elencati, e non quando lâ€™accusato o il condannato abbiano in precedenza subito procedimenti o condanne per i reati medesimi;che la stessa opzione interpretativa Ã¨ stata in seguito assunta anche dalla Corte di cassazione (tra le altre, sentenza n. 31177 del 2004);che va ribadito come i giudici rimettenti siano chiamati, nel giudizio incidentale di legittimitÃ costituzionale, non solo ad indicare le circostanze che incidono sulla rilevanza delle questioni sollevate, ma anche ad illustrare, quando sia il caso, i presupposti interpretativi che implicano, nel loro giudizio, la necessitÃ di fare applicazione della norma censurata (ex multis, ordinanza n. 61 del 2007 e sentenza n. 249 del 2010);che nella specie il Tribunale, avuto riguardo al giudizio cui si riferisce lâ€™ordinanza r.o. n. 203 del 2011, non ha fornito alcuna indicazione circa lâ€™oggetto del procedimento esecutivo in funzione del quale Ã¨ stata formulata lâ€™istanza di ammissione al patrocinio, cosÃ¬ da precludere la necessaria valutazione di questa Corte circa lâ€™effettiva rilevanza della questione sollevata;che nellâ€™ulteriore ordinanza (r.o. n. 204 del 2011), di contro, il rimettente ha specificato trattarsi della richiesta di operare il cumulo giuridico tra le pene separatamente inflitte per piÃ¹ reati di ricettazione concernenti assegni bancari, senza formulare alcuna motivazione, nel contempo, circa le ragioni per le quali dovrebbe applicare la norma censurata in un giudizio che non concerne reati tributari;che dunque, e come anticipato, tutte le questioni sollevate sono manifestamente inammissibili.Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.per questi motiviLA CORTE COSTITUZIONALEdichiara la manifesta inammissibilitÃ delle questioni di legittimitÃ costituzionale dellâ€™articolo 91, comma 1, lettera a), del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), sollevate dal Tribunale di Lecce, sezione distaccata di Campi Salentina, in riferimento agli articoli 3, 24, secondo e terzo comma, e 27, secondo comma, della Costituzione, con le ordinanze indicate in epigrafe.CosÃ¬ deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 aprile 2012.F.to:Alfonso QUARANTA, PresidenteGaetano SILVESTRI, RedattoreGabriella MELATTI, CancelliereDepositata in Cancelleria il 18 aprile 2012.Il Direttore della CancelleriaF.to: MELATTI ASSOCIAZIONE ART. 24 COST. 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