Source: http://asiloineuropa.blogspot.com/2012/11/la-credibilita-nella-procedura-di-asilo.html
Timestamp: 2017-07-20 12:44:01+00:00

Document:
Asilo in Europa: La credibilità nella procedura di asilo - Barbara Sorgoni
Chiunque abbia mai seguito il corso di una domanda di protezione internazionale sa che una delle motivazioni più frequenti, per non dire la più frequente, alla base del rigetto è la "mancanza di credibilità" o "incongruenza" delle dichiarazioni rese dai richiedenti asilo in fase di audizione. Ma come e da chi (con quali competenze) un racconto può essere giudicato "non credibile" o "non plausibile" e una persona "non attendibile"? E sulla base di quali criteri?
Abbiamo chiesto a Barbara Sorgoni, ricercatrice e docente di Antropologia culturale all’Università di Bologna, ma soprattutto un'amica e una graditissima ospite su questo blog, di aiutarci a capire qualcosa di più su questo tema inevitabilmente complesso. Il post di oggi è un importante contributo per noi e siamo certi che farà felici i lettori.
Partendo da una base teorica, a cui si aggiungono una serie di esempi concreti, Barbara Sorgoni ci aiuta a riflettere sul processo di raccolta, indagine, valutazione dei racconti alla base delle domande di asilo, mettendo in dubbio la presunta neutralità, fluidità e trasparenza di ognuno di questi passaggi. In definitiva, ci pone seri interrogativi sulla capacità del nostro sistema (ma probabilmente di qualunque sistema) di esaminare le domande di asilo in modo congruo, obiettivo ed imparziale, così come pretende la legge (art. 8 par. 2 Direttiva Procedure).
comunemente riconosciuto che chi fugge all'improvviso da un
pericolo estremo non sempre riesce a portare con sé documenti che
provino la sua identità o le circostanze che hanno reso necessaria
la fuga. Ed è noto che in molti casi la salvezza stessa è possibile
solo grazie alla contraffazione di documenti di identità o di
viaggio. Secondo la
Direttiva Qualifiche approvata dall’UE nel 2004 (e poi modificata nel dicembre 2011), “qualora taluni aspetti delle
dichiarazioni del richiedente non siano suffragati da prove
documentali o di altro tipo, la loro conferma non è comunque
richiedente mostri: di avere compiuto “sinceri sforzi per
circostanziare la domanda”; di avere fornito una spiegazione
soddisfacente della mancanza di altri elementi, o dichiarazioni
“ritenute coerenti e plausibili”; e infine di essere “in
generale attendibile”.1
già nel Manuale dell’UNHCR (1992), la Direttiva Qualifiche
consente quindi di valutare la generale coerenza, plausibilità e
credibilità della storia del richiedente asilo come alternativa
alla produzione di prove documentali, qualora queste non siano
disponibili. Nei vari paesi europei si è così assistito ad una
progressiva crescita di importanza delle storie dei richiedenti asilo
ai fini del riconoscimento della protezione internazionale. Di fatto
però, in molti casi il giudizio sulla credibilità della storia ha
finito per sostituire la ricerca o l’esame delle prove documentali;
come corollario, la motivazione più frequentemente adottata nei
dinieghi si riferisce alla non credibilità della storia narrata.
Eppure la Direttiva Qualifiche non spiega in che modo sia possibile
accertare l’attendibilità di tali racconti. Poiché
la credibilità si basa sulla narrazione, è di cruciale importanza
capire in che modo questa viene raccolta, in che tempi e da chi,
sapendo che ognuna di queste variabili potenzialmente introduce
variazioni nel racconto stesso. In Questura per la prima
formalizzazione di richiesta di protezione, in Commissione
territoriale per l’audizione o in Tribunale per il ricorso, il
richiedente asilo incontra funzionari, interpreti, avvocati, giudici
e operatori: in ognuno di questi incontri vengono scambiate o
assemblate informazioni sulla storia, e la storia stessa viene
narrata, tradotta e trascritta più volte e in più versioni da
diversi soggetti. Le narrazioni fornite dai richiedenti asilo per
ottenere protezione sono quindi molto particolari: sono prodotte in
contesti altamente controllati nei quali la relazione di potere è
fortemente asimmetrica; dove i tempi del racconto sono scanditi (e
interrotti) da quelli della procedura, e la modalità espressiva
fortemente costretta all'interno di un formato rigido; e dove i
codici culturali non sono necessariamente noti né condivisi tra chi
narra e chi ascolta, generando fraintendimenti percepiti infine come
prova di scarsa credibilità.
contrario, chi giudica l’attendibilità della storia di
persecuzione dà solitamente per scontato che la narrazione fluisca
libera e ininterrotta in modo volontario; che il ricordo traumatico
rimanga sempre identico a prescindere dallo scorrere del tempo; che
non sia difficile o impossibile raccontare ad estranei - magari di
sesso diverso - esperienze indicibili, che ci si fidi di (e affidi a)
un interprete mai incontrato prima.
scienziati sociali che lavorano sui meccanismi della memoria e le
storie di vita (dall'antropologia alla storia orale) hanno da tempo
dimostrato l’esistenza di scarti - come aggiunte, omissioni,
divergenze - tra versioni della stessa storia: differenze dovute al
trascorrere del tempo, al mutare del pubblico che ascolta o del
contesto in cui si narra. Se questo è vero per ogni tipo di
narrazione, recenti studi medici e psicologici sulla memoria
traumatica mostrano inoltre che proprio gli eventi più dolorosi
tendono ad essere raccontati in modo frammentario e “sconnesso”:
differenti versioni e incoerenze dimostrano qui non l’inattendibilità
ma, al contrario, l’indicibilità di quanto accaduto. Questa
frammentazione della memoria - legata sia alle particolari vicende di
violenza vissute, sia al passare del tempo e al mutare delle
condizioni tra primo arrivo e audizione in Commissione – è
amplificata dall'andamento dell’interrogatorio in audizione o
davanti al giudice per il ricorso. In questi contesti le domande non
seguono uno schema cronologico lineare, piuttosto si muovono avanti e
indietro nel tempo della storia di vita, di persecuzione e di fuga,
interrompendo continuamente la narrazione del richiedente con
check-questions
volte a verificarne l’attendibilità (il nome del capo dello stato,
della città più vicina, il fiume che la attraversa, la principale
banca del paese…). Questo tipo di domande genera confusione nei
richiedenti asilo: pensando di dover raccontare la propria storia di
persecuzione, si trovano invece a rispondere ad un interrogatorio
strutturato in cerca di contraddizioni e menzogne.
valutare l’attendibilità, la Direttiva Qualifiche fa riferimento a
elementi del racconto che non siano “in contraddizione con le
informazioni generali e specifiche […] di cui si dispone”. Prevede
per questo che i giudici ottengano informazioni ad
hoc sul paese di
origine del richiedente.2 La ricerca disponibile su vari paesi europei mostra però che spesso
la documentazione aggiuntiva non viene acquisita da chi valuta la
storia, e che il giudizio sulla credibilità si basa più spesso
sulle credenze
condivise dai giudici. In questo caso, la differenza tra contesti
culturali e politici può far ritenere inattendibili vicende di
persecuzione reale solo perché appartengono a mondi di significato
molto lontani tra loro. E’ il caso della stregoneria: un complesso
sistema di credenze che regola le relazioni sociali in molti paesi,
in alcuni dei quali è riconosciuta come reato dagli stessi codici
penali. Una consolidata e consistente letteratura antropologica ne
descrive in modo articolato il funzionamento: l’accusa di
stregoneria come forma di violenza della collettività sull'individuo
utilizzata per gestire tensioni sociali; risolta in tribunali locali
che hanno il potere di condannare l’accusato solitamente senza
dover esplicitare il motivo (socialmente condiviso e quindi noto); il
cui esito è spesso l’uccisione dell’accusato. A fronte di tali
conoscenze, le richieste di protezione internazionale per accusa di
stregoneria si risolvono solitamente in dinieghi, non apparendo
credibile proprio quanto la letteratura antropologica documenta: che
l’accusa non sia formalizzata, che i tribunali locali abbiano un
tale potere decisionale, che l’esito sia la messa a morte anche
laddove la pena non è specificata. Ma
i dinieghi per inattendibilità si possono avere anche rispetto a
circostanze ampiamente documentate in Rapporti internazionali di più
ampia divulgazione. Può ad esempio essere considerato non credibile
chi racconti di essere stato torturato assieme ad altre persone ma di
essere l’unico rilasciato, sebbene sia nota e diffusa la pratica di
lasciare in vita un testimone come monito per gli altri. E possono
sembrare contraffatti quei documenti che certificano cure mediche
ricevute presso l’ospedale della struttura nella quale si è stati
torturati, sebbene anche questa pratica sia ampiamente documentata
come palese dimostrazione di impunità e mezzo di dissuasione. Infine, appare solitamente inattendibile chi, sottoposto a violenze e
torture in strutture carcerarie, si sia salvato grazie all'intervento
compassionevole di un carceriere che ne ha permesso la fuga. Non
sembra credibile ai giudici che qualcuno sia oggi disposto a
rischiare molto per salvare un innocente. Di fronte a questo tipo di
dinieghi, è difficile non ripensare alle tante storie di ebrei
sopravvissuti allo sterminio in Europa perché nascosti o fatti
fuggire da chi ha rischiato anche la vita per proteggere, a volte,
persino sconosciuti: oggi quei sopravvissuti non sarebbero
“credibili”.
1 Cfr. Direttiva
Qualifiche 2004/83/CE art. 4 § 5, recepita in Italia con D. lgs.
251/2007 (art. 3 § 5). Il testo è rimasto identico anche nella nuova versione della Direttiva Qualifiche (Direttiva 2011/95/UE), che dovrà essere recepita dagli Stati membri entro la fine del 2013. 2 Cfr. Direttiva Qualifiche (2004/83/CE, art. 4 § 3). Il testo è rimasto identico anche nella nuova versione della Direttiva Qualifiche (Direttiva 2011/95/UE), che dovrà essere recepita dagli Stati membri entro la fine del 2013. Cfr. anche la
sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite (n. 27310 del
21/10/2008) sull'onere probatorio, che assegna al giudice il
compito di acquisire informazioni aggiornate sulla situazione
Sorgoni è ricercatrice e docente di Antropologia culturale
all’Università di Bologna. Si è occupata di antropologia e
colonialismo italiano nel Corno d’Africa (Parole
e corpi. Antropologia, discorso giuridico e politiche sessuali
interrazziali nella colonia Eritrea,
Liguori, Napoli 1998; Etnografia
e colonialismo. L’Eritrea e l’Etiopia di Alberto Pollera,
Bollati Boringhieri, Torino 2001) , e
di processi istituzionali e ruolo di narrazioni e certificazioni
nella protezione internazionale. Sul tema ha curato Etnografia
dell’accoglienza. Rifugiati e richiedenti asilo a Ravenna,
CISU, Roma 2011; e “Chiedere
asilo in Europa. Confini margini e soggettività”, Lares,
vol. LXXVII, n.1, 2011.

References: art. 4
 § 5
 § 5
 art. 4
 § 3

sentenza