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Timestamp: 2019-10-21 10:25:07+00:00

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ATISM | Specie e specificità umana: la prospettiva della biologia evoluzionistica
Specie e specificità umana: la prospettiva della biologia evoluzionistica
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Prof. Alessandro MINELLI - Università degli Studi di Padova
Parte I – Biologia, biologia evoluzionistica, specie biologica
La biologia, come scienza di tutti i viventi, ha preso forma e nome nella prima metà dell’Ottocento, con il superamento della tradizionale partizione della Natura in tre regni (animale, vegetale e minerale). Si sono create così le condizioni per la ricerca dei principi generali secondo cui si costruiscono e funzionano i sistemi viventi, uomo compreso. Le radici storiche di questi principi (la comune storia evolutiva) emergeranno più tardi, ma non occorre attendere Darwin per trovare un trattamento ‘zoologico’ della specie umana. Questo vale in certa misura già per Aristotele (molti passi dell’Historia Animalium). Nel 1555, Belon compie un rigoroso esercizio di anatomia comparata identificando l’equivalenza, osso per osso, fra lo scheletro dell’uomo e quello di un uccello. Linneo (1758) riconosce la posizione di Homo sapiens all’interno dei Mammiferi e colloca il genere Homo tra i Primati, assieme a scimmie e pipistrelli. Un passo indietro compie Cuvier (1817) quando, pur collocando l’uomo sempre all’interno dei Mammiferi, lo separa dalle scimmie (Quadrumani), mettendolo in un ordine speciale (Bimani).
Trasferita disinvoltamente dalla filosofia aristotelica e scolastica alla storia naturale, la nozione di specie si mostra già problematica prima dell’avvento della biologia evoluzionistica, con una contrapposizione fra una nozione ‘ingenua’, puramente morfologica, che sta alla base di un’esplosiva corsa alla descrizione di piante e animali sull’esempio di Linneo, e una nozione biologica che si fonda sull’esistenza di barriere riproduttive più o meno complete fra i membri di specie diverse anche affini. I tentativi di (ri)definire la specie biologica hanno portato alla formulazione di oltre trenta concetti diversi Vedi Art. 1 Mallet 2013 e non sembra ragionevole attendersi un accordo al riguardo.
Prima di discutere le peculiarità della specie umana nell’ottica della biologia evoluzionistica, è opportuno precisare che:
1.	la teoria di Darwin è una teoria composita (i viventi sono soggetti a continuo cambiamento nel tempo; sono legati da rapporti di discendenza comune a partire da pochissimi antenati, forse uno solo; si modificano grazie al continuo, graduale accumulo di piccole variazioni; il cambiamento è dovuto in misura determinante ma non esclusiva all’opera della selezione naturale di variazioni ereditabili di origine casuale; le specie si moltiplicano, ad esempio per isolamento geografico delle popolazioni, ma no line of demarcation can be drawn between species … and varieties)
2.	i problemi principali di cui tradizionalmente si occupa la biologia evoluzionistica sono (1) l’origine degli adattamenti, (2) l’origine delle specie e (3) la ricostruzione della filogenesi
3.	la selezione può agire solo sulle varianti (ereditabili) effettivamente realizzate e queste sono il prodotto dei processi di sviluppo. Quest’ultimi non possono essere modificati in modo arbitrario, ma cambiano solo (o preferenzialmente) in certe forme e misure. La moderna biologia evoluzionistica dello sviluppo (evo-devo) si occupa di questi problemi. Vedi Art. 2 Held 2009
Nell’Origin of Species (1859) Darwin non affronta il problema dell’evoluzione dell’uomo e quando pubblica un’opera dedicata a questo argomento (The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex, 1871), si sono già pronunciati sull’argomento diversi altri autori, primo fra tutti Thomas H. Huxley (Evidence as to Man’s Place in Nature, 1863; pubblicato in italiano nel 1869).
Nel frattempo (1866), Haeckel pubblica i suoi primi alberi filogenetici, in cui l’uomo occupa una posizione prossima a quella delle scimmie antropomorfe, tuttavia collocata nel punto più alto dell’albero, un retaggio della scala naturae pre-evoluzionistica (vedi in particolare Bonnet, 1745). Con l’abbandono della scala, la biologia evoluzionistica ha generalmente (ma non sempre o necessariamente) respinto la nozione di progresso.
Gli studi paleoantropologici dell’ultimo secolo hanno portato alla luce una complessa radiazione all’interno del genere Homo, che per lunghi segmenti della sua storia è stato rappresentato da due o più specie viventi allo stesso tempo.
Parte II – L’unicità dell’Uomo: questione di origini o di relazioni?
La ricostruzione di rapporti di parentela tra le diverse forme viventi all’interno del grande albero della vita sono ancora oggetto di continua revisione, sia per la crescente disponibilità di nuove informazioni (morfologiche, molecolari etc.) sulle diverse forme, viventi ed estinte, sia per lo sviluppo e l’applicazione di sempre nuovi metodi per l’elaborazione di questa enorme massa di informazioni. Punti controversi rimangono (e nuove incertezze continuano ad emergere) sia a livello dei rapporti fra i grandi rami evolutivi, sia a livello dei rapporti filogenetici fra specie affini (oltre al fatto che i limiti fra quest’ultime non sono sempre facilmente o univocamente tracciabili).
Per quanto riguarda la specie umana, vi sono però molti punti consolidati, espressi in forma molto incisiva dai titoli di libri come The Third Chimpanzee di Jared Diamond (1991), che fa riferimento alla parentela stretta fra l’uomo, lo scimpanzé comune e il bonobo, oppure Your Inner Fish di Neil Shubin (2008), che esplora gli aspetti della biologia dell’Uomo riconducibili alla sua appartenenza al ramo evolutivo dei Vertebrati, la cui vicenda storica più antica si è svolta tutta nell’acqua.
In termini di origini, quindi, la biologia evoluzionistica non riconosce all’Uomo una condizione speciale, uno status di unicità, anche se occasionali proposte di segno contrario hanno fatto capolino anche nella seconda metà del Novecento. Singolare in particolare la scelta di togliere l’Uomo dal grande gruppo dei Metazoi (= Animali) per farne l’unico rappresentante di un gruppo tassonomico di pari dignità da chiamarsi Psicozoi: singolare, perché fatta da un autorevole esponente della biologia evoluzionistica (autore, in particolare, dell’ottimo volume Evolution, the Modern Synthesis del 1942, da molti considerato il testo di riferimento per la biologia evoluzionistica di metà Novecento) e nipote di quel Thomas H. Huxley, il ‘mastino di Darwin’, che un secolo prima aveva pubblicato Evidence as to Man’s Place in Nature.
Ciò non significa, tuttavia, che la biologia biologia (evoluzionistica e non) sia pronta a disconoscere l’unicità dell’uomo. Questa, però, non si fonda su origini speciali, bensì sulle peculiarità delle relazioni che gli esseri umani intrecciano tra loro e con l’ambiente in cui vivono.
Questa riflessione può partire dalle antiche osservazioni di Herder (1770) sull’origine della lingua. Per Herder, il linguaggio è il segno della natura specifica e unica dell’essere umano. Quest’ultimo si può definire come una “creatura linguistica”, nei due significati di creatore del linguaggio e di creatura del linguaggio.
Mettere a fuoco i meccanismi e le forme della comunicazione fra esseri umani non significa abbandonare la biologia, o le scienze della natura in genere, per passare a un diverso ordine di fenomeni e di concetti. Anche al di fuori della realtà umana e dei confini che la separano dai mondi degli altri esseri viventi, uno dei criteri sulla base dei quali si mantiene la coesione all’interno di una specie, rappresentando allo stesso tempo un meccanismo di separazione della altre, sono proprio le forme specifiche della comunicazione. Ne sono esempi i canti degli uccelli, le emissioni sonore dei grilli e di moltissimi altri insetti, i dialoghi fra lucciole realizzati attraverso l’emissione di lampi di luce.
A sua volta, l’uso del linguaggio umano, nelle sue straordinarie articolazioni e nella sua inesausta ricchezza, non è che un mezzo e strumento per un’evoluzione culturale che ha dato un’accelerazione eccezionale alla divergenza fra l’uomo e gli altri esseri viventi, anche quelli ad esso più vicini filogeneticamente.
La cultura ha trasformato, in modo radicale e irreversibile, l’ambiente dell’uomo, l’ambiente fisico, sociale, etc. in cui ciascun individuo percorre la sua vicenda personale e dal quale tutti gli individui e l’intera specie sono sempre più dipendenti.
Homo sapiens è l’unica specie vivente definibile come insieme di individui che condividono potenzialmente lo stesso pool di risorse culturali.
Unica in tutto il mondo vivente, la vicenda evolutiva dell’Uomo passa attraverso la parola Vedi Art. 3 Minelli 2014 più di quanto non passi attraverso i suoi geni. Vedi Art. 4 Whitehead et al. 2019 – Vedi Art. 5 Kuhlwilm & Boeckx 2018
La cultura, retroagendo sulle proprietà biologiche della nostra specie, ha prodotto nel tempo un autoaddomesticamento dell’uomo. Vedi Art. 6 Theofanopoulou et al. 2017
Con la sua cultura, mediata dal linguaggio, l’uomo percorre la vicenda evolutiva della costruzione della nicchia Vedi Art. 7 Laland et al. 2000 in forme che non hanno paragone in altre specie, a dispetto degli esempi dell’ape o del castoro.
Per la discussione, v. anche
Essenzialismo in biologia
Art. 8 Hull 1965 I e Art. 8 Hull 1965 II
Art. 9 Wilkins 2013

References: Art. 1
 Art. 2
 Art. 3
 Art. 4
 Art. 5
 Art. 6
 Art. 7

Art. 8
 Art. 8

Art. 9