Source: http://www.grusol.it/appunti/a124.asp
Timestamp: 2019-01-18 13:55:45+00:00

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Appunti n.124 (articoli principali)
Sulla riforma dell’assistenza: alcune note sul dibattito fuori e dentro l’aula - Fabio Ragaini
Standard di personale e costi nelle RSA italiane - Franco Pesaresi
Tutti al centro? A proposito di volontariato e terzo settore - Fabio Ragaini
Legge quadro sull’handicap: lo stato di attuazione al 1998
Riforma dell’assistenza: perché diciamo no - CSA, Coordinamento Sanità e Assistenza, Torino
Ancora sulle RSA nella regione Marche - Coordinamento Volontariato Vallesina, Jesi
Sulla riforma dell’assistenza: alcune note sul dibattito fuori e dentro l’aula
La “riforma dell’assistenza”, è arrivata alla Camera durante l’estate e dovrebbe essere approvata entro i primi mesi del prossimo anno; è sui “destinatari” e sulla “esigibilità” degli interventi che si è concentrato il dibattito sia dentro che fuori dell’aula; di seguito si offre una sintesi delle posizioni che si stanno confrontando
Lo scorso 5 luglio è approdato alla Camera dei deputati il testo unificato - predisposto dalla Commissione Affari sociali - della cosiddetta "riforma dell'assistenza" (in realtà il testo si intitola "Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali"); una riforma lungamente attesa (alcune norme risalgono alla legge Crispi di oltre un secolo fa) che "rappresenta uno dei tasselli essenziali della innovazione dell'attuale sistema di welfare" (dalla relazione dell'On. Signorino in occasione della presentazione del testo).
L'approvazione della riforma rientrava tra i programmi e dell'Ulivo e lo stesso governo nel maggio 1998 aveva presentato un proprio disegno di legge confluito nel testo presentato in aula (complessivamente il testo presentato in aula riunifica 16 proposte di legge).
Nonostante l'importanza del testo in esame, molto scarsa è stata l'attenzione riservata dai mezzi di informazione al provvedimento; a conferma che all'interno della cosiddetta riforma del "welfare", "l'assistenza" assume - come peraltro nella ripartizione della spesa sociale - un ruolo assolutamente marginale. A pochi mesi dalla "riforma ter" l'approvazione di questo provvedimento viene visto come un ulteriore importante tassello nella prospettiva del "nuovo welfare" che il governo dell'Ulivo intende disegnare.
L'idea base della riforma può essere riassunta in queste affermazioni dell'on. Signorino in occasione della presentazione del testo "Con la legge in esame si vuol segnare il passaggio da una accezione tradizionale di "assistenza" quale luogo di bisogni che possono essere discrezionalmente soddisfatti, ad una accezione di protezione sociale attiva, luogo di esercizio della cittadinanza. Il tutto secondo i principi di un moderno universalismo selettivo orientato alla costruzione di un sistema integrato di servizi e prestazioni, un sistema a più protagonisti, istituzionali e della solidarietà, caratterizzato da livelli essenziali di prestazioni, accessibili a tutti, in particolare a chi vive in condizioni di fragilità sociale; un sistema finanziato per il tramite della fiscalità e partecipato nei costi dai cittadini secondo criteri di equità sostanziale (…) Un sistema non più residuale e perciò stesso più capace di dare risposte anche alle esigenze particolarmente tutelate dal dettato costituzionale di cui all'art. 38."
Nel dibattito in aula una radicale critica a questa impostazione è stata fatta dal relatore di minoranza, on. Cè ("Quando parliamo di diritto d'accesso dobbiamo fare riferimento preciso all'art. 38 della Costituzione, garantendo che almeno per questi soggetti i diritti siano realmente esigibili (..) Per quanto riguarda le modalità di finanziamento, nell'art. 22 che concerne la definizione della rete integrata di servizi (..) non ritroviamo una specificazione di questi livelli essenziali. Si tratta ancora una volta di una norma di tipo programmatico, di indirizzo, che non da origine a diritti realmente esigibili"; la stessa tesi è stata sostenuta dall'on. Tiziana Valpiana, PRC, ("il testo non definisce un quadro di diritti all'assistenza sociale certi ed esigibili su tutto il territorio nazionale da una generalità di soggetti chiaramente identificati, né gli organi di governo obbligati a garantire queste prestazioni e i destinatari degli stessi"). Viene, dunque contestata l'affermazione che nel testo siano previsti diritti esigibili e quindi il mancato rispetto del 1º comma dell'art. 38 della Costituzione "Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale" al quale il testo dovrebbe dare attuazione.
Tale posizione è fortemente sostenuta dal Coordinamento Sanità e Assistenza (CSA) di Torino (vedi testo del documento in altra parte della rivista) secondo il quale la legge non rispetta il dettato costituzionale (art. 38, Comma 1) il quale non riconosce a tutti i cittadini il diritto al mantenimento e all'assistenza sociale, ma esclusivamente a coloro che non sono in grado di procurarsi da vivere in modo autonomo o, se minorenni, con l'aiuto dei propri congiunti. Si destineranno così alla generalità della popolazione servizi che dovrebbero essere rivolti a coloro che non possono lavorare (gli inabili al lavoro) e a coloro che non hanno mezzi di sussistenza necessari per vivere.
Il testo in esame ritiene invece questa impostazione "residuale" e dunque necessaria di superamento; lo stesso ministro Turco in sede di replica rispondendo all'on. Cè rivendica l'importante novità del testo ed afferma: "Sarebbe davvero non corrispondente ai bisogni della moderna società se noi pensassimo ed impostassimo una legge quadro per l'assistenza operando, ancora una volta, una distinzione tra i bisognosi, i deboli e le persone cosiddette normali. Se facessimo una legge quadro di riordino dell'assistenza rivolta esclusivamente ai soggetti bisognosi (..) non terremmo conto delle esigenze proprie della nostra società (..) I servizi alla persona devono essere impostati come servizi che si rivolgono alla normalità della vita quotidiana delle persone e delle famiglie e questo è il merito del testo in discussione". Sulla esigibilità dei diritti lo stesso ministro afferma "Gli standard essenziali contenuti nell'art. 22 del provvedimento soprattutto al comma 3, non sono aleatori, ma costituiscono servizi molto precisi. La legge indica, infatti, un insieme di prestazioni di servizi che ciascun ente locale sarà tenuto a fornire - certamente con gradualità - e che pertanto, dovrà esigere".
Sul tema dell'esigibiltà pare utile riportare, a completamento, il contenuto di un'intervista rilasciata da Livia Turco a Mario Tortello ("La stampa", 19.7.99). Alla domanda se il testo contiene diritti esigibili per i più deboli il ministro risponde: "La riforma dell'assistenza non sarà piena di 'possono'. Indicherà gli standard essenziali; individuerà le risorse, solleciterà l'aiuto alle famiglie, valorizzando gli interventi a domicilio e contro il ricovero negli istituti". L'intervistatore rilancia chiedendo: "Se gli enti locali non garantiranno gli interventi, cosa potranno fare i cittadini?" il Ministro così risponde: "Lei mette il dito sulla piaga. Lo so: faccio fatica, ad esempio, a far applicare la legge che prevede interventi a sostegno delle persone con handicap gravi. Vorrei avere maggiori strumenti impositivi. Ma non posso. Il corso della legislazione va nella direzione del federalismo; è un percorso irreversibile". Alla ulteriore domanda se i servizi essenziali per i più deboli resteranno ancora legati alla discrezionalità degli amministratori così Livia Turco conclude: "La strada da seguire non è quella impositiva. Dobbiamo sostenere gli enti locali, aiutarli nella progettazione degli interventi, far crescere i livelli di consapevolezza dei problemi e il senso di responsabilità. Certo, dobbiamo anche prevedere efficaci poteri sostitutivi, quando gli enti locali sono latitanti".
La filosofia del provvedimento anima il dibattito anche fuori dell'Aula; abbiamo già ricordato la posizione del CSA di Torino nettamente contraria a tale impostazione. Opposta è la posizione di Domenico Rosati (1), che commentando il testo di riforma, ritiene positiva la filosofia del testo licenziato dalla Commissione Affari sociali; accettando, infatti, la posizione espressa dall'on. Cè "viene a ripristinarsi la categoria dei 'poveri' come categoria sociale fissa e si restringe ad essi la protezione sociale che la Costituzione vuole per tutti i cittadini in nome del principio di uguaglianza". Lo stesso concetto è espresso, ad esempio, da Giovanna Rossi (2) "Il termine "assistenza sociale" tende a riproporre un approccio pauperistico che, ritenuto obsoleto già quasi trent'anni fa, al comparire sulla scena sociale delle istanze universalistiche proprie del welfare state di tipo istituzionale (..) pare oggi essere corroborato da esigenze minimalistiche che prefigurano uno scenario di vera e propria residualità per l'intero comparto sociale, a fronte dell'insopprimibile e irriducibile esigenza di contenere i costi relativi alla spesa sociale".
Sul banco degli imputati ritorna il cosiddetto "approccio residuale", da superare attraverso un "universalismo selettivo" (vedi art. 2 del testo unificato).
La domanda che pare opportuno porre a chi propugna un'approccio "universale" all'assistenza è se tale impostazione fa i conti a sufficienza con i contenuti del 1º comma dell'art. 38 della Costituzione; l'articolo può anche non piacere o essere anch'esso ritenuto "residuale"; ma non si può superarlo senza prima cambiarlo. Pare, inoltre, che si tenda a sottovalutare che ci sono soggetti in particolare difficoltà che richiedono "servizi aggiuntivi" certi. Si nota invece una insofferenza verso la parola "assistenza" che pare francamente esagerata; si tende a considerarla come una parola fondamentalmente negativa. Non si può non concordare con Chiara Saraceno (3) quando afferma (il riferimento è al Reddito minimo di inserimento) "E' una misura di base di garanzia del reddito per coloro che sono al di sotto di un certo livello di reddito. Quindi è una misura assistenziale e non dobbiamo vergognarci di questo termine, perché "assistenziale" in Italia è diventata una brutta parola. "Assistenziale passivo" sarà brutto, ma non vedo perché debba essere percepito come sbagliato o negativo "assistenziale" nel senso che qualcuno ha bisogno di un di più di sostegno. Recuperiamo la positività dell'azione assistenziale, altrimenti sembra che non possiamo più prestare attenzione a chi ha bisogno di un sostegno".
Certamente ogni intervento è un "servizio alla persona", ma la tendenza a scandalizzarsi quando si usa la parola "assistenza" pare poco comprensibile. Dobbiamo chiederci ad esempio che cosa rappresenta un Centro diurno per un handicappato intellettivo non avviabile al lavoro? Ovviamente un servizio alla sua persona; ma è così offensivo dire che si tratta di un intervento di assistenza sociale? Oppure se una persona o un nucleo familiare dispone di un reddito inadeguato per vivere, parlare di "assistenza economica" è così fuori luogo?
Analizzeremo, ora, il testo unificato (t.u.) in particolare in riferimento agli organi di governo e alla effettiva presenza di diritti esigibili e dunque di servizi obbligatori (4).
Posta la titolarità dei comuni riguardo gli interventi sociali (art. 6), uno dei problemi più importanti connessi con la loro gestione è quello relativo alle dimensioni territoriali degli organi di governo. Le piccole dimensioni della stragrande maggioranza dei comuni (su 8.100, circa 7.500 hanno meno di 15.000 abitanti) richiedono gestioni associate (ambiti territoriali) che possono permettere il governo di reti di servizi. Vediamo ora le parti del t.u. che fanno riferimento agli organi di governo (le sottolineature sono nostre).
Art. 6 (Funzioni dei comuni), comma 1.
1. I comuni sono titolari delle funzioni amministrative concernenti gli interventi sociali svolti a livello locale e concorrono alla programmazione regionale. Tali funzioni sono esercitate dai comuni adottando sul piano territoriale gli assetti più funzionali alla gestione, alla spesa ed al rapporto con i cittadini, tramite associazioni intercomunali o decentramento delle aree metropolitane, secondo le modalità previste dalle leggi 8 giugno 1990, n. 142, e 15 marzo 1997, n. 59, nonché dall'articolo 3 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112.
Art. 8 (Funzioni delle regioni), comma 3, lettera a.
3. Alle regioni, nel rispetto di quanto previsto dal decreto legislativo 31 marzo 1998, n, 112, spettano in particolare l'esercizio delle seguenti funzioni:
a) determinazione, entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, tramite le forme di concertazione con gli enti locali interessati, degli ambiti territoriali, delle modalità e degli strumenti per la gestione unitaria del sistema locale dei servizi sociali a rete. Nella determinazione degli ambiti territoriali, le regioni prevedono incentivi a favore dell'esercizio associato delle funzioni sociali in ambiti territoriali di norma coincidenti con i distretti sanitari già operanti per le prestazioni sanitarie, destinando allo scopo una quota del fondo regionale; Art. 19 (Piano di zona), comma 1.
1. I comuni associati, negli ambiti territoriali di cui all'articolo 8, comma 3, lettera a), a tutela dei diritti della popolazione, d'intesa con le aziende unità sanitarie locali, provvedono per gli interventi sociali e socio-sanitari, secondo le indicazioni del piano regionale di cui all'articolo 18, comma 6, a definire il piano di zona, che individua:
Art. 20 (Fondo nazionale per le politiche sociali), comma 3, lettera b.
Art. 22 (Definizione del sistema integrato di interventi e servizi sociali), comma 3
3. In relazione a quanto indicato al comma 2, le leggi regionali, secondo i modelli organizzativi adottati, prevedono per ogni ambito territoriale di cui all'articolo 8, comma 3, lettera a), almeno l'erogazione delle seguenti prestazioni: Il testo di riforma (art. 8, comma 3, lettera a) assegna dunque alle Regioni (entro 6 mesi dall'entrata in vigore della legge) la determinazione degli ambiti territoriali che, sembrerebbero obbligatori (peraltro l'art. 3, comma 2, del decreto legislativo 112/98 assegnava alle regioni il compito di individuare i livelli ottimali per l'esercizio delle funzioni assegnate ai comuni, affidandole nel contempo anche poteri sostitutivi nel caso di mancato adempimento da parte dei comuni stessi).
In realtà la formulazione, seppur migliorata rispetto al testo predisposto dal Comitato ristretto della Commissione Affari sociali nel novembre scorso, non fuga tutti i dubbi in merito alla obbligatorietà delle gestioni associate; non si capisce infatti, se gli ambiti sono obbligatori, perché all'art. 20 si prevedono "quote percentuali di risorse aggiuntive a favore dei comuni associati" o anche perché l'on. Signorino nella presentazione del testo alla Camera afferma che "sono previsti, altresì, a fini di efficacia ed economicità, incentivi per l'associazionismo dei Comuni".
Quello della obbligatorietà delle gestioni associate è un aspetto troppo importante e non può rimanere ambiguo; la definizione di ambiti territoriali è, infatti, condizione indispensabile per realizzare reti di servizi.
Servizi obbligatori?
Come abbiamo visto nel dibattito alla Camera, e non solo, molto si è discusso se nel testo siano stati previsti servizi obbligatori e dunque diritti esigibili; più volte nella discussione si è fatto riferimento agli articoli 2 e 22 del testo unificato che riportiamo di seguito integralmente (le sottolineature sono nostre). L'on. Signorino nella presentazione della legge così si è espressa "L'articolo 2 individua i soggetti destinatari degli interventi e dei servizi disciplinati dal provvedimento, secondo i richiamati principi di universalismo selettivo, che prevedono l'individuazione di criteri preferenziali di accesso in base a caratteristiche psicofisiche e reddituali. L'articolo 2 riconosce inoltre la natura di diritti soggettivi alle misure disciplinate dagli articoli 24 (reddito minimo di inserimento) e 25 (emolumenti economici connessi all'invalidità civile, cecità e sordomutismo). Nel contempo, la definizione di livelli essenziali di prestazioni, previsti all'articolo 22, intende garantire in generale tutte le posizione soggettive disciplinate dalla legge".
Art. 2 (Diritto alle prestazioni).
1. Hanno diritto ad usufruire delle prestazioni e dei servizi del sistema integrato di interventi e servizi sociali i cittadini italiani e, nel rispetto degli accordi internazionali, con le modalità e nei limiti definiti dalle leggi regionali, anche i cittadini di Stati appartenenti alla Unione europea ed i loro familiari, nonché i cittadini extracomunitari e gli stranieri presenti in Italia per motivi di lavoro e in possesso di regolare permesso di soggiorno, o in attesa di rinnovo dello stesso. Ai profughi, agli stranieri ed agli apolidi sono garantite le misure di prima assistenza, di cui all'articolo 129, comma 1, lettera h) del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112.
2. Al sistema integrato di interventi e servizi sociali, che riveste carattere di universalità, accedono tutte le persone di cui al comma 1, con priorità per quelle in stato di povertà o con limitato reddito o con incapacità totale o parziale di provvedere alle proprie esigenze per inabilità di ordine fisico e psichico, con difficoltà di inserimento nella vita sociale e attiva e nel mercato del lavoro, nonché per le persone sottoposte a provvedimenti dell'autorità giudiziaria che rendono necessari interventi assistenziali. Ai sensi della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni, le persone di cui al comma 1 devono essere compiutamente informate dagli erogatori dei servizi sulle diverse prestazioni di cui possono usufruire, sui requisiti per l'accesso e sulle modalità di erogazione per effettuare le scelte più appropriate. 3) Al fine di assicurare la tutela delle posizioni soggettive garantite dalla presente legge sono definiti, ai sensi dell'articolo 22, livelli essenziali di prestazioni da parte del sistema integrato di interventi e servizi sociali.
4) Per le finalità di cui al comma 3, i soggetti di cui all'articolo 1, commi 3 e 4, sono tenuti a realizzare il sistema integrato di interventi e servizi sociali e a consentire l'esercizio del diritto soggettivo a beneficiare delle prestazioni economiche di cui agli articoli 24 e 25.
Art. 22 (Definizione del sistema integrato di interventi e servizi sociali).
2. Per garantire uniformità di offerta sul territorio nazionale, gli interventi di seguito indicati costituiscono il livello essenziale delle prestazioni sociali erogabili sotto forma di beni e servizi, secondo le caratteristiche ed i requisiti fissati dalla pianificazione nazionale, regionale e zonale, nei limiti delle risorse del Fondo nazionale per le politiche sociali, tenuto anche conto delle risorse ordinarie già destinate dagli enti locali alla spesa sociale:
a) misure di sostegno e promozione delle condizioni dell'infanzia, dell'adolescenza e delle responsabilità familiari, attraverso servizi, misure economiche e organizzazione dei tempi atti a favorire l'armonizzazione del tempo di lavoro e di cura familiare;
b)	misure di sostegno nei confronti di minori e adulti con mancanza totale o parziale di autonomia tramite l'inserimento presso famiglie, persone e strutture comunitarie di accoglienza;
c)	misure di contrasto alla povertà a favore di cittadini impossibilitati a produrre reddito per limitazioni personali o sociali;
d)	misure economiche per favorire la vita autonoma o la permanenza a domicilio di persone totalmente dipendenti o incapaci di compiere gli atti propri della vita quotidiana;
e) servizi di aiuto alla persona per favorire la permanenza a domicilio di anziani, disabili e persone con disagio psicosociale, nonché iniziative per promuovere e valorizzare il sostegno domiciliare e l'integrazione sociale attraverso forme innovative di solidarietà comunitaria; f) accoglienza e socializzazione presso strutture residenziali e semiresidenziali di anziani e disabili, con elevata fragilità personale, sociale e limitazione dell'autonomia, non assistibili a domicilio;
g) informazione e consulenza alla persona e alle famiglie per favorire la fruizione dei servizi e promuovere iniziative di auto-aiuto;
h) prestazioni integrate di tipo socio-sanitario e socio-educativo per contrastare dipendenze da droghe, alcol e farmaci, favorendo interventi di natura preventiva, di recupero e reinserimento sociale;
i)	percorsi integrati socio-sanitari tramite servizi e misure economiche per favorire l'inserimento sociale, l'istruzione scolastica, professionale e l'inserimento al lavoro di persone con disabilità psico-fisica.
3. In relazione a quanto indicato al comma 2, le leggi regionali, secondo i modelli organizzativi adottati, prevedono per ogni ambito territoriale di cui all'articolo 8, comma 3, lettera a), almeno l'erogazione delle seguenti prestazioni:
L'art. 22, in realtà, elenca al comma 2, una serie di possibili interventi, specificando che gli stessi costituiscono il livello essenziale delle prestazioni erogabili "nei limiti delle risorse del Fondo nazionale sulle politiche sociali"; il comma 3 restringe, poi, il livello essenziale delle prestazioni da erogare in ogni ambito territoriale ad almeno 5 tipologie di servizi, peraltro abbastanza generici (ad esempio cosa si intende per strutture residenziali e semiresidenziali per soggetti con fragilità sociali? e quando si parla di Centri diurni o residenziali a carattere comunitario?), che dovranno essere previsti nelle leggi regionali.
Ma, anche in riferimento ai servizi previsti nel 3º comma, non pare possibile affermare che si tratti di servizi obbligatori e dunque di diritti esigibili. Come afferma Salvatore Nocera "è noto a chiunque che non si può parlare di esigibilità di un diritto soggettivo se non si è in presenza di prestazioni determinate esattamente dalle norme, in modo tale che, in caso di inadempienza del soggetto obbligato possa intervenire in via sostituiva il giudice" (5). E questo il testo unificato non pare prevederlo.
(1) "E venne il tempo dei servizi alla persona", in "Italia Caritas", p. 12, settembre 1999.
(2)	"I servizi alla persona in Italia. Due itinerari per l'analisi", in "Sociologia e politiche sociali", n.1/1999, p. 9.
(3)	Intervento al seminario della CGIL "Il reddito minimo di inserimento. Un intervento integrato di sostegno al reddito e di inserimento sociale", Roma 15.1.99, in "Nuova rassegna sindacale", n. 31/99, p. 6.
(4)	Ovviamente ci sono molti altri aspetti del t.u. e che necessiterebbero di approfondimento, primo tra tutti il ruolo delle IPAB (l'on. Signorino, presentando il t.u., citando un censimento del Ministero della solidarietà sociale, ha affermato che il numero delle IPAB - che gestiscono servizi residenziali per anziani per 67.000 utenti - è stimato in circa 4.200, per un patrimonio di 37 mila miliardi) ma anche la definizione delle prestazioni che afferiranno al Fondo sociale e quelle al Fondo sanitario. Pare opportuno ricordare che in occasione della "riforma ter" (Decreto Legislativo n. 229 del 16.9.1999), le regioni presentarono (cfr, ASI, n. 18/99) emendamenti "essenziali", accolti dal ministro, volti a "sfumare" la titolarità sanitaria (dunque le spese) nelle prestazioni definite ad alta integrazione sociosanitaria di competenza delle aziende sanitarie. La parte riguardante le prestazioni "sociosanitarie" nella "riforma ter" è riportata in "Appunti", n. 4/99, p. 22. Per un dettagliato esame del "percorso" della riforma sanitaria, dal testo approvato dal Consiglio dei Ministri fino alla approvazione definitiva si può fare riferimento ai numeri 12, 14, 15, 18, 19, 20, 21, 24/1999 della rivista "ASI".
(5) "Il testo unificato della legge quadro sui servizi sociali", in "Politiche sociali", n. 6/98, p.46.
Standard di personale e costi nelle RSA italiane
Franco Pesaresi - Responsabile staff assessore alla sanità delle Marche
A più di dieci anni dalle prime norme sulle RSA si è in presenza di un quadro molto differenziato tra regione e regione. L’analisi che segue si sofferma sulle scelte regionali in merito agli standard di personale, con evidenti difformità regionali, e ai costi
Le RSA sono strutture residenziali extraospedaliere caratterizzate dalla integrazione funzionale ed organica dei servizi sanitari e di quelli socio-sanitari che offrono a soggetti non autosufficienti, anziani e non, con esiti stabilizzati di patologie fisiche, psichiche, sensoriali o miste, non curabili a domicilio, un livello medio di assistenza medica, infermieristica e riabilitativa, accompagnata da un livello "alto" di assistenza tutelare e alberghiera: questa è la definizione che ne dà il D.P.R. 14.1.1997, volutamente abbastanza generica per poter ricomprendere i vari modelli organizzativi previsti dalla regioni italiane.
Il presente articolo si pone l'obiettivo di analizzare e confrontare l'approccio delle varie regioni italiane rispetto al problema degli standard di personale e dei costi di gestione delle RSA. Per esigenze di sintesi e di semplicità espositiva possiamo dividere le varie tipologie strutturali di RSA in 4 gruppi (che nelle realtà regionali assumono spesso terminologie diverse):
1)	le RSA per anziani;
2)	le RSA per demenze senili;
3)	le RSA disabili;
4)	le case ( residenze) protette.
L'assenza di talune regioni dai successivi quadri comparativi dipende dal fatto che non tutte le regioni italiane hanno assunto decisioni relative a questi aspetti.
I due terzi delle regioni hanno previsto una ripartizione delle responsabilità di direzione delle RSA prevedendo un responsabile della direzione organizzativa ed alberghiera ed un responsabile dell'assistenza sanitaria (cfr. tab.1). Il responsabile dell'organizzazione e dell'assistenza alberghiera della RSA è di norma un non medico mentre la responsabilità dell'assistenza sanitaria viene di solito affidata ad un medico specialista dipendente, preferibilmente geriatra, presente part time nella RSA per un numero di ore rapportato al numero di ospiti.
Tutte le regioni italiane prevedono la presenza di un medico dipendente nelle RSA con una presenza oraria rapportata al numero dei pazienti; in una struttura da 60 posti letto la maggioranza delle regioni prevede una presenza fra le 24 e le 38 ore settimanali del medico sia per le funzioni di direzione sanitaria che per le funzioni cliniche. Si veda a questo proposito la tab.2 che assomma tutte le presenze mediche (ecluse le consulenze) sia di direzione sanitaria che relative alla responsabilità dell'assistenza sanitaria (elencate anche nella tab.1). Fra le varie regioni la variabilità è notevole tanto che, in una RSA da 60 posti letto, l'Emilia Romagna prevede 48 ore settimanali di lavoro medico mentre il Friuli solo 18.
Oltre al personale medico dipendente ed in convenzione 10 regioni prevedono esplicitamente la disponibilità di altre figure mediche e non mediche per consulenze e prestazioni episodiche (o più raramente programmate) in relazione alle necessità degli ospiti delle RSA e delle case protette. La figura maggiormente richiesta è quella dello psicologo (9 regioni su 10) seguono nell'ambito delle specialità mediche il fisiatria e il geriatria. Diverse regioni (4) hanno poi previsto prestazioni dell'assistente sociale e del dietista.
Le principali figure assistenziali utilizzate nelle varie tipologie di RSA sono quelle dell'infermiere professionale, del terapista della riabilitazione, degli OTA e addetti all'assistenza e del terapista occupazionale/educatore. Le regioni italiane hanno scelto, anche in questo caso standard di personale assistenziale molto diversificati (Cfr. Tab. 3).
Gli infermieri professionali sono presenti soprattutto nelle RSA per anziani in un rapporto operatore/ospiti che compreso tra 1/6 e 1/10 ma con una forte tendenza verso questo ultimo rapporto tanto che la media è di 1/9. Tale media è leggermente più bassa nelle residenze protette (1/11) mentre colpisce la grande differenza nel rapporto infermieri/ospiti nelle strutture per dementi della Lombardia (1/7 comprensivo anche del terapista della riabilitazione) e dell'Umbria (1/15).
Il terapista della riabilitazione viene previsto in tutte le strutture sebbene con differenze significative fra le varie regioni (da 5 a 70 ospiti per terapista). In strutture da 60 posti letto quasi tutte le regioni hanno previsto da 1 a 3 terapisti, con una media di 1 terapista ogni 30 posti letto, senza particolari differenze fra RSA e residenze protette.
Ancora più rilevanti appaiono le differenze di standard per i terapisti occupazionali/educatori (da 8 a 100 ospiti per ogni operatore)anche in questo caso senza rilevanti differenze fra Rsa e residenze protette, che registrano ambedue una presenza media di un operatore ogni 30/40 ospiti. Modelli assistenziali diversi si riscontrano nelle RSA Alzheimer della Lombardia e dell'Umbria che vedono rispettivamente 1 terapista occupazionale/educatore ogni 21 ospiti e ogni 180 ospiti.
Infine differenze davvero clamorose fra Rsa e residenze protette si registrano nella dotazione di OTA/addetti all'assistenza rilevabile dalle medie del rapporto operatore/ospiti 1/2 nelle strutture per Alzheimer e per disabili, 1/2,8 nelle RSA per anziani e 1/7,4 nelle residenze protette.
Dunque le regioni italiane hanno scelto standard di personale assistenziale molto diversificati per le proprie strutture sanitarie residenziali, parzialmente giustificate dall'esistenza di diverse tipologie strutturali.
Nelle RSA anziani lo standard assistenziale (esclusi i medici) oscilla per ogni ospite da un minimo di 0,30 operatori (Lazio) ad un massimo di 0,83 operatori (Marche), con un valore medio di 0,56. Le differenze sono notevoli: in una struttura di 60 posti letto significherebbe avere impegnati da 18 a 50 operatori.
Solo la Lombardia (0,61 operatori per ospite) e l'Umbria (0,77 operatori per ospite) prevedono dei moduli riservati ai malati di Alzheimer con standard di personale abbastanza omogenei sotto il profilo quantitativo ma qualitativamente difformi. Due sole strutture, le RAF di tipo B del Piemonte e le RSA Disabili delle Marche, sono riconducibile alla RSA disabili che prevedono rispettivamente 0,82 e 0,60 operatori per ospiti.
Un quarto gruppo di regioni ha inoltre previsto la dotazione di personale per le case o residenze protette (Emilia Romagna, Liguria ed Umbria) con standard che oscillano tra 0,33 e 0,44 operatori per ospite.
Al personale assistenziale di cui alla tab. 3 va poi aggiunto il personale tecnico ed amministrativo che mediamente è pari a 0,25 operatori per ospite (range 0,15/1 - 0,35/1). In conclusione l'orientamento delle regioni vede una intensità assistenziale crescente man mano che si passa dalle residenze protette, alle RSA per anziani, alle RSA per Alzheimer ed alle RSA Disabili. Colpisce comunque la grande varietà di standard quantitativi fra strutture tipologiche appartenenti alla stessa area.
Tutti al centro? A proposito di volontariato e terzo settore
Interrogarsi sul ruolo e sul futuro del volontario e del terzo settore; a questo conduce la pubblicazione di uno stimolante libro a più voci da consigliare, in particolare, a tutti coloro che "appartengono" a questo mondo
A cura di Mariano Bottaccio (redattore della rivista "Confronti") è da poco uscito il volu	me Tutti al centro. Volontariato e terzo settore in un "paese normale" (Ed. Minimun fax, Via della Farnesina 13, 00194 Roma). Il volume fornisce l'occasione per tornare a riflettere sul ruolo del volontariato (1), sul rapporto volontariato-terzo settore e più in generale su quello che rappresenta e sempre più intende rappresentare il cosiddetto mondo del non profit nel nostro Paese. Dal nostro punto di vista (quello del Gruppo Solidarietà), che non è quello di studiosi o ricercatori del settore ma di persone che da oltre quindici anni vivono l'esperienza di "volontari" c'è grande bisogno di riflessione ma anche di molta chiarezza.
Da diretti interessati
Per una volta ci permettiamo di parlare "da diretti interessati" - anche per evitare che a prendere la parola siano tutti meno che i protagonisti - di un fenomeno, che come sopra detto, ci riguarda personalmente. Ci pare così importante la riflessione che quest'anno abbiamo deciso di dedicare il convegno nazionale (vedi il programma in quarta di copertina), proprio alla riflessione su questi temi; il titolo "Dove va il volontariato?" (2) indica il filo conduttore dell'incontro che evidenzia la preoccupazione per il rischio di una indistinta collocazione del volontariato all'interno del terzo settore e con il tentativo di annacquare alcune specificità (prime fra tutte le gratuità e la tutela dei soggetti deboli) che connotano (o dovrebbe connotare) l'azione volontaria.
Riteniamo infatti che seppur ci siano elementi comuni il volontariato è una cosa e il terzo settore è un'altra. Una distinzione che non vuole dire che il primo è migliore del secondo ma soltanto che c'è differenza. Giustamente Mons. Nervo afferma: "Se è servizio spontaneo e gratuito è volontariato: negli altri casi non è volontariato, è un'altra cosa , che non vale meno del volontariato - per molti aspetti a volte vale di più - semplicemente è un'altra cosa" (pag. 89). Deve essere pertanto rifiutata la tesi di chi vede il terzo settore come un grande "contenitore" nel quale sono accumunate IPAB, l'università Bocconi, l'Automobil Club Italia e il piccolo gruppo di volontariato. Cosa hanno in comune questi soggetti, tanto da essere collocati sotto lo stesso ombrello?
Il libro, soprattutto la prima parte, "Prima le ombre, le luci poi" con gli interventi dello stesso Bottaccio, di Vittorio Agnoletto, di Giovanni Nervo, mette in guardia da mitizzazioni e euforie del tutto fuori luogo, che sottoscriviamo per intero. D'altra parte è troppo flebile la voce di chi, in solitaria controtendenza cerca di evidenziare rischi di snaturamento e soprattutto non dimentica di legare la funzione del volontariato con quella dei deboli ai quali dovrebbe aiutare a dare voce.
Tra queste sottolineiamo le posizioni della Caritas italiana, da ultimo con l'importante documento in occasione della 3ª Conferenza sul volontariato svoltasi a Foligno nel dicembre scorso.
Flebile è la voce dello stesso volontariato che sembra incapace di esprimere una propria posizione, quasi si senta subalterno alle grandi sigle e ai grandi nomi, ad esempio, dell'associazionismo sociale. Così troneggiano gli esperti (generalmente professori di economia) che improvvisamente hanno scoperto il carattere salvifico del terzo settore nella risoluzione dei problemi sociali (i freschi dati ISTAT sulla povertà ci ricordano che i poveri c'erano ieri e ci sono oggi, anzi!!); essi indicano al volontariato le linee su cui sarebbe opportuno muoversi e mal sopportano le resistenze di chi ritiene che ci siano differenze non omologabili. Ad esempio, si cerca di introdurre (vedi Stefano Zamagni, nel numero di luglio della "Rivista del Volontariato") il concetto di reciprocità (generatrice di solidarietà) contrapposto a quello di gratuità (che rischia di produrre cultura assistenziale) che connota l'azione volontaria. Le proposte sono generalmente in funzione di modelli di politica sociale che tendono a collocare il volontariato con un ruolo ben definito all'interno del "nuovo welfare: gestione di servizi leggeri ad alta "valenza relazionale". Comunque erogatori di servizi.
D'altra parte il sottotitolo della citata Conferenza di Foligno più chiaro non può essere "Per la coesione sociale verso un nuovo welfare". Come fa giustamente notare Bottaccio (p. 42) ".. Non per la giustizia, non per gli esclusi, non per la democrazia. Piuttosto, il volontariato e il terzo settore dovrebbero preoccuparsi, al pari di Dahrendorf o di Fazio, della tenuta del tessuto sociale. Che non si smagli troppo. Che il malessere sociale non cresca eccessivamente, mettendo in pericolo il regolare svolgimento di una vita sociale, che, in fondo produrrebbe ricchezza ed agi. Certo qualcuno è lasciato ai margini, ma proprio di questi i volontari e gli operatori si occuperanno. E' questo il "nuovo modo di fare solidarietà" caldeggiato da D'Alema: far girare meglio il mercato, abbattere il welfare "corporativo", assicurare la coesione sociale. E' questo il progetto politico che unirà il "mondo della solidarietà"?". Il rischio evidente (ma per molti non si tratta di rischio, bensì di opportunità) come ricorda Giuseppe Pasini (1) "è che il volontariato assuma di fatto il ruolo di ammortizzatore sociale delle inevitabili conflittualità, riducendo il proprio intervento a pura assistenza" .
Alcuni aspetti ci sembrano importanti richiamare ulteriormente; alcuni miti sono da sfatare, tra questi ad esempio che:
a) le organizzazioni del terzo settore concorrano (in ragione della propria esistenza) allo sviluppo di politiche sociali territoriali a tutela dei soggetti più deboli. Dalla nostra esperienza questo risulta vero solo per pochissime situazioni, ed anzi questo ruolo tende ad affievolirsi sempre più; quasi mai (il quasi andrebbe, forse tolto) sentiamo queste organizzazioni alzare la voce in difesa dei più deboli. La loro presenza nei "tavoli" (quando c'è) è esclusivamente rivolta alla tutela dei propri interessi associativi che, anche questo assunto è da sfatare, non è detto per niente che coincidano con quelli degli utenti dei servizi. Il loro rapporto con gli assessori o i direttori generali delle AUSL non è quasi mai conflittuale (se non quando, giustamente, lamentano ritardi nei pagamenti). Ben lo ricorda Bottaccio (pag. 43): "Nel caso delle politiche sociali (…), il fatto che si confrontino in una sede istituzionale amministratori, dirigenti dei servizi pubblici, volontariato terzo settore e altri soggetti non garantisce affatto che gli accordi siano positivi per tutti: mancano infatti ai tavoli i marginali e i marginalizzati per i quali, è bene ricordarlo, una politica sociale viene pensata e realizzata (…) Allora, bisogna domandarsi se quella funzione critica nei confronti dello stato che, una volta, costituiva il vero tratto identitario del volontariato, oggi e ancor più in futuro no vada esercitata - specie da chi non ha esigenze di sopravvivenza - anche e soprattutto nei confronti delle organizzazioni del terzo settore che, insieme al pubblico e gli altri soggetti della comunità, si assumono le responsabilità fino a ieri esercitate in esclusiva dall'apparato statale" (pag. 44).
b) la promozione e lo sviluppo del terzo settore determini maggiore tutela nei confronti dei più deboli. Come a dire che più cresce il non profit migliori saranno le condizioni di vita dei soggetti più in difficoltà. Anche il tema della tutela degli utenti dei servizi deve sollecitare un ulteriore approfondimento. Attività di gestione e di tutela possono coesistere all'interno dello stesso ente? La chiarezza dei ruoli è essenziale e ogni confusione dovrebbe essere evitata. Ad esempio quando il "Forum del terzo settore" (a cui appartengono organizzazioni molto diverse - dalla LILA alla Compagnia delle opere - tenute insieme, evidentemente, da una logica corporativa) si siede al tavolo con il governo non possono esserci ambiguità circa gli interessi che si appresta a difendere e a tutelare. Non possono essere (se non indirettamente) quelli degli utenti dei servizi. Per la tutela degli interessi di un malato mentale, un handicappato intellettivo, un anziano non autosufficiente certo nessuna delega è stata data al "Forum" (come peraltro nessuno ha delegato il sindacato). E d'altra parte il Protocollo d'Intesa tra il Forum e Governo dello scorso 12 febbraio si muove, quasi esclusivamente, sulla linea di una politica di promozione del terzo settore.
Il tema della tutela dei più deboli, ha necessità di non essere eluso. Ci sono infatti persone non in grado di tutelarsi da sole. Chi lavora in questo campo sa quanto siano difficili i rapporti con le istituzioni (di destra o di sinistra, disponibili o indisponibili, conservatrici o progressiste) che mal sopportano chi (senza farsi strada) con competenza e "professionalità", senza pressapochismo e demagogia, le stimola (anche attraverso la denuncia) a prestare maggiore attenzione ai soggetti più deboli.
Questo lavoro non è compatibile con una funzione gestionale (o si fa l'una o si fa l'altra); richiede molto tempo da impegnare in una attività di documentazione ed approfondimento che dal punto di vista economico è improduttiva e che nessuna organizzazione che si deve reggere sulle proprie forze si può permettere. Una funzione che, peraltro, non riceve alcun consenso da parte delle istituzioni. Non è allora pensabile che il terzo settore (o meglio tutte le realtà non profit con caratterizzazione gestionale), così come inteso, sia nelle condizioni di sviluppare questa funzione. Essa oltre che dalle associazioni degli utenti potrebbe e dovrebbe essere svolta anche dalle organizzazioni di volontariato che non avendo compiti di natura gestionale possono dedicarsi ad una funzione importantissima all'interno della comunità locale: quella della promozione e difesa dei diritti dei più deboli. D'altra parte che le istituzioni mal sopportino una funzione del volontariato che abbia come riferimento le esigenze delle persone con cui si impegna quotidianamente è testimoniata dall'insofferenza con le quali le istituzioni si rapportano con le stesse nei casi in cui vengono sollecitate ad una maggiore attenzione, al rispetto di impegni presi, alla istituzione o al potenziamento di servizi ecc.. Classica ad esempio è tesi secondo la quale tale attività ha effetto contrario a quello sperato con ripercussioni negative sull'utenza, con l'invito, non tanto velato, a cambiare strada.
Ma di questa funzione pochissimo si parla; e certo non può parlarne chi vorrebbe (dal governo fino all'amministratore del comune più piccolo d'Italia) dare al terzo settore un pezzetto di welfare da gestire; una funzione, come abbiamo visto sopra inconciliabile con quella di rappresentanza degli interessi degli esclusi. Si finisce con il capire allora perché tante lodi sperticate per quel volontariato (comunque inteso) che non alza mai la voce, che pur lavorando con chi è in difficoltà è sordo alle loro istanze; e quanta insofferenza per chi, mette al centro prima di tutto, gli interessi delle persone con cui ha fatto un tratto di strada insieme. Forse dall'esterno non è facile capirlo, ma le prospettive sono radicalmente diverse.
(1) Cfr., "Appunti", 4/99, p. 2, Giuseppe Pasini, "Quale volontariato per la nostra società".
(2) Cfr., "Appunti", 4-5/97, pp. 2-26, con un numero monografico dal titolo "Volontariato: quale futuro?"
(3) Cfr., "Appunti" 2/99, p. 19, "Sulla specificità del volontariato".
A cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per gli Affari Sociali (1) è stata presentata al Parlamento (ai sensi dell’art. 41, comma 8 della l. 104/92) la relazione sullo stato delle politiche per l’handicap per l’anno 1998. Nel volume sono riportate le relazioni inviate dai Ministeri e dalle Regioni. Riprendiamo di seguito alcuni dati (2).
Riguardo gli aspetti quantitativi dell'integrazione (pag. 84) vengono forniti i seguenti dati riferiti all'anno scolastico 1997-98.
Su 7.589.395 alunni quelli in situazione di handicap ammontano a 117.643 unità (113.133 nel 1997) e sono così distribuiti:
- Scuola materna: 10.045 (9.669 nel 1997) pari al 1,09% (1,06 nel 1997) degli alunni iscritti.
- Scuola elementare: 50.950 (48.559 nel 1997) pari al 1,96% (1,87% nel 1997) degli alunni iscritti.
- Scuola secondaria di I grado: 43.180 (42.995 nel 1997) pari al 2,54% (2,45 nel 1997) degli alunni iscritti
- Scuola secondaria di II grado: 13.468 (11.870 nel 1997) pari allo 0,57% (0,49 nel 1997) degli alunni iscritti.
Relativamente alla scuola dell'obbligo il numero di alunni in situazione di handicap inserito è del 2,19% (+ 0.09 rispetto al 1997). La relazione segnala l'aumento in termini assoluti degli alunni in situazione di handicap inseriti negli anni nella scuola nel suo complesso (ad esempio nell'anno scolastico 1992-93 su un totale di 8.048.178 alunni quelli in situazione di handicap erano 106.152; nel 1997-98 su 7.589.395 alunni quelli in situazione di handicap erano 117.643). Anche nella relazione di quest'anno viene messa in evidenza l'anomalia dell'aumento di certificazioni nella scuola secondaria di I grado a fronte del perdurante calo della popolazione scolastica.
Relativamente ai docenti di sostegno non è possibile la comparazione con l'anno precedente in quanto per l'anno scolastico 1997/98 non è stato rilevato il dato relativo agli insegnanti di sostegno non di ruolo e privi di titolo di specializzazione. Si afferma, comunque, il perdurare di una, seppur modesta, tendenza all'aumento dei docenti di sostegno.
Questa parte della relazione si chiude con le seguenti, importanti, affermazioni: "Si può a questo punto ipotizzare che il perdurare della crescente richiesta di maggiori 'ore per il sostegno' costituisca l'indizio più esplicito del fatto che la cosiddetta didattica frontale (spiegazione alla classe, studio individuale a casa, interrogazione o verifica scritta, ecc..) sia oggi praticata dalla maggioranza degli insegnanti e che essa non preveda di per sé processi di integrazione. Tale condizione pare particolarmente diffusa a livello di scuola media, mentre da tempo le scuole materne e quelle elementari hanno ampliato l'ambito dell'apprendimento e dell'organizzazione flessibile delle attività didattiche (classi aperte, cooperative learning, lavoro a gruppi, insegnamento individualizzato, attività di mutuo aiuto, tecniche freinetiane, tutoraggio, ecc..). A loro volta le scuole superiori sembrano più disponibili all'azione didattica organizzata per moduli, al sistema dei crediti e dei debiti formativi, alla costruzione di progetti di vita. Conseguentemente, la tendenza all'assegnazione di un numero sempre più alto di "ore per il sostegno", al di la delle intenzioni, di fatto potrebbe rappresentare un ostacolo obiettivo all'integrazione, impedendo che il docente specializzato costituisca una risorsa per l'intera classe, per l'insieme del gruppo docente e del consiglio di classe e si trovi, invece, spesso, suo malgrado, a svolgere il ruolo di unico tutore e 'assegnatario' dell'allievo in situazione di handicap" (pag. 84).
B)	Provvidenze economiche
I dati riportati sono aggiornati al 31 dicembre 1998. Si conferma la tendenza alla lieve flessione del numero degli assistiti pari a 1.386.710 (1.386.710 nel 1997) di cui 1.200.620 invalidi civili, 115.612 ciechi civili, 40.478 sordomuti. I beneficiari dell'indennità di accompagnamento, risultano: 838.246 invalidi civili (845.593 nel 1997), 56.112 ciechi civili assoluti (57.336 nel 1997).
La spesa sostenuta per il 1998 è distinta come segue:
- L. 14.243.503.911.955 per gli invalidi civili;
- L. 1.466.160.322.715 per i ciechi civili;
- L. 240.576.355.870 per i sordomuti.
Nella relazione del Ministero si afferma inoltre: "L'indice medio nazionale del rapporto percentuale degli assistiti rispetto alla popolazione residente è risultato per il 1998 anche esso in flessione, pari al 2,40% rispetto all'anno precedente pari al 2,46, con punte massime nelle Regioni Sardegna (3,66), Umbria (3,26), Calabria (3,31), Abruzzo (3,24)". Si afferma inoltre la presenza di una notevole presenza di contenzioso amministrativo e giurisdizionale.
Si segnala inoltre che il Decreto Legislativo 112/98, all'art. 130, dispone il trasferimento della funzione di erogazione dei benefici economici di invalidità civile all'INPS. Il trasferimento dovrebbe essere concluso entro il 2.000. Nell'attesa del trasferimento completo la funzione di concessione permane alle prefetture.
C)	Lavoro
Fortemente deludente è la relazione del Ministero del Lavoro costituita da una sola pagina ed esclusivamente riferita ai permessi di cui all'art. 33 della legge quadro. E' vero che la relazione dell'anno precedente (di 13 pagine) era in alcune parti quasi una fotocopia di quella del 1996, ma non dedicare nemmeno una parola alla situazione relativa al collocamento obbligatorio pare, francamente offensivo. Se questo è l'impegno del Ministero del Lavoro certo non sono buoni gli auspici per la nuova legge sul collocamento obbligatorio (n. 68/92) approvata nel marzo scorso.
(1)	Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione annuale al parlamento sullo stato di attuazione delle politiche per l'handicap in Italia 1998, Roma 1999.
(2)	Sugli stessi punti di questa scheda per la relazione del 1997 si può far riferimento al n. 4/98 di "Appunti", p. 9, Legge quadro sull'handicap: lo stato di attuazione al 1997.
Riforma dell’assistenza: perché diciamo no
CSA, Coordinamento Sanità e Assistenza, Torino (1)
Le caratteristiche principali del testo unificato "Disposizioni per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali", predisposto dalla Commissione Affari sociali della Camera dei deputati e attualmente all'esame nell'Aula di Montecitorio, sono:
1.	ad esclusione delle prestazioni economiche a carattere continuativo (pensioni di invalidità, assegni sociali, ecc..), non è riconosciuto alcun diritto esigibile ai soggetti (minori, handicappati, anziani, complessivamente il 2-3% della popolazione), che continuare a vivere hanno bisogno di prestazioni di assistenza sociale (sussidi economici per situazioni di emergenza, aiuti domiciliari, accoglienza presso comunità alloggio o, alla peggio, presso istituiti, ecc..). Anzi, il provvedimento in esame cancella i diritti assistenziali sanciti nel secolo scorso dal regio decreto 6535 del 1889 e nel periodo fascista dalla legge 2838 del 1928 e dai regi decreti 773 del 1931 (art.154 e 155), del 1934 (art. 91 e 635 del 1940 (art.277, 279, 280, 281, 282, 283, 284, 298). Le suddette norme, spesso ancora operanti, pur essendo ampiamente superate, sono preferibili alle dichiarazioni altisonanti, ma prive di contenuti operativi, del testo in oggetto;
2.	abrogazione delle disposizioni che destinano esclusivamente ai poveri i patrimoni delle IPAB, Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza, stimati in ben 37 mila miliardi (cifra indicata nella relazione della Commissione Affari sociali) ed i relativi redditi. Secondo la Rivista IPABOGGI, n. 6 1996 l'ammontare dei suddetti patrimoni sarebbe di 50 mila miliardi;
3.	trasferimento della competenza ad intervenire nei confronti degli anziani colpiti da malattie invalidanti (cancro, demenza, pluripatologie, ecc..) e da non autosufficienza dalla sanità (che deve attualmente curarli in base a leggi vigenti dal 1955) all'assistenza, con le seguenti conseguenze:
-	passaggio dalla gratuità al pagamento da parte dei degenti di rette ammontanti anche a 100 mila lire al giorno;
-	perdita del diritto esigibile alle cure sanitarie, ricoveri compresi, e trasferimento degli interventi alla discrezionalità dell'assistenza e quindi con l'inserimento nelle liste di attesa, anche di 2-3 anni, per il ricovero in case di riposo e altre strutture assistenziali (residenze protette, ecc..);
4.	possibilità di erogazione all'intera popolazione, e quindi anche a coloro che già stanno bene o benissimo, dei non meglio precisati interventi e servizi sociali del testo in oggetto. Mentre le autorità continuano a ripetere che mancano i fondi per le persone veramente bisognose (2-3% della popolazione), ci sarebbero le risorse per estendere le prestazioni a tutti i cittadini.
Affermazioni strumentali dell'On. Signorino e di altri Parlamentari
A fondamento del testo predisposto dalla Commissione Affari sociali, la relatrice, On. Elsa Signorino, ha sostenuto che l'attuale regolamentazione dell'assistenza sociale si basa sulla legge Crispi n. 6972 del 1890, il che non è assolutamente vero. La legge suddetta non ha mai contenuto e non contiene norme per l'accesso dei bisognosi ai servizi assistenziali, ma definisce i criteri che devono essere rispettati per l'amministrazione delle IPAB. La legge 6972/1890 era stata approvata per impedire le frequenti ruberie (anche nel secolo scorso erano state sottratte ai poveri ingenti risorse!) e per evitare il ripetersi delle altre gravissime irregolarità accertate dalla Commissione reale che aveva indagato sulle IPAB (allora denominate opere pie) dal 1880 al 1888.
Prima della legge Crispi era operante il già citato regio decreto 6535 del 1889 (secondo alcuni ancora in vigore oggi) che obbligava i Comuni a provvedere al ricovero delle persone inabili al lavoro (minori degli anni 15, handicappati, anziani) che non potevano continuare a vivere a casa propria o presso i loro congiunti.
Gli obblighi di assistenza dei Comuni nei confronti delle persone bisognose erano stati ribaditi dagli art. 154 e 155 del regio decreto 773 del 1931, testo unico delle leggi di pubblica sicurezza.
A sua volta, la vigente legge 2838 del 1928 impone alle Province di garantire i necessari interventi di assistenza sociale alle gestanti e madri in difficoltà sul piano personale, fornendo loro anche il sostegno psicologico e sociale per il loro reinserimento e per il riconoscimento o il non riconoscimento dei loro nati. In base alla legge suddetta, le Province sono altresì tenute ad assistere i bambini figli di ignoti e quelli nati fuori del matrimonio.
Si ricorda, inoltre, che l'art. 91 del regio decreto 383 del 1934 stabiliva che erano obbligatorie per i Comuni le spese concernenti l'assistenza agli inabili al lavoro e cioè ai minori dei 15 anni, agli anziani privi di mezzi e alle persone che a causa di gravi handicap erano impossibilitate a svolgere attività lavorative proficue. Purtroppo con la legge n. 3 del 1979 il Parlamento ha abrogato l'obbligatorietà delle suddette spese assistenziali.
Nel testo in esame sono altresì ignorate le norme vigenti concernenti l'assistenza ai carcerati, ai dimessi dal carcere e alle loro famiglie, gli interventi di protezione sociale nei confronti delle persone dedite alla prostituzione e degli individui senza fissa dimora, nonché le prestazioni riguardanti i bambini ed i giovani soggetti a provvedimenti dei tribunali per i minorenni e tutte le attività relative ai rapporti con l'autorità giudiziaria in materia di interdizione, inabilitazione, tutela, curatela, adozione, affido, ecc..
Perché non viene mai citato il 1° comma dell'art. 38 della Costituzione?
In tutti gli interventi svolti nell'Aula di Montecitorio il 5 luglio 1999 in merito al testo unificato, né la relatrice On. Elsa Signorino, né il Ministro On. Livia Turco, n i numerosi Parlamentari che hanno preso la parola hanno citato il 1° comma dell'art. 38 della Costituzione che recita: "Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale"
Pertanto, la Costituzione non riconosce - giustamente ad avviso di questo Comitato - a tutti i cittadini il diritto al mantenimento e all'assistenza sociale, ma esclusivamente a coloro che non sono in grado di procurarsi da vivere in modo autonomo o, se minorenni, con l'aiuto dei propri congiunti.
Ovviamente, gli interventi assistenziali devono essere integrativi (e non sostitutivi ) delle prestazioni dei settori preposti alla sanità, alla casa, alla scuola, alla formazione professionale, alla cultura e agli altri comparti che devono fornire prestazioni universalistiche.
Se il Parlamento e il Governo intendono sottrarre all'esclusiva destinazione dei poveri i 37-50 mila miliardi dei patrimoni delle IPAB ed i relativi redditi per destinarli anche ai benestanti (come purtroppo è già successo negli anni scorsi, in molti casi), e se vogliamo cancellare i diritti acquisiti esistenti (certamente inadeguati e superati, ma preferibili alle dichiarazioni senza riscontri concreti e immediati del testo in esame), i Ministri ed i Parlamentari procedono in modo trasparente, senza nascondere la realtà dei fatti, e quindi senza affermare che nel testo in oggetto sono previsti diritti esigibili e senza ignorare la Costituzione e le leggi vigenti.
Inoltre, sono pregati di spiegare come mai mancano fondi sufficienti per i poveri e poi ci sono i mezzi economici per estendere gli interventi sociali a tutta popolazione.
Infine, questo Comitato gradirebbe sapere se il trasferimento dalla sanità all'assistenza degli anziani malati cronici non autosufficienti (compresi i pazienti psichiatrici ricoverati presso strutture manicomiali da più di venti anni), significa che le persone inguaribili vengono considerate incurabili o poco curabili.
(1) Il CSA (Via Artisti 36, 10124 Torino) ha predisposto anche delle proposte di modifica, che possono essere richieste.
Ancora sulle RSA nella regione Marche
Coordinamento Volontariato Vallesina, Jesi
Riportiamo la lettera inviata dal Coordinamento Volontariato Vallesina lo scorso 30 giugno alla Giunta regionale, ai membri della Commissione sanità del Consiglio regionale e alle segreterie regionali CGIL-CISL-UIL sulla situazione delle RSA nella Regione Marche
Il recente seminario di approfondimento (1) promosso dal Gruppo Solidarietà (Jesi, 25.6.1999, "Presente e futuro delle RSA nella Regione Marche") sulla situazione delle RSA nella nostra regione ha evidenziato l'urgenza di un intervento normativo da parte della Regione al fine di sanare una situazione di confusione ed ambiguità a tutto danno degli utenti (anziani ammalati e non autosufficienti non curabili a domicilio).
Tale chiarezza diventa ancor più necessaria anche a seguito delle indicazioni del PSR che introduce nuove tipologie di residenze extraospedaliere (in mancanza peraltro di definizione riguardo: localizzazione, posti letto, standard assistenziali).
Si corre il rischio (in molte situazioni è già una realtà) di un "fai da te", da parte delle Aziende sanitarie nel cui territorio sono presenti presidi ospedalieri disattivati e riconvertiti in RSA, guidato esclusivamente da obiettivi di contenimento della degenza ospedaliera e dei relativi costi.
Se a questo si aggiunge che - a oltre 10 anni dalla l. 67/88 che istituisce le RSA - a tuttoggi nella nostra regione si è in presenza di un fortissimo ritardo nella realizzazione di queste strutture (sostanzialmente le RSA funzionanti sono quelle derivanti dalla disattivazione ospedaliera del 1992) si può affermare che non più di qualche decina sono gli effettivi p.l. di RSA presenti nel territorio regionale.
In occasione del seminario la Regione Marche ha presentato una prima bozza di "Linee Guida sull'organizzazione e il funzionamento delle RSA"; un Atto necessario ed urgente, importante per dare uniformità agli interventi da erogare in queste strutture (si ricordano solo alcuni degli irrisolti problemi: standard assistenziali, conduzione medica della struttura, modalità di accesso, criteri riguardanti la cosiddetta "quota alberghiera") . E' opportuno ricordare che attualmente gli aspetti organizzativi sono normati da una delibera dell'ottobre 1992 (n. 3240) successiva alla disattivazione ospedaliera del luglio 1992 (n. 99) di alcuni presidi. Un Atto fortemente datato che, peraltro, doveva essere rivisto entro 6 mesi.
Se, dunque, è necessaria l'approvazione di nuove Linee Guida altrettanto urgente è che contemporaneamente la regione Marche faccia assoluta chiarezza riguardo l'intera rete della residenzialità extraospedaliera, al fine di evitare ambiguità ed opportunismi del tutto deleteri. In particolare, diventa essenziale che quelle poche RSA presenti nel territorio regionale funzionino come tali ospitando gli utenti per le quali sono nate ed evitando che le ASL possano autonomamente prevedere cambi di funzione.
Per questo chiediamo, da subito, che la Regione comunichi alle AUSL l'impossibilità di cambiare la destinazione d'uso delle strutture (un cambio a volte subdolo, si chiamano RSA ma non funzionano da RSA, a volte formale, si trasformano da RSA in RSR o RST) e contemporaneamente definisca localizzazione e p.l. (gli standard minimi assistenziali saranno presenti all'interno delle L.G.) per tipo di struttura funzionante nell'intero territorio regionale (d'altra parte il PSR già indicava un complessivo di p.l. da realizzare nel quinquiennio suddiviso per provincia).
Non è questa la sede per entrare nei contenuti della bozza di Linee Guida presentate, rispetto alle quali formalizzeremo nei prossimi giorni le nostre proposte; ci preme in particolare:
- che, soprattutto, per gli anziani non autosufficienti non curabili a domicilio si prevedano risposte adeguate alle loro esigenze di cura evitando così che gli stessi continuino ad essere inseriti in strutture residenziali che non hanno alcuna legittimità per accoglierli;
- introdurre forme di tutela per tutti coloro che, ripetiamo, impropiamente sono ricoverati nelle strutture assistenziali;
- evidenziare la necessità che la rete dei servizi sanitari residenziali sia compiuta, per questo è essenziale che possano avviarsi nel più breve tempo possibile per ogni ASL i posti letto di riabilitazione e lungodegenza, così da evitare che funzioni previste all'interno dei p.l. ospedalieri vengano trasferite nella residenzialità extraospedaliera riducendo, il complessivo dei p.l. da destinare alle RSA, o peggio ancora che le RSA funzionino come p.l. ospedalieri.
Si chiede pertanto alla Regione Marche di voler, nel più breve tempo possibile, intervenire al fine di affrontare i problemi sollecitati nel seminario di Jesi e qui riproposti.
(1) Cfr., "Appunti", n. 4/99, pp. 16-21, "Presente e futuro delle RSA nelle Marche".
Godbout Jacques T., Il linguaggio del dono, Bollati Boringhieri, Torino 1998, pp. 108, L.24.000.
Il dono come linguaggio e il linguaggio del dono analizzati evidenziando come, al di là del valore economico e della stretta utilità, il comportamento umano sia inspiegabile se non si fa riferimento ad una serie di meccanismi legati alla logica del dono. Tali meccanismi permettono il mantenimento ed il rafforzamento di legami sociali al di là di una razionalità strettamente individualistica e razionalistica, ovvero di spiegazioni dei comportamenti umani sociali giocate in chiave esclusivamente strutturale o fuzionale.
AA.VV., Domiciliarità e residenzialità, L'altro Modo, Pinerolo 1999, pp. 173, L.20.000.
Il volume raccoglie contributi significativi di ricercatori e, soprattutto, di operatori che affrontano il tema della domiciliarità nei suoi diversi aspetti. Il volume è articolato in cinque sezioni: Il diritto alla domiciliarità nella normativa; La promozione della cultura della domiciliarità; La domiciliarità e le strutture residenziali; Gli strumenti per garantire il diritto alla Domiciliarità; Percorsi di domiciliarità. In apertura è riportata una splendida lettera su "Le piccole grandi cose della vecchiaia", del filosofo e Senatore a vita Norberto Bobbio. Il volume può essere richiesto alla Bottega del Possibile, Viale Trento 9, 10066 Torre Pellice(TO), tel. 0121/953377.
AA.VV., I diritti degli anziani, Lavoro, Roma 1999, pp. 269, L.22.000.
La "guida" intende aiutare le persone anziane ad orientarsi tra le norme che le riguardano nella prospettiva di offrire uno strumento utile al fine di tutelare i loro diritti. Tra i temi trattati segnaliamo: la previdenza, il fisco, i servizi per la salute degli anziani, l'abitazione, il fisco, i diritti fondamentali.
Vergani Carlo, La nuova longevità, Mondadori, Segrate 1999, pp. 246, L.14.000.
Per prolungare e migliorare la vita dell'uomo negli ultimi anni si è speso moltissimo. Ma quali sono state le ripercussioni sulla vita degli uomini dal punto di vista biologico, preventivo, economico ed esistenziale? Una riflessione sull'invecchiamento per capire le malattie della vecchiaia, imparare ad invecchiare bene, prevenendo i danni dell'invecchiamento e cercando nuovi stimoli per vivere con serenità ed attivamente un periodo importante della vita di tutti.
Serra Carlo, Psicologia penitenziaria, Giuffre', Milano 1999, pp. 224, L.30.000.
L'iter storico, normativo e teorico della nascia e dello sviluppo della psicologia penitenziaria e della professionalità degli esperti impegnati negli Istituti penitenziari per adulti. Dopo aver ricostruito i vari disegni di legge che hanno portato alla stesura definitiva della L. 354/75, il libro analizza ed illustra i contesti operativi e professionali in cui operano gli esperti penitenziari, dedicando uno specifico capitolo alla questione dell'affettività e della sessualità dei soggetti detenuti e soffermandosi in considerazioni sulla legge Simeone-Saraceni.
Boff Leonardo, Boff Clodovis, Regidor Josè Ramos, La chiesa dei poveri, Datanews, Roma 1999, pp. 158, L.20.000.
Il volume raccoglie saggi di Leonardo Boff, Clodovis Boff e Josè Ramos Regidor sulla Teologia della liberazione. Il libro fa un bilancio di oltre venticinque anni di questa esperienza e indica i terreni nuovi della Teologia della liberazione (diritti umani, diritti dei poveri, diritti della terra). Passato, presente e futuro della Teologia della liberazione emergono in questo lavoro come un processo di grande portata storica, che va conosciuto non solo dai cristiani ma da quanti in ogni parte della terra non hanno rinunciato a battersi per la dignità e la liberazione degli uomini.
Esposito Maurizio, Giovani al margine, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1998, pp. 115, L.16.000.
Per combattere il problema della delinquenza a Napoli deve essere combattuta alla radice la mentalità camorristica e mafiosa che costituisce un humus radicato in profondità in alcuni quartieri della città. Il libro presenta alcuni dei risultati di una ricerca sul campo svolta attraverso 150 interviste qualitative a giovani napoletani, con riferimenti particolari agli ambiti della famiglia, della scuola, del lavoro, oltre che ai valori ed agli obiettivi per il futuro. Ne risulta un quadro in cui vengono in evidenza le condizioni di esclusione sociale ed auto-emarginazione che favoriscono il propagarsi del fenomeno criminale.
Scanagatta Silvio (a cura di), Le madri del malessere, Cleup, Padova 1998, pp. 157, L.18.000.
Nelle intenzioni degli autori della ricerca presentata in questao libro (promossa dal Comune di Padova) l' individuazione delle madri come attori sociali centrali permette di delineare con sufficiente accuratezza il quadro entro cui va a snodarsi l'intervento dell'Ente territoriale a favore della famiglia. La problematica dei minori solitamente viene esaminata indagando le situazioni di patologia sociale; in questo caso invece l'attenzione del committente è orientata soprattutto alla comprensione delle aree problematiche ove vi sono rischi di produzione di malessere.
Di Mauro Paolo E., Patussi Valentino, Dipendenze, Carocci, Roma 1999, pp. 244, L.35.000.
Una panoramica che va dalla storia delle tossicomanie, alla disamina dei loro aspetti clinico-farmacologici ed epidemiologici, alla trattazione delle problematiche sociali e delle strategie da adottare in un contesto in cui l'originaria stigmatizzazione della società nei confronti dei consumatori di sostanze psicoattive va sempre più stemperandosi, mentre sta aumentando l'età media dei consumatori, appaiono nuove droghe, si diffonde la politossicomania, aumenta il numero dei tossicomani che conducono uno stile di vita integrato.
Bruni Raffaele, Schiavo Francesco Paolo, Capire e gestire i fondi pensione, Lavoro, Roma 1999, pp. 358, L.40.000.
Una spiegazione del sistema dei fondi pensione, seguendo le diverse fasi della vita del fondo, dalla sua costituzione alla vita associativa, dalla gestione amministrativa e contabile alle scelte di tipo finanziario, con partiocolare attenzione ai diversi aspetti fiscali. La previdenza complementare collettiva come parte integrante della modifica strutturale del sistema obbligatorio di base, trattata con intento divulgativo, alla luce delle normative che sono andate via via perfezionandosi grazie anche all'iniziativa sindacale, rendendo finalmente conveniente l'istituzione dei nuovi fondi pensione.
Gesualdi Francesco, Manuale per un consumo responsabile, Feltrinelli, Milano 1999, pp. 187, L.22.000.
Anche i nostri acquisti quotidiani possono trasformarci in sostenitori di imprese che inquinano, che sfruttano, che evadono le tasse, che maltrattano gli animali. Il consumo responsabile può invece indurre le imprese a comportamenti più corretti da un punto di vista sociale ed ambientale: consumi energetici, inquinamento prodotto, condizioni dei lavoratori e remunerazione loro corrisposta sono alcune delle variabili su cui si può influire come consumatori, utilizzando in particolare strumenti come il boicottaggio, il "consumo critico", il commercio equo e solidale, i marchi di garanzia.
Marazzi Christian, Il posto dei calzini, Bollati Boringhieri, Torino 1999, pp. 133, L.24.000.
Oggi non si dà produzione senza comunicazione: il lavoratore non è più specializzato, ma versatile, la produzione standardizzata e di massa ha fatto il suo tempo e si impongono invece prodotti differenziati a seconda dei gusti dei consumatori. Un saggio che parte da un'analisi della società dell'informazione e del modello di società che sta prendendo forma sull'onda della diffusione delle tecniche e delle tecnologie comunicative, con particolare riguardo agli effetti dirompenti delle crisi socio-economiche e agli spazi conflittuali che aprono, formulando ipotesi relative alla ridefinizione del rapporto tra stato e mercato nell'era della mondializzzione dell'economia.
Verzichelli Luca, La politica di bilancio, Il Mulino, Bologna 1999, pp. 334, L.38.000.
Con il risanamento dei conti pubblici che ha permesso all'Italia di rientrare nel primo gruppo di paesi coinvolti nell'unificazione monetaria europea, quello della politica di bilancio si è dimostrato un settore di intervento in cui le istituzioni hanno mostrato di poter contare su autonomia decisionale ed efficienza burocratico-amministrativa. Il volume spiega il cambiamento in corso nel policy making di bilancio in Italia, ricostruendo ed analizzando gli interventi di risanamento realizzati negli ultimi due decenni. Rimane il problema di garantire una continuità di rendimento che permetta la stabilità nella crescita.
Viale Guido, Governare i rifiuti, Bollati Boringhieri, Torino 1999, pp. 173, L.24.000.
Alla base delle norme che in Italia disciplinano la materia di rifiuti (e in parrticolare del c.d. decreto Ronchi) c'è un preciso ordine di priorità: anzitutto ridurre la produzione dei rifiuti; poi riciclare, recuperare il potenziale energetico contenuto nei materiali che non possono essere riciclati e infine smaltire solo ciò che non si è riusciti a recuperare. La traduzione di queste norme in interventi concreti incontra tuttavia molti ostacoli, richiedendo un approccio integrato che coinvolge l'insieme dell'appparato produttivo, l'organizzazione del lavoro, la cultura e l'educazione, il rapporto tra cittadini ed istituzioni.
Cooke Jackie, Il laboratorio delle attività sensoriali, Erickson, Trento 1999, pp. 147, L.36.000.
Un manuale che si rivolge a chi lavora con bambini piccoli o che presentano disturbi del linguaggio legati a difficoltà di apprendimento, a deficit sensoriali o nelle abilità intellettive e fisiche. Il testo presenta una serie di attività, descritte anche in maniera dettagliata, e propone metodi di stimolazione sensoriale connessi ad esperienze quotidiane e a giochi; inoltre fornisce indicazioni su come integrare vista, tatto, gusto e olfatto nell'insegnamento di materie curriculari come la matematica, le scienze e l'italiano.
D'andretta Pasquale, Il gioco nella didattica interculturale, Emi, Bologna 1999, pp. 127, L.12.000.
L'introduzione nei programmi scolastici dei temi dell'interculturalità può essere resa più agevole e piacevole attraverso l'utilizzo di giochi o tecniche di animazione. Il testo spiega come il teatro, il training non violento ed altre forme ludiche possano essere impiegate nel contesto scolastico, proponendo una serie di itinerari formativi già sperimentati nelle varie discipline. Di particolare utilità per approfondire il tema del gioco nella didattica interculturale possono essere le indicazioni bibliografiche e gli indirizzi contenuti nella parte finale del libro.
Gordon Thomas, Leader efficaci, La Meridiana, Molfetta 1999, pp. 145, L.35.000.
Gordon, traendo ispirazione dalle idee e dalle esperienze di Rogers nel campo delle relazioni di aiuto e dei gruppi di incontro, presenta in questo libro un modello di training mirato a creare una leadership che ha fiducia nelle risorse del gruppo ed è capace di gestire la risoluzione collaborativa dei problemi e dei conflitti. Obiettivo del training è inoltre quello di suggerire quali sono i metodi e le competenze da usare per poter contare su una leadership efficace e per promuovere un clima che incoraggi l'autostima e faciliti la comunicazione e la collaborazione (anche per vedersi riconosciuto il proprio ruolo e le proprie responsabilità). Un modello di leadership partecipativa che promuove la salute e il benessere delle persone incrementa la qualità dei rapporti e la produttività del lavoro.
Marchiori Alessandro , Draghi Bernardo, Giochi per parlare, La Meridiana, Molfetta 1999, pp. 135, L.28.000.
A scuola viene dedicata poca attenzione e poco tempo alla comunicazione orale, convinti che sia possibile imparare a parlare con la sola pratica nella vita di tutti i giorni. In realtà comunicare è una priorità che coinvolge sia la sfera emotiva che quella cognitiva: proprio su questo gli autori del testo hanno realizzato una serie di giochi per sviluppare le competenze necessarie per farsi capire dagli altri e allo stesso tempo imparare ad ascoltare.
Nanni Antonio, Abbruciati Sergio, Per capire l'interculturità parole-chiave, Emi, Bologna 1999, pp. 112, L.12.000.
Per fare educazione interculturale è necessario chiarire il concetto di interculturalità e soffermarsi sulla specificità del linguaggio che caratterizza l'analisi di tale concetto. Nel volume è raccolto un piccolo vocabolario nel quale sono spiegate le parole chiave dell'interculturalità. Sono circa cento i termini presi in considerazione; di ognuno di essi gli autori danno un'esauriente spiegazione, suggerendo riferimenti bibliografici sui quali effettuare ulteriori approfondimenti.
Bocchini Fernando, Codice della famiglia e dei minori, Giuffre', Milano 1999, pp. 1127, L.58.000.
La legislazione sulla famiglia e sui minori raccolta in volume nella veste ormai classica dei codici Giuffrè.Quello della famiglia è uno dei campi in cui l'originario disegno unitario del codice civile è stato praticamente dissolto da una serie di innovazioni legislative sopravvenute negli anni, come pure dall'azione della Corte Costituzionale. Con il tempo, quindi, si è sempre più resa necessaria un'opera di sistemazione organica di un assetto normativo in realtà composito e talvolta anche incoerente, segnato dalla necessità di rinnovarsi con continuità per cercare quanto più possibile di rispecchiare l'evoluzione sociale e dei costumi.
Macsween Morag, Corpi anoressici, Feltrinelli, Milano 1999, pp. 263, L.33.000.
Dopo aver delineato il concetto di anoressia mentale e passato in rassegna le spigazioni di matrice psichiatrica e quelle di matrice femminista, il volume rende conto di una possibile spiegazione sociologica del fenomeno, cercando di trovare la risposta all'enigma dell'anoressia a partire dall'analisi dei significati sociali del corpo femminile. In ogni caso il fatto che l'anoressia colpisca quasi esclusivamente le donne e sia quasi del tutto sconosciuta al di fuori dell'occidente lascia ipotizzare una relazione tra questo disturbo alimentare e la situazione sociale femminile della piccola-media borghesia occidentale.
Canevaro Andrea, Pedagogia speciale, Bruno Mondadori, Milano 1999, pp. 142, L.20.000.
Costituisce un malinteso l'idea che, nella prospettiva dell'integrazione, ogni attenzione "speciale" deve essere abolita. Una pedagogia speciale è ancora necessaria se diventa contributo e strumento tecnico per la riduzione dell'handicap e per lo sviluppo dell'integrazione, nella misura in cui le attenzioni speciali non coincidono con luoghi separati; la storia della pedagogia speciale può essere riletta in una luce diversa da quella segregazionista.
De Anna Lucia, Pedagogia speciale, Guerini E Associati, Milano 1998, pp. 197, L.20.000.
L'analisi storica dell'evoluzione dell'atteggiamento della scuola italiana per quanto riguarda la questione dell'integrazione scolastica (con particolare considerazione della trasformazione dei percorsi e delle strategie didattiche), è seguita dall'illustrazione dei metodi e dei contenuti della didattica finalizzata allo sviluppo dei processi di apprendimento in alunni in situazione di handicap. L'integrazione scolastica e sociale esige operatività e riflessione e non può essere interpretata come la semplice cancellazione delle risposte speciali e specifiche apprestate in passato a favore di chi ha bisogni particolari.
De Nicolò Marina, L'educabilità degli handicappati, Clueb, Bologna 1997, pp. 279, L.30.000.
Il testo affronta il tema dell'integrazione scolastica degli handicappati in Gran Bretagna, Francia, Italia. Per ciascuna delle singole nazioni vengono ripercorse le linee di sviluppo delle politiche di integrazione attraverso l'analisi dei rispettivi sistemi scolastici e delle scelte ideologiche ed organizzative. Le recenti politiche comunitarie, che favoriscono lo sviluppo di comuni linee di tendenza fra i paesi membri, portano la ricerca educativa verso analisi comparative tese a superare le numerose differenze e a porre le basi per un reciproco scambio di esperienze.
Gerland Gunilla, Una persona vera, Phoenix, Roma 1999, pp. 257, L.32.000.
L'autrice soffre di sindrome di Asperger, una forma particolare di autismo, che le è stata diagnosticata soltanto in età adulta. In questo libro racconta la sua infanzia e la sua adolescenza, vissute in una situazione familiare difficile, sentendosi diversa dagli altri e compiendo scelte sbagliate, spinta dalla necessità di raggiungere la normalità per diventare più "vera". La storia è raccontata in maniera chiara e dettagliata e può aiutare a capire che cosa significhi essere discriminate a causa di peculiarità cognitive e comportamentali.
Giusti Mariangela, Il desiderio di esistere, La Nuova Italia, Casellina Di Scandicci 1999, pp. 228, L.23.000.
Saks, Benzi, Nolan, Borges, Sereni... L'incontro tra opere narrative e situazioni di handicap dovute a deficit non porta gli autori a ripiegarsi dentro un'esperienza separata e ridotta, ma rende effettiva e realizzabile la comprensione dell'essere e dell'esistere. La scrittura diventa strumento pedagogico in quanto consente agli autori di "cambiare qualcosa di se stessi, di trasformare il mondo della vita, muovendo dall'interno verso l'esterno, per delineare un senso dell'esistenza".
Godio Giovanni, Il coraggio di una vita normale, Sperling & Kupfer, Milano 1999, pp. 181, s.i.p.
La nascita di un figlio cui è stata diagnosticata una disabilità "intellettiva e relazionale" non rappresenta più una sciagura irreparabile: il destino di oblio e di isolamento a cui erano condannate queste persone assume oggi contorni diversi grazie all'applicazione di norme formulate per assicurare loro una serie di diritti fondamentali. Tali diritti, grazie all'impegno di insegnanti e soprattutto genitori, si concretizzano in modelli terapeutici e di socializzazione esemplari e restituiscono dignità e voce a chi era condannato a vivere ai margini o addirittura dimenticato dalla società.
Guerra Lisi Stefania, Stefani Gino (a cura di), L'integrazione: nuovo modello di sviluppo, Borla, Roma 1998, pp. 204, L.32.000.
Atti del convegno sulla "Globalità dei linguaggi" svoltosi a Riccione il 17-19 Ottobre 1996. Oltre alla descrizione delle esperienze realizzate nei laboratori creativi tenutisi in occasione del convegno, il volume contiene: riflessioni antropologiche e psicofisiologiche sui potenziali umani, in particolare quelli espressivi e comunicativi; un'analisi dei rapporti tra sviluppo ed emarginazione, tra cultura etnocentrica e differenze, tra le componenti conflittuali delle religioni; una sezione dedicata al mondo della scuola, con particolare riguardo ai temi della valutazione e dell'integrazione; una sezione che tratta dei rapporti tra istituzioni e iniziativa di base.
Peeters Theo, Autismo infantile, Phoenix, Roma 1999, pp. 205, L.36.000.
Il volume permette di entrare in profondità nei temi cruciali legati all'autismo in tutte le sue diverse articolazioni. La parte teorica è accompagnata e si alterna con la strutturazione di interventi educativi pratici, che applicano le nuove conoscenze nell'assistenza e nella vita quotidiana dei portatori di tale sindrome. Se per un verso non si può ancora parlare di possibile guarigione o comunque di scomparsa dei sintomi, comunque si prospettano dei progressi nella comprensione e nella gestione del problema; ne consegue una riduzione delle sofferenze fisiche, psicologiche e sociali dei soggetti colpiti da questa patologia.
Dal Lago Alessandro, Non-persona, Feltrinelli, Milano 1999, pp. 270, L.38.000.
La rivendicazione di un sentimento comune su cui si fonderebbe l'appartenenza nazionale italiana appare particolarmente debole e coincide con un processo di inferiorizzazione dei paesi più poveri, delle regioni più arretrate in Italia, delle aree meno ricche delle regioni dominanti. Questo atteggiamento si rispecchia in una chiusura della società italiana verso gli stranieri, trasformati in nemici sociali da contrastare con ogni mezzo, ivi compresa l'esclusione di fatto dal godimento dei diritti civili; persino gli intellettuali, che dovrebbero avere il compito di vagliare criticamente l'azione del sistema politico, si sono fatti portavoce delle istanze di "fermezza". In realtà le vere vittime dell'impatto tra società italiana e migranti sono proprio i migranti.
AA.VV., In un mondo globale, Lavoro, Roma 1998, pp. 72, L.12.000.
Staffan de Mistura è direttore del centro di informazione delle Nazioni Unite per l'Italia; da lungo tempo è attivo all'interno dell'ONU, con incarichi delicati anche nell'ambito delle missioni di pace che hanno contribuito a porre fine ai recenti conflitti in Iraq e Kosovo e comunque ad alleviare le sofferenze delle popolazioni coinvolte. Nel dialogo con Staffan de Mistura la globalizzazione si presenta, nella sua bivalenza, non solo come fonte di nuove ingiustizie ma anche come un'opportunità per realizzare una maggiore comunicazione tra i popoli, in vista in particolare di un maggiore e più generalizzato rispetto della dignità umana.
Benedikter Thomas, Il dramma del Kosovo, Datanews, Roma 1998, pp. 138, L.22.000.
Il libro ripercorre le tappe salienti della storia del Kosovo per cercare di spiegare come si è giunti al conflitto tra serbi ed albanesi e di chiarire le motivazioni e gli atteggiamenti delle due etnie, atteggiamenti che hanno portatato alla degenarazione dei rapporti ed infine alla guerra aperta. In un libro rigorosamente documentato una denuncia civile e insieme un tentativo di smuovere le coscienze, per ribadire l'urgenza della pace nel rispetto del diritto all'autodeterminazione e alla convivenza tra serbi ed albanesi.
Latouche Serge, Il mondo ridotto a mercato, Lavoro, Roma 1998, pp. 206, L.20.000.
Cinque saggi in cui l'autore identifica nella globalizzazione e nel pensiero unico basato sul liberismo economico rigoroso i nemici principali dell etica, della politica, della cultura e dell'ambiente. Di fronte al principio della ragione mercantile come unica razionalità svanisce ogni pluralismo, si giustifica il saccheggio della natura, si esalta l'uomo unidimensionale. In aspra polemica contro il liberismo, Latouche formula alcune proposte che si risolvono in una sostanziale modifica delle "regole del gioco", in particolare per ridurre il divario tra Nord e Sud del mondo e per contenere i danni all'ambiente.
Giannini Anna (a cura di), Maternità e lavoro, Lavoro, Roma 1999, pp. 292, L.22.000.
All'interno della collana "Le guide", il volume diviso in quattro parti affronta i seguenti aspetti: a) tutela e protezione della maternità; b) trattamento economico durante la maternità; c) profili lavoristici e previdenziali della maternità; d) la maternità nel lavoro autonomo, professionale e parasubordinato e per le donne in condizione non professionale. In appendice una raccolta di testi normativi rilevanti.
AA.VV., Storie di figli adottivi, Utet Libreria, Torino 1999, pp. 194, L.23.000.
Il sottotitolo, "L'adozione vista dai protagonisti", introduce alla struttura del volume, costruito sulle testimonianze dei figli adottivi, che prendono direttamente in esame le numerose e complesse questioni dell'adozione: il nuovo concetto di filiazione, di maternità e paternità, l'informazione della situazione di figlio non procreato, il rapporto tra i figli biologici e adottivi. Un testo particolarmente utile per la riflessione e l'approfondimento nel momento in cui si sta mettendo mano alla riforma della legge 184/1983. Il volume può essere acquistato presso l'Associazione Promozione sociale, via Artisti 36, 10124 Torino, tel. 011/8124469.
Kübler-ross Elisabeth, La morte e i bambini, Red, Como 1998, pp. 217, L.42.000.
Parlare della morte ad un bambino non è facile, eppure i bambini sembrano affrontare il tema della morte in modo più naturale degli adulti. Il testo propone alcune riflessioni sia sui lutti che possono colpire da vicino i bambini, sia sulla morte dei bambini. Nel primo caso tenta di spiegare come un bambino può vivere e superare un lutto, nel secondo caso si rivolge agli adulti suggerendo come affontare la sofferenza nel caso di decessi infantili e come poter restare vicino ad un bambino malato fino alla morte.
Levi Gabriel (a cura di), Una finestra sull'infanzia, Borla, Roma 1999, pp. 101, L.25.000.
La condizione infantile tra normalità, disagio e sofferenza sommersa. Una larga fetta di bambini con disagio psicologico arriva in ritardo all'attenzione dei Servizi per la salute mentale in età evolutiva, in quanto molti bambini soffrono in silenzio. Il libro descrive le diverse modalità espressive dei disturbi più frequenti in età evolutiva, tentando di dare una spiegazione della sofferenza silenziosa e proponendo alcune considerazioni in ordine alla riformulazione dei modelli teorici ed organizzativi capaci di fornire una risposta a questo disagio evolutivo sommerso.
Parknäs Lennart, Attivi per la pace, La Meridiana, Molfetta 1999, pp. 149, L.25.000.
L'atteggiamento di passività della maggiornaza delle persone circa il problema della pace non può essere modificato da un apporccio che si limiti a presentare i rischi della guerra (nucleare), perché dall'aumento della paura non nasce necessariamente un impegno ad essere attivi; le ricerche mostrano anzi che la paura stimola la ricerca di mezzi di fuga, per cui le persone si rifugiano nella passività e nella disperazione. Conviene invece cercare di mettere da parte i sensi di colpa, per poi superare gradualmente l'oggettiva mancanza di potere che caratterizza la situazione del singolo estendendo progressivamente un lavoro organizzato in vista di obiettivi di volta in volta raggiungibili..
Salvoldi Valentino ( a cura di), Mai più la guerra, La Meridiana, Molfetta 1998, pp. 349, L.28.000.
Guerre vicine e lontane continuano a seminare terrore e morte in molte parti del nostro pianeta. Di fronte a tanta violenza i credenti non possono restare indifferenti. Proprio per questo un gruppo di teologi ha deciso di incentrare i propri studi sul tema della pace, per scoprire le cause etiche e politiche che generano i conflitti e soprattutto per invitare i cristiani a lottare affinché non ci siano più guerre. Un messaggio prezioso per coloro che vogliono riscoprire la verità delle parole di Cristo, nel suo ideale di amore e nonviolenza.
Boselli Simona, Anoni Marco, Partecipare alle politiche sociali, Carocci, Roma 1999, pp. 127, L.21.000.
"Il libro restituisce l'esperienza, rielaborata nel corso di una ricerca durata quasi due anni, di un'agenzia di privato sociale (il centro studi del Centro padovano di accoglienza) che dal 1989 opera nel territorio di Padova e provincia con progetti di sviluppo di comunità". Il testo delinea ed esplicita metodi e modelli di intervento (concentrandosi sulle pratiche e riservando brevi cenni alla teoria); raccoglie riflessioni e considerazioni sui concetti di comunità, sviluppo di comunità, empowerment; descrive sinteticamente le esperienze effettuate.
Bursi Giovanni, Cavazza Gianpietro, Il riccometro, Lavoro, Roma 1999, pp. 192, L.20.000.
Il volume illustra la natura ed il funzionamento del "riccometro", che costituisce uno strumento di valutazione sofisticato e complesso che dovrà consentire di valutare e misurare le condizioni economiche e sociali delle famiglie che richiedono prestazioni agevolate. "Il fine è quello di individuare tariffe differenti per situazioni economiche diverse, promuovendo principi di solidarietà e equità in base ai quali nulla è più ingiusto che fare parti uguali tra diseguali". Il libro, inoltre, analizza l'evoluzione dei concetti di equità e giustizia sociale e indica le linee strategiche per l'applicazione del riccometro sul territorio.
Della Porta Donatella, La politica locale, Il Mulino, Bologna 1999, pp. 313, L.32.000.
L'evoluzione verso una realtà politica caratterizzata da una sempre maggiore influenza di processi e istituzioni sovranazionali è andata di pari passo con la rivalutazione della dimensione locale della politica, al centro del dibattito istituzionale e dell'interesse dell'opinione pubblica in particolare per ciò che riguarda le questioni relative al regionalismo ed al federlismo. Sullo sfondo del dibattito internazionale in corso nelle scienze sociali, il libro analizza nei loro diversi aspetti, con particolare riferimento al caso italiano, temi come il potere nella comunità, le subculture territoriali, il clientelismo e la corruzione, i conflitti etnico-nazionali, i partiti regionalisti, i movimenti urbani, le istituzioni del governo locale, le politiche pubbliche nelle città.
Donati Pierpaolo ( a cura di), Lo stato sociale in Italia, Mondadori, Segrate 1999, pp. 383, L.33.000.
Un rapporto sul welfare state che individua le cause della crisi di questo modello economico e socio-politico in fattori strutturali e di lungo periodo; occorrerebbe pertanto un ripensamento generale delle relative politiche pubbliche e private, al fine di realizzare un intereccio virtuoso tra regole politico-amministrative e società civile. Le posizioni sulle quali si basa il contrasto tra neo-liberisti e neo-welfaristi, tra regulation e deregulation, tra mercato e stato, scontano il comune errore di concepire lo Stato sociale in termini di riparazioni per le deficienze ed i fallimenti del mercato, mentre il ripensamento del concetto di benessere richiede che la società civile assuma alcune delle funzioni del welfare nel quadro di una solidarietà di natura imprenditoriale.
Ranci Costanzo, Oltre il welfare state, Il Mulino, Bologna 1999, pp. 300, L.38.000.
Il sottotitolo del libro "Terzo settore, nuove solidarietà e trasformazioni del welfare" offre ulteriori indicazioni sui contenuti del volume, che si fa apprezzare per l'analisi rigorosa del tema trattato. Il volume è diviso in tre parti: a) il problema dellla solidarietà; b) le caratteristiche del terzo settore in Italia; c) il terzo settore nella trasformazione del welfare; si segnala come utile strumento per capire -senza alcuna esaltazione acritica - il possibile ruolo del terzo settore nel ridisegno del sistema del welfare. Il testo è da consigliare a tutti coloro che si occupano di politiche sociali.
Amati Ugo, L'anoressia dello spazio, Borla, Roma 1999, pp. 123, L.22.000.
Il volume, che si sviluppa nel solco dell'insegnamento psicoanalitico, individua una particolare sindrome che si qualifica come una forma speciale di anoressia e viene chiamata l'anoressia dello spazio. Sostiene l'autore che l'agorafobia è una sindrome per alcuni versi analoga all'anoressia e che questa particolare forma di agorafobia mentale così individuata è destinata ad assumere, come patologia, il rilievo che in passato ha avuto l'isteria, di cui costituisce lo sviluppo logico.
Mullan Bob, Laing: follia della normalità, Red, Como 1998, pp. 410, L.59.000.
Le interviste di Bob Mullan, giornalista e documentarista, ci fanno conoscere R. D. Laing, psichiatra del nostro secolo che ha rivoluzionato il modo di intendere la normalità. Nelle conversazioni riportate nel testo Laing parla della sua famiglia, della sua vita e soprattutto del suo pensiero, presentando così un approccio diverso e provocatorio al tema della follia.
Alberti Robert, Emmons Michael, Ne hai il diritto, Calderini, Bologna 1999, pp. 273, L.20.000.
L'assertività è la capacità di affermare se stessi promuovendo la parità nei rapporti umani ed esercitando i propri diritti senza calpestare quelli degli altri. L'idea cardine della proposta contenuta nel testo è quella dello sviluppo della fiducia in se stessi senza intaccare il rispetto nei confronti degli altri e dei loro diritti, in maniera da rendere più equi i rapporti interpersonali. Questo libro propone un percorso che aiuta, passo a passo, a migliorare i rapporti interpersonali nelle situazioni più svariate.
Miscioscia Diego, Novara Daniele (a cura di), Le radici affettive dei conflitti, La Meridiana, Molfetta 1998, pp. 88, L.22.000.
Un volume che raccoglie gli interventi proposti in un convegno organizzato a Piacenza in occasione della commemorazione di Franco Fornari, a dieci anni dalla scomparsa. Durante il convegno psicoanalisti e psicologi hanno illustrato i risultati ottenuti nel campo dell'educazione alla pace.Fornari aveva elaborato, alla fine degli anni '70, la teoria dei codici affettivi, per chiarire i meccanismi psicologici latenti nel nostro inconscio che causano situazioni conflittuali. Una proposta intelligente per controllare il rischio della violenza, applicabile anche nelle istituzioni.
Casati Giorgio (a cura di), Il percorso del paziente, Giuffre', Milano 1999, pp. 303, L.45.000.
L'aziendalizzazione di un settore complesso come quello sanitario non permette comunque di ricondurre i processi decisionali semplicemente ad indicatori di costo e di ricavo; un elemento essenziale dei servizi e delle prestazioni offerte dalle strutture sanitarie è rappresentato anche dal fattore qualità. Un volume che costituisce un testo introduttivo alla logica della gestione per processi, diretto ai dirigenti medici ed in particolare a coloro che si occupano di programmazione e controllo di gestione.
Good Byron J., Narrare la malattia, Edizioni Di Comunità, Segrate 1999, pp. 336, L.42.000.
Il rapporto tra medico e paziente è sempre più in crisi, anche in quanto il medico pretende sempre più di imporre la sua razionalità, senza poter comprendere ciò che il paziente sente e le sue ragioni più profonde, magari condizionate da credenze troppo rapidamente bollate come superstizioni. In realtà anche la scienza medica è, in parte, una costruzione ideologica caratterizzata dal riduzionismo biologico e non si fonda su un sapere assolutamente empirico ed oggettivo.
Longo Francesco (a cura di), Asl, distretto medico di base, Giuffre', Milano 1999, pp. 240, L.35.000.
Il testo analizza le questioni cardine della gestione manageriale delle aziende sanitarie (convenienze strategiche e scelte di piano, riprogettazione organizzativa, programmazione e controllo, gestione e incentivazione del personale), seguendo un approccio a cascata, dal quadro teorico di riferimento all'illustrazione delle possibili soluzioni operative, alla presentazione di alcuni casi aziendali. Per una sanità rinnovata capace di competenza, cura, credibilità, comunicazione, compassione; e anche di "eccellenza nella parsimonia".
Trimarchi Francesco (a cura di), Le società miste per i servizi locali, Giuffre', Milano 1999, pp. 298, L.38.000.
Atti del convegno svoltosi a Messina nel novembre 1996. Gli interventi di alcuni tra i maggiori studiosi italiani della materia contribuiscono a far chiarezza su questioni come le ragioni che giustificano la scelta del modello societario, i meccanismi di affidamento dei servizi alle società miste, l'incidenza del regime pubblicistico e della normativa europea, la disciplina dei rapporti tra i soci... Ampia appendice normativa e giurisprudenziale.
D'angelo Antonino (a cura di), Un bambino non voluto è un danno risarcibile?, Giuffre', Milano 1999, pp. 474, L.80.000.
Grazie ad un corretta informazione e ad una dignosi prenatale è possibile riconoscere precocemente le malattie dovute ad anomalie genetiche o cromosomiche per le quali le terapie sono ancora scarse e poco efficaci. Ma è possibile una tutela dei genitori rispetto all'errore diagnostico che li abbia portati a "subire" una nascita indesiderata? Il volume illustra profili civilistici, medico legali e soprattutto spunti comparatistici sulla questione. In allegato un CD ROM con giurisprudenza significativa di fonte francese, inglese, tedesca, italiana, canadese, australiana, statunitense.
Giuntella Paolo, È notte a Kukes, Rai-eri Marietti, Roma 1999, pp. 158, L.18.000.
"Storie di profughi, volontari e cronisti" è il sottotitolo del "diario" di Paolo Giuntella, inviato del TG1 in Kosovo durante la guerra; un diario "mite", che non vuole stupire con ulteriori racconti inediti e stupefacenti, ma vuole condurci all'interno di una grande tragedia con rispetto, attenzione, voglia di capire superando schemi precostituiti. Un libro non di risposte e di certezze, ma di ulteriori domande, a cui è difficile rispondere.
Manghi Bruno, I benestanti, Marsilio, Venezia 1999, pp. 116, L.18.000.
Il libro di Manghi, sociologo e per lunghi anni dirigente sindacale, si occupa dei "benestanti", una categoria molto influente nelle scelte collettive, ma poco analizzata. Manghi cerca di condurci all'interno di questa categoria sociale composta da persone che non vivono separate dalla società, cercando di squarciare il velo di silenzio e di reticenza che avvolge questo mondo.
De Meo C., Mancini Rizzotti A , Pisanello L., Notti azzurre, Marsilio, Venezia 1999, pp. 138, L.22.000.
Anna Mancini Rizzotti, dopo la morte del marito a causa di un cancro, ha deciso di fondare un'associazione di volontari che assistano i malati terminali a domicilio. Alcuni volontari, raccontando le loro storie, dimostrano la necessità per chi si avvicina alla morte di avere accanto qualcuno che lo faccia sentire vivo fine alla fine.
De Vito Gaetano, Gli enti non commerciali e le Onlus, Giuffre', Milano 1999, pp. 306, L.38.000.
Seconda edizione aggiornata (con la Finanziaria '99, la cosiddetta legge "omnibus", le circolari ministeriali ed i decreti correttivi) del volume che illustra gli aspetti giuridici, amministrativi, contabili e tributari che caratterizzano gli enti non commerciali e le ONLUS, con particolare riguardo alle agevolazioni previste dal regime speciale che viene così configurandosi. Un'ampia appendice raccoglie la legislazione speciale e le circolari più rilevanti.

References: art. 2

Art. 6

Art. 8
 Art. 19

Art. 20

Art. 22

Art. 2

Art. 22
 art. 154