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Timestamp: 2016-10-01 22:15:07+00:00

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Autore Dott.ssa Marinella Russo Altri articoli dell'autore
Il Legislatore consapevole che si “dibatte” tra danno morale, danno biologico e sua risarcibilità.
Il fascino dell’antico che regge l’onda d’urto del nuovo .
Indiscutibile attualità della sentenza della Consulta n. 184 del 14.07.1986 .
La tematica del danno biologico, o danno alla salute o danno alla persona, sempre oggetto di autorevoli attenzioni sia dottrinarie che giurisprudenziali, ha subito nel tempo una indiscutibile evoluzione concettuale.
Un inizio di evoluzione è senza meno da rinvenire nella pronuncia della Corte Costituzionale n. 184 del 14.07.1986 la quale pur non prendendo una chiara posizione sulla natura del danno biologico ha inteso principalmente distinguere il danno primario alla salute, dai danni consequenziali. Invero , la Consulta volle allora nettamente e comprensibilmente separare il danno biologico come risultante dal combinato disposto degli artt. 32 Cost. e 2043 c.c., dal danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c., elaborando in fieri quella che le SS. UU. n. 2515/2002 avrebbero poi riconosciuto come sovrastruttura teorica del danno evento e del danno consequenziale. Ma di questo si dirà nel prosieguo.
L’evoluzione concettuale di cui si diceva è stata proprio nell’ammissibilità della risarcibilità del danno alla salute anche nel caso in cui lo stesso trovasse fondamento nella commissione di un semplice illecito civile e non anche in un fatto-reato.
Ma , in definitiva , che vuol dire “diritto alla salute”? Sarebbe senza meno riduttivo pensarlo come un diritto semplicemente riconducibile all’art. 32 della Costituzione, o peggio come la giusta “pretesa” alle prestazioni approntate dal Servizio Sanitario Nazionale o come diritto pieno ed assoluto ( o quasi) di gestire il proprio corpo come meglio si ritiene.
In effetti l’essere umano non è considerabile come un semplice binomio corpo-mente, esso è una indissolubile unità psico-fisica da tutelare pienamente in ogni sua manifestazione , da tale considerazione “evolutiva” deriva la fattispecie del danno biologico .
L’aspetto forse che offre spunti maggiore di interesse e di attenzione è quello che afferisce proprio alla definizione di “ danno biologico ” tout-court; in effetti quando si parla di danno biologico ci si sta riferendo a lesioni cagionate all’integrità psico-somatica dell’individuo, e ciò indipendentemente da qualsivoglia connotazione patrimoniale si volesse dare alla funzione risarcitoria a fronte del danno subito.
Il problema dominante, che ha visto dottrina e giurisprudenza l’una contro l’altra armate deporre le armi e concordemente affermare la risarcibilità del danno biologico rinvenendone la ratio ora nell’art. 2043 c.c. ora nell’art. 2059 c.c. , è stato senza dubbio la creazione di un “tertium genus” di danno risarcibile da collocare a ridosso del danno patrimoniale stricto sensu e del danno morale.
La verità era allora e forse è ancora oggi che la confusione è tanta ed imperante , confusione di idee, di concetti di definizioni che vanno alla ricerca di una giusta collocazione e di un chiaro riconoscimento nella tormentata tematica , cara la mondo del diritto, del risarcimento del danno alla persona. Nella annosa e tormenta questione barlumi di luce cominciarono ad intravedersi proprio sul finire degli anni ’80 laddove ciò che rimaneva da definire almeno nelle linee essenziali ,da sviluppare poi , erano i criteri di liquidazione del danno.
Un decennio appunto di fermento che merita un approfondimento sul dibattito che dominò il tema in narrativa e che ha generato dei punti fermi , tutt’oggi punti di riferimento sulla tematica in esame. Innanzitutto prima del 1974 la Giurisprudenza era ondivaga , oscillava nel qualificare il danno alla salute , il danno patrimoniale e il danno morale. La forzatura è evidente laddove si consideri che costringere la tipologia “dannosa” palettizzandola tra danno patrimoniale ( da intendere come diminuzione di guadagni ascrivibile alla ridotta capacità lavorativa) e danno morale( da intendere come somma di sofferenze fisiche e morali , un vulnus all’esistenza del soggetto) , significa costringere in tale asfittica categoria , rigidamente alternativa nella sua assoluta “dualità” componenti risarcitorie che da un lato avrebbero potuto non essere incidenti sul patrimonio e dall’altro magari non essere rappresentative di altro vulnus magari compromissorio di altri aspetti della vita di relazione del danneggiato come per esempio un eventuale danno alla vita di relazione , alla vita sessuale ecc… . .
In secondo luogo l’elaborazione concettuale di “ danno biologico ” è servita a focalizzare l’attenzione su un nuovo sistema di risarcibilità del danno alla persona che da un lato valesse ad eliminare palesi ingiustizie ed evidenti iniquità , dall’altro smascherasse gli artifizi cui la giurisprudenza aveva dovuto fare ricorso per liquidare danni che tuttavia non compromettevano la sfera patrimoniale.
Un nuovo approccio metodologico , dunque , ma che nasceva con un “peccato originale” quello di essere stato ancorato alle disposizioni normative di cui all’art. 2059 c.c. quindi quello di configurare il danno alla salute come danno non patrimoniale.
Infine dopo quasi un decennio di fermento , a metà degli anno ’80 la giurisprudenza di merito e quella di legittimità scelsero di assestarsi e assegnarono alla norma di cui all’art.2059 c.c. un “ ruolo di strumento aggiuntivo” che valesse a far emergere quella indefettibile componente sanzionatoria che pure in una equilibrata configurazione dei fatti illeciti non potesse essere disgiunta dalla pur preminente ed indefettibile funzione riparatoria del risarcimento del danno patito.
Una voce di dissenso avverso la sentenza in narrativa si è levata dal Convegno sulla responsabilità civile e prevedibilità del danno , tenutosi a Milano nel dicembre 1986. Dal meeting sono emerse da un lato critiche in punto di merito, dall’altro rilievi e perplessità in ordine alla effettiva incisività della sentenza in parola sul tessuto concettuale cui essa stessa era sottesa , infine un invito a non leggerla facendosi trascinare da facili entusiasmi tributandole effetti solutori e definitivi dell’annosa questione afferente il problema del risarcimento del danno alla salute. Un invito in definitiva a frenare gli entusiasmi , a procedere con i cc.,dd. Piedi di piombo su un terreno minato disseminato di insidie ancora tutt ‘altro che da ritenere dissolte , questo il resoconto del meeting tenutosi a Milano a sei mesi dalla pronuncia della Consulta.
Analizziamo le critiche mosse .
La prima critica fu concentrata sulle argomentazioni seguite dalla Consulta nel coordinare i precetti costituzionali ( art. 32 cost) con le norme privatistiche ; si affermò infatti che l’art.32 Cost. riguarderebbe soltanto i rapporti tra autorità pubblica e cittadini posto che il medesimo altro non sancisce se non l’impegno programmatico dello Stato ad intervenire con adeguati provvedimenti atti alla realizzazione della protezione della salute dei cittadini ,appunto. Per di più , la policy giudiziaria, collegata al principio della risarcibilità del danno alla salute, sarebbe , secondo la critica in parola, permeata di una eccessiva carica ideologica in quanto pervasa da un egualitarismo vecchia maniera ( per tutti stesso risarcimento svincolato dalla posizione sociale e dal reddito) un inaccettabile appiattimento dunque, in netto contrasto se non in contro-tendenza con il principio di “equo apprezzamento “ del giudice che nella liquidazione del danno è tema centrale e dominante.
La seconda critica fu rivolta al fatto che la sentenza non identificò , come avrebbe dovuto invece fare, il danno non patrimoniale con quello morale ; in tal modo si censurò il fatto che si erano gettate le basi per la successiva riconduzione della risarcibilità del danno biologico nell’alveo del disposto normativo dell’art. 2043 c.c. ; si sottolineò in definitiva il contrasto tra quanto affermato nella sentenza 184\1986 con quanto si affermo nella sentenza della Consulta n. 88\1979 laddove fu data una definizione di danno non patrimoniale così ampia da ricomprendervi anche quello alla salute, ed infatti la predetta antesignana pronuncia della Consulta così affermò “…omissis… Invero gli artt. 2059 del codice civile e 185 del codice penale, nel loro combinato disposto, espressamente stabiliscono che, ove un reato sia commesso, il colpevole é tenuto anche al risarcimento dei danni non patrimoniali. L'espressione "danno non patrimoniale", adottata dal legislatore, é ampia e generale e tale da riferirsi, senza ombra di dubbio, a qualsiasi pregiudizio che si contrapponga, in via negativa, a quello patrimoniale, caratterizzato dalla economicità dell'interesse leso. Il che porta a ritenere che l'ambito di applicazione dei sopra richiamati artt. 2059 del codice civile e 185 del codice penale - contrariamente a quanto affermato nell'ordinanza di rimessione - si estende fino a ricomprendere ogni danno non suscettibile direttamente di valutazione economica, compreso quello alla salute. Il bene a questa afferente é tutelato dall'art. 32 Costituzione non solo come interesse della collettività, ma anche e soprattutto come diritto fondamentale dell'individuo, sicché si configura come un diritto primario ed assoluto, pienamente operante anche nei rapporti tra privati. Esso certamente é da ricomprendere tra le posizioni soggettive direttamente tutelate dalla Costituzione e non sembra dubbia la sussistenza dell'illecito, con conseguente obbligo della riparazione, in caso di violazione del diritto stesso. Da tale qualificazione deriva che la indennizzabilità non può essere limitata alle conseguenze della violazione incidenti sull'attitudine a produrre reddito ma deve comprendere anche gli effetti della lesione al diritto, considerato come posizione soggettiva autonoma, indipendentemente da ogni altra circostanza e conseguenza. Ciò deriva dalla protezione primaria accordata dalla Costituzione al diritto alla salute come a tutte le altre posizioni soggettive a contenuto essenzialmente non patrimoniale, direttamente tutelate. In definitiva si stigmatizzò una sorta di …passo indietro nella definizione della tematica. La terza critica censurò la pronuncia sotto il profilo della sua qualificazione.
La perplessità derivò dalla constatazione del fatto che essa fu sentenza interpretativa di rigetto donde l’impossiiblità procedurale di fornire una soluzione definitiva alla problematica della risarcibilità del danno biologico .
Queste esaminate le critiche emerse nel corso del richiamato Convegno “decembrino” tenutosi a Milano.
Si vuole tentare di rispondere nel modo più convincente possibile alle censure mosse alla sentenza in parola.
Innanzitutto l’idea che l’art. 32 Cost. sia da ricondurre ai soli rapporti tra Stato e cittadino è idea più volte avversata dalla stessa Consulta la quale nello svolgere in pieno la propria funzione istituzionale ha più volte ricostruito a livello ermeneutico il corretto significato da tributare alle norme costituzionali tout-court . Il richiamo alla integrità fisica ( rinvenibile anche negli artt. 5 e 2087 c.c.) non è equipollente a quello di “ salute” ; invero quest’ultimo , a differenza del primo è suscettibile oltre che di conservazione anche di miglioramento. La discussione poi intorno alla natura programmatica o precettiva dell’art.32 Cost. non risulta essere fondamentale per la soluzione del caso concreto; infatti una rilettura in chiave costituzionalistica delle norme privatistiche ( nella fattispecie quella circa l’ingiustizia del danno cagionato che obbliga colui che l’ha commesso a risarcirlo , art. 2043 c,.c.) da sola basterebbe a sorreggere la tesi di una assoluta consacrazione del principio di tutela della salute.
Infine quella che è stata stigmatizzata come una inaccettabile ridondanza ideologica proveniente dalla”prima giurisprudenza genovese” che pretendeva un livellamento dei parametri di liquidazione dl danno ancorandolo al reddito nazionale medio pro-capite, è stata di gran lunga superata da più attente e sensibili pronunce di merito le quali hanno affermato ( trovando peraltro conferme nell’enunciato della Consulta ) che valutare il danno alla salute implica il non poter prescindere da un’uniformità indennitaria “di base” laddove poi vanno integrati con essa componenti di elasticità e flessibilità tali da adeguare la liquidazione del danno alla effettiva e soggettiva incidenza dell’accertata menomazione che inciderà sulla qualità della vita del danneggiato. Ed infatti la Consulta così deliberò in proposito “ omissis…. Va precisato che non si é inteso qui proporre un'assolutamente indifferenziata, per identiche lesioni, determinazione e liquidazione di danni: ed in proposito é da ricordare la recente giurisprudenza di merito che assume il predetto criterio liquidativo dover risultare rispondente da un lato ad un'uniformità pecuniaria di base (lo stesso tipo di lesione non può essere valutato in maniera del tutto diversa da soggetto a soggetto: é, infatti, la lesione, in sé e per sé considerata, che rileva, in quanto pregna del disvalore giuridico attribuito alla medesima dal divieto primario ex artt. 32 Cost. e 2043 c.c.) e dall'altro ad elasticità e flessibilità, per adeguare la liquidazione del caso di specie all'effettiva incidenza dell'accertata menomazione sulle attività della vita quotidiana, attraverso le quali, in concreto, si manifesta l'efficienza psico - fisica del soggetto danneggiato.” Per quanto riguarda poi l’interpretazione restrittiva dell’art.2059 c.c. è vero che la Corte pare abbia invertito “la rotta” rispetto alla pronuncia n. 88\1979 , ma è del pari vero che quest’ultima non era immune da vizio di contraddittorietà nella parte motiva del suo deliberato laddove affermava dapprima che “ omissis… non ha invero fondamento giuridico l'assunto riguardante la asserita sussistenza, nel nostro ordinamento, di un diritto incondizionato al risarcimento del danno non patrimoniale, del quale peraltro l'art. 2059 cod. civ. consentirebbe il risarcimento solo se il fatto che lo ha determinato costituisca reato. L’art. 2059 cod. civ., nel disporre che il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi previsti dalla legge, lungi dal riconoscere l'esistenza di un diritto a tale risarcimento, limitando poi la facoltà di agire ai casi stabiliti dalla legge, prevede al contrario che il diritto stesso sorga solo nei casi da questa determinati. Il riferimento al risarcimento, contenuto nella norma sopra indicata, é pienamente appropriato in quanto esso costituisce il contenuto del diritto attribuito dalla legge; ciò che l'art. 2059 presuppone é la mera esistenza di un danno non patrimoniale, al quale attribuisce poi rilevanza giuridica come fonte di obbligazione limitatamente alle ipotesi espressamente previste. Tale limitazione riguarda quindi l'oggetto del diritto e non l'esercizio di esso.”
Vero quindi , una evidente contraddittorietà tra una dilatazione assoluta verso la onnicomprensività da una parte del concetto di danno risarcibile fino a ricomprendervi anche il danno alla salute e una assoluta restrittività delle ipotesi di risarcibilità, palettizzate nella non patrimonialità del danno.
Ma è proprio a tale contraddittorietà che si è voluto porre rimedio risollevando le questioni di illegittimità costituzionale del citato articolo 2059 c.c.
Del resto la riconduzione del danno biologico nell’ambito dell’art.2043 c.c. , secondo l’indirizzo dettato dalla Consulta con la sentenza 184\1986 , non risulta riconducibile all’interpretazione dell’art.2059 , quanto piuttosto pare trattarsi di una sorta di presa di posizione da valutare autonomamente ed indipendentemente da quest’ ultimo .
Del resto se anche la Consulta avesse voluto accedere ad una interpretazione estensiva dell’espressione “danno non patrimoniale” , confermando così la sentenza 88 del 1979 , avrebbe ugualmente potuto confermare la patrimonialità del danno biologico evidenziando due presupposti a tal fine ben precisi .
il primo sarebbe stato che sia la patrimonializzazione che la non patrimonializzazione di un simile danno sarebbero stati indipendenti dalla natura dell’interesse al contrario dipendendo dalla possibilità di valutare il danno stesso secondo criteri oggettivi ed uniformi;
il secondo sarebbe stato che per quanto estesa potesse essere l’interpretazione dell’art.2059 c.c. essa comunque non avrebbe potuto dilatarsi fino al punto da ricomprendere una figura di danno che come quello alla salute , non può essere liquidato secondo criteri oggettivi ed uniformi.
Per quanto riguarda invece i rilievi critici mossi alla sua qualificazione , sembrano giustificati, soprattutto alla luce dell’osservazione che la sua ridondanza stilistica nella stesura degli enunciati nonché la sua prolissità mal si adattano ad una sentenza interpretativa di rigetto.
Quanto invece alla sua effettività incidenza , è risaputo che ove la Consulta decida con sentenza interpretativa di rigetto , non ha veste istituzionale per contribuire al formarsi un orientamento giurisprudenziale di diritto comune in punto di c.d. “diritto vivente”. Comunque la critica non convince soprattutto se si considera che essa trascura di considerare che le sentenze della Consulta sono pur sempre delle prese d’atto di indirizzi dottrinali e giurisprudenziali consolidati nei giudizi di legittimità della Corte di Cassazione , la quale ultima peraltro ha affermato la risarcibilità del danno biologico .
Giusto appare , invece , il rilievo che la sentenza pare definire una volta e per tutte l’annosa questione sulle “nuove frontiere” della risarcibilità del danno alla persona , ingiusto invece il consiglio avanzato da qualuno di considerarla “tamquam non esset”…data peraltro la sua ancora assoluta attualità.
Fin qui le critiche altrui….. chi scrive ritiene equilibrato accedere ad una lettura più pacata , meno trionfalistica degli enunciati ; pare di intravedere si luci , ma anche ombre.
Merita per esempio di essere apprezzato il riferimento al prezioso apporto riconosciuto ai medici-legali , quasi a sottoscrivere una sorta di sodalizio tra teoria e prassi , necessario per una compiuta definizione della fattispecie considerata .
Peraltro deve anche considerarsi la chiara e netta distinzione tra danno alla salute , risarcibile ex art. 2043 c.c. , e il danno patrimoniale che si estende fino ai confini del danno morale e subiettivo risarcibile ex art. 2059 c.c. . Così operando la Consulta “ha salvato” da censure di illegittimità costituzionale non solo la norma dettata nell’art. 2059 c.c. ma le ha anche attribuito un ruolo ben preciso da svolgere in previsione di un rafforzamento dei connotati preventivi e sanzionatori della responsabilità civile ; infatti non risponde al vero affermare che solo il danno non patrimoniale possa essere suscettibile di valutazione equitativa mentre quello patrimoniale potrà essere liquidato solo in base a criteri oggettivi e standardizzati .
Invero si evidenzia che anche il danno patrimoniale può essere valutato in via equitativa ( si pensi alla liquidazione in base a quelle che all’epoca erano le “tabelle infortunistiche”) se infatti la liquidazione del danno apparisse inadeguata rispetto alla fattispecie concreta il giudice ben potrebbe accedere ad una valutazione equitativa dello stesso; si pensi in tal senso anche al comma 2 dell’art. 2056 c.c. che è stato ritenuto estendibile anche all’illecito contrattuale e , allora de jure condendo , ora de jure condito , anche a quello Aquiliano e ancora all’art. 1226 c.c. . Si può pertanto affermare, si ritiene, che la sentenza in parola all’epoca fu anticipataria di un sistema di liquidazione del danno biologico , oggi continua ad esprime assoluta valenza nelle indicazioni allora dettate soprattutto in considerazione che da essa in poi sembra non esserci più spazio alcuno per altri eventuali allargamenti concettuali delle singole voci di danno,. Come si dirà nel prosieguo.
A sostegno di quanto testè appena affermato si evidenzia che all’epoca della pronuncia in parola solo tre componenti risarcitorie fossero compiutamente identificabili.
La prima scaturente dal danno alla “integrità psico-fisica” , o altrimenti detto danno biologico o danno alla salute e danno alla persona che dir si voglia; la seconda scaturente dal “lucro cessante” ( in tal caso se la vittima non avesse in ipotesi o nei fatti un lavoro o se non fosse ancora definita la sua attività lavorativa si definirebbe il danno in visione prospettica cercando di identificare il probabile coefficiente di guadagno futuro) ; la terza scaturente dal danno non patrimoniale ovvero dal danno morale e soggettivo .
Ma cosa accadrebbe se rimanesse indimostrata la sussistenza del danno biologico ? Inevitabilmente anche quello patrimoniale e quello non patrimoniale ne seguirebbero la sorte .
A tale conclusione si perviene qualora si riconosca la funzione centrale del danno biologico come danno alla persona , esso deve essere una componente centrale del danno alla persona, appunto, alla quale andranno ad aggiungersi ,come logici ed indefettibili corollari , altre componenti (solo in presenza delle quali come per esempio l’esistenza di un reato a fronte della riconoscibilità del danno morale) nonché l’esistenza di fattispecie probatorie certe per la sussistenza di altre figure di danno patrimoniale “stricto sensu”, permetteranno di considerare reale e provata l’esistenza del danno biologico e quindi la “suitas” a livello di risarcibilità. Tanto premesso si perviene ad un triplice ordine di considerazioni in ordine al nuovo metodo di liquidazione del danno biologico , le cui linee guida sono state tracciate dalla sentenza in parola; in primis la consacrazione in posizione assolutamente preminente del risarcimento del danno biologico ( risarcimento che assorbe in sé tutte le componenti che per tradizione sfuggivano alla distinzione tra danno patrimoniale e danno morale) come conseguenza dell’ “iniuria” arrecata al bene giuridico primario e fondamentale, costituzionalmente protetto e “confinato” negli elasticissimi confini della’rt. 2043 c.cc. ; in secundis , ed eventualmente , il risarcimento del danno patrimoniale ( nelle concretizzazione, quindi, monetaria del lucro cessante sempre dopo che sia stato accertato il danno biologico e ciò sarà possibile solo se coesisteranno e quindi potranno ciascuno conservare una propria autonomia svincolata da influenze o assorbimenti reciproci ) ; in tertis verrà in considerazione il danno non patrimoniale risarcibile ex art. 2059 c.c. e scaurente da tutte e sole quelle specifiche fattispecie la cui condotta deriva dalla commissione di fatti costituenti reato; in effetti sarà un danno sostanzialmente morale e subiettivo che si configurerà come elemento perturbatore degli stati d’animo del soggetto offeso , il suo ambito operativo , la sua “gittata offensiva” sarà limitata “ai casi stabiliti dalla legge (( art. 89 c.2 c.p.c. – art. 185 c.2 c.p. – art. 187 c.p. - art. 189 c.p. ) . Ovviamente questa “riserva di legge “ stabilita ex art. 2059 non osta all’ampliamento dei casi già tipizzati ma ovviamente sarà necessario che tale eventuale ampliamento non implichi solo e in buona sostanza soltanto una componente risarcitoria , dai tratti consolatori, di un semplice patema d’animo che già altrove trova il suo soddisfacimento.
Ma quando sopra si è detto …luci ed ombre e quindi toni smorzati e meno trionfalistici della chiave di lettura dell’enunciato , e fin qui qualcosa è stato evidenziato , si intendeva in definitiva riferirsi a quello che si ritiene il problema centrale . Individuati i parametri sostanziali finora enucleati,il nucleo del problema è ravvisabile senza meno in quello relativo alle tecniche di risarcimento ( in effetti la Consulta non affrontò il problema neanche lo accennò). In definitiva sono state dettati principi, si sono enucleati concetti , sono stati delineati nuovi confine e nuove frontiere della risarcibilità del danno in sé ma nulla la Consulta ha detto in tema di metodologia liquidatoria del danno ( forse neanche avrebbe potuto , in definitiva essa era sentenza interpretativa di rigetto non di accoglimento non manipolativa ).
Nel tempo immediatamente a ridosso dell’enunciato in parola e per buona parte degli anni ’90 , né dottrina né giurisprudenza territoriale hanno di fatto proposto un indirizzo da poter ritenere predominante . Anzi, nella immediatezza della pronuncia , i deliberati delle Corti di merito sembravano essere animati” dal sacro fuoco” di fare in qualche maniera “tendenza”, si è assistito a pronunce assolutamente discordanti laddove per esempio la percentuale di invalidità pur essendo la medesima ha tuttavia sortito effetti risarciti diversi a seconda dell’Ufficio giudiziario che l’accertava.
Il vero nodo gordiano da sciogliere sarebbe stato proprio questo , nessuno poteva immaginarlo ,ma sarebbero stati necessari lunghi anni di assestamento dottrinale e giurisprudenziale prima che si pervenisse , nel silenzio legislativo durato ben oltre gli anni ’90 , ad un punto di incontro che mitigasse le diverse tesi prospettate.
Infatti, dopo la decisione della Consulta n.184/1986, il diritto vivente ha elaborato una nozione complessa di danno biologico , inclusiva della componente della menomazione fisica e psichica e della componente attinente alla sfera della persona, scomposta in “sottovoci storiche”. Risulta di palmare evidenza che se la sentenza n.184/1986 incluse nel danno alla salute, tanto l’ aspetto statico che quello dinamico, tuttavia la prassi giudiziaria si spinse al punto da attuare una dilatazione del danno biologico , prassi criticata poi dalle decisioni del 2003 in poi. Queste, infatti, dismettendo la tendenza dilatativa , operarono una netta distinzione delle voci del danno non patrimoniale e definirono il danno biologico stricto-sensu come la lesione dell’interesse costituzionalmente garantito, alla integrità psichica e fisica della persona, conseguente ad un accertamento medico-legale, confinandolo negli angusti limiti di una mera patologia. Sarà la sentenza n.24451/2005 a riscrivere la storia del danno biologico , ma ometterà di menzionare l’approdo giurisprudenziale del 2003, così da potere più agevolmente giungere al punto di arrivo, individuato nella definizione unitaria del danno biologico , espressa in modo dapprima sintetico nell’art. 5 della L. n.57/2001, ma poi analitico nel D. Lgs. n.209/2005 (artt. 138 e 139). Secondo Cass. n.24451/2005, il legislatore avrebbe “sposato” la pluridimensionalità del danno biologico , per cui il D. Lgs. n.209/2005 non avrebbe carattere innovativo, ma semplicemente recettizio di una tradizione giurisprudenziale ormai consolidata, non più ondivaga. La verità è che rispetto al diritto vivente, quale risulta dalle decisioni interpretative e sistematiche del 2003, il codice delle assicurazioni ha effettuato una vera e propria virata ( C. Lo Giudice, ?La svolta del codice delle assicurazioni private in tema di danno non patrimoniale , altalex.com 7/3/2006).
Se, però, la storia del danno biologico come ricostruita da Cass. n. 24451/2005 è fumosa, il punto di arrivo è senz’altro apprezzabile e richiede un approfondimento. Per la Cassazione, l’antecedente normativo è rappresentato dalla definizione legislativa di danno biologico contenuta nell’art. 5 della L. n.57/2001.
La definizione legislativa di danno biologico contenuta nell’art. 5 della L. n.57/2001, enunciata in maniera sintetica,si contrappone a quella invece più recente, dettata dal codice delle assicurazioni, che risulta essere , senza meno, analitica.
In altre parole, mentre la L. n.57/2001 definiva il danno biologico in termini di lesione della integrità psicofisica della persona, suscettibile di accertamento medico-legale, aggiungendo la necessità della personalizzazione in relazione alle condizioni soggettive del soggetto offeso/danneggiato, il D. Lgs. n.209/2005 definisce analiticamente il variegato contenuto del danno biologico . In particolare, secondo Cass. n. 24451/2005 l’attuale essenza concettuale del danno biologico è pluridimensionale ed insieme unitaria. La novità rispetto al precedente orientamento è che, mentre per la giurisprudenza del 2003, ad essere pluridimensionale era il danno non patrimoniale (trino, in particolare, come è stato detto perché comprendeva il danno morale soggettivo, il danno biologico in senso stretto e il danno da lesione di ulteriori interessi costituzionalmente protetti ), per la Cass. n.24451/2005, pluridimensionale è il danno biologico . Le conseguenze riconducibili a tale nuova visione di insieme sono di assoluto interesse . La dimensionalità si riferisce al contenuto, e ne indica anche la estensione. Tale “ tripartizione” della fattispecie fattuale di danno non patrimoniale consentì pertanto una triplicità risarcitoria del danno non patrimoniale; ciò si realizza di fatto in presenza di lesione alla integrità psicofisica della persona, con il conseguente rischio concreto di discutibili se non di indebite duplicazioni risarcitorie, dovute alla coesistenza di pregiudizi (non patrimoniali), concernenti ambiti tra loro, almeno in parte, sovrapponibili. Sostenere, invece, la pluridimensionalità del danno biologico (e non già del danno non patrimoniale) significa, non solo evitare di “miniaturizzare” la fattispecie danno biologico , di fatto fino a comprimerla riducendola alla sola componente a riscontro scientifico della menomazione psicofisica, ma significa operare , da un lato una valutazione totale del danno biologico reale, nel suo dimensionamento complesso, dall’altro considerarlo unitario ed onnicomprensivo di ogni altro omogeneo pregiudizio che non sia soltanto non economico.
Quelle che prima erano ritenute componenti del danno non patrimoniale, devono considerarsi oggi, multiforme atteggiarsi del danno biologico non patrimoniale.
La Corte di Cassazione (n. 24451/2005) nel riferirsi alla componente del danno biologico attinente alla sfera della persona (in aggiunta alla componente a prova scientifica della menomazione psicofisica che esige un accertamento ed una valutazione medico-legale), parla di “sottovoci storiche” e le individua nel danno alla vita di relazione, nella perdita delle qualità della vita personali in relazione al concreto vivere della persona attiva, nella perdita delle qualità relazionali, sociali e lavorative. Secondo la S.C. il codice delle assicurazioni ha analiticamente definito le quattro dimensioni essenziali del danno biologico , aggiungendo alle prime due (dimensione psichica e fisica, a prova scientifica), la incidenza negativa sulle attività quotidiane (come danno biologico per la perdita delle qualità della vita, in concreto subìto, che subito gli esistenzialisti considereranno tale) e la perdita degli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato (che invece attengono alla vita esterna, non solo a rilevanza sociale, ma anche culturale e politica, inclusa la perdita della capacità lavorativa generica per lo meno in visione prospettica di produzione di reddito). Quindi, anche il danno alla capacità lavorativa generica, a differenza del danno alla capacità lavorativa specifica, ha natura non patrimoniale e non è scindibile dal punteggio complessivo del danno biologico .
Il complesso dimensionamento del danno biologico , come definito dalla Cassazione, richiede una chiarificazione.
Poco conta stabilire il numero esatto delle dimensioni o voci del danno biologico , se non al fine della doverosa considerazione e valutazione del danno biologico reale; quel che veramente importa evidenziare è la onnicomprensività del danno biologico dalla quale scaturisce una valutazione totale ed unitaria del medesimo pregiudizio non patrimoniale.
In altri termini, non è rilevante stabilire se una determinata perdita del valore uomo rientra nella terza o nella quarta, ovvero in altra delle dimensioni del danno biologico indicate dalla Cassazione; quel che importa è la considerazione delle varie perdite, da un lato, e la loro valutazione globale, dall’altro, il loro concorso , quindi , alla quantificazione del danno.
La pluridimensionalità non comporta un’operazione di rigido incasellamento, ma esprime una necessità valutativa di un insieme di pregiudizi non economici, in presenza del danno primario da lesione della integrità psicofisica della persona. La consequenzialità espressa dalla Corte costituzionale nel 1986 è oggi da intendere, non come separazione di danni (tra loro omogenei, in quanto aventi la medesima natura) da liquidare autonomamente, ma come pluridimensionalità dello stesso pregiudizio non patrimoniale biologico. Se così è, non solo la componente esistenziale rientrerà nel danno biologico -come espressamente riconosciuto da Cass. n.24451/2005- ma vi rientrerà di diritto anche (e soprattutto) la prima “voce storica” del danno non patrimoniale, rappresentata dal danno morale soggettivo.
Invero la neo concezione concettuale di danno biologico ha ampliato l’originaria dimensione del danno morale soggettivo, sovrapponendosi ad esso ( C. Lo Giudice, La svolta del codice delle assicurazioni cit.). D’altra parte, l’esplicito riferimento al danno biologico per la perdita delle qualità della vita personali non può non riguardare la sofferenza che sicuramente incide sul modo di essere del soggetto, facendo scadere la qualità esistenziale del suo vivere quotidiano , della sua convivenza quotidiana con gli esiti del vulnus subito. Il dolore come danno alla qualità della vita, al nucleo motore della vita, conserva indubbiamente una propria autonomia (come danno non patrimoniale di tipo non biologico), in mancanza di un danno alla integrità psicofisica medicalmente accertabile, ma costituisce una inscindibile componente del danno biologico , ricorrendo una menomazione della sfera somatopsichica. E’ importante evidenziare che, secondo la sentenza n.24451/2005, il giudice deve considerare l’entità del danno biologico a seguito dell’accertamento medico-legale ed apprezzarne la portata “individuale” , sempre che tali componenti , danno ed accertamento , siano state oggetto rispettivamente di deduzione e di prova.
Rammenta la Cassazione che il concetto di danno biologico promanante dalla sent. n.184/1986 della Corte Costituzionale è la diretta conseguenza logica ed ermeneutica della “cerniera” tra la clausola generale del “ neminem laedere” , contenuta nell’art. 2043 c.c. e il precetto di cui all’art.32 Cost. che, letto in chiave privatistica, tutela il fondamentale diritto alla salute dell’individuo, più che mai rispetto ai rapporti intersoggettivi. Il nuovo assetto concettuale del danno biologico a fattispecie pluridimensionale, per Cass. n.24451/2005, trova ratio normativa a fortori nel disposto di cui all’art. 3, c.2, della Costituzione laddove dal combinato disposto ( degli artt. 2043 c.c. , art. 32 Cost. e art. 3 comma 2 Cost.) deriva un ulteriore ampliamento dei riflessi che il danno può sortire come ostacolo allo sviluppo della persona umana e del lavoratore, impedendone la effettiva partecipazione alla vita politica, economica, culturale e sociale della comunità.
Alla luce di tale ultimo ampliamento dei canoni ermeneutici di riferibilità dei riflessi del danno nella vita del soggetto , l’ ampliamento anche del referente costituzionale, ha esteso in effetti la tutela da danno biologico ad ogni disposizione che tuteli un valore inerente alla persona, nella specie rilevante, in conseguenza del danno primario alla integrità psicofisica. ( in tal senso cfr. Nota di Calogero Lo Giudice in : La Previdenza.it, 03/05/2006).
Due le domande che chi scrive ritiene siano da porre :
1) Ma oggi qual è l’atteggiarsi del Legislatore da una parte e della giurisprudenza dall’altra?
2) E se si provasse a dare una svolta unitaria , concettuale e monicistica del danno alla persona sì da potere superare la sua parcellizzazione evitandone pericolose svolte interpretative magari dettate da fatti soltanto contingenti, storici e sociali?
Per tentare di rispondere bisogna compiutamente è bene prendere le mosse dalla seconda delle due domande poste.
Dire danno arrecato ad un soggetto significa dire danno arrecato alla persona in quanto tale , al suo insieme qualunque sia l’atteggiarsi delle sue manifestazioni ,quindi sia quelle fisiche che quelle emotive che quelle psichiche che quelle emozionali , in una parola nella vita tout-court dell’uomo tout-court , significa parlare di danno arrecato all’ "ultima unità indivisibile", con ciò volendo indicare il termine per stabilire il principio (arché) da cui la molteplicità di entità monodimensionali è costituita, ci si sta riferendo per estensione al concetto “leibnitziano” di monade , di quella sostanza semplice cioè che in greco è definita Monás e che significa unità, o ciò che è uno. In definitiva si sta parlando di sostanze semplici cioè delle vite, delle anime.
Partire da tale visione monicistica consente di superare la parcellizzazione dell’elemento “uomo” in tanti aspetti tutti degni di conferenza “risarcitoria “ se danneggiati ma che di fatto in un certo senso appesantiscono e stancano sia l’interprete che il tecnico distraendolo di fatto dal concetto di fondo cioè che l’uomo è uno ed indivisibile e che in ogni sua manifestazione merita di essere tutelato.
Premesso ciò arriviamo “ai giorni nostri “ e con sorpresa ci rendiamo conto che una sorta di contrazione dei concetti sopra richiamati smodatamente amplificati dalla corsa alla parcellizzazione degli aspetti danneggiati degni di tutela risarcitoria è in atto, e meno male , si aggiunge. Si torna cioè alla dualità danno biologico -danno morale quest’ultimo compreso in quello biologico nel senso che il risarcimento dell’uno implica necessariamente anche il risarcimento dell’altro.
Invero come autorevolmente cristallizzato “ in Cass. Civ. sez. III del 24.08.2007 n. 17958, il “ canone del Legislatore consapevole “ presuppone un Parlamento attento al diritto giurisprudenziale e composto, almeno in parte , da tecnici. Ciò detto , si tratta di un criterio che deve orientare l’interprete verso la scelta ermeneutica più vicina alla volontà sovrana del popoli come rappresentato nelle camere “( nota n. 2 a “Il Legislatore smentisce le Sezioni Unite 26972/2008: danno morale e danno biologico , ontologicamente diversi . Deus ex Machina : DPR 37/2009 di G Buffone in www.tribunale.varese.it), Legislatore talmente tanto attento e consapevole da essere indotto a fare una espressa ed univoca “ scelta interpretativa : il danno morale è da trattare come posta liquidatoria del tutto autonoma e non assorbibile del danno biologico” (G. Buffone op. cit) con ciò escludendo la quantificazione di un eventuale danno da patema , da somatizzazione del “pretium doloris riconducibile alla categoria concettuale del danno morale non rinvenibile nella codificazione del diritto positivo.
Il Plenum, in particolare, ha concluso nel senso di ritenere che il danno biologico sia partecipato dal danno morale che ne costituisce una componente, circostanza che impedisce una liquidazione separata delle due voci di pregiudizio (non ontologicamente autonome). Per danno morale, l’interpretazione vigente fino all’11 novembre 2008, faceva riferimento al concetto di «dommage moral», introdotto al fine di salvaguardare l’integrità morale della vittima dell’illecito, bene giuridico presidiato dall’art. 2 della Costituzione in relazione all’art. 1 della Carta di Nizza,nonchè al Trattato di Lisbona, ratificato dall'Italia con L. 2 agosto 2008, n. 190, che tutela la Dignità umana come la massima espressione della sua integrità morale e biologica (Cass. civ., sez. III, 12 dicembre 2008, n. 29191). Ne veniva costantemente affermata la autonomia ontologica, nell’ambito dell’art. 2059 c.c., assioma che ne rendeva censurabile una liquidazione effettuata, in modo automatico, nella misura pari alla metà del danno biologico (G. Buffone op. cit) Tale ultima interpretazione fu quella consolidata nel 2003 laddove le Alte Corti convennero sul fatto che nei confini pur se astratti , quasi da norma “in bianco” del normato art. 2059 c.c. dovesse essere ascrivibile qualsiasi altro danno di natura non patrimoniale derivante da vulnus di interessi e valori inerenti la persona , danni siano essi da qualificare come non patrimoniale o come danno biologico stricto-sensu o come lesione di un interesse costituzionalmente garantito all’integrità psico-fisica della persona scaturente da verifica medico-legale sia infine qualsiasi e ogni altro danno che possa essere derivato da vulnus a qualsivoglia interesse di rango costituzionale e inerente la persona ( in tal senso Corte Cost. n. 233/2003).
In tale ultima accezione il diritto vivente ha positivizzato nell’art. 2059 c.c. il concetto per cui danno biologico e danno morale subiettivo sono entità diverse non compenetrabili né identificabili l’una nell’altra posto che il primo lede l’integrità psicofisica del soggetto , il secondo l’integrità morale ( in tal senso cfr. Cass. Civ. n. 15760/2006) .
A poca distanza da tale ultimo indirizzo ma anche da quello dettato a stabilizzazione dalle Sezioni Unite con la decisione n. 26972/2008 , seppure a regolamentazione di materia peculiare ( indennità per cause di servizio) vede la luce un intervento legislativo in aperto contrasto con le linee di indirizzo dettate da ultimo dagli Ermellini a SS.UU ; intervento formalizzato nel DPR n. 37/2009 ; al suo articolo 5 si introducono criteri legali per la determinazione della invalidità permanente ; il dettato normativo prevede l’utilizzo nella quantificazione di tale tipologia di danno di indici percentuali da utilizzare in formule matematiche che combinate tra loro siano in grado di avvicinarsi il più possibile e in maniera il più matematicamente attendibile alla effettiva percentualizzazione dell’invalidità derivante nell’esercizio di una qualsiasi funzione lavorativa.
Si assiste così all’ingresso , sul panorama della liquidazione dei danni , di indici quali la percentuale di invalidità permanente, di percentuali di danno biologico , di percentuale di danno morale e infine di indice di percentuale di invalidità complessiva.
Che dire? Si ritiene di potere concludere con l’ autorevolmente il contributo reso da G. Buffone in opera citata e quindi lasciare alla riflessione di noi tutti quanto di seguito :
“Due rilievi sono importanti. 1) Il Legislatore “collega” il danno biologico menzionato nel decreto in commento (37/09) a quello di cui al Codice delle assicurazioni private (d.lgs. 209/05). 2) nella determinazione del danno morale si deve tenere conto della “lesione alla dignità della persona”. E’ chiaro, quanto al primo punto, che il Legislatore va introducendo un sistema risarcitorio del danno biologico compatto ed omologato, come disegnato nel d.lgs. 209/05 (artt. 138, 139), il che rende i teoremi del decreto 37/2009 non certo periferici ma emersione, a valle, di una mens legis unitaria a monte. E’, evidente, quanto al secondo punto, che il Legislatore richiama la giurisprudenza che ha dichiarato l’autonomia ontologica del danno morale facendone presidio della dignità umana, per come si è già scritto. Una considerazione è dirompente: il Legislatore, almeno stavolta, è assolutamente chiaro poiché ricorre alle formule matematiche. L’invalidità complessiva è uguale a: “DB + DM” (…). Danno biologico che si cumula al danno morale. Sconfessata, expressis verbis, la tesi della somatizzazione del pretium doloris. Il ricorso alle “formule matematiche” (DB + DM) ed alle “sigle” (DB, DM) sembra quasi voler scongiurare il rischio di una Torre di Babele interpretativa ove ogni augure assegna al concetto il significato giuridico che più gli aggrada. Va, comunque, ricordato che il Giudice ha il dovere – in quanto sottoposto alla Legge – di guardare all’intero sistema normativo per evincere l’interpretazione che più delle altre (o unica tra le tante) rispetta la sovranità popolare come espressa dagli organi rappresentativi. Ed, allora, laddove il Legislatore indichi chiaramente un percorso ermeneutico, a questo l’interprete resta vincolato. Il decreto che si commenta, a questo punto, dovrebbe indurre gli interpreti a rimeditare l’ermeneutica del danno non patrimoniale ex art. 2059 cod. civ. e le sezioni semplici di Cassazione a rimettere, ancora una volta, la questione alle Sezioni Unite per un nuovo esame della questione. Agli interpreti, formule alla mano, non resta che contare .”
Ultima domanda , d’obbligo quando si discute di danni alle persone , alla loro vita alle loro anime alla loro esistenza alla loro moralità…..ma torneranno i conti? Dott.ssa Marinella Russo FUNZIONARIO AGENZIA ENTRATE ^ Vai all' inizio

References: sentenza 
 art. 2059
 sentenza 
 sentenza 
 art. 32
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2043
 articolo 2059
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 art. 2043
 art. 2059
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2059
 art. 89
 art. 185
 art. 187
 art. 189
 art. 2059
 sentenza 
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 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 32
 art. 3
 Cass. 
 art. 2059
 Cass. 
 articolo 5
 art. 2059