Source: http://vajont.info/temporelli.html
Timestamp: 2018-10-17 22:45:50+00:00

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Da Molare al Vajont - storie di dighe, di Giorgio Temporelli
Capitolo 6 ... Incontri coi Sopravvissuti Le Vittime del Vajont Le altre testimonianze Vai al dossier Vastano Vai alla home page...
Nel 1929 l'Ing. Carlo Semenza, sulla base degli studi condotti dal geologo svizzero J. Hug, formulò un primo progetto per lo sfruttamento delle acque del Vajont tramite la realizzazione di una diga. Secondo il progetto iniziale il manufatto avrebbe dovuto avere un'altezza di 130 metri e dare origine ad un invaso con capacità poco superiore a 30 milioni di metri cubi. Con il passare degli anni il Progetto subì importanti variazioni. Innanzitutto l'ubicazione, che dai pressi del ponte di Casso presso al ponte del Colombèr, su indicazione del geologo Giorgio Dal Piaz.
Poi l'altezza, che dai 130 metri iniziali arrivò, attraverso successivi studi, ai 260 metri. Un valore notevole, mai raggiunto prima da una diga a doppio arco, primato mondiale che avrebbe permesso di realizzare il progetto del "Grande Vajont" attraverso un serbatoio di oltre 150 milioni di metri cubi di capacità.
L'immagine successiva (Fig. 79) mostra la valle del Piave e quella del Vajont negli anni '50, quando la costruzione della diga non era ancora cominciata
Nel 1939 l'Ing. Semenza presentò un progetto per l'utilizzazione delle acque del torrente Boite e del fiume Piave, alla stessa stregua di quello del Vajont. Nel 1948 il progetto del Vajont venne integrato in uno più grande "Boite - Piave - Maè - Vajont - Val Gallina" che nel 1957 prese il nome di "Grande Vajont". L'ambizioso progetto prevedeva l'utilizzo del corso medio del Piave dei suoi affluenti, Boite, Maè e Vajont, ciascuno regolato da un proprio serbatoio, tra lo scarico dell'impianto "Piave - Ansiei" a quota 685,5 m s.l.m. e la presa dell impianto "Piave - S.Croce" a Soverzene, a quota 390 m s.l.m., permettendone la continuità di utilizzo. Una chiara descrizione del complesso sistema idroelettrico costituito dal "Grande Vajont" viene offerta dal libro pubblicato da Camillo Pavan Editore nel 2001 "Le dighe e centrali idroelettriche del bacino del Piave" riguardante la ristampa di pubblicazioni ufficiali della SADE aggiornate al 1963. Da questo volume è tratta la sintetica spiegazione che segue, nonché l'immagine (figura 80) relativa al profilo schematico del sistema idraulico suddetto.
Il sistema idroelettrico del Piave e caratterizzato da una complessa sequenza di derivazioni canalizzate, di bacini di accumulo e di centrali idroelettriche. Nell'alto Piave a partire da una quota di circa 1.000 m s.l.m., hanno luogo le derivazioni che alimentano le centrali di Ponte Laste, di Piova e di Pelòs; gli emissari alimentano il serbatoio di Pieve di Cadore e la centrale del Colombèr, passando attraverso il bacino del Vajont o con alimentazione diretta. Un secondo sistema di alimentazione a monte proviene dall'impianto "Boite - Maè". Il Boite alimenta la centrale di Pontesèi e quella di Gardona quindi, sempre passando attraverso il lago del Vajont con alimentazione diretta, raggiunge la centrale del Colombèr. Per garantire il flusso dell'acqua dai bacini di Pieve di Cadore attraverso la valle del Vajont sino al serbatoio di Val Gallina e alla centrale di Soverzene fu costruito, nel 1948, il 'ponte tubo'. Il serbatoio del Vajont costituisce il più grande bacino di accumulo del sistema ed è alimentato dall'omonimo torrente oltre che dalle suddette condotte provenienti dall'alto Piave e dal "Boite-Maè". Tale serbatoio alimenta la centrale del Colombèr la quale scarica nel serbatoio di carico della Val Gallina.
Da quest'ultimo e dal bacino del Vajont le condotte raggiungono la centrale di Soverzene, la principale di tutto il complesso idroelettrico. Lo scarico di questa centrale alimenta il lago artificiale di S. Croce, quindi la centrale di Fadalto. Il sistema procede poi verso la centrale di Nove, di S.Floriano e di Castellerio per poi innestarsi nel sistema di irrigazione della pianura veneta. Da quanto sopra appare evidente come l'impianto del Vajont, oggetto del presente studio, e seppure di rilevante importanza, costituisca solo una parte di un sistema idraulico molto più vasto e complesso.
La SADE iniziò i primi lavori per la costruzione della diga sul Vajont nel settembre del 1956, senza una formale autorizzazione da parte del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, la quale arrivò soltanto il 15 luglio del 1957. I lavori di scavo iniziarono quindi ufficialmente nell'estate del 1957 e vennero affidati alla ditta Torno, fondata dall'Ing. Giuseppe Torno, mentre la direzione degli stessi fu affidata all'Ing. Mario Pancini. Dopo le operazioni per la realizzazione delle fondazioni nel 1958 iniziarono le gettate di calcestruzzo e la diga cominciò a salire (Fig. 81).
Per la distribuzione del calcestruzzo si impiegarono i "blondins", delle gru teleferiche in grado di scorrere velocemente con movimenti sia longitudinali sia verticali. I due blondins erano muniti di benne da 4 m3 che si spostavano con una velocità di 4 m/s in traslazione e di 2,75 m/s in verticale; ogni benna riusciva a scaricare un volume di 48 m3 di calcestruzzo all'ora permettendo, in media, un'alzata del manufatto di circa 60 centimetri al giorno.
La spettacolare immagine precedente (Fig. 82) mostra l'innalzamento dei vari conci della diga con l'uso del blondin, da notare la configurazione a doppio arco, particolarmente evidente a questo stato di avanzamento dei lavori.I lavori proseguivano ad un ritmo incalzante, nonostante due importanti incidenti accaduti nel corso dell'anno 1959 che avrebbero dovuto far riflettere seriamente. Il primo, in effetti, fece preoccupare i progettisti. Si tratta della frana avvenuta il 22 marzo 1959 nel vicino bacino di Pontesèi, costituita da una massa di circa 3 milioni di m3 che, scivolando in un unico blocco nelle acque del lago, produsse un'onda che superò di qualche metro il coronamento della diga provocando la morte di Arcangelo Tiziani, il custode. Il secondo incidente è rappresentato dal crollo della diga del Frèjus, avvenuto il 2 dicembre 1959 in località Malpasset; questo disastro, pur essendo stato molto più grave del precedente, preoccupò meno i tecnici italiani. La diga in questione era a doppio arco, proprio come quella che si stava costruendo sul Vajont (anche se di spessore più esiguo), ed era stata progettata da uno dei più accreditati esperti del settore, l'Ingegner Coyne; tuttavia ciò non scoraggiò i progettisti nel proseguire con determinazione nella realizzazione della più alta diga a volta del mondo. Per precauzione però, dopo pochi giorni dal disastro di Malpasset, vennero installati presso la cabina comandi della diga del Vajont tre sismografi in grado di rilevare anche le più piccole scosse superficiali.
La prima fase dei lavori della diga terminò verso la fine del 1959 e nel febbraio del 1960 le attività riguardanti la costruzione erano sostanzialmente concluse (Fig. 83).
L'inaugurazione ufficiale è datata 17 ottobre 1961, e in quell'occasione l'Ing. Carlo Semenza pronunciò il seguente discorso:
"Quando un opera è terminata, gioia e amarezza si fondono: gioia, perché ognuno di noi può dire: ci siamo riusciti; ma le ansie, le ore di fatica e soprattutto il ricordo dei nostri compagni caduti sul lavoro, un po' di noi stessi insomma, non ci appartengono più. Restano là, sull'opera e nel tempo, patrimonio di tutti. Trent'anni ci sono voluti per la diga del Vajont e forse più, dal giorno che, per la prima volta, pensai alla realizzazione di questa diga che avrebbe sbarrato la stretta e profonda forra del torrente Vajont. "Orrido del Vajont", come lo chiamano certe guide turistiche, tanto la natura è impervia e inospitale. La diga del Vajont è ormai giunta al termine: gioia e amarezza, come dicevo poco fa - sono dentro un po' a tutti noi, si smontano i cantieri, le acque del bacino salgono poco a poco. Nuovi progetti attendono i tecnici e gli operai che hanno costruito la più alta diga a volta e doppia curvatura del mondo. Per tanto tempo ancora, per anni, racconteranno e rievocheranno questa singolare avventura del lavoro umano e avranno il vanto di dire: io c'ero".
Alla costruzione della diga lavorarono per due anni consecutivi, duecentocinquanta operai.
6.2 - Le caratteristiche della diga e dell'invaso
La diga del Vajont, al momento della sua realizzazione, era la più alta al mondo a tipologia a doppia curvatura e la seconda in assoluto. Essa è formata da elementi in contatto con la roccia laterale chiamati pulvini, dal tampone di fondo e dal corpo centrale.
Il corpo centrale, per motivi di elasticità del calcestruzzo, è diviso in quattro parti sub-orizzontali a loro volta divisi in conci verticali. Le sezioni orizzontali della diga presentano una simmetria rispetto ad un asse inclinato del 4% rispetto alla verticale. Il corpo della diga è provvisto di un giunto perimetrale che lo rende slegato dalla roccia, consentendo un funzionamento a cerniera anziché ad incastro. Le parti orizzontali e verticali sono separate da altrettanti giunti. La diga è munita di cunicoli di ispezione lungo i giunti orizzontali e di pozzi verticali lungo i giunti perimetrali. Nella parte inferiore della diga, dove la curvatura verticale è sostanzialmente assente, è stato praticato un pozzo profondo centosessantadue metri dove è alloggiato il pendolo per il monitoraggio dell'inclinazione del corpo diga in funzione del carico idraulico. Trenta metri sotto la fondazione uno slittometro consente invece di controllare gli spostamenti traslazionali. Nel corpo della diga e nella roccia sono presenti in gran numero vari strumenri di controllo: termometri, estensimetri, dilatometri, sismografi, collimatori. La gestione dei livelli dell'invaso era assicurata da: n°l scarico di esaurimento a quota 481,9 m s.l.m.; n°1 scarico di fondo a 514,37 m s.l.m.; n°1 scarico di mezzo fondo a 573,36 m s.l.m.; n°1 scarico di alleggerimento a 579,36 m s.l.m. e da n° 16 scaricatori di superficle a stramazzo distribuiti lungo il coronamento a quota 722,5 m s.l.m.. La seguente immagine (Fig. 84) mostra uno schema della diga tratto da documentazione SADE dell'epoca (1960) e ristampata da Camillo Pavan Editore nel 2001.
6.3 Gli studi geologici
Il prof. Giorgio Dal Piaz, geologo e paleontologo, fu sicuramente tra i primi geologi ad occuparsi della valle del Vajont per conto della SADE. Indagini e recessive relazioni accompagnarono le prime ipotesi di sbarramento della valle, quando si pensava di posizionare una diga nella zona della stretta di Ponte di Casso, per poi optare per la stretta del Colombèr, più a valle. I primi studi geologici riguardarono soltanto i versanti della montagna sui quali sarebbe andata a poggiare la diga perché, a quel tempo, non era previsto fare indagini anche sui fianchi dell'invaso.
Dal Piaz firmò molti rapporti, tutti quanti commissionatigli dalla SADE, a partire dai primi studi del 1928 (Relazione di massima su due sezioni della valle del Vajont, presa in esame per la costruzione di una diga di sbarramento), a cui fecero seguito altre relazioni nel 1957, 1958, e quella conclusiva del 1960 (Esame delle condizioni geologiche del bacino del Vajont e della zona d'imposta della diga di sbarramento quali risultano allo stato attuale dei lavori). Il professore seguì il progetto e la costruzione della diga sino alla sua morte, avvenuta, all'età di 90 anni, nell'aprile del 1962.
Il prof Dal Piaz, nonostante l'alta reputazione che godeva da tempo, non era più in grado, per via dell'età avanzata (classe 1872), di affrontare con la dovuta energia l'impegno assunto. Invece di effettuare nuove rilevazioni il professore si rimetteva infatti alla sua personale esperienza passata con esposizioni di carattere accademico.
Dal Piaz, tuttavia, non escluse la possibilità che si potessero creare smottamenti nel lago dovuti ad operazioni di invaso e svaso, ma non manifestò mai vera preoccupazione in merito ritenendoli fenomeni di proporzioni contenute. Quando, iniziati i lavori, sorsero i primi problemi tecnici, dipendenti quasi unicamente dalla caratteristica della roccia trovata lungo i fianchi dell'invaso, vennero richieste successive indagini geologiche, più approfondite e serie, che fossero in grado di stabilire la vera natura del terreno circostante.
Il primo significativo segnale di allarme si ebbe il 22 marzo 1959 con la frana nel bacino di Pontesei, la quale provocò un morto [Arcangelo Tiziani, il custode della diga]. Si trattava di un fenomeno da non sottovalutare, che suonò come un campanello di allarme per l'Ing. Carlo Semenza. Infatti, se le manifestazioni di instabilità dei versanti non avevano mai destato serle preoccupazioni sino a quel momento, le caratteristiche della frana di Pontesei, in termini di velocità e compattezza, convinse i vertici della SADE ad approfondire ulteriormente la situazione. Si decise così di avere un altro parere e si incaricò a tal scopo il professor Leopold Müller di Salisburgo, ingegnere minerario ed esperto geomeccanico, a cui venne richiesto di approfondire il problema della stabilità dei versanti del futuro lago. La tecnica d'indagine del professore austriaco era quella delle perforazioni, a varle profondità, per saggiarela natura del terreno. Attraverso una campagna di carotaggi Müller capì che la situazione era ben più grave di quella prospettata dall'ottimistico Dal Piaz tanto che già il 16 agosto 1957, nel suo secondo rapporto, scriveva: "... il terreno in sponda sinistra, caratterizzato da ammassi di sfasciume, sui cui verdi pascoli sorgono numerosi casolari, è in forte pericolo di frana, sebbene sia una formazione rocciosa.
La roccia è ivi molto frazionata e degradata e può pertanto facilmente scoscendere ed essere posta in movimento". Nel sesto rapporto (10 ottobre 1959) i dubbi di Müller riguardo la stabilità della sponda sinistra si fecero tali al punto da proporre alla SADE di valutare dettagliatamente le condizioni di stabilità dei fianchi della diga attraverso ulteriori indagini. Vennero così installati alcuni piezometri per stabilire la permeabilità della massa franosa.
Il 4 novembre 1960 dal lato di sinistra orografica del monte Toc si staccò una frana con volume stimato in 700.000 m3 e una larga fessura a forma di 'M'per oltre due chilometri, comparve al di sopra della frana stessa segnando così chiaramente il dominio dell'intera massa franosa.
Il profilo e l'entità della frana vennero quindi identificate con un buon grado di approssimazione e a quel punto, nel suo quindicesimo rapporto del 3 febbraio 1961 (Diga del Vajont -15° Rapporto geologico: la frana nella zona Toc), il prof. Müller condannò definitivamente l'intero progetto, anche se tali considerazioninon vennero mai inviate agli organi di controllo. I franamenti si fecero più consistenti e non potevano più essere arrestati, così come a nulla potevano valere lemisure di protezione artificiale ipotizzate: esose dal punto di vista economico e molte delle quali, irrealizzabili in pratica.
Leopold Müller dichiarò in proposito:
"Quando aumenta il livello del lago una più grande zona di roccia viene plastificata dalla presenza d'acqua; la roccia milonitizzata si rammollisce e l'argilla entro le fessure diventa lubrificante. La mobilità della montagna viene in conseguenza ancora una volta aumentata. La parte di massa di frana che si trova nella falda d'acqua è soggetta ad una spinta verso l'alto. Questa sottospinta corrisponde ad una diminuzione di peso ed influenza l'equilibrio a masse in un senso sfavorevole. La pressione dell'acqua entro le fessure tende ad allontanare le parti in cui è suddivisa la roccia ed ha un effetto di allentamento. Questo effetto è tanto più grande quanto più alto è il livello della falda d'acqua. Poiché la faldad'acqua viene influenzata dal livello nel serbatoio e dalle oscillazioni di esso, anche tutti i fattori sopracitati vengono influenzati direttamente dal livello del serbatoio. Da ciò risulta che l'influenza di precipitazioni sarà tanto più grande quanto più grande sarà il livello del lago. A mio parere non possono esistere dubbi su questa profonda giacitura del piano di slittamento o della zona limite. Il volume della massa di frana deve essere considerate di circa 200 milioni di metri cubi".
Nonostante il problema fosse ormai chiaro, sia nelle proporzioni che nelle probabilità di accadimento, si era andati troppo avanti, così tanto che lo stesso Müller non consigliò l'abbandono del bacino (Semenza E., 2005), incoraggiandopossibili soluzioni atte a contenere i danni. Dopo aver scartato l'idea di provocare un franamento controllato suggerì varle ipotesi per frenarlo nel miglior modopossibile, precisando tuttavia che nessuna di esse avrebbe potuto risolvere completamente il problema. In ultima va ricordata la convinzione di Müller che la frana pocesse scendere in due blocchi distinti, quelli separati dal corso del torrente Massalezza, ipotesi che purtroppo si verificò sbagliata.
Di parere diverso era Francesco Penta, professore di Geologia Applicata, consigliere SADE e nello tempo facente parte della Commissione di Collaudo della diga del Vajont nominata dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, il quale ritenne probabile che il movimento franoso fosse di natura piuttosto superficiale.
In realtà Penta nell'ottobre 1961, dopo il terzo sopralluogo ufficiale ed una serie di altre visite successive, rassegnò una relazione nella quale si prospettavano due possibili interpretazioni. Nel primo caso egli ipotizzò che la comparsa della fessura fosse associata al movimento limitato di una lama superficiale avente spessore di circa 10-20 metri. Non escluse però la possibilità, che considerava tuttavia remota, che la fessura potesse "... essere interpretata come l'intersezione con il terreno di una superficle di rottura profonda e che arriverebbe praticamente al fondo della valle, separando dalla montagna una enorme massa di materiale ..." aggiungendo che in questo caso "... si dovrebbe ammettere la possibilità che si verifichi un distacco improvviso di una massa enorme di terreno ...".
Nel frattempo, visti i pareri discordanti, Carlo Semenza richiese un nuovo studio sulla composizione del monte Toc. Nell'ottobre 1959 la SADE commissionò al prof. Pietro Caloi, uno specialista geosismico che già dal 1953 svolse numerose prospezioni geosismiche in zona, di condurre un'indagine specifica sul versante sinistro a monte della diga.
Nel dicembre 1959 il prof. Caloi consegnò alla SADE la sua relazione, nella quale individuava un importante "supporto roccioso autoctono", presentando così un quadro di assoluta tranquillità. Secondo Caloi la roccia si presentava solida, compatta, con uno spessore detritico superficiale di circa 12 metri ed un modulo elastico molto elevato. Nel dicembre del 1960 la SADE commissionò a Caloi una seconda campagna geofisica al fine di individuare la profondità della massa instabile rivelatasi con la frana del 4 novembre 1960, indagine che si concluse nell'aprile dell'anno seguente e che portò a risultati profondamente diversi dai primi. La roccia si presentava ora compatta e solida solo ad una certa profondità, al di sopra, per uno spessore variabile tra i 100 e 150 metri dalla superficie, si estendeva un'ampia area di materiale sciolto o roccia frantumata, con ovvle caratteristiche anelastiche. La motivazione di questo cambiamento geologico venne attribuito ad un inconsiderato aumento di pressioni interne, dovute a cedimenti di roccia compatta posta a quota maggiore, in conseguenza delle scosse sismiche si erano verificate dai primi mesi del 1960 fino a metà novembre dello stesso anno. Un fenomeno che, a detta dallo stesso Caloi, non trovava precedenti nella letteratura tecnica [Alcuni autori (E. Semenza, 2005) hanno in proposito avanzato la tesi di possibili errori di esecuzione o di interpretazione dei risultati].
Nel frattempo anche i geologi Edoardo Semenza (figlio di Carlo) e Franco Giudici vennero interpellati ed incaricati di effettuare ulteriori indagini, in particolare venne loro commissionato:
1) un rilievo geologico di tutta la zona dell'invaso fino all'incirca all'altezza della strada che circondava il serbatoio (quota 850 m s.l.m.) senza entrare in eccessivi dettagli;
2) un rilievo di geologia strutturale di dettaglio delle zone che a seguito dello studio generale fossero risultate in potenziale pericolo di instabilità;
Già nei primi mesi dello studio i geologi individuarono l'esistenza di numerose fratture profonde con riempimento di materiale sciolto e a blocchi; tutta la zona doveva ritenersi potenzialmente instabile. La certezza di trovarsi di fronte ad una montagna mobile portò all'ubicazione dei primi profili geosismici, all'esecuzione delle prime perforazioni geognostiche e al posizionamento di capisaldi. Una decina di questi ultimi vennero installati sul terreno e controllati periodicamente mediante rilievi topografici al fine di accertarne eventuali spostamenti. Perquanto riguarda i sondaggi questi dovettero fermarsi ad una certa quota perché i franamenti continui rendevano difficile lo scavo.
I campioni estratti dal terreno riguardavano roccia minutamente fratturata in frammenti di modeste dimensioni, mentre l'acqua di perforazione non risaliva in superficie, andando frequentemente a disperdersi nelle viscere non compatte del terreno.
Nel giugno del 1960 i due studiosi presentarono il loro rapporto riguardante la situazione geologica del fianco sinistro ("Studio geologico del serbatoio del Vajont")nel quale si puntualizzava che: "... più grave sarebbe il fenomeno che potrebbe verificarsi qualora il piano di appoggio della intera massa, o della sua parte più vicina al lago, fosse inclinato (anche debolmente) o presentasse un'apprezzabile componente di inclinazione verso il lago stesso. In questo caso il movimento potrebbe essere riattivato in presenza dell'acqua, con conseguenze difficilmente valutabili attualmente, e variabili tra l'altro a seconda dell'andamento complessivo del piano di appoggio".
In sostanza i due geologi affermarono che sotto il monte Toc c'era un'enorme massa in movimento successivamente stimata, da Müller e dagli stessi Giudici e Semenza, attorno i 200 milioni di metri cubi, dalla quale si sarebbero potute staccare frane a ripetizione, soprattutto a seguito di riempimenti e svuotamenti.
Nonostante la drammaticità delle conclusioni a cui erano giunti Giudici e Semenza, questa relazione non venne mai inviata dalla SADE agli organi di controllo; si preferì far pervenire quella più "moderata" e autorevole, firmata da Dal Piaz. L'ultima speranza di evitare un disastro era rappresentata dalle modalità del crollo; una delle ipotesi prevedeva un primo distacco del fronte della frana che, adagiandosi sul fondo valle, avrebbe stabilizzato il resto della massa. Purtroppo così non avvenne e, in barba a tutte le idee ed ai modelli elaborati sino ad allora, la frana crollò improvvisamente, tutta insieme e con velocità inaspettata, causando una catastrofe infinitamente maggiore di quella che era stata prevista anche nella più pessimistica delle ipotesi.
Dal punto di vista geologico quindi, nonostante il gran numero di studi che vennero intrapresi negli anni precedenti il crollo, il disastro ha rappresentato un chiaro esempio di basilari carenze di valutazione e di giudizio. Importanti decisioni vennero prese seppur con dati geognostici scarsi, relativamente alla valutazione dei rischi dell'area e del sito connessi con la costruzione della diga e la presenza di un grande lago. (Tanzini M., 2001)
Negli anni successivi il crollo furono molti gli studiosi che cercarono di trovare una spiegazione al fenomeno. Particolarmente interessante per il contributo dato nella comprensione delle dinamiche del crollo è il lavoro dei geologi americani A. J. Hendron e F. D. Patton. I loro risultati, pubblicati nel 1985 ("The Vajont slide, a geotechnical analisys based on new geological observations of the failure surface" e negli allegati Appendices A through G), che confermarono:
Questo risultato portò i due studiosi a riesaminare la struttura idrogeologica dell'intera zona. Attraverso l'uso dei piezometri si venne a conoscenza di un diverso valore tra la falda acquifera superiore e quella inferiore. Il livello della falda superiore, corrispondente alla massa della paleofrana, fortemente fratturata e estremamente permeabile, era influenzata dal livello del lago. La falda inferiore, invece, era alimentata sia dal lago sia dalle precipitazioni che cadevano in montagna, ed il suo livello era dunque collegato alle piogge ed ai tempi piuttosto lunghi di ricarica dell'acquifero. In base a queste considerazioni, Hendron e Patton ipotizzarono una legge di correlazione tra i livelli del lago, le precipitazioni cumulate nella falda inferiore ed i movimenti del terreno, mettendo così in evidenza come l'intera area interessata dalla frana avrebbe potuto essere (almeno in via teorica) stabilizzata con adeguate opere di drenaggio che fossero in grado di regimare le acque superficiali e quelle sotterranee profonde4.
Una successiva analisi, di tipo tridimensionale, che teneva conto della componente di immersione verso est degli strati e della presenza della faglia che delimita la frana, mostrò che circa il 40% delle resistenze rotali della massa allo scivolamento era sostenuto dalla faglia orientale, alla quale era stato attribuito un angolo di attrito di 36°.
Questo fatto consentì di spiegare l'elevata velocità (20-25 m/s) raggiunta dalla grande frana, fenomeno imprevisto, provocato dalla generazione di calore per frizione lungo la superficle di scivolamento che consentì una notevole riduzione del coefficiente di attrito dopo pochi metri di percorso.
[4 È plausibile tuttavia pensare che, se le indagini geologiche fossero stare eseguite preliminarmente all'opera, si sarebbe optato per la ricollocazione della stessa in un sito più idoneo.]
[5 Purtroppo gli eccellenti test meccanici non furono bilanciati da altrettanto approfondite analisi preventive in campo geologico]
6.4 Studi idraulici e meccanici
Per la realizzazione della diga più alta del mondo erano richiesti accorgimenti particolari. Venne perseguita la strada della sperimentazione preventiva5 realizzando alcuni modelli in scala ridotta (1:35 e 1:85) sui quali fare delle simulazioni delle verifiche nelle fasi precedenti la costruzione. Uno di questi modelli è stato donato dalla famiglia Torno, l'impresa costruttrice della diga, all'Associazione Pro Loco di Longarone (Fig. 85).
I modelli venivano sottoposti a prove comportamentali al fine di simulare funzionalità della futura realizzazione in varle condizioni di stress. I modelli matematici muovevano i primi passi e gli elaboratori elettronici che erano allora a disposizione avevano una potenza di calcolo limitata.
Il laboratorio dell'ISMES (Istituto Sperimentale Modelli e Strutture) era all'avanguardia internazionale nello studio del comportamento delle dighe, e Iì venne collaudato con risultati soddisfacenti il modello di diga del Vajont. Con una serie di martinetti idraulici veniva simulata la spinta dell'acqua sul corpo della diga. Le tensioni venivano tradotte in segnali, dalla cui misura ed elaborazione fu possibile verificare, in modo dettagliato, il comportamento della diga. Per l'elaborazione dei dati vennero utilizzati alcuni tra i primi calcolatori in Italia: il CRC 102 funzionante presso il Centro Calcoli Numerici del Politecnico di Milano a partire dall'ottobre 1954 e il Finac, in funzione a Roma presso l'INAC (Istituto Nazionale per le Applicazioni del Calcolo) dal dicembre 1955. Per il calcolo, che consisteva nella risoluzione di un sistema lineare di circa 400 equazioni, l'elaboratore elettronico impiegò alcuni giorni (Sacchet A., 2008).
La diga venne quindi progettata e realizzata nel migliore dei modi e fu proprio nella notte del 9 ottobre 1963 che dimostrò la sua robustezza quando, sottoposta a uno sforzo enormemente più grosso di quello per cui era stata costruita, resistette e senza subire sostanziali danni.
Nel novembre 1960, quando i lavori della diga erano praticamente finiti a seguito delle prime operazioni di invaso una frana di circa 700.000 m3 si staccò dal lato di sinistra orografica, in corrispondenza del ripido versante di Pian della Pozza e finì nel lago.
Questo fatto preoccupò l'Ing. Carlo Semenza il quale ordinò uno studio che portasse alla determinazione degli effetti della frana sul circondario attraverso un modello idraulico in grado di riprodurre, in scala adeguatamente ridotta, le valli del Vajont e del Piave per un tratto interessato di diversi chilometri. Ne sarebbe così sortito un modello di grandi dimensioni, su cui sarebbe stato possibile simulare fenomeni ondosi provocati dalla caduta dell'ipotizzata grande frana presente nel versante sinistro del Toc. La decisione venne presa in occasione di una riunione tenutasi il 31 gennaio 1961, durante la quale l'Ing. Semenza ed i consulenti Penta, Müller e Caloi iniziarono a parlare di "... ipotetiche condizioni di emergenza per il serbatoio e diga del Vajont" (Datei, 2005), ritenendo così utile approfondire una serle di effetti che si sarebbero originati a seguito del distacco di una grande frana. In particolare si pensava che fosse importante esaminare:
1) le azioni dinamiche sulla diga;
2) gli effetti dell'onda nel serbatoio ed eventuali pericoli per le località vicine, con particolare attenzione al paese di Erto;
3) la possibilità di una parziale rottura della diga e i danni conseguenti alla propagazione dell'onda lungo l'ultimo tratto del Vajont e lungo il Piave fino a Soverzene ed oltre.
Nella primavera del 1961 iniziarono così i lavori per la costruzione di un modello idraulico della valle del Vajont in scala 1:200 nell'area della centrale idroelettrica di Nove (Fig. 86), una frazione di Vittorio Veneto (TV), dove era presente anche il Centro Modelli Idraulici "Ettore Scimemi" dell'Istituto di Idraulica e Costruzioni idrauliche dell'Università di Padova, che regolarmente collaborava con la SADE. Il compito venne affidato al prof. Augusto Ghetti.
In tale modello (Fig. 87) non comparivano i paesi rivieraschi del comune di Erto e Casso, addirittura il lato di destra orografica venne ricostruito fino a quota 750 m s.l.m., appena una trentina di metri al di sopra del livello di massimo invaso, scartando a priori l'ipotesi che l'onda potesse interessare quote superiori. Pel materiale usato, dopo un primo fallimentare uso della sabbia che si impastava facilmente arrestandosi durante lo scorrimento a valle, si scelse la ghiaia, ingabbiata in reti di canapa e mosse da un trattore.
Vennero eseguite complessivamente ventidue prove. Con la prima serle di cinque si cercò di simulare la frana a moto naturale su piano inclinato di scorrimento;i test vennero fatti tutti partendo dalla quota d'invaso di 722,50 m s.l.m., ovvero a serbatoio pieno, mentre la velocità della frana venne fatta variare con l'inclinazione del piano di scorrimento, che fu regolato a 30° e a 42° di pendenza. Altre diciassette prove vennero fatte simulando la frana con moto controllato sulla presunta superficle di scorrimento, in questo caso la massa di ghiaia che riproduceva la frana venne fatta cadere con diverse velocità grazle all'ausilio di un trattore. In questa seconda serle di prove vennero considerate tre quote d'invaso: 722,50 - 700,00 - 670,00 m s.l.m., mentre la caduta della frana venne simulata in due momenti separati, a monte e a valle del Rio Massalezza.
Il volume simulato di frana fu pari a 20,5 milioni di m3 perché, pur sapendo che la massa totale della frana che con ogni probabilità sarebbe caduta era molto maggiore, era evidente che, ai fini dell'onda, si doveva considerare soltanto il volume di rocce che avrebbe occupato lo specchio acqueo situato di fronte. Tale aspetto venne evidenziato da Egidio Indri, uno dei componenti del Comitato del Centro Modelli Idraulici, in una lettera inviata ad Augusto Ghetti il 19 luglio 1961, di cui si riporta un estratto (Datei, 2005):
"...il volume che effettivamente darà luogo al fenomeno ondoso potrà al massimo essere uguale al corrispondente volume dell'invaso disponibile sul fronte della frana; con tale ipotesi, il volume massimo dovrebbe non superare i 40-50 milioni di m3, cioè maggiori volumi non dovrebbero incrementare il movimento ondoso. Nel modello, predisposto un opportuno piano medio di scorrimento, si potrebbero perciò immettere nel serbatoio dei volumi corrispondenti una volta a 20 milioni di m3 e una volta a 40 milioni di m3, eventualmente facendo un primo tempo franare solo il valore corrispondente alla metà del fronte più lontano dalla diga... ".
La più severa delle prove, che venne quindi assunta come riferimento, fu considerata la diciannovesima, così strutturata:
Quota invaso: 700,00 m.s.l.m
tempo di caduta parte della frana a monte: 180 secondi
tempo di caduta parte della frana a valle: 60 secondi
tempo tra un crollo e l'altro: 640 secondi
stessa frana simulata: 20,5 milioni m3
altezza dell'onda in prossimità della diga: 27 metri
altezza dell'onda a 430 m di distanza dalla diga: 31 metri
Volume d'acqua scaricato a valle: 21.000 m3
A fronte di questa simulazione, il prof. Ghetti indicò la quota di 700,00 m s.l.m. per "l'invaso di assoluta sicurezza anche nell'ipotesi più catastrofica di crollo".
La relazione che accompagnò gli esperimenti6, non venne mai inoltrata alla Commissione di Collaudo e agli organi di controllo; l'unico risultato prodotto da questa serle di prove fu quello di rassicurare la SADE sulla possibilità che l'invaso, alla quota stabilita, non generasse un disastro, nemmeno in caso di caduta di una frana catastrofica.
[6 - "Esame su modello idraulico degli effetti di un'eventuale frana nel lago-serbatoio del Vajont", firmata dal Prof. Ing. Augusto Ghetti il 3 luglio 1962]
A supporto di quanto detto si riporta, in forma integrale, la parte "Riassunto e conclusioni" della relazione finale presentata dal prof. Ghetti.
"Con le esperienze riferite, svolte su un modello in scala 1:200 del lago-serbatoio del Vajont, si è cercato di fornire una valutazione degli effetti che verranno provocati da una frana, che è possibile abbia a verificarsi sulla sponda sinistra a monte della diga. Premesso che il limite estremo a valle dell'ammasso franoso dista oltre 75 metri dall'imposta della diga, e che la formazione di questa imposta è di roccia compatta e consistente e ben distinta, anche geologicamente, dall'ammasso predetto, non è assolutamente da temersi alcuna perturbazione di ordine statico alla diga col verificarsi della frana, e sono perciò da riguardarsi solo gli effetti del rialzo ondoso nel lago e nello sfioro sulla cresta della diga in conseguenza della caduta.
Le previsioni sulle modalità dell'evento di frana sono quanto mai incerte dal punto di vista geologico. Scoscendimenti parziali di limitata entità ebbero a verificarsi negli ultimi mesi del 1960 nella parte più bassa della sponda in movimento in concomitanza con l'iniziale, ed ancora parziale, riempimento dell'invaso. La formazione franosa si estende su un fronte complessivo di 1,8 km, dalla quota 600 alla quota di 1.200 m s.l.m. (quota di massimo invaso del lago-serbatoio 722,50 m s.l.m). L'esame geologico porta a riconoscere una presumibile superficie concoide di scorrimento sulla quale l'ammasso franoso, costituito da materiale incoerente e detriti di falda in prevalenza, raggiunge nella parte centrale (a cavallo dell'asta del torrente Massalezza) lo spessore di 200 metri. L'andamento della scarpata è più ripido nella parte inferiore che sovrasta il lago; ad un cedimento di questa parte sarebbe probabilmente seguito lo scoscendimento dell'ammasso superiore. È da ritenersi che l'eventuale discesa della frana difficilmente potrà manifestarsi contemporaneamente su tutto il fronte; è più fondata invece l'ipotesi che scenderà per prima l'una o l'altra delle due zone paste a monte o a valle del torrente Massalezza, e che questo scoscendimento sarà seguito, a più o meno breve intervallo, da quello della restante zona.
Tali essendo le valutazioni e le incertezze nella previsione del fenomeno naturale, si è cercato nel modello di esplorare una numerosa varieta di casi, riprodii" do il materiale in movimento con ghiaia sistemata in base ai dati di rilievo, e considerando:
a) l'ipotesi dell'ammasso interamente incoerente, e quindi facendo avvenire il movimento a caduta naturale nel modello su piani prestabiliti variamente inclinati per ottenere diverse velocità di discesa
b) l'ipotesi di materiale parzialmente coesivo, e facendo perciò avvenire il movimento nel modello per via artificiale con diverse velocita, sulla predisposta superficle concoide determinata dall'esame geologico
Le modalità di queste operazioni sono illustrate nei precedenti paragrafi.
In ogni caso si sono fatte avvenire separatamente le discese delle due zone di frana già indicate, considerando anche il caso di una loro successione, con il decorso più sfavorevole nei riguardi del fenomeno ondoso e dello sfioro. Le prove nel modello sono state fatte a partire dal serbatoio al massimo invaso (quota 722,50 m s.l.m. corrispondente allo sfioro della diga) ed agli invasi parziali alle quote 700,00 e 670,00. Nelle prove di quota al massimo invaso, la discesa delle due zone di frana e stata fatta avvenire, nella prima serle di prove, a caduta normale in tempi dell'ordine di 3 min e di 1,5 minuti (rapportati all'originale). Gli effetti più rilevanti si osservano per la caduta della zona a valle; si tratta in ogni caso di velocità di discesa alquanto elevate rispetto alle possibili previsioni. Con la minor velocità si arriva ad una portata massima di sfioro di 12.000 m3/s e ad un sovralzo dalla diga di 11,5 metri, con la maggiore si superano i 30.000 m3/s e si ha un sovralzo massimo, sempre alla diga, di oltre 22,0 metri. Nella seconda serle di prove, le velocità della caduta artificiale delle due zone di frana sono state regolate in modo da realizzare per ciascuna tempi di caduta compresi fra 1 min e 3,5 min circa. La successione delle cadute è stata fatta avvenire con un intervallo da 2,5 min a 10,5 min per determinare la più sfavorevole sovrapposizione di effetti.
Anche qui la zona di frana più a valle, susseguita a quella a monte, è responsabile dei più gravosi risultati; con la massima velocità di caduta la portata di sfioro è risultata di oltre 20.000 m3/s, ed il sovralzo di circa 16 metri alla diga, e di circa 27,5 metri a circa 430 metri da essa. Riducendo il tempo di caduta a 2 min, lo sfioro non raggiunge i 14.000 m3/s ed il sovralzo diminuisce a 12,6 metri. Se si limita la frana alla sola zona a valle, senza precedente frana a monte, col tempo di caduta di 2 min lo sfioro è un po' superiore a 9.000 m3/s, ed il sovralzo alla diga è di circa 10 metri.
Questi dati sembrano sufficientemente indicativi dell'entità che il fenomeno ondoso può presentare pur nelle più sfavorevoli previsioni di caduta dell'ammasso franoso. Si fa osservare che il sovralzo riscontrato in prossimità della diga è sempre superiore a quello che si manifestò nelle zone più distanti lungo le sponde del lago.
Passando a considerare gli effetti della frana che sopravvenga a lago non completamente invasato, si ha dalle prove che già con l'invaso portato a quota 700 m s.l.m. l'evento più sfavorevole, e cioè la caduta della zona a valle in 1 min a seguito di precedente caduta della zona a monte, provoca appena, con sovralzo di 27 metri, presso la diga (e massimo di 31 metri a 430 metri da essa) uno sfioro poco superiore a 2.000 m3/s. Partendo dalla quota d'invaso 670 m s.l.m. anche con la frana più rapida il sovralzo è assai limitato e ben al di sotto della cresta di sfioro. Sembra pertanto potersi concludere che, partendo dal serbatoio al massimo invaso, la discesa del previsto ammasso franoso solo in condizioni catastrofiche, e cioè verificandosi nel tempo eccezionalmente ridotto di 1-1,5 minuti, potrebbe arrivare a produrre una punta di sfioro dell'ordine di 30.000 m3/s ed un sovralzo ondoso di 27,5 metri. Appena raddoppiando questo tempo il fenomeno si attenua al disotto di 14.000 m3/s, di sfioro e di 14 metri di sovralzo.
Diminuendo la quota dell'invaso iniziale, questi effetti di sovralzo e di sfioro si riducono rapidamente, e già la quota di 700 m s. l. m. può considerarsi di assoluta certezza nei riguardi anche del più catastrofico prevedibile evento di frana."
Purtroppo ciò che successe nella realtà fu notevolmente diverso da quanto ipotizzato da Ghetti e le dinamiche del crollo, molto più estreme, causarono il disastro che conosciamo. Il reale tempo di scivolamemo fu di 20 e non di 60s (periodo considerato già eccezionalmente ridotto), inoltre il corpo franoso si staccò e precipitò nel lago tutto assieme e non in due parti. Particolarmente interessante è anche la parte finale della relazione, nella quale il professore sottolinea l'importanza di proseguire l'esperienza con una nuova serle di prove, mirate e valutare eventuali danni provocati dai possibili sfiori sulla diga verso valle. Ma così non fu, le prove vennero sospese dopo la prima metà del 1962 e mai più riprese. Il modello uscì con le sue conclusioni senza essere adeguatamenre tarato, ovvero senza essere sperimentato per riprodurre un evento noto, come ad esempio la frana caduta pochi anni prima a Pontesei. La bontà del modello ebbe prova soltanto dopo il tragico evento del 9 ottobre 1963, infatti se sperimentato con il tempo di caduta di 20s la risposta sarebbe stata dell'ordine di quella osservata nella realtà (Datei, 2005).
6.5 Prove di invaso e svaso
La prima richiesta di invaso avvenne nell'ottobre 1959, quando la SADE inoltrò al Servizio Dighe la domanda di autorizzazione per un primo riempimento sperimentale fino a quota 600 m s.l.m.. Il livello dell'acqua cominciò a salire il 2 febbraio 1960, ma il permesso scritto delle autorità competenti arrivò successivamente, dopo sette giorni, una volta riconosciuto il parere favorevole della Commissione di Collaudo che autorizzò il riempimento fino a quota 595 m s.l.m. Nel maggio di quell'anno ci fu un'altra richiesta di elevare l'invaso a quota 660 m s.l.m. (Fig. 88) intanto, presso i comandi veniva installata una sofisticata stazione sismica.
Nel settembre del 1960 la diga poteva considerarsi definitivamenre completata, l'invaso continuava a crescere sino a che, il 4 novembre dello stesso anno, una frana di circa 700mila metri cubi si staccò dal lato di sinistra orografica, fortunatamente senza fare nessun danno (Fig. 89).
In quella circostanza comparve sulla montagna la famosa fessura a forma di "M", a indicare che una ben più grande massa franosa aveva iniziato a muoversi. A seguito di una ispezione della Commissione di Collaudo avvenuta alla fine di novembre del 1960 si constatò come, in virtù di un possibile movimento franoso, il bacino potesse essere diviso in due creando delle difficoltà per lo smaltimento delle piene. Si riteneva comunque che per il livello raggiunto di 650 m s.l.m. non sussistessero problemi tali da indurre a pericoli immediati, anche perché i movimenti superficiali del fianco sinistro della valle si stavano attenuando, come rilevato dagli spostamenti più limitati che avevano subìto i capisaldi. Il resoconto della Commissione fu così abbastanza ottimistico, ma non era dello stesso avviso l'ing. Carlo Semenza che, in una lettera all'ing. Ferniani di Bologna, scrisse: "... dopo tanti lavori fortunati e tante costruzioni, anche imponenti, mi trovo di fronte ad una cosa che per le sue dimensioni mi sembra sfuggire dalle nostre mani". I dubbi assalirono il progettista al punto da fargli formulare una domanda: "Cosa succederà con il nuovo invaso?". La riunione dei tecnici SADE, avvenuta nel mese di novembre del 1960, decise per lo svaso in quanto si riconobbe i comportamento anelastico della roccia che, invece di respingere, assorbiva l'acqua del bacino. Si ipotizzò a tal proposito di creare una galleria di drenaggio all'interno del monte Toc, che consentisse di raccogliere le acque in eccesso e scaricarle altrove. Essendo consci che i movimenti della frana fossero correlati alla presenza dell'acqua, venne valutata l'idea di creare una galleria di drenaggio a quota 720 m s.l.m., ma margini di incertezza e difficoltà realizzative fecero desistere i progettisti e nessuna opera di questo tipo venne effettuata.
Una volta effettuato lo svaso, iniziarono invece i lavori per un 'by-pass', ovvero una galleria di sorpasso scavata sul fondo della valle preposta al collegamento tra gli estremi del lago. La galleria venne realizzata all'interno del monte Salta, con imbocco presso i Mulini in località Spesse, a 617,4 m s.l.m., e sbocco a valle della diga, a quota 600, 7 metri. La necessità di realizzare una tale opera fu giustificata dalla probabilità, ormai considerata elevata, di caduta di un'enorme frana che avrebbe letteralmente diviso in due parti il bacino. Un tale accadimento avrebbe impedito il normale esercizio dell'impianto, ma soprattutto lo scarico regolare delle acque del lago che sarebbero salite in maniera incontrollata.
Il 9 ottobre del 1963 la frana cadde e le conseguenze furono tali da non rendere mai più utilizzabile il lago. La galleria di 'by-pass' però servì, e serve tuttora, visto che è regolarmente impiegata per scaricare le acque del torrente Vajont, impedendone il pericoloso accumulo (Fig. 90).
I lavori del 'by-pass' iniziarono l'1 gennaio 1961 e terminarono il settembre dello stesso anno. Una volta ultimata la galleria, lunga 2 chilometri e con diametro di 4,5 metri, si avanzò la proposta di elevare nuovamente l'invaso, partendo dalla quota a cui si era giunti per i lavori, ovvero al di sotto di 600 m s.l.m., per arrivare a 660 m s.l.m.; abbastanza speditamente per il primo tratto e più lentamente in seguito. Si procedette così al secondo invaso che, durante il sopralluogo della Commissione di Collaudo avvenuto con parere positivo nell'ottobre del 1961, era già iniziato da qualche giorno. Gli accordi prevedevano l'invio di una documentazione quindicinale relativa al comportamento statico della diga, delle misure dei capisaldi di controllo, della stabilità delle sponde e delle quote dei livelli delle acque sotterranee rilevate dai piezometri installati. Questi dati vennero inviati regolarmente agli organi di competenza fintanto che il livello nonraggiunse quota 640 m s.l.m.. Partì allora una successiva richiesta di portare il serbatolo a quota 680 m s.l.m., con un riempimento giornaliero pari a 30 cm al giorno, da effettuarsi nell'arco di quattro mesi (dal dicembre 1961 all'aprile 1962).
In quel periodo, e precisamente il 30 ottobre 1961, morì l'ing. Carlo Semenza che venne sostituito dal suo vice, l'ing. Alberico Biadene.
Il 23 dicembre 1961 il Servizio Dighe acconsentì per un invaso fino a quota 680 m s.l.m. che venne raggiunta il 28 gennaio 1962. Tre giorni dopo venne inoltrata una richiesta per elevare ulteriormente l'invaso a quota 680m s.l.m. e successivamente a 700 m s.l.m.. La richiesta era motivata dal fatto che: "...per riguarda il movimento franoso in zona Toc resta confermato, come dimostrano i diagrammi inviati negli ultimi quattro mesi, che il movimento stesso è sempre in fase di arresto e che la situazione è del tutto tranquillizzante, essendosi riscontrati soltanto spostamenti assolutamente irrilevanti". L'acqua dunque ricominciò a salire e fino a quota 690 m s.l.m., non ci furono sostanziali accelerazioni del corpo franoso. Nell'ottobre del 1962, però, i movimenti ripresero con vigore, anche se più modesti rispetto alle medie riscontrate nel novembre del 1960. La reazione fu quella di riportare l'invaso a quote più basse, sino a che i movimenti si fossero arrestati. A quota 650 m s.l.m. i movimenti erano praticamente nulli ma restavano presenti gravi dissesti visibili ad occhio nudo.
Il 6 dicembre 1962 nasceva l'ENEL, società nella quale venne fatta confluire la SADE con Decreto del Presidente della Repubblica del 14 marzo 1963, tuttavia il nuovo Ente prese in consegna l'impianto del Vajont soltanto il 27 luglio successivo.
Il 20 marzo 1963 venne fatta richiesta di una nuova prova d'invaso che avrebbe dovuto portare il livello del bacino a quota 715m s.l.m., ovvero pochi metri sotto la sua capacità massima (Fig. 91). Il nulla osta venne dato il 22 aprile successivo anche se, già da qualche giorno, l'Ing. Biadene aveva fatto iniziare quello che sarebbe stato l'ultimo riempimento.
Il 4 settembre 1963 venne raggiunto il livello di 710 m s.l.m., dieci metri oltre 'il limite di sicurezza' individuato dal prof. Ghetti con le prove sul modello idraulico di Nove. Tale quota, che si sarebbe dovuta mantenere per tutto il mese, non avrebbe permesso in ogni caso di superare il collaudo dell'impianto, per l'ottenimento del quale viene richiesto di dimostrare il regolare utilizzo al massimo livello di riempimento, che nel caso specifico corrispondeva a 722,5 m s.l.m.. A quota 710 m s.l.m. - la più alta mai raggiunta dal lago - ripresero i movimenti della massa franosa e la falda freatica cominciò a risalire. Nella riunione tecnica tenutasi il 18 settembre 1963,l'ing. Biadene fece presente che, se i movimenti non si fossero arrestati prima della fine del mese, avrebbe proceduto ad uno svuotamento parziale del bacino fino a 695 m s.l.m., quota ritenuta da tutti di 'assoluta sicurezza'.
In quei giorni i cittadini della valle del Vajont erano impressionati dai boati che scuotevano continuamente il terreno e non promettevano nulla di buono7. La terra tremava (si registravano scosse telluriche del 5° - 6° grado della scala Mercalli) ed il corpo franoso non cessava di muoversi. Fu così che, a seguito di una riunione tenutasi presso la palazzina della centrale comandi il 18 settembre 1963, si decise per lo svaso del serbatoio, che comincio il 27 settembre. Purtroppo nemmeno con quest'ultimo estremo intervento, sebbene si fosse raggiunta la 'quota di sicurezza' indicata da Ghetti, si riuscì a evitare il disastro, che ormai da qualche anno era previsto: la caduta incontrollata di un'immensa frana nelle acque del lago.
All'abbassarsi del livello dell'invaso si notò un fenomeno che destò nuove preoccupazioni: il corpo della diga manifestava un comportamento anelastico, non ritornando perfettamente nella posizione che aveva avuto ai cornspondenti livelli durante le fasi di riempimento. Questo fatto preoccupo seriamente i tecnici e i progettisti della diga, al punto che il problema della frana venne temporaneamente accantonato (E. Semenza, 2005). Molta attenzione venne data in quei giorni alla stabilità delle spalle della diga, vennero sistemati nuovi tiranti in acciaio per evitare l'eccessiva deformazione delle imposte le quali, una volta superata la quota d'invaso di 700 m s.l.m., avevano subito spostamenti non lineari. Intanto, i tremori della terra non smettevano ed il movimento della frana non cessava, anzi andava aumentando, passando dai 2 cm/giorno nel mese di settembre sino ai 30 cm/giorno, per arrivare ad una velocità di 10 cm/ora registrati il giorno stesso del distacco della frana.
Gli ultimi giorni precedenti il crollo furono caratterizzati da una rapida successione di eventi.
Nei primi giorni di ottobre i movimenti della frana si accentuarono e sulla strada del Toc si presentarono fessure lunghe 7/8 metri. Rotolamento di pietre, tremori e boati provenienti dalla profondità della terra rappresentavano altri segnali di instabilità. Nei giorni successivi tali fenomeni si evidenziarono ulteriormente, con la continua formazione di fessurazioni del terreno e la caduta di materiale nelle acque del lago. Sopralluoghi effettuati il lunedì 7 ottobre da dipendenti del Comune di Erto e da incaricati del cantiere confermarono la drammaticità della situazione. L'ENEL-SADE capì che era venuto il momento di far evacuare la zona della frana e si attivò in tal senso.
Il giorno seguente (8 ottobre), dagli Uffici di Venezia, arrivò al Sindaco di Erto il seguente telegramma8:
Venezia ore 12 del giorno 8.10.1963
Urgente al Sindaco di Erto
"Acceleramento movimento franoso zona Toc sinistra serbatoio Vajont rende necessario sgombero delle persone. Segnaliamo quanto sopra interessato provvedere urgentemente sgombero et divieto permanenza persone zona sopra indicata. Divieto accesso serbatoio sotto quota 630 et transito sponda sinistra Vajont tra Costa Gervasio et località Pineda et diga sbarramento."
[8 Il telegramma contiene un errore, infatti segnala la quota di sicurezza a 630 anziché 730 (nda)]
Gli autocarri della ENEL-SADE cominciarono a trasportare abitanti ed animali che si trovavano nelle casere del Toc al di sopra della quota di sicurezza, mentre il Comune di Erto, ricevuti ulteriori solleciti ad emettere l'ordinanza di sgombero, dispose il testo per un comunicato alla popolazione che venne diffuso il giorno dopo (9 ottobre). Ecco il contenuto:
Si porta a conoscenza della popolazione che gli Uffici Tecnici della ENEL segnalano l'instabilità delle falde del monte Toc, e pertanto è prudente allontanarsi dalla zona che va dal "GORC", oltre Pineda e presso la diga, per tutta l'estensione, tanto sotto che sopra la strada. La gente di Casso, in modo particolare, si premuri di approfittare dei mezzi che l'ENEL-SADE mette a disposizione per sgomberare la zona, senza frapporre indugio, con animali e cose. Boscaioli e cacciatori cerchino altre plaghe. E siccome le frane del Toc potrebbero sollevare ondate paurose su tutto il lago, si avverte ancora tutta la gente, ed IN MODO PARTICOLARE PARTICOLARE I PESCATORI, che è estremamente pericoloso scendere sulle sponde del lago: le ondate possono salire la riva per decine di metri e travolgere, annegando anche il più esperto dei nuotatori. Chi non ubbidisce ai seguenti consigli, mette a repentaglio la propria vita. ENEL-SADE ed Autorità tutte non si ritengono responsabili per eventuali incidenti che possono accadere a coloro che sconsideratamente si avventurino oltre i limiti sopra descritti.
Erto e Casso, li 8-10-1963
Il 9 ottobre il Comune di Erto fece affiggere dei volantini per comunicare alla popolazione la presenza di un pericolo continuato, intanto gli autocarri della ENEL-SADE stavano facendo gli ultimi viaggi, muovendosi su una strada ormai praticamente impercorribile a causa di dissesti e crepe. Sul Toc restarono ancora alcune persone che avevano rifiutato di allontanarsi. All'ora di pranzo gli operai che si trovavano sulla diga videro, ad occhio nudo, il movimento della frana e gli alberi piegarsi. Per seguirne i movimenti, che si facevano sempre più evidenti, venne installato un impianto di illuminazione nei pressi del cantiere della diga, un potente faro che consentiva di monitorare visivamente la montagna anche nelle ore di oscurità. Alle ore 20.00 la circonvallazione che attraversava il Toc venne chiusa perché la strada era ormai diventata assolutamente impraticabile. A causa della difficoltà di documenrare le testimonianze la ricostruzione degli eventi diventa, da questo momento in poi, lacunosa (Casagrande, 2008).
Telefonate tra tecnici in servizio presso la diga e Longarone sono intercorse sino alle 22.00, ora n cui il centralino cessava il servizio serale, per cui non è possibile sapere quai siano state le azioni compiute dai tecnici presso la diga nella mezz'ora precedente il crollo. Al momento della caduta della frana, ovvero alle 22.39 del 9 ottobre 1963, la quota d'invaso era di 700,4 m s.l.m. e nel lago c'erano 115 milioni di metri cubi d'acqua. Lo svaso era riuscito, in quanto era stata raggiunta la 'quota di sicurezza' segnalata da Ghetti, quindi il pericolo di consistenti movimenti d'acqua attivati dallo scivolamento della frana sembrava essere scongiurato. A tal proposito Gianni Cameri, nel suo recente libro "I dimenticati del Vajont", ricorda come in quei cruciali giorni dell'ottobre 1963 molti colleghi che operavano alla diga si erano organizzati per assistere assieme alla caduta della prevista, ma non temuta, frana.
Figura 96?? 'Non temuta' perché dallo scivolamento della massa franosa ci si aspettava uno sfioro di acqua dal coronamento della diga, nulla di più. Non di certo vittime. La storia ci insegna che, purtroppo, non andò così.
6.6 9 ottobre 1963: la catastrofe
Il 9 ottobre 1963, alle 22.399, dal Monte Toc si staccò una frana con un volume di oltre 260 milioni di m3 che, precipitando nel lago ad una velocità di 20-25 m/s (70-90 km/h), sollevò una massa d'acqua di 50 milioni di m3.
Una parte dell'acqua risalì il lago con un'onda alta 80 metri che invase le rive e gli insediamenti più bassi; Erto venne risparmiato ma così non fu per molte delle sue frazioni come Fraségn, Spesse, Cristo, Pinéda, Prada, Ceva, Marzàna, San Martino e San Rocco, dove perirono 158 persone (Fig. 92).
[9 Il quotidiano "La Stampa" del 10 ottobre 1963 scriveva: "L'osservatorio geofisico sperimentale di Trieste aveva registrato ieri sera alle 22.41.48 secondi un importante fenomeno sismico, da attribuire ad un movimento tellurico oppure collegato allo scivolamento del Toc nel lago. Il segnale comparve alle 22.39 e terminò alle 22.47, ed ebbe un massimo di intensità della durata di 20-25 secondi. Alcuni orologi trovati dai soccorritori tra le macerie a Longarone avevano le lancette ferme alle 22.42, altri alle 22.47, a conferma che il movimento sismico registrato era dovuto alla discesa di questo pezzo di montagna".]
L'altra ondata si sollevò sino al paese di Casso, arroccato 250 metri più in alto (del coronamento) quindi, dopo averne lambito le prime case e lanciato massi anche di decine di chilogrammi (Fig. 93) che sfondarono molti tetti ritornò giù, scavalcò la diga e piombò verso il paese di Longarone cancellando in pochi minuti gli insediamenti sottostanti.
L'onda passò 170 metri sopra la diga, la forza dell'acqua travolse il cantiere, ancora in parte operativo e le case degli operai uccidendo 54 persone (www.vaiont.net). Precipitandosi verso valle la massa d'acqua venne ulteriormente accelerata dalla stretta valle del Vajont, acquistò cosi una velocità ed una forza devastante in grado di trascinare qualsiasi cosa si trovasse sul suo cammino. Cosi fu per parte del materiale di scavo, stimato in 400.000 m3, che era stato stivato all'inizio della valle, verso Longarone (Mazzucco, 2008). Allo sbocco della valle l'acqua si presentò come un muro dell'altezza di 70 metri che, avanzando in velocità, produsse un vento fortissimo, umido e odoroso, che precedeva l'onda stessa. A causa del violento impatto con il suolo l'onda creò, in prossimità del letto del Piave, un laghetto profondo 47 metri (Fig. 94).
Longarone e le frazioni di Rivalta, Pirago, Faè, Vajont, e Villanova vennero investite in pieno dall'onda che provocò distruzione e la morte di 1.458 persone. Le seguenti immagini (Figg. 95a, 95b) offrono due visuali dalla stessa prospettiva di Longarone, prima e dopo il disastro.
Figg. 95a, 95b - Clicca sulle immagini per ingrandirle
(foto fornite dal Comitato Sopravvissuti del Vajont - Longarone)
Parte dell'acqua risalì il corso del Piave provocando danni ai paesi di Castellavazzo e Codissago, uccidendo 111 persone. Al conteggio delle vittime vanno aggiunte 129 persone provenienti da altri comuni, per un totale ufficiale di 1.910 morti, la maggior parte dei quali non sono mai stati ritrovati.
La seguente immagine (Fig. 96) mostra lo scenario territoriale del disastro.
L'enorme massa d'acqua si incanalò quindi lungo il corso del fiume generando una enorme onda di piena che iniziò a propagarsi con una velocità media di 6m/s (circa 22 km/h); a Belluno, ovvero circa 20 km più a sud, il fronte d'onda era alto 12 metri e la portata valutabile in 5.000 m/s. Le acque finirono la loro folle corsa alla foce del Piave, nel mare Adriatico.
La stampa si occupò ampiamente del disastro e le prime pagine di tutti i quotidiani furono dedicate all'accaduto. I primi comunicati parlavano di oltre 3.000 morti, cifra che venne poi ridimensionata nei giorni successivi quando, a seguito dell'intervento dei soccorsi, fu possibile effettuare delle stime più precise. I primi pensieri andarono alla diga, venne spontaneo credere che quell'incredibile "foglio" di calcestruzzo che sbarrava la profonda valle del Vajont aveva ceduto, liberando le acque verso Longarone. Invece la diga resistette, era stata costruita bene, viceversa la montagna franosa si lasciò andare e precipitò nel lago a grande velocità facendo fuoriuscire milioni di metri cubi di acqua.
Ai soccorritori si presentò uno scenario apocalittico: la valle del Piave si era trasformata in un mare di fango dal quale emergevano centinaia di corpi straziati. L'inviato speciale Sandro Dini nel suo articolo apparso sul Secolo XIX dell'11 ottobre 1963 (Fig. 97) scriveva:
"... oserei dire che qui a Longarone e nella zona tutta intorno, la distruzione è stata più totale che in Giappone: a Hiroshima era infatti rimasta qualche casa in piedi, anche nella zona dell'epicentro dell'esplosione. Qui, per una zona che si può calcolare lunga 5 chilometri e mezzo e larga dai 500 ai 900 metri, non è rimasto nulla di vivo o di vita, ma solo desolazione, distruzione e dappertutto una roccia brulla colore del deserto".
Le prime operazioni di soccorso ebbero inizio nei minuti immediatamente seguenti la tragedia, l'aria era ancora intrisa di aria nebulizzata quando i primi soccorritori, abitanti del luogo, si affacciarono sulla città morta. Nella primissima ora dopo il disastro fu l'operato di questi volontari locali che consentì a molti feriti imprigionati dalle macerie di trarsi in salvo. Ben presto arrivarono poi i soccorsi in massa. Dopo la mezzanotte la notizia era già entrata nel circuito dei telefoni e delle telescriventi e stava facendo il giro del mondo, così al soccorso individuale subentrava quello organizzato. All'alba del 10 ottobre la piana di Longarone brulicava di soccorritori, migliaia tra soldati e Vigili del fuoco, che ebbero il supporto di numerosi enti ed istituzioni: la Sanità, che mise a disposizione specialisti, medicinali ed attrezzature per la disinfezione, la Polizia, la Croce Rossa Italiana, la Pontificia Opera di Assistenza, le forze americane delta Setaf e della NATO. Accorreranno anche sul luogo volontari tra gli scouts, medici e sacerdoti, ma anche giornalisti, fotoreporter e autorità civili, religiose e politiche tra le quali il Presidente della Repubblica A. Segni ed il Presidente del Consiglio G. Leone (Antincendio e Protezione Civile, 1964).
Nei giorni a seguire si proseguì con le penose, ma quanto mai urgenti, operazioni di recupero, ricomposizione e disinfezione dei resti delle salme, spesso non identificabili ed oramai in stato avanzato di decomposizione. I corpi venivano portati all'aperto nella zona dove sarebbe poi sorto il cimitero di Fortogna, appositamente creato per la sepoltura delle vittime del Vajont. Intanto a monte della diga mentre continuava l'operazione dei soccorsi per l'evacuazione di persone e bestiame in alcune zone della frazione di Erto, si presenrava un problema urgente, questa volta di natura prettamente tecnica: la gestione delle acque del lago. Per il paese di Erto e per gli altri abitanti rimasti a monte della frana si stava presentando un nuovo urgente problema: l'innalzamento delle acque del lago residuo rimasto senza emissario. Per evitare che ciò accadesse vennero messe in atto due operazioni: il ripristino della galleria di 'by-pass' e la messa in funzione di una grande stazione di pompaggio. Dopo la caduta della massa franosa la galleria di sorpasso non era più efficiente, si dovette così procedere alla sua riattivazione, collegandola nuovamente con il lago rimasto. Contemporaneamente ci si preoccupò di riattivare anche le gallerie di scarico presenti sul lato sinistro della diga, anch'esse ostruite. Questi lavori richiesero un certo tempo, fu così che per la messa in sicurezza si operò parallelamente anche sull'altro fronte. Da marzo ad agosto del 1964, in Val Tuora, ovvero all'estremità orientale del lago veniva attivata una grande stazione di sollevamento delle acque del lago mediante una serie di tubi ed un sistema di pompaggio*, ne consentiva il trasporto verso il passo di S.Osvaldo.
[NOTA, di Tiziano Dal Farra. Nessuno mai ricorda questo particolare, né lo sottolinea abbastanza, ed allora lo faccio io. Le grosse pompe (una decina) furono donate al governo italiano e ai vajontini dalla Russia (CCCP) comunista di oltrecortina. E in clima di piena "guerra fredda" tra URSS e NATO/Occidente non è un dettaglio/segnale da poco... E non è nemmeno la prima volta che i russi accorrono a aiutarci: vedi il caso del terremoto di Messina del 1908]
6.7 Vicende processuali
Dopo pochi giorni dal disastro, precisamente l'11 ottobre 1963, il Ministro dei Lavori Pubblici, in accordo con il Presidente del Consiglio, nominò la Commissione di inchiesta sulla sciagura, incaricandola di accertare le cause che determinarono la catastrofe e presentare un rapporto a riguardo. Iniziò così l'inchiesta giudiziaria che, tra perizie varie da parte della Commissione tecnica del Magistrato inquirente, dell'ENEL e parlamentare d'inchiesta, durò quattro anni e cinque mesi.
Il 20 di febbraio 1968 Mario Fabbri, Giudice Istruttore di Belluno, depositò la sentenza del procedimento penale contro: l'Ing. Alberico Biadene (Direttore Generale del Servizio Costruzioni Idrauliche dell'ENEL-SADE), l'Ing. Mario Pancini (Direttore dell'Ufficio Lavori Vajont dell'ENEL-SADE), l'Ing. Pietro Frosini (Presidente della IV sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nonché componente della Commissione di collaudo), l'Ing. Francesco Sensidoni (Ispettore Generale del Genio Civile presso il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e componente della Commissione di collaudo), l'Ing. Curzio Batini (Presidente della IV sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici), il Prof. Francesco Penta (Ordinario di Geologia presso la facoltà d'Ingegneria dell'Università di Roma, componente esperto del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, componente della Commissione di collaudo nonché consulente privato della SADE), l'Ing. Luigi Greco (Presidente generale del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e componente della Commissione di collaudo), l'Ing. Almo Violin del Genio Civile di Belluno), l'Ing. Dino Tonini (Dirigente dell'Ufficio Studi della SADE), l'ing. Roberto Marin (Direttore Generale della SADE e poi dell'ENEL) e Augusto Ghetti (Ordinario di Costruzioni Idrauliche all'Università di Padova).
Il 29 novembre 1968 iniziò così a l'Aquila il Processo di Primo Grado, che si concluse il 17 dicembre del 1969. Nel frattempo erano già morti il Prof. Penta l'ing. Greco, mentre il giorno precedente l'inizio del Processo, ovvero il 28 settembre 1968, l'Ing. Pancini si tolse la vita con il gas nel suo appartamento di Venezia.
Lo Stato fu presente al processo in tripla veste: imputato, difensore e Giudice. Il Pubblico Ministero richiese, per ciascun imputato, una condanna di venti anni e quattro mesi di reclusione (quattro anni per disastro colposo di frana, quattro anni e quattro mesi per disastro colposo di inondazione e dodici anni per omicidio colposo plurimo aggravato); tranne che per l'Ing. Violin, per quale ne vennero richiesti soltanto nove. Secondo la sentenza del Tribunale la frana, dal punto di vista giuridico, non esisteva a causa della mancata lesione dell'incolumità pubblica; l'inondazione fu causata dall'imprevedibile velocità e compattezza della frana, mentre l'omicidio fu considerato prevedibile, nel senso che era ipotizzabile che un'inondazione avrebbe potuto avere conseguenze catastrofiche in termini di vittime. La colpa fu così attribuita soltanto a chi non diede anzitempo l'allarme. Gli unici ad essere condannati furono pertanto gli ingegneri Biadene, Batini e Violin, che vennero condannati a sei anni (di cui due condonati) di reclusione per omicidio colposo, responsabili di non aver avvertito e di non avere attivato le procedure di evacuazione. Tutti gli altri imputati assolti.
Il 23 Maggio 1970 il processo penale venne impugnato e nell'atto si legge che "...la sentenza è sintesi di un giudizio disarticolato che, spezzando la concatenazione che eventi, in una conclusione cronologica ed eziologica la frana all'inondazione e agli omicidi crea una cesura con la realtà dei fatti e con la valutazione giuridica di essi".
Il 10 luglio 1970, sempre a L'Aquila, iniziò così il Processo d'Appello, nel quale si cercò di riportare l'attenzione sulle origini del disastro, attribuendone le colpe all'uomo e non alla natura. Il 3 ottobre la sentenza riconobbe la totale colpevolezza degli ingegneri Biadene e Sensidoni, che vennero riconosciuti colpevoli di frana, inondazione e omicidio plurimo e per questo condannati rispettivamente a sei e quattro anni e mezzo di reclusione (entrambi con tre anni di condono). Gli Ingegneri Frosini e Violin vennero assolti per insufficienza di prove, gli ingegneri Marin e Tonini assolti perché "il fatto non costituiva reato" e il Prof. Ghetti assolto per non aver commesso il fatto.
Il Processo passò in Cassazione e si svolse a Roma tra il 15 e il 25 marzo del 1971; venne confermata la riconosciuta colpevolezza per gli ingegneri Biadene e Sensidoni di inondazione aggravata dalla previsione dell'evento e di omicidio con mancato allarme, ma le pene vennero ridotte. Biadene fu condannato a cinque anni e Sensidoni a tre e otto mesi, ed entrambi con tre anni di condono.
L'ing. Tonini fu assolto per non aver commesso il fatto e gli altri verdetti rimasero invariati. La Corte annullò senza rinvio la sentenza in ordine al ritenuto concorso dei reati di frana e di inondazione, unificandoli nell'unico reato di disastro colposo, compresa la frana nell'inondazione, ferma restando la previsione dell'evento.
In sintesi, quello che successe nei diversi gradi del processo penale fu la continua riduzione delle pene, nonostante il riconoscimento di responsabilità sempre più gravi da parte di alcuni imputati.
Nel corso degli anni la SADE e le altre società oggetto di fusioni (SADE-Montecatini; Montecatini-Edison; Enel e Montedison) furono le protagoniste della causa civile. In particolare saranno queste ultime due ad essere condannate a risarcire i danni provocati dalla catastrofe.
Come già successo in altre circostanze simili, anche i superstiti del Vajont vennero risarciti economicamente per la perdita dei loro cari secondo un programma stabilito dai vertici ENEL. Qualcuno non accettò, non credendo giusto prendere dei soldi per la vita di un padre, una madre o un parente stretto; per quelli che invece accettarono le cifre furono le seguenti (Lucia Vastano, 2008):
TABELLA 4: Rimborsi offerti da ENEL per le vittime civili del disastro del VAJONT
Perdita Somma	(Lire)
Per un coniuge 3 milioni
Per un figlio unico 2 milioni
Per ogni figlio di due, o tre 1 milione e mezzo
Per ogni figlio di quattro, o più 1 milione
Al figlio minorenne, per la perdita del genitore 1 milione e mezzo
Al figlio minorenne, non convivente, per la perdita del genitore 1 milione
Per un fratello, convivente 800.000
Per un fratello, non convivente 600.000
Per la perdita di nipoti, nonni, zii, anche se conviventi * NULLA *
Dopo dodici anni dal disastro, venne intrapresa una causa civile nei confronti dell'ENEL per il risarcimento dei danni materiali. Il 12 marzo 1975 il Comune di Erto e Casso avviò la causa, alla quale partecipò anche il Comune di Vajont, istituito per scissione dall'originario Comune di Erto e Casso. La legittimazione della presenza in causa del Comune di Vajont diede origine ad una causa secondaria promossa dall'ENEL che produsse un ritardo di altri sette anni alla causa principale.
Intanto, il 3 dicembre 1982, la Corte d'Appello di Firenze condannò ENEL e MontEdison al risarcimento dei danni sofferti dallo Stato, e la Montedison per i danni subìti dal Comune di Longarone.
Il ricorso della Montedison non si fece attendere ma il 17 dicembre del 1986 la Corte Suprema di Cassazione rigettò il ricorso alla sentenza del 1982.
Dal 17 maggio al 7 giugno 1988 ebbe luogo la sentenza in primo grado che fu vinta dai Comuni di Erto e Casso e di Vajont, infatti il Tribunale di Belluno condannò l'ENEL a risarcire i danni ad entrambi i Comuni.
Il 26 giugno 1992 si svolse la sentenza di secondo grado, dove la Corte d'Appello di Venezia confermò quanto già stabilito dal Tribunale di Belluno, con la rettifica di aumentare la quantificazione dei danni.
Il 15 febbraio 1997 il Tribunale Civile e Penale di Belluno condannò la MontEdison a risarcire i danni subiti dal comune di Longarone per un ammontare di lire 55.645.758.500, comprensive dei danni patrimoniali, extra-patrimoniali e morali, oltre a lire 526.546.800 per spese di liti ed onorari e di lire 160.325.530 per altre spese. La sentenza ebbe carattere immediatamente esecutivo.
Nello stesso anno venne rigettato il ricorso dell'ENEL nei confronti del comune di Erto e Casso e del neonato comune di Vajont, obbligando così l'ENEL al risarcimento dei danni subìti, che vennero quantificati, dal Tribunale Civile e Penale di Belluno in:
lire 480.990.500 (in valuta del 9 ottobre 1963, più rivalutazione ed interessi) per danni patrimoniali (perdita/distruzione di beni demaniali e patrimoniali);
lire 1.500.000.000 (in valuta del 12 marzo 1992, più rivalutazione ed interessi); per danni non patrimoniali (perdita della popolazione e conseguenti attività);
lire 500.000.000 (in valuta del 15 maggio 1998, più rivalutazione ed interessi) per danni ambientali ed ecologici (ovvero necessità di operare in un habitat desolante e completamente sconvolto da una catastrofe di immani proporzioni).
Secondo i legali delle Amministrazioni comunali, la somma dovuta dall'ENEL, attualizzata al 24 febbraio 1994, ammontava a 19.558.042.690 lire, oltre alla rivalutazione degli interessi maturati e maturandi. L'ENEL contestò i criteri di calcolo della rivalutazione e degli interessi e riformulò la somma dovuta in 12.128.458.287 lire, ovvero oltre 7 miliardi di lire in meno.
Il Tribunale di Roma accolse il criterio di calcolo dell'ENEL e ne approvò la somma stabilita dallo stesso Ente. Il 3 gennaio del 2000 il Comune di Erto e Casso accolse la proposta di transazione avanzata dall'ENEL di un corrispettivo pari a 9.399.515 euro, a fronte dell'abbandono di tutte le cause in corso. Il 65% della somma andò a favore del Comune di Erto e Casso, ed il 35% a favore del Comune di Vajont.
La vicenda processuale legata alla strage del Vajont sembra essersi definitivamente chiusa con la recente apertura degli archivi del Tribunale dell'Aquila e la messa a disposizione di tutte le carte prodotte e raccolte durante il processo del Vajont.
La documentazione, costituita da duecentoquaranta faldoni, è stata trasferita alla fine del 2009 presso l'Archivio di Stato di Belluno, dove è attualmente in corso l'imponente operazione di catalogazione, restauro e digitalizzazione di tutto ilmateriale; ciò consentirà di avere entro breve tempo, all'interno di un portale, l'immensa mole di materiale finalmente a disposizione degli storici e degli studiosi.
6.8 Il Vajont oggi
Tornare oggi nei luoghi della tragedia del Vajont permette di capire, e non dimenticare.
Chi pensa che dopo quasi cinquant'anni il tempo abbia cancellato le tracce di quanto accaduto si sbaglia. È impressionante notare come siano ancora chiaramente visibili i segni del disastro e lucidi i ricordi di coloro che hanno vissuto in diretta quell'esperienza.
Longarone è stata interamente ricostruita e oggi si presenta come una moderna cittadina di circa quattromila abitanti. Presso l'Associazione Pro Loco Longarone, in Piazza Pietro Gonzaga, è presente il nuovo nucleo museale "Longarone Vajont, attimi di storia" che va assolutamente visitato. Di grande interesse è la Chiesa Monumentale di Longarone, costruita dopo la tragedia dall'arch. fiorentino Giovanni Michelucci, che è dedicata alle vittime del Vajont. Al suo interno si trova la statua della Madonna della vecchia chiesa di Longarone, che venne ritrovata mutilata il giorno seguente la catastrofe a Fossalta di Piave e successivamente riconsegnata alla comunità longaronese dopo un accurato restauro. All'esterno sono visitabili il memoriale delle Vittime ed il museo 'Pietre Vive'.
A circa un chilometro dal centro di Longarone si può vedere il campanile di Pirago, che resistette miracolosamente al passaggio dell'onda, mentre l'adiacente chiesa di San Tomaso (XVI secolo) andò distrutta (Fig. 98).
A Fortogna, situata a circa cinque chilometri a sud di Longarone, si trova il Cimitero Monumentale delle Vittime del Vajont (Fig. 99) che, in tempi recenti, è stato anche oggetto di diatribe tra l'amministrazione comunale ed alcuni superstiti che non gradirono lo smantellamento delle vecchie lapidi e la loro sostituzione con quelle nuove, tutte uguali. Il cimitero di Fortogna venne allestito velocemente, nei giorni immediatamente seguenti il disastro, per dare sepoltura ai resti dei corpi straziati delle vittime. Sopra alle tombe dei corpi riconosciuti vennero subito sistemate lapidi e fiori, molte tombe rimasero invece anonime perché la maggior parte delle vittime non venne ritrovata o riconosciuta; il cimitero rimase nella versione originale sino al 2003, ovvero sino a quando si stabilì che lo stesso dovesse essere risistemato e reso conforme alle recenti normative10, secondo le quali su ogni lapide vengano obbligatoriamente riportate le generalità. In quell'anno, inoltre, il cimitero di Fortogna venne riconosciuto come monumento nazionale e come tale richiese un'adeguata ristrutturazione che consentisse di accogliere i visitatori di questo luogo della memoria.
[10 DPR 10 settembre 1990, n.285]
Il cimitero di Fortogna oggi ...
Dal centro di Longarone, volgendo lo sguardo verso la valle del Piave si vede la stretta valle del Vajont e la famosa diga che, con i suoi 264 metri di altezza, risulta ben visibile anche a notevole distanza (Fig. 100).
Da Longarone si prende la SS. 251 per Maniago e Pordenone per raggiungere la diga ed i paesi di Erto e Casso.
Si percorre per circa sette chilometri la strada che sale per la montagna sino a quando, improvvisamente, la diga appare: è così alta e stretta che, man mano che ci si avvicina si fa fatica a conservare la visione d'insieme (Fig. 101). Purtroppo la strada in quel tratto entra ed esce dalle gallerie ed è a senso unico alternato, per questo motivo non è possibile fermarsi.
Dopo pochi minuti si arriva all'altezza della diga dove uno slargo consente di fermarsi e sostare. Il piazzale, soprattutto nei fine settimana, è sempre molto affollato da curiosi, turisti e studiosi che si recano in visita alla diga e alle zone del disastro. Nel piazzale sono spesso presenti superstiti che si mettono a disposizione per spiegare e ricordare la storia del Vajont. In zona è anche presente una delle palestre naturali di arrampicata più importanti del mondo.
Di estremo interesse sono tutti i luoghi che stanno nei pressi della diga: tutti quei punti di osservazione che permettono di visualizzare, secondo varle prospettive, la diga stessa, la frana, il sottostante Longarone e l'arroccato Casso. Le immagini che seguono (Figg. 102, 103, 104) offrono alcune di queste panoramiche.
Figura 103: La diga vista, da monte, dove il corpo franoso ha colmato totalmente il lago
È importante ricordare che oggi la diga (visitabile su prenotazione) non è soltanto un monumento alla memoria dei caduti del Vajont, essa viene costantemente monitorata dai tecnici dell'ENEL, proprio come avviene per un qualsiasi altro sbarramento operativo. La presenza della frana a monte ed il fluire continuo delle acque del torrente Vajont richiedono infatti una gestione accurata degli scarichi ed un'osservazione costante dei movimenti del corpo diga attraverso strumentazioni sofisticate.
Di fronte alla frana, 250 metri più in alto rispetto al coronamento della diga (Fig.105), c'è il paese di Casso, il quale conta oggi una ventina di abitanti residenti, una frazione irrisoria rispetto ai quattrocentocinquanta presenti prima degli espropri delle terre e prima che il Toc crollasse nel lago.
Percorrendo le vie acciottolate che si snodano tra le vecchie case in pietra (Fig. 106) si respira un'atmosfera particolare, ricca di storia e di tradizioni, luoghi dove un un tempo si tramandavano mestieri e le lavorazioni artigianali erano costituite da gerle, cucchiai, rastrelli e altri arnesi e suppellettili, che venivano prodotte dagli uomini nel periodo invernale e vendute dalle donne in quello estivo. In alcuni punti, come ad esempio all'interno della chiesa del paese (Fig. 107), si possonoancora vedere alcuni dei massi che quella sera la violenza dell'acqua aveva fatto volare fino lassù. Solitudine e silenzio accompagnano il visitatore a Casso, dove il tempo sembra essersi fermato il 9 ottobre 1963.
Casso è situato proprio di fronte al monte Toc, pertanto da qui il profilo di distacco della frana appare nella sua imponenza, destando stupore e sgomento negli occhi di chi la guarda (Fig. 108).
Risalendo la valle del Vajont si arriva ad Erto, paese di origine antichissima. Anche qui, come a Casso, il tempo sembra essersi fermato. Il paese vecchio è stato abbandonato perché negli anni seguenti la carastrofe i tecnici e le istituzioni, probabilmente sopravvalutando il rischio di una nuova frana ed inondazione, hanno mantenuto l'ordine di evacuazione anche quando il lago residuo era stato portato alla quota di sicurezza di 624,5 m. I tecnici ritenevano infatti che le abitazioni, per essere considerate sicure, dovevano avere un dislivello di almeno 200 m rispetto al pelo libero del lago, quindi lo erano solo quelle situate sopra quota 830 m s.l.m..
Le case di Erto non soddisfavano questa condizione e pertanto venne confermato il disegno istituzionale di promuovere l'esodo della valle. Tutta la zona venne dichiarata inagibile per motivi di sicurezza, la comunità venne espulsa dal suo territorio e successivamente accolta nel paese nuovo, costruito più in alto. Una parte esigua della popolazione, tuttavia, non accettò di essere trasferita, resistette opponendosi all'esodo, con la conseguente scissione della comunità e la perdita dell'identità per l'intero paese.
Penso che le poche parole che seguono, scritte da Mauro Corona nel suo romanzo "I fantasmi di pietra" (2006), riescano a sintetizzare perfettamente la questione: "Quella ormai lontana tragedia è stata un colpo di scure per la nostra civiltà. Ha decapitato la vita. Usi, costumi, tradizioni, cultura, unità, amicizie, lavoro, modo di vivere sono scomparsi. Il Vajont ha spopolato il paese, diviso le persone, creato faide, diaspore, solitudine, silenzio, abbandono. Il vero Vajont è stato il dopo".
Passeggiando per le strade di Erto vecchia si percepiscono tranquillità e silenzio, alcune vecchie case abbandonate sono crollate, ma sono evidenti forti segni di ripresa. Molte sono le abitazioni che sono state ristrutturate (Fig. 109) e la gente sta ripopolando il paese. Durante i weekend, e soprattutto nei mesi estivi, non mancano i turisti; sono molti quelli interessati a visitare i luoghi della memoria che negli ultimi anni sono stati resi più popolari grazle agli spettacoli di Paolini, al film di Martinelli e ai libri di Corona.
Prima di lasciare il paese è d'obbligo una sosta al Centro Visite di Erto, che offre una memoria della catastrofe del 9 ottobre 1963. Il materiale presente all'interno del Centro culturale è distribuito in oltre 70 pannelli che descrivono, in modo dettagliato e scientifico, l'intera storia del Vajont: dalla progettazione del bacino idroelettrico alla caduta della grande frana, dalla fase di emergenza e ricostruzione sino ad arrivare alle fasi processuali.
Concludo questo capitolo sul Vajont con un paio di recenti notizie pubblicate su alcuni quotidiani locali. La prima è quella uscita su E-Polis Friuli (Fig. 110) il 2° aprile del 2009, e riguardante una frana naturale da 300.000 metri cubi staccatasi dal monte Toc. Oggi non ci sono più le condizioni affinche una tragedia simile a quella del 63 possa compiersi, tuttavia per la popolazione di Erto e Casso l'evento è stato sicuro motivo di apprensione.
E' invece del 12 novembre 2010 la notizia apparsa sul Corriere del Veneto riguardante un possibile accordo tra privati e Comuni per un nuovo sfruttamento delle acque del torrente. Per i Comuni interessati (Longarone, Castellavazzo, Erto e Casso) si concretizzerebbe l'opportunità di avere dei fondi derivanti dall'utilizzo delle acque per la produzione di energia elettrica, ma la decisione, precisa il Sindaco Roberto Padrin, dovrà essere discussa con le associazioni dei Sopravvissuti e dei superstiti. "Il posto è sacro e ha un valore che travalica i confini della nostra terra, ha un valore nazionale" afferma Micaela Coletti, la presidente del Comitato dei Sopravvissuti, esprimendo la totale contrarietà all'iniziativa.
Anche la politica è divisa: se per alcuni "'non si può subordinare integrità di luoghi e persone al potere economico"', per altri "non ha senso non sfruttare risorse che verrebbero comunque utilizzate da altri". Il tema è delicato e le decisioni in merito appaiono difficili perché, oltre agli aspetti legali ed economici, sono qui presenti, più che in qualsiasi altro luogo, questioni morali.
Ogni bacino artificiale ha una storia a sé, pertanto risulta difficile, e forse inappropriato, cercare di trarre conclusioni generali su un argomento così complesso. Le dighe consentono alla comunità di disporre di un'importante riserva di acqua potabile e di energia. La città di Genova ne è un esempio. Ma come tutti gli impianti tecnologici possono rappresentare un fattore di rischio, indotto da cause naturali o dall'incuria dell'uomo.
Dal presente studio è emerso che le strutture più frequentemente soggette ad incidenti sono gli sbarramenti in terra e i paesi interessati sono soprattutto quelli in via di sviluppo. Per quanto riguarda il nostro paese si nota che, nonostante il grande numero di impianti, comprendente grandi dighe e sbarramenti minori, si registrano soltanto due crolli importanti: quello del Gleno nel 1923 e quello di Molare nel 1935. La catastrofe del Vajont, infatti, dipese da un errata valutazione della stabilità del territorio a monte, mentre l'incidente della Val di Stava, pur essendo riconducibile per le dinamiche di accadimento ai disastri dovuti al crollo di dighe, interessò il cedimento di bacini adibiti a discarica mineraria di fluorite. Da un'analisi più approfondita di questi fatti emerge un denominatore comune, e si capisce come la natura non sia stata la principale attrice, bensì l'uomo. Gli eventi alluvionali che hanno accompagnato la maggior parte di questi episodi non bastano, da soli, a giustificare quanto accaduto.
Spesso l'acqua è solo apparentemente colpevole: le vere cause sono da ricercarsi nella superficialità, negli interessi, nell'incapacità o cattiva volontà da parte dell'uomo di interpretare i segnali della natura. Almeno così è stato per i disastri del Gleno, Molare, Frejus, Vajont e Stava.
Ci auguriamo che la storia del passati errori possa essere utilizzata come uno strumento di conoscenza per evitare di commetterne in futuro.

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