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Timestamp: 2017-01-24 13:08:36+00:00

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Detraibilità possibile solo se la cessione è imponibile: Sentenza n. 1607 del 25 gennaio 2008. | Studio Commerciale Dott. Andrea Blarasin
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Detraibilità possibile solo se la cessione è imponibile: Sentenza n. 1607 del 25 gennaio 2008.	15Mar08
Il cessionario, pagata l’imposta addebitatagli in rivalsa dal cedente, aveva operato la detrazione in sede di liquidazione.
L’Amministrazione finanziaria contestava tale condotta, considerando che l’errore commesso dal cedente, nell’addebitare il tributo in relazione a un’operazione esente da Iva, comporta necessariamente la non detraibilità dell’imposta assolta in rivalsa dall’acquirente, indipendentemente dal fatto che il cedente abbia effettuato od omesso di effettuare il versamento dell’imposta.
Secondo la Cassazione, non è ammessa in ogni caso la detrazione dell’imposta pagata "a monte" per l’acquisto o l’importazione di beni, atteso che, in base all’articolo 19 del Dpr 633/1972, e in conformità all’articolo 17 della sesta direttiva Cee in materia di Iva (n. 77/388/Cee), ai fini della detrazione, non è sufficiente che dette operazioni attengano all’oggetto dell’impresa e siano fatturate, ma è indispensabile che esse siano anche imponibili ai fini dell’Iva.
La Corte si è richiamata, in particolare, oltre che alla propria precedente giurisprudenza (cfr. Cassazione, sentenze nn. 11110/2003, 8959/2003, 12756/2002, 8786/2001, 7602/1993), a quella della Corte di giustizia (cfr. sentenza 13 dicembre 1989 in causa C-342/87, G.H.), la quale ha escluso che sussista una piena simmetria tra obbligo del pagamento dell’imposta, per il semplice fatto che la stessa sia stata addebitata in fattura, e diritto alla detrazione, affermando esplicitamente che l’esercizio del diritto alla detrazione è limitato soltanto alle imposte dovute, vale a dire alle imposte corrispondenti a un’operazione soggetta all’Iva o versate in quanto erano dovute.
I giudici comunitari, infatti, hanno affermato che, per esercitare il diritto di detrazione, sono necessarie due condizioni. La prima è che il soggetto passivo deve essere in possesso di una fattura: condizione, questa, necessaria ma non sufficiente. La seconda, che l’imposta esposta in fattura si riferisca a un’operazione imponibile.
Diversamente, ove l’operazione di cui trattasi non fosse soggetta all’Iva, il soggetto passivo non avrebbe il diritto alla detrazione.
La giurisprudenza comunitaria ha rilevato come sia necessario per gli Stati membri garantire la neutralità dell’Iva, predisponendo a tal fine negli ordinamenti giuridici interni i mezzi per rettificare l’imposta indebitamente fatturata, purché chi ha emesso la fattura dimostri la propria buona fede.
Tuttavia, secondo i giudici di legittimità, resta incerta la legittimazione del cessionario a richiedere all’Amministrazione finanziaria il rimborso dell’Iva indebitamente pagata in rivalsa. Correttamente, essa lascia intendere, mediante il richiamo alla recente sentenza del 15 marzo 2007 (Reemtsma Cigarettenfabriken GmbH – Causa C-35/05), che il cessionario dovrebbe ripetere la rivalsa Iva direttamente dal cedente, il quale a sua volta dovrebbe recuperare l’imposta a suo tempo versata, mediante l’emissione di una nota di variazione (o di accredito) ai sensi dell’articolo 26, comma 2, Dpr 633/1972, che gli attribuisce il diritto alla detrazione dell’Iva restituita alla controparte.
Infatti, ad eccezione dei casi espressamente previsti dall’articolo 21, punto 1, della sesta direttiva Iva, solo il cedente deve essere considerato debitore dell’imposta nei confronti delle autorità tributarie.
Pertanto, non è in contrasto con i principi di neutralità, effettività e non discriminazione la legislazione nazionale, che riconosce soltanto al cedente la legittimazione a chiedere alle autorità tributarie il rimborso delle somme indebitamente versate a titolo di rivalsa dell’Iva, mentre al cessionario è riconosciuta solo un’azione civilistica di ripetizione dell’indebito nei confronti della sua controparte contrattuale.
Nel caso in cui il rimborso dell’imposta divenga impossibile o eccessivamente difficile, il principio di effettività impone agli Stati membri di prevedere gli strumenti necessari per consentire anche al cessionario di recuperare l’imposta indebitamente fatturata.
L’importanza di questa sentenza deriva dal fatto di essere la prima pronuncia dell’illiceità delle norme interne procedurali, che – nel disciplinare la procedura di rimborso di imposte riscosse in violazione del diritto comunitario – prevedono condizioni più restrittive di quelle previste per il rimborso di imposte indebitamente riscosse rispetto al diritto interno.
Il 1° luglio 1999 (attenzione alle date), l’avvocato generale della Corte di giustizia presentava le proprie conclusioni in un’altra causa (caso EKW), proponendo di dichiarare in contrasto col diritto comunitario l’imposta austriaca sulle bevande.
Le autorità tributarie austriache, temendo di dover rimborsare somme ingenti in conseguenza della emananda sentenza comunitaria, si affrettarono a modificare – in data 2 marzo 2000 – la legge tributaria stabilendo che l’imposta indebitamente riscossa non sarebbe stata rimborsata qualora l’onere economico fosse stato traslato su altri soggetti.
Fonte: Agenzia Entrate – Gaetano Maria Giovanni Reale
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