Source: http://www.litis.it/2011/06/12/non-costituisce-demansionamento-attribuire-momentaneamente-mansioni-diverse-al-militare-inquisito-consiglio-di-stato-sentenza-n-33892011/
Timestamp: 2019-10-23 18:56:58+00:00

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Litis.it » Non costituisce demansionamento attribuire momentaneamente mansioni diverse al militare inquisito – Consiglio di Stato, Sentenza n. 3389/2011
« Contributi da restituire al dipendente cessato dal servizio prima che maturasse il diritto a pensione – Consiglio di Stato, Sentenza n. 3388/2011
Giudizio di Ottemperanza. Limiti all’obbligo conformativo sorgente da sentenza passata in giudicato – Consiglio di Stato, Sentenza n. 3392/2011 »
Deve ritenersi corretto che l’Amministrazione conferisca momentaneamente diverse mansioni al militare inquisito, peraltro senza allontanarlo dalla sede di servizio di appartenenza, ma soltanto assegnandolo presso altra articolazione organizzativa, così valutando implicitamente anche le esigenze personali del militare. Ciò a maggior ragione se,a seguito dei fatti ascritti al dipendente, emergano rapporti non sereni all’interno del reparto di appartenenza. Neppure può ritenersi sintomo mobizzante l ritardo con cui il militare, dopo la sua assoluzione in sede penale, sia stato reinserito nei ranghi di precendente appartenenza. Infatti, le esigenze organizzative dell’Amministrazione hanno carattere prevalente sulle aspirazioni dei dipendenti. (Nella specie, la collocazione di un Brigadiere per un anno alla Procura della Repubblica non è stata ritenuta dequalificante per un sottufficiale, trattandosi di sede di servizio ordinariamente considerata tra le più qualificate ed ambite)
Consiglio di Stato, Sezione Quarta, Sentenza n. 3389 del 06/06/2011
1. – Con il ricorso di prime cure il sig. [OMISSIS], Brigadiere Capo della Guardia di Finanza, chiedeva il risarcimento dei danni conseguenti all’asserito comportamento mobbizzante tenuto dal Comando di Compagnia della Guardia di Finanza di Lecco nei propri confronti a seguito della denunzia penale presentata alla competente Procura della Repubblica da detto Comando in relazione ai fatti narrati da tale sig. Conte, in sede di redazione del verbale della visita ispettiva effettuata nei suoi confronti da militari della G.d.F., tra i quali lo stesso Brigadiere Capo [OMISSIS].
In particolare, si doleva che dopo tale denunzia penale sarebbe stato sottoposto ad una progressiva demolizione della propria figura professionale e che la condotta mobbizzante dell’Amministrazione si sarebbe esplicata attraverso la sua rimozione da incarichi operativi e con l’attribuzione di compiti che avrebbero comportato una progressiva dequalificazione professionale, anche mediante l’adibizione a mansioni di fotocopiatura o di archivio alle dipendenze di colleghi inferiori in grado, nonché, infine, mediante l’abbassamento dei criteri valutativi personali e la prolungata inattività operativa.
2. – Con la sentenza appellata il TAR della Lombardia, premesse alcune notazioni relative “…al concetto giuridico di mobbing…”, ha respinto il ricorso sulla base di motivazione con la quale ha ritenuto che i fatti allegati in ricorso, quali “… indici dimostrativi dell’intento persecutorio dell’Amministrazione nei propri confronti…” non sarebbero tali e, quindi, non sarebbero idonei a sorreggere una condanna dell’Amministrazione a tale titolo.
– la redazione da parte del Comando Compagnia di Lecco di apposita comunicazione di reato alla locale Procura della Repubblica per i fatti di ufficio che avevano visto coinvolto il ricorrente, gravando su ogni pubblico ufficiale “…l’obbligo del rapporto alla competente Autorità Giudiziaria per ogni reato del cui possibile compimento abbia avuto conoscenza nell’ambito del servizio…” ;
– l’allontanamento del ricorrente, successivamente a tale denunzia e nelle more del procedimento penale, dalle mansioni operative alle quali era precedentemente assegnato, potendo trovare spiegazione un tale comportamento dell’Amministrazione in evidenti motivi di opportunità, peraltro messi nella dovuta luce dalla relazione prodotta in primo grado dall’Amministrazione stessa;
– la carenza di un provvedimento formale di trasferimento, in quanto il ricorrente ben avrebbe potuto chiedere una conferma scritta dell’ordine ricevuto di tale trasferimento, cosa che invece si è astenuto dal fare trattandosi di comportamento che, “…unitamente ad altri similari nel quadro complessivo della situazione che si viene ricostruendo, acquista un valore significativo…”;
– l’abbassamento dei criteri valutativi personali, atteso che tale abbassamento, effettivamente intervenuto, “…non è stato attuato in misura tale da far emergere un intento persecutorio in capo all’intimata Amministrazione…” e che, in ogni caso, “…tali valutazioni non sono state tempestivamente contestate in alcun modo, né impugnate in sede giudiziaria, e si sono quindi consolidate…”, con la conseguenza che tale ultimo comportamento tenuto dal militare, unito ad altri similari,”…concorrono a delineare un’acquiescenza a fronte dell’operato della stessa (Amministrazione) che induce a dubitare dell’esistenza di una complessiva situazione di oppressione qualificabile nei termini di mobbing…”;
– le mansioni assegnategli appena dopo l’assoluzione in sede penale dal reato ascrittogli (dissequestro documenti), considerato che “…in tale situazione il ricorrente è rimasto per un solo anno, che rappresenta un tempo ragionevolmente necessario per dare luogo al suo trasferimento ad altro Comando, a seguito del quale, come affermato dal suo procuratore in pubblica udienza, l’asserita situazione mobbizzante sarebbe cessata…”.
3. – Con l’appello in epigrafe il Brigadiere Capo [OMISSIS] ha chiesto la riforma di detta sentenza poiché essa sarebbe frutto di un’errata interpretazione, non solo della giurisprudenza formatasi in materia, ma anche degli stessi presupposti di fatto e di diritto necessari per qualificare la condotta del datore di lavoro come mobbing.
i)- l’affermazione del primo Giudice, secondo cui la scelta operata dai superiori del militare di informare immediatamente l’Autorità Giudiziaria sul presunto reato a lui contestato era non solo lecita, ma doverosa, sarebbe frutto dell’errata comprensione da parte del giudicante della doglianza all’uopo proposta in primo grado, perché essa riguarderebbe “…non tanto la presunta segnalazione, quanto la superficialità con cui il Comando di Compagnia della Guardia di Finanza ha comunicato alla Procura della Repubblica la notizia di reato e, soprattutto, le evidenti lacune ed omissioni della comunicazione medesima…”;
4. – Si sono costituite anche nel presente grado di giudizio le Amministrazioni intimate che con memoria hanno argomentato in ordine alla piena correttezza della pronunzia del primo Giudice, chiedendone la integrale riconferma, stante l’infondatezza di tutti i motivi di appello proposti dal Brigadiere Capo [OMISSIS].
7.1 – La prima delle critiche mosse alla sentenza appellata dal Brigadiere Capo [OMISSIS], di cui al punto i) del capo 3 che precede, è priva di pregio perché, a parere del Collegio, nessun errore interpretativo è imputabile al primo Giudice; e dunque ben ha fatto quest’ultimo ad affermare che incombeva sul Comando di appartenenza l’obbligo di procedere a denunzia all’Autorità Giudiziaria di fatti consacrati in un verbale concernente una visita ispettiva cui l’appellante aveva partecipato e che, dunque, il relativo comportamento tenuto da detto Comando era non solo lecito, ma anzi doveroso.
Consegue che il motivo di appello in esame è, comunque, infondato, anche tenuto conto della condivisibile giurisprudenza della Corte di Cassazione , la quale esclude che la denunzia di un reato perseguibile di ufficio possa costituire fonte di responsabilità per danni, ex art. 2043 c.c., anche in caso di proscioglimento o di assoluzione, come avvenuto nel caso in esame, se non quando detta denunzia possa considerarsi calunniosa. Al di fuori di tali ipotesi, infatti, prosegue la Cassazione, “… l’attività pubblicistica dell’organo titolare dell’azione penale si sovrappone all’iniziativa del denunziante togliendole ogni efficacia causale e così interrompendo ogni nesso causale tra tale iniziativa ed il danno eventualmente subito dal denunziato…” (cfr. Cass., sez. III^, n. 15646 del 20 ottobre 2003).
Né alcun fumus persecutionis è ravvisabile nell’allontanamento del [OMISSIS] dalle mansioni operative cui era assegnato, in quanto l’adibizione a compiti diversi da quelli nell’esercizio dei quali gli era stata imputata la commissione di reati (corruzione finalizzata alla distruzione di documenti) ben può essere ricondotta a ragionevoli e prudenziali motivi di opportunità che trovavano adeguato sostegno non solo nell’esistenza di una denunzia a suo carico per fatti che, se definitivamente accertati, avrebbero potuto comportare anche l’inflizione della massima sanzione disciplinare di stato, ma pure nel successivo rinvio a giudizio del militare.
Al riguardo, infatti, occorre aver presente che le esigenze organizzative dell’Amministrazione hanno carattere prevalente sulle aspirazioni dei dipendenti e, nella specie, la collocazione del Brigadiere [OMISSIS] per un anno alla Procura della Repubblica non può certo ritenersi dequalificante per un sottufficiale, trattandosi di sede di servizio ordinariamente considerata tra le più qualificate ed ambite.
7.4 – In conclusione, può convenirsi con il Giudice territoriale che, nel caso in esame, non è rinvenibile alcuno degli elementi comprovanti un comportamento mobbizzante dell’Amministrazione nei confronti dell’appellante, difettando la prova di una condotta lesiva, sistematica e protratta nel tempo di quest’ultima in danno del proprio dipendente, per cui deve essere confermata la decisione impugnata di infondatezza della richiesta di risarcimento danni formulata dal Brigadiere Capo [OMISSIS].
Il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale, Sezione Quarta, definitivamente pronunciando sull’appello n. 10450 del 2006, come in epigrafe proposto, lo respinge.
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Vessato sul lavoro? “Risarcibile anche senza mobbing” – Cassazione Lavoro Sentenza 18927/2012
Niente mobbing ma violenza privata se manca un apprezzabile nesso di supremazia-soggezione – Cassazione Penale, Sentenza n. 44803/2010

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 art. 2043
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