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Timestamp: 2019-02-17 13:58:04+00:00

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Email tradizionale fa piena prova?
Sentenza 08/03/2018, n. 5523
sul ricorso 8852/2016 proposto da:
TELECOM ITALIA S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA L.G. FARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato ARTURO MARESCA, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati FRANCO RAIMONDO BOCCIA, ROBERTO ROMEI, ENZO MORRICO, giusta delega in atti;
S.D., elettivamente domiciliato in ROMA, CIRCONVALLAZIONE CLODIA 29, presso lo studio dell’avvocato BARBARA PICCINI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ARTURO LANZA, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 5143/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 14/10/2015 R.G.N. 4706/13;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/12/2017 dal Consigliere Dott. GABRIELLA MARCHESE;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca, che ha concluso per inammissibilità in subordine rigetto del ricorso;
udito l’Avvocato SCANU TERESINA CESIRA;
udito l’Avvocato PICCINI BARBARA.
Il Tribunale di Roma, con sentenza nr. 721 del 2013, pronunciando sul ricorso proposto il 27.6.2011 da S.D. nei confronti di TELECOM ITALIA spa, annullava la sanzione disciplinare della sospensione per giorni tre del novembre 2008 e rigettava la domanda di impugnativa del licenziamento per giusta causa irrogato il 10.3.2009; in accoglimento della domanda riconvenzionale proposta da TELECOM ITALIA spa, condannava il lavoratore al pagamento di Euro 194.608,50.
Con sentenza del 15.6.2015-14.10.2015 (nr. 5143/2015), la Corte di Appello di Roma, in parziale accoglimento del gravame principale proposto dal lavoratore, rigettato quello in via incidentale interposto da TELECOM ITALIA spa ed in conseguente riforma della sentenza di primo grado, dichiarava l’illegittimità del licenziamento e condannava la società al pagamento di Euro 311.361,00 a titolo di indennità supplementare e di Euro 138.382,66 a titolo di indennità di preavviso; respingeva, per l’effetto, la domanda riconvenzionale proposta dalla società.
La vicenda – che solo rileva in questa sede – ha riguardato la contestazione al lavoratore – dirigente e responsabile, all’epoca dei fatti, dell’Area Territoriale Sales Consumer Nord Est – di una condotta irregolare in merito all’applicazione della procedura cd. “rivalutazioni di magazzino” che, secondo le indagini aziendali, aveva portato all’accredito di somme non dovute in favore di alcune società commerciali partner, in quanto relative a giacenze di prodotti di telefonia mobile, in realtà non esistenti.
La Corte di appello osservava che la prospettazione della parte datoriale era fondata su messaggi di posta elettronica di “dubbia valenza probatoria” nonchè su dichiarazioni provenienti da soggetti direttamente coinvolti nella vicenda e quindi inattendibili perchè interessati ad un certo esito della lite.
La Corte distrettuale concludeva per l’accertamento di illegittimità del recesso, in quanto, in difetto di riscontri certi che dimostrassero il diretto coinvolgimento del lavoratore nella procedura irregolare di rivalutazione, la responsabilità che andava a configurarsi era di natura oggettiva, connessa cioè esclusivamente alla posizione dirigenziale ricoperta.
Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso la società TELECOM ITALIA spa, affidato a sei motivi; ha resistito con controricorso S.D.
Entrambe le parti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c
1. Con il primo motivo si denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4 violazione dell’art. 132 c.p.c.; motivazione inesistente – ai sensi dell’art. 360, n. 5 -; violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 7 ai sensi dell’art. 360, n. 3 -.
Si contesta alla Corte di appello di Roma di aver accolto uno dei motivi dell’appello principale (illegittimità del licenziamento per violazione del diritto di difesa) senza nulla motivare al riguardo.
2. Con il secondo motivo, si censura – ai sensi dell’art. 360, n. 3 e n. 4 – la violazione dell’art. 112 c.p.c. e – ai sensi dell’art. 360, n. 3 – la violazione e falsa applicazione degli artt. 2702 e 2712 c.c.
Osserva TELECOM che la sentenza impugnata fonda la illegittimità del licenziamento su due ordini di argomentazioni: la “dubbia valenza probatoria” delle e-mail aziendali e la inattendibilità dei testimoni che, in quanto coinvolti nella vicenda concreta, avrebbero avuto interesse ad attribuire ad altri le responsabilità dell’accaduto. Con particolare riferimento ai messaggi di posta elettronica, la corte territoriale esclude la valenza probatoria dei documenti sul presupposto di una possibilità astratta di alterazione, non trattandosi di corrispondenza elettronica certificata o sottoscritta con firma digitale che garantisce l’identificabilità dell’autore e la sua integrità ed immodificabilità.
6. Con il sesto motivo si denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 – la violazione dell’art. 246 c.p.c.; si contesta che la sentenza non si è pronunciata sul motivo di gravame avente ad oggetto la statuizione di primo grado di ritenuta incapacità a testimoniare dei testi intimati da TELECOM. Esame dei motivi.
La questione posta all’attenzione della corte non configura una violazione dell’art. 112 c.p.c.
La decisione impugnata non mette in discussione la sussistenza di una corrispondenza relativa all’indirizzo di posta elettronica del dipendente, sicché è da escludere una violazione dell’art. 2712 c.c.
La sentenza della corte territoriale esclude, piuttosto, che i messaggi siano riferibili al suo autore apparente; trattandosi di e-mail prive di firma elettronica, la statuizione non è censurabile in relazione all’art. 2702 c.c. per non avere i documenti natura di scrittura privata, ai sensi del D.Lgs. n. 82 del 2005, art. 1 cit.
La violazione degli artt. 2730 e 2735 c.c. – norme che disciplinano la confessione – è inconferente rispetto al decisum.
La confessione è la dichiarazione che una parte fa della verità dei fatti ad essa sfavorevoli e favorevoli all’altra parte.
Nel caso di specie, si discute di dichiarazioni provenienti da terze persone – testimoni nel processo – che la Corte di appello ha giudicato inattendibili, per un coinvolgimento nella vicenda concreta; la valutazione di attendibilità e credibilità dei testi involge apprezzamenti di fatto ed è censurabile come vizio di motivazione.
Neppure vengono in rilievo profili di violazione dell’art. 115 c.p.c.; una questione di malgoverno dell’art. 115 c.p.c. può porsi solo allorchè il ricorrente alleghi che il giudice di merito: – abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti ovvero disposte d’ufficio al di fuori o al di là dei limiti in cui ciò è consentito dalla legge; – abbia fatto ricorso alla propria scienza privata ovvero ritenuto necessitanti di prova fatti dati per pacifici.
Nessuna di tali situazioni è rappresentata nel motivo scrutinato.
Il vizio di motivazione – pure prospettato con il motivo in esame – non configura l’ipotesi introdotta dal novellato testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, applicabile ratione temporis, limitata alla devoluzione di un “fatto storico”, non esaminato, che abbia costituito oggetto di discussione e che abbia carattere decisivo (Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053).
9. Inammissibile è il quinto motivo.
Parte ricorrente, pur formalmente denunciando la violazione dell’art. 2119 c.c., nella sostanza, deduce l’omesso esame di un fatto storico, consistente in uno dei due titoli di responsabilità attribuiti al dipendente e posto, in via alternativa, a fondamento del licenziamento.
E’ la stessa TELECOM che nell’illustrazione del motivo (pag. 16 del ricorso) afferma che a fondamento del recesso sono posti due fatti (storici): il recesso sarebbe stato giustificato sia in ragione di un diretto coinvolgimento del lavoratore nel procedimento di rivalutazione, in relazione al quale si riscontravano le irregolarità sia, comunque, a cagione del ruolo ricoperto nell’ambito dell’organizzazione della società e, dunque, per culpa in vigilando.
Tale secondo “fatto” non sarebbe stato adeguatamente valutato dalla Corte di appello.
Il vizio andava, allora, veicolato attraverso l’art. 360 c.p.c., n. 5; tuttavia, la censura, a prescindere dalla esatta qualificazione, difetta di specificità ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 2, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4; parte ricorrente ha omesso di allegare e depositare la contestazione disciplinare.
10. Le censure di cui al sesto motivo – per come genericamente sviluppate (non è infatti dedotto di quali testi si tratta, se diversi ed ulteriori rispetto a coloro per i quali la corte di appello ha espresso il giudizio di inattendibilità) – restano assorbite dalle considerazioni espresse in relazione al quarto motivo.
11. Da quanto precede consegue l’inammissibilità del primo motivo, per difetto di interesse della parte ricorrente.
La sentenza impugnata ha accolto la domanda del lavoratore sulla base di due rationes decidenti:
– violazione del diritto di difesa;
– mancanza di giusta causa.
La statuizione divenuta definitiva è autonomamente idonea a sorreggere il decisum; dall’eventuale accoglimento delle ulteriori ragioni di ricorso non potrebbe dunque derivare la cassazione della sentenza con conseguente difetto di interesse alla società ricorrente al relativo esame.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.000,00 per competenze professionali, oltre rimborso spese generali nella misura del 15% e accessori di legge.
Depositato in Cancelleria il 8 marzo 2018

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 7
 sentenza 
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 sentenza 
 art. 1
 art. 369
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