Source: https://www.laleggepertutti.it/95392_patto-di-prova-i-giorni-di-riposo-non-si-contano
Timestamp: 2018-09-19 06:03:31+00:00

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Patto di prova: i giorni di riposo non si contano
Licenziamento possibile escludendo dal calcolo del periodo di prova i giorni in cui non è stata svolta l’attività lavorativa.
Il periodo massimo del patto di prova, previsto dai contratti collettivi e dalla legge, si calcola escludendo dal conteggio i giorni di riposo. La normativa stabilisce, infatti, che la prova può durare al massimo 6 mesi, ma si deve considerare solo il lavoro effettivamente svolto. Lo ha chiarito la Cassazione con una recente sentenza [1].
L’esatto conteggio è molto importante in quanto solo durante il periodo di prova il datore di lavoro può licenziare “ad nutum”, il dipendente ossia in tronco e senza peraltro fornire una giustificazione se non la valutazione del “mancato superamento del periodo di prova”. Se il licenziamento dovesse intervenire anche un solo giorno dopo la scadenza del periodo di prova, dovrebbe seguire le regole generali (licenziamento solo per giusta causa o giustificato motivo).
L’arco temporale di durata del periodo di prova prevede esplicitamente il riferimento al “lavoro effettivo”, con esclusione, quindi, dei giorni di riposo.
Di conseguenza, non è accettabile, spiegano i giudici della Cassazione, la tesi secondo cui il riposo costituisce una modalità di svolgimento dell’attività lavorativa. Lo scopo del patto di prova è evidente: la verifica della reciproca convenienza del rapporto di lavoro da valutare attraverso una sperimentazione “sul campo”, con esclusione quindi dei giorni in cui la prestazione non è di fatto resa (durante i quali, altrimenti, la sperimentazione sarebbe solo virtuale).
[1] Cass. sent. n. 4347/2015 del 4.03.2015.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 22 ottobre 2014 – 4 marzo 2015, n. 4347
1.4. Contro la sentenza la Sicurcenter s.p.a. propone ricorso per cassazione fondato su un unico articolato motivo, cui resiste il M. con controricorso. 2. Con l’unico articolato motivo la ricorrente censura la sentenza per violazione dell’art. 2096 c.c. e dell’art. 69 del C.C.N.L. del personale degli istituti di vigilanza, in relazione agli artt. 1362, 1363 e 1366 c.c., nonché per violazione di queste ultime norme nell’interpretazione del contratto individuale di lavoro. Assume che l’espressione adoperata nell’art. 69 del CCNL, secondo cui la durata massima del periodo di prova non può eccedere, per i dipendenti inquadrati nei livelli al di sotto del 1 super (tra cui il M.), “60 giorni di effettivo lavoro prestato”, e l’analoga espressione presente nella lettera di assunzione dell’8 giugno 2007, non potevano avere altro senso che quello fatto palese dalle parole: in questa prospettiva, l’aggettivo “effettivo” indicava la volontà delle parti di includere nel periodo di prova solo i giorni in cui il lavoratore era effettivamente in attività di servizio, con esclusione di tutti gli altri in cui tale attività non era reale ed effettiva. In particolare, in assenza di una diversa previsione della contrattazione collettiva o del contratto individuale di lavoro, non potevano computarsi nel periodo di durata del periodo di prova le giornate di riposo legale o convenzionale godute dal lavoratore.
3.2. Tale principio, tuttavia, trova applicazione solo in quanto non sia diversamente previsto dalla contrattazione collettiva, la quale può attribuire rilevanza sospensiva del periodo di prova a dati eventi che accadano durante il periodo medesimo (così Cass., 5 novembre 2007, n. 23061; Cass., 22 marzo 2012, n. 4573).
3.3. E’ compito del giudice del merito procedere all’interpretazione della norma del contratto collettivo, poiché si verte in un’ipotesi di denuncia di violazione o di falsa applicazione dei contratti o accordi collettivi nazionali di lavoro, lamentandosi un’errata interpretazione della legittimità delle condotte datoriali in base a norme di ermeneutica negoziale (artt. 1362 e ss., c.p.c.). La parte ricorrente ha, con la sua denuncia, fatto riferimento alle regole codicistiche di interpretazione dei contratti collettivi e dei principi in esse contenuti, che avrebbero dovuto supportare l’ iter argomentativo della impugnata sentenza e che, come si è in precedenza ricordato, hanno trovato riscontro in decisioni di questa Corte e nelle in esse evidenziate finalità sottese al patto di prova. 4. Poste queste premesse, deve ritenersi che il ricorso è fondato. 4.1. L’art. 69 del C.C.N.L. per i dipendenti da Istituti di vigilanza privata, valido dal 1 maggio 2004 al 31 dicembre 2008, sotto la rubrica “Periodo di prova”, così prevede: “La durata massima del periodo di prova non potrà superare i seguenti limiti: – personale inquadrato nel livello Quadro e nel I livello super: 150 giorni di effettivo lavoro prestato; – personale inquadrato negli altri livelli: 60 giorni di effettivo lavoro prestato. Tale periodo di prova sarà proporzionalmente ridotto, sino ad un minimo di 30 giorni, in considerazione di eventuali periodi di stage svolti all’interno dell’azienda e derivanti da corsi di formazione riconosciuti dall’ente bilaterale. La riduzione è calcolata secondo la seguente tabella (…). Al lavoratore in prova dovrà essere corrisposta la retribuzione per la qualifica assegnata”.
4.3. Tale interpretazione non appare tuttavia rispettosa del dato letterale, e in particolare dell’uso ripetuto dell’aggettivo “effettivo” che si rinviene nel testo della norma: sul punto, la Corte territoriale ha omesso ogni valutazione, non specificando in forza di quale criterio ermeneutico ha ritenuto di privilegiare questa opzione, né spiega perché le parti hanno adoperato l’aggettivo “effettivo” nella fissazione del complessivo arco temporale di durata del periodo di prova. L’affermazione secondo cui il riposo “costituisce una modalità di svolgimento dell’attività lavorativa” e si pone come condizione necessaria per l’espletamento della prestazione lavorativa, rimane apodittica ed insufficiente (v. Cass., 8 ottobre 1999, n. 11310; Cass., 18 luglio 1998, n. 7087, quest’ultima riguardando proprio il ccnl degli istituti di vigilanza privata; Cass., 25 agosto 1999, n. 8859). 4.4. L’interpretazione suddetta viola le regole contenute dell’articolo 1362, comma 1 °, c.c. secondo cui nell’interpretare il contratto si deve indagare quale sia stata la comune intenzione delle parti e non limitarsi al senso letterale delle parole; il comma successivo stabilisce poi che, per determinare la comune intenzione delle parti, si deve valutare il loro comportamento complessivo, anche posteriore alla conclusione del contratto. La giurisprudenza di questa Corte ha avuto modo di precisare al riguardo che, ai fini della ricerca della comune intenzione dei contraenti, il primo e principale strumento è rappresentato dal senso letterale delle parole e delle espressioni utilizzate nel contratto, con la conseguente preclusione del ricorso ad altri criteri interpretativi, quando la comune volontà delle parti emerga in modo certo ed immediato dalle espressioni adoperate e sia talmente chiara da precludere la ricerca di una volontà diversa (cfr, ex plurimis, Cass.,22 dicembre 2005, n. 28479; Cass., 22 febbraio 2007, n 4176; Cass., 4 gennaio 2013, n. 110). 4.5. Quest’ultima condizione è riscontrabile nel caso in esame, posto che la ricordata disposizione della norma contrattuale di riferimento è chiara nella sua portata precettiva, facendo espresso riferimento oltre che all’effettività della prestazione lavorativa anche ai “giorni” come unità temporale di riferimento, ed in cui è evidente la volontà delle parti di collegare la verifica della reciproca convenienza del rapporto di lavoro ad una reale ed esattamente valutabile sperimentazione dello stesso, con esclusione dei giorni in cui la prestazione non è di fatto resa, rendendo così la sperimentazione meramente virtuale.
28/09/2017 alle 14:22
se un giorno non viene lavorato per mezzo di un recupero orario (ad esempio faccio più ore il giovedì e non vado a lavoro il sabato), tale giorno deve essere conteggiato o escluso dal periodo di prova?

References: sentenza 
 Cass. 
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