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Timestamp: 2014-08-22 23:36:08+00:00

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Pubblicato Lunedì, 22 Ottobre 2012 16:38	Cassazione: si può mandare a quel paese il capo. Ma solo una volta!
Un “vaffa” rivolto al capufficio non basta per giustificare il licenziamento. Parola di Cassazione. Secondo gli ermellini, infatti, se l’offesa al superiore resta circoscritta nell’ambito di un solo episodio, non va a compromettere il rapporto fiduciario con l’azienda. Per questo, la suprema Corte (sentenza 10426/2012) ha respinto il ricorso di un’azienda che si era opposta alla reintegra di un dipendente che aveva mandato a quel paese una superiore gerarchica. Il caso era finito nelle aule di giustizia principalmente per il fatto che l’offerta era stata rivolta ad un superiore donna.
Dopo il “vaffa” il lavoratore era stato licenziato ma il tribunale di Chieti aveva annullato il licenziamento facendo rilevare appunto che l’offesa era stata episodica. La decisione veniva confermata anche dalla Corte d’Appello. Ricorrendo in Cassazione l’azienda aveva sostenuto la legittimità del licenziamento data la condotta del dipendente che doveva considerarsi “gravemente ingiuriosa e intimidatoria al superiore gerarchico donna deriso e apostrofato”. Respingendo il ricorso la Suprema Corte ha confermato il doppio verdetto evidenziando che la motivazione dei giudici di merito “appare congrua e logicamente coerente e supportata da precisi ed univoci riferimenti alle risultanze processuali che hanno consentito di ridimensionare la gravita’ dei fatti e di circoscrivere l’episodio che, sia pure censurabile, non dimostra la volonta’” del dipendente “di sottrarsi alla disciplina aziendale e di insubordinarsi, essendo rimasto nei limiti di una intemperanza verbale”. Insomma un comportamento che va si censurato, ma che non può essere sanzionato con un licenziamento. (StudioCataldi - N.R.)
Un avvertimento a Equitalia, arriva dalla terza sezione civile della Corte di Cassazione (sentenza n. 9445/2012). D’ora in avanti, la società di riscossione dovrà fare attenzione quando esegue pignoramenti ai danni dei contribuenti perché se si dovesse accertare che il credito per il quale si è agito non è dovuto, Equitalia dovrà risarcire il contribuente anche del danno morale subito. Il caso preso in esame dei giudici di piazza Cavour riguarda l’esecuzione di un pignoramento mobiliare eseguito presso lo studio di un avvocato.
Equitalia, prima del pignoramento, aveva ricevuto una comunicazione da parte del contribuente con la quale veniva avvertita che il debito era stato annullato da una sentenza del Tribunale di Roma. La società avrebbe quindi dovuto sospendere il pignoramento e, non avendolo fatto, il suo perseverare nell’azione esecutiva ha integrato la fattispecie del reato di omissione di atti di ufficio. Di qui il diritto del contribuente ad ottenere anche il risarcimento del danno morale. Inizialmente la domanda di risarcimento del danno morale avanzata dal contribuente veniva respinta sia dal Tribunale sia dalla Corte d’Appello. I giudici di merito avevano ritenuto infatti che nell’accaduto non vi fossero gli estremi di un illecito penale e non vi sarebbe stato alcun pregiudizio per chi ha subito il pignoramento. Ribaltando il verdetto la Corte di Cassazione ha fatto notare invece che il giudice di merito, sia pure in sede civile, avrebbe dovuto accertare la configurabilità in astratto di un’ipotesi di reato (nella fattispecie appunto l’omissione di atti d’ufficio di cui all’art. 328 secondo comma del codice penale) e condannare conseguentemente Equitalia al risarcimento dei danni. (StudioCataldi - N.R.) “La piazza non è il salotto di casa”. La Cassazione mette al bando i gesti ‘cafonal’
(Adnkronos) - La Cassazione mette al bando l’atteggiarsi a volte un po’ ‘cafonal’ degli italiani, specie se i gesti “sboccati” si verificano in una piazza o in una via pubblica, provocando un danno, non voluto, a qualcuno. Gia’, perche’ “la pubblica via non e’ il salotto di casa”, annota la Suprema Corte, ricordando che “di essa ciascuno ha il diritto di godere ma anche il dovere di lasciare godere alla generalita’ dei cittadini e dunque di rapportare il proprio comportamento al rispetto dei diritti altrui”. Il richiamo al ‘bon ton’ in pubblico da parte della Cassazione e’ scaturito dalla denuncia fatta dalla signora Giovanna Q., ultraottantenne, ad un ventottenne di Ruvo di Puglia che l’ aveva colpita all’ occhio destro, del tutto inavvertitamente, mentre su un marciapiede della centralissima piazza stava parlando con tre amici gesticolando ampiamente a braccia aperte. Un atteggiamento “scomposto”, e un poco ‘cafonal’, che ha indotto l’anziana signora a denunciare Francesco T. per lesioni colpose consistenti in un edema palbebrale marcato (prognosi di otto giorni). La denuncia, pur non sortendo una condanna penale come avrebbe voluto Giovanna Q., otterra’ pero’ soddisfazione in sede civile con un risarcimento danni. A fare breccia tra gli ‘ermellini’, la tesi difensiva sostenuta dalla signora secondo la quale il giovane, proprio per il contesto in cui si trovava, vale a dire il marciapiedi della piazza, “avrebbe dovuto evitare gesti scomposti”. Se il Tribunale di Ruvo di Puglia - nel febbraio 2011 - aveva assolto Francesco T. “perche’ il fatto non costituisce reato” sulla base del fatto che i gesti un po’ scomposti mentre si chiacchiera sono “abitudine comune”, la Cassazione ha messo uno stop all’atteggiarsi ‘cafonal’, spiegando che “non e’ la generalizzata diffusione dei comportamenti a rendere lecita una condotta, essendo in ogni caso primario, nell’agire dell’uomo, il rispetto del ‘neminem laedere”. E poi, ha osservato la Quarta sezione penale con la sentenza 24993 - “la pubblica via non e’ il salotto di casa” per cui “l’abitudine di accompagnare con i gesti una conversazione, di per se’ certamente lecita, perde il carattere di liceita’ nel momento in cui essa, per le modalita’ che caratterizzano la gestualita’ e per il contesto in cui essa si manifesta, rappresenti una violazione delle ordinarie regole di prudenza e di diligenza che, comunque ed in ogni caso, devono accompagnare qualsiasi comportamento umano”. Percio’ se gli atteggiamenti sboccati in pubblico provocano un danno a qualcuno, e’ giusto risarcirli “a titolo di colpa”. La vicenda, nonostante il parere contrario della pubblica accusa della Cassazione che aveva suggerito di passare sopra alla cosa, tornera’ davanti al giudice civile di secondo grado che provvedera’ a quantifcare i danni per l’anziana ferita. Perche’ “la pubblica via non e’ il salotto di casa e di essa ciascuno ha il diritto di godere e di lasciarne godere alla generalita’ dei cittadini”.
Cassazione: avvocato ha diritto all’onorario per attività difensive in udienza anche se adotta la ‘strategia del silenzio’
Con sentenza 8167, depositata il 23 maggio 2012, la Corte di cassazione ha stabilito che, l’avvocato che adotta la strategia processuale del silenzio ha diritto al compenso previsto dalla tariffa penale per l’esercizio di attività difensive in udienza e non già a quello previsto per la mera partecipazione ad essa. In particolare, i giudici di legittimità hanno spiegato che in tema di esercizio del ministero di difensore della parte processuale nel procedimento penale deve ritenersi l’integrazione di cui al punto 6.2 della tabella C della tariffa sicuramente spettante al difensore che abbia assistito in udienza alle discussioni delle altre parti o che abbia partecipato, pur senza prendervi direttamente la parola, ad udienze istruttorie in cui siano state formulate richieste di prova o si sia proceduto ad esami, controesami e riesami, confronti, ricognizioni, esprimenti, perizie, contestazioni, acquisizioni o letture, atteso che la cura e la tutela degli interessi processuali dell’imputato al cui espletamento l’ordinamento riconnette il diritto all’onorario può manifestarsi anche mediante una partecipazione silente, pure essa essendo espressione di una strategia processuale nella quale si concreta la garanzia costituzionale del diritto di difesa e del diritto al contraddittorio nel processo penale.
Secondo la ricostruzione della vicenda, un avvocato, che aveva difeso nell’ambito di un procedimento penale un soggetto, beneficiario del patrocinio a spese dello Stato in quanto collaboratore di giustizia ammesso allo speciale programma di protezione, proponeva ricorso per cassazione avverso l’ordinanza con cui il Tribunale penale di Napoli accoglieva soltanto parzialmente l’opposizione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 170, (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), avverso il decreto di liquidazione del compenso professionale. Accogliendo l’opposizione del professionista, gli Ermellini, cassando l’ordinanza e rinviandola al Tribunale di Napoli, hanno quindi accolto i motivi di censura proposti dal professionista, precisando in conclusione che “il difensore di persona ammessa al patrocinio a spese dello Stato che, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, artt. 84 e 170, proponga opposizione avverso il decreto di pagamento dei compensi, contestando l’entità delle somme liquidate, agisce in forza di una propria autonoma legittimazione a tutela di un diritto soggettivo patrimoniale; ne consegue che il diritto alla liquidazione degli onorari del procedimento medesimo e l’eventuale obbligo del pagamento delle spese sono regolati dalle disposizioni del codice di procedura civile relative alla “responsabilità delle parti per le spese” (art. 91 c.p.c., e art. 92 c.p.c., commi 1 e 2) (Cass. pen., Sez. Un., 26 giugno 2008, n. 2593

References: sentenza 
 sentenza 
e contrario
 sentenza 
 art. 170
 art. 92