Source: http://www.conalpa.it/il-paesaggio-e-gli-alberi
Timestamp: 2018-05-21 02:59:21+00:00

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Coordinamento Nazionale per gli Alberi e il Paesaggio - CONALPA | PAESAGGIO E ALBERI | Home
La quercia sacra di Barete (AQ) - Foto di Alberto Colazilli (Archivio CO.N.AL.PA.)
Pubblicato Lunedì, 08 Gennaio 2018 12:14 | Scritto da Direttivo CONALPA | Visite: 6019
Caratteristiche ed ecoservizi del verde urbano
Il verde urbano interagisce con l’assetto urbano e migliora tutti gli stili di vita dei cittadini. Ha la capacità di modificare in positivo l’immagine estetica, sociale ed ecocompatibile dell’abitato. La salute della città, se peggiora, inevitabilmente compromette a lungo andare e in maniera irrimediabile la salute dei suoi cittadini. Un aumento della vegetazione di un quartiere può migliorare ad alti livelli la salute degli abitanti ed abbattere anche i costi legati alla salute. Alberi, filari alberati e giardini hanno un grande valore ricreativo e sociale, sono luoghi di intrattenimento, di svago, di riposo, sono aggregatori di persone. Il verde cittadino è in grado di migliorare la salute dei cittadini allontanando molte malattie cardiovascolari e respiratorie, malattie mentali, stati di ansia e stress, depressione.
E’ fondamentale preservare l’apparato radicale degli alberi, predisponendo interventi che non vadano ad intaccare la Zona Critica Radicale (CRZ), ovvero quell’area che si trova intorno al colletto dell’albero e che è fondamentale per la stabilità dell’esemplare. Fondamentale è il rispetto della Zona di Protezione dell’Albero (TPZ) che generalmente viene segnalata nell’area di proiezione della chioma dell’esemplare. Bisogna pensare allo sviluppo definitivo, futuro dell’apparato radicale evitando la cementificazione e l’asfissia dei colletti degli alberi, evitare la compattazione dei terreni e progettando aiuole con il maggior spazio possibile per lo sviluppo dell’esemplare arboreo.
Procedere alla sostituzione delle alberature gravemente compromesse o in cattivo stato fitosanitario previa analisi approfondita. Gli alberi seccagginosi o ormai arrivati a fine ciclo di vita non riescono più a compiere un accurato lavoro di sottrazione delle polveri sottili e dei gas inquinanti e di mitigazione dell’isola di calore.
Documento approvato nell'Assemblea del 17/12/2017 presso Francavilla al Mare (CH)
Categoria: Il Paesaggio e gli Alberi
Pubblicato Martedì, 19 Gennaio 2016 01:35 | Scritto da Direttivo CONALPA | Visite: 13067
Le migliori specie arbustive e rampicanti
contro lo smog e l'isola di calore nelle città
Il clima urbano è un ambiente complesso e difficile in cui le piante si trovano a dover subire dei continui disturbi, dove il suolo a disposizione è molto poco e dove le esigenze idriche e manutentive sono maggiori.
Ciò che caratterizza le città è la cosiddetta "volta urbana" (canopy layer) che è quella fascia atmosferica tra il suolo e i tetti dei palazzi, con alternanza di spazi, strade, piazze, microclimi indotti proprio dalla presenza delle costruzioni, rapporto tra vuoti e pieni, altezza dei palazzi e larghezza delle strade. La differenza di temperatura tra centro cittadino e aree rurali può variare 1/2 gradi nei valori massimi giornalieri e 2/4 gradi nei valori minimi. Il vento, per la presenza delle abitazioni, risulta di intensità decisamente minore rispetto alle aree rurali.
La fascia della "volta urbana" è quella in cui i cittadini vivono e si muovono ed è qui che si deve intervenire con il miglioramento dell'"ambiente urbano" attraverso l'utilizzo di verde ornamentale con specie resistenti e capaci di mitigare al meglio gli effetti negativi dell'"isola di calore.
Azioni importanti dovrebbero essere la copertura dei palazzi con rampicanti, costruire barriere verdi con arbusti e siepi fitte e realizzare tetti e terrazzi verdi a bassa manutenzione. Un miglioramento del paesaggio urbano che aiuta a eliminare le polveri sottili e i gas inquinanti emanati dal traffico cittadino e dagli stessi edifici.
Recentemente il progetto "M.I.A. Valutazione quantitativa delle capacità di specie arbustive e arboree ai fini della Mitigazione dell'Inquinamento Atmosferico in ambiente urbano e periurbano", finanziato dal Ministero delle Politiche Agricole e con la partecipazione del Consiglio per la Ricerca in Agricoltura, ha fatto uno studio su otto specie arbustive di habitat mediterraneo: Agrifoglio (Ilex aquifolium), Viburno (Viburnum tinus), Viburno lucido (Viburnum lucidum), Corbezzolo (Arbutus unedo), Fotinia (Photinia spp.), Alloro (Laurus nobilis), Eleagno (Eleagnus spp.) e Ligustro (Ligustrum spp). Secondo lo studio, tali specie arbustive ornamentali sono in grado di assorbire i metalli pesanti prodotti dall'inquinamento da traffico e il particolato atmosferico e di fissarli e ripartirli nella propria struttura legnosa. Gli arbusti che hanno avuto maggiori valori di deposito fogliare sono l'eleagno, il ligustro e il viburno lucido. L'eleagno è stato definito il miglior arbusto accumulatore di polveri sottili grazie alla particolarità delle sue foglie estremamente pelose.
Oltre alle specie sopra citate esistono altri arbusti molto resistenti e rustici che si possono utilizzare per realizzare barriere anti-smog in città. Tra questi ricordiamo il Corniolo (Cornus spp), la Sanguinella (Cornus sanguinea), il Berberis (Berberis spp), l’Ibisco (Hibiscus siriacus), Bosso (Buxus sempervirens), Lauroceraso (Prunus laurocerasus), Lagerstroemia (Lagerstroemia indica), Cotoneaster (Cotonaster spp.), Agazzino (Pyracantha spp.), Fusaggine (Evonimus europaeus), Spirea (Spirea spp.), Fiore d’Angelo (Philadelphius spp.), il Synphoricarpus spp, l’olivello spinoso (Hippophae rhamnoides), l’olivello di Boemia (Eleagnus angustifolia), Iperico (Hypericum spp), Maggiociondolo (Laburnum spp.), Oleandro (Nerium oleander), Rhamnus alaternus, Abelia (Abelia grandiflora), il Pitosporo (Pitosporum tobira) e Cotynus spp..,
Tra i migliori rampicanti che possono svolgere un’opera di mitigazione dell’aria in ambiente urbano ricordiamo l’Edera (Hedera spp.) nelle sue svariate colorazioni, la Vite Canadese (Parthenocissus spp.) con il suo fogliame rosso fuoco autunnale, il gelsomino giallo (Jasminum nudiflorum), il Rincospermum jasminoides con la sua profumata cascata di fiori bianchi in primavera e il Glicine (Wisteria chinensis) con la sua splendida fioritura primaverile. Questi rampicanti possono essere utilizzati per ricoprire gli edifici e dare quindi un grande fascino a molte aree della città.
Lista di alcuni arbusti e rampicanti per siepi e barriere anti-smog
Eleagnus spp. (Foto di Alberto Colazilli)
Ligustrum spp. (Foto di Alberto Colazilli)
Laurus nobilis (Foto di Alberto Colazilli)
Pyracantha spp. (Foto di Alberto Colazilli)
Photinia spp. (Foto di Alberto Colazilli)
Viburnum tinus (Foto di Alberto Colazilli)
Arbutus unedo (Foto di Alberto Colazilli)
Berberis spp. (Foto di Alberto Colazilli)
Hedera spp. (Foto di Alberto Colazilli)
Parthenocissus spp. (Foto di Alberto Colazilli)
Jasminum nudiflorum (Foto di Alberto Colazilli)
Philadelphius spp. (Foto di Alberto Colazilli)
Spirea spp. (Foto di Alberto Colazilli)
Hibiscus siriacus (Foto di Alberto Colazilli)
Wisteria spp. (Foto di Alberto Colazilli)
Cotoneaster spp. (Foto di Alberto Colazilli)
Nerium oleander (Foto di Albeto Colazilli)
Pubblicato Martedì, 22 Dicembre 2015 14:05 | Scritto da Direttivo CONALPA | Visite: 6419
La lotta degli alberi contro l'inquinamento.
Preziosi e formidabili alleati per migliorare l'aria delle nostre città.
Il Celtis australis è stato inserito nel top degli alberi anti-smog. Foto di Alberto Colazilli
Il costante aumento di polveri sottili nelle nostre città sta diventando un problema serio per la salubrità dell'aria con peggioramento delle condizioni di vita degli stessi cittadini. Si è costretti a vivere in situazioni veramente difficili, come se avessimo una pistola puntata alla tempia, perchè il rischio di malattie serie e mortali è sempre in agguato.
E' stato studiato che una quotidiana esposizione all'aria inquinata può provocare tumori e malattie cardiovascolari come infarti, ictus e problemi di circolazione, seri problemi respiratori come asma e brochiti croniche, danni agli occhi con infiammazioni e irritazioni, con costi altissimi per la sanità e per i cittadini. Biossido di azoto, monossido di carbonio, ozono, anidride solforosa e il particolato atmosferico (PM10: materiale particellare con diametro aerodinamico di dimensione minore di 10 milionesimi di metro) sono i principali killer che uccidono.
Le amministrazioni comunali corrono ai ripari con le targhe alterne, vietano l'accensione delle caldaie pur di fermare la crescita delle polveri sottili e delle sostanze inquinanti che sono oltre la media. L'allarme è alto ma come al solito si brancola nel buio: in realtà non basta regolare il traffico o imporre ferrei controlli, c'è bisogno di una nuova pianificazione territoriale delle nostre città che vengono gestite male e con minima competenza per quanto riguarda la lotta all'inquinamento. L'unica alternativa possibile alla lotta difficile contro le polveri inquinanti è il miglioramento del verde cittadino e del patrimonio arboreo collettivo pubblico e privato.
Sono troppo pochi quelli che in tv e sui giornali, mettono in risalto i benefici degli alberi in città. Sembra un argomento che fa paura, legato a un mondo misterioso e ricco di incognite dove aleggia il solito spettro dei costi altissimi per la manutenzione del verde. In realtà gli alberi sono i nostri più importanti alleati contro l'inquinamento, un concetto fondamentale che dovrebbe essere pubblicizzato in tutte le città e in tutte le scuole.
La buona progettazione e pianificazione del verde urbano è la prima regola per un successo assicurato nel tempo contro l'inquinamento. Troppe città sono cresciute senza controllo, strangolando i centri storici, senza una intelligente gestione del paesaggio. Non si è voluta promuovere e realizzare una armonica fusione tra città e paesaggio, peggiorando quindi lo scontro tra due dimensioni completamente diverse e in netto contrasto. La progettazione del verde purtroppo è stata fatta seguendo le esigenze delle costruzioni in cemento e non si è pensato invece in senso inverso, ovvero adattare i manufatti urbani al verde e agli alberi già esistenti nel tentativo di realizzare vere e proprie "città verdi".
Gli alberi sono dei filtri per l'aria, grazie al processo della fotosintesi clorofiliana che assorbe anidride carbonica e produce ossigeno. Essi trattengono, tramite le foglie e la superficie della pianta, una grande quantità di particolato. Tramite gli stomi fogliari la pianta assorbe e rimuove gli inquinanti gassosi e li rende inerti attraverso il suo metabolismo. Gli stomi sono presenti sulla pagina inferiore della foglia e la loro funzione è consentire lo scambio gassoso fra l'interno e l'esterno della pianta. Il processo di neutralizzazione degli inquinanti avviene poi con gli organismi che vivono nella terra e che vivono a contatto con le radici della pianta.
Un albero ben gestito e curato, senza essere distrutto da cattive potature, è una grande centrale di assorbimento degli inquinanti. Eliminando tantissimi alberi in città si provoca invece un effetto fortemente negativo sulla qualità della vita e sulla salute delle persone. Più l'albero è grande e imponente più l'opera di purificazione dell'aria avviene nel migliore dei modi, ecco perchè è indispensabile preservare l'integrità delle alberature storiche cittadine e degli alberi monumentali oltre che la tutela dei parchi e giardini storici, veri polmoni verdi per la lotta all'inquinamento. E' stato calcolato che un albero di 15 metri di altezza può assorbire 10 kg di Anidride Carbonica ogni ora mentre la quantità di ossigeno rilasciata nell'atmosfera è pari a 6 kg al giorno.
L’Ibimet, ovvero l’Istituto di biometeorologia del Cnr di Bologna, ha redatto una classifica degli esemplari arborei capaci di fornire maggiori risultati in aree fortemente inquinate. Anche se tutti gli alberi hanno la capacità di combattere l'inquinamento ci sono delle realtà in cui molte specie arboree collassano di fronte a una situazione particolarmente grave. I sintomi del collasso possono essere seccume, perdita di foglie oltre a crescita stentata e violenti attacchi di malattie fungine e insetti parassiti. Le polveri sottili hanno la capacità di chiudere gli stomi nelle foglie e quindi creare ingenti danni in molte specie arboree sensibili. Secondo gli esperti le specie migliori che possono resistere a un forte inquinamento urbano sono quelle autoctone e della flora locale come frassino maggiore, orniello, biancospino, acero campestre, acero platanoide, acero di monte (acer pseudoplatanus), bagolaro, albero di giuda (Cercis siliquastrum), gelso, ontano nero, carpino bianco, tiglio e olmo. In particolare il bagolaro (Celtis australis) è stato inserire al top degli alberi anti-smog grazie alla sua resistenza alle malattie e a condizioni difficili. Una ricca biodiversità in ambiente urbano, utilizzando alberi autoctoni, rende più efficace la lotta agli agenti inquinanti. Anche gli alberi sempreverdi che mantengono le foglie tutto l'anno possono avere un ruolo importante nell'assorbimento di ingenti quantità di polveri sottili, come ad esempio i pini, i cipressi e il leccio (Quercus ilex).
E' importantissimo saper progettare spazi verdi di qualità con specie arboree e arbustive di pregio e longeve. Deve essere ormai chiaro agli amministratori pubblici che ogni azione negativa contro alberi e arbusti in aree urbane non fa altro che peggiorare le condizioni di salute dei cittadini. Azioni importanti devono essere quelle di inserire alberi nei cortili delle scuole e in aree cittadine particolarmente trafficate in modo da mitigare l'aria. Anche l'utilizzo di terrazzi verdi e verde verticale negli edifici può contribuire a migliorare la qualità del clima urbano. E' infine necessario un immediato cambiamento di rotta nella comunicazione mediatica e nella condivisione di queste fondamentali regole di gestione del territorio, dando sempre maggiore spazio al valore degli alberi.
Pubblicato Mercoledì, 19 Novembre 2014 17:07 | Scritto da Direttivo CONALPA | Visite: 4994
REALIZZARE PIU’ BOSCHI!
LA MIGLIOR PREVENZIONE DEL DISSESTO IDROGEOLOGICO
Gli alberi sono formidabili alleati nella lotta al dissesto idrogeologico - Foto Alberto Colazilli. Archivio Co.N.Al.Pa. 2014.
Cementificazione di versanti, sbancamento di colline, fiumi ingabbiati o trasformati in desolanti paesaggi senza vegetazione, alberi e boschi che vengono eliminati per far spazio a assurde distese di asfalto e cemento… e alla fine ecco il tragico epilogo della povera Italia che frana provocando vittime innocenti e danni per centinaia di milioni di euro! Mentre i veri responsabili svaniscono nel nulla o non vengono processati, dando vita al solito “scarica barile” all’italiana che va a peggiorare ulteriormente la situazione.
A monte di questo scandalo che ha superato ogni limite c’è la malata gestione del territorio che va avanti ormai da trent’anni. Il paesaggio italiano è da sempre estremamente fragile, eppure è stato violentato da nord a sud, senza pietà. Le lobby del cemento, del malaffare e del saccheggio hanno inquinato le Amministrazioni pubbliche; sono pochi a controllare dove si costruisce; in tanti hanno dato, e danno tutt’ora, autorizzazioni per costruire nelle aree più impensate. E’ una “non cultura” tutta italica che è difficilissima da estirpare, come la malerba. L’assalto al paesaggio ha raggiunto ormai dimensioni colossali, si parla in tv e sui giornali di prevenzione ad ogni costo, di opere colossali per riordinare i versanti e le aree geologiche particolarmente pericolose. In tutto questo clamore mediatico che ruba spazio sui giornali e in televisione, purtroppo, in pochissimi hanno parlato di creare nuovi boschi o piantare più alberi nelle zone a rischio idrogeologico preservandole da nuove frane e disastri.
Troppe Amministrazioni vedono negli alberi più una minaccia che una risorsa potente per la tutela del paesaggio. Gli alberi sono pericolosi perché cadono sulle macchine, perché uccidono i passanti dopo i fortunali, perché sporcano, perché diventano ingestibili ecc… L’educazione ambientale all’albero come vero e unico protettore del territorio viene fatta poco e male. Essa, in realtà, dovrebbe essere di fondamentale importanza presso le scuole di ogni ordine e grado. E’ avvilente dover constatare che quasi nessuno conosce la formidabile struttura di un albero, l’importanza del suo possente apparato radicale o della sua chioma maestosa. Non a caso gli alberi vengono chiamati “Colonne del Cielo”, proprio perché hanno la capacità di proteggere la terra dalle alluvioni, dalle tempeste e dai forti temporali. E’ una cultura antica che oggi va riscoperta e divulgata. Gli antichi avevano capito che senza alberi non solo non c’erano i frutti ma anche il territorio veniva portato via dalla furia degli elementi!
Nella lotta al dissesto idrogeologico l’albero è il nostro migliore amico. Piantare assieme specie arboree e specie arbustive, con criterio e professionalità, creando aree boscose su un territorio dissestato, può risolvere innumerevoli problemi. Le chiome degli alberi hanno la capacità di trattenere le intense precipitazioni che poi vengono riconsegnate al terreno sottoforma di gocciolamento continuo e costante, senza dilavamento. E’ indispensabile creare boschi con varietà autoctone capaci di adattarsi alle condizioni geologiche e climatiche del territorio. Più fitta è la copertura boscosa meno potenza avrà l’acqua. Le radici degli alberi e degli arbusti insieme creano col tempo una straordinaria barriera contro le frane e il dissesto; si tratta di un groviglio intricato e impressionante che riesce a mettere in sicurezza il terreno. E’ un gioco di forze tra le radici e le chiome degli alberi. E’ tutta materia vivente che, in continua e costante crescita, si arricchisce ogni anno di nuovo humus. Questo è il “piccolo grande” segreto dei boschi e degli alberi capaci di produrre vita ma anche di preservarla.
Purtroppo per tantissimi Amministratori pubblici questi segreti sono troppo ostici e complicati per essere recepiti a dovere. Vuoi una cronica mancanza di materia grigia nel cervello, vuoi anche una dilagante ignoranza in materia paesaggistica-naturalistica, vuoi anche la solita scusa della mancanza dei soldi. In realtà, la realizzazione di un bosco di piante autoctone ha un costo sicuramente minore rispetto alle faraoniche opere di riconsolidamento dei versanti dove gli alberi vengono snobbati a priori. Un bosco ben fatto è un investimento benefico per il territorio dove si combinano efficacia ed efficienza nella prevenzione di frane e smottamenti.
Se non migliora la cultura nei confronti del paesaggio naturalistico qui in Italia, non possiamo aspettarci grandi risultati nel costante miglioramento del territorio. Bisogna porre un freno immediato alle opere di urbanizzazione selvaggia su tutto il territorio nazionale. E non è solo facendo nuove leggi salva paesaggio che risolviamo il problema! In Italia le leggi della tutela del paesaggio non hanno alcun valore perché nessuno ha voglia di farle rispettare. Perché gli interessi in campo sono troppi! Perché così facendo si va a intaccare quel vorticoso giro di affari che sta dietro ai condoni, agli appartamenti abusivi, alle gestioni disgustose delle città e alla costruzione di nuove strade e autostrade che poi non servono a nulla. Una legge non può funzionare se manca una capillare azione di educazione presso i cittadini, nelle scuole e nelle famiglie. Bisogna migliorare la comunicazione mediatica, parlare più dei problemi del paesaggio che dei teatrini di palazzo ed avere il coraggio di dire come stanno realmente le cose. La gestione intelligente di un territorio, eseguita sotto il segno degli alberi e dei boschi e con un consumo di suolo pari a zero, può salvarci la vita durante un disastro naturale. Finchè non passa questo messaggio l’Italia piangerà altre vittime e sarà devastata da nuove frane e alluvioni.
Pubblicato Giovedì, 22 Agosto 2013 16:04 | Scritto da Direttivo CONALPA | Visite: 9980
Pensando al passato spesso si evocano paesaggi incontaminati, invece oggi si può costatare che l’uomo ha provocato un impatto sull’ambiente riducendone man mano la naturalità in favore dell’agricoltura, del pascolo e degli insediamenti umani, in particolare agendo sulle foreste. Le interferenze tra uomo, ambiente e paesaggio non sono state costanti nel tempo, ma si sono differenziate a seconda dei luoghi, degli usi e delle condizioni socio-economiche incontrate; di conseguenza il paesaggio ha sempre subito mutamenti e trasformazioni. Ogni area del pianeta ha risentito direttamente o indirettamente delle attività antropiche, tanto che secondo gli ultimi dati di Greenpeace e riportati da Bignami (2006), soltanto il 10% delle terre emerse del pianeta oggi è ancora ricoperto da grandi foreste, percentuale che però scenderebbe vertiginosamente se considerassimo solo le foreste “vergini”. Il resto, sempre secondo i dati di Greenpeace, è stato profondamente alterato se non distrutto negli ultimi 80 anni. Stiamo distruggendo le preziose foreste del pianeta ad un ritmo accelerato: si stima che ogni due secondi venga distrutta un'area di foreste grande quanto un campo da calcio. Metà delle foreste perdute negli ultimi diecimila anni sono state distrutte solo durante gli ultimi ottanta e la metà di questa distruzione è avvenuta a partire dagli anni settanta. Le foreste perdute significano specie perdute; il tasso di estinzioni di piante e animali si considera moltiplicato di mille volte rispetto al ritmo precedente alla comparsa dell'uomo sulla Terra. L'Europa ha distrutto quasi del tutto le sue foreste, al punto che solo il 6,4% del totale sono rimaste come erano originariamente e rappresentano solamente il 3% delle attuali foreste del pianeta. In Italia non è rimasto quasi nulla d’intatto, anzi il territorio se non è urbanizzato, è caratterizzato quasi totalmente da formazioni secondarie. Tutti i nostri boschi sono stati in qualche modo manomessi nel tempo, in maniera più o meno evidente, anche quelli ritenuti meglio conservati (fustaie, boschi con alberi vetusti e con legno morto, ecc.), alcuni esempi di essi sono rimasti nella Foresta Umbra (Parco Nazionale del Gargano), nel Bosco della Martese (Parco Nazionale Gran Sasso-Laga), nell’alta valle del Sangro (Parco Nazionale d’Abruzzo) e a Sasso Fratino (Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi). Lentamente, forse un giorno avremo altri boschi con caratteristiche di quelli primari, se la natura verrà lasciata libera di compiere il suo corso.
Spesso l’opinione pubblica non è sufficientemente consapevole e informata sulle fragilità del nostro territorio, sullo stato dell’ambiente, sui processi dinamici naturali; infatti spesso molti luoghi vengono definiti impropriamente come “incontaminati”, “selvaggi” o “immacolati”, anche se invece l’ambiente naturale è alterato rispetto alle condizioni climatogene o a quelle originarie.
Da noi, i primi boschi a scomparire sono stati quelli planiziali e quelli legati all’acqua, seguiti da quelli collinari; però anche quelli di montagna sono stati eliminati o seriamente compromessi. Il paesaggio secondario così ottenuto, successivamente è andato ancora modificandosi nel tempo; fra i tanti casi si possono citare gli alberi camporili (Campetella et. al, 2002) e monumentali che in Italia centrale stanno scomparendo nonostante le leggi esistenti. Altrettanto grave è la scomparsa di molte varietà orto-frutticole antiche che andrebbero invece salvaguardate (anche se in fondo, alloctone), non solo per il vano concetto di storia o di paesaggio, ma soprattutto per evitare una pericolosa erosione genetica, nonché una triste perdita di sapori, tutte conseguenze dell’industrializzazione dell’agricoltura (Denaeyer, 1997) e delle moderne pratiche intensive.
Per questo, quando si parla di tutela del paesaggio storico-culturale si esprime un concetto a mio avviso vuoto e relativo, perché essendo cambiato nel corso delle varie epoche storiche, esso è indefinito e indefinibile a causa della sua mutevolezza. A dimostrazione di quanto detto, prendiamo ad esempio i cambiamenti avvenuti nella costa adriatica, che Gabriele D’Annunzio definiva nella sua poesia “Ipastori” come: “Adriatico selvaggio, che verde è come i pascoli dei monti.”, vediamo invece che oggi essa è grigia e conurbata da nord a sud. Altro esempio è quello del paesaggio di Camerino (Alto Maceratese), il cui scenario attuale è ancora piacevolmente estetico, caratterizzato da colture estensive a cereali, eppure fino a trenta anni fa era diverso per la forte la presenza della vite (Vitis sp.) maritata ad aceri (Acer campestre) od olmi (Ulmus minor), come si può notare dalle fotografie riportate da Pedrotti (2009). Anche delle scotanare, piantagioni di Cotinus coggygria per la produzione di tannini, in passato molto diffuse nel camerinese (Reali, 1869; Venanzoni, 1985), oggi restano soltanto tracce fra i cedui degradati di roverella (Quercus pubescens). Seguendo questa linea a ritroso, possiamo definire con certezza che andando sempre più indietro nel tempo, il paesaggio era maggiormente caratterizzato dal bosco, difatti già nell’800 molti scienziati e artisti del mondo si preoccupavano della distruzione ambientale e paesaggistica dovuta all’eccessivo taglio di alberi, anche di grandi dimensioni, che stavano logorando l’ambiente e il paesaggio (come Reali, 1871-1876), tanto che Marchesoni (1954) definiva “miserevole” lo stato dei boschi di Camerino.
Tutti questi paesaggi succedutisi nel tempo, sempre nel medesimo punto geografico, sono da considerarsi paesaggi storici o culturali, da quello storicamente più antico di wilderness sino a quello agrario, che pure è cambiato nel tempo rendendosi più indeterminabile; quindi come si può preferire un paesaggio piuttosto che un altro?
Il ritorno del bosco, essendo in fondo un processo reversibile ed ostacolabile, non è né invasivo né da temere ed evitare, ma al contrario è l’ineluttabile segno dei tempi moderni, la paziente e lenta riconquista degli spazi sottratti dall’uomo che, una volta abbandonati per vari motivi, vengono per forza di cose riconquistati dalla natura e portati pian piano tramite le successioni secondarie al massimo grado di naturalità (concetto oggettivo). D’altronde le specie caratteristiche degli stadi secondari sono arrivate a occupare quei posti solo perché il bosco naturale è stato fatto scomparire, alle volte sono persino specie arrivate da lontano per mezzo degli animali domestici o dell’uomo, di conseguenza sono condannate lentamente a lasciare il passo ad altre formazioni e poi al bosco, se ne è possibile il ritorno. Le aree protette devono tutelare la natura, quindi dovrebbero garantire la massima naturalità dei luoghi (Raimondo, 2005); ciò sta a significare il climax in senso lato, quindi normalmente in Italia equivale a tutelare il bosco. Ciò non vuol dire che nel contempo non possano essere individuate e destinate altre aree orientate alla conservazione delle diverse formazioni secondarie, ricche in altre specie. Ad ogni modo bisognerebbe lasciar tornare il bosco al più possibile, visto che il nostro territorio è dominato soprattutto da formazioni secondarie, garantendo altresì una salvaguardia integrale, ove il bosco possa maturare a fondo, sviluppandosi fino allo stadio della fluttuazione e assicurando così il ciclo del legno, essenziale per l’ambiente, in modo da non rimanere sempre costretto ad un diffuso cespuglieto. Solo così potremo riavvicinarci un dì a quegli ambienti e paesaggi propriamente definiti come selvatici, naturali, etc., di cui sentiamo forte la mancanza e il bisogno.
Attualmente la superficie boscata in Italia è in aumento, ma parallelamente è in fortissimo aumento anche il ricorso al taglio che ne inibisce una degna maturazione, basta vedere i boschi dell’Appennino, che spesso non fanno neanche in tempo a rigenerarsi che già vengono tagliati e costretti a macchia, anche nelle aree protette o nel demanio. Quando un bosco viene tagliato, manomesso o ripulito, perde la sua essenza di sistema naturale, venendo trasformato e ridotto a una sorta di coltivazione per il legname, seppure semiselvatica. Molto spesso le coltivazioni arboree anche di tipo intensivo e monospecifico, vengono confuse con i boschi che però non sono solo dei semplici insiemi di alberi, ma un complesso sistema di interazioni tra specie e ambiente.
I boschi più delicati continuano a diminuire, come quelli igrofili, planiziali e talvolta anche quelli collinari. La stessa cosa vale per altre formazioni primarie come quelle acquatiche (di acqua dolce o salata), per quelle costiere e dunali, che sono quasi completamente scomparse in Italia.
Numerosi sono i motivi per la salvaguardia della diversità biologica e del funzionamento degli ecosistemi, bisognerebbe però divenire più consapevoli del valore della massima naturalità e del fatto che i boschi non vanno per forza ripuliti, che i boschi manomessi sono quelli più soggetti a danni ecologici (come la desertificazione, l’erosione, le valanghe, gli incendi, etc.) e che l’aspetto non molto curato dei cedui abbandonati non deve essere considerato come segno di degrado ma anzi di una certa ritrovata naturalità, riscontrandovi alcuni caratteri delle foreste primarie, come rami rotti, legno in disfacimento, alberi seccati in piedi, etc. (Pedrotti, 1993); anche per tali motivi il problema forestale va emancipato dal solo problema agronomico, perché molto più complesso e articolato.
Se non sussistono interessi economici incombenti, le aree sono destinate inevitabilmente e fortunatamente a rinaturalizzarsi a seguito dell’abbandono. In tal caso sovente restano tracce indelebili del passato (muretti, terrazzamenti, resti di case, etc.), tanto che lo scrittore e geografo trentino Aldo Gorfer, nel suo libro I segni della storia parlava di “paesaggi fossili” (Gorfer, 1982); inoltre anche gli ambienti riconquistati dal bosco costituiscono testimonianza storica, dei mutamenti avvenuti nelle condizioni socio-economiche.
La biodiversità si manifesta più esattamente nei sistemi forestali che non in quelli agrari (Gellini et al., 1992), non possiamo pertanto pretendere di proteggere e congelare tutto l’attuale territorio con formazioni secondarie a discapito del bosco, soprattutto se ci basiamo su criteri troppo soggettivi, rischiando di fare solo del giardinaggio diffuso, forzando ulteriormente i ritmi della natura. Non possiamo agire verso le formazioni secondarie solo per un senso di affezione o perché le riteniamo esteticamente più valide o a causa della vistosità delle fioriture o perché attribuiamo loro dei ricordi e un senso storico-culturale; che sono certamente valori aggiunti ma non essenziali.
Per quanto possibile, quindi, si possono conservare aree secondarie ben definite e limitate, così da garantire una certa discontinuità ambientale, evitando contemporaneamente la scomparsa di alcune specie tipiche e alle volte rare o appariscenti. Questa operazione deve però essere parallela e non precludere la riformazione del bosco che, se alle volte può ospitare meno specie, è sicuramente una formazione più naturale e quindi con un valore ecologico più elevato; per il resto si può cercare di inibire il ritorno del bosco in alcune aree, garantendo così le diverse fasi secondarie (praterie, brughiere, macchie, pre-bosco, etc.), ma solo su superfici molto limitate e accuratamente selezionate. Se al contrario, venissero privilegiate le formazioni secondarie come i prati, rischieremo in un tempo forse non troppo lontano, di trovarci erroneamente a proteggere oltre che le archeofite infestanti dei campi di grano, anche le neofite come le formazioni ad ailanto (Ailanthus altissima) e robinia (Robinia pseudoacacia), che possono trovare un certo ruolo all’interno di paesaggi fortemente antropizzati, ma che fuori da tali contesti andrebbero combattute perché invasive e dannose.
Per quanto riguarda le coniferaie, queste piantagioni composte da specie non invasive sono state effettuate per frenare l’erosione e favorire la successione secondaria, cioè la rinaturalizzazione di aree degradate a causa di un dissennato e pressante uso del suolo. Se questi rimboschimenti sono stati ben effettuati e ben gestiti (cioè non hanno subìto tagli, ripulimenti, incendi, etc.), sull’Appennino stanno funzionando bene; per tale motivo, non possiamo promuovere campagne per la loro eradicazione, anche perché risulterebbero grandi danni e lacune per i monti. Bisogna aspettare che pian piano queste formazioni volgano verso stadi più naturali; si possono sperimentare tagli diradativi che però non hanno una funzione peculiare, dato che questi alberi vengono fatti schiantare a terra con facilità da eventi naturali, come neve, vento e ungulati, che le preferiscono per sfregarcisi contro, consumandone la corteccia alla base e provocandone la morte. Inoltre non dobbiamo credere che i nostri monti e i nostri ecosistemi siano così estranei alle conifere; certamente alcune specie utilizzate a volte sono esotiche, ma d’altra parte queste potrebbero essere delle aree destinate ad una tutela ex-situ di specie minacciate, quali ad esempio Abies nebrodensis, Cedrus libani e C. atlantica, inoltre altre piantumazioni si potrebbero considerare come risarcimento a seguito della distruzione o riduzione dei popolamenti originari di tali specie.
Come per le formazioni secondarie, anche queste coniferaie possono entrare in quel circuito di aree per concorrere ad una discontinuità ecosistemica e paesaggistica, contribuendo ad impreziosire esteticamente il paesaggio ed ecologicamente gli ecosistemi, senza considerare che, anche per esse, si potrebbe ormai parlare di utilità, peculiarità storico-culturali e bellezza.
Nel mondo nulla rimane per sempre com’è, il paesaggio naturale non è statico e a maggior ragione il paesaggio antropico, che è ancor più dinamico perché soggetto ai cambiamenti socio-economici in atto, anche se i nuovi paesaggi possono risentire dei vecchi. Si dovrebbe tutelare il paesaggio e le formazioni vegetali che lo caratterizzano da una ulteriore perdita di naturalità, senza pretendere di congelarlo, impedendo cioè che esso aumenti in naturalità secondo i passi obbligati dalle dinamiche naturali, quando non sussistono più le condizioni per continuare a sfruttare economicamente quei luoghi. È improponibile e oneroso per la collettività tutelare e cristallizzare paesaggi non naturali, perché antistorico (Pedrotti, 2008), dispendioso e illusorio, mentre le aree destinate a rimanere in condizioni naturali vanno portate al livello di massimo ordine ambientale (Pignatti, 1994), ossia di naturalità. Ne discende che bisognerebbe proteggere basandosi su criteri oggettivi, quindi l’ideale sarebbe preferire la massima naturalità, e parallelamente tutelare superfici limitate a vegetazione secondaria. Il risultato sarebbe pertanto un mosaico di aree a dominanza boschiva con stadi secondari, che possono essere usati anche a scopo produttivo.
Al di la del dibattito bosco - paesaggio culturale, molto grave rimane il problema dell’urbanizzazione del territorio. Prima di preoccuparci per il ritorno del bosco, si dovrebbe pertanto agire evitando la prepotente e dilagante antropizzazione del panorama che divora il verde e i migliori campi coltivabili, distruggendo paesaggi naturali, storico-culturali e produttivi, solo per creare abitati e periferie anonime, gabbie di cemento e asfalto non a misura d’uomo, dopodiché non resterebbe più nulla da godere e da proteggere. Non è possibile evitare l’inesorabile ed auspicabile aumento di naturalità dovuto alle mutate condizioni socio-economiche attuali che hanno portato all’abbandono dei campi, dei monti e dei paesi. Tutti gli scienziati dovrebbero anzi concentrare le loro forze per evitare che l’urbanizzazione e l’inquinamento non corrompano ulteriormente ed irreversibilmente il paesaggio, la natura e la salute pubblica; dunque, in confronto a queste problematiche, lo comprendiamo da soli, il resto del dibattito rimane una questione secondaria.
Bignami L., 2006 – Lo sterminio delle foreste, solo una su 10 è rimasta intatta. La Repubblica, Roma - 21 marzo: 33.
Campetella G., Canullo R., Angelini G., 2002 – Lo stato delle querce camporili in un territorio del bacino del fiume Chienti (Macerata). Monti e Boschi, 5: 4-11.
Denaeyer S., 1997 – Biodiversité d’hier et aujourd’hui (quelques réflexions sur l’arboriculture fruitière). In: Cristea V. (ed.), L’espace rural: approche pluridisciplinaire. Risoprint, Cluj-Napoca: 48-58.
Gellini R., Pedrotti F., Paoletti E., 1992 – La Biodiversità nei sistemi agrari e forestali. Estratto da Atti del Convegno “La conservazione della biodiversità in situ: il caso Italia” (Rio Marina – Isola d’Elba, 6-7 Giugno). In: Pedrotti F., 2004 - Scritti sulla tutela delle risorse vegetali. Temi ed. Trento: 352-357.
Gorfer A., 1982 – I segni della storia. Saturnia ed., Trento.
Marchesoni V., 1954 – Cause del disboscamento degli Appennini. Boll. Soc. Eustachiana, 45 (4): 139-145.
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Pedrotti F., 2009 – L’Orto botanico “Carmela Cortini” dell’Università di Camerino. Temi ed., Trento.
Pignatti S., 1994 – Ecologia del paesaggio. UTET, Torino.
Raimondo F.M., 2005 – Aree protette e conservazione della vegetazione. In: Piva G., I Parchi nel terzo millennio. Alberto Perdisa ed., Ozzano Emilia: 115-134.
Reali A., 1869 – Memoria sullo scotano. Bollettino Comizio Agrario Camerinese, II(6):61-68.
Reali A., 1871-1876 – Gli alberi e gli arbusti del Circondario e dell’Appennino camerte. Tip. Borgarelli, Camerino.
Venanzoni R., 1985 – La végétation des “scotanare” dans les environs de Camerino. Colloques Pytosociologiques, XII: 391-399.
Pubblicato Sabato, 17 Agosto 2013 16:27 | Scritto da Direttivo CONALPA | Visite: 10312
Il Paesaggio bioenergetico.
Per alcuni parlare di energia degli alberi potrebbe sembrare una perdita di tempo, alla ricerca di qualcosa di fantascientifico o di fantasioso che non ha alcun fondamento scientifico. In realtà, tali energie misteriose e benefiche esistono e sfuggono alla nostra razionale comprensione! Tutto nasce in quella sottile fascia del nostro pianeta chiamata Biosfera, in cui è presente e si sviluppa la vita grazie a una enorme quantità di fenomeni chimici, fisici ed elettromagnetici che creano appunto gli ecosistemi e il sostegno di ogni essere vivente. Uomo, animali e piante sono creature assolutamente sensibili ai fenomeni che si innescano nella Biosfera e ognuno di essi produce campi elettromagnetici, molto deboli ma che non sono nocivi come quelli prodotti da fonti artificiali. L'argomento è ampiamente dibattuto e sono molte le pubblicazioni e gli studi in merito. Secondo le teorie del paesaggio bioenergetico i campi elettromagnetici di origine naturale sono capaci di produrre "luoghi bioenergetici" che possono influire positivamente non solo sulla psiche ma anche sugli organi del corpo umano. L'acqua è tra gli elementi bioenergetici per eccellenza non solo come generatrice di vita ma anche perchè il suo movimento produce energie benefiche in stretta correlazione con alberi e paesaggio circostante.
Nello studio e progettazione del "paesaggio bioenergetico" ha una grande importanza il recupero della "qualità energetica della Biosfera". Le centrali elettromagnetiche artificiali sono tra le prime cause di stress psico-fisico e possono modificare in negativo l'ambiente naturale. Lo stesso degrado paesaggistico della Biosfera, con abbattimento di alberi, distruzione di corsi d'acqua, laghi ecc... produce un ulteriore, grave degrado delle energie prodotte dalla Terra. Il restauro energetico della Biosfera consiste appunto nel ridurre le emissioni elettromagnetiche artificiali e nel restauro dell'ambiente, con il recupero di aree degradate e con la realizzazione di una grande quantità di aree verdi, attraverso parchi, giardini, filari alberati, arricchiti dalla presenza di acque in movimento, torrenti o laghi, oltre alla costruzione di case e edifici che siano in sintonia con la natura. Le teorie del paesaggio bioenenergetico dicono che gli alberi possono modificare favorevolmente la qualità energetica della Biosfera attraverso la correlazione dei propri campi magnetici. E' stato visto come la presenza di verde, anche all'interno di uffici, centri commerciali, abitazioni o luoghi con forte concentrazione di stress e inquinamento, portano a un miglioramento della qualità del clima, a un incremento della qualità lavorativa e a un miglioramento della vita di tutti i giorni. Immaginiamo quante malattie psicofisiche si potrebbero curare gratuitamente attraverso la progettazione di un paesaggio bioenergetico. Immaginiamo quanti soldi si risparmierebbero a livello di sanità pubblica. E un netto incremento della qualità della vita andrebbe a influire positivamente sull'economia e sulla crescita della società.
La storia dell'uomo ci ha sempre dato testimonianza di luoghi fortemente bioenergetici, veri e propri santuari dove gli alberi sono protagonisti assieme ad altri elementi come l'acqua e le rocce. C'è sempre stato il mito dell'"albero curativo", il mitico "albero della vita" che veniva identificato in monumentali esemplari arborei adorati e resi sacri dalle religioni nordiche, dagli stessi romani con i lucus e i boschi sacri e dagli stessi indiani d'America. Infine, la stessa correlazione tra grandi alberi, boschi e fonti sacre era vista come generatrice di energie della Terra definite altamente curative o miracolose e tutelate ai massimi livelli.
Nel Paesaggio bioenergetico e nella progettazione dei cosiddetti "parchi bioenergetici" si va proprio a riscoprire questo misterioso sistema di energie curative, sfruttando proprio le potenzialità energetiche della Biosfera. Questo nuovo tipo di paesaggio guarda alla "comunicazione attraverso le piante", studiando stimolazioni multisensiorali e scorci paesaggistici che possano produrre effetti emozionali positivi per lo spirito e il corpo. In Italia sono stati progettati diversi parchi bioenergetici. I più famosi sono il Parco storico Seghetti Panichi (AP) e il giardino storico del Castello di Quistini a Rovato (BS).
E' un dato di fatto che la cosiddetta "malattia" altro non è che una reazione del nostro corpo alla negatività dell'ambiente in cui viviamo! Al contrario, stimoli positivi ci aiutano a guarire. Gli alberi, nella loro immensa pazienza e saggezza, ci insegnano anche questo, ogni giorno.
Siti di riferimento per approfondire l'argomento:
http://seghettipanichi.it/it/il-parco/
http://www.castelloquistini.com/giardini/
Pubblicato Lunedì, 12 Agosto 2013 11:20 | Scritto da Direttivo CONALPA | Visite: 21440
Foreste e alberi per curare stress e depressione
Siamo ospiti su questa terra e purtroppo non lo vogliamo proprio capire! Noi umani siamo presi, come al solito, da una continua e crescente sete di onnipotenza che ci porta a conquistare, distruggere, dominare. E non siamo più capaci di comprendere quando la Madre Terra sia l’eden per curare le nostre turbe mentali, i nostri malesseri interiori, per farci vivere al meglio. Non ci può essere una civiltà dell'ambiente se non c'è una civiltà degli alberi: una frase emblematica, dal valore inestimabile. E non ci può essere pace interiore senza contemplazione della Bellezza, quella pura, non corrotta, che deriva dai santuari della Natura. Non si tratta di semplici congetture o di meri pensieri filosofici: sono il risultato di studi attenti e dettagliati eseguiti in molte grandi città del mondo e in molte importanti nazioni soprattutto anglosassoni, dove si è compreso il potere curativo della Natura.
Non tutti capiscono che il nostro corpo è un formidabile centro di energie, positive o negative, che si modifica, si ritrae o si espande in base a influenze o fattori esterni derivanti principalmente dall’ambiente in cui viviamo. Ogni elemento naturale (albero, fiume, cascata, montagna ecc...) è in stretta correlazione energetica con il nostro Essere. La distruzione dell'ambiente incrementa in maniera esponenziale le energie negative. Come un cancro, la negatività sprigionata dalla Natura violentata, corrode corpo e mente, portandoci a situazioni di stress psicofisici terribili!
Lo splendido connubio tra arte, poesia, filosofia e natura è generato inevitabilmente dalla contemplazione delle foreste e degli alberi sacri. E' stato fatto un accurato studio sull'impatto, a lungo termine, della cementificazione del paesaggio sull'evoluzione psicologica e mentale dei bambini e si è notato che quelli che vivono in ambienti ricchi di foreste, giardini e alberature sono molto più vivaci e pieni di vita rispetto a quelli che sono costretti a vivere in ambienti colpiti dal degrado ambientale e paesaggistico. L'abbattimento di alberi ha un effetto deprimente sia sui bambini che sugli adulti sensibili, provocando stati di solitudine, depressione, mancanza di certezze, vuoto interiore, nevrosi e psicosi. Al contrario piantare alberi sviluppa la gioia di vivere, proprio perchè con questo gesto si insegna il rispetto della vita e la rinascita della Madre Terra. Chi vive tra gli alberi vive più a lungo e sorride molto, molto di più!
Aumentare il verde nelle città non ha solo un impatto anti-inquinamento ma sviluppa ai massimi livelli la qualità della vita dei cittadini, che va intesa come benessere generale del corpo e dello spirito. Intorno ai grandi alberi fioriscono da sempre poeti, artisti, cenacoli culturali, rievocazioni storiche, nascono figure leggendarie, personaggi storici di rilievo. Inutile confermare totalmente che gli alberi sono straordinarie creature capaci di captare ed assorbire le energie negative e rilasciare in continuazione una quantità impressionante di energia positiva per la sopravvivenza del genere umano!
Abbracciare un albero fa bene all'anima ed è un gesto bellissimo che ognuno di noi dovrebbe fare più volte al giorno. E' meditazione pura, è una pratica trascendentale di unificazione tra il nostro spirito umano, che è di per se luce, con lo spirito positivo del grande albero. Sconfiggere l'infelicità in un bosco è possibile. Gli alberi, con la loro energia, ci avvolgono, ci abbracciano, ci elevano quasi in una dimensione ultraterrena e misteriosa che ci sentiamo immortali. La disperazione viene cancellata progressivamente da una purificazione interiore. La negatività viene assorbita da tutto ciò che è natura, lasciando spazio a un'energia positiva grandiosa nel nostro corpo. Dal bosco si torna sempre cambiati, in meglio! Ecco perchè è importantissimo dare più risalto possibile ai grandi alberi e alle foreste, soprattutto educando i bambini delle scuole al rispetto di queste creature, cercare di farli vivere a contatto con essi. Perchè gli alberi sono come dei giganti, silenziosi, ma grandi amici che sanno, che vogliono comunicare con noi in ogni momento ed hanno i mezzi per farlo con le loro foglie, i loro fiori, la loro immanenza.
Ma forse noi umani siamo diventati troppo ciechi e sordi per capire quale sia il vero e unico linguaggio degli alberi. Una comunicazione tra l'Essere e le Colonne del Cielo va stimolata, educata, giorno per giorno. La potente terapia curativa dell'albero sulle malattie mentali e sulle psicosi, per alcuni può sembrare banalità, ma per tantissima gente è diventata una ragion di vita. E' stato osservato che persone affette da manie di suicidio o da scariche di violenza, una volta inserite in ameni contesti forestali, a contatto con grandi alberi e il concerto degli uccelli, hanno diminuito progressivamente il loro disagio psicologico. Si tratta comunque di un percorso a lungo termine che va seguito e strutturato al meglio. E’ una svolta importante nella cura delle malattie dell'anima che, come sappiamo, hanno la loro origine nella durissima vita delle città, gabbie di cemento, inquinamento e discordia per gli uomini. L'infelicità è una "malattia" legata alla ormai disturbata comunicazione tra gli umani. In un bosco ci si sente partecipi di tutto, assolutamente in compagnia, avvolti da un'energia misteriosa e positiva. In città o al centro commerciale ci si guarda in giro e siamo tutti estranei, in un crescendo di indifferenza e solitudine ai massimi livelli! Il Creato arricchisce la nostra anima e ci fa riscoprire anche la bellezza dei rapporti umani, la gentilezza, la dolcezza e l'amicizia.
Ricordiamoci che noi esseri umani siamo parte integrante dell'ecosistema terrestre e tornare alla vita naturale è per noi un fondamentale ritorno alle origini. Dunque è sacrosanto proteggere gli alberi, non solo per le loro valenze scientifiche ma anche per il loro valore storico-filosofico. Nel mondo contemporaneo gli alberi stanno subendo un assalto in grande stile e sono veramente numerosi gli abbattimenti, tutto a scapito di un perverso modo di gestire le città e il paesaggio. Gli alberi sono diventati oggetti, per moltissime Amministrazioni Comunali sorde e cieche; in tantissime situazioni vengono abbattuti con ferocia e al loro posto vengono costruiti condomini, palazzi, villette a schiera, centri commerciali.
Ma ciò che fa tanto male agli alberi e le foreste è proprio la discordia e la negatività che serpeggia sovrana nella razza degli uomini. Una inimicizia senza fine che a volte serpeggia tra gli stessi ambientalisti ed ecologisti, tra coloro che dovrebbero difendere gli alberi, in una costante e crescente apoteosi della vigliaccheria quando si tratta di scendere in campo per proteggere filari storici o grandi alberi dalle motoseghe o dalle ruspe. Tantissimi si nascondono dietro le pagine dei social network a dire di essere difensori della Natura, poi incapaci però di salire sulle barricate e affrontare faccia a faccia quel buco nero che si chiama "ignoranza" che è proprio personificata dagli uomini in motosega, quasi onnipotenti nella loro barbarie, con i loro ghigni e le loro battute deprimenti, guidati da poteri occulti ed estremamente negativi dove domina l'odore del denaro. E addirittura ci sono coloro che utilizzano gli alberi e le foreste per il proprio tornaconto, per la propria immagine, senza alcun interesse a farsi portatori di una lotta seria contro il degrado e la pestilenza del cemento. Troppi, tanti, gli uomini che si ergono a "star" dell'ambientalismo ma solo per puro guadagno personale, per finire in tv o sui giornali o per prendere qualche voto alle elezioni politiche. Se alla fine vince sempre il cemento è perché gli ecologisti diventano rissosi, affilano i coltelli e non sono capaci di unificarsi sotto un’unica bandiera! E dare spazio e voce a gente incompetente o addirittura priva di sensibilità porta a durissime sconfitte di fronte alle lobby speculative, con gravi danni per il territorio.
Finchè non cambia la “cultura” di milioni di cittadini nei confronti degli alberi, non c’è speranza per la loro salvezza. Finchè si continua a vedere l’albero come qualcosa che “sporca” o attira insetti che pungono, non c’è fronte ecologista che tenga! E’ inutile continuare a fare conferenze, scrivere libri, fare battaglie ambientaliste se non si va a rieducare, o meglio, a ricostruire totalmente i cervelli delle persone! Colpire e distruggere i grandi alberi e i santuari naturali porta l’uomo alla distruzione prima interiore e poi fisica. Siamo solo piccoli ospiti su questo pianeta e se vengono a morire gli alberi, per l'uomo ci sarà un solo sconcertante finale: il cannibalismo e il suicidio.
Pubblicato Martedì, 11 Giugno 2013 00:07 | Scritto da Direttivo CONALPA | Visite: 109037
L’ALBERO MONUMENTALE.
UN BENE STORICO, CULTURALE E NATURALISTICO DA PROTEGGERE
Cedrus libani monumentale nel Giardino Inglese della Reggia di Caserta - Foto di Alberto Colazilli
L’albero monumentale è un tesoro dal valore inestimabile che custodisce secoli e secoli di memorie, leggende e avvenimenti storici. Esso un bene storico-culturale a tutti gli effetti, vero e proprio monumento naturale, che deve essere tutelato e protetto dalla stupidità e dall'ignoranza di moltissime amministrazioni poco sensibili alla bellezza. L’albero monumentale è giunto tale fino a noi perchè inserito in un contesto ambientale dove il disturbo dell'uomo è sempre stata minimo o perchè lo stesso esemplare è stato oggetto di venerazione e sacralità presso le popolazioni locali. Maestosità, longevità, rarità botanica, sacralità sono le caratteristiche principali per far si che un albero possa definirsi monumentale. Grande importanza ha il valore ambientale di questi grandi alberi: i patriarchi verdi diventano dei veri e propri ecosistemi che donano biodiversità e salute all'ambiente circostante. Sono patria di insetti, uccelli, mammiferi, funghi. I boschi monumentali, inoltre, sono estremamente importanti anche nella lotta alla CO2.
La presenza di un albero monumentale è il simbolo di un pluricentenario connubio uomo-albero, un rapporto di rispetto, di memorie, ricordi, avvenimenti. Tali esseri viventi sono le cattedrali del bosco e dei grandi giardini storici. Sono custodi di una sacralità universale. Sono i nostri profeti taciturni, immobili ma così straordinariamente amichevoli, di fronte ad essi non ci si sente mai soli, ci si trova in luoghi di pregheria, meditazione e contemplazione. Abbattere alberi monumentali è sacrilegio contro la cultura, la storia e l'arte della Nazione. Intorno a questi esseri viventi straordinari nasce la vita, c'è un fiorire di personaggi illustri, di attività artistiche, di poesia e letteratura.
E’ intenzione del Coordinamento Nazionale per gli Alberi e il Paesaggio Onlus promuovere sempre di più quella “cultura dell’albero” che è poi alla base della cultura dell’ambiente, generatrice di civiltà e qualità della vita. Co.N.Al.Pa. Onlus è nata come associazione per tutelare i grandi alberi, i giardini storici e le foreste, ovvero il futuro del genere umano, e sono state numerose le iniziative a favore di essi. I patriarchi verdi sono una ricchezza eccezionale che può smuovere un turismo particolare di “cercatori di alberi”, desiderosi di entrare in contatto con queste nobili creature, sviluppando così itinerari naturalistici e culturali con visite guidate, circolazione di denaro, posti di lavoro. Ricordiamoci che un albero monumentale è anche creatura divina, mitica colonna del cielo in cui si generano sorprendenti energie positive che riescono a curare l'anima e il corpo.
Ulivo monumentale di Roseto (TE) - Foto di Alberto Colazilli
Pinus halepensis monumentale a Teramo - Foto di Alberto Colazilli
Legislazione gli alberi monumentali
In Italia le leggi che tutelano gli alberi monumentali sono le seguenti:
D.Lgs. 26 marzo 2008, n. 63 nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, Capo II, Art. 136 viene fatta un’importante modifica e si legge che sono soggetti a tutela: “le cose immobili che hanno cospicui caratteri di bellezza naturale, singolarità geologica o memoria storica, ivi compresi gli alberi monumentali”.
Legge n.10 del 14 gennaio 2013 dove c'è un'ulteriore svolta nella tutela degli alberi monumentali. Come recita l'articolo 7 della suddetta legge in cui si delinea la definizione di "Albero Monumentale", si obbliga le Regioni a redigere degli elenchi per la tutela degli alberi monumentali e si specificano anche le pene per chi li danneggia o li abbatte.
Decreto 23 ottobre 2014 “Istituzione dell’elenco degli alberi monumentali d’Italia e principi e criteri direttivi per il loro censimento”. Questo decreto appunto va a completare la Legge 10 esponendo i “criteri di monumentalità” per riconoscere gli alberi monumentali e tutta la procedura per la loro segnalazione e catalogazione.
Definizione di "Albero Monumentale"
La legge 14 gennaio 2013, n.10, nell’art.7 spiega la definizione di “Albero monumentale” articolandola attraverso i seguenti punti:
- Albero ad alto fusto isolato o facente parte di formazioni boschive naturali o artificiali che possano essere considerati come rari esempi di maestosità e longevità, per età e dimensioni, o di particolare pregio naturalistico, per rarità botanica e peculiarità della specie, ovvero che rechino un preciso riferimento ad eventi o memorie rilevanti dal punto di vista storico, culturale, documentario o delle tradizioni locali.
Criteri di Monumentaltà
L’ Art.5 del Decreto 23 ottobre 2014 spiega nei dettagli i criteri di attribuzioni di monumentalità per riconoscere e selezionare eventuali alberi di pregio:
- I filari e le alberate di particolare pregio paesaggistico, monumentale, storico e culturale, ivi compresi quelli inseriti nei centri urbani;
- Gli alberi ad alto fusto inseriti in particolari complessi architettonici di importanza storica e culturale, quali ad esempio monasteri, chiese, orti botanici e residenze storiche private;
Vengono considerati gli esemplari appartenenti sia le specie autoctone che quelle alloctone.
- Valore ecologico riferito alle presenze faunistiche che si insediano su un albero monumentale, con riferimento anche alla rarità delle specie coinvolte e al loro pericolo di estinzione ed al particolare habitat che ne garantisce l’esistenza.
- Pregio naturalistico legato alla rarità botanica che è riferito alla rarità assoluta o relativa e si considerano anche le specie estranee all’area geografica di riferimento, quindi esotiche, e alle specie che, seppur coerenti in termini di areale di distribuzione, sono poco rappresentate numericamente.
-Pregio paesaggistico che considera l’albero come elemento distintivo, punto di riferimento, motivo di toponomastica ed elemento di continuità storica di un luogo.
-Pregio storico-culturale-religioso, legato alla componente antropologico-culturale, intesa come senso di appartenenza e riconoscibilità dei luoghi da parte della comunità locale, come valore testimoniale di una cultura, della memoria collettiva, delle tradizioni, degli usi e costumi. Inoltre esemplari legati a eventi di storia locale e a tradizioni, leggende, riferimenti religiosi ecc…
Cedro monumentale nel Giardino Inglese della Reggia di Caserta - Foto di Alberto Colazilli
Pinus halepensis monumentale a Pianella (PE) - Foto di Alberto Colazilli
La tutela dell'albero monumentale
Gli alberi monumentali vanno tutelati con specializzazioni valide, istituendo delle commissioni speciali di esperti che si dedicano alla loro cura dal punto di vista della salute, alla valorizzazione del contesto in cui si trovano, allo studio storico-naturalistico.
I cambiamenti climatici, l’inquinamento e l’eccessiva antropizzazione del territorio con il dilagante consumo di suolo rischiano di portare alla scomparsa dei patriarchi monumentali, destinati a morire per colpa di malattie o attacchi di parassiti micidiali.
Bisogna prevedere monitoraggio, cura e valorizzazione degli esemplari con interventi minimi di potatura, tutelando in maniera attenta e decisa anche il territorio intorno ad essi, le condizioni pedologiche, la salubrità del sito.
La tutela degli alberi monumentali non può essere gestita da personale inesperto ed è necessaria una perfetta collaborazione tra tutte le principali figure professionali che si dedicano alla tutela e valorizzazione dei beni culturali, naturalistici e paesaggistici, in particolar modo:
i dottori forestali,
I dottori agronomi,
i paesaggisti,
i botanici,
gli storici del paesaggio,
gli storici dell’arte esperti in beni culturali e paesaggistici,
intervenendo con una costante tutela e valorizzazione dal punto di vista agronomico, paesaggistico, storico e culturale.
Per quanto riguarda gli interventi di manutenzione e potatura degli esemplari arborei di pregio, soprattutto in contesti urbani, è fondamentale che le Amministrazioni pubbliche o gli Enti preposti alla tutela, si impegnino a organizzare corsi di formazione altamente qualificati per formare il personale addetto.
Tale regolamento di gestione del verde è specificato nella Legge n. 10 del 2013 nell’art. 6 comma g) in cui si obbliga comuni, province e regioni “Alla creazione di percorsi formativi per il personale addetto alla manutenzione del verde, anche in collaborazione con le università, e alla sensibilizzazione della cittadinanza alla cultura del verde attraverso i canali di comunicazione e di informazione.”
Come specificato nell’art.9 “Tutela e salvaguardia” del Decreto 23 ottobre 2014, “ l’abbattimento e le modifiche della chioma e dell’apparato radicale sono realizzabili, dietro specifica autorizzazione comunale, solo per casi motivati e improcrastinabili per i quali è accertata l’impossibilità di adottare soluzioni alternative, previo parere vincolante del Corpo Forestale dello Stato, che si può avvalere della consulenza dei Servizi fitosanitari regionali. I comuni provvedono a comunicare alla regione gli atti autorizzativi emanati per l’abbattimento o modifica degli esemplari.”
Se l’albero monumentale invece è un pericolo imminente per la pubblica incolumità e sicurezza urbana, “l’Amministrazione comunale provvede tempestivamente agli interventi necessari a prevenire ed eliminare il pericolo, dandone immediata comunicazione al Corpo Forestale dello Stato, e predispone, ad intervento, conclusivo, una relazione tecnica descrittiva della situazione e delle motivazioni che hanno determinato l’intervento.”
Quercus pubescens pluricentenaria a Barete (AQ) - Foto di Alberto Colazilli
La cura di un albero monumentale
L'albero monumentale è un complesso ecosistema in totale equilibrio dinamico con l'ambiente che lo circonda. Ogni alterazione di questo equilibrio può provocare situazioni inaspettate dove intervengono fattori importanti come temperatura, umidità, vento, disturbo antropico ecc...
Le principali problematiche e malattie che colpiscono gli alberi monumentali sono legate principalmente a condizioni di stress ambientale: stress climatici, nutrizionali e idrici; stress da compattamento del terreno e da riporto del terreno; danni da inquinamento di aria e terreno; danni meccanici all'apparato radicale, al fusto e alla chioma; malattie virali, degradazione del legno e marciui radicali; malattie da insetti defogliatori o xilofagi.
Sugli alberi monumentali è importante prima di tutto procedere a una dettagliata analisi delle condizioni di salute e di stabilità acquisendo dati oggettivi che siano in grado di dire che tipo azione deve essere attuata per salvaguardare l'esemplare. La prima fase è quella di una perizia fitopatologica e strutturale che va a indagare le condizioni ecologiche, climatiche e microclimatiche, le caratteristiche del terreno, lo stato di salute dell'apparato radicale e dell'intero albero. Per far questo vengono realizzate delle schede di rilievo in cui viene spiegata nel dettaglio la situazione dell'albero monumentale. Nel contempo si effettuano analisi sia sul campo che in laboratorio per avere un quadro completo della situazione.
Si procede a un rilievo biologico inserendo i dati relativi alla specie, circonferenza, altezza, ampiezza, chioma e apparato radicale. Si analizza il luogo in cui l'albero si trova che può essere aiuola, parco cittadino, parco privato, bosco; si analizza il tipo di utilizzazione dell'area, se è presente un impianto di irrragazione, una pavimentazione ecc... Si studiano i problemi fitopatologici-strutturali riferendosi alla specie arborea, con particolare riferimento alla storia degli interventi effettuati nel passato.
Un metodo fondamentale è la Visual Tree Assessment (V.T.A.), ovvero la fase di controllo visivo della pianta, con analisi dettagliata dell'esemplare e delle condizioni ambientali in cui si trova. Tale analisi deve essere effettuata su tutto l'esemplare arboreo dalla base fino alla chioma. E' quindi importante ispezionare in maniera dettagliata ogni parte dell'albero e delle ramificazioni utilizzando la tecnica del Tree-climbing che evita l'utilizzo di cestelli con mezzi meccanici ingombranti che possono arrecare grave disturbo all'albero monumentale.
In molti casi può capitare che un semplice controllo visivo non sia in grado di valutare le condizioni di salute di un albero monumentale in quanto molti sintomi possono essere nascosti ed è quindi necessario procedere con una serie di analisi molto specialistiche sul campo. Tra questi esami ci sono quello dendrologico del tessuto legnoso su fusto, rami e radici; analisi dell'accrescimento dei germogli; studio della formazione del legno in reazione alle ferite; valutazione elettronica della vitalità dell'albero; studio dell'accumulo energetico negli anelli annuali; esami su tessuti e organi per ricercare fitopatie; valutare la presenza di micorrize radicali; esame del terreno per studiarne il ph e testarne l'eventuale compattezza; analisi del terreno in laboratorio; esami strutturali con valutazione della stabilità strutturale di rami, branche, colletto, apparati radicali utilizzando Resistografh, Radar, Arborsonic Dacy Detector ecc...; studiare i punti critici di rottura dei tessuti legnosi.
Occorre eseguire tutte le operazioni nel totale rispetto dell'albero monumentale e del suo ecosistema con l'accortezza di limitare al massimo i danni. Siamo di fronte a un sistema biologico estremamente delicato che può essere fortemente disturbato da qualunque intervento umano anche se lo spirito è quello della valorizzazione e conservazione.
Tra le tipologie di intervento ci sono la potatura, il consolidamento, la rigenerazione degli apparati radiciali e i trattamenti fitosanitari. La potatura non è il rimedio principale per curare una pianta monumentale come non è sufficiente a diminuire i rischi meccanici per garantire la sopravvivenza dell'esemplare. Spesso una potatura fatta male può uccidere definitivamente un albero monumentale già in condizioni precarie di salute. La funzione dell'intervento umano deve essere quella di invertire il deperimento della pianta dando vita a un graduale processo di rigenerazione. E' un tipo di intervento estremamente difficile da attuare che richiede un costante monitoraggio della situazione sanitaria e meccanica dell'albero monumentale con un continuo aggiornamento degli interventi.
Quercus pubescens pluricentenario a Nocciano (PE) - Foto di Alberto Colazilli
Quercia pluricentenaria di Cagnano Amiterno (AQ) - Foto di Alberto Colazilli
La valorizzazione degli alberi monumentali
La valorizzazione degli alberi monumentali deve cominciare primariamente negli enti scolastici, con una vasta campagna di comunicazione e promozione, attraverso visite guidate, progetti didattici, attività di educazione ambientale.
Tutti gli enti di promozione turistica sul territorio devono inserire gli alberi monumentali nei propri progetti territoriali. Gli alberi monumentali non devono rimanere entità a se stanti ma anzi devono interagire con tutte emergenze storico-artistiche e ambientali; in tal caso diventano importanti punti di riferimento per tour dedicati alla natura, all’arte e all’enogastronomia di territorio e l’albero monumentale può essere trasformato anche in un testimonial d’eccezione.
Fondamentale portare gli alberi monumentali il più possibile sui giornali, in tv, sul web, operando ai massimi livelli con una comunicazione di qualità che vada a valorizzare il bene albero per trasformarlo in ricchezza inestimabile per tutto il territorio;
L’albero monumentale come testimonial di un territorio, può attirare eventi, celebrazioni, convegni, visite guidate, trasformandosi anche in una straordinaria location per rappresentazioni teatrali o film, per esaltarne i miti, le leggende, le storie e il valore botanico e naturalistico;
Valorizzare l’albero monumentale con un nome che può essere di fantasia o legato alle tradizioni del posto o riferito a personaggi delle leggende o uomini illustri che lo hanno conosciuto. Questo è un modo per rendere l’albero sempre più vicino alla cittadinanza locale e farlo diventare parte integrante della vita sociale e culturale.
Pubblicato Domenica, 05 Maggio 2013 22:42 | Scritto da Direttivo CONALPA | Visite: 8423
PARCHI E GIARDINI COME STRAORDINARIA
RICCHEZZA PER IL TERRITORIO
Il giardino è sempre stato il tempio di arte, cultura, musica, bellezza e poesia. In esso l'uomo, sin dall'antichità, ha ricercato l'alto ideale del Paradiso perduto, il magico Eden delle origini, dove regnavano saggezza, spensieratezza e pace eterna.
L’esplosione demografica planetaria impone una crescita delle città che, a scapito della campagna e del paesaggio, ha un incremento esponenziale nel corso del Novecento, arrivando alla proliferazione incontrollata di palazzi e abitazioni, strade e autostrade, ferrovie ecc. Il giardino storico definito come opera d’arte viene immediatamente preso sotto attacco dall’edilizia del cemento che sfocia in tantissimi atti di speculazione edilizia. Si costruisce ovunque, anche dove non si potrebbe! Si spianano colline, si abbattono alberi, si distruggono bellissimi giardini. Nel dopoguerra, dagli anni Cinquanta in poi, la parola d’ordine è stata “costruire”, arrivando a danni ingenti sul panorama italiano ed europeo.
La necessità di tutelare un così importante patrimonio della creatività umana ha comportato la nascita della Carta dei Giardini Storici o Carta di Firenze, redatta nel 1981. Nell’art.1 si legge:
Nell’art.2 si legge:
II giardino storico è una composizione di architettura il cui materiale è principalmente vegetale, dunque vivente e come tale deteriorabi­le e rinnovabile. Il suo aspetto risulta così da un perpetuo equilibrio, nell'andamento ciclico delle stagioni, fra lo sviluppo e il deperimento della natura e la volontà d'arte e d'artificio che tende a conser­varne perennemente lo stato.
Nell’art. 5, invece, si legge che il giardino storico è:
Espressione dello stretto rapporto tra civiltà e natura, luogo di piacere, adatto alla meditazione o al sogno, il giardino acquista così il senso cosmico di un'immagine idealizzata del mondo, un “paradiso” nel senso etimologico del termine, ma che è testimonianza di una cultura, di uno stile, di un'epoca, eventualmente dell'originalità di un creatore.
La salvaguardia del giardino storico è legata principalmente alla sua manutenzione, conservazione e restauro, come recita l’art. 9:
La salvaguardia dei giardi­ni storici esige che essi siano identifi­cati ed inventariati. Essa impone inter­venti differenziati quali la manuten­zione, la conservazione, il restauro. Si può eventualmente raccoman­dare il ripristino. L'autenticità di un giardino storico concerne sia il dise­gno e il volume delle sue parti che la sua decorazione o la scelta degli ele­menti vegetali o minerali che lo costituiscono.
La crisi del giardino inizia con la Rivoluzione Industriale , quando la campagna perde la sua millenaria importanza produttiva, a scapito della produzione dell’industria, del mercato e della finanza. La Carta dei Giardini, per quanto fondamentale, non riesce a tutelare al massimo tutti i parchi storici e non può frenare quella perdita del valore del giardino, visto come oggetto “usa e getta” e non più come “locus amoenus”. In molti grandi parchi italiani non si rispettano più neppure gli alberi secolari, che vengono mutilati e distrutti da selvaggi interventi di potatura che ne distruggono l’antica forma. La malattia contemporanea, che affligge la società, è proprio il pericolo di un appiattimento culturale e di una pericolosa perdita della memoria storica.
Il giardino Ninfa (LT)- Foto di Alberto Colazilli
Il giardino Borromeo dell'Isola Bella sul Lago Maggiore (Piemonte) - Foto di Rita Evangelista
Dal giardino opera d’arte al “giardino usa e getta”
Il florovivaismo ha portato sul mercato una grandissima quantità di specie botaniche, alcune prodotte con accurate selezioni e processi di ibridazione, per far si che le varietà floristiche siano moltiplici e che ci sia maggiore guadagno sul mercato. L’aumento incontrollato di piccoli giardini con specie alloctone a scapito di varietà autoctone, ha fatto emergere un problema di salvaguardia della biodiversità. Alla luce delle leggi del consumismo e del mercato, c’è da chiedersi dove sia finita la filosofia del giardino di un tempo. Si è ancora capaci di progettare e curare i parchi con eleganza e con grande rispetto della natura? L’uomo contemporaneo è capace di vivere il giardino senza trasformarlo in un oggetto per trarne profitto e poi gettarlo via quando non serve più? Nel corso del Novecento abbiamo avuto grandi rappresentanti della progettazione di stupendi giardini come Pietro Porcinai, creatore dell’originale Parco di Pinocchio a Collodi, oppure il grande paesaggista Ludwick Winter che ha progettato il Parco dei Giardini Hambury a La Mortola, o il famoso Russell Page che ha creato gli splendidi giardini de La Mortella a Ischia. Giardini famosissimi come il Giardino di Ninfa a Cisterna di Latina, Villa Cimbrone a Ravello, Villa Taranto a Pallanza, il Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera, insieme alla nascita di numerosi orti botanici su scala nazionale ci dimostra come si tenti di arginare il grigiore del cemento e delle città combinando ricerca scientifica e bellezza. Si tratta episodi importanti ma rimangono gocce in un mare di cementificazione selvaggia! Nel Rinascimento e nel Barocco il giardino doveva “apparire” e stupire gli spettatori, nel Romanticismo il parco è luogo di raccoglimento e di abbandono alla natura. Nell’Italia contemporanea il giardino diminuisce sempre più in spazio e originalità per ridursi a un piccolo pezzo di terra inglobato in un condominio o quartiere, senza avere più quella magia e poesia di un tempo, lasciando spesso il posto a erbacce e rifiuti.
Il giardino ha smesso di essere un luogo di meditazione e i danni che vengono arrecati nei parchi da giardinieri improvvisati sono gravissimi. L’antica arte del curar giardini sta diventando lavoro di gente ignorante in materia priva preparazione e soprattutto di passione e non più di botanici, naturalisti o di artisti del mestiere. Il binomio di “tecnica” e “passione” nella cura del verde si è spezzato come il rapporto tra “Uomo” e “Creato”.
Il giardino Inglese della Reggia di Caserta (Campania) - Foto di Alberto Colazilli
Quale futuro per il giardino “opera d’arte”?
La manutenzione, cioè la salvaguardia del giardino, è un problema estremamente serio e discusso che incide sulla vita dei parchi pubblici, sempre meno fruibili e sempre più degradati in tantissime località a causa di prostituzione, delinquenza e droga. I parchi diventano, nelle grandi metropoli contemporanee, il ritrovo dei peggiori elementi del tessuto sociale cittadino e sono tantissimi gli atti vandalici contro le architetture verdi, contro gli alberi, senza il minimo rispetto per nulla. In certe città andare per i giardini pubblici significa imbattersi in qualche spiacevole sorpresa.
Spesso si assiste a casi incredibili in cui bellissimi giardini privati vengono lasciati in abbandono o, nei casi peggiori, venduti e distrutti per costruire palazzi e trarne maggior profitto. Purtroppo, ogni cosa bella e preziosa ha bisogno di passione e competenze per essere curata e mantenuta nel tempo. In Italia siamo ancora indietro su questo punto.
L’art. 24 della Carta dei Giardini Storici recita:
II giardino storico è uno degli elementi del patrimonio la cui sopravvivenza, a causa della sua natura, richiede cure continue da parte di persone qualificate. È’ bene dunque che studi appropriati assicurino la formazione di queste persone, sia che si tratti di storici, di architetti, di architetti del paesaggio, di giardinieri, di botanici. Si dovrà altresì vigilare perché sia assicurata la produzione regolare di quelle piante che dovranno essere contenute nella composizione dei giardini storici.
Questo articolo, purtroppo, non viene sempre rispettato. Proliferano corsi di giardinaggio, master sul giardino, sul paesaggio e sulla botanica; proliferano gli architetti paesaggisti e le facoltà di architettura del paesaggio. Se da una parte sembra si voglia veramente qualificare il settore, dall'altra si assiste allo scempio e alla perdita della bellezza dei giardini storici. Si da poco spazio agli storici dell’arte, si isolano gli agronomi e i botanici, ovvero i veri curatori di piante e alberi storici, si minimizza il lavoro di bravissimi architetti paesaggisti… Perchè questa unione di professionalità avviene molto raramente in Italia?
Dovrebbero essere le istituzioni a indirizzare verso una nuova visione della tutela del giardino, pensando più all'arte, all'estetica, alle emozioni e non soltanto alla monotonia e alla perdita di eleganza. Lo vediamo ogni volta che usciamo fuori dalla porta di casa: quelle orribili aiuole dove nessuno si degna di andare a togliere erbacce, gli alberi capitozzati oppure le tante ville di fine ottocento e inizio novecento, scrigni di varietà botaniche di altissimo valore, che rimangono in abbandono e che vengono smembrate per far spazio a squallidi “alberi di trenta piani”.
Bisogna dare voce a quei professionisti coraggiosi che lottano per preservare i giardini come opere d’arte. Gente veramente qualificata che vive per la natura, che vede la pianta come un essere vivente e non come un oggetto. A questi paladini della bellezza bisogna rivolgersi per progettare il verde, senza mai lasciarli da soli nella dura e lacerante lotta contro la cementificazione e la devastazione del "Giardino Italiano".
Ogni giardino che torna a risplendere o che nasce su un terreno incolto o abbandonato è una vittoria sulla devastazione provocata dalle speculazioni edilizie. Un giardino che rinasce dal degrado è un paradiso ritrovato, per la felicità del nostro Essere e per i nostri figli.
CARTA DELLA SALVAGUARDIA
DEI GIARDINI STORICI
http://151.1.141.125/patrimonio/giardini/carta/salvaguardia.html
Riunito a Firenze il 21 maggio 1981, il Comitato internazionale dei giardini storici ICOMOS-IFLA ha deciso di elaborare una carta relativa alla salvaguardia dei giardini storici che porterà il nome di questa città.
Questa carta è stata redatta dal Comitato e registrata il 15 dicembre 1982 dall' ICOMOS con l'intento di completare la "Carta di Venezia" in questo particolare ambito.
Art. 2 - Il giardino storico è una composizione di architettura il cui materiale è principalmente vegetale, dunque vivente e come tale deteriorabile e rinnovabile. Il suo aspetto risulta così da un perpetuo equilibrio, nell'andamento ciclico delle stagioni, fra lo sviluppo e il deperimento della natura e la volontà d'arte e d'artificio che tende a conservarne perennemente lo stato.
la sua pianta ed i differenti profili del terreno;
le sue masse vegetali: le loro essenze, i loro volumi, il loro gioco di colori, le loro spaziature, le loro altezze rispettive;
i suoi elementi costruiti o decorativi;
le acque in movimento o stagnanti, riflesso del cielo.
Art. 8 - Un sito storico è un paesaggio definito, evocatore di un fatto memorabile, luogo di un avvenimento storico maggiore, origine di un mito illustre o di una battaglia epica, soggetto di un celebre dipinto, etc.
Manutenzione, conservazione, restauro, ripristino
Art. 10 - Ogni operazione di manutenzione, conservazione, restauro o ripristino di un giardino storico o di una delle sue parti deve tenere conto simultaneamente di tutti i suoi elementi. Separandoli le operazioni altererebbero il legame che li unisce.
Art. 14 - Il giardino storico dovrà essere conservato in un intorno ambientale appropriato. Ogni modificazione dell'ambiente fisico che possa essere dannosa per l'equilibrio ecologico deve essere proscritta. Queste misure riguardano l'insieme delle infrastrutture sia interne che esterne (canalizzazioni, sistemi di irrigazione, strade, parcheggi, sistemi di custodia, di coltivazione, etc.).
Art. 15 - Ogni restauro e a maggior ragione ogni ripristino di un giardino storico dovrà essere intrapreso solo dopo uno studio approfondito che vada dallo scavo alla raccolta di tutta la documentazione concernente il giardino e i giardini analoghi, in grado di assicurare il carattere scientifico dell'intervento. Prima di ogni intervento esecutivo lo studio dovrà concludersi con un progetto che sarà sottoposto ad un esame e ad una valutazione collegiale.
Art. 19 - Per natura e per vocazione, il giardino storico è un luogo tranquillo che favorisce il contatto, il silenzio e l'ascolto della natura. Questo approccio quotidiano deve essere in opposizione con l'uso eccezionale del giardino storico come luogo di feste. Conviene allora definire le condizioni di visita dei giardini storici cosicchè la festa, accolta eccezionalmente, possa esaltare lo spettacolo del giardino e non snaturarlo o degradarlo.
Art. 23 - E' compito delle autorità responsabili prendere, su consiglio degli esperti, le disposizioni legali e amministrative atte a identificare, inventariare e proteggere i giardini storici. La loro salvaguardia deve essere inserita nei piani di occupazione dei suoli e nei documenti di pianificazione e di sistemazione del territorio. E' ugualmente compito delle autorità competenti prendere, su consiglio degli esperti competenti, le disposizioni finanziarie per favorire la conservazione, il restauro ed eventualmente il ripristino dei giardini storici.
Art. 24 - Il giardino storico è uno degli elementi del patrimonio la cui sopravvivenza, a causa della sua natura, richiede cure continue da parte di persone qualificate. E' bene dunque che studi appropriati assicurino la formazione di queste persone, sia che si tratti di storici, di architetti, di architetti del paesaggio, di giardinieri, di botanici. Si dovrà altresì vigilare produzione regolare di quelle piante che dovranno essere contenute nella composizione dei giardini storici.
Queste raccomandazioni sono adatte per l'insieme dei giardini storici del mondo.
Questa carta sarà ulteriormente suscettibile di complementi specifici per i diversi tipi di giardini, correlati alla descrizione succinta della loro tipologia.
CARTA ITALIANA DEI GIARDINI STORICI
http://151.1.141.125/patrimonio/giardini/carta/italiana.html
Il giardino storico (giardini di case, di palazzi, di ville, parchi, orti botanici, aree archeologiche, spazi verdi dei centri storici urbani, ecc.) è un insieme polimaterico, progettato dall'uomo, realizzato in parte determinante con materiale vivente, che insiste su (e modifica) un territorio antropico, un contesto naturale.
Esso, in quante artefatto materiale, è un'opera d'arte e come tale, bene culturale, risorsa architettonica e ambientale, patrimonio dell'intera collettività che ne fruisce.
Il giardino, al pari di ogni altra risorsa, costituisce un unicum, limitato, peribile, irripetibile, ha un proprio processo di sviluppo, una propria storia (nascita, crescita, mutazione, degrado) che riflette le società e le culture che lo hanno ideato, costruito, usato o che, comunque, sono entrate in relazione con esso.
Per quanto concerne i metodi e i modi d'intervento si richiama la piena validità della carta del restauro del 1964 e delle disposizioni del 1972 in base ai principi in esse indicati e al conseguente dibattito che ne è seguito, l'intervento di restauro dovrà rispettare il complessivo processo storico del giardino, poiché tale processo materializza l'evoluzione della struttura e delle configurazioni via via assunte nel tempo.
Pertanto ogni operazione che tendesse a privilegiare una singola fase assunta in un certo periodo storico e a ricrearla ex novo, a spese delle fasi successive, comporterebbe una sottrazione di risorse e risulterebbe riduttiva e decisamente antistorica.
L'intervento perciò dovrà identificarsi con un intervento di conservazione, e tale obiettivo dovrà essere conseguito e garantito nel tempo attraverso un processo di continua, programmata, tempestiva manutenzione.
I giardini storici fuori degli agglomerati urbani non sono separabili dal relativo contesto: il tessuto agricolo e boschivo, inteso sia come fatto ambientale, sia come luogo di attività produttiva.
La conservazione di un giardino storico è perciò inscindibile da una corretta opera di programmazione e di pianificazione delle risorse, finalizzata al riequilibrio del territorio.
La conservazione si intende che debba essere estesa dall'unità di architettura e giardino all'insieme delle infrastrutture esterne (rete viaria, piazzali d'accesso, canali, rete idrica, specchi d'acqua, ecc.).
Per tutelare e conservare bisogna conoscere.
L'indagine diretta (unita alla schedatura, al vincolo e - ove necessario - ad un idoneo reimpiego) ancora oggi appare l'esigenza preliminare di ogni intervento.
Il giardino va analiticamente studiato in tutte le sue componenti (architettoniche, vegetali, idriche, geologiche, topografiche, ambientali, ecc.) e attraverso documenti e fonti storiche e letterarie, e attraverso rilievi, topografici e catastali antichi, nonché ogni altra fonte iconografica, attraverso la fotointerpretazione e - ove necessario - attraverso l'indagine archeologica diretta. Tale studio analitico e comparato implica il necessario concorso di molte specifiche discipline.
Si richiama l'opportunità - già espressa nel colloquio Icomos a Zeist nel 1975 - di compilare elenchi delle essenze corrette dal punto di vista storico per aree culturali e botaniche, al fine della sostituzione di isolate essenze, sicuramente pertinenti ad un particolare giardino, ribadendo anche per le specie vegetali il concetto del restauro conservativo del palinsesto, cioè del mantenimento delle specie esistenti, immessevi nel tempo e perciò storicizzate.
Il Giardino storico abbia un uso non contrastante con la sua fragilità e comunque tale da non provocare alterazioni della sua struttura e dell'uso originario.
Quando un giardino sia di proprietà pubblica, esso deve essere aperto compatibilmente ai problemi di manutenzione; occorre dunque favorire l'accesso al pubblico, ma al tempo stesso prendere le opportune precauzioni contro un eccessivo numero di visitatori, programmando accettabili soluzioni alternative.
I giardini privati, quando non siano aperti al pubblico, devono essere visitabili in giorni, ore e modi da stabilirsi da parte dei proprietari; le agevolazioni fiscali (Decreto del Presidente della Repubblica numero 131 del 1978) vanno estese dai manufatti architettonici alle essenze arboree, qualora queste necessitino di interventi di manutenzione straordinaria.
I giardini pubblici nei centri storici debbono essere esclusi dagli standars urbanistici, in quanto luoghi dedicati prevalentemente alla passeggiata, al riposo, allo studio. Nella pianificazione urbana e territoriale vanno previsti perciò nuovi parchi per uso della collettività e per tutte le sue esigenze.
Nell'attuale riforma delle legge sui beni culturali sia dichiarato che nell'elaborazione dei Piani Regolatori siano riconosciuti come degni di tutela, nella loro perimetrazione globale, i giardini e i parchi storici anche se ancora non vincolati e ciò ai fini di una auspicata promozione culturale.
Il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali crei un apposito ufficio destinato all'ambiente che curi - in collaborazione con le Università e tutti gli altri Enti interessati - il censimento e la schedatura completa dei giardini e a cui faccia capo ogni operazione di vincolo e di programmazione e coordinamento degli interventi.
Nei bilanci dello Stato e degli Enti Locali siano previste voci specifiche concernenti le disponibilità economiche per la manutenzione dei giardini storici.
Nei grandi comuni siano istituite scuole di giardinaggio le quali offrano anche lezione sui giardini storici della zona e sulla loro particolare manutenzione e conservazione.
Nelle zone archeologiche, dove sia opportuno progettare parchi (con concorso nazionale), si tenga conto, con i necessari apporti collaborativi interdisciplinari, della delicatezza della zona.
Nelle commissioni edilizie, urbanistiche e territoriali venga sempre interpellato un esperto di giardini.
Si organizzino e allestiscano in sito esposizioni e opportuni sussidi didattici attraverso i quali offrire un'esatta lettera della genesi del giardino e delle modifiche nel tempo, pubblicizzando tutti i documenti grafici, letterari, storici e le raffigurazioni antiche, accompagnati da rilievi e dalle ipotesi ricostruttive e insieme dalla illustrazione della parte botanica (originaria, sostituita e inserita successivamente, ecc.).
10. Nell'attuale riforma e sperimentazione universitaria si dia riconoscimento istituzionale all'area delle scienze dell'ambiente, incoraggiando particolari corsi formativi, indirizzi e corsi di laurea, nonché corsi di specializzazione e perfezionamento post lauream.
11. Le competenti autorità avviino gli studi per la costituzione di un catasto specializzato dei giardini storici, il quale, elencando le loro peculiari caratteristiche, possa stabilire un pubblico registro, capace di definire la relativa individualità e di assicurare nel tempo la necessaria salvaguardia.
Pubblicato Domenica, 05 Maggio 2013 22:36 | Scritto da Direttivo CONALPA | Visite: 7454
Sulla questione di eolico e fotovoltaico selvaggio sul paesaggio italiano… e più in generale sull’energia rinnovabile.
Nello Statuto CO.N.AL.PA. c'è un punto che spiega come l'associazione si impegni a: "Promuovere e sostenere una politica energetica nazionale eco-sostenibile e innovativa basata sul risparmio e nel totale rispetto del paesaggio e delle sue potenzialità storico-ambientali, evitando il ricorso a fonti legnose vergini e non certificate, nonché fonti energetiche nocive per la salute umana, con ulteriore consumo di territorio e inquinamento dell’ambiente." In pratica il CO.N.AL.PA. riconosce totalmente il valore del paesaggio e si batte totalmente contro le speculazioni di fotovoltaico ed eolico, contro il nucleare e i combustibili fossili, promuovendo un sano sviluppo dei territori nella rispetto della loro naturalità.
La nostra posizione è di chiaro dissenso in merito al fotovoltaico ed eolico selvaggio che stanno "aggredendo" in maniera grave interi paesaggi d'Italia.Un esempio eclatante è l'installazione di pale eoliche nel sito archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento, uno dei simboli assoluti della Bella Italia. il CONALPA è molto chiaro nella tutela del paesaggio in tutte le sue emergenze storico-aristiche e ambientali e non accetta nessun tipo di assalto contro di esso, ne dal cemento, né da una “green economy” impazzita che ha perso il senno!
Il CONALPA sottolinea ampiamente il termine “speculazione”. Centrali eoliche o fotovoltaiche industriali non possono essere inserite in moltissimi contesti italiani di alto pregio storico-ambientale, perchè distruggono un paesaggio che ha millenni di storia. Bisogna saper scegliere i siti ed anche regolamentare gli impianti rendendoli meno impattanti possibile. L'installazione impazzita di pale eoliche e pannelli fotovoltaici distrugge per sempre l'immagine di paesaggi unici al mondo, visitati per secoli dai Gran Tour degli intellettuali e artisti di tutta Europa. E' una piaga grave che si va a combinare al cancro malefico della cementificazione selvaggia sul territorio. Il paesaggio è una ricchezza non solo economica ma anche turistica, è un insieme di emergenze storiche e ambientali e l'occhio umano gode di tale bellezza. Dunque il paesaggio bello e ameno è un bene che riesce a curare l'anima dei cittadini e a migliorarli anche intellettualmente. Inoltre, la nostra associazione è anche contro ogni speculazione sull'uso di biomasse forestali non derivanti da scarti di lavorazione e che l'utilizzo di biomasse vergini in Italia non è attuabile perchè distruggerebbe intere arre boscose, naturali e agricole; rendendole insostenibili. La vera rivoluzione sta nel non sovraffollare in maniera indiscriminata e selvaggia tutto il pianeta, altrimenti nessuna risorsa energetica sarà mai sufficiente allo sviluppo e al sostentamento della popolazione umana
Per concludere, il CONALPA non è contro le fonti rinnovabili, che sono una grande risorsa per la Nazione. Anzi, la nostra associazione si fa promotrice delle energie rinnovabili, da evitare assolutamente in aree verdi, paesaggi, montagne, per essere sistemate su abitazioni, nei centri urbani, sui capannoni, senza intaccare la bellezza dei territori, sempre alla ricerca di nuove tecnologie avazante che possano migliorarne l'uso e l'installazione. Tali fonti rinnovabili hanno l’obbligo di sostituire i combustibili fossili e il nucleare che sono vera piaga per la nostra Nazione e per il clima mondiale. Ciò che manca in Italia è una regolamentazione generale degli impianti. Il Paesaggio è un bene di tutti i cittadini e non possiamo permetterci che venga dato in pasto a speculatori di qualsiasi tipo.
Consiglio direttivo del Coordinamento Nazionale per gli Alberi e il Paesaggio.
Pubblicato Domenica, 05 Maggio 2013 22:34 | Scritto da Direttivo CONALPA | Visite: 12188
L'IMPORTANZA DEL PAESAGGIO ITALIANO
e il patrimonio storico e artistico della Nazione».
Il paesaggio è qualcosa di complesso, esso nasce prima di tutto nella mente del soggetto, si forma attraverso la visione di quell’insieme di oggetti e di vedute che si alternano sul territorio. Paesaggio è l’alternarsi di beni culturali (chiese, monasteri, castelli, centri storici ecc…) con bellezze naturali (vedute di montagne, mare, foreste, fiumi ecc…). Paesaggio è anche l’insieme di tutte le tradizioni di un popolo o di una città (feste popolari, modo di vivere ecc…). Quando ci si riferisce al paesaggio in generale bisogna fare riferimento a tutti questi elementi importanti e caratterizzanti. Il paesaggio è come un grande quadro e per vederlo e capirlo bisogna far uso dei cinque sensi del corpo umano: la “vista”, “l’olfatto”, “ l’udito”, “il gusto” e “il tatto” .
La vista è senza dubbio il senso principale per capire il paesaggio. Vedere è conoscenza. Vedere significa penetrare nell’oggetto, in questo caso nel paesaggio, e relazionarlo con noi stessi. La vista non può fare a meno della luce capace di disegnare atmosfere particolare. Nel paesaggio la luce da vita a colori e forme che acquistano un diverso significato, dal misterioso, al sognante, al paradisiaco: il grigiore di un temporale in arrivo che fa da sfondo a un borgo medievale o a un castello diroccato ancora rischiarati dagli ultimi raggi del sole, un tramonto goduto dall’alta montagna, una splendida veduta sul mare in una bellissima giornata di sole. L’olfatto o odorato ci fa sentire i profumi del paesaggio, profumi che vengono dai campi, dalla terra, dagli alberi da frutta, dalle siepi.
L’udito ci avvicina ai canti popolari ma anche al canto degli uccelli, alle acque in caduta di una cascata o di un ruscello, al rumore delle onde del mare, al suono del vento;
Il tatto ci fa sentire la maestosità di un tronco di quercia o di ulivo ma anche la pietra di un’antica costruzione immersa nel verde;
Il gusto ci fa assaporare i frutti che nascono nel paesaggio e quei prodotti tipici che hanno evidenziato per secoli le usanze e i costumi di un popolo.
L'olfatto ci fa sentire i tanti odori degli alberi e tantissimi profumi dell'erba dei campi, delle erbe aromatiche, dei frutti e dei fiori.
L'immagine del paesaggio italiano intesa come "quadro naturale" fu una intuizione bellissima di Benedetto Croce, che si fece promotore della prima importane legge "per la tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico", pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 21 giugno 1922.
Secondo Croce, era l'osservatore colui che riconosceva un valore qualitativo nel "godimento" del paesaggio, valore che doveva essere tutelato e conservato nel tempo.
Ecco cosa scrive Croce:
"Certo il sentimento, tutto moderno, che si impadronisce di noi allo spettacolo di acque precipitanti nell'abisso, di cime nevose, di foreste secolari, di riviere sonanti, di orizzonti infiniti deriva della stessa sorgente, da cui fluisce la gioia che ci pervade alla contemplazione di un quadro dagli armonici colori, all'audizione di una melodia ispirata, alla lettura di un libro fiorito d'immagini e di pensieri. E se dalla civiltà moderna si sentì il bisogno di difendere, per il bene di tutti, il quadro, la musica, il libro, non si comprende, perché sia si tardato tanto a impedire che siano distrutte o, manomesse le bellezze della natura, che danno all'uomo entusiasmi spirituali così puri e sono in realtà ispiratrici di opere eccelse. Non è da ora, del resto, che si rilevò essere le concezioni dell'uomo il prodotto, oltre che delle condizioni sociali del momento storico, in cui egli è nato, del mondo stesso che lo circonda, della natura lieta o triste in cui vive, del clima, del cielo, dell'atmosfera in cui si muove e respira."
Per Croce il paesaggio era l'identità spirituale di una comunità, e distruggerlo o degradarlo significava disruggere lo stesso spirito di quella comunità, portando i membri stessi a perdere totalmente il rapporto con i propri luoghi, sradicandone le radici storiche e culturali.
Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio in merito ai Beni Paesaggistici recita:
1. Fino all'approvazione del piano paesaggistico ai sensi dell'articolo 156, sono comunque sottoposti alle disposizioni di questo Titolo per il loro interesse paesaggistico:
Nel 2000 nasce la Convenzione Europea del Paesaggio, firmata dagli stati membri dell'Unione Europrea che si impegna a dare una più ampia definzione del termine "Paesaggio" stilando importanti linee guida per la sua tutela e valorizzazione:
c. avviare procedure di partecipazione del pubblico, delle autorità locali e regionali e degli altrisoggetti coinvolti nella definizione e nella realizzazione delle politiche paesaggistiche menzionate al precedente capoverso b;
i. individutare i propri paesaggi, sull'insieme del proprio territorio;
iii. seguirne le trasformazioni ;
La Costa dei Trabocchi in Abruzzo - Foto di Alberto Colazilli
IL PAESAGGIO NELL'ERA POST-INDUSTRIALE
Il paesaggio per troppo tempo è stato violentato dagli eccessi dell’industrializzazione, della speculazione edilizia, sottomesso dalla grande proliferazione di strade e autostrade che hanno spianato montagne e colline. Ora, nel XXI secolo, la crisi dell’industrializzazione, l’avvento di un’era post-industriale e della globalizzazione che hanno generato nuovi poli industriali in Paesi in via di sviluppo, stanno trasformando il modo di pensare della nostra società civile. il paesaggio in tutte le sue forme torna ad avere un’importanza fondamentale nella vita dell’uomo contemporaneo. Riscoprirlo nasce dall’evoluzione economico-culturale di un popolo: più una Nazione è culturalmente evoluta, più essa guarda al recupero delle bellezze storico-paesaggistiche e alla loro tutela incondizionata. Nelle Nazioni “evolute” dal punto di vista sociale, culturale ed economico, il paesaggio diventa qualcosa che può creare una florida economia e risollevare regioni degradate e in regressione. Si parla, non a caso, di “Giacimenti Culturali” e di “Giacimenti Paesaggistici o Ambientali” di cui la nostra Nazione è ricchissima. Questo ragionamento lo hanno capito gli stranieri ma non certo gli Italiani, che continuano ancora a seguire una logica perversa della gestione del territorio, con un imbarbarimento generale della cultura dei cittadini. Eppure l’Italia potrebbe vivere benissimo solo di beni culturali e paesaggio, sempre se riuscisse ad incrementarne la promozione e la valorizzazione ai massimi livelli. Per alcuni invece tutto questo è pura utopia! Anzi, per alcuni è meglio ritornare a progetti di industrializzazione del territorio senza capire che adesso il Made in Italy sta proprio nell’immagine del Paesaggio Italico, o meglio, nel cosiddetto “Paesaggio Culturale Italiano”. Purtroppo nessuno dei nostri governanti riesce a capire le potenzialità grandiose di questa ricchezza che tutto il mondo ci invidia.
IL PAESAGGIO E IL TURISMO CULTURALE – AMBIENTALE
Negli ultimi anni c’è stato un incremento considerevole del cosiddetto turismo culturale-ambientale che sceglie sempre più spesso l’Italia, con un giro di affari considerevole. Questo turista è una persona di cultura medio-alta che ama combinare la visita a un bene artistico assieme al godimento di un bel paesaggio e alla riscoperta delle antiche tradizioni, della buona tavola e del divertimento. Diventa allora fondamentale combinare la tutela artistica con la tutela ambientale. Restaurare e valorizzare il paesaggio oggi può diventare anche business, trampolino di lancio per lo sviluppo economico di vaste regioni.
IL "VIAGGIATORE PITTORESCO E IL GRAN TOUR IN ITALIA.
I viaggiatori pittoreschi erano soprattutto "viaggiatori sentimentali" che contemplavano e vivevano appassionatamente il paesaggio italico, descrivendone le vedute più affascinanti, le specie floristiche, le opere d'arte (rovine classiche, chiese, giardini ecc...) su taccuini di viaggio. Erano disegnatori, pittori, poeti, illustri aristocratici che compivano questi viaggi "culturali" sul nostro territorio per forgiare il carattere e arricchire lo spirito. Era un dovere per intere generazioni di giovani aristocratici e borghesi europei al momento di passare dall'età adolescenziale a quella adulta, il mezzo per acquisire le doti e le conoscenze necessarie ai membri di una nuova classe dirigente, per essere dei veri gentiluomini raffinati e colti. Oltre al taccuino, dove disegnavano e scrivevano le proprie scoperte paesaggistiche, i viaggiatori erano spesso dotati dello "specchio di Claude", una particolare lente che ricreava il gusto pittorico della contemplazione naturalistica. Si trattava di uno specchio concavo dalla leggera colorazione grigia, che mostrava l'immagine sfumandone i contorni. Il paesaggio italico vi appariva come in una camera oscura, evocando le atmosfere coloristiche dei paesaggi dipinti di Claude Lorrain. La visione appariva ammorbidita, le distanze appiattite, tutte a fuoco in unico formato miniatura.
I luoghi più visitati erano la Sicilia, la Calabria, Napoli e la Campania, Roma e il Lazio, la Toscana. Si trattava di un "turismo" estremamente colto e rispettoso della natura e dell'arte, non certo il turismo contemporaneo di massa "usa e getta" che si comporta come un flagello di cavallette, sfruttando il territorio e distruggendo i panorami. Il turismo pittoresco sette-ottocentesco esaltava l'Italia, trasformandola nella perla del Mediterraneo e nel Giardino d'Europa dove era necessario andare in pellegrinaggio almeno una volta nella vita.
Oggi, purtroppo, tutto questo "sentimento" meraviglioso e puro per la bellezza è andato perduto per sempre e le nuove generazioni rischiano di non comprenderne per niente il significato e la potenza.
La cascata della collina di San Silvestro alla Reggia di Caserta (Campania) - Foto di Alberto Colazilli
IL SUOLO: UN BENE LIMITATO E PREZIOSISSIMO
Non rispettare e tutelare il paesaggio significa provocare disastri che uccidono. Il suolo è un bene preziosissimo ma limitato che ci garantisce acqua, biodiversità e soprattutto salute. E’ scientificamente provato che numerose malattie e malformazioni genetiche oltre a tumori, leucemie e malattie respiratorie e della pelle sono il macabro risultato di condizioni ambientali pessime con un forte inquinamento del suolo e dell’aria. Quando si promuovono grandi progetti di urbanizzazione e si costruisce ovunque, il territorio cementificato è perso per sempre. I danni sono incalcolabili e si gioca con la salute di migliaia di cittadini.
I disastri ambientali sono il tragico risultato della violenza barbara sul territorio. La malattia italiana per eccellenza è la lottizzazione selvaggia e senza regole di aree coltivate e siti paesaggistici, di litorali e coste, distruggendo boschi e vedute da sogno. Bisogna fermare questa “peste” prima che sia troppo tardi.
I faraglioni di Capri - Foto di Rita Evangelista
Il restauro del paesaggio è una scienza nuova che si è sviluppata negli ultimi anni. Tale processo, che si evolve nel corso del tempo, mira a recuperare il paesaggio naturalistico, storico e culturale riportandolo alle origini nel miglior modo possibile. Il Restauro del paesaggio è qualcosa di complesso che non può essere gestito da una singola persona o da un singolo Comune. Esso nasce dalla sinergia e dalla collaborazione tra consorzi di comuni, associazioni, professionisti di vario settore in primis storici dell’arte, storici del paesaggio, ingegneri, architetti paesaggisti, archeologi, botanici, biologi, agronomi. Interventi importanti di restauro del paesaggio sono il ripascimento dunale, la riforestazione naturalistica, la decementificazione dei fiumi attraverso la messa a dimora di boschi igrofili oltre al restauro di laghi e sorgenti; il recupero di vedute paesaggistiche particolari ricreandovi le antiche suggestioni ed emozioni; il recupero e restauro dei centri storici seguendo la tradizione; il restauro e recupero di giardini e parchi storici seguendo la tradizione; il restauro del paesaggio si basa prima di tutto su un’analisi storica, artistica e naturalistica del territorio (screening) che viene studiato nei minimi dettagli, attraverso le fonti storiche, le opere d’arte, le fotografie d’epoca, le descrizioni dei viaggiatori, gli studi naturalistici. Il restauro del paesaggio è un processo culturale che deriva da una dettagliata riscoperta della memoria storica di un territorio e può evolversi e migliorare nel tempo anche con la partecipazione delle nuove generazioni. Una volta recuperato , un paesaggio viene promosso attraverso un marketing territoriale di alto livello dove gli attori locali collaborano tutti insieme per raggiungere un fine comune.
I NEMICI DEL PAESAGGIO
Nel nostro paese l'attacco della cementificazione che rischia di distruggere ogni bellezza ambientale e artistica ha portato alla nascita, negli ultimi anni, di una coraggiosa sensibilità verso la tutela degli alberi e del paesaggio storico e culturale. L'azione delle ruspe sul territorio si è fatta massiccia e intere colline oggi, con le nuove tecnologie, vengono letteralmente spianate. Purtroppo l'Italia, schiacciata da una dilagante ignoranza in materia culturale e ambientale, con una politica che si interessa pochissimo ai problemi culturali, non ha ancora capito totalmente questo grande valore. Il nostro paese è rimasto in coda a tanti paesi, soprattutto dell'area anglosassone, che hanno fatto del paesaggio una potente fonte di turismo.
i peggiori nemici del paesaggio italiano sono:
•Il malgoverno che si respira nei palazzi del potere e che inquina la gestione della “Res Publica”;
•La macanza di una “cultura del paesaggio” che non viene insegnata nelle scuole sin dalla tenera età;
•L’imbarbarimento culturale della popolazione;
•La perdita costante della memoria storica;
•La cementificazione selvaggia;
•L’abbandono dell’agricoltura e il degrado delle campagne;
Il castello medievale di Roccascalegna in Abruzzo - Foto di Alberto Colazilli
L'EDUCAZIONE AL BEL PAESAGGIO
Educare” è la parola chiave per far si che le nuove generazioni non perdano totalmente la cultura della propria terra. Tutto questo deve iniziare nelle scuole. Educazione all'insegna di una comunicazione che possa essere assolutamente al passo con i tempi, che riesca ad arrivare ai giovani con il linguaggio delle nuove tecnologie, utilizzando al meglio il potere delle immagini, gli scritti incisivi, le storie e le leggende, le suggestioni di un territorio, in maniera tale da poter emozionare e far riflettere. Il web, se lo sappiamo usare con intelligenza, può diventare un'arma vincente per l'educazione alla bellezza e per la salvaguardia dello stesso paesaggio.
" Il paesaggio è un valore “primario e assoluto” che deve essere tutelato dallo Stato, prevalente rispetto agli altri interessi pubblici in materia di governo e di valorizzazione del territorio."
Sentenza 14 novembre 2007 n. 367 della Corte Costituzionale.
Per maggiori approfondimenti sulla Convenzione Europea del Paesaggio
http://www.convenzioneeuropeapaesaggio.beniculturali.it/
Per leggere il testo integrale del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio

References: Art. 136
 Art.5

Art. 2

Art. 8

Art. 10

Art. 14

Art. 15

Art. 19

Art. 23

Art. 24

Sentenza