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Timestamp: 2018-07-18 06:30:36+00:00

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Discriminati anche nella morte | Gruppo Abele
Discriminati anche nella morte
25 Ott Discriminati anche nella morte
La vita di un operaio albanese morto sul lavoro vale meno di quella di un italiano. L’incredibile sentenza arriva dal Tribunale di Torino: ai familiari dell’uomo, che vivono in Albania, terra definita come «area ad economia depressa», andrà un risarcimento economico di dieci volte inferiore rispetto a quello che toccherebbe ai congiunti di un lavoratore in Italia. Il giudice civile, richiamandosi a una sentenza della Cassazione di dieci anni fa, ha deciso di «equilibrare il risarcimento al reale valore del denaro nell’economia del Paese ove risiedono i danneggiati». A ciascun genitore andrà quindi un risarcimento pari a 32mila euro. Se l’operaio fosse stato italiano a ogni congiunto sarebbero state riconosciute somme fino a dieci volte superiori (fra 150 e 300 mila euro). Abbiamo chiesto un commento all’avvocato Marco Paggi, membro del consiglio direttivo dell’Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, e responsabile del settore giuridico di www.meltingpot.org, sito di promozione dei diritti dei migranti e dei rifugiati.
L’articolo 3 della Costituzione italiana sancisce in modo inequivocabile la pari dignità sociale e l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Per la sentenza del Tribunale di Torino l’indennizzo alla famiglia dell’operaio morto sul lavoro deve essere adeguato «al reale valore del denaro nell’economia del Paese ove risiedono i danneggiati». Non le pare che l’uguaglianza sancita dalla Carta Costituzionale venga calpestata?
Non si tratta della prima sentenza che affronta la questione adottando il criterio del valore «differenziato» di un risarcimento rispetto al tenore di vita del Paese di provenienza. Il pronunciamento del Tribunale torinese, però, ha fatto giustamente scalpore perché la giurisprudenza ha avuto più volte modo di chiarire che il bene fondamentale della vita, tutelato a livello costituzionale, non ammette differenziazioni nel riconoscimento. Il Tribunale piemontese sembra fare riferimento a una precedente sentenza del 2000, in realtà ribaltata e sconfessata da un pronunciamento della Cassazione risalente allo scorso anno, nel quale si sottolinea come il valore della vita e dell’integrità fisica non possano essere assoggettati a valutazioni differenziate, perché un diverso approccio contrasterebbe con i principi costituzionali applicabili in questa materia. Ritengo molto giuste le critiche sollevate rispetto a questo pronunciamento del Tribunale di Torino, ma è bene sottolineare che la giurisprudenza cui si fa riferimento è marginale, minoritaria. Ecco perché è più che mai auspicabile che sentenze di questo genere non si adottino più. Sono già troppi i criteri di discriminazione indiretta che trovano spazio nel nostro ordinamento e che continuano, nonostante tutto, ad essere alimentati. Non è più il caso di toccare i pilastri fondamentali dell’ordinamento giuridico applicandoli in maniera discriminatoria e, di fatto, violandoli.
Questa sentenza «formalizza» in qualche modo la convenienza degli imprenditori ad assumere lavoratori provenienti da paesi poveri. Non crede che questo possa costituire un precedente davvero pericoloso?
L’episodio, ripeto, è davvero grave. Ancor più preoccupante è la latente tendenza a cercare soluzioni discriminatorie quando si tratta di lavoratori stranieri. L’adozione di un’interpretazione del genere suscita sdegno e inquietudine non solo perché potrebbe costituire un precedente suscettibile di emulazione, ma anche per le storie dei diretti interessati, che ora saranno costretti a fare appello per riformare la sentenza e vedranno la loro attesa di risarcimento spostata in avanti ancora di chissà quanti anni.
Il giudice civile motiva l’adeguamento dell’indennizzo per evitare un «ingiustificato arricchimento» da parte della famiglia residente in un’«area ad economia depressa». Come è possibile parlare di arricchimento di fronte alla morte?
Dal punto di vista etico il ragionamento da fare sarebbe davvero ampio e complesso. La sentenza sancisce che il risarcimento in caso di morte sul lavoro non debba essere “eccessivo” per chi arriva da Paesi dove la vita costa meno. I familiari, così si dice, potrebbero trarre dalla morte del congiunto molto più giovamento. Ragionando con questa logica, dunque, anche un lavoratore immigrato che arriva nel nostro Paese potrebbe paradossalmente essere pagato di meno rispetto a un italiano, perché vivendo in una terra nella quale la vita costa meno sarebbe disposto, grazie ad una sorta di “criterio geografico”, ad accettare un compenso più basso. Anche non volendo guardare agli aspetti etici siamo di fronte a un palese nonsense giuridico, perché uno soltanto può essere il valore e il criterio adottato per il risarcimento, ovvero quello che vige nel nostro ordinamento sulla base di un trattamento identico. D’altra parte la sentenza cui mi riferivo prima, e che smentisce il pronunciamento del Tribunale torinese, precisa come non vi possa essere spazio alcuno per una differenziazione. Si potrebbe dire che la vita di una persona vale di meno a seconda del Paese di provenienza…
Esiste una stima sulle morti dei lavoratori immigrati senza contratto?
Sul mondo degli «irregolari» non esistono stime attendibili, o meglio dotate di rigore scientifico, ma soltanto cifre presunte. I dati riguardanti gli infortuni sul lavoro degli irregolari, inoltre, non possono essere intesi come significativi perché mostrano solo una parte del fenomeno: tanti, troppi sono i casi in cui un incidente sul lavoro viene nascosto e “mascherato” da incidente domestico. Gli infortuni dei lavoratori senza un contratto regolare non rispecchiano nemmeno le stime sull’inserimento lavorativo, ossia c’è un tasso di denuncia, di accertamento degli infortuni, inferiore rispetto a quello delle persone tutelate da un contratto. Parlare di numeri, dunque, è piuttosto difficile. Si può solo ipotizzare, trasponendo i dati relativi agli infortuni in caso di rapporti di lavoro regolari, che la percentuale può essere quantomeno superiore, considerando soprattutto che il lavoro nero riguarda spesso l’edilizia o l’agricoltura, settori nei quali, storicamente, minore è la prevenzione degli infortuni sul lavoro e l’attenzione sul tema della sicurezza e della tutela.

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