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Timestamp: 2019-09-18 14:23:40+00:00

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Testamento biologico, diritto alla vita, autodeterminazione sanitaria: il caso Englaro |
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“27688 Community Open House at the New Martha Jefferson Hospital”, foto di Bill McChesney, licenza CC-BY, www.flickr.com
Poche settimane orsono il Consiglio di Stato ha scritto un nuovo capitolo nella lunga e travagliata vicenda di Eluana Englaro. Pronunciandosi con sentenza 21/06/2017, n° 3058 è stata confermata in appello la decisione del T.A.R. che nel 2016 condannava la Regione Lombardia al pagamento di una somma a favore di Beppino Englaro, padre di Eluana, a titolo di risarcimento del danno provocato dal decreto dell’allora Presidente di Regione Formigoni, che vietava di sospendere le terapie che tenevano in vita la ragazza. Con quell’atto veniva infatti violato il decreto con cui, nel 2008, la Corte d’Appello civile di Milano aveva autorizzato Englaro a interrompere le pratiche di idratazione e alimentazione artificiale che tenevano in vita la figlia.
La recentissima pronuncia offre uno spunto per ripercorrere la vicenda giuridica, soffermandoci in particolare sulla sentenza 21748/2007 della Cassazione, che ha costituito un importante precedente nel rapporto tra diritto alla vita, autodeterminazione sanitaria e “testamento biologico” (più propriamente definibile come “dichiarazione anticipata di trattamento”), in attesa che tali questioni vengano disciplinate in materia organica dal legislatore.
Nel 1992 Eluana, a seguito di un incidente automobilistico, riportò gravi danni cerebrali che la costrinsero in stato vegetativo, condizione di evoluzione dal coma in cui era precedentemente caduta e da cui si era risvegliata, ma caratterizzata dall’assenza di coscienza e consapevolezza di sé e dell’ambiente circostante. La ragazza quindi non poteva alimentarsi e idratarsi in modo autonomo e, per ovviare a ciò, si procedeva a somministrare i trattamenti che la mantenevano in vita tramite un sondino naso-gastrico.
Il padre, che nell’incapacità di intendere e volere della ragazza ricopriva la funzione di suo tutore, nella convinzione che tale stato della figlia fosse ormai irreversibile e che la stessa ragazza, per le sue convinzioni etiche e morali espresse precedentemente all’incidente, avrebbe scelto di porre fine a una vita condotta in quelle condizioni, iniziò a chiedere al personale medico di sospendere i suddetti trattamenti. La regione Lombardia, titolare del potere decisionale su quella richiesta in quanto la ragazza era ospitata presso una struttura sanitaria convenzionata con l’ASL, rifiutarono adducendo come motivazioni la mancanza di una disciplina legislativa in materia e la possibilità di ripercussioni sanzionatorie in caso di accoglimento della richiesta. Englaro dunque intraprese le vie legali al fine di ottenere un provvedimento giudiziale che obbligasse i soggetti competenti a interrompere le pratiche sanitarie che sostenevano Eluana.
Il conflitto, dopo due gradi di giudizio, venne risolto dalla Suprema Corte di Cassazione con la citata sentenza 21748/2007. La questione principale che la Corte si è trovata e dirimere riguardava l’applicabilità del principio costituzionale dell’autodeterminazione in materia di trattamento sanitario (secondo l’articolo 32 Costituzione: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”), nel caso in cui il destinatario di tali trattamenti non potesse esprimere liberamente la volontà di rifiutarli, con particolare riguardo al profilo della titolarità di questa scelta e della possibilità di ricondurre dichiarazioni sul fine vita nel principio di autodeterminazione stesso.
Qualora, cioè, il soggetto destinatario delle cure non fosse stato in grado di esprimere il suo desiderio di rifiutarle, a chi sarebbe dovuta spettare tale scelta, specialmente nel caso in cui il rifiuto avrebbe comportato il decesso? Sulla base di quali criteri si sarebbe dovuta prendere la decisione? Inoltre, nel caso in cui il “paziente” avesse lasciato delle disposizioni per il caso in cui si fosse trovato in stati vegetativi o comatosi irreversibili, quale valore giuridico si sarebbe dovuto attribuire alle stesse?
La pronuncia della Cassazione ha affermato il principio, da applicare a tutti i casi simili a quello Englaro, per cui il giudice può ordinare la disattivazione degli apparecchi che mantengono in vita il paziente al ricorrere di due presupposti:
la condizione di stato vegetativo sia, in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile e non vi sia alcun fondamento medico, secondo gli standard scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci supporre la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno;
la decisione sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo, tratta dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona.
In mancanza di anche solo uno dei presupposti il giudice deve negare l’autorizzazione, prevalendo il diritto alla vita, indipendentemente dal grado di salute del soggetto interessato e dalla percezione che altri possano avere della qualità di una vita in quelle condizioni.
In questa pronuncia la Cassazione ha quindi contemperato il principio dell’autodeterminazione in materia di trattamento sanitario, che permette di rifiutare cure mediche anche qualora siano necessarie a rimanere in vita, ai sensi dell’art. 32 Costituzione, anche come espressione dell’inviolabilità della libertà umana, sancita nell’art.13 Costituzione e garantita in questo caso dall’incoercibilità del trattamento, con l’indisponibilità della vita umana e del relativo diritto: la prevalenza di quest’ultimo rimane il principio generale e prevalente, limitabile solo quando ricorrano i presupposti di cui sopra.
Per quanto riguarda il profilo che caratterizza il caso Englaro e lo distingue, per esempio, dal caso Welby, cioè l’impossibilità per il diretto interessato di esprimere la sua scelta (Welby, a differenza di Eluana, era cosciente e aveva consapevolmente scelto la sospensione dei trattamenti), la Corte attribuisce il potere decisionale al tutore dell’infermo. Secondo l’art. 357 codice civile, letto in connessione con l’art. 424 cod. civ., il tutore ha la cura della persona dell’interdetto, trovandosi dunque, nella legittima posizione di soggetto interlocutore dei medici nel decidere sui trattamenti sanitari da praticare in favore dell’incapace. Tuttavia, ad avviso del Collegio, visto il carattere personalissimo del diritto alla salute, egli deve agire nell’esclusivo interesse di quello, ricostruendone la presunta volontà tenendo conto delle posizioni da lui espresse prima della perdita della coscienza, dalla sua personalità, dal suo stile di vita, dalle sue inclinazioni, dai suoi valori di riferimento e dalle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche. Tra l’altro, si dovrà permettere, a chiunque sia in grado di testimoniare fatti pregressi sull’idea di vita del paziente, di depositare le proprie testimonianze al fine di ricostruire correttamente la volontà dell’infermo.
Questo è proprio ciò che accadde nel caso Englaro, ove amiche della ragazza raccontarono che Eluana aveva dichiarato che sarebbe stato preferibile morire che sopravvivere privi di coscienza e volontà. Fu inoltre dichiarato che, a seguito della morte di un compagno di scuola in un incidente di moto, la ragazza stessa avesse affermato: “Nella disgrazia è stato fortunato a morire subito”.
La conclusione della Cassazione per la possibilità di sospendere i trattamenti vitali e quindi disporre della propria vita, anche se al ricorrere di determinati presupposti, è stata ulteriormente corroborata dalla recentissima sentenza del Consiglio di Stato di cui si è dato conto all’inizio della presente trattazione. Nella pronuncia 21/06/2017, n° 3058 si afferma che il diritto di rifiutare le cure “è un diritto di libertà assoluto, efficace erga omnes. Pertanto, si tratta di una posizione giuridica che può essere fatta valere nei confronti di chiunque intrattenga il rapporto di cura con la persona, sia nell’ambito di strutture sanitarie pubbliche che di soggetti privati”. Il Consiglio di Stato configura quindi un vero e proprio dovere di ottemperanza da parte degli organi sanitari alle richieste di interruzione del trattamento da parte dei pazienti, affermando che la Regione Lombardia “era tenuta a continuare a fornire la propria prestazione sanitaria, anche se in modo diverso rispetto al passato, dando doverosa attuazione alla volontà espressa dalla stessa persona assistita, nell’esercizio del proprio diritto fondamentale all’autodeterminazione terapeutica”.
Peraltro il Consiglio afferma che il rifiuto della Regione è stato opposto senza dolo, poiché quell’atteggiamento fu dovuto in prevalenza alla mancanza di riferimenti legislativi certi. Purtroppo l’aspetto dell’incertezza legislativa sul tema delle dichiarazioni anticipate di trattamento è tutt’oggi lungi dall’essere risolto, a quasi vent’anni dall’inizio della vicenda giudiziaria intrapresa da Beppino Englaro. A oggi, il d.d.l. Calabrò rimane il tentativo più compiuto di configurare in modo legislativamente coerente la materia: trascorsi ormai più di quattro anni dalla fine della legislatura in cui era stato proposto, evento che ne segnò l’archiviazione, la politica ha rivolto nuovamente la sua attenzione all’argomento con l’approvazione da parte della Camera di un nuovo disegno di legge, avvenuta ad aprile. È quindi da auspicare che si arrivi in tempi brevi a una soluzione legislativa.
Salvi, Capitalismo e diritto civile, Bologna, 2015
Morano, Frammenti di biodiritto, reperibile su www.altalex.com
Sentenza 21/06/2017, n° 3058 del Consiglio di Stato
Sentenza 21748/2007 della Corte di Cassazione
Le innovazioni penalistiche della legge 23 giugno 2017, n. 103: una primissima lettura

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