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Timestamp: 2020-08-03 18:49:17+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 23583 del 23/09/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23583 del 23/09/2019
Cassazione civile sez. lav., 23/09/2019, (ud. 06/06/2019, dep. 23/09/2019), n.23583
sul ricorso 3686-2018 proposto da:
CHIARAMONTI INCISIONI S.R.L., in persona del legale rappresentante
pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LUIGI G.
FARAVELLI 22 presso lo studio dell’avvocato GIOSAFAT RIGANO’,
rappresentata e difesa dagli avvocati CARLO VOCE, GIOVANNI LA SPINA;
F.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FULCIERI
PAULUCCI DE CALBOLI 60, presso lo studio dell’avvocato ANDREA CIRCI,
rappresentato e difeso dall’avvocato MARIA GABRIELLA DEL ROSSO;
avverso la sentenza n. 1196/2017 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,
depositata il 28/11/2017 R.G.N. 713/2017;
06/06/2019 dal Consigliere Dott. DANIELA BLASUTTO;
udito l’Avvocato GAETANO GIANNITI per delega Avvocato GIOVANNI LA
udito l’Avvocato MARIA GABRIELLA DEL ROSSO.
1. La Corte di appello di Firenze, pronunciando sull’impugnativa del licenziamento intimato in data 1 febbraio 2016 a F.S. dalla società Chiaramonti Incisioni S.r.l., in accoglimento del reclamo proposto dal lavoratore, dichiarava la nullità del licenziamento perchè intimato per ritorsione e, in applicazione dell’art. 18 stat. lav., comma 1 come modificato dalla L. n. 92 del 2012, condannava la società reclamata a reintegrare il ricorrente nel posto di lavoro e a risarcirgli il danno in misura pari alle retribuzioni dal giorno di licenziamento sino a quella dell’effettiva reintegrazione, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali sulla somma mensilmente rivalutata dalle singole scadenze al saldo e al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali.
3. La Corte di appello osservava come la documentazione prodotta e la prova testimoniale avessero dimostrato l’inesistenza di un vero e proprio reparto di lavorazione dei materiali diversi dall’oro, la mancata adibizione esclusiva del reclamante a tali lavorazioni, il carattere marginale delle stesse rispetto al complesso della produzione aziendale, le maggiori esperienze e conoscenze del reclamante nel settore dell’incisione dell’oro rispetto a quelle dell’altro dipendente rimasto in servizio nonchè l’assunzione, successiva al licenziamento, di una nuova dipendente che, nonostante il formale inquadramento come impiegata, di fatto era stata addetta anche alle lavorazioni dell’oro. A fronte di tale quadro probatorio, non si era in presenza di un’ipotesi di ristrutturazione aziendale, ma di un’ipotesi di mera riduzione delle mansioni del reclamante relative alla cessazione di alcune lavorazioni, situazione peraltro inseritasi nel contesto di un andamento positivo del complessivo fatturato aziendale negli anni precedenti al recesso. Neppure era giustificata la scelta di licenziare il reclamante in luogo del collega C., meno anziano in servizio e con minori capacità e competenze.
3.1. Ritenuto dunque di confermare il giudizio di primo grado circa l’insussistenza del giustificato motivo oggettivo, la Corte territoriale, per quanto ancora rileva nella presente sede, ravvisava la sussistenza del motivo ritorsivo del licenziamento, espressivgleontà di rappresaglia per la prolungata assenza del dipendente per malattia. L’intento ritorsivo poteva ritenersi dimostrato per presunzioni, ma non dalla sola circostanza della contiguità temporale tra rientro in servizio e intimazione del recesso, nè come mero riflesso della infondatezza del motivo oggettivo, quanto piuttosto alla stregua di una valutazione complessiva della vicenda e in applicazione delle comuni regole di esperienza.
4. Per la cassazione di tale sentenza la società Chiaramonti Incisioni ha proposto ricorso affidato a quattro motivi, cui ha resistito con controricorso F.S..
1. Con il primo motivo si denuncia nullità della sentenza ai sensi dell’art. 112 c.p.c. e omessa pronuncia sulla questione preliminare della inammissibilità del reclamo (art. 360 c.p.c., n. 4). Rileva la ricorrente che la sentenza, pur dando atto dell’eccezione formulata dalla reclamata ai sensi dell’art. 434 c.p.c., non si era pronunciata al riguardo. Il giudice di primo grado aveva motivato nel senso che la concomitanza temporale tra rientro dalla malattia e intimazione del licenziamento non poteva fondare la prova presuntiva in difetto di altri elementi, trattandosi di circostanza non univoca, ma il reclamante non aveva censurato in modo specifico tale motivazione, limitandosi a reiterare le proprie tesi.
2. Con il secondo motivo si denuncia nullità della sentenza ai sensi dell’art. 132 c.p.c., n. 4 e dell’art. 434 c.p.c. (art. 360 c.p.c., n. 4) perchè priva di una confutazione della sentenza di primo grado, quanto alla mancata prova del motivo ritorsivo come unico e determinante del recesso.
3. Con il terzo motivo si denuncia omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., n. 5). Si censura la sentenza nella parte in cui ha ritenuto l’insussistenza della ristrutturazione aziendale e dell’esclusività di adibizione del ricorrente all’attività di produzione non-oro.
5. Il primo motivo è infondato, poichè l’eccezione di inammissibilità del reclamo per genericità, ai sensi dell’art. 434 c.p.c., è stata implicitamente disattesa, dalla sentenza impugnata che, nell’accogliere l’impugnazione vertente sul carattere ritorsivo del licenziamento, ha evidentemente ritenuto specifiche le censure mosse dal reclamante.
6.2. Per accordare la tutela prevista per il licenziamento nullo (L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 1 come novellato dalla L. n. 92 del 2012), perchè adottato per motivo illecito determinante ex art. 1345 c.c., occorre che il provvedimento espulsivo sia stato determinato esclusivamente da esso, per cui la nullità deve essere esclusa se con lo stesso concorra un motivo lecito, come una giusta causa (art. 2119 c.c.) o un giustificato motivo (L. n. 604 del 1966, ex art. 3). Il motivo illecito può ritenersi esclusivo e determinante quando il licenziamento non sarebbe stato intimato se esso non ci fosse stato, e quindi deve costituire l’unica effettiva ragione del recesso, indipendentemente dal motivo formalmente addotto. L’esclusività sta a significare che il motivo illecito può concorrere con un motivo lecito, ma solo nel senso che quest’ultimo sia stato formalmente addotto, ma non sussistente nel riscontro giudiziale. Il giudice, una volta riscontrato che il datore di lavoro non abbia assolto gli oneri su di lui gravanti e riguardanti la dimostrazione del giustificato motivo oggettivo, procede alla verifica delle allegazioni poste a fondamento della domanda del lavoratore di accertamento della nullità per motivo ritorsivo, il cui positivo riscontro giudiziale dà luogo all’applicazione della più ampia e massima tutela prevista dalla L. n. 300 del 1970, art. 18. comma 1. Dunque, in ipotesi di domanda proposta dal lavoratore che deduca la nullità del licenziamento per il suo carattere ritorsivo, la verifica di fatti allegati dal lavoratore richiede il previo accertamento della insussistenza della causale posta a fondamento del recesso, che risulti solo allegata dal datore, ma non provata in giudizio, poichè la nullità per motivo illecito ex art. 1345 c.c. richiede che questo abbia carattere determinante e che il motivo addotto a sostegno del licenziamento sia solo formale e apparente (Cass. n. 9468 del 2019).
6.3. Nel caso in esame, la sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione di tali principi, poichè ha esaminato la domanda incentrata sulla natura ritorsiva del licenziamento dopo avere escluso la sussistenza in concreto del giustificato motivo oggettivo addotto da parte datoriale a fondamento del recesso. Ha poi posto in relazione tra loro gli elementi indiziari acquisiti al giudizio, affermando che si trattava di “…valutare complessivamente la vicenda…” e di applicare le “regole di esperienza poste a base del ragionamento presuntivo”, per cui il licenziamento del reclamante, dal punto di vista oggettivo e soggettivo, non presentava altra spiegazione che il collegamento causale con l’assenza per malattia.
7.1. Rientra nei compiti del giudice di merito il giudizio circa l’opportunità di fondare la decisione sulla prova per presunzioni e circa l’idoneità degli stessi elementi presuntivi a consentire illazioni che ne discendano secondo il principio dell’id quod plerumque accidit, essendo il relativo apprezzamento sottratto al controllo in sede di legittimità se sorretto da motivazione adeguata, immune da vizi logici o giuridici (cfr. Cass. 16728 del 2006, n. 1216 del 2006, n. 3874 del 2002, n. 12422 del 2000; v. pure tra le più recenti, Cass. 4241 del 2016).
8. Il terzo motivo è inammissibile, poichè tende ad ottenere un riesame delle risultanze istruttorie valutate dai giudici di merito circa l’eliminazione della produzione non-oro, che non aveva costituito – secondo tale accertamento di fatto – soppressione di un reparto autonomo, ma mera riduzione dell’attività produttiva, in difetto di prova circa il carattere esclusivo dell’adibizione del ricorrente a tale genere di mansioni.
9. Infine, è infondato il quarto motivo. In merito al ricorso alla prova presuntiva, che è incensurabile in sede di legittimità l’apprezzamento del giudice del merito circa la valutazione della ricorrenza dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge per valorizzare elementi di fatto come fonti di presunzione, rimanendo il sindacato del giudice di legittimità circoscritto alla verifica della tenuta della relativa motivazione, nei limiti segnati dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. 1234 del 2019, v. pure Cass. n 5484 del 2019), mentre la denuncia di violazione di legge con riguardo all’uso della presunzioni da parte del giudice di merito attiene all’ipotesi in cui il giudice di merito sussuma erroneamente sotto i tre caratteri individuatori della presunzione (gravità, precisione e concordanza) fatti concreti che non sono invece rispondenti a quei requisiti, competendo alla Corte di cassazione, nell’esercizio della funzione di nomofilachia, controllare se la norma dell’art. 2729 c.c., oltre ad essere applicata esattamente a livello di proclamazione astratta, lo sia stata anche sotto il profilo dell’applicazione a fattispecie concrete che effettivamente risultino ascrivibili alla fattispecie astratta (cfr. Cass. n. 29635 del 2018 e Cass. n. 19485 del 2017).
9.1. La deduzione del vizio di violazione di legge, consistente nella erronea riconduzione del fatto materiale nella fattispecie legale deputata a dettarne la disciplina (c.d. vizio di sussunzione), postula che l’accertamento in fatto operato dal giudice di merito sia considerato fermo ed indiscusso, sicchè è estranea alla denuncia del vizio di sussunzione ogni critica che investa la ricostruzione del fatto materiale, esclusivamente riservata al potere del giudice di merito (v., tra le più recenti, Cass. n. 6035 del 2018). Tale principio generale, che presiede al giudizio di legittimità, trova applicazione anche con riguardo all’uso delle presunzioni, dovendo la censura di diritto lasciare immutata la ricostruzione in fatto della sentenza di appello, poichè il giudizio di diritto sussuntivo verte solo sulla validità dell’iter logico inferenziale (Cass. sentenze citate n. 1234 del 2019, 29635 del 2018, 19485 del 2017, n. 6035 del 2018 e n. 1379 del 2019).
10. In sede di memoria ex art. 378 c.p.c. la società ricorrente ha addotto un nuovo argomento difensivo, da ritenere ammissibile in quanto di rilievo solo giuridico nell’ambito dei fatti come sopra descritti. Assume che l’intimazione del licenziamento prima del rientro dalla malattia avrebbe reso il licenziamento inefficace, per cui la concomitanza temporale tra rientro dalla malattia e intimazione del recesso avrebbe dovuto costituire un elemento neutro, privo di rilievo, non potendosi esigere dal datore di lavoro l’intimazione di un licenziamento inefficace per evitare la sua qualificazione ritorsiva.
12. Sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte della società cooperativa ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater. Il raddoppio del contributo unificato, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, costituisce una obbligazione di importo predeterminato che sorge ex lege per effetto del rigetto dell’impugnazione, della dichiarazione di improcedibilità o di inammissibilità della stessa.

References: Sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 art. 18
 art. 1345
 art. 3
 art. 18
 art. 1345
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 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 378
 art. 13
 art. 1