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Timestamp: 2020-07-03 14:39:16+00:00

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Vincenzo Pacillo, La sospensione del diritto di libertà religiosa nel tempo della pandemia - Olir
Vincenzo Pacillo, La sospensione del diritto di libertà religiosa nel tempo della pandemia
perduto nel puro intuire in solitudine.
La solitudine, l’ansia, la mancanza di cui parla Pasolini nella “Poesia in forma di rosa” sono uno straordinario specchio del tempo che stiamo vivendo: tempo di epidemia, anzi, di pandemia, in cui l’esercizio di non pochi diritti fondamentali è limitato e sospeso in forza di provvedimenti governativi destinati a regolare uno stato di eccezione di cui non è agevole intravedere la fine.
Se tornano d’attualità – nel momento presente – le parole della teologia politica di Schmitt (“sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”) e si ripropone la distinzione fra norma e decisione proposta dal giurista di Plattenberg, si manifesta altresì all’interno del sottosistema creato dal susseguirsi di Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri legittimati da un decreto-legge (il numero 6 del 23 febbraio 2020) la strutturale riduzione della socialità senza alcun tipo di controllo parlamentare. Come nota Azzariti, «la conversione di questi decreti avverrà a effetti esauriti, e dunque verrà meno dal punto di vista “sostanziale” l’abituale controllo parlamentare». Ciò, beninteso, entro il margine costituzionale della salute (art. 32 Cost.) in una prospettiva ben diversa da quella di Walter Benjamin, che voleva la Gewalt strutturarsi in una purezza assoluta fuori da qualunque confine e ratifica di assemblea.
L’attuale decisione sullo stato di eccezione ha avuto per effetto la legittimazione (sia pur) temporanea di una sospensione di diverse libertà fondamentali: una decretazione d’urgenza anomala, eretta sui presupposti della necessità ed urgenza, che ha di fatto travolto non solo l’esercizio della libertà religiosa in foro esterno, ma anche lo stesso sistema concordatario fondato sull’articolo 7 della Carta fondamentale e, come vedremo in seguito, anche (almeno in parte) la libertà di religione in foro interno. Un travolgimento legittimo tanto nella prospettiva dell’articolo 9 della Convenzione EDU (la quale – come è noto – ritiene la tutela della salute pubblica uno scopo legittimo degli atti diretti alla limitazione della libertà religiosa, purché le misure limitative siano prescritte dalla legge e necessarie in una società democratica secondo un ampio margine di apprezzamento), quanto in quella della deroga, per norma cogente di diritto internazionale pubblico, (che deve intendersi come applicabile anche al Concordato tra Repubblica Italiana e Santa Sede ex art. 3 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati) al principio «pacta sunt servanda» che, come è noto, può essere disatteso per stato di necessità o cause di forza maggiore.
In particolare, la sospensione dell’art. 2 dell’accordo di Villa Madama deriverebbe dal fatto che mantenere la totale libertà della Chiesa cattolica di disciplinare senza interventi dello Stato il libero esercizio del culto avrebbe comportato il rischio del sacrificio di un interesse essenziale per la Repubblica italiana, quale è la salute dei suoi cittadini.
Va peraltro ricordato che la legittimità dell’intervento sospensivo di una norma pattizia da parte dello Stato richiede la sussistenza di un pericolo grave e imminente, l’inevitabilità della sospensione al fine di tutelare l’interesse in questione e l’assenza di pregiudizio per un interesse essenziale della controparte.
Nessun dubbio, nella fattispecie, sulla gravità ed imminenza per la salute dei consociati: nel caso Gabčíkovo-Nagymaros la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato che il concetto di imminenza va ben oltre il concetto di possibilità. Un pericolo deve essere imminente nel senso che esso deve essere attuale o prossimo, certo o altamente probabile secondo standard oggettivi e non imputabile ad un’azione o inazione dello Stato che si trova a fronteggiarlo.
Più complesso, indubbiamente, il problema dell’assenza di pregiudizio per un interesse essenziale della controparte, ovvero della Chiesa cattolica. E’ ben noto che tale interesse coinvolge una serie di fattori: alla “promozione dell’uomo” e alla realizzazione del bene del Paese (interessi esplicitamente menzionati nell’art. 1 dell’Accordo di Villa Madama) deve aggiungersi, quanto meno, la salvezza delle anime, suprema lex dell’ordinamento canonico ex can. 1752 CJC.
La CEI, attraverso un comunicato del 5 marzo 2020, ha dichiarato di “condivide(re) (la) situazione di disagio e sofferenza del Paese” e di “assume(re) in maniera corresponsabile iniziative con cui contenere il diffondersi del virus”, così avallando la decisione, prima della Diocesi di Milano e delle Diocesi lombarde e successivamente delle altre Diocesi italiane, di sospendere il precetto domenicale, le messe feriali coram populo, e più in generale le celebrazioni, anche quelle matrimoniali ed esequiali.
In un bilanciamento, dunque, tra necessità di garantire la salute pubblica e i diritti fondamentali dei fedeli – su cui tra poco torneremo -, la prima ha prevalso potremmo dire in maniera assoluta, senza che questa scelta ricevesse un avallo esplicito dalla Santa Sede, o meglio da quella Commissione paritetica che – ai sensi dell’art. 14 dell’Accordo di Villa Madama – dovrebbe intervenire ogniqualvolta nascano difficoltà di applicazione della normativa pattizia.
La mancata convocazione della suddetta Commissione inaugura dunque una prassi costituzionale: laddove chi può decidere sullo stato di eccezione ritenga di poter sospendere la normativa concordataria può farlo inaudita altera parte, trasformando dunque il regime concordatario vigente in un giurisdizionalismo di fatto. Rientra dunque nell’ordine proprio dello Stato, ex primo comma dell’art. 7 della Costituzione, decidere in che modo, per quanto tempo e a quali condizioni la libertà ecclesiastica possa essere compressa, a prescindere dal fatto che l’altra parte esprima il suo assenso a tale compressione.
A tal proposito, va rilevato che sulla questione non si conoscono posizioni ufficiali della Santa Sede: sono stati i Vescovi diocesani, a norma dei cann. 381 § 1 e 838 § 4 CJC, a definire giuridicamente il regime delle celebrazioni e del supporto spirituale della popolazione in ottemperanza dei diversi Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri che si sono succeduti nel tempo. Questo ha comportato la degradazione del diritto sancito dal can. 213 da diritto fondamentale a diritto affievolito, poiché condizionato non solo alla sussistenza di uno stato di comunione piena con la Chiesa, ma ad un’eventuale esigenza di interesse pubblico, “il cui verificarsi esclude la tutela e dissolve il diritto” (Pototschnig). Il problema, ovviamente, non si pone solo in prospettiva giuridica, ma anche teologica: poiché esso riguarda la relazione non solo tra l’esercizio pubblico del culto e la tutela della salute e dell’integrità fisica, ma anche tra il sacramento inteso come strumento di salvezza e l’esistenza terrena del fedele.
In altre parole, la ridefinizione di tutto l’assetto delle celebrazioni cattoliche in Italia non ha solo – di fatto – ridefinito l’assetto del culto pubblico, ma anche il rapporto dei fedeli con la Santa Eucaristia.
Di qui alcune conseguenze: se infatti la decretazione del Presidente del Consiglio dei Ministri che sospende le celebrazioni religiose, ivi comprese quelle funebri (art. 1, comma 1, lettera i DPCM 8 marzo 2020) su tutto il territorio nazionale (art. 1 DPCM 9 marzo 2020) è certamente grave causa che rende impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica e consente, alle condizioni di cui al can. 1248 § 2, la dispensa dall’obbligo del precetto festivo, quid iuris rispetto ai fedeli in piena comunione con la Chiesa che chiedano di ricevere la Santa Comunione? Si pensi in particolare agli anziani e agli infermi, che potrebbero altresì richiedere – alle condizioni di cui ai cann. 1004-1007 CJC , il sacramento dell’unzione.
La normativa vigente non permette di rispondere univocamente: da un punto di vista il decreto della Sacra Congregazione per il culto divino del 4 gennaio 1978 consente di ricevere la Santa Comunione fuori dalla celebrazione eucaristica, ma (al di là del fatto che non è chiaro se in virtù delle indicazioni rubricali del Rito della Comunione fuori della Messa e culto eucaristico ai nn. 19-22, anche in tale occasione si debba parlare di “celebrazione religiosa”) i sacerdoti ed i fedeli coinvolti nella somministrazione del sacramento – i quali dovrebbero, evidentemente, muoversi dalle loro abitazioni – potrebbero sostenere che il loro spostamento è motivato da “situazioni di necessità” ex art. 1 lettera a) DPCM 8 marzo 2020?
La normativa di necessità ed urgenza per far fronte al COVID-19 è dunque, nel momento in cui incide direttamente sul rapporto tra fedeli e sacramenti, capace di interferire direttamente con la dimensione di forum internum della libertà religiosa: l’eventuale impossibilità di ricorrere ad uno strumento di salvezza che è espressione di religiosità interiore e che coinvolge una relazione dotata di una dimensione pubblica limitatissima, stante l’assai esiguo numero di soggetti coinvolti nella relazione sacramentale, non può che lasciare qualche perplessità, stante la concorrente legittimità di relazioni interpersonali di carattere lavorativo ed economico potenzialmente ben più rischiose per la pubblica incolumità. Se poi pensiamo alla gran mole di documenti del magistero ecclesiastico che indicano nella Santa Comunione un alimento fondamentale per la vita spirituale del fedele, ben si comprende come il “digiuno eucaristico”, al netto di ulteriori considerazioni teologiche, vada ad impattare in modo evidente sulla dimensione più centrale della libertà di religione dei cattolici.
Questo ovviamente non significa che i provvedimenti governativi siano illegittimi, ma semplicemente che la loro applicazione poteva avvenire secondo uno schema bilateralmente concordato. Inoltre, stante la ormai diffusa consuetudine di Diocesi e Parrocchie (nonché, da ultimo, della Santa Sede) di trasmettere la Santa Messa in streaming o in televisione tale scelta poteva essere accompagnata da una serie di istruzioni provenienti dalla gerarchia ecclesiastica per rendere meno spontaneistico l’uso degli strumenti di diffusione in remoto per le diverse esigenze spirituali dei fedeli.
Esistono però altri dubbi: ad esempio, se si legge l’art. 1 comma 1 lettera i) del DPCM 8 marzo 2020, non si capisce perché i luoghi di culto dovrebbero rimanere aperti se fosse totalmente impossibile recarsi presso di essi: e – del pari – risulterebbe assai curioso che Diocesi come quella di Milano abbiano dato istruzioni relative alla celebrazione del sacramento della Penitenza qualora la celebrazione di tale sacramento dovesse ritenersi interdetta ai sensi dei DPCM 8 marzo e 9 marzo 2020.
Tutto questo, però, al momento può essere solo frutto di ipotesi, al netto del fatto che il controllo e la valutazione delle situazioni di necessità ex art. 1 lettera a) DPCM 8 marzo 2020 è demandato alle forze di Polizia, che potrebbero impedire al fedele di raggiungere il luogo di culto e denunciarlo per violazione dell’art. 650 c.p. e – ugualmente – impedire al sacerdote o al ministro straordinario di somministrare la Comunione al fedele infermo che ne faccia richiesta.
Un’ultima considerazione deve essere riservata al divieto di celebrazioni esequiali: anche in questo caso sembra che le Diocesi italiane si siano mosse ciascuna per suo conto, senza un intervento organico: si manifesta comunque un’attenzione generale alle necessità pastorali che, nella suprema ora del dolore, sono di conforto ai congiunti delle vittime.
Vincenzo Pacillo, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
vincenzo.pacillo@unimore.it

References: art. 3
 § 1
 § 4
 § 2
 art. 1
 art. 1