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Timestamp: 2020-05-30 02:21:29+00:00

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sentenza-15-novembre-2002
Ai fini del diniego di accoglimento della domanda di equa riparazione proposta a norma degli artt. 2 e 3 della legge 89/2001, non è sufficiente ad escludere la sussistenza del danno (sia patrimoniale sia non patrimoniale) che possa essere derivato al ricorrente per effetto del ritardo eccedente il termine ragionevole di cui al primo comma del citato art. 2, il semplice fatto che tale ritardo abbia prodotto l’estinzione, per prescrizione, del reato ascritto al medesimo ricorrente, occorrendo invece apprezzare se l’effetto estintivo della prescrizione stessa sia intervenuto o meno a seguito dell’utilizzo di tecniche dilatorie o di strategie sconfinanti nell’abuso del diritto di difesa, ben potendo un effetto del genere prodursi, in tutto o almeno in parte (ed, in questa seconda ipotesi, con valenza preponderante), indipendentemente da simili tecniche e da tali strategie ovvero a prescindere dalla reale volontà del sottoposto al procedimento penale ed a autorità procedenti, senza che, del resto, in quest’ultimo caso, possano ritenersi di per sé in grado di elidere completamente il danno, nella sua duplice accezione dianzi riportata, né la mancata rinuncia alla prescrizione ad opera dell’imputato né la certezza, eventualmente acquisita da parte di quest’ultimo, circa la sopravvenienza della prescrizione stessa.
Cassazione italiana . sezione prima civile - sentenza 15 novembre 2002, n. 15449. Giudizio di equa riparazione. Legge Pinto n. 89/2001. Presidente Saggio - relatore Giuliani – P.M. Raimondi – (parz. conforme) - ricorrente TEDESCO- contro Ministero della Giustizia.
Con ricorso alla Corte di appello di Roma, Vincenzo Tedesco chiedeva l'equa riparazione del danno subito in conseguenza della durata di un procedimento penale, iniziatosi il 4 febbraio 1994 a seguito di richiesta di rinvio a giudizio da parte del Pm e conclusosi il 3 novembre 2000 dietro passaggio in giudicato della sentenza del tribunale di Benevento la quale aveva assolto il T. medesimo dalla prima delle due imputazioni ascrittegli, per non essere il fatto più previsto come reato, mentre aveva dichiarato non doversi procedere quanto alla seconda per intervenuta prescrizione.
Il giudice adito, con decreto emesso in data 15 ottobre-12 novembre 2001, rigettava il ricorso assumendo:
a. che, dalla durata di anni sei, dovessero venire detratti cinque rinvii, dovuti ad astensione degli avvocati, di carattere nazionale o locale, nonché ad impedimento dell'imputato, per complessivi anni due e mesi tre;
b. che dal residuo ritardo eccedente il termine ragionevole, accertato in anni due, non fosse derivato al ricorrente alcun danno, né patrimoniale né morale, tenuto conto del fatto che esso aveva anzi prodotto l'estinzione, per prescrizione, del più grave reato, tuttora non depenalizzato, di emissione di fatture false ascritto al T., senza che quest'ultimo vi avesse rinunciato così dimostrando di non ritenere sussistenti i presupposti per un'assoluzione nel merito.
Deve innanzi tutto essere affrontato l'esame del terzo motivo di impugnazione, atteso che con quest'ultimo motivo il ricorrente, lamentando violazione e falsa applicazione degli articoli 2056 e 2043 c.c., della legge n. 89/2001, della legge 848/55, degli articoli 2, 24 e 111 della Costituzione, censura la pronuncia della Corte territoriale là dove tale giudice, pur avendo accertato la violazione del termine ragionevole di durata, ha escluso il danno "... tenuto conto che esso ha anzi prodotto l'estinzione, per prescrizione, del più grave reato ascrittogli... (e che il T.) non ha rinunziato alla prescrizione... così mostrando di non ritenere sussistenti i presupposti per un'assoluzione nel merito", onde, per un verso, il riferito apprezzamento da parte dello stesso giudice, il quale soltanto sul punto in questione (non essere cioè "derivato peraltro al ricorrente alcun danno, né patrimoniale né morale") ha fondato la propria decisione di rigetto del ricorso, finisce per rivestirecarattere logicamente preliminare e per conferire quindi analoga natura alle relative doglianze del ricorrente medesimo, mentre, per altro verso, si palesa in questo senso (ed in questi termini) destituita comunque di fondamento l'eccezione di inammissibilità del predetto ricorso sollevata nella memoria ex articolo 378 c.p.c. dalla amministrazione contro ricorrente, nella parte in cui si assume che l'impugnabilità per cassazione, ex articolo 3, sesto comma, della legge 89/2001, del decreto pronunciato dalla Corte di appello sulla domanda di equa riparazione proposta ai sensi della richiamata legge, non consente tuttavia l'articolazione di motivi diversi dalla "violazione di legge" (dovendo trovare applicazione in proposito l'articolo 111 della Costituzione e non l'articolo 360 c.p.c.), posto che, con il motivo in esame, viene espressamente denunciata la "violazione (delle) norme rubricate".
a. che l'aver verificato la sussistenza del danno in base all'esito del giudizio e all'acquiescenza fatta alla prescrizione, ha significato l'introduzione, da parte della Corte territoriale, di un parametro escluso dalla disposizione di cui al secondo comma dell'articolo 2 della legge 89/2001, la quale attribuisce al giudice il potere-dovere di valutare la complessità del caso al fine del giudizio di ragionevolezza sulla durata, ma non il fondamento della pretesa, con esclusione, quindi, di ogni rilevanza ed incidenza dell'esito della causa vuoi su tale giudizio vuoi, altresì, sulla sussistenza del danno;
b. che la lesione di diritti di rilevanza costituzionale va incontro alla sanzione risarcitoria per il fatto in sé della lesione (danno evento) indipendentemente dalla ricaduta patrimoniale che la stessa possa comportare (danno conseguenza), onde, risultando il principio della ragionevole durata del processo attualmente affermato dall'articolo 111 della Costituzione, è alla lesione in sé di tale diritto fondamentale che va riferita la norma di cui all'articolo 2 della legge 89/2001 nella parte in cui fa riferimento al danno non patrimoniale.
Si osserva, al riguardo, come la Corte territoriale, pur avendo riconosciuto la sussistenza di un "residuo ritardo eccedente il termine ragionevole (accertato in questa sede in anni due)", abbia tuttavia ritenuto che da siffatto ritardo non sia "derivato peraltro al ricorrente alcun danno, né patrimoniale né morale, tenuto conto che esso ha anzi prodotto l'estinzione, per prescrizione, del più grave reato ascrittogli, tuttora non depenalizzato, dì emissione di fatture false", laddove "il T. noncarattere logicamente preliminare e per conferire quindi analoga natura alle relative doglianze del ricorrente medesimo, mentre, per altro verso, si palesa in questo senso (ed in questi termini) destituita comunque di fondamento l'eccezione di inammissibilità del predetto ricorso sollevata nella memoria ex articolo 378 c.p.c. dalla amministrazione contro ricorrente, nella parte in cui si assume che l'impugnabilità per cassazione, ex articolo 3, sesto comma, della legge 89/2001, del decreto pronunciato dalla Corte di appello sulla domanda di equa riparazione proposta ai sensi della richiamata legge, non consente tuttavia l'articolazione di motivi diversi dalla "violazione di legge" (dovendo trovare applicazione in proposito l'articolo 111 della Costituzione e non l'articolo 360 c.p.c.), posto che, con il motivo in esame, viene espressamente denunciata la "violazione (delle) norme rubricate".
c. che l'aver verificato la sussistenza del danno in base all'esito del giudizio e all'acquiescenza fatta alla prescrizione, ha significato l'introduzione, da parte della Corte territoriale, di un parametro escluso dalla disposizione di cui al secondo comma dell'articolo 2 della legge 89/2001, la quale attribuisce al giudice il potere-dovere di valutare la complessità del caso al fine del giudizio di ragionevolezza sulla durata, ma non il fondamento della pretesa, con esclusione, quindi, di ogni rilevanza ed incidenza dell'esito della causa vuoi su tale giudizio vuoi, altresì, sulla sussistenza del danno;
d. che la lesione di diritti di rilevanza costituzionale va incontro alla sanzione risarcitoria per il fatto in sé della lesione (danno evento) indipendentemente dalla ricaduta patrimoniale che la stessa possa comportare (danno conseguenza), onde, risultando il principio della ragionevole durata del processo attualmente affermato dall'articolo 111 della Costituzione, è alla lesione in sé di tale diritto fondamentale che va riferita la norma di cui all'articolo 2 della legge 89/2001 nella parte in cui fa riferimento al danno non patrimoniale.
Appare, perciò, palese che il giudice del merito ha fondato il proprio diniego di accoglimento della domanda di equa riparazione sul rilievo dell'insussistenza in concreto di tale danno e che lo stesso giudice, ai richiamati fini, ha, sia pure implicitamente, presupposto la necessità della relativa dimostrazione "anche" rispetto al danno non patrimoniale, in applicazione dei principi dell'allegazione e della prova unanimemente condivisi in riferimento al danno patrimoniale.
Sotto il profilo anzidetto, tuttavia, giova subito notare che l'impugnato decreto non soggiace alle censure del ricorrente, là dove quest'ultimo assume invece che alla lesione "in sé" del diritto fondamentale ad una ragionevole durata del processo vada ragguagliata la norma dettata dall'articolo 2 della legge 89/2001 nella parte in cui fa cenno al danno non patrimoniale.
a. l'equa riparazione, così come risulta delineata dal sistema introdotto con la legge 89/2001, non costituisce una mera sanzione pecuniaria, multa o pena privata, dovuta nei confronti dell'apparato per il solo fatto oggettivo del danno irragionevole;
b. pur essendo stato, infatti, l'intento del legislatore nazionale chiaramente quello di trasportare nel diritto interno il rimedio in precedenza assicurato dall'ordinamento internazionale della Convenzione mediante la giurisdizione della Cedu davanti alla quale, come accennato, il soggetto istante, assumendo la violazione del diritto al processo in termini ragionevoli, non doveva necessariamente allegare e provare di avere effettivamente subito un danno morale da tale violazione, è tuttavia significativo che, indipendentemente dall'intento sopra descritto, il legislatore stesso abbia adottato, nel formulare il testo normativo, un'opzione letterale, segnatamente identificabile nelle parole "per effetto" contenute nel primo comma dell'articolo 2 della legge 89/2001, la quale, lungi dal collegare direttamente l'indennizzo alla protrazione del giudizio oltre il termine ragionevole di durata, si incardina invece sul rapporto eziologico tra quest'ultima ed il danno (patrimoniale o non patrimoniale) che si pretende venga indennizzato, onde tale danno rappresenta un evento diverso ed ulteriore rispetto al fatto lesivo (la violazione della Convenzione sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all'articolo 6, paragrafo 1) che può averlo generato, senza cioè che vi sia danno suscettibile di "equa riparazione" per il solo fatto del verificarsi della violazione medesima, dovendone esso costituire comunque l'"effetto", laddove la necessaria relazione causale tra violazione e pregiudizio trova altresì la propria espressione nella regola secondo cui, ex articolo 2, terzo comma, della legge 89/2001, ai fini della liquidazione, rileva soltanto il periodo eccedente la durata ragionevole del giudizio;
c. il già citato terzo comma dell'articolo 2, ad ulteriore conferma, richiama espressamente l'articolo 2056 c.c., che a propria volta rimanda alle disposizioni contenute negli articoli 1223, 1226 e 1227 c.c., ovvero fa espresso riferimento a criteri i quali, sebbene riferiti principalmente al danno patrimoniale, richiedono una prova precisa anche del danno non patrimoniale, ancorché attenuata dalla possibilità di una liquidazione equitativa, secondo quanto la giurisprudenza di questa Corte ha avuto modo di affermare, anche recentemente ed al suo massimo livello (Cassazione sezioni unite 2515), là dove è stata espressamente riconosciuta (sussistendone i relativi presupposti ex articolo 2059 c.c., il quale rinvia all'articolo 185 c.p. che, a propria volta, rimanda alle singole figure delittuose), la risarcibilità del danno morale soggettivo lamentato dai soggetti che si trovino in una particolare situazione (nel caso affrontato con la richiamata pronuncia, in quanto abitino e/o lavorino in un ambiente compromesso a seguito di disastro colposo ex articolo 449 c.p.) e che, anche in mancanza di una lesione all'integrità psico-fisica (danno biologico) o di altro evento produttivo di danno patrimoniale, "provino in concreto di aver subito un turbamento psichico (sofferenze e patemi d'animo) di natura transitoria" a causa (nella fattispecie) dell'esposizione a sostanze inquinanti ed alle conseguenti limitazioni del normale svolgimento della loro vita.
Occorre, poi, aggiungere che, esattamente in materia penale, il principio secondo cui non è riscontrabile la violazione dell'articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo allorché il prolungarsi di una procedura oltre il "termine ragionevole" sia stato provocato dal comportamento del ricorrente (Cedu 13 luglio 1983, Zimmermann c. Svizzera; Cedu 20 febbraio 1991, Vernillo c. Francia; Cedu 18 luglio 1994, Venditelli c. Italia), non può essere esteso, secondo quanto osservato anche in dottrina, fino ad esigere un comportamento collaborativo dell'imputato, il quale, ove a quest'ultimo non venisse riconosciuto il diritto a difendersi con ogni strategia processuale, rischierebbe di porsi in contrasto con il diritto "a non essere costretto a deporre contro se stesso od a confessarsi colpevole" sancito dall'articolo 14, paragrafo 3, lettera g), del Patto internazionale sui di ritti civili e politici del 1966, oltre che implicitamente desumibile, per la Convenzione anzidetta, dalla presunzione dì innocenza consacrata nell'articolo 6, paragrafo 2 (che va applicata nei casi in cui gli organi dello Stato abbiano instaurato una proceduta di carattere penale indipendentemente dall'esito che essa abbia avuto, ovvero anche a quelle procedure che terminano con una decisione di inammissibilità della querela per intervenuta prescrizione del reato, pur sul rilievo che una delibazione sommaria dei fatti avesse indotto a ritenere che "senza dubbio il querelato sarebbe stato "condannato": Cedu 25 marzo 1983, Minelli c. Governo della Confederazione Elvetica, citata), onde, pur negandosi che siano computabili i ritardi dovuti alla fuga o alla latitanza dell'imputato (Cedu 19 ottobre 1999, Gelli c. Italia) e, più in generale, i ritardi dovuti a condotte dilatorie o ostruzionistiche, non può escludersi dal calcolo della durata processuale il tempo trascorso per la semplice non collaborazione di chi sia sottoposto a procedimento penale (Cedu 15 luglio 1982, Eckle c. RepubblI'ca Federale Tedesca; Cedu 25 febbraio 1993, Dobbertin c. Francia; Cedu 7 agosto 1996, Ferrantelli e Santangelo c. Italia).
La Corte accoglie il terzo motivo del ricorso, dichiara assorbiti gli altri, cassa il provvedimento impugnato in relazione al motivo accolto e rinvia, anche ai fini delle spese, alla Corte di appello di Roma in diversa composizione.

References: art. 2
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 378
 articolo 3
 articolo 378
 articolo 3
 articolo 2
 articolo 2059
 articolo 449