Source: http://www.assicuriamocibene.it/2013/10/18/il-medico-di-pronto-soccorso-che-dimette-senza-indagare-e-professionalmente-responsabile/
Timestamp: 2019-09-20 16:02:03+00:00

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Il medico di Pronto Soccorso che dimette senza indagare è professionalmente responsabile | ASSICURIAMOCI BENE
IL CASO riguarda un medico in servizio presso il pronto soccorso che era stato condannato sia in primo sia in secondo grado per aver provocato il decesso di un uomo cui non era stata tempestivamente diagnosticata una perforazione gastrica da ulcera. La vittima, secondo la ricostruzione fatta dai giudici del merito, si era recata una prima volta in ospedale in preda ad un acuto dolore addominale e ritenzione urinaria; in tale occasione gli veniva applicato un catetere che procurò abbondante minzione, somministrato un antidolorifico e poi dimesso. A distanza di poche ore l’uomo era ritornato al pronto soccorso del medesimo ospedale, essendosi ripresentata la stessa sintomatologia ed in tale circostanza il sanitario, poi imputato e condannato, che aveva sostituito la collega, sciolta la diagnosi di cistite e somministrato un antispastico, aveva provveduto anch’esso alla dimissione del paziente. Il giorno successivo, a distanza di circa ventiquattr’ore passate in preda a vari gravi disturbi, l’uomo venne trovato dalla moglie, in stato d’incoscienza, riverso sul letto. Trasportato in ospedale, entrava subito dopo in coma. Effettuati gli opportuni accertamenti del caso (TAC addominale), veniva diagnosticata “addome acuto da perforazione di ulcera gastrica”, con conseguente e concomitante “peritonite e polmonite da inalazione di cibo”. I sanitari, a quel punto, avevano tentato un intervento chirurgico d’urgenza che tuttavia non si era rivelato salvifico. Aggravatesi ulteriormente le condizioni, su richiesta delle moglie, mossa da pietas, l’uomo veniva dimesso e poco dopo, a casa, decedeva.
LA DIFESA DEL MEDICO AVANTI AI GIUDICI DI LEGITTIMITA’: il sanitario, per mezzo dei propri difensori aveva proposto, dunque, ricorso in Cassazione evidenziando che i giudici di merito avevano omesso di valutare l’operato dei sanitari, intervenuti durante i successivi ricoveri, e della moglie della vittima, la quale aveva espressamente richiesto che venisse dimesso, pur versando in gravissime condizioni, determinandone con ciò la morte.
LA DECISIONE: i giudici della Suprema Corte hanno respinto il ricorso chiarendo che se al primo tragico errore medico, causa dell’evento, sia seguito errore di altro sanitario, successivamente intervenuto, la condotta sopraggiunta, salvo i casi dell’eccezionalità e dell’imprevedibilità, non può costituire causa sopravvenuta escludente il rapporto di causalità.
ALCUNE SENTENZE ANALOGHE
Sussiste la responsabilità professionale del medico del pronto soccorso per non aver sottoposto il paziente, presentatosi al pronto soccorso, ad opportuna visita e approfondimenti diagnostici, acquisita la certezza “processuale” del nesso causale tra le omissioni ascritte al sanitario e l’evento lesivo, essendo risultata integrare la descritta condotta omissiva del sanitario la condizione necessaria dell’evento stesso con alto o elevato grado di credibilità razionale o di probabilità logica (Cassazione Penale, Sezione feriale, Sentenza dell’8 settembre 2011, n. 46761).
Le condizioni del paziente, in rapporto sia alla persistente cefalea, sia, soprattutto, alla sua resistenza ad ogni terapia, come riferito nella richiesta di visita specialistica urgente, avrebbero dovuto imporre al medico di pronto soccorso l’obbligo, non soltanto evidente, sotto il profilo di una accettabile deontologia professionale, ma giuridicamente incontestabile, di procedere, in ogni caso, ad una visita per opportuna, quanto intuibilmente necessaria, prima valutazione della situazione clinico-diagnostica del paziente, salvo poi a valutarne i necessari ed opportuni sviluppi (Cassazione Penale, Sezione VI, Sentenza de 16 febbraio 2006, n. 10933).
IL NESSO DI CAUSALITA’: è importante ricordare che in data 11 settembre 2002 la Corte di Cassazione Penale a Sezioni Unite ha emesso la sentenza n. 30328 (c.d. sentenza Franzese) in cui i giudici penali hanno enunciato, in tema di responsabilità professionale medica, alcuni principi:
l’unica certezza raggiungibile dal giudice è quella “processuale”, ossia quella certezza che si raggiunge tramite il ricorso ai criteri di valutazione della prova previsti dall’ordinamento penale e, all’esito dei quali, si possa affermare che il rapporto causale sussiste o meno in termini di “alto grado di credibilità razionale” o di “elevata probabilità logica”;
per poter raggiungere tali livelli di certezza processuale, il giudice deve però abbandonare automatismi e non fare riferimento esclusivamente ai parametri statistici espressi dalla legge scientifica di copertura o dalle massime di esperienza, giacché il giudice deve verificare nel caso concreto la validità dell’ipotesi accusatoria “sulla base delle circostanze del fatto e dell’evidenza disponibile” così che, all’esito del ragionamento probatorio che abbia altresì escluso l’interferenza di fattori alternativi, risulti giustificata e processualmente certa la conclusione che la condotta omissiva del medico è stata condizione necessaria dell’evento lesivo con “alto o elevato grado di credibilità razionale” o “probabilità logica”;
laddove sussista un ragionevole dubbio, per l’incertezza dei riscontri probatori, sull’effettiva efficacia della condotta omissiva del medico, rispetto ad altri fattori che possono aver interagito nella produzione dell’evento lesivo, si viene a neutralizzare l’ipotesi accusatoria con conseguente assoluzione del medico.
Le considerazioni che precedono valgono, tuttavia, solo in AMBITO PENALISTICO ove in sintesi vige il principio “DELL’OLTRE OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO” mentre sul PIANO CIVILISTICO (finalizzato al risarcimento del danno subito), soprattutto se si affrontano casi di responsabilità di tipo commissivo, la verifica probabilistica si arresta su soglie meno elevate, valendo il principio della preponderanza dell’evidenza o “DEL PIÙ PROBABILE CHE NON”(Cassazione Civile, Sezioni Unite, Sentenza dell’11 gennaio 2008, n. 581; Cassazione Civile, Sezioni Unite, Sentenza del 16 gennaio 2007, n. 21619).
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