Source: https://www.laleggepertutti.it/277939_lassegno-di-invalidita
Timestamp: 2019-06-24 14:35:39+00:00

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I trattamenti economici degli invalidi civili: l’assegno di invalidità e la Sostituzione con l’assegno sociale.
L’assegno erogato ai sensi dell’art. 13 L. n. 118/71 è detto anche assegno mensile di assistenza ovvero di invalidità parziale. Nasce contestualmente alla prestazione per inabilità assoluta e ha lo scopo di tutelare quei soggetti, affetti da minorazioni congenite o acquisite, di età compresa tra i 18 e 66 anni e 7 mesi (l’età originaria pari a 65 anni si è così elevata nel 2018 per effetto del meccanismo di adeguamento alla speranza di vita, su cui v. la precedente Sezione), che conservano una residua capacità lavorativa e possiedono redditi al di sotto di una certa soglia. L’assegno mensile spetta per intero anche ai soggetti eventualmente ospiti in istituti o case di riposo, in virtù del disposto dell’art. 14septies, comma 2, della L. n. 33/80.
1 Sostituzione con l’assegno sociale
3 L’importo valido per il 2018
4 Il limite di reddito individuale
5 Dall’incollocazione al mancato svolgimento di attività lavorativa
5.1 Il requisito della incollocazione al lavoro
6 Il requisito della L. n. 247/2007
7 Il valore probatorio delle dichiarazioni sostitutive
8 Disciplina delle dichiarazioni sostitutive
9 Conseguenze in caso di false dichiarazioni
10 Revoca del diritto per sopravvenuta mancanza di taluno dei requisiti
11 Presentazione di una nuova domanda amministrativa
12 Incompatibilità e facoltà di opzione
12.1 Il regime di incompatibilità della L. n. 407/90
12.2 L’opzione per il trattamento più favorevole
Sostituzione con l’assegno sociale
Al compimento della predetta età massima, anche i titolari dell’assegno di invalidità civile, come i titolari di pensione per inabilità civile, ai sensi dell’art. 19 L. n. 118/71, hanno diritto a percepire l’assegno sociale sostitutivo, ma in base ai requisiti reddituali più favorevoli stabiliti per i trattamenti di invalidità civile (art. 19 L. n. 118/71, circ. INPS n. 86/2000).
La percentuale di invalidità, originariamente stabilita in due terzi (pari cioè al 67%), è stata elevata nella misura del 74% dal D.Lgs. 23 novembre 1988, n. 509, art. 9, comma 1. Successivamente, l’art. 1, comma 35, della L. 24 dicembre 2007, n. 247 nel riscrivere l’art. 13 della L. n. 118/71 ha ribadito il grado di invalidità nella misura pari o superiore al 74%.
L’assegno spetta per tredici mensilità, con le stesse condizioni e modalità previste per la pensione di inabilità.
L’importo valido per il 2018
Per il 2018 l’importo dell’assegno è stato fissato in 282,55 euro mensili (circ. INPS n. 186/2017).
Il limite di reddito individuale
Dal 1° gennaio 1992, ai fini dell’accertamento della condizione reddituale per la concessione delle pensioni assistenziali a carico del ministero dell’Interno agli invalidi civili parziali, si applica il limite di reddito individuale stabilito per la concessione della pensione sociale, come sancito dall’art. 12 della legge 30 dicembre 1991, n. 412.
Il vantaggio del limite di reddito individuale permane anche quando l’assegno di invalidità civile è sostituito dall’assegno sociale erogato dall’Inps.
Il comma 4 dell’art. 12 della L. n. 412/91 ha previsto, in via transitoria, che per i titolari delle prestazioni già in godimento al 1° gennaio 1992, ed in possesso di redditi superiori ai limiti stabiliti nel medesimo comma, non opera, finché permane tale condizione, il relativo meccanismo di perequazione automatica delle prestazioni.
Il contenuto della norma transitoria si comprende più facilmente se si delinea brevemente la normativa precedente.
Gli articoli 6, 8 e 10 del decreto-legge 2 marzo 1974, n. 30, convertito con modificazioni nella L. 16 aprile 1974 n. 114 concernente norme per il miglioramento di alcuni trattamenti previdenziali e assistenziali, avevano unificato i limiti di reddito per le pensioni sociali e per le pensioni di invalidità civile, stante l’asserita comune natura assistenziale di tali prestazioni.
Successivamente la L. 29 febbraio 1980, n. 33 (art. 14septies) ha spezzato il nesso tra i due tipi di prestazione, con decorrenza dal 1° luglio 1980, stabilendo limiti diversi anche tra le stesse pensioni di invalidità civile. Nel contempo, nel caso dell’assegno per invalidità parziale, ha limitato l’indagine al reddito personale dell’invalido con esclusione del reddito percepito da altri componenti del nucleo familiare di cui il soggetto interessato faceva parte.
La L. n. 412/91 ha ripristinato il riferimento alle pensioni sociali, mantenendo però la condizione di miglior favore del limite individuale, il che ha comportato l’esistenza di numerose pensioni d’invalidità già legittimamente erogate in presenza di redditi più alti di quelli ammessi; per queste ultime è stata dettata la norma transitoria dell’art. 12 comma 4.
Il predetto riferimento alla pensione sociale è tuttora valido anche se quest’ultima prestazione è ormai ad esaurimento, essendo stata sostituita, come più volte detto, a far tempo dal 1° gennaio 1996, dall’assegno sociale introdotto dalla L. n. 335/95.
Il limite di reddito annuo per avere diritto, in presenza delle altre condizioni, all’assegno mensile per invalidità civile è stato fissato per il 2018 in 4.853,29 euro (circ. INPS n. 186/2017).
In particolare, a causa delle incompatibilità con altre prestazioni pensionistiche stabilite dalla legge, gli invalidi civili parziali, titolari dell’assegno mensile di cui all’art. 13 della L. 30 marzo 1971 n. 118, debbono specificare nella dichiarazione da presentare, oltreché all’atto della domanda, successivamente ogni anno, i redditi derivanti da prestazioni pensionistiche a carattere diretto, concesse a seguito di invalidità contratte per cause di guerra, di lavoro o di servizio, nonché da pensioni dirette di invalidità erogate, a qualsiasi titolo, dall’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti dei lavoratori dipendenti e dalle gestioni pensionistiche per i lavoratori autonomi e da ogni altra gestione pensionistica per i lavoratori dipendenti avente carattere obbligatorio.
Dall’incollocazione al mancato svolgimento di attività lavorativa
Il requisito della incollocazione al lavoro
Fino al 31 dicembre 2007, l’art. 13 L. n. 118/71 ha richiesto la «incollocazione» quale requisito costitutivo specifico per il diritto all’assegno di invalidità civile.
Lo stato «di incollocato al lavoro» non coincideva con il mero stato di disoccupazione o di non occupazione. Infatti, secondo la definizione fornita dalla Cassazione a sezioni unite (Cass. 10 gennaio 1992, n. 203), l’invalido era da ritenersi «in collocato al lavoro» non per effetto del mero stato di disoccupazione o non occupazione, ma solo quando, essendo iscritto (o avendo presentato domanda d’iscrizione) nelle speciali liste degli aventi diritto al collocamento obbligatorio, non aveva conseguito un’occupazione in mansioni compatibili.
Ai fini della prova dello stato di incollocazione al lavoro, si esigeva la certificazione dei competenti organi pubblici (Cass. 20 giugno 1990, n. 6178), con alcune eccezioni per i soggetti ai quali è preclusa l’iscrizione alle apposite liste speciali di collocamento.
In merito alla prova della incollocazione, la giurisprudenza costituzionale aveva dato soluzione al problema sorto con riguardo ai soggetti invalidi parziali ultradiciottenni in età scolare. Il caso pratico riguardava un minore invalido già titolare della indennità di frequenza, il quale, al compimento del diciottesimo anno di età (non avendo più titolo per tale prestazione), si era visto negare l’assegno mensile, perché non iscritto nelle liste di collocamento, in quanto aveva scelto di concludere gli studi in corso. Secondo l’interpretazione resa dalle sezioni unite della Corte di Cassazione (sent. 10 gennaio 1992, n. 203), per la sussistenza del requisito della «incollocazione» non era sufficiente il mero stato di disoccupazione, ma era necessario che l’invalido fosse iscritto (o avesse presentato domanda di iscrizione)
nelle liste degli aventi diritto al collocamento obbligatorio e non avesse conseguito una occupazione in mansioni compatibili. Veniva così sottoposta alla Consulta la questione di legittimità costituzionale dell’art. 13 della L. n. 118/71 per contrasto agli artt. 2 e 3 comma 2, 31 comma 1, 32, 34 e 38 comma 3, della Costituzione nella parte in cui non prevedeva il diritto all’assegno per gli studenti maggiorenni invalidi parziali che frequentavano un regolare corso di studi e non erano iscritti nelle liste di collocamento.
La Corte Costituzionale, con sentenza interpretativa di rigetto n. 329 del 9 luglio 2002, pur ritenendo infondata la questione, ha, nel contempo, fornito una diversa interpretazione del sintagma «incollocati al lavoro» contenuto nella norma censurata, che è degna di essere menzionata: «La sola iscrizione — o la richiesta di iscrizione — nelle liste di collocamento per il disabile maggiorenne che frequenta la scuola, se intesa come condizione imprescindibile per l’erogazione dell’assegno mensile, costituirebbe un adempimento meramente formale, contrario allo spirito della legislazione più recente rivolta alla valorizzazione della capacità lavorativa residua dei disabili attraverso servizi di sostegno e di collocamento mirato, nel più ampio quadro dell’inserimento e della integrazione lavorativa di questi
soggetti (legge 12 marzo 1999, n. 68). Viceversa, l’interpretazione della disposizione censurata che permette di considerare l’ipotesi della frequenza scolastica come condizione per la fruizione dell’assegno mensile per l’invalido maggiorenne, in quanto rivolta a favorire il diritto all’istruzione contro ogni possibile ostacolo che di fatto impedisca il pieno sviluppo della persona umana (sentenze n. 215 del 1987 e n. 226 del 2001) si rivela funzionale ad un più proficuo successivo inserimento nella società e nel mondo del lavoro. La norma così interpretata risponde senz’altro allo scopo prioritario della legislazione in tema di soggetti disabili rivolta a favorire una effettiva integrazione lavorativa, valorizzando le abilità residue di soggetti affetti da gravi minorazioni».
In sostanza, la Corte ha enucleato una accezione ulteriore della ricorrenza del requisito dello stato di incollocazione, comprendendovi la ipotesi della frequenza scolastica, necessaria per l’erogazione dell’assegno mensile e da provare con il certificato di frequenza scolastica.
Ai sensi dell’art. 1, comma 249, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, gli invalidi civili titolari di assegno mensile dovevano presentare entro il 31 marzo di ogni anno una dichiarazione di responsabilità relativa alla permanenza dell’iscrizione nelle liste di collocamento, utilizzando l’apposito modello inviato agli interessati dall’INPS.
Il requisito della L. n. 247/2007
La L. n. 247/2007, art. 1, comma 35, ha modificato la norma non richiedendo più la incollocazione del soggetto, bensì «il non svolgimento di attività lavorativa» che i soggetti sono tenuti a comprovare con apposita dichiarazione sostitutiva da presentare annualmente all’Inps, ai sensi degli artt. 46 e ss. del D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445.
Conseguentemente, il successivo comma 36 ha abrogato l’art. 1, comma 249, della L. n. 662/96.
Appare necessario chiarire preliminarmente il significato del nuovo requisito.
L’espressione usata dal legislatore, letteralmente intesa, lascia ritenere che ad escludere il diritto all’assegno mensile sia lo svolgimento di qualsiasi attività lavorativa, indipendentemente cioè dalla tipologia contrattuale o dall’eventuale reddito dichiarato, tenuto conto che finalità precipua della norma è quella di disciplinare, semplificandolo, l’accesso ad una prestazione assistenziale temporanea e sussidiaria rispetto alla ricerca di una stabile occupazione, cui è invece preordinata la normativa intesa a regolamentare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.
Sta di fatto che l’Inps, con messaggio 6 febbraio 2008, n. 3043, ha invece identificato il requisito con lo stato di disoccupazione, per cui valgono i dati della non stabilità del rapporto di lavoro ovvero la soglia del reddito conseguibile.
Chiarisce infatti l’Istituto che il requisito sussiste anche nel caso di impiego presso cooperative sociali o mediante convenzioni quadro (art. 12 L. n. 68/99, come modificato dall’art. 1, comma 37, della L. n. 247/2007 e dal D.Lgs. n. 276/2003), ovvero «quando è verificato lo stato di disoccupazione in quanto lo svolgimento di attività lavorativa assicura un reddito annuale non superiore al reddito minimo personale escluso da imposizione. Il requisito del reddito annuale non superiore al reddito minimo personale deve sussistere anche nel caso di impiego presso cooperative sociali o di lavoro mediante convenzioni quadro».
Quanto alla questione se dopo la novella dell’art. 13 L. n. 118/71 il requisito del non svolgimento di attività lavorativa rappresenti ancora un requisito costitutivo della fattispecie, da documentare fin dalla proposizione della domanda, o sia divenuto piuttosto una mera condizione per la erogazione della prestazione (essendo cessato l’obbligo di iscrizione nelle liste del collocamento obbligatorio) la Cassazione con ordinanza n. 8856 del 2017 ha ribadito che «in tema di assegno di invalidità previsto a favore degli invalidi civili dalla L. n. 118 del 1971, i requisiti socio-economici (reddituale e dello stato di incollocazione al lavoro) rappresentano elementi costitutivi del diritto alla prestazione assistenziale, la cui prova è a carico del soggetto richiedente, non potendo qualificarsi gli stessi, quindi, come mere condizioni di erogazione del beneficio, accertabili in sede extragiudiziale (cfr. Cass. nn. 4067/2002; 13967/2002; 14035/2002; 13046/2003; 13279/2003; 13966/2003; 14696/2007; 22899/2011)».
Ed ancora: «in materia di pensione d’inabilità o di assegno d’invalidità, rispettivamente previsti, a favore degli invalidi civili (totali o parziali) dalla L. 30 marzo 1971, n. 118, artt. 12 e 13, il cosiddetto requisito economico ed il requisito dell’incollocazione integrano (diversamente dal requisito reddituale in relazione alle prestazioni pensionistiche dell’Inps) non già una mera condizione di erogabilità della prestazione ma — al pari del cosiddetto requisito sanitario — un elemento costitutivo della pretesa, la mancanza del quale è deducibile o rilevabile d’ufficio in qualsiasi stato e grado del giudizio» (Cass. n. 22899/2011).
Il valore probatorio delle dichiarazioni sostitutive
La prova avviene attraverso la dichiarazione sostitutiva, resa annualmente all’Inps ai sensi dell’articolo 46 e seguenti del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, con la quale il richiedente autocertifica di non svolgere attività lavorativa. Qualora tale condizione venga meno, lo stesso è tenuto a darne tempestiva comunicazione all’Inps.
Per la comunicazione annuale all’Inps del modello di dichiarazione di responsabilità relativa alla permanenza del requisito di mancata prestazione di attività lavorativa, l’invalido può rivolgersi ad un centro di assistenza fiscale (CAF) o ad un professionista abilitato ovvero trasmettere direttamente via internet le informazioni che lo riguardano.
A tal proposito si ricorda il principio di diritto espresso dalle Sezioni Unite della Cassazione secondo cui «la dichiarazione sostitutiva di certificazione sulla situazione reddituale, prevista dalla L. 13 aprile 1977, n. 114, art. 24 e, successivamente, dal D.P.R. 20 ottobre 1998, n. 403, art. 1, comma 1, lett. b), poi sostituito dal D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, art. 46, comma 1, lett. o), è idonea a comprovare detta situazione, fino a contraria risultanza, nei rapporti con la pubblica amministrazione e nei relativi procedimenti amministrativi, ma nessun valore probatorio, neanche indiziario, può esserle riconosciuto nell’ambito del giudizio civile, caratterizzato dal principio dell’onere della prova, atteso che la parte non può derivare da proprie dichiarazioni elementi di prova a proprio favore, al fine del soddisfacimento dell’onere di cui all’art. 2697 c.c.» (Cass., SS.UU., 3 aprile 2003, n. 5167). Le considerazioni svolte per il requisito reddituale sono state utilizzate anche in generale per la prova della sussistenza dei requisiti cd. socio-economici (Cass., sez. lav., 6 settembre 2007, n. 18705).
Se, dunque, l’autocertificazione assume un valore sostitutivo di prova soltanto nei confronti della P.A., il ricorrente ha l’onere di provare l’esistenza del suddetto requisito, con tutte le problematiche connesse alla necessità di provare un fatto negativo.
Disciplina delle dichiarazioni sostitutive
Appare pertanto di determinante importanza comprendere cosa si debba intendere per dichiarazione sostitutiva.
A tal fine occorre tener presente che il D.P.R. n. 445/2000, all’art. 1, definisce il certificato come il documento rilasciato da un’amministrazione pubblica avente funzione di ricognizione, riproduzione e partecipazione a terzi di stati, qualità personali e fatti contenuti in albi, elenchi o registri pubblici o comunque accertati da soggetti titolari di funzioni pubbliche e la dichiarazione sostitutiva di certificazione come il documento, sottoscritto dall’interessato, prodotto in sostituzione dei certificati.
Inoltre, l’art. 46 definisce le dichiarazioni sostitutive di certificazioni come le dichiarazioni, anche contestuali all’istanza, sottoscritte dall’interessato e prodotte in sostituzione delle normali certificazioni riguardanti stati, qualità personali etc., tra cui anche lo stato di disoccupazione (comma 1, lett. r).
È inoltre precisato (art. 40, comma 01) che «le certificazioni rilasciate dalla pubblica amministrazione in ordine a stati, qualità personali e fatti sono valide e utilizzabili solo nei rapporti tra privati. Nei rapporti con gli organi della pubblica amministrazione e i gestori di pubblici servizi i certificati e gli atti di notorietà sono sempre sostituiti dalle dichiarazioni di cui agli articoli 46 e 47». Inoltre, «le amministrazioni pubbliche e i gestori di pubblici servizi sono tenuti ad acquisire d’ufficio le informazioni oggetto delle dichiarazioni sostitutive di cui agli articoli 46 e 47, nonché tutti i dati e i documenti che siano in possesso delle pubbliche amministrazioni, previa indicazione, da parte dell’interessato, degli elementi indispensabili per il reperimento delle informazioni o dei dati richiesti, ovvero ad accettare la dichiarazione sostitutiva prodotta dall’interessato (L)» (art. 43, comma 1, D.P.R. n. 445/2000).
In ogni caso, ferma restando l’ordinarietà del reperimento diretto delle informazioni, dei dati e dei documenti necessari allo svolgimento dei procedimenti d’ufficio, l’INPS, «ove ritenuto necessario od opportuno, può richiedere dichiarazioni sostitutive di certificazioni (art. 46) o di atti di notorietà (art. 47), nell’interesse del migliore e più rapido perfezionamento del procedimento» (circ. INPS 27 marzo 2012, n. 47).
Sono in ogni caso escluse dalle autocertificazioni i certificati medici e sanitari (art. 49, comma 1, D.P.R. n. 445/2000).
Alla base delle dichiarazioni sostitutive deve quindi sottostare una possibile certificazione da parte di un organo pubblico che attesti lo stato dichiarato.
Nel caso specifico dell’invalido parziale lo stato da documentare riguarda lo stato di disoccupazione per la cui attestazione risulta competente l’ufficio che gestisce le liste speciali ex lege 68/99.
L’espresso rinvio che la legge fa alle normali certificazioni dovrebbe portare alla conclusione che l’invalido civile sia tenuto in ogni caso a richiedere l’iscrizione nelle liste speciali del collocamento obbligatorio, se aspira all’assegno di invalidità civile.
Pertanto, l’interessato potrebbe sostituire con propria dichiarazione il certificato di iscrizione nelle liste anche in occasione della domanda amministrativa per l’assegno, estendendosi così a questo settore i vantaggi della semplificazione amministrativa.
Le conseguenze derivanti da una falsa dichiarazione in ordine allo stato di non occupazione sono previste dal D.P.R. n. 445/2000: la decadenza dal beneficio ottenuto in forza della dichiarazione non veritiera (art. 75) e l’applicazione delle sanzioni penali cui rinvia l’art. 76.
Ma qual è la normativa penale correttamente applicabile?
Prima dell’emanazione del D.P.R. n. 445/2000, la giurisprudenza di legittimità univocamente riteneva che le false dichiarazioni sostitutive di certificazioni e di atto notorio ex lege n. 15/68 integrassero il reato di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico di cui all’art. 483 c.p., in quanto rese innanzi ad un pubblico ufficiale che autenticava la loro sottoscrizione.
L’art. 483 c.p. prevede espressamente, al comma 1, che: «Chiunque attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità, è punito con la reclusione fino a due anni».
Con l’entrata in vigore del D.P.R. n. 445/2000, che ha eliminato l’autenticazione della sottoscrizione in calce alla dichiarazione sostitutiva di certificazioni o di atto di notorietà da parte di un pubblico ufficiale, è stato messo in dubbio che possa ancora considerarsi applicabile l’art. 483 c.p., come invece ancora ritiene una parte della giurisprudenza (Cass. 24 gennaio 2003, n. 9527), in quanto è venuto a mancare l’elemento dell’atto pubblico, necessario per l’esistenza della specifica fattispecie.
Si è piuttosto ritenuto applicabile l’art. 496 c.p. che punisce il reato di false dichiarazioni sulla identità o su qualità personali proprie o di altri (in tal senso, Tribunale di Verona 24 novembre 2003 e Tribunale di Camerino 8 ottobre 2004).
L’art. 496 c.p. espressamente prevede che: «Chiunque, fuori dei casi indicati negli articoli precedenti, interrogato sulla identità, sullo stato o su altre qualità della propria o dell’altrui persona, fa mendaci dichiarazioni a un pubblico ufficiale o a persona incaricata di un pubblico servizio, nell’esercizio delle funzioni o del servizio, è punito con la reclusione da uno a cinque anni».
Infine, il vigente art. 13 L. n. 118/71, in coerenza con la esclusione degli uffici del collocamento dalla procedura per la concessione delle prestazioni per invalidità civile, non prevede più la possibilità della revoca della prestazione per coloro che non accettano posti di lavoro adatti alla loro condizione fisica, come invece stabilito nel testo precedente.
Il quadro che ne risulta è quello di un sistema apparentemente costruito su una posizione di affidamento alla solidarietà sociale senza distinzione tra chi si impegna a utilizzare al meglio le proprie capacità lavorative residue e chi poggia totalmente sull’assistenza pubblica, che pare però in contrasto con la politica sociale che caratterizza gli anni più recenti che ha riscritto parte della normativa sul lavoro dei disabili, con il chiaro intento di incentivarne ulteriormente l’occupazione.
Revoca del diritto per sopravvenuta mancanza di taluno dei requisiti
Anche per l’assegno di invalidità vige il principio generale per cui la prestazione spetta fintantoché permangono congiuntamente le condizioni richieste (sanitaria, amministrativa e reddituale).
Presentazione di una nuova domanda amministrativa
Di conseguenza, qualora, successivamente alla revoca della prestazione per la sopravvenuta mancanza di uno dei requisiti costitutivi, si ripristinano tutte le condizioni richieste, è necessario proporre nuova domanda, per la quale si ripeterà tutto l’iter istruttorio e il provvedimento avrà decorrenza non anteriore al mese successivo a quello di presentazione della nuova domanda.
Incompatibilità e facoltà di opzione
Il regime di incompatibilità della L. n. 407/90
A decorrere dal 1° gennaio 1991 l’assegno mensile di assistenza è incompatibile con qualsiasi prestazione a carattere diretto concessa a seguito di invalidità contratta per causa di guerra, di lavoro o di servizio, nonché con qualsiasi pensione diretta di invalidità a carico dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, delle gestioni pensionistiche per i lavoratori autonomi e di ogni altra gestione pensionistica per i lavoratori dipendenti avente carattere obbligatorio (art. 3 della legge 29 dicembre 1990, n. 407).
In precedenza l’art. 9 D.L. 22 dicembre 1981, n. 791, conv. in L. 26 febbraio 1982, n. 54, aveva sancito, a decorrere dal 1° gennaio 1982, l’incompatibilità dell’assegno mensile di assistenza con le pensioni dirette di invalidità a qualsiasi titolo erogate dall’assicurazione generale obbligatoria per la invalidità, vecchiaia e superstiti dei lavoratori dipendenti, dalle gestioni sostitutive, esonerative ed esclusive della medesima, nonché dalle gestioni speciali per i commercianti, gli artigiani, i coltivatori diretti, mezzadri e coloni, dalla gestione speciale minatori e con le prestazioni pensionistiche dirette di invalidità a qualsiasi titolo erogate da altre casse o fondi di previdenza ivi compresi quelli dei liberi professionisti. L’art. 1, comma 12, della L. 12 giugno 1984, n. 222 aveva altresì disposto che, a decorrere dalla data di entrata in vigore della stessa legge, l’assegno mensile di assistenza fosse incompatibile con l’assegno ordinario di invalidità a carico dell’Inps.
Il regime di incompatibilità previsto dalla L. n. 407/90 è stato poi confermato dall’art. 12 della legge 30 dicembre 1991 n. 412, che lo ha invece abrogato per le altre categorie di invalidi (invalidi totali, ciechi civili e sordomuti).
Detta incompatibilità non si applica alle pensioni già in essere facendo così salvi i diritti acquisiti dai minorati civili.
L’opzione per il trattamento più favorevole
Tuttavia, l’art. 3, comma 1, L. n. 407/90 riconosce all’interessato la facoltà di optare per il trattamento economico più favorevole (tra assegno di assistenza o altra prestazione previdenziale di invalidità); il decreto 31 ottobre 1992, n. 553 del ministero dell’Interno ha disciplinato le modalità per l’esercizio dell’opzione.
Sia pur con gli opportuni aggiornamenti dovuti al cambiamento intervenuto nella titolarità di alcune competenze, la procedura dettata dalla richiamata normativa per l’esercizio della facoltà di opzione è ancora attuale (art. 5 D.M. n. 553/92).
Se l’invalido è già titolare di altro trattamento pensionistico incompatibile e opti per l’assegno di invalidità civile in corso di istruttoria, deve manifestare tale intendimento subito dopo il riconoscimento del requisito sanitario, producendo apposita dichiarazione rilasciata dall’ente erogatore che attesti l’avvenuta presentazione di un atto di rinuncia del trattamento incompatibile.
Nella diversa ipotesi in cui la situazione di incompatibilità si manifesta durante il godimento dell’assegno mensile, l’invalido che opti per il nuovo trattamento ha l’obbligo di comunicarlo all’Inps entro trenta giorni dalla notifica della concessione del trattamento pensionistico incompatibile, per i conseguenti provvedimenti di revoca.
È utile peraltro richiamare l’interpretazione sulla facoltà di opzione fornita dalla Corte di Cassazione nella sentenza 10 marzo 2010, n. 5814, ove si sottolinea che la legge concede all’interessato il diritto di opzione non fra due diverse prestazioni di previdenza ed assistenza, ma per il trattamento economico più favorevole, sicché, per poter esercitare l’opzione, presupposto necessario e sufficiente deve ritenersi la titolarità dei due diversi diritti, che può, conseguentemente, essere accertata in giudizio, senza che possa operare l’eventuale preclusione derivante dall’avvenuto riconoscimento di uno soltanto di essi (Cass. 30 luglio 2001, n. 10381 e, nello stesso senso, Cass. 28 agosto 2003, n. 12640).

References: art. 9
 sentenza 
 art. 1
 Cass. 
 art. 24
 art. 1
 art. 46
 art. 13
 sentenza 
 Cass.