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Timestamp: 2019-03-18 16:38:19+00:00

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Aldo Montella
È appropriazione indebita aver percepito erroneamente lo stipendio?
Stipendio erogato erroneamente al lavoratore: è appropriazione indebita o indebito arricchimento? Sulla vicenda si è pronunciata la Corte di Cassazione con la sentenza n° 8459/2019
Tizio, all’esito dell’espletamento delle indagini preliminari, veniva citato a giudizio per la fattispecie di reato di appropriazione indebita aggravata, in quanto, nell’ottica accusatoria, egli avrebbe continuato a percepire lo stipendio, sebbene si trovasse in stato di acquiescenza.
Ebbene, il Tribunale condannava Tizio per l’addebito di appropriazione indebita aggravata e la Corte territoriale poi adita confermava parzialmente la sentenza, escludendo solo la circostanza aggravante, ritenendo pertanto sussistente l’addebito di appropriazione indebita.
Dunque, l’imputato, pel tramite del proprio Difensore, adiva la Suprema Corte la quale, adottando la sentenza individuata dal n° 8459/2019, annullava senza rinvio la pronuncia impugnata, adottando la formula “perché il fatto non sussiste”.
Orbene, ma quale è stato il ragionamento logico – giuridico seguito dagli Ermellini, tale da indurre i medesimi a prosciogliere Tizio dalla grave imputazione ascrittagli in rubrica ?
Dunque, gli Ermellini hanno rilevato la carenza, nel caso di specie, dell’elemento oggettivo del reato previsto e punito dall’art. 646 c.p., asserendo espressamente, tra l’altro, “… perché ai fini della configurabilità del delitto di appropriazione indebita, qualora oggetto della condotta sia appunto il denaro, è necessario che l’agente violi, attraverso l’utilizzo personale, la specifica destinazione di scopo ad esso impressa dal proprietario al momento della consegna, non essendo sufficiente il semplice inadempimento all’obbligo di restituire somme in qualunque forma ricevute … “, richiamando sul punto precedenti sentenze della Suprema Corte, a conforto della tesi oramai consolidata in materia.
Pertanto, nella vicenda de qua, sebbene l’Ente avesse erogato lo stipendio a Tizio, mediante appunto accredito sul conto corrente dell’imputato, manca tuttavia l’interversione del possesso, che rappresenta il presupposto indefettibile ai fini della cristallizzazione del delitto di appropriazione indebita.
In definitiva, la Suprema Corte ha prosciolto l’imputato dall’imputazione a lui ascrittagli in rubrica, adottando appunto la formula “perché il fatto non sussiste”, ritenendo esclusivamente che ci si trovasse in presenza di una fattispecie rilevante solo sotto il profilo civilistico.
Pertanto, grava in capo all’imputato l’obbligo alla restituzione di quanto indebitamente percepito, con la conseguenza che nella denegata ipotesi in cui non dovesse a tanto provvedere, si integrerà a suo carico un inadempimento prettamente di natura civilistica.
ATTIVITA’ INTRAMOENIA, QUANDO SI CONFIGURA IL REATO DI PECULATO?
Circostanza attenuante a effetto speciale, quando ricorre?
In caso di omicidio stradale, la circostanza attenuante a effetto speciale ricorre allorquando sussiste il c.d. concorso di colpa tra la condotta del conducente e quella della vittima
Nella sentenza, oggetto di questa mia breve disamina ,affronteremo il tema dell’applicazione all’imputato, nell’ambito di un processo penale per omicidio stradale, della circostanza attenuante a effetto speciale disciplinata dall’art. 589 bis co. 7 c.p., che recita testualmente che “Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole, la pena è diminuita fino alla metà”.
Orbene, nel caso di specie, Tizia, imputata per il reato di omicidio stradale, ex art. 589 bis c.p., all’esito della celebrazione del giudizio nelle forme del rito abbreviato, veniva assolta in primo grado e condannata, poi, in secondo grado.
In particolare, la conducente, nel mentre percorreva una strada extraurbana delimitata da campi agricoli ove era frequente l’attraversamento di animali, invadeva con la propria auto la corsia di marcia opposta tanto da indurre un motociclista, che viaggiava appunto nel contrario senso di marcia, a spostarsi sull’altra corsia; la donna, poi, ritornava sulla propria corsia di marcia ed il motociclista pertanto sbandava, perdendo il controllo del proprio veicolo tanto da rovinare al suolo e procurarsi lesioni gravi tali poi da determinarne l’exitus.
Dunque, la Corte territoriale, non condividendo le argomentazioni logico giuridiche del Giudice di prime cure e quindi, riformando la sentenza di primo grado, riteneva che la condotta posta in essere dall’automobilista fosse in spregio alle norme dettate in tema di circolazione stradale.
Ebbene, la Suprema Corte rigettava il ricorso ed annullava la sentenza di secondo grado solo con specifico riguardo a quanto statuito dal ricorrente in merito alla concessione all’imputata della circostanza attenuante a effetto speciale di cui all’art. 589 bis co. 7 c.p., adducendo sul punto le seguenti motivazioni.
Invero, a fronte del motivo di gravame addotto dalla difesa dell’imputata, la Corte di legittimità affermava innanzitutto che tale attenuante ricorre allorquando sussiste il c.d. concorso di colpa tra la condotta del conducente e quella della vittima.
Orbene, nella vicenda de qua, lo spostamento della corsia di marcia del conducente della macchina e di quello del motociclo, rappresentano entrambe condotte lesive della normativa dettata sul punto dal codice della strada.
Peraltro, affermano gli Ermellini che, ai fini del riconoscimento in favore dell’imputata della sopra citata circostanza attenuante ad effetto speciale, non solo non occorre verificare la percentuale di responsabilità del conducente e della vittima, ma rileva anche la circostanza che presso la strada, ove la vittima perdeva la propria vita, vi fosse un frequente passaggio di animali selvatici, inteso quale ulteriore fattore idoneo ad aver determinato l’evento morte.
Per la Cassazione è ammissibile la costituzione di parte civile da parte di qualsiasi soggetto al quale il reato abbia provocato un danno
La sentenza pronunciata dalla Sezione 5° della Suprema Corte individuata dal n° 50497/18 affronta molteplici tematiche per le quali – al fine di non tediare chi legge – si rimanda alla integrale lettura del citato provvedimento giurisdizionale. Pertanto, in questa sede, ci soffermeremo su quanto statuito dagli Ermellini, con specifico riguardo alla doglianza relativa alla inammissibilità della costituzione di parte civile dei parenti e delle associazioni, eccepita appunto dalle difese degli imputati.
Dunque, nel caso di specie, medici e infermieri venivano citati a giudizio, dinanzi al Tribunale penale di Vallo della Lucania, per i reati di falso ideologico in atto pubblico, sequestro di persona e di morte come conseguenza di altro delitto doloso, ai sensi dell’art. 586 c.p. In particolare, la vicenda de qua ha origine dalla morte di un paziente il quale veniva ricoverato in regime di trattamento sanitario obbligatorio presso il reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania a seguito di anomalie comportamentali consistenti “in agitazione psicomotoria, alterazione comportamentale ed etero aggressiva”, poiché veniva accertato che il paziente avesse attraversato in auto e a forte velocità il centro di Acciaroli (SA), ponendo a rischio l’incolumità dei pedoni e terminando la corsa nei pressi della spiaggia per poi tuffarsi a mare. Pertanto, una volta ricoverato, veniva legato alle sbarre del letto per poi morire dopo qualche giorno.
Ebbene, nel processo penale si costituivano parte civile l’Onlus Movimento per la Giustizia Robin Hood, i parenti del paziente, Associazione Unasam ed Associazione Telefono Viola. Orbene, per quanto riguarda i parenti della vittima costituitisi parte civile, veniva eccepito che trattavasi di familiari non conviventi che peraltro non avevano neppure rapporti di frequentazione con la vittima, la quale viveva da solo. Per quanto riguarda, invece, le associazioni, si eccepiva la circostanza che i giudici di merito non avevano valutato se i reati contestati agli imputati avessero cagionato un danno autonomo e diretto, patrimoniale o non patrimoniale.
Dunque, la Corte di Cassazione affermava che, ai sensi dell’art. 74 c.p.p., può costituirsi parte civile qualsiasi soggetto al quale il reato abbia cagionato un danno, con la conseguenza che “i prossimi congiunti possono legittimamente agire per il risarcimento dei danni anche solo non patrimoniali sofferti per la morte del loro familiare, indipendentemente dalla pregressa esistenza o meno di un rapporto di convivenza”.
Per quanto concerne le associazioni, gli Ermellini, richiamandosi a precedenti, consolidate, pronunce, hanno asserito espressamente che “è ammissibile la costituzione di parte civile di un’associazione anche non riconosciuta che avanzi, ‘iure proprio’, la pretesa risarcitoria, assumendo di aver subito per effetto del reato un danno, patrimoniale o non patrimoniale, consistente nell’offesa all’interesse perseguito dal sodalizio e posto nello statuto quale ragione istituzionale della propria esistenza ed azione, con la conseguenza che ogni attentato a tale interesse si configura come lesione di un diritto soggettivo inerente la personalità o identità dell’ente”. Pertanto, con tali argomentazioni, sono state dichiarate legittime le costituzioni di parte civile sia dei parenti del de cuius, sia delle associazioni.
Due cardiologi venivano sottoposti a processo penale per aver omesso di diagnosticare tempestivamente la patologia del paziente (dissecazione aortica).
Nella vicenda oggetto di questa disamina, due sanitari della Divisione clinicizzata di cardiologia di un nosocomio veronese venivano sottoposti a processo penale, ai sensi degli artt. 113 e 589 c.p., per aver, in cooperazione tra loro, omesso di diagnosticare tempestivamente la patologia del paziente, ossia la dissecazione aortica, non applicando, così, la corretta terapia e cagionando, infine, la morte del paziente verificatasi per “tamponamento cardiaco da rottura di dissecazione del segmento prossimale dell’aorta”.
Ebbene, gli imputati, a loro difesa, rilevavano innanzitutto il principio di affidamento, ossia il principio secondo cui “lo specialista deve riconoscere completa attendibilità al referto emesso dal collega di altra branca”, che nel caso di specie non era certamente viziato in maniera eclatante, ritenendo, poi, che alcuna negligenza nell’applicazione dei protocolli d’intervento vigenti all’epoca era stata consumata atteso che dal quadro clinico risultava la diagnosi della sindrome coronarica acuta.
Ancora, la difesa degli imputati rilevava altresì che lo stesso perito nominato dal giudice, analizzando tempi e modalità di ricovero, aveva ritenuto che era legittimo mantenere la diagnosi di ingresso del paziente in ospedale, ossia quella di sindrome coronarica acuta.
Peraltro, proprio il perito riteneva che se si fosse anticipata la corretta diagnosi della dissecazione aortica, in ogni caso, il paziente non sarebbe sopravvissuto, con la conseguenza che mancherebbe, nel caso in esame, la sussistenza del nesso eziologico tra l’omissione della corretta diagnosi e l’evento (giudizio controfattuale).
Per contro, la difesa della parte civile riteneva che il nesso causale fosse assolutamente sussistente nel caso di specie, richiamandosi proprio a quanto asserito dal perito, il quale riteneva che la corretta diagnosi entro le prime sei ore di ingresso in ospedale avrebbe consentito la salvezza del paziente in una percentuale pari al 90%, rilevando, infine, che la struttura ospedaliera era una delle migliori e che il paziente era un soggetto di giovane età e privo di altre patologie (se non della dissecazione aortica).
Orbene, a fronte di tali doglianze difensive, la Suprema Corte (sentenza 47748/2018) è stata chiamata a pronunciarsi, nella sua qualità di Collegio di Legittimità, pronunciando, dunque, la sentenza in esame.
Innanzitutto, chiariamo subito che gli Ermellini hanno rilevato che, nel caso di specie, era intervenuta prescrizione degli addebiti ascritti in rubrica ai due medici imputati.
Detto ciò, analizziamo ora il contenuto della sentenza, soffermandoci, in particolare, su quanto affermato in tema proprio di colpa medica.
Invero, rileva la Suprema Corte che dalla data del fatto (aprile 2009) sino alla pronuncia della sentenza (giugno 2018) si sono succedute ben tre normative, in materia di colpa medica.
Infatti, nel 2009, non sussistendo alcuna particolare prescrizione, si applicavano i principi generali in materia di colpa, secondo cui il medico era penalmente responsabile, ai sensi dell’art. 43 c.p., senza affatto rilevare il grado della colpa, essendo quindi indifferente la differenza tra colpa lieve e colpa grave.
Successivamente, è entrata in vigore la Legge Balduzzi (L. 189/2012), la quale prevedeva espressamente che “l’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve”, riducendo pertanto la responsabilità penale del medico, ritenendo che essa sussistesse esclusivamente in caso di colpa grave (intesa quale “ profonda imprudenza, estrema superficialità o inescusabili negligenza e disattenzione”) e restando dunque esclusa nell’ipotesi di colpa lieve del sanitario, il quale si sia attenuto alle indicazioni tecniche accreditate dalla comunità scientifica.
Oggi, in tema di colpa medica, troverà applicazione la Legge Gelli – Bianco (L. 24/2017), la quale ha introdotto all’interno del codice penale italiano l’art. 590 sexies, che esclude tra l’altro la responsabilità penale dell’operatore sanitario in caso di evento cagionato da imperizia del medesimo nonché nelle ipotesi in cui egli abbia rispettato le linee guida, adeguate al caso concreto.
Dunque, la Gelli – Bianco fornisce rilevanza primaria alle linee guida, che devono essere approvate dalla comunità scientifica ed alle quali il sanitario deve scrupolosamente attenersi, ai fini appunto del suo esonero da penale responsabilità, con la conseguenza che quando verranno emanate, esse rappresenteranno “il fulcro dell’architettura normativa e concettuale in tema di responsabilità penale del medico”.
Dunque, allo stato le linee guida non risultano ancora “definite e pubblicate ai sensi di legge”, essendo pertanto considerate come buone pratiche clinico assistenziali.
In particolare, esse si sostanziano in “raccomandazioni di comportamento clinico sviluppate attraverso un processo sistematico di elaborazione concettuale, volto ad offrire indicazioni utili ai medici nel decidere quale sia il percorso diagnostico – terapeutico più appropriato in specifiche circostanze cliniche”.
Si legge ancora nella sentenza in esame che le linee guida odierne rappresentano degli standars diagnostico – terapeutici poste a garanzia della salute del paziente.
Ebbene, nel vicenda sottoposta al vaglio degli Ermellini, si rileva come i medici non si siano affatto attenuti alle linee guida, pur non ancora “definite e pubblicate ai sensi di legge”, essendo stati accertati profili di:
imperizia, che sono consistiti nella omessa formulazione di una corretta diagnosi (sindrome coronarica acuta in luogo di dissecazione aortica);
negligenza, che sono consistiti nella omessa esecuzione degli esami indicati nelle linee guida nonchè nella omessa visione diretta delle lastre della radiografia toracica che avrebbero portatto alla diagnosi di dissecazione aortica.
Peraltro non trova applicazione nella vicenda de qua neppure la Legge Balduzzi essendosi anche discostati dalle linee guida dell’epoca vigenti.
Per completezza di esposizione, ad avviso di chi scrive, giova solo sottolineare che la sentenza oggetto di questa breve disamina affronta anche il tema del giudizio controfattuale, per il quale mi richiamo a quanto già sopra sinteticamente esposto, nonché alla provenienza delle leggi scientifiche.
Su tale ultimo punto, invero, gli Ermellini precisano che le leggi scientifiche provengono dalla scienza e dall’esperienza e quindi dall’analisi di casi concreti e dunque l’accettazione della specifica legge medica da parte della comunità scientifica internazionale.
In conclusione, così come sopra già riferito, il Collegio di Legittimità ha annullato la sentenza impugnata senza rinvio, essendo frattanto maturato il termine di prescrizione del reato, rigettando peraltro il ricorso agli effetti civili, ritenendo non censurabili le argomentazioni addotte dai Giudici di merito in tema di insussistenza di nesso eziologico.
Il Tribunale condannava l’imputato nel primo grado di giudizio per il delitto di estorsione e la Corte di Appello confermava in maniera parziale la sentenza di primo grado, assolvendo l’imputato, Tizio, solo per taluni fatti
In questa breve disamina giurisprudenziale ci occuperemo del reato di estorsione, consumato dal datore di lavoro nei confronti del lavoratore, il quale è costretto dal primo ad accettare importi minore rispetto alla cifra indicata in busta paga, dietro la minaccia di licenziamento.
In particolare, la Suprema Corte ha oramai pacificamente affermato il Principio di Diritto secondo cui integra il delitto di estorsione, ex art. 629 c.p., “…la condotta del datore di lavoro che, approfittando della situazione del mercato del lavoro a lui favorevole per la prevalenza dell’offerta sulla domanda, costringe i lavoratori, con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare la corresponsione di trattamenti retributivi deteriori e non adeguati alle prestazioni effettuate, in particolare consentendo a sottoscrivere buste paga attestanti il pagamento di somme maggiori rispetto a quelle effettivamente versate…”.
Orbene, nella vicenda sottoposta all’attenzione degli Ermellini (sentenza 45413/2018), Tizio, datore di lavoro, veniva condannato per il delitto di estorsione consumato nei confronti di Caio, lavoratore, in quanto nell’ottica accusatoria il primo avrebbe assunto il secondo con contratto a tempo indeterminato, con l’accordo però che lo stipendio erogato al lavoratore per i primi sei mesi di attività lavorativa sarebbe stato inferiore rispetto a quello indicato in busta paga, asserendo infine che se non avesse accettato tale illegale condizione, sarebbe stato licenziato.
Il Tribunale condannava l’imputato nel primo grado di giudizio per il delitto di estorsione e la Corte di Appello confermava in maniera parziale la sentenza di primo grado, assolvendo l’imputato, Tizio, solo per taluni fatti; infine, la Suprema Corte, dichiarava inammissibili le doglianze difensive.
Ebbene, emergeva innanzitutto dall’integrale carteggio processuale che i lavoratori vivevano tutti in un clima di “sostanziale sudditanza”, essendo una prassi diffusa all’interno dell’azienda quella di erogare un importo inferiore rispetto alla cifra indicata in busta paga.
Pertanto, piena valenza probatoria veniva conferita alla dichiarazione resa in dibattimento dal denunciante/lavoratore, Caio, il quale, peraltro, aveva bisogno di lavorare proprio per il sostentamento della propria famiglia.
Inoltre, la Corte di Cassazione rilevava – a conforto quindi della sentenza condanna e dunque dell’affermazione della penale responsabilità del datore di lavoro, Tizio – che nel reato di estorsione, anche la prospettazione di un “non facere”, che nel caso di specie consisteva nella mancava, ab origine, assunzione, senza accettare la illecita riduzione salariale”, può integrare il delitto p. e p. dall’art. 629 c.p., così come pacificamente affermato da numerose, precedenti e consolidate pronunce della Corte di Legittimità.
Infine, per completezza di esposizione, occorre rilevare in questa sede che altra doglianza difensiva atteneva al trattamento sanzionatorio irrogato all’imputato.
In particolare, la difesa riteneva che vi fosse stato, nel caso in esame, una riforma in pejus, con conseguente illegittimità della sentenza gravata.
Per converso, la Suprema Corte, nella sentenza oggetto di questa mia breve disamina, riteneva che alcuna violazione di Legge vi fosse stata, con specifico riguardo proprio al trattamento sanzionatorio, dichiarando, pertanto, infine, inammissibile il ricorso.
DICHIARAZIONI DEI PERITI E DEI CONSULENTI TECNICI DI PARTE
La sentenza oggetto di questa mia breve disamina è stata pronunciata dalla Corte di Appello di l’Aquila, all’esito della sentenza di condanna per falsità materiale emessa dal G.U.P. del Tribunale di Lanciano, in sede di giudizio abbreviato.
In particolare, nel caso di specie, due infermieri, nella loro qualità di dipendenti dell’ASL Lanciano – Vasto – Chieti, in servizio presso il nosocomio “Renzetti”, venivano sottoposti a processo penale per falsità materiale in quanto nell’ottica accusatoria, in concorso tra di loro, alteravano il prospetto relativo ai parametri indicati nella fase postoperatoria, inserito all’interno della cartella clinica di un paziente ricoverato e poi deceduto dopo meno di 24 ore dall’intervento chirurgico, per la riduzione della frattura del femore.
Invero, veniva contestato agli infermieri la cancellazione, mediante il c.d. “bianchetto”, dei “…dati relativi alla rilevazione eseguita a 48 ore dall’operazione a cui era stata sottoposta la paziente … e riferibili ad un arco temporale in cui la stessa era già deceduta…”, inserendo, peraltro, nel prospetto post operatorio “…valori inattendibili, in quanto rilevati in un momento in cui le stesse non prestavano nemmeno servizio secondo quanto emerso dalla consultazione del prospetto dei turni di servizio del personale infermieristico…”.
Dunque, la Procura della Repubblica contestava agli imputati di aver letteralmente “sbianchettato” i valori dei parametri indicati nella scheda di valutazione post operatoria e trascritto dei valori che l’infermiere non avrebbe mai potuto rilevare (falsità materiale), atteso che i medesimi risultano riconducibili ad orari in cui non prestava servizio presso il sopra citato ospedale.
Ebbene, la Corte di Appello condivideva le motivazioni espresse dal G.U.P., ritenendo il gravame avanzato dagli appellanti privo di fondamento.
In particolare, gli imputati ritenevano innanzitutto che il documento alterato fosse un modulo non compreso nella cartella clinica, bensì nella c.d. “cartella perioperatoria”, per la cui redazione mancavano delle linee guida né era stato istituito un corso di addestramento per gli infermieri.
Pertanto, alla luce della prospettazione difensiva, mancando l’elemento psicologico del reato, essendo agli imputati ascrivibile una condotta meramente colposa, il G.U.P. avrebbe dovuto prosciogliere gli infermieri, con la formula “perché il fatto non costituisce reato”.
Orbene, senza soffermarci sulle altre richieste difensive, analizziamo ora quanto asserito dalla Corte territoriale, con specifico riguardo proprio alla sopra citata doglianza difensiva.
Invero, il Collegio di secondo grado riteneva che il documento alterato costituisce un atto pubblico, essendo parte integrante della cartella clinica e che il medesimo è di semplice interpretazione, per la cui redazione non era affatto richiesta alcuna specifica preparazione.
Pertanto, dall’analisi del modulo in parola, si evince per tabulas che sussistono delle annotazioni che, per contro, non avrebbero dovuto esserci, con la conseguenza che la penale responsabilità dell’imputato per falsità in atto pubblico, affermata dal Giudice di Prime Cure, va altresì confermata nel secondo grado di giudizio.
Valenza probatoria della dichiarazione resa dalla parte offesa
Ci occuperemo in questo articolo della valenza probatoria della dichiarazione resa in dibattimento dalla parte offesa dal reato, costituitasi parte civile all’interno di un processo penale
Innanzitutto, occorre rilevare che la costituzione di parte civile rappresenta una mera facoltà della parte offesa dal reato, la quale potrà arbitrariamente decidere se divenire parte processuale, pel tramite appunto della costituzione di parte civile, ovvero restare persona offesa dal reato e, dunque, testimone nel processo penale a carico dell’imputato.
Dunque, la costituzione di parte civile è una facoltà del denunciante/querelante, non un obbligo!
Naturalmente, nel momento in cui la parte offesa decida di divenire parte processuale, sarà portatrice di un interesse di tipo economico, atteso che la costituzione di parte civile mira proprio a conseguire il risarcimento del danno dinanzi al Giudice penale.
Ebbene, con specifico riguardo ora al tema relativo alla vulnerabilità della dichiarazione resa in dibattimento dalla parte civile costituita, la Suprema Corte (sentenza n° 45517/2018) ha statuito, in maniera alquanto pacifica, che le regole dettate dall’art. 192 co. 3 c.p.p. non troveranno applicazione alle dichiarazioni della parte offesa.
Infatti, le medesime possono sì essere legittimamente poste anche in via esclusiva a fondamento dell’affermazione della penale responsabilità dell’imputato, ma, tuttavia, necessitano di una previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che, in tal caso, “…deve essere più penetrante e rigorosa rispetto a quella a cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone…”.
Ciò, è stato anche rilevato dagli Ermellini nella sentenza oggetto di questa breve disamina.
Peraltro, si legge nella motivazione di sentenza anche il richiamo operato alle Sezioni Unite, pronunciatesi proprio in tema di dichiarazione della parte civile, le quali hanno affermato testualmente, tra l’altro, che “…può essere opportuno procedere al riscontro di tali dichiarazioni con altri elementi qualora la parte offesa si sia anche costituita parte civile e sia, perciò, portatrice dì una specifica pretesa economica la cui soddisfazione discenda dal riconoscimento della responsabilità dell’imputato…”.
Orbene, nel caso di specie la sentenza impugnata è stata cassata dalla Suprema Corte, la quale ha disposto altresì il rinvio al Giudice di merito, asserendo in particolare, che questi, discostandosi dal pacifico orientamento cristallizzatosi in materia, ha valutato la deposizione della parte civile in maniera “superficiale e parcellizzata”.
Sequestro preventivo di uno studio dentistico e della attrezzatura
Gli Ermellini ritennero che il sequestro preventivo fosse, nel caso di specie, assolutamente legittimo e fondato, sussistendo invero sia il fumus commissi delicti, sia il periculum in mora.
La vicenda oggetto di questa mia breve disamina trae origine dal sequestro preventivo eseguito dalla Polizia Giudiziaria, appunto nella fase delle indagini preliminari, di un immobile adibito a studio dentistico nonché di tutta la strumentazione ivi giacente, ritenuti quale corpo del reato di esercizio abusivo della professione di dentista.
In particolare, nel corso dell’intervento della polizia, vi era un odontotecnico intento ad ultimare interventi di terapia conservativa nel cavo orale di una paziente e dunque intento a svolgere un’attività professionale che solo il medico dentista può eseguire.
Pertanto, ferme restando le censure procedurali mosse avverso l’ordinanza del Tribunale del Riesame (sulle quali non mi soffermerò per ragioni di economia), ad avviso di chi scrive appare opportuno in questa sede illustrare le argomentazioni addotte dall’Autorità Giudiziaria, a sostegno proprio della fondatezza del sequestro preventivo del cespite.
Invero, ritenevano gli Ermellini che il sequestro preventivo fosse, nel caso di specie, assolutamente legittimo e fondato, sussistendo invero sia il fumus commissi delicti, sia il periculum in mora, atteso che l’immobile e la strumentazione risultavano adibite a studio dentistico ed a laboratorio per l’esercizio dell’attività odontoiatrica e dunque collegati da un nesso strumentale diretto e immediato all’esercizio di tale attività.
In ragione di ciò, il cespite può essere sottoposto al vincolo reale in uno ai beni strumentali siti al suo interno, trattandosi appunto di cose pertinenti al reato, in rapporto di necessaria, specifica e strutturale correlazione con la commissione dell’attività illecita di esercizio abusivo della professione.
In altre parole, la Suprema Corte (sentenza n° 24273/2009) ravvisava nella vicenda in esame la piena fondatezza e legittimità del sequestro preventivo, sussistendo infatti sia il fumus, sia il periculum.
Infatti, all’atto di intervento della Polizia Giudiziaria, era in corso un’attività – quale appunto quella di terapia conservativa nel cavo orale di una paziente – da parte di un odontotecnico che, per converso, non risulta affatto essere un soggetto abilitato ad esercitare tale tipo di intervento tecnico.
Trattasi, invero, di attività che solo il medico dentista può svolgere e che pertanto, essendo materialmente eseguita da un soggetto non a tanto abilitato, integra appieno il delitto di esercizio abusivo di una professione, contestata peraltro in concorso anche con il dentista, in quanto gli indizi erano tutti gravi, precisi e concordi a ritenere che il dentista fosse pienamente consapevole di tutto quanto accadeva presso il suo studio, nei giorni di sua assenza.
Pertanto, gli Ermellini hanno dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione e condannato il ricorrente al pagamento delle ulteriori spese processuali.
LESIONE DEL NERVO LINGUALE COMMESSA DALL’AUSILIARIO DEL DENTISTA
Responsabilità del manutentore dell’ascensore per il decesso accidentale di un uomo
Responsabilità penale di Tizio, in qualità di manutentore dell’ascensore di un nosocomio, per aver cagionato la morte di Caio, soggetto su sedia a rotelle
La vicenda oggetto di questa mia breve disamina trae origine dalla morte di un paziente su sedia a rotelle. In particolare, nell’ottica accusatoria, Tizio, in qualità di manutentore dell’ascensore ubicata presso un nosocomio, avrebbe cagionato la morte di Caio, soggetto su sedia a rotelle, verificatosi in quanto l’infermiera, dopo aver richiamato l’elevatore con la chiave di emergenza a lei in uso, dietro espressa autorizzazione del suo responsabile, procedeva all’accesso in cabina senza affatto rendersi conto che l’ascensore non fosse sul piano, cagionando dunque la caduta accidentale del paziente nel vuoto e pertanto la sua morte.
In primo grado di giudizio Tizio veniva assolto e la Corte territoriale, poi, emetteva sentenza di riforma, dichiarando agli effetti civili la penale responsabilità dell’imputato.
Tizio, nella sua qualità di manutentore dell’elevatore, ricorreva dinanzi la Suprema Corte ritenendo che vi fosse stata, nel caso di specie, una violazione della Legge penale.
In particolare, egli riteneva che alcuna penale responsabilità fosse ad egli addebitabile, poiché alcun obbligo di bloccare l’impianto gravava in capo all’imputato, atteso che non sussisteva alcun pericolo, asserendo peraltro che il guasto intervenuto era stato cagionato dal malfunzionamento dell’elettroserratura della porta della cabina, con conseguente blocco meccanico della porta, che quindi rimaneva chiusa, in modo permanente, con conseguente inutilizzabilità dell’ascensore, non accessibile.
L’impianto, quindi, era bloccato ed inutilizzabile e la chiave di emergenza, in dotazione obbligatoria ad un responsabile reso edotto di tutte le istruzioni, ai fini della espressa concessione ed autorizzazione al personale medico e paramedico, è l’unico strumento che consente di forzare il blocco meccanico e di aprire la porta della cabina ma essa va utilizzata esclusivamente in casi di emergenza.
Peraltro, tale chiave era stata affidata ad un soggetto responsabile, reso pienamente edotto del suo prudente utilizzo.
Pertanto, l’imputato riteneva che la morte del paziente fosse stata cagionata dall’infermiera, la quale aveva utilizzato la chiave di emergenza per motivi di comodità e non per necessità.
Infatti, il Giudice di merito aveva evidenziato che l’utilizzo della chiave di emergenza e dunque l’apertura manuale del vano ascensore era consentita solamente in situazioni di emergenza, che non sussisteva nel caso in esame, poiché l’infermiera aveva usato la cabina ascensore solo per mera comodità, potendo infatti utilizzare la rampa esterna destinata proprio alle persone sulla sedia a rotelle.
Ebbene, precisa la Suprema Corte (sentenza n° 39125/2018) che un profilo di colpa dell’infermiera, ai sensi dell’art. 41 co. 2 c.p., sussisterebbe solo nel caso in cui la condotta della medesima fosse connessa a quella del manutentore.
Nella vicenda de qua, per converso, l’infermiera aveva agito nel pieno rispetto delle proprie regole cautelari, essendo stata peraltro anche espressamente autorizzata dal suo dirigente all’utilizzo dell’ascensore mediante l’uso della chiave di sblocco, a causa di problemi che l’impianto aveva mostrato nei giorni precedenti.
In definitiva, gli Ermellini hanno rigettato il ricorso e condannato il ricorrente, Tizio, manutentore, al pagamento anche delle correlative spese processuali.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 589
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 629
 sentenza 
 sentenza 
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 sentenza 
 sentenza