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Timestamp: 2019-09-20 08:53:03+00:00

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Tribunale di Bologna - Sez. III - sentenza del 21 ottobre 2013
Caduta paziente: prova liberatoria della struttura sanitaria
Una signora ottantenne, sottoposta ad intervento chirurgico di coxartrosi, per la rimozione di una patologia degenerativa della cartilagine dell'anca, mediante il posizionamento di arto protesi coxo-femorale, è stata successivamente ricoverata presso una Casa di Cura per effettuare un trattamento riabilitativo. Nel corso del periodo di permanenza presso la struttura sanitaria, dopo essere stata accompagnata in bagno dal personale infermieristico, e' stata lasciata da sola e, nel tentativo di rialzarsi, e' caduta a terra procurandosi una lussazione protesica.La paziente ha citato in giudizio la Casa di Cura asserendo che il personale ha omesso di esercitare la vigilanza e il controllo richiesti dal suo stato clinico, non adempiendo correttamente ai doveri derivanti dal contratto di spedalita'. Secondo la difesa della struttura sanitaria la responsabilita' e' imputabile esclusivamente alla donna, che non si e' attenuta alla prescrizione di non alzarsi autonomamente e di richiedere l'assistenza del personale, suonando il campanello di allarme situato all'interno del bagno. Il giudice ha ritenuto che tale circostanza, anche se provata, non sarebbe comunque da sola sufficiente ad integrare la prova liberatoria da responsabilita' e a dimostrare il corretto adempimento dell’obbligazione di cura, assistenza e sorveglianza, in quanto e' necessario dimostrare di aver adottato misure precauzionali adeguate all'eta', alle condizioni psico-fisiche e allo stato di salute della paziente, nonche' idonee a prevenire la caduta, anche solo accidentale, di una persona con conclamate difficolta' di deambulazione.
Tribunale di Napoli - Sezione XI civile - sentenza n. 9345/2013
Responsabilità contrattuale derivante dal rapporto di spedalità atipico
L’esercizio dell’attività del medico è assoggettata a responsabilità civile e penale. Il medico risponde in sede civile, dei danni cagionati al paziente, e in sede penale per i reati eventualmente commessi nell’esercizio della sua attività. Quanto ai medici esercenti la libera professione, le cliniche private e le stesse strutture ospedaliere, la responsabilità per i danni cagionati ai pazienti in ragione di una difettosa esecuzione della prestazione medica è ridotta nell’ambito della responsabilità contrattuale, essendo riconducibile il rapporto tra medico e paziente al contratto d’opera professionale, ovvero alla figura del contratto atipico di ricovero ospedaliero.
Tribunale di Foggia - sezione I - sentenza del 23 maggio 2013
Intubazione e lacerazione tracheale, anestesista condannato
Nel corso di un intervento chirurgico è stata causata la lacerazione ed apertura della trachea con la conseguente necessità di un nuovo trattamento. L’anestesista, assolto nel procedimento penale, è stato condannato al risarcimento nel giudizio civile. Il tribunale dopo aver ampiamente motivato in relazione agli effetti della sentenza penale di assoluzione dell’imputato nell’ambito di un giudizio civile per il risarcimento del danno determinato dagli stessi accadimenti, ha osservato che nello specifico la responsabilità non poteva che essere attribuita al chirurgo anch’esso chiamato in causa ma, appunto, all’anestesista. A differenza delle conclusioni raggiunte nel giudizio penale, pur a fronte di una conformazione della trachea - "pars membranacea" particolarmente sottile rispetto alla norma, deve essere affermato comunque il rilievo causale della condotta dell’anestesista nella produzione del danno, poiché appare "più probabile che non" che la lesione sia stata causata quanto meno anche dalla manovra di intubazione, ancorché condotta su un soggetto avente una fisiologia molto fragile, perché non è dimostrato, al contrario, che per il solo fatto di tale condizione di fragilità, consegua sempre e comunque una rottura tracheale, quali che siano gli accorgimenti adottabili e adottati dall'anestesista.Il Tribunale ha condannato l’anestesista al risarcimento.
Tribunale di Enna - sentenza n. 252/2013
Decreto Balduzzi: sdoppiata la responsabilità medica
Una paziente ha chiamato in giudizio l’Azienda ospedaliera e il medico dipendente per essere risarcita degli esiti dannosi di un trattamento terapeutico finalizzato a ricomporre una frattura del polso provocata da una caduta accidentale. In particolare la donna ha affermato che dopo l'applicazione, l'apparecchio gessato, volto alla riduzione della frattura, era stato sostituito per ben due volte e che, persistendo il dolore all'arto, si era sottoposta ad una visita specialistica all'esito della quale le era stata prescritta una terapia chirurgica urgente. Il Tribunale ha affrontato la questione interpretativa della norma introdotta dal Decreto legge n. 158/12 modificata dalla L. n. 189/12 , intitolata alla responsabilità professionale dell’esercente le professioni sanitarie diretta entro termini ben precisi a limitare la responsabilità penale del sanitario con alcuni riflessi anche sul piano civilistico del risarcimento del danno. La norma, con la dichiarata finalità di intervenire contro il dilagante fenomeno della cosiddetta medicina difensiva, introduce una sorta di esimente speciale nella responsabilità penale medica , circoscrivendola alle sole ipotesi di colpa grave e dolo sempre che siano state osservate le linee guida e buone prassi. Per il caso della colpa lieve, tuttavia, dichiara la persistenza della responsabilità civile del medico . Il Tribunale di Enna ha osservato che l’interpretazione della innovativa disposizione condurrebbe a delineare la sussistenza di un titolo di responsabilità duplice:a) contrattuale per la struttura sanitaria (ne deriva un termine prescrizionale più lungo e un onere della prova più leggero per il paziente);b) extracontrattuale per il medico (ne deriva un termine prescrizionale abbreviato a cinque anni e un onere della prova aggravato per il paziente).Il Tribunale ha condannato l’Azienda sanitaria e il medico al risarcimento del danno.
Tribunale di Firenze - Sezione I penale - sentenza n. 2040/2013
Mancata individuazione della patologia - carenza di controlli ed esami adeguati - responsabilità del sanitario per omicidio colposo
L’errore diagnostico si configura non solo quando non si riesca a inquadrare il caso clinico in una patologia nota alla scienza o si addivenga a un inquadramento erroneo, ma anche quando si ometta di eseguire controlli e accertamenti doverosi ai fini di una corretta formulazione della diagnosi. L’evento trova senz’altro verificazione ogni qualvolta non sia esigibile l’inquadramento della presentazione clinica in una malattia ben precisa a causa della riconducibilità della sintomatologia a diverse branche della medicina e, per questo, si richieda al medico di riconoscere la gravità della situazione morbosa e l’urgenza di intervenire, anche con il trasferimento del paziente presso una struttura idonea.
Tribunale di Bologna - Sezione penale - sentenza n. 1657/2013
Responsabilità per colpa medica - Nesso causale tra la condotta del sanitario e l’evento
In materia di responsabilità per colpa medica, il nesso causale tra la condotta del sanitario e l’evento di danno può ritenersi sussistente nella sola ipotesi in cui, alla stregua del giudizio controfattuale condotto sulla base di una generalizzata regola di esperienza o di una legge scientifica, universale o statistica, si accerti che, ipotizzandosi come realizzata la condotta doverosa (e, nel caso di reato omissivo, ipotizzandosi come non realizzata la condotta umana) impeditiva dell’evento hic et nunc, questo non si sarebbe verificato, ovvero si sarebbe verificato, ma in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva.
Tribunale di Varese - sentenza n. 106/2013
Mansioni superiori: Asl condannata al pagamento delle differenze retributive maturate, oltre che alla regolarizzazione contributiva
La condanna al pagamento delle differenze retributive risulta fondata sulla base del disposto di cui all'art. 52, d.lgs. 165/2001. In materia di pubblico impiego contrattualizzato, il diritto al compenso per lo svolgimento di fatto di mansioni superiori non è condizionato alla sussistenza dei presupposti di legittimità di assegnazione delle mansioni o alle previsioni dei contratti collettivi, né all'operatività del nuovo sistema di classificazione del personale introdotto dalla contrattazione collettiva, posto che una diversa interpretazione sarebbe contraria all'intento del legislatore di assicurare comunque al lavoratore una retribuzione proporzionata alla qualità del lavoro prestato, in ossequio al principio di cui all'art. 36 della Costituzione. Nel caso di specie le mansioni superiori sono state espletate sicuramente in via prevalente dalla ricorrente posto che il maggior inquadramento non dipende dalla attribuzione di particolari competenze superiori, ma da un errato inquadramento della struttura che la stessa ha diretto.
Tribunale di Bergamo - sentenza n. 336/2013
Tribunale di Reggio Emilia - sentenza n. 618/2013
Condanna Casa di Cura a risarcimento danno biologico
A seguito di intervento chirurgico di artoprotesi totale all'anca destra presso una Casa di Cura, una donna ha avuto gravi problemi di deambulazione, che hanno reso necessario la sottoposizione a nuovi interventi e cure presso altri ospedali. La paziente evidenzia soprattutto una responsabilità medica per ritardo diagnostico, poiché ha effettuato cinque controlli post operatori dal medico che l'aveva operata, senza che le venisse comunicata la necessità di sottoporsi a revisione chirurgica, espianto ed impianto protesico. Il giudice del Tribunale, facendo proprie le conclusioni cui è giunta la consulenza medico-legale, ha ritenuto sussistente la responsabilità della struttura sanitaria e del medico, escludendo però la condanna nei confronti di quest'ultimo perché richiesta dalla donna solo tardivamente. Il perito, infatti, ha accertato una carenza nella tempestività della diagnosi e terapia della mobilizzazione protesica, presente sin dalla fase successiva all'intervento, ma trattata solo diversi anni dopo, mentre la Casa di Cura non ha dedotto, o quantomeno offerto di provare, di avere diligentemente adempiuto la propria obbligazione tramite la segnalazione della necessità di una nuova operazione.
Tribunale di Milano - Sez. IX Penale - ordinanza del 21 marzo 2013
Decreto Balduzzi e responsabilità medica
L'esimente introdotta dall'art. 3, co.1, D.L. n. 158/2012, convertito con L. n. 189/2012 è costituita dai seguenti elementi: il soggetto attivo deve essere un esercente la professione sanitaria, deve commettere il reato nello svolgimento della propria attività, deve attenersi alle linee guida e alle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica. Questa disposizione riguarda direttamente la responsabilità penale e civile degli operatori sanitari (nonché delle strutture sanitarie cui appartengono) per i fatti commessi nell'esercizio dell'attività sanitaria. In ordine alle linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, trattasi di mere raccomandazioni per le quali la legge non offre alcun criterio di individuazione e determinazione. Infatti la formulazione normativa è tanto elastica da non consentire al giudice e prima ancora agli operatori sanitari di determinare esattamente i confini dell'esimente. In definitiva, l'art. 3, D.L. n. 158/2012, convertito con L. n. 189/2012 detta una non punibilità dai confini equivoci, non delimitabile con la mera interpretazione, esclusiva per tutti gli esercenti la professione sanitaria, per qualsiasi reato colposo, non definendo la colpa lieve, non identificando le linee guida, le buone prassi e le autorità che dovrebbero codificarle, avvilendo la libertà di scienza, discriminando in modo ingiustificabile tra operatori pubblici sanitari e non sanitari, tra operatori sanitari e non, che si occupano dei medesimi beni giuridici: una norma ad professionem da cui sorgono dubbi sul rispetto dei principi costituzionali ex artt. 3, 24-25, 27-28, 32-33 e 111 Cost..
Tribunale di Firenze - Sezione Lavoro - sentenza del 23 febbraio 2013
IRAP: LPI l'imposta non è dovuta
Tribunale di Busto Arsizio - Sezione Lavoro - sentenza del 19 gennaio 2013
È quanto stabilisce la sentenza del Tribunale del Lavoro di Busto Arsizio che ha accolto il ricorso di un dirigente medico, dipendente a tempo indeterminato, che aveva fatto richiesta di aspettativa nei confronti dell'ospedale per generiche esigenze di servizio. Il Tribunale del lavoro di Busto Arsizio ha accolto il ricorso di un dirigente medico, dipendente a tempo indeterminato, nei confronti del quale l'Ospedale, per generiche esigenze di servizio, aveva rigettato la richiesta di aspettativa per motivi di lavoro. La sentenza del Giudice del Lavoro ha riconosciuto, interpretando e conseguentemente applicando quanto previsto dall'art. 10 del Ccnl integrativo 2004, che l'Ospedale debba necessariamente concedere l'aspettativa richiesta dal dirigente medico per motivi di lavoro, negando quindi ogni tipo di discrezionalità, per tutta la durata del contratto a tempo determinato, ottenuto con la partecipazione ad un avviso pubblico per titoli e colloquio. Nel caso di specie l'aspettativa era stata richiesta a seguito della vincita di un posto a tempo determinato, ottenuto con la partecipazione ad un avviso pubblico per titoli e colloquio.
Tribunale di Taranto - sezione I - sentenza del 7 gennaio 2013
Garza dimenticata durante l'asportazione di un calcolo
Dopo un intervento chirurgico di pielotomia obliqua destra con asportazione di un calcolo avvenuto nel 1975, in occasione di un controllo ecografico, al paziente viene diagnosticata la presenza di una grossa cisti, inizialmente ritenuta imputabile ad echinococco renale; successivamente, la reale origine della stessa e' stata accertata a seguito di un intervento di nefrectomia laparoscopica nel quale si era proceduto al prelievo di un corpo estraneo il cui esame istologico ne rivelo' in modo inconfutabile la natura di formazione riconducibile alla presenza di frammenti di garza.A seguito del decesso del paziente avvenuto nel 2006, gli eredi hanno intrapreso un giudizio per ottenere il risarcimento del danno ritenendo l’evento riconducibile alla responsabilita' della struttura sanitaria. Il Tribunale ha rigettato l’azione osservando che se da un lato e' indiscutibile l'errore commesso dal personale sanitario che partecipo' all'esecuzione dell'intervento del 1975 non essendo evidentemente giustificabile, sotto il profilo della conveniente attuazione delle regole tecniche della chirurgia, la dimenticanza di corpi estranei nella sede operatoria, dall'altro non e' ravvisabile il rapporto di causalita' la cui sussistenza e' pur sempre necessaria onde poter affermare una responsabilita' risarcitoria della struttura sanitaria.

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