Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-2286-del-30-01-2017
Timestamp: 2020-05-31 13:57:33+00:00

Document:
Sentenza Cassazione Civile n. 2286 del 30/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2286 del 30/01/2017
Cassazione civile, sez. VI, 30/01/2017, (ud. 15/12/2016, dep.30/01/2017), n. 2286
sul ricorso 14811/2015 proposto da:
AZIENDA SANITARIA LOCALE SALERNO, in persona del legale
VALLEBONA giusta procura a margine del ricorso;
D.F.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GABI 24,
dagli avvocati VINCENZO MIRRA, PAOLO GALLUCCIO, ANDREA FERRARO,
avverso la sentenza n. 8869/2014 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI del
02/12/2014, depositata il 03/12/2014;
– dalla indicazione delle fonti contrattuali collettive che regolamentavano l’istituto della mensa (art. 29 c.c.n.l. Compatto Sanità del 20/9/2001);
Per la cassazione di tale decisione propone ricorso l’ASL Caserta affidato a due motivi, ulteriormente illustrati da memoria, cui resiste con controricorso il lavoratore.
Alla luce dei riportati principi è evidente la ricorrenza di un interesse ad agire dell’originario ricorrente il quale, stante lo stato di incertezza oggettiva sulla esatta portata dei diritti e degli obblighi da scaturenti dal rapporto di lavoro con la ASL di Caserta e relativo alla qualificazione o meno di “lavoro straordinario” del prolungamento dell’orario ordinario di lavoro di 15 minuti preteso dall’azienda nel periodo precisato in ricorso, ha chiesto l’intervento del giudice per superarlo. Peraltro, risulta evidente che nel caso in esame non è stato chiesto l’accertamento dell’infondatezza di una pretesa avanzata nei con fronti della dipendente da parte dell’ASL, bensì il positivo accertamento che il prolungamento dell’orario lavorativo già verificatosi (per quanto appresso si dirà) era da qualificarsi come “lavoro straordinario”, in vista dell’utile risultato di poter richiedere, in un separato giudizio di quantificazione, la condanna al pagamento di differenze retributive calcolate in relazione ai giorni in cui effettivamente detto prolungamento dell’orario lavorativo sarebbe stato rigorosamente provato.
Nello storico di lite sono stati riportati i passaggi logici percorsi dalla Corte di merito per giungere a ritenere che il prolungamento dell’orario lavorativo preteso dall’ASL in concomitanza dell’erogazione dei buoni pasto non andava a compensare alcuna pausa effettuata per fruire dei detti buoni. Ed infatti, il giudice del gravame, una volta acclarato che l’ASL non aveva provveduto a stabilire dei turni per consentire la fruizione dei buoni pasto stante la necessità di garantire la continuità assistenziale ha ritenuto provata la mancata effettuazione della pausa.
Peraltro, nella impugnata sentenza è stato anche sottolineato come la difesa della AS1, non aveva negato la mancata predisposizione di turni ma aveva dedotto che, comunque, la dipendente aveva speso i “tickets restaurant” assegnatile mensilmente e che non poteva sussistere un rapporto di corrispettività contrattuale tra la concessione di buoni pasto fruibili solo fuori dell’orario di lavoro, senza alcuna incidenza sulla continuità temporale della prestazione lavorativa quotidiana, ed il preteso recupero dell’orario di lavoro attraverso il prolungamento dello stesso in misura di 15 minuti.
In effetti l’ASL non negando di aver preteso il prolungamento dell’orario di lavoro ordinario (circostanza risultante documentalmente), ha dedotto che lo stesso era in rapporto di corrispettività con la fruizione dei buoni pasto ed integrava un recupero della pausa attuata dalla dipendente per consumare il buono pasto. In siffatta situazione correttamente il giudice del merito ha ritenuto che dalla mancata predisposizione dei turni si potesse desumere la insussistenza di pause durante l’orario lavorativo ordinario destinate al consumo dei pasti presupposto per il preteso loro recupero attraverso il prolungamento dell’orario lavorativo.
Quanto alla domanda ex art. 96 c.p.c., formulata dalla difesa della contro ricorrente si osserva che la condanna per lite temeraria può essere pronunciata solo se la parte ha agito o resistito con mala fede o colpa grave. Con riguardo al giudizio di cassazione ai fini della responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c., l’istanza di condanna deve essere formulata con una prospettazione della temerarietà della lite riferita a tutti i motivi del ricorso, essendo altrimenti impedito alla Corte l’accertamento complessivo della soccombenza dolosa o gravemente colposa, la quale deve valutarsi riguardo all’esito globale della controversia e, quindi, rispetto al ricorso nella sua interezza (cfr. Cass. n. 21805 del 5 dicembre 2012; Cass. n. 20914 dell’11 ottobre 2011); inoltre il ricorso può considerarsi temerario solo allorquando, oltre ad essere erroneo in diritto, sia tale da palesare la consapevolezza della non spettanza del diritto fatto valere, o evidenzi un grado di imprudenza, imperizia o negligenza accentuatamente anormali (Cass. 2 giugno 1995, n. 6190; conf. Cass. 26 giugno 2007, n. 14789).
La Corte, rigetta il ricorso e la domanda di condanna ex art. 96 c.p.c.. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che si liquidano in Euro 2000,00 per compensi professionali, Euro 100,00 per esborsi, 15% per spese forfetarie ed accessori come per legge. Spese da distarsi in favore degli avvocati Vincenzo Mirra, Andrea Ferraro e Paolo Galluccio che se ne dichiarano antistatari.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 96
 art. 96
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 96