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Fiscomania https://www.fiscomania.com Fiscalità internazionale Tax planning Fri, 27 Apr 2018 05:47:51 +0200 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.5 83176970	Dividendi provenienti da paradisi fiscali: tassazione https://www.fiscomania.com/2018/04/dividendi-provenienti-da-paradisi-fiscali/ https://www.fiscomania.com/2018/04/dividendi-provenienti-da-paradisi-fiscali/#respond Thu, 26 Apr 2018 07:33:17 +0000 https://www.fiscomania.com/?p=17871
Qual’è il regime di tassazione dei dividendi provenienti da paradisi fiscali? E’ prevista al totale imponibilità dei dividendi provenienti da Paesi considerati a fiscalità privilegiata. Per l’imponibilità integrale dei dividendi black list occorre riferirsi ai criteri di individuazione dei Paesi a tassazione privilegiata vigente durante il periodo di maturazione dell’utile. E’ possibile applicare una detassazione …
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Qual’è il regime di tassazione dei dividendi provenienti da paradisi fiscali? E’ prevista al totale imponibilità dei dividendi provenienti da Paesi considerati a fiscalità privilegiata. Per l’imponibilità integrale dei dividendi black list occorre riferirsi ai criteri di individuazione dei Paesi a tassazione privilegiata vigente durante il periodo di maturazione dell’utile. E’ possibile applicare una detassazione del 50% su tali dividendi. Se il socio residente dimostra che la società black list partecipata svolge un’effettiva attività industriale o commerciale nel mercato estero.
L’argomento è delicato ed interessa tantissime persone.
Gli utili di fonte estera che derivano da partecipazioni in società di capitali residenti in Stati considerati a fiscalità privilegiata sono imponibili per l’intero ammontare percepito dai contribuenti residenti in Italia.
Questa è la regola generale di tassazione dei dividendi provenienti da paradisi fiscali.
Fanno eccezione a questo principio gli utili percepiti dalle persone fisiche che derivano da partecipazioni non qualificate in società residenti in Stati o territori a fiscalità privilegiata le cui azioni siano quotate nei mercati regolamentati.
Questi soggetti vedono applicarsi una ritenuta a titolo d’imposta del 26% sul 100% del provento percepito.
La Legge n. 205/17 ha introdotto alcune novità in merito ai criteri di imposizione dei dividendi provenienti da società residenti in Stati o territori considerati a fiscalità privilegiata.
Dette novità normative riguardano, in particolare:
L’imponibilità degli utili percepiti dal 2015 e maturati in periodi di imposta precedenti nei quali le società partecipate non si consideravano localizzate in Stati inclusi nella c.d. black list di cui al DM 21.11.2001 o a fiscalità privilegiata;
L’esclusione dal reddito del percipiente soggetto Ires del 50% degli utili provenienti da una partecipata residente in un Paese a fiscalità privilegiata che abbia dimostrato l’effettivo svolgimento di un’attività industriale o commerciale ex art. 167 comma 5 lett. a) del DPR n. 917/86.
Vediamo in dettaglio tutti questi aspetti.
Dividendi provenienti da paradisi fiscali
Il DPR n. 917/86 prevede che, in caso di percezione di utili provenienti da soggetti residenti in Stati o territori a fiscalità privilegiata, essi concorrono integralmente alla formazione del reddito imponibile.
L’utilizzo del termine “provenienti” da parte degli artt. 47 e 89 del DPR n 917/86 risponde all’esigenza di evitare triangolazioni sui dividendi che consentano ai soci residenti in Italia di percepire utili provenienti dai paradisi fiscali attraverso società intermedie.
Faccio riferimento a società sostanzialmente interposte, localizzate in Stati o territori diversi da quelli a fiscalità privilegiata.
Di conseguenza, il regime di tassazione integrale in argomento riguarda non solo gli utili e i proventi equiparati distribuiti direttamente dai soggetti residenti nel paradiso fiscale. Ma anche quelli – da essi generati – che fluiscono tramite società intermedie (c.d. “conduit company“).
Nella formulazione degli artt. 47 comma 4 e 89 comma 3 del DPR n. 917/86, il regime di integrale tassazione si applica, infatti, ai dividendi relativi a:
Partecipazioni dirette, anche non di controllo, in società localizzate in Stati o territori a regime fiscale privilegiato;
Partecipazioni indirette nelle società di cui al punto precedente, detenute per il tramite di partecipazioni di controllo. Diretto o indiretto, anche di fatto, in una o più società intermedie che non siano localizzate in Stati o territori a regime fiscale privilegiato.
Si distingue, quindi, tra partecipazioni dirette e partecipazioni indirette nelle società che sono localizzate in Paesi a regime fiscale privilegiato.
Definizione di controllo societario
La nozione di controllo rilevante ai fini ai fini dell’applicazione della norma è quella individuata dall’art. 2359 commi 1 e 2 c.c.
Pertanto, assumono rilevanza sia il controllo in termini di diritti di voto, computando anche i voti spettanti a società controllate, a società fiduciarie e a persone interposte. Sia il controllo integrato da un’influenza dominante di un’altra società in virtù di particolari vincoli contrattuali.
Il regime di tassazione è in ogni caso subordinato a una qualche partecipazione a cui consegue la percezione di utili da parte del socio residente in Italia.
Questo a prescindere dal tipo di controllo configurabile.
In presenza di più società estere, il requisito del controllo deve riscontrarsi per ciascuna delle società interposte. Non essendo necessario, invece, che sia integrato rispetto alla società residente nello Stato o territorio a regime fiscale privilegiato.
Ciò significa che qualora il socio italiano eserciti il controllo su tutte le società intermedie e l’ultima società interposta detenga una partecipazione di minoranza in quella soggetta al regime fiscale preferenziale, i dividendi provenienti da quest’ultima sono comunque sottoposti a tassazione integrale in Italia.
Individuazione degli stati a fiscalità privilegiata
Negli ultimi anni, la nozione di Stati a fiscalità privilegiata è stata oggetto di diversi interventi normativi da parte del DLgs. n. 147/15. Della Legge n. 190/14 e della Legge n. 208/15.
In considerazione di queste modifiche che hanno via via rimodulato l’individuazione dei Paradisi fiscali, gli operatori si sono interrogati sul trattamento dei dividendi.
In particolare dei dividendi da paradisi fiscali percepiti da società che in passato non erano considerate residenti in uno Stato black list. Ma che secondo la nozione attualmente in vigore, invece, risultano localizzate in un Paese a fiscalità privilegiata.
Alla luce di questo contesto, deve essere letta la disposizione prevista dalla legge n. 205/17 che stabilisce i criteri secondo i quali i dividendi devono essere considerati provenienti da soggetti residenti in Stati a fiscalità privilegiata.
Prima di analizzare tale novità normativa, tuttavia, è opportuno riepilogare come si siano modificati i criteri per l’individuazione dei c.d. “Paradisi fiscali” dal 2014 al 2016.
Regimi fiscali privilegiati vigenti fino al 2015
Per quanto riguarda il regime di integrale imponibilità dei dividendi provenienti da Paesi a fiscalità privilegiata, fino al 31.12.2014 detti Paesi erano tassativamente individuati dalla c.d. “black list” di cui agli artt. da 1 a 3 del DM 21.12.2001.
In forza di quanto disposto dal comma 4 dell’art. 47 del DPr n 917/86, che rimanda all’art. 167 comma 4 del DPR n. 917/86 vigente ratione temporis, si consideravano privilegiati quegli Stati, individuati da un apposito decreto ministeriale.
Questo in ragione del livello di tassazione sensibilmente inferiore a quello applicato in Italia, della mancanza di un adeguato scambio di informazioni o altri criteri equipollenti.
Successivamente, tale criterio è stato radicalmente riformato dall’art. 1 comma 680 della L. 190/2014, il quale ha modificato il citato comma 4 dell’art. 167 del DPr n. 917/86, prevedendo che:
“si considerano privilegiati i regimi fiscali di Stati o territori individuati, con decreti del Ministro delle finanze da pubblicare nella Gazzetta Ufficiale […]” nonché “i regimi fiscali speciali che consentono un livello di tassazione inferiore al 50 per cento di quello applicato in Italia“.
Definizione di Paesi a fiscalità privilegiata
Tale definizioni è rimasta in vigore fino al 31.12.2015 e fino ad allora sono stati considerati regimi fiscali privilegiati quelli:
Individuati con decreti del Ministro delle Finanze in ragione del livello di tassazione inferiore al 50% di quello applicato in Italia, della mancanza di un adeguato scambio di informazioni ovvero di altri criteri equivalenti; ovvero
Che, in ogni caso, consentono un livello di tassazione inferiore al 50% di quello applicato in Italia.
Per il 2015, quindi, resta applicabile il DM 21.11.2001 per individuare quali Paesi e Stati si considerano a fiscalità privilegiata.
Tuttavia, i Paesi non inclusi nel DM 21.11.2001 nel 2015 non possono ritenersi automaticamente Paesi a fiscalità ordinaria. In quanto occorre effettuare un’ulteriore verifica, relativa alla eventuale sussistenza di un regime fiscale speciale.
Per tale annualità, infatti, si considerano “in ogni caso” privilegiati quei regimi fiscali speciali che consentono un livello di tassazione inferiore al 50% di quello italiano. Sebbene previsti da Stati o territori che applicano un regime generale di imposizione non inferiore al 50% di quello applicato in Italia.
Regimi fiscali privilegiati dal 2016
Con l’approvazione della Legge 208/2015, è stato ulteriormente modificato il criterio in base al quale devono essere identificati gli Stati considerati a fiscalità privilegiata.
Nello specifico, al fine dell’individuazione degli Stati esteri a fiscalità privilegiata, è stato previsto che si applica l’integrale imponibilità del provento se lo Stato di provenienza applica un livello nominale di tassazione inferiore al 50% di quello applicabile in Italia.
Questo regime non riguarda i dividendi originati in Stati membri dell’Unione europea o aderenti allo Spazio economico europeo (SEE).
In sostanza, a decorrere dall’1.1.2016, si considerano privilegiati:
I regimi in cui “il livello nominale di tassazione risulti inferiore al 50% di quello applicabile in Italia“;
I regimi “speciali“.
La Circolare n. 35/E/2016 dell’Agenzia delle Entrate ha osservato che, per il confronto dei livelli di tassazione nominali, dal lato italiano, rilevano:
L’aliquota Ires, vigente nel periodo d’imposta in cui si riscontra il requisito del controllo. Senza considerare eventuali addizionali;
L’Irap, di cui si prende in considerazione l’aliquota ordinaria.
Specularmente, dal lato estero, rilevano le imposte sui redditi applicate nell’ordinamento fiscale di localizzazione, da individuare facendo riferimento, qualora esistente, alla Convenzione per evitare le doppie imposizioni vigente con lo Stato di volta in volta interessato.
Tenendo conto anche delle eventuali imposte di natura identica o analoga intervenute in sostituzione di quelle menzionate espressamente nella medesima Convenzione.
Riguardo, poi, alla rilevanza dell’Irap al fine della determinazione dell’imposizione nominale estera, devono essere presi a rifeirmento i tributi della medesima natura. Tributi eventualmente vigenti nello Stato estero di localizzazione di ogni società controllata.
Come individuare i Paradisi fiscali?
La Circolare n. 35/E/2016 segnala che per individuare i regimi fiscali privilegiati, è possibile consultare le aliquote nominali vigenti sui siti internet istituzionali dei vari ordinamenti esteri.
In alternativa è possibile consultare la banca dati OCSE sul sito internet della Banca Mondiale o di altri istituti o centri di studio e ricerca internazionali.
In merito alle considerazioni appena illustrate, si riporta lo schema che riassume l’evoluzione normativa del concetto di Stato a fiscalità privilegiata.
Periodo Fino al 31.12.2014 Dall’1.1.2015 al 31.12.2015 Dall’1.1.2016
Criterio di individuazione dei regimi fiscali privilegiati Inclusione nel DM 21.11.2001 (black list) in vigore durante l’esercizio di chiusura della controllata Inclusione nel DM 21.11.2001 (black list) in vigore durante l’esercizio di chiusura della controllata
Regime speciale che prevede un livello di tassazione inferiore al 50% di quello applicato in Italia
Esclusione dei Paesi UE e SEE Livello nominale di tassazione inferiore al 50% di quello applicabile in Italia
Esclusione dei Paesi UE e SEE
Periodo di maturazione dei dividendi provenienti da paradisi fiscali
L’articolo 1 comma 1007 della Legge n. 205/2017 ha stabilito che ai fini dell’imposizione integrale dei dividendi provenienti da Paradisi fiscali:
Non si considerano provenienti da società a regime fiscale privilegiato gli utili percepiti a partire dal periodo di imposta successivo a quello in corso al 31.12.2014 e maturati in periodi di imposta precedenti. Utili nei quali la società era residente in Stati non inclusi nella lista di cui al DM 21.11.2001;
Non sono integralmente imponibili gli utili maturati nei periodi di imposta successivi al 31.12.2014 in Stati o territori non a regime fiscale privilegiato. E, in seguito, percepiti in periodi di imposta in cui risultino integrate le condizioni per l’individuazione di uno Stato a fiscalità privilegiata di cui all’art. 167 comma 4 del DPr n 917/86.
In caso di cessione delle partecipazioni, inoltre, è stato esplicitamente stabilito che la preesistente stratificazione delle riserve di utili si trasferisce al cessionario.
Con riferimento alle riserve di utili pregressi, si applica come requisito per l’imponibilità integrale dei dividendi provenienti da paradisi fiscali il fatto che al momento della loro maturazione essi fossero stati prodotti in Stati considerati a fiscalità privilegiata.
Questo criterio si applica agli utili percepiti a partire dal periodo di imposta successivo a quello in corso al 31.12.2014 e maturati in periodi di imposta precedenti. Inoltre, il criterio risulta applicabile a regime.
Presunzione di prioritaria distribuzione degli utili di fonte estera
Sempre in tema di dividendi provenienti da soggetti esteri, l’art. 1 comma 1008 della Legge 205/2017 prevede che gli utili distribuiti da un soggetto non residente si presumono prioritariamente formati con quelli da considerare non provenienti da Stati o territori a regime fiscale privilegiato.
Di conseguenza, è stata introdotta una presunzione di favore in relazione agli utili e i proventi equiparati generati dai soggetti residenti nel paradiso fiscale, ma che fluiscono tramite società intermedie (c.d. “conduit“).
Allo stato attuale, quindi, salvo non vi siano elementi utili a qualificare il dividendo della società conduit come proveniente da un Paradiso fiscale, i dividendi distribuiti dalle società intermedie a fiscalità ordinaria si presumeranno non integralmente imponibili.
Detassazione dei dividendi provenienti da paradisi fiscali
I dividendi provenienti da paradisi fiscali:
Sono esclusi dalla formazione del reddito dell’ente ricevente per il 50% del loro ammontare;
A condizione che sia dimostrato, anche a seguito di interpello, l’effettivo svolgimento di un’attività industriale o commerciale. Come principale attività, nel mercato dello Stato o territorio di insediamento ex art. 167 comma 5 lett. a) del DPR n 917/86.
Inoltre, sempre su questi dividendi, viene confermata l’applicazione del c.d. “credito indiretto” (introdotto dall’art. 3 del DLgs. 147/2015) che prevede il riconoscimento di un credito d’imposta nei casi in cui venga fornita la dimostrazione dell’esimente sopracitata di cui all’art. 167 comma 5 lett. a) del DPR n 917/86.
Le disposizioni in argomento dovrebbero applicarsi in relazione agli utili percepiti dall’1.1.2018, a prescindere dall’esercizio di maturazione degli stessi e dalla data della delibera.
Detassazione del 50% dei dividendi provenienti da paradisi fiscali
La detassazione in argomento è inserita all’interno dell’art. 89 comma 3 del DPR n. 917/86.
Articolo che disciplina i dividendi percepiti dai soggetti Ires che svolgono attività di impresa.
Pertanto, tale regime non sembra riguardare i dividendi provenienti da società residenti in Stati o territori a fiscalità privilegiata se percepiti da:
Soggetti non imprenditori che applicano il disposto dell’articolo 47 del DPR n. 917/86;
Soggetti Irpef che esercitano attività di impresa. Ossia imprese individuali, snc e sas che applicano il disposto dell’art. 59 del DPR n. 917/86.
Inoltre, la detassazione del 50% non si applica alle plusvalenze realizzate su partecipazioni in soggetti residenti in Stati o territori considerati a fiscalità privilegiata. .
Partecipazione nel soggetto estero non residente
Per beneficiare della detassazione per il 50% dei dividendi provenienti da paradisi fiscali, occorre che la società partecipata verifichi quella che comunemente viene indicata come “prima esimente” dall’applicazione del regime delle Controlled Foreign Companies (c.d. regime CFC).
Questo secondo il disposto dell’articolo 167 comma 5 lett. a) del DPR n 917/86.
Requisito essenziale affinché il regime CFC sopracitato possa risultare applicabile è rappresentato dal controllo (diretto o indiretto) nei riguardi del soggetto non residente.
Effettivo svolgimento di un’attività industriale o commerciale
Per beneficiare della detassazione per il 50% dei dividendi provenienti da paradisi fiscali, occorre che la partecipata dimostri, anche in sede di interpello, di svolgere un’attività industriale o commerciale come principale attività.
Questo, ovviamente nel proprio mercato dello Stato di insediamento.
Secondo la Circolare n. 51/E/2010, tale locuzione deve essere intesa nel senso che il socio residente nel territorio dello Stato deve provare che il soggetto estero controllato possiede:
La disponibilità in loco di una struttura organizzativa;
Il radicamento della propria partecipata nel Paese o territorio estero di insediamento.
In particolare, l’Amministrazione finanziaria ritiene che la disponibilità in loco da parte della società estera di una struttura organizzativa idonea sia una condizione necessaria, ma può risultare non sufficiente.
Si sostiene, infatti, che la disponibilità di una struttura organizzativa idonea dimostra unicamente la presenza fisica della partecipata estera nel territorio ospitante. E non anche che quest’ultima svolge effettivamente in loco un’attività industriale o commerciale.
Esistenza di struttura organizzativa
Per dimostrare l’esistenza di un’effettiva struttura organizzativa nel territorio a fiscalità privilegiata la documentazione rilevante è rappresentata, tra l’altro, da:
Le scritture contabili della partecipata estera, eventualmente certificate sulla base della legislazione del Paese in cui l’impresa è localizzata;
Il prospetto descrittivo dell’attività esercitata;
I contratti comprovanti la detenzione di immobili destinati a sede e ad uffici;
I contratti conclusi con il personale dipendente;
I conti correnti bancari aperti presso istituti locali.
Per radicamento deve intendersi il legame economico e sociale della partecipata con il Paese estero. E, quindi, “la sua intenzione di partecipare, in maniera stabile e continuativa, alla vita economica di uno Stato […] diverso dal proprio e di trarne vantaggio“.
Tale definizione pare che debba essere intesa come collegamento:
Al mercato di sbocco; oppure
Al mercato di approvvigionamento.
Inoltre, il collegamento con il mercato locale deve essere “significativo“.
Ovvero deve riguardare più del 50% degli “acquisti” o delle “vendite” della partecipata.
Pertanto, la circostanza che la partecipata non si rivolga al mercato locale né in fase di approvvigionamento, né in fase di distribuzione, costituirebbe un indizio del mancato esercizio da parte della stessa di un’effettiva attività commerciale nel territorio di insediamento.
Ulteriori condizioni per l’esimente
Comunque, per ottenere il riconoscimento della prima esimente:
E’ possibile valorizzare anche altri elementi eventualmente prodotti dal contribuente a supporto della richiesta disapplicativa. Ad esempio, potrà darsi rilievo alle ragioni economiche-imprenditoriali che hanno portato l’impresa residente a investire nello Stato o territorio a fiscalità privilegiata;
La mancanza di una o entrambe delle condizioni indicate dall’Agenzia. Esistenza di un’idonea struttura organizzativa e del radicamento nel territorio estero non preclude la possibilità di dimostrare la sussistenza della prima esimente sulla base di altri elementi.
Prova rafforzata di attività all’estero
Per effetto dell’applicazione del comma 5-bis dell’art. 167 del DPR n. 917/86, infatti, la condizione di effettivo svolgimento di un’attività industriale o commerciale non può essere considerata verificata.
Questo qualora, a prescindere dalla valutazione di ogni altro elemento, i proventi di detta società o ente non residente per più del 50% derivano da c.d. passive income, ossia dalla:
Gestione, detenzione o investimento in titoli, partecipazioni, crediti o altre attività finanziarie. Es. dividendi, plusvalenze, interessi attivi, commissioni;
Dalla cessione o dalla concessione in uso di diritti immateriali relativi alla proprietà industriale, letteraria o artistica. Es. royalties;
Dalla prestazione di servizi infragruppo, ivi compresi i servizi finanziari. Es. servizi di contabilità, di tesoreria accentrata o di consulenza.
Il limite del 50% dei proventi derivanti da passive income deve essere considerato quale soglia al cui superamento si presume – salvo prova contraria – che la partecipata estera sia una società senza impresa.
In presenza di proventi derivanti da passive income superiori al 50% del totale, la sussistenza di un’effettiva struttura estera si considera verificata in mancanza di intenti o effetti elusivi finalizzati alla distrazione di utili dall’Italia verso Paesi o territori a fiscalità privilegiata.
Ossia, si tratta di una vera e propria prova “rafforzata” per la verifica del requisito di effettivo svolgimento di un’attività industriale o commerciale previsto dalla c.d. “prima esimente“.
Possibilità di ricorrere all’interpello facoltativo
L’art. 8 comma 1 lett. b) ed e) del DLgs. 147/2015, modificando il comma 5 dell’art. 167 del DPR n. 917/86, ha eliminato l’obbligo di presentazione dell’interpello.
Interpello che era necessario ai fini della dimostrazione delle esimenti per la disapplicazione della disciplina delle Controlled Foreign Companies (c.d. CFC).
Di conseguenza, è diventata facoltà del contribuente ricorrere all’istanza di interpello per verificare se la partecipata residente in un Paradiso fiscale integra una delle due condizioni sopracitate. Contestualmente, è stata prevista una fase di contradditorio preventivo cui l’Amministrazione finanziaria è tenuta prima di emettere l’avviso di accertamento.
Credito di imposta indiretto
L’art. 3 comma 1 del DLgs. 147/2015 ha previsto che al socio residente sia riconosciuto un credito di imposta c.d. “indiretto“.
Questo in ragione delle imposte assolte dalla società partecipata residente in uno Stato a fiscalità privilegiata sugli utili maturati durante il periodo di possesso della partecipazione. Questo in proporzione degli utili conseguiti e nei limiti dell’imposta italiana relativa a tali utili.
Il credito di imposta indiretto viene riconosciuto a condizione che venga verificata l’esimente prevista dall’art. 167 comma 5 lett a) del DPR n. 917/86.
Ossia nel caso in cui la partecipata svolga un’effettiva attività industriale o commerciale nel territorio di insediamento. Inoltre, come espressamente chiarito dalla Circolare n. 35/E/2016, il credito viene riconosciuto ai soli “soci di controllo“.
Applicazione del credito di imposta indiretto
In altre parole, il contribuente può beneficiare di un credito di imposta in ragione delle imposte pagate all’estero non dalla soggetto residente in Italia. Ma dalla società partecipata dalla quale provengono gli utili tassati percepiti.
La peculiarità dell’istituto, dunque, risiede nel fatto che tale credito per imposte estere può essere richiesto da un soggetto (socio residente) diverso da quello che ha subìto il prelievo fiscale (società estera distributrice dei dividendi) a fronte del quale il medesimo credito viene riconosciuto.
Al riguardo, la circ. Agenzia delle Entrate 35/2016 ha chiarito che a questo credito di imposta si applicano i principi delineati dall’art. 165 del DPR n. 917/86.
Quindi, il credito in argomento spetta fino a concorrenza della quota di imposta lorda italiana corrispondente al rapporto tra gli utili conseguiti e il reddito complessivo al netto delle perdite di precedenti periodi di imposta ammesse in diminuzione.
Inoltre, per il credito indiretto dovrebbe applicarsi quanto previsto dall’art. 165 comma 10 del DPR n. 917/86 , per il quale:
“nel caso in cui il reddito prodotto all’estero concorra parzialmente alla formazione del reddito complessivo, anche l’imposta estera va ridotta in misura corrispondente“
Ciò significa che l’esclusione degli utili per il 50% del loro ammontare introdotta dalla L. 205/2017 dovrebbe ridurre, del medesimo importo, l’imposta estera che può beneficiare del credito di imposta indiretto.
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Come funzionano le Criptovalute? Come si forma un Bitcoin? Quando si genera reddito dalla Criptomoneta? Quali sono le regole giuridiche che disciplinano le monete virtuali? In questo articolo scopriremo come individuare gli elementi essenziali utili per l’indicazione in dichiarazione dei redditi dei guadagni derivanti dalle valute virtuali come i Bitcoin. Le valute virtuali, o meglio …
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Come funzionano le Criptovalute? Come si forma un Bitcoin? Quando si genera reddito dalla Criptomoneta? Quali sono le regole giuridiche che disciplinano le monete virtuali? In questo articolo scopriremo come individuare gli elementi essenziali utili per l’indicazione in dichiarazione dei redditi dei guadagni derivanti dalle valute virtuali come i Bitcoin.
Le valute virtuali, o meglio le rappresentazioni virtuali di valore, possono essere definite come Criptovalute.
Le monete virtuali possono essere create da chiunque abbia capacità informatiche per costituire la tecnologia e sviluppare il software.
Una volta realizzata la tecnologia, un miner, che governa una blockchain, può generare valuta virtuale eseguendo calcoli matematici complessi.
Gli users la ottengono acquistandola dagli exchangers oppure scambiandola o compravendendola con altri soggetti, anche non professionali.
Una volta acquisita la Criptovaluta prescelta è possibile decidere se detenerla in un digital wallet, con finalità di investimento nel medio/lungo periodo. Cederla su piattaforme di scambio, con intento speculativo a breve termine. Ovvero spenderla per i propri acquisti.
Ne avevo parlato già in un altro articolo dedicato ai Bitcoin in particolare. In questo contributo, invece, voglio parlarti degli aspetti fiscali legati all’imposizione diretta ed indiretta di Criptovaluta virtuale.
Mancanza di normativa sulle Criptovalute
L’utilizzo della Criptovaluta presenta alcune caratteristiche intrinseche negative, legate al fatto che ancora la normativa civilistica non ha ancora provveduto ad adeguarsi. Infatti, tali movimenti di denaro virtuale, non sono ancora stati oggetto di adeguata normativa specifica.
Da qui deriva la mancanza di trasparenza, di chiarezza, la dipendenza totale dall’IT (Information Technology) e dalle reti, l’anonimato degli attori coinvolti ed il rischio di cambio associato ad un alto livello di volatilità.
Inoltre, qualora un hacker si impossessasse della crittografia privata e delle credenziali del proprietario contenute nei digital hot wallets, nessuna garanzia di rifusione sarebbe garantita per la persona offesa.
Ugualmente, nessun rimborso è previsto in caso di transazioni non autorizzate ovvero inesatte nell’indicazione sia dell’indirizzo digitale del beneficiario sia dell’importo trasferito.
Per questo motivo mi auspico che nei prossimi mesi possa esserci una presa di posizione importante dal parte del legislatore per andare a definire in maniera dettagliata, le norme sulle monete virtuali.
In attesa di questo, vediamo la definizione che oggi possiamo dare alle Criptovalute.
Definizione della moneta virtuale
Considerati gli svariati settori e le diverse finalità in cui sono impiegate oggi le Criptovalute, al fine di rilasciare adeguate normative nelle varie branche del diritto, sarebbe necessario attribuirle una natura univoca alle stesse.
A ben vedere, il solo modo per individuarne una sarebbe quello di guardare alla funzione che, di volta in volta, svolgono. Precisamente, le valute virtuali hanno una natura mista. A seconda del contesto di riferimento in cui sono utilizzate, potrebbero presentare le caratteristiche proprie:
Della moneta;
Delle commodities;
Dei titoli;
Dei diritti di baratto;
Del sistema di pagamento;
Del bene immateriale e, infine,
Le economie moderne si basano sulla moneta fiduciaria, emessa da una banca centrale, accettata in cambio di beni e servizi. Questo perché gli utilizzatori confidano che l’istituto emittente manterrà il suo valore costante nel tempo, valorizzandola come riserva di valore. E garantendone i diritti correlati.
Le Monete digitali sono state definite come una valuta non tradizionale, vale a dire diversa dalle monete con valore liberatorio.
Conformemente, la Direzione Centrale Normativa e Contenzioso ha definito le Criptovalute una tipologia di “moneta virtuale”, utilizzata come “moneta” alternativa a quella tradizionale avente corso legale. Moneta fondata sull’accettazione volontaria da parte degli operatori del mercato.
Si tratterebbe, quindi, di un sistema di pagamento decentralizzato.
Oltre a ciò si afferma che, ai fini Iva, l’attività di acquisto/vendita, posta in essere da una società, debba essere considerata quale prestazione di servizi esenti ai sensi dell’articolo 10, primo comma, n. 3), del DPR n. 633/1972.
Normativa fiscale nazionale sulle Criptovalute
I criteri da adottare, in sede di dichiarazione dei redditi derivanti dagli investimenti speculativi eseguiti con le c.d. rappresentazioni digitali di valore, non possono in alcun modo prescindere, da quanto indicato dall’Amministrazione finanziaria nell’unico documento di prassi attualmente disponibile. Risoluzione n. 72/E/2016.
Di conseguenza, considerata l’assimilazione delle valute virtuali a quelle tradizionali estere, è necessario tenere a mente quanto indicato nell’articolo 67, comma 1, lett. c-ter), del DPR n. 917/86. Il quale annovera, fra i “redditi diversi di natura finanziaria”, le plusvalenze realizzate mediante cessione a titolo oneroso di valute estere, quando sono oggetto di cessione a termine o sono rivenienti da depositi o conti correnti.
Considerate le difficoltà di un’indagine caso per caso con riguardo alle intenzioni del detentore, la norma stabilisce una presunzione assoluta.
In pratica, mentre il prelievo di banconote o monete estere da un conto corrente o deposito rileva fiscalmente solo quando sono superate alcune soglie, il successivo utilizzo come mezzo di pagamento o la successiva conversione in euro o altra valuta, virtuale o convenzionale, non costituisce presupposto imponibile.
Imponibilità delle Criptovalute
Al fine di evitare di attrarre a tassazione fattispecie non significative, il comma 1-ter dell’articolo 67 del DPR n. 917/86 esclude l’imponibilità qualora la giacenza complessiva di tutti i depositi e conti correnti in valuta non sia superiore ad € 51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi continui.
In questo caso il contribuente è tenuto a dichiarare tali redditi nel quadro RT del Modello Redditi Persone Fisiche.
L’imposizione avverrà al momento del realizzo della plusvalenza tramite autoliquidazione. Con l’applicazione dell’imposta sostitutiva prevista dall’articolo 5 del D.Lgs. n. 461/1997 (regime dichiarativo).
La base imponibile deve essere calcolata seguendo le regole indicate nell’articolo 68 del DPR n. 917/86.
Ai fini del calcolo delle plusvalenze/minusvalenze, il contribuente si deve avvalere delle certificazioni rilasciate dagli intermediari, che devono essere conservate qualora sia richiesto un eventuale riscontro da parte degli organi dell’Amministrazione finanziaria.
Su questo aspetto è importante sottolineare che gli intermediari devono provvedere ad inviare certificazioni quanto più complete possibile, altrimenti si rischiano contestazioni da parte dell’Amministrazione finanziaria in caso di controlli.
Regime del risparmio amministrato per intermediari residenti
In alternativa è possibile esercitare l’opzione per il risparmio amministrato di cui all’articolo 6 del D.Lgs. n. 461/1997.
Tuttavia questo è possibile solo in presenza di una stabile organizzazione in Italia dell’intermediario non residente.
Questo regime comporta l’applicazione ed il versamento dell’imposta sostitutiva da parte degli intermediari abilitati.
Conseguentemente, solleva il contribuente dall’obbligo di includere i redditi diversi di natura finanziaria nella propria dichiarazione dei redditi.
Quadro RT del modello Redditi PF
In presenza di operazioni con broker esteri si dovrà, quindi, compilare il quadro RT indicando i redditi prodotti attraverso la cessione, a titolo oneroso, delle Criptovalute.
A norma dell’articolo 165 del DPR n. 917/86, se alla formazione del reddito complessivo di un contribuente concorrono redditi prodotti all’estero, le imposte ivi pagate a titolo definitivo sono ammesse in detrazione di quella netta dovuta. Questo fino alla concorrenza della quota d’imposta corrispondente al rapporto tra i redditi prodotti all’estero e quello complessivo, al netto delle perdite di precedenti periodi ammesse in diminuzione.
L’imposta estera, saldata a titolo definitivo ed eccedente la quota di spettanza dell’Erario domestico, relativa ai medesimi redditi esteri, costituisce un credito fino alla concorrenza dell’eccedenza della quota d’imposta nazionale rispetto a quella estera.
I crediti d’imposta così vantati dovranno essere indicati nel quadro CE del Modello Redditi PF.
L’istituto non è applicabile in presenza di redditi assoggettati a ritenuta a titolo di imposta, ad imposta sostitutiva. Oppure, ancora, ad imposizione sostitutiva operata dal contribuente in sede di presentazione della dichiarazione dei redditi.
Monitoraggio fiscale delle attività finanziarie estere
Infine, è utile precisare che i rapporti detenuti dal contribuente residente nel territorio nazionale con gli intermediari esteri rientrano tra i contratti derivati ed altri rapporti finanziari stipulati al di fuori del territorio dello Stato. Essi soggiacciono, pertanto, alla disciplina contenuta nell’articolo 4, comma 1, del D.L. n 167/1990.
In particolare, le persone fisiche che posseggono investimenti all’estero ovvero attività estere di natura finanziaria, suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia, devono indicarli nella dichiarazione annuale dei redditi.
In particolare all’interno del quadro RW del modello Redditi. Questo al fine di poter assoggettare tali valori all’Imposta sul Valore delle Attività Finanziarie detenute all’Estero (IVAFE).
Tutti gli importi esposti nella dichiarazione devono essere espressi in euro.
Per approfondire: “Monitoraggio fiscale delle attività finanziarie estere“
Momento dichiarativo delle Criptovalute
L’Agenzia delle Entrate ha precisato che il controvalore in euro da indicare nel quadro RW degli investimenti e delle attività finanziarie espresse in valuta estera va calcolato con riferimento alla data del costo di acquisto.
Nel qual caso si applica il cambio medio del mese in cui ricade tale giorno, come indicato nel provvedimento di accertamento dei tassi di cambio.
Ovvero di determinazione del valore di mercato delle medesime attività, sulla base dei cambi mensili indicati nello specifico Provvedimento del Direttore dell’Agenzia emanato ai fini dell’individuazione dei cambi mensili.
Anche le plusvalenze da indicare del quadro RT devono essere convertite in euro e la base imponibile è determinata assumendo il corrispettivo della cessione. Ovvero il valore normale della valuta alla data di effettuazione del prelievo. Mentre, come costo, quello determinato sulla base del cambio storico. Utilizzando, in caso di acquisti della stessa valuta in tempi diversi, il criterio LIFO.
In mancanza della documentazione relativa al costo sostenuto, si assume come tale il valore della valuta al minore dei cambi mensili. Cambi accertati, con provvedimento dell’Agenzia delle entrate, nel periodo di imposta in cui la plusvalenza è realizzata.
Nel provvedimento di accertamento dei tassi di cambio, però, non sono indicati i valori da attribuire alle valute virtuali, così come non sono espressi nel portale della Banca d’Italia. La prima criticità sorge, quindi, quando il contribuente è tenuto ad indicare il controvalore in euro.
Se nessuna titubanza sorgerebbe quando le plusvalenze si generano con la conversione in valute Fiat, qualche dubbio emergerebbe se sono cambiate con altre valute virtuali ovvero permangono nel portafoglio dei titolari.
In generale, ai fini di detta valorizzazione, per similitudine, si potrebbe fare riferimento alla media delle quotazioni ufficiali rinvenibili sulle piatteforme on-line in cui avvengono le compravendite.
A questo punto sorge un’ulteriore problematica dettata dalla conservazione della documentazione comprovante la quotazione.
Ovvero delle certificazioni rilasciate dai broker esteri, da preservarsi ai fini di un eventuale riscontro richiesto dagli organi dell’Amministrazione finanziaria.
Nel secondo caso, peraltro, se ciò potrebbe essere possibile con riguardo agli exchangers qualificati, molto più complicato sarebbe ottenere la documentazione da quelli non qualificati e resi anonimi dalla darknet.
Probabilmente, in questo contesto, i contribuenti non otterrebbero nessuna attestazione ed il cambio potrebbe essere differente da quello esposto nei mercati regolamentati. Con le conseguenze che si possono immaginare in caso di accertamenti.
Ai fini di detenzione per la prova, comunque, si potrebbe ipotizzare di eseguire uno screenshot dell’operazione finanziaria visualizzata nel digital wallet. Anche se ciò potrebbe non essere sufficiente per l’Amministrazione Finanziaria.
Su questo è necessario rifarsi a quanto previsto in tema di prova nelle indagini finanziarie. In questo caso possono assumere valida valenza giustificativa solo gli atti ed i documenti che provengono dalla Pubblica amministrazione, da soggetti aventi pubblica fede (notai, pubblici ufficiali, ecc.). Oppure da soggetti terzi in qualità di parte di rapporti contrattuali di diversa natura (sempreché siano identificabili).
Identificazione dello Stato estero
Ulteriore criticità si presenta quando il contribuente è tenuto ad indicare, nella colonna 3 del quadro RW, il codice dello Stato estero in cui sono detenute le attività di natura finanziaria.
Inoltre, la conoscenza di quale sia lo Stato di origine delle eventuali plusvalenze, emerse dalla cessione di attività finanziarie ivi collocate, rileva anche ai fini dell’applicazione della Convenzione contro le doppie imposizioni. Ove esistente e ratificata con lo Stato terzo.
Stante ciò, ci si chiede dove sono conservate le Criptovalute.
La risposta non sembrerebbe univoca.
Tuttavia, considerata la tecnologia su cui si fondano i VCS’s, si potrebbe affermare che siano detenute nel portafoglio virtuale ove sono salvate le chiavi pubbliche e private. Così come ipotizzato anche dall’Agenzia delle Entrate.
Per conoscere lo Stato estero è necessario sapere ove è detenuto il digital wallets.
A tal proposito, si rammenta che, per installare un wallet digitale, è necessario un software ricercabile sui siti web dedicati che si trovano nella rete memorizzati su server di proprietà di terze parti.
Detto software è poi possibile installarlo su portafogli del tipo mobile, dekstop e on-line ovvero in paper o hardware.
Tale conclusione non sembrerebbe così agevole in relazione ai portafogli digitali conservati su dispositivi mobili. Dispositivi che, per loro natura, seguono i movimenti del proprietario.
Esempio di detenzione di Criptovalute
Si ponga il caso di uno smartphone posseduto da un contribuente che viaggia in vari Paesi.
Quale sarebbe il luogo da indicare nella dichiarazione?
Quello dove la persona ha dichiarato la propria residenza o dove trascorre la maggior parte del tempo?
Una risposta si potrebbe ricercare nelle regole fiscali internazionali relative alla residenza delle persone fisiche.
Regole contenute nell’articolo 4 del Model Tax Convention on Income and on Capital del 21 novembre 2017.
Secondo tale articolo si dovrebbe presumere che il luogo di detenzione delle valute virtuali coincida con lo Stato in cui il contribuente ha dichiarato il domicilio o la residenza
Ovvero nel luogo in cui sono stati accertati secondo dette regole, non potendo utilizzare, per ovvie ragioni, le Convenzioni per evitare le doppie imposizioni.
Qualora, invece, il wallet digitale si appoggi sui siti web di prestatori di servizi, a loro volta contenuti su servers di proprietà ovvero di terze parti.
Come nel tipo di portafogli on-line, difficilmente il contribuente sarà in grado di conoscere il luogo del loro posizionamento nel globo. E, quindi, lo Stato in cui è detenuta la sua valuta virtuale.
In più si deve accettare che, se si opera nel Deep Web, anche per un contribuente virtuoso, sarà praticamente impossibile ottenere informazioni. Considerato che l’anonimato è la caratteristica principale di quel lato profondo del web.
Quest’ultima criticità sembrerebbe insuperabile con l’attuale scienza tecnologica a disposizione.
Se, infine, si ritenesse che, un pò come avviene per una carta di pagamento ed il suo deposito presso un istituto di credito, le valute virtuali siano detenute nella blockchain. Ovvero in un blocco di essa, considerata la sua struttura informatica, allora, si dovrebbe iniziare a pensare di eliminare dalla dichiarazione qualsiasi riferimento allo Stato estero.
Soluzione, però, che sembrerebbe non percorribile stante l’attuale quadro normativo.
Criptovalute e dichiarazione dei redditi
Se hai deciso di leggere fino in fondo questo articolo sicuramente hai effettuato delle operazioni con le monete virtuali.
Per questo motivo ti consiglio di fare molta attenzione per quanto riguarda la determinazione delle eventuali plusvalenze da tassare.
Allo stesso tempo, devi fare attenzione anche al monitoraggio fiscale qualora alla fine dell’anno le monete virtuali fossero ancora in tuo possesso.
Per avere maggiori informazioni o per analizzare la tua situazione contattami in privato per una consulenza personalizzata.
]]> https://www.fiscomania.com/2018/04/criptovalute-dichiarazione-dei-redditi/feed/ 0 17845	Indagini finanziarie: come funzionano e come difendersi https://www.fiscomania.com/2018/04/indagini-finanziarie-difendersi/ https://www.fiscomania.com/2018/04/indagini-finanziarie-difendersi/#respond Fri, 20 Apr 2018 07:24:06 +0000 https://www.fiscomania.com/?p=10405
Cosa sono e come funzionano le indagini finanziarie? Come difendersi in caso di accertamento bancario da parte dell’Amministrazione finanziaria? I mezzi di prova e gli strumenti a disposizione del contribuente per difendersi in caso di controlli sul conto corrente. L’accertamento basato su indagini finanziarie è sicuramente uno di quelli a cui nessun contribuente vorrebbe mai …
L'articolo Indagini finanziarie: come funzionano e come difendersi proviene da Fiscomania.
Cosa sono e come funzionano le indagini finanziarie? Come difendersi in caso di accertamento bancario da parte dell’Amministrazione finanziaria? I mezzi di prova e gli strumenti a disposizione del contribuente per difendersi in caso di controlli sul conto corrente.
L’accertamento basato su indagini finanziarie è sicuramente uno di quelli a cui nessun contribuente vorrebbe mai essere sottoposto.
Questo sia perché nessuno vorrebbe mai che altri mettessero gli occhi sui propri conti correnti, ma anche e soprattutto perché in questo metodo di controllo, vige l’inversione dell’onere della prova (come vedremo).
Le indagini finanziarie rappresentano il c.d. “accertamento bancario” il quale, in senso tecnico, non è un accertamento vero e proprio.
Bensì una particolare procedura che consente ai verificatori di reperire dati utili alla stesura dell’avviso di rettifica.
In concreto, in base la combinato disposto dagli articoli 32 del DPR n. 600/73 e articolo 51 del DPR n. 633/72.
Gli Uffici possono avvalersi di controlli con riferimento alla generalità delle tipologie di rapporti e operazioni finanziarie poste in essere dai contribuenti, formulando apposite richieste agli intermediari finanziari;
Gli intermediari finanziari sono tenuti a comunicare all’Anagrafe tributaria, con cadenza periodica, gli estremi identificativi di ciascun cliente, nonché la tipologia di rapporto con esso intrattenuto e, anche il contenuto dei singoli rapporti.
Vediamo, quindi, come funzionano concretamente le indagini finanziarie effettuate nei confronti dei contribuenti e quali strumenti hanno a disposizione i soggetti controllati per difendersi.
Comunicazioni all’anagrafe tributaria
L’articolo 7 del DPR n. 605/73 prevede l’obbligo per gli operatori finanziari di comunicare all’Anagrafe tributaria l’esistenza e la natura dei rapporti da essi intrattenuti.
Con l’indicazione dei dati anagrafici dei titolari compreso il codice fiscale: le informazioni così raccolte sono archiviate in un’apposita sezione dell’Anagrafe tributaria. Denominata “Archivio dei rapporti con operatori finanziari“.
I soggetti obbligati alle comunicazioni finanziarie sono, in generale, le banche e gli intermediari finanziari.
Tutti gli operatori finanziari sono così obbligati ad informare l’anagrafe tributaria, oltre che dei dati identificativi del rapporto anche dei relativi saldi.
Con distinzione di quello iniziale e finale, delle eventuali aperture e chiusure dei conti o delle gestioni patrimoniali e di tutte le movimentazioni distinte tra dare ed avere conteggiate su base annua.
Tali comunicazioni non riguardano solo i conti correnti ordinari, ma anche i conti deposito, i titoli e/o obbligazioni, considerando l’importo degli acquisti e vendite effettuati nell’anno, le movimentazioni di rapporti fiduciari, dettagliando i conferimenti o i prelievi, delle gestioni di risparmio, del portafoglio titoli.
E ancora. Il numero totale degli accessi effettuati alle cassette di sicurezza, degli utilizzi delle carte di credito, comprese quelle ricaricabili, delle operazioni extra conto, ecc.
Insomma, un quadro dettagliato e preciso di tutti i rapporti che il contribuente, sia esso persona fisica o giuridica, ha intrattenuto (ed in che misura) con gli intermediari finanziari.
Indagini finanziarie: controlli sui conti
L’esame dei conti correnti bancari del contribuente consente il rinvenimento di movimentazioni che non trovano riscontro nella contabilità dell’impresa o del professionista.
I prelevamenti ed i versamenti non giustificati, infatti, danno luogo ad una presunzione legale relativa, in forza della quale le somme prelevate o versate si presumono compensi/ricavi non dichiarati.
L’anagrafe dei conti e le comunicazioni ad essa correlate, devono essere distinte dalle indagini finanziarie.
Nel primo caso si tratta di un obbligo previsto per tutti gli intermediari grazie ai quali, di fatto, il patrimonio informativo dell’Amministrazione si arricchisce di dati riconducibili a ciascun contribuente: una sorta di comunicazione paragonabile allo spesometro o agli elenchi clienti/fornitori o alla comunicazione dei beni sociali concessi in uso a terzi.
Informazioni che potranno essere utilizzate dall’Agenzia per la formazione di specifiche liste selettive di contribuenti a maggior rischio di evasione.
Dai dati contenuti nelle comunicazioni degli intermediari, potrebbero emergere ad esempio movimentazioni di denaro eccessivamente sproporzionate rispetto ai redditi dichiarati o altre anomalie sintomatiche di evasione.
Gli accertamenti bancari invece, sono una forma di controllo, particolarmente invasiva, che consente agli uffici di richiedere, previa autorizzazione, dati, notizie e documenti relativi a qualsiasi rapporto intrattenuto od operazione effettuata, dal contribuente attraverso qualunque intermediario finanziario.
L’organo verificatore, dopo aver scelto il soggetto da accertare deve essere autorizzato per la richiesta dei dati bancari e, in particolare, se si tratta di Guardia di Finanza è necessaria l’autorizzazione da parte del Comando Regionale. Mentre per l’Agenzia delle entrate del direttore regionale.
Una volta ottenuta tale autorizzazione, gli intermediari dovranno fornire tutte le movimentazioni effettuate negli anni oggetto di controllo ed il contribuente dovrà adeguatamente giustificare ogni accredito/addebito.
La norma ha una portata molto ampia e di fatto, consente all’amministrazione di ottenere una miriade di informazioni che si potrebbero definire privilegiate.
Poiché esse rappresentano delle presunzioni di maggior reddito senza che necessitino di ulteriori elementi a supporto.
Si tratta, infatti, di presunzioni legali per le quali è prevista la prova contraria a carico del contribuente e quindi ove egli non giustifichi l’operazione, la somma sarà presuntivamente accertata quale maggior reddito.
Anomalie come sintomo di evasione
Ne consegue, in termini concreti, che i dati presenti nell’anagrafe dei conti potrebbero mostrare anomalie sintomatiche di evasione.
Anomalie in conseguenza delle quali, l’indagine finanziaria potrebbe rappresentare lo strumento più adeguato per scoprire la fondatezza di tali ipotesi.
È auspicabile tuttavia che tali informazioni vengano utilizzate con criteri obiettivi e quindi non solo contro il contribuente, ma anche a favore dello stesso. Con l’intento cioè di riscontrare la sua reale condizione.
Nell’ottica infatti del tanto decantato rapporto di collaborazione Fisco-contribuente, molte di tali informazioni potrebbero evitare richieste del soggetto verificato al proprio istituto bancario. Con conseguente aggravio di oneri per ottenere prove e contabili delle movimentazioni oggetto di indagine.
O ancora, dinanzi, ad esempio, a disinvestimenti di titoli, potrebbero essere verosimili versamenti sui conti correnti superiori ai redditi dichiarati o che, in quel periodo di imposta, risultino così giustificate determinate spese sostenute.
Sul punto va segnalato che l’Agenzia delle Entrate, con la circ. n. 16 del 28.4.2016, ha precisato che l’utilizzo delle indagini finanziarie è da preferirsi solo a valle di un’attenta analisi del rischio.
Analisi dalla quale possano emergere significative anomalie dichiarative e quando è già in corso un’attività istruttoria d’ufficio, deve essere appropriato e finalizzato ad attuare ricostruzioni credibili e realistiche.
Ha così escluso che si possano operare ricostruzioni induttive, soprattutto se di ammontare particolarmente rilevante, effettuate senza valutare in modo attento e preciso la coerenza del risultato ottenuto con il profilo del contribuente e con l’attività dallo stesso svolta.
Indagini finanziarie: ambito di applicazione
Le indagini finanziarie sono state originariamente contemplate per gli accertamenti delle imposte sui redditi e dell’Iva.
Successivamente, lo strumento è stato esteso anche per l’accertamento dell’imposta di registro e delle imposte ipocatastali.
L’indagine finanziaria può essere attivata su richiesta:
Dell’Agenzia delle Entrate;
Della Guardia di Finanza;
Della Commissione tributaria.
Destinatari della richiesta
Gli Uffici finanziari possono richiedere dati, notizie e documenti a:
Società Poste Italiane S.p.A. (per le attività finanziarie e creditizie);
Imprese di investimento (SIM);
Organismi di investimento collettivo del risparmio (OICR);
Società di gestione del risparmio (SGR);
altri intermediari finanziari;
Società ed enti di assicurazione per le attività finanziarie.
I dati, le notizie e i documenti che gli Uffici finanziari possono richiedere concernono qualsiasi rapporto intrattenuto e operazione effettuata con i loro clienti, ivi compresi i servizi effettuati e le garanzie prestate da terzi.
In sostanza, i verificatori possono acquisire le operazioni:
Di natura finanziaria, intendendosi per tali tutte le transazioni caratterizzate da movimenti di denaro;
Relative a mezzi di pagamento, ossia quelle che interessano gli incassi, i pagamenti, i trasferimenti in denaro contante, gli assegni, i vaglia postali, i bonifici e la gestione di carte di credito;
Relative a servizi accessori, quali, ad esempio:
La locazione di cassette di sicurezza;
La consulenza in materia di strategia d’impresa e di emissione e collocamento di strumenti finanziari;
La domiciliazione di bollette e di utenze;
L’intermediazione di cambi;
La concessione di finanziamenti agli investitori per consentire loro di eseguire un’operazione inerente gli strumenti finanziari.
Operazioni extra conto
Le indagini finanziarie possono riguardare anche le c.d. “operazioni extra-conto“.
Ovvero le operazioni che, essendo eseguite allo sportello, non comportano alcuna registrazione contabile all’interno di rapporti continuativi.
Sono tali, a titolo esemplificativo:
La richiesta di assegni circolari e in valuta estera;
Il cambio di assegni;
L’acquisto o la vendita di valuta estera, di titoli e di certificati di deposito;
La consegna di effetti al dopo incasso;
Tutti i pagamenti per cassa;
La richiesta di vaglia e buoni postali.
Effetti per il contribuente
Le indagini bancarie consentono l’acquisizione di elementi idonei a supportare la rideterminazione della base imponibile sia di tipo analitico che di tipo induttivo.
In particolare, i dati e gli elementi rinvenuti in sede di accertamento bancario possono essere utilizzati ai fini della rettifica della base imponibile dichiarata dal contribuente.
Se questi non dimostra che ne ha tenuto conto per la determinazione della base imponibile stessa o che non hanno rilevanza allo stesso fine.
Presunzioni derivanti dalle movimentazioni bancarie
I dati risultanti dalle movimentazioni bancarie sono posti a base delle rettifiche e degli accertamenti nei confronti delle persone fisiche e delle imprese, se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto per la determinazione del reddito soggetto a imposta o che non hanno rilevanza allo stesso fine.
Alle stesse condizioni sono altresì posti come ricavi o compensi a base delle stesse rettifiche ed accertamenti, se il contribuente non ne indica il soggetto beneficiario. E sempreché non risultino dalle scritture contabili, i prelevamenti o gli importi riscossi nell’ambito dei predetti rapporti od operazioni.
Si tratta, all’evidenza, di una presunzione legale relativa, per cui il contribuente può dimostrare, ad esempio, che i versamenti trovino giustificazione nella contabilità o che concernono fatti fiscalmente irrilevanti.
Prelevamenti dei professionisti
Nel caso di indagini finanziarie svolte nei confronti dei professionisti la presunzione relativa ai prelevamenti non può essere applicata.
Secondo la Corte Costituzionale, infatti (sentenza 228/2014) la presunzione in argomento sui prelevamenti riguarda solo i titolari di reddito di impresa.
Ciò anche se le figure dell’imprenditore e del lavoratore autonomo sono per molti versi affini nel diritto interno come nel diritto comunitario.
Tuttavia, esistono specificità di quest’ultima categoria che inducono a ritenere arbitraria l’omogeneità di trattamento nella specie, in base al quale il prelevamento dal conto bancario corrisponderebbe ad un costo a sua volta produttivo di un ricavo.
L’attività dei lavoratori autonomi si caratterizza per la preminenza dell’apporto del lavoro proprio e la marginalità dell’apparato organizzativo.
Inoltre in caso di contabilità semplificata – di cui generalmente e legittimamente si avvale la categoria – vi è una fisiologica promiscuità delle entrate e delle spese professionali e personali.
Le presunzioni legali bancarie, secondo la giurisprudenza, operano anche se:
Il conto corrente ha saldo negativo (Cass. 15.11.2007 n. 23690);
Le entrate e le uscite sono “in pareggio” (Cass. 22.10.2010 n. 21695).
Prova contraria
La prova contraria consiste nell’analitica dimostrazione dell’irrilevanza di ciascuna singola operazione, non potendo risultare sufficienti profili probatori generici.
In tal senso si è espressa la Corte di Cassazione. Con riferimento al caso di un contribuente che aveva addotto, quale prova contraria alla presunzione legale, il fatto generico che l’attività da esso svolta (amministratore di condominio) lo aveva portato in varie occasioni ad utilizzare il proprio conto corrente bancario per ricevere i versamenti dei condomini. Effettuando poi con tali provviste pagamenti per spese inerenti al condominio stesso.
Cassazione sulla prova contraria
È stato sostenuto che:
La prova contraria non può essere fornita mediante presunzioni semplici, ovvero mediante affermazioni di carattere generale;
Non è sufficiente che il contribuente si limiti ad eccepire di avere cessato l’attività, e che le operazioni erano da attribuire alla successiva attività prestata per conto di due diverse società;
L’onere di prova contraria non può ritenersi assolto ove il ricorrente si limiti a sostenere che le somme transitate sui conti erano in realtà riferibili ad un ragioniere (divenuto successivamente suo coniuge), che avrebbe utilizzato i conti ai fini della gestione di alcune aziende;
Non ha rilievo la semplice produzione di una perizia disposta in sede penale;
Non è sufficiente sostenere che i versamenti concernono restituzione di prestiti in precedenza concessi ad un amico di famiglia, senza puntuali dimostrazioni di ciò.
Per contro, la prova contraria può essere costituita da:
Dichiarazioni di terzi beneficiari di determinati assegni;
In ipotesi di persona fisica, restituzione di prestiti a familiari già parzialmente avvenuti nelle precedenti annualità, posto che la persona fisica non è tenuta a precisi adempimenti in ordine alla gestione dei rapporti con gli altri soggetti, soprattutto se familiari;
Vincite al lotto, ma, visto che lo scontrino di giocata ha una natura al portatore, occorre: l’identificazione, per ognuna delle giocate indicate dal contribuente, di questi con il presentatore dell’afferente scontrino; solo successivamente, all’esito favorevole di tale riscontro, la effettiva riconducibilità di ogni incasso delle vincite proprie del contribuente ai versamenti bancari contestati.
Prova contraria: posizione della Guardia di Finanza
La Guardia di Finanza ha affermato che la prova contraria è idonea a vincere la presunzione legale solo qualora il contribuente produca documentazione da cui risulti con certezza l’assoluta irrilevanza fiscale delle risultanze dei conti.
A titolo esemplificativo, la prova contraria può essere fornita da documenti:
Provenienti da soggetti aventi funzione certificativa (avvocati, notai) o da terzi formalmente interessati a rapporti contrattuali con il contribuente. Quali rimborsi, prestiti, mutui e risarcimenti danni;
Relativi ad operazioni attinenti titoli di credito quali cambiali, assegni e polizze assicurative. Trattasi infatti di documenti idonei a dimostrare in modo oggettivo e determinato la natura e l’origine delle movimentazioni finanziarie.
Per contro, non sono idonei a costituire prova contraria:
Scritture private attestanti flussi di denaro (a titolo di anticipo o prestito);
Mere dichiarazioni di parte.
Prova contraria e difesa del contribuente
È chiaro che l’interpretazione letterale della norma comporta in molte ipotesi la sostanziale impossibilità di difesa da parte del contribuente. Specie nel caso delle imprese individuali e dei professionisti.
Infatti, se ogni prelievo/versamento non transitato in contabilità costituisce ricavo/compenso (fermo restando per i professionisti l’esclusione dei prelevamenti). E se, come ha detto la giurisprudenza, la presunzione può essere vinta mediante la dimostrazione dell’irrilevanza reddituale di ogni singola movimentazione bancaria, in parecchie ipotesi sarebbe inibita la difesa.
L’assunto deriva dal fatto che pare impossibile giustificare ogni singola movimentazione, siccome è chiaro che, periodicamente, il contribuente preleva somme per le proprie esigenze personali, o le fa transitare dal conto dedicato all’attività a quello personale.
Resasi conto di ciò, l’Agenzia delle Entrate, con la Circolare n. 32/E/2006, antecedente alla pronuncia della Consulta ma comunque utile in quanto estensibile alle ditte individuali, ha specificato che, per i professionisti i verificatori devono astenersi da una valutazione rigida e formale dei dati acquisiti.
Da ciò l’esigenza di non trascurare “le eventuali dimostrazioni, anche di natura presuntiva, che trattasi di spese non aventi rilevanza fiscale sia per la loro esiguità, sia per la loro occasionalità, e, comunque, per la loro coerenza con il tenore di vita rapportabile al volume di affari dichiarato“.
Va da sé che, in questo contesto, l’effettuazione di spese a titolo personale tramite mezzi elettronici di pagamento (bancomat, carte di credito), agevola l’eventuale difesa.
In tal modo, infatti, dal semplice estratto conto bancario emerge la causale del pagamento, e ciò, è verosimilmente sufficiente come prova contraria.
Estensione della presunzione ai lavoratori autonomi
Fino alla predetta pronuncia della Corte Costituzionale (228/2014), per effetto delle modifiche introdotte dalla finanziaria 2005 (Legge n. 311/2004) erano state estese anche ai titolari di reddito di lavoro autonomo le presunzioni sui prelevamenti in caso di mancata indicazione del beneficiario.
In sostanza se il professionista non fosse stato in grado di fornire tali indicazioni sugli importi riscossi, l’amministrazione li riteneva automaticamente maggiori compensi. In analogia a quanto sino ad allora avvenuto con i titolari di reddito di impresa.
Sono quindi conseguiti in questi anni numerosi controlli bancari nei confronti dei professionisti i quali spesso si sono trovati nell’impossibilità di documentare. Così come preteso dai verificatori, i propri prelevamenti spesso eseguiti per finalità personali e familiari.
La C.T.R. del Lazio (ord. 10.6.2013) ritenendo dubbia la costituzionalità della presunzione in questione ha rimesso la questione alla Corte Costituzionale che non ha ancora fissato l’udienza.
Tesi della consulta
La Consulta ha condiviso la tesi dei giudici laziali ed ha ritenuto incostituzionale la norma nella parte in cui estende la presunzione, ai maggiori “compensi“.
Secondo la Corte, anche se le figure dell’imprenditore e del lavoratore autonomo sono per molti versi affini nel diritto interno come nel diritto comunitario, esistono specificità di quest’ultima categoria che inducono a ritenere arbitraria l’omogeneità di trattamento, in base al quale il prelevamento dal conto bancario corrisponderebbe ad un costo a sua volta produttivo di un ricavo.
L’attività dei lavoratori autonomi si caratterizza per la preminenza dell’apporto del lavoro proprio e la marginalità dell’apparato organizzativo. Inoltre in caso di contabilità semplificata – di cui generalmente e legittimamente si avvale la categoria – vi è una fisiologica promiscuità delle entrate e delle spese professionali e personali.
Tracciabilità del denaro
Secondo la Consulta, l’esigenza di combattere l’evasione fiscale trova una risposta nella recente produzione normativa sulla tracciabilità dei movimenti finanziari in capo anche ai professionisti.
Ancorché non specificamente sanzionata in caso di inosservanza.
Infatti la tracciabilità del danaro, oltre ad essere uno strumento di lotta al riciclaggio, persegue il dichiarato fine di contrastare l’evasione attraverso la limitazione dei pagamenti effettuati in contanti che si possono prestare ad operazioni “in nero”.
In conclusione la presunzione nei confronti dei professionisti è lesiva del principio di ragionevolezza nonché della capacità contributiva, essendo arbitrario ipotizzare che i prelievi ingiustificati da conti correnti bancari effettuati da un lavoratore autonomo siano destinati ad un investimento nell’ambito della propria attività professionale e che questo a sua volta sia produttivo di un reddito.
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Quali sono le principali tipologie di spese sanitarie detraibili nel modello Redditi? Quali nel modello 730? Quanti i documenti conservare? e quali sono le modalità operative per effettuare il calcolo della detrazione fiscale del 19%? La detrazione per spese mediche di familiari a carico. Inoltre per patologie esenti, per persone con disabilità, spese per acquisto …
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Quali sono le principali tipologie di spese sanitarie detraibili nel modello Redditi? Quali nel modello 730? Quanti i documenti conservare? e quali sono le modalità operative per effettuare il calcolo della detrazione fiscale del 19%? La detrazione per spese mediche di familiari a carico. Inoltre per patologie esenti, per persone con disabilità, spese per acquisto di cani guida. E la rateazione della detrazione per spese sanitarie.
In questo contributo andremo ad analizzare una delle detrazioni fiscali maggiormente sfruttate dagli italiani.
Overo la detrazione fiscale del 19% legata al sostenimento di spese sanitarie.
Ai sensi dell’articolo 15, comma 1, lett. c), del DPR n. 917/86, è possibile detrarre dall’imposta lorda (Irpef) un importo pari al 19 per cento delle spese sanitarie.
Questo se si supera la franchigia che eccede la somma di €. 129,11.
Dette spese sono costituite esclusivamente dalle spese mediche e di assistenza specifica, diverse da quelle indicate nell’articolo 10, comma 1, lettera b), del DPR n. 917/86. E dalle spese chirurgiche, per prestazioni specialistiche e per protesi dentarie e sanitarie in genere.
Tali spese, ai sensi del successivo comma 2, sono detraibili anche se sostenute nell’interesse di familiari fiscalmente a carico.
Ai sensi del citato comma 2 sono, inoltre, detraibili le spese sanitarie sostenute nell’interesse di familiari affetti da patologie che danno diritto all’esenzione dal ticket sanitario. Questo anche se non fiscalmente a carico.
Tale beneficio spetta con riferimento alle sole spese correlate alle suddette patologie. Limitatamente all’importo massimo annuo di €. 6.197,48 e per la sola parte di spesa che non trova capienza nell’Irpef dovuta dal soggetto malato. Circolare 20.04.2005 n. 15, risposta 5.
Le spese sanitarie danno diritto alla detrazione d’imposta a prescindere dal luogo o dal fine per il quale vengono effettuate.
La distinzione tra spese mediche generiche e spese mediche specialistiche rileva al solo fine di stabilire quali spese siano deducibili. Ai sensi dell’articolo 10 del DPR n. 917/86, per i portatori di handicap.
Vediamo, di seguito, tutte le informazioni utili per usufruire nel modo corretto della detrazione fiscale per le spese sanitarie.
Le spese sanitarie per le quali la detrazione d’imposta spetta nella misura del 19 per cento, limitatamente all’ammontare che eccede complessivamente €. 129,11.
Sono quelle sostenute per:
Prestazioni rese da un medico generico (comprese quelle di medicina omeopatica);
Acquisto di medicinali da banco e/o con ricetta medica (anche omeopatici);
Prestazioni specialistiche;
Analisi, indagini radioscopiche, ricerche e applicazioni, terapie;
Prestazioni chirurgiche;
Ricoveri per degenze o collegati ad interventi chirurgici;
Cure termali (escluse le spese di viaggio e soggiorno);
Acquisto o affitto di dispositivi medici/attrezzature sanitarie, comprese le protesi sanitarie;
Assistenza infermieristica e riabilitativa (es: fisioterapia, kinesiterapia, laserterapia, ecc.);
Prestazioni rese da personale in possesso della qualifica professionale di addetto all’assistenza di base o di operatore tecnico assistenziale esclusivamente dedicato all’assistenza diretta della persona;
Inoltre, prestazioni rese da personale di coordinamento delle attività assistenziali di nucleo;
Prestazioni rese da personale con la qualifica di educatore professionale;
Infine, prestazioni rese da personale qualificato addetto ad attività di animazione e/o di terapia occupazionale.
Requisiti per la detrazione
Affinché una spesa sanitaria sia deducibile dal reddito imponibile Irpef occorre che vengano rispettate alcune condizioni, tra cui è possibile evidenziare le seguenti:
La fattispecie deve rientrare tra quelle previste dalla legge. Infatti, esiste una elencazione tassativa delle spese detraibili o deducibili;
Il contribuente deve avere effettivamente sostenuto la spesa nel corso dell’anno d’imposta, in applicazione del principio di cassa e questa deve essere rimasta a suo carico. Su tale ultimo aspetto, va ricordato che alcune spese possono essere deducibili anche se sostenute nell’interesse di persone fiscalmente a carico del contribuente;
La spesa deve risultare da apposita documentazione (fattura, ricevuta, ecc.).
Se le spese sopraelencate sono state sostenute nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale la detrazione compete per l’importo del ticket pagato.
Le spese mediche intestate al genitore e sostenute per il figlio, che nel corso dell’anno ha percepito redditi superiori al limite previsto per essere considerato a carico, non danno diritto alla detrazione. Né alla persona che ha sostenuto l’onere. Né alla persona che ha beneficiato della prestazione. Circolare 14.06.2001 n. 55, risposta 1.2.4.
Tra le spese sanitarie detraibili rientrano anche quelle relative ad una persona deceduta, se sostenute dagli eredi dopo il suo decesso, anche se non era un familiare fiscalmente a carico.
Se le spese sono state sostenute da più eredi, ognuno di essi beneficerà della detrazione sulla quota di spesa effettivamente sostenuta. Circolare 01.06.1999 n.122, risposta 1.1.4.
Detrazione Irpef per spese sanitarie
Nel modello 730 devono essere dichiarate, nei Righi E1 a E3 una serie di spese sanitarie detraibili sostenute dal contribuente, senza alcun abbattimento. Invece, nel Rigo E4 vanno indicate le spese sostenute per l’acquisto di veicoli per disabili.
Le spese detraibili sono molteplici e le regole per la detrazione variano da caso a caso. Volendo sintetizzare, per applicare la detrazione del 19% occorre distinguere tra:
Spese del contribuente o per familiari a carico
Analisi, indagini radioscopiche, ricerche e applicazioni;
Acquisto o affitto di protesi sanitarie;
Prestazioni rese da un medico generico. Comprese le prestazioni rese per visite e cure di medicina omeopatica;
Ricoveri collegati ad una operazione chirurgica o degenze. In caso di ricovero di un anziano in un istituto di assistenza e ricovero la detrazione non spetta per le spese relative alla retta di ricovero e di assistenza, ma solo per le spese mediche che devono essere separatamente indicate nella documentazione rilasciata dall’Istituto;
Acquisto di medicinali;
Spese relative all’acquisto o all’affitto di attrezzature sanitarie. Apparecchio per aerosol o per la misurazione della pressione sanguigna;
spese relative al trapianto di organi;
Importi dei ticket pagati se le spese sopraelencate sono state sostenute nell’ambito del Servizio sanitario nazionale; assistenza infermieristica e riabilitativa. Es: fisioterapia, kinesiterapia, laserterapia ecc.;
Prestazioni rese da personale in possesso della qualifica professionale di addetto all’assistenza di base. O di operatore tecnico assistenziale esclusivamente dedicato all’assistenza diretta della persona;
Infine, prestazioni rese da personale di coordinamento delle attività assistenziali di nucleo;
Inoltre prestazioni rese da personale con la qualifica di educatore professionale; infine prestazioni rese da personale qualificato addetto ad attività di animazione e/o di terapia occupazionale.
La detrazione si applica sugli importi eccedenti €. 129,11.
Spese per familiari non a carico
Spese sanitarie sostenute per familiari non a carico, affetti da patologie esenti dalla partecipazione alla spesa sanitaria pubblica, la cui detrazione non ha trovato capienza nell’imposta lorda da questi dovuta.
L’ammontare massimo delle spese su cui calcolare la detrazione è complessivamente di €. 6.197,48; l’importo di tali spese deve essere ridotto della franchigia di €. 129,11, anche se la stessa è stata già applicata dal familiare.
Documentazione della spesa
Per ogni diversa tipologia di spesa sanitaria vi è una particolare documentazione che deve essere conservata per poter beneficiare della detrazione fiscale. Vediamo quali sono i vari documenti validi fiscalmente.
La detrazione spetta se la spesa è certificata da fattura o da scontrino fiscale (c.d. “scontrino parlante”) in cui devono essere specificati la natura, la qualità e la quantità dei prodotti acquistati nonché il codice fiscale del destinatario.
In particolare la “qualità” (denominazione) del farmaco potrà essere indicata con il numero di autorizzazione all’immissione in commercio (Codice AIC) anziché con la denominazione specifica del medicinale.
Certificazione acquisto medicinali
Sempre in tema di certificazione degli acquisti di medicinali, con la Risoluzione n. 10/E/2010 è stato ribadito che:
Non è più necessario conservare la prescrizione medica;
Per l’indicazione della natura è sufficiente che il documento di spesa rechi la dizione generica di “farmaco” o di “medicinale” oppure la natura del prodotto attraverso sigle, abbreviazioni o terminologie chiaramente riferibili ai farmaci, quali, ad esempio, la dicitura “omeopatico”, “ticket”, ovvero sigle SOP (senza obbligo di prescrizione) e OTC (medicinali da banco);
Per le preparazioni galeniche, l’indicazione della natura del prodotto venduto può essere del tipo “farmaco” o di “medicinale” e la qualità dello stesso può essere indicata con la dizione “preparazione galenica”;
Le abbreviazioni “med.” o “f.co.” equivalgono alla menzione per esteso dei termini medicinale e farmaco. Inoltre, con la circolare 13 maggio 2011, n. 20/E è stato chiarito che la generica dicitura “dispositivo medico” sullo scontrino fiscale non consente la detrazione della relativa spesa. Comunque, per i dispositivi medici il contribuente ha diritto alla detrazione qualora:
Dallo scontrino o dalla fattura appositamente richiesta risulti il soggetto che sostiene la spesa e la descrizione del dispositivo medico;
E’ in grado di comprovare per ciascuna tipologia di prodotto per il quale si chiede la detrazione che la spesa sia stata sostenuta per dispositivi medici contrassegnati dalla marcatura CE che ne attesti la conformità alle direttive europee 93/42/CEE, 90/385/CEE e 98/79/CE; per i dispositivi medici compresi nell’elenco, ovviamente, il contribuente non ha necessità di verificare che il dispositivo stesso risulti nella categoria di prodotti che rientrano nella definizione di dispositivi medici detraibili ed è, quindi, sufficiente conservare (per ciascuna tipologia di prodotto) la sola documentazione dalla quale risulti che il prodotto acquistato ha la marcatura CE.
Acquisto di protesi
Oltre alle relative fatture, ricevute o quietanze, è necessaria anche la prescrizione del medico curante, salvo che si tratti di attività svolte, in base alla specifica disciplina, da esercenti arti ausiliarie della professione sanitaria abilitati a intrattenere rapporti diretti con il paziente.
In questo caso, ove la fattura, ricevuta o quietanza non sia rilasciata direttamente dall’esercente l’arte ausiliaria, il medesimo deve attestare sul documento di spesa di aver eseguito la prestazione.
Anche in questa ipotesi, in alternativa alla prescrizione medica, il contribuente può rendere a richiesta degli uffici, un’autocertificazione, la cui sottoscrizione può non essere autenticata se accompagnata da copia fotostatica del documento di identità del sottoscrittore (da conservare unitamente alle predette fatture, ricevute e quietanze e da esibire o trasmettere a richiesta degli uffici dell’Agenzia delle entrate), per attestare la necessità per il contribuente o per i familiari a carico, e la causa per la quale è stata acquistata la protesi.
Oltre alle relative fatture, ricevute o quietanze, occorre acquisire e conservare anche una certificazione del medico curante che attesti che quel sussidio tecnico e informatico è volto a facilitare l’autosufficienza e la possibilità di integrazione del soggetto riconosciuto disabile ai sensi dell’art. 3 Legge n. 104/1992.
Spese sanitarie oggetto di rimborso
Per poter esercitare il diritto alla detrazione di spese sanitarie è necessario che le stesse siano state effettivamente sostenute e quindi rimaste a carico del contribuente. Si considerano rimaste a carico anche le spese sanitarie rimborsate:
Per effetto di premi di assicurazioni sanitarie versati dal contribuente;
A fronte di assicurazioni sanitarie stipulate dal sostituto d’imposta o pagate dallo stesso con o senza trattenuta a carico del dipendente. La presenza di eventuali premi pagati dal sostituto o dal dipendente per tali assicurazioni è segnalata al punto 444 della CU 2017.
In queste ipotesi la detrazione delle spese è comunque riconosciuta, anche a fronte di un rimborso assicurativo, in quanto i premi versati non hanno determinato alcun beneficio fiscale in termini di detrazione d’imposta o di esclusione dal reddito.
Spese non rimaste a carico del contribuente
Non si considerano invece rimaste a carico del contribuente:
Le spese, nel caso di danni arrecati alla persona da terzi, risarcite dal danneggiante o da altri per suo conto;
Le spese rimborsate a fronte di contributi per assistenza sanitaria versati dal sostituto d’imposta o dallo stesso contribuente ad enti e casse aventi esclusivamente fine assistenziale in conformità a disposizioni di contratti o di accordi o di regolamenti aziendali che, fino ad un importo di euro 3.615,20, non hanno concorso a formare il reddito imponibile. I contributi sono riportati al punto 441 della CU 2017. In questi casi è comunque ammessa in detrazione la differenza tra la spesa sostenuta e la quota rimborsata.
Nelle ipotesi in cui i contributi versati risultino di ammontare superiore all’importo di € 3.615,20, è possibile portare in detrazione, oltre alla somma non rimborsata, anche una quota parte di quella rimborsata calcolata sulla base della percentuale risultante dal rapporto tra i contributi versati in eccedenza (rispetto al suddetto limite di euro 3.615,20) e il totale dei contributi versati (Circolare 01.06.1999 n. 122, risposta 1.1.2 e la Circolare 12.06.2002 n. 50, risposta 6.1).
La presenza di tali contributi versati in misura eccedente è desumibile dal punto 442 della CU 2017.
Esempio spese sanitarie rimborsate
Importo dei contributi versati € 5.000,00
Spese mediche sostenute € 10.000,00
Spese rimborsate € 8.000,00
Vediamo le spese ammesse in detrazione:
Importo non rimborsato dalla cassa sanitaria € 2.000,00 (10.000,00 – 8.000,00)
Quota detraibile spese rimborsate € 2.216,00 (*)
Totale spese ammesse in detrazione € 4.216,00
(*) eccedenza dei contributi versati rispetto al limite massimo (5.000,00 – 3.615,20) = € 1.384,80
1.384,80/5.000,00 (importo complessivo contributi versati)=27,70 %
27,70% x 8.000 = € 2.216,00
Ovviamente in queste ipotesi la detrazione viene riconosciuta, solo nei limiti sopra evidenziati, in quanto i contributi versati hanno già determinato un beneficio fiscale, essendo già stati esclusi dal reddito di lavoro dipendente dal datore di lavoro.
Casse di assistenza private detrazione
Analogo principio vale anche nel caso di contributi deducibili in quanto versati dal pensionato a Casse di assistenza sanitaria istituite da appositi accordi collettivi, che prevedono la possibilità per gli ex lavoratori di rimanervi iscritti anche dopo la cessazione del rapporto di lavoro, continuando a corrispondere in proprio il contributo previsto, anche per i familiari fiscalmente non a carico, senza alcun onere per il datore di lavoro (Risoluzione 11.07.2008 n. 293; Risoluzione 02.08.2016 n. 65) (cfr. paragrafo Altri oneri deducibili – rigo E 26, codice 13).
Le spese rimborsate dal “Fondo di Previdenza per il personale del Ministero delle Finanze” non sono detraibili in quanto le entrate che alimentano tale fondo derivano da trattenute sulle vincite al gioco del lotto, da donazioni e liberalità, e quindi non concorrono alla formazione del reddito degli iscritti (Risoluzione 8.03.2007 n. 35).
Franchigia di €. 129,11
Le spese sanitarie indicate nei Righi E1 e E2 del Mod. 730 concorrono alla determinazione della detrazione del 19% solo per l’importo che eccede €. 129,11.
La franchigia viene applicata dal soggetto che presta assistenza fiscale (quindi il contribuente nei suddetti Righi indica l’importo totale delle spese) che, operativamente, utilizza tale importo nel seguente ordine:
Nella Colonna 2 del Rigo E1;
Nel Rigo E2;
Nella Colonna 1 del Rigo E1.
Rateazione delle spese sanitarie
Le detrazioni indicate nei Righi E1, E2 ed E3 possono essere ripartite in quattro quote annuali di pari importo. Questo solo se l’ammontare complessivo delle spese sostenute nell’anno è superiore a €. 15.493,71.
Ammontare che prescinde dalla considerazione della franchigia di €. 129,11. Vedi Circolare n. 1/E/2001.
Spese sanitarie sostenute all’estero
Le spese mediche sostenute all’estero sono soggette allo stesso regime di quelle analoghe sostenute in Italia. Anche per queste deve essere conservata a cura del dichiarante la documentazione debitamente quietanzata.
Con la circolare n. 34/E/2008 è stato chiarito che dalla documentazione attestante le spese sanitarie sostenute all’estero si devono poter ricavare le stesse informazioni ricavabili da quelle sostenute in Italia (quindi, natura, qualità e quantità dei prodotti acquistati e codice fiscale del destinatario).
Se tali informazioni mancano, si potrà indicare il codice fiscale a mano. Mentre le altre informazioni devono risultare da una documentazione rilasciata dal farmacista.
Le spese relative al trasferimento e al soggiorno all’estero sia pure per motivi di salute non possono essere computate tra quelle che danno diritto alla detrazione in quanto non sono spese sanitarie.
Documentazione per spese sanitarie estere
In merito alla documentazione si precisa che, qualora la stessa sia redatta in lingua originale, è necessario allegare una traduzione in italiano.
In caso di documentazione in inglese, francese, tedesco e spagnolo, la traduzione può essere eseguita a cura del contribuente e dallo stesso sottoscritta; diversamente, se la documentazione è redatta in un’altra lingua, la stessa va corredata da una traduzione giurata.
Per i contribuenti aventi domicilio in Val d’Aosta e nella provincia di Bolzano, non è necessaria la traduzione qualora la documentazione sia scritta in francese o in tedesco.
Nel caso di spese sostenute in valuta estera il cambio di conversione è dato, se il contribuente è in grado di provarlo, da quello effettivamente applicato per il pagamento della spesa. In caso contrario il contribuente dovrà applicare il tasso ufficiale di cambio nel mese in cui la spese è stata sostenuta.
Spese sanitarie per disabili
La detrazione spetta per le spese riguardanti i mezzi necessari all’accompagnamento, alla deambulazione, alla locomozione e al sollevamento e per sussidi tecnici e informatici.
Mezzi rivolti a facilitare l’autosufficienza e le possibilità di integrazione delle persone con disabilità.
Sono considerate persone con disabilità, ai sensi dell’art. 3 della Legge n. 104/92 coloro che presentano una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di:
relazione o
infine integrazione lavorativa
In particolare, deve trattarsi di difficoltà tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione.
E che per tali motivi hanno ottenuto il riconoscimento dalla Commissione medica, istituita ai sensi dell’articolo 4 della legge n. 104/92. Oppure da altre commissioni mediche pubbliche che hanno l’incarico di certificare l’invalidità civile, di lavoro, di guerra, ecc..
I grandi invalidi di guerra, di cui all’art. 14 del TU n. 915 del 1978, e le persone a essi equiparate, sono considerati portatori di handicap in situazione di gravità e non sono assoggettati agli accertamenti sanitari della Commissione medica. Commissione istituita ai sensi dell’articolo 4 della Legge n. 104/92.
In questo caso è sufficiente presentare il provvedimento definitivo (decreto) di concessione della pensione privilegiata. Articolo 38 della Legge n. 448/98.
Per approfondire: “Guida alle agevolazioni fiscali per disabili“
Spese sanitarie: casi risolti dall’Agenzia delle entrate
Di seguito alcuni casi relativi a particolari spese sanitarie la cui detraibilità o meno è stata risolta tramite chiarimenti da parte dell’Agenzia delle Entrate.
Dietisti e chiropratici
Spesa detraibile.
Se le prestazioni sanitarie sono rese da soggetti diversi dai medici, la detrazione è ammissibile solo a condizione che le prestazioni stesse:
Siano legate ad una patologia e
Inoltre siano rese da personale abilitato dalle autorità competenti in materia sanitaria.
Vedi la Circolare 23 aprile 2010, n. 21/E, punto 4.6.
Podologo, dal fisioterapista e dal logopedista
Ppurché siano state prescritte da un medico (circolare 1 luglio 2010, n. 39/E).
Tale interpretazione è stata poi superata dalla Circolare 19/E del 1° giugno 2012.
In particolare, la Circolare ha previsto per le figure sanitarie elencate nel D.M. 29 marzo 2001:
logopedista,
terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva,
tecnico della riabilitazione psichiatrica, terapista occupazionale,
Infine, educatore professionale
di poter beneficiare della detrazione Irpef anche senza la prescrizione medica.
Tuttavia, ai fini della detrazione, dal documento di certificazione del corrispettivo rilasciato dal professionista sanitario dovranno risultare la relativa figura professionale e la descrizione della prestazione sanitaria resa.
Ausili per incontinenti
Per documentare la spesa è necessario lo scontrino fiscale emesso dal rivenditore commerciale.
Scontrino che deve necessariamente contenere la descrizione del prodotto acquistato. E in ogni caso, in alternativa, la prescrizione del medico.
Oppure un’autocertificazione attestante la necessità per la quale è stato acquistato l’ausilio (Circolare 18 maggio 2006, n. 17/E).
Spesa detraibile, ma solo per l’acquisto di materassi che presentino le caratteristiche tipologiche individuate dal D.M. n. 332/1999.
In dettaglio, la spesa è detraibile solo se idonea a consentire la riconduzione alla categoria dei materassi antidecubito.
Vedi anche la risoluzione 26 gennaio 2007, n. 11/E.
Magnetoterapia e fisiokinesiterapia
Spesa detraibile, se rientrano nella classificazione nazionale dei dispositivi medici (Risoluzione 29 settembre 2009, n. 253/E).
Spesa detraibile, se servono a sopperire un danno estetico conseguente ad una patologia (ad esempio in caso di cure chemioterapiche) e ad alleviare una condizione di grave disagio psicologico nelle relazioni di vita quotidiana (Risoluzione 16 febbraio 2010, n. 9/E).
Spesa non detraibile, anche se assunti a scopo terapeutico su prescrizione di un medico specialista (Risoluzione 20 giugno 2008, n. 256/E).
Spesa detraibile, in quanto equiparabile alle prestazioni sanitarie rese da un medico. Potendo i cittadini avvalersi di tali prestazioni anche senza prescrizione medica.
Pertanto è possibile ammettere alla detrazione per spese mediche le prestazioni sanitarie rese da psicologi e psicoterapeuti per finalità terapeutiche senza prescrizione medica. Circolare 13 maggio 2011, n. 20/E.
Acquisto di occhiali
La Circolare n. 95/E/2000 previsa che la spesa per l’acquisto di occhiali debba essere rilasciata sia con scontributo fisacale che con attestazione dell’ottico. Attestazione che riguarda la prestazione sanitaria eseguita.
Documentazione dalla quale risulti che l’acquisto della protesi è necessaria a sopperire ad una patologia della vista del contribuente o dei suoi familiari a carico.
Eesplicitamente escludendo la possibilità dei ricorrere ad una dichiarazione sostitutiva di atto notorio per giustificare l’acquisto.
Nello stesso senso si è espressa la Circolare n. 55/E del 14 giugno 2001.
Spesa non detraibile. Sono invece detraibili le spese per prestazioni di osteopatia, riconducibili alle competenze sanitarie previste per le professioni sanitarie riconosciute, sono detraibili.
Questo solo se rese da iscritti a dette professioni sanitarie. Circolare 21 maggio 2014, n. 11/E.
Ai fini della detrazione, dal documento di certificazione del corrispettivo rilasciato dal biologo dovranno risultare la specifica attività professionale. Con la descrizione della prestazione sanitaria resa.
Mentre non è necessaria la prescrizione medica (Circolare n. 19/E/2012, par. 2.2).
La non necessità della prescrizione medica va correttamente vista nell’ottica della semplificazione degli adempimenti fiscali per i contribuenti.
Questo non implica, né sul piano normativo, né sul piano del concreto esercizio delle professioni sanitarie, alcuna legittimazione allo svolgimento di attività sanitarie. In difformità dalle disposizioni legislative e regolamentari che le disciplina. Circolare 21 maggio 2014, n. 11/E.
]]> https://www.fiscomania.com/2018/04/spese-sanitarie-guida-detrazione-730/feed/ 15 13801	Aprire un blog senza partita Iva e possibile? https://www.fiscomania.com/2018/04/aprire-un-blog-senza-partita-iva/ Wed, 18 Apr 2018 05:35:40 +0000 https://www.fiscomania.com/?p=807
E’ possibile aprire un blog senza partita Iva? In quali casi la gestione di un portale web può essere effettuata in modo non professionale e senza adempiere agli obblighi fiscali? Quando si percepiscono guadagni derivanti da banner pubblicitari ed affiliazioni è obbligatoria la partita Iva? In questa guida vedremo le risposte a queste domande e …
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E’ possibile aprire un blog senza partita Iva? In quali casi la gestione di un portale web può essere effettuata in modo non professionale e senza adempiere agli obblighi fiscali? Quando si percepiscono guadagni derivanti da banner pubblicitari ed affiliazioni è obbligatoria la partita Iva? In questa guida vedremo le risposte a queste domande e i miei consigli.
Voglio partire dalla domanda posta da un lettore per approfondire gli aspetti legati alla gestione di un blog.
Se anche tu stai per aprirne uno o ne hai uno già aperto sono sicuro che almeno una volta ti sei posto questa domanda: è possibile aprire un blog senza partita Iva?
La maggior parte delle persone che gestiscono un sito web, oppure un blog, che contiene al suo interno banner pubblicitari o altre forme di advertisement (come le affiliazioni), vogliono sapere se e come gestire questi proventi. E se possibile dichiararli senza una partita Iva.
Stessa cosa se vuoi vendere libri o oggetti che produci con le tue mani. Il dubbio che ti stai ponendo è sempre lo stesso: quando è possibile operare senza partita Iva.
Se leggerai questo articolo scoprirai quali sono i casi in cui sei obbligato ad operare con partita Iva per la gestione del tuo blog. Qualsiasi sia la forma di monetizzazione che hai scelto.
Aprire un blog senza partita Iva
Che tu sia un esperto di tecnologia, di giochi, o una fashion blogger all’Amministrazione finanziaria poco importa, l’aspetto fondamentale è che tu sappia che ogni guadagno effettuato tramite il tuo blog deve essere dichiarato e soggetto a tassazione.
Naturalmente ai fini delle imposte dirette.
Questo significa, indirettamente, che per gestire un blog senza partita Iva è necessario che lo stesso non preveda alcuna forma di monetizzazione, diretta o indiretta.
Aprire un blog senza partita Iva è possibile soltanto se si gestisce un c.d. “sito vetrina“, ovvero un sito web che parla di determinati argomenti senza proporre beni o servizi in vendita.
In pratica, non deve esserci al suo interno alcuna forma di monetizzazione, nemmeno indiretta, come forme di advertising (banner pubblicitari), oppure di affiliazione commerciale.
Soltanto in questi casi, ai fini della normativa fiscale è possibile aprire un blog senza partita Iva.
Aprire un blog senza partita Iva: esempi pratici
Per capire meglio, pensiamo al caso di un hobbista che produce oggetti fatti in metallo.
Nel suo caso è possibile aprire un blog senza partita Iva se all’interno del sito descrive i suoi oggetti e li mostra al pubblico senza indicare il prezzo di vendita e senza invitare i lettori all’acquisto.
Stessa cosa se invece, sei uno scrittore e stai cercando di promuovere il tuo E-book.
Tieni presente che questo ragionamento è valido qualsiasi sia la tua attività. Se utilizzi una qualsiasi forma di monetizzazione l’utilizzo della partita Iva è obbligatorio.
Disciplina fiscale dei guadagni sul web
Avere chiaro l’aspetto legato alla possibilità di operare senza partita Iva quando si gestisce un blog ci è di aiuto per andare a delineare la disciplina fiscale legata ai guadagni sul web.
Ho deciso, infatti, di scrivere questo contributo proprio per sciogliere molti dubbi. Sono infatti tantissime le domande che mi arrivano dai lettori sull’argomento.
Domande frutto della scarsa informazione che c’è, soprattutto online su questi argomenti.
Fidandosi di informazioni online senza fonti precise, spesso ci si affida al passaparola e si finisce con il commettere degli errori.
In altri casi, invece, si preferisce proprio evitare di monetizzare per la scarsa informazione e per le problematiche fiscali connesse.
Quello che pensano in molti è che l’aspetto fiscale sia molto complicato da gestire.
In molti casi questo non è vero.
Mancanza di una normativa dedicata
Quello che c’è da sapere è che al momento in Italia non esiste ancora una vera e propria regolamentazione giuridica o fiscale che disciplini chiaramente come devono essere dichiarati i guadagni on-line.
Per questo su internet si trovano informazioni spesso non corrette. Frutto della confusione che ancora regna su questi argomenti.
Per questo, come sempre vi invito a seguire soltanto informazioni quanto più certificate e attendibili, specialmente su argomenti delicati come questo.
Fatta questa doverosa premessa, vediamo cosa fare quando decidiamo di passare da un sito vetrina, per cui non occorre operare con partita Iva, alla gestione di un blog commerciale.
Come detto le forme di monetizzazione attraverso un blog sono le più disparate. In particolare le principali sono le seguenti.
Vendita di servizi online
Se sei un professionista sicuramente aprire un blog può essere uno strumento utile per trovare nuovi clienti a cui offrire i tuoi servizi.
Nel momento in cui passi dalla gestione di un semplice blog, all’offerta di servizi online, inizia la fase di monetizzazione e con essa, anche l’obbligo di operare in regola con la normativa fiscale.
Probabilmente se sei un professionista che ha già avviato la sua attività hai sicuramente aperto partita Iva. Quindi per te sarà sicuramente più semplice adeguarti alla normativa online.
E-commerce e affiliazioni commerciali
Sia che tu sia un privato che un negozio fisico, se hai un blog dove offri dei beni in vendita ai lettori stai effettuando attività di E-commerce.
Attività che deve essere gestita obbligatoriamente attraverso la partita Iva. Questo indipendentemente dal volume del fatturato annuo.
Fai attenzione! La maggior parte delle persone che mi contatta crede di poter vendere online senza dover operare professionalmente. Per questo è opportuno avere le giuste informazioni prima di avviare l’attività.
L’E-commerce prevede poi una precisa disciplina Iva. Disciplina piuttosto complessa per i non addetti ai lavori.
Inoltre, per questa attività è obbligatoria l’iscrizione anche alla gestione commercianti dell’Inps. Gestione che prevede il versamento di contributi minimi fissi. Questo a prescindere dal reddito effettivamente percepito dall’attività.
Per questo motivo, prima di intraprendere questo tipo di attività è consigliabile rivolgersi ad un dottore commercialista. Pianificare insieme l’avvio dell’attività, attraverso la redazione di budget, è fondamentale nella la fase di start-up. Anche per valutare opportunamente costi e benefici di tutta l’operazione.
In ogni caso, per maggiori informazioni ti rimando a questo contributo: “Aprire partita Iva per la vendita di beni in e-commerce“.
Anche la gestione di banner pubblicitari sul blog rappresenta una vera e propria forma di monetizzazione.
La vendita di spazi pubblicitari rappresenta una vera e propria attività commerciale.
Allo stesso modo dell’E-commerce è prevista l’obbligatorietà dell’esercizio con partita Iva. Questo in quanto la gestione dei banner avviene in modo continuativo ed abituale. Caratteristiche per l’Amministrazione finanziaria obbligano ad operare professionalmente.
Anche in questo caso la gestione con partita Iva prescinde dal volume di fatturato raggiunto nell’anno.
In ogni caso, questa forma di monetizzazione, è consigliata soltanto se si hanno qualche migliaia di lettori al mese. Altrimenti i guadagni sono davvero irrisori.
Aprire partita ha un costo, legato sia al Commercialista che vi seguirà per gli adempimenti fiscali periodici. Sia per quanto riguarda la tassazione e i contributi previdenziali obbligatori da versare (circa €. 3.200 annue). Si tratta di cifre che molti blogger non sono in grado di generare. In tutti questi casi aprire partita Iva non consentirà nemmeno di coprire tutti i costi legati alla gestione.
Quindi meglio lasciar perdere la pubblicità online?
Per guadagni esigui di qualche centinaia di euro all’anno sicuramente è la soluzione migliore.
Tuttavia quando i guadagni sono un po’ più alti e si inizia a percepire qualche migliaio di euro all’anno, si potrebbe pensare di tenere in sospeso i pagamenti (funziona disponibile sull’account Adsense), ed aspettare che questi raggiungano cifre più importanti.
Cifre tali da coprire tutti i costi inerenti l’apertura della partita Iva.
In ogni caso per approfondire questo argomento ti rimando a questo contributo: “Banner pubblicitari: guida al regime fiscale“
Tipologia di attività e metodo di tassazione
Quelle che ti ho descritto sono le principali forme di monetizzazione di un blog. Forme che non ti permettono di aprire un blog senza partita Iva.
Quello che devi ricordarti è che prima di sbagliare è opportuno che tu ti affidi ad un consulente fiscale esperto.
Questo sia per capire il miglior regime fiscale applicabile per te. Ma soprattutto perché conoscere e stimare l’ammontare dei guadagni annui ci permette di stabilire quale sia il metodo di tassazione da utilizzare.
Ad esempio, per le attività di E-commerce può essere importante verificare di poter aderire al regime forfettario.
Una volta aperta partita Iva si deve scegliere il regime fiscale da adottare.
Per i soggetti che aprono partita Iva per la prima volta, e che ne rispettano i requisiti di accesso, è possibile aderire al regime forfettario.
Un regime fiscale che consente di essere esonerati dagli adempimenti Iva, Irap e dalla compilazione degli studi di settore.
Si tratta di un regime fiscale di vantaggio che limita al massimo gli oneri fiscali per il contribuente, e che quindi si presenta un regime fiscale da sfruttare.
In pratica per i guadagni derivanti dall’attività commerciale, si fatturano sulla base dell’effettivo compenso versato sul conto corrente dai clienti.
Con la partita Iva ogni anno è necessario presentare la dichiarazione dei redditi.
Questo attraverso al compilazione del modello Redditi PF. Le nostre uscite saranno pari al 5% del reddito netto a cui dovranno aggiungersi i versamenti previdenziali Inps.
Per quanti di voi si chiedano quale sia il regime naturale nel momento in cui non è possibile accedere al regime forfettario, la risposta è semplice.
Gli oneri a tuo carico aumentano in quanto si esce dal regime di vantaggio e si passa nel regime naturale della contabilità semplificata fino al raggiungimento di €. 700.000 annue di ricavi.
Questo vuol dire, adempimenti Iva, ma soprattutto la tenuta delle scritture contabili.
Aprire un blog senza partita Iva: consulenza
Se hai letto questo articolo probabilmente è perché hai un blog è vuoi sapere se riuscirai a gestirlo senza partita Iva.
Per qualsiasi informazione, dubbio, o domanda legata ai guadagni online ottenuti tramite siti web, contattami in privato!
Compila il form di contatto seguente e mettiti in contatto con me. Insieme troveremo la strada giusta per gestire correttamente da un punto di vista fiscale la tua attività online.
]]> 807	Consignment Stock: disciplina Iva nelle operazioni UE ed Extra UE https://www.fiscomania.com/2018/04/consignment-stock-iva/ https://www.fiscomania.com/2018/04/consignment-stock-iva/#respond Mon, 16 Apr 2018 07:43:24 +0000 https://www.fiscomania.com/?p=17800
Contratto di Consignment Stock ai fini Iva nelle operazioni UE ed extra UE. Applicazione della sospensione dell’operazione fino a quando la merce non viene prelevata dal magazzino estero per essere venduta in loco. Applicazione della non imponibilità Iva e plafond nei contratti di Consignment Stock. Nell’ambito delle operazioni di compravendita internazionale i vari operatori spesso …
L'articolo Consignment Stock: disciplina Iva nelle operazioni UE ed Extra UE proviene da Fiscomania.
Contratto di Consignment Stock ai fini Iva nelle operazioni UE ed extra UE. Applicazione della sospensione dell’operazione fino a quando la merce non viene prelevata dal magazzino estero per essere venduta in loco. Applicazione della non imponibilità Iva e plafond nei contratti di Consignment Stock.
Nell’ambito delle operazioni di compravendita internazionale i vari operatori spesso decidono di ricorrere all’utilizzo di depositi merci.
L’utilizzo dei depositi nei vari mercati di sbocco consente di minimizzare tutti gli oneri connessi allo stoccaggio, trasporto e logistica dei beni stessi.
Quando si utilizzano i depositi merci di proprietà posti in Paesi esteri si utilizzano solitamente contratti di Consignment Stock. Si tratta di contratti basati sul trasferimento dei beni del fornitore presso un deposito del cliente. Cliente che, in base alle proprie esigenze, effettua dei prelievi in qualsiasi momento.
Soltanto al momento del prelievo dal magazzino avviene il passaggio di proprietà della merce. Mentre, per tutto il tempo del deposito all’estero, la merce rimane di proprietà del fornitore.
Da un punto di vista contrattuale questo tipo di contratti è riconducibile, in parte, al contratto estimatorio ex. artt. 1556-1558 del codice civile. Infatti, anche con il Consignment Stock il venditore può restituire la merce invenduta senza sostenere, così, alcun rischio. In sostanza può essere definito come un contratto commerciale i cui effetti reali vengono differiti ad un momento successivo a quello di stipula.
Non sono rari i casi in cui ricevo richieste di consulenza per la corretta applicazione dell’Iva in questo ambito contrattuale. Per questo motivo, ho deciso di approfondire questo argomento.
Naturalmente, se al termine dell’articolo non avrete risolto i vostri dubbi, potete contattarmi in privato per una consulenza.
Contratto di Consignment Stock
Il contratto di Consignment Stock costituisce una tipologia negoziale attraverso la quale beni di proprietà del fornitore (in genere materie prime o semilavorati) vengono trasferiti presso un deposito del cliente. O comunque presso un deposito di un soggetto terzo al quale solo l’acquirente ha accesso. E quest’ultimo, con esclusiva d’acquisto, ha la facoltà, in base alle sue esigenze, di effettuare prelievi in qualsiasi momento.
In questa ipotesi, la consegna dei beni al cliente non realizza, infatti, l’effetto traslativo della proprietà. Il quale si verifica, invece, soltanto al momento del prelievo della merce da parte dello stesso.
Quest’ultimo, inoltre, può avvenire sia in blocco che a più riprese, in relazione alle esigenze dell’azienda acquirente.
In tal modo, il compratore riesce ad avere la disponibilità della merce in magazzino senza essere tenuto ad effettuare alcun pagamento. Il quale avverrà, invece, soltanto al momento dell’effettivo prelievo.
Ciò gli consente di disporre immediatamente dei beni di cui ha bisogno per il processo produttivo. Oppure, nel caso in cui egli si limiti semplicemente a rivendere i beni ricevuti, di introdurre nel proprio Paese prodotti di aziende estere. Prodotti che potrà lasciare giacere nel proprio magazzino senza incorrere in alcun impegno finanziario o rischio commerciale.
Dal punto di vista fiscale, il differimento dell’effetto traslativo della proprietà dei beni al momento del loro prelievo dal deposito comporta il rinvio del momento impositivo, dell’esigibilità dell’imposta e dei conseguenti obblighi di fatturazione e registrazione (con la sola eccezione dell’ipotesi di importazione).
In sostanza, con il Consignment Stock si è in presenza, in linea generale, di un’unica operazione. La quale si considera effettuata non all’atto dell’invio dei beni nel territorio di altro Stato membro, ma nel momento in cui si produce l’effetto traslativo della proprietà in capo all’acquirente.
Consignment Stock: disciplina Iva
Il Consignment Stock consente al soggetto che invia i beni in un altro Stato di evitare l’apertura di una posizione Iva in tale Stato. Diversamente da quanto accade, invece, nel caso di invio di merce presso propri depositi in un altro Paese.
Da un punto di vista Iva l’operazione legata al Consignment Stock si considera una cessione intracomunitaria ex art. 41 D.L. 331/1993.
Infatti, il presupposto impositivo sorge in capo al fornitore soltanto nel momento in cui il cliente preleva i beni dal proprio deposito.
Consignment Stock in ambito UE
In questo modo l’invio della merce in ambito comunitario, pur non perdendo la natura di operazione intracomunitaria, sconta gli effetti fiscali soltanto in un momento successivo coincidente:
Con l’atto di rivendita o di consumo da parte del depositario/cessionario;
Allo scadere dei termini stabiliti contrattualmente;
Comunque entro un anno dalla spedizione.
Al momento di invio dei beni presso il deposito del cliente comunitario il fornitore italiano non dovrà emettere fattura, essendo l’operazione ancora non perfezionatasi.
Conseguentemente non sorgeranno nemmeno obblighi in materia di compilazione di elenchi intrastat. Anch’essi dovranno essere rinviati al momento in cui l’operazione si considererà effettuata. Inevitabile è la compilazione di un DDT o CRM, nel quale riportare che la merce trasportata non viene trasferita a titolo di proprietà ma soltanto in conto deposito/visione presso il cliente
Il fornitore italiano, inoltre, dovrà annotare il trasferimento della merce nel registro di carico e scarico ex art. 50, comma 5 del D.L. 331/1993. In assenza di queste annotazioni, infatti, l’amministrazione finanziaria considererebbe la merce come se fosse venduta all’interno del territorio nazionale con ripresa dell’Iva non applicata e versata e inevitabili conseguenze sanzionatorie.
L’Agenzia delle Entrate con la Risoluzione n. 44/E/2000 ha stabilito che affinché si realizzi il contratto di Consignment Stock in ambito comunitario, occorre che i beni siano consegnati direttamente al cliente presso un proprio deposito fiscale. Oppure presso un deposito anche non fiscale presso il quale, tuttavia, i beni rientrino nella piena disponibilità del cliente comunitario.
Consignment Stock in ambito extra-UE
Laddove la merce venga, invece, inviata fuori della UE, gli adempimenti sono, naturalmente, più complessi. Essendo necessario anche adempiere anche agli obblighi doganali.
Una volta, infatti, che l’operatore nazionale, sulla base dell’ordine di acquisto, invia i beni presso il deposito del cliente o di un soggetto terzo lo stesso è tenuto ad emettere una fattura pro-forma. Nella quale devono essere riportate talune informazioni concernenti le merci e i soggetti coinvolti.
Nella fattura pro-forma va, inoltre, riportato che
“trattasi di invio in c/consignment stock. Operazione non valida ai fini dell’articolo 8 del D.P.R. n. 633/72“
Ai fini doganali, dovrà essere, invece, emessa la relativa bolletta doganale, contenente tutti i riferimenti al contratto di Consignment Stock, la quale costituisce titolo idoneo a vincere la presunzione di cessione, ai sensi dell’art. 1 del D.P.R. 441/1997.
All’atto, poi, del prelievo dei beni dal deposito da parte del cliente estero, l’operatore nazionale dovrà, poi, emettere fattura non imponibile ai sensi dell’art. 8, comma 1, lett. a), del DPR n. 633/72. Facendo riferimento, nell’ambito della stessa, ai documenti relativi all’operazione (ordine di acquisto, bolletta doganale, fattura pro-forma e documento di prelievo).
Una volta emessa la fattura, l’operazione assumerà rilevanza anche ai fini del plafond Iva (Risoluzione n. 58/E/2005).
Infine, anche se non richiesto dalla normativa, si ritiene opportuno che l’operatore nazionale utilizzi un registro sul quale annotare le movimentazioni dei beni nel Paese terzo.
Dogana e autofattura
In caso di beni provenienti da un Paese extra UE, si avrà che, anche se l’Iva viene assolta regolarmente in Dogana, dalla bolletta d’importazione deve, comunque, risultare la natura di beni di terzi in conto deposito.
In alternativa, il soggetto nazionale può istituire un registro di carico e scarico dei beni movimentati in virtù del contratto di Consignment Stock, da tenere e conservare a norma dell’art. 39 del DPR n 633/1972.
All’atto, poi, del prelievo dei beni dal deposito, il soggetto nazionale, sulla base del titolo certificativo rilasciato dal cedente, è tenuto ad emettere una autofattura, nella quale devono essere riportate specifiche indicazioni.
Ammontare del corrispettivo versato e dell’Iva relativa;
Estremi della bolletta doganale con cui i beni sono stati introdotti in Italia;
Estremi di annotazione della bolletta doganale sul registro degli acquisti.
L’autofattura emessa deve essere, poi, annotata nel registro delle vendite e in quello degli acquisti. Anche se soltanto in una separata colonna appositamente contrassegnata. Dal momento che l’annotazione è finalizzata esclusivamente alla documentazione dell’operazione di acquisto ai fini delle imposte dirette, essendo l’imposta dovuta già stata assolta e registrata al momento dell’importazione.
Tuttavia, nell’ipotesi in cui il prezzo versato al momento dell’acquisto dovesse essere superiore a quello indicato in dogana all’atto dell’introduzione della merce nel nostro territorio, l’importo medesimo, da documentare ed annotare integralmente nel registro delle vendite e in quello degli acquisti, concorrerà anche alla liquidazione, pur se soltanto per la differenza corrisposta.
CS estero con beni in Italia
Pertanto, laddove vengano inviati in Italia beni da Paesi extracomunitari sulla base di un contratto di Consignment Stock, il differimento del momento in cui si realizza l’effetto traslativo della proprietà non determina il rinvio dell’esigibilità dell’imposta sul valore aggiunto relativa all’operazione (Risoluzione n. 346/E/2008).
Conseguentemente, l’Iva dovrà essere accertata, liquidata e riscossa in dogana già al momento dell’introduzione dei beni nel territorio nazionale. A prescindere, quindi, dal fatto che l’acquirente italiano non abbia ancora acquisito la proprietà dei beni.
Sulla base dello stesso principio, il cliente ha immediatamente diritto ad esercitare la detrazione dell’Iva assolta in dogana, purché ovviamente i beni e i servizi acquisiti presentino un nesso immediato e diretto con l’attività svolta e la bolletta doganale venga annotata sul registro degli acquisti.
Operazione triangolare comunitaria
Nel caso di invio, da parte di un operatore nazionale, di beni in un altro Stato della UE nell’ambito di una operazione triangolare comunitaria ci sono vari aspetti da considerare.
Ipotizzando la partecipazione di tre soggetti Iva appartenenti a tre diversi Stati della UE, ed ipotizzando che il soggetto italiano svolga il ruolo di primo cedente, non può realizzarsi la sospensione della cessione intracomunitaria in partenza dall’Italia. Questo in ragione del contratto di Consignment Stock posto in essere tra gli altri due soggetti coinvolti nella triangolazione.
Pertanto, laddove il passaggio di proprietà non si sia realizzato all’atto della spedizione dei beni, non potrà, in un momento successivo, configurarsi una cessione intracomunitaria in partenza dal nostro Paese. Così come avviene, invece, nell’ipotesi di Consignment Stock bilaterale (analoga conclusione anche per gli acquisti intracomunitari).
Inoltre, non realizzandosi il trasferimento della proprietà dei beni ad altri soggetti, l’invio dei beni in un altro Stato della UE, secondo l’Agenzia delle Entrate, potrebbe eventualmente configurare un invio di beni a sé stesso da parte del soggetto Iva nazionale, operazione non imponibile ai sensi dell’art. 41, secondo comma, lettera c), D.L. 331/1993.
Quest’ultimo dovrà, tuttavia, provvedere alla nomina di un rappresentante fiscale o ad identificarsi direttamente nel Paese estero al fine di assolvere agli obblighi connessi all’acquisto intracomunitario.
La successiva cessione nei confronti del promotore della triangolazione costituirebbe, poi, una cessione di beni territorialmente rilevante nel Paese in cui si trova la merce.
Consignmet Stock: consulenza
L’applicazione del contratto di Consignment Stock può essere un’opportunità da sfruttare se vuoi operare con l’estero, senza doverti interessare dell’identificazione diretta in ogni Paese ove vuoi operare.
Infatti, ti sarà sufficiente individuare dei soggetti distributori situati in ogni Paese in cui vuoi operare ed affidarti a loro per la distribuzione. In questo modo, eviterai i costi legati all’identificazione diretta in ogni Paese estero. In più potrai contare sulla sospensione Iva nel momento in cui sposti i beni dall’Italia al Paese in cui venderai.
Soltanto nel momento in cui il soggetto distributore effettuerà la vendita finale ci sarà il passaggio di proprietà della merce. E quindi, la tua cessione intracomunitaria. Questo tipo di contratto, quindi, potrà con se vantaggi sia per il cedente italiano, che riduce i costi di distribuzione, che per il cessionario estero, che evita il problema dell’invenduto.
Se hai dubbi o hai bisogno di una consulenza personalizzata su questo argomento contattami in privato!
]]> https://www.fiscomania.com/2018/04/consignment-stock-iva/feed/ 0 17800	Tassazione delle locazioni abitative: Irpef o cedolare secca? https://www.fiscomania.com/2018/04/tassazione-delle-locazioni-abitative/ Fri, 13 Apr 2018 07:45:33 +0000 https://www.fiscomania.com/?p=927
Tassazione delle locazioni abitative: come fare la scelta migliore? Quando si stipula un contratto di locazione è necessario tenere presenti gli oneri fiscali ad esso connessi. Per questo è bene valutare vantaggi e svantaggi dei due regimi fiscali possibili: la cedolare secca e il regime ordinario Irpef. Scopriamo insieme come fare la scelta giusta. La …
L'articolo Tassazione delle locazioni abitative: Irpef o cedolare secca? proviene da Fiscomania.
Tassazione delle locazioni abitative: come fare la scelta migliore? Quando si stipula un contratto di locazione è necessario tenere presenti gli oneri fiscali ad esso connessi. Per questo è bene valutare vantaggi e svantaggi dei due regimi fiscali possibili: la cedolare secca e il regime ordinario Irpef. Scopriamo insieme come fare la scelta giusta.
La stipula di un contratto di locazione di tipo abitativo comporta sempre come conseguenza per il locatore la scelta del regime fiscale.
Regime attraverso il quale tassare il canone annuo di locazione. Attualmente il nostro sistema fiscale prevede due possibilità diverse di tassazione delle locazioni abitative stipulate tra persone fisiche.
Mi riferisco alla ordinaria tassazione ad Irpef oppure all’opzione per l’applicazione della cedolare secca.
Si tratta di due regimi di tassazione molto diversi tra loro. Ognuno dei quali ha elementi positivi e aspetti negativi. E’ impossibile definire a priori quale sia il miglior regime fiscale tra i due.
La scelta, infatti, dipende dalla caratteristiche personali del locatore. Come ad esempio, se percepisce altri redditi nell’anno e se ha o meno oneri deducibili o detraibili da sfruttare in dichiarazione.
Per questo motivo, la scelta del regime fiscale a cui assoggettare i canoni di locazione è un aspetto da non sottovalutare se si vuole ottenere una pianificazione fiscale ottimale.
Questo contributo si pone come obiettivo quello di aiutarvi a capire quale tra questi due regimi fiscali può essere quello che maggiormente vi consentirà di ottenere un risparmio fiscale.
Naturalmente, è opportuno fare questa scelta assieme al vostro commercialista di fiducia. Se non ne avete uno, contattatemi in privato, mi occuperò io della vostra gestione fiscale per quanto riguarda la tassazione delle locazioni abitative.
Siete pronti?! Si comincia!
Ogni contratto di locazione che superi la durata di 30 giorni, sia che riguardi un immobile che un fondo commerciale, deve essere registrato presso l’Agenzia delle Entrate.
La registrazione deve avvenire a cura del locatore (proprietario dell’immobile) o dal locatario (l’affittuario).
La registrazione del contratto di locazione è soggetta al versamento di alcune imposte indirette.
Si tratta di imposte che variano a seconda del tipo di imposizione fiscale che il locatore decide di applicare (tassazione ad Irpef o cedolare secca).
Vediamo adesso di riepilogare schematicamente i passi da seguire per la registrazione di un contratto di locazione scegliendo il regime di tassazione più favorevole.
I termini per la registrazione
La registrazione di un contratto di locazione deve avvenire nei 30 giorni successivi dalla data di stipula. Oppure, se precedente, dalla data di decorrenza del contratto.
Esistono due procedure alternative per la registrazione, che andiamo ad analizzare.
Registrazione cartacea del contratto
Il contratto di locazione può essere registrato con modalità cartacea. Ovvero recandosi direttamente presso un qualsiasi ufficio dell’Agenzia delle Entrate al quale dobbiamo presentare la seguente documentazione:
3 copie del contratto di locazione sottoscritte in originale dalle parti con l’applicazione delle marche da bollo (non dovute in caso di opzione per la cedolare secca). L’ufficio restituisce due delle 3 copie con gli estremi di registrazione, certificando, in tal modo, la data a partire dalla quale il contratto ha efficacia;
Modello RLI debitamente compilato e firmato dal soggetto che richiede la registrazione (locatore o locatario). Per compilare tale modello servono i dati anagrafici del proprietario dell’immobile, dell’affittuario, dei dati catastali dell’immobile e i termini del contratto di locazione che è stato sottoscritto;
Ricevuta del modello F24 Elide relativo al versamento dell’imposta di registro (non dovuta in caso di opzione per la cedolare secca).
Registrazione telematica del contratto
Il contratto di locazione può essere registrato con modalità telematica. Attraverso i canali online messi a disposizione dall’Amministrazione finanziaria, reperibili sul sito dell’Agenzia delle Entrate. si tratta di sistemi diversi, a seconda dell’utente e del tipo di registrazione.
Ad esempio può essere utilizzato il servizio Locazioni Web, collegandosi al sito internet dell’Agenzia delle Entrate, nell’area dedicata ai servizi telematici.
La registrazione con modalità telematica è obbligatoria per chi possieda almeno 10 immobili e per gli agenti immobiliari, ma può facoltativamente essere utilizzata da chiunque.
A seguito delle operazioni di registrazione, il sistema richiede le coordinate bancarie per l’addebito, sul conto corrente del richiedente, delle imposte di registro e di bollo, se dovute (non sono dovute nel caso di opzione per la cedolare secca).
Per approfondire il tema della registrazione del contratto di locazione, vi rimando a questo contributo: “Guida alla registrazione dei contratti di locazione“.
Tassazione delle locazioni abitative
I contratti di locazione scontano sia imposte dirette, che imposte indirette che variano al variare del regime impositivo al quale si scegli di aderire al momento della redazione del contratto.
I regimi di tassazione delle locazioni abitative sono due: il regime naturale e quello della cedolare secca.
Il regime naturale di imposizione
Ove il proprietario dell’immobile non faccia alcuna scelta viene utilizzato questo regime impositivo ordinario. Il quale prevede questo tipo di imposizione fiscale:
Ai fini Irpef il locatore vede assoggettati a tassazione il canone di locazione con le seguenti riduzioni:
Il canone di locazione ridotto del 5% se il contratto è a “canone libero“;
Il canone ridotto del 25%, per i fabbricati situati nella città di Venezia centro e nelle isole della Giudecca, Murano e Burano;
Oppure canone ridotto del 35%, se l’immobile è riconosciuto di interesse storico o artistico;
Infine, se il fabbricato si trova in un comune ad alta densità abitativa ed è locato a “canone concordato“, in base agli accordi territoriali definiti tra le organizzazioni dei proprietari e degli inquilini più rappresentative a livello nazionale, è prevista un’ulteriore riduzione del 30% del canone.
Il contratto di locazione sconta un’imposizione indiretta basata sull’imposta di bollo e sull’imposta di registro.
L’imposta di bollo è dovuta su ogni copia del contratto di locazione che si vuole registrare.
Deve essere applicata una marca da bollo da 16 € ogni 4 pagine (o 100 righe) del contratto.
Le marche da bollo devono essere datate al massimo con la data di stipula del contratto, ove si appongano marche con data successiva devono essere applicate altre marche da bollo come sanzione.
Per gli allegati del contratto vale la stessa regola vista per il contratto €. 16 ogni 4 pagine (o 100 righe), ma se ci sono planimetrie si applica una marca da 16 € per ognuna di esse.
L’imposta di registro è commisurata al canone di locazione pattuito ed è dovuta da chi registra il contratto, solitamente il proprietario. Il quale può rivalersi sull’inquilino, se il contratto lo prevede, nella misura del 50% di quanto pagato.
L’imposta è dovuta con un minimo di €. 67,00 da versare al momento della registrazione. E successivamente ogni anno al momento del rinnovo del contratto.
E’ tuttavia possibile versare l’imposta di registro per più annualità in un’unica soluzione. Fruendo, in tal caso, di una riduzione degli importi dovuti.
L’importo dovuto è il seguente:
Fabbricati ad uso abitativo, 2%. Se il locatore è una impresa ed applica l’Iva sulla locazione, l’imposta di registro è dovuta nella misura fissa di €. 200,00;
Fabbricati strumentali per natura (ad esempio, un edificio industriale, uno studio professionale, ecc.), 1%;
Il regime sostitutivo della cedolare secca
Il regime fiscale della cedolare secca è stato introdotto nel 2011.
Si tratta di un sistema alternativo e agevolato di tassazione del reddito derivante dagli immobili locati per finalità abitative.
È facoltativo e si applica anche alle pertinenze dell’abitazione locate con essa.
Il sistema della cedolare secca consiste nell’applicare al canone annuo di locazione un’imposta fissa in sostituzione dell’Irpef e delle relative addizionali, dell’imposta di registro e dell’imposta di bollo.
Per avvalersi del regime della cedolare occorre esercitare l’opzione compilando il modello RLI.
In linea generale, l’opzione deve essere esercitata con la registrazione del contratto di locazione e vale per l’intera durata del contratto (salvo revoca).
In caso di proroga del contratto, anche tacita, l’opzione deve essere esercitata entro il termine di versamento dell’imposta di registro (cioè entro 30 giorni dal momento della proroga).
Se l’opzione non è stata esercitata (né in sede di registrazione del contratto, né con la proroga), è sempre possibile accedere al regime per le annualità successive.
In questo caso l’opzione va esercitata entro il termine previsto per il versamento dell’imposta di registro dovuta annualmente. In pratica entro 30 giorni dalla scadenza di ciascuna annualità.
Ecco le imposte dovute con il regime della cedolare secca:
Per i contratti di locazione a canone libero – Imposta sostitutiva del 21% sul 100% del canone;
Per i contratti di locazione a canone concordato e relativi alle abitazioni che si trovano nei Comuni ad alta tensione abitativa (individuati dal Cipe) o nei Comuni con carenze di disponibilità abitative – Imposta sostitutiva del 10% del canone.
Tassazione delle locazioni abitative: Irpef o cedolare secca?
Una volta analizzati i due diversi regimi di tassazione dei canoni di locazione relativi a contratti ad uso abitativo, è necessario individuare quello migliore per voi.
Già, ma come individuare il migliore?
L’unica strada da seguire è quella di fare una simulazione della tassazione che potete ottenere con entrambi i regimi.
Simulare la tassazione con cedolare secca è relativamente semplice. Si prende il canone annuo di locazione indicato nel contratto e si applica l’imposta del 21%. Non ci sono deduzioni o sconti.
Individuare, invece, la tassazione ordinaria è più complesso.
Questo sia perché si deve tenere conto delle imposte indirette dovute sul contratto: bollo e imposta di registro.
Sia perché deve essere effettuata una simulazione della dichiarazione dei redditi. Questo perché l’Irpef dovuta sui canoni di locazione varia in funzione del vostro reddito complessivo. Quindi, ad esempio, un soggetto che percepisce anche redditi da lavoro dipendente vedrà applicarsi sul contratto di locazione un aliquota Irpef marginale data dalla sommatoria dei redditi da lavoro e da locazione.
Aliquota che sarà certamente più alta rispetto a quella della cedolare secca.
L’unico caso in cui l’applicazione della tassazione ad Irpef risulta più conveniente rispetto a quello con cedolare secca si ha quando vi sono rilevanti oneri deducibili e detraibili da sfruttare in dichiarazione. Grazie a questi oneri, come ad esempio quelli legati alla spese di ristrutturazione o riqualificazione energetica dell’edificio, si può arrivare ad abbattere anche di molto la tassazione Irpef.
Per questo motivo effettuare la simulazione è fondamentale per determinare la migliore tassazione delle locazioni abitative.
Tassazione delle locazioni abitative: consulenza
Se hai letto questo articolo molto probabilmente ti starai chiedendo quale sia la forma migliore per assoggettare a tassazione i canoni di locazione che hai percepito.
Se non vuoi commettere errori e vuoi effettuare una simulazione per capire la miglior scelta da prendere, contattami!
Una volta scelto il regime fiscale per te più conveniente ti potremo assistere anche per quanto riguarda la presentazione della tua dichiarazione dei redditi.
Non aspettare, affidati alla mi consulenza compilando il form seguente per individuare la migliore tassazione delle locazioni abitative.
]]> 927	Interessi passivi: deducibilità nel limite del 30% del Rol https://www.fiscomania.com/2018/04/interessi-passivi-ires-deducibilita/ https://www.fiscomania.com/2018/04/interessi-passivi-ires-deducibilita/#respond Thu, 12 Apr 2018 07:28:24 +0000 http://fiscomania.wordpress.com/?p=580
Gli interessi passivi per i soggetti Ires sono deducibili nei limiti degli interessi attivi risultanti dal bilancio. La quota eccedente è deducibile nei limiti del 30% del Rol. Ai sensi dell’articolo 96 del DPR n. 917/86. Gli interessi passivi sono oneri finanziari che l’imprenditore o la società sostengono a fronte dell’ottenimento di una somma di …
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Gli interessi passivi per i soggetti Ires sono deducibili nei limiti degli interessi attivi risultanti dal bilancio. La quota eccedente è deducibile nei limiti del 30% del Rol. Ai sensi dell’articolo 96 del DPR n. 917/86.
Gli interessi passivi sono oneri finanziari che l’imprenditore o la società sostengono a fronte dell’ottenimento di una somma di capitale.
L’articolo 96 del DPR n. 917/86 fissa le regole relative alla deducibilità degli interessi passivi per le società di capitali soggette alla disciplina Ires.
Questo con esclusione di banche, imprese di assicurazione, società capogruppo di banche ed assicurazioni, società consortili di cui all’articolo 96 DPR n. 554/1999. Ma anche società di progetto, società costituite per realizzazione di interporti e società il cui capitale sia prevalentemente detenuto da enti pubblici. Società per le quali gli interessi passivi sono deducibili dalla base imponibile, ai fini Ires e Irap, nella misura del 96% del loro ammontare.
Tali regole sono molto importanti per determinare il corretto carico fiscale dei soggetti passivi Ires. Vediamo tali regole con maggiore dettaglio.
Criteri di deducibilità
La disciplina degli interessi passivi prevista dal DPR n. 917/86 indica:
La separazione del regime di deducibilità degli interessi passivi per i soggetti IRPEF da quello adottato per i soggetti IRES;
Un meccanismo per il calcolo degli interessi passivi deducibili per i soggetti IRES non esercenti attività finanziaria, nel limite del 30% del ROL;
Un regime specifico che limita al 96% la deduzione degli interessi passivi per le banche, le assicurazioni ed i soggetti finanziari.
In particolare, l’articolo 96 del DPR n. 917/86 stabilisce la deducibilità degli interessi passivi e gli oneri assimilati, diversi da quelli compresi nel costo dei beni. Si tratta degli interessi capitalizzati ai sensi del comma 1, lettera b) dell’articolo 110 del DPR n. 917/86
Gli interessi passivi, quindi, sono deducibili in ciascun periodo d’imposta fino a concorrenza degli interessi attivi e proventi assimilati.
L’eccedenza degli interessi passivi rispetto a quelli attivi è deducibile dal reddito dell’esercizio nel limite del 30% del risultato operativo lordo. Cosiddetto “ROL” della gestione caratteristica.
L’eventuale quota di interessi passivi che supera il limite suddetto resterà indeducibile nel periodo di imposta. Tuttavia, se nei periodi di imposta successivi, il ROL risulterà capiente, tali interessi potranno essere dedotti. Questa operazione comporta la formazione di imposte anticipate, come vedremo di seguito.
Al contrario, qualora la quota di ROL sia maggiore rispetto agli interessi passivi iscritti in bilancio, l’eccedenza di ROL può essere portata ad incremento del risultato operativo lordo dei successivi periodi d’imposta.
Secondo il principio di inerenza, tutti gli elementi di costo sono deducibili solo se hanno una correlazione diretta con l’attività dell’impresa.
La deducibilità è connessa alla riconducibilità dei beni alla sfera imprenditoriale. Essa è volta ad escludere tutto ciò che esula dalla stessa. Quali ad esempio le spese personali o comunque extra-imprenditoriali.
Per quanto riguarda i soggetti IRES, l’esclusione degli interessi passivi, prevista dall’articolo che detta le norme generali sul reddito di impresa, consentirebbe di escludere tali oneri dal vaglio dell’inerenza.
La disciplina degli interessi passivi per i soggetti IRES, quindi al contrario dai soggetti IRPEF, non pone alcuna menzione all’inerenza degli interessi passivi rispetto al reddito prodotto dagli stessi. Indicando semplicemente alcune limitazioni alla deducibilità che variano a seconda del soggetto che sostiene detti oneri.
La questione del principio di inerenza rappresenta un principio immanente nella disciplina del reddito d’impresa.
Appare, infatti, difficilmente sostenibile, nei confronti di contestazioni da parte dell’Amministrazione Finanziaria, basate su presunzioni gravi precise e concordanti, la deducibilità, da parte dei soggetti IRES, di interessi relativi a finanziamenti non finalizzati allo svolgimento di attività inerenti all’impresa. Ma connessi per esigenze personali o familiari dell’imprenditore, dei collaboratori dell’impresa familiare, dei soci e così via.
Interessi passivi validi per la deducibilità
Il comma 3, dell’articolo 96 del DPR n. 917/86 definisce quali sono gli interessi passivi validi ai fini della deducibilità.
Si tratta di tutti gli oneri finanziari derivanti da contratti di mutuo o da finanziamenti erogati da istituti di credito.
Si tratta di interessi collegati alla messa a disposizione di una provvista di danaro, titoli o altri beni fungibili per i quali sussiste l’obbligo di restituzione e in relazione ai quali è prevista una specifica remunerazione (Circolare n. 19/E/2009 Agenzia delle Entrate). Come ad esempio:
Gli sconti passivi su finanziamenti ottenuti da banche o da altre istituzioni finanziarie;
Le commissioni passive su finanziamenti e per fideiussioni o altre garanzie rilasciate da terzi;
Gli altri oneri da titoli di debito emessi, compresi i disaggi di emissione e i premi di rimborso; gli oneri sostenuti dal prestatario nelle operazioni di prestito titoli, ecc.
Interessi passivi non deducibili
Non devono essere computati gli interessi passivi commerciali (dilazioni di pagamento delle transazioni commerciali, in quanto interamente deducibili). E nemmeno gli interessi passivi che secondo la normativa civilistica sono stati capitalizzati nel costo dei beni strumentali.
Sono parimenti esclusi dal conteggio, per la ragione inversa, essendo totalmente indeducibili:
Gli interessi passivi inerenti costi addebitati da imprese aventi sede in Paesi Black List (articolo 96, comma 6 e articolo 110, comma 7 e 10 del DPR n. 917/86);
Gli interessi relativi a titoli obbligazionari emessi, quando i rendimenti afferenti eccedono i limiti previsti dall’articolo 3, comma 115, Legge n. 549/1995;
Gli interessi corrisposti dalle società cooperative sui finanziamenti dei soci quando i rendimenti eccedono i limiti previsti dall’articolo 1, comma 465, Legge n. 311/2003;
Gli interessi passivi di funzionamento (diversi da quelli di finanziamento) relativi all’acquisto di immobili diversi da quelli strumentali per l’esercizio dell’impresa, o alla cui produzione o scambio è diretta l’attività dell’impresa (articolo 96, comma 6 e articolo 90, comma 2 del DPR n. 917/86).
Interessi passivi relativi alle imposte
Sono deducibili dal reddito di impresa anche gli interessi passivi relativi ad imposte e tasse (ad esempio gli interessi per ritardo, omesso o insufficiente versamento delle imposte).
In merito, la sentenza della Cassazione 04/06/2007 n. 12990 ha considerato deducibili le somme corrisposte ai sensi del DPR n. 602/73 a titolo di interessi, quali gli interessi per prolungata rateazione, gli interessi sui versamenti diretti, omessi, ritardati o insufficienti su iscrizione a ruolo ex articolo 36-bis DPR n. 600/73.
Interessi passivi capitalizzati
Sono esclusi dalla disciplina degli interessi passivi gli interessi capitalizzati in quanto non costituiscono un componente negativo di reddito per l’impresa, ma sono compresi nel costo dei beni.
Sono capitalizzabili:
Per i beni materiali e immateriali strumentali per l’esercizio dell’impresa, gli interessi passivi iscritti in bilancio ad aumento del costo stesso per effetto di disposizioni di legge;
Per gli immobili alla cui produzione è diretta l’attività dell’impresa, si comprendono gli interessi passivi sui prestiti contratti per la loro costruzione o ristrutturazione.
L’Amministrazione Finanziaria ha chiarito che non rientrano nella disciplina gli interessi passivi imputati secondo corretti principi contabili ad incremento del costo delle rimanenze di beni o servizi oggetto dell’attività dell’impresa, diversi dagli immobili (Circolare n. 19/E/2009 Agenzia delle Entrate).
Per quanto riguarda gli immobili, gli interessi passivi si possono includere nelle rimanenze, sempre che gli interessi derivino da prestiti contratti per la loro costruzione o ristrutturazione.
Di conseguenza, dovrebbe essere ammessa ai fini fiscali anche la capitalizzazione degli interessi passivi sostenuti per l’acquisto:
Del terreno edificabile da parte delle imprese di costruzione;
Dell’immobile da ristrutturare da parte delle imprese di ristrutturazione.
Per quanto riguarda, invece, gli interessi passivi relativi all’acquisizione di immobili destinati alla successiva rivendita o locazione, l’Agenzia precisa che, in assenza di un’esplicita previsione normativa, trova applicazione la regola generale.
Regola secondo la quale non si comprendono nel costo dei beni gli interessi passivi.
Deduzione degli interessi passivi delle società industriali e commerciali
Gli interessi passivi e gli oneri assimilati diversi da quelli capitalizzati sono deducibili in ciascun periodo d’imposta:
Sino a concorrenza degli interessi attivi e dei proventi assimilati;
Per l’eventuale eccedenza, nel limite del 30% del risultato operativo lordo della gestione caratteristica (ROL).
La norma pone pertanto due “steps” da seguire per determinare la parte di interessi passivi deducibili:
Si confrontano con gli interessi attivi della società, e sino a concorrenza degli stessi sono interamente deducibili (plafond deducibilità integrale interessi passivi);
L’eccedenza si confronta con il 30% del ROL, rinviando la deduzione per la parte eccedente il limite sopra citato negli esercizi successivi.
La norma detta le regole per calcolare gli interessi attivi e gli oneri assimilati che il ROL.
Nel procedimento di determinazione degli interessi deducibili occorre quindi in via prioritaria confrontare:
l’ammontare degli interessi passivi con
quelli degli interessi attivi.
Se il primo dato non eccede il secondo, non vi sono limiti alla deducibilità.
La determinazione del ROL
Il Risultato Operativo Lordo (c.d. “Rol“), ai sensi del secondo comma dell’articolo 96 del DPR n. 917/86, è la differenza tra:
il Valore della Produzione ( A ) e
i Costi della Produzione ( B )
del bilancio redatto in base ai principi contabili nazionali (articolo 2425 del c.c.).
A tale valore devono essere aggiunti gli ammortamenti delle immobilizzazioni materiali ed immateriali (voci B10a e B10b). Ed i canoni di leasing relativi a beni strumentali (voce B8). Compresi gli interessi passivi derivanti da contratti di leasing.
Semplificando, per individuare correttamente il risultato operativo lordo, si utilizzerà la seguente formula:
ROL = (A – B) + (B10a+B10b) + B8 + interessi passivi sul leasing.
Interessi passivi e imposte anticipate
Ai sensi del comma 4, dell’articolo 96 del DPR n. 917/86, gli interessi passivi e gli oneri assimilati non dedotti in un periodo d’imposta. In quanto di ammontare superiore al limite del 30% del ROL. Possono essere portati in deduzione negli esercizi successivi se capienti.
Fiscalmente il riporto in avanti degli interessi passivi, comporta per l’esercizio in cui sono maturati una variazione in aumento del reddito imponibile per la loro indeducibilità. Indeducibilità che verrà scomputata nell’esercizio nel quale troveranno capienza nel ROL.
Questa situazione, nella quale sopravviene una differenza temporanea del reddito d’imposta costituisce il presupposto per l’iscrizione in bilancio di imposte anticipate.
L’iscrizione di imposte anticipate avviene per riportare a competenza le maggiori imposte correnti pagate dalla società nell’esercizio di maturazione degli interessi indeducibili.
Il credito per imposte anticipate verrà scomputato poi nell’esercizio di deduzione degli interessi passivi in oggetto.
Interessi da banche, assicurazioni e altre società finanziarie
Le rendite passive sostenuti da banche, assicurazioni e altre società finanziarie sono deducibili per il 96% del loro ammontare.
I soggetti indicati nell’articolo 1 del DLgs. 27.1.92 n. 87, con l’eccezione delle società che esercitano in via prevalente o esclusiva l’attività di assunzione di partecipazioni in società esercenti attività diversa da quella creditizia o finanziaria, e quindi:
le banche;
le società di gestione dei fondi comuni di investimento;
le società finanziarie capogruppo dei gruppi bancari;
le SIM;
gli intermediari finanziari iscritti negli elenchi, generale e speciale, di cui al Titolo V del TUB (es. SGR, SICAV);
le banche e gli istituti di emissione di moneta elettronica;
le società esercenti altre attività finanziarie indicate nell’art. 59 co. 1 lett. b) del TUB;
le imprese di assicurazione;
le società capogruppo di gruppi bancari e assicurativi.
Pertanto, all’interno del rigo RF15 del modello Redditi SC è necessario procedere ad una variazione in aumento. Variazione pari al 4% degli interessi sostenuti da tali soggetti.
A differenza di quanto avviene in caso di applicazione della limitazione alla deducibilità connessa al ROL. La quota di rendita indeducibile non viene riportata in avanti negli esercizi successivi.
Perdite pregresse, interessi passivi indeducibili e eccedenza di ROL
In presenza di perdite pregresse riportate, queste si rendono compensabili con l’imponibile formato anche a seguito della non deduzione di interessi passivi.
Sempreché detta indeducibilità sia causata dalla mancanza di interessi attivi e di ROL d’esercizio (o di ROL riportato).
In questo caso, resta fermo il riporto in avanti degli interessi indeducibili che hanno incrementato l’imponibile e hanno dato luogo alla compensazione delle perdite.
Se, viceversa, gli interessi sono deducibili per la presenza di interessi attivi e ROL (d’esercizio o di riporto). Tali interessi devono dedursi in ossequio al principio di competenza.
Allo stesso modo le perdite pregresse non possono essere utilizzate per abbattere l’imponibile di periodo in luogo degli interessi medesimi.
Nel caso in cui l’impresa si trovi a gestire contemporaneamente, in un determinato esercizio, il riporto di perdite e il riporto di interessi passivi:
Laddove in tale esercizio non ci siano interessi attivi o ROL utilizzabili, gli interessi passivi riportati da precedenti esercizi non possono essere dedotti. Ma continuano ad essere oggetto di riporto. Di conseguenza, se nell’esercizio stesso si manifesta un reddito positivo. Questo deve essere compensato con le perdite pregresse;
Se nell’esercizio in oggetto si sia generato un ROL (e/o vi siano interessi attivi). L’impresa dovrà operare la deduzione degli interessi passivi riportati (oltre quelli di esercizio). Fino a capienza degli interessi attivi e del ROL.
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Le spese di rappresentanza sostenute con finalità promozionali o di pubbliche relazioni sono deducibili dal reddito di impresa. La deduzione avviene con un sistema regressivo per scaglioni sulla base dei ricavi conseguiti. Detraibilità Iva delle spese di rappresentanza con importo unitario inferiore a 50 euro. Che cosa sono le spese di rappresentanza? Quando le spese …
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Le spese di rappresentanza sostenute con finalità promozionali o di pubbliche relazioni sono deducibili dal reddito di impresa. La deduzione avviene con un sistema regressivo per scaglioni sulla base dei ricavi conseguiti. Detraibilità Iva delle spese di rappresentanza con importo unitario inferiore a 50 euro.
Che cosa sono le spese di rappresentanza? Quando le spese di rappresentanza sono deducibili dal reddito di impresa? Quali criteri per la detrazione Iva delle spese di rappresentanza?
Se anche tu ti sei posto una di queste domande in questo contributo troverai la risposta che stai cercando.
Il D.Lgs. n. 147/2015, ha modificato in maniera significativa la precedente norma del reddito di impresa, riformulando il secondo è il terzo periodo del secondo comma dell’articolo 108 del DPr n 917/86.
Articolo che nella sua formulazione attuale prevede che:
“Le spese di rappresentanza sono deducibili nel periodo di imposta di sostenimento se rispondenti ai requisiti di inerenza con decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze, anche in funzione della natura e della destinazione delle Stesse. Le spese del periodo precedente sono commisurate all’ammontare dei ricavi e proventi della gestione caratteristica dell’impresa risultanti dalla dichiarazione dei redditi relativa allo stesso periodo in misura pari: a) all’1,5 per cento dei ricavi e altri proventi fino a euro 10 milioni; dallo 0,6 per cento dei ricavi e altri proventi per la parte eccedente euro 10 milioni e fino a 50 milioni; c) allo 0,4 per cento dei ricavi e altri proventi per la parte eccedente euro 50 milioni”
Vediamo, quindi, con maggiore dettaglio la detraibilità Iva e la deducibilità ai fini delle imposte sui redditi delle spese di rappresentanza.
I soggetti interessati alla normativa sulle spese di rappresentanza sono i titolari di reddito di impresa e di lavoro autonomo.
Per questi ultimi, la Circolare n. 34/E/2009, cap. 1, ricorda che il D.M. 19/11/2008 si applica anche ai fini della determinazione del lavoro autonomo, tranne che per i limiti di applicazione.
Per quanto concerne, invece, i contribuenti minimi, la Circolare n. 34/E/2009, cap. 9, stabilisce che, sulla base dei principi asseriti dalla precedente C.M. 28/01/2008, n. 7/E, le spese di rappresentanza sono deducibili nelle misure forfetarie stabilite dal comma 2, D.M. 19/11/2008.
La medesima circolare ribadisce quanto affermato dalla C.M. 7/2008 e, che considera integralmente deducibili i costi effettivamente sostenuti per omaggi di valore unitario inferiore a €. 50, nonché le spese per vitto e alloggio.
L’individuazione delle spese di rappresentanza
Il Decreto 19/11/2008 considera spese di rappresentanza inerenti, sempreché effettivamente sostenute e documentate, le spese per erogazione di beni e servizi:
Con finalità promozionali o di pubbliche relazioni;
Ragionevoli in funzione dell’obiettivo di generare, anche potenzialmente, benefici economici per l’impresa;
Coerenti con pratiche commerciali di settore.
Sono costi che mirano ad accrescere il prestigio e l’immagine dell’impresa. E, quindi, indirettamente creano una mera aspettativa di maggiori vendite, essendo tese a potenziarne le possibilità di sviluppo.
Pertanto l’elemento fondamentale, posto alla base della definizione legislativa, è la gratuità, ovvero l’assenza di un corrispettivo o di una controprestazione in capo ai destinatari che fruiscono dei beni e dei servizi erogati.
Altro elemento dell’inerenza sono le finalità promozionali o di pubbliche relazioni.
Ne consegue pertanto che occorre promuovere, divulgare al mercato dei clienti o potenziali clienti, le attività, i beni o i servizi prodotti dall’impresa.
Costituiscono in particolare spese di rappresentanza (d.m. 19 novembre 2008):
Quelle sostenute per viaggi turistici, nell’ambito dei quali si svolgono attività promozionali dei prodotti dell’impresa;
Quelle sostenute per feste e intrattenimenti organizzati in occasione di particolari ricorrenze della vita dell’impresa o di festività, nazionali o religiose;
Le spese sostenute per banchetti e intrattenimenti in occasione dell’apertura di nuovi uffici dell’impresa;
Quelle sostenute per feste e altri eventi conviviali in dipendenza di fiere e simili sostenute per l’impresa;
Quelle sostenute per servizi e beni distribuiti gratuitamente durante convegni, seminari e simili.
L’elencazione del DM riveste carattere meramente esemplificativo. E’ quindi qualificabile come spesa di rappresentanza ogni ulteriore onere in possesso delle caratteristiche esaminate in precedenza.
In presenza di un corrispettivo o di prestazioni di natura sinallagmatica non si verterà in tema di spese di rappresentanza, ma di spese di pubblicità, che la Circolare 34/2009 definisce come:
“caratterizzate dalla circostanza che il loro sostenimento è frutto di un contratto a prestazioni corrispettive, la cui causa va ricercata nell’obbligo della controparte di pubblicizzare/propagandare – a fronte della percezione di un corrispettivo – il marchio e/o il prodotto dell’impresa al fine di stimolare la domanda”
L’ammontare delle spese deducibili
L’ammontare delle spese di rappresentanza deducibili è commisurato ai ricavi e proventi della gestione caratteristica “risultanti dalla dichiarazione dei redditi relativa allo stesso periodo“.
A tal proposito, i componenti positivi rilevanti per le società industriali e commerciali sono quelli iscritti alla voce A1 e A5.
Mentre le società holding potranno considerare a tali fini anche i proventi finanziari iscritti nelle voci C15 e C16 del conto economico.
Le spese di rappresentanza, a partire dal primo gennaio 2016, sono deducibili dal reddito imponibile secondo un sistema regressivo per scaglioni così riassumibile:
Ricavi dell’impresa da 0 a €. 10.000.000: spese di rappresentanza deducibili del 1,5%;
Ricavi dell’impresa da €. 10.000.001 a €. 50.000.000: spese di rappresentanza deducibili del 0,6%;
Ricavi dell’impresa da €. 50.000.001 in poi: spese di rappresentanza deducibili del 0,4%.
Per quanto riguarda i professionisti le spese di rappresentanza (es. spese per omaggi a clienti, spese per viaggi turistici per attività promozionali, spese per feste o ricevimenti, inaugurazioni, mostre e fiere etc): sono deducibili se sono inerenti all’attività svolta e nel limite del 2% dei compensi percepiti.
La quota delle spese di rappresentanza eccedente il plafond di deducibilità dovrà essere tassata nella dichiarazione dei redditi in via definitiva. Senza alcuna possibilità di riporto in avanti dell’eccedenza nei periodi di imposta successivi.
Analogamente, nel caso opposto, un’eventuale eccedenza del plafond di deducibilità rispetto alle spese di rappresentanza effettivamente sostenute nell’esercizio, non potrà essere riportata ad incremento del plafond di deducibilità degli esercizi successivi.
Le spese di vitto e alloggio
Sono considerate spese di rappresentanza anche le spese sostenute per prestazioni alberghiere, per somministrazioni di alimenti e bevande, le spese di ospitalità per i clienti. Purché abbiano la caratteristica di ”pubbliche relazioni” (sono soggetti agli stessi obblighi documentali). Tuttavia, a differenza delle altre tipologie di spesa, la loro deducibilità fiscale è limitata al 75%, si sensi del comma 5 dell’articolo 109 del DPR n 917/86.
Sono escluse da tale limitazione solo le spese di vitto ed alloggio sostenute da dipendenti e collaboratori in occasioni di trasferte al di fuori del territorio comunale di lavoro.
Pertanto, in via generale tale limitazione di deducibilità dovrà essere coordinata con la regolamentazione del D.M. 19/11/2008.
Secondo l’interpretazione recata dall’Agenzia delle Entrate con la Circolare n. 53/E/2008, il limite di deducibilità del 75% opera congiuntamente ed in via prioritaria rispetto alla verifica di capienza disposta dal decreto.
Pertanto una volta considerato indeducibile il 25% delle spese sostenute, il residuo 75% concorrerà con le altre spese di rappresentanza alla verifica di deducibilità. Nei limiti del plafond commisurato ai ricavi e proventi caratteristici.
In altri termini, le spese di vitto e alloggio qualificabili come spese di rappresentanza devono essere assoggettate:
In via preliminare, al limite di deducibilità del 75% (art. 109 co. 5 del TUIR);
Successivamente, al limite previsto per le spese di rappresentanza (art. 108 co. 2 del TUIR), ai sensi del quale l’importo delle predette spese (già ridotto al 75%) deve essere sommato all’importo delle “altre” spese di rappresentanza. L’ammontare così ottenuto è deducibile entro il limite del plafond.
La disciplina Iva delle spese di rappresentanza
La disciplina Iva delle spese di rappresentanza prevede che sono detraibili le spese di vitto e alloggio per ospitare clienti per mostre fiere ed eventi simili. Ed anche le spese di vitto e alloggio per le trasferte dei propri dipendenti e/o collaboratori.
Per quanto riguarda la detraibilità dell’ Iva, il DPR n. 633/1972 all’articolo 19-bis1 lettera h afferma che:
“non è ammessa la detrazione dell’IVA relativa alle spese di rappresentanza, tranne quelle sostenute per l’acquisto di beni di costo unitario non superiore a €. 50”
Quindi, riepilogando costi detraibili ed Iva detraibile al 100% fino ad €. 50,00, al di sopra di tale importo Iva completamente indetraibile.
La disciplina Irap delle spese di rappresentanza
Dal 2008 i soggetti aventi l’esercizio coincidente con l’anno solare, che determinano la base imponibile Irap in base alle risultanze di bilancio. Assumendo i componenti positivi e negativi come risultanti dal conto economico. Senza apportare le variazioni in aumento e in diminuzione previste per le imposte sui redditi.
Ne consegue che, essendo le spese di rappresentanza classificate fra i costi della produzione in voci rilevanti ai fini del computo della base imponibile, esse siano integralmente deducibili per l’Irap. Senza soggiacere ai requisiti e alle limitazioni poste dal decreto per le imposte dirette.
]]> https://www.fiscomania.com/2018/04/spese-di-rappresentanza-deducibilita/feed/ 0 3465	Redditi esenti da non inserire in dichiarazione: la guida https://www.fiscomania.com/2018/04/redditi-esenti-non-dichiarazione-redditi/ https://www.fiscomania.com/2018/04/redditi-esenti-non-dichiarazione-redditi/#comments Tue, 10 Apr 2018 07:45:00 +0000 https://www.fiscomania.com/?p=13916
Quali sono i redditi esenti da imposizione Irpef? Quali redditi possono essere esclusi dalla dichiarazione nel modello Redditi Persone Fisiche o nel modello 730? Vediamo quali sono le tipologie di reddito che non devono essere indicate in dichiarazione dei redditi. La dichiarazione dei redditi, attraverso il modello 730 o il modello Redditi Persone Fisiche, è …
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Quali sono i redditi esenti da imposizione Irpef? Quali redditi possono essere esclusi dalla dichiarazione nel modello Redditi Persone Fisiche o nel modello 730? Vediamo quali sono le tipologie di reddito che non devono essere indicate in dichiarazione dei redditi.
La dichiarazione dei redditi, attraverso il modello 730 o il modello Redditi Persone Fisiche, è lo strumento che permette al contribuente di indicare all’Amministrazione finanziaria quali sono stati i suoi redditi percepiti durante il periodo di imposta e quali sono le relative imposte da pagare.
Questa regola generale, ovvero quella di dichiarare tutti i redditi percepiti, disciplinata dall’articolo 3 del DPR n. 917/86, ha delle particolari eccezioni, che andremo di seguito ad affrontare.
Nella nostra disciplina fiscale, infatti, vi sono particolari tipologie di reddito che per vari motivi (tassazione alla fonte, o esenzione da imposta), non devono essere indicati dal contribuente nella propria dichiarazione dei redditi.
In questo contributo andremo ad analizzare con maggiore dettaglio quali sono queste particolari tipologie di redditi esenti, quindi da escludere dalla dichiarazione dei redditi, che non devono essere indicate nel modello 730 o nel modello Redditi da parte dei contribuenti.
Redditi esenti Irpef: le principali casistiche
La disciplina del lavoro autonomo occasionale è stata oggetto di rivisitazione dal parte del jobs act, che ha modellato alcune caratteristiche di particolare disciplina.
Attualmente è ancora possibile effettuare prestazioni di lavoro autonomo occasionale, relativamente a prestazioni di servizi, secondo quanto disposto dall’articolo 2222 del Codice civile. Tali compensi percepiti, devono essere soggetti a tassazione Irpef, nella categoria dei redditi diversi (di cui all’articolo 67, lettera l), del DPR n. 917/86).
Possiamo definire lavoratore autonomo occasionale il soggetto che si obbliga a compiere un’opera o un servizio, in maniera del tutto occasionale, senza i requisiti della professionalità e della prevalenza, con lavoro prevalentemente proprio. Senza vincolo di subordinazione e senza alcun coordinamento con il committente (Circolare Inps n. 103/2004, paragrafo 4).
I redditi così percepiti devono essere dichiarati nel quadro RL del modello Redditi PF. Oppure nel quadro D del modello 730. In entrambi i casi deve essere recuperata la ritenuta d’acconto del 20% applicata dal sostituto d’imposta. Ritenuta da versare con modello F24 con codice tributo 1040.
Fattispecie di esenzione
Per questa particolare tipologia di reddito vi è un caso in cui il contribuente non è soggetto a tassazione.
In particolare, si tratta della fattispecie in cui il contribuente ha percepito durante l’anno compensi per lavoro autonomo occasionale inferiori alla soglia di €. 4.800.
In questo caso, soltanto qualora non si siano percepiti nell’anno altri redditi, il contribuente non è tenuto a dichiarare nel modello Redditi o nel modello 730 tali importi ricevuti.
Qualora, invece, si siano percepiti anche altri redditi nell’anno anche i compensi derivanti dal lavoro autonomo occasionale, per qualsiasi importo, devono essere inseriti in dichiarazione dei redditi. In quanto gli stessi concorreranno alla formazione del reddito imponibile Irpef.
Per completezza precisiamo che, nel caso in cui si rientri nella fattispecie di incassi per lavoro autonomo occasionale inferiori ai €. 4.800 annui, da parte di soggetti che assumono la funzione di sostituto di imposta.
Soggetti che quindi hanno applicato la ritenuta di acconto, anche se il compenso percepito non è soggetto a tassazione, può essere opportuno presentare la dichiarazione dei redditi per recuperare la ritenute subita.
Per quanto riguarda poi la gestione previdenziale, l’iscrizione alla gestione separata Inps è obbligatoria se il reddito annuo derivante da dette attività è superiore a €. 5.000. Così come previsto dal D.L. n 269/2003, articolo 44, comma 2, e l’obbligo contributivo riguarda esclusivamente la quota di reddito eccedente.
Per le prestazioni occasionali, non vi sono limiti che fanno scattare l’obbligo di apertura della partita Iva, la quale è obbligatoria se l’attività ha i caratteri di sistematicità e continuità. Aspetti che concretizzano i requisiti dell’abitualità, ancorché non esclusiva (Risoluzione n. 18/E/2006).
Per approfondire: Le prestazioni di lavoro autonomo occasionale
Retribuzioni non percepite
Non devono essere dichiarate nel modello Redditi o nel modello 730 le retribuzioni non percepite, neanche se presenti nel modello di Certificazione unica. Né le indennità di preavviso e le somme incassate per il patto di non concorrenza.
Queste tipologie di reddito, infatti, sono redditi esenti da imposizione Irpef, e quindi da escludere dalla dichiarazione dei redditi.
Anche se il dipendente o l’amministratore di società hanno ricevuto nel periodo di imposta una certificazione unica con indicato l’importo della retribuzione annuale contrattualmente pattuita o del compenso deliberato, questi non devono essere dichiarati nel modello Redditi o nel modello 730, nel caso in cui non siano stati percepiti entro il 12 gennaio dell’anno successivo a quello oggetto di dichiarazione.
Questo è quanto precisato dagli articoli 50, comma 1, lettera c-bis, e 51, comma 1, DPR n. 917/86, e dalla Circolare n. 23/E/1997.
Questo principio di cassa vale anche nel caso in cui siano già state pagate erroneamente le ritenute d’acconto (Cassazione 12 febbraio 2010, n. 15).
Successivamente, quando le retribuzioni verranno pagate, saranno assoggettate alla tassazione ordinaria, se il mancato pagamento iniziale era dipeso dalla volontà del datore di lavoro.
Altrimenti, ad esempio, in caso di accertata situazione di grave dissesto finanziario dell’azienda (Circolare n. 23/E/1997) o di una procedura concorsuale, beneficeranno della cosiddetta tassazione separata e non dovranno essere dichiarate nel modello Redditi o nel 730.
Il trattamento di fine rapporto è una delle fattispecie di redditi esenti da tassazione Irpef.
Sono assoggettati alla tassazione separata e non a quella ordinaria dell’Irpef progressiva anche gli importi percepiti a titolo di trattamento di fine rapporto (TFR).
Lo stesso vale per tutte le altre indennità e somme percepite una tantum a seguito della cessazione dei rapporti di lavoro dipendente.
Come le indennità di preavviso, le somme attribuite per un patto di non concorrenza, a seguito di provvedimenti dell’autorità giudiziaria o di transazioni relativi alla risoluzione del rapporto di lavoro. Articolo 17, comma 1, lettera a, del DPR n 917/86.
Tutti questi importi, quindi, non devono essere indicati nel modello Redditi o nel modello 730. Questo in quanto la tassazione separata viene già comunicata all’Agenzia da parte del datore di lavoro, tramite il modello Certificazione unica.
Il datore deve applicare nel cedolino la ritenuta Irpef con le regole dell’articolo 23, comma 2, DPR n. 600/1973 e l’Agenzia delle Entrate provvederà a riliquidare questi redditi. Chiedendo all’Agente della riscossione di inviare una comunicazione.
Comunicazione presentata mediante raccomandata con avviso di ricevimento, con i calcoli del conguaglio.
L’omissione di questa comunicazione determina la:
“nullità del provvedimento di iscrizione a ruolo, indipendentemente dalla ricorrenza o meno di incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione“
(Cassazione n. 12927/2016 e n. 11000/2014).
L’esclusione dalla tassazione Irpef non vale nei casi in cui il dipendente del settore privato, con un rapporto di lavoro in essere da almeno 6 mesi, abbia chiesto al datore di lavoro l’erogazione mensile, dal 1° marzo 2015 al 30 giugno 2018, della quota di TFR maturato, direttamente nelle buste paga, come parte integrante della retribuzione.
Nei due casi descritti, infatti, la tassazione è ordinaria e non separata, quindi, l’importo maturato e pagato viene tassato a Irpef assieme allo stipendio dal datore di lavoro.
Per le anticipazioni del TFR già accantonato, invece, si ritorna alla regola classica del TFR che è la tassazione separata.
Per approfondire: Trattamento di fine rapporto: disciplina giuridica
Altra tipologia di redditi esclusi da imposizione Irpef è quella legata a particolari borse di studio percepite dal contribuente.
Le somme incassate a titolo di borsa di studio o di assegno, premio o sussidio per fini di studio o di addestramento professionale, in generale, devono essere tassate come redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente.
Quindi, esse devono essere indicate nella certificazione unica ricevuta dal contribuente e devono essere indicati nel quadro C del modello 730 o nel quadro RC del modello Redditi.
Borse di studio esenti
Tuttavia, ai sensi dell’articolo 4, Legge n. 476/1984, vi sono alcune borse di studio esenti da Irpef, come ad esempio:
Le borse di studio corrisposte dalle Regioni a statuto ordinario, in base al D. Lgs n. 68/2012. Borse corrisposte a studenti universitari e quelle corrisposte dalle Regioni a statuto speciale. Ed anche dalle Province autonome di Trento e Bolzano allo stesso titolo;
Le borse di studio corrisposte dalle università e dagli istituti di istruzione universitaria e dalla Provincia autonoma di Bolzano in base alla Legge n 398/89. Per la frequenza dei corsi di perfezionamento e delle scuole di specializzazione, per i corsi di dottorato di ricerca, per l’attività di ricerca post-dottorato e per i corsi di perfezionamento all’estero;
Le borse di studio bandite dal 1 gennaio 2000 nell’ambito del programma “Socrates”. Istituito con decisione n. 819/95/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 14 marzo 1995. Come modificata dalla decisione n. 576/98/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio. Nonché le somme aggiuntive corrisposte dall’università, a condizione che l’importo complessivo annuo non sia superiore a €. 7.746,85;
Le borse di studio corrisposte ai sensi del D.Lgs. n. 257/1991 per la frequenza delle scuole universitarie di specializzazione delle facoltà di medicina e chirurgia;
Le borse di studio a vittime del terrorismo e della criminalità organizzata nonché agli orfani ed ai figli di quest’ultimi;
Per l’intera durata del programma “Erasmus +”, le borse di studio per la mobilità internazionale erogate a favore degli studenti delle università e delle istituzioni di alta formazione artistica, musicale e coreutica. Ai sensi dell’articolo 6, comma 1, e dell’articolo 7, comma 1, lettera a), del regolamento UE n. 1288/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 dicembre 2013.
Redditi da associazione sportiva dilettantistica
I redditi derivanti da associazione sportiva dilettantistica (punti i-4-6-7 della Certificazione Unica dei lavoratori autonomi), in alcuni casi sono considerati redditi esenti da Irpef.
In questo caso, quindi non devono essere indicati nella dichiarazione dei redditi.
L’articolo 37 della Legge n 342/2000 prevede, infatti, per tale tipologia reddituale che:
I primi €. 10.000, complessivamente percepiti nel periodo d’imposta non concorrono alla formazione del reddito. Se trattasi dell’unico importo percepito per tale tipologia di reddito non va indicato in dichiarazione;
Sugli ulteriori €. 20.658,28, è operata una ritenuta a titolo di imposta (con aliquota del 23%);
Sulle somme eccedenti, è operata una ritenuta a titolo d’acconto (con aliquota del 23%).
In pratica, chi ha percepito questa tipologia di reddito è tenuto ad indicare in dichiarazione dei redditi soltanto le somme eccedenti la soglia di €. 20.658,28.
Le somme fino a quella cifra, infatti, o non concorrono alla formazione del reddito. Oppure, sono coperte da ritenuta a titolo di imposta.
La parte dell’imponibile assoggettata a ritenuta a titolo d’imposta concorre alla formazione del reddito complessivo ai soli fini della determinazione delle aliquote per scaglioni di reddito.
Pensioni esenti Irpef
Devono essere considerati redditi esenti Irpef, anche alcune particolari tipologie di redditi da pensione, che di seguito vi andiamo a riepilogare.
Tali tipologie reddituali non devono essere indicate in dichiarazione:
Le pensioni corrisposte ai cittadini italiani divenuti invalidi e ai congiunti di cittadini italiani deceduti. A seguito di scoppio di armi e ordigni esplosivi lasciati incustoditi o abbandonati dalle Forze armate in tempo di pace in occasione di esercitazioni combinate o isolate;
Le pensioni corrisposte ai cittadini italiani, agli stranieri e agli apolidi divenuti invalidi nell’adempimento del loro dovere o a seguito di atti terroristici o di criminalità organizzata. Ed il trattamento speciale di reversibilità corrisposto ai superstiti delle vittime del dovere, del terrorismo o della criminalità organizzata;
Inoltre, le pensioni tabellari spettanti per menomazioni subite durante il servizio di leva prestato in qualità di allievo ufficiale e/o di ufficiale di complemento nonché di sottufficiali (militari di leva promossi sergenti nella fase terminale del servizio);
Infine, le pensioni tabellari corrisposte ai Carabinieri ausiliari (militari di leva presso l’Arma dei Carabinieri) e a coloro che assolvono il servizio di leva nella Polizia di Stato, nel corpo della Guardia di Finanza, nel corpo dei Vigili del Fuoco e ai militari volontari. Sempreché la menomazione che ha dato luogo alla pensione sia stata contratta durante e in dipendenza del servizio di leva o del periodo corrispondente al servizio di leva obbligatorio.
Altri redditi esenti
Oltre alle fattispecie sopra descritte sono da considerare redditi esenti Irpef e quindi da non inserire nella dichiarazione dei redditi anche le seguenti tipologie reddituali:
La maggiorazione sociale dei trattamenti pensionistici prevista dall’articolo 1 della Legge n. 544/1988;
L’indennità di mobilità di cui all’articolo 7, comma 5, della Legge n. 223/1991, per la parte reinvestita nella costituzione di società cooperative;
L’assegno di maternità, previsto dalla Legge n. 448/1998, per la donna non lavoratrice;
Gli assegni per la collaborazione ad attività di ricerca conferiti dalle università, dagli osservatori astronomici, astrofisici e vesuviano, dagli enti pubblici e dalle istituzioni di ricerca. Di cui all’articolo 8 del D.P.C.M., n. 593/1993, e successive modificazioni e integrazioni, dall’Enea e dall’ASI.
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References: art. 167
 art. 167
 articolo 51
 Articolo 38
 art. 41
 art. 50
 articolo 110
 articolo 90
 sentenza 
 articolo 36
 articolo 44
 Articolo 17