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Timestamp: 2018-08-16 20:02:27+00:00

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Mercoledì 27 Ottobre 2010 11:09	Luciano Miranda
Il Tribunale di Marsala, con l'ordinanza che segue, ha “risolto” la questione sull’improcedibilità delle opposizioni a decreto ingiuntivo ricollegandosi all’art.153 cpc - Improrogabilità dei termini perentori (Tribunale di Marsala - ordinanza 20 ottobre 2010).
Il predetto articolo così recita: “ I. I termini perentori non possono essere abbreviati o prorogati, nemmeno sull'accordo delle parti. II. La parte che dimostra di essere incorsa in decadenze per causa ad essa non imputabile può chiedere al giudice di essere rimessa in termini. Il giudice provvede a norma dell’articolo 294, secondo e terzo comma."
Originariamente l’art.153 era composto da un unico comma, il primo. Poi, nel corso degli anni e delle successive modifiche, è stato aggiunto il secondo comma.
Alla luce di quanto innanzi sembrerebbe tutto risolto e pacifico.
Però il Tribunale di Marsala, nel rifarsi al predetto articolo (e sicuramente al secondo comma dello stesso, aggiunto successivamente dall’art.45, comma 19, della legge n.69 del 18/06/2009), ha “dimenticato” che il secondo comma si applica solo ed esclusivamente ai giudizi instaurati dopo il 4 luglio 2009, ai sensi dell’art.58 della predetta legge di modifica.
Quindi, pur volendo prendere in considerazione l’ordinanza del Tribunale di Marsala, non viene risolta interamente la questione relativa all’improcedibilità dei giudizi di opposizione sorti precedentemente all’entrata in vigore della modifica dell’art.153 cpc (04/07/2009).
Si continua a “brancolare nel buio”.
Addirittura il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, con sentenza n.625 del 20/10/10, riterrebbe giusto operare una sorta di “sanatoria” e cioè che “la parte incorsa in errore, in luogo della rimessione in termini (con regressione del giudizio non priva di conseguenze), deve essere considerata come aver agito correttamente in virtù di tutte le motivazioni già esaminate (cd overruling o tempus regit actum)”.
Lo scrivente si è già espresso sull'argomento (la cui consultazione è possibile su questo sito) per cui evita inutili ripetizioni.
Ordinanza 20 ottobre 2010
Considerato che, come già rilevato da altro giudice di merito (Tribunale di Torino,Ordinanza 11 ottobre 2010 e Tribunale di Varese Sentenza, 8 ottobre 2010), “ tale interpretazione ha mutato il precedente indirizzo interpretativo della stessa Corte di Cassazione, secondo cui il termine di costituzione dell’opponente era ridotto alla metà solo quando costui si fosse avvalso della facoltà di indicare un termine di comparizione inferiore a quello ordinario (come spiegato nella stessa sentenza 19246/2010 citata, nella quale è riportato tale costante orientamento, da Cass. 12.10.1955 n. 3053 fino a Cass. 3355/1987, id. 2460/1995, 3316 e 12044/1998, 18942/2006)”.
Rilevato che l’opponente non ha assegnato alla opposta un termine a comparire inferiore a quello minimo, avendo notificato l’atto di citazione il 28.4.2010 ed indicato la prima udienza al 18.10.2010, con la conseguenza che la sua costituzione, secondo detto precedente e consolidato orientamento interpretativo, risultava tempestiva.
Ritenuto che si debba aderire alla ricostruzione evidenziata della giurisprudenza di merito sinora pronunziatasi (ancora Tribunale di Torino,Ordinanza 11 ottobre 2010 e Tribunale di Varese Sentenza, 8 ottobre 2010),secondo la quale, alla luce del principio costituzionale del giusto processo (art. 111 Cost.) ed dei principi inferibili dalla CEDU (ed in particolare dall’art.6), non sembra che l’errore della parte che abbia fatto affidamento su una consolidata (al tempo della proposizione della opposizione e della costituzione in giudizio) giurisprudenza di legittimità sulle norme regolatrici del processo, successivamente travolta da un mutamento di orientamento interpretativo, possa avere rilevanza preclusiva, dovendosi mantenere inalterate, a giudizio in corso, le c.d. regole del gioco;
Osservato che tuttavia, come correttamente considerato da parte di tale giurisprudenza (in particolare Tribunale di Varese Sentenza, 8 ottobre 2010) l’applicazione di tali coordinate costituzionali ed internazionali pongono il problema dell’identificazione all’interno del nostro ordinamento giuridico di uno strumento tipico, atto a soddisfare tali esigenze di giustizia sostanziale;
Ritenuto che tuttavia tale strumento non possa essere identificato nell’applicazione combinata dei principi dell’irretroattività del diritto vivente (c.d. overruling) e del c.d. “tempus regit actum”;
Ritenuto che infatti il principio di irretroattività del diritto vivente (c.d. overruling), tipico degli ordinamenti di Common Law, postula il carattere costitutivo e vincolante delle pronunzia delle Corti Superiori (c.d. principio dello “stare decisis verticale”), invero non operante nel nostro ordinamento, ove ogni giudice è libero di interpretare secondo la propria discrezionalità la disposizione di legge, anche discostandosi (pur motivatamente) dalle posizioni della Suprema Corte;
ritenuto che pertanto la violazione dei termini di costituzione da parte dell’opponente non potrà mai stimarsi valida sulla scorta del principio tempus regit actum, il quale assume quale unico parametro di riferimento il diritto positivo codificato e non anche quello vivente;
ritenuto che dunque lo strumento necessario per far salve le ragioni di giustizia sostanziale che sottendono ai riferiti principi di marca costituzionale ed internazionale debbano essere ricercati altrove;
ritenuto che essi possano bene essere identificati nell’istituto ex art.153 c.p.c. , il quale consente di rimettere in termini la parte che abbia incolpevolmente violato un termine perentorio;
ritenuto che invero tale incolpevole errore possa bene essere identificato in un improvviso e radicale mutamento da parte della Corte di Cassazione del proprio, consolidato, pregresso orientamento in ordine alle modalità computative di tali termini decadenziali;
ritenuto che all’applicazione al caso di specie di tale istituto non osti il timore che il medesimo determini una regressione del processo, già istruito, alla sua fase iniziale, identificata nella costituzione in giudizio delle parti;
ritenuto che invero, come rileva ottima dottrina, la rimessione in termini non comporta necessariamente che il processo regredisca in toto allo situazione in cui si è verificata la decadenza, ma solo una riapertura parziale, con riguardo ai poteri nei quali la parte sia stata restituita in termini e a quelli di controparte che sono la conseguenza dell’esercizio dei primi, della vicenda di contrapposizione degli interessi in causa;
ritenuto che dunque non ogni rimessione in termini importi una riattivazione della dialogica processuale, ma solo quella che essa postuli a cagione della necessità di far salvo il c.d. principio di parità delle armi processuali;
ritenuto che diretto corollario di tale assioma sia che, in presenza di una rimessione avente ad oggetto attività processuali non importanti innovazioni allegatorie o probatorie all’interno del processo (quali sono invece le memorie ex art.183, sesto comma, c.p.c. o le istanze di disconoscimento di scritture private,etc), alcuna rieditazione dei poteri dialogici delle parti possa configurarsi e, dunque, alcuna regressione processuale possa ipotizzarsi;
ritenuto che nel caso di specie oggetto della rimessione in termini richiesta sia un’attività processuale (costituzione) che non innova in alcun modo il plesso allegatorio o probatorio preesistente alla sua realizzazione (essendosi lo stesso cristallizzato nell’atto di citazione notificato, nella comparsa di risposta depositata e nelle successive memorie processuali);
ritenuto che dunque alcuna regressione processuale possa configurasi;
letta l’istanza di rimessione in termini per la costituzione di parte attrice;
ritenuti sussistenti, per i suddetti motivi, la ragioni che valgono a qualificare come giustificato il mancato rispetto del termine a costituirsi entro cinque giorni dall’ultima notifica;
ritenuta dunque come legittima tale richiesta;
rilevato infine che la stessa riguarda un’attività processuale (costituzione) già posta in essere e che pertanto, nel caso di specie,la rimessione intermini possa esaurirsi in una riqualificazione di tale atto come tempestivo;
ritento quanto all’istanza di concessione della provvisoria esecuzione che essa non possa essere concessa difettando la prova del ragionevole fumus del credito (cfr. in tal senso: Corte Cost. 4.5.1984 n. 137 in Foro it. 1984, I, 1775; Corte Cost., con ord. 25.5.1989 n. 295 in Foro it. 1989, I, 2391).
Rimette l’opponente in termini e per l’effetto dichiara tempestiva la costituzione da questi già effettuata;
Rigetta l’istanza dell’opposta di declaratoria di improcedibilità dell’opposizione;
Rigetta l’istanza dell’opposta di concessione della provvisoria esecutività, non ravvisandone i presupposti;
a) termine perentorio di 30 giorni dal 30.10.2010 per il deposito di memorie contenenti precisazioni e modifiche delle domande, eccezioni, conclusioni rispettivamente proposte;
b) ulteriore e successivo termine perentorio di 30 giorni per il deposito di memorie di replica alle domande, eccezioni e conclusioni come sopra modificate e precisate, per proporre eccezioni consequenziali a dette domande ed eccezioni, nonché per il deposito di documenti e per la richiesta di mezzi di prova;
c) ulteriore e successivo termine perentorio di 20 giorni per articolare prova contraria.
Marsala 20.10.2010.
Dott. Francesco Lupia
A dire il vero, a leggere bene la sentenza, il Tribunale di Sant'Angelo dei Lombardi dice proprio tutto il contrario: ossia che non si può attuare la sanatoria della rimessione in termini, ma che invece deve tutelarsi l'incolpevole affidamento!
Giovedì 28 Ottobre 2010, 17:04
In riscontro al commento di Sergio Russo si evidenzia quanto segue.
Lo scrivente quando ha richiamato la sentenza del Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, per la verità molto velatamente, non ha affatto affermato che il predetto tribunale volesse attuare una sanatoria della rimessione in termini.
Lungi dal sottoscritto tale interpretazione.
Infatti si parla di una sorta di “sanatoria” nel ritenere la parte, incorsa nelle risapute preclusioni, come soggetto incolpevole degli eventi, per cui “doveva essere considerata come aver agito correttamente”.
Si riporta il predetto pensiero: “la parte incorsa in errore, in luogo della rimessione in termini (con regressione del giudizio non priva di conseguenze), deve essere considerata come aver agito correttamente in virtù di tutte le motivazioni già esaminate (cd overruling o tempus regit actum)”.
Cioè, quando si dice “in luogo della rimessione” si intende che non ci deve essere una rimessione in termini, ma la parte deve essere considerata come aver agito correttamente.
Ancora meglio: “la parte incorsa in errore, piuttosto che essere rimessa in termini, deve essere considerata come aver agito correttamente".
Lo scrivente ritiene tale considerazione come una sorta di “sanatoria” perché non suffragata da alcuna norma.
Poi ognuno è libero di pensare ed interpretare le cose come vuole.
Del resto lo stiamo vedendo con le varie pronunce dei diversi tribunali intervenuti sulla vicenda dell’improcedibilità delle opposizioni.
Venerdì 29 Ottobre 2010, 13:23

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