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Timestamp: 2018-04-22 06:24:10+00:00

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Lavoro domenicale senza riposo compensativo: al lavoratore doppio danno | Lavoro Fisso
domenica 22 aprile 2018 | 07:24
Home Diritti e Doveri dei Lavoratori Lavoro domenicale senza riposo compensativo: al lavoratore doppio danno
Il compenso per il lavoro domenicale senza riposo compensativo ha natura retributiva, fermo restando il risarcimento del danno subito. Il danno da “usura psico- fisica”, derivante dall’assenza di riposo dopo sei giorni di lavoro, va distinto dall’ulteriore danno per “infermità” dovuta all’attività continua non seguita dai riposi settimanali. Nella prima ipotesi, il danno deve ritenersi presunto e il risarcimento può essere determinato spontaneamente, in via transattiva, dal datore di lavoro con il consenso del lavoratore, mediante ricorso a maggiorazioni o compensi previsti dal contratto collettivo o individuale per altre voci retributive; nella seconda ipotesi il danno alla salute o biologico va dimostrato sia nella sua sussistenza sia nel suo nesso eziologico, a prescindere dalla presunzione di colpa nascente dall’illecito contrattuale.
Con una interessante sentenza, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha affermato un importante principio in tema di retribuzione del lavoratore in caso di mancata fruizione dei periodi di riposo compensativo, in particolare affermando che nel caso di prestazione di lavoro domenicale senza riposo compensativo il compenso dovuto al lavoratore ha natura retributiva, fermo restando il risarcimento del danno subito, per effetto del comportamento del datore di lavoro, a causa del pregiudizio del diritto alla salute o di altro diritto di natura personale; ne consegue che in relazione al lavoro prestato oltre il sesto giorno consecutivo, il danno da “usura psico- fisica”, conseguente alla mancata fruizione del riposo dopo sei giorni di lavoro, va tenuto distinto dall’ulteriore danno alla salute o danno biologico, che si concretizza, invece, in una “infermità” del lavoratore determinata dall’attività lavorativa usurante svolta in conseguenza di una continua attività lavorativa non seguita dai riposi settimanali, in quanto nella prima ipotesi, il danno sull'”an” deve ritenersi presunto e il risarcimento può essere determinato spontaneamente, in via transattiva, dal datore di lavoro con il consenso del lavoratore, mediante ricorso a maggiorazioni o compensi previsti dal contratto collettivo o individuale per altre voci retributive; diversamente, nella seconda ipotesi, il danno alla salute o biologico, concretizzandosi in una infermità del lavoratore, non può essere ritenuto presuntivamente sussistente ma deve essere dimostrato sia nella sua sussistenza sia nel suo nesso eziologico, a prescindere dalla presunzione di colpa insita nella responsabilità nascente dall’illecito contrattuale.
Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra un Comune ed un dipendente.
La Corte d’appello, in parziale accoglimento dell’appello proposto da L.I., lavoratore dipendente del Comune di A. con la qualifica e le mansioni di custode, condannava il Comune al pagamento in suo favore della somma di € 6.123,97, oltre interessi legali dalla maturazione dei singoli crediti sino all’effettivo pagamento.
La Corte osservava che non vi era contestazione sul fatto che il dipendente avesse svolto attività di custodia in favore del Comune nelle domeniche e nei giorni festivi e che non avesse goduto dei riposi compensativi.
Riteneva che, ai sensi dell’art.17 del d.p.r. 13/5/1987, n.268, relativo alla disciplina del comparto degli enti locali, al lavoratore spettava la maggiorazione del 20% sul lavoro domenicale svolto, nonché la retribuzione per i giorni di riposo compensativo non fruiti; che, nel regolamentare la remunerazione della giornata destinata al riposo settimanale con la retribuzione ordinaria unitamente alla maggiorazione del 20%, la norma assolveva unicamente ad una funzione retributivo- corrispettiva, e non anche risarcitoria, con la conseguenza che al lavoratore spettava la retribuzione per i riposi compensativi non fruiti, parametrati al lavoro svolto di domenica con la maggiorazione del 20%, nonché il risarcimento del danno da usura psico-fisica per il mancato godimento dei riposi compensativi, che liquidava ex art. 1226 facendo ricorso all’importo della paga giornaliera, non contestata nella sua entità, per ogni giornata di riposo non goduta.
Contro la sentenza il Comune di A. proponeva ricorso per cassazione, in particolare sostenendo, da un lato, l’erroneità della sentenza nella parte in cui ritiene la natura non risarcitoria della maggiorazione sancita dall’art. 17 del d.p.r. citato; dall’altro, assumeva l’erroneità della sentenza nella parte in cui riteneva che il danno alla salute derivante dalla mancata fruizione del riposo compensativo oltre il sesto giorno consecutivo di lavoro non ha necessità di essere provato.
La Cassazione ha respinto il ricorso del Comune, affermando un importante principio di diritto in precedenza già presente nella giurisprudenza della Corte, ma che, per la sua importanza, merita qui di essere ribadito.
Ed invero, osservano i Supremi Giudici, le questioni involgono la medesima questione della disciplina legale e contrattuale del riposo oltre il sesto giorno lavorativo.
La giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di ribadire che la fattispecie di prestazione di lavoro domenicale senza riposo compensativo non può essere equiparata a quella del riposo compensativo goduto oltre l’arco dei sette giorni, atteso che una cosa è la definitiva perdita del riposo agli effetti sia dell’obbligazione retributiva che del risarcimento del danno per lesione di un diritto della persona, altra il semplice ritardo della pausa di riposo; e, in questa seconda ipotesi (ove non sia consentita, dalla legge e dal contratto, una deroga al principio che impone la concessione di un giorno di riposo dopo sei di lavoro), il compenso sarà dovuto a norma dell’art.2126 c.c., comma 2, che espressamente gli attribuisce natura retribuiva, salvo restando il risarcimento del danno subito, per effetto del comportamento del datore di lavoro, a causa del pregiudizio del diritto alla salute o di altro diritto di natura personale.
Nello stesso solco, si è poi affermato che, in relazione al lavoro prestato oltre il sesto giorno consecutivo, va tenuto distinto il danno da “usura psico- fisica”, conseguente alla mancata fruizione del riposo dopo sei giorni di lavoro, dall’ulteriore danno alla salute o danno biologico, che si concretizza, invece, in una “infermità” del lavoratore determinata dall’attività lavorativa usurante svolta in conseguenza di una continua attività lavorativa non seguita dai riposi settimanali.
Nella prima ipotesi, il danno sull'”an” deve ritenersi presunto e il risarcimento può essere determinato spontaneamente, in via transattiva, dal datore di lavoro con il consenso del lavoratore, mediante ricorso a maggiorazioni o compensi previsti dal contratto collettivo o individuale per altre voci retributive; nella seconda ipotesi, invece, il danno alla salute o biologico, concretizzandosi in una infermità del lavoratore, non può essere ritenuto presuntivamente sussistente ma deve essere dimostrato sia nella sua sussistenza sia nel suo nesso eziologico, a prescindere dalla presunzione di colpa insita nella responsabilità nascente dall’illecito contrattuale.
Orbene, rilevano i Supremi Giudici come la Corte d’appello ha fatto corretta applicazione di questi principi, dal momento che ha riconosciuto la somma di € 2.824,23 non già a titolo di risarcimento del danno biologico o esistenziale, bensì a titolo di risarcimento del danno per la mancata fruizione dei riposi compensativi, dovendosi inoltre condividere l’affermazione secondo cui, per un verso, il riposo dopo sei giorni di lavoro consecutivo costituisce un diritto irrinunciabile del dipendente, garantito dall’art.36 Cost. e dall’art.2109 c.c., e, per altro verso, risponde ad una nozione di comune esperienza che l’attività lavorativa, come qualsiasi impegno delle energie psicofisiche, se protratta senza interruzioni, risulta via via più onerosa con il trascorrere delle giornate e il riposo che sopraggiunge dopo un arco di tempo più ampio rispetto alla normale cadenza settimanale non può, di per sé, compensare tale crescente disagio. Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.
Ed invero, secondo l’esegesi offerta dalla Cassazione, nel caso di prestazione di lavoro domenicale senza riposo compensativo il compenso dovuto al lavoratore ha natura retributiva, fermo restando il risarcimento del danno subito, per effetto del comportamento del datore di lavoro, a causa del pregiudizio del diritto alla salute o di altro diritto di natura personale; ne consegue che in relazione al lavoro prestato oltre il sesto giorno consecutivo, il danno da “usura psico- fisica”, conseguente alla mancata fruizione del riposo dopo sei giorni di lavoro, va tenuto distinto dall’ulteriore danno alla salute o danno biologico, che si concretizza, invece, in una “infermità” del lavoratore determinata dall’attività lavorativa usurante svolta in conseguenza di una continua attività lavorativa non seguita dai riposi settimanali, in quanto nella prima ipotesi, il danno sull'”an” deve ritenersi presunto e il risarcimento può essere determinato spontaneamente, in via transattiva, dal datore di lavoro con il consenso del lavoratore, mediante ricorso a maggiorazioni o compensi previsti dal contratto collettivo o individuale per altre voci retributive; diversamente, nella seconda ipotesi, il danno alla salute o biologico, concretizzandosi in una infermità del lavoratore, non può essere ritenuto presuntivamente sussistente ma deve essere dimostrato sia nella sua sussistenza sia nel suo nesso eziologico, a prescindere dalla presunzione di colpa insita nella responsabilità nascente dall’illecito contrattuale.
Cass. civ., Sez. L, sentenza 26 novembre 2013, n.26398;
Cass. civ., Sez. L, sentenza 3 luglio 2001, n.9009;
Cass. civ., Sez. L, sentenza 20 agosto 2004, n.16398;
Cass. civ., Sez. L, sentenza 16 gennaio 2004, n.615;
Cass. civ., Sez. L, sentenza 3 aprile 2003, n.5207;
Cass. civ., Sez. L, sentenza 4 marzo 2000, n.2455;
Cass. civ., Sez. L, 12 marzo 1996, n.2004;
Cass. civ., Sez. L, sentenza 30 maggio 2001, n.7359
Cod. civ., art.2126, co.2;
d.P.R. 13/5/1987, n.268, art.17
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References: art. 1226
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Cass. 
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 art.2126
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