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Timestamp: 2019-01-18 14:48:59+00:00

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Storia del declino di Dell'Utri: siamo all'ultima puntata?
Storia del declino di Dell’Utri: siamo all’ultima puntata?
12/04/2014 di Luca Andrea Palmieri
Strana la vita: Il ministro Angelino Alfano ha annunciato l’arresto in Libano di Marcello Dell’Utri, e il fatto che l’Italia chiederà l’estradizione per l’ex senatore di Forza Italia, dopo la breve latitanza seguita alla richiesta di arresto preventivo in vista della tanto attesa sentenza della Cassazione nei suoi confronti. Strana anche perché Alfano è stato brevemente a capo di quello stesso partito, il Pdl, che era casa politica dello stesso Dell’Utri e che ha difeso strenuamente la sua figura, tra le più controverse (ad essere gentili) che la politica italiana abbia conosciuto negli ultimi anni.
Ma chi è Marcello Dell’Utri? Palermitano, 72 anni, è uno storico socio di Publitalia 80 e dirigente Fininvest, nonché compagno d’università di Silvio Berlusconi. Il primo fatto giuridicamente rilevante per cui lo si ricorda riguarda Vittorio Mangano. Negli anni ’70 fu proprio Dell’Utri a portarlo ad Arcore, dove verrà assunto (e verrà considerato lo “stalliere” della villa). I rapporti di questi con la mafia sono poi stati uno dei punti di indagine più battuti nel processo sul rapporto del leader storico del centro-destra con la criminalità organizzata.
La storia politica – Dell’Utri nel 1993 è, insieme a Berlusconi, uno dei fondatori di Forza Italia. Ne diviene deputato nel 1996, e da quel momento la sua carriera politica, almeno fino ad oggi, non si è mai davvero fermata. E’ stato Deputato in quella legislatura, Eurodeputato dal 1999 al 2004 e Senatore dal 2001 alla scorsa legislatura, quando ha deciso di non ricandidarsi (a suo dire, visto che con l’imminenza della sentenza in terzo grado, non ci sarebbero i presupposti per l’immunità parlamentare).
La storia giudiziaria – La sua storia giudiziaria è strettamente parallela a quella politica, e il suo status di Parlamentare si è incrociato spesso, in maniera più che sospetta, con quello di indagato o condannato dalla giustizia italiana. Il suo rinvio a giudizio, infatti, arriva proprio all’alba della sua candidatura con Forza Italia alle politiche del 1996, in seguito alle indagini iniziate nel 1994 che hanno portato all’incriminazione per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo la pubblica accusa, l’ex senatore è stato il tramite di Cosa nostra con lo staff politico di Silvio Berlusconi quando questi è entrato in politica. L’accusa è delle più pesanti: la mafia avrebbe aiutato Forza Italia ad rafforzare il proprio consenso sul territorio siciliano (che i risultati storici del partito, fino ad allora, confermerebbero) in cambio di garanzie e protezione sulle proprie attività da parte del Governo. Ci sono voluti otto anni per arrivare a una sentenza di primo grado: l’11 dicembre 2004 il tribunale di Palermo condanna Dell’Utri a nove anni di reclusione, più due di libertà vigilata e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e un risarcimento danni.
L’appello, parte prima – Il complesso iter del processo però non termina certo qua: durante il processo d’appello, nel 2010, Dell’Utri dichiara pubblicamente che la sua attività politica gli serve solo a difendersi dai processi, e che in caso di assoluzione è pronto a lasciare tutti i suoi incarichi politici. Le cose non vanno come il Senatore sperava: la condanna viene confermata, nonostante sia ridotta a sette anni di carcere: un punto in cui ha molta rilevanza anche la situazione, già citata, riguardo Vittorio Mangano, e in cui emergono le testimonianze di Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza, due pentiti sulle cui testimonianze, e sulla loro presunta o meno inaffidabilità, si sono spesi litri d’inchiostro.
La Cassazione, parte prima – Arriviamo così a tempi più recenti: nel 2012 la Cassazione, in un’ultimo grado di giudizio che segue di sedici anni l’inizio del processo, annulla con rinvio la sentenza d’appello, per un problema più che altro “tecnico”, sui tempi in cui il reato si è consumato (non erano state individuate, in sostanza, prove necessarie per definire la continuazione dell’attività di carattere mafioso in un periodo di tempo, tra il 1978 e il 1982, in cui si era occupato d’altro). Dunque un rinvio che non comporta una vera e propria assoluzione di Dell’Utri, anzi, conferma tutti i capi d’accusa fondamentali, tra cui un incontro (nel 1974) del Senatore e di Berlusconi con svariati capimafia.
Massimo Ciancimino, uno dei protagonisti più controversi del processo Dell’Utri
L’appello, parte seconda – Così, il 25 marzo dello scorso anno, Dell’Utri è stato ancora una volta condannato in appello, sempre a sette anni di carcere. E’ l’antefatto della situazione di questi giorni: a breve ci sarà il secondo passaggio in Cassazione che dovrebbe confermare, questa volta in via definitiva, la sentenza contro l’ex senatore. In vista di ciò la Corte ha chiesto l’arresto in via preventiva, proprio per un pericolo di fuga dell’ex Senatore, che è risultato irreperibile.
La latitanza – Da qui la latitanza, con conseguente mandato di cattura internazionale, e la nota del giorno dopo in cui dichiarava: “Non intendo sottrarmi al risultato processuale della prossima sentenza della Cassazione e trovandomi in condizioni di salute precaria, per cui tra l’altro ho subito qualche settimana fa un intervento di angioplastica, sto effettuando ulteriori esami e controlli”. Una situazione poco chiara che sarebbe stata spiegata dal fratello, contattato da La Stampa, il quale ha dichiarato che Dell’Utri era là per affari, prima di avere un peggioramento delle condizioni di salute che ha richiesto una serie di accertamenti. I dubbi restano, ma comunque è intervenuta l’intelligence libanese che lo ha messo in arresto, in una stanza di un hotel di lusso affacciato sul porto turistico di Beirut (tra l’altro, va ricordato, tra Libano e Italia c’è un patto bilaterale di estradizione).
Insomma, una storia quasi trentennale che si avvia alla sua conclusione. Decisamente troppi, per una giustizia italiana che si conferma sempre troppo lenta nello sbrogliare le matasse più intricate. Colpisce che questa storia arriva proprio in un periodo critico per la rinata Forza Italia, in cui sembra più una nave che affonda, e in cui tutti si affollano verso le scialuppe di salvataggio. Rimane poi da chiedersi come sia stato possibile un sistema che ha permesso a un condannato per reati tra i più gravi in assoluto (almeno dal punto di vista politico) di avere incarichi pubblici per sedici anni: e non ci sono sistemi elettorali che tengano, visto non solo che i primi due mandati sono arrivati con i collegi uninominali, ma che l’elezione alle europee è arrivata proprio con le preferenze. Di Dell’Utri, nella scena politica italiana, difficilmente qualcuno sentirà la mancanza (anche visto che si è spesso distinto per le sue assenze in Parlamento), ma adesso l’unica speranza, è che questa storia si concluda, e che la sua fine possa esser simbolo di un cambiamento che tutti aspettiamo da fin troppo tempo.

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