Source: https://www.chiprotesta.it/2012/12/29/una-storia-di-zucchero-dogana-unione-europea-e-stato-italiano/
Timestamp: 2018-05-24 11:42:24+00:00

Document:
Una storia giudiziaria tra croazia, italia ed europa | Chi protesta
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Posted on 29 dicembre 2012 by admin-Salvatore
CHI PROTESTA: Ezio Stancich
CONTRO CHI: Lobbies UE saccarifere e Dogane UE
PER QUALE MOTIVO: Malversazioni zucchero UE lobbies e politica
Desidero denunciare dei fatti, che mi portano a scrivere la presente per questione di vita o di morte. Una morte non voluta o dettata da mie colpe, ma decisa a tavolino dai poteri forti, multinazionali che dettano i modi ed i tempi a tecnici e politici statali senza scrupoli, con il beneplacito e la collaborazione di chi inneggia alla giustizia, democrazia, uguaglianza, libero mercato ed Europa.
E’ una storia, quella che mi accingo a raccontare in breve, che sta massacrando la vita già da anni ai due proprietari della società.
Chi ne è già a conoscenza, è tuttora incredulo, sbalordito dagli sviluppi incredibili di una vicenda inventata dal nulla.
La società Agrimpex S.r.l. Import Export (ora s.a.s.), fondata nel 1988 dai soci Ezio e Sergio Stancich, era specializzata nel commercio agroalimentare ed in particolare nel comparto dell’industria saccarifera.
Vantavamo conoscenze e rapporti consolidati pluriennali con molti zuccherifici dell’ex Jugoslavia ora Rep. di Serbia e Rep. di Croazia.
La collaborazione era basata sull’interscambio di macchinari ed attrezzatura industriale italiana da una parte, contro forniture di prodotti zootecnici mangimistici dall’altra.
Nell’anno 2000, dopo l’approvazione della direttiva a sostegno dei Balcani, avevamo ampliato la nostra attività, iniziando ad importare zucchero di barbabietola da Serbia e Croazia, sfruttando il regime di esenzione dai dazi doganali.
Successivamente a tale direttiva era stato siglato tra la UE e la Repubblica di Croazia un “Accordo Interinale”, che andava a confermare il contenuto della direttiva, specificando le normative per i vari ambiti merceologici.
Basandoci su questa nuova possibilità, il nostro fatturato era considerevolmente aumentato, toccando un massimo di circa 50 mil. di Euro nel 2002 e ciò di conseguenza ci aveva portato ad assumere ulteriore personale dipendente.
Nell’ aprile 2002, l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) informò la Commissione, che sulle importazioni preferenziali di zucchero proveniente da alcuni paesi dei Balcani occidentali gravava il sospetto dell’utilizzo di certificati d’origine falsi.
In seguito a tale segnalazione, la Commissione pubblicò un avviso sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea, dove veniva espresso un ragionevole dubbio in ordine alla corretta applicazione degli accordi preferenziali relativi alla zucchero proveniente dall’Albania, Bosnia Erzegovina, Croazia, Rep. Fed. di Jugoslavia, Kosovo e Macedonia.
Nell’avviso veniva fatto espressamente riferimento ad un aumento di flussi commerciali apparentemente artificiali in entrambe le direzioni segnalando alcune indicazioni che avrebbero avvalorato l’ipotesi di “caroselli” di merce ovvero frodi nei confronti della Comunità Europea.
In seguito a tale pubblicazione vennero applicate anche nuove regole doganali all’importazione, che prevedevano l’apertura di pesanti fidejussioni o depositi cauzionali da presentare da parte degli importatori a favore della Dogana italiana.
Dette cauzioni sarebbero state svincolate dopo il ricevimento di una conferma di autenticità ed esattezza del Certificato EUR 1 da parte della Dogana di partenza, basata su un controllo a posteriori del documento presentato alla Dogana di destinazione.
Inoltre a quel tempo venne anche predisposta la campionatura ed analisi delle partite di merce in importazione, che venivano effettuate al momento della loro entrata nello stato destinatario.
Desidero fin d’ora precisare, che tutte le nostre operazioni erano state sempre effettuate nel rispetto delle regole vigenti e che anche tutti i controlli a posteriori dei certificati EUR 1 nonché analisi, avevano sempre dato conferma di quanto dichiarato nella documentazione commerciale.
Inoltre, la nostra Società aveva sempre operato con società (zuccherifici) di proprietà statale croata e per tale ragione, ritenute sicure e non soggette a possibilità di frodi.
Nel giugno 2003, in seguito ad un episodio successo in Grecia, dove l’analisi di una partita di merce aveva dimostrato che dello zucchero di barbabietola dichiarato croato era stato mescolato con zucchero di canna, 1’OLAF effettuò un’indagine presso lo zuccherificio croato coinvolto. Dai controlli risultò che lo zuccherificio in parte miscelava zucchero di bietola con quello di canna (ciò era espressamente permesso dall’ accordo interinale per un valore pari al 10% del valore totale di produzione) e che non era in grado di distinguere i vari lotti di produzione. Va precisato che i controlli OLAF vennero effettuati in maniera non approfondita ne tantomeno congrua, visto che dal verbale si rileva che gli ispettori controllarono solo la documentazione relativa al 45% della durata temporale della campagna saccarifera 2001 ovvero solo il periodo della lavorazione parallela (canna + bietola).
Facendo riferimento a tale verifica OLAF, nel luglio del 2004 la Dogana Croata revocò tutti i certificati di origine emessi dal 14.9.2001 al 17.9.2002. Un fatto importante da tener presente, è che anche nel periodo successivo all’ispezione e prima della revoca, la Dogana Croata aveva sempre confermato alla Dogana Italiana la validità e correttezza dei Certificati Eur 1 e che a comprova della nostra corretta operatività, anche le analisi doganali della merce furono sempre per noi positive con conseguente svincolo delle cauzioni prestate.
Dunque, la Dogana Croata, incredibilmente, revocò a posteriori la validità degli EUR1 che erano stati già precedentemente da loro confermati! In seguito a tale revoca iniziò per noi una vera via crucis non ancora terminata.
Nell’ottobre 2004 subimmo perquisizioni domiciliari e dell’ufficio, sia da parte della Guardia di Finanza che dell’Agenzia delle Dogane.
Entrambi i soci ricevemmo un avviso di garanzia per contrabbando ed alla Società vennero addebitati gli importi dei dazi e sanzioni per un ammontare superiore ai EUR 5.000.000.-
Per noi, persone abituate a non aver mai avuto storie di giustizia, fu un vero choc.
La Società invece, con un fardello del genere da pagare e con i due soci quasi in stato confusionale, iniziò pian piano il suo declino. Anche i media a quel tempo riportarono (anche se in maniera molto approssimativa e contorta) questa triste storia, rimarcando il fatto di aver scovato dei contrabbandieri.
Avvalendoci della collaborazione dell’avv. C. D., presentammo tuttavia il ricorso alla Commissione Tributaria di Primo Grado che con sentenza nel 2005 (18 pagine di motivazioni!) venne accolto e ci sgravò dal pagamento dei dazi. Ma si trattava di una vittoria di Pirro, visto che la Dogana Italiana presentò ricorso e con sentenza di dicembre 2006 la Commissione Tributaria di Secondo Grado ci diede incredibilmente torto, anche se “solo” per le operazioni successive a quelle della data di pubblicazione dell’avviso (generico) sulla Gazzetta Ufficiale Europea.
La Dogana Italiana ottenne questo risultato presentando un documento comunitario — un parere valido solo per l’Austria da non divulgare! — che aveva chiesto lumi su un accadimento analogo (anche se in Austria all’importazione non si prestavano garanzie e non esistevano analisi.).
Questa fu una seconda mazzata che ci mise letteralmente al tappeto e lo siamo tuttora, visto che dopo qualche mese arrivarono le relative cartelle da pagare e, siccome siamo orgogliosi di aver sempre dichiarato e pagato le tasse sul nostro operato, non abbiamo tuttora i soldi necessari per onorare tale impegno (peraltro ingiustificato dagli accadimenti successivi).
Nel frattempo, anche in Croazia era partita un’indagine giudiziaria nei confronti dei direttori dello zuccherificio, accusati di truffa e contrabbando: entrambi furono assolti nel 2006. Con sentenza passata in giudicato il Tribunale di Osijek stabili la loro innocenza e definì, dopo un’accurata analisi di tutta la documentazione della campagna saccarifera del 2001 e dopo aver ascoltato una lunga serie di testimoni, che tutta la produzione era da ritenersi di origine croata e che lo zuccherificio in quel periodo aveva operato in base all’accordo interinale C.E.- Croazia (avevano mescolato lo zucchero di canna per un valore del 9,66%, dunque sotto il 10%).
Dal tutto derivava che, se un errore c’era, era meramente formale: i certificati dovevano riportare al posto del n. 5 -di origine puramente croata- , il n. 6 — origine croata secondo accordo interinale-
Era ormai chiaro, che non era stata commessa nessuna truffa ai danni della Comunità. Con tale sentenza invece il Tribunale mise un grosso punto di domanda sulla veridicità del verbale redatto dagli ispettori dell’OLAF.
Dopo aver ricevuto la buona notizia e successivamente anche materialmente la sentenza croata che speravamo liberatoria, ci precipitammo in Dogana a Trieste per consegnare la stessa e chiedere immediatamente la sospensiva del pagamento delle cartelle ricevute. Il documento, consegnato all’avvocato della Dogana, venne preso agli atti (con timbro per ricevuta per noi!).
Ma nulla si mosse, anzi, la Dogana ci rispose in maniera negativa a riguardo della sospensiva. Altro incredibile cazzotto. Ci mettemmo subito in contatto e scrivemmo ai vari ministeri ed all’autorità doganale croata, invitandoli a prender conoscenza della situazione e della sentenza, invitandoli a revocare la revoca dei certificati. Purtroppo, senza alcun successo.
Provammo poi, assieme alla seconda società triestina coinvolta e tramite l’allora sottosegretario al Commercio Internazionale Italiano ad organizzare un incontro con i tecnici di quella struttura governativa per chiarire la posizione.
Il risultato fu catastrofico, choccante. Dopo aver descritto, spiegato e documentato gli accadimenti, una tale ci disse che le cartelle esattoriali prima o poi vanno onorate.
Il responsabile dell’area Balcani ci spiegò che una società saccarifera venne più volte al loro Ministero ed al Ministero dell’Agricoltura per lamentare l’entrata in importazione di grosse quantità di zucchero dai Balcani e che assolutamente bisognava fare qualcosa per bloccare quei traffici, che mettevano a repentaglio l’esistenza dell’industria saccarifera italiana. (commento: nulla di più falso, visto che la politica saccarifera europea ed anche italiana era già ben definita e che la stessa società importava merce dai Balcani -anche noi avevamo venduto loro qualche partita di merce-. Gli stessi avevano anche comperato due zuccherifici in Serbia dai quali spedivano merce in Italia!).
Uscendo dalla sala riunioni, alla mia domanda se non si poteva fare delle pressioni per vie diplomatiche sui creati affinché revocassero la revoca dei certificati, ricevetti una risposta da brivido: “Ma signor Stancich, come vuole che facciamo una cosa del genere, quando siamo stati noi a suggerire loro ciò che dovevano fare!”
Ormai risultava chiaro: l’operato della nostra e di qualche altra azienda aveva dato tanto fastidio a qualche multinazionale, da far scattare questa incredibile macchinazione a mo’ di trappola, ma forse, sarebbe meglio chiamarla associazione a delinquere! Detta sensazione è poi diventata convinzione grazie alle ulteriori vicissitudini.
Trovandoci la porta di casa propria chiusa in faccia, con il morale sotto i tacchi, pensammo che comunque anche in Croazia ci dovevano essere dei complici, che avevano messo il loro zampino. Così, sempre nel 2007, decidemmo di fare causa allo stato croato ovvero alla Dogana. Nello stesso periodo, finalmente, ricevemmo dal Tribunale di Trieste l’archiviazione dell’avviso di garanzia ricevuto tre anni prima. Non eravamo più contrabbandieri…! Alla Società non restava altra speranza di sopravvivenza, se non proseguire alla ricerca della sospensiva.
Parlammo allora con l’ex capo Dogana di Trieste, spiegandogli dettagliatamente l’accaduto (ma ne era già a conoscenza). Dopo qualche tempo e varie peripezie (nuova visita della G.d.F.), grazie al suo intervento, arrivammo alla sospensiva che è tuttora in essere, in attesa della sentenza della Cassazione e degli sviluppi della causa in Croazia.
Non dandoci per vinti, vista l’enorme ingiustizia che stavamo (e stiamo) ancora vivendo, nel 2009 pensammo di scrivere una lettera all’OLAF, chiedendo di voler riaprire e rivedere la pratica, allegando anche la sentenza croata che tuttora parla chiaro: nessun danno alla Comunità Europea.
Dopo mesi di attesa ricevemmo risposta negativa con la motivazione che il Tribunale di Trieste aveva condannato due persone a riguardo (dandoci indicazioni per individuare la sentenza) e che pertanto per loro il caso era chiuso.
Riuscimmo ad avere una copia della sentenza con la quale il Tribunale effettivamente condannò (ma con l’applicazione della prescrizione) i due direttori dello zuccherificio croato. A quel punto contattammo immediatamente gli interessati che ci confermarono non solo di non essere assolutamente a conoscenza di tale sentenza, ma neanche di esser venuti a conoscenza del procedimento in corso per dar modo ad una possibilità di difesa.
Analizzando poi la stessa sentenza, salta all’occhio il fatto, che nessuno si era preoccupato di presentare agli atti la sentenza croata che ‘probabilmente’ avrebbe scagionato entrambi gli imputati. Il tutto dunque era stato prodotto quasi “in casa” ed all’insaputa.
Consapevoli dell’importanza dell’operato e del documento redatto dall’OLAF provammo in collaborazione con la seconda società triestina implicata a contattare anche l’europarlamentare avv. D.S., con l’intento di verificare ed approfondire l’argomento presso i loro uffici di Bruxelles.
La stessa, dopo averla puntualmente informata sull’argomento, si mise in moto in tal senso. Purtroppo però, anche il suo tentativo risultò vano visto che l’ OLAF pretese da lei delle condizioni, che non avrebbero reso possibile l’utilizzo delle informazioni ricevute.
Intanto in Croazia il procedimento stava avanzando, anche se molto lentamente. Va sottolineata in tal senso la cordialità e l’efficienza del personale dell’Ambasciata Italiana di Zagabria, che dandoci una mano su qualche espletamento burocratico ci aveva francamente anche rincuorato.
Il Giudice del Tribunale di Primo Grado di Zagabria aveva predisposto ed ascoltato tutta una serie di testimoni, dai direttori dello zuccherificio, agli spedizionieri, noi stessi, nonché i vertici della Dogana Croata.
Nel 2011, dopo l’uscita di scena dell’ex premier Sanader, scoppiò in Croazia uno dei tanti casi di corruzione, nel quale venne (e lo è tuttora) implicato l’ex direttore generale delle Dogane croate che, guarda, guarda era anche il firmatario della lettera di revoca della validità dei certificati EUR1! L’imputazione (ha già confessato) è quella corruzione, di riciclaggio di danaro e di tangenti a favore del partito del quale faceva parte, l’ HDZ. Esiste uno svariato numero di articoli riportati dai quotidiani croati, dove viene analizzata e definita la mansione del “cassiere riciclatore” dell’HDZ e dove vengono descritti i movimenti di danaro sporco ed i suoi lussi (con Sanader amavano vestirsi col made in Italy ed in Croazia arrivavano appositamente dei sarti dall’Italia per prendere le misure degli abiti…ma non si sa da chi fossero pagati…!)
Nel corso della causa, tutti le testimonianze furono a nostro favore. I direttori e gli spedizionieri dichiararono di aver operato in base alle indicazioni a loro fornite dalla Dogana.
Noi descrivemmo il nostro accaduto. L’ex direttore generale delle Dogane croate asserì che a quel tempo era appena fresco di nomina in Dogana e che praticamente gli avevano fatto firmare la lettera senza sapere più di un tanto, ma che era consapevole del fatto che c’erano dei problemi sulla regolarità dei certificati.
L’unica che aveva abbozzato una difesa era la vice del suddetto, che asserì che comunque esisteva il verbale dell’OLAF.
Anche il Giudice croato, nel suo comportamento, sembrava fosse orientato positivamente nei nostri confronti. Infatti aveva predisposto la quantificazione del danno da noi subito ad un perito, nonché all’ultima udienza di maggio 2012 aveva anche imputato le spese dello stesso alla Dogana Croata.
Tutto lasciava presuppone un esito finalmente positivo. Invece, dopo quasi 5 anni di procedimento, pur in presenza di documentazione e testimonianze schiaccianti a nostro favore, con il direttore generale della Dogana ogni secondo giorno sulle pagine dei quotidiani per malversazioni, anche in Croazia nulla di fatto.
La motivazione è più o meno sempre la stessa: il verbale “del Dio” OLAF!
Ora ci troviamo in una situazione veramente terribile e con una sensazione che ormai è purtroppo quasi certezza: qualche potere forte o lobby ci ha voluto far fuori, implicando e probabilmente corrompendo chi andava corrotto.
Noi, ma non siamo i soli, ci sentiamo senza alcuna speranza di riuscire a venire a capo di questo interminabile incubo. Rischiamo con le nostre famiglie di perdere tutto per non aver commesso alcun reato. Ma ancor più male e paura ci mette la consapevolezza che non esiste più alcuna giustizia.
Perché la Dogana Italiana, dopo essere stata informata degli esiti delle indagini e relativa sentenza croata passata in giudicato, dopo esser venuta a conoscenza della nostra archiviazione della parte penale, dopo aver preso consapevolezza del mero errore formale sui certificati EUR1, non ha fatto assolutamente nulla per risolvere questa situazione? Anzi, tenendo per sé la sentenza croata, non ha permesso al Tribunale di Trieste di decidere in maniera obiettiva e veritiera in marito ai direttori croati accusati.
Perché abbiamo ricevuto “dai tecnici” del Ministero del Commercio Internazionale tale trattamento? Come possono permettersi un tale comportamento di privilegio nei confronti delle multinazionali, a scapito delle piccole aziende, anche a costo di distruggerle in maniera illecita?
Perché l’OLAF ha effettuato un’ispezione redigendo un verbale, che non rispecchiava tutta la durata della campagna di lavorazione?
Perché l’ Autorità Giudiziaria croata è riuscita a risalire ed a analizzare minuziosamente tutti i dati della campagna, mentre l’OLAF no?
Perché quest’ultima non è disposta a riaprire il caso, visto che c’è ancora gente con la corda al collo ma non ancora impiccata?
Ci sono forse degli “interessi particolari” anche in un’ istituzione, che si presenta come Ufficio europeo per la lotta antifrode, ma che invece in questo caso sembra che le frodi ed ingiustizie le voglia coprire?
Perché lo Stato/Dogana Croata, pur in presenza di una sentenza inappellabile di una propria istituzione giudiziaria, non ha provveduto ad informare Bruxelles sugli sviluppi delle indagini? Devono forse coprire l’operato o un disegno criminale di qualcuno?
Perché è stata emessa una sentenza di primo grado nei nostri confronti contro ogni logica, mentre la persona firmataria del provvedimento revocatorio doganale viene accusata di malversazioni di tutti i tipi?
Perché anche in Croazia, tutti si nascondono dietro all’Olaf?
Ci sarebbero ancora mille quesiti ai quali andrebbe cercata una risposta, come varrebbe la pena di raccontare anche la storia inerente ad una seconda vicenda, successa guarda caso nello stesso periodo, che riguarda le nostre importazioni di polpa esausta secca di barbabietola (eravamo dagli anni ’90 i maggiori importatori italiani dall’ex Jugoslavia) ovvero, come in base ad un effimero monitoring ‘ad hoc’ sloveno, il Ministero della Sanità Italiano ci bloccò e illegittimamente rifiutò la contro analisi su una partita di merce chiedendocene la distruzione per più di tre anni, merce poi risultata regolare e successivamente commercializzata.
Ma intanto, anche in questo caso, il passare del tempo e l’essere messi sulla black list comunitaria ci ha portato a perdere ogni possibilità di rimanere sul mercato.
Ora siamo in attesa dell’ultimo atto in Italia, il procedimento in Cassazione, che dovrebbe svolgersi a breve.
La strada per noi però sembra quasi segnata. La Società Agrimpex è ormai sull’orlo del fallimento, così come il socio ora accomandatario Ezio Stancich. Come già sopra accennato, entrambe le famiglie rischiano di perdere tutto. Quello che però rappresenta per noi la cosa più grave anche se immateriale, è la perdita della speranza e la voglia di vivere in un mondo corrotto e falso, dove sembra che non esista più giustizia. Siamo seriamente preoccupati per noi, ma specialmente per i nostri figli e penso che chi ci leggerà, dovrebbe farsi carico di altrettanta preoccupazione.
Voglio infine precisare che la “nostra” operatività è nel frattempo stata rilevata e praticamente monopolizzata dalle multinazionali saccarifere, prevalentemente tedesche ed italiane. Lo zucchero viene da loro ora acquistato alla fonte a dei prezzi molto inferiori e messo in commercio a dei prezzi molto superiori rispetto al 2001, a scapito dei consumatori, della gente comune. Veramente una storia di libero mercato…!
Ci sarebbe da dire e da scrivere ancora mille altre cose, ma ci fermiamo qua, con la speranza che qualcuno senta il nostro lamento sul letto di morte. Per salvare qualcuno c’è innanzi tutto bisogno di volontà, che finora è venuta a meno. Oltre a ciò, specialmente di questi tempi, dovrebbe essere riscoperto anche il senso di giustizia e quello dello Stato.
In attesa di un cenno di riscontro, rimaniamo a disposizione per qualsiasi tipo di chiarimento. AGRIMPEX S.a.s. Ezio Stancich
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3 thoughts on “Una storia di zucchero, dogana, Unione Europea e Stato Italiano”
fabio 5 gennaio 2013 at 16:47
Terribile, per quelli che capiscono e sanno cosa vuole dire. Da denunciare in procura. Ci vuole però una barca di EURO per difendersi e sembra che il dott. Ezio ne è a corto. Chi lo può aiutare ????
Caterina 6 gennaio 2013 at 20:52
Terribile, pure la casta UE colpisce i più deboli…. da non credere
Alessandro 5 maggio 2013 at 10:24
La storia descritta è l’ennesima dimostrazione dell’arroganza delle grosse multinazionali, ma quello che fa più rabbia è che queste possono fare ciò grazie alle compiacenze (e talvolta anche corruzioni) delle istituzioni Europee ed Italiane, che dovrebbero invece tutelare il libero commercio se questo viene fatto onestamente.
Eppoi le istituzioni Italiane (Dogana) avrebbero il dovere di tutelare una ditta italiana che paga le tasse e dà lavoro in Italia, ma evidentemente ci sono interessi più forti.
Sarebbe veramente ora di finirla con tali storie!

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