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Timestamp: 2019-04-19 08:18:28+00:00

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Academici libri:Opera filosofica in forma di dialogo in due redazioni: la prima (Academica priora) in due libri, di cui resta il secondo, finita il 13 maggio 45; la seconda (Academica posteriora) in quattro libri, di cui è conservato il primo non completo con parecchi frammenti, terminata il 28 giugno 45 e consegnata ai copisti il 30 giugno, con una ultima revisione il 28 agosto dello stesso anno: Att. XII, 44, 4; XIII, 12, 3. 13-14, 1. 14-15, 1-2. 16, 1. 17-18. 19, 3-5. 21a, 1. 22, 1. 23, 2. 24, 1. 25, 3. 32, 3. 44, 2; fam. IX, 8; div. II, 1. [ErMa]
Aratea:Opera giovanile di Cicerone, scritta quando era ancora admodum adulescentulus (N.D. II, 104), attorno al 90-89 a.C., gli Aratea sono una traduzione latina in esametri dei Phaenomena di Arato di Soli (III sec. a.C.), poema didascalico ellenistico di argomento astronomico. Degli Aratea si conservano un lungo passo di 480 versi giunto per tradizione diretta e numerosi frammenti più brevi, che conosciamo dal De natura deorum (II, 104-114) e grazie a Prisciano. Il confronto con i passi greci corrispondenti lascia rilevare una tecnica versoria molto libera, che dà adito a rielaborazioni più o meno profonde dell'originale, secondo l'uso latino di emulare, e non imitare, i modelli greci. Nel caso specifico, Cicerone aggiunge all'asciutto poemetto astronomico greco, e al suo lessico prezioso e ricercato, maggior colore, soprattutto tramite le vivaci e pittoresche descrizioni e una tendenza al grandioso e al patetico, per cui traeva ispirazione dalla grande poesia romana, Ennio in primis. È rimarchevole il contributo degli Aratea alla tecnica versificatoria esametrica; in particolare Cicerone sembra trasporre nei versi la sua tendenza al periodare ampio in prosa, rompendo i confini del verso e dando forte impulso alla tecnica dell'enjambement. Forse in un secondo momento, a giudicare da un'epistola ad Attico di dubbia interpretazione (Att. II, 1, 11, datata giugno 60 a.C.), Cicerone tradusse anche la seconda sezione del poemetto di Arato, i Prognostica (Div. I, 13-15) [FPiccioni]
Brutus:Composto in breve tempo all'inizio del 46 a.C. (div. II, 4; orat. 23; parad. 2-5; QUINT. X, 1, 38; TAC. dial. 30; MACR. Sat. VI, 2, 34.), doveva essere sostanzialmente terminato a marzo quando ancora era in vita il Catone futuro Uticense, il Brutus rappresenta una straordinaria fonte per la storia dell'eloquenza greca e, soprattutto, romana. La scelta di Bruto come dedicatario dell'opera è significativa: Cicerone delinea due modelli di oratore (§ 201), uno, simpatizzante della corrente atticista - che predilige uno stile "piano" (attenuate presseque dicens) e un altro, "asiano" nelle definizioni dell'epoca, che propende per uno stile "grandioso" (sublate ampleque dicens): più incline a questo secondo orientamento, Cicerone critica l'atticismo cui tenta di sottrarre il talento di Bruto, che per questa corrente pare nutrisse simpatie. L'opera si apre con la commemorazione del defunto Ortensio Ortalo, fortunato, a detta di Cicerone, per non aver assistito alla decadenza dell'oratoria e, al contempo, della res publica (§§ 1-8). Proprio la figura di Ortensio suggerisce a Cicerone la riproposizione di un dialogo avvenuto forse nella villa romana dell'arpinate che ebbe come protagonisti Cicerone stesso, Bruto e Attico (§§ 9-10). Quest'ultimo, come premio per aver composto il Liber annalis, chiede a Cicerone di interrompere il suo silenzio e di delineare una storia dell'eloquenza. Fino al § 52 protagonisti sono gli oratori greci; dal § 53 al § 319, seppur con delle interruzioni dedicate a riflessioni più generali sull'oratoria, quelli latini, che, a partire dal Bruto fondatore della repubblica, giungono fino all'età di Cicerone, suddivisi grosso modo in un'età antica, una graccana e una più vicina all'autore (per ciascuna epoca si segnalano al massimo un paio di oratori d'eccezione); dal § 300 Cicerone inserisce sempre di più notizie inerenti la sua formazione e la sua carriera nel resoconto relativo agli oratori della generazione immediatamente precedente alla sua, che egli aveva potuto ascoltare da giovane, a differenza dei più antichi, descritti grazie a notizie indirette, non sempre corredate dalla redazione scritta delle orazioni. Egli può così concludere lo scritto, a mo' di Ringkomposition, con un ritorno a Ortalo (§§ 320 -333). Il Brutus è mutilo alla fine, ma il materiale perso deve essere minimo, perché la naturale conclusione del dialogo sembra molto vicina. Di particolare interesse sono i §§ 184-189, in cui Cicerone descrive le finalità dell'oratore (docere, delectare, movere) e dichiara che l'oratore migliore è quello che incontra l'approvazione del popolo, perché, così facendo, risulta gradito anche agli esperti [S. Mollea].
Cato Maior de senectute:Opera filosofica in forma di dialogo, dedicata a Tito Pomponio Attico (Cato 1-3; Att. 14,21,3; 16,3,1; 16,11,3), si considera in genere composta nei primi mesi del 44 a.C.
[Fausto Pagnotta]
Cum populo gratias egit - Post reditum ad populum:È l'orazione pronunciata come ringraziamento al popolo subito dopo il rientro a Roma dall'esilio nel 57 a.C., poco dopo la Cum senatui gratias egit. Più breve e meno stilisticamente elaborata di quest'ultima, dà maggior spazio all'espressione immediata del sentimento, nell'enfatizzazione delle virtù del suo autore, nell'evocazione delle sue relazioni familiari e personali, piuttosto che all'esposizione logica dei fatti. Nella peroratio Cicerone torna a insistere, come nella Ad Senatum, sul proprio patriottismo, ancora una volta indulgendo all'autoelogio. [FPiccioni]
Cum senatui gratias egit - Post reditum ad senatum:L'orazione fu pronunciata davanti al senato nel 57 a.C. come ringraziamento all'immediato rientro dall'esilio. Lo stile, specie nell'exordium, è retoricamente molto elaborato, ma il valore letterario di questo e degli altri due discorsi coevi Ad populum e De domo sua è stato giudicato non all'altezza della grande oratoria ciceroniana, tanto da indurre alcuni studiosi a dubitare, peraltro senza fondamento, della sua autenticità. Nell'Ad Senatum Cicerone, dopo aver ringraziato e debitamente elogiato il Senato, si presenta come strenuo fautore della repubblica, cui si fa vanto di aver sacrificato la sua stessa salvezza e cui promette di consacrare la sua intera esistenza. L'orazione lascia rilevare una tendenza accentuata da parte dell'autore all'autocelebrazione. [FPiccioni]
De divinatione:Il De Divinatione (opera filosofica in forma di dialogo in due libri, composta a novembre/dicembre 45 e pubblicata dopo il 15 marzo 44) insieme con il De Fato rappresenta un'integrazione al dialogo De Natura Deorum, dove già Q. Lucilio Balbo (ND III.19) si era lamentato del fatto che non si desse abbastanza spazio a quegli argomenti che Cicerone preferì discutere in separata sede e in maniera più distesa. Una volta perfezionate, queste tre opere avrebbero rappresentato una trattazione completa dell'argomento teologico dai punti di vista della scuola accademica, stoica e, più limitatamente, epicurea e peripatetica. Cicerone impostò il De Divinatione come un dialogo tra lui stesso e il fratello Quinto: quest'ultimo è il primo a parlare e occupa l'intero primo libro, dove illustra con dovizia di particolari e numerosissimi esempi la teoria stoica secondo la quale era possibile interpretare i segni ammonitori degli dèi e prevedere così il futuro. Una delle argomentazioni più forti a sostegno dell'esistenza della divinazione stava proprio nel fatto che tutti i popoli (consensus omnium) avevano tentato in differenti modi di comprendere quale fosse il proprio destino (Div. I.11). Quinto conclude esponendo la suddivisione tra le due diverse forme di divinazione ossia la divinatio naturalis e la divinatio artificialis: la prima riguarda una rivelazione diretta del futuro da parte di un dio, mentre la seconda prevede l'intervento dell'uomo che attraverso l'ars interpreta i segni divini. Nel secondo libro prende la parola Cicerone, il quale ribatte e confuta ogni argomento addotto dal fratello. La divinazione popolare viene così respinta, sebbene non sia ritenuta pericolosa, visto che, una volta ufficializzata, garantisce anche la stabilità sociale (Div. II.148). Con quest'opera Cicerone da una parte contesta la dottrina stoica sulla divinazione, la quale tende a elevare questa pratica a una forma di filosofia (Div. II.150), dall'altra, mantenendo intatte le tradizioni, tenta di liberare l'uomo dalla superstizione e dalle false credenze. [S. Rozzi]
De domo sua:Discorso tenuto ai pontefici il 29 settembre 57, dopo il ritorno dall'esilio, con cui Cicerone chiede ed ottiene che sia dichiarata nulla la consacrazione del terreno della sua casa sul Palatino, distrutta da Clodio a marzo 58: Att. IV, 2, 2.
De fato:Opera filosofica, pervenutaci incompleta, che si considera composta nei primi mesi successivi all'assassinio di Cesare (15 marzo del 44 a.C.); la data fittizia del dialogo coincide con quella reale e l'ambientazione è nella villa di Cicerone a Pozzuoli, il Puteolanum. Il testo che si è conservato non ci permette di definire con precisione a chi sia dedicata l'opera, forse ad Aulo Irzio (al quale Cicerone si rivolge come interlocutore), già ufficiale di Cesare fin dal 54 a.C. e console designato nel 44 a.C. dopo la morte del dittatore. [Fausto Pagnotta]
De finibus bonorum et malorum:L'opera, composta nel 45 a. C., si articola in cinque libri ed è divisa in tre dialoghi: i primi due libri vertono sull'etica epicurea, esposta nel primo da Lucio Torquato e criticata nel libro seguente dallo stesso Cicerone; il secondo dialogo vede nel terzo libro Catone l'Uticense illustrare l'etica stoica , ricevendo le obiezioni di Cicerone nel quarto. L'ultimo dialogo è invece contenuto nel solo quinto libro, dove Calpurnio Pisone discorre sul sistema etico dell'Accademia e del Peripato. [AntOrl]
De haruspicum responso:L'orazione, pronunciata nel 56, rientra nel gruppo delle clodiane. Quando nel 57, al rientro dall'esilio, trova la sua casa sul Palatino distrutta e al suo posto un tempio fatto erigere e consacrato da Clodio alla Libertà, Cicerone reagisce, ottenendo con l'orazione De domo sua ad pontifices la restituzione del terreno e la ricostruzione della casa a spese dello Stato. Tuttavia alcune sciagure avvenute l'anno successivo vennero dagli aruspici attribuite all'ira divina, che Clodio non mancò di addebitare all'abbattimento del suddetto tempio nei terreni di Cicerone. De haruspicum responso ribatte le accuse di Clodio, presentato come sacrilego per aver profanato qualche anno prima (62) i misteri della Bona dea, riservati alle donne. Di qui l'inestinguibile odio tra Clodio e Cicerone, che aveva testimoniato nel processo contro il profanatore, demolendone l'alibi. Reputato in passato da taluni studiosi apocrifo, il discorso è saldamente attribuito a Cicerone in tutta la tradizione manoscritta, nonché da Asconio Pediano (Comment. 55, 21 St. = 61-62 Clark) e Quintiliano (Inst. V, 11, 42). [F. Piccioni]
De inventione - Rhetorici libri:È una delle prime opere composte da Cicerone in ancor giovanissima età, nonché la prima tra quelle a noi giunte (84 a.C. ca). Si tratta di un'ars rhetorica, che l'autore non portò a compimento. Scrisse infatti solo i primi due libri, relativi a inventio e dispositio; impreciso dunque il titolo vulgato (libri Rhetorici era in effetti il titolo più diffuso in antico: Quint. III, 6, 50; cf. III, 3, 6; III, 1, 20; II, 14, 4 et alibi). L'opera si inserisce pienamente nel solco della tradizione greca dei trattati di retorica: se la contemporanea Rhetorica ad Herennium si sforza di romanizzare le fonti greche con materiale tratto dalla cultura e dall'oratoria romana, il giovane Cicerone, di contro, non si perita di celare l'impostazione greca propria delle technai retoriche, contro cui egli stesso polemizzerà decenni dopo nel De oratore. Cicerone discute tra l'altro dell'annosa questione, già oggetto di dibattito presso i greci, se all'oratore possa bastare il pieno possesso dei mezzi retorici oppure necessiti di un'ampia cultura giuridica, filosofica e storica. Egli si pronuncia nel proemio in favore di una combinazione di eloquentia e sapientia, fondamentale quest'ultima per la delineazione di una coscienza morale dell'oratore; su questa tematica tornerà più compiutamente oltre trent'anni dopo nel De oratore. [F. Piccioni]
De lege agraria / Contra Rullum I-III:Tre discorsi politici: Att. II, 1, 3; Pis. 4; PLIN. N. H. VII, 117; PLUT. Cic. 12, 5-6. Del quarto resta una sola testimonianza.
De legibus:Il De legibus s'inquadra nella produzione ciceroniana come un'opera filosofico-politica in forma di dialogo, giunta a noi incompleta: di essa ci sono pervenuti con lacune i primi tre libri.
Il dialogo ha come interlocutori Cicerone stesso, il fratello Quinto e l'amico Attico ed è ambientato nella villa di Arpino, nei pressi del fiume Liri. Di particolare interesse risultano nell'opera a livello filosofico la trattazione da parte di Cicerone del concetto "di legge e di diritto di natura" a supporto delle sue proposte di legge e a livello storico-giuridico l'esame e il commento di numerose leggi romane che rendono l'opera una ricca testimonianza della storia delle istituzioni e del diritto pubblico, civile e religioso, di Roma, con molti riferimenti al contesto politico contemporaneo a Cicerone.
De Manilio:Discorso tenuto al popolo il 28 o 29 dicembre 66, di cui con tutta probabilità resta un frammento (in NON. 434, 24 M. =700 L. ), attribuito anche ad un supposto discorso Pro Manilio dell'anno 65: PLUT. Cic. 9, 4-7; D.CASS. XXXVI, 44, 1-2.
De Marcello (Pro Marcello):Discorso databile tra il settembre e l'ottobre del 46 a.C., tenuto da Cicerone davanti al senato per ringraziare Cesare di avere concesso a Marco Claudio Marcello, da anni uno dei suoi più ostinati oppositori di parte pompeiana ed esponente di spicco della nobiltà romana, la grazia e la possibilità con essa di tornare a Roma dall'esilio volontario a Mitilene, dove Marcello si era ritirato dopo la disfatta di Pompeo e del suo esercito a Farsalo il 9 agosto del 48 a.C. In più occasioni, come testimoniano alcune lettere della raccolta Ad familiares (cfr. fam. 4,7,3-6; 4,8,2; 4,9; 4,10), Cicerone aveva cercato di convincere Marcello a mitigare le sue rigide posizioni sia riguardo alla decisione di rimanere in esilio, sdegnoso di ogni possibile grazia concessagli da Cesare, sia riguardo alla sua intransigente opposizione nei confronti del dittatore stesso, tutto questo per creare le condizioni favorevoli al rientro di Marcello a Roma. [Fausto Pagnotta]
L'orazione è definita nei codici Pro Marcello (quindi come un discorso giudiziario). In realtà, trattandosi di un intervento in senato, la sua denominazione esatta dovrebbe essere De Marcello
De natura deorum:Opera filosofica in forma di dialogo articolato in tre libri scritti a partire dall'agosto del 45 e dedicati a M. Bruto (Att. 13, 8. 38, 1. 39, 2; Div. II, 3).
Condotto secondo la tecnica della dialettica accademica, il trattato propone un'esposizione critica sulla natura del divino nella dottrina stoica ed epicurea. L'esposizione della teologia epicurea e di quella stoica sono affidate rispettivamente a Gaio Velleio e a Lucio Balbo. Il discorso di Velleio occupa la prima parte del libro primo e comprende: un attacco al Platonismo e allo Stoicismo, un excursus storico della filosofia da Talete a Diogene, un'esposizione della teologia epicurea. La dottrina stoica è invece l'oggetto del discorso di Balbo; contenuta nel secondo libro essa procede secondo il seguente schema: dimostrazione dell'esistenza degli dei; descrizione della loro natura, dimostrazione di come sul mondo e sulla vita degli uomini eserciti il suo influsso la cura provvidenziale degli dei. All'accademico Cotta spetta il compito di ridicolizzare le approssimazioni e l'antropomorfismo epicurei. Cotta, inoltre, sottopone a critica il provvidenzialismo stoico insieme con la sua fiducia nell'ordine immanente dell'universo. Come sempre è l'Epicureismo ad uscire completamente sconfitto. Sono elogiate, invece, la serietà e la dignità dello Stoicismo. [Monica Giannone]
De officiis:Trattato filosofico in tre libri, considerato l'ultima opera filosofica di Cicerone, il De officiis è stato composto tra l'autunno e l'inverno del 44 a.C. [Fausto Pagnotta]
De optimo genere oratorum:Prefazione alla traduzione progettata (nella primavera del 46 o nell'anno 51), ma probabilmente mai compiuta, dell'?orazione Sulla corona di Demostene ed Eschine: opt. gen. 13; 23; ASCON. 30, 5 ST. (= 30, 5-6 C.); HIERON. ep. 57, 5, 2; SIDON. ep. 2, 9, 5.
De oratore:Opera di retorica in tre libri in forma di dialogo, dedicata al fratello Quinto e terminata a metà novembre 55: Att. IV, 13, 2; fam. I, 9, 23.
De provinciis consularibus:La datazione del discorso è incerta, ma si possono stabilire i termini post quem e ante quem con relativa sicurezza. In De prov. 14 Cicerone allude alla seduta del senato del 15 maggio 56 in cui era stata negata a Gabinio la supplicatio per la vittoria contro il re ribelle di Giudea Aristobulo e il figlio Alessandro (vedi anche Q. fr. 2, 7, 1). Cicerone immagina che il responso del senato sarebbe giunto a Gabinio paucis diebus e, siccome per raggiungere la Siria erano necessarie almeno quattro o cinque settimane, possiamo pensare che il discorso si sia tenuto verso fine giugno. Questa datazione si adatta perfettamente con il terminus ante quem, ovvero la presentazione delle candidature dei consoli, fissata diciassette giorni prima delle elezioni, che si tenevano a luglio. Secondo la già citata Lex Sempronia, l'assegnazione delle province ai consoli doveva avvenire prima di questa data, per evitare pressioni indebite sui senatori da parte dei nuovi eletti. [Gianmario Cattaneo]
De re publica:Scritto negli anni 54-52 è un dialogo in 6 libri che si immagina avvenga nel 129 a.C. nella villa di Scipione l'Emiliano: per tre giorni conversano il padrone di casa, Lelio, Furio Filo, Manlio Manilio e personaggi minori.
Epistulae ad Atticum:L'epistolario è suddiviso in sedici libri e contiene 454 lettere. Le lettere indirizzate ad Attico coprono un periodo che va dal 68 a.C. al 44 a.C. con alcune interruzioni: non ci sono giunte lettere del 63 a.C., anno in cui Cicerone era console e affrontò la congiura di Catilina e mancano anche quelle del periodo tra il 54 e 51 a.C., poiché Attico si trovava a Roma. Ventiquattro anni di corrispondenza immergono il lettore nella profonda crisi politica di Roma, che portò alla dissoluzione della Repubblica. Sebbene fosse intenzione di Cicerone pubblicare le proprie lettere (Fam., XIV, 17, 1), tuttavia gli eventi gli impedirono di portare a termine questo progetto. Si tratta di una raccolta fondamentale per poter ripercorrere e rivivere non solo la storia e le emozioni dell'oratore di Arpino, ma anche la sua maturazione filosofica e letteraria. La sintassi delle lettere è molto diversa da quella delle orazioni, dei dialoghi e dei trattati: la costruzione del periodo non è così armoniosa, i periodi sono più rapidi e agili distaccandosi dal tono solenne proprio delle aule del tribunale. È chiaro come Cicerone, nella stesura sia delle lettere ad Attico sia delle ad Familiares, abbia adottato, in accordo con le regole del genere epistolografico, il sermo cotidianus, lo stile colloquiale usato dalle persone colte, privo di qualsiasi volgarismo, ma ricco di espressioni idiomatiche e soprattutto di grecismi, normalmente usati nella conversazione quotidiana ma banditi, in ossequio alle norme del purismo, dalle orazioni e dai trattati. [S. Rozzi]
Epistulae ad familiares:Raccolta in sedici libri contenente 426 lettere tra Cicerone e i suoi amici e parenti. Manca tutta la corrispondenza con il figlio Marco, il quale, con ogni probabilità, aveva autorizzato sia Attico sia Tirone a pubblicare le lettere del padre. Il progetto iniziale di Cicerone prevedeva una raccolta di circa un centinaio di lettere, ma Tirone pubblicò tutto il materiale in suo possesso e non escluse nemmeno le lettere di raccomandazione. La raccolta, oltre a quelle di Cicerone, comprende una novantina di lettere di suoi corrispondenti. La lettera più antica risale al 62 a.C. ed è indirizzata a Pompeo, l'ultima è una lettera del 43 a.C. per Cassio. L'epistolario non è organizzato secondo un ordine cronologico; solamente il terzo e l'ottavo libro si distinguono perché contengono lettere indirizzate rispettivamente al solo Appio Claudio Pulcro e a Marco Celio Rufo. La raccolta presenta una grande varietà di argomenti passando da lettere di condoglianze a epistole consolatorie a piccoli trattati di carattere politico o letterario. Cfr. Att. XVI, 5, 5; fam. XVI, 17, 1; NEP. Att. 16, 3; SEN. RHET. Suas. 1, 15; SEN. brev. 5, 2; ep. 97, 4; 118, 1-2.
Epistulae ad M. Brutum:Raccolta in un solo libro di ventisei lettere (di cui le ultime due apocrife e nove di Bruto) che coprono il periodo tra marzo o aprile fino a luglio del 43 a.C., indirizzate all'amico M. Giunio Bruto (85-42 a.C.), uno dei cesaricidi, il quale in Illiria si stava preparando alla guerra contro Antonio. Le lettere dovevano essere molte di più, purtroppo il resto della corrispondenza, che doveva durare da una decina di anni, non è sopravvissuto. Sebbene siano giunte a noi in numero esiguo, le epistulae ad Brutum sono un documento storico di grande valore, poiché sono ricche di informazioni dirette relative alle vicende storiche di quel breve periodo. [S. Rozzi]
Epistulae ad Quintum fratrem:Raccolta in tre libri di ventisette lettere, che coprono il periodo dal 59 al 54 a.C., ordinata probabilmente da Tirone, indirizzate a Quinto, unico fratello di Cicerone. Sulle orme del fratello, Quinto ricoprì le cariche di questore, edile, pretore e proconsole, supportò Cicerone durante la sua candidatura e seguì poi Cesare in Gallia. Il tono delle lettere contenute in questa raccolta è molto vicino a quello impiegato nella corrispondenza con Attico, contraddistinto da franchezza e libertà di parola. [S. Rozzi]
Ex variis conversa:Traduzioni in versi da poeti greci inserite nelle opere filosofiche.
In Caecilium:Discorso congetturale contro Q. Cecilio Nigro databile intorno al 20 di gennaio del 70. a.C., mediante il quale Cicerone chiede di poter farsi carico dell'accusa di Verre. Si tratta dell'unico esempio di questo genere oratorio sopravvissuto nella letteratura latina, come ha osservato C. Craig, Dilemma in Cicero's Divinatio in Caecilium, AJPh 106.4, 1985, 442-446. [Monica Giannone]
In Catilinam I-IV:Corpus di quattro orazioni consolari pronunciate da Cicerone tra il novembre e il dicembre del 63 a.C. in seguito alla scoperta e alla repressione della congiura di Lucio Sergio Catilina.
Nel complesso Cicerone presenta Catilina come un nemico della patria, uno scellerato il cui intento non era il mutamento delle istituzioni, ma il loro abbattimento. Dal canto suo, l'Arpinate si propone quale cardine dell'alleanza tra cavalieri e ottimati, garante dell'equilibrio sociale, salvatore della Repubblica e console provvido. Arriva a paragonare se stesso non solo a eroi celebri, ma addirittura a Romolo. Simile convincimento ritorna nella Pro Sulla 33 come anche nelle orazioni post reditum ed è stato talvolta oggetto di ironia da parte dei posteri. Interessante notare come nel suo Bellum Catilinae Sallustio ridimensioni notevolmente il ruolo di Cicerone senza proporne giudizi particolarmente elogiativi; Cicerone è un magistrato che adempie le proprie funzioni senza essere un eroe. La stessa figura di Catilina viene presentata in modo assai più complesso, sfaccettato e a tratti affascinante. Così come le leggiamo oggi, le Catilinarie sono il frutto di una rielaborazione che impegnò l'oratore nel 60 a.C. (Att. II, 1, 3), allorché il mutato clima politico, lo sgretolarsi del consenso intorno alla propria linea politica, l'irregolare condanna a morte dei congiurati lo rendevano sempre più consapevole del suo isolamento e della criticità della propria posizione. [Monica Giannone]
In Pisonem:Pronunciata in senato nel settembre del 55, l'orazione costituisce la risposta di Cicerone agli attacchi di L. Calpurnio Pisone Cesonino che, vistosi revocare il proconsolato della Macedonia, attacca pesantemente l'Arpinate poco prima dei giochi di Pompeo: Q.f. III, 1, 11; Pis. 65; Quint. III, 7, 2; Ascon. 11, 1-2 ST. (= 1, 1-3 C.). In effetti Cicerone non era estraneo a tale rientro, nel suo discorso De provinciis consularibus egli aveva accusato esplicitamente Pisone di una scellerata gestione mentre nella In Pisonem lo definisce latro, fur e rapax (§ 24, 38, 66). Accuse di questo tenore erano tutt'altro che infrequenti e venivano sovente imputate ai proconsoli e ai governatori; gli stessi capi d'accusa si ritrovano con poche varianti in altre invettive pervenuteci e la figura del rapace Pisone sembra evocare il fantasma di Verre. Inoltre se pensiamo a orazioni quali Pro Fonteio, Pro Flacco e Pro Scauro, appare evidente quanto il problema dello sfruttamento e del malgoverno delle province fosse tema assai ricorrente. L'attacco ad personam di Cicerone era, a suo modo, pienamente giustificato: in Pisone Cicerone vedeva uno dei responsabili del suo esilio, un sostenitore di Clodio. È ipotizzabile che la diffusione dell'orazione avesse come finalità non tanto quella dello sfogo quanto quella di influenzare la pubblica opinione. La replica ciceroniana è imbastita sui temi tradizionali dell'invettiva: critica delle origini sociali, dell'aspetto, dell'immoralità e della rapacità. Cicerone si lascia andare a un cumulo di insulti di ogni genere che di quando in quando lascia spazio a momenti di genuina comicità. Egli si confronta in termini autoelogiativi con Pisone e, come aggravante, pone a carico del suo avversario la fede nella dottrina epicurea interpretata, peraltro, in modo volgare e aberrante. Il discorso fu successivamente ampliato e modificato per la redazione scritta [Monica Giannone]
In Vatinium testem:, tra il 10 febbraio (Q. fr. 2, 3, 5: A. d. IIII Id. Febr. Sestius ab indice Cn. Nerio Pupinia de ambitu est postulatus et eodem die a quodam M. Tullio de vi. Is erat aeger. Domum, ut debuimus, ad eum statim venimus eique nos totos tradidimus) e l'11-14 marzo (Q. fr. 2, 4, 1: Sestius noster absolutus est a. d. II Id. Mart. [secondo altri mss. V Id. Mart.] et, quod vehementer interfuit rei publicae, nullam videri in eius modi causa dissensionem esse, omnibus sententiis absolutus est). [Gianmario Cattaneo]
In Verrem I:Actio prima in Verrem. Discorso del 5 agosto del 70 a.C. pronunciato da Cicerone in occasione del processo contro l'ex governatore della Sicilia Gaio Verre, accusato de pecuniis repedundis. La sferzante e rapida requisitoria si tiene quindi presso il tribunale per le concussioni, di fronte al pretore M. Acilio Glabrione. Verre è difeso da Q. Ortensio Ortalo affiancato da Q. Cecilio Metello Pio Scipione Nasica e L. Cornelio Sisenna (Brut. 319; Ver. I, 54; Plut. Cic. 7, 8). [Monica Giannone]
In Verrem II:Libello di accusa scritto da Cicerone come fittizia actio II contro Verre tra la fine di settembre e l'ottobre del 70, quando ormai l'ex governatore della Sicilia si trovava già in esilio, dove si era recato intorno alla metà di settembre di quell'anno. Il corpus consta di cinque orazioni (Ver. II, 2, 130) mai realmente pronunciate in quella forma e fu composto sfruttando l'ingente quantità di materiale raccolto durante le indagini. [Monica Giannone]
Laelius de amicitia:Opera filosofica in forma di dialogo, dedicata da Cicerone all'amico Tito Pomponio Attico (Lael. 3-4), composta nel 44 a.C. dopo il De senectute e prima del De officiis. Il dialogo riporta il lettore all'anno 129 a.C., poco dopo la morte di P. Cornelio Scipione Emiliano, ed è costituito dal racconto che Cicerone afferma di avere ascoltato in gioventù da uno dei suoi maestri, Quinto Mucio Scevola l'augure (Lael. 1-3), il quale gli riportò, perché presente insieme con Gaio Fannio, l'oratio di Gaio Lelio, amico e consigliere di Scipione, sul significato e sul valore dell'amicizia. [Fausto Pagnotta]
Orator:Dopo aver scritto il Cato (§35; Att. XII, 6a, 1; fam. VI, 7, 4; XII, 17; orat. 34-35) e aver composto e dedicato a M. Bruto il dialogo a lui intitolato (§23), nello stesso 46 a.C.  forse in estate  Cicerone decise di soddisfare una pressante richiesta dello stesso Bruto con uno scritto destinato a delineare il modello ideale dell'oratore forense (§§36-37). Questa opera retorica in forma di lettera al dedicatario, oltre a riprendere la teoria dello stile oratorio già esposta nel terzo libro del De Oratore, presenta parti nuove di notevole interesse. A seguito di una parte introduttiva in cui l'autore dà conto della scelta di comporre un'opera di questo tipo e delle modalità che seguirà nello svolgimento della materia, il §43 spiega ciò che un oratore deve sempre tenere in considerazione: quid dicat et quo quidque loco et quo modo (l'argomento, il luogo e il modo in cui esporlo). Seguono quindi dei paragrafi (46-60) in cui si parla di inventio, dispositio e actio. La dote fondamentale dell'oratore risulta comunque essere l'eloquentia (§61), le sue finalità probare, delectare, flectere, cui bisogna aspirare in osservanza del decorum (§§69-71), secondo le modalità spiegate ai paragrafi 72-99. Quindi, al §100, abbiamo finalmente la definizione dell'oratore perfetto: is est enim eloquens qui et humilia subtiliter et alta graviter et mediocria temperate potest dicere (È oratore perfetto quello che sa dire le cose umili con semplicità, le cose grandi con solennità, le cose mediocri con moderazione). Nella seconda parte dell'opera, invece, Cicerone si concentra sullo stile, su questioni linguistiche e sulla prosa ritmica. In particolare, viene esaltata l'importanza della metafora (§§134-135) in quanto capace di trascinare gli animi, benché venga sottolineato che le figure di pensiero sono più importanti (§136); viene poi affrontato il problema della collocazione delle parole e delle sillabe e vi sono indicazioni di grammatica storica della lingua latina (§§ 147-162); seguono paragrafi dedicati al suono (163-166), all'antitesi (166-167) e al ritmo (168-238). Su quest'ultimo argomento, l'Arpinate afferma: Ego autem sentio omnis in oratione esse quasi permixtos et confusos pedes (Io penso che nella prosa si debbano mescolare e fondere tutti i piedi §195). Come cerniera tra le riflessioni teoriche sulla prosa ritmica e le raccomandazioni sulle modalità e le circostanze in cui a questa bisogna fare ricorso, l'autore inserisce un breve capitolo (§§201-203) in cui tratta delle differenze tra prosa e poesia. [S. Mollea] *La traduzione italiana dei passi citati in latino si deve a M. Scaffidi Abate.
Paradoxa Stoicorum:Quae quia sunt admirabilia contraque opinionem omnium (ab ipsis etiam paradoxa appellantur), temptare volui possetne proferri in lucem: E queste tesi paradossali  proprio perché sono bizzarre e fanno a pugni con l'opinione della gente comune (gli Stoici li definiscono per l'appunto paradoxa)  ho voluto perciò provare se si poteva riuscire a portarle alla luce; queste parole, pronunciate da Cicerone nell'esordio di questa operetta e che sono relative ad alcuni luoghi comuni degli Stoici, chiariscono immediatamente il significato del titolo e la finalità divulgativa dello scritto. Dedicati a Bruto, i Paradoxa vennero composti quasi sicuramente nella primavera del 46 a.C., dopo il Brutus (§5) e quando ancora non si sapeva della morte di Catone (avvenuta a Utica il 3 aprile dello stesso anno), che viene presentato come vivente (§3). Oggetto della trattazione di questo parvum opusculum (§5) sono sei tesi stoiche che Cicerone, nel proemio, dichiara di ritenere veritiere (§4): nihil est aliud bene et beate vivere nisi honeste et recte vivere (Il vivere bene e felicemente non consiste in altro che nel vivere con probità e rettitudine  §15); nemo potest non beatissimus esse, qui est totus aptus ex sese quique in se uno sua ponit omnia (Non può non essere completamente felice colui che è soggetto esclusivamente a se stesso e che a se stesso affida tutte le sue cose  §17); aequalia esse et peccata et recte facta (Le azioni ree e quelle oneste sono identiche); omnes stultos insanire (Tutti gli stolti sono folli; ma gran parte della trattazione è tesa a dimostrare che tutti gli stolti sono esuli); dictumst  nisi sapientem, liberum esse neminem (È stato sostenuto  che nessuno è libero all'infuori del saggio  §33); contentum vero suis rebus esse maximae sunt certissimaeque divitiae (In realtà, contentarsi di quel che si ha rappresenta la ricchezza più grande e sicura  §51). [S. Mollea] *La traduzione italiana dei passi citati in latino si deve a Renato Badalì.
Partitiones oratoriae:Piccolo trattato sotto forma di domande e risposte composto ad uso del figlio Marco tra il 54 e il 47 a.C., in cui Cicerone esamina minuziosamente le diverse parti dell'oratoria. Dopo un breve exordium (§§1-2) segue un prohoemium (§§ 3-4) in cui sono illustrate rapidamente tutte le parti dell'arte oratoria. Nei paragrafi successivi (§§ 5-26) sono affrontate le diverse fasi per la realizzazione di un'orazione: inventio (§§5-8), dispositio (§§ 9-15), elocutio (§§16-24), actio (§ 25), memoria (§ 26). I paragrafi seguenti (§§ 27-60) trattano delle parti del discorso: exordium (§§ 28-30), narratio (§§ 31-32), argumentatio (§§ 33-51), peroratio (§§ 52-60). Come ultima sezione troviamo quella dedicata ai tria genera causarum: demonstrativum (§§70-82), deliberativum (§§83-97), iudiciale (§§98-138). Notizie ulteriori in Q.f. III, 3, 4. [S. Rozzi]
Philippicae I-IV:Le Philippicae sono una raccolta di 14 orazioni, indirizzate contro Marco Antonio, prende il nome di Philippicae (adBrut., 4.2.6) richiamandosi alle famose invettive del IV sec. a.C. pronunciate dall'oratore ateniese Demostene contro Filippo di Macedonia. La morte del dittatore Giulio Cesare sconvolse la politica romana rimettendo il potere nelle mani del secondo triumvirato costituito da Ottaviano, Lepido e Antonio. Il primo settembre del 44 a.C. Marco Antonio convocò il Senato con l'intenzione di proporre la deificazione di Giulio Cesare, ma Cicerone, ritenendo tale proposta inaccettabile, non si recò alla seduta e il triumviro ne approfittò per attaccarlo pesantemente. Il 2 settembre con il Senato riunito da Dolabella, collega di Marco Antonio nel consolato, Cicerone pronunciò la prima Philippica, con la quale dava ragione della sua partenza e ritorno dalla Grecia, quindi ricapitolò la situazione e l'azione politica del triumviro. Sebbene Antonio, dopo il 17 marzo, avesse mantenuto una politica moderata, tuttavia dopo il primo giugno vi fu un brusco cambiamento di rotta: i consoli non si presentarono in Senato, furono esiliati i cesaricidi, i veterani furono spinti a richiedere ulteriori compensi. Cicerone terminò l'orazione opponendosi alla concessione degli onori divini a Giulio Cesare ed esortando Dolabella e Antonio a farsi amare e non temere dai concittadini. Philippica II Il 19 settembre del 44 a.C. l'Arpinate fu accusato da Antonio: dell'assassinio dei Catilinari, della morte di Clodio, della rottura fra Cesare e Pompeo (e pertanto di essere la causa della guerra civile) e infine dell'uccisione del dittatore. In ottobre Cicerone scrisse la seconda Philippica, che però non fu pronunciata, ma pubblicata verso la fine di novembre. L'orazione può essere divisa in due sezioni: nella prima, dal secondo al diciassettesimo capitolo, Cicerone si difende dalle accuse, nella seconda, ossia nei successivi ventinove capitoli, attacca duramente Marco Antonio mettendone a nudo la vita privata e pubblica. Ritenuta un capolavoro di eloquenza, la seconda Philippica fu anche celebrata da Giovenale in una delle sue Satire (X.120-126). Philippica III Con la terza Philippica Cicerone aprì la seduta del Senato del 20 dicembre del 44 a.C., ricapitolò gli avvenimenti delle settimane precedenti, in cui Antonio aveva tentato di portare sul suolo italico alcune legioni, elogiò l'operato di Ottaviano, che si era opposto alle armate di Antonio salvando Roma da un sicuro massacro. Viene esaltato il ruolo di Bruto, degno discendente di coloro che avevano cacciato da Roma Tarquinio, il quale è comunque ritenuto migliore di Antonio. Cicerone invita a sostenere l'operato di Bruto, a rivedere le posizioni assunte contro Ottaviano, che Antonio aveva progettato di far dichiarare nemico pubblico, e prosegue mettendo in evidenza altre malefatte di Antonio. Philippica IV Dopo aver pronunciato la terza Philippica, Cicerone si recò nel Foro e arringò la folla con un nuovo discorso, nel quale evidenzia come il Senato di fatto avesse giudicato Antonio meritevole del titolo di hostis, esalta le azioni di Ottaviano e delle sue legioni, che intendono garantire la libertà del popolo romano, e rievoca ancora una volta le atrocità e i massacri perpetrati da Marco Antonio. Ulteriori notizie in Att. XV, 13, 1; fam. X, 2, 1. 28, 2; XI, 6a; XII, 2, 1. 22a, 1. 25, 2; Br. II, 3, 4. 4, 2; Phil. V, 20; PLUT. Cic. 24, 6. [S. Rozzi]
Philippicae V-XIV:Dieci discorsi politici contro M. Antonio, tenuti nell'anno 43: fam. X, 6, 3; Br. II, 3; Ep. ad Caes. iun. fr. 16 W (= 12 BL = 16 T); Phil. V, 1; VI, 1. 16; VII, 1; VIII, 1; X, 1; XI, 4-8; XII, 5; XIII, 23. 36; XIV, 14; D.CASS. XLV, 17, 1; XLVI, 38, 1.
Pro Archia:Cicerone assunse la difesa di Archia nel 62 a.C., l'anno successivo alla sua vittoria su Catilina. L'attacco diretto ad Archia fu in realtà una mossa politica per colpire indirettamente L. Licinio Lucullo, uomo di spicco e nemico di Pompeo Magno. La famiglia dei Luculli aveva da sempre accolto poeti e filosofi, tra costoro figurava anche l'imputato Archia. Il processo fu intentato in seguito all'approvazione della Lex Papia, con la quale si espellevano gli stranieri da Roma e si cercò di far ricadere Archia all'interno di questa categoria affermando che non era in possesso della cittadinanza. L'accusa si basava su due difetti formali: il primo che non c'erano prove che Archia fosse cittadino di Eraclea e pertanto che potesse ricadere nei casi contemplati dalla lex Plautia Papiria (che riconosceva, previa registrazione del proprio nome presso il pretore della città entro sessanta giorni dall'approvazione del provvedimento, la cittadinanza romana a tutti i cittadini delle città federate con domicilio in Italia), il secondo capo d'accusa consisteva nel fatto che il nome di Archia non appariva in nessun registro del censimento. Cicerone si oppose al primo capo d'accusa portando davanti alla corte dei testimoni della città di Eraclea, i quali testimoniarono la reale appartenenza di Archia a quel municipium; rispose al secondo capo d'accusa affermando che nelle due occasioni nelle quali si erano effettuati i censimenti, Archia era assente dalla città e non aveva quindi avuto la possibilità di farsi registrare. L'imputato fu prosciolto e mantenne la cittadinanza. Testimonianze in QUINT. XI, 1, 19. 3, 97. [S. Rozzi]
Pro Balbo:Orazione tenuta probabilmente nel settembre del 56 a.C. L'imputato L. Cornelio Balbo poté contare sulla difesa di Pompeo, Crasso e Cicerone. Il processo fu incentrato sul diritto o meno di Pompeo di concedere la cittadinanza a Balbo durante la campagna contro Sertorio. Cicerone sostiene che l'unico motivo per cui Balbo era stato trascinato in tribunale, era la gelosia per la sua posizione politica e sociale. Successivamente analizzando e reinterpretando le norme relative alla concessione di cittadinanza sostiene l'impossibilità di negarla all'imputato. L'orazione si conclude con un elogio di Pompeo e di Cesare. Balbo, alla chiusura del processo, mantenne il suo status di cittadino romano. [S. Rozzi]
Pro Caecina:L'orazione fu pronunciata tra il 69 e 68 a.C. relativamente a una causa sul diritto di proprietà coinvolgente Aulo Cecina, cavaliere di Volterra, e Ebuzio. Con questa difesa, Cicerone si dimostra un profondo e minuzioso conoscitore del diritto romano, in grado di opporsi in modo arguto e sottile alle diverse accuse mosse al suo cliente. Viene definita la fondamentale differenza tra possessio e dominium, la corretta applicazione dell'interdictum e, non ultima, la questione sul diritto di cittadinanza. Non mancano nella prima parte momenti di ironia con i quali Cicerone cerca di alleviare il tedio dei giudici. L'esito del processo fu probabilmente favorevole a Cecina. Altre fonti in orat. 102; QUINT. V, 10, 98; TAC. dial. 20, 1. [S. Rozzi]
Pro Caelio:Difesa del giovane M. Celio Rufo nel processo intentato da L. Sempronio Atratino, L. Erennio Balbo e Publio Clodio davanti al pretore Cn. Domizio con l'accusa de vi (accusa per atti violenti). L'arringa fu pronunciata presumibilmente il 4 aprile del 56 a.C. Le accuse mosse a Celio erano diverse: attacco ai suoi cattivi costumi, complicità nella congiura di Catilina, corruzione elettorale, debiti, usura, aggressione e oltraggio al pubblico pudore. Ciascuno dei tre accusatori parlò in tribunale e L. Erennio Balbo portò in scena Clodia, la quale dichiarò di essere stata oggetto di un tentato omicidio da parte di Celio. Dopo aver respinto le prime accuse, Cicerone denigrò pubblicamente Clodia trasformando il tribunale in una sorta di teatro comico, nel quale viene anche introdotto a parlare, in una prosopopea che è un violento attacco all'immoralità della donna, l'austero antenato di Clodia: Appio Claudio Cieco. Ritenuta una dei capolavori di Cicerone, quest'orazione valse l'assoluzione del giovane Celio. [S. Rozzi]
Pro Cluentio:L'orazione fu pronunciata nel 66 a.C. in difesa di Aulo Cluenzio dall'accusa di aver tentato di avvelenare il patrigno. Si tratta di una delle più lunghe orazioni di Cicerone; ciò è dovuto al complesso retroscena fatto di intrighi, omicidi, divorzi e matrimoni, aborti procurati e falsificazioni di testamenti, che rendono la visione complessiva della situazione alquanto difficoltosa. È un altro caso provocato dall'instabilità politica creatasi all'indomani della guerra civile tra Mario e Silla, soprattutto in seguito alle proscrizioni che destabilizzarono molte famiglie influenti. I Cluenzi, originari di Larino, erano esponenti della classe equestre; pertanto, assumendosene la difesa, Cicerone difendeva l'intera classe sociale e nel frattempo si ingraziava potenziali elettori, fondamentali per la futura corsa al consolato. È probabile che Cicerone abbia vinto la causa facendo assolvere Cluenzio: cfr. anche QUINT. II, 17, 21. [S. Rozzi]
Pro Flacco:Difesa di L. Valerio Flacco accusato di concussione, tenuta durante l'estate/autunno dell'anno 59, dopo il processo contro A. Minucio Termo; è conservata l'orazione pronunciata per l'actio II del processo: Att. II, 25, 1; MACR. Sat. II, 1, 13.
Pro Fonteio II:Difesa di M. Fonteio nell'actio II di un processo per concussione (probabilmente anno 69); dell'orazione sono conservati estratti e frammenti. Dell'orazione pronunciata nell'actio I restano solo testimonianze.
Pro Fundanio:Orazione del 66 o 65 a.C. in difesa di C. Fundanio in un processo di carattere penale di cui non conosciamo alcun dettaglio. Forse Fundanio fu accusato de repetundis. Il personaggio è citato da Quinto Tullio Cicerone nel suo Commentariolum Petitionis come uno degli uomini vicini ai circoli più influenti di Roma, che Marco aveva difeso e legato a sé. [S. Rozzi]
Pro lege Manilia - De imperio Cn. Pompei:Dopo la distruzione di Cartagine, Roma ha finalmente la possibilità di aspirare al ruolo di egemone nel bacino del Mediterraneo. La nuova potenza da affrontare era il Ponto con a capo un sovrano deciso a espandere i propri confini: Mitridate. Sconfitto da Silla e Lucullo, il Ponto continuò a rappresentare una minaccia per i confini orientali romani. Nel frattempo la presenza dei pirati nel Mar Mediterraneo rappresentava una grave minaccia per l'economia dell'impero. Si stabilì nel 67 a.C., con la Lex Gabinia, di affidare poteri e risorse straordinari a Pompeo, il quale nell'arco di tre mesi sterminò i pirati. Ora che questa minaccia era stata eliminata, era necessario porre fine al conflitto col Ponto. Fu così che G. Manilio propose di concedere a Pompeo il comando supremo con risorse illimitate e senza alcuna restrizione di tempo o luogo. Cicerone, essendo anch'egli esponente della classe equestre, decise di esordire in Senato supportando la lex Manilia. Questa orazione rappresentò il trampolino di lancio per la sua futura carriera politica. Cicerone mise in risalto l'importanza delle attività economiche fondamentali non solo per il funzionamento, ma anche per l'esistenza stessa dell'Impero: i proventi delle province orientali erano il principale mezzo con cui Roma poteva continuare a finanziare le proprie guerre. L'oratore non mancò di denunciare la condotta politica attuale, confrontandola con quella aggressiva che aveva contraddistinto l'operato degli antenati. A Pompeo furono concessi i poteri straordinari ed egli poté condurre la terza fase della guerra mitridatica, che si concluse nel 63 a.C. con il suicidio del re del Ponto. Cfr. anche orat. 29; 102; FRONT. Parth. p. 210 VAN DEN HOUT. [S. Rozzi]
Pro Ligario II:L'orazione Pro Quinto Ligario, databile all'incirca verso la fine del I mese intercalare del 46 a.C., fu pubblicata con ogni probabilità intorno al giugno del 45 a.C. (sulla datazione dell'opera vd. le Ephemerides Tullianae a cura di E. Malaspina). Essa corrisponde al discorso tenuto da Cicerone davanti a Cesare, il primo nel Foro dai tempi del proconsolato in Cilicia (51 a.C.), in difesa di Quinto Ligario, personaggio poco noto dal punto di vista storico e discendente da una famiglia di ceto equestre proveniente dalla Sabina. L'Arpinate si era già pronunciato il 26 novembre dello stesso anno a casa di Cesare (fam. 6,14,2; Lig. 14, vd. le Ephemerides Tullianae), in favore della causa per il rientro in patria di Q. Ligario. [Fausto Pagnotta]
Pro Milone:Redazione scritta in seguito della difesa di Milone il 7 o 8 aprile 52 in un burrascoso processo de vi per l'uccisione di Clodio: Mil.98; QUINT. IV, 2, 25; ASCON. 30 - 37, 17 ST. (= 30, 1 - 56, 5 C.); SCHOL.BOB. 112, 10-12 ST.; D.CASS. XL, 54, 2.
Dell'orazione realmente pronunciata da Cicerone al processo (4 - 7/8 aprile) restano frammenti.
Pro Murena:Difesa del console eletto L. Licinio Murena accusato di broglio elettorale, in un processo svoltosi dal 9 novembre al 3 dicembre 63 (fra In Catilinam II e III): Flac. 98; QUINT. VI, 1, 35; PLIN. ep. I, 20, 7; PLUT. Cic. 35, 4.
Pro Plancio:Difesa dell'edile Cn. Plancio in un processo per broglio elettorale, svoltosi a fine agosto - inizio settembre 54: fam. IV, 14, 15; Q.f. III, 1, 11; SCHOL. BOB. 152, 21-153, 15 ST.
Pro Quinctio:Difesa di P. Quinzio in una causa di diritto civile, svoltasi in primavera/estate dell'anno 81 (non 80): GEL. XV, 28, 3; IUL. VALER. 16, 363 H.
Pro Rabirio perduellonis reo:Quarta orazione consolare dell'anno 63. Difesa di C. Rabirio accusato di alto tradimento: Att. II, 1, 3; leg. III, 36; Pis. 4; D.CASS. XXXVII, 27, 1. 28, 4; SUET. Iul. 12; CHARIS. 273, 23-29 B.
Pro Rabirio Postumo:Difesa di C. Rabirio Postumo in un processo per concussione, svoltosi a dicembre 54 (o nell'anno 53), subito dopo il processo contro A. Gabinio per concussione (dicembre 54) : QUINT. III, 6, 11.
Pro rege Deiotaro:Difesa di Deiotaro, tetrarca della Galazia occidentale, nell'anno 45: fam. IX, 12, 2.
Pro Roscio Amerino:Difesa di Sex. Roscio di Ameria accusato di parricidio, prima orazione di diritto penale per Cicerone (anno 80): Brut. 312; off. II, 51; QUINT. XII, 6, 4; PLUT. Cic. 3, 4-6; GEL. XV, 28, 3.
Pro Roscio comoedo:Difesa dell'attore Q. Roscio Gallo in un processo per questioni finanziarie (actio certae creditae pecuniae) contro C. Fannio Cherea, difeso da P. Saturio; l'orazione, conservata lacunosa, è di datazione controversa (anni 76-73 o 69-66?): Rosc. com. 33; 37; 44.
Pro Scauro:Difesa di M. Emilio Scauro in un processo per concussione nell'anno 54 (processo dal 6 luglio al 2 settembre): Q.f. II, 15, 3; III, 1, 11; ASCON. 22, 3-5 ST. (= 18, 1-4 C.); 22, 19-20 ST. (= 19, 3-5 C.); IUL. VALER. 4, 357 H.
Pro Sestio:Difesa di P. Sestio, accusato de vi, in un processo svoltosi dal 10 febbraio all'11 marzo 56 (dibattito 1° -11 marzo): Q.f. II, 3, 5. 4, 1; SCHOL. BOB. 125, 7 - 144, 8 ST.
Pro Sulla:Difesa di P. Cornelio Silla in un processo de vi, sostenuta nell'anno 62, dopo la testimonianza contro Autronio e prima della Pro Archia: Sul. 42; SCHOL. BOB. 84, 22 ST.; GEL. XII, 12, 2.
Topica:Opera retorica in forma di trattato, dedicata a C. Trebazio Testa e composta nei giorni 20-27 luglio 44, in navigazione da Velia a Reggio: fam. VII, 19; Top. 5.
Tusculanae disputationes:Opera filosofica in forma di dialogo in cinque libri, dedicata a M. Bruto e composta a luglio - agosto 45 (e sin verso fine anno): Att. XIII, 31, 2. 32, 2. 33, 2. 38, 1. 39, 2; XV, 2, 4. 4, 2-3; Tusc. I, 7; div. II, 2-3.

References: § 52
 § 53
 § 319
 § 300
 §43
 §100
 §195
 §15
 §17
 §33
 §51