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Timestamp: 2018-06-23 04:09:30+00:00

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Criminologia. La diffamazione su facebook è reato
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LA DIFFAMAZIONE SU FACEBOOK E’ REATO.
20 ottobre 2015 26 settembre 2017 giuseppe64 3264 Views 0 Comment diffamazione, Facebook, il reato di diffamazione, la diffamazione su Facebook
dott. Giuseppe Guarcini
La comunicazione sociale, negli ultimi decenni è stata oggetto di continui mutamenti. E’ stata stravolta la maniera di comunicare e con essa la maniera di diffondere le notizie; la carta stampata, la radio, la televisione sino all’avvento di internet in grado di globalizzare milioni di persone di ogni angolo del pianeta.
Internet, la rete, contenitori attraverso cui il social network sono stati in grado di crescere, di accorpare milioni di persone, determinando mutamenti essenziali nel modo di comunicare e non meno nel modo di vivere.
Una tal evoluzione ha condotto il legislatore ad introdurre anche nel suo ambito le norme che sino a poco prima regolavano il solo sistema di vita reale, ed erano valse ad assicurare la pacifica convivenza sociale.
La vita virtuale all’interno di Facebook oggigiorno affianca per molti versi la vita reale di tutti noi, soprattutto per ciò che concerne la maniera di comunicare e di diffondere le notizie.
Per molti è sicuramente ancora vivo il ricordo di piazza intesa come luogo pubblico, in cui tutti, indistintamente, potevano accedere, incontrarsi scambiare idee, opinioni e magari allo stesso tempo divulgare notizie.
Bene! Quella piazza che per moltissimi anni ha racchiuso la nostra realtà sociale man mano sta lasciando il posto a Facebook divenendo una piazza virtuale, in grado di avvicinare non solo una decina o magari centinaia di persone bensì migliaia o addirittura milioni di persone appartenenti alle culture più recondite del nostro pianeta.
Facebook assume così la connotazione di luogo pubblico accomunandolo e, allo stesso tempo, sottraendolo alla piazza.
Una simile trasformazione non poteva passare certamente inosservata, tant’è che la Suprema Corte di Cassazione in una sentenza riguardante la fattispecie del reato di molestie si è così pronunciata:
“In diritto, l’espressione di “luogo pubblico o aperto al pubblico” -che non accompagnata dalla condizione della contemporanea presenza di più persone- secondo dottrina e giurisprudenza consolidate sta a indicare: per luogo pubblico, quello di diritto o, di fatto, continuativamente libero a tutti, o a un numero indeterminato di persone; per luogo aperto al pubblico, quello, anche privato, ma al quale un numero indeterminato, ovvero una categoria di persone, può accedere senza limiti o nei limiti della capienza, ma solo in certi momenti o alle condizioni poste da chi esercita un diritto sul luogo. Sicché la possibilità di considerare un luogo privato “aperto al pubblico” è comunque questione di fatto, perché dipende dalle condizioni all’accesso poste dal titolare dello ius excludendi”.
La piattaforma sociale Facebook (disponibile in oltre 70 lingue, che già nel 2008 contava più di cento milioni di utenti) rappresenti un sorta di piazza immateriale che consente un numero indeterminato di accessi e visioni rese possibili da una evoluzione scientifica che il legislatore non era arrivato ad immaginare ma che la lettera della legge non impedisce di escludere dalla nozione di luogo e che, a fronte della rivoluzione portata alle forme di aggregazione e alle tradizionali nozioni di comunità sociale, la sua ratio impone anzi di considerare”.(sent.Cass.pen. nr.37596 dell’11.07.2014)
I Giudici Supremi hanno dunque assimilato al luogo pubblico o aperto al pubblico il “luogo virtuale” anch’esso accessibile a chiunque faccia uso della rete e di conseguenza di un social network o una community quale appunto è Facebook.
Allo stesso tempo hanno riconosciuto che il legislatore dell’epoca non poteva certamente essere in grado di immaginare una simile evoluzione scientifica.
Ciò nonostante la rilevante rivoluzione apportata da nuove forme di aggregazione ha portato a riconsiderare la definizione di comunità sociale, obbligando, per analogia, a ricondurre le norme in essa esistenti anche all’interno della “comunità virtuale”
Il significato della parola diffamare.
Prima di raffigurare gli elementi necessari affinché il reato di diffamazione si configuri, è opportuno definire il significato del termine inteso nel senso grammaticale del verbo “diffamare”.
Nella definizione tratta dal vocabolario Treccani della lingua italiana, il verbo diffamare indica: l2’atteggiamento di chi, in maniera verbale o scritta, diffonde notizie vere o valse, in grado di disonorare e ledere la reputazione delle persone nei confronti delle quali sono dirette2; in parole povere: parlare male di qualcuno.
La definizione grammaticale in un certo qual senso, ricalca quelli che vedremo essere gli elementi idonei alla configurazione del reato di diffamazione.
Il soggetto che diffama, ovverosia che pone in essere una condotta (elemento oggettivo) consistita appunto nel diffondere notizie in grado di ledere la personalità altrui, il diffamato e infine l’evento che ne scaturisce ossia ledere la reputazione e l’onore.
Naturalmente la tutela penale così com’è stata intesa dal legislatore, non intacca il principio sancito nell’articolo 21 della nostra Carta Costituzionale concernente la libertà di pensiero, che appunto finché resta tale, cioè espressione di libertà e di pensiero, ovviamente non invade l’ambito tutelato dalla norma giuridica.
La suprema Corte di Cassazione nella sentenza n.811 del 16.10.1972, ha sancito: “La libertà di pensiero trova un limite nella legge penale essendo la diffamazione un atto illecito e non una manifestazione del pensiero”.
L’altro termine rilevante che rientra nella configurazione delittuosa della diffamazione è la reputazione che rappresenta appunto l’interesse giuridico protetto dalla norma.
Il vocabolario Treccani la configura come: “il fatto di essere reputato, la stima e la considerazione in cui si è tenuti da altri”.
I giudici della Suprema Corte si sono espressi in più sentenze definendo il significato nel senso giuridico di reputazione dell’uomo: “la reputazione non risiede in uno stato o in un sentimento individuale, indipendentemente dal mondo esteriore, né tantomeno nel semplice amor proprio; la reputazione è il senso della dignità personale nell’ opinione degli altri, un sentimento limitato dall’idea di ciò che, per la comune opinione, è socialmente esigibile da tutti in un dato momento storico” .(sent. Cass. Pen. nr.3247 del 24.03.1995);
L’offesa della reputazione può consistere nell’aggressione della sfera del decoro professionale. (sent. Cass. Pen. n.5945 del 18.06.1982) e ancora:
“la reputazione comprende sia l’onore che il decoro che distintamente l’art. 594 c.p. prevede come oggetto di lesione”;
“ Il concetto di decoro viene riferito in contrapposizione al concetto di onore in senso stretto, a tutte le qualità diverse da quelle morali, come la dignità fisica o intellettuale o professionale di una persona” (Sent Cass. Pen. nr. 30 novembre 1988)
Il reato nei suoi elementi costitutivi.
Il codice penale vigente lo rivela nell’art. 595 c.p. in cui la norma raffigura i requisiti soggettivi e oggettivi necessari all’instaurazione del reato mediante il precetto: chiunque, comunicando con più persone offende l’altrui reputazione….a cui ovviamente segue, in caso di sua inosservanza, la sanzione penale.
Tra i soggetti che intervengono nel reato, distinguiamo: il diffamante; il diffamato, l’evento che consiste nella provocata lesione dell’interesse giuridico l’offesa all’onore e la reputazione.
Guardiamo più da vicino la struttura del reato.
Scrivere sul proprio diario personale di tizio apostrofandolo con frasi lesive della reputazione e l’onore o magari la capacità professionale e poi riporre il diario nel cassetto, senza che mai nessuno sia posto nelle condizioni di saperne, non configura certo il reato di diffamazione.
Nel suo precetto la norma è abbastanza chiara quando recita: “Chiunque comunicando con più persone…” essa sottende appunto alla comunicazione con più persone.
La Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n.8011 datata 07 dicembre 2012, ha, infatti, chiarito che: “Nella diffamazione commessa attraverso scritti, deve sussistere il requisito della comunicazione con più persone, necessario per integrare il reato, anche quando le espressioni offensive siano comunicate ad una sola persona ma destinate ad essere riferite ad un’altra persona che ne abbia poi effettiva conoscenza. Quest’ ultima ipotesi riguardava il caso concernente l’invio di una mail, che riproduceva in modo ridicolizzante e offensivo la grafica di un volantino elettorale inviata ad un solo destinatario e da questi poi comunicata alla persona offesa, i giudici della Suprema hanno evidenziato che non fu accertato l’effettiva diffusione del testo a più persone”.
Un’altra fattispecie su cui la Corte Suprema si è espressa, la rinveniamo nella sentenza nr. 16171 del 28/11/ 2012.
La massima giurisprudenziale riguardò il caso in cui, la frase incriminata fu pronunciata in un bar ad una persona con l’intento di far giungere il suo contenuto ad un terza persona, ebbene in questa ipotesi i giudici supremi, hanno annullato la sentenza di condanna, rilevando che nonostante la frase incriminata fosse stata pronunciata in un bar, non si configurava uno dei requisiti essenziali previsti dalla norma, cioè la: “comunicazione con più persone”.
Di converso è stato ravvisato l’elemento costituivo della comunicazione con più persone nell’esposto a carico di un avvocato che, seppur inviato formalmente al solo presidente, l’autore dello scritto avrebbe dovuto comunque rendersi consapevole del fatto che il Presidente a sua volta doveva investire della questione il consiglio dell’ordine degli avvocati (Sent. Cass. Pen. nr. 30329 del 17 maggio 2012).
L’altro requisito essenziale oltre a quello appena visto è l’individuazione della persona (il soggetto passivo) nei cui confronti sono dirette le frasi diffamatorie, i giudici della Suprema Corte al fine di attribuire alla diffamazione rilevanza penale la ritengono:” condizione essenziale ed imprescindibile”.
Quali sono i criteri idonei all’identificazione del soggetto passivo?
Nella sentenza n.3756 del 22.03.1988 i giudici supremi stabiliscono: “in assenza del richiamo esplicito e nominativo, l’individuazione del soggetto passivo deve avvenire attraverso tutti gli elementi della fattispecie concreta, quali la natura e la portata dell’offesa le circostanze narrate oggettive e soggettive, i riferimenti personali e simili, i quali devono unitamente agli atri elementi che la vicenda offre, essere valutati complessivamente, così come possa desumersi con ragionevole certezza l’inequivoca individuazione dell’ offeso”.
Onde evitare che si giunga a condanne supportate da pure congetture circa l’individuazione del soggetto passivo, la Corte Suprema di Cassazione è stata esplicita: “il criterio oggettivo di identificazione non è surrogabile con le intuizioni o con le soggettive congetture che possono insorgere in chi, per sua scienza diretta, può essere consapevole, di fronte alla genericità di un’accusa denigratoria, di poter essere uno dei destinatari, se dal contenuto della pubblicazione non emergono circostanze obiettivamente idonee alla rappresentazione di tale soggettivo coinvolgimento” (sent. Cass. Pen. n.3756 del 22.03.1988).
Un ulteriore aspetto rilevate riguarda il comportamento del soggetto attivo che attua la condotta incriminata.
Il giurista lo definisce dolo individuandolo nella coscienza e volontà di chi attua una determinata condotta criminosa.
Nella diffamazione occorre che vi sia coscienza e volontà di offendere la reputazione e l’onore dell’altra persona e che l’offesa, sia compresa e recepita da almeno due persone.
Attenzione però, la legge prevede l’instaurarsi del reato anche in caso di dolo eventuale, ovverosia quando il soggetto attivo pur dubitando sul tenore diffamatorio di ciò che scrive non si dissuade dal farlo.
La diffamazione nel web.
Dopo una doverosa quanto necessaria escursione negli ambiti della norma giuridica, avviciniamo il reato di diffamazione al nuovo contesto sociale e di comunicazione: Internet .
Spesso sarà capitato di associare la diffamazione con le notizie divulgate tramite la stampa, la cosiddetta diffamazione a mezzo stampa.
L’avvento di internet e dei social network ha notevolmente modificato il nostro modo di comunicare così come la maniera di diffondere delle notizie.
Il legislatore ha previsto che la diffamazione tramite internet costituisse un’ipotesi aggravante poiché attuata con altro mezzo di pubblicità in grado di raggiungere un indefinito numero di persone: “… del resto essendo internet un potente mezzo di diffusione di notizie, di immagini ed idee (almeno quanto la stampa, la radio e al televisione), anche attraverso tale strumento di comunicazione si estrinseca il diritto di esprimere le proprie opinioni…” (sent. Cass. Pen. n.31392 del 01.07.2008).
L’opinione, la libertà di pensiero così come prevista dalla nostra Costituzione, deve comunque mantenersi entro i limiti tutelati dalla norma penale.
Si tratta un reato di evento e pertanto, esso si consuma nel dove e nel momento in cui è accolta l’espressione ingiuriosa.
Sentenza nr. 25875 del 21.06.2006: “…nel caso in cui frasi o immagini lesive siano state immesse nel web nel momento in cui il collegamento viene attivato atteso che l’accesso ad essi è solitamente libero e, in genere, frequente (sia esso di elezione o meramente casuale), di talché la immissione di notizie o immagini in rete, integra l’ipotesi di offerta delle stesse in “incertam personam” e dunque implica la fruibilità da parte di un numero solitamente elevato ma difficilmente accertabile di utenti” .
Il caso che ci apprestiamo a guardare ci riconduce ad una diffamazione concretizzatasi per mezzo di Facebook.
Si tratta di una fattispecie delittuosa consumatasi tra militari che però è in grado di rappresentare ciò che può normalmente accadere in ogni altro ambito sociale lavorativo e non.
Era il 2012 quando un appartenente a una delle istituzioni militari, pubblicò sul proprio profilo Facebook delle frasi ingiuriose nei riguardi di un suo collega che a suo dire, lo aveva sopravanzato in una posizione di comando.
Nella frase incriminata però non fu citato dal diffamante il nome del diffamato.
La frase dal tenore ingiurioso venne però letta da un altro collega che, essendo a sua volta a conoscenza dell’antefatto, capì chi fosse il destinatario delle ingiurie e informò i superiori diretti dell’accaduto.
L’imputato durante il processo dichiarò di aver effettivamente scritto le frasi incriminate, aggiungendo che non fossero indirizzate a nessun collega in particolare.
Soffermiamoci per un momento su questo punto, ricordate quando abbiamo parlato dell’intenzione, della coscienza e della volontà, il reato affinché si configuri necessita del dolo generico, ma è altresì previsto il dolo intenzionale o eventuale, quindi anche la sola eventualità fa si che insorga il reato di diffamazione.
E’ chiaro come nella fattispecie esaminata, nonostante la dichiarata non volontà di offendere nessuno, il tenore delle frasi si sia rivelato manifestamente ingiurioso.
Il collegio giudicante in quella circostanza fu posto dinanzi a determinate questioni:
le frasi scritte dall’imputato nel suo profilo Facebook erano realmente rivolte al collega?
Il diffamato era realmente identificabile attraverso la lettura di quegli scritti? Naturalmente non sorsero dubbi circa l’altro elemento del reato ossia la comunicazione con più o persone. E’ oramai palesemente acclarato che tutti possono accedere ai profili Facebook e anche se l’utente pone delle limitazioni al suo profilo comunque la sua cerchia di amici può accedere a qualsiasi notizia pubblicata.
I giudicanti conclusero così come prevede la norma, che il reato di diffamazione è caratterizzato nell’offesa della reputazione di una persona identificata o identificabile, inoltre l’organo giusdicente, sottolineò in particolar modo l’assenza di rilevanza penale qualora dai fatti non si fosse giunti all’individuazione certa della persona a cui le ingiurie erano rivolte, escludendo pertanto la diffamazione in incertam personam (persona incerta). Nella circostanza i giudici fecero riferimento alla sentenza della Corte di Cassazione nr.189090/91 messa dalla V sezione penale, che in pratica ribadisce quanto già annotato nella sentenza n.3756 del 22.03.1988 citata in apertura.
Essi in pratica ritennero che nonostante l’assenza del richiamo nominativo del diffamato, si configurassero gli elementi concreti: ciò che giuridicamente viene definito comunicazione eventuale in incertam personam (Cass.Pen. sent. N.203828 del 18.12.1995)
L’organo giusdicente, pertanto, concluse che in quella circostanza effettivamente si sostanziarono gli elementi idonei alla configurabilità del reato di diffamazione: “perfezionatosi nella totalità delle sue componenti, oggettive e soggettive. Sotto il profilo oggettivo aggiungeva il collegio: “non vi era alcun dubbio che l’imputato, comunicando in via informatica con un numero indeterminato di persone avesse offeso la reputazione del suo collega ritenendo appunto le frasi incriminate idonee a ledere il patrimonio morale” .
Sotto il profilo soggettivo, è sufficiente il dolo generico, ossia la consapevole volontà dell’agente di usare espressioni offensive a nulla valendo le dichiarazioni rese dall’imputato in cui rilevava che le frasi non erano dirette a nessuno dei suoi colleghi.
Il tribunale di primo grado, rilevò la responsabilità penale dell’imputato dichiarandolo colpevole del reato di diffamazione.
Al deposito della sentenza, seguì l’appello del difensore fondato su determinati presupposti, tra i quali:
. la condanna non poteva fondarsi dal mero uso da parte dell’ imputato di un termine da cui l’organo giusdicente aveva ricostruito i fatti in maniera del tutto congetturale;
. le frasi scritte dall’imputato erano da considerare del tutto generiche, prive delle indicazioni che potevano in qualche modo far giungere ad identificare la persona offesa;
. non essere stato determinato o comunque in qualche modo determinabile il destinatario delle frasi incriminate peraltro identificato solo da un collega sulla base di congetture del tutto personali.
In pratica la tesi avanzata dal difensore, fu quella di porre in evidenza il fatto che dalle dinamiche rilevate nella vicenda processuale non si fosse giunti a determinare il soggetto cui le frasi erano state rivolte determinando quindi l’insussistenza stessa del reato.
I giudici di merito nel grado di appello convalidarono la tesi del giudice di primo grado sul fatto che la pubblicazione della frase incriminata all’interno di un profilo di Facebook integra l’uso del mezzo di pubblicità giacché l’accesso al profilo è certamente possibile a più persone.
Lo stesso collegio giudicante accolse però la tesi d’appello del difensore ovverosia della mancata determinazione del soggetto destinatario delle frasi lesive. L’imputato non fece il nome del collega cui le frasi erano dirette tantomeno la funzione di comando in cui, a suo dire, era stato sopravanzato e tantomeno l’epoca in cui fatti accaddero. In particolare secondo i giudici di secondo grado non concretizzò la prova che l’imputato avesse intenzionalmente comunicato con più persone in grado di individuare in modo univoco il destinatario delle frasi diffamatorie.
Pertanto la Corte militare di appello ribaltò il giudizio dei giudici di primo grado poiché nella circostanza non fu provata in modo certo ed inequivocabile, sia sotto il profilo della comunicazione intenzionalmente diretta a più persone in grado di individuare in modo univoco il contenuto diffamatorio delle frasi, sia sotto quello della univoca determinazione e individuazione della persone oggetto delle frasi diffamatorie.
L’imputato fu quindi assolto per il reato ascrittogli.
La vicenda giudiziaria ebbe il suo epilogo con il giudizio di appello.
Il Procuratore Generale militare appellò a sua volta la sentenza del collegio giudicante.
I giudici di legittimità il 22 gennaio 2014 annullarono con rinvio la sentenza di appello impugnata dal Procuratore Generale militare rilevando:
. ”affermare che l’imputato non ha indicato il nome del suo successore, né la funzione di comando in cui era stato sostituito, né alcun riferimento cronologico non sembra tenere conto adeguatamente dell’avverbio “attualmente”, che all’evidenza si riferisce al presente, usato nella frase, né della qualificazione ”collega” collegata al termine “defenestrazione”. D’altro canto, ribadito che ai fini dell’integrazione del reato di diffamazione è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia da parte di un numero limitato di persone indipendentemente dall’indicazione nominativa (sent. Cass. Pen.sez.5, 4710 del 20/12/2010), i giudici di secondo grado non hanno indicato adeguatamente le ragioni logico-giuridiche per le quali il numero di persone in grado di identificare il soggetto passivo della frase a contenuto diffamatorio determini la esclusione della prova della volontà dell’imputato di comunicare con più persone in grado di individuare il soggetto interessato. Ed, invero, il reato di diffamazione non richiede il dolo specifico, essendo sufficiente ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo della fattispecie la consapevolezza di pronunciare una frase lesiva dell’altrui reputazione e la volontà che la frase venga a conoscenza di più persone, anche soltanto due. Ed ai fini della suddetta valutazione non può non tenersi conto dell’utilizzazione del social-network – come del resto la Corte ha evidenziato- a nulla rilevando che non si tratti di strumento finalizzato a contatti istituzionali tra gli appartenenti di quell’istituzione militare né la circostanza che in concreto la frase sia stata letta soltanto da una persona”.
La suprema Corte di Cassazione nella sua sentenza rimarcò il concetto espresso già in alcune precedenti massime in cui rilevava… (incertam personam), poiché le espressioni inserite nella pagina Facebook dell’imputato si rivelano idonee a consentire, anche qualora l’acceso al profilo Facebook dell’imputato fosse limitato, l’individuazione della persona cui le frasi ingiuriose erano state destinate. Inoltre pose in evidenza la condotta, rilevando la volontà dell’imputato, peraltro da lui stesso confermata in sede processuale di utilizzare uno strumento comunicativo come Facebook per pubblicare le frasi ingiuriose cosciente quindi della sollecita divulgazione a più utenti anche se non quantificabili e tantomeno identificabili.
La sentenza di assoluzione fu quindi annullata dalla Suprema Corte di Cassazione e il processo rinviato alla Corte di militare di Appello che a seguito di un nuovo giudizio, dichiarò l’imputato colpevole del reato di diffamazione.
I file sharing e il reato di diffamazione.
La suprema Corte di Cassazione con la sentenza nr. 22930 del 25.05.2015 ha delineato il confine all’interno del quale si configura il reato di diffamazione nelle ipotesi di file sharing.
Cos’è un file sharing? E’ il termine solitamente utilizzato soprattutto dagli addetti ai lavori, altrimenti noto perché permette di condividere dei file all’interno della rete. In pratica sono utilizzati per trasferire file da un computer all’altro utilizzando la rete internet, magari una rete intranet, o peer to peer .
Come per il caso precedente, anche la condivisione di file è frequente all’interno di Facebook, condividere dei file i cui contenuti sono palesemente lesivi della reputazione e dell’onore di una persona, rischia di far incorrere l’utente nel reato di diffamazione.
I giudici della Suprema Corte nella massima citata hanno definito che non si configura il reato di diffamazione per il solo fatto di aver scaricato video o magari immagini, poiché è necessario che sia provata la volontà del soggetto (dolo generico, eventuale, intenzionale) del voler divulgare quel determinato file, di conseguenza assume la specifica qualità di reato, l’attività di caricarli in condivisione su un altro sito o magari in un’altra pagina Facebook.
Certamente il reato di diffamazione inteso nei suoi elementi costitutivi non ha subito alcuna modifica, al contrario, con il trascorrere del tempo e l’evolversi delle tecniche di comunicazione, si sono modificati se non addirittura creati nuovi ambiti sociali in cui la norma può essere applicata.
Dalla piazza alla carta stampata, dalla radio alla televisione e infine l’avvento di internet con le community ed i social network che al suo interno sono in grado di aggregare milioni di persone.
In questo articolo, abbiamo avuto modo di guardare da vicino due casi rappresentativi di ciò che comunemente accade all’interno di Facebook: postare o condividere file (file sharing) cercando di capire la genesi del reato nelle due fattispecie, anche attraverso le massime giurisprudenziali.
Nel primo caso il legislatore punisce la condotta di chi posta frasi idonee a ledere la reputazione altrui, anche quando questi non è nominativamente indicato, però identificabile e le frasi sono in grado di raggiungere un numero indeterminato di persone, più di due (incertam personam).
La norma penale punisce non solo il dolo generico bensì anche il dolo eventuale (anche se non è mia intenzione, scrivo e immaginando anche la sola eventualità che ciò che scrivo sia in grado determinare la lesione della reputazione di un’altra persona,non mi fa desistere dal farlo, incorro nel reato di diffamazione).
L’altra ipotesi riguardava la condivisione di file, pratica assai frequente su Facebook, anche qui la Suprema Corte di Cassazione è stata abbastanza chiara nel delineare la fattispecie delittuosa, precisando che scaricare un file dai contenuti idonei a ledere il patrimonio morale altrui non è di per sé considerato reato, (scarico il file e lo conservo in una cartella nel mio pc). Invero si realizza il reato di diffamazione, nel momento in cui il file scaricato, è condiviso e conseguentemente divulgato ad altri utenti della rete. In quest’ultima ipotesi si concreta la prova necessaria dell’esistenza della volontà di voler diffondere il file nella “rete”.
Il vivere sociale e il mondo virtuale, due realtà così diverse collocate in origine su due binari paralleli, inimmaginabile per tutti prevedere che i due mondi in qualche modo si avvicinassero a tal punto da compenetrarsi e provocare notevoli cambiamenti non solo tecnologici ma anche culturali e nel vivere sociale.
La virtualità può apparire impercettibile al tatto, all’olfatto, ciò non può però condurre a considerarla un mondo fatto di fantasia ma una diversa realtà.
Ad ogni modo,cosa è la realta!
E’ niente tranne che una
intuizione collettiva
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Il “Petiso Orejudo” →
sessanta tre − = cinquanta tre

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