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Timestamp: 2017-06-28 14:10:32+00:00

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Sentenza n. 2239/2017 del 30/01/2017 Nei confronti del datore di lavoro le buste paga costituiscono piena prova dei dati in esse indicati, in ragione della loro specifica normativa (legge nr. 4/1953), prevedente la obbligatorietà del loro contenuto..... | ILA - Ispettori del Lavoro Associati
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ritenendo di fare cosa gradita nei confronti degli associati e non, lo Staff ILA, segnala la Sentenza n. 2239/2017 del 30/01/2017 Nei confronti del datore di lavoro le buste paga costituiscono piena prova dei dati in esse indicati, in ragione della loro specifica normativa (legge nr. 4/1953), prevedente la obbligatorietà del loro contenuto e la corrispondenza di esso alle registrazioni eseguite.<
Sentenza n. 2239/2017 del 30/01/2017<
Sentenza n. 2239/2017 del 30/01/2017 Nei confronti del datore di lavoro le buste paga costituiscono piena prova dei dati in esse indicati, in ragione della loro specifica normativa (legge nr. 4/1953), prevedente la obbligatorietà del loro contenuto e la corrispondenza di esso alle registrazioni eseguite.<
Civile Sent. Sez. L Num. 2239 Anno 2017, Presidente: NOBILE VITTORIO, Relatore: SPENA FRANCESCA, Data pubblicazione: 30/01/2017
sul ricorso 30030-2011 proposto da:
XXXXXX XXXXXXXXXX XXXXXX S.R.L. P.I. xxxxxxxxxxx, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ANAPO 20, presso lo studio dell'avvocato CARLA RIZZO, che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato FABRIZIO DOMENICO MASTRANGELI, giusta delega in atti;
YYYYYY YYYYYYY C.F. YYYYYYYYYYYYYYYY, elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA DEI CAPRETTARI 70, presso lo studio dell'avvocato BRUNO GUARDASCIONE, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati RODOLFO VALDINA, PIER FRANCESCO VALDINA, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 49/2011 della CORTE D'APPELLO di PERUGIA, depositata il 28/04/2011 r.g.n. 200/2010; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 27/10/2016 dal Consigliere Dott. FRANCESCA SPENA;
udito l'Avvocato RIZZO CARLA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FRANCESCA CERONI, che ha concluso per il rigetto del ricorso.
PROC. nr. 30030/2011 RG
Con ricorso al Tribunale di Perugia del 31.10.2008 la società XXXXXX XXXXXXXXXX XXXXXX srl (in prosieguo, per brevità: XXXXXX ) proponeva opposizione avverso il decreto ingiuntivo notificato ad istanza di YYYYYY YYYYYYY, già dipendente della società, per il pagamento delle competenze di fine rapporto, deducendo la assenza della prova scritta e la inesistenza del credito.
Esponeva che la ingiunzione era stata emessa sulla base di una busta paga pari a zero; il credito per le competenze di fine rapporto era interamente assorbito dai danni causati dal dipendente a seguito dello svolgimento di una illegittima attività di concorrenza ( essendo egli titolare di una struttura ricettiva- "Podere Calderuccio"- nonché collaboratore di altre strutture concorrenziali) per la quale egli era stato licenziato per giusta causa in data 31.7.2007 .
La Corte d'appello di Perugia, con sentenza del 26.1-28.4.2011 (nr. 49/2011), rigettava l'appello della società.
La società appellante aveva dedotto che nella ipotesi di svolgimento di una attività in concorrenza era sufficiente il mero pericolo di un danno, per il quale aveva richiesto anche una liquidazione equitativa; tale affermazione, in sé corretta, presupponeva, comunque, la acquisizione della prova della condotta illecita del Yyyyyy ovvero del compimento di atti di infedeltà configuranti concorrenza sleale.
I capitoli della prova per testi proposti dalla società appellante non erano rilevanti poiché non davano conto di atteggiamenti surrettizi del Yyyyyy né di propositi o tentativi di sviamento di clientela.
La circostanza che il dipendente intrattenesse rapporti con altre realtà alberghiere non comportava necessariamente che egli potesse (o fosse intenzionato a) compiere atti di sviamento di clientela in danno della società Xxxxxx, ben potendo tali attività risolversi, piuttosto, in una collaborazione tra i vari impianti ricettivi con reciproci vantaggi.
Resiste con controricorso YYYYYY YYYYYYY.
1. Con il primo motivo la società ricorrente ha dedotto violazione e falsa applicazione dell'articolo 633 cpc e dell'articolo 2734 cc. nonché insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
Sul punto non poteva condividersi la statuizione della Corte di merito secondo cui l'importo indicato a debito della società era oggetto di confessione mentre l'importo del controcredito per danni era una mera asserzione : la busta paga prodotta dalla controparte quale prova del credito non poteva essere frazionata, in conformità all'inveterato principio di inscindibilità della confessione.
Erano dunque violati l'articolo 633 cpc., perché la busta paga non costituiva prova scritta del credito e l'articolo 2734 cc., quanto al valore delle dichiarazioni aggiunte alla confessione .
Sotto il profilo di cui all'articolo 360 nr. 5 cpc. la società ha dedotto la contraddittorietà della motivazione, giacchè la sentenza aveva confuso il piano della assenza delle condizioni per il ricorso alla procedura monitoria, per carenza della prova scritta del credito, con quello della prova dei danni.
La giurisprudenza di questa Corte ha già chiarito che nei confronti del datore di lavoro le buste paga costituiscono piena prova dei dati in esse indicati, in ragione della loro specifica normativa (legge nr. 4/1953), prevedente la obbligatorietà del loro contenuto e la corrispondenza di esso alle registrazioni eseguite (articolo 2) (Cass 20/01/2016, n. 991; 17 settembre 2012, n. 15523; 21 gennaio 1989, n. 364; n. 5807/1981; n. 1074/1986).
Diversamente, in mancanza di siffatte connotazioni, il giudice deve apprezzare liberamente la dichiarazione, nel quadro della valutazione degli altri fatti e circostanze tendenti ad infirmare, modificare od estinguere la efficacia dell'evento confessato (Cass. 2 settembre 2003, n. 12769; Cass. 17 marzo 1994 n. 2574, in riferimento alla confessione giudiziale e Cass. 27 settembre 2000 n. 12803).
La Corte di merito nel frazionare il contenuto della confessione, riconoscendole il valore di prova legale per la (sola) parte relativa al credito del lavoratore ha violato la norma dell'articolo 2734 cc, richiamata dall'articolo 2735 cc, nella parte in cui prescrive che se l'altra parte contesta la verità dei fatti o circostanze aggiunte alla confessione è rimesso al giudice di apprezzare, secondo le circostanze, l'efficacia probatoria delle dichiarazioni.
2. Con il secondo motivo la società ricorrente ha dedotto violazione e falsa applicazione dell'articolo 2105 cc. nonché- ai sensi dell'articolo 360 nr. 5 cpc- insufficienza e contraddittorietà della motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio .
La censura afferisce alla statuizione di rigetto della domanda di risarcimento del danno derivato dalla violazione da parte del lavoratore dell'obbligo di non-concorrenza.
La società ha esposto che il YYYYYY in costanza del rapporto di lavoro presso la struttura ricettiva della società in località Cenerente, svolgeva funzioni di direttore presso il Relais La Corte di Bettona ed attività di selezione del personale per l'Hotel Domo di Perugia; curava poi rapporti di carattere commerciale in favore del relais dell'Olmo e si era creato biglietti da visita come dipendente della società XXXXXX facendovi stampare anche la pubblicità della struttura ricettiva da lui gestita -"Podere Caldaruccio"- in concorrenza con il datore di lavoro.
Mentre il Yyyyyy era in ferie erano pervenute inoltre al suo interno svariate telefonate relative ad intermediazioni di carattere immobiliare.
Il Yyyyyy in sede disciplinare aveva sostanzialmente confermato i fatti addebitatigli, pur cercando di giustificarli.
Dopo la cessazione del rapporto di lavoro la società aveva altresì accertato che egli svolgeva anche le mansioni di direttore dell'Hotel Eden di Perugia.
Era dunque evidente la violazione dell'obbligo di non concorrenza di cui all'articolo 2105 cc. Nel giudizio di merito essa aveva chiesto di provare tali fatti.
3. Con il terzo motivo la società ha dedotto violazione e falsa applicazione dell'articolo 2105 cc. nonché -ai sensi dell'articolo 360 nr. 5 cpc- insufficienza e contraddittorietà della motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
Ha censurato la sentenza nella parte in cui affermava che al fine di ottenere il riconoscimento dei danni sarebbe stata necessaria la allegazione di atti di infedeltà determinanti concorrenza sleale nonché laddove statuiva che la circostanza che il dipendente intrattenesse rapporti con altre realtà alberghiere non comportava il compimento di atti di sviamento di clientela "ben potendo tale attività risolversi, invece, in una proficua collaborazione con reciproci vantaggi dei vari impianti ricettivi".
Ha dedotto che il fatto stesso che il dipendente svolgesse attività in concorrenza costituiva inadempimento al divieto dell'articolo 2105 cc. e titolo per il risarcimento del danno; la possibilità, poi, che il datore di lavoro traesse vantaggio dalla attività concorrenziale, neppure sostenuta dal dipendente e comunque priva di ogni riscontro negli atti, era del tutto illogica, dovendo piuttosto presumersi il contrario.
Gli stessi vanno in via preliminare correttamente qualificati ai sensi del numero 3 dell'articolo 360 nr. 3 cpc., giacchè non attengono all'accertamento dei fatti materiali compiuto dal giudice del merito (censurabile sotto il profilo del vizio di motivazione) ma alle affermazioni della sentenza in punto di interpretazione ed applicazione delle norme di diritto disciplinanti i fatti controversi .
La norma dell'articolo 2105 cc. pone uno specifico obbligo del prestatore di lavoro di non trattare affari né per conto proprio né per conto di terzi in concorrenza con l'imprenditore.
La violazione dell'obbligo costituisce dunque titolo di responsabilità contrattuale per gli eventuali danni che ne siano derivati al datore di lavoro; non appare corretta in punto di diritto, pertanto, la affermazione della Corte di merito secondo cui per fondare la responsabilità del dipendente sarebbe stata necessaria la prova "di comportamenti illeciti da parte del Yyyyyy, vale a dire di atti di infedeltà sfocianti in concorrenza sleale".
La azione di responsabilità fondata sulla violazione dell'obbligo ex articolo 2105 cc. ha infatti natura autonoma rispetto alla azione per concorrenza sleale; la prima ha carattere contrattuale ed oggetto ampio, abbracciando ogni attività concorrenziale e non soltanto quelle costituenti illecito aquiliano ex articolo 2598 cc.
La azione di concorrenza sleale ex articolo 2598 c.c., configurante un illecito extracontrattuale tipizzato, è azione diversa, che potrebbe concorrere con l' illecito contrattuale ex articolo 2105 cc. ma non certo condizionarne la sussistenza.
Pertanto ai fini della violazione dell'obbligo di non concorrenza non era necessario acquisire la prova di "comportamenti illeciti" né tanto meno di un tentativo di sviamento della clientela, come affermato dalla Corte di merito, bastando ad integrare la violazione dell'obbligo di fedeltà ex articolo 2105 cc. la mera attività del dipendente di trattazione di affari in concorrenza, per conto proprio o di una impresa terza .
In termini, Cassazione civile, sez. lav., 05/04/1990, n. 2822: "Il dovere di fedeltà sancito dall'art. 2105 c.c. si sostanzia nell'obbligo del lavoratore di astenersi da attività contrarie agli interessi del datore di lavoro, tali dovendosi considerare anche quelle che, sebbene non attualmente produttive di danno, siano dotate di potenziale lesività: rientra, pertanto, nella sfera di tale dovere il divieto di trattare affari per conto proprio o di terzi in concorrenza con l'imprenditore nel medesimo settore produttivo o commerciale, senza che rilevi la idoneità o meno di tale comportamento ai fini della sussistenza della concorrenza sleale a termini degli art. 2592, 2593 e 2598 c.c." Conf: Cassazione civile, sez. lav., 18/01/1997, n. 512; Cassazione civile sez. lav. 26 agosto 2003 n. 12489; Cassazione civile sez. lav. 02 febbraio 2004 n. 1878 ; Cassazione civile sez. lav. 18 luglio 2006 n. 16377; Cassazione civile sez. lav. 28 aprile 2009 n. 9925.
Restano assorbiti il quarto motivo ( con il quale la società ha denunziato violazione e falsa applicazione dell'articolo 2697 cc nonché vizio di motivazione, per avere la Corte di merito asserito la liceità della condotta del lavoratore senza neppure ammettere le prove da questi richieste) il quinto motivo ( con il quale la società ha dedotto- ai sensi dell'articolo 360 nr. 5 cpc - vizio di motivazione su un fatto controverso e decisivo per la mancata ammissione delle prove da essa articolate per dimostrare il danno subito), il sesto motivo ( con il quale la società ha lamentato violazione e falsa applicazione dell'articolo 1226 cc. e dell'articolo 432 cpc nonché vizio di motivazione sempre sotto il profilo della mancata ammissione delle prove ).
La sentenza impugnata deve essere conclusivamente cassata in accoglimento del primo, del secondo e del terzo motivo del ricorso e gli atti rinviati ad altro giudice, che si individua nella Corte d'Appello di Perugia in diversa composizione, perché provveda alla applicazione dei principi di diritto in questa sede indicati ed all'accertamento dei fatti rilevanti.
Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia- anche per le spese- alla Corte d'Appello di Perugia in diversa composizione.
Così deciso in Roma il 27.10.2016
‹ Sentenza n. 22148/2017 del 31/01/2017 Installazione delle telecamere con il consenso dei dipendenti
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