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Timestamp: 2020-02-17 09:39:35+00:00

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LA RIFORMA DEL PROCESSO CANONICO PER LE CAUSE DI NULLITÀ - Aneliti... - Blog di Enzo Caruso
LA RIFORMA DEL PROCESSO CANONICO PER LE CAUSE DI NULLITÀ
FONTE: SETTIMANA N.32 – 2015 – PAG.8
Nullità matrimoniali tra diritto e pastorale
Nella lettera apostolica di papa Francesco vi sono rilevanti elementi di novità. Innanzitutto, la centralità del vescovo nell’amministrazione della giustizia nei confronti dei fedeli che gli sono stati affidati; altro elemento di novità è che la sentenza di nullità diventa esecutiva in prima istanza. La prassi giudiziaria delle cause di nullità diventa materia pastorale.
La riforma del processo canonico per le cause di nullità è stata proposta da papa Francesco in forma di due lettere apostoliche motu proprio per la Chiesa latina (Mitis iudex Dominus Iesus) e per la Chiesa di rito orientale (Mitis et misericors Iesus), rese pubbliche martedì 8 settembre 2015; le novità sono molte e non sempre adeguatamente sottolineate dai mezzi di comunicazione. In queste note ci occupiamo della Chiesa di rito latino.
È bene sgomberare il campo da attese e deduzioni che la lettera non prevede, per evidenziare le effettive novità che il testo introduce.
La riforma sarà attiva a partire dall’8 dicembre 2015. I contenuti riguardano la «celerità dei processi e loro giusta semplicità». È detto esplicitamente che è stata esclusa la via amministrativa; di conseguenza, le situazioni irregolari si possono risolvere se una sentenza del tribunale delle nullità dichiarerà nullo l’eventuale primo matrimonio.
Scopo della riforma è stato quello di offrire – ove possibile – una via giusta e rapida per la soluzione di problemi delle cause di nullità, come aveva chiesto il sinodo straordinario dei vescovi nell’ottobre del 2014 (cf. Relatio Synodi, n. 48), tenendo in debito conto la «salvezza delle anime» e la «verità dei fatti». Nessun lassismo nel concedere le nullità: solo la ricerca della verità, garantendo la dottrina dell’indissolubilità del matrimonio cristiano.
La lettera, dunque, introduce una vera e propria riforma: è un processo in atto che dovrà mettere a fuoco competenze, prassi giudiziali e vere e proprie decisioni coinvolgendo le diocesi, le Conferenze episcopali, il Tribunale della Sacra Rota e la stessa Segnatura Apostolica.
Sono stati fissati alcuni criteri che hanno guidato la riforma. La lettera li enumera esplicitamente, sottolineando quelli fondamentali. Inoltre, riforma i canoni del Codice che si riferiscono ai “Processi matrimoniali”; infine, suggerisce alcune regole procedurali per la trattazione delle cause.
Una materia abbastanza complessa e specialistica, essendo rimasta all’interno delle procedure giudiziarie canoniche, anche se l’attenzione alle persone è richiamata più volte, chiedendo una «conversione» delle strutture per venire incontro ai troppi fedeli che «sono distolti dalle strutture giuridiche della Chiesa a causa della distanza fisica o morale»; «la carità, dunque, e la misericordia esigono che la stessa Chiesa come madre si reda vicina ai figli che si considerano separati».
Per motivi didattici è bene prima sottolineare la riforma strutturale della composizione dei Tribunali per le nullità e, in seguito, evidenziare le procedure riguardanti l’iter dei processi; infine, evidenziare la prassi pastorale suggerita.
Il vescovo è giudice
Nell’attuale organizzazione ecclesiastica l’attività giudiziaria dei Tribunali delle nullità in Italia è regolata dal motu proprio Qua cura dell’8 dicembre 1938 di papa Pio XI, con il quale si istituivano i Tribunali regionali. Attualmente sono 19 di prima istanza e 9 di seconda istanza.
La CEI ha pubblicato il 5 novembre 1990 il Decreto generale sul matrimonio e, in attuazione degli artt. 57 e 58, ha emanato norme circa il Regime amministrativo dei tribunali ecclesiastici regionali(41ª Assemblea generale, 6-10 maggio 1996); in seguito, ha proposto uno schema di regolamento(19 dicembre 1997) che ciascun Tribunale regionale ha adottato.
La lettera di papa Francesco insiste nel sottolineare che il vescovo è giudice. «Affinché sia finalmente tradotto in pratica l’insegnamento del concilio Vaticano II in un ambito di grande importanza, si è stabilito di rendere evidente che il vescovo stesso nella sua Chiesa, di cui è costituito pastore e capo, è per ciò stesso giudice tra i fedeli a lui affidati. Si auspica pertanto, che, nelle grandi come nelle piccole diocesi, lo stesso vescovo offra un segno della conversionedelle strutture ecclesiastiche e non lasci completamente delegata agli uffici della curia la funzione giudiziaria in materia matrimoniale. Ciò valga specialmente nel processo più breve, che viene stabilito per risolvere i casi di nullità più evidente».
La direttiva della riforma è chiara. Infatti, a proposito delle Conferenze episcopali, è scritto: «Le Conferenze episcopali, che devono essere soprattutto spinte dall’ansia apostolica di raggiungere i fedeli dispersi, avvertano fortemente il dovere di condividere la predettaconversione, e rispettino assolutamente il diritto dei vescovi di organizzare la potestà giudiziale nella propria Chiesa particolare. Il ripristino della vicinanza tra il giudice e i fedeli, infatti, non avrà successo se dalle Conferenze non verrà ai singoli vescovi lo stimolo e insieme l’aiuto a mettere in pratica la riforma del processo matrimoniale».
Dopo queste indicazioni occorrerà attendere ulteriori diposizioni della Santa Sede e della Conferenza episcopale italiana per sapere se i Tribunali regionali in Italia rimarranno o saranno trasformati o soppressi. Problemi delicati si pongono per il personale attualmente dedicato a tali Tribunali, oggi in carico alla CEI.
Il motu proprio, essendo rivolto alla Chiesa universale, non dice nulla a proposito dell’Italia.
In ogni diocesi, dunque, sia istituito un Tribunale per le nullità matrimoniali il cui giudice è il vescovo, che può esercitare la potestà giudiziale personalmente o per mezzo di altri (can. 1673 §1). Il vescovo di ogni diocesi, ove non sia possibile costituire un Tribunale nella sua diocesi, può “accedere” a un altro Tribunale viciniore diocesano o interdiocesano (§2).
Il collegio deve essere composto da tre giudici, sempre e comunque presieduto da un chierico §3). Se non è possibile costituire la terna, il giudice può essere unico, sempre chierico, affiancato da due “assessori” di vita specchiata.
Il Tribunale di seconda istanza è quello metropolitano, composto da tre giudici (can. 1673 §5-6).
La riforma indica che venga assicurata la gratuità delle procedure «perché la Chiesa, mostrandosi ai fedeli madre generosa, in una materia così strettamente legata alla salvezza delle anime, manifesti l’amore gratuito di Cristo dal quale tutti siamo stati salvati».
Le procedure per l’introduzione della causa sono state semplificate.
Una prima novità riguarda la procedura della domanda di nullità (libello).
È presentata al vicario giudiziale il quale ha il potere, se «il libello goda di un qualche fondamento», di ammetterlo e, se non è stato sottoscritto da ambo le parti, di comunicare copia all’altra parte e al difensore del vincolo; la parte informata ha quindici giorni per esprimere la sua posizione riguardo alla domanda.
Trascorso tale termine, il vicario giudiziale determina la formula del dubbio e – circostanza assolutamente nuova – stabilisce se si deve procedere con il processo ordinario o con il processo più breve. Con lo stesso decreto il vicario giudiziale dispone la costituzione del collegio dei giudici o del giudice unico con due assessori. Nello stesso decreto viene determinato il capo (o più capi) di nullità per il quale è impugnata la validità del matrimonio (can. 1676).
Del processo sono informati sia il difensore del vincolo che i patroni (avvocati) delle parti che possono partecipare attivamente alla causa (can. 1677 §1).
Terminata l’istruttoria, dopo gli interventi del difensore del vincolo e delle parti, la sentenza che, per la prima volta, ha dichiarato la nullità diventa esecutiva.
Non è più necessaria una seconda sentenza conforme da parte del Tribunale di appello. Però, una parte o il difensore del vincolo, entro 15 giorni dalla pubblicazione della sentenza, può appellare contro la sentenza di nullità. L’appello è rivolto al Tribunale metropolitano. Se l’appello risulta manifestamente dilatorio, può essere confermata la sentenza di prima istanza (cann. 1679-1680).
Anche di fronte a una sentenza esecutiva, di fronte a «nuovi e gravi prove o argomenti», è ammesso l’appello al tribunale di terzo grado perché riesamini la causa (can. 1681).
Dopo la sentenza esecutiva che ha dichiarato la nullità del matrimonio, si possono contrarre nuove nozze a meno che non sia stato posto un divieto (can. 1682) a nuove nozze.
La novità assoluta della riforma riguarda però il processo breve. Si tratta di questo.
La domanda di nullità dev’essere presentata da entrambi i coniugi o da uno di essi con il consenso dell’altro.
Debbono ricorrere circostanze di fatti e di persone, sostenute da testimonianze e documenti, che non richiedano un’inchiesta o un’istruzione più accurata e rendano manifesta la nullità (can. 1683).
Nelle note che accompagnano il motu proprio, tra le circostanze che possono consentire la trattazione della causa, a modo di esempio, sono indicate:
– la mancanza di fede che può generare la simulazione del consenso o l’errore che determina la volontà,
– la brevità della convivenza coniugale,
– l’aborto procurato per impedire la procreazione,
– l’ostinata permanenza in una relazione extraconiugale al tempo delle nozze o in un tempo immediatamente successivo,
– l’occultamento doloso della sterilità o di una grave malattia contagiosa o di figli nati da una precedente relazione o di una carcerazione,
– la causa del matrimonio del tutto estranea alla vita coniugale o consistente nella gravidanza imprevista della donna,
– la violenza fisica inferta per estorcere il consenso,
– la mancanza di uso di ragione comprovata da documenti medici ecc…
Sono esempi che indicano come si sia di fronte a seri problemi che hanno impedito un valido matrimonio. In questi casi è opportuno narrare i fatti, indicare le prove che possono essere immediatamente raccolte dal giudice, allegare documenti che possano fondare la domanda.
Se queste circostanze sono presenti, il vicario giudiziale determina la formula del dubbio, nomina l’istruttore il quale deve raccogliere tutte le prove, citare tutti coloro che debbono partecipare alla sessione da celebrare entro 30 giorni, concedere quindici giorni per le eventuali osservazioni del difensore del vincolo e delle difese e inoltrare la pratica al vescovo. Ricevuti gli atti, il vescovo diocesano, consultatosi con l’istruttore, esaminate le osservazioni del difensore del vincolo ed eventualmente le difese delle parti, se raggiunge la morale certezza sulla nullità del matrimonio, emana la sentenza.
In caso contrario, rimette la causa al processo ordinario. Contro la sentenza del vescovo è possibile l’appello al metropolita o alla Rota Romana. Se l’appello appare esplicitamente delatorio, può essere rigettato, altrimenti si rimette la causa all’esame ordinario di secondo grado.
All’interno del motu proprio ci sono indicazioni molto significative che, in parte, modificano alcune presunzioni che nel Codice erano previste. Tra queste vanno segnalate: il valore della confessione giudiziale (la parte che si accusa di motivi di nullità) e delle dichiarazioni delle parti, purché credibili (can. 1678 §1); la deposizione di un solo teste che deponga su cose fatte d’ufficio (§2); l’aiuto di periti soprattutto in materia di impotenza o di malattia mentale (§3); l’indicazione di abbandonare la procedura processuale per inoltrare la causa in vista della dispensa super rato se sorge il dubbio che il matrimonio non sia stato consumato (§4).
La riforma che è stata proposta dal motu proprio è indubbiamente significativa e cambia – per alcune circostanze – l’impostazione del Codice.
Volendo riassumere brevemente i capisaldi di questa riforma, se ne possono sintetizzare i punti salienti.
Il documento pontificio non è andato oltre le indicazioni che il sinodo del 2014 aveva richiesto: procedure più rapide ed efficaci per le cause di nullità. Si sono introdotte nuove regole, anche se l’impostazione delle cause di nullità è stata mantenuta all’interno dello schema dei processi.
Il primo elemento fatto emergere è la centralità del vescovo, che non può essere estraneo all’amministrazione della giustizia nei confronti dei fedeli che gli sono stati affidati. È chiara l’indicazione di un Tribunale per ogni diocesi.
Inoltre, anche se è possibile amministrare la giustizia tramite delegati, dall’insieme del motu proprio, si insiste sulla pastoralità della giustizia a proposito di nullità matrimoniali. Il dato significativo è l’appello alla sentenza di primo grado che è inoltrato al metropolita, figura scarsamente valorizzata nella legislazione ecclesiastica, richiamata con poteri veri in questa circostanza.
Sono state mantenute le competenze affidate ai chierici: sia nei tribunali composti da tre giudici, sia in quelli a giudice unico.
Nelle regole procedurali previste dal motu proprio sono indicati strumenti di accompagnamento per le situazioni dei coniugi separati o divorziati. È un invito che mette insieme la visione pastorale con quella giuridica.
Il vescovo… è tenuto a seguire con animo apostolico i coniugi separati o divorziati, che, per la loro condizione di vita, abbiano eventualmente abbandonato la pratica religiosa. Egli quindi condivide con i parroci la sollecitudine pastorale verso questi fedeli in difficoltà (art.1).
L’indagine pregiudiziale o pastorale, che accoglie nelle strutture parrocchiali o diocesane i fedeli separati o divorziati che dubitano della validità del proprio matrimonio o sono convinti della nullità del medesimo, è orientata a conoscere la loro condizione e a raccogliere elementi utili per l’eventuale celebrazione del processo giudiziale, ordinario o più breve. Tale indagine si svolgerà nell’ambito della pastorale matrimoniale diocesana unitaria (art. 2).
La stessa indagine sarà affidata a persone ritenute idonee dall’Ordinario del luogo, dotate di competenze anche se non esclusivamente giuridico-canoniche. Tra di esse vi sono, in primo luogo, il parroco proprio o quello che ha preparato i coniugi alla celebrazione delle nozze. Questo compito di consulenza può essere affidato anche ad altri chierici, consacrati o laici approvati dall’ordinario del luogo.
La diocesi, o più diocesi insieme, secondo gli attuali raggruppamenti, possono costituire una struttura stabile attraverso cui fornire questo servizio e redigere, se del caso, un Vademecumche riporti gli elementi essenziali per un più adeguato svolgimento dell’indagine (art. 3).
L’indagine pastorale raccoglie gli elementi utili per l’eventuale introduzione della causa da parte dei coniugi o del loro patrono davanti al tribunale competente. Si indaghi se le parti sono d’accordo nel chiedere la nullità (art. 4).
In conclusione, la prassi giudiziaria delle cause di nullità diventa materia pastorale.
La novità assoluta è la sentenza di nullità che, in prima istanza, diventa esecutiva. La cosiddetta “doppia conforme” (la necessità della conferma del Tribunale d’appello), che ha procurato seri problemi nell’amministrazione della giustizia, è stata soppressa. Rimane la possibilità dell’appello a garanzia della verità. È introdotto esplicitamente il rigetto del ricorso (senza discussione) se l’appello ha carattere dilatorio.
Infine, la gratuità della causa pone l’amministrazione della giustizia a disposizione del bene delle anime, come recita l’ultimo canone del Codice.
Saranno necessarie indicazioni ulteriori, ma la via è tracciata, rispondendo così alle indicazioni sinodali.
28 settembre 2015 By Enzo Caruso
#nullità
Non lasciate mai che la tristezza vinca in voi – Never let sorrow defeat you
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