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Timestamp: 2018-12-14 11:09:14+00:00

Document:
Ordinanza di rinvio pregiudiziale del Tribunale di Trento dell'11/4/13 sul part time
Il Tribunale di Trento, giudice del lavoro, ha rivolto alla Corte di giustizia, con ordinanza dell'11/4/2013, visti l’art. 267 TFUE e l’art. 19, par. 3, lett. b, TUE, domanda di pronuncia pregiudiziale per l’interpretazione della direttiva 15.12.1997, n. 97/81/CE (pubblicata in G.U.C.E. 20.01.1998), relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo parziale concluso il 6.06.1997 dall’Unice, dal Ceep e dalla Ces. Questi i quesiti:
"In particolare, lo scrivente Giudice del lavoro del Tribunale ordinario di Trento (Italia), chiede alla eccellentissima Corte di Giustizia dell’Unione Europea se la clausola n. 5, punto n. 2, dell’accordo recepito dalla direttiva (laddove essa dispone che “Il rifiuto di un lavoratore di essere trasferito da un lavoro a tempo pieno ad uno a tempo parziale, o viceversa, non dovrebbe, in quanto tale, costituire motivo valido per il licenziamento, senza pregiudizio per la possibilità di procedere, conformemente alle leggi, ai contratti collettivi e alle prassi nazionali, a licenziamenti per altre ragioni, come quelle che possono risultare da necessità di funzionamento dello stabilimento considerato”), debba essere interpretata nel senso che non è permesso alle legislazioni nazionali degli Stati membri di prevedere la possibilità – per il datore di lavoro – di disporre la trasformazione del rapporto di lavoro da part time a tempo pieno, anche contro la volontà del lavoratore.
Lo scrivente giudice del lavoro del Tribunale Ordinario di Trento (Italia) chiede inoltre alla eccellentissima Corte di Giustizia dell’Unione Europea se la medesima direttiva 15.12.1997, n. 97/81/CE, osti a che una norma nazionale (quale l’art. 16 della legge italiana 4.11.2010, n. 183), preveda la possibilità - per il datore di lavoro - di disporre la trasformazione del rapporto di lavoro da part
time a tempo pieno, anche contro la volontà del lavoratore."
LEGGI DI SEGUITO L'INTERA ORDINANZA DI RINVIO PREGIUDIZIALE DEL TRIBUNALE DI TRENTO DELL'11 APRILE 2013 ...
a scioglimento della riserva assunta all’udienza del 4 aprile 2013,
nel procedimento n. 543/2011 RG
con l’avv. F. V.
con l’Avvocatura dello Stato in persona dell’avv. G. D.
OGGETTO: pubblico impiego privatizzato - impugnazione del
provvedimento di trasformazione del rapporto di lavoro da tempo
parziale a tempo pieno contro la volontà del lavoratore
La dott.ssa T. M., lavoratrice subordinata alle dipendenze del
M. d. G., in servizio presso questo Tribunale con orario part time di
tipo verticale (con prestazione di lavoro ridotta al 50% ed articolata su
tre giorni della settimana), si è rivolta allo scrivente Giudice del lavoro
del Tribunale Ordinario di Trento (Italia), chiedendo l’annullamento
del provvedimento ministeriale 8.02.2011 n. 20384 nonché del
provvedimento 21.03.2011 n. 1882 del dirigente amministrativo di
Progetto di ricerca svolto nellʼambito del bando post doc PAT 2011
questo stesso Tribunale, mediante i quali il part time concessole dal
M. d. G. sin dal 28.08.2000, le è stato autoritativamente revocato
contro la sua volontà ed è stato ripristinato l’orario di lavoro a tempo
pieno con articolazione su 6 giorni alla settimana. La dott.ssa M.
precisa che grazie all’orario part time ella, in questi anni, ha potuto
destinare il proprio tempo, oltre che alla cura della famiglia, anche
alla propria formazione professionale, essendosi iscritta all’albo degli
avvocati di Trento, frequentando la scuola di specializzazione delle
professioni legali e conseguendo il relativo diploma, iscrivendosi
altresì al corso di laurea triennale per formatore nelle organizzazioni
che si è svolto presso l’Università di Padova. Sempre grazie al part
time, ella ha potuto intensificare l’assistenza al proprio unico genitore
superstite, che oggi ha oltre 90 anni, il quale vive assieme a lei e nelle
vicinanze non ha alcun altro parente od affine. Per effetto dell’entrata
in vigore dell’art. 16 della legge italiana 4.11.2010, n. 183, il
Ministero della Giustizia, con il cit. provvedimento 8.02.2011 n.
20384, emesso contro la volontà della dott.ssa M., le ha revocato il
part time e le ha ripristinato l’orario di lavoro a tempo pieno a
decorrere dall’1.04.2011, con articolazione su sei giorni settimanali.
Con fax del 16.03.2011, la dott.ssa M. ha comunicato al Ministero
della Giustizia di non essere d’accordo con la trasformazione del
rapporto da part time a tempo pieno, sostenendo che il Ministero non
può disporre tale trasformazione contro la sua volontà, in quanto ciò
è in contrasto con la direttiva 15.12.1997, n. 97/81/CE (pubblicata
in G.U.C.E. 20.01.1998), relativa all’accordo quadro sul lavoro a
tempo parziale concluso il 6.06.1997 dall’Unice, dal Ceep e dalla Ces.
Secondo la dott.ssa M., da tale direttiva si desume infatti il principio
in base al quale, una volta sorto un rapporto di lavoro part time, esso
non può essere trasformato in rapporto di lavoro a tempo pieno
contro la volontà del lavoratore. Nonostante la dott.ssa M. abbia detto
di essere contraria alla trasformazione del rapporto di lavoro da part
time (al 50%, articolato su 3 giorni la settimana), a tempo pieno
articolato su 6 giorni settimanali, il Ministero della Giustizia, a mezzo
del dirigente amministrativo di questo Tribunale, con il citato
provvedimento 21.03.2011 n. 1882, le ha ordinato ugualmente che
dall’1.04.2011 ella deve svolgere l’orario di lavoro a tempo pieno,
articolato su 6 giorni la settimana. Per questi motivi, la dott.ssa M. si
è rivolta a questo Giudice del lavoro del Tribunale Ordinario di
Trento, chiedendo l’annullamento sia del provvedimento ministeriale
8.02.2011 n. 20384, sia del provvedimento 21.03.2011 n. 1882 del
dirigente amministrativo di questo stesso Tribunale, chiedendo
inoltre che venga accertato che il suo rapporto di lavoro part time non
può essere trasformato in rapporto di lavoro a tempo pieno contro la
Il M. d. G. si è opposto a tale domanda della dott.ssa M..
Sostiene che l’art. 16 della legge italiana 4.11.2010, n. 183, prevede
la possibilità - per il M. - di revocare il rapporto di lavoro part time e di
imporre l’orario di lavoro a tempo pieno, anche contro la volontà del
lavoratore. Secondo il Ministero, il cit. art. 16 non si pone in
contrasto con la direttiva 15.12.1997, n. 97/81/CE.
La causa è stata istruita solo mediante la produzione di
documenti ed è ora pronta per essere decisa in primo grado.
Delineato in tal modo l’oggetto del presente giudizio, questo
Giudice del lavoro evidenzia che il Ministero della Giustizia ha
disposto la trasformazione del rapporto di lavoro della dott.ssa M. da
part time a tempo pieno (nonostante ella non fosse d’accordo),
applicando l’art. 16 della legge italiana 4.11.2010, n. 183, in virtù del
quale, “in sede di prima applicazione delle disposizioni introdotte
dall’art. 73 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (convertito, con
modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133), le amministrazioni
pubbliche di cui all’art. 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo
2001, n. 165, e successive modificazioni, entro centottanta giorni
dalla data di entrata in vigore della presente legge, nel rispetto dei
principi di correttezza e buona fede, possono sottoporre a nuova
valutazione i provvedimenti di concessione della trasformazione del
rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale già adottati prima
della data di entrata in vigore del citato decreto-legge n. 112 del 2008
convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008”.
Come accennato, la dott.ssa M. sostiene che tale norma
nazionale (vale a dire il citato l’art. 16 della legge italiana 4.11.2010,
n. 183), è in contrasto con la direttiva 15.12.1997, n. 97/81/CE
(pubblicata in G.U.C.E. 20.01.1998), relativa all’accordo quadro sul
lavoro a tempo parziale concluso il 6.06.1997 dall’Unice, dal Ceep e
dalla Ces.
Anche ad avviso di questo Giudice del lavoro, il predetto art. 16
della legge italiana 4.11.2010, n. 183, ammettendo la possibilità del
datore di lavoro di trasformare un rapporto di lavoro part time in
rapporto di lavoro a tempo pieno, anche contro la volontà del
lavoratore, si pone in contrasto con la cit. direttiva 15.12.1997, n.
97/81/CE.
Ed infatti, tale direttiva ha sottolineato “l’esigenza di adottare
misure volte ad incrementare l’intensità occupazionale della crescita,
in particolare mediante un’organizzazione più flessibile del lavoro, che
risponda sia ai desideri dei lavoratori che alle esigenze della
competitività” (considerando n. 5). La direttiva evidenzia inoltre la
“volontà di stabilire un quadro generale per l’eliminazione delle
discriminazioni verso i lavoratori a tempo parziale e di contribuire allo
sviluppo delle possibilità di lavoro a tempo parziale su basi accettabili
sia ai datori di lavoro che ai lavoratori” (considerando n. 11).
Nell’attuare il cit. accordo 6.06.1997, la direttiva dà atto che esso
“rappresenta la volontà delle parti sociali di definire un quadro
generale per l’eliminazione delle discriminazioni nei confronti dei
lavoratori a tempo parziale e per contribuire allo sviluppo delle
possibilità di lavoro a tempo parziale, su basi che siano accettabili sia
per i datori di lavoro, sia per i lavoratori” (preambolo dell’accordo). “Le
parti firmatarie del presente accordo attribuiscono importanza alle
misure che facilitino l’accesso al tempo parziale per uomini e donne
che si preparano alla pensione, che vogliono conciliare vita
professionale e familiare e approfittare delle possibilità di istruzione e
formazione per migliorare le loro competenze e le loro carriere,
nell’interesse reciproco di datori di lavoro e lavoratori e secondo
modalità che favoriscano lo sviluppo delle imprese” (n. 5 delle
considerazioni generali). Lo scopo dell’accordo è la soppressione delle
discriminazioni nei confronti dei lavoratori a tempo parziale e di
migliorare la qualità del lavoro a tempo parziale, nonché di facilitare
lo sviluppo del lavoro a tempo parziale su base volontaria e di
contribuire all’organizzazione flessibile dell’orario di lavoro in modo
da tener conto dei bisogni degli imprenditori e dei lavoratori (clausola
n. 1). La clausola n. 4 dell’accordo recepito dalla direttiva, enuncia, il
principio di non discriminazione, precisando, al punto n. 1, che “i
lavoratori a tempo parziale non devono essere trattati in modo meno
favorevole rispetto ai lavoratori a tempo pieno comparabili per il solo
motivo di lavorare a tempo parziale, a meno che un trattamento
differente sia giustificato da ragioni obiettive”. La successiva clausola
n. 5 dell’accordo recepito dalla direttiva (clausola intitolata
“possibilità di lavoro a tempo parziale”), prevede, al punto n. 1, che
“nel quadro della clausola n. 1 dell’accordo e del principio di nondiscriminazione
tra lavoratori a tempo parziale e lavoratori a tempo
pieno: a) gli Stati membri, dopo aver consultato le parti sociali
conformemente alla legge o alle prassi nazionali, dovrebbero
identificare ed esaminare gli ostacoli di natura giuridica o
amministrativa che possono limitare le possibilità di lavoro a tempo
parziale e, se del caso, eliminarli; b) le parti sociali, agendo nel
quadro delle loro competenze e delle procedure previste nei contratti
collettivi, dovrebbero identificare ed esaminare gli ostacoli che
possono limitare le possibilità di lavoro a tempo parziale e, se del
caso, eliminarli. Il punto n. 2 della medesima clausola n. 5, prevede
che “Il rifiuto di un lavoratore di essere trasferito da un lavoro a
tempo pieno ad uno a tempo parziale, o viceversa, non dovrebbe, in
quanto tale, costituire motivo valido per il licenziamento, senza
pregiudizio per la possibilità di procedere, conformemente alle leggi,
ai contratti collettivi e alle prassi nazionali, a licenziamenti per altre
ragioni, come quelle che possono risultare da necessità di
funzionamento dello stabilimento considerato”. Il punto n. 3 della
stessa clausola n. 5 prevede inoltre che, per quanto possibile, i datori
di lavoro devono prendere in considerazione: le domande di
trasferimento dei lavoratori a tempo pieno ad un lavoro e tempo
parziale che si renda disponibile nello stabilimento; le domande di
trasferimento dei lavoratori a tempo parziale ad un lavoro a tempo
pieno o di aumento dell’orario, se tale opportunità si presenta.
Ad avviso dello scrivente Giudice del lavoro, cit. art. 16 della
legge italiana 4.11.2010, n. 183, nel permettere al datore di lavoro
pubblico di trasformare unilateralmente il rapporto di lavoro a tempo
parziale in rapporto a tempo pieno, anche contro la volontà del
97/81/CE, in quanto la norma italiana discrimina il lavoratore parttime,
il quale, a differenza del lavoratore a tempo pieno, rimane
soggetto al potere del datore di lavoro pubblico di modificare
unilateralmente la durata della prestazione di lavoro anche contro la
sua volontà; non contribuisce certo allo sviluppo delle possibilità di
lavoro a tempo parziale su basi accettabili sia ai datori di lavoro che
ai lavoratori, considerando che il lavoratore part-time sarebbe soggetto
al rischio di vedersi trasformare il rapporto in lavoro a tempo pieno
anche contro la propria volontà, con evidente grave pregiudizio alle
proprie esigenze personali e familiari, che ormai si erano consolidate.
La norma italiana, inoltre, contrasta anche con quella parte
della direttiva che impone la presenza del consenso del lavoratore in
caso di trasformazione del rapporto da part time a tempo pieno, o
viceversa (cit. clausola n. 5, punto n. 2, dell’accordo recepito dalla
direttiva: “Il rifiuto di un lavoratore di essere trasferito da un lavoro a
funzionamento dello stabilimento considerato”).
Ad avviso dello scrivente Giudice del lavoro, il divieto di
licenziamento sancito dalla predetta clausola n. 5, punto n. 2,
dell’accordo 6.06.1997 recepito dalla direttiva 15.12.1997, n.
97/81/CE, significa che la trasformazione del rapporto di lavoro da
part time a tempo pieno (oppure viceversa), può avvenire solo con il
consenso del lavoratore. La trasformazione non può avvenire contro
la volontà del lavoratore. La trasformazione può aver luogo solo se
sono d’accordo sia il datore di lavoro, che il dipendente. Sancire
l’illegittimità del licenziamento, significa sancire la legittimità del
rifiuto alla trasformazione opposto dal lavoratore. Sancire la
legittimità del rifiuto alla trasformazione opposto dal lavoratore,
significa esigere il consenso del lavoratore stesso. La trasformazione
del rapporto di lavoro da part time a tempo pieno (o viceversa),
pertanto, può avvenire solo con il consenso del lavoratore, mai contro
Ad avviso dello scrivente Giudice del lavoro, la cit. clausola n.
5, punto n. 2, dell’accordo 6.06.1997 recepito dalla direttiva
15.12.1997, n. 97/81/CE, deve essere interpretata nel senso che la
trasformazione del rapporto di lavoro da part time a tempo pieno (o
viceversa), non può avvenire contro la volontà del lavoratore.
Al fine di ottenere l’interpretazione esatta di tale direttiva ed in
particolare della predetta clausola n. 5, punto n. 2, dell’accordo
6.06.1997 recepito dalla direttiva medesima, lo scrivente Giudice del
lavoro del Tribunale ordinario di Trento, ritiene necessario disporre il
presente rinvio pregiudiziale alla eccellentissima Corte di Giustizia
dell’Unione Europea per l’interpretazione della suddetta direttiva
15.12.1997, n. 97/81/CE (pubblicata in G.U.C.E. 20.01.1998),
relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo parziale concluso il
6.06.1997 dall’Unice, dal Ceep e dalla Ces, in quanto non è certo se
tale direttiva permetta – o meno – al datore di lavoro (sia privato che
pubblico) di trasformare un rapporto di lavoro part time in rapporto di
lavoro a tempo pieno (o viceversa), nonostante il lavoratore non sia
Questo Giudice del lavoro precisa che dall’interpretazione della
direttiva, dipende l’esito della controversia promossa dalla dott.ssa M.
contro il M. d. G..
Infatti, se la Corte di Giustizia dell’Unione Europea interpreterà
la direttiva nel senso che essa vieta la trasformazione del rapporto di
lavoro da part time a tempo pieno contro la volontà del lavoratore,
allora tale interpretazione dovrà riflettersi anche sulla norma
nazionale (il predetto art. 16 della legge italiana 4.11.2010, n. 183),
imponendo allo scrivente Giudice nazionale di annullare i
provvedimenti mediante i quali il M. d. G. ha imposto alla dott.ssa M.
di cessare di lavorare part time e di iniziare a lavorare a tempo pieno
Invece, nel caso in cui la Corte di Giustizia dell’Unione Europea
interpreti la direttiva nel senso che essa permette la trasformazione
del rapporto di lavoro da part time a tempo pieno anche contro la
volontà del lavoratore, allora lo scrivente Giudice del lavoro, sulla
base del medesimo art. 16 della legge italiana 4.11.2010, n. 183 (il
quale non subordina la trasformazione del rapporto di lavoro al
consenso del lavoratore), dovrà respingere il ricorso proposto dalla
dott.ssa M. e ritenere che ella è tenuta a lavorare a tempo pieno
Con ciò si spiega per quale ragione l’interpretazione della Corte
di Giustizia dell’Unione Europea, è rilevante al fine della decisione
della controversia ad opera dello scrivente Giudice del lavoro.
Va anche precisato da parte dello scrivente Giudice del lavoro,
sempre in ossequio alle “Raccomandazioni all’attenzione dei giudici
nazionali, relative alla presentazione di domande di pronuncia
pregiudiziale” (pubblicate nella Gazzetta Ufficiale n. C 338 del
06/11/2012 pag. 0001-0006), che la presente domanda di pronuncia
pregiudiziale per interpretazione, viene ora avanzata quando ormai il
procedimento nazionale è giunto alla sua conclusione, in quanto
l’attività istruttoria (consistita esclusivamente nell’acquisizione di
documenti), è terminata ed è giunto il momento di pronunziare la
sentenza conclusiva del processo di primo grado.
lo scrivente Giudice del lavoro del Tribunale Ordinario di Trento
visti l’art. 267 TFUE e l’art. 19, par. 3, lett. b, TUE,
presenta alla eccellentissima Corte di Giustizia dell’Unione Europea
domanda di pronuncia pregiudiziale per l’interpretazione della
direttiva 15.12.1997, n. 97/81/CE (pubblicata in G.U.C.E.
20.01.1998), relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo parziale
concluso il 6.06.1997 dall’Unice, dal Ceep e dalla Ces.
In particolare, lo scrivente Giudice del lavoro del Tribunale ordinario
di Trento (Italia), chiede alla eccellentissima Corte di Giustizia
dell’Unione Europea se la clausola n. 5, punto n. 2, dell’accordo
recepito dalla direttiva (laddove essa dispone che “Il rifiuto di un
lavoratore di essere trasferito da un lavoro a tempo pieno ad uno a
tempo parziale, o viceversa, non dovrebbe, in quanto tale, costituire
motivo valido per il licenziamento, senza pregiudizio per la possibilità
di procedere, conformemente alle leggi, ai contratti collettivi e alle
prassi nazionali, a licenziamenti per altre ragioni, come quelle che
possono risultare da necessità di funzionamento dello stabilimento
considerato”), debba essere interpretata nel senso che non è
permesso alle legislazioni nazionali degli Stati membri di prevedere la
possibilità – per il datore di lavoro – di disporre la trasformazione del
rapporto di lavoro da part time a tempo pieno, anche contro la volontà
(Italia) chiede inoltre alla eccellentissima Corte di Giustizia
dell’Unione Europea se la medesima direttiva 15.12.1997, n.
97/81/CE, osti a che una norma nazionale (quale l’art. 16 della legge
italiana 4.11.2010, n. 183), preveda la possibilità - per il datore di
lavoro - di disporre la trasformazione del rapporto di lavoro da part
time a tempo pieno, anche contro la volontà del lavoratore.
Il presente giudizio è sospeso fino all’esito della presente domanda di
pronuncia pregiudiziale.
La cancelleria deve spedire copia del fascicolo d’ufficio e del fascicolo
di parte con plico raccomandato alla Cancelleria della Corte di
Giustizia dell’Unione Europea, con sede in Rue du Fort
Niedegrunewald, L-2925 Lussemburgo.
La cancelleria deve infine comunicare la presente ordinanza alle parti
Trento, 11 aprile 2013
del Tribunale Ordinario di Trento (Italia)
-dott. Roberto Beghini

References: art. 16
 art. 16
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sentenza