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Timestamp: 2019-12-07 09:36:27+00:00

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Riflessioni « 3e32 CaseMatte
Il protagonismo della comunità
Pubblicato il: 11 Settembre 2016
Ieri alcune/i di noi hanno partecipato all’assemblea nella tendopoli di Pescara del Tronto (fraz. di Arquata del Tronto, AP). Si trattava della seconda assemblea nel campo tenda dopo quella di sabato scorso. Si è anche formalmente costituito un comitato “Pescara del Tronto 24.8.2016”, che si occuperà di fare proposte e monitorare tutto ciò che concerne la ricostruzione del borgo di montagna di Pescara.
Nel corso dell’assemblea si è parlato delle aree sulle quali insediare gli alloggi provvisori da proporre al Comune e alla struttura commissariale, e anche della ricostruzione vera e propria, che dovrà investire per forza di cose anche le seconde case, perché erano fondamentali per l’economia del borgo e anche per la continuità urbanistica e territoriale del paese stesso.
In tendopoli, a causa del freddo e della pioggia di questi giorni, sono rimaste una quindicina di persone. Alcuni sono andati nelle strutture ricettive a San Benedetto del Tronto, altri si sono sistemati autonomamente. Il problema sarà ora capire quali saranno i tempi di rientro. Riteniamo che, anche memori dell’esperienza dell’Aquila, sette mesi per la costruzione di numeri tutto sommato esigui di “moduli abitativi provvisori” sia un tempo davvero esagerato.
E’ importante mantenere quanto più possibile la presenza nei borghi, per mantenere alta l’attenzione sul paese stesso ed evitare che il destino delle comunità sia deciso da organi esterni a queste ultime.
“Qua ad Arquata non tornerà più nessuno”, ci ha detto un ragazzo nella tendopoli di Borgo di Arquata, altra frazione di Arquata del Tronto. La paura è che le persone che sono state portate via, non torneranno mai più. Abbiamo incontrato questo gruppo di ragazzi e ragazze che stanno dando vita a un progetto che ci sentiamo di sostenere in pieno: Chiedi alla Polvere. Vogliono raccontare Arquata del Tronto, “anche quando i riflettori si spegneranno”, ci hanno detto, per mantenere alta l’attenzione sia sui fondi della ricostruzione, sia sul tessuto sociale del paese, che conta in tutto 1200 abitanti in 13 frazioni.
Incontreremo di nuovo, nei prossimi giorni, i ragazzi e le ragazze di Chiedi alla Polvere. E’ fondamentale, per quello che abbiamo visto anche all’Aquila, che le comunità in primis disegnino e narrino il proprio presente, per costruire il proprio futuro. Combattendo contro le sopraffazioni esterne, per un reale protagonismo delle comunità.
Anche in questo caso, come facciamo da sette anni sul nostro territorio, siamo sempre stati contro i commissariamenti e contro qualsiasi forma di sovra-determinazione delle comunità, soprattutto se proveniente dall’esterno.
Lettera ai romani da L’Aquila: Bertolaso, non ti vergogni neanche un po’?
Categorie: Informazione, memoria, Ricostruzione, Riflessioni
La questione è indipendente dall’effettiva vittoria, o anche solo dalla concreta competizione elettorale a cui egli prenderà o meno parte. Anzi, l’appeal bipartisan dell’ex capo del Dipartimento della Protezione Civile è indicativo di un metodo di gestione della cosa pubblica, e delle emergenze in particolare, che ha assunto negli
ultimi due decenni una portata sistematica e apparentemente incontestabile nel nostro Paese. Questo metodo si basa, appunto, sulla limitazione temporanea dei diritti civili (e non solo), in contesti in cui l’eccezionalità della situazione (catastrofi naturali, disastri ecologici, grandi eventi, ecc.) viene evocata come condizione sufficiente per un esercizio non convenzionale degli strumenti di controllo, di sicurezza e di repressione a disposizione. La generalizzazione e l’estensione indiscriminata di questo metodo è dunque, senza alcun dubbio, una delle forme attuali, se non la principale, del totalitarismo.
3e32 / CaseMatte – Appello per L’Aquila – Link Studenti Indipendenti L’Aquila – Unione degli Studenti L’Aquila – Legambiente L’Aquila – Asilo Occupato L’Aquila
Io oggi a far finta di niente non vado #CHANGE
L’Aquila questo fine settimana sarà teatro di due manifestazioni di segno opposto: una oggi al Parco del Castello che chiederà al Sindaco Cialente di revocare le sue dimissioni arrivate in seguito all’inchiesta sule mazzette nella ricostruzione, e una sabato che invece vuole avere diritto al futuro tramite l’unico mezzo possibile, il cambiamento (#Change).
Qui di seguito Patrizio Bassi spiega perché lui alla manifestazione di oggi al castello non andrà, condividiamo:” Io oggi non ci sarò al Castello alla processione del Venerdì Santo in attesa che il martire Cialente “sacrificio umano per tutti voi” risorga. Volete che Cialente ritiri le dimissioni, e poi? Si torna in consiglio comunale tutto e tutti come prima? Facciamo finta che non è successo nulla, nuovo vice sindaco, un dirigente tecnico sospeso e abbiamo risolto tutto, così può tornare a proporre le presidenze di municipalizzate “molto ben retribuite” come nel 2012? Può una giunta e un consiglio con quest’alone di dubbio e quest’onta addosso parlare di aree bianche, di sostegno alla popolazione, di pianificazione e di ricostruzione “smart city”? con quale credibilità? cioè, tutto questo scalpore e clamore, e non è successo niente? Per una volta che il sindaco si era comportato con dignità e senso delle istituzioni (almeno in facciata), facendoci pensare di essere in qualunque paese civile, volete che si torni indietro? E’ qui che dimostrate quanto siete colpevoli e collusi, altro che a testa alta, siete STRUZZI, la insabbiate per non vedere e non sentire, per tornare spensierati nelle vostre case rattoppate ad aspettare il favore o il contentino e non volete prendervi la responsabilità, da ignavi, di dimostrare all’Italia intera, allibita e giustamente schifata, che non siamo tutti uguali e non speculiamo su nulla, noi. C’è un piccolo Tancredi in tutti voi che impellicciati e genuflessi chiederete “che la ricostruzione non si fermi’, mutuato da ‘senza di me, l’inferno’. j’accuse”. PATRIZIO BASSI
Il metodo Augustus applicato all’Italia #19ottobre
La crisi è un ottimo antidoto alle rivendicazioni popolari di diritti e bisogni sociali. E’ da diversi anni infatti che il capitale sta cercando di scalfire tutte quelle conquiste maturate nel dopoguerra grazie all’azione di milioni di lavoratori e lavoratrici. Quale occasione migliore di una crisi internazionale per ripristinare interamente il proprio ordine sociale e politico?
E’ la shock economy, l’economia che sfrutta i disastri per trarne profitti e imporre proprie regole.
A L’Aquila la crisi l’abbiamo conosciuta e subìta sotto forma di terremoto 4 anni e mezzo fa.
E abbiamo funto incoscientemente da palestra per l’instaurazione dell’attuale regime che regge l’Italia da un po’ di tempo. Ormai i governi sfruttano infatti l’emergenza per autoinsediarsi e autoproclamarsi di salvezza nazionale, senza ovviamente alcun mandato elettorale.
Da Monti a Letta siamo sotto scacco di governi commissariali sempre più ampi e che attuano i diktat della Bce e delle politiche di austerity targate Ue. Non esiste più un parlamento eletto dal popolo ma solo giullari alla corte del Don Rodrigo di turno. Non esistono più partiti di massa ma solo oligarchie.
Chi osa ribellarsi viene fatto passare per disfattista o complottista e viene messo a tacere con le buone o con le cattive.
Tutte scene che a L’Aquila abbiamo vissuto nell’immediato post-sisma, quando un intero territorio è stato occupato militarmente dal governo Berlusconi tramite i reparti della Protezione civile di Bertolaso e soci in affari (peraltro oggi tutti sotto inchiesta).
Le popolazioni locali sono state esautorate da ogni decisione sul futuro, dai progetti di ricostruzione, dal diritto di parola e critica.
Tutte le decisioni più importanti, dagli insediamenti provvisori ai modelli di sviluppo da adottare, sono state prese da commissari speciali, ovviamente estranei al cratere sismico e dunque poco sensibili alle richieste della popolazione terremotata.
L’ordine era di sorvegliare e punire. La gestione dell’emergenza era cosa loro, i profitti pure.
Il danno fatto però resta a noi.
Chi ha osato parlare e alzare la testa ha subìto circa 70 denunce ed è stato fatto passare come nemico pubblico da mettere alla gogna. Paradossalmente gli sciacalli venuti a L’Aquila sul carro della shock economy si autoproclamavano salvatori e benefattori mentre noi eravamo i disfattisti che volevano male al territorio.
Oggi ci ritroviamo senza più una città ma con tanti insediamenti che si sviluppano per decine di km da est a ovest, senza più un’anima. Migliaia di appartamenti fatti costruire ex novo a costruttori senza scrupolo, molti dei quali sono vuoti per mancanza di abitanti. Centinaia di ettari distrutti dal cemento e dall’ingordigia. Migliaia di persone costrette a vivere lontane dalla propria città o paese.
E’ anche per questo che ci sentiamo particolarmente vicini alle rivendicazioni della manifestazione-assedio del 19 ottobre. Vogliamo riprenderci le città, i centri storici svenduti, le abitazioni sfitte e continueremo a lottare contro tutte le zone rosse d’Italia.
Assedieremo anche noi quei ministeri e palazzi che stanno massacrando milioni di persone con le loro politiche di austerity. E che stanno massacrando la nostra città e i paesi del cratere impedendone una pronta ricostruzione.
Mai più new-town, mai più deportazioni di massa verso squallide periferie senza servizi!
Poniamo l’assedio in ogni città!
1°Aprile: firmata finalmente l’intesa per il progetto “Collemaggio parco pubblico”.
Alla fine tutte le Istituzioni locali in gioco si sono convinte anche grazie al nostro impulso, che l’area di ColleMaggio è un bene comune. E’ stato finalmente approvato questo progetto (in allegato) che trasformerà in breve tempo l’area dell’ex manicomio, dallo stato di semi-abbandono in cui si trova ad una zona aperta alla città, finalmente utilizzata, riqualificata e piena d’effervescenza sociale. “Era semplice – hanno dichiarato in una conferenza stampa congiunta il Sindaco dell’aquila e il Direttore della Asl1 – bastava dar retta al buon senso e non fare il gioco dei soliti interessi. Da oggi le cose andranno diversamente, la ricostruzione sociale dell’Aquila è finalmente iniziata. Aq19 città della cultura e dei diritti tutti i giorni! “.
E’ vero oggi è primo Aprile, ma chiediamo alle istituzioni coinvolte e alla città: sarebbe poi così difficile?
Dal rassicurazionismo all’allarmismo? Analisi di una biopolitica del panico
Categorie: Informazione, Riflessioni
Pubblicato il: 1 Febbraio 2013
Come consulente tecnico per l’accusa al processo alla Commissione Grandi Rischi non posso esimermi da alcune considerazioni sulle scelte di comunicazione del rischio praticate, subito dopo la sentenza di condanna degli esperti, rispetto alla sequenza sismica nella Garfagnana del gennaio 2013. Questo a partire dall’idea che l’approccio a certe questioni debba essere ancora migliorato, da un punto di vista prima di tutto metodologico e quindi comunicativo. Se, parlando di terremoti, l’analisi del rischio è una questione che riguarda prevalentemente l’ambito sismologico e del calcolo delle probabilità, la comunicazione del rischio dovrebbe prevedere competenze specifiche, di tipo semiotico e culturale, in quanto i destinatari di queste informazioni sono le comunità, in quanto va compreso come queste informazioni si diffondono e si propagano, quale senso assumono nella cultura antropologica dei luoghi interessati.
Dopo la sentenza che condanna dei membri della Commissione Grandi Rischi per aver rassicurato la popolazione aquilana, senza fondamento scientifico e con esiti disastrosi, prima del terremoto che devastò la città il 6 aprile 2009, iniziano ad assumere ampio risalto mediatico dispacci delle istituzioni preposte alla prevenzione del rischio che rivelano un tono radicalmente mutato: allarmano circa la possibilità di terremoti. In verità qualcosa era già cambiato dall’inizio de processo, ma ora se ne fa sfoggio mediatico, se ne fa notizia da prima pagina. Un segnale di cambiamento positivo verso una cultura della prevenzione? Fino a un certo punto.
Riflettendo su come la gente percepisce la comunicazione del rischio, bisogna osservare che il dispaccio della Protezione Civile in questione – “potrebbero avvenire altre scosse” – manca del tutto di una stima percentuale circa la possibilità che si realizzi un evento calamitoso: parla genericamente di possibilità di terremoto, ma così facendo produce una comunicazione allarmista. Una comunicazione del rischio generica, senza quantificatori, finisce con l’ingenerare allarmismo: se si comunica solo “potrebbero avvenire altre scosse” si trasmette una vaghezza che tende ad essere percepita dalla gente come eventualità, come “terremoto!”. Se il “potrebbero” non si quantifica, non si fissa in un range di possibilità (che riguarda prima di tutto una percentuale di occorrenza rispetto a una magnitudo di riferimento, in un luogo, in un tempo, con un indice di incremento rispetto ai tempi normali, con un indice di approssimazione) quel condizionale, privo di indice di probabilità, si trasforma, nella prassi comunicativa, in un indicativo binario.
Va notato che l’autore della nota che l’INGV ha trasmesso alla Protezione Civile ha dichiarato che quell’informazione sul rischio, una volta comunicata, ha avuto un effetto dirompente sulla popolazione. Questo effetto di amplificazione della percezione del rischio avviene proprio dal momento in cui la previsione è vaga, manca di un indice di probabilità che la fissa, impedendo interpretazioni. Rassicurare, così come allarmare sono due atteggiamenti che la scienza della prevenzione dei terremoti non si può permettere di praticare se vuole rimanere scienza: l’unica strada possibile è quella di allertare, ossia chiarire quanto pericolo c’è in termini di indici probabilità trasparenti e inequivocabili. Fare previsione probabilistica dei terremoti, l’unica scientificamente fondata trattandosi di fenomeni stocastici, vuol dire esplicitare indici percentuali di rischio, e non aggiungere nulla a tali indici. Va anche sottolineato che è inutile e dannoso comunicare il rischio senza comprendere come questo viene percepito dalle popolazioni e tradotto in elementi di senso comune dalla cultura antropologica degli abitanti.
Detto questo, dato che credo poco alle coincidenze, mi viene un dubbio rispetto alle circostanze di questa comunicazione. Prima di andare avanti voglio considerare due punti:
1) in Italia si verificano una grande quantità di sequenze microsismiche (erroneamente denominate “sciami” già prima della loro conclusione) e solo una minima parte di queste culminano in un evento disastroso.
2) la sentenza di appello per i condannati della Commissione Grandi Rischi ci sarà tra circa un anno.
Se in questo periodo si seguiterà ad usare questo dispositivo che ribalta quella che fu una comunicazione grettamente rassicurazionista, in un bombardamento grettamente allarmistico che ingenera panico, psicosi collettiva, si arriverà indirettamente e, soprattutto, scorrettamente, a minare il valore della sentenza di primo grado. Questo può essere un modo per diluire, per sofisticare l’errore mortale di aver scambiato per una pecora un lupo che ringhiava da mesi, sbilanciandolo con l’algebricamente opposto errore del cominciare a gridare istericamente e ossessivamente “al lupo al lupo!” alla prima occasione.
In tal senso sospetto che il binarismo “terremoto/non-terremoto”, che, ripeto, è pervertimento di una comunicazione scientifica che per essere concretamente probabilistica si dovrebbe limitare a fornire trasparentemente indici percentuali e non fumose profezie sibilline di terremoto (o di non-terremoto, come avvenne all’Aquila), sottenda un binarismo ideologico in cui si cerca, diluendo un errore nell’errore opposto, di ribaltare una sentenza di colpevolezza. È per questo che penso che in questa strategia, intenzionale o meno che sia, è di fatto insita una biopolitica del panico che si risolve in un atto di terrorismo tecno-mediatico, di sabotaggio nei confronti della sentenza. Questa è solo un’ipotesi, ma non prenderla in considerazione sarebbe una scorciatoia ideologica. L’unica certezza è che la scienza è trasparente, la magia è sibillina.
Proprio mentre finisco di scrivere apprendo dalla stampa che Franco Gabrielli, il capo della Protezione Civile, sta usando il panico della Garfagnana per gettare discredito sulla sentenza dell’Aquila.
Genova non finisce mai…
Non finisce mai nemmeno sulle mura di Collemaggio a L’Aquila.
11 anni dopo Carlo vive.
Avanti nelle lotte.
Lacrimogeni e pallottole di gomma contro pietre e petardi… #madrid #repressione
Ieri in Spagna la marcia dei minatori asturiani e dei sindacati (marcha negra), contro la chiusura delle ultime miniere di carbone, è stata repressa duramente dalla polizia, che ha sparato proiettili di gomma contro i manifestanti, il bilancio della giornata è di 43 feriti ed almeno 5 arresti.
Le proteste sono dovute alle misure imposte dal premier spagnolo Mariano Rajoy che ha annunciato la soppressione della tredicesima e meno giorni di ferie per i dipendenti pubblici, l’aumento dell’Iva dal 18 al 21%, la riduzione dei permessi sindacali, la dimunuzione del numero delle imprese pubbliche, del numero dei consiglieri locali e delle indennità destinate ai sindaci.
Lacrimogeni e pallottole di gomma contro pietre e petardi. C’è ancora la pace sociale in Europa? O possiamo parlare di una nuova fase?
Un anno fa, il 3 luglio 2011, una grande manifestazione in Valle…
Un anno fa, il 3 luglio 2011, una grande manifestazione in Valle dava l’ennesima svolta alla resistenza alla grande opera inutile. Oggi, dopo un anno e dopo tanti anni, la Valle è No Tav. Tutti noi siamo No Tav. Perchè crediamo in un modello economico, di sviluppo, di progresso, diametralmente opposto a quello che ci vogliono imporre loro. Perchè pensiamo che la scintilla del cambiamento non possa che nascere dall’attivismo, dalle lotte, dal lavoro quotidiano (anche silenzioso) e costante nelle comunità di prossimità e nei territori. Viva il 3 luglio! Viva i No Tav!

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