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Timestamp: 2020-01-17 14:38:06+00:00

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Danno non patrimoniale subito dai prossimi congiunti: natura e criteri di quantificazione | Redazione Jd
By RedazioneJD | 09/01/2020
1 CASS. CIV., SEZ. VI-3, ORDINANZA 31/10/2019, N. 28168
CASS. CIV., SEZ. VI-3, ORDINANZA 31/10/2019, N. 28168
«Il pregiudizio non patrimoniale patito dai prossimi congiunti di persona gravemente ferita, e consistito tanto nell’apprensione per le sorti del proprio caro, quanto nelle forzose rinunce indotte dalla necessità di prestare diuturna e prolungata assistenza alla vittima, è un danno identico per natura, ma diverso per oggetto, dal pregiudizio patito dalle medesime persone, una volta che il soggetto ferito sia venuto a mancare. Ne consegue che se una persona venga dapprima ferita in conseguenza di un fatto illecito, ed in seguito muoia a causa delle lesioni, nella stima del danno patito jure proprio dai suoi familiari il giudice deve tenere conto sia del dolore causato dalla morte, sia dalle apprensioni, dalle sofferenze e dalle rinunce patite dai suoi familiari per tutto il tempo in cui la vittima primaria fu invalida e venne da loro assistita»
1. Nel 2009 [Omissis], [Omissis] e [Omissis], congiunti ed eredi di [Omissis], convennero dinanzi al Tribunale di Brescia la [Omissis] s.p.a. e [Omissis], esponendo che:
-) il 2 agosto 2003, a [Omissis] (BS), [Omissis] venne investito da un autoveicolo condotto dalla convenuta [Omissis]; in conseguenza dell’investimento la vittima patì gravi lesioni personali;
-) infine, il [Omissis], [Omissis] morì a causa delle lesioni subite tre anni prima.
La sentenza venne appellata sia dalla [Omissis], sia dagli eredi [Omissis].
-) attribuì alla vittima un concorso di colpa del 75%, e a [Omissis] del 25%;
3. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione dagli eredi [Omissis] con ricorso fondato su tre motivi.
Ha resistito con controricorso, e proposto ricorso incidentale, la [Omissis].
Con una prima censura i ricorrenti, formalmente richiamando l’articolo 360 c.p.c., n. 5, lamentano che la Corte d’appello avrebbe “omesso di considerare, in sede di liquidazione del danno, che il danneggiato è morto per ragioni causalmente riconducibili al sinistro”.
Deducono che, per questa ragione, la Corte d’appello nel liquidare il danno non patrimoniale patito da [Omissis], ed il cui risarcimento venne da questi trasmesso agli eredi, avrebbe dovuto tenere conto “della perdita dell’aspettativa di vita” patita dalla vittima primaria, nonché del danno “terminale o catastrofa1e, conseguente alla sofferenza ed agonia sicuramente patite dal de cui a causa delle lesioni riportate nella percezione dello spegnersi anticipato della vita”.
1.2. Con una seconda censura i ricorrenti lamentano, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 3, la violazione degli articoli 1223, 1226, 1227, 2043 e 2056 c.c.
Deducono che il principio per cui il risarcimento del danno alla salute deve essere ridotto, nel caso di premorienza della vittima, per tenere conto della vita effettivamente vissuta, è stato formulato dalla giurisprudenza con riferimento all’ipotesi in cui la vittima di lesioni personali muoia per cause indipendenti dalle lesioni stesse. Nel caso di specie, invece, la vittima era deceduta proprio a causa ed in conseguenza delle lesioni, sicché quel principio non avrebbe dovuto trovare applicazione.
1.4. Il pregiudizio sub (a) non risulta né dal ricorso, né dalla sentenza impugnata, che sia mai stato dedotto nei gradi di merito.
Né i ricorrenti, in violazione dell’onere prescritto a pena d’inammissibilità dall’articolo 366 c.p.c., n. 6, indicano in quali termini ed in quali atti quel vizio venne dedotto in giudizio.
La denuncia di “omesso esame del fatto”, pertanto, in questa parte è mal formulata, perché difforme dalle modalità prescritte dalle Sezioni Unite di questa Corte, le quali nell’interpretare il novellato articolo 360 c.p.c., n. 5, hanno stabilito (tre anni prima dell’introduzione del presente ricorso) che colui il quale intenda denunciare in sede di legittimità un errore consistito nell’omesso esame d’un fatto decisivo, ha l’onere di indicare:
(d) perché era decisivo (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014).
1.5. Sebbene tale rilievo abbia carattere assorbente, questa Corte ritiene opportuno rilevare, anche per fini di nomofilachia, che il motivo sarebbe comunque infondato, giacché i ricorrenti lamentano l’omesso esame d’un fatto irrilevante, a causa dell’inconcepibilità stessa d’un danno da “perdita delle aspettative di vita”, se riferito ad una persona defunta.
Ne consegue che, prima della morte, colui il quale in conseguenza d’un fatto illecito sappia di avere una speranza di vita ridotta, patisce un danno (c.d. da formico mortis) non patrimoniale da accertare e liquidare con gli ordinari criteri equitativi (se ne dirà meglio tra breve); post mortem, invece, con la scomparsa del danneggiato svanisce la pensabilità stessa di ulteriori pregiudizi da quest’ultimo patiti.
Anche tale censura presenta, in primo luogo, un profilo di inammissibilità, in quanto i ricorrenti non indicano – in violazione dei precetti indicati supra, al § 1.4 – quando ed in che modo tale circostanza di fatto fu da loro dimostrata in giudizio.
Aggiungasi che un danno da “percezione della propria fine imminente” è concepibile solo per una persona capace di intendere e di volere, come ripetutamente affermato da questa Corte (ex multis, Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 32372 del 13.12.2018; nonché Sez. U, Sentenza n. 26972 del 11/11/2008, Rv. 605494 – 01).
Ma nel nostro caso sono stati gli stessi ricorrenti ad indicare, alle pp. 23 del ricorso, che [Omissis] dopo l’infortunio di cui rimase vittima patì plurime lesioni cerebrali; sofferse un “grave deficit cognitivo era totalmente “autoinsufficiente” e “senza contatto con il mondo esterno”.
1.9. Nel caso di specie, per quanto già detto nei §§ precedenti, deve escludersi che sia stata: (a) ritualmente dedotta in giudizio; (b) ritualmente provata; l’esistenza d’un danno non patrimoniale consistito nella formido mortis.
L’esistenza d’una malattia in atto e l’esistenza di uno stato di invalidità permanente non sono tra loro compatibili: sinché durerà la malattia, permarrà uno stato di invalidità temporanea, ma non vi sarà ancora invalidità permanente; se la malattia guarisce con postumi permanenti, si avrà uno stato di invalidità permanente, ma non vi sarà più invalidità temporanea; se la malattia dovesse condurre a morte l’ammalato, essa avrà causato solo un periodo di invalidità temporanea, come ripetutamente affermato da questa Corte (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 32372 del 13.12.2018; Sez. 3, Sentenza n. 5197 del 17/03/2015, Rv. 634697 – 01; così pure Sez. 3, Sentenza n. 7632 del 16/05/2003, Rv. 563159, § 3.3 dei “Motivi della decisione”).
1.10. Da questi presupposti medico-legali il giurista non può prescindere, dal momento che il danno alla salute, sia per la legge che per la giurisprudenza, è solo quello “suscettibile di accertamento medico legale”, come recita il cod. ass., articolo 138.
1.11. Resta solo da aggiungere come gli argomenti spesi nei §§ che precedono non sono infirmati dai precedenti di questa Corte richiamati dai ricorrenti nella propria impugnazione.
La prima di tali decisioni, tuttavia, non solo riguardava una fattispecie del tutto diversa dalla presente, ma anzi nuoce, anziché giovare, alla tesi dei ricorrenti.
Quella sentenza, infatti, aveva ad oggetto il danno alla salute patito da un neonato intra partimi, ma vivente al momento della decisione. Sorse in quel caso questione se il danno al neonato dovesse liquidarsi avendo riguardo alla durata media della vita umana, od alla sua speranza di vita, ridotta a causa delle menomazione patite. Ed in quel caso, condivisibilmente, questa Corte optò per la prima soluzione: sia perché si trattava di liquidare un danno permanente non temporaneo; sia perché si trattava di liquidare un danno patito da una persona vivente, e dunque un danno destinato a proiettarsi nel futuro.
(a) perché altrimenti “la determinazione concreta del danno viene resa immediatamente dipendente dai tempi del giudizio di liquidazione”;
(b) perché “ove si facesse riferimento alla durata concreta della vita, si adotterebbe un criterio contrastante sotto il profilo logico-giuridico con l’essenza di danno non patrimoniale, consistente nel quantum di menomazione dell’integrità psico-fisica, siccome è solo la perdita patrimoniale che va calcolata in relazione all’incidenza sulla capacità di produrre reddito in futuro”.
Ma se il primo degli argomenti spesi da Cass. 8204/03 non è condivisibile dal punto di vista logico, il secondo non lo è dal punto di vista giuridico e medico-legale. Non è del tutto chiaro, infatti, perché il danno alla salute non sia “destinato a proiettarsi nel futuro”, al contrario del danno patrimoniale da incapacità di lavoro. Il danno permanente alla salute, al contrario, è un danno che si verifica de die in diem, posto che per ogni giorno della sua vita chi l’abbia patito è destinato a soffrirne le conseguenze. Esso dunque è ontologicamente destinato a proiettarsi nel futuro, ed è per questa ragione che il valore monetario del punto di invalidità utilizzato per la stima di tale danno viene abbattuto in funzione dell’età della vittima (articoli 138 e 139 cod. ass.), dal momento che quanto maggiore è l’età della vittima al momento del danno, tanto minore sarà il periodo di tempo per il quale esso dovrà essere sopportato.
2.1. Col secondo motivo i ricorrenti lamentano, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 3, la violazione degli articoli 2 e 3 Cost., nonché degli articoli 1223, 1226, 1227, 2043 e 2056 c.c.
In quest’ultimo caso ci troviamo al cospetto d’un danno biologico permanente, che legittimamente può essere liquidato col ricorso alle tabelle milanesi in assenza di criteri legali; nel primo caso ci troviamo dinanzi soltanto ad un danno biologico temporaneo, anche prolungato, per la liquidazione del quale non vengono in rilievo i concetti né di invalidità permanente, né di “postumi permanenti”, e la cui stima è riservata al rudente apprezzamento del giudice di merito.
3.1. Col terzo motivo i ricorrenti lamentano, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, l’omesso esame d’un fatto decisivo.
In particolare, deducono che tale danno è consistito nella forzosa rinuncia alle attività relazionali e ricreative dei tre attori, rinuncia conseguente alla necessità di prestare assistenza alla vittima; nonché nella pena e nell’angoscia da essi provate per la condizione di quest’ultima.
Nell’illustrazione del motivo, inoltre, si soggiunge che i convenuti non avevano “esplicitamente contestato le circostanze” da essi attori dedotte, ovvero che [Omissis], nei tre anni dopo il sinistro, visse in totale stato di incapacità e costantemente assistito dai propri familiari.
É compito dunque del giudice di merito, nei limiti ovviamente del dedotto e del provato, accertare se, quali e quante conseguenze non patrimoniali il fatto illecito abbia prodotto.
-) deve, in primo luogo, tenere conto delle conseguenze che, anche presuntivamente ex articolo 2727 c.c., l’uccisione d’un congiunto non può non causare in tutte le persone di comune sentire che dovessero patire quel particolare tipo di afflizione, e liquidare tale pregiudizio con un criterio standard, uguale per tutti, necessario per garantire la parità di trattamento a parità di danno (ex multis, Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 3767 del 15/02/2018, Rv. 648035 – 02; Sez. 3, Sentenza n. 15491 del 08/07/2014, Rv. 631750 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 10107 del 09/05/2011, Rv. 618206 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 28423 del 28/11/2008, Rv. 606101 – 01);
La Corte, infatti, ha ritenuto ritualmente dedotto e provato che i tre congiunti di [Omissis] lo abbiano assistito per i tre anni in cui fu totalmente invalido (circostanza che, del resto, si sarebbe potuta ricavare anche dall’id quod plerumque accidit).
Ha, però, ritenuto che tale circostanza non giustificasse alcuna variazione in aumento del risarcimento del danno non patrimoniale spettante alle vittime di rimbalzo, così motivando: “(gli appellanti non hanno) indicato specifiche e circostanziate ragioni tali da condurre ad una determinazione diversa e superiore (del risarcimento), non potendo all’uopo reputarsi sufficiente il mero riferimento alla pena, angoscia e preoccupazioni dei familiari per la gravità dello stato psicofisico della vittima, gli stessi rappresentando in sé e per sé gli elementi costitutivi del danno e non rinvenendosi, negli atti, circostanziate ragioni per discostarsi dalla valutazione così come condotta (dal Tribunale)”.
Questa decisione viola in effetti l’articolo 1223 c.c., perché ha liquidato il risarcimento senza tenere conto di tutte le conseguenze che ne sono derivate.
Nel caso di specie, a parte l’errore giuridico consistito nel ritenere che la sofferenza provocata dalle lesioni patite da un congiunto e quella provocata dalla morte di quest’ultimo siano la stessa cosa, la Corte d’appello in ogni caso ha liquidato il danno patito iure proprio ai prossimi congiunti della vittima senza tenere conto del fatto che questi ultimi avevano allegato di avere prestato assistenza alla vittima per tre anni: e gli eventuali pregiudizi derivanti da questa assistenza non potevano sovrapporsi ed essere confusi col danno da lutto, per la semplice ragione che essi preesistevano a quest’ultimo. E se una entità reale preesiste ad un’altra, la prima non può identificarsi con la seconda, giacché l’identità presuppone la coesistenza, come logica insegna da molti secoli.
3.4. La sentenza impugnata va dunque cassata con rinvio, affinché la Corte d’appello torni ad esaminare il primo motivo dell’appello incidentale proposto dai congiunti di [Omissis]. Nel farlo, si atterrà al seguente principio di diritto:
4.1. Con ambedue i motivi del proprio ricorso incidentale la società [Omissis], formalmente denunciando i vizi di cui all’articolo 360 c.p.c., n. 5, censura il modo in cui il giudice di merito ha ricostruito la dinamica del sinistro e ripartito le responsabilità.
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