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Timestamp: 2020-02-25 11:49:51+00:00

Document:
Il giudice ordinario. Poteri e limiti
Corte di Cassazione, sez. II civ., 16 marzo 2017, n. 6855
Con atto di citazione notificato il 6 settembre 1996, C.G., proprietario di un terreno in Cassino contraddistinto in catasto al foglio (OMISSIS), particella n. (OMISSIS), sul quale erano stati edificati un fabbricato principale di sei piani fuori terra ed uno accessorio di un solo piano di circa mq. 56, di fatto adibito a studio professionale, conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Cassino FA.AL. e Davide proprietari di un fondo confinante riportato in catasto al medesimo foglio, part.lle nn. (OMISSIS), sul quale erano stati edificati un fabbricato principale di cinque piani fuori terra ed un fabbricato accessorio di un solo piano di mq. 50 circa di superficie, lamentando la violazione delle distanze legali ad opera del primo fabbricato sia rispetto al confine che rispetto ai propri edifici, con la condanna dei convenuti all'immediato ripristino dello stato dei luoghi ed all'arretramento del fabbricato a distanza non legale.
Si costituivano i convenuti che contestavano la fondatezza della domanda attorea, ed in via riconvenzionale lamentavano che il C. aveva illegittimamente immesso delle acque luride nel fosso che attraversava il loro fondo, procedendo altresì ad un illegittimo mutamento di destinazione del fabbricato accessorio, chiedendo quindi la cessazione sia delle immissioni che della diversa utilizzazione del bene, con il diritto altresì al risarcimento dei danni.
All'esito di una denunzia di nuova opera proposta in corso di causa dall'attore, il Tribunale adito disponeva altresì la sospensione dei lavori di edificazione delle scale antincendio a servizio del fabbricato dei convenuti, sempre perchè poste a distanza non legale.
Il Tribunale di Cassino con la sentenza n. 869/2003 rilevava che il fabbricato principale dei F. non rispettava le distanze sia rispetto al confine che rispetto al fabbricato accessorio dell'attore, condannando i convenuti alla demolizione dell'intero ultimo piano, sino a ridurlo all'altezza di metri 11,40, pari alla distanza dal fabbricato accessorio dell'attore.
Condannava altresì il C. alla eliminazione degli scarichi nel fosso che attraversa la proprietà dei convenuti, rigettando per il resto le domande riconvenzionali.
A seguito di appello proposto dai convenuti, e succeduti al defunto F.D., gli eredi FA.AL. ed A., la Corte d'Appello di Roma con la sentenza n. 1116 del 16 marzo 2011, in parziale accoglimento del gravame, limitava l'ordine di demolizione dell'ultimo piano del fabbricato principale degli appellanti alla sola parte che è frontistante il manufatto accessorio dell'attore, revocando altresì l'ordine di sospensione dei lavori concernenti la scala antincendio.
Rilevavano i giudici di appello che il giudice di primo grado aveva ravvisato la violazione delle distanze legali del fabbricato degli appellanti sia in relazione alla prescrizione in tema di distacco dal confine (fissato dallo strumento urbanistico locale in misura pari alla metà dell'altezza del fabbricato) sia in relazione alla diversa prescrizione della distanza tra fabbricati (fissata dallo stesso strumento urbanistico in misura pari all'altezza del fabbricato).
Ad avviso degli appellanti la normativa in materia di distanze tra fabbricati non poteva essere invocata rispetto al fabbricato accessorio, posto che sia il TAR del Lazio, occupatosi dell'impugnazione della concessione edilizia dei convenuti ad opera dell'attore, sia la prassi del Comune di Cassino erano nel senso che le previsioni del regolamento locale dovessero trovare applicazione solo in ordine alle distanze dai fabbricati principali.
La Corte distrettuale premessa l'ininfluenza nel presente giudizio delle decisioni emesse dal G.A., e concernenti la sola legittimità del provvedimento concessorio, che non possono quindi incidere sulla tutela dei diritti dei terzi di natura privatistica, quali quelli dedotti in giudizio dall'attore, ha escluso che il regolamento comunale facesse una distinzione, ai fini del rispetto delle distanze, tra fabbricati principali ed accessori, in quanto le prescrizioni che concernono questi ultimi attengono esclusivamente alla destinazione d'uso, alle dimensioni, all'altezza ed alla distanza dal filo stradale, ma senza in alcun modo incidere sulla disciplina in materia di distanze, il cui rispetto non può essere eluso da un'eventuale prassi contra legem dell'ente locale.
Quanto invece alla pretesa illegittimità del fabbricato accessorio, rispetto al quale era stata riscontrata la violazione delle distanze legali ad opera del fabbricato dei F., la Corte distrettuale rilevava che, ancorchè il fabbricato principale del C., in quanto preveniente, risultasse non del tutto in regola quanto al rispetto della distanza dal confine, tuttavia, nella parte in cui si trova il fabbricato accessorio, il fabbricato principale era collocato ad una distanza legale rispetto al confine, risultando quindi il fabbricato accessorio, per la sua specifica collocazione, per larga parte al di fuori dell'area che costituisce il distacco ideale.
Quanto alla diversa questione dell'individuazione della linea di confine, riteneva corrette le deduzioni degli appellanti per i quali la linea segnata da una recinzione, e presa in esame dal Tribunale, non corrispondeva al confine reale, sicchè, una volta accertato il confine conformemente ai titoli di provenienza, era da escludersi la violazione delle distanze dal confine. Tuttavia residuava la violazione delle distanze tra fabbricati, posto che, a fronte di un'altezza del fabbricato F. di metri 14,50, la distanza era invece di metri 11,37.
Ne conseguiva la conferma della condanna all'abbassamento della quota dell'ultimo piano, sino all'altezza di metri 11,40, occorrendo però procedere a tale abbassamento per la sola parte del fabbricato degli appellanti che fronteggia la costruzione dell'attore, e non quindi per l'intero fronte, come erroneamente stabilito dal Tribunale.
Parimenti meritevole di accoglimento era il punto relativo alle scale antincendio, avendo la sentenza gravata ritenuto che trattandosi di una misura di sicurezza prevista dalle norme in materia di edilizia scolastica, essendo questa la destinazione dell'edificio oggetto di causa, rientrava chiaramente nella nozione di volume tecnico, per il quale è escluso il rispetto delle distanze legali.
Relativamente ai motivi di gravame con i quali i convenuti si dolevano del mancato riconoscimento dei danni scaturenti dalle illegittime condotte dell'attore (illegittima immissione degli scarichi, mutamento di destinazione del locale accessorio, ed illegittimo conseguimento di un ordine di sospensione della costruzione delle scale) la sentenza riteneva che non fosse stata offerta la prova del danno effettivamente patito e che la richiesta di CTU aveva carattere meramente esplorativo.
Avverso la indicata sentenza hanno proposto ricorso per cassazione F.A. ed Alessandro, articolandolo su quattro motivi.
I ricorrenti nell'imminenza dell'udienza hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..
1. Preliminarmente deve essere rilevata l'inammissibilità della produzione documentale effettuata ex art. 372 c.p.c., da parte ricorrente, avendo versato in atti una perizia giurata attestante a detta del tecnico incaricato, l'impossibilità tecnica di poter procedere all'abbassamento del livello della costruzione, documento che però esula chiaramente dal novero di quelli per i quali la norma in questione consente la produzione in sede di legittimità.
2. Con il primo motivo di ricorso si denunzia la violazione di legge e precisamente la violazione e falsa applicazione dell'art. 15 e ss., delle NTA del PRG del Comune di Cassino, nonchè la violazione e falsa applicazione della voce 17 dell'art. 23 del regolamento edilizio, e la violazione e falsa applicazione della L. n. 1150 del 1942, art. 41 quinquies, e del D.M. n. 1444 del 1968, art. 9, e dell'art. 873 c.c., nonchè l'insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza.
Si dolgono i ricorrenti che la Corte territoriale abbia ritenuto sussistente la violazione delle distanze tra fabbricati anche in relazione al fabbricato cd. accessorio di parte attrice, sebbene l'art. 15 e ss., citati stabiliscano il rispetto delle distanze solo per gli edifici a carattere principale.
In assenza di una specifica disciplina contenuta negli strumenti urbanistici locali avrebbe dovuto quindi trovare applicazione la previsione di cui all'art. 9 del menzionato DM che, prevedendo una distanza di metri 10 tra pareti finestrate, avrebbe comportato la legittimità della costruzione dei ricorrenti, in quanto posta a distanza maggiore.
Lo stesso Tar del Lazio nella sentenza pronunziata in merito all'impugnativa della concessione avanzata da parte del C., aveva manifestato il convincimento circa l'inapplicabilità del regime delle distanze previste dallo strumento urbanistico locale in relazione all'edificio avente carattere accessorio, sicchè la Corte d'Appello non avrebbe potuto decidere trascurando la rilevanza di giudicato esterno di tale provvedimento giurisdizionale.
Ed, invero partendo dall'ultima affermazione di parte ricorrente relativa all'efficacia vincolante della pronuncia del giudice amministrativo, e ricordato che si tratta di statuizione emessa in relazione all'impugnativa della concessione edilizia rilasciata in favore dei ricorrenti e concernente il fabbricato oggetto di causa, giova richiamare la giurisprudenza di questa Corte a mente della quale (cfr. Cass. n. 9869/2015) la pronuncia del giudice amministrativo, investito della domanda di annullamento della licenza, concessione o permesso di costruire (rilasciati con salvezza dei diritti dei terzi), ha ad oggetto il controllo di legittimità dell'esercizio del potere da parte della P.A. ovvero concerne esclusivamente il profilo pubblicistico relativo al rapporto fra il privato e la P.A., sicchè non ha efficacia di giudicato nelle controversie tra privati, proprietari di fabbricati vicini, aventi ad oggetto la lesione del diritto di proprietà determinata dalla violazione della normativa in tema di distanze legali, che è posta a tutela non solo di interessi generali ma anche della posizione soggettiva del privato.
Ed, invero trattasi di una piana applicazione del generale principio affermato da tempo per il quale (cfr. Cass. S.U. n. 13673/2014) le controversie tra proprietari di fabbricati vicini relative all'osservanza di norme che prescrivono distanze tra le costruzioni o rispetto ai confini appartengono alla giurisdizione del giudice ordinario, senza che rilevi l'avvenuto rilascio del titolo abilitativo all'attività costruttiva, la cui legittimità potrà essere valutata "incidenter tantum" dal giudice ordinario attraverso l'esercizio del potere di disapplicazione del provvedimento amministrativo, salvo che la domanda risarcitoria non sia diretta anche nei confronti della P.A. (nella specie, il Comune) per far valere l'illegittimità dell'attività provvedimentale, sussistendo in questo caso la giurisdizione del giudice amministrativo (in termini ex multis Cass. n. 13170/2001; Cass. S.U. n. 333/1999).
L'eventuale accertamento della legittimità del titolo abilitativo della costruzione da parte del giudice amministrativo non preclude una diversa valutazione dell'illegittimità della condotta del privato nella controversia intentata da altro privato a tutela del diritto di proprietà, sicchè la decisione gravata, avendo fatto puntuale applicazione dei suesposti principi non appare meritevole di censura.
Quanto invece alla dedotta erronea applicazione delle previsioni di legge e regolamentari in materia di distanza, il tenore delle norme di cui allo strumento urbanistico locale non consente sulla base della loro formulazione letterale di ritenere che il loro ambito applicativo sia limitato alle sole costruzioni aventi carattere principale.
Il richiamo alla nozione di edifici di nuova costruzione ovvero di fabbricati, in assenza di una puntuale e specifica disciplina dettata per gli edifici aventi carattere cd. accessorio, come riconosciuto da parte degli stessi ricorrenti, non consente di optare per un'interpretazione che ne limiti l'applicazione ai soli edifici aventi carattere principale, posto che anche i manufatti di più contenute dimensioni, quali quelli per i quali si vorrebbe escludere la valutazione ai fini del rispetto delle distanze, appaiono evidentemente riconducibili alla nozione di costruzione di cui all'art. 873 c.c., trattandosi di manufatti stabilmente infissi al suolo che, per solidità, struttura e sporgenza dal terreno, possono creare quelle intercapedini dannose che la legge, stabilendo la distanza minima tra le costruzioni, intende evitare, rispondendo alla tradizionale nozione di costruzione quale recepita dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass. n. 5753/2014).
D'altronde proprio la carenza di una specifica disciplina, impone di ritenere come già affermato in passato che (cfr. da ultimo Cass. n. 144/2016) la nozione di costruzione, agli effetti dell'art. 873 c.c., è unica e non può subire deroghe da parte delle norme secondarie, sia pure al limitato fine del computo delle distanze legali, in quanto il rinvio ivi contenuto ai regolamenti locali è circoscritto alla sola facoltà di stabilire una "distanza maggiore".
Ne discende che, una volta ricondotti gli edifici accessori al novero delle costruzioni in senso civilistico e nell'accezione propria della disciplina in materia di distanze, le previsioni regolamentari che prevedono un distacco tra costruzioni risultano evidentemente applicabili anche a tali manufatti, e che, anche laddove lo strumento urbanistico locale avesse dettato una disciplina difforme, tale deroga dovrebbe reputarsi illegittima, non rientrando nel potere degli enti locali quello di dettare deroghe alla disciplina codicistica in materia di distanze, eccezione fatta per la previsione sopra richiamata, di porre delle distanze maggiori rispetto a quelle di legge.

References: sentenza 
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 art. 378
 art. 372
 art. 41
 art. 9
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 Cass. 
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