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Timestamp: 2017-10-19 18:14:32+00:00

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CORTE DI CASSAZIONE PENALE Sez. 3^ 24/06/2016 Sentenza n.26434 | AmbienteDiritto.it
CORTE DI CASSAZIONE PENALE Sez. 3^ 24/06/2016 (Ud. 23/03/2016) Sentenza n.26434
CODICE DELL'AMBIENTE - RIFIUTI RIFIUTI - Delega di funzioni da parte dei vertici aziendali - Responsabilità ambientale dell'amministratore delegato - Assenza di una delega formale - Aziende private nessun obbligo della forma scritta - PUBBLICA AMMINISTRAZIONE - Obbligo di delega scritta di funzioni ai soggetti preposti nella P.A. - Individuazione delle responsabilità penali nelle strutture complesse - DIRITTO ALIMENTARE - Obbligo di delega scritta di funzioni settore alimentare - SICUREZZA SUL LAVORO - Obbligo di delega scritta di funzioni nel settore lavoro - Infortuni sul lavoro - Artt. 110 e 256 c.4° D.Lgs. n.152/2006.
In tema di individuazione delle responsabilità penali nelle strutture complesse, la necessità che la delega di funzioni da parte dei vertici aziendali ai soggetti preposti debba avere forma espressa e contenuto chiaro non comporta l'obbligo della forma scritta, richiesta nel solo settore pubblico, atteso che soltanto in campo amministrativo sussiste l'esigenza di una formalizzazione dei rapporti organizzativi all'interno della struttura (Cass. Sez. 3, n. 39268 del 13/07/2004 - dep.07/10/2004, Beltrami). Il concetto è stato poi ribadito con particolare riguardo al settore alimentare (Cass. Sez. 3, n. 3107 del 02/10/2013 - dep. 23/01/2014, Caruso; Sez. 31 n. 44335 del 10/09/2015 - dep. 03/11/2015, D'Argenio) ed al settore degli infortuni sul lavoro (Cass. Sez. 4, n. 8604 del 29/01/2008 - dep. 27/02/2008, Timpone).
(annulla senza rinvio sentenza del 30/04/2014 della Corte d'Appello di Lecce) Pres. GRILLO, Rel. MOCCI, Ric. Faggiano
1. Faggiano Giovanni, nato a Brindisi ìl 24/04/1959;
2. De Simone Gabriele, nato a Brindisi il 27/09/1961;
- avverso la sentenza del 30/04/2014 della Corte d'Appello di Lecce visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
- udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Giuseppe Corasaniti, che ha concluso per il rigetto del ricorso;
- udito per l'imputato Giovanni Faggiano l'avv. Orazio Vesco, anche in sostituzione dell'avv. Daniela Faggiano, per l'imputato Gabriele De Simone1che ha concluso chiedendo l'accoglimento di entrambi i ricorsi.
1. Con sentenza del 17 gennaio 2013, Giovanni Faggiano e Gabriele De Simone furono condannati dal Tribunale di Brindisi, sez. distaccata di Ostuni, alla pena di mesi tre di arresto ed euro 1.800 di ammenda ciascuno, perché ritenuti responsabili dei reati di cui agli artt. 110 e 256 comma 4° del D.Lgs. 3 aprile 2006 n.152, per aver posto in essere - il Faggiano quale amministratore della s.p.a. "Enerambiente" ed il De Simone quale responsabile tecnico della stessa società - senza autorizzazione, un'attività di raccolta e stoccaggio di rifiuti, omettendo di osservare le prescrizioni derivanti dall'autorizzazione all'attività di raccolta e trasporto dei rifiuti.
Hanno proposto distinti ricorsi per cassazione sia il Faggiano che il De Simone, deducendo a vario titolo violazione dell'artt. 606 lett. b) ed e) c.p.p.
1. Giovanni Faggiano svolge tre motivi.
2. Gabriele De Simone, a sua volta, propone un unico motivo.
Con esso, deducendo argomenti analoghi a quelli del coimputato a proposito del secondo motivo di quest'ultimo, afferma che, se il sito non poteva essere utilizzato, perché non era munito di autorizzazione allo stoccaggio, nessuna violazione di prescrizioni avrebbe potuto essere addebitata, appunto per carenza del requisito dell'autorizzazione. Vi sarebbe stato inoltre un travisamento della prova, con riguardo alle s.i.t. di tale Ciracì, al quale sarebbe stato fatto dire - in contrasto con la realtà - che l'area ecologica, alla data del 30 giugno 2009, non era stata effettivamente realizzata e, men che meno, consegnata.
3.1. Con riguardo al primo motivo esplicitato dal Faggiano, inerente delega al direttore tecnico sul controllo circa il rispetto della normativa ambientale, non è così pacifico che la delega dovesse risultare necessariamente per iscritto, una volta che era stato nominato il direttore tecnico, destinato a gestire l'attività materiale della società. In particolare, è stato affermato che, in tema di individuazione delle responsabilità penali nelle strutture complesse, la necessità che la delega di funzioni da parte dei vertici aziendali ai soggetti preposti debba avere forma espressa e contenuto chiaro non comporta l'obbligo della forma scritta, richiesta nel solo settore pubblico, atteso che soltanto in campo amministrativo sussiste l'esigenza di una formalizzazione dei rapporti organizzativi all'interno della struttura [Sez. 3, n. 39268 del 13/07/2004 (dep.07/10/2004 ), Beltrami, Rv. 230088]. Il concetto è stato poi ribadito con particolare riguardo al settore alimentare [Sez. 3, n. 3107 del 02/10/2013 (dep. 23/01/2014), Caruso, Rv.259091; Sez. 31 n. 44335 del 10/09/2015 (dep, 03/11/2015), D'Argenio, Rv.265345] ed al settore degli infortuni sul lavoro [Sez. 4, n. 8604 del 29/01/2008 (dep. 27/02/2008), Timpone, Rv.238970].
Anche con riguardo al secondo motivo (che è comune anche al De Simone), il richiamo del capo d'imputazione al comma 4° dell'art. 256 D.Lgs. n. 152/2006 implica l'inosservanza delle prescrizioni contenute o richiamate nelle autorizzazioni, (nonché le ipotesi di carenza dei requisiti e delle condizioni richiesti per le iscrizioni o comunicazioni), il che, peraltro, si pone in contrasto, con la contestazione sostanziale mossa ad entrambi gli imputati, di aver, nelle rispettive qualità, effettuato un'attività di raccolta e stoccaggio in mancanza della prescritta autorizzazione (art. 256 comma 1 ° D.Lgs. n. 152/2006).
E poiché il ricorso per cassazione, la cui definizione presupponga la risoluzione di problemi oggetto di contrasto nella giurisprudenza dì legittimità, non può considerarsi proposto per motivi manifestamente infondati e, come tale, non è inammissibile, la Corte deve rilevare l'intervenuta prescrizione del reato, maturata nelle more della sua discussione (il 23 dicembre 2014), in mancanza dell'evidente sussistenza di cause di non punibilità, ai sensi dell'art. 129 c.p.p.
Conseguentemente, la sentenza impugnata va annullata senza rinvio per intervenuta prescrizione.
Cosi deciso il 23/03/2016.
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