Source: https://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=1981&numero=148
Timestamp: 2019-04-25 00:02:03+00:00

Document:
Sentenza 148/1981 (ECLI:IT:COST:1981:148)
Presidente: GIONFRIDA - Redattore:
Udienza Pubblica del 29/04/1981; Decisione del 14/07/1981
Deposito del 21/07/1981; Pubblicazione in G. U. n. 0
Massime: 9462 9463 9464 9465
SENTENZA 14 LUGLIO 1981
Deposito in cancelleria: 21 luglio 1981.
Pubblicazione in "Gazz. Uff." n. 207 del 29 luglio 1981.
Pres. GIONFRIDA - Rel. MACCARONE
composta dai signori: Dott. GIULIO GIONFRIDA, Presidente - Prof. EDOARDO VOLTERRA - Dott. MICHELE ROSSANO - Prof. ANTONINO DE STEFANO - Prof. LEOPOLDO ELIA - Prof. GUGLIELMO ROEHRSSEN - Avv. ORONZO REALE - Dott. BRUNETTO BUCCIARELLI DUCCI - Avv. ALBERTO MALAGUGINI - Prof. LIVIO PALADIN - Dott. ARNALDO MACCARONE - Prof. ANTONIO LA PERGOLA - Prof. GIUSEPPE FERRARI, Giudici,
Visti gli atti di costituzione della S.p.a. Teletevere, della S.p.a., SIT, Società Impianti televisivi, ed altre, della S.p.a. Rizzoli Editore, della Associazione Nazionale Teleradiodiffusioni Indipendenti, della RAI, Radiotelevisione Italiana S.p.a., nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
La RAI TV, Radiotelevisione Italiana S.p.a., premesso che ad iniziativa della Rizzoli Editore S.p.a. stava per iniziare la trasmissione via etere su scala nazionale di un telegiornale ed altri programmi televisivi utilizzando una rete di trasmissione e di collegamento di proprietà delle società SIT, Società Impianti Televisivi S.p.a., SET s.r.l. e Royal Editrice s.r.l. correnti in Castelvecchio Pascoli consistente in circa 18 stazioni sparse in tutta Italia ed interconnesse fra loro; che la riferita iniziativa doveva ritenersi illecita in quanto la diffusione di dette trasmissioni era lesiva degli interessi di essa RAI, estendendosi oltre l'ambito locale, posto dalla Corte costituzionale (sentenza 202/1976) come limite dell'impresa economica privata in materia, e in violazione dell'art. 195 del Cod. postale nonché della legge 14 aprile 1975 n. 103 e successivo d.P.R. 11 agosto 1975 n. 452, concernenti la riserva allo Stato del servizio radiotelevisivo su scala nazionale e del correlativo diritto di esclusiva di essa RAI concessionaria del servizio stesso; che, infine, la trasmissione era illecita amministrativamente in difetto della necessaria autorizzazione e dell'assegnazione della banda di frequenza da parte del Ministero delle Poste, chiedeva al Pretore di Roma di inibire alle dette società ogni ulteriore atto diretto a condurre ad effetto le illecite iniziative denunciate.
All'udienza di comparizione delle parti disposta ai sensi dell'art. 702 in relazione all'art. 690 cod. proc. civ. per la conferma, modifica o revoca del provvedimento suddetto oltre alle società intimate si costituivano l'Amministrazione delle Poste e telecomunazioni, l'Associazione generale dello spettacolo (AGIS), l'Associazione Nazionale Esercenti Cinema (ANEC), l'Associazione Nazionale Teleradio-diffusione Indipendenti (ANTI), nonché la soc. Teletevere.
Il Pretore, con ordinanza 18 novembre 1980, dopo avere espressamente affermato che il provvedimento di inibizione era stato emesso in presenza di un complesso di elementi probatori che chiaramente evidenziavano l'esistenza di una situazione pregiudizievole in danno della ricorrente e che il provvedimento stesso trovava comunque titolo nella normativa in atto vigente nonché nella prospettiva costituzionale che di essa è stata data dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata, in relazione agli artt. 3, 21 e 43 Costituzione, la questione di legittimità "della normativa risultante dal combinato disposto degli artt. 1, 183 e 195 d.P.R. 29 marzo 1973, n. 156, in relazione a quanto prescritto dalla legge 14 aprile 1975, n. 103, con particolare riferimento per quest'ultima all'art. 45 nonché all'art. 2 legge n. 693 del 1975, ed agli artt. 1, 2 e segg. della citata legge n. 103 del 1975, "nella parte in cui questa normativa legittimando il monopolio pubblico delle trasmissioni televisive via etere a carattere nazionale, preclude alle imprese private la possibilità di istituire e gestire attività televisive aventi lo stesso carattere nazionale e conferisce alla pubblica Amministrazione una potestà discrezionale nella determinazione dell'ambito di utilizzazione delle frequenze".
Il Pretore osserva preliminarmente che la circostanza che le società intimate non sono in possesso della autorizzazione amministrativa all'esercizio delle trasmissioni, non può valere ad escludere la rilevanza della questione, come vorrebbe la RAI, poiché al fine di valutare la sussistenza del detto requisito occorre fare riferimento al contenuto del potere giurisdizionale nella concreta fattispecie al fine di accertare se la decisione debba essere fondata sulla norma della cui legittimità si dubita. E, secondo il Pretore, il presupposto del provvedimento de quo, va individuato nell'esercizio dell'attività radiotelevisiva su scala nazionale in regime di monopolio, che proprio la stessa RAI afferma per chiedere la tutela ai sensi dell'art. 700 cod. proc. civ.
Nel merito il giudice a quo osserva poi che, secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale, il monopolio statale nella subiecta materia garantisce la libertà di manifestazione del pensiero dal pericolo di restrizioni che deriverebbe dall'instaurarsi di un monopolio od oligopolio privato dell'informazione, in conseguenza della limitatezza dei canali di trasmissione utilizzabili e dell'eccessivo costo degli impianti e della gestione degli stessi. Ove pertanto questi dati di fatto, storicamente verificabili, dovessero mutare peso e consistenza, potrebbe anche mutare il giudizio sulla funzione del monopolio pubblico dell'informazione e, conseguentemente, sulla legittimità delle norme che lo sorreggono. Ciò posto il Pretore afferma che dalla documentazione esibita dalle società intimate "potrebbe ragionevolmente desumersi" che la situazione di fatto su cui poggiano le precedenti pronunzie della Corte sarebbe mutata per effetto dei progressi tecnici conseguiti, né il giudice del merito potrebbe spingere la sua indagine di fatto oltre l'ambito del giudizio delibativo rimesso alla sua competenza, tanto più che tali argomenti attengono direttamente alle motivazioni adottate a suo tempo dalla Corte, per cui spetterebbe a quest'ultima valutare se, ed in che misura, la diversa realtà tecnologica possa incidere sul giudizio di legittimità delle norme che, allo stato, sorreggono il monopolio pubblico delle trasmissioni televisive su scala nazionale. E in proposito il giudice a quo precisa che, anche indipendentemente dalla distinzione fra libertà di manifestazione del pensiero e disponibilità dei mezzi o strumenti idonei allo scopo, cui fa riferimento la RAI per affermare che l'art. 21 Cost. garantirebbe in ogni caso la detta libertà ma non la disponibilità dei mezzi di trasmissione, ove si ritenga che attualmente la tecnica consente entro limiti assai ampi la possibilità di accesso dei privati agli strumenti di trasmissione via etere a carattere nazionale, non potrebbero ritenersi legittime le attuali norme restrittive, non più giustificabili ai sensi dell'art. 43 Costituzione.
Anche sotto il profilo dei costi, la riserva di monopolio pubblico non troverebbe più alcuna giustificazione, poiché l'impiego dei transistors, e gli altri progressi tecnici in materia consentirebbero di realizzare una vasta copertura del territorio nazionale mediante una spesa di non più di 1500 milioni, "sopportabile da qualunque impresa" e comunque ben inferiore a quella necessaria per l'impianto di un giornale. Ed anche i costi di gestione sarebbero inferiori a quelli di un giornale, e comunque sarebbero ampiamente condizionati dai ricavi della pubblicità, la cui gestione potenziata dalla emittenza privata avrebbe anche una funzione riequilibratrice del settore.
La difesa poi, premesso un ampio ed analitico esame della attuale situazione della disponibilità delle frequenze di trasmissione, con riferimento al D.M. 3 dicembre 1976 relativo al piano nazionale delle frequenze, afferma che, in forza di esso, sarebbe stato riservato al servizio pubblico di trasmissione un numero eccessivo di canali, neppure tutti utilizzati, ed asserisce che sarebbe ben possibile ridurre tale assegnazione allo scopo di aumentare la disponibilità per i privati senza ridurre la resa tecnica dei servizio stesso. Il citato D.M. 3 dicembre 1976 sarebbe anzi illegittimo appunto per l'irrazionale ed eccessiva assegnazione di frequenze al monopolio pubblico ivi disposta, e sarebbe un atto interno della pubblica Amministrazione che come tale non potrebbe essere tenuto presente in questa sede, ai fini di valutare la obbiettiva situazione della disponibilità delle frequenze nei confronti dei terzi. Il potere discrezionale esercitato col decreto in esame, comunque, non sarebbe previsto da alcuna disposizione legislativa né avrebbe potuto esserlo, incidendo in materia di diritti costituzionalmente garantiti.
La difesa infine dedica la parte conclusiva delle proprie deduzioni alla contestazione della necessità del monopolio pubblico ai fini dell'osservanza dell'art. 21 Costituzione affermando che la facoltà di utilizzare l'etere estesa ai soggetti in grado di disporre degli appositi impianti non conculcherebbe detta libertà, il cui rispetto esige soltanto che tutti coloro che abbiano la possibilità di disporre di un mezzo idoneo possano utilizzarlo per diffondere il proprio pensiero. Ove esista la possibilità di un naturale pluralismo, quello realizzato attraverso il monopolio statale sarebbe in contrasto con la detta libertà, sul piano nazionale non meno che su quello locale, e senza che tale conclusione possa essere contraddetta né dal fatto che alla Radiotelevisione di Stato sovraintende una commissione parlamentare, che per la sua natura politica sarebbe portatrice di interessi più ristretti di quelli culturali connessi al servizio in esame, né dalla asserita possibilità che su scala nazionale finirebbero con l'imporsi grossi gruppi economici, in quanto, mentre ciò potrebbe egualmente affermarsi per la stampa, che nessuno pensa di sottoporre a monopolio pubblico, sarebbe sufficiente una legge antitrust per eliminare tale pericolo, né dalla paventata esclusione dai circuiti televisivi privati delle zone di minore redditività pubblicitaria, giacché anche ammesso che ciò potesse avvenire, non sarebbe argomento sufficiente ad escludere il pluralismo, potendosi eventualmente rimediare attraverso servizi pubblici a carico della collettività, né infine dalla ventilata minore professionalità dell'emittente privata rispetto a quella pubblica, che, se mai, sarebbe conseguenza solo dell'attuale illegittimo sistema.
La limitazione della libertà di emissione non riguarderebbe perciò i programmi che le varie emittenti trasmettono ciascuna per suo conto. E ciò sarebbe conforme alla giurisprudenza della Corte che avrebbe inteso vietare l'oligopolio economico, non ravvisabile nella diffusione di programmi eguali da parte di più emittenti, salvaguardando invece la diffusione pluralistica delle idee che sarebbe limitata dalla esclusione della possibilità che una manifestazione del pensiero espressa in una regione possa circolare in un'altra. E d'altra parte i citati mezzi per la moltiplicazione della diffusione di uno stesso programma, offrendo una possibilità di utenza senza limiti ed a bassissimo costo, non urterebbero contro il presupposto tecnico che sta alla base delle decisioni della Corte, cioè la limitazione delle frequenze e gli alti costi di gestione.
Sarebbero violati infatti l'art. 3 Costituzione, per l'irrazionale disparità di trattamento a danno delle emittenti locali, che si vedrebbero costrette a trasmettere ciascuna in ambito limitato mentre, la concessionaria o le emittenti estere potrebbero farlo liberamente su scala nazionale; l'art. 21 Costituzione per la restrizione della libertà di manifestazione del pensiero che tale limitazione comporterebbe; l'art. 43 Costituzione letto in riferimento all'art. 41 Costituzione perché resterebbe soffocata senza motivo la libertà d'impresa sia sotto il profilo della produzione e commercializzazione dei programmi sia sotto il profilo della scelta e dell'acquisto dei programmi prodotti in ambiti locali diversi. Né l'astratta possibilità di oligopolio collegata all'eventuale controllo di pochi gruppi di una pluralità di emittenti varrebbe a giustificare il monopolio statale, che non da questo potrebbe essere garantito, bensì da una idonea normativa regolatrice.
Neppure le limitazioni economiche sarebbero realmente incisive ai fini in discorso poiché la costruzione della 3 rete RAI, particolarmente complessa secondo le ammissioni della stessa concessionaria, sarebbe costata meno di quattro miliardi, cioè meno di quanto occorre per impiantare una casa editrice o produrre un buon film.
Si sono altresì costituiti in questa sede la soc. Teletevere, in persona del legale rappresentante Pietro Manno, nonché di Fabrizio Menghini, in proprio, quale direttore editoriale, rappresentati e difesi dall'avv. Dario di Gravio che ha depositato nei termini le proprie deduzioni con cui si limita a richiamare le tesi già svolte nel giudizio avanti ai Pretore, e sopra ricordate.
La difesa della RAI, richiamandosi alla giurisprudenza della Corte costituzionale, e della Corte Suprema di Cassazione, pone in evidenza la necessità di una autorizzazione per l'esercizio dell'attività televisiva, con contestuale assegnazione della frequenza da parte dei Ministero delle Poste e Telecomunicazioni. Dato che le soc. Rizzoli, SIT e SET non hanno nemmeno chiesto tale autorizzazione, le stesse non avrebbero titolo ad esercitare l'attività televisiva, e conseguentemente, non avrebbero interesse a sollevare la questione di legittimità, che, pertanto, sarebbe inammissibile perché irrilevante.
Da ultimo, la difesa constata poi che, poggiando sostanzialmente le argomentazioni del giudice a quo sull'elemento tecnico della supponibile evoluzione delle condizioni di limitatezza della disponibilità di canali, in difetto peraltro di un rigoroso accertamento al riguardo, e pur dovendosi rilevare che più correttamente il giudice a quo avrebbe dovuto direttamente effettuare le necessarie indagini, in quanto i presupposti di fatto della non manifesta infondatezza debbono essere certi, e non solamente probabili o ragionevoli, occorrerebbe in ogni caso disporre una consulenza tecnica da espletare o a cura del giudice a quo, a cui all'uopo andrebbero rimessi gli atti, o, direttamente, dalla Corte in base ai suoi poteri istruttori, allo scopo di accertare i dati tecnici sulla disponibilità delle radiofrequenze, sui costi di impianto e di esercizio, sulle possibili dimensioni degli introiti, nonché tutti gli altri necessari dati di carattere tecnico ed economico utili alla decisione.
Comunque, in concreto, già esisterebbero ed avrebbero dato ottima prova catene di trasmissioni a livello "quasi nazionale", mentre, d'altra parte, i costi di impianto e di gestione non potrebbero neppure giustificare il monopolio statale, poiché servizi privati razionalmente organizzati e condotti attraverso le opportune interconnessioni consentirebbero di ridurre enormemente i costi stessi.
Nella memoria si riafferma anzitutto che, ove si ritenesse che la questione di legittimità investe anche il potere della pubblica Amministrazione di formare il piano di assegnazione delle frequenze, dovrebbe ritenersi inammissibile perché irrilevante in quanto il potere stesso non sarebbe sorretto dalle norme impugnate, ma deriverebbe dalla regolamentazione internazionale della materia e particolarmente dal Regolamento internazionale delle radiocomunicazioni approvato a Ginevra nel 1959. Nella memoria poi si svolgono ulteriori argomenti per negare la discrezionalità assoluta del potere in esame, e per negare comunque che esista in materia una riserva assoluta di legge.
Nella memoria si torna ad insistere anche, con diffuse argomentazioni, sulla inevitabilità dell'istituirsi di un oligopolio privato per effetto dell'abolizione del monopolio pubblico e in particolare si pone in evidenza l'influenza di possibili finanziamenti privati sull'effettiva pluralità e libertà dell'informazione, nonché la elevata spesa occorrente per l'istituzione e la gestione di stazioni emittenti televisive su scala nazionale.
Nella memoria, inoltre, si tornano a prospettare i gravi inconvenienti che deriverebbero dall'abolizione del monopolio statale ponendo l'accento sulla preminenza dell'elemento del profitto economico nella gestione delle imprese private emittenti, nonché sui riflessi negativi di tale gestione sulle altre imprese del settore informativo culturale (cinema, stampa) e sulla mancanza di una idonea normativa antitrust. Si riafferma, altresì, in base alle argomentazioni già svolte la legittimità del divieto della interconnessione tra emittenti locali, ribadendo il concetto che l'interconnessione stessa, comunque attuata, sarebbe in sostanza solo un modo per trasmettere in ambiti più vasti di quelli consentiti, eludendo oltre tutto la necessità della concessione governativa.
Nella memoria si contesta poi anche che possa effettivamente conseguirsi una sufficiente moltiplicazione delle possibilità di trasmissione su scala nazionale attraverso il collegamento tra loro degli impianti locali e si afferma che tale conclusione varrebbe anche sotto il profilo economico, giacché la spesa per effettuare tali collegamenti sarebbe rilevante e comunque dell'ordine di alcuni miliardi e accessibile quindi solo ad un limitato numero di soggetti.
Né può dubitarsi che il punto di cui si discute fosse controverso, posto che appariva tutt'altro che pacifica tra le parti - che si richiamavano a contrastanti decisioni giurisprudenziali - la qualificazione giuridica da attribuire alla posizione soggettiva riconosciuta alle imprese private dalla sentenza n. 202 del 1976 di questa Corte.
Il giudice a quo prospetta il dubbio di legittimità delle dette norme osservando che, diversamente da quanto considerato in precedenti pronunzie di questa Corte, attualmente, in seguito alle acquisizioni di carattere tecnologico sopravvenute in questi ultimi anni, non sussisterebbero più quella limitatezza delle frequenze di trasmissione via etere delle emissioni radiotelevisive e l'elevato costo dell'impianto e gestione di tali servizi che avrebbero costituito gli elementi essenziali in base ai quali, nella precedente giurisprudenza di questa Corte, era stata esclusa l'illegittimità della riserva allo Stato dei servizi radiotelevisivi; sicché non potrebbe più sostenersi che i fattori anzidetti avrebbero aperto la via alla possibile istaurazione di monopoli od oligopoli privati nel caso di cessazione del monopolio statale, ponendo l'attività di radioteletrasmissione nella disponibilità di uno o pochi soggetti privati, prevedibilmente mossi da interessi particolari, con le deprecabili conseguenze in danno della obiettività, imparzialità, completezza e continuità del servizio in tutto il territorio nazionale che tale situazione comporterebbe.
Secondo il giudice a quo la nuova situazione di fatto e cioè l'accresciuta disponibilità dei mezzi di trasmissione e il diminuito onere del costo dei servizi sarebbe ragionevolmente desumibile dagli atti del giudizio principale, che, pur senza fornire certezze al riguardo, sarebbero però sufficientemente significativi al fine di giustificare il dubbio sulla legittimità delle norme impugnate, salvo migliore e definitivo accertamento da effettuare direttamente in questa sede.
Con la sentenza 225/74, pur confermando la persistenza della limitazione delle frequenze disponibili, la Corte ha sviluppato i concetti già espressi ribadendo non potersi minimamente dubitare che, nell'attuale contesto storico, la radiotelediffusione soddisfi un bisogno essenziale della collettività e che, pertanto, essa debba qualificarsi un servizio pubblico essenziale, caratterizzato da quel preminente interesse generale che la norma costituzionale dell'art. 43 richiede perché legittimamente possa esserne disposta la riserva allo Stato, senza per questo essere incompatibile con l'art. 21 Costituzione, dato che "il monopolio pubblico deve essere inteso e configurato come necessario strumento di allargamento della area di effettiva manifestazione della pluralità delle voci esistenti nella nostra società". E la Corte ha invero approfondito la propria analisi al riguardo esplicitamente affermando: 1) che la radiotelediffusione adempie a fondamentali compiti di informazione; 2) che concorre alla formazione culturale del paese; 3) che diffonde programmi che in vario modo incidono sulla pubblica opinione; ed ha concluso essere perciò necessario che essa non divenga strumento di parte. Testualmente la sentenza afferma al riguardo che "solo l'avocazione allo Stato può e deve impedirlo". Vero è che, in quella occasione, la Corte, occupandosi dell'attività dei ripetitori di stazioni trasmittenti estere ha riconosciuto l'illegittimità dell'estensione del monopolio a tale limitato settore, ma con ciò non vengono certamente vulnerati i principii generali sopra enunciati, poiché quella decisione si ispirava espressamente alla specificità del settore considerato che, ove sottoposto a riserva statale, avrebbe finito col "realizzare una specie di autarchia nazionale delle fonti di informazione" senza apprezzabili ragioni, ed in contrasto con l'esigenza della libera circolazione delle idee anche sul piano internazionale.
Una ulteriore conferma e precisamente del pensiero testé esposto emerge poi dalla sentenza n. 226/74 con cui la Corte, occupandosi dello stesso problema riferito alle reti di radioteletrasmissione via cavo, in ordine alle quali si sosteneva l'insussistenza dell'ostacolo derivante dalla indisponibilità di frequenze di trasmissione, data la particolarità del mezzo adottato, ha ribadito i concetti espressi in precedenza con riferimento alla trasmissione via etere, indipendentemente dalla disponibilità più o meno ampia di frequenze, riconoscendo che il costo di un impianto televisivo via cavo il quale comprenda l'intero territorio nazionale, o comunque la massima parte di esso, potrebbe essere talmente elevato da dare luogo a gravi pericoli di insorgenza di situazioni monopolistiche od oligopolistiche qualora la sua realizzazione non restasse riservata allo Stato ma fosse intrapresa da privati. Pertanto, prosegue la sentenza "le stesse ragioni che in via di principio giustificano il monopolio statale della radiotelevisione via etere giustificano la riserva allo Stato degli analoghi servizi via cavo quando questi assumono le dimensioni innanzi indicate". È sempre più evidente, in tali affermazioni, la convinzione della Corte che non solo l'elemento della disponibilità delle frequenze di trasmissione sia decisivo ai fini del mantenimento del monopolio statale in materia, ma anche l'esistenza di condizioni tali da rendere possibile l'insorgenza di un monopolio privato in un settore tanto delicato della vita sociale. Su ciò si fondano i motivi di utilità generale che, a norma degli artt. 21 e 43 Costituzione, autorizzano la riserva allo Stato.
Nella detta pronuncia venne altresì evidenziato un altro aspetto di indubbio interesse là dove, appunto, la sussistenza dei motivi testé enunciati a favore della conservazione della riserva allo Stato delle trasmissioni via cavo su scala nazionale fu esclusa invece per le trasmissioni con io stesso mezzo su scala locale, in relazione al ritenuto basso costo degli impianti di tal genere, con la conseguente insussistenza del pericolo di oligopolio. Veniva, pertanto, meno, con riguardo all'ambito locale, quella finalità di utilità generale in base alla quale era stata inibita la realizzazione di una pluralità di reti televisive locali via cavo; che, anzi - ebbe allora ad affermare la Corte - attraverso queste ultime era più largamente attuata la libertà di manifestazione del pensiero sancita dall'art. 21 Costituzione.
È infine da considerare la sentenza n. 202/76, la quale, pur richiamando la rilevanza della limitatezza dei canali disponibili, e, pur riconoscendo che, su scala locale, la disponibilità di frequenze è tale da escludere il pericolo di monopolio od oligopolio privato, e se ne renderebbe pertanto possibile la liberalizzazione, conferma tuttavia a chiare lettere che ciò non comporta "che debba escludersi la legittimità delle norme che riservano allo Stato le trasmissioni radiofoniche e televisive su scala nazionale".
Da tutto quanto testé ricordato emerge pertanto la consolidata opinione della Corte che il servizio pubblico essenziale di radioteletrasmissione, su scala nazionale, di preminente interesse generale, può essere riservato allo Stato in vista del fine di utilità generale costituito dalla necessità di evitare l'accentramento dell'emittenza radiotelevisiva in monopolio od oligopolio privato. Necessità, va aggiunto, che non emerge soltanto in relazione alla maggiore o minore disponibilità delle frequenze di trasmissione, ma attiene altresì alla natura del fenomeno delle radioteletrasmissioni visto nel contesto socioeconomico in cui esso è destinato a svilupparsi.
3. - Né potrebbe opporsi al riguardo l'apparente contraddittorietà derivante dalla esclusione dal monopolio statale delle trasmissioni locali in vista della natura di servizio pubblico essenziale attribuibile anche a queste ultime. Tale obbiezione, infatti, prescinde dalla considerazione di quelli che sono i dati caratteristici del mezzo di diffusione del pensiero in esame che, per la sua notoria capacità di immediata e capillare penetrazione nell'ambito sociale attraverso la diffusione nell'interno delle abitazioni e per la forza suggestiva della immagine unita alla parola, dispiega una peculiare capacità di persuasione e di incidenza sulla formazione dell'opinione pubblica nonché sugli indirizzi socio-culturali, di natura ben diversa da quella attribuibile alla stampa. L'emittenza privata può essere attualmente esercitata senza le conseguenze dannose di cui si è parlato solo in ambito locale per la oramai ivi acquisita pluralità di altre emittenti di diversi e contrastanti indirizzi, mentre largamente travalicherebbe questi limiti qualora si estendesse a tutto il territorio nazionale, ove i suoi effetti si moltiplicherebbero di intensità finendo con l'attribuire al soggetto privato, operante in regime di monopolio od oligopolio, una potenziale capacità di influenza incompatibile con le regole del sistema democratico. Capacità che si risolverebbe, oltre tutto, come del resto è già stato sopra ricordato, proprio nella violazione di quell'art. 21 Costituzione che, invece, si invoca a sostegno della tesi favorevole all'abolizione del monopolio statale. Infatti, come è evidente, la delineata posizione di preminenza di un soggetto o di un gruppo privato non potrebbe non comprimere la libertà di manifestazione del pensiero di tutti quegli altri soggetti che, non trovandosi a disporre delle potenzialità economiche e tecniche del primo, finirebbero col vedere progressivamente ridotto l'ambito di esercizio delle loro libertà.
6. - Il giudice a quo nella formulazione delle censure sollevate sembra poi identificare un ulteriore specifico elemento di illegittimità nella asserita discrezionalità che sarebbe attribuita al Ministero delle Poste nella elaborazione del piano di assegnazione delle frequenze ai privati autorizzati. Ma tale profilo che concerne non già la sussistenza ma l'esercizio del diritto preteso - appare inammissibile poiché, al di là della mera enunciazione della censurata discrezionalità, non si rinviene nell'ordinanza di rinvio alcuna motivazione circa la rilevanza e la non manifesta infondatezza della specifica questione, elementi entrambi indispensabili perché possa essere validamente promosso il giudizio incidentale di legittimità costituzionale delle leggi.
1) Dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale della normativa risultante dal combinato disposto degli artt. 1, 183, 195 d.P.R. 29 marzo 1973, n. 156, in relazione a quanto prescritto dalla legge 14 aprile 1975, n. 103, con particolare riferimento, per quest'ultima, all'art. 45 nonché all'art. 2 della legge 10 dicembre 1975, n. 693, ed agli artt. 1, 2 e segg. della citata legge n. 103 del 1975, così come formulata in relazione agli artt. 3, 21 e 43 della Costituzione con l'ordinanza del Pretore di Roma del 18 novembre 1980.
F.to: GIULIO GIONFRIDA - EDOARDO VOLTERRA - MICHELE ROSSANO - ANTONINO DE STEFANO - LEOPOLDO ELIA - GUGLIELMO ROEHRSSEN - ORONZO REALE - BRUNETTO BUCCIARELLI DUCCI - ALBERTO MALAGUGINI - LIVIO PALADIN - ARNALDO MACCARONE - ANTONIO LA PERGOLA - GIUSEPPE FERRARI.

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