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Timestamp: 2020-01-23 11:48:58+00:00

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Processo breve: il ddl 1880 arriva al Senato, II commissione
Dal notiziario del Senato, il ddl 1880 presentato da Gasparri.
Processo breve: ddl al vaglio della 2a Commissione
La Commissione Giustizia ha iniziato ad esaminare il ddl 1880, del sen. Gasparri ed altri, contenente "Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi, in attuazione dell'articolo 111 della Costituzione e dell'articolo 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali", discusso con le petizioni nn. 607 e 900 ad esso attinenti.
Come riferito dal sen. Valentino il 24 novembre, con il disegno di legge si intende dare attuazione al principio della ragionevole durata dei processi sancito non solo nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali ma anche nella stessa Costituzione e che purtroppo appare troppo spesso disatteso nel nostro ordinamento.
Vengono tra l'altro previste misure per razionalizzare le procedure di equo indennizzo previste dalla cosiddetta legge Pinto, introducendo misure volte, in particolare, a rendere più efficienti i procedimenti pendenti innanzi alle Corti d'appello.
Il relatore ha sottolineato il rilievo della previsione per la quale la domanda di equa riparazione deve essere subordinata alla presentazione nel corso del giudizio principale di una specifica istanza di sollecitazione entro sei mesi dalla scadenza dei termini di non irragionevole durata del giudizio introdotti dallo stesso disegno di legge in esame.
La norma prevede inoltre una presunzione legale di non irragionevole durata dei processi nei quali ciascun grado di giudizio si sia protratto per un periodo non superiore a due anni. E' inoltre prevista l'estinzione dell'azione penale e quindi del processo per violazione dei termini di ragionevole durata. Il disegno di legge stabilisce tuttavia che l'estinzione processuale possa operare solo con riguardo ai processi relativi a reati puniti con pene inferiori nel massimo ai dieci anni di reclusione e sempre che non si proceda nei confronti di imputati recidivi, in modo da poter conciliare le esigenze di certezza processuale con quelle di sicurezza pubblica.
E' stata infine posta l'attenzione sulla norma per la quale la parte civile costituitasi nel processo colpito dalla estinzione, quando trasferisce l'azione in sede civile, ha diritto ad una riduzione dei termini processuali, nonché alla trattazione prioritaria del nuovo giudizio.
Segue la classificazione Teseo del Senato:
GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA (Art.1), GIURISDIZIONE CONTABILE (Art.1), DEPOSITO DI ATTI (Art.1), ABROGAZIONE DI NORME (Art.1), PARTI NEL PROCESSO CIVILE (Art.1), INDENNIZZI (Art.1), RISARCIMENTO DI DANNI ALLA PERSONA (Art.1), ISTRUTTORIA AMMINISTRATIVA (Art.1), LIMITI E VALORI DI RIFERIMENTO (Artt.1, 2), RICORSO IN APPELLO IN MATERIA CIVILE (Artt.1, 2), RICORSO IN APPELLO IN MATERIA PENALE (Artt.1, 2), RICORSO IN CASSAZIONE IN MATERIA CIVILE (Artt.1, 2), RICORSO IN CASSAZIONE IN MATERIA PENALE (Artt.1, 2), TERMINI NEL PROCESSO CIVILE (Art.2), TERMINI NEL PROCESSO PENALE (Art.2), SOSPENSIONE DI TERMINI (Art.2), IMPUTATI E INDIZIATI DI REATO (Artt.1, 2), AUTORIZZAZIONI A PROCEDERE (Art.2), ESTRADIZIONE (Art.2), DIBATTIMENTO (Art.2), SENTENZE PENALI (Art.2), PENE DETENTIVE (Art.2), AZIONE PENALE (Art.2), AZIONE CIVILE (Art.2), ABITUALITA' DEL REATO (Art.2), RECIDIVA (Art.2), MAFIA E CAMORRA (Art.2), REATI DI TERRORISMO E DI EVERSIONE (Art.2), PARTE CIVILE (Art.2), ASSOCIAZIONE A DELINQUERE (Art.2), PORNOGRAFIA (Art.2), MINORI (Art.2), MALTRATTAMENTI E SEVIZIE (Art.2), FURTO (Art.2), VIOLENZA E MINACCE (Art.2), PREVENZIONE DEGLI INFORTUNI E INFORTUNISTICA (Art.2), CIRCOLAZIONE STRADALE (Art.2), IGIENE DEL LAVORO (Art.2), IMMIGRATI CLANDESTINI (Art.2), SMALTIMENTO DI RIFIUTI (Art.2), REATI AMBIENTALI (Art.2), DISCIPLINA TRANSITORIA (Art.3), CORTE DI APPELLO (Art.3), CORTE DI CASSAZIONE (Art.3)
d’iniziativa dei senatori GASPARRI, QUAGLIARIELLO, BRICOLO, PISTORIO, TOFANI, CASOLI, BIANCONI, IZZO, CENTARO, LONGO, ALLEGRINI, BALBONI, BENEDETTI VALENTINI, DELOGU, GALLONE, MAZZATORTA, MUGNAI, VALENTINO, ALICATA, AMATO, ASCIUTTI, BARELLI, BETTAMIO, BUTTI, CASTRO, COSTA, CURSI, ESPOSITO, GALLO, GHIGO, GIORDANO, LAURO, LICASTRO SCARDINO, MENARDI, MORRA, ORSI, PALMIZIO, PARAVIA, PICCIONI, PICHETTO FRATIN, PISCITELLI, RIZZOTTI, SARRO, SCARPA BONAZZA BUORA, Giancarlo SERAFINI, SPEZIALI, STANCANELLI, TANCREDI, TOTARO, VETRELLA, VICECONTE, AZZOLLINI, D’AMBROSIO LETTIERI, LENNA, SARO, TOMASSINI, BALDASSARRI e BONFRISCO
COMUNICATO ALLA PRESIDENZA IL 12 NOVEMBRE 2009
Onorevoli Senatori. – Il disegno di legge intende attuare il principio della ragionevole durata dei processi, sancito sia nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (articolo 6), ratificata ai sensi della legge 4 agosto 1955, n. 848, sia nella Costituzione (articolo 111).
L’articolo 1 contiene misure per razionalizzare le procedure di equo indennizzo previste nella legge 24 marzo 2001, n. 89 (cosiddetta «legge Pinto»), che trovano applicazione allorquando sia stato violato il diritto alla ragionevole durata del processo civile, penale o amministrativo.
Lo Stato italiano è, infatti, quello che subisce il maggior numero di condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per l’eccessiva durata dei processi. A fronte di tali condanne, sono stati corrisposti indennizzi pari a 14,7 milioni di euro nel 2007, a 25 milioni di euro nel 2008, e a 13,6 milioni di euro nel primo semestre del 2009. Questi dati sono ancor più preoccupanti se si considera che, per lo stesso titolo, erano stati pagati, nel 2002, indennizzi per 1,26 milioni di euro, e che essi si riferiscono a somme erogate direttamente dal Ministero della giustizia, cui devono aggiungersi i pignoramenti che le parti operano presso le singole tesorerie provinciali (ad esempio, nel biennio 2007-2008 sono stati pignorati presso la tesoreria di Roma 7,2 milioni di euro). Altrettanto preoccupante è l’incremento del numero dei procedimenti di equa riparazione, pari al 42 per cento all’anno: erano 5051 nel 2003; 28.383 nel 2008; 17.259 nel primo semestre del 2009 (con una proiezione finale di oltre 34.000 procedimenti, per il corrente anno).
Tanto premesso, l’articolo 1 del disegno di legge modifica e integra l’articolo 2 della legge n. 89 del 2001.
In primo luogo, è previsto che la domanda di equa riparazione sia subordinata a una specifica istanza di sollecitazione, che la parte deve presentare nel processo (civile, penale o amministrativo) entro sei mesi dalla scadenza dei termini di non irragionevole durata, previsti dal nuovo comma 3-ter dell’articolo 2 della legge n. 89 del 2001. In questo modo, il meccanismo potrà assumere una funzione non solo risarcitoria, ma anche acceleratoria e, dunque, virtuosa. Presentata l’istanza di sollecitazione, i processi godranno, infatti, di una corsia preferenziale, sotto la vigilanza del capo dell’ufficio interessato, e la sentenza che definisce il giudizio potrà essere sinteticamente motivata (ad eccezione delle sentenze penali).
In secondo luogo, il comma 3-ter dell’articolo 2 della legge n. 89 del 2001, introdotto dall’articolo 1, comma 1, lettera c), del disegno di legge, stabilisce una presunzione legale di non irragionevole durata dei processi nei quali ciascun grado di giudizio si sia protratto per un periodo non superiore a due anni (un anno per il giudizio di rinvio). Non si tratta di una presunzione assoluta, in quanto il giudice che decide sulla domanda di equa riparazione – vale a dire, la corte d’appello competente ai sensi dell’articolo 31 della legge n. 89 del 2001, non modificato dal disegno di legge – potrà aumentare il termine fino alla metà nei casi di complessità del caso e valutato pure il comportamento delle parti private e del giudice.
Inoltre, per valorizzare la speditezza, ma anche la lealtà processuale, dal termine di ragionevole durata del processo sono esclusi i periodi relativi ai rinvii richiesti o consentiti dalla parte, nel limite di novanta giorni ciascuno.
In terzo luogo, è previsto che, nella liquidazione dell’indennizzo il giudice debba tener conto del valore della domanda proposta, o accolta, nel procedimento nel quale si è verificata la violazione del termine di ragionevole durata. Anche questa previsione è in linea con la giurisprudenza della Corte europea, che ha fissato dei criteri generali per la liquidazione riconoscendo ai giudici nazionali la possibilità di uno «scostamento ragionevole» da essi. Nella stessa ottica si spiega la riduzione di un quarto dell’indennizzo quando il procedimento, cui si riferisce la domanda di equa riparazione, è stato definito con il rigetto delle richieste del ricorrente, ovvero quando ne è evidente l’infondatezza.
L’articolo 2 prevede l’estinzione dell’azione penale e, quindi, del processo, per violazione dei termini di ragionevole durata.
Da molti anni, gli analisti registrano come in Italia il principio della ragionevole durata dei processi sia sistematicamente violato, al punto che il nostro Paese è quello che subisce il maggior numero di condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, con conseguenze molto severe, sia in termini finanziari che di immagine. Peraltro, il processo penale, oltre ad essere irragionevolmente lungo, è anche in molti casi privo di reale sostanza, come dimostra il numero sempre maggiore di reati dichiarati estinti per prescrizione. Ciò significa che l’organizzazione giudiziaria occupa una parte delle proprie risorse per celebrare processi privi di reale utilità, generando sfiducia nella certezza della pena e indebolendo la capacità della norma penale di operare come un deterrente.
In alcuni casi, il diritto dell’imputato a non restare sotto la soggezione del processo per un periodo di tempo troppo lungo può essere pienamente soddisfatto prevedendo ex lege termini massimi di durata dei diversi gradi di giudizio, il cui superamento obbliga il giudice della fase a pronunciare una sentenza di non doversi procedere. In questo modo, il processo sarà definito prima che si verifichi la violazione del diritto alla ragionevole durata, sul presupposto dell’inattuabilità, o sopravvenuta carenza, dell’interesse all’esercizio dell’azione penale e, attraverso di essa, alla pretesa punitiva dello Stato. Questo meccanismo soddisfa, da un lato, l’aspettativa dell’imputato a che il processo si concluda entro una certa misura di tempo; dall’altro, l’aspettativa dell’apparato giudiziario a concludere i processi senza subire altri effetti che non siano la propria scarsa sollecitudine.
Quando, però, il processo riguarda reati gravi o di allarme sociale, la sua durata massima non può essere determinata ex lege. Pertanto, il disegno di legge prevede che l’estinzione processuale opera solo nei processi relativi a reati puniti con pene inferiori nel massimo ai dieci anni di reclusione e sempreché non si proceda nei confronti di imputati recidivi o delinquenti o contravventori abituali o professionali (commi 1 e 5 dell’articolo 346-bis del codice di procedura penale, come introdotto dall’articolo 2 del presente disegno di legge). Al di fuori di questi casi, l’estinzione processuale non può operare in quanto prevale l’interesse all’accertamento delle responsabilità e all’applicazione della sanzione. Il rimedio al protrarsi del processo potrà, quindi, consistere soltanto nell’equo indennizzo.
Il comma 1 del citato articolo 346-bis, come introdotto dall’articolo 2 del presente disegno di legge stabilisce che, a partire dall’assunzione della qualità di imputato, ciascun grado del processo deve essere definito entro un termine massimo di due anni (un anno per il giudizio di rinvio), scaduto il quale il giudice della fase deve dichiararne l’estinzione. La previsione di un termine di eguale durata per i diversi gradi di giudizio è giustificata dalla diversa distribuzione degli organici e dei carichi di lavoro presso tribunali, corti d’appello e Corte di cassazione, che non consente di prevedere tempi più brevi per i processi che pendono in grado di appello o avanti alla Corte di cassazione.
Nel comma 2 del citato articolo 346-bis, si indicano i casi in cui il corso dei termini è sospeso, tra cui i periodi di sospensione del processo previsti dalla legge e il tempo in cui l’udienza o il dibattimento sono sospesi o rinviati per impedimento dell’imputato o del suo difensore. La scelta delle cause di sospensione si fonda sull’articolo 159 del codice penale.
I termini di fase restano, quindi, sospesi in ogni caso in cui la sospensione del procedimento è imposta da una particolare disposizione di legge (ad esempio, articoli 3, 47, 71, 477, 479, 509 del codice di procedura penale; articolo 23 della legge 11 marzo 1953, n. 87; articolo 35 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274; articolo 343 del codice di procedura penale, in tema di autorizzazione a procedere; articolo 16 della legge 22 maggio 1975, n. 152). Il termine è, altresì, sospeso in conseguenza di un impedimento dell’imputato o del suo difensore o quando il rinvio è stato disposto su loro richiesta.
Il comma 3 del citato articolo 346-bis prevede che, quando in dibattimento vengono effettuate nuove contestazioni dal pubblico ministero, il termine di fase non può essere aumentato complessivamente per più di tre mesi.
Nel comma 4 del citato articolo 346-bis, si specifica che la sentenza di non doversi procedere, per estinzione del processo, una volta definitiva, produce l’effetto preclusivo previsto dall’articolo 649 del codice di procedura penale. Pertanto, rispetto ai fatti oggetto del processo dichiarato estinto opera il principio del ne bis in idem. Il comma 5 del citato articolo 346-bis prevede un ampio numero di eccezioni.
L’estinzione processuale non opera nei processi a carico di imputati recidivi, delinquenti abituali o professionali, in quelli relativi ai reati di mafia, terrorismo e agli altri delitti ad essi assimilati (articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale) e in quelli ritenuti di allarme sociale. In questi casi, sull’interesse dell’imputato alla ragionevole durata del processo prevale l’interesse della collettività all’accertamento della responsabilità penale e all’applicazione della pena. Questo «doppio binario» è in linea con le scelte già compiute dal legislatore e già più volte sottoposte al vaglio della Corte costituzionale, che ne ha riconosciuto la ragionevolezza e legittimità.
Il comma 6 prevede che la parte civile costituitasi nel processo colpito dalla estinzione, quando trasferisce l’azione in sede civile, ha diritto sia alla riduzione della metà dei termini a comparire di cui all’articolo 163-bis del codice di procedura civile, sia alla trattazione prioritaria del processo relativo all’azione trasferita.
Infine, il comma 7 sancisce la facoltà per l’imputato di rinunciare alla estinzione del processo, secondo un principio affermato dalla Corte costituzionale con sentenza n. 275 del 31 maggio 1990.
L’articolo 3 del disegno di legge contiene disposizioni relative alla data di entrata in vigore della legge e all’applicazione delle norme sull’estinzione processuale.
In particolare, nel comma 2 è specificato che le nuove norme si applicheranno nei processi in corso alla data di entrata in vigore della legge, ad eccezione dei processi che pendono avanti alla Corte d’appello o alla Corte di Cassazione.
Link: http://www.senato.it/noti
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References: sentenza 
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