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Timestamp: 2019-09-17 13:18:55+00:00

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Art. 1175 codice civile - Comportamento secondo correttezza - Brocardi.it
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Articolo 1175 Codice civile
Comportamento secondo correttezza
Dispositivo dell'art. 1175 Codice civile
Fonti → Codice civile → LIBRO QUARTO - Delle obbligazioni → Titolo I - Delle obbligazioni in generale → Capo I - Disposizioni preliminari
(1) Il debitore e il creditore devono comportarsi secondo le regole della correttezza [1227, 1337, 1338, 1339, 1358, 1366, 1375, 1391, 1460, 1746 1, 1759, 1805 1, 1914, 2598, n. 3; 88 c.p.c.] (2).
(1) Art. così modificato ex art. 3, comma 2, d.lgs.lgt. 14 settembre 1944, n. 287.
(2) L'articolo fa riferimento al concetto di correttezza, a cui può affiancarsi quello di buona fede in senso oggettivo, cioè il dovere di comportarsi con lealtà ed onestà. Entrambi i concetti sono generici, privi di contenuto specifico, che deve ssere loro attribuito dal giudice in sede di definizione dei casi concreti a lui sottoposti. Da tali clausole derivano: per il debitore il dovere di eseguire tutte quelle prestazioni strumentali o accessorie necessarie a soddisfare in maniera completa l'interesse del creditore; per il creditore il dovere alla cooperazione con il debitore, al fine di evitare che l'adempimento sia per quest'ultimo eccessivamente o inutilmente oneroso.
Il dovere di correttezza si fonda sul principio di solidarietà sociale, previsto dall'art. 2 Cost., che impone, in particolare, ai soggetti dell'obbligazione un dovere reciproco di collaborazione. Il principio trova importanti applicazioni anche in materia di trattative (v. 1337 c.c.), interpretazione (v. 1366 c.c.) ed esecuzione (v. 1375 c.c.) del contratto, e va distinto dalla diligenza (v. 1176 c.c.).
Spiegazione dell'art. 1175 Codice civile
Il principio della correttezza
La disposizione è nuova nel codice, ma si potrebbe, tuttavia, ricercarne una fonte indiretta nell'art. 1224 del codice del 1865 — per il quale la diligenza che si deve impiegare nell'adempimento è sempre quella del buon padre di famiglia — opportunamente integrato con la norma di cui all'art. 1118 — secondo cui i contratti devono essere eseguiti in buona fede ed obbligano non solo a quanto è nei medesimi espresso, ma anche a tutte le conseguenze che secondo l'uso o la legge ne derivano.
L'art. 1175 equipara, ai fini della loro condotta nell'ambito del rapporto obbligatorio, il debitore al creditore, anche se di quest’ultimo non si può disconoscere la preminenza nei confronti dell’altro. Ad ambedue, infatti, l'articolo impone l'obbligo di tenere un particolare comportamento che è dato dalle regole della correttezza e che si si rivela quale dovere giuridico generale e necessario per un'ordinata convivenza sociale, lo « stile morale della persona, che indica spirito di lealtà, abito di virile fermezza, di chiarezza e di coerenza, fedeltà e rispetto a quei doveri che, secondo la coscienza generale, devono essere osservati nei rapporti tra i consociati », va, però, qualificato ancora perché deve essere in armonia al dovere della solidarietà in particolare e di socialità più in generale.
Il principio della correttezza, reclamato dal nuovo codice per i soggetti di un vincolo obbligatorio in genere (volontario o legale), trova viva corrispondenza in altri ispirati agli stessi postulati: quello del dovere della buona fede imposto ai soggetti di un rapporto contrattuale allo scopo di far valere ed osservare i propri diritti ed obblighi con riguardo all'armonia dei rispettivi interessi, e in quelli superiori della vita economica della Nazione, con cui sono organicamente collegati.
Per l'articolo in commento, quindi, mentre al debitore è imposto di considerare l'interesse del creditore, anche a costui è fatto obbligo di tenere nel dovuto riguardo l'interesse del debitore, poichè l'uno e l'altro interesse vanno considerati non come fini a se stessi ma come mezzi per assicurare il coordinamento e la collaborazione delle multiformi attività dei singoli. È questo, in astratto, il concetto della correttezza di cui parla l'art. 1175 ma, in concreto, il suo contenuto si sottrae a qualsiasi precisazione poiché lo stesso legislatore, avendone avvertito la difficoltà, ha preferito adoperare una formula ampia, così da consentirne di adattarsi ad ogni situazione di fatto sulla quale potrà essere chiamato a portare il suo equilibrato giudizio di merito.
558 Il codice civile, pur considerando preminente la posizione del creditore, ha ritenuto, nell'art. 1175 del c.c., di imporgli un dovere di correttezza, e di parificarne la situazione, da tal riflesso, a quella fatta al debitore: il debitore, per il medesimo art. 1175 del c.c., è infatti tenuto a identico contegno. La correttezza è uno stile morale della persona che indica spirito di lealtà, abito virile di fermezza, di chiarezza e di coerenza, fedeltà e rispetto a quei doveri che, secondo la coscienza generale, devono essere osservati nei rapporti tra consociati. Ma la correttezza che impone l'[[175]] citato non è soltanto un generico dovere di condotta morale; è un dovere giuridico qualificato dall'osservanza dei principi di solidarietà corporativa a cui il codice, nell'articolo richiamato, espressamente rinvia. Questo dovere di solidarietà nasce e deve nascere dal fatto di sentirsi membri, con pari dignità morale, di quel grande organismo che è la società nazionale; esso non è che il dovere di comportarsi in modo da non ledere l'interesse altrui fuori dei limiti della legittima tutela dell'interesse proprio, in maniera che, non soltanto l'atto di emulazione ne risulta vietato ([[833]]), ma ogni atto che non implica il rispetto equanime dell'interesse del terzi, ogni atto di esercizio del diritto che, nell'esclusivo e incivile perseguimento dell'interesse proprio, urti contro l'interesse pubblico al coordinamento delle sfere individuali. Il conflitto tra contrastanti interessi individuali rimane risolto sul terreno di un preciso adeguamento reciproco, dominato e chiarito dalla calda luce della dottrina fascista, che lega gli interessi di tutti in unione indissolubile. Si suole parlare di solidarietà degli interessi della produzione o di solidarietà tra i fattori della produzione; ma la solidarietà tra singoli interessi individuali è un'ulteriore conseguenza della concezione unitaria della Nazione, consacrata nella dichiarazione I della Carta del lavoro. L'interesse privato, in una legge di coordinamento e di collaborazione, quale è quella che si trae dal principio corporativo, deve animarsi delle ragioni della generalità, per conciliarsi con l'interesse degli altri soggetti. Da ciò l'assunzione, nel rapporto obbligatorio, di un contenuto di solidarietà, che impone la contemporanea protezione di ogni interesse, nelle sue esigenze essenziali, in confronto ad altro fattore concorrente. Trasferito tale concetto di solidarietà nell'ambito del rapporto obbligatorio, si affievolisce in questo ogni dato egoistico, e si richiama nella sfera del creditore la considerazione dell'interesse del debitore e nella sfera del debitore il giusto riguardo all'interesse del creditore. Quale sia in concreto il contenuto del dovere di correttezza il nuovo codice non dice, avendo preferito una formula elastica che ammette adattamenti con riferimento a singole situazioni di fatto; e così quando incide, ad esempio, nell'orbita di rapporti professionali è ovvio che la sua nozione si precisa alla stregua degli usi relativi all'attività alla quale si deve aver riguardo nell'ipotesi specifica (art. 2598 del c.c.).
Massime relative all'art. 1175 Codice civile
Cass. civ. n. 17019/2018
(Cassazione civile, Sez. III, ordinanza n. 17019 del 28 giugno 2018)
Cass. civ. n. 15885/2018
L'abuso del diritto non è ravvisabile nel solo fatto che una parte del contratto abbia tenuto una condotta non idonea a salvaguardare gli interessi dell'altra, quando tale condotta persegua un risultato lecito attraverso mezzi legittimi, essendo, invece, configurabile allorché il titolare di un diritto soggettivo, pur in assenza di divieti formali, lo eserciti con modalità non necessarie ed irrispettose del dovere di correttezza e buona fede, causando uno sproporzionato ed ingiustificato sacrificio della controparte contrattuale, ed al fine di conseguire risultati diversi ed ulteriori rispetto a quelli per i quali quei poteri o facoltà sono attribuiti. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva escluso configurasse un abuso il trasferimento in sedi lontane e disagiate di alcuni lavoratori, che avevano scelto di non aderire ad una proposta di conciliazione per l'accettazione della mobilità in una condizione di libera autodeterminazione e nella consapevolezza delle conseguenze di ciascuna delle opzioni esistenti).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 15885 del 15 giugno 2018)
Cass. civ. n. 3533/2018
In materia tributaria, il divieto di abuso del diritto si traduce in un principio generale antielusivo, che preclude al contribuente il conseguimento di vantaggi fiscali ottenuti mediante l'uso distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un risparmio d'imposta, in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l'operazione, la cui ricorrenza rientra nell’onere probatorio del contribuente.(Nella specie, in applicazione del principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva ritenuto elusiva l’operazione di stipula di un mutuo garantito da ipoteca su determinati immobili ed il conferimento di essi, dopo pochi giorni, in una società di capitali di cui erano soci gli stessi mutuatari, al solo scopo di beneficiare del risparmio di imposta collegato al calcolo del valore immobiliare al netto della passività accollata dalla società).
(Cassazione civile, Sez. V, sentenza n. 3533 del 14 febbraio 2018)
Cass. civ. n. 28964/2017
In tema di plurime obbligazioni pecuniarie relative al medesimo rapporto contrattuale di durata, non costituisce abusivo frazionamento della domanda il comportamento del lavoratore che, dopo aver già agito giudizialmente per il riconoscimento di differenze retributive e dell'indennità sostitutiva del preavviso, chieda la rideterminazione delle medesime voci per effetto del riconoscimento di un superiore inquadramento contrattuale, in considerazione dell'apprezzabile interesse a conseguire subito quanto facilmente accertabile, anche in via monitoria, con salvezza delle ulteriori ragioni creditorie all'esito del più complesso giudizio relativo alla qualifica superiore.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 28964 del 4 dicembre 2017)
Cass. civ. n. 28963/2017
In tema di plurime obbligazioni pecuniarie relative al medesimo rapporto contrattuale di durata, non costituisce abusivo frazionamento della domanda il comportamento del lavoratore che, dopo aver già agito giudizialmente per il ricalcolo del TFR, assuma altra iniziativa per il pagamento del premio di risultato, in considerazione del diverso titolo costitutivo delle due pretese creditorie, il cui rispettivo accertamento non insiste nel medesimo ambito oggettivo del giudicato e richiede comunque differenti attività istruttorie.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 28963 del 4 dicembre 2017)
Cass. civ. n. 4090/2017
Le domande aventi ad oggetto diversi e distinti diritti di credito, benchè relativi ad un medesimo rapporto di durata tra le parti, possono essere proposte in separati processi, ma, ove le suddette pretese creditorie, oltre a far capo ad un medesimo rapporto tra le stesse parti, siano anche, in proiezione, inscrivibili nel medesimo ambito oggettivo di un possibile giudicato o, comunque, fondate sullo stesso fatto costitutivo, - sì da non poter essere accertate separatamente se non a costo di una duplicazione di attività istruttoria e di una conseguente dispersione della conoscenza dell'identica vicenda sostanziale - le relative domande possono essere formulate in autonomi giudizi solo se risulti in capo al creditore un interesse oggettivamente valutabile alla tutela processuale frazionata, e, laddove ne manchi la corrispondente deduzione, il giudice che intenda farne oggetto di rilievo dovrà indicare la relativa questione ex art. 183, c.p.c., riservando, se del caso, la decisione con termine alle parti per il deposito di memorie ex art. 101, comma 2, c.p.c..
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 4090 del 16 febbraio 2017)
Cass. civ. n. 929/2017
In tema di risarcimento dei danni derivanti da fatto illecito costituente reato, il danneggiato che abbia chiesto il risarcimento dei danni alla persona con l’atto di costituzione di parte civile nel giudizio penale ed abbia contestualmente introdotto un autonomo giudizio civile per il risarcimento dei danni alle cose, non viola il principio di infrazionabilità della domanda qualora, a seguito della definizione del giudizio penale con sentenza di patteggiamento, introduca una nuova domanda innanzi al giudice civile per i medesimi danni già richiesti in sede penale, stante il carattere necessitato della riproposizione dell’azione risarcitoria, giacché imposto dalla disposizione dell’art. 444, comma 2, c.p.p..
La proposizione di separate azioni risarcitorie per danni diversi nascenti dallo stesso fatto illecito, avvenuta anteriormente all’arresto delle Sezioni Unite che ha affermato il principio dell’infrazionabilità della domanda giudiziale per crediti derivanti da un unico rapporto, si sottrae all’applicazione del “prospective overruling”, secondo cui restano salvi gli effetti degli atti processuali compiuti dalla parte che abbia fatto incolpevole affidamento sulla stabilità di una previgente interpretazione giurisprudenziale, atteso che quella decisione non ha comportato il mutamento dell’interpretazione di una regola del processo che preveda una preclusione o una decadenza, ma ha sancito l’improponibilità delle domande successive alla prima in ragione del difetto di una situazione giuridica sostanziale tutelabile, per contrasto con il principio costituzionale del giusto processo, che non consente di accordare protezione ad una pretesa caratterizzata dall’uso strumentale del diritto di azione.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 929 del 17 gennaio 2017)
Cass. civ. n. 26464/2016
Qualora il lavoratore agisca in via monitoria per ottenere il pagamento di crediti retributivi e, con separato ricorso, per impugnare il licenziamento intimatogli, non sussiste un illegittimo frazionamento del credito, in quanto, benchè all'interno di un unico rapporto, si è in presenza di crediti autonomi e distinti, scaturenti da diversi fatti costitutivi, aventi differenti regimi probatori e prescrizionali; peraltro, l’imposizione di un’unica azione impedirebbe al creditore l’uso della tutela monitoria, praticabile per i soli crediti assistiti da prova scritta, né è conferente il richiamo alla ragionevole durata del processo di cui all’art. 111 Cost., da valutarsi in relazione alla durata del singolo processo e non dei molteplici possibili processi fra le stesse parti.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 26464 del 21 dicembre 2016)
Cass. civ. n. 22574/2016
L'attore che, a tutela di un credito nascente da un unico rapporto obbligatorio (nella specie per il pagamento di compensi professionali), agisce, dapprima, con ricorso monitorio, per la somma già documentalmente provata, e, poi, in via ordinaria, per il residuo, non viola il divieto di frazionamento di quel credito in plurime domande giudiziali, e non incorre, pertanto, in abuso del processo, - quale sviamento dell'atto processuale dal suo scopo tipico, in favore di uno diverso ed estraneo al primo - stante il diritto del creditore a ricorrere ad una tutela accelerata, mediante decreto ingiuntivo, per la parte di credito assistita dai requisiti per la relativa emanazione.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 22574 del 7 novembre 2016)
Cass. civ. n. 22503/2016
La violazione del divieto di promuovere separati giudizi per domandare il risarcimento di danni differenti causati dal medesimo fatto illecito ha per conseguenza l'inammissibilità della sola domanda di risarcimento proposta per seconda, mentre è sempre ammissibile la domanda di risarcimento proposta per prima, anche se abbia ad oggetto una parte soltanto del pregiudizio patito dalla vittima, in quanto è sempre facoltà del creditore chiedere l'adempimento parziale dell'obbligazione.
(Cassazione civile, Sez. VI-3, ordinanza n. 22503 del 4 novembre 2016)
Cass. civ. n. 22037/2016
È contrario al principio di correttezza e buona fede, e si risolve in un abuso del processo, il frazionamento giudiziale di un credito qualora quest'ultimo derivi da un unico rapporto obbligatorio; tuttavia, tale ipotesi non ricorre quando il credito fatto valere si riferisca ad un rapporto contrattuale annuale, al quale hanno fatto seguito ulteriori contratti, per annualità successive, idonei a determinare l'insorgenza di rapporti obbligatori distinti anche se omologhi. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto insussistente l'abuso del processo nel caso del pagamento di prestazioni socio-assistenziali annuali dovute dalla Regione Calabria al medesimo soggetto, avendo quest'ultima stipulato più contratti annuali che davano vita a distinti rapporti obbligatori).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 22037 del 31 ottobre 2016)
Cass. civ. n. 4867/2016
In tema di licenziamento non è consentito di frazionare la tutela giurisdizionale mediante la proposizione di due distinti giudizi lamentando, in uno, solo vizi formali e, nell'altro, vizi di merito, con conseguente disarticolazione dell'unitario rapporto sostanziale nascente dallo stesso fatto, trattandosi di una condotta lesiva del generale dovere di correttezza e buona fede, che si risolve in un abuso dello strumento processuale e si pone in contrasto con i principi del giusto processo.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 4867 del 11 marzo 2016)
Cass. civ. n. 4016/2016
Sussiste indebito frazionamento di pretese, dovute in forza di un unico rapporto obbligatorio, anche nel caso di unico rapporto di lavoro, fonte di crediti di natura contrattuale e legale, con collegamento ancora più stretto se i giudizi siano promossi quando le obbligazioni sono note e consolidate per essersi il suddetto rapporto già concluso, con conseguente necessità di evitare l'aggravamento della posizione del debitore nel rispetto degli obblighi di correttezza e buona fede contrattuali e in coerenza con il principio anche sovranazionale del giusto processo, volto alla razionalizzazione del sistema giudiziario, che non tollera frammentazioni del contenzioso con pericolo di giudicati contrastanti. (Omissis).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 4016 del 1 marzo 2016)
Cass. civ. n. 18230/2014
Colui il quale assume volontariamente un obbligo, ovvero inizia volontariamente l'esecuzione di una prestazione, ha il dovere di adempiere il primo o di eseguire la seconda con la correttezza e la diligenza prescritte dagli artt. 1175 e 1176 cod. civ., a nulla rilevando che la prestazione sia eseguita volontariamente ed a titolo gratuito.(Principio enunciato con riferimento alla responsabilità di un medico anestesista, fattosi carico volontariamente anche della gestione di un paziente nella fase del ricovero e della sua assistenza a domicilio nella fase post-operatoria).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 18230 del 26 agosto 2014)
Cass. civ. n. 10568/2013
L'abuso del diritto non è ravvisabile nel solo fatto che una parte del contratto abbia tenuto una condotta non idonea a salvaguardare gli interessi dell'altra, quando tale condotta persegua un risultato lecito attraverso mezzi legittimi, essendo, invece, configurabile allorché il titolare di un diritto soggettivo, pur in assenza di divieti formali, lo eserciti con modalità non necessarie ed irrispettose del dovere di correttezza e buona fede, causando uno sproporzionato ed ingiustificato sacrificio della controparte contrattuale, ed al fine di conseguire risultati diversi ed ulteriori rispetto a quelli per i quali quei poteri o facoltà sono attribuiti. Ne consegue, pertanto, che, nel contratto di agenzia, l'abuso del diritto è da escludere, allorché il recesso non motivato dal contratto sia consentito dalla legge, la sua comunicazione sia avvenuta secondo buona fede e correttezza e l'avviso ai clienti si prospetti come doveroso
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 10568 del 7 maggio 2013)
Le agevolazioni tributarie previste per gli stabilimenti industriali che si impiantino nei territori del Mezzogiorno e la relativa riduzione decennale dell'IRPEG e dell'ILOR per le imprese che si costituiscano in forma societaria nei territori medesimi, integrano benefici direttamente accordati dalla legge, non potendo tali iniziative imprenditoriali di per sé costituire alcun abuso del diritto, nemmeno nei confronti dei soggetti che intrattengono rapporti economici con l'impresa beneficiata, in quanto i detti risparmi fiscali - che competono indipendentemente da apposite istanze del contribuente - rappresentano la contropartita fissata dallo stesso legislatore ad incentivazione di tale costituzione e non una finalità antigiuridica.
Cass. civ. n. 20029/2010
In materia tributaria, integra gli estremi del comportamento abusivo quell'operazione economica che, tenuto conto sia della volontà delle parti implicate, che del contesto fattuale e giuridico, ponga quale elemento predominante ed assorbente della transazione lo scopo di ottenere vantaggi fiscali, con la conseguenza che il divieto di comportamenti abusivi non vale ove quelle operazioni possano spiegarsi altrimenti che con il mero conseguimento di risparmi di imposta. La prova sia del disegno elusivo sia delle modalità di manipolazione e di alterazione degli schemi negoziali classici, considerati come irragionevoli in una normale logica di mercato e perseguiti solo per pervenire a quel risultato fiscale, incombe sull'Amministrazione finanziaria, mentre grava sul contribuente l'onere di allegare la esistenza di ragioni economiche alternative o concorrenti che giustifichino operazioni in quel modo strutturate. (Fattispecie in cui l'Ufficio aveva contestato alla società contribuente di aver simulato la conclusione di contratti di soccida con diversi allevatori per eludere le limitazioni imposte dalla normativa comunitaria in tema di "quote latte" e la S.C., pur condividendo il rilievo della deviazione dallo schema tradizionale dalla soccida, quale contratto associativo agrario, non ha ritenuto configurabile l'"abuso del diritto" in quanto non era stato provato dall'ufficio il vantaggio fiscale che sarebbe derivato alla società accertata dalla manipolazione degli schemi contrattuali classici).
(Cassazione civile, Sez. V, sentenza n. 20029 del 22 settembre 2010)
Cass. civ. n. 20106/2009
Si ha abuso del diritto quando il titolare di un diritto soggettivo, pur in assenza di divieti formali, lo eserciti con modalità non necessarie ed irrispettose del dovere di correttezza e buona fede, causando uno sproporzionato ed ingiustificato sacrificio della controparte contrattuale, ed al fine di conseguire risultati diversi ed ulteriori rispetto a quelli per i quali quei poteri o facoltà furono attribuiti. Ricorrendo tali presupposti, è consentito al giudice di merito sindacare e dichiarare inefficaci gli atti compiuti in violazione del divieto di abuso del diritto, oppure condannare colui il quale ha abusato del proprio diritto al risarcimento del danno in favore della controparte contrattuale, a prescindere dall'esistenza di una specifica volontà di nuocere, senza che ciò costituisca una ingerenza nelle scelte economiche dell'individuo o dell'imprenditore, giacché ciò che è censurato in tal caso non è l'atto di autonomia negoziale, ma l'abuso di esso (in applicazione di tale principio, è stata cassata la decisione di merito la quale aveva ritenuto insindacabile la decisione del concedente di recedere ad nutum dal contratto di concessione di vendita, sul presupposto che tale diritto gli era espressamente riconosciuto dal contratto).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 20106 del 18 settembre 2009)
Cass. civ. n. 28056/2008
Il principio di correttezza e buona fede - il quale, secondo la Relazione ministeriale al codice civile, «richiama nella sfera del creditore la considerazione dell'interesse del debitore e nella sfera del debitore il giusto riguardo all'interesse del creditore» - deve essere inteso in senso oggettivo ed enuncia un dovere di solidarietà, fondato sull'art. 2 della Costituzione, che, operando come un criterio di reciprocità, esplica la sua rilevanza nell'imporre a ciascuna delle parti del rapporto obbligatorio, il dovere di agire in modo da preservare gli interessi dell'altra, a prescindere dall'esistenza di specifici obblighi contrattuali o di quanto espressamente stabilito da singole norme di legge, sicché dalla violazione di tale regola di comportamento può discendere, anche di per sé, un danno risarcibile. (Nella specie, è stata confermata la sentenza di merito che aveva condannato il Consiglio Nazionale delle Ricerche CNR al pagamento, in favore di un proprio dipendente, della somma corrispondente agli interessi maturati sulle quote annualmente accantonate di trattamento di fine rapporto a causa degli investimenti delle stesse in buoni postali fruttiferi, effettuati tardivamente rispetto alle scadenze fissate da delibere della Giunta amministrativa dello stesso CNR). L'effetto della compensatio lucri cum damno che si riconnette al criterio di determinazione del risarcimento del danno ai sensi dell'art. 1223 c.c., si verifica esclusivamente allorché il vantaggio ed il danno siano entrambi conseguenza immediata e diretta dell'inadempimento, quali suoi effetti contrapposti, e non quando il fatto generatore del pregiudizio patrimoniale subito dal creditore sia diverso da quello che invece gli abbia procurato un vantaggio. (Nella specie, è stata confermata la sentenza di merito che aveva escluso che il danno patito da un dipendente del Consiglio Nazionale delle Ricerche CNR per il ritardato investimento in buoni postali fruttiferi di alcune delle quote annualmente accantonate del trattamento di fine rapporto potesse compensarsi con il guadagno ottenuto dal medesimo dipendente in ragione dell'anticipato investimento di analoghe quote relative ad altre annualità).
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 28056 del 25 novembre 2008)
Cass. civ. n. 23726/2007
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 23726 del 15 novembre 2007)
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relative all'articolo 1175 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 1175 Codice civile - Comportamento secondo correttezza | Quesito Q201411578
Dario G. chiede
domenica 26/10/2014 - Lombardia
“Buongiorno. Ho questo grandissimo problema con la banca: ho aperto un fido ipotecario per un finanziamento predisposto per la costruzione di un immobile e quindi con importi notevoli con atto notarile su un c/c bancario normale già' in essere aperto 4 mesi prima. Il notaio nell'atto non ha allegato nessun documento di sintesi del c/c bancario già aperto, facendomi dichiarare che ne ero a conoscenza. Nel momento della firma dell'atto in cui vi era presente anche il direttore della banca non mi ricordavo più gli estremi dei tassi allegati al c/c già aperto. Purtroppo me ne sono accorto molto più tardi dell'importanza della frase "che ne ero a conoscenza" . Vorrei sapere se tale atto è annullabile o quale altra forma secondo voi è possibile adottare per risolvere il mio problema.
In attesa vi porgo cordiali saluti”
L'annullamento di un contratto è possibile solo nei casi predeterminati per legge. In particolare, possiamo individuare un annullamento per incapacità delle parti (es. contratto concluso da minore), in generale per vizi del consenso (errore, violenza o dolo) o in altre ipotesi specificamente previste dalla legge.
Nel quesito si parla di un fido bancario (si tratta qui di un prefinanziamento, concesso di regola quando il mutuo non è stato ancora erogato), cioè di un prestito a breve termine, solitamente meno garantito del mutuo, che come noto costa sensibilmente di più di quest'ultimo in termini di interessi, commissioni e spese.
Il prefinanziamento può essere richiesto ed utilizzato per vari motivi (per esempio per anticipare le somme necessarie all'acquisto di un immobile che va comprato velocemente) ma, visti i suoi costi elevati, dovrebbe essere prontamente estinto non appena l’importo concesso a mutuo sia effettivamente disponibile, ed anzi, assai spesso, è la stessa banca a pretenderlo.
Nel caso sottoposto al nostro esame, il cliente della banca, nell'aprire il fido, non ha preventivamente prestato attenzione ai tassi praticati dalla banca.
Si deve allora comprendere se egli, nonostante la dichiarazione fatta nell'atto notarile, non fosse a conoscenza di tali tassi; e, se li conosceva, si dovrà tentare di individuare una eventuale negligenza o dolo della banca.
Quanto al primo punto, va sottolineato che prima di firmare il contratto di conto corrente, il cliente ha il diritto di consultare la Guida predisposta da Banca d’Italia, per ricevere tutte le informazioni relative al contratto, comprese quelle sui costi del servizio, sia verbalmente dal personale bancario che tramite la documentazione di trasparenza. Tale documentazione si compone di Foglio Informativo (prima di concludere il contratto) e di Documento di Sintesi, che si trova di norma nella prima pagina del contratto ed elenca riassuntivamente tutte le condizioni economiche.
Il cliente, sempre prima di firmare per l'apertura del conto, deve avere la possibilità non solo di visionare tali documenti, ma anche di prenderne una copia, gratuitamente.
Se tutto ciò è stato rispettato (e ormai le banche - bene attente - seguono procedure standard nel fornire tale informativa), si deve presumere che il cliente fosse a conoscenza dei tassi relativi all'apertura di fido presso l'istituto di credito.
Se così fosse, la firma del rogito notarile non potrebbe essere impugnata per la mancata conoscenza dei tassi, in quanto il non averli consultati prima della sottoscrizione del contratto di conto corrente bancario sarebbe stata una "leggerezza" da parte del cliente.
Se partiamo quindi dal presupposto che il cliente aveva la conoscenza legale (anche se non di fatto) dei tassi, non resta che cercare di individuare un altro tipo di responsabilità nella banca.
Si può ipotizzare (si faranno ora delle mere supposizioni), che la banca abbia agito con dolo applicando nel contratto del cliente dei tassi superiori a quelli contenuti nei documenti informativi messi a disposizione del correntista prima che questo aprisse il conto; oppure, che siano state date informazioni false al cliente al momento del rogito per rassicurarlo e convincerlo a firmare (es. il direttore della banca presente potrebbe aver detto al cliente che i tassi erano di un certo tenore, mentre in realtà erano molto più alti).
In entrambi i casi, che tratteggiano ipotesi molto gravi e, naturalmente, sono tutte da provare a carico del correntista, si può configurare il dolo della banca e quindi l'annullabilità sia del contratto di conto corrente che del fido. Diversamente, non si ravvisa altro modo di impugnare il contratto, anche se una risposta precisa potrebbe essere data solo dopo aver studiato tutta la documentazione del caso.

References: Articolo 1175

Articolo 1175
 art. 3
 art. 1175

Cass. 

Cass. 
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 art. 101
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 Articolo 1175