Source: https://www.centrostudilivatino.it/famiglia-e-circolazione-dei-modelli-giuridici-a-margine-della-sentenza-del-consiglio-di-stato-del-26-ottobre-2015-n-4899/
Timestamp: 2019-04-25 08:33:16+00:00

Document:
FAMIGLIA E CIRCOLAZIONE DEI MODELLI GIURIDICI. A MARGINE DELLA SENTENZA DEL CONSIGLIO DI STATO DEL 26 OTTOBRE 2015, N.4899
Il 2 dicembre si è svolto a Roma un incontro di studi intitolato “Famiglia e circolazione dei modelli giuridici. A margine della sentenza del Consiglio di Stato 26 ottobre 2015, n. 4899”, organizzato dalla Università LUMSA insieme al centro studio Rosario Livatino.
L’incontro, presieduto da Giovanni Giacobbe, già magistrato e ordinario di Diritto privato, ha preso le mosse dai principi del diritto romano, e in particolare dalle definizioni antiche di diritto naturale, matrimonio e famiglia illustrate dalla prof.ssa Maria Pia Baccari Vari, ordinario di Diritto romano nella LUMSA e dall’avv. Maria Teresa Capozza. Si è richiamato, in particolare, il passo di Ulpiano, giurista non cristiano, e la sua celebre definizione del matrimonio come maris atque feminae coniunctio.
Il prof. Eduardo Gianfrancesco, ordinario di Diritto costituzionale, ha successivamente illustrato i profili costituzionali della disciplina della famiglia, prendendo le mosse dall’art. 29 della Costituzione, che riserva alla stessa una protezione speciale. L’art. 29 Cost. impedisce di aprire nell’ordinamento italiano il matrimonio a persone dello stesso sesso. Tale preclusione non può essere superata richiamandosi all’art. 2 Cost. e alla tutela dei diritti inviolabili ivi proposti; e neppure all’art. 3 Cost. e al principio d’eguaglianza ivi sancito, vista la differenza che sussiste tra convivenza e matrimonio, considerato dalla Carta fondamentale in chiave istituzionale.
Il pres. Umberto De Augustinis, sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione, ha poi richiamato la giurisprudenza più recente in materia, mettendo il luce come esista un nesso di piena continuità tra le decisioni della Cassazione (tra cui la pronuncia n. 4184 del 2012), quelle della Corte europea dei diritti dell’uomo (da ultimo la nota sentenza Oliari) e la pronuncia del Consiglio di Stato, 26 ottobre 2015, n. 4899, che ha appunto negato la possibilità di trascrivere i matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti all’estero. L’aspetto più innovativo di quest’ultima decisione riguarda, diversamente da quanto messo in luce sui quotidiani, il riconoscimento del ruolo del Prefetto nel controllo sulle trascrizioni, ruolo che in via generale un distorto senso dell’autonomia locale tende oggi a sminuire.
Il giudice oggi fra applicazione ed estensione/creazione della norma
Lumsa 2-12-2015 – AMDG
Gli esempi di questa seconda tipologia si sprecano. Uno dei più significativi è la sentenza del Tribunale per i Minorenni di Roma, la n. 299 del 30 giugno 2014, il cui contenuto concettuale è stato riproposto qualche settimana fa dallo stesso Tribunale. I giudici erano stati chiamati a pronunciarsi su un caso di invocata stepchild adoption: in una coppia composta da due donne, una delle quali è madre biologica di un minore, l’altra chiedeva di diventarne il genitore adottivo. Il nocciolo della decisione ha ruotato attorno all’applicazione di una disposizione: l’articolo 44 della legge sulle adozioni, la n. 184 del 1983, e succ. modificazioni, che – come è noto – stabilisce le eccezioni alla regola secondo cui i bambini possono essere adottati solo da un uomo e da una donna uniti in matrimonio; in particolare, la lettera d) di tale articolo permette l’adozione “quando vi sia la constatata impossibilità di un affidamento preadottivo”.
La lettera della norma e la sua interpretazione giurisprudenziale, ricordate pure nella sentenza, hanno sempre riferito questa “impossibilità” a una condizione di fatto, alla circostanza cioè che per il minore non si sia trovato alcun aspirante all’affidamento. Il TM di Roma ha invece ritenuto che la “impossibilità” possa intendersi anche come “di diritto”: nel caso concreto era “impossibile” l’affidamento preadottivo della bambina perché la legge italiana lo permette solo a coppie coniugate, e quindi non alla convivente della madre biologica. Constatata l’“impossibilità” di diritto all’affidamento preadottivo, i giudici hanno poi ritenuto la “possibilità” dell’adozione da parte della donna. Non ha logica: se il nostro ordinamento preclude l’affidamento preadottivo a persone non unite in matrimonio, vuol dire che chi non è sposato non è ammesso a svolgere nemmeno un periodo che è solo preparatorio e funzionale all’adozione; come si fa poi a sostenere che quello stesso soggetto possa adottare senza problemi, proprio facendo leva sulla preclusione attinente al periodo antecedente?
Pure la giurisprudenza che il TM Roma ha liquidato come antiquata è invece recente e autorevole: basta ricordare per tutte una sentenza del 27 settembre 2013 della 1^ sezione civile della Cassazione, la quale ha confermato senza incertezze che la nozione di “impossibilità di affidamento preadottivo” “attiene solo all’ipotesi di mancato reperimento (o rifiuto) di aspiranti all’adozione legittimante, e non a quella del contrasto con l’interesse del minore (che viene ampiamente richiamato nella pronuncia del TM Roma), essendo le fattispecie previste dalla norma tassative e di stretta interpretazione”. Eppure, nonostante il suo palese contrasto con la lettera della legge, la pronuncia del TM Roma ha avuto una sorte felice, al punto che nella discussione in corso al Senato relativa al ddl sulle unioni civili vi è una norma – l’art. 5, dedicato alla stepchild adoption – il cui inserimento è giustificato dai proponenti nei termini del recepimento per legge di un orientamento giurisprudenziale ritenuto “importante”.
Sulla medesima lunghezza d’onda, si potrebbero richiamare le decisioni – finora di merito – che hanno rinunciato a sanzionare penalmente, come pure imporrebbe il nostro codice penale, la pratica dell’utero in affitto, con conseguente assoluzione dalla contestazione di reati come l’alterazione di stato. O quelle che – pur nel quadro di una legge assai discutibile – quale è quella sul cambiamento del sesso, hanno ritenuto superfluo l’intervento chirurgico e perfino un trattamento medico non invasivo, fondando il mutamento di sesso su una sorta di mera e soggettiva autopercezione; un orientamento del genere ha conosciuto di recente una correzione di rotta, se pur parziale, da parte della Corte costituzionale. Si potrebbe ricordare pure, non volendo limitare la rassegna solo al merito, la pronuncia della Cassazione su Eluana Englaro, che è andata oltre il dato normativo nazionale e ha fatto riferimento ai precedenti giurisprudenziali esistenti in altri Stati, selezionando quelli favorevoli all’eutanasia.
Nella Relazione di apertura all’anno giudiziario tenuta a Roma il 23 gennaio 2015 il pres. Gianfranco Ciani, Procuratore generale della Cassazione, ha spiegato come “il terzo potere si trasforma sempre più in gigantismo della giurisdizione per le aspettative etiche e sociali che l’accompagnano, il che costituisce una grave distorsione dell’assetto sociale”. Questa valutazione viene subito dopo un’altra: “La magistratura (…) è da tempo uscita dal terreno del controllo, che è quello ad essa congeniale e proprio, per addentrarsi in quello della mediazione e della regolazione del conflitto sociale. Il diritto giurisprudenziale è preminente nella composizione delle più svariate problematiche sociali, assai più di quanto lo sia la stessa legislazione. (…)”.
Che ciò avvenga non è frutto del caso: in un suo recente saggio, intitolato significativamente Dai “Tribunali di Babele” alla Babele del diritto, il collega Domenico Airoma, che con il prof. Filippo Vari e con me condivide la vicepresidenza del Centro studi Livatino, ha centrato i termini essenziali della questione; e a esso rinvio per ogni approfondimento. Il titolo del saggio riprende il titolo di uno scritto del giudice costituzionale emerito Sabino Cassese; cito un passaggio di quest’ultima opera: “le corti stanno assumendo un ruolo importante nella definizione dei rapporti fra ordinamenti giuridici. Si parla di “judicial dialogue” o “judicial conversation”, di “inter-judicial coordination” e di una “community of judges” […] A questo punto, lentamente (molto lentamente), il diritto prende il posto della politica nell’arena globale. Se prima si era passati dalle spade alle feluche, ora si passa dalle feluche alle toghe».
Secondo questa, che oggi è l’impostazione egemone, l’individuazione dei “nuovi diritti” e le risposte in termini di configurazione giuridica a quello che viene definito il “progresso tecnologico”, vanno ben oltre l’area di ciò che è stato deciso dai Parlamenti, e di ciò che si trova scritto nelle Costituzioni: è teorizzato, e da tempo, che competa ai giudici. E che competa ai giudici con quel sistema integrato delle Corti in sede europea e in sede internazionale non è solo teorizzato, ma pure praticato: si pensi alla creazione del diritto da parte della Corte EDU ben al di là di quanto previsto dalla Convenzione. In un quadro così preoccupante, nel quale l’atteggiamento di sospetto per le decisioni delle assemblee democraticamente elette è accompagnato dal binario più rassicurante di una procedura giudiziaria, un giudice che applichi la legge, e non crei sulla base di presupposti ideologici, merita di essere censurato, di essere esposto alla gogna mediatica, e di essere abbandonato al proprio destino senza alcuna difesa corporativa.
Nel caso della sentenza del Consiglio di Stato di cui si è detto finora, non conta nulla la correttezza, completezza e logicità della motivazione, riconosciuta da chiunque l’abbia letta; né conta l’aggancio rigoroso e consequenziale al quadro normativo e alla giurisprudenza delle Corti europee e della Consulta. L’estensore della stessa, e in seconda battuta il presidente del collegio giudicante, hanno compiuto un crimine: quello di sottostare alla lettera della norma, addirittura con sconfinamenti nel diritto naturale, e di non aver ceduto allo stravolgimento della norma orientato dal “dialogo fra le Corti”.
In questa vicenda c’è poco da scherzare. Il “caso Deodato (e Romeo)”, se così vogliamo definirlo riprendendo i nomi del relatore e del presidente del collegio segnala due aspetti che non possono lasciarci indifferenti: da un lato una spinta pesante all’allontanamento dal dato normativo in favore della creazione giurisprudenziale, e quindi la sostituzione dell’arbitrio tecnocratico al confronto parlamentare e democratico (e questa non è una novità). Dall’altro, oltre il pur ampio terreno giuridico, il pericoloso superamento della linea di confine fra intolleranza e discriminazione. Aggredire mediaticamente in virtù della confessione religiosa un magistrato che decide in modo sgradito dal punto di vista ideologico, pur se la sentenza è da tutti riconosciuta come ineccepibile, isola e intimidisce quel giudice e funziona da deterrente per altri giudici, i quali – quand’anche ritengano una pronuncia che stanno per assumere conforme al diritto e siano pronti a motivarla nella forma più adeguata – sono tentati di tenere in considerazione le reazioni furibonde che potrebbe provocare.
Finora il sistema mediatico-culturale, film e fiction inclusi, ha manifestato crescente intolleranza per la famiglia fondata sul matrimonio e per i principi naturali: non c’è film di cassetta che – trattando di contesti parafamiliari – non contenga esplicita propaganda per le nozze gay, con parallelo dileggio per la famiglia vero nomine, descritta come la fonte di ogni sciagura. Il “caso Deodato (e Romeo)” mostra come dall’intolleranza si stia passando all’incipiente discriminazione: se sei cattolico non puoi occuparti di certe materie. E già va bene: in qualche altro luogo del civile Occidente un’impiegata statale è andata in carcere per aver rifiutato di celebrare le nozze fra persone dello stesso sesso.

References: SENTENZA 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza