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Timestamp: 2017-02-28 00:55:12+00:00

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Penale troppo alta: come difendersi?
Lo sai che? Pubblicato il 10 luglio 2016 Articolo di Redazione Lo sai che? Penale troppo alta: come difendersi? L’AUTORE: Redazione
Contratti: in caso di inadempimento e applicazione della penale, il giudice può ridurne l’importo se elevato e ingiusto. Se ti sembra che un contratto preveda una penale eccessivamente elevata e ingiusta, prevista quasi allo scopo di lucrare illegittimamente dal tuo eventuale inadempimento, sappi che non sei tenuto a pagarla: questo perché, secondo una recente sentenza della Cassazione [1], il giudice può, su richiesta della parte interessata, annullare la penale sproporzionata.
Cos’è la penale?
La penale è una clausola che spesso viene inserita nel contratto: con essa si prevede la misura di un risarcimento dovuto, in automatico, a una delle due parti del contratto se l’altra è stata inadempiente ai propri obblighi. Si pensi al caso di una fornitura da consegnare entro un determinato giorno: l’ordinante potrebbe disporre che, in caso di inadempimento nella consegna, gli debba essere versato l’importo di 100 euro a titolo di risarcimento del danno.
In buona sostanza, con la penale si evita, alla parte rimasta senza la prestazione, di andare dal giudice, fare una causa e dimostrare il danno subito: infatti, la clausola in questione contiene già una quantificazione – fatto in anticipo – del possibile danno. Quindi il debitore inadempiente non potrà contestare tale quantificazione del danno effettuata nella penale, sempre che – come afferma la sentenza in commento – essa sia del tutto sproporzionata.
La penale sproporzionata è ingiusta
La nostra legge lascia sempre liberi i cittadini di regolare, come meglio credono, i propri rapporti economici e commerciali. Questo significa che vi è libertà di determinare il prezzo di una prestazione, anche se eccessivo rispetto al mercato, o di far pagare di più un soggetto rispetto ad altri: si pensi al caso di un negozio che venda a un cliente un abito che altre persone hanno acquistato invece con un forte sconto. È questo il principio di autonomia negoziale, in virtù del quale il contenuto del contratto (sia esso scritto o orale) si determina con il semplice incontro delle due volontà: se c’è questo incontro, la legge non può dire cosa sia giusto o meno, cosa sia equo o meno (salvo rare ipotesi).
Questo stesso principio si applica alla penale, ma con un limite: essa non può essere eccessivamente sproporzionata rispetto al presumibile danno subito dalla parte che non ha ottenuto la prestazione. Facciamo un esempio: se Tizio ordina, per il giorno della sua festa di compleanno, un servizio di catering e il servizio di ristorazione si dimentica di lui, il danno è certamente elevato (almeno in termini di immagine e di rispetto degli ospiti), ma non può certo arrivare a un milione di euro se gli invitati erano poche decine e non si trattava di ospiti “internazionali”. L’esempio è iperbolico, ma ci serve per capire che, comunque, tra il tipo di danno e il ristoro previsto dalla penale ci deve essere, comunque, una sorta di continuo bilanciamento. La sentenza in commento infatti precisa che la penale si può ridurre se dalla sua applicazione derivi un ingiusto arricchimento di una delle due parti. Secondo la Cassazione, in particolare, il potere di diminuire la penale concesso al giudice trova la sua ragione nella necessità di ricostruzione dell’equilibrio contrattuale, evitando cioè che da un inadempimento parziale, o comunque di importanza non enorme, possano derivare conseguenze troppo gravi per l’inadempiente [2].
Chi abbia firmato un contratto con una penale eccessivamente elevata, può – qualora sia costretto dalle circostanze a doverla pagare – farne ridurre l’importo dal giudice. Dovrà, cioè, impiantare una causa contro l’altra parte e rivolgersi al tribunale affinché riconduca ad equità la clausola in questione. Questo, dunque, non significa annullare del tutto la penale da pagare, ma far sì che l’importo sia più equo, proporzionato cioè al danno che la controparte ha subìto a seguito dell’inadempimento.
Poiché comunque il giudizio ha un suo costo tra spese legali e oneri dell’avvocato, chi agisce deve sempre farsi i conti in tasca e verificare che effettivamente ne valga la pena. Si tenga peraltro conto che il giudice non starà a misurare con la bilancia il rispetto di proporzione tra danno e penale e, quindi, non è detto che la decurtazione sia proprio quella che la parte si attende di ricevere.
[1] Cass. sent. n. 13902/16 del 7.07.2016.
[2] La decisione della Cassazione ed i principi ai quali essa si richiama, tengono conto (per usare le parole della decisione in esame) “del nuovo e moderno sistema contrattuale quale viene sempre più emergendo anche dalla normativa europea, corollario di un liberismo che al contempo è anche solidaristico», dal quale emerge pertanto una maggiore attenzione per la giustizia contrattuale, cioè «per un contratto che non presenti né uno squilibrio contrattuale, né, soprattutto, uno squilibrio di prestazioni o di contenuto”.
Sentenza Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, sentenza 17 dicembre 2015 – 7 luglio 2016, n. 13902
Il Condominio Lajla opponeva il decreto ingiuntivo con il quale il Presidente del Tribunale di Teramo gli ingiungeva su istanza della ditta P.D.G. di pagare a quest’ultimo l’importo di € 5.003,60 dovuti al saldo dei lavori commissionati con contratto del 23 luglio 2002 ed aventi ad oggetto il rifacimento della pavimentazione della strada privata condominiale. Il Condominio chiedeva la revoca del decreto ingiuntivo esponendo: 1) che erano stati versati in pagamento dei lavori due acconti per la complessiva somma di €. 8.002,00; 2) che la ditta ricorrente non aveva ultimato i lavori, nonostante il direttore dei lavori avesse rilasciato certificato attestante la regolare esecuzione dei lavori; 3) che l’amministratore aveva provveduto a comunicare alla ditta che i lavori non risultavano ultimati e l’opera realizzata presentava dei vizi. Chiamava in giudizio anche il direttore dei lavori, che assumeva essere corresponsabile, ma tale domanda veniva dichiarata inammissibile implicando la chiamata in causa da parte del convenuto in senso sostanziale nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, che, in quanto tale, avrebbe dovuto essere preceduta da un’autorizzazione del giudice, mai richiesta ed insussistente. Chiedeva, altresì, in via riconvenzionale, la condanna della ditta alla eliminazione dei vizi ed al risarcimento del danno da liquidarsi nella misura di €. 50,00 per ogni giorno a decorrere dal 10 agosto 2002, data prevista in contratto per l’ultimazione dei lavori.
Resisteva l’opposto, contestando le domande avversarie ed eccepiva che a seguito del sopralluogo del dicembre 2002 l’opera doveva ritenersi accettata, sia per esplicito che implicitamente. Eccepiva, inoltre, la decadenza dalla garanzia dell’opponente, dato che non aveva neppure indicato la data della scoperta dei vizi dell’opera.
Avverso tale sentenza interponeva appello il Condominio Lajla per tre motivi: a) con il primo motivo si censurava la decisione del Tribunale in ordine alla ritenuta avvenuta accettazione dell’opera e alla qualificazione dei vizi, siccome palesi e non occulti, come, invece, sostenuto dall’appellante; b) con il secondo motivo si censurava la sentenza impugnata per la ritenuta intempestività della denuncia dei vizi; c) la sentenza veniva censurata per l’eccessività della penale ex art. 1384 cc. fissata in € 19, 22 per ogni giorno a partire dalla domanda.
La Corte di Appello dell’Aquila, con sentenza n. 1106 del 2013, rigettava l’appello confermando integralmente la sentenza impugnata, condannava il Condominio al pagamento delle spese del secondo grado del giudizio. Secondo la Corte dell’Aquila, a fronte dell’esistenza del certificato di regolare esecuzione dei lavori e di collaudo dell’opera, era ragionevole ritenere che il committente avesse ottenuto la disponibilità dell’opera che gli era stata certamente consegnata dall’appaltatore; pertanto, sarebbe stato onere dell’appellante indicare con precisione ed, in concreto, la data della consegna e dell’accettazione dell’opera e quella della scoperta dei vizi lamentati. La Corte distrettuale ha chiarito che, nella specie, doveva constatarsi, come in contratto, fosse prevista una penale più elevata. tuttavia, andava liquidata in misura più ridotta perché era stata ridotta dallo stesso opposto in misura proporzionale al parziale inadempimento.
La cassazione di questa sentenza è stata chiesta dal Condomino Lajla per un motivo. La ditta P.D.G., intimata, in questa fase non ha svolto alcuna attività giudiziale.
1.= Con l’unico motivo di ricorso il Condominio Lajla lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 1384 cc. in relazione con l’ari. 1815, secondo comma, cc., ex art. 360 n. 3 epc. Secondo il ricorrente, la Corte distrettuale avrebbe errato nell’escludere una diminuzione della penale incorrendo nella violazione dell’art. 1384 in relazione all’art. 1815 secondo comma cc., così come modificato dall’art. 4 della legge 108 del 1996, nella parte in cui consente al giudice di diminuire la penale se l’ammontare di essa è manifestamente eccessivo o si traduce in un corrispettivo a titolo di interessi superiore al tasso di usura, perché non avrebbe valutato la portata effettiva della penale richiesta ed ottenuta nel procedimento monitorio posto che ammonterebbe ad € 33.769,54. In particolare, far decorrere sic et simpliciter la penale di € 19,22 giornalieri dalla data della domanda sino alla data dell’effettivo pagamento, senza tener conto del tempo decorso per il giudizio di primo grado e del comportamento processuale del Condominio, avrebbe in concreto il significato di riconoscere al creditore, sul ritardato pagamento di un residuo e minor credito, un tasso di gran lunga superiore a quello ritenuto per legge come tasso usuraio in contrasto con l’art. 1815, secondo comma, cc. Piuttosto, la Corte distrettuale avrebbe dovuto accertare e valutare le ragioni del ritardato pagamento della residua somma dovuta, individuando l’insussistenza o meno di ragioni di fatto e di diritto che ne giustificavano il ritardo. Considerato, poi, che la giustificazione del ritardato e mancato pagamento del residuo importo si protraeva per tutto il giudizio di primo grado, conclusosi con la sentenza pubblicata in data 4 maggio 2007 e notificata il 28 giugno 2007, sarebbe da quest’ultima data, o, al più presto, da quello della pubblicazione che dovrebbe decorrere il termine iniziale della penale richiesta e proporzionalmente ridotta nella misura di € 19,22 giornaliera, che porterebbe il creditore a vedersi corrisposta una somma complessiva di € 5.112,52 più che satisfattiva sia per gli interessi che per la rivalutazione monetaria quale risarcimento del maggior danno convenzionalmente sostituito dalla clausola penale ripassata tra le parti.
Secondo quanto dispone l’art. 1384 cod. civ. “la penale può essere diminuita equamente dal giudice, se l’obbligazione principale è stata eseguita in parte, ovvero, se l’ammontare della penale è manifestamente eccessivo, avuto sempre riguardo all’interesse che il creditore aveva all’adempimento”. Nella letteratura giuridica italiana, molto si è discusso e si discute in ordine al criterio che il giudice dovrebbe utilizzare per valutare se una penale sia eccessiva e conseguentemente il limite che dovrebbe osservare nella riduzione della stessa. Tuttavia, il riferimento all’interesse del creditore contenuto nella norma appena richiamata, e considerato che la possibilità della riduzione, ad una “misura equa”, trova la sua ragion d’essere nell’interesse del debitore inadempiente, consente dì identificare quel criterio nell’equo contemperamento degli interessi contrapposti, che assicuri, cioè, il posizionamento del soggetto adempiente sulla curva di indifferenza più vicina a quella su cui si sarebbe collocato qualora il contratto fosse stato adempiuto. Non vi è dubbio, che la norma dell’art 1384 cod. civ – che attribuisce al giudice il potere di diminuire equamente la penale – non ha la funzione di proteggere il contraente economicamente più debole dallo strapotere dei più forte, tuttavia, mira alla tutela e ricostituzione dell’equilibrio contrattuale, evitando che da un inadempimento parziale o, comunque, di importanza non enorme, possano derivare conseguenze troppo gravi per l’inadempiente. D’altra parte, tenuto conto che dal nuovo e moderno sistema contrattuale, quale viene sempre più emergendo, anche, dalla normativa europea, corollario di un liberismo che al contempo è anche solidaristico, emerge una maggiore attenzione per la giustizia contrattuale, cioè, per un contratto che non presenti né uno squilibrio strutturale, né e, soprattutto, uno squilibrio di prestazioni o di contenuto, appare ragionevole ritenere che anche la clausola penale debba essere espressione di un corretto equilibrio degli interessi contrattuali contrapposti.
Ora, nel caso in esame, la Corte distrettuale che in modo corretto ha richiamato i principi espressi dalle Sezioni Unite di questa Corte (sent. 1384 del 2005) che correttamente ha evidenziato che gli elementi sulla cui base operare il giudizio di riduzione dovevano risultare dagli atti di causa, tuttavia, la Corte distrettuale ha ritenuto equa, senza alcun valutazione, una riduzione della penale indicata nel contratto, operata dallo stesso creditore, in proporzione al parziale inadempimento (essendo stata per la maggior parte l’obbligazione di pagamento adempiuta), quando, invece, avrebbe dovuto valutare: a) intanto, se la penale nella sua totalità, in ragione dell’intera economia contrattuale, fosse di per se eccessiva; b) se, quella penale, sia pure ridotta, prevista per l’inadempimento di un’obbligazione ben più significativa, poteva essere riferita anche allo specifico parziale inadempimento; e) se, comunque, nella visione dei comportamento complessivo delle parti, anche, giudiziale, fosse possibile rapportare l’originaria penale alla parte di obbligazione non adempiuta mediante una semplice operazione aritmetica, senza alcuna considerazione dei nuovo equilibrio contrattuale ovvero dei nuovi e residui interessi contrapposti.
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