Source: https://www.dirittilavoro.it/mobbing-2/
Timestamp: 2018-03-25 01:35:17+00:00

Document:
mobbing Archives - Avvocato del Lavoro Milano, Bergamo, Torino e Roma | DirittiLavoro Studio Legale | 02 2440278
Category Archives:mobbing
March 04, 2016 Andrea Mannino mobbing
Costituisce mobbing la condotta del datore di lavoro, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolva, sul piano oggettivo, in sistematici e reiterati abusi, idonei a configurare il cosiddetto terrorismo psicologico, e si caratterizzi, sul piano soggettivo, con la coscienza ed intenzione del datore di lavoro di arrecare danni – di vario tipo ed entità – al dipendente medesimo.
Cass. Sez. Lav. 8 gennaio 2016, n. 158 – Pres. Macioce; Rel. D’Antonio; P.M. Ceroni; Ric. C.A.; Controric. I.N.A.I.L.
La Corte d’Appello di Perugia, in riforma della sentenza del tribunale di Terni, rigettava la domanda proposta da un lavoratore volta ad ottenere nei confronti dell’INAIL la rendita per malattia professionale (disturbo dell’adattamento con umore depresso) derivante dalla condotta mobbizzante posta in essere nei suoi confronti dal datore di lavoro.
La Corte territoriale riteneva insussistente il denunciato comportamento mobbizzante (consistente in una serie di condotte, quali, la collocazione in cassa integrazione, la messa in ferie forzata e lo stato di inattività perpetrato per un certo lasso temporale), in assenza di prova dell’intento persecutorio del datore di lavoro.
Avverso tale sentenza il lavoratore proponeva ricorso per cassazione articolato in plurimi motivi.
In particolare, il ricorrente denunciava: a) violazione di legge, per aver la Corte d’Appello omesso una valutazione complessiva degli elementi mobbizzanti denunciati, da cui emergeva l’univoco disegno datoriale di estromettere il lavoratore; b) vizio di motivazione (erronea valutazione delle risultanze probatorie e omesso e/o insufficiente esame di fatti decisivi), per aver la Corte di merito totalmente trascurato la CTU svolta in primo grado (che aveva affermato il collegamento tra le patologie riscontrate e le condotte mobbizzanti).
La Suprema Corte, valutando congiuntamente le censure, ha rigettato il ricorso richiamando la nozione di mobbing più volte affermata (Cass. 06/08/2014 n. 17698 e Cass. 07/08/2013 n. 18836) e ribadendo che, ai fini della sussistenza di una condotta lesiva rilevante del datore di lavoro è necessario che via siano sia l’elemento oggettivo (molteplicità e sistematicità di comportamenti di carattere persecutorio) che l’elemento soggettivo (coscienza ed intenzione del datore di lavoro di arrecare un danno). L’accertamento di tali elementi è rimesso al giudizio di fatto, non sindacabile in sede di legittimità, se congruamente motivato, riservato al giudice di merito, il quale dovrà valutare, in maniera rigorosa, entrambi gli elementi costitutivi della fattispecie.
Ebbene, la Corte territoriale ha escluso la sussistenza di una condotta mobbizzante, non essendo stata fornita in giudizio dal lavoratore la prova dell’elemento soggettivo (volontà del datore di lavoro di nuocere).
La Suprema Corte ha ritenuto tale pronuncia immune da censure – avendo la Corte di merito dato conto, con argomentazione logicamente congrua, delle fonti del proprio convincimento – e reputando, al contrario, le censure avversarie volte, sostanzialmente, a sollecitare una rivisitazione del quadro probatorio, inammissibile in Cassazione a fronte di una congrua valutazione dello stesso da parte del Giudice di merito.
Ha ritenuto, infine, la Corte di legittimità assolutamente irrilevante il mancato richiamo, nella sentenza gravata, delle conclusioni del CTU, atteso che non spetta al consulente l’accertamento dei fatti qualificati come mobbing.
June 22, 2015 Andrea Mannino mobbing
October 24, 2014 Andrea Mannino mobbing
Costituisce cattivo esercizio del potere direttivo, con conseguente diritto del lavoratore al risarcimento del danno, il comportamento del datore di lavoro consistente in una serie di comportamenti che, seppur «formalmente leciti» se considerati singolarmente, inseriti in un contesto più ampio siano ritenuti parte integrante di una generale condotta vessatoria, posta in essere senza il doveroso rispetto della dignità e della integrità psico-fisica del lavoratore ed in contrasto con il canone generale della correttezza e buona fede.
Il concetto di «cattivo esercizio del potere direttivo» va tenuto distinto da quello di «mobbing», che consiste in un complesso fenomeno consistente in una serie di atti o comportamenti vessatori, protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di un lavoratore da parte dei componenti del gruppo di lavoro in cui è inserito o dal suo capo, caratterizzati da un intento di persecuzione ed emarginazione finalizzato all’obiettivo primario di escludere la vittima dal gruppo.
Con la sentenza in commento la Corte di cassazione ha affrontato una fattispecie di comportamenti posti in essere dalla società che erano consistiti nell’adibire la dipendente a mansioni diverse da quelle svolte precedenza, con un orario di lavoro spezzato e gravoso. Inoltre, era risultato un particolare accanimento nei confronti della stessa, risultante anche dalle frequenti espressioni ingiuriose rivoltele in modo aggressivo dai suoi superiori.
Questa complessiva situazione aveva determinato l’insorgenza di una sindrome ansioso-depressiva reattiva, che aveva richiesto cure neuro-psichiatriche, sicché, essendo stata costretta a prolungate assenze per tale stato di salute, la lavoratrice era stata licenziata per superamento del periodo di comporto.
Ebbene, a detta della Corte d’appello, la società aveva posto in essere una serie di comportamenti che seppur «formalmente leciti» se considerati singolarmente, inseriti nel contesto più ampio dei fatti accertati erano stati ritenuti parte integrante di una generale condotta vessatoria, cui andava attribuito un ruolo quanto meno concausale del danno psichico lamentato dalla lavoratrice.
Ed infatti, la Ctu disposta in corso di causa, che aveva precisato che la patologia da cui risultava affetta la lavoratrice era «un disturbo di adattamento con tono dell’umore depresso», aveva ritenuto sufficienti, ad affermare il suddetto nesso causale, i fatti che erano emersi nel corso dell’istruttoria, che portavano a concludere che le scelte della società erano state in sostanza operate nell’esercizio di un potere direttivo datoriale svolto senza il doveroso rispetto della dignità e della integrità psico-fisica della lavoratrice ed anche in contrasto con il canone generale della correttezza e buona fede, visto che la modifica dell’orario assegnato alla ricorrente non aveva una reale giustificazione in ragioni organizzative aziendali e che, d’altra parte, non vi era alcuna valida ragione che potesse giustificare che, al ritorno dalla malattia, venisse assegnata alla lavoratrice una mansione lavorativa prima inesistente e più gravosa.
Ebbene, la Corte di cassazione ha ritenuto inammissibile il ricorso presentato dalla società, affermando che il motivo di ricorso si riferisce al mobbing, mentre nella sentenza d’appello la condotta datoriale non viene qualificata come mobbing, ma come cattivo esercizio del potere direttivo, e i due concetti non sono sovrapponibili, ma vanno distinti.
È noto, infatti, che il mobbing, secondo quanto affermato dalla Corte costituzionale e recepito dalla giurisprudenza della Corte di cassazione, designa «un complesso fenomeno consistente in una serie di atti o comportamenti vessatori, protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di un lavoratore da parte dei componenti del gruppo di lavoro in cui è inserito o dal suo capo, caratterizzati da un intento di persecuzione ed emarginazione finalizzato all’obiettivo primario di escludere la vittima dal gruppo» (cfr. Cass. 5 novembre 2012, n. 18927).
Nella specie, invece, la Corte territoriale aveva ritenuto la patologia da cui era risultata la lavoratrice – qualificata dal Ctu come «disturbo di adattamento con tono dell’umore depresso» vissuta e caratterizzata da cronicità e irreversibilità – come derivante da scelte operate nell’esercizio del potere direttivo datoriale svolto senza il doveroso rispetto della dignità e della integrità psico-fisica della lavoratrice.
Sulla base di tali principi la Corte di cassazione ha quindi ritenuto inammissibile il ricorso della società.

References: Cass. Sez. 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass.