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Timestamp: 2020-05-26 02:04:02+00:00

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Home Sentenze - Ordinanze Consiglio di Stato Il Daspo è una misura di carattere preventivo e non sanzionatorio
Consiglio di Stato, sezione terza, Sentenza 4 febbraio 2019, n. 866.
Il Daspo è una misura di carattere preventivo e non sanzionatorio, applicabile indipendente dalla condanna penale e avente una finalità prevalentemente diretta alla creazione di un ambiente che prevenga comportamenti violenti o pericolosi. Per tale misura, così come per tutto il diritto amministrativo della prevenzione, vale la logica del “più probabile che non”, non richiedendosi la certezza ogni oltre ragionevole dubbio che le condotte siano ascrivibili ai soggetti destinatari. È dunque sufficiente una dimostrazione fondata su elementi di fatto gravi, precisi e concordanti, secondo un ragionamento causale di tipo probabilistico improntato a una elevata attendibilità.
sul ricorso numero di registro generale 5871 del 2018, proposto dal Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore, e dalla Questura di Roma, in persona del Questore pro tempore, entrambi rappresentati e difesi dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici sono domiciliati ex lege in Roma, via (…);
Ri. Ca. ed altri, non costituiti nel presente grado del giudizio;
relatore nell’udienza pubblica del giorno 24 gennaio 2019 il Consigliere Massimiliano Noccelli e udito per il Ministero dell’Interno e per la Questura di Roma, odierne appellanti, l’Avvocato dello Stato Ca. Co.;
1. Gli odierni appellati, tutti destinatari di separati provvedimenti di divieto di accesso negli impianti sportivi (di qui in avanti, per brevità, anche DASPO) per la durata di un anno emessi nei loro confronti da parte della Questura di Roma, ai sensi dell’art. 6 della l. n. 401 del 1989, hanno adì to il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, sede di Roma, per chiedere l’annullamento di detti provvedimenti.
1.1. L’adozione di tali provvedimenti ha tratto origine da un gravissimo episodio di violenza di gruppo, posto in essere dagli odierni appellati in occasione dell’incontro calcistico finale per il conseguimento della coppa Tim Cup, disputatasi in Roma, presso lo stadio Ol., il 21 maggio 2016 tra Mi.e Ju..
1.2. Più in particolare, al termine della partita e durante le operazioni di deflusso dallo stadio, i tifosi milanisti, a bordo di un convoglio di pullman diretto a Milano e scortato da personale della Polizia di Stato, percorrevano via (omissis) dove, all’altezza della intersezione con via (omissis), i pullman hanno arrestato improvvisamente la marcia.
1.3. Durante tale sosta i tifosi milanesi, odierni appellati, sono scesi dal primo pullman in testa al convoglio, dopo aver azionato le manopole di apertura di emergenza, e – una volta percorso un breve tragitto a piedi – hanno aggredito violentemente, con l’utilizzo di mezzi contundenti, gli avventori del bar Je., sito in via (omissis), e hanno, altresì, danneggiato le vetrine del suddetto locale.
1.4. Il personale della Polizia di Stato presente in loco ha circondato immediatamente il primo dei pullman, occupato da tifosi milanisti posto all’intersezione tra via (omissis) e via (omissis), procedendo all’identificazione di tutti gli occupanti ed eseguendo la perquisizione del veicolo.
b) l’annotazione della comunicazione radio del Reparto Mobile di Napoli (all. 5) e della comunicazione della notizia di reato inoltrata al Commissariato di P.S. Au. (all. 6);
c) i verbali delle sommarie informazioni rese da Gi. Pa., Ma. Me. e Va. Pe., conducenti dei tre pullman del corteo (all. 7, 8 e 9), e da Ni. Di Be., Fr. Sc. e Fe. D’A. (all. 10, 11 e 12), rispettivamente titolare del locale e testimoni oculari dell’accaduto.
6. Sulla nozione di indispensabilità di cui all’art. 104, comma 2, c.p.a., d’altro canto, valga anche qui richiamare la più recente giurisprudenza di questo Consiglio, secondo la quale il giudice può e deve ammettere al contrario tutti quei documenti non sono semplicemente “rilevanti” ai fini del decidere, “bensì appaiono dotati di quella speciale efficacia dimostrativa che si traduce nella capacità di fornire un contributo decisivo all’accertamento della verità materiale, conducendo ad un esito, per così dire, “necessario” della controversia” (Cons. St., sez. VI, 17 luglio 2018, n. 3435; Cons. St., sez. III, 8 gennaio 2019, n. 183).
6.1. L’accertamento della verità materiale, “fine ultimo e vera mè ta di ogni giusto processo” (Cons. St., sez. III, 9 gennaio 2019, n. 183), impone pertanto l’acquisizione di tutti quei documenti indispensabili per la decisione, senza i quali tale decisione, seppure per il mancato assolvimento dell’onere probatorio dalla parte interessata in primo grado, si fonderebbe irrimediabilmente su una incompleta conoscenza di fatti assolutamente necessari per la cognizione del giudice.
7.2. La sentenza impugnata, infatti, è pervenuta alla conclusione secondo la quale le condotte di gruppo, per come descritte dall’art. 6 della l. n. 401 del 1989, non sarebbero ascrivibili agli odierni appellati perché essi sarebbero stati identificati indistintamente solo in quanto occupanti del primo pullman del corteo di tifosi del Mi., andati a Roma in occasione della partita valevole per il conseguimento della Tim Cup, disputatasi in Roma il 21 maggio 2016 tra Mi.e Ju..
8. La puntuale e dettagliata sequenza dei fatti, non altrimenti definibili che come un bestiale episodio di barbarie urbana, sfociata nella immotivata devastazione del bar Je. e nell’inspiegabile ferimento di due avventori, vivi per miracolo, emerge chiaramente dalla comunicazione della notizia di reato inoltrata dal Commissariato P.S. Au..
8.1. La notte del 21 maggio 2016, al termine della partita, un convoglio composto da nove pullman, a bordo del quale viaggiava un nutrito gruppo di persone appartenenti alla tifoseria milanista, partiva da Lungotevere (omissis), dopo la partita, per effettuare il percorso preventivato.
8.2. Tuttavia, intorno alle ore 0.50 del successivo 22 maggio, il convoglio di automezzi, transitando su via (omissis) ad una velocità particolarmente moderata a causa del traffico congestionato dagli altri autoveicoli, veniva fatto oggetto di provocazioni verbali e gestuali da parte di individui non identificati.
8.3. A questo punto, in base alla comunicazione del personale del Reparto Mobile di Napoli (con sigla radio RN 331), i tifosi dei primi tre pullman del corteo, probabilmente al fine di vendicare “l’affronto” subito e di rintracciare i soggetti che li avevano derisi, sono scesi dai mezzi e, travisati e armati di spranghe e bastoni, si sono diretti verso il locale Je., convinti che gli autori dell’affronto si fossero recati lì, e hanno devastato il locale e ferito all’addome due ignari avventori.
8.4. La verosimile riconducibilità delle condotte agli occupanti del primo pullman, tuttavia, sembra potersi affermare sulla scorta delle dichiarazioni dei tre autisti, in quanto l’autista del primo pullman, Gi. Pa., ha dichiarato che tutti i ragazzi del primo pullman, dopo avere azionato le manopole di emergenza, erano scesi, non essendovi più posti a sedere liberi, mentre l’autista del secondo pullman, Ma. Me., ha dichiarato che solo un tifoso, dichiaratosi responsabile della comitiva, aveva chiesto di scendere dal pullman per poi risalire dopo un minuto e il terzo, Va. Pe., ha dichiarato che dal suo pullman erano scesi dieci tifosi, senza portare oggetti contundenti e senza occultarsi il volto con sciarpe o cappucci, e che comunque essi erano risalti a bordo dopo poco tempo.
8.6. E del resto, come pure ha osservato il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, sede di Roma, nella sentenza n. 432 del 18 gennaio 2018, la circostanza che anche gli occupanti del terzo pullman abbiano dato “manforte”, eventualmente, agli occupanti del primo pullman – ciò che, comunque, appare dubbio alla luce delle dichiarazioni di Va. Pe. – nelle azioni violente di devastazione e ferimento non scalfisce il dato che al gruppo del primo pullman, sceso in massa da questo (dove infatti non era rimasto alcun posto a sedere occupato, come ha affermato l’autista), sia ascrivibile il compimento della condotta, se è vero, come hanno dichiarato anche il proprietario del locale, Ni. Di Be., e due avventori dello stesso, Fr. Sc. e Fe. D’A., di essersi trovati al cospetto di cinquanta/sessanta persone, numero coerente con il numero degli occupanti del primo pullman, rimasto vuoto.
9. Su questo punto, relativo alla riconducibilità causale delle condotte ascritte ai soggetti destinatati di DASPO, questo Collegio deve ricordare che si tratta di misure preventive e non sanzionatorie, come pure ha chiarito di recente la Corte europea dei diritti dell’uomo, in via generale, sulle analoghe misure previste dalla legislazione croata (Corte europea dei diritti dell’uomo, sez. I, 8 novembre 2018, ric. n. 19120/15, Seraž in c. Croazia), menzionando tra le altre legislazioni in materia anche quella italiana e pervenendo ad escludere la natura sanzionatoria della misura amministrativa, sulla base dei cc.dd. criterî Engel, sia per l’applicabilità della misura indipendentemente da una condanna penale, sia anche per la finalità prevalente della misura, consistente nella creazione di un ambiente che prevenga comportamenti violenti o pericolosi a protezione dell’ordine pubblico e degli altri spettatori, sia infine per la mancanza di afflittività, non consistendo in una privazione della libertà o in una imposizione di obbligazione pecuniaria.
9.3. Anche per il DASPO disposto dal Questore, come per tutto il diritto amministrativo della prevenzione incentrato su una fattispecie di pericolo per la sicurezza pubblica o per l’ordine pubblico (v., sul punto, la recente pronuncia di questa Sezione, 30 gennaio 2019, n. 758), deve valere la logica del “più probabile che non”, non richiedendosi, anche per questa misura amministrativa di prevenzione (al pari di quelle adottate in materia di prevenzione antimafia), la certezza ogni oltre ragionevole dubbio che le condotte siano ascrivibili ai soggetti destinatari del DASPO, ma appunto una dimostrazione fondata su “elementi di fatto” gravi, precisi e concordanti, secondo un ragionamento causale di tipo probabilistico improntato ad una elevata attendibilità, come è nel caso di specie, per tutte le ragioni sin qui espresse, sulla base della documentazione in questa sede prodotta.
11.7. Di qui, e conclusivamente, la ragionevole sussistenza, a carico degli odierni appellati, anche della condotta di cui all’art. 6-ter della l. n. 401 del 1989 e, cioè, di chi, nei luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive, ovvero in quelli interessati alla sosta, al transito, o al trasporto di coloro che partecipano o assistono alle manifestazioni medesime o, comunque, nelle immediate adiacenze di essi, nelle ventiquattro ore precedenti o successive allo svolgimento della manifestazione sportiva, e a condizione che i fatti avvengano in relazione alla manifestazione sportiva stessa, è trovato in possesso di razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, strumenti per l’emissione di fumo o di gas visibile, ovvero di bastoni, mazze, materiale imbrattante o inquinante, oggetti contundenti, o, comunque, atti ad offendere, condotta che, ai fini che qui rilevano, deve essere accertata e affermata non secondo il canone probatorio dell’giudizio penale, pur costituendo la condotta descritta anzitutto dall’art. 6-ter una fattispecie delittuosa, punita con la pena della reclusione, ma alla stregua del ragionamento indiziario fondato sulla logica del “più probabile che non”, tipica della legalità preventiva.
12.1. Anche questa censura merita accoglimento perché, come si è accennato (v., supra, § § 9.4.-9.5.), anche prima delle modifiche introdotte dal d.l. n. 114 del 2014 all’art. 6 della l. n. 401 del 1989, un comportamento di gruppo non ha mai escluso la possibilità di individuare col DASPO (una somma di) responsabilità individuali omogenee, qualora queste fossero supportate da elementi diretti o presuntivi che consentissero di affermare la inequivoca e consapevole partecipazione dei singoli al comportamento di gruppo (Cons. St., sez. III, 4 novembre 2015, n. 5027; Cons. St., sez. III, 31 luglio 2018, n. 4716).
12.3. Se è vero che la riforma del d.l. n. 119 del 2014, conv. con mod. in l. n. 146 del 2014, “nel solco della legislazione “compulsiva” che ha caratterizzato la disciplina diretta a prevenire violenze in occasioni di manifestazioni sportive” (Cass. pen., sez. III, 27 maggio 2016, n. 22266), ha inteso accentuare anche la responsabilità del gruppo, essa non ha però voluto introdurre nel nostro ordinamento una “colpa normativa d’autore” riconducibile ad ancestrali concezioni di responsabilità collettiva, sicché occorre pur sempre tener presente il contributo dato dal singolo, anche solo sul piano psichico, all’azione del gruppo (v., sul punto, le generali considerazioni della citata sentenza di Cass. pen., sez. III, 27 maggio 2016, n. 22266).
Sezione Terza, definitivamente pronunciando sull’appello, come proposto dal Ministero dell’Interno e dalla Questura di Roma, lo accoglie e per l’effetto, in integrale riforma della sentenza impugnata, respinge il ricorso proposto in primo grado da Ri. Ca. ed altri.
Condanna in solido Ri. Ca. ed altri, a rifondere in favore del Ministero dell’Interno le spese del doppio grado del giudizio, che liquida nell’importo di Euro 9.000,00 (Euro 6.000,00 per il primo grado del giudizio ed Euro 3.000,00 per il secondo grado di giudizio), oltre gli accessori come per legge.
Pone definitivamente a carico di Ri. Ca. ed altri, il contributo unificato richiesto per la proposizione del ricorso in primo grado.
Condanna in solido Ri. Ca. ed altri, a corrispondere il contributo unificato richiesto per la proposizione dell’appello.

References: Sentenza 
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 sentenza 
 § 9
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 Cass. 
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