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Timestamp: 2017-09-26 05:34:48+00:00

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Cass. pen. Sez. I, Sent., (ud. 25-02-2011) 29-03-2011, n. 12813 Misure di prevenzione – Gadit
1. L’1 giugno 2010 la Corte d’appello di Roma confermava la sentenza del locale Tribunale in data 14 dicembre 2009 che, all’esito di giudizio abbreviato, aveva dichiarato F.M. colpevole del reato di cui alla L. n. 1423 del 1956, art. 9 e successive modifiche, per essersi reso inottemperante al decreto applicativo della sorveglianza speciale di p.s. con obbligo di soggiorno (decreto n. 150/2003 del Tribunale di Roma in data 11 giugno 2009), e, previa concessione delle circostanze attenuanti generiche dichiarate equivalenti alla recidiva contestata, tenuto conto della diminuente per il rito, lo aveva condannato alla pena di dieci mesi di reclusione.
2. Entrambi i giudici di merito ritenevano provata la responsabilità dell’imputato sulla base dei verbali di arresto, perquisizione, sequestro, nonchè delle dichiarazioni rese dall’ufficiale di polizia giudiziaria che aveva proceduto agli accertamenti, atti tutti evidenzianti che F. era stato sottoposto, insieme con un suo amico ( A.), ad un primo sommario controllo per strada alle ore 13,45 dell’1 dicembre 2009, e, quindi, era stato condotto in caserma, dove aveva subito una più accurata perquisizione alle ore 14,05. 3. Avverso la citata sentenza ha proposto ricorso per cassazione, tramite il difensore di fiducia, l’imputato, il quale lamenta: a) violazione dell’art. 521 c.p.p. per omessa contestazione dell’ipotesi di reato prevista dalla L. n. 1423 del 1956, art. 9, comma 2, e successive modifiche, ritenuta in sentenza, con conseguente lesione dei diritti di difesa dell’imputato; b) mancanza di motivazione in ordine all’effettiva offensività della condotta, tenuto conto della minima rilevanza della contestata violazione delle prescrizione che, avuto riguardo anche alle circostanze di tempo e di luogo e al contenuto della testimonianza resa da A. in ordine alle modalità del controllo – peraltro non compiutamente valutata – incide sulla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, quanto meno sotto il profilo della scusabilità dell’errore circa il passaggio del tempo; c) violazione di legge con riferimento alla ritenuta sussistenza dell’ipotesi aggravata di cui alla L. n. 1423 del 1956, art. 9, comma 2, e successive modifiche, tenuto conto del fatto che si verte unicamente in ipotesi di superamento dei limiti temporali per il rientro a casa nell’ambito di un territorio in cui era consentita la presenza; d) violazione dei canoni di valutazione probatoria in relazione agli elementi posti a base dell’affermazione di penale responsabilità; e) erronea applicazione della legge penale con riferimento all’applicazione della recidiva e al conseguente trattamento sanzionatorio.
1. Il primo motivo di ricorso, concernente il mancato rispetto del principio di correlazione tra accusa e sentenza, non merita accoglimento.
A fondamento del principio di correlazione tra l’imputazione contestata e la sentenza sta l’esigenza di assicurare all’imputato la piena possibilità di difendersi in rapporto a tutte le circostanze rilevanti del fatto che è oggetto dell’imputazione.
Per aversi mutamento del fatto occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l’ipotesi astratta prevista dalla legge, in modo che si configuri un’incertezza sull’oggetto dell’imputazione da cui scaturisca un reale pregiudizio dei diritti della difesa.
L’indagine volta ad accertare la violazione del principio suddetto non va esaurita nel pedissequo e mero confronto puramente letterale fra contestazione e sentenza perchè, vertendosi in materia di garanzie e di difesa, la violazione è del tutto insussistente, quando l’imputato, attraverso l’iter del processo, sia venuto a trovarsi nella condizione concreta di difendersi in ordine all’oggetto dell’imputazione (Sez. Un. 15 luglio 2010, n. 36551).
Il fatto, di cui agli artt. 521 e 522 c.p.p., va definito come l’accadimento di ordine naturale dalle cui connotazioni e circostanze soggettive ed oggettive, geografiche e temporali, poste in correlazione tra loro, vengono tratti gli elementi caratterizzanti la sua qualificazione giuridica. Per fatto deve, perciò, intendersi un dato empirico, fenomenico, un accadimento, un episodio della vita umana, cioè la fattispecie concreta e non la fattispecie astratta, lo schema legale nel quale collocare quell’episodio della vita umana (Sez. un. 22 ottobre 1996, De Francesco).
Alla luce di questi principi, nel caso di specie, il principio in parola non è violato, atteso che nessun elemento che compone l’accusa è sfuggito alla difesa dell’imputato, il quale, attraverso il rinvio al contenuto del decreto di sottoposizione alla misura della sorveglianza speciale di p.s. con obbligo di soggiorno e la descrizione della condotta di inosservanza a lui specificamente contestata, è stato posto in grado di esplicare con pienezza i diritti di difesa, atteso che nella contestazione, considerata nella sua interezza, erano contenuti gli stessi elementi del fatto costitutivo del reato ritenuto in sentenza.
2. Parimenti non fondati sono il secondo e il quarto motivo di ricorso.
Alla luce della nuova formulazione dell’art. 606 c.p.p., lett. e), novellato dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46, art. 8, il sindacato del giudice di legittimità sul discorso giustificativo del provvedimento impugnato deve essere volto a verificare che la motivazione della pronunzia: a) sia "effettiva" e non meramente apparente, ossia realmente idonea a rappresentare le ragioni che il giudicante ha posto a base della decisione adottata; b) non sia "manifestamente illogica", in quanto risulti sorretta, nei suoi punti essenziali, da argomentazioni non viziate da evidenti errori nell’applicazione delle regole della logica; c) non sia internamente contraddittoria, ovvero sia esente da insormontabili incongruenze tra le sue diverse parti o da inconciliabilità logiche tra le affermazioni in essa contenute;
d) non risulti logicamente "incompatibile" con "altri atti del processo" (indicati in termini specifici ed esaustivi dal ricorrente nei motivi posti a sostegno del ricorso per cassazione) in termini tali da risultarne vanificata o radicalmente inficiata sotto il profilo logico (Sez. 6, 15 marzo 2006, n. 10951). Non è, dunque, sufficiente che gli atti del processo invocati dal ricorrente siano semplicemente "contrastanti" con particolari accertamenti e valutazioni del giudicante o con la sua ricostruzione complessiva e finale dei fatti e delle responsabilità nè che siano astrattamente idonei a fornire una ricostruzione più persuasiva di quella fatta propria dal giudicante. Ogni giudizio, infatti, implica l’analisi di un complesso di elementi di segno non univoco e l’individuazione, nel loro ambito, di quei dati che – per essere obiettivamente più significativi, coerenti tra loro e convergenti verso un’unica spiegazione – sono in grado di superare obiezioni e dati di segno contrario, di fondare il convincimento del giudice e di consentirne la rappresentazione, in termini chiari e comprensibili, ad un pubblico composto da lettori razionali del provvedimento. E’, invece, necessario che gli atti del processo richiamati dal ricorrente per sostenere l’esistenza di un vizio della motivazione siano autonomamente dotati di una forza esplicativa o dimostrativa tale che la loro rappresentazione sia in grado di disarticolare l’intero ragionamento svolto dal giudicante e determini al suo interno radicali incompatibilità, così da vanificare o da rendere manifestamente incongrua o contraddittoria la motivazione (Sez. 6, 15 marzo 2006, n. 10951).
Il giudice di legittimità è, pertanto, chiamato a svolgere un controllo sulla persistenza o meno di una motivazione effettiva, non manifestamente illogica e internamente coerente, a seguito delle deduzioni del ricorrente concernenti "atti del processo". Tale controllo, per sua natura, è destinato a tradursi – anche a fronte di una pluralità di deduzioni connesse a diversi "atti del processo" e di una correlata pluralità di motivi di ricorso – in una valutazione, di carattere necessariamente unitario e globale, sulla reale "esistenza" della motivazione e sulla permanenza della "resistenza" logica del ragionamento del giudice. Al giudice di legittimità resta, infatti, preclusa, in sede di controllo sulla motivazione, la pura e semplice rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, preferiti a quelli adottati dal giudice di merito, perchè ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa. Queste operazioni trasformerebbero, infatti, la corte nell’ennesimo giudice del fatto e le impedirebbero di svolgere la peculiare funzione assegnatale dal legislatore di organo deputato a controllare che la motivazione dei provvedimenti adottati dai giudici di merito (a cui le parti non prestino autonomamente acquiescenza) rispetti sempre uno standard di intrinseca razionalità e di capacità di rappresentare e spiegare l’iter logico seguito dal giudice per giungere alla decisione.
Esaminata in quest’ottica la motivazione della sentenza impugnata si sottrae alle censure che le sono state mosse, perchè il provvedimento impugnato, con motivazione esente da evidenti incongruenze o da interne contraddizioni, ha, sulla base del contenuto della testimonianza dell’ufficiale di polizia giudiziaria che ebbe a procedere agli accertamenti e delle risultanze dei verbali di arresto, perquisizione, sequestro, ricostruito compiutamente la condotta posta in essere dall’imputato, idonea a integrare la violazione delle prescrizioni a lui imposte con il provvedimento di sottoposizione alla sorveglianza speciale di p.s. con obblighi e, quindi, a violare il precetto legislativo e l’interesse protetto dalla norma, il cui fondamento è da ravvisare nelle esigenze di difesa sociale.
3. Non fondato è anche il terzo motivo di ricorso.
Occorre premettere che la L. 27 dicembre 1956, n. 1423, art. 9, nel testo introdotto dal D.L. 8 giugno 1992, n. 306, convertito con modificazioni nella L. 7 agosto 1992, n. 356 sanzionava al comma 1 "il contravventore agli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale", mentre, al comma 2, prevedeva la sanzione della reclusione se l’inosservanza riguardava la sorveglianza speciale con obbligo o divieto di soggiorno (v. per un’interpretazione della normativa all’epoca vigente, Sez. 1, 12 marzo 1998 n. 5269, ric. Caruso).
La L. n. 1423 del 1956, art. 12, comma 1, configurava, inoltre, come contravvenzione la violazione, da parte della persona sottoposta all’obbligo del soggiorno, delle relative prescrizioni.
La D.L. 27 luglio 2005, n. 144, art. 14, comma 1, convertito con modificazioni nella L. 31 luglio 2005, n. 155 ha modificato soltanto la L. n. 1423 del 1956, art. 9, comma 2, ricomprendendo nella fattispecie delittuosa l’inosservanza degli "obblighi" e delle "prescrizioni" inerenti alla sorveglianza speciale con l’obbligo o il divieto di soggiorno. Parallelamente la citata L. n. 155 del 2005, art. 14, comma 2, ha abrogato l’art. 12, comma 1.
L’introduzione, nell’art. 9, comma 2, del riferimento espresso tanto agli "obblighi" quanto alle "prescrizioni inerenti alla sorveglianza speciale con l’obbligo o il divieto di soggiorno" e la contemporanea abrogazione dell’art. 12, comma 1, rende manifesta la ratto della nuova disposizione, rinvenibile nella volontà del legislatore di ricomprendere nell’unica figura delittuosa disciplinata dall’art. 9, comma 2, la violazione, oltre che degli obblighi, anche delle prescrizioni inerenti alla sorveglianza speciale con obbligo o divieto di soggiorno e di sottoporre ad un trattamento sanzionatorio più rigoroso ogni infrazione commessa da un soggetto nei confronti del quale, in ragione della sua concreta pericolosità, sia stata ravvisata l’esigenza di una misura di prevenzione più stringente rispetto alla mera sorveglianza speciale.
Ne consegue che, a seguito delle modifiche introdotte dalla L. n. 155 del 2005, la violazione di un qualunque obbligo inerente alla sorveglianza speciale con obbligo o divieto di soggiorno, anche diverso dal divieto di recarsi fuori del comune di soggiorno, integra l’ipotesi delittuosa prevista dalla L. n. 1423 del 1956, art. 9, comma 2 e successive modifiche e non già, come previsto in precedenza, quella contravvenzionale di cui al medesimo art. 9, comma 1 (Sez. 1, 21 dicembre 2005, n. 1485).
La sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione di questi principi, ravvisando nel comportamento di F., sottoposto alla sorveglianza speciale di p.s. con obbligo di soggiorno, gli estremi del delitto previsto dalla L. n. 1423 del 1956, art. 9, comma 2, e successive modifiche.
4. Non fondata, infine, è anche l’ultima censura.
Il giudice di merito ha fatto corretta applicazione dei principi costantemente enunciati dalla giurisprudenza di questa Corte, in quanto, con motivazione esente da vizi logici e giuridici, ha ritenuto di ravvisare, sulla base delle concrete modalità della condotta posta in essere, della reiterazione degli illeciti lesivi del medesimo bene giuridico, della personalità dell’imputato, indicativa di una spiccata propensione a delinquere e di una marcata insensibilità al rispetto al rispetto delle regole, la sussistenza dei presupposti formali e sostanziali della contestata recidiva ex art. 99 c.p., comma 4, e ha, di conseguenza, modulato il trattamento sanzionatorio nel rispetto di quanto statuito dall’art. 69 c.p., comma 4.

References: sentenza 
 art. 9
 sentenza 
 art. 9
 art. 9
 sentenza 
 sentenza 
 art. 8
 sentenza 
 art. 9
 art. 12
 art. 14
 art. 9
 art. 14
 art. 9
 art. 9
 sentenza 
 art. 9
 art. 99