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Timestamp: 2018-01-19 15:21:12+00:00

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E’ sanzionabile penalmente il comportamento del commercialista che divulga notizie dei clienti... ma il Fisco...?
E’ sanzionabile penalmente il comportamento del commercialista che divulga notizie dei clienti… ma il Fisco…?
Con sentenza n. 17674 del 24 aprile 2009 (ud. del 6 marzo 2009) della Corte Cass., Sez. II pen. è stato affermato che il professionista che, all’esito della determinazione del cliente di estinguere il rapporto professionale, minacci di comunicare alle Autorità preposte talune irregolarità (nella specie, in campo tributario) suscettibili di conseguenze sanzionatorie e successivamente trasmetta notizie riservate acquisite nell’ambito dell’attività svolta per conto del cliente agli uffici della Pubblica Amministrazione è punibile per i reati puniti dagli artt. 622 e 629 c.p.. Né rileva ai fini della consumazione dell’estorsione la circostanza che il cliente non si sia sentito intimidito dalla minaccia.
Con sentenza del 7/3/2005, la Corte di appello di Palermo confermava la sentenza pronunciata dal Tribunale di Trapani in data 22/01/2004 nella parte in cui aveva ritenuto G.A. responsabile dei delitti di rivelazione di segreto professionale e di tentata estorsione ai danni di S. S. e, per l’effetto riduceva la condanna alla pena di anni uno, mesi cinque di reclusione ed Euro 450,00 di multa oltre alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile.
Avverso la suddetta sentenza ha proposto ricorso per Cassazione il prevenuto adducendo i seguenti motivi:
1. Violazione dell’art. 622 c.p.: sostiene il ricorrente che è stata affermata la penale responsabilità senza verificare la sussistenza degli elementi costitutivi del reato. In particolare, avendo esso ricorrente denunciato notizie relative alla vidimazione dei registri degli acquisti solo in epoca successiva all’inizio della scritturazione, sarebbe evidente che la notizia non poteva essere coperta da alcun segreto tanto più che l’aveva appresa non dalla cliente ma in maniera del tutto accidentale rispetto all’incarico conferito;
2. Violazione dell’art. 629 c.p.: ad avviso del ricorrente non sarebbe configurabile, nell’azione compiuta (richiesta di mantenere il rapporto professionale), uno dei requisiti previsti dal delitto di estorsione ossia la minaccia anche considerando le condizioni oggettive della vittima ed il contesto nel quale la stessa operava: la S., infatti, era una donna decisa che “riteneva di non aveva alcunchè da tenere avendo sempre affidato le scritture contabili a professionisti“, tant’è che, nonostante la pretesa minaccia non esitò “a ritirare il proprio incartamento e ad affidarlo ad altro professionista, rifiutando peraltro il pagamento dei compensi fin lì maturati“.
Per la Corte, la doglianza è manifestamente infondata.
La ratio incriminatrice dell’art. 622 c.p. consiste nella tutela della libertà e della sicurezza del singolo, nel senso che il professionista che, in ragione del suo status, viene a conoscenza dei segreti del cliente, è tenuto ad assicurarne la riservatezza: Cass. 8635/1996 Rv. 205967.
La norma, quindi, punisce il professionista che divulghi, facendola diventare notoria, una notizia appresa in ragione della propria attività.
Nel caso di specie, dalla sentenza in atti (cfr pag. 2) si evince che il G. “aveva comunicato alla agenzia delle Entrate di Trapani e alla Guardia di Finanza le irregolarità delle scritture contabili, consistite in una tardiva variazione dati, avvenuta il 1 novembre 2000 ma denunciata il 13/2/2001 e, quindi, oltre i termini previsti dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 35. Tale violazione di carattere formale era stata punita con al sanzione amministrativa di Euro 134,16“.
Sulla base del suddetto accertamento di fatto, la decisione non si presta ad alcuna censura proprio perchè deve ritenersi che “il ricorrente apprese la notizia che poi denunciò, divulgandola, a causa ed in occasione della sua attività professionale (disamina delle scritture contabili). La suddetta notizia deve ritenersi segreta non solo perchè non era conoscibile dal quisque de populo ma solo dal professionista che, dotato di una specifica competenza, potesse avere accesso a quelle determinate scritture contabili, ma anche perchè il ricorrente, in questa sede, introduce diverse questioni di fatto (consistente nello stabilire se e in che termini quelle scritture contabili fossero consultabili da chiunque – le modalità con cui venne a conoscenza della suddetta irregolarità) che non risultano mai essere stata sottoposta ai giudici di merito, come dimostrato dalla circostanza che la Corte territoriale si occupa del solo problema di verificare se sussistesse o meno una giusta causa (cfr pag. 5 sentenza impugnata in cui vengono riassunti i motivi di gravame e pag. 13), questione non più riproposta nel presente ricorso”.
Inoltre, per la configurabilità del reato di estorsione, la minaccia, che può essere attuata con le modalità più disparate (diretta – indiretta – reale – figurata – scritta – orale ecc: Cass. 26/1/1999, Rv 212945), non richiede che avvenga mediante la prospettazione di un male tale da non lasciare al soggetto passivo alcuna libertà di scelta, “essendo sufficiente che nella vittima sorga il timore di un concreto pregiudizio ove non acconsenta alla richiesta dell’agente”.
Nel caso di specie, è accertato che il ricorrente, commercialista della S., una volta che questa decise di non avvalersi più della sua prestazione professionale, la minacciò, nel caso gli avesse revocato l’incarico, di rivelare alla Guardia di Finanza le irregolarità che aveva rilevato nei libri contabili. Né vale che la minaccia non abbia sortito effetti, “dovendo essere valutata in astratto e cioè come idoneità a far sorgere nella vittima il timore di un pregiudizio concreto (nella specie, ravvisabile nelle conseguenze fiscali derivanti dalla denuncia di irregolarità contabili) e, quindi, a coartare la sua libertà contrattuale e di autodeterminazione”.
Il cliente che decide di cambiare consulente va lasciato libero e non può essere minacciato con la eventuale trasmissione di dati ed elementi sensibili agli uffici finanziari.
E’ questo, in estrema sintesi, il pensiero espresso dalla Sezione penale della Corte di Cassazione.
E’ anche vero, però, che una volta comunque acquisiti questi dati da parte dell’ufficio fiscale, questo può utilizzarli e quindi pur se il consulente viene condannato in sede penale, per il contribuente si apre un contenzioso con il Fisco.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 35
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 Cass.