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Timestamp: 2018-02-25 11:57:52+00:00

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Vizi occulti della cosa venduta - Responsabilità del venditore e del costruttore | sentenza del giorno
Vizi occulti della cosa venduta - Responsabilità del venditore e del costruttore
Sentenza 28 aprile - 1 giugno 2010, n. 13432
(Presidente Varrone - Relatore Ambrosio)
1.1. Proposta da I. B. e da L. T., quali genitori esercenti la potestà, domanda di risarcimento danni nei confronti di S. T., titolare della ditta X, per i danni fisici subiti dal figlio D. in data omissis a seguito di una caduta da bicicletta, asseritamente conseguente a vizi occulti di fabbricazione del veicolo ad essi venduta dal convenuto ed estesa la domanda nei confronti della Y s.p.a., terza chiamata in causa dagli attori, per essere stata indicata dal T., all’atto della costituzione in giudizio, quale costruttore della bicicletta ai sensi e agli effetti dell’art. 4 d.P.R. 24-5-1988, n. 224, l’adito Tribunale di Catania - in esito all’istruttoria espletata - rigettava la domanda e compensava le spese del giudizio tra le parti, salvo quelle di c.t.u., poste a carico di parte attrice.
Il Tribunale riteneva che non fosse stata provato il nesso causale tra i vizi dedotti e le lesioni subite da D. B..
1.2. Proposto appello da parte di D. B. (divenuto nelle more maggiorenne), nonché da parte di I. B. e da L. T., la Corte di appello di Catania, con sentenza in data 25-9-2004, dichiarava il difetto di legittimazione di I. B. e di L. T. e rigettava la domanda di risarcimento danni di D. B., compensando interamente tra le parti le spese dei due gradi.
1.3. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione D. B., svolgendo due motivi.
1.4. Ha resistito la Y s.p.a. in concordato preventivo in liquidazione, depositando controricorso.
Nessuna attività difensiva è stata, invece, svolta da parte di S. T..
1.3. Con il motivo all’esame il ricorrente - pur formalmente denunciando l’errata applicazione dell’art. 1495 c.c. e richiamando principi, costantemente ribaditi da questa Corte, secondo cui il termine di decadenza per la denuncia dei vizi (da riferirsi, in ogni caso, alla semplice manifestazione dei vizi, e non già all’individuazione delle loro cause) decorre soltanto dal momento in cui il compratore abbia acquisito la certezza oggettiva, oltre che della loro effettiva esistenza, anche della loro consistenza (ex plurimis Cass. n. 9515/2005) - non pone nella sostanza un problema di (errata) interpretazione della norma, né tantomeno dimostra che i giudici di appello, per pervenire alle conclusioni esposte nella sentenza impugnata, hanno operato in contrasto con i principi richiamati. Piuttosto la stessa parte - apoditticamente collocando il mero «dubbio» sull’esistenza del vizio nel giorno antecedente all’invio del telegramma di denuncia e contestando, in termini peraltro di assoluta genericità, il diverso convincimento espresso dai giudici di appello - pone un problema di ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, che è attività propria dei giudici di merito.
Ma allora la questione che il motivo solleva risulta esterna ed estranea all’esatta interpretazione della norma di legge ed esula dai canoni di cui al n. 3 dell’art. 360 c.p.c.. D’altra parte - tenuto conto del principio secondo cui, allorquando la decadenza da un diritto consegue alla mancata osservanza dell’onere di compiere un determinato atto entro un certo termine, spetta a colui che intende esercitare il diritto fornire la prova d’aver compiuto tempestivamente l’atto medesimo - il ricorrente avrebbe dovuto allegare e dimostrare di avere individuato e provato, nel giudizio di merito, la diversa data di acquisita conoscenza del vizio all’esame, attaccando la decisione sotto il profilo del vizio della motivazione (nella specie neppure enunciato), all’uopo non rilevando l’assertiva denuncia del «travisamento del fatto» (peraltro evocante l’errore di fatto, denunciabile con il mezzo della revocazione ex art. 395 n. 4 c.p.c.) e non essendo neppure predicabile con il ricorso per cassazione la mera fungibilità della ricostruzione dei fatti.
2. La Corte di appello ha ritenuto che non potesse essere accolta neppure l’azione extracontrattuale, proposta dal danneggiato ai sensi del d.P.R. n. 224 del 1998: e ciò sia nei confronti dell’Y s.p.a., in considerazione del difetto di prova, di cui era onerata la parte attrice, in ordine alla contestata circostanza che la società avesse effettivamente prodotto la bicicletta di cui trattasi; sia nei confronti del T., sul presupposto che la responsabilità del venditore ai sensi dell’art. 4 del cit. d.P.R. avrebbe potuto configurarsi solo nel caso di omessa comunicazione da parte dello stesso venditore dell’identità e del domicilio del costruttore. Nel caso di specie - secondo la Corte di appello - «non essendovi stata alcuna precedente richiesta di comunicazione di identità e del domicilio del produttore ed essendo intervenuta tempestivamente l’indicazione, il T. non è soggetto a responsabilità, non gravando su di esso alcun obbligo» (pag. 10 della sentenza).
2.1. Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente impugna la decisione in parte qua, denunciando insufficiente e comunque contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 n. 5 c.p.c.), errata applicazione e comunque violazione dell’art. 2697 c.c. e dell’art. 4 commi 1 e 5 e dell’art. 13 d.P.R. n. 224 del 1988.
In particolare lamenta che la Corte territoriale - muovendo dal presupposto che gravasse sul danneggiato l’onere della prova della qualità di costruttore della Y s.p.a. e ritenendo inevaso tale onere - abbia escluso la responsabilità del fornitore T. ai sensi dell’art. 4 d.P.R. n. 224 del 1988 per il semplice fatto che lo stesso avesse provveduto a indicare il nominativo della stessa Y s.p.a., anche se poi non è risultato provato che si trattasse del costruttore del prodotto difettoso. In contrario senso osserva: che l’indicazione di un qualsiasi nominativo non può ritenersi sufficiente ad esonerare da responsabilità il fornitore, come si evince dallo stesso tenore dell’art. 4 cit.; che, inoltre, è irrilevante la circostanza della mancanza di una preventiva richiesta scritta del danneggiato per ottenere tale indicazione, anche perché, nello specifico, il T. era a conoscenza della pretesa risarcitoria ed avrebbe potuto provvedere all’indicazione del produttore in sede di accertamento tecnico preventivo; che, in ogni caso - una volta effettuata l’indicazione in giudizio - gravava sul fornitore e non sul cliente l’onere di fornire la relativa prova. Conclusivamente il ricorrente ritiene che, in mancanza di prova della qualità di costruttore, il venditore debba essere ritenuto responsabile in base all’art. 4 d.P.R. n.224, non rilevando a tali effetti la decadenza di cui all’art. 1495 c.c. in considerazione dell’applicabilità del diverso termine (di prescrizione) di tre anni di cui all’art. 13 del medesimo d.P.R..
2.1. Va premesso che le censure, formulate con il motivo all’esame (al pari, del resto, di quelle poste alla base del precedente) non attingono la posizione della Y, né pongono in discussione il rilievo, contenuto nell’impugnata sentenza, in ordine al difetto di prova circa la qualità di costruttore della suddetta società. Anzi le censure stesse - risultando esclusivamente finalizzate all’affermazione della responsabilità del fornitore, prevista dall’art. 4 d.P.R. n. 224 del 1988 per il caso di mancata individuazione del costruttore - implicitamente, ma inequivocamente confermano la sussistenza della carenza probatoria che è alla base della statuizione di rigetto della domanda risarcitoria nei confronti della società. Di conseguenza detta statuizione deve ritenersi ormai passata in giudicato.
In punto di diritto si rileva che la tutela prevista a favore del consumatore in materia di danno da prodotti difettosi dal d.P.R. n. 224/1988 - emanato in attuazione della direttiva CEE numero 85/374 ed oggi trasfusa nel Codice del consumo di cui al D.Lgs. 6-9-2005, n. 206 - configura in capo al produttore o all’importatore del prodotto nella Comunità europea, (relativamente ai danni di cui all’art. 11 dello stesso d.P.R.) una responsabilità di natura oggettiva, fondata non sulla colpa, ma sulla riconducibilità causale del danno alla presenza di un difetto nel prodotto (cfr. artt. 1, 6 e 7). In particolare il legislatore nazionale, dando attuazione alla direttiva comunitaria, ha inteso accordare una tutela più ampia al consumatore, superando i rigorosi limiti che in precedenza essa incontrava sia nell’ambito del rapporto con il venditore, in considerazione della contenuta azionabilità nel tempo dei diritti di garanzia riconosciuti dalla disciplina ordinaria della vendita, sia al di fuori del rapporto negoziale, in quanto ancorata agli oneri probatori imposti dalle regole in tema di responsabilità aquiliana ex art. 2043 c.c..
Questo l’ambito normativo di riferimento, entrambi i passaggi argomentativi in cui si articola la decisione impugnata - e, cioè, l’essere mancata una preventiva richiesta scritta da parte del danneggiato al fornitore perché indicasse i dati del produttore e l’essere poi avvenuta in giudizio la tempestiva comunicazione di tali dati da parte del fornitore - si rivelano inidonei a fondare la statuizione di rigetto nei confronti del fornitore.
Invero il primo argomento è smentito dal tenore dei commi 3 e 4, nonché dall’ultima parte del comma 5, da cui si evince, con chiarezza, che, nell’ipotesi in cui il produttore non sia individuato, da un lato, il fornitore è gravato da un onere di informazione dei relativi dati in suo possesso, da effettuarsi, comunque, in limine litis, in considerazione delle esigenze di tutela della parte debole e del generale principio di solidarietà sociale; dall’altro che il consumatore, ben può evocare direttamente in giudizio il fornitore, anche senza la preventiva richiesta di cui al comma 2, fermo restando che il comportamento negligente è suscettibile di sanzione nella regolazione delle spese, comportando - in caso di tempestiva comunicazione in giudizio dei dati del produttore e successiva estromissione del fornitore - il rimborso delle spese in favore di quest’ultimo, siccome inutilmente evocato in giudizio.
Anche l’altro argomento “speso” dalla Corte di appello confligge - prima ancora che, sul piano logico, con il contemporaneo rilievo della mancanza di prova in ordine all’individuazione del produttore nella società indicata dal fornitore - con il dato normativo, atteso che la prima parte del comma 5 dell’articolo all’esame, prevedendo la possibilità di estromissione del fornitore solo «se la persona indicata comparisce e non contesta l’indicazione», lascia inequivocamente intendere che la mera “indicazione” dei dati del produttore non è sufficiente a liberare il fornitore dalla responsabilità di cui al cit. art. 4, occorrendo, invece, la sua effettiva “individuazione”.
L’errore in cui è incorsa la Corte di appello consiste, dunque, nell’avere assegnato alla mera comunicazione dei dati di un soggetto, indicato come produttore, funzione di esonero dalla responsabilità del fornitore, ancorché non risultasse accertato che il soggetto indicato fosse effettivamente il produttore (id est, non fosse stato individuato il produttore), dimenticando che è la mancata individuazione del produttore che determina l’assoggettamento del fornitore alla responsabilità di cui all’art. 4 cit., come del resto ben si coglie dall’incipit della norma («quando il produttore non sia individuato ...»).
2.3. In definitiva ritiene il Collegio che l’unica interpretazione logicamente possibile e coerente con l’indicata ratio legis (chiaramente volta ad assicurare una maggiore tutela del danneggiato) è quella che assegna al dato obiettivo dell’(effettiva) “individuazione” del produttore il carattere di condizione di esonero del fornitore dalla speciale responsabilità di cui all’art. 4 d.P.R. n. 224/1988, come appare chiaro dal complessivo tenore della norma e, segnatamente, dalla prima parte del comma 5, laddove subordina l’estromissione del fornitore, che abbia provveduto alla tempestiva “indicazione” in giudizio, alla “non contestazione” dell’indicazione stessa da parte del produttore. In tale contesto la “preventiva richiesta” di cui ai commi 1 e 2 dello stesso art. 4 - in quanto intesa a provocare preventivamente l’“individuazione” del produttore, in considerazione della disponibilità dei relativi dati da parte del fornitore - costituisce un onere di diligenza, imposto al danneggiato in funzione di evidenti esigenze di economia processuale, con la conseguenza che la relativa mancanza non preclude l’azionabilità della tutela spettante al danneggiato ex art. 4 cit. nei confronti del fornitore «quando il produttore non sia individuato», risultando (esclusivamente) sanzionata dal pagamento delle spese processuali in favore del fornitore, ove lo stesso fornitore risulti inutilmente evocato in giudizio.
2.4. In tema di riparto dell’onere della prova ciò significa che - mentre nell’ambito del rapporto produttore/consumatore, grava su quest’ultimo l’onere di dimostrare la qualità del costruttore del prodotto, trattandosi di un fatto costitutivo della domanda risarcitoria verso costui - nel rapporto fornitore/consumatore spetta al primo l’onere di dimostrare la qualità del soggetto indicato come produttore, alla stregua dei fatti impeditivi della domanda, dovendosi ritenere che tale fatto costituisca condizione di esonero dello stesso fornitore dalla speciale responsabilità di cui al cit. art. 4 cit. e rispondendo la suddetta ripartizione dell’onere probatorio - attesa la piena disponibilità e prossimità delle relative circostanze in capo allo stesso fornitore - alla finalità di non rendere troppo difficile la tutela del consumatore.
Invero - posto che la disciplina della responsabilità da prodotti difettosi di cui al d.P.R. n. 224 del 1988 viene ad affiancarsi e non a sostituirsi, ai rimedi previsti dall’ordinamento in favore di colui che patisca un danno ingiusto (cfr. Cass. n. 8981 del 2005) - la relativa azione nei confronti del fornitore risulta assoggettata ai limiti temporali di cui agli artt. 13 e 14 dello stesso d.P.R. e non è condizionata dai limiti di azionabilità dei diritti di garanzia scaturenti dalla vendita, che sono riferiti alla pretesa contrattuale, risultando ben distinto l’inadempimento delle obbligazioni nascenti dal contratto dal generale divieto del neminem laedere, al quale anche il fornitore è tenuto secondo un generale principio di solidarietà sociale, e che implica, tra l’altro, la responsabilità dello stesso per i danni da prodotti difettosi ex art. 4 cit. «quando il produttore non sia individuato».
Vanno, invece, regolate in questa sede le spese del giudizio di cassazione tra lo stesso B. e la controricorrente Y s.p.a. in concordato preventivo in liquidazione, in quanto il giudizio dovrà proseguire solo nei confronti del T.. Tali spese - considerato che, come si è sopra evidenziato, i motivi di ricorso risultano indirizzati esclusivamente nei confronti del diretto venditore - vanno integralmente compensate tra le stesse parti.
Settimana 6358
Mese 22116
Totale 1763974

References: sentenza 

Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 395
 art. 2043
 art. 4
 art. 4
 art. 4
 art. 4
 Cass. 
 art. 4