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News Varie - Pagina 96 - GrNet.it
Messaggio da panorama » mar ago 11, 2015 5:16 pm
BONUS SOCIALE PER L'ENERGIA E IL GAS: SOLO FRA IL 40 E IL 53% DELLE FAMIGLIE AVENTI DIRITTO NE USUFRUISCE
CTCU: È NECESSARIO CONTRASTARE LA "POVERTÀ ENERGETICA"
Nel 2014, soltanto il 40% degli aventi diritto ha usufruito del cd. bonus sociale energia.
Un po meglio per il bonus gas, del quale usufruiscono ca. il 53% degli aventi diritto.
Questi i risultati di una recente indagine del Centro Tutela Consumatori Utenti (CTCU).
Il CTCU ricorda che i bonus sono misure rivolte soprattutto a famiglie numerose, nonché alle famiglie in condizione di disagio economico. Le famiglie devono inoltre
- essere titolari di un regolare contratto di fornitura di energia/gas
- non superare il valore ISEE di 7.500 € (rispettivamente di 20.000 € con 3 figli a carico).
- da 71 a 153 € per il bonus energia:
- da 173 a 623 € per il bonus energia (malati con apparecchiature elettro-medicinali);
- da 33 a 297 € per il bonus gas (zone climatiche E ed F in Alto Adige).
Per maggiori informazioni ci si può rivolgere allo Sportello del Consumatore dell'AEEGSI, numero verde 800 166 654, oppure sui seguenti siti web: http://www.autorita.energia.it" onclick="window.open(this.href);return false;, http://www.acquirenteunico.it" onclick="window.open(this.href);return false;, http://www.bonusenergia.anci.it" onclick="window.open(this.href);return false;.
"RISPARMIO CASA": MODELLO INTERESSANTE IN PARTICOLARE PER IL CETO MEDIO
VANNO ABOLITI I LIMITI DI ACCESSO RELATIVI ALL'ETÀ
In tempi di incertezze sui mercati finanziari, l'acquisto di una casa o di un appartamento di proprietà può rivelarsi un buon investimento nonché un sostegno per la previdenza.
La via per costruire o comprare le proprie “quattro mura” è spesso difficoltosa e, per molti, collegata anche a rinunce.
Un aiuto dovrebbe arrivare dal nuovo modello “risparmio casa”, implementato di recente dalla Provincia.
Questo modello collega la pensione integrativa al “risparmio casa”, consentendo agli iscritti a fondi pensione complementari l'accesso a mutui agevolati per la costruzione, l'acquisto e la ristrutturazione della prima casa.
Per coloro che percepiscono redditi bassi l'opzione risulta invece meno interessante.
Il CTCU considera positiva la fissazione del tasso all'1,5%.
Il modello potrebbe essere interessante anche per i giovani.
Nota negativa: i limiti di età imposti per l'accesso al modello.
Il limite dei 55 anni appare infatti poco comprensibile.
Siccome il modello prevede fra gli scopi di utilizzo del mutuo anche il risanamento della prima casa, la fascia degli over 55 sarebbe una dei quelle maggiormente interessate da questa eventualità.
Ha quindi poco senso porre questo genere di limitazioni; a tal fine urgono correzioni.
Messaggio da panorama » mer ago 26, 2015 6:24 pm
STOP ANATOCISMO
Anatocismo, Movimento Consumatori: condanna di Intesa Sanpaolo riguarda 10 milioni di clienti
Stop anatocismo anche per Intesa Sanpaolo e Banca Regionale Europea gruppo UBI).
Altre due condanne confermano le precedenti sentenze contro questa pratica: le ordinanze emesse dai Tribunali di Milano e Cuneo, l’8 e il 10 agosto, in esito alle azioni inibitorie collettive avviate dal Movimento Consumatori nei confronti delle due banche che non potranno applicare interessi sugli interessi scaduti per tutti i c/c dei consumatori. Solo la condanna di Intesa Sanpaolo riguarda oltre 10 milioni di clienti.
E comporta la fine dell’anatocismo per circa il 15% degli italiani (la quota di mercato della banca).
Considerando l’intera clientela, ed anche le piccole e medie imprese nei cui confronti non si applica il provvedimento, si può stimare che dal 2014 la banca abbia incassato illegittimamente circa 300 milioni di euro di interessi sugli interessi all’anno.
“Finalmente il Comitato Interministeriale del Credito e del Risparmio (CICR) – afferma l’avv. Paolo Fiorio, coordinatore dell’Osservatorio Credito e Risparmio e legale dell’associazione – ha pubblicato la bozza della delibera di attuazione dell’art. 120 t.u.b. che conferma il divieto di anatocismo e l’interpretazione della norma seguita dai Tribunali di Milano, Biella e Cuneo nelle azioni promosse dal Movimento Consumatori.
Anche se la delibera definitiva non potrà essere approvata se non dopo quasi due anni dal divieto, ora tutte le banche non hanno più scuse e devono immediatamente cessare l’applicazione di interessi anatocistici e restituire tutto quanto illegittimamente incassato a partire dal 1° gennaio 2014, da noi stimato in 2 miliardi di euro all’anno”.
“Le decisioni dei Tribunali e la conferma del divieto di anatocismo da parte del CICR- dice Alessandro Mostaccio, Segretario Generale dell’associazione, segnano una grande vittoria della campagna STOP ANATOCISMO che comporterà una riduzione del costo del credito; la battaglia non è però finita in quanto ora tutte le banche devono restituire tutti gli interessi illegittimamente applicati. Il Movimento Consumatori invita nuovamente Banca d’Italia, alla quale da mesi ha presentato un esposto, a farsi parte attiva per ordinare a tutte le banche italiane di restituire gli interessi anatocistici illegittimamente applicati”.
Per informazioni: sosbanche@movimentoconsumatori.it
Messaggio da panorama » mar set 08, 2015 7:34 pm
Tutto Pellet, il 14 settembre l’udienza del processo per truffa
Prosegue il processo sul caso “Tutto Pellet”, il negozio di Torino il cui titolare ha truffato per oltre 550mila euro ben 824 consumatori non consegnando la merce che avevano pagato al momento dell’ordine.
Il 14 settembre ci sarà l’udienza preliminare davanti al Giudice Trevisan di Torino e l’Unione Nazionale Consumatori si costituirà parte civile per difendere le vittime della truffa.
Nei confronti del giovane cosentino Fabio Ballerino, titolare del negozio Tutto Pellet di Torino, è stato avviato un procedimento penale per aver truffato 824 consumatori italiani, distraendo, occultando e dissipando quanto meno la somma di 550.000 euro costituita dal versamento da parte dei clienti per l’acquisto di pellet che questi non ha mai consegnato.
Potranno costituirsi parte civile alla prossima udienza del 14 settembre -fissata per la discussione del rito abbreviato richiesto dall’imputato- anche tutti i singoli consumatori che sono stati danneggiati dalle condotte del giovane imputato calabrese e che hanno già sporto una querela.
Tutti gli interessati che hanno subito un danno dalle predette condotte potranno nominare come procuratore l’Avv. Caterina Biafora, che provvederà alla redazione dell’atto di costituzione di parte civile per ogni singolo danneggiato al quale bisognerà allegare i documenti che giustificano la pretesa risarcitoria.
Messaggio da panorama » ven set 11, 2015 8:13 pm
Processo MPS, un mese per costituirsi parte civile
Chi vuole partecipare alla battaglia legale intrapresa da Confconsumatori contro le più alte sfere di Banca Monte dei Paschi di Siena, responsabili di gravi fatti ai danni dei risparmiatori (tra cui false comunicazioni sociali e manipolazione del mercato), deve mandare tutta la documentazione necessaria entro il 2 ottobre.
Nella primavera 2014 il Tribunale di Siena si è dichiarato incompetente territorialmente ed ha trasmesso gli atti alla Procura della Repubblica di Milano.
Ora gli azionisti MPS possono costituirsi parte civile nel procedimento lombardo.
L’udienza innanzi il Giudice per le Indagini Preliminari è fissata per il 12 ottobre 2015 e per ottenere il risarcimento dei danni subiti è possibile rivolgersi alle sedi territoriali di Confconsumatori o scrivere all’indirizzo dedicato mps@confconsumatori.it per ottenere informazioni sui servizi messi a disposizione dai legali, sulla documentazione necessaria e sui relativi costi.
Confconsumatori è già stata riconosciuta parte civile nel processo iniziato a Siena poi trasmesso per competenza a Milano: “Dopo il rinvio della sede processuale per competenza da Siena a Milano – commenta Mara Colla presidente di Confconsumatori – siamo pronti a mettere a disposizione le nostre competenze, maturate in oltre 10 anni di battaglie a tutela dei “risparmiatori traditi”.
Anche in questa occasione saremo al loro fianco fornendo la possibilità di costituirsi parte civile per ottenere il risarcimento dei danni patiti”.
Messaggio da panorama » mer set 16, 2015 8:57 pm
Tutto Pellet, condanne pesanti per l’autore della truffa: vittoria dei consumatori
Truffa e bancarotta fraudolenta:
sono questi i pesanti reati riconosciuti a carico di Fabio Ballerino, autore del caso “Tutto Pellet”, nel quale sono state truffate 825 persone in tutto il Piemonte.
Il giovane calabrese è stato condannato a 6 anni e 7 mesi di reclusione, oltre che al risarcimento dei danni, compreso quello morale.
Si conclude così la fase penale del processo presso il PalaGiustizia di Torino.
“Esprimo vivo apprezzamento per la sentenza emessa dal Dottor Trevisan, il magistrato incaricato delle indagini preliminari.
Nonostante la difesa di Fabio Ballerino abbia chiesto il rito abbreviato, il giudice è stato durissimo” dichiara l’Avvocato Patrizia Polliotto, Presidente del Comitato Regionale del Piemonte dell’Unione Nazionale Consumatori.
“Il danno complessivo – prosegue Patrizia Polliotto – è pari a euro 550.000.
Sono state ammesse tutte le parti civili, di cui 11 su 20 rappresentate da UNC.
Mi complimento vivamente con l’Avvocato Caterina Biafora, penalista di UNC, per avere ottenuto il riconoscimento della responsabilità dell’imputato a risarcire a pieno titolo tutte le parti civili costituite da UNC.
Il Giudice ha condannato l’imputato al versamento di una provvisionale immediatamente esecutiva, oltre a confermare il sequestro cautelativo di un immobile e di una somma pari a 28mila euro di proprietà di Ballerino, beni entrambi messi a disposizione del curatore fallimentare.
Infine – conclude l’Avvocato Polliotto – grazie a quanto sostenuto in atto dall’Avvocato Biafora, il Giudice ha riconosciuto anche il danno morale, da quantificarsi in sede civile, e dalla stessa Biafora indicato per equità di giustizia in misura pari al valore della metà del danno patrimoniale, riconoscendo altresì a UNC l’importo di euro 1.500 quale danno patrimoniale patito dall’Associazione”.
Messaggio da panorama » mer ott 21, 2015 8:15 am
Continuano le pronunce a favore dei risparmiatori che, dopo aver investito i loro soldi nei “sicuri” buoni fruttiferi postali, si sono ritrovati 30 anni dopo con rendimenti dimezzati per colpa di un decreto del Governo.
La storia è ormai nota e riguarda alcuni buoni emessi tra il 1974 e il 1986.
Codici fa sapere che un Giudice di Pace di Savona ha dato ragione a 20 risparmiatori accogliendone i ricorsi e obiettando che la legge era sbagliata: la modifica delle condizioni di rendimento dei buoni, è comparsa in G. U. ma non è mai stata comunicata nominativamente agli interessati, né sono state fornite tabelle aggiornate.
Codici ricorda che le serie “incriminate” dei buoni fruttiferi sono M, N, O emessi dal 1974 al 1986, con l’importo scritto in lire e sul retro l’indicazione della rivalutazione trentennale.
Nel 1986 un decreto del Governo ne ha dimezzato i rendimenti, senza comunicarlo agli investitori che si sono accorti del fatto solo al momento dell’incasso.
Le Poste dicono di essere state corrette, avendo applicato la legge. Ma il Giudice ha obiettato che fosse la legge ad essere sbagliata: difatti la modifica delle condizioni, è comparsa in Gazzetta Ufficiale, ma non è mai stata comunicata nominativamente agli interessati, né sono state fornite tabelle aggiornate.
“La variazione avrebbe dovuto essere comunicata ‘ad personam’ – spiega l’Avvocato Carmine Laurenzano di Codici – Questo è il principio per cui ci stiamo battendo da tanto tempo, non sono mai state messe a disposizione degli utenti le tabelle integrative che riportavano la variazione dei tassi di interesse, che li avrebbero messi in condizione con consapevolezza di accettare la variazione o di recedere dal contratto.
La normativa presenta forti anomalie e principi di incostituzionalità – conclude Laurenzano – al momento sono al vaglio di numerosi giudici e tribunali su tutto il territorio Nazionale.”
Chi è in possesso di BFP appartenenti a queste serie “anomale” può contattare l’Associazione all’indirizzo mail: segreteria.sportello@codici.org.
Messaggio da panorama » ven feb 19, 2016 8:05 pm
Stop anatocismo, MC: Tribunale di Roma conferma divieto per BNL.
Una nuova condanna si aggiunge alla battaglia Stop Anatocismo del Movimento Consumatori: il Tribunale di Roma conferma integralmente l’inibitoria di ogni forma di capitalizzazione degli interessi passivi e ogni pratica anatocistica in tutti i contratti di conto corrente dei clienti BNL.
Importante pronuncia, in linea con le precedenti dei tribunali di Milano, Biella e Cuneo, conferma che il divieto di anatocismo è in vigore in Italia dal 1° gennaio 2014 anche in assenza della delibera di attuazione del CICR.
“Questa sentenza – dice Paolo Fiorio, coordinatore dell’Osservatorio Credito e Risparmio di MC – in linea con i precedenti dei tribunali di Milano, Biella e Cuneo conferma che il divieto di anatocismo è in vigore in Italia dal 1° gennaio 2014 anche in assenza della delibera di attuazione del CICR. Si tratta di una decisione importante, perché la conferma viene dal tribunale di Roma in composizione collegiale”.
“Nonostante siano oramai trascorsi quasi quattro mesi dalla chiusura del procedimento di consultazione per l’approvazione della delibera di attuazione del CICR e quasi un anno dalle prime condanne ottenute dalla nostra associazione – afferma Alessandro Mostaccio, segretario generale MC – siamo ancora in attesa che Governo e Banca d’Italia adottino i provvedimenti previsti dal testo unico bancario. Movimento Consumatori chiede che le norme di attuazione siano emanate senza ulteriori indugi, considerati gli inaccettabili e ingiustificabili, nonché dannosi ritardi accumulati”.
Messaggio da panorama » mer mar 02, 2016 9:01 am
Truffa Tutto Pellet, UNC: vittime possono insinuarsi al fallimento
Le vittime della truffa Tutto Pellet possono ancora insinuarsi al fallimento. Il Comitato regionale del Piemonte dell’Unione Nazionale Consumatori si è costituito parte civile nel processo per la truffa e al luglio è stata stabilita la scadenza per insinuarsi nel fallimento.
“Dopo la costituzione di parte civile del Comitato Regionale del Piemonte dell’Unione Nazionale Consumatori, la condanna per truffa in primo grado di Fabio Ballerino ed il risarcimento del danno sia materiale che morale agli stessi truffati, l’Unione Nazionale Consumatori – si legge in una nota – ricorda alle vittime che non hanno ancora adito le vie legali che è possibile presentare istanza per insinuazione tardiva nel fallimento ai sensi e per gli effetti dell’art. 101 della Legge Fallimentare. n. 169/2007.
Chi è stato coinvolto nella vicenda può, quindi, contattare l’Unione Nazionale Consumatori di Torino, Via Roma n. 366, oppure telefonare allo 011.5611800 e allo 0121.376264 o inviare una e-mail a uncpiemonte@gmail.com”.
Messaggio da panorama » mer giu 22, 2016 7:30 pm
Falso olio extravergine, Antitrust condanna Lidl
L’olio Primadonna venduto da Lidl come extravergine in realtà non lo era, come aveva già scoperto il Test-Salvagente nelle sue analisi condotte a giugno 2015, declassando 7 marchi di olio tra cui quello venduto da Lidl.
E oggi lo conferma l’Antitrust con la sua maxi sanzione da 550mila euro inflitta a Lidl per pratica commerciale scorretta.
L’olio Primadonna venduto come extravergine in realtà – a seguito delle analisi organolettiche ordinate dalla Procura di Torino dopo le analisi del Test-Salvagente condotte dal laboratorio chimico dell’Agenzia delle Dogane che aveva declassato 7 marchi di olio tra cui quello venduto da Lidl – “non corrisponde alla categoria “olio extravergine di oliva” dichiarata in etichetta trattandosi, invece, di olio vergine di oliva”.
Una pratica che falsa “in misura apprezzabile il comportamento economico del consumatore in realazione al prodotto pubblicizzato dal professionista” con volantini cartacei e sul web.
Una multa elevata che apre scenari nuovi nella tutela del consumatore, anche perché, a supporto della decisione presa, il Garante ribadisce la validità del panel test disciplinato dai regolamenti comunitari e tante volte messo in discussione dalle aziende: “L’esito dellaprova organolettica (la prova di assaggio, ndr) è sufficiente per dichiarare l’olio non conforme alla categoria dichiarata” extravergine, nel caso in questione.
Tutto nasce dall’inchiesta del Test-Salvagente del giugno scorso: su 20 campioni di olio extravergine fatti analizzare dal laboratorio chimico di Roma dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, ben 9 marchi alla prova organolettica sono statideclassati a semplici vergini, tra i quali Primadonna Lidl.
Non un danno alla salute dei consumatori ma alle loro tasche sì visto che hanno pagato un prezzo più alto per un prodotto con caretteristiche organolettiche inferiori di quanto promesso in etichetta.
L’associazione Konsumer presieduta da Fabrizio Premuti presenta esposti all’Antitrust per pratica commerciale scorretta contro le aziende risultate “bocciate” dal nostro test: “La sentenza dell’Antitrust conferma i nostri dubbi e le evidenze emerse dalle analisi del Test-Salvagente. È il primo pronunciamento siamo in attesa di conoscere anche gli esiti deglialtri esposti. Con questa condanna l’Antitrust apre uno scenario inendito nella tutela del consumatore”.
Dopo l’inchiesta della rivista, il procuratore di Torino Raffaele Guariniello aprì un fascicolo, affidando al Nas il campionamento e ripetendo le analisi chimiche e organolettiche sui prodotti da noi analizzati.
A novembre scorso finiscono sul registro degli indagati i responsabili di sette marchi: Carapelli, Bertolli, Sasso, Coricelli, Santa Sabina, Prima Donna e Antica Badia.
L’8 giugno scorso intanto è arrivata la prima sentenza dell’Antitrust.
Nel provvedimento contro Lidl l’Autorità garante della concorrenza e del mercato scrive: “L’indicazione dell’appartenenza dell’olio alla categoria extravergine quando, in realtà, lo stesso presenta le caratteristiche di un olio vergine, risulta contraria alla diligenza professionale ed idonea a falsare il comportamento economico del consumatore medio che essa raggiunge e costituisce, pertanto una pratica ingannevole”.
Nel quantificare la multa l’Antitrust, vista la “gravità della violazione“, ha tenuto conto del fatturato dell’azienda (3 miliardi di euro circa) sia della “diffusione della pratica” avvenuta anche per mezzo di volantini cartacei e in un caso sul web. “La pratica commerciale – ha sentenziato l’Authority – è stata posta in essere dal 16 giugno 2015 ed è ancora in corso“.
Contro la decisione l’azienda potrebbe fare ricorso al Tar del Lazio.
Messaggio da panorama » ven lug 01, 2016 7:54 pm
Altroconsumo vs San Paolo, class action vinta: le commissione sui conti in rosso vanno restituite
Intesa San Paolo dovrà restituire ai sui correntisti le commissioni bancarie che aveva indebitamente applicato ai conti in rosso.
Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Torino ha confermato le ragioni della class action di Altroconsumo.
Nel periodo compreso tra il 2009 e il 2012 alcuni correntisti si sono visti addebitare sino a 1.200 euro di commissioni illegali.
Nonostante le commissioni di massimo scoperto fossero state abolite per legge nel 2009, i correntisti di Intesa Sanpaolo andati in rosso sul conto corrente, anche solo per qualche giorno o qualche settimana, tornando a fine mese in attivo (grazie all’accredito dello stipendio, per esempio) hanno dovuto pagare, oltre agli interessi passivi, anche una commissione chiamata “CSC commissione di scoperto di conto”.
Commissione illecita perché introdotta dalla banca in sostituzione delle commissioni di massimo scoperto abolite.
A gennaio 2013 Altroconsumo quindi ha promosso un’azione collettiva risarcitoria contro Intesa Sanpaolo chiedendo che i soldi venissero restituiti. “La portata della class action è forte e simbolica per tutti, ma le conseguenze dirette concrete saranno valide solo per alcuni, non per tutti”, commentano da Altroconsumo.
Sono infatti 104 i correntisti che pur avendo aderito all’azione collettiva sono stati esclusi dal risarcimento per il mancato rispetto di un cavillo burocratico esclusivamente legato alle formalità del loro atto di adesione, formalità peraltro richieste dal Giudice solo in questa occasione e non espressamente indicate dalla legge.
Un fatto che dimostra come l’istituto della class action in Italia debba essere interpretato dai Giudici in maniera più efficace e snella.
Messaggio da panorama » mar lug 19, 2016 7:52 pm
Pacchetti turistici, se qualcosa non va ora il rimborso si chiede al tour operator
Il conto alla rovescia per le vacanze estive è ormai alle porte.
Quest’anno però, chi ha scelto di lasciarsi organizzare le ferie da un’agenzia di viaggi o da un tour operator deve tenere presenti alcune novità, specie nel caso in cui la vacanza non fili liscia come sperato.
In caso di insolvenza o fallimento da parte dell’organizzatore del viaggio infatti bisogna far una distinzione in base al periodo in cui si è fatto l’acquisto.
La data spartiacque è quella del 1°luglio che coincide con la chiusura del Fondo nazionale di garanzia per il consumatore del pacchetto turistico.
Per coloro che hanno acquistato il viaggio prima di questa data, nessun problema: in caso di disservizi vale ancora la copertura da parte del Fondo.
Se però ci si è mossi tardi e il pacchetto è stato preso dopo il primo luglio, in caso di criticità dovute al tour operator, il rimborso sarà erogato dalla polizza dell’agenzia di viaggio.
Infatti, in attesa del recepimento della Direttiva europea 2015/2302 prevista per il 1° gennaio 2018, sono appena entrate in vigore due importanti norme per i consumatori: l’abrogazione del Fondo e l’obbligo per i tour operator di sottoscrivere una polizza assicurativa che intervenga in caso di insolvenza o fallimento.
Che cosa deve prevedere la polizza assicurativa?
Essa deve garantire il rimborso al consumatore in caso di insolvenza/fallimento dell’agenzia del prezzo del pacchetto turistico e l’eventuale rimpatrio del turista.
Di conseguenza, i turisti-consumatori potranno richiedere il rimborso al tour operator.
Tuttavia, l’obbligo di accensione delle polizze potrebbe comportare un maggior esborso per le agenzie di viaggio che potrebbero rivalersi sui consumatori.
Messaggio da panorama » gio gen 12, 2017 9:46 am
Notizia dell’11.01.2017
Rc Auto: bocciata clausola vessatoria nei contratti Allianz, A.N.E.I.S soddisfatta
L’automobilista, ha il diritto di avvalersi dell’assistenza di un professionista in caso di incidente e di risarcimenti. L’Antitrust, comunica A.N.E.I.S – Associazione Nazionale Esperti Infortunistica Stradale, si è pronunciata su questo punto, dichiarando la completa illiceità della clausola denominata “Accordo per la risoluzione delle controversie mediante ricorso alla procedura di conciliazione paritetica”, che obbligava l’assicurato ad “…impegnarsi a non affidare la gestione del danno a soggetti terzi che operino professionalmente nel campo del patrocinio”.
Lo si legge nel Bollettino 46 del 27 dicembre 2016, dove è riportato il provvedimento nei confronti di Allianz Spa, l’Authority ha ritenuto vessatoria una clausola contrattuale opzionale prevista nei contratti RC Auto della Compagnia e ne ha imposto la cancellazione.
Si legge, infatti, testualmente a pag. 93 del citato Bollettino che “…la clausola in esame appare vessatoria ai sensi dell’art. 33 comma 1 e comma 2 lettera f e lettera t del Codice del Consumo..”.
A.N.E.I.S. spiega che nel Marzo 2016 l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato aveva avviato un’indagine conoscitiva nei confronti di Allianz Spa, per “pubblicità ingannevole e comparativa, pratiche commerciali scorrette, violazione dei diritti dei consumatori nei contratti, violazione del divieto di discriminazione e clausole vessatorie.”.
Viva soddisfazione è stata espressa da Giovanni Polato, Presidente di A.N.E.I.S., che ha ricordato:
“l’Associazione si batte da oltre due anni con azioni di forte contrasto per impedire l’applicazione di alcune clausole furbescamente ed illegittimamente inserite da alcune compagnie di assicurazione nei contratti di R.C. Auto, ed in particolare della clausola in questione, che vorrebbe impedire all’assicurato-consumatore di avvalersi dell’assistenza e patrocinio di un professionista, sia esso avvocato o patrocinatore stragiudiziale, per la gestione del sinistro”.
“Alla luce della decisione della competente Authority”, ha aggiunto Polato, “invito tutti i soci a proporre immediato reclamo all’IVASS ed all’Antitrust qualora le singole imprese di assicurazione non dovessero adeguarsi alla pronuncia dell’Antitrust”.
Messaggio da panorama » sab feb 25, 2017 5:36 pm
Addio buste paga false: arriva la legge
All'esame della commissione lavoro della Camera la proposta di legge sulle modalità di pagamento delle retribuzioni ai lavoratori
Stipendi versati solo in banca o in posta e la firma sulla busta paga non costituirà prova dell'avvenuto pagamento. Sono queste le principali novità introdotte dal disegno di legge (c1041) recante "disposizioni in materia di modalità di pagamento delle retribuzioni ai lavoratori" che questa settimana è all'esame della commissione lavoro della Camera in sede referente.
Ratio del provvedimento, che vede come prima firmataria la dem Titti Di Salvo e relatrice Valentina Paris (Pd), è quella di offrire una soluzione ad un problema che colpisce moltissimi lavoratori italiani. "È infatti noto – si legge nella relazione al testo - che alcuni datori di lavoro, sotto il ricatto del licenziamento o della non assunzione, corrispondono ai lavoratori una retribuzione inferiore ai minimi fissati dalla contrattazione collettiva, pur facendo firmare al lavoratore, molto spesso, una busta paga dalla quale risulta una retribuzione regolare". Una prassi deprecabile, continuano i firmatari, che "rappresenta un grave danno per i lavoratori i quali vengono non solo depauperati di parte del lavoro prestato, ma sono lesi nella loro dignità e nel diritto a una giusta retribuzione, in violazione degli articoli 1, 35 e, soprattutto, 36 della Costituzione – mentre - al contrario, la corresponsione di una retribuzione inferiore si risolve in un vantaggio illecito per il datore di lavoro".
Da qui, la proposta di introdurre un meccanismo antielusivo che consiste nel rendere obbligatorio il pagamento degli stipendi attraverso gli istituti bancari o gli uffici postali, con pesanti sanzioni, che possono arrivare fino a 50mila euro, per chi non rispetta gli obblighi previsti (fatte salve le esclusioni dei datori di lavoro che non hanno partita Iva, come ad esempio nei rapporti di lavoro domestico).
I PUNTI CHIAVE DEL DDL
Stipendi solo in banca o in posta, scelta al lavoratore.
Il provvedimento che si compone di 5 articoli introduce un semplice meccanismo che consiste nel rendere obbligatorio il pagamento delle retribuzioni ai lavoratori (nonché ogni anticipo), attraverso gli istituti bancari o gli uffici postali.
La scelta del sistema di pagamento è rimessa direttamente al lavoratore, il quale potrà optare per l'accredito diretto sul proprio conto corrente, per l'emissione di un assegno (consegnato direttamente al lavoratore o in caso di comprovato impedimento a un suo delegato) oppure per il pagamento in contanti presso lo sportello bancario o postale.
Viene vietato in sostanza ai datori di lavoro il pagamento della retribuzione a mezzo di assegni o contante qualunque sia la tipologia del rapporto di lavoro instaurato.
Si stabilisce, inoltre, che la firma della busta paga non costituisce prova dell'avvenuto pagamento della retribuzione.
Gli obblighi del datore di lavoro.
Il provvedimento fissa l'obbligo per il datore di lavoro, al momento dell'assunzione, di comunicare al centro per l'impiego competente gli estremi dell'istituto bancario o dell'ufficio postale che provvederà al pagamento delle retribuzioni al lavoratore, nel rispetto delle norme sulla privacy.
La comunicazione, per evitare di attribuire nuovi oneri burocratici ai datori, sarà inserita nello stesso modulo che gli stessi inviano obbligatoriamente al centro per l'impiego quando effettuano nuove assunzioni. La modulistica, quindi, dovrà essere opportunamente modificata (dai centri per l'impiego) entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge per permettere l'invio corretto della comunicazione anche in modalità telematica.
Allo stesso modo, l'ordine di pagamento potrà essere annullato soltanto trasmettendo alla banca o alle poste copia della lettera di licenziamento o delle dimissioni del lavoratore, rese secondo le modalità di legge, fermo restando l'obbligo di effettuare tutti i pagamenti dovuti al lavoratore dopo la risoluzione del rapporto di lavoro.
Analogamente, il datore di lavoro o committente che trasferisce l'ordine di pagamento a un altro istituto bancario o ufficio postale è tenuto a darne comunicazione scritta, tempestiva e obbligatoria, al lavoratore. Il trasferimento dell'ordine di pagamento non può comunque comportare ritardi nel pagamento della retribuzione.
La proposta di legge prevede, inoltre, la stipula di una convenzione (entro tre mesi dall'entrata in vigore) tra il Governo e l'Associazione bancaria italiana e la società Poste italiane Spa che individua gli strumenti bancari e postali idonei per consentire ai datori di lavoro di eseguire il pagamento della retribuzione ai propri lavoratori, con l'importante previsione che ciò non deve determinare nuovi oneri né per le imprese nè per i lavoratori. La convenzione dovrà essere sottoscritta obbligatoriamente entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge. E in ogni caso la legge avrà pienamente efficacia entro 18 mesi a prescindere dalla convenzione.
Sono, infine, previste pesanti sanzioni pecuniarie (da 5mila a 50mila euro) per i datori di lavoro che non ottemperano agli obblighi introdotti dalla legge.
Chi non comunica al centro per l'impiego competente per territorio gli estremi dell'istituto bancario o dell'ufficio postale che effettuerà il pagamento delle retribuzioni è soggetto al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria di 500 euro e al successivo accertamento della direzione provinciale del lavoro, che procederà alle conseguenti verifiche.
Messaggio da panorama » mer mar 20, 2019 8:30 pm
giustizia fatta.
talidomide (il ricorrente nato il 2 ottobre 1958)
La Corte così conclude:
dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 21-ter, comma 1, del decreto-legge 24 giugno 2016, n. 113 (Misure finanziarie urgenti per gli enti territoriali e il territorio), convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 2016, n. 160, nella parte in cui l’indennizzo ivi indicato è riconosciuto ai soggetti nati nell’anno 1958 e nell’anno 1966, dalla «data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto», anziché dalla «medesima data prevista per i soggetti nati negli anni dal 1959 al 1965».
SENTENZA N. 55
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 21-ter, comma 1, del decreto-legge 24 giugno 2016, n. 113 (Misure finanziarie urgenti per gli enti territoriali e il territorio), convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 2016, n. 160, promosso dal Tribunale ordinario di Bergamo, in funzione di giudice del lavoro, nel procedimento vertente tra C.G. B. e il Ministero della salute, con ordinanza del 9 dicembre 2016, iscritta al n. 45 del registro ordinanze 2017 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 14, prima serie speciale, dell’anno 2017.
Visti l’atto di costituzione di C.G. B., nonché l’atto d’intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nell’udienza pubblica del 5 febbraio 2019 il Giudice relatore Nicolò Zanon;
uditi l’avvocato Paola Minonzio per C.G. B., e l’Avvocato dello Stato Gabriella Palmieri per il Presidente del Consiglio dei ministri.
1.– Con ordinanza del 9 dicembre 2016 (r.o. n. 45 del 2017), il Tribunale ordinario di Bergamo, in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato, in riferimento all’art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 21-ter, comma 1, del decreto-legge 24 giugno 2016, n. 113 (Misure finanziarie urgenti per gli enti territoriali e il territorio), convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 2016, n. 160.
La disposizione è censurata nella parte in cui riconosce anche ai nati nel 1958 e nel 1966 – affetti da sindrome da talidomide, determinata dalla somministrazione dell’omonimo farmaco e manifestatasi nelle forme dell’amelia, dell’emimelia, della focomelia e della micromelia – l’indennizzo di cui all’art. 1 della legge 29 ottobre 2005, n. 229 (Disposizioni in materia di indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie), ma «solo dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto (21 agosto 2016)».
1.1.– Il giudice a quo riferisce di dover decidere una controversia promossa da C.G. B. nei confronti del Ministero della salute, in persona del ministro pro tempore.
Espone che il ricorrente nel giudizio principale, nato il 2 ottobre 1958, è affetto dalla nascita da una malformazione congenita dell’arto superiore sinistro (focomelia), «riscontrata e certificata dalla Commissione Sanitaria per l’Accertamento dell’Invalidità Civile di Gazzaniga nella seduta del 29.10.1976 e dalla Commissione Sanitaria della USSL di Bergamo in data 16.2.1999».
Riferisce che, riscontrata l’assenza di tare genetiche o familiari, la malattia sarebbe stata «ascritta eziologicamente» all’assunzione materna, durante la gravidanza, del farmaco talidomide, di cui era stato successivamente accertato, in base a studi ampiamente accettati nella letteratura scientifica, l’effetto teratogeno sull’embrione.
Il giudice a quo evidenzia che l’art. 2, comma 363, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2008)», riconosce l’indennizzo disciplinato dall’art. 1 della legge n. 229 del 2005, originariamente previsto a beneficio dei soli danneggiati da vaccinazioni obbligatorie, anche «ai soggetti affetti da sindrome da talidomide, determinata dalla somministrazione dell’omonimo farmaco», nelle forme dell’amelia, dell’emimelia, della focomelia e della micromelia; tuttavia, l’art. 31, comma 1-bis, del decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 207 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e disposizioni finanziarie urgenti), convertito, con modificazioni, nella legge 27 febbraio 2009, n. 14, attribuisce i benefici in questione ai soli soggetti, affetti dalle patologie sopra indicate, nati negli anni dal 1959 al 1965, in quanto in Italia la commercializzazione del talidomide sarebbe avvenuta solo nel periodo compreso tra il 1959 ed il 1962.
Aggiunge il rimettente che l’art. 1, comma 3, del decreto del Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali 2 ottobre 2009, n. 163 (Regolamento di esecuzione dell’articolo 2, comma 363, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, che riconosce un indennizzo ai soggetti affetti da sindrome da Talidomide, determinata dalla somministrazione dell’omonimo farmaco) prevede la decorrenza di tale indennizzo «dalla data di entrata in vigore della legge 24 dicembre 2007, n. 244», ovvero dal 1° gennaio 2008.
Il ricorrente avrebbe, dunque, presentato istanza al Ministero della salute per ottenere l’indennizzo di cui alla legge n. 244 del 2007, a far data appunto dal 1° gennaio 2008. Tale istanza sarebbe stata respinta per mancanza dei requisiti richiesti.
Riferisce, ancora, il giudice a quo che, nell’ambito del giudizio innanzi a sé pendente, l’espletata consulenza tecnica di ufficio avrebbe accertato la presenza di un «quadro anatomico di emimelia, in particolare di agenesia della mano sx», non dipendente da patologie o traumi all’arto superiore sinistro sopravvenuti alla nascita, e che sarebbero stati esclusi fattori genetici cui ricollegare la malformazione. Sarebbe stato accertato, dunque, un «quadro menomativo compatibile con una sindrome da talidomide», farmaco sintetizzato in Germania nel 1954, con effetti teratogeni la cui gravità «assunse negli anni 1957-1961 una portata macroscopica», tale da indurne il ritiro dal commercio tra il 1961 ed il 1962.
Ciò posto, il giudice rimettente evidenzia che l’art. 21-ter, comma 1, del d.l. n. 113 del 2016, come convertito, sopravvenuto in corso di causa, ha riconosciuto la spettanza dell’indennizzo di cui all’art. 2, comma 363, della legge n. 244 del 2007 anche ai soggetti «nati nell’anno 1958 e nell’anno 1966», sicché il ricorrente nel giudizio a quo, in quanto nato il 2 ottobre 1958, avrebbe senza dubbio diritto all’indennizzo suddetto.
Tuttavia, per effetto della previsione del medesimo art. 21-ter, comma 1, del d.l. n. 113 del 2016, per i soli soggetti nati negli anni 1958 e 1966, la decorrenza dell’indennizzo viene fissata alla data di entrata in vigore della suddetta legge di conversione, «diversamente da quanto accade per i nati tra il 1959 ed il 1962 (recte: 1965)», a cui spetta, ai sensi dell’art. 1, comma 3, del d.m. 2 ottobre 2009, n. 163, «dalla data di entrata in vigore della legge 24 dicembre 2007, n. 244», ossia dal 1° gennaio 2008, data a decorrere dalla quale, come detto, anche il ricorrente nel giudizio a quo avrebbe chiesto il riconoscimento della provvidenza economica di cui si tratta.
1.2.– In punto di rilevanza, il giudice a quo considera «dirimente» la questione di legittimità costituzionale dell’art. 21-ter, comma 1, del d.l. n. 113 del 2016, la cui risoluzione condiziona la decisione sulla domanda del ricorrente, che chiede il riconoscimento dell’indennizzo dalla data di entrata in vigore della legge n. 244 del 2007.
A giudizio del rimettente, infatti, alla luce delle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio non sarebbero revocabili in dubbio «tutti gli altri requisiti per l’accesso al beneficio, essendo controversa solo la questione relativa alla decorrenza del medesimo», sicché è solo la disposizione censurata – nella parte in cui, per i nati nel 1958 e nel 1966, riconosce l’indennizzo esclusivamente dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge (ossia dal 21 agosto 2016) – a impedire l’accoglimento pieno della domanda.
1.3.– In punto di non manifesta infondatezza, il rimettente evidenzia la disparità di trattamento riservata ai nati negli anni 1958 e 1966, affetti da sindrome da talidomide, determinata dalla somministrazione dell’omonimo farmaco, nelle forme dell’amelia, dell’emimelia, della focomelia e della micromelia, rispetto ai nati negli anni dal 1959 al 1965, affetti dalle medesime patologie: per questi ultimi, l’indennizzo spetta, in base al regolamento di esecuzione dell’art. 2, comma 363, della legge n. 244 del 2007, dalla data di entrata in vigore di quest’ultima, ossia dal 1° gennaio 2008; per i primi, nel cui novero rientra il ricorrente nel giudizio a quo, la provvidenza economica spetta solo dal 21 agosto 2016, data di entrata in vigore della legge di conversione che ha aggiunto al d.l. n. 113 del 2016 la disposizione censurata.
Secondo il rimettente, che trae il proprio convincimento anche dall’esame dell’iter che ha portato all’adozione del d.l. n. 113 del 2016, il legislatore avrebbe preso atto «del fatto che farmaci contenenti il principio attivo del talidomide sono stati somministrati sia prima del 1959 che dopo il 1962» ed avrebbe quindi voluto «sanare quella situazione di disuguaglianza che si era creata tra le vittime degli effetti collaterali di tale farmaco assunto durante la gravidanza».
Così ricostruita la ratio dell’intervento legislativo, il giudice a quo non ravvisa «alcuna ragione che, da un punto di vista prettamente giuridico, giustifichi, in termini economici, la disparità di trattamento riservata ai nati nel 1958 o nel 1966», soprattutto perché la stessa disposizione censurata avrebbe sollevato anche i nati nel 1958 e nel 1966 dall’onere probatorio di accertare il nesso causale tra la patologia e l’assunzione del talidomide da parte della madre, «di fatto presunto».
A parere del giudice rimettente, pertanto, il legislatore avrebbe tutelato giuridicamente due situazioni identiche nei loro presupposti di fatto, creando però tra le stesse «un divario così ampio da risultare ingiustificato ed irrazionale» e, quindi, contrastante con l’art. 3 Cost.
Alla luce «dello specifico interesse in gioco, rappresentato dal diritto alla salute, diritto irriducibile e protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana», nonché del fatto che la lesione dello stesso sarebbe imputabile allo Stato, per aver consentito la commercializzazione di un farmaco altamente dannoso per l’embrione, il giudice rimettente ritiene impossibile ravvisare altri interessi costituzionalmente tutelati che possano giustificare, nell’ambito di un giudizio di bilanciamento, «una simile compressione di tutela nei confronti dei soggetti danneggiati dal talidomide nati nel 1958 o nel 1996 rispetto a quelli nati tra il 1959 ed il 1962 (recte: 1965)», considerato che il diritto alla salute sarebbe stato, per tutti, ugualmente leso in maniera irreparabile.
Neppure potrebbe essere invocato, a giudizio del rimettente, «il canone della compatibilità finanziaria, atteso l’esiguo numero dei soggetti potenzialmente coinvolti dalla norma», quantificato, nel corso dei lavori parlamentari, «nell’ordine di alcune decine».
Tanto premesso, il Tribunale di Bergamo solleva questione di legittimità costituzionale dell’art. 21-ter, comma 1, del d.l. n. 113 del 2016, convertito, con modificazioni, in legge n. 160 del 2016, «nella parte in cui, per i nati nel 1958 e nel 1966, riconosce l’indennizzo solo dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto» (21 agosto 2016), posto che la norma introduce «una ingiustificata ed irragionevole discriminazione tra i soggetti affetti dalla sindrome da talidomide nati negli anni 1958 e 1966 e quelli nati tra il 1959 e 1962 (recte: 1965), in violazione dell’art. 3 Cost.».
2.– Si è costituita la parte privata C.G. B., che ha ripercorso la vicenda amministrativa e poi giudiziaria che ha condotto alla proposizione della questione di legittimità costituzionale.
2.1.– Quanto alla rilevanza, la parte privata ha ricordato che l’unico «tema controverso» nel giudizio a quo è quello della decorrenza del diritto all’indennizzo, richiesto a partire dalla data di entrata in vigore della legge n. 244 del 2007 e al ricorrente riconosciuto, invece, dal d.l. n. 113 del 2016, convertito, con modificazioni, in legge n. 160 del 2016, esclusivamente dalla data di entrata in vigore di quest’ultima, proprio (e solo) per l’espressa previsione in tal senso contenuta nella disposizione censurata.
2.2.– In ordine alla non manifesta infondatezza, la parte privata ha ripreso gli argomenti illustrati dal giudice a quo, concludendo per l’accoglimento della questione di legittimità costituzionale sollevata sull’art. 21-ter del d.l. n. 113 del 2016, come convertito, che introdurrebbe «una discriminazione ingiustificata, basata sull’anno di nascita».
3.– È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e, comunque, infondata.
3.1.– L’Avvocatura generale ha ricostruito la ratio dell’iniziale delimitazione della platea dei beneficiari dell’indennizzo introdotto dalla legge n. 244 del 2007, ristretta ai nati dal 1959 al 1965 ad opera del d.l. n. 207 del 2008, convertito, con modificazioni, in legge n. 14 del 2009, individuandola nella circostanza che il medicinale talidomide era stato venduto in Italia, con validità prevista per tre anni, esclusivamente dal 1958 (essendo stato registrato come farmaco anti nausea ed ipnotico, da prescrivere, in particolare, alle donne in gravidanza, con decreto del 2 aprile 1958, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 10 giugno 1959, n. 136) al 1962.
Successivamente, il legislatore, con la norma censurata, avrebbe riconosciuto l’indennizzo anche ai nati nel 1958 e nel 1966, in forza di «approfondimenti di carattere tecnico» in base ai quali si sarebbe ritenuto, per i primi, di non poter escludere la possibilità di assunzione del farmaco da parte delle donne in gravidanza, potendo esso essere reperito – pur non essendo ancora in commercio in Italia – «nel mercato parallelo»; per i secondi di non poter «escludere, a priori, l’assunzione del medicinale, sebbene ritirato dal mercato, in quei limitati casi in cui lo stesso fosse rimasto ancora nella disponibilità personale delle gestanti».
Ciò posto, a parere dell’Avvocatura, la ragione della diversa decorrenza temporale del beneficio sarebbe da ricercarsi nel fatto che solo nel periodo di effettiva commercializzazione del farmaco – nonché in quello in cui, pur non essendo più in commercio, aveva ancora validità – sarebbe possibile riconoscere una imputabilità allo Stato della lesione del diritto alla salute.
La norma censurata, invece, avrebbe operato l’illustrata estensione «per fini di carattere solidaristico», in assenza di responsabilità dello Stato in ordine all’assunzione del farmaco.
L’indennizzo in parola, del resto, al pari di quello previsto dall’art. 1, comma 3, della legge del 25 febbraio 1992, n. 201 (recte: 210), recante «Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazioni di emoderivati», in favore dei soggetti infettati da epatite a seguito di trasfusione, sarebbe riconducibile – come avrebbe chiarito la Corte costituzionale nella sentenza n. 293 del 2011 – a misure di sostegno assistenziale disposte dal legislatore nell’ambito della propria discrezionalità, in presenza dei presupposti di cui agli artt. 2 e 38 Cost., in favore di soggetti danneggiati da vaccinazioni obbligatorie o, comunque, promosse nell’interesse della salute collettiva.
Secondo l’Avvocatura generale, infine, l’eventuale dichiarazione d’illegittimità costituzionale della disposizione censurata, con riconoscimento del beneficio dal 1° gennaio 2008 anche per i nati nel 1958 e nel 1966, determinerebbe «effetti finanziari negativi di rilevante entità, suscettibili di pregiudicare il raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica», non essendo possibile quantificare a priori la platea di soggetti potenzialmente interessati.
3.2.– In prossimità dell’udienza pubblica, l’Avvocatura generale dello Stato ha depositato una memoria illustrativa, con la quale ha sviluppato i medesimi argomenti già esibiti nell’atto d’intervento in giudizio.
In particolare, l’Avvocatura generale ha sottolineato che la diversa data di decorrenza del beneficio troverebbe giustificazione nella differente connotazione delle situazioni considerate: il beneficio riconosciuto ai soggetti nati nel 1958 e nel 1966, in quanto caratterizzato da una funzione solidaristica, non potrebbe essere ricondotto «nell’alveo concettuale» di quello già riconosciuto ai nati dagli anni dal 1959 al 1965.
Ha richiamato, a tale proposito, ampi stralci della sentenza n. 293 del 2011, in cui la Corte costituzionale avrebbe accertato che «la ratio del beneficio concesso ai nati negli anni dal 1959 al 1965» sarebbe da ravvisare nell’immissione in commercio del detto farmaco – avvenuta dalla data di registrazione (2 aprile 1958) a quella di ritiro dal commercio (settembre 1962) – in assenza di adeguati controlli sanitari sui suoi effetti. Tale ratio non sarebbe ravvisabile a fondamento del beneficio concesso con la norma censurata, con la quale il legislatore avrebbe inteso, nell’esercizio della sua potestà discrezionale, riconoscere una misura di sostegno economico anche ai nati nel 1958 e nel 1966, «potendosi ipotizzare che il farmaco sia stato preso negli ultimi mesi di gravidanza (per quanto riguarda i nati nel 1958) o nei primi mesi di gravidanza (per quanto riguarda i nati nel 1966)».
Di qui la ragione, non manifestamente arbitraria, delle differenti decorrenze delle provvidenze, individuate all’esito di un ragionevole bilanciamento tra i diversi interessi costituzionali sottesi all’intervento normativo.
1.– Il Tribunale ordinario di Bergamo, in funzione di giudice del lavoro, dubita, in riferimento all’art. 3 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell’art. 21-ter, comma 1, del decreto-legge 24 giugno 2016, n. 113 (Misure finanziarie urgenti per gli enti territoriali e il territorio), convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 2016, n. 160.
La disposizione è censurata nella parte in cui riconosce anche ai nati nel 1958 e nel 1966 – affetti da sindrome da talidomide, determinata dalla somministrazione dell’omonimo farmaco e manifestatasi nelle forme dell’amelia, dell’emimelia, della focomelia e della micromelia – l’indennizzo di cui all’art. 1 della legge 29 ottobre 2005, n. 229 (Disposizioni in materia di indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie), ma lo concede loro «solo dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto (21 agosto 2016)».
Attribuendo anche ai soggetti nati negli anni 1958 e 1966 l’indennizzo in questione, ma riconoscendolo solo dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del d.l. n. 113 del 2016, cioè a partire dal 21 agosto 2016, la disposizione determinerebbe, a loro danno, una irragionevole disparità di trattamento rispetto a quelli nati tra il 1959 e il 1965, cui il medesimo indennizzo era stato attribuito, per effetto di una serie di successive disposizioni, con decorrenza dall’entrata in vigore della legge 24 dicembre 2007, n. 244 recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2008)» – che l’indennizzo stesso aveva riconosciuto – ovvero dal 1° gennaio 2008.
2.– È utile premettere il contesto normativo di riferimento.
L’art. 2, comma 363, della appena citata legge n. 244 del 2007 riconosce «ai soggetti affetti da sindrome da talidomide, determinata dalla somministrazione dell’omonimo farmaco», nelle forme dell’amelia, dell’emimelia, della focomelia e della micromelia, l’indennizzo di cui all’art. 1 della legge n. 229 del 2005. Con tale disposizione, il legislatore del 2007 estende ai soggetti affetti da sindrome da talidomide l’indennizzo previsto nel 2005 per i danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie.
Successivamente, il comma 1-bis dell’art. 31 del decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 207 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e disposizioni finanziarie urgenti), convertito, con modificazioni, nella legge 27 febbraio 2009, n. 14, limita il riconoscimento del beneficio in questione ai soli soggetti, affetti dalle patologie indicate, nati negli anni dal 1959 al 1965.
Inoltre, il comma 1-ter dello stesso art. 31 del d.l. n. 207 del 2008 rimette a un decreto ministeriale la determinazione delle modalità, anche temporali, di erogazione dell’indennizzo.
In attuazione di tale precetto, l’art. 1, comma 3, del decreto del Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali 2 ottobre 2009, n. 163 (Regolamento di esecuzione dell’articolo 2, comma 363, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, che riconosce un indennizzo ai soggetti affetti da sindrome da Talidomide, determinata dalla somministrazione dell’omonimo farmaco) prevede, infine, la decorrenza dell’indennizzo «dalla data di entrata in vigore della legge 24 dicembre 2007, n. 244» ovvero dal 1° gennaio 2008.
3.– Il ricorrente nel giudizio a quo è affetto da malformazione congenita dell’arto superiore sinistro, cagionata dall’assunzione da parte della madre, durante la gravidanza, del farmaco talidomide, il cui effetto teratogeno è ormai scientificamente accertato.
Il giudizio principale origina dal rigetto in sede amministrativa della sua istanza, volta alla corresponsione dell’indennizzo a far data dal 1° gennaio 2008, per essere nato nell’anno 1958 e, dunque, al di fuori dell’intervallo temporale allora previsto dalla legge (anni dal 1959 al 1965).
La disposizione censurata sopravviene durante il giudizio a quo. Essa, pur riconoscendo la spettanza dell’indennizzo anche ai soggetti «nati nell’anno 1958 e nell’anno 1966», ne prevede la decorrenza solo dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del d.l. n. 113 del 2016, e cioè dal 21 agosto di quel medesimo anno.
Di qui la questione di legittimità costituzionale per violazione del principio di eguaglianza, essendo state disciplinate in modo differente, in punto di decorrenza del beneficio, due situazioni, a parere del giudice a quo, del tutto identiche.
4.– Questa Corte ha già chiarito (sentenza n. 293 del 2011) che la menomazione della salute conseguente a trattamenti sanitari, oltre al risarcimento del danno in base alla previsione dell’art. 2043 del codice civile, può determinare il diritto a un equo indennizzo, in forza degli artt. 32 e 2 Cost., qualora il danno, non derivante da fatto illecito, sia conseguenza dell’adempimento di un obbligo legale (come ad esempio la sottoposizione a una vaccinazione obbligatoria), o di un trattamento, pur non obbligatorio, ma promosso dalle autorità sanitarie in vista della sua diffusione capillare nella società anche nell’interesse pubblico (laddove, ad esempio, la menomazione consegua alla sottoposizione a una vaccinazione raccomandata: da ultimo, sentenza n. 268 del 2017).
In ulteriori e differenti ipotesi, la menomazione della salute – non provocata da responsabilità delle autorità sanitarie, né conseguente all’adempimento di obblighi legali o alla spontanea adesione a raccomandazioni di quelle stesse autorità – può comportare il diritto, qualora ne sussistano i presupposti a norma degli artt. 2 e 38, secondo comma, Cost., a misure di natura assistenziale, disposte dal legislatore nell’ambito della propria discrezionalità (sentenze n. 342 del 2006, n. 226 del 2000 e n. 118 del 1996).
Viene in rilievo, in quest’ultima ipotesi, una misura di sostegno economico fondata sulla solidarietà collettiva garantita ai cittadini, alla stregua dei citati artt. 2 e 38 Cost., a fronte di eventi che hanno generato una situazione di bisogno.
Proprio al novero di tali misure è da ascrivere l’indennizzo riconosciuto dall’art. 2, comma 363, della legge n. 244 del 2007 ai soggetti affetti da sindrome da talidomide, nelle forme dell’amelia, dell’emimelia, della focomelia e della micromelia, determinata dall’assunzione dell’omonimo farmaco.
A fronte di consimili situazioni di bisogno, questa Corte ha anche affermato che la determinazione del contenuto e delle modalità di realizzazione degli interventi assistenziali avviene secondo criteri rimessi alla discrezionalità del legislatore, in base ad una ragionevole ponderazione con altri interessi e beni di pari rilievo costituzionale (sentenze n. 342 del 2006 e n. 118 del 1996).
Questa stessa Corte ha tuttavia sottolineato che, in tali casi, le scelte discrezionali che il legislatore può compiere – nell’esercizio dei suoi poteri di apprezzamento della qualità, della misura, della gradualità e dei modi di erogazione delle provvidenze da adottare – non devono essere affette da palese arbitrarietà o irrazionalità, e in particolare non devono comportare una lesione, oltre che del nucleo minimo della garanzia, anche della parità di trattamento tra i destinatari (sentenze n. 293 del 2011, n. 342 del 2006 e n. 226 del 2000).
Proprio di tale necessaria parità di trattamento, alla luce della questione di legittimità costituzionale sollevata, deve essere dunque verificato il rispetto da parte della disposizione censurata.
Il relativo esame presuppone una valutazione circa l’effettiva omogeneità delle due situazioni poste a raffronto: quella dei soggetti affetti da sindrome da talidomide nati tra il 1959 e il 1965, destinatari dell’indennizzo disposto dalla legge n. 244 del 2007 e dal d.l. n. 207 del 2008, come convertito, e quella dei soggetti colpiti dalla medesima sindrome, nati nel 1958 e nel 1966, cui l’indennizzo è stato riconosciuto, con diversa decorrenza rispetto ai primi, dal censurato art. 21-ter, comma 1, del d.l. n. 113 del 2016, come convertito.
5.– Alla luce di queste premesse, la questione è fondata.
5.1.– È in primo luogo da chiarire, e ciò già di per sé risulterebbe risolutivo, che non si è in presenza di due distinte provvidenze, ma dello stesso indennizzo. Come si desume dalla lettera della disposizione censurata, è proprio «[l]’indennizzo di cui all’articolo 2, comma 363, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, riconosciuto […] ai soggetti affetti da sindrome da talidomide nelle forme dell’amelia, dell’emimelia, della focomelia e della micromelia nati negli anni dal 1959 al 1965» ad essere attribuito «anche» ai nati nel 1958 e nel 1966. Ciò è indicativo della necessità che i due gruppi di destinatari del medesimo indennizzo, sia pur identificati in diversi atti normativi, siano trattati in modo eguale, anche quanto alla decorrenza del beneficio.
5.2.– In secondo luogo, è da sottolineare che i due gruppi di soggetti ammessi all’identico beneficio non si trovano in una condizione diversa al cospetto delle vicende relative alla commercializzazione in Italia del farmaco talidomide e del relativo ruolo delle autorità sanitarie, come invece sostiene l’Avvocatura generale dello Stato per dimostrare la non fondatezza della questione.
L’Avvocatura generale afferma, infatti, che un diverso trattamento in punto di decorrenza, tra i due gruppi, troverebbe giustificazione nella diversa «imputabilità» allo Stato, nei due casi, delle conseguenze dannose derivanti dall’assunzione del farmaco in questione.
Sostiene, in particolare, l’Avvocatura generale che solo nel periodo di effettiva commercializzazione del farmaco (dal 1959 al 1962) – nonché per il triennio in cui, pur non essendo più in commercio, esso aveva ancora validità – sarebbe possibile riconoscere una «responsabilità» dello Stato per la lesione del diritto alla salute. Sicché, per i soggetti nati tra il 1959 e il 1965, e solo per essi, il fondamento dell’indennizzo sarebbe da ravvisare nell’immissione in commercio del farmaco senza previ e adeguati controlli sanitari sui suoi effetti.
Invece, per i soggetti nati nel 1958 e nel 1966, la ratio del beneficio sarebbe di mero «carattere solidaristico», pur in assenza di qualsiasi «responsabilità» dello Stato, poiché il farmaco sarebbe stato immesso in commercio dopo il 1958 e ritirato nel settembre del 1962.
A prescindere dal fatto che tale logica, come si dirà, non è corretta, del tutto analoga sarebbe comunque, nei due casi, quella che l’Avvocatura generale definisce la «imputabilità allo Stato» delle conseguenze dannose del talidomide: infatti, al pari che per i nati dal 1959 al 1965, anche per i nati nel 1966 l’assunzione del farmaco può essere direttamente correlata alla sua commercializzazione, consentita in Italia negli anni immediatamente precedenti, assunzione tale, considerato il periodo di validità del farmaco stesso, da protrarre i suoi effetti fino a quell’anno; mentre, per i nati nell’anno 1958, l’assunzione può dipendere dall’eventuale ingresso del farmaco in territorio italiano dai mercati stranieri, in virtù della sua registrazione operata in data 2 aprile 1958, ai sensi dell’art. 162 del regio decreto 27 luglio 1934, n. 1265 (Approvazione del testo unico delle leggi sanitarie).
In verità, nel caso del talidomide, il riconoscimento dell’indennizzo prescinde da qualsiasi «imputabilità» alle autorità sanitarie della menomazione della salute.
L’indennizzo in esame, infatti, è stato originariamente previsto dalla legge n. 244 del 2007 con decorrenza non dal momento dell’evento dannoso, ma da una data ampiamente successiva, discrezionalmente individuata dal legislatore. E il giudice a quo chiede soltanto che la sua estensione al secondo gruppo di soggetti, basata su approfondimenti di carattere tecnico e temporale, logici e ragionevoli, ottenga la medesima decorrenza.
In definitiva, entrambe le misure – la seconda mera estensione della prima –presentano natura assistenziale, basandosi sulla solidarietà collettiva, alla stregua degli artt. 2 e 38 Cost., garantita ai cittadini in una situazione di bisogno che il legislatore, nella sua discrezionalità, ha ritenuto meritevole di particolare tutela.
5.3.– Invero, la ragione della delimitazione temporale della decorrenza del beneficio prevista dalla disposizione censurata è esclusivamente di ordine finanziario. Emerge infatti dall’esame dell’iter parlamentare di approvazione del disegno di legge di conversione del d.l. n. 113 del 2016 che la disposizione censurata è stata introdotta avvalendosi delle risultanze dei lavori parlamentari relativi a un disegno di legge di analogo contenuto pendente al Senato della Repubblica, recante «Nuove disposizioni in materia di indennizzo a favore delle persone affette da sindrome da talidomide» (A.S. 2016), trasmesso al Senato dopo l’approvazione da parte della Camera dei deputati (A.C. 263).
Ebbene, in occasione dei lavori relativi a tale disegno di legge, in entrambi i rami del Parlamento, sia la V Commissione permanente (Bilancio, tesoro e programmazione) della Camera dei deputati (seduta del 21 aprile 2015 nel corso dell’esame del disegno di legge A.C. 263), sia la V Commissione permanente (Bilancio) del Senato della Repubblica (seduta del 31 marzo 2016 nel corso dell’esame del disegno di legge A.S. 2016), hanno espresso parere non ostativo alla estensione dell’indennizzo ai nati negli anni 1958 e 1966, a condizione che la misura non ponesse in capo ai beneficiari il diritto alla corresponsione degli arretrati e dei relativi interessi.
Il diritto a misure come quella in esame, a norma degli artt. 2 e 38 Cost., non è indipendente dal necessario intervento del legislatore, al quale spetta apprezzare qualità, misura e modalità di erogazione delle provvidenze, nonché la loro gradualità, in relazione a tutti gli elementi di natura costituzionale in gioco, compresi quelli finanziari (sentenze n. 226 del 2000 e n. 118 del 1996), componendo nell’equilibrio del bilancio le scelte di compatibilità e di priorità nelle quali si sostanziano le politiche sociali dello Stato (sentenza n. 27 del 1998).
Considerando il necessario bilanciamento tra esigenza di tutela del diritto al sostegno assistenziale, da una parte, e garanzia del mantenimento dell’equilibrio nella gestione delle risorse finanziarie disponibili, dall’altra, non è in discussione il punto di equilibrio individuato dal legislatore con la disposizione di cui all’art. 2, comma 363, della legge n. 244 del 2007, come attuato dall’art. 1, comma 3, del regolamento di cui al d.m. 2 ottobre 2009, n. 163, che fa decorrere il riconoscimento del beneficio, per i soggetti nati tra il 1959 ed il 1965, dalla data di entrata in vigore della legge n. 244 del 2007.
È invece censurata la scelta operata dal legislatore del 2016, il quale decide di estendere l’indennizzo ai soggetti nati nel 1958 e nel 1966, riconoscendo ad essi i medesimi presupposti di tutela, ma impone loro, al tempo stesso, una decorrenza del beneficio diversa e ben più penalizzante.
Ciò determina una differenza di trattamento priva di giustificazione, e perciò lesiva dell’art. 3 Cost.
L’art. 21-ter, comma 1, del d.l. n. 113 del 2016, come convertito, è perciò costituzionalmente illegittimo, nella parte in cui l’indennizzo ivi indicato è riconosciuto ai soggetti nati nell’anno 1958 e nell’anno 1966, dalla «data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto», anziché dalla «medesima data prevista per i soggetti nati negli anni dal 1959 al 1965».
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 febbraio 2019.
Depositata in Cancelleria il 20 marzo 2019.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 

SENTENZA 
 art. 21
 sentenza 
 sentenza 
 art. 31
 sentenza 
 art. 21