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Timestamp: 2020-06-05 07:18:07+00:00

Document:
Studio Legale Locatelli - Newsletter - 02.2015
LA RESPONSABILITÀ DEL MEDICO OSPEDALIERO È EXTRACONTRATTUALE
Trib. Milano, sez. I, civ., 2 dicembre 2014, n. 1439
È intervenuto nuovamente sulla questione del rapporto tra medico ospedaliero e paziente il Tribunale di Milano, il quale, sposando integralmente le considerazioni svolte nella decisione resa qualche mese prima (v. Newsletter n. 7), ha ribadito la necessità di restituire un significato operativo alla criticata disposizione contenuta nella Legge Balduzzi, inserita consapevolmente in un contesto, per vero, tutt’altro che “acquisito” o unanimemente “condiviso”, anche sotto il profilo ermeneutico.Infatti, se indiscussa e stabile è la natura contrattuale del rapporto tra paziente e struttura sanitaria, non vi sarebbe uniformità di vedute in ordine alla possibilità di inquadrare il rapporto che lega il medico al paziente all’interno del c.d. contatto sociale, riconducendolo, quindi, alla responsabilità da inadempimento ex art. 1218 c.c.
Secondo il Tribunale, infatti, non sarebbero condivisibili i diversi appigli normativi cui nel tempo si è fatto riferimento nell’ottica di giustificare un tale inquadramento, dovendosi, invero, proclamare il superamento della teoria del “contatto sociale” laddove il paziente non sia legato al professionista sanitario da un rapporto contrattuale. Questa impostazione non sembra comportare un’apprezzabile compressione delle possibilità del danneggiato di ottenere il risarcimento dei danni derivati dalla lesione di un diritto fondamentale della persona (qual è quello alla salute): in considerazione sia del diverso regime giuridico (art. 1218 c.c.) applicabile alla responsabilità della struttura presso cui il medico opera, sia della prevedibile maggiore solvibilità della stessa, il danneggiato sarà infatti ragionevolmente portato a rivolgere in primo luogo la pretesa risarcitoria nei confronti della struttura sanitaria.
INTEGRALITÀ DEL RISARCIMENTO MA IMPOSSIBILITÀ DI RICONOSCERE AUTONOMIA ONTOLOGICA AL DANNO MORALE; CRITERI PER IL RISARCIMENTO DEL DANNO NON PATRIMONIALE DI PERSONA DECEDUTA PER CAUSA NON RICOLLEGABILE ALL’INCIDENTE
Trib. Padova, sez. II, giudice dott. Gianluca Bordon, 30 ottobre 2014
La sentenza ha il pregio di rendere quanto mai attuali i principi proclamati dalle note decisioni gemelle del 2008 in merito alla natura onnicomprensiva del danno non patrimoniale. Con questa decisione il Tribunale di Padova ha confermato l’impossibilità e di distinguere fra invalidità biologica e danno morale e, dunque, di liquidarli separatamente. Deve, pertanto, ritenersi superato quel consolidato orientamento giurisprudenziale che faceva rientrare nell’art. 2059 c.c. due distinte tipologie di danno considerate ontologicamente autonome: danno biologico e danno morale soggettivo. È stato peraltro anche precisato che le tradizionali sottocategorie del danno biologico e del danno morale continuano a svolgere una funzione, per quanto solo descrittiva, del contenuto pregiudizievole preso in esame dal giudice, al fine di parametrare la liquidazione del danno risarcibile (l’impossibilità di invocare singolarmente per un aumento della relativa liquidazione le tradizionali sottocategorie del “danno biologico” e del “danno morale” è stata, recentemente, sottolineata anche da Cass. civ., sez. lavoro, n. 17006 del 25 luglio 2014).
In buona sostanza, secondo l’impostazione assunta dal Tribunale, la sofferenza resta danno e deve essere risarcita ma evitando duplicazioni, non potendo, quindi, essere liquidata una posta aggiuntiva dovendosi, piuttosto, operare una personalizzazione della liquidazione. Altro aspetto peculiare di questa sentenza è da ravvisarsi nel criterio adottato per stabilire l’ammontare del danno non patrimoniale permanente riconoscibile al danneggiato e agli eredi pro quota nel caso in cui la persona sia deceduta per una causa non ricollegabile alla menomazione risentita in conseguenza dell’illecito. Secondo il Tribunale di Padova, l’ammontare di tale danno va calcolato non con riferimento alla durata probabile della vita del defunto, ma alla sua durata effettiva, pur tenendo conto del fatto che nei primi tempi il patema d’animo è più intenso rispetto ai periodi successivi. Così operando, quindi, il risarcimento spettante agli eredi del danneggiato viene ridotto in proporzione al periodo di tempo, successivo all’evento, in cui il defunto è effettivamente sopravvissuto, scartandosi ogni, certamente economicamente più consistente, valutazione relativa alla sua durata probabile di vita.
UNITARIETÀ DEL DANNO NON PATRIMONIALE E IMPOSSIBILITÀ DI INVOCARE UNA PERSONALIZZAZIONE DEL RISARCIMENTO IN VIA AUTOMATICA
Cass. civ., sez. III., 7 novembre 2014, n. 23778
La Corte di legittimità interviene nuovamente in tema di liquidazione del danno non patrimoniale. Come inaugurato dalle note sentenze gemelle del 2008, si osserva che la proclamata natura unitaria del pregiudizio non può restare un mero ossequio formale alla dogmatica: e dunque non è consentito moltiplicare le voci di danno chiamando con nomi diversi pregiudizi identici, al contempo, però, ribadendo la necessità che ci sia un ristoro integrale del danno con il conseguente dovere del giudice di:
(-) liquidare il danno alla salute applicando un criterio standard ed uguale per tutti, che consente di garantire la parità di trattamento a parità di danno;
(-) variare adeguatamente, in più od in meno, il valore risultante dall’applicazione del criterio standard, al fine di adeguare il risarcimento alle specificità del caso concreto (c.d. “personalizzazione del risarcimento”),
operazioni tutte che vanno compiute senza automatismi risarcitori, iusta alligata et probata, e soprattutto sulla base di adeguata motivazione.
IL DANNO MORALE TERMINALE È SVINCOLATO DAL DANNO BIOLOGICO
Cass. civ., sez. III, 20 gennaio 2015, n. 811
La sentenza pone l’accento sulla necessità di distinguere il danno derivante dalla consapevolezza del soggetto di essere in procinto di morire (danno catastrofale) rispetto al danno biologico, non potendosi non tenere in debita considerazione la circostanza che ricorrono numerosi casi in cui, pur non sussistendo un significativo danno biologico, sussiste invece un rilevante danno morale, ragione per la quale la valutazione del danno morale va operata caso per caso e senza che il danno biologico possa essere un riferimento assoluto.
OBBLIGO DELL’ASSICURATORE DI INFORMARE IL CONTRAENTE DEL TERMINE DI PRESCRIZIONE DEL DIRITTO ALLA RISCOSSIONE DEL CAPITALE
Trib. Palermo, sez. III civ., ordinanza 4 dicembre 2013
La decisione in esame ha il pregio di chiarire quali siano gli appigli normativi da porsi a sostegno dell’obbligo di una Società di assicurazioni, nel caso in cui venga stipulata una polizza vita con l’indicazione dei soggetti beneficiari della stessa, di inviare al contraente una specifica avvertenza sul termine di prescrizione del diritto alla riscossione del capitale. Secondo la prospettiva assunta dal Tribunale di Palermo, l’omissione dell'avviso si traduce nella violazione dell’obbligo di buona fede oggettiva o correttezza nella esecuzione del contratto, da considerarsi un autonomo dovere giuridico, espressione di un generale principio di solidarietà sociale, applicabile in ambito contrattuale ed extracontrattuale, che impone di mantenere, nei rapporti della vita di relazione, un comportamento leale (specificandosi in obblighi di informazione e di avviso) nonché volto alla salvaguardia dell’utilità altrui, nei limiti dell’apprezzabile sacrificio.
In tal senso, del resto, secondo l'ordinanza, sarebbe chiaro l’art. 17 del Regolamento ISVAP n. 35/2010 che impone alle imprese di inviare al contraente almeno trenta giorni prima della scadenza del contratto una comunicazione scritta contenente, oltre all’indicazione del termine di scadenza e della documentazione da trasmettere per la liquidazione della prestazione, una specifica avvertenza sui termini di prescrizione previsti dalla normativa vigente e sulle conseguenze in caso di omessa richiesta entro detti termini.
Nel caso sottoposto all’attenzione del Tribunale, inoltre, non poteva non tenersi in debita considerazione la circostanza che entrambi i soggetti designati quali beneficiari per il caso vita erano minorenni all’epoca di scadenza della polizza e, dunque, era lecito ritenere che gli stessi avrebbero scelto di differire la riscossione del capitale al raggiungimento della maggiore età.
In definitiva, secondo tale impostazione, nel caso in cui venga stipulata una polizza vita con indicazione dei soggetti beneficiati per il caso vita, qualora contraenti e beneficiari non vengano avvisati dalla Compagnia che la mancata richiesta di riscossione entro due anni dalla scadenza comporta la prescrizione del diritto ai sensi dell’art. 2952 c.c., con conseguente perdita del capitale maturato, si ravviserebbe l’obbligo in capo all’assicurazione di risarcire il danno che ne sia eventualmente derivato, per la cui liquidazione può farsi riferimento alla misura della prestazione ineseguita.
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References: art. 1218
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