Source: http://www.dirittounioneeuropea.eu/index.php?option=com_content&view=category&id=91&Itemid=140&lang=it
Timestamp: 2019-02-17 20:08:44+00:00

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Con la sentenza Baydar c. Paesi Bassi del 24 aprile 2018 (ricorso n. 55385/4), la Corte europea dei diritti dell’uomo è ritornata sul tema del rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia e rispetto del diritto all’equo processo, concludendo che non viola tale diritto, garantito dall’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, il giudice di ultimo grado che decida di non dar seguito a una richiesta di rinvio d’interpretazione a Lussemburgo con una motivazione sommaria, se il caso non pone questioni giuridiche di importanza fondamentale.
Dopo le due pronunce della Corte di giustizia dell’Unione europea relative al velo islamico (vedi qui e qui), anche la Corte di Strasburgo, l’11 luglio 2017, ha emesso due sentenze sul tema, a seguito di due ricorsi presentati contro il Belgio per violazione dell’art. 8 della Convenzione (casi Dakir c. Belgio e Belcacemi e Oussar c. Belgio). In entrambi i casi, la Corte ha ritenuto legittimi alcuni regolamenti adottati dalla polizia comunale belga interdittivi del niqab in luoghi pubblici, sostenendo che per garantire la coesistenza armoniosa di un gruppo all’interno di una società democratica possano essere apportate delle restrizioni ai diritti individuali delle persone, purché sussistano dei fattori oggettivi e identificabili che contribuiscano a attenuare il pregiudizio sofferto da coloro che vedono limitati i propri diritti.
sentenza Dakir
sentenza Belcacemi
Con la sentenza del 14 marzo 2017 (47287/15) la Corte europea per i diritti dell’uomo nel caso Ilias ed Ahmed ha condannato l’Ungheria per il confinamento dei profughi in campi alla frontiera dell’Ungheria ed il loro successivo respingimento in Serbia, in contrasto. Pur accertando che le condizioni nel campo erano adeguate, il confinamento dei ricorrenti per 23 giorni è stato ritenuto una detenzione illegale, priva di rimedio giudiziario, in contrasto anche con la direttiva 2013/32/EU. La Corte ha altresì censurato il respingimento dei due profughi in Serbia, in quanto le autorità non hanno svolto un’indagine individuale sulle richieste di asilo, ma avrebbero eseguito il respingimento in un Paese considerato sicuro in base ad un decreto governativo, senza esaminare alcun argomento contrario sollevato dai richiedenti tutela.
Con una decisione del 13 dicembre 2016, la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo (41738/10) ha condannato il Belgio per violazione dell’art. 3 della Convenzione, modificando il suo precedente orientamento riguardo all’espulsione di migranti in gravi condizioni di salute (caso N. c. Regno Unito, 26565/05). Il Belgio aveva negato le richieste di permesso di residenza del ricorrente, sig. Paposhvili, che viveva in Belgio con la sua famiglia da molti anni, nonostante versasse in gravi condizioni di salute. I ripetuti rifiuti venivano giustificati sulla base dell’esistenza di plurime condanne penali a carico del richiedente. La decisione può avere un notevole impatto sul diritto dell’Unione poiché idonea ad influenzare l’interpretazione della Corte di giustizia relativa ai casi di non-refoulement dovuti a condizioni di salute previsti nella cd. Direttiva rimpatri (Direttiva 2008/115/CE del 16 dicembre 2008).
sentenza Paposhvili
Con una sentenza del 13 ottobre 2016 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Grecia per violazione di alcune norme della Convenzione di Roma del 1950 in un caso riguardante un richiedente asilo in attesa dal 2002 di una decisione sulla sua richiesta da parte delle competenti autorità greche.
Nella sentenza, oltre a concludere nel senso che un’attesa così lunga per ottenere una risposta a una domanda d’asilo comporta una violazione del diritto del richiedente asilo al rispetto della propria vita privata, tutelato dall’art. 8 della CEDU, la Corte di Strasburgo ha posto a base della condanna anche il fatto che l’interessato, cittadino turco, potesse essere rinviato in Turchia, paese “non sicuro”, perché lì, per la sua appartenenza all’etnia curda, egli correrebbe un serio rischio di essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti vietati dall’art. 3 della stessa Convenzione.
Arrêt B.A.C. c. Grèce
Con sentenza del 30 giugno 2016 la Corte europea dei diritti umani, pronunciata in merito al caso Taddeucci e McCall c. Italia (51362/09) ha condannato l'Italia a risarcire i "danni morali" provocati per aver negato il ricongiungimento familiare a una coppia omosessuale. Per i giudici di Strasburgo, rifiutando di rilasciare il permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare a un cittadino neozelandese che voleva vivere con il suo compagno italiano, l'Italia ha violato il diritto della coppia a non essere discriminata, ritenendo che il caso in questione fosse ben diverso dal caso di coppie eterosessuali non sposate, in quanto al tempo i ricorrenti non potevano sposarsi o ottenere altro riconoscimento legale della loro unione in Italia.
La Corte, partendo dall’interpretazione della direttiva 2004/38/CE, ha dunque accertato la sussistenza di una violazione degli artt. 8 e 14 della Convenzione e ha conseguentemente condannato l’Italia ad un risarcimento di euro 20.000 in favore dei ricorrenti.
Affaire Taddeucci
Il 23 Maggio 2016, la Grande Camera della Corte europea dei diritti umani ha emesso la sentenza relativa al caso Avotiņš c. Latvia (17502/07). La pronuncia rileva in quanto la Corte è tornata a pronunciarsi sul principio di protezione equivalente dei diritti fondamentali tra il sistema delineato dalla Convenzione del 1958 e il diritto dell’Unione europea, ritenendo che il sistema dell'Unione ha fornito al ricorrente una protezione equivalente a quella che gli avrebbe fornito il sistema convenzionale (cd. presunzione Bosphorus). La sentenza è di particolare interesse anche perché costituisce la prima pronuncia emessa a seguito del noto parere 2/13 della Corte di giustizia dell’Unione europea sul progetto di accordo circa l’adesione dell’Unione alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Avotins c. Latvia
Con una sentenza del 1° marzo 2016 nel caso Arlewin c. Svezia (22302/10) la Corte europea dei diritti dell’uomo si è nuovamente pronunciata (v. in questa Rubrica i precedenti: casi Wind Telecomunicazioni (5159/14) e Schipani (38369/09) sul mancato rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione europea da parte del giudice di ultima istanza. Secondo la Corte di Strasburgo, infatti, il diniego di giurisdizione operato nei diversi gradi di giudizio ad opera delle corti svedesi, in ragione del mancato rinvio alla Corte di giustizia per la presunta assenza di dubbi interpretativi rispetto a talune disposizioni del regolamento (CE) n. 44/2001 del Consiglio, del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l'esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, quale ripreso dalla legge svedese, costituisce una violazione del diritto di accesso alla giustizia tutelato dall’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950.
Pur non affrontando la questione espressamente, la sentenza evidenzia i limiti della c.d. “dottrina dell’atto chiaro” (v. Corte di giustizia, 6 ottobre 1982, in causa C-283/81, CILFIT), allorché il mancato rinvio pregiudiziale ad opera del giudice di ultima istanza sia (erroneamente) determinato dalla convinzione che le disposizioni di diritto dell’Unione in questione costituiscano un “atto chiaro e inequivocabile”.
Con sentenza dell’8 settembre 2015 nel caso Wind Telecomunicazioni s.p.a. c. Italia (5159/14), la Corte di Strasburgo è ritornata su un caso di mancato rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia da parte di un giudice di ultima istanza, dopo la recente sentenza Schipani (vedila in questa rubrica). Ma, a differenza da Schipani, in questa nuova sentenza la Corte ha dichiarato irricevibile il ricorso, perché il mancato rinvio pregiudiziale da parte della Corte di cassazione italiana (riguardante l’interpretazione dell’art. 267 TFUE in relazione ai limiti dell’obbligo che ne deriva per il giudice di ultima istanza) trovava una motivazione implicita, nella sentenza di questa, nella circostanza che la richiesta di rinvio della ricorrente appariva “manifestamente non pertinente nel caso di specie”. Infatti, la Cassazione era stata adita con un ricorso per motivi di giurisdizione ex art. 111, comma 8, Cost., contro una precedente sentenza del Consiglio di Stato, con cui questo, senza dar seguito a sua volta alla richiesta della ricorrente di porre un quesito pregiudiziale, si era pronunciato sull’art. 82 TCE. Dovendo perciò la Corte di cassazione limitarsi a controllare il rispetto dei “limiti esterni” della “funzione giurisdizionale” del Consiglio di Stato, essa non era competente a stabilire se, rigettando una domanda di rinvio pregiudiziale, tale organo avesse soddisfatto le condizioni poste dall’art. 267: anche in caso di inosservanza di tali condizioni, non sarebbe stato ravvisabile, infatti, alcun difetto di giurisdizione.
Affaire Wind Telecomunicazioni c. Italie
Con sentenza del 21 luglio 2015 nel caso Schipani e a. c. Italia, la Corte di Strasburgo si è pronunciata, in conformità alla propria giurisprudenza nei casi Vergauwen e a. c. Belgio(4832/04, 10 aprile 2012) e Dhahbi c. Italia (17120/09, 8 aprile 2014), nel senso della violazione dell’art. 6 § 1 della Convenzione da parte dello Stato italiano, per non avere la Corte di cassazione effettuato il rinvio pregiudiziale ex art. 267 TFUE alla Cortedi giustizia del Lussemburgo, rinvio richiestole dalla parte ricorrente. Secondo la Corte EDU, la Corte di cassazione ha l’obbligo, in quanto giudice contro le cui decisioni non è ammesso ricorso, di motivare il diniego di sollevare la questione pregiudiziale alla luce delle eccezioni previste dalla giurisprudenza della Corte di giustizia.
Affaire Schipani

References: sentenza 

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 art. 111
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 § 1
 art. 267