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Timestamp: 2018-03-25 03:42:05+00:00

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Torna all'elenco delle sedute Commissione VIII 48.
Audizione del Capo del Dipartimento della Protezione civile, prefetto Franco Gabrielli, sullo stato della riforma della Protezione civile introdotta con il decreto-legge n. 59 del 2012 e sullo stato delle risorse per la lotta agli incendi boschivi (ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del Regolamento):
Margiotta Salvatore, Presidente ... 2 8
Tortoli Roberto, Presidente ... 20 24
Bratti Alessandro (PD) ... 19 22
Gabrielli Franco, Capo del Dipartimento della Protezione civile ... 2 8 16 19 20 22 23 24
Lolli Giovanni (PD) ... 14 23
Mantini Pierluigi (UdCpTP) ... 10 22 23
Misiti Aurelio Salvatore (Misto-G.Sud-PPA) ... 18 19
Realacci Ermete (PD) ... 15 16 23 24
Vatinno Giuseppe (Misto-ApI) ... 10
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del Regolamento, l'audizione Capo del Dipartimento della Protezione civile, prefetto Franco Gabrielli, sullo stato della riforma della Protezione civile introdotta con il decreto-legge n. 59 del 2012 e sullo stato delle risorse per la lotta agli incendi boschivi.
Do la parola al prefetto Gabrielli, che ringrazio per la sua presenza.
FRANCO GABRIELLI, Capo del Dipartimento della Protezione civile. Produco il testo del mio intervento perché possa essere distribuito.
Prima di entrare nel merito della vicenda per la quale sono stato chiamato a esprimere le mie valutazioni, mi siano consentite una precisazione e una digressione. In questi giorni, come sapete, sono avvenuti fatti che non possono non attirare la nostra attenzione e che mi hanno preoccupato non solo in sé, ma anche per le reazioni che ne sono seguite. Non vorrei, infatti, che un tema così importante e delicato come quello scaturito dalla sentenza con la quale il Tribunale di L'Aquila ha condannato i membri della Commissione grandi rischi si traducesse in uno scontro tra coloro che sostengono che i giudici abbiano hanno sempre torto e coloro che sostengono che abbiano sempre ragione.
Credo che in questa vicenda la sentenza non sia un problema. Molto più semplicemente, la sentenza ha posto dei problemi. Anche in questa circostanza, ho ascoltato le solite affermazioni di stile sull'opportunità o sulla necessità di attendere le motivazioni della sentenza, ma credo che noi abbiamo già tutta una serie di elementi. Questa vicenda giudiziaria, infatti, non è nata l'altro giorno, ma si è dipanata per un intero anno; c'è stata una fase di indagini preliminari, c'è stata un'udienza preliminare, c'è stato un dibattimento. Noi tutti abbiamo letto i capi di imputazione, sentito le requisitorie e certi fatti ed elementi devono interrogarci da subito. Non vorrei che, in modo un po' pilatesco, ci si riparasse dietro al principio secondo cui la giustizia deve fare il suo corso, occorre aspettare il giudizio della Cassazione e fino ad allora rimanere a vedere cosa succede.
E allora io individuo almeno tre problemi posti da questa sentenza. Il primo è un problema di comunicazione del rischio, che prescinde dagli esiti delle valutazioni; il secondo è il rapporto tra la Commissione
grandi rischi e il sistema di Protezione civile; il terzo è una questione di responsabilità.
Sulle prime due questioni, a mio avviso qualche passo è stato compiuto perché la nuova Commissione grandi rischi, per come disciplinata dalle disposizioni del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 7 ottobre 2011 che ne ha ridefinito l'organizzazione e le funzioni, ha cercato di mutuare e di far tesoro delle criticità - non parlo di errori, ma di criticità - che la vicenda aquilana ha, purtroppo, evidenziato.
Sotto questo profilo, il primo elemento che voglio sottolineare è che la Commissione grandi rischi non è una commissione itinerante: essa si riunisce a Roma e si riunisce in base a quesiti scritti del Capo del Dipartimento della Protezione civile. Inoltre, la Commissione non veicola direttamente gli esiti delle informazioni, che sono invece, all'esito delle riunioni, condensati in comunicati scritti che raccolgono e racchiudono le valutazioni di carattere scientifico. E tali valutazioni e input che la comunità scientifica fornisce al Dipartimento della Protezione civile sono, a loro volta, veicolati al Sistema nazionale di Protezione civile. Così è stato per la vicenda emiliana, quando, come voi tutti sapete, che la Commissione grandi rischi pose l'attenzione sulla possibilità che una terza faglia si attivasse e così sta avvenendo per la vicenda del Pollino che, come sapete, da due anni interessa quella parte del territorio.
In tal senso, quindi, oggi mi sento di affermare che la filiera della comunicazione non è più randomica, ma attiene a una responsabilità, che è in capo al Dipartimento della Protezione civile e non assolutamente in capo alla Commissione grandi rischi. In questo senso, sono anche «blindate» la natura e il rapporto tra la Commissione grandi rischi e la Protezione civile perché le riunioni della prima non presuppongono più la presenza della seconda.
Nel dettaglio, le riunioni della Commissione sono così organizzate: il Dipartimento di Protezione civile espone i quesiti, la Commissione richiede gli elementi in possesso al sistema che fa capo al Dipartimento e si riunisce in una sorta di camera di consiglio - quindi senza nessuna interazione con il Dipartimento -, all'esito della quale emette un comunicato, che, a seconda delle situazioni, il Capo del Dipartimento veicola, se lo ritiene, alle strutture che compongono il Sistema nazionale di Protezione civile.
Credo, quindi, come ho detto poc'anzi, che rispetto ai primi due problemi posti dalla sentenza, ma ancor prima della sentenza il procedimento penale in sé, l'udienza preliminare, i capi di imputazione, avevano posto, possiamo dire di aver compiuto un significativo passo avanti.
Ciò che, invece, resta da affrontare e che veramente colgo l'occasione per porre alla vostra attenzione è il tema della responsabilità. Certamente ne avremo piena contezza leggendo le motivazioni della sentenza della magistratura aquilana, ma c'è un capo di imputazione, assolutamente speculare rispetto al dispositivo della sentenza, che pone di per sé un preciso problema: 7 persone, con diversi ruoli, comportamenti, profili e responsabilità, sono punite alla stessa maniera. A mio giudizio, qui risiede un problema. E siccome non credo che siamo in mano a dei folli, perché questa è la mia formazione ma anche perché c'è stata una procura della Repubblica che ha lavorato e un giudice che si è espresso, allora, molto più semplicemente, dobbiamo riconoscere, come io credo si debba fare, che esiste un problema di definizione delle responsabilità.
Credo, allora, che oggi si imponga un tema che ho già posto al Governo in maniera molto netta e che oggi cerco di riproporre in questa sede, ovviamente non certo per «spingere» i parlamentari, ma perché ritengo che rientri nella mia responsabilità e nel mio ruolo, attirare l'attenzione dei parlamentari della Repubblica su un problema. Oggi dunque il tema è che noi, per tutta una serie di vicende e attività che riguardano la valutazione di eventi connotati da grande incertezza e da
grande complessità, non possiamo fare riferimento a soglie di responsabilità eguali a quelle di qualsiasi altra vicenda o attività. Ecco perché credo che su questo tema oggi imponga un intervento.
Peraltro, ho letto tante notizie inesatte, come ad esempio quella che i componenti della Commissione grandi rischi percepiscono compensi: non è così. Con addebito a mio carico da parte del Ministero dell'economia e delle finanze, essi percepiscono soltanto il rimborso per il biglietto del treno o dell'aereo per spostarsi da dove si trovano ai luoghi delle riunioni. Purtroppo, inoltre, nonostante la mia sollecitazione, non c'è stata l'adesione, ad esempio, a che questi componenti fossero assicurati. E guardate che la decisione così eclatante delle dimissioni, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, è il combinato disposto di un sentirsi non tutelati rispetto a una vicenda che li poneva davanti a un problema e li interrogava, sotto il profilo della responsabilità, rispetto a situazioni del futuro.
Credo che oggi ci siano tutte le condizioni perché si ritorni a un rapporto costruttivo. In questi giorni non mi sono mai affacciato a nessun tipo di interlocuzione con la stampa perché ritenevo che questo fosse un momento estremamente delicato e ho aspettato questa occasione in questa sede, che credo sia quella più indicata per sottolineare questi aspetti.
Oggi viviamo una condizione di grande deficienza. Quello che si è incrinato con la comunità scientifica è un rapporto che dobbiamo, invece, ricostruire e rigarantire nuovamente. Queste persone hanno diritto almeno a essere assicurate o, comunque, alla tutela dell'Avvocatura dello Stato, ciò che peraltro, nonostante le mie richieste, non si è mai realizzato. Il Parlamento con tempi molto rapidi deve affrontare il tema della definizione di una specifica soglia di responsabilità che tuteli il mondo della scienza che si presta a fornire un contributo di conoscenza al mondo della Protezione civile.
Oggi io chiedo questo con forza e sottopongo alla vostra sensibilità e attenzione l'esigenza che si arrivi quanto prima a una norma di salvaguardia, che non serve a salvare uno o l'altro o a rendere responsabile qualcun altro ancora, ma semplicemente a porre le persone nella condizione di svolgere un lavoro estremamente complicato, perché stiamo parlando di un lavoro estremamente complicato, con la serenità di sapere di dover rispondere di comportamenti illeciti, ma non di valutazioni frutto di quell'approccio in scienza, conoscenza e coscienza che ogni buon scienziato dovrebbe utilizzare.
Queste mie osservazioni, signori onorevoli, mi sembravano importanti. Avrei trovato estremamente poco serio stendere una relazione sullo stato di attuazione del decreto-legge n. 59 del 2012, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge n. 100 del 2012, e preterire questa vicenda. Oltretutto, credo che il Parlamento possa e debba svolgere tempestivamente un'azione per ripristinare la richiamata condizione di serenità di cui il Paese, soprattutto in questo momento, ha bisogno perché, come ho ricordato anche in una lettera al Presidente Monti, abbiamo la necessità di fronteggiare questioni come lo sciame sismico nel Pollino o la definizione del quadro dei vulcani napoletani, dal Vesuvio ai Campi Flegrei: abbiamo, in buona sostanza, bisogno di una comunità scientifica che non solo non sia distante dal Sistema nazionale di Protezione civile, ma che non sia neppure posta nella condizione di svolgere un'azione «difensiva», come purtroppo sta avvenendo sul versante della medicina. Se creassimo le condizioni di una «scienza difensiva» anche sul versante della Protezione civile, credo che evacueremmo sistematicamente tutto il Paese e forse nemmeno questo potrebbe essere considerato utile e opportuno.
Signor presidente, onorevoli deputati, venendo alla relazione sullo stato di attuazione della citata legge n. 100 del 2012, al di là del documento che vi ho prodotto, sommariamente ripercorro gli adempimenti che stiamo attuando. Come sapete, l'articolo 3-bis della legge ha riproposto la costituzione - purtroppo, su questo tema le riproposizioni sono un refrain anche abbastanza avvilente - del Servizio meteorologico
nazionale distribuito. Dico «riproposto», perché tale sistema era stato istituito dall'articolo 111 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, che non ha mai visto la luce. Oggi credo che anche i recenti fatti, le problematiche emerse, le polemiche sui temi della meteorologia e della previsione imporrebbero che si addivenisse finalmente alla sua costituzione.
Peraltro, al di là di quello che leggerete, mi piace sottolineare un aspetto. Ho sentito in questi giorni polemiche in quanto si sostiene che si spendono molti soldi per la meteorologia, che troppe persone se ne occupano. Su questi aspetti, vorrei far presente che nell'ambito dell'attività istruttoria relativa alla definizione del decreto del Presidente della Repubblica che sarà lo strumento normativo con cui il Servizio prenderà vita, abbiamo proceduto a una ricognizione delle risorse e delle persone dedicate a questo tipo di attività. Ebbene, in Italia, nelle varie componenti - Protezione civile, Aeronautica militare e regioni -, di questa materia si occupano 1.200 unità. Nel Regno Unito sono 1.800, in Germania sono 2.600, in Francia sono 3.600. Inoltre, i costi che destiniamo a questo tipo di attività ammontano al 50 per cento di quello che un Paese per dimensione e per problematiche simili al nostro spende per questo settore.
Anche in questo caso, quindi, mi piacerebbe che si cogliesse, tutto sommato, la positività di quanto stiamo facendo, ma anche l'urgenza che si addivenga quanto prima alla realizzazione del Servizio.
Quanto al comma 2 del medesimo articolo della legge, che ha definito i princìpi per l'individuazione e il funzionamento dei centri di competenza vi do contezza che il 14 settembre il Presidente del Consiglio dei ministri ha firmato il decreto che stabilisce i criteri con cui i centri di competenza possono essere riconosciuti come tali. In questo, credo per espressa volontà del Parlamento, si è fatto un passo in avanti. Prima i centri di competenza erano individuati con decreto del capo dipartimento; oggi, invece, in base a criteri ben definiti, sono individuati con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri.
L'articolo 3-ter introduce anche una misura che auspicavamo da tempo: che le frequenze radio utilizzate nell'ambito del servizio di Protezione civile siano ritenute gratuite. Questa misura avrebbe già dovuto trovare attuazione a partire dal 2002, ma anche in questo caso tutto è stagnato. C'è tuttavia una notizia non positiva perché il decreto che dovrebbe consentire la gratuità di queste frequenze, all'attenzione del Ministro dello sviluppo economico di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze, per la configurazione della norma, renderà gratuite solo 15 frequenze, mentre 80 non saranno rese gratuite. Lasceremo, quindi, alle regioni, in un momento particolarmente complesso, gli oneri derivanti da queste 80 frequenze, in quanto la dicitura di invarianza di spesa copre soltanto le 15 frequenze preesistenti.
Per quanto riguarda l'articolo 5 della legge n. 100, vorrei attirare l'attenzione dei parlamentari su una questione importante. Questa legge ha completamente rimodulato la disciplina dei cosiddetti stati emergenziali di tipo C, ossia quelli che abbiamo sempre definito come gli stati emergenziali nazionali. La legge ha fissato due paletti, il primo dei quali stabilisce che sono da considerarsi eventi di tipo C solo quelli che nell'imminenza debbono essere trattati con poteri straordinari. Questo dato normativo sta già creando qualche problema perché, nel frattempo, dal 12 luglio 2012, quando è stata promulgata la legge, nel nostro Paese si sono già verificati episodi che hanno toccato il Nord come il Sud - Verbania, la costa marchigiana teramana, le Lipari, Vibo Valentia -. In queste situazioni si sono verificati eventi alluvionali importanti, molto concentrati, in cui si sono prodotti molti danni. Tuttavia, per la tipologia degli interventi e delle loro dimensioni questi non rientreranno nella previsione di legge, nonostante quelle località, quei comuni, quelle province, quelle regioni abbiano sostenuto spese importanti.
Questo è un primo problema, la citata previsione di legge determina, infatti, una oggettiva difficoltà di consentire, soprattutto in un momento così complicato della finanza pubblica, una concreta vicinanza ai comuni ed io sono estremamente preoccupato della loro possibile reazione. Una volta, infatti, bene o male, forse più male che bene per alcune circostanze, ma più bene che male per altre, secondo il concetto dell'intervento sulla somma urgenza in qualche modo le spese dei comuni trovavano una composizione attraverso il Fondo regionale di Protezione civile, che lo Stato purtroppo dal 2008 non finanzia più, ovvero attraverso mirati interventi legati alla dichiarazione di stati emergenziali circoscritti ad ambiti ben definiti. Oggi tutto questo non può realizzarsi perché i paletti che la legge n. 100 del 2012 pone non li consentono.
Il secondo problema deriva dalla norma della legge n. 100 che modifica la legge n. 183 del 2011, ossia la deroga al patto di stabilità interno: è possibile infatti per i comuni e per gli interventi connessi alle emergenze derogare al patto di stabilità, ovviamente nei limiti di una legge che individua le risorse a disposizione. È una sorta di cane che si morde la coda in quanto questa deroga avviene solo per le emergenze di tipo C, quindi, le situazioni che per certi aspetti sono in questo momento per noi più problematiche, ossia gli interventi emergenziali che non assurgono agli onori e alle dimensioni dello stato emergenziale nazionale, oggi si trovano, da questo punto di vista, completamente scoperti.
Poiché, soprattutto in quest'autunno, come nei prossimi e anche in questo fine settimana, sul quale non vorrei sbilanciarmi per non essere tacciato di essere quello che grida al lupo, le previsioni non sono particolarmente esaltanti - anche quello della neve, onorevole Dionisi, è un problema, come lei sa, abbastanza complicato - attiro l'attenzione dei membri di questa Commissione affinché si possa, in prospettiva, estendere la possibilità per i comuni di accedere alla deroga del patto di stabilità anche per gli eventi di tipo B.
In ogni caso, a mio avviso, bisogna concedere ai comuni almeno una valvola di sfogo, che potrebbe essere una sorta di differimento dei limiti di indebitamento, ovvero la possibilità di utilizzare qualche tipo particolare di risorse. E sia ben chiaro che non stiamo parlando di ristoro di danni. Come sapete, infatti, la legge n. 100 toglie all'orizzonte dell'intervento di Protezione civile i danni, per i quali deve intervenire una norma primaria che individua le risorse, secondo il modello di quanto avvenuto per le regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto in occasione dell'ultimo terremoto.
Ripeto però che sono molto preoccupato che ai sindaci arrivi il messaggio che, se si attivano si espongono sul piano finanziario e se si espongono vanno in default. Non vorrei allora che le elementari considerazioni dei sindaci portassero alla conclusione per cui l'unica cosa da fare è aspettare il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco e l'Esercito per svolgere attività che oggi, con somme contenute, possono essere gestite adeguatamente a livello locale nell'ambito della responsabilità proprie dell'autorità locale di Protezione civile, che resta, fino a prova contraria, il sindaco.
Sulla ricognizione dei mutui di cui all'articolo 1, comma 1, lettera c), numero 11), della legge n. 100, purtroppo, benché volessimo rimandarli al mittente, anche nel disegno di legge di stabilità permangono in carico a noi. Pertanto, anche quest'anno il bilancio del Dipartimento della Protezione civile sarà pari a 2 miliardi 160 milioni di euro, ma a me arriveranno solo 94 milioni di euro. Su questo, purtroppo, tornerò. I mutui, pari a circa 1.100 milioni di euro, gravano sul nostro bilancio, ma sono somme impegnate per le quali facciamo semplicemente una partita di giro come ufficiali pagatori rispetto alle scadenze dei mutui stessi.
Una particolare attenzione stiamo esercitando nei confronti dei comuni. Voi sapete che la modifica apportata dalla legge n. 100 del 2012 all'articolo 15 della legge n. 225 del 1992 ha ribadito un concetto ovvio, che i comuni devono dotarsi
di piani di protezione civile, purtroppo però inserendo una complicazione perché questi devono essere approvati dal consiglio comunale. È una norma che io condivido come filosofia in quanto presuppone il coinvolgimento di tutti, tuttavia, da un punto di vista delle tempistiche, abbiamo già notizie certe che i famosi 60 giorni non sono stati minimamente rispettati, quindi gran parte dei comuni italiani sono ancora privi di piani di protezione civile.
Quanto alla revisione dell'articolo 20 della legge n. 225 del 1992, operata dalla legge n. 100 del 2012 faccio presente che stiamo lavorando alla prevista riforma del modello ispettivo. Onestamente, però, devo dire che il sistema ispettivo aveva un senso allorquando gli stati emergenziali erano abbastanza esorbitanti. Oggi che sono molto limitati e tutti in capo al dipartimento, dico che certamente faremo quanto prescritto dalla legge ma non mi sembra che rappresenti una questione importante. Ciò che, invece, oggi ho interesse a rappresentarvi è lo stato dell'arte sulla lotta agli incendi boschivi.
Sapete che la legge n. 100 ha introdotto una modifica della legge n. 353 del 2000 con riferimento alla titolarità della proprietà della flotta dipartimentale. In tal senso, stiamo definendo il prescritto decreto del Presidente della Repubblica per il trasferimento della flotta al Ministero dell'interno, trasferimento che ha peraltro comportato nel disegno di legge di stabilità l'individuazione di uno stanziamento di 40 milioni di euro che serviranno perché i Canadair volino.
Segnalo però che, stante l'attuale assetto normativo e le relative somme a disposizione, il prossimo anno, se non interverranno modifiche al testo del disegno di legge di stabilità in sede di esame parlamentare, avremo a disposizione soltanto 14 Canadair. Faccio presente che in questi anni abbiamo avuto 14 Canadair, 10 Fire Boss, 4 S-64, gli «elicotteroni», e altri mezzi dalle altre amministrazioni, per un complessivo di mezzi della flotta di Stato di 32 velivoli. Il prossimo anno saranno 18 in meno perché le somme individuate per la copertura di questo particolare capitolo coprono solo la flotta Canadair che, come sapete, è composta di 19 Canadair. Peraltro, per la particolare tipologia di questi mezzi e per le modalità di intervento nella stagione estiva che è la più attiva, possiamo schierare in front line soltanto 14 Canadair. Non avremo dunque gli altri 18 mezzi, salvo che non intervengano nuovi contributi.
Nello specifico, anche perché ne abbiate contezza, gli S-64 sono i 4 elicotteroni molto importanti, peraltro di proprietà del Corpo forestale dello Stato, per far volare e rendere operativi i quali servono 23 milioni di euro. Inoltre, una piccola assurdità è che il contratto degli S-64 scadrà a giugno, per cui fino a giugno pagheremo 8 milioni di euro del contratto e dal 1o luglio non li avremo più. È vero, potremmo usufruirne nella parte invernale perché abbiamo anche una campagna A e B invernale, che riguarda soprattutto le regioni del Nord, ma questi S-64 rimarranno a terra, oltretutto con costi per l'amministrazione dal momento che sono di proprietà del Corpo forestale dello Stato. In ogni caso, giusto per dare il senso di ciò di cui stiamo parlando, tenete conto che si tratta di elicotteri che portano 9.000 litri, mentre un Canadair ne porta 6.000. Per poter usufruire dei Fire Boss, invece, aerei un po' più piccoli, sarebbe necessaria una gara europea, ma non essendoci le risorse, ovviamente, la gara non può essere programmata e, men che meno, indetta.
Infine, dico che stiamo chiudendo gli stati emergenziali e posso assicurarvi che non è semplicissimo farlo, non solo perché ormai datati, da Orbetello, che ha compiuto quest'anno 18 anni, a situazioni più recenti, ma perché si tratta di situazioni complesse. Il problema è che secondo la norma, molto secca, prevista dalla legge n. 100, al 31 dicembre si chiudono gli stati emergenziali, il Capo dipartimento 10 giorni prima fa l'ordinanza di chiusura e le uniche possibilità consentite sono una breve dilazione delle contabilità speciali (fondamentali in alcuni territori del Paese anche perché preservano dalla pignorabilità le somme allocate su interventi specifici)
e deroghe per 6 mesi al massimo, ma solo per gli aspetti legati ai lavori pubblici.
Stiamo riscontrando una grandissima resistenza da parte delle regioni sulle chiusure degli stati emergenziali a carattere ambientale perché su queste, ovviamente, c'è la rincorsa a non qualificarsi come l'amministrazione ordinariamente competente. Soprattutto, però, il venir meno dello stato derogatorio, soprattutto per depuratori o attività di bonifica, sta creando una serie di problemi che stiamo cercando in qualche modo di affrontare e in questo senso ho scritto una lettera anche al Ministro dell'ambiente facendo presente che se il Ministero non ci accompagna in questa fase di chiusura degli stati emergenziali, al 31 dicembre avremo una situazione paradossale.
PRESIDENTE. Sottolineo che nel testo originario del decreto-legge n. 59 del 2012, convertito dalla legge n. 100, il termine in questione era fissato al 30 giugno 2012. Fummo noi, alla Camera, a differire il termine al 31 dicembre.
FRANCO GABRIELLI, Capo del Dipartimento della Protezione civile. È vero. In ogni caso, al 31 dicembre 2012 avremo stati emergenziali che, formalmente, si chiuderanno, stati emergenziali che di fatto non si chiuderanno e stati emergenziali che avremo difficoltà ad allocare rispetto alle amministrazioni ordinariamente competenti, quindi con una serie di problematiche di cui al momento non so immaginare le conseguenze.
Infine, abbiamo anche dato seguito alla norma della legge n. 100 che prevede che sul sito del Dipartimento vi sia l'indicazione dei resoconti dei commissari. Nonostante una problematica di carattere tecnico, siccome secondo la norma entro 40 giorni dalla cessazione degli stati emergenziali i resoconti devono essere pubblicati sul sito del Dipartimento, ci stiamo attrezzando.
Abbiamo invece abbastanza facilmente risolto anche il problema posto dalla norma che prevede la trasparenza sui grandi eventi per il combinato disposto che di grandi eventi noi non ci occupiamo più e che l'unico grande evento in questo momento presente è l'Expo 2015, sul cui sito internet sono già contenute tutte le indicazioni sui contratti, le forniture e le procedure di bando. Tutto ciò considerato, per ottemperare alla norma della legge n. 100, ma anche per dare contezza ai cittadini che cercassero sul nostro sito internet le informazioni richieste dalla norma stessa, sul sito stesso è presente semplicemente un link che rimanda a quello dell'Expo 2015.
PRESIDENTE. Ringrazio, a nome dell'intera Commissione, il prefetto Gabrielli per l'esauriente relazione svolta. Prima di proseguire, tuttavia, essendo numerosi i deputati iscritti a parlare, chiedo al prefetto Gabrielli quale sia la sua disponibilità a trattenersi con noi.
FRANCO GABRIELLI, Capo del Dipartimento della Protezione civile. Ho solo un impegno alle 18 con il Segretario generale per i beni culturali per problemi, anche in quel settore, abbastanza importanti.
PRESIDENTE. Sono sicuro che per le 18 avremo concluso la nostra audizione.
ARMANDO DIONISI. Mi scuso, innanzitutto, con il prefetto e con i colleghi perché dovrò andare via subito dopo il mio intervento. Sulle vicende aquilane interverrà peraltro il collega Mantini.
Al di là delle motivazioni della sentenza, ho colto e condivido le espressioni del prefetto Gabrielli, soprattutto perché dobbiamo restituire serenità a chi lavora, in particolar modo alla scienza che lavora al servizio della comunità italiana. Immaginare che una sentenza possa mettere sotto accusa chi deve fornire informazioni, in questo caso alla Protezione civile, e che si possa essere condannati senza nessuna
protezione da parte dello Stato, mi sembra un punto su cui ragionare e immaginare anche di presentare una norma. Il collega Mantini ritornerà su questo.
Vorrei porre delle brevissime considerazioni sull'attuazione della legge del riordino della Protezione civile. Noi abbiamo messo in piedi una Protezione civile nuova, soprattutto nel senso che coinvolgesse gli enti locali, le regioni e lo Stato. Credo, da quanto esposto dal prefetto, che ovviamente abbiamo esposto i sindaci soltanto a delle responsabilità, senza le necessarie coperture finanziarie. Mi permetta, però, prefetto, di aggiungere che non è solo questione dell'attuazione della legge n. 100 del 2012. Faccio presente, infatti, che con gli eventi della neve del 2011, molti comuni che hanno provveduto a esporsi in prima fila per far fronte a una situazione emergenziale non hanno ricevuto né da parte delle regioni, che non hanno visto più rifinanziato il fondo di Protezione civile, né da parte dello Stato, la possibilità di indennizzi per le spese di primo intervento.
Questo è grave perché se il Sistema di protezione civile che abbiamo immaginato nella legge n. 100 vede come protagonisti le amministrazioni locali, in questo caso con una responsabilità diretta nei confronti dei sindaci, non è sostenuto dalla necessarie risorse, allora rischiamo di aver messo in piedi una Protezione civile che al prossimo evento calamitoso, che potrà verificarsi in qualunque parte del nostro Paese, vedrà i sindaci molto defilati rispetto a una situazione che, tra l'altro, ha creato loro anche problemi di bilancio, come lei ha sottolineato.
Questo è un aspetto sul quale occorre ragionare. Se, infatti, abbiamo immaginata una Protezione civile di un certo tipo, se salta il primo anello del sistema, rischiamo di vanificare il lavoro per il quale siamo stati chiamati ad operare. Credo che su questo vada fatta una riflessione all'interno del Parlamento, ma anche con il Governo, per evitare che al prossimo evento calamitoso abbiamo una Protezione civile con il disimpegno dei primi attori, ossia le amministrazioni locali e i sindaci. Bisogna ragionarci e trovare le risorse necessarie.
Certo, si doveva porre fine a una Protezione civile - l'abbiamo detto tante volte - che aveva perso anche il senso della propria missione, occupandosi di altro. Credo che anche le norme che abbiamo messo in cantiere rispetto, per esempio, alla chiusura degli stati emergenziali, derivino anche dalla spinta che l'emergenza rimaneva continua nel nostro Paese, fino a durare vent'anni e oltre. Forse è stato eccessivo indicare alcuni termini così stringenti, ma bisognava porre fine a un'emergenza legislativa e anche politica che, purtroppo, durava da anni.
Sulla questione degli incendi boschivi, purtroppo abbiamo assistito a un conflitto tra le amministrazioni dello Stato per chi dovesse detenere la flotta, perdendo di vista, invece, che comunque ne abbiamo bisogno per evitare che il prossimo anno, come denunciava il prefetto, ci ritroviamo soltanto 14 Canadair in servizio a fronte di esigenze che potrebbero risultare certamente gravose come quelle di quest'anno nel quale si è dovuto dare risposta ai molti incendi che si sono sviluppati nel nostro Paese. Credo che su questo, anche qui con il Governo - mi rivolgo agli altri colleghi della Commissione -, dovremmo fare una riflessione. Al di là della disputa che si era accesa su chi dovesse detenere la titolarità della flotta, serve infatti una copertura finanziaria adeguata per consentire di non arrivare, il 1o luglio prossimo, con una flotta non solo dimezzata, ma incapace di fornire risposte adeguate al Paese.
La legge n. 100 del 2012 sicuramente presenta dei limiti su cui tornare e ragionare. La verità è che è nata sotto la spinta anche degli scandali avvenuti nel nostro Paese, come spesso succede. Abbiamo legiferato sull'emergenza. Credo che una riflessione attenta rispetto ai temi segnalati dal prefetto vada fatta adeguatamente prima all'interno della Commissione, ma soprattutto con il Governo.
GIUSEPPE VATINNO. Ribadirò alcune note che vado ripetendo negli ultimi giorni, ma che credo importante ribadire anche in questa sede. Ha ragione il prefetto quando dice che rischia di trovarsi, dopo questa sentenza aquilana, nell'impossibilità di agire. Aggiungo che questo riguarda tutta l'Italia della prevenzione e che si basa su metodi scientifici e razionali nell'interazione con il territorio. Infatti, questa sentenza, che ha fatto scalpore in tutto il mondo - chi di voi ha veduto i telegiornali in questi giorni sa che siamo sulle prime pagine - ci riporta proprio nel Paese di Galileo Galilei e di Giordano Bruno, a un'epoca veramente oscurantista, in cui si immagina che lo scienziato sia il depositario di tutto il sapere, senza immaginare che nella scienza esistono margini inevitabili di inconoscibilità. Apriamo la strada a stregoni e a varie componenti di questo tipo, pensano che sia possibile prevedere, magari col pendolino, i terremoti. Questo è molto pericoloso in un Paese col nostro profilo orografico.
Del collega Dionisi riprendo anche la suggestione di poter ragionare su una norma che potremmo proporre per impedire l'assoluta paralisi del sistema. Chi si assumerà, infatti, la responsabilità, tra gli scienziati, di fare una previsione da ora in avanti? Chi se l'assume, oltretutto, corre il rischio di essere tacciato di procurato allarme, quindi ci si muove su una doppia ghigliottina. È un ulteriore colpo alla credibilità del Paese.
Per quanto riguarda, invece, la parte più tecnica, siamo perfettamente d'accordo come gruppo ApI di dotare dei maggiori mezzi finanziari la Protezione civile, che svolge, fin dai tempi della sua fondazione con Zamberletti, un ruolo molto importante. Non vorremmo che una crisi di finanziamenti riportasse indietro quello della Protezione civile a un ruolo puramente di gestione dei soccorsi e non preventivo, attaccato sia dal fronte delle sentenze, che sinceramente lasciano perplessi, sia dal drastico, un problema che, tuttavia, riguarda anche altri settori, ridimensionamento dei mezzi tecnici.
PIERLUIGI MANTINI. Brevemente, vorrei solo focalizzare l'intervento sul tema della Commissione grandi rischi dopo la sentenza di L'Aquila, ma non per ripetere valutazioni generali che vanno dalla sorte dei Galileo ai rapporti tra la scienza e la politica, forse più propri di altre sedi. Abbiamo espresso a caldo alcune valutazioni.
In buona sostanza ci sembra, sia pur nel pieno rispetto della sentenza della magistratura, che vorremmo naturalmente leggere meglio nelle motivazioni, che quella decisione sconcertante e molto grave per gli effetti dal punto di vista dell'inquadramento giuridico a fatica rientri nelle nostre categorie. Parlo della categoria di causalità, necessaria per stabilire un nesso tra una condotta, sia pur colposa, e un evento. Credo che la nostra teoria della causalità adeguata, accettata dal codice penale e dalla legislazione vigente, impedisca proprio di inquadrare un'eventuale colpa comportamentale, sia pure nel merito della comunicazione, in modo tale da poter rilevare gli estremi della fattispecie penale dell'omicidio colposo.
Rinviando, dunque, sul punto, dopo aver espresso però un giudizio, allo stato degli atti e delle conoscenze, vorrei evidenziare che la Commissione grandi rischi merita tutta la solidarietà del Paese. Ne abbiano bisogno ed è chiaro che uno dei primi provvedimenti - abbiamo presentato anche ieri, con il collega Libè e altri, un'interrogazione parlamentare in I Commissione rivolta alla Presidenza del Consiglio dei ministri - deve essere la sua reintegrazione, visto anche che il Paese ne ha bisogno come riferimento essenziale per le politiche di prevenzione in materia di protezione civile. Vogliamo che siano date le garanzie che il prefetto Gabrielli ricordava, almeno quelle minime ed essenziali.
Noto peraltro che forse se oggi siamo così indietro, anche rispetto alla normale
tutela dell'Avvocatura dello Stato, è perché in una certa fase, in un certo momento si è immaginata una super-protezione civile di tipo privatistico che assumesse non so quali derive fuori dai canoni delle pubbliche amministrazioni. Quello attuale è invece un momento in cui, sempre a torto o a ragione politicamente, si rivaluta un po' di statualità, di antico diritto, e credo ce ne sia bisogno perché i principi fondamentali restano fondamentali. Tra questi vi è, all'occhio anche di un modesto cultore delle cose amministrative, il fatto che questa è una commissione tecnica, che svolge attività che si chiamerebbero procedimentali, per cui esprime anche un comunicato (purtroppo questa è un'espressione un po' fuorviante perché con tale espressione usualmente intendiamo un comunicato sempre rivolto urbi et orbi ai media, mentre nel nostro caso è quasi più un referto, se non capisco male, prefetto, che va consegnato all'autorità politica di riferimento).
Il secondo punto che poniamo, per farla breve, è che, nell'impostazione, nel rifare e rinominare, con le garanzie auspicate, la Commissione grandi rischi, vi sia una netta distinzione tra la responsabilità tecnica e la responsabilità politica. Solo sulla base di queste premesse, che auspichiamo siano valide per l'immediata soluzione di questo tema, vorrei dire, senza alcun intento polemico, che dalle parole oggettive del prefetto ricavo che la vera responsabilità di una comunicazione comunque un po' sbagliata - mi accontento di questo termine perché la materia è scivolosa - su L'Aquila, di una comunicazione comunque un po' rassicurante, che non può negarsi esserci stata, sia esattamente attribuita all'allora Capo della Protezione civile, Guido Bertolaso.
Guido Bertolaso è un uomo che ha avuto molti meriti, come gli abbiamo anche riconosciuto. In questo momento, potremmo anche asserire sbrigativamente che non gode degli allori, quindi non c'è nessun intento di prendersela con nessuno, ma dobbiamo stare ai fatti perché ci aiutano a risolvere anche il presente e il futuro. I fatti di quel 31 marzo sono che qualcuno creò un clima favorevole a una comunicazione rassicurante, ciò che è fuori dai compiti di una commissione tecnica scientifica di quel livello, che si volle creare un contesto di quel tipo.
Diciamo pure che l'autorità politica amministrativa apicale creò un contesto di quel tipo, (purtroppo poi rimbalzato nelle intercettazioni telefoniche e nelle mille polemiche su una materia dolorosissima come quella delle vittime del terremoto e anche per questo non voglio quindi, evidentemente, fare ulteriori speculazioni) e quella comunicazione un po' poco oggettiva e non del tutto trasparente, non del tutto equilibrata, fu inquinata in un clima e in un contesto.
Siccome questa è la nostra lettura dei fatti, vorremmo che quei fatti non si ripetessero. Vorremmo per questo, non so se utopisticamente, che alla base del futuro, quindi nella nuova Commissione, esistano un codice e un protocollo di comunicazione istituzionale. A volte anche i codici etici non servono a nulla, come talvolta le norme, ma servirebbero degli standard, un protocollo di comunicazione istituzionale che sollevi l'organo tecnico e guidi l'organo di vertice amministrativo e politico. Oggi esiste un protocollo per tutto e anche il chirurgo che scopre un tumore segue un'indicazione nel dire e non dire.
Vorremmo quindi, voglio dirlo con forza, che per la comunicazione istituzionale, in caso di grandi rischi e in prossimità di condizioni di calamità di un tipo o di un altro, ci fosse non il risultato scientifico, che lasciamo all'autonomia della scienza, ma un protocollo chiaro di comunicazione istituzionale per il futuro.
RAFFAELLA MARIANI. Il mio gruppo e io abbiamo chiesto di incontrare il prefetto Gabrielli perché volevamo fare il punto sulla recente legge n. 100 del 2012, di conversione del decreto-legge n. 59 del 2012, nonché sul tema delle risorse per la lotta agli incendi boschivi. Non immaginavamo che avremmo dovuto ritrovarci, invece, a commentare un fatto così grave come quello accaduto in questi giorni.
Ci siamo interrogati e ne abbiamo parlato molto in queste ore, ieri anche con il Ministro Clini. Abbiamo sentito che l'ultimo effetto gravissimo del terremoto di L'Aquila è stato anche di terremotare e di imporre a tutta la comunità scientifica il dilemma se rimanerne a disposizione delle istituzioni che compongono il Sistema nazionale di protezione civile. Spero che tutte le istituzioni più importanti del nostro Paese faranno appello a quella comunità perché rimanga a disposizione delle strutture come è stato fino ad oggi, sottraendo la stessa comunità scientifica da una responsabilità che, dal mio punto di vista, non aveva.
Riconosco molti limiti alla nostra normativa in materia e, in questo senso, oggi la domanda che le pongo preventivamente riguarda le correzioni che potremmo apportare a una disposizione di legge che pure, a mio avviso, è molto chiara. La Commissione grandi rischi, infatti, con tutte le competenze che racchiude al suo interno, ha, e aveva secondo la normativa vigente anche alla data del terremoto del 6 aprile 2009, un potere consultivo rispetto al Dipartimento della Protezione civile, e quindi non ha, né aveva, per legge la responsabilità di comunicare direttamente senza filtro ai cittadini, alle istituzioni locali i risultati delle proprie valutazioni.
Non avendo neanche, per quello che ci risulta, prodotto un verbale di una riunione avvenuta in pochissimo tempo e che comunque doveva analizzare e rispondere a un quesito molto generico, vale a dire, se non ho capito male, se i terremoti siano prevedibili o meno, mi domando anche perché oggi ci sia stata questa superficialità. Leggeremo, come sempre, tutte le motivazioni della sentenza, ma mi chiedo perché non si sia voluto analizzare fino in fondo cosa mancava nel supporto normativo.
Credo che la nostra responsabilità oggi - ne abbiamo parlato anche nel nostro gruppo e vorremmo porre anche a lei questo tema che credo sia da Consiglio dei ministri - sia di interrogarci sul nostro ruolo di legislatori. Cosa ha da suggerire il Governo? Cosa possiamo aggiungere per correggere, per sistemare il quadro normativo? Dobbiamo rendere più chiaro che c'è stato un errore, probabilmente, nella filiera della comunicazione, per cui qualcuno è finito senza filtro di fronte a un microfono, come succede spesso, senza averne forse la responsabilità ultima.
Chiunque viva in un'amministrazione, dalla più piccola, comunale, fino allo Stato centrale, sa che il potere di ordinanza, di sgombero è proprio solo di alcune figure istituzionali nel nostro Paese. Rispetto a questo, però, comunicare senza filtri di fronte ai cittadini quel messaggio ha procurato probabilmente una «rasserenazione» che, chi non aveva strumenti, ha letto come una rassicurazione, che ha prodotto, purtroppo, le vittime e tutto quanto è accaduto.
Il nostro compito, tuttavia, è quello di legislatori, non dobbiamo celebrare processi a nessuno né alimentare discussioni inutili. In questo senso, dobbiamo chiederci e verificare anzitutto se quella normativa funzionava e se ha sempre funzionato. Io, ad esempio, vengo da un territorio, la Garfagnana, dove ci fu un problema opposto, nel 1985, vale a dire l'evacuazione di 15 comuni per un rischio sismico temuto che - per fortuna - non si verificò. In quel caso, il Ministro Zamberletti si assunse la responsabilità e ordinò l'evacuazione di un'intera zona della Toscana. Anche in quel caso si aprirono polemiche; si parlò di procurato allarme, di rischio di esagerazione rispetto al comportamento che la popolazione tenne, uscendo dalle abitazioni e organizzandosi diversamente da quanto è accaduto in Abruzzo nel 2009.
Probabilmente, dobbiamo lavorare a una maggiore educazione dei cittadini, continuare a fare prevenzione in maniera più decisa. Come Paese, però, con molte zone a rischio sismico elevato, dobbiamo anche sgombrare ogni dubbio su chi deve fare cosa o chi deve dare gli ordini. L'unico «pregio» che spero potrà avere questa gravissima sentenza, dal mio punto di vista, potrebbe essere quello di rimettere in piedi, correttamente, la filiera e di spiegarla molto bene ai cittadini.
Lei ha parlato di questioni relative alla comunicazione del rischio, al rapporto tra la Commissione grandi rischi e la Protezione civile e alla responsabilità. Penso che siano tre questioni che dobbiamo rimettere in fila con lo stesso Governo che ha scelto la legge n. 100 del 2012 per una riforma della Protezione civile. Vorrei affrontare i temi che ha posto uno a uno, ma non c'è tempo. Noi abbiamo provato ad apportare alcune correzioni; naturalmente, quella riforma veniva a valle di un periodo molto delicato e richiamava temi come la abnorme durata dell'emergenza e l'esagerazione dell'interpretazione dell'emergenza (lei stesso ha ricordato che Orbetello è in emergenza da 18 anni). Nel corso dell'esame parlamentare del decreto-legge n. 59 del 2012 siamo riusciti a dilatare un po' i tempi per la chiusura delle emergenze, forse non sufficientemente, ma la questione centrale è che la cultura dell'emergenza ha prodotto delle modifiche sostanziali al problema del governo delle situazioni particolarmente complesse. Il tema dell'interruzione dei commissariamenti, del porre fine alla pratica dei commissariamenti, ci interroga su mille altre questioni, come lei ha ricordato, ma in primis ci interroga su questo. Ormai, infatti, siamo inondati di commissariamenti. Non ci sono solo quelli di protezione civile, ma anche tutti quelli del Ministero dell'ambiente e del Ministero delle infrastrutture; probabilmente ci saranno presto quelli legati alle discariche e ci sono quelli sui rifiuti. Ormai, sembra che stiamo testimoniando che il nostro Stato funziona solo per commissariamenti. Ovviamente, questo produce un enorme scaricabarile, che, tuttavia, a mio avviso, non è tanto legato alla mancanza di responsabilità delle istituzioni territoriali, regioni e comuni, quanto al non riuscire a pagare da parte dello Stato neanche il dovuto, cosicché le regioni - come sappiamo benissimo - cercano legittimamente di sottrarsi, con tutti i tagli che stanno subendo in questi mesi, all'ulteriore incombenza di porre nuovi pesi sui cittadini colpiti da calamità naturali, come è accaduto di recente per l'aumento delle accise sui carburanti. Ricordo qui il nostro carissimo amico Massimo Vannucci e tutta la guerra che coraggiosamente ha condotto negli ultimi mesi del suo impegno parlamentare per reperire un po' di risorse statali a favore delle regioni dopo l'emergenza neve dello scorso febbraio.
Per questo penso che dobbiamo, insieme a voi rappresentanti della Protezione civile, cercare - abbiamo ora l'occasione dell'esame del disegno di legge di stabilità - di spiegare al Governo nella sua interezza che rispetto ad un certo livello di risorse non possiamo derogare. Mi riferisco agli stanziamenti per la lotta agli incendi boschivi e, più in generale, a una discussione sui fondi per le politiche di prevenzione e di protezione civile che, se presente nei territori, lo è anche all'interno del Governo centrale. Voglio dire al riguardo che è stato veramente imbarazzante assistere, durante l'esame del decreto-legge n. 59 del 2012, alla diatriba tra Corpo forestale dello Stato e Corpo nazionale dei Vigili del fuoco quando abbiamo provato a ragionare sugli strumenti più efficaci per una risposta organica e più utile ai territori in tema di lotta agli incendi boschivi. Non c'è stato niente da fare e anche per questo le risorse saranno necessariamente poche e disperse.
Quest'audizione ha una serie di coincidenze che, a mio avviso, possono essere utili almeno per perorare tutti insieme le possibili modifiche al disegno di legge di stabilità per il reperimento di adeguate risorse per la Protezione civile. Noi lavoreremo nella Commissione bilancio con l'intento, a saldi invariati - c'è sempre questa formula magica -, di ridefinire l'allocazione delle risorse almeno per i settori più strategici, per non lasciare il Paese nella situazione che lei, signor prefetto, ha descritto. In quel senso, manifestiamo la nostra piena disponibilità a collaborare per costruire alcuni emendamenti che tengano conto delle esigenze che lei ci ha rappresentato.
Vorrei dire un'ultima cosa. L'impegno del nostro gruppo con il Governo era di fare una legge per la ricostruzione dei territori della regione Emilia-Romagna
colpiti dal terremoto del maggio scorso, fare cioè una scelta, quella della legge, capace al tempo stesso di porsi come una riforma rispetto al passato e di offrire una risposta immediata a un'area che, dal punto di vista economico produttivo, doveva rialzarsi velocemente, e quindi non consentiva di ricomprendere all'interno della citata legge la sperimentazione di un sistema del tutto nuovo. Avevamo però preso anche l'impegno a fare una verifica, che è quella che stiamo facendo con lei oggi, per correggere alcuni punti della normativa sulla Protezione civile, che forse appare un po' datata ma che, dal nostro punto di vista, forse, nella sua originale formulazione, non era molto peggio di quello che poi è stato prodotto nel corso degli anni in termini di quello che io chiamo «scaricabarile normativo», se è vero che negli anni abbiamo assistito, a partire dal terremoto di San Giuliano di Puglia, ad un progressivo scaricabarile normativo sulle regioni delle responsabilità per la messa in sicurezza del territorio rispetto al rischio sismico.
E purtroppo oggi noi dobbiamo porre delle domande, dobbiamo chiedere conto al Governo - non a lei, prefetto, ma alla Ragioneria dello Stato - perché non si è stati in grado di dare risposte, prima di tutto in termini di risorse messe a disposizione, ad esempio, di quegli enti locali che hanno verificato che le scuole non sono tutte in sicurezza e che vorrebbero intervenire. Se i sindaci ragionassero, pensando anche alla sentenza di qualche giorno fa della magistratura aquilana, probabilmente domani dovrebbero comportarsi diversamente.
La conclusione è che vorremmo far capire a tutti - questa è stata, purtroppo, l'occasione sbagliata, ma che ci servirà - che sono necessarie delle modifiche alla normativa sulla protezione civile rispetto alle quali chiederemmo anche la sua collaborazione. Lei ci ha già fornito un po' di materiale, che però andrà concretizzato in alcuni emendamenti che possano essere utili, perché quello che è accaduto non si ripeta. Oggi ricorre un anno dalla data del disastro delle Cinque Terre. Dobbiamo discutere col Governo, ieri lo abbiamo con il Ministero dell'ambiente, perché è grave che le risorse destinate a quei territori non sono ancora arrivate, nonostante il fatto che, almeno per una parte, il CIPE abbia già deliberato in tal senso. Questo è il modo di procedere che si è affermato in questi anni, ma in questo modo, sicuramente, non si sta facendo né il bene dei territori né delle istituzioni, che perdono credibilità ogni giorno.
GIOVANNI LOLLI. Ritengo doveroso parlare - lo faccio anche con un certo disagio, colleghi - come rappresentante di una comunità, quella aquilana, che in questi giorni è stata descritta come una comunità assetata di vendetta, che gioisce e applaude alle sentenze di condanna. Non è così. È una comunità che sia prima che durante questo processo, e lo farà anche dopo, si è interrogata su quanto è accaduto, sulle cause e sulle responsabilità. E non si è interrogata per cercare qualche colpevole sul quale scaricare le colpe, ma perché, grazie a questa esperienza, mai più in futuro possano verificarsi errori come quelli che, eventualmente, si sono verificati.
Tra le nostre riflessioni c'è anche quanto illustrato dal prefetto Gabrielli in termini di preoccupazione, che è nostra più di chiunque altro, che da tutta questa vicenda possa emergere una limitazione nella libertà di ricerca di scienziati che debbono aiutarci ancora, e ancora di più in futuro, e che possono farlo solo se liberi e autonomi nel compito di cercare di limitare gli effetti, certo non di prevenire, delle calamità naturali.
Tuttavia, nella vicenda aquilana un difetto di comunicazione c'è stato.
È echeggiato un po' anche in questa discussione, naturalmente non nell'intervento del prefetto. È vero che siamo finiti sui giornali internazionali, ma è successo in un modo un po' sorprendente. Sembra quasi che a L'Aquila siano stati condannati gli scienziati perché non hanno saputo prevedere il terremoto, il che obiettivamente è una cosa surreale.
In realtà, si può essere d'accordo o avere opinioni diverse sull'esito di quel processo, ma la questione che ne è stata al centro è tutta un'altra e provo a descriverla con poche parole. Per una comunità, un territorio storicamente già interessato da terremoti, nel quale si stava verificando uno sciame sismico del tutto anomalo, 400 episodi, nel quale si era determinato un allarme anche amplificato dalle più diverse fonti, in cui il sindaco della città, ad esempio, aveva chiesto lo stato di emergenza, in cui erano state chiuse le scuole e tutti ci rivolgevamo alla Protezione civile, a un certo punto interviene la Commissione grandi rischi, anzi, vorrei dire che, in realtà, viene fatta intervenire la Commissione grandi rischi - ho colto tutto il garbo di certe affermazioni - e con una modalità, francamente, abbastanza discutibile.
Il processo ci ha messo a disposizione intercettazioni nelle quali si sono sentite affermazioni un po' sconcertanti. Il Capo della Protezione civile dice all'assessore regionale che manderà questi esperti «così gli imbecilli staranno zitti», che questi esperti debbono avere - cito testualmente - «solo un effetto mediatico» e che spiegheranno che uno sciame di questo genere evita che mai possa accadere l'evento catastrofico.
Arriva dunque a L'Aquila la Commissione grandi rischi, si riunisce per 40 minuti, non produce un verbale, il quale viene scritto dopo, come il processo ha accertato, dopo che il terremoto è avvenuto e c'è una comunicazione nella quale si parla del famoso bicchiere di vino. Siccome viviamo in una zona sismica, siamo stati abituati dai nostri vecchi e nella nostra infanzia ci sono memorie che alla prima scossa si usciva fuori casa. Ognuno di noi ricorda nottate passate fuori casa.
Un certo numero di cittadini che si è costituito parte civile sostiene tuttavia che, così autorevolmente tranquillizzati, questa volta non l'ha fatto. Ci sono perfino degli esempi che non vorrei nemmeno riportare. Ma c'è addirittura il caso di due medici che si trovavano in ospedale e che, alle mogli che a mezzanotte, al verificarsi della scossa più forte prima di quella catastrofica, gli avevano telefonato chiedendo se dovessero uscire di casa, hanno detto di rimanere dov'erano: la suocera di uno di questi medici, la cui figlia è morta, non saluta più il genero.
Allora, il punto è esattamente questo: siccome i terremoti non sono prevedibili, così come è assolutamente normale non prevedere un terremoto, dovrebbe essere altrettanto normale non prevedere che un terremoto non ci possa essere.
Che tutto ciò abbia un rilievo penale, francamente, non ho competenza per dirlo. Sto al fatto che non c'è dubbio che ci sia stata un'enfasi nel tranquillizzare la popolazione che, a mio avviso, è stata sbagliata. Ancora oggi leggiamo notizie sconcertanti riferite ai giorni successivi al terremoto del 6 aprile 2009, in cui il dottor Bertolaso, rivolgendosi al dottor Boschi afferma che la verità non va detta. Capisco quale forse era lo scopo di queste parole, che non era quello di uccidere le persone - ci mancherebbe altro -, immagino che forse si volesse dire che non si dovesse parlare per evitare allarmi ulteriori, però dico che così non va bene.
Concludo questo mio breve intervento con le parole di una persona a cui sono molto legato e che è stata tra le più colpite da questo terremoto, un giornalista diventato abbastanza famoso, Giustino Parisse, che si è costituito parte civile nel processo, i cui figli sono morti nel terremoto. L'altro giorno, in un articolo ha scritto: «Mi auguro che queste persone possano essere successivamente assolte, tuttavia vorrei che si riconoscesse che c'è stata una grave leggerezza e che mai più in futuro cose di questo genere possano accadere». Mi riconosco molto in questa posizione, che credo sia del tutto legittima.
ERMETE REALACCI. Cercherò di essere brevissimo. Partirò anche da quanto ricordato dalla collega Raffaella Mariani prima di me. Prefetto, lei conosce i nostri poteri e afferma che è compito nostro migliorare la legge n. 100 del 2012. Io le dico che noi abbiamo cercato di migliorare
il testo del decreto-legge n. 59 del 2012, così come ci era arrivato dal Governo, e credo che l'abbiamo migliorato abbastanza in Parlamento. Conosciamo la fase che il Paese sta vivendo, abbiamo contezza della scarsezza di risorse, ma sappiamo anche qual è la maniera di legiferare che ci viene proposta dal Governo. Sotto questo profilo, quindi, dico con chiarezza che noi siamo disponibili a fare la nostra parte, ma bisogna che anche lei, per i referenti istituzionali e anche politici che ha, faccia presente i problemi posti dalla nuova normativa. Noi sicuramente abbiamo sensibilità per affrontarli in Parlamento.
Dirò qualcosa alla fine sulla sentenza della magistratura aquilana, ma prima proverò a mettere in fila le questioni che ci ha sottoposto e che, ovviamente, ci trovano sensibili. Le elencherò non in ordine di importanza, tranne la prima, quella sui vincoli di spesa imposti ai comuni dal patto di stabilità interno. Ricordo che una delle modifiche che introducemmo nella legge di conversione del decreto-legge n. 59 del 2012 era legata a un certo paradosso che si era verificato dopo... Parliamoci chiaro, stiamo ancora pagando l'onda lunga della situazione prodotta da Bertolaso e Berlusconi! A un certo punto, infatti, la Protezione civile faceva tutto e, nel fare tutto, è finita, a mio avviso, sopra tono anche nei linguaggi. Penso che Bertolaso abbia avuto dei grandi meriti nell'organizzazione della Protezione civile, ma c'è anche molto della sua degenerazione nelle intercettazioni che leggiamo in questi giorni. La superfetazione della Protezione civile, che invece è un pezzo importantissimo nello Stato italiano, per i cittadini, per la credibilità delle istituzioni, ha prodotto delle degenerazioni che hanno rischiato di uccidere la Protezione civile. A un certo punto, infatti, si era creato un sistema così degenerato per cui la Protezione civile rischiava davvero di essere uccisa, non era più percepita come un soggetto utile.
In particolar modo, ricordo benissimo che nella discussione sul decreto-legge n. 59 del 2012, il tema in questione, vale a dire quello delle condizioni per il superamento dei vincoli di spesa derivanti dal patto di stabilità, era stato legato anche a come ci si era rapportati all'emergenza neve dello scorso mese di febbraio. Infatti, in quell'occasione ai comuni che avevano visto arrivare l'esercito per spalare la neve era presentata la parcella con una certa cifra giornaliera per le attività svolte dai militari è questo aveva causato una grave perdita di sensibilità e di solidarietà comune rispetto all'emergenza che, invece, fa sentire appartenenti alla comunità nazionale.
Da questo punto di vista, il problema dei casi di non operatività del patto di stabilità era stato forse sottovalutato perché ci sembrava di averci posto, in qualche maniera, rimedio sul piano normativo. Ma se è vero che, così come sono catalogate le emergenze, lasciano scoperti molti casi, in particolar modo rispetto ai vincoli del patto di stabilità, che rischiano di ingenerare da parte dei comuni una reazione tale da comportare perfino il rischio di non operatività rispetto ad alcune circostanze, allora questa questione mi sembra vada considerata come una delle principali priorità. Inoltre, siamo d'accordo che i comuni approvino presto i piani di Protezione civile, ma se sul piano normativo non sono messi in condizioni di farlo, allora è un po' complicato chiederglielo.
Lei ci ha sottoposto poi altre tre questioni: quella relativa al servizio antincendio con il dimezzamento sostanziale della flotta prevista per la prossima stagione, che mi sembra una questione seria: quella del costo per le regioni delle frequenze radio utilizzate nell'ambito del servizio di Protezione civile, anch'essa non marginale, che, peraltro, noi pensavamo si fosse, in qualche maniera, risolta in sede di conversione del decreto-legge n. 59.
FRANCO GABRIELLI, Capo del Dipartimento della Protezione civile. Anch'io.
ERMETE REALACCI. È vero. Ricordo che fu lei, il suo Dipartimento, a suggerire alcune delle modifiche che cercammo di
apportare al testo del decreto-legge. Pensavamo quindi che i problemi fossero risolti, ma evidentemente non era così.
Infine, sulla questione del Servizio meteorologico nazionale, le dico che anche in questo caso si può provare ad agire. Ribadisco, tuttavia, che è importante che lei faccia presente tali questioni anche a chi ha sicuramente più potere di noi, in generale, e, in particolare, in questa fase storica, economica e istituzionale che il Paese sta attraversando. Noi siamo comunque sicuramente disponibili a fare la nostra parte.
Infine, sulle vicende di L'Aquila, i colleghi, da ultimo il collega Lolli, hanno già pronunciato, a mio avviso, parole sagge. Credo che il problema, non so se di rilevanza penale, ma tenderei ad avere dei dubbi in materia, sia stato soprattutto legato a come la comunicazione è arrivata ai cittadini.
Dopodiché, c'è un problema, grande quanto una casa, che però non riguarda le questioni relative all'organizzazione e al funzionamento della Commissione grandi rischi, che peraltro non so se richiedano effettivamente dei passaggi legislativi o semplicemente un metabolismo dell'istituzione di natura diversa, rispetto alle quali, mi pare, che lei, quando ha parlato di comunicazione del rischio, di rapporto tra Commissione grandi rischi e Protezione civile, ha asserito che si tratta di questioni risolte.
Il problema che resta e di cui anche lei ha parlato è quello della responsabilità, che dovrebbe, francamente, attenere alla saggezza delle istituzioni. Certo, questa sentenza è un precedente molto pericoloso perché c'è il rischio ovvio che, in questo come in altri settori, divenga obbligatorio l'«al lupo al lupo». Guai a chi d'ora in poi non avvertirà che il rischio è il massimo possibile, si tratti di un terremoto, di un'alluvione, di una frana o di qualsiasi altro evento, e questo è un problema enorme per la vita normale dei cittadini e per programmare le priorità e mettere in moto tutto. Non so però se questo tipo di problema possa essere risolto con una legge o, invece, non ci sia bisogno proprio di un percorso di acquisizione di una cultura diversa anche nel modo in cui la magistratura giudica queste vicende.
Anche nel caso di L'Aquila - giustamente, il collega Lolli ricordava quella tragedia - sicuramente in quella tragedia è morta molta più gente perché le case sono state costruite male che non perché non è uscita di casa all'arrivo della scossa di terremoto. In altri casi, sarà ancora di più così. Anche in Emilia una parte delle persone sono morte perché i capannoni dove lavoravano non erano stati realizzati in maniera da reggere alle scosse ondulatorie e sussultorie che si sono verificate.
Bisogna dunque prendere di petto con una strumentazione, anche normativa, ordinaria e non con una strumentazione emergenziale la questione della prevenzione. Spero il più tardi possibile, ma terremoti disastrosi colpiranno altre parti del nostro Paese o il Vesuvio erutterà, spero non in questa legislatura e neanche in questo secolo, e se noi non ci attrezziamo nel senso delle politiche di prevenzione, con la cultura e con un'azione ordinaria, tutti i solenni richiami post terremoto, incluso quello del Presidente della Repubblica, rimarranno sistematicamente lettera morta.
Francamente, vedo un problema serissimo da questo punto di vista. Non è compito della Protezione civile in senso stretto, ma sicuramente è compito della cultura della Protezione civile far capire che questo è il terreno, soprattutto rispetto a eventi come i terremoti. Per le alluvioni esiste anche un problema di pianificazione territoriale, ma è soprattutto rispetto ai terremoti che si pone la frontiera principale delle politiche di prevenzione e di protezione civile.
Anche per questo, e non entro nel merito giudiziario, mi sembra che la sentenza di L'Aquila sia diseducativa, perché rischia di abituarci a pensare che si può continuare a fare quello che si faceva, senza mettere mano alla questione di come sono costruite le case, tanto poi sarà compito e dovere di qualcun altro suonare
il campanello quando arriva l'ora «x». Da questo punto di vista, corriamo un rischio grave, a mio avviso, se questa è la cultura che diventa prevalente. In questo senso, anche da parte della Protezione civile, io penso, dovrebbe venire un allarme, se non altro un richiamo più forte alla coerenza.
Infine, capisco lo stress, prefetto, in relazione al tema delle gestioni commissariali, ma queste vanno chiuse. Ho visto l'elenco, un po' illeggibile: ci sono ospedali, il sistema ospedaliero calabrese e, giustamente, la collega Mariani ricordava i vari commissariamenti ambientali. Non è compito suo, ma il guaio dei rifiuti di Roma sta nel fatto che istituzioni responsabili, in capo alle quali era da tempo il compito di pianificare una fuoriuscita secondo una logica assolutamente ordinaria, per lavarsi la coscienza, l'hanno consegnata a una gestione commissariale straordinaria che sta finendo come sta finendo. Ripeto, dunque: capisco lo stress, le condizioni di rapporto, ma questo stress è, a mio giudizio, necessario perché quella dimensione non funziona, tranne in rari casi.
AURELIO SALVATORE MISITI. Molte cose evidenziate sono condivisibili. Aggiungerò solo qualche piccola osservazione.
Condivido la sostanza della relazione del prefetto, che mi sembra molto ragionevole anche sotto il profilo dell'applicazione delle nuove norme introdotte dalla legge n. 100 del 2012 e anche delle richieste di modifica che avanzava. Fra parentesi, io non ho mai digerito i commissariamenti, figurarsi questi che sono una normalità, di 18, 15, 16, 14 anni: questo vuol dire che i commissariamenti assomigliano molto a quello che era la Protezione civile fino a poco tempo fa, una specie di bancomat. Le leggi normali non funzionavano, si passava a una gestione commissariale straordinaria con cui si derogava alle leggi e si poteva spendere. Questa era la questione della Protezione civile. La storia dei grandi eventi riguardava questa logica, con gli appalti di corsa, qui e là, qualche volta secretati e via dicendo. I commissariamenti vanno dunque immediatamente eliminati.
In secondo luogo, io credo che non si possa scindere la sentenza sui fatti di L'Aquila da tutto il resto della vicenda della Protezione civile perché è la stessa cosa. Il collega è di L'Aquila. Io sono dell'epicentro del più grande terremoto mai avvenuto, sono proprio della piana di Gioia Tauro. In seguito, si sono verificati altri terremoti terrificanti. Conosco benissimo dunque la storia dell'evacuazione. Non solo al Pollino, anche nello Stretto di Messina in questo momento varie scosse cominciano a essere sentite e non si può dire ai cittadini di restare due mesi fuori casa per tornare quando è tutto finito. È difficilissimo dire cose di questo genere.
Sono completamente d'accordo con le impostazioni. L'ordinarietà, in questi casi, è la scelta migliore in tutti i sensi. Anche sulla questione della prevenzione sismica, che non può avvenire dopo che si è dato l'evento.
Ciò su cui voglio invece soffermarmi è che il prefetto ci ha detto, e non è secondario, che si tratta di una sentenza che condanna tutti insieme i membri della Commissione grandi rischi, senza alcuna distinzione. Ma la questione penale, in genere, è individuale! In quella circostanza, c'erano due tecnici che sicuramente capivano quanto affermavano e altri che conoscono bene altri aspetti. Sono scienziati e tecnici insieme, con responsabilità diverse. Non dico che bisognasse condannare uno e non l'altro - non dovevano condannare nessuno - però, effettivamente, c'è da approfondire anche questi aspetti.
L'altra questione fondamentale posta, a mio avviso, dal prefetto è che non si tratta solo della Protezione civile o della Commissione grandi rischi: tutti coloro, soprattutto professori universitari, che sono funzionari dello Stato e svolgono questo compito anche nelle istituzioni devono essere protetti. Abbiano l'Avvocatura dello Stato. Credo che potremmo formulare come Commissione un atto di
indirizzo, una risoluzione parlamentare, per chiedere che il Governo immediatamente provveda a una situazione di questo tipo. Sarà il Governo a decidere le modalità. La risoluzione potrebbe auspicare che si intervenga subito. Sono centinaia i tecnici e i professori che lavorano nelle varie commissioni tecnico-scientifiche.
I sette di L'Aquila, peraltro, non esauriscono la Commissione grandi rischi, che non si è dimessa, si è dimesso l'ufficio di presidenza. Queste sono le mie notizie. Gli altri vorrebbero dimettersi tutti.
FRANCO GABRIELLI, Capo del Dipartimento della Protezione civile. Sono già arrivate le lettere di dimissioni.
AURELIO SALVATORE MISITI. Finora, però, si parlava dell'ufficio di presidenza. Dobbiamo auspicare che tutti recedano da questo proposito ma, contemporaneamente, dobbiamo fornire una risposta come Parlamento altrimenti è inutile ascoltare il prefetto su come sta procedendo l'applicazione di quella legge. Dobbiamo prendere una contromisura.
La risoluzione di questa Commissione, possibilmente unanime, dovrebbe invitare il Governo a occuparsi subito della faccenda, come ci sembra importantissimo fare, in modo da superare anche gli effetti negativi della sentenza. Ricordo che qualche giorno fa, tra gli effetti negativi della sentenza, si è diffusa la notizia, non so da parte di chi, che a Roma ci sarebbe stata l'ira di Dio, un'alluvione che ci avrebbe portato tutti a Fiumicino. Ha messo tutti in allarme e poi c'è stato un acquazzone, 20 centimetri di acqua, non i 70-100 previsti in un'ora.
Queste notizie, secondo me, devono sempre passare, invece, per la Protezione civile. Non è possibile che vada in televisione direttamente un comunicatore, peraltro ben pagato, e metta tutta la popolazione in subbuglio con la notizia di un tifone o qualcosa di simile. Non mi pare il caso. È necessario un filtro e ricondurre sempre ad una responsabilità istituzionale il compito di comunicare alla popolazione eventi di questo genere perché si tratta di fatti gravissimi.
Ritengo, in conclusione, che l'incontro di oggi sia estremamente positivo se ci consentirà di compiere un passo avanti, insieme alla Protezione civile, nel continuare sulla linea del superamento della cultura e della normativa dell'emergenza, di consegnare agli organismi ordinari ogni attività e togliersi dalla posizione di essere ancora, in qualche modo, punto di riferimento per quelli che non vogliono assumersi responsabilità ricorrendo alla scappatoia di ordinanze di emergenza.
La Protezione civile deve portarci presto alla condizione ordinaria in tutti i campi che le competono. Noi lavoreremo anche con il Ministero dell'ambiente e con gli altri dicasteri per chiudere i commissariamenti dappertutto, ma dobbiamo fare qualcosa di utile in questo momento e proprio su questo aspetto. Propongo, per questo, non certamente al prefetto, ma alla Commissione di renderci disponibili anche a collaborare a promuovere una risoluzione da parte di questa Commissione che contenga non solo i temi sollevati da me, ma anche tutto ciò che può derivare dal nostro dibattito interno sulla base di questa importantissima audizione.
ALESSANDRO BRATTI. È stato già detto quasi tutto, ma voglio riportare la mia esperienza. Io vivo a Ferrara, in Emilia-Romagna, ed ho avuto esperienza esattamente del rovescio della medaglia, nel momento in cui la Commissione grandi rischi annunciò che avrebbe potuto verificarsi un nuovo terremoto dopo quelli del 20 e del 29 maggio di quest'anno e per questo finì sulle prime pagine di tutti i giornali nazionali con titoli che sul fatto che a Ferrara ci sarebbe stato il rischio di un nuovo terremoto a una settimana dalle scosse. In quel caso, si è condotto un ragionamento completamente diverso, ma che ha messo sempre sotto accusa la Commissione grandi rischi perché, così si diceva in quel caso, aveva creato una sorta di procurato allarme all'intera popolazione.
È evidente che il tema è complesso. Oltretutto, parliamo di terremoti che credo siano di previsione ancora più difficile. Le previsioni meteorologiche stesse sono, appunto, previsioni e questo significa che si può cogliere il segno, ma anche sbagliare. Se non ci abitua a questa cultura anche nell'informazione, se il cittadino si aspetta sempre il bianco o il nero, è evidente che questa discussione non avrà mai fine. Non immagino neanche quale tipo di legislazione possa essere messa in campo per affrontare il tema.
Al di là di questa considerazione, vorrei dire che condivido ciò che hanno sottolineato i colleghi Mariani e Realacci, soprattutto rispetto alla recente sentenza della magistratura aquilana. Ora abbiamo di fronte una serie di problemi, anche immediati, non indifferenti. Il tentativo di costruire un sistema della prevenzione in questo Paese è veramente faticosissimo e a ostacoli. I Quello di istituire il Servizio meteorologico o della costruzione della rete delle radiofrequenze sono temi che, a mio avviso, vanno risolti in tempi rapidissimi, insieme a quanto si diceva della possibilità dei comuni di intervenire dove possibile, in quanto lacune fondamentali per un sistema serio di protezione civile.
La notizia di oggi sulle radiofrequenze, ad esempio, è pesantissima perché costano molti soldi, di cui le regioni non possono farsi carico perché non hanno le necessarie risorse. Pensavamo di avere già risolto il problema da un pezzo, per cui rimaniamo un po' basiti a sentire quello che lei, signor prefetto, ci ha detto. Abbiamo visto che anche sui centri di competenza state assolutamente lavorando, ma credo che al più presto dobbiamo capire insieme come far fronte a questa situazione e metterla in condizioni di certezza.
L'esperienza recente dell'Emilia-Romagna è sicuramente un unicum, nel senso che, come sappiamo, si è agito per ordinanze, le operazioni non sono neanche contemplate dall'attuale sistema legislativo. Cerchiamo anche di capire, per quanto possibile, cosa non ha funzionato, cosa può funzionare, come integrare l'attuale normativa, come comportarci anche alla luce delle esperienze che si sono vissute sul campo. Ci raccontiamo tante volte che era necessaria una legge quadro sul tema delle grandi catastrofi - banalizzo così - tenendo presente che non sono tutte uguali, ma credo che di questo veramente ci sia assolutamente un gran bisogno.
Abbiamo affrontato tutte queste emergenze e continuiamo ad affrontarle, inventandoci tutte le volte tutte le procedure immaginabili possibili!
In definitiva, quel che mi viene da dire, riprendendo alcune considerazioni svolte, è di richiamare alla necessità di una scalarità temporale per sistemare subito le questioni più urgenti in modo da evitare ulteriori eventuali situazione d'allarme catastrofica. Purtroppo, in questo Paese, frane, alluvioni, straripamenti e terremoti, che lascio per ultimi, continueranno a verificarsi. Bisogna, quindi, capire cosa possiamo fare, in questo scampolo di fine legislatura, metterlo nero su bianco e provare anche a stimolare il Governo per riuscire almeno a creare le condizioni per tamponare alcuni buchi che, alla luce di quello che ci è stato raccontato, non sono piccoli: sono enormi. Esiste un problema di risorse e, ovviamente, anche di struttura organizzativa che deve essere perfezionato.
FRANCO GABRIELLI, Capo del Dipartimento della Protezione civile. Dividerei la mia replica in due parti, perché due sono stati gli argomenti che anche gli onorevoli commissari hanno affrontato. Forse il fatto di aver vissuto gli effetti della legge n.10 del 2011, di conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge n. 225 del 2010, mi rende il più fedele interprete delle difficoltà che il sistema ha vissuto, compresi tutti i temi dell'emergenza neve dello scorso febbraio, che non dimentichiamo affonda i propri problemi in quella legge.
Sotto questo profilo, la legge n. 100 di quest'anno è sicuramente una fase evolutiva,
in positivo, delle vicende che negli ultimi hanno attraversato il sistema della Protezione civile e delle persone che hanno interpretato ai massimi livelli quest'organizzazione, peraltro anche con degli eccessi. Tenete conto, ad esempio, che ancora qualche giorno fa leggevo che Della Giovampaola è un funzionario della Protezione civile, quando con la Protezione civile non ha niente a che vedere. Purtroppo, pago ancora i conti di una serie di vicende che hanno portato a disegnare, a torto o a ragione, quello che era.
Non vorrei dunque che emergesse dalla mia esposizione una stroncatura della legge n. 100 del 2012, una legge che ha un percorso evolutivo, rappresenta sicuramente un passo avanti rispetto alla legge n. 10 del 2011 e negarlo sarebbe profondamente scorretto e disonesto. Siccome, però, sono un convinto assertore che si possa raggiungere la perfezione attraverso l'approssimazione, nel segnalare alcune situazioni di criticità derivanti dall'applicazione della nuova normativa, anche per rispondere alle domande degli onorevoli Mariani e Bratti, vorrei dire che sono non a disposizione, ma di più, per trovare una soluzione che, al di là delle interlocuzioni di cui, come correttamente è stato sottolineato, sono io che devo farmi carico rispetto al Governo, non può non passare a mio avviso attraverso una chiara esposizione di alcuni punti, che mi sembrava opportuno mettere in fila, all'VIII Commissione della Camera. Credo che in quanto ho illustrato e di cui ho prodotto documentazione scritta vi sia una sorta di agenda rispetto a cui è importante addivenire a un accordo.
Peraltro è vero, come anch'io sostengo da due anni, che il deficit in questo Paese è, essenzialmente, culturale. Come ricordava prima anche l'onorevole Misiti, la vicenda delle piogge, degli allarmi, del sistema meteorologico, impatta su un Paese con grandi difficoltà a recepire una serie di questioni. Oggi siamo dei grandi consumatori di sicurezza. Gli anglosassoni potrebbero declinarla nella forma sia della security sia della safety, ma noi vogliamo la sicurezza, possibilmente nello scaffale centrale del supermercato, per la quale non ci si abbassa e non ci si alza nemmeno eccessivamente, salvo poi - siccome pago, pretendo - volere un servizio di un certo tipo, non fornito il quale non si risulta all'altezza, salvo poi, soprattutto nel tema della Protezione civile, partire dal presupposto che una delle regole fondamentali è l'autoprotezione, la consapevolezza, la sensibilità e quant'altro. Questo, purtroppo, è un percorso molto lungo, a cui non so se e quando arriveremo, ma questo è il tema e anche noi, come istituzione, dobbiamo sforzarci perché ciò sia.
Ripeto che sono assolutamente disponibile con i miei uffici anche a formulare emendamenti e, ovviamente, a dare gli elementi di risposta per le interrogazioni che mi competono. Vorrei, però, che la mia audizione non lasciasse l'impressione che la legge n. 100 del 2012 sia pessima. Come coerentemente mi sforzo di fare coi miei uomini, bisogna far capire che sì, oggi dobbiamo anche misurarci con la Protezione civile che ci è consentita, che ci è permessa, perché c'è il tema delle risorse, c'è il tema anche di una serie di deficit e di debiti che dobbiamo onorare.
Quanto a L'Aquila, innanzitutto mi sento di associarmi all'onorevole Lolli. Ogni tanto agli aquilani ci lega e ci divide amore, non odio, che personalmente non nutro. Peraltro, in questi giorni, in questa sorta di polemica, ho ricevuto tante e-mail di protesta e anche di vicinanza. Posso per primo testimoniare, come ho detto chiarissimamente anche nella mia audizione, che mai ho percepito sete di vendetta. Mi onoro di essere amico di tante persone che hanno pagato: mai sete di vendetta. Anche per questo mi dispiacerebbe se questa mia annotazione sulla vicenda processuale fosse intesa come una annotazione sulla sentenza.
Come ho sottolineato fin dall'inizio, il problema non è la sentenza, è la sentenza a porre dei problemi che, responsabilmente, dobbiamo porci. Sottoscrivo pienamente anche le posizioni espresse dall'onorevole Mantini sul problema della comunicazione del rischio, del rapporto Commissione grandi rischi e Protezione
civile. Oggi, però, mi sento di dire, per quanto abbiamo costruito in questi mesi che la situazione è migliore del passato. L'onorevole Bratti faceva riferimento alla vicenda di Ferrara, ebbene vorrei sottolineare che in quell'occasione la Commissione grandi rischi si è riunita, ha fatto le sue valutazioni, ne ha consegnato il prodotto al Capo del Dipartimento della Protezione civile, il quale è salito a Palazzo Chigi, unitamente al presidente della regione Emilia-Romagna, ha sottoposto il problema e, prima di renderlo pubblico, il presidente della regione Emilia-Romagna ha chiamato i sindaci coinvolti. Credo che questo debba essere il metodo che salvaguarda le responsabilità e le competenze.
ALESSANDRO BRATTI. La reazione, però, è stata devastante.
FRANCO GABRIELLI, Capo del Dipartimento della Protezione civile. Onorevole, io ero sul territorio con i sindaci, che giustamente, dal loro punto di vista, erano a dir poco basiti. Sono facce della stessa medaglia e lei, con l'onestà che la contraddistingue, l'ha ricordato.
Lascio correre il discorso su Galileo, che non mi interessa perché si tratta di una vicenda che, in termini di responsabilità, sarà giudicata con tempi e modi dovuti rispetto a comportamenti dati. Continuo, però, a sostenere, venendo anche alle domande dell'onorevole Mariani e dell'onorevole Realacci, che oggi a me interessano - sarà anche un comportamento un po' egoista e utilitarista - le conseguenze che questo tipo di sentenza produce sul sistema.
Al di là di quello che leggeremo, infatti, molti dati sono già chiari e inequivocabili, lo erano al momento del rinvio a giudizio, dell'imputazione, chiari nelle varie requisitorie del pubblico ministero. Al di là delle intenzioni, di fatto la sentenza si spinge a prendere in considerazione le valutazioni degli scienziati. Se la sentenza, infatti, avesse riguardato solo chi ha parlato, o quelli che avevano specifici compiti di responsabilità nell'ambito delle singole strutture, potrei capirlo. Nel momento in cui, però, è coinvolto - cito per tutti perché è quello più lontano dalle mie responsabilità - Giulio Selvaggi, credo che questo ci interroghi sul fatto che quest'approccio ha conseguenze che non possono non farci riflettere.
E allora dico che non possiamo aspettare la Cassazione perché siccome mi rifiuto anche solo di pensare che abbiamo a che fare con persone che non abbiano valutato giuridicamente determinati fatti - fino a prova contraria, siccome mi rinzelo quando gli altri invadono i miei campi, non mi permetto di invadere il campo del pubblico ministero e del giudice - ma noto che quest'atteggiamento ha portato il pubblico ministero, prima, e il giudice, poi, a decidere per 4 anni di reclusione prima e 6 dopo per quel ricercatore dell'INGV che non ha parlato, quindi non può avere indotto nessuno a fare niente, che è andato lì con le sue solite minimappe sulla pericolosità sismica e le solite probabilità, allora dico che c'è un problema di responsabilità.
Onorevole Realacci, condivido quello che lei dice e non voglio prendere i chiodi alla base della mia croce e portarli alla base della sua. Dico, però, che oggi il tema della responsabilità è centrale che bisogna prevedere una norma per la quale chi è chiamato a operare in termini previsionali e di gestione delle emergenze di Protezione civile abbia una sorta di esimente sotto il punto della colpa.
PIERLUIGI MANTINI. Ma è lapalissiano che la responsabilità è politica.
FRANCO GABRIELLI, Capo del Dipartimento della Protezione civile. Oggi parliamo della Commissione grandi rischi, ma il tema è quello dei centri funzionali centrali e regionali che a fronte di un modello matematico di previsione dell'uragano che dà 150 millimetri e di un altro che ne dà 0, fino a oggi queste persone dotate di buonsenso hanno «matchato», hanno operato una valutazione. Domani saranno 150, se possibile 300. Sarà una corsa di tutti verso un «al lupo al lupo».
Oggi, allora, il tema è che dobbiamo ripristinare una condizione di serenità nel valutatore. Come decisore, mi assumo tutta la mia responsabilità perché sono io a decidere se evacuare o meno. So già, ad esempio che la Commissione per i Campi Flegrei, nel momento in cui mi consegnerà il documento, a giorni, mi fornirà uno scenario che forse contempla di tutto di più. Quante bocche si aprono? Quelle che si aprono. In che misura si aprano? Small, medium, large. Mi esprimerei con un'espressione che per rispetto non pronuncio.
Questo è lo scenario al di fuori di ogni valutazione sulla sentenza, che per fortuna ha un iter suo proprio (con un secondo grado e un giudizio di Cassazione). Io vengo da una cultura giuridica, quindi non è questo che mi spaventa, mentre mi spaventa il lasso temporale di definizione. Tuttavia, anche al di questo, temo la riserva mentale. Siamo, infatti, onesti con noi stessi: quando ci esprimiamo sulla nostra fiducia nella giustizia, sul fatto che farà il suo corso, dimentichiamo che la giustizia ha anche dei costi economici, di vita. Se solo mi sfiora il pensiero che dare una certa valutazione offre il fianco all'apertura di un procedimento penale, che mi porterà per un certo periodo di tempo con conseguenze di un certo tipo, la mia reazione sarà ovvia, come stiamo già registrando nella medicina.
Oggi si parla in maniera tranquilla di medicina difensiva. Ci si cautela. Siccome il tema della previsione sul versante della Protezione civile, per certi aspetti è più carico ancora di significati e di conseguenze negative, dico, come ovviamente prima ho detto al Governo: si metta mano a una norma che abbassi la soglia di responsabilità per le persone chiamate a fare delle valutazioni, stante il carattere incerto e complesso delle materie che sono chiamate a esaminare. Questo, in definitiva, è il tema.
PIERLUIGI MANTINI. L'organo tecnico e scientifico si esprime dentro un procedimento a qualchedun altro, il quale ha la responsabilità politico-giuridica, anche se non è politica nel senso di elettivo ma politico come organo apicale, di seguire o non seguire le indicazioni. Questo dovrebbe portare, in alcuni casi, alla totale irresponsabilità sul piano penale.
GIOVANNI LOLLI. Ma la vicenda oggetto del processo è stata un'altra...
FRANCO GABRIELLI, Capo del Dipartimento della Protezione civile. Onorevole Lolli, lo sforzo che dobbiamo fare non è una polemica, ma di costruire qualcosa che serva. Nella vicenda a cui lei fa riferimento, sembrerebbe quasi che qualcuno abbia organizzato tutto. Paradossalmente, in questo processo, come sottolineava anche qualche legale, sono emerse anche le carenze rispetto a come sono state realizzate alcune costruzioni. Se allora qualcuno ha truccato le carte, paghi.
Credetemi se vi dico che oggi la mia preoccupazione non è solo per la Commissione grandi rischi, che in due anni ho convocato solo cinque volte. Ma tutti i giorni che il Padreterno manda in terra ci sono decine e decine di persone chiamate a fare valutazioni sul rischio idrogeologico, idraulico e così via. Con tutto il rispetto per la Commissione grandi rischi, sono seriamente preoccupato per tutti questi valutatori del sistema di Protezione civile. A questi, come a quelli della Commissione grandi rischi, dobbiamo in qualche modo rivolgere una particolare attenzione.
ERMETE REALACCI. Prefetto, per essere concreti - anche perché il problema è molto serio - l'unico spazio che vedo, da questo punto di vista, è quello di un chiarimento su cose che, nella mia ignoranza, io ritenevo fossero già abbastanza chiare. Per rispondere a questa sua sollecitazione, però, dico che quello che serve è un decreto del Governo, che chiarisca, subito dopo quanto è accaduto quale deve essere il livello di responsabilità. Non c'è un'altra possibilità.
FRANCO GABRIELLI, Capo del Dipartimento della Protezione civile. Sono assolutamente d'accordo. In questo senso, stiamo interloquendo. Nonostante il fatto che in questa particolare congiuntura storica i decreti arrivino abbastanza blindati, però mi sembrava doveroso, oggi, in questo contesto...
ERMETE REALACCI. Io sto pensando allo strumento legislativo praticabile.
FRANCO GABRIELLI, Capo del Dipartimento della Protezione civile. Credo che lo strumento possa essere un decreto o una norma inserita in un provvedimento attualmente all'esame del Parlamento.
PRESIDENTE. Ringrazio il prefetto Gabrielli e dichiaro conclusa l'audizione.

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