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Timestamp: 2020-08-07 03:50:40+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 10241 del 26/04/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10241 del 26/04/2017
Cassazione civile, sez. trib., 26/04/2017, (ud. 18/11/2016, dep.26/04/2017), n. 10241
sul ricorso 28820/2012 proposto da:
RHIAG INTER AUTO PARTS ITALIA SPA, in persona del legale
FERRARA, che lo rappresenta e difende giusta delega a margine;
avverso la sentenza n. 3045/2012 della COMM. TRIBUTARIA CENTRALE di
MILANO, depositata il 12/06/2012;
udito per il ricorrente l’Avvocato FERRARA che ha chiesto
1. La Rhiag Inter Auto Parts Italia s.p.a. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a unico motivo, avverso la decisione n. 3045/2012 della Commissione tributaria centrale, Sezione di Milano. Il provvedimento ha accolto il ricorso proposto dall’Ufficio del Registro di Milano avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale di Milano, confermativa della sentenza della Commissione tributaria provinciale di Milano che, in accoglimento di ricorso della suddetta Società, aveva affermato il suo diritto al rimborso di quanto essa sosteneva di aver pagato in esubero – pari alla metà – a titolo di imposta di registro su un atto stipulato il (OMISSIS), di aumento di capitale mediante conferimento di un ramo di azienda.
In particolare, i giudici di primo e di secondo grado avevano ritenuto la normativa statale – che prevedeva l’aliquota dell’1% per tale tipo di operazione – incompatibile con l’art. 7, lett. b), direttiva CEE n. 355/69, in base alla quale l’aliquota non poteva essere superiore allo 0,50%. La Commissione tributaria centrale ha invece negato la fondatezza della domanda di rimborso, ritenendo che la predetta disposizione, essendo applicabile ratione temporis nel testo modificato per effetto della direttiva CEE 303/85, ammetta anche l’aliquota dell’1% stabilita dalla norma interna, senza alcuna incompatibilità di quest’ultima.
2. L’Agenzia delle Entrate si è costituita per partecipare all’udienza pubblica.
1. La ricorrente lamenta, richiamando l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 7 direttiva CEE n. 355/69, nonchè delle direttive CEE n. 73/80 e n. 85/303. Sostiene la decisione ora impugnata si è limitata ad un confronto formale fra la L. n. 944 del 1977 e le direttive CEE n. 355/69 e n. CEE n. 73/80. La questione, invece, è leggermente più complessa, per quanto elementare. La direttiva CEE n. 355/69 prevedeva, al momento della sua emanazione, due ipotesi per la tassazione dei conferimenti: quella ordinaria, con aliquota compresa fra l’1 e il 2%, e quella speciale, subordinata ad una serie di condizioni, con aliquota compresa fra lo 0,50 e l’1%. Il conferimento oggetto di tassazione rientra pacificamente in questa seconda ipotesi. Con riguardo alle aliquote, il quadro è mutato una prima volta per effetto della direttiva CEE n. 80/73, che ha previsto per i conferimenti ordinari l’aliquota dell’1% e per quelli speciali un’aliquota fino allo 0,50%, ed una seconda volta, per effetto della direttiva CEE n. 303/85, che ha mantenuto per i conferimenti ordinari l’aliquota dell’1% e l’esenzione per quelli speciali. Il conferimento dedotto in giudizio, in concreto, non avrebbe dovuto essere assoggettato ad alcuna tassazione. La richiesta di rimborso, originariamente proposta dall’odierna ricorrente, è quindi errata per difetto, poichè limitata alla metà di quanto versato e non all’intero, anche se ormai, per il principio della domanda, la statuizione non potrà superare l’importo effettivamente richiesto.
2. Il ricorso è infondato. Le Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 9301 del 2010, hanno avallato il condivisibile principio di diritto – ribadito anche dalla recente giurisprudenza di legittimità secondo cui: “In tema di imposta di registro, l’imposta proporzionale dell’1% per il conferimento di un’azienda commerciale in una società di capitali, prevista dall’art. 4, lett. a), n. 3 della tariffa, parte prima, allegata al D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131 (nel testo anteriore alla modifica introdotta dalla L. 23 dicembre 1999, n. 488, art. 10, comma 1, lett. c), n. 1, che ha previsto l’applicazione di un’imposta fissa) non contrasta con l’art. 7 della direttiva 69/335/CEE, come sostituito dalla direttiva 85/303/CEE, che prevede l’obbligo per gli Stati membri di esentare dall’imposta atti quali il conferimento di immobili o di azienda in società di capitali, poichè in tali casi l’operazione, non avendo ad oggetto il conferimento in sè, ma il trasferimento di detti beni (immobili od “universitas”), è assimilabile a qualsiasi altra ipotesi di trasferimento di proprietà – quale che sia la persona che l’effettua ed il titolo per cui avvenga – così rientrando nella previsione dell’art. 12 della direttiva medesima, il quale autorizza gli Stati membri ad applicare imposte di trasferimento sul conferimento ad una società, associazione o persona giuridica che persegue scopi di lucro, di beni immobili o di aziende commerciali situati sul loro territorio (lett. b), purchè le stesse non siano superiori a quelle applicabili alle operazioni similari nello Stato membro che li riscuote”.
Nel caso in esame, l’atto di conferimento di ramo aziendale effettuato dalla società contribuente in attuazione di un deliberato aumento di capitale, costituente il presupposto dell’imposizione, è stato registrato il 24.12.1987, ossia sotto la vigenza della disciplina dettata dalla direttiva n. 335/69/CEE, nel testo modificato dalla direttiva n. 303/85/CEE.
L’operazione in discussione, quindi, è soggetta, in forza della citata deroga contenuta nell’art. 12 n. 1 lett. b), all’imposta di registro secondo l’ordinario regime nazionale, senza che l’atto di trasferimento possa beneficiare dell’invocata agevolazione di cui all’art. 7 della già citata direttiva. Va, quindi, ritenuta applicabile l’aliquota proporzionale dell’1% in riferimento alle operazioni di conferimento in sede aumento di capitale deliberato dalla società ricorrente, non essendo – al contrario di quanto sostenuto nel ricorso – tale imposta in contrasto con la normativa comunitaria (oggi europea).
3. Per le ragioni esposte, il ricorso per cassazione va rigettato. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese che liquida in Euro 3.000,00, oltre spese prenotate a debito.

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 art. 10