Source: https://issuu.com/falsopiano/docs/censura
Timestamp: 2017-03-29 07:50:25+00:00

Document:
La censura in Italia by Edizioni Falsopiano - issuu
A ciascuno la sua forbice
La parola ai censori
Cinema e censura:
Capitolo qunito
censurati dall’ 82 al ’96 pag.
Mappa Bibliografica
giusto per finire
Certo, so bene che di censura avrete sentito parlare un po’
tutti, riferita ora al giornalismo ora al cinema, o ancora alla letteratura e alla politica, etc. Basta che qualcuno non riesca a fare
ascoltare la propria voce in qualsiasi campo ed ecco il parolone
CENSURA gonfiare le gote della sedicente vittima per essere
espulso sotto forma di grido di denuncia. A ragione o a torto,
forse di censura un po’ tutti ci siamo sentiti oggetto nella vita,
perfino in ambiente domestico, magari in età adolescenziale
quando i nostri pensieri non venivano ritenuti degni della massima considerazione dagli adulti che sanno e decidono tutto.
Causa le sue mille sfaccettature e i suoi ancor più numerosi
campi di possibile applicazione, il concetto di censura potrebbe
invadere tonnellate di carta nel disperato tentativo di concentrare in un libro tutte le attendibili tesi che vorrebbero definirlo
scientificamente o filosoficamente o politicamente o... Ecco, ci
risiamo: ogni volta che si tenta di ingabbiare razionalmente l’essenza della censura si finisce inevitabilmente per disperdersi in
infiniti rivoli, tutti sfocianti nel mare magnum dell’analisi di un
fenomeno che tanto appassiona chi scrive, chi legge, chi parla,
chi pensa...
Sarete credo d’accordo con me sulla necessità di fissare dei
paletti, dei punti di riferimento, perché questo testo che avete in
mano non scivoli via verso un ripiano della vostra libreria senza
che vi abbia lasciato qualche strumento in più per farvi un’idea
del fenomeno censura.
Un primo paletto saldissimo ce l’abbiamo: qui si parla di censura cinematografica e da questo territorio non vogliamo mai
allontanarci per tutto il percorso del libro. Al bando dunque le
tentazioni di tracimare in elucubrazioni filosofiche o indagini
politiche o quant’altro vi sia di più o meno connesso alla censura come concetto astratto (e se qualcosa del genere troverete,
beh, pardòn, vorrà dire che m’è scappato).
Stabilito così che del rapporto tra censura e cinema vogliamo
parlare, ciò non ci mette comunque al riparo dal rischio della
vaghezza, incombente come ombra sinistra su ogni argomento
possa scatenare riferimenti ad ogni meandro dello scibile e del
pensabile umano. Occorre dunque un altro punto fermo, o
meglio un porto sicuro e scientifico dal quale salpare per solcare il già citato mare magnum di prima. Questo punto di partenza l’ho individuato in una della poche categorie certe in materia,
unico (forse...) appiglio che abbia di per sé la natura della concretezza razionale: le leggi di uno stato.
Alt! Non cominciamo a discettare della validità e obiettività
del concetto di legge dello stato, per favore... Anche io ho le mie
idee in merito, ma non mi sono messo davanti a questo foglio di
carta che avete in mano per arrogarmi la pretesa di insegnarvi
qualcosa su legislazione e società. Su una cosa invece credo
saremo d’accordo: ci piaccia o no, le leggi esistono, ci sono, ed
hanno effetto sulla comunità in cui viviamo. Per cui, se si vuole
scandagliare un fenomeno la cui disciplina è contenuta in norme
codificate in leggi dalle quali trae applicazione, ritengo allora
che proprio da quelle leggi sia utile partire per capire di cosa
stiamo parlando. Tutto questo giro di parole e concetti (sto iniziando male con tutta questa incontinenza verbale, vero?...prometto maggiore sintesi a partire da adesso...) per introdurvi la
breve raccolta di norme legislative che trovate in questo stesso
tomo del libro. Scusate la tassonomicità, ma è naturale che di
leggi dello stato italiano si tratta, limitandosi questo mio lavoro
ad occuparsi del parallelo cinema-censura nella sola nazione
Il florilegio normativo che segue non è enciclopedicamente
onnicomprensivo. Riguarda infatti soltanto gli articoli di legge
che attualmente regolano l’esercizio della censura cinematografica in Italia. La disciplina vigente scaturisce da una legge specifica del 1962 poi precisata da successivi interventi del legislatore, il cui sunto (delle parti che a noi qui interessano) è articolato in ordine cronologico.
Vi propongo questi brani normativi così come sono, senza
commenti ulteriori. In primo luogo perché - malgrado il linguaggio tecnico - sono facilmente intellegibili anche da chi non
frequenta testi giuridici. In secondo luogo perché ritengo, da
giurisprudente felicemente pentito, che a volte sia meglio porsi
davanti alla lettura dei testi legislativi con i propri mezzi di
discernimento, senza ricorrere a commenti più o meno dotti che
spesso pretendono (e ottengono) di complicare arzigogolandola
la elementarità espositiva degli estensori delle leggi (quando,
come in questo caso, non siano particolarmente contorti). Al
bando dunque filosofia del diritto ed esegesi delle fonti: eccovi
nudi e crudi gli articoli di legge che sono alla base di tanto discutere e ciarlare di censura in Italia oggi come ieri. Una volta conosciute queste norme, ci verrà più semplice capire tutto ciò che
segue, da soli, senza guide boriose o tuttologi che vengano ad
LEGGE 21 aprile 1962, n.161.
Revisione dei film e dei lavori teatrali.
Art. 1 - Revisione dei film. - La proiezione in pubblico dei film e l’esportazione all’estero di film nazionali (...) sono soggette a nulla osta del Ministero
del turismo e dello spettacolo.
Il nulla osta è rilasciato con decreto del Ministro per il turismo e lo spettacolo su parere conforme, previo esame dei film, di speciali Commissioni di
primo grado e di appello, secondo le norme della presente legge.
Art. 2 - Composizione della Commissione di primo grado. - La
Commissione di primo grado, alla quale è demandato il parere per la concessione del nulla osta per la proiezione in pubblico dei film, delibera per sezioni, il cui numero varia in relazione alle esigenze del lavoro.
Il riparto del lavoro fra le sezioni è demandato al Ministro per il turismo e
lo spettacolo. Ciascuna sezione si compone di:
a) un magistrato della giurisdizione ordinaria che eserciti funzioni non inferiori a consigliere di cassazione o equiparate, designato dal Consiglio superiore della magistratura;
b) un professore universitario di ruolo o libero docente di materie giuridiche;
c) un professore di ruolo o libero docente di pedagogia nelle università o
istituti equiparati, o un insegnante di ruolo di pedagogia negli istituti magistrali;
d) un professore di ruolo o libero docente di psicologia nelle università o
istituti equiparati;
e) tre membri scelti rispettivamente da terne designate dalle associazioni di
categoria dei registi, dei rappresentanti dell’industria cinematografica e dei
giornalisti cinematografici. Ove le associazioni di categoria non provvedano
alle designazioni entro dieci giorni dalla richiesta, il Ministro per il turismo e
lo spettacolo sceglie direttamente i membri non designati, sentita la
Commissione consultiva per l’esame dei problemi di carattere generale interessanti la cinematografia (...).
I componenti della Commissione sono nominati con decreto del Ministro
per il turismo e lo spettacolo e durano in carica due anni.
Le funzioni di presidente sono demandate al magistrato.
Le funzioni di segretario sono disimpegnate da un funzionario del
Ministero del turismo e dello spettacolo, appartenente alla carriera direttiva,
con qualifica non superiore a quella di direttore di divisione.
Art. 3 - Composizione della commissione di secondo grado. - La
Commissione di secondo grado è composta di due sezioni unite della
Commissione di primo grado, diverse da quella che ha emesso il primo parere
e designate di volta in volta dal Ministero per il turismo e lo spettacolo.
La Commissione è presieduta dal magistrato che eserciti funzioni più elevate od, a parità di funzioni, dal più anziano delle due sezioni.
Esplica le funzioni di segretario il segretario avente qualifica più elevata
od, a parità di qualifica, il più anziano delle due sezioni.
Art. 4 - Funzionamento delle Commissioni - Tanto nell’adunanza di primo
grado, quanto in quella di secondo grado, l’autore e il richiedente del nulla osta
dell’opera in revisione possono e, se ne facciano richiesta, devono essere uditi.
Le deliberazioni si prendono a maggioranza assoluta di voti.
Art. 5 - Spettacoli cinematografici non ammessi per i minori. - Le commissioni di cui agli articoli 2 e 3 , nel dare il parere per il rilascio del nulla osta,
stabiliscono anche se alla proiezione del film possono assistere i minori degli
anni 14, o i minori degli anni 18, in relazione alla particolare sensibilità dell’età evolutiva e dalle esigenze della sua tutela morale.
Qualora siano esclusi i minori, il concessionario ed il direttore del locale
sono tenuti a darne avviso al pubblico in modo ben visibile su ogni manifesto
dello spettacolo. Debbono, inoltre, provvedere ad impedire che i minori accedano al locale, in cui vengono proiettati spettacoli dai quali i minori stessi
Nel caso in cui sussista incertezza sull’età del minore, fa fede della sua età
la dichiarazione del genitore o della persona maggiorenne che l’accompagna:
in difetto, decide della sua ammissione nella sala di spettacolo il funzionario o
l’agente di pubblica sicurezza di servizio nel locale.
E’ vietato abbinare ai film, alla cui proiezione possono assistere i minori,
spettacoli di qualsiasi genere o rappresentazioni di spettacoli di futura programmazione, dai quali i minori siano esclusi.
Art. 6 - Parere della Commissione di primo grado - La Commissione di
primo grado dà parere contrario, specificandone i motivi, alla proiezione in
pubblico, esclusivamente ove ravvisi nel film, sia nel complesso, sia in singo-
le scene o sequenze, offesa al buon costume.
Il riferimento al buon costume contenuto nel primo comma si intende fatto
ai sensi dell’articolo 21 della Costituzione.
Il parere della Commissione è vincolante per l’Ammi-nistrazione.
Il conseguente provvedimento del Ministro è comunicato per iscritto all’interessato.
Qualora siano trascorsi 20 giorni dal deposito del film, senza che l’amministrazione abbia provveduto, il presentatore, con atto notificato a mezzo di
ufficiale giudiziario al Ministero del turismo e dello spettacolo, può chiedere
che si provveda. Ove dieci giorni da tale notifica siano trascorsi senza che
alcun provvedimento sia stato emesso, il nulla osta si intende concesso.
Art. 7 - Parere della Commissione di secondo grado. - L’interessato, entro
20 giorni dalla comunicazione del provvedimento di diniego del nulla osta o di
non ammissione ai minori, può ricorrere alla Commissione di secondo grado.
La Commissione di secondo grado pronuncia il proprio parere entro 20
giorni dalla presentazione del ricorso.
Il parere, in caso di conferma del diniego, deve essere motivato ed è vincolante per l’Amministrazione.
Il conseguente provvedimento del Ministro è comunicato all’interessato
entro 10 giorni dalla pronuncia della Commissione.
In caso di silenzio, si applica l’ultimo comma dell’articolo 6.
Art. 8 - Ricorso al Consiglio di Stato. - Il ricorso al Consiglio di Stato in
sede giurisdizionale è ammesso nei modi di legge.
Il Consiglio di Stato decide pronunciando anche nel merito.
L’udienza di discussione è fissata d’ufficio entro 30 giorni dalla scadenza
del termine per il deposito del ricorso, e la decisione deve essere pubblicata
entro dieci giorni dalla udienza di discussione.
Quando il Consiglio di Stato pronunzia nel merito, la decisione, se favorevole alla concessione del nulla osta, tiene luogo di questo a tutti gli effetti e a
altre formalità.
Art. 9 - Rilascio del nulla osta. - Qualora la Commissione non ravvisi nel
film elementi di offesa al buon costume, o in caso di omessa decisione a norma
dell’ultimo comma degli articoli 6 e 7, l’Amministrazione rilascia al presentatore il nulla osta per la proiezione in pubblico del film in tutto il territorio dello
Art. 10 - Cinegiornali. - I cinegiornali sono esaminati con procedura di
urgenza ed i termini di cui agli articoli 6 e 7 sono ridotti alla metà.
Art. 13 - Diffusione per radio o per televisione. - I film ed i lavori teatrali
ai quali sia stato negato il nulla osta per la proiezione o la rappresentazione in
pubblico, o vietati ai minori degli anni 18, non possono essere diffusi per radio
o per televisione.
Art. 14 - Competenza a conoscere dei reati. - La cognizione dei reati commessi col mezzo della cinematografia e della rappresentazione teatrale appartiene al Tribunale salvo che non sia competente la Corte d’Assise. Competente
territorialmente per le opere cinematografiche e teatrali è il giudice del luogo
ove è avvenuta la prima proiezione in pubblico del film o la prima rappresentazione dell’opera teatrale.
Non è consentita la remissione del procedimento al pretore.
Art. 15 - Sanzioni e sequestri. - Salve le sanzioni previste da Codice penale per le rappresentazioni teatrali o cinematografiche abusive, chiunque non
osserva le disposizioni degli articoli 5, 11, 12 e 13 è punito con l’ammenda
fino a lire 30.000.
Nei casi di maggiore gravità, o in casi di recidiva nei reati previsti dall’articolo 668 del codice penale o dal precedente comma, l’autorità giudiziaria, nel
pronunciare sentenza di condanna, può disporre la chiusura del locale di pubblico spettacolo per un periodo non superiore a 30 giorni. (...)
L’autorità di pubblica sicurezza, quando inoltra denuncia all’autorità giudiziaria per il reato previsto dall’articolo 668 del Codice penale, può sequestrare il film non sottoposto alla revisione prescritta dalla presente legge o cui
sia stato negato il nulla osta ed interdirne la proiezione in pubblico sino a che
l’autorità giudiziaria non si sia pronunciata. (...)
novembre 1963, n. 2029.
Regolamento di esecuzione della legge 21 aprile 1962, n. 161,
sulla revisione dei film e dei lavori teatrali.
Art. 1 - La domanda per ottenere il nulla osta per la proiezione in pubblico
dei film e l’esportazione all’estero di film nazionali, di cui all’art. 1 della legge
21 aprile 1962, n. 161, è presentata al Minitero del turismo e dello spettacolo
insieme all’esemplare integrale del film da esaminare completo di colonna
sonora. (...)
La domanda deve essere sottoscritta dal produttore, dall’importatore o dal
distributore e, trattandosi di società dal soggetto che ne ha la rappresentanza:
a) l’indicazione del richiedente e, trattandosi di società, del soggetto che ne
ha la rappresentanza;
b) il domicilio o la sede del richiedente e, nell’ipotesi di società, del rappresentante;
c) il nome o la denominazione del produttore o la sua nazionalità;
d) l’indicazione del titolo del film, dei sottotitoli e delle scritture in esso
comprese nello stesso ordine in cui si susseguono;
e) la particolareggiata descrizione del soggetto;
f) la lunghezza in metri della pellicola;
g) l’indicazione del tipo della pellicola;
h) la dichiarazione (...) che trattasi di film sottoposto per la prima volta alla
I titoli, i sottotitoli, le scritture e i dialoghi dell’esemplare del film da esaminare debbono essere espressi in lingua italiana. Possono tuttavia essere
espressi in lingua straniera, purché nella stessa pellicola sia contenuta in forma
scritta la contestuale e fedele traduzione in lingua italiana. Essi sono sottoposti a revisione ai fini dell’accertamento della loro corrispondenza al buon
Alla domanda deve essere allegato in quattro copie il testo integrale del
dialogo contenuto nel film. Per i film esteri in edizione originale devono esse-
re esibiti, nello stesso numero, anche i relativi dialoghi nella traduzione in lingua italiana.
Art. 4 - Con le domande (...) si deve altresì informare l’Amministrazione se
il richiedente del nulla osta del film (...) e l’autore dell’opera in revisione intendano essere uditi dalla Commissione (...).
Art. 7 - L’esame dei film (...) è eseguito secondo l’ordine di ricezione delle
domande. E’ fatta salva la precedenza ai cinegiornali (...).
Art. 8 - L’attribuzione delle opere da revisionare in prima istanza viene
effettuata secondo un programma di lavoro che, di volta in volta, viene portato a conoscenza delle Commissioni a cura del segretario di ciascuna di esse.
L’avviso di convocazione deve essere comunicato a cura dei segretari delle
sezioni, in tempo utile, a ciascun membro della Sezione interessata, previ
accordi col presidente della medesima.
Qualora il richiedente del nulla osta o l’autore dell’opera in revisione abbia
chiesto (...) di essere udito, il segretario della Commissione comunica l’avviso
di convocazione anche al richiedente curando che di tale comunicazione sia
conservata in atti la relativa documentazione.
La detta comunicazione dovrà pervenire all’interessato almeno tre giorni
prima del giorno fissato per la convocazione.
Le deliberazioni sono valide quando all’adunanza è presente la maggioranza dei componenti, compreso il presidente. Esse vengono adottate a maggioranza assoluta di voti, prevalendo il voto del presidente in caso di parità. Il
segretario provvede alla compilazione del verbale delle adunanze della
Commissione nel quale deve essere fatta menzione, ove richiesto, dei voti contrari al parere espresso e delle astensioni.
I pareri delle Commissioni redatti per iscritto e con le firme del presidente,
dei membri presenti e del segretario, vengono raccolti in appositi registri.
E’ obbligatoria la motivazione quando la Commissione si pronunci per il
divieto della rappresentazione del film o per l’esclusione dei minori dalla
visione del film (...).
La Commissione può sospendere l’espressione del parere invitando il
richiedente a sopprimere o a modificare singole scene o sequenze o battute.
Art. 9 - Debbono ritenersi in ogni caso vietate ai minori le opere cinematografiche (...) che, pur non costituendo offesa al buon costume ai sensi dell’art.6
contengano battute o gesti volgari;
indulgano a comportamenti amorali;
contengano scene erotiche o di violenza verso uomini o animali, o relative
ad operazioni chirurgiche od a fenomeni ipnotici o medianici se rappresentate
in forma particolarmente impressionante, o riguardanti l’uso di sostanze stupefacenti;
fomentino l’odio o la vendetta;
presentino crimini in forma tale da indurre all’imitazione od il suicidio in
forma suggestiva.
Alla determinazione del diverso limite di età la Commissione provvede
tenendo conto della gravità e della insistenza degli elementi indicati nel
Art. 10 - Il nulla osta per la proiezione del film (...) è rilasciato dal
Ministero senza o con il divieto di visione ai minori su conforme parere della
commissione (...).
In caso di non approvazione dell’intera opera o di una parte scenica o dialogata, agli atti del Ministero viene conservata l’opera o la parte non approvata.
Art. 11 - Le opere che non hanno ottenuto il nulla osta possono, in seguito
a sostituzione del titolo e di parti sceniche o dialogate, essere presentate a
nuovo esame, purché le sostituzioni apportate assicurino in termini inequivoci
che si tratta di edizione diversa da quella già revisionata.
In tal caso, le domande di cui agli articoli 1 e 2 del presente regolamento
devono essere altresì corredate da una particolareggiata descrizione delle
scene, didascalie e dei dialoghi soppressi, aggiunti o modificati (...).
Il Ministro per il turismo e lo spettacolo designa come componenti la
Commissione di secondo grado le due sezioni della Commissione di primo
grado che seguono immediatamente nell’ordine quella da cui è stato espresso
il parere in prima istanza, intendendosi come successiva all’ultima sezione la
La disposizione non si applica qualora sussistano particolari impedimenti
che non consentano l’osservanza della procedura su esposta.
Art. 13 - Colui che ha ottenuto il nulla osta per la proiezione del film (...),
ha obbligo di assicurarsi che ogni esemplare , in tutte le sue parti, comunque
ceduto per la proiezione(...), sia conforme a quello per il quale il nulla osta o
il provvedimento fu concesso.
LEGGE 6 agosto 1990, n. 223.
11. E’ comunque vietata la trasmissione di film ai quali sia stato negato il
nulla osta per la proiezione o la rappresentazione in pubblico oppure siano stati
vietati ai minori di anni 18.
12. In caso di violazione del divieto di cui al comma 11 del presente articolo si applicano le sanzioni previste dall’articolo 15 della legge 21 aprile
1962, n. 161, intendendosi per chiusura del locale la disattivazione dell’impianto.
13. I film vietati ai minori degli anni quattordici non possono essere trasmessi né integralmente né parzialmente prima delle ore 22.30 e dopo le ore 7.
Le leggi, banale a dirsi, resterebbero carta morta se non ci
fosse chi le applica. Nel nostro caso gli esecutori della volontà
legislativa sono i censori cinematografici. Si, proprio loro, quel
coacervo di uomini riuniti sotto il concetto unificante di
Censore, oggetto di periodiche levate di scudi in difesa della
libertà d’espressione o (secondo la provenienza) del bisogno di
repressione. Da oltre trent’anni sono ben cinquantasei persone
munite di altrettante forbici, ma per tutti sono il censore o la
censura. Invece sono soprattutto decine di teste pensanti che
mutano negli anni, di ogni provenienza politico-ideologico-culturale: cattolici e comunisti, libertari ad oltranza e oscurantisti
indomiti, tutti messi uno accanto all’altro, riuniti a gruppi e
dislocati nelle varie commissioni (sembra) senza un preciso
disegno negli accoppiamenti. Ne deriva che la composizione
delle commissioni sarebbe quanto di più casuale e variegato
possa esserci in natura burocratica. Il censore dalle forbici facili può trovarsi accanto un collega che invece quelle lame le fonderebbe per ricavarne metallo buono per la costruzione di nuove
(libere) macchine da presa. L’impronta delle varie composizioni è dunque l’esito di un esercizio di ingegneria genetica scriteriato (nel senso più fedele alla lettera di questo termine...): i cromosomi censori vengono legati l’uno all’altro senza un preventivo check-up dei vari caratteri, ovvero senza che vi sia un’armonizzazione della varie tendenze culturali dei singoli censori.
La sindrome di Frankenstein è così sempre in agguato: secondo
i vari pezzi assemblati si possono avere commissioni mostruosamente severe o - all’opposto - catatonicamente blande. Basta
che il fato metta insieme quattro censori (su sette, quindi la
maggioranza) dalle vedute rigide, magari quattro signori anziani dal gusto retro-tradizionalista, nella stessa commissione e
questa diverrà inevitabilmente severa: magari guarderà con
sospetto le opere sperimentali non allineate (leggi Cronenberg)
e quelle improntate al giovanilismo malato (leggi Araki), mentre non colpirà la stupidità dei comici vanziniani, applicando un
senso comune del pudore fermo ai canoni di trenta anni fa. Al
contrario ci sarà un’altra commissione dove si sono ritrovati
invece in buona compagnia quattro cinefili, dal gusto e dalla
mentalità moderni, però anch’essi con le loro fissazioni: per cui
magari si al sesso e no alla violenza, o viceversa. Se si considera l’altissimo grado (praticamente totale) di discrezionalità che
la legge conferisce ai censori nell’eseguire il vaglio dei film, ne
consegue uno stato di profonda (e grave) incertezza circa il trattamento che viene riservato alle opere cinematografiche. Infatti
un film, approdando in censura, non ha la certezza di diritto di
andare incontro a una valutazione oggettiva qualunque sia la
commissione tra le otto che la valuterà. Il suo destino sarà piuttosto legato al caso. Più un film è problematico, per il suo contenuto narrativo e/o estetico, più corre il rischio di incappare in
un divieto con conseguenze sensibili sulla vita stessa della pellicola. Questo quadro preventivo lo si può evincere già dalla lettura delle norme che hanno istituito e regolano le commissioni
di censura cinematografica. Ogni angolo di intervento in qualsiasi materia non sia coperto da norme certe si presta naturalmente all’intervento discrezionale di chi quelle leggi è chiamato ad applicare. Ma quando la materia è così impalpabile come
l’arte, che per definizione si presta ad una fruizione soggettiva
legata a gusti e discernimenti personali, le cose si complicano.
Le discrasie sono in agguato e con esse possibili abusi e più che
probabili ingiustizie. Dall’esterno un po’ tutti noi abbiamo udito
periodicamente le urla più o meno motivate di autori, produttori e gente di cinema in generale che hanno denunciato all’opinione pubblica aggressioni censorie nei propri confronti: poche
volte però - quasi mai per l’esattezza - è stato possibile ascoltare le repliche dei censori stessi. Questo certamente non perché i
giornalisti non abbiano voluto dare loro la parola, bensì per due
ordini di motivi: il primo è la riluttanza dei censori ad avere contatti esplicativi con la stampa e l’opinione pubblica in genere; il
secondo motivo, il più importante, è che nessun componente di
una commissione di censura, soprattutto se ancora in carica, ha
mai veramente svelato le gravi contraddizioni interne all’istituto, le reali perversioni di cui sono affette le dinamiche interne al
corpus censorio. Quale giornalista (serio) può avere interesse a
riportare le motivazioni ufficiali tranquillizzanti di un censore?
Ma soprattutto: quale lettore ha interesse ad ascoltare le ragioni
auto-assolutorie di un commissario di censura di nomina governativa? Ecco perché da sempre qualunque giornalista abbia parlato di vicende censorie ha dovuto attingere necessariamente ai
“si dice” e “sembra che” riferiti alle consuete “voci di corridoio”, per quanto l’uso di queste ultime venga deprecato dagli
integralisti del giornalismo codificato e velinaro sempre fedeli
al verbo della motivazione ufficiale come unica fonte di verità.
Avendo invece io il solo culto della verità a tutti i costi, ho deciso di sfidare i fautori delle buone maniere professionali e infischiandomene del galateo giornalistico ho seguito l’unico metodo possibile che possa fare luce su come stanno veramente le
cose in censura: garantire l’anonimato a dei censori illuminati in
cambio del racconto fedele di ciò che veramente accade dentro
le commissioni di censura. Per oltre un anno ho così avuto
incontri ripetuti con alcuni componenti delle commissioni di
censura ancora in carica nel momento in cui scrivo (metà aprile
‘97). Alcuni, indignati per quanto accade tra i censori, certe cose
me le hanno dette spontaneamente, obbedendo ad un proprio
istinto, quasi uno sfogo liberatorio di persone che stanno in censura per difendere il cinema dai moralisti incompetenti. Altri
censori invece li ho dovuti stimolare con domande scaturite
dalla mia insaziabile curiosità. Ad accomunare questi censori
c’era però sempre una sorta di reticenza istintiva proveniente dal
subconscio: mi dicevano qualche verità particolarmente forte e
poi avevano quasi sempre paura di averla detta grossa, quasi
volessero ritirare quanto dichiarato. Così, ogni cinque minuti mi
sentivo ripetere “...ma forse questo è meglio non dirlo...”, oppure “...ma se scrivi questo scoprono che te l’ho detto io...”.
L’anonimato insomma sembrava loro che potesse non coprirli
abbastanza. Eppure non sono pentiti di mafia, non mi hanno
confessato delitti o illeciti penali, hanno negato che esista corruzione o influenzabilità tra i censori. Il timore però c’era sempre, perché quasi tutti i censori da me intervistati sono gente di
cinema, un ambiente che a quanto pare sa essere molto vendicativo con chi non obbedisce al dettato andreottiano dei panni
sporchi che vanno lavati in famiglia. Un censore, critico nei
confronti della censura, era anche preoccupato di sortire l’effetto contrario con le sue dichiarazioni, ovvero di provocare un
giro di vite in direzione repressiva. Molto interessante inoltre
quando ho incontrato contemporaneamente due censori di
diversa provenienza culturale: mentre parlavano e raccontavano
aneddoti, ogni tanto il loro sguardo si incontrava, quasi per verificare se si stessero spingendo troppo oltre oppure per trovare
conforto e sostegno, come per non sentirsi soli nel fare certe
dichiarazioni. Da decine di incontri sono venute fuori svariate
ore di interviste, tutte da me registrate e contenute adesso in
audiocassette che custodisco gelosamente. Dico questo per prepararmi alle accuse di chi volesse avanzare il sospetto che io
non abbia realmente ascoltato certe dichiarazioni dalla viva
voce dei censori: ma dico al tempo stesso che ne proteggerò l’anonimato in ogni sede, anche davanti alla magistratura, come tra
l’altro la condizione di giornalista iscritto nell’elenco dei professionisti mi permette per legge di fare. In quanto al pensiero
di chi ritiene che riportare dichiarazioni anonime sia un espediente scandalistico, io rispondo preventivamente che quando
certe realtà sono tenute volutamente molto sommerse e nascoste, tradendo così la loro dimensione pubblica, a quel punto l’unica cosa lecita e dignitosa è fare emergere le verità, in ogni
modo, con limiti dettati soltanto dall’onestà intellettuale. E per
quello che mi riguarda, l’onestà intellettuale del sottoscritto può
(se lo ritenete) essere testimoniata dalla propria storia professionale: nata come cronista in prima linea su un cateto del cosiddetto “triangolo della morte”, nell’epicentro di una zona ad alta
densità mafiosa della Sicilia, e proseguita nella critica cinematografica senza mai legarmi ad uno (dei realmente esistenti) clan
che accorpano penne ora a destra ora a sinistra per la gestione di
spazi sui giornali e di direzioni artistiche nei festival.
Quanto trovate qui di seguito è dunque un sunto di ore di
conversazione con i censori. Per proteggerne ancora di più l’anonimato non vi dirò quanti essi siano stati, né vi darò elementi per identificarli: anche per questo motivo ho fatto in modo di
missare le loro voci per renderle un’unica voce, tornando così al
concetto esemplificativo del Censore come istituzione. Per
comodità espositiva, tutto è raggruppato sotto una sorta di paragrafi introdotti da brevi titoli che accorpano gli argomenti sui
quali ho raccolto diverse dichiarazioni di differenti censori. Alle
loro parole lascio il compito di spiegare cosa sia la censura in
Italia, permettendomi di intervenire soltanto per qualche precisazione che renda più intelligibile le dichiarazioni dei censori.
Tutto ciò con il sospetto (diciamo pure la consapevolezza?) che
anche a me qualcosa abbiano tenuto nascosto...
“ Tecnicamente non si chiama “commissione di censura” ma
“commissione di revisione” per le pellicole cinematografiche ed
è un organo amministrativo. Qualsiasi film si voglia programmare in una sala cinematografica del territorio nazionale deve
passare il vaglio di questa commissione. In questa sede viene
eseguito non soltanto un controllo sul contenuto del film - che è
la funzione più nota della nostra attività - , bensì anche una
verifica delle caratteristiche tecniche di esso. Per esempio il
calcolo del metraggio della pellicola, per determinarne la “lunghezza”. Tale misurazione non è una semplice formalità, ma è
necessaria per appurare ufficialmente la categoria cui appartiene il film, se si tratta cioè di lungo, medio o cortometraggio.
Un simile controllo è necessario anche perché esistono per
legge delle agevolazioni dello stato a favore dei prodotti cinematografici, con aiuti economici (nonché adempimenti) che
variano significativamente in base alla durata e dunque alla
categoria di appartenenza dell’opera. La verifica del metraggio
da parte della censura impedisce potenziali truffe allo stato, che
potrebbero essere messe in atto da un produttore che presentasse il proprio film come lungometraggio - ottenendone i vantaggi relativi - mentre magari si tratta di un corto”
Per questo motivo inoltre la copia della pellicola presentata in
censura per essere vagliata rimane a disposizione dell’apposito
ufficio del Dipartimento per lo Spettacolo: rappresenterà il
documento dell’esistenza stessa del film. Un film infatti esiste
ufficialmente per lo stato italiano soltanto dopo la sua consegna
definitiva all’ufficio citato, essendo il controllo governativo rite34
nuto condizione indispensabile perché la pellicola abbia diritto
di essere proiettato nelle sale di proiezione autorizzate. Questo è
il significato del nulla osta di censura che il film è costretto a
possedere per legge se vuole circolare nelle sale, il quale nulla
osta sancisce che per lo stato niente impedisce la libera circuitazione dell’opera (salvo limiti per l’accesso alla visione da parte
dei minori). In realtà anche pellicole prive di nulla osta possono
essere proiettate, ma non nel circuito commerciale, bensì relegate nell’ambito di quei luoghi di proiezione come i cineclub
dove l’ingresso è riservato ai soci e in cui la proposta di film ha
una funzione esclusivamente culturale e dunque senza fini di
lucro. Altra zona franca sono i festival e le manifestazioni culturali in genere. I festival non hanno l’obbligo di proiettare film
dotati di visto di censura e soltanto alcune kermesse cinematografiche attuano un forma di tutela preventiva del minorenne
indicando esplicitamente che l’ingresso alle proiezioni è vietato
ai minori di 18 anni: questo in virtù della possibile presenza di
contenuti hard in pellicole che solitamente (e chiaramente) non
vengono valutate dai selezionatori anche sotto il profilo della
tutela del minore, non essendo abitualmente i minorenni in gran
numero interessati a tale tipo di proiezione. Tale controllo anagrafico tuttavia non viene quasi mai esercitato all’ingresso dei
cinema che ospitano proiezioni festivaliere. Un autentico paradosso si verifica poi nell’ambito di certe rassegne che propongono i film appena presentati al festival di Venezia in sale del
circuito commerciale: le pellicole vengono in questo caso proposte nella versione originale e integrale, prima ancora che esse
abbiano ottenuto (o perfino richiesto) un visto di censura per
l’Italia. Può avvenire così che per esempio a Milano vengano
proiettati in sale del normale circuito commerciale alcuni film
(soprattutto di nazionalità straniera) direttamente provenienti dal
festival di Venezia (in versione originale con sottotitoli) consentendo l’accesso in sala a chiunque, magari anche ai minorenni in
mancanza di adeguato controllo. Questi stessi film successivamente, passando il vaglio della censura per ottenere il nulla osta
per la distribuzione, potrebbero vedersi negato il visto, ovvero
gli potrebbe essere negata la possibilità di essere proiettati nelle
sale in Italia, magari perché ritenuti osceni o socialmente pericolosi. Si potrebbe verificare così il paradosso per cui un film
proveniente dal festival lagunare, proiettato in una rassegna non
(solo) per addetti ai lavori a Milano, non potrebbe più essere
riproposto nella stessa sala milanese in seguito alla decisione
della censura amministrativa di non concedere il visto. In pratica verrebbe impedito dalla legge allo stesso esercente milanese
di proiettare un’altra volta il film, e gli stessi spettatori che
hanno potuto vedere già l’opera in quella sala di Milano, secondo i censori improvvisamente non sarebbero più abbastanza
maturi per assistere di nuovo alla proiezione dello stesso film. Al
di là di questi paradossi, preoccupazione della commissione di
censura è (anche) registrare tutti i dati formali che consentono la
riconoscibilità della pellicola, partendo dallo stesso titolo del
“ Nel momento della presentazione della pellicola al
Dipartimento, la sua classificazione avviene a partire dal titolo
con un preciso sistema di catalogazione, che è più complesso nel
caso di una pellicola non italiana. Se il film è straniero, in primo
luogo viene indicato il titolo italiano scelto per la distribuzione
nazionale, poi il titolo nella lingua originale della pellicola e
quindi la sua traduzione letterale in italiano; per fare un esempio, con il film dello scorso anno di Mann con Pacino e De Niro,
si può avere una classificazione di questo tipo: “Heat-La
sfida”- “Heat”- “Caldo”. Catalogare i film in questo modo è un
accorgimento utile non soltanto per l’immediata riconoscibilità
del film, ma anche per evitare che un film bocciato o vietato in
prima istanza da una commissione di censura possa essere
ripresentato tale e quale ma cambiandogli il (solo) titolo: cercando di ingannare in questo modo il Dipartimento e sperando
che la pellicola venga valutata da una commissione diversa da
quella precedente e possa ottenere quindi un giudizio meno
severo confidando in una diversa valutazione da parte degli
altri commissari”.
La tipologia del censore
“ I membri delle otto commissioni vengono nominati dal
Dipartimento per lo Spettacolo (l’ex ministero), scelti in base
all’appartenenza a varie categorie, tra cui quelle degli autori,
produttori, psicologi, giornalisti, magistrati. Per ogni seduta ci
spetta un “gettone di presenza” che dopo l’ultima finanziaria mi
pare sia stato portato adesso a un ammontare di circa
trenta/quarantamila lire nette, mentre fino a non molto tempo fa
era di cinquemila lire. La tipologia del censore oggi non è più
come negli anni sessanta, quando la censura era effettivamente
tutta controllata da una determinata corrente cattolica integralista obbediente alle direttive della Democrazia cristiana
andreottiana. I componenti delle commissioni da anni sono liberi da vincoli partitici. La distinzione ideologica in seno alla censura è ininfluente. Lo dimostrano i tanti casi in cui psicologi di
estrazione cattolica di fronte a film come - per esempio - “Ilona
viene dalla pioggia” di Cabrera hanno espresso il giudizio che
potessero essere visti da tutti, per i tanti bellissimi messaggi
positivi che trasmettevano, mentre altri commissari, di cultura
magari di sinistra, hanno mostrato minore apertura verso gli
stessi film per il loro contenuto forte. Ci sono infatti dei censori
di area culturale progressista aprioristicamente contrari per
esempio alla violenza, ritenendola fenomeno di degrado sociale
e possibile miccia d’innesto di fenomeni di immedesimazione:
quando si trovano a giudicare un’opera dai contenuti violenti
esprimono giudizi molto più severi dei colleghi cattolici. Se
qualche esterno assistesse a una riunione di una commissione di
censura sono sicuro che non sarebbe in grado di distinguere l’a37
rea culturale o ideologica di provenienza dei singoli componenti. Tuttavia se dovessi fare una percentuale circa l’appartenenza
dei censori a delle aree di pensiero, direi che ci sono il 40% di
cattolici, il 30% di progressisti di sinistra e il 30% di laici assoluti, cioè equidistanti dalle due posizioni in questione, che definirei laici libertari. Va comunque affermato che la violenza e il
sesso non hanno colore politico né ideologico quando vengono
affrontati in censura: questo l’ho potuto verificare in tutte le
commissioni in cui sono stato. L’unica discriminante, in presenza di sesso e violenza, è che il film rappresenti o meno un’opera d’arte. La violenza c’è anche per esempio in “Carla’s song”
di Ken Loach, ma è rappresentata in modo artistico, non gratuito, quindi non censurabile. Le commissioni sono molto complesse e articolate nella loro composizione, sia nella coscienza
dei singoli che nella loro estrazione politica, culturale e ideologica: questa varietà è garanzia di indipendenza nelle decisioni
dei censori. Mai comunque abbiamo subito pressioni esterne.
Anche perché i censori di oggi sono persone libere da vincoli
partitici, in linea di massima competenti per quanto riguarda la
tutela della psicologia dell’età evolutiva. Una competenza che si
estende alla valutazione del profilo artistico di un’opera cinematografica, perché anche un censore di quelli non scelti tra gli
addetti ai lavori guarda per la sua funzione almeno due film alla
settimana, finendo così per comprendere pure il dato estetico di
un’opera cinematografica”
E’ necessario però fare una puntualizzazione sulla competenza: se essa è (o sarebbe...) implicita per gli addetti ai lavori del
settore cinematografico nominati nelle commissioni, invece non
è affatto espressamente richiesta dalla legge per quei componenti della censura che non operano professionalmente nel cinema. Significa che alla legge - e dunque a chi la applica - non
importa nulla se il magistrato o lo psicologo si intendono di
cinema, per cui possono essere nominati censori persone che
non capiscono assolutamente niente di arte cinematografica. In
pratica, secondo la normativa in materia, dei probabili assoluti
incompetenti di estetica cinematografica e dei potenziali igno38
ranti totali di storia del cinema possono essere chiamati a decidere la sorte di un film, assumendo il potere di applicare all’opera un divieto che ne mortificherebbe lo sfruttamento economico. Diverse in merito le posizioni dei censori da me intervistati e contattati nel corso degli ultimi mesi.
La prima osservazione che vi riporto di seguito appartiene a
un commissario più maturo d’età e tradizionalista ed ha un tono
sospeso tra la difesa oggettiva e una parziale ammissione di colpevolezza.
“ La commissione di censura è chiamata ad esprimersi non
specificamente sull’opera filmica in sé stessa, ovvero su quello
che l’opera rappresenta sul piano del suo valore artistico, bensì
deve pronunciarsi sulla presenza o meno di elementi che possano turbare il minore oppure offendere il comune senso del pudore. L’estetica non rientra nell’elenco degli elementi da valutare
ai fini della censura. La legge 161 del ‘62, che elenca in modo
preciso quali sono questi elementi che devono essere vagliati
per potere tutelare la sensibilità dei minori in età evolutiva, non
prevede criteri estetici per la valutazione dei film. Devo però
confermarti che, salvo gli operatori del settore competenti per
mestiere, mai ci sono stati dai tempi di Andreotti sottosegretario
fino ai giorni nostri componenti delle commissioni che specificamente si intendessero di cinema, salvo magari quello psicologo “casualmente” appassionato di cinema. Anche oggi ci sono
censori che di cinema non ne capiscono niente, i quali però
hanno compiti specifici importanti, essendo chiamati per esempio a valutare l’impatto che il prodotto filmico può avere sulla
sensibilità dei minori, come nel caso dello psicologo, mentre il
magistrato dal canto suo deve valutare la fattispecie penale che
può turbare o innescare processi imitativi e di immedesimazione”
Più duro invece il parere di un altro censore le cui confessioni ho in parte raccolto in precedenza in un’intervista da me realizzata per la rivista Duel, pubblicata nel numero 35 del mese di
marzo del 1996.
“ La maggior parte dei componenti delle commissioni di cen39
sura non sono esperti di cinema. Pochi sono quelli preparati come i produttori - ma gli altri non sanno assolutamente niente
di cinema e forse entrano nelle commissioni solo per vedere
qualche film o per ottenere la tessera per entrare gratis nelle
sale. Ho assistito a riunioni in cui c’erano componenti che
confondevano anche un attore per un altro o che non capivano
nemmeno la storia di un film. Per questo motivo arrivano verdetti che appaiono inspiegabili, come è avvenuto negli anni più
recenti nei casi dei divieti subiti da una pellicola come “Oltre
Rangoon” di Boorman o dai film di Carpenter “Villaggio dei
dannati” e il precedente “Il seme della follia”, mentre “Seven”
non è stato vietato. Il fatto che la legge non richieda espressamente alla maggior parte dei commissari di essere specificamente competenti in materia cinematografica comporta che c’è
gente che viene in censura magari soltanto per la voglia di censurare o per non fare vedere le scopate. Per questo motivo ci
sono molti “non addetti ai lavori” appassionati di cinema che
cercano di farsi nominare nelle commissioni di censura, perché
altrimenti sarebbe uno scempio. Capita per esempio che nelle
riunioni di alcune commissioni non sia presente nessuno che
capisca di cinema, perché magari in quelle sedute sono assenti
tutti i membri scelti tra gli addetti ai lavori. La mancanza di persone veramente esperte di cinema è molto grave per la funzione
che ha oggi la censura.
Una funzione che non è più politica e moralistica come una
volta, ma economica. Quando c’era Andreotti sottosegretario
allo Spettacolo (negli anni cinquanta) si vietava tutto e la censura - bacchettona - era un discorso politico e religioso. Oggi
invece la censura è un discorso soltanto economico, più che
negli anni passati, perché un divieto può perfino impedirti di
vendere un film alla televisione oppure costringerti a venderlo a
un prezzo più basso. Quando non c’era il mercato televisivo
molti produttori auspicavano perfino che i propri film venissero
vietati, anche ai minori di 18 anni, perché così facevano i soldi
nelle sale grazie al richiamo di pubblico esercitato dal divieto.
Adesso invece al cinema va poca gente rispetto ad allora e gli
La censura cinematografica in Italia. Tutti i protagonisti, i film, le leggi e i retroscena dei grandi tagli: da La dolce vita al porno anni '70

References: Art. 1

Art. 2

Art. 3

Art. 4

Art. 5

Art. 6
e contrario

Art. 7

Art. 8

Art. 9

Art. 10

Art. 13

Art. 14

Art. 15
 sentenza 

Art. 1

Art. 4

Art. 7

Art. 8

Art. 9

Art. 10

Art. 11

Art. 13