Source: http://dallapartedellevittime.blogspot.com/2013/01/
Timestamp: 2019-06-26 22:21:04+00:00

Document:
Dalla parte delle vittime: gennaio 2013
RICORDATO A PIGNATARO MAGGIORE NICANDRO IZZO, L'EGENTE DI CUSTODIA UCCISO DALLA CAMORRA IL 31 GENNAIO 1983
Ricordato stamani a Pignataro l’appuntato degli agenti di custodia, Nicandro Izzo, ucciso dalla camorra il 31 gennaio 1983. Nell'Aula Magna dell’Istituto comprensivo “Madre Teresa di Calcutta” (il cui capo d’istituto, Paolo Mesolella ha promosso l’iniziativa) sono stati premiati 7 studenti con una borsa di studio intitolata a Nicandro Izzo. Una manifestazione molto sentita, a cui hanno partecipato i responsabili della polizia penitenziaria campana: il provveditore, i direttori ed i comandanti delle carceri di Poggioreale, S Maria C. V. e Carinola, magistrati, giornalisti, insegnanti, alunni e genitori, tanti genitori che hanno voluto assistere alla manifestazione in una sala affollatissima.
"La giustizia funziona solamente se ci crediamo - ha detto il giudice Raffaello Magi ai 180 studenti presenti. Il codice penale dice che chi uccide deve essere punito con l'ergastolo, ma non sempre questo succede, nonostante il martirio di tanti uomini dello stato, come quello di Ignazio De Florio agente nel carcere di Carinola e di Francesco Imposimato. Se non c'è chi punisce - ha continuato Magi - chi accerta i fatti e la polizia penitenziaria che vigila sull'osservanza della pena, la norma diventa inutile. "Vi chiedo scusa a nome di tutti, ha aggiunto il giornalista Raffaele Sardo, rivolgendosi ai familiari di Nicandro. Per voi questo giorno è un giorno di dolore. Vi chiediamo scusa, perché ricordando, rinnoviamo in voi il dolore, ma bisogna trovare il tempo di ricordare le persone che hanno dato la vita per servire lo Stato. Oggi a Pignataro, Nicandro Izzo prende il posto che occupava la camorra". Molto toccante anche l'intervento della dott.ssa Teresa Abate, Direttrice del Carcere di Poggioreale, dove lavorava Izzo: "I manifesti di questa iniziativa - ha detto - sono stati posti anche nel nostro carcere ed ho visto la fila degli agenti e del personale che si fermavano a leggerli commossi. Molti lo conoscevano. Nicandro svolgeva un lavoro delicatissimo in un carcere come quello di Poggioreale dove c'erano 300 agenti mentre oggi ce ne sono 800. Questo ci fa capire che lavoro massacrante svolgevano le guardie di Poggioreale. "Il carcere è una struttura che deve essere gestita con il buon senso del padre di famiglia - ha aggiunto la dott.ssa Carmela Campi, Direttrice del carcere di Carinola - affinché si ritorni ad essere umani e fratelli, nonostante i tanti errori”. Sono intervenuti anche Francesco Saverio De Martino, Provveditore vicario dell'Amministrazione penitenziaria campana, Giuseppe Centomani, Direttore Distrettuale per la Giustizia minorile in Campania e Carlotta Giaquinto, Direttrice del carcere di Santa Maria C. V.
Infine la consegna delle sette Borse di Studio in denaro agli alunni che si sono cimentati nella scrittura di testi riguardanti la figura di Nicandro Izzo. Testi che sono stati letti con grande partecipazione dall’attore Francantonio. I nomi degli alunni vincitori della borsa di studio: Alessandra Zona, Francesco Di Bernardo, Silvia Giuliano, Maria Sara Borrelli, Mercone Antonio, Francesca Orlando, e Contestabile Simone. In sala anche tante autorità carcerarie, con il comandante del carcere di Poggioreale, Salvatore D'Avanzo, il Comandante del carcere di S Maria C V., Gaetano Manganelli, il comandante del carcere di Carinola, Egidio Giramma, Anselmo Bovenzi, Direttore delll'Istituto "Angiulli" di S. Maria, il Commissario Cesare Martucci, il sindaco Raimondo Cuccaro ed i Comandanti delle Caserme dei carabinieri di Pignataro Maggiore e Calvi Risorta. Tra i presenti anche la moglie e il figlio di Nicandro Izzo, Maria Senese e Antonio Izzo, con Mario Marrandino, storico economo del Carcere di Poggioreale; Roberto Fiorillo, coordinatore dell'ass. “Le Terre di Don Peppe Diana”, e l'Ispettore capo della Polizia Penitenziaria, Giorgio Valente. La manifestazione è stata coordinata dal giornalista Salvatore Minieri. (fonte: Comunicato Stampa)
STRAGE DI USTICA, FU UN MISSILE AD ABBATTERE L'AEREO. LO SENTENZIA LA CASSAZIONE
Fu un missile ad abbattere nei cieli di Ustica il Dc9 partito da Bologna e diretto a Palermo la sera del 27 giugno 1980. Finalmente dopo quasi 33 anni un pezzo di verità sulla strage di Ustica salta fuori e comincia sbriciolarsi il muro di gomma eretto davanti alla verità. E’ un giudice civile in Cassazione a scrivere la “verità definitiva” sulla strage di Ustica, dopo tanti processi penali senza fine e senza colpevoli, e a inchiodare lo Stato alla responsabilità per la morte degli 81 passeggeri del tragico volo Itavia. Infatti, secondo la Suprema Corte, non fu una bomba ma un missile a far precipitare il Dc9 partito da Bologna e diretto a Palermo, la sera del 27 giugno 1980, e i radar civili e militari non vigilarono come avrebbero dovuto sui cieli italiani. Per questo i Ministeri della Difesa e dei Trasporti devono essere condannati a risarcire i familiari delle vittime. È questa la conclusione alla quale, in poche pagine, è arrivata la Terza sezione civile della Cassazione nella sentenza che, per la prima volta, convalida la condanna al risarcimento (circa un milione e duecentomila euro) inflitta dalla Corte di Appello di Palermo - nel giugno 2010 - per 'risarcirè i parenti di tre vittime che, per primi, hanno intrapreso la causa civile, poi seguite da altri ottanta familiari costituitisi in un altro procedimento, sospeso in appello e aggiornato al 2014, per il quale i ministeri dovrebbero pagare altri 110 milioni di euro. »Finalmente si riconosce che quella terribile strage è stata causata da un missile, e che attorno a quell'aereo fu combattuta una battaglia sui cieli italiani«, ha detto Walter Veltroni, da sempre voce contro il “muro di gomma”. È »abbondantemente e congruamente motivata la tesi del missile«, accolta dalla Corte di Appello di Palermo a fondamento delle prime richieste risarcitorie, scrive la Cassazione nella sentenza 1871, confermando che il controllo dei radar sui cieli “nazionali”, e quindi sulla sicurezza interna, non era adeguato. Con il verdetto sono stati così respinti i ricorsi con i quali il Ministero della Difesa e quello dei Trasporti, assistiti dall'Avvocatura dello Stato, volevano negare il risarcimento. Hanno sostenuto che il disastro aereo era ormai prescritto, e che non si poteva loro imputare »l'omissione di condotte doverose in difetto di prova circa l'effettivo svolgimento dell'evento«. La Cassazione ha replicato che »è pacifico« l'obbligo delle due amministrazioni »di assicurare la sicurezza dei voli«, e che, appunto, è »abbondantemente e congruamente motivata la tesi del missile«. Quanto alla prescrizione, il motivo è »infondato«.
L'evento stesso dell'avvenuta strage, poi, »dimostra la violazione della norma cautelare«. La Cassazione ricorda di aver ordinato nel 2009 la riapertura della causa civile in accoglimento della richiesta risarcitoria di Itavia alla quale, invece, la Corte di Appello di Roma - dove pende il caso - aveva negato il risarcimento nonostante la chiusura della compagnia fosse stata decisa dal governo che, pochi mesi dopo Ustica, aveva individuato il “colpevole” nel vettore. Ora l'Alta corte rinvia ai principi affermati allora, in base ai quali »una volta dimostrata in giudizio la sussistenza dell'obbligo di osservare la regola cautelare omessa (vale a dire il controllo dei cieli) ed una volta appurato che l'evento appartiene al novero di quelli che la norma mirava ad evitare attraverso il comportamento richiesto, non rileva, ai fini dell'esonero dalla responsabilità, che il soggetto tenuto a detta osservanza abbia provato la non conoscenza in concreto dell'esistenza del pericolo«. I supremi giudici sottolineano che non »è in dubbio che le Amministrazioni avessero l'obbligo di garantire la sicurezza dei voli«. Nel coro unanime di consenso alla sentenza, da segnalare le voci dissonanti di Carlo Giovanardi che insiste sulla tesi della bomba, e dell'ex capo di Stato Maggiore dell' Aeronautica Leonardo Tricarico che ritiene in »assurda contraddizione« l'odierna sentenza con quella penale della stessa Cassazione, a dimostrazione »che in Italia la giustizia non funziona«.
Avvocato Vincenzo Fallica difensore familiari alcune vittime della strage - «Finalmente la Corte di Cassazione si è pronunciata in maniera definitiva sulla vicenda del disastro aereo di Ustica affermando la responsabilità dello Stato, a seguito del giudizio civile iniziato da me nel 1990». Lo dice l'avv. Vincenzo Fallica difensore di alcuni familiari delle vittime della strage di Ustica il 27 giugno 1980. Fallica è il primo avvocato ad aver citato in sede civile i ministeri per la tragedia che provocò la morte di 81 persone. Il legale, che in Cassazione rappresentava i ricorrenti incidentali Fabio e Carlo Volanti, aggiunge: «Ho da sempre sostenuto l'imprescindibilità di un giudizio civile davanti al Tribunale di Palermo, unico competente per territorio. Con tale sentenza la Corte Suprema ha statuito che la causa del disastro è ascrivibile, oltre che all'insufficiente controllo radar dei cieli, al lancio di un missile». «Viene così ad esaurirsi - prosegue - quel dibattuto contrasto di natura giurisdizionale tra la magistratura di Roma intervenuta, in sede penale, e quella di Palermo. In verità, contrariamente a quanto affermano alcuni esponenti delle Istituzioni, tra cui Giovanardi, non è mai esistita una contraddizione essendo competenti unicamente ed esclusivamente i giudici di Palermo, nel cui territorio si era verificato il disastro
Il sindaco di Bologna, Virginio Merola »Esprimo enorme soddisfazione per la sentenza formulata dalla Cassazione in merito alla strage di Ustica. Dopo 33 anni si rende finalmente giustizia alla memoria delle 81 vittime che persero la vita sul DC9 Itavia, e si rende merito al lavoro dei loro familiari, che da sempre lottano perchè si faccia luce su uno dei momenti più oscuri della storia del nostro Paese«. Lo afferma il sindaco di Bologna Virginio Merola in una dichiarazione. »La sentenza - aggiunge il primo cittadino - pone un punto fermo, una prima verità. L'aereo fu abbattuto da un missile, così come sostiene da sempre l'Associazione dei parenti delle vittime. Lo Stato ora dovrà assumersi le proprie responsabilità. Spero che questo sia il primo importante passo verso la piena verità sulla strage, una verità che da troppo tempo tutti attendiamo«.
Daria Bonfietti, presidente associazione Vittime strage di Ustica - La Cassazione «ribadisce definitivamente, e voglio sottolineare che non lo dice per la prima volta, la ricostruzione della sentenza ordinanza del giudice Priore» - ha detto Daria Bonfietti, presidente del comitato familiari vittime della strage di Ustica - E cioè che l'aereo fu abbattuto «in un episodio di guerra aerea. Noi lo sapevamo da allora». E la Cassazione «ha semplicemente letto le carte» e ora dice «che bisogna risarcire i parenti». Allora «l'avvocatura dello Stato, invece che ricorrere alla sentenza di primo grado che dava la responsabilità ai ministeri, penso che potesse attivarsi in maniera più proficua per trovare chi sono i responsabili. Perché se sappiamo come è successo, ancora non sappiamo chi è stato. La presenza di altri aerei nei cieli quella sera è data per certa».
Pierluigi Bersani, segretario PD «le famiglie e l'Italia aspettano ancora una parola definitiva. La Cassazione potrebbe averla data». Così il segretario del Pd Pierluigi Bersani ha commentato la sentenza della Cassazione sul disastro di Ustica. «Rispetto della magistratura, naturalmente - ha aggiunto - adesso cerchiamo di leggere anche questa sentenza per vedere quali passi avanti siano stati fatti sulla strada della verità».
Vasco Errani, presidente regione Emilia Romagna - «Un passo avanti verso la verità, che rende giustizia alle richieste dei familiari delle vittime e all'impegno della loro associazione, che in questi lunghi anni si è tenacemente battuta perchè l'attenzione su questa tragedia non venisse meno». Così il presidente della Regione Emilia-Romagna, Vasco Errani, commenta la sentenza della Cassazione sulla dinamica della strage di Ustica. «Una sentenza - aggiunge Errani - che dà una risposta, per quanto tardiva e parziale, e fa chiarezza su quella vicenda così drammatica e inquietante per la storia del nostro Paese».
Daniele Osnato avvocato di una delle vittime della strage - «È una verità a metà, di cui non possiamo accontentarci. La Cassazione oggi ha posto un mattone ben solido, chiudendo ogni diatriba sull'ipotesi della bomba, di cui non c'era nessun microscopico segnale. Avevamo già la verità storica e giornalistica, adesso i giudici ci danno anche quella giudiziaria, ma siamo davanti ad una giustizia parziale e questa sentenza, di cui sono contento, non è la conclusione ma solo l'inizio. Non ci fermeremo fino a quando non verrà data un'identità ai responsabili, un nome ai colpevoli». A dirlo è Daniele Osnato, uno dei legali delle vittime delle strage di Ustica, commentanto la sentenza della Suprema Corte, secondo la quale la strage avvenne a causa di un missile e non di una esplosione interna al Dc-9 Itavia con 81 persone a bordo. «Su questa vicenda - prosegue - per 32 anni ci sono stati depistaggi continui, il sistema politico ha scambiato la verità sulla strage in un gioco di poteri, barattandola per acquistare credibilità nei confronti del sistema internazionale. I familiari delle vittime di Ustica non sono cittadini di serie B ed hanno diritto di conoscere la verità, è un diritto loro ma di tutti gli italiani. Ottantuno persone sono state ammazzate, ci dicano chi è stato ad ucciderli e dopo non sentiranno più parlare di Ustica». Il prossimo passo? «Chiederò all'Europa - dice il legale - una commissione d'indagine per far luce sulla vicenda, per individuare chi lanciò quel missile, chi ha fatto un atto di intercettazione militare mentre passava un aereo con 81 civili a bordo, di cui 16 bambini». Poi un invito ai politici. «Non c'è una sola perizia tecnica che parla di bomba - dice ancora Osnato -. Mi chiedo allora perché si insista a parlarne, perché ci sia un accanimento molto poco intelligente su questo dato, che non riesco davvero a giustificare. Ai politici chiedo rispetto per le decisioni dei magistrati e per il dolore delle vittime. Chiedo il silenzio e lo stop ai continui depistaggi che per 32 anni hanno soffocato una verità che spetta al mondo intero».
Antonio Borghesi (IDV) - «Finalmente la sentenza che aspettavamo da anni e fa luce su una delle pagine più vergognose della nostra storia» così Antonio Borghesi, presidente dei deputati di Idv e candidato con Rivoluzione civile, commenta la sentenza della Cassazione sulla strage di Ustica. «Forse l'onorevole Giovanardi, che stigmatizzò come pretestuose le mie richieste di cancellare il segreto di stato sulla vicenda, smetterà finalmente di parlare ricostruzioni ascrivibili alla categoria del romanzo o della fantapolitica. Rimane un dato su tutti. Trentadue anni per fare avere la verità sono troppi. È ora di abolire il segreto di stato, perchè la ricerca della verità diventi una regola» conclude.
Sergio Cofferati, eurodeputato PD - «Finalmente la giustizia italiana si è pronunciata in forma definitiva sulla tragedia di Ustica, confermando la verità storica già acclarata sulle responsabilità dello stato italiano». Lo afferma l'eurodeputato del Pd, Sergio Cofferati. «A questo punto - prosegue Cofferati è necessario che il futuro Governo riprenda l'iniziativa nella sede europea anche sottoscrivendo la Convenzione del 29.5.2000, relativa all'assistenza giudiziaria in materia penale tra gli Stati membri della Ue, e chiedendo agli Stati membri che hanno presumibilmente avuto un ruolo in quella tragica notte di rendere noto ciò che conoscono e che riguarda le azioni della loro aeronautica e delle loro forze armate al fine di chiarire completamente le dinamiche e le responsabilità di quella tragedia, rendendo cosi giustizia alle famiglie delle vittime», conclude.
Sonia Alfano, eurodeputato IDV - «Sono al fianco dei familiari di tutte le vittime della strage aerea di Ustica che, finalmente, dopo quasi 33 anni di misteri, potranno avere una prima fetta di giustizia». Con queste parole Sonia Alfano, Presidente della Commissione Antimafia Europea, esprime il proprio apprezzamento per la decisione della Corte di Cassazione che, in sede civile, ha stabilito che l'incidente aereo in cui persero la vita 81 persone la sera del 27 giugno del 1980, fu causato da un missile e non da un'esplosione interna. «È giusto e sacrosanto - sottolinea l'on. Alfano - che adesso lo Stato risarcisca i familiari di tutte quelle vittime. Visto che, come ha stabilito l'Alta Corte, lo Stato stesso è responsabile di non avere garantito, con sufficienti controlli radar civili e militari, la sicurezza di quelle 81 persone. È soltanto una prima sentenza definitiva, per di più civile. Ma è un risultato ugualmente importante per chi in sede penale non ha ancora avuto giustizia per la morte dei propri cari, coinvolti loro malgrado in una terribile vicenda che rimane ancora avvolta nel mistero».
Rosario Crocetta, Governatore Sicilia - «Ho già contattato l'avvocatura dello stato per la costituzione di parte civile della Regione Sicilia e l'avvio di un procedimento per rafforzare la richiesta di risarcimento dei danni a favore delle famiglie delle vittime», lo ha detto il presidente della regione Sicilia Rosario Crocetta a Bruxelles «Una sentenza che fa chiarezza e dice ciò che gli italiani pensano da anni, che quello era stato un missile. Il nostro dolore è anche più forte - ha proseguito Crocetta - perché sapere che degli esseri umani hanno perso la vita per una manovra militare ci fa molta più rabbia. Non è stato un incidente fatale ma qualcosa che si poteva evitare».
Leonardo Tricarico, generale, ex capo di Stato maggiore dell'Aeronautica - «L'assurda contraddizione tra l'odierna sentenza civile di Cassazione e quella penale della stessa Cassazione è l'ennesima dimostrazione che in Italia la giustizia non funziona». Lo afferma il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell'Aeronautica, a proposito della sentenza della Suprema Corte. «Come cittadino - prosegue Tricarico - sono allibito nello scoprire che la Cassazione abbia confermato gli esiti paradossali di un procedimento civile davanti a un giudice monocratico in forma prevalentemente scritta rispetto a quelli di un procedimento penale con 1.750.000 pagine di istruttoria, 4.000 testimoni, 277 udienze in contraddittorio diretto tra le parti. A questo, purtroppo - conclude - temo non sia estranea l'incapacità dello Stato di difendersi in giudizio».
MARIO FRANCESE, UN GIORNALISTA CON LA SCHIENA DRITTA. 34 ANNI FA LA SUA UCCISIONE PER MANO DEI CORLEONESI
La sera del 26 gennaio 1979 un commando mafioso, guidato da Leoluca Bagarella, colpi a morte il giornalista Mario Francese proprio sotto casa sua, a Palermo, in viale Campania. Stava parcheggiando l’auto per rientrare nella sua abitazione dopo una giornata di lavoro al Giornale di Sicilia. A sparare fu proprio Bagarella che per conto dei clan dei Corleonesi eseguì la sentenza di morte per mettere a tacere un giornalista che era diventato una spina nel fianco dei clan mafiosi. Per l'assassinio di Mario Francese sono stati condannati oltre a Leoluca Bagarella, anche Totò Riina, Raffaele Ganci, Francesco Madonia, Michele Greco e Bernardo Provenzano. Le motivazioni della condanna nella sentenza d'appello furono: «Il movente dell' omicidio Francese è sicuramente ricollegabile allo straordinario impegno civile con cui la vittima aveva compiuto un'approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia degli anni '70»
Stamani a Palermo il sindaco Leoluca Orlando nel corso della manifestazione promossa per ricordare il giornalista a 34 anni dalla sua uccisione, ha detto: "Mario Francese era un uomo ed un professionista libero che ha mostrato quanto importante sia l'impegno di tutti e di ciascuno, quale che sia la sua formazione ideologica e quale che sia il suo impegno professionale. Le stragi di mafia sono di fatto cominciate nel '79, proprio con l'assassinio di Mario Francese e sono terminate nel settembre del '93 con l'uccisione di Padre Pino Puglisi, a testimonianza del fatto che libertà di informazione e lavoro formativo rivolto ai giovani sono entrambi pericolosi per la mafia".
Nel pomeriggio anche il ministro per la Cooperazione internazionale e l'integrazione, Andrea Riccardi, che era nel capoluogo siciliano già per altri impegni, ha incontrato privatamente i familiari di Mario Francese. L’incontro è stato promosso dal Gruppo siciliano dell'Unci-Unione nazionale cronisti italiani. Il ministro si è intrattenuto con la vedova, Maria Sagona, e con i figli Giulio, Fabio e Massimo. Riccardi ha deposto un cuscino di fiori davanti alla lapide che ricorda l'assassinio del cronista in viale Campania e poi ha abbracciato la vedova 80enne ed i figli.
“Un giornalista con la schiena dritta, che non rinunciò alla ricerca della verità, nonostante il prezzo da pagare«. Dice di Mario Francese, Pietro Grasso, candidato del PD capolista al Senato nel Lazio, fino a poche settimane fa alla guida della Direzione Nazionale Antimafia. “Voglio ricordare la figura di Mario Francese nel giorno dell'anniversario del suo assassinio così: tenace, curioso, libero”. «Qual è il menù di oggi?» Mi chiedeva tutti i giorni affacciandosi alla mia stanza di sostituto alla procura di Palermo”. Grasso conclude con un auspicio: “la lotta alle mafie è un presidio culturale, il ricordo di Francese non deve essere sterile, piuttosto, deve servire ad affermare che gli italiani stanno dalla parte di tutti i giornalisti minacciati per il loro lavoro«. Per raccontare i suoi ricordi di Francese, Grasso pubblica oggi sulla sua pagina facebook uno stralcio dedicato a Mario e Giuseppe Francese tratto dal suo libro »Liberi tutti« , edito da Sperling & Kupfer.
LA FIGLIA DI CIACCIO MONTALTO: "SCOMPARVE IL SUO DIARIO"
Il sostituto procuratore di Trapani, Giangiacomo Ciaccio Montalto, assassinato a Valderice il 25 gennaio di trent'anni fa, teneva un diario che i familiari non hanno più trovato. Lo dice la figlia, Marene, oggi a Trapani, assieme alla sorella Silvia, in occasione del trentennale dell'omicidio. «Me lo ha riferito mia mamma (Marisa La Torre, morta poco tempo fa, ndr); mio papà teneva in casa un diario, una sorta di agenda, dove appuntava notizie sul suo lavoro; dopo che gli investigatori hanno acquisito della documentazione a casa nostra, di quel diario non abbiamo saputo mai più nulla. Ogni ricerca è stata vana», dice la figlia. Marene Ciaccio Montalto, come pure la sorella Silvia, tuttavia, non ne conoscono il contenuto, ma definiscono l'episodio «inquietante».
A PALERMO NASCE IL CENTRO STUDI PAOLO BORSELLINO NEL GIORNO DEL SUO COMPLEANNO
«Oggi è un giorno speciale, Paolo avrebbe compiuto 73 anni e questo centro studi a lui intitolato è il nostro regalo. Perchè la memoria trascorsa in questi 20 anni sia raccolta, custodita e tramandata alle generazioni future divenendo memoria operante». Lo ha detto l'europarlamentare Rita Borsellino, intervenendo alla presentazione del neonato Centro studi ricerche documentazione Sicilia/Europa Paolo Borsellino, e ricordando il fratello Paolo, ucciso da Cosa nostra, in un discorso a tu per tu. «In questi 20 anni - ha aggiunto - ho consegnato il tuo ricordo a tante persone, avevo bisogno io stessa di sentirti, di raccontarti perchè raccontandoti agli altri mi riappropriavo di te». Alla presenza di centinaia di studenti delle scuole di Palermo, anche il magistrato Leonardo Guarnotta, presidente del Tribunale di Palermo, ha portato il suo personale e toccante contributo di ricordo del giudice Borsellino. «È un grande privilegio - ha detto - ricordare per me Paolo, un amico prima che un collega, che mi ha lasciato e ci ha lasciato un testimone importante che si traduce nel messaggio di fare ciascuno di noi il nostro dovere, secondo quei valori di libertà e uguaglianza, senza cui non ci può essere nessuna giustizia, valori - ha concluso - che la politica spesso dimentica e calpesta, perdendo credibilità e autorevolezza». «Le attività del Centro studi saranno ospitate presso i locali del convento di Piazza Magione nel cuore della Kalsa - ha annunciato il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando - il quartiere e il luogo carico di simboli che ha dato i natali a Paolo Borsellino».
Il centro studi ha come obiettivo promuovere sul territorio siciliano attività finalizzate alla conoscenza, e allo sviluppo di pratiche di impegno educativo, sociale e politico che valorizzino la prassi di memoria operante e nuovi disegni di progettualità pedagogica. «Ispirato alla lezione di Paolo Borsellino, che individuava nell'educazione un fattore strategico di crescita civica, umana e culturale il centro si propone - ha spiegato la presidente, Maria Tomarchio, docente dell'Università di Catania - tra le sue finalità, quella di riportare alla luce e custodire fonti documentarie e testimonianze di esperienze educativo-didattiche, e ancora accogliere, produrre, digitalizzare e mettere in rete materiali informativi e documentazione nel campo della legalità democratica, promuovendo la ricerca scientifica su pratiche di cittadinanza attiva, governo partecipato, cooperazione e integrazione e organizzare eventi, attività culturali, di studio e di formazione politica». Fra i relatori anche Luigi Berlinguer, eurodeputato, che ha sottolineato l'importanza nel sistema educativo di distinguere il concetto di capire e apprendere. «Il capire è più del sapere, è più di conoscere - ha detto -, capire è costruire una coscienza ed una consapevolezza, che è la forma più evoluta della conoscenza in sè. La scuola italiana è ancora lontana da questa distinzione, e non ha capito che è fondamentale stimolare la capacità di imparare e capire insieme, perché è qui che si fonda il nucleo della democrazia». Alla presentazione presso la sala delle Capriate dello Steri di Palermo si è svolta anche una proiezione sulla storia del movimento antimafia, con immagini e documenti inediti del giudice ucciso dalla mafia e sugli anni di impegno sociale di Rita Borsellino e una pièce teatrale «Falcone e Borsellino storia di un dialogo», con testo di Maria Francesca Mariano, giudice della Corte d'Assise di Lecce, interpretata dagli attori della compagnia teatrale Temènos - Recinti teatrali.(ADNKRONOS)
La Soprintendenza per i Beni culturali e ambientali di Palermo ha dato inizio al procedimento che porterà a dichiarare bene culturale, soggetto quindi alle tutele previste dalla legge, il Ficus Macrophilia posto dinanzi al palazzo di via Notarbartolo a Palermo dove abitavano Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, noto come «Albero Falcone». L'atto d'avvio del procedimento, firmato dal Soprintendente Gaetano Gullo e dalla responsabile dell'Unità operativa per i Beni etno-antropologici Selima Giuliano, è stato già inviato al condominio di via Notarbartolo e al Comune di Palermo. «L'albero Falcone - si legge nelle motivazioni - è un albero 'sacro', con gli anni assurto a simbolo delle stragi mafiose, testimonianza e ricordo commosso dei tanti che non vogliono dimenticare e arrendersi alla ferocia mafiosa. L'Albero Falcone può ben dirsi elaborazione inconscia dell'archetipo dell’Albero Cosmico, ed è meta di persone non solo il 23 maggio quando si celebra l'anniversario della strage di Capaci ma durante tutto l'anno: adulti, ragazzi, bambini e lasciano attaccati sul suo tronco disegni messaggi, lettere, fotografie; piantati sul Ficus ci sono anche i messaggi, protetti in buste di plastica di tre Presidenti della Repubblica, sepolti dai tanti fogli compilati - in gran parte - con grafia infantile«. Secondo la Soprintendenza l'Albero Falcone» incarna la memoria collettiva della lotta alla mafia e la sua salvaguardia ha una forte valenza simbolica in quanto esempio tangibile di partecipazione e di legalità e pertanto riveste particolare ed eccezionale interesse etnoantropologico».
A FAMILIARI DI LINO ROMANO ASSEGNATA LA 'STELLA DI DAVID'
I familiari di Lino Romano, il giovane ucciso per errore dalla camorra il 15 ottobre scorso a Napoli, nel quartiere di Marianella, riceveranno il prossimo 1 febbraio una 'stella di David' nell'ambito della quarta edizione di 'Memoriaè, iniziativa destinata a tenere viva il ricordo della Shoah e dell'Olocausto.
La manifestazione, patrocinata dalla Comunità ebraica di Napoli, è stata illustrata nella sede della Fondazione Valenzi. A presentare il calendario degli appuntamenti, che prenderanno il via il 21 gennaio per terminare il 21 febbraio, c'erano tra gli altri Nico Pirozzi, coordinatore del progetto, e Lucia Valenzi, figlia dell'ex sindaco di Napoli, nonchè presidente della fondazione. «Tra gli obiettivi - dice Valenzi - c'è l'importante coinvolgimento dei docenti delle scuole superiori su come trasmettere il messaggio agli studenti con un'intera giornata di formazione e la stabilità alle attività legate al Giorno della memoria raggiunti in questa edizione». I riconoscimenti andranno anche Alberta Temin, testimone delle leggi razziali, e a Marco Nieli, autore di un libro sui rom
"PREMIO LETTERARIO DON PEPPE DIANA" AL VIA LA DECIMA EDIZIONE
Sabrina Di Tella dell'ITC "Carli" di Casal di Principe
Bandito il premio artistico letterario “don Peppe Diana”. Una circolare firmata da Diego Bouché, direttore dell’ufficio scolastico regionale e da Caterina Miraglia, assessore all’Istruzione della regione Campania, è stata inviata alle scuole di ogni ordine e grado di tutt’Italia, per invitare gli studenti alla partecipazione al premio istituito in memoria del prete assassinato dalla camorra il 19 marzo del 1994. “Terra Nostra” è Il tema del concorso giunto alla decima edizione, promosso dalla scuola di Pace “Don Peppe Diana” in collaborazione con il “Comitato don Peppe Diana e “Libera”.
"Innanzitutto - spiega Salvatore Cuoci, presidente della “scuola di Pace Don Diana” - auspichiamo che il 19 marzo, giornata non più festiva dedicata all’impegno civile, in ogni scuola della Campania, sia dedicato al ricordo del sacerdote ucciso dalla camorra e di tutte le vittime innocenti. Ma ci poniamo anche l’obiettivo di spingere le nuove generazioni a riflettere sull’importanza dell’osservazione della realtà e contribuire fattivamente al cambiamento in atto nei territori a forte presenza camorristica”.
Al premio possono partecipare le Scuola Primarie (classi IV e V) e le Scuole Secondarie di Primo Grado che dovranno cimentarsi con un disegno su foglio tipo Fabriano formato A4, o formato max 24x33 utilizzando liberamente i vari tipi di materiali da disegno, pastelli, colori così come le diverse tecniche conosciute. Le Scuole Secondarie di Secondo Grado, invece, dovranno cimentarsi con una poesia senza particolari vincoli metrici o stilistici della lunghezza max di 25 righe scritta con pc su un foglio bianco.
Il termine per l’iscrizione al concorso, interamente gratuita, è fissato per il 15 febbraio. La consegna degli elaborati, da parte delle scuole partecipanti, dovrà avvenire entro il 25 marzo. ll bando di concorso e la scheda di partecipazione sono scaricabili dal sito www.liberacaserta.org
COMINCIA IL 4 GENNAIO IL "MEMORIAL ALBERTO VALLEFUOCO"
Comincia domani, 4 gennaio 2013, il “2°Memorial Alberto Vallefuoco , vittima innocente di camorra.” L’evento è promosso dal Comune di Mugnano di Napoli in collaborazione con l’Associazione Libera e la Fondazione Pol.i.s.
"La manifestazione - è scritto in un comunicato - ha lo scopo di ricordare Alberto Vallefuoco e di sensibilizzare i giovani attraverso la pratica sportiva, ai valori fondamentali quali l'amicizia, la lealtà, la solidarietà ed il coraggio"
Ore 8.30: Raduno in piazza Municipio.
Ore 9.00: Sfilata di tutte le società partecipanti attraverso le vie cittadine.
Ore 9.30:Arrivo allo stadio Comunale e spettacolo degli Sbandieratori di Cava
Ore 10.00: Inno Nazionale e saluti alle squadre da parte delle Autorità.
Ore 10.30: Inizio Torneo composto da 10 squadre.
Ore 13.00: Colazione a sacco.
Ore 15.00: Ripresa Manifestazione
Ore 16.00: Semifinali
Ore 17.00:Finale
Ore 18:Premiazione con distribuzione di calze dono.
Chi era Alberto Vallefuoco.
Il 20 luglio 1998 in Via Nazionale delle Puglie a Pomigliano D'Arco, nella zona nord-est di Napoli, tre operai, Salvatore De Falco, Rosario Flaminio e Alberto Vallefuoco vengono assassinati davanti ad un bar, nei pressi del pastificio Russo dove lavoravano. Partecipavano ad un corso di formazione presso il pastificio Russo, finalizzato all'assunzione in fabbrica. I tre, durante la pausa pranzo, mentre stanno per entrare in auto, incrociano i loro assassini a bordo di una "Lancia Y". Sono in missione di morte. Devono ammazzare tre persone di una fazione camorristica rivale. Imbracciano revolver e kalashnikov ed hanno il volto coperto da cappucci, Scambiano i tre giovani con i loro rivali. Sparano una cinquantina di colpi uccidendo all'istante i ragazzi e ferendo di striscio la cassiera. L'azione dura pochi istanti. A terra restano i corpi senza vita di Salvatore De Falco, Rosario Flaminio e Alberto Vallefuoco
Gli investigatori capiscono subito che si è trattato di un di persona.

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