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Timestamp: 2020-04-05 17:31:45+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 9111 del 02/04/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9111 del 02/04/2019
Cassazione civile sez. I, 02/04/2019, (ud. 28/01/2019, dep. 02/04/2019), n.9111
sul ricorso 10140/2018 proposto da:
T.A., elettivamente domiciliata in Roma, Via Ippolito Nievo n.
61, presso lo studio dell’avvocato Stefania Onorato, rappresentata e
difesa dall’avvocato Stefano Cappellu giusta procura in calce al
S.L., elettivamente domiciliato in Roma, Viale Giulio Cesare
n. 94, presso lo studio dell’avvocato Raffaele Cardilli,
rappresentato e difeso dall’avvocato Alessandra Zampieri, giusta
S.G. e S.V.;
avverso la sentenza n. 339/2018 della Corte di appello di Napoli,
28/01/2019 dal Cons. Dott. Laura Scalia.
1. La Corte di appello di Napoli con sentenza pubblicata il 22 gennaio 2018 ha rigettato l’appello proposto da T.A. avverso la sentenza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere che, in accoglimento della domanda proposta nel 2012 ai sensi dell’art. 244 c.c., da S.L., coniuge della prima, aveva dichiarato ed accertato che i minori, S.V. e G. non erano i figli biologici dell’attore, attribuendo loro, per l’effetto, il cognome della madre.
2. T.A. ricorre in cassazione avverso l’indicata sentenza con tre motivi di ricorso.
Entrambe le parti hanno depositato memorie ex art. 380-bis c.p.c..
1. Con il primo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione agli artt. 244 c.c., comma 2 e art. 116 c.p.c. e l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio nei termini di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
La Corte di appello di Napoli avrebbe erroneamente ritenuto che S.L. avesse avuto contezza della relazione extraconiugale della moglie soltanto nell’agosto del 2011, in tal modo apprezzando i giudici di merito come tempestiva l’azione di disconoscimento della paternità dal primo proposta con atto notificato il 12 luglio 2012, e tanto nonostante l’attività istruttoria espletata avesse dimostrato la tardività ex art. 244 c.c., comma 2, della domanda di disconoscimento della paternità, nella comprovata conoscenza da parte di S. del tradimento della moglie ad epoca risalente e, comunque, a far data dai primi anni del matrimonio, celebrato nel 2002.
2. Con il secondo motivo sì fa valere la violazione di legge nei termini di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione agli artt. 13 e 32 Cost. e dell’art. 190 c.p.c. e vizio di motivazione per irriducibile contrasto tra affermazioni inconciliabili in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella parte in cui la Corte di appello aveva ritenuto non censurabile il provvedimento del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere che, a fronte del rifiuto della madre di sottoporre i minori a prelievo per verificarne, a mezzo di consulenza tecnica di ufficio, la compatibilità genetica con il padre, aveva disposto che fosse S., in patente conflitto di interessi, ad accompagnare i primi presso apposita struttura sanitaria ed a prestare il consenso per il prelievo e nella parte in cui aveva ritenuto utilizzabile la c.t.u., così disposta, ai fini di prova.
3. Con il terzo motivo si denuncia la violazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione agli artt. 1126 e 2056 c.c., artt. 115 e 96 c.p.c., per avere la Corte di appello di Napoli condannato la ricorrente al pagamento della somma di 5.000,00 Euro per responsabilità processuale aggravata nonostante controparte non avesse neppure allegato la sussistenza di un danno risarcibile diverso ed ulteriore rispetto al mero onere delle spese processuali.
4. Partitamente scrutinando i proposti motivi, questo Collegio osserva quanto segue.
5. Il primo motivo di ricorso si presta ad una duplice valutazione di inammissibilità.
Viene in considerazione per l’indicato motivo con la tempestività dell’azione di disconoscimento della paternità, l’evidenza, di fatto, della conoscenza certa da parte del marito dell’infedeltà della moglie, per valutazioni che, identiche in primo e secondo grado, hanno tra loro condiviso l’epilogo decisorio.
Questa Corte di legittimità ha in più occasioni ritenuto, con affermazione di diritto alla quale vuol qui darsi continuità per un giudizio di apprezzata sua ragionevolezza, che in caso di cd. doppia conforme colui che proponga ricorso per cassazione per non incorrere nella inammissibilità di cui all’art. 348-ter c.p.c., commi 4 e 5, sia chiamato a confrontarsi con le ragioni di fatto poste a fondamento della decisione di primo grado e di quelle poste a base della sentenza di rigetto dell’appello dimostrando che esse sono tra di loro diverse (Cass. 7 maggio 2018 n. 10897, non massimata; Cass. 22/12/2016 n. 26774; Cass. 10/03/2014 n. 5528).
Il proposto ricorso si colloca al di una fuori di un siffatto percorso di critica e con diretta censura, non mediata dal confronto della sentenza di appello impugnata con quella di primo grado, sortisce l’effetto di una inammissibile contestazione delle prove poste a fondamento della decisione nei precedenti gradi di merito.
All’indicata ragione di inammissibilità se ne accompagna un’altra compendiata nel principio per il quale, il controllo di logicità del giudizio di fatto censurabile attraverso il paradigma normativo del difetto di motivazione, e dunque nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, non equivale alla rivisitazione del “ragionamento decisorio” e quindi della opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che ciò si tradurrebbe in un nuova formulazione del giudizio di fatto, in contrasto con la funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità. Ne consegue che, ove la parte abbia dedotto un vizio di motivazione, la Corte di cassazione non può procedere ad un nuovo giudizio di merito, con autonoma valutazione delle risultanze degli atti, nè porre a fondamento della sua decisione un fatto probatorio diverso od ulteriore rispetto a quelli assunti dal giudice di merito (Cass. 07/01/2014 n. 91).
Nel motivo, il denunciato omesso esame vale infatti a sostenere una diversa valutazione degli esiti probatori del raccolto materiale istruttorio per argomenti di prova la cui “decisività” è stata già esclusa dai giudici di merito nella ritenuta prevalenza di altri.
Riproposta in sede di legittimità, la questione sulla decisività della prova che si vorrebbe omessa manca poi di ogni specificità, non riportando il ricorso neppure l’contenuti della prima così non dando ingresso l’operata censura a quell’apprezzamento sul fatto sindacabile in sede di legittimità nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
6. Il secondo motivo di ricorso con cui si denuncia l’illegittimità la sentenza impugnata nei termini di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, è infondato.
La sentenza di appello scrutina il profilo della legittimità delle modalità di effettuazione del prelievo di materiale genetico, necessario allo svolgimento della disposta c.t.u., dai minori che, in detto contesto, sono stati accompagnati presso la struttura sanitaria preposta dal S..
Vengono in tal modo vagliati dalla Corte territoriale i dedotti profili della violazione dell’habeas corpus e del diritto alla salute di cui agli artt. 13 e 32 Cost., per la condotta assunta dall’appellato, attore in primo grado, autorizzato dal giudice istruttore, nell’introdotto giudizio di disconoscimento della paternità, ad accompagnare i minori presso la struttura preposta al prelievo di campioni di tessuto da utilizzarsi nelle indagini peritali.
Tanto premesso, i contenuti del ricorso coniugati con quelli dell’impugnata sentenza segnalano la loro non coltivabilità nel giudizio di cassazione, per le ragioni di seguito indicate.
6.1. In tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione: il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi – violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (Cass. 12/10/2017 n. 24054; Cass. 14/01/2019 n. 640).
Il motivo di ricorso risolvendosi in una contestazione della riconducibilità della fattispecie in concreto ricostruita all’esito delle risultanze di lite non è espressiva di una violazione delle norme di legge, ma passando attraverso una critica alla valutazione che delle prime, in relazione al caso concreto, è stata operata dai giudici di merito, risulta incensurabile in questa sede.
6.2. Trovando contestazione per il proposto motivo anche la violazione di previsioni della Costituzione resta altresì fermo a sostenere l’infondatezza del motivo l’ulteriore principio per il quale, la violazione delle norme costituzionali non può essere prospettata direttamente come motivo di ricorso per cassazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto il contrasto tra la decisione impugnata e i parametri costituzionali, realizzandosi sempre per il tramite dell’applicazione di una norma di legge, deve essere portato ad emersione mediante l’eccezione di illegittimità costituzionale della norma applicata (Cass. 15/06/2018 n. 15879; Cass. 17/02/2014 n. 3708).
La contestata violazione degli artt. 13 e 32 Cost., non coniugata, in ricorso, ad alcuna norma di legge, che venga per l’effetto censurata di illegittimità costituzionale, rende mutilo l’osservato percorso di critica e lo stesso non assentibile in sede di legittimità.
6.3. Non è fondato ed è finanche non ammissibile l’ulteriore motivo di ricorso per il quale si invoca il vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, per “irriducibile contrasto” tra “inconciliabili affermazioni” contenute in sentenza.
La dizione utilizzata richiama in modo non ammissibile la categoria del vizio di motivazione nella formulazione di certo anteriore alle modifiche introdotte dalla L. n. 134 del 2012, con riguardo quindi alla forza giustificativa sviluppata a sostegno della decisione ed incisa negativamente da contraddittorietà logica definita dalla presenza di argomentazioni contrastanti, tali da non permettere di comprendere la ratio decidendi posta a fondamento della decisione adottata, e pertanto si sottrae ad ogni sindacato di legittimità.
Il percorso censurato non denuncia la dedotta illegittimità.
La Corte di appello di Napoli ha ritenuto la sussistenza del danno da lite temeraria per le condotte processuali assunte nel grado dall’appellante con apprezzamento dei relativi presupposti per un giudizio che, destinato anche a comprendere il quantum della pretesa, sfugge al sindacato di questa Corte di legittimità.
La domanda ex art. 96 c.p.c., comma 1, definita nei suoi presupposti applicativi da condotte processuali circoscritte alla fase del giudizio in relazione alla quale venga accolta, lascia alle valutazioni del giudice di merito l’individuazione degli elementi atti ad identificare concretamente l’esistenza del danno e che, desumibili anche da nozioni di comune esperienza e dal pregiudizio che la parte resistente abbia subito per essere stata costretta a contrastare un’iniziativa del tutto ingiustificata dell’avversario, ricevono apprezzamento dal richiamo, operato dal giudice, alla natura della materia del contendere, oggetto del dibattito processuale, e tanto anche in ordine all’operata quantificazione del pregiudizio, nel valorizzato pregnante rilievo avuto dalla specifica vicenda processuale di disconoscimento della paternità destinata a coinvolgere minori.
La connotazione della condotta processuale portatrice di danno è tale da incidere anche sulla quantificazione del ritenuto pregiudizio d’indole pure non patrimoniale, di modo che per an e quantum non restano insoddisfatti oneri di allegazione e prova incombenti su colui che la domanda abbia introdotto in lite (Cass. SU 2009 n. 3057; Cass. del 2007 n. 24645, del 2010 n. 10606, del 2011 nn. 17485 e 20995).
8. Il ricorso va conclusivamente rigettato con regolamentazione delle spese del procedimento di legittimità come da dispositivo secondo la regola della soccombenza.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del procedimento di legittimità, liquidate in favore di S.L. in Euro 4.200,00, di cui Euro 200 per esborsi, oltre spese generali al 15% forfettario sul compenso ed accessori di legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 380
 art. 116
 art. 244
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 art. 54
 sentenza 
 art. 360
 sentenza 
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 Cass. 
 art. 360
 Cass. 
 art. 360
 art. 96
 Cass. 
 art. 13
 art. 1