Source: http://www.jacopofo.com/taxonomy/term/4662?page=10
Timestamp: 2020-01-24 04:40:05+00:00

Document:
Questo Natale regali utili!
Inviato da Cacao Quotidiano il Gio, 11/02/2006 - 16:45
Il CIAI (www.ciai.it), Centro Italiano Aiuti all'Infanzia, ha presentato le idee-regalo-utile per il Natale 2006. Con 10 euro e' possibile regalare una zanzariera, utilissimo strumento per prevenire la malaria nei paesi africani, con 20 euro si puo' regalare uno zaino con il materiale scolastico per un anno. Con 50 euro si finanzia invece una quota di una mucca da latte, che puo' diventare fonte di guadagno per un'intera famiglia.
Idee-regalo simili le abbiamo presentate qualche giorno fa parlando del Centro Ghélawé (www.jacopofo.com/?q=node/2042). Con soli 45 euro e' possibile regalare un kit-agricolo a un contadino del villaggio di Loto', in Burkina Faso:
tre attrezzi agricoli e 15 kg. di sementi, tutti gli strumenti necessari per iniziare a coltivare un piccolo orto.
Con 14 euro si puo' invece mandare a scuola una bambina o un bambino per un anno mentre con 5 euro si puo' piantare un albero.
Con 10 euro si puo' infine finanziare un mq di costruzioni del Centro Ghélawé, un centro di formazione e sviluppo dell'agricoltura e dell'allevamento, gli stessi principi che la Fao riporta nell'edizione 2006 del rapporto sullo Stato di Insicurezza Alimentare nel mondo (Sofi).
Oggi sono 854 milioni le persone che soffrono la fame, 820 milioni vivono nei Paesi in via di sviluppo, 25 milioni nei Paesi in transizione e 9 milioni nei Paesi industrializzati.
Una situazione drammatica che avrebbe una sola e unica via di uscita: investimenti nello sviluppo dell'agricoltura in villaggi grandi e piccoli. "Il settore agricolo e' spesso il motore dello sviluppo per le economie rurali - si legge nel rapporto - e l'aumento del rendimento agricolo puo' aumentare le derrate alimentari, ridurre il loro prezzo ma anche il mobilitare l'economia locale generando la richiesta di beni e servizi".
Per maggiori informazioni sul progetto, sui kit-agricoli da regalare e sulle altre iniziative del Centro Ghélawé www.centroghelawe.org
Per finire raccontiamo la storia delle "Sister Catering", un gruppo di suore Gianelline di Genova-San Fruttuoso che hanno deciso di diventare imprenditrici per aiutare i piu' poveri. Cosi' hanno avviato un servizio di catering alimentare di altissima qualita', i cui proventi finanziano un istituto scolastico gestito dalle suore stesse.
Tra i loro piatti forti ci sono le torte salate, i ripieni cucinati con le verdure raccolte nell'orto biologico della Val di Vara, nello spezzino, il pesto alla genovese e tutte le ricette della cucina tradizionale ligure.
L'iniziativa si chiama "Catering piu'" e le ordinazioni possono essere fatte telefonando allo 0108601285.
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La canapa può risolvere il conflitto in Medio Oriente?
Inviato da Cacao Quotidiano il Mar, 10/31/2006 - 17:04
Non ci crederete ma abbiamo la soluzione per chiudere, senza l'uso di armi e spargimento di sangue, il conflitto in Medio Oriente.
In verita' la soluzione e' emersa durante un simposio, svoltosi a Gerusalemme, dal titolo "Pace e stupefacenti in Medio Oriente" e prevede la completa legalizzazione della marijuana e derivati.
I campi di cannabis risolleverebbero le sorti degli agricoltori israeliani e palestinesi, si colpirebbe il traffico illegale di droga che finanzia il terrorismo e soprattutto, visto l'effetto calmante e rilassante della canapa, nessuno avrebbe piu' voglia di farsi la guerra. Peace & Love forever.
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E anche quest'anno Altrocioccolato se ne e' andato...
Inviato da Cacao Quotidiano il Lun, 10/23/2006 - 16:42
E anche quest'anno Altrocioccolato se ne e' andato dolcemente tra gusto per il palato e giustizia per il cuore.
In questa edizione sono emersi alcuni dati: la qualita' dei prodotti e' diventata ottima e aumentano i produttori che "si convertono" al biologico, sia italiani che del sud del mondo. Aumentano anche le possibilita' di scelta per i consumatori e oggi, oltre alle classiche tavolette di cioccolata e scatole di cacao, sono disponibili innumerevoli altri prodotti: cioccolatini, biscotti, barrette, cialdine, creme spalmabili e cioccolate solubili.
Ora il passo successivo e' far si' che questi prodotti, certificati dal commercio equo e solidale o fatti da piccoli produttori italiani, diventino di largo consumo. Non si tratta solo di farli entrare nella grande distribuzione (la nuova politica di Transfair ad esempio) ma di convincere i consumatori ad acquistarli con regolarita', anche presso le circa 400 Botteghe del mondo. Rapporti di collaborazione regolari e duraturi con le cooperative dei paesi poveri sono alcuni dei capisaldi del commercio solidale.
Non badiamo agli sconti e alle superofferte, acquistiamo sempre e solo caffe', cacao e cioccolate del commercio equo. Quando le "multinazionali" noteranno un calo nelle vendite faranno la loro bella ricerchina di mercato che rilevera' come oggi i consumatori prediligano prodotti che assicurano, oltre alla qualita', anche il rispetto dei diritti dei lavoratori e dell'ambiente.
Vuoi vedere che e' cosi' che si costruisce la Pace?
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Il microcredito in Burkina Faso
Inviato da Cacao Quotidiano il Mer, 10/18/2006 - 17:51
Dopo il conferimento del premio Nobel 2006 a Muhammad Yunus, ideatore e fondatore della Grameen Bank, i giornali finalmente pubblicano qua e la' storie di microcredito.
Oggi ve ne raccontiamo una che arriva dal Burkina Faso, e in particolare dalla periferia della seconda citta' piu' grande del Paese, Bobo Dioulasso.
Si tratta di zone povere, senza acqua ne' corrente elettrica, abitate da persone che sono partite dai villaggi in cerca di fortuna e che oggi "sbarcano il lunario" facendo lavoretti il piu' delle volte sottopagati.
Qui, da circa 2 anni, Grazia Le Mura, docente di Sociologia presso la Pontificia facolta' teologica dell'Italia meridionale (Pftim) dell'Universita' di Napoli, e suor Patrizia stanno promovendo un progetto di microcredito che finora ha "microfinanziato" 48 persone, 20 delle quali hanno gia' rimborsato totalmente il prestito.
Fra queste ci sono Marcelline, vedova e madre di quattro figli, Susanna, disabile e ragazza madre di una quattordicenne, Pierre, fabbro disabile e Bakari, cerebroleso. Quella di Bakari e' probabilmente la storia piu' bella.
"Devo essere sincera - ammette Grazia - quando Bakari ci ha chiesto un prestito eravamo molto scettiche e ci chiedevamo come avrebbe fatto a restituire i soldi".
Bakari si presentava analfabeta, con gran parte del corpo paralizzato a causa delle lesioni al cervello, incapace addirittura di parlare... Eppure e' riuscito a organizzare e avviare un banchetto di prodotti alimentari, il cui ricavato gli ha permesso di restituire i prestiti e mandare a scuola il fratello minore!
Pierre invece, che era gia' economicamente autosufficiente grazie al suo laboratorio di saldatura, ha potuto utilizzare il prestito per vincere una commessa del governo (che paga solo a fine lavori) per la costruzione di biciclette per disabili.
Marcelline, vedova da 10 anni, grazie alla consulenza delle due signore, ha creato un sistema di gestione economica domestica molto ingegnoso. Al posto di un quaderno di contabilita' tiene tre ceste: in una custodisce il necessario per mangiare, in un'altra i soldi per comprare carichi di legna che poi rivende al dettaglio e nella terza il denaro per provvedere agli imprevisti.
Susanna ha avviato anche lei un negozio di alimentari, grazie a un prestito di 50mila CFA, circa 76 euro. Vende i pomodori "al cucchiaio" e olio di semi in bustina (in pratica acquista confezioni piu' grandi, e a volte troppo costose per la gente del villaggio, che poi divide e rivende).
Ogni micro-prestito elargito e' a tasso zero e deve essere restituito nell'arco di tre anni in 10/12 rate. Tutti coloro che partecipano al progetto frequentano anche un corso di economia di base, dove si spiegano concetti come "investimento", "ammortamento" e soprattutto "risparmio" (inesistente in Burkina Faso!).
Per spiegare risparmio e investimento utilizzano ad esempio la metafora dello yogurt, alimento molto diffuso. Se si mangiano subito tutti gli ingredienti, non si puo' piu' preparare lo yogurt, cosi' pure se si consuma tutto il capitale non e' piu' possibile proseguire l'attivita' avviata.
Cosi' semplice, che quest'idea ha vinto un Nobel...
(Fonte: Misna.org, a cui vanno tutti i nostri complimenti!)
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Le nazioni equo e solidali
Inviato da Cacao Quotidiano il Sab, 07/08/2006 - 13:08
Le prime saranno il Galles e la Scozia, che hanno gia' firmato un accordo. L'obiettivo del progetto e' far si che l'acquisto di prodotti del commercio equo e solidale diventi la regola per almeno il 40% della popolazione dei due paesi e che per almeno il 75% divenga un'opzione d'acquisto saltuaria.
L'iniziativa aveva gia' preso il via in 13 citta' gallesi: e' stata allargata la scelta dei prodotti e sono state distribuite milioni di copie di una guida ai consumi etici.
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Cenni sulle problematiche inerenti alla tutela del consumatore
Inviato da Cacao Quotidiano il Mer, 06/14/2006 - 11:30
Convegno della senatrice Franca Rame
Intervento del Dott. Francesco Zaganelli, 10 giugno 2006
Cenni sulle problematiche inerenti alla tutela del consumatore nei contratti per adesione
Il principio dell'autonomia contrattuale - inteso nella sua accezione più pura di affrancamento e di emancipazione da qualsiasi costrizione del potere politico - risultato della generale vittoria dell'individualismo, si è in sostanza mostrato carente nell'ambito della tutela della persona nell'era dello sviluppo industriale; talvolta è stato addirittura utilizzato (e in parte lo è tuttora) per perpetuare situazioni di abuso nei confronti dei soggetti più "deboli". Nella società odierna, difatti, allo schema contrattuale "classico" - ossia quello consistente in un accordo raggiunto tra singoli individui in seguito allo svolgimento di particolari trattative - è subentrata la pratica delle contrattazioni cosiddette "di massa" o standardizzate. Tali contratti, chiamati contratti per adesione, si hanno quando una parte (generalmente un imprenditore o un professionista) predispone unilateralmente le condizioni generali di contratto, rimanendo alla controparte (il "consumatore", ossia colui che stipula il contratto al di fuori dell'attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta) la possibilità di aderire o meno a tali condizioni, mediante la sottoscrizione delle stesse. Per cui la caratteristica principale di tali contratti è la totale assenza di trattative fra i contraenti; la legge, ovviamente, non esclude a priori la possibilità di negoziazione tra le parti, eventualità questa, in ogni caso, assai rara, soprattutto per quanto riguarda il settore dei servizi pubblici essenziali (assicurazioni, banche, trasporti e via dicendo). È facile rendersi conto che l'assenza di trattative possa rivelarsi fonte di abuso nei confronti dei consumatori, mediante l'inserimento nel testo del contratto di clausole poco chiare e trasparenti che potrebbero accentuare il già esistente squilibrio economico tra i contraenti. Proprio per evitare tale rischio si sono susseguite nel tempo varie forme di tutela sia a livello nazionale che internazionale ed europeo, che hanno portato a risultati non pienamente soddisfacenti, specialmente per quanto riguarda la situazione italiana.
Prima di analizzare le forme di tutela imposte a livello europeo e i loro adattamenti (più o meno fedeli) nella normativa interna, è necessario fornire un rapido sguardo alle norme esistenti nel codice civile italiano, anteriori, per l'appunto, alle varie direttive europee. Si tratta degli articoli 1341 e 1342 c.c.. Il primo dei due articoli si riferisce alle condizioni generali di contratto predisposte da uno dei due contraenti e stabilisce che queste sono efficaci nei confronti della controparte solo se al momento della conclusione del contratto questi le ha conosciute o avrebbe dovuto conoscerle usando l'ordinaria diligenza; in sostanza, quindi, è sufficiente la conoscibilità delle stesse perché possano essere ritenute valide ed efficaci. Il secondo comma, di grande rilievo, si riferisce a quelle clausole ritenute particolarmente onerose che necessitano, per produrre effetto nei confronti del contraente aderente, di essere specificamente approvate per iscritto; qualora l'aderente non le abbia separatamente ed appositamente sottoscritte, le clausole in questione debbono reputarsi nulle, ferma restando - sempre che ciò sia possibile e ragionevole - la validità della rimanente parte del contratto. In base all'articolo 1342, 2° comma c.c., le clausole di cui sopra necessitano della cosiddetta doppia firma anche se sono state inserite in contratti conclusi mediante la sottoscrizione di moduli o formulari - esempio di tale tipologia è la polizza di assicurazione. Illustri giuristi mostrano come il ricorso alla doppia firma sia diventato usuale in molti rapporti, rivelandosi in sostanza controproducente rispetto allo scopo inizialmente perseguito dal legislatore (quello appunto di richiamare l'attenzione dell'aderente sulle conseguenze che si sarebbero verificate a causa dell'inserimento di determinate clausole nel regolamento negoziale); difatti, l'apposizione della seconda sottoscrizione è divenuta una mera formalità, che l'aderente esegue senza tenere più di tanto in considerazione le conseguenze che ne derivano. Alla luce di tali valutazioni può affermarsi che non è assicurata una reale ed efficace tutela nei confronti del contraente che si trovi costretto ad aderire ad un regolamento predisposto unilateralmente da un imprenditore o da un professionista. L'articolo 1342, inoltre, stabilisce una regola interpretativa nell'ipotesi di contratto concluso mediante la sottoscrizione di moduli o formulari; in particolare prevede che nel caso in cui sul modulo siano state aggiunte per iscritto dalle parti delle clausole che siano incompatibili con quelle già contenute nel modulo stesso, deve darsi la prevalenza alle clausole aggiunte, anche qualora le clausole iniziali non siano state cancellate. Altra regola interpretativa, di portata generale, è data dall'articolo 1370 c.c., in base al quale le clausole inserite nelle condizioni generali di contratto o in moduli o formulari predisposti da uno dei contraenti s'interpretano, nel dubbio, a favore della controparte.
Accanto alla tutela prevista dalle norme analizzate finora, che potrebbe essere definita di carattere meramente formale, vi è una tutela di natura decisamente più incisiva, creata dal legislatore in attuazione della direttiva CEE 93/13, riguardante le clausole abusive nei contratti dei consumatori. Il riferimento è, nello specifico, all'articolo 25 della l. 6 febbraio 1996, n. 52, che ha introdotto nel Titolo II del Libro IV del codice civile un nuovo capo XIV bis (articoli 1469 bis - 1469 sexies), dedicato ai "contratti dei consumatori". È importante precisare che le norme in questione ( che rimangono intaccate nel loro impianto sostanziale) sono state sostituite dall'attuale 1469 bis, ad opera dell'articolo 142 del D. L.vo 6 settembre 2005, n. 206, intitolato "codice del consumo". Tale normativa si applica ai soli contratti che siano stati stipulati da un consumatore (inteso come persona fisica che conclude il negozio per scopi estranei all'attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta) con un professionista (una persona fisica o giuridica, pubblica o privata, che concluda il contratto nel quadro della propria attività imprenditoriale o professionale), e prevede che le clausole, inserite in tali contratti, che siano "vessatorie", non producono alcun effetto, e ciò anche quando il consumatore-aderente le abbia specificamente sottoscritte a norma dell'articolo 1341 c.c.. Tale inefficacia può essere rilevata anche d'ufficio dall'autorità giudiziaria, senza intaccare, comunque, la restante parte del contratto. In base all'articolo 1469 bis, 1° comma (ora articolo 33, 1° comma, del "codice del consumo"), una clausola deve reputarsi vessatoria quando la sua presenza nel regolamento negoziale determina, a carico del consumatore, un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto, in contrasto con i dettami della buona fede oggettiva. L'articolo 1469 bis, 3° comma (ora articolo 33, 2° comma, del "codice del consumo"), fornisce un elenco delle clausole "che si presumono vessatorie fino a prova contraria"; tale elenco, diversamente da quello contenuto nell'articolo 1341 c.c., non ha carattere tassativo, di conseguenza anche clausole non contenute nella lista in questione potranno essere considerate vessatorie e pertanto dichiarate inefficaci dall'autorità giudiziaria (in tal caso però, sarà onere del consumatore provare che la clausola apporti, in concreto, un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto). Nel momento in cui una clausola rientri nell'elenco di cui sopra, il consumatore non dovrà fare altro che allegarne in giudizio l'esistenza, e starà poi eventualmente al professionista fornire la prova contraria necessaria a superare la presunzione.
Non tutte le clausole però sono soggette al controllo contenutistico di vessatorietà previsto dalla normativa in questione; ne sono infatti sottratte le clausole che individuano e determinano le prestazioni principali che costituiscono oggetto del contratto (ossia il bene o il servizio prestato dal professionista e il corrispettivo dovuto dal consumatore), nonché, ovviamente quelle che riproducono disposizioni di legge. Inoltre non sono suscettibili di essere considerate vessatorie le clausole che siano state inserite nel regolamento negoziale a seguito di una trattativa individuale intercorsa tra le parti; per cui necessario e sufficiente affinché una clausola possa essere sottoposta al controllo contenutistico di vessatorietà, è che le parti non abbiano svolto su di essa una specifica negoziazione. È importante sottolineare che tale ultima precisazione non vale per le tre categorie di clausole menzionate nel secondo comma dell'articolo 1469 quinquies (ora articolo 36, 2° comma, del "codice del consumo"), le quali, per la loro particolare gravità, devono considerarsi sempre e comunque inefficaci, anche se le parti le abbiano fatte oggetto di apposita trattativa.
Tale legge non ha soddisfatto le associazioni dei consumatori, sollevando tra l'altro critiche da parte della stessa Commissione europea. Il testo, difatti, è il risultato di numerosi emendamenti e correzioni, e in numerosi punti risulta ambiguo per quanto riguarda le varie opzioni a favore del consumatore stesso. Inoltre - come evidenziano vari giuristi - non si è sfruttata la possibilità di coordinare il testo in questione con le regole già presenti nel codice civile (come gli articoli 1341, 1342, 1370), con le disposizioni relative alle discipline di recepimento delle altre direttive in materia, con la disciplina dei contratti bancari e assicurativi e via dicendo. Il controllo previsto dalla normativa in questione è un controllo di tipo giudiziale, con tutte le problematiche che tale tutela comporta (prima tra tutte l'eccessiva durata dei processi, che vanifica in buona parte l'eventuale effetto positivo della sentenza). I professionisti, inoltre, anziché adeguare i moduli e formulari in uso alle disposizioni della legge di recepimento, hanno continuato ad utilizzare clausole in buona parte abusive, scartando, in tal modo, anche un elemento aggiuntivo di concorrenza nei confronti degli altri operatori del loro settore. Le proposte di istituire una commissione nazionale deputata al controllo (sia preventivo che successivo) delle clausole vessatorie sono state bocciate. Alla luce di tutto ciò, la Commissione accertò varie violazioni della direttiva, segnalando già a suo tempo (13 dicembre 1996) al Governo italiano diversi rilievi e aprendo addirittura una procedura di infrazione, n. 98/2026 ex articolo 169 del Trattato di Roma; con tale procedura la Commissione tenne a precisare che la disciplina italiana aveva solo riguardo all'effetto successivo alla conclusione del contratto, vanificando l'intervento preventivo, che invece dovrebbe essere proponibile ancor prima che il contratto sia concluso.
Nella materia in questione è particolarmente (e giustamente) accentuato il profilo "collettivo" della tutela; questo si concretizza nella possibilità da parte di più soggetti di intervenire a difesa dei consumatori e degli utenti contro gli abusi di imprenditori o professionisti. I soggetti in questione sono in primo luogo le Associazioni dei consumatori, le quali, in base alla legge del 30 luglio del 1998, n. 281 (rubricata "Disciplina dei diritti dei consumatori e degli utenti", e ora ripresa - per la parte in esame - dal "codice del consumo" di cui sopra), sono legittimate ad agire in giudizio a tutela degli interessi collettivi dei consumatori, chiedendo:
1. L'inibitoria di atti o comportamenti lesivi degli interessi dei consumatori e degli utenti;
2. L'adozione di misure idonee a correggere o eliminare gli effetti dannosi delle violazioni accertate;
3. Ordinare la pubblicazione del provvedimento su uno o più quotidiani.
In secondo luogo è di grande rilievo il ruolo delle Camere di Commercio; la legge 29 dicembre 1993, n. 580 ha disposto il "Riordino delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura", attribuendo alle prime importanti funzioni e competenze in materia di tutela del consumatore, ciò sulla scia della direttiva CEE 93/13. Assai significative le norme dell'articolo 2.4. e, in materia di controllo sulle clausole inique, la lettera c) dello stesso comma. Fra le competenze o funzioni attribuite (la norma è intitolata "Attribuzioni") quelle del comma 4, lettera a) b) c) riguardano proprio la materia oggetto della direttiva CEE, sia in genere sulla tutela dei "consumatori e degli utenti", sia in specie sulle clausole inique o abusive. Nello specifico le Camere di commercio possono:
1. "promuovere la costituzione di commissioni arbitrali o conciliative per le controversie, sia fra imprese, sia fra imprese e consumatori ed utenti" (lettera a);
2. "predisporre e promuovere contratti-tipo tra imprese, loro associazioni e associazioni di tutela degli interessi dei consumatori e degli utenti" (lettera b);
3. "promuovere forme di controllo sulla presenza di clausole inique inserite nei contratti" (lettera c);
4. "costituirsi parte civile nei giudizi relativi ai delitti contro l'economia pubblica, l'industria ed il commercio e promuovere azioni per la repressione della concorrenza sleale" (comma 5).
Particolarmente significativa è la funzione generale di controllo. L'attuazione di tali competenze, compresa la facoltà di promuovere la costituzione di commissioni arbitrali e conciliative per la risoluzione delle controversie, non solo tra imprese ma, proprio per la materia in esame, fra imprese e consumatori ed utenti (lettera a del quarto comma), consente alle Camere di commercio di promuovere la tutela del consumatore. Dall'analisi appena svolta circa le competenze attribuite alle Camere di commercio da parte del legislatore, si evince come quest'ultimo abbia tenuto presente la direttiva comunitaria, emanando norme di concreta ed effettiva attuazione. La normativa in questione è degna di nota anche per quanto riguarda l'aspetto preventivo, pur essendo rivolto ad una sensibilizzazione piuttosto che ad una repressione concreta. Difatti vi è la "facoltà" per le Camere di predisporre e promuovere contratti-tipo, e di evitare l'insorgere di liti. Proprio il termine utilizzato -"facoltà" - denota come, purtroppo, non si tratti di un vero e proprio obbligo cogente, bensì di un potere di cui le Camere stesse sono titolari. Tuttavia sono apprezzabili i risultati raggiunti, ancor prima del recepimento della direttiva, da parte della Camera di commercio di Milano e da parte dell'Unioncamere; quest'ultima ha anche predisposto un regolamento-tipo di conciliazione e arbitrato cui le singole Camere possono uniformarsi per l'esercizio dell'attività.
Ai fini dell'analisi di prospettive future, trovo sia di grande rilievo ed interesse un'analisi comparata del modello italiano e del modello inglese in materia di tutela del consumatore, sempre rimanendo, ovviamente, su un piano generale ed astratto, senza quindi pretese esaustive e di visione analitica dei due ordinamenti.
I due modelli posti a confronto presentano alcuni punti di contatto ed altri tra loro divergenti. Un primo punto di contatto tra i due modelli è dato dal fatto che in entrambi gli ordinamenti esisteva già, precedentemente al recepimento della direttiva comunitaria, una disciplina delle clausole abusive; il riferimento, per quanto riguarda il Regno Unito, va all'Unfair Contract Terms Act del 1977 (UCTA), e, per l'Italia, alle disposizioni contenute nel codice civile del 1942 e tuttora in vigore (artt. 1229, 1341, 1342, 1370). È giusto osservare che, sia in Italia che nel Regno Unito, le regole preesistenti non riguardano esclusivamente i contratti con i consumatori, bensì tutti i contratti, essendo pertanto indifferente lo status delle parti. Nello specifico l'UCTA (che attua un controllo sicuramente più efficace) sanziona le clausole di esclusione o di limitazione della responsabilità. Il codice civile italiano colpisce solo le clausole contenute in contratti predisposti da una parte e accettate dall'altra, e la tutela si attiva con la formalità della sottoscrizione delle clausole particolarmente gravose e con un generale principio per cui le clausole predisposte sono valide solo se conosciute al momento della conclusione del contratto o conoscibili usando l'ordinaria diligenza, facendo in tal modo gravare sulla parte aderente il relativo onere di conoscibilità.
Per attuare la direttiva nel Regno Unito si è proceduto con un "statutory instrument" del 1994, poi modificato nel 1999 con Regulations ; in Italia si è ricorso ad una legge approvata dal Parlamento nel 1996, che ha novellato il codice civile (come analizzato precedentemente). Di grande importanza nel Regno Unito sono la Law Commission e la Scottish Law Commission, per l'attività svolta a livello interpretativo e soprattutto per la ricerca e l'analisi dei possibili esiti positivi e negativi di una eventuale unificazione delle due discipline: quella ossia anteriore alla direttiva comunitaria (UCTA) e quella data dalle Regulations, al fine di una applicazione congiunta a tutti i contratti, compresi quindi quelli conclusi tra professionisti.
Altro punto di contatto tra le due discipline è dato dalle tecniche di controllo delle clausole abusive. Essenzialmente il tipo di controllo imposto dalla direttiva e seguito dai due Paesi è di tipo giudiziale, per cui le nuove regole sono applicate dal giudice nel momento successivo alla utilizzazione delle clausole; in ogni caso in entrambi i Paesi è prevista la possibilità di inibire l'uso delle clausole stesse ritenute inique, mediante il ricorso al giudice (già analizzata la facoltà riconosciuta in tal senso in Italia alle Associazioni dei consumatori e alle Camere di commercio) ed è in vigore anche un controllo di tipo stragiudiziale.
Un punto di differenza e di grande rilievo, che a mio avviso - e prima ancora su parere di giuristi di esperienza e cultura giuridica ben più ampia della mia - potrebbe rappresentare uno spunto per interventi futuri, è dato dal ruolo svolto nel Regno Unito dall'Office of Fair Trading (OFT). Il Director General dell'OFT è difatti titolare di un ampio potere di controllo sulle clausole utilizzate; insieme ad altre Authorities e alla Associazione dei consumatori, ha il potere non solo di rivolgersi al giudice per far dichiarare priva di effetti una clausola ritenuta abusiva, bensì ha anche il compito di esaminare le clausole utilizzate e sollecitare i professionisti ad eliminare dai propri moduli o formulari quelle ritenute vessatorie. L'attività svolta da tale Authority è assai ampia e si muove su vari settori; fornisce delle cosiddette "guide" ai professionisti e agli imprenditori, indicando loro la tipologia di clausole che potrebbero adottare senza incorrere in un giudizio di vessatorietà, si rivolge ai consumatori in generale immettendo in rete (utilizzando perciò uno strumento immediato e di facile recezione) tutta una serie di consigli e di suggerimenti per evitare di essere raggirati con delle clausole contrattuali poco chiare e ingannevoli anche se apparentemente lecite. Ovviamente non ha il potere di vietare, a priori, ad un professionista di utilizzare delle clausole ritenute abusive, e ciò in quanto soltanto un'autorità giudiziaria potrà, in ultima analisi, dichiarale inefficaci; d'altro canto però, l'attività di ispezione e di controllo a favore dei consumatori è talmente ampia ed efficace che difficilmente le Associazioni dei professionisti si discosteranno dalle indicazioni dell'Office of Fair Trading. Come è facile dedurre, il controllo dell'OFT previene molte controversie che altrimenti graverebbero sui tribunali, intasando ancor di più l'attività giudiziaria con notevole impiego di tempo e di denaro, e garantendo in conclusione una tutela del consumatore ben più incisiva.
In Italia alcune Autorità hanno assunto iniziative in materia di clausole abusive, come ad esempio la Banca d'Italia per i contratti bancari e l'Istituto di vigilanza sulle assicurazioni private (ISVAP) per i contratti di assicurazione, ma purtroppo con risultati non all'altezza delle aspettative; di ben maggior rilievo sono stati gli interventi di tali Autorità in materia di trasparenza dei contratti con i clienti, sia professionisti che consumatori. Sicuramente importanti sono stati i cosiddetti "protocolli d'intesa" siglati da alcune associazioni di professionisti con le associazioni dei consumatori, specialmente nel settore assicurativo.
Nonostante tali sforzi, credo sia auspicabile la possibilità di affidare - nell'ambito dell'ordinamento italiano - all'Autorità Antitrust attribuzioni analoghe a quelle proprie dell'Office of Fair Trading, in modo da rendere ancora più incisiva la tutela del "contraente debole", e in modo anche da salvaguardare il mercato nella sua globalità, la concorrenza e la competitività degli operatori del commercio, sia nazionale che internazionale.
Oggi più che mai, infatti, in un vortice crescente di globalizzazione del mercato, il consumatore si sente, da un lato, perennemente "a rischio" nei confronti di un'offerta esponenzialmente aggressiva rispetto ad un passato recente e, dall'altro, sulla scia di esempi sempre più numerosi, intende divenire un consumatore "consapevole". L'equilibrio, come sempre, sarà difficile da raggiungere....
Dott. Francesco Zaganelli
fzaganelli82@hotmail.com
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DOCUMENTO PER UNA RIFLESSIONE SU ALCUNI TEMI ISTITUZIONALI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
Inviato da Cacao Quotidiano il Mer, 06/14/2006 - 10:58
Carissimi, iniziamo con questo articolo dell'Avvocato Marco Luigi Marchetti la pubblicazione di alcuni documenti che entrano più in specifico nel merito di quanto detto al convegno sullo spreco nelle pubbliche amministrazioni tenuto ad Alcatraz dal 9 all'11 giugno con la senatrice Franca Rame.
DOCUMENTO PER UNA RIFLESSIONE SU ALCUNI TEMI ISTITUZIONALI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E SULLA POSSIBILITA’ OPERATIVA DI UNA RIFORMA.
LA RESPONSABILITA’ DEL FUNZIONARIO E DELL’AMMINISTRATORE PUBBLICO E LA CORTE DEI CONTI: LIMITI E PROSPETTIVE.
1. SULLA FUNZIONE DELLA CORTE DEI CONTI
Come noto, la Corte dei Conti svolge varie funzioni:
- funzioni di controllo ( controllo sulle pubbliche finanze con misure preventive e di verifica dell’attività gestoria)
- funzioni giurisdizionali ( art. 103 Cost) nel contenzioso pensionistico e contabile e, soprattutto, nel contenzioso sulla responsabilità degli amministratori e funzionari pubblici;
- funzioni residuali ( consultiva: art. 13 T.U. Corte di Conti ( R.D. 1214/1934) e oggi anche sotto la spinta della legge 131/2003;
Dunque tra la sue funzioni, comprende quella di giudicare sulla responsabilità dei funzionari e amministratori pubblici o soggetti equiparati qualora essi provochino un danno alla propria o ad altra amministrazione.
Tale responsabilità, disciplinata, fondamentalmente, dalla legge 14 gennaio 1994 n.20 e dalla legge 20 dicembre 1996 n. 639, poggia su alcuni cardini fondamentali perché possa essere riconosciuta:
- sussistenza di dolo o colpa grave ( cd. elemento soggettivo);
- danno ( mancato introito di somme che dovevano essere introitate; o uscita di somme o di latra utilità che non dovevano uscire, compreso il danno da immagine – cd. elemento oggettivo);
- nesso di causalità tra danno e comportamento del soggetto.
La natura giuridica della responsabilità ha fatto discutere e continua a far discutere. Il carattere personale della responsabilità e altri sintomi portano e ritenere che sia assimilabile a quella penalistica, altre teorie propendono per la civilistica (in fondo – si dice - è solo un’azione di danno della Pubblica Amministrazione) altre ancora ritengono che sia un genere a metà tra le due.
Tutte queste discussioni hanno poi la loro rilevanza nelle conseguenze: se si ritiene che essa sia assimilabile a quella penalistica allora dovranno essere applicati tutti i principi e le garanzie tipiche di tale processo, altrimenti potranno trovare soluzioni diverse.
Per la verità, anche alla luce dei principi genarli sul giusto processo, è ormai evidente ai più che l’attuale assetto normativo è assolutamente insoddisfacente. La necessità di adeguare i principi citati a questo processo sono assolutamente preminenti e sarebbe ora di raccogliere questa spinta, che proviene da giuristi, magistrati e studiosi, e per vari motivi:
a)- la funzione di giurisdizione sulla responsabilità amministrativa deve essere tutelata, giacché con essa si tutela la stessa collettività dalla cattiva amministrazione delle finanze pubbliche, dagli sprechi, dalla cultura ciabattara e cialtrona del “tanto qualcuno paga”, sia per la possibilità concreta di recuperarli sia per la stessa funziona preventiva che tale responsabilità può avere.
In questa ottica, dunque, occorre affermare senza incertezze la utilità della Corte dei Conti e la sua funzione di tutore della corretta amministrazione finanziaria.
b)- la responsabilità dei funzionari e amministratori pubblici è cardine essenziale dell’azione amministrativa ed è specchio del potere esercitato. Non è concepibile un potere senza responsabilità, e dunque non è concepibile che si possa fare a meno del giudizio di responsabilità. Ma se è così è anche vero che l’azione di responsabilità non può essere lasciata in balia di normative poco chiare, inadeguate, prive dei caratteri propri di qualsiasi giudizio contemporaneo;
Dunque è opportuno e necessario che si punti a focalizzare l’attenzione su tali aspetti, perché, poco garantiste, le quali, se modificate potrebbero portare a risultati più efficienti sia sul piano del recupero che, soprattutto, sul piano della cultura dell’amministrazione della cosa pubblica.
Non va infatti trascurato che, come tangentopoli ha dimostrato, cardine essenziale di una corretta azione è la cultura dell’amministrazione, la quale opera prima e a monte della norma e delle sue interpretazioni. Nessuna norma, da sola, ha mai impedito un illecito.
Non è un caso che il precedente Governo abbia emanato una legge che azzerava, in pratica, la responsabilità amministrativa, e introduceva un condono anche in questo ambito. Gli articoli 231,232,233 della legge finanziaria 2006 – legge 23 dicembre 2005 n.266 – prevedono infatti la possibilità di condonare per danno erariale così che i soggetti riconosciuti responsabili in primo grado possono chiedere di definire la loro posizione in sede di appello mediante il pagamento di una somma non inferiore al dieci per cento e non superiore al venti per cento del danno quantificato nella sentenza di condanna di primo grado – la cifra può arrivare al trenta per cento quando viene determinata dalla Corte di Appello.
Politici, amministratori e dirigenti pubblici a vari livelli, sia nazionale che locale, o tecnici di opere pubbliche, e quindi qualsiasi soggetto che sia incappato nella condanna ha avuto la possibilità di sanare purché la sentenza sia riferita a fatti accaduti prima dell’entrata in vigore della legge.Un vero colpo di spugna, defatigante per le Procure e vanificante costi ed energie per la produzione di giustizia sul danno alle finanze pubbliche: un’offesa ad amministratori e funzionari onesti che operano in ossequio al principio di legalità e a quello di buon andamento sancito dalla Costituzione.
2. ALCUNI SPUNTI PER UN RIFORMA DEL PROCESSO DI RESPONSABILITA’ AMMINISTRATIVA
Il processo per responsabilità amministrativa, sinteticamente, si sviluppa in due fasi:
nella prima fase, il Procuratore regionale competente svolgendo accertamenti in merito a presunto danno erariale invita me, presunto responsabile a dare chiarimenti su un certo fatto. Tale atto si chiama “ invito a dedurre” a cui si può rispondere entro un certo termine non inferiore a trenta giorni.
Qualora il Procuratore non ritenga soddisfacente la risposta esso emette l’atto di citazione avanti alla Corte di Conti. La citazione è un’azione giudiziaria di danno su cui si pronuncia la Corte. Contro la sentenza della Corte dei Conti ci si può appellare alla Sezione C entrale di Roma.
Il processo si svolge secondo, più o meno il giudizio civile, con poteri istruttori peraltro poco usati, e altri discussi (ad esempio la testimonianza non viene riconosciuta ammissibile)
Ora, non sfugge a nessuna persona di buon senso, che certe limitazioni ai poteri della difesa finiscono per diventare intollerabili per qualsiasi tipo di giudizio, e così è anche per questo processo.Ad esempio:
- nella prima fase , quella dell’invito a dedurre, non si ritiene (la norma non lo dice e molti procuratori lo negano espressamente) possibile la visione degli atti su cui si fonda l’accusa. In pratica un indagato deve rispondere all’invito a dedurre senza poter aver un’idea della documentazione in mano all’accusa , senza poter conoscere quali atti siano stati utilizzati, e così via. Tale limite determina una limitazione gravissima ai poteri della difesa, e porta a delle vere e proprie incongruenze, come la possibilità che in questo modo si occultino o comunque non si rendano visibili, documenti che possono anche essere utili alla difesa. Non solo, ma si rischia di confondere anche i doveri funzionali del Procuratore che comunque è un Pubblico Ministero, tra i quali il fatto che esso deve tendere al raggiungimento della verità e non della condanna dell’indagato. Il pubblico Ministero non vince mai un processo, il P.M. vince anche quando si afferma il proscioglimento del responsabile perché quella è la verità.
- Accanto a tale incongruenza vi è anche quella che se il PM ritiene giustificato il comportamento dell’indagato archivia il procedimento. Eppure questa archiviazione viene formata in totale solitudine dal PM. Non vi è nessun controllo né nessuna possibilità di contestazione, né di appello. Neanche l’amministrazione danneggiata potrebbe opporsi a tale unilaterale decisione. Tale aspetto rende evidente la necessità di apportare correzioni, introducendo, come nel parallelo giudizio penale, un giudice terzo che giudichi la legittimità della decisione, con un contraddittorio vero: a rendere ovvio tutto ci, vi è la semplice considerazione che non esistono poteri assoluti nel nostro ordinamento: non esistono cioè poteri che non possano essere controllati, anzi dalla rivoluzione francese in poi ogni potere deve giustificare il suo esercizio: è questo il senso dell’obbligo di motivazione che riguarda le sentenze come gli atti dell’amministrazione: la motivazione è infatti necessaria per esternare le giustificazioni di una scelta dell’esercizio del potere ed in questo modo divengono sindacabili nei modi di legge.
I poteri istruttori del giudice dibattimentale trovano vari limiti nell’interpretazione che fino ad ora è stata fornita dalla stessa giurisprudenza contabile. In effetti se è vero che al processo di responsabilità amministrativa si applicano le norme del processo civile non vi è ragione perchè si debbano dare limiti in tal senso. Anche la testimonianza dovrebbe essere accettata all’interno di un processo di tale tipo giacché non sempre le circostanza dell’azione amministrativa sono procedimetalizzate e quindi, soprattutto ai fini dell’accertamento dell’elemento soggettivo, diventa utile una tale possibilità. Del resto l’allargamento delle facoltà e tipologia di prove in istruttoria ha toccato anche il giudizio amministrativo a riprova della ovvietà e giustezza di certe conclusioni.
IPOTESI OPERATIVA:
- Una riforma del processo dovrebbe tenere in considerazione i seguenti aspetti:
- La garanzia del contraddittorio tra le parti del processo secondo uno schema simile a quello penalistico, e quindi dovrebbe innovare mediante l’introduzione del riconoscimento:
1. del diritto di accesso al fascicolo del PM al momento della redazione della risposta all’invito a dedurre, ferma rimanendo la segretezza dell’istruttoria nella fase delle indagini precedente, con i limiti analoghi al processo penale;
2. del diritto di assistenza mediante difensore nel caso di audizione dell’indagato avanti al PM, delle cui risultanze si potrà tenere conto nel giudizio
3. alla introduzione di un giudice terzo che possa fungere da filtro per processi inutili e che al contempo svolga la funzione di vaglio sugli atti preliminari (archiviazione, con garanzia del contraddittorio per l’amministrazione danneggiata; obbligo di motivazione della richiesta di archiviazione; obbligo di motivazione sulla richiesta di procedere a citazione).
4. all’introduzione delle prerogative difensive a livello probatorio simili a quelle del processo civile, compresa la testimonianza
5. all’estensione dell’attività di controllo preventivo sugli atti degli enti locali, e di consultazione preliminare.
Avv. Marco Marchetti
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Inviato da Simone Canova il Mer, 05/31/2006 - 16:04
Il prossimo passo sara' allargare l'esperimento in tutto il comune.
(Fonte: http://www.marcoboschini.it/?p=177)
Vorremmo aggiungere che oltre alla raccolta differenziata domiciliare gli operatori ecologici di Capannoni potrebbero anche sensibilizzare la popolazione sul risparmio energetico e idrico (lampadine e riduttori di flusso), qualcosa di simile a quello che si sta facendo a Cuba con i lavoratori sociali delle stazioni di rifornimento, che distribuiscono lampadine a basso consumo, frigoriferi ad alta efficienza e pentole a pressione elettriche.
Per maggiori informazioni http://www.jacopofo.com/?q=node/1424
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Commercio equo e solidale in Europa
Inviato da Cacao Quotidiano il Mar, 05/23/2006 - 15:50
E' cresciuto e di parecchio, il commercio equo e solidale in Europa. E' quanto emerge da un'inchiesta di "Valori", il mensile di Banca Etica.
Negli ultimi 5 anni il fatturato di questo settore nei 25 paesi dell'Unione Europea e' passato da 260 a 660 milioni di Euro, espandendo nel contempo tutta la sua struttura organizzativa.
In tutta Europa ci sono 2800 botteghe del mondo, 500 in Italia, in cui prestano servizio volontario 100mila persone, soprattutto giovani. 200 le centrali che si occupano di importare i prodotti e creare nuovi progetti.
Il paese leader e' la Svizzera, dove il 47% di tutte le banane vendute, il 28% dei fiori e il 9% dello zucchero appartiene al segmento etico.
Da segnalare anche l'Inghilterra, dove il 20% del caffe' distribuito e' equo e solidale.
Ora le associazioni, Assobotteghe, Agices e Transfair Italia chiedono un riconoscimento ufficiale, a norma di legge, che riconosca il valore di questi prodotti e che istituisca un albo delle organizzazioni che si occupano di commercio equo.
Un albo? Come se di corporazioni non ne avessimo abbastanza... Forse per cambiare il mondo e' necessario cambiare anche certi modi di pensare.
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Agricoltura biologica e agricoltura chimica
Inviato da Cacao Quotidiano il Sab, 05/13/2006 - 11:53
Alcuni politici e scienziati sostengono che un completo passaggio dall'agricoltura chimica a quella biologica porterebbe a una diminuzione della quantita' di cibo prodotta.
Ben due studi del Worldwatch Institute smentiscono invece questo luogo comune: soprattutto nei paesi poveri l'agricoltura biologica porta a un aumento dei raccolti. I contadini non hanno soldi per acquistare i prodotti chimici necessari per l'agricoltura convenzionale, ma allo stesso tempo non conoscono tecniche naturali come il compostaggio, la concimazione verde, il controllo biologico degli insetti nocivi.
Il problema di una differenza tra le due tecniche potrebbe esistere invece per i paesi ricchi, che non avendo problemi economici, massimizzano le rese dei terreni con massicce dosi di fertilizzanti e concimi chimici.
Recentemente altri esperti si sono pronunciati in materia proponendo un compromesso: un sistema integrato, che sfrutti la sostenibilita' ambientale dell'agricoltura bio con una minima parte di sostanze chimiche, in grado di aumentare la quantita'.
(Fonte: Notiziario AIAB)
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References: articolo 33
 articolo 33
 articolo 36
 articolo 169
 art. 103
 art. 13
 sentenza 
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