Source: https://www.meltingpot.org/Lampedusa-Mineo-Manduria-Detenzione-arbitraria-e-violazione.html
Timestamp: 2020-05-28 08:00:32+00:00

Document:
Lampedusa, Mineo, Manduria - Detenzione arbitraria e violazione dei diritti dei migranti - Progetto Melting Pot Europa
Lampedusa, Mineo, Manduria - Detenzione arbitraria e violazione dei diritti dei migranti
1. Condizioni allarmanti a Lampedusa e Linosa, tensione e detenzione nel centro di Mineo
La situazione dell’isola di Lampedusa è sotto gli occhi di tutti, anche di coloro che cercano di girare la testa da un altra parte. Ormai si contano almeno 4.500 migranti in media presenti sull’isola giornalmente, in condizioni di semi-libertà (oltre 5.600 nelle ultime ore). Le condizioni di vita degli isolani che stanno prestando tutta la loro solidarietà e dei migranti sono terribili. Nel centro di Contrada Imbriacola, in condizioni igieniche disumane, sono stipate oltre 2000 persone in un centro la cui massima capienza è di 804 posti. La nave traghetto promessa dal governo per domenica 27 marzo, per una rapida evacuazione dell’isola, non è ancora arrivata ed intanto continuano ad entrare in porto piccole imbarcazioni cariche di migranti provenienti dalla Tunisia, oltre 1000 nelle ultime 24 ore.
(seguite gli aggiornamenti in diretta dall’isola su www.meltingpot.org)
L’intera isola è un immenso “centro di permanenza temporanea” a porte aperte. I migranti vagano senza meta alla ricerca di un riparo, la distribuzione dell’unico pasto giornaliero dura diverse ore. Le procedure di prima identificazione sono sommarie e a rilento. Nella ex base Loran sono stati raggruppati, senza alcuna documentazione e senza la prescritta notifica alle autorità competenti (i tribunali minorili) come prescrive l’art. 343 del codice civile, oltre cento minori non accompagnati, ragazzi anche di quattordici anni che escono saltuariamente dalla base per raggiungere i loro amici costretti a bivaccare in varie parti dell’isola.
Da due giorni arrivano nelle isole Pelagie anche persone in fuga dalla Libia, somali, eritrei, etiopi e di altre nazionalità, spesso vittime di torture e di abusi sessuali da parte dei trafficanti o della polizia di Gheddafi. Queste persone, tra le quali numerose donne e minori, vengono concentrate e bloccate nell’isola di Linosa, in vista di un successivo trasferimento a Porto Empedocle, dove al porto c’è un capannone che serve da centro di smistamento verso gli altri centri siciliani, che però sono già pieni. Alcuni di questi migranti in fuga dalla Libia, i primi provenienti proprio da Misurata, tra i quali una giovane donna, sono stati respinti dall’Italia nel 2009, dopo gli accordi tra Berlusconi, Maroni e Gheddafi. Una ragione in più, forse, perché non vengano contattati da giornalisti o da operatori umanitari. Adesso è in corso la loro “dispersione”. I trasferimenti degli ultimi arrivati dalla Libia verso la Sicilia, come quelli in corso in queste ore da Linosa a Porto Empedocle avvengono in clima di forte controllo di polizia e nessuno conosce la loro destinazione finale, anche se appare assai probabile che finiscano nella struttura di Mineo, una struttura aperta da pochi giorni ed ancora priva dei servizi essenziali necessari per offrire accoglienza a persone particolarmente provate da anni di violenze e abusi subiti in Libia.
Gli stessi controlli di polizia impediscono da domenica 27 marzo l’ingresso nel “Residence degli aranci” di Mineo, persino agli avvocati con tanto di nomina, e gli immigrati rinchiusi in questo luogo non possono uscire liberamente, sia coloro che sono richiedenti asilo già in procedura, che coloro che sono ancora in attesa di identificazione. Si moltiplicano intanto i casi i fuga e si ha notizia di migranti bloccati nelle campagne persino da guardie giurate e ricondotte a forza nel campo di Mineo. Nel resto d’Italia, come a Manduria in Puglia, si stanno approntando strutture detentive di emergenza, il ministro Maroni vorrebbe a disposizione i 13 CIE che “promette” da anni, e tutto avviene con le non-regole da protezione civile, un vero e proprio “stato di eccezione”, che viola tutte le leggi vigenti. Il Testo Unico sull’immigrazione, all’art. 14 prevede appositi decreti, adottati dal ministro dell’interno, di concerto con i ministri del bilancio, della solidarietà e dell’economia, per la istituzione di nuovi CIE. In base all’art.23 del Regolamento di attuazione n.394 del 1999, le attività di prima accoglienza e soccorso e quelle svolte per esigenze igienico-sanitarie, si possono svolgere anche al di fuori dei centri di identificazione ed espulsione solo “per il tempo strettamente necessario all’avvio dello stesso ai predetti centri o all’adozione dei provvedimenti occorrenti per l’erogazione di specifiche forme di assistenza di competenza dello Stato”.
2. Il rischio di detenzioni arbitrarie
La scelta di bloccare ogni trasferimento e di concentrare tutti i migranti presso i centri di prima accoglienza e soccorso siciliani, in particolare nell’isola di Lampedusa, opera una completa inversione rispetto al funzionamento e alla natura stessa dei CSPA, che sarebbe invece quella di attuare un servizio di prima accoglienza e soccorso delle persone salvate in mare, con successivo quasi immediato trasferimento presso altri centri di accoglienza situati in diverse località italiane.
La ratio di tale ragionevole scelta, attuata nel corso degli ultimi anni e sino a questo repentino cambiamento di prassi, deriva sia da esigenze logistiche e sanitarie (evitare improprie situazioni di concentrazione di persone nei ristretti spazi a disposizione), sia dall’esigenza di procedere alla definizione della posizione giuridica degli stranieri e all’assunzione dei relativi provvedimenti presso altre strutture, la cui natura giuridica e le cui funzioni siano chiaramente definite dalle norme vigenti.
E’ noto, infatti, come la normativa vigente che disciplina gli interventi di soccorso, assistenza e prima accoglienza degli stranieri appaia carente e lacunosa e si presti a interpretazioni difformi e applicazioni discrezionali. In particolare, non risultano definiti i diritti dello straniero destinatario delle misure di assistenza nei cosiddetti centri di prima accoglienza, tuttora disciplinati esclusivamente dalla L.563/95 (detta Legge Puglia), come quelli istituiti in Sicilia a Pozzallo (Ragusa) e a Rosolini (Siracusa). Lo stesso centro di Mineo funziona con uno statuto incerto, in parte per persone che provengono dai CARA, ed in parte per i tunisini provenienti da Lampedusa, come centro di identificazione. Numerosi rapporti hanno evidenziato come sovente gli stranieri vengano di fatto trattenuti presso gli attuali centri di prima accoglienza per periodi di tempo considerevolmente lunghi, variabili da alcuni giorni fino a settimane o mesi, senza che la normativa definisca con chiarezza e tassatività i diritti degli stranieri presenti e senza che tale situazione di effettiva limitazione della libertà personale sia sottoposta ad alcun controllo giurisdizionale. Va sottolineato che tale situazione, non conforme alla legislazione italiana in materia di provvedimenti limitativi della libertà e che potrebbe altresì configurarsi come una violazione dell’art. 5 comma 1 della Convenzione Europea dei diritti Umani (CEDU), è stata oggetto delle vive preoccupazioni espresse dal Gruppo sulla detenzione arbitraria istituito in seno allo UN Human Rights Council, che ha altresì ricordato l’inadempienza del Governo italiani nel porre rimedio a una situazione da tempo evidenziata(1).
L’utilizzo del CSPA di Lampedusa come struttura avente unicamente funzioni di primo soccorso e transito non ha mai fornito una risposta adeguata alle carenze legislative sopra evidenziate. Tuttavia, nella prospettiva sopra descritta, va sottolineato che la destinazione di questo centro, dal 2006 al 2008, a luogo essenzialmente di soccorso, con procedure rapide di trasferimento, che nel 2008 hanno riguardato oltre 30.000 migranti, era apparsa come un segnale della consapevolezza delle autorità italiane che in quel periodo attuavano il cd. “modello Lampedusa” rispetto alla necessità di garantire il rispetto dei principi fondamentali dei cittadini stranieri, ubicando altrove nel territorio nazionale l’espletamento delle diverse procedure amministrative. Oggi, la scelta opposta di bloccare,a tempo indeterminato, a Lampedusa un numero incontrollabile di migranti appena sbarcati o soccorsi in mare e la proliferazione di luoghi di trattenimento in tutta Italia, presso basi militari o comunque in zone sottoposte alla sorveglianza armata, suscitano gravissima preoccupazione sotto il profilo delle possibili violazioni delle norme di diritto interno ed internazionale sulla legittimità e non arbitrarietà della detenzione.
E’ necessario perciò chiedersi a quale titolo, i migranti giunti in questi giorni a Lampedusa ed in altre parti della Sicilia, possano permanere in strutture che non sono né CIE (Centri di identificazione ed espulsione), né CARA (Centri per richiedenti asilo), esaurite le mere necessità di primo soccorso e di organizzazione dei trasferimenti. E’ inoltre essenziale chiarire quali siano le procedure attuate e la loro conseguente legittimità, in ordine all’eventuale assunzione ed esecuzione di provvedimenti di espulsione disposta dal Prefetto o di respingimento differito disposto dal Questore competente ai sensi dell’art. 10 comma 2 del Testo unico sull’immigrazione.
Si evidenzia infine che la normativa vigente in materia di esecuzione dei provvedimenti di espulsione e di respingimento disciplina l’utilizzo di apposite strutture presso le quali lo straniero possa essere trattenuto, tipizzando le ipotesi tassative nelle quali il trattenimento può avere luogo(2) e prevedendo altresì una convalida della misura da parte dell’autorità giudiziaria, così come previsto persino dagli articoli 10 e.13 della Costituzione italiana. Appare evidente come le sopraindicate procedure non possano essere in alcun modo attuate presso un centro di primo soccorso ed accoglienza come è quello di Lampedusa, o in un centro dalle caratteristiche ancora indefinite come il “Residence degli aranci” di Mineo. Anche la detenzione amministrativa che si vorrebbe realizzare nelle tendopoli che si stanno impiantando in zone militari di diverse parti d’Italia appare in contrasto con la disciplina nazionale e con il diritto comunitario, soprattutto dopo la scadenza del termine di attuazione, e dunque la definitiva entrata in vigore della Direttiva n.2008/115/CE che impone agli stati membri di limitare i casi di rimpatrio forzato e di detenzione amministrativa alle sole ipotesi nelle quali non sia stato possibile un rimpatrio volontario. E sarebbe bene che il governo eviti di approfittare della situazione di emergenza che ha creato con i suoi ritardi e le sue omissioni, magari adottando l’ennesimo decreto legge per violare principi costituzionali e direttive comunitarie.
3. L’effettività dell’accesso alla giurisdizione
Un’attenzione particolare va posta all’ipotesi dell’applicazione del cosiddetto “respingimento differito” previsto dall’art. 10 terzo comma del D.Lgs 286/98. Esso, al pari del provvedimento di espulsione con accompagnamento alla frontiera costituisce un provvedimento limitativo della libertà personale, che ricade nell’area di applicazione dell’art. 13 della Costituzione, e che come tale non può sottrarsi al controllo dell’autorità giudiziaria (3). Si osserva al riguardo che la riserva di giurisdizione prevista dall’art. 13 della Costituzione non prevede eccezioni di sorta e pertanto si deve ritenere applicabile anche nelle cosiddette situazioni di emergenza come quelle che si sono create in queste settimane per effetto dei ritardi e dei comportamenti irresponsabili ed egoistici delle autorità di governo, che evidentemente volevano tenere indenni le regioni settentrionali dal massiccio afflusso di profughi e rifugiati che si sta registrando dalla Tunisia, adesso anche dalla Libia ed in misura minore dall’Egitto..
Si deve inoltre rilevare come la possibilità di un ricorso giurisdizionale contro il respingimento “differito” disposto dal Questore sia ipotesi alquanto teorica e sostanzialmente priva di effettività perché il provvedimento formale emesso dal Questore di Agrigento va impugnato davanti al Tribunale Amministrativo Regionale (nel caso specifico di Lampedusa, a Palermo) e ciò risulta ancora più difficile, se non del tutto impossibile, quando le misure di allontanamento forzato sono disposte da autorità amministrative in luoghi, come appunto Lampedusa, ben lontani dalle sedi presso le quali si potrebbero impugnare i provvedimenti di allontanamento forzato (basti pensare alla difficoltà di sottoscrivere una procura per l’avvocato di fiducia ed all’assenza di difensori di ufficio, oltre che alla mancanza di una sede giudiziaria distaccata competente operante sull’isola) . Appare poi assolutamente arbitraria la prassi di trasferire da Lampedusa verso i CIE in Italia, come Ponte Galeria, a Roma o Via Brunelleschi, a Torino migranti destinatari di un provvedimento di respingimento differito che non è emesso dal Questore competente rispetto al luogo di sbarco ( Agrigento), ma che vien adottato in un secondo momento dal questore del luogo nel quale è ubicato il centro di detenzione presso il quale il migrante viene ristretto per effetto del successivo decreto di accompagnamento forzato. I migranti sono persone umane che hanno diritto a fare valere immediatamente la loro condizione soggettiva e non pacchi da spostare da un capo all’altro d’Italia.
Le persone entrate o soggiornanti irregolarmente - tra queste anche i migranti giunti irregolarmente a Lampedusa, quale che sia la loro età - a partire dal momento del loro ingresso in Italia, devono avere possibilità adeguate e tempestive di presentare un ricorso davanti ad un’autorità giudiziaria avverso il provvedimento di rimpatrio. Si rammenta infatti quanto disposto dall’art. 6 della CEDU e dall’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che garantiscono il diritto ad un rimedio efficace e ad un giusto processo, oltre naturalmente al principio del controllo giudiziario sulla detenzione, intesa come qualsiasi limitazione della libertà personale, in conformità dell’art. 5 della CEDU.
Diversi fattori concorrono quindi a delineare una situazione che de facto si è determinata a Lampedusa, ma che si potrebbe verificare presto negli altri centri di identificazione ed espulsione istituiti nelle tendopoli allestite in zone militari, ovvero quella di una sorta di zona extraterritoriale, dove al fine di contrastare l’immigrazione irregolare sia possibile “sospendere” provvisoriamente l’applicazione delle più importanti garanzie derivanti dal diritto interno ed internazionale. Anche da solo il totale isolamento geografico dell’isola di Lampedusa, la ristrettezza del territorio, l’assenza di sedi giudiziarie competenti rende l’accesso alla giurisdizione da parte dei cittadini stranieri di fatto impossibile anche nell’ipotesi, più favorevole nella quale siano lasciati liberi di uscire dal Centro di Contrada Imbriacola. Che fine hanno fatto gli articoli 13 (libertà personale) e 24 (diritto di difesa) della Costituzione italiana?
Va ricordato che la stessa Corte Europea dei diritti dell’uomo ha sanzionato quei paesi che avevano istituito negli aeroporti delle “zone di transito” specificamente destinate all’allontanamento dei migranti (4). Per la Corte il diritto incontestabile per gli Stati di sorvegliare l’ingresso ed il soggiorno di stranieri nel proprio territorio deve infatti esercitarsi in conformità della Convenzione e dunque senza violare alcuno dei principi affermati nella Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo. Ma per troppi governanti il riconoscimento della dignità della persona e dei diritti fondamentali sembra costituire un ostacolo alla rapidità dei respingimenti e delle espulsioni. La realtà dei fatti conferma come malgrado il crescente rigore delle norme di contrasto dell’immigrazione irregolare, al di là degli esiti politici vantaggiosi per i partiti che se ne sono fatti bandiera, il tasso effettivo di accompagnamenti forzati in frontiera dal 2004 al 2009 è crollato dal 64 per cento al 34 per cento degli stranieri irregolari rintracciati nel territorio. Potremmo dire a questo punto, un bel risultato per i fautori dell’ordine e della sicurezza.
4. L’incertezza delle procedure di identificazione
L’assunzione di provvedimenti di respingimento ed espulsione da eseguirsi con immediatezza pone rilevanti interrogativi anche sulle procedure di identificazione dei migranti e sulla certezza delle attribuzioni delle rispettive identità e nazionalità(5). Si ritiene infatti che le autorità italiane dovrebbero fornire maggiori indicazioni su quali siano le procedure già adottate o che si intendono adottare, a Lampedusa, come nei nuovi CIE che si vorrebbero istituire nelle tendopoli in zone militari, per l’identificazione certa dei migranti, spesso realizzata nell’arco di poche ore, considerata la generale assenza, tra i migranti, di documenti identificativi. Quello che sta succedendo in realtà, per decisione delle autorità italiane, è la messa in opera di una gigantesca “macchina di produzione della clandestinità”, in quanto affrontare questa emergenza, da Lampedusa a Mineo fino ai nuovi CIE nelle aree militari, con gli strumenti del contrasto dell’immigrazione irregolare, e non con le norme utilizzabili nel caso di afflusso massiccio e di protezione umanitaria di sfollati,come l’art. 20 del T.U. sull’immigrazione adottato nel 1999 con i profughi kosovari, sta producendo un numero assai elevato di “clandestini” come le migliaia che hanno già varcato la frontiera francese e che la Francia riconduce alla frontiera di Ventimiglia dove si sta creando un altra emergenza umanitaria.
5. La condizione dei minori stranieri non accompagnati
In più occasioni il Governo italiano ha positivamente fornito rassicurazioni sull’intenzione di rispettare scrupolosamente il divieto di espulsione dei minori stranieri non accompagnati sancito dall’art. 19 comma 2 del D.Lgs 286/98, nonché di attuare le necessarie procedure finalizzate all’accertamento dell’età attraverso esami diagnostici non invasivi. In presenza di minori non accompagnati si dovrebbe provvedere ad un loro immediato trasferimento da Lampedusa verso apposite strutture di accoglienza (comunità/centri SPRAR per minori), non solo in Sicilia ma sull’intero territorio nazionale. La permanenza dei minori a Lampedusa dovrebbe essere limitata al tempo strettamente necessario per il trasferimento presso tali strutture.
Considerato che la fascia di età più frequente dei minori è quella compresa tra i 15 e i 18 anni, l’affidabilità delle prove diagnostiche che vengono disposte assume una valenza di particolare importanza. Nonostante l’arrivo dei minori nell’isola di Lampedusa avvenga da anni, da sempre risulta effettuato il solo esame radiologico del polso presso il locale poliambulatorio sanitario ed il referto non riporta nessuna indicazione sull’esistenza di un range di errore.
L’inerzia con la quale tale procedura prosegua da molto tempo(6 )sorprende vivamente poiché, come è noto, in base alla letteratura scientifica internazionale, l’accertamento dell’età attraverso l’esame radiologico del polso presenta un range sensibile, che andrebbe indicato. E’ pertanto necessario che il margine di errore venga sempre indicato nel certificato medico; la minore età deve essere sempre presunta qualora, anche dopo la perizia di accertamento, permangano dubbi circa l’età del minore (ogni volta che il suddetto range di valori comprenda un’età inferiore ai diciotto anni). In questo senso si deve ancora applicare la circolare Amato sui minori stranieri non accompagnati adottata nel 2007. Si richiama quanto disposto dall’art. 19 del D.lgs 25/08 che stabilisce delle garanzie in ordine alla condizione dei minori stranieri non accompagnati che presentino domande di asilo. Al secondo comma lo stesso articolo dispone che «se gli accertamenti non consentono l’esatta determinazione dell’età si applicano le disposizioni del presente articolo», ovvero il soggetto va considerato minore. Tale fondamentale principio, anche se previsto nella normativa relativa alle procedure in materia di domande di asilo non può non risultare applicabile alla più generale situazione nella quale si debba accertare l’età di un minore straniero non accompagnato, come indicato anche dalla circolare del Ministero dell’Interno, Prot. 17272/7 del 9 luglio 2007 in merito all’identificazione dei migranti minorenni non accompagnati(7.) Per le ragioni sopra indicate a Lampedusa le citate norme rischiano di essere ancora eluse ed assai concreto è il rischio che un imprecisato numero di minori venga trattato quale maggiorenne anche in relazione alle misure di allontanamento, ossia espulso senza alcuna garanzia.
6. Il divieto di espulsioni collettive
Si ritiene che, in ragione delle gravi problematiche sopra evidenziate sussista a Lampedusa e negli altri centri che il governo vorrebbe destinare a CIE, un serio rischio di adozione da parte delle Autorità italiane di misure di rimpatrio collettivo. L’art. 4 del Protocollo Addizionale n. 4 alla Convenzione Europea dei diritti umani vieta le espulsioni collettive di stranieri, che, in base alla giurisprudenza della Corte Europea dei diritti umani, si verificano tutte le volte in cui non viene presa in considerazione la situazione individuale della persona sottoposta alla misura di allontanamento forzato, a maggior ragione in tutti i casi nei quali non si provveda ad una identificazione certa.
Lo stesso art. 19 della Carta Europea dei diritti umani vieta espressamente le espulsioni collettive e una giurisprudenza costante della Corte Europea dei diritti umani si esprime nel medesimo senso. Dunque, non solo occorre che l’espulsione sia convalidata dall’autorità giudiziaria sulla base di elementi prettamente individuali, ma si tiene in considerazione anche il contesto in cui tale espulsione viene attuata. Il divieto di espulsione collettiva di cui all`art. 4 del IV protocollo addizionale alla CEDU comprende “quelle espulsioni adottate nei riguardi di un gruppo di stranieri senza che per ciascuno di essi venga svolto esame ragionevole ed obiettivo delle ragioni e delle difese di ciascuno innanzi all`Autorità competente”.
La Corte ha inoltre considerato come espulsioni collettive una serie di provvedimenti individuali contro persone della stessa nazionalità che si trovavano nella stessa situazione di soggiorno irregolare.(8) In Italia invece la giurisprudenza ritiene lecite queste espulsioni, anche se nel 2009 una sentenza del Tribunale di Bari ha segnato una importante inversione di tendenza. In questi casi occorre ricorrere alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo, o chiedere alla Corte di Giustizia di Lussemburgo l’apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per la mancata attuazione della direttiva sui rimpatri n. 2008/115/CE, che impone un esame individuale dei singoli casi di espulsione o di respingimento differito, misura che sotto il profilo dell’allontanamento forzato, si può ritenere equivalente all’espulsione, anche per la larga discrezionalità concessa all’autorità amministrativa nella scelta tra l’espulsione ed il respingimento differito in presenza dei medesimi prsupposti.
Si rammenta che nel 2005 una Risoluzione del Parlamento Europeo ha condannato le espulsioni collettive da Lampedusa verso la Libia. Nel 2004 e nel 2005, l’Italia altresì non ha mai risposto alla richiesta della Corte Europea dei diritti umani, che voleva acquisire copia dei provvedimenti di allontanamento forzato da Lampedusa succedutisi a partire dall’ottobre del 2004. E’ prevista per il prossimo mese di giugno la seduta della Grand Chambre della CEDU per decidere sulle denunce di respingimento collettivo praticato dalle autorità italiane verso la Libia il 7 maggio del 2009. E tra poco, tra i migranti in fuga dalla Libia, potrebbero giungere a Lampedusa, o in altri porti siciliani, altre vittime di quei respingimenti, documentati dalla trasmissione televisiva “Presa Diretta” di Iacona , con sequenze video sconvolgenti facilmente reperibili persino su You Tube. Un caso nel quale non è stato possibile nascondere la realtà con le solite menzogne.
7. La tutela del diritto d’asilo
La situazione attuale desta vivissima preoccupazione sia in relazione alle misure di accoglienza che rispetto alla tutela giurisdizionale avverso le decisioni negative assunte dalle Commissioni territoriali nei confronti di persone trasferite, ma sarebbe meglio dire “deportate” da diversi CARA di altre regioni italiane nel cd. Villaggio della solidarietà di Mineo, luogo dalla natura giuridica non ancora definita.
In primo luogo va richiamata la dovuta attenzione al fatto che il trattenimento dei richiedenti asilo nei centri di primo soccorso ed accoglienza, o nei centri di identificazione, successivamente alla formalizzazione della domanda di asilo e nelle more dell’esame amministrativo della stessa, si pone in evidente contrasto con la normativa vigente in materia di accoglienza dei richiedenti asilo, disciplinata dal D.Lgs 140/05 e dal recente D.Lgs 25/08. L’accoglienza dei richiedenti asilo, oltre alle ipotesi di invio presso la rete del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, di cui all’art. 1 sexies dell’art. 1 della L.39/90 come modificato dalla L. 189/02, può avvenire, nelle ipotesi tassativamente indicate dall’art. 20 comma 2 lettere a, b e c del D.Lgs 25/08, solamente presso i CARA (centri di accoglienza per richiedenti asilo), ovvero, nelle ipotesi disciplinate dall’art. 21 del citato D.Lgs 25/08 nei CIE (centri di identificazione ed espulsione). Non risulta pertanto possibile utilizzare i centri di primo soccorso ed accoglienza o i centri di identificazione come centri di accoglienza per richiedenti asilo poiché questi non presentano i requisiti previsti dalla legge e non risulta alcuna garanzia sul fatto che vengano assicurati, ai richiedenti asilo, anche in via emergenziale e temporanea, l’erogazione dei necessari servizi di supporto, consulenza ed orientamento, con particolare attenzione alle situazioni maggiormente vulnerabili.
Va inoltre richiamata l’attenzione sulle circostanze soggettive delle persone che, appena arrivate dopo un viaggio spesso molto traumatico, vengono da subito sottoposte ad una procedura il cui esito può determinare il loro futuro e la loro sicurezza personale; e questo non deve avvenire nello stesso ambiente fisico nel quale hanno avuto il primo soccorso. Chi arriva in questa situazione non può peraltro beneficiare in una piccola isola di alcun servizio di assistenza anche psicologica in relazione ai traumi subiti, e ciò colpisce in particolare le persone più vulnerabili. L’insieme di queste circostante produce inoltre uno stress che non permette all’interessato di affrontare un colloquio con la commissione in modo sereno.
In relazione, invece, alla tutela giurisdizionale va prioritariamente ricordato che l’art. 39 della Direttiva 2005/85/CE prevede al comma 1 che “Il richiedente asilo ha diritto ad un mezzo di impugnazione efficace dinnanzi ad un giudice..” mentre l’art. 13 della CEDU sancisce che “ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente convenzione siano stati violati, ha diritto ad un ricorso effettivo davanti ad un’autorità nazionale, anche quando la violazione sia stata commessa da persone che agiscono nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali”. Nel caso del diritto d’asilo, la nozione di effettività comporta un divieto di esporre il richiedente al rischio della lamentata persecuzione o al rischio di subire un danno grave fino a quando non è stata assunta dall’autorità giudiziaria una decisione nel merito(9).
Appare molto grave l’impedimento de facto nell’accesso alla giurisdizione, sia per l’assenza di provvedimenti limitativi della libertà che risultino impugnabili, che per il ricorso contro il diniego dello status di rifugiato o della protezione umanitaria. Rispetto a quanto disposto dall’art. 32 comma 4 del D.Lgs 25/08, che consente un libero accesso alla giurisdizione, appare inverosimile ipotizzare che decine o centinaia di richiedenti asilo, totalmente privi di mezzi, ma liberi di circolare per l’isola di Lampedusa, possano, nel brevissimo lasso di tempo a loro disposizione, materialmente adire alla giurisdizione contattando legali disponibili, privatamente o per il tramite di enti di tutela, a tutelare le singole posizioni individuali e depositare in tempo utile i ricorsi presso il Tribunale di Palermo, città situata a diverse centinaia di chilometri di distanza, raggiungibile solo dopo un lungo viaggio in nave ed un successivo viaggio via terra. Questa situazione di fatto si pone in chiaro contrasto con le norme citate sul diritto a un rimedio giudiziario effettivo.
In ragione della grave situazione che si sta determinando nell’isola di Lampedusa e tra breve nel centro non meglio qualificabile di Mineo, come nelle nuove tendopoli in aree militari che dovrebbero funzionare come CIE in varie parti d’Italia, e dei seri e concreti rischi di estese violazioni dei diritti fondamentali dei migranti ed in particolare dei richiedenti asilo, dei minori e delle persone maggiormente vulnerabili, occorre
sospendere le decisioni assunte sulla istituzione di 13 CIE nel territorio nazionale, con il rischio che alcuni CARA siano adibiti a CIE. Occorre evacuare al più presto tutti i migranti trattenuti da giorni nelle isole Pelagie e ripristinare al più presto la situazione che prevede l’utilizzo della struttura di Lampedusa con funzioni di centro di prima accoglienza e soccorso al massimo per 500 migranti.
- provvedere al rapido trasferimento degli stranieri che giungono a Lampedusa e adesso anche a Linosa, presso altri centri di accoglienza, nel territorio nazionale, al fine dell’esame delle posizioni giuridiche individuali;
evitare di sottoporre migranti e richiedenti asilo a ogni trattamento che potrebbe configurarsi come detenzione arbitraria;
garantire l’accesso a un rimedio giudiziario effettivo ai migranti colpiti da un provvedimento di respingimento differito o di espulsione;
garantire l’assistenza legale ai richiedenti asilo per la presentazione della domanda e durante la procedura di asilo;
garantire l’accesso a un rimedio giudiziario effettivo ai richiedenti che ricevono un diniego della propria domanda di protezione internazionale;
evitare ogni procedura di identificazione che, per sommarietà o rapidità, potrebbe condurre a espulsioni collettive o comunque illegittime;
evitare l’espulsione di individui identificati come maggiorenni in virtù di metodi medico-legali che non danno risultati certi, tra cui la radiografia del polso; rinviare la determinazione dell’età a un momento successivo e affidarla a esami diagnostici differenziati; garantire che i minori non accompagnati non siano trattenuti a Lampedusa oltre il tempo strettamente necessario al loro trasferimento e che questo venga effettuato esclusivamente verso apposite strutture di accoglienza (comunità/centri SPRAR per minori) presenti sull’intero territorio nazionale;
garantire l’identificazione certa del migrante (anche mediante la collaborazione delle Autorità Consolari, ove possibile) prima di procedere a misure di respingimento o di allontanamento forzato;
consentire l’accesso al centro di detenzione alle organizzazioni che ne facciano richiesta, al fine di assicurare un monitoraggio della società civile sulla situazione.
(1) The UN experts, however, highlighted "significant human rights concerns with regard to the centres in which migrants and asylum seekers are kept", in particular with regard to the legal basis for the detention of those deprived of their freedom. The Working Group noted that in 2006 the Ministry of Interior had established a commission to study the matter, commonly referred to as the "De Mistura Commission" after the UN official appointed to head it. Its findings and recommendations remain to a large extent to be implemented.
(2)Quando non è possibile eseguire con immediatezza l’espulsione mediante accompagnamento alla frontiera ovvero il respingimento, perché occorre procedere al soccorso dello straniero, accertamenti supplementari in ordine alla sua identità o nazionalità, ovvero all’acquisizione di documenti per il viaggio, ovvero per l’indisponibilità di vettore o altro mezzo di trasporto idoneo, il questore dispone che lo straniero sia trattenuto per il tempo strettamente necessario presso il centro di permanenza temporanea e assistenza più vicino (CPTA, ridenominati CIE a seguito delle modifiche introdotte con la L. n. 186/2008, conversione in legge, con modificazioni, del D.L. 2 ottobre 2008, n. 151) tra quelli individuati o costituiti con decreto del Ministro dell’interno, di concerto con i Ministri per la solidarietà sociale e del tesoro, del bilancio e della programmazione economica (D.Lgs 286/98, art. 14 comma 1)
(3) Vedasi Corte Costituzionale - sentenza n.222 del 2004
(4) A tal proposito è interessante richiamare la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nel caso Amur/Francia del 1996
(5) Vedasi ad esempio l’operazione di identificazione e rimpatrio avvenuta tra il 30 ed il 31 dicembre 2008 di 35 presunti cittadini egiziani
(6) Anche su tale tema specifiche raccomandazioni, anche riferite al caso di Lampedusa, furono oggetto della relazione della cosiddetta Commissione De Mistura.
(7) “La minore età deve essere presunta qualora la perizia di accertamento indichi un margine di errore. Si soggiunge, infine, che fintantoché non siano disponibili i risultati degli accertamenti in argomento, all’immigrato dovranno essere	comunque applicate le disposizioni relative alla protezione dei minori”
(8) Vedasi ad esempio il caso Conka/Belgio con una sentenza emessa il 5 maggio 2002. La Corte si è espressa su questa materia con grande nettezza: "The Court reiterates its case-law whereby collective expulsion, within the meaning of Article 4 of Protocol No. 4, is to be understood as any measure compelling aliens, as a group, to leave a country, except where such a measure is taken on the basis of a reasonable and objective examination of the particular case of each individual alien of the group. That does not mean, however, that where the latter condition is satisfied the background to the execution of the expulsion orders plays no further role in determining whether there has been compliance with Article 4 of Protocol No. 4". …. " in those circumstances and in view of the large number of persons of the same origin who suffered the same fate as the applicants, the Court considers that the procedure followed does not enable it to eliminate all doubt that the expulsion might have been collective".
(9) La giurisprudenza della Corte Europea sui diritti dell’Uomo di Strasburgo relativamente all’applicazione dell’art. 3 appare da tempo chiaramente orientata a ritenere che la nozione di effettività prevista dall’art. 13 debba trovare piena applicazione laddove, nel procedimento, sia ravvisabile la possibile violazione dell’art. 3 della Convenzione stessa, ovvero il ricorrente sia sottoposto al serio rischio di subire, in caso di rientro nel suo Paese, la tortura o un trattamento disumano e degradante. Tra i precedenti giurisprudenziali della Corte in questa materia, ha assunto particolare importanza, per la chiarezza con la quale la Corte si è espressa “l’ affaire Gebremedhin [Gaberamadhien] c. France (Requête no 25389/05).
Nuova condanna per l’Italia da Strasburgo
Diritti sotto sequestro - Emergenza Nord Africa: tra prassi illegittime e accoglienza differenziata
[ 28 marzo 2011 ]
Accoglienza, CPR (ex CIE), CARA, CDA, Hotspot (Articoli generali), Diritti umani, Diritto di asilo, Espulsioni, Migrazioni e guerre, Sbarchi, Sicilia - Catania, Residence Mineo, Sicilia - Lampedusa

References: art. 19
 sentenza 
 art. 14
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza