Source: https://www.ildeutschitalia.com/scenari/avvenimenti/dresda-in-nome-del-multiculturalismo-una-sentenza-che-riporta-a-tempi-bui/
Timestamp: 2019-06-19 04:50:01+00:00

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Dresda: in nome del multiculturalismo una sentenza che riporta a tempi bui - Il Deutsch-Italia
Dresden AmtsgerichtNebenstelle1 © CC BY-SA 3.0 Bubo WC
Ci sono sentenze che cambiano in meglio una nazione contribuendo al suo progresso civile. Una di queste è ad esempio la sentenza n.230 del 2015 della Corte Costituzionale italiana che stabilisce che i bisogni primari devono essere garantiti a tutti, anche in assenza di una “carta di soggiorno”. Oppure la sentenza n. 290 del 1974, che dichiarava illegittima la norma del codice penale (codice Rocco) che puniva le proteste non per fini economici, quindi gli scioperi. E poi ci sono sentenze che peggiorano una nazione perché con poche righe la fanno regredire di decenni.
È il caso della sentenza emessa dal tribunale di Dresda nell’aprile 2018 e sulla quale i media tedeschi hanno taciuto fino a pochi giorni fa. Il tribunale assolse l’imputato, un profugo siriano, dall’accusa di stupro nei confronti di una operatrice del centro profughi. La sentenza fu letta a porte chiuse per tutelare vittima e imputato, e i media furono esclusi dal dibattimento. In un primo momento, dal black out informativo filtrò la giustificazione che, dal momento che non era stato possibile provare la violenza, era stato applicato il principio del in dubio pro reo. Le vere motivazioni della sentenza sono state rese pubbliche soltanto alcuni giorni fa e sono a dir poco angoscianti. Secondo il tribunale di Dresda lo stupro ci sarebbe effettivamente stato, però solo in termini oggettivi e non in termini soggettivi: “Objektiv sei eine Vergewaltigung festgestellt worden, subjektiv aber nicht”, riporta die “Welt online”.
Per quanto assurdo possa sembrare, il valore semantico dell’espressione “stupro in termini oggettivi e stupro in termini soggettivi” va assolutamente analizzato, vincendo l’irritazione che provoca questa frase all’apparenza assurda. Intanto va detto che, se è stato riscontrato uno stupro, cioè una violenza sessuale in termini oggettivi, quindi verificabile da terzi, allora la formula in dubio pro reo non può essere valida perché qui non c’è dubbio, ma un riscontro oggettivo: c’è stata una violenza sessuale. Allora perché l’imputato è stato prosciolto? Qui entra in gioco la seconda parte dell’espressione; i “termini soggettivi”.
Il giudice ha argomentato sostenendo che dal punto di vista dell’imputato non si trattò di stupro come lo intende il nostro diritto, cioè un atto consapevole di violenza criminale. L’imputato non lo percepì come tale (ma che la vittima invece sì, pare non interessi), perché la sua formazione culturale glielo ha impedito. Secondo lo schema concettuale arabico-islamico, che rappresenta il back ground culturale di provenienza del profugo siriano, la donna è sottoposta all’uomo e rimane a sua disposizione anche nei rapporti sessuali. Se l’uomo ha una necessità la donna ha l’obbligo di soddisfarlo o quantomeno, se proprio non ne ha voglia, di subirlo senza fare troppe storie. La cosa non deve stupire perché fino a non molti decenni fa, in certi territori italiani (e anche tedeschi) le cose non erano molto diverse. Ma per fortuna, grazie all’impegno e alla lotta di moltissime donne e moltissimi uomini, oggi le cose sono cambiate. Il progresso sociale è stato recepito dal diritto che lo ha codificato nelle leggi, tant’è, e oggi nessuno, a parte qualche malato di mente, si sognerebbe di metterlo in discussione. Si chiama evoluzione del diritto ed è un concetto fondamentale della nostra civiltà. Perché il giudice non ha applicato il diritto “evoluto”, ma ha voluto viaggiare all’indietro nel tempo riconoscendo all’imputato l’attenuante culturale nonostante la violenza oggettiva?
I motivi sono ideologici e risiedono nella dottrina del multiculturalismo che è la nuova base concettuale delle società “aperta” tedesca e non solo. Per motivi di spazio non è questo il luogo per entrare nel dettaglio dell’ideologia multiculturale; qui basti dire che in sostanza con il multiculturalismo si ha un passaggio dei diritti dall’individuo al gruppo o clan. Non è più l’individuo in quanto tale a godere di diritti individuali e universali (il fondamento dello Stato di diritto moderno) ma il clan, la stirpe, il gruppo religioso, etnico o culturale (il fondamento del tribalismo arcaico). L’individuo gode di diritti soltanto in quanto membro di un gruppo specifico. Di una tribù. Sempre secondo la logica multiculturale, la legge va applicata tenendo conto delle leggi, usanze, costumi e cultura del gruppo di appartenenza. E se tali leggi o usanze sono in conflitto con quelle dello Stato di diritto, cioè lo Stato come si è venuto a formare in Occidente, in virtù di una mal interpretata tolleranza, valgono le leggi del gruppo.
Tornando alla sentenza sull’imputato siriano, lo “stupro oggettivo” è stato annullato dalla non percezione soggettiva dell’atto criminale da parte del profugo il quale, stando alle usanze del suo gruppo, clan, etnia o religione, non ha commesso stupro, ma ha esercitato un diritto di consumo che la sua cultura gli riconosce. E il giudice di Dresda ha avvalorato tale “diritto culturale” scagionando il profugo.
Al contrario di quanto si possa pensare, un’eventuale condanna di un cittadino tedesco per lo stesso reato non sarebbe discriminazione, ma, di nuovo, l’applicazione coerente della dottrina multiculturale. Il tedesco infatti appartiene ad un’etnia, gruppo, cultura o religione dove la donna non è più a disposizione dell’uomo e quindi l’imputato non potrebbe invocare a sua discolpa la variante soggettiva. In questo modo le leggi come l’Occidente le ha concepite sin dall’antichità, e cioè un insieme di regolamenti che vincolano tutti gli abitanti di uno Stato indipendentemente dalla loro origine, religione, genere, etnia o stato sociale, si sbriciolano in un mosaico informe che di fatto disintegra lo Stato di diritto. E oltre allo Stato di diritto c’è solo caos e barbarie. È questo quello che si vuole ottenere?
È importante rendersi conto che la sentenza di Dresda non è la decisone infelice di un magistrato maldestro, ma l’applicazione del diritto in coerenza con l’ideologia del multiculturalismo. L’assoluzione del profugo siriano non è un caso isolato, ma soltanto l’ultimo di una lunga serie destinata ad allungarsi. Ora si provi ad immaginare cosa accadrebbe se si dovesse applicare questo concetto nelle terre di mafia. Senza contare che oggi, in virtù del multiculturalismo legittimi lo stupro, domani l’infibulazione e dopodomani ti ritrovi ad assolvere il delitto d’onore.
Da notare infine che questa regressione avviene in un Paese che ha scolpito l’uguaglianza uomo-donna direttamente nella Costituzione (Art. 3). Un Paese che si è schierato in massa dietro al movimento #MeToo, che spinge per far passare una legge, probabilmente incostituzionale, che imponga la rappresentanza fifty-fifty di donne e uomini nelle istituzioni politiche e culturali, e dove se guardi una donna per qualche secondo di troppo, e non puoi godere di “diritti culturali soggettivi”, puoi beccarti una denuncia per molestie. Ma avviene soprattutto con il silenzio complice di quella specie di grottesca corte dei miracoli che è diventata la sinistra, le femministe in lotta perenne contro l’invisibile patriarcato, gli attivisti per i diritti civili e tutti gli agitatori dei social media pronti a salire sulle barricate virtuali ogniqualvolta qualcuno osi contravvenire all’etichetta del politicamente corretto. Avviene, nonostante gli avvertimenti di molti esperti, nel più assordante silenzio dei media.
L’epilogo di questa storia è agghiacciante. Nell’aula del tribunale la vittima è stata invitata a fare autocritica davanti al suo carnefice dichiarando di non voler ricorrere in appello perché: «in effetti lui non aveva capito che mi stava violentando». Siamo all’umiliazione totale della vittima in nome del multiculturalismo e della sua falsa tolleranza.
Il fatto di Dresda
Scenari 17 Aprile 2018

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