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Timestamp: 2020-01-28 10:13:11+00:00

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Riconsegna dell’immobile locato alla fine di un contratto, come funziona?
La riconsegna dell’immobile locato al termine di un contratto di locazione è un tema molto delicato. I nostri collaboratori di condominoweb ci spiegano cosa debba fare l’inquilino per evitare di andare incontro a eventuali problemi.
Articolo scritto dall’avv. Alessandro Gallucci
La Cassazione nella sentenza n. 1887 del 28 gennaio 2013 specifica, confermando il proprio consolidato orientamento, che cosa debba fare l’inquilino per riconsegnare effettivamente l’unità immobiliare e quindi per evitare di andare incontro al così detto danno da ritardata restituzione (art. 1590 c.c.).
I tempi per riconsegnare l’immobile locato
La Cassazione dice che “l’obbligo di riconsegnare la cosa locata al locatore (art. 1570 c.c.) non si esaurisce in una semplice messa a disposizione delle chiavi ma richiede, per il suo esatto adempimento, una attività consistente in una incondizionata restituzione del bene e, dunque, in una effettiva immissione dell’immobile nella sfera di concreta disponibilità del locatore”. Non è quindi sufficiente dire “le chiavi sono disponibili prendile quando vuoi”. E’ necessario consegnarle effettivamente in modo che il proprietario dell’appartamento possa effettivamente utilizzarlo. E se il locatore se la prende comoda? L’inquilino deve solamente aspettare, oppure può fare qualcosa per evitare ulteriori grattacapi?
Se il proprietario tarda a ritirare le chiavi e la situazione inizia ad essere strana, ossia incomprensibile nell’ambito di un normale e fisiologico ritardo nella conclusione pratica del rapporto locatizio, il conduttore, per evitare di incappare in errore, farebbe bene a mettere in mora il locatore dicendogli, più o meno, per iscritto: “io ti voglio consegnare le chiavi e ti invito a prenderle in data x alle ore x” e far notificare quest’atto tramite ufficiale giudiziario.
Verbale di sopralluogo e consegna chiavi
Nell’ambito degli adempimenti connessi alla riconsegna dell’appartamento concesso in locazione, assumono fondamentale rilievo il sopralluogo e il relativo verbale di constatazione dello stato dei luoghi. Con questa attività e la connessa documentazione si accerta qual è lo stato dei luoghi. È bene che il verbale sia firmato da entrambe le parti e che, se vi sono piccoli interventi da fare, stabilisca tempi, modi e onere economico.
Si badi: in mancanza di accordo e di rifiuto di una delle due parti di firmare il verbale è bene fare seguire il sopralluogo da una lettera di contestazione. Il pieno rispetto della legalità, poi, impone al proprietario di restituire il deposito cauzionale, eventualmente accompagnando la restituzione con una comunicazione nella quale specifica che si riserva la facoltà di chiedere il risarcimento del danno per le condizioni dell’immobile.
È bene ricordare che non si può considerare danno l’usura ed il degrado connessi al normale uso. Un parquet usato è diverso da uno nuovo. Certo, il parquet dev’essere utilizzato con particolare attenzione, non è normale che dopo l’uso sia pieno di righe profonde. Insomma, si sarà capito, quella della riconsegna è la classica fattispecie ad alto rischio di litigiosità, difficile da prevenire se non grazie alla buona volontà e ragionevolezza delle parti coinvolte, nell’uso dell’immobile, nel corso della locazione e nella valutazione del suo stato al momento della riconsegna.
Si amplia il servizio dell’Agenzia delle Entrate sui dati Omi. E’ infatti disponibile la nuova funzionalità “Perimetri di zona” che consente di effettuare il download dei perimetri delle zoni Omi per ambiti territoriali e semestri di interesse.
Si tratta di un’estensione del servizio già attivo a partire dal 2016 “Forniture Omi-Quotazioni Immobiliari” e che consente di richiedere gratisle quotazioni del mercato immobiliare per cadenza semestrale e disponibile per l’intero territorio nazionale, per una specifica area territoriale, una regione, una provincia o un comune.
Ma qual è il servizio aggiunto offerto da questa nuova funzionalità?Si tratta della possibilità di richiedere, per l’intero territorio nazionale, per una singola provincia o per un comune e per il semestre di interesse, i perimetri (file in formato kml) delle zone Omi in cui sono suddivisi i territori comunali.
I chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 93/E
Anche nel corso dell’audizione di Confedilizia sulla manovra Pesco non aveva escluso l’ipotesi della proroga dicendo che si tratta di “una cosa di cui il nostro Paese continua ad avere bisogno”.
In particolare, Confedilizia aveva spiegato: “La riduzione dell’imposizione sui locali commerciali – se confermata – potrebbe incentivare la loro locazione, contribuire a vivacizzare l’economia locale e, al contempo, aumentare la sicurezza dei cittadini”. Concludendo: “Si confida che il Parlamento voglia intervenire al fine di non interrompere un sistema, appena avviato, che non ha neppure avuto modo di esprimere le sue potenzialità”.
Cedolare secca negozi 2019, i requisiti
Si ricorda che la legge di Bilancio 2019 aveva esteso, a partire dal 1º gennaio 2019, la cedolare secca anche agli immobili commerciali e i capannoni.
Secondo quanto previsto dalla legge di Bilancio 2019, la cedolare secca al 21% per gli affitti commerciali è possibile a patto di soddisfare alcune condizioni:
In attesa di scoprire quali saranno le novità della legge di bilancio in materia di pensioni e quota 100, scopriamo i 12 modi che esistono attualmente per andare in pensione prima del previsto:
Quota 100 – i requisiti prevedono 62 anni di età e 38 anni di contributi di cui 35 effettivi.
Opzione donna – i requisiti prevedono 58 anni di età (59 se autonome o miste) più 35 anni di contributi effettivi.
Ape sociale – l’Ape sociale spetta ai lavoratori pubblici e privati con almeno 63 anni di età, purché siano disoccupati che hanno esaurito gli ammortizzatori da almeno 3 mesi; persone che assistono il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap grave; invalidi civili almeno al 74%; dipendenti che svolgono da almeno 6 anni (negli ultimi 7) in via continuativa un lavoro particolarmente difficoltoso o rischioso.
Lavori usuranti – opzione concessa a chi almeno 61 anni e 7 mesi di età e 35 anni di contributi e ha svolto attività usuranti per almeno la metà della vita lavorativa o durante sette anni negli ultimi 10.
Lavoratori precoci – chi ha almeno 12 mesi di contributi prima del 19º anno di età, 41 anni di contributi e si trova in determinate condizioni indicate dalla legge.
Pensione anticipata ordinaria – sono necessari 42 anni e 10 anni di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne.
Pensione di vecchiaia ordinaria – si raggiunge con 67 anni di età e 20 anni contributi
lavoratori contributivi puri – per quei lavoratori che hanno effettuato il primo versamento contributivo a partire dal 1º gennaio 1996 e hanno maturato una pensione di importo superiore a 1,5 l’assegno sociale.
Anticipata contributiva – Riservata a chi ha compiuto 64 anni di età e ha un’anzianità contributiva – successiva al 1º gennaio 1996 – pari a 20 anni.
Pensione di vecchiaia per invalidità all’80% – Riservata a chi, oltre a una invalidità riconosciuta dell’80% – ha maturato 20 anni di contributi come lavoratore dipendente e ha compiuto 62 anni di età se uomo, 56 se si tratta di una donna.
Pensione di vecchiaia in cumulo – si raggiunge con i 67 anni di età e 20 anni di contributi in cumulo con altre gestioni o casse private.
Anticipata in cumulo – si può richiedere al raggiungimento dei 42 anni di età e i 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne in cumulo con altre gestioni o casse private.
Per la compilazione del modello F24 bisogna fare attenzione alle diverse sezioni. In particolare, come indicato dall’Agenzia delle Entrate, per i versamenti di Irpef, Ires, Iva, ritenute e tasse erariali, si utilizza la sezione “Erario”; per le imposte regionali (Irap e addizionale regionale all’Irpef) si utilizza la specifica sezione “Regioni”; per le imposte comunali si utilizza la sezione “Imu e altri tributi locali”.
Opzione cedolare secca per un contratto in corso, si può fare?
Il proprietario dell’immobile può esercitare l’opzione della cedolare secca
E’ possibile scegliere l’opzione della cedolare secca per un contratto di affitto già in corso? Vediamo come funziona
Il proprietario di un immobile in affitto soggetto alla tassazione Irpef può decidere di passare al regime agevolato della cedolare secca per le annualità successive. Per farlo dovrà presentare il modello RLI all’Agenzia delle Entrate o per via telematica entro 30 giorni dalla scadenza dell’annualità precedente.
E’ inoltre importante inviare una comunicazione all’inquilino per segnalare la decisione di optare per la cedolare secca e la rinuncia agli aumenti, inclusa la variazione ISTAT. Per i contratti che non hanno obbligo di registrazione l’opzione va effettuata nel modello Redditi dell’anno in cui sono dichiarati i relativi redditi da locazione.
Imposta registro risoluzione contratto compravendita, qual è la tassazione?
Con la risposta n. 439, l’Agenzia delle Entrate è intervenuta in materia di tassazione ai fini dell’imposta di registro dell’atto di risoluzione consensuale del contratto di compravendita. Vediamo quanto spiegato.
L’Agenzia delle Entrate ha innanzitutto sottolineato che, come affermato anche dalla Cassazione, “con il ‘mutuo consenso’ le parti volontariamente concludono un nuovo contratto di natura solutoria e liberatoria, con contenuto uguale e contrario a quello del contratto originario”.
Ma cosa succede sul fronte della tassazione? A tal proposito, l’Agenzia delle Entrate ha sottolineato che “ai fini della tassazione indiretta, all’atto di risoluzione si osserva che l’articolo 28 del d.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, prevede che:
1. La risoluzione del contratto è soggetta all’imposta in misura fissa se dipende da clausola o da condizione risolutiva espressa contenuta nel contratto stesso ovvero stipulata mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata entro il secondo giorno non festivo successivo a quello in cui è stato concluso il contratto. Se è previsto un corrispettivo per la risoluzione, sul relativo ammontare si applica l’imposta proporzionale prevista dall’art. 6 o quella prevista dall’art. 9 della parte prima della tariffa.
E’ quindi necessario distinguere “l’ipotesi di clausola risolutiva espressa, contestuale al contratto originario o entro il secondo giorno dalla stipula del contratto, dall’ipotesi in cui le parti, mediante autonoma espressione negoziale, optino per la risoluzione del medesimo contratto originario”.
Nel caso della clausola risolutiva espressa, si applica l’imposta proporzionale solo se per la risoluzione è previsto un corrispettivo e solo sull’ammontare di quest’ultimo; nel caso in cui le parti scelgano la risoluzione del contratto originario, si applica l’imposta in misura fissa. L’Agenzia delle Entrate ha poi sottolineato che “nella diversa ipotesi in cui la risoluzione dell’originario contratto sia realizzata mediante apposito negozio, la citata disposizione prevede la tassazione in misura proporzionale, da applicare alle prestazioni derivanti dalla risoluzione; la medesima tassazione proporzionale si applicherà, inoltre, all’eventuale corrispettivo della risoluzione”.
Vengono poi richiamate le ordinanze della Corte di Cassazione, del 9 marzo 2018, n. 5745 e del 5 ottobre 2018, n. 24506, “che, per la tassazione della risoluzione, ai fini dell’imposta di registro, ritiene rilevante la presenza o meno della clausola risolutiva espressa nell’accordo originario. Secondo la Suprema Corte, infatti, l’assenza di tale clausola nel contratto originario (ovvero se non stipulata entro il secondo giorno successivo), non consente l’applicazione del comma 1 dell’articolo 28, bensì l’applicazione del comma 2”.
L’Agenzia delle Entrate, in conclusione, ha ritenuto che l’atto di risoluzione per mutuo consenso rientri nell’ambito di applicazione del comma 2, dell’articolo 28 del d.P.R. n. 131 del 1986, “con la conseguente applicazione dell’imposta di registro in misura proporzionale del 9 per cento, ai sensi dell’articolo 1 della Tariffa, Parte Prima allegata al TUR e delle imposte ipotecaria e catastale nella misura di euro 50 ciascuna”.
Dietrofront per la cedolare secca sugli affitti. Rimane infatti al 10 per cento, nessun aumento al 12,5 per cento. A prevederlo l’ultima bozza della legge di Bilancio.
Il possibile aumento della cedolare secca sugli affitti a canone concordato aveva fatto molto discutere, suscitando la disapprovazione delle associazioni di categoria. Lo stop all’aumento – e il fatto che la misura diventerà strutturale – è stato invece accolto con favore.
Con un tweet, il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, ha fatto sapere: “Dopo due settimane di ‘battaglia’ da parte di @Confedilizia, arriva la notizia che il Governo confermerà e renderà strutturale la cedolare secca sugli affitti abitativi a canone calmierato. E’ un’ottima notizia e diamo volentieri atto al Governo di questa scelta di prospettiva”.
Tramite una nota, il segretario nazionale dell’Unione inquilini, Massimo Pasquini, ha affermato: “La decisione presa dalla maggioranza di non procedere all’aumento della cedolare secca per i contratti agevolati è una saggia decisione. Sarebbe stato un grave errore procedere ad innalzare la cedolare secca dal 10% al 12,5%, perché avrebbe comportato un possibile aumento dei canoni di locazione agevolati colpendo famiglie, ma anche studenti fuorisede e lavoratori in mobilità costretti a stipulare contratti transitori”.
Aggiungendo: “In Italia abbiamo due necessità impellenti: da una parte quella di abbassare gli affitti privati indirizzando il mercato verso i contratti agevolati per ridurre gli sfratti che ancora oggi colpiscono 60.000 famiglie ogni anno con una sentenza di sfratto motivata al 90% da morosità, figlia di un impoverimento delle famiglie e di affitti insostenibili, rendendo sempre più appetibili i contratti agevolati aumentando almeno al 25% o sopprimendo la cedolare secca sul libero mercato che non ha alcuna motivazione di esistere, tenuto conto che la cedolare secca comporta minori entrate fiscali per 2,2 miliardi di euro e che di questi 1,84 miliardi di euro restano nelle tasche del decimo più ricco dei proprietari”.
Pasquini ha quindi sottolineato: “Dall’altra è sempre più necessario avviare quel piano casa promesso dal governo per aumentare l’offerta di alloggi di edilizia residenziale pubblica basato sul riutilizzo dell’enorme patrimonio immobiliare pubblico e privato inutilizzato, tenuto conto che in Italia sono 650.000 le famiglie nelle graduatorie aventi diritto ad una casa popolare. Un grande e vero piano casa di edilizia residenziale pubblica senza consumo di suolo. Questo ci aspettiamo dalla prossima legge di bilancio”.
Il presidente nazionale Fimaa – Federazione italiana mediatori agenti d’affari, aderente a Confcommercio-Imprese per l’Italia, Santino Taverna, attraverso una nota, ha evidenziato: “Siamo soddisfatti della retromarcia del Governo sull’ipotesi di aumento della cedolare secca sulle locazioni a canone concordato con aliquota al 12,5% dal 2020. La conferma dell’aliquota al 10% dal 2020, in via strutturale, offre una certezza in più ai locatori chiamati a valutare la convenienza delle diverse formule di locazione in un contesto di mercato ancora in difficoltà. L’aumento dell’aliquota avrebbe avuto un impatto economicamente recessivo per il comparto delle locazioni”.
Aggiungendo: “Quanto all’ipotesi di aumentare l’aliquota unificata di Imu e Tasi, siamo pienamente convinti che occorra accorpare le due imposte mantenendo l’invarianza del gettito dei due contributi. Così come siamo convinti che per la crescita del Paese e del settore immobiliare resta necessario procedere con determinazione alla riduzione della spesa pubblica improduttiva per liberare, senza ricorrere ad ulteriori balzelli a carico dei cittadini e delle imprese, risorse per gli investimenti”.
Le detrazioni per chi usa le carte
credito d’imposta per i piccoli esercenti e detrazioni per gli acquirenti con redditi bassi
La Manovra 2020 è legge. Tra le misure contenute nel testo definitivo del decreto fiscale, la norma contro l’uso del contante che prevede un credito d’imposta per chi usa pagamenti tracciabili.
La soluzione individuata dal dl 26 ottobre 2019, n. 124 è un aiuto sia a chi preferisce l’uso della moneta elettronica che ai commercianti, spesso non troppo contenti di accettare le carte a causa delle commissioni bancarie collegate.
Ecco in breve le misure contenute nel decreto:
Dal 1 luglio 2020 si applicherà un modello di credito di imposta simile a quello già applicato per i benzinai (che godono di un credito del 50%), a beneficio delle piccole attività, ovvero un credito del 30% delle spese per le commissioni sulle transazioni con carte e bancomat, da usare esclusivamente in compensazione. Tale credito sarà concesso solo a chi abbia una attività con ricavi compresi entro i 400 mila euro annui;
Da luglio 2020 il limite di utilizzo del contante scenderà a 2000 euro, per scendere ulteriormente a 1000 euro nel 2022;
Multe per chi non accetta il Pos.
La platea interessata dovrebbe essere costituita da oltre due milioni di esercenti, per un onere statale stimato intorno al mezzo miliardo di euro.
Per quanto riguarda invece il lato degli acquirenti, dal 2020 le detrazioni saranno sempre e comunque possibili solo presentando traccia delle spese effettuate con bonifici, carte o bancomat. Tuttavia una poco piacevole novità riguarda coloro che percepiscono redditi oltre i 120 mila euro. Infatti:
i redditi sopra i 120.000 euro vedranno un taglio sulle detrazioni;
i redditi sopra i 240.000 euro avranno l’azzeramento delle detrazioni fiscali al 19%.
Ad essere coinvolte, circa 300 mila persone (l’1% dei contribuenti); ad essere colpite, invece, sono spese quali
spese di locazione per studenti fuori sede. Sempre in tema studio, sono coinvolte dal taglio anche le spese
per la frequenza di scuole (dell’infanzia, primo ciclo e secondaria)
per la frequenza ai corsi universitari statali e non
spese per studenti con disturbo DSA ( Disturbo specifico dell’apprendimento)
spese per l‘attività sportiva praticata dai ragazzi
premi per assicurazioni sulla vita, contro gli infortuni, invalidità e non autosufficienza
premi per assicurazioni contro il rischio di eventi calamitosi sulla casa
spese per servizi di interpretariato per i soggetti sordomuti.
Resta invece in vigore la detrazione al 19% degli interessi ed oneri accessori del mutui casa, come anche tutti i “bonus casa”.
Mutuo più alto del valore dell’immobile, occhio al fisco
Tasse sulla casa in Italia, cedolare secca in aumento aliquota?
Come funziona il condono per il bollo auto non pagato
Come stabilito dalla pace fiscale introdotta dal precedente governo, le cartelle per debiti fino a 1000 euro saranno cancellate
La pace fiscale, cavallo di battaglia della Lega e introdotta dall’esecutivo gialloverde, aveva introdotto la cancellazione totale delle cartelle con saldo e stralcio per debiti comprensivi di capitale, interessi e sanzioni, contratti tra il 1° gennaio 2000 e il 31 dicembre 2010. Il condono riguarda anche il bollo auto.
Il chiarimento arriva direttamente dall’esecutivo, visto che la norma non ha mai fatto specifico riferimento al bollo auto. E difatti non sono mancate le contestazioni del pagamento degli arretrati da parte delle Regioni con conseguente ricorso da parte degli automobilisti alla Commissione Tributaria per vedersi cancellare le cartelle, visto che Equitalia proseguiva con i solleciti di pagamento.
Ma, una volta appurato che anche il condono del bollo auto rientra tra le cartelle (sempre sotto i 1000 euro) interessate dalla pace fiscale, gli automobilisti in debito con il fisco dal 1° gennaio 2000 e il 31 dicembre 2010, non devono fare nulla per ottenere la cancellazione delle cartelle che, come prevede la normativa, è automatica.
Tuttavia, è lecito aspettarsi che le Regioni non rinuncino di buon grado a perdere gli introiti derivanti dal recupero dei debiti per il mancato pagamento del bollo auto. Fino a quando non sarà chiamata a esprimersi la cassazione, quindi, la partita potrebbe non considerarsi ancora chiusa.
Cos’è il diritto di prelazione sugli immobili
La prelazione consiste nel diritto, che si acquisce o per norma di legge o per accordo tra privati, a essere preferiti, a parità di condizioni, nella successiva formazione di un contratto.
Imu, non si paga quando il possesso dell’immobile viene impedito.
Con la sentenza n. 220/4/2019, la Ctp di Genova ha stabilito che l’Imu non si paga quando il possesso dell’immobile è impedito al legittimo proprietario.
Il caso riguarda il ricorso di una contribuente alla quale il Comune aveva ingiunto il pagamento dell’Imu per l’anno 2013 che la contribuente aveva omesso di versare.
La contribuente, con il suo ex coniuge, era proprietaria di due appartamenti contigui. In sede di separazione, il Tribunale adito ha assegnato al coniuge della contribuente uno dei due immobili e il secondo per un uso congiunto da parte dei due. Ma, come dimostrato in sede di udienza, la contribuente ha lamentato di non aver mai potuto utilizzare la quota di immobile assegnatole.
Subito dopo l’assegnazione da parte del giudice, infatti, il coniuge ha concluso – senza alcuna autorizzazione – un contratto di locazione a favore di un terzo sull’immobile assegnato in comproprietà, estromettendo di fatto la ricorrente.
Se il possesso viene impedito non c’è Imu (Il sole 24 ore)
Articolo visto su (Il sole 24 ore)
Locazioni brevi e Iva, quando l’imposta non è dovuta?
• AFFITTI BREVI SUL WEB: QUANDO LA PRENOTAZIONE E’ FUORI CAMPO IVA (Il sole 24 ore)
Differenza tra donazione diretta e indiretta di un immobile
Tassazione donazione immobili 2019
La nonrma stabilisce una tassazione sulla donazione di immobili in base al grado di parentela che c’è tra il donante e il donatario. Nel dettaglio
Se il beneficiario è un parente in linea retta (coniuge o figlio) l’imposta di donazione si applica alla parte della base imponibile che supera la franchigia di 1,5 milioni di euro
Se il beneficiario è fratello o sorella del donante, l’imposta si applica alla parte della base imponibile che supera la franchigia di 100 mila euro
Se il beneficiario è un portatore di handicap grave le imposte vengono quantificate in funzione della parte che supera la franchigia di 1,5 milioni di euro
Aliquote imposta donazioni
4% nel caso si tratti di un figlio o di un coniuge (da applicare al valore eccedente la franchigia)
6% per fratelli e sorelle
6% per parenti affini fino al 4º grado in linea retta o affini in linea collaterale fino al terzo grado. Ma il calcolo non avviene sulla franchigia, ma sul totale
Le sanzioni per omessa dichiarazione redditi da cedolare secca
Attenzione alle sanzioni per omessa dichiarazione dei redditi da cedolare secca. Anche nel caso di immobili commerciali. Vediamo quanto previsto.
Il reddito da locazione deve essere riportato in dichiarazione dei redditi. In particolare, la cedolare secca è liquidata nello stesso modello dichiarativo e versata secondo le stesse modalità e gli stessi termini previsti per l’Irpef. L’omessa o parziale dichiarazione dei redditi da cedolare secca rappresenta un’infedeltà dichiarativa che prevede le dovute sanzioni.
In questi casi la sanzione prevista dal comma 2, articolo 1, dlgs. n. 471/1997 per l’infedeltà – quella che va dal 90% al 180% della maggior imposta dovuta e della differenza del credito utilizzato – viene applicata in misura raddoppiata, come disposto dal comma 7 dello stesso articolo 1, dlgs. n. 471/1997. Nel dettaglio, si va dal 180% al 360% se i canoni sono stati dichiarati solo parzialmente oppure dal 240% al 480% in caso di omessa dichiarazione.
Si ricorda che, presentando una dichiarazione integrativa e ricorrendo al ravvedimento operoso, il contribuente può sanare la violazione in maniera autonoma. Ma se la dichiarazione integrativa viene presentata entro i primi 90 giorni dal termine ordinario, la sanzione per infedeltà è assorbita da quella di cui all’articolo 8 del dlgs. 471/1997, concernente le violazioni relative al contenuto e alla documentazione delle dichiarazioni, ossia 250 (ridotta ad 1/9), fermo restando la necessità di dover regolarizzare, laddove si configuri, anche l’omesso versamento.

References: sentenza 
e contrario
 sentenza 
 sentenza 
 articolo 1
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