Source: https://www.studiolegaleparenti.com/diritto-civile/non-e-reato-donare-i-beni-pignorati-se-la-trascrizione-e-precedente/
Timestamp: 2020-08-13 09:04:57+00:00

Document:
Non è reato donare i beni pignorati se la trascrizione è precedente | Studio Legale Parenti
Home » Diritto Civile » Non è reato donare i beni pignorati se la trascrizione è precedente
Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto Civile.
Corte di Cassazione, sentenza n. 8112 del 03.04.2013
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la legge che limita il diritto alla provvigione ai soli mediatori iscritti al ruolo non ha efficacia retroattiva, e dunque non è applicabile se la mediazione si è svolta in epoca anteriore alla sua entrata in vigore.
Corte di Cassazione, sentenza n. 2185 del 30.1.2013
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che i contratti relativi alla prestazione di servizi di investimento devono essere redatti per iscritto (articolo 23 del Tuf), non così i singoli ordini, la cui forma è rimessa alla volontà delle parti e di norma è indicata all’interno dello stesso contratto quadro.
Con questa motivazione la Corte ha bocciato il ricorso di un investitore che chiedeva alla propria banca il risarcimento per un investimento in obbligazioni argentine andato male per difetto del requisito legale di forma per via del fatto che gli ordini venivano impartiti oralmente.
Secondo la Suprema corte, l’obbligo che grava sugli intermediari di registrare gli ordini telefonici su nastro magnetico o altro supporto equivalente (previsto dal regolamento Consob 11522/1998), da un parte non fa che confermare la validità degli ordini così trasmessi, dall’altra fissa unicamente un regola valida ex post ai fini della prova per costruire la ricostruibilità del contenuto di tali ordini. Si tratta, dunque, di un obbligo che grava sull’intermediario e che rimane estraneo ai requisiti di forma della dichiarazione dell’investitore che resta una dichiarazione in forma orale.
Corte di Cassazione, sentenza n. 449 del 10.1.2013
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non è escluso lo scopo elusivo di un’operazione negoziale che si realizzi nella sequenza donazione – vendita in presenza della realizzazione di una plusvalenza.
L’amministratore di sostegno può essere effettivamente nominato dal giudice soltanto se e quando si verifica la condizione di incapacità del designante
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’amministratore di sostegno può essere effettivamente nominato dal giudice soltanto se e quando si verifica la condizione di incapacità del designante. Lo ha stabilito la Corte di respingendo il ricorso di una donna contro la sentenza della Corte di appello di Trento che aveva confermato il rigetto della richiesta di nomina sulla base del fatto che essa “non può provenire da persona che si trovi nella piena capacità psico-fisica, presupponendo uno stato d’incapacità attuale e non futuro”.
Per la Cassazione però “la designazione de futuro … resta circoscritta nell’ambito di un’iniziativa privata”. Infatti, “la sua funzione è destinata a compiersi, mediante il dispiegarsi effettivo dei suoi effetti, al realizzarsi della condizione personale avuta presente, e nell’alveo del procedimento giurisdizionale conseguentemente attivato, attraverso la nomina conforme da parte del giudice tutelare”.
Mentre è estranea alla causa in questione la questione relativa alla natura ed agli effetti delle direttive anticipate di trattamento sanitario – Dap – “sulle quali il nostro legislatore, diversamente da quello di altri Stati europei – Francia, Germania, Austria e Spagna – non è ancora intervenuto”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 16432 del 27.09.2013
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che una volta certificata l’esistenza del contratto di agenzia, incombe sul preponente l’onere di dimostrare che gli ordini procurati dall’agente esulano dal mandato conferito. Con questa motivazione la Corte ha respinto il ricorso di una azienda che rifiutava di riconoscere le provvigioni per delle vendite realizzate dal proprio agente durante una fiera in Italia a clienti esteri che secondo la casa madre non sarebbero rientrati nel mandato, senza tuttavia darne prova. La Suprema corte ha chiarito che la medesima procedura vale anche per il diritto di esclusiva che potendo essere oggetto di deroga va sempre dimostrato.
Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 14828 del 04.09.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che in omaggio al principio di collaborazione tra il giudice e le parti, il magistrato deve sempre indicare alle parti le questioni rilevabili di ufficio, tra le quali senza dubbio vi è la nullità del contratto. Non solo, le parti, a questo punto, avranno la possibilità di formulare la domanda che ne sia conseguenza e, quindi, anche l’eventuale domanda di risoluzione potrà essere convertita in (o cumulata con) azione di nullità.
Per la Suprema corte la mancata segnalazione da parte del giudice comporta la nullità della sentenza per violazione del diritto di difesa delle parti. Qualora poi la violazione si sia verificata nel giudizio di primo grado, “la sua domanda in appello accompagnata dalla indicazione delle attività processuali che la parte avrebbe potuto porre in essere, cagiona, se fondata, non già la regressione al primo giudice, ma, in forza de disposto dell’articolo 354 comma quarto Cpc, la rimessione in termini per lo svolgimento nel processo d’appello delle attività il cui esercizio non è stato possibile”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 1584 del 03.02.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che più tutele per i risparmiatori “inseguiti” dai promotori finanziari fin dentro a casa o sul luogo di lavoro per strappare loro una firma da cui poi è troppo difficile liberarsi. La vicenda, già nota alla cronache, è quella della vendita al pubblico del prodotto finanziario “4 You”, commercializzato dal Monte dei Paschi di Siena, la cui vendita, da un certo punto in poi, era stata sospesa. L’offerta aprì un forte contenzioso poi in parte risolto attraverso una serie di tavoli di conciliazione, con i clienti assistiti dalle associazioni dei consumatori: furono migliaia coloro che ottennero risarcimenti parziali o integrali.
Evidentemente non era questo il caso sui cui la Suprema corte ha deliberato oggi, sentenza 1585/2012, annullando il contratto sottoscritto da un consumatore di Genova e confermando la condanna della banca a risarcire il risparmiatore di tutte le rate versate dal 2011, oltre agli interessi maturati.
Contratto nullo senza clausola di recesso
Il Monte Paschi condannato sia in primo che secondo grado, infatti, non si era dato per vinto ed aveva portato il cliente fino alla Suprema corte. Anche per gli “ermellini” però il contratto doveva ritenersi nullo perché non conteneva la previsione della facoltà di recesso da parte del sottoscrittore, così come previsto dall’articolo 30 del Testo unico della finanza per le offerte fatte fuori sede. Non era sufficiente, infatti, la presenza della clausola di recesso sul solo prospetto informativo riguardante uno dei tasselli dell’investimento, e cioè il fondo comune, dovendo essere presente su tutti i moduli.
Uno strumento finanziario complesso
Ma come funzionava il contratto: al cliente veniva erogato, in un’unica soluzione, un finanziamento quindicennale che si impegnava a restituire mediante una serie pagamenti rateali. La somma poi veniva immediatamente investita: in parte in titoli obbligazionari e in parte in quote di un fondo comune. I primi venivano acquistati dalla banca che li deteneva nel proprio portafoglio, i secondi erano sottoscritti dalla banca in nome e per conto del cliente che perciò conferiva un apposito mandato. Mentre la restituzione del prestito era garantita con la costituzione in pegno in favore della banca dei titoli obbligazionari stessi e delle quote del fondo comune detenute dal cliente. A questo fine il risparmiatore doveva anche disporre di un conto corrente e di deposito titoli presso l’istituto. Ma i rendimenti attesi non arrivavano, da qui il tentativo di sganciarsi da parte dei clienti e il successivo ricorso alla magistratura di fronte alle difficoltà.
Corte di Cassazione, sentenza n. 16914 del 02.08.2011
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che anche il possesso non esclusivo è idoneo a far scattare l’usucapione.
Per la Suprema Corte, infatti, “su di un immobile di proprietà esclusiva di un soggetto può ben crearsi una situazione di compossesso pro indiviso tra lo stesso soggetto proprietario ed un terzo, con il conseguente possibile acquisto, da parte di quest’ultimo, della comproprietà pro indiviso dello stesso bene, una volta trascorso il tempo per l’usucapione, nella misura corrispondente al possesso esercitato”. “Né tale situazione di compossesso – prosegue la Corte -, che consiste nel comune potere di fatto sulla cosa, in tota et in qualibet parte della stessa, da parte di due soggetti, esige la esclusione del possesso del proprietario (che in tal caso si tratterebbe di possesso esclusivo); né richiede che il compossessore esclusivo ignori l’esistenza del diritto altrui, non valendo la contraria eventualità ad escludere l’animus possidendi che sorregge i comportamenti effettivamente tenuti dal possessore il quale abbia usato della cosa uti con dominus”.
Corte di Appello di Napoli, sentenza n. 506 del 04.03.2011
La Corte di Appello di Napoli con la sentenza in esame ha precisato che per un esercizio commerciale, rimanere indietro di due o tre mesi con il pagamento delle rate del fitto è considerato un “inadempimento grave” che può portare alla risoluzione del contratto. Né è sufficiente a sanare il difetto del conduttore che il pagamento degli arretrati avvenga dopo il ricevimento dell’atto di citazione. Secondo la Corte territoriale, infatti, “Qualora il conduttore di un immobile ad uso diverso, alla prima udienza, o nel termine fissato dal giudice, paga il dovuto, non per questo viene sottratto al giudizio di risoluzione contrattuale, in quanto il pagamento effettuato dopo la notifica dell’atto di citazione, essendo comunque tardivo, può valere solo a purgare la morosità, ma non certo a cancellare l’inadempimento. Pertanto, sorge, salva l’ipotesi di rinuncia da parte del locatore alla domanda o all’azione come proposta, l’obbligo per il giudicante, adito a seguito dell’esperimento di una azione per la risoluzione per inadempimento di un contratto di locazione non abitativo, di delibare il caso rimesso al suo esame alla luce degli articoli 1453 e ss cc; e ciò analizzando la condotta dell’inadempiente sia sotto il profilo soggettivo che quello oggettivo”.
Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 7098 del 29.03.2011
La Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha precisato che il legittimario che ha ricevuto per testamento un legato in sostituzione di legittima relativo a beni immobili se intende conseguire la legittima deve rinunciare al legato in forma scritta. Lo ha chiarito la Cassazione, a sezioni Unite, con la sentenza in oggetto che ha risolto un contrasto di giurisprudenza esistente sul punto. In particolare i giudici di legittimità hanno affermato che il legatario in sostituzione di legittima deve essere considerato pur sempre un legatario che, per legge, acquista i beni al momento dell’apertura della successione senza bisogno di accettazione e non un semplice chiamato all’eredità. Ne consegue che, in caso di richiesta della legittima e trattandosi di beni immobili, è necessaria la sua rinuncia al legato in forma scritta.
Corte di Cassazione, sentenza n. 25602 del 17.12.2010
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’azienda è tenuta ad emettere fattura per i compensi ricevuti in virtù di un appalto solo dopo il collaudo. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che ha accolto il ricorso di una srl alla quale era stata contestata dal fisco l’omessa fatturazione di lavori a questa appaltati. Nel bocciare la decisione della commissione tributaria regionale di Messina la sezione tributaria della Suprema corte ha chiarito che “con riferimento ai contratti di appalto, concorrono alla formazione del reddito di impresa, in un periodo determinato, esclusivamente i ricavi per i corrispettivi dei lavori ultimati, ovverosia di quelli in ordine ai quali sia intervenuta l’accettazione del committente, derivante dalla positiva esecuzione del collaudo o conseguente all’espressione, per facta concludentia, di una volontà incompatibile con la mancata accettazione (accettazione tacita) secondo quanto stabilito nell’articolo 1665 c.c.”. Sulla stessa linea l’anno scorso (sentenza n. 10818) la Cassazione aveva affermato che “in tema di imposte sui redditi, alla formazione del reddito di impresa in un determinato periodo concorrono, secondo le regole sull’imputazione temporale dei componenti di reddito, i ricavi per corrispettivi (anche se non ancora incassati) degli appalti ultimati nel medesimo periodo, e cioé quelli in cui è intervenuta (o si considera intervenuta) l’accettazione del committente, poiché è in quel momento che si perfeziona il diritto dell’appaltatore al corrispettivo, ai sensi dell’art. 1665 cod. civ.: pertanto, è onere dell’Amministrazione finanziaria provare se e quando sia intervenuta l’accettazione da parte del committente”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 25448 del 16.12.2010
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’intenzione del compratore di accorpare i beni acquistati può far cadere la prelazione del conduttore in caso di vendita in blocco di immobili. Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza in oggetto secondo la quale in tema di locazione di immobili urbani e di diritto di prelazione del conduttore di immobili non adibiti a abitazione perché si abbia vendita in blocco, con esclusione, di conseguenza del diritto di prelazione, del conduttore, la vendita non deve necessariamente riguardare un intero edificio (da cielo a terra) nel quale è compreso quello locato, ma è sufficiente che i vari beni ceduti, tra loro confinanti, costituiscano un unicum e siano venduti (o promessi in vendita) non come una pluralità di immobili, casualmente appartenenti a un unico proprietario e ceduti (o cedendi) allo stesso acquirente, ma come un complesso unitario e costituente un quid diverso dalla mera somma delle singole unità immobiliari. A tale riguardo l’indagine del giudice del merito non deve essere condotta solo sulla base della situazione oggettiva, di fatto, esistente al momento della vendita (o della denuntiatio), non potendo il giudice del merito prescindere da quello che è il tenore del contratto di vendita (o del preliminare), nonché – in considerazione delle circostanze del caso concreto – di altri eventuali contratti che, seppure intervenuti tra soggetti parzialmente diversi possano dirsi collegati al primo e sulla base di questi apprezzare se le parti hanno, o meno, considerato la vendita dei vari cespiti come la vendita di un complesso unitario non frazionabile. Al detto fine, deve essere adeguatamente apprezzata, altresì la intenzione dell’acquirente (o dei promittente acquirente) di utilizzare tutti i beni acquistati per una utilizzazione che ne imponga l’accorpamento. E’ salva comunque, la facoltà per il conduttore dedurre e dimostrare, con ogni mezzo, la natura fittizia dell’operazione.
Corte di Cassazione, sentenza n. 12031 del 17.05.2010
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che i compensi del professionista che partecipa parzialmente alla realizzazione di un progetto, si calcolano sull’apporto specifico prestato all’intera opera e non sul consuntivo lordo dell’opera stessa. Con tale principio la Corte, ha accolto il primo motivo del ricorso presentato da un’ingegnere per la liquidazione dei compensi a percentuali spettanti per prestazioni parziali. In sede d’appello infatti, il Tribunale di Roma aveva mal interpretato la norma, applicando le tariffe professionali sul consuntivo lordo anziché sull’assistenza all’intero svolgimento dell’opera. Così il giudice di legittimità riformando tale decisione, ha stabilito che nella fattispecie si deve applicare il principio di diritto per cui, ” la liquidazione degli onorari percentuali dell’ingegnere o dell’architetto relativi a prestazioni professionali parziali, deve essere compiuta ai sensi dell’art. 18 legge 143/1949, calcolando le aliquote della tabella B allegata, relativa alle opere parziali, non in relazione al valore dell’opera, ma alla percentuale attribuita dalla tabella A per la prestazione dell’opera intera, per cui al compenso così determinato si applicano le aliquote previste per ogni singola funzione della tabella B”.
Corte di cassazione, sentenza n. 6548 del 18.03.2010
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il rilascio del certificato di abitabilità della casa blocca l’azione di risarcimento del danno promossa dal compratore anche se l’attestato arriva dopo la vendita e nel corso della causa. Per la Corte la licenza di agibilità esclude la possibilità di configurare la cessione dell’immobile, che al momento della stipula ne sia privo, come un’ipotesi di vendita di aliud pro alio. Si verifica, in sostanza, una sorta di “sanatoria” dalla quale emerge che la mancata consegna è dipesa da circostanze estranee alla regolarità edilizia del bene venduto.
Corte di Cassazione, sentenza, n. 2860 del 09.02.2010
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la clientela va trasferita insieme allo studio. Per la Cassazione è legittimo il contratto con cui si prevede, dietro compenso, la cessione dei clienti seguiti dal professionista. Nella sentenza, i giudici precisano però che, dato il rapporto “fiduciario”, saranno gli utenti stessi a decidere se servirsi delle competenze del collega che subentra al precedente professionista. La cessione non è configurabile in senso tecnico, spiega la Suprema Corte ma è piuttosto un complessivo impegno del cedente volto a favorire – attraverso l’assunzione di obblighi positivi di fare (mediante un’attività promozionale di presentazione e canalizzazione) e negativi di non fare (quale il divieto di riprendere ad esercitare la stessa attività dello stesso luogo) – la prosecuzione del rapporto professionale tra vecchi clienti ed il soggetto subentrante.
Corte di Cassazione, sentenza n. 22218 del 20.10.2009
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che l’impugnazione davanti al giudice amministrativo della revoca del permesso di soggiorno emesso dal questore non fa sospendere il giudizio civile sull’espulsione. Con tale principio la Corte ha respinto il ricorso di un cittadino albanese al quale era stato revocato il permesso per violazione della normativa sugli stupefacenti e, contestualmente, consegnato il decreto di espulsione. La Cassazione ha affermato che al giudice civile investito dell’impugnazione del provevdimento di espulsione non è consentita alcuna valutazione sulla legittimità del provvedimento del questore perché questo sindacato spetta solo al Tar. Ne consegue che la pendenza del giudizio amministrativo non giustifica la sospensione di quello ordinario per carenza di pregiudizialità giuridica necessaria, e che il giudice ordinario non può disapplicare l’atto emesso dal questore.
Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 20730 del 28.09.2009
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che deve essere disposto il trasferimento ad altra sede per il magistrato che, nelle cause civili delle quali si occupava, non faceva parlare gli avvocati respingendo ogni richiesta, dichiarando le istanze tutte inammissibili, improponibili e improcedibili. Per questo suo comportamento il giudice aveva collezionato cento esposti inoltrati dagli avvocati del Foro locale insorti per le continue violazioni del contraddittorio.
Corte di Cassazione, sentenza n. 38099 del 28.09.2009
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che non è reato donare ai figli i beni pignorati se la trascrizione di tale donazione è avvenuta prima di quella del pignoramento. Con tale argomentazione la Corte ha assolto un padre che aveva donato al figlio un appartamento sottraendolo la fratello con il quale si era indebitato per pagare un professionista
Donazione ai figli, legittimo l’avviso di accertamento sulla plusvalenza della vendita
Non serve la forma scritta per ordinare l’acquisto di titoli

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza