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Timestamp: 2017-06-24 22:22:48+00:00

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SS UU anno 2006 su falso in atto pubblico
Oggi17Dal 12/06/096086122	lo studio legale
SS UU anno 2006 su falso in atto pubblico	Cassazione Penale Sez. Un. del 11 aprile 2006 n. 15983
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. MARVULLI Nicola - Presidente - Dott. MORELLI Francesco - Consigliere - Dott. LATTANZI Giorgio - Consigliere - Dott. ROSSI Bruno - Consigliere - Dott. GRASSI Aldo - Consigliere - Dott. DE ROBERTO Giovanni - Consigliere - Dott. SIRENA Pietro A. - Consigliere - Dott. FERRUA Giuliana - Consigliere - Dott. MARZANO Francesco - rel. Consigliere - ha pronunciato la seguente:
sentenza sul ricorso proposto da: 1) S.G., n. in (OMISSIS); 2) C.V., n. in (OMISSIS); avverso la sentenza della Corte di Appello di Palermo in data 19.10.2004.
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale, Dott. Ciani Gianfranco, che ha concluso per l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata in ordine ai reati di truffa perchè estinti gli stessi per prescrizione e in ordine ai reati di falso perchè il fatto non sussiste;
Uditi il difensore della ricorrente S.G., avv. Mirabile Empedocle, che ha concluso per l'accoglimento del ricorso, ed il difensore del ricorrente C.V., avv. Tirinnocchi Penna Salvatore, che ha concluso per l'accoglimento della eccezione di bis in idem per il reato di truffa, in subordine per la sua estinzione per prescrizione, e per l'accoglimento nel resto dei motivi di
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO 1. Il 19 ottobre 2004 la Corte di Appello di Palermo confermava la sentenza in data 7 marzo 2002 del Tribunale di Agrigento, con la quale S.G. e C.V., riconosciute loro le attenuanti generiche prevalenti sulle contestate aggravanti, erano stati condannati a pene ritenute di giustizia per imputazioni, unificate sotto il vincolo della continuazione, di cui all'art. 61 c.p., n. 9, art. 81, cpv. c.p., art. 640 cpv. c.p., n. 1, e art. 61 c.p., n. 2, art. 81 cpv. c.p., art. 479 c.p., in relazione all'art. 476 c.p..
I giudici del merito ritenevano accertato che, in più occasioni, gli imputati avevano timbrato il proprio cartellino presso l'apposito orologio marcatempo all'inizio ed alla fine della giornata di lavoro, ma non avevano fatto risultare, mediante analoga marcatura, i propri allontanamenti dal luogo di lavoro, non dovuti a motivi di servizio;
e che tanto integrava gli estremi dei contestati reati di truffa aggravata e di falso.
2.1 S.G. denunzia:
a) vizi di violazione di legge e di motivazione, in relazione agli artt. 640 e 479 c.p.. Quanto alla imputazione di truffa, deduce che i giudici dell'appello avevano omesso di considerare le specifiche censure dell'atto di gravame, con le quali s'era rappresentata la insussistenza sia degli artifici e raggiri sia del danno, posto che le sue assenze dal luogo di lavoro erano da riconnettersi alle "modalità di espletamento dell'attività di ufficio", "il comportamento..., così come sussunto nello schema dell'accusa e quindi della sentenza, era perfettamente noto nell'ambito dell'ufficio...": in particolare, le sue assenze temporanee dal luogo di lavoro erano da riconnettersi alle sue funzioni di ufficiale rogante di atti pubblici da stipulare presso studi notarli, tanto non avendo consentito "nè la realizzazione di un certo ingiusto profitto..., nè un danno alla p.a..
Quanto alla imputazione di falso, lamenta che neppure al riguardo i giudici dell'appello avevano considerato le specifiche censure alla sentenza di primo grado, proposte con l'atto di appello. Rileva che in quella sede si era rappresentato che "è carente ... sia l'elemento costitutivo del reato rappresentato dalla specifica condotta della immutaio veri, sia la consapevolezza della concreta e sostanziale immutatio veri"; essendosi "ipotizzata la condotta di falso per non aver indicato nel cartellino segna tempo gli allontanamenti intervenuti nel corso della intera giornata lavorativa, facendo apparire come se questa si fosse svolta con la costante presenza in ufficio, dall'indicato orario di entrata a quello segnato come orario di uscita", si era omesso di considerare che "in questo quadro il reato di falso non sussiste, per carenza di una condotta immutatrice dell'effettivo vissuto". "Il reato di falso - soggiunge la ricorrente - sarebbe stato configurabile solo se l'agente avesse segnato, nell'intermedio della giornata la lavorativa, un periodo di allontanamento e di rientro, adducendo insussistenti ragioni di servizio...", circostanza nella specie non sussistente. La sentenza impugnata aveva rappresentato un "quadro assolutamente ed anzi esclusivamente settoriale di valutazione del devolutum", avendo, "in buona sostanza, ... limitato il proprio esame al solo aspetto della condotta della ricorrente, in relazione alla sua frequenza di uno studio notarile, esaminata come avulsa dal contesto generale della sua attività di ufficio", così individuando "il substrato del reato di truffa", ma "non si è posto il problema, ampiamente profilato nei motivi di appello, della insussistenza di una effettiva condotta fattuale di immutatio veri...";
b) il vizio di violazione di legge, in relazione all'art. 62 c.p., n. 4. La sentenza impugnata - lamenta la ricorrente -, dopo aver rilevato che "il danno subito dalla p.a. ... non può considerarsi rilevante", aveva escluso tale attenuante "avuto riguardo alla molteplicità delle violazioni poste in essere dall'odierna prevenuta", non presentando, perciò, il danno "quella caratteristica di esiguità, che costituisce elemento della specifica attenuante in esame", laddove, invece, "in tema di reato continuato il danno va valutato in relazione alle singole violazioni di legge".
2.2 C.G., dal canto suo, denunzia:
a) vizi di violazione di legge e di motivazione in relazione all'art. 429 c.p.p., lett. c), artt. 178, 179 c.p.p.. Deduce che illegittimamente la sentenza impugnata aveva disatteso la eccezione difensiva di nullità del decreto di rinvio a giudizio per genericità dell'addebito, sull'erroneo assunto della sua tardiva proposizione, versandosi, invece, in ipotesi di nullità assoluta e non relativa; ed erroneamente aveva, altresì, ritenuto la infondatezza nel merito della proposta eccezione, "con argomenti che, a nostro avviso, hanno poco di giuridico";
b) vizi di violazione di legge e di motivazione, in relazione all'art. 640 c.p.. "E' emerso pacificamente dagli atti processuali - assume il ricorrente - che il comportamento dei dipendenti, cioè quello di allontanarsi dall'ufficio anche senza permesso, era un fatto ben noto al capo dell'ufficio stesso...", che "conosceva il comportamento dei suoi dipendenti, lo autorizzava implicitamente, a fronte di ciò i dipendenti, proprio per questo modo elastico di gestire l'attività lavorativa, producevano molto di più rispetto al momento in cui vigeva l'osservanza rigida dell'orario di lavoro";
c) vizi di violazione di legge e di motivazione, in relazione all'art. 476 c.p.. Rileva che già con i motivi di appello si era dedotto che "nessun foglio di presenza era stato falsificato, nè, del pari, era stato falsificato il nastro dell'orologio segnatempo...", sicchè, "mancando qualsiasi documento falsificato, ammesso che i predetti atti possano costituire documento, rectius atto pubblico, era necessario individuare con quale mezzo il falso venne realizzato, non potendosi mai configurare un falso per omissione. Al più l'omissione poteva integrare l'artificio, non mai il falso...". Conclude rilevando che "la Corte di legittimità ha più volte affermato che nè il foglio di presenza, nè il nastro dell'orologio costituiscono atti pubblici...".
3.0 Il ricorso veniva assegnato alla Quinta Sezione penale di questa Suprema Corte, la quale, con ordinanza resa all'udienza del 26 gennaio 2006, ne disponeva la rimessione a queste Sezioni Unite.
Disattesa una eccezione di precedente giudicato proposta in udienza nell'interesse di C.V., e ritenuti infondati il primo e secondo motivo di ricorso dello stesso C. ed il primo motivo di ricorso di S. nella parte riguardante il reato di truffa, quanto al terzo motivo di ricorso di C. ed al primo motivo di ricorso di S. relativamente al reato di falso rilevava la sezione remittente che - premesso che i giudici del merito hanno ritenuto che la falsità addebitata agli imputati consistesse in una omissione, cioè nell'allontanarsi dall'ufficio senza marcare in uscita il cartellino marcatempo -, al riguardo si era determinato un contrasto nella giurisprudenza di legittimità, alcune sentenze avendo ritenuto che la mancata timbratura, da parte del dipendente, del cartellino segnatempo in occasione di brevi allontanamenti dal luogo di lavoro non costituisce il reato di falso ideologico per omissione, altre avendo concluso in senso opposto; pur mostrando i giudici remittenti di aderire al primo di tali indicati orientamenti giurisprudenziali, sull'assunto che "deve ritenersi ... che la mancata attestazione dell'allontanamento, dopo aver timbrato in ingresso il cartellino segnatempo, non equivalga all'attestazione di ininterrotta presenza in ufficio..." - sicchè "la mancata timbratura del cartellino in occasione di un temporaneo allontanamento del funzionario non da luogo alla reticente formulazione di un atto pubblico unitario, tale da tradursi in una falsa rappresentazione della realtà; ma è semplicemente l'omissione del compimento dell'atto, l'omissione di una delle molteplici autonome attestazioni che debbono essere documentate nel cartellino segnatempo" - rilevavano come "sia opportuno un intervento risolutore delle Sezioni Unite".
MOTIVI DELLA DECISIONE 4. L'ordinanza di rimessione ha già reso statuizioni delibative in ordine ad una eccezione di bis in idem formulata in udienza dal difensore di C.V., ed in ordine al primo e secondo motivo di doglianza dello stesso ricorrente ed al primo profilo di censura proposto da S.G. nella parte relativa al reato di truffa.
E però, hanno già avuto modo queste Sezioni Unite (sentenza del 25.10.2005, n. 41476, ric. P.G. ed altro in proc. Misiano, che ha richiamato la sua precedente sentenza del 21.9.2000, n. 17, ric. Primavera) di rilevare che nell'attuale sistema processuale non è dato che il ricorso possa essere definito in parte dalla sezione semplice della Suprema Corte ed in parte dalle Sezioni Unite, la remissione (atto amministrativo e non giurisdizionale) del procedimento a queste ultime comportando che siano solo queste, appunto, a dovere delibare il proposto gravame, nella loro interezza e completezza.
Contrariamente, difatti, a quanto opina il ricorrente, è del tutto pacifico nella giurisprudenza di questa Corte di legittimità che la indeterminatezza dell'accusa, ove sussistente, non da luogo ad una nullità generale ai sensi dell'art. 178 c.p.p., ma - come correttamente ritenuto dalla sentenza impugnata e da quella integrativa di prime cure - ad una nullità solo relativa, ai sensi dell'art. 181 c.p.p., che deve essere eccepita entro il termine di cui all'art. 491 c.p.p. (cfr. Cass., Sez. 4^ n. 39617/2002, ric. Ferrara ed altri; id., Sez. 1^, n. 2367/2000, ric. P.G. in proc. Mamidovic; id., Sez. 6^, n. 1175/2000, ric. Tancredi ed altro; id., Sez. 2^, n. 3757/1996, ric. Pellegrino; id., Sez. 1^, n. 3801/1994, ric. Sgamba; id., Sez. 3^, n. 1222/1994, ric. Rindi). E nella specie - come danno atto i giudici del merito ed implicitamente riconosce lo stesso ricorrente - la relativa eccezione venne formulata solo in sede dibattimentale di primo grado.
Tanto rende del tutto ultronea anche la considerazione che i giudici dell'appello hanno, "comunque" ed "a prescindere dalla ammissibilità della stessa" tardivamente prospettata questione, dato persuasiva contezza della infondatezza nel merito di quest'ultima, ed a fronte di quell'apparato argomentativo il ricorrente si limita ad affermazioni assiomatiche e meramente assertorie, rilevando genericamente che "non si è trattato di un unico periodo, ma di singoli episodi limitati nel tempo" e che "aveva il diritto di conoscere singolarmente gli episodi dai quali difendersi, di conoscere il danno arrecato nella singola ipotesi di truffa...".
Deve al riguardo rilevarsi che ha più volte ritenuto questa Suprema Corte che il divieto del bis in idem di cui all'art. 649 c.p.p. - che postula una preclusione derivante dal giudicato formatosi per lo stesso fatto e per la stessa persona - involge una questione di fatto riservata alla valutazione del giudice del merito, alla cui delibazione è demandato l'accertamento della identità del fatto e del passaggio in giudicato della precedente decisione, sicchè essa, di norma, non può essere proposta per la prima volta in sede di legittimità, ove è precluso l'accertamento del fatto. E si è rilevato che la parte, nondimeno, non rimane priva di tutela, potendo eventualmente far valere la preclusione davanti al giudice della esecuzione (cfr. Cass., Sez. 2^, n. 41069/2004, ric. Chiaberti; id., Sez. 6^, n. 34955/2003, ric. Rebeschi; id., Sez. 5^, n. 10076/1999, ric. Burgio ed altri; id., Sez. 5^, n. 7953/1998, ric. Sparacino;
id., Sez. 6^, n. 9301/1995, ric. P.G. in proc. Scarpa; id., Sez. 1^, n. 4102/1991, ric. Caso). Si è, tuttavia, altra volta ritenuto che la relativa questione sia proponibile per la prima volta in cassazione solo se la stessa, ratione temporis, non sia stato possibile dedurre in grado di appello, per essere la sentenza precludente passata in giudicato dopo quel giudizio (Cass., Sez. 1^, n. 31123/2004, ric. Cascella).
Appare opportuno al riguardo chiarire che, in effetti, in tale ultima ipotesi la questione è senz'altro proponibile per la prima volta in Cassazione, al giudice di legittimità essendo attribuita anche la cognizione delle questioni "che non sarebbe stato possibile dedurre in grado di appello" (art. 609 c.p.p., comma 2). In siffatta evenienza, ove l'accertamento della identità o meno del fatto e del suo autore postuli comunque attività di merito, di indagine e prova, e conseguentemente valutativa in fatto dei relativi accertamenti, a tanto non può, evidentemente, attendere la Corte di Cassazione, che è giudice di legittimità e non di merito. Ove, invece, la fattispecie non proponga alcun (ulteriore) accertamento di merito e sia, invece, definitivamente definibile alla stregua della sola documentazione prodotta ed acquisita agli atti, non v'è ragione alcuna perchè il giudice di legittimità non sia investito, con poteri definitori, di una questione - sostanzialmente rinviandola al giudice della esecuzione - che ha, invece, il dovere di proporsi e rilevare, ponendosi la preclusione di cui all'art. 649 c.p.p. come impeditiva della possibilità di (ulteriormente) rendere statuizioni decisorie.
Ma proprio alla stregua di tale prodotto documento (e senza necessità, quindi, di alcun diverso accertamento di merito) è dato cogliere la infondatezza della proposta eccezione, dovendosi escludere la medesimezza del fatto, ai sensi dell'art. 649 c.p.p.. La prodotta sentenza, difatti, afferisce a contestate ipotesi di falso materiale per contraffazione di firme, addebitandosi ad alcuni dipendenti di aver apposto, sul nastro dell'orologio marcatempo e sui fogli di presenza, le apocrife firme di altri colleghi per attestarne falsamente l'ingresso in ufficio; la sentenza ora impugnata, invece, afferisce solo ad ipotesi di attestazioni realmente riferibili all'imputato, che poi si allontanava dall'ufficio non facendo risultare tale circostanza.
Tenuto conto, invero, del disposto dell'art. 157 c.p., comma 1, n. 4, e art. 160 c.p., comma 3, tale reato è contestato a C. come commesso sino alla "fine di giugno 1997"; dalla analitica esposizione dei vari episodi contenuta nella integrativa sentenza di primo grado gli ultimi sono collocati al 29 maggio ed al 5 giugno 1997 (data, quest'ultima, nella quale si colloca, in imputazione, l'ultimo episodio di falso). Pur tenuto conto delle sospensioni del termine stesso verificatesi nel corso del giudizio di appello per rinvii, dovuti ad impedimenti e richieste delle parti private, dall'udienza del 29 maggio 2003 a quella del 25 novembre 2003 (per il periodo di mesi cinque e giorni ventisette), dall'udienza del 25 novembre 2003 a quella del 2 marzo 2004 (per il periodo di mesi due e giorni sei), dall'udienza del 30 marzo 2004 a quella del 18 maggio 2004 (per il periodo di mesi uno e giorni 18), dall'udienza del 18 maggio 2004 a quella del 12 ottobre 2004 (per il periodo di mesi quattro e giorni ventiquattro), per complessivi, quindi, anni uno, mesi tre e giorni quindici, il relativo termine prescrizionale di sette anni e mezzo per tale reato è venuto a scadenza il 20 marzo 2006.
Analogamente è da dire per S., per la quale il reato in questione pure viene indicato in imputazione come commesso sino "alla fine di giugno 1997", e nella integrativa sentenza di primo grado l'ultimo episodio è collocato al 28 maggio, epoca in cui è determinata, in imputazione, anche la data dell'ultimo episodio di falso: il relativo termine prescrizionale per tale imputata si è, quindi, perento il 15 marzo 2006.
Non ravvisandosi ipotesi sussumibili nella previsione di cui all'art. 129 c.p.p., comma 2, alla stregua di quanto rappresentato dalle sentenze di merito (ed i motivi di gravame si limitano solo a censurare le argomentazioni logiche che dalle indicate emergenze processuali hanno desunto i giudici del merito e le conseguenti valutazioni fattene), la sentenza impugnata va annullata senza rinvio, in riferimento a tali reati, perchè estinti gli stessi per prescrizione.
7.0 Per quanto riguarda le imputazioni di falso contestate ad entrambi i ricorrenti, la questione sottoposta all'esame di queste Sezioni Unite (se, cioè, integri il reato di falso ideologico in atto pubblico la mancata timbratura, da parte del dipendente pubblico, del cartellino segnatempo in occasione di brevi allontanamenti dal luogo di lavoro), comporta l'esame e la soluzione di altra, preliminare questione, pure espressamente prospettata nel terzo motivo di ricorso di C. e, cioè, se il cartellino marcatempo (che meccanicamente annota gli orari di ingresso e di uscita dal luogo di lavoro) ed i fogli di presenza (che assolvono ad analoga funzione) dei pubblici dipendenti abbiano o meno natura di atto pubblico.
La prevalente giurisprudenza di questa Suprema Corte si è al riguardo positivamente orientata, sulla considerazione che tali atti svolgerebbero la loro funzione non solo in riferimento al rapporto di lavoro tra impiegati pubblici e pubblica amministrazione, ma anche in relazione alla organizzazione stessa di quest'ultima, con riflessi sulla sua funzionalità, essendo, perciò, essi "destinati a produrre effetti per la stessa pubblica amministrazione", anche in ordine al "controllo dell'attività e regolarità dell'ufficio"; tali attestazioni, quindi, sarebbero "preordinat(e) ad attestare la certezza dello svolgimento della pubblica funzione da parte di coloro che ne sono preposti", non rilevando al riguardo la natura privatistica del rapporto di lavoro tra pubblico dipendente e pubblica amministrazione (da ultimo Sez. 5^, n. 5676/2005, P.G. in proc. Santamaria ed altro; Sez. 5^, n. 16503/2004, Matarelli; Sez. 5^, n. 43844/2004, P.G. in proc. Amendola; Sez. 5^, n. 42245/2004, Orlando; Sez. 5^, n. 40848/2004, P.M. in proc. Passerella; Sez. 5^, n. 27509/2004, Cei; Sez. 5^, n. 21193/2003/2003, P.M. in proc. Giambo; ecc.).
L'opposto minoritario indirizzo giurisprudenziale fa leva, in sostanza, sulla considerazione che siffatte attestazioni rilevano "in via diretta ed immediata unicamente ai fini della retribuzione e comunque del regolare svolgimento della prestazione di lavoro e solo indirettamente, e mediatamente, ai fini del regolare svolgimento del servizio" (Sez. 5^, n. 44689/2005, Flavio ed altro; Sez. 5^, n. 38770/2002, Marchese ed altri; Sez. 5^, n. 12789/2003, Bua ed altro;
Sez. 5^ n. 2303/1988, Sariconi).
Posto, difatti, che la condotta di falsificazione ideologica del pubblico ufficiale ipotizzata dall'art. 479 c.p. (come quella materiale di cui all'art. 476 c.p.) deve sostanziarsi in una attività svolta "nell'esercizio delle sue funzioni" pubblicistiche, appare ineludibile distinguere, nell'attività del pubblico impiegato - ed in un contesto in cui il rapporto di lavoro dei pubblici dipendenti ha assunto connotazioni privatistiche (a seguito della disciplina introdotta con il D.Lgs. n. 29 del 1993, modificata dal D.Lgs. n. 80 del 1998, ora trasfusa nel D.Lgs. n. 165 del 2001) - "gli atti che sono espressione della pubblica funzione e/o del pubblico servizio e che tendono a conseguire gli obiettivi dell'ente pubblico" da quelli "strettamente attinenti alla prestazione" di lavoro, "ed aventi, perciò, esclusivo rilievo sul piano contrattuale e non anche su quello funzionale" (Cass., Sez. 5^, n. 12789/2003, cit.).
Premesso, invero, che secondo la costante giurisprudenza di questa Suprema Corte e la prevalente dottrina, "agli effetti delle norme sul falso documentale, il concetto di atto pubblico è più ampio rispetto a quello che si desume dalla definizione contenuta nell'art. 2699 c.c., in quanto comprende non soltanto quei documenti che sono redatti con le richieste formalità da un notaio o da un altro pubblico ufficiale autorizzato ad attribuirgli pubblica fede, ma anche i documenti formati dal pubblico ufficiale o dal pubblico impiegato incaricato di pubblico servizio nell'esercizio delle sue funzioni, attestanti fatti da lui compiuti o avvenuti in sua presenza ed aventi attitudine ad assumere rilevanza giuridica" (così, fra altre, Cass., Sez. 5^, n. 8151/1976, Di Falco), rimane che - come si esprime autorevole dottrina - "la falsa rappresentazione della realtà che viene documentata deve essere rilevante in relazione alla specifica attività del pubblico ufficiale ... e ciò significa che la falsità deve investire un fatto che, in relazione al concreto esercizio della funzione o attribuzione pubblica, abbia la potenzialità di produrre effetti giuridici". Quanto dire che - secondo altre voci della dottrina - la nozione di atto pubblico "si fonda sulla qualità del soggetto (pubblico ufficiale o impiegato dello Stato o di altro ente pubblico incaricato di un pubblico servizio art. 493 c.p.) e sul piano del documento che si redige per una ragione inerente all'esercizio delle pubbliche funzioni o del pubblico servizio, o per uno scopo cui l'atto è destinato"; e nei reati di falso, in generale, "funzionali (o propri), data la posizione giuridica dell'agente (che è un pubblico ufficiale), si delinea uno stretto collegamento tra il soggetto ed il bene, in virtù del quale la cura del bene medesimo ... è "affidata" al soggetto per essere quest'ultimo titolare di un potere pubblicistico ben individuato (il potere certificativo"), attributivo di "certezza pubblica". E la giurisprudenza di questa Suprema Corte ha, da tempo, puntualizzato che atto pubblico è "ogni scritto redatto da un pubblico ufficiale per uno scopo inerente alle sue funzioni" (Cass., Sez. 5^, n. 1576/1975, Pansa).
Tale ineludibile collegamento tra esercizio di funzioni pubbliche ed attività falsificatoria dei pubblici ufficiali (che "non consente di ritenere automaticamente che tutti gli atti dagli stessi compiuti siano atti pubblici": Cass. n. 12789/2003, cit.), non può, quindi, condurre ad annoverare nella nozione di atto pubblico, rilevante ai fini penali, attività attestative che, invece, appaiono collegate direttamente ed immediatamente ad "istituti sicuramente riconducibili alla disciplina privatistica" (per mutuare altra espressione dottrinaria) e che, soprattutto, in tale ambito esauriscono la loro funzione di rilevanza attestativa.
Deve, allora, convenirsi che, in effetti, il cartellino marcatempo ed i fogli di presenza sono destinati ad attestare solo una circostanza materiale che afferisce al rapporto di lavoro tra il pubblico dipendente e la pubblica amministrazione, ed in ciò esauriscono in via immediata i loro effetti, non involgendo affatto manifestazioni dichiarative, attestative o di volontà riferibili alla pubblica amministrazione. Il pubblico dipendente, in sostanza "non agisce neppure indirettamente per conto della P.A., ma opera come mero soggetto privato, senza attestare alcunchè in ordine all'attività della P.A." (come rileva Cass., Sez. 5^, n. 15271/2005, Piano Del Balzo ed altro, ancorchè in fattispecie concernente attestazioni relative a "missioni" fuori sede del pubblico funzionario, ma con principio valido anche nella fattispecie qui in esame).
Tanto ritenuto, pure torna opportuno, da ultimo, rilevare che, ove, poi, tali attestazioni del pubblico dipendente siano utilizzate, recepite, in atti della pubblica amministrazione a loro volta attestativi, dichiarativi o di volontà della stessa, tanto può dar luogo ad ipotesi di falso per induzione, ai sensi dell'art. 48 c.p..
8. Alla stregua di tale principio, la sentenza impugnata va annullata, quanto alle imputazioni di falso contestate, perchè il fatto non sussiste.
La Corte annulla senza rinvio l'impugnata sentenza perchè estinti per prescrizione i reati di truffa e perchè il fatto non sussiste quanto al reato di falso.
Così deciso in Roma, il 11 aprile 2006.
Depositato in Cancelleria il 10 maggio 2006
SEZIONI UNITE PENALI Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. MARVULLI Nicola - Presidente - Dott. LUPO Ernesto - Consigliere - Dott. LATTANZI Giorgio - Consigliere - Dott. CALABRESE Renato Luigi - Consigliere - Dott. MARZANO Francesco - Consigliere - Dott. AGRO' Antonio Stefan - Consigliere - Dott. CARMENINI Secondo Libero - Consigliere - Dott. GIRONI Emilio - Consigliere - Dott. FIALE Aldo - Consigliere - ha pronunciato la seguente:
S.L., nato a (OMISSIS); avverso la sentenza 19.10.2004 della Corte di Appello di Torino;
Udito il difensore, Avv.to ZANCAN Gian Paolo. SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
La Corte di Appello di Torino, con sentenza del 19.10.2004, in parziale
riforma della sentenza 26.2.2003 del G.I.P. del Tribunale di quella
città, pronunciata in seguito a giudizio celebrato con il rito
- all'art. 479 cod. pen. (falsità ideologica commessa dal pubblico
ufficiale in atto pubblico), per avere formato, il 5 febbraio 2001, un
verbale falso nell'esercizio della attività di indagine svolta quale
difensore di fiducia di B.Y. e quindi nell'esercizio di una pubblica
- all'art. 378 cod. pen. (favoreggiamento personale), per avere aiutato
il proprio assistito ad eludere le investigazioni della autorità
formando il falso verbale e producendolo al Tribunale della libertà
alla udienza dell'8 febbraio 2001 e, con le riconosciute circostanze
attenuanti generiche, essendo stati unificati i reati nel vincolo della
continuazione ex art. 81 cpv. cod. pen., ribadiva la condanna
dell'imputato alla pena principale complessiva di sei mesi di
reclusione ed alle pene accessorie temporanee di legge, nonchè la
concessione del beneficio della sospensione condizionale;
Avverso tale sentenza ha proposto ricorso il difensore dello S., il
quale ha dedotto erronea applicazione della legge penale nonchè
mancanza di motivazione in ordine al giudizio di sussistenza di
entrambi i reati addebitatigli.
- la relazione di presentazione alla Commissione giustizia del Senato
del disegno di legge sulle indagini difensive esordisce affermando che
il difensore è rimasto un privato esercente un servizio di pubblica
necessità e vi sarebbe traccia, nei lavori parlamentari, della ritenuta
superfluità della previsione dell'art. 334 bis c.p.p. (esclusione
dell'obbligo di denuncia nell'ambito dell'attività di investigazioni
difensive), attesa tale qualifica privatistica;
- la norma dell'art. 359 cod. pen. indica che il ruolo del difensore
attiene alla cura degli interessi processuali dell'imputato.
La nozione oggettiva di "pubblico ufficiale", introdotta con la L. 26
aprile 1990, n. 86, dovrebbe considerarsi, invece, residuale e non
operante quando permanga, come nella specie, una esplicita diversa
qualificazione del soggetto agente;
- di nessun rilievo, ai fini del decidere, dovrebbe considerarsi la
giurisprudenza che attribuisce al difensore la qualità di pubblico
ufficiale nell'esercizio del potere di autentica di una sottoscrizione.
La difesa evoca, piuttosto, la giurisprudenza antecedente alla L. 7
dicembre 2000, n. 397 che, riferendosi al previgente art. 38 disp. att.
c.p.p., nell'evidenziare la valenza processuale delle attività di
indagine del difensore, ha comunque sottolineato la permanenza, in capo
allo stesso, della qualità di esercente un servizio di pubblica
necessità (Sez. 3^, 26.9.1997, n. 2812, Lutfija; Sez. 5^, 2.12.1999, n.
5214, Campailla; Sez. 1^, 28.12.1999, n. 6489, P.G. in proc. Di Meglio)
e una similare differenza è stata mantenuta tra il consulente del P.M.
e il consulente della parte privata (Sez. 6^, 13.3.1996, n. 2675,
Tauzilli);
- la formulazione dell'art. 327 bis, ove viene fissata la finalità del
ruolo del difensore, sarebbe oggettivamente incompatibile con la
qualità di "pubblico ufficiale", in considerazione della libertà che
deve caratterizzare tutta l'attività del difensore medesimo, legato da
un rapporto contrattuale alla realizzazione degli interessi
- prevalenti sulle affinità sarebbero le differenze (sintomatiche di
una assoluta diversità di ruoli) che caratterizzano le informazioni
rispettivamente rese al difensore ed al P.M.: soltanto il P.M.,
infatti, ha una serie di poteri anche coattivi, mentre il difensore
sarebbe esonerato, oltre che dal dovere di denuncia, anche da quello di
documentare e produrre dichiarazioni sfavorevoli;
- significazioni concludenti potrebbero dedursi pure dalla differenza
tra la dichiarazione mendace al difensore - rilevante penalmente - e la
reticenza, irrilevante per quanto concerne le informazioni raccolte dal
difensore e non in relazione a quelle assunte dal P.M.;
- il rinvio al titolo 3^ del libro 2^ del codice di rito, contenuto
nell'art. 391 ter in relazione alle forme di documentazione delle
dichiarazioni e delle informazioni, opererebbe soltanto in quanto si
tratti di norme applicabili e l'attività di autenticazione del
difensore sarebbe limitata esclusivamente alla sottoscrizione.
La documentazione del difensore, infine, avrebbe un valore processuale
inferiore a quello della documentazione formata dal P.M. b) Quanto al
delitto di cui all'art. 378 cod. pen.:
- non potrebbero ravvisarsi gli estremi di una consapevole volontà di
favorire indebitamente l'imputato nel processo penale in una vicenda in
cui il difensore ha ritenuto di non essere portatore di un dovere
deontologico-professionale di raccogliere, e quindi di documentare,
dichiarazioni ostili o comunque nocive agli interessi del suo assistito
e ciò in conseguenza del preciso precetto proclamato nell'art. 327 bis
c.p.p., secondo cui le investigazioni difensive hanno per esclusivo
oggetto la raccolta di prove "a favore del proprio assistito".
Il ricorso è stato assegnato alla 5^ Sezione penale di questa Corte
Suprema, la quale, all'udienza del 31 gennaio 2006, ha rimesso la
decisione alle Sezioni Unite, a norma dell'art. 618 c.p.p., rilevando
- il tema della qualificabilità come pubblico ufficiale del difensore
che redige il verbale di dichiarazioni raccolte, in sede di
investigazioni difensive, ai sensi degli artt. 391 bis e 391 ter
c.p.p., è al centro di un acceso dibattito dottrinario e
giurisprudenziale, sfociato, quest'ultimo, anche nella rimessione alla
Corte costituzionale di una questione di sospetta illegittimità delle
norme sul presupposto che esse consentirebbero al difensore di
confezionare un atto probatorio avente gli stessi effetti di quello
della accusa, senza prevedere uguali obblighi di garanzia a tutela
della genuinità della prova (Va rilevato, al riguardo, che il Giudice
delle leggi, con ordinanza n. 264 del 20.6.2002, ha dichiarato la
inammissibilità della questione per difetto di rilevanza);
- seppure non risulti che la questione abbia formato oggetto di
decisioni difformi, la stessa potrebbe comunque dar luogo a contrasti
giurisprudenziali, tenuto anche conto di una recente sentenza di questa
Corte Suprema secondo la quale l'art. 359 c.p., n. 1, qualifica "come
servizio di pubblica necessità la professione forense indipendentemente
dalla natura degli specifici atti compiuti nell'esercizio della
professione" (Cass., Sez. 5^, 28.4.2005, n. 22496, Benvestito). Ciò
comporterebbe che, nella specie, la condotta del ricorrente dovrebbe
essere inquadrata nel meno grave delitto di cui all'art. 481 cod. pen..
La Sezione remittente ha citato, al riguardo, più risalenti sentenze
(Sez. 6^, 29.5.1986, n. 10973, Piersanti e Sez. 1^, 9.10.1964, De
Angelis) che hanno fatto registrare un contrasto tra la tesi della
prevalenza, nella funzione del difensore, della cura e degli interessi
processuali dell'imputato e la opposta tesi della riconoscibilità, in
capo allo stesso difensore, della qualità di pubblico ufficiale quando
svolge la funzione certificatrice in sede di autenticazione della
sottoscrizione del mandato ad litem.
MOTIVI DELLA DECISIONE 1. La ricostruzione fattuale delta vicenda La vicenda trae origine
dall'arresto di due extra-comunitari - tali B.Y. e N.A. - nella
ritenuta flagranza del reato di illecita cessione di sostanze
stupefacenti del tipo hashish, essendo stati, i due, notati nell'atto
di confabulare con giovani italiani ai quali consegnavano un qualcosa
in cambio di denaro.
Nell'occasione venivano bloccati anche tre di tali giovani ( C. L.,
B.G. e B.A.), i quali erano trovati in possesso complessivamente di
poco meno di tre grammi di hashish.
Era stata altresì recuperata una bustina contenente 55 grammi di
hashish che il N., dopo un tentativo di foga, aveva lasciato cadere a
In sede di convalida, il N. ammetteva di aver effettuato le cessioni di
hashish ai ragazzi fermati e di avere diviso a metà con il B. il
provento del reato: complessivamente 20.000 L.. Il B. negava invece
ogni responsabilità, asserendo di essersi limitato a fare compagna al
B.A. aveva inizialmente dichiarato alla P.G. (conformemente al Bi.) che
gli spacciatori erano due e che la droga gli era stata materialmente
ceduta da B..
In sede di trattazione dell'istanza di riesame proposta nell'interesse
del B., alla udienza dell'8 febbraio 2001, il difensore avv.to S.
produceva un verbale, da lui redatto, delle dichiarazioni resegli dal
In tale verbale, recante la data del 5 febbraio 2001, il dichiarante
riferiva che gli extra comunitari erano tre, dei quali uno solo aveva
agito mentre gli altri avevano assistito senza partecipare. In
particolare il B. era da identificarsi in uno degli osservatori mentre
lo spacciatore era il N., cioè la persona che deteneva la bustina
contenente i 55 grammi di hashish e che era fuggito alla vista dei
Carabinieri venendo poi bloccato.
Il successivo 23 febbraio, sentito dal P.M., B.A. riferiva che gli
extra-comunitari erano tre ma egli si era avvicinato a quello che poi
era riuscito a sfuggire alla cattura, persona che lo aveva indirizzato
agli altri due. Questi gli erano apparsi complici dal momento che erano
assieme durante la trattativa e che, in seguito all'intervento della
P.G., essendo stato ammanettato ad una panchina il B., questi aveva
suggerito al Bi. di far sparire la bustina di hashish lasciata cadere
dall'amico datosi alla fuga.
Dichiarava che tali circostanze erano state da lui riferite
all'avvocato S., all'atto della redazione del verbale, ma che il
difensore gli aveva detto "che non vi era bisogno di verbalizzarle" e
che egli avrebbe potuto riferirle direttamente al tribunale, se
Il Tribunale del riesame aveva, nelle more, confermato l'ordinanza
custodiate con provvedimento nel quale aveva dato atto che le
dichiarazioni rese dal Ba. al legale erano diverse da quelle rese dal
medesimo alla polizia giudiziaria e altresì da quelle rese da Bi. e che
comunque le aveva reputate "di dubbia utilizzabilità" per la incompleta
verbalizzazione degli avvertimenti di cui all'art. 391 bis c.p.p.,
Il Presidente di quel Collegio, poi, aveva trasmesso al Consiglio
dell'Ordine, per il procedimento disciplinare previsto dal comma 6
dell'art. 391 bis c.p.p., copia del verbale redatto dallo S. e del
verbale della P.G., relativi alle dichiarazioni del Ba., unitamente
alla ordinanza del Tribunale del riesame.
Questa aveva proceduto, quindi, nei confronti di Ba. per il reato di
cui all'art. 371 ter c.p. (false dichiarazioni al difensore) e art. 378
cod. pen. (favoreggiamento personale) e nei confronti dello S. per i
reati di falsità ideologica (art. 479 cod. pen.) e favoreggiamento
personale (art. 378 cod. pen.).
I giudici del merito hanno ravvisato la responsabilità penale dello S.,
in ordine al reato di cui all'art. 479 cod. pen., riconoscendogli la
qualifica di "pubblico ufficiale" nell'atto della redazione del verbale
di indagini difensive, qualificato tale verbale come "attopubblico".
La questione controversa sottoposta all'esame delle Sezioni Unite
consiste nello stabilire se integri il delitto di falso ideologico di
cui all'art. 479 cod. pen. la condotta del difensore che utilizzi
processualmente le dichiarazioni delle persone informate di circostanze
utili acquisite a norma degli artt. 391 bis e 391 ter c.p.p. e
verbalizzate in modo infedele.
Rileva, al riguardo, questo Collegio che il legislatore, all'art. 359
del codice penale, qualifica il difensore come soggetto privato
esercente un servizio di pubblica necessità.
Deve ritenersi, tuttavia, che esso redige sicuramente un atto pubblico
allorquando procede alla formazione del verbale nel quale trasfonde le
informazioni ricevute ai sensi degli artt. 391 bis e ter c.p.p..
Il falso ideologico eventualmente commesso dal difensore in tale
occasione diviene perciò sanzionabile ai sensi dell'art. 479 cod. pen.
(e non dell'art. 481 c.p.).
2.1 La L. 7 dicembre 2000, n. 397 ha potenziato il ruolo del difensore
nel processo penale, introducendo una disciplina organica delle
indagini difensive, che ha tipizzato gli atti espletabili dal
difensore, ricomprendendo in essi il colloquio con persone ritenute a
conoscenza dei fatti, ed ha indicato le forme per documentare ed
utilizzare nel processo i risultati dell'indagine stessa.
A norma dell'art. 391 bis c.p.p., il difensore - nell'acquisire notizie
da una persona a conoscenza dei fatti oggetto di un processo - può
procedere in tre modi: a) conferire con essa, senza documentare il
colloquio; b) richiedere una dichiarazione scritta; c) procedere ad
esame diretto della stessa.
La documentazione del ricevimento di una dichiarazione scritta o dello
svolgimento dell'esame orale deve avvenire secondo le modalità
rispettivamente previste dall'art. 391 ter c.p.p..
L'art. 391 decies c.p.p. disciplina, poi, l'utilizzazione processuale
della documentazione delle indagini difensive, prevedendo che il
verbale delle dichiarazioni rese dalla persona informata dei fatti può
essere utilizzato per le contestazioni ex art. 500 c.p.p. ed è
acquisibile al dibattimento mediante lettura ai sensi degli artt. 512 e
513 c.p.p..
Quanto alla documentazione diretta, da parte del difensore, di
dichiarazioni acquisite nel corso di investigazioni difensive, va
premesso anzitutto che non può sussistere alcun dubbio circa la
sussistenza dell'obbligo di fedeltà del difensore nella verbalizzazione
e dell'obbligo di documentare le dichiarazioni in forma integrale
(principi affermati anche nelle Regole di comportamento del penalista
nelle investigazioni difensive, approvate il 14 luglio 2001 dall'Unione
delle Camere penali e nel Codice deontologico, con le modifiche
apportate dal Consiglio nazionale forense il 26 ottobre 2002), che
costituiscono ad evidenza una garanzia pure per il soggetto chiamato
dal legale a rendere le informazioni. L'esistenza degli obblighi
anzidetti si riconnette:
- alla ratio complessiva della L. n. 397 del 2000, che, anche con
riferimento all'art. 136 c.p.p., ha introdotto una serie di regole per
garantire la genuinità della dichiarazione (avvisi, avvertimenti,
verbalizzazione integrale, conseguenze penali in caso di falso), al
fine di attribuire alla indagine difensiva la stessa valenza probatoria
dell'attività del P.M.;
- alla previsione dell'art. 371 ter c.p.p., che impone un dovere di
veridicità, penalmente sanzionato, alla persona informata dei fatti che
viene sentita dal difensore, trattandosi di disposizione che verrebbe
del tutto vanificata qualora il difensore stesso potesse non riportare
compiutamente o modificare arbitrariamente le dichiarazioni ricevute;
- al disposto dell'art. 391 bis c.p.p., comma 9, che prevede la
sospensione del verbale quando la dichiarazione appaia autoindiziante e
la inutitizzabilità, contro il dichiarante, delle dichiarazioni di tal
genere eventualmente rese in precedenza.
Ne deriva che la infedele o incompleta documentazione delle
dichiarazioni acquisite a verbale dal difensore non può iscriversi nel
novero delle garanzie di libertà dell'avvocato nell'espletare il
proprio mandato nell'interesse del cliente.
2.2 Evidente è la differenza funzionale tra il P.M. e la difesa, in
quanto solo il primo è tenuto a raccogliere tutte le emergenze
riguardanti l'indiziato mentre al secondo la legge riconosce poteri
ampiamente dispositivi. Per attribuire però al difensore, in fase di
documentazione delle indagini, la veste pubblica non occorre passare
per la dimostrazione della parità dei doveri e dei poteri rispetto al
E' vero che il difensore non ha il dovere di cooperare alla ricerca
della verità e che al professionista è riconosciuto il diritto di
ricercare soltanto gli elementi utili alla tutela del proprio
assistito, però sicuramente non gli è riconosciuto il diritto di
manipolare le informazioni ricevute avvero di selezionarle
verbalizzando solo quelle favorevoli. L'interesse dell'Avvocatura, del
resto, non può che essere quello di rendere la prova dichiarativa
assunta dal difensore affidabile al pari di quella raccolta
dall'accusa, mentre la tutela difensiva resta assolutamente integra e
non riceve compromissione alcuna attraverso il riconoscimento
legislativo della possibilità di non fare seguire al colloquio
preventivo la sua verbalizzazione, nonchè di omettere di utilizzare
processualmente il verbale di dichiarazioni che contenga elementi
sfavorevoli (art. 391 octies c.p.p.).
Il difensore, inoltre, altrettanto liberamente può addivenire alla
scelta di acquisire le informazioni mediante relazione scritta dallo
stesso dichiarante.
La possibilità di non utilizzare l'atto non comporta che esso possa
essere distrutto; significa solo che esso può rimanere nella
disponibilità privata di colui che l'ha redatto ed il delitto di falso
ideologico, pur essendo istantaneo, si ricollega comunque al momento in
cui l'atto acquista giuridica rilevanza ai sensi dell'art. 391 octies
c.p.p. e segg. non potendovi essere falsificazione ideologica punibile
fino a quando Tatto rimane nell'ambito della facoltà di disposizione
dell'agente (vedi Cass., Sez. 5^, 1.2.1993, n. 834).
2.3 L'art. 327 bis c.p.p. finalizza l'attività investigativa del
difensore alla ricerca di elementi favorevoli ma rinvia, quanto alte
forme da seguire, al titolo 6^ bis del libro 5^, ossia all'art. 391 bis
c.p.p. e segg. e, tra l'altro, all'art. 391 ter c.p.p., che onera il
difensore di autenticare "la dichiarazione" e non la sola
sottoscrizione del verbale, con la conseguente ravvisabilità
dell'esercizio di poteri tipici del pubblico ufficiale ex art. 2703
Inoltre il verbale che documenta le dichiarazioni sottostà, per
espressa disposizione dell'art. 391 ter c.p.p., alle disposizioni del
titolo 3^ del Libro 2^ ossia all'art. 134 c.p.p. e segg., in quanto
applicabili. Tra queste disposizioni va ricordato l'art. 136 c.p.p.,
che disciplina il contenuto del verbale e impone al redigente di
2.4 Il verbale nel quale il difensore raccoglie le informazioni è
destinato a provare fatti determinati e a produrre gli stessi effetti
processuali (perfetta equiparazione ai fini della prova) dell'omologo
verbale redatto dal P.M. (vedi Cass., Sez. 2^, 9 aprile 2002, n. 13552,
Pedi) e siccome non si pone in dubbio che quest'ultimo sia atto
pubblico, la stessa natura deve attribuirsi anche al verbale redatto a
cura del difensore.
Ne consegue che il difensore ha gli stessi diritti e doveri del
Pubblico Ministero per quanto riguarda le modalità di documentazione.
2.5 Sui criteri per identificare il pubblico ufficiale, a seguito delle
modifiche apportate all'art. 357 cod. pen. dalle L. n. 86 del 1990 e L.
n. 181 del 1992, le Sezioni Unite penali:
- I criteri normativi di identificazione introdotti dalla L. n. 86 del
1990, art. 17 non sono cumulativi, ma alternativi e, ai fini della
qualificazione di pubblico ufficiale, è sufficiente, in particolare,
l'esercizio disgiuntivo del potere autoritativo o certificativo;
- L'art. 357 cod. pen., come successivamente novellato; attribuisce nel
comma 1 la qualifica di pubblico ufficiale a coloro i quali esercitano
una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa.
"La principale modifica rispetto al testo originario della norma è
costituita dall'esclusione di ogni riferimento al rapporto di
dipendenza del soggetto dallo Stato ovvero da altro ente pubblico, con
la conclusiva sostituzione del criterio di distinzione funzionale-
oggettivo a quello soggettivo. Per cui la qualifica di pubblico
ufficiale deriva e risulta connotata esclusivamente dal concreto
esercizio di una pubblica funzione";
- "Al fine di individuare se l'attività svolta da un soggetto possa
essere qualificata come pubblica, ai sensi e per gli effetti di cui
agli artt. 357 e 358 cod. pen., è necessario verificare se essa sia o
meno disciplinata da norme di diritto pubblico, quale che sia la
connotazione soggettiva del suo autore, distinguendosi poi -
nell'ambito dell'attività definita pubblica sulla base di detto
parametro oggettivo - la pubblica funzione dal pubblico servizio per la
presenza (nell'una) o la mancanza (nell'altro) dei poteri tipici della
potestà amministrativa, come indicati dal comma 2 dell'art. 357
predetto".
Nella motivazione di questa sentenza le Sezioni Unite hanno rilevato
che "è necessario ricordare che l'adozione del criterio oggettivo,
realizzatosi con quell'auspicata riforma, si è tradotta in una
connotazione funzionale dell'attività concretamente esercitata e che in
tale prospettiva è essenziale la ricerca e l'individuazione della
disciplina normativa alla quale essa è sottoposta, quale che sia la
connotazione soggettiva del suo autore... quanto alla funzione
legislativa e giudiziaria, è agevole ricordare che entrambe sono
caratterizzate da connotazioni intrinseche così tipicizzate da non
offrire certamente spazio a dubbi o perplessità, nè in relazione alla
disciplina normativa alla quale esse sono sottoposte, nè con
riferimento alle modalitÃ del loro esercizio".
Le Sezioni Unite, inoltre, con la sentenza n. 15983 dell'11 aprile 2006
(depositata il 10 maggio 2006), Sepe - relativa ai criteri per
individuare l'atto pubblico (in riferimento, nella specie, alla
timbratura del cartellino marcatempo ad opera di un dipendente di una
pubblica amministrazione) - hanno evidenziato che, secondo la costante
giurisprudenza di legittimità e la prevalente dottrina, "agli effetti
delle norme sul falso documentale, il concetto di atto pubblico è più
ampio rispetto a quello che si desume dalla definizione contenuta
nell'art. 2699 cod. civ., in quanto comprende non soltanto quei
documenti che sono redatti con le richieste formalità da un notaio o da
un altro pubblico ufficiale autorizzato ad attribuirgli pubblica fede,
ma anche i documenti formati da un pubblico ufficiale o da un pubblico
impiegato incaricato di pubblico servizio nell'esercizio delle sue
funzioni, attestanti fatti da lui compiuti o avvenuti in sua presenza
ed aventi attitudine ad assumere rilevanza giuridica".
La identificazione della "funzione pubblica", dunque, a seguito della
riforma dell'art. 357 cod. pen., si basa sulla "concezione oggettiva",
sostituita a quella "soggettiva" che aveva trovato accoglimento nella
formulazione originaria del codice e, quando si tratta di un soggetto
privato, l'indice rivelatore della pubblica funzione va ricercato nella
disciplina normativa dell'attività da esso svolta, disciplina che deve
evidenziare finalità di interesse pubblico.
Nè può utilizzarsi, per l'attività di documentazione del difensore,
l'argomento - richiamato dalla giurisprudenza più recente formatasi con
riferimento all'esercizio del potere di autenticazione della autografia
delle sottoscrizioni apposte dalle parti nelle procure speciali
rilasciate allo stesso difensore - secondo cui l'autentica di firma non
è atto pubblico perchè non comprende dichiarazioni delle parti o
attestazione di fatti avvenuti alla presenza del pubblico ufficiale
(vedi, ad esempio, Cass., Sez. 2^, 22.1.2003, n. 3135, P.M. in proc.
Quattrone): tali dichiarazioni e fatti ricorrono, invece, nell'attività
di documentazione del difensore qui esaminata.
La giurisprudenza civile di questa Corte, del resto, con orientamento
costante, evidenzia che "la funzione del difensore di certificare
l'autografia della sottoscrizione della parte, ai sensi degli artt. 83
e 125 cod. proc. civ., pur trovando la sua base in un negozio giuridico
di diritto privato (mandato), ha natura essenzialmente pubblicistica,
atteso che la dichiarazione della parte, con la quale questa assume su
di sè gli effetti degli atti processuali che il difensore è legittimato
a compiere, è destinata a dispiegare i suoi effetti nell'ambito del
processo. Ne consegue che il difensore, con la sottoscrizione dell'atto
processuale e con l'autentica della procura riferita allo stesso,
compie un negozio di diritto pubblico e riveste la qualità di pubblico
ufficiale, la cui sottoscrizione può essere disconosciuta soltanto con
la querela di falso" (così Cass., Sez. lavoro: 16 aprile 2003, n. 6047,
Mastronicola c/Battista; 20 giugno 1996, n. 5711, Artar Cicli c/Rigon).
2.6 Irrilevante è la circostanza che, per la violazione del dovere di
completezza della verbalizzazione, sia stata espressamente prevista
(art. 391 bis c.p.p., comma 6) una sanzione disciplinare, perchè ciò
non significa che il legislatore abbia intenzionalmente stabilito di
sanzionare solo in via disciplinare la violazione del dovere di fedele
documentazione del difensore.
La previsione del rilievo disciplinare di un fatto non ne esclude la
rilevanza anche sotto i profili penali e nel sistema processuale si
rinvengono norme (quali l'art. 115 c.p.p., art. 25 disp. att. c.p.p.,
art. 124 c.p.p.) che prevedono illeciti disciplinari per condotte che
pacificamente sono perseguite pure penalmente quando integrino estremi
2.7 Esiste un'evidente simmetria legislativa fra la falsità nelle
dichiarazioni verbalizzate dal difensore (art. 371 ter cod. pen.) e
quella riguardante le dichiarazioni verbalizzate dal P.M. (art. 371 bis
cod. pen.), entrambe di rilevanza penale.
E' vero che l'art. 371 ter cod. pen. punisce le false dichiarazioni ma,
riconoscendo il diritto della persona informata ad avvalersi della
facoltà di non rispondere al difensore, non ne punisce la reticenza. Il
difensore, però, può fare ricorso alle particolari procedure previste
dai commi 10 e 11 dell'art. 391 bis c.p.p., per ottenere le
dichiarazioni della stessa persona dinanzi al P.M. o con incidente
probatorio e, nella audizione ottenuta dinanzi al P.M. su richiesta del
difensore (art. 391 bis c.p.p., comma 10), si applica la disposizione
generale dell'art. 362 c.p.p., che disciplina le modalità di assunzione
delle informazioni da parte del P.M., a sua volta contenente il rinvio
all'art. 198 c.p.p., che sancisce l'obbligo del testimone di rispondere
2.8 L'esonero del difensore e collaboratori dall'obbligo di denuncia,
stabilito dall'art. 334 bis c.p.p., non risolve la questione della loro
configurabilità come pubblici ufficiali, ben potendosi ritenere
delineata una figura di pubblico ufficiale eccezionalmente dispensato
dall'obbligo di denuncia.
Secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di falsità di atti
pubblici, la legge penale tutela il documento non per il suo contenuto
e la sua validità intrinseca ma per la sua funzione attestativa e per
la sua attitudine probatoria, sicchè la invalidità del rapporto
giuridico rappresentato dal documento non esclude il delitto di falso
previsto dall'art. 476 cod. pen. (vedi Cass., Sez. 5^: 16.12.1997, n.
11714, Lipizer e 12.2.1992, n. 1474, Goio). Perchè il documento sia
insuscettibile di protezione penale deve essere privo dei requisiti
formati che ne consentono la riconoscibilità sì da potersi considerare
"inesistente" e, d'altro canto, per la configurazione del reato, non
occorre che l'atto, al momento della sua falsificazione, possa
ritenersi valido per istituire o provare un rapporto, bensì che merce
la falsificazione risulti idoneo a provare la sussistenza sia pure
apparente, nei confronti dei terzi, della situazione documentata.
Il verbale in questione, pur dichiarato dal Tribunale del riesame
"inutilizzabile", non era privo di qualsivoglia rilevanza probatoria,
ossia inesistente (qualità sulle quali, come si è detto, la
giurisprudenza ha costruito la tesi del falso innocuo): esso, infatti,
aveva comunque dato origine al procedimento penale a carico del Ba. e
avrebbe potuto dare origine ad indagini contro il terzo complice
rimasto ignoto.
3. Ritengono, in conclusione, queste Sezioni Unite di affermare il
principio secondo il quale integra il delitto di falso ideologico di
Va ribadita, al riguardo, la consolidata giurisprudenza di questa Corte
Suprema secondo la quale, per la sussistenza del delitto di
favoreggiamento personale, è sufficiente il dolo generico, che consiste
nella coscienza e volontà di prestare, con una condotta a forma libera,
aiuto ad una persona in relazione ad un reato commesso, per eludere le
investigazioni o per sottrarsi alle ricerche (vedi Cass.: Sez. 1^,
8.7.1999, n. 8786; Sez. I, 23.10.1995, n. 10544; Sez. 6^, 20.9.1991, n.
9819).
Anche il difensore dell'imputato può rendersi responsabile del delitto
di favoreggiamento personale allorquando presti un consapevole aiuto
diretto, oltre i limiti dell'attività difensiva, anche solo ad
intralciare l'opera di investigazione o di ricerca dell'autorità (vedi
Cass., Sez. L, 26.6.1986, n. 6204): la difesa, infatti, quale diritto
inviolabile, non ha nulla a che vedere con attività sleali o delittuose.
Per la configurazione dell'esimente di cui all'art. 51 cod. pen.,
l'esercizio di un diritto scrimina nei limiti in cui esso è
riconosciuto, essendo necessario che l'attività posta in essere
costituisca una corretta estrinsecazione delle facoltà inerenti al
diritto in questione. Nella vicenda in esame precise disposizioni
legislative e deontologiche imponevano all'imputato la fedeltà nella
verbalizzazione e non può costituire scriminante, neppure nella forma
putativa, la convinzione dell'esistenza di un diritto in realtà
inesistente che si è tradotta in un esercizio del diritto di difesa al
di fuori dei suoi limiti legali e naturali, non integrante errore
relativo al fatto.
E' fuorviante discettare, infine, della astratta possibilità di
configurare un favoreggiamento personale del difensore in forma
omissiva, perchè nella specie l'omessa verbalizzazione è soltanto un
presupposto della condotta commissiva di produzione di un verbale
5. Il ricorso, per tutte le argomentazioni svolte dianzi, deve essere
rigettato, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese
La Corte Suprema di Cassazione, a Sezioni Unite, visti gli artt. 607,
615 e 616, c.p.p., rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al
Depositato in Cancelleria il 28 settembre 2006 CERCA ANCORA IN QUESTO SITO Ricerca personalizzata

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 81
 art. 640
 art. 61
 art. 81
 art. 479
 sentenza 
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 sentenza 
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 art. 160
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 493
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 art. 81
 sentenza 
 art. 38
 sentenza 
 art. 378
 art. 500
 art. 2703
 art. 17
 sentenza 
 sentenza 
 art. 25

art. 124