Source: https://avvmicheledeluca.com/2018/06/13/nel-reato-di-minaccia-elemento-essenziale-e-la-limitazione-della-liberta-psichica-mediante-la-prospettazione-del-pericolo-che-un-male-ingiusto-possa-essere-cagionato-dallau/
Timestamp: 2019-10-17 03:34:04+00:00

Document:
Nel reato di minaccia, elemento essenziale e’ la limitazione della liberta’ psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima – Michele De Luca
Nel reato di minaccia, elemento essenziale e’ la limitazione della liberta’ psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima
giugno 13, 2018 ~ avvmicheledeluca12
Corte di cassazione, sezione quinta, penale, Sentenza 10 maggio 2018, n. 20818.
Nel reato di minaccia, elemento essenziale e’ la limitazione della liberta’ psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima, senza che sia necessario che uno stato di intimidazione si verifichi concretamente in quest’ultima, essendo sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire e irrilevante, invece, l’indeterminatezza del male minacciato, purche’ questo sia ingiusto e possa essere dedotto dalla situazione contingente.
Sentenza 10 maggio 2018, n. 20818
avverso la sentenza del 16/06/2016 del TRIBUNALE di NAPOLI;
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dr. MIGNOLO OLGA che ha concluso per l’inammissibilita’.
1. Con la sentenza impugnata il Tribunale di Napoli, in funzione di giudice di appello, ha confermato la pronuncia del Giudice di Pace di Napoli, emessa in data 20 novembre 2015, limitatamente alla dichiarazione di responsabilita’ di (OMISSIS) per il delitto di minaccia commesso in danno di (OMISSIS) profferendo all’indirizzo di questi l’espressione: “Vieni fuori che ti faccio vedere io”.
2. Avverso la sentenza ricorre personalmente l’imputato, deducendo errata applicazione della legge penale in ordine alla sussistenza del reato di minaccia e difetto di motivazione, rilevando, con il primo motivo, come vi sia stata una controversa ricostruzione del fatto in ordine alla frase effettivamente pronunciata, essendo stata questa diversamente percepita dalla parte offesa e dalle altre persone presenti; con il secondo motivo, come la frase attribuitagli non contenga alcuna minaccia di un male ingiusto e, come, in ogni caso, nessuna valutazione circa la sua effettiva idoneita’ intimidatoria sia stata compiuta nel provvedimento impugnato.
3.1. Il primo motivo sviluppa, invero, una censura relativa alla valutazione delle prove non deducibile in sede di legittimita’, salvo che il giudice censurato non sia incorso in un travisamento delle stesse. Vizio, questo, che tuttavia, nel caso censito, non e’ stato dedotto con la necessaria specificita’ e, comunque, nel rispetto del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione.
3.2. La doglianza sollevata con il secondo motivo e’, invece, manifestamente infondata. L’idoneita’ intimidatoria della frase pronunziata “Vieni fuori che ti faccio vedere io” deve, infatti, essere valutata con riferimento al concreto contesto di riferimento. In tal senso si e’ espressa questa Suprema Corte allorche’ ha affermato che: “Nel reato di minaccia, elemento essenziale e’ la limitazione della liberta’ psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima, senza che sia necessario che uno stato di intimidazione si verifichi concretamente in quest’ultima, essendo sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire e irrilevante, invece, l’indeterminatezza del male minacciato, purche’ questo sia ingiusto e possa essere dedotto dalla situazione contingente (Sez. 5, n. 45502 del 22/04/2014, Scognamillo, Rv. 261678; Sez. 5, n. 21601 del 12/05/2010, Pagano, Rv. 247762; Sez. 5, n. 31693 del 07/06/2001, Tretter, Rv. 219851).
Deve, quindi, riconoscersi che, alla stregua di tale principio, il giudice di merito ha correttamente ravvisato l’attitudine intimidatoria nella condotta dell’imputato, il quale – come si apprende dalla sentenza di primo grado che quanto alla ricostruzione del fatto integra quella di secondo grado – da collaboratore di una notaio si era rivolto al coniuge di quest’ultima – che gli aveva contestato un ammanco di una consistente somma di denaro – con la frase dianzi menzionata ed aveva cercato di aggredirlo, posto che la minaccia, pur espressa in termini generici, aveva assunto concretezza intimidatoria in considerazione della situazione in essa si era verificata, nella quale alle parole il ricorrente aveva cercato di far seguire le percosse nei confronti del suo contraddittore, non riuscendoci solo perche’ bloccato da un dipendente dello studio e prontamente allontanato.
4. Per le suesposte ragioni il ricorso deve essere dichiarato inammissibile e il ricorrente condannato al pagamento delle spese del procedimento e della somma di’ Euro 2.000,00 a favore della Cassa delle ammende.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente condannato al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 2.000,00 a favore della Cassa delle ammende.
‹ PreviousL’interpretazione delle clausole di un regolamento condominiale contrattuale, contenenti il divieto di destinare gli immobili a determinati usi, è sindacabile in sede di legittimità solo per violazione delle regole legali di ermeneutica contrattuale
Next ›Appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario la controversia sulla revoca di una pubblica sovvenzione

References: Sentenza 

Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza