Source: https://www.laleggepertutti.it/194808_conto-corrente-cosa-rischio-se-non-ho-prove-per-ogni-versamento
Timestamp: 2018-07-20 16:28:53+00:00

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Conto corrente: cosa rischio se non ho prove per ogni versamento
Lo sai che? Conto corrente: cosa rischio se non ho prove per ogni versamento
Versamenti in banca: il fisco può chiedere giustificazioni per ognuno di essi e, se non giustificati, li tassa nuovamente.
Che succederebbe se, sul tuo conto corrente, dovessero risultare una serie di versamenti e un giorno l’Agenzia delle Entrate decidesse di fare un controllo bancario sulla tua posizione? La banca sarebbe tenuta a fornirle tutta la documentazione e, quindi, sarebbe in grado di ricostruire ogni movimentazione in entrata. Ma se per i prelievi non ci sono limiti e non c’è obbligo di fornire giustificazioni, non è così per i versamenti i quali possono essere scandagliati ad uno ad uno. Legittimo a questo punto che tu, proprietario come tanti altri di un conto corrente, ti chieda cosa rischio se non ho prove per ogni versamento? La risposta è stata fornita da una recente ordinanza della Cassazione [1]. Ecco qual è la soluzione.
Non hai scampo: se il fisco dovesse decidere di effettuare un accertamento bancario sul tuo conto corrente e dovesse trovare dei versamenti, sei costretto a spiegare, per ciascuno di essi, le ragioni e la provenienza del denaro. Tanto per fare un esempio, in presenza di un versamento di contanti dovrai chiarire come te li sei procurati; se invece si tratta di un bonifico, dovrai spiegare perché ti è stato fatto questo pagamento.
Che succede se non riesci a fornire tale prova? Molto semplice: l’Agenzia delle Entrate ti tasserà. Questo perché tutti i versamenti non giustificati si presumono essere dei «pagamenti» ricevuti da terzi, ossia redditi. E, in quanto tali, vengono tassati. Non importa poi se, per tali somme, hai già versato le imposte, se c’è stata ritenuta alla fonte o se si tratta di redditi esenti. Non importa neanche se sono passati tanti anni e hai perso le prove o memoria della provenienza dei soldi: rileva il fatto che tu non sia riuscito a fornire una giustificazione a tuo favore. In questo modo la Suprema Corte ha ricordato ancora una volta come la legge imponga, al contribuente, di tenere traccia di tutti i versamenti sul conto per essere pronto a fornire giustificazioni al fisco. Non importa poi che il titolare del conto corrente sia un lavoratore dipendente e non un imprenditore, un professionista o un commerciante. Tutti – proprio tutti – nel momento in cui versano dei soldi in banca devono sapere che un giorno potrebbe arrivare l’Agenzia delle Entrate a chiedere chiarimenti. E quel giorno non basteranno fumose e sommarie difese ma serviranno prove analitiche per ogni versamento. Se il contribuente si limiti a deduzioni generiche sui versamenti effettuati senza fornirne giustificazioni concrete questi non potranno che essere tassati.
Non è tutto. La prova deve essere anche scritta: una scrittura privata autenticata, un atto notarile o registrato, un documento comunque con una data comunque oppure un estratto conto. Un esempio riuscirà a rendere meglio il grosso problema in cui potrebbe incappare chiunque.
Immaginiamo una persona che abbia una lontana zia che, a titolo di affetto, lo aiuti ogni mese con dei contanti, soldi che il beneficiario versa puntualmente sul proprio conto. Alla fine dell’anno, l’Agenzia delle Entrate nota che il tenore di vita del contribuente è superiore rispetto allo scarso reddito da questi dichiarato e così gli chiede chiarimenti. Il contribuente fa vedere che sul conto sono presenti i versamenti di contanti ottenuti dalla zia, ma il fisco non gli crede. «Che prove hai per dimostrare ciò che dici?» gli potrebbe chiedere l’ufficiale delle Entrate. Lui, a quel punto, non essendo stato a suo tempo tanto cauto da farsi fare dei bonifici, non potrà fornire alcuna dimostrazione a proprio favore. Risultato: l’Agenzia delle Entrate potrà ritenere tali accrediti come se fossero dei pagamenti (ad esempio vendite di merce) e tassarli tutti quanti.
Ne abbiamo già parlato in Versamenti sul conto: vanno giustificati?
Un altro esempio, questa volta di un contribuente in malafede, riuscirà a spiegare meglio come stanno le cose.
Una persona riceve da un’altra duemila euro in contanti e li deposita sul proprio conto. Si tratta del compenso ricevuto per l’affitto di una casa vacanza nel mese di agosto. Dopo tre anni, l’Agenzia delle Entrate nota l’accredito sospetto sul conto bancario del proprietario dell’appartamento; così gli chiede chiarimenti. Quest’ultimo, per difendersi, d’accordo con l’ex inquilino, sostiene che si tratta della restituzione di un prestito da lui fatto in precedenza. Ma l’Agenzia non gli crede, ritenendo piuttosto che, dietro il versamento sul conto corrente, si nasconda un’evasione fiscale. Il contribuente ribatte: deve essere piuttosto il fisco a dover dimostrare l’esistenza del “nero” e non il cittadino a dare prova del contrario. Chi dei due ha ragione?
Anche in questo caso l’Agenzia delle Entrate può spiccare l’accertamento fiscale dopo aver visto i versamenti sul conto non giustificati. Questo perché le somme versate in banca dal professionista, dall’imprenditore o del privato (lavoratore dipendente o meno) possono essere ritenute dall’Agenzia delle entrate come redditi “in nero” se non viene provata la loro provenienza. Al contrario, i prelievi fatti dal proprio conto bancario non possono mai fornire una presunzione di evasione sufficiente a giustificare un accertamento.
Proprio questo è il succo della sentenza in commento. Il contribuente non può limitarsi a fornire una prova generica ma “analitica”, indicando ogni versamento bancario al fine di dimostrare che ogni operazione contabile è estranea a fatti imponibili.
La legge [3] – sottolinea la Cassazione – «stabilisce che gli uffici finanziari possono invitare i contribuenti a fornire dati e notizie rilevanti ai fini dell’accertamento, recando la presunzione legale (relativa) della disponibilità di maggior reddito, desumibile dalle risultanze dei conti correnti bancari. In particolare, qualora l’accertamento eseguito dell’Ufficio finanziario si fondi su verifiche di conti correnti bancari, l’onere probatorio è a carico del contribuente, il quale deve dimostrare, con una prova non generica, ma analitica per ogni versamento bancario; pertanto qualora il contribuente si limiti a deduzioni del tutto generiche sui versamenti effettuati senza fornirne giustificazioni concrete questi non potranno che essere recuperati a reddito dall’ufficio finanziario».
La giurisprudenza ritiene che l’accertamento basato sulla verifica di conti correnti bancari deve essere sempre motivato previo disconoscimento delle prove addotte dal contribuente; quest’ultimo deve dimostrare che gli elementi desumibili dai movimenti bancari non sono collegabili ad operazioni imponibili e sono privi di rilevanza fiscale [3].
Ogni singola movimentazione bancaria deve trovare la propria giustificazione in una specifica operazione contabile e, in caso di non coincidenza tra gli importi indicati nei documenti presentati e quelli bancari, la movimentazione non risulta giustificata e, di conseguenza, il fisco può tassare l’intero importo [4].
[1] Cass. ord. n. 2649/2018.
[2] Art. 32, co. 2, d.P.R. n. 600/1973.
[3] Cass. sent. nn. 711/17 e 15857/16
[4] Ctp Milano, sent. n. 5322/2016.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile, ordinanza 9 gennaio – 2 febbraio 2018, n. 2649
L’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo, contro S. U., impugnando la sentenza resa dalla CTR Toscana indicata in epigrafe, con la quale, confermando la pronunzia di primo grado, è stato ritenuto illegittimo l’accertamento emesso a carico del contribuente per la ripresa a tassazione di IRPEF sulla base di accertamenti bancari ex art.32 dPR n.600/73.
S. S. e S. T. costituitisi quali eredi di S. U., hanno chiesto il rigetto del ricorso.
L’Agenzia ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art.32 dPR c.2 e 7 n.600/73 e dell’art.38 c.5 dPR n.600/73. La CTR avrebbe fondato la decisione su una previsione normativa errata, non vertendosi in tema di redditometro, tralasciando di applicare i principi giurisprudenziali più volte espressi da questa Corte in tema di prova specifica necessaria per superare la presunzione posta a carico del contribuente dall’art.32 dPR n.633/1972.
Giova ricordare che questa Corte è ferma nel ritenere che la presunzione legale “juris tantum” nascente dall’art.32 c.1 n.2 dpr n.600/73, può essere vinta dal contribuente soltanto se offre la prova liberatoria che dei movimenti sui conti bancari egli ha tenuto conto nelle dichiarazioni, o che gli accrediti e gli addebiti registrati sui conti non si riferiscono ad operazioni imponibili, occorrendo all’uopo che vengano indicati e dimostrati dal contribuente la provenienza e la destinazione dei singoli pagamenti con riferimento tanto ai termini soggettivi dei singoli rapporti attivi e passivi, quanto alle diverse cause giustificative degli accrediti e dei prelievi” (Cass. n. 26111/2015, Cass. n. 21800/2017).
Ne consegue che il contribuente è tenuto a fornire non una prova generica, ma una prova analitica, con indicazione specifica della riferibilità di ogni versamento bancario, in modo da dimostrare come ciascuna delle singole operazioni effettuate sia estranea a fatti imponibili, dovendo poi il giudice verificare in modo rigoroso l’efficacia dimostrativa delle prove fornite a giustificazione di ogni singola movimentazione accertata, rifuggendo da qualsiasi valutazione di irragionevolezza ed inverosimiglianza dei risultati restituiti dal riscontro delle movimentazioni bancarie – Cass. n. 221800/2017, Cass. n. 18081/2010, Cass. n. 22179/2008, Cass. n. 26018/2014-.
Fatte tali premesse in diritto, la CTR non si è affatto conformata ai superiori principi.
Ed invero, la CTR ha erroneamente richiamato, in motivazione, un parametro normativo (art.38 c.5 dPR n.600/73) spurio rispetto al tema dell’accertamento, pacificamente relativo a somme risultanti da accertamenti bancari alla stregua dell’art.32 dPR n.633/1973, in tal modo ponendo in essere una falsa applicazione della disposizione appena ricordata.
Peraltro, risulta evidente l’errore nel quale è incorsa la CTR che, invece di verificare se il contribuente, per superare la presunzione nascente dalla su richiamata disposizione, avesse fornito in concreto la prova specifica idonea a giustificare i movimenti bancari sui quali si era fondato l’accertamento-tre assegni di terzi intestati a S. U. e dallo stesso incassati- si è limitata per l’un verso ad indicare la prospettazione del contribuente in ordine alla provenienza delle somme ed alla circostanza che le stesse erano già state sottoposte ad imposizione. Così facendo, il giudice di appello ha valorizzato elementi irrilevanti – quali la provenienza delle somme- ed invece omesso di compiere la verifica in ordine a quanto dedotto dal contribuente che, secondo quanto sopra ricordato, avrebbe invece richiesto una prova specifica dell’estraneità delle movimentazioni a fatti imponibili. Nè la valorizzazione della natura non reddituale dei flussi finanziari, allegati e non contestati dall’Ufficio, avrebbe potuto sortire un effetto favorevole al contribuente, in assenza di una chiara indicazione degli specifici elementi indicati dal contribuente per giustificare le movimentazioni anzidette.
Tanto è sufficiente per escludere che in discussione vi sia un accertamento di fatto che impedisca a questa Corte l’esame del profilo di censura, invece puntualmente correlato alle prospettate violazione e falsa applicazione di legge.
Sulla base di tali considerazioni, in accoglimento del ricorso, la sentenza impugnata va cassata, con rinvio ad altra sezione della CTR Toscana, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.
Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia ad altra sezione della CTR Toscana, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

References: sentenza 
 Cass. 
 Art. 32
 Cass. 
 sentenza 
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 Cass. 
 Cass. 
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 Cass. 
 Cass. 
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