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Timestamp: 2020-04-02 01:37:43+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 3240 del 07/02/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3240 del 07/02/2017
Cassazione civile, sez. II, 07/02/2017, (ud. 20/12/2016, dep.07/02/2017), n. 3240
sul ricorso 24907/2012 proposto da:
R.V., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in NERETO, VIA
VITTORIO VENETO 57, presso lo studio dell’avvocato BRUNO MASSUCCI,
che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati STEFANO
FLAJANI, FRANCESCO FALVO D’URSO;
M.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CRESCENZIO 20,
presso lo studio dell’avvocato CESARE PERSICHELLI, che lo
rappresenta e difende unitamente all’avvocato MICHELA GIRARDI;
avverso la sentenza n. 701/2011 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,
depositata il 02/08/2011;
20/12/2016 dal Consigliere Dott. LORENZO ORILIA;
udito l’Avvocato FALVO D’URSO Luigi, con delega depositata in udienza
dell’Avvocato MASSUCCI Bruno, difensore della ricorrente che ha
udito l’Avvocato GIRARDI Luigi, con delega depositata in udienza
dell’Avvocato GIRARDI Michela, difensore della resistente che ha
depositato nota spese ed ha chiesto l’accoglimento delle difese
esposte ed in atti;
RUSSO Rosario Giovanni, che ha concluso per l’accoglimento del
secondo, terzo e quarto motivo e per l’assorbimento o per il rigetto
degli altri motivi di ricorso.
1. Decidendo i sede di gravame sul riparto delle spese in una lite possessoria conclusasi in primo grado con transazione e sulle altre questioni insorte nel corso del predetto giudizio tra gli originari ricorrenti R.V. e F.A. (usufruttuari di vigneti nei Comuni di (OMISSIS)) e il nudo proprietario M.P., la Corte d’Appello di L’Aquila con sentenza 2.8.2011 ha compensato le spese del giudizio possessorio nonchè quelle del procedimento di sequestro conservativo e del successivo giudizio di reclamo, ed ha invece condannato gli appellanti a pagare al M. la complessiva somma di Euro 60.321,14 a titolo di spese da quest’ultimo anticipate per l’amministrazione dei beni oggetto di usufrutto nonchè a rimborsargli i 2/3 delle spese del giudizio di appello, con compensazione della restante frazione e conferma delle restanti statuizioni della sentenza di primo grado.
Per giungere a tale soluzione e per quanto ancora interessa in questa sede – la Corte abruzzese ha osservato:
– che l’originaria domanda possessoria avanzata dai R. – F. era stata oggetto di conciliazione con espressa previsione di compensazione delle spese;
– che era corretto il conto presentato dal R., nominato in corso di causa amministratore dei beni oggetto di usufrutto; che l’esito della lite e l’accoglimento parziale dell’appello giustificava la disposta regolamentazione delle spese del giudizio di appello.
2. Contro tale decisione propongono ricorso per cassazione la R. e il F. con sei censure.
1- Con il primo motivo i ricorrenti lamentano violazione e falsa applicazione dell’art. 1003 c.c., contestando la regolarità della procedura di nomina dell’amministratore dei beni oggetto di usufrutto.
Il motivo è inammissibile: come ripetutamente affermato da questa Corte, qualora una determinata questione giuridica – che implichi un accertamento di fatto – non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata nè indicata nelle conclusioni ivi epigrafate, il ricorrente che riproponga la questione in sede di legittimità, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità, per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione innanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale scritto difensivo o atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di cassazione di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa (tra le varie, v. sez. 1, Sentenza n. 25546 del 30/11/2006 Rv. 593077; Sez. 3, Sentenza n. 15422 del 22/07/2005 Rv. 584872 Sez. 3, Sentenza n. 5070 del 03/03/2009 Rv. 606945).
Ebbene, i ricorrenti, con riferimento alle citate questione di diritto, implicanti inevitabili accertamenti in fatto, non offrono tali necessarie indicazioni nè dalla sentenza risulta la loro proposizione nel giudizio di merito e dunque deve ritenersi che il difensore nominato per il giudizio di cassazione le abbia per la prima volta introdotte in questa sede.
2-3-4 Col secondo motivo i ricorrenti denunziano violazione degli artt. 65, 263 e 592 cpc rilevando la mancata produzione di rendiconti trimestrali da parte dell’amministratore M. e il tardivo deposito del rendiconto.
Col terzo motivo deducono violazione dell’art. 984 c.c., artt. 132, 184, 593 e 263 c.p.c. e vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, svolgendo una serie di osservazioni critiche sul contenuto e sulla redazione del rendiconto da parte del M. a cui la Corte non avrebbe dato risposta, nonostante le deduzioni i rilievi di parte a suo tempo mossi.
Col quarto motivo i ricorrenti denunziano violazione degli artt. 112, 115 e 116 c.p.c., nonchè art. 118 att. c.p.c. e ancora vizio di vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio: i ricorrenti si dolgono della mancata nomina di un consulente tecnico di ufficio per verificare la correttezza del rendiconto presentato dal R..
I tre motivi – che ben si prestano a trattazione unitaria – sono infondati.
Secondo la Corte d’Appello, vertendosi in tema di rendiconto fondato su un rapporto di natura processuale (conto reso dal gestore all’autorità giudiziaria che lo ha nominato), il provvedimento di approvazione del conto ha natura di ordinanza non impugnabile ex art. 593 c.p.c.. Da tale premessa, la Corte di merito ha quindi tratto come logica conseguenza l’inammissibilità delle doglianze prospettate dagli appellanti, aggiungendo che per costoro restava comunque ferma la possibilità di far valere in altra sede i segnalati profili di mala gestio da parte dell’amministratore (v. pagg. 11 e ss sentenza impugnata ove si ricostruisce la natura giuridica del provvedimento).
A fronte di una tale ratio decidendi, del tutto idonea a sorreggere la scelta di non procedere all’esame delle censure al rendiconto, i ricorrenti avevano l’onere di contrapporre uno specifico motivo di ricorso sostenendo, cioè, l’erronea sussunzione del rendiconto svolto dall’amministratore dei beni in usufrutto nell’ipotesi di cui all’art. 593 c.p.c. (norma riguardante l’amministrazione giudiziaria di beni immobili sottoposti ad espropriazione), ma non l’hanno fatto, perchè la critica è tutta incentrata sulle modalità di redazione del conto: insomma, si contesta l’operato in concreto dell’amministratore, ma non il principio – affermato a monte dalla Corte d’Appello – della non impugnabilità delle contestazioni sorte in merito al conto approvato dal giudice.
I ricorrenti dunque non colgono il nucleo essenziale della motivazione della sentenza e pertanto restano assorbiti anche il terzo e quarto motivo precisandosi, ma solo per completezza, che il terzo motivo si rivela anche privo di specificità ove lamenta la mancata risposta alle critiche sul mancato riconoscimento delle spese, ma poi omette di precisare quali fossero esattamente le critiche contenute nelle deduzioni e nella perizia di parte, di cui non trascrive nè il contenuto (quanto meno per le parti di stretto interesse) nè offre elementi necessari al reperimento di detti atti.
Il quarto motivo (sulla omessa nomina di un CTU contabile) non considera, infine, che la consulenza tecnica d’ufficio è mezzo istruttorio (e non una prova vera e propria) sottratto alla disponibilità delle parti ed affidato al prudente apprezzamento del giudice di merito, rientrando nel suo potere discrezionale la valutazione di disporre la nomina dell’ausiliario giudiziario e la motivazione dell’eventuale diniego può anche essere implicitamente desumibile dal contesto generale delle argomentazioni svolte e dalla valutazione del quadro probatorio unitariamente considerato effettuata dal suddetto giudice (Sez. 1, Sentenza n. 15219 del 05/07/2007 Rv. 598312; Sez. 3, Sentenza n. 4660 del 02/03/2006 Rv. 587497; Sez. 2, Sentenza n. 6479 del 06/05/2002 Rv. 554155).
Nel caso di specie la Corte d’Appello ha spiegato adeguatamente le ragioni per cui ha disatteso l’istanza di nomina del consulente contabile condividendo il giudizio del primo giudice sulla attendibilità del conto (per essere fondato su documentazione giustificativa di sicuro riscontro) ed osservando inoltre che, vertendosi in tema di rendiconto fondato su un rapporto di natura processuale (conto reso dal gestore all’autorità giudiziaria che lo ha nominato), il provvedimento di approvazione del conto aveva natura di ordinanza non impugnabile ex art. 593 c.p.c..
5. Col quinto motivo si deduce la violazione degli artt. 24 e 111 Cost., nonchè degli artt. 91, 92, 132 c.p.c. e art. 118 att. c.p.c., nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio: premessa una ricostruzione matematica dell’esito della lite (fondata, cioè sullo stretto rapporto numerico tra le censure accolte o disattese) i ricorrenti con una lunga censura criticano la motivazione sulla compensazione delle spese, non essendo sufficiente – a loro dire – il richiamo ai “giusti motivi”.
Il motivo è infondato perchè non considera il principio secondo cui in tema di liquidazione delle spese giudiziali, nessuna norma prevede, per il caso di soccombenza reciproca delle parti, un criterio di valutazione della prevalenza della soccombenza dell’una o dell’altra basato sul numero delle domande accolte o respinte per ciascuna di esse, dovendo essere valutato l’oggetto della lite nel suo complesso (Sez. 1, Sentenza n. 1703 del 24/01/2013 Rv. 624926).
Pertanto non è era il numero dei motivi di appello accolti o respinti che doveva valere per stabilire chi fosse risultato vittorioso o soccombente e in che misura, quanto piuttosto la valutazione dell’esito globale della lite.
Nel caso di specie la Corte d’Appello ha considerato “l’esito della lite” per giustificare la prevalenza della soccombenza degli appellanti (condannati per questo a rimborsare i 2/3 delle spese): decisione giuridicamente corretta perchè la lite a parte la questione possessoria definita in via conciliativa con compensazione delle relative spese – si conclusa con il riconoscimento del compenso dell’amministratore esattamente nella misura da lui pretesa, pari a Euro 60.321,14 (v. pagg. 9 sentenza impugnata e dispositivo) e dunque sulla domanda più rilevante dal punto di vista economico il vittorioso era certamente il M..
I ricorrenti in definitiva non considerano che per la Corte d’Appello essi, a prescindere dall’accoglimento di alcune censure, in un’ottica globale dell’esito del giudizio, non rappresentavano affatto la parte vittoriosa (unica abilitata a dolersi di una eventuale erronea compensazione delle spese in luogo di una auspicata decisione favorevole), ma rappresentavano la parte ritenuta sostanzialmente soccombente che, come evidente, non ha interesse a dolersi di una compensazione (soluzione certamente più favorevole rispetto ad una condanna).
6. Col sesto ed ultimo motivo i ricorrenti deducono violazione e falsa applicazione dell’art. 51 c.p.c. e art. 78 att. c.p.c., rilevando che il consigliere estensore della sentenza impugnata, avendo deciso in merito all’inventario dei beni oggetto di usufrutto ex art. 1002 c.c., quando esercitava le proprie funzioni presso il Tribunale di Teramo, avrebbe dovuto astenersi per ragioni di convenienza.
Innanzitutto, non spiega quale fosse esattamente l’attività che il Cons. D.G., quando era in servizio presso il Tribunale, avrebbe svolto in relazione al giudizio de quo e che, a dire dei ricorrenti, avrebbe dovuto consigliare la sua astensione facoltativa: sotto tale profilo, la censura è chiaramente priva di specificità. Inoltre – e il rilievo tronca definitivamente il discorso – in difetto di ricusazione, la violazione dell’obbligo di astenersi da parte del giudice non è deducibile in sede di impugnazione come motivo di nullità della sentenza (Sez. 3, Sentenza n. 13935 del 07/07/2016 (Rv. 640531; Sez. 1, Sentenza n. 26223 del 12/12/2014 Rv. 633417; Sez. U, Sentenza n. 3527 del 11/03/2002 Rv. 553400).
Nel caso di specie, in cui peraltro neppure si discute di astensione obbligatoria, non risulta proposta nessuna istanza di ricusazione.
In conclusione, il ricorso va respinto e le spese vanno poste a carico della parte soccombente tenendosi conto del valore della lite.
la Corte rigetta il ricorso e condanna in solido i ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in complessivi Euro 5.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi.

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 art. 118
 art. 593
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 art. 593
 art. 118
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 art. 78
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 art. 1002
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