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Timestamp: 2020-06-06 06:46:11+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 17109 del 16/08/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17109 del 16/08/2016
Cassazione civile sez. lav., 16/08/2016, (ud. 05/05/2016, dep. 16/08/2016), n.17109
sul ricorso 20095/2012 proposto da:
D.M.P., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,
VIA ISOLA CAPO VERDE 26 -(OSTIA LIDO), presso lo studio
dell’avvocato ALFONSO DI BENEDETTO, che la rappresenta e difende,
RUSTICHELLI S.R.L., P.I. (OMISSIS), in persona del legale
PADRE SEMERIA 33, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO DI MAURO,
avverso la sentenza n. 3978/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 02/08/2012 R.G.N. 7042/2008;
udito l’Avvocato PIGOZZI LUCA per delega Avvocato DI BENEDETTO
udito l’Avvocato DI MAURO FRANCESCO;
Con sentenza n. 457/08 – poi confermata dalla Corte d’appello di Roma con sentenza depositata il 2.8.12 – il Tribunale di Civitavecchia condannava la Rustichelli S.r.l. a pagare a D.M.P. la complessiva somma di Euro 4.564,89 per differenze retributive varie maturate tra il 2000 (epoca in cui detta società aveva acquistato l’azienda dalla F.R. S.a.s.) e il 2002. Escludeva, invece, la responsabilità della cessionaria ex art. 2112 c.c., anche per il periodo anteriore in quanto, all’epoca del subentro nell’azienda da parte dell’acquirente Rustichelli S.r.l., la lavoratrice aveva interrotto il rapporto di lavoro con la cedente F.R. S.a.s..
Per la cassazione della sentenza della Corte territoriale ricorre D.M.P. affidandosi a tre motivi, poi ulteriormente illustrati con memoria ex art. 378 c.p.c..
La Rustichelli S.r.l. resiste con controricorso.
1- Il primo motivo denuncia violazione dell’art. 2729 c.c., per non avere la sentenza impugnata utilizzato presunzioni gravi, precise e concordanti per ritenere che la lavoratrice avesse lavorato (originariamente “in nero”) ininterrottamente fin dal 1990 e sempre con le medesime mansioni presso il bar pasticceria dapprima appartenente alla F.R. S.a.s., poi ceduto alla Rustichelli S.r.l. (che l’aveva regolarizzata soltanto nel 2002): obietta a riguardo la ricorrente che la società non aveva provato l’asserita interruzione del precedente rapporto di lavoro sorto in capo alla F.R. S.a.s., nonostante la presunzione di sua unicità per essersi svolto sempre presso la stessa struttura produttiva.
Il secondo motivo denuncia violazione dell’art. 437 c.p.c., nella parte in cui la Corte territoriale non ha ammesso, ritenendola tardiva, la produzione di fotografie e d’una denuncia-querela presentata dalla lavoratrice contro uno dei testi escussi nel corso del giudizio ( P.M.), malgrado il potere-dovere del giudice di merito di acquisire prove indispensabili ai fini del decidere e sebbene la ricorrente avesse anche spiegato di essere fortuitamente venuta in possesso delle foto (che attestavano la sua presenza in azienda nel 1998, contrariamente a quanto ritenuto in sentenza) soltanto dopo la morte del padre.
Con il terzo motivo si lamenta manifesta illogicità della motivazione là dove la Corte d’appello ha interpretato le dichiarazioni rese in sede di interrogatorio formale dalla ricorrente come sostanziale ammissione dell’insussistenza d’un attuale rapporto di lavoro con la F.R. S.a.s. al momento del trasferimento d’azienda a favore della Rustichelli S.r.l., risultando invece il contrario in ragione della domanda che le era stata formulata e dal contesto delle sue dichiarazioni, confermative dell’intero ricorso; a tale ultimo proposito obietta la ricorrente che i giudici di merito hanno estrapolato una singola affermazione riferita al solo orario di lavoro (“nel 1997”) per inferirne l’inesistenza del rapporto negli anni immediatamente successivi.
2- Il primo e il terzo motivo si collocano all’esterno dell’area di cui all’art. 360 c.p.c., perchè in sostanza si risolvono in una sollecitazione di nuovo apprezzamento in fatto delle risultanze istruttorie, operazione non consentita in sede di legittimità neppure sotto forma di denuncia di vizio di motivazione.
In altre parole, il ricorso si dilunga nell’opporre al motivato apprezzamento della Corte d’appello proprie difformi valutazioni delle prove testimoniali, ma tale modus operandi non è idoneo a segnalare un vizio di motivazione ai sensi e per gli effetti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (nel testo, applicabile ratione temporis, previgente rispetto alla novella di cui al D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134).
Infatti, i vizi argomentativi deducibili con il ricorso per cassazione alla luce del previgente testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non possono consistere in apprezzamenti di fatto difformi da quelli propugnati da una delle parti, perchè a norma dell’art. 116 c.p.c., rientra nel potere discrezionale – come tale insindacabile – del giudice di merito individuare le fonti del proprio convincimento, apprezzare all’uopo le prove, controllarne l’attendibilità, l’affidabilità e la concludenza e scegliere, tra le varie risultanze istruttorie, quelle ritenute idonee e rilevanti, con l’unico limite di supportare con congrua e logica motivazione l’accertamento eseguito (v., ex aliis, Cass. n. 2090/04; Cass. S.U. n. 5802/98).
Nel caso di specie, con motivazione immune da vizi logici o giuridici la sentenza impugnata ha escluso l’unicità del rapporto anche per mancanza di puntuali allegazioni dell’orario di lavoro dopo il 1997 e fino al 2000, aggiungendo che nessuno dei testi escussi ha riferito d’una stabile presenza al lavoro di D.M.P. all’epoca del subentro nell’azienda da parte dell’acquirente Rustichelli S.r.l..
3- Il secondo motivo è infondato vuoi perchè nel rito del lavoro l’esercizio di poteri istruttori d’ufficio, nell’ambito del contemperamento del principio dispositivo con quello della ricerca della verità, concerne un giudizio di opportunità rimesso ad un apprezzamento meramente discrezionale (cfr., ex aliis, Cass. n. 12717/10), il cui mancato esercizio non è sindacabile in sede di legittimità, vuoi perchè non censura la sentenza della Corte territoriale nella parte in cui ha comunque segnalato l’irrilevanza dei documenti, idonei – al più a mettere in dubbio l’affidabilità o l’attendibilità del teste P.M. sulla circostanza della presenza di D.M.P. in azienda nel 1998, ma non a provarne la permanenza del rapporto lavorativo nel 2000 (epoca del subentro da parte della società controricorrente).
rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 3.100,00 di cui Euro 100,00 per esborsi ed Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre al 15% di spese generali e agli accessori di legge.
Depositato in Cancelleria il 16 agosto 2016

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 2112
 sentenza 
 art. 378
 sentenza 
 art. 54
 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 Cass. 
 sentenza