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Timestamp: 2019-02-19 16:33:46+00:00

Document:
Ordinanza Tribunale Cuneo - Studio Iacoviello
Ordinanza Tribunale Cuneo
Il blocco della perequazione ha violato l’ art. 6
della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo
Il testo in PDF dell’ Ordinanza del Tribunale di Cuneo è scaricabile cliccando qui.
Ciò appare in contrasto con l’art. 6, comma 1, della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo”
a scioglimento della riserva assunta all’udienza del 15 novembre 2016, ha pronunciato la seguente
P. R. e R. E. – Avv.ti Michele Iacoviello e Silvia Santilli
–ricorrenti
–convenuto
A fronte della sentenza della Corte Costituzionale n. 70/15, che ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale dell’art. 24, comma 25, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, nella parte in cui prevede che <art. 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, è riconosciuta, per gli anni 2012 e 2013, esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo INPS, nella misura del 100 per cento>>”, è stato emanato il decreto legge n. 65/15, il cui art. 1 prevede:
“1. Al fine di dare attuazione ai principi enunciati nella sentenza della Corte costituzionale n. 70 del 2015, nel rispetto del principio dell’equilibrio di bilancio e degli obiettivi di finanza pubblica, assicurando la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, anche in funzione della salvaguardia della solidarietà intergenerazionale, all’articolo 24 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, sono apportate le seguenti modificazioni:
«25-bis. La rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici, secondo il meccanismo stabilito dall’articolo 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, relativa agli anni 2012 e 2013 come determinata dal comma 25, con riguardo ai trattamenti pensionistici di importo complessivo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS è riconosciuta: a) negli anni 2014 e 2015 nella misura del 20 per cento;
b) a decorrere dall’anno 2016 nella misura del 50 per cento.”
Ebbene, la giurisprudenza della Corte Costituzionale ha ritenuto in violazione dell’art. 136 Cost. gli interventi legislativi che, dopo pronunce declaratorie di incostituzionalità, abbiano avuto il sostanziale effetto di “prolungare la vita” della norma dichiarata incostituzionale, in tal modo ripristinando l’efficacia delle disposizioni ormai caducate e dunque gli effetti che erano stati rimossi per effetto della declaratoria di incostituzionalità, cfr., recentemente, Corte Cost. 24.6.2015 n. 169, che ha evidenziato come la norma contenuta nell’art. 136 Cost. debba essere intesa in senso rigoroso, poiché su di essa “(…) poggia il contenuto pratico di tutto il sistema delle garanzie costituzionali, in quanto essa toglie immediatamente ogni efficacia alla norma illegittima senza possibilità di compressioni od incrinature nella sua rigida applicazione”. La Consulta ha osservato – richiamando al riguardo precedenti declaratorie di incostituzionalità – che l’art. 136 Cost. sarebbe violato non soltanto laddove espressamente si disponesse che una norma dichiarata illegittima conservi la sua efficacia, ma anche nel caso in cui una legge, per il modo con cui provvede a regolare le fattispecie verificatesi prima della sua entrata in vigore, perseguisse e raggiungesse, anche se indirettamente, lo stesso risultato, rilevando ancora: “Se appare, infatti, evidente che una pronuncia di illegittimità costituzionale non possa, in linea di principio, determinare, a svantaggio del legislatore, effetti corrispondenti a quelli di un “esproprio” della potestà legislativa sul punto – tenuto anche conto che una declaratoria di illegittimità ha contenuto, oggetto e occasione circoscritti dal “tema” normativo devoluto e dal “contesto” in cui la pronuncia demolitoria è chiamata ad iscriversi –, è del pari evidente, tuttavia, che questa non possa risultare pronunciata “inutilmente”, come accadrebbe quando una accertata violazione della Costituzione potesse, in una qualsiasi forma, inopinatamente riproporsi. E se, perciò, certamente il legislatore resta titolare del potere di disciplinare, con un nuovo atto, la stessa materia, è senz’altro da escludere che possa legittimamente farlo – come avvenuto nella specie – limitandosi a “salvare”, e cioè a “mantenere in vita”, o a ripristinare gli effetti prodotti da disposizioni che, in ragione della dichiarazione di illegittimità costituzionale, non sono più in grado di produrne. Il contrasto con l’art. 136 Cost. ha, in un simile frangente, portata addirittura letterale.
L’elusione del giudicato costituzionale è massimamente evidente per i pensionati titolari – come la ricorrente P. – di un trattamento pensionistico che supera sei volte il trattamento minimo: per costoro, l’esclusione di qualsivoglia meccanismo di perequazione della pensione per gli anni 2012-2013, che operava prima della sentenza n. 70/2015 della Corte Costituzionale, è rimasta anche dopo l’introduzione del decreto legge 65/15 e a causa di detto provvedimento normativo.
Invero, a fronte di una pronuncia caducatoria (v. il dispositivo, con il quale la Corte ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale dell’art. 24, comma 25, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, nella parte in cui prevede che <art. 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, è riconosciuta, per gli anni 2012 e 2013, esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo INPS, nella misura del 100 per cento>>”), l’introduzione di una perequazione in misure percentuali differenziate a seconda della misura in cui la pensione superi il trattamento minimo INPS, avendo l’effetto di neutralizzare la portata retroattiva connaturata alla declaratoria di incostituzionalità, nonché, in rilevante misura, i conseguenti vantaggi economici, integra un inadempimento del legislatore alla sentenza n. 70/15.
La Corte Costituzionale ha quindi in questo caso escluso la violazione dell’art. 136 Cost. in quanto: “Il “contributo di solidarietà” ora in contestazione non colpisce, infatti, le pensioni erogate negli anni (2011-2012), incise dal precedente contributo perequativo, dichiarato costituzionalmente illegittimo in ragione della sua accertata natura tributaria e definitivamente, quindi, caducato (e conseguentemente recuperato da quei pensionati) per effetto della sentenza di questa Corte n. 116 del 2013; colpisce, invece, sulla base di differenti presupposti e finalità, pensioni, di elevato importo, nel successivo periodo, a partire dal 2014.
E tanto esclude che la disposizione sub comma 486 dell’art. 1 della L. n. 147 del 2013 sia elusiva del giudicato costituzionale (rappresentato dalla suddetta sentenza), atteso appunto, che l’odierna disposizione non disciplina le stesse fattispecie già regolate dal precedente art. 18, comma 22-bis, del D.L. n. 98 del 2011, né surrettiziamente proroga gli effetti di quella norma dopo la sua rimozione dall’ordinamento giuridico (vedi sentenza n. 245 del 2012)”.
2. Violazione dell’art. 117 comma 1 della Costituzione rispetto all’art. 6 Convenzione E.D.U.
A parere di questo giudice, non appare manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla difesa delle ricorrenti nel corso dell’udienza di discussione, consistente nella violazione dell’art. 117 comma 1 Costituzione, con riferimento all‘art. 6 comma 1 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955 n. 848.
Invero, nel caso di specie, come osservato nel precedente paragrafo, lo jus superveniens è intervenuto provvedendo, con efficacia retroattiva, su una materia la cui disciplina era, a seguito dell’espunzione della norma ad opera della declaratoria di incostituzionalità, del tutto completa e chiara. Il diritto alla perequazione automatica del trattamento pensionistico per gli anni 2012 e 2013 (ivi compresi i trattamenti economici delle ricorrenti) sarebbe stato infatti assoggettato al meccanismo di cui all’art. 69, comma 1, legge 23.12.2000 n. 388.
La regolamentazione retroattiva ha avuto, peraltro, natura radicalmente innovativa e non interpretativa, semplicemente disponendo, con riferimento agli stessi anni ai quali si riferiva la declaratoria di incostituzionalità, in modo diverso da quest’ultima.
Come evidenziato dalla difesa attorea nel corso dell’udienza di discussione, la giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo è particolarmente rigorosa nell’ammettere leggi retroattive, anche se di interpretazione autentica, che abbiano l’effetto di neutralizzare decisioni giudiziali. Infatti, anche norme di interpretazione autentica (come tali, necessariamente retroattive) possono violare il diritto all’equo processo ex art. 6 comma 1 CEDU laddove non sussistano situazioni di incertezza giuridica, senza che, d’altra parte, esigenze finanziarie siano di per sé sole idonee a giustificare simili interventi, poiché non corrispondenti ad un “imperioso motivo di interesse generale”.
Nel caso di specie non si pone alcun problema di interpretazione della norma, essendo invece intervenuta una declaratoria di incostituzionalità che ha, ben più semplicemente, espunto dall’ordinamento la norma censurata, di talché il decreto legge 65/15 ha introdotto una nuova e diversa disciplina rispetto a quella risultante dalla pronuncia della Consulta, per di più con efficacia retroattiva.
Ciò appare in contrasto con l’art. 6, comma 1, della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e quindi con l’art. 117 della Costituzione (“L’art. 117 comma 1° Cost. condiziona l’esercizio della potestà legislativa dello Stato e delle regioni al rispetto degli obblighi internazionali, fra i quali rientrano quelli derivanti dalla convenzione europea dei diritti dell’uomo, le cui norme pertanto, così come interpretate dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo, costituiscono fonte integratrice del parametro di costituzionalità introdotto dall’art. 117, 1° comma Cost., e la loro violazione da parte di una legge statale o regionale comporta che tale legge deve essere dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale, sempre che la norma della convenzione non risulti a sua volta in contrasto con una norma costituzionale” Corte Cost. sentenze nn. 348 e 349 del 2007).
La Consulta, con la sentenza 70/15, ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 24 comma 25 decreto legge 201/2011 illustrandone le ragioni nel punto 10 della motivazione:
“10.- La censura relativa al comma 25 dell’art. 24 del D.L. n. 201 del 2011, se vagliata sotto i profili della proporzionalità e adeguatezza del trattamento pensionistico, induce a ritenere che siano stati valicati i limiti di ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di acquisto del trattamento stesso e con “irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività” (sentenza n. 349 del 1985).
Si profila con chiarezza, a questo riguardo, il nesso inscindibile che lega il dettato degli artt. 36, primo comma, e 38, secondo comma, Cost. (fra le più recenti, sentenza n. 208 del 2014, che richiama la sentenza n. 441 del 1993). Su questo terreno si deve esercitare il legislatore nel proporre un corretto bilanciamento, ogniqualvolta si profili l’esigenza di un risparmio di spesa, nel rispetto di un ineludibile vincolo di scopo “al fine di evitare che esso possa pervenire a valori critici, tali che potrebbero rendere inevitabile l’intervento correttivo della Corte” (sentenza n. 226 del 1993).
La disposizione concernente l’azzeramento del meccanismo perequativo, contenuta nel comma 24 dell’art. 25 del D.L. n. 201 del 2011, come convertito, si limita a richiamare genericamente la “contingente situazione finanziaria”, senza che emerga dal disegno complessivo la necessaria prevalenza delle esigenze finanziarie sui diritti oggetto di bilanciamento, nei cui confronti si effettuano interventi così fortemente incisivi. Anche in sede di conversione (L. 22 dicembre 2011, n. 214), non è dato riscontrare alcuna documentazione tecnica circa le attese maggiori entrate, come previsto dall’art. 17, comma 3, della L. 31 dicembre 2009, n. 196, recante “Legge di contabilità e finanza pubblica” (sentenza n. 26 del 2013, che interpreta il citato art. 17 quale “puntualizzazione tecnica” dell’art. 81 Cost.).
L’interesse dei pensionati, in particolar modo di quelli titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata. Tale diritto, costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio. Risultano, dunque, intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art. 36, primo comma, Cost.) e l’adeguatezza (art. 38, secondo comma, Cost.). Quest’ultimo è da intendersi quale espressione certa, anche se non esplicita, del principio di solidarietà di cui all’art. 2 Cost. e al contempo attuazione del principio di eguaglianza sostanziale di cui all’art. 3, secondo comma, Cost.”.
Allo stesso modo, l’introduzione del nuovo testo dell’art. 24 d.l. 201/11, così come sostituito con il decreto legge 65/15, è stato giustificato dal “rispetto del principio dell’equilibrio di bilancio e degli obiettivi di finanza pubblica” e dalla “salvaguardia della solidarietà intergenerazionale”, cioè da enunciazioni generiche e relative a finalità già insite di per sé (ai sensi, rispettivamente, degli artt. 81 e 38 Cost.) in ogni iniziativa legislativa adottata nella materia pensionistica.
Inoltre, il testo dell‘art. 24 comma 25 così sostituito ha effetti distribuiti su più anni e destinati a diventare permanenti, non essendo previsto il recupero futuro del mancato incremento rivalutativo della base di calcolo dei trattamenti pensionistici. Con un’unica disposizione si è dunque realizzata di fatto una reiterazione annuale della paralisi del meccanismo perequativo, in contrasto col monito più volte ripetuto dalla Corte costituzionale.
Il contributo di solidarietà era stato introdotto, per il triennio 2014-2016, dall’art. 1, comma 486, legge 147/2013, operando in misura crescente sui trattamenti pensionistici obbligatori superiori a 14 volte il trattamento minimo, anche al fine di concorrere a finanziare le misure di salvaguardia pensionistica per i lavoratori definiti “esodati”.
Al contrario del contributo di solidarietà, misura una tantum – con conseguente ripristino, alla scadenza, dell’importo originario della pensione – il blocco della rivalutazione della pensione, pur limitato nel tempo, ha però effetti permanenti.
D’altro canto, se la Corte Costituzionale ha giudicato legittimi precedenti interventi di blocco del meccanismo della perequazione delle pensioni quando essi avessero una durata ragionevole (sostanzialmente annuale), nel caso di specie, la durata biennale dell’intervento, confermato per gli anni 2012-2013 – del pari oggetto di censura nella sentenza n. 70/15 – non trova adeguata giustificazione e risulta ancor più gravosa, benché detta sentenza avesse sottolineato l’ammissibilità di interventi di riduzione della rivalutazione se temporalmente contenuti, come avvenuto in precedenza, nel termine annuale.
Pertanto, non può ritenersi manifestamente infondata l’eccezione di legittimità costituzionale delle norme in esame con riferimento agli artt. 3, 36, 1° comma, e 38, 2° comma, Costituzione.
1) dichiara rilevante e non manifestamente infondata, per violazione degli articoli 136, 117 comma 1 – rispetto all’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 e ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955 n. 848 quale norma interposta -, 3, 36 comma 1, e 38 comma 2 Costituzione la questione di legittimità costituzionale dell’art. 24, comma 25 e 25-bis, d.l. 201/2011, convertito in legge 214/2011, nel testo sostituito dall’1 d.l. 65/2015 (convertito in legge 109/2015), nella parte in cui prevedono che:
d) nella misura del 10 per cento per i trattamenti pensionistici complessivamente superiori a cinque volte il trattamento minimo INPS e pari o inferiori a sei volte il trattamento minimo INPS con riferimento all’importo complessivo dei trattamenti medesimi. Per le pensioni di importo superiore a sei volte il predetto trattamento
minimo e inferiore a tale limite incrementato della quota di rivalutazione automatica spettante sulla base di quanto previsto dalla presente lettera, l’aumento di rivalutazione è comunque attribuito fino a concorrenza del predetto limite maggiorato;
25-bis. La rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici, secondo il meccanismo stabilito dall’articolo 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, relativa agli anni 2012 e 2013 come determinata dal comma 25, con riguardo ai trattamenti pensionistici di importo complessivo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS è riconosciuta:
b) a decorrere dall’anno 2016 nella misura del 50 per cento»;
4) ordina l’immediata trasmissione degli atti, comprensivi della documentazione attestante il perfezionamento delle prescritte notificazioni e comunicazioni, alla Corte Costituzionale.

References: art. 6
 sentenza 
 art. 1
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 18
 sentenza 
 art. 6
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 17
 sentenza 
 sentenza