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Timestamp: 2020-01-27 21:45:36+00:00

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12/04/2017 di Guido Martinelli
La Corte di Cassazione con due recenti decisioni (ordinanze 21 Marzo 2017 n. 7202 e 6 aprile 2017 n. 8981) osserva che: “quella sancita dall’articolo 90 comma 8 L. 289/2002 è una presunzione assoluta oltre che della natura di spesa pubblicitaria altresì di inerenza della spesa stessa fino alla soglia, normativamente prefissata, dell’importo di euro 200.000” e che: “ai fini dell’esclusione della presunzione di cui all’articolo 90 comma 8, L. 289/2002, non rileva l’iscrizione o meno alle rispettive federazioni delle società beneficiarie del corrispettivo erogato con le sponsorizzazioni, ma, la destinazione del contributo ad associazioni e società sportive , che secondo la citata norma possono essere qualificate come dilettantistiche“.
La Suprema Corte afferma anche: “che la mancata iscrizione al suddetto registro comporta il difetto di prova a carico delle beneficiarie dello status di società o associazione sportiva dilettantistica e quindi il difetto di prova in ordine ad uno dei requisiti in relazione ai quali il citato articolo 90, comma 8, legge 289/2002 consente, in via di presunzione legale assoluta di ritenere applicabile ai contributi erogati entro il limite indicato, in favore i società o associazioni sportive dilettantistiche, la qualificazione di spese di pubblicità“.
Ne consegue l’affermazione di un principio di diritto fondamentale per il mondo dello sport.
non vi è dubbio che operi “una presunzione legale di inerenza/deducibilità delle spese de quibus fino alla concorrenza di euro 200.000”.
Irrilevante sul punto, prosegue la Cassazione “anche la presunta antieconomicità della spesa in esame in ragione della affermata irragionevole sproporzione tra l’entità della stessa rispetto al fatturato/utile di esercizio della società contribuente” proprio per la natura di presunzione assoluta della norma.
Il legislatore codicistico opera una distinzione tra le presunzioni legali distinguendole in relative, o iuris tantum, ed assolute, o iuris et de iure, che si risolve nella possibilità o meno di prova contraria. Nel caso di presunzione relativa, la parte contro cui opera la presunzione può offrire la prova contraria che invece è esclusa nella presunzione iuris et de iure.
Il distinguo prescinde dalla considerazione della posizione della parte che, dalla presunzione, è “sfavorita” e dall’effetto che la presunzione sortisce in favore di colui per il quale essa è ammessa.
La dottrina è ferma nel riconoscere alle presunzioni legali natura sostanziale con indiretta incidenza processuale. Quanto agli effetti, essi consistono nella predeterminazione e fissazione di fatti e accadimenti, che, se rilevati e provati, “vincolano” il Giudice a ritenere come vero il fatto presunto nonostante l’assenza di prova della parte onerata secondo l’ordinario criterio di distribuzione di cui all’articolo 2967 cod. civ.
Nel caso analizzato il fatto indice è la natura dilettantistica del soggetto beneficiario mentre il fatto presunto è la connotazione di spese di pubblicità delle erogazioni “di favore” per l’erogante. Il fatto presunto si collega, quanto agli effetti, al fatto indice dal momento che, pacifico il requisito per l’operatività del meccanismo presuntivo, ovvero il particolare status di società o associazione sportiva dilettantistica e l’ammontare nel tetto massimo previsto dalla norma, è esclusa la possibilità di provare che le erogazioni avessero titolo diverso rispetto a quello di natura pubblicitaria.
Pertanto, nell’ambito della fattispecie in esame, risultano irrilevanti anche l’eventuale squilibrio del sinallagma contrattuale fra le prestazioni oggetto dell’accordo (non vi è dubbio che nei limiti indicati può trovare spazio anche una forma di “mecenatismo”), la cd. “antieconomicità” nonché la non inerenza (ossia l’impossibilità, per la sponsorizzazione, stante le caratteristiche del prodotto pubblicizzato, di poter realizzare un incremento delle vendite).
Appare conseguente che, ove l’importo della sponsorizzazione superasse il tetto indicato, affinché si possa confermare la natura di spesa pubblicitaria sarà necessario verificare la sussistenza dei requisiti di economicità e inerenza fino ad oggi sempre affermati dalla prassi amministrativa e dalla giurisprudenza anche per importi inferiori ai 200.000 euro.
29/03/2017 di Guido Martinelli
21/03/2017 di Guido Martinelli
07/03/2017 di Guido Martinelli
Con le delibere del Consiglio Nazionale del Coni, la n. 1566 del 20 dicembre 2016, avente ad oggetto il “Registro Nazionale delle Associazioni e Società Sportive Dilettantistiche-Elenco discipline sportive ammissibili”, e la successiva delibera integrativa e correttiva della precedente, la n. 1568 del 14 febbraio 2017, il Coni ha individuato 384 discipline sportive che, ad oggi, possono validamente ritenersi “attività sportive dilettantistiche riconosciute”.
Se, sotto un certo aspetto, come abbiamo già avuto modo di esprimere (“Considerazioni sul registro Coni e sugli statuti delle SSD” e “Discipline legittimanti l’iscrizione nel Registro Nazionale delle ASD”), il tenore di queste delibere ha messo un po’ d’ordine su quali siano i confini delle attività sportive riconosciute, le conseguenze legate al corretto inquadramento degli operatori sotto il profilo lavoristico incrementa i margini di incertezza, quasi come un puzzle, al quale, come è stato dichiarato in un recente convegno, manca sempre qualche tessera per poter essere completato.
Ci riferiamo, in particolare, alle prestazioni attinenti discipline non più ricomprese nell’elenco Coni.
In questo caso non potremmo più far rientrare l’attività svolta nell’ambito della “normativa speciale” volta a “favorire e ad agevolare la pratica dello sport dilettantistico” (vedi ispettorato nazionale del lavoro circolare 1/16 del 01.12.2016). Ciò per l’assenza dei due presupposti indicati dalla citata circolare per l’applicazione della disciplina dei c.d. compensi sportivi (ex articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir:
“che l’associazione/società sportiva dilettantistica sia regolarmente riconosciuta dal Coni attraverso l’iscrizione nel registro delle società sportive;
Qui ci potremmo trovare di fronte a due situazioni diverse. La prima è quella in cui il sodalizio svolge esclusivamente attività non più riconosciuta come sportiva.
In tal caso, a far data dalla conclusione del corrente esercizio sociale, alle prestazioni svolte trova applicazione il primo comma dell’articolo 2 del D.Lgs. 81/2015 che, rubricando “collaborazioni organizzate dal committente” testualmente riporta che: “si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro”.
L’altra ipotesi, probabilmente più diffusa, è invece quella del sodalizio che mantiene la sua natura sportiva dilettantistica in virtù della pratica di discipline riconosciute, ma che indice e organizza anche attività non ricomprese nell’elenco della delibera Coni dello scorso 14 febbraio.
In tal caso, anche per loro, scatta la presunzione dell’applicazione delle norme sul rapporto di lavoro subordinato in presenza di attività etero coordinata sopra descritta?
Si ricorda che il secondo comma del citato articolo 2 del D.Lgs. 81/2015 alla lettera d) esclude l’applicabilità di detta presunzione: “alle collaborazioni rese ai fini istituzionali in favore delle associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate alle Federazioni sportive nazionali, alle discipline sportive associate e agli enti di promozione sportiva riconosciuti dal Coni come individuati e disciplinati dall’articolo 90 della legge 27 dicembre 2002 n. 289”.
Ritenuto che tale norma debba essere correttamente letta come riferita alle collaborazioni “rese ai fini istituzionali” in favore di società e associazioni sportive di cui all’articolo 90 L. 289/2002, non vi è dubbio che una società ad esempio di ginnastica artistica (e come tale e con dette finalità qualificata correttamente come sportiva dilettantistica) che abbia tra i propri fini istituzionali “anche” la pratica dello yoga (disciplina ad oggi non rientrante tra quelle riconosciute) possa, a questo punto, legittimamente inquadrare il proprio istruttore di tale disciplina come collaboratore coordinato e continuativo, ovviamente sussistendone i presupposti, senza cadere nella presunzione della applicabilità della disciplina del rapporto di lavoro subordinato.
Il problema che ne deriva, però, è che questa conclusione potrebbe essere una vittoria di Pirro. Infatti trattandosi comunque di istruttori di società e associazioni sportive dilettantistiche ci si troverà di fronte, comunque, all’obbligo di pagare i contributi alla gestione spettacolo ex ENPALS che, come è noto, sono dello stesso ammontare di quelli previsti per il rapporto di lavoro subordinato.
Ci troveremo, pertanto, nella singolare situazione che l’istruttore del corso di yoga indetto da una associazione culturale (in quanto ha perso in virtù della delibera Coni i connotati di sportiva) rischia l’applicazione delle norme sul rapporto di lavoro subordinato ma pagherà i contributi alla gestione ordinaria; lo stesso istruttore per la medesima attività, anche se inquadrato come collaboratore coordinato e continuativo, svolta in favore di una sportiva, li dovrà pagare alla gestione spettacolo.
È meglio risparmiarsi ogni commento.
20/02/2017 di Guido Martinelli
09/01/2017 di Guido Martinelli
Indicazioni operative dell’ispettorato nazionale del lavoro in materia di prestazioni sportive dilettantistiche
05/12/2016 di Guido Martinelli
Il neocostituito Ispettorato Nazionale del Lavoro ha emanato, con propria lettera circolare del primo dicembre, prot. 1/2016, le proprie indicazioni operative sul trattamento, sia ai fini previdenziali che assicurativi, dei compensi erogati dalle società e associazioni sportive dilettantistiche, sia per quanto riguarda i soggetti che svolgono “esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche” che per coloro che svolgono “collaborazioni coordinate e continuative a carattere amministrativo – gestionale” così come queste figure sono disciplinate, ai fini fiscali, dal combinato disposto di cui agli artt. 67 primo comma lett. m) e 69 secondo comma del Tuir.
La presa di posizione appare quanto mai opportuna alla luce degli ondivaghi orientamenti fino ad oggi ricavabili dalla giurisprudenza in materia e i notevoli contenziosi che ne sono derivati e nasce nel quadro della collaborazione sorta all’interno dei tavoli tecnici Coni – Agenzia delle entrate – Inps – Ministero del Lavoro.
Il punto di partenza nasce dal mancato inquadramento, sotto il profilo del diritto del lavoro, dell’attività posta in essere dai soggetti che prestano la propria opera, a carattere oneroso, in favore di società e associazioni sportive dilettantistiche.
Era stata costretta la stessa Suprema Corte di Cassazione a scrivere che: “« … va aggiunto che la figura del lavoratore sportivo dilettante non forma oggetto di una disciplina giuridica compiuta, né nell’ordinamento sportivo, né in quello nazionale. Manca, infatti, uno specifico inquadramento sotto il profilo del diritto del lavoro mentre si rinviene la regolazione di taluni aspetti specifici, soprattutto nel settore del diritto tributario ….» (C. Cass. sent. 602/2014).
Il problema, rimasto insoluto anche dopo l’equivoca formulazione dell’art. 2 secondo comma lett. d del decreto legislativo 81/2015, era se l’inquadramento fiscale dei compensi sportivi (che per la qualificazione come reddito diverso producevano come conseguenza l’assenza di copertura previdenziale e assicurativa) fosse applicabile o meno anche a prestazioni che avessero come “causa” una prestazione di lavoro oppure se fosse una fattispecie, quella dei compensi sportivi, applicabile solo a prestazioni a carattere associativo o, comunque, non a carattere lavorativo.
La Giurisprudenza si era indirizzata, in questi ultimi anni, anche se non in maniera univoca (ex pluris vedi C. Cass. 31840/2014) nel tentativo di legittimare e tipizzare una fattispecie di “lavoro sportivo dilettantistico” che prescindesse dalla indagine sulla natura autonoma o subordinata del rapporto (“..la finalità perseguita dal legislatore è quella di realizzare un regime di favore a vantaggio delle associazioni sportive dilettantistiche esentando dal pagamento dell’imposta (e della contribuzione) quanto queste corrispondano in forme di rimborsi forfettari o di compensi non solo agli atleti ma anche a tutti coloro che collaborino con mansioni tecniche o anche gestionali, al funzionamento della struttura riconosciuta dal Coni. Vi sottende, ovviamente, la necessità di incentivare questo tipo di attività e di alleggerirne i costi di gestione, sul presupposto della oggettiva valenza della funzione, anche educativa che consegue all’esercizio di attività sportive non professionistiche ..“. C. App. Firenze n. 683/14; “.. Non sono condivisibili le conclusioni cui è pervenuto il giudice di primo grado nel delineare un nesso tra la natura del rapporto di lavoro e la qualifica di «esercente attività sportiva dilettantistica» che ben può caratterizzare qualsiasi tipo di rapporto di lavoro, rendendo pertanto fruibili i relativi sgravi fiscali e contributivi a prescindere dalla natura autonoma o subordinata dello stesso… “ C. App. Bologna sent. N. 250/16) che risulta oggi confermata dalla presa di posizione assunta dal servizio ispettivo con la circolare in commento.
Inserendosi in un filone che aveva già visto, in senso conforme, la circolare del Ministero del Lavoro del 21.02.2014 prot. N. 4036 (“ … farsi promotore d’intesa con l’INPS di iniziative di carattere normativo volte ad una graduale introduzione di forme di tutela previdenziale a favore dei soggetti che nell’ambito delle associazioni e società sportive dilettantistiche… svolgono attività sportive dilettantistica nonché attività amministrativo-gestionale non professionale … ”) e del successivo interpello n. 6/2016, viene specificata la natura di “normativa speciale” applicabile al caso di specie volta a “favorire e ad agevolare la pratica dello sport dilettantistico”.
Pertanto, procede il documento in commento, “la corretta individuazione dei soggetti eroganti (ASD, SSD) attraverso il registro delle società sportive costituisce la condizione principale per l’applicazione del regime agevolativo” e dei soggetti beneficiari individuando come tali coloro i quali svolgano le attività necessarie per lo svolgimento dell’attività. In tale direzione per poterne individuare le figure la circolare ricorda: “ … a solo titolo di esempio è possibile citare: gli istruttori, gli addetti al salvamento delle piscine, i collaboratori amministrativi e ogni altra figura espressamente prevista dai regolamenti federali per lo svolgimento dell’attività” .
Opportunamente la circolare chiarisce che il requisito della professionalità, intendendosi come tale la partecipazione a corsi di formazione organizzati dalla propria Federazione di appartenenza, “non rappresenta in alcun modo un requisito, da solo sufficiente, per ricondurre tali compensi tra i redditi di lavoro autonomo, non essendo tale qualifica requisito di professionalità ma unicamente requisito richiesto dalla Federazione di appartenenza per garantire un corretto insegnamento della pratica sportiva”. D’altro canto, su questo specifico punto, occorre ricordare che lo stesso art. 67 primo comma lett. m) del tuir prevede come requisito la “non professionalità” solo per le collaborazioni coordinate e continuative di natura amministrativa – gestionale (e per quelle, estranee al tema in esame in favore di cori, bande e filodrammatiche) e non, anche, per l’esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche. Viene precisato anche: “che la stessa regolamentazione prevista dal decreto legislativo n. 15/2016 in attuazione della direttiva 2013/55/UE del Parlamento europeo, relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali che attribuisce al Coni la competenza per il riconoscimento delle professioni di maestro di scherma, allenatore, preparatore atletico, direttore tecnico sportivo, dirigente sportivo e ufficiale di gara deve essere intesa come uno strumento volto a fissare i criteri che consentono anche a soggetti stranieri la possibilità di svolgere in Italia le attività sopra elencate”.
Va anche detto che il termine “compenso”, inserito dal legislatore fiscale nella norma indicata, innovando e integrando la precedente disciplina che parlava solo di indennità di trasferta e di rimborso forfettario di spesa, sembrava proprio andare nella direzione di disciplinare, sotto il profilo fiscale, il riconoscimento economico per una prestazione a carattere corrispettivo.
In questo quadro viene precisato, quindi, che l’applicazione della norma agevolativa che riconduce tra i redditi diversi le indennità erogate ai collaboratori è consentita, senza ulteriori considerazioni legate alla natura autonoma o subordinata della stessa, sulla base di quanto ricordato dalla giurisprudenza sopra indicata, al verificarsi delle seguenti condizioni:
“1. Che l’associazione / società sportiva dilettantistica sia regolarmente riconosciuta dal Coni attraverso l’iscrizione nel registro delle società sportive;
Sulla base di tale previsione acquista anche rilevanza il tesseramento della persona fisica alla Federazione che ne testimonia il riconoscimento della attività.
Se il perimetro della chiarezza si è definito, rimane la consapevolezza di alcuni punti ancora possibile fonte di contenzioso.
Il primo è il riferimento, espressamente indicato nella circolare, degli addetti al salvamento. Se, in presenza di attività agonistiche o di corsi propedeutici in vasca, appare compatibile e coerente la ricomprensione anche di queste figure nell’ambito di quelle “sportive”, meno condivisibile apparirebbe la ricomprensione in tale ambito per le attività svolte dagli addetti al salvamento negli spazi c.d. di “nuoto libero” o per tutte quelle attività non strettamente sportive che possono essere poste in essere in vasca (vedi attività per neonati o similari).
Si pone, poi, il problema di quelle discipline riconosciute solo dagli enti di promozione sportiva e non da una Federazione o da una disciplina sportiva associata aderente Coni (vedi, ad esempio, pilates, yoga, ecc). Infatti, mentre non appare dubbio alcuno che il compenso sportivo possa essere erogato per la pratica svolta nell’ambito degli enti di promozione di discipline riconosciute come tali da Federazioni, dubbia rimane per quelle attività, tipo quelle in precedenza citate, che sono svolte dagli enti ma che non hanno, come tipologia di esercizio, un analogo riconoscimento all’interno di una Federazione o Disciplina sportiva associata.
Non possiamo fare a meno di ricordare come lo statuto del Coni, mentre per le Federazioni e Discipline sportive associate parla di “attività sportiva” (art. 20 e 24 dello statuto Coni), per gli enti di promozione sportiva definisce le attività come: “fisico – sportive con finalità ricreative e formative” (art. 26 primo comma statuto Coni).
In un’ottica di limitare il recinto della applicabilità della disciplina agevolativa questa potrebbe essere una possibile spiegazione al preciso contenuto della circolare laddove viene previsto che: “sulla base di questi chiarimenti normativi e di prassi è possibile avere un quadro di riferimento per definire le prestazioni che rientrano nell’art. 67 del Tuir ma è necessario, in sede di accesso, verificare, sulla base delle indicazioni fornite dalle singole Federazioni che attuano il riconoscimento della ASD/SSD quali sono le attività necessarie per garantire l’avviamento e la promozione dello sport e le qualifiche dei soggetti che devono attuare tali attività”.
Questa presa di posizione sicuramente appare un importante contributo di chiarezza ad una disciplina che suscitava molte incertezze e che aveva portato a numerosi contenziosi tuttora in corso. Appare altrettanto vero che, come tale, non può che essere ritenuta insufficiente, anche perché costruita solo sotto il profilo amministrativo e pertanto, si auspica che sia solo un punto di partenza per un totale riesame legislativo della fattispecie del lavoro sportivo dilettantistico
Il lavoro dilettantistico: una storia senza fine
06/10/2016 di Guido Martinelli
Due recenti sentenze, di segno contrario l’una all’altra, ripropongono in maniera oserei dire “drammatica” la necessità di porre un punto fermo alla disciplina del “lavoro sportivo dilettantistico”.
Con questo termine ci riferiamo a quei soggetti che prestano la loro opera, in via principale anche se non esclusiva, in settori sportivi non professionistici e che da questa attività riscuotono la parte principale dei loro proventi. Il problema è presto sintetizzato. Il legislatore tributario ha inquadrato tra i redditi diversi il ricavo da tali attività. Ma questo inquadramento fiscale produce, come conseguenza diretta, che su tale emolumento non siano applicabili ritenute previdenziali e assistenziali, previste solo per i redditi da lavoro.
La prima decisione in commento è la sentenza n. 2118 del 11.05.2016 emessa dalla sezione lavoro della Corte d’Appello di Roma. Il fatto è quello comune alle altre decisioni in questa materia. Accertamento Inps verso una associazione sportiva che gestiva un centro di fitness a seguito del quale venivano recuperati i contributi dovuti alla gestione ex Enpals per sette istruttori, ai quali fino a quel momento erano stati riconosciuti i compensi sportivi di cui all’articolo 67, comma 1, lettera m), del Tuir e, come meglio sopra precisato, in quanto tali non soggetti a contribuzione previdenziale.
Facendo riferimento al decreto ministeriale 15.03.2005 che ha adeguato le categorie dei lavoratori assicurati obbligatoriamente presso l’Enpals e, più in particolare, al punto 20 che prevede “impiegati, operai, istruttori e addetti agli impianti e ai circoli sportivi di qualsiasi genere, palestre …..”, il giudicante di appello afferma: “dal semplice tenore letterale della espressione normativa di cui al n. 20 emerge l’obbligo contributivo a carico dell’appellante nei riguardi degli istruttori di attività sportive a prescindere dalla natura giuridica (subordinata, parasubordinata o autonoma) del rapporto di lavoro ed essendosi peraltro la stessa appellante qualificata associazione sportiva”.
La Corte non ritiene, inoltre, comunque applicabile la disciplina fiscale (e la conseguente non debenza previdenziale) dei compensi sportivi in quanto sussisterebbe a carico dei lavoratori sia il requisito della professionalità che della: “abitualità anche se non esclusività della loro prestazione”.
Non si può fare a meno di rilevare come, invece, la sezione lavoro della Corte d’Appello di Bologna, poche settimane dopo (sentenza n. 250 del 07.06.2016) arriva ad una conclusione diametralmente opposta.
Medesima fattispecie concreta. In questo caso, dopo aver analizzato la disciplina fiscale e l’evoluzione legislativa della figura in esame, ritenuta la natura di società sportiva dilettantistica del soggetto presunto datore di lavoro e la riconducibilità della prestazione resa dagli istruttori all’esercizio diretto di attività sportiva dilettantistica, per come interpretato autenticamente dal legislatore con l’articolo 35, comma 5, del D.L. 207/2008 convertito con la L. 14/2009, la sentenza stabilisce che “il legislatore ha così chiarito che anche i compensi per le attività di formazione, istruzione, ed assistenza ad attività sportiva beneficiano dell’esenzione fiscale contributiva dovendosi intendere per attività sportiva dilettantistica il mero far fare sport senza che sussista un evento ulteriore a cui finalizzare tale attività” e così conclude riformando la sentenza di primo grado che aveva invece accolto la tesi dell’istituto previdenziale: “non sono condivisibili le conclusioni a cui è pervenuto il giudice di primo grado nel delineare un nesso tra la natura del rapporto di lavoro e la qualifica di esercente attività sportiva dilettantistica che ben può caratterizzare qualsiasi rapporto di lavoro rendendo pertanto fruibili i relativi sgravi fiscali e contributivi a prescindere dalla natura autonoma o subordinata dello stesso”.
Facile rilevare come ci si trovi di fronte a due opposte chiavi di lettura della medesima disciplina. Un rilievo conclusivo evidenzia come nessuno dei collegi chiamati a decidere su detta materia abbia preso in esame il dettato di cui all’articolo 38 della nostra Costituzione:
“2. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato”
Un intervento del legislatore o una definitiva presa di posizione della Cassazione, in un senso o nell’altro, si impone.
Il massaggio è sport
30/08/2016 di Guido Martinelli
La sezione quinta del Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale, ha pronunciato, lo scorso 7 luglio, una sentenza (la numero 03378/2016) le cui conseguenze possono essere di interesse anche per le associazioni e società sportive dilettantistiche.
Il tema ruota attorno alla qualifica professionale necessaria per svolgere attività di massaggio. Il Comune di Sanremo aveva disposto la chiusura temporanea di un centro benessere sul presupposto che svolgesse unaattività di estetica: “in assenza di titolo autorizzativo e in assenza di direttore tecnico qualificato”.
Il legale rappresentante impugnava il provvedimento deducendo: “la non riconducibilità dell’attività concretamente svolta, consistente nella pratica di massaggi Tuina, a quella di estetista”.
La sentenza del Tribunale amministrativo regionale, oggetto di esame in appello, aveva sostenuto che: “tutte lepratiche manipolatorie rientranti nella categoria delle discipline bio – naturali (tra cui lo shiatsu e il tuina)” siano riconducibili all’attività di estetista.
Il presupposto giuridico è dato dall’articolo 1, comma 1, della L. 1/1990 avente ad oggetto la disciplina dell’attività di estetista. La norma indicata, infatti, fa rientrare tra le attività oggetto di esclusiva: “tutte le prestazioni ed i trattamenti eseguiti sulla superficie del corpo umano il cui scopo esclusivo o prevalente sia quello di mantenerlo in perfette condizioni, di migliorarne e proteggerne l’aspetto estetico, modificandolo attraverso l’eliminazione e l’attenuazione degli inestetismi presenti”.
La motivazione si basa sulla interpretazione del citato disposto normativo. Secondo il Giudicante di primo grado esiste una finalizzazione alternativa dell’attività di estetista: la prima legata al mantenimento del corpo umano in perfette condizioni e l’altra di migliorarne e proteggerne l’aspetto estetico mediante l’eliminazione o l’attenuazione degli inestetismi esistenti.
Il Consiglio di Stato, con il provvedimento in esame, respinge questa tesi ritenendo che questa alternativa finalistica dell’attività di estetista: “non appare conforme al modello legale della professione il quale non contempla alcuna alternatività”. Pertanto, la corretta lettura della norma che disciplina l’attività di estetista deve portare a concludere che, indistintamente, tutti i trattamenti riservati all’attività di soggetti in possesso di detta qualifica siano diretti allo scopo unitario di eliminare o ridurre gli inestetismi presenti nel corpo umano.
Ma “questa essenziale finalità appare estranea alle manipolazioni rientranti tra quelle proprie dei massaggi Tuina che non perseguono quell’obiettivo”. Di conseguenza l’attività svolta dalla ricorrente appare estranea a quella riservata dalla L. 1/1990 alle estetiste.
Pertanto, il Giudicante di secondo grado ha, di fatto, legittimato l’esercizio di attività di massaggio “non estetico” al di fuori di ogni autorizzazione amministrativa e/o di qualificazione degli operatori.
Sotto tale profilo, pertanto, dovrebbe andare necessariamente confermata la nostra tesi (si veda palestre-e-la-gestione-di-saune-e-solarium) secondo la quale non appare condivisibile la giurisprudenza che impone la presenza dell’estetista in tutti quei centri sportivi che utilizzano anche saune e solarium.
Di conseguenza, lo svolgimento, da parte di una associazione o società sportiva dilettantistica, nell’ambito del proprio centro, di attività di massaggi o l’utilizzo di saune che non abbiano finalità estetiche, alla luce della decisione in commento, apparirebbe libero da vincoli amministrativi o di qualificazione del personale.
Ma, nel caso in esame, è presente un altro aspetto curioso che apparentemente è rimasto estraneo agli atti processuali.
La Federazione Italiana Wushu Kung Fu (in sigla F.I.Wu.K.) regolarmente riconosciuta dal Coni come disciplina associata, prevede, nel suo statuto all’articolo 3 comma 2, tra le attività dalla medesima disciplinate,“le arti marziali di origine cinese quali …… il Wushu KungFu tradizionale (in tutti gli stili interni ed esterni tra cui … il Tuina, …)”.
Senza volere ora necessariamente capire come possa un massaggio essere considerato un’arte marziale, comunque di carattere o di origine sportiva stante l’avvenuto riconoscimento da parte del Coni, resta la possibilità che non solo l’operatore di massaggio Tuina non debba avere abilitazioni particolari, alla luce della commentata sentenza del Consiglio di Stato, ma che, inoltre, egli possa essere “compensato” con la disciplina di maggior favore di cui all’articolo 67, comma 1, lettera m), del Tuir.
Consentitemi una considerazione finale di carattere personale. Stante la circostanza che una attività riconosciuta dal Consiglio di Stato come “massaggio” sia poi riconosciuta dal Coni come sportiva mi induce a ritenere che diventa sempre più urgente una definizione legislativa di cosa si debba intendere per sport.
14/07/2016 di Guido Martinelli
Lo statuto, di recente entrato in vigore, della U.I.S.P., uno tra i più importanti enti di promozione sportiva riconosciuti dal Coni, introduce, nell’ordinamento sportivo, una importante novità. L’articolo 4, comma quinto, infatti, prevede che: “Il socio minorenne viene convocato alle assemblee e partecipa con diritto di voto al raggiungimento del sedicesimo anno di età con esclusivo riferimento all’elezione dei delegati al congresso territoriale …” (sul punto vedi anche “Il diritto di voto ai minorenni”).
La particolarità della scelta adottata (ratificata dal Coni in sede di definitiva approvazione dello Statuto) si ricava sia dal riconoscimento del diritto di voto al minorenne sia dalla circostanza che questo diritto appare limitato (ad esempio non esercitabile in sede di approvazione dei bilanci).
Ci si chiede se questa scelta possa essere oggetto di censure sotto il profilo della legittimità.
Il codice civile detta disposizioni relativamente all’esercizio dell’impresa commerciale da parte del minore. Nulla dispone in ordine alla partecipazione ad enti non commerciali in cui difetta l’elemento del rischio di impresa ed un fine egoistico, argomenti che hanno influenzato il regime degli articolo 320 e seguenti cod. civ..
Al minore, se non emancipato (articolo 397 cod. civ.), non è consentito di intraprendere l’esercizio di una impresa commerciale ma solo di “continuarlo previa autorizzazione del tribunale su parere del Giudice tutelare” (articolo 320 cod. civ.); il giudice tutelare decide se continuare o alienare l’azienda commerciale che si trova nel patrimonio del minore sottoposto a tutela (articolo 371 cod. civ.). Il legislatore ha certamente tenuto conto del legame indissolubile tra l’attività di impresa ed il rischio connesso e soprattutto della sua incidenza in ragione dell’inizio di una attività di impresa. Ciò in quanto la gestione del rischio presuppone la sua conoscenza e comprensione per farlo evolvere in termini positivi e considerarlo alla stregua di altri fattori produttivi; passaggi questi non verificabili in anticipo prima di intraprendere una attività, ma valutabili in caso di attività in essere per conseguire il giudizio sulla profittabilità dell’impresa e quindi sulla convenienza della sua continuazione.
Il minore può essere titolare di quote ed azioni societarie; il genitore quale titolare dell’usufrutto legale sulle partecipazioni sociali del figlio minore esercita il diritto di voto. In tal caso si tratta di “atti di esercizio dei poteri di godimento e di gestione che spettano al genitore; atti che questi pone in essere agendo in nome proprio” (Cass. 6360/2014; cfr. app. Torino 15.10.1992).
È in luce un ulteriore aspetto della responsabilità genitoriale connesso al dovere di amministrazione e gestione dei beni del minore “affinché essi possano soddisfare esigenze dell’intera famiglia” (Cass. 6360/2014). Posto che l’usufrutto legale spetta ai genitori “responsabili”, esso concretizza una modalità di gestione e di amministrazione dei beni del minore, non sottratta al regime di cui all’articolo 320 cod. civ., con funzione non solo patrimoniale ma solidaristica assegnata dal disposto di cui all’articolo 324 cod. civ. in ordine all’impiego dei frutti percepiti secondo logiche di mutualità familiare.
La normativa specifica pare circoscrivere ai rapporti a contenuto patrimoniale l’ambito di attribuzione della funzione sostituiva dei genitori che operando in luogo e nell’interesse dei figli li rendono giuridicamente attivi nel rapporto con il mondo esterno; restano quindi escluse le attività sostanzialmente e funzionalmente prive del connotato della patrimonialità. Queste ultime sarebbero tutte ricomposte nella relazione tra genitori e figli connessa alla loro educazione secondo i principi di cui all’articolo 316 cod. civ..
Costituisce esplicazione di un diritto di libertà del minore la propensione di associarsi per lo svolgimento di attività sportiva.
È una scelta educativa che si concretizza in atto di ordinaria amministrazione: sull’adesione all’opzione del minore non può imporsi la potestà autoritativa del genitore di segno contrario, funzionando il valore individuale espresso come limite al potere di indirizzo dei genitori. Il potere di rappresentanza conferito ai genitori ex articolo 320 cod. civ. si estende a tutti gli atti anche se a contenuto non patrimoniale.
Il minore “conclude” il contratto associativo a mezzo del genitore; si tratta di attività di ordinaria amministrazione che può essere svolta disgiuntamente dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale.
Nulla quaestio sulla titolarità del diritto; la questione è sull’esercizio del diritto di voto posto che il diritto di partecipazione all’assemblea non è avversato da sensibili argomenti.
Ritenuta come generale l’ammissibilità del minore in assemblea, non deve sorprendere il patto sociale che garantisce l’esercizio del diritto di voto al socio minore che abbia raggiunto una età ragionevolmente corrispondente al livello di sviluppo psico-fisiologico dell’individuo.
È plausibile la limitazione dell’esercizio a determinate materie ovverosia quelle che intersecano l’amministrazione delle risorse dalla quale dipende il soddisfacimento delle posizioni attive che si collegano allo status di socio.

References: articolo 90
 articolo 67
 articolo 2
 Cass. 
 Cass. 
 art. 67
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
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 articolo 320
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