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Timestamp: 2017-04-30 20:42:46+00:00

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Domenica 04 Dicembre 2011 15:30 | Scritto da Eleonora Costa | Casi Giudiziari Prosegue il lavoro interpretativo della giurisprudenza di merito volto al riconoscimento del diritto al congedo straordinario per l’assistenza ai disabili anche se la residenza del richiedente non risulta coincidente con quella dell’assistito. Così il Tribunale di Reggio Emilia, con la sentenza n. 382 del 20.09.2011, partendo da considerazioni analoghe a quelle espresse da altri fori italiani, ha disatteso il contenuto del D.Lgs. 151/2001 e dei successivi chiarimenti interpretativi, espressi anche dalla Corte Costituzionale, secondo i quali il requisito della residenza doveva considerarsi imprescindibile e rigorosamente inteso, tanto da escludere il diritto al beneficio per coloro che si trovassero a vivere nello stesso stabile dell’assistito ma in un appartamento diverso. Con la citata pronuncia, infatti, il tribunale ha ritenuto sussistente il diritto del figlio unico ad assistere il padre con disabilità grave anche se residente in altro comune, poiché all’esito dell’istruttoria era emerso che il figlio risultava convivente abituale e continuativo, oltre che l’unico ad essersi preso concretamente cura del genitore disabile. Negare il diritto al congedo straordinario – specifica il Giudice – avrebbe comportato un’ingiustificata compromissione dei diritti all’integrità psico-fisica e al bene della vita, costituzionalmente garantiti, soprattutto quando si è di fronte – come avviene in molti casi – ad un figlio unico: una vera e propria disparità di trattamento priva di ogni ragionevole giustificazione. In buona sostanza, la prova di una convivenza assidua e necessaria per il disabile (poiché privo di altri congiunti o parenti) garantisce l’automatico diritto del figlio convivente a vedersi riconoscere i permessi straordinari ex art. 42 5° comma D. Lgs 151/2001.
Domenica 27 Novembre 2011 18:12 | Scritto da Eleonora Costa | Casi Giudiziari Anche i minori vittime della colpevole negligenza dei medici hanno diritto al risarcimento del danno morale, sebbene afflitti da gravi e pregiudizievoli deficit psico-motori. Questo quanto statuito ma c’è da chiedersi se c’era bisogno di arrivare a tanto?!) dalla Suprema Corte nella con la sentenza dello scorso settembre (la n. 18641/2011), quando era stata chiamata a pronunciarsi sul caso di un ginecologo condannato, in primo e in secondo grado, al risarcimento, monetizzato in oltre un milione di euro, a beneficio di un minore e dei suoi genitori per i gravi danni colpevolmente cagionati al piccolo al momento della nascita. Di fronte alle reticenze del ginecologo a riconoscere il danno morale al bambino per la compromessa capacità di questo di percepire il dolore, i Giudici di legittimità hanno sentenziato che il risarcimento del danno morale può essere escluso soltanto quando risulti con certezza, all’esito di un’apposita consulenza tecnica, l’assoluta incapacità del soggetto a percepire il dolore e, quindi, il suo permanente irreversibile stato totalmente vegetativo. Nello specifico gli Ermellini hanno nettamente rigettato il ricorso del sanitario, considerando come inconcepibile negare la liquidazione del danno morale nei confronti di un bambino per il quale i patimenti sofferti (tra i quali tertraparesi spastico-distonica di grado rilevante, notevole compromissione della partecipazione all’ambiente, notevole compromissione della capacità visiva e uditiva) si mostrano tra i più gravi che la persona possa subire, per la concreta considerazione delle condizioni di vita del danneggiato direttamente derivanti dalle patologie insorte a causa dell’imperizia del medico. Così come elevatissimo è stato il danno riconosciuto ai genitori (euro 300 mila ciascuno) in ragione della gravità delle lesioni subite dal danneggiato, oltretutto in tenerissima età, ed in considerazione degli aspetti relazionali coinvolti, dalla perdita del rapporto parentale al conseguente sconvolgimento tellurico dell’esistenza, inteso come cambiamento di vita a causa della necessità dell’assistenza familiare comportante l’assoluto sacrificio dell’individuo verso il macroleso.
Domenica 20 Novembre 2011 16:23 | Scritto da Eleonora Costa | Casi Giudiziari Molti sono, ormai, gli operatori economici presenti su Facebook con l’obiettivo principale di pubblicizzare la propria attività e promuovere determinate iniziative a costo zero. Ma non tardano a farsi sentire le prime pronunce, che sembrano anticipare un vero e proprio filone giurisprudenziale in ordine al trattamento dei dati nella rete. Come quella del Tribunale di Torino dell’estate scorsa (ordinanza del 7.7.2011), con la quale il giudice ha ordinato la modifica del nome e degli amministratori di un gruppo di Facebook, formato dall’ex dipendente di una società concorrente, il quale, modificando la password di accesso e le informazioni del gruppo della ex datrice di lavoro, aveva ricollegato lo stesso Gruppo alla nuova società costituita dalla moglie, appropriandosi così di tutti gli amici virtuali del gruppo ed ingenerando confusione nei medesimi. Il Tribunale, pronunciandosi sulla richiesta di “restituzione” del gruppo avanzata dalla ricorrente, ha riconosciuto che, qualora chi non ne abbia il diritto utilizza la denominazione e, quindi, il “marchio” del gruppo come emblema e segno di riconoscimento, può essere considerato responsabile di concorrenza confusoria ex art. 2598 n. 1 c.c. e di contraffazione del marchio ai sensi dell’art. 20 del Codice della Proprietà Industriale. Sul punto a nulla può valere il tentativo, dedotto dai convenuti, di circoscrivere l’ambito delle trattative intessute con il Gruppo ad una sfera meramente sociale, senza rilevanza economica. Sostiene, infatti, giustamente il Tribunale di Torino che, quando il soggetto che avvia i contatti e calamita le amicizie virtuali è dichiaratamente un imprenditore, tutto il tenore dei rapporti muta e si intride di rilevanza economica e di potenzialità commerciale. Brutto colpo per l’infedele dipendente, che si ha visto il nome del gruppo modificarsi prendendo quello dell’originaria società, così come il nome degli amministratori; lo stesso, inoltre, estromesso da qualsivoglia attività di Facebook, è stato condannato alla refusione dei danni e di tutte le spese di lite. L’ANAS paga i danni da caduta da motociclo per il fango stradale
Domenica 13 Novembre 2011 14:52 | Scritto da Eleonora Costa | Casi Giudiziari Cadono dalla vespa a causa dei detriti presenti sulla strada e l’Anas viene condannata a risarcire tutti i danni provocati, sia materiali che alla salute. Questo il caso deciso dalla Suprema Corte con la recente sentenza del 18.10.2011 n. 21508, con la quale gli Ermellini sono stati chiamati a pronunciarsi in ordine alla richiesta di risarcimento danni riportati da due giovani che, viaggiando sopra una vespa 50 lungo la S.S. 280 di Catanzaro, erano caduti rovinosamente a causa della presenza sull’asfalto di fango, sterpaglie e sabbia accumulatisi a seguito delle notevoli piogge cadute nei giorni precedenti. L’ANAS si era difesa invocando a sua discolpa l’eccezionalità dell’evento atmosferico e l’impossibilità di esercitare un controllo continuo sulla rete viaria per via della sua estensione e delle modalità di fruizione da parte dell’utenza, molto concentrata. Ma la Cassazione, uniformandosi all’orientamento ormai consolidatosi, respinge le ragioni avanzate dall’ente, negando il carattere imprevedibile ed inevitabile delle precipitazioni, che avrebbero dovuto fungere da scriminante. Nello specifico i Giudici di legittimità rinvengono la responsabilità dell’ente nel mancato intervento manutentivo diretto alla rimozione del fango e dei detriti dalla sede stradale, a maggior ragione trattandosi di un’importante arteria di raccordo di Catanzaro, sulla quale le piogge torrenziali del giorno prima avevano accumulato detriti senza che nessuno nelle 24 ore seguenti li avesse rimossi o, quanto meno, avesse segnalato la presenza di una zona di pericolo. Il custode – sentenzia la Corte – doveva ritenersi obbligato a controllare lo stato della strada e a mantenerla in condizioni ottimali d’impiego, essendo la pioggia un fattore di rischio conosciuto o conoscibile a priori dal custode.
Lunedì 31 Gennaio 2011 14:03 | Scritto da Redazione | Casi Giudiziari È lecito trattare a pedate nel sedere il cliente o il visitatore sgradito che non vuole raccogliere l’invito del professionista ad uscire dallo studio. Lo ha stabilito la Cassazione che, ribaltando la decisione dei primi due gradi di giudizio, ha annullato la condanna per esercizio arbitrario delle proprie ragioni inflitta ad un professionista che aveva “buttato fuori” una signora provocandogli una lesione, causata dall’urto contro il montante della porta. Secondo gli Ermellini, infatti, (Sez. VI, n. 3014/2011) la cliente, certamente maltrattata ma ugualmente invadente, aveva commesso il reato di violazione di domicilio ed il professionista era stato costretto, per difendersi e per porre fine alla “condotta criminosa”, ad usare le maniere forti. La Cassazione specifica che è ravvisabile l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni quando per tutelare il proprio diritto si può ricorrere alla via giudiziale; diversamente, quando, come nel caso di specie, la strada del Tribunale non possa dirsi strumento di tutela celere ed efficace, alcun reato può essere imputato in questo senso. Né può valere la circostanza che si trattasse di uno studio professionale e, quindi, di un luogo aperto al pubblico, dal momento che – afferma la Corte – lo studio professionale va individuato come un spazio non aperto indiscriminatamente al pubblico, il cui titolare ha tutto il diritto di escludervi l’accesso a quelle persone che ritenga, per qualsiasi motivo non contrario alla legge, indesiderate Rischi di mantenere i figli anche se si sposano
Sabato 29 Gennaio 2011 09:49 | Scritto da Redazione | Casi Giudiziari Pensate che se la figlia si sposi e voi, padre separato o divorziato, non siete più tenuti al mantenimento? Errore! La vecchia e nota certezza in base alla quale i figli si aiutano economicamente fino a quando non diventano autosufficienti ha qualche tentennamento. Di norma se un figlio si sposa o trova lavoro l’assegno non è più dovuto. La Cassazione, I sezione, con una recentissima sentenza del 26 gennaio 2011 n.1830 ci consegna un altro orientamento. Vediamo il caso concreto: si tratta di una studentessa che decide di sposare uno studente di Santo Domingo. Anche se sposata ha continuato a vivere con la madre. Ergo, sostengono gli Ermellini, non ha raggiunto l’autosufficienza economica. Il neo marito evidentemente non garantisce solidità economica e il padre deve continuare a versare l’assegno fino a quando la figlia non sarà in grado di sostenersi da sola. Con buona pace del padre che per “liberarsi” dell’onere economico ha fatto tre gradi giudizio….

References: sentenza 
 art. 42
 sentenza 
 art. 2598
 sentenza 
 sentenza