Source: http://www.scuola7.it/2019/125/
Timestamp: 2019-07-24 03:22:24+00:00

Document:
Scuola7 - n. 125
Scuola7 18 febbraio 2019, n. 125
18 febbraio 2019, n. 125
I "nuovi" insegnanti di sostegno (L. Rondanini)
La valutazione dei dirigenti scolastici: i rischi dell'autoreferenzialità (E. Contu)
In materia di annullamento delle sanzioni disciplinari (C. Olivieri)
Educazione allo sviluppo sostenibile: opportunità per le scuole (M.P. Bettini)
Percorsi di specializzazione sul sostegno: nuove disposizioni
Esame di Stato: simulazioni delle prove
Parliamo diDiventare insegnanti di sostegno
I "nuovi" insegnanti di sostegno
Il decreto 92/2019
Il Ministro dell'Istruzione, dell'Università e Ricerca in data 8 febbraio 2019 ha firmato il decreto n. 92, dal titolo "Disposizioni concernenti le procedure di specializzazione sul sostegno". Prende dunque il via l'atteso iter riguardante la specializzazione degli insegnanti di sostegno per le scuole di ogni ordine e grado.
Nel decreto si comunica che i corsi di specializzazione saranno attivati presso le università, previa autorizzazione dei posti e ripartizione di contingenti che lo stesso Ministero definirà in un provvedimento successivo.
In ogni caso verranno definite date uniche per i test preliminari di accesso al percorsi.
I requisiti di accesso ai corsi di specializzazione
Per la scuola dell'infanzia e primaria potranno partecipare i docenti in possesso di:
-	laurea in scienze della formazione primaria; oppure
-	diploma magistrale, ivi compreso il diploma sperimentale a indirizzo psicopedagogico, con valore di abilitazione e diploma sperimentale a indirizzo linguistico, conseguiti presso gli istituti magistrali; oppure
-	un titolo analogo conseguito all’estero e riconosciuto in Italia.
Per la scuola secondaria di primo e secondo grado, i candidati in possesso:
-	dei requisiti previsti al comma 1 o al comma 2 dell’articolo 5 del d.lgs. n. 59/2017, con riferimento alle procedure distinte per la scuola secondaria di primo o secondo grado (quindi: abilitazione oppure titolo di laurea + 24 CFU);
-	di analoghi titoli di abilitazione conseguiti all’estero e riconosciuti in Italia ai sensi della normativa vigente.
Potrà accedere ai corsi di specializzazione anche chi ha conseguito un titolo di laurea e portato a termine almeno tre annualità di servizio nel corso degli otto anni scolastici precedenti, anche su posto comune o di sostegno, presso le istituzioni del sistema educativo di istruzione e formazione.
Relativamente alla tempistica, nel decreto n. 92 si sottolinea che “i corsi si concludono, di norma, entro il 30 giugno dell’anno accademico di riferimento".
Il test di accesso
Le prove di accesso sono organizzate dagli atenei con riferimento a quanto contenuto nella legge-quadro 5 febbraio 1992, n. 104 e nella legge 8 ottobre 2010, n. 170. Riguarderanno, pertanto, sia la materia relativa agli alunni con disabilità (legge 104/1992), sia quella riguardante gli alunni con disturbi specifici di apprendimento (legge 170/2010).
Il test preliminare è costituito da 60 quesiti formulati con cinque opzioni di risposta, fra le quali il candidato ne individua una soltanto. Almeno 20 dei predetti quesiti saranno volti a verificare le competenze linguistiche e la comprensione dei testi in lingua italiana. La risposta corretta a ogni domanda vale 0,5 punti, la mancata risposta e la risposta errata valgono 0 (zero) punti. Il test ha la durata di due ore.
Il profilo professionale del docente specializzato
L'insegnante di sostegno deve dimostrare di possedere conoscenze e competenze che facilitino un sistema inclusivo, in cui l'alunno con disabilità sia protagonista del proprio percorso formativo. A tal fine dovrà padroneggiare capacità di progettazione educativa individualizzata e personalizzata, in grado di promuovere interventi equilibrati fra apprendimento e socializzazione.
Il candidato, in relazione al settore per cui concorre, deve dimostrare di possedere adeguate conoscenze e competenze con riferimento a svariati ambiti:
- normativo: legge 104/1992, ICF (O.M.S.2001, legge di ratifica della Convenzione dell'ONU - L. 18/2009), legge 170/2010 (alunni con DSA), Linee guida per il diritto allo studio degli alunni con DSA (2011), Linee guida sull'integrazione degli alunni con disabilità del 2014, D.Lgs n. 66/2017, ...;
- psicopedagogico e didattico: conoscenza dei fondamenti generali di pedagogia speciale e didattica speciale, di psicologia dell'età evolutiva e dell'apprendimento scolastico, finalizzati ad una didattica inclusiva;
- progettuale: capacità di progettare e realizzare forme efficaci di individualizzazione e di personalizzazione dei percorsi formativi in classi eterogenee, per una gestione integrata del gruppo; utilizzare strumenti di osservazione e di valutazione; attivare positive relazioni scuola-famiglia per la costruzione di percorsi educativi condivisi e per la definizione del patto di corresponsabilità educativa.
- organizzativo: l'insegnante deve padroneggiare strategie inclusive di gestione della classe, con particolare riferimento a didattiche cooperative (educazione tra pari, attività di piccolo gruppo, di coppia, di peer teaching, ...);
- conoscenza della disabilità e degli altri bisogni educativi speciali in una logica bio-psico-sociale: il docente deve dimostrare di saper lavorare in ambienti scolastici inclusivi, tenendo conto di tutte le forme di diversità, in modo da osservare e valutare il funzionamento umano secondo l'approccio ICF dell'OMS (versione «ICF Children and Youth Version»).
Si tratta solo di alcuni sintetici riferimenti: le richieste complessive sono molto più articolate e differenziate, anche in relazione ai diversi gradi di scuola.
Qual è la situazione attuale dell’inclusione?
Un recente rapporto (L'inclusione degli alunni con disabilità nelle scuole) dell'associazione "Con i bambini" e della Fondazione "Open Polis" ha evidenziato alcuni significativi aspetti dell'inclusione scolastica italiana.
Nell'a.s. 2018-2019 sono 272.167 i bambini e studenti con disabilità presenti nella scuola italiana (dall'infanzia all'istruzione di secondo grado), corrispondenti a circa il 3%, con punte che arrivano al 4,1% nella secondaria di 1° grado e al 3,4% nella scuola primaria.
Il percorso formativo di queste/i alunne/i è affidato agli insegnanti di sostegno, assicurati dallo Stato, e agli assistenti all'autonomia e alla comunicazione, nominati dagli enti locali.
Rispetto alla presenza nelle istituzioni scolastiche di queste due figure, emergono rilevanti differenze fra i territori.
Il rapporto evidenzia come la presenza del sostegno sia relativamente più diffusa nelle regioni del Sud (ad esempio, in Molise 1 docente ogni 1,1, alunni); si conferma pertanto che, laddove sono carenti le figure di supporto degli enti locali, le scuole sopperiscono aumentando la presenza del sostegno.
Il corto circuito sostegno-curricolare
I dati forniti dall'Istat, cui il rapporto si riferisce, indicano come gli insegnanti di sostegno specializzati siano meno di 2/3 del totale. Si può calcolare che circa 60.000 (su un totale di 150.000) insegnanti di sostegno, operanti nel corso di questo anno scolastico, siano privi del titolo di specializzazione.
Il percorso che si apre nei prossimi mesi risponde dunque ad un'esigenza formativa molto diffusa, tenuto conto che le carenze più significative si riscontrano nelle regioni del Nord, dove si concentra il numero maggiore di studenti con disabilità.
Sarà possibile garantire la specializzazione nei prossimo triennio ad almeno 40.000 insegnanti non specializzati?
Alla base del problema sussiste un dispositivo – a nostro parere assurdo – che permette ai docenti, dopo cinque anni di servizio sul sostegno, di rientrare nei percorsi curricolari, dando vita ad un circolo vizioso che alimenta continuamente la necessità di ulteriori figure specializzate. Si tratta di una norma priva di senso: gli attuali cinque anni dovrebbero essere, come minimo, raddoppiati!
Il tema vero però rimane quello dell'effettiva corresponsabilità educativa di tutti i docenti della classe (curricolari e non). Purtroppo su questo versante la situazione complessiva risulta tuttora molto critica.
La valutazione dei dirigenti scolastici: i rischi dell'autoreferenzialità
I nuclei di valutazione dei dirigenti scolastici: partiamo dai dati
Nell’articolo Chi valuta i valutatori? Primi dati sui Nuclei di valutazione dei dirigenti scolastici, pubblicato su Scuola7 del 21 gennaio, abbiamo presentato una serie di dati relativi alla composizione dei Nuclei per la valutazione dei dirigenti scolastici.
Ne è emerso un quadro articolato, con differenze anche ampie tra regioni, ma con alcune linee di fondo, quali la presenza di un’ampia maggioranza (78,6%) di dirigenti scolastici (DS) nei nuclei, a fronte di un numero più contenuto di dirigenti Miur (13,2%, soprattutto tecnici) e valutatori esterni (8,2%).
Proponiamo qui alcune riflessioni a partire dai dati presentati.
Questioni di triangolazione: un raffronto con i NEV
Come evidenziato da altri già in sede di analisi dei dati relativi alla prima annualità della valutazione[1], significative sono le differenze tra i nuclei esterni di valutazione (NEV) impegnati nei procedimenti di valutazione delle scuole e i nuclei di valutazione dei DS.
La composizione dei NEV è uniforme a livello nazionale e rispetta il criterio della compresenza dei tre sguardi professionali: dirigente tecnico come coordinatore e garante del processo; valutatore “A” proveniente dal mondo della scuola, chiamato a focalizzarsi sui processi didattici e educativi; valutatore “B” proveniente da contesti professionali diversi e portatore di specifiche competenze metodologiche nell’analisi e interpretazione dei dati. Il protocollo di visita presso le scuole oggetto di valutazione, inoltre, definisce in maniera dettagliata gli interlocutori assegnati a ciascun componente del NEV: le tre figure focalizzano così la loro attenzione su aspetti e punti di osservazione che nella successiva fase di definizione del giudizio si integrano a formare una valutazione solida e condivisa.
La metodologia applicata alla valutazione esterna delle scuole è quella della triangolazione: essa ha alla base l’idea «di ottenere evidenze attraverso metodi diversi o da fonti diverse al fine di determinare, attraverso il loro confronto, se un fenomeno è stato descritto in modo accurato oppure no. La triangolazione permette di incrementare la validità dei risultati dell’azione di ricerca» e trova fondamento proprio nella diversità dei profili che costituiscono il NEV[2].
La composizione (sbilanciata) dei nuclei di valutazione dei DS
Nel costituire i nuclei per la valutazione dei dirigenti si è adottata un’impostazione più libera. La scelta si collega probabilmente a questioni di ordine pragmatico: ad esempio il numero limitato di dirigenti tecnici in servizio o il fatto che non sia prevista una retribuzione per i valutatori, aspetto che riduce l’attrattività della posizione soprattutto tra chi opera al di fuori della scuola.
Di conseguenza i DS nella valutazione 2017/18 hanno ricoperto il 51% delle posizioni di coordinatore nei nuclei di valutazione. Inoltre, su 370 nuclei costituiti, 151 (41%) erano formati da soli dirigenti scolastici e 153 (41%) ne includevano due su tre valutatori. I nuclei che abbiamo definito eterogenei, formati da un dirigente Miur, un DS e un valutatore esterno, sono stati invece 60, ovvero solo il 16% del totale[3].
E dato che la procedura di valutazione non prevede una distinzione di compiti tra i componenti dei nuclei, questi nei fatti hanno lavorato con ampia autonomia sul piano organizzativo. Diffusa è stata ad esempio la pratica di assegnare un informale mandato su una certa quota di valutati a ciascun componente, che finiva per essere il principale lettore dei documenti e conduceva istruttoria e colloquio: un andamento che fatica a conciliarsi con «la trasparenza delle procedure e l’oggettività dei criteri, l’omogeneità dell’applicazione in campo nazionale e regionale», indicati da INVALSI fin dal 2003 come aspetti critici per la valutazione dei dirigenti delle scuole[4].
Una "triangolazione zoppa"...
A differenza di quanto accade nei NEV, resta indefinito il punto di vista specifico dal quale ciascun membro del nucleo osserva il DS valutato. Ne consegue il rischio di una triangolazione zoppa, accresciuto da altri aspetti della procedura messa in atto, quali ad esempio il fatto che nella maggior parte dei casi i nuclei di valutazione hanno incontrato solo il dirigente, senza avere alcun contatto con le scuole, e il fatto che anche nel 2017/18 si è dovuto rinunciare alla valutazione dell’apprezzamento all’interno della comunità professionale e sociale.
Sono quindi venuti meno i due elementi che potrebbero conferire all’incontro con il DS valutato una profondità di visione, che resta invece debole quando il nucleo valuta sulla sola base di documenti e colloquio, avendo per giunta quale unico “filtro” tra sé e le informazioni la variabile della capacità del valutato di presentare il proprio operato in maniera più o meno empatica e convincente.
I rischi di una valutazione autoreferenziale
Se la valutazione dei DS dovesse assomigliare sempre di più a una peer review, magari con un contenuto apporto di altre figure, occorrerebbe domandarsi quali possano essere gli aspetti problematici di un assetto in cui i capi d’istituto sono valutati (quasi) esclusivamente da loro colleghi.
Una prima conseguenza, la più evidente, attiene all’identità complessiva del processo, in cui convivono due dimensioni: quella relativa alla valutazione come strumento per il miglioramento professionale e quella, ancora in stand by, in cui la valutazione determina la retribuzione di risultato e anche eventuali sviluppi di carriera.
La scelta della peer review potrebbe salvaguardare, o forse anche rafforzare, alcuni aspetti della valutazione come leva per il miglioramento professionale, ma avrebbe ricadute problematiche nel campo dell’assegnazione della retribuzione di risultato. Soprattutto nelle regioni più piccole, in effetti, un numero contenuto di dirigenti scolastici viene valutato da pochi nuclei (2 in Molise, 4 in Basilicata e Friuli-Venezia Giulia, 6 nelle Marche e in Umbria): se questi fossero formati da soli DS, la loro posizione nei confronti degli altri colleghi sarebbe estremamente delicata. Il fatto poi che valutati e valutatori si spartiscano lo stesso monte risorse per le retribuzioni di risultato, e possano trovarsi a concorrere per le stesse sedi scolastiche, vedendo le decisioni del direttore regionale condizionate dalla valutazione, aggiunge motivi di preoccupazione per la tenuta di un sistema di valutazione in cui si rinunci al contributo di valutatori diversi dai dirigenti scolastici.
Alla ricerca di valutatori competenti
Abbiamo tuttavia mostrato come in diverse regioni siano stati strutturati in ampia prevalenza nuclei di valutazione non formati da soli DS: ciò si è verificato nelle nove regioni con meno dirigenti da valutare (Calabria, Sardegna, Abruzzo, Marche, Umbria, Liguria, Friuli, Basilicata, Molise), ma anche in regioni più vaste come la Toscana, dove nessuno dei 16 nuclei contava solo valutatori-dirigenti scolastici.
Decisivo, in queste regioni, è stato l’apporto dei valutatori esterni: aspetto interessante anche perché si tratta delle figure che dovrebbero alzare il livello di competenza sugli aspetti tecnici della valutazione, nonché attenuare la contiguità tra valutatori e valutati, che proprio nelle regioni più piccole, per una questione di dimensione territoriale, può condizionare maggiormente gli effetti del procedimento.
Su cosa lavorare? Qualche proposta per l’immediato futuro
Su cosa lavorare, a questo punto? Al netto dei possibili sviluppi legati alla volontà del decisore politico, ci sono almeno tre linee di approfondimento da percorrere per proseguire nella messa a punto della valutazione dei dirigenti scolastici.
1. Verificare la validità del protocollo di valutazione adottato nei casi in cui i dirigenti scolastici venivano visitati presso la scuola di titolarità, per consolidare la capacità di trarre informazioni utili dai colloqui con DSGA, staff, presidente del consiglio d’istituto.
2. Verificare se e in che misura i nuclei eterogenei abbiano individuato assetti organizzativi specifici, in grado di valorizzare l’apporto di tre valutatori di diverso profilo professionale.
3. Esplorare la possibilità di limitare il numero di nuclei costituiti da soli dirigenti scolastici, in particolare reperendo valutatori esterni al mondo della scuola e portatori di specifiche competenze tecniche.
[1] De Anna F., I primi dati sulla valutazione dei dirigenti scolastici, in “Scuola Oggi”, https://scuolaoggi.com/2018/01/30/i-primi-dati-sulla-valutazione-dei-dirigenti-scolastici/.
[2] INVALSI, Programma e protocollo per le visite di valutazione esterna nel Sistema Nazionale di Valutazione, pag. 62.
[3] Per le differenze regionali, significative sotto diversi aspetti, si rimanda al già menzionato articolo Chi valuta i valutatori? Primi dati sui Nuclei di valutazione dei dirigenti scolastici.
[4] Relazione INVALSI sul progetto SIVADIS, 7 ottobre 2003, prot. 1511; citata in Previtali D., Il Sistema Nazionale di Valutazione in Italia. Una rilettura, UTET, Torino 2018, p. 12.
Integrate e aggiornate, a decorrere dall'a.a. 2018/19, le disposizioni concernenti i percorsi di specializzazione per il sostegno agli alunni con disabilità delle scuole di ogni ordine e grado.
I percorsi sono istituiti ed attivati dagli atenei, anche in convenzione tra loro, nel limite dei posti autorizzati per ciascun ateneo con decreto del Ministero. Con successivo decreto Miur saranno autorizzati i percorsi di specializzazione, effettuata la ripartizione dei contingenti e fissate le date, uniche per ciascun indirizzo, del test preliminare.
Il decreto Miur 8 febbraio 2019 n. 92 detta le nuove disposizioni. Sono ammessi a partecipare i candidati in possesso di uno dei seguenti titoli:
b. per i percorsi di specializzazione sul sostegno per la scuola secondaria di I e II grado, il possesso dei requisiti previsti al co. 1 o 2 dell'art. 5 del d.lgs. n. 59/2017 con riferimento alle procedure distinte per la scuola secondaria di primo o secondo grado, nonché gli analoghi titoli di abilitazione conseguiti all'estero e riconosciuti in Italia ai sensi della normativa vigente. Sono altresì ammessi con riserva coloro che, avendo conseguito il titolo abilitante all'estero, abbiano presentato la relativa domanda di riconoscimento entro il termine per la presentazione delle istanze per la partecipazione alla specifica procedura di selezione.
Le prove di accesso sono organizzate dagli atenei. Il test preliminare è costituito da 60 quesiti con cinque opzioni di risposta, fra le quali il candidato ne individua una soltanto. Almeno 20 dei predetti quesiti sono volti a verificare le competenze linguistiche e la comprensione dei testi in lingua italiana. La risposta corretta a ogni domanda vale 0,5 punti, la mancata risposta o la risposta errata vale 0 (zero) punti. Il test ha la durata di due ore.
È ammesso alla prova scritta, ovvero alle prove successive, un numero di candidati pari al doppio dei posti disponibili nella singola sede per gli accessi. Sono altresì ammessi alla prova scritta coloro che, all'esito della prova preselettiva, abbiano conseguito il medesimo punteggio dell'ultimo degli ammessi.
Nel caso in cui la graduatoria dei candidati ammessi risulti composta da un numero di candidati inferiore al numero di posti messi a bando, si può procedere ad integrarla con soggetti, collocati in posizione non utile nelle graduatorie di merito di altri atenei, che ne facciano specifica richiesta.
In prima applicazione del nuovo decreto, costituisce altresì titolo di accesso alle distinte procedure per la secondaria di primo o secondo grado, il possesso del titolo di accesso a una delle classi di concorso del relativo grado e l'aver svolto, nel corso degli otto anni scolastici precedenti, entro il termine di presentazione delle istanze di partecipazione, almeno tre annualità di servizio, anche non successive, su posto comune o di sostegno.
Lo scorso 14 febbraio 2019 il Ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, ha firmato un decreto che stanzia 114 milioni di euro per l’adeguamento alla normativa antincendio di 2.267 edifici scolastici.
Si tratta di una prima tranche di fondi attraverso i quali ottenere la certificazione antincendio.
Contestualmente prende avvio uno specifico Piano triennale per l’antincendio, in sinergia con gli Enti locali.
Di seguito il riparto delle risorse tra le Regioni che hanno individuato gli interventi prioritari da finanziare.
€ 3.808.809,67
€ 2.177.847,57
€ 6.214.176,46
€ 11.519.621,60
€ 7.130.622,56
€ 2.828.607,26
€ 9.413.080,19
€ 2.542.400,22
€14.979.862,65
€ 3.570.630,40
€ 1.245.597,07
€ 7.710.670,82
€ 7.589.814,88
€ 3.925.349,23
€ 10.545.443,06
€ 6.972.253,04
€ 2.535.106,85
€ 612.113,13
€ 8.837.993,34
€ 114.160.000,00
Convertito in legge e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il cosiddetto "decreto semplificazione", che stabilisce che i candidati che superano la prova orale del concorso a dirigente scolastico sono dichiarati vincitori e assunti.
Sulla Gazzetta Ufficiale n. 36 dello scorso 12 febbraio è stata pubblicata la legge di conversione del Decreto Legge 14 dicembre 2018, n. 135, che introduce disposizioni urgenti in materia di sostegno e semplificazione per le imprese e per la pubblica amministrazione.
Non ha subito modifiche, in sede di conversione, l’art. 10, che prevede semplificazioni amministrative in materia di istruzione scolastica, università e ricerca. Nello specifico dispone che “i candidati ammessi al corso conclusivo del corso-concorso bandito nel 2017 per il reclutamento dei dirigenti scolastici, sono dichiarati vincitori e assunti”. Stesso discorso vale anche per il corso-concorso bandito per la copertura dei posti nelle scuole di lingua slovena o bilingue.
Mentre, secondo la concezione originaria del concorso, al termine della prova orale gli aspiranti presidi avrebbero dovuto seguire il corso di formazione e tirocinio e le relative prove, adesso i vincitori del concorso saranno proclamati già al termine della prova orale, saranno assunti e ammessi a frequentare il periodo di formazione e prova. I neo-dirigenti assunti nell’anno successivo dovranno anch’essi frequentare il corso dopo l’immissione in ruolo.
Le risorse stanziate negli anni 2018 e 2019 per il semi-esonero del personale frequentante il corso di formazione, non più necessarie a tale scopo, confluiscono nel Fondo "La Buona Scuola" per il miglioramento e la valorizzazione dell'istruzione scolastica, nella misura di 8,26 milioni di euro per ciascuno degli anni 2018 e 2019 per essere destinati alle assunzioni di personale.
In materia di annullamento delle sanzioni disciplinari
Caratteristiche dell’azione disciplinare
L’art. 55 sexies comma 3 D.lgs. 165/2001 prevede che “il mancato esercizio o la decadenza dall'azione disciplinare, dovuti all'omissione o al ritardo, senza giustificato motivo, degli atti del procedimento disciplinare, ... comporta, per i soggetti responsabili” l’adozione dei previsti provvedimenti disciplinari, e tale condotta è valutata anche ai fini della responsabilità dirigenziale di cui all'articolo 21 del decreto. Ma all’irrogazione della sanzione nei confronti del personale scolastico, esercitati i rimedi previsti a tutela del contraddittorio dal D.lgs. 165/2001, frequentemente può seguire il contraddittorio innanzi al giudice del lavoro, che può anche, come accade, decidere per il suo annullamento.
Non c’è legittimazione passiva del singolo istituto scolastico
Occorre premettere che, come ribadito dalla sentenza del Tribunale di Pavia - Sezione Lavoro n. 221/2016, per la Suprema Corte “anche dopo l’estensione della personalità giuridica, per effetto della legge delega n. 59/1997 e dei successivi provvedimenti di attuazione, ai circoli didattici, alle scuole medie e agli Istituti di istruzione secondaria, il personale ATA e docente della scuola si trova in rapporto organico con l’Amministrazione della Pubblica Istruzione dello Stato, a cui l’art. 15 del D.P.R. n. 275/1999 ha riservato le funzioni relative al reclutamento del personale, e non con i singoli Istituti, che sono dotati nella materia di mera autonomia amministrativa. Ne consegue che, nelle controversie relative ai rapporti di lavoro, sussiste la legittimazione passiva del Ministero, mentre difetta la legittimazione passiva del singolo Istituto” (Cass. 21.3.2011 n. 6372; Cass. 15.10.2010 n. 21276; Cass. 28.7.2008 n. 20521; Cass. 10.5.2005 n. 9752; App. Torino n. 61/2012; App. Torino n. 940/12).
Quando le sanzioni possono essere annullate
Molteplici sono le ragioni che possono condurre all’annullamento della sanzione da parte del Giudice del lavoro, persino il mancato rispetto di adempimenti prodromici quali l’omessa affissione del codice disciplinare in luogo accessibile a tutti, come disposto dall’art. 7 L. 300/1970 per il quale non sono ammissibili mezzi equivalenti, in quanto la funzione della pubblica affissione è quella di fornire un elemento incontrovertibile e obiettivo dell’effettiva conoscibilità della normativa disciplinare aziendale; pertanto, qualora fosse consentita, ad esempio, la consegna a ogni singolo dipendente del codice disciplinare, teoricamente ogni trasgressore potrebbe contestarne la conoscenza e frustrarne così le possibili applicazioni del potere disciplinare. In sostanza le modalità di pubblicità indicate dall’art. 7 dello Statuto dei lavoratori sono le uniche consentite affinché il codice disciplinare acquisti efficacia (cfr. ex multis Trib. Milano 30.5.2003; Trib. Milano 10.12.2002; Trib. Monza 9.10.2002).
Fin dove può spingersi il dirigente scolastico?
Provvedimenti possono conseguire alla mancanza di rispetto della procedura disciplinare prevista dalla legge, in particolare allorquando non sia assicurato il contraddittorio ed il docente non abbia avuto la piena possibilità di difendersi, ovvero all’adozione di una sanzione che non rientri nella competenza del dirigente scolastico, in virtù del combinato disposto dell’art. 55 bis D.Lgs. n. 165/2001, introdotto dall’art. 69 d.lgs. 150/2009, e dell’art. 492 d.lgs. n. 297/1994. Il dirigente scolastico, per valutare la propria competenza, deve limitarsi a inquadrare la fattispecie in relazione alla sanzione edittale astrattamente irrogabile sulla base della disciplina sanzionatoria normativamente prevista e non di una valutazione ex ante … della gravità della violazione contestata e della sanzione in concreto erogabile tra il minimo e il massimo previsti.
Ancora può accadere che il giudice, sindacando anche il merito della vicenda, ritenga che il fatto non sussista o non costituisca infrazione disciplinare, anche a causa di un'inadeguata istruttoria o un'insufficiente allegazione probatoria.
Accertata la responsabilità, nell’irrogazione della sanzione la scelta del dirigente dev'essere operata con riferimento alle specifiche circostanze del caso e alla sua gravità, nell’adeguatezza alla concreta fattispecie, valutando altresì l’elemento psicologico del comportamento contestato e l’animus del pubblico impiegato.
Motivazioni e istruttoria
Le motivazioni che hanno condotto all’adozione della sanzione, come la necessaria istruttoria operata, devono essere esplicate nel provvedimento (anche in considerazione della necessità di motivazione che accompagna l’azione amministrativa ai sensi della L 241/1990), affinché non si rilevi la genericità della contestazione, l’infondatezza per travisamento dei fatti, la sproporzione e manifesta illogicità della sanzione, anche con possibile condanna dell’amministrazione al risarcimento del danno.
Infatti l'onere della prova della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento spetta al datore di lavoro ai sensi dell’art. 5 Legge n. 604/1966, “Norme sui licenziamenti individuali”. Per l’effetto il dirigente dovrà adeguatamente documentare i presupposti di fatto, oggettivi e soggettivi, che hanno determinato l’irrogazione della sanzione disciplinare (ex plurimis Cass. Sez. Lav. 17.8.2002 n. 11153 - Tribunale di Trani sez. Lav. Sentenza del 23.09.2013).
Non solo l’irrogazione della sanzione va preceduta da un'adeguata istruttoria, ma il supporto probatorio predisposto dal dirigente scolastico dev'essere inserito immediatamente nel fascicolo del procedimento disciplinare, accessibile all'incolpato affinché possa difendersi e controdedurre, e quindi allegato alla produzione di parte versata agli atti del giudizio. Le prove devono essere adeguate e non limitate ad una "relazione" di presunti accadimenti non supportati almeno da testimoni attendibili.
Solo così le prove possono essere considerate valide, altrimenti devono essere considerate tamquam non esset ed inutilizzabili, affinché non sia compromesso il diritto di difesa e contraddittorio.
Certamente la ricostruzione della vicenda nella relazione con la quale viene irrogato il provvedimento disciplinare dev'essere descritta e motivata accuratamente, in quanto la sua genericità non consente di individuare esattamente il comportamento scorretto, con conseguente impossibilità di esercizio del diritto di difesa (Giudice del Lavoro del Tribunale di Napoli, sentenza n. 15091 dell’11/7/2013). Ma altrettanto importante è la difesa in giudizio: infatti, nonostante l’adeguatezza della contestazione, essa può essere considerata priva di riscontro probatorio, se l’Istituto scolastico, in sede giudiziale, non articoli istanze istruttorie ove sia riconosciuta efficacia probatoria alle dichiarazioni contenute nelle relazioni depositate in atti, allorquando, contestate dal ricorrente, non siano confermate in contraddittorio nel corso del giudizio.
Educazione allo sviluppo sostenibile: opportunità per le scuole
C’è anche un concorso…
Agenda 2030 e "solidarietà globale"
Tre è il numero perfetto e tre sono gli anni passati da quando l’Agenda 2030 è entrata a far parte dell’orizzonte di riferimento del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur). L’Agenda 2030 è la denominazione comunemente usata per citare la Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite n. 70/1, dal titolo “Trasformare il nostro mondo: l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile”, adottata in occasione del settantesimo anniversario della costituzione dell’ONU, il 25 settembre 2015. La risoluzione è scritta in prima persona plurale: un “noi” che nel documento rimanda alla locuzione “collaborazione globale per lo sviluppo sostenibile” e che evidenzia lo spirito di rafforzata solidarietà globale a cui gli Stati membri si sono impegnati.
Il testo trova fondamento in un’idea condivisa di futuro possibile, sommamente ambiziosa e trasformativa. Un’idea che è stata sintetizzata nel paragrafo “La nostra visione”, in cui immaginiamo un mondo libero dalla povertà, dalla fame, dalla malattia e dalla mancanza, senza paura e violenza.
Un futuro sostenibile: 17 Goals
L’Agenda corre verso un futuro sostenibile in cui i diritti umani di tutti siano pienamente realizzati ed in cui si raggiungano l’uguaglianza di genere e l’emancipazione di tutte le donne. La risoluzione individua 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile, 17 Goals, articolati in 169 traguardi. I Goals, per definizione, sono interconnessi, indivisibili e bilanciano le tre dimensioni dello sviluppo: economica, sociale e culturale. Gli aspetti più innovativi del documento sono la visione globale del sistema e la presa d’atto che tutti siamo parte di quel “noi” e che solo agendo come un “noi” è possibile “liberare la razza umana dalla tirannia della povertà”. Ogni individuo può portare un piccolo contributo: ogni gesto/azione non rimane isolato, partecipa del cambiamento e genera un effetto a catena, perché tutte le povertà sono causa e conseguenza delle altre.
Il Protocollo MIUR-ASviS compie tre anni
Il Miur, come si è detto, da subito ha risposto alle responsabilità connesse all’Agenda. Forte dell’idea del “noi”, ha sottoscritto, nel 2016, un Protocollo di collaborazione con l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS). L'ASviS è stata istituita nel 2016 per far crescere la consapevolezza sull’Agenda 2030, mettendo in rete tutti coloro che si occupano di aspetti specifici ricompresi negli obiettivi di sviluppo sostenibile. Anche ASviS compie 3 anni e, ad oggi, conta oltre 200 tra le più importanti istituzioni e reti della società civile, che creano un network di rilevanti collaborazioni a cui partecipa anche la scuola.
Il Protocollo è al terzo anno di validità e ha avuto il pregio di avviare una riflessione interna all’amministrazione-scuola, da cui è scaturito il “Piano per l’Educazione alla Sostenibilità”, presentato nella Sala Comunicazioni in viale Trastevere a luglio 2017. Il Piano recepisce gli obiettivi dell’Agenda 2030 e li struttura su tutte le aree di competenza del Ministero, proponendo 20 azioni, articolate in 4 macro-aree. Ad oggi il Piano ha prodotto pochi ma importanti risultati: ha saldato la collaborazione fra Miur e ASviS; ha messo a sistema un percorso specifico di informazione sull’Agenda 2030 per i docenti neo-immessi in ruolo ed impegnati nell’anno di formazione e prova; ha permesso ingenti investimenti PON 2014/2020 su progetti specifici; ha portato alla pubblicazione del dossier “Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo del MIUR”; ha garantito lo svolgersi del concorso rivolto alle scuole di cui al prossimo paragrafo.
Un concorso per le scuole: le scadenze per iscriversi
Quest’anno si festeggia la terza edizione del concorso rivolto alle scuole, nato dalla collaborazione del Miur con ASviS. Il concorso è stato una delle prime iniziative pensate per promuovere la conoscenza dell’Agenda 2030 e fu avviato ancora prima della formalizzazione del “Piano per l’Educazione alla Sostenibilità”. Recentemente, sul sito Miur, è stato pubblicato l’avviso per l’a.s. 2018/2019 dal titolo “Facciamo 17 goal. Trasformare il nostro mondo: l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”, rivolto alle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, statali e paritarie, e ai Centri Provinciali per l’Istruzione per gli Adulti (CPIA). Il concorso offre l’opportunità alle bambine e ai bambini, alle alunne e agli alunni, alle studentesse e agli studenti, di partecipare in qualità di agenti di cittadinanza attiva. La proposta è semplice: approfondire uno dei temi espressi nei 17 Goals, analizzare le connessioni e le reali ricadute, proporre modalità d’azione per il raggiungimento dei traguardi, avvalendosi anche del materiale e delle collaborazioni messe a disposizione dal network ASviS al link http://ASviS.it/educazione-allo-sviluppo-sostenibile/.
Al concorso è possibile iscriversi entro il 28 febbraio 2019, ma l’elaborato, in formato video, grafico o composizioni letterarie, può essere trasmesso entro il 5 aprile. Il concorso ormai è diventato un appuntamento per molte scuole, che da quest’anno hanno deciso di costituire una rete nazionale, in cui continuare ad incontrarsi per promuovere i principi dell’Agenda 2030. La premiazione avverrà, come ogni anno, nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile, organizzato e promosso da ASviS.
Il terzo Festival dello Sviluppo Sostenibile: organizza un evento
Ed eccoci giunti al Festival dello Sviluppo Sostenibile, che si terra? dal 21 maggio al 6 giugno 2019 nella sua terza edizione, dal titolo “Mettiamo mano al nostro futuro”. Il Festival rappresenta il principale contributo italiano alla Settimana europea dello sviluppo sostenibile. Sono 17 giorni, come 17 sono i Goals, durante i quali vengono organizzate centinaia di eventi riferiti all’Agenda 2030. Sono realizzati convegni, incontri con personaggi di spicco ed esperti, e sono comprese anche attività culturali e di spettacolo. Il primo Festival, nel 2017, ha contato 221 eventi, e il Festival del 2018 ha avuto il successo inaspettato di 702 eventi. Per il 2019 è già possibile iscriversi. Tutti possono aderire, purché siano rispettati alcuni criteri: l’evento deve avere una chiara ed esplicita attinenza ai temi dell’Agenda 2030, deve svolgersi nel periodo del Festival oppure una settimana prima o una dopo, e non avere finalità commerciali.
L’iscrizione del proprio evento è facile e gratuita: avviene attraverso il sito dell’ASviS almeno 5 giorni lavorativi prima della realizzazione dell’evento (media-partner RAI e Ansa).
Un convegno nazionale (ad invito) per il primo ciclo
Quest’anno, infine, farà parte degli eventi anche il terzo seminario nazionale (Calabria, 20-21 maggio 2019), organizzato dal Comitato scientifico nazionale per l’attuazione delle Indicazioni nazionali e il miglioramento continuo dell’insegnamento (DM n. 537/2018), per l’approfondimento del documento “Indicazioni Nazionali e Nuovi scenari”[1], redatto dallo stesso Comitato. Il testo pone fra i nuovi scenari proprio l’Agenda 2030. Il seminario, a cui sono invitate le scuole selezionate dagli staff regionali per le nuove Indicazioni, rappresenterà un momento importante di studio e approfondimento sui temi della cittadinanza e della sostenibilità, e mira a restituire alle scuole di tutto il Paese tracce percorribili nell’ambito delle Indicazioni Nazionali, arricchite dalla visione del mondo possibile descritta nell’Agenda 2030.
[1] Per approfondimenti si veda il testo: G. Cerini, S. Loiero, M. Spinosi (a cura di) Competenze chiave per la cittadinanza, Tecnodid, maggio 2018.
Entro il prossimo 15 marzo devono essere prodotte, da parte del personale di ruolo interessato, le istanze di trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale per l’a.s. 2019/20. Tutte le indicazioni utili per la presentazione delle domande.
L'Amministrazione scolastica può costituire rapporti di lavoro a tempo parziale per il personale docente ed ATA, sia all'atto dell'assunzione sia mediante trasformazione di rapporti a tempo pieno su richiesta dei dipendenti interessati, nei limiti massimi del 25% della dotazione organica complessiva di personale a tempo pieno di ciascuna classe di concorso a cattedre o posti o di ciascun ruolo e, comunque, entro i limiti di spesa massima annua previsti per la dotazione organica medesima.
Per il reclutamento del personale a tempo parziale si applica la normativa vigente in materia per il personale a tempo pieno. Ai fini della costituzione di rapporti di lavoro a tempo parziale si deve, inoltre, tener conto delle particolari esigenze di ciascun grado di istruzione, anche in relazione alle singole classi di concorso a cattedre o posti, ed assicurare l'unicità del docente, per ciascun insegnamento e in ciascuna classe o sezioni di scuola dell’infanzia, nei casi previsti dagli ordinamenti didattici, prevedendo a tal fine le ore di insegnamento che costituiscono la cattedra a tempo parziale.
Con ordinanza del Miur, previa intesa con i Ministri dell’Economia e della Funzione Pubblica, sono determinati i criteri e le modalità per la costituzione dei rapporti di lavoro in part time, nonché la durata minima delle prestazioni lavorative, che deve essere di norma pari al 50% di quella a tempo pieno; in particolare, con la stessa ordinanza sono definite le quote percentuali delle dotazioni organiche provinciali, per ciascun ruolo, profilo professionale e classe di concorso a cattedre, da riservare a rapporti a tempo parziale, in relazione alle eventuali situazioni di soprannumero accertate.
Oltre quanto detto in precedenza a proposito delle norme pattizie contenute nella contrattazione, la procedura di trasformazione dei rapporti di lavoro del personale scolastico a tempo indeterminato in regime di part time, è disciplinata anche dall’O.M. 446/97, dall’O.M. 55/98, dal D.L.vo 61/2000, come modificato dal DL.vo 100/2001. Successivamente sono state, poi, apportate delle innovazioni in materia di part-time introdotte con l'art. 73 del d.l. n. 112/2008 e con l'art. 16 della l. n. 183/2010.
Con tali ultime disposizioni, è stato modificato il regime giuridico relativo alla trasformazione del rapporto da tempo pieno a part-time, con una novella all'art. 1, comma 58, della l. n. 662/1996. Inoltre è stato modificato il comma 59 del citato articolo, incidendo sulla destinazione finanziaria dei risparmi derivanti dalla trasformazione dei rapporti.
è stato eliminato ogni automatismo nella trasformazione del rapporto, che era subordinato alla valutazione discrezionale dell'amministrazione interessata;
è stata soppressa la mera possibilità per l'amministrazione di differire la trasformazione del rapporto sino al termine dei sei mesi nel caso di grave pregiudizio alla funzionalità dell'amministrazione stessa;
è stata contestualmente introdotta la possibilità di rigettare l'istanza di trasformazione del rapporto presentata dal dipendente nel caso di sussistenza di un pregiudizio alla funzionalità dell'amministrazione;
è stata innovata la destinazione dei risparmi derivanti dalle trasformazioni, prevedendo che una quota sino al 70% degli stessi possa essere destinata interamente all'incentivazione della mobilità, secondo le modalità ed i criteri stabiliti in Contrattazione collettiva, per le amministrazioni che dimostrino di aver proceduto ad attivare piani di mobilità e di riallocazione di personale da una sede all'altra.
Le valutazioni discrezionali dell'amministrazione
In base alla norma vigente, a fronte di un’istanza del lavoratore interessato, l'amministrazione non ha un obbligo di accoglimento, né la trasformazione avviene in maniera automatica. Infatti, la disposizione prevede che la trasformazione “può” essere concessa entro 60 giorni dalla domanda. La legge fa riferimento a particolari condizioni ostative alla trasformazione, essendo state tipizzate ex ante le cause che precludono l'accoglimento della domanda. Pertanto, in presenza del posto nel contingente e in mancanza di tali condizioni preclusive [che riguardano il perseguimento dell'interesse istituzionale e il buon funzionamento dell'amministrazione] il dipendente è titolare di un interesse tutelato alla trasformazione del rapporto, ferma restando la valutazione da parte dell'amministrazione relativamente alla congruità del regime orario e alla collocazione temporale della prestazione lavorativa proposti.
La valutazione dell'istanza, una volta verificatane l’accoglibilità dal punto di vista soggettivo e la presenza delle altre condizioni di ammissibilità, si basa su tre elementi:
2. l'oggetto dell'attività, di lavoro autonomo o subordinato, che il dipendente intende svolgere a seguito della trasformazione del rapporto; in particolare, lo svolgimento dell'attività non deve comportare una situazione di conflitto di interessi rispetto alla specifica attività di servizio svolta dal dipendente e la trasformazione non è comunque concessa quando l'attività lavorativa di lavoro subordinato debba intercorre con altra amministrazione (a meno che non si tratti di dipendente di ente locale per lo svolgimento di prestazione in favore di altro ente locale);
3. l'impatto organizzativo della trasformazione, che può essere negata quando dall'accoglimento della stessa deriverebbe un pregiudizio alla funzionalità dell'amministrazione, in relazione alle mansioni e alla posizione organizzativa ricoperta dal dipendente.
La valutazione circa la sussistenza dei presupposti per la concessione o delle condizioni ostative, come pure quella relativa alla collocazione temporale della prestazione proposta dal dipendente e alla decorrenza della trasformazione, non può che essere svolta in concreto, in base alle circostanze fattuali particolari che l'amministrazione è tenuta ad analizzare. In caso di esito negativo della valutazione, le scelte effettuate devono risultare evidenti dalla motivazione del diniego, per permettere al dipendente di conoscere le ragioni dell'atto, di ripresentare nuova istanza se lo desidera e, se del caso, consentire l'attivazione del controllo giudiziale. La verifica della capienza del contingente ha carattere oggettivo e va compiuta in concreto con riferimento al momento in cui la trasformazione dovrebbe aver luogo in base alla domanda del dipendente.
In ordine all'impatto organizzativo, la relativa valutazione deve essere operata analizzando le varie opzioni gestionali possibili, ad esempio, verificando la possibilità di spostare le risorse tra più servizi in modo da venire incontro alle esigenze dei dipendenti senza sacrificare l'interesse al buon andamento dell'amministrazione. Inoltre, la valutazione va fatta attraverso una seria ponderazione degli interessi in gioco: da un lato l'interesse al buon funzionamento dell'amministrazione, dall'altro l'interesse del dipendente ad organizzare la propria vita personale nella maniera ritenuta più soddisfacente per le esigenze familiari o di cura, per le aspirazioni professionali o semplicemente nel modo che considera più gradevole. Le amministrazioni debbono considerare con particolare attenzione non solo la posizione di quei dipendenti ai quali le norme accordano un diritto alla trasformazione, ma anche quella di quei dipendenti che possono vantare un titolo di precedenza.
Per quanto riguarda le situazioni di possibile conflitto di interesse, la relativa valutazione va svolta al momento della trasformazione e, successivamente, durante tutto il corso del rapporto. Nel merito, si rammenta che il comma 58 bis dell'art. 1 della menzionata l. n. 662 del 1996, perseguendo la trasparenza e l'imparzialità, pone un principio di predeterminazione delle situazioni di incompatibilità, stabilendo che le amministrazioni provvedono ad indicare le attività che, in ragione della interferenza con i compiti istituzionali, sono comunque non consentite ai dipendenti con rapporto di lavoro a tempo parziale con prestazione lavorativa non superiore al 50% di quella a tempo pieno. Per le Amministrazioni centrali tale predeterminazione avviene con decreto del Ministro competente, di concerto con il Ministro della funzione pubblica. Inoltre, si richiama per analogia e senza valore di esaustività la disciplina contenuta nel comma 5 dell'art. 23 bis del d.lgs. n. 165/2001, che pone una preclusione legale alla concessione dell'aspettativa per lo svolgimento di attività o incarichi presso soggetti privati o pubblici quando:
a) il personale, nei due anni precedenti, è stato addetto a funzioni di vigilanza, di controllo ovvero, nel medesimo periodo di tempo, ha stipulato contratti o formulato pareri o avvisi su contratti o concesso autorizzazioni a favore di soggetti presso i quali intende svolgere l'attività. Ove l'attività che si intende svolgere sia presso una impresa, il divieto si estende anche al caso in cui le predette attività istituzionali abbiano interessato imprese che, anche indirettamente, la controllano a ne sono controllate, ai sensi dell'articolo 2359 del codice civile;
b) il personale intende svolgere attività in organismi e imprese private che, per la loro natura o la loro attività, in relazione alle funzioni precedentemente esercitate, possa cagionare nocumento all'immagine dell'amministrazione o comprometterne il normale funzionamento, o l'imparzialità.
La data di scadenza per la presentazione delle domande è fissata al 15 marzo. Le domande devono essere presentate, per il tramite del Dirigente scolastico della scuola di servizio, all’Ufficio Scolastico Provinciale (USP) nel citato termine.
i neo immessi in ruolo dal 1° settembre 2019 (potranno presentare istanza di part time alla stipula del contratto).
La durata minima delle prestazioni lavorative deve essere di norma pari al 50% di quella a tempo pieno. Il rapporto di lavoro a tempo parziale deve risultare da contratto scritto e deve contenere l'indicazione della durata della prestazione lavorativa.
Nel rapporto di lavoro a tempo parziale di tipo verticale è consentito lo svolgimento di prestazioni lavorative straordinarie in relazione alle giornate di attività lavorativa. A tali prestazioni si applica la disciplina legale e contrattuale vigente, ed eventuali successive modifiche ed integrazioni, in materia di lavoro straordinario nei rapporti a tempo pieno. Il personale con rapporto di lavoro a tempo parziale è escluso dalle attività aggiuntive di insegnamento aventi carattere continuativo; né può fruire di benefici che comunque comportino riduzioni dell'orario di lavoro, salvo quelle previste dalla legge. Nell'applicazione degli altri istituti normativi previsti dal contratto, tenendo conto della ridotta durata della prestazione e della peculiarità del suo svolgimento, si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni di legge e contrattuali dettate per il rapporto a tempo pieno.
La gestione delle domande di lavoro a tempo parziale del personale docente e ATA è demandata al Dirigente scolastico. Le domande dovranno essere acquisite a SIDI (area Personale comparto scuola - Gestione posizioni di stato - Trasformazione del rapporto di lavoro a tempo parziale), direttamente dalla Istituzione scolastica di titolarità o di servizio, previo controllo di tutti i dati necessari per l’inserimento o per la stipula del contratto. Copia della domanda dovrà essere inviata all’Ufficio scolastico provinciale, allegando copia della stampa di avvenuta acquisizione al SIDI. L’Ufficio scolastico provinciale ha la competenza di determinare il numero complessivo dei posti da destinare ai rapporti di lavoro a tempo parziale, a predisporre le graduatorie (per ogni classe di concorso, tipo posto, profilo professionale) e, conseguentemente, ad individuare il personale legittimato a fruire della trasformazione di lavoro. L’ufficio curerà tali procedure sulla base dei dati che saranno forniti dal SIDI e ne darà comunicazione alle istituzioni scolastiche. Il Dirigente scolastico dovrà procedere alla stipula del contratto a tempo parziale e a trasmetterne copia all’Ufficio Scolastico Provinciale (USP) che ne curerà l’acquisizione a SIDI.
Il richiedente che ottenga il trasferimento o il passaggio in altra sede dovrà provvedere a rettificare i dati relativi alla sede di titolarità e/o classe di concorso e a confermare la domanda di tempo parziale e trasmettere la richiesta di tempo parziale alla nuova istituzione scolastica che provvederà alla stipula del contratto. Nel caso di personale già con contratto di lavoro a tempo parziale trasferito da altra provincia, il Dirigente scolastico ne darà immediata comunicazione all’USP per l’aggiornamento e la verifica della consistenza numerica dei docenti ammessi a regime di tempo parziale. Nell’ipotesi in cui venga richiesta, sempre entro il 15 marzo, la revoca del rapporto di lavoro a tempo parziale, il Dirigente ne darà comunicazione all’USP per l’acquisizione dell’operazione a SIDI e alla Direzione Provinciale dei Servizi Vari per il seguito di competenza. Le richieste di revoca prima della scadenza del biennio potranno essere accolte solo per motivate esigenze. Nel caso in cui l’interessato richieda una variazione dell’orario, il Dirigente dovrà procedere alla stipula di un nuovo contratto.
Nel caso in cui il numero delle domande risulti eccedente rispetto ai posti di contingente, la valutazione sull'accoglimento va operata tenendo conto congiuntamente dell'interesse al funzionamento dell'amministrazione, che non deve essere pregiudicato in relazione a quanto detto in precedenza, e della particolare situazione del dipendente, il quale, ricorrendo determinate circostanze, può essere titolare di un interesse protetto, di un titolo di precedenza o di un vero e proprio diritto alla trasformazione del rapporto. In proposito, si rammenta che l'art. 7, comma 6, del d.lgs. n. 165 del 2001 stabilisce il principio generale secondo cui le amministrazioni "individuano criteri certi di priorità nell'impiego flessibile del personale, purché compatibile con l’organizzazione degli uffici e del lavoro, a favore dei dipendenti in situazioni di svantaggio personale, sociale e familiare e dei dipendenti impegnati in attività di volontariato ai sensi della legge 11 agosto 1991, n. 266".
a) alcuni dipendenti, in considerazione della particolare situazione in cui si trovano, hanno un titolo di priorità nell'accesso alle varie forme di flessibilità [dell'orario, del rapporto] che l'amministrazione decide di attuare compatibilmente con l'organizzazione degli uffici e del lavoro;
b) i criteri di priorità debbono essere "certi", ossia predeterminati in modo chiaro e resi conoscibili, in modo da evitare scelte arbitrarie o comunque non imparziali.
Le fattispecie che radicano un diritto o un titolo di precedenza nella trasformazione del rapporto sono previste nell'art. 12 bis del d.lgs. n. 61/2000, come modificato dall'art. 1 della l. n. 247/2007. In particolare, il comma 1 di questo articolo stabilisce che hanno diritto alla trasformazione del rapporto i lavoratori del settore pubblico e di quello privato affetti da patologie oncologiche per i quali residui una ridotta capacità lavorativa, anche a causa di terapie salvavita, accertata dalla competente commissione medica. Tali lavoratori hanno poi anche diritto alla successiva trasformazione del rapporto da tempo parziale a tempo pieno a seguito della richiesta. Il comma 2 ed il comma 3 disciplinano i titoli di precedenza nella trasformazione a favore dei:
2. lavoratori che assistono una persona convivente con totale e permanente inabilità lavorativa, che abbia connotazione di gravità ai sensi dell'art. 3, comma 3, della l. n. 104 del 1992, con riconoscimento di un'invalidità pari al 100% e necessità di assistenza continua in quanto non in grado di compiere gli atti quotidiani della vita;
4. Llvoratori con figli conviventi in situazione di handicap grave.
La disciplina contenuta nel citato art. 12 bis, in quanto fonte di pari rango successiva, ha determinato l'abrogazione implicita dell'art. 1, comma 64, della l. n. 662 del 1996, che individuava delle cause di precedenza nella trasformazione del rapporto. Altra situazione meritevole di tutela è poi quella dei famigliari di studenti che presentano la sindrome DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento). Questa sindrome, che si riferisce alle ipotesi di dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia, è stata oggetto di un recente intervento normativo con la legge n. 170 del 2010, con il quale sono state previste apposite misure di sostegno e all'art. 6 è stato stabilito che “I familiari fino al primo grado di studenti del primo ciclo dell'istruzione con DSA impegnati nell’assistenza alle attività scolastiche a casa hanno diritto di usufruire di orari di lavoro flessibili”. La norma fa poi rinvio ai contratti collettivi per la disciplina delle modalità di esercizio del diritto e, pertanto, la concreta attuazione del diritto è subordinata alla regolamentazione da parte dei contratti stessi. Comunque, la posizione di questi dipendenti deve essere considerata come assistita sin da subito da una tutela particolare e, quindi, deve essere valutata nell'ambito di quanto già previsto dal citato art. 7, comma 6, del d.lgs. n. 165 del 2001 e dai CCNL vigenti in ordine alla flessibilità dell'orario.
Come detto, il grado di tutela accordato dall'ordinamento alla varie situazioni è differenziato. Nel caso di titolarità del diritto alla trasformazione (lavoratori affetti da patologie oncologiche con ridotta capacità lavorativa), una volta ricevuta l'istanza dell'interessato, l'amministrazione non può negare la trasformazione del rapporto, trovandosi in una situazione di soggezione; pertanto, la determinazione di trasformazione deve essere presa entro il termine stabilito dal citato art. 1, comma 58, e cioè entro 60 giorni dalla domanda.
Nel caso di titolarità di un diritto di precedenza, la domanda dell'interessato deve essere valutata con priorità rispetto a quella degli altri dipendenti concorrenti. In considerazione delle limitazioni alla trasformazione del rapporto di lavoro derivanti dal contingente percentuale e al fine di assicurare al part-time la funzione, oltre che di flessibilità, di strumento di conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare, si raccomanda di inserire nell'ambito dei contratti individuali una clausola con cui si stabilisce che le parti si impegnano, trascorso un certo periodo di tempo (da individuare di volta in volta a seconda delle circostanze) ad incontrarsi, per rivalutare la situazione, in considerazione delle esigenze di funzionamento dell'amministrazione, delle esigenze personali del lavoratore in part-time e di quelle degli altri lavoratori, che nel frattempo possono essere mutate. Questo per consentire al maggior numero possibile di dipendenti la possibilità di richiedere la trasformazione del proprio rapporto di lavoro in presenza di obiettive esigenze legate ai primi anni di vita dei figli ovvero per la cura di genitori e/o altri familiari.
Le ferie, le festività soppresse e le altre assenze previste dalla legge e dal contratto nel caso di part-time verticale spettano in numero proporzionato alle giornate di lavoro prestate nel corso dell'anno, individuando specifiche deroghe. Tra queste deroghe non è menzionato il caso del congedo di cui all'art. 42, commi 5 ss., del d.lgs. n. 151 del 2001 (congedo biennale retribuito) e, pertanto, ad avviso del DFP, in caso di part-time verticale la sua durata deve essere riproporzionata in osservanza della regola generale espressa nella clausola, precisandosi che tale modalità applicativa continua a verificarsi sin quando perdura la situazione che l'ha originata, ossia sino a quando il dipendente fruisce del part-time verticale. Tale calcolo andrà effettuato sulla base delle giornate lavorative del dipendente per tutto il periodo in cui il lavoratore presta la sua opera in regime di part time, la cui durata è fissata in precedenza.
Per quanto riguarda la rilevanza dei periodi non lavorativi (ossia dei periodi durante i quali, in virtù dell'articolazione del part-time verticale la prestazione non deve essere resa), considerato che in generale i congedi possono essere fruiti in corrispondenza dei periodi in cui è dovuta la prestazione, sempre ad avviso del DFP, il conteggio dovrebbe comprendere solo i mesi o le giornate coincidenti con quelli lavorativi. Le festività, le domeniche e le giornate del sabato (nel caso di articolazione dell'orario su 5 giorni alla settimana) ricadenti nel periodo non lavorativo dovrebbero essere escluse dal conteggio, con eccezione di quelle immediatamente antecedenti e seguenti il periodo se al termine del periodo stesso non si verifica la ripresa del servizio ovvero se il dipendente ha chiesto la fruizione del congedo in maniera continuativa.
i dipendenti a tempo parziale orizzontale hanno diritto ad un numero di giorni di ferie e di festività soppresse pari a quello dei lavoratori a tempo pieno. I lavoratori a tempo parziale verticale hanno diritto ad un numero di giorni proporzionato alle giornate di lavoro prestate nell'anno;
Tanto premesso non è necessaria alcuna richiesta di proroga se al termine dei due anni dalla stipula il personale interessato decida di proseguire il rapporto di lavoro in part time. Il rientro a tempo pieno (da presentare entro lo stesso termine del 15 marzo), dopo il prescritto periodo minimo, può trovare accoglimento solo se esplicitamente richiesto.
L’art. 53 del decreto legislativo 165/2001 stabilisce che per i dipendenti pubblici resta ferma la disciplina delle incompatibilità dettata dagli articoli 60 e seguenti del T.U. di cui al DPR 3/1957, salva la deroga prevista dall'articolo 23-bis dello stesso decreto, nonché, per i rapporti di lavoro a tempo parziale, dall'articolo 6, comma 2, del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 17 marzo 1989, n. 117 e dagli articoli 57 e seguenti della legge 23 dicembre 1996, n. 662. Restano ferme altresì le disposizioni di cui agli articoli 267, comma 1, 273, 274, 508 nonché 676 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, all'articolo 9, commi 1 e 2, della legge 23 dicembre 1992, n. 498, all'articolo 4, comma 7, della legge 30 dicembre 1991, n. 412, ed ogni altra successiva modificazione ed integrazione della relativa disciplina.
La legge 23.12.1996 n. 662 (comma 56 e comma 56 bis della legge 140/97) stabilisce che i dipendenti delle pubbliche amministrazioni con prestazione lavorativa non superiore al 50 per cento di quella a tempo pieno.
La composizione delle sottocommissioni sottocommissioni esaminatrici del concorso per il reclutamento di dirigenti scolastici, nominate con Decreto Direttoriale 31 dicembre 2018 n. 2080, era già stata modificata e integrata come da allegato A al Decreto Dipartimentale 11 gennaio 2019, n. 12 e poi come da allegato A al Decreto Dipartimentale 4 febbraio 2019 n. 89.
Ora, a causa di ulteriori dimissioni nonché errori materiali nel precedente provvedimento, le suddette sottocommissioni sono nuovamente modificate come da Allegato A al Decreto Dipartimentale 11 febbraio 2019, n. 114.
I componenti di nuova nomina delle sottocommissioni dovranno rendere e verbalizzare una dichiarazione scritta, a pena di decadenza dalla nomina stessa, circa l’insussistenza delle condizioni personali ostative all’incarico.
A partire dal 19 febbraio il Miur ha programmato quattro giornate di simulazioni dell'esame di Stato, dedicate due alla prima prova e due alla seconda. Le tracce saranno elaborate rispettando le caratteristiche e la struttura definite dai nuovi quadri di riferimento.
Con nota 8 febbraio 2019, prot. n. 2472 il Miur comunica il calendario delle simulazioni:
Nel caso di prove per le quali sia prevista una durata di più giorni (es. licei artistici o musicali), in coerenza con quanto prima indicato, le scuole potranno decidere di far svolgere la prova anche solo parzialmente e in una sola giornata.
Per gli istituti professionali, la traccia proposta farà riferimento esclusivamente alla prima parte in cui è strutturata la stessa, considerato che la seconda parte sarà elaborata dalla commissione durante lo svolgimento dell'esame.
Nei giorni successivi alla pubblicazione degli esempi di prove, sarà effettuata, su un campione significativo di scuole, un'indagine finalizzata a raccogliere riscontri concernenti la coerenza delle tracce proposte rispetto ai quadri di riferimento, alle Indicazioni nazionali e alle Linee guida.

References: sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. Sez. 
 Sentenza 
 sentenza 
 art. 12
 art. 7
 art. 1