Source: http://www.ratiolegisweb.it/2017/11/19/la-responsabilita-da-ritardata-diagnosi-oncologica-commento-a-tribunale-di-siracusa-sentenza-18082017/
Timestamp: 2020-08-12 23:35:52+00:00

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La responsabilità da ritardata diagnosi oncologica. Commento a Tribunale di Siracusa sentenza 1808/2017 – Ratio Legis
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(di Avv. Dania Alicata) – I – Il fatto. Con atto di citazione ritualmente notificato il sig. XXX conveniva in giudizio l’azienda ospedaliera XXX, in persona del legale rappresentante pro tempore, per sentirla condannare al pagamento della somma di € XXX a titolo di risarcimento del danno alla persona subito (in tutte le sue componenti: biologico, morale e patrimoniale) in seguito all’errata e/o ritardata diagnosi di tumore polmonare maligno ascrivibile alla condotta negligente, imprudente ed imperita posta in essere dai Sanitari/dipendenti intervenuti, che aveva successivamente provocato la necessità di un intervento chirurgico demolitivo d’urgenza.
L’azienda convenuta si costituiva in giudizio, contestando sia nell’an che nel quantum debeautr la domanda attorea, chiedendo in via preliminare la chiamata in giudizio delle società di assicurazione e, nel merito, il rigetto della domanda ovvero l’accertamento del concorso di colpa dell’attore nella causazione del danno.
Nel corso del giudizio veniva espletata consulenza tecnica d’ufficio al fine di accertare il rapporto di causalità della condotta asseritamente colposa tenuta dai medici dell’ospedale e l’evento, nonché al fine di quantificare i danni patrimoniali e non patrimoniali.
Espletata la CTU ed ammesse le prove dedotte dall’attore, la causa è stata trattenuta in decisione, con assegnazione dei termini di legge per le conclusionali e le repliche.
II – La decisione.
La Sentenza n. 1808/2017 emessa dal Tribunale di Siracusa, sulla scorta delle risultanze processuali in totale condivisione con quanto relazionato dal collegio peritale incaricato ha affermato che: “… in caso di carcinoma polmonare anche una eventuale tempestiva diagnosi difficilmente avrebbe evitato l’intervento chirurgico che rappresenta la terapia di scelta radicale in grado di mirare ad una guarigione completa o di migliorare significativamente la prognosi. Considerata la localizzazione della neoplasia e le dimensioni stimabili dall’esame dei radiogrammi eseguiti, i consulenti tecnici d’ufficio hanno infatti ritenuto che un corretto approccio chirurgico avrebbe comunque necessitato l’esecuzione dell’intervento di lobectomia superiore sinistra. Essi hanno tuttavia aggiunto che il ritardo diagnostico e conseguentemente terapeutico di circa un anno ha comportato un aumento delle dimensioni tumorali e la necessità di estendere la radicalità dell’intervento chirurgico alla resezione atipica bronco-apicale superiore del lobo inferiore omolaterale e alla linfoadenectomia ilo-mediastinica”.
Quanto agli esiti sull’inabilità lavorativa dell’attore, i consulenti sono pervenuti alla conclusione che tale inabilità sia stata la conseguenza, prevalentemente, della patologia oncologica piuttosto che del ritardo diagnostico-terapeutico.
I Consulenti tecnici d’ufficio hanno dunque sottolineato che la valutazione di tale danno è solo in parte conseguenza del ritardo diagnostico e terapeutico, in quanto il trattamento precoce avrebbe comunque previsto l’exeresi segmentaria del polmone, con una incidenza, sulla valutazione complessiva della menomazione dell’integrità psico-fisica del soggetto, quantitativamente riconducibile ad un terzo del danno biologico totale, nella misura del XXX.
Per quanto concerne la voce del danno morale e/o alla vita di relazione ed il danno patrimoniale per perdita di chances, Il Giudicante, in ossequio all’orientamento giurisprudenziale dominante, ha stabilito che: “Sul quantum debeatur, deve osservarsi che il danno biologico, in quanto non patrimoniale, ricomprende non solo i danni alla vita di relazione ma anche il danno morale.
Quanto alle chances asseritamente perdute in relazione all’attività lavorativa svolta, non vi è alcun elemento che possa orientare sulla sussistenza di un pregiudizio derivante da perdita di occasioni lavorative e di guadagno in qualche modo ricollegabile al colpevole ritardo dei medici della struttura ospedaliera nella diagnosi della malattia.
Altrettanto deve dirsi per quanto riguarda l’inabilità lavorativa e la necessità per il sig. XXX di collocarsi in pensione, in quanto è in riferimento al solo ritardo diagnostico-terapeutico che va valutata la capacità lavorativa specifica dell’attore. Non vi sono elementi per affermare che la perdita di reddito sia espressamente riconducibile a tale ritardo diagnostico terapeutico piuttosto che alla patologia tumorale”.
III – Osservazioni.
La Sentenza in commento ha pertanto riconosciuto una responsabilità di natura contrattuale, ex articolo 1218 del codice civile, ascrivibile all’azienda sanitaria convenuta a causa del ritardo diagnostico posto in essere dai propri dipendenti nella qualità di sanitari intervenuti, condannandola al risarcimento del danno biologico differenziale esitato sul del danno biologico complessivamente riportato. L’aggravarsi della patologia, infatti, nel caso di specie aveva determinato una successiva e maggiore menomazione chirurgica, nonché una maggiore probabilità di recidiva, come poi verificatasi.
Secondo il giudice, quindi, tra le parti si può ritenere concluso un contratto di prestazione d’opera atipica di spedalità, ove la responsabilità del medico dipendente dall’ente ospedaliero verso il paziente si fonda sul contatto sociale instauratosi tra quest’ultimo ed il medico.
Da tale rapporto contrattuale deriva la circostanza che la struttura sanitaria, pubblica o privata che sia, risponde a titolo contrattuale nei confronti del paziente e che la sua responsabilità possa conseguentemente scaturire sia (ai sensi dell’art. 1218 c.c.) dall’inadempimento alle obbligazioni sorte direttamente in capo alla struttura stessa, sia (ai sensi dell’art. 1228 c.c.) dall’inadempimento all’obbligazione di fornire la prestazione medico-sanitaria da parte del medico intervenuto.
A tale proposito, deve rilevarsi che tale indirizzo giurisprudenziale è stato normato dal legislatore con la L. 24/2017 (Riforma Gelli-Bianco) che, all’art. 7, comma 1, espressamente prevede: “La struttura sanitaria o sociosanitaria pubblica o privata che, nell’adempimento della propria obbligazione, si avvalga dell’opera di esercenti la professione sanitaria, anche se scelti dal paziente e ancorché non dipendenti della struttura stessa, risponde, ai sensi degli articoli 1218 e 1228 del codice civile, delle loro condotte dolose o colpose”.
Ciò di cui non ha tenuto conto il Giudicante è invero la circostanza che, a causa dell’errore e/o del ritardo diagnostico, il successivo approccio terapeutico con criterio di assoluta emergenza/urgenza non aveva lasciato di fatto alcuna scelta alternativa al paziente, il quale, per ciò solo, veniva leso nel proprio diritto all’autodeterminazione.
Secondo la Suprema Corte di Cassazione civile infatti: “Il ‘dolore interiore’ e la ‘alterazione della vita quotidiana’, in via riassuntiva, sono dunque perfettamente identificabili quali danni non patrimoniali diversi tra loro e diversi dal danno biologico, e perciò solo entrambi autonomamente risarcibili”, (Cass. Civ. sez. III, sentenza 14.05.2014 n. 10524).
Per quanto concerne la voce dal danno patrimoniale, il Giudicante ha dissentito da quanto statuito dalla Suprema Corte, la quale ha precisato che la “chance” è “una entità patrimoniale giuridicamente ed economicamente valutabile, la cui perdita produce un danno attuale e risarcibile, qualora: a) si accerti, anche utilizzando elementi presuntivi, la ragionevole probabilità della esistenza di detta chance intesa come attitudine attuale; b) il creditore provi, pur se solo in modo presuntivo o secondo un calcolo di probabilità, la realizzazione in concreto di alcuni dei presupposti per il raggiungimento del risultato sperato e impedito dalla condotta illecita della quale il danno risarcibile deve essere conseguenza immediata e diretta” (Cass. civ. Sez. III, 07-07-2006, n. 15522).
Quindi, in caso di lesioni personali con postumi invalidanti permanenti, la perdita di “chance”, consistente nella privazione della possibilità di sviluppi o progressioni nell’attività lavorativa, costituisce un danno patrimoniale risarcibile, qualora sussista un pregiudizio certo (anche se non nel suo ammontare) consistente non in un lucro cessante, bensì nel danno emergente da perdita di una possibilità attuale.
dania alicata
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