Source: http://ecclesiastico.blogspot.com/2009/12/il-matrimonio-secondo-la-legge-italiana.html
Timestamp: 2015-08-28 07:30:12+00:00

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ANNULLAMENTO MATRIMONIO CANONICO: IL MATRIMONIO SECONDO LA LEGGE ITALIANA
"Il matrimonio è fondato sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi e rifiuta l'idea della posizione subordinata della moglie rispetto al marito"
Il matrimonio civile produce effetti legali ed amministrativi.
Art. 143: 1 - Con il matrimonio, il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri.
2 - Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione.
3 - Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia.
Art. 143 bis c.c.: aggiunge al proprio cognome quello del marito e lo conserva durante lo stato vedovile, fino a che passi a nuove nozze.
Art. 143 ter c.c.: La moglie conserva la cittadinanza italiana, salvo sua espressa rinunzia, anche se per effetto del matrimonio o del mutamento di cittadinanza da parte del marito assume una cittadinanza straniera.
1 - I coniugi concordano tra loro l'indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa.
2 - A ciascuno dei coniugi spetta il potere di attuare l'indirizzo concordato
Art. 147: Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi, l'obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli.
Dopo aver ricevuto da ciascuno degli sposi, personalmente, e l'uno dopo l'altro, la dichiarazione di volersi prendere rispettivamente in marito e in moglie, l'Ufficiale li dichiara uniti in matrimonio.
Art. 148 c.c.: I coniugi devono adempiere l'obbligazione prevista nell'articolo precedente in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro
S’instaura tra i coniugi per il solo fatto del matrimonio, dal momento della celebrazione;
quindi non va esplicitamente dichiarato, ma può sorgere anche successivamente, se i coniugi che hanno optato per la separazione decidono, con apposita convenzione (atto pubblico), di passare alla comunione. Non è universale, perché ne sono escluse varie categorie di beni; è vincolata, nel senso che ciascun coniuge perde rispetto ai beni oggetto e della comunione la sua autonomia, sicché non può acquistare un bene esclusivamente per sé (salvo eccezioni previste dalla legge), non può disporre da solo dei beni comuni, non può acquistare beni a quote disuguali con l’altro coniuge, non si limita alla contitolarità di titoli di godimento, ma si estende all’acquisto di nuovi beni o all’assunzione di obbligazioni, e può comprendere la titolarità di diritti di credito.
I vantaggi sono soprattutto per la donna perché la comunione le assicura una certa tutela economica, soprattutto nel caso di crisi matrimoniale; semplifica l’amministrazione dei beni; contribuisce a cementare l’unità famigliare: la comunione rende tuttavia più difficile la disponibilità e la circolazione dei beni; rende più complicata la situazione nell’ipotesi di crisi matrimoniale. Separazione dei Beni
I beni di cui nessun coniuge può provare, con ogni mezzo, la proprietà esclusiva si presume di proprietà comune in pari quota per entrambi.
Ciascuno dei coniugi può avere la procura (anche per scrittura privata) ad amministrare i beni dell’altro coniuge, ma ha l’obbligo di rendergli conto dei frutti del suo lavoro e di rendergli tutto ciò che ha ricevuto.
Si costituisce all’atto della celebrazione del matrimonio, per mezzo di un’esplicita dichiarazione che è annotata in margine all’atto di matrimonio.
Rende più facile la disponibilità e la circolazione dei beni; semplifica la situazione nell'ipotesi di crisi matrimoniali; lascia meno tutelata la parte più "debole" (generalmente la donna).
Per la comunione o separazione dei beni viene applicata la legge dello Stato in cui la vita matrimoniale si svolgerà prevalentemente. I coniugi, in tutti i casi, si possono mettere d’accordo su quale delle due leggi applicare per le relazioni patrimoniali.
INTRODUZIONEIl lavoro che andrò ad illustrarvi su alcuni aspetti del regime giuridico che regola l’attività dei giudici ecclesiastici nel loro importantissimo e delicatissimo compito di formulare un giudizio in merito alla validità o alla nullità del matrimonio canonico, avrà come scopo di illustrare un modo di intendere la giustizia non come attività neutrale e a sé stante, ma strettamente correlata alle finalità generali che l’ordinamento stesso intende perseguire. A questo proposito, va rilevato che è fortemente cresciuta nella nostra società contemporanea, l’aspettativa di ottenere, con una sentenza di nullità, il riacquisto dello stato libero e la conseguente possibilità di celebrare un nuovo matrimonio. La crisi dell’istituto matrimoniale ed il conseguente moltiplicarsi del fallimento dei matrimonio, la mentalità divorzistica che va sempre più prendendo piede anche nei paesi di più antica tradizione cattolica hanno prodotto la diffusa sensazione che chi ha avuto un’infelice esperienza coniugale, abbia in un certo qual modo il diritto di ottenere dalla Chiesa il riconoscimento della nullità del proprio matrimonio.Questo modo di intendere la giustizia conduce anche a svalutare le modalità tipiche di esplicazione dell’attività giudiziaria: molte formalità processuali vengono ritenute inutili, non consone a questo spirito pastorale; si tende a voler sostituire il processo con un procedimento sommario, con inchieste di tipo amministrativo. Un corretto inquadramento della funzione giudiziaria, quale cercherò di delineare nel corso della seguente trattazione, non consente di condividere un siffatto modo di intendere la giustizia ecclesiale e l’indole pastorale che lo caratterizza. Certamente, il giudice, deve essere profondamente sensibile alle esigenze dei fedeli, farsi carico del loro disagio morale, comprendere l’anelito ad una regolarizzazione del loro stato personale. Ma deve anche rimanere partecipe ai valori dell’ordinamento di cui è espressione, mantenere la consapevolezza che il suo operato è in funzione non solo del più immediato interesse del singolo, ma di quello di tutta la Chiesa; che il desiderio di recupero dello stato libero voluto dal soggetto va contemperato con la tutela dell’irrinunciabile valore della sacra mentalità e della indissolubilità del matrimonio. Ritengo, pertanto, doveroso far emergere dal mio lavoro una verità incontrovertibile, e cioè che il processo matrimoniale, come ogni processo canonico, è un servizio della Chiesa alla verità e alla coscienza dei fedeli. Lo spirito che informa l’azione dei Tribunali ecclesiastici e, di conseguenza, i suoi giudici, lo disse già Giovanni XXIII, parlando alla Rota Romana il 13 dicembre 1961, è il ministerium veritatis, perché tende primariamente alla salvezza dell’anima di chi ha bisogno di questi Tribunali. Raggiungere la verità è quindi l’obiettivo e il dovere primario del giudice, il quale è chiamato in primo luogo ad impegnarsi per accertare la conformità delle sue sentenze con la retta dottrina della Chiesa. La deontologia del giudice ha il suo criterio ispiratore nell’amore per la verità. Egli, dunque, deve essere innanzitutto convinto che la verità esiste. Il giudice che veramente agisce da giudice, cioè, con giustizia, non si lascia condizionare né da sentimenti di falsa compassione per le persone, né da falsi modelli di pensiero, anche se diffusi nell’ambiente. Egli sa che le sentenze ingiuste non costituiscono mai una vera soluzione pastorale. Partendo da queste considerazioni, l’iter che seguiremo nella trattazione consisterà nel descrivere, in primis, la potestà giudiziale nell’ordinamento canonico, soffermandoci in particolar modo sul concetto di competenza nel contesto dei titoli o criteri che servono a determinarla. Il tema della competenza del Tribunale occupa, infatti, un posto preliminare, alla volte anche pregiudiziale, all’introduzione della causa e alla definizione sul merito. L’oggetto del primo capitolo della dissertazione prende in considerazione i diversi gradi e le differenti specie dei tribunali competenti a giudicare le cause matrimoniali. Considereremo anzitutto la diversità di grado. Il processo canonico si articola infatti, per sequenze successive, ripartite per gradi diversi, caratterizzati, ai sensi del can. 1447 cic, dalla diversità del giudice. La specie del tribunale dipende invece dalla diversità di alcuni elementi che lo caratterizzano. In questa prospettiva un tribunale, oltre che individuato per grado (a seconda che sia di prima, seconda o terza istanza), può ancora essere, con riferimento ai giudici per il loro numero, unipersonale o collegiale, e per la natura del loro potere, ordinario o delegato.Proseguiremo affermando che la potestà giudiziale, di cui sono forniti i giudici ha come scopo primario la realizzazione del processo, che è un rapporto giuridico dinamico, in cui alle esigenze del bene pubblico e ai diritti delle parti corrispondono i doveri e i poteri del giudice.A tale scopo il giudice viene fornito dalla legge, entro i limiti consentiti dalla giustizia, di una serie di poteri necessari per la ricerca della verità.Per ottenere il risultato di dichiarare nulla una unione matrimoniale, il giudice deve in primo luogo ricercare la verità. L’istruzione Dignitas Connubii insiste molto sul primato della verità, raccomandando al giudice “di esortare i coniugi perché, posposto ogni personale desiderio, collaborino sinceramente, adoperandosi per la verità e in spirito di carità.”Dalla funzione immanente all’ufficio del giudice di accertare la verità e di darle un valore legale con la sua pronuncia giudiziale, sorgono numerosi altri doveri che illustreremo nel corso della trattazione, quali il dovere di fedeltà alla legge ecclesiale, in base al quale il giudice, deve attenersi alle leggi canoniche, rettamente interpretate e non perdere mai di vista l’intrinseca connessione delle norme giuridiche con la dottrina della Chiesa.Concluderemo la trattazione analizzeremo i singoli poteri attribuiti al giudice ecclesiastico. In primis, il dovere del giudice di adoperarsi fattivamente, sempre che si prospetti una qualche speranza di buon esito, per indurre le parti a una composizione pacifica della controversia.Nella prospettiva della salvaguardia della giustizia nel processo, un altro importante dovere del giudice ecclesiastico, è quello sancito nel can. 1452 cic, cioè quello di integrare le deficienze delle parti, il dovere della rapidità processuale, del segreto professionale di ufficio. Concluderemo con l’analisi della certezza morale che il giudice deve acquisire per giungere all’emanazione di una sentenza. La certezza morale, di cui si tratta nelle cause di nullità matrimoniale, viene intesa nel senso dello stato psicologico del giudice, del suo convincimento, della sua ferma adesione alla verità, conosciuta e verifìcata nel processo circa l’esistenza dei fatti invalidanti il matrimonio già al tempo della sua celebrazione. Infatti, secondo la nuova normativa, perché sia dichiarata la nullità del matrimonio, si richiede nell’animo del giudice la certezza morale di tale nullità (art. 247 § 1 Instructio “Dignitas Connubii”). Per conseguirla, “non è sufficiente una prevalente importanza delle prove e degli indizi, ma occorre che resti del tutto escluso qualsiasi dubbio prudente positivo dell’errore, tanto in diritto quanto in fatto, ancorchè non sia esclusa la mera possibilità del contrario” (art. 247, § 2). Di conseguenza, quindi, quando il giudice, dopo un diligente esame della causa, non ha potuto conseguire questa certezza, deve dichiarare che non consta della nullità di matrimonio ( art. 247, § 5). CAPITOLO ICONCETTO E FUNZIONE PUBBLICASOMMARIO: Premessa- 1. Concetto di competenza. 2. Competenza del giudice: assoluta e relativa. 3. Titoli di competenza assoluta in primo grado. 3.1. Riservati alla persona del Romano Pontefice. 3.2. Riservati al Tribunale Apostolico della Rota Romana. 4. Titoli di competenza assoluta di secondo grado. 5. Titoli di competenza relativa. 5.1. Il foro dell’attore. 5.2. Il foro historicum. 5.3. Il foro plerarumque probationum. 5.4. L’accettazione formale nella DC della proroga della competenza attuata dalle parti. 6. I tribunali nella loro diversità di grado e di specie. 7. Il tribunale di prima istanza. In particolare, il tribunale interdiocesano . 7.1. Proroga di competenza. 7.2. Il vescovo moderatore. 8. I tribunali di seconda istanza. 8.1. Portata della competenza funzionale sottostante ai criteri dell’art. 25. 9. Competenza della Rota Romana e di eventuali tribunali locali di terza istanza. 9.1. La “provocatio” e l’appello alla Rota Romana.Premessa La Chiesa considera unico valido matrimonio per i propri fedeli il matrimonio cattolico, poichè esso non è solo un contratto, ma è anche un sacramento, come tale sottoposto all’esclusiva giurisdizione ecclesiastica e disciplinato dal codice di diritto latino. L'art. 56 del Decreto Generale della Conferenza Episcopale Italiana sul matrimonio canonico (decreto che ha valore di legge), entrato in vigore il 17 febbraio 1991, reca una prescrizione molto chiara: tra le forme di aiuto che la Comunità Ecclesiale deve portare ai coniugi in "grave difficoltà" va ricompresa anche una verifica della "eventuale esistenza di motivi che la Chiesa considera rilevanti in ordine alla dichiarazione di nullità del matrimonio celebrato"(art. 56, co.1). Conseguenza logica di tale premessa, è che competente a giudicare le cause di nullità matrimoniale è il Tribunale ecclesiastico, ovvero l'organo giudicante legittimamente costituito secondo le norme dell'Ordinamento della Chiesa Cattolica, deputato alla trattazione ed alla decisione di tutte le cause di sua competenza. Per intentare una causa di nullità matrimoniale, uno dei due coniugi deve rivolgersi ad un tribunale ecclesiastico. In genere il tribunale a cui rivolgersi è quello diocesano; in Italia, tuttavia, la Conferenza episcopale italiana ha eretto 18 diciotto tribunali regionali e ha stabilito che soltanto questi tribunali sono competenti per le cause di nullità matrimoniale. Il primo tribunale a cui ci si rivolge viene chiamato tribunale di primo grado. La questione della competenza del tribunale occupa, pertanto, un posto preliminare, alla volte anche pregiudiziale, all’introduzione della causa e alla definizione sul merito. Circosriveremo la prima parte del capitolo ai soli capitoli, ragioni o criteri determinativi del giudice che può vedere o decidere una determinata causa, tra tanti altri giudici dotati costitutivamente di giurisdizione o potestà giudiziale, e che potrebbero decidere la causa perché sono veramente giudici, cioè persone pubbliche costituite dalla società con potestà di conoscere e di definire autoritativamente e coercivamente le cause giudiziali legittimamente affidate a loro. Circoscrivendo ancora di più il nostro tema, tratterò in primo luogo il concetto di competenza nel contesto dei titoli o criteri che servono a determinarla.1. Concetto di competenzaLimitatamente al contesto dei titoli di competenza giudiziale, i civilisti definiscono la competenza come “la misura della giurisdizione”,[1]o come la quantità di giurisdizione spettante al singolo giudice, oppure, facendo confluire i due concetti, come la quantità e la misura della giurisdizione.[2] Si parte dalla considerazione che, se al mondo o nella società ci fosse soltanto un giudice, la questione della competenza, o meglio dei titoli di competenza, non si porrebbe nemmeno. Infatti, un solo giudice, per tutti i territori, per tutte le cause, per tutte le persone e per tutti i gradi di giudizio, sarebbe sempre lui, a decidere tutte le cause. Ma dal momento che, per ragioni di vario genere, nella società civile o ecclesiastica ci sono molti giudici, cioè persone con potestà di giudicare, sorge il problema di stabilire dei criteri che servano a determinare in concreto il giudice che, fra tanti altri, ha potestà di giudicare quella determinata causa. Si ritiene allora la giurisdizione o potestà giurisdizionale, strutturata come un totum che si può spartire o dividere in molte porzioni, parti o fette, da affidare poi ai singoli giudici, e si dice che la competenza è la porzione, parte o fetta di giurisdizione assegnata a ciascun giudice. I canonisti, eccettuati quelli che seguono da vicino le teorie dei civilisti e che, quindi, ritengono pure la competenza come porzione o misura della giurisdizione, vedono nella competenza una limitazione della giurisdizione non quantitativa o qualitativa, ma ontologica, quella cioè che risulta dal contrapporre la species al genus o il concretum all’abstractum. In questa linea NOVAL, anche se parla della competenza come “limitatio vel mensura iurisdictionis”, precisa bene il senso della limitazione o della misura, e definisce la competenza in questi termini: “Iurisdictio, igitur, est iudicandi potestas abstracta a limitata ad certas causas..Iurisdictio igitur, est iudicandi potestas abstracta a limitazione; competentia autem est iurisdictio quatenus limitata”.[3] Più esplicito nella concretezza della competenza è CAPPELLO: “Competentia est ambitus iurisdictionis seu potestas quae iudici competit circa causam sibi propositam, omnibus circumstantiis – loci, rei, materiae, personae – consideratis….Quilibet iudex pollet iurisdictione, non semper vero competens est in omnes causa set personas. Est igitur competentia iurisdictio in concreto considerata”. [4] Perciò, seguendo la traccia di Noval e di Cappello, ritengo che la competenza è la giurisdizione in concreto, cioè la giurisdizione su quella materia, tra queste persone, in questo territorio, in questo grado di giudizio. Dicendo questo si vuole significare positivamente che tutta la giurisdizione o potestà giudiziale esistente in quella società è concentrata e operante nel giudice competente. Il giudice singolo, quando è competente, rappresenta e incarna e tutta la società riguardo alla causa che deve giudicare, e resta investito di tutta la potestà giudiziale di quella società. Per tanto, non divisione o porzione, ma totalità o pienezza di giurisdizione per quel caso in concreto.[5] Negativamente il concetto espresso suole significare che, fuori della potestà giudiziale del giudice competente, non resta assolutamente nulla di giurisdizione, non esiste più un altro giudice che possa avere, in realtà, giurisdizione o potestà per giudicare quella causa. Solo lui, in senso esclusivo, ha la potestà di giudicare quella causa in concreto.E’ ovvio che se la competenza è la giurisdizione in concreto, i titoli di competenza non sono competenza, né danno la competenza. Servono soltanto a cercare e determinare in concreto i criteri in base ai quali individuare, fra i diversi giudici, l’unico ed esclusivo giudice che ha la giurisdizione conferitagli dalla società per giudicare quella causa in concreto. Tali criteri, per essere adatti ad un’attività giudiziaria che deve attuarsi nel Popolo di Dio, debbono non soltanto essere capaci di realizzare una efficiente suddivisione quantitativa della funzione stessa tra tutti i soggetti che vi partecipano, ma soprattutto debbono qualititativamente rapportarsi alla natura di una tale funzione, tendendo, come ogni altro momento della sua complessiva articolazione, a garantire ed a salvaguardare la ricerca della verità, che è la ragione dell’esistenza di un’attività giudiziaria nella Chiesa. I criteri di competenza individuano quindi l’ambito nel quale, per una giusta ricerca della verità, ciascun soggetto che ne è investito può attuare la funzione giudiziaria. Identificando, attraverso tali criteri la sfera di esercizio della funzione, la competenza deve essere ritenuta, tra soggetti egualmente dotati del potere necessario, una identificazione - giustificata, nella necessaria ripartizione funzionale, dall’esigenza di tutelare convenientemente la giusta ricerca della verità in quel determinato ambito – della capacità, per sé, almeno tendenzialmente, esclusiva in rapporto ad ogni altro soggetto investito, di compiere atti processualmente necessari al giusto accertamento della realtà fattuale e giuridica.2. Competenza del giudice: assoluta e relativa Trattando di competenza e di titoli di competenza, occorre distinguere subito, per l’importanza massima che riveste la distinzione, tra competenza assoluta e competenza relativa, e conseguentemente tra titoli di competenza assoluta, e titoli di competenza relativa. Si parte sempre dal concetto riportato sopra di competenza: cioè dalla giurisdizione in concreto. Se i limiti che determinano la concretezza della causa da attribuire ad un giudice e che provengono dalle persone, o dal territorio, o dall’oggetto, o dal rado di giudizio, sono così rigidamente stabiliti dalla legge che non esiste la possibilità di derogarvi validamente, né attraverso la volontà o consenso delle parti, a cui la legge nega questo diritto o facoltà, né attraverso la sanazione operata dallo stesso diritto, che si rifiuta di farlo per ragioni di bene pubblico superiore, la competenza positiva e conseguente incompetenza negativa è assoluta. Invece, se i limiti della concretezza stabiliti dalla legge, che si devono certamente osservare, non sono così rigidamente stabiliti che non possono essere oltrepassati validamente, o attraverso il consenso delle parti che non eccepiscono e, quindi, accettano l’incompetenza, o attraverso, sempre in ultima istanza, l’intervento del diritto stesso che, per motivi di bene pubblico, conferisce la giurisdizione o potestà giudiziale al giudice inizialmente incompetente, la competenza positiva, e conseguentemente l’incompetenza negativa è relativa.[6] Effetto del carattere assoluto della competenza è che l’inosservanza delle norme comporta la nullità insanabile della sentenza e di tutto il processo, perché oggettivamente mancava un elemento essenziale: la giurisdizione o potestà giudiziale. Il giudice in realtà non era giudice perché carente in modo assoluto di potestà giudiziale. Ecco perché l’incompetenza assoluta deve essere sempre eccepita dalle parti in qualsiasi momento processuale (c.1469, § 1), e rilevata anche d’ufficio dal giudice (C.1461), e sempre, anche, se non eccepita dalle parti o rilevata anche d’ufficio dal giudice, l’eventuale sentenza sarà insanabilmente nulla (c.1620,1°). La decisione favorevole alla competenza è poi suscettibile di essere appellata, essendo d’altra parte del tutto evidente il danno che può derivare dal proseguimento di un processo che potrebbe concludersi con una sentenza insanabilmente nulla. (c. 1460, § 2 CIC). Invece, quando si tratta di incompetenza relativa, se l’incompetenza è riconosciuta dalle parti e dal giudice, deve essere eccepita prima della contestazione della lite, ma se per caso, non è eccepita dalle parti prima della contestazione della lite (c. 1459, § 2) o, se eccepita, non ammessa dal giudice (can. 1460 §2), ovvero non rilevata dal giudice prima della contestazione della lite, il diritto conferisce al giudice la potestà per giudicare quella causa in concreto,e, pertanto, la sentenza deve essere ritenuta valida per quello che riguarda la giurisdizione o potestà del giudice.3. Titoli di competenza assoluta di primo grado 3.1. Riservati alla persona del Romano PonteficeSpettano e sono riservate alla giudizio e alla persona del Romano Pontefice le seguenti cause:Le cause di nullità matrimoniale di “ eos qui supremum tenent civitatis magistratum”(can. 1405, § 1, 1).Si tratta delle cause di nullità del matrimonio contratto da una persona, uomo o donna, che assolutamente è titolare legittimo della Magistratura suprema di uno Stato, sovrano, con il titolo di re, imperatore, principe, presidente o qualsiasi altro equivalente. Il canone riguarda soltanto la persona fisica del Capo dello Stato ed il suo legittimo coniuge, esclusi i figli, le figlie, naturali o adottivi, i loro coniugi, i genitori ecc.[7]Non è necessario che esercitino attualmente il potere o le funzioni di Capo di Stato; possono essere impediti, esiliati, purchè conservino ancora il titolo legittimo di Sovrano. Ma è necessario che siano attualmente Capi di Stato, non bastando lo ius ad rem, vale a dire che abbiano il diritto di successione per eredità, designazione, elezione. E’ indifferente che il matrimonio, la cui nullità si presenta al giudice, sia stato celebrato quando l’uomo o la donna era già capo di Stato, o prima di diventarlo.[8] E’ pure indifferente che il Capo di Stato sia uomo o donna, cattolico o acattolico, parte attrice o parte convenuta. Condizione essenziale è che il matrimonio, la cui nullità di domanda di essere dichiarata dal Romano Pontefice, rientri nelle cause matrimoniali che la Chiesa giudica per diritto proprio (cfr. can. 1401 e 1671). Discutono gli autori sulla natura giuridica di questo canone, se cioè sia o no un privilegio, e, nel caso affermativo, se conveniva o meno conservarlo in un Codice canonico moderno. Evidentemente non si tratta di un privilegio, al quale, peraltro, il titolare non potrebbe rinunciare. Si tratta di una legge precettiva e normativa, come tante altre, data per ragioni particolari, che deve essere osservata sempre e da tutti, indipendentemente dal fatto che, possa essere favorevole o sfavorevole alle singole persone. Altro oggetto di discussione, a proposito di questo canone, è la ragione o fondamento della norma: se cioè il canone intenda tutelare la dignità di queste persone, o la libertà dei giudici di fronte alle interferenze politiche, o di altro genere, delle stesse persone. E’ fuor di dubbio che la ragione del canone sia la tutela della dignità non tanto della persona fisica, quanto di quella dell’ufficio o carica pubblica che ricoprono tale persone; evidentemente si vuole tutelare la dignità, il prestigio, l’autorità morale di queste persone affinchè non venga meno l’efficacia del loro ufficio pubblico, da svolgere in beneficio del bene comune della società civile o ecclesiale.2. Le cause di nullità matrimoniale dei laici coniugati che eventualmente, nel tempo futuro potessero essere nominati Legati della Sede Apostolica (cfr. can. 1405, § 1, 3°).3. Le cause di nullità matrimoniale introdotte da qualunque fedele presso il Romano Pontefice, ed accettate da lui a norma del can. 1417 (cfr. can. 1405, § 1, 4°). Non si tratta delle cause introdotte presso i tribunali inferiori ordinari ed avocati a sé dal Romano Pontefice, che restano pure, dopo la comunicazione legittimamente fatta al giudice inferiore dell’avvenuta avocazione pontificia, di competenza assoluta del Romano Pontefice, ma delle cause che direttamente sono presentate ed accettate dal Romano Pontefice per essere giudicate da Lui in prima istanza (c.1417, §1).[9]3.2 Riservati al Tribunale Apostolico della Rota RomanaE’ difficile immaginare o delineare, fuori del caso di commissione pontificia che rientra nella competenza assoluta del Romano Pontefice anteriormente esposta, una causa di nullità matrimoniale di primo grado riservata alla Rota Romana, e, come tale, di competenza assoluta di questo tribunale apostolico. L’unico possibile caso, tra le cause riservate alla Rota Romana elencate nel § 3 del can. 1405, sarebbe la causa matrimoniale di una persona sposata che non avesse Superiore giuridico alcuno al di sotto del Romano Pontefice.[10]4. Titoli di competenza assoluta di secondo grado La dottrina, prima, e lo stesso Codice, poi, ammettono espressamente la così detta competenza funzionale, che in diritto canonico sarebbe meglio chiamare competenza per grado di giudizio (cfr. can. 1400).Fondamento di detta competenza è, da una parte, la possibilità in quasi tutte le cause (cfr. can.1628) o la necessità per le cause di status personarum, di due istanze, almeno, perché la sentenza possa diventare esecutiva (cfr. can. 1644 e 1684), e dall’altra la necessità pure che il giudice di seconda o terza istanza sia distinto dal giudice dell’istanza inferiore, affinchè il processo di grado superiore sia valido (c.1447). Si determina così una competenza per grado di giudizio o di istanze del processo che corrisponde ai vari gradi di grado superiore che, a livello non apostolico, esercitano il loro ufficio dentro il territorio a loro assegnato.Esiste perciò un titolo di competenza di grado, strutturata in conformità al grado della causa con il grado del giudice o tribunale, che è certamente assoluta (can. 1440). Alcuni autori ritengono che il principio è generale, ma che ammette delle eccezioni.[11] Le eccezioni al principio che vengono segnalate dagli autori non sono in realtà delle vere eccezioni, e trovano una spiegazione valida nel fatto che un tribunale materialmente unico può essere formalmente diverso, valide a dire. Lo stesso tribunale che è di secondo grado per alcune cause, può essere tribunale di primo grado per altre. Nei canoni 1438 e 1439 vengono strutturati diversi tribunali territoriali di secondo grado a carattere provinciale, interdiocesano o nazionale, e nel can. 1444, paragrafo 1, il tribunale apostolico universale di secondo grado, cioè la Rota Romana. Il titolo di competenza tra i diversi tribunali di secondo grado è relativo o concorrente. Pertanto, se le norme stabiliscono qual è il tribunale di secondo grado rispetto ad un determinato tribunale di primo grado, devono essere osservate rigorosamente, ma l’inosservanza delle medesime norme genera incompetenza relativa, no assoluta, come si deduce chiaramente dal can. 1632, § 1, che interpreta la volontà delle parti appellanti in base ai criteri di presunzioni.[12] Una tale incompetenza solo relativa, trova del resto per le altre istanza una sua conferma testuale nel c. 1632 CIC. Questa norma infatti, dopo aver stabilito nel suo primo paragrafo come in mancanza di una indicazione diversa, l’individuazione del giudice di secondo grado debba presumersi effettuata in base ai criteri stabiliti dai cc. 1438 e 1439, afferma nel suo secondo paragrafo che un gravame interposto a giudici d’appello diversi si risolve in favore del giudice di grado superiore solo se no n sia possibile applicare il principio della prevenzione, che, secondo quanto stabilisce il can. 1415 al quale il nostro canone fa un rinvio espresso, potendo aver luogo unicamente tra tribunali “aeque competentia” per ciò non può applicarsi quando si dia una condizione processualmente qualificabile quale incompetenza assoluta.5. Titoli di competenza relativaLa legislazione posteriore al concilio Vaticano II, com’è noto, introdusse nuovi titoli di competenza per le cause di nullità matrimoniale, sia con norme particolari che generali. Infatti, ai fori del luogo dove è stato celebrato il matrimonio e del domicilio o quasi-domicilio della parte convenuta previsti dal codice piano-benedettino, sono stati aggiunti il foro dell’attore, il foro del tribunale che si riteneva essere «in meliore conditione quam quodlibet aliud ad causam tractandam», il foro della «commoratio non precaria» della parte convenuta e il foro delle «pleraeque probationes»[13]. Inoltre, si modificò la norma della perpetuatio iurisdictionis, prevedendo la possibilità di trasferire la causa, prima però della conclusio in causa, ad un altro tribunale «aeque competens, si accedat consensus partium et utriusque Tribunalis»[14].Tale ampliamento, flessibilità e indeterminatezza dei criteri circa la competenza dei tribunali nelle cause matrimoniali comportò in molti ambienti ecclesiali non soltanto un affievolimento dell’importanza di rispettare i fori previsti dalle norme, ma anche il dubbio sull’opportunità di utilizzare la via giudiziaria piuttosto che l’amministrativa per dette cause. Questa situazione si riflesse nell’iter di elaborazione del nuovo codice. In sede di commissione codificatrice vi furono infatti, tra gli altri, i seguenti tentativi: includere il foro facilior causae instructio

References: Art. 143

Art. 143

Art. 143

Art. 147

Art. 148
 sentenza 
 § 1
 § 2
 art. 247
 § 5
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