Source: http://www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=14299
Timestamp: 2017-04-26 02:09:57+00:00

Document:
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE - SENTENZA 8 marzo 2017, n.5787
MERCOLEDÌ 26 APRILE AGGIORNATO ALLE 4:9	Sezioni
OBBLIGAZIONI – IN GENERALE Il fatto colposo del creditore non richiede la proposizione di un’eccezione in senso proprio CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE - SENTENZA 8 marzo 2017, n.5787MASSIMAIn tema di risarcimento del danno, il fatto colposo del creditore che abbia contribuito al verificarsi dell'evento dannoso è, ai sensi dell'art. 1227, primo comma, cod. civ., rilevabile d'ufficio dal giudice (sempre che risultino prospettati gli elementi di fatto dai quali sia ricavabile la colpa concorrente), per cui la sua prospettazione non richiede la proposizione di un'eccezione in senso proprio, avente natura di mera difesa.CASUS DECISUSCon sentenza n.115/2013 del 16 febbraio 2013 (preceduta da sentenza non definitiva n.175/2008 del 15 marzo 2008), la Corte di Appello di L'Aquila rigettava l'appello proposto da M. R. avverso la sentenza del Tribunale di Teramo n.753/2005 la quale, nel decidere sulla domanda di risarcimento danni da investimento di pedone originariamente proposta da E. R. e C. P. (quali esercenti la potestà genitoriale su M. R., all'epoca minore di età) nei confronti di G. Z., S. S. e della Allianz Subalpina S.p.A. (poi Allianz Assicurazioni S.p.A.), aveva ritenuto sussistente una concorrente responsabilità, nella misura del 20%, di M. R. nella causazione del sinistro, per aver improvvidamente attraversato (sfuggendo all'accompagnamento del padre) la carreggiata all'atto del sopraggiungere dell'autovettura di parte convenuta. Avverso le menzionate sentenze (non definitiva e definiva) della Corte Aquilana M. R. propone ricorso per cassazione, articolato su cinque motivi.
PRECEDENTIConformeDifformeCass., Sez.U, 03/06/2013, n. 13902; Cass. 15/10/2013, n. 23372; Cass. 10/11/2009, n. 23734.TESTO DELLA SENTENZACORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE - SENTENZA 8 marzo 2017, n.5787 - Pres. - est. Chiarini
1. Giova
preliminarmente precisare come i cinque motivi di ricorso siano formulati senza
la riconduzione nell'ambito di una delle ragioni di impugnazione tassativamente
stabilite dall'art. 360 cod. proc. civ. e senza la specificazione delle norme
di diritto asseritamente violate: la descritta lacunosità non costituisce
tuttavia causa di inammissibilità delle doglianze in tal guisa proposte,
dacché, non richiedendo il ricorso per cassazione la necessaria adozione di
formule sacramentali o l'esatta indicazione numerica di una delle ipotesi
descritte dalla citata disposizione, l'articolato contenuto delle censure
esposto nel libello introduttivo e il riferimento alla nullità della decisione
impugnata consentono alla Corte di procedere alla corretta qualificazione dei
vizi lamentati e di individuare i principi di diritto di cui si denuncia la
violazione (sul tema, cfr., Cass., Sez. U., 24/07/2013, n. 17931; Cass.
31/10/2013, n. 24553; Cass. 16/03/2012, n. 4233; Cass. 03/08/2013, n. 14026).
2. Con il primo
motivo, il ricorrente rileva la nullità della consulenza tecnica di ufficio
espletata nel corso del giudizio di appello sotto un duplice profilo: per
omesso avviso alle parti della data di inizio delle operazioni peritali, con
derivante compromissione del diritto di difesa, segnatamente delle facoltà di
nomina di un proprio consulente tecnico di parte e di produzione di documenti
all'ausiliario officioso; per avere il c.t.u. risposto a quesiti differenti da
quelli formulati dal giudice, in specie omettendo la richiesta valutazione
sulla menomazione della capacità lavorativa specifica patita dall' attore.
principio di necessaria autosufficienza del ricorso per cassazione, il
ricorrente che proponga in sede di legittimità una determinata questione
giuridica, la quale implichi accertamenti di fatto, ha l'onere, al fine di
evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, di
allegare l'avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ed
altresì di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde
dar modo alla Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione,
prima di esaminare nel merito la questione stessa (specificamente, Cass., 19
aprile 2012 n.6118; Cass., 27 maggio 2010 n.12992; Cass., 20 ottobre 2006
n.22540).
Nella specie,
disattendendo siffatto onere, parte ricorrente ha totalmente mancato di
precisare il momento del giudizio di appello in cui sarebbe avvenuta la
deduzione della qui rilevata nullità (peraltro non predicabile con riferimento
alle valutazioni ultra mandatum compiute dall'ausiliario, prive di conseguenze
inficianti della consulenza: Cass. 08/01/2000, n. 117; Cass. 22/06/2004, n.
11594), circostanza oltremodo imprescindibile integrando gli asseriti vizi
procedurali della consulenza tecnica di ufficio cause di nullità relative, da
eccepire dalla parte pregiudicata, a pena di decadenza, nella prima udienza o
nella prima difesa successiva al deposito dell'elaborato peritale officioso,
restando altrimenti il vizio definitivamente sanato (tra le tante, cfr. Cass.
24/01/2013, n. 1744; Cass. 08/04/2010, n. 8347; Cass. 25/10/2006, n. 22843).
3. Con il secondo
motivo, il ricorrente lamenta la nullità della sentenza per motivazione
apparente sulla valutazione dei danni riportati dall'attore in conseguenza del
sinistro, specificamente per avere detta sentenza prestato acritica adesione
alle conclusioni rassegnate nell'elaborato peritale officioso in tema di
quantificazione delle lesioni permanenti, conclusioni tuttavia connotate da
palese illogicità ed ingiustizia.
Anche questo motivo
Come ripetutamente
affermato dal giudice della nomofilachia, in tema di ricorso par cassazione par
vizio di motivazione, la parte che addebita alla consulenza tecnica d'ufficio
lacune di accertamento o errori di valutazione oppure si duole di erronei
apprezzamenti contenuti in essa (o nella sentenza che l'ha recepita) ha l'onere
di trascrivere integralmente nel ricorso per cassazione i passaggi salienti
della consulenza non condivisi o ritenuti erronei e di riportare, poi, il
contenuto specifico delle puntuali critiche ad essi sollevate, al fine di
evidenziare gli errori commessi dal giudice del merito nel limitarsi a
recepirla (ex plurimis, Cass. 03/06/2016, n. 11482; Cass. 02/02/2015, n. 1815;
Cass. 12/02/2014, n. 3224; Cass. 13/06/2007, n. 13845).
Il motivo illustrato
dal ricorrente è in tutta evidenza difforme dal descritto paradigma, non
riportando nemmeno le parti della consulenza disapprovate e limitandosi ad una
critica delle valutazioni peritali tanto generica quanto apodittica.
3. Del pari
apodittico si profila il terzo motivo di ricorso, con cui, sub specie di
«omessa motivazione sul punto decisivo della controversia relativo
all'ammontare del risarcimento in favore di soggetto minore», parte ricorrente
si duole che la Corte territoriale non abbia considerato il carattere
ingravescente delle conseguenze lesive riportate dal minore, e cioè che una
percentuale di invalidità del 20% abbia effetti ben più gravi su un bambino di
tre anni rispetto ad una persona adulta.
Fermi e ribaditi i
circoscritti confini delle censure di natura motivazione disegnati dal
novellato art.360, primo comma, num. 5, cod. proc. civ. (applicabile ratione
temporis alla fattispecie), va detto come il motivo in esame non soltanto non
prospetti una delle ipotesi di anomalie motivazionali integranti violazioni di
legge costituzionalmente rilevanti individuate dalla elaborazione
giurisprudenziale di questa Corte (ovvero un vizio attinente all'esistenza
della motivazione in sé, come la «mancanza assoluta di motivi sotto l'aspetto
materiale e grafico», la «motivazione apparente», il «contrasto irriducibile
tra affermazioni inconciliabili» o la «motivazione perplessa ed obiettivamente
incomprensibile»: basti il richiamo a Cass., sez. un., 22 settembre 2014
n.19881 e a Cass., sez.un., 7 aprile 2014 n.8053), ma si risolva in una
argomentazione di carattere astratto e generale, priva cioè di qualsivoglia
doglianza riferita alla entità della liquidazione del danno in concreto
4. Con gli ultimi
due motivi, il ricorrente censura il ritenuto concorso di colpa del minore
nella causazione del sinistro sotto due distinti profili:
- dal punto di vista
processuale, una pronuncia del genere non poteva essere resa nei confronti dei
coniugi R. e C., attori quali esercenti la potestà genitoriale sul minore M.
R., nemmeno in accoglimento della (tempestivamente spiegata) domanda
riconvenzionale della compagnia assicuratrice, in quanto domanda da rivolgere
nei confronti dei coniugi in proprio per inosservanza del dovere di vigilanza
sul minore (quarto motivo);
- quale omessa
motivazione su punto controverso, non evincendosi nella sentenza impugnata se
la condotta colposa reputata concausa dell'evento sia stata ascritta al minore
o ai suoi genitori, ed in ogni caso con statuizione erronea, nell'un caso per
la mancata considerazione delle condizioni del soggetto incapace e nell'altro
per l'impossibilità di ridurre il risarcimento spettante al minore per un
comportamento ai genitori imputabile (quinto motivo).
I motivi,
congiuntamente esaminabili, sono infondati.
In punto di fatto,
diversamente da quanto opinato dal ricorrente, appare chiaro dalla lettura
della sentenza gravata come la Corte territoriale abbia (con apprezzamento di
merito invero nemmeno specificamente contestato) ravvisato un fatto munito di
efficienza causale sulla produzione del sinistro nel contegno imprudente del
minore M. R., del quale è stato accertato un attraversamento improvviso della
strada, compiuto sfuggendo di mano al genitore che lo accompagnava e
spostandosi verso il centro della carreggiata nel momento in cui transitava la
vettura poi autrice dell'investimento.
Ciò posto, a
confutazione della prima doglianza, va nuovamente riaffermato che in tema di
risarcimento del danno, il fatto colposo del creditore che abbia contribuito al
verificarsi dell'evento dannoso è, ai sensi dell'art. 1227, primo comma, cod.
civ. - rilevabile d'ufficio dal giudice (sempre che risultino prospettati gli
elementi di fatto dai quali sia ricavabile la colpa concorrente) , per cui la
sua prospettazione non richiede la proposizione di un'eccezione in senso
proprio, avente natura di mera difesa (orientamento consolidato: Cass., Sez.U,
03/06/2013, n. 13902; Cass. 15/10/2013, n. 23372; Cass. 10/11/2009, n. 23734).
percentuale del danno in ragione dell'entità percentuale dell'efficienza
causale del soggetto danneggiato, in quanto esclude (o attenua) il nesso di
causalità tra condotta e danno e fissa pertanto un limite al principio della
condicio sine qua, trova applicazione anche qualora la vittima sia una persona
minore o comunque incapace di intendere di volere.
esegetico affatto scalfito dalle argomentazioni del ricorrente, questa Corte ha
più volte chiarito che quando la vittima di un fatto illecito abbia concorso,
con la propria condotta, alla produzione del danno, l'obbligo del responsabile
di risarcire quest'ultimo si riduce proporzionalmente, ai sensi dell'art. 1227,
comma primo, cod. civ., anche nel caso in cui la vittima fosse incapace di
intendere e di volere (per minore età o altra causa), in quanto la locuzione
«fatto colposo» contenuta nel citato art. 1227 deve intendersi come sinonimo di
comportamento oggettivamente in contrasto con una regola di condotta, e non
quale sinonimo di comportamento colposo, per cui l'indagine deve essere
limitata all'accertamento dell'esistenza della causa concorrente nella
produzione dell'evento dannoso, prescindendo dalla imputabilità del fatto
all'incapace e dalla responsabilità di chi era tenuto a sorvegliarlo (così
Cass. 22/06/2009, n. 14548; Cass. 10/02/2005, n. 2704; Cass. 05/05/1994, n.
4332).
5. Disatteso il
ricorso, vanno dichiarate non ripetibili le spese di lite sostenute dal
ricorrente, non avendo le parti intimate svolto attività difensiva in questo
all'epoca di proposizione del ricorso per cassazione (posteriore al 30 gennaio
2013), la Corte dà atto dell'applicabilità dell'art. 13, comma 1-quater, del
D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (nel testo introdotto dall'art. 1, comma 17,
legge 24 dicembre 2012, n. 228): in base al tenore letterale della
disposizione, il rilievo della sussistenza o meno dei presupposti per
l'applicazione dell'ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto,
poiché l'obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna
alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente
insuscettibile di diversa valutazione - del rigetto integrale o della
definizione in rito, negativa per l'impugnante, dell'impugnazione.
La Corte rigetta il
Dichiara non
ripetibili le spese di lite sostenute da parte ricorrente.
13, comma 1-quater, del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei
presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell'ulteriore importo a
titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale,
a norma del comma I-bis dello stesso art. 13.

References: SENTENZA 
 SENTENZA 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 SENTENZA 
 Cass.

 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 Cass.

 Cass. 
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 

Cass. 
 Cass. 
 art.360
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 1227

Cass. 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 13