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Timestamp: 2018-03-19 23:53:56+00:00

Document:
Civiltà Cattolica: L'obbedienza al Papa e alla Chiesa nella dottrina di S. Tommaso.
Il Santo Padre Pio XII Papa della Chiesa Cattolica Apostolica Romana
anno LVII, vol. II (fasc. 1344, 6 giugno 1906), Roma 1906 pag. 641-658.
L'OBBEDIENZA AL PAPA E ALLA CHIESA NELLA DOTTRINA DI S. TOMMASO
Chi con occhio diligente segue quel che accade nel campo de' così detti cattolici riformisti o modernisti, non può non osservare l'astuto loro lavorio per attenuare l'obbligo della propria sottomissione al Papa e alla Chiesa, e sottrarsi così, ogni qual volta loro torna comodo, dalla pratica di quella vera, pronta e perfetta obbedienza, ch'è stata sempre il carattere distintivo dello schietto cattolicismo.
Ne abbiamo avuto di recente parecchie prove, sia nella condotta tenuta verso l'autorità ecclesiastica da alcuni membri del clero e del laicato, noti fautori del riformismo, sia negli articoli, più o meno sediziosi, che la Cultura sociale, organo magno del medesimo riformismo [Fondatore e direttore della Cultura sociale fu Romolo Murri; la Sacra Congregazione del Sant'Uffizio la condannò nel 1906. N.d.R.], ha pubblicato durante gli ultimi mesi. Basterà qui ricordarne tre: quello cioè che porta il titolo Per la sincerità e per la libertà [1], quello sul Concetto dell'obbedienza in San Tommaso d'Aquino [2] e l'ultimo, venuto alla luce di questi giorni, sotto la forma di Lettera al Direttore [3].
Nel primo si esordisce col proclamare «falso il concetto dell'obbedienza insegnato negli ultimi secoli»; si insinua poi, che la vera obbedienza consiste «nel consenso di animi nel volere e fare il bene», come può essere anche tra eguali; si riserva in fine al suddito «cosciente» il diritto «di giudicare serenamente gli atti dell'autorità ed applicare ad essi senza timore i criterii generali del vero e del giusto». Nel secondo, la Cultura sociale professa di dare a' suoi lettori la genuina dottrina dell'obbedienza insegnata dal Dottore angelico, dottrina, scrive essa, ch'è quella appunto «di un modernista pericoloso». Deplora quindi che da questa dottrina «la consuetudine, sia di alcuni istituti religiosi, sia di alcuni gruppi di cattolici si è venuta allontanando», e che i giovani modernisti della Cultura siano stati spesso costretti a sentire «proclamare da alcuni come ortodossa una dottrina nettamente opposta a quella di S. Tommaso». Nel terzo, ch'è la Lettera aperta, si dà un saggio della «mentalità» di un autentico «modernista pericoloso». Lo scrittore vi discorre di «un veleno sottile che s'infiltra oggi nel cattolicismo sotto le specie del più rigido ossequio dogmatico»; deplora «la forma religiosa latina che per il nuovo indirizzo Vaticano tende a diffondersi»; ci assicura, ch'egli ed i suoi «moltissimi» amici, «avendo una profonda fede (sic) sentono di non potersi adattare a un indirizzo politico-clericale (quello dato dal Papa), che minaccia seriamente il progresso intellettuale cattolico»; esorta quindi i suoi amici alla ribellione, a preferire cioè in pratica il proprio giudizio e il proprio sentimento al giudizio ed alla espressa volontà del Vicario di Gesù Cristo: «Lavoriamo, scriv'egli, dentro di noi... e lavoriamo intorno a noi. Perchè nessun pontefice potrebbe impedirci di continuare nell'opera di carità intellettuale (?) che la nostra coscienza (bacata e falsata) ci impone». Con un cinismo poi che sarebbe ridicolo, se non fosse ributtante, egli si rallegra, che «lo stesso gesto col quale l'autorità ci allontana in qualche modo da sè e dall'azione, avvicina a noi molti di quelli che alla lor volta sono stanchi di una intransigenza atea e materialista».
Tra il fluttuare perpetuo di un mare di parole spesso ambigue, spesso anche prive di senso, apparisce chiaro e netto, in questi articoli de' riformisti, lo stravolgimento de' loro concetti, segnatamente di quello che riguarda la sommissione e l'obbedienza che i cattolici debbono prestare agli ordini e alle direzioni del Papa e della Chiesa. Per la qual cosa potrà giovare il ritornare su d'un argomento da noi già più volte trattato, restringendo per ora le nostre osservazioni principalmente al secondo degli accennati articoli, il quale, poichè pretende d'essere dottrinale, è il più importante e perciò anche il più pericoloso.
Sicuro d'aver da fare con «un compagno», cioè con «un modernista pericoloso», la Cultura sociale esordisce il suo articolo sul concetto dell'obbedienza col richiamare l'attenzione de' lettori sul poco o nessun conto, in cui l'Angelico Dottore dimostrò d'aver quella virtù, consecrando alla trattazione di essa soltanto alcune poche pagine della 2a 2ae. «Pare, scrive la Cultura, che a' tempi di S. Tommaso l'obbedienza non fosse la sovrana (ironia di parole!) delle virtù: egli ne parla in due brevi quaestiones, una di sei, una di due articoli. Ma la dottrina di lui sull'obbedienza è tutta nell'articolo V della questione CIV [4].»
La stranezza di questo criterio, tutto moderno, che giudica della importanza di una virtù e del conto che ne fa uno scrittore dal numero o dalla lunghezza delle questioni e delle pagine in cui egli ne tratta, è per sè manifesta, nè ha quindi bisogno d'essere illustrata. Il detto: non numerantur sed ponderantur, se vale per gli scritti degli altri dottori, a più forte ragione vale per quelli di S. Tommaso che «sopra tutti com'aquila vola». Ora S. Tommaso in poche sì, ma poderose parole ci rivela chiaramente il suo pensiero intorno la dignità e l'importanza della virtù dell'obbedienza.
Dopo d'aver stabilito che le virtù teologali, quibus Deo secundum se inhaeretur, [«... con le quali senz'altro si è uniti a Dio» N.d.R.] sono più nobili delle virtù morali: quibus aliquid terrenum contemnitur, ut Deo inhaereatur, [«... con le quali si spregia qualcosa di terreno allo scopo di essere uniti a Dio» N.d.R.] così prosegue: «Tra le virtù morali, l'una è tanto più importante dell'altra, quanto più grande è quello che l'uomo disprezza per unirsi a Dio. Ora vi sono tre generi di beni umani che l'uomo può disprezzare per Dio, de' quali l'infimo comprende i beni esterni, il medio i beni del corpo, il supremo i beni dell'anima, tra i quali, in qualche modo principale, è la volontà. Quindi conchiude: Et ideo per se loquendo, laudabilior est obedientiae virtus, quae propter Deum contemnit propriam voluntatem, quam aliae virtutes morales, quae propter Deum aliqua alia bona contemnunt [5]. [«Perciò di per sè è più lodevole la virtù dell'obbedienza, che a motivo di Dio dispregia la propria volontà, piuttosto che le altre virtù morali, con cui si spregiano altri beni a motivo di Dio.» N.d.R.] In altri termini, nella genuina dottrina di S. Tommaso, come la somma delle lodi, così un posto d'onore tra le virtù morali spetta appunto alla virtù dell'obbedienza.
Il che si conferma dalla dottrina del medesimo Dottore riguardante la virtù dell'umiltà. Nessuno, che non sia «modernista pericoloso», ignora che la pratica dell'obbedienza si confonde con la pratica dell'umiltà. Ora di questa virtù l'Aquinate ebbe sempre un altissimo concetto teoretico e pratico. «Post virtutes theologicas, scriv'egli, et virtutes intellectuales, quae respiciunt ipsam rationem, et post iustitiam, praesertim legalem, potior caeteris est humilitas [6].» [«Dopo le virtù teologali, le virtù intellettuali che attengono alla ragione stessa, e dopo la giustizia, specialmente legale, delle restanti (virtù) la più importante è l'umiltà.» N.d.R.]
Dov'è da notare che l'umile soggezione a' poteri da Dio stabiliti non ha la radice nelle prerogative più o meno insigni di cui questi possono essere dotati, ma nella intrinseca loro natura di emanazioni dell'autorità stessa di Dio, di suoi rappresentanti, di delegati da lui a riscuotere da' sudditi quel tributo di obbedienza, ch'egli ha il diritto assoluto di esigerne, o immediatamente per sè o mediatamente per altri. Dond'è provenuta nel cristianesimo quella nobilissima obbedienza, che non fa piegare la volontà dell'uomo ad altro uomo, perchè è questo o quell'uomo, ma unicamente perchè rappresenta Dio; e muove non da bassi rispetti e servili timori, ma dalla coscienza del proprio dovere e dall'amore che si ha per Dio. Tale è l'obbedienza insegnata da S. Tommaso, obbedienza che solleva l'uomo sino al trono di Dio; poichè, nella sua sentenza, la virtù morale dell'obbedienza è quella appunto, per cui l'uomo si assoggetta ad altro uomo unicamente propter Deum. [«... a causa, a motivo di Dio, per riguardo a Dio», cfr. II Pet. II, 13. N.d.R.]
La Cultura credette, senza dubbio, di proclamare una nuova e grande verità, quando, per avvilire l'obbedienza, pronunziò, che «la carità è qualche cosa di più alto che l'obbedienza» [7]. Se non che di questa verità nessun teologo, anzi nessun cristiano sufficientemente istruito ha mai dubitato. S. Tommaso, nel testo sopra riferito, lo afferma apertamente. Il Santo Dottore però a maggior lode dell'obbedienza aggiunge, che la stessa charitas sine obedientia esse non potest ... et hoc ideo est quia amicitia facit idem velle et nolle [8]. [Summa theol. 2a 2ae q. 104 a. 3 co.: «... la carità ... è inconcepibile senza l'obbedienza ... ecco perchè (come si suol dire) l'amicizia fa volere o non volere le stesse cose». N.d.R.]
Nè questa è la sola parte della dottrina di S. Tommaso che la Cultura ignora o finge d'ignorare. Stando alla sua sentenza, si crederebbe che l'Aquinate, pur professando di trattare dell'obbedienza negli articoli I, II, III, IV e VI della questione 104, non ne avesse ivi nè punto nè poco trattato. Infatti, nella sentenza della Cultura, «la dottrina di S. Tommaso sull'obbedienza è tutta nell'articolo V° della questione citata»!
Vediamo pertanto se, per lo meno in quest'articolo, S. Tommaso si rivela quel «modernista pericoloso» che vi ha scorto la Cultura. In esso il Santo Dottore rispondendo alla domanda: Utrum subditi teneantur suis superioribus in omnibus obedire, [«Se i sudditi siano tenuti a ubbidire ai loro superiori in tutto» N.d.R.] determina anzitutto i due casi in cui manifestamente il suddito non è tenuto, cioè 1° quando un suo superiore minore gli comanda una cosa opposta a quella ordinata dal suo superiore maggiore: uno modo propter praeceptum maioris potestatis, 2° quando il superiore comanda al suddito di far cosa in cui questi non gli è suddito: alio modo non tenetur inferior suo superiori obedire, si ei aliquid praecipiat in quo ei non subdatur. Quindi così prosegue: «Nelle cose che riguardano il volere interiore, l'uomo non è tenuto ad obbedire ad altro uomo, ma solo a Dio; è tenuto però l'uomo ad obbedire ad altro uomo in quelle cose che sono da farsi esteriormente mediante il corpo» [9]. Dalle quali parole la Cultura conchiude, che, secondo S. Tommaso, «solo l'attività esterna dell'uomo può essere soggetta all'obbedienza», o in altre parole, che «l'obbedienza riguarda sempre e solo gli atti esterni».
È questa la dottrina di S. Tommaso? Dalle cose da lui stesso asserite sulla natura dell'obbedienza negli articoli studiosamente ignorati dalla Cultura e precedenti al quinto, è chiaro, ch'egli non ripone nè poteva riporre l'esercizio della virtù dell'obbedienza nel solo atto esterno; è chiaro quindi ch'egli non esclude, nè poteva escludere dall'esercizio di quest'obbedienza tutti gli atti interni.
S. Tommaso esclude gli atti puramente interni, quelli cioè che di natura sua in nessun modo si manifestano all'esterno, nè informano un'azione esterna. Di questi atti, e di questi soltanto, non potendo giudicare l'uomo, ma soltanto Dio, unico scrutatore dei cuori, con tutta verità si afferma che in essi «l'uomo non è tenuto ad obbedire ad altro uomo, ma solo a Dio». Tal è pure la spiegazione che del citato testo di S. Tommaso ci ha lasciata il Cardinale Gaetano, uno de' più illustri ed autorevoli commentatori dell'Aquinate: «Actus interiores dupliciter inveniuntur: secundum se tantum, et ut sic non subiciuntur iudicio humano... alio modo ut sunt rationes actuum exteriorum, et sic computantur cum actibus exterioribus humano iudicio subditis, et hoc modo cadunt sub inhibitionibus Ecclesiae» [10]. [«Gli atti interiori sono di due tipi: in quanto tali (secundum se), e questi non sono sottomessi a giudizio umano... oppure in quanto motivi (rationes) di atti esteriori, e quindi si contano tra gli atti esteriori sottomessi al giudizio umano, e perciò ai divieti (inhibitiones) della Chiesa. N.d.R.]
Inoltre non v'ha dubbio di sorta alcuna che il senso esclusivo dato dalla Cultura alle citate parole di S. Tommaso (il senso cioè che esclude la sottomissione della propria volontà a quella del superiore), ripugna non meno alla mente che alla lettera del Santo Dottore. Egli infatti ripone espressamente l'essenza della virtù dell'obbedienza in quella interna sottomissione: Obedientia est virtus quae propter Deum contemnit propriam voluntatem [11]. [«L'obbedienza è quella virtù che disprezza la propria volontà a causa di Dio.» N.d.R.] Lo stesso egli ripete parlando del voto d'obbedienza: per votum obedientiae homo offert Deo ipsam voluntatem [12]. [«Col voto d'obbedienza l'uomo offre a Dio la volontà stessa» N.d.R.] Sciogliendo poi la difficoltà di chi afferma non poter essere la volontà d'un uomo regola della volontà di un altro uomo, come pur dovrebb'essere se un uomo fosse tenuto ad obbedire ad altro uomo, il Santo Dottore risponde, non già negando il presupposto, sì bene ammettendolo e distinguendo tra la prima regola, ch'è la sola volontà di Dio, qua regulantur omnes rationales voluntates, [«... con cui sono regolate tutte le volontà razionali» N.d.R.] e la regola a questa subordinata e per così dire secondaria. Nell'obbedienza che l'uomo presta ad un altro uomo propter Deum, la volontà dell'uomo che comanda non è certamente la regola unica o prima della volontà di chi obbedisce, essa però può esserne benissimo la regola secondaria: Voluntas unius hominis praecipientis potest esse quasi secunda regula voluntatis alterius obedientis [13]. [«La volontà di un uomo che comanda può essere una qual regola secondaria della volontà di chi ubbidisce» N.d.R.]
Nel resto, trattandosi, non di qualsivoglia obbedienza (anche del cane si dice che obbedisce al padrone), ma dell'obbedienza che è virtù morale, la quale rende pronta la volontà alla voce del superiore, è manifesto che l'atto d'obbedienza come deve necessariamente essere un atto della volontà, così dev'essere altresì un atto interno.
Un altro errore in cui cade la Cultura sociale riguarda l'interpretazione di quell'altra parte del citato testo, in cui S. Tommaso afferma la dottrina comune a tutti i dottori antichi e moderni, che cioè, «nelle cose che riguardano la disposizione degli atti e delle cose umane, sono tenuti i sudditi ad obbedire a' loro superiori secundum rationem superioritatis», ch'è quanto dire: i sudditi sono tenuti ad obbedire a' loro superiori in quanto questi sono superiori e perciò ne' limiti de' poteri di ciascuno. S. Tommaso illustra quest'ovvia dottrina con notissimi esempii. «Così, scriv'egli, il soldato è tenuto a obbedire al capitano in ciò che riguarda la guerra; il servo al padrone in ciò che riguarda l'esercizio delle opere servili; il figlio al padre in ciò che riguarda la disciplina della vita e le cose domestiche; e così pel resto» [14]. Il Santo Dottore non aggiunge altro.
La Cultura sociale invece, per tirar l'acqua al suo mulino, vi aggiunge del proprio. Nella sua sentenza, S. Tommaso avrebbe potuto continuare gli esempii così: Civis (tenetur obedire) principi in his quae spectant rempublicam, fidelis ecclesiae in his quae pertinent ad vitam religiose instituendam, sacerdos pontifici in his quae pertinent ad ministerium animarum, ecc. [Il cittadino (è tenuto ad obbedire) al principe in ciò che riguarda la cosa pubblica, il fedele alla Chiesa in ciò che riguarda l'istituzione della vita religiosa, il sacerdote al pontefice per ciò che riguarda il ministero delle anime ecc. N.d.R.] La Cultura è così certa della legittimità di quest'aggiunta, da lei stampata in latino e in caratteri corsivi, che non esita punto nell'affermare, che la sentenza la quale dice «indipendente il fedele dall'autorità politica e il cittadino qua talis dall'autorità religiosa», è sentenza dell'Angelico, e che «la celebre frase di Daniele O' Connell: la religione da Roma, la politica piuttosto da Costantinopoli, non ripugnava in alcun modo a questa dottrina di S. Tommaso» [15]. Piena quindi di ammirazione pel Santo Dottore, la Cultura esclama: «Questa è dottrina d'uomini e non di schiavi, di cristiani e non di bramini, serena, elevata, oggettiva, come tutta la mirabile teologia morale di San Tommaso: dottrina che dell'autorità stabilisce insieme il valore e i limiti, il dovere prima che il diritto» [16].
Se non che questa dottrina in nessun modo può dirsi dottrina dell'Angelico. Il Santo Dottore infatti, non solo non scrisse mai le parole ambigue che arbitrariamente gli si attribuiscono dalla Cultura, ma neppure avrebbe potuto scriverle, pigliandole nel senso esclusivo, senza contraddire apertamente a tutto il suo chiaro e costante insegnamento sui doveri del cittadino cristiano verso l'autorità civile e l'autorità religiosa.
Si noti anzitutto l'inesattezza delle prime due formole inventate dalla Cultura: La prima, civis tenetur obedire principi in his quae spectant rempublicam, estende l'autorità del principe, cioè dell'autorità civile, a tutto il campo della vita pubblica; la seconda: fidelis ecclesiae in his quae pertinent ad vitam religiose instituendam, restringe l'autorità religiosa al solo campo della vita privata. Ora è fuor d'ogni dubbio che, nella dottrina di S. Tommaso (e di tutti i dottori cattolici), il cittadino cristiano come non è del tutto indipendente dall'autorità civile nella sua vita privata, così non è affatto indipendente dell'autorità religiosa nella sua vita pubblica, essendo manifesto che pur nell'esercizio di questa vita, la sua azione civile o sociale possa avere e spesso abbia, un lato morale che non solo tocca la sua coscienza, ma che tocca altresì più o meno da vicino le sorti e il bene della Chiesa. In tali casi il cittadino cristiano è tenuto ad obbedire, non meno all'autorità religiosa che all'autorità civile.
Quando poi vi fosse conflitto tra ciò che comanda l'una e quel che comanda l'altra, non v'ha dubbio alcuno che, nella espressa sentenza della prevalenza del praeceptum superioris potestatis, difesa da S. Tommaso [17], come deve preferirsi l'anima al corpo e anteporsi lo spirituale al temporale, così deve obbedirsi alla prima e non già alla seconda. Chi, sotto colore di rispettare o conservare i diritti civili, vien meno a' suoi doveri religiosi, non è meno empio di colui che, per piacere agli uomini, sagrifica la propria coscienza, declinando dall'ossequio dovuto a Dio.
La Cultura sociale affetta, come sopra vedemmo, un desiderio scrupoloso di tenere l'obbligo di obbedienza all'autorità religiosa entro i termini precisi di ciò che pertinet ad vitam religiose instituendam. Quindi dal, presupposto che le materie politiche e sociali sieno estranee alla istituzione di questa vita, sofisticando conchiude, ch'esse sono libere a ciascuno e indipendenti dall'autorità religiosa. Il tossico del sofisma è nell'anfibologia della conseguenza. Le materie politiche e sociali sono estranee alla religiosa istituzione della vita? Adagio. Tutte no, alcune sì. Quelle che sono puramente politiche o sociali, quelle cioè che in nessun modo si connettono colla fede o colla morale o con gl'interessi religiosi degli uomini, è vero: quelle che sono miste perchè hanno con la fede o con la morale o con quegli interessi un qualche legame, una relazione, è falso. Quindi falsissima è l'affermazione così generica, che a' cattolici tutte le materie politiche e sociali sono libere e che queste sono indipendenti dall'autorità religiosa. Falsissima parimente è l'affermazione assoluta, che si attribuisce a Daniele O' Connell e che la Cultura fa sua: la religione da Roma, la politica piuttosto da Costantinopoli.
Quando l'autorità religiosa chiarisce nella coscienza dei fedeli le relazioni che passano fra la legge morale e l'atto civile o politico, e determina quel che si ha da fare o da fuggire, essa non assume funzioni nè civili, nè politiche; esercita piuttosto il suo officio di dirigere in generale gli atti de' cittadini cristiani, coordinandoli acconciamente al conseguimento dell'ultimo loro fine. Semper enim, scrive S. Tommaso, invenitur ille ad quem pertinet ultimus finis imperare operantibus ea quae ad finem ultimum ordinantur [18]. [«Sempre infatti accade che colui che ha il compito di dirigere ad uno scopo finale, imponga a coloro che agiscono i mezzi ordinati a quel fine.» De Regimine principum, lib. I, cap. 14. N.d.R.]
Dall'indole pertanto della divina missione affidata da Gesù Cristo alla sua Chiesa, di continuare cioè fra gli uomini la sua opera di redenzione, conducendoli tutti all'ultimo fine per cui furono creati, si vede la estensione dell'oggetto dell'autorità religiosa dal medesimo Cristo costituita in essa Chiesa. Tutto ciò che nel mondo in qualunque guisa ha ragione di sacro, tutto ciò che riguarda la salute delle anime ed il culto divino, o che tale sia per natura sua, ovvero per il fine prossimo al quale si riferisce, pel fatto stesso che è ordinato e conduce l'uomo al suo ultimo fine, ch'è la fruizione di Dio, cade sotto la giurisdizione della Chiesa.
Che poi a questa ed a questa soltanto spetti tale ufficio, è dottrina certissima, insegnata pure da S. Tommaso. «Perchè l'uomo, scrive egli, non per umana virtù, bensì per divina, consegue il fine della divina fruizione, non ispetterà all'umano bensì al divino reggimento condurre l'uomo a cotesto fine. Adunque cosiffatto reggimento apparterrà a quel re che non è soltanto uomo, ma ancora Dio, cioè al Signor nostro Gesù Cristo... Questo pertanto è il regno a lui dato che giammai non si corromperà... Affinchè poi le cose spirituali fossero distinte dalle terrene, il ministero di cotesto regno non è commesso a' re terreni, ma a' sacerdoti e precipuamente al Sommo sacerdote successore di Pietro, Vicario di Cristo, Romano Pontefice, al quale tutti i re del popolo cristiano (non altrimenti che tutti i cristiani) debbono essere soggetti come allo stesso Signor Gesù Cristo. In questa maniera a quello cui appartiene la cura dell'ultimo fine, debbono essere soggetti quelli a' quali spetta la cura de' fini prossimi, ed essere dal suo imperio diretti» [19].
Con queste parole dell'Angelico Dottore sotto gli occhi, giudichi il lettore della temerità della Cultura nell'attribuire a S. Tommaso la formola da essa inventata, che limita l'obbedienza dovuta da' sacerdoti al Papa a quelle cose che risguardano il ministero delle anime: Sacerdos pontifici in his quae pertinent ad ministerium animarum. Se così fosse, il sacerdote scrittore, politicante o mercante, il quale non fosse occupato ne' santi ministeri di predicare, confessare ecc., sarebbe immune, come sacerdote, dalla giurisdizione del Pontefice!
Il sacerdote, come tale, è senza dubbio tenuto eziandio ad obbedire al Pontefice nelle cose che risguardano il ministero delle anime; ma egli, secondo la genuina dottrina di S. Tommaso, non è tenuto soltanto in esse, dovendogli inoltre prestare obbedienza in tutte quelle cose, quae possunt ad ecclesiasticam conversationem pertinere, [«... che possono essere attinenti all'ecclesiastica conversazione», cioè alla vita di relazione e quindi al comportamento dell'ecclesiastico in generale, ivi compreso il modo di rapportarsi alle cose di questo mondo. Per il significato di conversatio in S. Tommaso si veda ad es. IIa-IIae, q. 184 a. 8 co. ove conversatio religionis significa vita dei religiosi e difficultas bene conversandi in religione significa la difficoltà di menare una vita santa nello stato di religioso. N.d.R.] e debbono farsi od evitarsi, perchè egli, come sacerdote, possa conseguire il suo fine. Così richiede il suo stato sacerdotale, rispetto al Pontefice suo capo gerarchico, non altrimenti che così richiede lo stato religioso rispetto al proprio prelato [20].
È domma di fede cattolica, professato apertamente ed insegnato ripetutamente da S. Tommaso [21], che il Romano Pontefice, è da Cristo costituito suo Vicario in terra perchè ammaestri e perchè regga la sua Chiesa: e che la sovreminenza di Pietro non consiste solo nella podestà suprema ch'egli ha d'insegnare, nel che è il primato di magistero, ma in quella eziandio di governare, nel che è il primato di giurisdizione [22]. Doppio pertanto essendo l'officio divinamente conferito al Papa da Cristo nel ministero commessogli di pascere il suo gregge, vale a dire l'uno di maestro, l'altro di reggitore; chiaro è che tutti i fedeli, e primi tra loro i sacerdoti, sono ancora vincolati dal doppio obbligo di assoggettarsegli e di obbedirgli, tanto in ciò che si riferisce all'uno, come a ciò che si riferisce all'altro.
In perfetta conformità con questa dottrina, il Pontefice Pio IX così dichiarò l'obbligo che stringe tutti i cattolici, ecclesiastici e laici, di obbedire al Papa:
Non possiamo passare sotto silenzio l'audacia di quelli [ecclesiastici o laici] i quali, intolleranti della sana dottrina, contendono che si possa senza peccato e iattura della professione cattolica negare l'assenso e l'obbedienza a quei decreti e giudizii della Sede apostolica, l'obbietto de' quali si dichiara che riguarda il bene generale della Chiesa e i suoi diritti e la sua disciplina, purchè essi non tocchino i dommi della fede e della morale. Il che quanto grandemente si opponga al domma cattolico della piena potestà del Romano Pontefice divinamente conferitagli dallo stesso Cristo Signore, in ordine a pascere e reggere e governare la Chiesa, non è chi apertamente non vegga ed intenda [23].
Leone XIII tira dal domma cattolico della piena potestà del Romano Pontefice la medesima conclusione. Trattando anch'egli della «ragione della sua superiorità» e perciò del suo titolo all'obbedienza di tutti i fedeli così scrive:
Questo doppio ordine di cose, cioè quanto si ha da credere e quanto si ha da operare, viene dalla Chiesa, e in essa dal Sommo Pontefice, per diritto divino decretato. Il perchè il Pontefice, in virtù della sua autorità, deve poter giudicare quali sieno le cose contenute nella parola di Dio, quali dottrine con essa consuonino, e quali no: e allo stesso modo additare ciò che è onesto e ciò che è turpe, e quel che si ha da fare o fuggire per ottenere la salute eterna; altrimenti egli non sarebbe per l'uomo [sacerdote o laico] nè certo interprete della divina parola, nè duce al vivere sicuro [24].
Applicando poscia questi principii, egli insegna che l'obbedienza dovuta alla Chiesa ed al Papa secundum rationem superioritatis eius, dev'essere «perfetta ed assoluta», e perciò gravemente soggiunge:
Nel determinare i limiti di quest'obbedienza niuno si dia a credere doversi obbedire all'autorità de' sacri Pastori, massime del Romano Pontefice, soltanto in ciò che spetta al domma, il cui pertinace ripudio non può sceverarsi dal peccato di eresia. Che anzi neppure basta l'accettare con sincero e fermo assenso quelle dottrine le quali, avvegnacchè non definite da un solenne giudizio della Chiesa, tuttavia vengono dall'ordinario e universale magistero della medesima proposte alla credenza de' fedeli come divinamente rivelate e debbonsi credere, secondo il decreto del Concilio Vaticano, con fede cattolica e divina. Ma questo ancora dev'essere annoverato tra i doveri de' cristiani [ecclesiastici e laici] che si lascino reggere e governare dalla potestà e direzione de' Vescovi e soprattutto dalla S. Sede [25].
Il regnante Pontefice Pio X non è meno preciso nell'asserire questo medesimo dovere:
Tutte quelle opere, scrive egli, che direttamente vengono in sussidio del ministero spirituale e pastorale della Chiesa e che però si propongono un fine religioso in bene diretto delle anime, devono in ogni menoma cosa essere subordinate all'autorità della Chiesa e quindi anche all'autorità de' Vescovi posti dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Dio nelle diocesi loro assegnate. Ma anche le altre opere, che sono precipuamente istituite a ristorare e promuovere in Cristo la vera civiltà cristiana e che costituiscono nel senso spiegato l'azione cattolica, non si possono per niun modo concepire indipendenti dal consiglio e dall'alta direzione dell'autorità ecclesiastica, specialmente poi in quanto devono tutte informarsi a' principii della dottrina e della morale cristiana [26].
Il Santo Padre deplora altresì la condotta di coloro (sono precisamente i modernisti della Cultura sociale) i quali vollero accingersi ad una missione che non ebbero da Lui, nè da alcun altro de' suoi fratelli nell'episcopato:
Questi si fecero a promuoverla, non solo senza il debito ossequio all'autorità, ma perfino apertamente contro il volere di lei, cercando di legittimare la loro disobbedienza con frivole distinzioni. Dicevano anch'essi di alzare in nome di Cristo un vessillo; ma tal vessillo non poteva essere di Cristo, perchè non recava tra le sue pieghe la dottrina del Divin Redentore, che anche qui ha la sua applicazione: Chi ascolta voi, ascolta me; e chi disprezza voi disprezza me (Luc. X, 16): Chi non è meco è contro me; e chi meco non raccoglie disperde. (Ib. XI, 23); dottrina dunque di umiltà, di sommessione, di filiale rispetto [27].
Il Papa è nella chiesa il solo supremo ed infallibile giudice de' diritti che a lui competono in forza del Primato divinamente commessogli su tutta la Chiesa. Chì dunque oserà contendergli il diritto di asserire e determinare l'obbligo e l'estensione dell'obbedienza che a lui è dovuta da' sacerdoti, e da' laici?
Ma non occorre che ci diffondiamo di più ad illustrare la ratio superioritatis, secondo la quale, nella sentenza di S. Tommaso [28], i cattolici sono tenuti ad obbedire al Papa e alla Chiesa. Tanto più che la difficoltà d'intenderla dipende da difetto non di buone ragioni, ma di buona volontà. I cattolici che si arrogano il diritto di disobbedire al Papa e alla Chiesa, per poter essere modernisti, non cederanno mai all'evidenza di quelle ragioni, se prima non cedono all'umiltà.
E perciò assai bene il Santo Padre Pio X, nel passo pur ora citato, raccomanda a tutti l'umiltà, d'onde nasce la sommessione, resa facile e razionale dal filiale rispetto che si nutre per chi è realmente il Padre comune di tutti i fedeli ed il vero rappresentante e Vicario di Gesù Cristo.
Così la pensava S. Tommaso d'Aquino e però insegnava che al Papa tutti i cristiani e gli stessi re del popolo cristiano debbono essere soggetti sicut ipsi Domino Iesu Christo [29]. [«... come allo stesso Signore Gesù Cristo.» De regimine principum lib. I, c. 14. N.d.R.] E con ragione, poichè, in ordine all'ammaestramento ed al reggimento della Chiesa, Gesù Cristo ed il suo Vicario fanno tutt'uno: tanto che è rigorosamente vero che Gesù Cristo ammaestra e regge la sua Chiesa pel Papa; giacchè egli moralmente vive nel suo Vicario e per lui trasfonde la vita in tutto il corpo sociale della Chiesa.
Posta questa massima capitale di fede, che deve valere di norma a tutti i cattolici schietti, ognuno da sè scorge le pratiche conseguenze, fra le quali principalissima è quella di una docilità volenterosa e veramente filiale alla voce del Papa, in tutto, eziandio in ciò che non è strettamente obbligatorio, o, al senno di grandi ingegni, pare meno proficuo agli interessi della Chiesa o del Papato. La fede ci fa sapere che presso Dio il merito dell'obbedienza tanto è maggiore, quanto è minore in chi ne esercita gli atti, l'obbligo di esercitarli. La stessa fede poi ci ammonisce, che la grazia di conoscere e vantaggiare gl'interessi della Chiesa, Iddio più che a' grandi ingegni, la dà al suo Vicario in terra: e che egli solo ha i lumi a questo effetto necessarii e convenienti, perchè egli solo ha da lui l'officio di pascere e governare tutto il suo gregge. Dei grandi ingegni, quando umili sieno ed obbedienti, il Signore suol valersi in servigio non ordinario della Chiesa; ma quando sono indocili e superbi, egli ne fa il conto che fece di Lucifero, intelletto il più sublime che uscisse mai dall'onnipotenza sua creatrice.
Si persuadano pertanto i modernisti della Cultura sociale, che il governo della Chiesa di Gesù Cristo non è commesso a quel «gruppo, non numeroso, di sacerdoti e laici studiosi, cui la fede nella Chiesa cattolica è causa oggi di un acuto dolore spirituale» [30], sì bene al Papa; e che più luce ha il Papa solo per ben vedere quel che si confà, o non si confà alla Chiesa cattolica e alla Santa Sede che non tutti insieme i superuomini, amici della Cultura, «dei quali, essa dice, il mondo degli studiosi di religione e de' cristiani ha appreso in questi ultimi anni e ripete con rispetto il nome» [31]. Il che poi devesi da' cattolici schietti tenersi presente all'animo tanto più spesso, quanto più spesso toccasi con mano, che alla fin fine questi sedicenti grandi ingegni, i quali pretendono riformare la Chiesa a modo loro e far da maestri al Papa, sono nubes sine aqua, [«Nubi senz'acqua» vedi Iudae 12 N.d.R.] teste esaltate, giovani inesperti che si lasciano guidare spesso dall'immaginazione, sempre dall'orgoglio, non mai dalla riflessione.
Ciò che per appunto rende rationabile obsequium nostrum al Pontefice è la certezza ch'egli ha da Gesù Cristo la grazia di stato, per veder chiaro ove l'umana prudenza vede scuro e per ottenere il bene della Chiesa con mezzi, che non di rado paiono i meno acconci.
Nè si tema che, insistendosi sulla necessità di questa obbedienza al Papa ed alla Chiesa, si distrugga tra i cattolici ogni forza d'iniziativa necessaria per raggiungere ciascuno nel suo particolare ufficio, con la propria attività, il bene comune. Il timore della Cultura [32] è vano; poichè se è vero che l'unione fa la forza, è verissimo che l'unione non potrà mai esistere tra i cattolici, se non vi avrà in tutti unità d'intendimenti e concordia esemplare nel seguire docilmente gli ordini e le direzioni del loro maestro e duce.
Una riprova poi che la pratica della vera e cristiana obbedienza, non sia nella Chiesa cagione di «stasi o d'inerzia», come fallacemente insinua la Cultura [33], si ha nel fatto che tra i più attivi figli della Chiesa, sono stati sempre e sono tuttodì i membri degli Ordini religiosi, i quali fanno speciale e solenne professione di obbedienza e sono in tutto e da per tutto soggetti a' loro superiori.
Che cosa non hanno fatto essi per la religione, per la patria, per la scienza, per l'arte? Chi più e meglio di loro si è adoperato ad inculcare con l'esempio e con la parola i principii di virtù e di dovere, a promuovere l'educazione e l'istruzione della gioventù, ad agevolare le ricerche scientifiche, a provvedere a' bisogni de' poveri e degli infermi? Non è forse a' religiosi che si deve la fondazione di innumerevoli chiese, università, seminarii, collegi, biblioteche, musei, osservatorii, ospedali, asili ecc. ecc.? La loro attività poi e il loro zelo non si sono rattenuti dentro i limiti delle nostre città e borgate. Non si trova infatti, sopra tutta la faccia della terra, plaga sì inospita e tanto selvaggia in cui non s'incontrano questi umili figli d'obbedienza in atto di faticare per la conversione di popoli anche barbari e di spendersi tutti in bene altrui, sacrificando spesso la loro stessa vita per la difesa della religione e riportando sempre grandi vittorie sui pregiudizii e i costumi di gente selvaggia con grande vantaggio della civiltà cristiana.
È parola di Dio, che vir obediens loquetur victoriam [34]. [«L'uomo obbediente canterà la vittoria.» Prov. XXI, 28. N.d.R.] Così è stato e così sarà sempre. I cieli e la terra passeranno, ma la parola di Dio non verrà mai meno.
Vanissimo in fine è l'altro timore della Cultura sociale, che cioè, predicando l'obbedienza piena e perfetta al Romano Pontefice, i cattolici cadano nell'eccesso di obbedienza, il quale, come ogni altro eccesso, è sempre vizioso. In questa materia, rispondiamo, l'eccesso non è così temibile. Seguendo S. Tommaso, i cattolici obbediscono al Papa propter Deum e sicut ipsi Domino Iesu Christo. [«A motivo di Dio e come allo stesso Signor Gesù Cristo.» N.d.R.] Un eccesso dunque di obbedienza vera e cristiana, com'è quella di che parliamo, si ridurrebbe ad un eccesso di carità verso Dio e il suo figliuolo Gesù Cristo; che è quanto dire ad un eccesso di quella virtù che, unica fra tutte, numquam dicit satis [«... non è mai abbastanza». N.d.R.] e perciò non è capace di eccessi.
Beato chi si rende reo di colpa sì bella!
[1] Nel numero 183 del 16 agosto 1905, pp. 241-243.
[2] Nel numero 204 del 1° maggio 1906, pp. 145-146.
[3] Nel numero 206 del 21 maggio 1906, pp. 169-172. La Lettera è scritta da F. Tommaso Gallarati Scotti.
[4] Nel cit. num. 204, pag. 145.
[5] Summa theol. 2a 2ae, quaest. 104, art. III.
[6] Ibid., quaest. 161. art. V.
[7] Nel num. cit., pag. 146.
[8] Nella questione cit., art. III.
[9] Ad evitare le ripetizioni, diamo qui tutto intero il testo di S. Tommaso, al quale rimanderemo il lettore nelle citazioni che ci occorrerà di farne nel corso di quest'articolo: «In his, quae pertinent ad interiorem motum voluntatis, homo non tenetur homini obedire, sed solum Deo; tenetur autem homo homini obedire in his, quae exterius per corpus sunt agenda; in quibus tamen secundum ea, quae ad naturam corporis pertinent, homo homini obedire non tenetur, sed solum Deo; quia omnes homines natura sunt pares; puta in his quae pertinent ad corporis sustentationem, et prolis generationem; unde non tenentur nec servi dominis, nec filii parentibus obedire de matrimonio contrahendo, vel virginitate servanda, aut aliquo alio huiusmodi; sed in his, quae pertinent ad dispositionem actuum, et rerum humanarum, tenetur subditus suo superiori obedire secundum rationem superioritatis; sicut miles duci exercitus in his quae pertinent ad bellum; servus domino in his quae pertinent ad servilia opera exequenda; fllius patri in his quae pertinent ad disciplinam vitae, et curam domesticam; et sic de aliis.» [«(...) In ciò che riguarda il moto interiore della volontà non siamo tenuti a ubbidire agli uomini, ma soltanto a Dio; siamo invece tenuti a ubbidire agli uomini negli atti esterni da eseguirsi col corpo; e però anche in questi atti, quando attengono alla natura del corpo, ad esempio il sostentamento, o la generazione della prole, un uomo non è tenuto a ubbidire ad altri uomini, ma a Dio soltanto, poichè quanto alla natura tutti gli uomini sono uguali; perciò gli schiavi non son tenuti a ubbidire ai padroni, nè i figli ai genitori, quando si tratta di contrarre il matrimonio, o di custodire la verginità, o di altre cose del genere; ma un suddito è tenuto a ubbidire nelle cose riguardanti la disposizione degli atti e delle cose umane, a seconda della specifica autorità di colui che comanda (secundum rationem superioritatis,): come il soldato è tenuto a ubbidire al capo dell'esercito nelle cose relative alla guerra; il servo è obbligato a sottostare al padrone nell'esercizio delle sue mansioni; il figlio deve ubbidire al padre nelle cose riguardanti la propria condotta e la cura della casa; e via discorrendo.» N.d.R.]
[10] In quaest. CIV, art. 5, §. 4.
[11] 2a 2ae quaest. 104, art. III.
[12] Ibid., quaest. 186, art. VIII.
[13] Ibid., quaest. 104, art. I, ad 2um.
[14] Se ne vegga il testo sopra citato alla pag. 646.
[15] Nel cit. num. 204, pag. 145.
[17] Nell'art. V sopra citato.
[18] De Regimine principum, lib. I, cap. 14.
[20] 2a 2ae, quaest. 104, art. V, ad 3m.
[21] Summa theol. 1a, quaest. 112, art. II: 2a 2ae, quaest. 84, art. IX; 3a, quaest. 72, art. XI.
[22] «Pontificem romanum verum Christi Vicarium, totiusque Ecclesiae caput et omnium christianorum patrem et doctorem existere; et ipsi in Beato Petro pascendi, regendi et gubernandi universalem ecclesiam a D. N. Iesu Christo plenam potestatem traditam esse.» Così definì il Concilio ecumenico di Firenze. La qual definizione riconfermò poi il Concilio Vaticano. [Concilio Vaticano, Pastor Aeternus, Costituzione dogmatica prima sopra la Chiesa di Cristo, caput III: «Per la qual cosa appoggiati alle aperte testimonianze delle sacre lettere, ed inerendo agli espressi e perspicui decreti sì dei Romani Pontefici Nostri predecessori, come dei generali Concilii; rinnoviamo la definizione del Concilio ecumenico di Firenze, per virtù della quale da tutti i fedeli di Cristo si dee credere, che la santa Sede apostolica ed il Romano Pontefice tengono il Primato nell'universo orbe, e che lo stesso Romano Pontefice è il successore del Beato Pietro principe degli Apostoli e il vero Vicario di Cristo, il Capo di tutta la Chiesa, il Padre e il Dottore di tutti i cristiani; e che a lui, nella persona del Beato Pietro, fu comunicata dal Signor nostro Gesù Cristo la piena podestà di pascere, di reggere e di governare la Chiesa universale; siccome ancora si contiene negli atti dei Concilii ecumenici e nei sacri canoni.» N.d.R.]
[23] Nell'Enciclica Quanta cura dell'8 dec. 1864.
[24] Nell'Enciclica Sapientiae christianae del 10 genn. 1890.
[25] Nella medesima Enciclica.
[26] Nell'Enciclica Il fermo proposito sull'azione cattolica. Se ne vegga il testo da noi pubblicato nel quad. del 1 luglio 1905, pp. 3-19.
[28] Nel testo citato alla pagina 646. [Si tratta del testo riportato alla nota [9] del presente articolo, seguito da una nostra traduzione. N.d.R.]
[29] Vedi sopra, pag. 651. [Qui il testo di S. Tommaso, (contrassegnato dal rimando alla nota [19], tratto dal De regimine principum lib. I, c. 14. N.d.R.]
[30] Nella Cultura sociale del 21 maggio 1906, pag. 169.
[32] Nel num. 204, pag. 146.
[34] Prov. XXI, 28.

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