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Timestamp: 2018-12-15 15:03:37+00:00

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Art. 538 cod. proc. civile: Nuovo incanto | La Legge per tutti
Quando una cosa messa all’incanto resta invenduta, il soggetto a cui è stata affidata l’esecuzione della vendita fissa un nuovo incanto ad un prezzo base inferiore di un quinto rispetto a quello precedente (1).
(1) In caso di infruttuosità dell’incanto non è più prevista la comunicazione alle parti. Allo scopo di accelerare i tempi delle operazioni di vendita, la nuova disposizione stabilisce che sia lo stesso soggetto cui è stata affidata l’esecuzione della vendita (Istituto vendite giudiziarie, commissionario o professionista delegato) a fissare un nuovo incanto, a un prezzo base inferiore di un quinto rispetto a quello precedente. La determinazione della misura della riduzione in via legislativa — al pari di quanto previsto per gli immobili dall’art. 591 — dovrebbe limitare possibili speculazioni e nel contempo evitare vendite «a prezzo vile», a tutela sia del creditore che dell’esecutato.
Nuovo incanto.
Questioni di legittimità costituzionale; 1.1. Offerta libera; 1.2. Assegnazione al creditore; 2. Infruttuosità delle vendite; 3. Opposizioni; 3.1. Opposizione del debitore; 3.2. Revocatoria fallimentare; 4. Questioni di legittimità costituzionale.
1.1. Offerta libera.
È rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale relativa agli artt. 2471 c.c. e 538 c.p.c. - per contrasto con gli artt. 3, 42, 24 e 111 Cost. - nella parte in cui tali norme non prevedono, in caso di mancata vendita della quota pignorata di società a responsabilità limitata anche dopo il secondo incanto e pur se in difetto di altri beni del debitore esecutato proprietario della quota, la possibilità per il giudice dell’esecuzione di disporre nuovo incanto a prezzo ribassato fino a un quinto ma con esclusione della possibilità della società di presentare un altro acquirente che offra lo stesso prezzo entro dieci giorni dall’aggiudicazione. Trib. Bologna, 14 maggio 2007.
Non è manifestamente infondata - in riferimento agli artt. 3 comma, 1 e 42, comma 2, Cost. - la questione di legittimità costituzionale dell’art. 538, comma 2, c.p.c. per la parte in cui dispone che nella vendita mobiliare coatta dopo il primo incanto è ammessa qualsivoglia offerta, con ingiustificata diversità di trattamento e svuotamento del diritto dominicale del debitore esecutato. Sembra opportuno il riesame della questione (già respinta con sentenza n. 130 del 1972) sottolineando il minor valore dei beni mobili rispetto a quelli immobili, poiché tale criterio non dovrebbe riflettersi sulla diversità di disciplina fra esecuzione mobiliare od immobiliare, ma portare alla discriminazione alla stregua di un limite di valore. Pret. Nizza Monferrato, 4 agosto 1982.
È manifestamente infondata - in riferimento agli artt. 3 e 42 Cost. - la questione di legittimità costituzionale dell’art. 538, comma 2, c.p.c. il quale, prevedendo la vendita al secondo incanto senza prezzo base in danno del debitore sottoposto ad esecuzione mobiliare, concreterebbe una disparità di trattamento di fronte al debitore che subisce la espropriazione immobiliare (nel raffronto con l’art. 591 c.p.c.), risultando vanificato il contenuto dei beni di proprietà dell’esecutato. La Corte, con sentenza n. 130 del 1972, ha già dichiarato non fondate identiche questioni, giustificando la diversità di disciplina alla stregua del più ridotto valore dei beni mobili, dovendosi ritenere del tutto marginale l’ipotesi, prospettata dal giudice a quo, di beni mobili di maggior valore degli immobili, mentre la razionalità della norma va riguardata con riferimento alla normalità delle situazioni verificabili in concreto. Neppure giova raffrontare i beni mobili rimasti tali con quelli eventualmente incorporati in un immobile, in quanto nell’ipotesi di vendita di bene mobile non viene in considerazione autonomamente, ma resta assoggettata alla disciplina dell’immobile cui accede. La precedente decisione, pertanto, va confermata. Corte cost. 7 marzo 1984, n. 55; conforme Corte cost. 12 luglio 1972, n. 130.
1.2. Assegnazione al creditore.
Infruttuosità delle vendite.
Nell’esecuzione mobiliare, l’evidente mancanza di valore commerciale dei beni pignorati, attestata dall’infruttuosità di ripetuti esperimenti di vendita, impone al giudice di rigettare ulteriori istanze di rifissazione della vendita e di dichiarare estinto il processo esecutivo. Pret. Siracusa, 9 novembre 1994.
La fissazione del prezzo di vendita al nuovo incanto di un immobile rimasto invenduto nel primo per mancanza di offerte, in una cifra inferiore a quella risultante dall’applicazione della percentuale di riduzione prevista dall’art. 591, comma 2, c.p.c., costituisce, qualora la vendita segua a detto prezzo, un fatto potenzialmente idoneo a cagionare danno al debitore esecutato, che, tuttavia, può fondare la responsabilità professionale del difensore di quest’ultimo quando risultino altresì accertati la sussistenza in concreto del danno, il nesso eziologico tra lo stesso e la condotta del professionista, la colpevolezza di tale condotta. Cass. 25 maggio 1983, n. 3612.
3.1. Opposizione del debitore.
Il debitore esecutato ha interesse al regolare svolgimento dell’esecuzione e, in particolare, alla realizzazione del giusto prezzo del bene pignorato; è pertanto legittimato ad opporsi al provvedimento con il quale il bene staggito sia stato assegnato al creditore, senza che sia stato esperito alcun tentativo di vendita, al di fuori delle ipotesi tassative di cui agli artt. 529 e 539. Cass. 7 maggio 1975, n. 1776.
Nell’espropriazione per esecuzione forzata immobiliare le irregolarità che si verifichino in sede di vendita con incanto a causa della commissione, con la partecipazione dell’aggiudicatario, dei reati di turbata libertà degli incanti o di astensione dagli incanti configurano vizi sostanziali di negozi processuali inerenti ad una fase del procedimento esecutivo che si chiude con l’ordinanza di assegnazione definitiva e pertanto sono deducibili come vizi di legittimità di tale ultimo atto esecutivo, con il rimedio dell’opposizione degli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c., non anche con autonome azioni di accertamento. Cass. 18 luglio 1996, n. 6488.
3.2. Revocatoria fallimentare.
L’atto di assegnazione al creditore procedente dei beni pignorati rimasti invenduti dopo l’incanto, sussistendo gli altri presupposti di legge, può formare oggetto di revocatoria fallimentare, ai sensi dell’art. 67, comma 2, l. fall. Trib. Monza, 21 gennaio 1999.
È manifestamente inammissibile la q.l.c. degli art. 2471 c.c. e 538 del codice di procedura civile censurati, in riferimento agli art. 3, 24, 42 e 111 cost., nella parte in cui non prevedono – in caso di mancata vendita della quota pignorata di società a responsabilità limitata anche dopo il secondo incanto e in difetto di altri beni del debitore esecutato proprietario della quota – la possibilità per il giudice, all’atto di disporre un nuovo incanto ad un prezzo base inferiore di un quinto rispetto a quello precedente, di escludere la facoltà per la società, prevista dall’art. 2471 c.c., di presentare un altro acquirente che offra lo stesso prezzo entro dieci giorni dall’eventuale aggiudicazione. Il rimettente – al cospetto di una fattispecie normativa che realizza un bilanciamento tra le esigenze dei creditori e quelle della società - sollecita alla Corte, sulla base di una sua personale sensibilità, un diverso criterio di bilanciamento la cui individuazione, nella pluralità delle soluzioni possibili, è tuttavia rimessa alla discrezionalità del legislatore e non è quindi costituzionalmente obbligato. Corte. cost. 30 maggio 2008, n. 186.

References: sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Cass. 
 art. 617
 Cass. 
 art. 2471
 art. 3