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Timestamp: 2018-03-20 05:39:46+00:00

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Christian Fuchs: Tecnica, antisemitismo e media. I "Quaderni neri" di Martin Heidegger | Kasparhauser.net
Heidegger e il nazismo 2.0 | Kasparhauser XII
Tecnica, antisemitismo e media
Nella primavera del 2014 sono stati pubblicati i primi tre volumi degli Schwarze Hefte, [1] gli appunti filosofici di Heidegger, all’interno dell’edizione tedesca della sua opera omnia. Essi contengono note scritte tra il 1931 e il 1941 e hanno causato un dibattito pubblico sul ruolo dell’antisemitismo nel pensiero di Heidegger. In particolare la pubblicazione del libro Heidegger e il mito della cospirazione ebraica, di Peter Trawny, [2] curatore dei Quaderni neri, ha incoraggiato questo dibattito. Molti concordano sul fatto che questi dibattiti pubblici sul ruolo dell’ideologia nazista e dell’antisemitismo nel pensiero di Heidegger siano di importanza cruciale. Ma non si tratta solo di discussioni su Heidegger, al tempo stesso si dibatte del pensiero filosofico, ideologico e politico nella Germania nazista e dei suoi lasciti. Seguendo lo spirito di questi dibatti, questo saggio pone alcune domande: quali sono e quali dovrebbero essere le implicazioni della pubblicazione dei Quaderni neri per la ricezione di Heidegger nello studio, teoria e analisi dei media, della comunicazione e della tecnica? Nella sezione introduttiva propongo una breve panoramica di alcuni dei dibattiti già svolti su Heidegger e il nazionalsocialismo. La sezione 2 introduce i contributi di Adorno e Moishe Postone alla teoria critica dell’antisemitismo, applicati poi, nella sezione 3, ai passaggi dei Quaderni neri di Heidegger che menzionano gli ebrei. L’analisi mostrerà che la logica della tecnica moderna ricopre un ruolo importante nei Quaderni neri. La sezione 4 rivisita alcuni scritti di Heidegger sulla tecnica alla luce dei Quaderni neri. Nella sezione 5, trarrò alcune conclusioni relativamente alle reazioni suscitate dalla loro pubblicazione e che potrebbero essere se applicate al campo interdisciplinare degli studi sui media e sulla comunicazione.
Uno dei primi lavori a concentrarsi su Heidegger e il nazismo è stato l’articolo di Karl Löwith, The Political Implications of Heidegger Existentialism. [3] Löwith, allievo di Heidegger, sostiene che c’è una connessione innata tra la filosofia di Heidegger e l’ideologia nazista. Victor Farías focalizza il suo libro Heidegger e il nazismo sulla prima parte della carriera di Heidegger e sul suo ruolo di vicerettore dell’Università di Friburgo. Tom Rockmore, nel suo On Heidegger’s Nazism and Philosophy, [4] discute il “Discorso di rettorato”, i Contributi alla filosofia (1936-1938) e i lavori su Nietzsche e Hölderlin. In un capitolo viene anche discussa la connessione tra nazismo e tecnica nei lavori di Heidegger. Il libro di Emmanuel Faye, Heidegger. L’introduzione del nazismo nella filosofia, [5] si concentra principalmente sugli scritti, i discorsi, le lezioni e i seminari di Heidegger durante il periodo nazista. Tom Rockmore [6] sostiene che entrambi i libri di Farías e di Faye abbiano dato il via a una fase importante nella discussione su Heidegger e il nazismo.
Victor Farías conclude che «Heidegger è sempre rimasto fedele a un insieme di dottrine caratteristiche del nazionalsocialismo», [7] il che sarebbe evidenziato dal «suo atteggiamento radicalmente discriminatorio a proposito della superiorità intellettuale dei tedeschi, radicata nella loro linguaggio e nel loro destino; nella sua fede sulla superiorità del proprio pensiero, di Hölderlin, preso come paradigma e modello per lo sviluppo spirituale della stessa umanità; nell’opposizione radicale a ogni forma di democrazia». [8]
Tom Rockmore sostiene che «il pensiero filosofico di Heidegger e il suo nazismo [sono] interdipendenti e non possano essere separati», «che si [è] rivolto al nazionalsocialismo sulle basi della sua filosofia e che il suo sviluppo più tardo [è] largamente determinato dal suo persistente interesse nei confronti del nazismo». [9] Nei lavori di Heidegger si trova, secondo Rockmore, una «presenza costante dell’affidamento metafisico al Volk tedesco come obiettivo storico centrale nel suo pensiero, un affidamento che, come il tema della fuga, è costantemente rinnovato a intervalli regolari a partire dal 1933. Io credo che fu questo interessamento (insieme al sottostante interessamento di Heidegger per l’Essere) a portarlo verso il nazionalsocialismo. Questo interesse rimane costante durante tutta la sua carriera e determina il successivo sviluppo delle sue posizioni, la cui evoluzione non può essere afferrata altrimenti». [10]
Ancora Rockmore scrive: «Sono convinto che la teoria di Heidegger rifletta una varietà di influenze contemporanee, alcune delle quali anche a sua insaputa, come il ruolo del cattolicesimo romano, in forma conservatrice e nazionalista nella Germania sud-occidentale, durante la giovinezza, sottolineato da Ott, Farías e più recentemente da Thomä; l’interesse diffuso, e apparentemente da lui condiviso, per la rinascita della Germania  paese sconfitto nella Prima Guerra Mondiale  come nazione e per l’assunzione di quello che molti consideravano il destino manifesto dei tedeschi; la reintroduzione da parte di Spengler del destino come elemento esplicativo dei mutamenti storici; l’interesse per il concetto di Volk come già sviluppato nella Germania del diciannovesimo secolo e il desiderio personale di Heidegger di assumere un ruolo ancora maggiore nel sistema universitario tedesco come il più grande pensatore della sua epoca e di riformare il sistema universitario secondo la propria visione degli alti studi. Questi e altri elementi concorrono a comporre la teoria di Heidegger». [11]
Emmanuel Faye, l’autore che con più forza ha espresso l’idea secondo cui la filosofia di Heidegger sarebbe niente più che ideologia nazista, scrive: «Attraverso il suo stesso contenuto essa diffonde nella filosofia la legittimazione esplicita e senza alcun ravvedimento dei princìpi guida del movimento nazista». [12] «Con l’opera di Heidegger, quindi, i princìpi dell’hitlerismo e del nazismo sono stati introdotti nelle biblioteche di filosofia del pianeta. […] Per proteggere il futuro del pensiero filosofico è indispensabile interrogarsi anche sulla vera natura della Gesamtausgabe, dei princìpi razzisti, eugenetici e radicalmente distruttivi per l’esistenza e la ragione umana che quest’opera veicola. Una tale opera  sostiene Faye  non può continuare a figurare nelle biblioteche di filosofia: la sua collocazione è piuttosto nei fondi di storia del nazismo e dell’hitlerismo». [13]
Alcune recensioni al libro di Faye, come quella del quotidiano Die Zeit, hanno sostenuto che le sue argomentazioni sono troppo congetturali e indirette, in special modo quando specula sul fatto che Heidegger potrebbe aver scritto un discorso per Hitler o sostiene che Heidegger sarebbe colpevole per semplice contiguità, perché alcune della sue formulazioni sarebbero simili a quelle degli ideologi nazisti. [14] Faye ha risposto a queste critiche [15] con citazioni tratte dalle opere di Heidegger, tra cui le lezioni degli anni 1933/1934, dove, tra l’altro, si può leggere:
1. «Wenn heute der Führer immer wieder spricht von der Umerziehung zur nationalsozialistischen Weltanschauung, heißt das nicht: irgendwelche Schlagworte beibringen, sondern einen Gesamtwandel hervorbringen, einen Weltentwurf aus dessen Grund heraus er das ganze Volk erzieht. Der Nationalsozialismus ist nicht irgendwelche Lehre, sondern der Wandel von Grund aus der deutschen und, wie wir glauben, auch der europäischen Welt». [16]
«Quando il Führer parla continuamente della rieducazione nella direzione della Weltanschauung nazionalsocialista, questo non significa inculcare alcuni slogan, quanto piuttosto portare un cambiamento totale, un progetto del mondo [Weltentwurf] sulle cui basi educare un intero popolo. Il nazionalsocialismo non è una dottrina qualsiasi, è la trasformazione della Germania dalle fondamenta e, come pensiamo, anche del mondo europeo». [Trad. dall’inglese di P. Rizzi]
2. «Il nemico può essersi innestato nella radice più intima dell’esserci di un popolo, e opporsi all’essenza propria di questo, agire contro di lui. Più aspra, e dura, e difficile è quindi la lotta, poiché solo una parte piccolissima di questa consiste in colpi reciproci; è spesso molto più difficile e laborioso individuare il nemico in quanto tale, condurlo a smascherarsi, non illudersi sul suo conto, tenersi pronti all’attacco, curare e far crescere il tenersi pronti e iniziare l’attacco sul lungo termine, con l’obiettivo dell’annientamento totale». [17]
Il 2 ottobre 1989, in una lettera a Viktor Schwoerer, Heidegger scrisse quanto segue: «o dotiamo di nuovo la vita spirituale tedesca di forze e di educatori autentici, provenienti dal territorio, o la consegniamo definitivamente alla crescente giudaizzazione [Verjudung]». [18] Richard Hönigswald, di famiglia ebrea, professore di filosofia all’Università di Monaco, perse la cattedra nel settembre 1933 in seguito alle leggi razziali dell’aprile che espellevano gli ebrei dall’università e dagli altri servizi pubblici [Gesetz zur Wiederherstellung des Berufsbeamtentums = Legge per la restaurazione del servizio civile professionale]. Il ministro della cultura della Baviera chiese ad Heidegger di esprimere un giudizio sul lavoro di Hönigswald e questi rispose con una lettera nei seguenti termini: «la chiamata di quest’uomo all’Università di Monaco come uno scandalo, che si spiega solo riconoscendo che il sistema cattolico predilige e sceglie proprio questa gente che appare indifferente circa la visione del mondo, perché la giudica innocua rispetto alle sue finalità e la trova “oggettiva e liberale” nel senso ben noto. […] Heil Hitler!». [19]
In una lezione del 1935, dibattuta pubblicamente dopo la ripubblicazione, nel 1953, Heidegger parla, nel contesto del nazionalsocialismo, dell’«intima verità e la grandezza di questo movimento (cioè l’incontro tra la tecnica planetaria e l’uomo moderno)». [20] In quell’occasione Jürgen Habermas sostenne che era «tempo di pensare con Heidegger contro Heidegger. [21] Christian E. Lewalter sostenne, su Die Zeit, che “movimento” si riferisse al passaggio tra parentesi. [22] Altri, invece, hanno sostenuto che l’originale non conteneva il passaggio tra parentesi. [23] La pagina del manoscritto originale contenente il passaggio in questione è per altro assente dall’edizione completa delle opere di Heidegger. [24] Petra Jaeger, curatrice di alcuni volumi della Gesamtausgabe, nella postfazione al volume contenente questa lezione scrive di avere il fondato sospetto (basato su un foglio di brutta del 1953) che Heidegger avesse inserito il passaggio tra parentesi, come correzione, nel 1953. [25] Silvio Vietta ha invece cercato di dimostrare come questo passaggio fosse antifascista, sostenendo che, con “grandezza”, Heidegger intendeva la mostruosità della ragione strumentale, “il dominio stesso del pensiero calcolante” [«Die Herrschaft des rechnenden Denkens selbst»]. [26] Oggi, dopo la pubblicazione dei Quaderni neri, sappiamo che Heidegger vedeva il pensiero calcolante come ebraico, il che liquida semplicemente la tesi di Vietta.
Con riferimento a una lettera di Marcuse del gennaio 1948, dove si chiedeva come mai Heidegger non avesse denunciato pubblicamente il nazismo, questi replicò affermando come in essa emergesse «con precisione la difficoltà di conversare con persone che non sono vissute in Germania dal 1933 e che giudicano l’inizio del movimento nazionalsocialista dalla sua fine» e inoltre che trovava scorretto parlare sole di «un regime che ha assassinato milioni di ebrei», mentre esisteva un secondo regime che aveva assassinato milioni di “tedeschi dell’Est”. [28] Marcuse (marxista e di famiglia ebrea), transfuga dalla Germania nazista, risponde, nel maggio 1948, in un’ulteriore missiva, che Heidegger in realtà cercava lì di relativizzare un crimine dicendo che altri avrebbero fatto lo stesso. «Di più: come è possibile porre sullo stesso piano le torture, le mutilazioni e l’annientamento di milioni di persone con la ricollocazione forzata di una parte di una popolazione che non ha sofferto nessuno di questi oltraggi». [29]
2. LA TEORIA CRITICA DELL’ANTISEMITISMO
Theodor W. Adorno identifica sette elementi dell’antisemitismo:
I. Gli ebrei sono considerati come una razza
«Per i fascisti gli ebrei non sono una minoranza, ma l’altra razza, il principio negativo come tale; la felicità del mondo intero dipende dalla loro distruzione». [30]
II. Gli ebrei sono rappresentati come avidi, orientati agli interessi monetari e al potere e come rappresentanti del capitale finanziario
«La leggenda della cospirazione di banchieri ebrei dissoluti che finanziano il bolscevismo, è il simbolo dell’impotenza congenita, la dolce vita il simbolo della felicità. A ciò si associa l’immagine dell’intellettuale, che sembra pensare (ciò che gli altri non possono concedersi), e non versa il sudore della fatica fisica. Il banchiere e l’intellettuale, denaro e spirito, gli esponenti della circolazione, sono il sogno rimosso dei mutilati dal dominio, e di cui il dominio si serve per perpetuarsi». [31]
III. Gli ebrei sono ritenuti colpevoli in modo feticistico per i problemi astratti del capitalismo
«L’antisemitismo borghese ha uno specifico fondamento economico: il travestimento del dominio in produzione». [32]
«Il lavoro produttivo del capitalista, che egli giustificasse il suo profitto sulla base del rischio dell’imprenditore, come nell’epoca liberale, o come lo stipendio del dirigente, come avviene oggi, era l’ideologia che copriva la sostanza contratto di lavoro e la natura rapinatrice del sistema economico complessivo. Perciò si grida “Al ladro!” e si indica l’ebreo. Questi è, in effetti, il capro espiatorio, non solo di singoli intrighi e macchinazioni, ma nel senso più lato che gli viene accollata l’ingiustizia economica dell’intera classe». [33]
«Gli ebrei non furono i soli ad occupare la sfera della circolazione. Ma furono rinchiusi in essa troppo a lungo per non riflettere, nella loro natura, l’odio di cui sono stati sempre oggetto. Solo tardi e con difficoltà poterono accedere alla proprietà dei mezzi di produzione». [34]
IV. C’è odio verso le credenze religiose ebraiche
«Accusare gli ebrei di essere miscredenti ostinati non serve più a mobilitare le masse. Ma l’ostilità religiosa che spinse per duemila anni a perseguitare gli ebrei, difficilmente è del tuto spenta. [35] […] Ma gli altri, che lo soffocarono [il dubbio] e si attribuivano, in malafede, il cristianesimo come un possesso sicuro, dovevano provare la propria salute eterna con la disgrazia terrena di coloro che non offrivano il torbido sacrificio della ragione. È questa l’origine religiosa dell’antisemitismo. I seguaci della religione del padre sono odiati da quelli del figlio come quelli che la sanno più lunga. È l’ostilità contro lo spirito dello spirito che si ottunde a salvezza». [36]
V. L’imitazione di presunte caratteristiche naturali degli ebrei è un’espressione psicologica del dominio umano sulla natura e sugli umani e un’imitazione di pratiche magiche
«Non c’è antisemita che non sia istintivamente portato ad imitare ciò che per lui è “ebreo”. Si tratta sempre, del resto, di cifre mimetiche: il moto della mano che accompagna l’argomentazione, il tono cantante della voce, che dà, indipendentemente dal senso del giudizio, un quadro movimentato della cosa e del sentimento, il naso, il principium individuationis fisiognomico, quasi una sigla che incida in viso al singolo il suo carattere particolare. Nelle ambigue tendenze dell’olfatto sopravvive l’antica nostalgia del basso, dell’unione immediata con la natura circostante, con la terra e il fango». [37] «Il significato degli emblemi fascisti, della disciplina rituale, delle uniformi e di tutto l’apparato preteso irrazionale, è quello di rendere possibile il comportamento mimetico. I simboli arzigogolati propri di ogni movimento controrivoluzionario, i teschi e i camuffamenti, il rullo barbarico dei tamburi, la ripetizione monotona di parole e di gesti, sono altrettante imitazioni organizzate di pratiche magiche, la mimesi della mimesi». [38] «Agli ebrei nel loro insieme si rivolge l’accusa di praticare una magia proibita, un rituale sanguinoso. [39] […] Sono accusati di ciò che essi, come primi borghesi, sono stati i primi a vincere in sé: la tendenza a farsi sedurre dall’inferiore, l’impulso verso l’animale e la terra, l’idolatria. Avendo inventato il concetto di mondezza [kosher], sono perseguitati come porci. Gli antisemiti si fanno esecutori dell’antico testamento: provvedono acché gli ebrei, avendo mangiato i frutti dell’albero della conoscenza, diventino terra». [40]
VI. Le caratteristiche di un soggetto, come il dominio all’interno di una società, sono proiettate sugli ebrei come un oggetto. Sulla base di questa logica sono considerati per esempio come i potenti per eccellenza
«L’antisemitismo si basa sulla falsa proiezione. [41] […] [Gli] Impulsi che non sono lasciati passare dal soggetto come suoi, e che tuttavia gli sono propri, vengono attribuititi all’oggetto: alla vittima potenziale. [42] […] Sempre il cieco sanguinario vide nella vittima il persecutore, da cui era portato disperatamente a difendersi». [43] «Invece della voce della coscienza, ode voci; invece di rientrare in sé per redigere il protocollo della propria brama di potere, attribuisce agli altri i protocolli dei savi di Sion». [44] «A prescindere da ciò che gli ebrei possono essere in se stessi, la loro immagine, come quella del superato, presenta tratti a cui il dominio divenuto totalitario non può non essere mortalmente ostile: felicità senza potere, compenso senza lavoro, patria senza confini, religione senza mito». [45]
VII. L’antisemitismo è basato su stereotipi puramente irrazionali, vaghe generalizzazioni e giudizi, la forma più radicale di ragionamenti strumentali, un pensiero per schieramenti contrapposti che etichetta gli individui come appartenenti a gruppi da eliminare e odio contro l’Altro
«Il giudizio antisemitico ha testimoniato in ogni tempo di stereotipia del pensiero. Ma oggi non rimane che questa stereotipia. Si continua a scegliere, ma solo fra totalità». [46] «Il giudizio non si basa più sull’atto effettivo della sintesi, ma su una sussunzione cieca». [47]
«Antisemita non è solo il ticket antisemita, ma la mentalità dei tickets in generale. Quell’odio feroce per la differenza che le è teologicamente connaturato, è  come risentimento dei soggetti dominati del dominio della natura  sempre pronto a lanciarsi sulla minoranza naturale, anche quando minaccino, per ora, solo quella sociale». [48]
«La mancanza di riguardi per il soggetto facilita il gioco per l’amministrazione. Si trasferiscono gruppi etnici ad altre latitudini, si spediscono individui con la stampigliatura “ebreo” nelle camere a gas». [49]
«Così si è visto che l’antisemitismo può attecchire altrettanto bene in zone dove non c’è neanche un ebreo come ad Hollywood stessa. Al posto dell’esperienza subentra il cliché, al posto della fantasia attiva in quella, una pronta e sollecita ricezione». [50]
«Quanto più lo sviluppo della tecnica rende superfluo il lavoro fisico, e tanto più alacremente esso è eretto a modello del lavoro intellettuale, a cui bisogna impedire a tutti i costi di trarre le conseguenze di quel fatto. Ecco il segreto dell’istupidismo che favorisce l’antisemitismo». [51]
Il teorico della politica e storico Moishe Postone fonda una teoria critica dell’antisemitismo e dell’ideologia nella critica di Marx al feticismo della merce e indica la connessione intrinseca tra antisemitismo e capitalismo. Il capitalismo è fondato sull’antagonismo tra il valore della merce e il valore di scambio da una parte e il valore d’uso dall’altra. Postone dice che nel capitalismo il valore di scambio è “astratto, generale, omogeneo”, mente il valore d’uso è “concreto, particolare, materiale”. [52] La logica della merce feticizza il concreto e oscura il valore come relazione sociale astratta che sottostà alla merce. Nel feticismo della merce la dimensione astratta appare come naturale e senza fine, la dimensione concreta come una cosa senza relazioni sociali. [53]
Postone sostiene che nella forma-valore, la “tensione dialettica tra valore di scambio e valore d’uso” del capitalismo è doppiata nella sembianza della moneta come astratto e della merce come concreto. Il capitalismo, per la propria esistenza, richiede sia la moneta sia la merce, valore di scambio e valore d’uso, lavoro astratto e concreto. Il denaro media lo scambio di merce, quindi il denaro non può esistere fuori dalla logica delle merci. Le merci sono fatte per essere scambiate. Il denaro è l’equivalente generale di questo scambio di merci. Quindi le merci non possono esistere senza scambio di valore e un equivalente generale. Un’altra maniera per esprimere la dialettica di merce e denaro è dire che la sfera della produzione della merce esiste in relazione alla sfera della circolazione e viceversa. Il feticismo della merce è una forma di apparenza in cui la socialità astratta delle merci è divisa dalla sua concretezza: solo il concreto immediato (il bene che si consuma, i soldi che si tengono in mano) è preso come realtà. Questo concreto immediato oscura l’esistenza di relazioni sociali più astratte, non direttamente visibili, dietro il fenomeno immediato. [54]
Postone sostiene che nell’ideologia antisemita il carattere duale della merce di valore d’uso e valore di scambio è “doppiato” nella forma della moneta (forma manifesta del valore di scambio) e della merce (forma manifesta del valore d’uso). Mentre la merce come forma sociale incorpora sia il valore di scambio sia il valore d’uso, l’effetto di questa esternalizzazione è che la merce appare solo come la sua dimensione di valore d’uso, come puro materiale. Il denaro, d’altra parte, appare come il solo deposito di valore, come la fonte e come il luogo del puramente astratto, piuttosto che come la forma manifesta esternalizzata della dimensione valore della stessa forma merce. [55]
Postone sostiene che l’antisemitismo moderno sia una biologizzazione e naturalizzazione del feticismo della merce, basato sulla «nozione per cui il concreto è “naturale”» e che il “naturale” sia «più “essenziale” e più vicino alle origini». [56] «Il capitale industriale quindi appare come il discendente diretto del “naturale” lavoro artigiano», mentre la “produzione industriale” appare come «un processo creativo, puramente materiale». [57] L’ideologia separa il capitale industriale e il lavoro industriale dalla sfera della circolazione, dello scambio e del denaro che è vista come “parassitica”. [58] Nell’ideologica nazista, «anche la manifesta dimensione astratta è biologizzata  come l’ebreo». L’opposizione del materiale concreto e dell’astratto diventa opposizione razziale degli ariani agli ebrei. [59] L’antisemitismo moderno è una “critica” unilaterale al capitalismo che vede la sfera della circolazione come la totalità del capitalismo; biologicamente inscrive l’ebraicità nella circolazione e nel capitalismo e esclude la tecnica e l’industria (percepite come produttive e ariane) dal capitalismo. Nell’ideologia nazista, il capitalismo «appariva solo come la sua dimensione astratta manifesta, ritenuta responsabile dei cambiamenti economici, sociali e culturali associati col rapido sviluppo del capitalismo industriale moderno». [60]
L’antisemitismo identifica i cambiamenti negativi, le dislocazioni e le deterritorializzazioni associate al capitalismo, come l’urbanizzazione, la proletarizzazione, l’individualizzazione, la tecnicizzazione e la detradizionalizzazione, con il lato astratto del capitalismo, che viene percepito come la potente universalità del capitalismo stesso, del socialismo o di altri fenomeni. «Il capitalismo appariva essere solo la sua dimensione manifesta astratta che, a sua volta, diventava responsabile per tutti i concreti cambiamenti sociali e culturali associati al rapido sviluppo del capitalismo industriale moderno». [61]
3. I QUADERNI NERI
Nei Quaderni neri di Heidegger si possono trovare vari passaggi in cui egli parla degli ebrei.
a. «Il temporaneo aumento del potere degli ebrei è, comunque, basato sul fatto che la metafisica occidentale, specialmente nei suoi sviluppi moderni, ha fornito il punto di partenza per la diffusione di una razionalità generalmente vuota e della capacità di calcolo, cui in questa maniera procura un rifugio nello “spirito”, senza essere in grado di afferrare in proprio le nascoste sfere decisionali. Più le decisioni e le domande future sono originarie e primordiali, più rimangono inaccessibili a questa ‘razza’». [62]
«Die zeitweilige Machtsteigerung des Judentums aber hat darin ihren Grund, daß die Metaphysik des Abendlandes, zumal in ihrer neuzeitlichen Entfaltung, die Ansatzstelle bot für das Sichbreitmachen einer sonst leeren Rationalität und Rechenfähigkeit, die sich auf solchem Wege eine Unterkunft im ‘Geist’ verschaffte, ohne die verborgenen Entscheidungsbezirke von sich aus je fassen zu können. Je ursprünglicher und anfänglicher die künftigen Entscheidungen und Fragen werden, um so unzugänglicher bleiben sie dieser ‘Rasse’». [63]
b. «Gli ebrei “vivono” per il loro marcato talento per il calcolo, secondo solo al principio della razza, che è il motivo per cui stanno resistendo con massima violenza alla sua [del principio di razza. NdT] coerente applicazione. La fondazione [Einrichtung] dell’allevamento razziale [eugenetica] non viene dalla ‘vita’ in sé ma dal farsi schiacciante della vita attraverso la macchinazione [tecnica]. Ciò che portano avanti con un tale piano è la completa de-razzializzazione di tutti i popoli bloccandoli in una fondazione [Einrichtung] di tutti gli esseri uniformemente costruita e cucita. Tutt’uno con la de-razzializzazione è l’auto-alienazione dei popoli, la perdita della storia, cioè le sfere decisionali dell’Essere».
«Die Juden ‘leben’ bei ihrer betont rechnerischen Begabung am längsten schon nach dem Rasseprinzip, weshalb sie sich auch am heftigsten gegen die uneingeschränkte Anwendung zur Wehr setzen. Die Einrichtung der rassischen Aufzucht entstammt nicht dem ‚Leben’ selbst, sondern der Übermächtigung des Lebens durch die Machenschaft. Was diese mit solcher Planung betreibt, ist eine vollständige Entrassung der Völker durch die Einspannung derselben in die gleichgebaute und gleichschnittige Einrichtung alles Seienden. Mit der Entrassung geht eine Selbstentfremdung der Völker in eines – der Verlust der Geschichte – d.h. der Entscheidungsbezirke zum Seyn». [64]
c. «L’idea di un accordo con l’Inghilterra nei termini di distribuzione delle ‘prerogative’ imperialiste non coglie l’essenza del processo storico in cui l’Inghilterra è al fianco dell’Americanismo e del Bolscevismo e, in ultima analisi, dell’Ebraismo mondiale. La questione del ruolo dell’Ebraismo mondiale non è razziale, è la questione metafisica del tipo di umanità che può accettare dall’Essere il ‘compito’ storico di sradicare tutti gli enti».
«Auch der Gedanke einer Verständigung mit England im Sinne einer Verteilung der ‘Gerechtsamen’ der Imperialismen trifft nicht ins Wesen der geschichtlichen Vorgangs, den England jetzt innerhalb des Amerikanismus und des Bolschewismus und d. h. zugleich auch des Weltjudentums zu Ende spielt. Die Frage nach der Rolle des Weltjudentums ist keine rassische, sondern die metaphysische Frage nach der Art von Menschentümlichkeit, die schlechthin ungebunden die Entwurzelung alles Seienden aus dem Sein als weltgeschichtliche ‘Aufgabe’ übernehmen kann». [65]
d. «L’Ebraismo mondiale, diffuso dagli emigranti a cui viene permesso di lasciare la Germania, è pervasivo ed impalpabile, usa tutto ciò che è in suo potere per evitare di partecipare ad azioni militari mentre ciò che rimane a noi è di sacrificare il miglior sangue del meglio del nostro popolo».
«Das Weltjudentum, aufgestachelt durch die aus Deutschland herausgelassenen Emigranten, ist überall unfaßbar und braucht sich bei aller Machtentfaltung nirgends an kriegerischen Handlungen zu beteiligen, wogegen uns nur bleibt, das beste Blut der Besten des eigenen Volkes zu opfern». [66]
Peter Trawny sostiene come tali citazioni appaiano tipiche dell’antisemitismo onto-storico [seinsgeschichtlicher Antisemitismus] di Heidegger. [67] La domanda che sorge è come tali passaggi possano essere interpretati alla luce degli elementi di antisemitismo messi in evidenza da Horkheimer e Adorno. Heidegger raccomandò che i Quaderni neri fossero pubblicati come parte finale della sua opera omnia, [68] il che potrebbe indicare che essi svolgano un ruolo speciale, che costituisce la sua eredità [69] o le fondamenta del suo pensiero.
Richard Wolin, che ha espresso scetticismo a proposito del libro di Emmanuel Faye (Heidegger. L’introduzione del nazismo nella filosofia [70]), dopo la pubblicazione dei Quaderni neri ha sostenuto che «La partigianeria filosofica di Heidegger per il nazionalsocialismo non è stata una serie di errori contingenti o di strani errori di giudizio. [Ma] un tradimento della filosofia, della ragione e del pensiero, nel senso più profondo. […] Date le disturbanti rivelazioni contenute nei Quaderni neri, ogni discussione sull’eredità di Heidegger che minimizzi o diminuisca l’estensione della sua follia politica è colpevole, per estensione, di perpetuare il tradimento filosofico iniziato dal Maestro stesso». [71]
Tom Rockmore accoglie il libro di Trawny ma in qualche modo non ne condivide le conclusioni: Trawny «pensa che quello di Heidegger fosse una sorta di antisemitismo privato, rivelato solo nella seconda metà degli anni ’30 col suo seinsgeschichtlicher Antisemitismus [antisemitismo onto-storico], mentre io penso che questo antisemitismo ci sia sempre stato e che fosse visibile per chiunque avesse occhi». [72]
In questi passi Heidegger usa sei dei sette punti con cui Horkheimer e Adorno delimitano la sfera dell’antisemitismo: vede gli ebrei e i tedeschi come due razze diverse (I), identifica gli ebrei con la modernità, il capitalismo e la tecnica moderna (II, III), fa uso di logica magica e naturalistica sostenendo che gli ebrei sono sradicati e minaccino il radicamento dei tedeschi (V), descrive gli ebrei come un potente “ebraismo mondiale” che manovra il mondo (VI) e come un collettivo omogeneo a cui ascrive caratteristiche negative biologiche, sociali e politiche (VII). L’unico punto assente è quello religioso (IV), il che può essere spiegato dal fatto che la religione cristiana non ha un ruolo nell’ideologia nazista.
Tutti e quattro le annotazioni sono state scritte tra il 1939 e il 1941, dimostrando che Heidegger rimase convintamente nazista e antisemita anche dopo essersi dimesso da rettore dell’Università di Friburgo (1934), almeno fino al 1941. I Quaderni neri smontano il mito secondo cui Heidegger si sarebbe dimesso da rettore in quanto oppositore del regime nazista. Peter Trawny sostiene che Heidegger era deluso dal modernismo dei nazisti e dal loro uso della tecnica e che avesse in mente una versione specifica dell’ideologia nazista che aveva chiamato “nazionalsocialismo spirituale” [Geistiger Nationalsozialismus]. [73] Questa versione dell’ideologia nazista è, come mostrato dalle citazioni, senza dubbio basata sull’antisemitismo. Nelle note dei Quaderni neri dell’autunno 1932, Heidegger vedeva il nazismo come barbaro e identificava in questa barbarie la sua grandezza: «Il nazionalsocialismo è un principio barbaro. Questa è la sua essenza e la sua possibile grandezza». [74]
Il figlio di Martin Heidegger, Hermann, incaricato dal padre di pubblicare la sua opera omnia, sostiene che questi commenti sugli ebrei sono presenti solo per un totale di tre pagine sulle 1250 dei Quaderni neri. [75] A proposito delle accuse di antisemitismo al padre e alla sua filosofia dice: «È vero che criticava l’Ebraismo mondiale, ma non ci sono dubbi che non fosse antisemita». [76] Il termine Ebraismo mondiale [Weltjudentum] è esso stesso problematico perché concepisce gli ebrei come un potere collettivo mondiale omogeneo. Che Heidegger non fosse nazista e antisemita perché le sue argomentazioni antisemite si limitano a poche citazioni è un argomento rischioso. La critica della modernità e della tecnica moderna è cruciale nel lavoro di Heidegger, rimane però, nella maggior parte dei casi, fenomenologica, senza che se ne indaghino le reali cause. Le citazioni che ho discusso sono importanti proprio perché mostrano che la critica di Heidegger alla modernità è cortocircuitata e, in un modo che è tipico dell’ideologia antisemita, attribuisce agli ebrei la responsabilità di fenomeni che sono caratteristici ed hanno le proprie origini nel capitalismo preso nel suo insieme. Il nazionalsocialismo è, come mostrato da Moishe Postone, una critica del capitalismo che non mette in discussione il capitalismo nella sua totalità ma ne ascrive le caratteristiche negative agli ebrei. [77]
Le strategie di uso comune nella difesa di Heidegger includono i tentativi di sostenere che egli “da profano” non comprendesse il senso e l’importanza delle sue opere, [78] che le posizioni politiche e filosofiche di Heidegger non si sovrappongono (Heidegger-uomo e Heidegger-pensatore), che Heidegger aderì all’ideologia nazista solo per il breve periodo del rettorato all’Università di Freiburg (1933-1934), che difendesse gli ebrei e che fosse concettualmente oppositore del nazismo. [79] Alcuni dei libri che trattano di Heidegger e il nazismo, come quelli di Farías, Rockmore e Faye, hanno decostruito questi miti. Non è improbabile che anche dopo la pubblicazione dei Quaderni neri gli heideggeriani tornino a sostenere argomenti difensivi simili a quelli vecchi estendendo queste linee di pensiero. Essi potrebbero, per esempio, argomentare che i passaggi antisemiti sono limitati a singole pagine, che Heidegger non li pubblicò in vita e che quindi la sue visione ne rimase estranea. Comunque questi ragionamenti sono più difficili da sostenere ora, che non prima della pubblicazione dei Quaderni neri. È un fatto che lo stesso Heidegger diede istruzioni affinché i Quaderni neri fossero pubblicati come volumi finali della sua opera omnia. [80] Dato che le sue note filosofiche sono ora di dominio pubblico e che Heidegger considerò la loro pubblicazione come importante, è cruciale affrontarle e discutere il loro impatto e le loro implicazioni.
È improbabile che l’antisemitismo di Heidegger sia stato limitato all’epoca nazista (1933-1945). In una lettera del 1920 alle moglie, Heidegger scrisse che i villaggi erano «überschwemmt von Juden u. Schiebern» («gli ebrei e i profittatori sono ormai un’invasione»). [81] Il fatto che Heidegger trattasse con rispetto i propri allievi ebrei e la sua amante ebrea Hannah Arendt, argomento molto usato dai suoi difensori, non è in contraddizione col suo antisemitismo, piuttosto potrebbe essere caratteristico dell’accettazione antisemita degli ebrei “eccezionali”, [82] termine coniato da Hannah Arendt nella sua caratterizzazione dell’ideologia antisemita. Victor Farías sostiene che quando «Heidegger decise di aderire al partito nazionalsocialista stesse seguendo un cammino già avviato» e che il pensiero di Heidegger fosse «alimentato dalle tradizioni di autoritarismo, antisemitismo e ultranazionalismo che santificavano la madrepatria nel suo senso più locale». [83]
Theodor W. Adorno sostiene come l’ideologia nazista è immanente anche a Essere e tempo, pubblicato nel 1927. Adorno nella sua analisi scrive che la “metafisica della morte” di Heidegger coltiva “le possibilità eroiche della morte” ed è “una propaganda per la morte”. [84] La combinazione heideggeriana di filosofia e poesia è per Adorno (1960/1961) “kitsch provinciale” [85] che usa un “linguaggio arcaico”. [86] Per Adorno, il feticismo dell’origine di Heidegger è una forma di misticismo. [87] Il «culto dell’origine e del rinnovamento  sarebbe  non accidentalmente e non esteriormente in sintonia con la barbarie che prese forma nella sua [di Heidegger] storia politica» [88] in modo che i fondamenti dell’“ideologia nazionalsocialista” sarebbero contenuti in Essere e tempo. [89] «La concordanza di Heidegger con il fascismo e con l’idea della rivoluzione conservatrice, la forma più elegante dell’ideologia fascista, non fu una mancanza di carattere da parte del filosofo, ma giace nel contenuto della sua dottrina». [90]
L’interpretazione di Farías di Essere e tempo è che esso contiene «credenze filosofiche che anticipano le successive convinzioni di Heidegger» [91] e che c’è una «interna continuità nel pensiero di Heidegger tra il 1927 e il 1933». [92] Farías sottolinea specialmente in questo contesto i concetti di Heidegger di un «“autentico” essere-nella-comunità e i suoi propri collegamenti con il popolo, l’eroe e la lotta (§74) e il suo rifiuto delle forme democratiche della vita sociale, un rifiuto ispirato dalle idee di Paul Yorck von Wartenburg e Wilhelm Dilthey (§77)». [93]
Per la filosofia e lo studio della tecnica e dei media è di particolare importanza il fatto che nei Quaderni neri Heidegger attribuisca agli ebrei la colpa della ragione strumentale della tecnica moderna.
4. HEIDEGGER E LA TECNICA
Peter Trawny indica l’importanza del ruolo della tecnica nel pensiero antisemita di Heidegger: «Quando Heidegger considera la “capacità di calcolo” come ebraica e tipicamente moderna, allora tutto questo è dichiarato come epifenomeno della tecnica moderna». «Ma il carattere del tecnico, che è come “macchinazione”, era la “mancanza di radicamento” [das Bodenlose] e la “mancanza di mondo” [das Weltlose] che il filosofo attribuiva agli ebrei». [94] Trawny sostiene che Heidegger vede la tecnica moderna come nemica dei tedeschi e che quindi si chiede: «Il trionfo della tecnica non è l’ultima vittoria dell’Ebraismo Mondiale?». [95]
L’opposizione conservatrice tecnofobica di Heidegger alla tecnica moderna era già presente in Essere e tempo, dove egli introduceva i concetti di Das Man (il Si) e di das Zeug (il mezzo). «Noi chiamiamo l’ente che viene incontro nel prendersi cura: il mezzo (per) [das Zeug]. Nel commercio si incontrano mezzi per scrivere, per cucire, di trasporto, per misurare. Il modo di essere del mezzo richiede una definizione rigorosa. Ciò sarà possibile solo in base alla determinazione di ciò che fa di un mezzo un mezzo per... in base alla sua essenza di mezzo [Zeughaftigkeit]». [96]
La tecnica per Heidegger coinvolge la relazione-mezzi-fini: «Un mezzo è essenzialmente “qualcosa per...” Le diverse maniere del “per”, come l’utilizzabilità, l’idoneità, l’impiegabilità, la manipolabiltà costituiscono una totalità di mezzi. Nella struttura del “per” [um-zu] è implicito un rimando [Verweisung] di qualcosa a qualcosa». [97] «Il modo di essere e del mezzo, in cui questo si manifesta da se stesso, lo chiamiamo utilizzabilità [Zuhandenheit]». [98]
Heidegger allude al fatto che, con la modernizzazione della società, l’uso delle tecnologie non è più limitato alla sfera domestica dell’economia ma si è esteso alla creazione di un’infrastruttura pubblica: «L’opera di cui ci si prende cura è presente come utilizzabile non solo nel mondo chiuso della fabbrica, ma anche nel mondo pubblico. In questo è scoperta e resa accessibile a tutti la natura come mondo ambientale. Nelle vie, nelle strade, nei ponti, nei fabbricati, il prendersi cura scopre la natura secondo particolari direzioni». [99]
Ci sono tuttavia problemi della tecnica che Heidegger denomina das Unzuhandene (il non utilizzabilie): cose che sono non utilizzabili, assenti, meri inciampi, cose inadeguate, danneggiate. «Questo non utilizzabile è molesto e rende visibile l’impertinenza di ciò di cui ci si deve innanzi tutto e in primo luogo prender cura». [100]
Heidegger introduce questi problemi e inciampi causati dalla tecnica nel §16, immediatamente seguito da una sezione in cui si discute l’ontologia razionale del mondo di Descartes, vista da Heidegger come opposta alla sua fenomenologia (§§19-21). Nel capitolo seguente (il quarto), Heidegger introduce il concetto di das Man (il Si), una forma senza-mondo di ente che, dati gli esempi usati, è la modernità e quindi anche la tecnica e i media moderni.
Introducendo il “Si”, Heidegger si riferisce esplicitamente (insieme, per esempio, al trasporto pubblico) ai quotidiani e all’intrattenimento e sostiene che questi media portino massificazione, anonimato, manipolazione e dittatura che aliena gli umani l’uno dall’altro, cioè dalla socialità:
«Abbiamo già chiarito come nel mondo-ambiente immediato sia presente alla cura collettiva un «mondo-ambiente» pubblico. Nell’uso dei mezzi di trasporto o di comunicazione pubblici, dei servizi di informazione (i giornali), ognuno è come l’altro. Questo essere-assieme dissolve completamente il singolo Esserci nel modo di essere «degli altri», sicché gli altri dileguano ancora di più nella loro particolarità e determinatezza. In questo stato di irrilevanza e di indistinzione il Si esercitala sua tipica dittatura. Ce la passiamo e ci divertiamo come ci si diverte; leggiamo, vediamo e giudichiamo di letteratura e di arte come si vede e si giudica. Ci teniamo lontani dalla «gran massa» come ci si tiene lontani, troviamo «scandaloso» ciò che si trova scandaloso. Il Si, che non è un Esserci determinato ma tutti (non però come somma), decreta il modo di essere della quotidianità». [101]
«La mancata denuncia, o addirittura la mancanza di consapevolezza, della pratica nazista da parte di Heidegger, può essere interpretata come una resistenza indiretta alle conseguenze pratiche dei suoi impegni teorici. Egli era ovviamente poco disposto a riconoscere il fallimento della sua svolta verso il nazismo, non solo per mere questioni psicologiche, ma su buone fondamenta filosofiche; dato che la sua svolta verso il nazismo era basta sulla sua teoria dell’Essere, che non abbandonò mai. Per la stessa ragione egli non era neanche ben disposto ad abbandonare il nazionalsocialismo, o almeno una forma ideale di esso, dato il suo perdurante interesse in alcuni punti in cui il suo pensiero convergeva col nazismo, incluso l’avvento dei tedeschi in quanto tedeschi e lo scontro con la tecnica. L’insensibilità di Heidegger per gli effetti pratici del nazismo fa coppia, quindi, con il residuo entusiasmo teorico per una forma teorica di nazismo. […] I sostenitori di Heidegger hanno sostenuto che egli si sarebbe scontrato col nazismo attraverso la sua teoria della tecnica, o addirittura che la sua teoria della tecnica sorgerebbe dallo scontro con il nazismo. Gli studi dei testi di Heidegger presentano un ritratto di un Heidegger diverso, più oscuro, un pensatore ostinatamente fedele a una razzismo metafisico che condivideva col nazismo e a una visione rivisitata del supposto scontro dei nazisti con la tecnica. La teoria della tecnica di Heidegger è, quindi, non uno scontro col nazismo ma uno scontro con la tecnica da una prospettiva nazista. La teoria della tecnica di Heidegger non fa altro che estendere le sue preoccupazioni verso il nazismo, senza però liberarsene». [123]
Rockmore inoltre sostiene che la filosofia della tecnica condivide «l’insistenza sull’autentico raduno del Volk. Come la sua teoria dell’Essere, la teoria della tecnica, che deriva dalla teoria dell’Essere, è intrinsecamente politica, dove la politica è orientata all’autenticità dei tedeschi e, oltre i tedeschi, verso la conoscenza dell’Essere». [124]
In una lezione del 1949 a Brema incentrata sul Ge-Stell, il concetto di tecnica moderna, Heidegger sostenne che: «L’agricoltura è oggi industria alimentare meccanizzata, che nella sua essenza è lo Stesso [das Selbe] della fabbricazione di cadaveri nelle camere a gas e nei campi di sterminio, lo Stesso del blocco e dell’affamazione di intere nazioni, lo Stesso della fabbricazione di bombe all’idrogeno)». [125] Questo discorso è stato tra quelli preparatori alla pubblicazione di “La questione della tecnica”. Nel testo pubblicato la citazione è stata abbreviata: «L’agricoltura è diventata industria meccanizzata dell’alimentazione». [126]
Mahon O’Brien interpreta questo passaggio cercando di far diventare Heidegger un analista critico del nazismo, sostenendo che egli non comparasse le tecnologie agricole alle camere a gas dato che la formulazione “in essenza” implicherebbe un livello di analisi più fondativo:
«Heidegger crede che l’industria alimentare meccanizzata, l’olocausto, la scissione dell’atomo e le bombe atomiche abbiano come elemento comune il contesto tecnologico. Cioè, indipendentemente dallo status morale di ciò che succede o è fatto in ognuna di esse, queste cose implicano una maniera tecnologica di svelare il mondo, le persone o l’energia o gli animali. Questo non significa che Heidegger metta moralmente sullo stesso piano il consumo di animali col genocidio. Ciò che egli dice, vorrei sostenere, è che l’essenza della tecnica, Gestell, regna come ciò che è comune nel loro approccio in situazione che mai prima avremmo concepito in quella maniera. Indica una maniera di svelare il mondo, le persone o gli animali finora inimmaginabile. Il fatto che noi si sia diventati capaci di “svelare” un popolo, per esempio “gli ebrei”, in questa maniera, può ben essere più moralmente ripugnante di ogni altro esempio fatto. C’è però anche qualcosa di terribilmente sinistro nella ricerca di soluzioni ai problemi militari attraverso lo scatenamento del potere della natura immagazzinato e imbrigliato e usato per distruggere intere città. La stessa produzione di massa di carne rappresenta un cambiamento nella maniera a cui guardiamo gli animali e ai loro habitat. Il punto è che tutti questi esempi hanno, nel nucleo, una modo di svelare il mondo che Heidegger tenta di portare all’attenzione. Non è un giudizio morale per cui non ci sarebbero differenze qualitative. Egli sta attirando l’attenzione sul fatto che ognuno di questi esempi conduce una modo di svelamento specifico e disturbante». [127]
Gunkel e Taylor avanzano una difesa simile: «È di importanza critica notare che qui Heidegger non sta dicendo che la meccanizzazione dell’agricoltura e i campi di sterminio siano fenomeni equivalenti. Invece, la somiglianza a cui si allude è d’essenza, ed è questa concettualizzazione ad avere profonde implicazioni per la nostra comprensione dei media come parte integrale di un diverso ambiente tecnologico che condivide certe caratteristiche essenziali». Essi sostengono che Heidegger vuole evidenziare il «significato più largo e più generalizzabile della natura unicamente industriale dell’Olocausto». [128]
Sia O’Brien che Gunkel e Taylor provano a difendere Heidegger facendo un paragone implicito con la tesi di Horkheimer e Adorno per cui la ragione strumentale finisce per far rivoltare i valori illuministici contro se stessi facendo emergere forme di barbarie che rendono possibile Auschwitz. La ragione strumentale, portata alle conseguenze finali, permette Auschwitz, ma uno sviluppo tale richiede un contesto politico, il capitalismo e il fascismo, su cui Heidegger non dice nulla nei suoi scritti. Moishe Postone ha lavorato sulla tesi di Horkheimer e Adorno e sostiene che Auschwitz è stata una fabbrica negativa, espressione con cui intende una fabbrica per l’annichilimento dei nemici percepiti quali assoluta negatività.
Il nazionalsocialismo è stato la realizzazione definitiva delle tendenze fasciste del capitalismo. È stato un progetto politico che ha tentato di distruggere gli ebrei, la classe operaia coi suoi rappresentanti politici e altri gruppi con massima violenza, incluso il lavoro forzato e i campi di sterminio. Non è stato una semplice estensione delle forme più avanzate di capitalismo, di fordismo, o del sistema di fabbrica capitalista, ma piuttosto una fabbrica negativa per lo sterminio di ebrei, oppositori politici e altri considerati nemici dai nazisti. Moishe Postone descrive così questo sistema:
«Una fabbrica capitalista è un posto dove il valore viene prodotto, in cui “sfortunatamente” deve prendere la forma di produzione dei beni, di valori d’uso. Il concreto è prodotto come necessario portatore dell’astratto. I campi di sterminio non sono stati una terribile versione di tale sistema di fabbrica ma, piuttosto, dovrebbero essere visti come la sua negazione grottesca, ariana, “anticapitalista”. Auschwitz è stata una fabbrica per “distruggere valore”, cioè per distruggere le personificazioni dell’astratto. La sua organizzazione era quella di un processo industriale demoniaco, mirato a “liberare” il concreto dall’astratto. Il primo passo era la deumanizzazione, cioè togliere la “maschera” di umanità, o specificità qualitative, e rivelare gli ebrei per ciò che “sono realmente”: ombre, cifre, astrazioni numerate. Il secondo passo era sradicare l’astrattezza, trasformarla in fumo, provare a strappar via nel processo gli ultimi resti del “valore d’uso” concreto, materiale: abiti, oro, capelli e sapone». [129]
I nazisti trasformarono completamente il lavoro in un sistema di assassinio e sterminio. Le forze del lavoro forzato dovevano lavorare nell’industria delle armi e in altre industrie private che richiedevano manodopera. Auschwitz e altri campi di sterminio erano in grandissima parte fabbriche negative, fabbriche mirate all’uccisione degli ebrei e altri gruppi e individui considerati nemici dai nazisti.
Heidegger sottolinea solo le continuità della ragione strumentale e non considera i contesti che fanno la differenza qualitativa, cioè che Auschwitz non produceva valore d’uso, annichiliva esseri umani, è questo ad essere colto dalla categoria di fabbrica negativa. Questa mancanza di considerazione e il contesto della storia politica propria di Heidegger rendono problematiche le sue affermazioni. Né O’Brien né Gunkel/Taylor affrontano la teoria critica dell’antisemitismo discutendo del commento di Heidegger. La “struttura di sostegno” dei loro argomenti sembra essere tutta tesa alla difesa di Heidegger contro ogni critica che lo veda come nazista e l’ideologia nazista riflettersi nelle sue opere. Ci si chiede se la pubblicazione dei Quaderni neri possa sfidare queste credenze e queste difese di Heidegger, oppure no. Emmanuel Faye conclude sul passo della lezione di Brema dicendo che: «ha teso a discolpare il nazionalsocialismo dalla sua radicale responsabilità nell’annientamento del popolo ebraico e nella distruzione dell’essere umano, a cui l’industria del nazismo si era votata». [130]
I lavori della scuola di Francoforte formano una critica della ragione strumentale, una critica della riduzione operata dal capitalismo per cui gli umani sono ridotti a strumento con cui il lavoro serve l’accumulazione del capitale, una critica del dominio che pone in questione la strumentalizzazione degli umani per favorire il dominio e il potere dei pochi, e una critica all’ideologia che mette in discussione la strumentalizzazione del pensiero umano. La critica della scuola di Francoforte alla ragione strumentale è comunque fondamentalmente differente dall’analisi di Heidegger. Mentre il contesto della Teoria Critica è l’economia politica, la fenomenologia di Heidegger è cortocircuitata e quindi è incline a diventare essa stessa ideologia strumentale. Stanley Aronowtiz riassume la critica della ragione strumentale della scuola di Francoforte nell’introduzione a una raccolta di saggi di Horkheimer:
«La borghesia ha tollerato la ragione critica durante la sua rivoluzionaria ascesa al potere contro le restrizioni imposte della relazioni sociali feudali. Dopo la vittoria, comunque, la ragione è diventata tollerabile solo nelle sue forme quantitative, la matematica e la scienza, che diventano uno strumento di governo borghese per l’espansione del capitale necessaria a mantenere l’egemonia sulla società. Nella società capitalista la scienza è utile nella misura in cui è trasformata in tecnica industriale. Ma l’empirismo era andato troppo lontano. Ha lasciato il pensiero come uno schiavo alla realtà data. La borghesia demitizza sistematicamente il pensiero dalla sua eredità feudale, ma crea nuovi miti avvolti nel nuovo assolutismo della scienza. I due lati del pensiero borghese, positivismo e metafisica, sono la visione del mondo unificata della borghesia, divisi a seconda della divisione del lavoro prevalente tra la scienza, che serve l’industria, e le religioni e le ideologie spirituali secolari, che servono il dominio sociale». [131]
Horkheimer per esempio spiega in questa maniera il retroterra della ragione strumentale:
«Quindi, in Europa, negli ultimi decenni prima dello scoppio dell’attuale guerra, troviamo la crescita caotica di elementi individuali della vita sociale: imprese economiche gigantesche, tasse opprimenti e un’enorme crescita di eserciti ed armamenti, disciplina coercitiva, sviluppo unilaterale delle scienze naturali, e così via. Al posto dell’organizzazione razionale delle relazioni interne ed internazionali, c’è stata una rapida diffusione di certe porzioni della civiltà a spese del tutto. L’uno contro l’altro, e l’umanità nel complesso è quindi distrutta. […] Negli affari il Fachgeist, lo spirito degli specialisti, conosce solo il profitto, nella vita militare il potere, e anche nella scienza solo il successo in una specifica disciplina. Quando questo spirito è lasciato senza controlli, impersona lo stato anarchico della società». [132]
5. OUBLIER HEIDEGGER
Quali possono o dovrebbero essere le implicazioni dell’antisemitismo dei Quaderni neri e del loro carattere fondante gli altri lavori di Heidegger per il campo di studi che riguarda i media e la comunicazione?
Il pensiero di Heidegger ha avuto un’influenza significativa sugli studi contemporanei intorno media e alla comunicazione, come evidenziato da quei lavori che fanno di essi l’influenza filosofica fondamentale e si concentrano su questioni come la televisione e le emissioni radiofoniche, [133] l’etica dell’informazione, [134] la filosofia generale della tecnica, [135] la robotica e l’intelligenza artificiale, [136] internet, [137] la filosofia dell’informazione, [138] la cultura digitale, [139] la sorveglianza dei media digitali, [140] i media digitali e i trasporti, [141] gli studi dell’interazione, [142] la filosofia della realtà virtuale. [143]
I lavori di questi studiosi tendono a essere interessanti e critici. Non vedo perché debbano avere bisogno di Heidegger e perché non possano esprimere ciò che vogliono dire senza Heidegger e usando tradizioni critiche alternative. Mi pare piuttosto che il feticismo per Heidegger sia spesso l’art pour l’art, Heidegger pour Heidegger, una tattica per creare un’aura di complessità evocando Heidegger anche se lo stesso contenuto potrebbe essere espresso altrimenti. Molti di questi studiosi si considerano politicamente progressisti, spesso sono oppositori dell’idea per cui la filosofia di Heidegger sia una forma di nazismo. Per esempio, Gunkel e Taylor sostengono che la filosofia di Heidegger sia una buon modo per avere una comprensione critica della tecnica nel nazismo e nell’ideologia nazista:
«Non c’è nulla di intrinsecamente fascista nella filosofia di Heidegger. La sua critica della tecnica esplorata in questo libro, infatti, solleva problemi sul ruolo della tecnica nella disumanizzazione delle persone, di cui i campi di sterminio nazisti furono la più oscura manifestazione storica. In questo caso la pura condanna del pensiero di Heidegger, basata sulla sua adesione politica profondamente difettosa, non è solo una risposta inadeguata, è anche la perdita di un’opportunità per capire meglio il ruolo giocato dalla tecnica nel facilitare l’ideologia nazista». [144]
Al contempo, che io sappia, nessuno degli studiosi menzionati s’è fin ora (marzo 2015) espresso pubblicamente sulla questione se l’antisemitismo, evidenziato nei Quaderni neri pubblicati nella primavera 2014, debba portare a dei cambiamenti nella ricezione di Heidegger negli studi dei media e della comunicazione. Il giudizio di Tom Rockmore nel suo studio On Heidegger’s Nazism and Philosophy è valido anche per la ricezione dei Quaderni neri: «Mettere “tra parentesi” questa questione, semplicemente girarsi dall’altra parte rispetto al problema, rifiutarsi di affrontarlo, è un’accettazione silenziose di ciò che molti hanno visto come la dimensione totalitaria in una delle teorie più importanti di questo secolo». [145] Questa non-reazione costituisce una strana asimmetria nella maniera in cui gli heideggeriani trattano la relazione col nazismo del loro guru filosofico.
Per onestà, bisogna dire che non si può o non si dovrebbe chiedere a chi è esperto di Heidegger di capire il tedesco. Si può essere esperti delle opere di un filosofo senza avere letto gli originali. Affermare il contrario è una strana forma di sciovinismo. Né i Quaderni neri né l’analisi riflessiva di Peter Trawny sono ancora stati tradotti del tedesco all’inglese, il che rende difficile commentare per gli studiosi che non leggono il tedesco. Si può esser fiduciosi che una traduzione inglese dell’analisi di Trawny sia disponibile a breve. Nel frattempo, sono disponibili sulla rete registrazioni di interessanti discorsi e discussioni in inglese sui Quaderni neri, con Peter Trawny, Tom Rockmore e altri: “Philosophy and Anti-Semitism: The Heidegger Case” [146] e “Heidegger, ‘World-Judaism’, and Modernity” [147] di Peter Trawny, “Heidegger’s Anti-Semitism: Philosophy or Worldview?” [148] di Tom Rockmore, gli interventi alla conferenza del 2014 “Heidegger’s Black Notebooks: Philosophy, Politics, Anti-Semitism”, [149] la tavola rotonda con Emmanuel Faye, Heffrey van Davis, Karsten Harries, Richard Wolin e Thomas Sheenan [150] e la tavola rotonda con Peter Trawny e Babette Babich. [151] Questi materiali permettono e hanno permesso ad accademici e non di formarsi un’opinione sull’argomento.
La mia posizione è che non ci sono buone ragioni per rimanere in silenzio. Un buon esempio di reazione concreta alla pubblicazione dei Quaderni neri è la pratica antifascista di Günter Figal, professore di filosofia all’Università di Friburgo, che all’inizio del 2015, si è dimesso da presidente della “Martin-Heidegger-Gesellschaft”, sostenendo che i Quaderni neri contenessero “frasi antisemite” e che sarebbe stato difficile per lui “rappresentare una persona che ha fatto tali commenti e che ha fatto commenti che si possono descrivere soltanto come odiosi [abscheulich]” [152] e aggiunge di ritenere che il futuro della filosofia coinciderà con “la fine dell’heideggerismo”. [153]
Peter Trawny, curatore dei Quaderni neri e di altri volumi delle opere complete di Heidegger, nonché direttore del “Martin Heidegger-Institut” dell’Università di Wuppertal, sostiene che, dato che l’antisemitismo di Heidegger è stato formulato in un contesto filosofico, [154] dato che questi commenti filosofici sono stati scritti in un periodo in cui in Germania le sinagoghe venivano bruciate [155] e dato che in essi egli esprime sì dolore per ciò che egli considerava le sofferenze dei tedeschi, ma nulla per le sofferenze degli ebrei, [156] ne viene che i Quaderni neri non possano non condurre a una “crisi della ricezione del suo pensiero” [157] e a una “revisione del relazionarsi ad esso”. [158]
Come sarà possibile tale relazionarsi con l’antisemitismo di Heidegger e quale forma prenderà nel campo degli studi dei media e della comunicazione, dove la filosofia generale e la filosofia della tecnica di Heidegger hanno svolto un ruolo così influente?
Il presente scritto è il mio personale contributo all’avvio di tale dibattito. La mia visione delle cose è che la reazione più appropriata sia che gli studiosi prendano le distanze dai lavori di Heidegger e smettano di dargli preminenza negli studi dei media e della comunicazione (e negli altri campi). È ora che gli heideggeriani abbandonino Heidegger e si concentrino su altre tradizioni di pensiero.
Il filosofo francese Emmanuel Faye sostiene che Heidegger avendo «fatti propri i fondamenti del nazismo non può essere considerato un filosofo», e che dunque «è arrivato il momento di resistere alla sconsiderata opinione che Heidegger sia un “grande filosofo”». [159] La pubblicazione dei Quaderni neri ha reso questo giudizio ancora più attuale. Ora è anche il momento in cui gli studiosi dovrebbero considerare di smettere di elogiare e citare Heidegger nella costruzione di teorie e di analisi dei media, della comunicazione, della cultura, della tecnica, dei media digitali e di internet.
[1] Gli Schwarze Hefte [Quaderni neri] qui presi in considerazione occupano tre volumi della Gesamtausgabe, il 94, il 95 e il 96: vol. 94: Überlegungen II-VI (1931–1938); vol. 95: Überlegungen VII-XI (1938/1939); vol. 96: Überlegungen XII-XV (1939–1941), tutti editi da Klostermann, Frankfurt am Main 2104, per la cura di Peter Trawny.
[2] P. Trawny, Heidegger und der Mythos der jüdischen Weltverschwörung, Klostermann, Frankfurt am Main 2014 (trad. it. a cura di Chiara Caradonna, Heidegger e il mito della cospirazione ebraica, Bompiani, Milano 2015).
[3] K. Löwith, “The Political Implications of Heidegger’s Existentialism”, in The Heidegger controversy, a cura di R. Wolin, MIT Press, Cambridge MA 1946.
[4] T. Rockmore, On Heidegger’s Nazism and philosophy, University of California Press, Berkeley CA 1997.
[5] E. Faye, Heidegger. L’introduzione del nazismo nella filosofia, a cura di Livia Profeti, L’asino d’oro, Roma 2012.
[6] T. Rockmore, “Foreword to the English edition”, in E. Faye, Heidegger. The Introduction of Nazism into Philosophy, TAVV. VII-XXI, Yale University Press, New Haven CT 2009.
[7] V. Farías, Heidegger and Nazism, Temple University Press, Philadelphia PA 1989, p. 7 (trad. it. di M. Marchetti, P. Amari, Heidegger e il nazismo, Bollati Boringhieri, Torino 1988).
[8] Ivi, pp. 7-8.
[9] T. Rockmore, On Heidegger’s Nazism and philosophy, cit., p. 5.
[12] E. Faye, Heidegger. L’introduzione del nazismo in filosofia, cit., p. 342.
[13] Ivi, pp. 449-450.
[14] Cfr. Th. Meyer, “Denker für Hitler”, Die Zeit Online, 21 luglio 2005, http://www.zeit.de/2005/30/Heidegger
[15] E. Faye, “Wie die Nazi-Ideologie in die Philosophie einzog”, Die Zeit Online, 18 agosto 2005 http://www.zeit.de/2005/34/AntwortHeidegger
[16] M. Heidegger, Sein und Wahrheit. Freiburger Vorlesungen Sommersemester 1933 und Wintersemester 1933/1934, GA 36/37, Klostermann, Frankfurt am Main 2001, p. 225.
[17] Citato in E. Faye, Heidegger. L’introduzione del nazismo nella filosofia, cit., p. 372.
[18] Citato in ivi, p. 53 (vedi anche U. Sieg, “Die Verjudung des deutschen Geistes”, Die Zeit, 22 dicembre 1989, http://www.zeit.de/1989/52/die-verjudung-des-deutschen-geistes).
[19] Ivi, p. 58.
[20] M. Heidegger, Introduzione alla metafisica, trad. it. di G. Vattimo, Mursia, Milano 1968-1986, p. 203.
[21] J. Habermas, “Martin Heidegger: On the Publication of the Lectures of 1935”, in The Heidegger controversy, Ed. R. Wolin, MIT Press, Cambridge MA 1953, p. 197.
[22] Cfr. R. Wolin (a cura di), The Heidegger controversy, cit., pp. 187-188.
[23] Ivi, p. 188.
[24] Cfr. Petra Jaeger, “Nachwort der Herausgeberin” in M. Heidegger, Einführung in die Metaphysik, GA40, Klostermann, Frankfurt am Main 1983, p. 234. Si tratta della postfazione della curatrice presente nell’edizione della Gesamtausgabe.
[25] Ivi, pp. 233-234.
[26] S. Vietta, Heideggers Kritik am Nationalsozialismus und an der Technik, Max Niemeyer, Tübingen 1989, p. 31.
[27] R. Wolin (a cura di), The Heidegger controversy, cit., p. 162.
[28] Ivi, p. 163.
[29] Ivi, p. 164.
[30] M. Horkheimer, Th.W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, trad. it. di L. Vinci, 1974, p.181.
[31] Ivi, pp. 185-6.
[32] M. Horkheimer, Th.W. Adorno, Dialectic of Enlightenment. Philosophical Fragments, Edited by Gunzelin Schmid Noerr, Trad. di E. Jephcott, Stanford University Press, Stanford CA 2002, p. 142. Il presente testo: «Bourgeois anti-Semitism has a specific economic purpose: to conceal domination in production», come il successivo: «The productive work of the capitalist, whether he justified his profit as the reward of enterprise, as under liberalism, or as the director’s salary, as today, was the ideology which concealed the nature of the labor contract and the rapacity of the 1economic system in general. That is why people shout: “Stop thief!”-and point at the Jew. He is indeed the scapegoat, not only for individual maneuvers and machinations bur in the wider sense that the economic injustice of the whole class is attributed to him.», non compare nell’edizione Einaudi del 1976 qui utilizzata. I due testi sono stati tradotti dall’inglese da P. Rizzi [NdC].
[33] Cfr. nota 31.
[34] M. Horkheimer, Th.W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, cit. p. 186.
[35] Ivi, p. 188.
[36] Ivi, p. 191.
[37] Ivi, p. 196.
[38] Ivi, p. 197.
[39] Ivi, p. 198.
[40] Ivi, p. 199.
[42] M. Horkheimer, Th.W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, cit. p. 200.
[44] M. Horkheimer, Th.W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, cit., p. 202.
[45] Ivi, p. 212.
[46] Ivi, p. 214.
[47] Ivi, p. 215.
[49] Ivi, p. 216.
[50] Ivi, pp. 214-215.
[51] Ivi, pp. 215-216.
[52] M. Postone, “The Holocaust and the trajectory of the twentieth century”, in Catastrophe and Meaning. The Holocaust and the Twentieth Century, a cura di M. Postone e E. Santner, University of Chicago Press, Chicago IL 2003, p. 91.
[54] M. Postone, “Anti-semitism and National Socialism: Notes on the German reaction to “Holocaust”, New German Critique, 19 (1), 1980, p. 109.
[55] M. Postone, “The Holocaust and the trajectory of the twentieth century”, cit., p. 91.
[56] M. Postone, “Anti-semitism and National Socialism: Notes on the German reaction to “Holocaust”, cit., p. 111.
[57] Ivi, p. 110.
[58] Ibdem.
[59] M. Postone, “Anti-semitism and National Socialism: Notes on the German reaction to “Holocaust”, cit., p. 112.
[60] M. Postone, “The Holocaust and the trajectory of the twentieth century”, cit., p. 93.
[61] M. Postone, “Anti-semitism and National Socialism: Notes on the German reaction to “Holocaust”, cit., p. 112.
[62] Questa e le seguenti traduzioni in italiano di passi tratti dagli Schwarze Hefte (Gesamtausgabe, B94, B95, B96), sono basate sulla traduzione inglese, a cura di Greg Johnson, disponibili sul sito Counter-Currents Publishing, all’indirizzo: http://www.counter-currents.com/2014/03/heidegger-on-world-jewry-in-the-black-notebooks/ [NdT]
[63] M. Heidegger, Überlegungen XII-XV (1939–1941), GA 96, cit., p. 46 [XII, 67-68].
[64] Ivi, p. 56 [XII, 82-83].
[65] Ivi, p. 243 [XIV, 121].
[66] Ivi, p. 262 [XV, 17].
[67] P. Trawny, Heidegger e il mito della cospirazione ebraica, cit., p. 8.
[68] Cfr. M. Heidegger, Überlegungen XII-XV (1939–1941), GA 96, cit., p. 279.
[69] Cfr. P. Trawny, Heidegger e il mito della cospirazione ebraica, cit., p. 12.
[70] Cfr. P. Cohen, “An Ethical Question: Does a Nazi Deserve a Place among Philosophers?”, New York Times Online, 8 novembre 2009, http://www.nytimes.com/2009/11/09/books/09philosophy.html
[71] R. Wolin, “National Socialism, World Jewry, and the History of Being: Heidegger’s Black Notebooks”, Jewish Review of Books, Summer 2014, http://jewishreviewofbooks.com/articles/993/national-socialism-world-jewry-and-the-history-ofbeing-heideggers-black-notebooks/
[72] T. Rockmore, “Foreword to the English edition”, in E. Faye, Heidegger. The Introduction of Nazism into Philosophy, cit.
[73] Cfr. P. Trawny, Heidegger e il mito della cospirazione ebraica, cit., pp. 20-21.
[74] M. Heidegger, Überlegungen II-VI (1931–1938), GA 94, cit., §206, p. 194: «Der Nationalsozialismus ist ein barbarisches Prinzip. Das ist sein Wesentliches und seine mögliche Größe».
[75] Intervista rilasciata a Junge Freiheit, 40/2014, September 26, 2014.
[77] M. Postone, “Anti-semitism and National Socialism: Notes on the German reaction to “Holocaust”, cit. e Id.,“The Holocaust and the trajectory of the twentieth century”, cit.
[78] Rockmore sostiene che queste strategie prendono una forma per cui alcuni heideggeriani dicono che coloro che non sono «capaci di citare i manoscritti nota per nota e riga per riga» e che non sono «in grado di produrre materiale inedito per sostenere un argomento» non sono in grado di capire Heidegger (T. Rockmore, On Heidegger’s Nazism and philosophy, cit., p. 5). Queste argomentazioni sono tipiche del culto settario di Heidegger. «Gli heideggeriani tendono ad appoggiarsi alle difficoltà del pensiero di Heidegger per fare della sua interpretazione un processo quasi mistico, ieratico. Il risultato, a imitazione della stessa strategia di Heidegger, è di mettere il pensiero di Heidegger al riparo da ogni tentativo di critica. […] Il fatto ovvio che gli esperti di Heidegger abbiano un interesse professionale nell’importanza, anche nella stessa correttezza, delle sue posizioni spiega la riluttanza a metterle in dubbio sia pure in maniera minima» (ivi, p. 22). «Una forma particolarmente intransigente di questa tattica consiste nel negare che gli esterni capiscano o possano capire le posizioni di Heidegger. Per esempio l’affermazione di De Waehlens per cui Löwith, prima allievo e poi collega di Heidegger, non fosse abbastanza ferrato sul pensiero del maestro per criticarlo. Oppure l’affermazione di Derrida per cui Farías, che ha speso una dozzina di anni a scrivere un libro sul nazismo di Heidegger, non avrebbe speso un’ora a studiarne il pensiero. Una forma più generale di questa tattica, di fronte a qualunque cosa venga detta sul pensiero del maestro che lo caratterizzi come metafisica, è trattarla sulla base della teoria per cui Heidegger ne fosse in qualche modo oltre. Questo equivale a dire che, come soleva dire Ryle, c’è un errore di categoria in quanto un’affermazione metafisica non si può applicare alla visione di Heidegger. La tendenza è quella di limitare la discussione heideggeriana ai lavori degli studiosi di Heidegger per preservare la visione di Heidegger da occhi indiscreti, rendendola invisibile a chiunque se non ai credenti ortodossi» (ivi, pp. 23-24).
[79] Per una rassegna di queste posizioni, si veda T. Rockmore, J. Margolis, “Foreword”, in V. Farías, Heidegger and Nazism, cit., Temple University Press, Philadelphia PA 1989, tav. X; T. Rockmore, On Heidegger’s Nazism and philosophy, cit., pp. 3-7.
[80] Cfr. P. Trawny, Heidegger e il mito della cospirazione ebraica, cit., e M. Heidegger, Überlegungen XII-XV (1939–1941), GA 96, cit., p. 279.
[81] M. Heidegger, “Anima mia diletta”. Lettere di Martin Heidegger alla moglie Elfride 1915-1970 / cura, scelta e commento di Gertrud Heidegger, trad. it. di Paola Massadro e Palma Severi, Il Melangolo, Genova 2007, p. 103.
[82] “Posta di fronte all’eguaglianza politica, economica e giuridica per gli ebrei, la società rifiutò loro l’uguaglianza sociale a meno che non si trattasse di individui eccezionali. Gli ebrei che si sentivano fare questo strano complimento sapevano benissimo di dovere la posizione sociale conseguita a un’ambiguità che imponeva loro di essere ebrei, ma non come gli ebrei; ecco perché essi «volevano allo stesso tempo essere e non essere ebrei»” (Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, trad. it. di A. Guadagnin, Comunità, Milano 1996, p. 79).
[83] V. Farías, Heidegger and Nazism, cit., p. 4.
[84] Th.W. Adorno, Metaphysics. Concept and Problems, Stanford University Press, Stanford CA 1965/2001, p. 131. Vedi anche K. Löwith, “The Political Implications of Heidegger’s Existentialism”, In The Heidegger controversy, cit.
[85] Ivi, p. 229.
[86] Ivi, p. 230.
[87] Th.W. Adorno, Ontologie und Dialektik, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1960/1961, pp. 32-34.
[88] Ivi, p. 240: «Es kommt indessen bei ihm so zu einem Kult von Ursprung oder Erneuerung, dem die Sympathie mit der Barbarei, die in seiner politischen Geschichte sich ausgeprägt hat, nicht zufällig und nicht äußerlich ist».
[89] Ivi, p. 241.
[90] Ivi, p. 287: «Heideggers Einverständnis mit dem Faschismus und der Ideologie der konservativen Revolution, der eleganteren Version der faschistischen Ideologie, war keine Gesinnungslosigkeit des Philosophen, sondern lag im Gehalt seiner Doktrin».
[91] V. Farías, Heidegger and Nazism, cit., p. 60.
[92] Ivi, p. 62.
[93] Ivi, p. 4.
[94] Cfr. P. Trawny, Heidegger e il mito della cospirazione ebraica, cit., p. 25.
[95] Cfr. Ivi, p. 57.
[96] M. Heidegger, Essere e tempo, trad. it. di P. Chiodi, Longanesi, Milano 1976, § 15, p. 94.
[97] Ivi, § 11, p. 74.
[98] Ivi, § 15, p. 95.
[99] Ivi, § 15, p. 97.
[100] Ivi, § 16, pp. 100-101.
[101] Ivi, § 27, p. 163.
[102] T. Rockmore, On Heidegger’s Nazism and philosophy, cit., p. 233.
[103] D. Gunkel, P.A. Taylor, Heidegger and the media, Cambridge Polity, 2014, p. 41.
[104] Ivi, p. 39.
[105] Cfr. M. Heidegger, “Poscritto a «Che cos’è la metafisica?»”, in Segnavia, a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 1987.
[106] M. Heidegger, Die Frage nach dem Ding, GA 41, Klostermann, Frankfurt am Main, 1984.
[107] M. Heidegger, What is a Thing? 1935/1936, trad. ing. di W.B. Barton, Jr. e Vera Deutsch, Gateway Editions, South Bend IN 1967, p. 68. Con What is a Thing? è reso in inglese il titolo Die Frage nach dem Ding, di cui alla nota precedente.
[108] Ivi, p. 97.
[109] La traduzione inglese del Die Frage nach dem Ding, suonando What is a thing?, espressione che ricorre nel testo, si presta all’interrogativa con cui l’autore accenna alla questione della “cosificazione” e della “reificazione” nella scienza moderna in Heidegger. [NdC]
[110] M. Heidegger, Essere e tempo, cit., § 83, p. 519.
[111] M. Heidegger, What is a Thing? 1935/1936, cit., pp. 13-14.
[112] M. Heidegger, Überlegungen II-VI (1931–1938), GA 94, cit., §87, p. 364: «Während Radio und allerlei Organisation das innere Wachsen und d.h. ständige Zurückwachsen in die Überlieferung im Dorf und damit dieses selbst zerstören, errichtet man Professuren für ‘Soziologie’ des Bauerntums und schreibt haufenweise Bücher über das Volkstum».
[113] Ibidem: «Die Technik und ihre Zwillingsschwester - die ‘Organisation’ - beide das Gegenläufige zu allem ‘Organischen’ - treiben ihrem Wesen nach auf ihr eigenes Ende, die Aushöhlung durch sich selbst, zu».
[114] Ivi, p. 472: «Aus diesem Wesenszusammenhang ergibt sich, daß die “Technik” niemals durch die völkisch-politische Weltanschauung gemeistert werden kann. Was im Wesen schon Knecht ist, kann nie Herr werden».
[115] Ivi, p. 142.
[116] Ivi, p. 472.
[117] M. Heidegger, Die Technik und die Kehre, Klett-Cotta, Stuttgart 1962.
Di questo testo esiste una traduzione in italiano reperibile soltanto in biblioteca: M. Heidegger, La tecnica e la svolta, a cura di F. Favino, Roma, 1981. Del Die Kehre [La svolta] esistono più traduzioni; la più accessibile è senz’altro quella curata da M. Ferraris per Il Melangolo: M. Heidegger, La svolta, Genova, 1990. Il testo “Die Frage nach der Technik, 1953”, è stato poi compreso da Heidegger, nel 1954, nella raccolta Vorträge und Aufsätze (ora in GA 7, Klostermann, Frankfurt am Main, 2000, tradotta in italiano da G. Vattimo: M. Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1976. [NdC]
[118] M. Heidegger, “La questione della tecnica”, in Saggi e discorsi, cit., p. 9.
[119] Cfr. Ivi, p. 7.
[120] Cfr. Ivi, pp. 11-21, passim.
[121] Cfr. Donatella Di Cesare, “Heidegger: «Gli ebrei si sono autoannientati» - Nei nuovi «Quaderni neri» del filosofo l’interpretazione choc della Shoah”, Corriere della Sera, 9 Febbraio 2015, http://www.corriere.it/cultura/15_febbraio_03/heidegger-gli-ebrei-si-sono-autoannientati-99819ca8-abe5-11e4-bd86-014e921a3174.shtml
[122] Cfr. M. Heidegger, “La questione della tecnica”, in Saggi e discorsi, cit., pp. 25-49, passim.
[123] T. Rockmore, On Heidegger’s Nazism and philosophy, cit., pp. 241 e 242-43.
[124] Ivi, p. 207.
[125] M. Heidegger, Conferenze di Brema e di Friburgo, a cura di Petra Jaeger, Adelphi, Milano 2002, pp. 49-50.
[126] M. Heidegger, “La questione della tecnica”, in Saggi e discorsi, cit., p. 11.
[127] M. O’Brien, “Re-assessing the ‘Affair’: the Heidegger Controversy Revisited”, Social Science Journal, 47 (1), 2010, p. 13.
[128] D. Gunkel, P.A. Taylor, Heidegger and the media, cit., tav. X.
[129] M. Postone, “Anti-semitism and National Socialism: Notes on the German reaction to “Holocaust”, cit., p. 114.
[130] E. Faye, Heidegger. L’introduzione del nazismo nella filosofia, cit., p. 382.
[131] S. Aronowtiz, “Introduction”, in M. Horkheimer, Critical theory. Selected essays, Translated by M.J. O'Connell and Others Continuum, New York 2002, tav. XV.
[132] M. Horkheimer, Critical theory. Selected essays, cit., p. 266.
[133] Cfr. P. Scannell, Television and the Meaning of “Live”: An enquiry into the human situation, Polity, Cambridge 2014 e Id, Radio, Television and Modern Life, Blackwell, Oxford 1996.
[134] Cfr. R. Capurro, Ethik im Netz, Franz Steiner Verlag, Stuttgart 2003 e R. Capurro, M. Eldred, D. Nagel, Digital Whoness: Identity, Privacy and Freedom in the Cyberworld, Ontos, Frankfurt am Main 2013.
[135] Cfr. D. Gunkel, P.A. Taylor, Heidegger and the media, cit..
[136] Cfr. D. Gunkel, The Machine Question: Critical Perspectives on AI, Robots, and Ethics, MIT Press, Cambridge MA 2012.
[137] Cfr. H. Dreyfus, On the Internet, Routledge, Abingdon 2009.
[138] Cfr, A. Borgmann, Holding on to Reality: The Nature of Information at the Turn of the Millennium, University of Chicago Press, Chicago IL 2000.
[139] Cfr. V. Miller, A Crisis of Presence: On-line Culture and being in the World, Space and Polity, 16 (3), 2012.
[140] Cfr. Heidi Herzogenrath-Amelung, “Ideology, Critique and Surveillance”, triple C, 11 (2), 2013.
[141] Cfr. Heidi Herzogenrath-Amelung, Pinelopi Troullinou and N. Thomopoulos, “Reversing the order: Towards a Philosophically Informed Debate on ICT for Transport”, in ICT for Transport: Opportunities and Threats, a cura di N. Thomopoulos, M. Givoni e P. Rietveld, Edward Elgar, Cheltenham 2015.
[142] Cfr. P. Dourish, Where the Action is: The Foundations of Embodied Interaction, MIT Press, Cambridge MA 2001.
[143] Cfr. M. Heim, Virtual Realism, Oxford University Press, Oxford 1998 e Id., Metafisica della realtà virtuale, Guida, Napoli 2014.
[144] D. Gunkel, P.A. Taylor, Heidegger and the media, cit., tav. VIII.
[145] T. Rockmore, On Heidegger’s Nazism and philosophy, cit., p. 2.
[146] https://www.youtube.com/watch?v=LwNiMl1g9us
[147] https://www.youtube.com/watch?v=zzLMdQh9iTA
[148] https://www.youtube.com/watch?v=loj5dQr_lJk
[149] https://www.youtube.com/playlist?list=PLgEhVQ4kQGSpaE84Ha2Zec5t7b8c_8CKP
[150] https://www.youtube.com/watch?v=hMizd8GplEA
[151] https://www.youtube.com/watch?v=hMizd8GplEA
[152] https://vimeo.com/93782805
[153] G. Figal, intervista con Badische Zeitung, 23 gennaio 2015: «Das Ende des Heideggerianertums», http://www.badische-zeitung.de/literatur-und-vortraege/das-ende-des-heideggerianertums.
[154] P. Trawny, Heidegger e il mito della cospirazione ebraica, cit., p.105 sgg.
[155] Ivi, p.106.
[156] Ivi, p. 98.
[157] Cfr. Ivi, p. 99-100.
[158] Ivi, p. 102.
[159] E. Faye, Heidegger. L’introduzione del nazismo nella filosofia, cit., p. 593-94.
Christian Fuchs è professore alla University of Westminsters Communication and Media Research Institute (CAMRI). Editor delle rivista TripleC. Communication, Capitalism & Critique. I suoi interessi di ricerca si incentrano sulla teoria critica, sull'economia politica dei media, sulla comunicazione, sui rapporti tra cultura e internet e sulla sociologia critica dei media. Tra le sue monografie Culture and Economy in the Age of Social Media (2015); OccupyMedia! The Occupy Movement and Social Media in Crisis Capitalism (2014); Digital Labour and Karl Marx (2014); Social Media: A Critical Introduction (2014); Foundations of Critical Media and Information Studies (2011); Internet and Society: Social Theory in the Information Age (2008).
Roland Emmerich, Stargate, 1994
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