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Timestamp: 2019-09-22 11:58:11+00:00

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CORTE D’APPELLO DI CATANZARO sentenza n. 453 dell’11.3.2014 - Sdanganelli & Associati Privacy Policy
Nell’ipotesi di arbitro dissenziente nel lodo pronunciato dal collegio arbitrale giova ricordare che 1) il collegio arbitrale, come peraltro qualsiasi organo giudicante collegiale, decide a maggioranza; 2) nessuna norma né di diritto sostanziale o processuale impone che nella motivazione della sentenza, tanto meno in quella del lodo, emergano le ragioni che hanno fatto disattendere la tesi minoritaria, ma ancor prima la necessità di esporre tale tesi; 3) infine che la validità di qualsiasi atto deve essere valutata in relazione al suo contenuto necessario e ciò in applicazione del principio dell’ utile per inutile non vitiatur.
CORTE D’APPELLO DI CATANZARO Terza Sezione Civile, rel. Ferriero sentenza n. 453 dell’11.3.2014. P.V. difeso dall’avv. P.P. c/o M.M.L e M.V. difesi dall’avv.. Antonello Sdanganelli ed avv. Valerio Donato.
Il sig.************ ha proposto davanti a questa Corte impugnazione avverso il lodo emesso dal Collegio Arbitrale con sede in ****** investito della risoluzione della controversia sorta tra *************da una parte e ****** e ******* dall’altra in relazione all’esecuzione del contratto ( contratto preliminare misto di compravendita immobiliare e cessione di quote societarie dagli stessi stipulato con scrittura privata del 5 febbraio 2004, nel quale era appunto contenuta la clausola compromissoria). Il ******** ha chiesto con la presente impugnazione l’annullamento del lodo e la decisione nel merito della domanda già devoluta alla cognizione degli arbitri.
All’impugnazione hanno resistito *************Laura rassegnando le conclusioni riportate in epigrafe.
All’udienza del 26 novembre 2013 i procuratori delle parti hanno precisato le conclusioni richiamando quelle riportate in atti e la causa è stata trattenuta in decisione previa assegnazione dei termini di cui all’art. 190 c.p.c.
1) Con il primo motivo di impugnazione l’attore ha dedotto la nullità del lodo per violazione dell’art. 829 c.p.c comma 1 n. 5 per difetto di motivazione.
Il motivo di impugnazione partendo dall’esame della struttura del lodo che dopo le prime 21 pagine ( in cui si rinvengono sede, nome degli arbitri e delle parti, conclusioni, ragioni di fatto e diritto, dispositivo e sottoscrizione) contiene altre 27 pagine consistenti nella motivazione del parere dissenziente di uno degli arbitri ( avv. ************** ) giunge alla conclusione che tale particolare struttura rende evidente l’assenza assoluta di motivazione. Sostiene in particolare l’attore che l’avere il lodo puramente e semplicemente riportato prima l’opinione degli arbitri in maggioranza e poi quella dell’arbitro dissenziente, senza nessuna altra indicazione in ordine alle ragione per cui è stata disattesa l’opinione di quest’ultimo, equivale ad un difetto assoluto di motivazione. In particolare il lodo conterrebbe due motivazioni tra loro in contrasto senza alcuna indicazione della ragione della prevalenza di una sull’altra.
Sul punto è sufficiente ricordare: 1) che il collegio arbitrale, come peraltro qualsiasi organo giudicante collegiale, decide a maggioranza; 2) nessuna norma né di diritto sostanziale o processuale impone che nella motivazione della sentenza, tanto meno in quella del lodo, emergano le ragioni che hanno fatto disattendere la tesi minoritaria, ma ancor prima la necessità di esporre tale tesi; 3) infine che la validità di qualsiasi atto deve essere valutata in relazione al suo contenuto necessario e ciò in applicazione del principio dell’ utile per inutile non vitiatur.
Applicando tali principi al caso in esame è agevole rilevare che il lodo oggi impugnato era già valido e perfetto con la sottoscrizione del dispositivo da parte dei tre arbitri. La circostanza che l’arbitro dissenziente abbia inteso ( al di fuori in vero di qualsiasi schema legale del provvedimento ) riportare per iscritto le motivazioni del proprio dissenso, non può evidentemente reagire sul regime di validità del provvedimento e ciò indipendentemente dal fatto che, essendo la motivazione dissenziente allegata in prosieguo al lodo, gli altri due arbitri abbiano ritenuto di apporre nuova sottoscrizione dopo detta opinione al limitato fine di attestarne l’allegazione al lodo medesimo. L’unica necessaria motivazione del provvedimento è quella contenuta nella prima parte dello stesso laddove vengono esposte le ragioni della decisione della maggioranza, le ulteriori circa 27 pagine non incidono in alcun modo sul contenuto necessario del provvedimento e, pertanto, non possono reagire sulla sua validità.
2) Con il secondo motivo di impugnazione si deduce la mancanza di motivazione con specifico riferimento alla mancata esposizione delle questioni decise in collegio.. Sostiene l’attore che sulla base del contenuto del parere dissenziente espresso dall’arbitro avv. ************** deve ritenersi completamente mancante l’esame di alcune questioni pur sottoposte dall’arbitro stesso.
Il motivo è palesemente infondato essendo esso bastato su due presupposti ugualmente erronei: 1) la necessità che la motivazione del provvedimento dia conto della questioni trattate dagli arbitri; 2) la possibilità che l’iter motivazionale e addirittura la validità stessa della motivazione possano essere valutati alla luce dell’opinione espressa dall’arbitro dissenziente.
Con riferimento al primo profilo deve rilevarsi l’equivoco in cui evidentemente incorre l’attore nell’attribuire rilevanza esterna, sotto il profilo della motivazione del provvedimento, alle regole dettata ( peraltro senza alcuna sanzione di nullità ) dall’art. 276 c.p.c. in ordine alla deliberazione della sentenza. Appare invece evidente che deliberazione della sentenza e sua motivazione sono due profili completamente diversi e che l’eventuale violazione che si fosse determinata nella deliberazione non rileverebbe in alcun modo sulla motivazione. Va infatti rilevato che l’obbligo di motivazione della sentenza è osservato ogni volta che il giudice ( in questo caso il collegio arbitrale ) esponga concisamente le ragioni di fatto e di diritto che sorreggono un determinato provvedimento e che, peraltro, il giudice non è affatto tenuto ad esaminare tutte le prospettazioni delle parti, anche quelle disattese, essendo sufficiente che la tesi esposta valga a sorreggere il provvedimento.
Sotto il secondo profilo deve invece rilevarsi l’assoluta impossibilità, per quanto già sopra ricordato in relazione al ruolo della motivazione dissenziente nella struttura del lodo, che quest’ultima possa essere utilizzata come riscontro di validità del lodo impugnato assurgendo addirittura ad elemento estrinseco di valutazione della correttezza della sua motivazione.
3) Con il terzo motivo di impugnazione l’attore deduce la nullità del lodo per omessa motivazione sotto il diverso profilo della motivazione apparente. Deduce l’attore che la motivazione addotta nel lodo impugnato non consente di rintracciare l’effettiva ratio decidendi della decisione impugnata.
Il motivo è palesemente infondato e deve essere disatteso.
Premesso in fatto che la questione rimessa alla valutazione degli arbitri consisteva essenzialmente nella interpretazione di una clausola del contratto intercorso tra le parti e in particolare dell’art. 5 del contratto che dispone
“ Gli atti notarili dovranno essere stipulati entro 60 giorni dalla comunicazione dei promittenti venditori al promittente acquirente dell’avvenuto rilascio del permesso a costruire e, comuqnue non oltre il termine del 31 dicembre 2005, purchè a tale data i promittenti venditori siano in grado di consegnare i terreni e le quote con i relativi beni attualmente iscritti a bilancio della società, liberi da ogni vincolo e da ogni pendenza debitira nonché ogni autorizzazione amministrativa necessaria per pter dare inizio ai lavori di costruzione. In mancanza di ciò i promittenti venditori dovranno restituire la somma di € 500.000,00 oggi ricevuta senza interessi e rivalutazione monetaria. “
Il contrasto insorto tra le parti nella interpretazione di questa clausola riguarda la considerazione del valore del termine del 31 dicembre 2005 configurato dal convenuto come essenziale e non ritenuto tale dall’attore.
A fronte di tale contrasto nella motivazione del lodo vengono prese in considerazione le due interpretazioni alternative, vengono specificamente indicati gli effetti a cui esse condurrebbero e viene altresì spiegato – anche attraverso il raffronto con le altre parti della clausola e più in generale con l’intero contenuto del contratto – perché una intepretazione appaia più aderente non solo al dato testuale ma anche a quello sistematico.
Non è dato in vero comprende a fronte di un esame così completo ed esaustivo in che cosa dovrebbe sostanziarsi il vizio denunciato, posto che la ratio decidendi appare non solo perfettamente intellegibile ma anche intrinsecamente logica e coerente.
4) Con il quarto motivo di censura l’attore deduce la nullità del lodo per violazione del contraddittorio. L’assunto difensivo sul punto si fonda sulla circostanza che dalla motivazione del lodo emergerebbe una erronea interpretazione da parte degli arbitri delle asserzioni difensive, onde dovrebbe ricavarsi che gli arbitri avrebbero deciso senza avere la corretta percezione di una delle posizioni difensive e, pertanto, in violazione del diritto di difesa.
Il motivo per come è proposto è infondato e deve essere disatteso.
Il vizio della violazione del contraddittorio attiene come è noto esclusivamente alla garanzia dell’effettività dell’esercizio della difesa, onde esso è in concreto configurabile solo nei casi in cui l’attività difensiva della parte sia stata totalmente preclusa ovvero significativamente compromessa dall’andamento del processo e ciò si sia riverberato sulla decisione impugnata. E’ invece assolutamente estraneo al vizio in questione – che è vizio squisitamente processuale seppure con effetti sostanziali – la dedotta erronea interpretazione delle asserzioni difensive, attenendo evidentemente questa al merito della decisione e non al corretto svolgimento del procedimento.
5) Con il quinto motivo di censura l’attore deduce la violazione delle regole di diritto relative al merito della controversia e ciò ai sensi dell’art. 829 comma 3 c.p.c.
Preliminarmente deve riconoscersi l’ammissibilità della impugnazione in esame posto che, sebbene l’arbitrato sia iniziato successivamente all’entrata in vigore del decreto legislativo n. 40 del 2006 che come è noto ha sul punto modificato l’art. 829 c.p.c., richiedendo per la impugnazione per violazione delle regole di diritto una espressa previsione delle parti, la clausola compromissoria è stata tuttavia stipulata prima di quella modifica. Così sul punto Cassazione 6148/2012
Le modifiche apportate all’art. 829 cod. proc. civ. dalla legge di riforma di cui al d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 sono volte a delimitare l’ambito d’impugnazione del lodo arbitrale, laddove le convenzioni concluse prima della sua entrata in vigore continuano ad essere regolate dalla legge previgente, che disponeva l’impugnabilità del lodo per violazione della legge sostanziale, a meno che le parti non avessero stabilito diversamente; ne consegue che, in difetto di una disposizione che ne sancisca la nullità o che obblighi le parti ad adeguarle al nuovo modello, la salvezza di tali convenzioni deve ritenersi insita nel sistema, pur in difetto di un’esplicita previsione della norma transitoria. (Nella specie, la S.C. ha escluso che la regola della impugnabilità nel merito del lodo per violazione delle regole di diritto solo se espressamente pattuita dalle parti o dalla legge, come prevista dal riformato art. 829, terzo comma, cod. proc. civ., sia immediatamente applicabile a tutti gli arbitrati introdotti in data successiva alla data di entrata in vigore del d.lgs. n. 40 del 2006, ancorché nascenti da clausole arbitrali anteriormente stipulate, dovendo le relative condizioni di efficacia restare disciplinate, ai sensi dell’art. 11 delle preleggi, dalla legge in vigore al momento di adozione dell’atto negoziale cui accedono).
Ciò posto con il motivo di impugnazione in commento viene dedotta la violazione di tutte le regole della ermeneutica contrattuale di cui agli articoli 1362 c.c.. Lamenta l’attore la violazione da parte degli arbitri in primo luogo del criterio letterale in forza del quale si sarebbe dovuto valorizzare il dato testuale della mancata espressa previsione dell’effetto risolutivo alla scadenza del termine e, quindi, di seguito la violazione del criterio sistematico non avendo gli opportunamente raccordato tra di loro le previsioni contrattuali, quello teleologico della comune volontà delle parti e infine quelli residuali relativi alla conservazione del contratto e alla espressioni polisenso.
Il motivo per come proposto è infondato e deve essere disatteso.
Rileva preliminarmente la Corte che, evidentemente, il problema della efficacia da attribuire alla previsione del termine finale del 31 dicembre del 2005 si pone proprio perché l’effetto risolutorio non risulta espressamente previsto risultando però previsto un effetto tipico della risoluzione che è quello della restituzione della prestazione eseguita: proprio il carattere ambiguo del dato testuale ha originato la controversia ed ha ovviamente legittimato il ricorso a criteri ermeneutici diversi da quello testuale, per come peraltro espressamente previsto dall’art. 1362 c.c..
Ciò premesso deve poi osservarsi che dalla lettura della motivazione del lodo impugnato emerge che gli arbitri:
1) Hanno espressamente preso in considerazione il ruolo da attribuire nel contratto alla concessione delle autorizzazioni amministrative, qualificate in termini di condizione sospensiva;
2) Hanno altresì chiarito il rapporto tra detto elemento e quello del termine, evidenziando che la previsione di un termine finale valeva, conformemente ai principini generali dell’ordinamento, ad evitare che l’obbligo contrattuale nascente dal preliminare si dilatasse sine die proprio in funzione del mancato avveramento della condizione;
3) Hanno dato ragione del motivo per il quale la previsione della restituzione dell’anticipo alla scadenza del termine del 31 dicembre 2005 ( ove a detta data fosse risultata la mancata concessione delle autorizzazioni e, quindi, l’impossibilità di stipulare gli atti definitivi ) dovesse considerarsi sintomatica della volontà di configurare detto termine come essenziale, esponendo i diversi possibili esiti interpretativi di detta previsione e la loro inconciliabilità con il complessivo assetto di interessi voluto dalle parti.
4) Hanno infine spiegato perché un diverso esito interpretativo volto a configurare la data del 31 dicembre 2005 come termine idoneo solo a qualificare la condotta delle parti in termini di inadempimento ma non anche come termine finale di efficacia del preliminare urtasse contro il principio di non contraddizione dell’ordinamento.
Ritiene la Corte che l’analisi del procedimento motivazionale seguito dagli arbitri e sopra sinteticamente riportato dia adeguatamente ragione dell’applicazione da parte loro di tutti i criteri dell’ermeneutica contrattuale. Va allora osservato che ciò di cui si duole l’attore è piuttosto da ricondurre all’esito e non al metodo dell’interpretazione ed esuli, pertanto, dal vizio denunciato.
“In tema di impugnazione di lodo rituale ai sensi dell’art. 829, secondo comma, cod. proc. civ., mentre l’interpretazione degli arbitri in ordine al contenuto di una clausola contrattuale non può essere contestata per la ricostruzione operata della volontà delle parti, ne’ sostituita con un’interpretazione diversa, il sindacato della corte d’appello può invece essere utilmente sollecitato in merito alla inosservanza o alla violazione delle regole di diritto applicate alla clausola ed ai suoi effetti..” Cass. 6423/2003
“L’interpretazione data dagli arbitri al contratto e la relativa motivazione sono sindacabili, nel giudizio di impugnazione del lodo per nullità, soltanto per violazione di regole di diritto, sicché non è consentito al giudice dell’impugnazione sindacare la logicità della motivazione (ove esistente e non talmente inadeguata da non permettere la ricostruzione dell’iter logico seguito dagli arbitri per giungere a una determinata conclusione), né la valutazione degli elementi probatori operata dagli arbitri nell’accertamento della comune volontà delle parti.” Cass. 2717/2007.
Alla luce dei rilievi fin qui svolti l’impugnazione deve essere rigettata con consequenziale applicazione del principio della soccombenza in relazione alle spese di lite.
La Corte d’appello definitivamente pronunciando sull’impugnazione proposta da ********* avverso il lodo arbitrale lodo arbitrale emesso dal Collegio arbitrale con sede in ******************* composto dai sigg. prof. ******, ******, ******, costituito con verbale in data 19 maggio 2006 e depositato il 6 novembre 2006 e nei confronti di *********** così provvede: rigetta l’impugnazione;
condanna l’attore al pagamento delle spese di lite di questo giudizio che liquida in complessivi € 8500,00 per compensi di avvocato oltre iva ed accessori come per legge.
Così deciso in Catanzaro nella camera di consiglio della terza sezione civile l’11 marzo 2014
Il Presidente Carmela Ruberto
Il consigliere estensore Silvana Ferriero
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