Source: http://repubblicadeglistagisti.it/articolo36/?page=4
Timestamp: 2017-02-22 03:49:31+00:00

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Jobs Act, Garanzia Giovani e più in generale linee di azione del governo Renzi in materia di occupazione giovanile: un tentativo per capirne qualcosa in più è stato fatto nel corso di un convegno organizzato a Torino dall'agenzia per il lavoro Synergie, nell'ambito dei festeggiamenti per i suoi primi 15 anni di attività, insieme ad Adapt, associazione specializzata in studi comparati sul mondo del lavoro.Il titolo era alquanto esplicito, "Riforme e politiche del lavoro all'epoca di Renzi: cosa cambia davvero con il jobs act e la garanzia giovani?", ma alle domande e ai dubbi che alcuni ospiti hanno sollevato non sono arrivate le risposte chiare che ci si poteva attendere. Al tavolo dei relatori era seduto anche Enrico Morando, viceministro dell'economia e delle finanze e da tempo collaboratore dell'attuale premier, che però nel suo intervento non ha raccolto le sollecitazioni e ha lasciato la sala subito dopo aver finito di parlare, senza riuscire nemmeno ad ascoltare molte delle questioni a lui rivolte. A onor del vero, fin dall'inizio era previsto che il viceministro dovesse scappar via prima della fine del dibattito, ma il risultato è stato un picco di insoddisfazione in platea e tra gli stessi relatori.Un'occasione persa, insomma: anche perché il pubblico in sala era composto da esperti e addetti ai lavori e il clima era costruttivo nonostante le critiche - come ha riconosciuto lo stesso viceministro. Le maggiori problematiche le ha poste Michele Tiraboschi di Adapt, presentato dal moderatore e amministratore delegato di Synergie Giuseppe Garesio come erede e prosecutore del lavoro di Marco Biagi. Al tavolo erano seduti anche il padrone di casa e fondatore di Piazza dei Mestieri, Dario Odifreddi, e il neo-assessore al Lavoro della Regione Piemonte Gianna Pentenero. «Il disorientamento è totale» sono state le parole d'esordio di Tiraboschi. «Il Jobs Act riecheggia alcune politiche non europee, come quelle dell'amministrazione Obama, ma tradotte in modo un po' maccheronico anche per quanto concerne i contenuti». Le riforme del lavoro, sostiene Tiraboschi, «dovrebbero partire dalla riscrittura codicistica del termine “imprenditore”, lì c'è la vecchia idea di impresa che non sta più sul mercato». Oggi circa un quarto del mercato del lavoro italiano è sommerso, ma «almeno una metà di questo “nero” è semplicemente la rappresentazione dei moderni modi di lavorare, e risulta sommerso solo perché la legge non lo sa ancora riconoscere!». L'apprendistato, poi, è «un argomento da sempre snobbato, negli altri paesi a 15-16 anni i ragazzi vengono orientati verso un mestiere, qui nessuno va a parlare con loro. In Europa la definizione di apprendistato è: formazione concertata tra una scuola e un'impresa. Se non c'è una scuola non è apprendistato! Oggi sta montando rabbia e insofferenza nei ragazzi, così si rischia di bruciare una generazione». A tutto questo il viceministro Morando ha evitato di dare una risposta, perdendo gran parte dei minuti a sua disposizione (pochi, per sua stessa ammissione, a causa di un impegno precedente) raccontando di un libro «molto interessante» da lui letto (L'enigma della crescita di Luca Ricolfi, uscito quest'anno per Mondadori) e riportando alcuni stralci dell'intervento a un altro convegno di un sindacalista «vecchio stampo» come Alessandro Antoniazzi dell'Fnp Cisl. È rimasto il tempo solo per dire che sulla legge delega si deve «riflettere a fondo», che è necessario affrontare i temi della partecipazione agli utili dei dipendenti e che andrà anche rivista la partecipazione sindacale. Non proprio argomenti centratissimi con il tema del convegno. Il saluto anticipato del viceministro gli ha peraltro impedito di raccogliere le problematiche poste da un altro ospite del tavolo, Marco Gay, nuovo presidente del gruppo Giovani imprenditori e vicepresidente di Confindustria Piemonte. Gay ha voluto spiegare la questione dal punto di vista imprenditoriale, chiedendo una volta per tutte la certezza delle regole («Non deve essere una chimera»). Confindustria crede nella «semplificazione molto spinta del contratto a tempo indeterminato, lontana dall'ideologia dell'articolo 18», e che sia necessaria una «sana sinergia» tra pubblico e privato per migliorare l'approccio italiano all'opportunità offerta da Garanzia Giovani.La partecipazione attiva delle imprese è fondamentale, e Gay ha ribadito a una sedia vuota le fondamentali richieste al governo. «Auspichiamo che entro fine anno ci sia una legge delega finita e approvata, e che Garanzia Giovani funzioni come si deve. C'è solo il biennio 2015-2016 per godere dei suoi benefici. Bisogna muoversi, finora quanto fatto è stato deludente». Leggi tutto
La riforma del contratto a tempo determinato, o meglio la sua liberalizzazione lanciata nel Jobs Act, sta andando nella giusta direzione? E se invece il suo uso generalizzato portasse a un calo della produttività aziendale? Secondo l'Isfol è proprio così: il lavoro a termine non è solo un infernale limbo in cui cadono quasi tutti i neoassunti (il 70% dei contratti stipulati di recente è di questo tipo secondo gli ultimi dati Istat), ma anche per le imprese si tratterebbe di una decisione perfino dannosa. A questa conclusione arriva lo studio contenuto nel volume Mercato del lavoro, capitale umano ed imprese: una prospettiva di politica del lavoro, che teorizza fin dall'abstract come «le politiche del lavoro dirette ad accrescere la flessibilità e deregolamentare la tutela dell’impiego non hanno migliorato l’efficienza e la competitività delle imprese». A dirla tutta, un vantaggio ci sarebbe per chi attiva contratti temporanei, ma è tutto per le imprese che producono meno e peggio, non per le migliori, che da questa tipologia di inquadramento non trarrebbero nessun giovamento. Andrea Ricci [nella foto], curatore della ricerca, ha illustrato il ragionamento alla base della tesi alla presentazione del libro, giorni fa a Roma. Demolendo di fatto l'ultimo intervento del governo in questa materia, che ha eliminato l'obbligo della causale oggettiva. Tradotto: le aziende non devono fornire particolari giustificazioni sul motivo per cui per il contratto è fissata una scadenza. Al netto di complesse formule macroeconomiche, quello che è successo in Italia è che si è amplificata «la dualità tra molto garantiti e poco garantiti sul mercato del lavoro». E la più alta riduzione delle tutele si è verificata proprio per il lavoro temporaneo (del 35% calcola l'Isfol, contro ad esempio il 2% della Spagna mentre in altri Paesi è perfino aumentata). Tutto questo mentre «dal 1995 al 2007 i contratti a tempo determinato crescevano in Italia del 122%, in Spagna del 62 e in Francia del 48». Eppure gli esiti sperati non si sono verificati. La produttività, già bassa, ne ha risentito con una perdita ulteriore pari al 3,7%, mentre nel resto d'Europa essa è cresciuta mediamente del 7%. Ad essere aumentati sono però i profitti di alcune imprese - ma solo di quelle con le performance peggiori - grazie all'abbattimento del costo del lavoro, e generando quindi, secondo le rilevazioni condotte, «un fenomeno di selezione avversa, che ha favorito le imprese di bassa qualità in termini di competitività».La posizione di Ricci non è però pacifica. C'è chi, come Marco Leonardi, professore di economia politica all'università Statale di Milano, pur definendola un'ipotesi «non del tutto peregrina», obietta che la contrattazione temporale non è una modalità tutta da scongiurare e soprattutto non determina di per sé «declino e andamento lento della produttività». Che sono altre insomma «le cause che concorrono a questo risultato e che il contratto a tempo determinato può considerarsi come una reazione a mali più profondi del sistema italiano». Anche l'utilizzo di questo modello non sarebbe poi così spropositato a suo parere, posizionandosi «tra la media Ocse e quella Ue, avvicinandosi con il suo 70% ai livelli tedeschi». Per di più, «secondo autorevoli studi accademici, il tempo determinato stimolerebbe anche l'occupazione». Ed è per questo che in fin dei conti, secondo Leonardi, l'esecutivo ha deciso di agevolarne l'utilizzo. La competizione internazionale, l'introduzione dell'euro e l'aumento dei prezzi ma non dei salari, le mancate riforme potrebbero invece rappresentare le vere fondamenta del nostro basso tasso di produttività, a detta del professore. Lo stesso vale per le scarse capacità manageriali dei dirigenti italiani, «un fatto documentato da lavori accademici importanti». Il docente apre dunque a un'altra possibile ricostruzione: e se la vera spiegazione del basso indice di produttività stesse invece nella «eccessiva protezione riservata al tempo indeterminato?», la cosiddetta employ protection legislation. A quel punto la nuova centralità del contratto a tempo determinato all'interno del mercato si spiegherebbe come una reazione ai contratti standard. Essendo il tempo indeterminato troppo rigido e stabilendo un rapporto senza vie d'uscita per le imprese, insomma, a queste non resterebbe che guardare altrove. Secondo Leonardi il contratto a tempo determinato non comporta tout court una perdita in termini di produttività: «l'effetto c'è, ma non è così stravolgente». E dunque il modello del contratto a tempo determinato va valorizzato perchè, nella rosa dei contratti temporanei, è nettamente il migliore: «Si mangia le altre forme di contratti flessibili», evitando che vengano fatti contratti a progetto magari senza progetto, o rapporti di collaborazione a finta partita Iva, o altre formule comunque meno tutelanti, per i lavoratori, del contratto subordinato con tutte le sue garanzie a livello retributivo e contributivo. È qui, sottolinea Leonardi, che siamo fuori dalla media degli altri Paesi: con i nostri contratti precari di mille tipologie diverse e ad esempio «con il 18,2% di false partite Iva». Leonardi è in buona sostanza sulla stessa linea di un altro dei relatori presenti alla presentazione del report, Giuseppe Ciccarone, ordinario di politica economica della Sapienza. Secondo cui la stasi italiana non dipende dal temporary contract, ma «si deve soprattutto al suo tessuto produttivo, alle sue piccole imprese familiari per lo più monarchiche». Ci vorrebbe quindi un «investimento innovativo», portato avanti però da manager più istruiti, in grado di garantire «rendimento di lungo periodo, efficienza nell'organizzazione, lavoro cooperativo». Per rilanciare la produttività, insomma, migliorare le leggi sul lavoro, semplificare, incentivare non basta: ci vuole un salto generazionale e culturale del mondo imprenditoriale italiano. Leggi tutto
Call center in lotta tra paghe troppo basse e lo spauracchio delle delocalizzazioni
Un unico immaginario filo, come quello di un telefono, parte dai call center per arrivare al Parlamento. Un unico filo che unisce sindacati, associazioni di categoria e i circa 80mila addetti del settore, di cui 30-40mila assunti a tempo indeterminato e il resto collaboratori a progetto. Un «popolo» fatto per buona parte da soggetti con titolo di studio elevato (diploma o laurea); numerosi i giovani alla prima occupazione.Qualche settimana fa Umberto Costamagna, presidente di Assocontact, associazione nazionale dei contact center, ha preso parte a un’audizione in Commissione Lavoro alla Camera nell’ambito di un’indagine aperta dalla stessa Commissione per analizzare le problematiche del settore. Ieri è stata la volta dei sindacati Slc, Fistel e Uilcom. Le audizioni non arrivano a caso, ma rappresentano solo uno dei punti nodali di una vicenda che va avanti ormai da tempo. Solo per ricordare una delle tappe più recenti, il 4 giugno i lavoratori dei call center sono scesi in piazza a Roma in quello che è stato ribattezzato «No delocalizzazione day»: una protesta contro la tendenza a trasferire intere unità lavorative fuori dai confini nazionali. La crisi generalizzata del settore ha portato all’esigenza di tagliare i costi, intervenendo soprattutto su quello che rappresenta oggi la fonte di spesa più pesante, ossia il personale, che incide per l’80% sulla struttura complessiva dei costi (fonte: ufficio studi Assocontact 2014). Questo significa che spostando il call center all’estero, in particolare in paesi dove il costo del personale è più basso del nostro, l’azienda risparmia notevolmente. Solo un esempio: se lo stipendio medio mensile di un lavoratore di call center in Italia è di 1500 euro lordi, in un paese come l’Albania un dipendente costa circa un terzo. Esiste però una «piccola» controindicazione: a oggi parte del personale impiegato in Italia va o rischia di andare a casa.A favorire la delocalizzazione una serie di fattori, tra cui, oltre al minor costo del personale, vantaggi fiscali, come l’assenza di imposte presenti in Italia, su tutte l’Irap, che influisce notevolmente sul costo del lavoro. Costamagna ha fatto il punto della situazione con Articolo 36 inquadrando le principali criticità: «il quadro attuale è fortemente legato a una serie di fattori, tra cui l’incidenza dell’Irap, tassa non detraibile e indipendente dal risultato economico, sul costo del personale. Un altro aspetto da non sottovalutare è quello delle gare al ribasso, per cui si tenta di accaparrarsi commesse al minor costo possibile. Con il risultato che si sceglie di spostare i call center dove la spesa per l’aziende è minore». Ma quali sono le cifre della delocalizzazione e quanti lavoratori rischiano di essere coinvolti in questo processo? Oggi le attività delocalizzate rappresentano un volume inferiore al 10% del mercato in Italia e investono soprattutto il settore privato. Una percentuale però in aumento secondo Costamagna. I paesi extra UE rappresentano la metà dei volumi delocalizzati. In aumento i casi di outsourcer che delocalizzano dopo aver beneficiato di ammortizzatori sociali o incentivi in Italia. «Tra le prime 10 aziende del nostro settore, otto delocalizzano o hanno sedi all’estero. Numerose società hanno aperto call center al sud beneficiando di finanziamenti. Una volta in crisi hanno mandato i proprio dipendenti in cassa integrazione e, invece di chiudere, si sono spostate fuori dall’Italia aprendo nuove strutture», spiega Costamagna. Secondo i dati 2014 il mercato fattura complessivamente più di un miliardo e 300 milioni di euro. La maggior parte delle aziende è concentrata al sud (47%), rispetto al 39% del nord e al 14% del centro Italia. Guardando al tema della retribuzione, se i dati ufficiali Assocontact parlano di una busta paga lorda mensile di 1500 euro, i sindacati hanno denunciato in più di un'occasione paghe ben più basse, dai 2,50 ai 3 euro lordi, che portano a stipendi da fame: 500 euro mensili a fronte di un impegno di 40 ore settimanali. Lo scorso anno Assocontact e sindacati hanno siglato un accordo per portare a 4,80 euro lordi mensili la retribuzione minima obbligatoria per i lavoratori a progetto, uniformandola a quanto previsto per i dipendenti dal contratto collettivo delle tlc. Ma poi bisognerebbe capire se l'accordo viene rispettato da tutti i player del mercato, avendo anche cura di distinguere tra call center inbound, dove gli operatori gestiscono chiamate in entrata, e outbound, dove è l'operatore a contattare clienti o potenziali clienti a scopi promozionali. Spesso entrambe le attività sono svolte da una stessa società, ma sono i call center inbound a prevalere, con una percentuale del 65% sul totale. Dal punto di vista dello stress correlato a questo tipo di lavoro, esso caratterizza entrambi i "rami di attività": se infatti nel caso degli outbound la telefonata dell'operatore viene vissuta come un disturbo dalla quasi totalità dei riceventi, nel caso degli inbound lo stress deriva dalla attitudine di chi chiama, spesso con poca pazienza, lamentando un disservizio.Accanto al tema delle condizioni di lavoro, poi, uno dei grandi problemi legati alla delocalizzazione riguarda la tutela dei dati personali, in assenza all’estero di una regolamentazione come quella sancita in Italia dal decreto 196/2003. Il rischio è infatti che la riservatezza di queste informazioni non sia garantita nei paesi dove di fatto l’azienda va a operare. Per tentare di ovviare a questo problema l’articolo 24 bis del decreto 83/2012 ha previsto che l’azienda che effettui delocalizzazione deve «darne comunicazione all’Autorità garante per la protezione dei dati personali, indicando quali misure vengono adottate per il rispetto della legislazione nazionale, in particolare del codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 196/2003. Analoga informativa deve essere fornita alle aziende che già operano in paesi esteri». Il problema, aggiunge Costamagna,è che «esistono delle regole relative al trattamento dei dati o alla visibilità del numero dell’operatore, ma spesso non vengono rispettate». Cosa si può fare allora e soprattutto quale è stata la risposta da parte delle istituzioni? Tra le proposte di Assocontact «una differente regolazione delle gare che non prescinda dai minimi contrattuali, un intervento forte sulla fiscalità e una politica industriale che regolarizzi meglio la gestione dei passaggi di commessa da una società all’altra». Nel frattempo il ministero dello Sviluppo economico ha teso la mano alle associazioni di categoria, prevedendo un incontro, che al momento non ha ancora una data certa; il prossimo 18 luglio invece il sindacato confederale organizzerà una mobilitazione proprio davanti il ministero. Ad attendere la risposta sono soprattutto i tanti addetti del settore. Lavoratori che aspettano interventi chiari e incisivi per sperare in un futuro dai contorni più definiti.
Hanno investito 850mila euro in due anni, finanziando 13 start-up. E contribuendo a creare 47 nuovi posti di lavoro. Sono questi i numeri di Custodi di successo, network di angel investors fondato a Vicenza da Mario Costa. «Oggi chi ha dei soldi da investire ha diverse opportunità: i Bot, la Borsa, gli immobili», spiega l'ideatore di questa associazione, che di mestiere fa proprio il direttore commerciale di un fondo immobiliare «oppure può guardare alle aziende non quotate, per avere dei rendimenti più importanti anche se molto più rischiosi. E attualmente c'è un mercato che richiede anche questo tipo di investimenti». Non si tratta di un fondo di venture capital, ma di un gruppo di angel investors: professionisti di diversi settori che decidono di utilizzare i propri risparmi per far crescere una start-up.
Proprio per questo Custodi di successo è suddivisa in cinque associazioni territoriali basate a Vicenza,Milano, Verona, Treviso e Udine; e a settembre è prevista l'apertura di una sede a Padova. «La richiesta di investitori è sempre più presente sul territorio e l'idea di aprire tante “antenne” geolocalizzate nelle diverse province, con la possibilità di creare gruppi di investimento, facilita il finanziamento di più start-up possibili».Non solo: alla base del meccanismo che porta i singoli associati a staccare un assegno c'è anche un discorso di fiducia reciproca. «Non ci sono limiti settoriali nei nostri investimenti, se non quelli legati alle nostre competenze. Ma spaziamo dalla microapplicazione al device medicale: per questo mi fido di amici che hanno professionalità diverse e complementari», spiega Andrea Povelato, che a marzo di quest'anno ha dato vita alla sezione trevigiana dei CdS. In altre parole, il giudizio di chi conosce il settore nel quale opera la start-up è fondamentale per convincere gli altri angel investors a metter mano al portafoglio. Infatti, proprio per favorire un clima di fiducia tra gli investitori, per associarsi bisogna essere presentati da uno dei soci.
Al contrario, non ci sono limiti per gli startupper: non bisogna conoscere un associato, né bisogna avere sede in una delle cinque province in cui sono attivi i Custodi di successo per poter presentare la propria idea imprenditoriale. Le candidature si presentano via email e vengono esaminate da un gruppo ristretto degli angel investors. Se si supera questo primo filtro, si ha la possibilità di effettuare la presentazione di fronte all'intera platea di una delle cinque sedi territoriali. È questo il momento decisivo, quello in cui le aziende si giocano la possibilità di ottenere un finanziamento. In cambio del quale si cede una quota minoritaria del capitale sociale. CdS si pone poi l'obiettivo di uscire dalla compagine societaria entro cinque anni. Ad oggi sono 104 le start-up che si sono presentate, ma solo 13 hanno convinto gli "angeli" ad investire. «Finora l'unica exit ci ha portato quasi al pareggio rispetto alla somma investita», spiega Costa. L'operazione ha riguardato Opera Style, una piccola azienda metalmeccanica impegnata nella produzione di stufe a pellet che nel 2013 è stata ceduta ad una multinazionale.L'investimento medio dei Custodi si aggira intorno ai 65mila euro. E la platea dei 72 associati da convincere è molto variegata: «a Vicenza sono tutti imprenditori, a Milano manager, a Verona liberi professionisti». Così come molto diversa è anche l'attività svolta dalle varie start-up finanziare: si va da Spotlime, app che suggerisce eventi profilando la proposta sui gusti dell'utente, a Up, azienda che produce dossi stradali in grado di generare energia elettrica. Ancora, da Edicola Italiana, piattaforma per la diffusione dei giornali digitali, a Yellow Food, che commercializza cibi per persone che hanno limiti nell'assunzione di alimenti, come difficoltà di deglutizione e disfagie. Tutte realtà che si sono rivolte a Costa e ai suoi soci chiedendo loro di custodire il proprio successo.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it
Nei giorni scorsi l’Inps ha pubblicato i dati sul cosiddetto “bonus giovani”, un fondo da 794 milioni di euro che era stato stanziato dal governo Letta per il triennio 2013-2015 per incentivare le imprese ad assumere a tempo indeterminato i giovani tra i 18 e i 29 anni. Il governo aveva promesso 100 mila assunzioni, ma finora il numero è fermo a 22mila. Il che non vuol dire, tra l’altro, che siano stati creati 22 mila nuovi posti di lavoro: alcuni beneficiari dell’incentivo, il cui numero non è al momento disponibile, sono stati assunti ex novo; altri invece avevano già un rapporto di lavoro in essere, che è stato trasformato in un contratto a tempo indeterminato. Si tratta di una distinzione importante, perché in base a questo cambia la durata dell’incentivo: per ogni nuovo rapporto di lavoro a tempo indeterminato, le aziende percepiscono – per 18 mesi – un bonus pari a un terzo dello stipendio lordo, con un tetto massimo di 650 euro. Questo significa che se il dipendente guadagna, ad esempio, 1500 euro lordi al mese, per 18 mesi lo Stato paga un terzo del suo stipendio e l’azienda il resto. Se il contratto a tempo indeterminato subentra a un rapporto di lavoro precedente, l’importo dell’incentivo resta immutato, ma cambia la durata: 12 mesi.Insomma, il contratto è a tempo indeterminato, ma l’incentivo no: questo innanzitutto, secondo Francesco Giubileo, sociologo ed esperto di politiche attive del lavoro, ha reso l’intervento dello Stato meno appetibile. «Per un’azienda i costi di licenziamento sono nettamente superiori agli incentivi: in Italia una causa di licenziamento può arrivare a costare più di 50mila euro ed è per questo che si cerca spesso una soluzione attraverso il concordato o il negoziato». C’è poi un altro aspetto da considerare. Se gli incentivi sono pochi, e distribuiti a pioggia, si corre il rischio che a beneficiarne siano soltanto le aziende che avrebbero comunque assunto nuovo personale a tempo indeterminato, e non quelle che ne hanno più bisogno. «Per questo, quando i fondi sono così limitati, dovrebbero essere utilizzati per accompagnare al lavoro determinati “target” di soggetti, siano essi specifici settori produttivi o territori particolarmente bisognosi», dice ancora ad Articolo 36 Francesco Giubileo. «Facciamo un esempio: lo Stato stanzia dei fondi per incentivare l’occupazione giovanile in una singola provincia. Al termine della sperimentazione scopre che quel particolare tipo di incentivo ha avuto successo: è evidente che questo consentirebbe, in un secondo momento, di adottare la stessa misura su scala molto più ampia, andando a colpo sicuro».Per accedere ai finanziamenti, le aziende dovevano (e devono tuttora) rispettare una serie di obblighi e criteri, che potrebbero aver pregiudicato l’esito del provvedimento. Prima di tutto, la legge prevede un “incremento occupazionale”: questo significa che per usufruire del bonus le imprese devono assumere nuovo personale. Il governo ha messo questo vincolo per evitare che i soldi fossero utilizzati soltanto per stabilizzare i precari, ma in questo modo ha escluso dai giochi un certo numero di aziende. Quanti – visti i costi dei contratti a tempo indeterminato – possono permettersi di stabilizzare i precari e, addirittura, assumere altro personale? «Quello dei costi è in effetti uno dei problemi, anche se non il più importante» conferma Stefano Di Niola, responsabile nazionale mercato del lavoro della Cna, la Confederazione nazionale dell'artigianato e della piccola e media impresa. «Bisogna considerare, innanzitutto, che in una fase di crisi nessun incentivo economico potrà mai compensare la necessità dell'impresa di ridurre i costi. Da questo punto di vista, l'errore più grande è stato legare gli incentivi all'aumento dei dipendenti. Il governo avrebbe dovuto stanziare dei fondi anche per l'occupazione non incrementale, estendendoli, per esempio, a chi non ha licenziato nei 6 mesi precedenti la richiesta dell'incentivo, oppure a chi deve sostituire un lavoratore andato in pensione. Insomma, criteri più elastici. E poi, perché un incentivo funzioni deve essere accompagnato da una serie di misure volte, per esempio, ad aumentare la domanda interna. Solo così si ottiene un'occupazione buona e stabile». Inoltre non è che un'azienda possa scegliere il suo under 30 in autonomia e assumerlo usufuendo dell'incentivo. Perché per la platea di potenziali beneficiari vi è il vincolo di soddisfare almeno uno di questi requisiti: non aver avuto un impiego regolarmente retribuito nei sei mesi precedenti la firma del contratto; non avere un diploma di scuola superiore o professionale; vivere da soli, con almeno una persona a carico. Ottenere queste informazioni spesso ha un costo e secondo Pietro Ichino, giurista e senatore di Scelta Civica, «col senno del poi si può affermare che, con requisiti meno stringenti, i risultati sarebbero stati più conformi alle attese. Se per capire come funziona un incentivo è necessario un consulente, una parte dell'incentivo si perde per remunerare il consulente; e tutti coloro che non si avvalgono di un consulente non entrano nel gioco». Il fatto che gli incentivi abbiano una durata limitata complica ancora di più le cose: «I costi dei consulenti aumentano. Se il provvedimento fosse stato più duraturo, il costo necessario per acquisire le informazioni sarebbe stato spalmato su di un periodo di tempo più lungo e, in questo modo, si sarebbe ridotto».Secondo i dati della Cgil, nei primi cinque mesi di vita della legge (da agosto 2013 a metà gennaio 2014) l'incentivo è stato utilizzato per l'assunzione di 14mila lavoratori, prevalentemente in cinque regioni: Lombardia, Campania, Lazio, Piemonte e Veneto. In pratica, buona parte delle assunzioni è stata fatta a ridosso dell’approvazione del provvedimento. Cosa è successo dopo? «Dopo è arrivato Matteo Renzi e il decreto Poletti che ha proseguito sulla strada della flessibilità e della deregolamentazione del mercato del lavoro, e ha investito nella riduzione del costo del lavoro, delle tutele e dei diritti», dice Andrea Brunetti, responsabile della politiche giovanili della Cgil. «Certo, gli incentivi potevano essere pensati meglio, ad esempio individuando settori specifici cui indirizzarli; ma almeno Letta ha messo un po’ di benzina nei serbatoi delle piccole e medie imprese. Col decreto Poletti, invece, Renzi gli ha indicato la scorciatoia per risparmiarla». E la sua opinione non è isolata: «Il contratto a tempo indeterminato oggi è messo "fuori mercato" - almeno nel primo triennio del rapporto fra un datore e un prestatore di lavoro - dalla liberalizzazione del contratto a termine», dice ancora Pietro Ichino, certo non vicino – in genere – alle posizioni della Cgil. «Per renderlo più competitivo occorre innanzitutto ridurre drasticamente la protezione della stabilità nel periodo iniziale, limitando il controllo giudiziale alle discriminazioni e rappresaglie e affidando la protezione della persona che lavora a una indennità di licenziamento proporzionata all'anzianità di servizio. E poi, occorrerebbe concentrare sul contratto a tempo indeterminato la riduzione del cuneo fiscale e contributivo».
Staffetta generazionale, solo 5 casi in un anno: il patto per l'occupazione tra anziani e giovani è un flop
Ricordate la staffetta generazionale? Sembrava dover essere il piatto forte, in materia di occupazione giovanile, del governo Letta e dell’allora ministro Giovannini. Finita poi in un cassetto, venne comunque ripresa da Italia Lavoro attraverso un intervento finanziato con circa 40 milioni di euro su risorse del vecchio fondo per l’occupazione del ministero del Lavoro. Con quali esiti? Molto scarsi, anzi: quasi nulli. Per ora infatti è stata usata solo tre volte in due aziende dell'Emilia Romagna e due volte in due aziende della Lombardia. Cinque sole volte nelle uniche tre regioni in cui è riuscita a partire: Lombardia, Emilia Romagna e da meno di un mese anche la Campania. Eppure questa formula, nelle intenzioni del governo, avrebbe dovuto incentivare il ricambio generazionale e aprire opportunità di impiego per i giovani. Invece i numeri pesano come macigni, visto che queste cinque volte sono diluite in un arco di tempo molto esteso, 15 mesi – considerando che il primo bando venne pubblicato in Lombardia nel marzo 2013. In sottofondo si sente inoltre il ticchettio di un timer: i finanziamenti dovrebbero infatti essere utilizzati entro il 31 dicembre 2014. Eppure questa formula è stata costruita appositamente per essere vantaggiosa per tutti: lavoratori anziani, giovani e aziende. Ma in cosa consiste? L’intervento, nella pratica, vuole venire incontro ai tanti lavoratori che per effetto della riforma Fornero, che ha preso in considerazione il prolungamento dell’aspettativa di vita - salita a oltre 84 anni per le donne e a quasi 80 per gli uomini - innalzando l’età pensionabile, si sono trovati a dover lavorare più a lungo in azienda. Con delle conseguenze in termini di problemi organizzativi e di gestione del lavoratore anziano da parte delle aziende. «La staffetta generazionale non è un semplice scambio di ruolo tra anziani e giovani che si passano il testimone» spiega ad Articolo 36 Angelo Irano, responsabile area Welfare to work di Italia Lavoro, «è l’introduzione di un elemento che deve sempre più contraddistinguere le politiche di invecchiamento attivo in Italia, mai fatte realmente, perché l’innalzamento dell’età comporta delle necessità nuove. Il programma, quindi, incentiva il lavoratore anziano che decide di mettersi in part time, non al di sotto del 50%, pagando il differenziale contributivo che avrebbe perso per la riduzione dell’orario di lavoro per un minimo di 12 mesi e fino a un massimo di 36. Il tutto, però, solo se contestualmente l’azienda assume un giovane nella fascia di età 18-25 anni se diplomato e fino a 29 se laureato, con un contratto di apprendistato e/o a tempo indeterminato». In pratica il meccanismo è semplice: l’azienda assume il giovane e trasforma il contratto dell’anziano in un part time: a quel punto Italia Lavoro interviene sul differenziale retributivo che il lavoratore andato in pensione andrebbe a perdere. Tutto nasce dall’analisi che è stata fatta sui dati dell’occupazione nelle fasce di età over 55 e 18-29. «Dal 2008 a oggi» spiega Irano «il tasso di occupazione degli ultra cinquantenni è aumentato del 10,5%. Se si analizzano, in particolare, gli anni dal 2011 al 2014 quando è intervenuta la riforma delle pensioni, il tasso di occupazione degli over 55 è aumentato del 7%. Nel frattempo il tasso di occupazione dei giovani dal 2008 a oggi è diminuito del 10% lasciando lo spazio proprio per quella stessa percentuale di anziani che invece hanno continuato a lavorare. Così ci troviamo di fronte a una partecipazione delle nuove generazioni che è scesa di dieci punti percentuali rispetto al 24,5 del 2008. Stessi numeri che invece sono stati acquistati dagli anziani». Il ragionamento che fa il responsabile di Italia Lavoro è che la distribuzione degli incentivi a pioggia non porta necessariamente a buoni risultati perché prima di pensarli bisognerebbe capire se danneggiano una generazione. Perciò andrebbero pianificati in un’ottica intergenerazionale, anche perché non far partecipare i giovani ai processi produttivi ha una grave conseguenza: non riuscire a creare le condizioni di mantenimento di una popolazione che ha un’aspettativa di vita sempre più alta. «Stiamo tenendo in panchina una generazione che è nelle migliori condizioni di performance lavorativa, produttiva e di creatività e che l’Italia si permette invece il lusso di non utilizzare». Eppure il programma non è riuscito a far invertire questa tendenza, anche se i numeri al momento disponibili riguardano le uniche tre regioni in cui è stato adottato, con un finanziamento di 3milioni di euro ciascuna. «Altre regioni come il Piemonte, la Liguria, il Molise, il Lazio, la Basilicata e la Sicilia stanno decidendo di attivarla» spiega ad Articolo 36 Angelo Irano, che continua «Il finanziamento massimo scende a 1milione e mezzo per le regioni più piccole, ma ognuna è libera di decidere il proprio budget. Il Molise e la Liguria, per esempio, hanno intenzione di mettere in disponibilità 300mila euro». C’è da dire che le risorse sono state messe in disponibilità su azioni di sistema Welfare to work senza, però, l’obbligo di usarle per la staffetta generazionale. Il Veneto, infatti, ha deciso di usare i suoi 3milioni di euro per «sostenere la prima fase della Youth Guarantee e le risorse sono già state tutte impegnate a favore di 1200 giovani che hanno iniziato un tirocinio di inserimento lavorativo le cui spese sono state coperte dall’azione di sistema». I fondi non sono stati, quindi, vincolati alla Staffetta generazionale perché non vi era certezza rispetto all’efficacia del modello. Ed è proprio Irano a spiegarlo: «La prima incertezza delle aziende è verso il futuro e la possibilità di ripresa. La seconda riguarda la riforma delle pensioni. La questione degli esodati ha, infatti, creato una sorta di allarme per le vecchie generazioni perché oggi l’uscita effettiva dal processo produttivo per pensionamento è legata all’aspettativa di vita che viene modificata di volta in volta in base alle rilevazioni Istat. L’Inps non può, quindi, dare con certezza ai lavoratori il periodo di uscita dal lavoro per una data più lunga di 24 mesi. E questo ha allarmato i lavoratori anziani perché potrebbe sempre crearsi un ulteriore cambiamento del sistema di fuoriuscita della forza lavoro». Questo punto è lo stesso che anche la Cgil Campania ha messo in evidenza in fase di firma dell’accordo. «La nostra organizzazione, pur essendo firmataria del protocollo, ha voluto evidenziare come un provvedimento che divide il mercato del lavoro tra pubblico e privato, come questo» spiega ad Articolo 36 Enza Sanseverino della Cgil Campania, «è foriero solo di futuri problemi. Ce lo insegna bene il caso degli esodati». Di diverso avviso, invece, Enzo De Fusco coordinatore della Fondazione studi dei consulenti del lavoro che in occasione dell’ottavo congresso nazionale dei professionisti a Fiuggi ha detto che la staffetta generazionale può avere effetti positivi sul fronte di chi la attiva e del lavoratore. «Il vantaggio per il datore di lavoro è che si riduce il costo del lavoro. Mentre per il lavoratore non c’è penalizzazione economica». Ci sono poi degli altri punti oscuri che la Cgil Campania evidenzia: «Con questo provvedimento si introduce un’ulteriore forma di precariato che si va ad aggiungere alle oltre quaranta forme già in vigore. E poi il pericolo insito nella staffetta generazionale è che diventi un provvedimento di natura familistica, diretta quindi solo a padri e figli,» spiega Enza Sanseverino «a discapito di chi non ha alcun rapporto di parentela con i senior disposti ad aderire». Su questo punto, però, il responsabile Irano non è d’accordo. «Per i pochi casi che abbiamo trattato, non ci troviamo di fronte a questa condizione. E comunque questa preoccupazione non deve mettere in discussione lo strumento, può certo essere avanzata in fase di accordo per consentire una maggiore o minore flessibilità, ma non dopo». Le proposte avanzate in fase di accordo sono quelle che, per esempio, in Campania hanno fatto innalzare l’età dei giovani partecipanti – che nell’intervento era stata fissata fino ai 29 anni richiamando la legge 297 del 1992 – fino a 32 per i diplomati e 35 per i laureati, riprendendo la legge sull’apprendistato che in questa regione ha stabilito questa fascia di età. Se la staffetta generazionale continuerà anche nel 2015 è comunque troppo presto per dirlo. «I risultati sono contenuti» osserva Angelo Irano, «quindi non so se continuerà. Sono certo, però, che l’Italia deve dotarsi di una politica che gestisca l’invecchiamento attivo in un’ottica intergenerazionale. È un obbligo per il nostro Paese che è stato giustamente richiamato nella nuova programmazione dei fondi europei 2014-2020, dove l’invecchiamento attivo in un’ottica intergenerazionale è uno dei temi posti al centro della nuova pianificazione». E a ragione visto che l’Italia non è l’unico Paese ad aver sperimentato – anche se fino ad ora con scarso successo – la staffetta generazionale. Lo sta facendo anche la Francia con il Contrat de génération che a differenza della proposta italiana non vede la riduzione di orario del lavoratore anziano con l’introduzione di quello giovane, ma la convivenza dei due nel primo periodo. E ha portato a risultati talmente positivi che non solo è stato rinnovato ma è stato creato anche un Trofeo da assegnare alle migliori pratiche adottate dalle aziende che hanno usato questo contratto. Visto che nella nuova programmazione dei fondi europei uno dei temi centrali è appunto l’invecchiamento attivo in ottica intergenerazionale è quindi probabile che anche in Italia il programma sarà riproposto, logicamente non in modo identico visto che fino ad ora non ha avuto esiti positivi. «Questa esperienza serviva anche a questo: vedere i meccanismi di funzionamento e capirne le deficienze in modo da partire da un dato di fatto già sperimentato» spiega Irano «e comprendere quali sono gli elementi che non danno un valore aggiunto».Per le aziende e i giovani comunque interessati al programma che non si lasciano scoraggiare dai dati negativi avuti fino ad ora nel nostro Paese, non resta quindi che consultare i bandi ancora attivi e verificare periodicamente il sito di Italia lavoro per quelle regioni che nei prossimi mesi dovrebbero pubblicarne di nuovi.
Che fai stasera? Un business che solo a Milano vale 200mila euro
Siete a Milano e non sapete cosa fare la sera? C'è una app che capisce i vostri gusti e vi propone l'evento che fa per voi: si chiama Spotlime. Il meccanismo funziona, tanto che ha convinto gli angel investors di Iban a finanziare con 200mila euro la start-up che si è inventata questo servizio. Come hanno fatto a convincerli? Il segreto sta nel pitch, ovvero nella presentazione: un momento cruciale per ogni startupper. Il pitch è un momento cruciale e lo sa bene Francesco Rieppi, uno dei due founder di questa azienda: nel suo curriculum c'è anche un anno trascorso a Berlino alle dipendenze di un fondo di venture capital. Il suo mestiere era proprio quello di valutare le giovani imprese. «Un pitch è un insieme di 12, al massimo 15 slide che devono comunicare in modo immediato cosa fai e che la tua idea ha un potenziale. Sembra semplice», ammette, «ma riuscirci senza parlare non è facile. È importante riuscire a far capire che la propria idea non è campata per aria e soprattutto essere attenti ai dettagli». E non sono in molti ad avere le carte in regola: «Almeno il 50% delle presentazioni alle quali ho assistito non presentava questi requisiti».
Gli errori degli altri, però, l'hanno aiutato ad avere successo e a ottenere un finanziamento da 200mila euro per la sua start-up. Dietro a questa applicazione oltre a quello di Rieppi, laureato in Economia politica alla Bocconi, c'è anche il cervello di Francesco De Liva, ingegnere informatico uscito dal Politecnico di Milano. Entrambi 28enni, compagni di classe alle superiori in un liceo di Udine, si erano poi persi di vista negli anni universitari, che pure entrambi avevano passato nel capoluogo lombardo. «Siamo rientrati in contatto per un motivo futile», ricorda Rieppi, «volevamo costruire un'alumni della nostra scuola superiore». Il progetto è naufragato, ma «è stata l'occasione per risentirci». E per dirsi reciprocamente che«eravamo stufi di lavorare in azienda, cercavamo qualcosa di sfidante, di innovativo».Consulente al Boston Consulting Group il primo, ingegnere ad Amadeus, multinazionale che produce softwaregestionali per la bigliettazione aerea, il secondo, i due a fine 2012 hanno lasciato i rispettivi uffici e i contratti a tempo indeterminato e hanno iniziato a lavorare su Spotlime. Sviluppando un'applicazione che segnala una serie di eventi che si svolgono a Milano: concerti jazz, aperitivi in stile, degustazioni, serate a tema. Come spesso capita agli startupper, l'idea è nata da un'esigenza concreta. «Lavorando entrambi all'estero e tornando a Milano nel fine settimana, ci eravamo accorti che non c'era un sistema che segnalasse gli appuntamenti migliori per noi».Nel senso che «esistevano gli aggregatori, ma non erano profilati». Ovvero non erano in grado di imparare i gusti del singolo utente per presentare delle proposte che li incontrassero. E inoltre «non c'era nulla di mobile». Due lacune che Spotlime è andata a colmare. Il nome della start-up si fa riferimento a due concetti. «Spot è il fascio di luce, l'occhio di bue. Il nostro motto è: illumina i momenti che ami». Mentre il lime «è il simbolo di una serata fresca, giovane». Fondata a luglio del 2013, è una srl con un capitale sociale di 11.500 euro, versati grazie ai risparmi dei due giovani imprenditori. Gli stessi che hanno permesso ai due startupper, che ancora oggi lavorano da soli al loro progetto, di mantenersi nei primi mesi di attività - quando le entrate non permettevano di sostenere due stipendi. «A breve diventeremo una isrl», annuncia Rieppi, «rientriamo sia per i titoli di studio che per le spese in ricerca e sviluppo. Inoltre vogliamo proteggere l'algoritmo con cui definiamo la proposta di eventi personalizzati». E il possesso di un brevetto è un altro degli elementi che permette di essere iscritti nel registro dedicato alle start-up innovative.
Il primo rilascio dell'applicazione, ancora in versione beta, è avvenuto intorno lo scorso Natale; ma è da meno di tre mesi che la app è operativa a tutti gli effetti. «Abbiamo pubblicato più di 1.500 eventi. E stiamo crescendo molto: nella prima settimana dopo l'annuncio del finanziamento abbiano registrato 2mila nuovi utenti in più». E qui arriva infatti il riferimento al punto di svolta: i 200mila euro ottenuti da Iban. Soldi che serviranno «innanzitutto per consolidare la nostra presenza su Milano»: dopodiché ci si muoverà su altre città. Il modello è quello di Uber, l'app finita alla ribalta delle cronache per le contestazioni da parte dei tassisti. In Italia il prossimo obiettivo è Roma; dopodiché, all'estero: «Pensiamo a tutte le capitali europee, città in cui il numero degli abitanti e degli eventi sia interessante». Il modello di business prevede che Spotlime, completamente gratuita per gli utenti, trattenga una percentuale su ogni acquisto, si tratti del biglietto di un concerto, piuttosto che del prezzo di un tavolo in discoteca, se la transazione passa attraverso l'app una percentuale viene trattenuta dalla start-up.L'utente che effettua un'acquisto tramite l'app, riceve un bonus sul proprio smartphone che deve mostrare in cassa. In questo modo se chi prenota non si presenta, il locale non deve girare la quota dovuta a Spotlime. Una modalità che ha convinto gli angel investors di Iban. «Li abbiamo contattati e abbiamo presentato la nostra start-up: in questi incontri è importante spiegare cosa fai e soprattutto dimostrare che abbia un fondamento economico». Forte anche della sua esperienza, Rieppi è riuscito a dimostrare loro perché la sua azienda ha le potenzialità per rimanere sul mercato. E ora ha a disposizione 200mila euro per far crescere la sua start-up.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it Leggi tutto
Capita di dover ribadire l'ovvio, il buonsenso, perché a volte l'ovvio e il buonsenso vengono negati. Spesso in cattiva fede. E allora bisogna intervenire, e dire le cose come stanno. È il caso delle recentissime decisioni riguardanti l'implementazione della legge sull'equo compenso giornalistico. Legge approvata a fine 2012 ma ancora non pienamente operativa, proprio perché fino ad ora è mancata una delibera: cioè, in pratica, il "tariffario". Gli addetti ai lavori sanno che è vietatissimo chiamarlo così, ma è sempre bene dire pane al pane e vino al vino. E dunque, in estrema sintesi: i giornalisti non contrattualizzati, riuniti in movimenti e collettivi, a fine 2012 erano riusciti finalmente a farsi ascoltare e a ottenere una legge volta a tutelare i precari dallo sfruttamento. Al primo comma dell'articolo 1 la suddetta legge (233/2012) viene definita come «finalizzata a promuovere l'equità retributiva dei giornalisti iscritti all'albo […] titolari di un rapporto di lavoro non subordinato in quotidiani e periodici, anche telematici, nelle agenzie di stampa e nelle emittenti radiotelevisive». Al comma 2 si precisa: «per equo compenso si intende la corresponsione di una remunerazione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, tenendo conto della natura, del contenuto e delle caratteristiche della prestazione nonché della coerenza con i trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria in favore dei giornalisti titolari di un rapporto di lavoro subordinato».Ma la legge sull'equo compenso giornalistico è stata, fin dalla sua approvazione, una vittoria a metà. Perché non ha stabilito, come il titolo avrebbe potuto far sperare, un equo compenso per i giornalisti esterni alle redazioni. No. Ha derogato questo compito a una commissione, da istituire «entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore». Commissione presieduta dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all'editoria (all'epoca del governo Letta era Giovanni Legnini, ora invece è Luca Lotti) e composta da sei elementi: un rappresentante del ministero del Lavoro e uno di quello dello Sviluppo economico; un rappresentante del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti, uno del sindacato Fnsi, uno della Fieg e infine uno dell'Inpgi, la cassa previdenziale della categoria.Calando un velo pietoso sui tempi biblici intercorsi tra l'istituzione di questa commissione, la nomina dei vari membri e l'effettiva tabella di marcia per fare quello che tutti questi rappresentanti erano chiamati a fare «entro due mesi dall'insediamento», arriviamo al punto. Dopo un anno e mezzo la commissione ha partorito, qualche giorno fa, l'accordo. Cioè il tariffario che è vietato chiamare tariffario. E il contenuto dell'accordo ha lasciato basiti tutti.Tocca allora in queste righe sottolineare più volte l'ovvio e il buonsenso. No, 20 euro (lordi) ad articolo non è un equo compenso. È troppo poco. Ma il punto fondamentale non è nemmeno la cifra. Certo, è bassa. Ma c'è di peggio. La legge aveva infatti l'obiettivo di «promuovere l'equità retributiva dei giornalisti iscritti all'albo […] titolari di un rapporto di lavoro non subordinato». Secondo il buonsenso ciò significa che questa legge doveva servire a tutelare tutti i giornalisti esterni che collaborano con «quotidiani e periodici, anche telematici, agenzie di stampa ed emittenti radiotelevisive». Tutti. Non solo quelli che vengono inquadrati come cococo, fornendo cioè (secondo il documento ufficiale) «prestazioni che presentino, sul piano concreto, carattere economicamente dipendente e non sporadico» con una singola testata. Perché le modalità di inquadramento sorte nell'ultimo ventennio sono le più varie, e non ha senso - sarebbe anzi sommamente ingiusto - privilegiare alcuni a scapito di altri. E perché la multicommittenza per i giornalisti che non hanno un contratto subordinato è pressoché la norma.Altro grande sfregio, i «requisiti quantitativi minimi». Vale a dire che l'ovvio buonsenso farebbe pensare che questo «equo compenso giornalistico», una volta stabilito, vada applicato ad ogni singolo giornalista, per ogni singolo articolo scritto o servizio prodotto, indipendentemente dal committente. Invece no. Non paga di aver fissato dei minimi bassissimi, e non paga di aver ristretto la platea praticamente ai soli titolari di contratti di collaborazione coordinata e continuativa (per tutti gli altri, pensiamo solo a chi lavora in regime di Partita Iva o di cessione di diritto d'autore, i requisiti per essere inclusi nell'«estensione della normativa» prevista dall'articolo 5 sono talmente stringenti da essere praticamente irraggiungibili per chiunque lavori con più di una testata), la commissione ha deciso per un ultimo requisito restrittivo. E cioè che l'equo compenso vada applicato solo su quei giornalisti che con una sola testata («lo stesso committente») abbiano un rapporto di collaborazione tanto consolidato da produrre un numero di articoli praticamente uguale a quello che producono i dipendenti subordinati di quella testata. Si parla dunque almeno 144 articoli all'anno di almeno 1.600 battute per i quotidiani, e di almeno 45 articoli di almeno 1.800 battute per i settimanali. Chi è sotto questo quantitativo insomma potrà continuare ad essere sfruttato, pagato 5 euro a pezzo o magari addirittura di meno. Una «tagliola», l'ha definita Iacopino nella nota per il sottosegretario Lotti.Una assurdità che va a danneggiare tutti quei freelance (spontanei o spintanei) che si sono faticosamente costruiti negli anni una rosa di collaborazioni, e che dunque non hanno un committente che rappresenta «l'80% dei corrispettivi annui complessivamente percepiti». Perché magari hanno una percentuale del reddito che arriva da una collaborazione con un quotidiano, un'altra percentuale dalla collaborazione con un periodico, una da una collaborazione con una testata online e così via.L'accordo dunque mostra già dalla prima lettura tutta la sua inadeguatezza: è insufficiente, esclude larga parte dei giornalisti precari, pone condizioni assurdamente restrittive, e per giunta ai pochi inclusi e dunque d'ora in poi protetti dalla delibera offre condizioni ben poco eque. Di chi è la responsabilità di questo scempio?Non è un mistero che a questa legge gli editori abbiano fatto la guerra fin da prima che vedesse la luce. Gli editori, effettivamente, di questi tempi hanno pochi soldi. Guadagnano sempre meno: i giornali vendono sempre meno copie, anno dopo anno, e gli spazi pubblicitari che radio e televisioni vendono agli inserzionisti hanno quotazioni sempre più basse. Del web non vale nemmeno la pena parlarne: i banner sfruttano una miseria, rendendo praticamente impossibile la sostenibilità economica senza ricorrere ad altre fonti di finanziamento. Dunque, siccome gli editori hanno meno soldi di prima, vogliono contrarre le spese. Anziché rivedere i propri modelli di business, le linee editoriali, anziché provare a inventarsi un giornalismo nuovo che ricominci a far vendere copie di giornali e incolli gli spettatori a tv, radio e web, la maggior parte di loro sceglie di usare la strategia della compressione del costo del lavoro. Cercando cioè di ottenere sempre più lavoro pagando sempre di meno.La situazione del settore dell'informazione è in questo senso paradigmatica: c'è una grandissima folla di giornalisti e aspiranti tali, dunque una grande offerta di lavoro; e una piccola schiera di testate che sfrutta questa massa, proponendo condizioni capestro che troppo spesso vengono accettate.Personalmente, non penso che questa sia la strada. Oltre ad essere una giornalista sono anche, nel mio piccolo, una editrice, e conosco la fatica che serve per guadagnare in questo settore. Eppure non ho mai pensato di poter moltiplicare gli articoli sulle mie testate sottopagando i collaboratori. Ma la mia è una posizione minoritaria, ai limiti dell'idealismo: il mondo dell'editoria è pieno di piccoli e grandi squali, che cercano di restare a galla con ogni mezzo. Proponendo informazione di bassa qualità, inseguendo i clic con titoli civetta e foto pruriginose, copincollando comunicati stampa e addirittura articoli pubblicati altrove, e soprattutto sfruttando il lavoro giornalistico di professionisti e dilettanti.Così, gli editori attraverso la Fieg hanno fatto un braccio di ferro contro questa legge. Il loro primo obiettivo era ritardarne il più possibile l'entrata in vigore, e l'hanno raggiunto: sono riusciti a tirarla per le lunghe per oltre un anno e mezzo, riuscendo a far coincidere il momento del voto della delibera con il momento del rinnovo del contratto giornalistico. Una tempistica che ha certamente conferito loro una posizione di forza a entrambi i tavoli. Il loro secondo obiettivo era assicurarsi che, una volta approvata, la delibera non facesse troppi danni: che prevedesse dunque minimi bassi, e soprattutto che non imponesse loro di pagare tutti i giornalisti almeno quei minimi. Da qui il gran lavorio per stabilire tutta quella serie di paletti irragionevoli, non previsti nella legge originale, che permettono ad alcuni (pochi) collaboratori di entrare nel novero dei "tutelati", e che ne lascia fuori moltissimi altri.Dunque, tutta colpa degli editori? Non proprio. Al tavolo della commissione c'erano anche altri due soggetti in rappresentanza della categoria dei giornalisti: la Fnsi e l'Inpgi. E soprattuto la Fnsi, sindacato pressoché unico dei giornalisti, non avrebbe dovuto fare le barricate per ottenere un tariffario più decente e una interpretazione estensiva della platea dei beneficiari? Invece pare proprio che stia in capo al sindacato la maggior parte della responsabilità. «Le tariffe preparate da Lotti erano doppie o quasi rispetto a quelle volute dalla Fnsi» ha denunciato sulla sua pagina Facebook il presidente Odg Iacopino. Una versione che, se confermata, getterebbe una ulteriore ombra di discredito su quel sindacato che in questi giorni è diventato bersaglio di molte critiche. C'è anche una petizione che gira su Internet. L'ho firmata, perché ritengo che qualsiasi espressione pubblica di dissenso nei confronti di questa porcata sia utile. Al momento in cui scrivo questo pezzo, la petizione ha superato le 1.300 firme. Non sono così ingenua da pensare che una petizione possa spostare di un millimetro l'accordo trovato, e temo dunque che la delibera resterà così com'è, con i suoi 20 euro e soprattuto con la sua platea ristretta. Ma al di là dell'indignazione momentanea, dell'hashtag #iniquocompenso, della manifestazione di protesta dei giornalisti freelance e precari appena fissata per martedì 8 luglio a Roma, di fronte alla sede della Fnsi, una riflessione va avviata necessariamente, e velocemente, su tre punti sopratutto. La responsabilità del sindacato in questa vicenda, che si sovrappone in maniera inquietante al rinnovo del contratto di categoria (per i "fortunati" subordinati), è evidente: allora bisogna chiedersi se funzionino ancora i meccanismi di rappresentanza nella nostra professione. A me pare evidente di no: il 60% degli iscritti all'Inpgi è precario, eppure in commissione a definire le quotazioni dell'equo compenso e la platea dei beneficiari si è seduto qualcuno che con tutta evidenza non aveva massimamente a cuore le condizioni dei giornalisti freelance, dei collaboratori, dei non contrattualizzati. E questo pur essendosi dotata la Fnsi, da un paio d'anni, di una sua commissione lavoro autonomo interna… Restata, pare, del tutto inascoltata.Il secondo punto da focalizzare è la necessità di fare i conti con la realtà. A fronte dei 20 euro che hanno scontentato tutti, infatti, una proposta ventilata nei mesi scorsi prevedeva una cifra tripla (60 euro). E c'erano stati giornalisti con una faccia tosta tale da giudicare anche quella cifra troppo bassa. Allora, capiamoci. Non è buono che l'equo compenso sia stato fissato a 20 euro, sopratutto con le limitazioni sopra elencate, che rendono i già bassi 20 euro utopici per una fetta enorme dei giornalisti precari. Ma non era pensabile che l'equo compenso venisse fissato nemmeno a 70, 80 o 100 euro come speravano (e sparavano) alcuni. Dunque chiediamoci: la fronda interna che puntava a un risultato irrealizzabile, che gioco ha giocato? Chi ha avvantaggiato e chi invece ha finito per indebolire? Terzo e ultimo punto, l'autocritica. I pezzi pagati 4 euro esistono perché, purtroppo, ci sono tanti giornalisti che accettano di essere pagati 4 euro a pezzo. E non solo giovani di belle speranze che puntano ad accumulare gli articoli necessari a richiedere l'iscrizione all'albo dei pubblicisti. Queste tariffe da fame vengono accettate anche da tanti, tantissimi giornalisti già esperti, già iscritti all'Ordine da anni o decenni. Perché? Le ragioni sono molte, e complesse: impossibile ricostruirle qui. Certamente non è da ascrivere a loro la "responsabilità" della situazione mostruosa che ci troviamo di fronte. Ma altrettanto certamente noi dobbiamo chiedercelo: cosa succederebbe se, a partire da domani, nessuno - quantomeno nessun iscritto all'Odg - accettasse di lavorare per meno di 30 euro a pezzo?Ecco, l'ho detto. Per me quella era la cifra a cui si sarebbe dovuto chiudere l'accordo. 30 euro almeno, per qualsiasi pezzo, anche solo uno, di lunghezza superiore a un tot di battute (1.600, 1.800, senza particolari innamoramenti: ma una cifra tonda, che stabilisse insomma la differenza con una breve). Senza limiti numerici, senza restrizioni nella tipologia di collaborazione e senza conteggi applicati «sullo stesso committente». Un vero equo compenso, a favore di tutti i giornalisti iscritti all'albo, capace di proteggere tutte le loro prestazioni lavorative. Per ottenere queste condizioni, però, ci sarebbe voluto qualche mastino della Fnsi - e non solo il buon presidente dell'OdG Enzo Iacopino, ultimo baluardo con il suo unico voto contrario - in commissione. In rappresentanza di un sindacato che tenesse davvero a portare a casa il miglior risultato possibile per i giornalisti non subordinati. La storia è andata in un altro modo, purtroppo. Ora attrezziamoci perché non ricapiti.
Dai fondi di caffé nascono i funghi. Grazie ad una start-up
Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior... e dai fondi di caffé crescono i funghi. Lo hanno scoperto Vincenzo Sangiovanni (31 anni) e Antonio Di Giovanni (28), che insieme all'imprenditore giapponese Tomohiro Sato (45) hanno dato vita a Funghi Espresso, una start-up che commercializza dei kit per coltivare questi prodotti utilizzando gli scarti della moka.La storia di questa azienda nasce nel 2013: «Stavo scrivendo la mia tesi di laurea in Architettura, la seconda dopo quella in Lingua e letteratura giapponese, e facendo delle ricerche mi sono imbattuto in un progetto africano che prevede l'utilizzo del caffé per la coltivazione dei funghi», racconta Sangiovanni: «ci ho provato e mi è riuscito». Questo procedimento non è una scoperta dei due startupper italiani. «Si tratta di una tecnica che ha almeno 25 anni, è nato in Asia da un micologo cinese che ha scoperto che i fondi della moka sono ricchi di fosforo e azoto, ma anche di cellulosa e hanno il Ph adatto».Dopo aver verificato che il processo funzionasse, «ho cercato maggiori informazioni su Google e ho conosciuto Rossano Ercolini, che già stava lavorando ad un progetto simile». Ercolini, maestro elementare, proprio nel 2013 aveva vinto il Goldman Environmental Prize, una sorta di Nobel per l'agricoltura: contattato da Sangiovanni, lo mette subito in contatto con il futuro socio, agronomo fiorentino anche lui alle prese con funghi e fondi di caffè. A sua volta Di Giovanni aveva conosciuto Sato attraverso la rete Rifiuti Zero, realtà impegnata sul fronte della riduzione della produzione di immondizia. È iniziato così un percorso che, a marzo di quest'anno, ha portato alla costituzione dell'azienda.Si tratta di una società agricola a responsabilità limitata con sede legale a Firenze ed un capitale sociale di 20mila euro. «L'investimento è tutto di Tomohiro, io e Antonio ci mettiamo il lavoro». In questa fase i due startupper sono impegnati a far conoscere la loro attività. Ad esempio nelle scorse settimane erano a Bologna allo Smau a presentare il loro prodotto, che sarà commercializzato a partire da settembre. «Noi vendiamo sia il fungo fresco, ad esempio ai ristoranti o a quei clienti che hanno bisogno di grandi quantità, che il kit per la coltivazione domestica. Diciamo subito, visto che ce lo chiedono tutti, che no, non sanno di caffé. E no, non si possono far crescere i porcini». Ad oggi è possibile preparare in casa i geloni, diversi tipi di pleurotus, il cardoncello e lo scitake, essenza tipica giapponese.Il kit è una busta che contiene il «substrato inoculato», ovvero i fondi di caffé con i “semi” dei funghi. «Basta seguire le istruzioni: si apre, si innaffia, si aspetta che crescano e poi si mangiano. Noi garantiamo tre raccolti significativi». A fronte di una spesa di circa 11 euro, sarà possibile avere per almeno tre volte una produzione pari a 120 grammi, il necessario per una cena per due persone. Dietro a tutto questo c'è una forte attenzione all'ambiente. Non solo perché il prodotto è contenuto in una busta di plastica biodegradabile: il punto centrale è che la materia prima è un rifiuto: si tratta dei fondi di caffé dei bar, che Funghi Espresso ritira per realizzare i suoi prodotti. Un messaggio che Sangiovanni vuole condividere: «Se io vendessi solo funghi, sarei morto domani». Non è infatti possibile brevettare il processo di coltivazione. «Noi vogliamo andare nelle scuole e nelle case a parlare della filosofia rifiuti zero, far capire alla gente che tutto si trasforma». Le conseguenze della produzione eccessiva di immondizia Sangiovanni le ha vissute sulla sua pelle: «Io abito a Napoli, i rifiuti sono ovunque. Quello che voglio è far capire alle persone che stiamo sbagliando tutto». Non si tratta solo di responsabilità sociale d'impresa: i due startupper vogliono “educare” la clientela. Così che a settembre, quando il kit Funghi Espresso andrà in commercio, si faccia trovare pronta ad acquistarlo.
Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it
È il lavoro la questione più importante in questo momento in Italia. Lo è in particolare per le nuove generazioni - alle prese con contratti di lavoro sempre più precari e la prospettiva di non avere una pensione in futuro - e per le donne, da sempre ai margini nel mercato del lavoro italiano e negli ultimi tempi sempre più svantaggiate da una discriminazione connessa alla loro età e possibilità di avere figli. Da qui, dalla questione lavoro, parte il disegno di legge delega in corso di esame in commissione lavoro al Senato che si concentra sulla riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per l’impiego e delle politiche attive come anche sul sostegno alla maternità e sul riordino dei rapporti di lavoro. Eppure, nonostante l’impegno a cercare di sbrogliare una matassa complessa, alla fine anche questa volta troppi soggetti sono rimasti fuori dalla normativa. In particolare i lavoratori autonomi, cioè i tanti che spesso non per scelta ma per necessità iniziano la libero professione. È proprio di questi soggetti che si occupa Alta partecipazione, rete delle associazioni di giovani, precari, professionisti che rappresenta più di 50 gruppi e associazioni ed è promossa da Giovani democratici, Associazione 20 maggio, Associazione Lavoro & Welfare Giovani. Una loro delegazione ha incontrato a fine maggio il sottosegretario al ministero del lavoro Teresa Bellanova, ed è stata chiamata la settimana scorsa per un’audizione in Commissione lavoro al Senato: oggi chiuderà il cerchio presentando ufficialmente la propria proposta di Statuto delle attività professionali. L’obiettivo è mettere all'attenzione della politica le obiezioni e le proposte che l’associazione fa sulla Legge delega e in particolare alzare il livello di attenzione nei confronti del mercato del lavoro autonomo su tre livelli fondamentali: compensi – redditi, diritti - prestazioni, previdenza. Se questo è il primo obiettivo, il secondo è quello che va al nocciolo del problema "dimenticato" dalla legge delega: gli ammortizzatori sociali. L’articolo 1 comma 2 parla infatti di «universalizzazione del campo di applicazione dell’Aspi, con estensione ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa», ma l’estensione universale targata Renzi sarebbe, secondo Alta Partecipazione, solo sulla carta: perché continuerebbero ad essere esclusi ancora tantissimi lavoratori. «Resta tagliato fuori circa il 20% dei parasubordinati, secondo dati Istat del 2012, quindi non è una vera universalizzazione» spiega ad Articolo 36 Andrea Dili, 42 anni, portavoce dell’Associazione 20 maggio. «Per questo motivo chiediamo di estendere l’Aspi a tutti i parasubordinati: cocopro, partite iva, autonomi». Alta partecipazione calcola che una estensione del genere costerebbe un po' meno di 50 milioni di euro annui e per coprirne i costi propone un sistema che riporti equità intergenerazionale, attraverso un "contributo di solidarietà generazionale" tra chi continua a lavorare pur ricevendo una pensione e chi invece non riesce a sostenersi con il reddito di cui dispone. Si tratterebbe di un divieto parziale di cumulo per quei pensionati che hanno pensioni nette superiori a quattro volte il minimo ma continuano a lavorare, e quindi ad avere un reddito aggiuntivo, attraverso un prelievo del 30% sulla quota di pensione che eccede il massimale, le cui risorse finirebbero in un fondo destinato ai giovani. Un prelievo di questo tipo, secondo il documento presentato da Alta partecipazione, avrebbe «un gettito non inferiore ai 145 milioni di euro l’anno, in grado di finanziare sia il congelamento dell’aliquota al 27% sia la cosiddetta una tantum per le partite iva». Se in questo modo si potrebbe cercare di ovviare alla limitazione degli ammortizzatori sociali ai soli cococo, ci sarebbero però ancora molti soggetti che non rientrerebbero nel sistema e che dalla legge non sono stati presi in considerazioni: i professionisti iscritti alle Casse professionali degli ordini, particolarmente colpiti dalla crisi. «I tassi previdenziali si sono ridotti in maniera drammatica e non garantiscono prestazioni assistenziali adeguate, ad esempio per la maternità o la malattia» spiega Dili. Per questo motivo le associazioni federate in Alta partecipazione suggeriscono di creare «un fondo interprofessionale con una contribuzione volontaria differenziata tra committente e lavoratore ma agevolata da deduzioni fiscali». Il fondo mutualistico «potrebbe costituirsi per spinta negoziale ma, in caso di necessità di circoscrivere la platea, si potrebbe dedicare il fondo ai lavoratori senza dipendenti né collaboratori e senza mezzi d’impresa con un reddito lordo inferiore ai 30mila euro». Ci sono poi ulteriori problemi se ad essere libero professionista è una donna, perché l’indennità di maternità prevista dalla legge viene corrisposta solo nel momento in cui la lavoratrice autonoma si astiene dal lavoro nei mesi seguenti al parto. La legge non prende cioé in considerazione che per un libero professionista astenersi totalmente dal lavoro per cinque mesi equivale a perdere molti clienti/committenti, probabilmente costretti a trovare altrove un sostituto. Per questo motivo Alta partecipazione propone di erogare l’indennità di maternità ma lasciare libertà di scelta sull’astenersi o meno dal lavoro, permettendo alle donne di scegliere di regolare i tempi di maternità e le modalità di conciliazione. C’è poi un’altra questione che è stata evidenziata nell’audizione in Senato e di cui Articolo 36 aveva già parlato illustrando il testo del Jobs Act: l’introduzione di un compenso orario minimo. «Se in questo momento la contrattazione collettiva dice che la segretaria del mio ufficio costa 11 euro l’ora, nel momento in cui sarà introdotto un compenso orario minimo che vale per tutti i settori per legge, allora sarà necessariamente più basso» spiega Dili, aggiungendo: «in Commissione lavoro me lo hanno confermato, sarà sui 5-6 euro». Alta partecipazione teme dunque che l'introduzione del salario minimo verrebbe usata solo per abbassare ancora di più il costo del lavoro. Le aziende, infatti, potrebbero decidere di uscire dall’organizzazione datoriale a cui aderiscono e di pagare il proprio dipendente cinque euro l’ora, rispettando pienamente la legge. «In questo modo faremo concorrenza alla Romania: questa forse è la linea del Paese, ma non la mia», dice il portavoce di Alta partecipazione, preoccupato sopratutto per un ribasso eccessivo delle tariffe minime dei lavoratori autonomi: «Se è giusto che i minimi salariali siano determinati in una contrattazione collettiva a cui partecipano le associazioni di riferimento, dovrebbe essere altrettanto giusto che il compenso di un autonomo, a parità di prestazione, non possa essere inferiore a quello di un lavoratore dipendente. Concetto che, invece, non sembra uscire dal testo del decreto». C’è poi un altro tema che Alta partecipazione evidenzia nel suo commento sulla legge delega: l’apprendistato. Che questo contratto possa essere il metodo giusto per inserire i giovani nel mercato del lavoro è stato detto più volte eppure sono i dati a dimostrare che nonostante il sistema di incentivi previsti dalla legge, ad oggi sono ancora pochi i contratti di questo tipo che vengono attivati. «Da prima della crisi» dichiara Dili ad Articolo 36 «lo Stato spende 2miliardi 250 milioni di euro per incentivare l’apprendistato, ma non si raggiunge un numero di assunzioni stabili superiori al 20%, con molti apprendisti che interrompono dopo i primi 18-24 mesi. Quindi buttiamo l’80% degli incentivi, dandoli ai datori di lavoro per abbattere il costo dell’apprendistato. A questo punto sarebbe meglio regalarglieli». Il vero problema starebbe, infatti, nella distribuzione di questi incentivi, concentrata quasi nel 90% nei tre anni di apprendistato. Ma poiché il sistema in questo modo non sembra funzionare e visto che anche in fase di stabilizzazione ci sono spese per le aziende, la proposta di Alta partecipazione è di spostare una parte di questi incentivi solo alla fine, al momento della stabilizzazione dell’apprendista. I temi portati alla ribalta da Alta partecipazione sono molti: Dili è ottimista sulle risposte del Governo, e spera che l’attenzione ricevuta fino ad ora venga tradotta in atti concreti e che i lavoratori autonomi possano, finalmente, smettere di essere sfavoriti. «Attualmente gli autonomi sono penalizzati dal punto di vista fiscale, basti guardare le detrazioni irpef, dal punto di vista previdenziale così come per i diritti socio-assistenziali. Forse è arrivato il momento di aiutarli, perché sono quelli che in tempi di crisi vanno a crearsi il lavoro. Se alle parole vorranno far seguire i fatti dovranno fare questo. Altrimenti rimarremo sulle nostre posizioni». La parola passa quindi al Governo: dalle modifiche che saranno introdotte nella legge delega si capirà se si ha intenzione o meno di accogliere le obiezioni di Alta partecipazione e aiutare i lavoratori autonomi.

References: Articolo 36
 Articolo 36
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