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Timestamp: 2019-09-20 14:11:09+00:00

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La persona giuridica: profili penalistici – iuranovitcuria.it
Pubblicato daRedazione	 Settembre 10, 2019 Lascia un commento su La persona giuridica: profili penalistici
Il tema della responsabilità della persona giuridica è così introdotto dalla dottrina (A. Ferri): La questione della responsabilità ‘penale-amministrativa’ della persona giuridica – questione da sempre presente nel dibattito penalistico – è oggi assurta alla previsione normativa espressa, inevitabile arrivo di una corsa sofferta e lunga nel tempo che ‘impegni’ di matrice internazionale e conseguenti concrete iniziative legislative ‘interne’ hanno appunto condotto al primo traguardo ‘di tappa’.
Il paradigma del nuovo sistema sanzionatorio si affianca – ma, giova anticiparlo, si distingue nettamente – dal sistema che si fonda sulla responsabilità penale e dal sistema che si fonda sulla responsabilità amministrativa conseguente alla commissione di illeciti amministrativi ab origine o depenalizzati. E’ pur vero che i tre sistemi si inseriscono tutti a pieno titolo nel sovrasistema che racchiude e ricomprende i cosiddetti illeciti di diritto pubblico, ma è altrettanto vero come sia ormai operativa nella nostra realtà ‘pubblicistica’ una tripartizione di responsabilità:
la prima – penale – caratterizzata dalla commissione da parte di un soggetto-persona fisica di un fatto di reato tipico, antigiuridico e colpevole, il cui regime sanzionatorio si fonda sulle sanzioni, detentive e pecuniarie di natura principale, ovvero di natura accessoria, di cui alla codificazione penalistica, direttamente comminate – qui, a ben vedere, si evidenzia il nucleo della questione – all’autore dell’illecito, salva l’operatività degli artt. 196 e 197 c.p. che si pongono, in riferimento alle sole sanzioni pecuniarie, in un’ottica di sussidiarietà applicativa;
la seconda – amministrativa – sussumibile sotto le ‘regole’ di cui alla l. 24-11-1981, n. 689, anch’essa caratterizzata dalla commissione di un illecito da parte di un soggetto-persona fisica, illecito del pari tipico, antigiuridico e colpevole, il cui regime sanzionatorio si fonda sulle sanzioni pecuniarie di natura principale, ovvero di natura accessoria, di nuovo direttamente comminate all’autore dell’illecito, salva l’operatività dell’art. 6 della l. 689/81 che si pone in un’ottica di solidarietà applicativa;
la terza demandata alle disposizioni sostanziali ‘di parte generale’ contenute nel d.lg. 231, la quale nasce dalla precommissione di un fatto di reato, tassativamente ricompresso nel catalogo relativo, da parte di un soggetto-persona fisica, ma direttamente ascritta all’ente ‘collegato’ con detto soggetto, il quale dovrà comunque aver agito nell’interesse od a vantaggio dell’ente. Responsabilità qui qualificata ‘penale-amministrativa’, ma normativamente indicata ambiguamente tout court come amministrativa, e così negativamente segnata, oltretutto proprio a seguito dell’espressione legislativa, dal rischio di pericolosi equivoci ed errate unificazioni esegetiche con la ‘vera’ responsabilità amministrativa (di cui alla ora richiamata l. 689/81), affatto differente, mentre il meccanismo di contestazione dell’illecito, quello di irrogazione delle sanzioni, il sistema di ‘memorizzazione’ delle condanne come regolati dalla parte processuale del decreto in esame sembrano piuttosto – e più realisticamente – evocare modelli prettamente penalistici.
Tutto evidentemente ruota intorno alla portata del principio societas delinquere non potest di cui ci si interroga circa la valenza o meno prescrittiva, in ragione dei criteri di legittimazione costituzionale del nostro sistema penale.
Si osserva infatti che il principio di personalizzazione della responsabilità penale esclude l’ammissibilità di una responsabilità penale della persona giuridica, che dovrebbe sempre configurarsi come una responsabilità per fatto altrui, vale a dire il comportamento dell’organo che le rappresenta, e incolpevole, perché la persona giuridica non dispone di una propria capacità di volere.
Cionondimeno si comincia a dubitare della natura effettivamente amministrativa della responsabilità sussidiaria delle persone giuridiche e delle associazioni anche non riconosciute prevista per taluni reati commessi dagli amministratori o dai dipendenti: benché sia esplicitamente definita amministrativa nel dlgs. 231/2001, si tratta infatti di una responsabilità stigmatizzante come quella per il reato cui necessariamente accede, fondata su una colpa da difetto di organizzazione e di vigilanza (artt. 6 e 7 DLgs. 231 cit.) cui consegue l’applicazione di sanzioni punitive paragonabili a quelle penali.
Sono dunque varie le tesi ricostruttive che oscillano fra una chiara valenza amministrativa, ad altre che ne riconoscono natura “sostanzialmente penale”, ovvero “ibrida”, ovvero ancora “tertium genus”.
La questione potrebbe assumere rilevanza se, dalla qualificazione penale o amministrativa della responsabilità dipendesse l’applicazione delle garanzie previste in materia penale dalla CEDU e dalla Costituzione.
Va osservato infatti che La Corte di Strasburgo non si ritiene vincolata alla qualificazione formale dell’illecito operata dal singolo Stato; e anche la Corte Costituzionale ha riconosciuto l’applicabilità della garanzia di cui all’art. 25 comma 2 Cost. indipendentemente dalla denominazione della sanzione (Cost. n. 97/2009)(A. Nappi).
In termini generali, sembra esatta e da condividere la tesi di chi (Gazzoni) evidenzia che l’ente, in chiave di analisi del linguaggio, rappresenta non già una finzione o una realtà, ma il nulla, è un nomen, cui non corrisponde un ens, [è] un puro flatus vocis, un simbolo incompleto, in quanto privo del simboleggiato, che tuttavia per mette un discorso giuridico, perché traducibile in altro equipollente, in cui il simbolo non compare più. Ciò avviene mediante l’imputazione in due tempi nel senso che quando la legge si riferisce all’ente, in realtà lo fa attraverso il rinvio alle regole fornite dalla norma di organizzazione relative all’ente stesso, le quali, a loro volta, fanno riferimento alle sole persone fisiche, quali singoli (soci, associati, amministratori, presidenti) o quali appartenenti ad un collegio (consiglio di amministrazione, assemblea), fermo restando che le regole che riguardano la persona giuridica non sono pedissequamente traducibili in regole della persona fisica (ad es., la proprietà individuale della persona giuridica non è tale per la persona fisica).
Se si ha presente che l’imputazione all’ente di comportamenti e di stadi psicologici avviene in due tempi, tramite il rinvio alle norme di organizzazione interna che frammentano e distribuiscono tra i singoli individui i poteri, le spettanze e le facoltà il cui esercizio prelude all’imputazione stessa, il problema [relativo ai dubbi circa l’applicabilità agli enti di norme che sembrano avere come destinatari i soli individui] si risolve nel prendere in esame dette norme interne caso per caso, anche a seconda della ratio legis. Così ad esempio in caso di rilevanza della scienza o della ignoranza dello stato di insolvenza e della buona fede, si tratta solo di accertare se la volontà dell’ente è stata formata dai membri o dall’amministratore.
Tale ultima affermazione è relazionata alla pronuncia della Cassazione n. 10383/1997 così massimata: Il presupposto soggettivo della revocatoria promossa nei confronti di una società di capitali, non conosce criteri differenziati di valutazione dello stato di “scienza” o di “ignoranza” dello stato di insolvenza, ed infatti tali stati soggettivi, nel caso delle persone giuridiche, si identificano normalmente, in quelli delle persone fisiche che ne hanno la rappresentanza in virtù del nesso organico, e pertanto si assoggettano ai criteri di valutazione generale, senza che sia possibile e legittimo – d’altronde – distinguere fra ciò che l’organo abbia conosciuto in ragione del rapporto di rappresentanza organica, e quanto, eventualmente, egli abbia invece appreso attraverso le personali relazioni familiari.
Testualmente: “Palesemente erronea – deve subito rilevarsi – è l’affermazione secondo la quale il presupposto soggettivo della revocatoria promossa nei confronti di una società di capitali non potrebbe essere valutato con riguardo allo stato di conoscenza della persona fisica titolare dell’organo che ha compiuto o concorso a compiere l’atto riferibile alla società – persona giuridica. È vero al contrario che gli stati soggettivi di scienza e di ignoranza delle persone giuridiche si identificano normalmente in quelle delle persone fisiche che ne hanno la rappresentanza in virtù del nesso organico e dunque nella specie correttamente la indagine è stata diretta sullo stato soggettivo della persona fisica che, come amministratore unico della società acquirente, in nome di questa ha partecipato agli atti di compravendita; nè ovviamente è possibile in tale indagine (che ad oggetto uno stato personale inscindibile) distinguere tra quanto conosciuto in ragione del rapporto di rappresentanza organica e quanto altrimenti appreso attraverso le personali relazioni familiari”.
Il principio enunciato nella massima (indicato come privo di precedenti) conferma l’impostazione dottrinale secondo cui le norme sulle vicende modificative dell’ente contenute negli art. 28-33 d.leg. 231/01 attengono esclusivamente alla responsabilità patrimoniale:
Corte di Cassazione – sezione VI penale – sentenza 11 giugno 2008 n. 30001
Nel procedimento per l’accertamento dell’illecito amministrativo ai sensi del d.leg. 8 giugno 2001 n. 231, l’ente cessionario dell’azienda è solidalmente obbligato al pagamento della sola sanzione pecuniaria inflitta all’ente cedente, con esclusione dell’applicabilità di qualsiasi altra sanzione.
Ricorrono con comune mezzo di impugnazione, per il tramite dei difensori, la Holiday Residence s.r.l. nonché Sp. Beniamino, Amministrativo. Maria, Sp. Carmen, Sp. Ignazio e Dal. Gaetano avverso ordinanza del Tribunale di Bari in data 31 maggio 2007, che — decidendo quale giudice del rinvio dopo sentenza di annullamento di questa corte, in data 21 dicembre 2006 — ha confermato in sede di riesame la misura del sequestro preventivo di un immobile ad uso industriale di proprietà della Holiday Residence s.r.l., adottato nell’ambito di un procedimento penale per truffa aggravata e per altri reati commessi attraverso l’indebito conseguimento di agevolazioni finanziarie ex l. 488/92. Deducono violazione dell’art. 627 c.p.p., per non essersi il giudice del rinvio attenuto al principio affermato da questa corte con la sentenza di annullamento, ed erronea applicazione degli art. 19, 33 e 53 d.leg. 231/01. Secondo i ricorrenti la responsabilità della Holiday Residence s.r.l., in quanto semplice cessionaria di azienda da parte delle società che avevano percepito i finanziamenti, doveva ai sensi dell’art. 33 d.leg. cit. ritenersi limitata alla sola sanzione pecuniaria in solido con le società cedenti, come del resto già affermato dalla sentenza di annullamento. Il giudice del riesame, pur affermando che il provvedimento impositivo doveva essere riformato nella parte in cui aveva ritenuto la responsabilità solidale tra cedente e società cessionarie, che dovevano invece rispondere solidalmente della sola sanzione pecuniaria, ha nondimeno confermato il sequestro eseguito ai sensi dell’art. 53; e ciò in evidente violazione non soltanto dell’art. 33 d.leg. cit., ma anche dell’art. 627 c.p., poiché la sentenza di annullamento gli aveva prescritto di verificare se la società ricorrente fosse semplice cessionaria di azienda, dovendo in tal caso il sequestro essere revocato relativamente all’indebita percezione dei finanziamenti. Ciò sul presupposto che, pur non avendo la società ricorrente ricevuto direttamente i contributi incriminati, essa doveva comunque ritenersi responsabile dei reati commessi nel suo interesse o vantaggio, a norma dell’art. 5 d.leg. 231/01, in quanto avvantaggiatasi dei reati commessi dagli amministratori di fatto del gruppo Spera; e quindi in evidente violazione del dettato dello stesso art. 5, che presuppone la diretta riferibilità dell’azione delittuosa all’ente cui si attribuisce la responsabilità amministrativa.
Con la precedente sentenza di annullamento era stato prescritto tra l’altro al giudice di rinvio di verificare se le società ricorrenti «siano state cessionarie di azienda successivamente all’avvenuta erogazione di finanziamenti ai cedenti, con la conseguenza che, se così fosse, il sequestro nei confronti delle predette società cessionarie dovrebbe essere revocato quanto ai finanziamenti in questione»; e ciò in quanto l’art. 33 d.leg. 231/01 prevede, in ipotesi di cessione di azienda, che il cessionario sia solidalmente obbligato al solo pagamento della sanzione pecuniaria inflitta al cedente, con esclusione dell’applicabilità di ogni altra sanzione. Sul punto la motivazione dell’ordinanza appare contraddittoria, affermandosi da una parte che il provvedimento impositivo va riformato «nella parte in cui ha ritenuto ammissibile la responsabilità patrimoniale in solido con l’impresa cedente a carico delle società cessionarie, che invece rispondono solidalmente della sola pena pecuniaria a norma dell’art. 33 d.leg. 231/01»; e dall’altra che la Holiday Residence s.r.l., «pur non avendo ricevuto direttamente i contributi incriminati, è responsabile dei reati commessi nel suo interesse o vantaggio, a norma dell’art. 5 d.leg. 231/01, in quanto si è avvantaggiata dei reati commessi dagli amministratori di fatto del gruppo Spera», sottoposti ad indagine nel medesimo procedimento. Non è chiaro, in particolare, se il sequestro debba intendersi confermato solo a garanzia del pagamento dell’eventuale sanzione pecuniaria, cui il cessionario è obbligato in solido col cedente; ovvero se, come parrebbe desumibile dal richiamo all’art. 5, se si sia ritenuto che i reati siano stati commessi anche nell’interesse o a vantaggio della società ricorrente, attraverso il meccanismo di interposizione fittizia delineato nel provvedimento impositivo, che parla di «fraudolente operazioni di cessione, fusione o scissione aziendale» e di fittizi «travasi aziendali», desunti anche dai rapporti di parentela tra le persone che figurano come amministratori (segnatamente Amministrativo. Felice, nullatenente e fallito) e Sp. B., indicato come reale dominus della compagine societaria. Su quest’ultimo punto, peraltro, la motivazione è carente, non indicando specificamente le ragioni per le quali si sia eventualmente ritenuto che le operazioni di cessione siano puramente fittizie e dirette ad eludere le conseguenze patrimoniali della condotta delittuosa ascritta agli indagati.
L’ordinanza in esame va pertanto annullata, con rinvio al giudice competente; il quale provvederà, previa autonoma valutazione dei fatti e nel rispetto dei principî enunciati dalla precedente sentenza di questa corte, a sanare il vizio di motivazione rilevato.
Cassazione penale sez. II – 20 dicembre 2005 n. 3615
In tema di responsabilità da reato delle persone giuridiche e delle società, l’espressione normativa, con cui se ne individua il presupposto nella commissione dei reati “nel suo interesse o a suo vantaggio”, non contiene un’endiadi, perché i termini hanno riguardo a concetti giuridicamente diversi, potendosi distinguere un interesse “amonte” per effetto di un indebito arricchimento, prefigurato e magari non realizzato, in conseguenza dell’illecito, da un vantaggio obbiettivamente conseguito con la commissione del reato, seppure non prospettato “ex ante” , sicché l’interesse ed il vantaggio sono in concorso reale.
Fatto – Con ordinanza emessa il 31 maggio 2005 il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Sciacca applicava alla JOLLY Mediterraneo s.r.l. la misura cautelare interdittiva, ai sensi del D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, articolo 13, – “Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica, a norma della L. 29 settembre 2000, n. 300, articolo 11”, della esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi e sussidi, revocando altresì la terza rata del “mutuo allo scopo”, pari a L. 1.715.750.000, erogata dopo l’entrata in vigore della legge, dal Ministero delle attività produttive in data 30 luglio 2001, in vista della realizzazione di un impianto industriale per la produzione di frigoriferi. Il provvedimento era assunto nell’ambito di indagini per il delitto di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, ex articolo 640 bis cod. pen., a carico di D. A., amministratore unico della Jolly Mediterraneo s.r.l., che aveva esposto costi in realtà mai sostenuti, anche mediante negoziazione di titoli di credito senza causa con la impresa appaltatrice Tecno s.r.l., nonchè fatturato operazioni inesistenti. Il successivo appello della società era in parte accolto dal Tribunale di Agrigento, che annullava la misura cautelare nella parte in cui revocava la terza rata del finanziamento. Avverso l’ordinanza proponeva ricorso per Cassazione la Jolly Mediterraneo s.r.l., deducendo: 1) la violazione dell’articolo 640 bis cod. pen., perchè era stata applicata una norma di legge introdotta con il D.Lgs. n. 231 del 2001, ad una fattispecie criminosa perfezionatasi in epoca anteriore alla sua entrata in vigore, non vertendosi in tema di reato permanente, continuato o a consumazione prolungata, perchè la percezione della terza rata costituiva esecuzione di una condotta postfatto nell’ambito di un reato unico. 2) la violazione del D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 5, difettando, nella fattispecie concreta, il vantaggio beneficiato dalla persona giuridica, dal momento che le somme erogate, pari ad Euro 812.500,00, erano state distratte su conti personali dell’amministratore indagato, senza che il suo profitto ingiusto ridondasse in vantaggio anche della società, come richiesto espressamente dalla norma. All’udienza del 20 dicembre 2005 il Procuratore generale precisava le conclusioni come da verbale, in epigrafe riportate.
Diritto – Con il primo motivo il ricorrente deduce la violazione dell’articolo 606 c.p., comma 1, lett. b) ed e) in relazione all’art. 640 bis cod. pen., essendo stata applicata la norma di legge introdotta con il D.Lgs. n. 231 del 2001, non ancora in vigore all’epoca del perfezionamento della fattispecie criminosa. Il motivo è infondato. E’ vero, naturalmente, che vige, “in subiecta materia”, il principio di legalità, del resto espressamente ribadito dal D.Lgs. 8 Giugno 2001, n. 231, art. 2, (L’ente non può essere ritenuto responsabile per un fatto costituente reato se la sua responsabilità amministrativa in relazione a quel reato e le relative sanzioni non sono espressamente previste da una legge entrata in vigore prima della commissione del fatto): previsione probabilmente superflua, perchè ripetitiva di enunciazioni di ordine generale già contenute all’art. 2 cod. pen., all’art. 11 disp. gen., alla L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 1, (sulla depenalizzazione). E’ noto che il D.Lgs. n. 231 del 2001, sanzionando la persona giuridica in via autonoma e diretta con le forme del processo penale si differenzia dalle preesistenti sanzioni irrogabili agli enti, così da sancire la morte del dogma “societas delinquere non potest“. E ciò perchè, ad onta del “nomen iuris“, la nuova responsabilità, nominalmente amministrativa, dissimula la sua natura sostanzialmente penale; forse sottaciuta per non aprire delicati conflitti con i dogmi personalistici dell’imputazione criminale, di rango costituzionale (art. 27 Cost.); interpretabili in accezione riduttiva, come divieto di responsabilità per fatto altrui, o in una più variegata, come divieto di responsabilità per fatto incolpevole. Ciò premesso in sede dogmatica, si osserva come nella fattispecie in esame, di truffa ai danni dello Stato per percezione di prestazioni indebite di finanziamenti e contributi la cui erogazione sia rateizzata periodicamente nel tempo, non si verte in tema di reato permanente, nè di reato istantaneo ad effetti permanenti – ricostruzioni che postulano l’unitarietà della condotta dell’agente – bensì, secondo una giurisprudenza di questa Corte in via di consolidamento, un reato a consumazione prolungata, giacchè il soggetto palesa la volontà,fin dall’inizio,di realizzare un evento destinato a durare nel tempo. Ne discende che il momento consumativo coincide con la cessazione dei pagamenti,che segna anche la fine dell’aggravamento del danno (Cass., sez. 2^, 3 Marzo 2005, n. 11026; Cass., sez. 1^, 19 Ottobre 1998, n. 11055; Cass., sez. 2^, 9 Maggio 1994, n. 6360).
In applicazione del principio, l’erogazione alla Jolly Mediterraneo s.r.l., nel Luglio 2001 – e cioè in epoca successiva all’entrata in vigore del D.Lgs. 8 Giugno 2001, n. 231, – dell’ultima rata del “mutuo allo scopo” concesso con decreto 3 marzo 1999, n. 72158 dall’allora Ministero per l’Industria, Commercio e Artigianato, integra la fattispecie criminosa di cui all’art. 640 bis cod. pen., rientrando nella previsione dello “jus superveniens“, con la conseguente legittimità della misura cautelare applicata. A non diversa conclusione si perverrebbe ricorrendo alla configurazione alternativa del reato continuato, ove si ritenga che all’atto della percezione indebita della rata di mutuo l’agente reiteri la condotta truffaldina in tutte le sue componenti, incluso l’artificio o il raggiro; impliciti nello sfruttare lo stato di ingannevole rappresentazione della realtà in cui tuttora versi il soggetto passivo: ricostruzione; che implicherebbe, del pari, la punibilità del segmento autonomo della continuazione successivo all’introduzione della sanzione amministrativa a carico dell’ente di appartenenza. Mentre, appare oscura e non condivisibile la qualificazione dell’elemento oggettivo, come “danno da sviamento”, prospettata dal ricorrente, che intenderebbe derivarne la maturazione integrale alla data anticipata di concessione del finanziamento: come se esso non dipendesse dalla concreta erogazione pecuniaria che ne segua. Con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione del D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 5, difettando, nella fattispecie concreta, il vantaggio beneficiato dalla persona giuridica.
Il motivo è infondato. Nella ratio ispiratrice della profonda innovazione introdotta dalla L. n. 231 del 2001, l’ente collettivo, al di là di grossolane concezioni antropomorfiche, è considerato il vero istigatore, esecutore o beneficiario della condotta criminosa materialmente commessa dalla persona fisica in esso inserita. Seppure si debba considerare la responsabilità creata dalla norma come un “tertium genus” nascente dall’ibridazione della responsabilità amministrativa con principi e concetti propri della sfera penale, la sanzione a carico della persona giuridica postula innanzitutto il presupposto oggettivo che il reato sia commesso nell’interesse dell’ente da persone che agiscono al suo interno (articolo 5 citato): con esclusione, quindi, dei fatti illeciti posti in essere nel loro interesse esclusivo, per un fine personalissimo o di terzi. In sostanza, con condotte estranee alla politica di impresa. A ciò il legislatore ha inteso affiancare, in sede di normazione delegata, un ulteriore requisito di natura soggettiva, in qualche modo assimilabile ad una sorta di “culpa in vigilando” consistente nella inesistenza di un modello di organizzazione, gestione o controllo idonei a prevenire i reati – con assonanza ai modelli statunitensi dei “compliance programmes“- di cui la Legge-Delega n. 300 del 2000, articolo 11, lettera e), non faceva chiara menzione. Con la differenza, non di lieve momento anche sotto il profilo sistematico, che tali modelli riguardano anche i reati commessi dal personale dirigente: ciò che costituisce un “unicum” nel panorama giuridico comparato, improntato, piuttosto, alla teoria della identificazione pura. Non è stato quindi riprodotto dalla L. n. 231 del 2001, il principio dell’automatica derivazione della responsabilità dell’ente dal fatto illecito del suo amministratore (a differenza, ad es., che in Francia, ove vige la responsabilità riflessa, “par ricche”), in deroga al principio di identificazione, pur connaturale alla rappresentanza organica, valido, in tesi generale,per ogni rapporto, negoziale e processuale. Nella fattispecie in esame nessun dubbio che D.A., amministratore unico della Jolly Mediterraneo s.r.l., rientri tra i soggetti che il D.Lgs. n. 231 del 2001, articolo 5, definisce in posizione apicale (“le persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonchè da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione ed il controllo dello stesso“). Incontestati i gravi indizi di colpevolezza – e non eccepita, allo stato, l’inesistenza della c.d. colpa dell’organizzazione (il cui onere, per atti compiuti dai vertici aziendali, è invertito a carico dell’ente: art. 6 decreto citato), per effetto della presenza di modelli organizzativi idonei a prevenire reati della specie di quelli verificatisi, adeguatamente monitorati da un organismo di vigilanza – resta quindi da esaminare, sotto il profilo della logicità della motivazione, la sussistenza del requisito oggettivo dell’interesse o del vantaggio dell’ente, condizione di applicabilità della sanzione. Al riguardosi osserva,in sede esegetiche, secondo la Relazione alla legge, l’interesse, quanto meno concorrente, della società va valutato “ex ante“; mentre il vantaggio richiede una verifica “ex post“. Non sembra quindi da condividere la definizione di endiadi attribuita da parte della dottrina alla locuzione: che diluirebbe, così, in più parole un concetto unitario. A prescindere dalla sottigliezza grammaticale che tale figura retorica richiederebbe la congiunzione copulativa “e” tra le parole interesse e vantaggio; e non la congiunzione disgiuntiva “o” presente invece nella norma, non può sfuggire che i due vocaboli esprimono concetti giuridicamente diversi: potendosi distinguere un interesse “a monte” della società ad una locupletazione – prefigurata, pur se di fatto, eventualmente, non più realizzata – in conseguenza dell’illecito, rispetto ad un vantaggio obbiettivamente conseguito all’esito del reato, perfino se non espressamente divisato “ex ante” dall’agente. Concorso reale, quindi, di presupposti, che pone un delicato problema di coordinamento, laddove disposizioni particolari della legge non ripetano entrambi i requisiti, ma facciano riferimento al solo interesse (articolo 5, secondo comma, in senso esimente per le azioni criminose commesse nell’interesse esclusivo del rappresentante o dipendente della società o di terzi; inserito con il D.Lgs. 11 aprile 2002, n. 61, articolo 25 ter, comma 1, per la responsabilità amministrativa da reati societari previsti dal codice civile, se commessi nell’interesse nella società).
Nella fattispecie concreta in esame trova però applicazione la disposizione specifica di cui al decreto citato, articolo 13, (“Sanzioni interattive”) in cui il requisito generale del vantaggio viene sicuramente ribadito e ulteriormente qualificato come ” profitto di rilevante entità”; ricollegandosi quindi ad una nozione generale consolidata di evento penalmente rilevante. La società ricorrente ha negato che esso si sia verificato nel caso in specie: e ciò, perchè la somma ottenuta dopo l’entrata in vigore della legge, pari ad Euro 812. 500, 00, sarebbe stata indebitamente distratta e versata su conti personali, o comunque riconducigli all’amministratore, senza alcun profitto concreto ad essa ridondante. In quest’ottica, censura altresì la carenza e manifesta illogicità della motivazione, che non avrebbe individuato, in concreto, il suo vantaggio, nè, tanto meno, l’interesse preventivo; limitandosi a desumerli, sia pure ai soli fini del “fumus comissi delicti“, dalla condotta criminosa dell’amministratore D. che aveva invece strumentalizzato la propria società di appartenenza a fini esclusivamente personali.
Il motivo è infondato. Giova premettere, in sede dogmatica, che è inammissibile, ed esula quindi dal presente “thema decidendum“, il sindacato dei vizi della motivazione ex articolo 606 c.p., comma 1, lett. e), non previsto dal D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, articolo 52, comma 2, (“Impugnazioni dei provvedimenti che applicano le misure cautelari”), che espressamente limita la ricorribilità per Cassazione alla sola violazione di legge; con ulteriore richiamo integrativo all’articolo 325 cod. proc. pen.. Escluso che l’ordinanza di riesame del Tribunale di Agrigento sia priva affatto di motivazione, o corredata di motivazione apparente, costituita da mere clausole di stile – ipotesi – limite ridondanti in violazione di legge (Cassazione penale, sez. 3^, 18 marzo 2004, n. 19039; Cassazione penale, sez. 6^, 28 novembre 1997, n. 4789) – resta solo da esaminare la sussumibilità astratta nella fattispecie legale di cui all’art. 13 citato, dell’ipotesi allegata di distrazione su conti personali dell’amministratore di somme erogate alla società dallo Stato, per effetto dalla sua condotta truffaldina. Al riguardo, è peraltro decisivo il rilievo in fatto, posto in evidenza dal Tribunale di Agrigento, che l’allegazione difensiva sembra comunque smentita dall’ammontare rinvenuto nei predetti conti, intestati, o comunque riferibili al D., inferiore alla rata di contributo pubblico erogata. Il che lascia presumere che parte di essa sia rimasta nella disponibilità della Jolly Mediterraneo s.r.l.. Non sembra peraltro superfluo aggiungere, in sede concettuale, che il momento realizzativo del profitto coinciderebbe pur sempre con l’accreditamento alla società delle somme dal Ministero dell’Industria, produttivo dell’oggettivo e contabilmente verificabile introito nelle casse sociali del contributo pubblico. Ciò che avviene dopo resta perciò condotta “post factum” – suscettibile eventualmente di integrare un’eventuale appropriazione indebita da parte dell’amministratore (o anche dei soci) – senza elidere il dato storico del profitto già conseguito dall’ente.
E ciò, a prescindere dalla “vexata quaestio” se il filtro della personalità giuridica di una società di capitali valga a esimere da responsabilità per atti eventualmente commessi nell’interesse personale della totalità o della maggioranza dei soci (c.d. abuso della personalità giuridica e conseguente “piercing the veil“). Se dunque il contributo pubblico sia entrato materialmente nel patrimonio sociale, confondendosi con le altre risorse pecuniarie, si è verificato il vantaggio oggettivo della società, che storicamente ha visto, per un lasso più o meno lungo di tempo, incrementata la sua ricchezza. Resta infine sullo sfondo ulteriore problema se l’eventuale infedeltà successiva del singolo amministratore, che abbia sottratto alla società le somme da essa incamerate, non possa costituire “causa pretendi” di un’azione di responsabilità ex art. 2393 cod. civ. (eventualmente anche di minoranza: nella specie, ex art. 2476 c.c., comma 3), pur in presenza dall’obbligazione restitutoria della società nei confronti dell’ente pubblico finanziatore, eventualmente a titolo di regresso. Profili tutti che esulano, allo stato, dal “thema decidendum” e che spetterà, come giustamente ritenuto dal Tribunale del riesame di Agrigento, al futuro giudizio di merito di vagliare. Il ricorso è dunque infondato e va respinto, con la conseguente condanna al pagamento delle spese processuali.
Tribunale di Milano – ordinanza – 14 dicembre 2004
L’illecito amministrativo da reato può essere addebitato a un ente che rivesta il ruolo di controllante in seno a un gruppo di società, se commesso nell’interesse comune del gruppo, indipendentemente dal fatto che esso ne abbia tratto diretto vantaggio.
(Omissis) Aspetti di maggiore delicatezza riveste invece l’altro elemento costitutivo positivo della fattispecie di «illecito amministrativo» dipendente da reato, quello rappresentato dalla circostanza che il reato debba essere stato commesso a interesse o vantaggio dell’ente.
A questo proposito deve immediatamente rilevarsi come, dalla lettura sistematica delle norme della legge in esame, si evinca che, nella locuzione «nel suo interesse o a suo vantaggio», la congiunzione «o» debba essere letta in modo disgiuntivo, nel senso che, purché il reato sia compiuto nell’interesse dell’ente, non occorre anche che questi ne tragga vantaggio.
Ciò si desume dall’art. 12, 1° comma, lett. a), medesimo decreto, ove si prevede che la sanzione è ridotta (ciò che implica quindi la sussistenza della responsabilità, posto che la sanzione viene comunque inflitta seppure in misura gradata) «se l’autore del reato ha commesso il fatto nel prevalente interesse proprio o di terzi e l’ente non ne ha ricavato vantaggio o ne ha ricavato un vantaggio minimo».
La disposizione da ultimo citata, quindi, prevede espressamente che l’atto possa essere compiuto nell’interesse dell’ente e che l’ente non solo ne ricavi un vantaggio minimo, ma anche che non consegua alcun vantaggio.
Se si vuole evitare una insanabile contraddizione nella ricordata locuzione dell’art. 12, 1° comma, lett. a) — come deve farsi in forza del criterio ermeneutico dell’interpretazione utile, secondo cui un enunciato normativo va interpretato nel senso in cui abbia un significato piuttosto che in quello in cui non ne abbia nessuno — deve ritenersi che i sintagmi «interesse» e «vantaggio» non siano usati come sinonimi e che il secondo termine faccia riferimento alla concreta acquisizione di un’utilità economica per l’ente, mentre l’«interesse» implica solo la finalizzazione del reato a quella utilità, senza peraltro richiedere che questa venga effettivamente conseguita: se l’utilità economica non si consegue o si consegue solo in minima parte, sussisterà un’attenuante e la sanzione nei confronti dell’ente dovrà essere ridotta.
Risulta pertanto superato l’argomento difensivo secondo cui non potrebbe ravvisarsi il requisito dell’art. 5, 1° comma, prima parte, d.leg. cit. nei confronti della società controllante, in dipendenza del reato di corruzione aggravata, commesso da soggetto in posizione apicale in quest’ultima, con il quale si sia fatto conseguire un appalto a società controllate. È pur vero, infatti, che in simile ipotesi l’utilità per la controllante è connessa, come ha sostenuto il difensore, alla ripartizione (futura e incerta) di utili (ove conseguiti) dalle controllate, ma tale circostanza non esclude certo il presupposto dell’interesse per l’ente.
Infatti, la distribuzione degli utili afferisce al concetto di «vantaggio» per la controllata, requisito che, come visto, può anche mancare senza per questo far venir meno la responsabilità dell’ente per l’illecito amministrativo dipendente da reato, mentre ciò che rileva ai fini della responsabilità è solo che l’atto sia stato «finalizzato» al conseguimento di un’utilità per la controllante, in tal modo dovendosi interpretare la locuzione nell’«interesse» dell’ente.
Lo stesso art. 12, 1° comma, lett. a), cit. precisa poi come la responsabilità dell’ente permanga (anche se diminuita) quando l’atto è finalizzato a far conseguire un’utilità anche alla persona fisica o a terzi.
Ciò si desume dalla ricordata previsione dell’attenuante nel caso in cui il reato sia commesso nel «prevalente» interesse proprio o di terzi. Tale locuzione conferma infatti che il reato non debba neppure avere come scopo principale l’utilità dell’ente, purché l’utilità a cui è finalizzato l’atto (conseguita oppure no) non sia esclusiva della persona fisica o di un terzo.
Il limite negativo oltre il quale non si può andare perché possa continuare a parlarsi di interesse dell’ente è invero fissato dall’art. 5, 2° comma, d.leg. cit., che prevede come l’ente non risponda solo se chi ha commesso il reato abbia agito nell’interesse «esclusivo» proprio o di terzi.
Dalla lettura complessiva delle norme sopra indicate si ricava quindi che, ai fini della responsabilità dell’ente, il reato possa essere destinato a soddisfare contestualmente l’interesse di diversi soggetti (siano essi persone fisiche o altri enti), purché tra questi soggetti vi sia anche l’ente nel quale chi ha commesso il reato riveste una posizione apicale rilevante ai sensi della normativa indicata, nella specie quella di soggetto che svolge funzioni di amministratore.
Orbene, l’attivazione di Zané e di Tedesco per il pagamento della tangente — cioè l’attivarsi di soggetti che non facevano parte in alcun modo delle società controllate e che non avevano alcun ruolo nelle medesime ma solo nella società controllante o in altre società del gruppo — non può che trovare giustificazione nella finalizzazione dell’atto all’interesse dell’intero gruppo di società e, quindi, all’interesse di più società, non solo di quelle che direttamente hanno ottenuto l’aggiudicazione degli appalti ma anche delle controllanti nella prospettiva della partecipazione agli utili.
L’interesse di gruppo si caratterizza infatti proprio per questo, per non essere proprio ed esclusivo di uno dei membri del gruppo, ma comune a tutti i soggetti che ne fanno parte.
Né è fondato il timore, espresso dalla difesa che in tal modo si finirebbe per estendere al di là del ragionevole la responsabilità degli enti laddove gli stessi costituiscano un gruppo (finendo per coinvolgere ed esporre a gravissime sanzioni le capogruppo per reati che hanno avvantaggiato solo alcune delle controllate), infatti limite e misura del coinvolgimento della controllante è il criterio di imputazione del reato commesso dalla persona fisica, che implica la sussistenza di un rapporto qualificato tra l’agente e l’ente, nella specie la posizione apicale di amministratore della controllante da parte di chi ha commesso il reato da cui dipende l’«illecito amministrativo».
In altre parole la responsabilità da «illecito amministrativo» dipendente da reato può colpire la capogruppo non in modo indiscriminato o irragionevole ma solo quando sussista nei suoi confronti il criterio di imputazione dell’atto all’ente, cioè l’appartenenza qualificata all’ente della persona fisica che ha commesso il reato, ciò che garantisce dal rischio di qualsiasi arbitraria e ingiustificata estensione della responsabilità.
In modo estremamente perspicuo e convincente il giudice di primo grado ha poi ricordato che la nozione di interesse del gruppo è ormai una nozione non di mero fatto ma accolta dal codice civile in alcune norme tra le quali quelle di cui all’art. 2497 ter e 2497 c.c., a conferma del rilievo giuridico di tale tipo di interesse e della necessità e possibilità di prenderlo in considerazione allorché le norme facciano riferimento alla nozione di interesse come nel caso dell’art. 5 d.leg. 231/01.
Ciò costituisce definitivo riconoscimento giuridico degli orientamenti giurisprudenziali, pure ricordati dal g.i.p., secondo cui non possono essere considerati atti di liberalità, da sottoporre alla relativa tassazione ovvero alla revoca fallimentare ex art. 64 l. fall., quegli atti (quali la remissione di debito, la cessione gratuita di crediti o la fideiussione) che, se compiuti nei confronti di un terzo, costituirebbero certamente liberalità, ma che, se compiuti dalla controllante a favore della controllata o comunque infragruppo, corrispondono a un interesse patrimoniale del disponente, di cui è titolare come parte del medesimo gruppo del beneficiario, così da farne venir meno il carattere di mero atto liberale, proprio in forza del riconoscimento della valenza giuridica di un simile interesse, l’«interesse di gruppo» appunto.
Come bene osserva il g.i.p., la stessa presunzione di cui all’art. 2424 bis, 2° comma, c.c., secondo cui ai fini della contabilizzazione le partecipazioni in società controllate si intendono come immobilizzazioni e non come attivo circolante, costituisce conferma di come il legislatore riconosca rilevanza alla stabilità del rapporto tra le società legate dall’interesse di gruppo, tanto che, in assenza di prova contraria, la partecipazione nell’altra società non viene ritenuta occasionale e precaria, quale un mero acquisto di partecipazioni per la successiva rivendita, ma duratura e stabile e quindi una immobilizzazione.
L’esistenza di tale rapporto qualificato tra controllante e controllata impedisce pertanto di considerare quest’ultima un «terzo» ed impedisce che gli utili che essa consegua, in conseguenza dell’attività della controllante, possano definirsi conseguiti da un terzo, quantomeno impedisce di ritenere che l’attività della controllante possa dirsi compiuta nell’esclusivo interesse del terzo, in considerazione degli inevitabili riflessi che le condizioni della controllata riverberano sulla controllante.
Sulla scorta di tali considerazioni deve pertanto ritenersi che anche l’ultimo requisito preso in considerazione per la sussistenza dell’illecito amministrativo dipendente da reato, quello di cui all’art. 5, 1° comma, prima parte, e 2° comma, d.leg. cit., sia stato soddisfatto.
Conseguentemente deve ritenersi che il requisito di gravità indiziaria ai sensi dell’art. 45 d.leg. 231/01 sia stato pienamente integrato nella specie. (omissis)
Con riguardo alla legge applicabile alla persona giuridica straniera che opera in Italia, la normativa sulla responsabilità degli enti non codifica espressamente il principio di territorialità; dalla lettura a contrario dell’art. 4 d.leg. 231/01, sembra tuttavia potersi dedurre che dei reati commessi in Italia rispondono tanto gli enti nazionali che quelli stranieri, nei termini enunciati dall’art. 6 c.p.:
Tribunale di Milano – ordinanza– 27 aprile 2004
La disciplina del d.leg. 8 giugno 2001 n. 231 si applica alle persone giuridiche straniere che operano in Italia, indipendentemente dall’esistenza o meno, nel paese di appartenenza dell’ente, di norme che regolino in modo analogo la medesima materia (nella specie, il giudice ha escluso che l’assenza nella legge tedesca di una norma sui modelli organizzativi aziendali per la prevenzione dei reati esoneri la persona giuridica di quel paese operante in Italia dall’onere di dotarsi di un modello per andare esente da responsabilità amministrativa).
Premessa. — Con il d.leg. 8 giugno 2001 n. 231, in attuazione della delega conferita al governo con l’art. 11 l. 300/00, è stata dettata la disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche per reati commessi da propri funzionari, prevedendo anche la possibilità che, nel corso del procedimento penale, all’ente possa essere applicata quale misura cautelare una delle sanzioni interdittive previste dall’art. 9, 2° comma, d.leg. 231/01 tra le più gravi delle quali vi è il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione.
Si ricordi che tale provvedimento legislativo trova la sua genesi primaria in convenzioni internazionali e comunitarie che impongono di prevedere la responsabilità delle persone giuridiche, quali la convenzione di Bruxelles siglata il 26 luglio 1995 e i suoi protocolli siglati il 27 settembre 1996 e il 29 novembre 1996 e la convenzione dell’Ocse sulla lotta alla corruzione dei pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali, siglata a Parigi il 17 dicembre 1997.
Tutte tali convenzioni, per quanto di riflesso del presente procedimento, sono state ratificate dall’Italia e dalla Germania e, pur nella diversità delle norme attuative, costituiscono dunque diritto positivo e fonte di obblighi per entrambi i paesi.
Affinché sia possibile applicare una misura interdittiva, è necessario che sussistano i requisiti dettati dagli art. 45 ss. d.leg. 231/01, nonché, secondo l’interpretazione prevalente, una delle condizioni previste dall’art. 13 d.leg. 231/01.
Di conseguenza si dovrà verificare la sussistenza in concreto di:
1) gravi indizi di responsabilità dell’ente (art. 45 d.leg. 231/01);
2) concreto pericolo che vengano commessi reati della stessa indole di quello per cui si procede (art. 45 d.leg. 231/01);
3) profitto di rilevante entità tratto dall’ente in conseguenza del delitto per il quale si procede oppure reiterazione di reati (art. 13 d.leg. 231/01). (omissis)
Il difensore di Siemens AG ha inoltre sostenuto che il provvedimento richiesto dai pubblici ministeri esorbiterebbe i limiti spaziali della giurisdizione italiana in quanto la Siemens AG è una società tedesca e la legge tedesca (in particolare la OWIG approvata nel 1968 e modificata nel 2003), pur prevedendo la responsabilità amministrativa degli enti, non prevede né sanzioni interdittive né l’obbligo di adottare i precisi modelli organizzativi e di controllo delineati dalla legge italiana.
Chiedendo quindi di applicare alla Siemens Ag in toto il d.leg. 231/01 si vorrebbe, secondo il difensore, assoggettare un ente di diritto tedesco alle leggi amministrative italiane e ciò in assenza di una disposizione che consenta di perseguire in Italia l’illecito amministrativo commesso all’estero da società straniere, disposizione appunto assente anche nei casi in cui un illecito di tal genere sia collegato alla commissione di un reato in Italia da parte di persone fisiche.
Il problema è in realtà mal posto.
Anche a prescindere infatti dalla controversa natura amministrativa, penale o quasi-penale delle sanzioni introdotte dal d.leg. 231/01, problema che con varie conclusioni ha acceso il dibattito della dottrina, è quasi ovvio rilevare che sia le persone fisiche che le persone giuridiche straniere nel momento in cui operano in Italia (anche eventualmente, come nel caso in esame, tramite un’associazione temporanea di imprese) hanno semplicemente il dovere di osservare e rispettare la legge italiana e quindi anche il d.leg. 231/01, indipendentemente dall’esistenza o meno nel paese di appartenenza di norme che regolino in modo analogo la medesima materia, ad esempio il modello organizzativo richiesto alle imprese per prevenire reati come quelli che si sono verificati e scoprire ed eliminare tempestivamente, tramite organismi di controllo e anche con l’adozione di misure disciplinari, situazioni a rischio.
Un paragone quasi banale ma assai esplicativo può fare riferimento alle norme in tema di circolazione stradale.
È possibile, in via di ipotesi, che le norme tedesche o quelle di qualsiasi altro paese non prevedano che le autovetture immatricolate e circolanti in tale paese abbiano l’obbligo di essere munite di cinture di sicurezza ma ciò ovviamente non toglie che tali autovetture, per accedere alle strade italiane, abbiano l’obbligo di munirsi di tali dispositivi.
Vale, sotto il profilo antinfortunistico e con riferimento a qualsiasi norma che abbia una funzione preventiva suscettibile, se non adottata, di conseguenze in termini di responsabilità, la regola della lex loci.
D’altronde la stessa difesa ammette implicitamente questa ovvia conclusione allorché riconosce che recentemente la Siemens AG, per potersi quotare alla borsa di New York, ha accettato di conformarsi agli obblighi previsti dalla legislazione statunitense adottando un nuovo codice deontologico.
Ancora meno incisiva è l’argomentazione collegata a quella ora esaminata secondo cui la misura interdittiva richiesta sarebbe praticamente ineseguibile in quanto la normativa tedesca non prevede sanzioni di tal genere e quindi l’autorità tedesca non potrebbe eseguire la misura del divieto di contrattare con la pubblica amministrazione non potendo applicare una misura sconosciuta all’ordinamento germanico.
Anche in questo caso l’osservazione critica è decisamente fuorviante in quanto la misura interdittiva richiesta è quella del divieto di contrattare con la pubblica amministrazione italiana (divieto facilmente eseguibile in Italia) e non con la pubblica amministrazione tedesca mentre non ha alcun rilievo in questa sede se tale misura e in linea generale la pendenza di un procedimento in Italia a carico della Siemens possa avere o invece non abbia effetti sulla libertà contrattuale e sulla posizione di tale società in Germania.
Cassazione Penale – Sezioni Unite – sentenza del 2 luglio 2008 n. 26654
Il d. lgs. 8/6/2001 n. 231 rappresenta l’epilogo di un lungo cammino volto a contrastare il fenomeno della criminalità d’impresa, attraverso il superamento del principio, insito nella tradizione giuridica nazionale, societas delinquere non potest.
La confisca si atteggia nuovamente come sanzione principale nell’art. 23/2° DLgs. 231/2001, che configura la responsabilità dell’ente per il delitto di cui al primo comma della stessa norma, commesso nell’interesse o a vantaggio del medesimo ente.
Diritto – (omissis) 3- La questione centrale portata all’attenzione delle Sezioni Unite può essere così sintetizzata: come debba configurarsi il “profitto del reato” nel sequestro preventivo funzionale alla confisca disposto, ai sensi degli art. 19 e 53 d. lgs. 8/6/2001 n. 231, nei confronti di una società indagata per un illecito amministrativo dipendente da reato.
La legge delega n. 300/2000, infatti, ha ratificato e dato attuazione alla Convenzione OCSE 17/12/1997 (sulla lotta contro la corruzione dei funzionari pubblici stranieri), che -all’art. 2- obbligava gli Stati aderenti ad assumere “le misure necessarie a stabilire la responsabilità delle persone morali” per i reati evocati nella stessa Convenzione.
Questa, peraltro, non è l’unico strumento internazionale al quale si è ispirato il legislatore delegante nel formulare il testo dell’art. 11 della citata legge n. 300. Egli ha ritenuto, al di là delle generiche indicazioni offerte dalla Convenzione OCSE, di dovere dare attuazione al secondo protocollo della Convenzione PIF, il cui art. 3 dettava, in tema di responsabilità degli enti, direttive più puntuali, distinguendo due ipotesi, a seconda che il reato fosse stato commesso da soggetti in una posizione dominante (basata sul potere di rappresentanza, sull’autorità di prendere decisioni, sull’esercizio del controllo in seno alla persona giuridica) ovvero da soggetti in posizione subordinata (che, per carenza di sorveglianza o controllo da parte dei soggetti apicali, avessero reso possibile la perpetrazione del reato a beneficio della persona giuridica). L’art. 11 della legge delega, pur nel recepimento delle indicazioni degli strumenti internazionali, ha dotato il nuovo illecito di un volto dai contorni ancora più precisi, contemperando i profili di generalprevenzione, primario obiettivo della responsabilità degli enti, con “le garanzie che ne devono rappresentare il necessario contraltare”. Sulla stessa linea d’ispirazione si è mantenuto il legislatore delegato del decreto n. 231/’01.
A tale criterio di selezione s’ispira anche la recente pronuncia delle Sezioni Unite 25/10/2007 n. 10280 (ric. Miragliotta), che, con riferimento alla confisca-misura di sicurezza del profitto della concussione, ha privilegiato -è vero- una nozione di profitto in senso “estensivo”, ricomprendendovi anche il bene acquistato col denaro illecitamente conseguito attraverso il reato, ma ha sottolineato che tale reimpiego è comunque casualmente ricollegabile al reato e al profitto “immediato” dello stesso. Si ribadisce in tale decisione, quindi, la necessità di un rapporto diretto tra profitto e reato, si nega, però, che l’autore di quest’ultimo possa sottrarre il profitto alla misura ablativa ricorrendo all’escamotage di trasformare l’identità storica del medesimo profitto, che rimane comunque individuabile nel frutto del reimpiego, anch’esso causalmente ricollegabile in modo univoco, sulla base di chiari elementi indiziari evincibili dalla concreta fattispecie, all’attività criminosa posta in essere dall’agente.
Pur in assenza, anche nel sistema delineato dal d. lgs. n. 231/’01, di una definizione della nozione di profitto, è indubbio che questa assume significati diversi in relazione ai differenti contesti normativi in cui è inserita.
Nella parte della Relazione dedicata alla confisca di valore si legge: “la confisca <per equivalente>, già conosciuta nel nostro ordinamento, ha invece ad oggetto somme di denaro, beni o altra utilità di valore equivalente al prezzo o al profitto del reato. Essa opera, ovviamente, quando non è possibile l’apprensione del prezzo o del profitto con le forme della confisca tradizionale e permette così di evitare che l’ente riesca comunque a godere illegittimamente dei proventi del reato ormai indisponibili per un’apprensione con le forme della confisca ordinaria”. L’esplicito riferimento alla necessità di evitare l’illegittimo godimento da parte dell’ente dei “proventi del reato” induce a ritenere che con tale espressione si sia inteso evocare quanto complessivamente percepito dall’ente in seguito alla consumazione del reato, prescindendo da qualunque raffronto tra profitto lordo e profitto netto.
La confisca del profitto di cui all’art. 19 d. lgs. n. 231/’01, concepita come misura afflittiva che assolve anche una funzione di deterrenza, risponde sicuramente ad esigenze di giustizia e, al contempo, di prevenzione generale e speciale, generalmente condivise. Il crimine non rappresenta in alcun ordinamento un legittimo titolo di acquisto della proprietà o di altro diritto su un bene e il reo non può, quindi, rifarsi dei costi affrontati per la realizzazione del reato. Il diverso criterio del “profitto netto” finirebbe per riversare sullo Stato, come incisivamente è stato osservato, il rischio di esito negativo del reato ed il reo e, per lui, l’ente di riferimento si sottrarrebbero a qualunque rischio di perdita economica.
Le stesse ragioni inducono a ritenere priva di consistenza l’ulteriore argomentazione dei ricorrenti, con riferimento specifico al caso in esame, circa la prosecuzione del servizio di smaltimento dei rifiuti nella regione Campania sotto la direzione e il coordinamento esclusivi del Commissario delegato, dopo la risoluzione dei contratti d’appalto disposta con d.l. n. 245/’05 convertito nella legge n. 21/’06, per inferirne che proprio la prosecuzione dell’attività in tutto omogenea a quella oggetto dei contratti di appalto stipulati con l’ATI confermerebbe che i corrispondenti profitti non possono che essere calcolati, nell’uno e nell’altro caso, sulla base del principio economico-contabile.
E’ di agevole intuizione, infatti, la diversità strutturale tra l’impresa criminale -la cui attività economica si polarizza esclusivamente sul crimine (si pensi ad una società che opera nel solo traffico di droga)- e quella che opera lecitamente e soltanto in via episodica deborda nella commissione di un delitto.
Va aggiunto, per quanto specificamente qui interessa, che è postulata la responsabilità di ciascuna impresa partecipante al raggruppamento temporaneo per reati commessi da soggetti apicali o sottoposti, che funzionalmente hanno operato nell’interesse dell’ente di rispettiva appartenenza, sicché è innegabile la convergenza di responsabilità, da inquadrarsi nell’ottica del concorso. Di fronte ad un illecito plurisoggettivo deve applicarsi il principio solidaristico che informa la disciplina del concorso nel reato e che implica l’imputazione dell’intera azione delittuosa e dell’effetto conseguente in capo a ciascun concorrente. Più in particolare, perduta l’individualità storica del profitto illecito, la confisca di valore può interessare indifferentemente ciascuno dei concorrenti anche per l’intera entità del profitto accertato (entro logicamente i limiti quantitativi dello stesso), non essendo esso ricollegato, per quello che emerge allo stato degli atti, all’arricchimento di uno piuttosto che di un altro soggetto coinvolto, bensì alla corresponsabilità di tutti nella commissione dell’illecito, senza che rilevi il riparto del relativo onere tra i concorrenti, che costituisce fatto interno a questi ultimi (cfr. Cass. sez. II 14/6/2006 n. 31989, Troso; 20/9/2007 n. 38599, Angelucci; 21/2/2007 n. 9786, Alfieri; 20/12/2006 n. 10838, Napoletano; 6/7/2006 n. 30729, Carere). Sul punto si registra un orientamento giurisprudenziale solo apparentemente contrastante, secondo cui, in caso di pluralità di indagati, il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente non può eccedere per ciascuno dei concorrenti la misura della quota di profitto del reato a lui attribuibile, sempre che tale quota sia individuata o risulti chiaramente individuabile (cfr. Cass. sez. VI 23/6/2006 n. 25877; sez. VI 5/6/2007 n. 31690; sez. VI 14/6/2007 n. 30966). E’ chiaro quindi che, ove la natura della fattispecie concreta e dei rapporti economici ad essa sottostanti non consenta d’individuare, allo stato degli atti, la quota di profitto concretamente attribuibile a ciascun concorrente o la sua esatta quantificazione, il sequestro preventivo deve essere disposto per l’intero importo del profitto nei confronti di ciascuno, logicamente senza alcuna duplicazione e nel rispetto dei canoni della solidarietà interna tra i concorrenti. (omissis)
Pubblicato daRedazione Settembre 10, 2019 Pubblicato inDiritto PenaleTag: dlgs.231/2001, enti, personagiuridica, responsabilitàdeglienti
Le sopravvenienze: il rapporto fra contratto e tempo.
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 art. 64
 art. 45
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