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Timestamp: 2020-08-08 08:17:12+00:00

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Sentenza L. Leonardo - I percorsi della Shoah
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Il 6 giugno 1944 veniva tratto in arresto dall’autorità di P.S. L. Leonardo perché ritenuto responsabile di collaborazionismo col tedesco invasore. Essendo accertato che egli faceva parte di una organizzazione di spionaggio militare in danno delle Forze Armate Alleate, se ne dava comunicazione al competente comando americano di controspionaggio militare, che provvedeva a che le indagini si facessero assieme agli ufficiali di polizia italiana. Con rapporto del 9 ottobre 1944 del Commissariato di P.S. di Castro Pretorio si riferiva che nel gennaio 1944 esso L. era entrato in relazione con il comando tedesco ed aveva conosciuto alcuni ufficiali alloggiati alla pensione Medici di via Flavia i quali dirigevano uno speciale servizio di spionaggio militare oltre le linee, denominato “Kommando 152”. Il detto comando reclutava giovani italiani che inviava a Firenze per seguire uno speciale corso di radiotelegrafista ed al termine del corso, della durata di tre mesi, i giovani venivano inviati con apparecchio radiotrasmittente ed una cospicua somma di denaro nelle linee alleate per svolgere compito di raccolta di informazioni, che venivano poi trasmesse con l’apparecchio radio. Il L. ricevette proposta di seguire un tale corso, ma successivamente i tedeschi cambiarono idea e si servirono di lui per altri scopi. Rimasto pertanto a a Roma, il L. stette alle dipendenze di un ufficiale tedesco, che vestiva in borghese, tal Zanettin, il quale si rese tristemente noto a Roma per le notevoli requisizioni arbitrarie e ruberie commesse in danno di cittadini romani, e specialmente di ebrei. Il L. percepiva dallo Zanettin alcune migliaia di lire mensili e veniva impiegato da costui nei più svariati servizi, sia di piccole commissioni personali sia di informazioni di merci da sequestrare o su persone che lavoravano per i tedeschi.
Nei mesi di aprile e successivi il L. mantenne contatti con un tale Felice Edoardo, il quale effettuava reclutamenti dei giovani per il detto servizio; per tal modo ebbe rapporti con molti giovani arrestati ed in modo speciale fu incaricato di mantenere comunicazioni fra costoro e tale dott. Tommasi, che attivamente cooperava nella organizzazione dei reclutamenti. Prima della partenza dei tedeschi ebbe incarico dal Tommasi di rimanere a Roma per raccogliere informazioni sugli eserciti alleati, durante la occupazione della città. Avrebbe perciò dovuto scrivere lettere contenenti tali informazioni con speciale inchiostro simpatico consistente in una pallottolina simile alla cera, che gli fu sequestrata al momento dell’arresto. […] All’autorità della P.S. italiana successivamente veniva a risultare che il L. era stato delatore di una intiera famiglia di ebrei, che furono poi fucilati alle fosse Ardeatine: e precisamente la famiglia Di Consiglio; che, a seguito dell’arresto dei Di Consiglio, essendo l’appartamento da costoro rimasto vuoto, il L. con altri due individui si recò subito dopo in esso, svaligiandolo.
Per detti fatti, dopo istruzione sommaria, il L. veniva fermato, in stato di arresto, a rispondere dinanzi questa Corte di Assise, Sezione Speciale, per le imputazioni a lui [ill.]
Il L. nell’interrogatorio reso […] Nega di avere comunque cooperato per la cattura dei componenti la famiglia Di Consiglio, che aveva conosciuto solo circa otto mesi prima: dice che circa una quindicina di giorni prima si era recato in casa loro per dare in pegno un suo vestito, dietro prestito di denaro, e che poi fu appunto, nella occasione del ritiro di tale vestito che dalla vedova di Mosé Di Consiglio seppe della loro cattura operata dai tedeschi. Si dichiara innocente circa la imputazione del saccheggio, affermando di non essersi in alcun modo, dopo la cattura dei Di Consiglio, recato nella loro casa con lo scopo di trarre un qualche profitto patrimoniale.
Dall’esito della risultanza probatoria e rimasta pienamente provata la collaborazione del L. col tedesco invasore a fine di lucro. Invero egli, durante il periodo della occupazione di Roma, prestò tutta la sua attività a loro favore, non soltanto, come egli dice, “al fine di amministrare” quattro giovani radiotelegrafisti, ai quali doveva consegnare gli emolumenti loro spettanti, ma prestando ogni e qualsiasi servizio [ill.] per la realizzazione dei fini politici che il tedesco si proponeva. Ma il fatto più grave dal L. commesso è la delazione dei componenti la famiglia Di Consiglio, di razza ebraica, per cui una intera famiglia fu distrutta. A seguito della loro cattura, avvenuta ad opera del L., furono il 24 marzo trucidati alle fosse Ardeatine: Di Consiglio Mosè, Di Consiglio Salomone, Di Consiglio Marco, Di Consiglio Franco, Di Consiglio Cesare, Di Consiglio Santoro e Di Castro Angelo, loro congiunto. Il più anziano di essi, Mosé, aveva 74 anni ed il più giovane soltanto 16. Altri poi furono inviati ai campi di concentramento della Germania, non facendo più ritorno. Massacro questo di una intera quale niun altro, in tale vasta proporzione, si è verificato nell’ambito della comunità ebraica in tutta l’Italia. E fu appunto il L. che, nel suo brutale cinismo, dette tutte le indicazioni ai tedeschi, i quali immediatamente si recarono nella loro abitazione ad operare la cattura.
E’ falso quanto asserisce il L. che egli avesse avuto rapporto con il vecchio Mosè Di Consiglio, l’anziano di tutta la famiglia, per una operazione di pegno. Secondo quanto asserisce la Di Consiglio Ester, di lui figlia, l’unica superstite di tanta immane rovina, il Mosè non aveva in vita fatto operazioni di tal genere, avendo prima esercitato il commercio di mobili e dipoi quello di metalli e stracci.
Il L. usò invece un suo particolare stratagemma per mettersi in contatto con il vecchio Mosè e per farlo nel contempo conoscere ai tedeschi. E la Ester narra con precisione come si svolsero i fatti. A seguito di bombardamenti, costei si era rifugiata in casa della sorella in via Madonna dei Monti: e in una prossima casa della stessa via abitava pure il padre. Nell’appartamento di costui appunto la Ester si trovava nelle ore pomeridiane del 21 marzo 1944, quando si presentò il L. assieme ad altre due persone – che di poi, riflettendo, le sembrarono tedeschi – e propose a lui la vendita di 22 anelli di oro: anelli dei quali si parlò, senza che peraltro fossero portati. L’affare fu rimandato per la conclusione nella sera stessa, per una qualche ora dopo l’avemaria, e fu dato corrispondente appuntamento. Le faccie degli sconosciuti parvero alla Ester alquanto sinistre, sicché usciti costoro, disse: “guardati dai quei brutti tipi: ti faranno fucilare!” La figlia in realtà ebbe un triste presentimento di quanto dipoi purtroppo accadde. All’ora precisa dell’appuntamento – cioè alle 19 – invece di presentarsi il venditore degli anelli, si presentò dinanzi alla porta un camion tedesco: i soldati tedeschi salirono, armati di mitra, e nel camion furono caricati tutti i componenti la famiglia Di Consiglio, che colà si trovavano, assieme ad altri che si erano rifugiati a seguito del bombardamento della periferia: in complesso ben 18 persone, tra cui un nipotino a nome Ennio Di Consiglio – figlio del di lei fratello – che ebbe l’accortezza di fuggire dal camion e di rendersi così libero.
Di questi 18 arrestati, come or ora si è detto, il solo Ennio riuscì a salvarsi con la fuga: 6 di essi furono trucidati alle fosse Ardeatine: altri deportati in Germania, e nessuno ha fatto ritorno. Il L. adattò questo stesso sistema della vendita dei 22 anelli anche con Di Consiglio Graziano, figlio di Mosè, il quale abitava in altro rione. Sicuro che nessun sospetto ci fosse sulla sua persona, tre o quattro giorni dopo l’arresto di Mosè, si presentò anche dal Graziano, profferendo in vendita i soliti anelli: poco dopo comparvero anche lì i tedeschi che catturarono il Di Consiglio Graziano, Piperno Benedetto, Di Castro Pacifico e Calò Prospero. Questa comparsa del L. nell’uno o nell’altro caso, qualche ora prima del sopravvenire dei tedeschi, non è [ill.] casuale: era egli che accedeva nel luogo per le necessarie contrattazioni, chiamando dipoi i tedeschi che giungevano per la cattura. L’opera di delazione avvenne certamente a fine di lucro, essendo notorio come i tedeschi dessero al delatore un compenso di lire 5.000 per ogni ebrei catturato. E che, a seguito di questi fatti, il L. avesse mutato situazione economica è stato pure pienamente provato. Mentre prima menava una vita grama e stentata, dando qualche ripetizione di matematica ad alunni delle scuole elementari – per cui si faceva chiamare professore – dipoi fu visto vestire elegantemente e consumare pasti in locali di lusso, conducendo una vita dispendiosa. Il teste [ill.] Fernando, che aveva avuto occasione di conoscerlo presso la sua padrona di casa, e che ben sapeva quanto poco guadagnasse, vide un giorno il L., durante la occupazione nazista, in una trattoria, quando aveva finito di mangiare: e notò che, per pagare il conto, estrasse un portafoglio abbastanza gonfio, in cui v’erano abbondanti carte da lire cinquecento, cose di cui il teste ebbe a meravigliarsi.
Ma il L., a cattura avvenuta, si presentava negli appartamenti – vuoti di persone – delle sue vittime, togliendone tutto ciò che avesse un qualche valore. Come si apprende dalla testimonianza della Di Consiglio Ester, poco dopo l’avvenuta cattura, essendo rimasto incustodito l’appartamento di Di Consiglio Graziano, il L. colà si presentava e ne portava via la biancheria, scarpe, pelliccie: era accompagnato da altre due persone, che lo aiutavano nelle sue ruberie. Non solo, ma anche nella mattina successiva alla cattura di Di Consiglio Mosè, essendosi il Di Consiglio Vittorio con la moglie cautamente recati nel di lui appartamento per assicurare quanti vi fossero rimasti, ed avendo trovato tutto a soqquadro, mentre ne uscivano si imbatterono, proprio dinanzi all’abitazione, nel L., il quale – non appena vistolo – disse di trovarsi là allo scopo di ritirare un suo vestito precedentemente dato su pegno a Mosè. Giustificazione infondata perché è stato detto che il Di Consiglio Mosè non aveva mai fatto operazione di mutuo su pegni. La realtà è ben diversa, egli si era recato colà per asportare tutte le cose mobili che gli fosse possibile. In una perquisizione operata nella camera da lui tenuta in fitto, furono rinvenute otto carte annonarie per vestiario, rilasciate dal governatorato di Roma a membri della famiglia Di Consiglio private di tutti i punti: cosa questa di cui non seppe dare alcuna giustificazione […]. Ed anche queste carte annonarie sono state il frutto delle sue depredazioni.
Non è rimasto invece provato tutto il mobilio tolto alla camera da letto di Di Consiglio Graziano sia stata opera dello stesso L., oppure opera esclusiva dei tedeschi, che poi ebbero a venderla tal signore Bastagna.
Non ravvisandosi elementi per ritenere che abbia favorito i disegni militari del tedesco invasore, è da assolversi da tale delitto di collaborazione militare – quale è stato a lui rubricato per insufficienza di prove. E’ da ritenersi invece colpevole di collaborazione politica.
Pena equa si ravvisa la reclusione per anni quindici.
Non si ravvisano gli estremi del delitto di saccheggio – quale è stato a lui imputato – perché non sono stati commessi più fatti – requisito questo dell’art. 419 cod. penale: sebbene il fatto è stato unico, onde deve ritenersi la configurazione del delitto di furto pluriaggravato con le aggravanti del luogo destinato ad abitazione, del numero delle persone e del tempo di guerra. Per tale delitto pena equa si ravvisa la reclusione per anni 6 e la multa in lire 6 mila.
E’ da condannarsi inoltre alle spese processuali.
a) Imputato del delitto di cui agli art.5 D.L.L. 27.7.1944 n.159 rel. art. 51 e 58 c.p.m.g. per avere in Roma, dopo l’8.9.1943, collaborato col tedesco invasore favorendone le operazioni militari ed i disegni politici, quale membro di un centro di spionaggio militare tedesco denominato “Kommando 152” che reclutava giovani italiani da inviare in zona liberata dalle truppe alleate con il compito di raccogliervi notizie da trasmettere, a mezzo radio, ai comandi tedeschi, e col fornire inoltre indicazioni che portarono alla cattura dei membri della famiglia Di Consiglio ebrea, sei dei quali furono trucidati alle Fosse Ardeatine due giorni dopo l’arresto e tutto ciò a fini di lucro, essendo stato compensato dai tedeschi con somme di denaro imprecisate.
b) Del delitto di cui all’art. 149 c.p. per avere nelle medesime circostanze di tempo e di luogo di cui alla lettera a) saccheggiato l’appartamento della famiglia ebrea Di Consiglio.
Visti gli art. 5 D.L.L. 27.7.1944 n.59; art 58 C.P. M.G.; 624-625 n.1-5, 61, 5 C.P.; D.L.L. 10.5.1945 n.239; art. 28-30 cod. Pen.; art. 483, 487 C.P.P. art. 3 Dec. Presid. 22.6.1946 n.4
Dichiara L. Leonardo colpevole di reato di collaborazione politica col tedesco invasore, ascrittogli come in rubrica e di furto pluriaggravato ai sensi dei surrichiamati articoli di legge, modificata in tali sensi la rubrica relativamente al saccheggio, e lo condanna alla reclusione per la durata di anni ventuno e alla multa di lire 6 mila all’interdizione perpetua dai pubblici uffici ed a quella legale durante la pena, nonché a tre anni di libertà vigilata, alle spese del giudizio ed a quelle del proprio mantenimento in carcere durante la custodia preventiva ed infine ai danni verso la parte civile da liquidarsi in separata sede e alle spese dalla stessa sopportate e che liquida in lire diecimila settecentoquattro, di cui lire 10 mila per onorari.
Visti l’art. 479 C.P.P. assolve il L. del delitto di collaborazione militare per insufficienza di prove.
Dichiara condonata per un terzo la pena detentiva e interamente la pena pecuniaria.
Roma 24/2/1947
La Cassazione, con sentenza 28/4/1948, ha rigettato il ricorso proposto dal L. Leonardo, dichiarando condonati altri cinque anni di reclusione per il reato di collaborazionismo. Ha condannato il ricorrente al pagamento della somma di lire 4 mila in favore della cassa delle Ammende.
Frandere Angelo
Calò Prospero
Di Castro Giovanni
Di Castro Giuliana Colomba
Di Castro Pacifico
Di Consiglio Cesare Elvezio
Di Consiglio Ennio
Di Consiglio Graziano
Di Consiglio Lina
Di Consiglio Marisa
Di Consiglio Rina Ester
Di Consiglio Virginia
Di Tivoli Gemma
Moscato Orabona
Piperno Benedetto
Archivio di Stato di Roma, Corte di Assise Speciale, Sentenze 1946-1947.
Silvia Haia Antonucci e Claudio Procaccia, Dopo il 16 ottobre. Gli ebrei a Roma tra occupazione, resistenza, accoglienza e delazioni (1943-1944), Viella, Roma, 2017.
Martino Contu, Mariano Cingolani, Cecilia Tasca, I martiri ardeatini. Carte inedite 1944-1945, AM&D Edizioni, Cagliari, 2012.
Anna Foa, Portico d’Ottavia 13, Laterza, Roma, 2014.
Giulia Spizzichino, La farfalla impazzita. Dalle Fosse Ardeatine al processo Priebke, Giuntina, Firenze, 2013.

References: art.5
 art. 51
 art. 5
 art. 28
 art. 483
 art. 3
 sentenza