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Timestamp: 2018-11-13 03:03:00+00:00

Document:
Cass. civ. Sez. I, Sent., 19-06-2013, n. 15402 | Open Media Coalition
Dott. CARNEVALE Corrado – Presidente -
Dott. RAGONESI Vittorio – rel. Consigliere -
Dott. LAMORGESE Antonio – Consigliere -
sul ricorso 25260-2011 proposto da:
A.P.T. – ASSOCIAZIONE PRODUTTORI TELEVISIVI (C.F. (OMISSIS)), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LUIGI SETTEMBRINI 30, presso l’avvocato DELLA RAGIONE BRUNO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ORLANDI MAURO, giusta procura in calce al ricorso;
PROTEL CENTER S.R.L.;
PROTEL CENTER S.R.L. (c.f. (OMISSIS)), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CRESCENZIO 2, presso l’avvocato ZINI ADOLFO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato COMOGLIO LUIGI PAOLO, giusta procura in calce al ricorso e procura speciale per Notaio dott. ANTONIO FORNI di IVREA – Rep.n. 106177 del 24.4.13;
A.P.T. – ASSOCIAZIONE PRODUTTORI TELEVISIVI (C.F. (OMISSIS)), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LUIGI SETTEMBRINI 30, presso l’avvocato DELLA RAGIONE BRUNO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ORLANDI MAURO, giusta procura in calce al ricorso principale;
avverso la sentenza n. 2769/2011 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 20/06/2011;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 06/05/2013 dal Consigliere Dott. VITTORIO RAGONESI;
uditi, per la ricorrente, gli Avvocati BRUNO DELLA RAGIONE e MAURO ORLANDI che hanno chiesto l’accoglimento del ricorso principale, il rigetto dell’incidentale;
uditi, per la controricorrente e ricorrente incidentale PROTEL, gli Avvocati PAOLO LUIGI COMOGLIO e ADOLFO ZINI che hanno chiesto l’inammissibilità o il rigetto del ricorso principale, l’accoglimento dell’incidentale;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DEL CORE Sergio che ha concluso per il rigetto di entrambi i ricorsi.
La VIDEODELTA S.p.A. (oggi s.r.l. PROTEL),con atto del 10.11.04, citava l’A.P.T. a comparire dinanzi al Tribunale di Roma.
L’attrice si autodefiniva “produttore originario di opere televisive di primario livello nazionale” ed allegava che nell’intervallo di tempo compreso tra il 1992 ed il 2002 aveva prodotto numerose telenovelas che nel medesimo periodo erano state trasmesse dall’emittente televisiva RETEQUATTRO. L’attrice precisava di avere realizzato tali telenovelas “attraverso l’originale elaborazione di opere straniere i cui diritti sono stati acquistati in perpetuo in paesi stranieri”. Lamentava la mancata corresponsione da parte dall’A.P.T. (quale mandataria della S.I.A.E.) del compensi per “la riproduzione privata per uso o senza scope di lucro di… video grammi previsti dal combinato disposto della L. 5 febbraio 1992, n. 93, art. 3, commi 1 e 6 a favore del “produttori originari di opere audiovisive”. Chiedeva,quindi, che la A.P.T. fosse condannata al pagamento dei predetti compensi.
In via subordinata, la s.r.l. PROTEL riproponeva il medesimo “petitum” fondandolo su di un diverso titolo e, cioè, sulla sua qualità di “avente causa” del produttore originario delle telenovelas trasmesse da RETEQUATTRO. L’A.P.T. si costituiva in giudizio e chiedeva il rigetto della domanda eccependo che la s.r.l. PROTEL non era la produttrice originaria delle telenovelas e che la legge non includeva tra gli aventi diritto al compenso gli “aventi causa” dai “produttori originari”.
Il Tribunale di Roma, con sentenza 14183/08, respingeva la domanda affermando che la s.r.l. PROTEL non era la produttrice delle opere audiovisive oggetto della domanda, ma un’avente causa del produttore a cui, come tale, la L. n. 93 del 1992, art. 3 non attribuiva alcun diritto a compenso.
La s.r.l. PROTEL proponeva appello.
L’A.P.T. costituiva in giudizio chiedendo il rigetto del gravame.
La Corte d’appello di Roma, con sentenza parziale n. 2769/11, accoglieva l’appello e, in riforma della sentenza impugnata, dichiarava che per il periodo 1992 – 2002 la s.r.l. PROTEL CENTER, in quanto avente causa dal produttore originario, aveva diritto al compenso di cui alla L. 5 febbraio 1992, n. 93, art. 3, commi 1 e 6, calcolato secondo i criteri stabiliti dalla Delib. approvata il 22 aprile 2002 dal Consiglio direttivo dell’Associazione Produttori Televisivi, come modificati dalla Delib. 1 marzo 2004 dell’assemblea generale dell’APT. Con separata ordinanza rimetteva la causa in istruttoria per l’espletamento di una consulenza contabile diretta a calcolare l’esatto ammontare monetario dei compensi di per il periodo 1992 – 2002.
Avverso la detta sentenza ricorre per cassazione l’APT sulla base di quattro motivi cui resiste con controricorso la Center srl che propone altresì ricorso incidentale affidato a tre motivi.
Con il primo motivo di ricorso l’APT contesta la propria legittimazione passiva sostenendo che questa compete alla Siae.
Con il secondo motivo deduce l’irregolare costituzione del contraddittorio proprio in ragione del fatto che la legittimata passiva era la Siae.
Con il terzo motivo assume che la Corte d’appello ha erroneamente ritenuto che nei contratti intercorsi tra la resistente a la sua dante causa San Giacomo srl quest’ultima che avesse trasmesso anche i diritti a compenso per copia privata.
Con il quarto motivo nega che la normativa in tema di copia privata preveda che il diritto a compenso spetti anche agli aventi causa dei produttori originari.
Con il primo motivo condizionato di ricorso incidentale la Protel center srl contesta la decisione della Corte d’appello di escludere la sua natura di produttrice originale delle opere audiovisive per le quali si chiede il compenso per copia privata.
Con il secondo motivo contesta la mancata pronuncia della sentenza impugnata sulla propria domanda di accertamento del comportamento illecito dell’APT e su quella conseguente di risarcimento dei danni.
Con il terzo motivo, contesta, sotto il profilo del vizio motivazionale, la decisione relativa ai criteri di ripartizione degli indennizzi da copia privata rilevanti ai fini di determinare l’ammontare dei propri compensi.
I primi due motivi del ricorso principale, tra loro connessi,possono essere trattati congiuntamente.
Gli stessi sono infondati.
Va premesso che la L. n. 93 del 1992, art. 3, applicabile ratione temporis (gli artt. 71 sexies, septies ed octies che attualmente disciplinano i diritti di copia privata sono stati introdotti dal D.Lgs n. 68 del 2003, mentre i diritti per cui è causa si riferiscono agli anni 1992-2002) prevede che “gli autori e i produttori di fonogrammi, i produttori originari di opere audiovisive e i produttori di videogrammi, e loro aventi causa, hanno diritto di esigere, quale compenso per la riproduzione privata per uso personale e senza scopo di lucro di fonogrammi e di videogrammi, una quota sul prezzo di vendita al rivenditore dei nastri o supporti analoghi di registrazione audio e video (musicassette, videocassette e altri supporti) e degli apparecchi di registrazione audio”.
L’art. 3 in esame prevede poi una disciplina parallela, da un lato, per i diritti di copia privata relativi alle opere audiovisive ed ai videogrammi e, dall’altro, per i fonogrammi, cioè le opere audio.
Per quanto concerne la prima categoria di opere, che qui direttamente interessa, la L. n. 93 del 1992, art. 3, comma 6, prevede che il compenso per copia privata relativamente ai “nastri o i supporti analoghi di registrazione video è corrisposto alla Siae, la quale provvede a ripartirlo al netto delle spese, anche tramite le loro associazioni di categoria maggiormente rappresentative, per un terzo agli autori, per un terzo ai produttori originari di opere audiovisive e per un terzo ai produttori di videogrammi, i quali destinano il 5 per cento dei compensi a ciascuno di essi attribuiti all’istituto mutualistico artisti interpreti esecutori (Imaie) di cui all’art. 4 per le attività e le finalità di cui all’art. 7, comma 2″.
La L. n. 93 del 1992, art. 7, comma 2, a sua volta prevede che “l’IMAIE utilizza le somme di cui al comma 1 e quelle di cui all’art. 3, comma 6, all’art. 5, comma 5 e all’art. 6, comma 5, per le attività di studio e di ricerca nonchè per i fini di promozione, di formazione e di sostegno professionale degli artisti interpreti o esecutori”.
Per quanto concerne la seconda categoria di opere, quelle cioè costituite dai fonogrammi, la L. n. 93 del 1992, art 3, comma 3, stabilisce che il compenso per copia privata per le dette opere “è corrisposto alla Siae, la quale provvede a ripartirlo al netto delle spese, anche tramite le loro associazioni di categoria, per il 50 per cento agli autori e loro aventi causa e per il 50 per cento ai produttori di fonogrammi.
Questi ultimi, ai sensi del comma 5 del medesimo art., devono poi corrispondere il 50 per cento del compenso ad essi attribuito agli artisti interpreti o esecutori interessati.
A sua volta la L. n. 93 del 1992, art. 5 stabilisce che l’Imaie, che è l’ente che rappresenta gli artisti, interpreti ed esecutori, una volta ricevuti dai produttori di fonogrammi i compensi per copia provata spettanti ai propri associati, “determina l’ammontare dei compensi, come sopra ricevuti, spettanti a ciascun artista interprete o esecutore, in base ai criteri definiti da accordo concluso tra le associazioni di categoria dei produttori di fonogrammi e le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative delle categorie degli artisti interpreti o esecutori, firmatarie dei contratti collettivi nazionali. Il medesimo accordo stabilisce altresì le modalità di riscossione ed erogazione dei compensi”.
Dalla citata normativa si evince con chiarezza che il sistema opera attraverso tre fasi.
Nella prima la Siae ha la funzione di riscuotere i diritti per copia privata dai soggetti obbligati indicati dalla legge per conto di tutti gli aventi diritto.
Nella seconda fase la Siae ripartisce quanto riscosso, secondo delle precise percentuali complessive stabilite dalla legge, tra le varie categorie di aventi diritto e, cioè: a) gli autori che essa rappresenta; b) i produttori di fonogrammi c) i produttori audiovisivi e di videogrammi.
Nella terza fase i produttori, ricevuta la quota loro spettante, ne devono attribuire una parte agli artisti interpreti ed esecutori e per essi all’Imaie. In particolare, nel caso di opere audiovisive e videogrammi, i rispettivi produttori devono attribuire il 5% dei compensi loro attribuiti dalla Siae (L. n. 93 del 1992, art. 3, comma 6) alla predetta Imaie. Nel caso invece di opere audio,i produttori di fonogrammi devono conferire all’Imaie il 50% dei compensi loro trasferiti dalla Siae.
Come già in precedenza ricordato, l’Imaie è poi tenuta a provvedere, da un lato, a destinare le somme ricevute dai produttori audiovisivi e di videogrammi a scopi solidaristici o di promozione (L. n. 93 del 1992, art. 7) e,dall’altro, a ripartire le somme ricevute dai produttori fonografici tra i propri associati.
Da tale ricostruzione della normativa applicabile al caso di specie non può in alcun modo desumersi che la Siae sia tenuta a ripartire direttamente ai singoli produttori, siano essi di fonogrammi ovvero audiovisivi o di videogrammi, le quote a ciascuno di essi spettante anzichè attribuire alle loro associazioni le percentuali complessive che la legge stabilisce per ciascuna categoria di produttori.
In primo luogo, va osservato che l’art. 180 della legge sul diritto d’autore, che stabilisce i compiti e le attribuzioni della SIAE, prevede che “l’attività di intermediario, comunque attuata, sotto ogni forma diretta o indiretta di intervento, mediazione, mandato, rappresentanza ed anche di cessione per l’esercizio dei diritti di rappresentazione, di esecuzione, di recitazione, di radiodiffusione e di riproduzione meccanica e cinematografica di opere tutelate, è riservata in via esclusiva alla società italiana degli autori ed editori (Siae) tale attività è esercitata per effettuare:
1) la concessione, per conto e nell’interesse degli aventi diritto, di licenze e autorizzazioni per l’utilizzazione economica di opere tutelate;
3) la ripartizione dei proventi medesimi tra gli aventi diritto…….”.
Da tale art. risulta di tutta evidenza che la SIAE dispone unicamente del potere di ripartire i proventi derivanti dall’utilizzazione del diritto d’autore tra i propri iscritti e non anche quello di ripartire i diritti spettanti ai titolari dei diritti connessi secondo le loro diverse tipologie.
Se il legislatore avesse voluto conferire tale potere per la ripartizione dei compensi per copia privata anche nei confronti dei produttori avrebbe dovuto espressamente prevederlo, in quanto ciò avrebbe comportato non solo un ampliamento dei compiti della Siae; ma ne avrebbe mutato anche la natura, in quanto da ente pubblico destinato alla tutela ed alla gestione dei diritti degli autori sarebbe in qualche misura divenuto anche ente pubblico svolgente funzioni di raccolta e distribuzione di diritti anche nei confronti dei produttori sia pure limitatamente ai diritti di copia privata.
A ciò deve aggiungersi che l’Imaie, ai sensi della L. n. 93 del 1992, art. 5, una volta ricevuti dai produttori di fonogrammi i compensi per copia provata spettanti ai propri associati, “determina l’ammontare dei compensi, come sopra ricevuti, spettanti a ciascun artista interprete o esecutore, in base ai criteri definiti da accordo concluso tra le associazioni di categoria dei produttori di fonogrammi e le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative delle categorie degli artisti interpreti o esecutori, firmatarie dei contratti collettivi nazionali, il medesimo accordo stabilisce altresì le modalità di riscossione ed erogazione dei compensi”.
Da tale norma si deduce che la ripartizione dei diritti spettanti agli artisti, interpreti ed esecutori è stabilito direttamente dalla legge a carico della Imaie e che i criteri di tale ripartizione agli aventi diritto vengono stabiliti sulla base di un accordo con le associazioni dei produttori di fonogrammi.
Risulta dunque che nel caso degli artisti interpreti ed esecutori, la Siae non potrebbe effettuare alcuna ripartizione diretta ai titolari dei diritti connessi in questione (produttori fonografici da un lato ed artisti interpreti ed esecutori dall’altro) proprio perchè la ripartizione nei confronti degli artisti ed interpreti è affidata per legge all’Imaie che deve ricevere a sua volta dalle associazioni dei produttori fonografici il 50% di quanto di propria spettanza.
Il sistema delineato dalla legge prevede dunque certamente in due casi che la ripartizione ai singoli titolari del diritto al compenso debba essere effettuata dalle loro entità rappresentative, e cioè:
la Siae per gli autori e l’Imaie per gli artisti interpreti ed esecutori.
Se ciò è quanto espressamente stabilito a livello normativo, costituirebbe una contraddizione del tutto ingiustificata che la Siae debba poi provvedere essa stessa alla ripartizione diretta nei confronti dei singoli produttori facenti parte delle categorie più volte riportate.
E’ appena il caso di sottolineare,sotto un profilo del tutto pratico, che una associazione può effettuare la ripartizione dei compensi tra i propri associati in ragione del fatto che conosce anzitutto chi essi sono nonchè i criteri di ripartizione applicabili e quindi le diverse percentuali e quote di spettanza di ciascun associato in relazione allo sfruttamento delle opere, mentre non sarebbe comunque in grado di effettuare la ripartizione dei compensi a soggetti non propri affiliati ed appartenenti a diverse associazioni non potendo essere a conoscenza di chi siano i soggetti in questione nè i criteri di ripartizione ad essi applicabili nè le rispettive quote.
Aggiungasi che nel caso dei diritti per copia privata questi al momento della riscossione sono assolutamente privi di ogni collegamento con le opere perchè, come già osservato, vengono riscossi sul prezzo degli strumenti atti alla riproduzione (masterizzatori, computer etc) ovvero sui supporti vergini (cd, dvd etc) e la Siae sarebbe quindi nella impossibilità di stabilire criteri e quote di ripartizione di tali diritti in relazione a titolari di diritti che non fanno parte di esso ente associativo non avendo alcun dato rispetto ad essi.
Tutto ciò porta necessariamente a concludere che, laddove la L. n. 93 del 1992, art. 3, comma 6, fa riferimento alla ripartizione da parte della Siae dei compensi per copia privata “anche tramite le loro associazioni di categoria maggiormente rappresentative, per un terzo agli autori, per un terzo ai produttori originari di opere audiovisive e per un terzo ai produttori di videogrammi…” ..prevede e disciplina solo la ripartizione complessiva nella misura di un terzo per ciascuna delle tre categorie senza che ciò comporti l’obbligo di ripartizione ai singoli aventi diritto (esclusi i propri e cioè gli autori).
In altri termini, il riferimento ai produttori originari di opere audiovisive ed ai produttori di videogrammi deve essere riferito alle categorie e non ai singoli produttori e l’inciso “anche tramite le associazioni di categoria maggiormente rappresentative” va interpretato come un criterio di riferimento fornito alla Siae (quello della maggiore rappresentatività) per individuare a quali associazioni di una categoria di produttori conferire le somme riscosse a titolo di copia privata per la detta categoria.
E’ di tutta evidenza, in conclusione, che, una volta effettuata la ripartizione dei diritti riscossi tra le varie categorie e trasferito a ciascuna di esse i relativi importi complessivi,l’obbligo e la responsabilità per la ripartizione finale ai singoli soggetti aventi diritto non compete in alcun modo alla Siae ma fa capo ex lege alle singole categorie.
Da quanto fin qui detto discende che nessuna legittimazione passiva può avere la Siae nel presente giudizio competendo questa esclusivamente alla APT odierna ricorrente che, ricevuta (come è pacifico) la quota di diritti per copia privata spettante alla categoria da essa rappresentata, era poi tenuta a provvedere alla ripartizione della stessa tra i propri aventi diritto.
Va soggiunto che, in particolare con il primo motivo di ricorso, l’APT pone la questione secondo cui, essendo stato stipulato tra la Siae ed essa APT in data 2.11.98 un accordo avente natura di mandato,ove si precisava che l’APT, mandataria, era autorizzata a riscuotere il credito per conto della mandante ed a manlevare la Siae da qualsiasi pretesa dovesse sopravvenire in ordine alle operazioni di ripartizione dei compensi da parte degli associati e non associati, si evincerebbe da tali disposizioni contrattuali che l’obbligo di ripartizione era rimasto in capo alla Siae e che, quindi, la stessa, in virtù delle norme sul mandato, era tenuta a rispondere direttamente verso i terzi.
Tale doglianza, prima ancora che essere infondata in ragione della ricostruzione della normativa dianzi effettuata, è inammissibile.
La ricorrente non riproduce infatti,in osservanza del principio di autosufficienza l’intero testo dell’accordo o quanto meno estese parti significative di esso rilevanti ai fini del decidere, onde questa Corte, cui è inibito l’accesso agli atti della fase di merito, non è in condizioni di valutare nè il contenuto effettivo del contratto nè la sua natura,non essendo anzitutto desumibile se il mandato fosse con rappresentanza o senza, onde nessuna valutazione è concretamente possibile in ordine alla fondatezza o meno della censura.
I due motivi vanno in definitiva respinti.
Venendo all’esame del terzo motivo, si rileva che la ricorrente contesta la sentenza impugnata laddove questa ha ritenuto che nei contratti intercorsi tra la resistente e la sua dante causa San Giacomo srl quest’ultima avesse trasmesso anche i diritti a compenso per copia privata.
La motivazione fornita sul punto dalla Corte d’appello è la seguente.
“Il diritto al compenso di cui alla L. n. 93 del 1992, art. 3 è un diritto patrimoniale ed è sicuramente trasmissibile, atteso che in alcuni casi e lo stesso legislatore che esplicitamente prevede tale possibilità di trasmissione.
In assenza di norme speciali il diritto in esame è solo uno del tanti diritti che sorgono in capo al produttore di un’opera audiovisiva e che ben possono essere ceduti, tutti insieme a separatamente, per intero o solo in parte, per sempre o per un tempo limitato, ecc. Ne consegue che in caso di non esplicita menzione di tale diritto ben potrebbe porsi il problema di interpretare la volontà delle parti di un contratto che conferisce solo alcuni del diritti sorti in capo al produttore.
Nel caso di specie, però, i contratti di cessione del diritti stipulati tra la San Giacomo avente causa dal produttori originari) e la VIDEODELTA fanno esplicito riferimento a “tutti i diritti esclusivi di utilizzazione televisiva “Free e Pay a mezzo etere, cavo, satellite per la produzione dell’edizione in lingua italiana e per lo sfruttamento economico della stessa attraverso una distribuzione nei territori Italia, Montecarlo, Capodistria, San Marino, Vaticano, Malta e per il periodo…”.
Ciò comporta che sicuramente è stato trasferito, con i limiti previsti dal contratto, anche il diritto al compenso”.
La conclusione cui perviene la sentenza è condivisibile ma la motivazione dianzi riportata non appare del tutto adeguata e necessita quindi di opportuni chiarimenti correttivi ai sensi dell’art. 384 c.p.c..
Va rammentato che ai diritti esclusivi, alla cui cessione fa riferimento il contratto tra la San Giacomo e la Videodelta riportato testualmente in sentenza, non sono assolutamente assimilabili i ed diritti a compenso quale nel caso di specie quello per copia privata.
Costituisce nozione basilare che i diritti esclusivi di utilizzazione economica che fanno capo agli autori,ai produttori ed a agli titolari di diritti connessi si fondano sul potere di autorizzare terzi soggetti alla utilizzazione dell’opera dietro adeguato corrispettivo.
In assenza di autorizzazione non è consentita alcuna utilizzazione a meno che la legge non stabilisca una eccezione a tale regola, come di seguito si dirà.
E’ fin troppo noto che i diritti esclusivi sono espressamente disciplinati e previsti dalla legge sul diritto d’autore, in particolare dagli artt. da 12 a 19 per quanto concerne gli autori e da diversi altri artt. della legge per quanto concerne i titolari di diritti connessi.
Il diritto a compenso ha invece origine e natura del tutto diversa.
Normalmente tale diritto sorge per effetto dell’esercizio di una eccezione che la legge sul diritto d’autore riconosce a soggetti terzi in base alla quale questi possono usufruire di un opera o di materiali protetti senza la necessità di una preventiva autorizzazione del titolare o dei titolari di diritti esclusivi su di essa.
In alcuni casi la legge riconosce che detta utilizzazione non è soggetta ad alcun compenso, mentre, in altri, come quello della eccezione per copia privata, è previsto che debba essere riconosciuto ai titolari dei diritti sull’opera o sui materiali protetti un compenso.
E’ evidente che i titolari dei diritti d’autore e dei diritti connessi per effetto della utilizzazione dell’opera in virtù di una eccezione subiscono una limitazione dei propri diritti, in quanto detta utilizzazione sfugge al loro controllo e, di regola, produce un pregiudizio economico, perchè la stessa non è suscettibile di produrre un introito di carattere economico se l’utilizzazione è gratuita, ovvero di produrre un introito inferiore a quello che si sarebbe potuto ottenere se l’utilizzazione fosse stata soggetta a autorizzazione preventiva.
Discende da ciò che, laddove è previsto un compenso per l’utilizzazione di opere o materiali protetti in virtù dell’esercizio di una eccezione, tale compenso riveste un carattere di tipo indennitario. Nel caso della riproduzione privata per uso personale disciplinata attualmente dagli artt. da 71 sexies a 71 octies della legge sul diritto d’autore (cd. eccezione per copia privata), in base alla quale è consentito ad una persona fisica di effettuare copie di opere e materiali protetti per uso esclusivamente personale, purchè senza scopo di lucro e senza fini direttamente o indirettamente commerciali, è evidente che i titolari dei diritti sulle opere o sui materiali protetti subiscono un pregiudizio economico per il fatto che il beneficiario dell’eccezione, invece di acquistare una ulteriore copia dell’opera producendo così per essi un introito economico, può effettuarne liberamente una copia da quella già legittimamente acquisita senza dover versare alcun prezzo.
E’ per ovviare in parte a siffatto pregiudizio che le norme dianzi citate prevedono che per la cd. copia privata debba essere versato un compenso, tramite le modalità dianzi accennate, di importo di molto inferiore rispetto al prezzo che il beneficiario della eccezione avrebbe dovuto pagare per acquistare una ulteriore copia dell’opera, ma che in qualche modo parzialmente indennizza i titolari dei diritti. Da quanto fin qui detto discende che la motivazione fornita dalla Corte d’appello sulla interpretazione del contratto di cessione dei diritti da parte della San Giacomo alla Videodelta non appare, come già detto, del tutto adeguata.
Nel contratto in questione si fa esclusivamente riferimento alla cessione di diritti esclusivi che,come detto, sono del tutto distinti e diversi rispetto ai diritti a compenso, per cui dalla cessione di tali diritti non può automaticamente affermarsi, sulla base della sola interpretazione del contratto, che siano stati ceduti anche i diritti a compenso, quale,nel caso di specie, il diritto per il compenso per copia privata.
In realtà, che anche tale diritto sia stato nel caso di specie ceduto risulta da quanto appena detto circa la sua funzione di indennizzare il titolare del diritto esclusivo dal mancato sfruttamento economico dell’opera per effetto dell’esercizio dell’eccezione da parte del beneficiario della stessa.
In altri termini, il diritto a compenso è strettamente ed intrinsecamente legato alla titolarità dei diritti esclusivi di sfruttamento dell’opera proprio perchè ha la funzione di supplire parzialmente alla mancata possibilità di pieno sfruttamento di questi ultimi.
E’ quindi di tutta evidenza che il diritto a percepire il compenso in questione non può che spettare a coloro i quali, in un dato momento sono i titolari dei diritti di sfruttamento delle opere e che, in caso di intervenuta cessione di questi ultimi, i cedenti, si sono spogliati non solo di detti diritti esclusivi ma anche di quelli a compenso ad essi collegati.
Non avrebbe infatti alcun senso che colui il quale non ha più la titolarità dei diritti esclusivi,e non può quindi trarre non solo alcun vantaggio dal loro sfruttamento, ma neppure subire alcun pregiudizio dal loro mancato sfruttamento, possa continuare a percepire un indennizzo tramite l’attribuzione di un diritto a compenso per un pregiudizio che non ha subito. I principi testè affermati costituiscono il punto di partenza dell’esame del quarto motivo del ricorso principale con cui si contesta la correttezza della interpretazione fornita dalla Corte d’appello laddove ha ritenuto che la normativa in tema di copia privata preveda che il diritto a compenso spetti anche agli aventi causa dei produttori originari.
La L. n. 93 del 1992, art. 3, comma 1 (ora art. 71 septies, comma 1, della legge sul diritto d’autore) prevede espressamente che “gli autori e i produttori di fonogrammi, i produttori originari di opere audiovisive e i produttori di videogrammi, e loro aventi causa, hanno diritto di esigere, quale compenso per la riproduzione privata per uso personale e senza scopo di lucro di fonogrammi e di videogrammi, una quota sul prezzo di vendita al rivenditore dei nastri o supporti analoghi di registrazione audio e video (musicassette, videocassette e altri supporti) e degli apparecchi di registrazione audio”.
Tale norma, come si evince dalla sua semplice lettura, testualmente prevede che il compenso spetta non solo agli autori, produttori di fonogrammi eterna anche ai loro aventi causa.
La Corte non condivide i dubbi interpretativi dei giudici d’appello circa la norma riportata, essendo fuor di dubbio che le parole “e i loro aventi causa” si riferiscono a tutti i titolari di diritti in precedenza indicati, in quanto risultano precedute da una virgola mentre la congiunzione ” ed’ posta innanzi le parole “i produttori di videogrammi” è colà posta poichè precede gli ultimi soggetti della lista indicata.
Dunque non può dubitarsi che il diritto a compenso spetti agli aventi causa se i titolari hanno provveduto a cedere i loro diritti a questi ultimi, come correttamente ritenuto dalla Corte d’appello.
Tale interpretazione del resto trova la sua giustificazione non solo nel chiarissimo dato letterale, ma anche nella interpretazione sistematica della diversa natura dei diritti esclusivi e di quelli a compenso e della stretta connessione tra questi ultimi ed i primi fornita in occasione dell’esame del terzo motivo del ricorso principale.
Il quarto motivo non può in conclusione trovare accoglimento ed il ricorso principale va in conclusione respinto.
Venendo all’esame del ricorso incidentale, il primo motivo subordinato risulta assorbito.
Risulta dalle conclusioni riportate nella sentenza impugnata che la Protel aveva chiesto la condanna dell’APT al risarcimento dei danni per il ritardato pagamento dei diritti a compenso ad essa spettanti sotto forma del maggior danno da inflazione nonchè il riconoscimento degli interessi compensativi e moratori.
Nessuna omessa pronuncia vi è stata sul punto.
E’ di tutta evidenza che la Corte d’appello non poteva pronunciarsi su tale domanda; avendo emanato solo sentenza non definitiva e rimesso la causa in fase istruttoria per il calcolo delle somme spettanti alla Protel center a titolo di compensi per copia privata.
E’ dunque solo con la sentenza definitiva che determinerà le dette somme che sarà possibile stabilire il maggior danno da svalutazione e emettere pronuncia sugli interessi.
La Corte d’appello ha ritenuto che le somme da riconoscere alla Profit dovessero essere calcolate in base alla Delib. 22 aprile 2002 dell’APT che la Protel, già membro dell’APT, non aveva mai provveduto ad impugnare, onde la Delib. stessa era inoppugnabile, e che,comunque, ad essa la Protel aveva manifestato adesione astenendosi in occasione della Delib. della sua modifica.
Il motivo non contiene alcuna specifica censura di tale ratio decidendi volta a contestare l’efficacia preclusiva derivante dalla mancata impugnazione della Delib..
Il motivo si sofferma ad analizzare ragioni di illegittimità della detta Delib. proponendo censure che appaiono del tutto nuove, non rinvenendosene traccia nella sentenza impugnata, e che comunque presuppongono accertamenti in fatto e valutazioni di merito che questa Corte non può effettuare.
In conclusione,dunque, entrambi i ricorsi vanno respinti.
La reciproca soccombenza giustifica la compensazione delle spese di giudizio.
Rigetta entrambi i ricorsi; compensa le spese di giudizio.
Così deciso in Roma, il 6 maggio 2013.
Depositato in Cancelleria il 19 giugno 2013

References: sentenza 
 art. 3
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 art. 5
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