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Timestamp: 2018-08-17 18:28:40+00:00

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Le condizioni di proponibilità dell’azione risarcitoria in Rc-auto
Una sentenza del Tribunale di Firenze dell’8 maggio 2018 ha affrontato il problema della condizione di proponibilità dell’azione di risarcimento danni, in ambito Rc-auto, prevista dall’articolo 145 del nuovo Codice delle Assicurazioni. Tale norma prescrive che l’azione risarcitoria possa essere proposta solo dopo che siano decorsi 90 ovvero 60 giorni (nel caso di soli danni materiali) dal momento in cui è stata inoltrata la lettera di intervento contenente i requisiti previsti dalla stessa legge. Il primo comma si applica ai casi di azione diretta nei confronti della compagnia assicurativa del responsabile civile; il secondo comma, invece, ai casi di indennizzo diretto.
Ebbene, il primo comma stabilisce che la domanda con la quale il danneggiato chiede i danni alla compagnia assicurativa del responsabile civile può essere promossa solo dopo che sia stato chiesto il risarcimento per il tramite di una rituale missiva inviata “anche se per conoscenza” alla compagnia di assicurazione (e siano decorsi i relativi termini di spatium deliberandi). Il secondo comma, relativo alle situazioni di indennizzo diretto, prevede che la lettera di intervento debba essere inoltrata all’impresa di assicurazione del veicolo del danneggiato, sempre con raccomandata con avviso di ricevimento, e “per conoscenza” all’impresa di assicurazione dell’altro veicolo coinvolto.
Il Tribunale di Firenze aderisce alla tesi secondo cui la locuzione “inviata per conoscenza” deve necessariamente intendersi nel senso che l’onere di avvisare la compagnia del veicolo del responsabile civile (nel caso di indennizzo diretto) è una condizione imprescindibile (cioè sine qua non) in difetto della quale l’azione risarcitoria, incardinata davanti alla autorità giudiziaria competente, deve reputarsi, a tutti gli effetti, improponibile.
La ragione che milita a favore di tale orientamento va rinvenuta nella ratio animante molte delle leggi licenziate dal legislatore negli ultimi anni (ivi comprese, appunto, le norme contenute nel nuovo Codice delle Assicurazioni): favorire il più possibile i meccanismi di definizione della controversia alternativi al processo. E ciò con il precipuo scopo di deflazionare una giustizia ingolfata da un eccesso di domande.
In questa prospettiva devono leggersi anche i succitati commi dell’articolo 145 testé menzionato. Essi hanno, in altre parole, la funzione elettiva di favorire per quanto possibile una bonaria composizione della vertenza in via stragiudiziale. Quindi, avvertire le compagnie di assicurazione della propria intenzione di ottenere un risarcimento (mettendole nelle condizioni di esaminare il caso da tutti punti di vista indispensabili onde assumere una ragionata deliberazione) è fondamentale.
Se – nell’ambito dell’indennizzo diretto – non fosse obbligatorio inviare la lettera di intervento anche alla compagnia del responsabile civile, si priverebbe quest’ultima della possibilità di decidere di trattare direttamente la pratica con il danneggiato al fine di una auspicata definizione transattiva. Ciò è talmente vero che lo stesso Codice delle Assicurazioni, all’articolo 149, comma sesto, contempla la possibilità – per l’impresa assicurativa del responsabile civile – di intervenire nel processo incardinato dal danneggiato contro la propria compagnia al fine di estromettere quest’ultima e assumere la gestione diretta del danno, sollevando così la consorella dall’onere di trattare direttamente il sinistro.
Per ottenere tale risultato, è imprescindibile che l’assicuratore del veicolo responsabile del sinistro sia messo nella concreta condizione di valutare l’opportunità di intervenire nell’eventuale instaurando processo. Il che potrà accadere solo se la lettera di intervento gli sia stata previamente inoltrata.
Ora, se tale soluzione ermeneutica è accettabile con riferimento ai casi di indennizzo diretto, non lo è altrettanto per quanto concerne le ipotesi di azione diretta (vale a dire quelle situazioni in cui non ricorrano i requisiti per l’applicazione della disciplina di cui all’art. 149 del D. Lgs. 209/2005). E invece – del tutto inopinatamente – il Tribunale di Firenze suggerisce il contrario: che cioè il danneggiato debba inviare la lettera di intervento a tutte le compagnie interessate dal sinistro anche quando non ricorra un’ipotesi di indennizzo diretto. Il che è evidentemente errato: sia sul piano letterale, sia sul piano sistematico. Quanto al primo aspetto, è sufficiente una lettura financo superficiale del primo comma dell’art. 145 per capire che esso – nel parlare di lettera inviata “anche per conoscenza” alla compagnia di assicurazione – fa riferimento solo ed esclusivamente all’impresa assicurativa del responsabile (e quindi il lemma “anche” deve leggersi nel senso di lettera inviata all’assicuratore del responsabile civile in prima persona ovvero inviata al medesimo anche solo per conoscenza quando la missiva sia indirizzata in primis al soggetto responsabile del danno). Quanto, invece, all’aspetto sistematico, non vi è alcuna ragione per cui il danneggiato dovrebbe essere gravato dall’onere di spedire la fatidica missiva (completa in ogni sua parte) pure al proprio assicuratore laddove non si verta in ambito di procedura CARD. Infatti, l’assicuratore del danneggiato non è destinato a rivestire alcun ruolo nel “gioco” della trattativa se non ricorrano i presupposti di cui all’art. 149 C.d.A.
Il diritto al rimborso delle spese sanitarie nel privato in caso di urgenza
Una interessante sentenza del Giudice di Pace di Lecce recante il numero 748/2018, e depositata in data 16 febbraio 2018, affronta un tema assai delicato che concerne il diritto all’assistenza sanitaria pubblica, in teoria garantito dall’articolo 32 della Costituzione.
In particolare, il giudice pugliese si è trovato a deliberare sulla domanda di rimborso presentata da un malato oncologico il quale aveva dovuto ricorrere urgentemente a una struttura privata non convenzionata con il Servizio sanitario nazionale per l’esecuzione di un controllo TAC (connesso con la patologia da cui egli era afflitto). Dopo essersi rivolto invano a strutture convenzionate con le Asl di Brindisi, Lecce e Napoli, l’attore aveva deciso di effettuare l’esame presso un centro di medicina nucleare privato e aveva dovuto sborsare, di tasca propria, la somma di euro 1.802.
Nel corso del giudizio era emerso, da un lato che il paziente effettivamente si era trovato nell’urgenza assoluta di svolgere quell’esame e, dall’altro, che egli non aveva potuto accedere, in tempi ragionevoli, alle strutture sanitarie pubbliche o convenzionate con il pubblico così da trovarsi obbligato a rivolgersi al centro di medicina nucleare privato.
Il giudice di pace ha messo in evidenza come, nel caso di specie, trovi applicazione quel diritto costituzionalmente garantito e intangibile connesso a un valore non negoziabile quale deve considerarsi, a tutti gli effetti, il diritto alla salute di cui all’articolo summenzionato della nostra Carta fondamentale.
La regola vigente in casi consimili è che il cittadino – se vuole usufruire della gratuità della prestazione – deve rivolgersi alle strutture pubbliche ovvero a quelle private convenzionate con il Servizio sanitario nazionale e può chiedere il rimborso della spesa sostenuta (per aver voluto eseguire l’esame presso un centro privato non convenzionato) solo nel caso in cui egli sia stato preventivamente ed espressamente approvato da un provvedimento delle autorità competenti. Nel caso di specie, tale nulla osta non c’era e, tuttavia, il giudice ha riconosciuto il buon diritto dell’attore in quanto sussistevano ragioni di assoluta urgenza tali da rendere non differibile il percorso diagnostico prescelto. Ergo, siffatti motivi – laddove ne sia appurata l’effettiva esistenza nel caso concreto – giustificano, e legittimano, il ricorso alle strutture private pur in assenza di una esplicita preventiva autorizzazione degli enti deputati a rilasciarla. Essi giustificano, altresì, anche il diritto del cittadino al rimborso di quanto speso per essersi sottoposto non già a un esame qualsivoglia (in quanto tale differibile nel tempo) quanto piuttosto a un esame quoad vitam, cioè salva vita.
Altrimenti detto, solo l’esecuzione in tempi celeri (se non immediata) di tale esame avrebbe potuto consentire al malato di affrontare con discrete probabilità di successo l’incombere della patologia. Di talché, pur in assenza di un apposito ‘permesso’, egli deve essere rifuso di quanto speso presso la struttura privata non convenzionata con la pubblica amministrazione.
In definitiva, per quanto anzidetto, la P.A. non ha alcun potere discrezionale di incidere su un diritto intangibile (come quello alla salute). In ispecie, quando ricorrano circostanze contingenti connotate dall’impellenza tali da legittimare il cittadino – in assenza di un’adeguata copertura da parte del SSN – a beneficiare di soluzioni alternative presso strutture private.
Stiamo parlando, dunque, di posizioni soggettive “a nucleo rigido” e non “a nucleo variabile”: nelle seconde è accettabile (e comprensibile) un potere discrezionale da parte della pubblica amministrazione idoneo a derubricare i diritti a meri interessi legittimi per effetto di una valutazione di bilanciamento dei bisogni coinvolti. In presenza delle seconde, invece, proprio perché è implicata una dimensione costituzionale non negoziabile, viene meno ogni pretesa ‘selettiva’ da parte delle autorità deputate a decidere. In tali casi, il cittadino potrà avvalersi dei servigi a pagamento di centri di diagnostica e di terapia privati con la consolante certezza di ottenere poi il dovuto ristoro ad opera del Servizio sanitario nazionale. E ciò in ossequio a quel principio di tendenziale gratuità e di universalità assoluta delle cure che caratterizza la nostra carta costituzionale e che il giudice di pace il Lecce ha avuto il merito di rammentarci.
Compensatio lucri cum damno: la pronuncia nr. 12.566 sul diffalco delle poste erogate dall’Inail
Analizziamo un’altra delle sentenze gemelle delle Sezioni Unite del 22.05.18: la n. 12.566. Con tale pronuncia, i giudici di legittimità hanno ‘declinato’ il principio della compensatio lucri cum damno al tema della rendita erogata dall’Inail a favore di un danneggiato (in seguito alla invalidità permanete da quest’ultimo riportata in un sinistro stradale).
Nella vicenda approdata all’attenzione dei giudici del Palazzaccio, la Corte d’Appello di Genova aveva ritenuto che nulla fosse dovuto alla vittima, a titolo di danno patrimoniale, giacché l’Inail aveva già messo a disposizione del danneggiato una rendita; e lo aveva fatto, addirittura, accantonando una somma superiore a quella chiesta dall’attore per la medesima posta di pregiudizio (e cioè per il danno patrimoniale).
Le Sezioni Unite hanno preliminarmente richiamato i due orientamenti giurisprudenziali esistenti in materia. Secondo il primo di questi (più risalente e minoritario), la costituzione di una rendita, da parte dell’assicuratore sociale e a beneficio della vittima di un sinistro stradale, non può escludere né ridurre il diritto al risarcimento che l’infortunato vanta nei confronti del responsabile civile, attesa la diversità del titolo giustificativo della rendita rispetto a quello del risarcimento.
L’altro indirizzo ritiene invece che – nel caso di esperimento, da parte dell’Inail, dell’azione di surroga es art. 1916 c.c., nei confronti del responsabile del danno – il credito spettante al soggetto leso transita in capo all’istituto previdenziale per la quota parte corrispondente all’indennizzo assicurativo che l’Inail ha elargito a favore dell’infortunato.
Le Sezioni Unite fanno proprio questo secondo orientamento muovendo dall’art. 1223 c.c. secondo il quale il risarcimento del danno deve necessariamente includere sia la perdita subita che il mancato guadagno. La prefata norma sottende, logicamente, anche la necessità di tenere in debito conto gli eventuali vantaggi conseguiti dal danneggiato per effetto delle conseguenze positive in ipotesi discendenti dal fatto dannoso. Se così non si operasse, l’infortunato finirebbe per lucrare un ingiusto profitto come già evidenziato da un precedente della stessa Cassazione (sent. nr. 3507 dell’11.07.1978).
Gli Ermellini sottolineano come l’istituto della compensatio trovi applicazioni in tutti quei casi in cui ci si trovi di fronte all’insorgere di poste attive e poste passive rispettivamente a vantaggio o a detrimento dello stesso soggetto; e ciò a prescindere dal fatto che tali poste trovino entrambe ragion d’essere (e quindi titolo fondativo) nel medesimo fatto illecito. Ciò non significa ovviamente attribuire rilevanza a ogni e qualsivoglia vantaggio, indiretto o mediato, conseguente al sinistro; altrimenti si finirebbe per dilatare ad infinitum le poste imputabili al risarcimento finendo, per assurdo, alla paradossale conclusione per cui lo stesso fatto illecito sarebbe un “colpo di fortuna” di cui rendere merito al danneggiante responsabile.
La sentenza in commento richiama anche la pronuncia del Consiglio di Stato nr. 1 del 2018, resa in sede di adunanza plenaria, con la quale si è stabilito che dal risarcimento dovuto a un operaio (il quale abbia riportato una patologia riconducibile ad una esalazione di amianto nei luoghi di lavoro) debba essere defalcato l’importo liquidato a titolo di indennizzo dagli enti di protezione sociale. Quindi, il lavoratore dovrà decurtare dalla somma incassata dal proprio datore di lavoro (a titolo di risarcimento) quella conseguita (a titolo di indennizzo) per effetto della riconosciuta dipendenza della patologia da infermità per causa di servizio.
Tornando al nodo della questione, in subjecta materia esiste non solo l’art. 1916 del codice civile, ma anche l’art. 142 del Codice delle Ass.ni (D.L.vo 209/2005) il quale stabilisce che l’ente gestore di prestazioni di carattere sociale ha diritto di ottenere direttamente dall’impresa di assicurazione il rimborso delle indennità stimate ed erogate a favore del danneggiato.
Tali norme sono contrassegnate da un minimo comun denominatore: la successione, da parte dell’ente pubblico, nel credito (per la precisione nel credito risarcitorio vantato dall’assicurato danneggiato) che attribuisce all’ente stesso la titolarità della pretesa nei confronti dei soggetti obbligati al fine di ottenere sia il rimborso dei ratei già versati sia il valore capitalizzato delle prestazioni future (cfr. Corte Costituzionale n. 319 del 1989, Cass. nr. 14941 del 06.09.12 e Cass. S.U. nr. 8620 del 29.04.15).
Una doverosa precisazione: le Sezioni Unite hanno specificato che andrà defalcata, dall’importo complessivo del risarcimento, solo la somma corrispondente alla rendita corrisposta dall’Inail allo stesso titolo vantato dal danneggiato.
Ciò significa che – se il danneggiato ha chiesto solo il risarcimento del danno biologico – il giudice dovrà decurtare dal risarcimento liquidato a tale titolo esclusivamente la somma capitalizzata della rendita accantonata dall’Inail a tale titolo e non anche quella accantonata a titolo di danno patrimoniale.
Infine, un ultimo inciso rilevante sul piano processuale: l’eccezione di compensatio lucri cum damno va considerata alla stregua di una eccezione in senso lato e, in quanto tale, può essere rilevata anche d’ufficio e non solo su eccezione di parte.
La probatio (diabolica) della sofferenza morale nei danni mortali
Con l’ordinanza numero 9.196 del 13 aprile 2018 la Corte di Cassazione è tornata ad occuparsi del tema dei pregiudizi di natura non patrimoniale patiti dai prossimi congiunti ed eredi della vittima primaria di un sinistro mortale.
Nella fattispecie, trattavasi di un sinistro risalente agli anni Novanta in occasione del quale aveva trovato la morte un padre di famiglia e la di lui consorte la quale aveva agito (in proprio e in qualità di genitore di due figlioli) per ottenere il risarcimento dei conseguenti danni patrimoniali e non patrimoniali. La sentenza d’appello aveva limitato il risarcimento del danno di natura non patrimoniale evitando di liquidare quella parte di ristoro che, usualmente, viene riconosciuta a titolo di risarcimento delle compromissioni lato sensu esistenziali cioè afferenti al vulnus arrecato (dall’omicidio colposo) ai rapporti intercorrenti tra il soggetto deceduto e i suoi familiari.
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso proposto dalla moglie e dai figli della vittima, ribadendo alcuni principi che dovrebbero, oramai, costituire jus receptum e consolidato punto di riferimento per tutti i giudici di merito e che, invece (purtroppo), spesso vengono inopinatamente disattesi. Sostanzialmente, la Suprema Corte ha rammentato il contenuto delle celebri sentenze di San Martino del 2008 con le quali i giudici di legittimità hanno stabilito che i danni di natura non patrimoniale costituiscono un’unica macro categoria che può essere oggetto di risarcimento ogni qualvolta ricorrano i presupposti di cui all’articolo 2059 del codice civile. Tali presupposti ricorrono allorquando vi sia la lesione di un diritto costituzionalmente garantito ovvero nelle ipotesi in cui vi sia una esplicita previsione normativa atta a legittimare il ristoro del suddetto pregiudizio (come accade, giusta proprio il richiamo contenuto nella prefata norma, in ogni caso di illecito penale).
I danni non patrimoniali, poi, possono essere scomposti, sul piano meramente descrittivo – senza che ciò valga a metterne in discussione l’unitarietà concettuale di segno giuridico – , in tre ampie voci corrispondenti a: pregiudizi di natura biologica, pregiudizi di natura morale e pregiudizi di natura esistenziale intese come infra si dirà.
Con l’ordinanza in commento, la Corte di Cassazione ha sottolineato, per l’ennesima volta, che la incontestabile unitarietà del danno di natura non patrimoniale non deve andare a detrimento di una dettagliata ed esaustiva liquidazione che si riferisca a ciascuna delle tre voci testé richiamate. Vero è che i giudici devono evitare in tutti modi le indebite locupletazioni. Tuttavia, essi sono anche tenuti a non trascurare il risarcimento di ogni singolo pregiudizio lamentato dai danneggiati con riferimento alla dimensione non patrimoniale. Andranno, quindi, risarcite sia le conseguenze di natura psicofisica ridondanti in una menomazione dell’integrità della persona (alle quali viene attribuita la denominazione convenzionale di ‘danno biologico’) sia le conseguenze di carattere interiore (sub specie di soggettiva e transeunte sofferenza) che usualmente vengono definite alla stregua di ‘danno morale’ sia le conseguenze che si esplicitano sul piano dinamico-relazionale designate, in gergo, come pregiudizio di natura esistenziale.
Erra, pertanto, il giudicante di secondo grado, nel caso di specie, nel momento in cui riconosce un ristoro per il danno non patrimoniale di carattere biologico e per quello di carattere morale omettendo poi di prendere in considerazione gli impatti che il fatto illecito ha avuto sulla vita dei prossimi congiunti, nonché eredi, del soggetto defunto. Ciò significa che tutte le volte in cui una parte abbia diligentemente chiesto, in ossequio al principio dispositivo che governa le azioni processuali in ambito civilistico (e in seguito a un sinistro mortale) tutti i singoli profili di danno non patrimoniale di cui alla ‘trilogia’ summenzionata, e una volta che essa abbia diligentemente allegato (e offerto di dimostrare) tali pregiudizi in sede istruttoria, è del tutto illegittima la decisione del magistrato che si limiti, per ipotesi, a liquidare solo una somma a titolo di risarcimento per le sofferenze morali patite in seguito al lutto senza, invece, prendere in considerazione anche quelle di natura dinamico-relazionale, id est ‘esistenziale’ (ovvero quelle di natura biologica, anche se più rare a verificarsi).
È, infatti, del tutto ovvio che un evento drammatico (qual è il decesso di una persona in occasione di un incidente stradale) comporta due tipi di conseguenze: da un lato, i familiari sono costretti a sperimentare quel ‘crudo dolore’ (come è stato definito dalla Cassazione nell’ordinanza de quo) che connota ogni improvvisa scomparsa di una persona cara, dall’altro essi si trovano nella condizione di non poter più godere di tutta una serie di attività connesse alla dimensione relazionale che prima, invece, abitualmente erano avvezze a condividere (insieme al congiunto strappato loro da un brutale destino).
Potremmo dire, in un certo senso, che il danno non patrimoniale, nell’ipotesi di decesso, comporti un vuoto di natura interiore e un vuoto di natura esteriore, entrambi incolmabili. Il primo attiene alla dimensione intima, soggettiva, insondabile e intangibile che riguarda specificamente la sfera ‘spirituale’ del familiare rimasto in vita. Egli soffre, e soffre nell’anima, perché non ha più accanto se è la persona che amava. Nello stesso tempo, il sopravvissuto è vittima di un vuoto esteriore che si concreta nella improvvisa estinzione di tutte quelle circostanze di gioiosa convivenza e quotidiana complicità nel corso delle quali (e grazie alle quali) egli si trovava a spartire le gioie, le occupazioni, le minute faccende di ogni menage familiare.
Orbene, se da un lato la pronuncia degli Ermellini è apprezzabile nella misura in cui impedisce che il risarcimento delle vittime di gravi sinistri mortali sia, ci si passi il termine, ‘monco’, d’altro canto sarebbe più che mai opportuno un arresto giurisprudenziale che si soffermasse su un altro tema sovente trascurato nella materia di cui ci stiamo occupando.
Ci riferiamo alla dimensione della prova del danno non patrimoniale. Riteniamo che dovrebbero essere valorizzati (molto più di quanto già non avvenga) i dati di comune esperienza secondo i quali – e ciò vale per il giurista come per uomo della strada (trattandosi di un’intuizione comune a qualsiasi persona di buonsenso) – chi incorre in una tragedia, soffre. E tanto più si soffre quanto più egli sia legato alla vittima da una relazione duratura. Ciò significa che, di fronte alle inoppugnabili risultanze dei certificati anagrafici che attestano la sussistenza di una coabitazione (tra le parti della tragedia) e la durata della stessa, il risarcimento dovrebbe essere riconosciuto a prescindere da ogni altra considerazione. E a prescindere, soprattutto, dalla pretesa ridicola – in situazioni come quelle di cui ci stiamo occupando – consistente nell’esigere che gli attori (già devastati da un trauma) dimostrino l’indimostrabile. Si assoggettino, cioè, a quell’autentica probatio diabolica che si concreta nel dover attestare l’intensità dell’amore che li univa a chi è mancato ai loro affetti.
Si rischia, altrimenti, di costringere i difensori a un cimento impossibile: quello di avvalorare (con l’insufficiente armamentario consueto offerto dagli ordinari mezzi istruttori) una circostanza tipicamente non suscettibile di essere ‘toccata con mano’ come il sentimento.
Ciò spesso comporta, in ambito processuale, due effetti collaterali parimenti deprecabili: il primo è che il capitolato istruttorio (articolato dal difensore) viene sistematicamente ‘cassato’ dal giudice di turno sulla base dell’assunto che esso si struttura in domande implicanti giudizi non ammessi ai testi; e come potrebbe essere altrimenti? Un rapporto amoroso, confidenziale, fraterno, materno, paterno, per ‘elezione’ è riscontrabile solo attraverso l’espressione di un giudizio e non certo attraverso un riscontro di fatto. L’altro effetto perverso di tali dinamiche processuali è che la domanda della parte (in assenza di prove) viene ridotta ai minimi termini con la scusa che gli attori non avrebbero fornito la dimostrazione del loro dolore.
Sarebbe ora di considerare l’opportunità di un nuovo approccio alla questione, strutturato in maniera antitetica rispetto a quella attuale: nel momento in cui l’attore fornisce gli elementi minimi indispensabili per presumere che ci sia stata la logica, inevitabile, notoria sofferenza destinata ai superstiti di un lutto (in quanto esseri umani), dovrebbe essere onere della controparte dimostrare il contrario facendo ricorso per esempio ad altre circostanze di fatto idonee a innescare le correlate presunzioni (questa volta a svantaggio di chi domanda il risarcimento): ad esempio, l’esistenza di sussidi insanabili o di ‘distanze’ incolmabili (in senso lato: sia di carattere cronologico, come accade quando due soggetti non coltivano più alcun rapporto da lungo tempo, sia di carattere geografico, come accade quando le parti vivono a grande distanza l’una dall’altra).
Si dovrebbe esigere, invece, un compiuto articolato istruttorio solo con riferimento a quello che, sopra, abbiamo definito come ‘vuoto esteriore’ e cioè la componente dinamico-relazionale del rapporto vulnerato dal sinistro.

References: sentenza 
 sentenza 
 art. 1916
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 Cass. 
 Cass. 
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