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Timestamp: 2013-06-20 09:04:06+00:00

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Tutela dell'ambiente, processo penale, costituzione di parte civile ente epsonenziale
La tutela dell'ambiente nel processo penale: sulla costituzione di parte civile di un ente epsonenziale (associazione ambientale)
1-	IL BENE GIURIDICO TUTELATO DALLE NORME INCRIMINATRICI
Tanto l'articolo 734 c.p. che l'articolo 181 1bis(a) del Codice dei beni culturali e del paesaggio (emanato con decreto legislativo 22 gennaio 2004 n. 42 in Suppl. ordinario n. 28 alla Gazz. Uff., 24 febbraio 2004, n. 45) costituiscono il sistema normativo a protezione dei beni paesaggistici ed ambientali. L'interesse protetto è quello di rilevanza costituzionale relativo alla conservazione della ricchezza estetica naturale del territorio nazionale, in conformità all'articolo 9 della Costituzione secondo la quale "la Repubblica (..) tutela il paesaggio (..) della Nazione". Peraltro, a seguito della maggiore sensibilità ai valori paesaggistici si ritiene che il paesaggio oggetto di tutela sia strettamente collegato alla dimensione dell'ambiente, si da definire il danno ambientale, quello risultante da impatti negativi di tipo percettivo-visivo, storico-culturale in dimensione locale, di quartiere e urbana, come anche da impatti negativi sul paesaggio, oltre che sull'ecosistema e sulla fauna (Cassazione penale , sez. III, 29 gennaio 2001, n. 11716, Matarrese, in Cass. pen. 2003, 242). Del resto, lo stesso articolo 2 del Codice dei beni culturali e del paesaggio definisce il patrimonio culturale quello costituito dai beni culturali e dai beni paesaggistici, definendo questi ultimi gli immobili e le aree indicati all'articolo 134, costituenti espressione dei valori storici, culturali, naturali, morfologici ed estetici del territorio, e gli altri beni individuati dalla legge o in base alla legge.
2-	(CENNI) SULLA NATURA DEL REATO DI CUI ALL'ART. 181 D. LGS. 41/2004 L'art. 181 D. Lgs. n. 42 del 2004 incrimina la condotta di chi, senza la prescritta autorizzazione o in difformità di essa, esegue lavori di qualsiasi genere su beni paesaggistici. Tale reato già previsto dall'art. 163 D. Lgs. n. 490 del 1999 c.d. T.U. Beni culturali, tutela l'interesse a che la p.a. preposta al controllo venga posta in condizioni di esercitare efficacemente la funzione di salvaguardia del bene ambientale. Interesse strumentale alla tutela del bene giuridico "ambiente e paesaggio". E' peraltro noto che sul reale ambito di applicazione del concetto di ambiente si è lungamente dibattuto.
La tematica della tutela dell'ambiente è stata oggetto di dibattito a partire dagli anni '60. E' in questo periodo che la dottrina (M.S. Giannini, "Ambiente: saggio sui diversi suoi aspetti giuridici", in Riv. trim. dir. pubbl., 1973, 1, 15 e ss.) tre generici significati del termine ambiente: (1) l'ambiente a cui fa riferimento la normativa relativa al paesaggio; (2) l'ambiente a cui fa riferimento la normativa a tutela del suolo dell'aria e dell'acqua; (3) l'ambiente a cui fa riferimento la normativa dell'urbanistica. In periodi più recenti parte della dottrina (Casetta, Manuale di diritto amministrativo, Giuffrè, Milano, 2006) propone una definizione bipartita della materia ambientale: (1)	da una parte vi sarebbe un filone attinente all'assetto territoriale, ricomprendente la tutela specifica di alcuni beni (bellezze naturali, vincolo idrogeologico e simili) e ciò che riguarda in generale il territorio quale oggetto di pianificazione territoriale, che troverebbe fondamento normativo nell'art. 9 Cost., attraverso una ricostruzione ampia del concetto di paesaggio; (2)	dall'altra parte vi sarebbe un filone connotato dalle normative settoriali a tutela dell'acqua, dell'aria e del suolo, e che troverebbe fondamento nell'art. 32 Cost., intesa come salvaguardia della salubrità umana. Certo è che della tutela dell'ambiente non era ravvisabile un concetto normativo unitario, si pensi solo che questo vocabolo era sconosciuto alla Costituzione e allo stesso Trattato istitutivo delle Comunità Europee.
Ora, con riguardo alla natura del reato di cui all'art. 181 D. Lgs. n. 42 del 2004, recentissima giurisprudenza di legittimità ritiene si tratti di un reato di pericolo astratto e, pertanto, ai fini della configurabilità dell'illecito "non è necessario l'effettivo pregiudizio per l'ambiente, potendo escludersi dal novero delle condotte penalmente rilevanti soltanto quelle che si prospettano inidonee, pure in astratto, a compromettere il valore del paesaggio�nelle zone paesisticamente vincolate è inibita - in assenza di autorizzazione già prevista dall'art. 7 l. n. 1497 del 1939, le cui opere di rilascio sono state innovate dalla l. n. 431 del 1985 e sono attualmente disciplinate dall'art. 146 del D. Lgs. n. 42 del 2004 - ogni modificazione all'assetto del territorio, attuata attraverso qualsiasi opera non soltanto edilizia, ma di qualunque genere (ad eccezione degli interventi consistenti nella manutenzione, ordinaria e straordinaria, nel consolidamento statico o restauro conservativo, purché non alterino lo stato dei luoghi e l'aspetto esteriore degli edifici; nell'esercizio dell'attività agro-silvo-pastorale, che non comporti alterazione permanente dello stato dei luoghi con costruzioni edilizie od altre opere civili e sentire che si tratti di attività ed opere che non alterino l'assetto idrogeologico; nel taglio colturale, forestazione, riforestazione, opere di bonifica, antincendio e di conservazione da eseguirsi nei boschi e nelle foreste, purché previsti ed autorizzati in base alle norme vigenti in materia)" (fra le altre Cass. Sez. III n. 37318 del 10 ottobre 2007 e Cass. Sez. III, sentenza n. 38071 del 16 ottobre 2007 in www.dirittoegiustizia.it del 14.11.2007).
3-	SULLA LEGITIMATIO AD CAUSAM DI ENTI ESPONENZIALI (CENNI)
La via intrapresa ha trovato, nelle sue espressioni più raffinate (tal senso, v. Sez. VI, 11 ottobre 1990, Santacaterina, in Casazione Penale, 1992, p. 2429, n. 1332, con osservazioni di M. Vessichelli), il fondamento della legittimazione processuale di formazioni sociali portatrici di interessi super-individuali mediante il riconoscimento di un vero e proprio diritto dell'ente alla tutela del proprio patrimonio morale ovvero al perseguimento degli scopi statutari. Per tale via, il reato commesso, oltre a ledere l'interesse direttamente tutelato dalla norma penale ridonderebbe a danno della formazione sociale che della cura del medesimo interesse ha fatto il proprio scopo associativo, frustrandone l'operato. Ne deriverebbe una lesione dello stesso "diritto di personalità" dell'ente e quindi un danno morale legittimante la sua partecipazione al giudizio penale per ottenerne il risarcimento. La condizione, posta dalla giurisprudenza al fine della legittimazione processuale, viene indicata nella circostanza per cui l'interesse azionato costituisca patrimonio morale imprescindibile dell'ente: ciò si verifica solo quando l'ente abbia indicato, nel proprio statuto, tale interesse quale ragione della propria esistenza ed attività, in modo talmente pregnante da causare una "immedesimazione fra il sodalizio e l'interesse perseguito"(V. Sez. VI, 11 ottobre 1990, Santacaterina, cit). La costituzione di parte civile è riconosciuta, quindi, ammissibile quando, dall'offesa al bene interesse tutelato dalla fattispecie incriminatrice derivi, in modo diretto ed immediato una lesione del "diritto di personalità" del sodalizio, con riferimento al suo scopo associativo ed alle finalità perseguite dai suoi componenti (così, Sez. III, 11 aprile 1992, Ginatta ed altro, in Riv.giur.ed., 1993, I, p. 451; Sez. III, 29 settembre 1992, Serlenga ed altro, inCassazione Penale, 1994, p. 983, n. 568; Sez. III, 21 maggio 1993, Tessarolo ed altro, ivi, 1994, p. 984, n. 569, con osservazioni di Mendoza, secondo la quale il danno risarcibile in favore dell'associazione è prettamente non patrimoniale e concerne l'afflizione e la frustrazione degli affiliati per il pregiudizio arrecato all'interesse preso a cuore dall'associazione. Nella giurisprudenza di merito, in senso conforme, oltre alle pronunce già citate, v. Pret. Verona, 24 giugno 1992, Chiappin, in Giur.it., 1993, II, p. 420; Trib. Massa, 20 maggio 1993, Dell'Isola, in Arch.n.proc.pen., 1993, p. 440. ).
4-	(SEGUE) IN PARTICOLARE, SULLA LEGITIMATIO AD CAUSAM DELLE ASSOCIAZIONI AMBIENTALISTE
¢	gli interessi diffusi, che sono in genere comuni a tutti gli individui di una formazione sociale o addirittura della comunità nazionale o internazionale e che, essendo insuscettibili di appropriazione individuale (i cc.dd. interessi adespoti), sono anche inadeguati alla gestione processuale;
¢	gli interessi collettivi che rappresentano un momento di soggettivizzazione o corporativizzazione e sono suscettibili di tutela giurisdizionale perché trovano una titolarità in enti esponenziali capaci di agire, che si distinguono tanto dalla comunità generale quanto dai singoli associati nell'organizzazione collettiva.
In generale, è evidente che nulla osta alla costituzione di parte civile delle associazioni di protezione ambientale che abbiano subito direttamente un danno risarcibile dal reato, alla stregua di un qualunque soggetto dell'ordinamento . Analoghe considerazioni valgono nei casi di danno ambientale. Se, pertanto, dal fatto lesivo dell'ambiente sia derivato anche un autonomo danno all'associazione - riconosciuta o meno ai sensi dell'articolo 13 della legge 349/86 - questa è certamente legittimata, secondo le regole ordinarie, a esercitare l'azione civile risarcitoria, come nell'ipotesi in cui è proprietaria dell'area boschiva danneggiata da una costruzione abusiva, o la sua sede è situata in una zona interessata da un disastro ambientale.
L'orientamento giurisprudenziale largamente prevalente attribuisce alle associazioni di protezione ambientale la legittimazione alla costituzione di parte civile iure proprio anche in caso di danno ambientale. Secondo l'indirizzo in esame, gli enti e le associazioni di protezione ambientale, comprese quelle non "riconosciute" ai sensi dell'articolo 13 della legge 349/86, possono costituirsi parte civile nei casi in cui sia configurabile una situazione giuridica soggettiva propria dell'organismo esponenziale, di cui è astrattamente ipotizzabile la lesione per via dell'aggressione all'ambiente. E ciò si verifica quando l'interesse diffuso che perseguono si sia concretizzato in riferimento alla salvaguardia di una situazione storicamente circostanziata, fatta propria, come scopo specifico, dal sodalizio, divenendo elemento costitutivo e perciò oggetto di un diritto di personalità dell'ente: l'offesa dello scopo sociale, che costituisce la finalità propria dell'associazione, legittima a far valere i danni subiti - di natura patrimoniale (per i costi sostenuti nello svolgimento delle attività di propaganda e di sensibilizzazione della pubblica opinione) e morale (per le frustrazioni degli associati nonché per il discredito derivante dal mancato raggiungimento dello scopo) - ogni volta che esistano precisi e consistenti collegamenti con il fatto lesivo per essere l'associazione radicata sul territorio anche attraverso sezioni locali (cfr. Cassazione, terza sezione, 26 novembre 1996, Perotti e altri, in Ced Cassazione 209096; in senso conforme: Cassazione, terza sezione, 6 aprile 1996, Russo, in Diritto penale e processo, 1996, p. 1366; v. in dottrina, C. Quaglierini, Le parti private diverse dall'imputato e l'offeso dal reato, Giuffrè, Milano, 2003, p. 65). La costituzione di parte civile appare legittima quando il fatto-reato lesivo dell'ambiente abbia altresì leso un diritto di personalità dell'associazione, per effetto della frustrazione dello scopo dalla stessa perseguito. Al contrario, non sono legittimate alla costituzione di parte civile gli enti e le associazioni quando l'interesse perseguito sia quello all'integrità dell'ambiente genericamente inteso o comunque un interesse che, per essere caratterizzato da un mero collegamento ideologico con l'interesse pubblico, resta un interesse diffuso come tale non proprio del sodalizio e perciò anche non risarcibile.
La tesi della legittimazione delle associazioni ambientaliste a costituirsi parte civile si articola, in sintesi, nei seguenti passaggi logico-giuridici: 1.	il danno ambientale, in quanto lesivo di un bene rilevante ex art.2 Cost, reca, di per sé, un'offesa alla persona umana nella sua dimensione individuale e sociale; 2.	per le associazioni ambientaliste la lesione riguarda anche il diritto della personalità del sodalizio, in relazione allo scopo perseguito; 3.	il danno ha tipica natura non patrimoniale (per le frustrazioni degli associati, nonché per il discredito derivante dal mancato raggiungimento dello scopo, che potrebbe indurre gli associati a privare il sodalizio del loro sostegno personale e finanziario), ma può essere anche patrimoniale (per i costi sostenuti nello svolgimento delle attività di propaganda e di sensibilizzazione della pubblica opinione). Ovviamente, come si è detto, non è sufficiente che un'associazione, o un comitato, pongano l'interesse di tutela ambientale del proprio territorio come scopo del sodalizio per legittimarli a costituirsi parte civile in processi per reati ambientali; in altri termini, occorre qualcosa di più di un interesse semplice alla tutela dell'ambiente genericamente inteso. Occorre, cioè, un interesse specifico dell'ente, e territorialmente localizzato, al fine di poter prospettare che la lesione dello stesso abbia dato vita ad un danno diretto, immediato e risarcibile, ossia le condizioni che legittimano una costituzione di parte civile. Ed, infatti, solo se si soggettivizza l'interesse di cui l'ente è portatore si può ritenere che lo stesso si differenzi da quello semplice della generalità dei consociati, relativo al corretto esercizio della tutela dei beni ambientali, che in sé è una mera finalità di interesse pubblico. Secondo la giurisprudenza della suprema corte (v. le sentenze citate sopra), gli elementi che valgono a differenziare la posizione delle associazioni ambientaliste - attraverso le quali si svolge la personalità di ogni uomo titolare del diritto umano all'ambiente - consistono: nella continuità di azione; nell'aderenza al territorio; nella rilevanza del loro contributo; in sostanza, l'interesse diffuso alla tutela ambientale deve essersi concretizzato in una determinata realtà storica di cui il sodalizio ha fatto il proprio scopo.
5-	(SEGUE) SULLA LEGITIMATIO AD CAUSAM QUALE SOSTITUTO PROCESSUALE EX ART. 9 DEL DECRETO LEGISLATIVO 18 AGOSTO 2000, N. 267 DELLE ASSOCIAZIONI RICONOSCIUTE DI PROTEZIONE AMBIENTALE AI SENSI E PER GLI EFFETTI DELL'ART. 13 DELLA LEGGE 8 LUGLIO 1986 N. 349
Se tale disposizione, per scelta politica opinabile ma che costituisce pur sempre diritto positivo, è stata abrogata nel 2006 dall'articolo 318/2(b) del decreto legislativo dd. 3 aprile 2006, n.152 (in Suppl. ordinario n. 96 alla Gazz. Uff., 14 aprile, n. 88), si evidenzia come l'articolo 303 del medesimo decreto stabilisca come la parte sesta del decreto (dall'articolo 299 -all'articolo 318, oltre allegati) f) non si applichi al danno causato da un evento verificatisi prima della data di entrata in vigore del decreto (cfr. lettera f): se l'evento causativo del danno risulta commesso in data anteriore all'entrata in vigore del d.lgs. 152/2006, ad esso continua ad applicarsi l'articolo 9 T.U. Enti locali. Se pertanto la disciplina introdotta dal D.L.vo 152/06 con riguardo alla legittimazione ad agire ha senza dubbio carattere processuale, il principio del tempus regit actum risulta nel caso in esame condizionato dal termine di entrata in vigore previsto dall'art. 303 let. f), per il quale, si ribadisce, l'applicabilità di tutta la parte VI del decreto legislativo è esclusa con riguardo agli eventi verificatisi anteriormente all'entrata in vigore di tale normativa .
Nota di aggiornamento: Quanto alla risarcibilità del danno morale anche alle associazioni ambientali anche successivamente al d.lgs. 152/06, si veda Cassazione penale , sez. III, sentenza 26.09.2011 n. 34761
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References: Cass. 
 articolo 2
 Cass. Sez. 
 Cass. Sez. 
 sentenza 
 art.2
 ART. 9
 sentenza