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Timestamp: 2016-12-08 20:00:13+00:00

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Art. 785 cod. proc. civile: Pronuncia sulla domanda di divisione
RICHIEDI CONSULENZA SU QUESTO ARGOMENTO	Se non sorgono contestazioni sul diritto alla divisione, essa è disposta con ordinanza dal giudice istruttore; altrimenti questi provvede a norma dell’articolo 187.
Giurisprudenza annotataPronuncia sulla domanda di divisione.
Domanda; 1.1. Contenuto sostanziale; 1.2. Divieto di mutamenti di domanda; 1.4. Regime delle preclusioni; 1.4. Istanza di attribuzione o di vendita del bene indivisibile; 2. Accordi paradivisori; 3. Competenza; 4. Contestazioni sul diritto alla divisione; 5. Unicità del procedimento; 5.1. Natura (non definitiva) delle sentenze emesse nel corso del procedimento; 5.2. Fattispecie di sentenze non definitive; 5.3. Idoneità al giudicato delle sentenze non definitive; 5.4. Spese di lite e responsabilità processuale aggravata; 5.5. Mutamenti intervenuti dopo la pronuncia di una sentenza non definitiva; 5.6. Natura della sentenza che nega il diritto alla divisione; 5.7. Sentenza che dispone l’estrazione a sorte dei lotti; 6. Misure cautelari; 7. Spese del giudizio.
1.1. Contenuto sostanziale.
Colui che agisce in giudizio per lo scioglimento della comunione tende sia all’effetto strumentale della cessazione dello stato giuridico della comunione, sia all’effetto finale della attribuzione in suo favore della porzione cui abbia diritto, ma di tali effetti, mentre il primo è strettamente connesso all’esercizio del diritto potestativo alla divisione nelle forme della domanda giudiziale, il secondo per quanto riguarda l’individuazione dell’oggetto del nuovo diritto del singolo prescinde dalle richieste della parte, in quanto il giudice provvede in modo autonomo a determinare le porzioni e ad attribuirle ai condividenti, poiché la scelta delle relative modalità esula dal contenuto sostanziale della domanda di scioglimento della comunione e rientra nell’ambito del potere discrezionale riservato al giudice nel compimento delle operazioni divisionali. Cass. 8 settembre 1986, n. 5462.
Conf.: Nel giudizio di divisione della cosa comune, il risultato finale della trasformazione dei diritti pro quota dei singoli partecipanti in altrettanti diritti individuali di proprietà esclusiva su concrete e determinate porzioni di beni comuni si attua attraverso tre fasi fondamentali: la fase della c.d. assificazione, quella della formazione delle quote e quella della attribuzione. Tale sequenza ha carattere progressivo per cui non possono i condividenti chiedere direttamente l’attribuzione senza che il giudice abbia previamente disposto il progetto di formazione delle quote ed abbia precisato le modalità della divisione, dando disposizioni in merito all’estrazione a sorte dei lotti. Ne consegue che, ove al progetto divisionale non siano state sollevate contestazioni ed esso sia, conseguentemente, divenuto esecutivo, il giudice deve provvedere, con ordinanza non impugnabile, all’attuazione di tale progetto e dare disposizioni in merito all’estrazione a sorte dei lotti. (Nella specie, la S.C. ha cassato la pronuncia di secondo grado che aveva ritenuto corretto il differimento delle operazioni divisionali, deciso dal giudice di primo grado, al passaggio in giudicato della pronuncia che doveva risolvere altre questioni dibattute dai condividenti, laddove, invece, la Corte di merito avrebbe dovuto procedere all’estrazione a sorte dei lotti, come richiesto nell’atto di gravame, non avendo il Tribunale svolto tale attività). Cass. 4 marzo 2011, n. 5266.
1.2. Divieto di mutamenti di domanda.
Nel procedimento di scioglimento delle comunioni trova applicazione il principio del divieto di mutamento della domanda di cui all’art. 184 c.p.c., imposto dall’esigenza del rispetto del contraddittorio (art. 101 c.p.c.), con la conseguenza che l’introduzione da parte dell’attore di una domanda nuova diretta ad ottenere la divisione dell’asse ereditario in quote inferiori a quelle richieste con la domanda introduttiva, comportando l’esclusione di alcuni eredi (contumaci) dalla divisione, deve essere notificata ai contumaci a norma dell’art. 292 c.p.c., con la conseguenza che in difetto di tale adempimento l’ordinanza che dichiara esecutivo il progetto di divisione, con esclusione dei coeredi contumaci, assume contenuto decisorio, incidendo sui diritti soggettivi delle parti ed è denunciabile, in quanto provvedimento anomalo, con il ricorso per cassazione ex art. 111 Cost. Cass. 10 ottobre 1997, n. 9849.
Anche in tema di divisione giudiziale sono applicabili al giudizio di appello il principio del doppio grado di giurisdizione e, quindi, il disposto dell’art. 345 c.p.c., il quale vieta la proposizione di domande nuove in appello. Cass. 29 novembre 1994, n. 10220.
È inammissibile, per violazione del divieto dello ius novorum in appello, la richiesta formulata per la prima volta in sede di gravame dai convenuti e diretta all’accertamento che i beni indicati nella domanda introduttiva del giudizio di divisione facevano parte di una comunione tacita familiare costituita fra alcuni dei condividenti. Cass. 13 gennaio 2006, n. 514.
1.3. Regime delle preclusioni.
In tema di giudizio di divisione ereditaria, le caratteristiche del relativo procedimento - rappresentate dalla finalità che esso persegue, di porre fine alla comunione con riferimento all’intero patrimonio del de cuius, e dalla possibilità che esso si concluda, in luogo che con sentenza, con ordinanza che, sull’accordo delle parti, dichiari esecutivo il progetto divisionale - non sono di per sé sufficienti a giustificare deroghe alle preclusioni tipiche stabilite dalla legge per il normale giudizio contenzioso; pertanto, vanno dichiarate inammissibili, ai sensi dell’art. 167, 2º comma, c.p.c., le domande di nullità o di simulazione dirette a far rientrare determinati beni nell’asse ereditario proposte, per la prima volta, in sede di discussione del progetto divisionale. Cass., Sez. Un., 20 giugno 2006, n. 14109.
1.4. Istanza di attribuzione o di vendita del bene indivisibile.
L’attribuzione dell’intero immobile alla quota di uno o più condividenti, con addebito dell’eccedenza, altro non è che una modalità di realizzazione della divisione, al pari dell’attribuzione di quota del bene o della quota in denaro del prezzo di vendita. La relativa istanza, anche quando si contrapponga a quella di altro condividente e venga formulata per la prima volta in grado di appello, non perde tale sua finalità, e, pertanto, non introducendo una contropretesa che sconfini nell’ambito del giudizio di divisione delle relative operazioni, non ha processualmente il carattere di «domanda nuova» nel senso inteso dall’art. 345, ma si risolve ma si risolve in una mera specificazione di quella, comune a tutte le parti, volta a porre fine allo stato di comunione. Cass. 28 maggio 2008, n. 14008; conforme Cass. 11 giugno 2007, n. 13645; Cass. 2 giugno 1999, n. 5392; Cass. 28 novembre 1998, n. 12111; Cass. 13 gennaio 1971, n. 48.
In tema di divisione ereditaria, la richiesta di attribuzione per l’intero di un immobile non comodamente divisibile avanzata da uno dei coeredi convenuti solo in sede di precisazione delle conclusioni deve ritenersi del tutto legittima, attesane la natura non di domanda nuova, bensì di mera eccezione. Cass. 14 gennaio 1999, n. 319.
Nel giudizio di divisione, le eventuali richieste dei partecipanti alla comunione, quale ad es. l’istanza di attribuzione di immobile ex art. 720 c.c. o di vendita (non comoda divisibilità) non vanno notificate al contumace, secondo la norma dell’art. 292 c.p.c., e possono essere utilmente proposte, in qualsiasi stato e grado del giudizio, fino a quando non abbia avuto concreta e definitiva attuazione il potere discrezionale di scelta da parte del giudice. Cass. 21 marzo 1962, n. 582.
È manifestamente infondata, in relazione agli artt. 24 e 27 Cost., la questione di legittimità costituzionale degli artt. 718-728 c.c. e 292 c.p.c., nella parte in cui non prevedono, nel giudizio di scioglimento della comunione, la necessità della notifica della domanda di vendita all’incanto al convenuto contumace, che, in tal modo, resta privato della possibilità di chiedere l’assegnazione, perché tale pregiudizio, dovendosi la domanda di vendita considerare implicita in quella di divisione, dipende esclusivamente dalla inattività della parte che, per libera determinazione, è rimasta contumace. Cass. 4 novembre 1995, n. 11523.
Nel giudizio di divisione, la richiesta di attribuzione, proponibile solo in caso d’indivisibilità del bene, ex art. 720 c.c., costituisce una modalità attuativa della divisione che ne paralizza la vendita anche se precedentemente disposta dal giudice, trattandosi di una mera specificazione della domanda di scioglimento della comunione, formulabile anche in appello (nella fattispecie, la corte ha cassato la pronuncia di secondo grado che aveva ritenuto passata in giudicato la sentenza parziale di primo grado contenente l’accertamento dell’indivisibilità del bene anche per la statuizione relativa alla vendita, nonostante nel giudizio relativo alle operazioni divisionali una della parti avesse chiesto ed ottenuto l’attribuzione del bene indivisibile). Cass. 14 maggio 2008, n. 12119.
Accordi paradivisori.
Le parti possono anche negli atti processuali effettuare dichiarazioni di volontà il cui incontro determina il sorgere di un negozio giuridico sostanziale incidente sul rapporto dedotto in giudizio. Pertanto, qualora in un giudizio divisorio le parti abbiano stipulato un accordo per la formazione di porzioni dei beni da assegnare a determinate condizioni si è in presenza di un accordo paradivisorio che, pur non producendo l’effetto distributivo dei beni stessi, tipico del contratto di divisione, ha finalità preparatoria di quest’ultimo ovvero - ove insorgano successivi contrasti su punti non risolti col negozio stesso - del provvedimento del giudice. Tale accordo, una volta perfezionato, può essere revocato o risolto solo per consenso unanime delle parti contraenti e può essere impugnato con i mezzi di annullamento previsti per i contratti in genere, ma dallo stesso non si può recedere unilateralmente. Cass. 14 dicembre 1982, n. 6859.
Giudice competente per territorio è quello del luogo in cui si trovano i beni, se la comunione ha natura ordinaria, quello del luogo di apertura della successione, se la comunione ha carattere ereditario. La competenza del giudice dell’aperta successione, ha carattere esclusivo ma non inderogabile Cass. 21 gennaio 1985, n, 215).
La competenza del giudice comprende, oltre alle cause relative alla divisione dell’eredità, anche quelle attinenti ad accertamenti che rispetto al provvedimento di divisione hanno carattere strumentale. Cass. 12 marzo 1974, n. 676.
È necessario, però, che sia coinvolta nel giudizio l’universalità dei rapporti giuridici facenti capo al de cuius: tale competenza, perciò, non opera nell’ipotesi in cui venga richiesta la divisione di un determinato immobile, solo parzialmente compreso nell’eredità. Cass. 22 settembre 1978, n. 4260.
In tema di competenza territoriale per cause tra coeredi, le domande di divisione di eredità di diversa provenienza o di scioglimento di una comunione ordinaria nei confronti di soggetti anche parzialmente diversi non possono, per l’art. 22 c.p.c., essere proposte cumulativamente se appartengono alla competenza territoriale di giudici diversi; lo spostamento di competenza secondo il criterio del cumulo soggettivo non è possibile perché l’art. 33 c.p.c. riguarda il foro generale delle persone fisiche; inoltre l’art. 104 del codice di procedura civile, nel prevedere che domande formulate nei confronti della stessa parte (anche non altrimenti connesse) ed appartenenti alla competenza di giudici diversi possano essere proposte davanti al medesimo giudice a causa del vincolo di connessione soggettiva, consente la deroga, per espresso richiamo al secondo comma dell’art. 10 c.p.c., alla sola competenza per valore, con la conseguenza che, se una delle domande appartiene alla competenza territoriale di un giudice diverso (come nella specie, ex art. 22 c.p.c.) la deroga per soli motivi di connessione soggettiva non è consentita. Cass. 1° marzo 2007, n. 4862.
Contestazioni sul diritto alla divisione.
Il giudizio divisorio si svolge in due fasi, l’una diretta ad accertare il diritto alla divisione, l’altra a determinarne il contenuto. Cass. 5 dicembre 1972, n. 3510.
Il fatto che la legge preveda la duplice ipotesi di pronuncia sulla domanda di divisione, mediante sentenza, qualora sorgano contestazioni sul diritto alla divisione, e di pronuncia mediante ordinanza, nel caso contrario, inducono a ritenere che la struttura speciale del processo divisorio sia articolata in modo da consentire che, qualora lo stesso attore non chieda il preventivo accertamento del suo diritto e, comunque, non sorgano contestazioni, si proceda alle operazioni divisionali in virtù di semplice ordinanza, salva la possibilità di contestazioni, nel corso ulteriore del processo, sui diritti delle parti. Data la particolare natura del giudizio divisorio, non può negarsi il diritto ai singoli partecipanti ad esso di far valere fino al termine della procedura la mancanza o il diverso contenuto del diritto alla divisione, almeno fino a quando sulle eventuali insorte contestazioni non si sia dal giudice pronunciato con sentenza. Cass. 10 maggio 1967, n. 951.
In tema di giudizio di divisione, è inammissibile il ricorso per cassazione ex art. 111 cost. avverso l’ordinanza con cui il giudice istruttore, dando atto della non contestazione del diritto allo scioglimento della comunione, delega un notaio per la direzione delle relative operazioni e nomina il ctu, altresì ordinando la costituzione di un fondo spese, trattandosi di provvedimento privo della decisorietà ed avente chiara natura ordinatoria. Cass. 19 novembre 2008, n. 27523.
Unicità del procedimento.
5.1. Natura (non definitiva) delle sentenze emesse nel corso del procedimento.
Nel giudizio di divisione ereditaria, costituisce sentenza definitiva soltanto quella che scioglie la comunione rispetto a tutti i beni che ne facevano parte, mentre le eventuali sentenze che concludono le singole fasi del procedimento hanno carattere strumentale e natura di sentenza non definitiva e sono, come tali, suscettibili di riserva di gravame, ai sensi dell’art. 340 c.p.c. Cass. 7 marzo 2007, n. 5203.
Il processo di divisione, pur potendo presentare una molteplicità di fasi per la risoluzione delle varie controversie che possono sorgere tra i condividenti, è un processo unitario il quale ha ad oggetto, e per ultima finalità, la trasformazione del diritto ad una quota ideale nel diritto di proprietà esclusiva su beni specifici, e pertanto le sentenze emesse nel corso del procedimento divisionale sono non definitive, anche se conducono alla definitiva soluzione di alcune questioni di diritto o di fatto prospettate in quella fase della lite, poiché non rappresentano la definizione di una serie di processi dall’ambito chiuso e limitato, ma costituiscono altrettante tappe di un iter processuale la cui ultima fase - alla quale le precedenti sono subordinate - è costituita dalla concreta traduzione in quota reale delle quote ideali sull’asse ereditario e le attribuzioni di beni specifici a ciascun condividente, dopo che sono state condotte a definitiva risoluzione tutte le questioni e le contestazioni che sul riparto possono avere incidenza. Cass. 10 novembre 1998, n. 11293; conforme Cass. 17 maggio 1995, n. 5415; Cass. 23 aprile 1993, n. 4768.
È da ritenersi definitiva la sentenza che, intervenendo nel corso dei giudizio divisorio, risolva tutte le contestazioni insorte fra i condividenti in ordine ai rispettivi diritti, nonché ai limiti ed alle particolari connotazioni di questi (nella specie, con riguardo alla validità del testamento olografo, con il quale si disponeva per la divisione dell’asse ereditario), rimettendo ad una successiva fase esclusivamente le operazioni relative alla concreta determinazione ed all’attribuzione delle quote. Cass. 10 novembre 1989, n. 4777.
È da ritenersi definitiva la sentenza che, decidendo nell’ambito del giudizio divisionale una controversia insorta tra due dei condividenti, affermi la validità d’un contratto di cessione della quota ereditaria da uno all’altro estromettendo il primo dal giudizio. Cass. 28 maggio 1990, n. 4954.
5.2. Fattispecie di sentenze non definitive.
Sono non definitive le sentenze che non esauriscono la materia del contendere ma sono destinate a dare impulso alle successive operazioni di divisione, rendendo possibile, nella successiva fase, la concreta determinazione ed attribuzione delle quote. Così la sentenza che ordina la divisione; quella che risolva una contestazione in ordine sull’appartenenza alla massa ereditaria di un bene che si assuma solo apparentemente uscito dal patrimonio del de cuius in base a vendita dissimulante una donazione nulla Cass. 1° luglio 1996, n. 5960.
Non è definitiva la sentenza che ha risolto le contestazioni fra i coeredi sull’oggetto della collazione. Cass. 18 maggio 1994, n. 4827.
5.3. Idoneità al giudicato delle sentenze non definitive.
Anche nel giudizio di divisione, le sentenze non definitive, se non sono immediatamente impugnate - nel qual caso il giudice d’appello è investito dell’intera controversia ed ha il potere di trattenere la causa e decidere nel merito (Cass. 17 maggio 1980, n. 3244) - se non è fatto contro di esse riserva d’impugnazione differita acquistano autorità di cosa giudicata su punti che hanno definitivamente risolto. Cass. 29 luglio 1964, n. 2144; conforme Cass. 5 luglio 1963, n. 1815.
Nell’ambito del giudizio, pertanto, non possono essere riproposte questioni la decisione delle quali sia divenuta irrevocabile per l’esaurimento rispetto ad esse dei mezzi di impugnazione. Cass. 23 novembre 2007, n. 24443.
Le statuizioni contenute nella sentenza non definitiva possano essere riformate od annullate in sede d’impugnazione della stessa, non anche con la sentenza definitiva resa successivamente dal medesimo giudice. Pertanto, a seguito della pronuncia non definitiva, che abbia dichiarato aperta la successione legittima, escludendo la ricorrenza di una delazione testamentaria, resta preclusa alle parti ed al giudice, nella prosecuzione del procedimento disposta per la divisione dell’eredità, ogni possibilità di far valere il carattere testamentario della successione stessa, ancorché in relazione ad una scheda testamentaria prodotta solo dopo quella pronuncia non definitiva. Cass. 28 aprile 1981, n. 2570.
5.4. Spese di lite e responsabilità processuale aggravata.
Poiché il giudizio è destinato a proseguire fino al raggiungimento del suo scopo finale, con la sentenza non definitiva non si può provvedere sulla richiesta di risarcimento del danno ai sensi dell’art. 96 c.p.c., né sulle spese processuali, perché manca la soccombenza, la quale costituisce il necessario presupposto per la pronuncia sulla responsabilità processuale aggravata e sulle spese. Cass. 27 gennaio 1986, n. 543; conforme Cass. 4 agosto 1978, n. 3838.
5.5. Mutamenti intervenuti dopo la pronuncia di una sentenza non definitiva.
Dalla possibilità che la situazione giuridica sulla quale si fonda la sentenza non definitiva subisca alterazioni o mutamenti nel corso ulteriore della lite, ne discende che, fino alla concreta attribuzione delle quote, non si possa parlare di efficacia preclusiva del giudicato, dovendosi l’ulteriore esplicazione dell’attività giurisdizionale adeguarsi agli eventuali mutamenti della massa dividenda o del numero dei coeredi e conformarsi alla evoluzione delle situazioni giuridiche che ne derivano. Cass. 22 gennaio 1968, n. 160.
5.6. Natura della sentenza che nega il diritto alla divisione.
Il presupposto del principio secondo cui per l’unicità dei giudizio di divisione le sentenze emesse nel corso di questo non si possono considerare definitive fin quando non sia esaurita la materia del contendere con l’attribuzione dei beni a singoli condividendo, sta nella pendenza di un giudizio divisionale nel corso dei quale interviene la sentenza da qualificare non definitiva, proprio in relazione alla disposta divisione. Pertanto se il giudice adito per la divisione nega, per le contestazioni insorte, il diritto a procedere alla divisione, la sentenza è definitiva e chiude il processo avanti a quel giudice, ma se il giudice del gravame, andando di contrario avviso accerti il contestato difetto e dispone la divisione, lo stesso non può rimettere gli atti al primo giudice per lo svolgimento delle attività conseguenti, ma deve adottare tutti i provvedimenti dei caso per esaurire la divisione, perché non ricorre alcuna delle ipotesi di rimessione ex artt. 311 e 354 c.p.c. Cass. 8 febbraio 1982, n. 733.
5.7. Sentenza che dispone l’estrazione a sorte dei lotti.
Nel giudizio divisorio è necessario distinguere le sentenze meramente strumentali, ossia preordinate alle successive operazioni divisionali, alle quali va riconosciuta natura non definitiva, e come tali soggette alla disciplina di cui all’art. 340 c.p.c., da quelle che, pur non realizzando la concreta attribuzione dei beni ai singoli condividenti, definiscono tutte le questioni in ordine al diritto e alle modalità della divisione, rimettendo alla fase successiva le sole operazioni di sorteggio. Trib. Milano, 4 marzo 2000.
Al riguardo è stato precisato che secondo il dato normativo ricavabile dall’art. 791, l’estrazione dei lotti non si pone come presupposto del giudicato sull’effetto divisorio, ma, al contrario, assume il già intervenuto verificarsi di tale effetto come presupposto perché l’estrazione possa aver luogo. Cass. 18 giugno 1986, n. 4080
V., anche, Giurisprudenza sub art. 789, § 8.1.
Ricorrono i requisiti, compreso quello di opportunità, richiesti per il sequestro giudiziario di beni ereditari, ai sensi dell’art. 670 c.p.c., quando alcuni degli eredi abbiano di tali beni il godimento esclusivo e gli altri chiedano che se ne attui la divisione, previo l’accertamento dei loro diritti sulla massa ereditaria. Cass. 21 dicembre 1992, n. 13546.
Sebbene costituisca principio prioritario della divisione che ciascun condividente ha diritto di avere la propria parte in natura, deve tuttavia considerarsi che la concreta realizzazione di tale diritto, nella varietà delle singole situazioni concrete, quasi mai impone una soluzione unica, ma consente di regola una molteplicità di soluzioni diverse, inevitabilmente rimesse ad una valutazione relativamente discrezionale da parte del giudice. Ciò significa che ciascun condividente, nel momento in cui chiede la divisione, può aspirare solo ad un risultato generico, consistente nel conseguimento di una quantità di ricchezza, in natura o per equivalente, pari al valore della sua quota; e seppure potrà pretendere che il giudice applichi nel modo più rigoroso possibile le regole divisorie stabilite dal codice civile (artt. 718-731), egli non potrà mai considerarsi titolare di un diritto predeterminato avente ad oggetto l’assegnazione dell’uno o dell’altro dei beni compresi nella comunione o l’attribuzione di una somma di denaro. Pertanto è infondata, per difetto del fumus boni iuris, l’istanza cautelare ex art. 700 c.p.c., con la quale uno dei comunisti, nella prospettiva della futura proposizione di una domanda di divisione, chieda in via d’urgenza l’immissione nel possesso esclusivo di un determinato bene facente parte della comunione. Trib. Roma, 25 febbraio 2003.
Il principio per cui, nel giudizio di divisione, le spese processuali debbono essere poste a carico della massa, vale a dire a carico di tutti i condividenti in proporzione delle rispettive quote, riguarda soltanto le spese relative agli atti rivolti a condurre il giudizio, nell’interesse comune, alla concreta determinazione delle quote spettanti ad ognuno dei condividenti medesimi. Vige, invece, la regola generale della soccombenza (salvo il potere di compensazione totale o parziale a norma dell’art. 92 c.p.c.) per le spese relative a tutte le vicende processuali che, pur essendo inserite nel giudizio di divisione, sono state rivolte alla risoluzione di vere e proprie controversie incidentali conseguenti a determinati conflitti di interesse insorti fra i condividenti. Cass. 13 febbraio 2006, n. 3083; conforme Cass. 15 maggio 2002, n. 7059; Cass. 22 novembre 1999, n. 12949.
Nel giudizio divisionale le spese per la consulenza tecnica e per la registrazione della sentenza di primo grado sono a carico della massa. Cass. 16 marzo 1961, n. 590.
La dichiarazione di non accettazione dei progetto da parte di uno dei condividenti, ancorché non si concreti in contestazioni specifiche, ai sensi dell’art. 789, rende necessaria la sentenza per l’attuazione della divisione e, nel caso che ciò avvenga in conformità del progetto stesso, determina la responsabilità di detto condividente per le spese della fase processuale successiva all’udienza di discussione del progetto. Cass. 22 maggio 1973, n. 1482.
Qualora il progetto di divisione di una comunione ereditaria sia stato dichiarato esecutivo con l’ordinanza di cui all’art. 789 c.p.c., la quale ha posto le spese del procedimento a carico di tutti i condividenti pro quota, tale provvedimento non riguarda anche le spese legali dei condividenti medesimi, le quali non possono essere poste a carico della controparte se non in caso di soccombenza. Cass. 24 settembre 2007, n. 19577.
L’esistenza di una divisione di fatto non fa venir meno l’interesse giuridico di tutte le parti coeredi o condomini - alla divisione giudiziale, per ottenere un titolo che sia trascrivibile a norma dell’art. 2646 c.c., e questo interesse comune è sufficiente a giustificare che le spese del giudizio di divisione siano poste a carico della massa. Cass. 24 settembre 2007, n. 19577; conforme Cass., 3 agosto 1977, n. 3451.
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