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Timestamp: 2020-07-13 23:11:09+00:00

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Archivio > Anno XX n.1 > Processi
- Commento alla sentenza della Corte di Giustizia Europea, del 31 maggio 2018 nella causa C-335/2017 (di Caterina Castellazzi).
Corte di Cassazione, sez. sesta civile, sentenza n. 16738/2018
Separazione coniugale-affidamento dei figli minori-addebito
II Tribunale di Milano con sentenza n. 5168/ 2013 ha pronunciato la separazione personale dei coniugi con addebito della separazione al marito e rigetto della domanda di addebito proposta nei confronti della moglie. Ha affidato la figlia minore in via esclusiva alla madre sospendendo la facoltà di visita padre-figlia. Il padre ha proposto appello, insistendo sulla domanda di addebito e chiedendo disporsi l'affido condiviso della figlia ad entrambi i genitori con collocamento presso la madre e possibilità per il padre di trascorrere con la figlia un periodo complessivamente equivalente a quello trascorso insieme alla madre. La Corte di appello di Milano, dopo aver disposto una verifica, da parte dei servizi sociali ha deciso la causa revocando la sospensione delle facoltà di visita del padre, e incaricando, a limitazione della responsabilità genitoriale di quest'ultimo, i servizi socio-assistenziali educativi della città di vigilare sulla situazione della figlia; di valutare la serietà degli intenti del padre e della sua tenuta rispetto ai compiti genitoriali, qualora questi faccia richiesta di riprendere i rapporti con la figlia; di fornire ai genitori un sostegno alle loro funzioni; di predisporre un progetto di ripresa delle relazioni padre-figlia, ove non di pregiudizio per la minore, una volta accertata la reale disponibilità paterna, con i tempi e le modalità ritenute più opportune e di riferire immediatamente all'autorità giudiziaria minorile competente in caso di pregiudizio per la minore. Il padre ha ricorso per Cassazione. Quest’ultima ha ritenuto che in merito all’addebito la Corte di appello abbia deciso coerentemente alla giurisprudenza in materia (cfr. Cass. civ. sez. 1 n. 7321 del 7 aprile 2005, n. 11844 del 19 maggio 2006, n. 817 del 14 gennaio 2011 e Cass. civ. sez. 6-1 n. 433 del 14 gennaio 2016 e n. 3925 del 19 febbraio 2018) secondo cui "le reiterate violenze fisiche e morali, inflitte da un coniuge all'altro, costituiscono violazioni talmente gravi dei doveri nascenti dal matrimonio da fondare, di per sé sole, non solo la pronuncia di separazione personale, in quanto cause determinanti la intollerabilità della convivenza, ma anche la dichiarazione della sua addebitabilità all'autore di esse, che non è in principio esclusa neanche qualora risulti provato un unico episodio di percosse". Rispetto alla lamentela del ricorrente sulla violazione del principio di bi - genitorialità, sia con riferimento alla esclusione dell'affido condiviso, sia con riferimento alla grave limitazione del suo diritto di frequentare la figlia, la Corte afferma, rigettando il motivo, che, in tema di affidamento dei figli minori, il giudizio prognostico che il giudice, nell'esclusivo interesse morale e materiale della prole, deve operare circa le capacità dei genitori di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione determinata dalla disgregazione dell'unione, va formulato tenendo conto, in base ad elementi concreti, del modo in cui i genitori hanno precedentemente svolto i propri compiti, delle rispettive capacità di relazione affettiva, attenzione, comprensione, educazione e disponibilità ad un assiduo rapporto, nonché della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell'ambiente sociale e familiare che è in grado di offrire al minore (Cass. civ. sez. 6-1 n. 18817 del 23 settembre 2015).
Corte di Cassazione, terza sezione penale, sentenza n.57515/2018
Violenza sessuale-contatto corporeo
La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per il reato di cui all'art. 609-bis del codice penale. La Corte si è espressa in merito sostenendo che non è un semplice tentativo, ma una violenza sessuale consumata quella perpetrata ai danni della vittima anche senza penetrazione qualora l'agente raggiunga le parti intime della vittima o provochi comunque un contatto con i propri genitali. Essendovi un'evidente e concreta invasione della sfera di intimità della vittima, risulta pertanto indifferente il fatto che il contatto corporeo sia stato di breve durata, che la vittima sia riuscita a sottrarsi all'aggressore o che questi sia riuscito o meno raggiungere la sua soddisfazione erotica. La stessa Cassazione ha di recente precisato (cfr. sent. n. 38926/2018) che, in tema di atti sessuali, il fatto rimane confinato nell'area del tentativo solo laddove la materialità degli atti non sia pervenuta sino al contatto fisico dell'agente con il corpo della vittima, ovvero da parte della stessa vittima con il proprio corpo.
Corte di Cassazione, VI sezione penale, sentenza n. 6129/2019
Maltrattamenti-lesione alla persona-frequenza e durata delle condotte lesive
Il reato di maltrattamenti in famiglia non può ritenersi integrato da condotte sporadiche e non abituali, in quanto l'abitualità rappresenta un requisito necessario richiesto dalla norma. È indispensabile che tra le singole condotte vi sia un raccordo che dimostri il consapevole perseverare in condotte lesive della dignità della persona offesa. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione pronunciandosi sul ricorso di un uomo condannato ex art. 572 c.p. per aver maltrattato la moglie, ingiuriandola, minacciandola e percuotendola. Gli Ermellini rammentano che l'elemento oggettivo del delitto maltrattamenti in famiglia è integrato dal compimento di più atti, delittuosi o meno, di natura vessatoria che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi. Non è necessario che tali atti vengano attuati per un tempo prolungato, ma è sufficiente la loro ripetizione, anche se in un limitato contesto temporale: data la natura abituale del reato, non rileva la circostanza che, durante lo stesso periodo, la condotta dell'imputato sia stata, in alcune fasi, corretta (cfr Cass n. 6724/2017).
Corte di Cassazione, quinta sezione penale, sentenza n. 5499/2019
Staking-molestie-pedinamenti
Scatta il reato di stalking nei confronti del partner che, a seguito di separazione, assume un atteggiamento molesto e persecutorio verso l'ex. Ai fini dell'integrazione del reato è sufficiente che gli atti persecutori abbiano avuto un effetto destabilizzante della serenità e dell'equilibrio psicologico della vittima, posto che la fattispecie di cui all'art. 612-bis c.p. non costituisce una duplicazione del reato di lesioni. Lo ha chiarito la Cassazione dichiarando inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di atti persecutori (art. 612-bis c.p.) commesso nei confronti della moglie, da lui legalmente separata, mediante molestie, pedinamenti e telefonate. L'imputato, a seguito della separazione, non aveva rispettato le prescrizioni relative al rapporto con i figli, pretendendo di vederli al di fuori degli orari e dei giorni stabiliti. Aveva dunque tenuto una condotta minacciosa e molesta nei confronti della ex moglie, tra cui telefonate sul luogo di lavoro con insulti, frasi gravemente offensive, oltre a chiare minacce che per i giudici integrano pienamente le condotte abituali perseguite dal reato in questione. Gli Ermellini hanno dichiarato che il delitto di atti persecutori è configurabile nell'ipotesi in cui, pur essendo la condotta persecutoria iniziata in epoca anteriore all'entrata in vigore della norma illuminatrice, si accerti la commissione reiterata anche dopo l'entrata in vigore del D.L. 23 febbraio 2009, n. 11 (conv. in L. 23 aprile 2009, n. 38).
Corte di Cassazione, sezione penale, sentenza n.3989/219
Stalking-mezzi informatici-whatapp
La Corte di Cassazione conferma la circostanza aggravante dell'uso del mezzo informatico, così come è stato ritenuto l'utilizzo di whatsapp, come subvalente, per conservare l'apparato sanzionatorio concordato.

References: sentenza 
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 Cass. 
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 sentenza 
 art. 572
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