Source: https://ruggierodistasoopinioni.wordpress.com/2015/11/13/cucu-la-revisione-non-ce-piu-parte-prima/
Timestamp: 2018-06-24 18:32:48+00:00

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Cucù la revisione non c’è più – parte prima | ruggiero distaso opinioni di diritto sportivo
Cucù la revisione non c’è più – parte prima
In questi ultimi due mesi ho assistito al ridicolo conto alla rovescia fino allo scadere dei termini, proposto da una determinata pagina, nell’attesa che la società Juventus proponesse il ricorso per la revisione del processo sportivo e potesse riavere indietro i due scudetti quasi come se ne avesse titolo, quasi come se Moggi fosse stato assolto, ovviamente la cosa non si è verificata e da oggi, con calma, cercheremo di capire meglio il perché andandoci a studiare bene l’art. 39 del CGS. Andiamo innanzitutto a leggerlo.
4. L’organo investito della revocazione si pronuncia pregiudizialmente sulla ammissibilità del ricorso per revocazione.
Cominciamo col dire che l’art. 39 del Codice di Giustizia Sportiva altro non è che un piacevole frammisto fatto col copia e incolla dell’art. 395 del Codice di procedura civile (C.p.c.) e dell’art. 630 del Codice di procedura penale (C.p.p.). Il comma 1 dell’art. 39 del C.G.S., in particolare, richiama appunto l’art. 395 C.p.c. Cominciamo con il leggere l’art. 395 C.p.c. e andiamo ad analizzarlo:
Cominciamo col dire che nella procedura civile, la revocazione è una impugnazione a “critica vincolata” perché è ammessa per i soli motivi tassativamente indicati dall’art. 395 C.p.c. diversamente dall’appello che può essere proposto per i più svariati motivi e che è, quindi, a “critica libera”. Inoltre la revocazione in sede civile ha un carattere essenzialmente rescindente poiché è si idonea a condurre ad una nuova decisione del merito della causa, ma soltanto se ed in quanto il giudice abbia previamente accertato la sussistenza del vizio denunciato ed abbia conseguentemente revocato la prima sentenza. Una analoga disposizione la troviamo al comma 4 dell’art. 39 C.G.S. il quale appunto recita: L’organo investito della revocazione si pronuncia pregiudizialmente sulla ammissibilità del ricorso per revocazione.
Nella procedura civile, la revocazione, in concreto, è utilizzabile in due distinte situazioni:
a) quando, pur essendo la sentenza ancora soggetta per non decorrenza dei termini al ricorso per cassazione, essa è affetta da vizi che non potrebbero trovare rimedio attraverso il ricorso per Cassazione perché questo, nell’ambito della procedura civile, è anch’esso una impugnazione a critica vincolata ed è quindi esperibile solo per i rimedi tassativamente previsti dal codice, per l’esattezza dall’art. 360 C.p.c. di cui ve ne risparmio la trattazione.
b) nei confronti di sentenze non più impugnabili in via ordinaria, allorché, successivamente al passaggio in giudicato, vengano scoperti dei fatti ovvero dei nuovi elementi probatori che rendono evidente l’ingiustizia della decisione.
A tali ipotesi corrispondono due rimedi considerevolmente diversi tra loro:
Nei casi di cui alla lettera a) si può esperire la revocazione ordinaria perché la sentenza, sia essa pronunciata in grado di appello o in un unico grado (nel processo civile ci sono dei giudizi che sono pronunciati in unico grado come i giudizi di delibazione di cui è inutile parlare in questa sede) non è ancora passata in giudicato ma la sua unica impugnazione ancora possibile è il ricorso per cassazione che però, come ho già detto, non da rimedio ai vizi di cui è affetta la sentenza che sono invece rimediabili solo con la revocazione.
Nei casi di cui alla lettera b) si può esperire la revocazione straordinaria che invece è ammessa, oltre che nei confronti delle sentenze di secondo o di unico grado, anche contro quelle di primo grado, allorché per queste ultime il termine per l’appello sia già scaduto ed esse, pertanto, siano già passate in giudicato. La ratio di questa distinzione può cogliersi agevolmente tenendo presente la diversa natura dei vizi per i quali possono proporsi l’una e l’altra revocazione. Nel caso di revocazione ordinaria, esperibili per i motivi di cui al n. 4 e 5 dell’art 395, si tratta di vizi palesi, dei quali la parte soccombente può rendersi conto fin dalla lettura del provvedimento; sicché è del tutto ovvio che i relativi termini – quello breve di 30 giorni e quello lungo di 6 mesi– decorrano, rispettivamente, dalla notifica o dalla pubblicazione della sentenza. A riguardo va spiegato che nella procedura civile sono previsti appunto due termini per impugnare la sentenza, un termine breve di 30 giorni (60 per il ricorso in cassazione) che incomincia a decorrere dal momento in cui una parte (generalmente la parte vittoriosa) notifica all’altra parte la sentenza e un termine lungo di sei mesi che inizia a decorrere dalla data della pubblicazione della sentenza. La revocazione straordinaria, invece è ammessa per i motivi di cui ai nn. 1, 2, 3 e 6 dell’art. 395 C.p.c., che potrebbero emergere o comunque essere conosciuti dal soccombente anche a notevole distanza di tempo dalla pronuncia della sentenza e ciò spiega perché il termine – che qui è sempre di trenta giorni – decorra in tal caso dal giorno (evidentemente non determinabile a priori) in cui la parte viene concretamente a conoscenza del vizio. Questa prima importante differenza consente anche di comprendere, d’altronde, perché la sola revocazione straordinaria sia ammessa (anche) nei confronti delle sentenze di primo grado, e peraltro a condizione che il termine per l’appello, nel momento in cui il vizio revocatorio viene scoperto, sia già scaduto (art. 396, 1° comma). Nel processo penale infatti, la revocazione prende appunto il nome di revisione (art. 630 C.p.p.) ed è sempre una impugnazione di carattere straordinario perché esula dai termini di impugnazione e può essere avviata anche a pena già espiata perché ha come unico scopo la salvaguardia dell’innocente. La revocazione per i numeri 4 e 5 dell’art. 395 invece, intanto può rientrare nel novero delle impugnazioni di carattere ordinario e quindi può essere esperibile negli stessi termini per cui può essere esperibile una impugnazione in appello, in quanto i motivi per cui può essere esperibile sono conoscibili fin dal giorno della pubblicazione della sentenza, possono quindi trovare adeguato rimedio attraverso l’appello che non incontra nessuna limitazione in quanto ai vizi denunciabili quando si tratta di una sentenza di primo grado e con la revocazione ordinaria quando si tratta di una sentenza di secondo grado. Gli stessi motivi di revocazione straordinaria (art. 395 C.p.c. nn. 1-2-3 e 6), anzi, qualora venissero in luce in un momento in cui è ancora in corso il termine per proporre appello, porterebbero ad una eventuale proroga di quest’ultimo termine (fino a raggiungere i trenta giorni dalla scoperta del vizio: art 362, 2° co.), e dovrebbero essere fatti valere con l’appello. Se invece dei motivi di revocazione straordinaria emergono dopo il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, la revocazione costituisce per l’appunto, l’unico rimedio esperibile. La situazione è diversa, invece, rispetto alle sentenze di appello o di unico grado, per le quali l’impugnazione ordinaria è rappresentata dal ricorso per Cassazione. Quest’ultimo, come ho già scritto sopra, è di per se inidoneo a fornire tutela rispetto ai vizi revocatori, i quali attengono sempre – come meglio si dirà tra poco- all’accertamento dei fatti, che esorbita dai poteri della corte suprema. Ecco, dunque, perché la revocazione ordinaria nella procedura civile, concorre con il ricorso per cassazione mentre non può mai concorrere con l’appello. Come ho già detto, la revocazione ordinaria è ammessa in due sole ipotesi, rispettivamente previste dai nn. 4 e 5 dell’art. 395.
La prima fattispecie ricorre quando la sentenza “è l’effetto di un errore di fatto risultante dagli atti o documenti della causa”, troviamo un analoga disposizione all’art. 39 C.G.S. al primo comma lettera e) che appunto afferma che è possibile la revocazione se nel precedente procedimento è stato commesso dall’organo giudicante un errore di fatto risultante dagli atti e documenti della causa. L’art. 395 C.p.c. si spinge oltre però, specificando che l’errore per cui è ammessa la revocazione in questo caso presuppone che la decisione si sia basata”sulla supposizione di un fatto, la cui verità è incontrastabilmente esclusa”, oppure, viceversa, su “l’inesistenza di un fatto la cui verità è positivamente stabilita”. In altre parole, il giudice deve essere incorso non già in un errore nella valutazione delle prove e nella conseguente ricostruzione dei fatti rilevanti per la decisione, bensì in una mera svista ovvero in un errore di percezione (il c.d. travisamento) circa i fatti che emergono, in positivo o in negativo, dalla semplice lettura degli atti e dei documenti della causa; errore che inoltre, com’è ovvio, deve essere risultato concretamente rilevante per la decisione. È comunque una aggiunta che ai nostri fini è del tutto irrilevante, trattasi comunque di un errore che deve risultare dalla semplice lettura degli atti e quindi in entrambi i casi sia che parliamo della revocazione civile che della revocazione (revisione) sportiva si tratterebbe di una impugnazione di carattere ordinario esperibile nei termini previsti per l’impugnazione. Non sarebbe quindi stato possibile adire il procedimento di revisione ex art. 39 comma 1 lettera e) C.G.S. sia perché, come ho sentito da alcuni, non c’era l’esclusività dei rapporti sia per qualsivoglia altro motivo che mi potrete dire voi, perché si poteva adire per questo articolo alla revisione del processo sportivo solo nei termini angusti previsti per l’impugnazione ordinaria ossia 30 giorni dal momento della sentenza perché trattasi comunque, anche nel caso previsto dall’art. 39 del C.G.S., di procedimento di impugnazione ordinaria. Per oggi penso di aver messo abbastanza carne al fuoco, ho scritto questa volta un articolo abbastanza breve affinché non rimaniate eccessivamente traumatizzati dalla procedura civile decisamente più complessa della procedura penale ma di cui comunque dobbiamo incominciare ad abituarci, a voi i commenti sperando che mi possiate anche dire su quali altri basi, a parte la non univocità dei rapporti si sperava che la dirigenza juventina potesse adire alla revisione del processo sportivo. Affronteremo nei prossimi articoli gli altri casi in cui è prevista la revisione.
8 risposte a “Cucù la revisione non c’è più – parte prima”
Tu dici che per l’articolo 39 C.G.S. non e’ possibile chiedere la revisione per il semplice motivo che non e’ stata fatta la richiesta entro 30 giorni dalla sentenza per quanto riguarda i grossolani errori durante il processo di Napoli…..ma il rinvio a giudizio del De Cillis essendo un tentacolo del processo di Napoli non rientra nei 30 giorni? Mi spiego meglio…..non e’ possibile che i legali della Juve attendano le decisioni sul De Cillis per valutare poi entro 30 giorni le azioni legali da intraprendere?…..non e’ possibile che attendano anche una sentenza dal tribunale per i diritti dell’uomo europea su Moggi?
SI che è possibile, per il momento io ho preso solo una possibilità, ossia l’art. 39, comma 1 lettera e), gli altri poi li prendiamo
Io non vedo altre possibilita’…..se non nel caso di fatti nuovi o prove che scagionerebbero la Juve e Moggi…..
Guarda, a parte il bentornato sul blog che è d’obbligo, il tema mi appassiona poco, nel senso che il fatto che si possa o meno arrivare prima o poi a una revisione effettiva del processo del 2006 non cambia comunque di una virgola la mia percezione della vicenda. Ovviamente non ho mai pensato che la Juve facesse ricorso in questa occasione dopo la sentenza di Cassazione; del resto ci sono fior di avvocati che lavorano per la Juve e studiano queste cose, non tocca certo a noi decidere per quali motivi la revisione si può chiedere o meno (per fare questo, però, servirebbe preliminarmente una lettura molto attenta delle sentenze sportive del 2006, cosa che io al momento non ho fatto). Per quanto mi riguarda, solo un intervento politico può mettere una parola fine alle contese; è quanto si tentò qualche anno fa con il “tavolo della pace”, ma i tempi non erano ancora maturi. Vedremo in futuro.
va be, affronteremo pian piano anche queste cose
Comunque ti posso garantire che anche se a te non appassiona io ho un pubblico leggermente più vasto del tuo
15 novembre 2015 alle 12:19
Allora, riporto qui le valutazioni che ho fatto ieri. Avevo chiesto a Rug se il caso Dattilo, nei primi due gradi di giudizio, fosse un esempio di “errore di fatto” – dato che i giudici si inventano un fatto (contatto svizzero tra Moggi e Dattilo prima della partita) che dagli atti non risulta essere mai accaduto – e mi hai risposto che invece trattasi di un errore di valutazione delle prove. Un esempio di errore fattuale quale potrebbe essere, allora? Ne provo un’altra, solo per capire. Supponiamo che De Cillis venga condannato definitivamente per falsa testimonianza e che il giudice del suo processo sentenzi che abbia mentito anche sull’elenco delle 9 schede, non solo sul luogo di consegna dell’elenco. Cadrebbe, quindi, la prova del fatto che Moggi abbia consegnato quelle 9 SIM a dei tesserati dell’AIA. Se accadesse questo, potremmo dire che nei tre gradi di giudizio sia stato commesso un errore di fatto visto che i giudici hanno scritto nelle varie sentenze che Moggi ha distribuito schede ad alcuni membri del settore arbitrale, cosa che non risulterebbe più vera?

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