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Timestamp: 2020-07-12 14:05:27+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 2683 del 04/02/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2683 del 04/02/2011
Cassazione civile sez. trib., 04/02/2011, (ud. 15/06/2010, dep. 04/02/2011), n.2683
avverso la sentenza n. 66/2005 della COMM. TRIB. REG. di ROMA,
depositata il 14/10/2005;
NUNZIO Wladimiro, che ha concluso per l’accoglimento del 2 motivo.
Con sentenza del 14/10/2005 la Commissione Tributaria Regionale del Lazio accoglieva parzialmente il gravame interposto dall’Agenzia delle entrate di Viterbo nei confronti della pronunzia della Commissione Tributaria Provinciale di Viterbo di parziale accoglimento dell’opposizione spiegata dalla contribuente sig.ra S.A. nei confronti dell’avviso di accertamento emesso a titolo di I.R.P.E.F. e contributo per il S.S.N. per l’anno d’imposta 1994.
Avverso la suindicata decisione del giudice dell’appello l’Agenzia delle entrate propone ora ricorso per cassazione, affidato a 2 motivi.
Con il 1 motivo la ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
Lamenta che il giudice dell’appello ha violato il principio del divieto di reformatio in peius laddove “ha inspiegabilmente ritenuto di accogliere parzialmente l’appello (proposto dall’Ufficio) quando ha, invece, effettuato una reformatio in peius in danno dell’appellante, riducendo il reddito accertato 1995 da L. 76.165.252 a L. 54.000.000”.
Con il 2^ motivo la ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
Si duole che il giudice dell’appello abbia nel caso “escluso la valenza di tutti i prelevamenti sulla determinazione dei corrispettivi percepiti” in termini di “ricavi”.
E’ cioè indispensabile che dal solo contesto del ricorso sia possibile desumere una conoscenza del “fatto”, sostanziale e processuale, sufficiente per bene intendere il significato e la portata delle critiche rivolte alla pronuncia del giudice a qua (v.
Con particolare riferimento al primo motivo va in ogni caso osservato, da un canto, che in base a principio consolidato in giurisprudenza di legittimità l’omesso esame di una domanda ovvero la pronunzia su domanda non proposta -nel tradursi nella violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato – è denunziabile solamente quale errar in procedendo ex art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 (cfr. Cass., 29/9/2006, n. 21244; Cass., 5/12/2002, n. 17307; Cass., 23/5/2001, n. 7049; Cass., 25/9/1996, n. 8468; Cass., Sez. un., 14/1/1992, n. 369), e non anche – come invero nella specie – sotto il profilo della violazione o falsa applicazione di norme di diritto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, (e a fortiori del vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) (v. in particolare Cass., 4/6/2007, n. 12952; Cass., 22/11/2006, n. 24856; Cass., 26/1/2006, n. 1701). E, da altro canto, che allorquando viene denunziato il vizio ex art. 112 c.p.c., va specificamente indicato anche l’atto difensivo o il verbale di udienza nei quali le domande o le eccezioni sono state proposte, onde consentire al giudice di verificarne, in primo luogo, la ritualità e la tempestività, e, in secondo luogo, la decisività (v. Cass., 31/1/2006, n. 2138; Cass., 27/1/2006, n. 1732; Cass., 4/4/2005, n. 6972; Cass., 23/1/2004, n. 1170; Cass., 16/4/2003, n. 6055), essendo al riguardo noto che, pur divenendo nell’ipotesi in cui vengano denunciati con il ricorso per cassazione errores in procedendo la Corte di legittimità giudice anche del fatto (processuale) ed abbia quindi il potere-dovere di procedere direttamente all’esame e all’interpretazione degli atti processuali, preliminare ad ogni altra questione si prospetta invero quella concernente l’ammissibilità del motivo in relazione ai termini in cui è stato esposto, con la conseguenza che, solo quando sia stata accertata la sussistenza di tale ammissibilità diviene possibile valutare la fondatezza del motivo medesimo, sicchè esclusivamente nell’ambito di quest’ultima valutazione la Corte di Cassazione può e deve procedere direttamente all’esame ed all’interpretazione degli atti processuali (v. Cass., 23/1/2006, n. 1221).
Principio la cui decisività nel caso invero a fortiori si coglie laddove si consideri che la censura risulta formulata con riferimento alla asserita rideterminazione del reddito accertato per l’anno d’imposta 1995, mentre l’avviso di accertamento oggetto del ricorso in esame attiene all’anno d’imposta 1994.
Quanto al secondo motivo di ricorso, non è per altro verso da sottacersi che la doglianza formulata dalla ricorrente non censura invero (Ndr: testo originale non comprensibile) la ratio decidendi, (Ndr: testo originale non comprensibile) il rilievo (Ndr: testo originale non comprensibile) al riguardo attribuito in particolare alla “perdita naturale dei prodotti invenduti” e alla mancanza di “altri documenti contabili di riferimento”.
Emerge evidente, a tale stregua, come lungi dal denunziare vizi della sentenza gravata rilevanti sotto i ricordati profili, le deduzioni dell’odierna ricorrente, oltre a risultare formulate secondo un modello difforme da quello delineato all’art. 366 c.p.c., n. 4, in realtà si risolvono nella mera rispettiva doglianza circa l’asseritamente erronea attribuzione da parte del giudice del merito agli elementi valutati di un valore ed un significato difformi dalle sue aspettative (v. Cass., 20/10/2005, n. 20322), e nell’inammissibile pretesa di una lettura dell’asserto probatorio diversa da quella nel caso operata dai giudici di merito (cfr., da ultimo, Cass., 18/4/2006, n. 8932).
Per tale via, infatti, come si è sopra osservato, lungi dal censurare la sentenza per uno dei tassativi motivi indicati nell’art. 360 c.p.c., la ricorrente in realtà sollecita, contra ius e cercando di superare i limiti istituzionali del giudizio di legittimità, un nuovo giudizio di merito, in contrasto con il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimità non è un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi alla attenzione dei giudici della Corte di cassazione elementi di fatto già considerati dai giudici del merito, al fine di pervenire ad un diverso apprezzamento dei medesimi (cfr. Cass., 14/3/2006, n. 5443).
All’inammissibilità ed infondatezza dei motivi consegue il rigetto del ricorso. Non è peraltro a farsi luogo a pronunzia in ordine alle spese del giudizio di cassazione, non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 32
 art. 112
 art. 360
 art. 112
 sentenza 
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