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Timestamp: 2017-06-26 18:58:28+00:00

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La Corte d'Appello di Roma, con sentenza in data 13 aprile 2015, in parziale accoglimento del ricorso da parte della Società Manpower s.r.l. contro B.M. e in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Roma del 7/6/2012, ha confermato l'illegittimità del licenziamento intimato nei confronti del dipendente, condannando la società a risarcirgli il danno, quantificato detraendo dalle retribuzioni maturate dalla data del licenziamento alla data di esercizio dell'opzione, l'aliunde perceptum tenuto fermo il limite minimo inderogabile di cinque mensilità.
Il licenziamento era stato intimato al B., Coordinatore di Area a tempo indeterminato, per vicende collegate agli esiti di una procedura di selezione del personale, curata su incarico della Me.Tro. (Metropolitana di Roma), annullata a causa di varie violazioni nell'applicazione dei criteri di formazione delle graduatorie, occorse allo scopo di favorire l'utile collocazione di soggetti segnalati dall'esterno.
A conferma della sentenza del giudice di prime cure, la Corte d'Appello ha dichiarato illegittimo il licenziamento disciplinare, con ogni conseguenza di legge, riscontrando l'assenza di qualsiasi condotta intenzionalmente censurabile da parte del B., all'epoca dei fatti in ferie autorizzate, ed evidenziando, altresì, come dal complesso delle risultanze istruttorie fosse emersa la sua indiscussa buona fede.
La Corte d'Appello ha poi riformato la decisione di prime cure, nella parte in cui quest'ultima aveva rigettato l'eccezione in merito all'aliunde perceptum, basandosi sul mancato assolvimento da parte della società dell'onere di provarne la sussistenza.
Avverso la sentenza interpongono ricorso sia la Manpower s.r.l. con due motivi, cui resiste con controricorso il B., sia lo stesso B.M., con tre motivi, cui resiste la Manpower con controricorso.
Iniziando dal ricorso di Manpower s.r.l., la Società affida le sue ragioni ai seguenti tre motivi:
1) Violazione e/o falsa applicazione dell'art. 2119 c.c. e L. n. 604 del 1966, art. 3 nonchè dell'art. 2106 c.c., e dei c.c.n.l., nell'avere la sentenza gravata ritenuto insussistente la giusta causa di licenziamento in ragione dell'assenza di qualsivoglia prova circa la natura dolosa del comportamento del dipendente.
Il motivo è inammissibile, perchè incompleto per quanto riguarda il riferimento alle norme collettive violate, che parte ricorrente omette di riportare. Secondo il consolidato orientamento di questa Corte, infatti, ove il ricorrente denunci la violazione e falsa applicazione di norme dei contratti o accordi collettivi nazionali di lavoro ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, il deposito suddetto deve avere ad oggetto non solo l'estratto recante le singole disposizioni collettive invocate nel ricorso, ma l'integrale testo del contratto e accordo collettivo di livello nazionale contenente tali disposizioni, rispondendo tale adempimento alla funzione nomofilattica assegnata alla Corte di Cassazione nell'esercizio del sindacato di legittimità sull'interpretazione del contratto collettivo di livello nazionale. (Sez. Un. n. 20075/2010; Cass. Sez. lav. n. 4350/2015). Ove pure la Corte rilevasse la presenza dei contratti o accordi collettivi nei fascicoli del giudizio di merito, in ogni caso non potrebbe procedere al loro esame, non essendo stati questi depositati ritualmente (Cass. Sez. lav. n.11614/2010).
Il primo motivo è, altresì, generico, per quanto riguarda l'indicazione delle parti della sentenza gravata che incorrerebbero nel vizio denunciato, il che si traduce nella sostanziale richiesta a questa Corte di un nuovo giudizio sul fatto, inammissibile in sede di legittimità. L'indagine sui fatti racchiusi nella contestazione disciplinare posta a base...

References: sentenza 
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 art. 3
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 Cass. Sez. 
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