Source: https://www.studio3a.net/decesso-caldaia-difettosa/
Timestamp: 2020-05-29 15:37:16+00:00

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Decesso causato da caldaia difettosa: le responsabilità
Articolo Pubblicato il 24 gennaio, 2020 alle 11:22.
Spesso nelle notizie di cronaca, per lo più nei mesi invernali, si legge di tragiche morti dovute al monossido di carbonio, un fenomeno in preoccupante aumento che causa centinaia di intossicati ogni anno in Italia e anche diverse vittime, e che è causato nella stragrande maggioranza dei casi dagli impianti di riscaldamento non tenuti in sicurezza.
Ma se accade un incidente del genere, chi ne risponde? La Cassazione, con la sentenza n. 2281/20 depositata il 23 gennaio 2020, ha posto l’accento sulle responsabilità della fondamentale figura del manutentore, ritenendolo anzi l’unico responsabile del tragico decesso di un uomo a avvenuto a Cusano Milanino il 30 dicembre 2007.
Omicidio colposo per l’intossicazione letale da monossido di carbonio
Annullata con rinvio la sentenza
Il nesso di causa e le cause sopravvenute
Condannato un manutentore per il decesso causato da caldaia difettosa
Il manutentore ricorre per Cassazione
La condotta omissiva e negligente del manutentore
Per quella morte erano imputati di omicidio colposo in concorso colui che aveva installato nell’appartamento della vittima la caldaia incriminata, per averla montata senza il rispetto delle norme vigenti, e avendone poi gestito la manutenzione per due anni senza segnalare anomalie, e due manutentori, per non aver segnalato il valore pericoloso di monossido di carbonio rilevato durante i controlli, uno il 10 agosto 2007, l’altro, quello alla fine condannato, il 28 dicembre di quello stesso anno, ossia due giorni prima della fatale intossicazione da monossido di carbonio. E per non aver diffidato il proprietario dall’utilizzo dell’impianto.
Il Tribunale di Monza in primo grado aveva condannato gli imputati ritenendo dimostrato, all’esito dell’istruttoria dibattimentale, che, rispetto ai profili di colpa a ciascuno addebitati, la morte del proprietario dell’appartamento era stata cagionata dal concorso colposo di queste. Come già detto, quanto all’installatore, per aver installato l’impianto non a norma, “con canna fumaria inesistente e ventilazione insufficiente”.
I giudici avevano ritenuto irrilevanti, ai fini dell’esonero della responsabilità, le raccomandazioni verbali o scritte che l’imputato avrebbe fatto alla vittima, in quanto generiche e non avendo comunque comunicato con incisività le gravi anomalie riscontrate e senza indicazione dei rimedi necessari. Quanto ai due manutentori, oltre a non aver segnalato la pericolosità dell’impianto, pur a fronte di valori di monossido di carbonio da loro rilavati superiori di quasi cinque volte rispetto al massimo consentito, per non avere chiuso l’impianto in presenza di un camino a legna in funzione, che aumentava la presenza di monossido. La Corte d’Appello di Milano, a cui si erano rivolti gli imputati, nel fare proprio l’impianto motivazionale della sentenza di primo grado, aveva confermava la pronuncia di condanna del Tribunale monzese.
La sentenza però era stata annullata dalla Cassazione (con pronunciamento n. 12266/2015), che ne aveva censurato l’iter logico argomentativo con rinvio per un nuovo giudizio. In particolare, la sentenza di annullamento aveva ritenuto non motivata la sentenza di condanna in relazione al profilo causale delle condotte colpose rispetto all’evento.
Secondo la sentenza rescindente, la Corte di merito (e prima ancora il Tribunale), quanto all’accertamento del rapporto di causalità, aveva fatto esclusivo riferimento alle condotte colpose degli imputati, come delineate nel capo d’imputazione e come emerse all’esito dell’istruttoria dibattimentale, e aveva dato per presunto il nesso causale ritenendolo dimostrato in presenza dei rilevati profili di colpa, senza avere verificato l’assunto difensivo dei ricorrenti, in ordine alla circostanza che il contemporaneo funzionamento della caldaia e del camino avrebbe, comunque, comportato la fuoriuscita dei fumi dalla prima, ancorché la stessa fosse stata perfetta.
Non si era considerata, in altre parole, la possibilità che l’evento si sarebbe, comunque, verificato indipendentemente dalle condotte colpose contestate agli imputati vista la contemporanea presenza del camino.
Secondo la Cassazione era necessario verificare tale profilo e la sussistenza di un’eventuale causa sopravvenuta idonea ad interrompere il nesso di causa. Sempre secondo la sentenza di annullamento, nel risolvere ogni questione in punto di rapporto di causalità, a prescindere dall’uso o meno del camino, la Corte d’appello milanese, ritenendo che il contemporaneo funzionamento del camino non annullava la difettosa conformazione dell’impianto installato, non aveva adeguatamente dato conto del convincimento ad esso sotteso.
Il convincimento della difettosa conformazione dell’impianto bastava a cumulare, secondo la sentenza di annullamento, la responsabilità dell’originario installatore dell’impianto termico a quello dei successivi revisori, senza però offrire alcuna spiegazione della ritenuta irrilevanza delle specifiche ragioni di doglianza formulate dagli imputati e, segnatamente della dedotta circostanza che il contemporaneo funzionamento della caldaia e del camino avrebbe, comunque, comportato la fuoriuscita dei fumi dalla prima, ancorché la stessa fosse stata perfetta e, dunque, che si sarebbe verificato l’evento anche in presenza di impianto a norma.
La Corte d’appello di Milano, all’esito del giudizio di rinvio, ha quindi assolto sia l’installatore, non ritenendo sussistente i profili di colpa attribuitigli, e, quanto al tema da esplorare del contemporaneo funzionamento del camino e della caldaia e della loro incidenza, reputando che non fosse dimostrato in modo certo che egli fosse a conoscenza della compresenza delle due fonti di calore: il camino infatti era collocato in un altro luogo (nel seminterrato) rispetto a quello dove era allocata la caldaia.
E ha anche assolto uno dei due manutentori, quello che aveva effettuato il controllo in agosto, in quanto, in occasione dell’unico accesso, la caldaia era funzionante e non aveva, per tale ragione, effettuato alcun controllo.
Quanto invece all’altro manutentore, premessa l’intervenuta prescrizione del reato, la Corte d’appello confermava, ai sensi dell’art. 578 del codice di procedura penale, le statuizioni civili. La corte territoriale, riteneva infatti la sussistenza del profilo di colpa in capo al manutentore e, segnatamente, nel non avere fermato l’impianto allorché, il 28 dicembre 2007, aveva rilevato la presenza di monossido di carbonio nel canale di fumo in misura di gran lunga superiore al valore soglia, cosicché con la condotta omissiva e negligente, consistita nell’omettere di segnalare un valore di emissioni pericoloso, si era inserito nella catena causale che aveva determinato, in contemporanea alla presenza del funzionamento del camino, la morte.
Secondo i giudici della Corte d’appello, il contemporaneo funzionamento del camino e della caldaia non avrebbe autonomamente portato al decesso del padrone di casa se non fosse stato accompagnato dalla condotta omissiva del manutentore: infatti, se a seguito del controllo dei fumi, rilevata l’anomalia del quantitativo di monossido di carbonio, fosse stato fermato l’impianto, non si sarebbe verificato il decesso. La condotta del manutentore, aveva dunque concorso, secondo la sentenza impugnata, nella causazione dell’evento tanto quanto la compresenza del camino e della caldaia, tanto è vero che se fosse mancata una delle due l’evento non si sarebbe verificato.
Il manutentore ritenuto unico responsabile della tragedia ha presentato un nuovo ricorso per cassazione e ne ha chiesto l’annullamento, con un unico ma articolato motivo.
Secondo il ricorrente, la corte territoriale non avrebbe risposto, di qui il vizio di mancanza di motivazione, all’accertamento che le era stato demandato dalla sentenza di annullamento, di verificare cioè e spiegare se il contemporaneo funzionamento della caldaia e del camino avrebbe, comunque, comportato la fuoriuscita dei fumi dalla prima, anche se la stessa fosse stata perfetta e, dunque, se l’evento si sarebbe verificato anche in presenza di impianto a norma.
Il manutentore asseriva che l’elevata concentrazione del monossido di carbonio era stata rilevata all’interno della canna fumaria e non nell’ambiente, che il tiraggio della canna fumaria era ampiamente nella norma, e che conseguentemente era in grado di smaltire i fumi in assenza del contemporaneo utilizzo del camino: fumi che invece refluivano nell’ambiente a causa della inversione termica determinata dal contemporaneo utilizzo di cammino e caldaia.
In tale ambito, una volta accertata la condotta antigiuridica in capo al manutentore, la corte a suo dire non avrebbe risposto al quesito a lei devoluto, ovvero non avrebbe verificato se in presenza di un valore di monossido di carbonio all’interno della canna fumaria non superiore ai limiti di legge l’evento si sarebbe ugualmente verificato.
Né avrebbe argomentato le ragioni per le quali aveva respinto la richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale di fronte alla “superficialità » della consulenza tecnica del Pubblico Ministero, ragion per cui era stata avanzata richiesta di un supplemento.
Per la Cassazione, tuttavia, il ricorso non è fondato con conseguente rigetto.
“La sentenza di annullamento – spiegano gli Ermellini – aveva chiaramente indicato la questione devoluta, evidenziando che la decisione impugnata non era motivata in termini di coerenza logica rispetto all’accertamento del nesso di causa tra la condotta colposa come accertata nei confronti del (omissis), e non più discutibile in questa sede, e l’evento morte e l’eventuale concorso di causa sopravvenuta.
Così circoscritto l’ambito cognitivo del giudice del rinvio, la sentenza impugnata, dato per acclarato che, durante l’intervento del 28 dicembre 2007, era stata rilevata la presenza di monossido di carbonio oltre cinque volte superiore al limite consentito nella canna fumaria – circostanza che, secondo la sentenza impugnata, imponeva, per la pericolosità intrinseca dell’impianto, il fermo dello stesso -, aveva concluso che la condotta omissiva e negligente del (omissis), consistita nell’omettere di segnalare un valore di emissioni pericoloso, si era inserita nella catena causale che aveva determinato, in contemporanea con la presenza del funzionamento del camino, la morte.
E aggiungeva che il contemporaneo funzionamento del camino e della caldaia non avrebbe autonomamente portato al decesso della vittima, se non fosse stato accompagnato dalla condotta omissiva del (omissis) che, avvedendosi dell’elevato monossido di carbonio presente nella caldaia, a seguito del controllo dei fumi, non avvertiva nessuno e non fermava l’impianto”.
L’omissiva condotta del manutentore ha concorso alla tragedia tanto quanto il camino a legna
Per tali ragioni, dunque, la Corte d’Appello ha ritenuto che la condotta del manutentore avesse concorso nella causazione dell’evento tanto quanto la compresenza del camino e della caldaia, tant’è vero che se fosse mancata una delle due l’evento non si sarebbe verificato.
“In altri termini, la condotta negligente colposa, come accertata ed ascritta al (omissis), era stata una causa concorrente nella causazione del decesso del e non una causa sopravvenuta.
Il contemporaneo funzionamento del camino e caldaia non avrebbe causato il decesso in assenza della condotta colposa negligente dell’imputato” concludono gli Ermellini, ritenendo congrua la motivazione fornita dalla Corte di merito e confermando quindi la sentenza di condanna.
Nicola De Rossi2020-01-24T11:22:12+00:00

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