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Timestamp: 2018-12-16 08:44:14+00:00

Document:
A colloquio con l’avvocato
A colloquio con l'avvocato (33)
Martedì, 24 Ottobre 2017 18:05
Nel Paese dei concorsoni o dei concorsi seguiti da scandali, si segnala una pronuncia del TAR Sardegna del 3 maggio 2017 n.281 in merito alle cause di incompatibilità dei commissari di esame.
Nel caso che trattiamo, alcuni concorrenti, partecipanti al concorso docenti, avevano presentato ricorso al Tar Sardegna, ritenendo rilevanti, ai fini dell’incompatibilità, le fotografie postate su facebook di alcuni concorrenti insieme con alcuni commissari di esami, nominati per quella selezione.
I canditati ritenevano violati i principi di trasparenza, par condicio, imparzialità della selezione pubblica.
Secondo il Tribunale Amministrativo, nei pubblici concorsi, i commissari hanno l’obbligo di astenersi soltanto nelle condizioni previste dall’art. 51 c.p.c. e quindi l’incompatibilità tra esaminatore e concorrente implica quindi o l’esistenza di una comunanza di interessi economici o di vita tra i due soggetti di intensità tale da far ingenerare il sospetto che il candidato sia giudicato non in base alle risultanze oggettive della procedura, ma in virtù della conoscenza personale con l’esaminatore ed idonea a far insorgere un sospetto consistente di violazione dei principi di imparzialità, di trasparenza e di parità di trattamento, ovvero la sussistenza di un potenziale conflitto di interessi per l’esistenza di una causa pendente tra le parti, o la sussistenza di grave inimicizia tra di esse.
Per tale ragione il Tar Sardegna, con pronuncia del 3 maggio 2017 n.281, ha respinto il ricorso di tali canditati, ritenendo che “ le c.d. amicizie su Facebook non rientrano nella casistica e sono del tutto irrilevanti in quanto lo stesso funzionamento del social network consente di entrare in contatto con delle persone che nella vita quotidiano sono del tutto sconosciute” .
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Martedì, 11 Aprile 2017 17:59
La Cassazione penale con sentenza n.8080/2017 ha cercato di dirimere il confine di responsabilità nella fase post operatoria tra infermiere e medico.
L'anestesista e l'infermiere erano stati accusati per non aver vigilato su di un paziente nella fase del risveglio al termine di un'operazione chirurgica e di non essersi accorti di un successivo arresto cardiocircolatorio con conseguenti lesioni gravissime. I giudici della Cassazione hanno ritenuto che il Tribunale di primo grado non ha adeguatamente scisso le posizioni dei professionisti, confermando le responsabilità. Il Tribunale, ad opinione dei Supremi Giudici, ha fatto ampio riferimento alle linee guida ed ai protocolli operativi seguiti dal medico, ma poi ha concluso affermando che se i due professionisti avessero tempestivamente accertato l’arresto cardiocircolatorio e avessero predisposto il giusto intervento – e non dopo dieci minuti dall’attacco respiratorio- avrebbero con elevato grado di probabilità evitato le lesioni gravissime.
Tale sentenza, impugnata dai professionisti e dal responsabile civile ASL, è stata confermata dalla Corte di Appello di Catania in data 12.11.2015.
I Giudici di seconde cure hanno sovrapposto le due differenti posizioni di garanzia, senza chiarire il "diligente comportamento alternativo corretto" e senza altresì valutare "la deviazione ragguardevole rispetto all’agire appropriato dalle standardizzate regole d'azione" ed in che misura si è realizzata la divergenza tra condotta tenuta e quella che era da tenere.
In sostanza, la Cassazione ha rilevato un difetto di motivazione in merito alla distinzione tra fase di risveglio e di recupero, la prima affidata al medico, che deve intervenire con le adeguate tecniche, la seconda all’infermiere, al quale è richiesta l’assidua sorveglianza del paziente per controllare l’evoluzione della situazione e sollecitare l’intervento del medico.
La sentenza di secondo grado, quindi, ha ritenuto che le due condotte fossero del tutto identiche e sovrapponibili, come se fosse necessaria la presenza in entrambe le fasi di tutte e due i professionisti.
Nel caso in esame, l'anestesista si è allontanato dalla stanza quando il paziente era già nella fase di recupero, lasciando l'infermiere a sorvegliare il decorso post operatorio del paziente e quindi è necessario valutare se sia ravvisabile colpa grave nei comportamenti dell’anestesista. Pertanto la Cassazione annulla la sentenza di secondo grado e rinvia per un nuovo esame alla Corte di Appello di Catania, al fine preciso di stabilire i confini di responsabilità tra infermiere ed anestesista.
Lunedì, 06 Marzo 2017 13:13
L’attività di consulenza ed in genere l’attività di prestazione intellettuale, in passato, era riservata al solo professionista iscritto in un apposito albo. A tale attività, il codice civile prevedeva l’applicabilità della prescrizione presuntiva triennale ai sensi dell’art. 2956 c.c. , secondo cui “ si prescrive in tre anni, il diritto: dei prestatori di lavoro per le retribuzioni corrisposte a periodi superiori al mese; dei professionisti per il compenso dell’opera prestata e per il rimborso delle spese correlate; dei notai per gli atti del loro ministero; degli insegnanti per la retribuzione delle lezioni impartite a tempo più lungo di un mese”.
Il caso in oggetto riguardava un decreto ingiuntivo proposto da una società di contabilità per un importo di L.5.310.735 quale corrispettivo per la tenuta di contabilità fiscale di due anni.
Tale decreto ingiuntivo era stato opposto dalla ditta ed il Tribunale accoglieva tale domanda. La Corte di Appello aveva respinto l’eccezione di prescrizione presuntiva, osservando che l’art. 2956 c.c. n.2) si riferisse soltanto ai crediti dei professionisti e perciò non applicabile ai crediti vantati dalle società, pertanto la ditta opponente avrebbe dovuto saldare il proprio debito con la società di professionisti.
Avverso tale sentenza, i legali rappresentanti della ditta opponente proponevano ricorso per Cassazione, la quale, con sentenza del 2015 n.13144, si è domandata se tale prescrizione si applicasse anche alle società di professionisti. La stessa Suprema Corte assegnava il caso alle Sezioni Unite affinché “riflettano sul sé e sui margini della nuova figura di professionista – siccome destinata a connotarsi anche in forma societaria- si riverberi sulla nozione di professionista di cui all’art. 2956 c.c. n.2) “.
La Corte di Cassazione con tale sentenza depositata il 25 giugno 2015 ha espresso il seguente principio di diritto: “ la prescrizione presuntiva triennale del diritto dei professionisti, per il compenso dell'opera prestata e per il rimborso delle spese correlative (articolo 2956 c.c., n. 2), trova la sua giustificazione nella particolare natura del rapporto di prestazione d'opera intellettuale dal quale, secondo la valutazione del legislatore del 1942, derivano obbligazioni il cui adempimento suole avvenire senza dilazione, o comunque in tempi brevi, e senza il rilascio di quietanza scritta. Ne consegue, in un regime nel quale il contratto d'opera professionale sia caratterizzato dalla personalità della prestazione, non solo che ad una società può essere conferito soltanto l'incarico di svolgere attività diverse da quelle riservate alle professioni c.d. protette, ma anche che deve necessariamente essere utilizzato uno strumento diverso dal contratto d'opera professionale e che perciò alla società non può essere opposta la prescrizione presuntiva triennale”.
Quindi, la Suprema Corte, con tale sentenza e annotato principio di diritto, chiarisce, una volta per tutte, che la prescrizione presuntiva ex art. 2956 c.c. n.2) si applica ai soli professionisti e non alle società professionali.
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sospensione crediti professionali
Venerdì, 10 Febbraio 2017 15:46
La Cassazione ha lungamento dibattuto circa la responsabilità dell’ASL per la condotta negligente del medico e tale tematica è stata trattata in termini innovativi con sentenza della Cassazione n.6243 del 2015.
Secondo la Cassazione recente, quindi, l’ASL è sempre ritenuta responsabile nei confronti dei pazienti ai sensi dell’art. 1228 c.c., sub specie di responsabilità da contatto sociale, in quanto l’obbligo di assistenza grava per legge sull’ASL che lo adempie con l’ausilio dei medici, che intervengono, così, nella fase esecutiva del rapporto di convenzionamento.
Martedì, 17 Gennaio 2017 13:06
La Cassazione con sentenza n. 46874 del novembre 2016 ha finalmente precisato quali sono i limiti imposti al soggetto che si trova agli arresti domiciliari. Innanzitutto tale misura viene applicata dal Giudice per le indagini preliminari su richiesta del Pubblico Ministero quando vi sono condizioni ed esigenze previste dagli artt. 273 e ss c.p.p..
Martedì, 15 Novembre 2016 16:22
Con sentenza del 14 luglio 2015, il Tribunale di Milano affronta la questione relativa alla rilevanza penale della cosiddetta "truffa sentimentale" quando, cioè, una persona, ingannando il proprio partner circa i propri sentimenti, lo induca ad effettuare in suo favore una prestazione patrimoniale.
Nella specie, l'imputato era stato accusato, per aver, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, indotto in errore la donna con cui intratteneva una relazione sentimentale, sfruttando il sentimento affettivo, illudendola sulla futura costruzione di una famiglia e rassicurandola circa la restituzione del denaro. In totale, l'imputato si sarebbe fatto corrispondere dalla donna 16.500 €, cifra che non ha più restituito alla donna, nonostante le continue richieste. Il Tribunale di Milano, però, ritiene che nel caso trattato, non si configura in alcun modo alcun reato, né tantomeno il reato di cui all'art. 640 c.p., in quanto, astrattamente la condotta dell'uomo potrebbe rientrare nella truffa mediante cooperazione della vittima, carpita con la frode, poiché lo stesso imputato ha posto in essere un comportamento fraudolento con artifizi e raggiri con cui ha indotto in errore il soggetto passivo, quest'ultimo ha poi compiuto un atto di disposizione patrimoniale, dal quale deriva un danno ingiusto ed un profitto ingiusto all’agente.
Secondo, però, il Tribunale lombardo, per far sì che la truffa sentimentale possa rientrare nell'alveo della rilevanza penale, il Giudice dovrà valutare alcuni aspetti: in primo luogo la concreta portata fraudolenta della condotta, cioè la truffa non sussisterà se l'inganno non sia stato tessuto in modo artificioso ed attraverso un'alterazione della realtà esterna o con menzogna; in secondo luogo il Giudice dovrà accertare l'elemento del dolo, che dovrà sussistere già all'inizio della condotta ed infine si dovrà valutare il rapporto causale tra errore ed atto di disposizione, cioè non vi sarà truffa se l'errore non è stato causa dell'atto di disposizione e che non si riesca a dimostrare che in assenza di inganno, quell'atto non sarebbe mai stato posto in essere.
Secondo, quindi, il Tribunale di Milano poiché non è possibile conoscere tutte le componenti della coppia (cioè tutte le ragioni secondo le quali una persona decida di stare con un'altra) deve ritenersi impossibile provare altre cause sufficienti a giustificare l'atto dispositivo.
Per tali motivi, il Tribunale di Milano ha mandato assolto l'uomo dal reato ascritto perché il fatto non sussiste, per assenza di due elementi necessari e cioè la condotta fraudolenta ed il dolo iniziale. Al contrario, sarebbe stato punibile per il reato di truffa, la condotta di un soggetto che intraprende un'apparente relazione sentimentale con una donna, al solo scopo di ricevere dalla medesima un prestito in denaro.
Pertanto se è vero come descritto che la mancata restituzione del denaro non integra alcun reato, è altrettanto vero che tale condotta può configurare una violazione contrattuale: infatti le parti avendo pattuito la futura restituzione di somme di denaro date in prestito, l'operazione sia qualificabile sotto il contratto di mutuo. Al momento della consegna del denaro, l'imputato/mutuatario ne acquista la proprietà ex art. 1814 c.c., rimanendo vincolato all'obbligo di restituire la somma stabilita.
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Giovedì, 20 Ottobre 2016 09:54
Il delitto di rapina di cui all'art. 628 c.p. costituisce un tipico esempio di reato plurioffensivo che lede non soltanto l'interesse patrimoniale ma anche la libertà individuale del soggetto passivo. Tale reato è un classico esempio di reato complesso, poiché deriva dalla commistione di due reati quello di furto (impossessamento) e quello di violenza privata (utilizzo della violenza e della minaccia al fine dell'impossesamento).
Esso può essere commesso da chiunque, mentre il soggetto passivo del reato può non coincidere con il soggetto passivo della condotta. La rapina si distingue in rapina propria, dove il soggetto agente commette la violenza fisica o psichica per impossessarsi della cosa e dove, quindi, la violenza è un mezzo utilizzato per impossessarsi del bene; e rapina impropria dove invece il soggetto agente adopera violenza o minaccia per impossessarsi della cosa sottratta e quindi la violenza e l'impossessamento si trovano in due momenti differenti, tanto da porre dei problemi riguardo la consumazione del reato. Infatti, secondo una tesi la sottrazione e la violenza devono porsi come azione immediata ed unitaria; mentre secondo un'altra teoria le due azioni devono essere contestuali e quindi non rientrano nella fattispecie le ipotesi di flagranza o quasi flagranza.
Il delitto di estorsione (art. 629 c.p.) si configura quando il soggetto, utilizzando violenza o minaccia, costringe taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procurando a sé o altri un ingiusto profitto con altrui danno.
Ciò significa che è un reato che può essere commesso da chiunque e che invece il soggetto passivo può essere il titolare del potere giuridico di disporre dei beni ma anche un soggetto diverso rispetto a quello a cui è diretto la violenza.
La condotta di minaccia o violenza oltre che essere palese, esplicita e determinata, può essere manifestata in differenti forme e modi ed anche implicitamente, tanto è vero che si ritiene integrato il reato di estorsione nella condotta di colui che richiede una somma sproporzionata a titolo di risarcimento danni, mentre invece il Tribunale di merito di Roma, nel 2014, non ha ritenuto sussumibile il reato di cui all'art. 629 c.p. nella condotta di una prostituta che aveva minacciato il proprio cliente per ottenere il pagamento della prestazione sessuale. Secondo il Tribunale, infatti, "tra le prestazioni contrarie al buon costume non è ricompreso l’esercizio della prostituzione, trattandosi di una attività ampiamente diffusa nella collettività...".
Come si può notare, il confine tra delitto di rapina e quello di estorsione è molto sottile in quanto entrambi i reati presuppongono l'utilizzo della violenza e minaccia, ma la Cassazione con sentenza n.11909 del 2013 ha individuato con molta chiarezza la distinzione tra estorsione e rapina, infatti secondo la Suprema Corte "per la sussistenza del delitto di estorsione non si richiede che la volontà del soggetto passivo, per effetto della minaccia, sia completamente esclusa, ma che residuando la possibilità di scelta tra accettare le richieste dell'agente o subire il male minacciato, la possibilità di autodeterminazione sia condizionata dal timore di subire il pregiudizio; se la minaccia, viceversa, si risolvesse in un costringimento psichico assoluto, cioè in un annullamento di una qualsiasi possibilità di scelta, ed il risultato dell’agente fosse il conseguimento di un bene mobile, si configurerebbe un vero e proprio impossessamento e il diverso reato di rapina".
Ciò significa che nell'ipotesi in cui al soggetto passivo fosse lasciata una residua scelta tra la sua volontà e subire la minaccia, l'agente risponderà del reato di estorsione, mentre nell'ipotesi in cui il soggetto leso non ha alcuna possibilità di autodeterminarsi e la condotta del reo fosse incentrata sul bene mobile, quest'ultimo risponderà del reato di rapina.
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 sentenza 
 art. 2956
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 sentenza 
 art. 1814
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