Source: https://issuu.com/angelalaforge/docs/dossierecomostriambienteambienti
Timestamp: 2017-08-23 18:03:23+00:00

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Dossier Ecomostri by Angela Laforge - issuu
Dalla bellezza del territorio agli ecomostri Ho notato nella nostra regione aree non controllate, distrutte, aree protette violate, valori storici non sempre tenuti in conto. Ora occorre fornire segnali importanti di cambiamento di T o m ma s o F a r e n g a pubblicato il 1 8 d i c e mb r e 2 0 1 2
Mesi fa abbiamo raccontato la forza della bellezza, passando dai paesaggi geologici mozzafiato della Puglia ad un incontro svoltosi a Bari dal titolo La bellezza ci salverà. Non nascosi allora il mio personale entusiasmo per quel convegno che sembrava una speranza verso il futuro, dove si parlava della bellezza dei gesti, la bellezza delle cose e poi quella dei luoghi. In questi giorni ci occupiamo La costa deturpata di Torre Mileto (FG) invece di cose meno belle, cioè degli “ecomostri“, interventi in grado di rappresentare un’alterazione perenne del territorio, realizzati nel disprezzo dei grandi valori ambientali. Non nascondo che ne parlo con profonda amarezza: sono profondamente legato alla mia regione, vero scrigno di ricchezze storiche, architettoniche, naturalistiche ed umane. Ma c’è amarezza anche per il ruolo professionale che esercito, quella professione di ingegnere che ho sempre sentito come un’occasione per contribuire alla crescita del paese. Per questo mi sento ferito nel leggere dei sequestri di ecomostri e dei problemi ambientali che ne derivano, spesso esasperati da molti ma che ritengo spesso giusti. La Regione Puglia però non è stata a guardare. In questi anni siamo diventati un riferimento in Italia, facendo tesoro di errori altrui e delineando strategie di governo del territorio all’avanguardia, fortemente partecipate. È partito anche un serrato controllo del territorio con recenti leggi che prevedono un concreto contrasto dell’abusivismo.
Grandi interventi in molti settori hanno generato mostri, anche se maggiormente li ha generati uno sviluppo turistico che in questi anni ha seguito la logica dei grandi numeri: in passato più volte ho spesso evidenziato la delicatezza ed il rischio connessi a pressioni territoriali non sostenibili. La Puglia, partendo dai precedenti governi, è stata a volte aggredita da interventi incontrollati, dettati solo da logiche economiche devastanti, truccate con il più nobile degli obiettivi, il lavoro. Chiunque avesse un pezzo di terreno e fosse spregiudicato presentava istanza per
realizzare insediamenti turistici in zona agricola In nome del lavoro si sono proposti numerosi interventi con varianti speciali puntuali, che dovevano servire per non perdere investimenti produttivi, ma che si sono trasformate in occasioni per varianti urbanistiche di interesse privato, varianti dettate In questa foto, il Comitato Tutela Porto Miggiano segnala lo scempio dell'area dalla sola logica del profitto e funzionali a realizzare trasformazioni urbanistiche incontrollate, diversamente non compatibili con le normative. Ottenuto il permesso di costruire, quelle aree venivano vendute ad imprenditori, con un elevato incremento di valore. Così sono sorti i primi ecomostri, funghi nati dove non sarebbe stato possibile, nelle nostre aree rurali: e loro malgrado, gli strumenti sono stati prima la legge regionale 3 del 1998 (poi abrogata), poi l’indiscriminato utilizzo del DPR 447/98. La strategia di sviluppo del territorio sarebbe comunque dovuta passare attraverso una pianificazioneattenta. Le numerose pratiche edilizie in variante approdate nei nostri comuni costieri hanno generato impatto non solo sulle componenti ambientali, ma anche sull’economia dei comuni, nonché sull’organizzazione del lavoro degli Uffici tecnici, fortemente gravati da carichi di lavoro e spesso impreparati a gestire lo sviluppo edilizio. Anche le ingenti risorse economiche derivanti dagli oneri sono state impiegate non all’interno di una strategia di valorizzazione del territorio, ma di spreco. Queste criticità hanno portato a far mancare nell’ultimo decennio una logica di pianificazione e programmazione. A volte ha contato anche mancanza di sensibilità e in genere di cultura. Un sistema in crisi a livello nazionale, in cui significativa è anche la profonda crisi di valori, ha fatto sì che mancassero il confronto, il dialogo, la partecipazione dei cittadini, il controllo, il coinvolgimento del territorio, delle Università, degli Enti a vario titolo preposti alla gestione e pianificazione del territorio. E’ venuto a mancare un sistema complesso all’interno del Porto Cesario (Punta Grossa) località Serricelle - ortofoto
cose sono degenerate.
quale sarebbe dovuto avvenire quel complesso sviluppo del territorio e mancando il quale molte
Ho notato nella nostra regione aree non controllate, distrutte, aree protette che non decollavano e magari venivano violate, valori storici non sempre tenuti in conto. E’ un sistema che per fortuna è stato bloccato con le nuove politiche regionali. Ora occorre fornire segnali importanti: dal miglioramento della conoscenza di ciò che è avvenuto, dall’individuazione dei ruoli che sono mancati; occorre trarre una lezione perché ciò non accada più e si fermi lo scempio del territorio, favorendo invece trasformazioni importanti, sostenibili e strategiche per uno sviluppo ordinato.
Cemento, il business dell’ecocriminalità L’ecomafia dilaga in gran parte del Paese: arte, animali, agroalimentare. Cemento e rifiuti si confermano settori clou del florido business dell’ecocriminalità. di M a r i l i s a R o ma g n o pubblicato il 1 8 d i c e mb r e 2 0 1 2
Il rapporto Ecomafia 2012, l’indagine annuale diLegambiente sull’illegalità ambientale, anche quest’anno ha fotografato una situazione grave e impressionante, con un business illecito dalle cifre scioccanti. L’indagine descrive i numeri dell’attacco smisurato al Belpaese e al suo patrimonio ambientale, paesaggistico, culturale e artistico da parte di ecocriminali e ecomafiosi che saccheggiano e distruggono il territorio mettendo in pericolo la salute dei cittadini e il futuro del Paese. Aumentano i reati contro il patrimonio faunistico, gli incendi boschivi, i furti delle opere d’arte e dei beni archeologici. Triplicano gli illeciti nel settore agroalimentare. E sono già 18 le amministrazioni comunali sciolte per infiltrazioni mafiose solo nei primi mesi del 2012, per reati spesso legati al ciclo illegale del cemento. Un dato allarmante che testimonia l’enorme pervasività della criminalità organizzata che sempre più s’infiltra nei circuiti economici e imprenditoriali legali. Lo scheletro dell'Hotel mai completato per i mondiali di calcio del 1990 (foto Gianluca Albertari/Fotogramma)
Se tre miliardi di metri cubi di calcestruzzo vi sembrano pochi… -Con numeri straordinari soprattutto se confrontati col business legale, si distinguono i reati nel ciclo dei rifiuti e del cemento. Sono 6.662 gli illeciti e 8.745 le persone denunciate nel ciclo del cemento, dove nonostante la crisi e il calo del 20% stimato dal Cresme nel mercato legale, l’abusivismo ha fatto registrare 25.800 casi tra nuove costruzioni o grandi ristrutturazioni,con un fatturato che si conferma stabile intorno a 1,8 miliardi di euro.
La “pressione” esercitata dal cemento illegale s’inserisce in un contesto caratterizzato da due criticità che affliggono il Belpaese: le costruzioni realizzate in aree estremamente fragili dal punto di vista idrogeologico e un consumo del territorio che procede a ritmi devastanti. Il nostro Paese, infatti, continua a subire la piaga dell’abusivismo edilizio; è tra i massimi produttori al mondo di
Figura 1Il consumo del suolo in Italia è tra i più alti d'Europa, il 7,3%
calcestruzzo e presenta una delle più alte percentuali di consumo del suolo in Europa, pari al 7,3% della superficie totale. Tra il 1995 e il 2009, secondo gli ultimi dati dell’Ispra, sono state costruite in Italia circa 4 milioni di nuove abitazioni, con l’impiego di circa 3 miliardi di metri cubi di calcestruzzo. Sparisce il territorio – Un “diluvio” di cemento che fa sparire ogni giorno circa 100 ettari di suolo. Secondo il rapporto “Ambiente Italia 2011” di Legambiente, ogni anno sono circa 500 i chilometri quadrati consumati dal cemento, con in testa la Lombardia, che raggiunge la cifra del 14% di territorio fagocitato e il Veneto con l’11%. E ancora, negli ultimi 15 anni i suoli urbanizzati sono aumentati del 12%, con 4.800 ettari trasformati per sempre a causa di interventi edilizi. L’Agenzia del territorio ha identificato 1.081.698 unità immobiliari urbane mai dichiarate al catasto; una buona parte di questo milione di “manufatti fantasma” si presume siano abusivi, del tutto o in parte.
Tra crisi e illegalità - Le informazioni raccolte finora hanno già fatto emergere, comunque, una mole imponente di illegalità e/o scarsa trasparenza nell’intero settore. Il mattone illegale ha fatturato solo nel 2010 almeno 1,8 miliardi di euro. Illegalità, corruzione, mafie rappresentano il “cuore nero” di un settore importante dell’economia, quello legato alla filiera del calcestruzzo, alle opere pubbliche e all’edilizia privata, che sta conoscendo una grave crisi e ha bisogno di una profonda riconversione, all’insegna della legalità della trasparenza e della sostenibilità, ambientale ed energetica. Non è una sfida semplice ma va affrontata fino in fondo, a partire proprio dalle regioni più ricche del nostro Paese. Una intera area lottizzata ed edificata abusivamente
L’Ecomostro dietro casa Il ruolo delle associazioni ambientaliste contro il dominio del cemento. Il “caso” Puglia. di G i o v a n n a L o d a t o pubblicato il 1 8 d i c e mb r e 2 0 1 2
Struttura alberghiera sequestrata a Mattinata (Fg), in pieno Parco Nazionale
Ecomostro ed ecomostri - Se si parla di ecomostro la memoria corre subito all’idea di grandi palazzoni di notevole impatto visivo posti, senza ragion veduta, in luoghi di pregio sotto il profilo paesaggistico. Eppure esiste tutta una serie di micro-ecomostri che vive all’interno delle città, in prossimità delle strade che abitualmente percorriamo o nelle nostre campagne.
Un fenomeno possibile anche perché troppo spesso si va a costruire laddove una vera esigenza non c’è. Come sottolinea il WWF in una nota «La superficie urbanizzata in Italia si è mediamente moltiplicata negli ultimi cinquant’anni anni di 3,5 volte ovvero è aumentata di quasi 600 mila ettari, equivalenti all’intera regione del Friuli Venezia Giulia, pari ad oltre 33 ettari al giorno e oltre 366,65 mq a persona». Per non parlare del fatto che «Negli ultimi sedici anni in Italia ci sono stati 3 condoni edilizi (nel 1985, nel 1994, nel 2003), che hanno prodotto 4,6 milioni di abusi, 75.000 l’anno, 207 al giorno, in termini di volumetrie, tra grandi e piccoli abusi, sono state edificati illegalmente 800 milioni di metri cubi». E nulla sembra voler cambiare nemmeno in prospettiva: lo spettro “ecomostro” non manca di presentarsi a dieci anni dal primo Programma delle infrastrutture , presentato con la legge Obiettivo. Come sottolinea ancora il WWF ad oggi «Le infrastrutture strategiche previste interferiscono con 84 aree protette pari al 7% di tutte le aree tutelate; con 192 Siti di Interesse Comunitario (SIC), pari all’8% di tutti i SIC italiani, con 64 International Bird Area (IBA), pari al 30% del totale». Il caso “Puglia” - Allora come interrompere questo circolo vizioso che si va ad innescare anche in seno alla progettazione dei vari tessuti urbanistici? Qualche spunto di riflessione arriva da una regione come la Puglia che, oltre ad un imbarbarimento tutto italiano della politica del cemento, si trova a fare i conti anche con la piaga dell’illegalità nel settore.
Secondo il Rapporto Ecomafia 2012 diLegambiente alla Puglia tocca quest’anno il terzo posto con 683 infrazioni accertate e con un incremento pari al 20,7% rispetto allo scorso anno. Sono ben 1.040 persone denunciate e 356 i sequestri effettuati. E nella “top ten” delle La costa deturpata di Torre Mileto (FG) province italiane per il mattone illegale figura proprio Foggia, al nono posto con 157 illeciti, il 57% in più rispetto al 2010. «Dopo la piaga del ciclo illegale dei rifiuti, la provincia di Foggia, e in particolare il Parco Nazionale del Gargano, sono colpiti oggi dall’abusivismo edilizio», dichiara Francesco Tarantini, presidente di Legambiente Puglia, lo scorso ottobre, all’indomani del sequestro della struttura turistico-alberghiera “Il Porto” di Mattinata (FG) nel Parco Nazionale del Gargano. «Inizi la stagione degli abbattimenti – sollecita il presidente regionale di Legambiente – a partire dal villaggio costiero di Torre Mileto (FG), che compare da anni fra i primi cinque ecomostri italiani da abbattere nella classifica del rapporto Mare Monstrum di Legambiente». Come reagire - «I dati sono preoccupanti – aggiunge ancora Tarantini – ma il fenomeno può essere arginato attraverso un monitoraggio continuo delle aree “sensibili” da parte delle Forze dell’Ordine. L’ottimo lavoro svolto dai Carabinieri del Comando provinciale di Foggia, del Nucleo Operativo Ecologico di Bari e della Sezione di Polizia Giudiziaria di Foggia e coordinato dalla Procura della Repubblica di Foggia, conferma l’esigenza di tenere costantemente un’alta azione di contrasto al mattone selvaggio che troppo spesso deturpa le bellezze ambientali del nostro territorio e arreca all’ambiente un danno non di poco conto, senza contare il rischio idrogeologico che potrebbe derivarne». L'iniziativa del WWF in Puglia
L’importanza delleassociazioni e dellacittadinanza attiva - «Il problema per una regione come la Puglia non è soltanto quello dei grandi ecomostri (sul modello di Punta Perotti, per intenderci) ma le lottizzazioni, l’urbanizzazione
sul territorio condotti senza alcun rispetto per il paesaggio», fa presente Leonardo Lorusso, presidente del WWF Puglia. Casi che spesso sollevano l’indignazione dei cittadini, come si è visto con il progetto inedito del “Numero Verde per la segnalazione dei reati ambientali”, per consentire ai cittadini di segnalare possibili reati ambientali sul demanio marittimo regionale. Un’esperienza degna di nota, quella della Puglia, che da ben 9 anni, nel periodo che va dal 15 giugno al 15 settembre, porta avanti una sinergia di successo raggiunta fra il WWF Ricerche e Progetti, il settore Demanio Marittimo della Regione Puglia, i Dirigenti del Demanio Marittimo Regionale, il WWF Puglia e le Forze dell’Ordine. Quest’anno, in particolare, appaiono rilevanti i reati relativi alla distruzione del sistema dunale costiero (11%), causato dal camping selvaggio (11%) ma correlato anche alle costruzioni abusive (13%) e a casi di cementificazioni lungo le coste. «É fondamentale per il territorio l’azione di repressione che può avere un’iniziativa come quella del Numero Verde – aggiunge Lorusso -. Sapere che gli stessi cittadini vanno a segnalare gli illeciti scoraggia il prosieguo degli stessi, assumendo un valore preventivo. Il presidio che le associazioni (ma anche i privati) possono assumere – conclude – resta tra i punti chiave per combattere fenomeni legati all’illegalità e alle brutture che vanno a segnare il paesaggio».
Abusivismo edilizio, il fenomeno criminale che minaccia il Gargano Ne abbiamo parlato con Angelo Colacicco, comandante del Nucleo Operativo Ecologico di Bari. Il capitano: «Staneremo i “furbetti” della villeggiatura nel Parco del Gargano» di M a r i a G r a z i a F r i s a l d i pubblicato il 1 8 d i c e mb r e 2 0 1 2
Cementificazione selvaggia, stravolgimento del paesaggio, alterazione dell’ambiente: tutto questo è abusivismo edilizio. Più suggestive e caratteristiche sono le location, più gli “ecomostri” si dotano di finiture di pregio e confort; più rinomate sono le località interessate e più gli abusi del paesaggio si trasformano in occasioni dibusiness. Un fenomeno che funesta in lungo ed in largo la Puglia, concentrandosi nello sperone d’Italia, ovvero sul Gargano. Ne abbiamo parlato con il capitano Angelo Colacicco, comandante del Nucleo operativo ecologico di Bari. Capitano, può aiutarci ad inquadrare meglio il fenomeno? «L’abusivismo edilizio in Italia è un fenomeno incancrenito che minaccia la società, la pubblica salute e l’ambiente. Storicamente i primi fenomeni di edificazione in spregio delle normative urbanistiche sono da attribuirsi al post Seconda Guerra Mondiale, in particolare ove i centri urbani erano stati ridotti in macerie. Negli anni ’60 e ’70 si afferma la corsa alla “seconda casa” e l’esigenza di investire i propri risparmi nel sicuro e redditizio “mattone”. L’aumento della domanda edilizia aumentò tanto da ricorrere anche all’abusivismo edilizio, perché prometteva velocità di esecuzione grazie all’assenza del farraginoso iter burocratico e permetteva quindi di rispondere celermente agli investitori attanagliati dalla caduta del potere d’acquisto del denaro a disposizione. Litorale di Mattinata è uno dei punti più belli del Gargano
Sono abusive intere città della domenica ai margini delle città del settentrione, così come paesi della domenica al meridione, in Puglia ed in maniera più incisiva nell’area garganica, costituiti da “casa
vacanze”. Giova rappresentare l’esistenza di interi quartieri e villaggi abusivi quali quelli realizzati sul poco sicuro fazzoletto di terra che divide il lago di Lesina da quello di Varano, come Torre Mileto, il quartiere di Tuppo delle Pile di Peschici». In che modo si riescono a forzare le maglie della fitta rete di vincoli e autorizzazioni che insistono su zone protette come quella del Parco nazionale del Gargano? «L’astuzia dei criminali non ha confini. Un esempio concreto potrebbe essere quella che è stata una complessa attività di indagine sotto la direzione della Procura della Repubblica di Foggia che ha portato al sequestro di importanti strutture del valore di svariati milioni di euro il deferimento di professionisti, quali ingeneri, geometri e responsabili di Uffici Tecnici Comunali». Ci spieghi meglio… «Nella fattispecie, una Conferenza dei Servizi nell’anno 2005 – tra i cui partecipanti figuravano membri necessari dell’Ente Parco Nazionale del Gargano e della Soprintendenza del Paesaggio della Regione Puglia – aveva valutato la concessione di autorizzazione paesaggistica sul progetto integrato per la società denominata Il Porto S.r.l. con atto denominato Il capitano angelo Colacicco (Foro Maria Grazia Frisaldi)
“ Variante/quater” (per saperne di più leggi) Il progetto definitivo, infatti, veniva approvato con la variante quater in quanto progressivamente ridimensionato perché ripetutamente ritenuto “assolutamente non idoneo” alle tutele paesaggistiche. La variante, infatti, poneva l’accento sulla tutela del paesaggio, con altezza massima di edifici non superiore alla vegetazione esistente o da piantumare, con costruzioni discrete e defilate, volumi ridotti, con murature in opus incertum tipico dei muretti a secco interpoderali alla tutela del belvedere e del panorama. Una volta ottenuto il salvacondotto delle autorità preposte, nei mesi a seguire, in rapida successione, con una richiesta di proroga del Permesso di Costruire, presentazione di Elaborati Integrativi al Permesso di Costruire (palesemente difformi da quelli approvati in Conferenza di Servizi), nuovo permesso a costruire rilasciato dall’UTC di Mattinata, una D.I.A. (Dichiarazione Inizio Attività), una “Variante in DIA” dell’UTC ed una S.C.I.A. (Segnalazione Certificata Inizio Attività) si poneva in essere un complicato raggiro affinché l’opera effettivamente realizzata corrispondesse nella quasi totalità a quella presentata la prima volta e ritenuta non idonea dalla Conferenza dei servizi del 2005».
E’ possibile individuare quelli che, generalmente, costituiscono o possono costituire gli “anelli deboli” di questa catena? «L’anello debole della catena è quasi sempre l’ingegnere responsabile dell’Ufficio Tecnico Comunale della giurisdizione dove l’opera viene realizzata. La realizzazione di un’opera illegale passa dalla sua necessaria criminale collaborazione perché a lui, secondo le vigenti normative, è devoluta la trattazione della pratica sia nell’istruzione che nel La tutela del territorio è un fattore di sicurezza per chi lo abita
suo controllo».
Non si tratta, però, solo di paesaggio deturpato. Viene meno anche la sicurezza di inquilini o avventori che entrano in contatto con queste strutture. In che modo? «I permessi a costruire hanno intrinsecamente l’obiettivo di tutelare la pubblica salute affinché non venga messa in pericolo da costruzioni poco sicure a causa di presenza di falde acquifere superficiali, aree a rischio idrogeologico, lungo il corso dei torrenti o addirittura sui loro letti temporaneamente asciutti, in zone ad alto rischio sismico. L’inosservanza delle regole urbanistiche aumenta pertanto il rischio di subire le conseguenze di un evento catastrofico naturale. L’abusivismo edilizio non è soltanto il mero rispetto delle regole a tutela di uno sviluppo ordinato del territorio urbanistico ma anche è soprattutto un fattore di sicurezza per chi ci abita». L’attenzione sul fenomeno resta alta: quali azioni saranno messe in campo per contrastare queste realtà? «Le armi a disposizione sono la tenacia e la professionalità che ha sempre contraddistinto il Nucleo Operativo Ecologico, quale reparto specializzato dell’Arma dei Carabinieri. Siamo certi che staneremo tutti i “furbetti” della villeggiatura nel Parco del Gargano e delle sue invidiatissime coste».
Ecomostro a 4 stelle? Il caso del residence “Il Porto” a Mattinata Lo scorso ottobre, il lussuoso residence in Contrada Principe è stato oggetto di una lunga e laboriosa indagine condotta dai militari del Noe di Bari e coordinata dalla Procura di Foggia di M a r i a G r a z i a F r i s a l d i pubblicato il 1 8 d i c e mb r e 2 0 1 2
Difficile definirlo “ecomostro”. Sì, perché il fascino e il lusso del residence a quattro stelle “Il Porto”, a due chilometri daMattinata, avevano conquistato tutti. Vip e clientela d’oltremare compresa. Una struttura mastodontica ed elegante, dal valore stimato di 24milioni di euro: si può vedere ad occhio nudo da lontano, procedendo lungo la litoranea che conduce a Vieste. Un brillante bianco incastonato nel profilo della collina Località Mattinatella - scorcio che, per farvi spazio, è stata completamente scavata. Compromessa per sempre, come l’orografia del territorio. Solo qualche mese fa, lo scorso ottobre, il complesso residenziale turistico – che fa capo ad Eliseo Zanasi, imprenditore edile e presidente della Camera di Commercio di Foggia – è stato oggetto di una laboriosa indagine condotta dai carabinieri del Noe di Bari, i militari del comando provinciale e della sezione di polizia giudiziaria di Foggia e coordinata dalla Procura della Repubblica di Foggia. Latesi sostenuta dagli inquirenti foggiani è chiara, messa nero su bianco: «che uno scorcio bellissimo e internazionalmente invidiato quale quello del Belvedere di Mattinata» è stato «deturpato da una struttura turistica alberghiera vastissima nell’estensione e che, nello sventrare il monte sul quale è stato costruito, ha completamente modificato l’orografia del territorio, estirpato per sempre la fauna e la flora locale fatta di macchia mediterranea e piccoli rapaci».
Procuratore Capo Vincenzo Russo e sostituti procuratori della Procura di Fg - Titolari delle indagini
Indietro di sette anni - I lavori per la costruzione del complesso in Contrada Principe, a Mattinatella, iniziarono sette anni fa. Dietro l’imponente costruzione, che sorge su una superficie di circa 70mila metri quadri, vi era un progetto regolare, supportato da tutte le autorizzazioni edilizie, compresi i pareri del Parco Nazionale del Gargano e della Sovrintendenza ai beni culturali. Ma – come sostenuto dagli inquirenti della Procura di Foggia – nel corso degli anni, il progetto si è evoluto, il complesso ha assunto altre forme, invadendo e aggredendo, allo stesso il tempo, il territorio e il paesaggio, distruggendo un intero costone di roccia e macchia mediterranea. L’attività investigativa condotta dalla Procura foggiana, dunque, avrebbe rilevato gravi irregolarità in merito alla normativa edilizio/ambientale inerente la realizzazione di opere edili non corrispondenti ai progetti, con permessi a costruire privi della obbligatoria e preventiva autorizzazione paesaggistica dell’Ente Parco Nazionale del Gargano, deturpando l’area protetta che le ospita. Il meccanismo per ottenere dei permessi in totale sprezzo della normativa vigente e della tutela paesaggistica e naturalistica, nella sua semplicità, «era ingegnoso e volutamente capzioso, al fine di rendere difficilissimi, così come è stato, gli accertamenti di liceità». Basta confrontare il progetto originario – quello autorizzato dagli enti preposti – con quanto invece è stato realizzato per rendersi conto dell’impatto che quest’ultimo poteva avere sul paesaggio. Il progetto iniziale prevedeva una serie Nelle foto aeree fornite dai carabinieri, l'intervento realizzato di casette servite da una piscina, il tutto completamente immerso nel verde. A zero impatto visivo e ambientale, insomma. Nascosto, mimetizzato nella macchia mediterranea, con i caratteristici muretti a secco, tipici di quella zona. Ma nel corso degli anni, gli alberi sono stati sradicati e i muretti a secco – alti, da progetto, non più di un metro – sono diventati muri in cemento alti 15 metri che garantivano a moltissime stanze e suite la richiestissima “vista mare”. Tra le varie modifiche effettuate al progetto, sono stati contestati, inoltre, numerosi terrazzamenti e la pavimentazione della rete viaria che serve il complesso. Nell’immediatezza dei fatti, cinque persone – a vario titolo responsabili della struttura e del suo progetto – vennero denunciate, ma sulla materia d’argomento sono in corso ulteriori indagini. Sulle scrivanie delle Procure di Foggia e Lucera, infatti, vi sono molti faldoni all’attenzione degli inquirenti, che si inseriscono in attività – organiche e programmate - di prevenzione e repressione dei reati ambientali commessi sul territorio del Parco del Gargano, da anni soggetto a violenta ed illegale speculazione edilizia. Per le foto si ringrazia il Comando Provinciale dei Carabinieri di Foggia
Torre Mileto: dove l’abusivismo è di casa Sul Lago di Lesina sorge un villaggio di 2.800 case abusive edificate sulla sabbia senza fondamenta, allacci e collegamenti alla rete fognaria. La politica temporeggia e le demolizioni sono sempre più una chimera di G i o r g io V e n t r i c e l l i pubblicato il 1 8 d i c e mb r e 2 0 1 2
Nove chilometri di costa, quattrocentocinquanta ettari di terreno, cinquecento metri di larghezza coast to coast: sono i numeri del più grandeabusivismo costiero d’Italia. Siamo a Torre Mileto, Comune di Lesina, terra di Capitanata: circa duemilaottocento case abusive sono state costruite nei decenni passati su terreni del demanio pubblico, in unazona dichiarata dall’Unione Europea Sito d’Importanza Comunitaria (SIC) e Zona di Protezione Speciale (ZPS) perché meta delle rotte migratorie di numerose specie di uccelli, in pieno Parco Nazionale del Gargano. L’insediamento di Torre Mileto è nella top five degli “Ecomostri di Legambiente”. Torre Mileto, Lesina - foto da elicottero (foto A.Fiore)
Il villaggio fantasma (ma non tanto) - Si tratta di unvillaggio costiero completamente abusivo, costruito su una lingua di terra che divide il mare Adriatico dal Lago di Lesina. Le costruzioni prive di fondamenta, allacci e fognature a pochi metri dal bagnasciuga, sono state realizzate a partire dagli anni ’70, L'abusivismo edilizio a Torre Mileto parte dagli anni '70 con un incremento notevole di edificazioni nei primi anni’80. L’elettricità per le singole utenze è fornita da generatori di corrente. Losmaltimento delle acque reflue avviene tramite pozzi disperdenti e l’acqua per gli usi domestici viene presa da pozzi scavati appositamente, con gravi rischi per la salute pubblica. Nel caso di Torre Mileto non parliamo di abusivismo di necessità: infatti le abitazioni sono tutte seconde caseappartenenti, per lo più, a cittadini residenti nella vicina Sannicandro Garganico. Un
vergogna collettiva da anni denunciata dalle associazioni ambientaliste, a cui sembra non esserci rimedio. Nel 2009 la Regione Puglia, nell’ambito del Piano d’intervento di recupero territoriale (Pirt), aveva approvato una delibera per l’abbattimento di una parte di queste costruzioni, circa ottocento, entro il 2012 ma nulla di ciò è stato fatto. Le uniche demolizioni risalgono al 2004 quando il Comune di Lesina emanò un’ordinanza per abbattere quattro villette. Solo il canale Schiapparo, che permette il ricambio delle acque dal lago verso il mare, ha impedito un ulteriore scempio paesaggistico. Dune addio - Le abitazioni sono state costruire a ridosso sia della spiaggia marina che si quella lacustre, contravvenendo alle normative in materia di urbanistica e dissesto idrogeologico. Il danno ambientale arrecato dall’abusivismo edilizio di Torre Mileto è rilevante, soprattutto per quanto riguarda la perdita del sistema dunale: esso, contribuisce a delimitare e proteggere, interponendosi al mare, ambienti umidi i laghi e le paludi costiere, oltre ad arginare naturalmente le acque alte marine. Nonostante l’intera zona sia di demanio statale, le domande di condono edilizio presentate negli ultimi decenni sono state numerose. Questo perché i proprietari delle case si sentono “vittima di un’ingiustizia”, dato che hanno pagato nel corso degli anni tasse e balzelli emessi dallo Stato. C’è una vero e proprio movimento che rivendica i “diritti degli abusivi” ad avere il condono edilizio, secondo cui se lo Stato chiede denaro per le tasse automaticamente riconosce le ragioni dei cittadini. Effettivamente, duemilaottocento case non nascono come funghi dall’oggi al domani, e le istituzioni hanno parte delle colpe che, però, non giustificano l’atteggiamento di chi ha fatto “orecchio da mercante”, innanzitutto, perché sul demanio dello Stato non si può né costruire né lucrare con attività commerciali senza autorizzazione, come non è tollerabile che l’ambiente venga distrutto solo per fregiarsi di avere una seconda casa al mare. Tutto ciò, a danno dei cittadini e contribuenti onesti che pagano le tasse e che non posseggono abitazioni abusive. Enorme è il danno ambientale arrecato dalle costruzioni abusive che compromettono il sistema dunale della zona
Punta Perotti, una storia “finita” La vicenda di uno storico ecomostro di Bari di P i e r l u i g i D e S a n t i s pubblicato il 1 8 d i c e mb r e 2 0 1 2
Dovrà rimanere inedificabile l’area che fino a qualche anno fa ha ospitato lo storico ecomostro diPunta Perotti. La garanzia giunge dal sindaco di Bari, Michele Emiliano, in seguito alle ultime vicende che hanno portato il Tribunale di Bari a revocare la confisca dei suoli su cui sorgeva l’ecomostro. Il primo cittadino, a questo punto, ha proposto allo Staro ed ai soggetti confiscati di spostare i volumi edificabili in un’altra area oppure procedere ad una variante al Piano Regolatore Generale (PRG) che sancisca la volontà dell’amministrazione comunale. L’obiettivo è risolvere in maniera definitiva la vicenda di quella che per anni è stata soprannominata la “saracinesca” o “mostro” della città per le sue notevoli dimensioni. Una vicenda complicata - Alcune tappe della Punta Perotti story sono state l’adozione ed approvazione nel 1992 da parte del consiglio comunale dei piani di lottizzazione proposti dalle aziende dei gruppi imprenditoriali Andidero,Matarrese e Quistelli per la realizzazione del complesso immobiliare. Nel 1995 è rilasciata la concessione edilizia per la realizzazione dei blocchi A (mc 67.754) e B (mc 55.612) destinati a residenza, con un’altezza massima fuori terra di 45 metri, mentre il blocco N (mc 8.194) era destinato prevalentemente a terziario. Se da una parte, però, iniziano i lavori, dall’altra è incominciata una vicenda giudiziaria che si è consumata nel corso di questi anni nelle aule di giustizia e coinvolto cittadini ed associazioni ambientaliste. Ne ripercorriamo le tappe fondamentali. Lo skyline del Lungomare di Bari "chiuso" dalla "saracinesca del complesso di Punta Perotti - foto di Gianni Avvantaggiato
Stop and go – La Procura di Bari, infatti, nel 1997ordina l’apposizione deisigillisul complesso residenziale perché non costruito secondo il progetto e le norme vigenti mentre la Corte di Cassazione, su ricorso in via cautelare degli imprenditori confiscati, annulla il decreto di sequestro emesso dal G.I.P. di Bari e dispone il dissequestro dei suoli e dei Movimenti ambientalisti e Ministero dell'Ambiente hanno svolto una cantieri. Nel 1999 al termine di un parte importante nella vicenda processo è ordinata la confisca del complesso edilizio, ritenendo la costruzione abusiva. La Procura Generale presso la Corte d’Appello, però, sollecitata da movimenti ambientalisti e dal Ministero dell’Ambiente, propone un ricorso in Cassazione avverso la sentenza di appello che nel 2001 dispone il ripristino della confisca del complesso e dei suoli.
Il provvedimento è definitivo in quanto non sono previsti ulteriori gradi di giudizio. …tutti giù per terra! - I costruttori allora preannunciano un ricorso per risarcimento dei danni contro il Comune di Bari. Nel settembre 2002 le tre imprese costruttrici notificano a Comune di Bari, Regione Puglia e Soprintendenza ai beni ambientali e culturali di Bari una formale richiesta di risarcimento dei danni, materiali e d’immagine pari a 363 milioni di euro. Nel novembre 2004 è avviato un tavolo di confronto tra il Comune di Bari ed i rappresentanti delle tre imprese costruttrici con l’intento di trovare una soluzione immediata. A febbraio 2006 intanto il Comune di Bari fissa le date della demolizione di Punta Perotti (2, 23 e 24 aprile) e consegna il cantiere alla ditta che la dovrà eseguire. Da quel momento è iniziata un’altra fase della storia di quell’area dove è sorto un parco urbano. La demolizione di Punta Perotti si svolge in tre fasi nell'aprile del 2006
Punta Perotti: perché l’Italia pagherà 49milioni di euro (Parte I) La vicenda di Punta Perotti, l’ecomostro più clamoroso della nostra città, si è chiusa con una decisione di condanna per L’Italia. Ma perché? di I s a b e l l a M i l a n o pubblicato il 1 8 d i c e m b r e 2 0 1 2
L’interminabile vicenda giudiziaria di Punta Perotti, a Bari, iniziata nel lontano 1996, si è conclusa soltanto quest’anno, con la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, del 10 maggio scorso, che ha condannato l’Italia, presentandole un conto salatissimo, il più alto mai chiesto a uno Stato:49mln di euro di La "saracinesca" sul Lungomare Perotti, all'ingresso sud della città - foto di Gianni Avvantaggiato
risarcimento alle imprese Sud Fondi s.r.l., IEMA s.r.l. e Mabar s.r.l. Ma perché un prezzo tanto alto?
La vicenda. Essa risale ai primi anni ’90, quando le suddette imprese ottennero, dal Comune di Bari, il permesso di costruire sui terreni, di loro proprietà, siti lungo la zona costiera di Punta Perotti e considerati edificabili ai sensi dell’allora P.R.G. (Piano Regolatore Generale). Nacque, così, il plesso immobiliare di Punta Perotti. Nel 1996, sull’onda lunga delle innumerevoli polemiche sorte a causa dell’orribile mostro di cemento che deturpava il lungomare barese, i Sostituti Procuratori di Bari, Rossi e Angelillis, avviarono le indagini per far luce sulla vicenda e, in quella occasione, emanarono un provvedimento che scatenò l’interminabile bufera giudiziaria: ilsequestro preventivo del plesso e dei terreni, motivato dal fatto che la zona costiera (deturpata) fosse un sito naturale protetto. Le imprese impugnarono il sequestro in Cassazione, perché il sito, invece, secondo il P.R.G., non era area vincolata e la richiesta fu accolta. Il processo, allora, proseguì nei suoi tre i gradi di giudizio: nel 1999 il Tribunale di Bari dichiarò l’illegittimità dei permessi, perché basati su un diritto urbanistico regionale, in netto contrasto con una delle più importanti leggi italiane in materia di tutela paesaggistica, cioè la L.n. 431/1985 (c.d. Legge Galasso)(1 - per visionare i riferimenti normativi clicca sui numeretti in grassetto tra parentesi) (poi modificata dal Dlgs.n.42/04
Il sindaco di Bari Michele Emiliano intervistato poco prima dell'abbattimento dell'immobile - foto di Gianni Avvantaggiato
Codice Beni Culturali) (2), che vietava di edificare sui siti di interesse naturale, tra cui le zone costiere. In base all’art.19 di questa, quindi, fu disposta la confisca del plesso e dei terreni, “per fatto materiale illecito” (cioè la lottizzazione: legittima per il diritto urbanistico regionale, ma illegittima per la Legge Galasso). Gli imputati, invece, furono assolti perché, “quel fatto materiale”, benché illegittimo, non costituiva reato, ma soloillecito amministrativo. Non fu possibile, cioè, dimostrare l’elemento soggettivo del reato (dolo o colpa) in capo agli imputati: questi, infatti, furono giudicati in totale buona fede circa la liceità del permesso, (in quanto emanato dal Comune e conforme al diritto urbanistico regionale) eassolutamente impossibilitati a sapere o prevedere la conflittualità tra la L. Galasso e la legge regionale, perché “oscura” e di difficilissima interpretazione. Anche la Corte di Appello confermò l’innocenza dei costruttori e, in più, decise per la revocadella confisca degli edifici, per assenza di requisiti, poiché considerò la confisca una misura di natura penale e, come tale, applicabile solo in caso di reato o per sventarne di nuovi. Ma in questo caso, secondo i giudici, il reato non c’era affatto. Nel 2001, in fine, la Cassazione, a sorpresa, ribaltò la sentenza di appello e ripristinò la confisca, perillegittimità “materiale” da illecito amministrativo dei permessi di costruire: si ritenne, cioè, che i terreni e il plesso fossero soggetti adivieto assoluto di costruire e a vincolo paesaggistico,ex art.19 L.Galasso (ora art. 44, 2°c., d.p.r.380/01, T.U.Edilizia) (3) e, quindi, inedificabili. In altri termini, la Corte richiamò la giurisprudenza prevalente dell’epoca, che considerava la confisca di natura amministrativa e non penale, per cui doveva applicarsi, a prescindere dalla sussistenza del reato e per la sussistenza del fatto illecito. Quanto agli imputati, ne confermò l’assoluzione, per assenza dell’elemento soggettivo, poiché loro erano stati indotti in errore dalla oscura formulazione delle leggi e dal comportamento del Comune che aveva rilasciato le autorizzazioni, ex art.5 c.p. (ignoranza della legge penale) (4) per errore inevitabile e scusabile: se non si può conoscere o prevedere il contenuto di una norma penale, non si è responsabili del reato. L'abbattimento dell'ecomostro di Punta Perotti
Nel 2006, dunque, l’ecomostro di Punta Perotti fu abbattuto, ma la confisca dei terreni rimase attiva. Le imprese, allora, adirono la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per farla revocare.
Punta Perotti: perché l’Italia pagherà 49 milioni di euro (Parte II) Concluse le fasi processuali in Italia, il caso Punta Perotti approdò a Strasburgo di I s a b e l l a M i l a n o pubblicato il 1 8 d i c e m b r e 2 0 1 2
Le imprese costruttrici di Punta Perotti non hanno mai accettato la decisione della Cassazione, relativa alla confisca dei terreni e del plesso Punta Perotti e, meno che mai, la sua demolizione. Pertanto, esauriti i mezzi processuali italiani a disposizione, adirono la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo (CEDU), sostenendo l’illegittimità della confisca, ex art 7 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU anch’essa) (1 per visionare i riferimenti normativi clicca sui numeretti in grassetto tra parentesi) e art. 1 del Protocollo n.1 (2) e chiedendo allo Stato italiano il risarcimento dei danni subiti (davanti alla CEDU possono rispondere solo gli Stati UE). Uno scorcio del parco di Punta Perotti,sorto sull'area confiscata dal Comune di Bari
Sentenza CEDU 2009. La Corte, con una macchinosa argomentazione, diede ragione alle imprese. Presupposti normativi. L’art.7 sancisce il principio di legalità: nessuno può essere punito per un fatto che, al momento in cui è stato commesso, non costituiva reato secondo la legge interna o internazionale. Il principio, cioè, vieta di estendere i reati esistenti a fatti che, in precedenza, non erano considerati come reati. Esso, perciò, impone che la legge penale deve essere sempre chiara e prevedibile e deve definire esattamente i reati e le pene, dando a ciascuno la piena possibilità disapere, attraverso il testo di legge, quali atti implicano responsabilità penale e quali no. L’art. 1 del Protocollo 1 (tutela della proprietà) dispone che nessuno può essere privato della proprietà, se non per causa di pubblica utilità e nei soli casi previsti
Decisione. Su queste basi, la Corte, da un lato, definì la natura penale e non amministrativa della confisca, perché misura accessoria al reato, dall’altro, ritenne che la sua applicazione al caso concreto fosse arbitraria e La "processione" di curiosi dopo l'abbattimento della prima torre
contrastante con l’art.7, in quanto il reato, cui doveva essere collegata, era inesistente. E questo perché il presupposto normativo dell’infrazione (cioè la norma che configurava la lottizzazione abusiva) non era accessibile, conoscibile e prevedibile dai costruttori al momento del fatto (“oscura” e di difficile interpretazione) e non li metteva in grado di sapere che la loro azione sarebbe stata passibile di pena. Se, dunque, il fatto non costituiva reato perché non previsto come tale dalla legge almomento della sua commissione, anche la confisca non poteva esistere, per mancanza di previsione normativa. E per le stesse ragioni essa confliggeva anche con l’art.1, Prot. 1 CEDU, che impone l’espropriazione solo nei casi previsti dalla legge. Così, nel 2010, il GIP del Tribunale di Bari dispose la restituzione dei terreni, che intanto erano diventati parco pubblico, alle imprese proprietarie. Le imprese, però, non pienamente soddisfatte dalla restituzione dei terreni, adirono nuovamente la CEDU. Strasburgo, accogliendo l’ennesimo ricorso, sollecitò allora una soluzione tra il governo italiano e le parti. Ma questa non arrivò. Quindi, si è giunti alla pronuncia del 10 maggio 2012.
SENTENZA CEDU 2012.Strasburgo, riprendendo le motivazioni del 2009, decide per un’equa soddisfazione delle imprese, ex art. 41 CEDU (3),in quanto le norme CEDU erano state violate e l’Italia, con la restituzione dei terreni, aveva Lo skyline di Punta Perotti senza la "saracinesca" - foto di Gianni riparato solo parzialmente, Avvantaggiato mentre avrebbe dovuto ripristinare lo “status quo ante”, per quanto possibile. L’Italia, quindi, subisce la condanna esorbitante a 49mln di risarcimento, per le seguenti voci di danno: mancato indennizzo per la demolizione del plesso, visti i costi che le imprese avevano sopportato per costruirlo; mancata restituzione di alcuni terreni da parte del Comune di Bari, perché acquisti da esso, con conseguente totale indisponibilità di essi da parte dei costruttori; mancata disponibilità dei terreni restanti perché, benché restituiti, era solo un fatto virtuale, in quanto destinati ad area pubblica. Il governo italiano, inoltre, deve rinunciare alle domande giudiziali, tuttora pendenti, per il rimborso dei costi sostenuti dal Comune di Bari per la demolizione e per la riqualificazione dei terreni. E forse, su questo punto, la Corte avrebbe potuto equamente bilanciare i diritti di entrambe le parti, posto che la demolizione ossequiava le leggi ambientali nazionali, ripristinando la bellezza del paesaggio costiero.
La Cementeria di Barletta Un “archeoecomostro”, uno scempio edilizio risalente a cento anni fa, incombe ancora sulla città con la sua struttura di D o me n i c o T a n g a r o pubblicato il 1 8 d i c e mb r e 2 0 1 2
Sono passati moltissimi anni da quando fu insediata la prima ciminiera dellaCementeria di Barletta (la sua inaugurazione risale all’ottobre del 1912). Da allora si sono avvicendati moltissimi azionisti, proprietari e imprenditori nei suoi uffici amministrativi e sono passati moltissimi anni durante i quali le polveri sottili prodotte dalla cementeria si sono posate La Cementeria di Barletta fu inaugurata 100 anni fa costantemente e silenziosamente dovunque, sugli alberi, sui cespugli, sui balconi, sulle inferriate, sulle terrazze degli edifici, sulle case vicinissime all’azienda. Oggi, le polveri sono meno visibili; l’ultimo gruppo di proprietari, probabilmente colto, forse, da un senso di colpa, ha montato filtri e barriere ai fumi ed alla polvere di cemento. A vederla da vicino sembra una grande portaerei sulla terra ma smembrata, costituita da migliaia di elementi funzionalmente connessi tra loro, razionalmente progettati per produrre il massimo servizio, il massimo profitto, senza rendersi conto del massimo disordine visivo, dell’obsolescenza e del senso di abbandono che un tale ammasso di elementi funzionali produce, come impatto visivo, nella città vivente.
L'altezza anomala della torre della cementeria è al di fuori di ogni vincolo urbanistico
E’ il prodotto dell’immaginazione ingegneristica prona al capitalismo più sfrenato e indifferente alla storia e alla comunità che la ospita. Inoltre, alcuni anni fa, a completamento del già infelice prodotto urbano realizzato, fu concessionata, con tutte le autorizzazioni del caso, la costruzione di una torre altissima, si racconta che sia alta cento metri. La torre, anch’essa costruita in cemento armato gettato in opera e lasciata con il suo grigio naturale scabro a vista, è il risultato perfetto di un prodotto dell’ingegneria industriale e del pensiero dell’ingegneria dominante in provincia. Il dato alquanto anomalo è la sua altezza, fuori da ogni vincolo urbanistico. Sappiamo che nelle norme urbanistiche di qualsiasi piano regolatore vigente, nelle sue norme transitorie è sempre inserita una clausola che permette interventi speciali finalizzati alla costruzione di volumi speciali, come i grandi volumi tecnici per le Aziende, anzi per i Cavalieri del Cemento, giustificando probabili aumenti dei posti di lavoro, senza nessun veto, nessun percorso ad ostacoli, nessun ritardo amministrativo. Loro possono costruire sempre e dovunque, e nel caso specifico, anche con norme speciali del P.R.G. che, giustificando ogni intervento in un modo amministrativamente impeccabile, non giustificano però il risultato architettonico urbano a poche centinaia di metri dal Castello Svevo-NormannoAngioino, composto da una somma di elementi scomposti che creano, una poltiglia visiva di cemento, acciaio, vetro,tutti dimenticati da anni, forse dalla data della costruzione originaria e da allora rimasti fissi nel tempo, senza nessuna manutenzione ordinaria o straordinaria risultando oggi rotti, precari, frantumati, arrugginiti ma ormai, acquisiti dall’immaginario collettivo come architettura urbana ineluttabile realizzata con forme abbandonate dal tempo e dagli uomini. E' massimo il senso di abbandono della qualità urbana che si ricava da queste architetture
Tutto ciò produce un’architettura urbana estrema, orrida, malsana, che corrode i principi dell’architettura di una città, che s’insinua nella mente delle generazioni future, convincendoli dell’idea che l’errore progettuale urbanistico e ingegneristico è norma. E’ l’estremo risultato dell’abbandono della qualità urbana e suburbana nutrita da edifici, funzioni, materiali e comportamenti che erodono e si contrappongono in modo stridente all’antica storia della città di Barletta e ai suoi valenti uomini nonché ai segni di una civiltà dimenticata dove ogni elemento era ed è un’ottima fusione della cultura del bello, della forma, della funzione della storia della città e del paesaggio urbano di cui ogni città è composta.
Porto Miggiano, dal Salento un brand per tutto il mondo Sbarca sui social network la protesta per salvare una delle aree più suggestive della Puglia. Con risultati insperati di L u c i a S c h i n z a n o pubblicato il 1 8 d i c e mb r e 2 0 1 2
Ad aprile del 2011 (per tanti salentini già periodo da gite a mare) l’ingresso alla cala diPorto Miggiano, nei pressi di Santa Cesarea, viene chiuso con dei cancelli per lavori. La zona, una delle più suggestive del Salento e da sempre aperta al pubblico, comprendeva fino al 2011 un ampia zona verde sopravvissuta alla costruzione di un resort con piscine progettato negli anni ’80. Da un giorno all’altro l’accesso alla famosa “cala dei 100 scalini” e la discesa a mare per uno dei luoghi più belli del Salentoviene così sbarrata, senza un cartello che informi dell’inizio di nuovi lavori; tutta Da aprile 2011 Porto Miggiano si presenta così
l’area diventa un enorme cantiere e chiunque passi dalla litoranea non può non notare quell’enorme opera di sbancamento, quel fortissimo contrasto con l’immagine che da sempre tutti hanno di Porto Miggiano Nasce così su Facebook il Comitato di tutela per Porto Miggiano, dall’intuizione di un utente che pubblica le prime foto di quello che, come dimostrano i numeri degli utenti ed i loro commenti, in molti reputano un vero e proprio scempio. Una protesta a macchia d’olio Dall’estate 2011 si sono succedute iniziative di protesta e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica – salentina e non – sempre più seguite e pubblicizzate: sit-in, una raccolta di firme per chiedere all’assessore regionale al territorio Angela Barbanente di inserire il
Nandu Popu dei Sud Sound System indossa la maglietta col logo del Comitato Tutela Porto Miggiano durante la Notte della Taranta 2011
territorio di Santa Cesarea nel Parco Otranto-Santa Maria di Leuca, interrogazioni parlamentari, un concorso letterario e uno fotografico diffuso su facebook; sempre da facebook parte la “Raccolta di firme 2.0″, con tanto di kit comprendente moduli raccolta firme, articoli di giornale, volantini «La raccolta di firme tra la gente ha permesso di verificare come le persone, una volta informate di quello che stava succedendo a Porto Miggiano, fossero tutte dalla nostra parte. Il sentimento più evidente era la rabbia, insieme alla voglia di collaborare alla nostra battaglia», spiega Diego, una delle anime del gruppo su Facebook. La mobilitazione coinvolge anche un evento internazionale come la Notte della Taranta e richiama artisti del calibro dei Sud Sound System, seguiti da molti altri nei mesi seguenti e da un’attenzione crescente di programmi di informazione, per arrivare all’interesse di Legambiente, che per anni si era battuta contro la cementificazione dell’area, prima di “abbandonare” la battaglia, dicono i rappresentanti del comitato. Alla fine di settembre 2011 l’accesso alla spiaggia viene definitivamente chiuso per i lavori di consolidamento del costone roccioso pericolante, reso ancora più a rischio dai lavori e dalle edificazioni a pochi metri di due complessi turistici. Nonostante i lavori di messa in sicurezza siano pubblici e teoricamente a favore della cittadinanza, ripristinando una discesa a mare pubblica, l’impatto è tremendo. Tutto quello che era naturale adesso è stato trasformato in una cava e la presenza delle ruspe ne sta straziando ancora di più ciò che ne resta. «La gente è con noi» – Negli ultimi mesi, dopo la pubblicazione delle fotografie dei lavori di consolidamento, particolarmente forti perchè presentano un territorio devastato rispetto alle immagini bellissime di pochi mesi prima, la sollevazione popolare e la risposta della gente sono state
I lavori di consolidamento della falesia stanno mettendo a rischio uno dei tratti più suggestivi del Salento
fortissime.E’ proprio la risposta popolare a rendere a dir poco euforico il Comitato di tutela per Porto Miggiano che già nel suo logo (un girotondo a protezione della torre saracena che dominava fino a poco fa il panorama)
punta l’attenzione sulla presa in carico collettiva di una battaglia contro la distruzione di un’area di rara bellezza. «Quella per Porto Miggiano non sarà certo la battaglia che salverà il Salento – spiegano dal comitato -, tuttavia, siamo sicuri che la consapevolezza della gente, che quando informata è sempre a sfavore di qualsiasi intervento che danneggia il territorio, è il mezzo per ostacolare seriamente i progetti devastatori. Paradossalmente il valore aggiunto che la Puglia ed il Salento in particolare hanno saputo fornire ai turisti, diventando in una quindicina d’anni meta ambita per il turismo di massa, è proprio quello che verrà a mancare dopo gli interventi di consolidamento della falesia. Tipicità, natura incontaminata, tradizioni, una forte identità, un’accoglienza calorosa, tutto ciò sta venendo a mancare e irrimediabilmente allontanerà i tanto desiderati turisti, lasciando vestigia fatte di ecomostri mai
abbattuti, una terra impoverita dallo sfruttamento commerciale che avrĂ arricchito solo lobby e speculatoriÂť. (le foto a corredo dellâ&#x20AC;&#x2122;articolo sono tratte dalla pagina facebook del Comitato Tutela Porto Miggiano)
Un ecomostro a Niscemi Si tratta del MUOS, base militare americana che, di fatto, rappresenta un grande pericolo vitale ed ambientale per gli abitanti del paese siculo di C l a u d i o M a s t r o d o n a t o pubblicato il 1 8 d i c e mb r e 2 0 1 2
Forse non tantissimi conoscono ilMobile User Objective System, ma a molte persone fischiano le orecchie se sentono pronunciare la sigla MUOS. Agli abitanti di Niscemi sicuramente. In poche righe abbiamo posto diversi argomenti sul tavolo della discussione; quindi sarà bene andare per gradi. Cos’è il MUOS? È un sistema di comunicazione satellitare ad altissima frequenza che è stato progettato dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti sin dal 2003 ed è ormai arrivato ad una fase avanzata della sua realizzazione; lo scopo è quello di migliorare il servizio ed implementare la conoscenza degli spostamenti (soprattutto quelli militari, naturalmente) ed i movimenti terrestri, navali ed aerei per mezzo dell’azione combinata di quattro satelliti in orbita e quattro stazioni terrestri. Il Mobile User Objective Sistem (MOUS) è un sistema di comunicazione satellitare ad altissima frequenza progettato dal Dipartimento della difesa degli Stati Uniti
Allarme da Niscemi – Una queste stazioni è stata installata proprio nel paese siculo in provincia di Caltanissetta; tre gigantesche parabole dal diametro di 18 metri e due torri radio di circa 159 metri di altezza. E danno è stato grande, innanzitutto per la location: come riporta il Corriere del
La stazione MUOS si trova nella Riserva naturale Sughereta di Niscemi, un'area Mezzogiorno dello scorso 6 ad assoluta inedificabilità ottobre – nelle pagine dedicate alla cronaca di Palermo –, «la stazione radio si trova nella riserva naturale “Sughereta di
Niscemi”, area a inedificabilità assoluta, in un sito di interesse comunitario»; ed in effetti anche le istituzioni comunali (in opposizione alla direttive della Regione) si sono sollevate di fronte a questa contraddittoria situazione, ottenendo nell’ottobre 2011 un perentorio “no” dal Tar di Palermo di fronte alla richiesta del Comune di Niscemi di sospendere i lavori. Un danno ambientale, dunque, ma anche e soprattutto una minaccia alla salute dei cittadini: le radiazioni delle onde radio possono essere letali nel raggio di 140 km, e – come tende a sottolineare il giornalista ed attivista antimilitarista Antonio Mazzeo – «l’esposizione alle emissioni elettromagnetiche del MUOS può uccidere in meno di sei minuti», o comunque queste possono provocare varie forme di tumori, leucemie, infarti, aborti, sterilità e malformazioni dei sistemi immunitari.
“NO MUOS” – Proprio per dar voce a tutto il dissenso popolare è attivo dal 25 febbraio 2009 il movimento “NO MUOS” – come testimonia anche il relativosito – per divulgare ciò che sta succedendo, con l’obiettivo dichiarato non solo di «mettere in pratica una semplice manifestazione, bensì una vera e propria forma di protesta continua ed organizzata». Petizioni, eventi e Tra le voci a sostegno del movimento NO MUOS, l'europarlamentare PD Rita manifestazioni coinvolgono Borsellino anche i paesi limitrofi (ad esempio sono sorti comitati “NO MUOS” a Gela e Caltagirone). Fra le tante voci, particolarmente significativa è la testimonianza di Rita Borsellino, europarlamentare del PD: «È un fatto importantissimo che tante persone diverse si trovino perfettamente d’accordo, nel momento in cui si tratta di tutelare il proprio territorio, la propria salute, il proprio futuro e dire “no” a strumenti che hanno attinenza con l’idea della guerra e non della pace».
L’ecomostro in Africa: colpa della cooperazione sbagliata Non è pensabile prevedere di costruire senza tener conto delle tradizioni e degli usi della popolazione locale. Ma un concorso di idee ridarà un’anima all’ecomostro di F u l v i o D i G i u s e p p e pubblicato il 1 8 d i c e mb r e 2 0 1 2
Il termine più abusato è “cattedrale nel deserto”. Ma qui di deserto c’è poco. Nonostante siamo nella parte occidentale dell’Africa, in Guinea Bissau, anche qui gli ecomostri possono trovarsi in pieno centro. E sono causati da una sciagurata opera dicooperazione allo sviluppo. Quellacooperazione che dovrebbe promuovere la realizzazione di opere utili, sostenibili e con impatto ambientale minimo e che a volte, invece, finisce per trasformarsi in killer del paesaggio. Ne sanno qualcosa a Bissau, capitale della piccola nazione confinante con il Senegal, tra i paesi con il più basso indice di sviluppo umano. Alle spalle della Cattedrale, in una delle zone più centrali della città, da una decina d’anni campeggia una enorme struttura incompiuta. Le immagini dell'ecomostro alle porte di Bissau
Una colata di cemento che porta con sé tutti i paradossi e gli orrori di una cooperazione scellerata. Perché originariamente, l’idea della struttura prevedeva la creazione di un centro polifunzionale che fungesse come una sorta di oratorio, con attività educative e ricreative per i giovani della zona. Donata da italiani alla diocesi locale, complice la presenza e il forte legame con il primo vescovo della Guinea Bissau (il veneto don Settimio Ferrazzetta), la struttura nasceva sotto i migliori auspici. Posizione strategica, a poche centinaia di metri dall’ospedale pubblico, l’edificio è però in una situazione d’abbandono da anni. E la diocesi è diventata succube di una situazione ormai ingestibile: piloni, scale, muratura, ma tutto inutilizzabile. O meglio, lasciato a metà.
Con l’ulteriore, grosso handicap di un aggravio economico tuttora impossibile da affrontare. Prevedere l’abbattimento dell’intero edificio è infatti, come prevedibile, molto più dispendioso di una rivalorizzazione dell’intera struttura. Per il recupero, però, gli zeri lievitano e siamo sull’ordine delle centinaia di migliaia di euro. Troppo per una piccola diocesi, che si è ritrovata ad avere un regalo che di Le immagini dell'ecomostro alle porte di Bissau fatto non può gestire. Colpa della cooperazione, si diceva, perché in questa operazione è stato tutto miope, a cominciare dal progetto. Non è pensabile prevedere di costruire senza tener conto delle tradizioni e degli usi della popolazione locale. Sbagliato, per esempio, impostare le costruzioni su spazi eccessivamente chiusi in un luogo in cui il contatto con la natura è fortemente radicato. Inopportuno ricorrere a costruzioni su più piani, in un paese in cui la maggior parte della popolazione vive in tabanças nei villaggi sparsi nelle foreste. Insomma, anche nell’edilizia è insito il rischio di esportare ed imporre modelli di cooperazione non necessariamente rispettosi della cultura locale. E’ a partire da queste considerazioni che una rete di associazioni coordinate da una ong pugliese ha pensato di indire un concorso di ideeper la presentazione di progetti di riqualificazionedell’immobile, rivolto ad architetti e giovani studenti. Tra i requisiti da rispettare l’utilizzo di materiali biosostenibili.
Le immagini dell'ecomostro alle porte di Bissau
A presentare l’iniziativa è stato Fabrizio Caròla,architetto napoletano formatosi alla Scuola nazionale superiore d’architettura di Bruxelles che sin dagli anni Sessanta ha progettato in Marocco, Mali e Mauritania. Recentemente Caròla ha ricevuto il premio internazionale Sgoutas,assegnato “per aver migliorato le condizioni di vita in molti Paesi africani rispettando la cultura locale”. Da circa trent’anni è
impegnato a sostenere l’efficacia di un modello costruttivo, fondato sul recupero di elementi della tradizione architettonica africana. A partire dai suoi spunti toccherà ai partecipanti ridare un’anima all’ecomostro.
Dossier Ecomostri
Articoli sugli ecomostri italiani
angelalaforge

References: sentenza 
 sentenza 
in fine
 sentenza 
 art.19
 art. 44
 art.5
 art. 1

Sentenza 

SENTENZA 
 art. 41