Source: http://www.movimentodeicittadini.it/mobbing.htm
Timestamp: 2020-01-21 09:06:48+00:00

Document:
movimento dei cittadini - mobbing
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speciale: Il Mobbing in Famiglia  -  Il mobbing…questo sconosciuto!
LO SPORTELLO ANTI-MOBBING DI PALERMO
Presso la propria sede, sin dalla sua nascita, il MC Sicilia ha istituito uno sportello di prima accoglienza, ascolto, informazione ed orientamento per il "Mobbing", attraverso un'équipe di aderenti, che prestano gratuitamente le singole professionalità di tecnico, di psicologa, di medico e di assistente sociale, adoperandosi a sostegno di quei lavoratori che reputano di essere vittime del mobbing. L'équipe fornisce informazioni e chiarimenti sul fenomeno del mobbing, indirizzando l'utente, se necessario, per un supporto medico presso il proprio medico di base e/o un'assistenza legale e orientando anche, se necessario, il lavoratore verso una struttura pubblica (AUSL) convenzionata con il MCS di Disagio di Salute Mentale per una terapia psichiatrica o verso il Servizio di Psicologia per una terapia di sostegno psicologico. Lo sportello ha già accolto circa 30 utenze, dedicando ad ognuno almeno due incontri individuali e personalizzati. Si riceve per appuntamento.
Il MCS è stato anche presente ed ha relazionato in occasione di convegni sulla tematica. Ha anche aderito, attraverso manifestazione d'interesse, a progetti di rete presentati dal Coordinamento Donne CGIL/CISL/UIL.
Dopo alcuni incontri, il MCS è riuscito ad organizzare un "FORUM SUL MOBBING" degli addetti ai lavori (19/03/03, 04/04/03, 21/05/03, 13/06/03, 11/07/03 e 12/09/03) c/o il Servizio di Psicologia-AUSL 6 di Palermo, c/o la propria Sede, c/o il Dipartimento di Medicina del Lavoro e c/o la UIL, con l'intento di focalizzare la realtà palermitana rispetto al mobbing per progettare un lavoro di rete comune. Agli incontri erano presenti lo staff dello sportello anti-mobbing MCS, lo sportello mobbing del sindacato UIL, lo sportello mobbing del Comune di Palermo, il Servizio di Psicologia dell'AUSL 6, il coordinatore psichiatra del Dipartimento di Salute Mentale 3 dell'AUSL 6, rappresentanti della Medicina del Lavoro ed anche tirocinanti di psicologia e di avvocatura proiettati alla specializzazione di un lavoro tematico sul mobbing.
MOBBING Bisogna essere cauti a non confondere una generica forma di disagio con i sintomi del mobbing. Si parla di mobbing solo in presenza di persecuzioni sistematiche, ripetute e oggettivamente documentate; in Svezia, ove esiste già una legge sul MOBBING, il termine minimo per classificare le vessazioni da mobbing è di SEI MESI
I litigi o i dissidi con i colleghi sono più frequenti del solito.
Quando entrate in una stanza, la conversazione generale si interrompe improvvisamente.
Venite tagliato fuori da notizie e comunicazioni importanti per un ottimo svolgimento del vostro lavoro.
Siete retribuito meno di altri colleghi che hanno incarichi di importanza minore.
Non viene data alcuna risposta alle vostre richieste, sia verbali che scritte.
Vi sentite sorvegliati nei minimi dettagli: orari di entrata e di uscita, telefonate, tempo passato alla fotocopiatrice o alla macchinetta del caffè.
Vi affidano da un giorno all'altro incarichi inferiori alla vostra qualifica o estranei alle vostre competenze.
Superiori o colleghi vi provocano per indurvi a reagire incontrollatamente.
Vi prendono in giro per il fisico e per l'abbigliamento.
Vi criticano eccessivamente per delle piccolezze.
A volte questi capi tormentano il dipendente solo perché sono psicotici, dei narcisisti perversi, ma spesso lo fanno seguendo direttive aziendali: nell'impossibilità di un licenziamento, rendere la vita insostenibile al lavoratore fino a spingerlo alle dimissioni. Una persecuzione che prende il nome di "bossing". I colleghi che emarginano un compagno, invece, quasi sempre lo fanno perché lui è troppo efficiente e così mette a nudo le lentezze degli altri. Il brutto è che non sempre il "mobbizzato", la vittima del mobbing, ha la possibilità di cambiare lavoro (non a caso l'età critica è intorno ai 50 anni) e allora ecco che scoppiano le conseguenze psicofisiche delle vessazioni subite.
Il ricercatore tedesco Harald Ege, che lavora a Bologna e ha scritto alcuni libri sul fenomeno, ha adeguato gli standard nordeuropei alla più conflittuale cultura aziendale italiana, evidenziando le sei fasi in cui il mobbing si sviluppa:
Viene individuata una vittima su cui dirigere la conflittualità generale.
Cominciano a inasprirsi i rapporti fra vittima e colleghi.
Il mobbizzato ha i primi sintomi psicosomatici del disagio.
L'ufficio del personale inizia a occuparsi del caso, giudicando male la vittima.
Il mobbizzato cade in depressione e si ammala più seriamente.
Si arriva alle dimissioni, alla pensione, o, al licenziamento e nei casi estremi, al suicidio.
A volte basta essere appena più intelligenti o meno conformisti della media per trovarsi nei guai. Altre vittime sacrificali sono i paladini dei diritti soggettivi, quelli talmente nemici dell'ingiustizia che magari non si cercano un altro lavoro perché non è giusto darsi per vinti.
Rosy Calamita
dal sito dell'Università di Palermo
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Uno sportello anti-mobbing in via Siracusa
Per iniziativa del "Movimento dei cittadini" di Sicilia, lo sportello fornisce informazioni attraverso un'équipe composta da un tecnico, una psicologa e un medico
Il "Movimento dei cittadini" è sbarcato in Sicilia. L'associazione, presente anche nelle altre regioni italiane, è giunta nell'isola specializzandosi sul fenomeno del mobbing.
Il Movimento, che ha sede in via Siracusa a Palermo, ha aperto anche uno sportello che fornisce informazioni ai "mobbizzati", attraverso un'équipe composta da un tecnico, una psicologa e un medico. Tutti coloro che sono interessati, possono contattare l'associazione (091-6262238 - 338/8143258, fax 091-305015; e-mail movcitsicili@libero.it) e fissare un appuntamento. L'équipe, dopo un approfondito colloquio, fornirà un'assistenza legale o sanitaria.
Secondo i dati ufficiali, in Italia oggi soffrono di mobbing, cioè di violenza psicologica e vessazioni sui luoghi di lavoro, circa 1,5 milioni di lavoratori, mentre il numero di persone in qualche modo coinvolte nel fenomeno in quanto familiari o amici delle “vittime” si attesta intorno ai 5 milioni. I risultati consolidati di diverse ricerche hanno dimostrato che il mobbing può portare fino all’invalidità psicologica, definita come malattia professionale. Il fenomeno mobbing, quindi, è una delle emergenze nazionali del mondo del lavoro con evidenti ed inquietanti ricadute sociali.
"Non abbiamo ancora ricevuto un largo riscontro - spiega il segretario regionale, Rosy Calamita - in quanto non siamo conosciuti. Stiamo cercando di incrementare i nostri contatti facendoci conoscere porta a porta".
Tra gli obiettivi del movimento, è in previsione l'apertura degli sportelli anche negli altri capoluoghi di provincia siciliani.
Il mobbing…questo sconosciuto! vai su
Ovvero lo stress da persecuzione psicologica dei lavoratori
Vogliamo occuparci, questa volta, di un argomento “nuovo” che interessa un’enorme fascia di individui: i lavoratori. Negli ultimi anni è stata analizzata una forma di stress sulla quale si è aperto un serio dibattito fra psicologi del lavoro. In sostanza si tratta di uno stress di cui sono vittime inconsapevoli soprattutto lavoratori dipendenti, che subiscono una particolare persecuzione psicologica in ufficio o in fabbrica da parte di coloro che esercitano un potere (piccolo o grande che sia) di comando. Tale stress psico-sociale è definito “Mobbing”, ossia “terrorismo psicologico sul posto di lavoro”. Secondo il prof. Harald Ege, psicologo del lavoro e uno dei massimi esperti di persecuzioni in ambienti di lavoro, “mobbing” (che nella traduzione letterale può significare assalire, accerchiare, avvilire, rattristare) è un termine inglese che usavano i biologi dell’800 per descrivere il comportamento degli uccelli che, per difendere il nido, volavano attorno all’aggressore. Negli anni ottanta questo termine è stato ripreso nei paesi scandinavi e applicato alle persecuzioni in azienda. Il Mobbing è una patologia sociale che si origina da uno strisciante processo distruttivo della persona che nasce da comunicazioni e anche da comportamenti ostili che possono essere palesi ed occulti. Guardando il Mobbing più da vicino si nota che la strategia, apparentemente casuale degli attacchi dei persecutori, provoca nel “bersaglio” risposte anche violente come reazioni della vittima. Si arriva ad una carenza di rendimento che può sfociare in licenziamenti ed in alcuni casi anche in suicidi… oppure in comportamenti violenti se non addirittura criminali. Molto spesso, vista dall’esterno, la situazione in cui si dibatte la vittima viene percepita come un comportamento “insensato” e si crea un’immagine negativa del lavoratore che si consolida fino a bollarlo come “strano”, “piantagrane”, “problematico”, etc. I colleghi, spettatori passivi, contribuiscono ad un isolamento della persona, priva di appoggio, che entra in un tunnel che si restringe, aumentando l’ansia e i tratti depressivi che lo porteranno presto all’emarginazione. Lo shock traumatico per la negazione dei suoi diritti lo porterà inevitabilmente alla perdita della sicurezza di sé e a quella dell’altrui considerazione.
Quando il disagio diviene cronico, può andare oltre l’ambito lavorativo ed invadere altre sfere della vita ed i rapporti con gli amici, il partner e/o i figli.
Il danno psichico è palese e la situazione a livello di istituzione medica viene etichettata con la dicitura generica di “esaurimento nervoso”.
"Vocabolario" sul mobbing
BOSSING (spadroneggiare, comandare): indica un solo tipo di mobbing, quello compiuto dalla stessa azienda o dalla direzione del personale.
BULLYING (tiranneggiare): termine molto diffuso in Inghilterra, si riferisce prevalentemente alle situazioni di lavoro. E' in ogni caso più restrittivo rispetto a mobbing in quanto ne indica solo un tipo, quello compiuto da un capo verso un suo sottoposto.
DANNO BIOLOGICO: qualunque danno alla salute comporta anche un danno in termini di ostacoli alla normale vita di relazione che, conseguentemente, viene menomata.
HARASSEMENT: (molestia): utilizzato prevalentemente negli Stati Uniti, è termine sostanzialmente sovrapponibile a bossing, ma a differenza di quello, si riferisce oltre che al mondo del lavoro, anche ad altri contesti (caserme, scuole, famiglia...).
MOBBING (assalire violentemente): derivato dall'etologia ed usato soprattutto nei paesi dell'area scandinava. L'attenzione è focalizzata nell'ambiente di lavoro e sul comportamento del gruppo.
TERRORISMO PSICOLOGICO: focalizza soprattutto l'atmosfera generale (uso del terrore per soggiogare ed intimidire).
(nei prossimi articoli le Fasi del Mobbing ed i Sintomi più riscontrati)
Tesina di: Maria Elena Ciccarello (A. 2000-2002)
CAP.1 Il mobbing e le sue conseguenze
1.1 Cos’è il mobbing?
1.2 Sintomatologia e disturbi prodotti
CAP.2 Il mobbing nel campo del diritto di famiglia
2.1 Mobbing e famiglia
2.2.1. Il legame familiare e il Doppio Mobbing
2.2.2 Il Mobbing Familiare e coniugale
2.3 Nel campo del diritto di famiglia
CAP.3 Un caso di Mobbing in famiglia
3.1 Sono risarcibili i danni da mobbing familiare?
3.2 Mobbing e mediazione
Sempre più spesso si parla del “mobbing” a casa, a scuola, in ufficio come di un fenomeno diffuso.
Il termine “mobbing” è entrato nel nostro uso quotidiano creando non poche discussioni e polemiche: come e
dove si sviluppa? Chi sono le vittime ed i persecutori? Quali sono le conseguenze?Come difendersi?
Il mobbing è un termine tipico del mondo del lavoro e si verifica “allorché il dipendente è oggetto ripetuto di soprusi da parte dei superiori e, in particolare, vengono attuate nei suoi confronti pratiche dirette ad isolarlo dall’ambiente di lavoro e, nei casi più gravi, a espellerlo; pratiche il cui oggetto è di intaccare gravemente l’equilibrio psichico del prestatore, menomandone la capacità lavorativa e la fiducia in se stesso e provocando catastrofe emotiva, depressione e talora persino il suicidio” (Tribunale di Torino, Sez. Lavoro, 16.11.1999).
Il mobbing non consiste, quindi, in soprusi o maltrattamenti evidenti e gravi da parte del datore di lavoro, bensì in più sottili e pericolosi atti vessatori capaci di far vacillare l’equilibrio di un lavoratore al punto da spingerlo al licenziamento o, addirittura, nei casi più gravi, a patologie nervose.
Fino a poco tempo fa, del mobbing si parlava esclusivamente nell’ambito dei rapporti di lavoro. Tuttavia, tale fenomeno può benissimo estendersi a pieno titolo nel diritto di famiglia: oggi un coniuge può essere condannato per mobbing nei confronti dell’altro coniuge.
Il problema del mobbing, fino ad oggi precluso al solo diritto di lavoro, può benissimo estendersi al diritto di famiglia, sebbene siano isolate le sentenze che fanno brevi richiami in merito. Eppure una interessante sentenza della Corte d’Appello di Torino apre nuovi scenari sulla tutela avanzata dei soggetti più deboli. Si è infatti pronunciata una sentenza con addebito di responsabilità al coniuge aggressivo moralmente. I soprusi non si concretavano in vere e proprie molestie, ma in qualcosa di meno evidente ma non per questo di meno grave e affittivo per la moglie. L’uomo, infatti, si rifiutava di collaborare alle faccende domestiche ritenute dequalificanti, rimproverava spesso alla moglie di non essere piacente e manifestava in generale un atteggiamento di disistima nei confronti della donna. Da qui sofferenze e turbamenti per lei e separazione addebitata per lui.
Questa decisione potrà essere l’inizio di una tutela per i più deboli non solo nell’ambiente di lavoro, ma anche tra le pareti domestiche. A fronte del dilagare del fenomeno del mobbing (da “Molestie morali: il mobbing in famiglia” _www.mediazionefamiliare.com).
Capitolo 1: Il mobbing e le sue conseguenze
La parola “mobbing”, nell’arco dell’ultimo anno, ha riempito le prime pagine di quotidiani, settimanali, riviste specialistiche o d’intrattenimento; ha occupato spazi televisivi e radiofonici, senza tralasciare l’ormai fondamentale spazio Web; ha fatto parlare esperti e non, dagli psichiatri agli economisti, dai politici agli avvocati del lavoro, dai direttori del personale ai lavoratori direttamente colpiti dalla malattia del nuovo millennio.
Il termine “mobbing” ha origine inglese e deriva dal verbo to mob che nella traduzione letterale può significare: assalire, accerchiare, avvilire, rattristare.
E’ un termine mutuato dall’etologia e si riferisce a quel meccanismo per cui in una popolazione animale un membro viene espulso dalla comunità di appartenenza con dei comportamenti propri di allontanamento o di aggressività o perché considerato estraneo alla comunità animale stessa o perché ritenuto malato e in ogni caso pericoloso. In sostanza è un meccanismo di difesa attraverso il quale un gruppo animale mantiene la sua omogeneità espellendo il “non simile” con comportamenti lesivi che in taluni casi portano fino alla distruzione del membro ritenuto “diverso/ inadeguato”. Anche Lorenz ha utilizzato questo termine per descrivere “l’attacco collettivo di una moltitudine di animali più deboli contro il più forte”, il predatore: essi si coalizzano contro un membro del gruppo fino ad escluderlo dalla comunità.
Nel 1972 in Svezia il termine viene introdotto nell’ambito della ricerca sull’aggressività con significato del tutto analogo a quello di “bulling”: “comportamento assolutamente distruttivo messo in atto da un piccolo gruppo di bambini contro un altro bambino”.
Solo qualche anno più tardi, Heinz Leymann, lo psicologo svedese pioniere del mobbing lavorativo, decide deliberatamente di utilizzare esclusivamente la terminologia mobbing per indicare quella forma di “comunicazione ostile ed immorale diretta in maniera sistematica da uno o più individui (mobber e gruppo di mobber) verso un altro individuo (mobbizzato) che si viene a trovare in una posizione di mancata difesa”, così da eliminare quanto possibile la confusione tra mobbing e bullying.
Il criterio, sia pure arbitrario, per definire il fenomeno del mobbing è: l’”aggressione” deve essere frequente, pressoché giornaliera, e durare per un periodo di almeno sei mesi.
Esiste una svariata serie di patologie che ricorrono con frequenza in un soggetto mobbizzato. Inizialmente il soggetto affetto si colpevolizza e, se non adeguatamente supportato, si isola in una profonda solitudine. A questo punto insorgono disturbi che si manifestano su tre livelli: emozionale, psicosomatico e comportamentale. Il disturbo emozionale si evidenzia con un’ampia variabilità dell’umore e con un cambiamento radicale nel modo di reagire alle situazioni. A livello psicosomatico vi è l’insorgere dei tipici disturbi di somatizzazione: vomito o nausea, mal di testa, crampi allo stomaco, perdita dell’appetito oppure fame smodata, senso di vertigine. A livello comportamentale si manifestano disturbi che impediscono la partecipazione alla vita lavorativa fino all’espulsione dal mondo del lavoro(: attacchi di panico, disistima etc.). Se non preso in tempo, si ha un cronicizzarsi dei disturbi con la sindrome post-traumatica da stress, con conseguenze drammatiche fino all’estremo del suicidio.
Il mobbing nel campo del diritto di famiglia
In ambito familiare è possibile scindere ed individuare almeno tre tipi differenti di Mobbing:
- Mobbing Coniugale
Attualmente dal punto di vista psicologico, l’aspetto del Mobbing più studiato ufficialmente in riferimento familiare è il Doppio Mobbing, frequentemente riscontrato in Italia, ma di cui si trova poca traccia nella ricerca europea sul mobbing.
Il Doppio Mobbing è legato al ruolo particolare che la famiglia ricopre nella società italiana: in Italia il legame tra individuo e famiglia è molto forte; la famiglia partecipa attivamente alla definizione sociale e personale dei suoi membri, si interessa del loro lavoro, della loro vita privata, della loro realizzazione e dei loro problemi; virtualmente non scompare mai dall’esistenza dei suoi componenti, è sempre presente a fornire consigli, aiuti, protezione.
Tutto questo è molto diverso nelle società anglosassoni e, ancora di più, in quelle nordiche, in cui il bambino viene educato da subito ad una maggiore indipendenza dai genitori. Ciò non significa che la famiglia di tipo europeo settentrionale venga meno al suo ruolo: essa si fa sempre carico dell’educazione culturale, oltre che personale della nuova generazione, tuttavia instaura un legame diverso tra i suoi componenti rispetto a quello di una famiglia di tipo mediterraneo, e questa diversità diventa cruciale quando una situazione di mobbing colpisce uno dei suoi membri.
Quando siamo in crisi abbiamo tutti la tendenza a sfogarci presso le persone che ci sono più care, di cui ci fidiamo e che conosciamo bene. I familiari sono di solito i confidenti migliori verso cui indirizzarci per un consiglio o solo per uno sfogo. Conseguentemente si può ipotizzare che, in linea generale, la vittima di una situazione di mobbing tenda a cercare aiuto e consiglio a casa. Qui sfogherà la rabbia, l’insoddisfazione o la depressione che ha accumulato durante una giornata lavorativa passata sotto i colpi del mobber. E la famiglia, dal canto suo, assorbirà tutta questa negatività, cercando di dispensare al suo componente aiuto, protezione, comprensione.
Il mobbing però non è un normale conflitto, un periodo di crisi destinato a passare velocemente. E’ un lento stillicidio di persecuzioni, attacchi e umiliazioni che si protrae nel tempo e proprio nella lunga durata ha la sua forza devastante. La vittima soffre e trasmette la propria sofferenza al coniuge, ai figli, ai genitori per molto tempo. Il logorio attacca la famiglia che resisterà e cercherà di farvi fronte, almeno per un certo tempo, ma quando le risorse saranno esaurite, entrerà anch’essa in crisi. Quando questo avviene, la situazione della vittima di Mobbing crolla: la famiglia protettrice e generosa improvvisamente cambia atteggiamento, cessando di sostenere la vittima e cominciando invece a proteggere se stessa dalla forza distruttiva del mobbing. Ciò significa che, per istinto di sopravvivenza, la famiglia si richiude in se stessa e passa alla difensiva: la vittima, infatti, è divenuta una minaccia per l’integrità e la salute del nucleo familiare. Si tratta ovviamente di un processo inconscio: nessun componente sarà mai consapevole di avere cessato di aiutare e sostenere il proprio caro. Il Doppio Mobbing[1] indica la situazione in cui la vittima si viene a trovare in questo caso: sempre bersagliata sul posto di lavoro e per di più privata della comprensione e dell’aiuto della famiglia. Il Mobbing a cui è sottoposto è raddoppiato: ora non è solo presente in ufficio, ma continua con altre modalità a casa.
Nel 1996/97 è stata condotta la prima ricerca sul Mobbing in Italia da parte di Prima Associazione Italiana contro Mobbing e Stress Psicosociale[2]. A 301 vittime di Mobbing è stato sottoposto un questionario specifico che riguardava gli effetti e le modalità del terrorismo psicologico che subivano o avevano subito sul posto di lavoro[3].
Accanto al Doppio Mobbing, è possibile oggi parlare di un vero e proprio fenomeno di Mobbing che si attua all’interno delle mura domestiche. Il fenomeno del Mobbing esteso ai rapporti familiari e coniugali è il risultato di recenti studi e ricerche condotte da esperti operanti in contesti diversi, tra cui ricordiamo quelli dell’Osservatorio Permanente Interassociativo sulla Famiglia e Minori dell’Istituto degli Studi Giuridici Superiori, di concerto con esperti e studiosi della Scuola di Legge del medesimo Istituto e dell’Associazione Forense di Napoli di Diritto di Famiglia e Tutela dei minori.
Chi opera quotidianamente nella materia del diritto di famiglia può facilmente rilevare che il mobbing familiare è molto frequente.
In numerosi casi il Mobbing viene posto in essere da quei coniugi che artatamente ed in modo preordinato tendono, con atteggiamenti “persecutori”, a costringere i loro partner a lasciare la casa familiare o addirittura a giungere a separazioni consensuali pur di chiudere rapporti coniugali belligeranti e sofferti, dietro i quali spesso si celano rapporti extraconiugali o altro.
Come nel rapporto di lavoro, anche nei rapporti familiari, attraverso subdoli metodi di “terrorismo psicologico”, spesso la vittima inizia a manifestare problemi psicosomatici e psichici fino, in alcuni casi, ad essere indotta al suicidio.
Questo tipo di mobbing culturale applicato e ritrovabile con frequenza nei rapporti coniugali caratterizzati da una forte e lacerante conflittualità coniugale, trova radici anche in fenomenologie giuridiche recenti, che la Suprema Corte con altri termini ha giustamente sanzionato, come ad esempio : L’incompatibilità ambientale[4], il Tradimento apparente[5], ed altro.
Un chiaro esempio di mobbing familiare può essere la manifesta invadenza dei suoceri, che la più autorevole Giurisprudenza, nel sanzionarla, definisce tecnicamente come: “incompatibilità ambientale”.
Un esempio classico di mobbing coniugale può essere il c.d. “tradimento apparente” o la “soggezione economica/psicologica” o ancora “l’induzione preordinata alla separazione coniugale”.
Nell’ambito della famiglia il diritto incontra non poche difficoltà sia nella prevenzione sia nella sanzione delle molestie morali. E’ importante rilevare che nella maggior parte dei casi le molestie morali sono un fenomeno che, per volontà stessa delle vittime, viene occultato per una forma di pudore particolarmente sentita in una cultura che pone la famiglia al centro della società.
L’art.143 c.c. stabilisce che “dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione”. La stessa norma prevede altresì che “i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze ed alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia”.
Il coniuge che molesta moralmente il partner viola evidentemente i propri obblighi, pur tuttavia in costanza matrimonio è ben difficile che vi siano delle forme di tutela legale.
Anche la possibilità di obbligare il marito o la moglie ad adempiere ai doveri previsti dal regime giuridico della famiglia trova scarso accoglimento nel nostro sistema, fatta salva l’ipotesi in cui il coniuge disponga dei beni della famiglia in modo del tutto sconsiderato, con atti di disposizione che comportano la violazione degli obblighi di assistenza economico-materiale o, comunque, pongono a serio rischio il sostentamento della famiglia. Il codice civile, al contrario, cerca in tutti i modi di mantenere l’unità familiare, anche prevedendo l’intervento della magistratura.
L’art. 145 c.c., infatti, prevede la possibilità che ciascun coniuge possa chiedere, senza particolari formalità, l’intervento del giudice per dirimere i conflitti che insorgono in relazione a violazioni delle intese coniugali circa l’indirizzo da imprimere alla vita familiare. Il giudice, ove non sia possibile giungere ad una soluzione concordata, quando il disaccordo concerne aspetti essenziali della vita familiare ed entrambi i coniugi ne fanno richiesta, può adottare la soluzione che ritiene più adeguata alle esigenze dell’unità e della vita familiare, ma il suo provvedimento non è di per sé suscettibile di coercizione. Tale strumento di conciliazione trova, in ogni caso, scarsa applicazione.
Di fatto le molestie morali, a parte i casi di reato, vengono ad assumere una certa rilevanza soltanto in corso di separazione o divorzio.
Marie-France Hirigoyen, psicoanalista francese ed esperta in vittimologia (disciplina per la quale in Francia è stata istituita una cattedra universitaria), ha recentemente pubblicato un testo che rappresenta la sintesi di una serie di ricerche svolte sulla molestia morale sul lavoro e in famiglia. Si tratta di una violenza che non viene esercitata sul piano fisico, ma attraverso sottintesi, allusioni,sgarbi che si ripetono fino all’ossessione; è una violenza insidiosa proprio perché invisibile: è sotterranea, nascosta e chi cerca di denunciarla passa per debole o per paranoico.Questo libro testimonia come la violenza perversa è molto più diffusa e si basa su meccanismi più complessi di quanto si possa credere.
Nel giudizio di separazione, la molestia morale può essere presa in considerazione dal giudice quale elemento giustificante l’addebitabilità della separazione: con l’unica conseguenza per il mobber (artefice delle molestie) di perdere, nei confronti del coniuge, il diritto al mantenimento ed alla successione testamentaria, e di pagargli le spese processuali.
Capitolo 3: Un caso di Mobbing in famiglia
La Corte di Appello di Torino ha pronunciato una sentenza, assurta agli onori della cronaca nazionale, in cui il mobbing, espressamente richiamato nella parte motivazionale, è ritenuto come causa giustificante l’addebitabilità della separazione all’autore della condotta lesiva. E’ stata dunque riconosciuta l’addebitabilità della separazione alla colpa del marito che vessando la moglie ha reso intollerabile la convivenza.
In sintesi la Corte torinese,accertato che i “comportamenti dello S.( il marito) erano irriguardosi e di non riconoscimento della partner: lo S. additava ai parenti ed amici la moglie come persona rifiutata e non riconosciuta, sia come compagna che sul piano della gradevolezza estetica, esternando anche valutazioni negative sulle modeste condizioni economiche della sua famiglia d’origine, offendendola non solo in privato ma anche davanti agli amici, affermando pubblicamente che avrebbe voluto una donna diversa e assumendo nei suoi confronti atteggiamenti sprezzanti ed espulsivi, con i quali la invitava ripetutamente ed espressamente ad andarsene di casa” e che “il marito curò sempre e solo il rapporto di avere, trascurando quello dell’essere e con comportamenti ingiuriosi, protrattisi e pubblicamente esternati per tutta la durata del rapporto coniugale ferì la T.(la moglie) nell’autostima, nell’identità personale e nel significato che lei aveva della propria vita”; avuto riguardo “al rifiuto, da parte del marito, di ogni cooperazione, accompagnato dalla esternazione reiterata di giudizi offensivi, ingiustamente denigratori e svalutanti nell’ambito del nucleo parentale ed amicale, nonché delle insistenti pressioni- fenomeno ormai internazionalmente noto come mobbing - con cui lo S. invitava reiteratamente la moglie ad andarsene”; ritenuto che tali comportamenti sono “violatori del principio di uguaglianza morale e giuridica dei coniugi posto in generale dall’art. 3 Cost. che trova, nell’art. 29 Cost. la sua conferma e specificazione”; conclude nel senso che al marito “deve essere ascritta la responsabilità esclusiva della separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri (diversi da quelli di ordine patrimoniale) che derivano dal matrimonio, in particolare modo al dovere di correttezza e di fedeltà”(Sentenza della Corte d’Appello di Torino, 21 febbraio 2000).
Ancora una volta, come già si è visto trattando delle sentenze del Tribunale di Torino in materia di mobbing sul lavoro, l’elemento di novità non risiede tanto nei singoli comportamenti considerati rilevanti, quanto nell’utilizzo del mobbing come framework legale, una cornice entro la quale considerare, con giusta visione d’insieme, una pluralità di azioni ed aggressioni che non sono affatto indipendenti l’una dall’altra, ma costituiscono i diversi tasselli attraverso cui si attua l’opera di sgretolamento psicologico e nervoso, che il mobber pone in essere nei confronti della sua vittima.
La sentenza in esame si caratterizza non tanto, o comunque non solo, per la peculiarità delle circostanze di fatto poste a base della pronuncia di addebito della separazione, quanto soprattutto per l’utilizzo del concetto di mobbing al di là dell’originario ambito lavorativo aziendale, importato nell’ambiente familiare.
La decisione della Corte torinese quindi si apprezza perché conferma la validità del mobbing come valido framework legale: una sola parola, un solo concetto per sintetizzare ed esprimere compiutamente una intera esperienza umana che diversamente richiederebbe pagine di spiegazioni.
La drammatica esperienza umana, dalla quale è scaturita la causa esaminata dalla Corte torinese, che ha ben delineato la potenzialità lesiva delle aggressioni del mobber in tutti i suoi risvolti (dalla perdita di autostima personale a quella genitoriale e professionale, dall’aggressione morale in ambito familiare a quella in ambito sociale, dal fallimento della vicenda coniugale all’abisso personale di chi- senza colpa- ne subisce gli effetti), non può non lasciare aperto l’orizzonte sul fronte dell’ingresso della responsabilità civile anche nei rapporti coniugali e, di conseguenza, della risarcibilità dei danni, ovviamente anche di tipo non patrimoniale, subiti dalla vittima del mobbing familiare.
In conclusione, viene spontaneo chiedersi perché mai la condotta lesiva del mobbing , perpetrata attraverso i medesimi schemi comportamentali, sia ritenuta fonte di responsabilità nell’ambito lavorativo e non anche in quello familiare, dove il valore della personalità morale del coniuge conosce uguale riconoscimento a livello costituzionale.
Sono state raccolte due diverse testimonianze relative alla possibilità di effettuare un’attività di mediazione in caso di mobbing.
F. Toccafondi , neurologo, psichiatra e psicoterapeuta, a tal proposito sostiene: “Attualmente in Italia, dalla piccola casistica esistente sul problema, non emerge l’utilizzo della figura del Mediatore nelle controversie legali.[…] L’intervento integrato del mediatore e di altre figure professionali (psichiatra, psicologo) a sostegno del “mobbizzato” , creerebbe sinergie utili ad evitarne l’isolamento e a salvaguardarne la salute mentale”.
E. Baccino, avvocato, contattato all’indirizzo e-mail “info@mediazionefamiliare.com”, afferma: “Non tutto è mediabile! Occorre imparare a distinguere da caso a caso; che è l'essenza della psicologia!”.
L’esplosione del fenomeno del mobbing, sconosciuto fino a qualche anno fa ed oggi invece protagonista assoluto di cronache giornalistiche, dibattiti televisivi, convegni, ma soprattutto occasione nuova di confronto tra colleghi, rappresenta il segnale più evidente delle nuove forme di disorientamento, di disagio e di ingiustizia provocate dalla moderna organizzazione delle “risorse umane”.
Sebbene il termine mobbing si riferisca prevalentemente alla ostilità che sorge contro una persona oppure contro un gruppo di persone in un ambiente di lavoro, le dinamiche del mobbing possono, come abbiamo visto, essere estese anche ad altri ambienti ed in particolare a quello della famiglia.
La violenza morale a volte praticata anche subdolamente con effetti deleteri sull’equilibrio caratteriale e mentale di una persona può trovare, infatti, riscontro nella coppia. E’ proprio questo il caso oggetto della sentenza di cui sopra.
La Magistratura Italiana, attraverso autorevoli decisioni di merito, sta cominciando, sotto l’impulso di una febbrile e sensibile attività dell’avvocatura, a prendere atto che occorre prepararsi ad un’altra dura “Crociata del nostro tempo”. Pertanto, si auspica che presto il mobbing familiare o coniugale venga considerato reato per legge e severamente sanzionato.(da: Rassegna dell’Ordine degli Avvocati di Napoli ANNO QUINTO N.3 LUGLIO-SETTEMBRE 2001)
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Siti Internet vai su
www.labourlawjournal.it
www.mediazionefamiliare.com
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[1] H.Ege, Mobbing. Che cos’è il terrore psicologico sul posto di lavoro, 1996 Pitagora Editrice, Bologna, pag.191 e segg.
[2] Associazione fondata da Harald Ege, psicologo del lavoro e specialista in relazioni industriali e del lavoro.
[3] H.Ege, Mobbing,1996, Collana Prima, Edizione a cura di Prima Associazione Italiana contro Mobbing e Stress Psicosociale, Bologna.
[4] Incompatibilità ambientale. La Cassazione ha affermato: “L’abbandono della casa familiare di per sé costituisce violazione di un obbligo matrimoniale a causa di addebito della separazione a meno che non si provi che è stato determinato da giusta causa. Ravvisata non tanto nell’invadenza della suocera…, quanto nell’accettazione di tale atteggiamento da parte del marito”.
[5] Tradimento apparente o tentativo di infedeltà- Sent. Cass. Civile 1 Sez. n. 947/99. Quando in considerazione degli aspetti con cui è coltivata una determinata relazione tra un coniuge ed un terzo ed in considerazione dell’ambiente in cui vivono i coniugi, anche se non si sostanzi in un adulterio, può configurarsi offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge.( Sent. Cass. 3511/94- 9287/97).
[6] Cfr. Rodotà, Il “mobbing” entra in famiglia, in La Stampa, 22 Febbraio 2000’1; Miretti, “Moglie mia, sei brutta”: condannato, in La Stampa, 22 Febbraio 2000,13.
"MOBBING: riflessioni sulla pelle..." di Antonio Ascenzi e Gian Luigi Bergagio, casa editrice G. Giappichelli Editore di Torino.

References: sentenza 
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 Cass. 
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