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Timestamp: 2018-12-17 13:29:10+00:00

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8 Giugno 2017 | Autore: Emanuele Carbonara
La sentenza della Suprema Corte ha fatto scalpore: ma che significato ha? Cosa succede adesso?
La recente sentenza sul caso Riina ha creato senza dubbio scalpore. Ma cosa ha realmente detto la Cassazione? La Suprema Corte, nel nostro ordinamento, non decide nel merito. In poche parole, non ha sancito che Riina dovrà lasciare il carcere. La Cassazione [1] ha invece annullato l’ordinanza con cui il Tribunale di Sorveglianza di Bologna aveva rigettato le richieste del boss, perché non adeguatamente motivata e contraddittoria in alcuni punti. La conseguenza? Lo stesso Tribunale dovrà effettuare un nuovo esame della questione per poi pronunciarsi nuovamente, magari nello stesso senso della precedente decisione.
1 Umanità della pena: cosa dice la legge
2 La decisione del Tribunale di Sorveglianza
3 Cosa ha realmente detto la Cassazione
4 I punti contestati dalla Cassazione
Umanità della pena: cosa dice la legge
Le norme di riferimento sul caso Riina sono le seguenti:
la nostra Costituzione, che afferma testualmente che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»[2];
la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che dal canto suo sancisce che «nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti»[3];
il codice penale, secondo cui «l’esecuzione di una pena può essere differita […] se la pena restrittiva della libertà personale deve essere eseguita contro chi si trova in condizioni di grave infermità fisica»[4].
Il 20 maggio 2016 il Tribunale di Sorveglianza di Bologna rigettò la richiesta di differimento di esecuzione della pena nei confronti di Salvatore Riina. Le motivazioni, in breve, furono le seguenti.
In primo luogo fu affermato che il boss potesse essere adeguatamente curato in carcere, dove:
erano già stati effettuati diversi interventi e trattamenti terapeutici;
era sottoposto ad un continuo ed attento monitoraggio;
gli aggravamenti delle sue condizioni di salute venivano opportunamente e tempestivamente fronteggiati con immediati ricoveri (ai sensi dell’art. 11 della legge sull’ordinamento penitenziario, secondo cui «ove siano necessarie cure o accertamenti diagnostici che non possono essere apprestati dai servizi sanitari degli istituti, i condannati e gli internati sono trasferiti, con provvedimento del magistrato di sorveglianza, in ospedali civili o in altri luoghi esterni di cura») [5].
In poche parole, le patologie sofferte da Riina furono giudicate perfettamente curabili anche tra le mura del carcere.
In secondo luogo il Tribunale affermò che con ciò non fosse superato il limite del senso di umanità cui la pena, anche carceraria, deve sottostare, né fosse compromesso il diritto alla salute del detenuto. Ciò in quanto la struttura penitenziaria fu giudicata del tutto idonea ad apprestare anche interventi urgenti. Pertanto, «lo stato di detenzione nulla aggiungeva alle sofferenze della patologia». In altri termini, i rischi corsi da Riina furono considerati gli stessi di un cittadino a piede libero nelle identiche condizioni di salute.
In terzo luogo il Tribunale evidenziò l’elevata pericolosità del boss mafioso, riconosciuto vertice assoluto di Cosa Nostra, organizzazione ancora pienamente operante e dal quale lo stesso mai si è dissociato». In breve, il giudice affermò che, data la posizione apicale rivestita dal detenuto all’interno dell’organizzazione, non fosse necessario uno stato di salute ottimale perché egli potesse rendersi mandante di ulteriori delitti.
Cosa ha realmente detto la Cassazione
Nel nostro ordinamento la Cassazione non decide nel merito. Essa, invece, valuta se il giudice di grado inferiore (in questo caso il Tribunale di sorveglianza) ha applicato correttamente la legge. La Suprema Corte non può sostituirsi al suddetto giudice, unico competente ad adottare la decisione. Essa, però, può annullare la pronuncia del Tribunale (o della Corte d’appello a seconda dei casi), se ritiene che la stessa non sia conforme alla legge o non sia adeguatamente motivata. La causa viene quindi rinviata al giudice di merito, in composizione diversa (cioè un collegio o un magistrato diverso dal precedente). Quest’ultimo si pronuncerà nuovamente, uniformandosi al principio di diritto enunciato dalla stessa Cassazione.
É noto che, nel caso che ci occupa, la Cassazione ha annullato la descritta ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna. Ciò è avvenuto perché, secondo la Suprema Corte, il giudice non ha adeguatamente motivato alcune questioni o l’ha fatto in modo contraddittorio. La palla, quindi, passa nuovamente allo stesso Tribunale di Sorveglianza che, teoricamente, potrà anche ribadire la precedente decisione, corredandola di una motivazione più adeguata, logica e coerente.
I punti contestati dalla Cassazione
La questione dirimente, secondo la Cassazione, non è (solamente) accertare se il detenuto possa essere adeguatamente curato e assistito in carcere. Al contrario, bisogna verificare se le complessive condizioni di salute di Riina siano tali da oltrepassare il livello di umanità della pena e la soglia di dignità dell’esistenza umana, che va rispettata anche tra le mura carcerarie.
Sul punto, secondo la Suprema Corte, il Tribunale di Sorveglianza ha effettuato una valutazione parziale e, quindi, non ha adeguatamente motivato. Il giudizio sull’istanza di differimento presentata dal detenuto infatti, non deve limitarsi a verificare l’esistenza di una patologia che comporti il pericolo di vita dello stesso. Il giudice, piuttosto, deve «avere riguardo ad ogni stato morboso o scadimento fisico capace di determinare un’esistenza al di sotto della soglia di dignità che deve essere rispettata pure nella condizione di restrizione carceraria». In altri termini, egli deve valutare ed efficacemente motivare se, considerate le condizioni complessive del soggetto, la detenzione in carcere comporti una sofferenza tale da non potersi considerare umana e dignitosa. In tale valutazione, oltre alle patologie, deve rientrare anche l’età avanzata del soggetto. Il Tribunale di Sorveglianza, quindi, è chiamato ad una nuova indagine in tal senso o, quantomeno, a meglio motivare quella compiuta.
Altro punto toccato dalla sentenza riguarda l’adeguatezza della struttura carceraria in cui Riina sta scontando la pena, struttura che la stessa ordinanza aveva considerato inadatta (la stanza era troppo piccola per potervi apporre un letto rialzabile, di cui il condannato aveva rappresentato la necessità). La Cassazione, sulla questione, afferma che motivazione del Tribunale è contraddittoria, atteso che se in un primo momento sostiene la compatibilità della detenzione con le condizioni di salute del detenuto, in un secondo tempo palesa l’inadeguatezza della struttura carceraria. Il Tribunale dovrà dunque considerare quest’ultimo aspetto e verificare, nello specifico, se e come esso incida sul limite di umanità relativo alla detenzione in carcere di Riina.
Infine, secondo la Cassazione il giudice non ha adeguatamente motivato circa l’attuale pericolosità del boss, che andrà valutata sulla base di «precisi argomenti di fatto, rapportati all’attuale capacità del soggetto di compiere, nonostante lo stato di decozione in cui versa, azioni idonee in concreto ad integrare il pericolo di recidivanza».
Annullata l’ordinanza, quindi, il Tribunale di Sorveglianza è chiamato a decidere nuovamente sul caso Riina, con una motivazione più adeguata e non contraddittoria.
[1] Cass. sent. n. 27766/2017 del 05.06.2017.
[3] Art. 3 CEDU.
[4] Art. 147 cod. pen.
[5] L. n. 354/1975.
12/06/2017 alle 23:34
di fronte a delitti gravi come omicidi allora sarebbe giusta applicare la pena di morte per dirimere all’origine qualunque contumelia e ingiustizia verso le vittime. Col tempo tutto sembra sbiadire come un immagine sfuocata in cui vittime e carnefici sono relegati e uniti in un unico dramma, un unica prigione per sempre finchè la memoria dei superstiti e dei parenti commemora e convive senza soluzione di continuità. Qualunque delitto è per sempre.

References: sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 Art. 3
 Art. 147