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Timestamp: 2020-04-04 20:36:34+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 21016 del 18/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21016 del 18/10/2016
Cassazione civile sez. II, 18/10/2016, (ud. 09/06/2016, dep. 18/10/2016), n.21016
sul ricorso 7507-2012 proposto da:
DARDANELLI 13, presso lo studio dell’avvocato SABRINA TANGARI,
rappresentato e difeso dall’avvocato SANTO DELFINO;
M.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA LUDOVISI 35,
dall’avvocato PASQUALE LAMBIASE;
avverso la sentenza n. 161/2011 della CORTE D’APPELLO di REGGIO
CALABRIA, depositata il 22/07/2011;
udito l’Avvocato FROGIERO Antonio, con delega depositata in udienza
dell’Avvocato DELFINO Santo, difensore del ricorrente che ha chiesto
Con sentenza n. 24/2001 il Tribunale di Reggio Calabria accoglieva la domanda di rivendica di vari terreni siti nel mandamento di (OMISSIS) proposta nel (OMISSIS) da M.F., e rigettava la riconvenzionale di usucapione avanzata dal convenuto, P.R..
L’appello proposto da quest’ultimo era respinto dalla Corte distrettuale di Reggio Calabria con sentenza n. 161/11. Riteneva detta Corte che il P. non aveva contestato i titoli di provenienza dell’attore e che aveva dedotto l’inizio della possessio ad usucapionem in epoca successiva all’acquisto dei beni da parte del dante causa del M.. Quindi, distinti i terreni in due gruppi secondo la diversa provenienza, e riesaminate le deposizioni raccolte, perveniva ad escludere in entrambi i casi che fosse stata raggiunta la prova dell’intervenuta usucapione. Rigettava, altresì, l’eccezione di difetto di legittimazione attiva dell’attore relativamente a due immobili oggetto di domanda, in quanto la non corrispondenza tra risultanze catastali e titoli di provenienza doveva risolversi a vantaggio di questi ultimi, da cui si ricavava che i beni erano stati donati all’attore dal padre di lui, M.P..
Per la cassazione di tale sentenza P.R. propone ricorso, affidato a tre motivi.
Resiste con controricorso M.F., che ha altresì depositato memoria.
1. – Col primo motivo è dedotto il difetto sulla ricostruzione del fatto, l’omessa valutazione della contestazione dei titoli, la formazione del giudicato esterno e la violazione dell’art. 324 c.p.c.; il tutto in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.
Nell’affermare che il convenuto non aveva contestato i titoli di provenienza dell’attore, la Corte territoriale non ha considerato l’ordinanza del Pretore di Ragnara Calabra in data 22.3.1995, con la quale era stata dichiarata l’inammissibilità dell’opposizione proposta da M.P., padre di M.F., contro il decreto dichiarativo dell’usucapione speciale ex lege n. 346 del 1976, emesso dallo stesso Pretore in favore di P.F., fratello di R.. Nè ha considerato la sentenza n. 167/99 con la quale il Tribunale di Reggio Calabria aveva regolato in favore di quest’ultimo le spese di quell’opposizione. E poichè il decreto dichiarativo dell’usucapione speciale aveva confermato la titolarità dei beni in questione in capo a P.F., è chiaro – sostiene parte ricorrente – che anche nei confronti di M.F. la statuizione del Pretore e del Tribunale abbiano valore di giudicato sullo spossessamento in favore del dante causa dell’odierno ricorrente. Pertanto, conclude la censura, è chiaro che i titoli 9i proprietà dell’attore sono stati ampiamente contestati “nelle sedi e nei tempi opportuni”, e che la statuizione del Pretore di Bagnara Calabra, in relazione alla quale sono stati esperiti tutti i rimedi impugnatori in cui è stato parte sostanziale e processuale anche M.F., è passata in giudicato.
Dalla narrativa del ricorso si ricava che il provvedimento che secondo il ricorrente formerebbe il giudicato è un decreto emesso dal Pretore di Bagnara Calabra ai sensi della L. n. 346 del 1976, art. 3, su domanda di P.F., dante causa di R., divenuto esecutivo il 19.7.1984, la cui opposizione, tardivamente proposta da M.F. nel (OMISSIS) quale procuratore, in allora del padre, P., è stata dichiarata inammissibile dallo stesso Pretore con ordinanza del 22.3.1994 (la quale ultima è stata appellata per le sole spese dal P.).
Decreto, quello emesso in base alla L. n. 346 del 1976, art. 3, che in base alla giurisprudenza di questa Corte non ha valore di sentenza e, quindi, non è idoneo a passare in cosa giudicata, conferendo soltanto una presunzione di appartenenza del bene a favore del beneficiario del provvedimento fino a quando, a seguito dell’opposizione di cui all’art. 3 della citata legge, non sia emessa pronuncia di accertamento della proprietà. Ne consegue che, pur in difetto di opposizione, non rimane precluso al proprietario del bene di far accertare, in un giudizio ordinario, il proprio diritto dominicale, proprio al fine di ottenere una statuizione che abbia idoneità a passare in giudicato e a divenire, dunque, incontrovertibile (Cass. n. 16238/11).
2. – Il secondo motivo espone: il difetto della ricostruzione del fatto, l’omesso esame dei documenti da cui emergerebbe l’inesistenza del titolo di proprietà del M., la decorrenza precedente rispetto ad esso del dies a qua dell’usucapione e l’illogicità della decisione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5.
La Corte territoriale avrebbe errato nel non considerare che l’appartenenza all’attore dei beni rivendicati era stata contestata già all’epoca del procedimento ex lege n. 346 del 1976, emesso nel 1984, sicchè l’intera impostazione della decisione ne risulterebbe viziata. Deduce, inoltre, che il primo atto di possesso uti dominus della propria dante causa ( M.C.) risale al (OMISSIS), ed è anteriore al titolo di proprietà dedotto dall’attore, costituito dalla denuncia successione del padre, deceduto nel (OMISSIS).
2.1. – Il motivo è in parte infondato e in parte inammissibile lì dove non coglie la ratio decidendi della sentenza impugnata.
2.1.1. – E’ infondato perchè in tema di azione di rivendicazione, qualora il convenuto abbia in passato presentato una domanda onde ottenere il riconoscimento della proprietà dell’immobile, poi oggetto di rivendica, in forza dell’usucapione speciale di cui all’art. 1159-bis c.c. e abbia notificato tale domanda al dante causa dell’attore in rivendicazione, così implicitamente riconoscendone l’originaria proprietà del bene sulla base dei titoli trascritti nei registri immobiliari (senza, tuttavia. ottenere una valida declaratoria di acquisto della proprietà per usucapione) e successivamente, nel giudizio di rivendica, sostenga – in via di eccezione – di aver acquistato per usucapione la proprietà del bene rivendicato, l’onere probatorio posto a carico dell’attore in rivendicazione si attenua, riducendosi alla prova di un valido titolo di acquisto da parte sua e dell’appartenenza del bene ai suoi danti causa in epoca anteriore a quella in cui il convenuto assuma di aver iniziato a possedere, nonchè alla prova che quell’appartenenza non è stata interrotta da un possesso idoneo ad usucapire da parte del convenuto (Cass. n. 15539/15).
Inoltre, se è vero che l’onere probatorio posto a carico dell’attore in rivendica non è di regola attenuato dalla proposizione da parte del convenuto di una domanda o di una eccezione riconvenzionale di usucapione, è altrettanto vero che tale principio non opera nel caso in cui quest’ultimo invochi un acquisto per usucapione il cui dies a quo sia successivo a quello del titolo del rivendicante, attenendo il thema decidendum alla appartenenza attuale del bene al convenuto in forza della invocata usucapione e non già dell’acquisto da parte dell’attore. In tal caso, pertanto, l’onere della prova del rivendicante può ritenersi assolto, in mancanza della avversa prova della prescrizione acquisitiva, con la dimostrazione della validità del titolo in base al quale il bene gli era stato trasmesso dal precedente titolare. D’altra parte, l’attenuazione del rigore dell’onere probatorio non può ritenersi esclusa in considerazione della posizione del convenuto in rivendica che, pur opponendo un proprio diritto, può comunque avvalersi del principio possideo quid possideo senza alcuna rinuncia di tale situazione vantaggiosa, atteso che, quando invoca l’acquisto per usucapione, il convenuto non si limita ad opporre la tutela garantita dalla legge a favore del possessore indipendentemente da un corrispondente diritto di proprietà, ma deduce di possedere nella qualità di proprietario, chiedendo – nell’ipotesi di domanda riconvenzionale – addirittura una pronuncia di accertamento di tale diritto di proprietà con efficacia di giudicato (v. Cass. nn. 22418/04 e 13186/02).
2.1.2. – La censura è, poi, inammissibile lì dove non considera che la Corte d’appello ha rilevato che non c’era contestazione dei titoli di provenienza e che il possesso ad usucapionem era intervenuto dopo, non che non era contestata la domanda o che non fosse stata dedotta l’usucapione prima della domanda di rivendica.
Va quindi osservato che il titolo di provenienza dell’attore accertato dalla sentenza impugnata non è la denuncia di successione ma 1) l’atto (OMISSIS) con quale M.C. e R. vendettero a M.P., dante causa di F., i mapp. (OMISSIS), e 2) l’atto pubblico (OMISSIS) col quale il padre di M.P. donò a quest’ultimo i mapp. (OMISSIS) (v. pag. 3 sentenza impugnata). E rispetto ad entrambi l’usucapione dedotta è successiva.
3. – Il terzo motivo censura il difetto della ricostruzione del fatto, l’omesso esame di prove e la violazione o falsa applicazione degli artt. 1158 e 1164 c.c. e artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5. Deduce parte ricorrente che la ricostruzione fattuale della fattispecie non poteva prescindere dal dato di fatto per cui M.C. e i figli F., prima, e R., poi, hanno posseduto uti domini i beni in oggetto sin dal (OMISSIS), come dimostrato da tutte le deposizioni raccolte. Lamenta, inoltre, che l’attore abbia proposto un’azione di rivendica rispetto al proprio dante causa, M.P., proponendo, dunque, una domanda senza esservi legittimato; e torna a dedurre che l’attore in rivendica avrebbe dovuto provare l’originaria appartenenza dei beni ad uno dei suoi darai causa e che la Corte territoriale abbia erroneamente ritenuto non contestata tale circostanza.
3.1. – Il motivo è inammissibile, per due ragioni.
3.1.1. – In primo luogo esso consta di un’inestricabile commistione tra censure motivazionali e critiche di diritto, queste ultime, per di più, meramente ripetitive delle medesime doglianze poste a base dei primi due mezzi di ricorso. Pertanto, non è dato di separare concettualmente le une dalle altre e dotarle d’autonomia logico-giuridica se non a prezzo di operarne una totale riscrittura, che ovviamente non compete a questa Corte (sull’inammissibilità della mescolanza e sovrapposizione di mezzi eterogenei e tra di loro incompatibili, cfr. Cass. n. 19443/11).
3.1.2. – Sotto altro aspetto, poi, va rimarcato che mentre il vizio di falsa applicazione della legge si risolve in un giudizio sul fatto contemplato dalle norme di diritto positivo applicabili al caso specifico (con la conciata necessità che la sua denunzia debba avvenire mediante l’indicazione precisa dei punti della sentenza impugnata, che si assumono in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse, fornita dalla giurisprudenza di legittimità e/o dalla dottrina prevalente), il vizio relativo all’incongruità della motivazione comporta un giudizio sulla ricostruzione del fatto giuridicamente rilevante e sussiste solo qualora il percorso argomentativo adottato nella sentenza di merito presenti lacune ed incoerenze tali da impedire l’individuazione del criterio logico posto a fondamento della decisione, ragion per cui tra le due relative censure deducibili in sede di legittimità non vi possono essere giustapposizioni. Da ciò consegue che il ricorrente non può denunciare contemporaneamente la violazione di norme di diritto e il difetto di motivazione, attribuendo alla decisione impugnata un’errata applicazione delle norme di diritto, senza indicare la diversa prospettazione attraverso la quale si sarebbe giunti ad un giudizio sul fatto diverso da quello contemplato dalla norma di diritto applicata al caso concreto, perchè la deduzione di questa deficienza verrebbe, nella realtà, a mascherare una richiesta di diversa ricostruzione dei fatti, non consentita in sede di legittimità (Cass. n. 10295/07).
E, in conclusiene, è esattamente un nuovo apprezzamento di fatto ciò cui, inammissibilmente, tende la censura in esame.
5. – Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza del ricorrente.
6. – Non ricorrono le condizioni per applicare l’art. 96 c.p.c., comma 3 (rectius, art. 385, comma 4, norma ancora applicabile ratione temporis), invocato nella memoria di parte controricorrente, non ravvisandosi gli estremi della colpa grave del ricorrente.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese, che liquida in Euro 1.800,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.

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 art. 3
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