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Timestamp: 2018-02-25 19:26:50+00:00

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Compensi agli amministratori societari pignorabili senza limiti
Sulla natura del rapporto che lega gli amministratori alla società le Sezioni Unite hanno mutato radicalmente orientamento rispetto a quello assunto nel 1994, e si sono espresse per la tesi del "rapporto societario" e non di un rapporto assimilabile a quello di un lavoratore subordinato, parasubordinato o autonomo, con la conseguenza che non operano i limiti alla pignorabilità previsti dall'art. 545 c.p.c.
Decisione: Sentenza n. 1545/2017 Cassazione Civile - Sezioni Unite
Parole chiave: #amministratori, #collaborazionecoordinataecontinuativa, #pignorabilità, #rapportosocietario, #società, #fulviograziotto, #scudolegale
Una banca intentava espropriazione presso terzi nei confronti del debitore e dei suoi debitori, una SPA e una Cassa di Risparmio; il giudice dell'esecuzione assegnava alla banca procedente l'intera somma accantonata dai terzi a titolo di emolumenti per l'attività, qualificata di lavoro autonomo, di amministratore della prima società e di componente del consiglio di amministrazione della seconda.
Il debitore proponeva opposizione avverso l'ordinanza di assegnazione, contrastando la qualificazione della propria attività, che sostenne doversi ricondurre nell'ambito d'applicazione dell'art. 409, n. 3, c.p.c. (collaborazione coordinata e continuativa), con conseguente limitazione della pignorabilità ad un solo quinto del totale.
L'opposizione veniva accolta dal Tribunale che, pur rilevando il contrasto giurisprudenziale sul tema, qualificava l'attività in questione come lavoro parasubordinato, entro l'art. 409, n. 3, c.p.c., e la qualificava impignorabili oltre il limite del quinto i relativi compensi; provvedeva inoltre a revocare l'ordinanza d'assegnazione impugnata e limitava l'assegnazione ad un quinto di quanto i terzi pignorati avevano accantonato.
La banca creditrice ha proposto ricorso per la cassazione di quella sentenza attraverso cinque motivi.
Le Sezioni Unite Civili, investite della questione sulla quale si è formato contrasto giurisprudenziale, accoglie due motivi di ricorso, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti, e rigetta l'opposizione del debitore avverso l'ordinanza di assegnazione, la quale viene così confermata.
Dopo una premessa storica, le Sezioni Unite esaminano la questione della natura del rapporto che lega gli amministratori alla società partendo dai due orientamenti della dottrina: «In estrema sintesi, sono identificabili due diversi orientamenti: 1) la teoria cd. contrattualistica, che individua la presenza di un vero e proprio contratto che legherebbe due soggetti distinti, l'amministratore da un lato, la società dall'altro, ciascuno autonomo centro di interessi, spesso anche contrapposti; 2) la teoria cd. organica, secondo cui, al contrario, mancherebbe ogni dualità, configurandosi solo un'immedesimazione dell'organo nella persona giuridica che rappresenta, senza possibilità di un regolamento negoziale interno, fonte di reciproci diritti e obblighi. E' ovvio che la prima apre la strada alla configurabilità di un rapporto parasubordinato tra i due soggetti distinti costituiti dalla società ed il suo amministratore, mentre la seconda conduce ad escluderlo in forza dell'indistinguibilità dei due».
Quindi richiama la precedente sentenza delle stesse Sezioni Unite: la sentenza a S.U. n. 10680 del 1994, con la quale veniva affrontata la questione di rito e di competenza (si trattava di stabilire innanzi a quale giudice dovesse essere sottoposta l'azione proposta dall'amministratore contro la società da lui amministrata per il rimborso di spese da lui effettuate in adempimento del mandato), e presero netta posizione a favore della qualificazione del rapporto di amministrazione in termini di rapporto di lavoro parasubordinato, ai sensi dell'art 409 n. 3 c.p.c.
Il principio enunciato in tale sentenza è il seguente: «La controversia nella quale l'amministratore di una società per azioni, o ente assimilato, chieda la condanna della società stessa al pagamento di una somma dovuta per effetto dell'attività di esercizio delle funzioni gestorie, è soggetta al rito del lavoro ai sensi dell'art. 409, n. 3, cod. proc. civ., atteso che, se verso i terzi estranei all'organizzazione societaria è configurabile, tra amministrazione e società, un rapporto di immedesimazione organica, all'interno dell'organizzazione ben sono configurabili rapporti di credito nascenti da un'attività come quella resa dall'amministratore, continua, coordinata e prevalentemente personale, non rilevando in contrario il contenuto parzialmente imprenditoriale dell'attività gestoria e l'eventuale mancanza di una posizione di debolezza contrattuale dell'amministratore nei confronti della società».
Dopo aver dato atto e ricordato che successivamente a tale sentenza si erano osservate numerose sentenze che ribadivano la natura parasubordinata del rapporto, ve ne erano altre che erano tornate ad afferrare la tesi del rapporto di lavoro autonomo.
In particolare, a seguito della riforma societaria del 2003 le perplessità sul punto sono aumentate: in modo particolare, illustra in modo articolato quanto segue: «E' opinione unanime, condivisa da dottrina e giurisprudenza, che il coordinamento presupposto dalla disposizione di cui al n. 3 dell'art. 409 c.p.c. deve essere inteso in senso verticale, ossia deve rappresentarsi come una situazione per cui il prestatore d'opera parasubordinata è soggetto ad un coordinamento che fa capo ad altri, in un rapporto che deve presentare connotati simili a quelli del rapporto gerarchico propriamente subordinato. E' per questo, ossia al fine di favorire la parte normalmente più debole, che il rapporto parasubordinato è assoggettato dal legislatore alla medesima disciplina processuale prevista per quello subordinato. In altri termini, l'attività coordinata è sinonimo di attività in qualche misura eterodiretta o, comunque, soggetta ad ingerenze o direttive altrui. Requisito, questo, che - più che mai nell'attuale quadro normativo - non è affatto individuabile rispetto all'attività dell'amministratore societario, neanche se si volesse ritenere (come sembra, per fugaci accenni, ritenere la sentenza del 1994) che questi sia soggetto al coordinamento dell'assemblea dei soci. Al contrario, la riforma del diritto societario rende l'amministratore il vero egemone dell'ente sociale. A lui spetta in via esclusiva la gestione dell'impresa, con il solo limite di quegli atti che non rientrano nell'oggetto sociale (art. 2380 bis c.c.); il suo potere di rappresentanza è generale e concerne anche gli atti estranei all'oggetto sociale (art. 2384, comma 1, c.c.); se è amministratore unico ha sia il potere di gestione, sia quello di rappresentanza; in eccezione ai principi generali, è stabilito che le limitazioni ai suoi poteri (sia di rappresentanza, sia di gestione) che risultano dallo statuto o da una decisione degli organi competenti (non quelle legali) non sono opponibili ai terzi, anche se pubblicate, fatta salva la cd. exceptio doli (art. 2384, comma 2, c.c.). Quanto, poi, al rapporto tra assemblea ed amministratore, la novella consente di escludere affatto l'ipotizzabilità di un coordinamento imposto dalla prima al secondo».
E riassume: «In conclusione, se per "coordinamento" (quale presupposto indispensabile perché ai sensi dell'art. 409 n. 3 c.p.c. possa individuarsi un'attività parasubordinata) deve intendersi l'eterodirezione dell'attività stessa, si può categoricamente escludere che la funzione dell'amministratore societario ne sia soggetto. Per altro verso, non può farsi a meno di rilevare che la soggezione al coordinamento è riflesso di una situazione di debolezza contrattuale che costituisce il senso stesso della summenzionata disposizione, dal momento che è proprio la presupposta inferiorità di una parte rispetto all'altra a giustificare l'equiparazione del lavoratore parasubordinato a quello subordinato. La sentenza del 1994 liquida l'argomento ritenendo che "quest'elemento è di incerta definizione e, quel che più conta, è di contenuto sociologico, ossia valido quale ausilio interpretativo in quanto idoneo a ricostruire la ratio legis, ma non è assumibile quale presupposto di applicabilità di una norma"».
A questo punto, le Sezioni Unite illustrano e sposano la recente tesi del rapporto societario: «Tutto ciò premesso, è indispensabile rappresentare che la giurisprudenza di legittimità è recentemente pervenuta alla profonda rivisitazione del tema ed al superamento degli ambiti tra i quali finora s'era mossa, sostenendo che il rapporto fra l'amministratore e la società debba essere ricondotto nell'ambito dei "rapporti societari ivi compresi quelli concernenti l'accertamento, la costituzione, la modificazione o l'estinzione di un rapporto societario" cui fa riferimento l'art. 3, comma 2, lett. a) del d.lgs. n. 168 del 2003 per l'individuazione della competenza per materia del tribunale delle imprese. In questo condivisibile ordine d'idee, tutta la giurisprudenza (che ha trovato la sua basilare affermazione proprio nella pronuncia delle S.U. n. 10680 del 1994) non è più compatibile con il citato intervento legislativo che, appunto, ha attribuito al tribunale delle imprese la competenza relativa alle controversie in materia di rapporti societari, nella loro complessità, che coinvolgano amministratori e società, rendendo ormai irrilevante la distinzione fra l'attività a rilevanza esterna degli amministratori e il rapporto di natura obbligatoria di questi ultimi con la società».
Il Consesso ricorda che «facendo riferimento alla natura del rapporto come di tipo "societario", la citata Cass. n. 14369/15 ha ricompreso nella competenza del tribunale delle imprese la controversia avente ad oggetto l'impugnazione di delibera di revoca di un intero consiglio di amministrazione per giusta causa, mentre Cass. n. 2759/16 ha ammesso il ricorso ad arbitri anche nelle controversie tra amministratori e società attinenti al profilo interno dell'attività gestoria ed ai diritti che ne derivano (quale, ad esempio, il diritto al compenso), ove tale possibilità sia prevista dagli statuti societari. Giova, infine, ricordare che già l'art. 130 d.lgs 19 febbraio 1998, n. 51, introducendo l'art. 144 ter disp. att. c.p.c., aveva escluso che tra le controversie previste dall'art. 409 c.p.c. fossero comprese quelle di cui all'art. 50 bis, comma 1, n. 5, seconda parte, c.p.c. (tra cui l'azione di responsabilità promossa dalla società nei confronti dei suoi amministratori), controversie per le quali il tribunale giudica in composizione collegiale. L'art. 50 bis c.p.c. è stato poi modificato dall'art. 15 della legge n. 262 del 2005 (Tutela del risparmio e disciplina dei mercati finanziari)».
prima di enunciare il principio di diritto, le Sezioni Unite fanno un'opportuna precisazione: «tutto quanto finora affermato concerne la figura dell'amministratore societario nelle sue funzioni tipiche di gestione e rappresentanza dell'ente, ossia come soggetto che, immedesimandosi nella società, le consente di agire e raggiungere i propri fini imprenditoriali. Non è escluso, però, che s'instauri, tra la società e la persona fisica che la rappresenta e la gestisce, un autonomo, parallelo e diverso rapporto che assuma, secondo l'accertamento esclusivo del giudice del merito, le caratteristiche di un rapporto subordinato, parasubordinato o d'opera».
Il Consesso enuncia quindi il seguente principio di diritto: «L'amministratore unico o il consigliere d'amministrazione di una società per azioni sono legati da un rapporto di tipo societario che, in considerazione dell'immedesimazione organica che si verifica tra persona fisica ed ente e dell'assenza del requisito della coordinazione, non è compreso in quelli previsti dal n. 3 dell'art. 409 c.p.c. Ne deriva che í compensi spettanti ai predetti soggetti per le funzioni svolte in ambito societario sono pignorabili senza í limiti previsti dal quarto comma dell'art. 545 c.p.c.».
Il quesito sottoposto alle Sezioni Unite consisteva nello stabilire se il rapporto tra la società per azioni ed il suo amministratore fosse qualificabile come di lavoro parasubordinato od autonomo (ovvero estraneo a tale ambito) e, di conseguenza, stabilire se il limite di pignorabilità degli stipendi previsto dal quarto comma dell'art. 545 c.p.c. fosse applicabile ai compensi o agli emolumenti dell'amministratore stesso.
Il Consesso ha mutato radicalmente orientamento rispetto a quello assunto nel 1994, e si è espresso per la tesi del "rapporto societario" e non di un rapporto assimilabile a quello di un lavoratore subordinato, parasubordinato o autonomo: conseguentemente, il rapporto societario non è regolato contrattualmente in quanto la immedesimazione organica fa mancare la dualità dei soggetti.
Conseguentemente a tale tesi, non operano i limiti alla pignorabilità citati.
Cass. 10680/1994, Sez.Unite
Le somme dovute dai privati a titolo di stipendio, di salario o di altre indennitè relative al rapporto di lavoro o di impiego comprese quelle dovute a causa di licenziamento, possono essere pignorate per crediti alimentari nella misura autorizzata dal presidente del tribunale o da un giudice da lui delegato.
Il pignoramento eseguito sulle somme di cui al presente articolo in violazione dei divieti e oltre i limiti previsti dallo stesso e dalle speciali disposizioni di legge è parzialmente inefficace. L'inefficacia è rilevata dal giudice anche d'ufficio.

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