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Timestamp: 2017-08-16 19:28:13+00:00

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Costituzione | AIAF
Corte Costituzionale, sentenza n. 76 del 7.4.2016 Legittimità costituzionale degli artt. 35 e 36 della legge 4.5.1983, n. 184 – violazione artt. 2-3-30-31 e 117 Cost. – riconoscimento della sentenza straniera di adozione – inammissibilità
Pubblicato il 2 aprile 2016 2 agosto 2016 da adminlombardia
Corte Costituzionale, sentenza n. 76 del 7.4.2016
Legittimità costituzionale degli artt. 35 e 36 della legge 4.5.1983, n. 184 – violazione artt. 2-3-30-31 e 117 Cost. – riconoscimento della sentenza straniera di adozione – inammissibilità
Il caso è quello di una coppia omosessuale che, nell’ambito di un progetto di vita assieme tra la madre biologica e quella adottiva, ha dato alla luce una figlia tramite la procedura di inseminazione artificiale.
La madre non biologica ha ottenuto l’adozione della minore dal Tribunale dello Stato dell’Oregon e, successivamente, le parti hanno contratto matrimonio secondo la legge degli Stati Uniti d’America.
Successivamente le parti si sono trasferite in Italia e la madre adottiva ha chiesto in Italia il riconoscimento del provvedimento statunitense di adozione.
Il Tribunale per i Minorenni di Bologna ha ritenuto ostativo al riconoscimento la contrarietà all’ordine pubblico della sentenza, ritenendo che per il diritto vivente debba escludersi che un minore possa essere adottato da persona che sia coniuge del genitore nell’ambito di un matrimonio contratto all’estero tra persone dello stesso sesso, costituendo la necessaria diversità dei sessi un presupposto implicito e inderogabile della disciplina adottiva.
Il Tribunale per i Minorenni, pur non discostandosi dall’orientamento giurisprudenziale maggioritario, ha rimesso la questione avanti alla Corte Costituzionale, non condividendo l’impostazione consolidatasi nel diritto vivente.
La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il ricorso.
La giustificazione che il giudice a quo fornisce in ordine all’esistenza della propria potestas iudicandi esibisce un difetto di motivazione sulla rilevanza: se egli avesse ritenuto che la sentenza straniera dovesse essere riconosciuta in modo automatico, ai sensi del comma 1 dell’art. 41 della legge n. 218 del 1995, avrebbe dovuto dichiarare inammissibile la domanda, poichè, in tale ipotesi, il provvedimento straniero potrebbe essere direttamente presentato all’ufficiale di stato civile per la trascrizione; se, invece, avesse adeguatamente motivato in ordine al fatto che la legge n. 218 del 1995 gli consentiva di svolgere un giudizio ai fini del riconoscimento della sentenza di adozione pronunciata all’estero, avrebbe dovuto fare riferimento unicamente all’art. 41, comma 2, della legge n. 218 del 1995 e alle pertinenti disposizioni della legge n. 184 del 1983.
In realt , richiamando la disposizione da ultimo citata, il giudice a quo ha erroneamente ritenuto applicabile al caso oggetto del suo giudizio la disciplina in tema di riconoscimento delle sentenze di adozione internazionale di minori, riconducendo la fattispecie da cui origina il giudizio principale all’art. 36, comma 4, della legge n. 184 del 1983, che estende il controllo giudiziale del Tribunale per i minorenni ad una particolare ipotesi di adozione di minori stranieri in stato di abbandono da parte di cittadini italiani.
Tale disposizione relativa al riconoscimento di decisioni di adozione assunte in Stati che risultano aderenti alla Convenzione dell’Aja del 29 maggio 1993, ratificata e resa esecutiva con “l’adozione pronunciata dalla competente autorità di un Paese straniero a istanza di cittadini italiani, che dimostrino al momento della pronuncia di aver soggiornato continuativamente nello stesso e di avervi avuto la residenza da almeno due anni, viene riconosciuta ad ogni effetto in Italia con provvedimento del tribunale per i minorenni, purchè conforme ai principi della Convenzione».
Il rimettente, ricordando come la Corte di cassazione (sezione prima civile, 14 febbraio 2011, n. 3572) abbia ritenuto che, anche in tale ipotesi, il giudice debba verificare se la sentenza pronunciata all’estero contrasti con i «principi fondamentali che regolano nello Stato il diritto di famiglia e dei minori» limite contenuto nel comma 3 dell’art. 35 solleva le questioni di legittimità costituzionale in esame, assumendo che proprio quel limite impedirebbe il riconoscimento della sentenza pronunciata negli Stati Uniti d’America come un’adozione in casi particolari del figlio del coniuge (ai sensi dell’art. 44, comma 1, lettera b, della legge n. 184 del 1983) nell’ambito di una coppia dello stesso sesso.
La fattispecie da cui ha avuto origine il giudizio di costituzionalità non è, però, correttamente riconducibile all’art. 36, comma 4, della legge n. 184 del 1983.
Il Tribunale per i minorenni di Bologna ritiene evidentemente determinante il fatto che la ricorrente al momento del ricorso era cittadina italiana. Non considera, tuttavia, che, al momento dell’adozione, ella era solo cittadina americana e che l’adozione pronunciata negli Stati Uniti d’America nel 2004 riguardava una bambina di cittadinanza americana. Ha quindi erroneamente ricondotto la fattispecie oggetto del proprio giudizio ad una disposizione, appunto il citato art. 36, comma 4, volta ad impedire l’elusione, da parte dei soli cittadini italiani, della rigorosa disciplina nazionale in materia di adozione di minori in stato di abbandono, attraverso un fittizio trasferimento della residenza all’estero.
Corte Costituzionale, sentenza 24.9.2015, n. 194 (Pres. Criscuolo, est. Grossi) Art. 38, primo comma, disp. att. c.c. come modificato dall’art. 96 d.lgs n. 154/2013 – art. 317 bis c.c. – diritto degli ascendenti a mantenere rapporti significativi con i nipoti – competenza del tribunale dei minorenni – questione di legittimità costituzionale – non fondata
Pubblicato il 1 gennaio 2015 da adminlombardia
Corte Costituzionale, sentenza 24.9.2015, n. 194 (Pres. Criscuolo, est. Grossi)
Art. 38, primo comma, disp. att. c.c. come modificato dall’art. 96 d.lgs n. 154/2013 – art. 317 bis c.c. – diritto degli ascendenti a mantenere rapporti significativi con i nipoti – competenza del tribunale dei minorenni – questione di legittimità costituzionale – non fondata
L’art. 317 bis c.c., come sostituito dal d.lgs. n. 154 del 2013, prevede che gli ascendenti, impediti nell’esercizio del diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni, possono ricorrere al giudice del luogo di residenza abituale del minore affinchè siano adottati i provvedimenti più idonei nell’esclusivo interesse del minore, con applicazione dell’art. 336, secondo comma c.c.
L’art. 38 delle disp. att. c.c. attribuisce la competenza per tali procedimenti al tribunale per i minorenni.
Il Tribunale di Bologna ha posto una questione di legittimità costituzionale sull’art. 38, primo comma, disp. att. c.c. ritenendo il giudice rimettente che la norma si ponga in contrasto con gli artt. 3 e 111 Cost. “per una intrinseca irragionevolezza e una rottura del principio di concentrazione processuale” posto che, mentre tutti i procedimenti di cui all’art. 333 c.c. possono essere trattati dal tribunale ordinario se pendente un procedimento di separazione o divorzio, ex art. 337 bis c.c., ciò non potrebbe avvenire per i soli procedimenti di cui all’art. 317 bis c.c.
La Corte Costituzionale ha ritenuto la questione di legittimità costituzionale non fondata.
Secondo la Corte, infatti, la logica del “cumulo processuale” che ha orientato i giudici rimettenti si fonda su criteri che non appaiono tali da compromettere la ragionevolezza, costituzionalmente rilevante, della norma in esame.
Il “cumulo processuale” previsto per i provvedimenti di cui all’art. 333 c.c., affidati alle cure del giudice ordinario quando penda un procedimento di giudizio o di separazione, si giustifica in relazione alla circostanza per cui le parti coinvolte in giudizio siano soggettivamente le stesse (ovvero i genitori ed i figli minori).
Nell’ipotesi, del tutto differente, di cui all’art. 317 bis c.c. è evidente che sarebbero soggettivamente diverse le parti in giudizio come diversi sarebbero gli interessi in contesa, e ciò giustifica la scelta di attribuire la competenza ad un giudice specializzato; senza contare che il cumulo di questo contenzioso con quello della separazione finirebbe inevitabilmente per introdurre, anche fra gli stessi coniugi, un ulteriore elemento di conflittualità, potenzialmente eccentrico rispetto a quelli già presenti.
Corte Costituzionale, sentenza 22.10.2015, n. 205 (Pres. Criscuolo, est. Sciarra) Art. 72 d.lgs 26.3.2001, n. 151 – questione di legittimità costituzionale – fondata – illegittimo nella parte in cui, nell’adozione nazione, accorda l’indennità di maternità alla libera professionista a condizione che il bambino non abbia superato i sei anni di età
Corte Costituzionale, sentenza 22.10.2015, n. 205 (Pres. Criscuolo, est. Sciarra)
Art. 72 d.lgs 26.3.2001, n. 151 – questione di legittimità costituzionale – fondata – illegittimo nella parte in cui, nell’adozione nazione, accorda l’indennità di maternità alla libera professionista a condizione che il bambino non abbia superato i sei anni di età
Il Tribunale ordinario di Verbania, in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato una questione di legittimità costituzionale dell’art. 72 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e paternità, a norma dell’art. 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53), in riferimento agli artt. 3 – 31 e 37 Cost., nella parte in cui, per il caso di adozione nazionale, concede l’indennità di maternità alla madre libera professionista solo se il bambino non abbia superato i sei anni d’età.
Il giudice rimettente assume che la normativa sull’indennità di maternità, nel prevedere il limite dei sei anni d’età del bambino soltanto per la madre libera professionista che ricorra all’adozione nazionale, contravvenga al fondamentale canone di eguaglianza e al principio di tutela della maternità e dell’infanzia; la norma riserverebbe un trattamento deteriore alle madri libere professioniste che scelgono le procedure dell’adozione nazionale, rispetto alle madri lavoratrici dipendenti e autonome, per un verso, e, per altro verso, rispetto alle madri libere professioniste che ricorrono all’adozione internazionale.
La Corte Costituzionale ha ritenuto fondata la questione e ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 72 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 nella parte in cui, per il caso di adozione nazionale, concede l’indennità di maternità alla madre libera professionista solo se il bambino non abbia superato i sei anni d’età.

References: sentenza 
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 art. 36
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 Art. 72
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