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Timestamp: 2018-11-16 01:04:41+00:00

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Contratti atipici: il contratto di posteggio e il contratto di ormeggio
SOMMARIO: 1. Il diritto alla sosta e l’art. 16 Cost.; 2. Il caso: l’incendio propagatosi da un veicolo in sosta deve considerarsi evento relativo alla circolazione. Cass. Civ., sez. III, 22.05.2008 n. 13239. IL CONTRATTO DI POSTEGGIO: 3. La definizione di parcheggio e di sosta e la circolazione veicolare nelle aree di parcheggio; 4. il contratto di posteggio; 4.1 La definizione; 4.2 La natura giuridica; 5. il contratto di rimessaggio; 6. La responsabilità; 6.1 la responsabilità contrattuale del posteggiatore; 6.2 La responsabilità contrattuale dell’albergatore; 6.3 La responsabilità contrattuale del titolare dell’autorimessa; 6.4 Il posteggio di cortesia. IL CONTRATTO DI ORMEGGIO: 7. Oggetto e natura giuridica; 8. La responsabilità contrattuale dell’ormeggiatore.
1. il diritto alla sosta e l’art. 16 Cost.
La nozione tecnico-giuridica di circolazione esprime un concetto complesso che include non solo il movimento dei veicoli sulla strada (circolazione dinamica), ma anche le fasi statiche dell’arresto, della fermata e della sosta, compresa quella nelle aree di parcheggio (circolazione statica)[1]. Al cittadino viene riconosciuto non solo il diritto alla sosta, ma anche quello di disporre delle aree di parcheggio. A tal punto, chiarito che la sosta costituisce un’esplicazione del diritto alla circolazione, è opportuno chiedersi se quest’ultima trovi il suo fondamento anche nel dettato costituzionale. Non vi è dubbio che il Costituente abbia considerato il fenomeno della circolazione come una delle forme in cui si realizza la libertà della persona. L’art. 16 Cost. non contiene riferimenti espressi alla circolazione stradale: la stessa Corte Costituzionale ha operato una distinzione tra la “libertà di movimento” quale diritto fondamentale della persona, non limitabile salvo nelle ipotesi previste dall’art. 16 Cost. e il diritto “strumentale” al libero uso delle strade pubbliche, suscettibile quest’ultimo di essere variamente regolato alla stregua di esigenze ulteriori[2]. La garanzia costituzionale non coprirebbe neppure i mezzi “in senso stretto” (mezzi di locomozione) di cui ci si avvale per circolare, essendo la stessa volta a proteggere la persona. Tuttavia non può negarsi che nell’attuale società, caratterizzata dalla locomozione di massa, la circolazione stradale rappresenti uno dei principali modi di esercizio della libertà in esame. L’esplicazione della libertà di circolazione mediante l’utilizzazione dei veicoli privati è stata qualificata dalla Corte Costituzionale come un “rilevante bisogno di vita”[3], ricondotto alla tutela di cui all’art. 23 Cost., in quanto condizionato, nel suo soddisfacimento, dalla stipulazione obbligatoria del contratto di assicurazione della r.c.a. imposto dalla L. n. 990/1969. Chiarita la “portata” del dettato costituzionale in tema di libertà di circolazione, è necessario ritornare sulla questione iniziale, ovvero se in tale nozione siano compresi anche i rapporti derivanti dalla sosta di veicoli. La Corte Costituzionale ha osservato come siano in circolazione anche i veicoli in sosta, proprio perché ostacolano o alterano il movimento, ingombrando necessariamente la sede stradale[4]: la riserva di spazi particolari per la sosta dei veicoli privati concorre ad assicurare ordine e fluidità alla circolazione e, nel tempo stesso, a dare sicurezza al traffico. La disciplina del parcheggio rientra, quindi, in quella generale della circolazione e il transito funzionalizzato al parcheggio assume rilevanza come passaggio di un’estesa pluralità di persone[5]. Partendo dal presupposto che anche nelle aree di parcheggio si svolge circolazione, la giurisprudenza civile ritiene applicabile la presunzione di cui al secondo comma dell’art. 2054 cod. civ., anche in caso di scontro tra un veicolo in movimento e uno fermo[6]. Di conseguenza secondo quanto previsto dall’art. 193 C.d.S, anche i veicoli parcheggiati dovranno essere coperti dall’assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile[7].
2. Il caso: l’incendio propagatosi da un veicolo in sosta deve considerarsi evento relativo alla circolazione. Cass. Civ., sez. III, 22.05.2008 n. 13239[8].
L’incendio propagatosi da un veicolo in sosta (principio applicabile anche ai natanti ormeggiati) deve considerarsi quale un evento relativo alla circolazione con conseguente azione diretta del danneggiato verso l’assicuratore del veicolo (o del natante), salvo che l’incendio stesso non derivi dall’azione dolosa di terzi, la quale è da sola sufficiente ad escludere il nesso di causalità tra la circolazione e l’incendio[9]. Nella decisone oggetto di esame, la Suprema Corte ha cassato con rinvio la sentenza della Corte di Appello di Bologna che aveva accertato che l’incendio sviluppatosi sul natante, all’ormeggio nelle acque di un fiume, era stato determinato da un intervento di riparazione e aveva, pertanto, ritenuto che tale incendio si era prodotto per cause del tutto svincolate dalla circolazione del natante, sia pure intesa nella sua più ampia accezione, comprendente anche la fase della sosta. La decisione fa applicazione dei principi giurisprudenziali formatisi in materia di individuazione delle nozione di circolazione dei veicoli ai fini dell'operatività dell'assicurazione obbligatoria della r.c. auto e, con essa, dell'azione diretta spettante al danneggiato. La nozione di navigazione, ai fini dell'applicabilità della normativa sull'assicurazione obbligatoria, è configurata su quella di circolazione stradale. Ciò anche in considerazione del raffronto tra l’art. 122, d.lgs. n. 209/2005 (disciplinante le condizioni e l'oggetto dell'obbligo assicurativo dei veicoli a motore) e l’art. 123, d.lgs. n. 209/2005 (relativo invece a condizioni ed oggetto dell'obbligo assicurativo dei natanti). Entrambe le disposizioni in esame utilizzano analoga formulazione per individuare la situazione da cui scaturisce l'obbligo assicurativo (la circolazione su strade di uso pubblico o su aree a queste equiparate e la navigazione in acque di uso pubblico o su aree a queste equiparate). Anche l'oggetto della copertura assicurativa è analogo: esso è individuato, in entrambe le disposizioni, nel rischio della responsabilità civile verso terzi di cui all'art. 2054 cod. civ. Tuttavia si sottolinea che l'assicurazione obbligatoria dei natanti, di cui all'art. 123, d.lgs. n. 209/2005, garantisce esclusivamente i danni alla persona, come risulta dal comma 1 della disposizione stessa. Nella fattispecie in esame, un natante ormeggiato si era incendiato nel corso di operazioni di riparazione del serbatoio di carburante: tale incendio aveva altresì procurato danni a cose di proprietà di terzi. L’incendio, secondo il Giudice di Appello, si era prodotto per cause del tutto svincolate dalla circolazione del natante: l’evento era da considerarsi privo di qualsivoglia nesso di causalità con la fase di sosta (così può infatti qualificarsi l'ormeggio del natante), il quale doveva essere considerato come cosa inattiva, sebbene astrattamente idonea a circolare (o meglio, dovrebbe dirsi, a navigare). Da tale impostazione, derivava l’impossibilità di ritenere l'incendio così scaturito, evento derivante dalla circolazione (ovvero navigazione) del natante, con conseguente non esperibilità, da parte del terzo danneggiato, dell'azione diretta nei confronti dell'impresa assicuratrice del natante. La decisione della Suprema Corte applica i principi elaborati in materia di danno provocato da incendio di veicolo in sosta. Innanzitutto, si qualifica l'ormeggio dell’imbarcazione come fase della circolazione (o navigazione), secondo un’impostazione assolutamente uniforme, risultante sia dalla lettera dell'art. 3, comma 9, cod. strad., il quale comprende nella nozione di circolazione stradale il movimento, la fermata e la sosta dei veicoli sulla strada, sia dalla consolidata interpretazione giurisprudenziale e dottrinale (vedasi paragrafo sub. 1)[10]. Il punto focale della decisione è quello relativo alla possibilità di qualificare come evento relativo alla circolazione l'incendio propagatosi da natante (o veicolo) in sosta, o meglio di qualificare come danno derivante dalla circolazione dei veicoli – dal quale scaturisce responsabilità ex art. 2054 cod. civ., con conseguente operatività della normativa sull'assicurazione obbligatoria e dell'azione diretta ad essa connessa – quello provocato dall'incendio di un veicolo per cause non direttamente riferibili alla sua circolazione (ad esempio il surriscaldamento conseguente alla circolazione dinamica del veicolo ed il c.d. ritorno di fiamma). Si ribadisce dunque il principio in base al quale deve considerarsi evento relativo alla circolazione stradale, e come tale applicabile anche ai natanti, l'incendio propagatosi da un veicolo in sosta, con conseguente esercizio dell'azione diretta prevista dalla normativa sull'assicurazione obbligatoria dei veicoli a motore e dei natanti, con l'unica esclusione della ipotesi in cui l'incendio derivi dall'azione dolosa di terzi. In tal caso, infatti, si verifica una condotta che è di per sé sufficiente ad escludere il nesso di causalità tra la circolazione (seppur nella fase di sosta, o di ormeggio) e l'incendio produttivo di danni[11]. Non è stata sottoposta al vaglio della Corte la questione relativa al luogo ove si svolgeva l'ormeggio, elemento che riveste importanza fondamentale ai fini dell'applicabilità della normativa sull'assicurazione obbligatoria dei veicoli a motore e dei natanti. La navigazione deve svolgersi, a tal fine, su acque di uso pubblico o su aree a queste equiparate (analogamente per la circolazione, che deve avvenire su strade di uso pubblico o su aree a queste equiparate). Fermo restando che per costante giurisprudenza sul punto, fondata anche sul disposto dell'art. 2, D.P.R. n. 973/1970 (Regolamento di attuazione della L. n. 990/1969 sull'assicurazione obbligatoria dei veicoli e dei natanti), sono considerate strade o aree ad uso pubblico oppure a queste equiparate, tutte quelle che, sebbene di proprietà privata, siano aperte all'accesso ed al transito di un numero indeterminato di persone[12]. Si precisa che gli artt. 122 e 123 del d.lgs. n. 209/2005 demandano ad un regolamento ministeriale l’individuazione delle aree e delle acque "equiparate a quelle di uso pubblico". Tale provvedimento - emanato dal Ministero dello sviluppo economico in data 1 aprile 2008, n. 86, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 19 maggio 2008, n. 116[13] - ha espressamente ribadito i principi sopra evidenziati, statuendo che sono equiparate alle strade di uso pubblico tutte le aree, di proprietà pubblica o privata, aperte alla circolazione del pubblico e sono considerati in circolazione anche i veicoli in sosta su strada di uso pubblico o su aree a queste equiparate. In particolare il regolamento di cui trattasi individua:
- la tipologia di veicoli esclusi dall’obbligo di assicurazione per la responsabilità civile verso terzi e le aree equiparate a quelle di uso pubblico;
- la tipologia di natanti esclusi dall’obbligo di assicurazione per la responsabilità civile verso terzi e le acque equiparate a quelle di uso pubblico;
-i veicoli aventi targa di immatricolazione rilasciata da uno Stato estero ai quali non si applicano le disposizioni in tema di assicurazione della responsabilità civile per danni derivanti dalla circolazione.
Sono, infine, stabilite le regole per la sostituzione del contratto di assicurazione in caso di trasferimento di proprietà del veicolo o del natante. Nell’ipotesi della navigazione, tali previsioni sono state accolte con favore da autorevole dottrina[14], la quale ha rilevato come, grazie a tale regolamento, può essere meglio chiarita la sussistenza dell'obbligo assicurativo (con conseguente applicabilità dell'intera normativa sull'assicurazione obbligatoria, anche per quanto attiene i mezzi di tutela dei terzi danneggiati e, segnatamente, l'esperibilità dell'azione diretta) in ipotesi specifiche e rispetto alle quali si è costretti ad assistere a delle oscillazioni interpretative da parte della giurisprudenza, come ad esempio quelle in cui il natante è ormeggiato o tirato a secco ovvero si trova in un bacino di carenaggio per essere sottoposto a riparazioni[15].
IL CONTRATTO DI POSTEGGIO
3. La definizione di parcheggio e di sosta e la circolazione veicolare nelle aree di parcheggio.
Secondo parte della dottrina e giurisprudenza, il parcheggio si definirebbe come un particolare tipo di sosta lecita “atipica”, qualificata dalla circostanza di essere effettuata in zone a ciò destinate con un provvedimento amministrativo dell’autorità competente (o per meglio dire dell’ente proprietario). L’elemento peculiare risiederebbe nell’occupazione del suolo destinato a quel particolare scopo[16]. La conseguenza logica di tale impostazione è che la sosta sarebbe un elemento costitutivo del parcheggio, mentre quest’ultimo rappresenterebbe un’interruzione della circolazione. Il nuovo Codice della Strada (D.lgs. n. 285/1992), al n. 34 dell’art. 3, fornisce una precisa definizione di parcheggio:”area o infrastruttura posta fuori dalla carreggiata, destinata alla sosta regolamentata o non dei veicoli”. La sosta viene invece definita dall’art. 157 C.d.S quale “sospensione della marcia del veicolo protratta nel tempo, con possibilità di allontanamento da parte del conducente”[17]. Dalla lettura delle norme sopra citate emerge come il parcheggio (pubblico o privato) rappresenti il mero luogo ove i conducenti sono autorizzati a lasciare i veicoli in sosta, mentre quest’ultima consiste in un’attività. E’ fuor dubbio che all’interno di un parcheggio, sia privato che pubblico, si attua un movimento di veicoli e di pedoni che vi entrano e vi escono, giacché in esso prende inizio o termine, con carattere dinamico, la circolazione dei veicoli.
4. Il contratto di posteggio
4.1 La definizione
Nel contratto di posteggio[18], tra il gestore e il conducente si instaura un rapporto giuridico che vede, da una parte, il dovere del primo di eseguire la prestazione e, dall’altra, il diritto soggettivo del secondo alla prestazione del servizio. Tuttavia è bene sottolineare che il pagamento effettuato dall’utente mediante dispositivi di controllo di della durata della sosta non rappresenta, nel parcheggio incustodito, la controprestazione di un rapporto privatistico, ma il mero adempimento di un’imposizione tributaria: infatti l’art. 7, comma I, lett. f) del Codice della Strada (d.lgs. 285/1992), prevede la possibilità di destinare zone cittadine a parcheggio con dispositivi di controllo della durata della sosta a pagamento. Argomento questo che non è oggetto di indagine nel presente studio. Quando invece l’area è custodita, tra il conducente di un veicolo e il titolare del parcheggio si instaura un rapporto privatistico. Il procedimento di formazione di questo contratto è quello dell’offerta al pubblico di cui all’art. 1336 cod. civ.[19] Le clausole contenenti gli estremi della proposta sono rese pubbliche attraverso l’affissione di avvisi e il conducente aderisce all’offerta immettendo il proprio veicolo nell’apposito spazio, senza che sia necessaria un’ulteriore estrinsecazione della volontà[20]: la Suprema Corte ha infatti chiarito che sussiste un servizio di posteggio anche qualora la volontà diretta a tale scopo non venga esposto in modo tassativo, potendo risultare da comportamenti concludenti dai quali emerge inequivocabilmente la volontà del titolare[21]. La più recente giurisprudenza sul punto ha chiarito che l'offerta della prestazione di parcheggio, cui segue l'accettazione attraverso l'immissione del veicolo nell'area, ingenera l'affidamento che in essa sia compresa la custodia, restando irrilevanti eventuali condizioni generali di contratto predisposte dall'impresa che gestisce il parcheggio, che escludano un obbligo di custodia poiché per il modo rapidissimo in cui il contratto si conclude è legittimo ritenere che tale conoscenza sfugga all'utente[22]. La funzione pratica perseguita con il contratto di posteggio è quella di ottenere la custodia del veicolo immesso nell’apposita area. La causa di tale contratto è la stessa del deposito: la custodia[23]. Secondo una parte minoritaria della dottrina, la causa comprenderebbe anche “la messa a disposizione di uno spazio”[24]
4.2 La natura giuridica.
A tal punto, ciò premesso, vi è la necessità di verificare se questo negozio si configuri come un contratto tipico ovvero si renda necessario individuarne la disciplina applicabile attraverso un riferimento per relationem ad uno schema tipico. Orbene possiamo ascrivere il contratto di posteggio tra contratti che perseguono interessi di tutela: si tratta di un contratto in virtù del quale l’auto viene consegnata al parcheggiatore affinché venga custodita in uno spazio qualunque. Quanto alla natura giuridica, sia in dottrina sia in giurisprudenza vi è un’oscillazione, nel senso che vi sono, a seconda delle posizioni esaminate, diverse configurazioni. Si ritiene infatti che il contratto di posteggio si configuri come:
-un vero e proprio contratto di deposito[25] (art. 1766 cod. civ.);
- un contratto di prestazione d’opera (art. 2222 cod. civ.)[26];
- un contratto simile alla locazione (secondo la giurisprudenza di merito[27]);
-un contratto atipico[28].
Proprio i sostenitori della tesi dell’atipicità – avvalorata dalla più recente giurisprudenza – seguendo il criterio di prevalenza[29], ritengono applicabile la disciplina del contratto di deposito. E’ interessante notare che, a ben vedere, non vi è perfetta coincidenza con lo schema del contratto di deposito:
-al contratto di posteggio è estraneo ogni profilo di fiducia, presente nel contratto di deposito, che viene concluso intuitu personae.
-L’obbligazione del depositario può essere anche priva di termine, mentre l’obbligazione del posteggiare cessa allo scadere della fascia oraria prestabilita. - Particolari sono le condizioni ambientali ove si svolge l’attività di custodia nel posteggio (ad esempio le aree di parcheggio sono aperte al pubblico e nelle stesse si svolge una circolazione di veicoli). Tali condizioni fanno sì che al posteggiare non possa essere richiesta la diligenza di un depositario. Di conseguenza l’eventuale responsabilità del posteggiatore deve esser valutata alla luce della diligenza del buon padre di famiglia e non, in base al più rigoroso principio di cui all’art. 1780 cod. civ. Un contratto così concepito dovrà quindi esser soggetto alle norme generali del contratto (art. 1321 cod. civ. e ss) e dovrà necessariamente perseguire interessi meritevoli di tutela e leciti. E’ dunque chiaro che il contratto di posteggio, in quanto contratto atipico, trova il suo fondamento nell’art. 1322 cod. civ.[30]
5. Il contratto di rimessaggio
Nel contratto di rimessaggio, si ravvisano tutti gli elementi costitutivi della figura negoziale del deposito[31] e, in particolare, quello caratteristico dell’affidamento in custodia nel quale restano assorbite le prestazioni necessarie di collocare e ricollocare il mezzo. La causa tipica del contratto di posteggio in rimessa è quella della custodia del veicolo depositato. Dalla lettura dell’art. 1799 cod. civ. e seguenti si evince come la custodia costituisca l’oggetto della fondamentale obbligazione del depositario sino al momento della restituzione, analogamente a quanto avviene per il gestore dell’autorimessa[32]. Un ulteriore elemento che qualifica il contratto di rimessaggio è quello relativo alle modalità concrete con le quali si svolge la custodia che, in questo rapporto, risultano inequivocabilmente collegate alla destinazione del veicolo[33]. Tale tipo di contratto si perfeziona mediante consegna del veicolo da ricoverare: la ricezione dell’autoveicolo è contestuale alla conclusione del contratto e non è oggetto di un successivo obbligo di adempiere e senza che sia necessaria un previo scambio espresso del consenso[34]. Si evince come la consegna attenga alla fase formativa del contratto mentre la custodia, rappresentando l’elemento predominante dell’attuazione del rapporto, attenga alla fase esecutiva di questo. Esso si configura come un contratto non formale, con la conseguenza che l’accordo tra le parti può risultare in qualsiasi modo anche implicitamente. Nella pratica dei contratti di deposito vengono rilasciati particolari contrassegni che autorizzano il depositario a restituire la cosa a chi lo esibisce: ciò avviene regolarmente nei contratto di rimessaggio e spesso si confondono i caratteri di documento di legittimazione con quelli di prova del tempo della conclusione del contratto.
6. La responsabilità
6.1 La responsabilità contrattuale del posteggiatore
L’obbligazione principale di posteggio consiste nella custodia. Questa concerne il governo e la cura del veicolo a fini conservativi ed è preordinata all’obbligazione di conservare per poter restituire: in tal modo i termini custodia-restituzione appaiono praticamente inscindibili[35]. Il gestore del posteggio ha l’obbligo, ai sensi dell’art. 1766 cod. civ., di custodire e restituire il veicolo nelle medesime condizioni in cui è stato loro consegnato e ha l’onere di valutare la propria attitudine all’adempimento delle obbligazioni. Pertanto, lo stesso è responsabile qualora non sia in grado di mantenere gli impegni assunti[36]. Il conducente, da parte sua, ha l’obbligo di pagare il prezzo per la prestazione effettuata. Il posteggiatore deve usare nella custodia la diligenza del buon padre di famiglia (art. 1768, I co., cod. civ.). Ne deriva che l’avaria, il deterioramento o la distruzione del veicolo depositato costituiscono fonte di responsabilità contrattuale, ed il posteggiatore, ex art. 1218 cod. civ., sarà tenuto al risarcimento del danno se non prova che l’inadempimento è dovuto a causa a lui non imputabile. E’ assai dubbia l’efficacia di clausole, contenute in condizioni generali di contratto, limitative della responsabilità del posteggiatore. Si deve premettere che l’inosservanza dell’obbligo di custodire con diligenza il veicolo, costituisce inadempimento contrattuale. Senza dubbio tale inadempimento si verifica non solo nel caso in cui la vettura ricevuta in custodia abbia riportato danni durante il periodo in cui è stata lasciata in sosta[37], ma anche nel caso in cui la stessa sia stata sottratta da ignoti[38]. Di talché l’inosservanza dell’obbligo di custodire non potrebbe non comprendere anche gli oggetti costituenti accessori del veicolo, quali, ad es. l’impianto stereo. Eventuali clausole limitative della responsabilità del depositario, contenute in condizioni generali di contratto, dovranno considerarsi vessatorie e quindi inefficaci, se non approvate specificamente per iscritto (art. 1341, II co., cod. civ.). In particolare, va considerata vessatoria la clausola con cui il gestore del parcheggio lunga sosta di un aeroporto, dichiari di non rispondere dei danni arrecati da terzi al veicolo durante la sosta[39]. La Suprema Corte, in recenti pronunce, ha avuto modo di avvalorare il principio sulla base del quale l'applicazione della disciplina generale del contratto di deposito deriva la conseguente responsabilità "ex recepto" del gestore; quindi, l’eventuale clausola di esclusione della responsabilità di quest'ultimo nel caso di furto del veicolo, avendo carattere vessatorio, è inefficace, qualora non sia stata approvata specificamente per iscritto[40]. E ancora nella recentissima sentenza della Suprema Corte - Cassazione civile sez. III, 27 gennaio 2009 n. 1957 - si afferma che “al contratto atipico di posteggio si applica la disciplina del deposito, di talché la responsabilità "ex recepto", nel caso di furto dell'autoveicolo, grava sul gestore dell'area recintata adibita a posteggio, ancorché realizzata in forma completamente automatizzata e senza la presenza di persone fisiche addette specificatamente a ricevere la consegna del veicolo e ad effettuare la connessa sorveglianza” [41] (nella specie, per l'entrata ed il superamento della sbarra era necessario ritirare una scheda magnetica rilasciata da un apposito dispositivo, mentre per l'uscita tale scheda doveva essere introdotta in altro apparecchio, cui seguiva il versamento del corrispettivo e la successiva immissione della stessa in una macchina per la conferma dell'eseguito pagamento).
6.2 La responsabilità contrattuale dell’albergatore
L’art. 1783, I e III co., cod. civ., attribuisce all’albergatore la responsabilità di ogni deterioramento, distruzione o sottrazione delle cose portate dal cliente in albergo, limitatamente al valore di quanto sia deteriorato, distrutto o sottratto, sino all’equivalente di cento volte il prezzo di locazione dell’alloggio per giornata. Tuttavia, l’albergatore non è responsabile ove tale deterioramento, distruzione o sottrazione siano dovuti al cliente, a forza maggiore o alla natura della cosa (art. 1785 cod. civ.). Ci si chiede se il veicolo del cliente, lasciato in sosta nel complesso alberghiero, rientri nella disciplina delle cose portate o, al contrario, rientri nella disciplina di quelle “consegnate in custodia”. L’art. 1785 quinquies cod. civ., introdotto dall’art. 3 della Legge 10.6.1978, n. 316 in esecuzione della Convenzione di Parigi del 17 dicembre 1962 sulla responsabilità degli albergatori, esclude l’applicabilità delle disposizioni in materia di deposito alberghiero, ai veicoli, alle cose lasciate negli stessi e agli animali vivi. Ne deriva dunque notevole limitazione della responsabilità dell’albergatore relativamente a beni che dovrebbero invece considerarsi quali “cose portate in albergo” ex art. 1783, I co., cod. civ. Questa norma ha escluso la responsabilità dell’albergatore per il danneggiamento o per il furto del mezzo non solo nel caso in cui il veicolo venga lasciato in sosta nelle pertinenze dell’albergo, ovvero in luoghi adiacenti (cortili, giardini o piazzali), soggetti al suo controllo e posti in funzione della sua attività professionale[42]. L’esclusione della disciplina del deposito in albergo per i veicoli e per le cose in esso contenute non significa però esclusione di responsabilità per l’albergatore: si debbono ritenere applicabili tutte le altre regole relative ai diversi rapporti contrattuali che si possono stabilire tra l’albergatore e il cliente ai fini della custodia, ad esempio consentire il posteggio in un’autorimessa annessa alla struttura. Si tratta di prestazione accessorie regolate dalle norme generali sul deposito. Per meglio comprendere è opportuno citare una fattispecie concreta. Qualora l’albergo si avvalga, sotto il diretto controllo del titolare, di personale addetto al servizio di custodia nei garage o negli appositi spazi a tale uso adibiti, il veicolo si considererà depositato ex art. 1766 cod. civ. Al contrario, non sussisterà alcuna responsabilità dell’albergatore se il veicolo viene lasciato fuori dall’albergo. Dubbi sorgono nell’ipotesi in cui l’albergo munito di garage non abbia personale addetto che provveda a rendere in consegna il veicolo: si sostiene in dottrina che, in questo caso, tra l’albergatore e il cliente si instaura un rapporto privatistico alla stregua dell’art. 1336 civ. cod.[43]. Seguendo tale orientamento dottrinale, tale disposizione codicistica si applica anche nell’ipotesi di predisposizione di un area parcheggio riservata ai clienti. Infine è opportuno sottolineare che la giurisprudenza prevalente[44] qualifica il contratto di campeggio quale deposito in albergo, con conseguente applicazione degli artt. 1783 cod. civ. e ss.: con il contratto di campeggio il gestore di un camping fornisce al campeggiatore ed alla sua famiglia il godimento di un’area, ove collocare la propria tenda o la propria roulotte, per l’intera stagione turistica o per parte di essa, dietro pagamento di corrispettivo. Accade frequentemente che le aree destinate a campeggio durante la stagione estiva, vengano utilizzate, nella stagione invernale, quali aree adibite al rimessaggio di roulotte e camper. Si tratta di un’ipotesi particolare. Quando il campeggio viene utilizzato non quale luogo di permanenza del campeggiatore con la propria tenda o roulotte, ma quale luogo di parcheggio di una roulotte, al relativo rapporto si applica la disciplina generale del deposito e non quella sul deposito in albergo, con la conseguente responsabilità ex recepto e l’eventuale clausola di esclusione della responsabilità del gestore in caso di furto del veicolo, avendo carattere vessatorio, è inefficace se non approvata specificamente per iscritto[45].
6.3 La responsabilità contrattuale del titolare dell’autorimessa
Data la natura di vero e proprio deposito del contratto di posteggio in autorimessa, è evidente l’operatività dell’art. 1780 cod. civ. il quale, in correlazione al principio sancito dall’art. 1218 cod. civ. per la responsabilità del debitore, dispone che solo “se la detenzione della cosa è tolta al depositario in conseguenza di un fatto a lui non imputabile, egli è liberato dall’obbligazione di restituire la cosa”. Ciò considerando che l’art. 1768 cod. civ. prevede che il depositario debba usare nella custodia la diligenza del buon padre di famiglia. La giurisprudenza prevalente ritiene di coordinare i principi sopra richiamati, affermando che la responsabilità del titolare dell’autorimessa scaturisce dalla violazione degli obblighi di diligenza, ma che lo stesso non può liberarsi dalla sua responsabilità ex recepto se non fornisce la prova che l’evento si è verificato in conseguenza di un fatto a lui non imputabile[46]. Sul punto la Suprema Corte ha avuto modo di chiarire che il gestore di autorimessa è responsabile per il furto della merce contenuta negli autoveicoli a lui affidati, ove dalle pattuizioni contrattuali risulti che il deposito aveva ad oggetto non solo gli autoveicoli, ma anche la merce ivi contenuta. La prova della non imputabilità della perdita della detenzione della cosa da parte del depositario è correlata alla imprevedibilità ed inevitabilità della sottrazione della merce, malgrado l’uso della diligenza del buon padre di famiglia[47] E’ opportuno sottolineare che l’art. 1780 cod. civ. impone al depositario l’obbligo di denunciare immediatamente al depositante il fatto per cui ha perduto la detenzione, sotto pena del risarcimento del danno in misura pari al valore della cosa sottratta.
6.4 Il posteggio di cortesia.
L'autorizzazione a mero titolo di cortesia al posteggio di un autoveicolo in uno spazio privato non implica di per sé, senza cioè il concorso di ulteriori elementi, anche l'assunzione dell'obbligo della relativa custodia[48]. Ad esempio la Suprema Corte ha chiarito che l’autorizzazione, per mero titolo di cortesia, al posteggio di un veicolo nello spiazzo privato (nella specie, recintato) antistante uno stabilimento industriale, anche se emessa da dipendente dell’impresa dotato di necessari poteri, non implica, di per sé, assunzione dell’obbligo della relativa custodia e non è sufficiente, quindi, per ritenere concluso tra le parti un contratto di deposito, la cui funzione caratterizzante è, appunto, quella di custodia del bene[49] (nella specie, trattatasi di autocarro carico della merce prelevata dallo stabilimento, che il conducente aveva lasciato, durante la notte, nello spiazzo dopo aver richiesto ed ottenuto l’autorizzazione di un dipendente dell’impresa, che aveva consentito il posteggio a condizione che le chiavi fossero lasciate nel cruscotto per facilitare lo spostamento del mezzo in caso di necessità ed in relazione alle esigenze di utilizzazione dello spiazzo da parte dell’impresa). Tuttavia, la questione – in verità tutt'altro che pacifica in dottrina e in giurisprudenza – si coordina con la più ampia problematica del rilievo da attribuirsi alle c.d. prestazioni di cortesia[50]. Secondo un diverso, risalente orientamento della Suprema Corte, l'affidamento in custodia di cose site in luogo pubblico da parte di chi deve allontanarsi e la corrispondente assunzione dell'incarico di custodirle, valgono a configurare un rapporto obbligatorio di custodia, pur se l'incarico sia assunto senza un interesse proprio e diretto, e con il solo animo di fare cosa grata all'altra parte[51]. Esistono, infatti, degli obblighi, i quali - per l'apprezzamento comune o per il costume di date società (compresa la nostra) - sono tali, che, quando vengono assunti dai soggetti, non possono rimanere relegati nella sfera del costume sociale, ma devono necessariamente sboccare in quella del diritto. Fra questi obblighi, per il carattere tipicamente economico che deve esserle riconosciuto, non può non rientrare la custodia; cosicché nel ricevere una cosa per custodirla, si deve necessariamente vedere l'intento di contrarre un vincolo giuridico, salvo l'esistenza di chiare riserve note alla controparte[52].
7. Oggetto e natura giuridica.
Secondo l’ormai consolidata interpretazione giurisprudenziale, il c.d contratto di ormeggio, non trovando alcuna specifica regolamentazione né nel codice civile, né in quello della navigazione (che si limita a dettare norme sulla professione di ormeggiatore - art. 116, comma 1, n. 4, c. nav. e 208 ss. reg. nov. mar.), costituisce un contratto atipico che il diritto non può non riconoscere, poiché diretto a realizzare un interesse meritevole di tutela[53]. Tale contratto non può essere equiparato puramente e semplicemente al deposito, di talché risultino applicabili analogicamente le disposizioni di cui agli art. 1766 cod. civ. ss., potendo avere un oggetto più vario ed articolato in relazione alle attrezzature ed all'organizzazione del porto. Infatti il gestore esplica, in genere, i seguenti servizi: manutenzione degli impianti, pilotaggio, assistenza all’ormeggio e al disormeggio, pulizia a terra e in mare, fornitura di acqua potabile e energia elettrica, distribuzione carburanti, pubblica illuminazione, antincendio e antinquinamento. Le modalità concrete di svolgimento del rapporto sono utili al fine di ricondurre la fattispecie in concreto nell’alveo di un contratto tipico. Come accade per il contratto di posteggio, emergono differenti qualificazione del rapporto giuridico, con notevoli ripercussioni sull’estensione o diminuzione della responsabilità del concessionario dell’ormeggio a seconda dei casi. Tale tipo contrattuale potrebbe qualificarsi come species della locazione. Necessario a tal scopo sarà garantire il c.d. “spazio d’acqua” ove poter ormeggiare il proprio motoscafo. In tale caso, come previsto dall’art. 1575 cod. civ., gli obblighi del locatore sarebbero esclusivamente quelli di consegnare la cosa locata in buono stato di manutenzione al conduttore; nonché quello di mantenere la stessa in buono stato per tutta la durata del contratto e garantirne il pacifico godimento per il medesimo periodo. Non è prevista nessuna particolare responsabilità per il perimento della cosa posta all’interno della cosa locata. Il contratto di ormeggio può avere ad oggetto la semplice messa a disposizione ed utilizzazione delle strutture portuali ovvero estendersi alla custodia dell’imbarcazione: nel primo caso lo stesso è assimilabile, come detto poc’anzi, alla locazione e solo nel secondo al deposito, da cui discende l’obbligo di custodire il natante e di restituirlo nello stato in cui è stato consegnato. Bisogna sottolineare che parte della dottrina[54], si discosta da questa qualificazione, inquadrando il contratto di ormeggio nella locazione piuttosto che nel deposito, cosicché l’obbligo di custodia dell’imbarcazione nascerebbe solo da apposita pattuizione tra le parti. Tale tesi appare superabile, se solo si pensa al fatto che, nella prassi e nella maggior parte dei casi, si da per scontato che al contratto in esame siano necessariamente da associare un obbligo di custodia e vigilanza. Ciò porta a trasformarlo da semplice locazione di uno specchio d’acqua ad una struttura di contratto più complessa costituita anche dalla custodia, a cui riconnettere la responsabilità del custode per avaria, deterioramento o distruzione dell’imbarcazione. Nella prassi, la locazione dello spazio acqueo rappresenta un presupposto necessario per poter usufruire di ulteriori servizi (custodia del natante, erogazione acqua ed energia elettrica, informazioni meteo…). L’obbligo di custodia costituisce l’elemento chiave che consente di definire il contratto come ormeggio-deposito. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con sentenza 03.04.2007, n. 8224[55], hanno chiarito che il contratto di ormeggio presenta una sostanziale affinità con la locazione e in particolare con la locazione del posto macchina, se il suo oggetto è limitato alla messa a disposizione delle strutture e alla loro utilizzazione ai fini dell'ormeggio e della sosta dell'imbarcazione senza alcuna altra prestazione, mentre è assimilabile al deposito se dà luogo all'affidamento dell'imbarcazione agli addetti alla struttura. In pratica, se si vuol individuare la disciplina prevalente applicabile (ormeggio-locazione ovvero ormeggio-deposito) bisogna interpretare l’effettiva volontà delle parti e analizzare le concrete prestazioni rese dall’ormeggiatore. Tale circostanza non è sempre di facile individuazione, poiché il contratto di ormeggio non è formale e si conclude per facta concludentia (attraverso la consegna materiale dell’imbarcazione). E’ quindi essenziale ricostruire l’essenza degli obblighi dell’ormeggiatore, attraverso l’indagine dei comportamenti tenuti dallo stesso durante l’esecuzione del contratto: l’accertamento della sussistenza e del contenuto del contratto di ormeggio grava in capo a chi ne invoca l’esistenza[56].
8. La responsabilità contrattuale dell’ormeggiatore
Si prenda in esame l’ipotesi più ricorrente nella prassi: allorché il contratto di ormeggio sia esteso alla custodia del natante (ormeggio-deposito), rilevanti ripercussioni si hanno in caso di perdita o danneggiamento dello stesso e, quindi, la responsabilità dell’ormeggiatore dovrà essere valutata sulla base degli artt. 1218, 1768 e 1780 cod. civ. I doveri di custodia non restano delimitati al natante nella sua struttura elementare, ma si estendono, salvo patto contrario, a tutte le cose che, pur mantenendo una propria autonomia, siano destinate in modo durevole al suo servizio ed ornamento, costituendone pertinenza, ed in particolare alle attrezzature obbligatorie in forza di legge, di regolamento o di altri atti amministrativi. L’eventuale patto contrario deve essere provato dal concessionario dell’ormeggio e non dal depositante[57]. Non si esclude che le parti, nell’ambito della loro autonomia contrattuale, possano, sin dal momento della conclusione del contratto, convenire la misura del risarcimento spettante al depositante, indicando nella ricevuta di custodia (o altro documento) il valore delle cose depositate al momento della consegna: tale valore non opera come limite all’obbligo del risarcimento del danno gravante sul concessionario – avendo diritto il danneggiato a conseguire la rivalutazione monetaria sulla somma indicata come valore della cosa – ma costituisce una delimitazione dell’oggetto del contratto[58]. Trattandosi di responsabilità contrattuale, la colpa si presume ed a carico dell’ormeggiatore è posto l’onere probatorio di dimostrare che il fatto non è a lui imputabile. Tale fatto esterno non deve assumere necessariamente i caratteri del caso fortuito o della forza maggiore, atteso che non si versa in ipotesi di presunzione di responsabilità, ma di presunzione di colpa. Pertanto la prova liberatoria consiste nella dimostrazione di aver adottato tutte le precauzioni suggerite dall’ordinaria diligenza, con l’avvertenza che ove il concessionario dell’ormeggio si renda conto della necessità di una sforzo maggiore rispetto a quello ordinario, egli è tenuto a prestarlo, versando altrimenti in colpa cosciente, ancorché abbia custodito il bene con la diligenza del buon padre di famiglia. In definitiva, l’ormeggitore-custode può superare la presunzione di colpa ex recepto se dimostra di non avere avuto colpa nell’inadempimento e di avere adottato tutte le cautele che le circostanze suggerivano, secondo un criterio di ordinaria diligenza, per evitare la distruzione delle cose depositate. In via subordinata, qualora, nel caso specifico, dovessero riconoscersi gli estremi della locazione, egualmente potrebbe invocarsi la responsabilità dell’ormeggiatore. Invero l’art. 1578, II comma, cod. civ., espressamente prevede “il locatore è tenuto a risarcire al conduttore i danni derivati da vizi della cosa, se non prova di avere senza colpa ignorato i vizi stessi al momento della consegna”.
[1] Sulla nozione di circolazione statica e dinamica, vedasi Gallone, La circolazione dei veicoli. Una ricerca di diritto giurisprudenziale, Milano, 1996, 49. In giurisprudenza, Cass. Civ. 09.06.1997, n. 5146, in Giust. Civ. 1997, 2754; Corte Cost. 02-14.04.1969, n. 82 ivi, 1969, I, 212; Cass. pen. 05.10.1962, in Arch. giur. circ. sin., 1963, 148; Trib. Verona 02.12.1961, 72; Cass. 13.08.1960 n. 2383 in Resp. Civ. prev. 1961, 72. [2] Corte Cost. 12.03.1965, n. 12 in Giur. Cost. 1965, I, 106. [3] Sent. Corte Cost. n. 215 del 1998 in Giur. cost., 1998, II, 1701 ss., con commento di M. Manetti, Il “bisogno di circolare sulla propria automobile” tra art. 23 Cost. e art. 41 Cost., in Giur. cost. 1998, 1713. [4] Corte Cost. 02-04.04.1969, n. 82 in Resp. Civ. prev. 1970, 246 e in Arch. giur. circ. sin. 1970, 32. [5] Così Cass. Civ. 14.01.1985, n. 30 in Riv. giur. edil. 1985, 429. [6] Così Cass. Civ. 15.10.1997, n. 10110 in Giust. Civ. mass. 1997, 1943, Cass. Civ. 25.11.1993, n. 11681, in Arch. giur. circ. Sin. 1994, 389 e 992, Cass. Civ. 17.06.1993 n. 6750, ibidem, 440; Cass. Civ. 23.04.1980, n. 2660, in Giust. Civ. mass. 1980, 1162; Cass. Civ. 07.12.1976, n. 4568, in Arch. giur. circ. sin. 1977, 212; Cass. Civ. 15.12.1975, n. 4139, ivi 1976, 691; App. Milano 30.11.1973 in Riv. giur. circ. trasp. 1975, 415; Cass. Civ. 24.03.1972 n. 921,in Arch. giur.circ. sin. 1973, 185; Cass. Civ. 16.04.1971, n. 1098, ivi, 1972, 448. In senso contrario, App. Trento 22.1.1955, in Giust. Civ. mass. app. 1955, 1389; App. Venezia 03.06.1955, ibidem, 1502; Trib. Como 02.01.1955 in Dir. autom. 1955, 130. Anche la dottrina dominante è orientata per l’applicabilità dell’art. 2054 cod. Civ. nel caso di scontro tra un veicolo in movimento e uno fermo. Si veda in argomento, Alpa, Responsabilità civile e danno, Bologna, 1991, 336 e Messineo, Manuale di diritto civile e commerciale, Milano 1972, 599. [7] Cass. pen. 30.10.1975 e Cass. pen. 29.03.1974, in Giust. pen. 1975, II, 211; Cass. pen. 21.03.1974 in Riv. Giur. circ. trasp. 1975, 598, Cass. Pen. 14.01.1974, in Giust. Pen. 1975, II, 119. [8] Cass. Civ., sez. III, 22.05.2008 n. 13239, in Resp. Civ. e prev. 2008, 12, 2595, da cui si è preso spunto per l’elaborazione del par. sub. 2. [9] Cfr. Cass. Civ. n. 06.05.1998, n. 4575 in Giust. civ.Mass. 1998, 953, Assicurazioni 1998, II, 31, Cass. Civ. 30.01.1992 n. 950 in Giust. civ. Mass. 1992, fasc. 1, Arch. giur. circol. e sinistri 1992, 549, Cass. Civ. 28.11.1990 n. 11467 in Giust. civ. Mass. 1990, fasc. 11. [10] Si veda, ad es., Cass. Civ., 5 agosto 2004, n. 14998, che afferma come la sosta di un veicolo a motore su area pubblica o ad essa equiparata integri, ai sensi e per gli effetti dell'art. 2054 cod. civ. e della legge sull'assicurazione obbligatoria per la r.c. auto gli "estremi della fattispecie circolazione del veicolo" e, di recente, Cass. Civ., 31 marzo 2008, n. 8305, secondo la quale ai fini dell'applicabilità delle norme sull'assicurazione obbligatoria, ed in particolare di quelle sull'azione diretta del danneggiato nei confronti dell'assicuratore del danneggiante, deve considerarsi in circolazione il veicolo fermo sulla pubblica via per lo svolgimento di operazioni di carico o scarico. [11] Nello stesso senso Cass. Civ., 5 agosto 2004, n. 14998, la quale precisa anche opportunamente come non rilevi, ai fini della ricomprensione dell'incendio nella fattispecie "circolazione stradale", il lasso di tempo intercorrente tra l'inizio della sosta e l'insorgere dell'incendio; Cass. Civ., 6 febbraio 2004, n. 2302, in Arch. giur. circ. sin., 2004, 610; Cass. Civ., 18 aprile 2000, n. 5033, la quale ha anche affermato come l'incendio del veicolo in sosta sia da ritenere correlato alla circolazione anche quando si sviluppa indipendentemente dalle condizioni di manutenzione del veicolo. In dottrina, sul punto, si veda Fortunato, La nuova disciplina dell'assicurazione automobilistica, Milano, 2007, 366. [12] in tal senso, tra le tante, Cass. Civ., 27 ottobre 2005, n. 20911, in Arch. giur. circ. sin., 2006, 484; Cass. Civ., 29 aprile 2004, n. 9003, in Arch. giur. circ. sin., 2006, 163). [13] “Regolamento recante disposizioni in materia di obbligo di assicurazione della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti di cui al titolo X, capo I, e al titolo XII, capo II, del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209 - Codice delle assicurazioni private”. [14] Siri, L'assicurazione obbligatoria, in Amorosino e Desiderio (a cura di), Il nuovo codice delle assicurazioni, Milano, 2006, 290. [15] Vedasi Nota alla sent. Cass. Civ. 22.05.2008 n. 13239, in Resp. civ. e prev., 2008, 12, 2595-6. [16] Annunziata, I parcheggi privati nel diritto urbanistico e civile, Padova, 1994, 3; Tamburino e Cialdini, Commentario al nuovo codice della strada, Torino, 1994, 190; Rovelli, Norme di comportamento nella circolazione stradale e responsabilità: la sosta, in Dir. prat. Ass. 1991, 315; Pastore, Parcheggio e posteggio, in App. nov. Dig. It., Torino, 1984, 663:Si veda in tal senso Cass. Civ. 04.03.1978, n. 1077, in Riv. giur. circ. trasp. 1978, 486 e in Giust. Civ. 1978, I, 1080 e in Arch. giur. circ. sin. 1978; Pretore Genova, 21.10.1960, ivi 1962, 297. [17] Per un’ampia disamina dell’istituto della sosta si veda, da ultimo in dottrina, Gallone, La circolazione dei veicoli. Una ricerca di diritto giurisprudenziale, Milano, 1996, 133 ss. [18] Secondo alcuni, il posteggio rappresenterebbe un sinonimo di parcheggio (Fusaro, “Parcheggio”, in Dig. Disc. priv., Torino, 1995, 253; Buonocore, I contratti di impresa, Milano 1993, 1199, Bellé, Il sistema sanzionatorio amministrativo del nuovo codice della strada, Padova 1998, 45; si veda in tal senso giurisprudenza, Cass. Civ. 23.08.1990, n. 8615, in Foro it. 1991, I, 1523, Trib. Napoli, 01.06.1964 in Dir. e giur. 1965, 421). Altro orientamento individua il posteggio nei soli casi di sosta con custodia e non anche di parcheggio (inteso in senso atecnico) con custodia (in tal senso Tamburino e Cialdini, Commentario al nuovo codice della strada, Torino 1994, 191). Secondo altri ancora, la nozione di posteggio è molto più ampia rispetto a quella di parcheggio poiché comprende non solo la sosta con custodia nelle aree di parcheggio ma anche quella effettuata parallelamente a marciapiede (Pret. Palermo, 28.12.1961). [19] In tal senso Cass. Civ. 03.12.1990, n. 11568, in Riv. giur. circ. trasp. 1991, 205. [20] Cass. Civ. 10.12.1996, n. 10986 in Giust. it., I, 1504. [21] Cass. Civ. 31.05.1952, n. 1567 in Foro it., 1952, n. 127-128. [22] In tal senso la recente Cass. Civ. 13.03.2007 n. 5837. [23] Così, ex multis, Cass. Civ. 25.02.1992, n. 2339 in Giust. Civ. 1992, I, 1745, Cass. Civ. 19.02.1981 n.1025 ivi 1981, I, 1695, Cass. Civ. 12.11.1979, n. 5847, in Giust. Civ. mass. 1979, 2579. [24] Carnelutti, Natura del contratto di cassette-forti di custodia, in Studi di diritto civile, Roma, 1916, 402. [25] Cass. Civ. 02.03.1985, n. 1787, App. Milano, 11.07.1978, Cass. Civ. 14.01.1977, n. 189, Cass. Civ. 27.01.1975 n. 315, Pret. Roma 23.03.1973, Trib. Milano 19.09.1978, Trib. Napoli 22.04.1978. In dottrina, Terzago e Ditta, la disciplina dei parcheggi, Milano 1998, 16, Tamburino e Cialdini, op cit., 192, Galgano, Diritto civile e commerciale, Padova, 1990, II, 2 , 132. [26] Trib. Napoli 10.04.1951. In tal senso in dottrina, Zanelli, Sulla responsabilità dell’esercente di parcheggio per danni subiti dall’autoveicolo affidatogli, in Riv. giur. circ. trasp. 1951, 455. [27] Trib. Roma 27.02.1978 e Trib. Aosta 15.04.1998 in Arch. Civ., 1989, 291, Trib. Milano 03.03.1997, Trib. Milano 03.06.1996, Trib. Milano 11.03.1996, Trib. Milano 19.05.1994. [28] Cass. Civ. 26.02.2004 n. 3863 e Cass. Civ. sez. III, 27.01.09 n. 1957. [29] In estrema sintesi è possibile individuare alcune teorie principali in merito alla tecnica che l’interprete deve utilizzare per individuare la suddetta giusta disciplina: - dottrina dell’assorbimento: secondo tale impostazione al contratto misto si applica la disciplina del tipo principale o comunque prevalente. Tuttavia vi è subito una prima contestazione che può opporsi ai fautori della dottrina in oggetto. In particolare, infatti, qualora non vi sia predominanza di elementi dell’uno o dell’altro tipo contrattuale, sorgerebbe il problema della giusta disciplina applicabile. In secondo luogo, è stato autorevolmente osservato, che la teoria dell’assorbimento, sottoponendo il contratto misto alla medesima disciplina dei contratti tipici, nega ab origine la possibilità di distinguere la figura contrattuale, come fusione degli interessi delle parti cui l’ordinamento conferisce dignità di contratto, dai contratti tipici. Infatti, il principio della prevalenza trascura l’effettiva e complessa volontà delle parti e le esigenze da esse perseguite, poiché tralascia di disciplinare gli altri elementi o schemi contrattuali che compongono il contratto misto; - dottrina della combinazione: secondo tale criterio, ferma restando l’unicità della causa, occorre individuare i singoli elementi tipo del contratto posto in essere tra le parti, applicando a ciascun elemento la relativa specifica disciplina, purché le differenti discipline risultino armonizzate in un contesto di compatibilità, id est vengono applicate ai diversi elementi dello schema contrattuale le norme corrispondenti a ciascun tipo. - Ultima e più recente, la dottrina dell’ applicazione analogica: si applicano ai contratti misti i criteri dell’analogia, in primis quelle norme sui contratti in generale, di cui agli artt. 1321-1469 del cod. Civ. [30] Art. 1322 cod. civ.: “le parti possono liberamente determinare il contenuto del contratto nei limiti imposti dalla legge. Le parti possono anche concludere contratti che non appartengono ai tipi aventi una disciplina particolare, purché siano diretti a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico”. [31] Cass. Civ. 27.05.1982, n. 3288, in Foro it. 1982, I, 1, 2479, App. Bari, 14.07.1967, in Corti Ba Le e Pz 1967, 298 e Cass. Civ. 12.02.1952, n. 337. [32] Così Cass. Civ. 22.10.1970, n. 2094 in Giust. Civ. mass. 1970, 1102, Cass. Civ. 04.05.1962, n. 860 in Foro it. Mass. 1962, Cass. Civ. 09.07.1960 n. 1838 in Giust. Civ. Mass. 1960, 683, App. Catania 17.06.1957 in Giust. Civ. mass. 1957, 598. [33] Cass. Civ. 29.07.1942, n. 225 in Foro it. rep. 1942, voce “possesso”, n. 13. [34] Cass. Civ. 08.08.1997, n. 7363, in Giust. Civ. mass. 1997, 1372 e Cass. Civ. 05.01.1979, n. 32, ivi 1979, 16. [35] Si veda in tal senso Geri, Considerazioni in tema di parcheggio, in Riv. giur. circ. trasp. 1986, 1. [36] Cass. Civ. 03.12.1990, n. 11568. [37] Pret. La Spezia 1.8.1992, Rep. Giur. It., 1993. [38] Trib. Napoli 30.6.1997, Rep. Giur. It., 1998, Deposito (contratto di ), 4; App. Milano 1.2.2000, NGCC, 2000, I, 441 [39] Trib. Roma 13.1.2001, n. 623, Arch. Giur. Circolaz., 2001, 663. [40] Cass. Civ. 16079/2002 e Cass. Civ. 13 marzo 2007, n. 5837. [41] Cassazione civile sez. III 27 gennaio 2009 n. 1957. [42] Visintini, Trattato breve della responsabilità civile, Padova, 1996, 191 e Carnevali, Le nuove leggi Civ. comm., 1979, 153. [43] Vedasi Buoncore, op. cit., 1207 [44] App. Perugia 02.08.1994, Cass. Civ. 21.06.1993, n. 6866, Cass. Civ. 22.12.1983,n. 7557, App. Trieste 24.12.1980. Addirittura, secondo la giurisprudenza maggioritaria (Cass. Civ. 21.06.1993, n. 6866, App. Bari 13.02.1991, Cass. Civ. 08.02.1990, n. 882, Trib. Firenze 23.02.1987, Cass. Civ. 24.02.1984 n. 1321), i campeggi rappresentano dei veri e propria alberghi all’aperto. [45] Cass. 15.11.2002, n. 17079, Guida al diritto, 2003, 6, 62. [46] Pret. Brindisi 18.04.1988, Cass. Civ. 27.05.1982 n. 3288, App. Milano 20.11.1981, App. Milano 29.05.1981, Trib. Napoli 09.02.1980, App. Venezia 22.11.1977. [47] Trib. Verona 28.7.1994, Rep. Giur. It., 1996, Deposito (contratto di), 8. [48] Cfr. Cass. 15 giugno 1991, n. 6804, in Giust. Civ., 1992, I, 1878. [49] Cass. 15.6.1991, n. 6804, Rep. Giur. It., 1991, Deposito (contratto di), 4 [50] Al riguardo, vedasi Lipari, Rapporti di cortesia, rapporti di fatto, rapporti di fiducia, in Riv. trim. dir. proc. Civ., 1963, 415; Ghezzi, Cortesia (Prestazioni di), in Encicl. dir., X, Milano, 1962, 1048; Valletta, Delle cosiddette prestazioni «affectionis vel benevolentiae causa», in Dir. giur., 1957, 519; Pacifici, In tema di prestazioni di cortesia, in Foro it., 1952, I, c. 1508; Carresi, Il comodato come rapporto di cortesia, in Riv. trim. dir. proc. Civ., 1949, 288; Peretti Griva, Sul trasporto amichevole di cortesia, in Riv. dir. comm., 1948, II, 109; sulle prestazioni gratuite, cfr. Morozzo Della Rocca, Gratuità, liberalità e solidarietà, Milano, 1998; Lipari, «Spirito di liberalità» e «spirito di solidarietà», in Riv. trim. dir. proc. Civ., 1997, 1. [51] Cass. 14 luglio 1952, n. 2188, in Foro it., 1952, I, c. 1508. Al riguardo, cfr. Cass. 27 gennaio 1975, n. 315; Cass. 18 febbraio 1960, n. 271; App. Bologna 4 febbraio 1954, in Giur. compl. Cass. Civ., 1954, I, 669; Pret. Milano 4 febbraio 1954, in Foro it., 1954, I, c. 430. [52] Dalmartello, Portale, Deposito (diritto vigente), in Encicl. dir., XII, Milano, 1964, 273; sul punto, cfr. anche Zaccaria, Art. 1766, in Cian, Trabucchi (a cura di), Commentario breve al codice civile, Padova, 1997, 1679; Funaioli, Deposito, in Grosso, Santoro Passarelli (a cura di), Trattato di diritto civile, Milano, 1961, 12; De Martini, Deposito (diritto civile), in Noviss. D.I., V, Torino, 1960, 512; sul deposito di cortesia, vedasi Ruberto, Natura giuridica del deposito a titolo di cortesia, in Nuovo dir., 1955, I, 116; Forchielli, Deposito di cortesia o deposito gratuito?, in Riv. trim. dir. proc. Civ., 1953, 290; Carresi, Sulla pretesa configurabilità di un deposito di cortesia, in Giur. compl. Cass. Civ., 1953, I, 114. [53] Cass. Civ. 21.10.1994, n. 8657 in Giust. civ. Mass. 1994, 1265 e in Giust. civ. 1994, I,3059. [54] F. Gazzoni, Manuale di Diritto Privato, Napoli, 2006, 807 ss.. [55] Cass. Civ., Sez, Un. 03.04.2007 n. 8224 in Giust. Civ. Mass. 2007, 4 [56] Cass. Civ., sez. III, 01.06.2004 n. 10484 in Giust. civ. mass. 2004, 6, Contratti I, 2005, 691, Dir. maritt. 2006, 2, 498. [57] Cass. Civ. 21.10.1994, n. 8657 in Giust. civ. mass. 1994, 1265 e in Giust. civ. 1994, I,3059. [58] Cass. Civ. 01.08.1995, n. 8389 in Giust. civ. mass. 1995, 1458.
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References: Cass. 
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 sentenza 
 art. 2054
 art. 1218
 sentenza 
 art. 1783
 art. 1766
 art. 116
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 art. 23
 art. 41
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 Art. 1322
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 Art. 1766
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