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Timestamp: 2018-03-17 16:39:47+00:00

Document:
Cassazione: ...diffamazione pubblicare accostamenti corpi militari a gruppi nazisti...
Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 30 gennaio – 23 maggio 2013, n. 22051 - Presidente Giordano – Relatore Rocchi
1. Con sentenza del 14/3/2012, la Corte Militare di appello, pronunciando sull'appello avverso la sentenza con cui il Tribunale Militare di Napoli aveva condannato S.G. per il reato di diffamazione pluriaggravata alla pena di giustizia e al risarcimento del danno in favore della parte civile Sc.Gi.Ro. , liquidato in via equitativa in Euro 1.500,00, in parziale riforma della sentenza impugnata escludeva l'aggravante dell'offesa ad un corpo militare, riducendo la pena a mesi quattro di reclusione, confermandola per il resto.
All'imputato è contestato di avere inserito un messaggio, usando uno pseudonimo, sul forum del sito internet (omissis) contenente giudizi non veritieri ed offensivi della Guardia di Finanza, del Comandante provinciale di ... e del Comandante del Nucleo di Polizia Tributaria di ....
La Corte riteneva che non vi fosse alcun difetto di correlazione fra accusa e sentenza: l'imputato rispondeva del messaggio letto su internet da più osservatori limitatamente ad una specifica frase, riportata nel capo di imputazione; non rispondeva, invece, del restante contenuto del messaggio di cui - benché diversamente indicato - non era stato allegata copia al decreto che aveva disposto il giudizio.
Benché il testo del messaggio non fosse allegato al capo di imputazione e, quindi, l'imputato dovesse rispondere solo per le frasi riportate nello stesso capo, la sentenza di primo grado aveva individuato la condotta offensiva non più nei giudizi e nelle affermazioni non veritieri, bensì nell'attribuzione agli ufficiali della Guardia di Finanza di qualità degne da Gestapo.
Eppure, lo specifico motivo di appello proposto sul punto dell'inutilizzabilità del dato fornito da Aruba, per non essere stata depositata la relazione di tale società, era stata respinta dalla Corte militare, impedendo alla difesa l'esercizio dei controlli necessari sulla correttezza delle informazioni, tenuto anche conto che, nella relazione della polizia giudiziaria, l'ora in cui il messaggio risultava inviato da quell'indirizzo IP era diverso da quello reale; per di più il C.T.U., nel corso del dibattimento di primo grado, aveva escluso che fosse rinvenibile una traccia telematica dell'inserimento del messaggio sul sito XXXXXXXX, dopo aver monitorato tutti gli indirizzi IP che ad esso avevano avuto accesso, e ciò contraddiceva l'affermazione della polizia giudiziaria.
Sulla stessa questione veniva dedotta la manifesta illogicità della motivazione, che riteneva provato il contatto tra il computer dell'imputato e il sito XXXXXXXX sulla base della mera testimonianza del teste s. e delle informazioni della Wind in ordine al titolare di un indirizzo IP, mancando, però, la prova - che sarebbe dovuta provenire da Aruba - che quell'indirizzo IP, all'ora determinata, aveva inviato il messaggio al forum del sito: ma la ricostruzione di un fatto di diffamazione in internet non può prescindere dalla individuazione dei dati informatici e dei diversi operatori che avevano fornito tali dati.
Tale giudizio era stato espresso in quanto due fogli cartacei, di contenuto parzialmente diverso, erano circolati all'interno della caserma del Nucleo di Polizia Tributaria di XXXXX: quello prodotto dalla difesa era stato ritenuto anomalo dal perito per una particolarità tecnica (diversa distanza della posizione del nickname sotto l'avatar), ma una consulenza tecnica difensiva aveva fatto rilevare che la comparazione era illogica, potendo dipendere le diverse caratteristiche grafiche dai browser utilizzati per la visualizzazione e stampa dei fogli e non essendo conosciuto quale browser fosse stato utilizzato.
Di conseguenza, in assenza dei documento digitale originale, nessuno dei fogli cartacei poteva essere considerato copia della pagina internet, anche perché non era stata utilizzata la metodologia hashing per realizzare una copia conforme all'originale.
In un settimo motivo, il ricorrente censura la motivazione della sentenza per avere omesso di valutare l'eccepita inattendibilità delle persone offese quali testi nel processo e, in particolare, del maggiore Sc. , che si era costituito parte civile.
La sua testimonianza sulle modalità con cui era stata stampata la schermata apparsa sul sito era piena di omissioni e incertezze e faceva, comunque, emergere la violazione di tutte le regole tecniche dettate per operazioni di questo genere. Sc. , per di più, era stato smentito dal teste di riferimento N. , indicato come fonte telefonica dell'informazione della presenza di un messaggio attinente la Guardia di Finanza di XXXXX sul sito XXXXXXXX: la circostanza era stata negata dal N. , che non aveva mai visto il messaggio incriminato.
In realtà, si trattava di una critica rivolta all'operato degli ufficiali che soddisfaceva i parametri definiti dalla giurisprudenza, trattandosi di messaggio di interesse per la comunità virtuale dei frequentatori del sito, i fatti narrati corrispondevano a verità e le espressioni utilizzate non contenevano offese gratuite, ma censuravano specifiche condotte poste in essere dagli ufficiali, che ledevano la dignità dei militari del Nucleo di Polizia Tributarla di XXXXX.
La Corte avrebbe, quindi, dovuto assolvere l'imputato perché non punibile ai sensi dell'art. 51 cod. pen..
Il ricorrente conclude per l'annullamento della sentenza impugnata,
3. Ricorre per cassazione anche il difensore di S.G. , deducendo la violazione dell'art. 192 cod. proc. pen. e il vizio della motivazione in ordine all'esistenza della prova del reato contestato.
In particolare la Corte valorizza il dato testimoniale per dimostrare che il post apparso sul sito XXXXXXX, che Sc. aveva letto sullo schermo, era sicuramente corrispondente a quello immediatamente stampato su ordine di D. , ritenendo del tutto inverosimile l'ipotesi della falsificazione deliberata del messaggio prima di stamparlo; recepisce, inoltre, il dato proveniente dalla perizia dell'ing. S. , secondo cui il messaggio cartaceo prodotto dalla difesa non poteva corrispondere a quello apparso sullo schermo, per le sue caratteristiche grafiche. Si tenga presente che i due post sono confezionati, su supporto cartaceo, in modo da risultare sicuramente incompatibili l'uno con l'altro, nel senso che è impossibile che entrambi siano apparsi sullo schermo, in quanto riportano il medesimo numero del visitatore e lo stesso orario, cosicché la Corte doveva scegliere se ritenere genuino l'uno o l'altro e tale scelta ha motivato richiamando entrambi i dati (testimoniale e tecnico).
Anche la motivazione con la quale la Corte ha ritenuto sufficiente l'escussione del teste s. per ritenere provato che il messaggio fosse stato inviato al sito da un determinato indirizzo IP, corrispondente all'utenza telefonica dell'imputato, è adeguata e non manifestamente illogica: la mancanza della relazione scritta della società Aruba che indicava l'indirizzo IP che si era collegato al sito è ritenuta superata dalla relazione del s. che aveva, appunto, interpellato sia la Aruba che la Wind; né l'imputato è stato leso nel suo diritto di difesa per la mancanza della relazione scritta, poiché l'esito delle indagini del Nucleo Speciali Frodi telematiche della Guardia di Finanza di Roma era già stato esposto al P.M. prima della richiesta di rinvio a giudizio.
I giudici di merito hanno del tutto svalorizzato il dato della non veridicità dei fatti narrati, benché il richiamo ad essa fosse presente nell'imputazione, che faceva riferimento a "giudizi ed affermazioni non veritieri offensivi della reputazione..."; la Corte risolve sbrigativamente la questione, rilevando che non era stata contestata all'imputato l'aggravante dell'attribuzione di fatti determinati.
La questione della veridicità dei fatti narrati deve essere diversamente valutata: per quanto compreso, il messaggio completo conteneva l'indicazione di fatti specifici, cosicché - benché (evidentemente per un errore materiale) l'intero contenuto del messaggio non sia stato inserito nell'imputazione - la valutazione delle espressioni menzionate nel capo di imputazione non può prescindere dal resto del messaggio; in altre parole, se, ad esempio, il messaggio conteneva l'indicazione specifica di episodi di vessazione, risulta illogica una valutazione astratta come quella operata dalla Corte, secondo cui l'uso della parola "vessazione" è diffamatoria in ogni caso.
Questo vale anche per il riferimento alla "Gestapo salentina": espressione certamente forte, ma che potrebbe assumere una diversa valenza nel caso fossero provate condotte come quelle menzionate nella missiva del brigadiere G. , che riferisce di impiego indebito di un militare disabile da parte degli ufficiali D. e Sc. .
D'altro canto, la motivazione adottata dalla Corte per respingere la richiesta di riapertura dell'istruzione dibattimentale su questo argomento è sostanzialmente mancante: la Corte ritiene "fatto inconsueto" la circostanza che il finanziere G.A. abbia fatto pervenire al difensore dell'imputato una lettera in cui rappresenta la veridicità delle accuse; annotazione del tutto priva di contenuto valutativo.
La sentenza impugnata deve, pertanto, essere annullata con riferimento alla mancata riapertura dell'istruzione dibattimentale, limitatamente alla questione della veridicità dei fatti narrati nel messaggio, nonché alla valutazione della natura diffamatoria del messaggio.
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1 ago 2013 0 1026

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