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Timestamp: 2019-10-22 02:16:32+00:00

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CIRCOLARE N. 2/E 21 febbraio 2014
L’articolo 19 della legge 6 marzo 1987, n. 74, dispone che “tutti gli atti, i
procedimenti anche esecutivi e cautelari diretti ad ottenere la corresponsione o
la revisione degli assegni di cui agli artt. 5 e 6 della legge 1° dicembre 1970, n.
898, sono esenti dall’imposta di bollo, di registro e da ogni altra tassa”.
Come chiarito con la circolare 21 giugno 2012, n. 27, tali disposizioni di favore
si riferiscono a tutti gli atti, documenti e provvedimenti che i coniugi pongono in
essere nell’intento di regolare i rapporti giuridici ed economici ‘relativi’ al
procedimento di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili
Qualora nell’ambito di tali procedimenti, vengano posti in essere degli atti di
trasferimento immobiliare, continuano ad applicarsi, anche successivamente al 1°
gennaio 2014, le agevolazioni di cui alla citata legge n. 74 del 1987.
L’articolo 10, comma 4, del decreto non esplica effetti con riferimento a tali
disposizioni agevolative che assicurano l’operatività dell’istituto in argomento.
In merito all’applicazione di tale disposizione agevolativa, si rinvia ai chiarimenti
già formulati da questa Agenzia, tra l’altro, con la circolare 29 maggio 2013, n.
18 ( paragrafo n. 1.15).
CIRCOLARE N. 27/E 21 giugno 2012
2.1 Disposizioni patrimoniali in favore dei figli effettuate in adempimento di
D: Si chiede di conoscere se per gli atti di trasferimento in favore dei figli
effettuati nell’ambito dei procedimenti di separazione e divorzio possa trovare
applicazione il regime di esenzione previsto dall’articolo 19 della legge n. 74 del
Tale disposizione prevede l’esenzione dall’imposta di bollo, di registro ed ogni
altra tassa, tra l’altro, per “tutti gli atti, i documenti ed i provvedimenti relativi al procedimento di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili
del matrimonio…”.
Il quesito proposto riguarda, in particolare, il trattamento da riservare all’atto con
il quale, nell’ambito di un accordo di separazione consensuale, un genitore, in
qualità di proprietario della casa coniugale, dispone il trasferimento della nuda
proprietà dell’immobile in favore dei figli.
R: L’articolo 19 della legge 6 marzo 1987, n. 74 dispone che “tutti gli atti, i
la revisione degli assegni di cui agli artt. 5 e 6 della legge 1 dicembre 1970, n.
898, sono esenti dall’imposta di bollo, di registro e da ogni altra tassa“.
Come precisato dalla Corte Costituzionale con sentenza 11 giugno 2003, n. 202,
l’esigenza di agevolare l’accesso alla tutela giurisdizionale, che giustifica il
beneficio fiscale con riferimento agli atti del giudizio divorzile, è altresì presente
nel giudizio di separazione, in quanto finalizzato ad agevolare e promuovere, in
breve tempo, una soluzione idonea a garantire l’adempimento delle obbligazioni
che gravano sul coniuge non affidatario della prole.
Dal punto di vista oggettivo, le agevolazioni di cui al citato art. 19 si riferiscono
a tutti gli atti, documenti e provvedimenti che i coniugi pongono in essere
nell’intento di regolare i rapporti giuridici ed economici ‘relativi’ al
L’esenzione recata dal citato articolo 19 della legge n. 74 del 1987 deve ritenersi
applicabile ad accordi di natura patrimoniale non soltanto direttamente riferibili
ai coniugi (quali gli accordi che contengono il riconoscimento o il trasferimento
della proprietà esclusiva di beni mobili ed immobili all’uno o all’altro coniuge –
cfr. Cass. 17 febbraio 2001, n. 2347) ma anche ad accordi aventi ad oggetto
disposizioni negoziali in favore dei figli.
Al riguardo, la Corte di Cassazione, con sentenza n. 11458 del 2005, ha
precisato che “la norma speciale contenuta nell’art. 19 L. 6 marzo 1987, n. 74
(…) dev’essere interpretata nel senso che l’esenzione “dall’imposta di bollo, di
registro e da ogni altra tassa” di “tutti gli atti, documenti ed i provvedimenti
relativi al procedimento di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli
effetti del matrimonio” si estende “a tutti gli atti, i documenti ed i provvedimenti
relativi al procedimento di separazione personale dei coniugi”, in modo da
garantire l’adempimento delle obbligazioni che i coniugi separati hanno assunto
per conferire un nuovo assetto ai loro interessi economici (Corte costituzionale
25 febbraio 1999, n. 41), anche con atti i cui effetti siano favorevoli ai figli (in
questo senso già si era pronunciata la Corte costituzionale con sentenza 15
aprile 1992, n. 176, ma ancor più chiaramente e decisamente il principio è
enunciato dalla sentenza della Corte costituzionale 11 giugno 2003, n. 202)”.
La richiamata interpretazione giurisprudenziale si fonda sulla considerazione che
gli accordi a favore dei figli, stipulati dai coniugi nella gestione della crisi
matrimoniale, oltre a garantire la tutela obbligatoria nei confronti della prole,
costituiscono, talvolta, l’unica soluzione per dirimere controversie di carattere
Pertanto, l’esenzione fiscale prevista dall’articolo 19 della legge n. 74 del 1987
deve ritenersi applicabile anche alle disposizioni patrimoniali in favore dei figli
disposte in accordi di separazione e di divorzio a condizione che il testo
dell’accordo omologato dal tribunale, al fine di garantire la certezza del diritto,
preveda esplicitamente che l’accordo patrimoniale a beneficio dei figli,
contenuto nello stesso, sia elemento funzionale e indispensabile ai fini della
risoluzione della crisi coniugale.
2.2 Trasferimento, nell’ambito degli accordi di separazione o divorzio,
dell’immobile acquistato fruendo delle agevolazioni ‘prima casa’
anteriormente al decorso del quinquennio
D: Si chiede di conoscere se si verifica la decadenza dall’agevolazione ‘prima
casa’, fruita in sede di acquisto dell’immobile, nel caso di trasferimento della
casa coniugale, effettuato in adempimento di accordi di separazione e divorzio,
da parte di uno o di entrambi i coniugi.
In particolare, viene chiesto di conoscere se si verifica la decadenza
dall’agevolazione nel caso in cui, nell’ambito dell’accordo omologato dal
tribunale, venga previsto che:
a) uno dei coniugi trasferisca all’altro, prima del decorso del termine di
cinque anni dall’acquisto, la propria quota del 50% della casa coniugale,
acquistata con i benefici ‘prima casa’;
b) in alternativa che entrambi i coniugi vendano a terzi la propria casa
coniugale, prima del decorso di cinque anni dall’acquisto, con rinuncia da
parte di uno dei coniugi a favore dell’altro all’incasso del ricavato della
R: La nota II –bis) all’articolo 1 Tariffa, parte prima, allegata al TUR dispone, al
comma 4, la decadenza dalle agevolazioni ‘prima casa’ qualora si proceda al “…
trasferimento per atto a titolo oneroso o gratuito degli immobili acquistati con i
benefici … prima … del decorso del termine di cinque anni dalla data del loro
Al verificarsi della decadenza, l’Agenzia delle entrate provvede al recupero della
“differenza fra l’imposta calcolata in assenza di agevolazioni e quella risultante
dall’applicazione dell’aliquota agevolata”, nonché all’irrogazione della sanzione
amministrativa pari al 30 per cento e degli interessi di mora.
In caso di vendita dell’immobile nel quinquennio, la decadenza
dall’agevolazione può essere evitata, in base a quanto previsto dalla citata nota
II- bis), comma 4, dell’articolo 1, della Tariffa, parte prima, allegata al TUR, qualora, entro un anno dall’alienazione, si proceda all’acquisto di un nuovo
immobile da adibire ad abitazione principale.
In linea generale, pertanto, qualora si trasferisca l’immobile acquistato con le
agevolazioni ‘prima casa’ e non si proceda all’acquisto entro l’anno di un nuovo
immobile, da destinare ad abitazione principale, si verifica la decadenza
dall’agevolazione fruita.
Con riferimento al quesito proposto, appare utile rilevare, tuttavia, che l’atto di
trasferimento della quota del 50 per cento della casa coniugale, da parte di uno
dei due coniugi all’altro, è effettuato in adempimento di un accordo di
In relazione a tale trasferimento trova, quindi, applicazione il regime di esenzione
previsto dall’articolo 19 della legge 6 marzo 1987, n. 74, secondo cui sono esenti
dall’imposta di bollo, di registro e da ogni altra tassa “Tutti gli atti, i documenti
ed i provvedimenti relativi al procedimento di scioglimento del matrimonio o di
cessazione degli effetti civili del matrimonio …”. La giurisprudenza della Corte di Cassazione (cfr. sentenza n. 7493 del 22 maggio
2002 che richiama la sentenza n. 2347 del 2001) è ferma nello statuire che le
agevolazioni in questione “… operano con riferimento a tutti gli atti e
convenzioni che i coniugi pongono in essere nell’intento di regolare sotto il
controllo del giudice, i loro rapporti patrimoniali conseguenti allo scioglimento
del matrimonio, ivi compresi gli accordi che contengono il riconoscimento o il
trasferimento della proprietà esclusiva di beni mobili ed immobili all’uno o
all’altro coniuge”.
Come affermato dalla Corte Costituzionale (cfr. sentenza n. 202 dell’11 giugno
2003), il regime di esenzione disposto dall’articolo 19 risponde all’esigenza “…
di agevolare l’accesso alla tutela giurisdizionale che motiva e giustifica il
beneficio fiscale con riguardo agli atti del giudizio divorzile…” e “… di
separazione, anche in considerazione dell’esigenza di agevolare e promuovere,
nel più breve tempo, una soluzione idonea a garantire l’adempimento delle
obbligazioni che gravano, ad esempio sul coniuge non affidatario della prole”.
Di fatto, a parere della Corte, con la richiamata disposizione, il legislatore ha
inteso escludere da imposizione gli atti del giudizio divorzile (o di separazione),
al fine di favorire una rapida definizione dei rapporti patrimoniali tra le parti.
In considerazione di tale principio, si ritiene, pertanto, che tale regime di favore
possa trovare applicazione anche al fine di escludere il verificarsi della
decadenza dalle agevolazioni ‘prima casa’ fruite in sede di acquisto, qualora in
adempimento di un obbligo assunto in sede di separazione o divorzio, uno dei
coniugi ceda la propria quota dell’immobile all’altro, prima del decorso del
termine quinquennale.
Il trasferimento al coniuge concretizza, infatti, un atto relativo “al procedimento
di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili del
matrimonio…”.
Si precisa che la decadenza dall’agevolazione è esclusa a prescindere dalla
circostanza che il coniuge cedente provveda o meno all’acquisto di un nuovo
Tale interpretazione trova conferma in diverse sentenze delle Commissioni
Tributarie. Si ricorda, in particolare la sentenza del 2 febbraio 2011 n. 8, con la
quale la Commissione Trib. Centrale di Vicenza – sez. V ha ritenuto non
applicabile il regime di decadenza previsto dalla citata nota II bis, comma 4, nel
caso di trasferimento dell’immobile all’altro coniuge “… al fine di dare
esecuzione agli accordi presi in sede di separazione consensuale tra i coniugi”.
La Commissione chiarisce che tale cessione “costituisce atto emanato in stretta
esecuzione del decreto giudiziale di omologazione della separazione tra i
coniugi, e le caratteristiche assolutamente peculiari del negozio ‘de quo’, che
non ubbidisce a un ‘animus donandi’ ma alla volontà di definire i rapporti
patrimoniali in seguito alla risoluzione del rapporto matrimoniale, sotto l’egida
del Tribunale, giustifica la non riconducibilità della fattispecie nell’alveo della
disposizione di cui al citato n. 4”.
A parere della scrivente, la decadenza dall’agevolazione ‘prima casa’ può essere
esclusa anche nel diverso caso in cui l’accordo omologato dal tribunale preveda che entrambi i coniugi alienino a terzi la proprietà dell’immobile, con rinuncia da
parte di uno dei coniugi a favore dell’altro, all’incasso del ricavato della vendita;
in tal caso, tuttavia, la decadenza può essere esclusa solo nel caso in cui il
coniuge – al quale viene assegnato l’intero corrispettivo derivante dalla vendita –
riacquisti, entro un anno dall’alienazione, un altro immobile da adibire ad
Infatti, ancorché in relazione all’atto di trasferimento dell’immobile a terzi non
trovi applicazione il regime di esenzione previsto dall’articolo 19 della legge 6
marzo 1987, n. 74, (in quanto il contratto di compravendita non trova la propria
causa nel procedimento di separazione e divorzio), occorre comunque
considerare che, nel caso in esame, il coniuge tenuto a riversare le somme
percepite dalla vendita all’altro coniuge non realizza, di fatto, alcun
arricchimento dalla vendita dell’immobile. Il ricavato della vendita è, infatti,
percepito interamente dall’altro coniuge in capo al quale resta fermo,
conseguentemente, l’onere di procedere all’acquisto di un altro immobile, da
Si rileva, inoltre, che il coniuge cedente, sia nel caso in cui trasferisca la propria
quota dell’immobile all’altro coniuge sia nel caso in esame in cui ceda a terzi
l’immobile e riversi il ricavato della vendita all’altro coniuge, si priva del bene
posseduto a favore dell’altro e, pertanto, non appare coerente un diverso
trattamento fiscale delle due operazioni. Tale soggetto non è, quindi, tenuto ad
acquistare un nuovo immobile per evitare la decadenza.
Come chiarito, sull’altro coniuge che percepisce l’intero corrispettivo della
vendita incombe l’obbligo di riacquistare, entro un anno dall’alienazione, un
altro immobile da adibire ad abitazione principale, secondo le regole ordinarie.
Solo in tale ipotesi, non si verifica la decadenza dal regime agevolativo ‘prima
casa’ fruito in relazione all’acquisto della casa coniugale.
Separazione divorzio consensuale affidamento
estratto Cassazione civile n. 16909 / 2015
La corte d’appello ha ritenuto che le pattuizioni economiche inerenti la separazione fra i coniugi devono inerire o l’assegno di mantenimento, o l’assegnazione della casa familiare, mentre nella specie gli accordi si limitavano a disciplinare, in occasione della separazione, alcuni interessi economici relativi a pregressi rapporti tra le parti, non avendo la moglie chiesto alcunché circa il mantenimento personale, nè essendovi luogo all’assegnazione dell’abitazione, in mancanza di figli minori o non autosufficienti conviventi. Per ritenere cessati detti accordi patrimoniali, pertanto, sarebbe occorsa una dichiarazione di volontà concorde dei coniugi.
1. – Con il primo motivo, il ricorrente censura l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in quanto: a) ha equivocato circa il tenore degli accordi di separazione, riferendoli ad un “pregresso rapporto” patrimoniale fra i coniugi, mentre da nessuna parte il marito si è riconosciuto debitore della moglie in forza di un mutuo; b) non ha valorizzato il collegamento funzionale tra la rinuncia al mantenimento e gli accordi raggiunti, pur chiaramente posto al punto 7 del ricorso per separazione, ove i coniugi affermano che “con l’ottemperanza di quanto sopra stabilito, i ricorrenti dichiarano di rinunciare … ad ogni forma di mantenimento in quanto entrambi autonomi ed autosufficienti”; c) non ha considerato che la moglie, nell’atto di appello, aveva espressamente chiesto la concessione di un assegno di mantenimento per l’ipotesi in cui fosse privata del diritto di continuare ad abitare la casa coniugale.
Con il terzo motivo, censura la violazione e la falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, artt. 4 e 5 avendo l’assegno divorzile funzione diversa da quello in favore del coniuge separato, onde il giudice del merito avrebbe dovuto procedere a verificare i presupposti del secondo, e non considerare fermi gli accordi assunti solo in sede di separazione.
15 maggio 1997, n. 4306; più di recente, v. Cass. 22 novembre 2007, n. 24321; 17 giugno 2004, n. 11342; 23 marzo 2004, n. 5741) che la separazione consensuale è un negozio di diritto familiare avente un contenuto essenziale – il consenso reciproco a vivere separati, l’affidamento dei figli, l’assegno di mantenimento ove ne ricorrano i presupposti – ed un contenuto eventuale, non direttamente collegato al precedente matrimonio, ma costituito dalle pattuizioni che i coniugi intendono concludere in relazione all’instaurazione di un regime di vita separata, a seconda della situazione pregressa e concernenti le altre statuizioni economiche.
Pertanto, l’accordo mediante il quale i coniugi pongono consensualmente termine alla convivenza può racchiudere ulteriori pattuizioni, distinte da quelle che integrano il suo contenuto tipico predetto e che ad esso non sono immediatamente riferibili: si tratta di quegli accordi che sono ricollegati, si potrebbe dire, in via soltanto estrinseca con il patto principale, relativi a negozi i quali, pur trovando la loro occasione nella separazione consensuale, non hanno causa in essa, risultando semplicemente assunti “in occasione” della separazione medesima, senza dipendere dai diritti e dagli obblighi che derivano dal perdurante matrimonio, ma costituendo espressione di libera autonomia contrattuale (nel senso che servono a costituire, modificare od estinguere rapporti giuridici patrimoniali:
art. 1321 c.c.), al fine di regolare in modo tendenzialmente completo tutti i pregressi rapporti, e che sono del tutto leciti, secondo le ordinarie regole civilistiche negoziali e purchè non ledano diritti inderogabili.
Si è chiarito così che, in sede di separazione personale dei coniugi (consensuale, ma anche giudiziale o di divorzio), è ammesso che venga sia assegnata la casa familiare in favore dell’altro coniuge, sia prevista la clausola istitutiva dell’impegno futuro di vendita dell’immobile adibito a casa coniugale (Cass. 22 novembre 2007, n. 24321, citata).
In sostanza, ben possono allora dette pattuizioni – quelle aventi causa concreta e quelle aventi mera occasione nella separazione, le prime volte ad assolvere ai doveri di solidarietà coniugale per il tempo immediatamente successivo alla separazione e le seconde finalizzate semplicemente a regolare situazioni patrimoniali che non è più interesse delle parti mantenere invariate – convivere nello stesso atto: esse si configurano come del tutto autonome e riguardano profili fra di loro pienamente compatibili, sebbene diverso ne sarà il trattamento allorchè una delle parti ne chieda la modifica o la conferma, in sede di ricorso ad hoc ex art. 710 c.p.c. o in sede di divorzio. In caso di sopravvenienza di un quid novi, modificativo della situazione in relazione alla quale gli accordi erano stati stipulati, infatti, è possibile la modificazione degli accordi solo con riguardo alle clausole aventi causa nella separazione personale, ma non per gli autonomi patti, che restano a regolare i reciproci rapporti ai sensi dell’art. 1372 c.c..
In particolare, l’accordo mediante il quale i coniugi, nel quadro della complessiva regolamentazione dei loro rapporti in sede di separazione consensuale, stabiliscano la vendita a terzi del bene immobile (e, segnatamente, come nella specie, di quello che costituisce la casa familiare) e l’attribuzione del ricavato pro parte a ciascun coniuge, in proporzione del denaro che abbia investito nel bene stesso, da vita ad un contratto atipico, il quale, volto a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico ai sensi dell’art. 1322 c.c., è caratterizzato da una propria causa, rispondendo ad un originario spirito di sistemazione, in occasione dell’evento di separazione consensuale, dei rapporti patrimoniali dei coniugi sia pure maturati nel corso della convivenza matrimoniale.
Occorre, dunque, che il giudice del merito, nell’ambito dell’accordo destinato a disciplinare la separazione consensuale, valuti, alla stregua di un’indagine ermeneutica guidata dall’art. 1362 c.c. e segg., se vi sia inserita anche una convenzione avente una sua autonomia.
Nella specie, risulta che le parti stabilirono una serie di regole di futura condotta, menzionate in ricorso – comprendenti, da una parte, la vendita dell’immobile, già casa coniugale e di proprietà del marito, a terzi, al fine di restituire un terzo del ricavato alla moglie; dall’altra parte, l’attribuzione alla moglie del diritto a continuare ad abitare l’immobile, insieme alle proprie madre e nonna, sino alla menzionata vendita del bene, con obbligo del marito di pagare una percentuale del mutuo contratto a suo tempo dalla moglie per soprelevare il bene, nonchè tutte le utenze e le imposte sino alla vendita medesima con restituzione della somma ricevuta (vendita evidentemente programmata a breve, ma che le parti affermano come non ancora avvenuta), ed altro.
La sentenza impugnata non ha fatto però corretta applicazione dei principi esposti, avendo affermato che gli accordi aventi causa nella separazione devono necessariamente riguardare l’abitazione familiare o l’assegno di mantenimento, senza considerare, inoltre, che quest’ultimo può essere sostituito da altre forme di contribuzione, nè che nel medesimo accordo possono convivere, come sopra esposto, obblighi sostitutivi dell’assegno del mantenimento (da riconsiderare eventualmente in sede di divorzio) con la regolamentazione di pregressi rapporti patrimoniali (immodificabili nelle forme proprie dei primi).
3. – Il ricorso va dunque accolto e la sentenza impugnata cassata, con rinvio innanzi alla Corte d’appello di Firenze, perchè, in diversa composizione, applichi il principio enunciato al caso concreto, riesaminando nel merito il materiale istruttorio acquisito, ed in particolari, l’accordo di separazione consensuale, distinguendo quali patti abbiano causa concreta nella medesima e nei doveri di solidarietà familiari, e quali trovino in essa mera occasione mirando a riequilibrare la reciproca situazione patrimoniale in ragione di pregresse dazioni di denaro effettuate ad un coniuge in favore dell’altro; alla corte del merito si demanda, altresì, la liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia innanzi alla Corte d’appello di Firenze, in diversa composizione, cui demanda anche la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità. [omissis]
Avvocato Parma Divorzio Separazione affidamento
estratto Cassazione Num. 6863 Anno 2015
[omissis] Ragioni in fatto e in diritto della decisione 1.- I coniugi hanno proposto ricorso per cassazione – affidato a cinque motivi – contro il decreto della Corte di appello [omissis] – sezione per i minorenni – con il quale è stato rigettato il loro reclamo avverso il decreto, emesso il 17.12.2012, con il quale il Tribunale per i minorenni di [omissis] li aveva dichiarati decaduti dalla potestà genitoriale (ora responsabilità genitoriale) sulle figlie adottive, chiedendone, in via preliminare, l’annullamento, in quanto illegittimo, per non avere il medesimo tribunale sentito i genitori, nei cui confronti era stato richiesto, dal pubblico ministero, il provvedimento ablativo della potestà, né le minori, come prescrive l’art. 336 c.c., nonché per la lesione del contraddittorio, determinatasi a causa della mancata partecipazione al giudizio da parte del curatore speciale, nominato per le minori dal tribunale. Disattese le eccezioni in rito, nel merito la corte di appello ha ritenuto infondate le doglianze dei reclamanti, i quali avevano chiesto di essere reintegrati nella potestà genitoriale sulle figlie predette, previo loro esame e disposizione di una CTU medico-legale sulle minori e sul rapporto con i genitori, al fine di verificare la sussistenza o meno dell’inadeguatezza genitoriale, nonché di adottare i provvedimenti idonei a consentire il rientro delle minori nel loro nucleo familiare ed in via subordinata, l’adozione nei loro confronti di provvedimenti meno gravosi.
2.- Con i motivi i ricorrenti denunciano a) la violazione dell’art. 137, comma 2, c.p.c., in relazione all’omessa notificazione dei decreti del tribunale e della corte di appello; b) l'”elusione del contenuto dispositivo” del decreto della corte di appello che aveva disposto gli incontri dei genitori con le minori; c) la violazione dell’art. 336, comma 2, c.c. per la mancata audizione del pubblico ministero; d) la violazione dell’art. 336 c.c. con riferimento alla mancata informazione degli interessati del provvedimento sindacale di affidamento delle minori presso una casa famiglia; e) la violazione e falsa applicazione dell’art. 403 c.c. non sussistendo quella situazione di pericolo per i minori che sola legittimerebbe l’applicazione di tale norma.
3.- Osserva la Corte che il ricorso è inammissibile. Il Collegio, invero, intende assicurare continuità al principio – ribadito da ultimo da Sez. l, Sentenza n. 15341/2012, alla esaustiva motivazione della quale si fa espresso rinvio – secondo il quale l’inammissibilità del ricorso straordinario per cassazione avverso i provvedimenti che limitano od escludono la potestà (art. 317 bis cod. civ.: ora art. 316 c.c.) o ne pronunciano la decadenza (artt. 330 e 332 cod. civ.) non può essere revocata in dubbio a causa del carattere contenzioso di tali procedimenti e della ricorribilità ex art. 111 Cost. dei provvedimenti assunti in materia di affidamento dei figli naturali, permanendo in essi, pur con tali ulteriori aspetti, il carattere della non definitività, nella ricerca della più ampia garanzia per il minore, derivante dall’attuale ampiezza della revisione dei provvedimenti assunti (Sez. l, Sentenza n. 15341 del 13/09/2012).
I ricorrenti, nella premessa del ricorso, invocano il mutamento di giurisprudenza verificatosi in tema di impugnabilità dei provvedimenti ai sensi del previgente art. 317 bis c.c. ad opera di Cass. civ. Sez. I Sent., n. 23411/2009 (sono ricorribili per Cassazione, nel regime dettato dalla legge n. 54/2006, i provvedimenti emessi, ai sensi dell’art. 317-bis c.c. , in sede di reclamo, relativi all’affidamento dei figli e alle relative statuizioni economiche, ivi compresa l’assegnazione della casa familiare, anche nel caso di genitori non sposati) e da Cass. civ. Sez. I, n. 23032/2009 (in tema di affidamento dei figli nati fuori dal matrimonio, la legge n. 54 del 2006, dichiarando applicabili ai relativi procedimenti le regole da essa introdotte per quelli in materia di separazione e – divorzio, esprime, per tale aspetto, un’evidente assimilazione della posizione dei figli di genitori non coniugati a quella dei figli nati nel matrimonio, in tal modo conferendo una definitiva autonomia al procedimento di cui all’art. 317-bis cod. civ. rispetto a quelli di cui agli artt. 330, 333 e 336 cod. civ., ed avvicinandolo a quelli in materia di separazione e divorzio con figli minori, senza che assuma alcun rilievo la forma del rito camerale, previsto, anche in relazione a controversie oggettivamente contenziose, per ragioni di celerità e snellezza: ne consegue che, nel regime di cui alla legge n. 54 cit., sono impugnabili con il ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., i provvedimenti emessi dalla corte d’appello, sezione per i minorenni, in sede di reclamo avverso i provvedimenti adottati ai sensi dell’art. 317-bis relativamente all’affidamento dei figli nati fuori dal matrimonio ed alle conseguenti statuizioni economiche, ivi compresa l’assegnazione della casa familiare).
Sennonché non può essere applicata la medesima regola della ricorribilità a fattispecie affatto diverse. Come ha, infatti, rilevato attenta dottrina si tratta di procedimenti funzionalmente diversi, avendo quelli in materia di affidamento dei figli nati fuori dal matrimonio (previgente art. 317 bis c.c. e attuale art. 316 c.c.) contenuto attinente all’esercizio” della responsabilità genitoriale (come le procedure di modifica e di revisione previste nell’art. 710 c.p.c. e nell’art. 9 Legge divorzio) mentre i procedimenti disciplinati dagli artt. 330 e 333 c.c. attengono alla compressione della “titolarità” della responsabilità genitoriale in ragione di un pregiudizio evidenziato nel minore dal comportamento dei genitori.
I primi, invero, non si differenziano in nulla e per nulla dai procedimenti di regolamentazione dell’affidamento pronunciati tra coniugi in sede di separazione e divorzio o in sede di revisione delle condizioni di separazione e divorzio e anche la legge sull’affidamento condiviso all’art. 4 (che estende espressamente l’applicazione della nuova normativa a tutti i casi di affidamento di minori) ha espresso questo principio.
Non è condivisibile, dunque, quell’opinione espressa in dottrinasecondo la quale la “diversità ontologica” fra i due procedimenti sarebbe inesistente, ciò anche alla luce della legge n. 219 del 2012 nella parte in cui ha modificato l’art. 38 disp. att. c.c. attribuendo al giudice ordinario la competenza a conoscere di tutti i procedimenti aventi ad oggetto la responsabilità genitoriale che si innestino su un pendente giudizio di separazione o di divorzio tra le stesse parti (o giudizio ex art. 316 c.c., nuovo testo). Infatti, è proprio questo innesto che conferma la differenza innanzi evidenziata e che depone per la persistenza della mancanza di definitività dei provvedimenti in materia di responsabilità genitoriale ai sensi dell’art. 330 c.c. e l’inapplicabilità ad essi del giudicato rebus sic stantibus.
Il ricorso, dunque, deve essere dichiarato [omissis]
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L’ Avvocato Vincenzo Ciriello è iscritto all’Ordine degli Avvocati di Parma.
Cura costantemente l’aggiornamento professionale partecipando agli eventi accreditati, con riguardo particolare al diritto penale, di famiglia e delle nuove tecnologie .
Prevalentemente esercita la professione di Avvocato a Parma, Reggio Emilia,Modena e nei principali Fori dell’Emilia Romagna collaborando con Colleghi e con disponibilità alle domiciliazioni.
Laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli studi di Parma con tesi in diritto della proprietà intellettuale, collaboratore di studio legale dal 2009, Avvocato a Parma dal 2012 dopo una serie di esperienze presso strutturate realtà industriali, l’Avvocato Vincenzo Ciriello si occupa di affari penali e dei relativi procedimenti, di contenzioso civile giudiziale e stragiudiaziale.
Di seguito vengono riportate a titolo esemplificativo alcune aree di attività.
Diritto di famiglia, matrimonio, separazione, mantenimento e alimenti, divorzio, assegno divorzile, affidamento dei figli, convivenza, amministrazione di sostegno.
Diritto civile, contratti, condominio e controversie condominiali, immobili, sfratti e locazioni, recupero crediti, sinistri stradali, infortuni, malasanità, risarcimento danni, turismo e danno da vacanza rovinata, tutela dei consumatori, telefonia, energia, internet, banche, transazioni on line. Responsabilità professionali e da fatto illecito. Controversie di lavoro.

References: sentenza 
 art. 19
 articolo 19
 Cass. 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 

art. 1321
 art. 710
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 Sentenza 
 art. 316
 art. 111
 Sentenza 
 art. 317
 Cass. 
 Cass. 
 art. 317
 art. 316
 art. 316