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Timestamp: 2020-06-06 04:56:39+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 27896 del 30/10/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27896 del 30/10/2019
Cassazione civile sez. VI, 30/10/2019, (ud. 22/05/2019, dep. 30/10/2019), n.27896
sul ricorso 8835-2018 proposto da:
STEFANIA DI STEFANI, rappresentata e difesa dall’avvocato RAFFAELLA
GINIPRO;
avverso la sentenza n. 909/2017 della CORTE D’APPELLO di TORINO,
partecipata del 22/05/2019 dal Consigliere Relatore Dott. DE FELICE
la Corte d’Appello di Torino, a conferma della pronuncia del Tribunale di Ivrea, ha rigettato l’appello proposto da Equitalia Servizi Riscossione S.p.a., accertando prescritti i crediti previdenziali vantati dall’Inps ed oggetto di una serie di cartelle di pagamento non opposte, emesse a carico di M.T.;
in particolare, la Corte territoriale, argomentando sulla base degli orientamenti di legittimità espressi in materia di durata e decorrenza del dies a quo della prescrizione, ha ritenuto che, seppure per effetto della mancata opposizione alla cartella esattoriale nel termine perentorio di quaranta giorni, previsto dal D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 5, la pretesa contributiva oggetto del giudizio diventava intangibile, tuttavia, in difetto di validi atti interruttivi, di cui era mancata prova da parte della società di cartolarizzazione, la pretesa oggetto di controversia doveva essere ritenuta prescritta e l’atto impugnato annullato;
nel caso in esame la Corte territoriale ha accertato che fra la notifica della cartella esattoriale del 5 aprile 2005, e la notifica dell’intimazione di pagamento avvenuta il 2 dicembre 2014 erano trascorsi più di cinque anni e, pertanto, i crediti per contributi previdenziali portati dalla cartella erano ormai prescritti;
la cassazione della sentenza è domandata dall’Agenzia delle Entrate – Riscossione sulla base di un unico motivo; l’Inps ha resistito con tempestivo controricorso, mentre M.T. è rimasta intimata;
con l’unico motivo di ricorso, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, parte ricorrente contesta “Violazione dell’art. 2946 c.c. e del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 49”; alla luce delle norme richiamate in epigrafe afferma la natura di titolo esecutivo ex lege del ruolo riportato nella cartella di pagamento, a cui si applicherebbe il termine ordinario di prescrizione decennale di cui all’art. 2946 c.c.;
la questione dell’efficacia dei titoli di riscossione coattiva in materia previdenziale è stata oggetto di approfondita trattazione da parte di questa Corte, la quale, con la sentenza delle Sezioni Unite n. 23397 del 2016, ha in particolare statuito che “La scadenza del termine – pacificamente perentorio – per proporre opposizione a cartella di pagamento di cui al D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 5, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito contributivo senza determinare anche la cd. “conversione” del termine di prescrizione breve (nella specie, quinquennale, secondo la L. n. 335 del 1995, art. 3, commi 9 e 10) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2953 c.c. Tale ultima disposizione, infatti, si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, mentre la suddetta cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato. Lo stesso vale per l’avviso di addebito dell’INPS, che, dall’1 gennaio 2011, ha sostituito la cartella di pagamento per i crediti di natura previdenziale di detto Istituto (D.L. n. 78 del 2010, art. 30, conv., con modif., dalla L. n. 122 del 2010).”
pertanto, non introducendo il motivo dedotto elementi ulteriori che inducano a discostarsi dal principio di diritto sopra richiamato, del quale la sentenza impugnata ha dato corretta attuazione, il ricorso va dichiarato inammissibile; le spese del presente giudizio, come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza in favore della parte costituita; non si provvede sulle spese in difetto di attività difensiva da parte dell’intimata;
La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di legittimità nei confronti dell’Inps, che liquida in Euro 200 per esborsi, Euro 2000 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura forfetaria del 15 per cento e accessori di legge. Nulla spese nei confronti di M.T..
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

References: Sentenza 
 sentenza 
 art. 24
 sentenza 
 art. 49
 sentenza 
 art. 24
 art. 3
 art. 30
 sentenza 
 art. 13
 art. 13