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Timestamp: 2019-02-20 06:05:19+00:00

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Il tunnel dei levantini
Il Governo emette un decreto legislativo (n. 155\2010) per recepire la direttiva europea 2008/50/CE relativa alla “qualità dell'aria ambiente e per un'aria più pulita in Europa”.
Dunque, approva una norma che sospende l’applicazione di un’altra: quella che, dal 1° gennaio 1999, imponeva il limite di 1 nanogrammo a metro cubo per il benzo(a)pirene, un micidiale cancerogeno che fa parte della famiglia degli IPA (idrocarburi policiclici aromatici), nei centri urbani con oltre 150 mila abitanti.
Quell’obsoleto divieto, quindi, salta come il tappo di una bottiglia di spumante: quella che, verosimilmente, stappa la gran parte delle imprese italiane meno “eco-sostenibili”, per usare una pietosa litote, alla notizia che l’incommentabile esecutivo di questo Paese per raggiungere l’obiettivo di “un’aria più pulita” riesce ad approvare una perla di legislazione ambientale di tal fatta. Dove si legge, tra l’altro, che, il divieto sarà riesumato solo a partire dal 2013; e solo a condizione che questo non comporti “costi sproporzionati” (sic!) per le aziende che a quella prescrizione proprio non potranno non adeguarsi, magari perché emettono un po’ troppa della benefica sostanza in questione.
L’Ilva di Taranto non è esattamente estranea a questa schiera di salubri imprese.
Per la precisione, nella città jonica, la realtà produttiva in esame è la prima beneficiaria del nobile provvedimento legislativo, dato che l’Arpa Puglia ha certificato che nel quartiere Tamburi di Taranto (quello più vicino all’acciaieria) si è registrato un significativo sforamento del limite di legge di benzo(a)pirene e che il 98% di quest’ultimo è stato emesso proprio dal siderurgico della famiglia Riva, più precisamente dalla tristemente nota “cokeria”.
A Taranto, pertanto, per tornare a respirare con qualcosa in meno del timore di stare inalando, oltre all’ossigeno, un embrione di cancro, bisognerà aspettare il 1\1\2013.
Sempreché la cosa non comporti “costi sproporzionati” per l’Ilva e\o chi per lei, s’intende.
Di questo grazioso omaggio al loro ambiente ed alla loro salute, i cittadini poterono ringraziare sia il governo sia grande parte “dell’opposizione” (absit iniuria verbis), dato che il decreto passò con l’ovvio sì anche dei parlamentari “dell’ambientalismo del sì”.
Insomma, l’ennesimo gioiello bipartisan, applicato, stavolta, alla tutela dell’ambiente e della salute pubblica e donato gentilmente all’Ilva, per le indubitabili e preziose gemme che questa, a sua volta, ha elargito, in questi due campi, al territorio ed alla popolazione tarantini.
Viene approvato il decreto legislativo n. 121 che dà attuazione alla direttiva europea (2008\99) in materia di tutela penale dell’ambiente. O, almeno, questo è quello che è scritto nel titolo di questo provvedimento, giacché, nella realtà del testo di legge le cose stanno, ancora una volta, in maniera “appena” diversa.
Difatti, questa normativa comunitaria afferma l’obiettivo di “tutelare l’ambiente in modo più efficace” tramite l’adozione, nell’ordinamento interno di ogni Stato membro, di “sanzioni penali efficaci, proporzionate e dissuasive”; ma sancisce, anche e soprattutto, che “gli Stati membri provvedono affinché le persone giuridiche possano essere dichiarate responsabili dei reati di cui agli articoli 3 e 4 (quelli contro l’ambiente, ndr) quando siano stati commessi a loro vantaggio….”.
Si tratta, in quest’ultimo caso, della responsabilità amministrativa da reato delle persone giuridiche, in particolare delle imprese, istituto ormai entrato nel nostro ordinamento da più di 10 anni con riferimento a numerose specie di illeciti penali, tra i quali non vi erano, fino all’emanazione di questo decreto (ma, più precisamente, fino all’approvazione della direttiva europea che lo ha dettato), proprio quelli contro l’ambiente.
L’atto legislativo citato, giunto alla fine di un percorso legislativo lungo e sofferto (per continuare con gli eufemismi), sotto il profilo delle sanzioni (che, come visto, secondo il legislatore europeo dovrebbero essere efficaci, proporzionate e, soprattutto, dissuasive) si limita ad introdurre due nuove figure di reato nel codice penale (la “Uccisione ……. di esemplari di specie animali o vegetali selvatiche protette” e la “Distruzione o deterioramento di habitat all'interno di un sito protetto”), certamente importanti, ma forse, in sé, non proprio sufficienti a soddisfare (per ricorrere ad un’altra locuzione diplomatica) i precetti contenuti nella direttiva europea. E ciò, tra le altre, per la fondamentale ragione che, anche nel caso di queste ultime fattispecie di reato introdotte, si tratta di contravvenzioni, e non di delitti, con la conseguente, certa, incapacità delle stesse di reale “efficacia e dissuasività”, per millanta ragioni: blande pene, possibilità di estinzione del reato tramite oblazione, tempi desolantemente brevi di prescrizione….
Ma, dov’è ancora più stridente il contrasto tra le indicazioni di tutela degli Organi comunitari e il “prodotto legislativo nazionale” è nelle novità in materia di responsabilità diretta delle imprese.
Se, infatti, finalmente quest’ultima viene prevista anche per i reati contro l’ambiente (ma, in questo caso, neanche questo legislatore italiano, che brilla della vivida luce ecologista che si sta provando a mettere ad illustrare, poteva impedirlo, nonostante tutti i suoi titanici sforzi), il decreto presenta delle autentiche perle di logica giuridica, prim’ancora che di sensibilità ambientalista, veri e propri marchi di fabbrica del legislatore italiano di quest’aurea epoca storica.
E’ il caso dell’ineffabile esclusione dall’ambito di applicabilità della responsabilità delle imprese delle fattispecie di causazione di un disastro ambientale e di quelle di avvelenamento di acque destinate all’alimentazione previste dal codice penale.
A tacere dei profili di compatibilità con la direttiva europea, questa geniale scelta legislativa consegue il mirabile risultato per cui si puniscono le imprese al cui interno si siano commessi reati meramente formali (come quelli costituiti dalla, pur grave, violazione di “meri” limiti di emissione), ma non quelle nell’interesse delle quali si siano tenuti comportamenti dolosi e colposi sfociati poi in fatti decisamente più lesivi, per non dire letali, di inquinamento delle acque, dell’aria e del suolo.
Anche in questo caso, si registra una probabile, specifica applicazione anche di quest’ennesimo capolavoro legislativo in Puglia.
Di nuovo a Taranto, per la precisione.
Ancora relativamente alla stessa persona giuridica citata sopra: l’Ilva, i cui vertici sono sotto procedimento penale, in questa città, proprio (tra le altre ipotesi di reato) per disastro ambientale a causa delle varie forme di “impatto” dello stabilimento su quel martoriato territorio.
In pratica, quest’azienda, in quanto tale, non sarebbe, comunque, chiamata a rispondere col proprio patrimonio dell’eventuale disastro ambientale che dovesse esser accertato a suo carico nei confronti delle acque, dell’aria e del suolo tarantini.
E, anche in questo caso, per la multinazionale della famiglia Riva (come per tutte le altre imprese nella stessa posizione processuale), la notizia è eccellente.
Per l’ambiente e la popolazione di Taranto (che dalle maglie stracciate, più che larghe, della normativa di tutela ambientale hanno guadagnato uno dei territori più impestati d’Europa), e per tutte le altre città nella stessa condizione sostanziale, un po’ di meno.
Fermo restando che, per quanto riguarda Ilva, il procedimento è ancora in fase di indagini preliminari e che, nel nostro ordinamento penale, la presunzione di non colpevolezza vale anche per le imprese, risulta, comunque, confermato che questo governo e questa maggioranza non sono specialisti solo nella costruzione di tunnel per neutrini elvetici in escursione sul Gran Sasso, ma anche per levantini italici in perenne evasione dalle leggi e dalle regole nazionali ed ora anche europee.
Fasano, 2\10\2011
Regole e tutela dell’ambiente e della salute pubblica: “una storia semplice”.
“Tagliare i costi della burocrazia per le imprese e ‘disboscare’ la giungla delle procedure è dunque impegno prioritario dell’azione di Governo. In effetti, ridurre gli oneri amministrativi che gravano sulle imprese è una riforma che non costa, libera risorse per la crescita e, favorendo un migliore ambiente imprenditoriale, fa aumentare l’interesse degli investitori internazionali a sviluppare iniziative economiche nel nostro Paese.
Così nella relazione di accompagnamento (pag. 2) al “Disegno di legge per la conversione in legge del decreto legge 9 febbraio 2012, n. 5, recante disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo.”
L’articolato in questione, peraltro, costituisce apertamente il corollario del più ampio “decreto liberalizzazioni” (D. L. 24 gennaio 2012 n. 1 “Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività”), anch’esso solennemente ispirato ai sacri principi di “libertà di iniziativa economica sancito dall'articolo 41 della Costituzione e [….] di concorrenza sancito dal Trattato dell'Unione europea.”
Assodato, pertanto, che il combinato disposto di questi testi legislativi, ed in particolare di quello “di semplificazione”, è tutto teso a “favorire un migliore ambiente imprenditoriale”, può risultare interessante provare a capire se quelle norme siano destinate a favorire anche un miglior ambiente naturale.
In tal senso, si concentrerà l’attenzione in queste brevi note su un paio di questioni specifiche (tra molte), portatrici di una notevole carica esemplificativa del senso dichiarato e delle implicazioni inespresse di questo nuovo complesso normativo “salvacresciequi….. Italia”.
La prima riguarda la Scia (Segnalazione certificata d’inizio attività), l’ultimo frutto, in ordine di tempo, dell’inesauribile fantasia del legislatore edilizio nostrano (anche se l’istituto non nasce direttamente in quest’ambito), grazie al quale, ormai da due anni, si può avviare un cantiere senza dover attendere neanche i 30 giorni richiesti con la vecchia Denuncia d’inizio attività (Dia).
In seguito alla quarta modifica normativa (quella che ci occupa) apportata in due anni a questo strumento, oggi si statuisce che la Scia deve esser corredata dalle attestazioni e asseverazioni di tecnici abilitati solo “ove espressamente previsto dalla normativa vigente” (art. 2).
La previsione in esame, come si accennava, è emblematica di una linea di tendenza normativa quantomeno “a doppio taglio”.
L’intento del legislatore, infatti, è chiaramente quello di sottrarre margini di discrezionalità agli uffici comunali nella richiedibilità al privato dei documenti in questione.
Questa novità certamente potrebbe concorrere a delineare un quadro normativo di riferimento improntato a livelli decisamente maggiori di certezza del diritto, più precisamente di obblighi e diritti, a beneficio di chi intenda avviare un’opera edilizia tramite Scia; ossia, più in senso lato, per stare alla ratio della legge, a beneficio di un “miglior ambiente imprenditoriale”.
Ma, il prezzo che si rischia fortemente di pagare è la demolizione dell’ennesima parte di prerogative dell’ente comunale in materia di gestione urbanistico – edilizia, ossia di governo e tutela del suo territorio; proprio di quell’ente, cioè, cui, in prima e più immediata battuta, sono demandati questi fondamentali compiti ambientali.
Per comprendere appieno la portata applicativa (ed i possibili effetti concreti) di questa norma, può risultare utile una sua lettura “in sinossi” con uno dei fondamentali principi codificati nel decreto sulle liberalizzazioni, su citato; quello sancito all’art. 1 per il quale “il Governo, previa approvazione da parte delle Camere di una sua relazione che specifichi, periodi ed ambiti di intervento degli atti regolamentari, è autorizzato ad adottare entro il 31 dicembre 2012 uno o più regolamenti, ai sensi dell'articolo 17,comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, per individuare le attività per le quali permane l'atto preventivo di assenso dell'amministrazione, e disciplinare i requisiti per l'esercizio delle attività economiche, nonché i termini e le modalità per l'esercizio dei poteri di controllo dell'amministrazione, individuando le disposizioni di legge e regolamentari dello Stato che, ai sensi del comma 1, vengono abrogate a decorrere dalla data di entrata in vigore dei regolamenti stessi.”
In pratica, è lo stesso Esecutivo che si autoattribuisce il potere di decidere quali attività economiche debbano sottostare ad autorizzazione, quali a Scia “asseverata”, quali a Scia non asseverata, quali a mera comunicazione e quali, infine, debbano risultare del tutto libere.
Quanto sopra “previa approvazione delle Camere”. Ma, siccome le Camere, cioè “la politica”, oggi è ridotta ad uno stato men che larvale, almeno per quanto riguarda la capacità di incidere sulle scelte alte che riguardano le sorti del Paese, pare abbastanza facilmente prevedibile che quelle Camere approveranno tutto quello che proviene da questo Esecutivo senza frapporre particolari obiezioni, come peraltro è già accaduto con i decreti legge che ci occupano. Il tutto in rigoroso stile bipartisan, come impone l’etichetta dell’era “tecnica”.
Non pare sospetto particolarmente immaginario e\o dietrologico paventare, sulla scorta della lettera e dello spirito della legge, per non dire, più appropriatamente, dei principi ispiratori e della “missione” di questo Governo, che quella che oggi viene proposta come mera “semplificazione” di un pezzo ormai rilevantissimo dell’attività edilizia in questo Paese, in realtà, sia destinata a diventare una vera e propria, ulteriore, liberalizzazione anche in quest’ambito; ben più incisiva, anzitutto nei confronti di quel che resta del territorio nazionale.
In questo quadro di riferimento “riformatore”, spicca poi un’altra disposizione, stavolta in materia di controlli, quella di cui all’art. 14 del decreto semplificazioni, rubricata, per l’appunto, “Semplificazione dei controlli sulle imprese.”, materia, anche questa, connotata da un ruolo “centrale” (per usare un eufemismo) dell’Esecutivo.
Vi si legge, al comma 3, che “Al fine di promuovere lo sviluppo del sistema produttivo e la competitivita' delle imprese e di assicurare la migliore tutela degli interessi pubblici, il Governo e' autorizzato ad adottare, [….] uno o piu' regolamenti [….] volti a razionalizzare, semplificare e coordinare i controlli sulle imprese. I regolamenti”, prosegue il successivo c. 4, “sono emanati su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, del Ministro dello sviluppo economico e dei Ministri competenti per materia, sentite le associazioni imprenditoriali in base ai seguenti principi e criteri direttivi, [….]:
f) soppressione o riduzione dei controlli sulle imprese in possesso della certificazione del sistema di gestione per la qualita' (UNI EN ISO-9001), o altra appropriata certificazione emessa, a fronte di norme armonizzate, da un organismo di certificazione accreditato da un ente di accreditamento designato da uno Stato membro dell'Unione europea ai sensi del Regolamento 2008/765/CE, o firmatario degli Accordi internazionali di mutuo riconoscimento (IAF MLA).”
A parte che non si capisce la ragione per la quale il Governo, prima di procedere all’emanazione dei regolamenti in questione, debba sentire solo “le associazioni imprenditoriali” e non anche quelle sindacali, le “perplessità” maggiori sono assai più di sostanza e involgono la lettera e lo spirito di questo articolato.
La lettera è quella per la quale una mera certificazione di cui si doti un’azienda può comportare per quella un pressoché incondizionato salvacondotto, in termini di parziale o totale soppressione di controlli pubblici.
Lo spirito è quello di trasformare, anche sulla carta, la P.A. italiana in un soggetto non più pienamente regolatore ex ante e controllore ex post rispetto ad un’attività economica, ma solo depositario della seconda prerogativa citata, in relazione a dati e attività “autocertificati” dai diretti interessati; il tutto in un quadro di vincoli rigidamente delimitati e limitanti, verrebbe da dire di “lacci e lacciuoli” a carico dello stesso soggetto pubblico, per mutuare il più noto e logoro tormentone della vulgata antistatalista.
Quali possano essere i rischi, prossimi e ultimi, di quest’ennesima raffica “semplificatoria” per l’ambiente e, dunque, per la salute pubblica in questo Paese ci vuol davvero poco ad intuire da chiunque guardi a quest’ultimo, al suo stato “civile”, con occhi e mente men che abbacinati da persistenti (recidivanti, verrebbe da dire più propriamente) abbagli neo-liberisti da “Stato minimo”.
Anzitutto, il primo dubbio che s’impone alla lettura di queste “rivoluzionarie” riforme legislative è quello, già lucidamente rilevato in dottrina, per cui “al lodevole intento di snellire le procedure burocratiche, l’appesantimento normativo, fa da contrasto la dubbia capacità dell’amministrazione di riuscire ad espletare meglio le funzioni assegnate per la tutela del territorio. [….] Perché mai l’amministrazione, senza interventi strutturali che ne migliorino l’efficienza, dovrebbe riuscire in modo più tempestivo nell’attività di controllo successivo piuttosto che in quello preventivo?” (Rapicavoli, La liberalizzazione delle attività economiche e la coerenza con l’art. 41 della costituzione – le criticità”, in Lexambiente).
Ma, soprattutto, quelli più profondi, dissimulati (neanche tanto) tra le pieghe di queste norme e delle loro interpretazioni autentiche contenute in atti ufficiali come le relazioni di accompagnamento, rischiano di essere i danni prodotti alla cultura giuridica di uno Stato di diritto, per non dire di un Paese civile, più precisamente il nostro (come non bastassero quelli devastanti già loro inferti, per un decennio almeno, dal precedente Esecutivo e dalla precedente maggioranza parlamentare, i “guasti dell’anima” del Paese, come lì definì il grande Franco Cordero).
L’assunto, cioè, per il quale il “disboscamento della giungla delle procedure” voglia dire, perciò stesso, il ricorso al napalm della deregulation; il dogma per cui la stessa idea di regole, di procedure, di controlli seri, di sanzioni effettive debba esser eradicata dalla coscienza giuridica e civile di questo Paese, per esser sostituita con quella di “collaborazione amichevole con i soggetti controllati”, un Paese, ahimè, che, com’è noto, nella sua gran parte non rifulge precisamente per le sue virtù civiche e per la sua etica pubblica.
Con la più che probabile conseguenza di ogni processo di viscerale deregolazione: quella di crearla sul serio una giungla, quella sociale, nella quale, regolarmente, finisce per trionfare non il puro merito ed il limpido talento, e men che meno la tutela dei beni comuni (a partire dall’ambiente e dalla salute pubblica), ma la forza bruta, anche e soprattutto economico – patrimoniale, l’assenza di scrupoli e, per quanto riguarda in particolare la cifra antropologica di questo Paese, la discendenza dinastica e l’appartenenza clanica.
Chissà se, davvero, “l’Europa ci chiede tutto questo”, solo per affermare il “principio di concorrenza sancito dal Trattato dell'Unione europea.”
Chi scrive non lo pensa affatto, ma, se anche così, sciaguratamente, dovesse davvero essere, non sarebbe, comunque, una buona ragione per farlo.
Fasano, 14\2\2012
"Credo che il cambiamento dell'umore della pubblica opinione sia dipeso soprattutto dalla seguente circostanza.
Finché nelle inchieste erano coinvolti solo personaggi di alto livello (perché le prove ci portavano lì) le indagini avevano la chiara solidarietà dei cittadini, che certamente non si identificavano con loro.
Quando però le prove hanno iniziato a portare le indagini anche verso persone comuni, l'atteggiamento della collettività è mutato.
Io credo che non pochi, a quel punto, abbiano cominciato a riconoscersi in chi veniva scoperto, e si siano chiesti: 'Ma i magistrati cosa vogliono, venire a vedere quello che faccio io?' e abbiano in conseguenza modificato il proprio approccio.
Non dimenticare che questo è un Paese che solo quanto a evasione fiscale registra un numero impressionate di illeciti." (G. COLOMBO, Farla franca, 2012)
“Lo studio MARCONI suggerisce che vi sia stata una associazione importante, coerente e significativa, tra esposizione residenziale alle strutture di Radio Vaticana ed eccesso di rischio di malattia per leucemia e linfomi nei bambini, e che le strutture di MariTele, in modo limitato e additivo, abbiano plausibilmente contribuito all'incremento di quel rischio. [….] Lo studio MARCONI suggerisce che l'esposizione di lungo periodo (oltre 10 anni) alle antenne di Radio Vaticana sia stata associata ad un eccesso di mortalità per leucemia…”
Appena qualche giorno fa, infine, l'International EMF Alliance (IEMFA) ovvero l'Alleanza Internazionale sui Campi Elettromagnetici (CEM) ha annunciato la pubblicazione di un consenso scientifico sui pericoli derivanti dall'esposizione ai campi elettromagnetici.
Coordinato dal prof. Olle Johansson, dell'Istituto Karolinska in Svezia, il rapporto è stato prodotto da un consesso di scienziati che richiedono urgentemente ai governi di abbassare significativamente i limiti di esposizione ai campi elettromagnetici. Tale raccomandazione si basa sull’insieme delle evidenze scientifiche biologiche e sulle implicazioni correlate alla salute degli esistenti standard internazionali per le esposizioni alle tecnologie di telecomunicazioni e alle tecnologie elettriche. Gli scienziati suggeriscono specifici limiti di esposizione per diversi campi elettromagnetici, comprese le micro-onde, usate per le comunicazioni wireless, e i campi a bassissime frequenze (ELF) e i campi elettromagnetici.
Un po’ com’era (e come, per molti versi, è ancora), per dire, un'altra sostanza quando “si scoprì” che non era precisamente benefica per la salute delle persone: l’amianto.
Un provvedimento legislativo organico e adeguato alle enormi e tumultuose evoluzioni della scienza, ma soprattutto del mercato, in questa materia che avrebbe dovuto garantire un livello di sicurezza per l’incolumità pubblica nettamente superiore a quello apprestato dalla normativa di rango secondario in vigore fino a quel momento: il DM 381/98 sulle RF/MO che aveva previsto, oltre ad un "valore di cautela" (6V/m) come primo strumento di protezione dagli effetti a lungo termine, anche un "obiettivo di qualità", non quantificato, ma limpidamente ispirato al principio di precauzione: “Fermi restando i limiti di cui all'articolo 3, la progettazione e la realizzazione dei sistemi fissi delle telecomunicazioni e radiotelevisivi operanti nell'intervallo di frequenza compresa fra 100 kHz e 300 GHz e l'adeguamento di quelle preesistenti deve avvenire in modo da produrre i valori di campo elettromagnetico più bassi possibile, compatibilmente con la qualità del servizio svolto dal sistema stesso, al fine di minimizzare l'esposizione della popolazione." (art. 4)
Sulla base di questi principi, poi assunti ed estesi a tutto lo spettro dei CEM dalla "legge-quadro" 36/01, varie Regioni italiane avevano fissato limiti sufficientemente cautelativi (0,2 µT per i CEM/ELF e 0,5 V/m per le RF/MO).
Infatti, in materia di “limiti di esposizione, valori di attenzione e obiettivi di qualità, le tecniche di misurazione e rilevamento dell'inquinamento elettromagnetico e i parametri per la previsione di fasce di rispetto per gli elettrodotti [….]” (art. 4, c. 2), per la popolazione, sono stati stabiliti con i DPCM del 08.07.03.
Questi decreti, approvati nonostante il mancato accordo nella Conferenza Permanente Stato-Regioni, hanno fissato per tutto il territorio nazionale limiti che di cautelativo hanno assai poco, anche e soprattutto in relazione a quelli previgenti: per i CEM/ELF (100-10-3 µT) e 6 V/m per le RF/MO, sia come valore di cautela che come obiettivo di qualità, annullando quindi la doverosa finalità \ possibilità di minimizzare l'esposizione.
I piani di risanamento in questione sono quelli che avrebbero dovuto esser presentati dai gestori degli elettrodotti, “al fine di assicurare la tutela della salute e dell'ambiente”.
In un quadro di strumenti di tutela di tal fatta, l’unico “serio” (si fa per dire) presidio di difesa penale è rappresentato dall’immarcescibile e, ormai, anch’esso “ubiquo” (per i numerosi campi in cui si prova ad applicarlo in chiave di tutela ambientale: dalla diossina dell’Ilva di Taranto alle polveri sottili della centrale elettrica di Brindisi - Cerano ai CEM, per l’appunto) art. 674 c.p., statuente il c.d. “getto pericoloso di cose”, che punisce “chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte ad offendere o imbrattare o molestare persone".
Anche per questa ragione, sarebbe ottima cosa provare a capire se questo Governo - che è delegato ad adottare, entro il termine di nove mesi dalla data di entrata in vigore della c.d. “legge comunitaria” 2010 (ossia entro l’inizio di aprile prossimo), uno o più decreti legislativi al fine di recepire le disposizioni della direttiva 2008/99/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 novembre 2008, sulla tutela penale dell’ambiente - tra le varie altre, note, questioni “comunitarie” che affronta ormai quotidianamente (di ben altre comunità, però, rispetto a quella Europea), stia trovando il tempo di adempiere (ed, eventualmente, in che termini) una delega parlamentare, ma soprattutto un direttiva europea, che potrebbero e dovrebbero finalmente, se onorate, porre rimedio all’ennesima situazione caricaturale nel nostro diritto dell’ambiente e provare, così, ad arginare quello che potrebbe diventare l’ennesimo scempio ambientale e di salute pubblica in questo paese.
Fasano, 14\2\2011
“Nel 1936 gli scienziati dicevano che il fumo uccide, eppure solo negli anni '90 è stato bandito. Ora la storia si ripete con i telefoni cellulari.” (D. Davis)
Tutela dell'ambiente: meno male che l'Europa c'é.
E’ di circa due mesi fa la notizia dell’ultima indagine penale, in ordine di tempo, a carico dei dirigenti dell’Ilva per l’inquinamento causato alla città di Taranto ed al quartiere Tamburi in particolare dallo stabilimento di proprietà dell’azienda della famiglia Riva.
Grande risalto veniva dato, in specie, alla perizia (subito diventata, nel sobrio lessico giornalistico, “la superperizia”), da espletarsi nelle forme dell’incidente probatorio, con la quale i P.M. intendono cercare le fonti di emissione delle sostanze nocive (a partire dalla famigerata diossina nel formaggio) rinvenute negli animali, nei terreni e perfino nella falda acquifera del territorio limitrofo alla fabbrica.
In realtà, da un’analisi appena meno superficiale del procedimento penale in questione emergerebbe la vera “notizia” contenuta in questa vicenda, in ossequio al noto assunto per il quale non è il cane che morde l’uomo che fa notizia, ma l’uomo che morde il cane.
Che i proprietari e i dirigenti di un insediamento industriale col pedigree ambientale di quello Ilva di Taranto finiscano sotto indagine è, dovrebbe essere, nell’ordine naturale delle cose (ferma restando la regola costituzionale, di giudizio e di trattamento, di presunzione di non colpevolezza che deve garantirsi anche agli indagati in questione); esattamente com'è naturale che il cane morda l’uomo. Ergo, per la cronaca, per molti versi, dovrebbe trattarsi di una “non notizia”.
L’elemento che, invece, dovrebbe indurre assai maggiore attenzione, per non dire scalpore, è costituito dagli addebiti mossi a queste persone, più precisamente dalle specifiche ipotesi di reato in relazione ai fatti loro contestati, almeno a quel che si è appreso dai media.
Si tratta, infatti, fondamentalmente di due previsioni incriminatrici, tra le quali, a parte il “disastro colposo” (norma di applicabilità verosimilmente assai problematica in una fattispecie del genere, anche perché fortemente indeterminata nelle condotte che punisce), brilla di luce propria l’illecito di “getto pericoloso di cose”, previsto dall’art. 674 c.p.
Il reato in questione, come la quasi totalità dei reati contro l'ambiente, è una contravvenzione (che, com’è noto, nel nostro ordinamento penale costituisce il tipo di reato “di second’ordine”) ed è punita con la pena draconiana dell’ “arresto fino ad un mese” o dell’ “ammenda fino ad € 206”.
In un Paese, in una società con una larva di coscienza civile ed ecologica sarebbe quella relativa al reato ad esser percepita come la vera, clamorosa notizia, nell'ultimo “infortunio” penale in cui è incappata l'Ilva a Taranto.
Per quell’ipotetico Paese, per quella società virtuale, l’idea che l’attuale stato ambientale di una città come Taranto, laddove, all'esito di un processo, la responsabilità di questo dovesse esser attribuita anche sotto il profilo penale a qualcuno, possa esser punito con l'arresto fino a un mese o con l’ammenda fino ad € 206 dovrebbe lavere lo stesso impatto, quantomeno in termini di “stupore”, del caso dell'uomo che morde il cane.
E questa “stupefacente” situazione, ovviamente, non può esser ascritta in alcun modo ad una scelta dei magistrati che indagano, ma allo stato della nostra normativa penale, a partire da quella codicistica, in materia ambientale, che solo di questi strumenti “repressivi” (per così dire), dispone, in un ambito dal quale, in ultima istanza, dipende la salute e la stessa vita di una società, di ognuno di noi.
Negli stessi giorni in cui veniva diffusa la notizia del nuovo procedimento penale della Procura di Taranto a carico di proprietari e dirigenti di Ilva, avente a base il reato previsto e “punito” (si fa per dire) dall’art. 674 c.p., precisamente il 25 giugno, veniva pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la Legge 4 giugno 2010, n. 96, la c.d. “Legge Comunitaria” (quella con la quale annualmente il nostro Paese si mette in regola con gli obblighi derivanti dalla produzione normativa e giurisprudenziale degli organi comunitari), che all’art. 19 prevede che “Il Governo è delegato ad adottare, entro il termine di nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi al fine di recepire le disposizioni della direttiva 2008/99/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 novembre 2008, sulla tutela penale dell’ambiente”. In particolare, il Governo viene delegato a: a) introdurre tra i reati di cui alla sezione III del capo I del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, e successive modificazioni, le fattispecie criminose indicate nelle direttive di cui al comma 1; b) prevedere, nei confronti degli enti nell’interesse o a vantaggio dei quali è stato commesso uno dei reati di cui alla lettera a), adeguate e proporzionate sanzioni amministrative pecuniarie, di confisca, di pubblicazione della sentenza ed eventualmente anche interdittive. ”
In breve, si dovrebbero, finalmente, introdurre nel nostro codice penale i “delitti contro l’ambiente” e si dovrebbe sancire la c.d. “responsabilità amministrativa delle persone giuridiche”, più precisamente delle imprese, in relazione anche a questi ultimi, ottemperando in tal modo, dopo 10 anni, prim’ancora che ad una direttiva europea, ad una legge dello Stato, la l. 300\2000, che delegava il Governo a prevedere questa fondamentale, per quanto assolutamente innovativa per l’ordinamento italiano, forma di difesa penale, ossia la diretta responsabilità da reato delle imprese, anche “in relazione alla commissione dei reati in materia di tutela dell'ambiente e del territorio” (art. 11, lett. d).
Ancora una volta, quindi, il legislatore italiano, che, di suo, notoriamente non brilla per sensibilità ambientalista, avvia un processo di riforma dell’ordinamento interno per garantire “un’efficace (ma nel caso dell’Italia è il caso di dire “una appena seria”) tutela dell’ambiente” a mezzo di “sanzioni maggiormente dissuasive per le attività che danneggiano l’ambiente”, più precisamente di “sanzioni penali in relazione a gravi violazioni delle disposizioni del diritto comunitario in materia di tutela dell’ambiente” (come afferma la direttiva 2008/99/CE su citata), solo per scongiurare l'ennesima procedura d'infrazione per violazione della normativa comunitaria.
Chi ha a cuore una difesa penale (ossia, una difesa tout - court) dell’ambiente men che caricaturale, come quella attualmente assicurata dall’ordinamento italiano, ha, comunque, ancora ben poco da sentirsi appagato e tranquillizzato; anzi, oggi più che mai dovrebbe tenere la guardia alta e seguire passo passo l'iter di redazione dei decreti legislativi da parte di un Governo, come questo, nei confronti del quale, in materia ambientale, è doverosa, più che legittima, una, particolarmente vigile, “attenzione”.
In tal senso, anzitutto si possono cogliere già segnali non proprio rassicuranti nello stesso citato testo della legge comunitaria, dacché nonostante la direttiva imponga agli Stati membri di conformarsi a sé “anteriormente al 26 dicembre 2010”, il Parlamento ha cortesemente assegnato al Governo 9 mesi “dalla data di entrata in vigore della presente legge”; in pratica, l’Esecutivo ha tempo fino all’inizio di aprile per approntare un provvedimento legislativo che, invece, dovrebbe esser adottato entro il 26 dicembre.
In ogni caso, parrebbe finalmente destinata ad esser in qualche modo attutita, se non proprio eliminata, una tra le più indigeribili “anomalie” (comunque, una tra le tante) del nostro sistema penale: quella per cui chi ruba una scatoletta di tonno in un supermercato può esser condannato a 10 anni di reclusione, e chi, invece, si limita ad appestare un'intera città con le sostanze più velenose può cavarsela con qualche decina di euro di ammenda.
Almeno in materia di tutela dell'ambiente, meno male che l'Europa c'è.
Fasano, 8\9\2010
La distruzione dei campi illegali ogm: reato contro la proprietà privata o autodifesa dei beni comuni e della salute pub
Nello scorso gennaio, il Consiglio di Stato ha emesso una, ormai nota, sentenza in materia di ogm, più precisamente di “messa in coltura di varietà di mais geneticamente modificate iscritte nel catalogo comune europeo” (Sez. VI, 19-01-2010, n. 183).
Sul provvedimento in questione si è propalata, da parte di alcuni precisi settori, per così dire, “culturali”, una vulgata interpretativa secondo la quale esso avrebbe praticamente “liberalizzato” la coltivazione di specie ogm nel nostro paese.
Come sempre, quando si tratta di vulgate, l’interpretazione giuridica in questione è tanto approssimativa quanto poco disinteressata; dunque, inattendibile.
In quel giudizio amministrativo si controverteva, in realtà, solo sul “rifiuto d’istruttoria” che il Ministero delle politiche agricole aveva comunicato all'azienda che gli aveva richiesto l'autorizzazione alla messa in coltura su citata.
Il provvedimento ministeriale era basato sulla stringente motivazione per cui era (è) del tutto insensato pensare di “poter procedere all'istruttoria della richiesta di autorizzazione” prima “dell'adozione, da parte delle regioni, delle norme idonee a garantire la coesistenza tra colture convenzionali, biologiche e transgeniche”.
Ciononostante, dato che la normativa comunitaria prevede la facoltà da parte degli stati membri di adottare i cosiddetti “piani di coesistenza” sulla base di mere ragioni economiche, essendo quelle di natura ambientale e sanitaria “esaurite” nel procedimento autorizzatorio svoltosi nella stessa sede europea, la mancata adozione dei piani non potrebbe esser addotta dall’ente centrale a giustificazione dell’impossibilità del rilascio dell’autorizzazione.
In tal senso, dunque, i giudici di Palazzo Spada, hanno “dichiarato l'obbligo dell'Amministrazione di provvedere sull'istanza di autorizzazione, entro un termine di novanta giorni decorrente dalla comunicazione o, se anteriore, notificazione della sentenza.”
Questo era, quindi, l’unico obbligo che scaturiva in capo al Dicastero dell’agricoltura da quella sentenza: quello di provvedere.
Ed, infatti, il Ministero ha provveduto.
Partendo dalle valutazioni della Regione Friuli Venezia Giulia, secondo cui, tra le altre, “la Regione è caratterizzata da una notevole ventosità in grado di favorire la dispersione pollinica; la coltura del mais risulta frammentata in un grande numero di aziende, ed in tale condizioni il rispetto di distanza che garantiscano l’esclusione di impollinazioni incrociate appare di grandissima difficoltà; la Regione ospita aree di grandissimo interesse, tutelate dal punto di vista naturalistico (ZTS, SIC, Biotopi ecc….); in ambito regionale sono state adottate nel tempo misure di tutela e di sviluppo verso sistemi di agricoltura biologica e integrata che non prevedono l’utilizzo di OGM….”, il Ministero, in data 7\4 u.s., ha respinto la richiesta di autorizzazione alla coltivazione di mais ogm Mon 810. Dove Mon sta, ovviamente, per Monsanto, la padrona della gran parte dei semi ogm esistenti sul mercato. Il che potrebbe voler dire, a breve, la padrona dei semi tout court.
Le motivazioni addotte dalla Regione Friuli costituiscono una mirabile sintesi delle più pregnanti, quanto ovvie, ragioni per cui consentire oggi, nelle condizioni agronomiche date, la coltivazione di ogm significa, di fatto, promuovere, oltreché un danno ambientale allo stato incalcolabile, anche il sabotaggio di una fondamentale fetta di produzione agricola: quella che fa bene all’ambiente ed alla salute pubblica.
E quelle motivazioni sono perfettamente estensibili a tutto il territorio nazionale.
Nel nostro ordinamento, non è consentito procedere alla messa in coltura di sementi transgeniche in assenza delle previste autorizzazioni di legge, come recita l’articolo 1, c. 2, d. l.vo 212\2001.
Ma, nella materia che ci occupa, ancora più significativo risulta il comma 5 dello stesso articolo, a tenore del quale “Chi mette in coltura prodotti sementieri di varietà geneticamente modificate senza l'autorizzazione di cui al comma 2, è punito con la pena dell'arresto da sei mesi a tre anni o dell'ammenda fino a 100 milioni di lire.”
Quest’ultima previsione, (che, peraltro, non è l’unica che sancisca ipotesi criminose in caso di immissione non autorizzata, sul mercato o anche solo nell’ambiente, di organismi geneticamente modificati; si vedano, in tal senso, il d. lvo 224\03 ed il d. lvo 70\05) delinea nitidamente il quadro di riferimento normativo, ossia legale, nel quale va incasellato il “beau geste” dei cosiddetti “agro-libertari”, cioè la semina di mais ogm pure dopo la denegata autorizzazione ministeriale, e dunque disegna chiaramente la stessa natura di quel gesto: un illecito. Più precisamente, un illecito penale; un reato.
Un grave reato, stando a quello che va emergendo in maniera sempre più chiara dagli ultimi studi scientifici sugli ogm, contro l’ambiente e, quindi, contro la salute pubblica.
Ieri un gruppo di cittadini ha distrutto, di sua iniziativa, un campo di mais ogm che cresceva rigogliosamente e contaminava tranquillamente i campi vicini e l’intero territorio circostante, nell’atarassica contemplazione di tutte le autorità preposte, a partire da quella giudiziaria.
Prontamente, si sono levati alti strilli al delitto di lesa proprietà privata; in molti casi, da parte degli stessi soggetti istituzionali che, in questa vicenda, avevano cogenti obblighi di controllo e d’intervento a tutela anzitutto della salute pubblica.
Qualcun altro, come il presidente di Slow Food, ha detto che “non si risponde all’illegalità con l’illegalità”.
In teoria, quest’ultimo è un fondamentale assunto di ogni stato di diritto.
Ma chi scrive nutre forti dubbi che il gesto dei cittadini friulani possa esser qualificato illecito in senso pieno; men che meno reato.
Sotto il profilo etico, infatti, non v’è nulla, ma proprio nulla di disdicevole nel fatto che si distrugga una potenziale fonte di imponderabile pericolo per l’ambiente e per la salute pubblica.
Sotto quello giuridico, è troppo facile ricordare che in questo Paese, a Costituzione (ancora) vigente, la proprietà privata deve avere una “funzione sociale” e “l’iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza… umana.”
In questo caso, è necessario ribadire, ciò che viene messa a repentaglio non è solo l’utilità sociale, ma, per l’appunto, direttamente la salute pubblica.
Quanto, infine, all’aspetto strettamente penale, nella valutazione dell’operato di queste persone un ruolo fondamentale dovrebbe avere l’istituto dello “stato di necessità”, quello con cui si giustifica “chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona [….] sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo” (art. 54 c.p.).
Questa causa di giustificazione ancora oggi viene giustamente utilizzata per dichiarare non punibili condotte un tempo implacabilmente considerate criminose, ciò poiché, come ormai insegna la stessa Cassazione, “nel concetto di ‘danno grave alla persona’ rientrano non solo le lesioni della vita e dell'integrità fisica, ma anche quelle situazioni che attentano alla sfera dei diritti fondamentali della persona, riconosciuti e garantiti dall'art. 2 Cost., tra le quali rientra il diritto all'abitazione in quanto l'esigenza di un alloggio rientra fra i bisogni primari della persona”.
Se, dunque, è un diritto fondamentale della persona l’abitazione, in quanto tale giustificante un “reato”, perché mai, in un’imprescindibile ottica di intepretazione “evolutiva” del diritto, non dovrebbe esser considerato tale anche l’ambiente, che altro non è che l’abitazione di tutti noi, specie se dallo stato di quest’ultima dipendono la salute o la malattia dei suoi abitanti?
Fasano, 10\8\2010
Tumori "cellulari"
Note a margine di una sentenza che serve alla tutela della salute pubblica
Così la Corte d’appello di Brescia – Sezione lavoro nella sentenza (pag. 11) n. 614 del 10 dicembre 2009 (depositata il 22\12) relativa ad una richiesta di indennità per malattia professionale formulata vanamente all’Inail da un dirigente d’azienda, Innocente Marcolin (si riportano il nome e cognome di questa persona in quanto ormai di dominio pubblico), di una società del bresciano.
Il signor Marcolin assumeva di aver contratto, anche a causa di una lunga esposizione alle onde elettromagnetiche di un telefono cordless e di un telefono cellulare che usava sul posto di lavoro per varie ore al giorno, un ‘neurinoma del ganglio di Gasser’, un tumore benigno che colpisce i nervi cranici, in particolare il nervo acustico, mentre più rara è la localizzazione al V nervo cranico (trigemino), come nel caso di specie.”
Il principio con cui si sono aperte queste note è di quelli destinati ad aprire brecce nell’ordinamento giuridico.
E, tenendo conto della diffusione della materia, anzi degli oggetti concreti (cordless e cellulari), a base della vicenda in esame e del relativo pronunciamento giudiziale, più che brecce minacciano di essere voragini.
Se, infatti, passa definitivamente, anche a livello giurisprudenziale, l’assunto che vi è un rapporto causale tra esposizione a radiofrequenze, in pratica tra uso dei telefonini, e induzione di patologie, peraltro di natura neoplastica, e, soprattutto, se, com’è facile immaginare, non siamo che ai primi vagiti delle evidenze scientifiche in questa materia, il che vuol dire, più brutalmente, che non siamo che ai primi casi conclamati di malattie da cellulari, è altrettanto semplice ipotizzare che ben presto le azioni giudiziali di singoli per ottenere riconoscimenti di malattie professionali analoghe a quelle del signor Marcolin intaseranno i ruoli, già di loro non proprio esangui, dei Tribunali del lavoro.
A tacere dello scenario, tutt’altro che apocalittico, per cui il prevedibile diffondersi di patologie legate all’uso capillare di telefoni e cordless inneschi masse di azioni di risarcimento dei danni nei confronti delle case produttrici degli apparecchi in questione.
Azioni che ben si presterebbero a diventare “azioni di classe”, o class actions che dir si voglia, pure alla stregua di una versione di questo istituto sostanzialmente monca, quale quella che è stata introdotta recentemente nel nostro ordinamento giuridico.
Ma, se, come emerge dal caso che si affronta, le evidenze scientifiche questo nesso di causalità effettivamente disvelano, in linea teorica non v’è ragione alcuna perché a danno massivo ed invasivo alla salute pubblica non debba corrispondere una rifusione altrettanto consistente di quel nocumento da parte di chi, direttamente o indirettamente, lo ha cagionato.
Ciò anche se quella rivelata dalla causa di lavoro davanti alla Corte d’appello di Brescia è una “causalità debole” espressione del “modello probabilistico – induttivo” in “una situazione individuale”, come si legge a pag. 10 della sentenza che ci occupa.
Neanche questo, tuttavia, deve stupire, dato che il lasso di tempo tutto sommato ristretto intercorso dalla diffusione su larga scala nella nostra società (un decennio o poco più) degli strumenti tecnologici in questione impedisce di avere un quadro sufficientemente attendibile degli effetti di questi ultimi sulla salute umana, ossia, più precisamente, preclude ancora acquisizioni scientifiche connotate da caratteri maggiormente stringenti della predetta “causalità debole”.
In tal senso, dunque, sarà proprio la quantità e soprattutto la qualità degli studi scientifici, in particolare delle indagini epidemiologiche, a dirci se quella causalità è suscettibile di upgrade fino a diventare “certa”, tanto da poter esser posta a base di un giudizio di responsabilità anche penale nei confronti di chi questi apparecchi ha prodotto e\o di chi ha fatto usare (per esempio ai propri subalterni su un posto di lavoro) in maniera negligente o imprudente o imperita o, ancor peggio, in violazione di specifiche normative in materia di sicurezza sul lavoro.
In questo ultimo senso, infatti, ai fini di una dichiarazione di responsabilità penale di una persona per lesioni colpose, giacché questa sarebbe chiaramente l’ipotesi di reato, se non ancora peggio, è necessario l’accertamento di un nesso causale tra l’esposizione ad una determinata fonte di emissioni e l’insorgenza di una patologia sulla salute umana caratterizzato dal requisito della certezza.
Naturalmente, di una “certezza processuale”, come insegna la Suprema Corte nel suo più importante pronunciamento in materia (la c.d. “sentenza Franzese”), ormai diventata c.d. “ius receptum”, diritto consolidato, nel nostro ordinamento.
Una certezza, cioè, che viene acclarata sulla base degli ordinari canoni probatori del nostro processo penale (a partire, se del caso, da quelli contenuti nel fondamentale art. 192, c. 2 del codice di procedura penale per il quale “L'esistenza di un fatto non può essere desunta da indizi a meno che questi siano gravi, precisi e concordanti”); non certo una certezza asseritamente “scientifica”, propugnata da una dottrina tanto prestigiosa quanto spesso impaniata in pregnanti conflitti d’interesse (giuristi che sono al contempo difensori di imputati eccellenti), in realtà a metà strada tra il matematizzante ed il metafisico (il noto, curioso, esempio perorato dal più illustre esponente di quella corrente dottrinale, F. Stella, per cui fino a che non saremo in grado di individuare “quando e dove potrà essere stata inalata quell’unica fibra di amianto che potrebbe essere responsabile delle malattie e dei tumori” non dovremmo poter condannare nessuno per lesioni o omicidio colposo).
Approccio interpretativo, sedicente “garantista”, quest’ultimo, che se iniziasse a trovare concrete e sistematiche applicazioni giurisprudenziali, significherebbe perciò stesso la sostanziale soppressione di pezzi significativi di intere branche del diritto penale: dal diritto penale del lavoro al diritto penale dell’ambiente.
Ciò non perché chi scrive sia un apostolo di quella “espansione del diritto penale”, per riprendere il titolo di un interessante libricino pubblicato qualche anno fa da uno studioso catalano, J. M. Silva Sanchez, tanto vibratamente stigmatizzata da più parti quando si tratta di determinate tipologie di reati di solito commessi da altrettanto ben individuate fasce sociali di soggetti, quanto pietosamente e unanimemente obliata, se non addirittura disinvoltamente giustificata, in presenza di categorie di illeciti penali e dei relativi, socialmente consuetudinari, autori di tutt’altro segno.
Ma solo perché quando ci si trova in presenza di condotte “sistemiche” tanto diffusivamente lesive di un bene giuridico fondamentale come la salute pubblica, quest’ultimo non può non godere anche di una forma di tutela penale da quei comportamenti spesso tanto scellerati quanto, per l’appunto, “di sistema”.
Perché questa tutela possa effettivamente esplicarsi, però, per tornare alla vicenda giudiziaria oggetto di questo scritto, o, forse meglio, perché una qualsiasi forma di tutela giuridica effettiva possa garantirsi alla salute pubblica nei confronti di attentati vecchi e nuovi, come quelli che ci occupano, è imprescindibile proprio il supporto scientifico, ossia il ruolo della scienza e degli scienziati quali primi custodi dell’ambiente e della salute pubblica di una società.
E qui si tocca il nervo più scoperto e dolente dell’intera vicenda, come peraltro emerge limpidamente dal procedimento giudiziario del sig. Marcolin e dalla sentenza della Corte d’appello di Brescia che lo ha definito.
Quella che si è giocata davanti all’Autorità Giudiziaria lombarda, infatti, è stata anche e soprattutto una tenzone a colpi di citazioni di studi scientifici, tutti sinteticamente riportati in sentenza, che hanno scandagliato l’ancora poco nitido rapporto tra esposizione a campi elettromagnetici ed effetti sulla salute umana.
Da una parte uno studio Oms (Organizzazione mondiale della sanità) – Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro), del 2000, ripreso dall’Inail, che sostanzialmente escludeva conseguenze negative sulla salute.
Dall’altra una serie di indagini di vari autori, tra cui in particolare il c.d. “gruppo Hardel”, su cui si sorreggevano le deduzioni e le richieste del ricorrente e, soprattutto, poste a base delle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio, concentrate tra il 2005 ed il 2009, per i quali, invece, pur con diverse sfumature, le esposizioni in questione, in pratica l’uso di cordless e cellulari, sulla salute delle persone sono decisamente meno innocue di quanto emerga dallo studio dell’ente istituzionalmente preposto su base planetaria alla ricerca sul cancro.
A due di questi lavori, in particolare, mette conto dedicare un po’ di attenzione, per la puntualità e l’acutezza dei rilievi che vi sono contenuti.
Nel primo caso, si tratta di una c.d. “review” della International Commission on Non – Ionizing Radiation Protection, ossia di una revisione critica della quasi totalità delle indagini epidemiologiche effettuate fino al 2009 sul tema in questione.
L’elemento più significativo di questo studio è costituito dal disvelamento dei vari “bias”, ossia le distorsioni che connotano le opere oggetto di revisione: “modalità di arruolamento, assenza di un gruppo di controllo con ricorso a registri di popolazione, impossibilità di standardizzare entità e durata complessiva di esposizione.”
Per gli autori della revisione, gli “errori sistematici” in esame sono di tale entità che, allo stato attuale, seppur non vi sia “una convincente evidenza del ruolo delle radiofrequenze nella genesi dei tumori”, ciononostante gli studi presi in esame, in quanto così pesantemente inficiati, “non ne hanno escluso l’associazione” (“…. these studies have too many deficiencies to rule out an association.”)
Il secondo lavoro, anch’esso recentissimo (2009), a firma di M. Kundi, pur affermando che il rischio derivante da queste esposizioni sarebbe basso, asserisce altresì che “l’esposizione può incidere sulla storia naturale della neoplasia in vari modi: interagendo nella fase iniziale di induzione, intervenendo sul tempo di sviluppo dei tumori a lenta crescita, come i neurinomi, accelerandola ed evitando la possibile naturale involuzione.”
In pratica, queste esposizioni si comporterebbero come un vero e proprio cancerogeno “completo”, in grado, cioè, di innescare come di far progredire la malattia neoplastica.
La Corte ha ritenuto decisamente più affidabili gli studi citati dal C.T.U. e dalla difesa del sig. Marcolin (di cui si sono accennati i due probabilmente più significativi) rispetto a quello della Iarc, praticamente l’unico, su cui l’Inail aveva fondato il suo pervicace rifiuto di erogare le doverose prestazioni assistenziali nei confronti del lavoratore malato.
Lo ha fatto principalmente per la ragione che lo studio dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, “risalente al 2000 e basato su dati, ovviamente, ancora più risalenti, non tiene conto dell’uso più recente, ben più massiccio e diffuso, di tali apparecchi e del fatto che si tratta di tumori a lenta insorgenza: pertanto gli studi del 2009, basati su dati più recenti, sono di per sé più attendibili.”
Considerazioni, queste, che riportano direttamente a quelle sviluppate ed agli scenari socio-giudiziali ipotizzati all’inizio di questo lavoro.
V’è, però, un altro elemento che la Corte d’appello ha tenuto ben presente nel suo percorso motivazionale sulla questione della rispettiva affidabilità degli studi scientifici discordanti tra loro e del quale non ha mancato di dare puntualmente atto in sentenza: “inoltre, a differenza dello studio IARC, co-finanziato dalle ditte produttrici di telefoni cellulari, gli studi citati dal dott. Di Stefano (consulente tecnico d’ufficio della Corte, n.d.r.) sono indipendenti.”
Con ogni probabilità, questo, per una sentenza della magistratura italiana, è un principio della stessa epocale portata innovativa di quello riportato nel primo periodo di questo scritto sul quale ci si è soffermati fino a questo punto.
Affermare che il vaglio di attendibilità di uno studio scientifico citato in un processo, e dunque, in ultima istanza, che l’accertamento delle responsabilità individuali a base di quest’ultimo, vadano effettuati anche sulla base dell’indipendenza degli autori di quello e degli studi “contrapposti” significa, anche in tal caso, aprire letteralmente un’epoca nuova nella giurisprudenza di questo paese in materia di tutela della salute, pubblica e privata; una fase nella quale l’accertamento giudiziario sia finalmente sempre ispirato a lucidi e onesti criteri di perseguimento della verità sostanziale, tanto più eticamente, prim’ancora che giuridicamente, doverosi quanto più si verta in un contesto di lesioni gravi, se non peggio, patite da una persona, da un lavoratore, o di devastanti attentati all’ambiente.
Perché, evidentemente, così non sempre è stato, se è vero, come è vero, che grandi procedimenti penali che avevano a base enormi danni a persone ed ecosistemi si sono “definiti” con sentenze di assoluzione, quando non proprio con incommentabili ordinanze di archiviazione, fondamentalmente basate sulle risultanze di studi scientifici che escludevano, rectius che “non provavano”, il nesso causale tra l’esposizione ad una o più determinate sostanze e l’insorgenza di alcune, in certi casi di una lunga serie di, patologie.
Studi scientifici che, alla stregua del rivoluzionario quanto ovvio canone interpretativo statuito dalla Corte d’appello di Brescia, risultavano ictu oculi al di sotto di ogni sospetto.
Né vi sarebbe alcuna plausibile ragione per ritenere che quella regola di giudizio usata dalla Corte d’appello di Brescia in un procedimento civil - assistenziale, quella fondata sulla verifica dell’indipendenza degli studi scientifici, non debba esser trasposta tout court anche in ambito penale; anzi, in quest’ultimo essa sarebbe vieppiù “di casa” stante la precipua finalità del processo penale di accertamento della verità materiale.
Da questo ultimo assunto dell’Autorità giudiziaria lombarda non possono non scaturire alcune considerazioni finali.
1) Il fatto che una Corte d’appello riconosca in una sentenza l’elementare verità per cui uno studio indipendente è, di suo, più credibile rispetto ad uno studio co-finanziato dalle società produttrici dell’oggetto “incriminato” nel processo in cui quella sentenza si è resa non vuol dire certo che si debbano rigettare a priori le offerte delle industrie di finanziamento di studi e ricerche scientifiche.
Vuol solo dire che queste ultime, o meglio molte di loro, specie tra le più grosse e potenti, debbono fare un sentito mea culpa per aver preordinatamente utilizzato, ossia commissionato numerosissimi, sedicenti studi scientifici come una sorta di “fattori di confondimento” atipici, dolosi, la cui unica ragion d’essere epistemologica era quella di assolvere preventivamente prodotti e produttori da ogni sospetto di nocività, nei confronti di lavori scientifici che, invece, tendevano ad accertare i reali effetti sulla salute pubblica e sull’ambiente di quegli stessi prodotti.
Ma, soprattutto, significa che, per il futuro, le imprese devono solennemente impegnarsi a non fabbricare più quegli inverosimili ed inverecondi fattori di confondimento.
Devono farlo anche per non trascinare in un immeritato vortice di discredito pregiudiziale pure quei lavori scientifici che, anche se finanziati dalle industrie, dovessero risultare tuttavia corretti scientificamente.
Devono farlo le aziende e con loro gli scienziati che a quell’utilizzo “improprio”, per usare una litote, della loro alta funzione si sono prestati.
2) Il pubblico, ossia gli enti pubblici preposti istituzionalmente alla ricerca scientifica in chiave di tutela dell’ambiente e della salute pubblica, non può e non deve, comunque, abdicare anzitutto al suo ruolo di controllo e validazione scientifica degli studi privati; ma anche alla ricerca scientifica effettuata direttamente, con mezzi e persone appartenenti organicamente all’ente pubblico. Il che significa che le strutture pubbliche a carattere scientifiche dovrebbero esser trattate e, soprattutto, finanziate dallo Stato e dagli altri enti pubblici, territoriali e non, in maniera quantomeno più seria (ci vuole davvero poco) di come accade oggi.
3) Infine, alla luce della sentenza della Corte d’appello di Brescia, forse non avevano tutti i torti quegli scienziati che già qualche tempo fa, partendo dall’analisi di alcune recenti pubblicazioni IARC in cui si criticavano le valutazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per quanto riguarda gli effetti dell’ambiente sul rischio di cancro nell’uomo, a partire dalla centrale questione della relazione tra tumore al polmone ed inquinamento atmosferico, denunciavano che “il gruppo ambientale di IARC fruisce del contributo delle associazioni europee di produttori di petrolio e di asfalto (dal 2° rapporto biennale IARC)”, tanto da far “presumere l’esistenza di un forte legame tra alcuni autori con gli interessi dell’industria” e da far metter “in dubbio fortemente l’indipendenza” degli stessi autori e delle loro pubblicazioni scientifiche su questo argomento.
In tal senso, su questo ultimo profilo relativo a IARC messo a nudo dalla sentenza in esame, la sensazione finale è di grande amarezza: per l’autentico downgrade di credibilità scientifica in cui è precipitato, evidentemente per sue responsabilità, il più importante ente mondiale per la ricerca sul cancro.
Quell’ente che sotto la guida di Renzo Tomatis, fino a meno di vent’anni fa, aveva raggiunto vette di affidabilità e prestigio scientifico, anche e soprattutto sotto il profilo dell’indipendenza delle sue ricerche, che ne facevano un autentico punto di riferimento per tutti coloro che avessero a cuore il perseguimento della c.d. “prevenzione primaria”, ossia la difesa vera, in chiave seriamente preventiva, della salute pubblica e dell’ambiente.
Lo stesso Tomatis che, per riprendere la categoria dei “bias” citata nella sentenza della Corte d’appello di Brescia, in una pubblicazione del 2005, scritta a quattro mani con il dott. Valerio Gennaro dell’Istituto per la ricerca sul cancro di Genova, aveva denunciato espressamente proprio i “business bias”, ossia le “distorsioni nel mondo degli affari”, che davano addirittura il titolo all’articolo in questione apparso sull’International Journal of Occupational and Environmental Health (in www.salutepubblica.org/uploadtest/Ricerca/epidemiologia%20distorta.pdf).
Un saggio il cui emblematico sottotitolo era “Come gli Studi Epidemiologici possano Sottostimare o Fallire nell’ Individuare Accresciuti Rischi di Cancro e Altre Malattie” e nel quale l’attacco del relativo abstract era oltremodo illuminante: “Malgrado dichiarino la prevenzione primaria come loro scopo, gli studi di potenziali fattori di rischio occupazionale ed ambientale per la salute finanziati, sia direttamente che indirettamente dall’industria, è probabile che abbiano risultati negativi.”
I famosi “falsi negativi”; ma forse, più correttamente, si dovrebbe dire i famosi falsi studi.
Fasano, 1\3\2010
“Se i prodotti OGM siano sani o meno non è un argomento di discussione: la loro sicurezza alimentare e ambientale deve essere dimostrata prima che entrino nel sistema di produzione agricola e di distribuzione.” (Monsanto, The Pledge Report 2005, p. 31, in “Il mondo secondo Monsanto”, di M. - M. Robin, p. 155)
Postato il 12/03/2010
“Strategia nucleare”, con tanto di “S” maiuscola: così i dottor Stranamore di Villa Certosa hanno definito, con tutta la consueta sobrietà, anche semantica, che connota questo esecutivo, “il documento programmatico del Governo con il quale sono delineati gli obiettivi strategici in materia nucleare”, come si legge all’art. 2, lett. “l”, dello “schema di decreto legislativo, recante la disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell’esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare [….] ai sensi dell’art. 25 della legge 23 luglio 2009, n. 99”
È già la citata legge delega dell’anno scorso, nell’art. 25, c. 2, a chiarire, alla lettera a), ossia al suo primo principio e criterio direttivo, l’aria democratica che tira nella gestione da parte di questo governo della “materia nucleare”: vi si prevede, infatti, la “possibilità di dichiarare i siti aree di interesse strategico nazionale, soggette a speciali forme di vigilanza e di protezione.”
Laddove qualcuno avesse avuto ancora dubbi sull’esatta gerarchia dei poteri decisionali quando c’è di mezzo sua maestà l’atomo, la lett. f) serve a fare definitivamente chiarezza sul punto, giacché si afferma la necessità della “determinazione delle modalità di esercizio del potere sostitutivo del Governo in caso di mancato raggiungimento delle necessarie intese con i diversi enti locali coinvolti, secondo quanto previsto dall’art. 120 della Costituzione.”
In ogni caso, l’elemento chiarificatore della su citata gerarchia di poteri decisionali che si rinviene nella normativa di delega dello scorso anno è dato dal fatto che in tutto l’articolo 25 non v’è alcuna previsione in ordine alla “mera” determinazione delle modalità di raggiungimento delle intese con i diversi enti coinvolti, né, men che meno, in ordine alla rilevanza, se non vincolatività, di quelle intese nei confronti del Governo.
In pratica, l’unica disposizione che la maggioranza parlamentare ha pensato bene di introdurre nel provvedimento di delega all’esecutivo sulla questione, discretamente vitale in uno Stato democratico e, ancor più, solennemente “federale”, del rapporto tra il potere centrale e quello degli enti locali in una materia non proprio minore come quella nucleare, ha avuto come unica finalità quella di “determinare le modalità” con cui il primo può “sostituire”, ossia scavalcare, i secondi.
Ancora una volta, la norma immediatamente successiva, quella del comma 6, fuga ogni dubbio: “Ove [….] non si pervenga ancora alla definizione dell’intesa [….], si provvede all’intesa (sic!) con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, integrato con la partecipazione del presidente della Regione interessata.”
In pratica, un’ “intesa” per decreto.
Anche in tal caso, però, si tratta di una “trattativa” non proprio libera e sovrana per gli enti seduti al tavolo.
Specie per gli enti locali.
Infatti, la norma che segue a ruota, quella del comma 11, sgombra anche qui il campo da ogni equivoco: “Qualora in sede di conferenza di servizi di cui al comma precedente, non venga raggiunta la necessaria intesa con un ente locale coinvolto, il Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dello sviluppo economico, assegna all’ente interessato un congruo termine per esprimere l’intesa; decorso inutilmente tale termine, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri cui partecipa il Presidente della Regione interessata all’intesa, è adottato [....] decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri sostitutivo dell’intesa.”
In conclusione, da questo ordito legislativo si ricava l’ennesima conferma che in ambito energetico oggi ci si trova ormai di fronte a due prospettive sostanzialmente incompatibili tra loro: o una produzione finalmente pulita, diffusa e democratica di energia da fonti rinnovabili, necessariamente accompagnata da un consumo sobrio ed efficiente; o una produzione certamente inquinante e potenzialmente devastante da fonti fossili e nucleari, in cui i pannelli fotovoltaici servono al massimo per decorare i tetti delle centrali atomiche.
Una produzione, in quest’ultimo caso, ancora rigidamente concentrata in poche mani e accentrata, per legge, nei suoi processi decisionali.
Con quelle stesse mani che da queste produzioni arraffano profitti principeschi ed espellono le relative scorie, non necessariamente balsamiche per l’ambiente e la salute pubblica, sui territori sedi di quelle attività.
Fasano, 18\2\2010
Postato il 20/02/2010

References: art. 674
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 192
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