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Timestamp: 2020-04-06 22:23:12+00:00

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Sentenza Cassazione Civile n. 1458 del 20/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1458 del 20/01/2017
Cassazione civile, sez. VI, 20/01/2017, (ud. 16/11/2016, dep.20/01/2017), n. 1458
sul ricorso 27145-2015 proposto da:
S.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA LUIGI LILIO 95,
presso lo studio dell’avvocato TEODORO CARSILLO, rappresentato e
difeso dall’avvocato GIANFRANCO VIGNOLA giusta procura speciale a
avverso la sentenza n. 673/15/2015 della COMMISSIONE TRIBUTARIA
REGIONALE di VENEZIA – MESTRE SEZIONE DISTACCATA di VERONA del
16/03/2015, depositata il 13/04/2015;
16/11/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ENRICO MANZON;
udito l’Avvocato Ivana Colicchio (delega avvocato Gianfranco Vignola)
“Con sentenza in data 16 marzo 2015 la Commissione tributaria regionale del Veneto, sezione distaccata di Verona, respingeva l’appello proposto da S.F. avverso la sentenza n. 7/3/14 della Commissione tributaria provinciale di Verona che ne aveva rigettato il ricorso contro l’avviso di accertamento Irpef, IVA IRAP ed altro 2007. In particolare la CTR affermava che lo studio di settore ben potesse basare la tipologia accertativa utilizzata dall’Ente impositore; che non era ravvisabile alcun vizio procedurale della fase amministrativa, con particolare riguardo al contraddittorio con il contribuente; nel merito che le presunzioni utilizzate nell’atto impositivo erano fondate con particolare riguardo agli acquisti immobiliari, tenuto conto che il contribuente non ha fornito prove contro fattuali adeguate ad inficiare le presunzioni medesime.
Avverso tale decisione ha proposto ricorso per cassazione lo S. deducendo tre motivi.
Con il primo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, – il ricorrente lamenta violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 21, D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39 osservando che la mancata indicazione delle ore di manodopera nelle fatture emesse non pub costituire grave irregolarità contabile tale da legittimare il ricorso al metodo di accertamento induttivo utilizzato. A sostegno di tale tesi giuridica adduce sia il fatto che la sua era un’ impresa individuale senza dipendenti, sicchè la manodopera non poteva considerarsi costo fatturabile, sia il dato normativo riguardante le fatture in caso di agevolazioni fiscali per opere di recupero del patrimonio edilizio.
I rilievi oggetto di essa infatti non colgono nessuna delle rationes-decidendi della sentenza impugnata, che in particolare non ha in alcun modo affrontato la questione fattuale e giuridica posta con il mezzo de quo, quanto piuttosto considerato l’accertamento fiscale in relazione allo scostamento dagli studi di settore, quindi rispetto ad un’altra ipotesi che ne legittima l’adozione.
Con il secondo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, – il ricorrente si duole di violazione del D.L. n. 331 del 1993, art. 62 sexies, D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, in particolare allegando la inapplicabilità dello studio di settore evocato dall’Ente impositore, considerato che lo stesso prevede soltanto imprese, individuali o societarie, con dipendenti, mentre la sua non ne aveva.
Nè dal ricorso nè dalla sentenza impugnata risulta che tale profilo di illegittimità dell’atto impositivo de quo fosse mai stato dedotto prima della impugnazione in esame, il che assolutamente preclude la possibilità di valutazione di tale rilievo.
Con il terzo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, – il ricorrente lamenta ancora la violazione delle medesime disposizioni evocate con il secondo mezzo, sotto il diverso profilo di asserite incongruenze logiche dei risultati accertativi.
La censura è inammissibile per due ragioni. La prima poichè anch’essa, come la prima, non coglie affatto le rationes decidendi della sentenza impugnata, la cui linea argomentativa meritale si colloca non sulla discordanza tra “dichiarato” e risultato dell’applicazione dello studio di settore, bensì, oltre la medesima, sulle ulteriori precise e pregnanti valutazioni presuntive contenute nell’atto impositivo impugnato. La seconda poichè comunque richiede a questa Corte una valutazione di merito che senz’altro non le compete.
Si ritiene pertanto la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 375 c.p.c. per la trattazione del ricorso in camera di consiglio e se ne propone la dichiarazione di inammissibilità”.
Il ricorso va dunque rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese del presente giudizio.
la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rifondere all’Agenzia delle entrate le spese del presente giudizio che liquida in Euro 4.100,00, oltre spese prenotate a debito.

References: Sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 art. 360
 art. 21
 art. 39
 sentenza 
 art. 360
 art. 62
 art. 39
 sentenza 
 art. 360
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