Source: http://ww2.gazzettaamministrativa.it/opencms/opencms/_gazzetta_amministrativa/_aree_tematiche/sett_10_san_sic_soc/2013/
Timestamp: 2019-02-16 18:53:19+00:00

Document:
mercoledì 20 novembre 2013 13:24
Trasporti: in Gazzetta Ufficiale la nuova Regolamentazione per l'installazione delle luci di marcia diurna sui veicoli in circolazione
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto Ministero delle Infrastrutture e Trasporti in G.U. n. 271 del 19.11.2013
E' stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 271 del 19.11.2013 il decreto 6.11.2013 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti che disciplina le modalita' di installazione delle luci di marcia diurna sugli autoveicoli in circolazione, nonche' le procedure di aggiornamento delle relative carte di circolazione. Per accedere al testo integrale del decreto cliccare su "Accedi al Provvedimento".
E' stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 271 del 19.11.2013 il decreto 6.11.2013 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti che disciplina le modalita' di installazione delle luci di marcia diurna sugli autoveicoli in circolazione, nonche' le procedure di aggiornamento ... Continua a leggere
sabato 16 novembre 2013 08:03
lunedì 11 novembre 2013 19:00
martedì 30 luglio 2013 11:15
In Gazzetta Ufficiale il divieto di utilizzo delle sigarette elettroniche nei locali chiusi delle istituzioni scolastiche
Entra in vigore oggi e avrà efficacia per dodici mesi l'ordinanza del Ministero della Salute pubblicata in data 29.7.2013 sulla Gazzetta Ufficiale che ribadisce il divieto di vendita ai minori delle sigarette elettroniche e ne vieta altresì l'utilizzo nei locali chiusi delle istituzioni scolastiche statali e paritarie e dei centri di formazione professionale.
Entra in vigore oggi e avrà efficacia per dodici mesi l'ordinanza del Ministero della Salute pubblicata in data 29.7.2013 sulla Gazzetta Ufficiale che ribadisce il divieto di vendita ai minori delle sigarette elettroniche e ne vieta altresì l'utilizzo nei locali chiusi delle istituzioni scolastiche ... Continua a leggere
martedì 16 luglio 2013 00:49
La Consulta sblocca le azioni esecutive contro delle aziende sanitarie locali o ospedaliere
Dichiarata l'incostituzionalità della legge che prevede che nelle Regioni commissariate non possono essere intraprese o proseguite azioni esecutive nei confronti delle aziende sanitarie locali o ospedaliere sino al 31 dicembre 2013 ed i pignoramenti e le prenotazioni a debito sulle rimesse finanziarie trasferite dalle Regioni La vicenda all'attenzione della Corte Costituzionale prende le mosse dalle ordinanze, ben quattro del TAR della Campania e un'ordinanza del Tribunale ordinario di Napoli hanno sollevato questione di legittimità costituzionale dell’articolo 1, comma 51, della legge 13 dicembre 2010, n. 220 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2011), come modificato dall’articolo 17, comma 4, lettera e), del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111 nella parte in cui prevede che, nelle Regioni già commissariate in quanto sottoposte a piano di rientro dai disavanzi sanitari, sottoscritto ai sensi della legge 30 dicembre 2004, n. 311 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge finanziaria 2005), non possono essere intraprese o proseguite azioni esecutive nei confronti delle aziende sanitarie locali o ospedaliere sino al 31 dicembre 2012 ed i pignoramenti e le prenotazioni a debito sulle rimesse finanziarie trasferite dalle Regioni alle aziende sanitarie di cui sopra, effettuati prima della data di entrata in vigore del decreto-legge 25 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e competitività economica), convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, non producono effetti sino al 31 dicembre 2012 e non vincolano gli enti del servizio sanitario regionale. La Consulta ha ritenuto fondata la questione rilevando come gia ha più volte la stessa Corte ha affermato che un intervento legislativo − che di fatto svuoti di contenuto i titoli esecutivi giudiziali conseguiti nei confronti di un soggetto debitore − può ritenersi giustificato da particolari esigenze transitorie qualora, per un verso, siffatto svuotamento sia limitato ad un ristretto periodo temporale (sentenze n. 155 del 2004 e n. 310 del 2003) e, per altro verso, le disposizioni di carattere processuale che incidono sui giudizi pendenti, determinandone l’estinzione, siano controbilanciate da disposizioni di carattere sostanziale che, a loro volta, garantiscano, anche per altra via che non sia quella della esecuzione giudiziale, la sostanziale realizzazione dei diritti oggetto delle procedure estinte (sentenze n. 277 del 2012 e n. 364 del 2007). Viceversa, la disposizione ora censurata, la cui durata nel tempo, inizialmente prevista per un anno, già è stata, con due provvedimenti di proroga adottati dal legislatore, differita di ulteriori due anni sino al 31 dicembre 2013, oltre a prevedere, nella attuale versione, la estinzione delle procedure esecutive iniziate e la contestuale cessazione del vincolo pignoratizio gravante sui beni bloccati ad istanza dei creditori delle aziende sanitarie ubicate nelle Regioni commissariate, con derivante e definitivo accollo, a carico degli esecutanti, della spese di esecuzione già affrontate, non prevede alcun meccanismo certo, quantomeno sotto il profilo di ordinate procedure concorsuali garantite da adeguata copertura finanziaria, in ordine alla soddisfazione delle posizioni sostanziali sottostanti ai titoli esecutivi inutilmente azionati. Essa, pertanto, si pone, in entrambe le sue versioni, in contrasto con l’art. 24 Cost. in quanto, in conseguenza della norma censurata, vengono vanificati gli effetti della tutela giurisdizionale già conseguita dai numerosi creditori delle aziende sanitarie procedenti nei giudizi esecutivi. Costoro non soltanto si trovano, in alcuni casi da più di un triennio, nella impossibilità di trarre dal titolo da loro conseguito l’utilità ad esso ordinariamente connessa, ma debbono, altresì, sopportare, in considerazione della automatica estinzione (o, nella versione precedente, della inefficacia) delle procedure esecutive già intraprese e della liberazione dal vincolo pignoratizio dei beni già asserviti alla procedura, i costi da loro anticipati per l’avvio della procedura stessa. Né, nel caso che interessa, si verifica la condizione che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, rende legittimo il blocco delle azioni esecutive, cioè la previsione di un meccanismo di risanamento che, come detto, canalizzi in una unica procedura concorsuale le singole azioni esecutive, con meccanismi di tutela dei diritti dei creditori che non si rinvengono nei piani di rientro cui la disposizione fa riferimento, sicché la posizione sostanziale dei creditori trovi una modalità sostitutiva di soddisfazione. La disposizione in esame, infatti, non contiene la disciplina di tale tipo di procedura né identifica le risorse finanziarie da cui attingere per il suo eventuale svolgimento. Va, altresì, considerata la circostanza che, con la disposizione censurata, il legislatore statale ha creato una fattispecie di ius singulare che determina lo sbilanciamento fra le due posizioni in gioco, esentando quella pubblica, di cui lo Stato risponde economicamente, dagli effetti pregiudizievoli della condanna giudiziaria, con violazione del principio della parità delle parti di cui all’art. 111 Cost.
Dichiarata l'incostituzionalità della legge che prevede che nelle Regioni commissariate non possono essere intraprese o proseguite azioni esecutive nei confronti delle aziende sanitarie locali o ospedaliere sino al 31 dicembre 2013 ed i pignoramenti e le prenotazioni a debito sulle rimesse finanzia ... Continua a leggere
venerdì 14 giugno 2013 15:59
Esercizio delle funzioni di primario ospedaliero da parte dell’aiuto corresponsabile: spetta la maggiore retribuzione se l’esercizio delle mansioni superiori si prolunghi oltre la durata di sessanta giorni per anno solare, senza necessità di un atto formale di incarico, purche' esista in organico un posto di primario vacante
Il contenzioso sottoposto all'esame del Consiglio di Stato trae origine dalla domanda proposta dal ricorrente, poi appellante, per il riconoscimento delle differenze stipendiali asseritamente spettantigli per avere esercitato, di fatto, le funzioni di primario ospedaliero di cardiologia presso un Ospedale, mentre la sua qualifica formale era quella di aiuto corresponsabile. Ciò a decorrere dal 1° aprile 1989. La materia è regolata dall’art. 29 del d.P.R. n. 761/1979 e dalla giurisprudenza (in parte evolutiva) che ne è derivata. In particolare si può ritenere acquisito da molto tempo il principio che l’art. 29 si interpreta nel senso che spetta la maggiore retribuzione qualora l’esercizio delle mansioni superiori si prolunghi oltre la durata di sessanta giorni per anno solare; subordinatamente però alla condizione che vi sia stato un incarico formale a copertura di un posto vacante in organico. Su questo punto, prima ancora che la giurisprudenza consolidata di questo Consiglio, vi sono pronunce della Corte costituzionale. Si deve ancora aggiungere, sempre con riferimento alla giurisprudenza consolidata, che nello specifico caso dell’esercizio delle funzioni di primario ospedaliero da parte dell’aiuto corresponsabile non si ritiene necessario un atto formale di incarico, ferma restando la necessità che il posto di primario esista in organico e sia attualmente vacante. Ciò in considerazione della “indefettibilità” delle funzioni del primario ospedaliero e del fatto che in caso di assenza o impedimento del primario è compito dell’aiuto sostituirlo (art. 3, d.P.R. n. 3/1969), distinguendosi semmai fra la sostituzione in caso di assenza temporanea del titolare (che non dà luogo a pretese retributive) e l’assunzione delle responsabilità primariali in caso di vacanza del posto (che invece vi dà luogo).
Il contenzioso sottoposto all'esame del Consiglio di Stato trae origine dalla domanda proposta dal ricorrente, poi appellante, per il riconoscimento delle differenze stipendiali asseritamente spettantigli per avere esercitato, di fatto, le funzioni di primario ospedaliero di cardiologia presso un O ... Continua a leggere
domenica 9 giugno 2013 08:14
Appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario la cognizione della controversia concernente il provvedimento di conferimento dell’incarico di dirigente di secondo livello del ruolo sanitario ai sensi del d. lgs. n. 502 del 1992
In base all’orientamento ormai consolidato della giurisprudenza (v., ex plurimis, T.A.R. Sicilia, Palermo, 8.11.2012, n. 2271; T.A.R. Campania, Napoli, 20.1.2004, n. 229), a seguito soprattutto delle conclusioni raggiunte in data 11 dicembre 2003 dalla Commissione di studio istituita dai Presidenti della Corte di Cassazione e del Consiglio di Stato in presenza dei contrasti giurisprudenziali insorti in tema di riparto di giurisdizione nella descritta materia, “Il concetto di procedura concorsuale – ha chiarito la Commissione –evoca una procedura caratterizzata dalla valutazione dei candidati e dalla compilazione finale di una graduatoria. Pacificamente vi rientrano sia le procedure concorsuali connotate dall’espletamento di prove stricto sensu intese, sia i concorsi per titoli. Non concretano procedure concorsuali, invece, le assunzioni che non sono basate su di una logica selettiva: si pensi alle chiamate dirette, nonché alle procedure di mera verifica di idoneità dei soggetti da assumere, in quanto titolari di riserva o iscritti in apposita lista. È, infatti, chiaro che detta valutazione di idoneità mira solo alla verifica della capacità in termini assoluti del soggetto e non è caratterizzata dalla comparazione finalizzata alla compilazione di una graduatoria, che rappresenta la nota caratterizzante del concorso per l’accesso all’impiego, anche per soli titoli. La medesima cosa si deve dire relativamente alla selezione del dirigente per la copertura dell’incarico, anche laddove la scelta sia confinata nell’ambito di una lista di soggetti idonei in quanto dotati dei requisiti necessari: detta selezione è il frutto di una scelta comparativa di carattere non concorsuale in quanto non caratterizzata dallo svolgimento di prove o selezioni sulla base di una lex specialis, né dalla compilazione di una graduatoria finale”. Tali considerazioni, svolte dalla Commissione proprio in relazione alla fattispecie dell’art. 15-septies del d. lgs. 502/1992, si attagliano particolarmente al caso di specie, nel quale l’avviso adottato in esecuzione della deliberazione del Direttore Generale della U.S.L. n. 893 del 2.7.2003 precisa, a p. 3, che “non si dà luogo a graduatoria” e che “in caso di più candidati all’incarico da conferire l’Azienda procederà alla stipula del contratto individuale di lavoro a “tempo determinato” ai sensi delle vigenti disposizioni contrattuali, sulla base di una rosa di “idonei” selezionati dal Direttore Amministrativo congiuntamente al Responsabile dello Staff della Direzione Aziendale e sanitaria tenuto conto della valutazione comparata dei curricula dei candidati medesimi”. Appare evidente, quindi, che non ricorre, nel caso di specie, il carattere concorsuale della selezione che radica e giustifica, ai sensi dell’art. 63, comma 4, d. lgs. 165/2001, la giurisdizione del g.a. Si versa, infatti, in ipotesi di procedura selettiva non concorsuale, che si svolge senza alcuna prova per i candidati, ma sulla base di una sola valutazione dei curricula, e che non conduce ad alcuna graduatoria finale, ma alla nomina, avente sostanzialmente carattere fiduciario, del dirigente a tempo determinato, da parte del Direttore Generale, nell’ambito di una rosa di nomi selezionati unicamente mediante l’esame degli stessi curricula. Un simile riparto della giurisdizione in materia, del resto, risponde a quanto hanno evidenziato anche le Sezioni Unite della Cassazione nella sentenza n. 15764 del 19.7.2011 in relazione all’analoga fattispecie dell’art. 15-ter del d. lgs. 502/1992, affermando, in punto di giurisdizione, principi che vale la pena qui ricordare per la loro assoluta analogia di ratio rispetto alla fattispecie in oggetto. La configurazione giuridica delle modalità di conferimento degli incarichi di dirigente del ruolo sanitario – del tutto assimilabile anche alle mansioni dirigenziali di carattere non sanitario, come nel caso di specie, ai sensi del comma 2 dell’art. 15-septies del d. lgs. 502/1992 – è stata più volte precisata dalla Corte regolatrice della giurisdizione, che ne ha tratto specifiche conseguenze sul piano della tutela dei diritti. Ai fini del riparto della giurisdizione per le relative controversie, infatti, le Sezioni Unite hanno rilevato che appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario la cognizione della controversia concernente il provvedimento di conferimento dell’incarico di dirigente di secondo livello del ruolo sanitario ai sensi del d. lgs. n. 502 del 1992, dovendosi escludere che la procedura per il conferimento di detto incarico abbia natura di procedura concorsuale per il solo fatto che ad essa sono ammessi anche soggetti estranei al S.S.N. e soggetti che, seppur medici del servizio sanitario, siano legati comunque con rapporto di lavoro ad enti diversi rispetto a quello che indice la procedura. “Nella disciplina per il conferimento dell’incarico di dirigente medico non è presente alcun elemento idoneo a ricondurre la stessa ad una procedura concorsuale, ancorché atipica: la commissione si limita alla verifica dei requisiti di idoneità dei candidati alla copertura dell’incarico, in esito ad un colloquio ed alla valutazione dei curricula, senza attribuire punteggi o formare una graduatoria, semplicemente predisponendo un elenco di candidati, tutti idonei perché in possesso dei requisiti di professionalità previsti dalla legge e delle capacità manageriali richieste in relazione alla natura dell’incarico da conferire; l’elenco viene sottoposto al direttore generale il quale, nell’ambito dei nominativi indicati dalla commissione, conferisce l’incarico sulla base di una scelta di carattere essenzialmente fiduciario, affidata alla sua responsabilità manageriale (cfr. Cass., Sez. un., n. 25042 del 2005; n. 5920 del 2008)” (Cass., Sez. Un., 19.7.2011, n. 15764). I suddetti principi sono, infine, confortati dalla decisione n. 196 del 2005 della Corte costituzionale, che ha rimarcato come, nella materia in esame, il riparto della giurisdizione debba essere operato sulla base della natura dell’atto di conferimento dell’incarico dirigenziale.
In base all’orientamento ormai consolidato della giurisprudenza (v., ex plurimis, T.A.R. Sicilia, Palermo, 8.11.2012, n. 2271; T.A.R. Campania, Napoli, 20.1.2004, n. 229), a seguito soprattutto delle conclusioni raggiunte in data 11 dicembre 2003 dalla Commissione di studio istituita dai Presidenti ... Continua a leggere
sabato 1 giugno 2013 15:04
Con ricorso proposto avanti al T.A.R. per il Lazio un dipendente dell’A.U.S.L. RM G con la qualifica di tecnico di laboratorio ed in servizio presso il laboratorio di analisi dell’Ospedale civile di Tivoli – avanzava domanda per l’accertamento del diritto al pagamento di somme a titolo di plus orario da retribuire nel quadro dell’istituto dell’incentivazione alla produttività, quale disciplinato dall’art. 59 del d.P.R. 25 giugno 1983 n. 348, nonché dagli artt. 66, comma 6, del d.P.R. n. 270 del 1987 e 57, comma 6, del d.P.R. n. 384 del 1990. E’ concorde l’orientamento della giurisprudenza del Consiglio di Stato nel ritenere che la retribuzione delle prestazioni rese in plus orario, anche nelle diverse qualificazioni della compartecipazione o della cointeressenza, non ha luogo in base alle sole clausole del contratto collettivo di lavoro, che danno rilievo, agli effetti del trattamento economico, alle prestazioni ambulatoriali, divisionali e dei servizi di diagnosi e cura, assolte oltre l’orario settimanale di servizio e non remunerate a diverso titolo (da ultimo Cons. St., Sez. III^, n. 193 del 15 gennaio 2013) Stante il carattere rigido delle norme che regolano il trattamento economico dei pubblici dipendenti, nei diversi istituti del trattamento ordinario e dei trattamenti accessori - non derogabile da prassi applicative o da scelte dirigenziali – è sempre richiesto a monte un preventivo atto autoritativo dell’amministrazione, che ha effetto autorizzatorio e contestualmente conformativo dell’espletamento delle prestazioni in plus orario, che si riflette sull’assetto organizzatorio dell’ente quanto all’utilizzo delle risorse umane e dei mezzi finanziari disponibili ai fini dell’ ottimale perseguimento dei compiti di assistenza e di cura (cfr. sul principio Cons. St., Sez. III, n. 783 del 15 febbraio 2012; V, n. 3808 del 16 giugno 2010; n. 1124 del 25 febbraio 2009). Non possono, quindi, essere retribuite prestazioni in plus orario rese per scelta selettiva ed unilaterale del dipendente e che non trovino riscontro nella valutazione di necessità e di utilità da parte dell’ amministrazione, in base a piani di lavoro ed a verificate esigenze, sotto il controllo dell’ente, che non resta neutro ogni qual volta si richiedano prestazioni eccedenti l’ ordinario orario servizio (cfr. Cons. St. V. n. 3808 del 2010 cit.; n. 1218 del 30 ottobre 1989). Va quindi respinta la domanda della ricorrente tesa a quantificare in 144 ore annue il tetto delle prestazioni suscettibili di remunerazione, in luogo delle 56 ore e 20 minuti che l’ Amministrazione ha qualificato come tetto massimo retribuibile, che non trova sostegno in un provvedimento organizzativo interno dell’ ente, volto ad individuare le aree di impiego in cui ammettere le prestazioni in plus orario, i soggetti a ciò abilitati, la destinazione delle risorse che a tal fine possono essere utilizzate.Non può avere ingresso la domanda formulata dalla ricorrente in termini risarcitori, onde conseguire la remunerazione del plus orario nella misura massima di tre ore settimanali, quale stabilita dagli artt. 71, secondo comma, del d.P.R. n. 270 del 1987 e 61, secondo comma, del d.P.R. n. 384 del 1990.La remunerazione del plus orario, ai sensi delle disposizioni in precedenza richiamate, va invero effettuata “nei limiti del fondo a disposizione” quale previsto, rispettivamente, dagli artt. 67 e 58 dei menzionati dd.P.R. Non configura, pertanto, inadempimento degli obblighi contrattuali la remunerazione delle prestazioni in plus orario del personale tecnico sanitario in misura inferiore alle tre ore settimanali, che costituiscono solo il limite massimo ammissibile mentre, in presenza di più limitate risorse economiche, appartiene alla sfera di discrezionalità dell’azienda sanitaria locale la possibilità di stabilire il compenso al di sotto della soglia massima prevista dal contratto collettivo.
domenica 19 maggio 2013 11:00
Strutture private che erogano prestazioni per il Servizio Sanitario: una volta raggiunto il tetto di spesa, non essendovi obbligo di erogare la prestazione, la struttura privata deve avvertire l’utente richiedente ulteriori prestazioni eccedenti il tetto, della non rimborsabilità a carico del SSR delle stesse, e, in caso di indisponibilità a sopportarne il relativo costo, rifiutare la prestazione o erogarla sopportandone i costi
Sulla questione riguardante la tardiva determinazione dei tetti di spesa, l’Adunanza Plenaria, con le decisioni nn. 3 e 4 del 12 aprile 2012, dopo aver ribadito che «i tetti di spesa sono in via di principio indispensabili, date le insopprimibili esigenze di equilibrio finanziario e di razionalizzazione della spesa pubblica», ha affermato che «la fissazione dei tetti in corso di anno, pur se apparentemente in distonia con la finalità di programmazione che ne implicherebbe la caratterizzazione preventiva, risulta la conseguenza fisiologica dei tempi non comprimibili che permeano le varie fasi procedimentali previste dalla legge in relazione alla definizione dei fondi all’uopo utilizzabili». Infatti «la fissazione dei tetti di spesa non può prescindere dalla conoscenza del dato finanziario di riferimento e … tale dato risulta definito in modo concreto in corso d’anno», con la conseguenza che, vista detta tempistica, «si appalesa fisiologica la fissazione retroattiva del tetto regionale di spesa anche in una fase avanzata dell’anno». Con l’ulteriore conseguenza (già evidenziata nella precedente Adunanza Plenaria n. 8 del 2006) che «le strutture private, che erogano prestazioni per il Servizio sanitario nazionale nell’esercizio di una libera scelta, potranno aver riguardo - fino a quando non risulti adottato un provvedimento definitivo - all'entità delle somme contemplate per le prestazioni dei professionisti o delle strutture sanitarie dell'anno precedente, diminuite della riduzione della spesa sanitaria effettuata dalle norme finanziarie relative all’anno in corso». Di detti principi, la Sezione ha fatto costante applicazione (cfr. III, 5 febbraio 2013, n. 679; 14 dicembre 2012, n. 6432). Dunque, stante la intempestività della fissazione (in qualche misura difficilmente evitabile), l’operatore privato può fare affidamento sul mantenimento del tetto dell’anno precedente, fino a che non disponga di riferimenti più aggiornati - quali quelli derivanti dalle assegnazioni finanziarie intervenute in corso di esercizio e dalle conseguenti scelte di programmazione finanziaria - in grado di orientare le scelte imprenditoriali. La tutela dell’affidamento, si risolve nel fondare la pretesa ad ottenere comunque la remunerazione delle prestazioni extra tetto che, sulla base dei riferimenti disponibili, siano state erogate. A parte ciò, per evitare di dover sottostare ad un tetto che ritiene insufficiente, l’operatore accreditato deve contestare anzitutto i predetti elementi condizionanti, unitamente al tetto. Non va dimenticato che, una volta raggiunto il tetto, non essendovi obbligo di erogare la prestazione, la struttura privata deve avvertire l’utente richiedente ulteriori prestazioni eccedenti il tetto, della non rimborsabilità a carico del SSR delle stesse, e, in caso di indisponibilità a sopportarne il relativo costo, rifiutare la prestazione (o erogarla sopportandone i costi).
Sulla questione riguardante la tardiva determinazione dei tetti di spesa, l’Adunanza Plenaria, con le decisioni nn. 3 e 4 del 12 aprile 2012, dopo aver ribadito che «i tetti di spesa sono in via di principio indispensabili, date le insopprimibili esigenze di equilibrio finanziario e di razionalizza ... Continua a leggere
domenica 12 maggio 2013 12:10
L’aggiudicazione degli appalti aventi per oggetto i servizi socio sanitari, quali per esempio assistenza ed il trasporto degli infermi, è in linea principio esclusa dall’applicazione della disciplina del codice dei contratti
La nozione di servizio socio sanitario deve infatti ritenersi comprensiva di qualsiasi attività diretta a promuovere la salute psico-fisica e il benessere dei cittadini e quindi anche la assistenza ed il trasporto degli infermi; pertanto, contrariamente a quanto affermato dall’appellante, non si esaurisce nel solo servizio di assistenza medica di emergenza (118), ma comprende nel suo ambito altre attività dirette a garantire in vario modo l’effettività dei principi, di rango costituzionale, solidaristici e di tutela della salute dei cittadini. Anche la Corte di Giustizia CE ha sottolineato che i servizi pubblici di soccorso comprendono solitamente, non solo servizi di trasporto medico d’urgenza, ma anche servizi di trasporto qualificato consistenti nel trasferimento mediante veicolo sanitario, con adeguata assistenza specialistica, di persone malate, infortunate o comunque bisognose di assistenza ma la cui situazione non riveste carattere di emergenza (Corte Giustizia CE, Sez. III, 29.4.2010 n.160). E’ poi da aggiungere che la natura eminentemente socio sanitaria del servizio di trasporto di pazienti dializzati, contrariamente a quanto sostenuto nell’atto di appello, non può mutare a seconda della consistenza numerica dei pazienti che beneficiano del servizio stesso, ma è collegata all’oggetto sostanziale del servizio da svolgere. Correttamente quindi il Tar ha ritenuto che il carattere socio sanitario della prestazione prevalesse sul mero trasporto dovendosi dare applicazione, nel caso, al c.d. principio qualitativo di matrice comunitaria previsto dall’art. 14 co.2 del d.lgs. 163/2006, basato sulla individuazione dell’oggetto principale del contratto. Posta quindi la prevalenza della componente socio sanitaria su quella di mero trasporto, all’appalto andava applicata la disciplina di cui all’art. 20 co. 1 del Codice contratti, il quale dispone che l’aggiudicazione degli appalti aventi per oggetto i servizi elencati nell’allegato II B, è in linea principio esclusa dall’applicazione della disciplina del codice dei contratti, fatta eccezione per talune norme specificamente individuate e non conferenti al caso in esame. Può essere utile aggiungere ancora che la Corte di Giustizia CE (sentenza 17.6.1997 C-70/95) ha riconosciuto la compatibilità con il Trattato, di una legge regionale italiana che consente la istituzione in particolari settori, tra cui quello socio assistenziale, di un regime di riserva a favore di organismi no-profit da gestire attraverso lo strumento delle convenzioni che danno diritto al solo rimborso dei costi. Pertanto la scelta del legislatore di ricorrere alle associazioni di volontariato connotate dalla assenza di finalità di lucro è stata ritenuta, dalla giustizia comunitaria, coerente con le finalità esclusivamente sociali del servizio pubblico erogato nel particolare settore. Conclusivamente l’amministrazione, in considerazione della non obbligatorietà della indizione di una procedura concorsuale ad evidenza pubblica, ha adottato una procedura specificatamente regolata da norme di legge regionali (art. 12 della l.r. del Piemonte 29.10.1992 n.42) che le ha consentito di ricorrere, per l’affidamento del servizio di che trattasi, allo strumento del convenzionamento.
La nozione di servizio socio sanitario deve infatti ritenersi comprensiva di qualsiasi attività diretta a promuovere la salute psico-fisica e il benessere dei cittadini e quindi anche la assistenza ed il trasporto degli infermi; pertanto, contrariamente a quanto affermato dall’appellante, non si es ... Continua a leggere
domenica 12 maggio 2013 12:00
Rischio radiologico: il congedo aggiuntivo di giorni quindici per ciascun anno solare, al pari delle ferie ordinarie, attende alla funzione di recupero delle energie psico-fisiche del lavoratore, con la conseguente spettanza del compenso sostitutivo per il lavoratore che incolpevolmente non abbia potuto godere di tale congedo
Nel giudizio in esame il Consiglio di Stato ha esaminato la questione riguardante la richiesta di monetizzazione del congedo aggiuntivo non goduto dagli appellanti dal momento del riconoscimento della loro condizione di professionalmente esposti al rischio radiologico. Al riguardo si deve ricordare che il Consiglio di Stato, con numerose pronunce anche recenti (Sezione III, n. 6641 del 19 dicembre 2011, Sez. V, n. 554 del 26 gennaio 2011), ha affermato che l'incolpevole mancata fruizione del riposo biologico di cui all’art. 120, comma 9, del d.P.R. n. 384/1990, e all’art. 5, comma 1, della legge n. 724/1994, «è compensabile con un'indennità sostitutiva da liquidarsi in via equitativa ex art. 1226 c.c., a condizione che il mancato godimento del riposo sia comprovato dall'interessato». Si è, infatti, ritenuto che il congedo aggiuntivo di giorni quindici per ciascun anno solare, a favore del personale esposto in misura continuativa al rischio radiologico, al pari delle ferie ordinarie, attende alla funzione di recupero delle energie psico-fisiche del lavoratore, con la conseguente spettanza del compenso sostitutivo qualora l'interessato non abbia potuto godere di tale congedo per ragioni non dipendenti dalla sua volontà.
Nel giudizio in esame il Consiglio di Stato ha esaminato la questione riguardante la richiesta di monetizzazione del congedo aggiuntivo non goduto dagli appellanti dal momento del riconoscimento della loro condizione di professionalmente esposti al rischio radiologico. Al riguardo si deve ricordar ... Continua a leggere
domenica 5 maggio 2013 10:19
Nel giudizio in esame il Consiglio di Stato ha confermato la correttezza della sentenza del T.A.R., nella parte in cui ha affermato che l’attribuzione di capacità operativa massima spetta alla Regione, che ha anche poteri di vigilanza ai sensi dell’art. 10 del d. lgs. 502/92, sicché la A.S.L. era incompetente a determinare tale capacità e non avrebbe potuto né determinare dapprima in un valore nullo tale capacità, sulla base dell’assunto che presso la struttura non operasse un tecnico di laboratorio specializzato, né successivamente ridurla, dopo il chiarimento dell’autorità regionale, ad un numero minore di prestazioni. La capacità operativa massima costituisce, infatti, quel valore sintetico, che esprime le potenzialità funzionali e strutturali di un centro erogatore di prestazioni sanitarie per conto del S.S.R., così ponendosi come limite massimo, entro il quale può astrattamente estendersi il contenuto del rapporto di provvisorio accreditamento, la cui concreta ed effettiva misura è tuttavia data dalla definizione del limite di spesa, dato valoriale di programmazione generale fissato a livello regionale per macroarea ed a livello aziendale per singola branca di attività (Cons. St., sez. III, 3.10.2011, n. 5427).
domenica 5 maggio 2013 10:18
A seguito della sentenza della Corte costituzionale del 6 luglio 2004, n. 204, le controversie concernenti il pagamento di somme per prestazioni sanitarie erogate in convenzione con il Servizio sanitario nazionale esulano dalla giurisdizione del giudice amministrativo e rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario, come afferma l’ormai costante giurisprudenza in materia (cfr. ex plurimis, in tal senso, Cons. St., sez. V, 7.1.2009, n. 17, in riferimento ad un’azione di condanna delle amministrazioni sanitarie intimate al pagamento dei compensi spettanti per prestazioni effettuate dall’appellante in favore degli utenti del servizio sanitario regionale; Cons. St., sez. V, 21.12.2004 n. 8153; CGA Sicilia, 27.12.2006, n. 787, in materia di pagamenti richiesti da strutture accreditate; Cons. St., sez. V. 28.4.2005 n. 1971, in materia di rimborsi di prestazioni farmaceutiche; Cass. SS.UU., 24.11.2004, n. 22119; Cass., Sez. L, 26.4.2004 n. 7912).
martedì 30 aprile 2013 23:56
E' stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale l'ordinanza del Ministero della salute che vieta la vendita ai minori di anni diciotto di sigarette elettroniche con presenza di nicotina e attribuisce alle autorita' sanitarie e di controllo e gli organi di polizia la vigilanza sull'esatta osservanza del provvedimento, con applicazione delle conseguenti sanzioni indicate all'art. 25 del regio decreto 24 dicembre 1934, n. 2316, e s.m.i.
lunedì 22 aprile 2013 17:48
All'aiuto ospedaliero che esercita le funzioni di primario, su posto esistente in pianta organica e vacante, spetta il trattamento corrispondente all'attività svolta se l'incarico ecceda il periodo di sessanta giorni
Il principio di diritto affermato dalla Corte Costituzionale è che l'art. 29 co. 2 del d.P.R. n. 761/1979 vada interpretato nel senso che all'aiuto ospedaliero che esercita le funzioni di primario, su posto esistente in pianta organica e vacante, non spetta alcuna maggiorazione della retribuzione solo quando l'assegnazione temporanea non ecceda il periodo di sessanta giorni, mentre, ove l'incarico ecceda tale periodo, spetta, in via di applicazione diretta dell'art. 36 co. 1 Cost., sulla base dell'art. 2126 co. 1 c.c., il trattamento corrispondente all'attività svolta. Infatti, in deroga al principio generale dell' irrilevanza, ai fini giuridici ed economici delle mansioni superiori svolte nel pubblico impiego, la retribuibilità delle stesse è ammessa, alla triplice e contestuale condizione: - della esistenza di un posto in organico vacante; - del conferimento formale dell'incarico su posto vacante mediante un atto deliberativo dell'organo competente; - del protrarsi delle suddette mansioni per un periodo eccedente i sessanta giorni nell'anno solare (Cons. Stato, sez. V, 25 maggio 2010 , n. 3313; Cons. Stato, V Sez., 24/8/2007 n° 4492). Facendo applicazione di tali principi al caso che occupa, risulta evidente che: a) non possa accogliersi la richiesta di riconoscimento delle mansioni primariali da data anteriore alla istituzione del posto di Primario in pianta organica in quanto, come osservato correttamente dal Tar, all’epoca non poteva considerarsi espletata alcuna funzione primariale non esistendo in pianta organica il relativo posto. b) possa accogliersi il motivo dedotto in appello in ordine alla retribuibilità delle mansioni espletate oltre il periodo di sei mesi. Sotto tale ultimo aspetto le norme di riferimento poste dall’art. 121 del d.P.R. 384/1990 e dall’art. 29 co.1 del DPR n.761 del 1979 non precludono il riconoscimento della spettanza delle differenze retributive quando l’amministrazione, contravvenendo al divieto, rinnovi l’incarico o permetta la prosecuzione dell’espletamento delle mansioni superiori anche oltre il tempo massimo previsto (Cons. Stato, sez. V nn.2292/2009 e 3428/2008). Infatti, ove l’impiego del dipendente in più elevate mansioni si protragga oltre detto limite, si è al cospetto di un illegittimo comportamento dell’amministrazione che non si riflette in un giudizio di illiceità della prestazione la quale pertanto deve essere retribuita (Cons. Stato sez. III, 12 febbraio 2013, n. 836).
Il principio di diritto affermato dalla Corte Costituzionale è che l'art. 29 co. 2 del d.P.R. n. 761/1979 vada interpretato nel senso che all'aiuto ospedaliero che esercita le funzioni di primario, su posto esistente in pianta organica e vacante, non spetta alcuna maggiorazione della retribuzione s ... Continua a leggere
Sanità: la maggiore retribuzione per mansioni superiori spetta al dipendente a condizione che vi sia stato un atto formale di incarico relativo alla copertura temporanea di un posto vacante in organico, e sempreché tale atto provenga dall'organo competente ad emanare i provvedimenti in materia di stato giuridico e trattamento economico del personale
Per giurisprudenza consolidata nel comparto sanitario, ai sensi dell'art. 29 del D.P.R. 20 dicembre 1979, n. 761, nella lettura che di esso hanno dato la Corte costituzionale ed il Consiglio di Stato, la maggiore retribuzione per mansioni superiori spetta al dipendente a condizione che vi sia stato un atto formale di incarico relativo alla copertura temporanea di un posto vacante in organico, e sempreché tale atto provenga dall'organo competente ad emanare i provvedimenti in materia di stato giuridico e trattamento economico del personale, non essendo sufficienti a questo riguardo eventuali ordini di servizio di un superiore gerarchico (da ultimo, Consiglio di Stato, sez. III, 8 ottobre 2012, n. 5221). La circostanza che nella fattispecie fosse stato comunicato l’ordine di servizio dal Capo Ripartizione Provveditorato, superiore gerarchico della ricorrente, al Segretario generale dell’Ente Ospedaliero, cioè al vertice dell’organizzazione dei servizi non sanitari, (non esistendo presso l’Ente all’epoca il Comitato di Gestione), non modifica il risultato, trattandosi di atto proveniente da organo privo di competenza in materia di conferimento di funzioni superiori. L’incarico formale può, difatti, provenire solo da chi ha istituzionalmente il potere di esprimere la volontà dell’ente ed assumerne l’onere finanziario. Diversamente, se si lasciassero liberi i dipendenti e funzionari, ancorché gerarchicamente sovraordinati, di disporre secondo convenienza di utilizzare i dipendenti per compiti diversi da quelli che a costoro possono essere richiesti in ragione della qualifica funzionale rivestita, verrebbero disattesi i principi di buon andamento e di certezza dell'assetto organizzativo e finanziario delle pubbliche amministrazioni. Resta, in tali casi, la possibilità per il dipendente di rifiutarsi di svolgere mansioni che non gli competono sulla base della qualifica posseduta e non gli vengono conferite con atto formale proveniente da organo competente a deliberare.
sabato 20 aprile 2013 21:41
Nessuna assimilazione tra medici gettonati e ricercatori universitari
Il Consiglio di Stato ha chiarito, con giurisprudenza consolidata, che “sia su un piano generale sia con riguardo alla medesima fattispecie in esame decisa con riferimento all'appello proposto dall'Università degli Studi di Napoli Federico II - che l'assimilazione fra medici gettonati e ricercatori universitari non può essere condivisa, in quanto incompatibile con il principio fondamentale, riconducibile all'art. 97, commi 1 e 2, della Costituzione, in forza del quale qualifiche e funzioni, così come il corrispondente trattamento retributivo, debbono essere definiti in base alla legge" (sez. VI, 4 dicembre 2012, n. 6195).
Il Consiglio di Stato ha chiarito, con giurisprudenza consolidata, che “sia su un piano generale sia con riguardo alla medesima fattispecie in esame decisa con riferimento all'appello proposto dall'Università degli Studi di Napoli Federico II - che l'assimilazione fra medici gettonati e ricercatori ... Continua a leggere
martedì 16 aprile 2013 10:12
Lo svolgimento di mansioni superiori nel settore sanitario: in assenza di un formale atto d’incarico adottato dall’organo gestorio dell’unità sanitaria locale, e' irrilevante ai fini retributivi l'esistenza di un mero ordine di servizio
Per costante orientamento della giurisprudenza amministrativa in generale e salva diversa e specifica disposizione di legge (quale l’art. 29 del d.P.R. n. 761 del 1979 di cui poi si dirà), lo svolgimento di mansioni superiori nell’ambito del pubblico impiego, prima del tutto ininfluente sul piano giuridico e su quello economico, ha assunto rilevanza solo dopo solo dopo l’entrata in vigore del d.lgs. n. 387 del 1998, il quale all’art. 15 ha espunto le parole “a differenze retributive o” dall’art. 56, co. 6, del d.lgs. n. 29 del 1993 (che, nel testo sostituito dall’art. 25 del d.lgs. n. 80 del 1998, a sua volta negava il diritto appunto “a differenze retributive o” ad avanzamenti automatici nell’inquadramento professionale fino all’entrata in vigore dei nuovi contratti collettivi), così rendendo operativa unicamente da allora la disciplina di cui allo stesso art. 56 per la parte economica (cfr. Ad. plen., 24 marzo 2006 n. 3). Nel settore sanitario, peraltro, la diversa e specifica disposizione di legge suaccennata si rinviene nell’art. 29, co. 2, del d.P.R. 20 dicembre 1979 n. 761 (recante “stato giuridico del personale delle unità sanitarie locali”). Tale disposizione, tuttavia, subordina la possibilità di riconoscere le differenze retributive per l’espletamento di mansioni superiori al ricorrere delle seguenti tre condizioni, giuridiche e di fatto, operanti in modo concomitante: (a) l’effettivo espletamento delle suddette mansioni per un periodo eccedente i sessanta giorni nell'anno solare; (b) le mansioni devono essere svolte su un posto di ruolo, esistente nella pianta organica, vacante e disponibile; (c) l’incarico deve essere stato previamente attribuito dal competente organo gestorio con una formale deliberazione, unico atto idoneo a costituire l’obbligo del dipendente di darvi esecuzione, e da tale deliberazione deve emergere l’avvenuta verifica dei presupposti di cui innanzi, nonché l’assunzione di tutte le relative responsabilità pure ai fini dei connessi oneri finanziari (cfr., da ultimo, Cons. St., sez. III, 14 novembre 2012 n. 5734). Anche ai sensi del d.P.R. del D.P.R. 28 novembre 1990 n. 384 (recante “regolamento per il recepimento delle norme risultanti dalla disciplina prevista dall'accordo del 6 aprile 1990 concernente il personale del comparto del Servizio sanitario nazionale”), ed in particolare dell’art. 121 che si riferisce specificamente all’area medica, il conferimento di mansioni superiori per un periodo eccedente i sessanta giorni nell’anno solare è subordinato, oltre all’attivazione delle “procedure concorsuali” per “provvedere alla regolare copertura” del posto vacante, ad analoghe condizioni di legittimità puntualmente indicate, quali l’attribuzione con apposito “provvedimento formale secondo le vigenti disposizioni”, dunque adottato dal competente organo gestorio, fatta salva, ai sensi dell’art. 14 della legge n. 207 del 1985, ivi richiamato, la responsabilità degli amministratori che dispongano l’utilizzazione in parola oltre il limite semestrale normativamente stabilito. In mancanza dei riferiti presupposti, è da ritenersi che non possa essere utilmente invocato l’art. 36 Cost., il quale esprime un principio che non trova applicazione diretta nel pubblico impiego, concorrendo in quest’ambito altri e diversi principi di pari rilevanza (artt. 98 e, soprattutto, 97 Cost.) attinenti all’organizzazione degli uffici pubblici; né l’art. 2126 cod. civ., che non concerne il diritto al compenso per lo svolgimento di mansioni superiori in via di fatto nel pubblico impiego, ponendo invece il principio della retribuibilità del lavoro prestato sulla base di un contratto nullo o annullabile (cfr., ex multis, Cons. St., sez. III, 8 maggio 2012 n. 2631 e sez. V, 19 novembre 2012 n. 5852). In tale quadro, è indiscutibile come, in assenza del prescritto atto formale d’incarico adottato dall’organo gestorio dell’unità sanitaria locale, resti del tutto irrilevante ai fini retributivi il fatto che l'appellante sia stato delegato a svolgere le mansioni di responsabile della suindicata unità operativa e che tali mansioni abbia effettivamente espletato. La “delega” sopra menzionata non è infatti idonea a fondare il diritto rivendicato,trattandosi sostanzialmente di mero ordine di servizio e non provenendo dall’organo gestorio dianzi precisato. Deve pertanto condividersi il diniego opposto all’attuale appellante dall’Amministrazione, basato sulla carenza del prescritto atto formale d’incarico. Non supera tale rilievo la lettura del cit. art. 29 del d.P.R. n. 761 del 1979 in correlazione col disposto dell’art. 7 del d.P.R. 27 marzo 1969 n. 128 (recante “ordinamento interno dei servizi ospedalieri”), in base alla quale il diritto al compenso differenziale dell’aiuto ospedaliero che svolga le funzioni di primario in posto d’organico vacante e disponibile è stato affermato, in deroga ai predetti criteri e principi, a prescindere da atti organizzativi formali d’incarico; ciò in relazione alla natura delle funzioni di cui trattasi, non essendo concepibile che una struttura ospedaliera alla quale debba essere preposto un primario resti priva dell’organo di vertice che ne assuma le specifiche responsabilità previste appunto dal detto art. 7, co. 3, riguardanti tutte le attività esercitate nella struttura stessa, ivi comprese, significativamente, quelle di diagnosi e cura dei degenti (cfr., tra le più recenti, Cons. St., sez. III, 28 marzo 2012 n. 1826 e 10 luglio 2012 n. 4100).
Per costante orientamento della giurisprudenza amministrativa in generale e salva diversa e specifica disposizione di legge (quale l’art. 29 del d.P.R. n. 761 del 1979 di cui poi si dirà), lo svolgimento di mansioni superiori nell’ambito del pubblico impiego, prima del tutto ininfluente sul piano g ... Continua a leggere

References: sentenza 
 art. 1226
 sentenza 
 sentenza 
 Cass. 
 art. 56
 art. 29
 art. 7