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Timestamp: 2017-04-30 20:41:41+00:00

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Venerdì 09 Agosto 2013 10:00 | Scritto da Eleonora Costa | Casi Giudiziari In caso di società di fatto tra coniugi, gli effetti del fallimento possono estendersi anche a quello dei due che ha contribuito a risanare lo stato di decozione dell’altro. E così la Cassazione, con la recente sentenza n. 16829/2013, ha respinto il ricorso di una donna, nei confronti della quale era stato dichiarato il fallimento, quale socio illimitatamente responsabile, unitamente alla società di fatto instaurata con il marito, per avere la prima provveduto, con l’impiego delle proprie finanze, a sanare molti dei debiti societari in essere. Secondo i giudici di legittimità, acclarato che la c.d. prova dell’esteriorizzazione del vincolo deve essere particolarmente rigorosa, e quindi in grado di escludere che l’intervento del coniuge sia animato esclusivamente da affectio coniugalis, vi sono elementi che necessariamente riconducono all’esistenza di una vera e propria società di fatto, sottoposta quindi alla disciplina del fallimento. Nel caso di specie i giudici avevano acclarato che la donna risultava cointestataria di ben tre conti correnti utilizzati per l’esercizio dell’impresa, che aveva prestato sistematicamente fideiussioni a garanzia delle esposizioni dei conti intestati al marito e, soprattutto, che era comproprietaria della maggior parte degli immobili utilizzati per la l’attività oltre ad essere attivamente impiegata nella gestione dell’attività medesima. Secondo i Giudici di Palazzo Cavour v’era dunque stato un positivo quanto rigoroso riscontro dell’effettiva costituzione di una società di fatto, effettuata proprio attraverso l’esame del comportamento assunto dal familiare, che, dietro la dichiarata volontà di venire incontro alle esigenze del coniuge, aveva tradito invece l’effettiva partecipazione alla gestione sociale, tale da aver ingenerato nei terzi un incolpevole affidamento in ordine all’esistenza di un vincolo societario. La truffa agli automobilisti per gli autovelox occultati
Sabato 03 Agosto 2013 10:22 | Scritto da Eleonora Costa | Casi Giudiziari Occultare gli autovelox per rilevare le infrazioni al codice della strada è truffa e il sequestro dell’apparecchio è più che legittimo, anche se questo funziona regolarmente, con tanto di omologazione. I giudici di Palazzo Cavour non fanno sconto (almeno questa volta) alle amministrazioni locali e, dopo aver chiaramente etichettato come fattispecie penalmente rilevante la condotta di chi, come nel caso di specie, “infrascava” le odiate macchinette affinché non venissero gabbate dagli ignari automobilisti, ha respinto il ricorso volto ad ottenere il dissequestro dell’apparecchio perché appartenente a persona estranea al reato. Secondo la Cassazione, infatti (Sentenza n. 22158/2013), oggetto del sequestro preventivo può essere qualsiasi bene, a chiunque appartenente, purché esso sia, anche indirettamente, collegato al reato e, ove lasciato in libera disponibilità, idoneo a costituire pericolo di aggravamento o di protrazione delle conseguenze del reato medesimo ovvero di agevolazione di ulteriori fatti penalmente rilevanti. E gli autovelox, precisano gli ermellini, ben si prestano, proprio in ragione del nesso di interdipendenza con la fattispecie criminosa, ad essere assoggettati al vincolo reale, sia quale corpo del reato (mediante essi veniva consumata la truffa) che quale cosa pertinente al reato, la cui libera disponibilità può agevolare la commissione di altre condotte della stessa specie. Agevolazione prima casa anche per la donazione
Martedì 30 Luglio 2013 14:20 | Scritto da Eleonora Costa | Casi Giudiziari L’immobile ricevuto in donazione non fa perdere l’agevolazione prima casa in tema di imposta di registro. Con un sospiro di sollievo i contribuenti hanno accolto il recente pronunciamento della Corte di Cassazione, la cui Sezione Tributaria, il 26 giugno scorso, con sentenza n. 16077, ha riconosciuto l’agevolazione fiscale anche in caso di trasferimento a titolo gratuito. La fattispecie riguardava un contribuente che aveva ricevuto per donazione un immobile adibito ad abitazione principale, immobile successivamente rivenduto prima del quinquennio. Senonché, entro l’anno dall’alienazione l’uomo aveva ricevuto in donazione un altro immobile, adibito sempre ad abitazione principale, così perdendo – secondo l’Ufficio – l’agevolazione della prima casa per aver venduto l’immobile prima del decorso dei 5 anni dal suo acquisto senza ricomprarne un’altro entro l’anno successivo. Secondo l’Agenzia delle Entrate, infatti, per atto di “riacquisto” doveva intendersi esclusivamente un atto di acquisto a titolo oneroso. Secondo la Cassazione, invece, il riacquisto ben poteva comprendere sia atti a titolo oneroso che negozi a titolo gratuito, nulla dicendo il predetto termine in merito alla onerosità o meno del contratto stipulato, facendo riferimento unicamente agli effetti reali del negozio giuridico. Specifica, ad abundantiam, la Suprema Corte che il credito d’imposta in questione non avrebbe senso nell’ipotesi in cui il successivo atto di riacquisto fosse solo a titolo oneroso; la norma infatti concede il credito d’imposta in relazione all’imposta di registro pagata su atti di acquisto, avvenuti entro un anno dall’alienazione dell’immobile, a qualsiasi titolo. Sono comunque usurari gli interessi di mora che superano il tasso soglia
Lunedì 24 Giugno 2013 12:26 | Scritto da Eleonora Costa | Casi Giudiziari Anche gli interessi di mora, come quelli dovuti per omesso o ritardato pagamento di un mutuo ipotecario, possono superare la soglia antiusura e quindi essere dichiarati illegittimi e soggiacere alle note conseguenze, civili e penali. Così si è espressa una recente sentenza della Corte di Cassazione (sent. 350/2013) relativamente al caso di una donna che aveva acquistato la propria casa con un contratto di mutuo ipotecario e che ne aveva denunciato l’illegittimità per aver gli interessi superato la soglia del tasso usurario. Osservano i giudici di legittimità che il riferimento, contenuto nell’art. 1, comma 1, del decreto legge 394 del 2000 (disposizioni in materia di usura), agli interessi “a qualunque titolo convenuti” rende plausibile – senza necessità di specifica motivazione – l’assunto secondo cui il tasso soglia riguarda anche gli interessi moratori. Perciò, stabilisce ora la sentenza 350, ai fini dell’applicazione dell’art. 1815 (non debenza degli interessi usurari) cc e dell’art. 644 cp (punibilità del reato di usura) si considerano usurari gli interessi che superano il limite stabilito nella legge al momento in cui sono promessi o comunque convenuti a qualunque titolo e, quindi, anche a titolo di interessi moratori.
Lunedì 17 Giugno 2013 09:26 | Scritto da Eleonora Costa | Casi Giudiziari Triste realtà è ormai diventata quella dei tanti titolari di conti correnti bancari che, non riuscendo più per varie vicende, anche personali, a ripianare l’affidamento concesso dalla banca, si vedono notificare un decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo e, a distanza di soli 10 giorni, il pignoramento della casa. Comincia però a farsi strada un orientamento giurisprudenziale, come quello battuto dal Tribunale di Novara con la sentenza del 26 febbraio scorso, secondo il quale la Banca, che ha ottenuto l’ingiunzione di pagamento grazie agli estratti conto, in fase di opposizione è gravata dall’onere di produzione in giudizio di tutti i documenti giustificativi fondanti la pretesa creditoria, dal contratto fino agli estratti conto emessi fin dall’apertura del rapporto, pena la sospensione dell’efficacia esecutiva del decreto. Questo è quanto successo, infatti, ad una banca del novarese, subentrata ad altro istituto di credito a seguito di varie vicende societarie, che aveva ottenuto un decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo sulla base del solo saldo debitore finale; la banca, infatti, non era stata in grado di produrre, in fase di opposizione, tutta la documentazione anteriore, “non essendovi l’obbligo di conservazione della documentazione per un periodo superiore a 10 anni”. Il Tribunale, invece, ha ritenuto che l’onere di conservazione delle scritture contabili è ben altra cosa rispetto alla prova del credito azionato, laddove è soltanto l’esame di tali atti a consentire di verificare sia la regolarità della forma, che la disciplina applicabile al caso concreto, condizioni del rapporto comprese. Dunque provvisoria esecuzione sospesa e porte aperte ad un giudizio ordinario, vera boccata d’ossigeno per il correntista.
Lunedì 03 Giugno 2013 13:33 | Scritto da Eleonora Costa | Casi Giudiziari Lei parla al telefono con la sorella in casa del fidanzato e lui la ascolta con un registratore; la donna lo denuncia e lui viene condannato. È arrivata fino alla Cassazione la curiosa vicenda di un uomo che aveva posizionato il registratore in casa propria per ascoltare le conversazioni della compagna con la sorella di lei; nei primi due gradi di giudizio i giudici avevano condannato l’uomo per essersi procurato indebitamente notizie relative ad un colloquio intercorso tra altre persone. Ricorre in cassazione l’imputato sostenendo che il posizionamento del registratore era avvenuto nella propria abitazione (luogo che non poteva considerarsi certo privata dimora della donna) e che, dunque, non vi erano i presupposti per una condotta penalmente rilevante. Ma gli Ermellini non sono della stessa opinione: il concetto di “vita privata” – specifica la Corte di Cassazione nella recente sentenza n. 8762/2013 - deve riferirsi a qualsiasi atto o vicenda della persona in luogo riservato. Nell’abitazione dell’imputato si svolgevano fasi significative della vita privata della donna e tale dovevano ritenersi anche quei momenti di intima affettività intercorsi con la sorella. La vittima, secondo i giudici di legittimità, era fiduciosa della tutela della sua privacy proprio perché si trovava in un luogo nel quale si svolgevano episodi significativi della propria “vita privata”; conseguentemente era particolarmente esposta e vulnerabile nei confronti di un comportamento subdolo e sleale tenuto dalla persona a cui era affettivamente legata. Ricorso respinto, dunque, e condanna alle spese di giudizio.
Sabato 25 Maggio 2013 14:25 | Scritto da Eleonora Costa | Casi Giudiziari Un uomo entra in banca con una pistola giocattolo, rapina 11mila euro e viene condannato per rapina aggravata dall’uso dell’arma da fuoco. La Corte d’Appello conferma la sentenza del primo giudice e l’imputato arriva in Cassazione, dove, però, le sorti non cambiano. La Corte ribadisce, infatti, che sussiste la circostanza aggravante dell’uso delle armi anche se la minaccia è realizzata con l’uso di una pistola giocattolo (sentenza n. 7973/2013). Secondo gli ermellini portare con sé un’arma giocattolo priva del tappo rosso non è reato, ma, vista la somiglianza con un’arma vera, è certamente un elemento costitutivo o una circostanza aggravante nel caso di furto, rapina, minaccia, violenza a pubblico ufficiale o nel caso di delitti di natura elettorale o contro la sicurezza della navigazione aerea. Nessuna attenuante, dunque, per il ricorrente, che vede la propria condanna divenire irrevocabile.

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