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Timestamp: 2017-07-26 10:30:18+00:00

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Politica | You Buyz
Sponsor – Politica Pubblicato 30 novembre 2014 | Da Admin Pisapia fa saltare l'incontro con Speranza. A sinistra si litiga già Pubblicato 25 luglio 2017 | Da Admin L’incontro tra Giuliano Pisapia e il coordinatore di Mdp Roberto Speranza è saltato. L’incontro dovevaservire a ristabilire i rapporti fra il Campo Progressista dell'ex sindaco di Milano e Articolo1-Mdp dopo le polemiche di questi giorni dopo l’abbraccio di Pisapia con Maria Elena Boschi alla festa dell’Unità di Milano. Ebbene, quelle polemiche non solo non si sono smorzate ma hanno continuato ad infiammare i fuoriusciti a sinistra del Pd, tanto da portare gli Pisapia ad annullare l’incontro con uno dei loro massimi esponenti. A Repubblica Francesco La Forgia, capogruppo alla Camera di Mdp, ha confermato che l'incontro è stato rinviato da Pisapia. Subito dopo l’incontro milanese, dagli esponenti di Mdp era partita una “lunga sfilza di polemiche” capeggiate proprio da Sperana, Enrico Rossi e Roberto Scotto che si sono incontrati il 24 luglio proprio per discutere di cosa non va “nell’alleanza a sinistra”. Ma, come sottolinea il Corriere, ”Mentre Mdp polemizzava con l’ex sindaco di Milano è partita una sfilza di dichiarazioni di esponenti del Pd tese a recuperare il rapporto con Pisapia”. Ovvero? “Giuliano è un interlocutore privilegiato (Sergio Chiamparino, Presidente della regione)” Oppure: “Con Pisapia siamo in sintonia (Ettore Rosato, capogruppo Pd alla Camera). In tutto questo c’è da sottolineare, inoltre, il silenzio del segretario Pd Matteo Renzi. Che però qualche sera fa ha detto ad una festa dell’Unità in Toscana: “Con Pisapia è importante mettersi d’accordo e parlare di cose concrete. Non di posti in Parlamento, ma di temi come le tasse, la lotta all’evasione fiscale, il blocco dei soldi a chi in Europa non accoglie i migranti, gli investimenti alla cultura”. "Vi spiego perché la battaglia contro i vitalizi è sbagliata" Pubblicato 25 luglio 2017 | Da Admin Se la prende contro la crociata sui vitalizi, che è un atttacco "alla democrazia e alle istituzioni" e contro "quarantenni sprovveduti", tra cui due Matteo: Renzi e Richetti. Ugo Sposetti, senatore da cinque legislature, ex tesoriere dei Ds, in una intervista a La Stampa avverte che la questione dei vitalizi e dei diritti acquisiti "solleverà un mare di ricorsi. Si apre una voragine, un tunnel che porterà a ricalcolare la pensione a milioni di lavoratori: l`opinione pubblica dovrebbe capirlo e non godere per i tagli a questo o quel vecchio parlamentare. Rincorrono qualche centinaio di persone per farsi del male da soli. E domando: cosa è successo in questi tre anni che non ci sono più i rimborsi elettorali, anche grazie alle campagne di voi media? M5S continua la sua marcia verso palazzo Chigi, ha insediato due sindaci a Roma e Torino. E c`è la cassa integrazione e il licenziamento dei lavoratori dei partiti".
Vitalizi: ecco come funzionano negli altri Paesi Pubblicato 25 luglio 2017 | Da Admin Negli Stati Uniti e nel Regno Unito c'è una vera e propria pensione. In Germania un vitalizio che sostituisce la pensione. In Russia, come in Italia, ci sono entrambi e, come in Italia scatenano polemiche tra i partiti. In Europa, invece, chi è stato eletto europarlamentare prima del 2009, gode di un emolumento più ricco di chi è giunto a Strasburgo più tardi, se il proprio Parlamento nazionale garantiva stipendi più ricchi di quello comunitario. Mentre in Italia continuano a infuriare le polemiche, ecco i trattamenti economici che ricevono i politici di altri Paesi.
Leggi anche: come funzionano i vitalizi in Italia Lo stipendio di un rappresentante americano è di circa 120.000 euro all'anno, poco più di 10.000 euro al mese. I leader dei rispettivi partiti arrivano più o meno a 180.000 euro annui, mentre lo speaker della Camera guadagna intorno ai 210.000 euro. Il sistema americano è molto trasparente: ogni rappresentante eletto, secondo le morme etiche previste dall'Ethics in Government Act del 1978, deve rendere pubblica la personal financial disclosure, un documento in cui attesta la propria situazione economica. Inoltre tutte le spese delle Camere, dagli stipendi degli staff alle spese di cancelleria, vengono riportate in un documento, lo Statemente of disbursements of the House, pubblicato periodicamente sul web. Gran Bretagna: per i parlamentari un sistema "contributivo"
L'età minima della pensione dei parlamentari inglesi è 55 anni, anche se normalmente si arriva intorno ai 65. Il trattamento si basa sulla durata del periodo di servizio e sullo stipendio finale del parlamentare. Per ogni anno di servizio il parlamentare riceverà una pensione compresa tra un quarto e un sesto dello stipendio finale in base al rateo di contributi da versare e che può essere compreso tra tre aliquote (11,9% equivale a un quarto, 7,9% equivale a un quinto e 5,9% equivale invece a un sesto). Le pensioni potranno essere aumentate annualmente sulla base dell'aumento dell'inflazione. In media un parlamentare che abbia svolto il suo compito per 15 anni, pagando il massimo dei contributi, potrebbe ricevere una pensione di circa 22.500 sterline all'anno, ovvero un terzo del suo stipendio da deputato.
Anche in Russia, come in Italia, i parlamentari sono percepiti come una casta. La questione delle loro pensioni e dei vitalizi però non è oggetto di scandalo nella società, assuefatta e indifferente a certi privilegi. Duma e Consiglio della Federazione, i due rami del parlamento russo, vengono eletti con un mandato di cinque anni. I parlamentari ricevono la cosiddetta "pensione base" calcolata su anzianità e diversi altri fattori e che si aggira, come per tutti i lavoratori, intorno ai 13.700 rubli (quasi 225 euro). Quello che fa la differenza è il cosiddetto "supplemento alla pensione", un vero e proprio vitalizio, calcolato con metodo retributivo: il 55% del salario mensile, se hai lavorato da cinque a 10 anni e il 75%, se hai lavorato oltre i 10 anni. Secondo la legge, il cosiddetto "salario di base" per un parlamentare russo e' di 81.500 rubli (1.332 euro), di recente tagliato del 10% a 73.000 rubli (1.193 euro). La cifra non riguarda i presidenti delle due Camere, che hanno un trattamento salariale diverso. Parliamo, quindi, di vitalizi che vanno dai 40.000 ai 55.000 rubli (853 – 898 euro) al mese. I parlamentari che sono rimasti in carica meno di cinque anni non hanno diritto alla rendita aggiuntiva. Così, facendo i calcoli, la pensione di un parlamentare russo non dovrebbe superare i 68.700 rubli, l'equivalente di 1.123 euro. Da considerare, però, che il salario reale di un parlamentare in carica varia molto e può arrivare in media a 400.000 rubli (circa 6.500 euro), calcolando diverse indennità, bonus e la retribuzione che arriva dal partito. Anche se ufficialmente non sono cifre da capogiro, si tratta di pensioni molto alte, rispetto alla media nazionale, e alle quali va aggiunta anche una sorta di rendita a vita, garantita ai qui parlamentari che sono insigniti di un qualche riconoscimento statale, cosa che succede di frequente.
Il tema del trattamento pensionistico di deputati e senatori non è oggetto di accesi dibattiti nell'opinione pubblica russa. Alla Duma, però, il deputato del Partito Comunista (Kprf), Alexey Kurinny, ha presentato a gennaio un disegno di legge per abolire i vitalizi, in quanto – a suo dire – rendono le pensioni degli ex parlamentari troppo superiori alla media nazionale. Stando a Kurinny, il sistema attuale è un'ingiustizia nei confronti del resto dei pensionati russi. Il vice presidente della Commissione per il lavoro e le politiche sociali alla Duma, Mikhail Terentiev, ha dichiarato a Russia Today che sosterra' l'iniziativa qualora si rivelasse vantaggiosa per il bilancio pubblico. Rafael Mardanshin, vice presidente della Commissione per la legislazione alla Duma, e membro del partito di governo Russia Unita, si è opposto e ha ricordato che, essendo i parlamentari equiparati per legge allo status di ministri, bisognerebbe applicare la revoca del vitalizio anche ai membri del potere esecutivo. A ottobre, i deputati del partito Russia Giusta, inoltre, hanno proposto di livellare alla media nazionale (35.000 rubli, 572 euro) gli stipendi dei parlamentari. A loro dire, è necessario privare i membri delle due Camere del Parlamento anche di una serie di "privilegi ingiustificati", tra cui appunto quello del vitalizio. Dal 1 gennaio 2017, la Russia ha iniziato ad aumentare in modo graduale l'età pensionabile per i funzionari pubblici che passerà dai 60 ai 65 anni per gli uomini e dai 55 ai 63 anni per le donne. Germania: il vitalizio sostituisce la pensione
Anche in Germania non mancano le polemiche in tema di vitalizi dei parlamentari. Così, mentre una parte della Cdu – il partito di Angela Merkel, attualmente al governo con la Spd – ritiene che sia ipotizzabile alzare l'età pensionabile fino a settant'anni, dall'anno scorso i deputati tedeschi hanno la possibilità di andare in pensione a 56 anni, se avranno lavorato al Bundestag per 18 anni. Il meccanismo entra in vigore dopo gli otto anni di lavoro da parlamentare: fino ad allora l'età pensionabile scatta a 67 anni, da quel momento in poi ogni anno essa scatta in avanti ogni anno di un anno, per un massimo di dieci anni. Per esempio, un "Abgeordneter" (deputato) nato nel 1960 che avesse passato 18 anni in Parlamento, potrebbe andare in pensione anticipata appunto a 56 anni portandosi a casa un assegno di 4087 euro. Successivi introiti personali, ossia se il politico dovesse tornare a lavorare dopo l'impegno parlamentare, non peseranno sul suo regime previdenziale.
Se l'assegno minimo di pensione è di circa 1800 euro, la somma massima equivale al 67,5% dello stipendio da deputato a circa 5000 euro, e in teoria si raggiunge dopo 23 anni di attività parlamentare, e dunque riguarda in teoria ben pochi tra i 630 deputati eletti. I quali, a partire dallo scorso luglio, si sono però concessi un aumento delle proprie indennità a circa 9327 euro mensili – si tratta di un balzo del 2,3% – a cui va aggiunta l'indennità fissa destinata a coprire le spese essenziali (piu' di 4300 euro), sulla quale peraltro non vengono pagate tasse. Inoltre vengono garantiti trasporti gratuiti, mentre il Bundestag corrisponde la metà dell'assicurazione sanitaria. Sono previste tra le altre cose anche ulteriori indennità di funzione, per esempio capigruppo, presidenti di commissioni e similari. L'ultima polemica riguarda una recente decisione dei deputati del Landtag (il parlamento regionale) del Baden-Wuerttemberg, dove con quello che i giornali hanno definito "un vero blitz", i gruppi di Cdu, Verdi ed Spd avevano varato una norma che in sostanza avrebbe portato ad un aumento del loro trattamento pensionistico. Dopo critiche furibonde, è stato deciso un dietrofront altrettanto fulmineo.
Renzi, Pisapia e i conti che non tornano nel centrosinistra Pubblicato 24 luglio 2017 | Da Admin Mentre Giuliano Pisapia "accende speranze" a sinistra e resta nel vago sul rapporto con il Pd, il partito di Matteo Renzi si fa i conti in tasca e scopre che forse – se restano così le cose – i conti non tornano. Nel centrosinistra è la legge elettorale proporzionale ad agitare le notti dei due schieramenti che si vanno delinenando e definendo ogni giorno di più. Il Pd di Renzi, orfano dei fuoriusciti della sinistra che fa capo a Bersani, D'Alema e Speranza, da una parte; il nuovo Campo Progressista messo insieme da Giuliano Pisapia, che tanto piace a chi nel partito democratico di Renzi proprio non si ritrova, dall'altra. Dice Pisapia a Repubblica: "Non si può abbaiare alla luna o rinchiudersi in un partitino del 3 o 4 per cento, perché questo non è il nostro progetto… Campo progressista è nato con l’obiettivo di contribuire, insieme ad altri, alla costruzione di un nuovo centrosinistra (o sinistracentro), con cultura di governo, europeista, radicalmente in discontinuità con le politiche degli ultimi anni. Un nuovo soggetto politico in grado di sconfiggere le destre, la demagogia, il populismo. Non so se riusciremo a realizzare quello che è indispensabile per dare un futuro di speranza all’Italia, ma la sola strada è creare le condizioni perché il prossimo governo dia le risposte concrete alle sfide difficili che abbiamo davanti: le diseguaglianze, il lavoro, la lotta alle povertà, le politiche ambientali, il confronto, non lo scontro, con le forze sindacali e i corpi intermedi. E credo che gli avversari stiano da un’altra parte, non da questa, del “campo”.
Ma “abbraccia” il Pd di Renzi?, gli chiede Repubblica: "Il popolo del Pd non sarà mai mio nemico, ma con l’attuale Pd che si ritiene autosufficiente e con un sistema elettorale proporzionale alle elezioni, è evidente ci sarà competizione… La legge elettorale proporzionale non prevede la formazione delle coalizioni, perciò bisogna prendere atto che è sempre più necessario lavorare per costruire un movimento progressista, un rinnovato centrosinistra, autonomo e indipendente dal Pd ma che sia ambizioso e generoso".
Video: L'intervista di Renzi a Fanpage: "Ecco il significato del mio 'Avanti'" Ma con il proporzionale è tutti contro tutti "Non mi interessa mettere insieme un partitino del 3 o 4 per cento piuttosto che un cartello elettorale che si divide il giorno in cui si dovranno affrontare le grandi sfide che ci attendono. Non ci si può accontentare di abbaiare alla luna. Purtroppo c’è chi ha la memoria troppo corta e dimentica il fallimento della lista Arcobaleno e delle varie liste nate solo per tentare di superare il quorum elettorale… La realtà è questa. La legge elettorale proporzionale non permette alleanze prima delle elezioni. Ogni lista è sfidante nei confronti delle altre. Ma, l’ho già detto in più occasioni, in un sistema non più bipolare alla fine, dopo le elezioni, ognuno dovrà mediare con altre forze politiche, con rischio – se non con la certezza – che alla fine si faranno alleanze anomale e il programma elettorale sarà, almeno in parte, tradito. Un vero e proprio inganno degli elettori".
Già, la legge elettorale proporzionale. Un bel cruccio, anche in casa Pd. Scrive oggi Tommaso Labate sul Corriere della Sera: "Se il Pd riuscisse a raggiungere la quota 28%, e quindi a stare più alto dello 'score' che gli viene attribuito oggi, porterebbe alla Camera al massimo 180 deputati. Più di cento in meno rispetto agli effettivi del mastodontico esercito dei 297 eletti democrat che entrarono a Montecitorio nel 2013, grazie a un premio di maggioranza che fece di quel gruppo parlamentare – allora guidato da Roberto Speranza – il secondo più robusto della storia della Repubblica.
Secondo, tanto per capirci, solo a quello della Democrazia cristiana del 1948. La moria delle seggiole parlamentari assegnate al Pd, tolta la scomparsa post-Tangentopoli dalla cartina geografica del Palazzo della Dc, sarà un record. Da giocare all`ultimo seggio con la carestia di poltrone che colpì Forza Italia nel raffronto tra gli eletti del 2008 e quelli del 2013. La causa sarà la stessa: la perdita del premio di maggioranza che assegnava, col Porcellum, 340 parlamentari alla coalizione vincente".
"Al Nazareno c'è chi vive il brivido lungo la schiena che accompagnerà i capi-corrente ai tavoli delle liste – scrive il Corriere – Con cento e passa parlamentari in meno (se si scende al 25% gli eletti sarebbero circa io, col 23% più o meno centoventi), difficile moltiplicare pani e pesci. Le deroghe per i veterani saranno ridotte all`osso, i testimonial della società civile candidati col contagocce e, per ogni faccia nuova, ce ne saranno un paio di vecchie (si fa per dire, trattandosi anche di gente con una sola legislatura) che dovranno farsi da parte. Nel Pd, i sicuri di un posto alla Camera saranno i 100 capilista. Il primo eletto con le preferenze scatterà in più di metà dei collegi, un altro solo nelle regioni rosse. In caso di pluricandidatura, se la legge non cambia, l`eletto in più collegi non potrà scegliere a chi regalare il posto. Ci sarà, sentenza della Consulta alla mano, un sorteggio. La dea bendata, insomma, si siede al tavolo delle candidature, là dove il destino, una sua parte in commedia, la recitava anche in passato".
Renzi starà un mese e mezzo in silenzio? Per ora pare di sì Pubblicato 24 luglio 2017 | Da Admin Lo ha anticipato venerdì il Corriere della Sera e ad oggi giorni non si sono registrate smentite: l’ex primo ministro Matteo Renzi avrebbe deciso di “scomparire” per un mese, forse di più. Non parteciperà ai dibattiti, alle trasmissioni televisive, o alle feste dell’Unità. “Il leader del Partito democratico ha spiegato così ai collaboratori la ragione di questa sua assenza programmata: «Si è deciso di non andare alle elezioni anticipate, come pure io volevo per l’Italia, non per me, come sosteneva qualcuno, e quindi è inutile partecipare ai teatrini di palazzo»” ha scritto sul quotidiano di via Solferino Maria Teresa Meli. La giornalista, nota per essere sempre ben informata sulle scelte e le decisioni del segretario del Pd, scrive che non tornerà prima della metà di settembre, per un tour in treno che attraverserà l’Italia. Forse un cambio di strategia di comunicazione. Lo scorso 10 luglio è stato ufficializzato la nomina di Matteo Richetti come capo della comunicazione del Partito Democratico. Lo ha annunciato lo stesso Renzi che aveva così risposto alla lettera dei Giovani democratici che chiedevano al segregario un cambio netto “a seguito dell'ennesimo scivolone sugli account ufficiali della pagina nazionale in cui chiediamo una netta inversione di tendenza rispetto all'attuale strategia comunicativa”.
A stretto giro Renzi aveva risposto dal suo Democratica, un organo di informazione del Pd diffuso online, in Pdf: "Condivido alcune cose, altre un po' meno. Ma bello che i GD milanesi si facciano sentire, siamo una comunità viva. Accogliamo il loro suggerimento. La persona della segreteria che da oggi segue la comunicazione è Matteo Richetti. Buon lavoro a tutti noi".
Forse il nuovo corso comincerà proprio da questo stop. Un mese, un mese e mezzo, prima di ripartire per la campagna elettorale delle prossime politiche. Una via per prendersi una pausa e allontanarsi dalla polemica politica ‘romana’. E cercare di riprendere quota nei sondaggi dopo il calo di questo ultimo periodo. Il piano di Berlusconi per tornare al potere Pubblicato 22 luglio 2017 | Da Admin Riconquistare l'Italia in quattro mosse. Il piano di Silvio Berlusconi per tornare al potere è svelato in una lunga intervista a Tiscali Notizie, in cui elenca le fasi principali:
"Un centro-destra vincente in tutt’Europa è quello che si rifà alla grande tradizione politica cristiana e liberale del Partito Popolare Europeo. Altre politiche, fortemente caratterizzate a destra – al di là del merito, che comunque non condivido – riescono a svolgere solo un ruolo di testimonianza, aiutando nei fatti la sinistra a vincere" Salvare i migranti è un obbligo
"I migranti si sono moltiplicati ed è evidente, che una volta in mare, non c’è altro da fare che soccorrerli: lo impone, prima ancora che il diritto internazionale, la civiltà alla quale apparteniamo"
"Solo l’Europa, con il suo peso politico ed economico, sarebbe oggi in grado di stipulare nuove accordi con i paesi africani, sia per i rimpatri, sia anche per bloccare le partenze, proprio come avevamo fatto noi"
"La sentenza su Mafia Capitale l'hanno fatta giudici che non conoscono la mafia" Pubblicato 22 luglio 2017 | Da Admin "Auspico l'appello da parte della Procura. Le mafie a Roma coesistono con un patto di non belligeranza nato con la garanzia della banda della Magliana". Lo dice la presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi, parlando con 'Il Fatto quotidiano' della sentenza del processo Mafia Capitale, che non ha riconosciuto il reato di associazione mafiosa contestato dalla Procura di Roma.
"Aspettiamo le motivazioni per capirlo. Posso dire – aggiunge Bindi – che mentre abbiamo una magistratura inquirente con professionalità e strumenti adeguati a leggere i fenomeni mafiosi forse non ne abbiamo una giudicante altrettanto specializzata". Secondo Bindi, è "difficile non definire mafia quella del 'mondo di mezzo', dal momento che il metodo mafioso utilizzato dagli imputati appare evidente: estorsione, minacce e intimidazione, corruzione, relazioni trasversali con la politica, infiltrazioni nella pubblica amministrazione". Ma il capo della Procura ha ammesso o no la sconfitta di Mafia Capitale? Pubblicato 22 luglio 2017 | Da Admin Oggi i due principali giornali italiani hanno intervistato il capo della procura di Roma Pignatone, dando entrambi buon risalto alla cosa nelle prime pagine dei quotidiani. I titoli dicono: Corriere della Sera: “Intervista a Pignatone: 'A Roma la mafia c’è. Nessuna sconfitta, vado avanti'”.
La Repubblica: “Pignatone: E’ vero, ho perso, ma a Roma i clan esistono e io non mi rassegnerò mai”. Titoli piuttosto simili nella forma, ma con un segno opposto. Pignatone ha ammesso o meno la sconfitta? Non è una questione di poco conto. Sulla sconfitta della teoria di Mafia Capitale, portata avanti dalla procura per sostenere la tesi che la corruttela romana nei palazzi del potere fosse organizzata come una cupola mafiosa, si è concentrato il dibattito degli ultimi giorni. “Io rifuggo dalla visione agonistica dei processi, e comunque non mi sento sconfitto. Attendiamo le motivazioni della decisione”, ha detto il capo della procura al Corriere, ricordando però che il processo “Non era una fiction, dal momento che la sentenza ha rivelato fatti di violenza nelle vicende”. E continua: “In questi anni abbiamo dimostrato che la mafia a Roma c’è” riferendosi però a quella del riciclaggio, della droga. E quella di Carminati e Buzzi? “Io stesso ho più volte sottolineato che era una organizzazione ridotta”, spiega Pignatone: “La ricostruzione mediatica di quel presunto dominio non ci appartiene”. A Repubblica, nelle risposte si legge lo stesso Pignatone, ma incalzato sul lato negativo della sentenza, ovvero quello che ha negato l’esistenza della mafia a Roma, Pignatone dice: “Non c’è dubbio. E’ il dato negativo di questa sentenza”. E continua: “Con questa indagine intendevamo proporre un ragionamento avanzato sul rapporto tra mafia e corruzione. Ora, il tribunale ha espresso un parere diverso e dunque aspettiamo le motivazioni per comprendere quale è stato il percorso logico della decisione. Se si tratta di questioni che riguardano l'interpretazione del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, o, al contrario, di una diversa lettura e qualificazione del fatto storico che il dibattimento ha provato. Dopodiché, se il tribunale ci convincerà, non faremo appello, altrimenti impugneremo”. Per poi ribadire lo stesso concetto: “A Roma le mafie esistono. E lavorano incessantemente nel traffico di stupefacenti, nel riciclaggio di capitali illeciti, nell'usura. Solo lo scorso giugno abbiamo sequestrato beni di provenienza mafiosa per 520 milioni di euro”. Sulle conseguenze politiche di Mafia Capitale, 'Io non c'entro'
Un altro aspetto rilevante dell’intervista a Pignatone, e speculare sui due giornali, sono gli effetti politici dell’inchiesta. Al Corriere, dice: “Le valutazioni politiche su quanto è emerso dalle nostre indagini neon le abbiamo fate noi, né posso essere chiamato io a rispondere se qualcuno ha voluto utilizzarle politicamente”. Il riferimento, chiaro, è alla caduta di Marino e all’elezione del sindaco Raggi dei 5 Stelle. E a Repubblica, invece: “Dire che con le nostre inchieste abbiamo cambiato il corso politico degli eventi a Roma, che abbiamo esposto la città al ludibrio del mondo, significa attribuirci un uso politico della giustizia penale che non abbiamo in alcun modo esercitato”, ma è successo: “È successo. Ma non siamo noi i responsabili dell'effetto mediatico di un'inchiesta. E, come magistrato, non lavoro per il plauso o il consenso dell'opinione pubblica”
E adesso chi ripaga l'onore di Roma svenduto 'dalla politica'? Nessuno, per ora Pubblicato 21 luglio 2017 | Da Admin Ci sono tre aspetti su cui i giornali si sono concentrati oggi dopo la sentenza di ieri del Tribunale di Roma sull'inchiesta 'Mafia Capitale'. Il primo: la mafia a Roma non esiste, e ora? (per esempio, Il Foglio). Il secondo: la mafia non esiste, ma esiste una situazione diffusa di corruzione quindi niente esultanze (per esempio, La Repubblica). Il terzo: la mafia a Roma non esiste, ma chi ripagherà la città del danno subito? (per esempio, La Stampa). "Fuori la mafia dal Comune!"
Scrive Mattia Feltri: “Ieri i giudici hanno stabilito che Roma è stata vittima di una calunnia entusiastica, colossale e globale”. “È stata calunniata Roma, le sue amministrazioni, fallimentari ma non mafiose, i suoi cittadini e la sua trimillenaria storia che in giro per il mondo porta ancora il titolo del trionfo, malgrado evidenti e abissali disastri. Mafia capitale non era mafia, era una banale, banalmente grave storia di corruzione e delinquenza”. E qualcuno ne ha approfittato. Continua Feltri: “Dunque, chi pensa che Roma sia passata ai Cinque stelle per una campagna brutale e dissennata, cui ha preso parte acriticamente buona parte della stampa, sa dove deve bussare”. I grillini ci hanno “infilato le mani” per la propria campagna elettorale. “Erano i pomeriggi invernali in cui i loro militanti e quelli di Giorgia Meloni e Matteo Salvini andavano sotto il Campidoglio a gridare «fuori la mafia dal Comune». In cui il New York Times scriveva che la dimensione dello scandalo «sbalordisce persino gli italiani», e si noti la delizia di quel «persino»”. (La Stampa, 21 luglio). "L'insano sollievo"
Mario Calabresi, direttore di Repubblica, parla di "Insano Sollievo": “Quando ci si sente sollevati perché i Palazzi erano infiltrati fino al midollo da un’associazione criminale che non può essere definita mafiosa, allora si è perduti”. E poi continua: “Amare Roma significa fare pulizia, non continuare a nascondere la spazzatura della corruzione, del malaffare e della criminalità organizzata dietro una rivendicazione d’orgoglio posticcio”. E chiude con un tono un po’ inquietante: “Possiamo andare a dormire tranquilli, magari dopo aver fatto un brindisi. Ma chiudete bene la porta e assicuratevi che i ragazzi siano in casa”. "L'uso improprio dell'indicativo"
Il Foglio, che ha dedicato uno speciale alla fine di Mafia Capitale, scrive con il suo direttore Claudio Cerasa: “Mafia Capitale non ha mai conosciuto alcun tempo diverso rispetto a quello dell’indicativo. Nel linguaggio della cronaca giudiziaria, e non solo, l’indicativo, si sa, esprime un fatto di validità permanente e l’utilizzo di questa forma verbale ha una serie di implicazioni importanti sulle nostre coscienze, non ultima quella di certificare che ciò di cui si sta parlando esiste davvero, senza condizionali”. Insomma, per Cerasa l’errore più grande errore di politici e giornalisti è stato dare per scontata l’esistenza di una ‘Cupola’ capitolina senza averne la prova fattuale. Aver alimentato un senso di diffidenza nei confronti della città, dei suoi amministratori, anche se colpevoli di corruzione (come in questo caso), che però mafiosi non erano. E con evidenti conseguenze politiche. E all’estero? La notizia ha fatto il giro del mondo, come prevedibile. Ma nella rassegna del Foglio si capisce come, forse tranne El Pais, nessuno ha fatto un passo indietro netto e l'onta di una Roma mafiosa rimane intatta. Come dire, oramai il danno è fatto. E se la domanda è: Chi ripagherà l’onore di Roma? La risposta sembra: Nessuno. Perché stamattina su Twitter molti parlavano di messaggi in bottiglia Pubblicato 21 luglio 2017 | Da Admin Una lettera e tanti messaggi nella bottiglia. La lettera è quella che Fillea, Filca e Feneal (i sindacati degli edili) hanno inviato al ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini, per chiedere il riconoscimento della qualifica di restauratori. “Un riconoscimento – si legge – atteso da ben 13 anni”.
E che sembrava imminente nel 2015, quando era stato avviato un bando pubblico e il Mibact aveva costituito una commissione esaminatrice. Ma “a 22 mesi dalla conclusione della procedura telematica per il riconoscimento della qualifica, lo scorso 13 luglio il Mibact ha concesso una ulteriore proroga di sei mesi ai lavori della Commissione esaminatrice”. I sindacati definiscono chiedono chiarimenti sul "perché di questo ennesimo ritardo". E lo definiscono “un danno gravissimo per tutti i 6300 addetti del settore, che continuano a svolgere il loro lavoro senza vedersi riconosciuta la qualifica, quindi esposti al ricatto e a contratti al ribasso”.
Ma anche “una mancanza di rispetto nei confronti del patrimonio culturale, storico e artistico” che i restauratori “tutelano con il impegno”. Fillea, Filca e Feneal chiedono quindi “garanzie per l’approvazione entro il 2017 dell’elenco dei restauratori e l'applicazione corretta dei contratti collettivi nei cantieri di restauro”. La lettera è stata accompagnata da una campagna social, battezzata con l'hashtag #messageinabottle, che si è arrampicata fino alle soglie della top 10 dei trending topic di Twitter.

References: Articolo1
 sentenza 
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