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Timestamp: 2020-01-29 18:14:56+00:00

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Bronte Insieme/Storia - I Moti del 1860, Il processo a Bixio
I Fatti del 1860 / Argomenti correlati
1985, Bronte processa Bixio
La Corte: Giuseppe Alessi, Antonio La Pergola, Ettore Gallo, Vittorio Frosini e Martino Nicosia
Per ricordare e riscrivere i tragici fatti del 1860, Bronte celebrò, dopo oltre cent’anni, dal 17 al 19 Ottobre 1985 nel salone del Collegio Capizzi, un convegno-processo a carico di Nino Bixio.
Si è cercato in questo modo far luce su un episodio oscuro della spedizione garibaldina in Sicilia e, attraverso un giudizio sull'operato di Garibaldi ma sopratutto del suo luogo­tenente, porre nella giusta ed inequivocabile prospettiva gli avvenimenti di Bronte.
Al convegno, che ebbe grande risonanza anche sulla stampa nazionale, parteciparono studiosi, giuristi, intellettuali, uomini di studio, storici di notevole livello.
Tra gli altri parteciparono gli storici Emilia Morelli, Massimo Gangi, Giuseppe Giarrizzo, Salvatore Candido, gli avvocati Armando Radice, Guido Ziccone, Sebastiano Aleo e Cesare Zaccone.
Massimo Ganci, nel suo intervento, affermava l'esigenza di attenersi ai fatti più che alle opinioni e che gli avvenimenti di Bronte offrivano l'occasione per una nuova ricerca storica sulla spedizione garibaldina in Sicilia.
La sommossa brontese rientra, infatti, per Gangi fra quelle ribellioni scatenate sotto l'impulso della fame, della miseria e dell'ingiustizia. Non c'erano risvolti ideologici nè politici in quelle violente insurrezioni, ma solo motivi di ordine economico e sociale.
La relazione del prof. Giarrizzo, ampia, documentata e ricca di profonde considerazioni critiche, evidenziava come l'insurrezione brontese affondasse le sue radici a circa trent'anni prima, da quando si era incominciato a parlare della distribuzione delle terre demaniali ai contadini, distribuzione che si era realizzata altrove, ma non a Bronte, per l'ostacolo della Ducea.
Stupiva il fatto poi che i garibaldini ignorassero sostanzialmente la situazione brontese.
Unico difensore di Bixio era il prof. Candido, che non ha aveva alcun dubbio sul suo operato che rientrava negli specifici doveri militari frutto di leggi e decreti che obbligavano il suo agire. Alla tavola rotonda fece seguito, con inizio nella mattinata di venerdì 18, il «Processo a Bixio».
La Corte, che giudicò Bixio per i fatti del 1860, presieduta dall'ex presidente della Regione siciliana, all'epoca presidente della Enciclopedia Italiana, Giuseppe Alessi, era composta dai giudici Antonio La Pergola, Ettore Gallo, Vittorio Frosini e Martino Nicosia.
Sostennero l'accusa l'Avv. Sebastiano Aleo assieme all'amico di gioventù Armando Radice, rispettivamente del Foro di Catania e di Milano. Non risparmiando colpi duri nei riguardi del braccio destro di Garibaldi, asserirono che il processo con cui furono condannati a morte i cinque rivoltosi brontesi, si svolse som­ma­riamente e che Bixio, prima ancora di conoscere le prove, ne aveva già deciso la condanna, e quindi a lui erano da addebitare responsabilità anche storico-politiche.
Per la difesa si impegnarono Guido Ziccone e Cesare Zaccone (rispettivamente del foro di Catania e di Torino), rivelandosi ancora una volta tutti e due intransigenti assertori delle regole fondamentali dello stato di diritto e democratico.
Hanno sostenuto, infatti, che Bixio andava assolto sia sul piano storico-politico che su quello prettamente giuridico e morale, poichè il processo del 1860 si era svolto con una commissione giudicatrice legittimamente costituita, e la sentenza, inoltre, produce diritto e nessuno può disapplicarne il contenuto.
Con le arringhe degli avvocati difensori si concludeva la giornata di lavori, rimandando all'indomani la sentenza. Ma la manifestazione non si concluse con un giudizio sull'operato del Generale garibaldino. L'esito venne rimandato di alcuni mesi per meglio documentare la Corte e poter valutare, alla luce di ulteriori ricerche storiche, il copioso carteggio al fine di stilare un documento che ponesse nella giusta ed inequivocabile prospettiva i fatti del lontano 1860.
Le conclusioni, illustrate dal sen. Alessi nel marzo del 1987, furono una assoluzione sia per Bixio sia per i rivoltosi: ogni responsabilità fu addossata alle circostanze che davano ragione sia all’avvocato Lombardo, sia ai massacratori, sia a Bixio il quale fece fucilare senza distinzioni l’uno e gli altri pur di non essere intralciato nella marcia trionfale dei garibaldini verso l’Unità d’Italia. Il Collegio, composto esclusivamente da giuristi, si limitò a dare, alla luce della legislazione dell'epoca, un giudizio di revisione critica attorno ad un episodio cruento occorso nella storia del Risorgimento italiano.
La sentenza, dal taglio squisitamente giuridico, chiarisce il valore che i fatti ebbero nella loro realtà storica e, con attento rigore storico, analizza anche il complesso di cause, variamente interferenti, che determinarono la selvaggia esplosione di violenza. «La responsabilità della sentenza - scrissero i giudici nelle conclusioni - dev’essere ascritta esclusivamente ai giudici che la hanno deliberata.»
Nel corso del Convegno, il 10 ottobre del 1985, il Comune fece erigere in memoria delle vittime di Bixio un monumento che fu posto ai piedi della scalinata che immette sul piazzale della Chiesa di San Vito luogo della fucilazione. La scultura è opera del brontese Domenico Girbino. Con molta enfasi, le due targhe apposte sul monumento recitano:
«Ad perpetuam rei memoriam che nell'agosto 1860 di cittadini brontesi donò la vita in olocausto - Amministrazione Comunale - 10 ottobre 1985». Stranamente, però, a pochi metri dal monumento (proprio dalla piazza San Vito, dal n. 4) inizia una stradina che porta ancora il nome del Generale Bixio.
Gli atti del convegno, il dibatti­mento pro­ces­suale e la sentenza della Corte sono stati da noi pub­blicati in una edizione digi­tale libera­mente scaricabile dal ns. sito
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Il tavolo degli storici che parteciparono al "Convegno-Processo a Bixio": da sinistra Massimo Gangi, Emilia Morelli, l'allora sindaco di Bronte Pino Firrarello, Giu­seppe Giarrizzo e Salvatore Candido.
Ottobre 1985: Nel corso del Convegno-Processo il sinda­co Fir­rarello inaugu­ra in Piazza S. Vito un monu­men­to in me­mo­ria delle vitti­me truci­date da Nino Bixio. Alle sue spalle lo scul­tore Mim­mo Girbi­no, autore del­l'ope­ra, Sal­va­tore Anastasi (allora consigliere comunale) e l'on. Turi Lean­za; fra gli altri sono pre­sen­ti il sen. Grassi Bertazzi, l'on. Urso, il sen. Parisi, l'on. Salvo Andò, il prof. Gallo.
IMPUTATO BIXIO, COLPEVOLE
La sentenza degli allievi del Liceo Capizzi
NINO BIXIO PERSONAGGIO CONTROVERSO
di V. Pappalardo
IL DIARIO DI NINO BIXIO
Una sorta di taccuino di appunti, dove Bixio elabora i testi dei decreti da emanare, degli avvisi da diffondere alla popolazione, degli ordini da conferire ai suoi subalterni e della corrispondenza da spedire
1°) La responsabilità per gli eccidi, le violenze, le devastazioni e gli incendi occor­si in Bronte dal 2 al 5 agosto 1860 è complessa, e si articola in più com­ponenti che, in varia misura, concorsero a determinare la selvaggia esplosione.
Vi contribuirono, innanzitutto, la sordità politica e l'egoismo delle classi dirigenti, che si ostinarono a negare, ad una popolazione indigente vessata da antiche ingiustizie, le riforme minime disposte dagli editti di Garibaldi.
Vi si aggiunsero l'ira, a lungo repressa, e la disperazione dei villici, esaltate dall'interferenza di autentici delinquenti, evasi dalle carceri od accorsi dai torbidi circonvicini e dal tumultuare della folla.
Vi concorse, infine, l'indifferenza o la sottovalutazione delle Autorità provinciali, che lo stesso Lombardo aveva tempestivamente informate della pericolosa tensione.
2°) La sentenza 9 agosto 1860 della Commissione mista di Guerra, che condannò a morte l'avv. Lombardo e gli altri quattro cittadini di Bronte (eseguita mediante fucilazione il 10 successivo), è manifestamente ingiusta.
A tale risultato la detta Commissione è pervenuta sul piano del merito, mediante unilaterale e capziosa valutazione della prova e, sul piano processuale, a seguito di numerose e gravi violazioni che hanno ignorato o vulnerato fondamentali diritti della difesa, quali:
a) La nomina di un unico difensore per tutti gl'imputati, espressa da uno solo di essi, e mantenuta dalla Commissione anche quando ebbe a rilevare incompatibilità fra due imputati.
b) La mancata contestazione del fatto.
c) La concessione di un termine assolutamente irrisorio per la predisposizione delle difese (1 ora).
d) Il rifiuto negli atti preliminari, reiterato al dibattimento, di assumere il testimoniale indicato dalla difesa.
e) L'avere giudicato e fatto fucilare un imputato, indicato notoriamente come grave defedato psichico, senza alcun accertamento sulla capacità di intendere e di volere.
3°) La responsabilità della storica grave ingiustizia ricade esclusivamente sui giudici straordinari che hanno deliberato la sentenza.
Non esiste alcun dato, nemmeno indiziario, da cui desumere che Nino Bixio abbia esercitato pressioni sulla Com­missione, Organo giudicante che non è stato costituito da Bixio, perché preco­stituito dai Governatori provinciali sulla base di decreto dittatoriale, e che diresse gran parte dell'istruttoria e del dibattimento, mentre Bixio era assente da Bronte.
4°) L'ostilità di Bixio nei confronti degli imputati, e talune sue intemperanze verbali, debbono essere ascritte alla dolosa informativa delle autorità comunali rovesciate dalla sommossa, oltre che all'intolleranza caratteriologica e tempera­mentale della sua personalità, esaltata dalle preoccupazioni per l'ordine pubblico alle spalle della spedizione garibaldina e dal timore che l'incarico in atto lo privasse della parte­cipazione all'imminente sbarco sul continente.
Questa Commissione, tuttavia, pur esclusa la corresponsabilità di Nino Bixio nella fucilazione dei Cittadini di Bronte, non può non censurare per grave imprudenza, in relazione alle vicende in esame, il suo comportamento di Generale delle truppe di occupazione, e di eccessiva od ingiustificata durezza la sua condotta nei riguardi dei condannati.
5°) Se poi i giudici della Commissione, pur senza avere ricevuto pressioni, si fossero tuttavia sentiti condizionati dall'atteggiamento di Bixio, oppure se, condividendone le preoccupazioni per l'ordine pubblico, avessero inteso dare alle popolazioni un esempio di rigore che valesse come deterrente, sono situazioni psicologiche che, purtroppo, trovano riscontro nel corso degli eventi bellici, ma non giustificazione nella coscienza etica dell'umanità.
Attilio Bolzoni, inviato de La Repubblica, commenta la sentenza
Imputato Nino Bixio, assolto
Il più deluso, naturalmente, è il rappresentante della Pubblica Accusa: un compromesso storico, una soluzione all’italiana… I commenti amari e le battute acide dei colpevolisti e delle parti civili si incrociano alla fine di un processo-spettacolo iniziato un anno e mezzo fa. L’imputato, famosissimo, era allora indicato come il carnefice di Bronte: Nino Bixio. Il generale garibaldino, 127 anni dopo la morte di cinque brontesi che pagarono con la fucilazione il loro sogno di libertà, adesso è stato assolto.
La Corte ha deciso così: sotto il profilo giuridico, l’aiutante di Garibaldi non può essere ritenuto responsabile per i fatti del 9 agosto 1860… Per Nino Bixio solo una censura, una tiratina di orecchie dei giudici quasi un secolo e mezzo dopo per l’intolleranza caratteriologica e temperamentale della sua persona, una critica e nemmeno tanto feroce per il generale delle truppe di occupazione per eccessiva ed ingiustificata durezza nei riguardi dei condannati.
Questo il verdetto dei componenti della Corte, un giudizio articolato in 32 cartelle che ricostruiscono il massacro di Bronte non soltanto dal punto di vista giuridico ma anche storico-politico. Un documento firmato dal presidente della Commissione, il senatore Giuseppe Alessi, dal presidente della Corte Costituzionale Anto­nino La Pergola, dal giudice della stessa corte Ettore Gallo, dall’ordinario di filosofia del diritto e componente del consiglio della magistratura Vittorio Frosini e dal presidente della Corte di Appello di Catania Martino Nicosia.
E’ stato proprio il senatore Alessi, primo presidente della Regione siciliana, a illustrare le conclusioni della Corte e a spiegare come e perché Nino Bixio non può essere condannato per l’eccidio di Bronte. Il presidente ha precisato subito che non è stata emessa una vera e propria sentenza: L’assoluzione o la condanna si addice ad un vero processo, non alla complessità di un fatto stori­co.
Il processo al processo di Bronte, una delle pagine più dram­matiche e oscure della storia italiana, è stato ricostruito da esami testimoniali ricavati dagli atti ufficiali. Una verifica storica che ha anche individuato i veri colpevoli della strage: la responsabilità della grave ingiustizia ricade esclusiva­mente sui giudici straordinari che hanno deliberato la sentenza.
E scrivono ancora i giudici nelle loro conclusioni: non esiste alcun dato, nemmeno indiziario, da cui desumere che Nino Bixio abbia esercitato pressioni sulla Commissione. Organo giudicante che non è stato costituito da Bixio, perché precostituito dai governatori provinciali sulla base di un decreto dittatoriale, e che diresse gran parte dell’istruttoria e del dibattimento mentre Bixio era assente da Bronte. Il carnefice non fu il generale garibaldino e i massacri di quella lunga estate del 1860 maturarono sullo sfondo di una lotta tra rivoluzionari e conservatori.
La popolazione di Bronte, nell’agosto di 127 anni fa, avuta notizia delle vittorie dei garibaldini sui Borboni, si rivoltò contro i notabili del paese uccidendone nove. E fu Giuseppe Garibaldi ad inviare subito il suo generale a Bronte con il compito di reprimere la sommossa.
La sentenza della Commissione mista di Guerra arrivò la mattina del 9 agosto 1860: condanna a morte per l’avvocato di fede garibaldina Lombardo e altri quattro brontesi, tra cui lo scemo del paese. Quale fu la posizione di Nino Bixio? Il generale fu ingannato dalle autorità comunali, vittima probabilmente di depistaggi e false informazioni. Un generale nervoso, turbato dalle notizie che in quei giorni arrivavano a Bronte.
La Corte composta da storici e giuristi descrive così la sua situazione psicologica: La sua mente era esaltata dalle preoccupazioni per l’ordine pubblico alle spalle della spedizione garibaldina, e dal timore che l’incarico in atto lo privasse della partecipazione. Un Nino Bixio tormentato ma non sanguinario, esasperato ma non assassino: le accuse infamanti sono cadute.
Chi non riesce però a giustificare il generale garibaldino è l’avvocato Aleo, che nel dibattimento ha sostenuto la Pubblica Accusa. Dice: I tribunali speciali sono sempre asserviti al potere, quindi Nino Bixio aveva una responsabilità ancora più grande. Un altro avvocato, Renato Radice, figlio di Benedetto, lo storico brontese che scrisse una minuziosa ricostruzione sui massacri del 1860, esprime con amarezza le sue perplessità: E’ innegabile che Nino Bixio influì sulla Corte.
[Attilio Bolzoni, La Repubblica, 24 marzo 1987, pagina 22, sezione Cronaca]
Il Processo a Bixio nel ricordo del sindaco Firrarello
«Dopo l’uscita del film di Florestano Vancini nel 1972 che rie­sa­mi­nò, in modo assai critico, l’epopea garibaldina, il massacro di Bron­te fu svelato e riconosciuto quale macchia indelebile del Ri­sorgi­mento italiano. (…) La mia idea invece era quella di realiz­zare “il processo a Nino Bixio” in tre distinti ambiti: storico, culturale e giuridico.
Essendo Sindaco di una coalizione, coinvolsi l’On. Salvatore Lean­za, che si dichiarò entusiasta. Dopo qualche giorno eravamo a par­larne con il Presidente della Corte Costituzionale il Prof. La Pergola originario di Bronte da parte di madre, che manifestò tutta la sua gioia. Egli stesso scelse come data la fine di novembre del 1985, e pri­ma che fosse concluso l’incontro aveva già contattato diversi relatori, ben lieti di accettare l’invito da parte di chi rappre­sentava una del­le più alte cariche dello Stato.
La presenza di La Pergola aprì la stra­da alla partecipazione di tanti altri illustri personaggi, fino al punto che l’evento divenne, probabilmente, uno dei più impor­tanti che si svolsero in Italia quell’anno. Appena divulgai la notizia che a Bronte si processava Nino Bixio e con lui il Risorgimento, arri­varo­no richieste di par­tecipazione da tutta Europa.
(…) Una ventina di quotidiani, altrettante reti televisive nazionali e locali e molti settimanali italiani furono presenti a Bronte per tre giorni. L’eco della manifestazione che si teneva al Collegio Capizzi giungeva ovunque. Tutti gli ospiti facevano i pendolari da Catania, poiché a Bronte non avevamo dove ospitarli. Ci eravamo organiz­zati per trasmettere in diretta televisiva locale tutti gli interventi tramite schermi giganti posti al Teatro comunale e nel cinema Roma. Il successo fu enorme: parteciparono tutti i parlamentari della pro­vincia di Catania e di gran parte della Sicilia. Non mancarono Mini­stri della Repubblica e personalità della scienza e della cul­tura che seguirono con grande interesse tutti i dibattiti. Nei mesi suc­ces­sivi ebbi diversi inviti nelle scuole e in vari circoli per con­tinuare a par­lare di ciò che accadde a Bronte nel mese di agosto del 1860.»
Processo a Bixio: eroe o violento?
Giuristi e storici giudicano il generale di Garibaldi per i fatti di Bronte
Catania — Agosto 1860. Garibaldi è da tre mesi in Sicilia. A Bronte, villaggio di pastori e contadini, arrampicato sul fianco occidentale dell’Etna, la gente celebra a proprio modo la liberazione dal dominio borbonico: rivoltandosi contro i ricchi proprietari terrieri della zona.
Al grido di «Viva l’Italia, morte ai sorci», si saccheggia, si uccide, si chiede la divisione delle terre. Tumulti non graditi dall’«Eroe del Due Mondi» il quale invia a Bronte Nino Bixio per ristabilire l’ordine. Il luogotenente non si fa pregare due volte: dopo un processo per lo meno frettoloso, fa fucilare cinque presunti capipopolo: uno è l’avv. Nicolò Lombardo, fervente garibaldino.
Fu un episodio di ferocia gratuita o un gesto ispirato dall’esigenza di evitare che la Sicilia liberata diventasse una polveriera? A 125 anni da quell’oscuro episodio, il Comune di Bronte, con in testa il sindaco Pino Firrarello, ha tentato di dare una risposta organizzando un processo in piena regola a Nino Bixio con accusa, difesa e tribunale.
E’ mancata solo una sentenza netta e definitiva. Se ne riparlerà entro la prima quindicina di novembre, quando il tribunale (ne fanno parte il sen. Giuseppe Alessi, ex presidente della Regione siciliana, i costituzionalisti Antonio La Pergola ed Ettore Gallo, il componente del Consiglio superiore della magistratura Vittorio Frosini, e il magistrato Martino Niosi) renderà noto un documen­to conclusivo, «dopo un pacato riesame della documentazione a disposizione». E di materiale da esaminare ce ne sarà parecchio.
Qualificate le presenze: dagli storici Giarrizzo, Ganci, Morelli, Candido e Bottini (autore di un libro dal titolo «Rapporto sul fatti di Bronte del 1860») al giuristi Aleo, Ziccone, Radice, Zaccone, a politici come il socialista Andò e il vicepresidente della Camera, Azzaro. [n. a.]
La Stampa, 20 Ottobre 1985 - numero 232 - Pagina 7
La Repubblica: "Che fascista quel Bixio..."
“Signori della corte, io non chiedo la testa di Nino Bixio, o che sia cancellato dal libro della storia. Ma sono qui per difendere Bronte, e Bronte, signori della corte, non ha avuto giustizia dalla storia!”. L’illustre avvocato, madido di sudore, chiude la sua arringa ac­colto da una sala in tripudio. Applaudono gli abitanti di Bronte accalcati nella grande sala del “Real Collegio Capizzi” dove il processo si svolge, applau­de la folla che ha seguito il dibattito nella sala del Consiglio comuna­le attraverso una televisione a circuito chiuso, applau­dono gli studenti che con lo stesso sistema hanno assistito al dibat­ti­mento dalle loro aule.
Per tre giorni Nino Bixio è stato sul palco degli imputati, pro­ta­gonista di un processo che con puntigliosità e parteci­pa­zione ha riesaminato la sua condotta durante i giorni del­l’agosto del 1860. Gli avvenimenti sono noti, resi anzi famosi da un film che Flore­stano Vancini girò anni fa, “Cronaca di un massacro” basato a sua volta ad una ricostruzione fatta all’inizio del se­colo dallo storico Benedetto Radice. Allora il libretto, inti­tola­to “Nino Bixio a Bronte” suscitò scan­dalo, ma anche in segui­to per molti anni il mito garibaldino e risorgimentale è stato tale che sui fatti di Bronte si è preferito sorvolare.
La storiografia moderna ha fatto giustizia di questi tabù, ma come sia difficile “parlar male di Garibaldi” si è visto anche in questa occasione dalle reazioni indignate o distinte di alcuni storici presenti a Bronte. Il processo, organizzato dal Comune anche con intenti pubbli­citari, è stato preceduto da una tavola rotonda in cui sono stati rievocati i fatti.
La rivolta a Bronte scoppio alla fine di luglio: in paese i conta­dini erano esasperati dalla mancata divisione delle terre dema­niali, divisione prevista da un editto degli stessi Borboni e poi riaffermata da un proclama di Garibaldi. Nello stesso tempo l’eccitazione era straordinaria per lo sbarco di Garibaldi nell’isola e per i suoi proclami che incitavano i sici­liani alla rivolta contro i Borboni. Nell’arrivo del “dittatore” (così Gari­baldi si faceva chiamare) i contadini vedevano confusamente una liberazione dalla loro mise­ria, ma a sobillarli, a Bronte, sarà anche il partito dei libe­rali (allora venivano anzi chiamati “i comunisti”) capeggiato dal­l’avvocato Nicolò Lombardo.
Per cinque giorni il paese fu messo a ferro e a fuoco. Contro gli amministratori, favorevoli ai Borboni, ma anche contro vit­time innocenti furono commesse atrocità incredibili. Raccontano le cronache di un ragazzo arrostito vivo, e peggio: “Vi è pure chi afferma che tal Bonina da Castiglione, detto Caino, apertogli il fianco, gli strappò il fegato e lo mangiò; ma altri lo nega”. La sommossa, sfuggita di mano ai capi politici che invano cercano di sedarla, viene investita da una “furia omicida”.
Quando Bixio arrivò però la situazione si era alquanto cal­ma­ta. Il generale di Garibaldi giunge come una furia (“alla vista del paese arso e saccheggiato, al racconto dei fatti atroci... rin­ghiò, urlò come una fiera”), dichiara Bronte “colpevole di lesa umanità”, fa mettere in prigione l’avvocato Lombardo che gli si era presentato spontaneamente e altri sei che gli vengo­no indi­cati come i principali artefici della rivolta, istituisce un tribunale di guerra che in poche ore, e senza aver dato tempo alla difesa di organizzare le discolpe, emette cinque sentenze a morte, tra le quali quella dell’avvocato Lombardo, che ven­gono eseguite la mattina successiva.
Su questi fatti sono state fornite interpretazioni diverse. Da sini­stra, la spiegazione in chiave politica, data a Bronte dal preside della facoltà di Lettere di Catania Giarrizzo e da Massi­mo Gan­ci storico comunista, è che Garibaldi, avendo scelto di “norma­lizzare” l’isola secondo il disegno sabaudo, appro­fittò di Bronte per stroncare la sinistra che nutriva l’am­bizione di ege­moniz­zare l’isola.
La condanna contro Lombar­do fu quindi una condanna esem­plare per quegli stessi gari­baldini siciliani che perseguivano l’ideale di una vera rivolu­zione sociale.
Nella decisione della repressione entrarono però certamente anche gli inglesi. Lettere e dispacci testimoniano che Gari­baldi era stato solleci­tato a intervenire dal loro console a Catania, dato che a Bronte esisteva la Ducea di Nelson: 25 mila ettari regalati a Nelson da Ferdinando di Borbone, di cui si temeva che gli insorti si sareb­bero appropriati.
Tutti questi motivi spiegherebbero perchè Garibaldi affidò l’in­carico proprio a Bixio, un uomo noto per l’ impetuosità del suo carattere. Nel processo l’accusa sostenuta dagli avvocati Aleo di Cata­nia e Radice di Milano ha cercato di dimostrare che Bixio giunse a Bronte già con la sentenza in tasca. Il generale di Garibaldi è stato trattato senza troppi com­pli­menti: un teste, lo storico Bettini, lo ha definito “fascista”; è stato ricordato il giudizio che di lui dava Cesare Lombroso: “Feroce, rissante e vagabondo”, sono state rievocate le parti più sinistre del processo del 1860.
Fra gli altri venne giusti­ziato anche il matto del paese, il quale supplicò pietosamente e inutilmente Bixio di concedergli la grazia. E’ stato tirato fuori anche il “giallo della lettera”: in una mis­siva scritta l’8 agosto, ancora prima della sentenza, Bixio avrebbe infatti già comunicato i nomi dei condannati a morte.
La difesa (avvocati Cesare Zaccone e Guido Ziccone) ha so­ste­nuto la tesi dell’emergenza: Bixio si trovava in una situa­zione straordinaria, altri paesi si stavano sollevando, bisogna­va rista­bilire l’ordine con rapidità, cosa che fece, evitando altri spar­gimenti di sangue.
In realtà le due interpretazioni non si escludono a vicenda. La giuria presieduta dal senatore Alessi e formata da magi­strati della Corte costituzionale, della Cassazione e del Con­siglio superiore della magistratura, emetterà un documento tra una quindicina di giorni, riassumendo il dibattito. Però i brontesi, delusi dalla mancata sentenza che ha su­scitato anche qualche polemica, si sono presi lo stesso una rivincita su Bixio e sul Risorgimento.
Rigido e severo uno studente del liceo scientifico ha infatti letto al microfono la condanna di Bixio sancita dagli studenti dei licei locali e ha auspicato, tra gli applausi “una revisione storica del Risor­gimento e dell’impresa dei Mille”.
Nel pomeriggio poi è stato inaugurato un monumento alle vittime di Bronte.
[Daniela Pasti, La Repubblica — 20 ottobre 1985, pagina 15 / sezione: Cronaca]
La Stampa: "Bixio innocente nel caso-Bronte"
Giuristi e politici cancellano l’accusa di aver fatto fucilare degli inermi
Nino Bixio è innocente, non fu uno sterminatore di inermi: «Sotto il profilo giuridico, l’aiutante di Garibaldi non può essere ritenuto responsabile della condanna a morte e della fucilazione degli abitanti di Bronte per i fatti del 9 agosto 1860».
E’ questo il dispositivo della «sentenza» emessa da una corte di giustizia presieduta dal senatore Giu­seppe Ales­si — giurista e presi­dente dell’Istituto per l’«En­ci­clopedia Treccani» — e composta dal presidente della Corte Costituzionale Antonio La Pergola, dal giu­dice della Consulta Ettore Gallo, dal compo­nente il Consiglio Superiore della Magistratura Vittorio Frosini, e dal presidente della corte d’appello di Catania Martino Nicosia.
Di quella fucilazione il «verdetto» fa interamente carico al col­legio giudicante di allora, chiamato a pronunciarsi sui disordini di Bronte, e al processo che si concluse con le condanne a morte di 5 abitanti di Bronte.
«Quel tribunale — ha detto Alessi — non seppe rendere giu­sti­zia a contadini che si ribellarono chiedendo le terre loro pro­mes­se prima da un editto borbonico, poi da un decreto di Garibaldi».
Pur se assolta la figura di Bixio non rimane, tuttavia, esente da ombre: quella sentenza di condanna a morte tanto ingiusta — ha sottolineato ancora il senatore Alessi — fu raccolta pronta­mente da Bixio che aveva bisogno di dare un esempio per assi­curare tranquillità alle retroguardie della spedizione ormai in marcia verso la Calabria. Cade, però, un’accusa infamante che pesava sull’intera epopea garibaldina, soprattutto dopo la rico­struzione cinematografica dell’episodio realizzata da Florestano Vancini negli Anni Settan­ta.
Alla pronuncia del «verdetto» erano presenti, con il vicepresiden­te della Camera, onorevole Giuseppe Azzaro, anche nume­rosi magistrati, esponenti politici, cittadini di Bronte e di altre citta­dine dell’Etnea, dove la memoria di quei «fatti» è divenuta patri­monio storico.
[Stampa Sera - numero 79 di Lunedì 23 Marzo 1987]
Il processo di Catania
«Difesa pronunziata d'innanti la Corte d'assisie del Circolo di Catania
per la causa degli eccidii avvenuti nell'agosto 1860 in Bronte» (1863)
Dopo il frettoloso e sbrigativo processo tenuto a Bronte dal 7 al 9 Agosto dalla Commissione mista eccezionale di guerra chiamata da Bixio, il vero processo per i Fatti di Bronte si svolse dopo, a Catania e in un tribunale ordinario (la Corte di Assise) e in tempi lunghi che si protrassero fino al 12 agosto 1863, e con giudici togati, e con le garanzie più complete per gli imputati e per il collegio di difesa.
Il Tribunale condannò all’ergastolo ben venticinque imputati e altri dodici a pene più lievi. Ma il dott. Luigi Saitta e il “civile” Carmelo Minissale, due sei sette imputati nel processo dell'agosto 1860, furono assolti, già nel dicembre 1860, dalla R. Procura di Catania.
Chi sa che questa non avrebbe assol­to, anche, l'avv. Lombardo e gli altri quattro imputati che erano andati dinanzi al plotone di esecuzione il 10 agosto dello stesso anno!
La casa editrice "C.u.e.c.m." di Catania nel dicembre del 1989 ha dato alle stampe un volumetto contenente l'arringa difensiva dell'avvocato catane­se Michele Tenerelli Contessa che nel 1863 difese davanti alla Corte d'assise di Catania cinque fra gli imputati del secondo processo per i fatti di Bronte (quelli scampati alle fucilazioni sommarie ordinate tre anni prima da Nino Bixio).
Il piccolo libro, 82 pagine, è stato curato dal brontese prof. Gino Longhitano dell'Università di Catania. Molto interessante la sua "Introduzione": 22 pagine di ricerche storiche con una precisa, puntuale ricostruzione dell'ambiente politico-sociale brontese dell'epoca e della cause che hanno dato origine alla sanguinosa rivolta.
L'avvocato Tenerelli Contessa - scrive Longhitano - ".... di quegli avvenimenti fornì nella sua arringa difensiva un'interpretazione politica d'una tale lucidità da fare accapponare la pelle a chi con un processo e una sentenza per reati comuni, inquadrati magari in un contesto di «reazione borbo­nica», riteneva di aver riposto definitivamente nell'armadio uno dei più ingombrati scheletri dell'unificazione italiana. [...]
"E' un'arringa appassionata, lucidissima, d'un avvocato colto e intelligente, d'un politico raffinato: a leggerla si rischia in molti punti la commozione. Certo, Nunzio Cesare, tre anni prima, davanti alla commissione eccezionale di guerra, non può aver detto le stesse cose. Anche perché le sue posi­zioni politiche non gli consentivano di porsi il problema d'un'autocritica della gestione che i democratici avevano fatto della rivoluzione meridio­nale, nei termini in cui Tenerelli coraggiosamente e lucidamente li pone. Ché non si poteva, come gli uomini di Garibaldi avevano fatto, chiamare il popolo alla rivoluzione, farne il garante della legalità rivoluzionaria e ad esso esclusivamente chiedere conto poi del sangue che la rivoluzione stes­sa aveva fatto versare".
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Riproduzione riservata anche parziale - Ultimo agg.: 12-2018

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