Source: https://www.commercialistatelematico.com/articoli/2011/10/iva-sanita-e-diritto-al-rimborso.html
Timestamp: 2018-04-22 08:54:14+00:00

Document:
IVA, sanità e diritto al rimborso
di Roberto Pasquini, Giuseppe Zambello e Matteo Poli
INDETRAIBILITA’ DELL’IMPOSTA I.V.A. NEL SETTORE “SANITARIO”
Le norme in materia di IVA prevedono come “regola generale” la totale detraibilità dell’IVA pagata sugli acquisti di beni e servizi dall’IVA relativa alle vendite.
Questa regola, tuttavia, prevede due eccezioni:
una oggettiva in base alla quale l’imposta IVA pagata sull’acquisto di taluni beni e servizi non è detraibile, in tutto o in parte;
una soggettiva in base alla quale quei soggetti che vendono beni o prestano servizi esenti da IVA (che dunque non applicano l’IVA sulle vendite) non possono detrarre l’IVA relativa agli acquisti.
I soggetti che svolgono operazioni esenti si possono trovare in due diverse situazioni:
1) compiono soltanto operazioni esenti;
2) compiono sia operazioni esenti che operazioni soggette ad imposta.
Nel primo caso il soggetto non può mai detrarre l’IVA pagata sugli acquisti.
Nel secondo caso il soggetto può detrarre solo una parte dell’IVA pagata sugli acquisti.
Ecco allora che entra in gioco il meccanismo del Il c.d. PRO-RATA, disciplinato dal D.P.R. 633/1975 all’art. 19-bis, che non è altro che il calcolo dell’IVA detraibile, cioè il rapporto tra le operazioni che danno diritto alla detrazione, effettuate nell’anno, e lo stesso ammontare aumentato delle operazioni esenti effettuate nell’anno medesimo.
Come noto, i soggetti operanti nel settore sanitario, quali medici, case di cura, centri di riabilitazione etc.:
sono assoggettati alla normativa I.V.A. ed obbligati, quali titolari di partita I.V.A., a tutti gli adempimenti di cui al D.P.R. 633/72 e, pertanto, sono soggetti I.V.A. a tutti gli effetti;
non sono consumatori finali in quanto acquistano i beni ed i servizi non per uso proprio ma quali elementi strumentali per l’esercizio dell’impresa;
effettuano operazioni che vengono fatturate al consumatore finale in esenzione I.V.A. ai sensi dell’articolo 10, comma 1 nn. 18 e 19 del D.P.R. 633/1972.
Detti soggetti sono estremamente penalizzati in quanto, in base al combinato disposto dagli articoli 19, comma 5 e 19-bis del D.P.R. 633/1972 (c.d. “PRO-RATA D’INDETRAIBILITÀ IVA”), si vedono preclusa la possibilità di portare in detrazione la totalità, o la quasi totalità dell’IVA corrisposta sugli acquisti di beni e servizi inerenti l’attività, per la parte percentuale risultante dal rapporto tra le operazioni esenti ex articolo 10 D.P.R. 633/1972 ed il totale delle operazioni attive (volume d’affari).
Regime di indetraibilità dell’I.V.A. in relazione alle operazioni esenti: INCOMPATIBILITA’ DELLA LEGISLAZIONE NAZIONALE (art. 19, c. 2, D.P.R. 633/72) CON LE NORMATIVE COMUNITARIE (VI Direttiva CEE).
L’art. 19 del DPR n. 633/72, in materia di “Detrazione” dell’imposta IVA, costituisce uno dei tasselli fondamentali su cui si basa la disciplina dell’IVA.
Nel nostro ordinamento, dopo le sostanziali modifiche apportate al decreto IVA, con effetto dal 1° gennaio 1998, dal D.Lgs. 2 settembre 1997, n. 313, la disciplina della detrazione è contenuta negli articoli 19, 19-bis, 19-bis1 e 19-bis2.
Secondo la costante giurisprudenza della Corte di Giustizia CEE il diritto alla detrazione costituisce parte integrante del meccanismo dell’IVA e, in linea di principio, non può essere soggetto a limitazioni; occorre rilevare che la “rifusione” della VI Direttiva ha permesso di evidenziare disposizioni che, con il precedente testo, erano spesso sottovalutate.
In particolare, in merito alle modalità di esercizio del diritto a detrazione è necessario esaminare l’art. 178 della Direttiva 2006/112/CE e la giurisprudenza della Corte di Giustizia, CHE PONGONO IN EVIDENZA LA PREVALENZA DELLA NORMA COMUNITARIA SU QUELLA NAZIONALE.
Ciò nonostante, nell’attuale legislazione, esistono ancora limitazioni oggettive e soggettive che non consentono la detrazione totale per alcuni beni o servizi acquistati ovvero riducono la possibilità della loro detrazione.
Un soggetto IVA o è imprenditore o non lo è: UNO STESSO SOGGETTO NON PUO’ ESSERE CONSIDERATO IMPRENDITORE PER LE OPERAZIONI ATTIVE E “CONSUMATORE FINALE” PER LE OPERAZIONI PASSIVE (Cass. 6938 del 22/5/2000; Corte Europea C32/03 del 3/3/2005).
La mancata detrazione dell’IVA produce l’effetto di considerare l’operatore nazionale come un consumatore finale, violando in tal modo il PRINCIPIO COMUNITARIO DELLA DETRAIBILITA’ DELL’IMPOSTA; tra l’altro la mancata detrazione dell’IVA da parte di un operatore nazionale contrasta con la Risoluzione N. 29/2008 dell’Agenzia delle Entrate, la quale afferma che l’IVA, per i soggetti passivi, non può mai essere un costo in quanto deve gravare solo sul consumatore finale.
Le operazioni “esenti o comunque non soggette all’imposta” di cui all’art. 19, comma 2, del DPR n. 633/72, sono operazioni che rientrano nell’esercizio dell’impresa; da ciò deriva il contrasto del comma 2 con il primo comma dello stesso articolo 19 che dispone, invece, la detrazione dell’imposta quando l’acquisto avviene nell’esercizio dell’impresa (N.B.: gli operatori del settore sanitario, infatti, acquistano i beni ed i servizi nell’esercizio dell’impresa).
L’indetraibilità dell’imposta doveva essere prevista solamente per gli acquisti di beni e servizi destinati esclusivamente a finalità estranee all’esercizio dell’impresa utilizzati esclusivamente per operazioni non soggette all’imposta.
E’ evidente, pertanto, che le operazioni “esenti” poste in essere dalle strutture sanitarie pubbliche e private, NON SONO ESTRANEE ALL’ESERCIZIO DELL’IMPRESA, MA RIENTRANO IN TALE ESERCIZIO!!!
Le operazioni “esenti”, effettuate nell’esercizio dell’impresa, sono operazioni che rientrano nell’ambito di applicazione dell’IVA e quindi soggette ad IVA (non sono, pertanto, operazioni “escluse”), ancorché non assoggettate ad aliquota per motivi di pubblico interesse e per ragioni di politica sociale, in quanto tendono ad agevolare l’acquirente finale.
L’esenzione, invece, concreta un’ipotesi di agevolazione concessa a soggetti che ordinariamente sarebbero sottoposti all’obbligazione tributaria e che non lo sono in quanto sussistono specifiche ragioni agevolative fondate su valori componibili con il principio della capacità contributiva (a tal proposito si veda l’art. 13 Parte A della VI Direttiva n. 112 del 11.12.2005, confermato dalla Cass. 7501 del 04.06.2001 e dalla Corte Costituzionale Ord. 428 del 06.12.2006).
Lo scopo dell’esenzione è quindi quello di ridurre le spese mediche e di favorire l’accesso alla tutela della salute.
Si evidenzia inoltre che le DIRETTIVE COMUNITARIE non contengono norme che prevedono espressamente l’indetraibilità dell’IVA pagata per l’acquisto di beni e servizi utilizzati per le operazioni esenti.
In passato, l’art. 11 della II Direttiva 228/67 prevedeva la detrazione dell’imposta nella misura in cui i beni ed i servizi sono utilizzati per i bisogni della sua “impresa”, ed al punto 2 dello stesso articolo prevedeva il pro-rata per “i beni ed i servizi utilizzati per effettuare sia operazioni che danno diritto alla deduzione sia operazioni che non conferiscono tale diritto”; non esiste cioè alcun riferimento alle OPERAZIONI ESENTI, mentre è evidente il riferimento alle operazioni “non economiche” ossia estranee all’esercizio dell’impresa (vedi Legge 662/97).
Anche nel testo della VI direttiva 388/77 e della VI Direttiva 112/2006 non si rinviene alcun riferimento specifico all’indetraibilità in relazione alle OPERAZIONI ESENTI; vengono solamente richiamate le operazioni “che non conferiscono diritto a deduzione”.
Risulta evidente che “le operazioni che non conferiscono il diritto alla deduzione” non equivalgono alle “OPERAZIONI ESENTI”; ciò trova conforto nella Direttiva CEE in materia di IVA la quale non prevede l’indetraibilità dell’IVA pagata per l’acquisto di beni e servizi utilizzati per operazioni esenti.
L’indetraibilità è prevista solo per le operazioni estranee all’esercizio dell’impresa (Legge 662 del 23/12/96 art. 3 C/66).
La Corte Europea di Giustizia, con propria giurisprudenza, ha più volte riconosciuto il diritto alla detrazione in relazione alle operazioni esenti (C/98/98 del 8/6/2000 n. 19/20 – C/515/07 del 12/2/2009 n. 37 – C/29/18 del 29/10/2009), secondo cui il diritto alla detrazione è sempre riconosciuto se esiste un nesso diretto e immediato tra le spese collegate alle prestazioni a monte ed il complesso delle attività economiche esentate dal soggetto d’imposta.
La Corte Europea (Causa C/25/07 del 10/7/2008) ha affermato che il diritto alla detrazione è un principio fondamentale del sistema comune dell’I.V.A. e costituisce parte integrante del meccanismo I.V.A. e, in linea di principio, non può essere soggetto a limitazioni e va esercitato immediatamente per tutte le imposte che hanno gravato sulle operazioni effettuate a monte.
Inserimento (illegittimo) delle prestazioni sanitarie nel calcolo del pro-rata d’indetraibilità.
Si evidenzia il presunto contrasto con le finalità di neutralità dell’IVA determinato dall’inserimento delle prestazioni sanitarie in esenzione IVA, di cui all’articolo 10, comma 1, nn. 18 e 19 del DPR 633/72, nel calcolo del pro-rata d’indetraibilità IVA di cui al combinato disposto degli articolo 19, comma 5 e 19-bis del DPR 633/72, poiché l’indetraibilità dell’IVA sugli acquisti nei confronti di chi ha effettuato una prestazione esentata genera un’IVA occulta sul consumatore finale, e quindi è lesiva dei principi sanciti dagli articoli 3, 10, 23, 35 e 53 della Costituzione Italiana.
Predetta impostazione normativa si discosta dagli interessi del cittadino europeo contravvenendo così ai principi costituzionali dell’Unione (Costituzione europea, sezione 6, art. 3-235), e l’inserimento delle prestazioni sanitarie esenti IVA, di cui all’articolo 10, comma 1, nn. 18 e 19 del DPR 633/72, nel calcolo del pro-rata d’indetraibilità IVA, di cui al combinato disposto degli articolo 19, comma 5 e 19-bis del DPR 633/72, è in contrasto con le finalità di neutralità dell’IVA e di gravame esclusivo di quest’ultima sul consumatore finale rinvenibili nell’articolo 17, comma 2, lettera a della Direttiva CEE del 17/05/1977 n. 388 nonché con le finalità disposte dalle direttive COM 260/2001 definitivo del 23 maggio 2001 e COM 348/2000 definitivo del 7 giugno 2000.
ALIQUOTE IVA: disparità di trattamento sia all’interno del territorio nazionale che negli altri Stati membri dell’Unione Europea.
In primo luogo si evidenzia che all’interno del territorio nazionale alcune prestazioni sono considerate imponibili ad aliquota del 4%, rispetto alle analoghe prestazioni rese da soggetti diversi che rientrano, invece, nel regime di esenzione IVA previsto dall’art. 10, comma 1, alternativamente nei nn. 19 e 21; infatti, ad esempio, le prestazioni rese da cooperative e loro consorzi (n. 41bis della tabella all. A, parte II, al DPR 633/72), sia direttamente che in esecuzione di contratti di appalto e di convenzioni in generale, nei confronti di anziani ed inabili adulti, di tossicodipendenti e malati di aids, di handicappati psico-fisici, di minori, anche coinvolti in situazioni di disadattamento e devianza, le prestazioni di cui ai nn. 18, 19, 20, 21 e 27-ter sono attratte nel regime di cui al n. 41-bis della Tabella A, parte II, allegata alla Legge IVA, con applicazione dell’IVA ad aliquota del 4% (a tal proposito si veda articolo “Prestazioni socio-sanitarie effettuate da cooperative e loro consorzi” su RATIOCoop n. 1/2007 – 3994).
In secondo luogo, sotto il profilo Comunitario e con specifico riferimento alle prestazioni sanitarie, si evidenzia che il regime “esentativo” può suscitare alcuni dubbi di legittimità dal momento che diversi Stati Membri dell’Unione Europea quali Belgio, Bulgaria, Grecia, Francia e Spagna, applicano, a certe condizioni, un regime di imponibilità a tasso ridotto (a tal proposito si vedano documento e tabelle della Commissione Europea – Taxation and Customs Union – “VAT Rates Applied in the Members States of the European Union”).
Con espresso riferimento alle differenze di aliquote tuttora vigenti nell’Unione Europea si segnalano il documento della Commissione sulle aliquote applicabili negli Stati Membri dell’Unione Europea al 01.01.2009 (doc. 2401/2009), il documento della Commissione sulla revisione della legislazione attuale sulle aliquote ridotte (doc. 24232 del 6.03.2008) e la proposta di revisione della Direttiva 112/2006 (doc. Com 428/2008 – definitivo del 07.07.2008).
Principi ispiratori delle aliquote agevolative e delle esenzioni IVA.
Il Legislatore Italiano ha previsto:
un’aliquota IVA ordinaria (o normale) pari al 20% (ora 21%) che trova applicazione per la generalità delle operazioni;
due aliquote IVA ridotte pari al 4% e al 10% che si applicano ai beni e ai servizi elencati rispettivamente nella parte II e nella parte III della tabella A allegata al DPR 633/72.
In particolare, mentre l’aliquota del 10% riguarda altri beni e servizi tra cui le prestazioni alberghiere, i medicinali etc., l’aliquota del 4% trova applicazione, ad esempio, per i prodotti alimentari di prima necessità (come pane e altri prodotti di panetteria, burro, farine di cereali, formaggi, frumento, granoturco, latte fresco confezionato per la vendita al minuto, latticini, legumi, paste alimentari, pomodori pelati e conserve, etc.), per l’edilizia residenziale (prima casa), per le mense aziendali etc..
E’ molto importante rilevare come la previsione di aliquote ridotte costituisca un’eccezione rispetto alla regola generale dell’applicazione dell’aliquota ordinaria, che trova fondamento in motivazioni di ordine sociale, finalizzate ad agevolare operazioni di primaria rilevanza per la generalità dei soggetti.
Garantendo l’applicazione dell’aliquota ridotta del 4% il Legislatore Italiano ha voluto tutelare la generalità dei consumatori finali in merito all’acquisto di beni di prima necessità e nello stesso tempo ha dato la possibilità ai produttori di detti beni e agli operatori intermedi di poter detrarre l’IVA sugli acquisti effettuati, rispettando appieno la caratteristica principale dell’imposta IVA: LA NEUTRALITA’.
Ed è proprio la possibilità di detrarre l’IVA nei vari passaggi intermedi che rende possibile il contenimento del costo del prodotto di primaria necessità che grava sul consumatore finale !!! (N.B.: è il caso ad esempio del fornaio che vende il pane al consumatore finale applicando l’aliquota ridotta del 4% e che a sua volta ha la possibilità di detrarre normalmente l’IVA sia in occasione dell’acquisto di materie prime e di consumo che in occasione dell’acquisto di beni strumentali, talvolta d’importo molto elevato, come il forno, gli arredi per il negozio etc.).
L’IVA è nata per essere neutra per gli operatori intermedi e gravare esclusivamente sul consumatore finale e tale deve rimanere.
Pertanto, se da un lato il Legislatore Italiano ha voluto prevedere, per alcune categorie di beni di prima necessità, la corretta applicazione di un’aliquota IVA ridotta ed agevolata, nel pieno rispetto dell’effettiva neutralità dell’IVA, dall’altro ha addirittura previsto, per le prestazioni di tipo sanitario, che rappresentano prestazioni di fondamentale importanza in ambito socio-economico ed umanitario, l’esenzione dall’applicazione dell’imposta IVA, a cui non ha fatto seguito una necessaria modifica normativa che consentisse all’operatore intermedio di detrarre l’imposta pagata sugli acquisti (a tal proposito si sottolinea che avrebbe prodotto migliori risultati un’aliquota agevolata all’1% o un’aliquota “zero per cento” come previsto per il sistema del margine in campo edilizio).
Il Legislatore Italiano, infatti, contestualmente all’esenzione IVA, ha introdotto pure l’illegittima limitazione alla detraibilità dell’IVA assolta sull’acquisto di beni e servizi, mediante l’inserimento di dette prestazioni sanitarie, di cui all’art. 10, comma 1, nn. 18 e 19 del DPR 633/72, nella base per il calcolo del pro-rata d’indetraibilità IVA, senza pensare che tale metodologia di calcolo avrebbe generato un’IVA “occulta” gravante esclusivamente sul consumatore finale.
Risulta del tutto evidente, pertanto, che la limitazione o addirittura l’esclusione alla detraibilità dell’IVA deve essere esclusivamente condizionata all’inerenza del bene o servizio acquistato (cui l’imposta è relativa) con l’attività esercitata; non è infatti giustificabile, nonché contraria alla natura dell’imposta sancita a livello comunitario e nazionale, una limitazione alla detraibilità dell’imposta assolta sull’acquisto di beni e servizi, utilizzati per l’effettuazione di operazioni rilevanti ai fini IVA (poiché in possesso del requisito oggettivo, soggettivo e territoriale), per il solo fatto che tali operazioni sono state esentate dall’applicazione dell’imposta (art. 10, comma 1, nn. 18 e 19 del DPR 633/72) per ragioni di natura socio – economica.
Qualora il Legislatore, per più che comprensibili ragioni d’ordine sociale, voglia evitare di far gravare sul consumatore finale di determinati beni e servizi (prestazioni sanitarie) l’iniquo costo di un’imposta indiretta (I.V.A.), non può pretendere di recuperare il mancato introito attraverso l’indetraibilità dell’IVA assolta sugli acquisti dal soggetto che ha effettuato la prestazione esentata.
Ciò contrasta fortemente, in primo luogo, con la natura dell’imposta che deve essere neutra per l’operatore economico, nonché con la finalità stessa dell’esenzione; è infatti più che comprensibile che il soggetto passivo (CIOE’ IL SOGGETTO CHE EFFETTUA LA PRESTAZIONE SANITARIA) “scarichi a valle” il maggior costo dell’IVA che non ha potuto detrarre sugli acquisti, aumentando il costo finale della prestazione a scapito del consumatore finale (CIOE’ COLUI CHE DOVREBBE TRARRE BENEFICIO DAL MECCANISMO DELL’ESENZIONE) e, conseguentemente, vanificando la finalità stessa dell’esenzione.
Codesti “effetti perversi” si “scontrano” con la certa e precisa motivazione di ordine sociale dell’esenzione IVA che, specialmente in merito alle prestazioni sanitarie, concerne nel “ridurre la spesa medica e di favorire in tal modo l’accesso alla tutela della salute” (sentenze della Corte di Giustizia 1.12.2005 in cause C-394/04 e C-395/04 riunite), interpretazione questa già fatta propria dalla stessa Corte (sentenza 11.1.2001, causa C-76/99) dove si afferma che l’esenzione delle cure mediche “è intesa a garantire che il beneficio di cure mediche ed ospedaliere non divenga inaccessibile a causa dell’aumento del costo di tali cure nel caso in cui le medesime … venissero assoggettate all’IVA”.
Si sottolinea che le limitazioni strutturali alla detraibilità dell’imposta IVA, non essendo compatibili con quanto disposto dai principi sanciti dai Documenti Comunitari 260/2001 del 23.05.2001 e 348/2000 del 07.06.2000, evidenziano il fatto che sostenere il contrario significherebbe far gravare sul settore sanitario l’enorme, insostenibile ed ingiusto peso di un’imposta occulta, che sarebbe per l’appunto rappresentata dall’IVA indetraibile, definita dalla stessa Comunità “IVA occulta”, che farebbe perdere all’imposta la sua caratteristica principale rappresentata dalla neutralità.
Detrazione IVA: analisi comparativa tra Operatori Sanitari Privati e AUSL.
A tal proposito si evidenzia che esistono alcune peculiarità che contraddistinguono l’Operatore Sanitario Privato (Casa di Cura privata, medico privato etc.) dall’Operatore Sanitario Pubblico (AUSL).
l’Operatore Sanitario Privato paga l’IVA sugli acquisti di beni e servizi inerenti l’attività ma non la detrae in tutto o in parte per effetto del pro-rata d’indetraibilità; conseguentemente:
l’IVA NON DETRATTA DIVENTA UN COSTO;
DETTO COSTO PUO’ GENERARE PERDITE D’IMPRESA;
LE PERDITE D’IMPRESA RIMANGONO A PROPRIO CARICO
l’Operatore Sanitario Pubblico (AUSL) paga l’IVA sugli acquisti di beni e servizi inerenti l’attività ma non la detrae in tutto o in parte per effetto del pro-rata d’indetraibilità; conseguentemente:
LE PERDITE D’IMPRESA VENGONO RIPIANATE DALLO STATO
Alla luce di quanto sopra illustrato risulta pertanto evidente che la mancata detraibilità dell’IVA penalizza maggiormente un Operatore Sanitario Privato rispetto ad un Operatore Sanitario Pubblico (AUSL).
Detta circostanza penalizzante diventa ancor più marcata per l’Operatore Sanitario Privato Convenzionato nel caso in cui quest’ultimo operi quasi esclusivamente in sistema di D.R.G. (Diagnosis Related Group) quale azienda accreditata con le AUSL; in tal caso, infatti, l’Operatore Sanitario Privato, rispetto alle AUSL, non solo è penalizzato dall’obbligo di dover applicare alla quasi totalità delle proprie prestazioni la tariffa sulla base del D.R.G. concesso, ma anche perché, contrariamente alle AUSL, le eventuali perdite d’impresa rimangono a proprio carico, non essendo rimborsate dallo Stato.
il riconoscimento della detrazione dell’IVA, in relazione alle operazioni “esenti”, non avrebbe alcuna ripercussione negativa per lo Stato;
per eliminare gli effetti negativi e penalizzanti che si riversano sugli operatori sanitari, derivanti dalla mancata detraibilità dell’IVA, sarebbe sufficiente che il nostro Legislatore, come ha già fatto per altri settori economici, emanasse uno dei due seguenti provvedimenti finalizzati a:
riconoscere il diritto alla detrazione, ad esempio aggiungendo al secondo comma dell’art. 19 DPR 633/72 la frase: “escluse le strutture sanitarie pubbliche e/o private”;
includere, all’art. 10 del DPR 633/72, l’esenzione dall’imposta per le forniture di beni e servizi alle imprese che operano nel settore sanitario, ad esempio aggiungendo il punto “27 septies”, con la frase seguente: “le forniture di beni e servizi alle imprese del settore sanitario”;
L’ORDINANZA DEL 06.07.2006 – EMANATA DALLA SEZ. V DELLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA – SI È UNICAMENTE PRONUNCIATA IN MERITO ALLA CORRETTA INTERPRETAZIONE DEL DISPOSTO DELL’ART. 13, PARTE B, LETT. C) DELLA DIRETTIVA N. 77/388 CEE, EFFETTUANDO UN CONFRONTO CON IL TENORE LETTERALE DELLE VERSIONI INGLESI, TEDESCHE E FRANCESI, CHIARENDO UNICAMENTE CHE L’ESENZIONE NON ERA DA APPLICARE AL MOMENTO DELL’ACQUISTO DEI BENI DA PARTE DI CHI ESERCITA ATTIVITÀ ESENTI BENSÌ AL MOMENTO DELLA SUCCESSIVA CESSIONE DI DETTI BENI UTILIZZATI PER ATTIVITÀ ESENTI, NON HA MINIMAMENTE TRATTATO LE CONSEGUENTI ARGOMENTAZIONI SOPRA ESPOSTE;
SONO ORMAI NUMEROSE LE SENTENZE PRONUNCIATE DA VARIE CTP E CTR, CHE HANNO RICONOSCIUTO IL DIRITTO AL RIMBORSO DELL’IMPOSTA I.V.A. INDEBITAMENTE PAGATA DA PARTE DEI SOGGETTI RICORRENTI, OPERANTI NEL SETTORE SANITARIO, EVIDENZIANDO LA PREVALENZA DELLA NORMATIVA COMUNITARIA SU QUELLA NAZIONALE; in particolare:
sezione n. 16 della Commissione Tributaria Regionale di VENEZIA – MESTRE, sentenza n. 56/16/10, pronunciata il 31.05.2010, depositata il 23.07.2010 (ALLEGATA IN COPIA); in una controversia analoga al caso di specie, ha riconosciuto il diritto al rimborso dell’I.V.A. indebitamente pagata dalla struttura sanitaria ricorrente, sottolineando il conflitto esistente tra normativa nazionale con quella comunitaria;
sezione n. 20 della Commissione Tributaria Regionale di TORINO, sentenza n. 62/20/07, pronunciata il 17.12.2007, depositata il 20.12.2007;
sezione n. 08 della Commissione Tributaria Provinciale di CATANIA, sentenza n. 428/08/08, pronunciata il 04.06.2008, depositata il 17.09.2008;
sezione n. 6 della Commissione Tributaria Provinciale di ALESSANDRIA, sentenza n. 117/6/10, pronunciata il 13.10.2010, depositata il 23.12.2010;
sezione n. 1 della Commissione Tributaria Provinciale di CATANZARO, sentenza n. 384/1/10, pronunciata il 22.09.2010, depositata il 21.12.2010;
sezione n. 28 della Commissione Tributaria Provinciale di ROMA, sentenza n. 262/28/11, pronunciata il 03.03.2011, depositata il 19.05.2011.

References: articolo 10
 articolo 19
 Cass. 
 art. 3
 articolo 19
 art. 3
 articolo 19
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza 
 sentenza